Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

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(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2021

 

LO SPETTACOLO

 

E LO SPORT

 

QUINTA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

  

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

     

 

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

  

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

INDICE PRIMA PARTE

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Circo.

Superstizione e fisse.

Gli Zozzoni.

Le Icone.

Le Hollywood d’Italia.

«Gomorra», tra fiction e realtà.

Quelli che …il calcio.

I Naufraghi.

Amici: tutto truccato?

Il Grande Fratello Vip.

"I tormentoni estivi? Sono da 60 anni specchio dell'Italia".

Le Woodstock.

Rap ed illegalità.

L’Eurovision.

Abella Danger e Bella Thorne.

Achille Lauro.

Adele.

Adriana Volpe.

Adriano e Rosalinda Celentano.

Aerosmith.

Aida Yespica.

Afef.

Alanis Morissette.

Alba Parietti.

Alba Rohrwacher.

Al Bano Carrisi.

Alda D’Eusanio

Aldo, Giovanni e Giacomo.

Ale & Franz.

Alec Baldwin.

Alessandra Amoroso.

Alessandro Benvenuti.

Alessandro Borghese.

Alessandro Borghi.

Alessandro Cattelan.

Alessandro Cecchi Paone.

Alessandro Gassmann.

Alessandro Haber.

Alessandro Nivola.

Alessia Marcuzzi.

Alessio Bernabei.

Alfonso Signorini. 

Alice ed Ellen Kessler.

Alina Lopez e Emily Willis.

Amanda Lear.

Ambra Angiolini.

Amedeo Minghi.

Amouranth, alias Kaitlyn Siragusa.

Andrea Balestri.

Andrea Bocelli.

Andrea Delogu.

Andrea Roncato.

Andrea Sannino.

Angela White.

Angelina Jolie.

Anya Taylor-Joy.

Anna Falchi.

Anna Oxa.

Annalisa Minetti.

Anna Maria Rizzoli.

Anna Tatangelo.

Anna Mazzamauro.

Anthony Hopkins.

Antonella Clerici.

Antonella Elia.

Antonella Mosetti.

Antonello Venditti.

Antonino Cannavacciuolo.

Antonio Costantini Awanagana.

Antonio Mezzancella.

Antonio Ricci.

Arisa.

Asia e Dario Argento.

Aubrey Kate.

Baltimora.

Barbara De Rossi.

Barbara d'Urso.

Beatrice Rana.

Belen Rodriguez.

Bella Hadid.

Benedetta D’Anna.

Benedicta Boccoli.

Bill Murray.

Billie Eilish.

Björn Andrésen.

Bob Dylan.

Bobby Solo, ossia: Roberto Satti.

Brad Pitt.

Brandi Love.

Brigitte Bardot.

Britney Spears.

Bruce Springsteen.

Camilla Boniardi: Camihawke.

Can Yaman.

Capo Plaza, nato come Luca D'Orso.

Cara Delevingne.

Carla Gravina.

Carlo Cracco.

Carlo Verdone.

Carlotta Proietti.

Carmen Consoli.

Carmen Russo e Enzo Paolo Turchi.

Carol Alt.

Carolina Marconi.

Catherine Spaak.

Caterina Balivo.

Caterina Caselli.

Caterina De Angelis e Margherita Buy.

Caterina Lalli, in arte Lialai.

Caterina Murino.

Caterina Valente.

Cecilia Capriotti.

Chadia Rodriguez.

Charlotte Sartre.

Chloé Zhao, regista Premio Oscar.

Christian De Sica.

Claudia Koll.

Cristian Bugatti in arte Bugo.

Cristiano Malgioglio.

Clara Mia.

Claudia Cardinale.

Claudia Gerini.

Claudia Motta.

Claudia Pandolfi.

Claudia Schiffer.

Claudia Koll.

Claudio Baglioni.

Claudio Bisio.

Claudio Cecchetto.

Claudio Santamaria.

Coma_Cose.

Cosimo Fini, cioè Gué Pequeno.

Corinne Clery.

Daft Punk.

Damon Furnier, in arte Alice Cooper.

Daniela Ferolla.

Dario Faini, Dardust e DRD.

Demi Lovato.

Demi Moore.

Demi Sutra.

Deep Purple.

Diego Abatantuono.

Diletta Leotta.

Donatella Rettore.

Dori Ghezzi vedova De André.

Dredd.

Ed Sheeran.

Edoardo Bennato.

Edoardo Vianello.

Eddie Murphy.

Elena Sofia Ricci.

Eleonora Cecere.

Eleonora Giorgi.

Eleonora Pedron.

Elettra Lamborghini.

Elio (Stefano Belisari) e le Sorie Tese.

Elisa Isoardi.

Elisabetta Canalis.

Elisabetta Gregoraci.

Elena Anna Staller, detta Ilona (il nome della madre) o Cicciolina.

Elodie.

Ema Stokholma.

Emanuela Fanelli.

Emma Marrone.

Emily Ratajkowski.

Enrico Brignano.

Enrico Lucherini.

Enrico Montesano.

Enrico Papi.

Enrico Ruggeri.

Enrico Vanzina.

Enza Sampò.

Enzo Braschi.

Enzo Ghinazzi: Pupo.

Enzo Iacchetti.

Ermal Meta.

Eros Ramazzotti.

Eva Grimaldi.

Eveline Dellai.

Ezio Greggio.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Faber Cucchetti.

Fabio Marino.

Fabio Testi.

Fanny Ardant.

Federico Quaranta.

Federico Salvatore.

Filomena Mastromarino: Malena.

Fedez e Chiara Ferragni.

Fiorella Mannoia.

Flavia Vento.

Flavio Insinna.

Francesca Alotta.

Francesca Cipriani.

Francesca Giuliano.

Francesca Michielin.

Francesca Neri.

Francesca Reggiani.

Francesco Baccini.

Francesco De Gregori.

Francesco Gabbani.

Francesco Guccini.

Francesco Pannofino.

Francesco Sarcina.

Franco Oppini.

Franco Trentalance.

Frank Matano.

Gabriel Garko.

Gabriele e Silvio Muccino.

Gabriele Lavia.

Gabriele Paolini.

Gabriele Salvatores.

Gene Gnocchi.

Gerry Scotti.

Giancarlo Magalli.

Giancarlo ed Adriano Giannini.

Gianfranco Vissani.

Gianluca Grignani.

Gianni Morandi.

Gianni Sperti.

Gigi D'Alessio.

Gina Lollobrigida.

Gino Paoli.

Giovanna Mezzogiorno.

Giovanni Veronesi.

Giucas Casella.

Giulia De Lellis.

Giuliano Montaldo.

Giulio Mogol Rapetti.

Giuseppe Povia.

Greta Scarano.

Harvey Keitel.

Heather Parisi.

Helen Mirren.

Hugh Grant.

Gli Stadio.

I Dik Dik.

I Duran Duran.

I Jalisse.

I Gemelli di Guidonia.

I Pooh.

I Righeira.

I Tiromancino.

Iggy Pop.

Ilaria Galassi.

Ilary Blasi.

Ilenia Pastorelli.

Irina Shayk.

Iva Zanicchi.

Ivan Cattaneo.

J-Ax.

James Franco.

Jamie Lee Curtis.

Jane Fonda.

Jean Reno.

Jenny B.

Jennifer Lopez.

Jerry Calà.

Jessica Drake.

Jessica Rizzo.

Joan Collins.

Jo Squillo.

John Carpenter.

Johnny Depp.

José Luis Moreno.

Junior Cally.

Justine Mattera.

Gabriele Pellegrini: Dado.

Giovanni Scialpi, in arte Shalpy.

Kabir Bedi.

Kayden Sisters.

Kasia Smutniak.

Kate Moss.

Kate Winslet.

Katherine Kelly Lang- Brooke Logan.

Katia Ricciarelli.

Kazumi.

Kevin Spacey.

Kim Kardashian.

Kissa Sins.

Lady Gaga.

La Gialappa's Band.

La Rappresentante di Lista.

Lando Buzzanca.

Laura Chiatti.

Laura Freddi.

Laura Pausini.

Le Carlucci.

Lele Mora.

Lello Arena.

Leo Gullotta.

Liana Orfei.

Licia Colò.

Lillo (Pasquale Petrolo) & Greg (Claudio Gregori).

Linda Evangelista.

Lino Banfi.

Linus.

Liza Minnelli.

Lo Stato Sociale.

Loredana Bertè.

Lorella Cuccarini.

Lorenzo Jovanotti Cherubini.

Loretta Goggi.

Lory Del Santo.

Luca Barbareschi.

Luca Barbarossa.

Luca Bizzarri.

Luca Tommassini.

Luca Zingaretti.

Luca Ward.

Luce Caponegro: Selen.

Luciana Littizzetto.

Luciana Savignano.

Luciano Ligabue.

Lucrezia Lante della Rovere.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Maccio Capatonda (all'anagrafe, Marcello Macchia).

Madame.

Maddalena Corvaglia.

Madonna.

Maitland Ward.

May Thai.

Malika Ayane.

Maneskin.

Manila Nazzaro.

Manuel Agnelli.

Manuela Arcuri.

Mara Maionchi.

Mara Venier.

Marcella Bella.

Marco Bellocchio.

Marco Castoldi in arte Morgan.

Marco e Dino Risi.

Marco Giallini.

Marco Mengoni.

Marco Tullio Giordana.

Maria Bakalova.

Maria De Filippi.

Maria Giuliana Toro: «nome d' arte», Giuliana Longari.

Maria Grazia Cucinotta.

Maria Luisa “Lu” Colombo.

Maria Pia Calzone.

Marianna Mammone: BigMama.

Marica Chanelle.

Marilyn Manson.

Mario Maffucci.

Marina La Rosa.

Marina Perzy.

Marisa Laurito.

Martina Cicogna.

Martina Colombari.

Massimo Boldi.

Massimo Ghini.

Massimo Ranieri.

Massimo Wertmüller.

Matilda De Angelis.

Maurizio Aiello.

Maurizio Battista.

Maurizio Milani.

Mauro Coruzzi, in arte Platinette.

Max Pezzali.

Mel Brooks.

Memo Remigi.

Micaela Ramazzotti.

Michael J. Fox.

Michael Sylvester Gardenzio Stallone.

Michele Foresta, in arte Mago Forest.

Michele Guardì.

Michele Placido.

Michelle Hunziker.

Miguel Bosé.

Milena Vukotic.

Milton Morales.

Mikhail Baryshnikov.

Mina.

Miriam Leone.

Mistress T..

Mita Medici.

Myss Keta.

Modà.

Monica Bellucci.

Monica Guerritore.

Monica Vitti.

Nada.

Naike Rivelli ed Ornella Muti.

Nancy Brilli.

Nanni Moretti.

Naomi Campbell.

Nek.

Nicolas Cage.

Nicole Aniston.

Nina Moric.

Nino D’Angelo.

Nino Frassica.

Nick Nolte.

Nyna Ferragni.

Noemi.

99 Posse.

Oliver Stone.

Orietta Berti.

Orlando Portento.

Ornella Vanoni.

Pamela Anderson.

Pamela Prati.

Paola Perego.

Paola Pitagora.

Paola Saulino, meglio nota come Insta_Paolina.

Paolo Bonolis.

Paolo Conte.

Paolo Fox.

Paolo Rossi.

Paolo Sorrentino.

Paris Hilton.     

Pasquale Panella alias Vito Taburno.

Patrizia De Blanck.

Patty Pravo.

Patti Smith.

Pedro Almodóvar.

Peppe Barra.

Peppino di Capri.

Phil Collins.

Pietra Montecorvino.

Pierfrancesco Favino.

Pier Francesco Pingitore.

Piero Chiambretti.

Pietro Galeotti.

Pino Donaggio.

Pio e Amedeo.

Pietro e Sergio Castellitto.

Pippo Baudo.

Pippo Franco.

Pupi Avati.

Quentin Tarantino.

Quincy Jones Jr.

Rae Lil Black.

Rajae Bezzaz.

Raffaella Carrà.

Raffaella Fico.

Red Ronnie.

Regina Profeta.

Renato Pozzetto e Cochi Ponzoni.

Renzo Arbore.

Riccardo Cocciante.

Riccardo Fabbriconi: Blanco.

Riccardo Muti.

Riccardo Scamarcio.

Ricchi e Poveri.

Richard Benson.

Rita Dalla Chiesa.

Rita Ora.

Robert De Niro.

Roberto Da Crema.

Roberto Vecchioni.

Robyn Fenty, in arte Rihanna.

Rocco Maurizio Anaclerio, in arte Dj Ringo.

Rocco Papaleo.

Rocco Siffredi.

Roberto Bolle.

Rodrigo Alves.

Rosalino Cellamare: Ron.

Rosario Fiorello.

Rowan Atkinson.

Sabina Guzzanti.

Sabrina Ferilli.

Sabrina Salerno.

Sal Da Vinci.

Salma Hayek.

Salvatore Esposito.

Sandra Milo.

Sara Croce.

Sara Tommasi.

Sarah Cosmi.

Scarlit Scandal.

Serena Autieri.

Serena Grandi.

Serena Rossi.

Sergio Rubini.

Shaila Gatta.

Sharon Stone.

Shel Shapiro.

Silvio Orlando.

Simona Izzo e Ricky Tognazzi.

Simona Marchini.

Simona Tagli.

Simona Ventura.

Simone Cristicchi.

Sylvie Lubamba.

Sylvie Vartan.

Sophia Loren.

Stefania Casini.

Stefania Orlando.

Stefania e Amanda Sandrelli.

Stefano Accorsi.

Stefano e Frida Bollani.

Stefano Sollima.

Steven Spielberg.

Sting.

Taylor Swift.

Teo Teocoli.

Terence Hill, alias Mario Girotti.

Terence Trent d’Arby, ora Sananda Maitreya.

Teresa Saponangelo.

Tilda Swinton.

Tim Burton.

Tina Ciaco, in arte Priscilla Salerno.

Tina Turner.

Tinì Cansino.

Tinto Brass.

Tiziano Ferro.

Tommaso Paradiso.

Toni Ribas.

Toni Servillo.

Tony Renis.

Tosca D’Aquino.

Tullio Solenghi.

Uccio De Santis.

Umberto Smaila.

Umberto Tozzi.

Val Kilmer.

Valentina Lashkéyeva. In arte: Gina Gerson.

Valentina Nappi.

Valentine Demy.

Valeria Golino.

Valeria Marini.

Valeria Rossi.

Valerio Lundini.

Valerio Staffelli.

Vasco Rossi.

Veronica Pivetti.

Village People.

Vina Sky.

Vincent Gallo.

Vincenzo Salemme.

Vittoria Puccini.

Vittoria Risi.

Zucchero Fornaciari.

Wanna Marchi e Stefania Nobile.

Wladimiro Guadagno, in arte Luxuria.

Willie Nelson.

Willie Peyote.

Will Smith.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITO SANREMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Figure di m…e figuranti.

Non sono solo canzonette.

La Prima Serata.

La Seconda Serata.

La Terza Serata.

La Quarta Serata.

La Quinta ed ultima Serata.

Sanremo 2022.

 

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…scrivono.

Quelli che….la Paralimpiade.  

Quelli che…l’Olimpiade.

L’omertà nello Sport.

Autonomia dello sport? Peggio della Bielorussia.

Le Plusvalenze.

Le Speculazioni finanziarie.

Gli Arbitri.

I Superman…

Figli di Papà.

Quelli che …ti picchiano.

Quelli che … l’Ippica.

Quelli che … le Lame.

Quelli che …i Motori.

Quelli che …il Ciclismo.

Quelli che …l’Atletica.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …il Calcio. 

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che ...la Palla ovale.

Quelli che …la Pallacanestro. 

Quelli che …la Pallavolo.

Quelli che …il Tennis.

Quelli che …la Vela.

Quelli che …i Tuffi. 

Quelli che …il Nuoto. 

Quelli che …gli Sci.

Quelli che …gli Scacchi. 

Quelli che… al tavolo da gioco.

Il Doping.

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

QUINTA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Quelli che…scrivono.

Da areanapoli.it il 20 ottobre 2021. Paolo Ziliani, giornalista del Fatto Quotidiano, ha generato una protesta sui social in merito agli episodi successi durante Juventus-Roma. Ziliani ha voluto evidenziare in modo ironico e critico gli errori commessi dall'arbitro Rocchi. Poi, si è scagliato contro chi ha ribadito che il rigore dato ai giallorossi era ingiusto. Queste sono le parole in uno dei suoi post: "Siamo all’aberrazione. Si parla di fallo di mano di Mkhitaryan che dopo aver scavalcato Szczesny saltandolo, viene abbattuto dal portiere (fallo da rosso, tra l’altro) che lo falcia in volo facendolo precipitare a terra (e cadendo l’armeno tocca la palla con la mano). Vergogna". Nella giornata di oggi, ha voluto pubblicare un tweet ancor più duro e, tra l'altro, il suo sembrerebbe quasi un addio: "Il calcio italiano ha il cancro. È falsato, lo sanno tutti ma il Palazzo collude, l’informazione anche e nessuno dice e fa niente. Smetto di occuparmene. Grazie a chi mi ha seguito e stimato, non alla mia categoria. Mi allontano da questa palude malsana, scelgo la famiglia", pubblicando sotto al suo post una foto pungente con la scritta "Chiuso per mafia". Poi, arriva la replica di Maurizio Pistocchi: "Resistere resistere resistere", citando una frase di Francesco Saverio Borrelli (magistrato che si occupò delle inchieste di 'Mani Pulite').

Giovanni Sofia per tag43.it l'11 ottobre 2021. Una dichiarazione d’amore da intonare a pieni polmoni, da urlare a squarciagola. È il destino di numerosi brani, un modo alternativo per resistere ai naturali acciacchi del tempo. Qui non si parla di basi trasformate in cori, ma di testi originali trasferiti su curve e gradinate e diventati negli anni manifesto d’appartenenza. L’ingresso in campo del Liverpool è una scarica di adrenalina, mentre sullo sfondo comincia una festa tutta rossa di bandiere e sciarpe tese. You’ll never walk alone è forse la canzone ascoltata allo stadio più famosa in assoluto, sicuramente una delle più toccanti. C’è stato chi, magari prima della pandemia, un volo per l’Inghilterra l’ha prenotato esclusivamente per ascoltare il ruggito della Kop. Difficile dargli torto, questione emozioni che attraversano i chilometri e qualche volta il mare. Uniscono in una manciata di note le tribune inglesi a quelle Scozzesi e tedesche. Già, perché Tu non sarai mai sola è un giuramento ripetuto all’infinito, sulle terrace del Celtic Park come dal muro giallo del Borussia Dortmund.

La storia di You’ll never walk alone

Scritta nel 1945, per il musical Carousel dagli statunitensi Richard Rodgers e Oscar Hammerstein, veniva eseguita in due momenti dello spettacolo: quando la protagonista rimaneva vedova a causa del suicidio del marito e per incoraggiare la figlia della coppia alla vigilia dell’ultimo anno di scuola. Da Elvis a Frank Sinatra, la reinterpretarono in molti, compresi i Gerry and the Pacemaker, attraverso i quali la canzone sbarcò finalmente nel Regno Unito. Fu il gruppo britannico, infatti, a dare al brano una connotazione popolare, consentendogli di scavalcare i cancelli dello stadio. La tradizione di attingere al cantautorato per sostenere la propria squadra del cuore è storia tipicamente inglese e da Liverpool corre veloce fino a Manchester, sponda City.

Manchester City, You are my wonderwall

Qui, identità è sinonimo di Oasis, fa rima con Wonderwall e i fratelli Noel e Liam Gallagher, divisi su tutto, ma non nella fede per gli Sky Blues. A Londra, il Chelsea negli scorsi mesi ha festeggiato la Champions con i Madness e One step beyond, ma è senza dubbio dei cugini poveri del West Ham la colonna sonora più bella della Capitale. I’m forever blowing bubbles fu scritta nel 1918 e registrata l’anno successivo per il musical di Broadway The passing Show. La melodia è di John Kellette, mentre la paternità delle parole, a distanza di oltre un secolo resta avvolta nelle nubi. O meglio, nelle bolle di sapone, sparate in aria ogni weekend, mentre le casse prendono a pompare e le pinte volano in aria. Immagini immortalate magistralmente nel film Hooligans e nei sogni a tinte british di ogni appassionato. «La scorsa primavera sono stato espulso da Harvard ma quello che stavo per imparare nessuna università di prestigio avrebbe potuto insegnarmelo», ripeteva Matt Buckner, scioccato dall’impatto col tifo britannico. Sull’altra sponda del mare del Nord, è Bob Marley a recitare da protagonista assoluto. Nella città dei coffee shop e del quartiere a luci rosse per eccellenza, Three little birds anima le tribune durante le partite dell’Ajax. 

Roma divisa tra Antonello Venditti e Lucio Battisti

Amsterdam chiama l’Italia risponde. Sulle rive del Tevere, il giallorosso è terreno fertile per Antonello Venditti e Lando Fiorini. La società dei magnaccioni si alterna al ritmo romantico di Grazie Roma, che ci fa sentire uniti anche se non ci conosciamo. Lucio Battisti e I Giardini di marzo sono incaricati, invece, di celebrare le vittorie della Lazio. Cieli immensi e immenso amore, magari bianchi e azzurri, come le maglie delle aquile capitoline. Colore simile, ritmo più vivace a Napoli. O surdatu nnamoratu risale al 1915 e in origine descriveva l’animo triste dei giovani chiamati al fronte, adesso, finita la guerra, è emblema delle spedizioni vittoriose dei partenopei in giro per i campi della penisola e dell’Europa. Tradizione popolare e sofferenza ritornano in Vitti na crozza (Ho visto un teschio). Lalallaleru lalleru lalleru Lalleru lalleru lalleru lallà, e via di balli sfrenati su e giù per gli stadi della Sicilia. Trentuno anni, un battito di ciglia, sono bastati a Rino Gaetano per ritagliarsi un posto nell’Olimpo della musica italiana. Genio ribelle, nacque a Crotone, dove le sue parole non smettono di scaldare ugole e cuori. In fondo nel calcio come nella vita spesso Non c’erano soldi, ma tanta speranza. L’Eurovision delle curve è chiuso dalla Nazionale. Seven nations army, per tutti Popopo, ha accompagnato il trionfale mondiale del 2006. Per riascoltarla, basta schiacciare il tasto play o, in alternativa, andare allo stadio.

Sergio Mari. Marco Tarozzi per “Avvenire” il 9 ottobre 2021. «Era il 1986, giocavo nella Centese, in Serie C1. Ero a pranzo con la squadra e chiesi a Paolo Specchia, il nostro allenatore, di dispensarmi dalla rituale cena tra scapoli del giorno successivo. Gli spiegai che a Ferrara proiettavano Rosa Luxembourg di Margarethe Von Trotta, con la regista presente per raccontare il proprio lavoro. Ricordo che i compagni mi guardarono come se avessero appena visto un alieno». Era un calciatore diverso, Sergio Mari, anche se ancora non ne aveva piena consapevolezza. Salernitano, classe 1962, mediano di belle e concrete speranze, si era affacciato al calcio dei "grandi" nel 1979, svezzato alla Cavese da Corrado Viciani, l'inventore del gioco è bello quando è "corto" alla Ternana. Pilastro nella promozione in Serie B dell'anno successivo, avrebbe continuato per quindici stagioni il suo percorso da professionista: nell'Akragas del "Professore" Franco Scoglio, ancora a Cava dei Tirreni, a Cento guidato da Specchia e l'ex ct azzurro Giampiero Ventura, e poi a Nola, a Fasano, a L'Aquila e nella Juvestabia. Scoglio, in mezzo al campo, urlava alla truppa «fate le diagonali come Mari»; i tifosi della Centese lo ribattezzarono subito "Maridona". Al secondo anno in Emilia, ventiquattrenne, si fratturò il perone proprio quando Bologna e Vicenza si stavano interessando a lui, e quella fu la condanna per una carriera da lì in poi confinata ai campi di C1, con più di un rimpianto. Solo che Mari era anche altro. Per dire, era sì uno di quelli che a volte tiravano mezzanotte, ma non per andare in cerca di avventura: una volta a settimana, lui correva al teatro Antoniano di Bologna, per frequentare una scuola di mimo. E solo per questo rincasava tardi. «Io però non avevo consapevolezza di quello che sarei diventato. Forse lo capivano di più i compagni: anche oggi, quando li rivedo, non mostrano stupore per la mia vita da attore, regista, scrittore. Dicono che loro se lo immaginavano». Ecco, il Sergio Mari di oggi fa quel mestiere lì: recita, pensa e produce i suoi spettacoli, scrive romanzi. Il primo l'ha intitolato Quando la palla usciva fuori, ed è quello che lo ha riaccostato a quel mondo che era stato suo negli anni più giovani. «Avevo chiuso in modo traumatico, non riuscivo più a comprendere certe logiche del mondo del tifo, né le dinamiche che ormai regolavano quel mondo. Appassionato di arte contemporanea, per dodici anni ho fatto il gallerista a Salerno. Ma un giorno sono salito su un palcoscenico, quasi per caso. Mi è piaciuto, sono piaciuto. Allora mi sono messo a studiare, ho visto tanti lavori teatrali, ho letto voracemente. Ho cercato di recuperare il tempo perduto. Con gli anni mi sono reso conto che l'armadio dei ricordi era ancora lì, in un angolo del mio cervello. Riaprendolo ci ho trovato le cose migliori, le persone belle che avevo conosciuto: non è stato un gesto nostalgico, semmai un recupero oggettivo, un riconoscimento a quel mondo che mi aveva permesso di crescere, anche con tutte le sue contraddizioni». In bacheca, invece dei trofei pallonari, Sergio ha stipato diverse performances teatrali vissute da protagonista e spesso anche da regista e soggettista, come l'idea originale di far raccontare il grande allenatore ebreo (del Bologna e dell’'Inter) morto ad Auschwitz Arpad Weisz a uno dei suoi giocatori più brillanti, l'ex rossoblù Francisco Fedullo «perché avevo scoperto le origini salernitane di quel grande giocatore del Bologna, e che suo padre aveva vissuto a due passi da casa mia. Ho portato questo lavoro nei teatri, nelle scuole, è stato visto da migliaia di studenti. In tempi di lockdown, ne ho ricavato anche un monologo di mezz' ora, interamente girato in casa mia, dove interpreto entrambi i personaggi. Il calcio è un veicolo perfetto su cui far viaggiare messaggi importanti, e farli arrivare alle nuove generazioni». E poi altre due fatiche letterarie, Sei l'odore del borotalco e il più recente Racconti. «Scrivere è fatica vera, quando lo faccio mi libero da ogni altro pensiero e dopo due ore al pc sono stanchissimo, spesso rendendomi conto che quello che ho buttato giù non è nemmeno passabile. È costruire e smontare, per trovare una chiave interiore. Lo capii, forse, durante l'inattività per l'infortunio. Un pomeriggio, a Bologna, restai due ore su una panchina di via Indipendenza, immerso nella lettura di un libro appena acquistato alla Feltrinelli. Fu un giorno pieno di tristezza, per i problemi fisici che mi affliggevano, ma allo stesso tempo di assoluta libertà». Il giorno che ci ha consegnato il nuovo Sergio Mari, uno che ha rivoluzionato la sua vita da mediano. Salendo su un palco.

Da tuttomercatoweb.com il 9 ottobre 2021. Marco Materazzi risponde a Lilian Thuram dal palco del Festival di Trento. Thuram nelle scorse ore ha lanciato un appello: "I giocatori bianchi non devono stare zitti nella lotta contro il razzismo". Un appello a cui Materazzi, nel corso del suo intervento, ha replicato così: “Sono contro il razzismo, però Thuram non è mai uscito dallo stadio quando cantavano Materazzi figlio di puttana. Questa è la discriminazione, per il bianco, per il nero e anche per il figlio di puttana”.

Furio Zara per “Avvenire” il 9 ottobre 2021. Storie da raccontare, di calcio e di vita: spettacolo con le parole e con i piedi. Liberando le briglie alla fantasia, come un dribblomane quando individua nella fascia la sua via di fuga. C'è il linguaggio del pallone preso a calci, perché - lo disse Pasolini - il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell'anno. E c'è il linguaggio di chi - seduto davanti ad una pagina bianca e immacolata - prova a raccontare la magia di una parabola, l'epica di una partita, lo snodarsi di una carriera tra le tante, però speciale. Qualche volta le due narrazioni coincidono. Prendete Jorge Valdano. Stella del Real Madrid degli anni 80, campione del mondo con l'Argentina nel 1986 - era l'uomo che seguiva come un'ombra Maradona - e poi nella sua second life, scrittore finissimo, lucido e profondo, capace come pochi di restituirci - con le parole - l'incanto del pallone che rotola e degli uomini che lo rincorrono. «Ogni volta che respiro l'odore dell'erba mi torna addosso l'infanzia», ha scritto e non è forse questa una delle più belle dichiarazioni d'amore per il calcio? I suoi libri - da Il sogno di Futbolandia a Le undici virtù del leader - sono ormai dei classici, hanno il peso di certe opere che fin da subito si rivelano necessarie. Se Valdano è il Philip Roth del racconto calcistico, in molti - soprattutto in questi ultimi anni - hanno cercato di percorrere la strada dove la letteratura si mescola al pallone. Un esempio virtuoso è quello di Lilian Thuram, da sempre impegnato nelle battaglie sociali per l'uguaglianza e i diritti civili. Nel suo ultimo libro - Il pensiero bianco (add editore) - l'ex difensore di Juventus e Parma si sofferma sugli snodi della storia - le conquiste coloniali, la schiavitù, la continua razzia di materie prime e dell'arte africana - e racconta la cristallizzazione di una gerarchia, di un sistema-mondo dove non si nasce bianchi, ma lo si diventa. In Italia il primo calciatore-scrittore è stato Paolo Sollier, che nel 1976 raccontò in un libro di denuncia - Calci, sputi e colpi di testa - l'altra faccia della luna. In copertina c'era lui, schierato a centrocampo sotto la pioggia, col pugno sinistro chiuso. Aveva studiato Marx, in ritiro portava i libri di Pavese e Evtusenko, ascoltava le canzoni di De Andrè, Gaber e Guccini, per principio non firmava autografi. Erano anni ribaldi e spettinati, contestare era un'esigenza quasi fisica. Ci si ribellava al sistema, si combatteva il potere costituito. Molti sfilavano in piazza, qualcuno entrava in campo. Si cantava la libertà, anche con i piedi. Il massimo esponente del pasoliniano "calcio di poesia", è stato il suo compaesano Ezio Vendrame. L'altro poeta di Casarsa l'Ezio idolo indimenticato del Menti di Vicenza come dell'Appiani di Padova che fino alla fine dei suoi giorni (è morto nell'aprile del 2020) ha continuato a pubblicare libri sferzanti dai titoli irriverenti come Se mi mandi in tribuna godo (Edizioni Biblioteca dell'Immagine). Una ventina d'anni più tardi, con Carlo Petrini e il suo Nel fango del dio pallone, per il calciatore arrivò il momento di fare i conti con la coscienza, individuale e collettiva. Era quella di Petrini una voce fuori dal coro: nei suoi libri raccontò di quando il pallone perse la sua innocenza. Pe- trini denunciò il doping, le partite truccate, i pagamenti in nero, le scommesse, i giocatori corrotti e malati di sesso, i vizi privati, la miseria morale della tribù di cui faceva parte. A Petrini va dato anche il merito di aver squarciato, per primo, il velo di omertà intorno al "Caso Bergamini" con Il calciatore suicidato: la morte misteriosa dell'ex centrocampista del Cosenza per il quale la sua famiglia attende giustizia da oltre trent' anni. Negli ultimi due decenni è scoccato il tempo delle biografie. Il primo ad avere successo in libreria fu Francesco Totti che - spinto dall'amico Maurizio Costanzo con la complicità di Giancarlo Dotto - si fece "scrivere addosso" un libro di barzellette, intingendo di autoironia - dote così rara nel calcio - ogni singola riga. Fu una svolta clamorosa, che diede fiducia a terziniletterati e centravanti in vena di confidenze. In seguito , da Zoff a Buffon, da Cabrini a Cassano, da Paolo Rossi a Ibrahimovic, da Baggio a Maldini, da Pirlo a Gattuso, in molti si sono cimentati nel racconto della propria vita, chi con didascalica pigrizia e chi con più disinvoltura e generosità nel racconto. Perché scrivere un libro, per un calciatore, significa mettersi in gioco, sperimentarsi in un territorio sconosciuto, oltre la linea del fallo laterale. Esattamente come recitare in un film. Il percorso dall'area di rigore al red carpet l'hanno fatto in tanti, con risultati non sempre all'altezza delle ambizioni. Il più delle volte il calciatore da Maradona a Pelé, da David Beckham a Vinnie Jones - si è prestato a comparsate che non hanno lasciato traccia nella storia del cinema.  Altre volte - da Cristiano Ronaldo a Messi, da Zidane a Ibrahimovic, da Ronaldo il Fenomeno a Neymar - ha prestato la propria storia a più o meno riusciti docufilm. Un solo uomo - nel passaggio dal gol al ciak si gira - si è confermato un campione. Eric Cantona, "Dieu", come lo chiamavano i tifosi del Manchester United negli anni '90. Ha recitato in una trentina di film, il più celebre dei quali è sicuramente Il mio amico Eric (2009), di Ken Loach, dove interpretava se stesso; mentre di recente è stato premiato per la sua interpretazione nella serie-tv Lavoro a mano armata. Maestoso e magnetico, sempre in posa per la Storia; Cantona - in un campo di calcio o nel set di un film - ha sempre interpretato se stesso, dandoci la conferma della vecchia cara regola: la vita prima si recita e poi si vive.

·        Quelli che….la Paralimpiade.  

Giulia Zonca per “La Stampa” il 22 ottobre 2021. Finalmente siamo diventati antipatici. L'Italia che vince non è più bonacciona, elegante e da pacche sulle spalle. Il successo dell'estate ha scatenato un'ondata di fastidio e dopo gli applausi, i complimenti, l'ironia e i dubbi è venuta fuori la stizza. World Athletics, la federazione internazionale dell'atletica guidata da Lord Sebastian Coe, ha annunciato i dieci finalisti per il premio al migliore dell'anno e ha escluso sia Jacobs sia Tamberi. Fuori. Neanche uno spazio tra gli uomini d'oro nonostante il successo condiviso del salto in alto sia stato il momento più globale dei Giochi, ripreso nei talk show e nei social di mezzo mondo. Neanche un posto al sole per i 100 metri con record europeo del velocista che si è divorato il 2021. Ha deciso una giuria di esperti con l'intento di premiare chi si è fatto notare in tutti gli ultimi dodici mesi, non chi ha firmato un singolo exploit e già il canone scelto sarebbe discutibile visto che proprio World Athletics spinge sulle emozioni, invoca competizioni spettacolari, chiede partecipazione e gesti straordinari per coinvolgere i giovani. Va bene, prendiamo questo arido parametro. Gianmarco Tamberi si è aggiudicato Tokyo e pure la Diamond League che sarebbe un premio a punti spalmati su più uscite quindi non proprio figlio di un'estate da pena. Prima, certo, ha litigato con la rincorsa e non ha corteggiato altezze da vertigine. Fingiamo, faticosamente, che abbia un senso metterlo ai margini della contesa, del resto è assente pure il compagno di podio Barshim. Jacobs però ha vinto gli Europei indoor e non proprio con un tempo qualsiasi, 6"47, miglior cronometro dell'anno sui 60 metri. Poi ha abbassato il record italiano dei 100, con un 9"95 di tutto rispetto (e nel mentre in giro non c'era Bolt) e, arrivato in Giappone, ha stracciato la concorrenza nei 100 metri e replicato con una seconda vittoria in staffetta. Neppure una menzione? Questo calcolo così fiscale scricchiola. Per avere riconoscimenti magari bisogna essere stelle mondiali. Tamberi è notissimo e Jacobs ha vinto la specialità più vista di sempre. I nominati sono tutti campioni olimpici: il mezzofondista ugandese Cheptegei, l'astista svedese Duplantis, il norvegese dei 1500 Ingebrigtsen, il keniano mito della maratona Kipchoge, il triplista portoghese Pichardo, il discobolo svedese Stahl, il lunghista greco Tentoglou, il decatleta canadese Warner, il pesista americano Crouser, con record mondiali stellari, il supersonico norvegese dei 400 ostacoli Warholm che, quasi di sicuro, meritatamente, vincerà dopo aver piazzato una prova destinata alla storia. Nella lista ci sono nomi giganteschi, altri meno popolari degli azzurri e pure talenti che non hanno esattamente lasciato l'impronta sul 2021. Sarà la manovra della lobby inglese stanca di essere beffata dal tricolore? Non siamo complottisti. È una ripicca per la pessima gestione nostrana dello sciagurato caso Schwazer? Lì ci siamo fatti male da soli. No, probabilmente è solo disabitudine a guardare dalle nostre parti. Per non considerare entrambi gli italiani ci vuole più di un criterio. Serve un errore.

Gaia Piccardi per corriere.it il 22 ottobre 2021. È per strada, ad Ancona, verso l’allenamento: «Ho molta voglia di riprendere, l’anno prossimo c’è il Mondiale in Oregon, l’unica medaglia che mi manca, e non voglio farmela sfuggire…». Il primo allenamento dallo sfolgorante oro nell’alto all’Olimpiade di Tokyo, condiviso con l’amico di una vita, Mutaz Barshim, nella storia di fairplay più bella dei Giochi (era il primo agosto). Uscito dal frullatore di impegni post-olimpico, reduce da una vacanza in Grecia con la sua promessa sposa Chiara e poi da qualche giorno di surf con gli amici tra Spagna e Portogallo, Gianmarco Tamberi risponde con serenità allo sgarbo della Federatletica internazionale (World Athletics) all’Italia: aver escluso sia Gimbo che Marcell Jacobs, re dei 100 metri, dalla rincorsa agli Oscar dell’atletica di fine anno, che verranno consegnati a dicembre nel galà di Montecarlo.

Come l’ha presa, Tamberi?

«Mah, io dico che quello che conta sono i risultati, le misure e i tempi che io e Marcell abbiamo ottenuto a Tokyo. I premi vanno e vengono, le medaglie d’oro restano e sono a casa insieme a noi». 

Un Gimbo saggio, quasi filosofo.

«Dico la verità: l’esclusione dal premio di miglior atleta dell’anno non mi ha dato troppo fastidio. Certo come idea mi sarebbe piaciuto partecipare alla festa di Montecarlo ma avranno fatto le loro valutazioni. E poi ci sono altre categorie nelle quali io e Marcell potremmo rientrare». 

Ma sarebbe come vincere il premio di miglior attore non protagonista, un contentino.

«Dice…? (Ride) Nella categoria Momento dell’Anno sarebbe uno scandalo se non vincessimo io e Barshim, con quell’oro bellissimo e condiviso. È stato un frammento olimpico talmente forte che, ripensandoci, ho i brividi ancora adesso. E Jacobs non può non essere la Rising Star 2021, dai…». 

Possibile, però atleti dell’anno è un’altra cosa.

«Mi arrabbio per le cose che dipendono da me, non per quelle che dipendono dagli altri e su cui non posso intervenire».

Ma insomma, nei dieci c’è pure il greco Tentoglou, re del lungo.

«Che è comunque primo nel ranking mondiale e che non vincerà il premio assoluto, però. Insomma, ci stava: in quella lista di dieci nomination né io né Marcell avremo stonato. Ma per il premio ci sono atleti che meritano di più: Warholm ha l’oro con il record del mondo, che manca a noi azzurri, Duplantis vince ogni gara a cui partecipa, da anni».

Non è una sconfitta politica dell’Italia, quindi?

«Non la vedrei così. Stiamo dando troppo valore a un premio».

Non ha anche lei la sensazione che l’oro di Jacobs nello sprint sia stato mal digerito da una parte di mondo (Usa e Gran Bretagna), da subito?

«Più di questo, io credo che nel non aver inserito Marcell tra le dieci nomination abbia influito il fatto che dopo l’Olimpiade non ha più gareggiato. Con tutti i suoi buoni motivi, per carità, non sto giudicando. Però per World Athletics forse era complicato metterlo tra i migliori avendo chiuso la stagione a Tokyo e non essendo in vetta al ranking di specialità».

Incidente archiviato, allora. Come va la vita da campione olimpico, Gimbo?

Benissimo, è decisamente cambiata: con tutto quello che mi sono portato dietro per cinque anni, dall’infortunio nel 2016 all’oro nel 2021, ora mi sento alleggerito. Anzi, le dirò: mi sento decisamente libero». 

GLI ATLETI OLIMPICI E PARALIMPICI AL QUIRINALE E PALAZZO CHIGI. MATTARELLA: “AVETE EMOZIONATO GLI ITALIANI”. Il Corriere del Giorno il 24 Settembre 2021. Il Presidente della Repubblica ha esaltato i risultati di questa favolosa estate: “Ci sono momenti in cui lo sport assume un significato più ampio, questo è uno di quelli, il Paese si è sentito ben interpretato, coinvolto dagli atleti. È stata una grande estate per lo sport, un’estate che ha tanti protagonisti, non solo gli atleti ma anche i loro staff. Ho seguito i Giochi costantemente e visto molto. Ho ricordato gli staffettisti Jacobs, Patta, Desalu, Tortu: bravissimi”. Il Premier Mario Draghi nel suo discorso di saluto ha detto “Le vostre storie sono un modello per tutti gli italiani. Il vostro talento è enorme, ma il talento da solo non basta. Avete dimostrato professionalità, intelligenza e spirito di sacrificio. Determinazione, pazienza, ma soprattutto coraggio”. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale i medagliati Olimpici e Paralimpici e una rappresentanza di atleti italiani che hanno partecipato ai Giochi di Tokyo 2020. La cerimonia si è aperta con l’esecuzione dell’Inno nazionale da parte della Banda Interforze e la proiezione di un video dal titolo “Tokyo 2020″. Sono intervenuti il Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Giovanni Malagò, il Presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli, e la Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio, Valentina Vezzali. All’incontro hanno partecipato i dirigenti del CIO, del CONI e del CIP, i Commissari tecnici delle discipline vincitrici di medaglie, e i vertici delle Forze Armate e dei Corpi dello Stato in rappresentanza dei rispettivi Gruppi sportivi.Il Presidente Mattarella ha rivolto un saluto ai presenti ed ha, quindi, consegnato agli atleti una medaglia ricordo. Gli Alfieri della squadra olimpica, Elia Viviani e Jessica Rossi, e gli Alfieri della squadra paralimpica, Beatrice Vio e Federico Morlacchi, hanno restituito al Capo dello Stato le Bandiere nazionali con le firme degli atleti vincitori di medaglia olimpica e paralimpica. Nei giardini del Quirinale faceva caldo ma quando Fausto Desalu, Marcell Jacobs, Lorenzo Patta, e Filippo Tortu hanno consegnato al capo dello Stato il testimone della staffetta vincente, l’oggetto della loro volata d’oro, tutti i presenti hanno provato un brivido. Un momento emozionante, a cui ne ha fatto seguito un altro con lo stesso risultato, quando Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Contrafatto, rispettivamente oro, argento e bronzo dei 100 paralimpici hanno consegnano al presidente Mattarella il libro delle immagini più belle di Tokyo. Il presidente della Repubblica ha subito esordito: “Bentornati al Quirinale. E grazie di aver reso onore alla bandiera: 109 medaglie, mai così tante. Avete emozionato gli italiani e le donne aprono sempre di più aprono strada per il successo”. Il Presidente della Repubblica ha esaltato i risultati di questa favolosa estate: “Ci sono momenti in cui lo sport assume un significato più ampio, questo è uno di quelli, il Paese si è sentito ben interpretato, coinvolto dagli atleti. È stata una grande estate per lo sport, un’estate che ha tanti protagonisti, non solo gli atleti ma anche i loro staff. Ho seguito i Giochi costantemente e visto molto. Ho ricordato gli staffettisti Jacobs, Patta, Desalu, Tortu: bravissimi”. Mattarella ha citato anche diversi altri campioni: la staffetta del nuoto, l’argento nella ginnastica di Vanessa Ferrari, le 7 medaglie del nuotatore paralimpico Stefano Raimondi, le cinque conquistate da Carlotta Gilli, i complimenti a Ganna anche per il Mondiale. In serata le delegazioni si sono recate a Palazzo Chigi accolte dal premier Mario Draghi che nel suo discorso di saluto ha detto “Le vostre storie sono un modello per tutti gli italiani. Il vostro talento è enorme, ma il talento da solo non basta. Avete dimostrato professionalità, intelligenza e spirito di sacrificio. Determinazione, pazienza, ma soprattutto coraggio” aggiungendo “Il resto del mondo guarda a questa estate italiana di successi sportivi con ammirazione e, perché no, anche forse con un pizzico d’invidia”. Il premier ha portato il ringraziamento del Governo e di tutto lo staff di Palazzo Chigi, che per la seconda volta in pochi mesi celebra qui lo sport italiano. “Due mesi fa, durante il ricevimento per la Nazionale di calcio, Matteo Berrettini, e l’Under 23 di atletica, ho fatto gli auguri a voi atlete e atleti in partenza per Tokyo. Non potevo certo immaginare che sarebbe andata così bene! Permettetemi una menzione particolare per l’atletica leggera, che ha raggiunto risultati che non avremmo mai pensato possibili. L’uomo più veloce del mondo è un italiano: Marcell Jacobs. Per inciso, io non volevo disturbarti mentre stavi facendo la conferenza stampa dopo la vittoria. Ma lì è stato Malagò, avevo chiamato lui per avere notizie, non sapevo niente, e lui ti ha passato il telefono. Bravo, comunque sono stato contentissimo di averti sentito”. “Alle Olimpiadi avete raggiunto il record italiano di medaglie” ha continuato il premier ” Quaranta in totale, di cui 10 ori, 10 argenti e 20 bronzi. E alle Paralimpiadi avete conquistato 14 ori, 29 argenti e 26 bronzi. Il numero più alto di podi – ben 69 – dall’edizione di Roma del 1960. La gioia e l’orgoglio per i vostri successi è enorme. Avete superato le aspettative di tutti gli italiani. Ci avete fatto vivere momenti che ricorderemo molto a lungo. C’è solo un problema: ci state abituando male!. Le vostre storie sono un modello per tutti gli italiani. Il vostro talento è enorme, ma il talento da solo non basta. Avete dimostrato professionalità, intelligenza e spirito di sacrificio. Determinazione, pazienza, ma soprattutto coraggio”. “Penso a Stefano Raimondi, che si è avvicinato al nuoto dopo un incidente a 15 anni e che a Tokyo ha vinto ben sette medaglie” – ha aggiunto il presidente del Consiglio – “O a Bebe Vio, che ha superato mesi drammatici prima di trionfare ancora nella scherma. Spesso quando parliamo di futuro è facile perdersi in concetti astratti. Qui vedo in voi la generazione che vuole cambiare l’Italia. E che, ne sono certo, ci riuscirà. Ci riuscirete. Siete simbolo di integrazione e di superamento delle barriere. Tocca a noi come Governo mettere in grado voi e i vostri coetanei di sprigionare le vostre energie. Perché, come abbiamo visto, possono portare a grandi soddisfazioni per il Paese”.  

“Il mio ultimo ringraziamento va a coloro che vi sono vicini. – ha concluso Draghi – Perché tutti gli sport, anche quelli individuali, sono in realtà sport di squadra. Penso ai vostri preparatori, ai vostri compagni di allenamento, al vostro staff tecnico. E anche alle vostre famiglie. Ai Comitati Olimpico e Paralimpico, alle Federazioni. Ai vostri cari che, sono sicuro, hanno fatto più di una rinuncia per aiutarvi a rincorrere i vostri sogni. Auguro a tutti voi – e a tutti a noi – di continuare così.”.

Da video.repubblica.it il 3 settembre 2021. Il nuotatore cinese Zheng Tao, 30 anni, ha conquistato record e vinto 4 medaglie d'oro alle Paralimpiadi di Tokyo: nei 50 dorso, stile libero e farfalla e nella staffetta 4x50 stile libero. Zheng, che ha perso le braccia da bambino per uno choc elettrico, nuota con la forza delle sole gambe. Ha fatto il suo debutto internazionale nel 2010 ai Mondiali di nuoto Paralimpico di Eindhoven, nei Paesi Bassi. L'atleta cinese - idolo assoluto in patria - aveva già vinto l'oro nei 100 dorso a Londra 2012 e a Rio 2016.

Dal Corriere della Sera il 3 settembre 2021. Figlia mia, guardami: posso nuotare molto veloce anche se non ho le braccia!». Una frase che lo ha reso famoso e che ha commosso tutti alle Paralimpiadi di Tokyo: il plurimedagliato Zheng Tao è un nuotatore paralimpico che ha vinto finora 4 medaglie d'oro, pur non avendo le braccia. L'atleta 30enne ha perso entrambi gli arti in un incidente da bambino, ha vinto nel nuoto libero, dorso e farfalla. Tutti i suoi ori individuali sono stati anche record Paralimpici. 

Giulia Zonca per “La Stampa” il 4 settembre 2021. Guardami ovvero non distogliere la vista, non sentirti imbarazzato. L'invito è quello di un padre alla figlia di due anni, ma vale per tutti. È Zheng Tao, 4 ori alle ultime paralimpiadi, 50 stile libero, 50 dorso, 50 farfalla, 4x50 e zero bracciate: «Guardami figlia mia. So andare veloce anche senza braccia». E non chiede di fissare quello che manca, i due moncherini all'altezza delle spalle non definiscono la sua vita, Tao si aspetta che la bambina guardi lui e sia fiera di chi è arrivato dove voleva pure se sembrava impossibile. Lui ha superato il dolore e il rischio di diventare un esaltato convinto di essere super umano dopo aver sconfitto la sorte. Zheng vince ori dal 2012, sbriciola record, fa collezione di gare straordinarie, ma questi sono gli unici Giochi in cui è felice. Davvero soddisfatto. Nuota senza arti superiori, lo fa da sempre, il suo primo tuffo è stato un immersione a 13 anni: credeva di affondare senza possibilità di tenersi a galla e invece ha scoperto di saper volare sull'acqua. Da subito «il pesce volante senza braccia». Un soprannome che sembra il titolo di una fiaba per una storia capace di ispirare un romanzo. Questo ragazzo cinese, stufo di essere straordinario, ha perso le braccia perché da bambino si è lasciato attraversare dalla corrente. Un incidente orrendo che lo poteva uccidere, che lo ha cambiato, però non lo fermato. Da quando ha scoperto che l'acqua è il suo elemento non ha fatto che migliorare ed è entrato in una nazionale che spende parecchio per gli atleti disabili. In Cina sono 85 milioni, quanto la popolazione della Germania, e i centri di alta specialità per chi passa allo sport sono tanti e tecnicamente avanzati. La medaglia di Zheng nei 50 stile libero è la vittoria numero 500 alle Paralimpiadi per la Cina dal 1984 a oggi, solo a Tokyo hanno messo insieme 184 podi. Il Pesce volante ha 30 anni, è abituato ai successi, si allenava 6 giorni a settimana, anche 10 km al giorno, dose da fondista. Poi ha detto basta: «Non faccio che aumentare i carichi, non faccio che spingermi oltre, voglio divertirmi». Ha diminuito la fatica, è rimasto il talento e il piacere di nuotare. Per questo dopo i 50 dorso, specialità in cui parte aggrappato a un telo che regge in un morso, ha guardato la telecamera: «Guardami figlia mia». Ruqi è piccola, a lei viene spontaneo guardare papà e non può ancora capire il messaggio. Forse non ci sarà mai bisogno di spiegarglielo, magari i genitori le leggeranno «Murène», il racconto scritto dalla francese Valentine Goby e ricalcato sulle esperienze del Pesce volante senza braccia. In quelle righe, il ragazzo che ha perso le proprie abitudini e per un attimo crede di aver salutato con loro anche l'identità, impara a nuotare per amore. Zheng lo sapeva già fare e rischiava di farsi bruciare dal suo dono, da quella scossa che prima gli ha tolto le braccia e poi gli si è agitata dentro trasformandolo in moto perpetuo. Senza tregua, senza nessuna possibilità di poter apprezzare i Giochi o godersi i trionfi. A Rio, nel 2016, è diventato famosissimo, la patria gli ha conferito la più alta onorificenza con cui ringraziano i giovani, il premio 4 maggio, dalla data che celebra la protesta studentesca anti imperialista. È tornato da eroe e ha capito che se non avesse trovato una misura avrebbe perso molto più delle braccia, avrebbe compromesso la ragione. Il suo tecnico, anche direttore della squadra di nuoto paralimpica, è il suo mito. Non deve essere stato semplice spiegare a Zhang Honghul che i suoi metodi estremi lo stavano condannando alla tristezza. È la Cina dei risultati a ogni costo eppure l'allenatore legge «Il vecchio e il mare» ai suoi ragazzi: «Un uomo può essere distrutto, non sconfitto», Hemingway dentro l'ideologia comunista e non è certo la prima volta. Zheng ha preteso di più. Ora i km quotidiani non sono dieci, però la passione è raddoppiata e l'oro ha un altro colore. «Guardami», non per vedere l'atleta fenomeno, ma il papà da favola 

Il trionfo sui pregiudizi. Maurizio Crosetti su La Repubblica il 4 settembre 2021. Record di medaglie alle Paralimpiadi. Contro il pietismo e la retorica, oltre le sdolcinature e la zuccherosa bontà, gli atleti paralimpici (e se cominciassimo a chiamarli atleti e basta?) hanno frantumato ieri un altro record, quello delle medaglie vinte: 65. I Giochi di Tokyo, già vissuti per lunghe settimane abbattendo quasi ogni limite con i cosiddetti “normodotati” (verrà il giorno in cui le parole brutte decideranno di autodistruggersi?), ci consegnano infine l’ultimo messaggio: il limite, per qualcuno, semplicemente non esiste. 

Gaia Piccardi per corriere.it il 3 settembre 2021. Adesso che la compassione è finalmente diventata comprensione, possiamo parlare di silenziosa rivoluzione culturale. La pioggia di medaglie italiane alla Paralimpiade di Tokyo (cerimonia di chiusura domenica), sulla scia della trionfale Olimpiade dei quaranta podi di Gimbo Tamberi e dei suoi fratelli, ha portato alla ribalta l’umanità straripante dello sport dei disabili, un magma incandescente che Luca Pancalli, 57 anni, romano, presidente del Comitato Italiano Paralimpico dal 2005 (prima era Federazione italiana sport disabili, dal 2017 il Cip è ente autonomo di diritto pubblico e, in quanto tale, scorporato dal Coni) conosce come la sua vita, terremotata da una caduta da cavallo nel giugno 1981, a Vienna durante un meeting internazionale di pentathlon moderno. Frattura delle vertebre cervicali, lesione midollare, paralisi degli arti inferiori. Aveva 17 anni. 

Il segreto del vostro successo a Tokyo.

«Le società sportive e i corpi militari dello Stato alla base, più le 21 Federazioni del Cip. Tutti hanno fatto il loro dovere». 

Italia stupor mundi.

«Cinquantotto medaglie in nove giorni di Paralimpiade. Italia nona nel medagliere dominato dalla Cina. E non è finita qui: possiamo già dire che abbiamo eguagliato il risultato migliore di tutti i tempi, che al netto della Paralimpiade di Roma ‘60 che non fa testo (23 Paesi, solo 400 atleti, tutti paraplegici) fu Seul 1988. Raccogliamo i frutti di un’azione di politica sportiva intrapresa nei primi anni Duemila. 

No, io non sono sorpreso: se lo fossi, non avrei la consapevolezza di aver lavorato bene. Patologicamente scaramantico come sono, non avevo voluto fare pronostici. Ma lo stupore è tutto degli altri, non mio. E in questi ultimi tre giorni di gare mi aspetto il record. Quello che non era nelle previsioni è altro...». 

A cosa si riferisce?

«Non mi aspettavo l’attenzione che questa Paralimpiade ha generato, la passione del mondo dei media nei nostri confronti».

Un cambio di percezione dell’opinione pubblica, però, grazie a Alex Zanardi e Bebe Vio, c’era già stato.

«Ma Tokyo segna un salto di qualità. Vedo la giusta considerazione che questi atleti azzurri meritano, lasciando perdere pietismo e compassione».

Come se lo spiega?

«Approfittiamo dell’onda generata dai colleghi olimpici: noi, in fondo, siamo l’altra faccia della medaglia dello sport italiano e rappresentiamo quella resilienza che, dopo il lungo lockdown, la crisi economica e la pandemia, si richiede anche al Paese. Lo sport paralimpico regala passione, speranza, è una salvifica luce in fondo al tunnel».

Quasi tutti i medagliati in Giappone si sono raccomandati: non chiamateci eroi.

«A Seul ‘88, la mia seconda Paralimpiade, i titoli sui giornali erano sugli eroi sfortunati. Ci vuole misura nelle cose: non siamo sfigati e non siamo eroi. Siamo atleti. Il riconoscimento del movimento paralimpico passa dalla legittimazione della nostra dignità».

Bebe Vio è il volto internazionale del movimento. Cos’ha in più di tutti gli altri?

«È una forza naturale nel modo in cui comunica spontaneamente e nella trasmissione di energia, è una potenza anche sui social. Ma Bebe è il volto di altri 114 volti, qui a Tokyo tutti meritano attenzione». 

Era al corrente dell’infezione che ha messo a rischio la vita di Bebe?

«Ho seguito la vicenda passo a passo. Sono stati momenti difficilissimi per Bebe e la sua famiglia. Nella sua doppia medaglia c’è lo sfogo alla fine di un periodo terribile». 

Di Bebe colpisce anche l’ironia: c’è rimasto poco da amputare, ha detto al chirurgo che l’ha operata.

«Guardi che questo è un mondo in cui ci si prende molto in giro, c’è un’autoironia sulle proprie sventure di vita comune a tutti. Lo sport insegna a guardare alle tue abilità, non alle disabilità. Girano battute che non immaginereste mai: quello che a voi sembra anormale, qui è tremendamente normale». 

Bebe a parte, c’è una storia di questa Paralimpiade che l’ha colpita particolarmente?

«Ciascun atleta ha una sua singolarità, che ti travolge e sconvolge. Cito per tutti Antonio Fantin, oro nel nuoto, che ha ringraziato la mamma per averlo costretto ad andare in piscina. Ecco le famiglie, nel momento di un trauma importante che ti cambia la vita, sono fondamentali. Io stesso, senza la mia alle spalle, non avrei fatto niente». 

È stato atleta, poi paratleta, ha scritto manuali di diritto, ha fondato il Cip e dato cittadinanza ai disabili in Italia, Pancalli. Qual è il suo più grande talento?

«Non averne... Mi riconosco una grande passione per il lavoro di dirigente sportivo e considero il mio più grande orgoglio Maria Giulia e Alessandro, i miei figli. Ma parliamo degli atleti, preferisco».

Tra un attimo. Lo sport l’ha costretta in sedia a rotelle: l’ha mai odiato?

«Mai, mai, mai. Lo sport mi ha forse tradito ma poi mi ha restituito la consapevolezza di potermi rialzare e rinascere». 

Crede nel destino?

«Credo che ciascuno di noi abbia una missione sulla terra e io, nel mio piccolo, mi sono prefisso di lasciare un segno pur essendo nulla, perché nulla sono. Avevo una visione: dare dignità al movimento paralimpico. Ho avuto alle spalle una squadra che ha seguito un pazzo».

A Tokyo ha dedicato un pensiero a Alex Zanardi, l’ispirazione di tutti.

«Alex è impegnato in una gara durissima, qui in Giappone manca tutto di lui: l’uomo, l’atleta, la sua ironia. Ma quello che ha fatto Alex, lo stanno facendo in tanti: Federico Morlacchi, portabandiera con Bebe, ad esempio, ha preso un ragazzino amputato, Alberto Amodeo, e l’ha portato a vincere un argento nel nuoto a Tokyo».

L’Italia è un Paese gentile con i disabili?

«È un Paese con luci e ombre. Si possono fare molti passi avanti sul diritto allo studio e al lavoro, sull’assistenza a chi non è autosufficiente, sull’erogazione di protesi e ausili ai ragazzini amputati perché l’handbike di Zanardi costa. Iniziamo a rispettare il diritto al posto di chi è da anni nelle liste di collocamento... Dobbiamo continuare a credere nello sport come strumento di welfare anche dopo Tokyo». 

Teme che i riflettori si spengano?

«Si spegneranno eccome, lo so. Però i problemi della disabilità rimangono appesi. Non c’è solo lo sport paralimpico, qui in Giappone sono venuti solo in 114 atleti: c’è lo sport quotidiano come percorso di riabilitazione e benessere. C’è la coscienza di un Paese che deve continuare a riconoscere il diritto di cittadinanza dei disabili. Io spero che chi parla ora, chi cerca i like con le nostre medaglie, non ci abbandoni e resti dalla nostra parte per combattere in favore di politiche sociali che ci riguardino». 

Tornerà alla politica attiva, Pancalli?

«Mi diverto troppo a fare il dirigente sportivo. E poi, invecchiando, ho scoperto che mi piace moltissimo dire quello che penso. Vede, ho tutti i difetti: sono anziano e disabile, ma il privilegio di distribuire qualche vaffa è impagabile».

La sfida delle medaglie con Malagò è ufficialmente stravinta.

«Lo sfottò da spogliatoio ci sta, ma chi vorrebbe sovrapporci sbaglia: dimostra di non conoscere né lo sport olimpico né lo sport paralimpico». 

Quindi la proposta di far svolgere Olimpiadi e Paralimpiadi contemporaneamente è una falsa idea di eguaglianza?

«È un sogno rischioso: tra l’oro di Tamberi e quello di Barlaam prevarrebbe sempre il primo. Il percorso di maturazione culturale non è completato, i disabili gravi verrebbero abbandonati perché sono poco televisivi, nella Paralimpiade invece è giusto che il palcoscenico sia tutto per loro. Essere televisivi non ci interessa. Ci interessa avere rispetto e riconoscimento». 

Rifarebbe tutto?

«Riprenderei la prima corsa della metropolitana alle 6 per attraversare Roma e andare all’Acquacetosa per allenarmi appena uscito dal liceo scientifico su Via Tuscolana, sì. Sono malato di sport da quando ero bambino e non guarirò mai».

È più risalito a cavallo?

«Una volta sola, in un centro di ippoterapia, ma sono smontato subito. Quando sono uscito dai mesi di allettamento, mi sono guardato allo specchio: ricordavo un baldo 17enne tartarugato e invece ho visto un bambino impaurito, che doveva affrontare una vita diversa. Quello sguardo l’ho rivisto in ciascuno dei 114 azzurri di Tokyo». 

Paralimpiadi di Tokyo 2021, il medagliere dell'Italia. Da sport.sky.it il 5 settembre 2021. Alle Paralimpiadi di Tokyo l’Italia ha vinto da subito molte medaglie, superando in pochi giorni quelle ottenute a Rio 2016, per un totale di 69 che l'hanno fatta approdare al nono posto nel medagliere. La squadra italiana è salita almeno una volta sul podio in ben 11 discipline (tiro con l'arco, atletica leggera, canoa, ciclismo, equitazione, judo, tiro a segno, nuoto, tennistavolo, triathlon e scherma). La prima medaglia è arrivata con Francesco Bettella, bronzo nei 100 dorso di nuoto (categoria S1). Mentre il primo oro se l’è aggiudicato Carlotta Gilli che ha trionfato nei 100 delfino (categoria S13). Ecco tutti i successi degli Azzurri. Alle Paralimpiadi di Tokyo l’Italia ha vinto da subito molte medaglie, superando in pochi giorni quelle ottenute a Rio 2016. Il primo metallo è arrivato con Francesco Bettella, bronzo nei 100 dorso di nuoto categoria S1. Mentre il primo oro se l’è aggiudicato Carlotta Gilli che ha trionfato nei 100 delfino (categoria S13). Ecco tutte le medaglie degli Azzurri.

Medaglie d'oro 

1. Carlotta Gilli (nuoto, 100 delfino categoria S13)

2. Francesco Bocciardo (nuoto, 200 stile libero categoria S5)

3. Francesco Bocciardo (nuoto, 100 stile libero categoria S5)

4. Stefano Raimondi (nuoto, 100 rana categoria Sb9)

5. Bebe Vio (fioretto femminile, categoria B)

6. Simone Barlaam (nuoto, 50 stile categoria S9)

7. Arjola Trimi (nuoto, 50 dorso categoria S3)

8. Xenia Francesca Palazzo, Vittoria Bianco, Giulia Terzi e Alessia

Scortechini (nuoto, staffetta 4x100 stile 34 punti)

9. Arjola Trimi (nuoto, 100 stile libero categoria S3)

10. Carlotta Gilli (nuoto, 200 misti categoria Sm13)

11. Giulia Terzi (nuoto, 100 stile libero categoria S7)

12. Antonio Fantin (nuoto, 100 stile libero S6)

13. Luca Mazzone, Paolo Cecchetto, Diego Colombari (handbike, Team Relay)

14. Ambra Sabatini (atletica, 100 m piani classe t63)

Medaglie d’argento

1. Alessia Berra (nuoto, 100 delfino categoria S12)

2. Luigi Beggiato (nuoto, 100 stile categoria S4)

3. Carlotta Gilli (nuoto, 100 dorso categoria S13)

4. Giulia Terzi, Arjola Trimi, Luigi Beggiato, Antonio Fantin (nuoto, staffetta mista 4X50)

5. Carlotta Gilli (nuoto, 400 metri stile libero categoria S13 atleti ipovedenti) 

6. Anna Barbaro e la sua guida Charlotte Bonin (triathlon classe ptvi)

7. Xenia Palazzo (nuoto, 200 misti categoria Sm8)

8. Giulia Terzi (nuoto, 400 stile categoria S7)

9. Giulia Ghiretti (nuoto, 100 metri rana SB4)

10. Ionela Andreea Mogos, Loredana Trigilia e Bebe Vio (fioretto femminile a squadre)

11. Antonio Fantin, Simone Ciulli, Simone Barlaam e Stefano Raimondi (nuoto, staffetta 4x100 stile maschile)

12. Assunta Legnante (disco femminile F11, atleti ipovedenti)

13. Fabrizio Cornegliani (ciclismo, H1)

14. Luca Mazzone (ciclismo, H2)

15. Francesca Porcellato (ciclismo, H1-3)

16. Giorgio Farroni (ciclismo, T1-2)

17. Alberto Amodeo (nuoto, 400 stile libero, categoria S8)

18. Stefano Raimondi (nuoto, 100 delfino, categoria S10)

19. Luca Mazzone (ciclismo, H1-2)

20. Antonio Fantin (nuoto, 400 stile libero, categoria S6)

21. Simone Barlaam (nuoto, 100 metri farfalla, categoria S9)

22. Stefano Raimondi (nuoto, 100 metri dorso, categoria S10)

23. Vincenza Petrilli (tiro con l'arco, classe open categoria W2)

24. Arjola Trimi (nuoto, 50 stile libero, categoria S4)

25. Martina Caironi (atletica, salto in lungo, categoria T63)

26. Assunta Legnante (atletica, lancio del peso, categoria F12)

27. Stefano Raimondi (nuoto, 200 misti, categoria Sm10)

28. Elisabetta Mijno e Stefano Travisani (tiro con l'arco a squadre miste )

29. Martina Caironi (atletica, 100 m piani categoria T63)

Medaglie di bronzo

1. Francesco Bettella (nuoto, 100 dorso categoria S1)

2. Monica Boggioni (nuoto, 100 stile categoria S4)

3. Monica Boggioni (nuoto, 200 metri stile categoria S1)

4. Sara Morganti (equitazione, dressage individuale, grado 1)

5. Veronica Yoko Plebani (triathlon classe pts2)

6. Stefano Raimondi (nuoto, 100 stile categoria s10)

7. Giovanni Achenza (triathlon, categoria ptwc)

8. Carlotta Gilli (nuoto, 50 stile categoria S13)

9. Carolina Costa (judo, categoria +70kg)

10. Maria Andrea Virgilio (tiro con l'arco compound individuale femminile)

11. Andrea Liverani (carabina mista 10 metri standing Sh2)

12. Oney Tapia (atletica, getto del peso)

13. Sara Morganti (equitazione, dressage individuale freestyle, grado 1)

14. Xenia Palazzo (nuoto, 400 metri stile libero categoria S8)

15. Michela Brunelli, Giada Rossi (tennis tavolo)

16. Katia Aere (ciclismo su strada, H5)

17. Xenia Palazzo (nuoto, 50 stile libero categoria S8)

18. Oney Tapia (lancio del disco categoria F11)

19. Francesco Bettella (nuoto, 50 metri dorso, categoria S1)

20. Luigi Beggiato (nuoto, 50 stile, categoria S4)

21. Ndiaga Dieng (atletica, 1.500 metri, categoria T20)

22. Federico Mancarella (kayak, categoria KL2)

23. Giulia Terzi (nuoto, 50 farfalla, categoria S7)

24. Monica Boggioni (nuoto, 200 misti, categoria Sm5)

25. Riccardo Menciotti, Stefano Raimondi, Simone Barlaam, Antonio Fantin (nuoto, staffetta 4x100 mista)

26.  Monica Graziana Contrafatto (atletica, 100 m piani categoria T63)

Il medagliere delle Paralimpiadi di Tokyo 2021

Cina: 96 oro, 60 argento, 51 bronzo (206 totali)

Gran Bretagna: 41 oro, 38 argento, 45 bronzo (124 totali)

Stati Uniti: 37 oro, 36 argento, 31 bronzo (104 totali)

CPR: 36 oro, 33 argento, 49 bronzo (118 totali) 

Olanda: 25 oro, 17 argento, 17 bronzo (59 totali)

Ucraina: 24 oro, 47 argento, 27 bronzo (98 totali) 

Brasile: 22 oro, 20 argento, 30 bronzo (72 totali)

Australia: 21 oro, 29 argento, 30 bronzo (80 totali)

ITALIA: 14 oro, 29 argento, 26 bronzo (69 totali) 

Azerbaigian: 14 oro, 1 argento, 4 bronzo (19 totali) 

Paralimpiadi 2021, tutte le medaglie dell'Italia a Tokyo. Da sport.sky.it il 5 settembre 2021. Salgono a 69 le medaglie azzurre alle Paralimpiadi. Storico podio italiano nei 100 metri (classe T63): Ambra Sabatini conquista l'oro con record del mondo davanti a Martina Caironi e Monica Contrafatto. Argento per la coppia Elisabetta Mijno-Stefano Travisani nel tiro con l'arco a squadre miste. Una spedizione memorabile per i nostri atleti: battuto nettamente il bottino di Rio 2016 (39 medaglie) e superato il record di sempre che durava da Seul 1988. Ecco tutti i trionfi dell'Italia a Tokyo

AMBRA SABATINI (atletica): ORO 100 metri T63. Memorabile gara dei 100 metri per le azzurre: la 19enne originaria di Livorno e residente a Porto Ercole (Grosseto) sale sul gradino più alto del podio correndo in 14''11, nuovo record del mondo. Migliorato il suo precedente primato (14''39)

MARTINA CAIRONI (atletica): ARGENTO 100 metri T63. Alle spalle di Sabatini ecco la 31enne originaria di Alzano Lombardo (Bergamo) e residente a Bologna, che chiude col tempo di 14''46 dopo che aveva corso in batteria il record del mondo (14''37) migliorato proprio da Ambra in finale

MONICA CONTRAFATTO (atletica): BRONZO 100 metri T63. Completa il podio la 40enne originaria di Gela (Caltanissetta) e residente a Roma, che regala una storica tripletta in 14''73. Giornata memorabile anche per Monica, ex bersagliere che ha perso una gamba in combattimento in Afghanistan

ELISABETTA MIJNO e STEFANO TRAVISANI (tiro con l'arco): ARGENTO squadre miste. L'Italia ha ottenuto l'argento nella finale di tiro con l'arco a squadre miste alle Paralimpiadi di Tokyo. La Russia ha sconfitto per 5-4 la coppia azzurra formata da Elisabetta Mijno, di Moncalieri (Torino) e dal milanese Stefano Travisani. 

MENCIOTTI, RAIMONDI, BARLAAM, FANTIN (nuoto): BRONZO 4X100 MISTI. Bronzo anche per la 4×100 misti maschile (34 punti). Azzurri in testa fino ai 300 metri, poi scivolano indietro ma salgono sul podio col tempo di 4:11.20. Vince la Russia col record del mondo (4:06.59), argento per l'Australia (4:07.70).

MONICA BOGGIONI (nuoto): BRONZO 200 MISTI. Spettacolare terzo posto nei sui 200 misti categoria SM5 per Monica Boggioni che chiude col tempo di 3:39.50, appena davanti a Giulia Ghiretti (3:40.88). Doppietta cinese con Dong Lu (3:20.53) e Jiao Cheng (3:20.80).

GIULIA TERZI (nuoto): BRONZO 50 FARFALLA. Ennesima medaglia dal nuoto, ancora un podio per Giulia Terzi che conquista il terzo posto nei 50 farfalla e porta il totale delle medaglie dell'Italia a 63

STEFANO RAIMONDI (nuoto): ARGENTO 200 MISTI. Ancora una medaglia per Stefano Raimondi che conquista l'argento nei 200 dorso alle spalle di un imbattibile Krypak (Ucraina). Per l'Italia si tratta della 36^ medaglia (sulle 62 finora) ottenute nel nuoto

FEDERICO MANCARELLA (canoa): BRONZO KL2.   Gioie anche dalla canoa: terzo posto e medaglia di bronzo per il nostro Federico Mancarella nella categoria KL2

ASSUNTA LEGNANTE (atletica): ARGENTO getto del peso F12. Dopo due ori di fila, stavolta arriva l'argento (14.62) per Assunta Legnante nel getto dei peso, categoria F12 femminile, ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020. Prima sconfitta in un grande evento per l'azzurra dal 2012. Vince l'uzbeka Safiya Burkhanova. Per la Legnante è il secondo argento in questi Giochi dopo il secondo posto nel lancio del disco

NDIAGA DIENG (atletica): BRONZO 1.500 metri T20. Arriva dall'atletica la medaglia che permette all'Italia di stabilire il record di sempre alle Paralimpiadi. Con il bronzo di Ndiaga Dieng nei 1.500, categoria T20, gli azzurri arrivano a quota 59 medaglie superando il primato che durava da Seul 1988

MARTINA CAIRONI (atletica): ARGENTO salto in lungo T63. Il medagliere azzurro si arricchisce ancora. Piazzamento che arriva dall'atletica: Martina Caironi ha conquistato il secondo posto nella prova di salto in lungo, categoria T63

ARJOLA TRIMI (nuoto): ARGENTO 50 metri stile libero S4. Dopo l'oro nei 50 dorso e nei 100 stile libero e l'argento nella staffetta 4x50 stile libero, arriva un'altra medaglia per Arjola Trimi, seconda nei 50 metri stile libero S4. Per la nuotatrice azzurra record del mondo (40.32)

LUIGI BEGGIATO (nuoto): BRONZO 50 metri stile libero S4. Un'altra medaglia per il nuotatore azzurro, terzo nei 50 stile libero categoria S4. Finora aveva conquistato due argenti, nei 100 stile e nella staffetta mista 4x50

VINCENZA PETRILLI (tiro con l'arco): ARGENTO.   L'atleta calabrese vince la medaglia d'argento nella finale individuale femminile di arco ricurvo

FRANCESCO BETTELLA (nuoto): BRONZO 50 metri dorso S1. Secondo bronzo anche per il 32enne Bettella, che era stato il primo a conquistare una medaglia per l'Italia in questa edizione dei giochi. Dopo il terzo posto nei 100 dorso, stesso piazzamento anche nei 50

STEFANO RAIMONDI (nuoto): ARGENTO 100 metri dorso S10. Quinta medaglia a questi Giochi paralimpici per il 23enne di Verona, che ha conquistato il secondo posto nei 100 metri dorso S10

SIMONE BARLAAM (nuoto): ARGENTO 100 farfalla categoria S9. Già oro e recordman paralimpico nei 50 stile libero categoria S9, Simone Barlaam aggiunge anche la medaglia d'argento nei 100 farfalla categoria S9

ANTONIO FANTIN (nuoto): ARGENTO 400 stile libero categoria S6. Quarta medaglia a Tokyo 2020 per Antonio Fantin. Già oro nei 200 stile libero, ha ottenuto il secondo posto nei 100 sl, categoria S6

ITALIA (ciclismo): ORO prova in linea H1-5 mista. Vittoria straordinaria per gli azzurri dell'handbike nella gara a squadre con il terzetto formato da Paolo Cecchetto, Luca Mazzone e Diego Colombari (in ordine di partenza). L'Italia, che ha chiuso col crono di 52:32, si conferma campione paralimpica e conquista un altro oro dopo quello ottenuto a Rio 2016, quando in gara c'erano Mazzone, Podestà e Zanardi, al quale è andata la dedica del trionfo

ONEY TAPIA (atletica): BRONZO lancio del disco categoria F11. Nuova medaglia per l'italo-cubano Oney Tapia ai Giochi paralimpici di Tokyo. L'azzurro ha conquistato il bronzo nel lancio del disco categoria F11 con la misura di 39.52. Sul gradino più alto del podio il brasiliano Alessandro Rodrigo da Silva, argento per l'iraniano Mahdi Olad. È il secondo bronzo questo per Tapia dopo quello conquistato nel getto del peso.

ANTONIO FANTIN (nuoto): ORO (e record del mondo) 100 stile libero categoria S6. Nuova medaglia d'oro per l'Italia alle Paralimpiadi di Tokyo. A dare una nuova gioia allo sport italiano in Giappone è Antonio Fantin con l'oro conquistato e il record del mondo nei 100 stile libero S6. Colpito nel febbraio 2005 all'età di tre anni e mezzo da una MAV (fistola artero-venosa), si avvicina al mondo del nuoto come forma di riabilitazione post-operatoria. Nel palmares personale già 3 ori Mondiali e 8 Europei. A Tokyo già due argenti nelle staffette 4x100 e 4x50 sl. 

KATIA AERE (ciclismo): BRONZO gara su strada categoria H5. Katia Aere è medaglia di bronzo nella gara di handbike femminile categoria H5 ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020. Nata a Spilimbergo (Pordenone) il 28 agosto 1971 e ha compiuto 50 anni proprio pochi giorni fa durante la Paralimpiade giapponese. E' questa la sua prima partecipazione assoluta ai Giochi: vanta già due bronzi (crono e su strada) ottenuti lo scorso giugno ai Campionati mondiali di Cascais. 

MICHELA BRUNELLI e GIADA ROSSI (tennistavolo): BRONZO a squadre classe 1-3. Medaglia di bronzo a squadre per Michela Brunelli e Giada Rossi in classe 1-3 alle Paralimpiadi di Tokyo 2020. Il bronzo riporta l'Italia su quel podio femminile a tredici anni dall'argento di Pechino 2008, dopo i quarti posti di Londra 2012 e Rio 2016.

LUCA MAZZONE (ciclismo): ARGENTO nella gara su strada categoria H1-2. Nuova medaglia per Luca Mazzone, che aveva già conquistato un argento nella cronometro H2, finendo dietro per appena 26 centesimi allo spagnolo Sergio Garrote. La nuova medaglia arriva nella gara su strada H1-2 alle Paralimpiadi di Tokyo.

XENIA PALAZZO (nuoto): BRONZO 50 metri stile libero S8. Quarta medaglia della 23enne di Verona a questi Giochi, dopo l'argento nei 200 misti, l'oro nella staffetta 4X100 stile libero e il bronzo nei 400 stile libero

STEFANO RAIMONDI (nuoto): ARGENTO 100 metri farfalla categoria S10. Stefano Raimondi ha conquistato l'argento nei 100 metri farfalla di nuoto categoria S10 (menomazioni fisiche). Il 23enne di Verona ha così ottenuto la sua quarta medaglia a questi Giochi Paralimpici

GIULIA TERZI (nuoto): ORO 100 metri stile libero categoria S7. Giulia Terzi ha ottenuto l'oro nei 100 metri stile libero femminile di nuoto categoria S7 (menomazioni fisiche), stabilendo inoltre il record paralimpico. E' la quarta medaglia per la 26enne bergamasca, dopo l'oro nella staffetta 4X100 stile libero e gli argenti nella staffetta 4X50 stile libero e nei 400 stile libero

XENIA PALAZZO (nuoto): BRONZO 400 metri stile libero categoria S8. L'azzurra ha conquistato il bronzo nei 400 metri stile libero femminile categoria S8 (menomazioni fisiche). E' la terza medaglia della 23enne di Verona a questi Giochi, dopo l'argento nei 200 misti e l'oro nella staffetta 4X100 stile libero. Per l'Italia si tratta della la 41^ medaglia

ALBERTO AMODEO (nuoto): ARGENTO 400 metri stile libero categoria S8. L'azzurro ha chiuso con il tempo di 4’25”93 che segna anche il suo nuovo primato personale. Oro al russo Nikolaev, a chiudere il podio lo statunitense Torres

GIORGIO FARRONI (ciclismo): ARGENTO cronometro categoria T1-2. Splendido argento da parte del 44enne di Fabriano (27:49.78), la medaglia d’oro è andata al cinese Jianxin Chen, terzo il belga Tim Celen

FRANCESCA PORCELLATO (ciclismo): ARGENTO cronometro categoria H1-H3. L’azzurra chiude la gara in 33:30.52 arrivando alle spalle della tedesca Annika Zeyen (32:46.97). La polacca Renata Kaluza completa il podio.

LUCA MAZZONE (ciclismo): ARGENTO cronometro categoria H2. L’azzurro è secondo nella cronometro H2 per appena 26 centesimi. Il nostro portacolori col crono di 31:23.79 arriva dietro allo spagnolo Sergio Garrote  

FABRIZIO CORNEGLIANI (ciclismo): ARGENTO cronometro categoria H1. Secondo posto per l’azzurro nella cronometro H1 col tempo di 45:44.56. Oro al sudafricano Nicolas Pieter du Preez, terzo il belga Maxime Hordies (47:01.23).

ASSUNTA LEGNANTE (atetica): ARGENTO lancio del disco (atleti ipovedenti). Assunta Legnante conquista l'argento nel lancio del disco femminile, classe sportiva F11 con la misura di 40.25 che le vale il nuovo primato europeo, oro alla cinese Liangmin Zhang.

SARA MORGANTI (equitazione): BRONZO dressage individuale freestyle (grado 1). Sara Morganti ottiene il bronzo nella prova di equitazione del dressage individuale freestyle (grado 1). In sella al cavallo Royal Delight, ha totalizzato il punteggio di 81.100, dietro all'americana Roxanne Trunnel (86.927) e al lettone Rihards Snikus (82.087). E' la sua seconda medaglia di bronzo in questi Giochi. 

ONEY TAPIA (atletica): BRONZO getto del peso categoria F11. Oney Tapia conquista il bronzo nel getto del peso con la misura di 13.60 metri. Oro all'iraniano Mahdi Olad (14.43) e argento per il brasiliano Alessandro Rodrigo da Silva (13.89)

ITALIA (nuoto): ARGENTO staffetta 4x100 stile libero maschile. Argento per l'Italia nella staffetta maschile 4X100 stile libero, davanti all'Ucraina e dietro all'Australia, che ha stabilito il nuovo record del mondo. Il quartetto azzurro è composto da Antonio Fantin, Simone Ciulli, Simone Barlaam e Stefano Raimondi.

CARLOTTA GILLI (nuoto): ORO 200 metri misti Sm13. Carlotta Gilli centra l'oro nei 200 misti di nuoto nella categoria Sm13 (ipovedenti), stabilendo il nuovo record del mondo. Quella ottenuta dalla 20enne azzurra è la sua quinta medaglia a questi Giochi, la trentunesima per l'Italia.

ARJOLA TRIMI (nuoto): ORO 100 metri stile libero S3. Arjola Trimi conquista l'oro nei 100 stile libero di nuoto categoria S3. E' la seconda medaglia d'oro individuale della 34enne di Milano (dopo quella nei 50 dorso), che ha preceduto l'americana Leanne Smith e la russa Iuliia Shishova.

ANDREA LIVERANI (tiro a segno): BRONZO carabina mista 10 metri. La seconda medaglia agli azzurri, nella sesta giornata dei Giochi Paralimpici, la regala Andrea Liverani. L'italiano ha conquistato il bronzo nella carabina mista 10 metri standing Sh2. Il 31enne milanese si è piazzato dietro allo svedese Philip Jonsson (oro) e allo sloveno Francek Gorazd Tirsek (argento)

MARIA ANDREA VIRGILIO (tiro con l'arco): BRONZO individuale femminile. Arriva dal tiro con l'arco la prima medaglia per l'Italia nella sesta giornata dei Giochi Paralimpici di Tokyo. Nella finale per il bronzo del compound open, Maria Andrea Virgilio batte la russa Artakhinova per 142-139. La medaglia d’oro è stata vinta dalla britannica Phoebe Paterson Pine 

ITALIA (scherma): ARGENTO fioretto femminile a squadre. L’Italia nel fioretto a squadre femminile conquista l’argento. Vince in finale la Cina 45-41. Il team azzurro, composto da Bebe Vio, Loredana Trigilia e Ionela Andreea Mogos, migliora il bronzo conquistato nel 2016 a Rio.

ITALIA (nuoto): ORO staffetta femminile 4x100 stile libero (34 punti). L'Italia ha vinto la medaglia d'oro nella staffetta femminile 4X100 stile libero (34 punti). La squadra azzurra, formata da Xenia Francesca Palazzo, Vittoria Bianco, Giulia Terzi e Alessia Scortechini, si era classificata al secondo posto, alle spalle degli Stati Uniti, ma ha beneficiato della squalifica delle avversarie per cambio errato. Di 4'24"85 il tempo della staffetta italiana. Australia e Canada sul podio.

GIULIA GHIRETTI (nuoto): ARGENTO 100 metri rana SB4. Rimonta impressionante di Giulia Ghiretti che, con il tempo di 1'50"36, ottiene la medaglia d'argento nei 100 metri rana femminile SB4. L'oro è stato vinto dall'ungherese Fanni Illes (qui nella foto abbracciata all'azzurra) con il tempo di 1'44"41. Il bronzo è andato alla cinese Cuan Yao (1'50"77). 

CAROLINA COSTA (judo): BRONZO categoria +70kg. Medaglie azzurre anche dal judo, dove Carolina Costa ottiene la medaglia di bronzo nella categoria +70 kg, classe B2. E' un ippon a decidre la sfida tra la judoka siciliana e l'ucraina Anastasiia Harnyk (10-0). 

CARLOTTA GILLI (nuoto): BRONZO 50 metri stile libero S13. Un'altra medaglia a Tokyo per Carlotta Gilli, che ottiene il bronzo nei 50 stile libero, categoria S13. L'azzurra ha chiuso con il tempo di 27"07. La medaglia d'oro è stata vinta dalla brasiliana Maria Carolina Gomes Santiago (26"82). Argento alla russa Anna Krivshina (27"06). 

ARJOLA TRIMI (nuoto): ORO 50 metri dorso S3. Il settimo oro per l'Italia alle Paralimpiadi di Tokyo porta la firma di Arjola Trimi, che trionfa nella gara dei 50 dorso categoria S3. L'azzurra, con il tempo di 51"34, ha preceduto la britannica Ellie Challis (55"11) e la russa Iuliia Shishova (57"03). 

SIMONE BARLAAM (nuoto): ORO 50 metri stile libero S9. Simone Barlaam ha vinto la medaglia d'oro nella gara dei 50 stile libero categoria S9. Il milanese ha stabilito il nuovo primato paralimpico con il tempo 24"71. Barlaam ha preceduto, sul traguardo, rispettivamente Denis Tarasov, della RPC (24"99) e lo statunitense Jamal Hill (25"19). 

GIULIA TERZI (nuoto): ARGENTO 400 metri stile libero S7. Giulia Terzi ha ottenuto la medaglia d'argento nei 400 metri stile libero femminile categoria S7. La milanese, con il tempo di 5'06"32, è stata battuta solo dalla statunitense McKenzie Coan (qui sorridente nella foto), che si è imposta in 5'05"84. Bronzo all'altra americana Julia Gaffney, in 5'11"89. 

GIOVANNI ACHENZA (triathlon): BRONZO categoria PTWC.  La diciannovesima medaglia per l'Italia, la terza dal triathlon, arriva con il bronzo di Giovanni Achenza, 50 anni, nella categoria ptwc. La gara è stata vinta dall'olandese Jetze Plat, che bissa il trionfo di cinque anni fa. Medaglia d'argento per l'austriaco Florian Brungraber.

BEBE VIO (scherma): ORO fioretto individuale categoria B. Bebe Vio conquista l’oro nella finale di fioretto femminile, categoria B, bissando così il successo a Rio de Janeiro nelle Paralimpiadi del 2016. Come 5 anni fa, battuta ancora una volta la cinese Jingjing Zhou 15-9. La 24enne veneta in semifinale aveva battuto per 15-4 la russa Ludmila Vasileva e ai quarti di finale la georgiana Irma Khetsuriani per 15-6.

XENIA PALAZZO (nuoto): ARGENTO 200 metri misti categoria Sm8.   Xenia Palazzo conquista l'argento nei 200 misti di nuoto categoria Sm8. Quella della 23enne residente a Verona, nata a Palermo, è la 17/a medaglia dell'Italia a questi Giochi. Davanti a lei, a sei secondi, l'americana Jessica Long. Terza la russa Mariia Pavlova  

STEFANO RAIMONDI (nuoto): BRONZO 100 stile libero categoria s10. Stefano Raimondi ha conquistato il bronzo nei 100 stile libero di nuoto categoria s10. Giovedì aveva vinto l'oro nei 100 rana Sb9. 

ANNA BARBARO (triathlon): ARGENTO classe PTVI. Anna Barbaro e la sua guida Charlotte Bonin hanno vinto la medaglia d'argento nel triathlon classe PTVI alle Paralimpiadi di Tokyo. La gara è stata vinta dalle spagnole Susana Rodriguez e Sara Loehr. Bronzo alle francesi Annouck Curzillat e Celine Bousrez.

VERONICA YOKO PLEBANI (triathlon): BRONZO classe PTS2. Medaglia di bronzo per Veronica Yoko Plebani, 25 anni, nel triathlon femminile classe PTS2 alle Paralimpiadi di Tokyo. La gara è stata vinta dalla statunitense Allysa Seely, seguita dalla connazionale Hailey Danz.

CARLOTTA GILLI (nuoto): ARGENTO, 400 metri stile libero S13 (ipovedenti). Soprannominata Wondergilli, è il terzo podio della ventenne di Moncalieri (Torino) in questi Giochi (aveva già conquistato un oro e un argento). Ventenne, studentessa in Scienze e Tecniche Psicologiche, nata con la malattia di Stargardt, una retinopatia degenerativa che l'ha fatta diventare ipovedente. 

SARA MORGANTI (equitazione): BRONZO, dressage individuale (grado 1). La medaglia nell'equitazione vinta dalla 45enne di Castelnuovo di Garfagnana (Lucca) è la prima non nel nuoto, e la dodicesima della spedizione azzurra in ordine cronologico. Sara Morganti è affetta da sclerosi multipla (primariamente progressiva) dall'età di diciannove anni. Nel 2018 aveva vinto due medaglie d'oro ai World Equestrian Games negli Usa.

GIULIA TERZI, ARJOLA TRIMI, LUIGI BEGGIATO, ANTONIO FANTIN (nuoto): ARGENTO, staffetta mista 4x50

CARLOTTA GILLI (nuoto): ARGENTO 100 metri femminili dorso S13 (ipovedenti). Ventenne di Moncalieri, studentessa in Scienze e Tecniche Psicologiche, nata con la malattia di Stargardt, una retinopatia degenerativa che l'ha fatta diventare ipovedente. Soprannominata Wondergilli, domina da anni la categoria e vanta già diversi titoli mondiali. Per lei anche un oro a queste Paralimpiadi

STEFANO RAIMONDI (nuoto): ORO 100 rana maschile Sb9 (atleti con menomazioni fisiche). Ventitre anni, veronese, replica il successo ai Mondiali di Londra nel 2019, dove vinse 3 ori

LUIGI BEGGIATO (nuoto): ARGENTO 100 stile libero maschile S4 (atleti con menomazioni fisiche). Sfuma l'oro per il 23enne padovano, campione italiano sulle distanze dei 50, 100 e 200m: primo al passaggio dei 50 metri, è stato superato solo nel finale dal giapponese Suzuki

MONICA BOGGIONI (nuoto): BRONZO 100 stile libero femminile S4 (atleti con menomazioni fisiche). Pavese, 23 anni, studia Biotecnologie all'Università. All’età di circa un anno le è stata diagnosticata una leucomalacia periventricolare, dovuta ad una sofferenza cerebrale, che ha dato come esito una diplegia spastica agli arti inferiori, aggravata poi all’età di 17 anni da una distonia agli arti superiori. Già due medaglie per lei a queste Paralimpiadi

FRANCESCO BOCCIARDO (nuoto): ORO 100 stile libero maschile S5 (atleti con menomazioni fisiche). Genovese, 27 anni, affetto da diplegia spastica, laureato in Scienze dell'amministrazione, è impiegato nel settore della meccatronica. Anche per lui, due medaglie a queste Paralimpiadi (due ori)

MONICA BOGGIONI (nuoto): BRONZO 200 stile libero femminile S5 (atleti con menomazioni fisiche)

FRANCESCO BOCCIARDO (nuoto): ORO 200 stile libero maschile S5 (atleti con menomazioni fisiche). Per il suo primo oro a queste Paralimpiadi, ha battuto lo spagnolo Ponce dandogli oltre 8'' e stabilendo il nuovo record paralimpico

CARLOTTA GILLI (nuoto): ORO 100 metri femminili farfalla S13 (ipovedenti). Oro con Record paralimpico per la ventenne di Moncalieri

ALESSIA BERRA (nuoto): ARGENTO 100 metri femminili farfalla S13 (ipovedenti). Ventisette anni, nata a Monza, vive in provincia di Milano, dove fa anche l'istruttrice di nuoto. Ipovedente, in quanto affetta da maculopatia

FRANCESCO BETTELLA (nuoto): BRONZO 100 metri dorso maschile S1 (atleti con menomazioni fische). La prima medaglia italiana alle Paralimpiadi arriva dal 32enne di Padova che già a Rio de Janeiro aveva portato a casa un argento nella stessa disciplina. Ingegnere biomeccanico, tetraplegico, studia lui stesso modelli matematici per andare più veloce riducendo l'attrito dell'acqua

Stabilito anche il nuovo record del mondo. Chi sono Caironi, Contrafatto e Sabatini, storica tripletta nei 100 metri alle Paralimpiadi di Tokyo. Redazione su Il Riformista il 4 Settembre 2021. Una storica tripletta azzurra nella finale dei 100 metri femminili categoria T63 (atleti con protesi a un arto) alle Paralimpiadi di Tokyo. Un orgoglio tutto italiano proprio nel giorno di chiusura della manifestazione di Tokyo. Le tre medaglie portano il bottino dell’Italia nei giochi paraolimpici a quota 69: 14 ori, 29 argenti e 26 bronzi. L’ultimo trionfo italiano viene dall’impresa di Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Contrafatto, oro, argento e bronzo dei 100 metri. Una gara simbolo, dove si intrecciano storie di personali legati all’attualità internazionale.

Dalla Lombardia alla Sicilia. Ambra Sabatini, originaria di Porto Ercole, in Toscana, è la più giovane. Ha 19 anni e con un clamoroso 14″11 vince l’oro stabilendo il record mondiale e strappa il primo posto a Martina Caironi, originaria di Alzano Lombardo (Bergamo) e residente a Bologna, con un tempo di 14″46. Entrambe fanno parte delle Fiamme Gialle. La Capitana della squadra, che è già argento nel lungo, guarda già con sfida a Parigi 2024, dove si terrà il prossimo appuntamento olimpico e paraolimpico. Sul podio, al gradino più basso, l’atleta che ha più storia alle spalle. Monica Graziana Contrafatto, 40enne originaria di Gela, in provincia di Caltanissetta, e residente a Roma, ha segnato un tempo di 14″73.

Forza e determinazione. La giovane campionessa Ambra Sabatini ha sempre corso sulla pista nel mezzofondo. L’incidente in moto nel 2019 le ha fatto cambiare la specialità di corsa. Ispirata dalla sua capitana Caironi, di cui aveva già visto le corse paralimpiche, ha iniziato gli allenamenti nella nuova disciplina. In pista ha conosciuto la sua mentore, a cui dedica ogni vittoria. La campionessa lombarda Martina Caironi ha perso una gamba a 18 anni per un incidente in moto. Giocava a pallavolo, ma ha deciso di cambiare sport e cominciare con l’atletica. Ha vinto l’oro nei 100 m a Londra e Rio, dove è stata la portabandiera e ha aggiunto l’argento nel lungo. Impegnata nel sociale, è testimonial dell’Esa, l’agenzia Spaziale Europea.

Il dolore dell’Afghanistan. Dopo la vittoria del bronzo Monica Graziana Contrafatto ha dedica la medaglia all’Afghanistan, paese finito nel caos dopo la conquista del paese da parte dei talebani lo scorso 15 agosto. “Voglio dedicare la mia medaglia a quell’altro Paese che mi ha tolto qualcosa ma in realtà mi ha dato tanto” ha detto l’atleta ai microfoni di Rai Sport. Circa dieci anni fa, il 24 marzo del 2012, Contrafatto, primo caporal maggiore del I Reggimento bersaglieri, era impegnata nella sua seconda missione in Afghanistan dove è stata vittima di un attentato terroristico alla base italiana nel distretto del Gulistan: qui le schegge di tre bombe l’hanno ferita provocandone l’amputazione della gamba destra.

I complimenti di Jacobs. Emozionante e grintosa, la storica tripletta azzurra ha fatto divertire un altro campione, Marcel Jacobs. “Grazie per avermi fatto emozionare” ha scritto su Instagram il campione del mondo olimpico, congratulandosi con le tre atlete paralimpiche.

Da gazzetta.it il 4 settembre 2021. “Il sogno sarebbe una tripletta ai Giochi”. L’aveva detto Martina Caironi poche settimane fa, agli Europei di Bydgoszcz. L’hanno combinata grossa le ragazze (veloci) d’Italia. Ai Giochi paralimpici di Tokyo: è tris nei 100 (cat. t63), oro, argento e bronzo a colorare una giornata indimenticabile per lo sport italiano. L’oro è di Ambra Sabatini, 19enne toscana di Porto Ercole capace di migliorare ancora il record del mondo (14”11). Poi la veterana, la campionessa olimpica di Londra e Rio, Martina Caironi. E il bronzo è di Monica Contrafatto, che dedica la medaglia all’Afghanistan, dove era rimasta ferita quando era in missione militare: “Perché quello che mi è successo mi ha tolto molto ma mi ha dato di più”. Il 5 giugno 2019 la Sabatini fu travolta da un’auto mentre era in scooter con il papà diretta agli allenamenti di atletica sulle strade dell’Argentario. Dopo l’amputazione della gamba sinistra sopra il ginocchio i suoi obiettivi sono cambiati. Prima con nuoto e ciclismo, poi con la sua atletica - è stata campionessa regionale di 800 e 1500 -, fino al capolavoro di oggi. E’ stata una finale complicata dalla pioggia. “Non avete idea” ammette la Caironi, che incorona la Sabatini per il futuro. “Il livello tecnico oggi è alto. Ambra, a 19 anni, ha fatto quel che io ho fatto in una carriera” diceva alla vigilia dei Giochi la 31enne bergamasca che nel 2007 è rimasta vittima di un incidente in motorino ha subito l’amputazione della gamba sinistra e ha dovuto reimparare a camminare. “Ma non mi brucia, tutt’altro, è il riconoscimento a tante battaglie portate avanti. Adesso c’è attenzione al nostro mondo, anche mediatica. Sono stati introdotti i premi in denaro, in Nazionali abbiamo medici, fisioterapisti e infermieri, alcuni di noi sono aiutati da manager e sponsor. E sono solo esempi. Conta più del fatto che qualcuno mi possa battere. Lo sport, in fondo, è competitività. Gelosa? Orgogliosa”.

Claudio Arrigoni per “La Gazzetta dello Sport” il 5 settembre 2021. « We have wings», noi abbiamo le ali. Per volare anche se dicono che non si può fare. Le troviamo dentro e fuori di noi. Era il giorno della cerimonia che apriva una delle più strane e belle Paralimpiadi di sempre e quelle parole risuonavano forti dentro lo Stadio di Tokyo a esprimere il significato dei dieci giorni magnifici che sarebbero arrivati. Niente di più vero. Nella notte giapponese che precede la chiusura, c'è la musica a suonare ancora più forte nello stadio. Volare Come è accaduto nei giorni olimpici. E Volare (Nel blu dipinto di blu è il titolo della canzone resa famosa da Domenico Modugno) questa volta lo intonano tre ragazze magiche che davvero lo hanno fatto sulla pista dei sogni: Ambra Sabatini, Martina Caironi, Monica Contrafatto sono davvero «felici di stare lassù», come cantano nella notte che hanno illuminato di una luce che mai si spegnerà nel loro cuore. Una gara che è già leggenda anche se è ancora storia. Una tripletta mai vista per un podio tutto italiano dei 100 metri della categoria che è di tutte e tre, amputate di gamba sopra il ginocchio. Ambra Sabatini, la nuova sensazione paralimpica, che batte Martina Caironi, doppio oro su questa distanza fra Londra e Rio, correndo in maniera pazzesca sotto la pioggia di Tokyo, oro e record mondiale con 14"11, piangendo per l'emozione prima di tagliare il traguardo come è giusto per una esordiente come lei: «Le mie lacrime sulla linea di arrivo rappresentavano il riscatto di questi due anni, dall'incidente in poi. Ora finalmente mi sento completa». Martina, sua amica e mentore, che sembra quasi più contenta di lei anche se la sua è «solo» la medaglia d'argento: «Sono stata battuta da una grande avversaria. Ma il bello è che tutte e tre siamo legate l'una all'altra. Ecco perché è ancora più bello vincere», dice mentre mima l'incoronazione della compagna. Monica Contrafatto, che non è una terza incomoda, ma una parte di loro, a prendersi un terzo posto di potenza, per una dedica che le parte dal cuore: «All'Afghanistan, un posto al quale sono molto legata e il motivo per cui sono qui, che mi ha tolto qualcosa, ma in realtà mi ha regalato tanto in una vita diversa e più bella. Cinque anni fa abbiamo scritto la storia io e Martina, quest' anno è stato ancora più bello. Finalmente un podio a tre. Siamo riuscite a unire tutta l'Italia,Nord-Centro-Sud, ognuno proveniente da un'area diversa, così abbiamo fatto felice tutta l'Italia. Il nostro messaggio è di non arrendersi, le cose brutte possono accadere, ma l'importante è trovare la forza in qualcosa. Io l'ho trovata nell'atletica, è stata la mia luce fuori dal tunnel. E ci si può rialzare e diventare più forti di prima. Noi siamo un esempio». Più bella I prodromi della più bella gara di atletica di Tokyo e forse non solo, si erano avuti fin dal mattino, nelle qualificazioni. Prima batteria: Ambra subito record del mondo con 14"39. Seconda batteria: Martina la detronizza e se lo riprende per due centesimi. In finale cadrà per la terza volta consecutiva! Hanno un legame speciale, come dice Martina: «Ci unisce la voglia di superarci e di tirare fuori qualcosa di più dalla condizione di disabilità che abbiamo. Non solo abbiamo superato la nostra condizione di svantaggio, ma ne stiamo facendo qualcosa di grande». Ultima Era l'ultima gara dell'ultimo giorno allo Stadio Olimpico. Eravamo a Tokyo, ma avremmo potuto essere a Venezia, al Festival del Cinema, perché questo è un film da Leone d'Oro e chi ne ha scritto la sceneggiatura è un folle genio tanto quei 100 metri sono pieni di intrecci ed emozioni. Quelle che partono dai giorni dolci della primavera afghana fanno di nove anni fa. Bersagliera, Monica è impegnata con il contingente italiano. Un colpo di mortaio e la gamba amputata. Rimane stupefatta dai Giochi di Londra che vede in tv in ospedale. Vede Martina vincere l'oro. Ne è ispirata e comincia a correre. Ispirazione, che parola bella. Vale anche per Ambra. Ama la corsa e il mezzofondo. Un'auto investe il motorino he la porta agli allenamenti. In ospedale le amputano la gamba. La mente le torna a Martina e alle sue corse, viste sul tablet. «Lo posso fare anche io», si disse. Martina da ispirazione divenne la sua mentore e compagna di stanza quando sono in raduno con le Fiamme Gialle. Ma quella parola vale anche per Martina. Ispirazione Spiega dopo la gara: «Ambra per me quest' anno è stata fondamentale. Mi ha fatto tirare fuori forse quello che non sapevo di avere dentro. E che non avevo mai tirato fuori prima. Io mi sono ispirata molto a come si muove, viene dall'atletica olimpica e ha movimenti perfetti. Ma anche a Monica e non gliel'ho mai detto prima: io mi lamento di avere 32 anni, ma cominciare dopo quello che le è successo e non avere più 20 anni è straordinario». Loro tre a terra abbracciate con il tricolore è la nuova iconica immagine di un movimento paralimpico italiano diventato grande: a Tokyo l'Italia ha toccato quota 69 medaglie (14 d'oro, 29 d'argento e 26 di bronzo), ed è nona nel medagliere prima delle ultime gare in programma oggi e della maratona. E grazie a queste tre ragazze un medagliere ancora più ricco. L'azzurro vola... Sulla pagina Facebook della sua società l'Atletica Grosseto Banca Tema si legge: «Due anni fa ci venivi a trovare al campo con le stampelle, oggi sei sul tetto del mondo». Pensiamo ai tanti luoghi comuni (sbagliati) che gravano sui giovani di oggi e guardiamo Ambra e alla sua forza d'animo. Nel 2019 il papà Ambrogio la accompagna allo stadio dove si allena come mezzofondista. Sono in due sullo scooter, una vettura li investe, per il papà nessuna conseguenza, per lei «Mi è stata amputata la gamba sinistra al di sopra del ginocchio. Sin dall'inizio ho cercato di sdrammatizzare la cosa, anche scherzandoci su». Quando la vanno a trovare in ospedale, subito dopo l'operazione: «Era lei che faceva coraggio a noi», ricorda Alfio Giomi, già numero 1 della Fidal e ora presidente del club grossetano. «Ambra, che oggi è con le Fiamme Gialle, ha qualità umane e tecniche non comuni. Grazie alla sua famiglia e a Jacopo Boscarini, un bravissimo allenatore che la segue da sempre, ha pianificato subito il suo ritorno all'atletica, cambiando soltanto specialità. Credo che Ambra sarà la prima donna a scendere sotto i 14 secondi nei 100. Non lo ha fatto in questa finale a causa della pioggia, ma ci arriverà prestissimo». In meno di 24 mesi, da quei giorni, la trasformazione: la protesi, le corse e un 2021 da record iniziato col primato del mondo a Dubai, fino a Tokyo avvolta nei tricolori e ubriaca di gioia abbracciata alle compagne...La sua vita a colori è come il riflesso dei suoi capelli sulla pista di Tokyo: azzurri, come le tinte di questa incredibile notte giapponese. Il suo appuntamento con "la storia" è fissato nel 2007 , quando aveva 18 anni e un incidente in motorino costringe i medici ad amputarle la gamba sinistra. La nuova vita viene raccontata dai colori della sua protesi che non si sono mai spenti nonostante tutte le difficoltà, anche una squalifica per doping che l'ha fermata qualche mese nel 2019, prima che riuscisse a dimostrare che la causa era una pomata cicatrizzante usata per curare un'ulcera (che conteneva una sostanza proibita). Ma Martina non si è fatta abbattere anche se ci sono stati momenti bui. Poi la pandemia e il cambio di preparazione, ora divisa tra Bologna e Roma (come la Sabatini è un'atleta delle Fiamme Gialle). «Lo sport è divertimento, ma anche adrenalina, agonismo e un'energia pura che mi permette ogni giorno di sentirmi abile, forte e di superare la mia disabilità con orgoglio e con passione». Grazie alle medaglie collezionate a Londra (2012) e Rio (2016) diventa uno degli emblemi del movimento paralimpico italiano. Senza dimenticare mai gli altri. Martina fa volontariato raccontando la sua storia nelle scuole. Il suo messaggio: «Una volta accettata la propria diversità ci si può divertire: giocarci permette di viverla bene. Non avessi fatto l'atleta? Avrei lavorato nella cooperazione internazionale». Per fortuna ha deciso di correre per l'Italia...«La resilienza? Sono io, una persona che si rialza ogni volta che cade e non si ferma mai». Monica Contrafatto si definisce così. Fin da quando il 24 marzo 2012 viene colpita da un colpo di mortaio nella base dei militari italiani, Ice, nel distretto del Gulistan, nel Sud-Est dell'Afghanistan. La siciliana dei bersaglieri (da ragazzina le piaceva molto il fez che viene indossato da questo corpo) è trascinata al sicuro da un commilitone, prima di essere trasportata in Germania, dove inizia la sua seconda vita. È la prima donna soldato italiana a venire insignita della Medaglia al valore dell'Esercito, ma la medaglia che sta nel suo cuore è quella paralimpica. Proprio in quell'estate del 2012 vede in televisione le imprese di Martina Caironi che vince a Londra il primo oro e in pochi minuti, da donna risoluta e determinata (con una gran passione per i cani), decide che avrebbe partecipato a un'edizione dei Giochi. Quattro anni dopo l'attentato chiude il cerchio con la storia: non solo gareggia a Rio al fianco del suo "modello", ma addirittura sale sul podio con lei conquistando il primo bronzo olimpico della sua carriera. Ieri l'apoteosi con le due compagne che lei stessa aveva profetizzato qualche tempo fa e la dedica che la lega indissolubilmente all'Afghanistan. Un pensiero speciale e dolcissimo verso il paese asiatico e la sua gente con un invito a non arrendersi mai. Come Monica. Che del suo sport ama la libertà: «Quando corro mi sento un super eroe». 

Caterina Soffici per "la Stampa" il 16 settembre 2021. L'hanno accolta con una standing ovation, tutti in piedi ad applaudire la sua forza e la sua energia, lei è il simbolo che volendo si può. Bebe Vio, la campionessa paralimpica che apre i cuori, è riuscita a fare qualcosa di bello anche nell'aula di Strasburgo, luogo burocratico e asettico, dove sono più le volte in cui i parlamentari europei litigano e si dividono di quelle in cui si uniscono. E invece ieri non hanno esitato. Tutti in piedi per la nostra Bebe, una ragazza e una campionessa che è riuscita a portare la vita anche nel tempio della burocrazia, dove le emozioni entrano di rado. Ospite di Ursula Von der Leyen, accompagnata da Paolo Gentiloni, la ragazza dal sorriso ha dato un volto (sorridente) e un significato (positivo) a un discorso di speranza e di fiducia nel futuro. «Viva l'Europa» ha detto Ursula, indicando la giovane campionessa come esempio di rinascita, novella incarnazione dello spirito dei fondatori e delle fondatrici dell'idea di un'Europa unita. Anche loro un manipolo di sognatori, donne e uomini che hanno saputo guardare oltre, quando tutto intorno sembrava perduto, dopo una guerra devastante, dopo il dolore di milioni di morti e della devastazione lasciata sul campo dalle barbarie dei nazifascismi. «Allora si può fare» dice in italiano la presidente della Commissione Europea. Lo dice rivolta a Bebe Vio. Si può fare credendoci. E Bebe è una leader perché è una paladina dei valori in cui crede. Parla a Bebe, ma a tutti gli europei in questo momento difficile di rinascita dopo la pandemia, quando tutto sembra difficile ma può diventare facile solo credendoci. Mitica Bebe, simbolo che la vita è bella anche quando potrebbe essere brutta, che c'è sempre una seconda possibilità, che lottare è parte del gioco, che il vero perdente è chi si arrende. Lei ha saputo prendere in mano i suoi demoni e ancora una volta - dopo che una terribile infezione ha rischiato di portarsi via un altro pezzo del suo corpo - ha trionfato alle Olimpiadi e nella vita «Volevo sotterrarmi», ha detto la ragazza. In due parole c'è tutta Bebe Vio. «Bellissimo ma imbarazzante», perché ancora si imbarazza e la sua grandezza sta anche qui, nella sua semplicità. Lei ha il potere di incantare, e dice di aver chiesto aiuto a Gentiloni, ma la verità è il contrario. «È stupendo poter rappresentare il mondo italiano, dello sport, dei giovani e della disabilità. Sono cose cui tengo moltissimo. Essere qui e poterle rappresentare è veramente bello. Anzi, grazie italiani, perché poter esser qui per voi è bello». E ancora una volta parla di quanto è bella la vita, a 24 anni, nonostante tutto. «Me la godo e faccio un sacco di cose e amo tutto quello che faccio. Se ti diverti, ti impegni, riesci a trovare un obiettivo e un sogno da raggiungere». Non le piace essere un esempio, ma è difficile non prenderla a modello. Parole belle, entusiasmanti, come sempre quando parla questa giovane donna. Ma le parole durano il tempo di un battito d'ali di farfalla. Come la bella fiaba di Bebe Vio che rischia di non servire a granché se alle parole non seguono i fatti. E si potrebbe intanto iniziare a equiparare gli atleti paraolimpici agli altri, perché le parole non servono se i fatti dicono che vengono pagati la metà. Perché le parole sono importanti, ma i fatti ancora di più.

Federico Danesi per “Libero quotidiano” il 31 agosto 2021. Bebe Vio vale meno di Marcell Jacobs? Carlotta Gilli con le cinque medaglie messe insieme a Tokyo 2020 guadagnerà come Antonella Palmisano? La risposta è no, in entrambi i casi, e non perché lo diciamo noi. Semplicemente è il differente trattamento stabilito per i loro atleti dal Coni e dal Cip, il Comitato Paralimpico italiano, prima di partire per il Giappone. Tre anni fa, dopo i Giochi Invernali di Pyeongchang, la Giunta Coni ha approvato l'aumento del 20% dei premi in denaro per i medagliati. Quindi l'oro è passato da 150mila a 180mila euro, poi 90mila euro per l'argento e 60mila euro per il bronzo. Quindi, facendo i conti in tasca a Giovanni Malagò, i trionfi olimpici gli costeranno poco più di 7 milioni di euro. In casa Cip invece tutto è rimasto fermo: 75mila euro per un oro, 40mila euro per l'argento e il bronzo che vale 25mila euro. Uno scandalo, soprattutto ora che il dibattito sulla parità di genere a tutti i livelli è tema caldissimo e non da tutti i settori risolto? L'hanno pensato in molti e, come ci confermano dal Coni, in questi giorni sono state anche numerose le e-mail di protesta arrivate al Palazzo H, più o meno civili, per denunciare la disparità di trattamento e chiedere rispetto per i nostri ragazzi.

MAIL DI PROTESTA Solo che il Coni, Giovanni Malagò, i suoi consiglieri e tutto quello che ruota attorno al mondo olimpico c'entrano davvero nulla anche se non tutti lo ricordano o fanno finta di ignorarlo. Semplicemente perché dalla fine di febbraio 2017, con un DL che ha messo nero su bianco la legge 124/2015, il Cip è stato trasformato in Ente autonomo di diritto pubblico e quindi di fatto si è staccato dal Coni a tutti gli effetti. All'atto pratico significa che le Federazioni sono passate da 45 a 44 e questo cambia poco. Cambia moltissimo però per tutti gli atleti con disabilità perché di fatto la loro federazione si deve sostenere da sola, sotto il controllo della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una scelta coraggiosa e corretta, che sta cominciando a pagare, ma proprio per questo Luca Pancalli, almeno per questo quadriennio olimpico, ha deciso di non aumentare i premi per i suoi atleti. L'oro vale quello, come l'argento e come il bronzo. Ma il Comitato Italiano Paralimpico riconosce anche un assegno mensile a tutti gli atleti che hanno vinto una medaglia d'oro ai Giochi, sempre che continuino nell'attività sportiva e che vestano ancora la maglia azzurra. Soluzioni diverse? Imitare gli Stati Uniti, ad esempio, che pagano molto meno dell'Italia ma in compenso trattano tutti allo stesso modo: da questa edizione di Olimpiadi e Paralimpiadi, indipendentemente dalla disciplina e dal fatto di essere o meno normodotati, 37.500 dollari all'oro, 22.500 all'argento e 15mila al bronzo. In realtà la vera cura è avere lo stesso tipo di rispetto per tutti gli sportivi, indipendentemente dalle loro condizioni fi siche e anche in questo senso qualcosa sta cambiando. Lo ha ricordato Carlotta Gilli dopo la vittoria nei 200 misti a Tokyo: «Dall'inizio di quest' anno la legge finalmente permette anche a noi persone con disabilità l'arruolamento. È il mio grande sogno nel cassetto e farò di tutto affinché diventi realtà». Già, perché la 20enne torinese ha doppio tesseramento con la Rari Nantes e con le Fiamme Oro. Ma per quanto la Polizia la supporti tutto l'anno, non veste la divisa, o almeno non poteva farlo: tra un po' invece sì. Un altro passo avanti, ma quello decisivo è che dopo il trionfo di risultati e le storie magnifiche che stanno raccontando queste Paralimpiadi anche gli sponsor abbiano la stessa munifica attenzione per atleti e discipline e lo stesso facciano pure i media. Come la Rai, che spalma le gare in po' su Rai 2 e un altro po' su Rai Sport. Aspettiamo solo che tornino a casa. 

Alberto Dolfin per lastampa.it il 28 agosto 2021. «Ho rischiato di morire, altro che saltare la Paralimpiade: sono felice, hai capito perché ho pianto così tanto?». Appena dopo aver messo al collo il secondo oro della sua carriera alla Paralimpiade di Tokyo, bissando quello di cinque anni fa a Rio 2016, Bebe Vio è un fiume di parole e ha voglia di togliersi quel peso che si è tenuta dentro in tutti questi giorni prima di scendere in pedana nell’amato fioretto, rivelando anche il motivo per la rinuncia alla sciabola. «I primi quattro anni della preparazione sono andati benissimo, anche nel periodo del Covid, anche grazie ai miei allenatori e alle Fiamme Oro che mi hanno permesso di tornare in palestra e chiuderci là persino prima delle altre avversarie, perché avevamo ripreso il 4 maggio 2020 - comincia a raccontare -. L’ultimo anno è stato parecchio “sfigato” per via dell’infortunio che ho avuto». Il pericolo non era soltanto di non essere a Tokyo, ma ben peggiore: «Lo scorso 4 aprile mi sono dovuta operare e sembrava che questa Paralimpiade non doveva esserci, abbiamo preparato tutto in due mesi, non so come cavolo abbiano fatto il mio fisioterapista Mauro Pierobon e il preparatore atletico delle Fiamme Oro Giuseppe Cerqua a fare questa magia. Non ci credevo di arrivare fin qua, perché ho avuto un'infezione da stafilococco che è andata molto peggio del dovuto e la prima diagnosi era amputazione entro due settimane (dell’arto sinistro; ndr) e morte entro poco. Sono felice, hai capito perché ho pianto così tanto?». Poi, come il suo solito, riesce a trovare un filo di ironia anche su un evento così drammatico: «L'ortopedico ha fatto un miracolo, si chiama anche Accetta tra l'altro, ci pensate? È stato bravissimo, tutto lo staff lo è stato. Questa medaglia assolutamente non è mia, è tutta loro. Stamattina mi hanno nascosto il braccialetto dell’ospedale con scritto “-119”, che erano i giorni che mancavano a Tokyo ed è stato il momento in cui ho ricominciato ad allenarmi. Sono veramente fortunata». E l’oro ora è tutto suo e se lo può godere: «Questa medaglia d'oro non suona come quella di Rio, la prima cosa che ho fatto è stato agitarla per sentire se aveva i sonagli all’interno. Però è bellissima e pesa molto di più, infatti devo reggerla perché già ho problemi al collo, se la mollo finisce malissimo». Ancora una volta Bebe ci ha lasciato tutti a bocca aperta.

"Avevo una infezione, grazie al medico e al mio staff". La storia di Bebe Vio: “Ad aprile potevo morire, adesso l’oro: ecco perché ho pianto tanto”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 28 Agosto 2021. “Lo scorso 4 aprile ho avuto un’infezione da staffilococco, talmente grave che si prospettava l’amputazione del braccio sinistro entro due settimane e addirittura la morte poco dopo. Quindi è un miracolo che io sia qui e questo oro pesa molto di più di quello di Rio”. E’ quanto rivela Bebe Vio dopo il trionfo nel fioretto alle Paralimpiadi, spiegando anche la sua decisione di non gareggiare nella sciabola. La 24enne atleta di Venezia ripercorre il suo calvario, ringraziando i sanitari che l’hanno assistita. “E’ stato un miracolo e per questo devo ringraziare l’ortopedico che mi ha operato, si chiama Accetta…, e tutto lo staff che mi ha aiutato a prepararmi. Un’impresa che sembrava impossibile. Ecco perché ho pianto tanto”, ha aggiunto. Una medaglia d’oro insperata per Bebe: “Abbiamo preparato tutto in due mesi, non so come cavolo abbiano fatto. Non credevo di arrivare fin qui. Sono felice, avete capito perché ho pianto così tanto? L’ortopedico ha fatto un miracolo, è stato bravissimo, tutto lo staff lo è stato. Questa medaglia assolutamente non è mia, è tutta loro”. Poi i ringraziamenti al fisioterapista Mauro Pierobon e al preparatore atletico Giuseppe Cerqua: Sono stati qualcosa di magico. Non so veramente come cavolo abbiano fatto, sono stati fantastici. Io non ci credevo, non credevo che tutto ciò fosse possibile, non credevo di arrivare fin qua”. La portabandiera azzurra ha battuto 15-9 la cinese Zhou Jingjing, sconfitta già 5 anni fa nella finale di Rio 2016, nel fioretto individuale femminile (categoria B). ”I primi quattro anni della preparazione sono andati benissimo, anche nel periodo del Covid, grazie ai miei allenatori e alle Fiamme Oro perché ho ripreso persino prima delle altre avversarie. L’ultimo anno, invece, è stato parecchio sfigato”, aggiunge la 24enne ai microfoni di Rai Sport. Questa medaglia d’oro “non suona come quella di Rio, la prima cosa che ho fatto è stato shakerarla… però è bellissima e pesa molto di più, infatti devo reggerla perché già ho problemi al collo, se la mollo finisce malissimo…”. Rispetto a Rio, ha spiegato, “è stato completamente diverso, sono due esperienze differenti, non so se magari perché in questi 5 anni sono anche un po’ cresciuta. Quando fai la prima Paralimpiade è bellissimo, è tutto stupendo e incredibile, ogni cosa è la più figa del mondo. Alla seconda fai fatica da tanti punti di vista, sai che devi riuscire a riconfermarti, che non puoi andartene via senza un risultato, sai che devi farlo anche per la squadra perché viviamo per i nostri compagni e per me fanno parte della mia famiglia”.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

“Se hai un sogno, vai e prenditelo”. Chi è Bebe Vio, la campionessa d’oro nel fioretto alle paraolimpiadi di Tokyo2020. Riccardo Annibali su Il Riformista il 28 Agosto 2021. Bebe ancora d’oro. Una finale dominata anche quando sul 7-4 ha dovuto sostituire la protesi del braccio sinistro. La portabandiera azzurra ha battuto 15-9 la cinese Zhou Jingjing, sconfitta già 5 anni fa nella finale di Rio 2016. Sei successi su sei nei gironi, poi quarti e semifinale senza storia (15-4 sulla Vasileva). La vittoria è stata conquistata nel fioretto individuale femminile (categoria B). Già prima delle fasi finali la volevano con una medaglia al collo e proprio per questo era tanta la pressione sulle sue spalle. Una medaglia del metallo più prezioso che l’ha liberata in una gioia incontenibile e lacrime al termine della sfida che le ha consegnato il secondo oro paralimpico e la terza medaglia in carriera. “Da piccola mi dicevano che non si può tirare di scherma senza braccia e che avrei dovuto cambiare sport, ma ho dimostrato a tutti che le braccia non servono: se hai un sogno, vai e prenditelo” aveva dichiarato Bebe, di Mogliano Veneto, nella conferenza stampa di apertura delle Paralimpiadi. Lei che è stata la prima a gareggiare con protesi a tutti e quattro gli arti a causa di una grave meningite che la colpì nel 2008 e costrinse i medici ad amputarle gambe e braccia per tenerla in vita. A 24 anni ha già vinto tutto: oro olimpico, mondiali ed europei. È andata a cena da Obama, Jovanotti è un suo fan sfegatato, è stata conduttrice su Rai1 del suo show ‘La vita è una figata‘, ha sfilato per Dior e ha già scritto due libri per raccontare la sua storia, su Instagram ha 1,1 milioni di follower e con l’aiuto del padre è diventata maestra nella Academy organizzata con art4Sport. Arrivata a Tokyo dopo mesi travagliati dal punto di vista fisico aveva dato forfait nella gara della sciabola per la quale si era allenata, ma all’ultimo minuto ha deciso di rinunciare per non peggiorare gli acciacchi che la stanno facendo soffrire da un po’. Sui social aveva così commentato: “Purtroppo niente gara di sciabola. Questa volta va così. Spero di potervi dare spiegazioni dopo le gare. Grazie a tutti quelli che hanno creduto in me ed in questa missione non impossibile ma solo rimandata”. Ai Giochi di Tokyo parteciperà anche alla gara del fioretto a squadre in programma domenica assieme alle compagne Andreea Ionela Mogos e Loredana Trigilia. VITA PRIVATA – Nonostante sia particolarmente attiva sui social, Bebe Vio non ha mai reso note informazioni in merito alla sua vita privata. Qualche anno fa in un’intervista rilasciata a Rolling Stones, aveva rivelato: “So solo che vorrei adottare dei bambini, che ne so, uno nero, uno cinese, uno amputato. Mi piacciono i bambini, so quanto nella vita conti avere una famiglia che funziona bene e vorrei dare loro questa opportunità”.

QUANTO GUADAGNA – Il premio in denaro per gli atleti paralimpici dovrebbe essere circa 75 mila euro per la vittoria della medaglia d’oro. 40 mila euro per l’argento e 25 mila euro per il bronzo. Riccardo Annibali

"Così ho salvato Bebe Vio in sala operatoria. Lei non voleva, poi ha stupito tutti". Viola Giannoli su La Repubblica il 29 agosto 2021. L'intervista al primario di Traumatologia dell'Irccs di Milano, Riccardo Accetta, che ha operato la campionessa olimpica ad aprile: "Ha rischiato di morire e di smettere di gareggiare". Di arrivare fino a Tokyo, seppur in senso figurato, il professor Riccardo Accetta, primario di Traumatologia dell'Irccs Galeazzi di Milano, non se l'aspettava. Ma dietro la vittoria di una grande giovane donna come Bebe Vio c'è anche un miracolo medico: il suo e del suo staff. Lo ha raccontato la 24enne di Mogliano Veneto, subito dopo l'oro individuale nel fioretto. È aprile quando Bebe Vio si presenta da Accetta per via di un'infezione che non vuol guarire. Il dottore la visita, il giorno dopo la campionessa è in sala operatoria. Quattro mesi più tardi sale sul gradino più alto alle Paralimpiadi. Per sé stessa e per quel primario, tanto stimato quanto schivo, difficile da sottrarre alle sale operatorie, ringraziato davanti al mondo a fine gara.

Professore, anche lei ha vinto un oro: Bebe Vio le ha dedicato la medaglia.

"Devo dire che mi ha fatto molto effetto (ride prima di tornare serio). Ma quello di Bebe non è un ringraziamento a una persona sola, ma a tutta la medicina, al senso del mio lavoro, all'aiutare gli altri quando possibile, al com-patire, soffrire insieme ai pazienti. È quel che facciamo sempre ma a volte succede che si curi una persona speciale che ci restituisce la voglia di lavorare, ancora più in un periodo duro come quello che abbiamo vissuto tra odio, scetticismo, aggressioni alla scienza. Le persone come Bebe rimettono al centro i valori veri, il senso della ricerca e il lavoro ospedaliero".

L'ha sentita dopo la vittoria?

"Ancora no, sarà in un frullatore...Mi ha chiamato suo papà. Ma sono sicuro che mi chiamerà anche lei: Bebe è così, semplice e straordinaria".

È vero che le ha salvato la vita?

"Se non fossimo intervenuti subito l'infezione non curata avrebbe portato alla setticemia, e quindi anche alla morte". 

Cosa era accaduto?

"Bebe ha avuto una sublussazione traumatica del gomito in allenamento e il gomito è proprio dove lei ha l'invaso del fioretto. Hanno provato a trattarla con l'antibiotico ma non è bastato perché l'infezione ha colpito l'articolazione". 

Ha rischiato di non poter più tirare di sciabola e fioretto?

"Se l'infezione fosse andata avanti avrebbe distrutto l'articolazione. Per Bebe avrebbe significato una nuova amputazione dell'arto sinistro e la fine di ogni attività sportiva. Per questo quando l'ho vista ho detto: interveniamo subito". 

Lei aveva paura dell'intervento?

"All'inizio non voleva fermarsi, aveva gli allenamenti e un'Olimpiade da affrontare. La famiglia è stata decisiva". 

Come sono i genitori di Bebe?

"È una famiglia particolare, bellissima. Supportare una ragazza di 11 anni che da un momento all'altro da sana e giovane si ritrova con una disabilità gravissima senza smettere mai di sorridere e di lottare non è da tutti". 

E Bebe come è come paziente?

"Incredibile, solare, vivace, pazzesca. Ha una forza di volontà e una voglia di vivere che esprime ovunque: nelle gare, in un letto di ospedale, nella forza di aiutare bambini e ragazzi che si trovano nella stessa situazione. Ne ho conosciuti tanti che mi ha mandato lei e che da lei imparano a credere nel futuro". 

Quanto è rimasta in ospedale?

"Una ventina di giorni. E poi in 119, dalle dimissioni, si è presa l'oro. Già durante la degenza abbiamo iniziato a farle muovere il gomito per recuperare i primi movimenti e valutare le ferite: abbiamo cercato di fare delle cicatrici che non le dessero fastidio con il fioretto anche se qualche dolore deve averlo provato in gara, tanto che negli ultimi assalti si è dovuta far medicare". 

Un recupero straordinario.

"Eccezionale. Lei è così piccola, minuta, giovanissima, nemmeno una montagna di uomo ce l'avrebbe fatta. Ma lì è tutta questione di testa, di voglia, e lei ne ha un serbatoio inesauribile".

Perché l'operazione è rimasta segreta fino alla vittoria?

"Bebe non voleva pubblicità, non cercava alibi, doveva vedersela lei, per come è, con la sua Olimpiade. La sua non è una dimostrazione di forza, ma di vita. E poi ci sono io...non proprio un campione di apparizioni". 

Si aspettava che avrebbe vinto l'oro?

"Ci speravo. Ma è andata oltre ogni speranza. Non molla ma: avrebbe perso il braccio piuttosto che lasciare la gara. Alla fine, anche se faccio ancora 7-800 interventi anche molto delicati l'anno, il più preoccupato ero io".  

"Lei e la sua famiglia, che forza". Riccardo Signori il 29 Agosto 2021 su Il Giornale. Il professore del Galeazzi che l'ha operata: "Bebe sorride sempre". Ospedale Galeazzi di Milano, mese di aprile. Bebe Vio si presenta al professor Riccardo Accetta, si conoscono da anni. Lui è un riconosciuto ortopedico mani d'oro, con testa e cuore da impenitente vecchio ragazzo, l'ha già seguita per altri piccoli problemi sui monconi. Lei stavolta ha un gomito che non guarisce da un'infezione. Accetta vede, la ragazza il giorno dopo è in sala operatoria.

Professore. è vero che Bebe ha rischiato di morire?

«Più che altro ha rischiato di perdere il braccio sinistro, quello con il quale tira. Certo, se l'infezione fosse andata più avanti c'era anche quel timore».

Cosa era successo?

«Era in cura, per un'infezione articolare, con terapie antibiotiche prescritte dai medici federali. Ma non sempre bastano gli antibiotici, e l'infezione continua a far danno. Ci sono problemi con la membrana sinoviale».

Quindi la situazione era già critica?

«Da risolvere immediatamente. È stata aperta l'articolazione, ripulita la parte, tolto tutto quanto possibile cercando di rimuovere l'infezione. Il problema era salvare l'articolazione: se non riesci a dominarle, le infezioni vanno avanti. E devi amputare più in alto. Poi il professor Luca Vaiventi ha lavorato sulle cicatrici con un'ottima chirurgia plastica. Il fioretto ha un invaso e la ferita poteva dare fastidio».

Il rischio di morte?

«In caso di infezione sistemica, si muore per setticemia».

Degenza lunga, paziente inquieta?

«È rimasta 15 giorni. Un po' impaziente. Ma lei è una ragazza pazzesca e così i suoi genitori: hanno una forza d'animo gigantesca. Se non supporti bene questi ragazzi, non sai mai come finirà».

Ma Bebe?

«È solare, sorride sempre. Sa perchè non ha voluto dire la ragione della rinuncia alla gara di sciabola? Per non cercare giustificazioni, se qualcosa non fosse andato bene».

E, fra l'altro, ha avuto solo 4 mesi per allenarsi

«È rimasta ferma tutto aprile. Non immagina cosa ha fatto per recuperare. Al confronto Rocky-Stallone, quando si tortura andando su e giù per gli scaloni, con tanto di famosa musichetta, era un pirla». Riccardo Signori

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera” l'8 ottobre 2021. «Dura come l'acciaio, delicata come l'ala di una farfalla». «Ci sta. Sono io!», squilla allegra Bebe Vio. E spiega che sì, certo che se la sente addosso anche lei quella stupenda definizione che lo scrittore Carlos Fuentes riservò a Frida Kahlo: «Ha subito 32 operazioni ed è eternamente circondata da bende, aghi, pungente odore di cloroformio... Eppure incanta tutti, dura come l'acciaio e delicata come l'ala di una farfalla». Non bastasse, spiega, lei ha anche l'handicap dei sampietrini... «Un incubo. In realtà io mi faccio male in qualsiasi modo, camminando per strada, salendo le scale, scendendo due gradini... Mi faccio male se piove e scivolo, mi faccio male se inciampo in una pietra, mi faccio male se mi distraggo un attimo e mi si storce un ginocchio... Non bastasse, a Trastevere dove faccio l'università americana, è pieno di sampietrini... Per una senza le gambe è la cosa più difficile del mondo, sopravvivere sopra ai sampietrini».

Cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi.

«Esatto. Se dovessi stare attenta a tutto quello a cui dovrei stare attenta non potrei fare niente, non potrei vivere davvero la mia vita. Quindi sì, mi riconosco nell'essere delicatissima in ogni cosa che faccio, anche se sono abbastanza "elefante" nel farla». 

Sei anche dura come l'acciaio, però...

«Testarda, più che dura. Per questo resisto a tutto. Sono appena tornata da un giro bellissimo con un gruppo di amici alle Eolie. Che figata! Ero lì, abbiamo visto Vulcano, ho detto: cavoli, saliamo su! E il giorno dopo siamo saliti anche a Stromboli. Oddio, Stromboli! Ci siamo fatti dodici chilometri per andare su! Vuoi vedere i miei piedi?». 

Cioè?

«Distrutti. Te li mostro in una foto sul telefonino. Piedi tecnologici. Materiali speciali. Rovinati. Un disastro. Lo vedi il carbonio che ha bucato la plastica dura e esce fuori? È stata davvero dura, andar su fra le rocce. Ho preferito non mettere le scarpe e farmi la salita scalza. Ero consapevole che mi sarei ferita, sapevo che facendo quello sforzo sarei arrivata su con i monconi completamente rotti però salire era talmente bello!». 

Sei pazza. Quante volte sei caduta?

«Tante. Ammetto che è stato abbastanza devastante. Ma sai cosa? È stata un'impresa tale salire lassù... "Forza, dai, arriviamo fino in cima!". Il peggio è stato scendere. Faccio più fatica, in discesa. La rotula... Ho solo un quarto del legamento rotuleo e scendere impuntandomi sui talloni con la rotula costantemente in bilico è stato tostissimo. Però, boh, è stato talmente bello veder tutti contenti! Ho degli amici meravigliosi. Sono troppo fortunata!». 

Non avrai forzato anche prima delle Olimpiadi?

«Sì. Ho sbagliato. Ero tornata dalle vacanze, sapevo che il mio corpo per rimettersi in pieno ha bisogno di tempo e invece, appena ho iniziato a tirare di scherma, ho forzato. E ho tirato una botta così forte che mi è quasi uscito il gomito... Un infortunio serio. A un certo punto pareva tutto finito. Quel braccio mi era completamente morto. Mi hanno detto: "In due settimane va amputato, poco più e sei morta, se continui così sei morta". In pratica era come fosse tornata la malattia...». 

Sei riuscita poi a perdonarlo, quel medico che sconsigliò tua mamma dal fare il vaccino contro la meningite?

«Più visto». 

Mai cercato?

«Mai. Ma non posso dimenticare che disse a mia madre: "Signora, non vaccini assolutamente i suoi figli". Che doveva fare mia mamma? Si è fidata. È andata così. Sono viva solo perché un infermiere, in ospedale, riconobbe il male che aveva colpito due anni prima un bambino di Mestre, Pedro. Sennò...». 

Va da sé che oggi, con il Covid...

«Io mi affido alla scienza e se mi dicono che quel vaccino può aiutare mi faccio aiutare... Ma so che ci sono anche persone che non si fidano. Perfino una mia amica strettissima. Cosa faccio, rinuncio a vederla? Cerco di difendermi: ho dodici tamponi fissi in macchina e ogni volta che ne finisco uno ne compro subito un altro. Neanche il tempo di salutare qualcuno e gli infilo subito un tampone in bocca. Nonostante il vaccino. Se becchiamo il Covid sappiamo di poter fare del male ad altri. Non si scherza su queste cose». 

Tornando alle Olimpiadi?

«Questa volta pareva davvero impossibile. Mancavano pochi giorni, avevo perso dieci chili, il braccio con cui tiro era magro magro, svenivo e vomitavo. Così sono arrivata ai Giochi di Tokyo. Svenivo e vomitavo». 

 Anche in gara?

«Anche. Una gara di scherma è composta da alcuni match la mattina, altri al pomeriggio. Faticosissimi. Il mio corpo proprio non era in grado di reggerli, fisicamente. Durante un match l'adrenalina è talmente alta che non senti dolori ma appena finivo il match mi prendevano per la collottola del giubbetto elettrico e mi portavano via perché svenivo. Non potevamo far vedere che stavo male in gara. È uno sport di combattimento, non puoi dire al tuo avversario che stai male. Vomitavo e svenivo». 

E la tua équipe?

«Durante la gara individuale il medico della nazionale è venuto più volte a dirmi "basta, per me è finita qua". Il gomito non c'era più, era gonfissimo, rosso, non riusciva a star fermo, tremavo tutto il tempo, piangevo...». 

E non hai mollato.

 «No». 

Ma tuo papà e tua mamma lo sapevano?

«Sì e no. Diciamo... non esattamente. Infatti andavano ogni due secondi dai miei allenatori a chiedere come stessi e loro dovevano fingere perché io non avrei mai interrotto la gara e se loro avessero saputo tutto mi avrebbero bloccata subito. Avevo bisogno di loro e dei miei fratelli. Sennò non ce l'avrei fatta. Così, appena mi riprendevo un po' facevo una conferenza-stampa e dicevo: "Sto bene!", "Sì mamma, alla grande!". Poi mi giravo appena mi scendeva l'adrenalina. E quando scende l'adrenalina ti torna tutto il dolore...». 

 Insomma, te lo sei guadagnato il viaggio alle Maldive.

«Abbiamo festeggiato il terzo matrimonio di mio papà e mia mamma...». 

 Il terzo matrimonio?

«Si trovarono per caso a Cambridge per studiare inglese. Una settimana dopo erano da sposati. A Gretna Green, appena al di là del confine scozzese, famoso proprio per i "matrimoni in fuga" che venivano celebrati dal fabbro del paese. Tutto di nascosto». 

E questo fu il primo...

«Le nozze vere e cioè le seconde le fecero due anni dopo, a Mogliano, con i parenti, la festa e tutto il resto. Il terzo, visto che erano passati trent' anni, l'abbiamo fatto appunto in un atollo». 

Sono matti anche i tuoi...

«È vero. Sono fantastici. E io sono figlia loro...». 

Come mai usi la parola «handicappata»?

«Appunto perché la uso io. Per me, non per gli altri. Anche come sfida a chi la usa per offendere i disabili. Non mi permetterei mai di dire "lo capirebbe pure un handicappato" o "un mongolo o un down"... Sono offese insopportabili». 

C'è ancora strada da fare. I regolamenti comunali di mezza Italia, Milano compresa, diffidano ancora oggi i mendicanti a mostrare «deformità ributtanti»...

«Anch' io ho "deformità ributtanti". Le devo nascondere?».

Se è per questo, grazie a Dio, le hai portate anche al parlamento europeo. Com' è Ursula von der Leyen?

«Magica. Sono stata abbagliata da lei. Ha più o meno l'età di mia madre, ha fatto sette figli, è laureata in medicina, ha fatto tre mandati con la Merkel e adesso è il capo dell'Europa. Magica. Sai la cosa che mi ha colpito di più? Di solito persone così fanno di tutto per farti sapere che sono sì gentili ma insomma stanno un po' più in alto... Lei no. Ha fatto a me e ai miei un sacco di domande e vuoi sapere? Era davvero interessata a quello che rispondevo...». 

·        Quelli che…l’Olimpiade.

A Tokyo arriva l'ennesima medaglia, proprio nell'ultimo giorno dei Giochi: la conquistano le farfalle della ginnastica ritmica, bronzo nella prova a squadre. E' la 40^ medaglia di una spedizione storica per l'Italia, che raggiunge un altro record: ogni giorno gli azzurri sono andati sul podio. Skysport l'8 agosto 2021.

FARFALLE DELLA GINNASTICA RITMICA - Alessia Maurelli, Martina Centofanti, Agnese Duranti, Daniela Mogurean, Martina Santandrea (8 AGOSTO) Bronzo nella prova a squadre di ginnastica ritmica

ABRAHAM CONYEDO (7 AGOSTO) Bronzo nella lotta libera 97 kg

STAFFETTA 4X100 - Marcell Jacobs, Filippo Tortu, Fausto Desalu e Lorenzo Patta (6 agosto) Oro nella staffetta 4x100 mista maschile

LUIGI BUSA' (6 agosto) Oro nel karate, specialità kumite

ANTONELLA PALMISANO (6 agosto) Oro nella 20km di marcia femminile

VIVIANA BOTTARO (5 agosto) Bronzo nel karate, specialità kata

ELIA VIVIANI (5 agosto) Bronzo nell'Omnium maschile

MASSIMO STANO (5 agosto) Oro nella 20km di marcia maschile

MANFREDI RIZZA (5 agosto) Argento nella canoa K1 200 metri maschile

GREGORIO PALTRINIERI (5 agosto) Bronzo nel nuoto 10 km di fondo maschile

INSEGUIMENTO A SQUADRE (Consonni, Ganna, Lamon, Milan, 4 agosto) ORO nel ciclismo su pista (e record del mondo in 3'42''032)

RUGGERO TITA E CATERINA BANTI (3 agosto) Oro nella vela nel Nacra 17

VANESSA FERRARI (2 agosto) Argento nel corpo libero

MARCELL JACOBS (1 agosto) Oro nei 100 metri piani

GIANMARCO TAMBERI (1 agosto) Oro nel salto in alto

STAFFETTA 4X100 MISTA - Thomas Ceccon, Nicolò Martinenghi, Federico Burdisso e Alessandro Miressi (1 agosto)

Bronzo nella staffetta 4x100 mista di nuoto

ANTONINO PIZZOLATO (31 luglio) Bronzo nel sollevamento pesi maschile -81 kg

MAURO NESPOLI (31 luglio) Argento nel tiro con l'arco maschile

IRMA TESTA (31 luglio) Boxe femminile, categoria -57kg

SIMONA QUADARELLA (31 luglio) Bronzo negli 800 stile libero femminili

LUCILLA BOARI (30 luglio) Bronzo nel tiro con l'arco individuale femminile

FIORETTO A SQUADRE FEMMINILE - Errigo, Batini, Volpi, Cipressa (29 luglio) Bronzo nella scherma (Usa ko 45-23)

DOPPIO PL UOMINI - Stefano Oppo e Pietro Willy Ruta (29 luglio) Bronzo nel canottaggio

GREGORIO PALTRINIERI (29 luglio) Argento negli 800 stile libero

DOPPIO PL FEMMINILE - Valentina Rodini e Federica Cesarini (29 luglio) Oro nel canottaggio

SCIABOLA A SQUADRE MASCHILE - Enrico Berrè, Luca Curatoli, Luigi Samele e Aldo Montano (28 luglio) Argento nella sciabola maschile

FEDERICO BURDISSO (28 luglio) Bronzo nei 200 farfalla di nuoto

QUATTRO SENZA MASCHILE - Lodo, Vicino, Castaldo, Di Costanzo e Rosetti (28 luglio) Bronzo nel canottaggio (Quattro senza maschile)

GIORGIA BORDIGNON (27 luglio) Argento nel sollevamento pesi femminile -64kg

SPADA A SQUADRE FEMMINILE - Rossella Fiamingo, Federica Isola, Mara Navarria e Alberta Santuccio (27 luglio) Bronzo nella spada a squadre femminile

MARIA CENTRACCHIO (27 luglio) Bronzo nel Judo femminile, categoria -63 kg

DANIELE GAROZZO (26 luglio) Argento nel fioretto

DIANA BACOSI (26 luglio) Argento nel Tiro a Volo (skeet femminile)

NICCOLO MARTINENGHI (26 luglio) Bronzo nei 100 rana di nuoto

STAFFETTA 4X100 STILE LIBERO - Alessandro Miressi, Thomas Ceccon, Lorenzo Zazzeri e Manuel Frigo (26 luglio) Argento nella staffetta 4x100 stile libero di nuoto

MIRKO ZANNI (25 luglio) Bronzo nel Sollevamento pesi maschile -67kg

ODETTE GIUFFRIDA (25 luglio) Bronzo nel Judo femminile, categoria -52 kg

ELISA LONGO BORGHINI (25 luglio) Bronzo nella prova in linea di ciclismo femminile 

VITO DELL'AQUILA  (24 luglio) Oro nel taekwondo, categoria -58kg

LUIGI SAMELE (24 luglio) Argento nella sciabola maschile individuale

ITALIA, LE EDIZIONI CON PIU' MEDAGLIE

TOKYO 2020: 40 MEDAGLIE (10 ORI, 10 ARGENTI, 20 BRONZI) 

Roma 1960: 36 medaglie (13 ori, 10 argenti, 13 bronzi)

Los Angeles 1932: 36 medaglie (12 ori, 12 argenti, 12 bronzi)

Atlanta 1996: 35 medaglie (13 ori, 10 argenti, 12 bronzi)

Sydney 2000: 34 medaglie (13 ori, 8 argenti, 13 bronzi)

Atene 2004: 32 medaglie (10 ori, 11 argenti, 11 bronzi)

Los Angeles 1984: 32 medaglie (14 ori, 6 argenti, 12 bronzi)

Entusiasmo e determinazione per realizzare il suo sogno. Chi è Hend Zaza, la più giovane atleta di Tokyo: la sua racchetta contro i bombardamenti in Siria. Elena Del Mastro su Il Riformista il 23 Luglio 2021. È appena iniziata la sua avventura ai Giochi olimpici di Tokyo ma la sua storia ha già fatto il giro del mondo. Hend Zaza a 12 anni è l’atleta più giovane a partecipare all’edizione 2021 della competizione sportiva mondiale. La sua disciplina è il tennistavolo ed è già una promessa. È nata ad Hama, la città biblica dei 17 mulini a 200 chilometri da Damasco. La città venne praticamente rasa al suolo durante la guerra civile. Hend non si è lasciata sopraffare dal dramma di quella sanguinaria guerra e ha continuato a giocare a ping pong e ad allenarsi senza sosta seguendo l’esempio di suo fratello maggiore. In quella stanza con il tavolo da ping pong il frastuono delle bombe e delle sparatorie quotidiane si sentiva meno e lei trovava la forza per andare avanti e riuscire a realizzare i suoi sogni. Malgrado si allenasse su tavoli scalcagnati con materiali rimediati qua e là e potendo contare solo sulla luce del sole perché l’elettricità spesso mancava, Hend ha lavorato sodo per diventare una campionessa. E ci sta riuscendo. È arrivata a Tokyo qualificandosi per i Giochi all’età di 11 anni diventando anche la prima atleta della Siria a partecipare al torneo di tennistavolo attraverso la fase di qualificazione. Hend gioca dall’età di 5 anni, si allena all’Al-Muhafaza Table Tennis Club di Damasco ed è l’unica in Siria ad aver vinto in tutte e quattro le categorie: speranze, cadette, junior e senior. “Non ho mai visto nessuna giocare con la sua stessa gioia e nessuna prepararsi con la sua meticolosità: aveva ovviamente molti aspetti tecnici da migliorare, ma il suo atteggiamento sempre positivo rappresentava una garanzia per il futuro”, disse di Hend Eva Jeler, ex coach della nazionale tedesca e animatrice di un progetto di reclutamento di giovani talenti. Così Hend iniziò ad allenarsi tutti i giorni per almeno 3 ore sei giorni alla settimana. Nel 2019 dopo aver vinto il titolo nazionale in tutte e quattro le categorie previste, comprese le senior, partecipa alle qualificazioni olimpiche per l’Asia Occidentale ad Amman. Rischia subito di ritirarsi a causa di un’infiammazione a una caviglia, procurata dall’adattamento a un pavimento perfettamente levigato, lei che è abituata al fondo sconnesso di cemento del suo club, ma in finale batte la libanese Mariana Sahakian, che di anni ne ha 42. “Lo dedico a me e alla mia famiglia, il sogno adesso è di salire sul podio all’Olimpiade di Parigi”. Senza dimenticare gli studi: “Alla mia età, la pressione della scuola è relativa, ma ho bisogno di un programma che mi permetta di non sovrapporre l’apprendimento con lo sport”. Così, per consentirle di allenarsi senza avere problemi con la scuola, papà ha messo sotto contratto degli insegnanti privati.Hend Zaza è la quinta atleta più giovane delle Olimpiadi moderne, la più giovane di sempre nel ping pong. Una statistica che si aggiorna dopo Grenoble ‘68 quando la più giovane fu la pattinatrice di figura romena Beatrice Hustiu. La sua è una favola bella e tutto il mondo fa il tifo per lei.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

L'invasione delle azzurre alle Olimpiadi. Per la prima volta nella storia la spedizione italiana ai giochi è composta quasi per metà da donne. Oggi sono 184. A Tokyo 1964 erano undici su 159. Le nostre atlete puntano alle medaglie e a conquistare la parità di genere sul campo. Ma dietro le scrivanie del Coni il maschio in età avanzata rimane padrone. Gianfrancesco Turano su L'Espresso il 21 luglio 2021. I giochi del silenzio iniziano venerdì 23 luglio a Tokyo. Dopo la sbornia dell’Europeo di calcio con Wembley pieno e il torneo di Wimbledon tutto esaurito, il primo ministro giapponese Yoshihide Suga ha scelto la linea di massima prudenza a costo di rimetterci 700 milioni di euro in biglietti. Non saranno ammessi spettatori locali, stranieri e atleti non vaccinati. Gli accrediti per allenatori e staff saranno ridotti al minimo. Al posto del tifo, che in Giappone è ampiamente no-vax con solo il 15 per cento della popolazione immunizzata, ci saranno le voci degli atleti in corsa per le medaglie. Nel caso dell’Italia saranno in larga parte voci femminili. Un anno e un secolo dopo Anversa 1920, quando la prima italiana della storia si presentò in gara ai giochi, la rappresentativa azzurra ha sfiorato la perfetta parità di genere a quota 184. Il risultato è tornato a favore dei maschi soltanto all’ultimo, con la qualificazione dei dodici cestisti capaci di vincere il pre-olimpico di Belgrado contro i favoritissimi padroni di casa della Serbia. La presenza delle donne è cresciuta rapidamente. La loro prima apparizione risale ai giochi di Parigi del 1900, seconda edizione delle olimpiadi moderne, e si dovette faticare a convincere il barone francese Pierre De Coubertin a modificare il suo purismo classicista, mantenuto ad Atene 1896 in onore della tradizione ellenica che vietava a donne e schiavi le gare di Olimpia. Neanche a dirlo il primo oro femminile andò al paese delle suffragette con la vittoria nel tennis della britannica Charlotte Cooper. Tempi lontani? Soltanto ventuno anni fa a Sidney le italiane erano meno di un terzo dei selezionati per i giochi. Nella prima olimpiade giapponese (Tokyo 1964) erano undici contro 148 uomini, addirittura due in meno di Berlino 1936, quando Trebisonda Valla detta Ondina vinse il primo oro di un’italiana negli 80 metri a ostacoli e la regia della manifestazione era affidata a Leni Riefenstahl, autrice del documentario “Olympia” su commissione di Adolf Hitler. Oggi la boxe italiana presenta ai giochi solo donne per la prima volta nella storia. Saliranno sul ring Giordana Sorrentino, Angela Carini, Rebecca Nicoli e Irma Testa. Sulle azzurre si rischia la retorica compensativa. In realtà, da anni il movimento sportivo femminile ha ottenuto prestigio e ammirazione nell’unico modo che davvero conta, attraverso il merito sul campo. Nell’età dei valori post-decoubertiniani, resta ancora lontano l’ultimo obiettivo della parità, la gratificazione economica. Ma il professionismo sportivo maschile muove una massa di denaro molto superiore e gli ingaggi si regolano di conseguenza, almeno per quelle realtà che hanno un mercato al di fuori della platea olimpica. La portabandiera azzurra, l’olimpionica del tiro a volo Jessica Rossi, 29 anni, ha sicuramente minori possibilità di fatturato rispetto al portabandiera maschio, il ciclista Elia Viviani, 32 anni. Com’è sacrosanto, il Coni non discrimina. I premi della trentaduesima olimpiade distinguono solo il genere metallico delle medaglie. Un oro vale 180 mila euro con un aumento di 30 mila sul 2016. L’argento olimpico è salito da 75 a 90 mila euro. Il bronzo, da 50 a 60 mila euro. Per molti atleti, abituati a sacrificarsi per la gloria, un rimborso spese e qualche contrattino dagli sponsor tecnici, sarà la maggiore occasione di guadagno della loro avventura sportiva mentre i neocampioni europei di calcio escono dalla finale con l’Inghilterra con 250 mila euro di premio. Argent de poche. Matteo Berrettini, primo finalista italiano a Wimbledon che a Tokyo potrebbe giocarsi la rivincita contro il serbo Novak Djokovic ha incassato poco più di un milione in euro. 

EL PASO, ITALIA. Gli italiani nati su suolo straniero saranno in cinquanta, poco meno di uno su otto. Nel gruppetto dei diversamente italiani ci sono storie e profili molto vari. L’atletica leggera che tenta di uscire da anni di buio profondo si affida all’italo-texano Marcell Jacobs, la freccia di El Paso capace di stabilire il nuovo record nazionale sui 100 metri con 9”95, un tempo da finale. Negli squadroni del volley, entrambi da medaglia, i maschi potranno di nuovo contare su Osmany Juantorena da Santiago di Cuba e le donne su Indre Sorokaite, lituana di Kaunas arrivata in Italia a quattordici anni. Nel Settebello c’è il francese Mike Bodegas. È senese per caso il nuovo fenomeno del basket, Niccolò Mannion, padre Usa e madre italiana come Jacobs. Mannion è nato nel 2001, quando il padre Pace chiudeva la carriera in Toscana. L’Italdonne si è qualificata nella pallacanestro 3x3, una delle cinque discipline al debutto insieme all’arrampicata sportiva, allo skateboard, al surf, al karate, al baseball e al softball, la versione femminile del baseball, con l’Italia presente. Gli azzurri si confermano forti nel collettivo con un’eccezione importante. Dopo la vittoria della nazionale del ct Roberto Mancini l’11 luglio a Wembley, il calcio azzurro non sarà a Tokyo, né in versione maschile né in versione femminile, nel rispetto di una tradizione poverissima risultati con un unico oro a Berlino nel 1936. L’ultima partecipazione della nostra Olimpica, che grosso modo corrisponde all’Under 21, risale a Pechino 2008. Tornano a pieno regime le squadre anche nella scherma, l’unico sport che l’Italia domina nella storia dei giochi con 125 medaglie e che è rappresentato al governo da Valentina Vezzali, sottosegretario con delega allo sport e pluriolimpionica del fioretto con sei ori. 

GOVERNISSIMO MALAGÒ. Per le discipline della politica, la delegazione italiana a Tokyo si presenta all’insegna del governissimo. Ma non è Giovanni Malagò a ispirarsi a Mario Draghi, casomai il contrario. Il presidente del Coni è fresco di rielezione ad ampia maggioranza, lo scorso 13 maggio, con 55 voti, pari al 79,7 per cento dei consensi. Il suo avversario Renato Di Rocco, ex della federazione ciclismo, ha preso soltanto 13 voti nonostante fosse spalleggiato da Paolo Barelli della Federnuoto e Angelo Binaghi di Federtennis, nemici intimi del presidente in carica dal febbraio 2013. La foto dell’election day dice più di mille parole. Nei locali del circolo del tennis milanese intitolato all’ex presidente del Coni Alberto Bonacossa, Malagò saluta i delegati avendo alla sua sinistra Franco Carraro, 81 anni, e alla sua destra Mario Pescante, 83 anni, entrambi membri del Cio. Il comitato olimpico internazionale ha avuto il suo da fare per sostenere Malagò nella guerra santa di ogni presidente del Coni, l’autonomia dello sport, messa sotto pressione da leghisti e grillini. Il principio è giusto. Peccato passi per una gestione da Pcus, con un pugno di presidenti dal 1947 a oggi. Fra i sei predecessori di Malagò nel dopoguerra spiccano il fedelissimo andreottiano Giulio Onesti, in carica per trentun anni, e l’altrettanto andreottiano Stefano Petrucci, 76 anni, sopravvissuto al suo mentore politico con una poltrona da presidente in Federbasket confermata lo scorso novembre da candidato unico con voto plebiscitario. È la terza volta di fila, la quinta in totale. A dispetto del risultato elettorale, non sono stati anni semplici per Malagò, 62 anni, di mestiere concessionario di auto di lusso con affaccio su villa Borghese. Il signore degli anelli italiani ha prima dovuto affrontare le polemiche sul numero dei mandati, con il terzo concesso da un decreto del ministro dello Sport Luca Lotti ai tempi supplementari del governo Gentiloni nel gennaio del 2018. Subito dopo sono arrivati gli scontri con il governo gialloverde e con Giancarlo Giorgetti, che ha azzoppato il potere malaghista creando la società Sport e salute e affidandola a Vito Cozzoli, manager di fede grillina ed ex capo di gabinetto al Mise di Federica Guidi, Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli. 

DERBY AL FORO ITALICO. Lentamente Malagò ha recuperato terreno mentre l’opposizione al suo sistema di potere si affievoliva. A metà giugno il Coni si è ripreso l’istituto di medicina sportiva dell’Acqua Acetosa, con il decreto attuativo di una legge di inizio anno. Sul fronte interno il sistema ormai è talmente consolidato che non teme di esibire le stanche liti di famiglia in una sorta di Casa Vianello sportiva. Il dualismo è particolarmente accentuato con Barelli, che ha i risultati dalla sua avendo portato le piscine italiane sulla ribalta internazionale. Se gli atleti con pass per Tokyo fossero deputati, come è attualmente Barelli dopo altre tre legislature in senato sempre nelle file di Forza Italia, gli eletti di cloro e corsia sarebbero il secondo partito. Ai Giochi la rappresentanza più numerosa è quella dell’atletica leggera (76). Ma se si sommano i nuotatori, i fondisti, quelli del sincronizzato, i tuffatori e la pallanuoto con Settebello e Setterosa si contano 67 qualificati e 66 partecipanti, perché Gregorio Paltrinieri gareggerà sia in vasca sia in mare. Su trentasei nuotatori sette hanno la doppia tessera in quanto atleti della Canottieri Aniene, il circolo romano che in vent’anni di presidenza (1997-2017) Malagò ha trasformato in un centro di relazioni non solo sportive. Per livello competitivo e possibilità di conquistare medaglie, tra Fin e Fidal non esiste confronto. Federica Pellegrini, Simona Quadarella, Margherita Panziera, l’uomo-pesce Paltrinieri, reduce dalla mononucleosi, sono ai vertici mentre inizia una carriera promettente Giulia Vetrano del Centro nuoto Nichelino, la più giovane fra gli azzurri con i suoi quindici anni e mezzo (il limite di età è quattordici). Nel reparto scrivanie invece innovazione e gioventù sono rarità. Alcune federazioni importanti, come il ciclismo o l’atletica leggera, hanno cambiato dopo presidenze che sembravano eterne. Nella Federciclismo lo sfidante di Malagò, il romano Di Rocco, 74 anni, ha lasciato al lombardo Cordiano Dagnoni, 57 anni, ex pistard che ha battuto dopo un ballottaggio molto tirato il suo quasi coetaneo e sprinter ben più titolato, il padovano Silvio Martinello, 58 anni. Alla Fidal ha prevalso Stefano Mei, ex mezzofondista di livello internazionale dopo nove anni di poca soddisfazione con Alfio Giomi, 73 anni. A scavare fra i votanti delle elezioni del Coni di maggio compaiono nomi visti per decenni nelle cronache politiche come quello del nisseno Sergio D’Antoni, ex segretario generale della Cisl, che a 74 anni è membro di giunta per conto dei comitati regionali oltre a guidare il Coni in Sicilia. La carica di segretario generale, occupata per diciannove anni dall’ex parlamentare berlusconiano Pescante, è oggi affidata a Roberto Fabbricini, 76 anni, fratello minore di Massimo, 78 anni, che ha ereditato la presidenza dell’Aniene. Anche per Malagò la revolving door è pronta. Alla fine dell’ultimo mandato quadriennale, non rinnovabile salvo soluzioni alla Vladimir Putin, il presidente onorario dell’Aniene compenserà la perdita della poltrona del Foro Italico con quella di presidente della Fondazione per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina del 2026, che già occupa nonostante le feroci critiche iniziali dei 5 Stelle, momentaneamente presi da altre faccende. Non c’è da temere che la sua presa sullo sport italiano si allenti. Le olimpiadi logorano chi le pratica, non chi le organizza. 

A Tokyo 2020 la nazionale dei rifugiati: ecco gli atleti del “Paese che non c’è”. Sono una trentina, scampati a guerre e dittature e andranno ai Giochi grazie alla squadra nata per le Olimpiadi del 2016. Le loro storie. Gigi Riva su L'Espresso il 21 luglio 2021. Il Paese che non c’è non ha terra né confini ma conta ottanta milioni di persone e ne manda (Covid-19 permettendo) 29, 19 uomini e 10 donne, alle Olimpiadi di Tokyo, qualcuno con speranza di medaglia ma è un dettaglio perché hanno già vinto in quella gara di maratona che è stata per tutti la vita. La loro origine è la mappa delle catastrofi della contemporaneità: Sud Sudan, Eritrea, Camerun, entrambi i Congo, Afghanistan, Siria, Iran, Iraq, Venezuela. Loro sono gli atleti del team dei Rifugiati, sfileranno dietro la bandiera bianca a cinque cerchi, gareggeranno in dodici discipline. Sono fuggiti da guerre e dittature, una corsa a ostacoli lunga come un Calvario per approdare in campi di allenamento come, per gli africani, il “Tegla Loroupe Peace Foundation” sulle colline di Ngong, vicino a Nairobi, la capitale del Kenia. Dove si è preparata la veterana Anjelina Nadai Lohalith, 28 anni, già presente a Rio 2016 (allora i profughi erano dieci), mezzofondista dei 1500 metri. Aveva 9 anni quando assieme alla zia ha intrapreso la marcia dal Sud Sudan devastato dalla guerra civile per approdare al campo profughi di Kakuma nel Bacino di Turkana, un deserto al centro del quale c’è un lago. Lì ha potuto frequentare il liceo e un professore si è accorto della sua facilità di falcata e delle sue doti di resistenza. Qualità che l’hanno portata fino ai Giochi brasiliani. Una parentesi per diventare madre e quindi la volontà di ripetere l’esperienza tra le difficoltà accentuate dalla pandemia e dalla temporanea chiusura di Ngong. Ce l’ha fatta e tanta perseveranza è dovuta a un’idea fissa: «Se andrò lontano, se avrò successo, voglio aiutare i miei genitori». Che non vede da 18 anni. Nello stesso periodo di Anjelina, agli albori del nuovo Millennio a Kakuma arrivò anche la sua bellissima coetanea Rose Nathike Lokonyen. Nel suo villaggio del Sud Sudan, Chukudum, avevano fatto irruzione soldati malintenzionati, assieme ai genitori e a tre fratelli minori era scappata prima a piedi e poi con mezzi di fortuna. Era assolutamente digiuna di sport ma alla prima corsa cui partecipò si classificò seconda. Un incoraggiamento a proseguire per migliorare i tempi e diffondere due messaggi, «far conoscere la tragedia del mio Paese e divulgare la necessità della pace in Africa». A Rio de Janeiro fu portabandiera dei rifugiati e nella prossima competizione globale mira a scendere sotto il suo record di 2’13”39 stabilito ai Mondiali di Doha, in Qatar, nel 2019. La stessa distanza, gli 800 metri, è anche il regno di James Nyang Chiengjiek, 29 anni, di Bentiu, sempre Sud Sudan. Il padre, militare di carriera, fu ucciso nel 1999 durante la seconda guerra civile nel Paese. E a 13 anni James, per non correre il rischio di essere reclutato dai ribelli, se ne andò da casa per approdare nel solito campo di Kukuma che ospita 180 mila profughi. Non avendo l’abitudine a correre con le scarpe, ha preferito mostrare le sue doti da scalzo, spesso ferendosi ai piedi. Non ha ceduto: «Ho scoperto di avere un talento, e se dio me lo ha dato lo devo usare». Come sta facendo anche il suo connazionale Paulo Amotun Lokoro, pastore per tradizione di famiglia finché...«Arrivò la guerra, non potevamo fare altro che scappare. Ci nascondevamo di cespuglio in cespuglio. Non avevamo cibo, coglievamo solo frutti dagli alberi». Nella fuga perse contatto con i parenti, rimase solo con uno zio per due anni. Poi la madre lo rintracciò e lo portò in salvo oltre confine. Al “Tegla Loroupe” (dal nome della tre volte campionessa mondiale di mezza maratona che lo ha finanziato) «ho imparato a vivere da atleta”. Forse non riuscirà a realizzare il proposito di «diventare campione del mondo», ma i suoi 5000 metri saranno comunque emozionanti. La gara regina delle Olimpiadi, i 100 metri, vedrà ai blocchi di partenza Dorian Keletela, 22 anni, orfano fin da piccolo, entrambi i genitori uccisi nell’interminabile conflitto della Repubblica Democratica del Congo. Per dargli un’opportunità, quando di anni ne aveva 17 la zia decise, per regalargli una chance, di portarlo con lei in Portogallo. Dopo un anno in un campo profughi ha imparato una nuova lingua. La sua forza esplosiva è stata decisiva perché fosse indirizzato dagli allenatori verso la distanza minima: «Voglio che la gente sappia di me che sono una persona determinata, che non si arrende mai e segue i suoi sogni». Il suo credo si declina in cinque caratteristiche: fede, determinazione, coraggio, pazienza e perseveranza. Si allena tre ore al giorno per sei giorni la settimana. L’obiettivo, ancora piuttosto lontano in verità, è di abbattere la barriera del 10 secondi: «Vorrei che, finita la mia carriera, i giovani ricordassero il mio nome come fonte di ispirazione». Basta ripercorrere la biografia di Tachlowini Gabriyesos per capire che il suo approdo non poteva che essere la maratona. Il suo motto: «La rinuncia non fa per me». A 12 anni ha lasciato l’Eritrea dove è nato, ha attraversato a piedi il Sudan e l’Egitto, si è inoltrato nel deserto fino a raggiungere Israele dove ha incontrato un coach, Emek Hefer, che lo ha preso sotto le sue cure grazie a una borsa di studio del Cio. Il suo status gli provoca non pochi grattacapi quando deve attraversare le frontiere. Come nel 2019 quando doveva raggiungere Doha per i mondiali di atletica ma è stato trattenuto per 27 ore allo scalo di Istanbul per problemi burocratici legati al visto. Il che gli ha impedito di realizzare un buon tempo. Nell’ottobre scorso non è nemmeno riuscito a partire per Gdynia in Polonia per gli stessi intoppi di dogana. Nel marzo scorso è stato il primo atleta ad ottenere il pass per i Giochi di Tokio grazie al tempo che ha fatto segnare durante la maratona all’Hula Lake Park in Israele, ed era solo la seconda volta che affrontava la distanza di Filippide. Se i Giochi si fossero svolti nella data prestabilita non ci sarebbe stata l’eritrea Luna Solomon perché reduce da una maternità. La dilazione di un anno la vedrà invece nella postazione di tiro con carabina ad aria compressa a dieci metri dal bersaglio. A casa sua non c’era libertà e ha intrapreso il viaggio della speranza che si è concluso in Svizzera. Dello sport che la porterà a Tokio non aveva mai nemmeno sentito parlare. Quando lo ha provato, a ridosso delle Alpi, ed era solo due anni fa, ha scoperto la vocazione. Non sarebbe bastata senza il felice incontro con il tre volte campione olimpico italiano Niccolò Campriani. Il quale, appesa la carabina al chiodo, si è dedicato con passione ai profughi per trasmettere le sue competenze tanto da farne iscrivere due (l’altro, Mahdi Yovari, gareggerà sotto la bandiera dell’Afghanistan) alla competizione. Una gioia pari a quella dei suoi successi. Dal martoriato Paese in guerra da più di 40 anni e dove, dopo il ritiro dei soldati occidentali, stanno riguadagnando terreno i talebani, arriva pure Masomah Ali Zada, della minoranza hazara. Fu durante la precedente tirannia degli studenti coranici che Masomah assieme alla famiglia cercò ricovero in Iran dove si innamorò della bicicletta. Rientrata in patria quando il regno dei jihadisti sembrava terminato, si accorse che certi pregiudizi sulle donne e lo sport erano comunque duri a morire. Mentre si allenava per le strade di Kabul veniva minacciata di morte dagli ultraconservatori. Una volta, dopo essere stata travolta da una macchina, ha subito la beffa della derisione da parte dell’autista. Un avvocato francese rimasto colpito dalla sua storia è riuscito ad ottenere prima un visto e poi l’asilo per lei, sua sorella e una terza ciclista. Masomah studia all’università di Lille, secondo anno di ingegneria, vedrà i Cinque Cerchi da protagonista. Nel cuore coltiva una speranza: «Un giorno il ciclismo deve diventare tradizione per tutte le ragazze afgane». Le bande talebane avevano messo nel mirino anche Abdullah Sediqi, 24 anni, per la sua pratica del taekwondo. Quattro anni fa, la fuga in Europa per continuare a praticarlo: «È stato estenuante, ci sono stati giorni in cui ho camminato anche dodici ore di fila». Ad Anversa in Belgio ha trovato un allenatore e una palestra. A soli 23 anni il nome di Yusra Mardini si trova già nel Giardino dei Giusti di Milano. Siriana, nuotatrice sin da piccola, nel 2015 zigzagando tra le bombe ha deciso di andarsene da Damasco con i parenti. Beirut, la Turchia, Smirne il mare Egeo, dove la comitiva assieme ad altri migranti sale su un gommone per l’isola greca di Lesbo. Sono in venti. Troppi. Il gommone imbarca acqua. Gettano i bagagli a mare ma con è sufficiente. Sono in balìa delle onde e mancano ancora cinque chilometri alla riva. Yusra, la sorella Sarah e un’altra ragazza si tuffano, trainano il gommone e dopo tre ore e mezza, la salvezza. Poi l’Odissea via terra lungo la rotta balcanica, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria, Germania e la Berlino che l’accoglie in una vasca d’acqua finalmente placida. In Germania ha ritrovato anche il connazionale Alaa Maso, nuotatore stile libero sulle distanze brevi che pure farà parte della comitiva. Tra i rifugiati, l’uomo che ha le maggiori possibilità di salire sul podio, forse addirittura il più alto, è il karateka iraniano categoria -67 chili Hamoon Derafshipour. Era già una star a Teheran. Nonostante questo non poteva ottenere ciò che desiderava nella terra degli ayatollah: essere allenato da sua moglie Malekipour, ex karateka a sua volta, che aveva dovuto lasciare l’agonismo a causa di un infortunio al ginocchio. La coppia non aveva altra strada se non quella dell’esilio in Canada, ora coronata dalla chiamata per Tokyo. 

Il debutto a Rio 2016. Che cos’è la Squadra Olimpica dei Rifugiati, il Refugee Team ai Giochi di Tokyo. Vito Califano su Il Riformista il 23 Luglio 2021. Ha rischiato di essere squalificato ma alla fine ce l’ha fatta: la squadra olimpica dei rifugiati, alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Tokyo 2020, ha sfilato con la bandiera olimpica dopo la Grecia. È arrivato alla spicciolata, a gruppi, e poco alla volta in Giappone il Refugee Team. Un gruppo era rimasto bloccato sulla rotta Qatar-Giappone: bloccato a Doha per quasi una settimana a causa di un contagiato al coronavirus emerso nel gruppo degli accompagnatori. I primi atleti sono arrivati venerdì 19 luglio, all’aeroporto di Narita. Il Refugee Team è composto in tutto da 29 atleti, 11 donne e 18 uomini, 16 allenatori e 10 accompagnatori. Il suo acronimo è EOR, che sta per Equipe Olympique des Réfugiés, e tutti gli atleti gareggiano grazie a una borsa di studio del CIO, da 11 Stati di origine e 13 stati ospitanti – ovvero i Paesi dove hanno ottenuto lo status di rifugiato. Alle premiazioni suona l’inno delle Olimpiadi. La squadra ha debuttato per la prima volta alle Olimpiadi del 2016. “Questa partecipazione rappresenta una pietra miliare nella collaborazione ventennale dell’UNHCR con il Comitato Olimpico Internazionale (COI) – aveva osservato, come si legge sul sito, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – un rapporto determinante nella promozione del ruolo dello sport nello sviluppo e benessere dei rifugiati, in particolare dei bambini, in tutto il mondo. Attraverso progetti congiunti, abbiamo promosso programmi giovanili e attività sportive in almeno 20 paesi, riabilitato campi sportivi in diversi campi rifugiati, e fornito kit sportivi per giovani rifugiati”. A competere per la prima volta con Refugees Team in Brasile erano stati due nuotatori siriani, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, e sei corridori da Etiopia e Sud Sudan. L’imprevisto di Doha ha messo in seria difficoltà la delegazione, in costante contatto con Tokyo. In Qatar la squadra si era fermata per un’ultima sessione di allenamenti negli impianti dell’Aspire Zone. A risultare positiva, secondo Repubblica, era stata l’ex mezzofondista keniota Tegla Loroupe, a capo della missione, che aveva ricevuto una sola dose di vaccino, e in attesa della somministrazione di richiamo. Gli atleti sono stati costretti all’isolamento per cinque giorni e a test quotidiani. Potevano allontanarsi dalla struttura solo per gli allenamenti. Il Refugee Team compete in 12 sport in tutto: judo, taekwondo, karate, boxe, wrestling, ciclismo, nuoto, badminton, atletica, sollevamento pesi, tiro a segno, canottaggio. Ne fanno parte sei atleti che hanno già partecipato a un’Olimpiade, a Rio nel 2016: la nuotatrice Yusra Mardini (Siria) – ambasciatrice dell’Alto commissariato per i rifugiati, il judoka Popole Milsenga (Congo) e, nell’atletica leggera, i quattro sudsudanesi Anjelina Nadai, James Nyang Chiengjiek, Paulo Amotun Lokoro e Rose Nathike Lokonyen. A febbraio si è aggiunta al team la medagliata Kimia Alizadeh, iraniana, bronzo nel taekwondo (categoria inferiore ai 57 kg) a Rio. L’anno scorso è fuggita in Germania dopo aver rivendicato di essere “una delle milioni di donne oppresse in Iran”. Lo scorso febbraio le è stato riconosciuto lo status di rifugiata. Luna Solomon, eritrea, qualificata per il Tiro a Segno, è allenata dal plurimedagliato italiano Niccolò Campriani, tre ori e un argento tra Londra e Rio.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Ecco chi sono i dieci atleti più ricchi che partecipano ai Giochi Olimpici. Dal nostro inviato a Tokyo Marco Bellinazzo su Il Sole 24 ore.com il 23/7/2021. Ecco chi sono i dieci atleti più ricchi che partecipano ai Giochi Olimpici. Nella classifica stilata da Forbes delle presenti a Tokyo ci sono sei cestisti della Nba, tre tennisti e un golfista. Insieme in 12 mesi hanno incassato 350 milioni di dollari. Probabilmente solo qualcuno sfilerà nell'Olympic Stadium di Tokyo dietro la bandiera della rispettiva nazionale, ma ai Giochi di Tokyo parteciperanno anche delle star globali dello Sport System. Forbes ha stilato la classifica dei 10 atleti più ricchi che hanno deciso di rincorrere l’oro olimpico in Giappone. La graduatoria è stata compilata analizzando i guadagni tra il maggio 2020 e il maggio 2021, considerando sia le entrate “sportive” (premi in denaro, stipendi e bonus) sia quelle extra-sportive come sponsorizzazioni e licensing. Certo per alcune delle star pesano gli effetti della pandemia: ad esempio i cestisti dell’Nba hanno dovuto fare i conti con un taglio del 20% degli stipendi. Tra le star più ricche presenti a Tokyo ce ne sono sei, insieme a tre tennisti e un golfista. Insieme in 12 mesi hanno incassato poco più di 350 milioni di dollari.

Il podio. In cima alla classifica c'è la stella dei Brooklyn Nets, Kevin Durant, che ha già vinto due medaglie d’oro olimpiche a Londra e Rio, con 75 milioni. Il due volte campione Nba ha anche investito nelle rete multimediale Boardroom, ha partecipazione del 5% nei Philadelphia Union franchigia della Mls e una società di venture capital, Thirty Five Ventures. Al secondo posto si issa Naomi Osaka che ha infranto i record di guadagni per le atlete, superando la veterana Serena Williams e l'ex detentrice del record Maria Sharapova. La 23enne, considerata il nuovo volto del tennis, ha guadagnato 55 milioni in sponsorizzazioni e 5 milioni in premi in denaro in 12 mesi. Con oltre 20 partner, tra cui nuovi arrivati come Google, Louis Vuitton, Workday e Levi’s, Osaka è al n. 12 nella lista degli atleti più pagati di Forbes per il 2021. Sul gradino più basso del podio sale invece il playmaker dei Portland Trailblazers e sei volte NBA All-Star Damian Lillard. Il 31enne ha accumulato con 40 milioni di dollari stringendo accordi di sponsorizzazione con Adidas, Gatorade, Hulu e 2K Sports, tra gli altri. Nel 2014, Lillard ha rinegoziato un nuovo contratto decennale con Adidas del valore di 100 milioni per la sua linea di scarpe più venduta, Dame. Lillard, noto anche con il suo alias rap Dame D.O.L.L.A (Different On Levels the Lord Allows), ha pubblicato tre album in studio con la sua etichetta discografica, Front Page Music. Il debuttante olimpionico appare sia nella colonna sonora di Space Jam: A New Legacy che nel film (interpretando il ruolo di Chronos). In realtà, Jayson Tatum (quarto) insegue da vicino Lillard avendo siglato un contratto con i Boston Celtics da 39 milioni a stagione.

Tennis e golf. Quinto si piazza con 34,5 milioni di dollari il numero uno del tennis maschile Novak Djokovic che cerca a Tokyo il Golden Slam, vincere i quattro tornei dello Slam (gli manca solo gli Open Usa, dopo le vittorie in Australia, Parigi e Wimbledonm che gli ha fruttato 2,4 milioni) più l'oro olimpico. Un filotto riuscito solo alla tedesca Steffi Graf nel 1988. Oltre ai premi in denaro il tennista serbo ha guadagnato 30 milioni dalle sponsorizzazioni con aziende come Lacoste, Peugeot, NetJets e il produttore austriaco di attrezzature per il tennis Head. Rory McIlroy, considerato uno dei più grandi giocatori del golf insieme a Tiger Woods, è invece sesto nella classifica di Forbes, avendo raccolto 29 milioni di dollari da partner commerciali come Nike, Omega e UnitedHealth Group. Ha anche fondato GolfPass con NBCSports, un pacchetto di streaming digitale con abbonamento da 10 dollari al mese dove offre agli appassioni le sue istruzioni tecniche in esclusiva. Altro tennista giapponese in classifica, all'ottavo posto, è Kei Nishikori che guadagna 30 milioni tra ricche sponsorizzazioni assicurate da marchi come Japan Airlines, Lixil e Nissin, che sono anche partner olimpici.

Superstar Nba. Nishikori è preceduto da un'altra superstar Nba Devin Booker - settimo con 30,5 milioni - che ha guidato i Phoenix Suns alla finale Nba 2021 persa contro i Milwaukee di Giannis Antetokounmpo. Booker è diventato il giocatore più pagato nella storia dei Suns firmando un contratto quinquennale da 158 milioni di dollari nel 2018 e guadagna 7 milioni grazie a sponsor come Nike e Call of Duty.

Olimpiadi Tokyo 2021, quanti soldi guadagnano gli italiani vincendo le medaglie? Premi aumentati per oro, argento e bronzo. Stefano Villa il - 17 Giugno 2021 su oasport.it. L’Italia sarà presente alle Olimpiadi di Tokyo 2021 con una delegazione di circa 350 atleti (sono ancora in corso di svolgimento alcune qualificazioni, il numero esatto del contingente sarà chiaro attorno al 10 luglio). La nostra Nazionale ha grandissime ambizioni per i Giochi, in programma nella capitale del Giappone da venerdì 23 luglio a domenica 8 agosto, e si può giocare concrete chance di medaglia: le occasioni per salire sul podio a cinque cerchi e per puntare al titolo più ambito non mancheranno di certo ai nostri portacolori. La competizione sportiva più importante e prestigiosa al mondo giunge dopo ben cinque anni dall’ultima edizione di Rio 2016, a causa del rinvio di un anno dovuto alla pandemia che ha colpito l’intero pianeta. Dunque è ormai trascorso un lustro dall’avventura in Brasile e tante cose sono cambiate nella nostra quotidianità e nell’universo sportivo. L’intera popolazione ha dovuto fare dei sacrifici a causa dell’emergenza sanitaria e anche gli sportivi si sono vistri stravolgere la propria vita, vedendosi rimandato l’appuntamento sognato da sempre. Proprio per premiare l’arduo lavoro e l’impegno degli azzurri, il Coni ha deciso di aumentare i premi in denaro assicurati ai nostri portacolori in caso di conquista di medaglie nel Sol Levante. A parlarne è stato Giovanni Malagò, Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, in una dichiarazione rilasciata all’Ansa: “Su idea di Carlo Mornati, che ho volentieri recepito, la Giunta ha deliberato che, dopo quattro Olimpiadi in cui sono rimasti inalterati, aumenteremo i premi del 20% lordo, da 50mila a 60mila euro per il bronzo, da 75mila a 90mila per l’argento, da 150mila a 180mila per l’oro. Un atto dovuto verso gli atleti che in questo anno hanno fatto tanti sacrifici“. Gli azzurri che riusciranno a laurearsi Campioni Olimpici riceveranno un buon assegno di 180.000 euro. Cifre interessanti anche per chi riuscirà a salire sul podio, visto che sono garantiti 90.000 euro per il secondo posto e 60.000 euro per la terza piazza. Va precisato che si tratta di premi lordi, dunque su di essi si devono pagare tutte le tasse previste dall’ordinamento vigente nel nostro Paese. Di seguito lo specchietto dettagliato su quanto valgono le medaglie e quanti soldi guadagnano gli italiani che conquisteranno medaglie alle Olimpiadi di Tokyo 2021.

QUANTI SOLDI GUADAGNANO GLI ITALIANI ALLE OLIMPIADI 2021? PREMI PER LE MEDAGLIE

MEDAGLIA D’ORO: 180.000 euro. Premio aumentato del 20% rispetto ai 150.000 euro di Rio 2016.

MEDAGLIA D’ARGENTO: 90.000 euro. Premio aumentato del 20% rispetto ai 75.000 euro di Rio 2016.

MEDAGLIA DI BRONZO: 60.000 euro. Premio aumentato del 20% rispetto ai 50.000 euro di Rio 2016.

Quanto guadagna un atleta olimpico italiano: gli stipendi degli sportivi nelle Fiamme Gialle e Fiamme oro. Fanpage.it il 23/7/2021. A cura di Marco Beltrami. Quanto guadagna un atleta olimpico italiano: gli stipendi degli sportivi nelle Fiamme Gialle e Fiamme oro. Alle Olimpiadi di Tokyo, molti atleti italiani indossano la divisa. Si tratta di atleti militari o di Stato che appartengono ad un determinato gruppo di forze armate: Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri ma anche Fiamme Oro (Polizia di Stato), Fiamme Gialle (Guardia di Finanza), Fiamme Azzurre (Polizia Penitenziaria), Fiamme Rosse (Vigili del Fuoco) e Forestale. Ecco tutto quello che c’è da sapere sugli stipendi nei gruppi sportivi. Molti degli atleti che partecipano alle Olimpiadi di Tokyo in programma dal 23 luglio all'8 agosto indossano la divisa. Questi campioni che rappresenteranno l'Italia ai Giochi rientrano nella categoria di atleti militari o di Stato. In sintesi, ognuno di loro appartiene ad un gruppo delle Forze armate. Ci sono così atleti dell’Esercito, atleti della Marina, atleti dell’Aeronautica e dei Carabinieri. Altre cinque categorie sono rappresentate dalle Fiamme Oro (Polizia di Stato), Fiamme Gialle (Guardia di Finanza), Fiamme Azzurre (Polizia Penitenziaria), Fiamme Rosse (Vigili del Fuoco) e Forestale. L'obiettivo delle Forze armate e dei gruppi militari è quello di promuovere la disciplina sportiva, con tutti questi atleti che ricevono dunque un regolare stipendio in base al grado che ricoprono. Cifre dunque che sono ben lontane da quelle percepite da altri sportivi, come per esempio i calciatori o i tennisti. In questo modo comunque gli atleti possono essere "sostenuti" nel corso delle loro attività, come non accade in nessun altra parte del mondo. Come si può diventare un atleta militare? Bisogna superare uno speciale concorso riservato a queste categorie, dopo aver dimostrato di soddisfare determinati requisiti. Basti pensare che proprio alla vigilia di Tokyo 2020 il saltista italiano Tamberi, è stato arruolato come vincitore del concorso della Polizia di Stato riservato agli atleti.

Cosa sono le Fiamme Gialle e qual è lo stipendio medio. Con il nome di "Fiamme Gialle", vengono riconosciuti tutti gli atleti che fanno parte dei gruppi sportivi della Guardia di Finanza. Possono competere in 12 differenti discipline, ovvero atletica leggera, judo, nuoto, tuffi, tiro a segno, tiro a volo, scherma, canoa, canottaggio, vela, biathlon e sport invernali (ovvero sci, biathlon, salto con gli sci, combinata nordica, bob, pattinaggio su ghiaccio). Uno degli atleti più famosi delle Fiamme Gialle è Filippo Tortu, il velocista primo italiano capace di scendere sotto i 10 secondi sui 100 metri piani che proverà a stupire alle Olimpiadi di Tokyo. Lo stipendio medio di un atleta delle Fiamme Gialle dipende dal grado che ricopre: un finanziere semplice ad esempio guadagna poco più di 1500 euro netti, con la cifra che può aumentare in caso di grado maggiore o anzianità di servizio. Un maresciallo ad esempio può guadagnare 1850euro al mese. Una cifra che poi è destinata a salire alla luce dei premi ottenuti nelle varie competizioni, o attraverso sponsorizzazioni.

Lo stipendio di uno sportivo nelle Fiamme Oro. Le Fiamme Oro invece sono il gruppo sportivo della Polizia di Stato e comprendono atleti di 43 discipline sportive. Anche in questo caso l'obiettivo è quello di accrescere il patrimonio sportivo nazionale e sono numerosi i campioni che prenderanno parte alle Olimpiadi di Tokyo. Fanno parte di questo gruppo il velocista e lunghista Marcell Jacobs e l'altista Gian Marco Tamberi (quest'ultimo da pochissimi giorni). Quanto guadagna uno sportivo nelle Fiamme Oro? Anche in questo caso il discorso è identico a quello per le fiamme gialle, con lo stipendio che dipende dal grado ricoperto in Polizia. Un poliziotto semplice incassa circa 1300 euro, con gli atleti che poi possono giovare di premi o sponsorizzazioni.

Il dibattito sugli atleti olimpici finanziati dallo Stato. Il caso degli atleti militari è stato sempre oggetto di un dibattito, anche perché si tratta di una situazione praticamente solo italiana. Alla base della contestazione di questa tradizione c'è il fatto che in tanti non accettano che sportivi professionistici possano essere di fatto pagate dallo Stato per fare sport (anche se scelte in base a concorsi, con requisiti fisici particolari e titoli sportivi di merito). Una posizione che viene contrastata da chi reputa giusto che lo Stato possa mettere i migliori atleti nelle condizioni di far bene in occasione dei principali eventi sportivi. Non bisogna anche dimenticare che atleti che praticano determinate discipline sportive dove non ci sono guadagni importanti, come nel calcio o nel tennis, senza questo tipo di sussidio statale probabilmente non potrebbero allenarsi e competere dunque ad alti livelli. A conferma di questo ecco le parole del responsabile della comunicazione del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle ai microfoni di Eurosport: "Un atleta italiano farà sempre fatica a guadagnare tanto, in qualsiasi disciplina. Lo stipendio mensile è quello di un finanziere normale e le uniche possibilità di guadagno ulteriore arrivano dagli sponsor e dai risultati sportivi. Se i piazzamenti non sono costanti, se la carriera è breve e non si riesce a restare ad alto livello per tanti anni, non verrà mai valorizzato a dovere tutto il lavoro fatto negli anni. Non basta una vittoria a cambiarti la vita".

Andrea Cuomo per “il Giornale” il 9 agosto 2021. Chissà se dalle parti del Foro Italico, sede del Coni, qualcuno avrà pensato: anche meno. La pioggia di metalli pesanti caduta sulla testa dello sport italiano, in particolare in questa seconda settimana ruggente (e pensare che un tempo la nostra riserva di caccia era la prima settimana, territorio di pistolettari, judoka, al massimo qualche ranista), ha infatti un suo costo. Il conto ammonta (finora) a 6,6 milioni di euro. Il totale dei premi spettanti a tutti gli atleti che sono saliti sul podio con la mascherina e la tuta di Armani che spopola nei meme per la somiglianza del logo tricolore al formaggetto Babybell. Il Paese più generoso con i propri olimpionici è Singapore, che «paga» un milione di dollari ogni oro. Bella forza, a Tokyo i singaporiani non hanno vinto nemmeno una medaglia e in tutta la loro storia olimpica ne hanno conquistate appena cinque, delle quali solo una d'oro (il nuotatore Joseph Schooling nei 100 farfalla a Rio). Seguono Indonesia, Kazakhstan e Azerbaigian (sedici medaglie in tre e un solo oro), E al quinto posto nella classifica della munificenza ecco l'Italia: 180mila euro per l'oro, 90mila euro per l'argento e 60mila per il bronzo. Tariffe aumentate del 20 per cento rispetto a Rio 2016, per «premiare i sacrifici fatti in questi anni difficili», ha detto Giovanni Malagò, padrone dello sport italiano spiegando il caro-podio. Va considerato peraltro che il premio non va diviso per la squadra, ma va intero a ogni atleta. Così la 4x100 che ieri ci ha fatto perdere la voce incasserà 720mila euro, così come il quartetto dell'inseguimento a squadre maschile del ciclismo su pista. Invece Federica Cesarini e Valentina Rodini del due di coppia di canottaggio fatturano 360mila euro (e meno male che sono pesi leggeri) come Caterina Banti e Ruggero Tita che hanno trionfato nella classe Nacra 17 della vela. Certi contabili poco romantici potrebbero quasi gioire della Caporetto delle nazionali degli sport di squadra, tutte ben lontane dal podio. A Rio l'argento della pallanuoto femminile (in rosa tredici ragazze) presentò un conto di 975mila euro al Coni. E i dodici pallavolisti della nazionale maschile che arrivarono secondi costarono ai contribuenti 900mila euro.

Francesco Persili per Dagospia il 24 luglio 2021. “Primo giorno di finali a Tokyo2020 e due pugliesi a medaglia. Ed è subito "Porca puttena!". Il giornalista di Libero Fabrizio Biasin rilancia su Twitter il tormentone di Lino Banfi che ha accompagnato la cavalcata azzurri agli Europei per celebrare l’oro del brindisino Vito Dell’Aquila nel taekwondo -58 kg. e l’argento del foggiano Luigi Samele nella sciabola. “Il dizionario è l’unico posto dove successo viene prima di sudore”, scrive su Instagram il 20enne Dell’Aquila che ha iniziato a praticare arti marziali per combattere la timidezza. “Togli la cera, metti la cera”. È cresciuto con il Maestro Miyagi e i film di Bruce Lee di cui il padre era un fan sfegatato. Umiltà e determinazione, nel giugno 2019 dopo aver perso ai quarti del World Taekwondo Grand Prix al Foro Italico a Roma disse: “Mi dispiace avervi deluso ma tornerò più forte di prima. Tra circa 10 giorni inizieranno gli esami di maturità e una volta terminati, potrò finalmente allenarmi a tempo pieno e dedicarmi solo al Taekwondo”. Tifa Juve, vuole laurearsi in scienza della comunicazione e sogna di diventare giornalista sportivo per scrivere di Taekwondo. Con Samele la sciabola individuale azzurra torna sul podio dopo l’argento di Diego Occhiuzzi nove anni fa. Un sogno che si avvera per Samele che domani spegnerà 34 candeline. Nel marzo 2020 dopo il rinvio delle Olimpiadi aveva masticato amaro temendo di aver perso l’ultimo treno. E dopo il decreto «Salva Olimpiadi» di gennaio 2021 che ha scongiurato le sanzioni CIO, aveva esultato: “La bandiera è salva. L’inno è salvo. Un vero incubo è scampato!” Oggi Samele festeggia la sua seconda medaglia olimpica dopo il bronzo a squadre di Londra 2012. “L’Olimpiade è un sogno che comincia da bambini. Dietro c’è un lavoro che non dura da 4 anni ma da una vita, da quando si prende per la prima volta in mano l’arma”.

Trionfo per il classe 2000 pugliese. Chi è Vito Dell’Aquila, prima medaglia d’oro italiana alle Olimpiadi grazie al taekwondo. Fabio Calcagni su Il Riformista il 24 Luglio 2021. Nel primo giorno "ufficiale" dei Giochi olimpici di Tokyo, l’Italia incassa la prima medaglia d’oro. Un risultato arrivato nella finale che ha visto trionfare Vito Dell’Aquila, giovane stella del taekwondo impegnato nella categoria fino a 58 chilogrammi. L’atto finale dell’atleta pugliese, originario di Mesagne, lo ha visto infatti superare il tunisino Mohamed Khalil Jendoubi, dopo che in semifinale Dell’Aquila aveva dominato e superato l’argentino Guzman con un punteggio di 29-10, lasciando a zero il rivale nell’ultimo dei tre round. Una finale vinta con una rimonta e conclusa col punteggio di 16-11: l’azzurro era infatti indietro nei primi due round, salvo poi recuperare nel finale del terzo round con una serie decisiva di colpi che hanno portato all’oro. Classe 2000, nato il 3 novembre a Mesagne, in provincia di Brindisi, a otto anni Vito ha iniziato a praticare l’arte marziale coreana nella palestra del maestro Roberto Baglivo. Nel 2019 il suo titolo più importante nella giovane carriera, con la vittoria del titolo europeo quasi in casa, a Bari, oltre al successo al Grand Prix final di Mosca battendo il numero uno del ranking, il coreano Jun Jang. LE PAROLE DI VITO – “Questo oro è dedicato a mio nonno, che non c’è più da un mese e stasera mi guardava da lassù: ero certo che avrei vinto”. Sono le prime parole di Vito Dell’Aquila, oro nel Taekwondo 58 kg. “La dedico a mio nonno, mi chiamo come lui. Diceva sempre ‘Vito vince, Vito vince, vedrete’. Io ero scettico, e invece aveva ragione lui”. Dell’Aquila ha spiegato di essersi vaccinato contro il Coronavirus: “Sono sincero, io avevo un motivo in più. Ma aderisco molto volentieri alla campagna lanciata dal presidente del Coni, Malagò, per promuovere la vaccinazione: è giusto che lo facciano tutti”.

ARGENTO NELLA SCIABOLA – È invece di Luigi Samele la prima medaglia italiana alle Olimpiadi, dalla pedana della sciabola. Dopo aver vinto la sua semifinale contro Kim Jung-hwan, rimontando in maniera pazzesca dal  7 a 12 e infilando 8 stoccate consecutive, i sogni dello schermidore foggiano si sono però infranti di fronte al fenomeno ungherese Aaron Szilagyi, già campione olimpico a Londra 2012 e a Rio 2016. 15 a 7 il risulto della finale che ha regalato a Samele l’argento olimpico nella sciabola. Una finale raggiunta dopo aver superato ai quarti di finale il compagno di squadra Enrico Berré. 

SEI AZZURRI IN QUARANTENA – Sei atleti della spedizione italiana a Tokyo, membri dei team di pugilato, tuffi e skateboard sono in quarantena al villaggio di Tokyo 2020. Come comunicato dal Coni, i sei si aggiungono ai sette dirigenti in isolamento, ma continueranno ad allenarsi e la loro situazione non pregiudica la partecipazione alle gare. La decisione delle autorità sanitarie giapponesi, che è stata comunicata al Comitato organizzatore e poi al Coni, è la conseguenza del “close contact” in aereo il 18 luglio scorso con un giornalista italiano trovato positivo al covid. Nella nota del Coni è “subito chiarito che tale posizione di ‘close contact’ non impatta sulla partecipazione ai Giochi di questi atleti, in quanto la normativa prevede che possono continuare ad allenarsi e a gareggiare, effettuando un tampone molecolare sei ore prima della gara. La procedura è già scattata subito dopo la comunicazione ufficiale al Coni. Inoltre, all’interno del villaggio gli atleti, benché in isolamento fiduciario – è scritto nel comunicato – continueranno a svolgere regolarmente tutte le loro attività propedeutiche alle competizioni olimpiche seguendo solo specifiche accortezze procedurali per quanto riguarda i pasti ed i trasferimenti agli impianti di gara”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.          

Tokyo 2020, Mirko Zanni bronzo inatteso nel sollevamento pesi: Italia a valanga, quinta medaglia. Libero Quotidiano il 25 luglio 2021. L'Italia non si ferma più e centra alle Olimpiadi di Tokyo 2020 la terza medaglia di bronzo della giornata, quinta complessiva contando l'oro e l'argento del debutto. Merito di Mirko Zanni, straordinario terzo nel sollevamento pesi nella categoria 67 chili. Davanti all'azzurro soltanto il cinese Chen e il colombiano Mosquera Lozano. Una medaglia sicuramente meno attesa di quelle agguantate poche ore prima da Elisa Longo Borghini nella prova in linea del ciclismo femminile (era già stata bronzo a Rio) e da Odette Giuffrida nel judo categoria -52 chilogrammi (era stata argento 5 anni fa). Le delusioni maggiori di questa seconda grande giornata vengono dal nuoto e dalla scherma. Alice Volpi perde la finale per il bronzo nel fioretto femminile, dove era una delle favorite, sconfitta dalla russa Korobeynikova: "Sono arrivata sfinita di testa, ho buttato via un'occasione importante per una medaglia che meritavo. Però questo è lo sport. Ho tirato con il freno a mano, mi hanno detto, questa medaglia di cartone è ancora peggio, sapevo quanto era importante, mi avrebbe fatto sorridere la medaglia di bronzo". Ancora più grande la delusione per Benedetta Pilato, fuori in batteria nei 100 rana donne e squalificata. Anche lei è finita in lacrime: era una delle grandi favorite per l'oro, ma è ha nuotato malissimo ed è stata punita per "gambata irregolare". Strepitosa, invece, la performance della staffetta azzurra maschile della 4x100 stile libero. Il quartetto composto da Alessandro Miressi, Santo Condorelli, Lorenzo Zazzeri e Manuel Frigo ha vinto la propria batteria con il tempo di 3.10.29, nuovo record italiano. L'Italia si è qualificata per la finale con il miglior crono in assoluto.

Benedetta Pilato, la verità sul disastro in piscina. "Cosa sentivo prima della gara". Le ragioni del crollo. Libero Quotidiano il 25 luglio 2021. "Avevo l’ansia": Benedetta Pilato si sfoga ai microfoni della Gazzetta dello Sport dopo la disfatta a Tokyo 2020. La 16enne azzurra, grande speranza del nuoto e primatista mondiale dei 50 rana, era una delle favorite per la vittoria nei 100 rana anche alle Olimpiadi di quest'anno, ma ha sbagliato in batteria e alla fine ha raccolto pure una squalifica. La giovane promessa, però, non sa spiegarsi il motivo di questa sconfitta: "Oggi stavo benissimo - ha raccontato - anzi non vedevo l’ora di fare la gara, è andata così non ci posso fare niente. Non mi do una spiegazione perché stavo benissimo in questi giorni". La Pilato è riuscita solo ad ammettere che a un certo punto della gara ha "iniziato a fare una fatica assurda, non lo so vedremo". Poi un discorso di bilancio: "In realtà questa è la mia seconda squalifica". Anche se poi ha aggiunto: "Ci ho fatto tutte le gare con queste gambe, ho fatto anche il record del mondo quindi boh". La squalifica per lei è arrivata a causa di una "gambata irregolare", segno che nulla è girato per il verso giusto in Giappone. "Non me lo spiego - è stato il suo commento a caldo, evidentemente ancora sotto "choc" sportivo -. Cercherò di capire".  

Da gazzetta.it il 27 luglio 2021. Benedetta, dopo la squalifica nella batteria dei 100 rana in cui puntava a una medaglia per colpa di una gambata irregolare, è rientrata a casa. Come tutti i ragazzi della sua età, il luogo migliore a cui affidare le proprie sensazioni sono i social. E su Instagram, Benny, ha scritto un lungo post: "Finisce qui una delle esperienze più belle della mia vita. Avrei voluto fare di più. È la frase che mi ripeto da due giorni nella testa con le lacrime agli occhi. Sono partita con un obiettivo e purtroppo torno a casa con un pò di delusione. Mi serve per crescere, per maturare e per riuscire meglio la prossima volta". Nonostante la delusione, la "botta" ancora calda, Benedetta ha la maturità e la lucidità di non buttare via tutto: "Non sarà questo a cancellare la stagione magnifica appena finita, che porterò sempre nel cuore. Un Record del Mondo, una medaglia importante e l’onore di essere qui, circondata dai 5 cerchi, a rappresentare la mia Nazione. Torno con la consapevolezza di quello che valgo e con il sorriso. Non sono brava con le parole e non sono solita nel fare queste cose, ma è proprio nei momenti di difficoltà che ci rendiamo davvero conto di chi ci vuole bene e di chi ci resta vicino a prescindere da tutto. Volevo ringraziare la mia famiglia e il mio allenatore, che in queste due settimane mi è mancato tantissimo".

SENZA TECNICO—   La stellina azzurra si riferisce a Vito d'Onghia, il suo tecnico, che non è potuto volare a Tokyo perché non in possesso del patentino. Alla fine, un grazie anche ai (pochi) detrattori: "Grazie a tutti e soprattutto a chi aspettava da tanto un mio momento buio, mi aiutate soltanto a fare ancora meglio".

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 25 luglio 2021. Benedetta Pilato è stata squalificata dalle batterie dei 100 rana per gambata irregolare: nella specialità più tecnica il giudice di corsia di solito intravede una gamba cosiddetta delfinata. Non sarebbe entrata in semifinale avendo toccato la piastra in 1’07”36, il 20° tempo mentre in semifinale ne passano 16. È un’eliminazione clamorosa anche perché la sedicenne tarantina vale abbondantemente un crono da 1’05”84 e quindi la qualificazione sarebbe stata accessibile. Come ha ammesso lei stessa candidamente "ho fatto una gara orribile, ero tranquilla anche troppo prima di salire sul blocco, in questi giorni mi era venuta un po’ l’ansia". La primatista mondiale ha sentito il peso dell’attesa, ma uscire così brucia davvero: non si può giocare una finale che era davvero abbordabile e a cui punta adesso solo Martina Carraro, bronzo mondiale e autrice di 1’05”85. "Sono molto soddisfatta", ha detto la ventottenne genovese che ha migliorato di un centesimo il personale. Per Benny adesso il rischio è che i Giochi si concludano qui, a meno che non venga schierata in staffetta mista. Qui però dovrà necessariamente essere schierata Arianna Castiglioni, attuale primatista italiana. Benedetta a Tokyo non aveva il suo allenatore, Vito D’Onghia, rimasto a Taranto perché non convocato (motivazione: non ha il patentino). In testa c’è la sudafricana Schoenmaker in 1’04”82, davanti alle americane Lydia Jacoby 1’05”52 e all’olimpionica Lilly King 1’05”55.

Arianna Ravelli per corriere.it il 26 luglio 2021. Non un errore, non una gara banalmente sottotono, qualcosa di più di una delusione, un fallimento epocale, un crollo, una valanga che travolge tutto e ti ritrovi con tutti i pezzi del domino rovesciati: la tensione, la bracciata improvvisamente stanca, il corpo che non ti risponde più come vorresti e infine anche il gesto tecnico, che hai ripetuto milioni di volte e che ti ha portato a un record del mondo (50 metri rana, 29”30), che ti tradisce: squalificata. Questa è stata l’Olimpiade di Benedetta Pilato, “orribile” per usare l’aggettivo che ha scelto lei e non è chiaro se ci sarà una seconda possibilità a Tokyo (qui lo speciale Olimpiadi e qui il live delle gare di oggi) perché per le staffette dovrebbero essere impiegate le compagne Martina Carraro e Arianna Castiglioni. «Non so che ha combinato, prima della gara era agitatissima - rivela Martina - ma anche se ha fatto un record del mondo bisogna ricordare che ha solo 16 anni». Ecco. Nella terra estrema dei 16 anni, dove esistono solo colori assoluti, luce o buio, una caduta così, con squalifica, rischia di significare il baratro, di unire alla normale delusione quel sentimento di inadeguatezza mista a vergogna che abbiamo provato tutti quando abbiamo fallito per la prima volta. Quando ci siamo sentiti falliti. Perché la differenza forse è tutta qui. E a volte ci vuole una vita per impararla. Per imparare a ridimensionare e a perdonarsi, a rimettere tutto in prospettiva e a concedersi una seconda chance, non significa che non valiamo niente se abbiamo sbagliato, anche clamorosamente. Se vuole qualche esempio Benedetta può trovarlo vicino a lei, qualche camera più in là nel Villaggio: Federica Pellegrini vince l’argento ad Atene a 16 anni, subito sulla vetta del mondo senza passare per la maturità, poi sono arrivati i disturbi alimentari e le crisi di panico che Federica ha superato crescendo. Ed è arrivata la carriera straordinaria che sappiamo. Jennifer Capriati era arrivata al top a 17 anni, un successo strepitoso, poi perse a Flushing Meadows al primo turno e da lì si prese più di due anni di pausa. Per poi tornare numero 1 sette anni più tardi. Qualcuno resta segnato. Gianluigi Quinzi vince Wimbledon junior a 17 anni, poi non è in grado di gestire le aspettative che si creano, i risultati non vengono, non si diverte più, comincia a infortunarsi in serie, fino a quando capisce che deve cambiare strada. È dentro tutto questo che è finita Benny, adesso. Finora le era venuto tutto facile. Dotata di un talento naturale straordinario, aveva vissuto l’ascesa come un gioco, si era qualificata per Tokyo senza neanche sapere il tempo che le serviva, con un allenatore “amatore” (di mestiere lavora all’Asl) che le ha ripetuto che l’Olimpiade per lei doveva essere come il Natale, l’attesa persino più bella dell’evento in sé. Poi però evidentemente le pressioni ha cominciato a mettersele da sola. E la testa ha fatto tilt. Ora vede nero, ma ha dentro di sé gli anticorpi giusti. «Se una gara va male noi non ne facciamo un dramma», diceva prima del record e dell’esplosione di popolarità. Può tornare lì. Basta che alzi la testa e dia un’occhiata alla piscina che ha appena lasciato. L’americana Simon Manuel, la prima nera a vincere la medaglia d’oro nel nuoto, nei 100 stile a Rio, e dopo aver vinto nove ori tra i Mondiali 2017 e 2019, ha fallito la qualificazione per Tokyo nella gara individuale, la sua gara. “Sindrome da superallenamento”, ha rivelato. Poi si è ripresa, ha guadagnato il pass per la staffetta e oggi ha vinto un bronzo. Forse per noi europei è più difficile. Per gli americani non esiste una storia interessante se non c’è una caduta e una risalita. Fallire è una cosa della vita, un passaggio, qualcosa che può succedere e magari succede a te. Cadi, ci riprovi, ti rialzi. Magari scopri che sei meglio di prima. Per noi italiani spesso la vergogna diventa un’ombra lunga e gigantesca, uno stigma che ci sentiamo addosso come una fine. Ricominciare – nello sport, nel lavoro, nella vita di relazioni – è un’avventura. Come dicono gli americani, dentro e fuori vasca, finché c’è una corsia davanti a te puoi sperare. Coraggio Benny, a 16 anni ne avrai davanti altre migliaia, se solo lo vorrai. 

Federica Pellegrini, la forza fragile del talento straordinario. Dopo avere conquistato la quinta finale olimpica nei 200 stile libero – prima donna al mondo -Pellegrini ha detto che l’ufficio medaglie è chiuso. Cinque olimpiadi: seconda a Atene 2004, oro a Pechino 2008, quinta a Londra 2012, quarta a Rio 2016. E ora Tokyo. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 27 luglio 2021. Di lei io ricordo questa cosa qua. Berlino 2014, Europei. Ai 600 metri – la staffetta è la 4 x 200 stile libero, e Federica Pellegrini è la quarta a tuffarsi, dopo il cambio con Chiara Masini Lucetti – abbiamo quasi cinque secondi di distacco. Cinque secondi sono chilometri, in vasca, una distanza siderale. La svedese Sarah Sjoestrom, la più brillante delle loro nuotatrici, ha fatto una terza frazione strepitosa: voleva mettere quanta più acqua possibile fra loro e noi. Noi, siamo le quattro ragazze della staffetta, nell’ordine Alice Mizzau, Stefania Pirozzi, Chiara Masini Lucetti, e Fede, tutte del 1993, meno Fede, la più “anziana”, del 1988. Tutti hanno paura di Fede. Viene dall’anno sabbatico, viene da tira e molla con fidanzati e allenatori, ma tutti ricordano quando strappò a Franziska von Almisick, una delle più belle e brave nuotatrici di sempre, il record del mondo ai mondiali di Melbourne, 2007. Sì, erano sette anni fa, ma fa ancora paura Fede. All’ultimo cambio, il distacco perciò è quattro secondi e cinquantuno decimi. Potremmo salutarle con un fazzoletto, come si faceva una volta quando i piroscafi si staccavano dal molo e si restava a terra. Siamo tutte a terra, le svedesi si sono staccate dal molo con il loro piroscafo. Le francesi sono terze, a un secondo da noi, per dire. Le altre, non pervenute. Poi arriva Fede e fa il miracolo. Fede scende in acqua. Le svedesi hanno lanciato Stina Gardell, una che è pure specialista dei misti. Cioè, le svedesi hanno messo in campo una strategia. Tenere la gara per le prime due frazioni, staccarsi alla grande con la Sjoestrom, e poi mantenere il vantaggio con la Gardell. Perfetto. Solo che Fede se ne impipa della strategia svedese. Quando Fede si tuffa, i telecronisti commentano che la Svezia è chilometri avanti, che il compito della Pellegrini è difficilissimo. La Fede non sente i commenti. Lei nuota. Ai primi cinquanta la Gardell passa con quattro secondi e dodici decimi di vantaggio, ha perso qualcosa ma la manica è bella larga. I telecronisti commentano che è difficile anche solo pensare di rientrare sulle svedesi. La Fede non pensa. Lei nuota. Ai secondi cinquanta il distacco è ancora diminuito, a tre secondi e 84 decimi. Pensate e contate. Una si tuffa, poi contate quasi quattro secondi, e poi tocca a te. E quando la prendi? Le francesi sono terze a più di cinque secondi dalle svedesi. Dietro stanno a litigare per il terzo posto. Capirai. Alla fine della terza vasca da cinquanta siamo scesi a due secondi e cinquantatre decimi di svantaggio. Fede ha limato ancora. Un poco, ma ha limato ancora. Ultima vasca. Fede arriva quasi alle caviglie della Gardell. I telecronisti commentano che il vantaggio è sempre enorme, che siamo argento virtuale. Ci stanno dando lo sciroppo per la tosse. Fede non prende lo sciroppo. Lei nuota. Mancano trenta metri, forse venti. Io non so cosa sia successo, se la Gardell ha buttato l’ancora al momento sbagliato o d’improvviso le braccia le sono diventate di piombo. So che stavano lì, lei davanti, la Fede dietro. Poi stavano lì, fianco a fianco, lei e la Fede. E poi, gli ultimi dieci metri, la Fede ha messo il turbo e la Gardell ha sentito l’onda che la spostava. Grande Fede. Scrivete nell’albo, signori, prego. Berlino 2014, Europei. Era tanto tempo fa, certo. Oggi, dopo avere conquistato la quinta finale olimpica nei 200 stile libero – prima donna al mondo e l’unica insieme a quel motoscafo fuoribordo di Michael Phelps, nei 200 farfalla («Sì, ma lui l’ha vinta», ha precisato Fede) – la Pellegrini ha detto che l’ufficio medaglie è chiuso. Cinque olimpiadi: seconda a Atene 2004, oro a Pechino 2008, quinta a Londra 2012, quarta a Rio 2016. E ora Tokyo. E non parlatele di Parigi 2024. Non lo dice per scaramanzia, o per risparmiarci, a noi suoi adoratori, una delusione. Ne è convinta. In vasca nella finale, ci sarà l’australiana Ariarne Titmus, che Fede dà vincente (si è qualificata per la finale con il miglior tempo: 1’54”82, Fede ha il settimo: 1’56”44), che quando lei sedicenne saliva sul podio ad Atene, argento, 27 agosto 2004, aveva tre anni. Ci sarà la cinese Junxuan Yang (quarto tempo: 1’55”98), che di anni ne aveva solo due. Per dire. E non è che queste cose non pesano. Pesa anche che le Olimpiadi siano state spostate di un anno per via della pandemia. Non è solo una questione del fisico – è la testa, gli allenamenti, i regimi di vita, la tensione, il carico e le aspettative dei tifosi, della Federazione, lo staff (che ha ringraziato a lungo). «Il mio corpo mi chiede i minuti di ritorno con gli interessi. Non era l’obiettivo minimo, questo era il mio vero obiettivo per questa olimpiade. Era – ha aggiunto Fede – un obiettivo difficile perché il livello si è alzato molto». La verità è che lei, la sera prima, ci aveva fatto penare in batteria: si era qualificata alla semifinale col brivido, quindicesimo e penultimo tempo. «Non mi sono risparmiata, l’ho proprio sbagliata, sono stata sotto ritmo e non sono più riuscita a uscire, ma sono strafelice di quello che ho fatto oggi. Ho imparato a pormi mete raggiungibili» – dice Fede. Prima di tuffarsi nella vasca della semifinale aveva pianto – essere arrivati fin qua e la possibilità di vederla sfumare, questa quinta finale che la consacra alla storia. E invece no. «Ci proverò fino all’ultimo metro». E l’ha fatto. Poi, ha pianto di nuovo. Lei, la Divina, così umana. Finale stasera mercoledì 28 luglio alle 3.41 in Italia (le 10.41 ora locale). «Io tifo per la linea rossa però», ha detto Fede. È quella del record che è ancora suo: 1’52”98. Lo ha fatto al Mondiale del 2009, a Roma e vorrebbe proprio che restasse suo. Noi ci saremo. Come sempre, con Fede. 

Gabriele Carrer per “La Verità” il 27 luglio 2021. «Faticosa, molto più del previsto e non so perché. Pensavo di stare nettamente meglio». In queste parole c'è tutto lo stupore di Federica Pellegrini per quel quindicesimo tempo al suo esordio ai Giochi olimpici di Tokyo 2020, il penultimo valido per raggiungere la semifinale dei 200 metri stile libero di questa mattina alle 3.30 italiane. Questo risultato in questa specialità, la sua specialità, quella che la fece conoscere al mondo nel 2004, quando al suo debutto olimpico ad Atene 2004 conquistò l'argento poi diventato oro a Pechino 2008, è un po' la sintesi della situazione della squadra italiana. Tra medaglie a sorpresa e risultati sotto le aspettative, un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. La terza giornata alle Olimpiadi di Tokyo 2020 si è chiusa con tre argenti e un bronzo per la nostra squadra. Un argento è arrivato da Diana Bacosi nella gara dello Skeet donne (ossia il tiro a volo), vinta dall'americana Amber English. «Speravo nell'oro, di bissare Rio, è arrivato l'argento ma ho dato tutto ciò che avevo e sono contenta così», ha dichiarato l'atleta nel post gara. Dallo Skeet uomini, invece, soltanto lacrime per il vicecampione del mondo Tammaro Cassandro. Dopo i primi 20 piattelli è stato il primo a lasciare la gara. L'ha fatto piangendo, per un sesto posto che non era certo ciò che si aspettava. Argento anche per Daniele Garozzo, già oro nel fioretto individuale a Rio de Janeiro 2016: «Ho lasciato troppo il centro pedana ma non avevo le gambe per difenderla tutta», ha detto dopo la sconfitta nella finalissima. «Avevo dei crampi, un po' di affaticamento. M' è capitato altre volte. In semifinale ero andato molto meglio, peccato». Una nota felice, però, noi la sottolineiamo. A vincere l'oro è stato Cheung Ka Long, che aveva eliminato negli ottavi l'azzurro Alessio Foconi lasciandogli solamente tre stoccate. Si tratta della seconda medaglia d'oro nella storia delle Olimpiadi, dopo una nella vela risalente al 1996, per Hong Kong, l'ex colonia britannica su cui la Cina ha rafforzato la stretta negli ultimi mesi reprimendo l'opposizione pro democrazia. Monumentale è stato il risultato della 4x100 stile libero maschile, che a Tokyo ha scritto un pezzo di storia sportiva italiana. Il quartetto formato da Alessandro Miressi, Thomas Ceccon, Lorenzo Zazzeri e Manuel Frigo ha conquistato l'argento, facendo segnare il record italiano in 3'10''11: è la prima medaglia olimpica italica nella staffetta veloce nella storia delle Olimpiadi. Oro agli Stati Uniti, bronzo all'Australia. Il bronzo di giornata è arrivato da Nicolò Martinenghi, per tutti Tete, 22 anni il primo agosto. Dopo aver vinto tutto a livello giovanile e aver fissato quello che ancora oggi è il record del mondo junior dei 100 rana, ha messo al collo il bronzo olimpico. Una medaglia che ha il sapore del riscatto, visto che proprio il saluto da junior a senior era stato rovinato da un brutto infortunio all'osso pubico che lo ha tenuto inchiodato ai box per quasi tutto il 2018. Oro al britannico Adam Peaty, argento all'olandese Arno Kamminga. È rimasta schiacciata dalle aspettative, invece, Benedetta Pilato, sedicenne pugliese, che oggi ripartirà per l'Italia. Squalifica nella batteria dei 100 rana per gambata irregolare, una gara in cui era tra favorite per una medaglia, non parteciperà alla staffetta mista in cui gareggerà la primatista Arianna Castiglioni. Netta la sconfitta della Nazionale di volley maschile contro la Polonia: un secco 3-0 alleggerito però da una situazione di classifica inaspettata visti i risultati a sorpresa delle prime due giornate. Contro ogni pronostico, il Giappone è al comando con 6 punti, l'Iran insegue con 5 punti, poi la Polonia con 4, l'Italia con 2, infine Canada e Venezuela a 0. Agli azzurri servono almeno due vittorie (una oltre a quella abbastanza prevedibile contro il modesto Venezuela) per passare al turno successivo. Oltre alla semifinale che vede impegnata nella notte Federica Pellegrini, molti gli appuntamenti per la squadra azzurra oggi. Alle 3.30 ci sono le finali dei 100 metri dorso uomini con Thomas Ceccon e dei 100 metri rana donne con Martina Carraro. Sarà anche il giorno di Christian Parlati e Maria Centracchio a caccia di medaglia nel judo alle 4. Ore 4.25, torna a gareggiare la spadista italiana Rossella Fiamingo dopo l'esclusione ai quarti di finale: debutterà per la spada femminile a squadre, assieme alle colleghe Federica Isola (anche lei sconfitta ai quarti di finale), Mara Navarria e Alberta Santuccio. Alle 12.45 finale all-around di ginnastica artistica per la squadra donne che vedrà impegnate Alice D'Amato, Asia D'Amato, Vanessa Ferrari e Martina Maggio. Ma su alcune gare in programmi oggi, in particolare quelle di canottaggio, vela, tiro con l'arco e surf, aleggia l'incognita della tempesta Nepartak, con venti potrebbero toccare i 120 chilometri orari uniti a forti piogge. La speranza, soprattutto per gli organizzatori già provati dalla pandemia Covid-19 che ha costretto al rinvio di un anno e a pesanti restrizioni, è che i venti si spingano più a Nord, evitando così ai Giochi un altro allarme.

Dagospia il 28 luglio 2021.È stato un viaggio incredibile …..bellissimo e difficile…sono fiera di me, di come sono cresciuta e della donna che sono diventata negli anni!! Ho preso a pugni il mondo (anche me stessa a volte) per tanto tempo, per tanti anni, lottando sempre fino all’ultimo centimetro di acqua disponibile!!! Sono felice veramente felice oggi!! Era l’ultimo 200 che volevo, in un’altra finale olimpica!! Ho dato tutta la mia vita a questo sport e ,a questo sport ho preso tutto quello che volevo e anche di più!! GRAZIE a tutte le persone che mi hanno tifata e sostenuta in questi anni ?? GRAZIE alla mia FAMIGLIA ♥ (il mio cuore pulsante)..GRAZIE al mio STAFF che non ha mai mollato come me!!

Estratto dell’articolo di Arianna Ravelli per corriere.it il 28 luglio 2021. (…) Adesso inizia un altro pezzo di strada da fare e non c’è la linea della corsia a indicare la strada: «Ma ho un sacco di cose da fare, ora farò volantinaggio al Villaggio per farmi eleggere come atleta Cio. Devo tornare a casa dove mi aspettano, poi voglio festeggiare il mio compleanno perché 33 anni sono un’età importante, e poi a settembre e forse anche novembre c’è la Isl a Napoli. E poi ancora il docu-film, un libro, le registrazioni di Italia’s got talent. E rimarrò nel mondo del nuoto. Lascio la squadra più forte di sempre, lascio in buone mani».

Da gazzetta.it il 28 luglio 2021. Alla fine le lacrime sono scese, nonostante l'avvio dell'intervista alla Rai post ultima gara olimpica fosse stato "non voglio piangere". Il settimo posto di Tokyo nei "suoi" 200 stile liberi il l'ultima esibizione della Divina. "E' stato un bel viaggio, me la sono goduta. Sono felice anche del tempo fatto - ha commentato -. E' il mio ultimo 200 a livello internazionale, giusto a 33 anni, è il momento migliore. Sono fiera di essere stata capitana negli ultimi mesi. Lascio una squadra mai così forte, ci sarà un bel nuoto nei prossimi anni in Italia". E via dalla telecamera con le lacrime. Non saranno le uniche. Federica, intanto, ufficializza la love story con Matteo Giunta. "Se non ci fosse stato Matteo - ha detto al Tg1 - probabilmente avrei smesso qualche anno fa. Matteo è stato un grandissimo allenatore ed un compagno di vita speciale e spero lo sarà anche in futuro. La priorità era tenere l’immagine dell’allenatore e dell’atleta separati e siamo stati bravi molto in questo. È stata una persona fondamentale, una delle più importanti in questo percorso sia umano che sportivo”.

"Così abbiamo nascosto la nostra storia per anni". Marco Leardi il 29 Luglio 2021 su Il Giornale. La campionessa azzurra esce allo scoperto dopo la finale di Tokyo: "Matteo Giunta è un compagno di vita speciale". Gli ultimi 200 metri olimpici della sua carriera hanno spinto Federica Pellegrini ad uscire allo scoperto. E a far emergere, oltre il pelo dell’acqua solitamente fenduto a bracciate, una confidenza privatissima. Dopo il settimo posto conquistato alla finale di Tokyo 2020, la nuotatrice azzurra ha ufficializzato la relazione sentimentale con il suo tecnico Matteo Giunta. Per farlo ha scelto il momento immediatamente successivo alla gara, quello in cui l’adrenalina scende ed affiorano le emozioni. “Matteo è stato un grandissimo allenatore e un compagno di vita speciale, spero lo sarà anche in futuro”, ha confidato l'atleta ai microfoni del Tg1, rivelando quello che in molti in realtà già sospettavano da tempo. Il legame tra Federica e l’ex nuotatore era troppo speciale per fermarsi all’ambito agonistico. "Abbiamo aspettato il momento giusto anche se era un po' il segreto di Pulcinella", ha ammesso la stessa campionessa in un'intervista rilasciata poi a La Stampa, specificando che, prima di rendere ufficiale il suo fidanzamento, "era importante rispettare i ruoli per l'equilibrio di squadra". Così, sino a quell’istante, la nuotatrice aveva mantenuto il massimo riserbo. In passato, le vicissitudini private e sentimentali dell'atleta non erano mai state altrettanto top secret. "Non avevo mai vissuto una relazione con questa riservatezza. All'inizio non è stato facile, ero abituata a mettere tutto alla luce del sole però secondo noi una storia importante vissuta all'interno di un gruppo di lavoro destabilizza. Noi non volevamo stare ogni minuto sotto il giudizio, con i paparazzi o davanti all'occhio critico del nostro mondo che un po' troppo critico lo è", ha dichiarato al riguardo la stessa Pellegrini. Dopo l’addio al palcoscenico olimpico, la nuotatrice 32enne ha mollato gli indugi ed ha rivelato anche qualche dettaglio in più sul proprio rapporto con Giunta. "Lui mi ha insegnato a vivere tutto con più leggerezza, in certe situazioni specifiche con menefreghismo", ha dichiarato. Ora, c’è da scommetterci, i paparazzi la inseguiranno alla ricerca dello scatto ad effetto e i rotocalchi inizieranno a parlare di matrimonio in vista. Ma su questo Federica è piuttosto cauta. "Piano, subito a fare del gossip. Non c'è altro da svelare, al massimo ci faranno qualche foto e stop. Tutto quello che verrà succederà naturalmente", dice. Nemmeno il tempo di gustarsi la finale olimpica con annessa appendice sentimentale e la nuotatrice sta già pensando al prossimo impegno in vasca: come da lei stessa annunciato, parteciperà all’International Swimming League, il più importante evento sportivo campano del 2021, che si svolgerà alla Scandone dal 26 agosto al 30 settembre prossimi. E, dopo gli obiettivi agonistici, spazio la vita privata con Matteo Giunta: "Le dinamiche resteranno come sono. Vivremo semplicemente la nostra vita".

Marco Leardi. Classe 1989. Vivo a Crema dove sono nato. Ho una Laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa, sono giornalista. Da oltre 10 anni racconto la tv dietro le quinte, ma seguo anche la politica e la cronaca. Amo il mare e Capri, la mia isola del cuore. Detesto invece il politicamente corretto.

Giulia Zonca per "la Stampa" il 29 luglio 2021. L'ultimo ballo olimpico di Federica Pellegrini coincide con una confessione privata. Mentre la piscina di Tokyo la omaggia con una sorta di passaggio d'onore in cui ogni nuotatore presente sul piano vasca va a salutarla, la campionessa che lascia i Giochi cerca la persona che le è stata più vicina. Matteo Giunta, il suo tecnico da 9 anni e compagno da qualcuno meno. I due hanno costruito un rapporto privatissimo di cui tutti sapevano e nessuno parlava. Ora però è lei a uscire allo scoperto e lui stavolta la lascia fare: «Sono contento che Fede in questo turbinio di emozioni si sia aperta, ha diritto di lasciarsi andare. Un po' l'ho fatto anche io, questa finale è la prima gara che ho guardato senza cronometro in mano, come uno spettacolo».

Federica Pellegrini felice di non doversi più nascondere?

«Abbiamo aspettato il momento giusto anche se era un po' il segreto di Pulcinella. Era importante rispettare i ruoli per l'equilibrio di squadra, in nazionale e a Verona. Adesso possiamo fare quello che vogliamo». 

Ha fatto faticata a tenere il privato segreto?

«Non avevo mai vissuto una relazione con questa riservatezza. All'inizio non è stato facile, ero abituata a mettere tutto alla luce del sole però secondo noi una storia importante vissuta all'interno di un gruppo di lavoro destabilizza. Noi non volevamo stare ogni minuto sotto il giudizio, con i paparazzi o davanti all'occhio critico del nostro mondo che un po' troppo critico lo è». 

Senza di lui avrebbe smesso dopo il rinvio dei Giochi?

«Matteo è una persona molto calma, siamo poli opposti e ci compensiamo. Lui mi ha insegnato a vivere tutto con più leggerezza, in certe situazioni specifiche con menefreghismo». 

Preoccupata dei paparazzi?

«Non c'è niente altro da dire, ci faranno due foto e poi fine». 

Teme che il vostro rapporto ora cambi senza più l'obiettivo comune del nuoto?

«Ho la presunzione di dire di no. Comunque avremo ancora tre mesi di sport con la International Swimming League, a Napoli, e le dinamiche resteranno come sono. Poi vivremo semplicemente la nostra vita». 

Si parla già di matrimonio.

«Piano, subito a fare del gossip. Non c'è altro da svelare, al massimo ci faranno qualche foto e stop. Tutto quello che verrà succederà naturalmente. E non ho progetti se non il ritorno. Ho le elezioni degli atleti al Cio in cui sono candidata il 4 agosto e il compleanno con volo per casa il 5. Torno dai miei nani, i cani».

Si è già resa conto dello spazio che ha occupato nello sport?

«Lo sport femminile un po' l'ho cambiato. Certe fragilità e certi meccanismi li ho raccontati e ho sfatato dei tabù. Dalle crisi di panico, ai disturbi alimentari, ai problemi del ciclo prima di una gara. Spero di aver lasciato la libertà di raccontarci in eredità». 

Qui Biles e Osaka hanno mostrato il lato umano. È un cambio culturale?

«Mi ha sempre fatto paura sentir parlare della depressione dei campioni. Anche io ho avuto i miei inevitabili momenti di crisi però mai così eclatanti. Tocca soprattutto chi ha vinto molto. È accaduto anche a Phelps, così ha raccontato, ma lui quando doveva esserci ci è sempre stato». 

Lei dopo l'oro di Pechino non ha avuto le vertigini?

«No, in quell'inverno sono iniziate le crisi di ansia ma non credo direttamente legate all'eventuale peso del successo».

Si sente una reduce?

«Credo sia molto caratteriale, io mi reputo sensibile ma nello stesso tempo forte».

Se incontrasse la se stessa sedicenne che cosa le direbbe?

«Ne hai di fatica da fare».

Rimpianti?

«Nessuno. Io chiudo in pace. Pensavo che l'addio sarebbe stato sofferto invece è arrivato come una liberazione. Non me lo aspettavo. Tante altre volte mi sono sentita pronta a chiudere e poi ho avuto paura di farlo, come se mi stessi perdendo qualcosa. Oggi voglio una vita, del tempo per me, sto in questa giostra da quando ho 14 anni».

Quando ha capito di volersi davvero ritirare?

«Qui. È stato un clic: ci penso da tanto, l'ho maturata adesso. L'idea degli Europei di Roma, nel 2022, nella piscina del record mondiale resisteva nella mia testa. In questi giorni ho capito che non ho niente altro da dire, ho preso tutto quello che c'era da questo sport anche se ci rimarrò attaccata, in qualche modo».

Continuerà a nuotare per piacere?

«No. Se mi devo tenere in forma vado in palestra. Basta vasche».

Adriana Ravelli per il “Corriere della Sera” il 22 agosto 2021. Sospesa tra la vita di sempre (un allenamento al giorno, anche in vacanza, per prepararsi alla Isl, l'esibizione dal 26 agosto a Napoli) e le scoperte che quella nuova già porta con sé, come andare a fare la spesa mano nella mano con l'ex allenatore, ora fidanzato-alla-luce-del-sole, Matteo Giunta. Federica Pellegrini a 33 anni, si gode questa fase anfibia, tra il dentro e il fuori la piscina, in equilibrio tra il «prima», che è ancora lì attaccato al costume con tutte le sue vittorie e i suoi record, e il «dopo» che spinge per arrivare. 

 Federica se chiude gli occhi e pensa a Tokyo cosa le viene in mente? 

«Il mio ingresso nella finale dei 200 stile, l'oro della 4x100 vissuto allo stadio e la mia elezione al Cio». 

La quinta finale olimpica nella stessa disciplina, unica a esserci riuscita: è stato l'addio che si era immaginata? 

«Se l'Olimpiade fosse stata nel 2020, dopo i Mondiali vinti l'anno prima, l'obiettivo sarebbe stato una medaglia. Però dopo sei settimane di lockdown, il Covid, un anno in più, gli obiettivi sono cambiati: non ne ho fatto un dramma. L'ultimo anno il mio corpo mi ha dato dei segnali: è arrivata la consapevolezza che sarebbe stata l'ultima stagione. Non sarei riuscita a chiedergli di più». 

 A Tokyo sembrava in pace con se stessa. 

«Così mi sentivo. Potevano esserci vari modi per arrivare all'addio: per un infortunio grave, ed era quello che speravo non accadesse, attraverso un logorio protratto per anni magari senza risultati, oppure da un secondo all'altro, come se si spegnesse la luce. Per fortuna è arrivato il terzo: è stato un momento molto particolare, di colpo ho capito che avevo dato tutto quello che potevo a questo sport». 

Con che stato d'animo torna in acqua nelle gare dell'Isl? 

«Mi aiuterà nel passaggio, intanto è divertente: si gareggia a squadre e per noi nuotatori che in genere siamo soli è una bella novità. Fino a novembre, se si va ai playoff, potrò godermi il gruppo».  

Ha citato l'elezione al Cio: è già entrata nel ruolo? 

«A fine mese sceglierò in che commissione lavorare, i temi sono tanti, il doping è uno dei più difficili ma la rincorsa a uno sport pulito è da sempre una mia battaglia».  

Lei è favorevole alle squalifiche a vita. 

«Sì: la tolleranza va bene per la negligenza, non se dietro ci sono studi per alterare le prestazioni. È una lotta che bisogna fare, il doping c'è. In carriera ho visto cose strane, persone che si miglioravano di 3'' e poi sparivano».  

Dopo il caso Biles ha detto di volersi occupare dei problemi mentali degli atleti. 

«È uno dei temi più sottovalutati. Chiedere aiuto psicologico è visto come una debolezza. Non è così, pochi capiscono lo stress psico-fisico di un atleta all'Olimpiade. Molti aspettano un tuo errore, ed è la parte che fa più rumore. Quelli che ti vogliono bene sono pochi e da giovane fatichi a distinguerli. Poi ci sono problemi psicologici che vanno oltre lo stress per le prestazioni. È giusto parlarne ed è fondamentale inserire uno psicologo in squadra, anche nel nuoto».  

Lei è stata spesso la prima a portare alla ribalta certi temi, disturbi alimentari, crisi di panico, impatto del ciclo... 

«Non mi sono fatta mancare niente! Da ragazza ti chiedi: perché a me? Poi capisci che succede a tantissime e allora dici, "ok troviamo il modo per aiutarci tra noi". Io so qual è la potenza della mia voce, l'ho presa come una missione portare alla luce certi temi. L'impatto del ciclo, per esempio: non l'ho inventato io, ci sono studi che dicono che una settimana prima si può prendere un chilo per la ritenzione idrica, io mi sono trovata a giocarmi una finale olimpica: ho dovuto studiarlo». 

Ha 1,5 milioni di follower su Instagram, si diverte ancora sui social? 

«Sì, ma penso che la situazione stia sfuggendo un po' di mano. Se servisse un documento d'identità per iscriversi avremmo risolto il 90% dei problemi, il bullismo, il body shaming. Nascosto dietro un account puoi dire qualsiasi cosa: non va bene».  

Il suo fidanzato Matteo in un post si domandava se usare o meno i social. 

«Lui è molto più riservato, è un po' un ragazzo vecchio stile ed è anche il suo bello: a volte sono io che lo obbligo a postare».  

Com' è la vita dopo essere usciti allo scoperto? 

«Stiamo scoprendo questo nuovo modo di vivere. In questi anni non abbiamo mai scambiato un gesto affettuoso in pubblico, tenevamo separati i ruoli, anche se era il segreto di Pulcinella. Adesso ci stiamo abituando, l'altra sera ci siamo presi per mano per andare a fare la spesa e ci siamo detti "che roba strana"».  

Lei e Valentino Rossi avete preso il Covid negli stessi giorni, poi vi siete ritirati negli stessi giorni. Ora lui diventerà papà... 

«Su questo non siamo allineati! Adesso sarebbe anche impossibile perché devo gareggiare. Quanto al suo ritiro, me lo sentivo: ci sono state un po' di coincidenze tra noi, dopo il Covid ci siamo avvicinati. Alla nostra età, penso ci abbia dato una mezza mazzata...».  

Ha un elenco di cose che si concederà quando smetterà del tutto? 

«Sì, una vacanza. E poi dovrò imparare l'inglese».  

E la tv? Ha detto che Italia' s got talent è stata una delle decisioni migliori che ha preso. 

«Mi ha aiutato sapere di essere portata anche a fare altro, noi nuotatori siamo convinti di saper solo nuotare».  

Si parla di lei per il Festival di Sanremo. 

«Ho letto, ma non so nulla, da zero al Festival mi pare un po' ambizioso». 

A proposito di ambizione: c'è chi la vede già sottosegretario allo Sport. 

«Vezzali è la migliore in quel ruolo, è molto istituzionale. Io sono poco portata al compromesso, mi rovinerei la vita. Però entrerò in Giunta Coni, avrò un assaggio...».  

Un'erede di Federica Pellegrini non c'è, ma se dovesse fare un nome? 

«Le due più forti sono Simona Quadarella e Benedetta Pilato: Simona ha davanti un mostro come Ledecky, ma ci deve credere. Benedetta ha avuto un'Olimpiade difficile, in una gara che non sente ancora sua, ma ha solo 16 anni. Nei 200 stile non c'è nessuna, purtroppo». 

Le medaglie all'Olimpiade chiudono un'estate magica per l'Italia: riusciremo a sfruttare quest' energia? 

«Nello sport penso di sì. Ora la politica si deve adeguare: quest' unità, questo patriottismo lì non ci sono. Ma siamo un Paese troppo bello per non averne cura...».

Emanuela Audisio per “La Repubblica” il 29 luglio 2021. Cara figlia, ti scrivo. È l'ultima pagina del mio diario. Asciugo le ultime righe, ho gli occhi annebbiati. L'ho iniziato nel 2003, ai tuoi primi mondiali a Barcellona, avevi 15 anni. Ero un uomo diverso, non ancora il padre di una campionessa. Tu mi hai cambiato. (...) Ai Mondiali di Montreal 2005 vince l'argento, ma il suo viso è stravolto, gonfio, pieno di brufoli. Al telefono si lamenta: è tutto sulle mie spalle. Noi non siamo l'America, non abbiamo college, noi abbiamo genitori che diventano autisti dei figli. Ricordo Federica che si cambia e mangia gli spaghetti in macchina mentre si sposta dalla scuola alla piscina. (...) Ho pensato tanto ad Alberto Castagnetti, l'ex ct che non c'è più, ma che è sempre nei nostri cuori. Con lui m' intendevo bene, quando gli ho affidato mia figlia, mi ha detto: «A lei ci penso io». Era la prima volta che la lasciavo. Lei a Mondiali di Barcellona del 2003 non mi voleva al seguito. Ci teneva a debuttare senza che papà le tenesse la mano. Così arrivo in Spagna di nascosto. Mia moglie Cinzia mi chiama: «Federica è disperata, piange, ha la febbre». Prendo un taxi, mi presento all'albergo, salgo al piano, la chiamo al telefono: «Papà, brucio, sto male». Stai tranquilla e apri la porta: «Come la porta? ». Sì, sono qui. Era rossa, scottava. Siamo andati in piscina e in batteria ha nuotato una staffetta stupenda. Lì mi sono accorto che mia figlia dentro era di ferro. Ad Atene 2004 ho pianto come un matto: stava nuotando contro il mondo. Il suo argento lo abbiamo mancato. Si può essere un papà più sciagurato? Siamo arrivati il giorno dopo, quando già aveva la medaglia al collo dei 200 stile. Da Spinea ad Atene a sedici anni, la più giovane italiana a vincere una medaglia. Quando l'ho vista sul grande schermo ero commosso alla disperazione. Vai figlia mia, ti meriti tutto. A Pechino 2008 arrivano gioia e riscatto nei 200 con il primato del mondo. Chi dorme più? E poi c'è Roma 2009, Federica migliora ancora il record, tuttora valido. Quanti pianti con Castagnetti. A novembre sento l'urlo di Federica al telefono: «Alberto è morto». Tremo: ho riperso mia figlia. Arriviamo subito, le dico. Mi sorprende la sua risposta: «No, ci vediamo domani». Si immerge nel lutto. La mattina dopo alle otto siamo in piscina a Verona. Diario, non so se hai mai visto una piscina all'alba: l'odore del cloro, il silenzio, atmosfera surreale. Ci mettiamo da una parte, non vogliamo disturbare. I ragazzi sono lì: piangono. Poi si alzano, si mettono le cuffie, si buttano in acqua, e nuotano lentamente. Cinque minuti da brividi. È il loro addio al vecchio maestro. Solo dopo riabbraccio mia figlia, sento che barcolla, sono spaventato. Nel 2011 il trasferimento a Parigi con l'allenatore Lucas fa scoppiare la coppia Fede-Luca. Quotidianità troppo dura, sei mesi di monastero: sveglie alle 5, rientro alle 10 di sera. Nuotare, dormire, anche al sabato. Dormi, figlia mia, ma che razza di vita è? Diario, lo so che vuoi sapere dei Mondiali di Shanghai, di quelle settimane pazze di sussurri e grida che hanno travolto l'Italia. Mia figlia descritta come una divoratrice di uomini: tre in 23 anni ne fanno una seduttrice professionista? La storia tra Federica e Luca, un'amicizia allargata, si è consumata. Di ritorno viene con noi al mare a Jesolo, ma ci sono 27 fotografi in spiaggia, Magnini arriva dopo, Fede lo tiene a distanza, ci tiene che prima chiarisca la sua situazione a Pesaro. Un paparazzo si avvicina: «Se tua figlia gli dà un bacio ti pago 40 mila euro». (...) 

Da corriere.it il 30 luglio 2021. Una delle mille leggende tramandate sulla relazione Matteo Giunta-Federica Pellegrini è che fu Filippo Magnini a convincere Matteo, suo preparatore atletico e anche cugino, ad allenare Federica. Era il 2014. Fede stava con Filippo, e Matteo era un allenatore di belle speranze – ex allievo di Philippe Lucas, il coach/star francese con cui la Divina aveva appena rotto — che si affacciava al grande nuoto fra le perplessità di chi pensava di sapere tutto: che ci fa quell’apprendista 32enne con il più prezioso diamante che il nuoto italiano abbia mai visto? Siamo sicuri che sia all’altezza? Non la rovinerà? Non è l’inizio della fine per lei e la fine dell’inizio per lui? La storia racconta che erano domande inutili, oltre che tendenziose. Giunta era all’altezza eccome. Federica non si è rovinata, anzi, con lui ha vinto fra l’altro due Mondiali dei 2oo stile libero nel 2017 e nel 2019 e ha conquistato la quinta finale olimpica della sua carriera. E, a proposito di inizi e fini, oltre a una proficua relazione professionale, tra i due è nata e si è consolidata una storia d’amore che a Tokyo ha ricevuto la sua ufficializzazione: «Matteo è il mio compagno di vita». 

Pellegrini: «Giunta il mio compagno di vita». Ma chi è Matteo Giunta? Pesarese, 39 anni, un fratello, appassionato di basket e di tennis, è un uomo educato, riservato e misurato, che dal primo giorno di questa avventura ha capito al volo quello che stava succedendo e che, soprattutto quando la storia tra Magnini e Federica è finita nel 2017, dopo che già da tempo correvano voci sul cosiddetto «triangolo», ha sempre scelto la via del basso, anzi bassissimo, profilo. Più il mondo incendiava con le insinuazioni, più lui – con la complicità di lei, social su tutto tranne che su questo – spegneva i fuochi, convinto dell’inutilità di rivelare la storia un po’ per rispetto a Magnini (oggi sposato con Giorgia Palmas e papà), un po’ per tenere separati lavoro e vita privata. La strategia di Giunta è sempre stata non negare, ma rispondere con eleganza, a metà (lui come lei) fra professionismo e timidezza. Nel 2017, per esempio, dopo l’oro mondiale di Federica nei 200 stile a Budapest, raccontava sorridente ma fermo: «Ormai al gossip ho fatto l’abitudine. Ho capito come reagire e tutto mi scivola via facilmente. Lo stesso vale per le critiche di chi non mi vedeva adatto a questo ruolo perché troppo giovane. Con i risultati di Kazan 2015 mi sembrava di aver già dato una risposta. Oggi penso che molte persone dovranno rimangiarsi tante parole». Insieme al basso profilo fuori dalla piscina, Matteo ha praticato invece l’altissimo profilo nel lavoro. La sua grande abilità è stata mischiare le proprie convinzioni e abilità con la capacità di apprendere da Federica. Abilissimo a far reagire l’umiltà del novizio con l’ambizione di chi sa di essere bravo, ha improntato con la sua atleta un lavoro di interscambio tecnico in cui dare e prendere hanno sempre avuto lo stesso peso. Pur così giovane, ha capito con saggezza innata che il segreto era la bilancia: tirare e mollare, forzare e rilassarsi, condurre senza imporre, ascoltare. Ha dato alla Divina l’equilibrio che le serviva. E nel team «Pool metal jacket», come lo chiamano scherzosamente loro, la fatica (spesso folle) non è mai priva di un sorriso. Così Federica, che dopo la morte di Alberto Castagnetti era ancora alla disperata ricerca di un interlocutore tecnico ideale ma soprattutto di una persona di cui fidarsi, l’ha trovata in questo ragazzo che un giorno spiegò così la morale della storia: «Federica è la prima a essere insoddisfatta di ciò che fa e spesso sono io a dover trovare le cose positive». Impresa complessa, ma lui l’ha assolta al meglio, realizzando un capolavoro insieme tecnico e psicologico. L’impressione che fosse stato lui ad allungare la carriera di Federica, insomma, era chiara da tempo. E Federica l’ha confermata dopo la gara di Tokyo: «Se non ci fosse stato Matteo avrei smesso anni fa...». Poi, siccome Giunta è anche un bel tipo e ha quel quid di tenebroso che non guasta, è nato altro. Il nuoto è spesso così, sottrae così tanto tempo alla vita normale che non ne dà più per cercare altrove. Le grandi storie d’amore di Federica – Luca Marin e Magnini – erano state in piscina. Il processo è stato forse naturale. L’inizio della storia vera e propria è datato 2017, molti lo collocano prima, addirittura in sovrapposizione con la crisi finale con Magnini, ma insomma questo lo sanno solo loro e sono fatti loro. La prima foto semiufficiale dei due è datata settembre 2019, in occasione del Galà di Federnuoto a Roma per festeggiare i risultati del Mondiale 2019 a Kazan. «Meravigliosi» era il titolo della serata e obiettivamente meravigliosi erano anche loro due. Poi, a inizio di quest’anno, la paparazzata di loro due mano nella mano a cena. Ormai tutto era chiaro, mancava solo la luce del sole. È arrivata adesso, nel modo più semplice e naturale. Bastava solo dare tempo al tempo. Un tema su cui i due — una in acqua, l’altro col cronometro — sono abbastanza preparati.

Federica Pellegrini saluta fra le lacrime: "Ho dato tutto, è il momento giusto per smettere". L’azzurra, alla quinta finale olimpica, chiude settima nei 200 stile. "Adesso? Ho tanti progetti, dal docufilm a un libro. E rimarrò nel nuoto. Ma una lacrima alle finali dei 200 stile mi scenderà sempre". Matteo Marchetti, inviato a Tokyo, il 28 luglio 2021 su Today. Da Atene a Tokyo passando per Pechino, Londra e Rio de Janeiro. E’ infinito il tragitto olimpico di Federica Pellegrini, prima donna nella storia a nuotare in cinque finali dei Giochi: una leggenda collezionista di record, con sette ori ai Mondiali (uno in vasca corta), 7 Europei e l’oro ottenuto a Pechino nel 2008 a cui aggiungere una sfilza di primati mondiali da urlo, considerato che il suo 1.52.98 ottenuto nel 2009 ancora resiste al vertice delle graduatorie internazionali.

La sua ultima avventura a cinque cerchi si chiude con il settimo posto in finale, ma la posizione è l’ultima cosa che conta, così come il crono di 1.55.91 nella gara vinta da Ariarne Titmus in 1.53.60 (record olimpico) davanti a Siobhan Haughey in 1.53.92 e Penny Oleksiak in 1.54.70. Tutti cercano Federica, che si lascia andare anche a un pianto liberatorio e arriva in zona mista più di mezz’ora dopo la gara considerato le tante richieste che le arrivano da più parti.

"Sono proprio contenta - esordisce la Divina - perché è stata la finale più serena che io abbia vissuto. Il percorso di questi anni mi soddisfa pienamente, sono davvero molto serena"

Non c’è modo di farti cambiare idea sul tuo addio alle gare?

"Penso sia il momento giusto e anche il modo corretto, perché terminare con una finale olimpica è il massimo. Sono in pace, va benissimo così".

Un minimo di rammarico per non aver potuto disputare i Giochi l’anno scorso in condizioni per te sicuramente migliori?

"Anche se fosse non avrei potuto farci niente. O accettavo le cose così come erano o smettevo di nuotare dodici mesi fa, ma non mi andava di chiudere la carriera solamente perché avevano rinviato le Olimpiadi. Sono serena, con il mio staff abbiamo fatto davvero tutto il possibile".

Una gara vissuta così serenamente è stata diversa? Ti sei goduta di più anche il contorno?

"Io di solito non entro sorridendo e non esco sorridendo comunque sia andata. Sapevo che a casa c’era la mia famiglia a guardarmi e con loro anche tanti altri, dovevo onorarli. E’ stato stupendo, non si vedeva ma anche mentre nuotavo avevo il sorriso".

Quando hai toccato dopo i 200 metri e hai alzato la testa?

"Mi sono detta: e adesso? Quindi? E mi sono risposta: quindi sono contenta. In questi giorni ho capito che a questo sport ho dato tutto il possibile e ho ricevuto il massimo".

Cosa ti senti di aver dato al nuoto italiano?

"Spero di aver contribuito a far crescere un po’ il movimento. Sono contenta anche perché ho avuto la possibilità di essere il capitano della squadra forse più forte, lascio dunque un grande gruppo e nei prossimi anni avremo grandi soddisfazioni".

Quando hai iniziato a nuotare avresti mai pensato a una carriera simile?

"Assolutamente no. Da giovane credevo di smettere a 24 anni, poi ho spostato la data ai 28, ora ne sono passati altri cinque. E’ andata benissimo così".

Adesso cosa farà Federica Pellegrini?

"Ho tantissimi progetti. Il primo: tornare a casa che mi stanno aspettando. Poi festeggiare il compleanno, quindi fra qualche mese ci sarà la Isl, uscirà il docufilm, sto pensando a un libro e avrò le registrazioni della nuova stagione di Italia’s Got Talent. Di cose da fare ne ho".

Ti vedi ancora nel nuoto in futuro?

"Sì, in qualche modo rimarrò aggrappata a questo sport".

Mancherai moltissimo allo sport italiano.

"Non lo so. Lascio una squadra fortissima, ma non nego che una lacrimuccia quando ci saranno i 200 stile libero probabilmente mi scenderà".

Tokyo 2020, la (vera) ultima nuotata di Federica Pellegrini? Finisce malissimo: azzurre squalificate. Libero Quotidiano il 28 luglio 2021. No, quella di Federica Pellegrini della scorsa notte non è stata propriamente l'ultima "nuotata" olimpica della Divina. Già, perché Federica è tornata in vasca nel pomeriggio, poco prima delle 14, ore italiana, per la staffetta 4x200, ovviamente stile libero. E l'ultima nuotata è stata... stortissima. La staffetta delle azzurre è stata infatti squalificata per cambio anticipato di Anna Chiara Mascolo. Da par suo, Federica Pellegrini aveva nuotato in 1'56"81. In prima frazione ha nuotato Stefania Pirozzi 2'01"64, in seconda Anna Chiara Mascolo 1'59"81, in terza baby Giulia Vetrano 2'00"91. Perplessa la Divina al termine della gara, quando ha realizzato dai maxi-schermi di essere stata classificata. Nella sua ultima prova individuale, i 200 metri stile libero della notte, aveva chiuso al contrario al settimo posto. Ma il risultato poco contava: contava semmai di essere stata la prima donna nella storia del nuoto a disputare la bellezza di cinque finali olimpiche in altrettante edizioni. Un record assoluto, l'ultimo trionfo di una nuotatrice leggendaria. Dopo la gara individuale, Federica Pellegrini si è commossa, un'emozione irrefrenabile e il ringraziamento allo staff, alla famiglia, a chi si era alzato nel cuore della notte per seguirla. E ovviamente a Matteo Giunta, il suo allenatore, da tempo suo uomo e compagno, anche se soltanto ora, una volta finita la carriera, la Divina ha confermato che tra loro, sì, la storia va avanti da tempo. "Senza di lui avrei smesso prima", ha ammesso la Pellegrini. E, ora, c'è già chi parla di matrimonio...

Giancarlo Dotto per il "Corriere dello Sport" il 28 luglio 2021. Ci vuole Fede. Tanta Fede. Ma questa è troppa Fede. La notizia ti stende e non sai da dove cominciare. Le parole? Un abecedario per raccontare la galassia. I numeri? Un pallottoliere per spiegare l’equazione di Einstein. Federica Pellegrini non è più una donna, è un’iperbole. Quinta finale consecutiva nella stessa specialità di una gara olimpica. Come lei solo Michael Phelps, il cannibale. Lui e Franziska van Almsick, le uniche passioni idolatriche della ragazza Federica non ancora a sua volta idolo. E se, nella notte, dovesse mai accadere l’impossibile, non accadrà, ma Federica è un animale mitologico, non sottovalutatela mai, beh, in quel caso, aggiungete voi a vostro estro e piacimento, lirico, stupefatto, commosso, urlante, le righe che mancano a questo pezzo scritto dal passato. Resterà, comunque, l’impresa che toglie il fiato. La quinta finale consecutiva. Una storia lunga 17 anni, al confine dell’umano. Una storia senza senso, traboccante di senso. Una storia così grande che, per quanto lei si dannerà fuori le vasche da qui all’eternità, non potrà mai esserne all’altezza. Tornando da Tokyo, le converrà sparire. Consegnarsi all’invisibilità. Come fanno le vere figure mitologiche. Da divina dovrà dissolversi in diva, meglio se del muto. Come si usava un tempo, quando i miti erano distanza intangibile. Federica Pellegrini come Greta Garbo, Mina, Battisti, ma anche Glenn Miller, la tromba più vellutata della storia, sparito nel nulla mentre sorvolava la Manica, forse rapito dagli Ufo. Federica si faccia rapire da qualche avvenente alieno e si faccia trasferire più a nord di Marte, se vorrà essere all’altezza della sua non misurabile grandezza. Rinunci altezzosamente al mediocre piacere delle comparse a gettone, ai malinconici riti mondani delle star esibite alle masse. Ragazza pragmatica, come quasi tutta la sua gente, con i piedi per terra anche quando sono in acqua, lei chiuderà invece il mito di sé in qualche dispensa della memoria e si darà alla pazza gioia. A 33 anni, tutto il diritto di farlo. Essere, finalmente, una dei tanti. Libera di cazzeggiare e di diventare moglie, madre, qualsiasi cosa. E grazie comunque per quello che è stato. Federica, con gli anni, è diventata cedevole al pianto. Le lacrime sono la sua frana quando quello che fa è più di quanto sia pensabile fare. Piange dove capita. Ha pianto dopo l’oro vinto a Kwangju, il suo ultimo mondiale, due anni fa. Ha pianto quest’anno a Riccione dopo aver ottenuto il tempo utile per la sua quinta Olimpiade, quando già partecipare a Rio 2016 era sembrata un’enormità. Ha pianto a Tokyo per la sua quinta finale. Fede sposta le montagne e poi piange. Ha lavorato come una pazza in altura, carichi pesanti da mula, perché pazza era la sua sfida. Si chiama Fede, ma si traduce lavoro. Le due cose insieme, una bomba. Più la faccenda si complica, più lei diventa cattiva. Si esalta. Perché Federica diventa cattiva dentro se il mondo fuori la sfida. Ragazza d’acqua dolce (ha paura del mare e dei suoi abissi), ma implacabile. La pandemia sembrava il colpo di grazia. Colpiva il mondo, ha colpito anche lei. In modo brutto, molto ostile. Fede si arrende? No, Fede non si arrende. Mai. Ha pianto, ma non si è arresa. Quella sua è, da 20 anni, la storia rovescia, l’eccezione che conferma la regola, di un Paese che ha perso la spina dorsale, vertebra su vertebra, in politica, in economia, nelle relazioni sociali e nelle spinte culturali. Nel collasso progressivo di tutto, dell’etica, delle ambizioni, della solidarietà e della decenza. Quella di scrivere ogni giorno allo specchio l’unico capolavoro che conta, un’autobiografia decente. Federica ha fatto della sua vita un’opera permanente. L’ha scolpita come Michelangelo. E ne ha fatto un capolavoro. Come gli italiani di una volta, elementari ma innegabili identità solide, perpendicolari anche quando cadevano, come le mele di Newton. Prima di diventare così disperatamente liquide, evanescenti, in eterna transizione di genere, d’idea, di partito, di cosmetica. Gli italiani che camminavano per necessità sui carboni ardenti e, poi, solo avendo una telecamera puntata addosso. Federica è razza Piave. I veneti di una volta, emigranti per necessità, a bonificare paludi malariche, a servire le tavole e a lavare le mutande dei ricchi, quasi sempre ferventi cattolici al riparo della preghiera e di un rosario, ma capaci come nessuno a zappare e a sbracciare. Con tutti i suoi cliché e orpelli mondani, i suoi ammiccamenti alle mode, le sue concessioni ai social e alla tivù, per i quali si becca l’inevitabile dose di odio, Federica discende da quei lombi lì. È una veneta fatta col fil di ferro, una guerriera inesorabile al servizio della Madonna, in cui nel tempo ha riconosciuto se stessa. Più oltranzista dei suoi stessi corregionali, quelli più laboriosi, che alla fine due settimane alle Maldive se le concedono. La sua etica del lavoro è inflessibile. Al punto da convincersi che replicare vasche all’infinito non fosse la metafora di un nauseato suicidio robotico, ma divertimento puro, piacere illimitato. Eh già, la forza della mente. Virtù in cui Fede non è seconda a nessuno. Più forte anche del suo saper nuotare supersonica.  Sono cambiate le avversarie, le regole, i costumi da competizione, ma lei resta. Questione di Fede e di scienza. Il piacere della sfida. E lo scarico delle lacrime, salvo smentirsi un secondo dopo, “Cacchio, sto diventando patetica!”. La necessità di essere la migliore, come suo papà Roberto nel suo campo, il mago degli spritz e delle combinazioni da cocktail, sempre di liquidi parliamo, che ha smesso di gettarsi dal paracadute quando è nata Federica e ha gettato lei in acqua quando ancora non sapeva camminare. Amor di padre. 1988. L’anno in cui Massimo Ranieri vince a Sanremo cantando “Perdere l’amore” e mamma Cinzia tiene in braccio la neonata, appena uscita dalle sue acque, mentre alla tivù passano le immagini delle Olimpiadi di Seul.  L’ostinazione di Federica non ha mai sfiorato il patetico. Le va riconosciuto il merito d’aver insistito fino all’ultima vasca sapendo che l’avrebbe fatta con assoluta decenza. Così è stato. Tra pochi giorni tornerà a casa e l’unica cosa che dovrà programmare saranno le otto docce quotidiane, a compensare l’astinenza da acqua.  

Fede, il quinto cerchio chiuso è l'elogio della femminilità. Benny Casadei Lucchi il 28 Luglio 2021 su Il Giornale. Ritratto di donna. Doveroso. Sentito. Sacrosanto. Per dirle grazie e chiederle scusa. Ritratto semplice di donna complicata e quindi ancora più femmina. Ritratto di donna. Doveroso. Sentito. Sacrosanto. Per dirle grazie e chiederle scusa. Ritratto semplice di donna complicata e quindi ancora più femmina. Ma non si dice, non si deve neppure pensare, come se questo termine perfetto finito nel vocabolario del silenzio fosse solo discriminante, riduttivo, dispregiativo e non avesse invece la capacità di sintetizzare forza e grandezza dell'altra metà del cielo. Fede è l'emblema di questa metà. Perché nel suo essere indispensabile allo sport, al Paese, a noi, non ha mai nascosto tenerezze e debolezze, angoli, spigoli e lame del suo carattere profondo; perché nulla è mai stato scontato nel suo modo di affrontare il mondo. Ritratto di una donna che gli uomini temono e amano senza avere mai la confidenza rozza di una battuta o allusione; lei bella, lei forte, lei testarda, carismatica, Divina la chiamano persino certamente sbagliando, però padrona di un fascino etereo che incanta, strega e divide sia maschi che femmine in eserciti contrapposti: di qua chi l'adora, di là chi la sopporta. Tutti però non potendo fare a meno di rispettarla. Per questo, assieme agli applausi per la sua quinta finale olimpica raggiunta, unica donna nel nuoto ad esserci riuscita, per questo le dobbiamo delle scuse. Perché per diciott'anni ha vinto e per diciott'anni ha resistito. Alle montagne russe della sua crescita e del mondo attorno che la rapiva di tentazioni e pretese senza mai veramente capirla. Guardiamo la piccola Benedetta Pilato, in questi giorni, era attesa ed era tante cose, è tornata in Italia senza nulla se non molte prime pagine con il viso tondo e dolce circondato da titoli tristi e di sconfitta, lasciamola stare, piccola. Federica non l'abbiamo lasciata stare, è finita subito sulle montagne russe delle attese e le pressioni, su e giù, vertigini e mal di stomaco, sorrisi e lacrime, tanti dubbi e poche certezze, confusione, adolescenza vorticosa e disintegrata. Federica paure e aspirazioni che riguardano tutti, ritratto femminista e maschilista, buona e cattiva, forte e debole, tenera e agguerrita, lacrime e gelo, umorale e amorevole. Federica piena di successi, record, medaglie, cadute e resurrezioni che raccontano diciott'anni di vita a mille all'ora e di lezioni che questa veneta ostica e lavoratrice ha impartito a tutti semplicemente mostrando, senza smussare angoli, le proprie durezze e debolezze.

Questo rappresenta Federica, donna e femmina che l'Italia ha imparato a conoscere declinandola in tanti e troppi modi. La bambina prodigio prima di Atene 2004, la bambina d'argento durante Atene 2004, la bambina viziata e in crisi alle prime pressioni dopo Atene, la ragazzina che si chiude, si spegne, s'impaurisce e nessuno sa, comprende, tutti vedono solo brufoli, distanza, insofferenza, non quegli occhi tristi. Ragazzina sola a Milano, avanti e indietro, alloggio diviso in quattro, ascensore, fermata del metrò, furgoncino dell'allenatore e dritti in palestra, sola sola sempre sola, l'unica a capire è un'amica di stanza, prigioniera della passione e dell'allenamento come Fede, chiama la signora Pellegrini, dice «mangia e poi vomita tutto, Fede sta male, venga...». Viene. La porta via. «L'abbraccio a casa con mio padre fu come rinascere» ricorderà anni dopo, ormai declinata a Divina, rispettata e finalmente amata, un amore figlio dell'autorevolezza non dell'empatia. Ancora declinazioni. Ragazzina forte ma sotto esame, mondiali di Montreal 2005, ragazzina capricciosa prima durante e dopo, ragazzina che fa di nuovo argento, non vince, vogliamo di più urla il mondo attorno. Vincerà presto, e tanto, ora è una ragazza, stella di prima grandezza ai Giochi di Pechino però diavolo hai conquistato l'oro nei 200 ma sprechi nei 400, criticata nel trionfo, privilegio non richiesto appannaggio solo dei troppo grandi. Mondiali di Roma 2009, due ori e due record, non basta. Fede adesso è altre sfumature, è gossip, fidanzati, rivalità nate nell'acqua che diventano d'amore, divide, indispone, si protegge, gli appassionati si schierano, i critici si esaltano e stropicciano gli occhi quando rifiuta di fare la portabandiera a Londra 2012. Apriti cielo non si fa, come si permette? Tutti sordi, tutti ciechi, tutti incapaci di vedere che dietro quell'onore rimbalzato c'è un gesto di coraggiosa emancipazione e serietà: dire di no perché c'è un lavoro da portare a termine, sarà tra i primi a gareggiare il giorno dopo ai Giochi, non vuole pregiudicare la gara. È il no di una donna a un mondo di uomini che voleva decidere per lei e si attendeva un sì. Quattro anni dopo, a Rio, le offriranno di nuovo la bandiera, e stavolta accetterà, ultima declinazione, stavolta diplomatica. A questo punto manca solo un tassello: non è il mondiale vinto a Budapest nel 2017, non è quello meraviglioso di Gwanjiu 2019, non è l'esito della gara andata in scena questa notte a Tokyo, qualsiasi esso sia, è ciò che disse un inverno di cinque anni fa, dopo Rio, quando spiegò perché, pur essendo preparatissima, aveva mancato il podio in finale: «Per il ciclo, ho sbagliato tutto e non ho calcolato bene i tempi del mio ciclo». Meravigliosamente donna nel raccontare ciò che il mondo maschio dello sport sa da sempre ma non considera mai: la gara nella gara, la sfida nella sfida che ogni atleta donna deve affrontare. Benny Casadei Lucchi 

Tokyo 2020, Federica Pellegrini: "Nessuno doveva sapere". La confessione d'amore dopo l'ultima storica finale. Libero Quotidiano il 28 luglio 2021. Cala il sipario su una carriera da fantascienza, quella di Federica Pellegrini, che chiude con la quinta e ultima finale olimpica, mai nessuno come lei nella storia del nuoto femminile. Chiude settima, ma poco conta: a 33 anni tra pochi giorni, è storia con la esse maiuscola. E ora, per la prima volta, nel dopo-gara la Divina parla anche del privato, dell'amore per l'allenatore Matteo Giunta, che la segue dal 2014: "Se non ci fosse stato Matteo probabilmente avrei smesso qualche anno fa”, dice al Tg1. “Matteo è un grandissimo allenatore ed un compagno di vita speciale e spero lo sarà anche in futuro. La priorità era tenere l’immagine dell’allenatore e dell’atleta separati e siamo stati molto bravi in questo. E’ stata una persona fondamentale, una delle più importanti in questo percorso sia umano che sportivo", ha confessato la Pellegrini. A caldo, appena uscita dalla piscina, le lacrime e la commozione: "Non voglio piangere", aveva detto prima di sciogliersi ed emozionarsi ai ringraziamenti. Ma è gioia. La Pellegrini scende in vasca a Tokyo per dare l’addio ai suoi 200 metri liberi che sono diventati dal 2004 il suo regno per ballare la sua “last dance baby", come dice sui social poco prima di toccare l’acqua giapponese. Chiude settima (1’55’’91), vince chi doveva farlo: l’australiana Ariarne Titmus, 20 anni, 13 meno di Fede, che dopo l’oro nei 400 si prende anche quello nelle 4 vasche (in 1’53’’50, record olimpico). Argento alla rappresentante di Hong Kong, Siobhan Haughey, 23 anni (1’53’’92) e bronzo alla canadese Penny Oleksiak, 21 anni (1’54’’70). Solo quinta l’americana Katie Ledecky (1’’55’’21). 

Da liberoquotidiano.it l'1 agosto 2021. Ecco la Federica Pellegrini che non ti aspetti, insieme alla compagna di squadra Martina Carraro. Immagini che arrivano direttamente dalle Olimpiadi, dal villaggio olimpico di Tokyo 2020. Immagini che mostrano una Divina... inaspettata, a sorpresa. Già, ora la mente è libera. I suoi giochi sono davvero, ufficialmente, finiti. L'ultima gara è stata la staffetta 4x100 mista, le azzurre in finalissima sono arrivate seste. E, come detto, questa era davvero l'ultima vasca olimpica per la Pellegrini. Al termine della gara, nelle interviste, ha spiegato di essere serena e ha aggiunto che no, non si vede nei panni di Valentina Vezzali e che, insomma, la politica proprio non le interessa. E dopo le parole, eccoci al video. Eccoci alla spensieratezza che emerge con prepotenza nelle immagini che potete vedere qui sotto, un video pubblicato su Instagram in cui la Pellegrini e la Carraro, con shorts, k-way e occhiali da sole, si lanciano in un delizioso balletto coordinato proposto direttamente dall'interno della loro stanza. Mosse sexy, ironiche e provocanti. Insomma, un balletto tutto da godere.

Da repubblica.it l'1 agosto 2021. Con gli ultimi cento metri di Federica Pellegrini alle Olimpiadi, la staffetta azzurra 4x100 mista femminile ha chiuso la finale di Tokyo al sesto posto. Le azzurre (Margherita Panziera, Martina Carraro, Elena Di Liddo e Federica Pellegrini) hanno "toccato" in 3'56"68. Oro all'Australia, argento agli Usa, bronzo al Canada. Le ragazze arrivano in zona mista, passano la parola alla capitana Pellegrini: “Devo fare il recap? Siamo soddisfatte, perché comunque è una finale olimpica e per una staffetta femminile è sempre una bella prova. Una staffetta che nei prossimi anni potrà crescere sicuramente. Per fare bene le staffette, lo abbiamo visto ieri, bisogna essere tutti allineati e molto spesso non è sufficiente. Abbiamo fatto quello che potevamo fare, that’s it”. Sì, è così: sono stati gli ultimi 100 metri di Federica che a Tokyo ha raggiunto il tradguardo storico di cinque finali in cinque Olimpiadi (ma la rivedremo in vasca a Napoli per la Isl, la Champions del nuoto, Fede nuoterà il 26 e 27 agosto "non il 29, ho un matrimonio, ma non il mio"). E dopo? Le compagne di squadra, scherzando, dicono "Fede farà l’insegnante di zumba”. Pellegrini ride: "Dovrò metabolizzare tutto a bocce ferme, ma sono molto contenta della decisione che ho preso di lasciare. È il momento giusto, l'ho sempre sentito e sono molto serena per quello che mi aspetta dopo, anzi non vedo l'ora che inizi. Poi sicuramente arriverà anche la malinconia, magari a fine anno quando mi fermerò davvero del tutto, ma sono serena". Ha molti progetti in mente: un docu-film, un libro, la tv. "Anche la politica, come Valentina Vezzali? Sottosegretario allo sport mi sembra un po’ too much. No, ho ancora il costume addosso, non so da che parte del mondo sono, se ho il fuso italiano, di Tokyo. Non lo so, non è che ti inventi niente. Arriveranno le proposte e io mi sentirò o meno di accettarle. Io non sono molto diplomatica. Sarei perfetta nel senso di essere la prima politica vera non diplomatica. Mi sorprenderei di me stessa se riuscissi a diventarlo”. In vent'anni di nuoto, Federica pensa piuttosto ad aiutare lo sport da dentro: "Non mi è stato proposto niente. Mi piacerebbe rimanere nello sport in generale. Lascio una nazionale con un settore maschile che è più forte che mai. Invece quello femminile va aiutato. Non mi riferisco a me in prima persona, ma penso che una figura femminile all’interno dello staff di questa nazionale che sia di riferimento per tutte le ragazze ci debba essere. Una figura professionale intendo, non sto parlando di me, ma di una psicologa che aiuti le ragazze nei momenti più di difficoltà e di stress". Federica pensa al dopo, a quello che lascia: "Credo sia fondamentale per le ragazze che stanno crescendo adesso avere un aiuto. Penso alla Pilato: ci sono dei meccanismi che ti portano ad affrontare una Olimpiade che non tutti per età o carattere hanno la capacità di affrontare. Io l’ho sempre avuta, perché l’ho sempre ricercata da sola. Lo sport in generale sta diventando l’esaltazione di ogni minimo particolare e questo è l’unico sul quale non abbiamo mai lavorato". Ora è il tempo dei saluti ai tifosi: "Grazie mille per tutti questi anni, sono stati veramente incredibili, un'altalena di emozioni bellissime e sofferte". Fede è molto ricambiata.

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 4 agosto 2021. Grande successo politico per l’Italia: Federica Pellegrini è stata la terza atleta più votata per l’elezione a commissione atleti del Cio. Fede ha ricevuto 1658 voti, il più votato è stato il cestista spagnolo Pau Gasol con 1888 voti. Al secondo posto Maya Martina Wloszczowska (Polonia, ciclismo), al quarto il fiorettista nipponico Ota. Federica resterà in carica fino ai Giochi di Los Angeles 2028, l’ultima italiana era stata Manuela Di Centa fino al 2010. Non ce l’avevano fatta in passato campioni come Antonio Rossi, Pietro Piller Cottrer, Alessandra Sensini e Armin Zoeggeler. Federica, dopo la quinta Olimpiade si assicura così la partecipazione alle prossime due Olimpiadi, entra nella Giunta e nel Consiglio nazionale del Coni e potrà votare anche il prossimo capo dello sport italiano. Fede ha battuto la concorrenza della forte nuotatrice australiana Cate Campbell. “La lotta al doping il primo passo, sono orgogliosa di questa elezione”, le sue prime parole. Domani Fede compirà 33 anni. Domenica giurerà in occasione della sessione del Cio.

Federica Pellegrini nel Cio: "Non me l'aspettavo". Marco Gentile il 4 Agosto 2021 su Il Giornale. Federica Pellegrini è ancora incredula: "Il fatto di avere subito la possibilità, dopo l’ultima Olimpiade, di rimanere nel mio mondo e fare qualcosa di concreto era forse un sogno che oggi si è realizzato". Archiviata la delusione dell'Olimpiade di Tokyo, arriva un grande riconoscimento per una fuoriclasse assoluta come Federica Pellegrini che è stata eletta nella commissione atleti del Cio. La quasi 33enne, li compirà domani 5 agosto, non scenderà più in vasca ma avrà ancora davanti a sè la bellezza di tre edizioni dei giochi olimpici anche se non agonisticamente parlando. La Pellegrini ha ottenuto un grande risultato con 1658 preferenze su un totale di 6825 e resterà ora in carica per circa 7 anni (fino al termine di Los Angeles 2028). "Onestamente non me l’aspettavo", il primo commento della fuoriclasse dei 200 metri stile libero. "Sapevamo tutti che era molto difficile, siamo partiti pessimisti anche perchè sapevo di non poter fare una grandissima campagna elettorale visti gli impegni in piscina. Poi il 2 abbiamo fatto l’ultima rincorsa a cercare voti nella mensa del villaggio. Sono molto contenta, il fatto di avere subito la possibilità, dopo l’ultima Olimpiade, di rimanere nel mio mondo e fare qualcosa di concreto era forse un sogno a cui non volevo credere. Ma oggi si è realizzato", il suo commento soddisfatto per la carica ottenuta.

Vita nuova. L’ingresso nel Cio comporterà per Federica Pellegrini anche l’entrata automatica nella Giunta e nel Consiglio Nazionale del Coni. La veneta ha poi continuato parlando del numero uno del Coni: "Mi piacerà lavorare con Giovanni sotto un diverso aspetto che non è quello del rapporto presidente-atleta. Lui è stato il primo a credere in questa battaglia. Imparerò molto, ne sono certa". Non solo la Divina, dato che sono stati eletti anche il cestista spagnolo Pau Gasol con 1888 voti, la ciclista polacca Maja Maryna Wloszszowska con 1674 voti e lo schermidore giapponese Yuko Ota con 1616 voti. "È stata l’affluenza alle urne più elevata di sempre, ringrazio tutti e spero di ricambiare la fiducia. Dopodomani ci sarà un primo incontro tra noi quattro e sarà bello confrontarsi", uno dei tanti passaggi con le parole di Federica Pellegrini che ha già diverse idee, soprattutto sul mondo del nuoto: "Il nuoto è un tema caldo, molte realtà hanno sofferto per la chiusura degli impianti e non riescono a sopravvivere. Poi ci occuperemo del benessere mentale degli atleti, che quando affrontano un evento con molte pressioni come l’Olimpiade devono avere un aiuto psicologico importante. E anche il doping è un argomento centrale che sarà affrontato".

Marco Gentile. Sono nato l'8 maggio del 1985 a Saronno, ma sono di origine calabrese, di Corigliano Calabro, per la precisione. Nel 2011 mi sono laureato in comunicazione pubblica d'impresa presso la Statale di Milano. Ho redatto un elaborato finale sulla figura di José Mourinho, naturalmente in ambito della comunicazione. Sono appassionato di sport in generale ed in particolare di tennis e calcio. Amo la musica, leggere e viaggiare. Mi ritengo una persona genuina e non amo la falsità. Sono sposato con Graziana e ho una bambina favolosa di 2 anni e mezzo. Collaboro con ilgiornale.it dall'aprile del 2016.

Pellegrini & co, denaro e affari offshore dal paradiso fiscale di Cipro. La «divina» scala il Coni e il Cio, ma ha aiutato l’ingresso in Europa e in Italia del magnate ucraino Kostantin Grigorishin che con la sua lega privata indebolisce le istituzioni del nuoto. E gli ha pure imposto il suo staff: il ruolo del fidanzato Giunta, del manager Dealessi, grande amico di Malagò, e il groviglio societario che arriva alla cittadina cipriota di Limassol. Vittorio Malagutti e Carlo Tecce su 'Espresso il 16 Dicembre 2021. A Federica Pellegrini, la «divina» Federica Pellegrini, ogni cosa è concessa. Pure le sue profonde contraddizioni. Un giorno rappresenta le istituzioni sportive, un altro supporta chi le vuole sabotare. Al manto dell’ex nuotatrice Federica, acclamata, popolare, iconica, adesso televisiva e mondana, si aggrappano due imprenditori di accenti e visioni diverse, che usano monete e maniere diverse. C’è Konstantin Grigorishin, magnate ucraino con triplo passaporto (anche cipriota e soprattutto russo), formatosi a Mosca in epoca sovietica, produttore di energia elettrica, fondatore di International swimming league (Isl), la lega privata che promuove nel mondo il circo dei nuotatori.

VIVERE, SORPRENDERE” DI STEFANO ARCOBELLI pubblicato da la Gazzetta dello Sport il 29 dicembre 2021. Uno dei servizi fotografici che Fede apprezzò dopo essere diventata famosa fu quello che ricordava le maschere del Carnevale di Venezia, di cui è stata pure Colombina. Quasi una metafora che già da teenager faceva dire a Fede "sono una nuotatrice forte in acqua e chissà se meno forte nel privato, che si accetta totalmente ma ha tante maschere, e studia se potrà diventare una numero uno anche in altri campi".

Una sfida che la intriga ed esalta sempre, soprattutto quando gli altri "non credono in me, adesso ti faccio vedere, è questa la sfida che mi dà un incentivo in più". Simbolo delle ragazzine cresciute con lei, ora donna trasversale che piace a tutte e tutti. Sui social è un riferimento per oltre un milione di follower: "Alle teenager di oggi consiglio di praticare sport, magari nuoto perché ti tempra nella testa e ti fortifica in tutti i sensi. Anche se poi non vinci l’oro olimpico". 

Se a diciotto anni Tinto Brass ti propone di fare un film, c’è da vacillare. "La Pellegrini è perfetta per un mio film: ha il sorriso di chi è sessualmente appagata". E lei declinando: "In molti me l’hanno detto che avrei avuto successo, e si sono dispiaciuti. Ma direi di no adesso anche a un film normale". 

Un film sulla sua vita lo farebbe interpretare da Monica Bellucci o da Angelina Jolie: "Ne sarei onorata, la Jolie ha fatto un film sulla storia olimpica di Louis Zamperini. Mi piacerebbe scegliere io l’attrice che interpreta Federica". Donne forti, bellezze semplici. Come questa Fede che non è cambiata, non s’è fatta travolgere dal successo pur essendo una primadonna: "Preferisco definirmi diva umile, perché ho conosciuto bene gli alti e bassi, alla stessa velocità sali e scendi. Ed è importante ricordare. La vita mi ha cambiata, mi ha fatto crescere ma non ha tolto niente per determinazione alla prima Fede. Ha esperienza, sempre fame anche se ha la fama…". In questo la freddezza l’ha allenata sin da bambina: "Ho sempre ricevuto una disciplina ferrea, mio padre ex paracadutista, quadrato, poi Di Mito e Castagnetti, sempre a cercare di appiattire il più possibile le emozioni, per tirare il massimo in gara e stare tranquilla di testa".

Le chiedono sempre di tutto: "Una canna? Mai. Ubriaca? Solo per il 18° compleanno. Il piercing? Non ho mai oltrepassato i limiti: quello al capezzolo è stata una scommessa vinta con papà". Crescendo e fortificandosi, ha lavorato piuttosto su altre emozioni: come il contatto con la gente. "Molte persone vedono l’atleta concentrata, col muso o mentre ridi, criticano per ciò che vedono; negli ultimi anni mi hanno visto cambiata, come sono io, non più musona ma sempre determinata, più solare e allegra, creativa. In fondo amo improvvisare.

Sì, sono molto egocentrica, mi piace essere una primadonna: il mio carattere mi porta a esserlo". Nuotando è diventata l’atleta italiana più famosa e decorata: "Ho continuato a vincere anche se ho saltato qualche occasione: ma le cose facili non mi sono mai piaciute. E comunque non ho rimpianti". Se non quelli di iscriversi all’Università: "È stato impossibile con tutto quello che mi è successo, mi sarebbe piaciuta la facoltà di Psicologia". Ha faticato a imparare l’inglese, "l’unica cosa che invidio a Rosolino… Più che scomoda o poco simpatica sono sempre stata me stessa, preferisco guardarmi allo specchio e sono contenta di questa immagine che ho dato, perché non c’è mai niente di programmato: ciò che penso, l’ho sempre detto...".

Ciro Scognamiglio per gazzetta.it il 27 luglio 2021.Rossella Fiamingo, Federica Isola, Mara Navarria, Alberta Santuccio: le ragazze della spada azzurra contro la Cina, numero uno del ranking mondiale, vincono il bronzo. Per l’oro la sfida, a seguire, sarà tra Corea ed Estonia al via alle 19.30, le 12.30 in Italia. Si tratta dell’11a medaglia per l’Italia in questa 32esima edizione delle Olimpiadi estive: 1 oro, 4 argenti e 6 bronzi il bilancio complessivo della spedizione azzurra fino a questo momento. E si è trattato di un incontro davvero emozionante che le nostre ragazze hanno alla fine conquistato sul filo ma meritatamente, con il punteggio finale di 23-21. In particolare è toccato a Federica Isola, classe 1999, portare l’ultima stoccata fermando la rimonta dell’avversaria Zhu. Ma se parliamo di questa finale, che l’Italia aveva cominciato in svantaggio per 3-0, i due assalti che hanno fatto pendere la bilancia a nostro favore sono quelli della fase centrale firmati da Rossella Fiamingo (4-0 il parziale contro la Xu) e Maria Navarria, che ha chiuso l’assalto sul 5-1 contro la Zhu. La Cina aveva poi rimontato fino al 21-22, con la Zhu che aveva fermato il tempo per farsi curare un problema muscolare alla gamba destra. Ma la Isola non ha tremato ed è potuta partire la festa azzurra. Nel corso del torneo, cominciato dai quarti di finale nella mattina giapponese (prima dell’alba in Italia), l’Italia aveva sconfitto la Russia in un assalto serrato, concluso per 33-31. Ma poi si era dovuta arrendere 42-34 all’Estonia nonostante Federica Isola avesse tentato di ribaltare la situazione con una buona prestazione individuale. Nelle precedenti edizioni dei Giochi, la spada femminile aveva conquistato l’argento a squadre ad Atlanta 1996 e quello individuale con Rossella Fiamingo a Rio 2016. Mentre nei tornei individuali di Tokyo2020 l’Italia aveva portato a casa finora due argenti tra gli uomini: Daniele Garozzo nel fioretto, Gigi Samele nella sciabola.

Da gazzetta.it il 27 luglio 2021. Con una gara straordinaria Giorgia Bordignon regala la dodicesima medaglia all’Italia: la 34enne di Arsago Seprio è d’argento nel sollevamento pesi (cat. 64 kg) con un doppio record italiano: 104 kg nello strappo e 128 nello slancio. La Bordignon ha chiuso al terzo posto la gara di strappo con 104 kg (record personale migliorato di e italiano di specialità), 1 solo kg dietro la prima posizione occupata dalla canadese Charron. E si è poi migliorata due volte nello slancio: prima con un 126 kg e poi con un 128. Il suo 232 kg è stato superato solo dalla Charron, che ha chiuso con 236. Sul podio anche la taiwanese Chen. La Bordignon, sesta ai Giochi di Rio, ha cominciato con la pesistica a 16 anni da tempo si è trasferita in Puglia per allenarsi. Nel suo palmares spiccano una medaglia d’argento e due medaglie di bronzo continentali. 

Giorgia, i muscoli gentili delle ragazze d'Italia. Ma sarà l'ultima volta. Riccardo Signori il 28 Luglio 2021 su Il Giornale. Bordignon d'argento: primo podio femminile nel sollevamento pesi. A Parigi non ci sarà. Giorgia nei nostri pensieri, come una vecchia canzone di Ray Charles. Lo diranno a Rosà, nel vicentino, dov'è nato il papà e fanno i conti sui medagliati (anche Manuel Frigo della staffetta del nuoto), ad Arsago Seprio dove ha vissuto, a Gallarate dove è nata, a Valenzano in Puglia dove si allena, a Roma dove si è spostata di recente: un viaggio attraverso la penisola per arrivare sul podio di Tokyo. Chissà se Georgia on my mind ci avrebbe raccontato di una ragazza di 34 anni che voleva fare fitness ed, invece, solleva bilancieri con mani adornate di cerotti, grinta e urlo da sforzo supremo ed accetta i fiori del successo con la delicatezza femminile di chi si gode l'ultimo attimo sublime della sua storia sportiva. Giorgia Bordignon ieri ci ha spiegato la forza della donna: quella di muscoli levigati che acchiappano il bilanciere e gli dicono «ti domino, sono forte quanto non credi», nonostante il fisico segni il limite dei 64 kg, insomma non proprio una ragazza cannone, e la forza di un'atleta che non ha smesso di credere ad un sogno, ad un successo fino all'ultima gara del percorso: ed ora eccola acchiappare una medaglia d'argento che l'ha fatta piangere di gioia, certo ci parla ancora della bellezza del credere nello sport, dell'andare oltre i propri limiti. E chissà non abbia fatto effetto l'idea del suo tecnico. «All'ultima alzata mi ha detto: dimostra quante palle hai». Il mondo del sollevamento pesi ha sempre navigato border line (eufemismo) con i problemi di doping. Qualcosa è cambiato. «Il presidente Urso ha lavorato molto per la pulizia del settore», ha raccontato il segretario della federazione. Mirko Zanni, recente bronzo azzurro, è ancora più esplicito: «Sono gli effetti della lotta al doping. C'è stata una rivoluzione: lo meritiamo dopo anni passati in secondo piano per colpa di quella maledizione». Bordignon è una poliziotta penitenziaria, e certo farà la parte della iron girl. Ieri ha conquistato la medaglia a suon di record italiani, non ha sbagliato un colpo fino al totale finale: 232 kg divisi tra strappo (104) e slancio (128). «Ed io non ho voluto sapere i chili che andavo a sollevar», ha raccontato. Il sollevamento non è solo questione di forza, serve anche la psicologia dell'alzare sempre l'asticella alle avversarie: le ultime due sono crollate cercando il chilo in più. Quel suo fisico, agghindato di tatuaggi, non lasciava trasparire l'indecenza dello sforzo che, invece, affiorava e sformava l'essenza femminile di altre concorrenti. Solo la canadese Maude Charron non ha mollato e, alla fine, ha sollevato 4 kg in più. Giorgia aveva già pensato ad una ideale parure d'argento: sognare costa niente. Poi si è ritrovata l'argento al collo, mentre ad Arsago Seprio parroco e sindaco hanno fatto suonare le campane della Basilica. «Tutto il mondo deve sentire la nostra gioia», ha rilanciato via web il sindaco. La medaglia, prima di una azzurra del sollevamento pesi, arricchisce l'orgoglio. «Ho scritto la storia». Qui, invece, finisce la storia olimpica di Giorgia che si era presentata a Rio 2016 raccogliendo un 6° posto. Stavolta era partita dicendo: «Voglio godermi l'esperienza». Se l'è goduta.

Giampiero Mughini per Dagospia il 27 luglio 2021. Caro Dago, in questo momento sono uno degli italiani che spero a milioni amino pazzamente una donna di 34 anni le cui spalle sono più larghe degli armadi della nostra camera da letto e che ha appena guadagnato la medaglia d’argento in una mostruosa gara a tirar su centinaia e centinaia di chili a volta. Questa donna 34enne, bellissima, di nome Giorgia Bordignon, era alla sua seconda e ultima Olimpiade. Tutta la vita l’aveva trascorsa, così io mi immagino, sì da madre, da sorella, da fidanzata, forse da amante ma soprattutto da meravigliosa atleta che portava su centinaia di chili a volta. Lei che indossa la maglia azzurra sta piangendo e io con lei sto piangendo.

Tokyo 2020, ombra doping sul sollevamento peso: "Perché ora vinciamo le medaglie", il siluro di Mirko Zanni. Libero Quotidiano il 27 luglio 2021. A Tokyo 2020 l’Italia ha colto due medaglie inaspettate dal sollevamento pesi, che ha regalato grande gioia ai telespettatori da casa sia al maschile che il femminile. A rompere il ghiaccio è stato Mirko Zanni, che nella categoria 67 kg ha conquistato un bronzo olimpico. Oggi, martedì 27 luglio, è arrivato il bis di Giorgia Bordignon, che a 34 anni è stata in grado di mettersi al collo una medaglia d’argento nella categoria 64 kg, sollevando in totale 232 (nuovo record italiano). “La medaglia della Bordignon? Non me l’aspettavo in senso buono - ha dichiarato Zanni a Casa Italia - nel nostro sport c’è stata una rivoluzione e i risultati si vedono, la lotta contro il doping si vede e io non posso che essere contento perché aver iniziato questo ciclo di medaglie per me è questione d’orgoglio”. Tra l’altro la Bordignon è stata la prima azzurra di sempre a salire sul podio olimpico: “È un’emozione unica e devo dire che se lo è meritato, ha fatto una prova eccezionale in gara e inaspettata perché ha raggiunto un livello veramente alto”. “Ora anche l’Italia può dire la sua”, ha aggiunto Zanni, che augura “il meglio a tutti quanti e spero che risultati come questi ne arrivino altri perché ce lo meritiamo, dopo anni passati in secondo piano per colpa di questo maledetto doping ce lo meritiamo e o ora ci andiamo a prendere quello che è nostro”.

Da isnews.it il 27 luglio 2021. Maria Centracchio scrive la più bella pagina dello sport molisano a livello individuale. La sua è l'impresa più grande di sempre. La prima donna molisana alle Olimpiadi è bronzo a Tokyo 2020 dopo una sfida dominata nel judo -63kg contro la forte olandese Juul Franssen, vinta dopo tre penalità al golden score, durato oltre 2 minuti. Dalla piccola Isernia ai Giochi olimpici, Maria, 26 anni, atleta delle Fiamme Oro, è salita sul tetto del mondo da 27esima del tabellone, in una sfida senza pubblico ma con il tifo nelle orecchie e nella mente: della sua famiglia, della sua Isernia, della sua Italia. Il fisico della guerriera, gli occhi del samurai: anni e anni di lavoro, sacrificio, dedizione, rinunce, determinazione. Maria è tutto questo: come suo padre, Bernardo Centracchio, uomo che il judo lo ha nel sangue, come sport e come stile di vita. E che starà piangendo di gioia, come lei, che finita la gara, Maria scoppia in un pianto liberatorio. Bronzo per lei, bronzo per Odette Giuffrida. Il judo italiano può festeggiare. Ma più di tutti oggi festeggiano il Molise, Isernia, i Centracchio. Monumentale Maria: lei è la prova che nello sport, come nella vita, nulla è impossibile.

Da gazzetta.it il 27 luglio 2021. Fantastica Maria Centracchio: è bronzo sul tatami del Budokan nella categoria -63 kg! Nella finale per il terzo posto contro l’olandese Juul Franssen (tre shido). Maria, 26 anni, appartenente alle Fiamme Oro Roma, ha firmato una vera impresa partendo dal numero 27 del tabellone.

Maria, la ragazza orgoglio del Molise. Dai 10 in pagella a scuola allo storico bronzo. Sergio Arcobelli il 28 Luglio 2021 su Il Giornale. La Centracchio a Tokyo dopo il Covid e la mononucleosi. Altro che sesso debole Le donne sono guerriere, temerarie, sanno lasciare il segno anche più degli uomini. Nella giornata di ieri ne abbiamo avuto la conferma quando Maria Centracchio ha portato a casa un risultato storico: centrando il bronzo a Tokyo 2020 e regalando al suo Molise la prima medaglia individuale ai Giochi. Prima di questa judoka di 26 anni, d'altronde, solo due corregionali erano riusciti a salire sul podio olimpico, sebbene in gare a squadre: Pasquale Gravina (un argento e un bronzo) nel volley e Aldo Masciotta (un argento) nella scherma. «Sì, il Molise esiste e mena pure». Maria lo urla forte al mondo e riscatta quell'odioso mantra secondo cui questa regione non esiste. Una terra, al contrario, che combina semplicità e forza e ora viene sorretta da una nuova e piccola ma tenace eroina. Nata a Castel di Sangro, ma residente da sempre a Isernia, Maria Centracchio è una ragazza che non ha mollato mai, abituata a combattere sia sul tatami che contro le avversità. Si è portata a casa un podio alla vigilia non pronosticato, da outsider, per questo ancora più bello e speciale come dimostrano le lacrime rigate sul suo volto dopo quest'impresa. Del resto, lei partiva da dietro, lontanissima in classifica (n° 27) ed era pure la più minuta della sua categoria dei -63 kg. Per non parlare della sua personale battaglia contro il Covid e la mononucleosi. Ma non si è spezzata, anzi. «Datemi le Olimpiadi e poi ci penso io», si caricava alla vigilia. Poteva sembrare presunzione e invece no, Maria ci ha creduto fin dall'inizio, spinta anche dal bronzo dell'amica Odette Giuffrida. Si è poi fermata soltanto in semifinale contro l'olimpionica Tina Trstenjak. E ora dedica «questa medaglia a tutte le persone che mi sono state vicine quando le cose erano difficili, la mia famiglia, il mio fidanzato e le Fiamme oro che mi hanno supportata. E lo dedico al mio Molise: so che sui social tutti i molisani stanno già facendo festa». Proprio così, una regione impazzita di gioia per questa ragazza modello che «prendeva dieci in pagella in italiano e in storia, ma io voti del genere non ne do quasi mai», ha rivelato il suo professore del Liceo di scienze umane Cuoco di Isernia. La definiscono seria, quadrata, competente, rispettosa delle regole. Non poteva che scegliere il judo, sport di famiglia praticato nella palestra del papà maestro insieme al fratello Luigi promessa azzurra che l'ha seguita anche a Tokyo per farle da sparring partner. «È uno sport che veicola un bel messaggio. Non siamo il sesso debole e ci possiamo difendere in qualsiasi situazione. Questa medaglia spero dia coraggio e forza a tutte le donne». Se questo è il sesso debole. Sergio Arcobelli

Olimpiadi Tokyo 2020, judo: Maria Centracchio vince il bronzo nella categoria -63 kg. Federica Palman il 27/07/2021 su Notizie.it.  Nuova medaglia per il judo italiano: Maria Centracchio è bronzo nella categoria -63 kg. Prima medaglia olimpica per la judoka e la sua regione, il Molise. L’atleta italiana ha sconfitto nella finale per il terzo posto l’olandese Juul Franssen. L’azzurra, apparsa da subito carica e concentrata sul tatami, ha dominato l’incontro fin dall’inizio, cercando sempre l’iniziativa. La vittoria è arrivata dopo 11 minuti di lotta, durante i quali Centracchio è andata molto vicina a girare Franssen, ed è stata conquistata al golden score, il tempo supplementare.

La judoka olandese non è quasi mai sembrata in gara e ha subito gli attacchi dell’avversaria.

Durante i tempi regolamentari, Franssen ha subito due penalità per passività. Una terza, che le ha fatto raggiungere il numero massimo consentito, si è aggiunta al golden score, terminando l’incontro.

Ad applaudire Centracchio era presente Odette Giuffrida, anche lei medaglia di bronzo a Tokyo nel judo, nella categoria -52 kg. Proprio verso la compagna di squadra è corsa l’atleta molisana, scoppiando in lacrime per la felicità, dopo il verdetto dell’arbitro.

Maria Centracchio bronzo a Tokyo 2020: “La medaglia di Giuffrida una spinta incredibile”. “Se credevo nella medaglia? Tutte le persone che mi conoscono sanno che ho sempre detto: il difficile è arrivare alle Olimpiadi, poi me la vedo io. La medaglia di Odette Giuffrida mi ha dato una spinta incredibile. Abbiamo un grande feeling, esserci l’una per l’altra è un valore aggiunto”, ha dichiarato Maria Centracchio.

Maria Centracchio bronzo a Tokyo 2020: chi è la judoka di Isernia. Maria Centracchio è nata a Isernia il 28 settembre 1994 e quella di Tokyo è la sua prima Olimpiade. Il bronzo olimpico va ad aggiungersi ad altri importanti risultati: il bronzo all’Europeo di Minsk del 2019, l’oro al Grand Prix di Tel Aviv del 2019 e l’argento a quello di Tashkent del 2018. Per quanto riguarda la sua vita privata, sappiamo che è fidanzata con Gabriele Chilà, atleta di salto in lungo delle Fiamme Gialle, e molto affezionata al suo cane, “compagno di quarantena”, come scritto dalla stessa Centracchio su Instagram.

Poco prima della semifinale olimpica, per la judoka molisana è arrivato un altro riconoscimento: la cittadinanza onoraria che le conferirà il Comune di Rocchetta a Volturno, in provincia di Isernia. Un omaggio anche al padre, originario del paese e primo maestro dell’atleta. “La partecipazione di Maria è una preziosa testimonianza di quanto sia importante non arrendersi mai”, è scritto in una nota.

Centracchio è laureata in Mediazione linguistica.

Da ilnapolista.it il 2 agosto 2021. Altra impresa storica dello sport italiano. Vanessa Ferrari ha conquistato la medaglia d’argento al corpo libero al termine di un esercizio sulle note di “Con te partirò”. Vanessa Ferrari ha optato per un esercizio con tre diagonali anziché quattro. Nessuna sbavatura nella sua performance, ha ottenuto 14.200, dietro soltanto la statunitense Jade Carey. A trent’anni è stata più forte degli infortuni che l’hanno martoriata nel corso della sua carriera: cinque gli interventi chirurgici cui si è dovuta sottoporre. L’Italia non vinceva una medaglia olimpica nella ginnastica femminile dal 1928, quasi cent’anni fa. A queste Olimpiadi lo sport italiano continua a vincere medaglie nelle specialità storicamente più complesse per noi, come accaduto ieri nella storica giornata dell’atletica leggere con Jacobs e Tamberi.

Vanessa Ferrari infinita: argento a 30 anni. Antonio Prisco il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Altra impresa azzurra alle Olimpiadi, Vanessa Ferrari conquista uno storico argento nel corpo libero. Vanessa Ferrari conquista la medaglia d’argento al corpo libero alle Olimpiadi di Tokyo. È la prima medaglia individuale azzurra della ginnastica. Per la ginnastica italiana al femminile è il ritorno a medaglia e in particolare all’argento a distanza di 93 anni dalla prima e fino a pochi minuti fa unica presenza sul podio, quella della prova a squadre di Amsterdam 1928. Dopo la giornata leggendaria dell'atletica leggera, arriva un'altra impresa storica per l'Italia. Stavolta assoluta protagonista è Vanessa Ferrari. Dopo i quarti posti di Londra 2012 e Rio 2016 e quindici anni dopo il titolo mondiale di Aarhus 2006 arriva la consacrazione di Vanessa, che corona a 30 anni una straordinaria carriera. Alla quarta partecipazione olimpica finalmente l’azzurra arriva sul secondo gradino del podio nel corpo libero con uno splendido esercizio sulla musica di Bocelli. Il suo punteggio: 5,900 la nota di partenza e 8,266 l’esecuzione. Un risultato guadagnato con un esercizio perfetto, premiato con il miglior voto nell’esecuzione (8,3). Con 14.200 è stata superata dalla statunitense Jade Carey (14.366) per il maggior coefficiente di difficoltà. La Carey pone l’asticella più in alto, 6.300 il suo livello, mentre Vanessa è a 5.900. Ma l'azzurra è più brava nell’esecuzione: 8,300 rispetto agli 8.066 della Carey e chiude con 14.200. Trionfa dunque la compagna di squadra di Simone Biles che replica quanto era successo nell’all round, il concorso individuale, vinto da Suni Lee. Orfana della Biles, la squadra americana trova comunque altre protagoniste vincenti. Doppio bronzo per la giapponese Mai Murakami e la russa Angelina Melnikova. Vanessa si era qualificata con il miglior punteggio - 14.166 - e ha subito dichiarato la strategia: "Fare al meglio quello che so fare, niente di più, neppure di meno". La ginnasta di Orzinuovi si esibisce per quinta e si affida a un brano leggendario della musica italiana "Con te partirò" di Andrea Bocelli. Come previsto ha proposto le tre diagonali complesse con una interpretazione coinvolgente e una serie di movimenti perfetta, solo un minimo passettino all’ultimo arrivo. La sua performance è straordinaria: pulita e decisa nella parte artistica, emozionante nelle espressioni e a livello coreografico. Vanessa si scrolla di dosso tutte le sfortune del passato, gli infortuni che ne hanno spesso rallentato la carriera con ben cinque interventi chirurgici tra cui la rottura del tendine d'Achille, e infine il Covid che l'ha colpita a marzo di quest'anno. E riesce anche lei a scrivere un'altra pagina memorabile dello sport italiano. Ecco le sue prime parole: "Una dedica per questo argento? Si, sicuramente la medaglia la dedico a tutti quelli che mi hanno sostenuto, ma soprattutto a coloro che hanno creduto in me quando neanche io ci credevo. Quando tutti pensavano che non sarei tornata e non ce l'avrei fatta, a quelle persone che mi hanno presa da zero e riportata fino a qua".

Antonio Prisco. Appassionato di sport da sempre, tennista top ten e calciatore di alto livello soltanto nei sogni. Ho cominciato a cimentarmi con la scrittura sin dai tempi del liceo, dopo gli studi in Giurisprudenza ho ripreso a scrivere di sport a tempo pieno. Nostalgico della Brit Pop, adoro l'Inghilterra e il calcio inglese. Amo i film di Lars von Trier e i libri di Stephen King. Sogno nel cassetto girare il mondo per seguire eventi sportivi. Collaboro con ilGiornale.it dal maggio 2018.

Dopo 93 anni un'Azzurra sul podio nella ginnastica artistica. Chi è Vanessa Ferrari, la ginnasta medaglia d’Argento nel corpo libero alle Olimpiadi di Tokyo. Vito Califano su Il Riformista il 2 Agosto 2021. È una medaglia storica quella di Vanessa Ferrari: 93 anni dopo un’altra italiana sale sul podio nella ginnastica artistica; è la prima medaglia individuale al femminile alle Olimpiadi. La medaglia è d’argento nella specialità a Corpo libero. Un successo alla quarta Olimpiade per la ginnasta. Gridavano vendetta i quarti posti dei Giochi di Londra 2012 e di Rio 2016. L’azzurra ha chiuso con un punteggio di 14.200. Oro per l’americana Jade Carey (14.366), bronzo per la giapponese Mai Murakami e Angelina Melnikova (14.166). Vanessa, classe 1990, è nata a Orzinuovi, è cresciuta a Genivolta e si è trasferita a Capriano del Colle e a Nave, in provincia di Brescia. Ha due fratelli, Ivan e Michele. La madre ha origini bulgare. Ferrari è stata la prima italiana a laurearsi campionessa mondiale di ginnastica artistica, ad Aarhus in Danimarca, nel 2006. È stata insignita del collare d’oro al merito sportivo del CONI e nel 2007 dell’onorificenza presidenziale di Cavaliere al merito della Repubblica. È diventata anche Caporal Maggiore dell’Esercito Italiano, membro della squadra femminile del Centro Sportivo Olimpico dell’Esercito. E quindi ha ricevuto il grado di Primo Caporal Maggiore dell’Esercito Italiano. Ferrari è stata la prima ginnasta, alle Olimpiadi del 2012 a Londra, ad eseguire un enjambé cambio ad anello con 360° di rotazione al corpo libero. L’elemento ha preso quindi il suo nome, inserito nel Codice dei Punteggi con un valore “D”. Una carriera però provata anche da tanta sfortuna, da infortuni, due volte rottura dei legamenti. A 30 anni si prende la rivincita su tutto, Ferrari. L’esecuzione splendida sulle note di Con te partirò di Andrea Bocelli. “Non voglio pensare alle altre come mi è successo, sbagliando, in Brasile. La mia strategia è fare al meglio quello che so fare, niente di più, neppure di meno. In attesa della gara ha trascorso una giornata soft – aveva detto prima della finale – Poi continuerò a pensare solo al mio esercizio perché questa volta non guardo in faccia nessuno”. E infatti.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Giampiero Mughini per Dagospia il 2 agosto 2021. Caro Dago, la medaglia d’argento che s’è guadagnata la nostra Vanessa Ferrari nella specialità del corpo libero della ginnastica femminile è una medaglia di un metallo assai speciale. Trentenne (un’età veneranda per la ginnastica moderna), Vanessa era alla sua quarta olimpiade dopo due beffardi quarti posti ottenuti nel concorso generale e dopo essere stata campionessa del mondo nel 2006, quando aveva appena sedici anni. Ora, la ginnastica agli attrezzi (quelli maschili e quelli femminili) è il trionfo della solitudine, uno sport in cui è incessante il tuo competere con te stesso, con i limiti del tuo corpo, della tua volontà, del tuo coraggio. Per tutto il tempo della sua carriera (che nel caso della Ferrari è stato lunghissimo) il ginnasta ha a che fare solo con sé stesso, e tanto più in uno sport pressoché sconosciuto dal grande pubblico com’è la ginnastica attrezzistica. Di cui il pubblico si ricorda, e stravede innanzi a tali mirabilie, solo in occasione delle Olimpiadi. Come non stravedere di fronte alla creatività, all’ardita eleganza, alla sfrontatezza di un esercizio al corpo libero come quello che Vanessa ha covato per anni nello scantinato di casa sua e dopo che per ben cinque volte si era sfrantumata nel fare movimenti dove ogni gesto è una sfida al pericolo fisico: alla trave come alle parallele come al corpo libero. Il suo finale di partita, un doppio salto mortale all’indietro con doppio avvitamento è un gesto che non sono moltissimi i ginnasti uomini che se lo possono permettere. Oggi e domani Vanessa verrà celebrata; da posdomani qualsiasi calciatore di terza linea ritornerà ad essere molto più famoso di lei. E’ la legge degli sport minori, e poco importa che siano degli sport che richiedono uno sport sovrumano da parte di chi li pratica. Che richiedono un atteggiamento al confine con la religiosità. Ne parlo con cognizione di causa, perché quella religione l’ho praticata nei miei anni tra i quindici e i diciotto, e quella esperienza resta come la più importante della mia vita. Così come restano per me sacre le tre medaglie d’oro che ho visto conquistare a Franco Menichelli (corpo libero), Yuri Chechi (anelli), Igor Cassina sbarra). Tanto mi aveva ammaliato il pirotecnico esercizio pirotecnico con cui Cassina vinse il titolo olimpico che andai a cercarlo nella palestra di Meda dove lui si allenava, e ne scrissi ammiratissimo. Credo fosse uno degli articoli più belli che abbia scritto in vita mia, e questo perché lo sapevo bene da quale accanimento per l’appunto religioso di anni e anni e anni di palestra era venuto quell’oro olimpico. Accadde poi che un vicedirettore di “Panorama”, in realtà un semianalfabeta come ce n’ è tanti nei giornali, non apprezzasse minimamente né Cassina né il mio pezzo e lo lasciasse marcire in un cassetto della redazione. Al telefono gli manifestai tutto il mio disprezzo intellettuale, un sentimento quello sì in cui sono capace di raggiungere vette olimpiche. Poco dopo mi dimisi dal giornale e chiusi la mia carriera giornalistica ammesso che io sia mai stato un giornalista. Il pezzo su Cassina era talmente bello che lo misi tale e quale in un mio libro, e questo in segno di onore per la ginnastica attrezzistica e i suoi campioni.

Il segreto di Vanessa Ferrari: da “Bella Ciao” a “Con te partirò”. Ecco perché ha cambiato musica…Lucio Meo lunedì 2 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. C’è un segreto nel meraviglioso argento dell’azzurra Vanessa Ferrari nel corpo libero di ginnastica ai Giochi di Tokyo 2020. L’oro è andato alla statunitense Jade Carey con 14.366 e il bronzo ex aequo alla giapponese Mai Murakami e alla russa Angelina Melnikovacon con 14.166 ma Vanessa è stata la vincitrice morale, dopo una via crucis di infortuni e di sfortunate coincidenze. Fortunata, invece, era stata la decisione di esibirsi sulle note di Bocelli, “Con te partirò”, invece che sull’inno partigiano “Bella Ciao”, che solo un bronzo le era valso ai recenti Europei. Un brano a marcetta per nulla adatta alla sinuosità del gesto atletico della Ferrari, ma anche un brano divisivo, politico, che non si confaceva per nulla allo spirito patriottico e unitario che la sua esibizione alle Olimpiadi rappresentava per tutti gli italiani. Per la 30enne bresciana, alla sua quarta partecipazione, è la prima medaglia olimpica, ed è anche la prima medaglia nell’individuale femminile della ginnastica artistica italiana alle Olimpiadi. Del resto, quel brano, “Con te partirò” aveva portato fortuna anche ad Andrea Bocelli, come aveva spiegato egli stesso in questo video alla vigilia di Tokyo… Vanessa Ferrari aveva annunciato il cambio della musica del suo corpo libero per i Giochi Olimpici di Tokyo il 21 giugno scorso, scegliendo “Con te partirò” di Andrea Bocelli al posto di ‘Bella Ciao’. Il tenore aveva dunque ringraziato la campionessa di artistica in un video, insieme alla figlia Virginia, giovane ginnasta di otto anni e appassionata della disciplina. Un brano, però, comunque riarrangiato. Il regolamento FIG non permette l’uso delle parole, al contrario della ritmica dove invece è ammesso, e quindi il brano è stato arrangiato per l’occasione e vocalizzato dal tenore Fabio Armiliato, che con la moglie Daniela Dessì, prematuramente scomparsa, aveva già accompagnato Vanessa a Rio de Janeiro con il “Nessun Dorma” di Puccini. La Ferrari, il 25 aprile, il giorno della Liberazione, aveva vinto il bronzo continentale al corpo libero agli Europei di Basilea con “Bella Ciao”, parlando di  “simbolo di resilienza e di resistenza”. Da oggi, forse, per lei anche “Con te partirò” avrà lo stesso valore. “Carissima Vanessa, abbiamo esultato per la tua medaglia. Io so quanto sacrificio, quanto lavoro, quanta passione, quanto cuore ci vogliono per arrivare a un risultato come questo e sono molto felice di aver fatto da contorno alla tua prova con una mia canzone. Ti invio un abbraccio e spero di incontrarti presto”, ha poi commentato Andrea Bocelli in un messaggio inviato a Vanessa Ferrari.

A.Rav. per il "Corriere della Sera" il 3 agosto 2021. Allora Vanessa, quanta strada abbiamo fatto da quel giorno ad Aarhus di 15 anni fa, siamo diventate vecchie «Beh dal risultato di oggi non si direbbe, no?». Ahia. Due chiacchiere con la medaglia al collo, mentre si aspetta l'antidoping. No, non si direbbe, ma gli anni saranno 31 a novembre e questa è anche la chiusura di un cerchio. Una consacrazione definitiva. Simone Biles che le parla da pari a pari («Mi ha chiesto dove avevo messo il tatuaggio per Tokyo, le ho detto che non sapevo neanche ci sarebbe stata Tokyo»). Le due gemelline inglesi, Jessica e Jennifer Gadirova, che di anni ne hanno 16, e che se i Giochi si fossero tenuti nel 2020 non sarebbero qui, dopo la finale la fermano per fare un selfie con lei. «Mi rende sempre felice quando ginnaste di alto livello vogliono la foto». Il futuro è loro, ma il tuo futuro, Vani, ora che hai un posto nella storia del tuo sport? Enrico Casella, il suo allenatore, ha appena rivelato quello che si sono detti subito dopo l'abbraccio finale. « Non avendo vinto l'oro magari proverà a prenderlo a Parigi, ne abbiamo già parlato. Non molla. Scherzo ma non troppo: mi ha detto "dipende dal tendine". Ma io so già cosa vuol dire». Vanessa, è davvero così? C'è Parigi adesso nel tuo orizzonte? Ci sono altri tre anni di cognizione del dolore, sedute infinite di terapie a Brescia o nella stanza del fisioterapista Salvatore Scintu in Nazionale, che ti accoglie con la moka sul fuoco? «Enrico può dire quello che vuole, però il male ai piedi ce l'ho io - scherza -. A questo punto della carriera non so cosa farò: questa medaglia doveva essere la chiusura di un percorso di cinque anni iniziato con il quarto posto di Rio. Adesso l'ho finito, e mi ripaga di ogni sacrificio. Ora andrò in vacanza, al futuro penserò quando torno». Eppure, nelle sue parole non c'è un briciolo di quella serenità e quell'appagamento che ha mostrato Federica Pellegrini in questi giorni, nel momento di dire addio al nuoto. Vanessa non si è neanche commossa, sembrava ancora totalmente aggrappata alle dinamiche di gara, stava pensando all'oro sfuggito e a quel bronzo ex aequo che non le è andato giù (la spiegazione delle giurie: Murakami e Melnikova avevano identici sia il valore della difficoltà che l'esecuzione e altri criteri all'Olimpiade non se ne cercano più). Ma sarebbe una follia partire da Tokyo con anche un millesimo di rammarico. È già un miracolo che la medaglia (pesantissima) sia al collo. «La dedico a chi ha creduto in me anche quando non ci credevo io, a chi mi ha preso da zero e mi ha riportato fino a qua». Magari con il passare dei giorni questa consapevolezza si farà strada, dopo la vacanza con il fidanzato Simone non troppo lontano da casa per poter portare i due Husky con sé e dopo il camp organizzato a Lignano Sabbiadoro: una settimana per imparare la ginnastica con Vanessa, è andato sold out in un attimo, 180 ragazzine si sono già iscritte. Insomma, prove tecniche di nuova vita sarebbero anche già partite. Casella, poi, sarebbe pronto a portarla in palestra con sé nel ruolo di assistente: «Non volterò mai le spalle a questo sport, per decidere se continuare vedremo se e quanto riuscirò ad allenarmi». Ma tutto lascia pensare che non sia finita qui.

Vanessa Ferrari chi è: età, altezza, fidanzato, medaglie, infortunio e quando gareggia a Tokyo 2020. Gaia Sironi il 27/07/2021 su Notizie.it. La ginnasta Vanessa Ferrari sta partecipando alla sua quarta Olimpiade, quella di Tokyo 2020. Vediamo insieme la sua vita pubblica e quella privata. Vanessa Ferrari è la veterana tra tutte le ginnaste che fanno parte della spedizione azzurra a Tokyo 2020, dato che questa sarà la sua quarta Olimpiade. Vediamo insieme la sua vita privata e la sua carriera.

Vanessa Ferrari: chi è? Vanessa Ferrari nasce a Orzinuovi, in provincia di Brescia, il 10 novembre del 1990.

I genitori, Giovanni e Galia (la madre è di origini bulgare, e in Bulgaria la ginnasta trascorre lunghi periodi durante l’infanzia), hanno anche due gemelli, Ivan e Michele.

Vanessa si avvicina alla ginnastica artistica all’età di sette anni, quando comincia ad allenarsi in una palestra in provincia di Cremona, per poi trasferirsi alla Brixia di Brescia, una palestra di alto livello, per sviluppare al meglio il suo talento in questo sport e poter diventare una professionista.

Vanessa è alta solamente 146 centimetri, ma questa è un’altezza ottima per il suo sport, che non l’ha fermata per raggiungere grandi successi nella ginnastica artistica.

Vanessa Ferrari: vita privata. Simone Caprioli è da alcuni anni fidanzato con Vanessa Ferrari, di cui è anche manager e curatore del marketing legato alla campionessa bresciana. Di lui non si hanno molte notizie, ma è solito pubblicare molte foto che lo ritraggono insieme alla fidanzata, con cui convive a Manerbio da circa tre anni. Simone inoltre è il più grande fan di Vanessa, visto che l’ha sostenuta e aiutata nei lunghi mesi del lockdown per permetterle di allenarsi anche lontano dalla palestra, creando in casa uno spazio in cui la ginnsta poteva esercitarsi.

Vanessa Ferrari: la carriera. All’età di dodici anni Vanessa vince il Campionato nazionale e fa il suo esordio nella nazionale italiana Juniores con cui raggiunge il secondo posto. Grazie a questi successi si guadagna un posto nei Campionati Europei con cui vince un argento nel concorso individuale. Nel 2005, a soli 15 anni, partecipa ai Giochi del Mediterraneo dove riesce ad ottenere l’oro in 6/6 categorie, cioè tutte quelle presenti. A sedici anni passa poi nella categoria Senior, e le aspettative sono molto alte per l’Olimpiade di Pechino del 2008. Sfortunatamente pochi mesi prima dell’Olimpiade si rompe lo scafoide e ha un’infiammazione al tendine d’Achille, un problema che si porterà avanti nel corso della lunga carriera, e ai giochi olimpici non danno i risultati sperati.

Anche alle Olimpiadi di Londra e Rio non riesce a vincere nessuna medaglia, classificandosi quarta al corpo libero in entrambe le Olimpiadi.

Vanessa Ferrari: l’Olimpiade di Tokyo 2020. Grazie al moltissimo sostegno dei fan, Vanessa Ferrari decide di partecipare anche alle Olimpiadi di Tokyo 2020, le sue quarte Olimpiadi di fila. Vanessa è riuscita a entrare in finale nel corpo libero con il miglior punteggio, posizionandosi davanti anche a Simone Biles, il fenomeno statunitense. Lunedì 2 agosto tenterà la caccia all’oro, una medaglia che non è mai riuscita a vincere alle Olimpiadi.

 Federica Cocchi per gazzetta.it il 22 luglio 2021. Non è ancora iniziata l'Olimpiade e Vanessa Ferrari ha già iniziato a fare salti mortali. Questa volta per difendersi da accuse, postume e sbagliate, di razzismo nei confronti di Simone Biles. Tutta colpa di una vecchia dichiarazione di Carlotta Ferlito dopo la finale alla trave dei Mondiali di Anversa, dove l'ex azzurra e l'iridata si erano piazzate rispettivamente al quarto e quinto posto dietro la Biles. Una frase infelice ripescata ieri da un post social: "La prossima volta io e Vanessa ci dipingeremo il volto di nero per vincere". Uno scivolone dettato dal calore della contesa e immediatamente seguito dalle scuse dell'atleta e della federginnastica. Un caso chiuso, sepolto sotto una coltre di polvere di magnesio. Ma nonostante il diritto all'oblio, il web non dimentica e così la questione, da cui la Ferrari si è sempre chiamata fuori, è tornata alla ribalta. Appena rilanciata quella vecchia dichiarazione non sua, Vanessa è stata colpita da una vera e propria shitstorm, da cui ha dovuto difendersi con un post social. "Vengo attaccata con commenti e insulti per una frase razzista, nei confronti di @simonebiles , che non ho mai detto! Questo e stato detto da una mia compagna di nazionale, nel 2013, e io non c'entro niente. Qualcuno ha incolpato me ingiustamente e questo viene condiviso senza prima verificare che questo sia vero. Quelli che stanno condividendo questo post contro di me dovrebbero farsi un esame di coscienza, perché stanno incolpando la persona sbagliata". Una violenza tale da costringere la regina Simone Biles a intervenire in prima persona in difesa della campionessa Mondiale di Aarhus 2006, rispondendo nei commenti del post. La pluriolimpionica statunitense ha chiesto scusa a Vanessa per l'accaduto proponendo un incontro di pace: "Spero di incontrarti in pedana e chiederti scusa ufficialmente per quello che hai dovuto subire. Nel frattempo in bocca al lupo a te a team Italy!". Simone e Vanessa, regine anche fuori dalle pedane.

Ferrari razzista. Follia social. E la stella Biles la difende. Sergio Arcobelli il 22 Luglio 2021 su Il Giornale. A Vanessa continuano a capitarne di tutti i colori. Come se gli infortuni patiti nella lunga carriera non fossero abbastanza... È da un giorno che la Ferrari ha assaporato il clima olimpico, di ieri infatti una foto scattata insieme alla compagna davanti ai cinque cerchi, ma neanche il tempo di iniziare l'avventura che Vanessa è finita bersaglio di un attacco social. I leoni da tastiera hanno colpito ancora una volta, senza pietà, contro la leonessa di Brescia che è pronta a gareggiare nella sua quarta Olimpiade conquistata con il sudore e la fatica. Prima, però, come detto, ha dovuto affrontare una serie di commenti negativi sui canali social. Tutta colpa di uno scambio di persona e di una vecchia frase tornata alla ribalta. Accusata di razzismo per una frase infelice («La prossima volta io e Vanessa ci dipingeremo il volto di nero per vincere») che risaliva in realtà al 2013 e che era stata pronunciata da un'altra atleta, l'ex ginnasta Carlotta Ferlito, dopo la finale alla trave dei Mondiali di Anversa, dove le azzurre si erano piazzate al quarto e quinto posto dietro l'americana Simone Biles, la Ferrari ha risposto piccata con il seguente tweet: «State facendo confusione, questa è un'accusa falsa. Non sono io che ho detto quella frase, è stata una mia compagna tanti anni fa. Prima di accusare qualcuno, pensateci». Per fortuna ci ha pensato Simone Biles ad intervenire in difesa della campionessa del mondo del 2006. «Smettetela ragazzi, Vanessa è sempre stata gentile con gli Usa e con me. Vanessa spero di vederti e di scusarmi personalmente per tutti quelli che ti hanno accusato», ha commentato la star statunitense. Il caso è chiuso. Sergio Arcobelli

Tokyo 2020, terremoto Simon Biles: si ritira dalla ginnastica a squadre. Retroscena: "Non è un infortunio", lo sconvolgente vero motivo. Libero Quotidiano il 27 luglio 2021. Simone Biles, campionessa olimpica di ginnastica, si è dovuta fermare nel corso della gara a squadre a Tokyo a causa di un infortunio durante la prova al volteggio. La 24enne atleta statunitense si è rannicchiata con un allenatore dopo essere atterrata poi è uscita dal campo di gara con il medico della squadra. Biles si è poi fatta vedere con la gamba destra fasciata. "Dopo una prova effettuata, Simone Biles salterà il resto della finale a squadre femminile", ha ufficializzato poi la federazione internazionale di ginnastica (Fig). C'è chi scrive, come il Daily Star, che le Olimpiadi sarebbero già finite per la campionessa americana. Secondo la Nbc la Biles si sarebbe ritirata non per un infortunio, ma a causa di problemi di stress mentale. Intanto l’Italia, dopo la seconda rotazione, è terza. E gli Stati Uniti, ora secondi alle spalle del comitato olimpico russo, senza Simone Biles, sono in difficoltà. Una mazzata per la Biles che le impedisce di proseguire l’All Around e quindi di coronare il sogno di vincere 5 ori nella stessa competizione olimpica. La fuoriclasse Usa si era qualificata per tutte e sei le finali a sua disposizione, ma nel farlo non ha brillato come al solito. Sul suo profilo Instagram non aveva nascosto le difficoltà: “Non è stata una giornata facile o la mia migliore, ma l'ho superata. A volte mi sento davvero come se avessi il peso del mondo sulle spalle”.

Da Gazzetta.it il 28 luglio 2021. È ufficiale: Simone Biles, dopo il ritiro durante la finale a squadre di martedì, rinuncia a quella del concorso generale individuale in programma domani. Lo ha annunciato la federazione statunitense di ginnastica che, ieri, con un comunicato aveva sottolineato: «Supportiamo Simone nella sua decisione e applaudiamo il suo coraggio nel mettere al primo posto la salute». Alla base della scelta una questione psicologica: Simone non ha retto la pressione. L’obiettivo dei possibili cinque ori sfuma così definitivamente. Anzi, ora ci sarà da capire se la si rivedrà sulla pedana olimpica di Tokyo. Il programma per lei prevederebbe domenica la finale al volteggio e alle parallele asimmetriche, lunedì quella al corpo libero e martedì quella alla trave. 

Da Gazzetta.it il 28 luglio 2021. Un vero e proprio crollo emotivo. Simone Biles non cerca scuse né si nasconde dietro improbabili infortuni: il suo clamoroso ritiro dalla competizione a squadre della ginnastica artistica (verosimilmente costato l'oro alla squadra Usa, solo d'argento alla fine) è dovuto allo stress: «Devo concentrarmi sul mio stato mentale e non mettere a repentaglio la mia salute e il mio benessere». Una confessione aperta, degna di una straordinaria campionessa che ha fatto la storia della ginnastica artistica mondiale. «Non ho più fiducia in me stessa come prima - ha spiegato la 24enne statunitense, quattro volte d'oro a Rio 2016 e prima ginnasta nella storia ad aver vinto cinque titoli mondiali nel concorso individuale - Non so se è una questione di età. Sono un po' più nervosa adesso quando salgo in pedana». Biles ha aggiunto: «Sento che non mi sto divertendo più come prima. So che questi sono i Giochi, volevo farli (e non riesce a trattenere le lacrime, ndr) ma in realtà sto partecipando per altri, più che per me. Mi fa male nel profondo che fare ciò che amo mi sia stato portato via. Non appena salgo in pedana siamo solo io e la mia testa... e lì ci sono démoni con cui devo confrontarmi». Inevitabile il passo successivo: «Devo fare ciò che è giusto per me e concentrarmi sulla mia sanità mentale e non compromettere la mia salute e il mio benessere, per questo ho deciso di fare un passo indietro (durante la gara) e lasciare che le mie compagne facessero il lavoro, e lo hanno fatto bene, sono vicecampionesse olimpiche, è qualcosa di cui possono essere molto orgogliose, l'hanno raggiunto senza di me, non credo che ne fossero consapevoli prima». Resta il dubbio se Simone possa recuperare per il concorso individuale, ma dopo questa drammatica confessione è lecito nutrire più di un dubbio. E assume un peso ben diverso quanto la campionessa aveva scritto sul proprio account Instagram solo due giorni fa: «A volte sento tutto il peso del mondo sulle mie spalle». Oggi Simone se l'è tolto di dosso. Il Comitato olimpico degli Usa garantisce massimo supporto a Simone Biles, stella della squadra di ginnastica artistica che non ha partecipato alla finale All Around ed è in dubbio per il resto dei Giochi di Tokyo. «Simone, ci ha resi così orgogliosi. Orgogliosi di quello che sei come persona, compagna di squadra e atleta - scrive su Twitter Sarah Hirshland, ceo del Comitato olimpico e paralimpico degli Stati Uniti -. Applaudiamo la tua decisione di dare priorità al tuo benessere mentale sopra ogni altra cosa, e ti offriamo il pieno supporto e le risorse della comunità del nostro Team Usa mentre affronterai il resto del viaggio».

Giulia Mengolini per open.online il 28 luglio 2021. Diversi editorialisti e conduttori della destra americana hanno duramente criticato la ginnasta. Ma i Giochi di Tokyo 2020 hanno il merito di aver sradicato un antico tabù. «Devo fare ciò che è meglio per me e pensare alla mia salute mentale, perché voglio stare bene e perché c’è una vita oltre la ginnastica». All’indomani delle sue dichiarazioni sulla propria salute mentale dopo il ritiro alle Olimpiadi di Tokyo sono stati migliaia i messaggi di solidarietà via social ricevuti dalla pluricampionessa Simone Biles, dal supporto della portavoce della Casa Bianca Jen Psaki alla direttrice dell’Unicef Henrietta Fore, passando per illustri colleghi e colleghe del mondo dello sport. Ma c’è anche non ha affatto apprezzato il coraggio di Biles nel parlare al mondo intero di uno stigma radicato, quello della salute mentale: oltreoceano, diversi personaggi che lavorano per emittenti conservatrici hanno duramente attaccato la ginnasta 24enne, definendola «egoista», «sociopatica» e persino «vergogna per il suo Paese». L’ex conduttore televisivo britannico Piers Morgan, già noto per essersi dimostrato insensibile al tema della salute mentale, come ha dimostrato con le critiche alla tennista Naomi Osaka e per aver deriso Meghan Markle per avere pensato al suicidio, ha twittato: «I problemi di salute mentale ora sono la scusa per qualsiasi prestazione scadente nello sport d’élite? Che scherzo. Ammetti di aver gareggiato male, di aver commesso degli errori e che ti impegnerai per fare meglio la prossima volta. I bambini hanno bisogno di modelli forti, non di queste sciocchezze». I conduttori radiofonici Clay Travis e Buck Sexton nel loro show hanno criticato la campionessa definendola una «sociopatica egoista» e una «vergogna per il suo Paese». «Perché è coraggiosa? Cosa c’è di coraggioso nel non essere coraggiosi?» si sono chiesti, aggiungendo che «Stiamo crescendo una generazione di persone deboli come Simone Biles». Anche la scrittrice Amber Athey ha criticato la scelta della ginnasta, scrivendo un articolo per lo Spectator dal titolo: «Simone Biles è una perdente», sostenendo che «un vero campione è chi persevera anche quando la gara si fa dura». Sul sito web di estrema destra The Federalist, John Daniel Davidson è stato ancora più spietato, dicendo che Biles non avrebbe dovuto gareggiare ai Giochi per se stessa, ma «per il tuo Paese, per tutti gli americani». Secondo il giornalista, i personaggi pubblici sono spesso premiati per prendersi cura della propria salute mentale anche in assenza di qualsiasi tipo di malattia mentale. L’attacco più crudele è arrivato dal popolare conduttore di talk show radiofonici Charlie Kirk che ha definito Simone Biles una «sociopatica egoista», «immatura» e «una vergogna per il suo Paese».

Ai Giochi di Tokyo è finalmente caduto il tabù della salute mentale. A Biles non si perdona il coraggio di aver confessato al mondo intero di “non stare bene”, portando sotto i riflettori tutta l’umanità e le sofferenze invisibili degli atleti, perché la salute mentale – a differenza di un infortunio fisico come una caviglia slogata o un osso fratturato – non si vede. Eppure le pressioni mentali possono diventare allo stesso modo invalidanti e pericolose. Angela Schneider, direttrice del Centro internazionale di studi olimpici presso la Western University in Canada, ha sottolineato che lo stress sopportato dagli atleti in questi Giochi olimpici è inedito: «Ciò che ha reso queste Olimpiadi straordinarie è l’impatto che la pandemia di Covid-19 ha avuto sugli atleti negli ultimi 18 mesi, non solo sul loro allenamento fisico, ma anche sul loro benessere mentale», ha scritto Schneider su The Conversation. Il fatto che gli atleti si fossero preparati con un lavoro incessante per un anno, per poi vedere i Giochi rinviati a causa della pandemia, ha avuto un forte impatto di stress. Improvvisamente, i loro sforzi sono stati messi in pausa, chiedendo loro di rimettersi in gioco dopo altri 12 mesi. «Un prezzo incalcolabile» da pagare. Di buono c’è che i Giochi di Tokyo 2020 saranno ricordati (anche) per aver sdoganato il tabù della salute mentale, di cui ha parlato anche la tennista numero due al mondo, la giapponese Osaka: «Le pressioni su di me qui sono tantissime. Sono alla mia prima Olimpiade e non sono stata capace di reggere questa pressione». La decisione di Biles è stata elogiata dal nuotatore Michael Phelps – «spero che questa sia un’opportunità per noi di fare emergere ancora di più il tema della salute mentale. È molto più grande di quanto possiamo immaginare» – ha detto, e parlando con la NBC ha ricordato le sue battaglie in questo senso, raccontando che aveva trovato difficile chiedere supporto quando ne aveva bisogno. 

Dagonews il 30 luglio 2021. Perché si è ritirata Simone Biles? Scrive il Guardian: «Non perdeva una competizione a tutto tondo da quando Frozen ha battuto Iron Man 3 al botteghino, quattro mosse prendono il suo nome, tenta volteggi che rompono il sistema di punteggio, e che alcuni colleghi maschi non oserebbero mai. Eppure martedì, mentre la sua squadra era nelle prime fasi della finale a squadre, Biles si è avvicinata all’allenatore – aveva appena fallito un esercizio del suo volteggio di apertura – e poi è uscita dal campo di gara con un medico. Quando è tornata, si ha abbracciato le compagne, ha indossato la tuta, e si è messa a incitare le atlete». La Usa Gymnastics ha definito l’abbandono di Biles «un problema medico», il suo allenatore «un problema mentale». Alla fine Biles ha confessato che si trattava di entrambe le cose. Ma durante il The Joe Rogan Experience Show, il conduttore ha ricordato qualcosa d’altro su Simone Biles. Durante le Olimpiadi del 2016, alcuni hacker entrarono nel sistema del Cio e consultarono le schede mediche di molti atleti. Venne fuori che Simone Biles era affetta da deficit di attenzione e di iperattività (AHDH), e per questo motivo assumeva dei medicinali, vietati dalle regole antidoping. Per questo l’atleta aveva dovuto ottenere un’autorizzazione particolare ad assumere i farmaci. A Tokyo e in Giappone, però, questi farmaci sono illegali, anche per usi medici. Sarà stata l’impossibilità a tenere a bada la sua patologia a rendere Simone Biles così vulnerabile?  

I demoni di Simone Biles: molestata dal medico della squadra per tutta la sua infanzia. Vincenzo Sbrizzi il 30/7/2021 su Today. Il passato che ritorna. Stati Uniti d'America. Un tweet ha fatto tornare alla ribalta le molestie subite dalla giovane ginnasta tra le oltre 150 atlete vittime di Larry Nassar, per 20 anni osteopata della nazionale statunitense. Ha parlato di demoni, Simone Biles, per spiegare il suo ritiro dall'Olimpiade di Tokyo. Demoni che minano la sua salute mentale e di cui ha deciso di occuparsi, mettendo giustamente il suo benessere prima della carriera sportiva. Demoni che in realtà potrebbero avere un volto, un nome e un cognome e a confermarlo è stata la stessa Biles in passato. In questi giorni è ritornato alla ribalta il nome di Larry Nassar, ex osteopata della nazionale statunitense di ginnastica dal 1996 al 2017. La campionessa olimpica è stata una delle oltre 150 ginnaste che hanno subito violenze o molestie sessuali da parte del tecnico nel corso della sua carriera ventennale. Una carriera fatta di abusi che gli sono valsi una condanna a 175 anni di carcere. Un vero e proprio mostro di cui anche la Biles è stata vittima così come tante altre campionesse statunitensi. Un mostro le cui violenze hanno lasciato cicatrici che hanno ricominciato a sanguinare. La 24enne Simone Biles, in passato, ha spiegato di essersi già curata per i danni psicologici subiti a seguito di quelle violenze. Una cura durissima nel corso della quale desiderava solo “dormire perché era la cosa più vicina alla morte”, come lei stesso dichiarò. Un male che non ha ancora superato e che forse a Tokyo è riaffiorato improvvisamente impedendole di continuare. Che c'entri anche Nassar e le sue violenze nello stop che si è imposta la ginnasta lo ha svelato un tweet.

Il tweet della ex collega. A pubblicarlo è stata Andrea Orris, ex ginnasta. "Stiamo parlando della stessa ragazza che è stata molestata dal medico della sua squadra per tutta la sua infanzia e adolescenza. Quella ragazza ha subito più traumi all'età di 24 anni di quanti la maggior parte delle persone ne subirà mai in tutta la vita". Un messaggio che la stessa Biles ha ritwittato facendo capire chiaramente che quello che ha dovuto subire durante l'adolescenza riecheggia duramente ancora nella sua anima. Dietro il passo indietro della Biles c'è anche la dura denuncia di una giovane donna che ha deciso di dedicarsi a se stessa non dimenticando tutte quelle donne che non possono farlo. L'atleta ha affidato sempre ai social il suo ringraziamento alle persone che da tutto il mondo la stanno sostenendo e le stanno stando vicina. "L'amore e il sostegno che ho ricevuto mi hanno fatto capire che io sono più dei miei successi e della mia ginnastica, qualcosa che non avevo mai creduto prima" ha scritto l'atleta. Simone Biles è sicuramente qualcosa di più delle quattro medaglie d'oro olimpiche di Rio de Janeiro e il suo passo indietro e il coraggio con il quale l'ha difeso valgono di più di qualsiasi vittoria.

Tokyo 2020, Simone Biles cade a peso morto in allenamento: così l'atleta spiega i "twisties". La Repubblica l'1 agosto 2021. La superstar della ginnastica Usa Simone Biles rinuncia ad altre due finali in queste Olimpiadi. Per spiegare la sua difficile situazione, Biles ha pubblicato sul suo profilo Instagram un video che la ritrae cadere malamente durante un allenamento alle parallele asimmetriche. L'atleta ha voluto così rendere noto quelli che sono gli effetti sulle sue performance quando viene colpita dalla sindrome dei "twisties". Un termine slang utilizzato dai ginnasti per indicare un blocco mentale improvviso che fa perdere all'atleta il controllo del suo corpo. Una problematica che impedisce durante un volteggio o una capriola di atterrare in sicurezza.  

Un problema comune ad altri atleti. Cosa sono i twisties, i "demoni" che hanno fermato la ginnasta Simone Biles. Redazione su Il Riformista il 29 Luglio 2021. Il suo ritiro, il fermarsi dalle competizione che doveva dominare e stravincere, è stata una delle notizie più clamorose di queste Olimpiadi di Tokyo 2020. Ma i “demoni” che hanno fermato Simone Biles, la ginnasta americana che in Giappone era chiamata a ripetere i successi già ottenuti 5 anni fa a Rio de Janeiro (cinque le medaglie d’oro ottenuto, nda), hanno un nome. Si chiamano “twisties” e l’atleta americana, 24 anni, ne ha parlato dopo il ritiro, lasciando le sue compagne di squadra orfane della loro stella nella gara di squadra dell’all-around, poi persa giungendo dietro la Russia. I twisties vengono descritti come un improvviso senso di vuoto che colpisce gli atleti durante una prova sportiva, che accomuna le più svariate disciplina ma che sembra colpire in particolare i golfisti. Per una ginnasta però la situazione può farsi più pericolosa: una improvvisa dissoluzione del senso dello spazio, una perdita di consapevolezza della propria presenza, può provocare durante un esercizio anche un grave infortunio. Questo fenomeno di “perdita del senso dello spazio” è “complesso”, spiega un allenatore francese all’Afp, ed è difficile da risolvere. Può essere “accentuato dalla pressione”. Il ginnasta che ne è vittima “scivola nella paura di perdersi”, e può farsi male seriamente. Simone Biles non è la prima ad averne sofferto. “Ho avuto i “twisties” da quando avevo 11 anni. Non riesco a immaginare quanto spaventoso deve essere se accade durante una gara”, ha detto Aleah Finnegan, una ginnasta americana. Anche la ginnasta svizzera Giulia Steingruber, specialista del volteggio, che partecipa alla finale all-around a Tokyo, ha anche raccontato di aver avuto un simile “blocco mentale” nel 2014. “Avevo molta paura” e “non riuscivo a scrollarmela di dosso”, ha raccontato in un documentario. “Ha dovuto reimparare tutto un po’ alla volta”, ha detto il suo allenatore.

Francesca Del Boca per "corriere.it" il 3 agosto 2021. L’Olimpiade di Simone Biles finisce con tanti applausi e una medaglia di bronzo per la prova sulla trave, dietro le due cinesi Chenchen Guan (oro) e Xijing Tang (argento). Appena atterrata sul materassino sorride commossa l’atleta statunitense, che con quest’ultima esecuzione ha sfidato i «demoni dentro la testa» che l’avevano costretta a rinunciare alle precedenti gare di Tokyo 2020, a squadre e individuali, per tutelare la propria «salute mentale». Lei li aveva chiamati «twisties», pericolosi disorientamenti che durante volteggi e salti in aria fanno smarrire all’improvviso i punti di riferimento spaziali. Il crollo della star, la favorita. Ma dopo aver annunciato il ritiro dalla competizione olimpica sotto gli occhi puntati del mondo intero è tornata, per salire ancora una volta sul podio. Affrontando la prova più dura, l’unica specialità in cui Simone Biles non prese l’oro a Rio, ma un bronzo. Impresa ripetuta in condizioni ben diverse: la campionessa statunitense, sei volte medaglia olimpica, ha chiuso il suo esercizio con 14.000 punti, terza dopo Chenchen Guan con 14.633 punti e Xijing Tang con 14.233. Addio demoni, per ora.

Da corrieredellosport.it il 4 agosto 2021. Quella di Simone Biles è stata un'Olimpiade molto complicata. Dopo tanti forfait in diverse gare, con la notizia del problema dei "Twisties", la ginnasta americana è riuscita comunque a chiudere conquistando una medaglia di bronzo nella trave. Tramite un'intervista però è emersa un'altra storia che ha reso i giorni ai Giochi di Tokyo un vero incubo per la Biles. 

Il motivo dei problemi alle Olimpiadi. "Mi sono svegliata due giorni prima della gara nella trave e ho ricevuto la notizia della morte di mia zia. Voi giornalisti non avete idea di cosa stiamo passando.", le sue parole confermate anche dall'allenatrice Cecile Canqueteau-Landi a People: "Quando l'ho scoperto ho detto 'Oh mio Dio. Questa settimana deve finire presto'. Lei ha detto che non c'era nulla che potesse fare da lì, quindi avrebbe finito le gare e sarebbe tornata subito a casa.". La Biles poi ha parlato anche dei suoi problemi fisici: “Non è stato facile per me ritirarmi da quelle gare, ma fisicamente e mentalmente non ero nella giusta condizione e non volevo mettere a rischio la mia salute. Non vale la pena. la mia salute fisica e mentale sono più importanti delle medaglie che potrei vincere. Aver ricevuto l'autorizzazione per la gara nella trave è stato importantissimo per me. Pensavo di andarmene senza una medaglia. È stata una lunga settimana che almeno ho chiuso con una gioia. Adesso tornerò a casa e mi occuperò del resto.".

Maurizio De Santis per fanpage.it il 26 luglio 2021. "Vi piace il nostro nuovo outfit?". Dopo l'allenamento, la ginnasta tedesca Pauline Schäfer ha postato su Instagram una foto a suo modo storica, rispetto alle convenzioni olimpiche. Per tutta la durata dei Giochi di Tokyo 2020 le ginnaste della Germania indosseranno una tuta aderente e performante, che non impedisce il movimento né le esecuzioni degli esercizi, ma non il classico body. Andranno in pedana per le esibizioni e per le gare con uniformi a tenuta intera, che coprono la maggior parte del corpo dall'anca alla caviglia. La scelta non è stata polemica ma ha voluto lanciare un chiaro messaggio contro la "sessualizzazione della ginnastica" e, in particolare, per dare un segnale forte ogni forma di abuso nei confronti delle atlete. Una decisione divenuta pubblica a poche ore dall'inizio delle competizioni ma che la federazione tedesca di ginnastica aveva in animo a partire dallo scorso mese di aprile, seguendo la linea e l'opinione comune a molte atlete.

Un segnale dopo il caso delle giocatrici di beach handball. L'immagine delle ginnaste tedesche è in qualche modo anche una risposta, una presa di posizione molto chiara rispetto a quanto accaduto pochi giorni fa quando la squadra femminile norvegese di beach handball è stata sanzionata per l'abbigliamento delle giocatrici: si erano rifiutate di indossare lo slip del bikini durante un match optando per degli short, pantaloncini ritenuti non regolamentari secondo le prescrizioni internazionali della disciplina. L'episodio è avvenuto in occasione della partita valida per la medaglia di bronzo del campionato europeo disputata domenica scorsa contro la Spagna.

La multa di 1500 euro alla squadra norvegese. È stata la federazione europea di pallamano a richiamare le scandinave, infliggendo un'ammenda di 1500 euro complessiva (150 euro ad atleta) per la violazione della normativa che resiste ancora per il beach handball mentre i bikini non sono ritenuti più obbligatori nel beach volley dal 2012. 

Giulia Zonca per "La Stampa" il 28 luglio 2021. Il beach volley va in prima serata nella programmazione americana, succede per molte ragioni e pure per una percezione evidente. Se vuoi diventare una giocatrice di livello devi avere un corpo talmente perfetto da reggere il bikini sportivo, che segna tutto e non concede nulla. Generazioni crescono imparando che il talento va abbinato all'assenza di ogni difetto. Se questo è il messaggio che è passato è ora di cambiare l'inquadratura. Lo spettatore, il tifoso, si convincono che per giocare sia obbligatorio mettersi il due pezzi minimo, solo che a leggere il regolamento si scopre altro. Molto altro. Si può indossare quasi tutto, l'elenco è lunghissimo: leggins, body, pantaloncini. Gli obblighi non riguardano lo stile. Il beach volley viene dalle spiagge californiane e si porta dietro il proprio mondo, lo si può adattare. La maggioranza vuole giocare in bikini, il modo migliore per non riempirsi di sabbia, ma le atlete gradirebbero pure non avere primi piani delle chiappe in mondovisione. Tatuate o no. Proprio su di loro si interroga il capo del circuito olimpico, il broadcast del Cio. Yiannis Exarchos ha attivato un confronto con le tv che hanno i diritti dei Giochi: «Vorremmo passare dal sex appeal allo sport appeal, mettere al centro della scena il gesto tecnico e tutto quello che lo rende immortale». Sorrisi, feste per la vittoria, danze e dettagli delle imprese sì, invadenza e insistenza no. L'idea è semplice, il cambiamento, lento e complicato dal fatto che non ci sono per forza cattivi comportamenti da censurare, ma spesso pessime abitudini da sradicare, e questa è l'Olimpiade giusta. Le ragazze tedesche della ginnastica non hanno banalmente sostituito il body classico con una tuta integrale, hanno modificato la prospettiva. Loro come, al contrario, la paralimpica gallese Olivia Breen che va fiera dei suoi shirts a taglio alto e si è sentita dire che sono troppo sgambati. Il problema non è la lunghezza, è il giudizio che segue la misurazione. A un uomo non si contano i centimetri di tessuto che indossa e alle donne sì, ma non è nemmeno una questione che riguarda il genere, è proprio il racconto che le telecamere fanno delle competizioni a essere sotto esame. Il capo di Obs, Olympic Broadcasting Services, è un po' disorientato. Ammessi gli errori di anni, «altri anni» dice lui, resta il fatto che nessuno ha un protocollo: «Va ripensato il modo di proporre l'evento». Molta filosofia che segue alle tante lamentele. Gli atleti vogliono il diritto di scegliere che cosa mettersi, una volta rispettate le consegne sui materiali e sugli sponsor. La tv interna ha cercato di dare dei canoni di buon senso: non indugiare su particolari intimi, non insistere su scene che potrebbero mettere qualcuno a disagio, spostare la telecamera se un qualsiasi capo di abbigliamento si spacca, si strappa e lascia l'atleta esposto. Succede di continuo e fino a qui il segnale internazionale ha raccolto, nelle varie edizioni, diversi nudi involontari. Se succedesse adesso, dovrebbero mostrare altro. Si procede a piccolissimi passi, prima definire l'ovvio, poi inventarsi un diverso approccio alle immagini. Stravolto il montaggio del film, la trama cambia. A Tokyo 2020, in molti si sono stufati, una minoranza è consapevole del tentativo di invertire la rotta, gli altri continuano a vedere video poco in linea con i tempi. Due anni fa è stato fatto un sondaggio nell'ambiente dell'atletica, la maggioranza delle donne ha ammesso che oltre a essere preparate, motivate e competitive si sentono pure spinte a essere modelle. Brave non basta mai. Le tedesche hanno denunciato il voyeurismo. La tuta è comparsa prima in allenamento, poi nel preliminare della gara a squadre e adesso se ne riparla per il singolare mentre la sudafricana del nuoto, Tatjana Schoenmakerm, argento nei 100 rana, ha raggirato il divieto delle cuffie afro con una soluzione fai da te che le ricorda molto. Spirito di indipendenza e un certo idillio olimpico che motiva tutti. Sentiremo altri dissensi e vedremo ancora inquadrature sospette, la gara del surf già era al limite del vecchio stile, però in Giappone qualche cosa è successo. Nel 2015 Blatter, allora capo della Fifa, ha chiesto alle donne di giocare con il gonnellino da tennista, nel 2012 il Cio ha tentato di imporre al pugilato femminile, appena entrato in programma, di lottare con gli accessori del volley. Oggi non oserebbero.

Fabio Albanese per "La Stampa" il 28 luglio 2021. «Non credo che ci sia voyeurismo nelle riprese delle atlete. Piuttosto, credo che le nuove sensibilità di movimenti come il MeToo, ma anche l'allargamento ai paesi arabi della platea televisiva, pongano questioni che una volta non c'erano, anche perché le inquadrature nello sport sono abbastanza standard». Nazareno Balani, 73 anni, storico regista Rai dello sport, è andato in pensione dopo le Olimpiadi di Rio 2016 ma la tv è ancora il suo mondo: collabora con le federazioni di atletica e di motonautica, studia con un team sistemi di ripresa che siano meno costosi. 

Di queste Olimpiadi viste in tv che cosa ne pensa?

«In realtà, non è la prima volta che si fanno queste discussioni. Nel tennis, per esempio, è già successo e le proteste vengono da paesi islamici per la grande paura di mostrare corpi femminili esposti. E siccome il peso di questi paesi nel Cio è cresciuto, il problema si pone».

La contestazione è che negli anni le inquadrature sulle atlete si sono strette sempre più. Che cosa ne pensa?

«La tenuta sportiva è andata sempre più a stringersi, sia per motivi legati agli sponsor che danno le forniture e che più si guardano la loro merce e più sono contenti, e anche perché con il caldo le atlete più sono libere e più corrono o saltano. Bisognerebbe anche guardare gli uomini che sono anche loro più spogliati ma forse questo dà meno fastidio». 

Si pensa a nuove regole per fare le riprese degli eventi sportivi, è possibile?

«La soluzione è facile, basta stare larghi e far vedere il meno possibile. Però si tradisce lo spettacolo che accompagna qualunque manifestazione sportiva. Dovrebbero fare solo primi piani e non figure intere o mezzi primi piani. Mi sembra come quando mettevamo le vesti alle statue, se mi si permette il paragone».

Non c'è un modo per rispettare lo spettacolo dell'evento sportivo e anche gli atleti che lo animano?

«Io parto dal fatto che la gioventù che c'è alle Olimpiadi è di una bellezza straordinaria, gente ben nutrita, ben allenata, con muscoli e corpi perfetti che si fanno guardare».

Le atlete lamentano che le telecamere indugiano più volentieri sui loro corpi che su quelli dei loro colleghi maschi.

«In queste Olimpiadi non ho notato grandi situazioni del genere, anche perché i giapponesi sono molto timorati e fanno una ripresa abbastanza standard. Certo, nei replay si va un po' a stringere l'inquadratura. Poi, sicuro c'è un gran fermento nel mondo su questi argomenti e va cercata una regola. Nell'atletica, uno scavalcamento di una saltatrice in alto è uno spettacolo del corpo e la ripresa non può ignorarlo; non bisogna esagerare ma riprendere bene fa parte del movimento atletico».

Le sono capitate situazioni del genere nella sua lunga carriera di regista tv sportivo?

«Ricordo gli internazionali di tennis a Roma, abbiamo avuto minacce di ritiro da parte araba. Siamo stati un po' più larghi nelle inquadrature. Bisogna sempre mediare tra le varie esigenze».

"Siete poco caste". Attacco del teologo islamico contro le pallavoliste. Gerry Freda il 30 Luglio 2021  su Il Giornale. Il teologo in questione, Ihsan Senocak, gode di un vasto seguito sui social e i suoi commenti registrano sempre migliaia di "mi piace". La nazionale olimpica femminile di volley turca è stata ultimamente criticata sui social da un noto teologo islamico del medesimo Paese, scagliatosi contro le giocatrici poiché "poco caste". A lanciare sul web l'invettiva in questione è stato Ihsan Senocak, pensatore con un vasto seguito tra gli internauti: un milione di follower su Facebook, quasi un altro milione su Twitter e 862 mila su Instagram. Le accuse contro l'abbigliamento delle pallavoliste di Ankara sono state da lui esternate in un tweet pubblicato domenica scorsa e tale messaggio ha ricevuto in poco tempo circa 50 mila ‘mi piace’ e 30.000 retweet. Nel messaggio in questione, il teologo si era scagliato contro la divisa da gioco sfoggiata dalle "sultane della rete" (soprannome con cui sono conosciute le pallavoliste turche), tuonando: "Figlie dell’Islam! Siete le sultane della fede, della castità, della moralità e della modestia… non dei campi sportivi. Voi siete figlie di madri che si sono astenute dal mostrare il loro naso per pudore. Non siate vittime della cultura popolare. Siete la nostra speranza e la nostra preghiera". Oltre a conquistare tanti "mi piace" e commenti positivi, l'invettiva di Senocak ha però ricevuto anche forti critiche dai suoi connazionali internauti; molti di questi ultimi, in particolare, hanno criticato il teologo islamico per avere, con quel tweet relativo alle divise da gioco, "demoralizzato" le giocatrici e di averne compromesso il rendimento in campo, fino a determinare la sconfitta della compagine di Ankara al torneo olimpico, avvenuta questo martedì, contro la nazionale italiana di pallavolo. Non è la prima volta che Senocak pubblica sui social le proprie opinioni e critiche verso l'abbigliamento delle cittadine turche. Nel 2017, egli aveva appunto criticato i padri che permettono alle figlie di andare all’università in jeans e “con le sopracciglia curate”, ricordando contestualmente ai genitori che tale concessione avrebbe aperto alle ragazze "le porte dell’inferno".

Gerry Freda. Nato ad Avellino il 20 ottobre 1989. Laureato in Scienze Politiche con specializzazione in Relazioni Internazionali. Master in Diritto Amministrativo. Giornalista pubblicista. Collaboro con il Giornale.it dal 2018. 

La crociata del politically correct contro il "bikini sessista". Roberto Vivaldelli il 21 Luglio 2021 su Il Giornale. La federazione ha condannato le atlete della squadra norvegese di pallamano a pagare a una multa equivalente a 1500 euro. Motivo? Si sono rifiutate di indossare i tradizionali slip e bikini. Sdegno in Norvegia. Nella pallamano da spiaggia è guerra contro il bikini "sessista". Come riporta la Msnbc, questa settimana la squadra femminile norvegese di beach handball è stata multata di 1.500 euro (circa 1.765 dollari) dalla Federazione europea di beach handball. Motivo? Le atlete hanno indossato i pantaloncini di spandex invece dei tradizionali slip e bikini durante la partite valevole per il terzo posto contro la Spagna dei Campionati Europei di Beach Handball che si svolgono a Varna, in Bulgaria. I regolamenti della Federazione internazionale di pallamano da spiaggia stabiliscono che le atlete devono indossare slip bikini "con una vestibilità aderente", mentre le controparti maschili possono indossare i pantaloncini. Questo, secondo le atlete norvegesi e secondo gran parte dell'opinione pubblica più progressista, rappresenta una discriminazione misogina e arcaica, volta all'"ipersessualizzazione" delle atlete donne. Sdegno nel Paese scandinavo, come riporta l'agenzia Agi. "E' totalmente ridicolo. Cambiamenti comportamentali sono necessari con una certa urgenza nell'universo dello sport, conservatore e maschilista" ha reagito su Twitter il ministro della Cultura, Abid Raja. "Una visione così machista della donna appartiene ad un'altra epoca" ha denunciato un giornale regionale norvegese. Le giocatrici norvegesi sapevano che avrebbero violato le linee guida della Federazione internazionale di pallamano, ma hanno scelto di andare avanti comunque con il cambio della divisa, come forma di protesta pubblica contro tali regole. La Federazione norvegese di pallamano ha sostenuto l'iniziativa e ha accettato di pagare le multe inflitte alle atlete. Il capitano della squadra Katinka Haltvik ha dichiarato all'emittente pubblica norvegese Nrk che lei e le sue compagne di squadra hanno preso la decisione "spontanea" di sostituire gli slip con i pantaloncini blu per stimolare il dibattito pubblico e, si spera, cambiare le regole. "Spero che avremo una svolta e che la prossima estate indosseremo in quello che vogliamo", ha detto a Nrk. Ha anche aggiunto che la pallamano da spiaggia" dovrebbe essere uno sport inclusivo, non esclusivo".

Solo una questione di comodità? Davvero si tratta di mero comfort, oppure la ragione di questa battaglia va inserita nell'ambito della discussione ideologica sull'identità di genere? A giudicare dalle parole di Haltvik, che accusa la pallamano di non essere sufficientemente inclusiva, il sospetto è che si tratti della seconda ipotesi e ci sia molta politica in questa battaglia. C'è davvero qualcosa di male o di offensivo in un bikini in spiaggia oppure si tratta di una crociata che strizza l'occhio al politicamente corretto? Il paradosso è che negli anni '50 e '60 anni le donne indossavano con fierezza le minigonne per sfidare i dogmi perbenisti della società dell'epoca: oggi accade il contrario, forse perché il politicamente corretto è il nuovo perbenismo. Per quanto concerne la multa, che può apparire eccessiva, va detto che in qualsiasi sport se non ci si presenta con l'abbigliamento consono si rischia di incappare in multe e sanzioni: difficile dunque comprendere tanto sdegno, vista anche la piena consapevolezza delle atlete che sapevano di violare le regole. E - piaccia o meno - la loro missione può dirsi compiuta, visto il grande dibattito di queste ore.

Roberto Vivaldelli. Roberto Vivaldelli (1989) è giornalista dal 2014 e collabora con IlGiornale.it, Gli Occhi della Guerra e il quotidiano L'Adige. Esperto di comunicazione e relazioni internazionali, è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al Russiagate pubblicato per La Vela. I suoi articoli sono tradotti in varie lingue e pubblicati su siti internazionali

Ciro Scognamiglio per gazzetta.it il 29 luglio 2021. Non si può dire che la prova nella cronometro olimpica del tedesco Nikias Arndt, nel giorno del trionfo di Primoz Roglic, sia stata indimenticabile. Il tedesco del Team Dsm, 29 anni, ha chiuso 19° a 3’54” da Primoz Roglic. Le parole di uno dei suoi tecnici invece sì che hanno suscitato una bufera, perché Patrick Moster gli ha urlato per “incoraggiarlo” mentre era in azione “Vammi a prendere questi due cammellieri”. Il riferimento era a due ciclisti africani, l’algerino Azzedine Lagab e l’eritreo Amanuel Ghebreigzabhier (quest’ultimo corre con Vincenzo Nibali alla Trek-Segafredo) che erano partiti 3’ e 2’ minuti prima del tedesco. Parole a sfondo razzista che si sono sentiti chiaramente alla televisione, al punto che il commentatore tedesco si è sentito il dovere di chiedere scusa. Pure la Federciclo tedesca si è dissociata da Moster, che ha 54 anni e ha un passato da corridore. Più tardi sono arrivate le scuse dello stesso Moster: "Stavo incitando il mio atleta, faceva molto caldo, ho fatto confusione scegliendo le parole sbagliate. Mi dispiace, spero di non aver offeso nessuno. Non sono razzista, ho molti amici di origini nordafricane. Sono mortificato".

Tokyo 2020, il pugile marocchino Baalla morde la faccia all'avversario: il video da brividi. Libero Quotidiano il 27 luglio 2021. Ai Giochi di Tokyo 2020 è andato in scena qualcosa di già visto: il boxeur marocchino Youness Baalla ha tentato di mordere lo zigomo dell'avversario David Nyika. Complice con ogni probabilità la frustrazione dell'andamento del match che ha portato poi alla vittoria il neozelandese. Un'immagine già vista nel lontano 27 giugno 1997, quando Mike Tyson morse l'orecchio di Evander Holyfield, generando a dir poco sgomento nel mondo dello sport. Mancava poco alla fine del terzo round, i due pugili entrarono a stretto contatto corpo a corpo, quando Tyson abbracciò l’avversario e all’improvviso gli morse l’orecchio destro riuscendo a lacerarne un pezzo che successivamente sputò sul ring. Qui, nel corso del match di ottavi di finale (pesi massimi), la tragedia è stata sfiorata per un pelo. Nyika ha infatti immediatamente reagito e si è lamentato con l'arbitro che però non ha interrotto la gara e neppure sanzionato il pugile marocchino. "Non pensavo che l'avrebbe fatta franca - ha commentato a match concluso -. Ha cercato di mordermi lo zigomo...probabilmente ha solo preso una boccata di sudore". E ancora: "Non s’è preso il boccone completo. Per fortuna aveva il paradenti e io ero un po' sudato. Ero stato già morso una volta al petto ai Giochi del Commonwealth della Gold Coast. Ma dai, queste sono le Olimpiadi". 

DA ilnapolista.it il 26 luglio 2021. È successo di nuovo: dopo l’algerino Nourine, anche il judoka sudanese Abdalrasool ha deciso di non scendere in campo contro Tohar Butbul alle Olimpiadi di Tokyo, perché israeliano. Una scelta che potrebbe avere ulteriori conseguenze: Nourine infatti è stato sospeso dalla propria federazione e potrebbe succedere anche ad Abdalrasoo

DA ansa.it il 23 luglio 2021. Appreso l'esito del sorteggio dei tabelloni del judo, in cui nella categoria dei 73 kg avrebbe quasi sicuramente dovuto affrontare, nel secondo turno, un avversario israeliano, Tohar Butbul, l'algerino Fethi Nourine ha annunciato che si ritira dai Giochi di Tokyo. Lo ha poi confermato il suo tecnico Amar Ben Yekhlef. "Non abbiamo avuto fortuna con il sorteggio - il commento di Yekhlef -. Il nostro judoka Fethi Nourine avrebbe dovuto affrontare un avversario israeliano, e questo è il motivo del suo forfait. Abbiamo preso la decisione giusta".

L'arbitra italiana della lotta che gli iraniani non volevano: "Mi dicevano: sei una donna". Mattia Chiusano su La Repubblica il 6 agosto 2021. Nel torneo olimpico una direttice di gara internazionale, Edit Dozsa, di origine ungherese, genovese di adozione ed ex suocera di Chamizo: "Ho avuto problemi in passato, ma ora anche gli atleti di paesi islamici mi rispettano, hanno capito che sono qui per aiutarli. Nonostante le direttive del Cio questo resta uno sport maschilista, siamo solo 4 arbitri donna su 43”. Nei tornei di lotta che si stanno disputando in questi giorni alla Makuhari Messe, anche in quelli in cui l'Italia non si è qualificata, l'Italia c'è. Nel centro dell'azione, a un passo dal tappeto dove si scaricano trazioni spaventose sui corpi di lottatori e lottatrici. Arbitrati con piglio deciso da una signora che si chiama Edit Dozsa, nata ungherese ma padrona ormai di una cadenza ligure da far invidia a un genovese.

Olimpiadi: chi è Kimia, l’atleta che ha sfidato gli ayatollah. Michael Sfaradi il 28 Luglio 2021 su NicolaPorro.it. Come la storia ci insegna e ci ha insegnato, nell’antichità le Olimpiadi rappresentavano cinque giorni di pace assoluta fra le genti, cinque giorni durante i quali gli atleti, che poi erano gli stessi soldati che fuori da quella bolla temporale si scannavano senza pietà, gareggiavano fra loro per dimostrare chi era il più forte, preparato o abile nella corsa o nell’uso delle armi, senza però inutili spargimenti di sangue. Pierre de Frédy, barone di Coubertin, chiamato solitamente Pierre de Coubertin, il papà delle olimpiadi moderne che visse a cavallo fra il 1800 e il 1900, periodo durante il quale guerre piccole e grandi, rivoluzioni, rivolte e pogrom erano all’ordine del giorno, aveva probabilmente in cuor suo il desiderio di riesumare quella famosa bolla temporale di pace, o meglio, di cessate il fuoco fra i popoli della Terra. Se da una parte è vero che nel tempo la sua idea, cioè le Olimpiadi, è diventata un grande spettacolo sportivo che riunisce atleti provenienti da ogni angolo di mondo, dall’altra, e questo è sotto gli occhi di tutti, la ricerca di dialogo e pace fra le genti e comportamenti integri nello spirito olimpico è stata un vero fallimento.

Politica (e terrorismo) alle Olimpiadi. La politica è entrata nello sport e l’ha strumentalizzato al punto che certi episodi sono passati nella storia, come ad esempio le Olimpiadi di Berlino del 1936 che furono organizzate come una grande celebrazione del regime nazista, con Hitler che si rifiutò di premiare Jesse Owens, atleta afroamericano originario dell’Alabama, che il 3 agosto vinse la medaglia d’oro nei cento metri, il 4 agosto nel salto in lungo e il 5 agosto nei 200 metri e infine, il 9 agosto, la sua quarta medaglia d’oro nella staffetta 4×100. Quest’ultima era una gara a cui Owens, per assurdo, non era nemmeno iscritto. Furono i dirigenti della delegazione USA che decisero di non far partecipare due atleti ebrei a causa delle pressioni dei nazisti. Con tanti saluti allo spirito olimpico e alla pace fra le genti. Per non parlare poi del massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco 72, ricordati con un minuto di raccoglimento solo dopo quarantanove anni e solo dopo un altro minuto di silenzio per le vittime del COVID. Praticamente due minuti di silenzio nella stessa occasione, dove il raccoglimento per le vittime della pandemia è stato sottolineato con grande enfasi da tutti i media del mondo, mentre il minuto di silenzio per le vittime di Monaco è passato, scusate il gioco di parole, sotto silenzio.

Marisa Poli per gazzetta.it il 30 luglio 2021. Pistole, bersagli, oro e guerre diplomatiche. Il trionfo di Javad Foroughi nella pistola 10 metri è diventato un giallo. Il 41enne iraniano fa parte del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica - meglio noti come Guardiani della rivoluzione -, dal 2019 inserito dagli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici. “Come può un terrorista vincere l’oro? Questa è la cosa più assurda e ridicola” ha tuonato il tiratore coreano Jin Jong-oh contro il Cio che ha permesso al guardiano rivoluzionario iraniano di competere ai Giochi. Altre rimostranze sono arrivate da “United for Navid”, l’associazione nata dopo l’esecuzione del lottatore iraniano Navid Afkari, colpevole di aver protestato contro il regime: l’associazione ha chiesto alla commissione etica del Cio di avviare un’indagine immediata, sottolineando che altrimenti il Comitato olimpico internazionale sarebbe diventato “complice nella promozione del terrorismo e dei crimini contro l’umanità”. Durissima la condanna: “Il 41enne Foroughi è un membro attuale e di lunga data di un’organizzazione terroristica. I Guardiani della Rivoluzione hanno una storia di violenze e uccisioni non solo di persone e manifestanti iraniani, ma anche di persone innocenti in Siria, Iraq e Libano”. Ma il Cio ha chiesto agli attivisti di dimostrare che Foroughi è un membro del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. “Se hanno prove, siamo qui” ha detto il portavoce del Comitato olimpico Mark Adams.

TALENTO—   Foroughi, che sul podio si è esibito nel saluto militare, ha affermato di aver prestato servizio in Siria come infermiere tra il 2013 e il 2015. E proprio in Siria - ha raccontato - ha aver provato per la prima volta a sparare con la pistola in una sala sotto l’ospedale in cui lavorava come infermiere. Il giornale iraniano Javan ha definito il suo oro “una medaglia inaspettata… vinta da un infermiere delle Guardie che è allo stesso tempo difensore della salute e del santuario”. Foroughi è il secondo iraniano a prendersi la scena ai Giochi. Nei giorni scorsi era stato Saeid Mollaei, ma per motivi diametralmente opposti. Fuggito dall’Iran due anni fa dopo che gli era stato ordinato di perdere in un torneo di Coppa del Mondo per evitare di combattere in finale contro l’israeliano Sagi Muki, martedì Mollaei ha conquistato l’argento nella finale di judo maschile di 81 kg il 27 luglio. Con Muki è nata un’amicizia profonda, i due si sono allenati insieme, e in Israele la storia diventerà un film.

Tokyo 2020, Houleye Ba? La velocista più lenta del mondo con hijab e tuta: la storia più incredibile dalle Olimpiadi. Alessandro Dell'Orto su Libero Quotidiano il 31 luglio 2021. Quando la 29enne Houleye Ba - fiatone a ritmo di rock, gambe di legno e vista annebbiata dal caldo e dalla fatica - ha finalmente tagliato il traguardo e ha cercato sguardi di consenso, o quantomeno comprensione, ormai attorno a lei non c’era quasi più nessuno. Molte avversarie si stavano già rivestendo, le atlete della batteria successiva erano pronte a scendere in pista e il suo 15”26 era fortemente candidato - cosa poi accaduta - ad essere il peggiore tempo di questa Olimpiade sui 100 metri femminili di atletica leggera. Già, povera Houleye che per coprire il rettilineo ha impiegato quasi cinque secondi - uno, due tre, quattro, cinque: provate a contare e capirete che è un'eternità - in più del record del mondo della Griffith (10"49 stabilito il 16 luglio 1988) e che non potrà nemmeno tenere a casa l'immagine ricordo del fotofinish, perché lei sul traguardo non appare con le altre. Eppure, questa ragazza della Mauritania alta 1 metro e 70 per 55 kg per noi rappresenta qualcosa in più di un'atleta fuori forma o senza talento. È la vera immagine dei Giochi e dello spirito olimpico, della fatica, del combattere contro le avversità. Houleye è tutti noi che quotidianamente ci sentiamo inadatti e dobbiamo lottare, ma tutti noi che abbiamo sempre sognato di arrivare ai Giochi e non ce l'abbiamo mai fatta - ci sentiamo Houleye perché a 30 anni, quando eravamo più giovani e allenati, i 100 metri li correvamo più o meno nello stesso tempo. Certo, l'atleta della Mauritania qualche scusante ce l'ha, eh. La prima- e più evidente- è che corre con lo hijab in testa e una tuta lunga che copre le gambe: pur ammettendo che siano tessuti di ultima generazione creati apposta per non soffrire il caldo, provate voi a scendere in pista così coperti sotto il sole di fine luglio. Poi c'è una questione tecnica. La povera Houleye, che ha iniziato a praticare atletica a Nouakchott, la capitale della Mauritania, a 17 anni (ma poi si è fermata più volte), in realtà è una mezzofondista e infatti nella sua prima Olimpiade, a Rio 2016, ha gareggiato negli 800 metri (con il tempo di 2'43"52: il record del mondo è di Jarmila Kratochvílová con 1'53"28, ottenuto a Monaco di Baviera il 26 luglio 1983). «Sono stata avvisata meno di due mesi fa della possibilità, per la Mauritania, di inviare un secondo atleta a Tokyo- ha spiegato a fine gara -. Non mi sono preparata adeguatamente. È molto, molto difficile praticare atletica nel mio Paese, soprattutto quando si tratta di una donna. Correre i 100 metri? È un grosso peso sulle spalle. Tanto più che la gente non sa in che condizioni siamo e se siamo state ben preparate», ha concluso Houleye, che nella vita fa l'insegnante. E che, dopo essere stata la mezzofondista più lenta di Rio, ora è la velocista più lenta di Tokyo. Anche se il 15"26 ottenuto è il suo nuovo record personale.

La storia di Kimia. La storia che voglio raccontare in quest’articolo, è però quella di Kimia Alizadeh, la prima donna iraniana che in assoluto è riuscita a vincere una medaglia olimpica alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016. Kimia Alizadeh che è una taekwondoka di altissimo livello internazionale, tornata a Teheran si è vista scippare la sua medaglia dal regime degli Ayatollah che l’ha costretta a dedicarla ai “martiri del tempio”, ovvero a quei combattenti che per ordine del regime andarono in Siria a difendere Assad e dove trovarono la morte. Questa entrata a gamba tesa del regime nella vita dell’atleta, che pure aveva festeggiato il suo successo a Rio abbracciando la bandiera iraniana, ci sono diverse fotografie a testimoniarlo, ha probabilmente creato un moto di reazione in lei al punto che si è fatta riprendere in alcune fotografie insieme al marito e senza velo. Questa protesta le è costata la squalifica da qualsiasi competizione e l’ha costretta a scappare e chiedere asilo politico in Germania. Negli ultimi quattro anni il regime ha fatto tutto ciò che poteva per distruggere la sua immagine, anche passare la notizia che la donna era rimasta vittima di un infortunio non curabile. Bugie queste che si sono rivelate in tutta la loro falsità nel momento in cui Kimia, che sta partecipando alle olimpiadi a Tokio nella squadra dei rifugiati, una squadra che raccoglie tutti gli atleti che per motivi politici non possono far parte delle delegazioni delle loro nazioni di nascita e che per questo gareggiano sotto la bandiera del Comitato Olimpico Internazionale, ha affrontato e sconfitto la sua ex compagna di squadra Nahid Kiani e lo ha fatto senza indossare il velo sotto il caschetto di sicurezza. Quel velo che per molti radical chic occidentali è diventato un vezzo della moda o il simbolo del rispetto per le tradizioni altrui, le stesse radical chic che non possono o non vogliono rendersi conto che invece si tratta di un simbolo di sottomissione che in troppe parti del mondo viene indossato non per scelta ma per obbligo. Alla fine del torneo Kimia Alizadeh non ha raggiunto il podio, ma affrontando e sconfiggendo la sua ex compagna ha dimostrato fino a che punto possono arrivare le bugie di regime e quanto ancora c’è da lavorare per mettere la politica al di fuori dello sport. Kimia Alizadeh che per vivere con i suoi capelli al vento è costretta all’esilio è, per chi ancora crede nella libertà, il vero simbolo di queste Olimpiadi. Michael Sfaradi, 28 luglio 2021 

Tokyo 2020, Vittorio Feltri e il mito Mangiarotti: "Che tristezza, tutti scordano l'Italiano più medagliato di sempre". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 30 luglio 2021. Trovo molto strano e un po' triste che mentre a Tokyo si svolgono i giochi dei cinque cerchi, nessuno abbia ricordato l'italiano più medagliato della storia, colui che ha vinto più di chiunque non solo alle Olimpiadi, ma anche ai mondiali e avarie altre competizioni internazionali. Mi riferisco a Edoardo Mangiarotti, insigne schermitore, gran signore elegante e colto che piegava alle sue lame qualsiasi avversario. Ha combattuto decenni sulle pedane del globo sempre distinguendosi per alta classe e raffinatissima tecnica. Non rammentarlo è una ingiustizia a cui voglio riparare. Ecco in sintesi avara la sua carriera di atleta fenomenale: egli alle Olimpiadi conquistò 13 medaglie, 6 d'oro, 5 d'argento e 2 di bronzo. Tanta roba. Senza contare la partecipazione a 13 mondiali disputati alla grande. Da notare che Mangiarotti, figlio d'arte, dato che il padre praticava lo stesso suo sport meraviglioso, non si limitava ad essere eccelso col fioretto bensì pure con la spada. La prima arma ha un bersaglio ridotto, dal collo all'inguine, mentre la seconda prevede che tutto il corpo possa essere colpito. Le due specialità sono diverse l'una dall'altra e richiedono addestramenti specifici difficili da conciliarsi. Edoardo la scherma ce l'aveva nel sangue, i suoi assalti erano composti, mai un eccesso di foga, soltanto astuzia, calcolo e precisione. Questa disciplina con gli anni si è evoluta, un tempo era più compassata e tattica, col passare del tempo è diventata più atletica e oggi è convulsa e muscolare. Le donne sono bravissime e in pedana si scatenano. La più brillante e ammirevole è stata la Vezzali, dotata di un temperamento ferreo e di un fisico eccezionale. Paradossalmente era più femminile, più chic il modo di combattere di Mangiarotti che scoraggiava gli avversari con attacchi precisi e misurati. Un campione così ormai ce lo sogniamo. Io lo conobbi quando ero ragazzino ed ero un fiorettista principiante, quindi acerbo, e mi avvalsi dei suoi insegnamenti allorché frequentava una palestra di Bergamo, dove aveva sede la società Libertas, da cui uscirono alcuni ottimi spadisti. Ne ricordo due, Pellizzari e Albanese che poi divenne un avvocato di grido, malgrado si fosse spezzato entrambe le gambe in un incidente stradale. Mangiarotti qualche volta si allenò con noi orobici, cosa che ci riempì di orgoglio. Assistevamo con ammirazione alle sue esibizioni perfette e didatticamente importanti. Egli non si dava arie ed era prodigo di consigli finalizzati a migliorare le nostre prestazioni. Fu osservando lui che mi resi conto di non essere attrezzato per eguagliarlo. E meditai di ritirarmi. Ma prima di appendere al chiodo la mia arma e la maschera, mi iscrissi al campionato italiano che si disputava a Livorno. I cinque o sei assalti selettivi li superai brillantemente, poi subentrò in me una sorta di sfinimento che mi impedì di entrare in semifinale. Abbandonai ogni velleità e non indossai più la divisa bianca, dedicandomi al giornalismo per questioni alimentari. Però pure ora che ho l'età per l'ospizio, quando in tv trasmettono un "combattimento" non resisto: lo seguo con una sorta di apprensione sperando nella vittoria di uno o di una dei nostri atleti. Quanto a Mangiarotti continuai a frequentarlo saltuariamente. Egli gestiva una sua personale sala in via Solferino a Milano, nei pressi del Corriere della Sera, dove ancora impartiva lezioni di stile schermistico. Talvolta andavo a trovare lui e sua moglie, la quale era una dirigente dell'Università degli anziani, e trovavo piacevole conversare con loro. Una volta Edoardo, rammentando il suo glorioso passato, mi disse che ogni notte sognava di essere di fronte ad un avversario di talento e non sapeva come trafiggerlo. L'incubo degli sportivi è di non essere all'altezza, lo stesso succede nel lavoro di chiunque. Ma i campioni quando hanno gli occhi aperti vincono sovente. Mangiarotti sarà sempre nel mio cuore di spadaccino fallito.

Dagospia il 28 luglio 2021. Il divino Aldo Montano. Nel giorno in cui l’Italia celebra Federica Pellegrini che dice addio alle gare con un settimo posto, un altro Highlander azzurro si prende il centro della pedana. Lo schermidore livornese, a 42 anni, saluta con un argento nella sciabola a squadre. Boia deh! Contro l’Ungheria in semifinale è stato Montano, entrato al posto dell’infortunato Samele, a trascinare gli azzurri alla vittoriosa rimonta. Nulla da fare in finale contro i migliori del mondo della Corea del Sud. “Ma avete fatto un grande percorso: fieri, fieri, fieri”, urla il maestro Alessandro Di Agostino dopo la sconfitta. E’ la quinta medaglia in 5 Olimpiadi per lo sciabolatore di Livorno. Dopo i due ori di Atene, nella prova individuale e in quella a squadre, Aldo è salito ancora sul podio a Pechino 2008 (bronzo a squadre), a Londra 2012 (ancora bronzo a squadre). Volontà, impeto, assalto. Una saga familiare da film, quella dei Montano, arrivati alla 14esima medaglia nella storia dei Giochi. Due ne aveva vinte il nonno Aldo, tre il padre Mario, 1 Carlo, altre quattro i tre cugini del padre. Uno per tutti, tutti per uno. Il compagno di squadra Enrico Berrè ha provato a condensare su Instagram “i 9 anni di sudore, gioie, dolori, risate e tanto tanto altro. Ma un post non basta a descrivere quanto tu sia stato importante nella mia crescita come atleta e come uomo. La faccio breve e ti dico: Grazie Capitano”. Un formidabile guerriero che ha dimostrato ancora una volta agli atleti più giovani come nello sport la difficoltà maggiore non sia tanto arrivare al vertice, ma restarci a lungo. La narrazione del vitellone da reality non è riuscita ad offuscare la grandezza dell’atleta che per 17 anni ha lucidato il suo talento facendosi il culo in sala d’armi. Più forte dell’età e dei tanti infortuni. Per imprimere il suo nome nell’olimpismo si è giocato l’anca e ora dovrà mettere una protesi. Ma l’amore per la sciabola e per i Giochi resta più forte di tutto: “Quasi quasi resto fino a Parigi 2024, magari anche come armiere..."

Da sportal.it il 29 luglio 2021. Aldo Montano lascia la scherma olimpica tra le lacrime. Dopo l'argento nella gara a squadre della sciabola maschile a Tokyo 2020, l'Azzurro è pronto a cambiare vita: "Provo tanta emozione, ho sentito la mia famiglia, mi stanno aspettando, è bellissimo tutto ma è il punto finale a essere emozionante, perché sai che da oggi in poi cambierà completamente la tua vita". "L'adrenalina che ti può dare lo sport sarà diversa, è un salto nel buio, un salto un po' nel vuoto che fa anche paura, perché negli ultimi 25 anni ho fatto questo e pensare a quello che sarà domani è tosta". Montano, 42 anni, ha ammesso di aver chiuso con la Nazionale olimpica, ma non ha ancora deciso se smettere definitivamente a tirare di sciabola. 

Il secondo oro olimpico dell'Italia arriva dal canottaggio. Antonio Prisco il 29 Luglio 2021 su Il Giornale. Valentina Rodini e Federica Cesarini trionfano nel doppio pesi leggeri, battuta la coppia francese per soli 14 centesimi. Valentina Rodini e Federica Cesarini hanno conquistato la medaglia d'oro nel canottaggio doppio pesi leggeri femminile, battendo in rimonta di soli 14 centesimi la Francia con l’Olanda arrivata a meno di mezzo secondo. È il primo podio al femminile nella storia del canottaggio italiano ai Giochi Olimpici. Dopo l'impresa di Vito Dell'Aquila nel taekwondo, finalmente arriva il secondo oro per l'Italia a Tokyo 2020. Una giornata da incorniciare al Sea Forest Waterway di Tokyo, apertasi con una medaglia di bronzo. A salire sul podio stavolta sono Stefano Oppo e Pietro Ruta, che nel doppio pesi leggeri maschile salgono sul terzo gradino del podio dietro all'Irlanda e alla Germania. Per Oppo e Ruta è il risultato più importante della carriera: erano stati quarti a Rio 2016, poi hanno vinto tre argenti ai mondiali. Quest’anno erano stati secondi anche agli europei: questo piazzamento li inserisce nella storia delle Olimpiadi. Poco dopo nella stessa specialità, il doppio pesi leggeri, arriva la medaglia d'oro. Le azzurre Valentina Rodini e Federica Cesarini trionfano in una finale ricca di emozioni, al termine di una volata tiratissima. Ci si attendeva una gara tirata e i pronostici sono stati rispettati: cinque barche si sono date battaglia fin dal primo metro e il distacco tra le prime non ha mai superato i due secondi. Al passaggio ai 500 metri sono ben cinque gli equipaggi racchiusi in un secondo, con la Gran Bretagna in leggero vantaggio e l’Italia terza. A metà della corsa, l’Olanda inizia ad aumentare il proprio ritmo, passando in testa. Le olandesi provano a scappare via, arrivando ad acquisire più di un secondo di margine, mentre dietro le posizioni rimangono sostanzialmente compatte. Negli ultimi 500 metri l’azione delle due Orange inizia a perdere intensità, mentre l'imbarcazione italiana, terza dietro anche alla Gran Bretagna a tre quarti di gara, comincia ad alzare il ritmo in maniera inesorabile. Con un incredibile rush negli ultimi 100 metri, Valentina Rodini e Federica Cesarini fulminano la concorrenza piombando con la punta sulla linea del traguardo. Per l'urlo di gioia bisogna aspettare qualche secondo, giusto il tempo per il fotofinish di assegnare ufficialmente l’oro alla coppia azzurra, più veloce di 14 centesimi delle francesi. Bronzo invece per l’Olanda, crollata negli ultimi metri dopo aver condotto a lungo. Per Rodini e Cesarini può cominciare la festa, adesso sono nell'Olimpo dello sport italiano. Sorride anche il medagliere azzurro, che trova finalmente il suo secondo oro e la diciassettesima medaglia.

Canottaggio d’Oro, impresa Cesarini-Rodini: miracolo Paltrinieri e l’Italia scala il medagliere. Antonio Lamorte su Il Riformista il 29 Luglio 2021. Secondo Oro all’Italia nel Medagliere delle Olimpiadi di Tokyo: lo portano a casa con una vittoria da urlo Federica Cesarini e Valentina Rodini nel canottaggio. Una conquista negli ultimi metri, davanti alla Francia e all’Olanda. La coppia del doppio di pesi leggeri segue la medaglia d’Oro nel primo giorno dei Giochi nel taekwondo di Vito Dell’Aquila. E permette all’Italia di compiere un consistente salto in alto nel medagliere: dal 15esimo posto di ieri al 10imo di oggi. Un primo gradino del podio che ci voleva, che dà fiducia e respiro alla delegazione italiana. A penalizzare gli Azzurri nella griglia era stata proprio un unico oro su 18 medaglie. Altro capolavoro intanto in vasca. L’impresa, al limite del miracoloso, è di Gregorio Paltrinieri: il nuotatore ha conquistato la medaglia d’argento negli 800 stile libero. Miracoloso perché Paltrinieri ha superato da poco la mononucleosi che aveva compromesso da poco la sua preparazione e quindi le sue prestazioni. Altro bronzo arriva intanto nel canottaggio del doppio pesi leggeri uomini con l’equipaggio composto da Stefano Oppo e Pietro Willy Ruta, arrivati dietro Irlanda e Germania. Le prime pagine però sono per loro: per Rodini e Cesarini che con il secondo oro della competizione hanno ridato slancio e vigore all’Italia. Sul bacino del Sea Forest Waterway hanno fatto la gara della vita: 6′ 47” 54, davanti di 0,14″ alla Francia e di 0, 49″ all’Olanda. Il successo è storico perché il primo del canottaggio femminile all’Olimpiade, 21 anni dopo il trionfo del quattro di coppia a Sydney 2000. Decisivo nella vittoria il rush finale. “Adesso posso dire di essere in pace, questa medaglia arriva come una liberazione”, ha commentato Cesarini. Hanno 26 e 25 anni, di Cremona e di Cittiglio. Laureate entrambe: in marketing e in Scienze Politiche. La loro vittoria è aria fresca per tutta la delegazione italiana. 

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

COSIMO CITO per la Repubblica il 14 ottobre 2021. Un oro olimpico non basta, «quando fai uno sport sfigato come il nostro, in Italia, devi vincerne tanti, e poi magari solo allora iniziano a considerarti». Federica Cesarini e Valentina Rodini hanno inghiottito molti rospi dopo Tokyo, nonostante lo storico successo (con record mondiale) nel 2 di coppia pesi leggeri, primo oro di sempre per il canottaggio femminile azzurro. Tutta la loro delusione è comparsa in una storia su Instagram, lunedì sera. Due post durissimi su come loro e il loro sport sono stati trattati dopo la sbornia olimpica, «dopo quel minuto, quell'ora al massimo di celebrità». 

Federica e Valentina, da cosa è nato il vostro quasi simultaneo sfogo?

Federica Cesarini: «Sono stata invitata di recente a un importantissimo festival dello sport e sul mio pass avevano scritto "Martina Cesarini". E poi è successo che un brand mi abbia offerto, su mia richiesta, dei buoni sconto anziché un prodotto che chiedevo "perché, anche se avete vinto l'oro, non avete visibilità". Allora non ci ho visto più». 

Valentina Rodini: «Federica era arrivata al livello massimo di saturazione, è frustrante vedere come la medaglia abbia cambiato pochissimo le cose. Le gare vengono trasmesse poco in tv, in misura ridotta, nelle interviste si confonde il canottaggio con la canoa». 

Federica, lei ha scritto: "Ci hanno detto che il problema è che a Tokyo hanno vinto in troppi e fanno sport con numeri ben diversi dal vostro". 

FC: «Nel dopo Tokyo tra media e sponsor si è data molta importanza ad aspetti esteriori delle vittorie: il numero di follower che un atleta ha è nettamente più importante della sua medaglia. Il peso dell'impresa sportiva, in un contesto e con un approccio del genere, diventa marginale».

Vi chiedono di essere influencer, più che sportivi. 

FC: «Le racconto una cosa: in un'intervista dopo i Giochi un giornalista mi ha detto "per diventare popolare prova a fare i video su TikTok, è così che si diventa famosi". Mi ha profondamente colpita questa frase, l'ho presa come una provocazione, non poteva essere vero quello che avevo sentito. Credo che lo sportivo debba fare lo sportivo, l'influencer l'influencer. E in Italia più sei trash, più funzioni». 

VR: «Non sta a noi decidere a chi assegnare le sponsorizzazioni, ma ci chiediamo perché uno sport come il nostro non abbia la visibilità che merita. Noi più di vincere un oro olimpico non potevamo fare».

(...)

FC: «Non ho nessuna intenzione di fare un passo indietro, amo questo sport e continuerò ad allenarmi. Se è vero che un oro non basta, proveremo a vincerne altri. E forse allora ci daranno il giusto risalto». 

Lei, Valentina, sta scrivendo anche un libro sulla sua esperienza olimpica: racconterà anche il disincanto del dopo? 

VR: «È un diario di bordo dell'avventura che ci ha portato all'Olimpiade 

(...)

Argento? Molto di più. È cuore grande Greg. Riccardo Signori il 30 Luglio 2021 su Il Giornale. Paltrinieri commuove negli 800 stile e batte sfortuna e mononucleosi: "Fiero come a Rio". Dove corri Greg? Corro per battere l'ignoto. C'erano tante parole, tanti discorsi nelle furibonde bracciate di Greg Paltrinieri in quei sette minuti passati in una corsia che pareva lasciarlo solitario. Nessuno intorno, sebben invece quella sua corsia pullulasse di fantasmi, e accanto ci fossero avversari confusi e forse indispettiti dalla sfrontata sfida ad una sola regola: se ci riuscite, prendetemi! In verità Paltrinieri, prima di loro, voleva battere altri avversari. L'ignoto ha tante facce. Voleva metter sotto quella malattia, la mononucleosi, infezione subdola apparsa solo un mese prima di Tokyo, che gli aveva tolto forze e certezze della testa. «Mi si è sgretolata ogni cosa intorno». Voleva dire a tutti: con la fatica si vince. Credo difficile da interpretare, ma quando ti riesce vedi il mondo con altri occhi. Quale elogio più bello alla fatica di un atleta se non buttarsi senza pensieri, solo con cuore e muscoli. «Un grande amico me lo aveva detto: queste finali non si affrontano con la testa, ma col cuore». Greg ha creduto all'amico. E al tocco finale, che valeva la medaglia d'argento, ha sospirato: «Avevi ragione». Ma avevano ragione pure i genitori che, nei giorni bui, lo hanno supplicato: «Non mollare». Ha ascoltato e ieri, finalmente, ha replicato: «Se sono qui è grazie anche a loro». Ottocento metri in autentico stile libero sono stati un canto di liberazione per Greg Paltrinieri, ragazzo di classe, che crede ancora ai supereroi, «E questa è stata una impresa da supereroe», dalla testa prepotente, che pensa: talvolta anche troppo. «E, magari, non la lascio libera di andare: cado nell'errore di programmare troppo. Avevo tanti pensieri e confusi. Gli altri saranno andati meglio tatticamente. Ma come ci ho messo il cuore, io...». La tattica è stata perfetta se ha fatto sfiatare tutti, compresi l'ucraino Romanchuk, poi bronzo, e il tedesco Wellbrock affondato quando pensava di essere in volo. Gli è scappato solo il giovin esordiente americano Robert Finke, classe 1999 contro la classe '94 di Greg, che dalla quinta posizione, negli ultimi 50 metri, è schizzato a prendersi l'oro. Paltrinieri ha tenuto botta per 700 metri, poi un attimo di tregua, gli altri a dirsi Dai, che lo prendiamo. E lui: non ci sto. Un ultimo guizzo per una gara forse meno sua, rispetto alle altre che lo aspettano: 1500 stile libero e 10 km di fondo. E così Greg mille pensieri è tornato Greg mille fatiche in arte Paltrinieri. E chissà perché ci ha ricordato lo sfinito e storico Dorando Pietri, che come lui veniva dalla zona di Carpi, oppure il Mennea maestro della fatica, ed anche quei pazzi solitari che si involano sulle strade del Tour o del Giro per cercare l'impresa come è riuscito, in questa olimpiade, al Carapaz figlio dell'Ecuador. Gente a caccia di miracoli? No, solo apostoli della fatica. Sebbene Greg abbia pensato al miracolo. «Dire miracolo è poco, non ci avrei scommesso nemmeno io. È stata una medaglia più bella, forse, che a Rio». Paltrinieri in quei 7 minuti 42 secondi e 11 sembrava avvinghiato alla corsia, quasi la toccava, un ritmo pazzesco, da record del mondo, fino ai 200 metri. Poi la dimostrazione che si può trasformare in energia ogni ostacolo che presenta la vita. «Rispetto alla batteria avevo altra mentalità, cattiveria, voglia di gareggiare». Tre regole per una medaglia e forse una grande lezione alla fragilità dei grandi atleti, alla malattia da virus che ne ha colpiti tanti: vince chi lotta, sorride alla fatica e vuol battere l'ignoto. Riccardo Signori

Arianna Ravelli per il "Corriere della Sera" il 10 agosto 2021. «Adesso che sono arrivato a casa, cominciano a depositarsi le emozioni. In tre settimane provi un mix di sensazioni contrastanti, ora resta che sono contento di me. È stata una bella Olimpiade. A me piace gareggiare, in qualsiasi stato di forma». Gregorio Paltrinieri, in effetti, lo ha fatto vedere al mondo. La sua voglia di lottare è un'iniezione di energia valida per ogni momento di stanchezza, le sue parole sono un antidoto alla tentazione di arrendersi a circostanze oggettivamente difficili, e non importa se non tutto è andato come voleva (anche perché l'asticella era altina: il ragazzo puntava a tre ori, sono arrivati un argento negli 800 stile e un bronzo nella 10 km di fondo): prevale la soddisfazione per quello che ha dato e, perché no?, ha scoperto di sé. 

Allora Greg: che ricordi l'hanno seguita da Tokyo a Carpi? 

«La prima cosa che mi viene in mente è la mia stanza, un mini appartamento in realtà, c'erano Acerenza, Burdisso e Ceccon: abbiamo vinto un sacco di medaglie in quell'appartamento! Poi la mensa del Villaggio: ho incontrato Doncic, Zverev».  

Veniamo alle sue gare: un bilancio a mente più fredda. 

«Sono contento. Ci sono stati anche momenti brutti, però rispetto ai miei piani iniziali è più quello che ho guadagnato rispetto a quello che ho perso». 

Il momento peggiore è stato prima della batteria degli 800? 

«Direi dopo, prima ero ancora illuso, sapevo che non mi ero allenato, ma speravo venisse fuori qualcosa di buono. Dopo me la sono vista brutta! Mi sono qualificato alla finale al pelo. Ma anche la finale dei 1500 è stata brutta: una sensazione di impotenza: tu sai cosa ti servirebbe per vincere quella gara, ci provi in tutti i modi, ma non ti viene». 

Lei ha detto: non avevo appigli fuori, l'ho trovato dentro di me. Questo è un aspetto nuovo di sé che ha scoperto a Tokyo? 

«Sì, in genere la consapevolezza di aver lavorato ti fa entrare in acqua fiducioso, ma quando manca diventa difficile. Adesso che è andata bene puoi fare una super storia sulla mia forza interiore, ma quando sei lì, non hai nessuna sicurezza, e se va male tutto viene liquidato in poche righe "Greg ha fatto schifo, amen, ci vediamo alla prossima". La differenza è sottile (ride). In ogni caso ho pensato che una malattia non potesse rovinare tutto, non sarebbe stato giusto. Per me andare a casa con zero medaglie non era concepibile, in qualche modo dovevo tirarmi fuori». 

Ne trae qualche insegnamento? 

«Che c'è sempre qualcosa di buono nel lottare. Vado via contento di me: ero al 75% della forma, avrei potuto avere un atteggiamento passivo».  

Ha capito cosa avrebbe potuto fare fosse stato al 100%? 

«Secondo me avrei potuto fare tantissimo. Ne ho avuto la riprova tutto l'anno, agli Europei avevo vinto cinque medaglie. Comunque non è lavoro perso, non ho raccolto tutto, ma ci posso riprovare».

 Avanti con il doppio binario, piscina e acque libere, fino a Parigi. 

«Sì, ma è una fatica boia, sono due sport diversi. Andrò avanti, il nuoto di fondo mi piace sempre di più, spiritualmente mi sento in sintonia con quel mondo che ha meno vincoli, ognuno può esprimersi come vuole. Non è solo sport, è senso di libertà: nuotare in mare è superbello».  

Invece con la piscina ha un conto in sospeso. 

«Avrò sempre un conto in sospeso finché non esce una gara come dico io. Ma anche se fosse arrivato l'oro non credo l'avrei mollata, è stimolante capire dove posso arrivare».  

Come cambia la preparazione tra piscina e mare? 

«I lavori tecnici li faccio in piscina, per mettere a posto la bracciata, il ritmo di nuotata, la gambata. Su 10 allenamenti settimanali 7-8 li faccio in piscina. Gli altri in mare perché ci sono condizioni completamente diverse: ci sono le onde, le correnti da cavalcare, c'è il contatto fisico. Serve esperienza per capire come adattarti».  

Tre flashback più personali dell'Olimpiade. 

«La chiacchierata con Tamberi. I tramonti pazzeschi che vedevo dalla mia stanza al 16° piano: Tokyo mi piace molto, sarei rimasto in vacanza. E poi la gara di fondo: era alle 6 del mattino, sono andato a letto alle otto di sera, credo neanche a 10 anni Colazione alle 3 al buio pesto, al mare alle 4: in qualsiasi altro giorno dell'anno non lo farei neanche se mi pagassero, eppure ti giochi così una finale olimpica e un pezzo di carriera». 

Ha capito l'impatto di quest' Olimpiade sull'Italia? 

«Ha portato gioia: tutti si sono lasciati trasportare dalle emozioni dello sport».  

Adesso che farà? 

«Un mese di riposo, ricomincerò a settembre con delle gare di fondo che organizzo io, aperte anche agli amatori: 2-3 km, in posti spettacolari, Sardegna, Positano, Toscana».  

Si nuota con Paltrinieri? 

«Certo, adoro stare in mezzo alla gente». 

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 29 luglio 2021. "Parlare di miracolo è poco, non ci avrei scommesso neanche io. Ma stavolta ci ho messo il cuore". Queste le prime parole di Gregorio Paltrinieri dopo la medaglia d'argento conquistata negli 800 stile libero ai Giochi di Tokyo. "È bellissimo - ha aggiunto il nuotatore azzurro ai microfoni della Rai - oggi ero un'altra persona rispetto alla batteria, con un'altra mentalità, un'altra cattiveria e voglia di gareggiare. Me la sono vissuta al meglio. Ieri sera un mio grande amico mi ha detto che queste grandi finali non si affrontano con la testa ma con il cuore, è l'unico modo per uscire soddisfatto. Io forse ero caduto troppe volte nella mia vita nell'errore di voler programmare tutto. Avevo messo troppa testa, troppi pensieri confusi, ma queste finali si vincono col cuore. Gli altri potranno star meglio di me fisicamente e preparare meglio la gara tatticamente, ma il cuore che ci metto io è troppo". 

CHE CORAGGIO —   L'argento del coraggio. Si può definire così la medaglia dell'olimpionico di Rio che per Tokyo ha deciso di cambiare tutto. Fino a un mese fa non sapeva neanche se esserci o no. Lo davano per morto dicono quelli che lo conoscono bene. E anche lui dopo la batteria non sapeva se essere ottimista o pessimista dopo aver perso un mese di lavoro per l'infezione che lo aveva colpito dopo gli Europei di Budapest nei quali aveva conquistato 5 medaglie, di cui tre d'oro nel fondo, il mondo che ora lo attira di più. Una finale piena di incognite ma anche la conferma che si è campionissimi nella testa e quando c'è da dare battaglia neanche i guai fisici possono fermare chi vuole vincere, chi ha ancora fame come lui.

SEMPRE ALL'ATTACCO —   Dall'altura di Livigno a Tokyo in pochi giorni per costruire questa medaglia incredibile al di là del colore. Un campione che ha vinto tutto nei 1500, e considera gli 800 come terza opzione, lotta come un leone ma soprattutto conferma come sempre: "Se volete, venite a prendermi". Fosse stato sempre bene, questo oro non sarebbe finito negli Usa. Non può infatti rimproverarsi nulla il ventiseienne di Carpi che questa gara l'aveva vinta ai Mondiali 2019 di Gwangju con il piglio di sempre. Sempre all'attacco.

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 29 luglio 2021. L'americano li ha fregati tutti, ma Greg è d'argento. Un immenso argento in 7'42"11 nonostante la mononucleosi. Robert Finke, nato nel 1999, trionfa in 7'41"87 nei primi 800 della storia olimpica su Gregorio Paltrinieri che ha condotto sino agli ultimi metri, ha dettato il ritmo dalla corsia numero 8 ed è stato generoso e coraggioso a imporre il suo nuoto nella gara di cui è campione mondiale. Il bronzo è dell'ucraino Misha Romanchuk, sotto il podio l'iridato dei 1500 Florian Wellbrock. Una gara folle, spettacolare. Un argento pazzesco. Greg parte subito a bomba: in testa ai 100 in 55"15, ai 200 in 1'52"86. Nella vasca di ritorno nuota laterale quasi toccando la corsia. Ai 300 allunga in 3'50"55, mentre nella corsie centrali non accennano a rispondere all'azzurro che viaggia a 29"5 di media. Ai 600 in 5'48"05 resta in testa ma Romanchuk e Wellbrock stavolta contrattaccano. Ai 750 metri Greg resiste in 7'14"02 ma al tocco è secondo. Ma che impresa. "Parlare di miracolo è poco, non ci avrei scommesso neanche io. Ma stavolta ci ho messo il cuore". Queste le prime parole di Gregorio Paltrinieri dopo la medaglia d'argento conquistata negli 800 stile libero ai Giochi di Tokyo. "È bellissimo - ha aggiunto il nuotatore azzurro ai microfoni della Rai - oggi ero un'altra persona rispetto alla batteria, con un'altra mentalità, un'altra cattiveria e voglia di gareggiare. Me la sono vissuta al meglio. Ieri sera un mio grande amico mi ha detto che queste grandi finali non si affrontano con la testa ma con il cuore, è l'unico modo per uscire soddisfatto. Io forse ero caduto troppe volte nella mia vita nell'errore di voler programmare tutto. Avevo messo troppa testa, troppi pensieri confusi, ma queste finali si vincono col cuore. Gli altri potranno star meglio di me fisicamente e preparare meglio la gara tatticamente, ma il cuore che ci metto io è troppo". L'argento del coraggio. Si può definire così la medaglia dell'olimpionico di Rio che per Tokyo ha deciso di cambiare tutto. Fino a un mese fa non sapeva neanche se esserci o no. Lo davano per morto dicono quelli che lo conoscono bene. E anche lui dopo la batteria non sapeva se essere ottimista o pessimista dopo aver perso un mese di lavoro per l'infezione che lo aveva colpito dopo gli Europei di Budapest nei quali aveva conquistato 5 medaglie, di cui tre d'oro nel fondo, il mondo che ora lo attira di più. Una finale piena di incognite ma anche la conferma che si è campionissimi nella testa e quando c'è da dare battaglia neanche i guai fisici possono fermare chi vuole vincere, chi ha ancora fame come lui. Dall'altura di Livigno a Tokyo in pochi giorni per costruire questa medaglia incredibile al di là del colore. Un campione che ha vinto tutto nei 1500, e considera gli 800 come terza opzione, lotta come un leone ma soprattutto conferma come sempre: "Se volete, venite a prendermi". Fosse stato sempre bene, questo oro non sarebbe finito negli Usa. Non può infatti rimproverarsi nulla il ventiseienne di Carpi che questa gara l'aveva vinta ai Mondiali 2019 di Gwangju con il piglio di sempre. Sempre all'attacco.

Gabriele Gambini per "la Verità" il 30 luglio 2021. Medaglie e polemiche. Mentre la delegazione italiana a Tokyo rimpingua la bacheca con i risultati lusinghieri di ieri, la politica si insinua persino alle Olimpiadi, con una diatriba che sta acquisendo sempre di più la forma della parodia: quella sulle battaglie di costume. Ma procediamo con ordine. Giornata di medaglie, si diceva. Mancava qualche oro nella bacheca degli azzurri, e il prezioso metallo è arrivato con le ragazze del canottaggio. Federica Cesarini e Valentina Rodini vincono la finale nel doppio pesi leggeri femminile, è il primo successo olimpico di sempre per il canottaggio in rosa. Le due atlete italiane, la Cesarini da Cittiglio, provincia di Varese, anni 24, e la Rodini, anni 26, da Cremona, hanno condotto una sfida di sacrificio tattico, aspettando fino all'ultimo secondo prima di rifilare la zampata letale con una remata al fotofinish. Partite in sordina, hanno mantenuto la quarta posizione fino a metà percorso, lasciando alla coppia olandese e quella francese il comando, poi le hanno recuperate negli ultimi metri. Il replay ha dissipato i dubbi: italiane prime per 24 centesimi di secondo. Nella gara speculare maschile, Stefano Oppo e Pietro Ruta si aggiudicano il bronzo dietro agli imprendibili irlandesi e alla coppia tedesca. Per un bronzo e un oro conquistati, c'è un argento ancor più luccicante. Se lo aggiudica Gregorio Paltrinieri, secondo classificato negli 800 metri stile libero di nuoto. Paltrinieri appartiene alla schiatta mitologica della fenice, quel genere di atleti capaci di risorgere dalle proprie ceneri. Il ventiseienne di Carpi, già campione olimpico nei 1.500 metri, fino all'ultimo ha rischiato di vedere il Giappone dal divano di casa. Colpito dalla mononucleosi dopo gli Europei di Budapest, ha sacrificato oltre un mese di allenamento - per il nuoto agonistico è un'era geologica - per ristabilirsi dalla malattia. «Parlare di miracolo è poco, non ci avrei scommesso neanche io», commenta lui, l'argento al collo. «Un mio grande amico mi ha detto che queste finali non si affrontano con la testa, ma con il cuore, è l'unico modo per uscirne soddisfatto». Il cuore ha scandito i momenti decisivi. Percorso completato in 7' 42" 11, dietro all'americano Robert Finke. La ciliegina sulla torta è arrivata poi dalle donne del fioretto: contro gli Stati Uniti della spadaccina inscalfibile Lee Kiefer, Arianna Errigo - unica reduce dell'oro di Londra 2012 - e le esordienti Alice Volpi, Martina Batini e Erica Cipressa si sono imposte per 45-23. Una medaglia di bronzo che fa masticare agrodolce le ragazze: lo scontro con le francesi in semifinale sarebbe potuto finire diversamente, se la buona sorte e un po' di nervi saldi in più avessero benedetto le loro lame. A proposito di nervi saldi: non sono mai stati il fiore all'occhiello nel patrimonio genetico di Fabio Fognini. Il tennista ligure, la cui linguaccia, se schierata su una pedana di scherma, potrebbe ferire più della spada, si è abbandonato a qualche intemperanza mentre il russo Medvedev lo stava regolando 6-2 3-6 6-2. «Sei un frocio...», ha inveito Fognini verso sé stesso, e la scelta dell'epiteto non è passata inosservata al vaglio della censura social. Levata di scudi dal mondo Lgbt, con smash finale del parlamentare di Forza Italia Elio Vito: «Il ddl Zan serve subito, anche per lo sport», ha scritto su Twitter, benché a molti la pertinenza della richiesta politica non sia parsa figlia di una logica aristotelica. In serata sono arrivate le scuse del tennista e l'episodio è rientrato. Ha rischiato molto di più Claudiu Pusa, allenatore della judoka tedesca Martyna Trajdos. Tra i due vige un rituale pre gara inconsueto e spassoso: lui sarebbe solito tirarle qualche ceffone rigenerante per motivarla in vista del match, urlandole frasi d'incoraggiamento. Il problema è che la judoka è una donna e il pulpito dei social si è affrettato a gridare al quasi femminicidio, invocando la gogna pubblica per l'allenatore-motivatore. Ci ha pensato la Trajdos a toglierlo dagli impicci: «Sono io a chiederglielo - ha scritto - ne ho bisogno per svegliarmi prima degli incontri». E mentre, qualche giorno fa, la delegazione di ginnaste tedesche ha chiesto di esibirsi in tuta integrale per evitare «la sessualizzazione dello sport», il Cio si è dichiarato «preoccupato» per un paio di episodi a ben vedere molto più seri di quelli elencati: Tohar Butbul, ventisettenne judoka che gareggia nella classe -73 kg, è stato evitato da due judoka di fede islamica perché israeliano…

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 5 agosto 2021. Monumentale Paltrinieri. Passa dalla vasca al fondo ed è meravigliosamente di bronzo. Regala all'Italia la prima medaglia al maschile e completa il suo triplete in due Olimpiadi: oro nei 1500 a Rio, argento negli 800 e bronzo nella 10 km a Tokyo. Dopo aver penato e rischiato per i postumi della mononucleosi. Trionfa il tedesco Florian Wellbrock rimasto al comando per tutta la gara vinta in 1h48'3"7, argento all'ungherese Kristof Rasovszky a 25"3, Greg terzo a 27"4 e quarto l'israeliano Matan Roditi a 51"2. Dopo un chilometro e mezzo Florian Wellbrock allunga in testa, fa il primo strappo, il francese Olivier è in scia a 10" mentre Greg arranca a 36" e l'altro azzurro Mario Sanzullo è dietro a 27". Dopo 2 chilometri e mezzo Greg si trova al quinto posto anche se il gap non si riduce, ma davanti si trovano solo il tedesco e il francese, l'ungherese Kristof Rasovszky a 16" e il canadese Fan col quale condivide il distacco; c'è anche il solido americano Jordan Wilimovsky e Sanzullo è 10° a 45". Dopo 2 giri Paltrinieri è 4°: la posizione promette anche se il distacco a 29" da Wellbrock è un macigno dentro un'acqua sempre più bollente a 29"2 di temperatura. Resistere o saltare: non c'è alternativa. Greg prova a tenere il suo ritmo senza esasperarsi per riprendere i tre davanti che hanno il vantaggio di darsi il cambio.

RIFORNIMENTI —   Tra rifornimenti e recuperi, Greg ai 4.5 km riduce il margine a 18" aumentando le frequenze e facendo tutto da solo. Si alleano gli ultimi due campioni olimpici, il tunisino Mellouli (2012) e l'olandese Weertman (2016), che incalzano a 44". A metà gara non cambiano le posizioni mentre Sanzullo patisce a 1'01" (11°). Alla boa del sesto chilometro, Paltrinieri (senza cuffia) è a 8", ormai vede l'aggancio. La differenza del ciclo di bracciate al minuto tra lui (40) e il capo classifica (30) è evidente: Greg sta spendendo di più. La gara continua incerta, piena di pathos: aperta ad ogni agguato. S'inserisce anche il greco Kynigakis.

GRAN FINALE—   Verso il gran finale in uno scenario tra passato e futuro, tra il Rainbow Bridge e il Fuji Television Building, prati, piattaforme e lo Skywalk. Agli 8 km Greg è secondo solo a Wellbrock, sente la medaglia, pensa al colpaccio prima dell'ultimo rifornimento evitato per non perdere tempo. Ma Rasovszky lo risorpassa e gli lascia 8". Il tedesco aumenta il ritmo per spezzare le velleità degli inseguitori, l'ungherese si guarda da Greg, che non intende mollare proprio adesso. L'ultimo chilometro è mozzafiato, senza respiro, all'ultimo respiro. Sino al bronzo.

Riccardo Crivelli per gazzetta.it il 29 luglio 2021. Dopo la folle giornata di mercoledì, arriva un altro bronzo per l’Italia del canottaggio: il doppio pesi leggeri del lariano Pietro Ruta e del sardo Stefano Oppo è terzo dietro Irlanda e Germania. Una gara regolare quella degli azzurri, che nei primi 1000 metri hanno provato a tenere il ritmo degli avversari (terzina 2”01 dalla Germania) e poi hanno controllato tranquillamente il ritorno senza velleità della Repubblica Ceca. Un bronzo che non è mai stato in discussione e premia la serietà di due ragazzi da anni ai vertici della specialità. Il doppio pl azzurro non saliva sul podio olimpico dai Giochi di Sydney (Pettinari e Luini argento)

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 28 luglio 2021. Federico Burdisso è incredulo per l'impresa olimpica: "Non so neanche cosa dire. E' stata una finale bella, mi sono divertito. Di sicuro non è stato uno dei miei migliori tempi, però come dicevo prima in queste finali conta mettere la mano prima, arrivare davanti. Ce l'ho fatta, sono terzo. Ero sicuro che il secondo posto era nelle mie corde, purtroppo non sono al cento per cento, sono un po' stanco.Mi dovrò accontentare di un terzo posto...." scherza l'azzurro, che aggiunge: "Devo ancora realizzare bene. È stata un po' strana questa Olimpiade per me. Faccio un po' fatica ad accorgermi di costa sta succedendo in giro. Non volevo neanche farla la gara. Ho avuto molto molto stress e tensione. Sono contento di averla fatta, di essere terzo. Ora penso ai 100 farfalla con più leggerezza, e provo a guadagnarmi un posto in staffetta nella mista dove anche lì potremo fare bene. Fede finisce la carriera e Fede Burdisso inizia la sua? Speriamo sia sullo stesso livello, anche se dubito..." va ancora di ironia il ragazzo che ha studiato in Inghilterra e avrebbe dovuto preparare negli Usa l'Olimpiade se non ci fosse stata la pandemia che lo ha tenuto a Roma. Scelta vincente. "Mi ricordo quando tre anni fa alle Olimpiadi giovanili di Buenos Aires, arrivai terzo dietro lo stesso giapponese e sono contento di essere arrivato qua ed essermi guadagnato la medaglia". Nella stessa gara al femminile, la cinese Zhang Yufei è la più veloce delle semifinali in 2'04"81 davanti all'americana Hali Flickinger 2'06"23 e all'ungherese Boglarka Kapas in 2'06"59. 

Mattia Chiusano per repubblica.it il 29 luglio 2021. Capaci di tutto. Di splendere e di vanificare tutto in pochi minuti. L’Italia del fioretto femminile ha buttato la finale per l’oro che stava tranquillamente conquistando contro la Francia. Alice Volpi, Arianna Errigo e Martina Batini (in ordine di apparizione sulla pedana della Makuhari Messe) hanno concesso una rimonta alle avversarie che al quinto assalto di nove erano in ritardo di 11 stoccate (23-12). E quando è tutto finito con l’incredibile sorpasso all’ultimo match tra Errigo e Thibus, le azzurre se sono andate alla spicciolata, Volpi da sola, la riserva Cipressa pure, Errigo e Batini abbracciate, rifiutando un commento su quel che era accaduto. Non basterà a salvare la spedizione in Giappone, ma almeno per salvare la faccia c’è la finale del bronzo alle 11,30 contro gli Stati Uniti della campionessa olimpica Kiefer. 

Allarme scherma, Ferisce il fioretto più della spada. Dopo la vittoria nei quarti sull’Ungheria (anche in questo caso subendo una rimonta, bloccata per tempo), il match si è messo subito bene, con Alice Volpi, subito reattiva dopo la delusione del quarto posto individuale, che ha liquidato Ysaora Thibus 5-2, seguita da Arianna Errigo, uscita ancor peggio domenica, castigatrice di Anita Blaze con un 5-1 che portava l’Italia in vantaggio di sette stoccate (10-3). Pauline Ranvier faceva più resistenza a Martina Batini, eliminata al primo turno domenica, ma tra le due squadre la distanza saliva comunque a + 8 stoccate, che diventavano 11 nel successivo match Volpi-Blaze. Batini concedeva a Thibus due punti di vantaggio (25-16), ma a quel punto cominciava il blackout che vedeva come protagonista Arianna Errigo. Tornata a + 10 due volte, incassava 4 stoccate consecutive da Ranvier restando su un margine meno rassicurante sulla Francia in recupero. Batini cedeva poco a Blaze, e Volpi, fino a quel momento dilagante, accusava un parziale di 5-6 con Ranvier anima della rimonta francese. Tutto affidato ad Arianna Errigo, che ha imbroccato un altro dei suoi momenti no, vanificando il vantaggio iniziale di 41-37 fino al pareggio 42-42, e sullo slancio Thibus si prendeva anche le tre stoccate che mancavano per la finale (45-43). La trasferta in Giappone non era nata sotto una buona stella, dopo anni in cui Arianna Errigo ha lottato per qualificarsi alle Olimpiadi sia nel fioretto che nella sciabola. Trovando l’opposizione dello staff tecnico e della federazione, citata in giudizio dall’atleta che nel frattempo si è sposata e si allena col marito Luca Simoncelli a Frascati. Poi il ritiro di Elisa Di Francisca, che ha preferito la maternità dopo il rinvio dei Giochi di Tokyo, una scelta che ha spiazzato la federazione e gli allenatori. Infine le polemiche nei confronti del ct Andrea Cipressa, che ha convocato come riserva la figlia Erica, ex promessa della scherma italiana che ha potuto fare poca esperienza a livello mondiale in un anno e mezzo di gare cancellate per la pandemia. Certo non è stata la 25enne riserva ad andare in pedana con la Francia, ma compagne campionesse del mondo che avevano a portata di mano la finale, e se la stavano guadagnando con merito.

Da gazzetta.it il 30 luglio 2021. È scesa dalle pedane eppure, Elisa Di Francisca punge ancora. Stavolta non con il fioretto ma con i commenti sul c.t. Andrea Cipressa e su Arianna Errigo, ex collega con cui non sono mancate le frizioni in passato. Le dichiarazioni rilasciate dall'olimpionica all'Adnkronos sulle mancate gioie olimpiche del fioretto femminile hanno scatenato un vespaio: "Cipressa non è all'altezza per essere il c.t. del fioretto - ha detto -. Lo dicono i risultati. Serve una personalità più forte. A Londra con Cerioni come c.t. prendemmo tre ori e 5 medaglie. Io non so se Stefano sia disponibile a tornare, ma lui sarebbe il più indicato a ricoprire quel ruolo". Poi la campionessa di Londra 2012 e argento a Rio cinque anni fa, ha inferto la sua stoccata ad Arianna Errigo, protagonista di una prova negativa in semifinale con la Francia: "Forse l'ultimo assalto in semifinale avrebbe dovuto farlo Alice Volpi - ha dichiarato -. Arianna Errigo è fortissima sia fisicamente che tecnicamente ma soffre le gare importanti, soprattutto le Olimpiadi. Lo abbiamo visto ai Giochi di Rio e anche qui a Tokyo: è un peccato perché oggi le altre ragazze hanno tirato bene e invece Arianna, che dovrebbe essere la punta della squadra è mancata nel momento decisivo". Julio Velasco, ex c.t. dell'Italvolley ha criticato duramente Elisa di Francisca per le sue parole: "Queste dichiarazioni sono disgustose. Il problema non è se ha ragione o non ha ragione, se quell’atleta ha problemi nei momenti decisivi o no, è disgustoso il momento, i tempi, e parlare così di una collega e di un allenatore gratuitamente – ha detto –. Sembra che adesso cercare di essere buoni è un difetto. L’educazione si basa sul reprimere cose che fanno male agli altri o che non fanno bene alla comunità. E questo, sicuramente, non fa bene alla scherma, non fa bene allo sport. Possiamo criticare ma questo è un attacco frontale. Poi in un momento in cui stanno soffrendo vai a mettere il dito nella piaga, proprio tu, che hai fatto quell’attività e sai cosa si prova".

Riccardo Crivelli per gazzetta.it il 29 luglio 2021. Oroooooo! La prima medaglia di sempre del canottaggio femminile azzurro risplende alta sul cielo di Tokyo grazie alla varesina Federica Cesarini e alla cremonese Valentina Rodini che nel doppio leggero compiono un capolavoro con uno sprint finale che ha tolto il fiato: Francia battuta all’ultima palata di soli 24 centesimi, terza l’Olanda a 27. Ci si attendeva una gara tirata e i pronostici sono stati rispettati: cinque barche si sono date battaglia fin dal primo metro e il distacco tra le prime non ha mai superato i due secondi. Ai 1500 metri le azzurre sono terze a 1”39 dall’Olanda e precedute anche dalla Francia, ai 1750 sembrano addirittura fuori dal podio insidiate all’esterno dalla Romania, ma con un incredibile rush negli ultimi 100 metri fulminano la concorrenza piombando con la punta sulla linea del traguardo. La storia è fatta.

Le laureate del remo che hanno nutrito l'Italia affamata d'oro. Elia Pagnoni il 30 Luglio 2021 su Il Giornale. Cesarini e Rodini, per il canottaggio rosa prima medaglia di sempre. Oppo-Ruta, bronzo uomini. L'importanza di chiamarsi Fede. O di chiamarsi Vale, come suggerirebbe qualche amante dell'onomastica. Perché se Fede e Vale sono due nomi che nello sport italiano vogliono dire trionfi, Federica Cesarini e Valentina Rodini messe assieme non potevano che regalarci il secondo oro di questa spedizione giapponese che cominciava a mettere un po' in ansia il presidente Malagò. Se il bottino di titoli dopo cinque giornate era il più misero da Barcellona '92, ci hanno pensato queste due ragazze lombarde a far suonare per la seconda volta Mameli con un'impresa arrivata nel cuore della notte, mentre sacrificavamo il sonno nell'attesa del fenomeno Paltrinieri. Un oro arrivato sulla barca del doppio pesi leggeri femminile, storico perché è la prima medaglia in assoluto del canottaggio rosa italiano, ma anche perché questa disciplina lo aspettava da 21 anni, dal successo del quattro di coppia Agostino Abbagnale-Sartori-Galtarossa-Raineri a Sydney 2000. Quello di Fede e Vale è l'oro di chi sa soffrire («Ma noi non abbiamo paura di fare fatica») ed è anche l'oro della leggerezza: perché arriva nella categoria introdotta ai Giochi dal '96 e riservata a chi riesce a remare stando sotto i 59 chili (72,5 per gli uomini) e perché rispecchia la naturalezza con cui le due ragazze sono arrivate a vincerlo. «Per noi era già un sogno essere qui raccontano -, poi l'adrenalina delle Olimpiadi ha fatto il resto». «All'arrivo ho sentito Valentina che gridava: abbiamo vinto puntualizza Federica -. Ma io non avevo capito niente. L'ho realizzato dopo». È stato il trionfo della leggerezza perché, come ci accade spesso, quando cominciamo a fare i conti su chi potrebbe finalmente aggiungere un oro al medagliere azzurro, spunta sempre la sorpresa che non ti aspetti. Questa volta anche per gli addetti ai lavori (nonostante il record olimpico fatto in batteria) e persino per i parenti stretti, se è vero che i genitori della Cesarini confessano che non se lo sognavano nemmeno loro. Ma leggero è anche il modo in cui è arrivato il trionfo, perché le due azzurre scivolano sull'acqua che è un piacere e bruciano tutte al fotofinish in una gara in cui cambia spesso chi comanda: alla fine la spuntano mettendo la prua per 14 centesimi davanti alle francesi (un po' italiane anche loro: Tarantola e Bove, quasi un derby) e per 49 davanti alle olandesi. Una leggerezza contagiosa, perché sulla scia di Vale e Fede si fa largo anche il doppio maschile, sempre pesi leggeri, che va a centrare il bronzo con Stefano Oppo e Pietro Ruta, staccati nettamente da Irlanda e Germania, ma capaci di difendere il terzo posto dalla Repubblica Ceca, migliorando il quarto posto di Rio e arrotondando il bottino dei remi italiani. La leggerezza di Valentina e Federica è anche tuffarsi nell'acqua della baia di Tokyo come gesto liberatorio, senza dimenticare i valori dello sport e della vita: «Abbiamo portato con noi anche Pippo sul gradino più alto del podio», il ricordo del compagno che non c'è più, quel Mondelli che in aprile ha riempito di dolore tutto il canottaggio azzurro. Perché Vale e Fede sono proprio due ragazze d'oro, laureate entrambe, la Rodini in Economia e la Cesarini in Scienze politiche, tra l'altro con una tesi su Geopolitica dello sport: il caso delle Olimpiadi, quasi un segno del destino. Valentina, 26 anni, cremonese, fiore all'occhiello della storica Canottieri Bissolati; Federica, 25 anni, di Cittiglio, il centro del Varesotto che ha dato i natali a uno dei più grandi monumenti dello sport azzurro, Alfredo Binda. Vuoi vedere che conta anche la toponomastica? Elia Pagnoni

Tokyo 2020, spadisti italiani fuori: "Arbitraggio folle". Si scatena il caos: gioco sporco dei russi? Libero Quotidiano il 30 luglio 2021. Un grosso caso e sospetti a Tokyo 2020. Tutto riguarda la squadra maschile di spada, argento ai precedenti giochi di Rio 2916, uscita in fretta a e furia dal giro medaglie in Giappone. Si è infatti rivelato fatale l'assalto dei quarti con i russi, dove la sconfitta è arrivata per 45 a 37. È stata una lezione nettissima, in certi momenti anche un poco sconcertante: in vantaggio fino al quinto match (16-13 dopo il secondo turno di Marco Fichera), l’Italia si è disunita, non ha reagito, ha incassato un parziale negativo di 27-16 al quale si sono aggiunte alcune discutibili decisioni arbitrali. E dopo il ko, il caos, le accuse ai giudici di gara. A farsi portavoce delle proteste è stato Marco Fichera, che ha parlato a nome della squadra: "Scontiamo un arbitraggio folle, ma bisogna saper vincere anche in queste situazioni. Ci prendiamo critiche e responsabilità, ci stanno bene i buffetti in faccia. Ma, ancorché perdenti, non tollereremo altre accuse alla nostra professionalità: questo non sarà più tollerabile", ha concluso con toni perentori.

La storia della "Butterfly" di Torre Annunziata. Chi è Irma Testa, la pugile napoletana che ha già conquistato una medaglia alle Olimpiadi di Tokyo. Antonio Lamorte su Il Riformista il 30 Luglio 2021. Irma Testa è già nella storia dello sport italiano: è stata la prima pugile a disputare un’Olimpiade in occasione dei Giochi di Rio de Janeiro nel 2016 ed è la prima a conquistare una medaglia olimpica ai Giochi in corso a Tokyo in questi giorni. Ma c’è dell’altro, eccome. Domani ha un altro appuntamento con la storia: alle 6:30 italiane di sabato mattina la “Butterfly” della boxe Azzurra affronterà nella semifinale la campionessa del mondo della categoria piuma (57 kg), la filippina Nesthy Petecio, 29 anni, pugile attendista. Testa è nata a Torre Annunziata, provincia di Napoli, nel 1997. È un’atleta delle Fiamme Oro. È cresciuta nella palestra Boxe Vesuviana del mitico maestro Lucio Zurlo. La sua prima medaglia a 14 anni, bronzo in Polonia nel 2012, e quindi un’altra serie di successi a livello italiano ed europeo. Si è laureata campionessa europea nella categoria 57 chilogrammi nel 2019. Il suo soprannome “Butterfly” per la sua agilità e leggerezza. È la stella più rappresentativa della delegazione del pugilato italiano ai Giochi, composta da quattro donne: dopo 100 anni neanche un uomo. Alle Olimpiadi di Rio arrivò con tante aspettative e pressioni. E con la sfortuna di incrocia Estelle Mossely, francese, campionessa mondiale che si sarebbe laureata campionessa olimpica dei pesi leggeri proprio in quell’edizione. La sconfitta gettò Testa in un periodo di profonda tristezza e insoddisfazione. A soli 18 anni mise in discussione la sua carriera sportiva. La sua storia – con l’infanzia a Torre Annunziata, un padre assente, la condizione di indigenza della sua famiglia e l’ascesa nello sport – è stata raccontata nel docufilm Butterfly di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman nel quale emergono la personalità della protagonista e si staglia la figura di Lucio Zurlo. La famiglia segue le gare di Testa alle Olimpiadi nel locale della fidanzata della sorella Lucia in Corso Vittorio Emanuele a Torre Annunziata. “Il podio è per Lucio Zurlo e per tutto il movimento femminile di pugilato”, aveva detto Testa alla fine del match degli ottavi contro la canadese Walsh. Non ci si sbilancia, c’è scaramanzia intorno alle possibilità di Irma Testa – della quale si parla da sempre nei termini della predestinata. Con delle eccezioni. “Irma Testa, come ho già ripetuto più volte, ha tutti i numeri per vincere l’oro a questa Olimpiade”, ha detto l’ex medaglia d’oro ai Giochi di Mosca e campione del mondo da professionista Patrizio Oliva, “Lo sparviero”, un monumento della boxe napoletana e italiana che ha appena deciso di tornare nella Federazione Pugilistica come responsabile degli “Schoolboy”. “È una tosta – ha detto a Il Corriere del Mezzogiorno Oliva – combatte senza paura, tecnicamente si muove bene sulle gambe e sa usare bene il sinistro, anche se a volte mette colpi troppo larghi. E poi non si piange mai addosso. È stata allieva di Lucio Zurlo a Torre Annunziata, ha imparato veramente cosa significa allenarsi in una palestra con pochi mezzi, partire dalla strada e conquistarsi ogni successo con le unghie e con i denti”. Che la 23 da Torre Annunziata sia cresciuta, maturata, completata nella sua boxe e nella personalità lo crede anche Dario Torromeo, giornalista e scrittore, tra i massimi conoscitori di boxe in Italia. “Sul ring è finalmente riuscita a recitare la parte di Irma Testa, a concretizzare il talento che ha sempre avuto, a divertirsi, a muoversi seguendo quello che le suggerisce l’istinto – si legge sul suo blog – Che poi è la sua grande forza. Scivolando sull’onda come un’esperta surfista, è arrivata in semifinale. L’ha fatto seguendo un percorso difficile, pieno di trappole che potevano spezzare sogni e spingere verso la tristezza. È lì con pieno merito”. Lei stessa ha ammesso il suo cambiamento negli ultimi anni. “La mia età è cambiata, sono più matura, ora ho 23 anni, sono più consapevole della mia boxe. Mi sono scrollata di dosso la paura di non farcela, di non essere abbastanza – ha detto in un’intervista a Repubblica in vista della semifinale – Quell’Olimpiade (di Rio, ndr) mi aveva tolto le mie certezze, ho trascorso mesi difficili, di dubbi, è allora che mi sono tatuata Panta rei. Ho conosciuto il baratro della solitudine, della lontananza da casa, ho avuto paura che i sacrifici che facevo potessero portarmi da nessuna parte e la sconfitta di cinque anni fa mandò all’aria le mie fragili sicurezze. Basta poco e crolla tutto dentro un atleta”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Irma Testa. L'intervista alla pugile napoletana campionessa olimpica. Irma Testa prende a pugni l’omofobia: “Fare coming out è ancora un tabù, gli sportivi hanno paura per il loro status”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 15 Dicembre 2021. A saperlo riconoscere il momento buono, quello giusto per certe scelte e certi passi che sembrano più grandi di te, quelli che segnano la vita. È anche il mestiere di Irma Testa quello di cogliere quando è il momento di avanzare, di incassare, scartare di lato o accettare la battaglia, schivare e alzare il ritmo. L’atleta delle Fiamme Oro, 23 anni e già nella storia del pugilato – prima italiana in assoluto a partecipare alle Olimpiadi a Rio 2016, medaglia di bronzo ai Giochi di Tokyo della scorsa estate nei Pesi Piuma – quindi lo ha riconosciuto, il suo momento: ha appena affidato a un’intervista a Vanity Fair il suo coming out.

“Mi ha stupita l’eco mediatica ma se se ne parla vuol dire che fa ancora scalpore. È quello che volevo: arrivare ai giovani”, dice a Il Riformista l’atleta cresciuta a Torre Annunziata, provincia di Napoli, alla “Provolera” che vuol dire “Polveriera” – dall’antica Real Fabbrica d’Armi – quartiere popolare e difficile. Padre assente, madre che lavora per tutta la famiglia, una sorella che l’avvicina alla Noble Art. Il primo pugno lo tira a una suora: al maestro Lucio Zurlo lo racconta la moglie. E lui – Mickey di Rocky alla partenopea, fondatore nel 1960 della Oplontis diventata Boxe Vesuviana, dove “qualcuno paga e molti no” – la accoglie nella sua palestra come ha raccattato tanti altri per strada. È tremenda, una “zingarella”, ma è speciale: “Faceva delle mosse che non esistevano nel pugilato, ma a lei riuscivano e funzionavano: il talento si è visto subito”. Il soprannome è Butterfly, come la farfalla dell’adagio “float like a butterfly, sting like a bee” di Muhammad Alì.

E volendo, con i cliché, si potrebbe pure continuare. Quando Joyce Carol Oates ha scritto che “la vita assomiglia alla boxe, ma la boxe assomiglia soltanto alla boxe” Irma Testa non era ancora nata. E quindi ci perdonerà, la grande scrittrice statunitense fanatica del pugilato, se la citeremo con un tradimento: la boxe assomiglia soltanto alla boxe con un’eccezione, che si chiama appunto Irma. Una vita che sembra una sceneggiatura buona per Clint Eastwood – e che infatti un film è già diventata: Butterfly di Alessandro Cassigoli e Kasey Kaufffman, interpretato dagli stessi protagonisti. Anni e anni ad aspettare il nuovo personaggio del pugilato, il nuovo volto della boxe italiana ed eccola qui allora, la stella: dagli esordi della predestinata, i primi successi, una sconfitta e la disperazione che l’ha fatta smaniare di mandare all’aria tutto: al diavolo anche la boxe, solo un viaggio al “fin del mundo”, in Patagonia, voleva Irma Testa. Che poi è ripartita e a Torre ha portato una medaglia dai Giochi.

Nessuno di quelli che la scorsa estate dicevano al maestro Zurlo che sarebbero arrivati a sostenerlo, ad aiutarlo nella sua attività sportiva e sociale, si è fatto vivo. “Ma noi non ci possiamo fermare”, fa lui indicando che c’è un solo posto per la politica nella sua palestra: fuori alla porta. “Torre Annunziata non è solo Camorra, è anche civiltà”, disse una volta conquistato il titolo italiano il figlio Biagio , dirigente federale e insegnante. In tutto hanno partecipato a cinque Olimpiadi dalla Vesuviana. Testa è il punto più alto. Sta preparando i prossimi Mondiali in Turchia e dice di non essere legata sentimentalmente, al momento, la Million Dollar Baby napoletana – avevamo detto basta cliché però.

Com’è arrivata al passo dell’outing?

Credo sia importante parlarne perché ancora fa notizia. Quando a nessuno importerà più l’orientamento sessuale di una persona potremo smettere. Nel mondo dello sport è ancora più particolare perché si tende ad aver paura di esporsi e a essere associati a qualsiasi etichetta. Penso che uno sportivo debba lasciar parlare le sue medaglie ma anche che abbia molta risonanza, in ciò che dice e in ciò che fa. Volevo far sentire meno soli i giovani. Certe dinamiche toccano anche i campioni.

L’orientamento sessuale è un tabù nello sport?

È un tabù in generale, in Italia. E nel mondo dello sport ancora di più. Più sei uno sportivo, un campione, più sei seguito e più hai paura di dire qualcosa che possa intaccare il tuo status. A volte si dice di un campione: ‘Ma lo sai che è gay?’. E questo dispiace, perché sono un atleta a prescindere da ciò che mi piace. Sentivo il bisogno di espormi dopo l’affossamento al Senato del ddl Zan.

Ha detto anche di non riconoscersi nelle etichette.

Credo siano importanti e fondamentali per normalizzare certi temi. È proprio l’etichetta a fare paura: tutto ha un’etichetta. Io però non mi ci rispecchio perché non do per certo nulla nella mia vita. Mi piacciono le donne ma ho provato attrazione anche per gli uomini, e non ho deciso chi ci sarà nella mia vita domani. Sarei ipocrita a farlo.

La sua famiglia le è sempre stata vicina.

Ho trovato tutto l’appoggio necessario per affrontare la mia sessualità. Quando l’ho scoperto non avevo ancora 16 anni e mia madre ha capito subito, per lei contava solo la mia felicità. Mia sorella lo ha scoperto dopo. È stato un sollievo: avrei potuto confrontarmi su tutto questo con lei.

Crede sarebbe cambiato qualcosa se non fosse cresciuta a Torre Annunziata.

Torre Annunziata è una città fantastica e aperta. Per fortuna sono nata e cresciuta qui. Amo la mia città, ho un rapporto viscerale con lei, non ti abbandona mai. Credo sia il Sud a farti sentire sempre parte di una grande famiglia.

L’ha stupita la risonanza mediatica che ha avuto il suo outing?

Sì, mi ha stupito. Ma è quello che volevo. Dopo il coming out stanno mi arrivando storie pazzesche: ragazze che scappano di casa, genitori che non le accettano, famiglie divise. La storia più forte che mi è arrivata è quella di una ragazza che ha parlato ai genitori del suo orientamento, della sua preferenza per le donne, e i genitori le hanno risposto: ‘Tornerai normale’, come se fosse qualcosa di anormale. E lei per paura di deludere i genitori sta con gli uomini, è fidanzata con un ragazzo: tutto questo per me è una violenza. 

È cresciuta senza suo padre, un padre assente. Anche quel tipo di amore, con il maestro Zurlo e il maestro Emanuele Renzini in nazionale, ha trovato con il pugilato?

Ho trovato delle persone che mi hanno fatto crescere e diventare donna. Questo l’ho trovato di un amore paterno pazzesco. Non me l’aspettavo. Ero arrivata qui con un altro scopo. E loro hanno creduto in me come persona.

Cos’è per lei la palestra del maestro Zurlo?

È un punto di riferimento per tanti giovani che potrebbero perdersi. Vengono qui e il maestro è sempre pronto ad aiutarli, come ha fatto con me. Sono entrata che non avevo nulla e ne sono uscita con una professione e una carriera da atleta. È stato il posto che mi ha costruito. Con l’amore, prima di tutto. Il maestro ci ha dato prima amore e poi insegnamenti pugilistici, un maestro prima di vita e poi di sport: ci ha insegnato a parlare bene e a stare composte a tavola. Io ero tremenda, una vera e propria zingarella. Per lui era importante che diventassi una signorina prima, una donna dopo e poi un’atleta.

Tutti dicevano di volerlo aiutare con la palestra la scorsa estate ma nessuno si è visto.

Il Maestro ha fatto tanto per questa città e per i suoi ragazzi . Un piccolo aiuto sarebbe anche un riconoscimento a una persona che ha sempre dato senza mai chiedere in cambio. Con il mio sponsor, nel mio piccolo, abbiamo allestito una sala, ma serve un aiuto di un’istituzione.

Simone Biles è stata appena eletta dal Time “atleta dell’anno”. Il suo è stato il caso delle ultime Olimpiadi: ha infranto il tabù della salute mentale degli sportivi dopo aver denunciato molestie sessuali. Anche lei ha passato un periodo tormentato.

A Tokyo la sua faccia era su tutti i cartelloni, c’erano le buste della spesa e dei negozi di souvenir con il suo volto. Non avrei mai voluto essere al suo posto. Un atleta è costantemente sotto pressione. È dura gestire tutte le pressioni e le aspettative attorno al tuo nome. Lo è stato anche nel mio caso: ho superato il mio periodo difficile, dopo Rio 2016, con l’aiuto della mia famiglia e dei miei maestri. Nel caso di Simone Biles devi raddoppiare tutto per 30 perché di campionesse come lei ce ne sono poche al mondo. Era il volto delle Olimpiadi.

Anche tu sei stata trattata come una predestinata.

Sì, ma ora tendo sempre ad abbassare le aspettative. Quando qualcuno mi chiede qualcosa dico: non vi aspettate nulla. Non mi piace fare promesse che poi non posso mantenere. L’ho fatto in passato ed è andata male. Oggi faccio promesse solo a me stessa. E se deludo me stessa va ancora bene, a me dispiace deludere gli altri. 

Il CIO ha minacciato l’esclusione del pugilato dalle Olimpiadi.

È impossibile pensare a un’Olimpiade senza pugilato. È tra gli sport più antichi ai Giochi. Certo è che se il sistema al momento può in qualche modo penalizzare i pugili, magari un avvertimento può essere utile a spingere a migliorare il sistema dall’interno.

Cos’è per lei la boxe?

Adesso è un lavoro. Sono stata fortunata: chi riesce a fare della sua più grande passione il proprio lavoro è molto fortunato. Dedico tutta la mia vita al pugilato, ho pochissimo tempo per me e per ora è giusto che sia al centro di tutto. Mi ha insegnato a reagire dopo le avversità, a rialzarmi dopo le brutte cadute.

Cosa si prova a indossare i guantoni, salire sul ring?

È un mix di emozioni. Prima hai ansia, adrenalina, sei come in trance per questo miscuglio di emozioni. A volte tremo, la lingua se ne scende in gola. Lì non vedi l’ora che quell’ora di tensione finisca. Però è una droga e quando stai lontana per tanto tempo dal ring ti manca, ne vuoi sempre di più.

Qual è stata la vittoria più importante nella sua carriera?

La medaglia olimpica, chiaramente, è speciale. E l’Europeo che ho vinto da Elite nel 2019. È stato il mio dire: sono diventata una pugile seria e professionista. Prima mi basavo solo sul talento, poi ho capito che non bastava più. Quella è stata la prima vittoria arrivata dopo tanto sudore, allenamento e fatica.

A chi si ispira?

A tutti i pugili tecnici, quelli eleganti nei movimenti come Sugar Ray Leonard, Muhammad Alì e Lomachenko.

Passerà professionista?

Non credo. Sono una vera professionista facendo la dilettante. A livello contrattuale altrove ci sono contratti milionari, e per quello lo farei, sono sincera, ma in questo momento una Katie Taylor in Italia non può esistere.

Pensa entrerà nel mondo dello spettacolo?

Al momento mi  viene difficile pensare ad altro che al pugilato. Non nego che non mi dispiacerebbe, in futuro, soprattutto qualora potessi rivolgermi ai giovani. E mi piacerebbe molto fare l’attrice.

Cosa ha rappresentato in questo senso Federica Pellegrini?

È stata il volto dello sport femminile. È stata lei a fare in modo che noi donne potessimo avere la stessa importanza degli uomini. È la regina.

Dice che non c’è nessuna relazione nella sua vita: ma una persona speciale è arrivata.

Ho una nipote che si chiama Irma Testa, un regalo bellissimo che mi ha fatto mio fratello. È arrivata lei e ha stravolto tutto, tutta la famiglia. Tutte le attenzioni sono rivolte a lei, e questo è bellissimo. Quando cresci una bambina tu torni un po’ piccola ma cresci anche insieme a lei. Io non avevo mai provato la sensazione di dover far vedere per la prima volta qualcosa a qualcuno, e con lei è sempre così.

Cosa diresti a tua nipote, se dovessi scriverle una lettera che potrà leggere tra qualche anno?

Di essere sempre te stessa. Più andiamo avanti e più i pregiudizi diventano leggi: e quindi di fregatene, come io me ne sono fregata. Avrai sempre una zia amorevole, pronta a sostenerti in tutto, perché se hai una persona che ti sostiene trovi la forza per fare tutto quello che ti va di fare. E io voglio essere quella persona.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

DA video.corriere.it il 30 luglio 2021. Coming out di Lucilla Boari dopo la conquista della medaglia di bronzo ai Giochi di Tokyo 2020. Nel collegamento da Casa Italia è arrivato un messaggio video all’azzurra. «Ti amo tanto, sono molto orgogliosa di quello che hai fatto, non vedo l’ora che ritorni, ti sto aspettando per darti un grande abbraccio», ha detto Sanne de Laat arciera compoundista olandese a Lucilla Boari. E Lucilla l'ha salutata: “Grazie alla mia ragazza”.

Da notizia.virgilio.it il 30 luglio 2021. Lucilla Boari ha conquistato la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Si tratta della prima medaglia femminile nel tiro con l’arco. 24 anni, La 24enne mantovana di Rivalta sul Mincio ha superato all’ultimo scontro l’americana Mackenzie Brown. Per Lucilla Boari, oltre alla soddisfazione per la conquista della medaglia a Tokyo 2020, c’è la rivalsa per quanto accaduto ai Giochi Olimpici di Rio 2016. A 19 anni, Lucilla Boari finì quarta nella competizione a squadre, dove gareggiò al fianco di Claudia Mandia e Guendalina Sartori. Le Azzurre furono battute in semifinale dalla Russia con il risultato di 5-3. Un giornale, all’epoca, scelse questo titolo per illustrare la mancata medaglia: “Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico”. Ne conseguirono numerose polemiche. L’hashtag #jesuiscicciottelle diventò virale. Il ‘Corriere della Sera’ riporta le dichiarazioni di Lucilla Boari dell’epoca: “Il brutto è che tutti lo chiedono, che si ricorda più quello del fatto sportivo, un quarto posto che è stato il miglior risultato di sempre della squadra femminile di tiro con l’arco alle Olimpiadi”. Oggi, la stessa Lucilla Boari dice: “La dedica è per l’Italia e per le donne che sono le più forti. Domani spero di leggere un bel titolo di giornale”.

Da gazzetta.it il 30 luglio 2021. Arriva la medaglia azzurra nel tiro con l'arco. È la prima volta nell'individuale femminile. Lucilla Boari è di bronzo! L'azzurra comincia con un 9, ma divide i due punti del primo set con Brown. Nel secondo l’azzurra apre con due 10 che le permettono di prendersi la volée e allungare sul 3-1. La 24enne continua a tirare benissimo anche nel terzo set e scappa sul 5-1. Nel quarto sbaglia la seconda freccia, ma chiude con un 10 e conquista una storica medaglia. Fantastica Lucilla Boari! La 24enne diventa la prima italiana di sempre a conquistare la semifinale nel torneo olimpico individuale dell’arco. Boari, alla seconda Olimpiade, ha battuto 6-2 la cinese Wu e affronterà la russa Elena Osipova nella semifinale delle 9 italiane. Boari comincia con due 10 e si prende i due punti del primo set, poi mette due 10 nella seconda e terza freccia della prima volée e vola sul 4-0. Wu si prende di misura il terzo set, ma Boari torna sicura e conquista il match. Quando la vittoria di Boari è diventata ufficiale, dagli altoparlanti dello Yumenoshima Park e partito “Mille”, canzone di Fedez, Orietta Berti e Achille Lauro.

Mauro Nespoli vince l’argento nel tiro con l’arco. Giampiero Casoni il 31/07/2021 su Notizie.it. Mauro Nespoli vince l’argento nel tiro con l’arco: primo set in vantaggio, poi equilibro e tiri bellissimi fino al doppio 10 finale che premia il turco. Mauro Nespoli vince l’argento nel tiro con l’arco mentre il podio più alto va al turco Mete Gazoz ma l’arciere italiano si conferma un habituè del medagliere olimpico. La finale fra Nespoli e Gazoz è stata da manuale, avvincente e per certi versi unica. Perché? Innanzitutto perché il 33enne vogherese è partito in vantaggio per essere sconfitto solo al quinto set. Poi perché la concentrazione di Nespoli che pensava all’oro per paradosso ha acuito le capacità agonistiche del bravissimo ma più giovane e inesperto Gazoz. Nespoli è alla sua terza medaglia olimpica, c’è poco da essere delusi quindi. Per quanto riguarda gli step della finale l’Italia e Nespoli partono davvero in spolvero: Gazoz inizia con un 9, Nespoli centra l’obiettivo e infila il 10. A seguire 8 per Gazoz e 10 per Nespoli. Poi l’italiano ipoteca il set con un 9 nell’ultimo tentativo. Il secondo set inizia con un 9 per parte, ma poi arriva il primo 10 del turco, un 10 da applauso a dire il vero. Ma non è finita; Nespoli sente l’usta e risponde con un 10 altrettanto splendido. L’ultimo tiro è un 9 per Gazoz e Nespoli che chiudono quindi in parità. Il terzo set è di Gazoz. A quel punto la partita è in stallo, in assoluta parità. E con il set numero quattro parte la tensione e con essa arrivano i grandi tiri. Gazoz incalza e Nespoli cerca il 10, lo trova e si va di nuovo in pari. Il quinto set segna la flessione dell’italiano: a fronte di un 8 arriva una “doppietta” di Gazoz da applauso, un doppio tiro che per poco e non per il sole provoca lo svenimento dei pochi presenti: due dieci uno più bello dell’altro e Gazoz, che a 22 anni ne ha 11 meno del suo avversario di Voghera, ipoteca un oro bellissimo. Ed è un oro tanto bello che l’argento di Nespoli che lo ha contrastato fino alla fine è molto di più che un secondo scalino del podio: è la conferma di una straordinaria calsse che arriva da lontano, dal 2008. Lo è soprattutto a contare il fatto che gli scalini del podio Nespoli li conosce così bene. Il medagliere dell’Italia, che con l’arco aveva visto una straordinaria Lucilla Boari colorare la specialità di rosa per la prima volta, tocca dunque quota 23. Gli “Azzurri” hanno come obiettivo 35 medaglie ai Giochi, di cui però finora gli ori sono solo due. Nespoli aveva già vinto alle Olimpiadi: a squadre, a Londra 2012 vinse l’oro, quattro anni prima a Pechino ottenne invece l’argento.

Da gazzetta.it il 31 luglio 2021. È medaglia di bronzo, la prima nella storia della boxe femminile italiana alle Olimpiadi. L'avventura di Irma Testa a Tokyo, nel torneo dei pesi piuma (57 kg), si ferma alle semifinali ma entrerà comunque nel libro dei ricordi. Contro la campionessa mondiale, la filippina Nesthy Petecio, non c'è stato niente da fare. La 23enne campana era partita molto bene aggiudicandosi il primo round ma poi ha subito la rimonta dell'avversaria: 4-1 il risultato finale. Ora la Petecio aspetta la vincente dell'altra semifinale tra la britannica Artingstall e la giapponese Irie: il 3 agosto la finale per l'oro. "Questa medaglia ha un grande significato, è importante, ci sono anni di lavoro e sacrifici alle spalle". Ha detto la Testa dopo la semifinale. "Negli ultimi anni ho cercato di non sbagliare nulla, di non lasciare nulla al caso, e penso di averlo fatto. Non è bastato, magari serve qualche anno non lo so. Penso di avere fatto tutto quasi perfetto. Parigi? Mancano ancora tanti anni, adesso voglio gioire di questa medaglia, tornando a casa penseremo al futuro. Dedica? A tutti quelli che mi sono stato vicini, al mio maestro che sa davvero cosa abbiamo passato".

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 31 luglio 2021. Quadarella meraviglia. Super Simona è di bronzo negli 800, la gara che fu di Novella Calligaris e Alessia Filippi, romana sul podio a Pechino d’argento. La medaglia torna a Roma di bronzo in 8’18”35: Simona tocca dietro l’americana Katie Ledecky da 8’12”57 e l’australiana Ariarne Titmus da 8’13”83. Una grande reazione per l’allieva di Christian Minotti dopo i 1500 chiusi al quinto posto. Una gara giudiziosa e in progressione senza inseguire la Ledecky, senza vedere la Titmus. Simona ai 100 passa in 1’00”40, ai 200 in 2’02”86, ai 400 in 4’08”17, ai 700 in 7’’16”77. Deve lottare per difendere il bronzo dall’americana Grimes, che lascia giù in 8’19”38, la tedesca Kohler settima in 8’24”56. La Quadarella non ha avuto bisogno del record italiano di 8’14”99 per salire sul podio. Così Simona Quadarella è passata dalla delusione al secondo tentativo che le è valso la medaglia di bronzo: ci ha riprovato nella gara che le piace di più. Dai 1500 di cui è campionessa mondiale dal 2019 a questo terzo posto negli 800. Non era facile resettare e lasciarsi alle spalle un quinto posto nella gara al debutto olimpico in cui parti come donna da battere e ti ritrovi quinta. Sola con i rimpianti e le lacrime a dirotto incontenibile. Simona Quadarella è nata il 18 dicembre 1998 a Roma. Alta 170 cm per 63 kg, gareggia per l’Aniene ed è allenata da Christian Minotti. Fidanzata con Alessandro Fusco, ranista, vive ad Ottavia, zona a nord-ovest della capitale a ridosso del Grande raccordo anulare. Il padre Carlo fa il nuotatore master, la mamma Marzia la definì “Veleno” per come si trasforma in acqua. I Maneskin vanno pazzi per lei, una ragazza buona e allegra, ma anche determinata, molto determinata: “Sono testarda, mi piace vincere e riconfermarmi. Voglio riconfermare quello che faccio tutti gli anni. Anche mia madre mi ha sempre detto che quando sono in acqua sprizzo cattiveria”. Il nuoto è la passione più grande sin da bambina quando ammirava la sorella maggiore Erica e già voleva superarla in vasca. “Da piccola seguivo mia sorella Erica in tutte le sue gare di nuoto. Lei è stata un modello per me, non solo nello sport ma anche nella vita. Anche con il mio allenatore Christian Minotti c’è un rapporto particolare: lui è il mio coach ma anche il mio mentore”. Che l’ha portata a vincere tutto in quattro anni. Dopo una lunga serie di allori a livello giovanile (oro negli 800 metri alle Olimpiadi di Nanchino 2014, oro nei 1500 e argento negli 800 ai Mondiali di Singapore 2015), la romana è rapidamente esplosa anche tra le grandi.   È l’azzurra che ha vinto più titoli individuali (6, uno in più di Federica Pellegrini) e la prima in Europa a confermarsi due volte in tre gare. Nel suo palmares ci sono ai Mondiali un oro nei 1500 sl e un argento negli 800 a Gwangju 2019, un bronzo nei 1500 sl a Budapest 2017. Agli Europei è stata oro 400-800-1500 sl a Glasgow 2018 (prima azzurra della storia con tripletta individuale), oro 400-800-1500 e bronzo 4x200 a Budapest 2021. In vasca 25 metri: 1 argento mondiale, 2 ori e un bronzo europei. Detiene il record italiano degli 800 (8’14”99) e 1500 (15’40”89), e ha un personale nei 400 sl di 4’03”35. Record a parte, da oggi aggiunge alla sue infinite medaglie un bronzo olimpico negli 800 sl: bravissima. 

Simona è il dopo Fede. Quarta donna di sempre sul podio della vasca. Riccardo Signori l'1 Agosto 2021 su Il Giornale. Quadarella dopo Pellegrini, Filippi e Calligaris. 800 super per raccogliere l'eredità di Federica. Non era carino lasciare il dubbio alla Regina altrimenti detta Divina: ma che fate? Io me ne vado e voi vi dissolvete? Nemmeno il piacere di una erede? E Simona Quadarella non ci ha visto più: adesso vi faccio vedere. Poco più di otto minuti in vasca, ed è tornata con una splendida medaglia di bronzo fra le mani. Non è andata proprio così. Ma che il mondo donna del nuoto italiano lasciasse partire la Pellegrini senza nemmeno sventolarle davanti la bella faccia di una erede, questo non era carino davvero e neppure consolante. A Tokyo il nostro nuoto rosa ha divagato tra amori e amari risultati, tra sorrisi da piazzamento e lacrime da delusione, si è aggrappato ancora una volta ai Pellegrini day, ma tutto senza vedere una medaglia. Ci voleva il Veleno nella coda. E Simona, già riconosciuta vera erede di Federica, si è occupata della pratica per orgoglio suo e perché «Cercheremo di onorare il più possibile quello che ha fatto la Pellegrini». Veleno è il soprannome affibbiato da mamma Marzia quando era piccola: con quella grinta... E sapete come sono i bambini, assorbono e pensano: vabbè chiamami così. Però quando si diventa grandi, famosi e bravi e magari si sale sul podio olimpico, i nodi vengono al pettine. E Simona si è proprio tolta il problema dall'alto di quel gradino che fa storia sportiva: «Per favore non chiamatemi veleno, non mi piace». Meraviglioso atto di liberazione di una campionessa che ha cominciato in acqua a togliersi i pesi dallo stomaco. Non aveva digerito quel quinto posto nella gara sua, che sono i 1500 sl, perlomeno quella dove ha conquistato ori e allori tra mondiali ed europei. Anche negli 800: non a caso ai Giochi giovanili di Nanchino 2014, sempre terra d'oriente, aveva già vinto un oro sulla distanza. Ma nei 1500 aveva giocato tutta la speranza e forse la credibilità. C'era stato un problema: una gastroenterite da dimezzare le forze, oltre al rischio Covid subito per via di un passeggero del suo aereo. Ma Simona, 21 enne romana e tipo tosto, una vita vissuta a pane e acqua di piscina, non ci stava a finire così. Si è detta: «Se ci è riuscito Greg (Paltrinieri ndr.) con la mononucleosi, posso riuscirci io con la gastroenterite. Devo tornare a casa con il sorriso. Quindi mi sono detta: o prendi la medaglia, o prendi la medaglia». Federica sorridi, ecco l'erede: Quadarella ha grinta, determinazione, l'inossidabile forza di chi non molla mai. Ed, infatti, è scesa in vasca e per 8 minuti (8'1735 il tempo) si è messa alle calcagna delle due voraci superwomen di questi Giochi: la altalenante statunitense Katia Ledecky e la fantastica australiana Ariarne Titmus dette in ordine di arrivo. Simona si è sbarazzata dell'altra americana Katie Grimes e via col bronzo. Sudato, ricorda lei. «Dopo tanti anni di lavoro. Mi rende contenta e vale più di ogni altra cosa. Mi posso dare un 9». E qui s'intende quanto conti una Olimpiade anche psicologicamente. Quadarella, pur studiando all'università, in 4 anni ha costruito un pedigrèe da regina delle distanze lunghe, ori mondiali ed europei tra i 400 e i 1500 sl. Eppure un bronzo olimpico vale più di tutto. E Simona, ex Veleno, ci sta bene tra le tre uniche azzurre da podio in vasca: Novella Calligaris (1972), Fede Pellegrini (2004 e 2008), Alessia Filippi (2008). Novella (bronzo) e Alessia (argento) l'avevano preceduta sul podio degli 800. Ora tocca a lei. Forza Simona: come prima, più di prima. Non è una canzone dei Maneskin che ti adorano, ma un ritornello che funziona sempre. Riccardo Signori

Dagospia il 31 luglio 2021. LA MALEDIZIONE DELL’ORO OLIMPICO. È medaglia di bronzo per Nino Pizzolato nel sollevamento pesi, categoria -81 kg. L'azzurro ha tentato al terzo tentativo dello slancio di alzare 210 kg. Non è andata. Oro al cinese Lyu, argento al dominicano Bonnat, poi l'azzurro.

Da gazzetta.it il 31 luglio 2021. Mauro Nespoli è d’argento nella finale individuale dell'arco. A decidere è stata l’ultima manche di una tiratissima sfida con il turco Gazoz, che si è imposto 6-4. Nespoli si è presentato all’ultima manche sul 4-4, ma il turco ha piazzato due 10 e un 9, mentre l’azzurro due 8 e un 10. “Non è un oro perso ma un argento vinto” ha commentato Mauro Nespoli. “È solo l’inizio, Montano ha insegnato che si può andare ancora avanti tanto nella scherma, figuriamoci nel tiro con l’arco, non c’è limite. Guardo avanti fino al 2032”. E’ la terza medaglia olimpica per Nespoli, già d’oro a squadre a Londra 2012 e argento a squadre a Pechino 2008. È la medaglia numero 23 della spedizione azzurra, la seconda per l’arco dopo il bronzo conquistato ieri da Lucilla Boari. E’ la quarta individuale dell’arco azzurro italiano ai Giochi: prima di Nespoli erano riusciti nell’impresa Giancarlo Ferrari (bronzo a Montreal 1976 e a Mosca 1980) e Marco Galiazzo (oro ad Atene 2004). Gli azzurri hanno conquistato anche 4 medaglie a squadre (1 oro, 2 argenti e un bronzo).

LA FINALE   La giornata di Mauro Nespoli, alla prima medaglia olimpica individuale dopo l’oro a squadre di Londra 2012 e l’argento di Pechino 2008 - è arrivato al termine di una giornata perfetta. Agli ottavi ha eliminato 6-0 il brasiliano D’Almeida, poi un 6-4 sul tedesco Unruh e il 6-2 (29-27 28-30 28-27 29-28) in semifinale l’atleta di Taiwan Tang Chih in una gara sontuosa in cui ha messo a segno dieci 10 e dieci 9.

La maledizione dell'oro. Ma ci sono podi che valgono platino. Elia Pagnoni l'1 Agosto 2021 su Il Giornale. Alcuni piazzamenti sono "vittorie", come nel nuoto. Dal Cio bronzo anti-Covid a Rosetti. Cinque anni fa di questi tempi, ai Giochi di Rio, viaggiavamo con un fardello più leggero di medaglie (18 contro 24) ma potevamo esporre in vetrina il triplo di ori. L'Olimpiade è arrivata a metà strada e l'Italia si scopre regina dei bronzi (addirittura 14) insieme all'Australia. Insomma, se il medagliere si leggesse da destra a sinistra saremmo in testa: rispetto all'Olimpiade sudamericana miglioriamo decisamente la quantità (siamo già a sole 4 medaglie da quota 28, il bottino totale di Rio '16 e di Londra '12), ma facciamo un passo indietro nella qualità: 2 soli ori nelle prime 8 giornate di gare contro i 6 di cinque anni fa in Brasile. E buon per noi che sono andati oltre i pronostici Vito Dell'Aquila, ragazzo pugliese del taekwondo, e le splendide ragazze lombarde del canottaggio, Valentina Rodini e Federica Cesarini. Dunque, il piatto azzurro piange? Come sempre i conti si fanno alla fine, ma certo qualche aspettativa non si è tramutata in risultato e magari abbiamo registrato qualche sorpresa in meno rispetto alle nostre felici consuetudini. Sta di fatto che sport su cui di solito si punta a occhi chiusi (scherma e tiro per non fare nomi...) questa volta hanno fatto cilecca, almeno per ora. Sperando con ciò di portar bene agli ultimi azzurri ancora in gara in queste discipline. A Rio, per esempio, dopo 7 giorni avevamo già in bacheca gli ori della Bacosi e di Rossetti nel tiro a volo, oltre a quelli di Garozzo (fioretto), di Basile (judo), di Paltrinieri (nuoto) e di Campriani (tiro a segno). Questa volta Campriani fa il tecnico dei rifugiati, Rossetti e Basile sono usciti al primo turno, Garozzo e la Bacosi sono tornati sul podio, ma con l'argento al collo e comunque dobbiamo ringraziarli per l'impresa. Mentre l'immenso Greg ha nuotato i 1500 nella notte. Ma c'è un bilancio olimpico fatto col pallottoliere e c'è quello fatto pesando le medaglie, perché ai Giochi non luccica solo l'oro. I due argenti in vasca della splendida 4x100 stile libero e dell'immenso Gregorio Paltrinieri, come la prima medaglia nella farfalla di Burdisso, rapportati alla concorrenza del nuoto rispetto ad altri sport, possono valere tranquillamente certi titoli olimpici. Come il quarto posto pesantissimo delle ragazze della ginnastica ottenuto contro le corazzate di questo sport. Non si tratta di fare figli e figliastri, di catalogare sport di serie A e di serie B, ma chiunque può intuire che una medaglia nell'atletica, dove gareggiano 206 paesi, ha un peso specifico maggiore rispetto a discipline che magari esprimono più campioni olimpici non della stessa nazione, ma addirittura dello stesso paese, inteso come località. Ben vengano gli ori degli sport meno frequentati, perché il bello dell'Olimpiade è questo e ci sono nazioni che entrano o scalano il medagliere grazie a una sola disciplina, ma il ritorno a medaglie pesanti di sport di antica tradizione come il canottaggio (ieri è stato riconosciuto il bronzo anche allo sfortunato Rosetti, fermato dal Covid) e il sollevamento pesi, dà un contorno più marcato alla nostra spedizione. E mentre la Testa nel pugilato ci ha fatto superare quota 600 medaglie nella storia dei Giochi, dobbiamo ancora fare i conti con gli sport di squadra, che arriveranno alle medaglie dopo due settimane di fatiche (contrariamente ad altri tornei in cui sei già in zona podio dopo aver passato un solo turno) e magari vedranno arrivare fino in fondo i due volley, il Settebello e - perché no? - lo stesso Italbasket. Certo, ci siamo fatti illudere dall'arco di Nespoli, si sognava qualcosa dal ciclismo su strada, ma la pista promette bene, e poi aspettiamo la Ferrari nel corpo libero, l'eterna promessa Chamizo, qualche acuto ancora dal tatami. Occhio, però, perché a Rio il weekend di mezza Olimpiade ci regalò il fantastico bis di Campriani al poligono, che portò il totale a 7 ori, e se non vogliamo peggiorare il confronto... Elia Pagnoni

Giorgio Gandola per “la Verità” il 31 luglio 2021. «Mi aspetto di leggere un bel titolo sui giornali», annuncia ai cronisti Lucilla Boari da Mantova (24 anni) dopo aver infilzato il bronzo nel tiro con l'Arco individuale a Tokyo, perfetta nella sfida finale con la texana McKenzie Brown. Caratteristiche decisive: nervi d'acciaio e memoria di ferro, visto che le sue prime parole con la medaglia al collo riguardano un episodio di cinque anni fa ai Giochi di Rio, quando il quotidiano sportivo QS titolò «Le cicciottelle dell'arco» e scoppiò l'inferno. Atlete azzurre indignate, haters dei social scatenati e il direttore del giornale (che era in ferie) licenziato dall'editore per responsabilità oggettiva. Il cortocircuito fu generale, l'arciera medagliata che ascolta Fedez prima di tirare non lo ha ancora metabolizzato: «Ci spiegarono che non voleva essere dispregiativo ma non fu gradevole e passò il concetto opposto». Tutto questo suona lunare nel 2021, quando ciascuno di noi può vantare un vocabolario di insulti dai troll di Facebook e Twitter anche sulla ricetta della torta di mele. Ma Lucilla è sul podio, vive la giornata della vita e per prudenza va oltre: il titolo preferirebbe farlo lei. «Scrivete che ho fatto la storia, a scuola quella materia non mi è mai piaciuta anche se la insegnavano mamma e papà». Poi fa coming out dichiarando che la collega olandese Sanne de Laat «è la mia ragazza». Il suo bronzo entra nel medagliere italiano, corposo nei numeri (20 medaglie) ma paurosamente limitato nella qualità dei metalli (due soli ori). Il Coni di Giovanni Malagò si aggrappa all'arco, al pugilato femminile, al taekwondo, a nonno Aldo Montano perché il resto latita. E in attesa dell'impresa da eccitazione collettiva arriva il giorno dei rosiconi in cui nulla è Zen come dovrebbe essere. «Ne uccide più la lingua della spada»; il versetto della Bibbia è la metafora della scherma italiana, fin qui a livello solletico, in quella che rischia di diventare la spedizione più deludente degli ultimi 50 anni. Era da Monaco 1972 che i meravigliosi atleti in bianco non ci coprivano d'oro: nell'individuale la depressione è ufficiale e solo il fioretto a squadre domani, nell'ultimo giorno, può salvare la tradizione. Gli Stati Uniti sono fortissimi, Russia e Francia i soliti clienti velenosi ma Andrea Cassarà, Alessio Foconi, Daniele Garozzo (già argento nel singolo) e Giorgio Avola possono spazzare via le smorfie. Più difficile l'exploit per le sciabolatrici nel torneo di oggi, dove le russe sembrano inavvicinabili. Per ora il duello più feroce non è in pedana ma in tv, quando la pluricampionessa olimpica Elisa Di Francisca affonda il colpo contro il fioretto femminile da sempre forziere supremo (oltre a lei, Dorina Vaccaroni, Giovanna Trillini, Valentina Vezzali): «Il ct Andrea Cipressa non è all'altezza, lo dicono i risultati, serve una personalità più forte. A Londra con Stefano Cerioni prendemmo tre ori e cinque medaglie: sarebbe il più indicato a ricoprire quel ruolo». Seconda stoccata ad Arianna Errigo: «È fortissima sia fisicamente che tecnicamente, ma soffre le gare importanti. Doveva essere la punta di diamante, è mancata al momento decisivo». Due mazzate con altrettante appendici: Cerioni ebbe una liaison con lei ed Errigo è stata sua acerrima rivale. Negli studi Rai c'è anche Julio Velasco, ex guru del volley che dagli occhi di tigre è passato all'occhio di bue del politicamente corretto ad ogni costo. Replica indignato: «Queste parole sono disgustose per il momento e per i tempi, non si può parlare così di un allenatore e di una collega gratuitamente». Julio e le storie tese. Nel giorno dei rosiconi non si distingue solo la scherma. Nel ciclismo su strada accade anche di peggio: il commissario tecnico Davide Cassani paga in diretta lo zero delle gare su strada (in linea e a cronometro) e viene rispedito in Italia. La motivazione ufficiale è l'assenza del pass per continuare a vedere le prove su pista, in realtà si parla di ribaltone. È lo stesso presidente federale Cordiano Dagnoni a evocare la parola magica: «Discontinuità». La delusione di Vincenzo Nibali e il quinto posto a cronometro del fenomeno Filippo Ganna hanno fatto vacillare il sellino di Cassani, che non assisterà alle gare su pista dove proprio Ganna, la locomotiva di Verbania, potrebbe mietere trionfi. Per non parlare del tennis. Erano decenni che il movimento italiano non presentava giocatori così vincenti, ma Matteo Berrettini e Jannik Sinner hanno dato forfait e gli altri stanno facendo le valigie. In buona compagnia perché ha salutato anche Nole Djokovic (eliminato da Alexander Zverev), ma questo non consola. Camilla Giorgi a casa, come Fabio Fognini. Spedizione fallimentare, anche qui la tribù dei Musi lunghi imperversa. Come fra i giornalisti americani, che hanno protestato perché alcuni atleti no-vax si rifiutano di mettersi le mascherine in conferenza stampa. Sono un centinaio su 613, il più noto è il nuotatore Michael Andrew, top nella velocità. Punta a tre medaglie e spiega: «Non voglio immettere nel mio corpo sostanze che potrebbero provocare reazioni negative». Se vince si prevedono imbarazzi. 

Giampiero Mughini per Dagospia il 31 luglio 2021. Caro Dago, se non fosse che la mancanza di sonno fa di me un rudere certo che domattina più o meno alle tre metterei la sveglia pur di seguire in diretta la gara sui 1500 stile libero del nostro Greg Paltrinieri, entrato in finale con il quarto tempo. Di tutti gli atleti e atlete azzurri che si sono finora comportati valorosamente a Tokio, a mio avviso “Greg” è stato il più strepitoso. Nelle batterie di qualificazione degli 800 metri stile libero era andato di merda, lui che si presentava con il titolo di campione del mondo. Aveva nuotato male e disperatamente per non affondare, da quanto non gli riusciva nulla della sua nuotata felice e guizzante, Era entrato in finale per il rotto della cuffia, settimo di otto finalisti. Gli era perciò toccata la corsia la più lontana, una corsia nella quale lui non credo avesse nuotato mai in vita mia. Tale è stato il suo rango fin dagli esordi nel nuoto internazionale, che a lui toccava sempre la corsia 4 o la 5 cinque, le corsie dalle quali vedi bene dove sono e che stanno facendo i tuoi avversari. Dalla corsia 8 non vedi niente o quasi. Ebbene da quella corsia si è tuffato ed è parto al modo di “un pazzo” come ha scritto Massimo Gramellini, uno che decenni fa aveva esordito da giornalista sportivo. Un pazzo che si era avventato a scapicollarsi per 16 vasche dopo che il giorno prima era arrivato al traguardo più morto che vivo. Per almeno 15 di quelle vasche “Greg” è rimasto primissimo e sebbene avesse alle costole due mostruosi avversari, un americano e un ucraino. Negli ultimi 20 venti metri i due gli si avvicinano ancora, è una lotta a guadagnare o perdere dei centimetri, per un attimo “Greg” è terzo per poi arrivare secondo dietro il ventunenne americano Finke. Da brividi. Com’è sempre dello sport, la più bella e la più leale delle contese tra gli umani. Da quando sono cominciate le Olimpiadi, prendo i giornali e non riesco a leggere null’altro se non ciò che attiene alle Olimpiadi (le pagine relative al destino di Roberto Calasso fanno eccezione). Non c’è scena teatrale o commedia umana che regga il paragone quanto a situazioni, personaggi, drammi, vittorie e sconfitte, insomma tutto il repertorio dello stare al mondo. Sì o no, devi andare a prendere le opere complete di William Shakespeare per trovarci qualcosa che stia al paro con il dramma dell’americanina Simone Biles alta un metro e 51 tutti ferro e molle umane, la più grande ginnasta di tutti i tempi, che s’è ritratta da alcune finali perché la tensione dell’appuntamento olimpico le ha fatto perdere “il controllo del suo corpo”, quel corpo che fino a quel momento era stato perfetto nel farla volteggiare a tutti e quattro gli attrezzi del programma femminile. E che dire della nostra Federica Pellegrini che da vent’anni e passa ogni giorno va su e giù lungo una piscina, sola, solissima, metro dopo metro in lotta con sé stessa, e lo ha fatto per cinque olimpiadi successive. E poi c’è che in occasione delle Olimpiadi, in televisione vanno indietro a raccontarci personaggi e sfide del passato. A un certo punto mi ritrovo a guardare una terrificante sfida di una ventina d’anni fa tra un sollevatore di pesi turco e uno greco. Ciascuno dei due porta su fin oltre i 180 chili. Ogni volta è una sfida terrorizzante, il volto che si contrae fino allo spasimo, il collo che si tende nello sforzo inaudito, le gambe che devono tenere botta sotto quel peso sovrumano. Il turco porta su 187 chili se non sbaglio, e a questo punto è primo. Il greco cerca di sopravanzarlo con un’alzata di 190 chili. Non ce la fa, è secondo. Si avvicina al rivale e gli mormora “Oggi sei stato il migliore”. E il vincitore della medaglia d’oro che gli risponde “No, oggi noi due siamo stati i migliori”. Ebbene, quanto a intensità teatrale che ne dite di paragonare questo duetto a quello che succede fra i grillini italiani, Conte e compagnia cantante? Provate la stessa emozione nei due casi e rispettivi protagonisti? Tutta la mia vita è stata scandita dagli appuntamenti olimpionici. Nel 1964 avevo poco più di vent’anni e a casa nostra non potevamo permetterci un televisore. Ho bussato alla porta della nostra vicina di casa e le ho chiesto se la sera poteva ospitarmi un attimo perché c’era la finale del corpo libero maschile di ginnastica, quella dov’era favoritissimo il ginnasta italiano Franco Menichelli, uno che oggi ha la mia età. La signora mi accolse, mi sedetti in un cantuccio, aspettammo una mezz’oretta, finalmente Menichelli entrò in pedana. Fece tutto alla perfezione, ho detto alla perfezione. Medaglia d’oro al corpo libero. Tra parentesi tale è stato lo sviluppo della ginnastica agonistica che con l’esercizio del Menichelli 1964 oggi non vinceresti neppure una gara ragionale juniores. E poi la finale olimpionica dei 200 metri a Mosca, la finale di Mennea. Vado a vederla in casa dal mio amico fraterno e rivale al tennis tavolo, il libraio catanese Carmelo Volpe (che oggi non c’è più). Giochiamo un po’ di partite in attesa della finale. Accendiamo il televisore. Gli otto finalisti sono ai blocchi. Partono. All’uscita della curva il telecronista annuncia con voce straziata che Pietro è ultimo. Dirittura finale. Pietro risale, ne supera uno, due, tre, quattro. Ha ancora un inglese davanti, mancano pochissimi metri al traguardo. Lo supera un istante prima di squarciare col petto il filo del traguardo. Medaglia d’oro. Dio mio Pietro, Pietro, con quel suo volto da meridionale povero. Dio mio che emozione mentre ci sto pensando vent’anni dopo.  

Stefano Arcobelli per gazzetta.it l'1 agosto 2021. Una grandissima staffetta! Un bronzo storico per l'Italia della 4x100 mista, impeccabile dalla corsia numero 4. Thomas Ceccon a dorso in 52"52 è secondo, Nicolò Martinenghi idem dopo la frazione a rana in 58"11, Federico Burdisso difende il terzo posto a farfalla in 51"07 e Alessandro Miressi dopo la frazione a stile libero spara 47"47 per una medaglia stupenda, attesa da una vita dal nuoto azzurro. C'erano infatti solo due precedenti, ed entrambi a stile libero, di staffetta azzurra sul podio a cinque cerchi: quello della 4x200 ad Atene 2004 di bronzo, e quello della 4x100 sl d'argento qui a Tokyo, con Miressi e Ceccon protagonisti anche oggi nella mista. Una grande impresa nella gara vinta dagli Usa di Dressel col record mondiale in 3'26"79 sulla Gran Bretagna da record europeo in 3'27"51 e sui moschettieri azzurri in 3'29"17. Sotto il podio la Russia in 3'29"22.

Italia di bronzo nella staffetta mista maschile, altro flop dalla scherma: medaglia dalla vela. Redazione su Il Riformista l'1 Agosto 2021. La staffetta 4×100 misti di nuoto maschile regala all’Italia una nuova medaglia di Bronzo alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Il team azzurro composto da Thomas Ceccon, Nicolo Martinenghi, Federico Burdisso e Alessandro Miressi ha chiuso infatti in terza posizione dietro Gran Bretagna e gli inavvicinabili Stati Uniti, che hanno conquistato oro e nuovo record del mondo.  “Siamo al settimo cielo”: è la felicità di Thomas Ceccon, Nicolo Martinenghi, Federico Burdisso, Alessandro Miressi dopo la medaglia. Durante la prima intervista con RaiSport, gli azzurri hanno sventolato la bandiera tricolore. “Nel nostro gruppo c’è grande unione: sapevamo che le prime due (Usa e Gran Bretagna) erano irraggiungibili. L’oro? Ce lo prenderemo a Parigi 2024”. FLOP SCHERMA – Nell’ultima gara della scherma italiana alle Olimpiadi arriva invece l’ennesimo risultato negativo. Nei quarti di finale la squadra del fioretto maschile è stata subito eliminata dal Giappone per 45-44. In pedana c’erano Alessio Foconi, Daniele Garozzo e Giorgio Avola, con quest’ultimo che ha sostituito l’infortunato Andrea Cassarà. Paradossalmente sono stati i primi due a soffrire maggiormente i giapponesi, mentre la riserva del team è stato alla lunga il migliore con un saldo di +2 nelle stoccate. La scherma chiude quindi le Olimpiadi con 3 argenti e 2 bronzi, ma era dal 1980 che non vinceva almeno un oro. “Grandissima amarezza” confermata dal presidente del Coni Giovanni Malagò all’Ansa: “Ora ci vuole una profonda riflessione da parte della federazione, tra tre anni ci sono i Giochi di Parigi: da domani si deve lavorare per ricostruire un ambiente”.

MEDAGLIA SICURA DALLA VELA – Per Ruggero Tita e Caterina Banti nel Nacra 17 di vela sarà almeno medaglia d’argento. Risultato straordinario quello del duo azzurro nella specialità che vede in acqua un catamarano ad altissime prestazioni, che il Comitato olimpico internazionale ha voluto tra le nuove specialità miste per favorire la parità di genere.

PALTRINIERI QUARTO – Non riesce invece a ripetere il miracolo compiuto negli 800 stile libero Gregorio Paltrinieri, reduce come noto da una mononucleosi che lo ha fortemente debilitato e che gli ha impedito di preparare le Olimpiadi. ‘Greg’ ha chiuso quarto nei 1500 stile libero vinti dall’americano Bob Finke in 14’39”65, che così ha ripetuto l’exploit della finale degli 800. 

Fino ai mille metri Paltrinieri stava tenendo testa agli avversari, salvo poi calare non riuscendo più a tenere il ritmo del tedesco Florian Wellbrock, poi bronzo, e dell’ucraino Mykhailo Romanchuk.

“Oggi non ne avevo per stare con loro, ci ho provato in tutti i modi, è stato difficile. Ho provato anche a riprenderli a un certo punto, dopo che avevo capito che la gara stava prendendo una brutta piega, perché io ero al massimo dall’inizio. Complimenti a loro, se la sono proprio meritata oggi”, ha detto nell’intervista dopo gara.

Da gazzetta.it il 3 agosto 2021.  L’Italia conquista il 5° oro di questa Olimpiade grazie a Ruggero Tita e Caterina Banti, che hanno dominato nella classe velica Nacra 17. È il primo oro misto per l’Italia. E anche una lunga attesa di 4.731 giorni dall’ultima medaglia velica azzurra. Con il sesto posto nella Medal Race dei Nacra 17 è medaglia d'oro per Ruggero Tita e Caterina Banti! Arrivo della gara finale: prima Argentina, seconda la Danimarca, terzi gli Usa, quarta la Francia, quinta la Gran Bretagna. Sesti gli azzurri, e tanto bastava!

Tokyo 2020, chi sono Tita e Banti, la prima coppia "mista" italiana a vincere una medaglia d'oro. Francesco Cofano su La Repubblica il 03 agosto 2021. Ventuno anni dopo l'oro di Alessandra Sensini a Sydney 2000, gli azzurri della vela salgono sul gradino più alto del podio in un'Olimpiade. Merito della coppia Ruggero Tita – Caterina Banti, che ha dominato nella classe Nacra 17, quella dei velocissimi catamarani. Tita ha 29 anni, è trentino e ha cominciato a praticare sport sciando. Banti ha 5 anni in più, è romana e prima di salire su un catamarano ha praticato la scherma, l'equitazione e la ginnastica ritmica. Entrambi sono laureati: lui è un ingegnere, lei ha ottenuto il massimo dei voti in Lingue Orientali.

Lo show di Tita e Banti. Italia, il primo oro misto arriva nella Formula vela. Antonio Vettese il 4 Agosto 2021 su Il Giornale.  Insieme da dopo Rio: Ruggero è stato a bordo di Luna Rossa, Caterina è esperta di islam. Splendidi. Ruggero Tita e Caterina Banti hanno dominato la flotta del Nacra 17 foiling (in pratica la F1 della vela) nelle regate di Enoshima. L'oro al collo di un azzurro non si vedeva dal 2000, quello di Alessandra Sensini con la tavola Mistral. Nel 2008 a Pechino erano arrivati un argento sempre con Alessandra e un bronzo in Laser con Diego Romero. Sono anche il primo equipaggio misto italiano a vincere una medaglia olimpica, un passo nella storia. Ruggi e Cate sono insieme da dopo Rio, dove Tita ha partecipato con il veloce 49er, altra barca spettacolare. E hanno conteso fino alla fine il posto in squadra a un altro equipaggio molto forte, quello di Vittorio Bissaro e Maelle Frascari. Scegliere chi portare per i tecnici federali non è stato facile. Tra i tecnici da segnalare Gabriele Ganga Bruni, per essere chiari il fratello di Checco che ci ha fatto sognare da Auckland e che ha allenato il Nacra 17 forte di una ampia esperienza nella vela in tutte le classi anche non olimpiche e questo apporto potrebbe essere la chiave del successo. Tita è nato nel 1992 a Rovereto, quel posto così vicino al Lago di Garda per cui è impossibile scappare alla passione della vela, è laureato ingegnere informatico, che lo aiuta nella ricerca del dettaglio e lo ha aiutato nel simulatore che ha provato con Luna Rossa su cui è stato a bordo a Cagliari e su cui, è prevedibile, tornerà molto presto ma dice: «Non voglio perdere la possibilità di tornare alle Olimpiadi a Parigi. Adesso non vedo l'ora di rivedere quello che è successo, purtroppo queste Olimpiadi ristrette con il Covid sembravano un poco una regata zonale. Le voglio rivivere con calma, vedere cosa abbiamo fatto. Salire sul podio è stata la parte facile, il difficile è arrivarci». In barca ha cominciato con i pantaloni corti: a tredici anni era già campione italiano Optimist e subito dopo si è dedicato alle classi veloci: il 29er, il 49er. In coppia con la Banti nel Nacra 17 un ruolino di marcia impressionante: subito terzi nel campionato italiano, nel 2018 e 2019 campioni europei e un argento e un bronzo ai mondiali. Caterina Banti è una ragazza con qualche anno in più: nata nel 1987 a Roma nel quartiere Flaminio, si sono piaciuti subito (sportivamente) e la loro unione nasce dalla dissoluzione di due equipaggi precedenti. Cate laureata in studi islamici, ha fatto danza classica, ha navigato sul lago di Bracciano, dice: «Certo che c'è ancora Parigi davanti a noi che scherziamo, ci vogliamo arrivare? Gabriele Bruni è stato davvero una guida per noi, ha fatto squadra e ci ha messo nelle migliori condizioni, ha scelto campi di allenamento con un vento davvero simile a quello di Tokyo». Ruggero e Caterina con il loro Nacra 17 hanno regatato dimostrando una solidità totale, in testa alla classifica per tutte le regate dei giochi, con 4 primi di giornata e scendendo raramente sotto il terzo posto. Hanno espresso un boat handling, ovvero una conduzione della barca superiore in ogni condizione, esprimendosi anche nel difficile doppio trapezio con ventone che è di pochi campioni. Di sicuro Ruggi e Cate hanno la stoffa, la preparazione, la velocità che altri non avevano, ma Ganga ha saputo estrarre il meglio e lavorare con loro perché tutto il loro potenziale fosse in acqua al momento giusto. Non si sono fatti indurre in tentazione, per esempio, nella Medal Race dove hanno chiuso sesti, una posizione dietro gli amici inglesi John Gimson e Anna Burnett che partivano con quattro punti di svantaggio e che giocavano, loro si, il tutto per tutto. La vittoria della Medal Nacra 17 è andata al magico Santiago Lange, oro di Rio che a settembre compie sessant'anni, con Cecilia Carranza Caroli: un bel modo di chiudere la carriera con gioia. Antonio Vettese

Gianluca Cordella per "Il Messaggero" il 4 agosto 2021. L'Italia completa la tetralogia degli elementi. Dopo l'oro della Terra di Vito Dell'Aquila e quello dell'Acqua di Valentina Rodini e Federica Cesarini. Dopo il doppio oro del Fuoco (sacro) di Marcell Jacobs e Gimbo Tamberi. Ecco quello dell'Aria, del vento. Lo regalano al medagliere Ruggero Tita e Caterina Banti. È il podio numero 29 che fa volare l'Italia oltre il risultato di Rio e la proietta verso il record assoluto dei 36 podi di Los Angeles 1932 e Roma 1960. L'impresa dei due azzurri era maturata nella settimana precedente, ieri è stata solo certificata con una medal race che è stata un capolavoro di astuzia. E che riporta la nostra vela sul podio olimpico 13 anni dopo le due medaglie di Alessandra Sensini e Diego Romero a Pechino. Se poi invece vogliamo rintracciare un altro oro è necessario scivolare fino a Syndey 2000, ancora con la Sensini nel Mistral. Ma questo oro è anche un inedito assoluto per lo sport italiano: è infatti il primo titolo olimpico azzurro con una formazione mista. Le medaglie al collo se le sono messe l'un l'altra, ma gliele ha portate sul vassoio il presidente del Coni Giovanni Malagò. «In epoche non sospette avevo chiesto al Cio di effettuare questa premiazione. Avevo visto lungo», racconta nella baia di Enoshima il numero uno dello sport italiano. Ed effettivamente questo trionfo è una sorpresa solo per chi non mastica di vela. Nella loro specialità, il Nacra 17, Tita e Banti sono dei fuoriclasse di livello assoluto. Lo sanno bene al Circolo Aniene, che con l'aiuto della Webuild sostiene Caterina. «Un grande lavoro di squadra che dà lustro all'Italia», il commento dell'ad Pietro Salini. E insomma, nei cinque anni passati a bordo dello stesso catamarano il sodalizio nasce nel 2016 dopo un incontro casuale a Formia vincono tre titoli europei e uno mondiale (oltre a un bronzo). Trentino di Rovereto lui, atleta delle Fiamme Gialle. Romana e romanista lei, tesserata per l'Aniene. Entrambi partiti da altri sport. Per Ruggero c'è lo sci, per Caterina un po' di tutto: equitazione, scherma, ginnastica ritmica. Ma quando lui inizia ad abbracciare il mare, Caterina è ancora focalizzata su altro: diventa capo scout, sposa gli studi orientali. La sua, di passione per la vela, cresce piano piano. Inizia a fare le prime regate, ma c'è sempre quella sensazione che sia più un hobby che altro. Tant'è che ad Anguillara le sue competenze le usa per dare lezioni ai bambini. Ma c'è una svolta precisa, nel 2013: è il momento in cui per la prima volta Caterina si cimenta con la categoria Nacra 17. I catamarani volanti progenitori dei missili che abbiamo visto sfidarsi nell'ultima America's Cup tra Luna Rossa e New Zealand sono un colpo di fulmine. Quando poi c'è quell'incontro a Formia beh, il resto è già noto. L'Olimpiade di Ruggero e Caterina è stata perfetta. Nelle 12 regate di qualificazione hanno collezionato quattro vittorie e quattro secondi posti. Avversari schiantati al punto di essere arrivati alla Medal Race già sicuri di chiudere primi o secondi. A spostare gli equilibri poteva essere solo la Gran Bretagna che, però, per il trionfo avrebbe dovuto piazzare almeno quattro barche tra sé e gli azzurri. Che giocano di furbizia. Inutile cercare la vittoria, basta tenere d'occhio i britannici. E così è stato: marcatura stretta tipo Chiellini su Kane tanto per restare sulle sfide recenti tra Italia e Inghilterra e oro di strategia con un 6° posto subito alle spalle dei rivali. Chiamatelo catenaccio, ma lo sport azzurro ci ha costruito su un impero.

Giacomo Rossetti per "Il Messaggero" il 4 agosto 2021. Viene da Roma, ha amato il Nordafrica dove ha vissuto, e gira il globo sfrecciando su un catamarano che pare una navicella spaziale, a fianco di un compagno con cui non serve parlare per farsi capire. In due parole: Caterina Banti.

Ventuno anni dall'ultimo oro olimpico nella vela: cosa faceva nel settembre del 2000?

«Avevo tredici anni ed ero una scout». 

Sembra sempre molto controllata, quasi come se questa medaglia fosse scontata.

«A esser sincera, non dormiamo da una settimana... Devo ancora realizzare che abbiamo vinto. Non pensavamo all'alloro olimpico, ma solo a navigare al meglio in ogni singola prova. A quel punto la medaglia è arrivata davvero».

Lei e Tita avete vinto il primo oro italiano misto. Di cosa è fatta la vostra alchimia?

«Entrambi siamo persone con un obiettivo comune. E i successi arrivano soltanto se sia lui che io diamo il trecento per cento». 

Caratterialmente siete simili?

«Ci completiamo bene: dove non arriva lui arrivo io, dove ho difficoltà io non ce l'ha lui. Siamo entrambi molto impulsivi, non c'è uno più freddo e uno più caldo. Quando serve ci tranquillizziamo a vicenda».

Dal 2016 a oggi avete navigato tantissimo insieme.

«E' difficile raccontarlo in poche parole. Sono stati cinque anni in cui abbiamo dedicato le nostre vite alla vela, e intendo dedicato a 360 gradi: non solo in acqua, ma anche a casa, in palestra... Passiamo insieme venti giorni al mese, ci vediamo più tra noi che con i nostri rispettivi fidanzati».

Da cosa è derivata la voglia di studiare lingue orientali?

«Ho cominciato a studiare arabo quando avevo diciassette anni. Poi terminato il liceo, mi sono trasferita in Tunisia: lì per un anno intero ho studiato la lingua».

Quando sei tornata in Italia aveva le idee chiare.

«Ho scelto quella facoltà anche per seguire le orme di mio papà, che è professore universitario di linguistica e glottologia di lingue del Corno d'Africa». 

Laurea triennale alla Sapienza, laurea magistrale all'Orientale di Napoli: la carriera accademica sarebbe stata il naturale proseguimento?

«Mi avevano anche proposto un dottorato, ma ho rifiutato: nella testa avevo solo la campagna olimpica. Ma sono studi che posso sempre far fruttare, in Tunisia ho lasciato un pezzo di cuore». 

Scherma, danza classica, equitazione: i suoi primi sport erano molto lontani da quello attuale.

«Io ho sempre voluto fare uno sport a livello agonistico: ne ho praticati tanti, poi mi sono innamorata della vela. Il merito è di mio fratello e del mio primo allenatore, Matteo Nicolucci. Lui è stato il primo a credere in me e a spingermi verso il sogno a cinque cerchi». 

Come si dice medaglia d'oro in arabo?

«Ah non lo so, è una vita che non lo tocco più (ride, ndr)». 

Lo sport manda ko i pregiudizi: parità di genere sul podio. Tony Damascelli il 4 Agosto 2021 su Il Giornale. Banti e Tita. Detti e scritti così sembrano personaggi dei cartoon giapponesi. Ma trattasi di roba vera, nostrana, doratissima. Banti e Tita. Detti e scritti così sembrano personaggi dei cartoon giapponesi. Ma trattasi di roba vera, nostrana, doratissima. La professoressa in studi orientali, Caterina Banti e l'ingegnere informatico Ruggero Tita, hanno vinto la medaglia d'oro nella Vela, categoria Nacra 17 nella quale si va in acqua su piccoli catamarani. Erano anni tredici dall'ultimo trionfo azzurro alle Olimpiadi ma questo non fa soltanto cronaca, diventa storia perché trattasi di un podio per due, gara mista, mai registrato prima per noi in questa disciplina. Ormai i Giochi ci stanno abituando alla doppia medaglia e sopratutto a una parità di genere che ribadisce lo spirito olimpico e mette sullo stesso livello i risultati delle ragazze e quello dei ragazzi. Esistono specialità diverse e distinte ma ormai la preparazione scientifica sta chiudendo la forbice tra donne e uomini, saltando pregiudizi che si trascinano non soltanto nello sport. Quella dei due azzurri d'oro non è una storia di amori ma di passione, il loro è il tempo delle vele e non delle mele, non sono fidanzati se questo volevate sapere, a prescindere dal fatto che la professoressa sia nata a Roma e l'ingegnere a Rovereto. I due fanno coppia sul catamarano e l'unione ha portato a grandi risultati prima di Tokyo: un titolo mondiale nel 2018, due titoli europei e vittoria alla World Cup Finals. Banti e Tita aprono la strada al doppio misto che sembrava riservato al tennis o al pattinaggio artistico ma che in questi giorni ha offerto la sorpresa della coppia Amos Mosaner e Stefania Costantini che si è qualificata curling doppio misto per i Giochi invernali di Pechino 2022 (sulla neve abbiamo già vinto il bronzo olimpico con la staffetta mista nel biathlon nel 2018). C'è sempre una disciplina che non fa distinzione e mette in gara donne e uomini, l'equitazione nel dressage e nel salto ostacoli mentre in passato la F1 aveva registrato Lella Lombardi, unica pilota a punti e nel motociclismo la spagnola Ana Carasco prima donna a vincere un mondiale di velocità. Non si finisce mai di imparare. Tony Damascelli

Tokyo: Malagò "La scherma? ambiente da ricostruire". (ANSA 1 agosto 2021) - "Premesso che lo sport italiano e il Coni devono essere eternamente grati alla scherma, i risultati a Tokyo sono stati profondamente deludenti: ci aspettavamo ben altro". Parlando con l'ANSA Giovanni Malagò, presidente del Coni, confida la sua "grandissima amarezza" per il rendimento di uno sport che ha concluso oggi con l'eliminazione ai 'quarti' della squadra di fioretto il suo programma. "Ora ci vuole - aggiunge - una profonda riflessione da parte della federazione, tra tre anni ci sono i Giochi di Parigi: da domani si deve lavorare per ricostruire un ambiente".

Tokyo: l'incubo dei fiorettisti, "il mondo ormai ci ha presi".  (ANSA 1 agosto 2021) - "Il livello è altissimo: da queste Olimpidi e' evidente, ormai il mondo ci ha presi". Così, ai microfoni di Raisport Giorgia Avola ha cercato di spiegare la clamorosa eliminazione della squadra del fioretto maschile nei quarti di finale contro il Giappone. "Per me - ha aggiunto - è stato un incubo. Non pensavo di chiudere in questa maniera". La gara del fioretto a squadre era l'ultima della scherma, e l'Italia chiude senza ori. "Dovremo fare un'analisi per capire cosa e' successo", ha ammesso Alessio Foconi

Tokyo: disastro scherma, subito fuori Italia fioretto uomini. (ANSA 1 agosto 2021) - Un altro, clamoroso disastro della scherma italiana nell'ultima gara delle Olimpiadi di Tokyo 2020: la squadra del fioretto maschile è stata subito eliminata. Nei quarti di finale, gli azzurri (Alessio Foconi, Daniele Garozzo e Giorgio Avola che ha sostituito l'infortunato Andrea Cassarà) sono stati sconfitti dal Giappone per 45-44.

Da gazzetta.it l'1 agosto 2021. Amarezza per i risultati, dispiacere per quello che non è stato - il fioretto chiude con un argento di Daniele Garozzo e un quarto posto di Alice Volpi nell’individuale, più il bronzo delle fiorettiste -, tristezza per le parole della ex atleta, Elisa Di Francisca. Sui social Andrea Cipressa, il c.t. del fioretto, risposte alle frasi della ex azzurra olimpionica a Londra e poi d’argento a Rio. “Chi vince festeggia e chi perde impara - scrive Cipressa, c.t. del fioretto dal gennaio 2013 -. Non ho alcuna voglia di censurare le critiche che mi vengono mosse, purché esse siano costruttive e non si limitino a una violenza verbale inaudita e insulti pesanti e gratuiti che scaturiscono da odi, antipatie personali e faide di fazioni opposte. Sono pronto al confronto e a un mea culpa se necessario ma non accetto voltafaccia disgustosi da chi, fino a poco tempo fa, mi osannava con messaggi di stima, apprezzamento e affetto”. Il riferimento chiaro è “alla ex fiorettista jesina che, dall’alto del suo ruolo di opinionista sputa veleno nel piatto in cui ha mangiato sminuendo pure il valore di atlete che, se pure non quello sperato, hanno ottenuto un risultato olimpico degno di rispetto, non è assolutamente velato, anzi”. Cipressa ringrazia Velasco, che aveva bollato come disgustose le frasi della Di Francisca che nei giorni scorsi aveva aspramente criticato Cipressa per le scelte e la ex compagna di squadra Arianna Errigo, evocando un cambio di guida tecnica. “Ringrazio Velasco per aver espresso in maniera chiara ed esplicita un pensiero che molti, fortunatamente, condividono - chiude Cipressa -. Non cerco giustificazioni a vittorie o sconfitte dalle une e dalle altre si impara e si costruisce”.

Francesco Ceniti per gazzetta.it l'1 agosto 2021. Un salto all’indietro di 41 anni. La scherma italiana chiude l’Olimpiade con il flop del fioretto maschile (battuto nei quarti 45-43 dal Giappone). E il bilancio finisce in rosso, nonostante le 5 medaglie portate a casa. Pesa, parecchio, la mancanza di un oro che avrebbe cambiato il giudizio. Perché il numero dei podi è persino migliore di quello di Rio (5 a 4), ma la notizia è l’assenza di un atleta azzurro sul gradino più alto. Per trovare la stessa situazione in un’altra edizione dei Giochi, bisogna salire a bordo della DeLorean, la macchina del tempo usata da Micheal J. Fox in “Ritorno al futuro”, e farsi trasportare a Mosca 1980. Lì l’Italia raccolse un solo argento (squadra a sciabola), ma era un mondo diverso: solo 8 armi in pedana, niente spada e sciabola femminile. Mentre in Giappone l’Italia aveva fatto il pienone, avendo rappresentanti in ogni arma, squadre comprese. Insomma, non bastano a salvare la spedizione (giudizio negativo) i secondi posti di Daniele Garozzo (fioretto), Gigi Samele (sciabola), la sciabola a squadre con l’emozione per la medaglia conquistata da Aldo Montano; più i bronzi di fioretto e spada femminile. Non bastano e non placheranno le polemiche, soprattutto quello che ruotano intorno al fioretto: nel mirino il c.t. Andrea Cipressa per la gestione fallimentare di un ex Dream Team (quello che fu della Vezzali), finito stritolato da personalismi e blackout mentali. Con il duello infinito tra Arianna Errigo ed Elisa Di Francisca, ex amiche ora nemiche. In molti speravano nel riscatto del fioretto maschile, ma la giornata negativa di Alessio Foconi (numero 1 del ranking, uscito male anche nell’individuale) ha zavorrato la squadra che aveva assorbito bene l’uscita di scena dell’infortunato Andrea Cassarà (dopo solo due stoccate), ma la riserva Giorgio Avola è stato alla fine il migliore dei nostri. L’Italia ha condotto fino all’ultimo assalto per poi farsi rimontare, una costante vista già in altri assalti. Un motivo in più da approfondire. E alla fine del match, il presidente della Federscherma (Paolo Azzi) ha confermato quanto dichiarato nell’intervista uscita oggi sulla Gazzetta: “Bilancio non positivo, tornati a Roma faremo le valutazioni necessarie. Ma è chiaro che ci saranno dei cambiamenti. Sia tecnici e sia tra gli schermidori”.

Dagospia l'1 agosto 2021. Andarci vicino conta solo a bocce. Al momento l’Italia ha fatto una scorpacciata di argenti e bronzi ma ha conquistato due ori. Maledizione, sfortuna o c’è qualcosa da rivedere nello sport italiano alla luce dei risultati di quella che è la spedizione più numerosa di sempre? La scherma, storico bancomat di medaglie olimpiche, è in crisi. È vero che ha portato 5 medaglie (una in più di Rio) ma dopo 41 anni si torna a casa con "zero tituli" e troppi veleni. I gloriosi tempi della cannibale Valentina Vezzali, che alle avversarie lasciava solo le briciole, sono lontani. E con l’addio di Montano, perdiamo un’altra certezza. La ex con il dente avvelenato Elisa Di Francisca ha infilzato il ct Cipressa dopo la rimonta in semifinale subita dall’Italia femminile di fioretto e la collega Arianna Errigo: “Forse l'ultimo assalto in semifinale avrebbe dovuto farlo Alice Volpi. Arianna soffre le gare importanti, soprattutto le Olimpiadi”. Manchiamo nel momento decisivo? Ci accontentiamo? O semplicemente gli altri sono più bravi? L’importante è salire sul podio, sostengono i cultori del piazzamento. Un bronzo vale come un oro? Suvvia, non scherziamo. Anche il barone De Coubertin si farebbe una sonora risata. Per non parlare del presidente del Coni Malagò che aveva fissato l’asticella: fare meglio di Rio che tradotto in soldoni significa conquistare più di 28 medaglie e più di 8 ori. Se il primo obiettivo appare alla portata, il secondo sembra pura utopia. La cartina di tornasole di quest’Olimpiade finora in chiaroscuro per l’Italia arriva dal nuoto. Dalle sfide in piscina torniamo con 6 medaglie. Certamente siamo nel mezzo di un cambio generazionale dopo l’addio della Pellegrini, di sicuro la mononucleosi ha azzoppato il nostro “squalo” “Greg-oro” Paltrinieri, ma l’acuto è mancato. A vedere il numero di record italiani (8) e primati personali (13) il futuro in vasca sembra sorriderci. Ma il presente dice che dell’oro a Tokyo non c’è traccia. Altro giro, altra corsa. È l’anno zero del ciclismo su strada, travolto dal caso Cassani. Il ct, alla guida dell’Italbici, è già tornato in Italia. L’ultima vittoria olimpica risale ad Atene 2004, con Bettini, nei Grandi Giri siamo spariti e ai mondiali abbiamo centrato solo un secondo posto negli ultimi dieci anni. Il quinto posto di Ganna nella prova a cronometro ha aperto il vaso di Pandora di un movimento in crisi tecnica e alla disperata ricerca di campioni per le corse a tappe e per le gare di un giorno. Se non fosse stato per l’argento di Diana Bacosi nello skeet, invece, parleremmo della "Caporetto" del tiro. Dopo aver mancato la finale nell'individuale della fossa olimpica Jessica Rossi delude pure nella prova mista disputata in coppia con l'ex marito De Filippis. La portabandiera olimpica ha sentito il peso della responsabilità: “Non sono stata in grado di gestirla. Ho accusato anche la stanchezza della prova individuale e per questi motivi sono arrivata poco serena alla mista”. Già, la pressione. Altra variabile che nello sport d’alta prestazione va “allenata” e che scava spesso la differenza tra un oro e un piazzato. Infine, quanto sono stati penalizzati gli atleti dai ripetuti assalti al Coni e alla autonomia dello sport di questi anni? Diversi Paesi che ci precedono nel medagliere hanno governi che hanno investito nello sport e nell’educazione motoria mentre da noi la riforma Spadafora ha provocato l’intervento del Cio. Senza contare la mancata definizione di ruoli e competenze tra Coni e "Sport e Salute" (che ha portato via la cassaforte dello sport a Malagò). Il diavolo si nasconde nei dettagli, e nulla va lasciato al caso nella preparazione olimpica. Altrimenti il rischio per le tante promesse dello sport italiano è che il grande avvenire resti sempre dietro le spalle. Le parole di Andrew Howe, in questo senso, andrebbero meditate a lungo: “Sono qua a casa a guardare le Olimpiadi, e mi sono reso conto che sono stato troppo sopravvalutato – ha scritto in un post su Instagram - Gli atleti forti partecipano e prendono le medaglie alle Olimpiadi. Io al massimo ho fatto solo due partecipazioni, una a 19 anni (ad Atene, sui 200 metri) e un’altra che è meglio non parlarne (a Pechino, fuori nel lungo). Dopo tanti sacrifici mi ritrovo a fine carriera con un pugno di mosche in mano (colpa mia). Il prossimo sarà il mio ultimo anno nell’atletica, lo farò da atleta mediocre…” 

Flavio Vanetti per il "Corriere della Sera" il 2 agosto 2021. È il controcanto, inatteso e spiacevole, nella giornata della raccolta dell'oro: la scherma è rimasta senza titoli olimpici per la prima volta da Mosca 1980. Tanto tuonò, che piovve. E che volarono gli stracci. L'eliminazione dei fiorettisti nei quarti a opera del Giappone - avversario da tempo indigesto che dopo essere stato sotto per 8 match su 9 s' è preso l'ultimo, chiudendo sul 45-43 e infilzando Daniele Garozzo, campione olimpico 2016 e vicecampione qui a Tokyo -, consegna le nostre lame, di solito eccellenti, a un bilancio sì di quantità (cinque medaglie: solo la Russia, numericamente, ha fatto meglio) ma privo di quella qualità che solo l'oro dona. Quindi la fotografia di Tokyo 2020 non può non legarsi allo «zero» che torna dopo 41 anni. Quando la storia fa capolino in questi termini, non va bene. Lo pensa pure Giovanni Malagò: la tradizionale «miniera» olimpica italiana s' è impoverita e adesso il presidente del Coni parla di «un ambiente da ricostruire». Ne riparleremo. Prima viene il volo degli stracci, che coinvolge il c.t. del fioretto, Andrea Cipressa. Dopo il bronzo a squadre delle ex colleghe, Elisa Di Francisca l'ha attaccato giudicandolo «privo di personalità e inadeguato al ruolo». Per questo ha subìto il biasimo di un illustre commentatore: Julio Velasco. A Giochi per lui finiti, Cipressa ha deciso di dare una stoccata all'olimpionica: «Non mi nascondo mai dietro a un dito, ma mal digerisco la cattiveria gratuita e la maleducazione. Chi vince festeggia, chi perde impara: non censuro le critiche, purché siano costruttive e non si limitino a una violenza verbale inaudita e a insulti gratuiti che scaturiscono da odi, antipatie e faide di fazioni opposte. Sono pronto al confronto e a un "mea culpa", se necessario. Ma non accetto voltafaccia disgustosi da chi, fino a poco tempo fa, mi osannava con messaggi di stima e di affetto. Il riferimento è all'ex fiorettista jesina che, dall'alto del ruolo di opinionista, sputa veleno nel piatto in cui ha mangiato sminuendo pure il valore di atlete che hanno ottenuto un risultato di rispetto, pur senza essere quello sperato». Per Velasco, invece, c'è gratitudine: «Lo ringrazio per aver espresso in maniera chiara un pensiero che molti condividono. Si impara a costruire sia dalle vittorie sia dalle sconfitte. A volte, però, tacere è di una raffinatezza indiscussa. Se un uomo fa del suo meglio, che cosa si può volere di più? Chi gareggia per vincere sa che la sconfitta fa parte del gioco». È comprensibile la reazione di Cipressa, ma adesso è tempo di andare oltre l'emotività delle polemiche. Serve una fredda analisi complessiva, anche se sul fioretto, storica arma di traino e di medaglie, ne andrà fatta una specifica. Oltre a dare fiducia ai giovani, bisognerà valutare l'organizzazione del settore e la figura di Cipressa non può non rientrare nell'agenda delle discussioni, pur avendo l'attuale c.t. il diritto di elaborare un progetto per riproporsi. Elisa Di Francisca ha suggerito di riprendere Stefano Cerioni, uomo dei trionfi di Londra e poi efficace in Russia: è un'opzione da valutare. Ma c'è anche chi chiede di richiamare Andrea Magro, che ha vinto 16 medaglie (prima di lavorare a sua volta bene all'estero) e che, come si ricordava in una chat, «in 14 anni di mandato ha saputo far coesistere 4 prime-donne, facendole remare nella stessa direzione». Discutere senza preconcetti per crescere è un segnale di buon senso. Il nuovo presidente, Paolo Azzi, ribadisce la fiducia al modello Italia, impostato sui club, ma non esclude cambiamenti: «Nessun tecnico è inchiodato alla sedia». La nostra scherma deve avere il coraggio di fare un'analisi a tutto tondo perché il buco di ori dopo 41 anni non nasce solo dal fioretto. La «quantità» di Tokyo non è da disprezzare, ma nemmeno soddisfa. Se poi nel giudizio si inseriscono i flop e i quasi gol (tre quarti posti), potrebbe addirittura contenere dei messaggi di allarme. Decifrarli sarà prioritario. Nell'attesa, ecco il voto per le lame d'Italia: il 6 ci starebbe, ma diamo un 5, come le medaglie. Lo studente può applicarsi meglio e fare molto, molto di più.

Tokyo 2020, scherma azzurra tra flop e risse: ecco quali sono le vere ragioni del tracollo. Claudio Savelli su Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. Per un'Italia che vince ce n'è una che perde. Non solo le medaglie ma anche la faccia. È quella della scherma, che chiude con zero ori sia nell'individuale sia nelle squadre, visto il ko del fioretto maschile ai quarti contro il Giappone (45-43). Sono cinque le medaglie conquistate in pedana, una in più di Rio, ma l'assenza del metallo più prezioso rende la spedizione a Tokyo la peggiore degli ultimi 41 anni: a Mosca 1980, l'Italia raccolse solo un argento con la squadra di sciabola maschile, ma allora erano solo 8 le armi e nel femminile non erano previste spada e sciabola. Conta anche come si perde, e l'Italia della scherma ha perso male, andando quasi sempre in vantaggio e subendo le rimonte, soprattutto nelle due squadre di fioretto in semifinale (donne) e nei quarti (uomini). Vuol dire che manca personalità e serenità, più che tasso tecnico. Ne è prova la stoccata di Di Francisca, che ha rinunciato a Tokyo per la gravidanza, verso l'ex amica, Arianna Errigo e il ct del fioretto Andrea Cipressa, che ha risposto a tono definendo un «voltafaccia disgustoso» quello «di una persona che sputa veleno nel piatto in cui ha mangiato». Il problema è evidente: al contrario di quanto successo in quasi tutti gli altri sport, gli azzurri e le azzurre della scherma non hanno saputo fare squadra. Né quando hanno gareggiato come singoli, né quando sono saliti in pedana uniti. Capita quando il veleno corre nel sangue del movimento, e qui ce n'è in abbondanza: ribolle tra gli atleti mentre viene iniettato dai piani alti. Da lassù, il presidente del Coni, Giovanni Mala gò, accusa: «I risultati della scherma sono stati profondamente deludenti: ci aspettavamo ben altro» e ora «ci vuole una profonda riflessione nella Federazione». Ci sarà, come annuncia il nuovo presidente (dallo scorso febbraio) Paolo Azzi: «Le gerarchie si azzerano, l'assetto che si era definito non vale più, si riparte». Con un'idea di squadra, si spera. Perché come insegnano Tamberi e Jacobs, condividere un'amicizia è utile, per non dire fondamentale, anche negli sport individuali.

Roberto Balestracci per “Libero Quotidiano” l'1 agosto 2021. A volte il caldo dà alla testa, anche ai più grandi. Nel tennis spesso si assiste a sfuriate o nervosismi, ma vederli in un'Olimpiade, tempio dei valori dello sport, stranisce. Quella di Tokyo doveva essere l'edizione che avrebbe consegnato Djokovic all'Olimpo del Tennis con il serbo che aveva la medaglia d'oro e la possibilità di conquistare il Golden Slam (quattro tornei Slam più l'Olimpiade in un anno, ndr) a portata di mano. Il n° 1 al mondo è uscito però in semifinale non riuscendo nemmeno a portare a casa il bronzo, complice la sconfitta contro Carreno Busta. Non conta la sconfitta, che ci può stare, ma il nervosismo di Djokovic. Sul punto che è valso il vantaggio per lo spagnolo nel primo game del terzo set, il serbo ha perso la brocca scagliando la sua racchetta in mezzo agli spalti (vuoti). Colpa del caldo? Forse, ma a vien da pensare anche che la colpa sia (implicitamente) di Carreno Busta. Lo spagnolo infatti già aveva approfittato del Djokovic nervoso nella scorsa edizione degli Us Open quando il serbo colpì con una pallina la giudice di linea per poi perdere la partita (e il torneo) a tavolino. Racchette che volano a cui ci ha abituato il nostro Fognini che questa volta, invece di rompere qualcosa, ha deciso di mettersi contro una comunità intera urlando nel match perso con Medvedev «Sei un frocio». Poco conta che poi siano arrivate le scuse alla comunità LGBT, certe esclamazioni non passano inosservate. Lo stesso Medvedev non le ha mandate a dire nella conferenza post-Fognini. Prima ha risposto a un giornalista che lo ha punzecchiato con la domanda «Vi sentite un po' degli imbroglioni voi atleti russi?» con il numero due al mondo che ha risposto: «Credo che tu ti debba vergognare di te stesso». Poi il russo ha attaccato l'organizzazione lamentandosi e denunciando il malore accusato da Paula Badosa, tennista costretta a dare forfait per l'alta temperatura: «Io posso finire il match, ma posso morire. Se muoio chi si prende la responsabilità?». Troppo caldo o semplici colpi di testa?

Dagospia il 31 luglio 2021.“Per sperare di rimanere ai vertici dello sport, devi imparare a gestire la pressione”. Il numero uno del tennis mondiale Novak Djokovic rifila una lezione non richiesta alla campionessa della ginnastica artistica Simone Biles che ha avvertito “il peso del mondo sulle spalle” e ha deciso di fare un passo indietro alle Olimpiadi per scacciare i suoi “demoni” dalla testa. “La pressione? Penso sia un privilegio. Senza, infatti, non esisterebbe lo sport professionistico – prosegue Nole che ai Giochi di Tokyo non è riuscito a conquistare neanche il bronzo - Se miri a raggiungere i livelli più alti, è bene che impari fin da subito come gestire la pressione dentro e fuori dal campo. Non dico che non avverto tutto quel rumore che mi circonda ma faccio in modo che non arrivi a distruggermi”. La dittatura dell’eccellenza. Il complesso dei migliori. Ma nello sport di alta prestazione esiste il diritto a essere imperfetti? Lo squalo Phelps, il cannibale delle piscine, è ancora in battaglia contro la depressione che lo colpiva puntualmente dopo ogni Olimpiade. “Non bisogna essere perfetti, non è una vergogna essere depressi, avere panico, anche se spaventa molto”. Federica Pellegrini non ha mai fatto mai mistero dei suoi problemi di ansia e bulimia. Ha sopportato attacchi e critiche e ogni volta è rinata dalle sue ceneri, come l’araba fenice. Il crollo emotivo di Simone Biles non ha spiazzato Gregorio Paltrinieri. “Tutte le sue sensazioni sono quelle che provo anche io. Ogni volta che entro in acqua sento che è tutto dovuto e questo non è bello. Tante volte questa pressione ti entra dentro e si prende gioco di te”. Anche Irma Testa, la prima donna italiana a vincere una medaglia olimpica nel pugilato, ha fatto tesoro delle sue fragilità. Nel docufilm “Butterfly”, la boxeur di Torre Annunziata affronta i problemi di tanti ragazzi che decidono di rinunciare alla giovinezza per inseguire un sogno sportivo. E cosa accade davanti alla sconfitta? Dopo la delusione olimpica di Rio e gli insulti sui social, Irma è stata a un passo dal mollare tutto. Ma quello che non uccide, può renderti più forte. E ora la pugile campana è nella storia. Le discese ardite e le risalite fanno parte del curriculum di un atleta. Lo sta scoprendo, sulla sua pelle, anche la sedicenne Benedetta Pilato, primatista del mondo dei 50 rana, dopo “l’orribile” (parole sue) Olimpiade di Tokyo. Fallire è un passaggio naturale per un atleta. Perdere tanto aiuta a vincere tutto. Sul tema Michael Jordan e Javier Zanetti possono tenere una lectio magistralis. “Bisogna saper accettare le sconfitte – scolpisce la bandiera nerazzurra - Quando affronti una difficoltà, è proprio quello che ti fa crescere e capire tante cose”. Boris Becker e Andrè Agassi in “Open” furono tra i primi a svelare il lato oscuro dell’eccellenza sportiva. L’ex tennista tedesco, che si imbottiva di whisky e sonniferi per combattere “la solitudine”, è stato tranchant nei confronti di Naomi Osaka, la 23enne giapponese che non vuole parlare con la stampa: “La pressione è quando non hai cibo da mettere in tavola. Se non sai come trattare con i giornalisti quando hai 23 anni e hai vinto 4 prove del Grande Slam allora non puoi essere una tennista professionista”, ha sottolineato sprezzante “Bum Bum” Becker. Nel tennis, lo sport inventato dal diavolo per dirla con Adriano Panatta, la depressione può diventare una compagna di doppio. Per informazioni chiedere a Nick Kyrgios che ha confessato come la depressione gli abbia tolto la voglia di giocare e di parlare con le persone: “Pensavo di deluderli per non aver vinto le partite”. “Ora sempre più atleti denunciano difficoltà emotive in momenti decisivi delle loro carriere”, rileva Fabio Caressa in una storia su Instagram: “Spesso ci dimentichiamo che sono ragazzi sottoposti a pressioni veramente forti. Sarebbe interessante capire se in questi anni le pressioni sono diventate ancora più insostenibili. Per tanti anni è stato un argomento tabù ma ora se ne comincia a parlare…”

Da "corrieredellosport.it" il 2 agosto 2021. Nick Kyrgios, tennista australiano noto per il suo talento, ma anche per i suoi improvvisi scatti d'ira in campo, dice la sua sulla pressione con cui i giocatori professionisti fanno continuamente i conti. Kyrgios parte dalle riflessioni fatta dalla collega giapponese Naomi Osaka che, negli ultimi mesi, ha sottolineato la necessità di tutelare la "salute mentale" dei tennisti, tanto da rifiutare le interviste dopo i match all'ultimo Roland Garros. La Osaka ha anche raccontato di soffrire di depressione all'indomani del ritiro dallo Slam di Parigi.

Lo sfogo di Kyrgios. "Ho giocato solo cinque tornei in due anni, ma se guardi sui social ci sono account che pubblicano qualcosa su di me ogni due settimane - le parole di Kyrgios, che si appresta a giocare il torneo 'Citi Open' di Washington - so di essere bravo nello sport anche se all'inizio della mia carriera ho ricevuto molto odio, razzismo e altre sciocchezze da alcuni tifosi. Questo mi ha reso più forte mentalmente. Mi è successo qualcosa di simile a quanto accaduto a Naomi Osaka, ora che è di moda parlare di salute mentale, ma, secondo me, la mia situazione era 20 volte più grave. Questo sport stava per portarmi verso un lato oscuro, è successo per un po', mentalmente è stato molto difficile ad appena 18 anni: ero uno dei giocatori più conosciuti in Australia e tra i più criticati dai media. Adesso ho 26 anni, sono abbastanza grande da sapere che è tutto una merda, il tennis ha fatto fatica ad abbracciare una personalità come la mia". 

Si è rialzato dopo il momento buio. Chi è Antonio Pizzolato, il “Caterpillar” che con il bronzo nel sollevamento pesi si riscatta dal bullismo. Redazione su Il Riformista il 31 Luglio 2021. All’ultimo tentativo nello slancio non ce l’ha fatta. Erano troppi oggi per lui i 210 chili da sollevare. Il gomito si è piegato e così Antonino Pizzolato da Salaparuta, nel cuore delle colline del Belice, ha portato a casa il bronzo e non l’oro della categoria 81kg. Il titolo se lo aggiudica il cinese Liu Xiajoun, una macchina forgiata a posta per questo sport, perfetto. L’argento se lo prende il dominicano Zacarias Bonnat.

CHI È ANTONIO PIZZOLATO – Conosciuto anche come Antonino o Nino fa parte della spedizione dell’Italia Team alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Insieme alla Federazione Pesistica italiana ha viaggiato fino al Giappone per togliersi soddisfazioni importanti. Nino nasce a Castelvetrano il 20 agosto del 1996. La sua altezza è di 174 centimetri per 81kg di peso. La sua prima società è stata l’ASD Dynamo Club Bagheria e gareggia per il gruppo sportivo delle Fiamme Oro. È originario di Salaparuta, un piccolo paese del Belice. Due volte sul tetto d’Europa: la prima nel 2019 poi, quest’anno, ha concesso il bis a Mosca, con tanto di record italiano. Nella sua bacheca c’è anche un bronzo mondiale conquistato negli Stati Uniti nel 2017, 32 anni dopo l’ultimo podio iridato di Norberto Oberburger. La sua passione per i pesi è nata a scuola, grazie a un video proiettato durante l’ora di educazione fisica e visto in preparazione dei Giochi della Gioventù. Studente di Scienze motorie e amante della velocità, con un papà ex pilota di rally. Il suo profilo Instagram conta ben 36mila followers. Tra i suoi hobby ovviamente l’automobilismo, anche a causa delle influenze del padre.

LACCUSA DI BULLISMO – Tutto nasce da una nota inviata dal direttore tecnico azzurro Sebastiano Corbu ai genitori degli atleti presenti al collegiale di Roma dove Pizzolato si allenava. Nel centro sportivo dell’Acquacetosa si rincorrevano da tempo ormai le voci che riguardavano questi comportamenti dell’atleta. I responsabili della federazione decidono di mettere uno stop. Nelle motivazioni della prima sentenza, che l’8 gennaio ha portato alla sospensione di Pizzolato per due mesi, il tribunale federale parla di atti di “particolare gravità”, di “possibile bullismo”, di comportamenti “intimidatori, di prevaricazione e minaccia nei confronti di giovani atleti per lo più minorenni”. Gli indizi sono “ben circostanziati e riferiti dagli atleti in maniera coerente sia al direttore tecnico nazionale (Corbu, ndr) sia ai propri genitori”. Di più, si sottolineava “la concreta possibilità” che l’indagato, “nell’espletamento della sua attività di atleta, a contatto con gli altri atleti anche nel contesto del Collegiale permanente, possa reiterare tali contegni”. L’atleta ha poi ammesso le proprie responsabilità e quindi c’è stata una squalifica di 10 mesi che dal punto di vista procedurale equivale a un patteggiamento — racconta il presidente federale Antonio Urso —. Sul piano sportivo il procedimento è chiuso.

DA ZERO – Antonino, soprannominato Caterpillar come il tatuaggio sulla schiena, si unisce all’inaspettato terzo posto di Matteo Zanni (67 kg) e all’argento di Giorgia Bordignon (64 kg). Per quello che lo riguarda poi, questa impresa facilita il definitivo perdono rispetto all’opaca vicenda del 2018, quando Pizzolato fu sospeso per dieci mesi per bullismo. Una storia adesso archiviata perché Nino è un bronzo a cinque cerchi che in nemmeno 25 anni ha già avuto due carriere. Il suo personalissimo riscatto l’ha cercato e raggiunto a Tokyo 2020 dove l’azzurro è stato protagonista di una gara emozionante.

L’ULTIMA ALZATA – L’ultima alzata da 203 chili è stata annullata dai giudici sulla quale si è espresso dopo la gara “Per me era valida, ma devo attenermi al giudizio altrui”, “Abbiamo spiegato alla Cina che siamo vicini e che stiamo bussando alla sua porta: la prossima volta… Liu Xiajoun lo ammiravo in televisione, ma ci è mancato poco che tornasse a casa con una medaglia diversa… L’emozione di averlo affrontato la sentirò più avanti”. Poi la dedica ai nonni che non ci sono più: “Sì, questo bronzo è per loro: Baldassare, Ninfa, Antonino e Antonietta. Li ho persi tutti e quattro prima di Tokyo”.

Cosimo Cito per "la Repubblica" il 2 agosto 2021. Corre l'anno 2018 e l'atletica italiana è un fantasma che si aggira per i campionati. Nell'Europeo di quell'anno, sulla pista blu dell'Olympiastadion di Berlino, si tocca il punto più basso: quattro bronzi in gare di pista, più due podi di squadra nelle maratone, Italia 21ª potenza del Vecchio continente, sopravanzata anche da Grecia, Portogallo, Svizzera, Turchia e Israele. Non è preistoria, ma tre anni fa. Parte il redde rationem, paga il direttore tecnico azzurro Elio Locatelli e per la successione l'allora presidente federale Alfio Giomi sceglie Antonio La Torre. Esisteva, ed esiste tutt' ora, un gruppo di atleti top, l'Atletica Élite Club, una quarantina di nomi di interesse nazionale. In quel drammatico 2018 agli atleti e ai loro tecnici vengono decurtati assegni di studio e contributi e si crea una spaccatura tra quelli gli inseriti nei gruppi sportivi militari e i "civili": i secondi devono arrangiarsi come possono. Si perdono nomi, se ne acquistano degli altri. La Torre punta sulla decentralizzazione: l'antico invito del mentore di Mennea Carlo Vittori, "torniamo tutti a Formia", si disperde. Chi può si organizza per proprio conto, con allenatori privati o dei propri club di appartenenza, ma resta nell'orbita federale. Cambia poi il criterio di appartenenza all'Élite Club: si passa al modello biennale. E nel 2019 (poco dopo gli 11 minuti magici di Tokyo l'intervista è ricomparsa su canali social della Fidal) La Torre dice: «Adesso dobbiamo alzare l'asticella. E Jacobs si trasferirà a Roma col suo tecnico Paolo Camossi. Sono sicuro che Marcell potrà stupirci, e anche tanto». Fa altri nomi: Tortu, Trost, Desalu, Tamberi. Si punta al ringiovanimento, le discipline di campo (corse, lanci, salti) diventano centrali. Entrano molti italiani di seconda generazione nel mezzofondo e nella velocità, ma cambia la mentalità. I mezzofondisti, ad esempio, trascorrono lunghi periodi di allenamento in Kenya, le staffette (con il tecnico Filippo Di Mulo) diventano centrali, un vero e proprio laboratorio per la velocità. La struttura che dipende da La Torre è divisa in sette macroaree, ognuna gestita da un "advisor" e alcuni "tutor", affiancati ai tecnici privati e in continuo contatto con il direttore tecnico. Gli atleti vengono monitorati, seguiti, inseguiti, chiamati per nome. Si crea una sorta di grande famiglia azzurra. I convocati per i Giochi di Tokyo sono 76, un numero esagerato solo in apparenza. «Non siamo venuti a fare shopping al Villaggio olimpico» spiega La Torre al suo arrivo, «chi è qua se l'è meritato, oltre il 60% dei convocati avrà meno di 30 anni a Parigi 2024». Ne avranno 25 o meno Alessandro Sibilio, qui in finale nei 400 ostacoli, e Nadia Battocletti, che oggi nei 5000 battaglierà con etiopi e kenyane. Ha 25 anni Daisy Osakue, in finale nel lancio del disco, e appena 23 Sara Fantini, finalista nel martello. «Se c'è un giovane che merita di andare a Tokyo, anche se ha 18 anni, lo porterò» diceva La Torre. «Abbiamo portato una delegazione ampia per premiarli del lavoro fatto in questi anni» il commento del nuovo presidente federale Stefano Mei, che al secondo giorno della sua prima Olimpiade nella nuova veste ha raccolto due ori, come all'atletica italiana non accadeva dal 2004. Si partiva da zero, da Rio 2016: nessuna medaglia. Ora sono italiani il più veloce e l'uomo che salta più in alto al mondo. Una doppietta simile a quella del 1980, Pietro Mennea oro nei 200, Sara Simeoni oro nell'alto, e vengono i brividi. E ora sono italiani i due record europei dei 100 e dei 200. Un giorno, all'improvviso, ci siamo svegliati così. 

(ANSA l'1 agosto 2021) - "Marcell Jacobos e Gianmarco Tamberi hanno riscritto la storia. Sono orgoglioso di loro e della federazione di atletica". Al telefono con l'ANSA Giovanni Malagò si commuove e commenta così, senza riuscire ad andare oltre, i 10 minuti più importanti dell'atletica italiana alle Olimpiadi.

(ANSA l'1 agosto 2021) - "Sono orgoglioso di voi, vi ho seguito: state onorando l'Italia". Il presidente del Consiglio, Mario Draghi - apprende l'ANSA - ha appena telefonato a Tokyo al numero 1 del Coni, Giovanni Malagò, per complimentarsi per la splendida giornata dell'Italia alle Olimpiadi. Poi si è fatto passare i due atleti che hanno vinto la medaglia d'oro nell'atletica, prima Jacobs, poi Tamberi, ha ribadito i complimenti e ha concluso: "Siete stati bravissimi, vi aspetto a Palazzo Chigi".

Da corriere.it il 2 agosto 2021. «Il mio giorno più bello da presidente? Sinceramente penso di sì», dice Giovanni Malagò, numero uno del Coni. Che però non dorme sugli allori olimpici e va all’attacco rivendicando lo ius soli sportivo. «Noi vogliamo occuparci di sport e non riconoscere lo ius soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle - spiega in conferenza stampa a Casa Italia - Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha quei requisiti deve avere la cittadinanza italiana». Malagò parla pensando a Marcell Jacobs, il fresco oro nei 100 metri, e fa leva sulla storia del ragazzo 26enne nato a El Paso in Texas, ma cresciuto a Desenzano sul Garda e italianissimo, per rilanciare il tema della cittadinanza. «Oggi la risposta migliore l’ha data Mario Draghi - ha aggiunto Malagò - che li ha invitati (Jacobs ma anche Tamberi, ndr) a Palazzo Chigi». 

La telefonata a Draghi. Malagò è un fiume in piena. «Penso sia proprio il giorno più bello dell’Italia sportiva: abbiamo fatto cose epiche, I Mondiali di calcio sono un grande evento, ma sotto il profilo dei cinque cerchi oggi è stato fatto qualcosa che racconteranno i nipoti dei nostri nipoti». Un concetto che Malagò ha illustrato anche a Draghi in una telefonata allo stadio olimpico dopo la doppia impresa Jacobs-Tamberi. La scena è stata ripresa dalle telecamere ed è rimbalzata su vari siti e sui social. «Mario, alla grande, guarda che questa cosa vale più degli Europei eh, questa è planetaria», sono state le parole di Malagò al capo del governo.

La replica di Salvini. Alla proposta di Malagò ha replicato Salvini, leader della Lega. «Oggi sono strafelice delle medaglie, ma con lo ius soli non c’entra nulla. Non c’è nulla da cambiare. La legge va bene così com’è. Spero che ne vinciamo sempre di più ma lo ius soli non c’entra un fico secco».

Malagò: "Questa cosa vale più dell'Europeo". Cosimo Cito su La Repubblica il 2 agosto 2021. La frase pronunciata dal presidente del Coni al momento della telefonata di complimenti del premier Draghi a Tamberi.  “Mario, questa cosa vale più dell'Europeo”. Il doppio oro di Jacobs e Tamberi è finito sul piatto della bilancia dell’incredibile estate italiana e, per il presidente del Coni Giovanni Malagò, vale più del successo di Wembley degli azzurri del calcio. La scena si è svolta in zona mista, allo stadio Olimpico di Tokyo, con la polvere d'oro e di stelle ancora nell'aria. Malagò ha passato il suo telefono a Tamberi. Dall’altra parte il presidente del Consiglio Mario Draghi. Complimenti e invito a Palazzo Chigi, Tamberi che dice di sì, frastornato, emozionato, travolto e poi ripassa il telefono a Malagò. A quel punto la frase che lascerà il segno e aprirà forse un dibattito, forse sterile – sarebbe ovvia dovunque, in Italia chissà -, forse davvero importante sul peso di certe vittorie, sul valore assoluto di un oro olimpico, anzi due, nel più universale e mondializzato degli sport, dove vincono Porto Rico, Qatar, Venezuela, Etiopia, Uganda, e dove, almeno per una notte, l’Italia è stata in testa al medagliere. Quanto vale tutto questo, di fronte all’Europeo, ma di calcio, dello sport più popolare, amato, giocato a casa nostra, quello con più tesserati e l’unico con le tv che se lo contendono e non tentano, come in quasi tutti gli altri accade, di sbolognarlo al concorrente? La discussione è aperta e durerà un po’, almeno finché non inizierà la Serie A, e sarà come ricominciare la scuola, dopo una bellissima estate in vacanza. 

Da ilnapolista.it il 2 agosto 2021. “Ha più culo che anima” direbbe il poeta. È bastato un quarto d’ora a Giovanni Malagò per invertire il corso di queste Olimpiadi, e quindi anche la sua prospettiva. Perché nonostante il battage mediatico – ormai lo sport a tutti i livelli è accompagnato da una propaganda al cui confronto Kim il Sung è stato un sincero democratico desideroso del contraddittorio -, era sin troppo evidente che le Olimpiadi di Tokyo rischiavano di passare alla storia tra le più depressive dello sport italiano. Perché sì, hai voglia a provare a proteggerti col numero delle medaglie, ci sarà un motivo se nel medagliere non è la somma che fa il totale ma gli ori a fare la differenza. Con buona pace del fu Casaleggio, uno non vale uno. E fino a oggi all’ora di pranzo le medaglie d’oro erano appena due: una nel taekwondo e l’altra nel canottaggio. Inoltre uno degli storici punti di forza dello sport italiano – la scherma – non soltanto è collassata ma è ormai sull’orlo di un’implosione all’insegna del tutti contro tutti. Ci si è messa anche un po’ di sfortuna, va detto. Paltrinieri ha compiuto un’impresa con l’argento negli 800 e ha disputato un signor 1.500 ma erano sempre due potenziali medaglie d’oro che sono volate via. Così come gli ori della Quadarella. È interessante in questi giorni leggere e ascoltare le dichiarazioni dei presidenti delle federazioni, somigliano terribilmente alle frasi rilasciate la sera delle elezioni dai malcapitati spediti in tv per provare a confutare l’impietosa aritmetica. In questi casi, conviene aspettare. E Malagò ha aspettato. Del resto altro non poteva fare. Qualche concessione alla delusione l’aveva già fatta nell’intervista alla Gazzetta. A proposito della scherma oggi ha parlato addirittura di ambiente da rifondare. Poi, quando meno te lo aspetti, nella disciplina da sempre più avara con lo sport italiano, la regina delle Olimpiadi (assieme e più del nuoto), in quindici minuti sono arrivate due medaglie d’oro. Nel salto in alto e – sembra un film – nei cento metri. La medaglia d’oro di Jacobs nei cento metri maschili è stata più o meno l’equivalente dello sbarco sulla luna. “Ha più culo che anima”, le parole del poeta rimbombano. Malagò sorride tra sé e sé. Sa che non solo l’ha sfangata ma adesso potrà surfare. Perché sì, il bilancio degli addetti ai lavori, quello approfondito, evidenzierà le lacune, le tante lacune che sono emerse. Ma quando sei il presidente dell’erede di Bolt, anche quando l’atleta non è definibile un prodotto della federazione, è come quando vinci l’Ohio. C’è poco da dire. Ora, Malagò può tirarsela, dire che l’ha sempre saputo («Quando dicevo in tempi non sospetti che nell’atletica potevamo vincere due, tre medaglie, mi prendevano per matto») e poi far finta di parlare d’altro. Persino di volare alto con lo ius soli sportivo. «Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha quei requisiti, deve avere la cittadinanza italiana. Vogliamo occuparci di sport e non riconoscere lo ius soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle». Impartisce lezioni alla politica, il buon Malagò, facendo notare che lo sport dovrebbe occuparsi soltanto di sport. Si pone sotto l’ombrello protettivo di Mario Draghi e la butta lì: «penso sia il giorno più bello dell’Italia sportiva e anche mio da dirigente. Abbiamo fatto cose epiche ma dal punto di vista olimpico oggi è stato fatto qualcosa che i nipoti dei nostri nipoti racconteranno». Contateli adesso i bronzi, se avete coraggio.

Ius soli sportivo, cos’è e perchè Malagò lo ha chiesto dopo l’oro di Jacobs a Tokyo 2020. Felice Emmanuele e Paolo De Chiara il 02/08/2021 su Notizie.it. Malagò vuole rivedere la legge sullo "ius soli sportivo", in vigore in Italia dal 2016. Arriva la replica di Matteo Salvini. La vittoria olimpica di Marcell Jacobs avvenuta ieri, 01/08/2021, ha riacceso il dibattito su un tema che spesso ha spaccato in due l’opinione pubblica: lo “ius soli“, in questo caso lo “ius soli sportivo“. A riproporre questo tema il Presidente del Coni Giovanni Malagò, che dopo l’oro olimpico di Jacobs, nato negli Stati Uniti da padre americano e madre italiana, ha affermato a caldo: “Non riconoscere lo ius soli sportivo è folle”. Ma cosa significherebbe adottare questo “ius soli sportivo”? Adottare lo “ius soli sportivo” permetterebbe di far accedere alle competizioni sportive per le squadre italiane i cittadini stranieri minorenni che non hanno ancora lo status di cittadini italiani. In Italia è già stato adottato dal 2016 lo “ius soli sportivo”, ma in maniera molto limitata. La proposta di Malagò è quella di eliminare delle restrizioni alla legge, in quanto le vittorie degli atleti che rappresenterebbero l’Italia sono motivo d’orgoglio per la nostra Nazione e per evitare il traffico illecito di giovani calciatori. In Italia, come accennato in precedenza, la legge sullo “ius soli sportivo” è entrata in vigore nel 2016 per favorire l’integrazione sociale attraverso lo sport. Tale legge prevede che tutti gli immigrati, sprovvisti di cittadinanza italiana e con un’età massima di 17 anni, possano essere tesserati da un club italiano e partecipare regolarmente alle competizioni. Vi è però un requisito minimo per poter usufruire di questa legge, ossia essere residenti in Italia almeno dal compimento del decimo anno d’età. Ciò che limita questa legge è il fatto di non poter essere convocati alle selezioni nazionali, quindi non competere con la casacca azzurra fino all’ottenimento dello status di cittadino italiano, che si può richiedere una volta raggiunta la maggior età: 18 anni. Non poteva mancare la risposta del leader della Lega, Matteo Salvini, che con gli altri partiti del centro-destra si è da sempre opposto all’adozione dello “ius soli”. Matteo Salvini ha replicato a Malagò dicendo: “Oggi sono strafelice delle medaglie, ma con lo ius soli non c’entra nulla. Non c’è nulla da cambiare. La legge va bene così com’è. Spero che ne vinciamo sempre di più ma con lo ius soli non c’entra un fico secco”. Salvini ha fatto intendere, con le sue parole, che non ha voglia di riaprire un dibattito che dopo il 2015 è quasi finito nel dimenticatoio.

Tokyo 2020, la fucilata di Maria Giovanna Maglie: "Di cosa stiamo parlando? Ecco chi è Marcell Jacobs". Ius soli, Malagò ko. Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. “Noi vogliamo occuparci di sport e non riconoscere lo ius soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle. Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha quei requisiti deve avere la cittadinanza italiana”. Così Giovanni Malagò ha colto al balzo la storica medaglia d’oro vinta da Marcell Jacobs nei 100 metri alle olimpiadi di Tokyo 2020. Per la prima volta l’uomo più veloce del mondo è italiano: in realtà Jacobs è nato in Texas, negli Stati Uniti, ma è cresciuto a Desenzano sul Garda e italianissimo. Ospite de L’aria che tira su La7, Maria Giovanna Maglie ha commentato le parole del numero uno del Coni: “A me pare straordinariamente superfluo. Lui evoca lo ius soli sportivo per un figlio di un’italiana nato negli Stati Uniti, ma di che stiamo parlando? Se vuoi fare un discorso generale, ti rispondo che a 18 anni puoi ottenere la cittadinanza”. Poi la Maglie ha fatto un esempio di come la burocrazia colpisce tutti indistintamente: “Io ancora non riesco a rinnovare il mio passaporto da italiana”. Una testimonianza piuttosto singolare, quella della Maglie: “Viaggio con un passaporto scaduto con deroga del ministero fino al 30 settembre, quindi il figlio di un’italiana nato negli Stati Uniti sta bene come sta”. Nel frattempo Mario Draghi ha invitato Jacobs e Tamberi a Palazzo Chigi.

“Minuti gloriosi, è l’anno dell’Italia”: la stampa straniera si inchina a Jacobs e a Tamberi. Federica Argento lunedì 2 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. L’incredibile doppio oro di Gianmarco Tamberi nel salto in alto e Marcell Jacobs sui 100 metri ha fatto subito il giro del mondo, monopolizzando le ‘home page’ dei principali siti di sport. I media stranieri si inchinano a un successo storico: “E’ decisamente l’anno dell’Italia” è il coro unanime. L’impresa a Tokyo 2020 di Marcell Jacobs, primo italiano a vincere un oro nei 100 metri alle Olimpiadi, ha avuto ampio risalto sulla stampa straniera. “Sensazionale Jacobs” titola il francese ‘L’Equipe’, sottolineando come il velocista ha “offerto all’Italia una serata indimenticabile”. E scritto dai cugini francesi sempre parchi di elogi per i successi altrui è tutto dire. “Prima di domenica, in 125 anni di storia dei Giochi, nessun atleta italiano aveva mai vinto una medaglia olimpica nella corsa dei 100 metri. Lamont Marcell Jacobs è il primo ad aver conquistato il titolo di uomo più veloce del mondo”, titola il “New York Times”. Un oro, quello nei 100 metri, “storico” secondo la “Cnn” che parla di “una manciata di minuti gloriosi” per l’Italia, con la vittoria di Jacobs arrivata poco dopo l’oro di Gianmarco Tamberi nel salto in alto. Di “gara shock nei 100 metri” ha invece parlato la BBC, ricordando che l’azzurro ha vinto con lo stesso tempo di Usain Bolt nel 2016 a Rio e che solo nel 2018 ha abbandonato il salto in lungo”.  Lo spagnolo Marca, ricordando il successo agli Europei di calcio, tira le somme: “E’ decisamente l’anno dell’Italia” dal punto di vista sportivo. “Il successore di Bolt è italiano”, scrive in taglio alto “As”. “Bella sprinter” è l’omaggio della tedesca ‘Bild’, mentre dal Brasile “Folha” scherza sul doppio successo azzurro Tamberi-Jacobs e sui festeggiamenti dei due nel dopo gara: “L’uomo più veloce del mondo è italiano, non è potuto sfuggire solo alla medaglia d’oro nel salto”. Cosa penserà Gad Lerner di tutti questi peana?

Da repubblica.it il 2 agosto 2021. Anche la Bbc on line celebra i trionfi degli azzurri dell'atletica: “Due ori storici dopo la vittoria agli Europei di calcio e quella dei Maneskin all’Eurovision”. CNN e ABC applaudono mostrando lo splendido abbraccio fra i due, a cui L’Equipe dedica il titolo “La dolce vita” giocando sul nome del velocista e Mastroianni). Marca: “Alla fine è l’anno dell’Italia”. La giornata da leggenda dell'atletica italiana, con due ori conquistati a Tokyo nel giro di pochi minuti da "Jimbo" Tamberi e Marcell Jacobs, trova comprensibilmente ampio spazio anche sui media stranieri. Il sito web dell'Equipe, quotidiano sportivo francese, titolo "Jacobs, la dolce vita", citando il celebre film di Federico Fellini, noto in tutto il mondo, che aveva per protagonista Marcello Mastroianni in onore del nuovo re della velocità.  Dal canto suo lo spagnolo 'Marca' dice "Alla fine è l'anno dell'Italia: Jacobs oro nei 100 metri", con una foto che mostra tutta l'esultanza dello sprinter azzurro e ricordando nel sommario che un europeo non vinceva ai Giochi questa gara dal 1980, a Mosca, quando il britannico Allan Wells approfittò comunque del boicottaggio americano per centrare quel risultato. Insomma, anche gli altri Paesi, pure quelli più mossi da amor patrio, attraverso i loro media si "inchinano" all'Italia e al suo 2021 "da incorniciare". "Due ori storici nell'atletica leggera alle Olimpiadi dopo la vittoria agli Europei di calcio contro l'Inghilterra e quella dei Maneskin all'Eurovision: "l'Italia ha fatto davvero centro" è il commento a caldo con cui la Bbc esalta i trionfi senza precedenti nell'atletica. Un commento che restituisce valore al fair play dopo le polemiche seguite alla finale di Wembley, per quanto il medagliere olimpico veda tuttora il Regno Unito (10 ori) davanti all'Italia o a ogni altro Paese dell'Europa occidentale. E poi ancora la tv di Stato britannica parla di "oro shock" riferendosi al trionfo di Jacobs, esaltando in un altro articolo on line la decisione di Gian Marco Tamberi e del qatariota Mutaz Essa Barshim di condividere l'oro olimpico, in un momento indimenticabile per entrambi dopo varie vicissitudini dal punto di vista fisico. Anche il sito della CNN parla di "Shock win for Italy" nei 100 metri, mentre al quarto d'ora più bello nella storia dello sport italiano è dedicata anche l'apertura del sito ABC con una splendida foto dell'abbraccio fra Tamberi e Jacobs che urlano al mondo tutta la loro gioia. Una gioia e un orgoglio che sono quelli di un Paese che nello sport sta cercando di trovare la spinta per rialzare la testa dopo un periodo drammatico e di grande crisi. E che ora aspetta con trepidazione le prime pagine dei giornali di lunedì, non solo nella Penisola, per poi emozionarsi nel sentire le note dell'inno di Mameli al momento della cerimonia di premiazione.

Tokyo 2020, "dobbiamo censurare?": cosa fanno Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi sotto la bandiera, caos in tv. Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi. con il loro trionfo olimpico e con le loro storie personali entrambi sono diventati storie di rilevanza mondiale. Jacobs è stato il più richiesto dalle tv straniere, anche per le sue origini americane. Il momento più significativo si è materializzato in concomitanza con l'intervista alla tv svedese, quando dalle parti di Jacobs è arrivato Tamberi. I due si sono abbracciati e hanno dato vita ad un siparietto in diretta televisiva. Prima l'abbraccio di Tamberi al compagno di squadra. Poi le prime parole di Jacobs: "Che ca**o abbiamo fatto?. Io ancora non ci credo, ci metterò una settimana a realizzare". Tamberi vuole nascondersi dall'obiettivo della telecamera. Avvolge se stesso e Jacobs con il tricolore e per qualche secondo le due medaglie d'oro possono scambiare alcune parole lontano da occhi indiscreti. Qualche frase arriva ai microfoni e così chi gestisce l'account svedese di Discovery+ chiede in modo scherzoso ai giornalisti italiani la necessità di vedere se sia possibile censurare alcuni termini. "Ero di là a vederti in tv quando ho visto gold medal, porca t***a", dice ancora Jacobs a Tamberi, a conferma di quanto l'oro conquistato da Gimbo nel salto in alto abbia fatto da propellente per la vittoria di Marcell nei 100 metri. Un trionfo tutto italiano, che ha fatto il giro del mondo e che ha rischiato però di essere censurato. Ma non è andata così. Alla fine il diritto di cronaca ha prevalso su tutto. 

Marco Ciriello per "il Mattino" il 2 agosto 2021. Al di là e anche più oltre. In verticale e in orizzontale. Due ori inattesi. Cercati, strappati e meritati. In venti minuti, al New National Stadium di Tokyo, si sono aperte le porte della gloria per lo sport italiano. In uno dei suoi giorni più belli e indimenticabili. Prima Gianmarco Tamberi ha vinto la medaglia d'oro nel salto in alto (2,37), poi Marcell Jacobs (9''80) è diventato l'erede di Usain Bolt nella corsa regina dell'atletica, quei cento metri che sono la distanza più breve tra l'uomo e le sue possibilità d'estremo. Ci siamo arrampicati su Saturno e poi abbiamo girato velocissimi sulla pista disegnata dai suoi anelli. Facendo la storia. Al di là dell'asticella del salto in alto, e più oltre i cento metri. Un valzer di desideri stropicciati, difficili pure da immaginare, figurarsi da coniugare. Un verbo di movimento al futuro che non trovava mai la giusta voce, e che improvvisamente ne trova due. Altissime. Perché la vita è ciò che canti. E nel canto ci sono i passi, i salti, la corsa. Con una luce comune, i dubbi del passato e il mistero vinto con i prodigi del corpo. Uno che sembra avere le ali e si adagia leggero al di sopra dell'asticella insieme al qatariota Mutaz Essa Barshim un'antìlope con gli occhiali da sole , l'altro che pare avere un motore e corre corre corre dritto e va davanti allo stupore di Fred Kerley e Andre De Grasse. Non a caso alla fine della corsa di Jacobs c'era Tamberi, in una ricongiunzione spaziale: ordinata e ascissa, meridiano e parallelo, che si incontrano nel punto I(talia) e dicono felicità assoluta. Come nei migliori film d'amore c'è una corsa finale e poi un abbraccio, tra Gianmarco e Marcell, e come nei film di Federico Fellini non c'è la parola Fine. Una coppia dispari, ragazzi che si sono perduti e ritrovati, infortunati e ripresi, nel continuo mettere e levare che è l'atletica. Solo i fiumi fanno più curve per arrivare al mare, e non ridono come Jacobs e Tamberi. Che ora diventano termini di paragone per una generazione di italiani che erano abituati a misurare il vuoto nell'atletica, rassegnati all'assenza, perduti alla speranza persino di una semifinale. Jacobs è il primo italiano che arriva in una finale dei cento metri e che vince pure, stabilendo il nuovo record europeo. Tamberi prima del suo salto decisivo sembrava uno stregone etrusco: ha poggiato sulla pista il tutore che avvolgeva la sua caviglia sinistra, abbracciando l'ombra del dolore passato che gli aveva fatto saltare le Olimpiadi di Rio de Janeiro. La rotta di Jacobs, che ha poi trovato il varco della giusta velocità, incrocia El Paso, Texas, dove è nato, da un padre americano, marine di stanza alla base di Vicenza, lasciato prima di parlare, attraversa la pista di Desenzano del Garda dove tutto è cominciato e arriva a Tokyo. È un mancato cow-boy che ha scelto la madre e l'Italia, e solo gli scarabocchi sul corpo i suoi tatuaggi dicono del suo dolore, ora attenuato con il traduttore di google, nella ripresa delle conversazioni con suo padre. È probabilmente il primo oro nei cento metri che non parla inglese (per la felicità di Eduardo Galeano): un figlio di Abatantuono - l'attore che meglio incarna il rapporto degli italiani con. Insomma una coppia di new arcitaliani, con ferite, nostalgie e mancanze. E, mentre Tamberi e Jacobs, vincevano, la memoria di tutti correva a Mosca 1980 agli ori di Sara Simeoni e Pietro Mennea, alla differenza antropologica tra quelle timidezze che furono e le sfrontatezze di adesso, in un ribaltamento tra l'Italia euforica che avrebbe vissuto gli anni Ottanta, e quella stagnante degli anni Venti di questo nuovo secolo. Ieri, oggi, domani, in una lunga attesa che ha superato gli inciampi, le cadute, fino a farsi brezza che sposta ostacoli, capovolge previsioni, scompiglia calcoli. Se è vero che la vittoria di Tamberi è frutto anche della fraternità con Barshim che accetta di spartirsi l'oro, la vittoria di Jacobs è pura tempesta assolutista. Ma i loro destini di atleti solitari sono uniti dal momento, dall'incrocio della medaglia, annodati da un abbraccio come Vialli e Mancini a Wembley. Ma il peso delle loro vittorie è enorme, supera calcio e tennis, perché apre un nuovo mondo, parla ai ragazzini, dice loro che si può fare, e li mette in fila in una modalità sportiva che avevamo abbandonato, perché come un anno bisestile richiede più attesa e molte più ombre e sacrifici. Ma le vittorie di Tamberi e Jacobs segnano il tempo, il loro giorno di felicità e gloria diventa il vestito di festa dell'Italia: grammatica e storia atletica. I loro respiri diventano i nostri. Bruciare il resto del mondo in altezza e lunghezza: sembra un sogno, tanto che se non ci fossero i corpi e le stanchezze omeriche, penseremmo a uno scherzo, invece è una consegna d'eternità.

Jacobs e la corsa di un Paese oltre i propri politici. Luca Bottura su L'Espresso il 2 agosto 2021. Salvini non gli fa gli auguri prima della gara e si schiera contro lo Ius soli sportivo. Ma verrà il giorno in cui condividere la cittadinanza sarà qualcosa di naturale anche nei confronti di chi ha avuto la nostra stessa identica fortuna: nascere qui. E forse, quel giorno è stato ieri.

Quanto era bella, durante la premiazione, quella mano scura sulla tuta bianca?

E, tra parentesi, quanto è stato improvvido Armani ad abbinare il tricolore al nero delle altre tute? Quando è stato irrispettoso verso la Storia, che quei colori ha diviso col sangue?

Quanto raccontavano, quelle cinque dita su fondo candido, di cosa rappresenta e può rappresentare la vittoria di Marcell Jacobs nella gara tra le saette con le gambe?

Non sembri una forzatura buonista, non la è. C’è una controprova e si chiama Matteo Salvini. Anzi: il suo comitato centrale, i social. Sui quali non aveva fatto gli auguri a Jacobs, ed è forse per quello che ha vinto. E nei quali, dopo la vittoria, ha pubblicato due tweet. Il primo speculativo, come sempre, accomunando Marcell al meraviglioso Tamberi con un decisivo errore grafico: il tricolore al contrario. La bandiera ungherese al posto di quella italiana. Orban si nasce e lui, modestamente, lo nacque.

Il secondo in risposta al presidente del Coni Malagò, non esattamente noto per l’oltranzismo terzomondista, che aveva spinto per uno “ius soli sportivo”. Un no stentoreo, quello del Caporale. Netto, deciso. Slogan: “Squadra che vince non si cambia”. E invece si cambia eccome, visto che nel 2019 eravamo niente, nella cosiddetta regina degli sport, e in due anni, anche e soprattutto innervando il team Italia di sangue nuovo, siamo tornati protagonisti. Di più: una squadra. Ciò che l’Italia spesso non riesce a essere.

Jacobs che corre più veloce di tutti è la fotografia involontaria di un Paese che va al di là dei propri politici. Li precede. Un mondo apparentemente lontano, illuminato dal colore livido delle prime serate su Rete 4. Ma che ha, realmente, amici “stranieri”. O omosessuali. Tanto che il 75 per cento è a favore del Ddl Zan in barba a chi somministra odio per quattro clic, per cinque voti. Un po’ come ai tempi del divorzio, la maggioranza del Paese ha, sui temi sociali, opinioni che non condivide. Ma ormai intangibili.

Sarebbe quasi da farci un referendum.

Poi, certo, è la stessa Italia che vota i populisti proprio in base a quella narrazione sconvolta. Ma la realtà, da sempre, sconfigge anche il più disastroso degli story-telling. Puoi essere nato a El Paso e parlare bresciano, puoi chiamarti Egonu, schiacciare il mondo, ma essere nata a Cittadella. Puoi lanciare il disco lontanissimo, subire aggressioni razziste e le pernacchie di chi le sminuisce, ed essere di Torino. Come Daysy Osakuye, la nostra discobola, e sottolineo nostra, splendida finalista di specialità.

Tutto questo è molto più avanti del piccolo cabotaggio della bassa politica. Esiste, c’è già. Esplode nelle palestre, nei campi da gioco, nella vita.

Verrà, e sarà sempre troppo tardi, il giorno in cui essere nato qui non determinerà una discriminazione violenta. In cui i compagni di banco alle elementari non apparterranno a Paesi diversi solo in funzione del loro Dna. In cui 18 anni di tortura non costituiranno il maggese velenoso di chi pesca nell’intolleranza e nella discriminazione per puntare tutto sul disagio sociale. Biunivoco. Per creare italiani di serie B, nella speranza che comprimere i loro diritti generi frustrazione attiva. Da reprimere. In un orrendo circolo vizioso.

Verrà il giorno in cui condividere la cittadinanza di questo Paese imperfetto e abbacinante sarà qualcosa di semplice, naturale anche nei confronti di chi ha avuto la nostra stessa identica botta di culo: nascere qui. Senza neanche dover correre come razzi.

Ma c’è una buona notizia: forse, a livello di percezione, quel giorno è stato ieri sera.

Chapeau, Marcell (e chapeau Giammarco).

"Alla faccia di...". Lerner usa Jacobs. E Salvini lo zittisce. Francesca Galici il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Gad Lerner è riuscito a fare polemica pochi minuti dopo la vittoria di Jacobs alle Olimpiadi scatenando l'ira del web e la risposta di Salvini. L'Italia è salita per la prima volta sul tetto del mondo dell'atletica leggera con la vittoria di Marcell Jacobs nella gara dei 100 metri. Un risultato straordinario per lo sport italiano, insieme all'oro di Gimbo Tamberi nel salto in alto conquistato appena pochi minuti prima rispetto a quello del velocista. Molti i messaggi di apprezzamento per Jacobs che sono arrivati dal mondo della politica, tantissimi i post sui social per celebrare il nuovo uomo più veloce del mondo. Non tutti, però, sono riusciti a festeggiare l'impresa della "freccia azzurra" e tra questi c'è Gad Lerner, che ha provato a rovinare la festa italiana con una polemica politica inutile e decontestualizzata, che è stata stigmatizzata da tutti i social e anche da Matteo Salvini. "Marcell Jacobs un grande bresciano. (Alla faccia di chi so io)", ha scritto il giornalista sul suo profilo Twitter, scatenando le reazioni indignate dei social che non hanno apprezzato l'atteggiamento di Gar Lerner nel giorno in cui si sarebbe dovuto solo festeggiare una vittoria storica del nostro sport nella competizione olimpica. "Povero Gad, mai una gioia… Goditi la vita e una grande vittoria italiana! Viva Marcell, che pena i rosiconi", ha scritto Matteo Salvini sui suoi social, rispondendo all'attacco velato da parte del giornalista. Tra le accuse che sono state mosse a Lerner c'è soprattutto quella di non aver menzionato l'altro vincitore di giornata, Gianmarco Tamberi, altrettanto meritevole di elogio per aver compiuto l'impresa nel salto in alto. "Più forte la voglia di polemizzare contro i suoi fantasmi ossessivi di destra, che esultare per la straordinaria vittoria di Jacobs. Ancora più vergognoso non aver citato Tamberi, forse troppo bianco", ha scritto Hoara Borselli nel suo post, riassumendo il pensiero di molti utenti che hanno sottolineato la mancata celebrazione del saltatore. Marcell Jacobs, come hanno sottolineato molti utenti in risposta a Gad Lerner, è un ragazzone bresciano nato in Texas perché suo padre è un ex militare della Us Army che per lunghi anni è stato di stanza a Vicenza, dove ha conosciuto sua mamma Viviana. Quando Marcell aveva appena un anno e mezzo la donna è tornata in Italia e ha cresciuto suo figlio a Desenzano del Garda, tanto che il velocista ha difficoltà a parlare in inglese. Nel giorno in cui in tutta Italia non sono stati risparmiati elogi per Marcell Jacobs, nel pieno rispetto dello spirito olimpico, le parole di Gad Lerner sono sembrate a tutti fuori contesto e inutili. Per la polemica c'è sempre tempo, eventualmente, ma non a pochi minuti dalla prima storica vittoria in una gara così importante e, soprattutto, nel giorno in cui l'Italia ha messo a segno una doppietta olimpica di straordinaria portata come questa, anche se Lerner sembra non essersene accorto.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Quelli che godevano per il "flop" senza ori. I gufi della sinistra chic masticano amaro. Tony Damascelli il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Il "Fatto" parlava di "cocenti sconfitte". E, come con il calcio, ha toppato. Purtroppo abbiamo vinto. Uso apposta la prima persona plurale per recuperare spiccioli di passione patriottica, severamente proibita dal gruppetto di capalbiesi che proprio non ce la fanno a sopportare un gol della nazionale di calcio o l'oro di un atleta azzurro ai Giochi. Bella gente che ingoia bile accorgendosi che fuori spunta e splende il sole, non quello dell'avvenire. È l'Italia dei contro, dei no tutto, dell'ego colossale, è l'Italia che deve fare i conti con i risultati dello sport, prima a Wembley, poi a Tokyo, vittorie a distanza che provocano assembramenti di passione e di persone. La variante Italia funziona. Funziona nel football, funziona nell'atletica che dicesi leggera ma è così forte da avere rinfrescato le teste in una domenica canicolare. Appollaiati sui rami dell'intelligenza in esclusiva, distribuita soltanto nelle loro dimore e/o redazioni, emettono suoni cupi, quasi rantoli essendo costretti al godimento altrui, di un Paese diverso da quello vissuto, pensato, scritto e descritto. Scrivevano pochi giorni fa al sito del Fatto che «dovevamo stupire il mondo ma siamo stupiti dalle cocenti sconfitte»; a casa Gazzetta si storceva il naso per inammissibile carenza di ori. Allo stesso modo, qui e là si contano gli urrah quando la Ferrari finisce fuori pista, si odono risate quando Jorginho sbaglia un rigore, ma si segnalano fughe frettolose nel canneto quando Donnarumma para quello successivo. Nulla sanno della gamba ingessata di Tamberi ma si esaltano per il coming out della Boari, celebrano la Egonu ma se la portabandiera manda a dar via l'organo la rivale russa non scrivono una riga contro le volgarità della ragazza di colore. Non amano Mameli cantato sul podio, preferiscono Bella Ciao urlata in piazza, sono infastiditi da quest'estate di sport che finisce per nascondere gli scandali della politica, anche se in verità ci sarebbero quelli dei magistrati. Sono veri figli di papà che evitano giustamente il Papeete puntando alla festa dell'Unità, foglio storico, creato da Gramsci Antonio e finito da De Gregorio Concita, chiuso definitivamente per fallimento ma che resiste, resiste, resiste nelle sagre di partito, di popolo e di salamelle, senza cash back. È un momento difficile, da alka seltzer e antiacidi vari, tutto questo ben di Dio di medaglie olimpiche e vittorie europee rischiano di ingigantire il governo multicolor, un vero peccato che tanta fortuna non sia capitata all'avvocato Conte, perché sarebbe stata da lui definita una potenza di fuoco e anche Arcuri Domenico sarebbe apparso simpatico, appalesandosi in pubblico, danzante su un banco a rotelle. Purtroppo quel tempo bello e vincente è passato prossimo e ormai remoto. Oggi i trionfi sportivi vengono sfruttati dai maligni al potere, gente cattiva e corrotta che meriterebbe un avviso di garanzia a prescindere. Mannaggia, abbiamo vinto due ori in un colpo solo, raccolti nel tempo di una mezzora in più che nemmeno Lucia Annunziata avrebbe potuto immaginare e adesso i tiggì si occuperanno dell'evento, del medagliere, dell'inno, del tricolore. Non vedono l'ora che i Giochi si concludano, per tornare a rovistare nei cassetti dei cittadini. Ancora una settimana di preoccupazioni, forse di altre vittorie. Meglio toccar ferro e tifare per Lukashenko, che sequestra la centometrista Timanovskaja che chiede asilo politico in aeroporto. Viva la Bielorussia comunista dove si inginocchiano, ma al presidente. E Mario Draghi impari come si fa. Tony Damascelli

Giampiero Mughini per Dagospia l'1 agosto 2021. Caro Dago, beati voi che avete dei figli cui potrete raccontare a lungo che cos’è stato questo pomeriggio di agosto del 2021, queste ore anzi questi minuti in cui due formidabili atleti italiani hanno vinto uno dopo l’altro la medaglia d’oro in due specialità supreme dell’atletica leggera. I 100 metri veloci dove Marcell Jacobs ha dominato la gara e questa volta fin dal primo metro, azzeccando in pieno la partenza, e poi fino al traguardo al modo in un aereo supersonico. Ha superato il tempo già astrale della sua semifinale che peraltro fungeva da primato europeo, il 9,84 che lui ha abbassato a un favoloso 9,80 che migliora di un infinito il 9,96 con cui Jacobs si era presentato alle Olimpiadi. E poi il salto in alto che Gianmarco Tamberi da dominato con la mente e con l’anima, anche alla fine se il primo posto lo ha diviso con un altro e meritevolissimo avversario che come lui ha toccato i 2,37 senza mai incorrere in un fallo. Ma nel caso di Tamberi c’è qualcosa di letterariamente speciale da raccontare, e cioè il fatto che lui la misura che oggi non è riuscito a valicare (2,39) l’aveva superata già cinque anni fa salvo poi sfracassarsi una caviglia e dovere ricominciare da zero. Cinque anni passati a recuperare il sé stesso di allora, cinque anni di palestra, di allenamenti inauditi, di sforzi ogni volta da toglierti la pelle e il respiro pur di andare qualche centimetro più su. Cinque anni della sua giovinezza dedicati a questo scopo, tornare a superare i 2,39 o pressappoco. I 2,37 li ha difatti superati al primo balzo. Due dei tre salti a 2,39 hanno sfiorato e fatto cadere l’asticella. Messisi d’accordo i due campioni che la gara finiva lì e che l’oro se lo sarebbero divisi dopo essersi abbracciati, Gianmarco ha cominciato a ululare e a strofinarsi per terra ebbro di felicità, e mentre noi tutti eravamo come in estasi. Vi raccomando, raccontatene a lungo ai vostri figli di Marcell e di Gianmarco. Raccontatelo per sempre, finché avrete fiato in corpo per farlo. Ps. Avevo deciso di dedicare il pomeriggio della domenica all’ultimo film di Marco Bellocchio. Rimando. Non ce la faccio più. La mia anima oggi non ha più spazio dove fare abitare la bellezza e le emozioni che ne vengono.

Lo sport che prende per mano il Paese. Benny Casadei Lucchi il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Lo sport è metafora perfetta e accelerata della vita. Lo sport è vivere, morire e risorgere nello spazio di cento metri, nel respiro lungo di un salto che accarezza l'infinito, nel silenzio di un rigore da non sbagliare. Lo sport è metafora perfetta e accelerata della vita. Lo sport è vivere, morire e risorgere nello spazio di cento metri, nel respiro lungo di un salto che accarezza l'infinito, nel silenzio di un rigore da non sbagliare. Lo sport è un termometro, un concentrato che non lascia scampo, vincitori o vinti, prendere o lasciare, che ha però la forza semplice e crudele di riassumere le energie di una nazione e della sua gente anticipando e rivelando quello che sarà nella vita di tutti i giorni. Vita di cronometri che scandiscono la nostra capacità e voglia di fare, vita che si è fermata un giorno di fine febbraio del 2020, vita che la pandemia ha disseminato di asticelle che ancora oggi fatichiamo a superare ma la cui altezza, finalmente, non spaventa più. Il cronometro incredibile, forte e orgoglioso di Marcell Jacobs, italiano simbolo di integrazione e sofferenze domate, il volo dell'angelo risorto Tamberi dopo la pandemia personale di quel terribile infortunio a pochi giorni dai Giochi di Rio, ci indicano la via esattamente e più delle parole, road to Tokyo, scritte dallo stesso Gimbo nel 2016 su quel pezzo di gesso. La road to Tokyo dell'Italia è altra cosa: racconta della nostra piccola e media impresa ferita che nonostante i problemi resta il tessuto da cui ripartire; racconta di un Pil finalmente in crescita, di vaccinazioni diffuse e ben organizzate, di un vento che finalmente sta cambiando, di un'Italia che prova a rialzare la testa. Un'Italia che come Jacobs si prepara sui blocchi, come Tamberi ciondola incerta cercando il sostegno della propria gente prima del grande balzo, e che come la Nazionale di calcio farà di tutto per non sbagliare i rigori delle risorse destinate dall'Unione europea. È incredibile come lo sport in questa estate davvero di notti magiche, però non inutili come trent'anni fa, stia cercando di prendere per mano il morale del Paese. Lo sport dei ricchi e viziati e adorati calciatori e lo sport di quelli che ogni quattro anni spariscono per poi tornare. Marcell e Gimbo non spariranno, troppo grande quello che hanno fatto, tutto sta nel capire se sarà abbastanza grande per spingere la politica a chiedere scusa allo sport e ad aiutarlo. Scuole senza istruttori veri, palestre chiuse, centri sportivi fermi, piscine rovinate, stadi vuoti, bilanci al collasso eppure medaglie, medaglie e medaglie. Glielo dobbiamo. Ce lo dobbiamo. Benny Casadei Lucchi

Tocca a noi italiani essere all’altezza di Jacobs e Tamberi. Lo sport insegna. Hanno vinto anche contro il mondo reale che spesso premia chi non merita ed è raccomandato: i nostri due incredibili Ori olimpici sono la vita come dovrebbe essere. Ma almeno nel Belpaese, è a ciascuno di noi che spetta colmare lo scarto fra società ingiusta e sport meritocratico. Boris Sollazzo su Il Dubbio il 3 agosto 2021. Perché gli 11 minuti che hanno cambiato l’Italia dell’Atletica e la storia dello sport italiano stanno travalicando ogni confine e entusiasmando un paese intero che di solito si eccita solo per il calcio? Potremmo elencare tanti motivi. Le Olimpiadi che ti fanno diventare esperto di skeet, vela, basket 3×3, kayak, curling acrobatico, doppio misto di tennis tavolo. Il patriottismo, la voglia di godere dopo tante tragedie, la bellezza di una gioventù irresistibile, il fatto che abbiamo battuto i francesi e un inglese è stato squalificato (il fotomontaggio del fotofinish con Chiellini che trattiene Saka sulla linea dell’arrivo dei 100 metri olimpici è da incorniciare).  Ma la verità è un’altra, che radical chic, snob, bastian contrari non ammetteranno mai. Perché dalle nostre parti fa figo non seguire lo sport e non avere la tv in salotto. La verità è che lo sport non è la metafora della vita. Lo sport è la vita come dovrebbe essere. Nello sport vince il migliore, quasi sempre. E la fortuna te la devi meritare. Nella vita no. Non succede mai, tante, troppe sono le variabili che non c’entrano con la meritocrazia: raccomandazioni, appoggi politici, corruzione, favoritismi di capi e dirigenti, relazioni personali che incidono su promozioni o ingaggi, lecchinaggi vari, amanti, amici degli amici, nepotismo. Questo quando le cose vanno bene. Se sei l’uomo più veloce del mondo, non conta se aduli il tuo allenatore, se hai un parente in Federazione, cosa voti, se il presidente del Coni ti ama o meno, se il tuo agente è abile e spregiudicato o se qualcuno paga perché tu competa. Non devi essere l’amante di nessuno o nessuna, tanto meno il nipote di qualcuno. Devi lavorare. E correre. Se salti più in alto di tutti, idem. Se accade, la pista, il campo, la pedana ti sbugiarderanno subito. Quando sei in gioco non puoi più nasconderti. Se sei il migliore ti può fermare solo un tendine d’Achille infame. E comunque tu rimarrai più forte di lui. Noi con Jacobs e Tamberi non godiamo solo perché dopo quasi due anni da incubo si torna a sognare. Noi con questi due ragazzi ci illudiamo che esista una vita più giusta, una società più equa, l’essere ripagati dei propri sacrifici. Nello sport, quasi sempre, ci sono meravigliose storie di compensazione, perché chi ha dentro i valori giusti alla fine ce la fa, nella vita di solito soccombe più volte, perché vengono visti come un handicap. E di solito le persone ti amano al di là del risultato perché come diceva il claim di una nota marca automobilistica prima di Tutto il calcio minuto per minuto “chi dà il massimo vince comunque”. Di Yuri Chechi ricordiamo l’oro di Atlanta, è vero. Ma ancora di più il bronzo che vinse 8 anni dopo. Anche lui con l’ennesimo infortunio subito, un nuovo rientro da un altro ritiro, per una promessa-voto fatta al padre malato (e poi guarito). Quel bronzo da uomo vero, figlio del talento e del sacrificio, brilla più di tutto nella sua carriera incredibile. Anche per il suo coraggio: indignato per l’oro al greco, campione di casa favorito dai giudici, Yuri andò davanti a quest’ultimi e al pubblico proclamando l’avversario bulgaro come vincitore. In realtà una commissione imparziale sancirà le sue prestazioni come le migliori, pure del sodale e rivale. Di Dorando Pietri, squalificato dopo una maratona leggendaria, parliamo ancora oggi dopo più di un secolo. E nessuno ricorda chi la vinse quella maratona. Dei tanti pugili italiani vincitori di medaglie nelle ultime olimpiadi ricordiamo un argento. Clemente Russo, che perse una finale a Pechino che aveva vinto, per colpa di giudici in mala fede, che a Londra vince una semifinale contro uno che era stato favorito in ogni modo dagli stessi, che ha visto gran parte dei suoi avversari poi implicati in casi di doping e che a Rio finisce fuori ai quarti per poi scoprire che tutti gli arbitri di quel torneo sarebbero stati indagati per corruzione. Di lui ricordiamo i due ori mondiali, uno in clamorosa rimonta e l’altro con le due bimbe appena nate in pericolo di vita, ma anche due argenti olimpici. Anche lì, chi ha vinto non è passato alla storia. Ma la federazione mondiale, memore delel proteste di Clemente, uomo vero che preferisce la verità alla convenienza, lo ha punito non dandogli una wild card sacrosanta per Tokyo. Perché lo sport è la vita come dovrebbe essere, ma ahinoi gli uomini che comandano sono gli stessi in entrambi i mondi. Ma c’è una differenza profonda: l’ingiustizia nello sport è oggettiva. Tutti possiamo capire, sentire la portata di una decisione sbagliata, che toglie a chi merita, lo sport non è il porto delle ombre che è la vita, chi bara viene riconosciuto, anche quando la fa franca. Tranne nel calcio, ma questo è un’altra storia: il calcio è l’unica disciplina che è metafora reale della vita. Come è, purtroppo, soprattutto nei suoi lati oscuri. Quando non c’è un cronometro, un’unità di misura certa, una linea d’arrivo, qualcosa può andare storto. Ma anche lì un Leicester, un Cagliari, un Lille arrivano a scompaginare le carte di chi è più ricco, potente, arrogante. E in fondo l’Europeo di Roberto Mancini e i suoi ragazzi ci commuove perché è un gruppo di atleti che non aveva eccellenze e santi in paradiso, ha trovato un leader (anzi tanti, da Sirigu a Vialli, in ruoli diversi), ha avuto un sogno, lo ha seguito contro tutto e tutti. L’allenatore ha chiamato i migliori, per il suo progetto: poco importava se giocavano in Germania o non avevano esordito in serie A, ha voluto uno di loro, infortunato, in finale, ha difeso i più criticati, tutti hanno lavorato sodo per tre anni, divertendosi e rimanendo uniti, nonostante le rivalità in campionato. Persino il calcio sa essere migliore di se stesso, a volte. E forse tutto ciò deve insegnarci qualcosa. Non limitiamoci a sublimare le nostre ambizioni, i nostri sogni, le nostre aspirazioni di giustizia sociale, meritocrazia e pari opportunità, di integrazione e visione in questi campioni. Cominciamo a essere degni di loro. Elio Germano vincendo a Cannes la Palma come miglior attore disse “i cittadini sono migliori di chi li rappresenta”. Non pretendiamo un sedicente Governo dei migliori, diventiamo migliori noi. In ogni momento mettiamo davanti a tutto il lavoro, il sacrificio, il talento, la solidarietà che gli abbracci di quest’estate tra Vialli e Mancini, Tamberi e Jacobs ci dimostrano essere essenziale. Bravissimo Marco Esposito a sottolineare sui social la simbolicità di quei gesti, proprio quando ce li hanno negati. A proposito di meritocrazia, un giornalista così andrebbe letto negli editoriali di oggi delle testate più autorevoli, ma siamo in Italia. Non ci chiediamo cosa possa fare il paese per noi, soprattutto se ci arrendiamo alle prevaricazioni e anzi spesso le mettiamo in atto, perché come dice un grande sportivo come Julio Velasco, siamo drogati dalla cultura degli alibi, che siano il benaltrismo o il “se non ne approfitto io lo farà qualcun altro”. Lo sport ci dice che l’esempio di uno solo può cambiare il mondo. Anche solo per 10 secondi o 11 minuti, ma ci riesce. Come diceva Kennedy, chiediamoci cosa possiamo fare noi per il paese. Lo sport ci dice come dovremmo essere. E se ci riusciamo nulla è impossibile, anche vincere i 100 metri all’Olimpiade per un ragazzo di Desenzano del Garda o tornare dall’inferno e toccare il cielo con un dito, saltando in alto. L’estate 2021 ce lo dice con spudorata chiarezza. Con quella limpidezza sfacciata che solo lo sport sa avere. Questa è l’Italia che vogliamo. Questi sono gli italiani che vogliamo. Allora, dimostriamolo.

Dagospia l'1 agosto 2021. Complimenti alle Fiamme Oro per gli eccezionali risultati di oggi. Le medaglie d'oro di Jacobs e Tamberi, che si aggiungono alla medaglia d'oro vinta nel canottaggio dall'agente scelto Federica Cesarini con la collega della Guardia di Finanza Valentina Rodini, ci riempiono di orgoglio come italiani e come appartenenti alla Polizia. Le Fiamme Oro che ci hanno già regalato tre ori, tre argenti e 10 bronzi, anche in squadra con altri atleti delle Forze dell'Ordine, sono una assoluta eccellenza del Paese e ben rappresentano l'impegno, la dedizione, lo spirito di sacrificio e le capacità della Polizia di Stato. In questo momento di esultanza il mio pensiero va a tutte le donne e gli uomini della Polizia di Stato e delle Forze dell'Ordine che ogni giorno, con lo stesso impegno e la stessa dedizione lavorano al servizio del Paese, sul territorio, nelle strade, in gravosi servizi di ordine pubblico, spesso sottoposti ad attacchi tanto violenti quanto vili, che ne mettono a repentaglio l'incolumità. In questo momento di gioia, non dimentichiamo il collega della Polizia Stradale Marino Terrazza , travolto e ucciso da un'auto in Sardegna, mentre prestava aiuto a una donna in difficoltà. A tutti loro, ai nostri atleti, alle donne e agli uomini delle Forze dell'Ordine che servono il Paese va tutta la nostra gratitudine.

Da ansa.it il 2 agosto 2021. Dopo l'impresa e i festeggiamenti durati tutta la notte è il momento della premiazione per Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi. Marcell Jacobs canta l'inno sotto la mascherina e si commuove durante la premiazione dei 100 metri delle Olimpiadi di Tokyo 2020. "Sto cominciando a realizzare adesso cosa è successo. La notte scorsa non ho nemmeno provato a dormire, era impossibile. Ma non pensavo fosse così bello essere sul gradino più alto del podio olimpico, nemmeno in sogno ti immagini com'è davvero. Sono la persona più emozionata del mondo", ha detto Marcell Jacobs, dai microfoni di RaiSport, dopo aver ricevuto la medaglia d'oro. "L'avevo promesso e ora lo farò: l'anno prossimo Nicole diventerà mia moglie, assolutamente sì. Coroneremo il nostro sogno". L'annuncio di Marcell Jacobs, in tuta dell'Italia bianca come da specifica richiesta di Giorgio Armani, arriva dai microfoni di RaiSport, dopo la premiazione della finale olimpica dei 100. "Ieri Nicole teneva in braccio Anthony (il figlio ndr) e quasi lo lanciava in aria quando ha visto che avevo vinto", scherza Jacobs. "Mia madre ha detto che batto il record di Bolt? Non è per niente un'esperta, 3 decimi sono veramente tanti. Lui ha fatto la storia dell'atletica e questi paragoni non facciamoli proprio", ha poi detto Jacobs. "Mio padre mi ha scritto prima della gara dicendomi che credeva in tutto quello che io ho fatto e che potevo fare grandi cose, dopo la gara mi ha fatto tantissimi complimenti e mi ha scritto che spera di vedermi presto", ha anche spiegato Jacobs in riferimento al rapporto ricostruito con il genitore in età adulta. Sul podio del salto in alto delle Olimpiadi di Tokyo 2020, Gianmarco Tamberi e Mutaz Barshim (oro ex aequo) si sono scambiati le medaglie e si sono di nuovo abbracciati. Per primo è stato suonato l'inno del Qatar, poi quello dell'Italia. Come Marcell Jacobs, anche Tamberi ha cantato l'inno sotto la mascherina. "Il momento dell'inno con la bandiera tricolore che sale è stato da brividi". Così Gianmarco Tamberi, mostrando alle telecamere Rai la medaglia d'oro delle Olimpiadi di Tokyo 2020 vinta nella gara del salto in alto e consegnatagli pochi minuti prima. "L'ho inseguita così tanto, sono stati cinque anni difficili, perché non ho mai accettato i piccoli traguardi. Volevo un giorno come è stato ieri per essere più felice di tutti: è stato ieri, è oggi e lo sarà per sempre perché - ha concluso Gimbo - rimane per sempre".

Giancarlo Dotto per il "Corriere dello Sport" il 2 agosto 2021. Le scariche elettriche sono invisibili e inodori, ma fanno morire e qualche volta fanno volare. Vola Gimbo in alto, vola Marcell sul piano. 2 metri e 37, 9 secondi e 80, 11 minuti tra l’invasato che salta e la divinità che corre. Succede di tutto, succede troppo, in troppo poco tempo. Gente che piange, gente che ride, gente che rotola a terra, altri che si strappano gli occhi di dosso per aver visto cose troppo enormi da vedere. Avete visto Malagò? Panico. È sparito il presidente. Introvabile. Hanno dovuto recuperarlo con un laccio gigante, Malagò, che aveva preso il volo anche lui sul settimo cielo di Tokyo, come una cicogna sbilenca, invecchiata di colpo perché il troppo stroppia e storpia, zoppa e zuppa per l’emozione, dentro la camicia che sudava a catinelle, il sudore acido dell’incredulità, il sudore strano della felicità. Così felice che gli scoppiava il cuore. Può uccidere la felicità? Ho creduto di sì quando l’hanno riportato a terra il presidente e messo davanti a un microfono: piegato in due, che respirava a fatica, soffocato da maschere, foulard tricolori e brividi innominabili, che non trovava le parole, lui che le parole non gli mancano mai, che ha sempre quella giusta per ogni cosa che nasce, muore, esiste. Ma, questa volta, il presidente era semplicemente soverchiato. Annichilito. Ma siamo sicuri che quell’inverosimile uomo spezzato in due fosse davvero Malagò? Credo di no. Nessuno di noi era lo stesso di undici minuti prima. Vai presidente, vai, vola, sparisci, resisti. Mala Go! Che è tutto vero, purtroppo per te e per noi. Che quel troppo rischia di uccidere. Mentre laggiù, Gimbo, una marionetta ebbra, sveniva a ripetizione in ogni angolo dello stadio, irrefrenabile, incapace di stare due secondi in piedi, verticale, dopo aver saltato che più alto non si poteva, avvolto nella bandiera con cui faceva sesso a vista, la stoffa più sexy della storia. La baciava, se la strofinava addosso, la carezzava. Mentre l’altro, Marcell, più sobrio, ripeteva a chiunque lo accostava “Non ci credo” e nemmeno noi ci crediamo, nemmeno Malagò che pure l’hanno fatto presidente per credere che certe cose possano accadere. Ma non queste. Questo è troppo. E non è nemmeno un cazzo di sogno che tu ti svegli, ci resti un po’ male e te lo scrolli di dosso in due secondi, una doccia, un’alzata di spalle. No, questa “cosa”, questi due ori in sequenza, è reale, ti resta appiccicata addosso, ore, settimane, una vita. “Avete fatto la storia, Gimbo e Marcell” si dice per semplificare e sarà anche vero, è vero, ma la storia non è solo una macabra rassegna di pagine morte, la storia è qui adesso, a Tokyo e in ogni luogo, in questa miriade di cuori in tempesta che battono come tamburi, mai come il cuore di Tamberi. Eccolo Gimbo, Gianmarco, il ragazzo folle, svitato, dionisiaco che trova una sintesi magnifica di tutto, come quando si prende Marcell, mille volte più composto di lui, figlio di un marine tutto d’un pezzo, gli prende la testa e se la porta sotto la bandiera. Due teste che diventano un’unica testa, liberi di baciarsi e di coccolarsi nascosti agli occhi del mondo dalla stoffa che li rende unici e indivisibili, di dirsi la cosa più intima e più ubriacante: “Io e te, siamo da oggi due fottutissimi eroi”. L’immagine copertina da qui all’eternità dello sport azzurro. Parla, straparla, sbraita Gimbo, annuisce Marcell, che quando Gimbo esubera, in alto, in basso e in ogni luogo, non ce n’è per nessuno. Nemmeno per Barshim, il delizioso arabo che con un leggiadro cenno del capo ha accettato di condividere con lui l’oro dell’alto. “Non vedo l’ora di raccontare la nostra impresa, a tutti, ai miei figli, se li avrò, altrimenti la racconto ai tuoi…”, dilaga irrefrenabile Gimbo con l’andazzo sghembo delle sue sinapsi. La felicità può uccidere? Ho temuto di sì, quando ho visto il ragazzo precipitare a terra, rotolare, schizzare epilettico, urlando, piangendo, tarantolato, senza che nulla potesse calmarlo. “Mi scoppia il cuore”, ripeteva a chiunque e non era un modo di dire. Di sicuro, la felicità esiste. Da ieri lo sapete con certezza. Mai vista in vita mia una rappresentazione così piena, intensa e commovente della felicità. O, forse, non ho mai visto uno così felice. Paventando davvero, quando la cosa non accennava a placarsi, che sarebbero venuti a prenderlo per trasferirlo in un reparto di malattie nervose. Caso di isteria parossistica dovuta a un eccesso di felicità. E mentre chiamava a voce alta e abbracciava i suoi fantasmi amici, la mamma, il papà, Chiara, la donna che lo sposerà, se sarà capace di contenere tanta pazzia, Gianmarco esibiva come un trofeo il gesso che si porta dietro, da cinque anni, “Road to Tokyo 2020, anzi 2021”, quando a rompersi fu il tendine e tutto il resto, l’oro che sarebbe arrivato a Rio e invece arriverà cinque anni dopo, perché ci si è messa anche la pandemia a rendere più duro il calvario e più lieta la fine. Tra le 14 e 42 e le 14 e 53, ora italiana. Gli undici minuti che hanno sconvolto lo sport italiano. Non sono cose che accadono a caso. È il copione che un geniaccio amico ha scritto da qualche parte per ricordarci che siamo gente lunatica e capace di ogni cosa, anche di prendere un texano, battezzarlo nelle acque del Garda e farlo più italiano di Totò Cutugno. Gimbo chiama Jet. E Jet risponde. La sua sagoma lanciata, una magnifica statua dove ogni tendine, ogni muscolo, ogni caviglia, andava solidale allo scopo, senza fare una piega. Una valanga che non lasciava scampo. La felicità non è un diritto, ma per i due lo era, tra storie difficili, miliardi di dubbi, tendini spezzati e padri irraggiungibili. A differenza di Gimbo, Marcell si è portato avanti, ha già tre figli a cui raccontare la sua impresa, se saprà trovare le parole per farlo. La vita non è giusta, ma qualche volta si diverte ad esserlo. Ieri si è divertita tanto.  

(ANSA l'1 agosto 2021) - Gianmarco Tamberi e il qatariota Barshim sono medaglia d'oro ex aequo nel salto in alto alle Olimpiadi di Tokyo 2020. I due hanno concluso la gara a pari merito a 2.37 con lo stesso numero di errori complessivi e di fronte al giudice di gara hanno optato per il pari merito. 

Tamberi al telefono con Draghi: "Grazie Presidente. È pazzesco, io ancora non ci credo". La Repubblica l'1 agosto 2021. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha subito telefonato a Tokyo per complimentarsi con Gianmarco Tamberi: "Avete onorato l'Italia". Al telefono Tamberi ringrazia il presidente Draghi: "Io ancora non ci credo, è stato pazzesco" e poi saluta il presidente dicendo: "Certo che veniamo". Probabilmente si stava riferendo all'invito di Draghi a Palazzo Chigi al rientro.

Tokyo: Tamberi, "stratosferico, non dormirò mai più". (ANSA l'1 agosto 2021) - "Qualcosa di stratosferico: non dormirò mai più". Lo ha detto Gianmarco Tamberi, medaglia d'oro nel salto in alto alle Olimpiadi di Tokyo. "Dopo l'infortunio - ha aggiunto ai microfoni di Raisport - ho pianto tanto, ma poi mi sono detto che ci dovevo credere e ce l'ho fatta".

Siparietto Barshim-Tamberi,"oro ex aequo?due meglio che uno". (ANSA l'1 agosto 2021) - "Two is better than one". Due è meglio che uno, così Mutaz Barshim, sorridendo e guardando Gianmarco Tamberi, giustifica in un simpatico teatrino la decisione di puntare sull'oro ex aequo nel salto in alto alle Olimpiadi di Tokyo, di fronte al giudice, dopo il pari merito nei salti. I due sono amici e hanno vissuto le stesse problematiche di infortuni che li hanno bloccati a lungo e costretti a rincorrere il tempo. L'azzurro perdendo anche le Olimpiadi di Rio 2016: "Mutaz è il miglior saltatore al mondo, non ci sono dubbi", ammette Tamberi, "per me invece - prosegue l'azzurro - è un sogno che si realizza".

Alessandra Retico per repubblica.it il 27 dicembre 2021. Mutaz, l'altra metà di Gimbo. L'uomo in più, l'uno per l'altro. Barshim parla di Tamberi, eppure parla di se stesso. "Abbiamo cambiato lo spirito olimpico? Direi di sì, e anche il motto: non solo più veloce, più in alto, più forte, ma anche "insieme"". A casa sua a Doha, dove ha sventolato la bandiera a scacchi al gran premio di Formula 1, Barshim, di madre sudanese, torna a quella notte a Tokyo che non si cancella più. All'oro condiviso col suo gemello italiano del salto in alto. 

Ci racconta ancora quel momento?

"Io e lui, a 2,37 metri. Più opzioni disponibili, ma soltanto una automatica. Ho chiesto al giudice: possiamo avere due ori?".

Premeditato?

"Naturale. Io e Gimbo col tendine d'Achille rotto, roba da chiudere la carriera. Che sofferenza, fisica e mentale. Già è complicato tornare a camminare, figuriamoci allenarsi e saltare tra i migliori al mondo. Quindi, sapevo di non meritare l'argento. E per le stesse ragioni, non lo meritava Gimbo. Che finisse con due ori, e proprio con lui, era la giusta conclusione per tutti e due". 

Un lieto fine mai visto.

"Pazzesco, possiamo dire che abbiamo fatto la storia? Mai successo prima che due atleti decidessero di condividere il titolo, la gente ne parlerà per sempre. In tanti e da tutto il mondo hanno celebrato e condiviso quell'istante di cui ricordano ogni dettaglio: dov'erano, con chi, cosa facevano. Ci hanno ringraziato per aver regalato loro un sogno, per averli ispirati, per averli fatti piangere. È stato un momento che ha toccato il cuore di molte persone, non posso che essere più felice per aver provocato tutto questo". 

Le ha cambiato la vita?

"Vincere un oro olimpico ti cambia la vita e a me lo ha fatto, in meglio. Ma vincerlo insieme, farlo così, ha reso tutto più grande, più importante, ha allargato il senso del tutto. Abbiamo vissuto momenti molto importanti alle Olimpiadi, ma credo che la nostra storia cambi lo stesso motto olimpico dove va aggiunta la parola "insieme" e il nostro è un esempio vivente di cosa significhi". 

Lei e Gimbo, ormai inseparabili.

"Siamo ottimi amici più o meno da 11 anni, l'ho incontrato per la prima volta ai campionati mondiali junior del 2010, in Canada, a Moncton. Stavo camminando verso il ristorante e lui mi venne incontro, quasi mi assalì dicendomi ehi, sei tu quel saltatore fantastico? Io lo guardai e pensai, chi è questo pazzo? 

Da quel momento siamo diventati amici, in pista e fuori, le nostre famiglie si frequentano, lui viene a casa mia e io nella sua, è stato al mio matrimonio e io andrò al suo. Ci somigliamo per carattere e approccio alle cose, vogliamo divertirci, prendere con leggerezza la vita ma allo stesso tempo siamo molto competitivi e condividiamo una passione infinita per il nostro sport, anche se veniamo da Paesi e culture diverse".

Tamberi ha rivelato che nel 2017, mentre si era chiuso in lacrime nella sua stanza, lei andò a consolarlo.

"Per me questo significa amicizia: sentire il bisogno di essere lì quando l'altro è in difficoltà e dargli forza per ritrovare fiducia e tornare forte". 

Prossimo obiettivo? Le mancano solo due centimetri per il record del mondo.

"Sono pochi eppure tanti: saltare due centimetri richiede tantissimo lavoro e dedizione. Spero che tutto proceda al meglio e di evitare infortuni per essere pronto. La stagione sarà piena di appuntamenti: Mondiali indoor e Mondiali, oltre a Giochi e Campionati Asiatici. Amo quello che faccio e vorrei prendere tutto". 

È vero che in casa non ha trofei?

"Verissimo. Sono felice e fortunato di aver vinto coppe e medaglie, ma non li espongo perché penso che nel momento in cui li metti in mostra, vuol dire che ti senti soddisfatto e sazio. Così li tengo nascosti, magari un giorno quando mi ritirerò, li tirerò fuori e li metterò in vetrina e li guarderò". 

Cosa farà conclusa la carriera?

"Ho molte idee, ma adesso non voglio iniziare cose e farle al 50% e poi magari non riuscire a finirle. Quando mi ritirerò avrò tempo per tirare le somme e decidere cosa fare, credo che rimarrò nello sport che è la mia vita, magari aiutando i più giovani, perché dallo sport ho avuto tanto e voglio poter essere utile e restituire". 

Che altri sport segue?

"Basket, tennis, calcio e anche golf che ho iniziato a praticare con scarsi risultati. E molto la F1, mi piace non solo la velocità, ma l'adrenalina, le emozioni, l'atmosfera competitiva della pista. Apprezzo Hamilton, Verstappen, Leclerc, Norris, Ricciardo. Sono felice che la F1 sia arrivata in Qatar e che il mio paese stia investendo molto nello sport per diventare un punto di riferimento: è un cambiamento di cui la gente ha bisogno di fare esperienza. Il prossimo anno i Mondiali di calcio, mio fratello Mishaal è portiere della nazionale del Qatar, farò il tifo per lui e per le buone vibrazioni del calcio e dello sport in generale che è uno strumento potente per unire le persone. Non importa da dove vieni, qual è la tua religione, di che etnia sei, chi fa sport fa parte di una grande famiglia, lo sport è un posto grande dove essere felici insieme".

Tokyo: Tamberi, infinite difficoltà ma ce l'ho fatta. (ANSA l'1 agosto 2021) - "Non ci posso credere, sono passato attraverso infinità difficoltà ma ce l'ho fatta: ho vinto l'Olimpiade". Lo ha detto, ai microfoni della Rai, Gianmarco Tamberi, medaglia d'oro nel salto in alto delle Olimpiadi di Tokyo 2020.

Dagospia l'1 agosto 2021. Dal gesso all’oro. C’è una foto, tra le più belle mai viste nella storia dei Giochi olimpici, che racconta tutto di quel ragazzo che 5 anni fa è piombato nell’incubo dopo l’infortunio che gli chiudeva le porte dell’olimpiade di Rio. In pedana c’è “Gimbo” Tamberi che piange, con le mani sugli occhi e la bandiera tricolore sul braccio. Poco più in là il gesso. “Non l’ho mai buttato perché per me significa tutto. Dopo l’infortunio ho passato una settimana a letto a piangere. Un giorno ho deciso di riprovarci e quel giorno ho fatto scrivere dalla mia ragazza Chiara sul gesso ‘Road do Tokyo”: "Proviamoci perché se ci riesco sarà incredibile". E ci è riuscito. Una rivincita clamorosa. Mai mollare. Mai. “Ho realizzato un sogno, un pezzo di storia. Non vedo l’ora di raccontarlo ai miei figli quando li avrò, se li avrò, sennò lo racconterò ai figli di Barshim”(che ha vinto con lui l’oro). Intanto dopo le Olimpiadi sposerà la storica fidanzata Chiara Bontempi. La proposta è già arrivata, con tanto di immagini romantiche pubblicate sui social. A lei non piace il discusso halfshave, con la barba lasciata solo su metà del volto. E anche l’inguardabile look con i capelli bianchi è nato da una scommessa con la sua dolce metà: “Chiara non era d’accordo. Così le ho fatto promettere che se avessi saltato 2,35 questo inverno, me lo avrebbe permesso…” Il trionfo di “Gimbo” ha galvanizzato anche Jacobs. Dopo averlo visto vincere l’oro nel salto in alto, lo sprinter azzurro, il primo italiano ad approdare in finale dei 100 metri, si è chiesto: “Perché non posso farcela anche io?". E ha corso più veloce di Bolt, che vinse quattro anni fa. La dedica? "A mio nonno che non c'è più, ma che ha sempre creduto in me. Ai miei figli e alla mia compagna”. Anche lei ha esultato sui social: “grandeee amore”.

Tokyo 2020, Gianmarco Tamberi e Barshim: il dramma comune dietro all'oro a pari merito, come si arriva alla decisione. Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. La domenica più bella, forse, nella storia dello sport azzurro, quella di ieri, da Tokyo 2020. Prima Gianmarco Tamberi nel salto in alto, poi Marcell Jacobs nei cento metri stile libero. Pensieri che fino a poche ore fa erano proibiti anche nei sogni più dolci. E invece è tutto vero. Tutto in 11 minuti. Una goduria infinita, una doccia di gioia e adrenalina. E qui si torna a parlare della rivincita di Gimbo, dell'oro a parimerito col qatariano Mutaz Essa Barshim, "il più forte saltatore di sempre", per dirla con le parole di Tamberi, "uno che quando lo ho conosciuto ho pensato subito fosse un matto. I due, come è noto, hanno scelto di condividere l'oro, così come previsto dal regolamento. Potevano decidere tra uno spareggio e il primo posto pari merito, hanno optato per la seconda. Dalla diretta sembrava fosse il nostro Gimbo quello più propoenso alla doppia medaglia d'oro, ma entrambi hanno poi detto di essere stati subito d'accordo. E come mai, erano d'accordo? Il punto è che i due sono amici veri, per quanto rivali. E soprattutto hanno condiviso un dramma: Tamberi quello dell'infortunio al meeting di Montecarlo, nel 2016, poco prima di partire per Rio, partenza sfumata. Brashim invece due anni dopo, salta il tendine. Un dramma, per un saltatore. E i due si sono consolati, sono stati vicini l'uno all'altro. I due rivali, nel momento peggiore, sono stati l'uno vicino all'altro. Ecco spiegato perché nel momento della scelta, nessuno ha voluto privare l'altro del sogno di una vita, l'oro alle Olimpiadi.

M.Bon. per il "Corriere della Sera" il 2 agosto 2021. Dopo che entrambi avevano fallito l'ultimo tentativo a 2,39, a Barshim e Tamberi il giudice ha chiesto se volevano continuare o meno la sfida. Barshim ha risposto («Possiamo avere due ori?») e quando il giudice ha annuito Gimbo ha detto al collega: «Dai che facciamo la storia insieme». Affare fatto. Mai ai Giochi l'atletica aveva assegnato due ori. Una decisione che sfrutta l'ambiguità della Regola 181 di World Athletics che nei salti da un lato obbliga allo spareggio per l'oro, dall'altro permette alla giuria di accordare il pari merito. Che sarebbe stato concesso per accelerare i tempi: stavano per partire i 100 metri e le luci della pista andavano spente per la coreografia.

Ecco perché Tamberi e Barshim si sono scambiati sul podio le medaglie. Francesco Cofano su La Repubblica il 02 agosto 2021. Gianmarco Tamberi e Mutaz Essa Barshim hanno regalato agli appassionati di sport momenti indimenticabili, che resteranno nella storia delle Olimpiadi. Prima la scelta di condividere l’oro del salto in alto, possibilità contemplata dal regolamento dell’atletica ma senza precedenti in una finale olimpica. Poi, al momento della premiazione, lo scambio delle medaglie con il marchigiano che la infila al collo del campione del mondo in carica qatarino e viceversa. I due sono grandi amici, un rapporto cementato anche dalla sofferenza comune: entrambi infatti si sono rotti il tendine d’Achille all’apice della carriera, hanno sofferto e sono tornati in cima al mondo proprio a Tokyo.

Il Gimbo volante, fratello del mondo che divide il podio con l'amico rivale. Marco Lombardo il 2 Agosto 2021su Il Giornale. Tamberi e Barshim sono legatissimi: entrambi infortunati, entrambi riscattati. Avversari ma gemelli, scelgono l'ex aequo senza spareggi. C'è un libro che spiega tutto, il suo titolo è Sulle ali degli amici. Davvero: bisogna saper volare per capire certe cose, e ci sono attimi in cui, sospeso sul mondo, capisci tutto. Di solito lo si fa con la mente, Gimbo lo fa con la schiena sopra l'asticella. In quel perfetto sincrono in cui il significato dell'esistenza ti è molto più chiaro. No, non è vincere una medaglia: è come lo fai. Se sai dividere, sai anche dominare gli istinti più adulti che noi umani ci portiamo dietro. È un po' come tornare bambini, come quando ti spartivi le caramelle o le figurine, come quando un giudice ti ferma nel momento in cui stai esplodere di gioia dicendoti «aspetta, aspetta: se volete c'è lo spareggio». E il tuo amico Mutaz risponde: «Non possiamo avere un oro a testa?». Ecco: in quella fotografia c'è tutto un sentimento, per cui l'abbraccio immediatamente successivo alla risposta affermativa diventa una conseguenza. Amici, per sempre. Amico, Gianmarco Tamberi. Di Mutaz Essa Barshim, «il più grande saltatore in alto di sempre - dice Gimbo -, Uno che quando l'ho conosciuto, ho subito pensato: ma questo è matto!». Quel matto è stata anche la persona che gli è stata più vicina, e a cui è stato più vicino. E la storia è nota: il maledetto ultimo meeting di Montecarlo 2016, giusto prima di partire per Rio da favorito. Salta la caviglia e tutti i sogni. Due anni dopo la storia si ripete, ma il tendine questa volta è di Barshim. Si sono consolati, si sono curati, si sono spronati, perché essere rivali a volte vuole dire anche non poter fare a meno l'uno dell'altro. Uniti per sempre ora, in quel secondo in cui si sono guardati negli occhi e già sapevano che il destino aveva scelto per loro. Insieme, sul podio, con l'oro, amici. Amico del mondo, l'azzurro volante. Lo si sentiva nell'unico spicchio pieno dello stadio di Tokyo, che a ogni suo salto lo accompagnava con l'applauso ritmato, e a ogni volo esultava felice. Un tifo a senso unico, quello degli atleti dei Giochi, e quando lui ha tirato fuori il gambaletto che 5 anni fa stringeva la sua caviglia e il suo cuore, quel popolo ha sorriso sapendo che non poteva finire diversamente. Sopra era scritto «Road to Tokyo». E diciamolo: era proprio scritto. Amico nostro allora, Gianmarco. Anzi, Gimbo. Come si fa a non voler bene a uno così. Ridevamo con lui, e non certo di lui, quando si presentava ai salti con mezza barba sì e mezza no. O con quella chioma biondo platino che ce lo faceva sembrare ancora più simpatico. Abbiamo sofferto con lui, come se il dolore fosse nella nostra carne. E abbiamo tremato con lui, quando negli ultimi mesi qualcosa stava andando storto: «Dài Gimbo, ancora uno sforzo». Abbiamo saltato con lui, ieri. E provate a dire che non abbiamo pianto, con lui. E per lui. Per l'amico della porta accanto, tenero con la sua Chiara, così come con tutti. Mai fuori posto, sempre positivo, anche nella tormenta. E quando Barshim alla fine dice ridendo «due è meglio di uno!», è lì che comprendi il senso di Gimbo per l'amicizia: «È un giorno che non dimenticherò, che spero di poter raccontare in futuro ai miei figli, se li avrò. E se non li avrò, lo racconterò ai figli di Mutaz...». È proprio in quel momento che anche a noi sembrava di volare.

Marco Lombardo. Caporedattore del “Giornale”, autore, moderatore, formatore e - soprattutto - dinosauro digitale. Ama lo sport e la tecnologia e si occupa di tecnologia un po' per sport. Raccontato sempre TraMe&Tech.

Tokyo 2020, convulsioni e mani al cuore: Gianmarco Tamberi, attimi di paura dopo il trionfo. Libero Quotidiano l'01 agosto 2021. Abbracci agli altri azzurri in particolare con Marcell Jacobs. Un abbraccio ricevuto, mentre gioiva pazzamente dopo l'oro appena conquista dall'atleta portoghese argento nel salto triplo. Poi le foto di rito i complimenti agli avversari: la festa di Gianmarco Tamberi è durata più di un'ora e mezza nella pista di atletica dello stadio di Tokyo, dopo la gara che ha decretato la medaglia d'oro alle Olimpiadi nel salto in alto per l'azzurro. Per qualche secondo, dopo il salto che gli ha regalato l'oro e la successiva esplosione di gioia, qualcuno ha temuto che Gimbo non stesse bene. Sembrava avesse delle convulsioni e poi quelle mani sul cuore hanno fatto pensare male. Ma è stato un pensiero che è durato solo pochi secondo, perché tamberi, invece, era completamente euforico e voleva godersi a pieno il momento, non nascondendo la sua gioia immensa per l'obiettivo raggiunto. Per lui lacrime di gioia dopo la vittoria considerato il rientro da un brutto infortunio alla caviglia. È figlio d’arte: il padre, Marco, partecipò alle Olimpiadi di Mosca del 1980, arrivando in finale. Nel 2012, Tamberi prese parte agli Europei di Helsinki, piazzandosi al quinto posto e guadagnandosi la partecipazione alle Olimpiadi di Londra. Nel 2015, stabilì il suo primo record italiano, ritoccato al rialzo più volte negli anni successivi. E' stato campione del mondo ai mondiali di Portland del 2016. Nello stesso anno, la frattura alla caviglia gli impedì di partecipare ai Giochi di Rio. Nel 2019 era già tornato in forma: ai campionati europei indoor di Glasgow aveva vinto l’oro saltando la misura di 2,32. 

Tokyo 2020, Gianmarco Tamberi? Il sospetto su di lui e la sexy portoghese: subito dopo il trionfo.... Libero Quotidiano l'1 agosto 2021. "Non ci posso credere, ho sognato questo giorno da così tanto tempo... Ho passato ogni tipo di difficoltà pur di riuscirci, avevo questo sogno dentro da così tanto tempo e oggi l’abbiamo realizzato. Dico ‘abbiamo’ perché penso a tutte le persone che l’hanno condiviso con me, tutto il team sanitario (e snocciola il suo team, ndr), con papà, con Chiara che mi è stata a fianco, a messo i miei obiettivi davanti alla sua vita: ce l’abbiamo fatta! Abbiamo vinto le Olimpiadi dopo aver passato un infortunio terribile: io non ci posso credere. Finalmente posso dire che ne è valsa la pena”. Un fiume in piena, sprizza gioia giustamente dal viso Giamarco Tamberi il nuovo campione olimpico di salto in alto. “Ho portato il gesso in pedana, non l’ho mai buttato perché per me significa tutto. Significa il giorno in cui ho deciso di provarci. Dopo l’infortunio ho passato una settimana a letto a piangere per tutti i sogni per cui ho lottato, per tutto il lavoro fatto. Un giorno ho deciso di riprovarci e quel giorno ho fatto scrivere da Chiara (la sua fidanzata, ndr) sul gesso ‘Road do Tokyo”: ‘Proviamoci perché se ci riesco sarà incredibile’. Ed è successo”, ricorda l'atleta parlando dell'infortunio che gli tolse la possibilità di partecipare 5 anni fa alle Olimpiadi di Tokyo dove era uno dei favoriti. La sua è stata una gioia incontenibile. Subito dopo il salto vincente, che gli ha regalato l'oro ex aequo a quota 2,37 con Mutaz Essa Barshim, atleta del Qatar, in ginocchio sulla pista di tartan ha abbracciato la sexy atleta portoghese Patricia Mamona che aveva appena vinto l'argento nel salto triplo femminile. L'atleta portoghese è corsa verso Tamberi avvolta dalla bandiera portoghese e ha stretto in un abbraccio molto sentito proprio l'azzurro incredulo di quello che aveva appena realizzato.

Mario Nicoliello per "il Messaggero" il 2 agosto 2021. Gimbo è salito sul trono del mondo e adesso non vuole abbandonare il suo scettro. Non un oggetto d'oro da mettere al collo, bensì il gesso che aveva coperto il suo piede durante i Giochi di Rio 2016. Gianmarco, cosa si prova in questi momenti? «È pazzesco, ho sentito il cuore che mi esplodeva, un'emozione così forte non l'avevo mai provata. Fino all'altro ieri non sapevo nemmeno se ne fosse valsa la pena. Vincere un oro olimpico, dopo quell'infortunio tremendo vale più di qualsiasi altra cosa».

Lo aveva sognato in questo modo?

«Non vedevo l'ora di fare questa finale, sapevo che qualcosa di magico sarebbe successo. È stato il punto fisso il giorno stesso che ho iniziato la riabilitazione. È stato il mio mantra. Sapevo che c'era la possibilità di riuscirci».

Cosa si prova a condividere l'oro con Barshim?

«Per me è un grande amico, non ho mai nascosto che sia il più forte saltatore di tutti i tempi, ed è l'unico che insieme a me è passato attraverso un infortunio tremendo. Vederlo saltare e vincere l'oro olimpico insieme a me è la cosa più bella che potesse capitare. Non c'è stato bisogno di parlarci, c'è bastato guardarci e darci un abbraccio. Nessuno dei due voleva togliere all'altro la gioia più immensa della propria vita». 

Ha vinto l'oro con un look acqua e sapone?

«Non vedevo l'ora di provarci. Era soltanto il momento di tirar fuori Gimbo. Non Halfshave, non mezza barba, non i capelli bianchi. Niente di tutto questo. Semplicemente me stesso. Ho passato notti insonni. Oggi mi rendo conto che ne è valsa la pena, un sogno che è diventato realtà». 

Quanti sacrifici ha fatto per mettersi l'oro al collo?

«In questi cinque anni ho deciso di mettere lo sport davanti alla mia vita. E anche Chiara, la mia ragazza, ha deciso di mettere lo sport davanti alla sua vita. Le difficoltà e le lacrime sono state veramente troppe. Prima della gara, Chiara mi ha scritto in un messaggio: era tesissima, aveva paura, sperava sarebbe andata come sognavo. Io le ho risposto tu goditi la gara, al resto ci penso io». 

Due ori azzurri in rapida successione. Una cosa pazzesca.

«Non ero nella pelle, non capivo cosa stesse succedendo, avevo vinto e stava per correre Jacobs. Piangevo, ridevo, ero in estasi pura. Quando si sono spente le luci per la presentazione dei 100 metri ho lanciato un urlo incredibile. Credo l'abbia sentito anche Marcell. Da questa serata dobbiamo trarre qualcosa di positivo: non bisogna mai demordere. Se ci credi, le cose si avverano».

Angelo Di Marino per "la Stampa" il 2 agosto 2021. Un urlo. È quello di Gianmarco Tamberi che si annuncia. La sua voglia di raccontare travolge le tv di tutto il mondo che gli chiedono del gesso che porta tra le mani come un trofeo e dell'abbraccio con Jacobs. Risponde raccontando mille volte un'emozione, centellinandola come l'ultima stilla di sudore che ha speso in pedana per vincere l'oro. Gimbo è tornato e ce l'ha fatta. Oro a Tokyo, finalmente. «Ancora non ho realizzato, un'emozione così non l'avevo mai provata. Fino all'altro giorno non sapevo se era valsa la pena fare tutto quello che ho fatto per arrivare a essere qui adesso. Vincere un'Olimpiade così, dopo aver perso quella di Rio per l'infortunio di cinque anni fa, è un'emozione che non rivivrò più nella mia vita: vorrei farla provare a tutti perché è incredibile». 

Un appuntamento con il destino più che una finale olimpica.

«Non vedevo l'ora di fare questa gara perché sapevo che qualcosa di magico sarebbe successo. Ho veramente avuto un chiodo fisso da quando ho iniziato la riabilitazione dopo l'infortunio: Tokyo. Ce l'avevo in testa, era il mio mantra». 

Ex aequo con Mutaz Essa Barshim, fuoriclasse del Qatar. Altro segno del destino.

«Lui è un grande amico, non ho mai nascosto che forse è il saltatore in alto più forte di tutti i tempi. Ha dimostrato in passato di valere delle misure stratosferiche ed è l'unico atleta insieme a me di questa finale che è passato attraverso un infortunio terribile. Siamo grandi amici, in questi anni ci siamo detti un sacco di volte "Ti immagini cosa potrebbe essere salire insieme sul gradino più alto del podio". Ed è successo». 

Il vostro successo passa attraverso un accordo sportivo. Cosa vi siete detti?

«Quando il giudice ci ha chiesto se sapessimo cosa prevede il regolamento (ex aequo o saltare di nuovo tutte le misure già superate, ndr), ci siamo guardati in faccia e poi ci siamo abbracciati. Non potevamo togliere l'uno all'altro la gioia più grande della vita». 

In pista con il gesso che ha portato cinque anni fa. Un modo per esorcizzare il passato?

«Rappresenta quello che ho pensato negli ultimi cinque anni tutti i giorni. Il mio obiettivo è sempre stato provare a vincere l'oro olimpico. In questa giornata, quando mi sono svegliato, ho realizzato che potevo provare a vincerlo. Quindi avevo raggiunto il mio obiettivo, era il momento di tirare fuori solo Gimbo non più Half-shave, capelli bianchi e tutto il resto. Semplicemente Gimbo con tutte le persone che l'hanno sostenuto in questi anni».

Quando è cambiato Gimbo?

«Non è mai cambiato, semplicemente è cresciuto passando attraverso delle cose che non auguro a nessuno. Sono stati cinque anni molto difficili, anni in cui ho deciso di mettere lo sport davanti alla mia vita, la mia ragazza ha deciso di mettere il mio sport davanti alla sua vita. Per questo è una vittoria condivisa. Adesso però posso dire che ne è valsa la pena». 

Dopo tutto quello che è successo, ci saranno altri tre anni di sacrifici per difendere l'oro a Parigi?

«È la prima volta nella mia vita che voglio veramente godermi la vita. Voglio godermela fino in fondo, poi sarà quel che sarà. Ho dimostrato di essere leggermente in forma, non voglio pensare al domani». 

Ha abbracciato tutti dopo la vittoria, fino a imbattersi in Marcell Jacobs che aveva appena vinto un altro oro, quello dei 100 metri.

«Non ero nella pelle, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, mi tremavano tutte le gambe, il cuore mi esplodeva, un'emozione incredibile. Piangevo e ridevo, era estasi pura. Poco prima che partissero i 100, si sono spente le luci e ho fatto un urlo enorme. Credo che Marcell l'abbia sentito e spero di avergli inviato energia positiva. Lui è in una forma spaventosa. Per l'Italia è una giornata che va ricordata per sempre, proprio adesso che stiamo subendo qualcosa di enorme come la pandemia. Queste che stiamo affrontando non sono difficoltà qualsiasi». 

Allora Gimbo, non resta che dare un titolo a tutto questo.

«Non ho vinto l'Olimpiade, ho fatto qualcosa di immenso».

Tokyo 2020, il mental coach di Tamberi: "Questa Olimpiade era il suo sogno e il suo incubo". Camilla Romana Bruno su La Repubblica il 02 agosto 2021. Lavorano insieme dal 2014, due anni prima del sogno infranto di Rio. Una collaborazione nata un po' per caso ma che da allora non si è mai interrotta. Luciano Sabbatini, mental coach di Gianmarco Tamberi, racconta il suo rapporto con Gimbo all'indomani della vittoria dell'oro olimpico nel salto in alto. "Per lui Tokyo 2020 è stata una liberazione, era il suo sogno ma anche il suo incubo. Non ci si crede", afferma soddisfatto e molto emozionato. "La cosa più difficile da gestire di Gianmarco? La sua enorme volontà che a volte superava anche i limiti". 

Chi è Gianmarco Tamberi: l’oro olimpico che voleva giocare a basket e il riscatto a Tokyo dopo l’infortunio. Carmine Di Niro su Il Riformista l'1 Agosto 2021. Una medaglia d’oro che sa di rivincita, di rivalsa contro un destino cinico che cinque anni fa gli aveva impedito di partecipare ai Giochi olimpici di Rio de Janeiro, dove puntava dritto al podio. Gianmarco Tamberi fa la storia del salto in alto italiano conquistando un oro ex aequo col qatariota Essa Mutaz Barshim, fermandosi dopo sette salti senza errori a quota 2.37. ‘Gimbo’ e Barshim, fatta fuori la concorrenza per la più preziosa delle medaglie, si guardano negli occhi e al giudice che chiede se vogliono oltre per lo spareggio dicono "no", potendo iniziare i festeggiamenti. Un oro che ha fatto esplodere di gioia e lacrime Gianmarco, 29 anni di Civitanova Marche, che sulla pedana di Tokyo aveva portato con sé per l’ultimo salto il gesso dell’infortunio patito nel 2016 a Montecarlo, nel corso della quale aveva stabilito il record italiano di 2,39 e che gli costò la partecipazione all’Olimpiade di Rio. Sul gesso campeggiava ancora la scritta "Road to Tokyo 2020", col 2020 cancellato e sotto aggiunto "2021".

LA CARRIERA TRA VITTORIE E INFORTUNIO – Un percorso lungo e pieno di incidenti quello fatto da ‘Gimbo’ per arrivare a conquistare l’oro a Tokyo. Figlio d’arte, il padre Marco fu due volte primatista italiano e si giocò la finale delle Olimpiadi di Mosca del 1980, Gianmarco ha iniziato a frequentare le pedane del salto in alto a 12 anni. Un impegno controvoglia: il neo campione olimpico era infatti più appassionato del basket, che resta ancora oggi la sua "malattia". 

A 16 anni, complice i progressi e il padre, Gimbo sceglie definitivamente il salto in alto, anche perché riusciva già a saltare i 2 metri e 07. 

Nel 2012 inizia la sua carriera di alto livello: a 20 anni finisce quinto agli Europei di Helsinki, stabilendo il minimo olimpico e conquistando il pass per il Giochi di Londra. Nel 2015 migliora per tre volte il record italiano, iniziando col 2.34, passando al 2.35 e finendo in 2.37.

Nel 2016 il primo titolo internazionale, col Mondiale vinto a Portland saltando 2.36, come nessun italiano prima di lui nella specialità. Ma il 2016 è anche l’anno della più grande delusione in carriera: l’infortunio alla caviglia patito al meeting di Montecarlo, dove saltò il suo primato personale a 2.39, gli costò infatti la partecipazione ai Giochi di Rio de Janeiro. Una beffa clamorosa: Gimbo aveva già vinto il meeting, l’infortunio arrivò infatti nel tentativo di andare oltre e superare quota 2.41. 

Gimbo è tornato dopo due anni, nonostante il parere di molti medici di un infortunio troppo invalidante per tornare a gareggiare ad alti livelli. La forza di volontà non è invece mancata a Gianmarco, capace nel 2018 di tornare a saltare a quota 2.33 e di vincere il titolo europeo a Glasgow, in Scozia, con 2.35. 

LA VITA PRIVATA – Gianmarco è fidanzato con Chiara Bontempi e proprio il giorno precedente la partenza per Tokyo le ha fatto una proposta di matrimonio ‘social’, condividendo il video con suoi quasi 200 mila followers su Instagram. 

Gimbo ha anche un passato da batterista: ha suonato infatti nel gruppo ‘The Dark Melody’ con un classico repertorio rock anni Settanta. Studente di Economia all’università Luiss di Roma, è recensente passato dalle Fiamme Gialle alle Fiamme Oro.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Gaia Piccardi per il "Corriere della Sera" il 4 agosto 2021. «Mi sento su un altro pianeta, ancora non ci credo. È un sogno che nemmeno io immaginavo così bello». Chiara Bontempi conosce Gianmarco Tamberi da quando aveva 14 anni, oggi ne ha 26 eppure Gimbo riesce ancora a sorprenderla. Con l'oro olimpico nel salto in alto nell'indimenticabile domenica che, complice Jacobs re dei 100 metri, ha cambiato lo sport italiano, certo. Ma non solo. 

Chiara da dove iniziamo?

«Dall'avvicinamento difficile a un'Olimpiade posticipata di un anno. Vista la stagione estiva, gli alti e i bassi, le difficoltà e i dubbi, io non avevo certezze. Gianmarco, evidentemente, sì». 

Cosa ha scoperto di lui che già non sapesse?

«Sapevo che è un ragazzo sensibile e forte, bello come il sole, dentro e fuori. Non lo immaginavo così forte! La sua concentrazione, la capacità di gestire emozioni così intense mentre l'asticella saliva fino a 2,39… Prima della finale gli ho mandato un messaggio ma le mani mi tremavano, non trovavo le parole. Lui mi ha risposto serafico: goditi la gara, al resto penso io».

Dov'era allo stadio?

«Per le norme anti Covid non ho potuto accedere allo stadio. Ma è stata fatta un'eccezione per la premiazione». 

Nella scelta di non tingersi i capelli né rasarsi a metà la barba c'è il suo zampino?

«Al naturale è la versione che più mi piace di lui: pulito, senza fronzoli, un altro segnale di crescita. Ma anche le sue uscite stravaganti fanno parte della sua personalità giocosa. Gimbo non è mai finto». 

Nella notte del trionfo ha detto: Chiara ha messo la mia vita davanti alla sua.

«Lo scambio è reciproco. Una delle cose che mi piace di Gianmarco è che mi mette sempre al primo posto, mi coccola con dei regalini dopo gli esami, tante piccole cose. Un Natale mi regalò un anellino, lo infilò in una scatolina attaccata a un palloncino che ho dovuto far scoppiare… Nei momenti bui ci stiamo accanto a vicenda». 

Il momento più buio del campione olimpico?

«Dopo l'infortunio, quando ha saputo che la prima operazione non sarebbe bastata: ne serviva una seconda. Lì è stata tosta, l'ho visto vacillare. Però ha sempre saputo risollevarsi. Ci siamo risollevati insieme». 

E ora è in una fiaba.

«Sapevo che dovevamo investire su di noi e su un sogno condiviso, inseguito per 5 lunghi anni. L'ho accompagnato alle visite mediche, dai fisioterapisti, nelle sale d'attesa. Volevo farlo, volevo essere presente. Rifarei tutto. Siamo innamorati, fortunati, in sintonia. Siamo una squadra».

Non resta che parlare della data delle nozze.

«La proposta c'è stata, alla vigilia della partenza, era sui social. La data ancora non c'è: se tutto va bene tra l'estate e l'autunno 2022». 

Il rivale Barshim, con cui ha diviso l'oro di Tokyo, come testimone di nozze?

«Siamo stati al suo matrimonio, in Svezia. Gimbo e Mutaz hanno un rapporto bellissimo, un'amicizia vera, a Firenze siamo stati tutti a cena con i miei. È qualcosa che va oltre lo sport, per questo la loro decisione di condividere la vittoria ha colpito tutti. Quando con Gimbo torneremo sulla terra, penseremo al matrimonio. E Barshim sarà l'invitato d'onore».

Tokyo: Jacobs oro nei 100 in 9''80. (ANSA l'1 agosto 2021) -  Marcell Jacobs è medaglia d'oro nella finale dei 100 metri delle Olimpiadi di Tokyo 2020 in 9''80.

Da corrieredellosport.it l'1 agosto 2021. "Ma che c***o ha i fatto!!" è stata la frase con la quale Gianmarco Tamberi ha accolto la superba prestazione di Marcell Jacobs, primo italiano finalista nella storia delle Olimpiadi nella disciplina 100 metri. Tamberi, impegnato nella finale del salto in alto maschile, ha visto il connazionale sfrecciare e arrivare nel giro di defaticamento, poi lo ha accolto con euforia! Così tanta da essere anche immortalato dalle telecamere a caricare e rendere omaggio al velocista nativo di El Paso, Texas. 

(ANSA l'1 agosto 2021) - "E' stata una gara emozionante, mi ha fatto tornare indietro di sessant'anni. Ho trovato un valido erede...". Livio Berruti si commuove, interpellato al telefono dall'ANSA, nel commentare la medaglia d'oro di Marcell Jacobos. "Mi è piaciuto davvero come ha corso e come ha vinto - aggiunge l'ex velocista italiano, oggi 82enne, campione olimpico dei 200 metri ai Giochi olimpici di Roma nel 1960 - Si è migliorato di gara in gara, dimostrando una grande maturità".

(ANSA l'1 agosto 2021) - "La vita di Marcell è stata un grande sacrificio. È vissuto senza padre e gli ho fatto da papà e mamma. Ha superato tante difficoltà e ora si merita tutto". Sono le prime parole della mamma di Marcell Jacobs, campione olimpico nei cento metri. "Avevo buone sensazioni dopo che avevo trascorso un mese con lui e i suoi fratelli a Tenerife. Da quel periodo sono cambiati i suoi progetti ed è arrivato alla vittoria di oggi", ha aggiunto mamma Viviana che ha seguito la gara con altri parenti e amici dall'albergo di proprietà sulla sponda bresciana del lago di Garda. "Avevo detto che era il nuovo Bolt. Lo ha dimostrato, è il più veloce". 

Dipende dal grado ricoperto nel corpo di Polizia ma anche dai premi. Quanto guadagna Marcell Jacobs, l’uomo più veloce del mondo e primo oro azzurro nei 100 metri. Redazione su Il Riformista l'1 Agosto 2021. Marcell Jacobs nasce in Texas da padre statunitense e madre italiana, con la quale arriva in Italia all’età di due anni. Fino agli undici ha provato diversi sport, decidendo infine di intraprendere la strada dell’atletica. Alle medie è stato bocciato e nonostante la provenienza parla un inglese stentato. Oggi ha 26 anni ed è padre di tre figli, il primo è arrivato quando ne aveva 20. Si allena a Desenzano del Garda, dove ha lavorato duramente per primeggiare nella gara regina dell’atletica leggera, i 100 metri piani. Nella batteria della semifinale ha corso in 9″94 guadagnandosi la prima finale storica per un italiano, segnando già il nuovo record italiano. Il capolavoro arriva in finale dove conquista un oro storico per l’atletica italiana abbassando ancora il tempo a 9″80, stesso tempo di Bolt delle ultime Olimpiadi.

QUANTO GUADAGNA – Marcell Jacobs è un atleta delle Fiamme Oro, gruppo sportivo della polizia di Stato (come anche Gian Marco Tamberi, altro oro olimpico a parimerito con il quatariota Barshim). Lo stipendio dipende dal grado ricoperto nel corpo: un poliziotto semplice incassa circa 1.300 euro, gli atleti ovviamente possono aumentare gli incassi attraverso premi legati ai risultati (ad esempio, una medaglia d’oro a Tokyo vale 180 mila euro: una medaglia d’argento 90 mila euro, una medaglia di bronzo 60 mila euro), ma soprattutto grazie alle varie sponsorizzazioni connesse, per forza di cose, alle performance sportive.

Nel gennaio 2019 Jacobs ha girato uno sponsor per la Nike. Ma oggi, dopo lo storico oro della gara regina dell’atletica, si apriranno le porte di altre aziende che non vedranno l’ora di legare il proprio nome all’uomo più veloce del mondo.

Da "fanpage.it" l'8 agosto 2021. La medaglia d'oro di Marcell Jacobs alle Olimpiadi cambierà completamente la vita del 26enne di Desenzano del Garda. La gloria sportiva e la fama imperitura si tradurranno anche in un arricchimento non solo dello spirito. Il trionfo di dimensione planetaria nei 100 metri a Tokyo – nella specialità regina dell'atletica – è del resto una gemma rarissima che spetta a pochissimi nella storia e va capitalizzata al meglio. Le cifre svelate dal manager di Jacobs danno il senso dell'avvenuta svolta economica. In primis si parte dagli ingaggi per i vari meeting, con valori sempre espressi in dollari, che è la valuta cui ci si riferisce nell'atletica leggera: "Per Jacobs si può arrivare a un ingaggio di 150mila dollari (127mila euro al cambio, ndr) per una gara sui 100 nelle riunioni del circuito Diamond League. Questo vale per i meeting che hanno un budget-atleti di almeno due milioni", quindi i prossimi meeting di Eugene, Losanna, Parigi, Bruxelles, Zurigo. Le cifre tuttavia sono rivedibili al rialzo ulteriore, visto che ogni cosa ha un prezzo per gli organizzatori: "Se gli sconfitti a Tokyo vorranno la rivincita, allora dovranno rimettere mano al portafogli, l'ingaggio è sempre in proporzione al cast". Marcello Magnani è il manager di Jacobs e spiega chiaramente al Corriere dello Sport come tutto sia cambiato in un attimo per il velocista azzurro: "Per contratto Nike, la prima uscita sarà a Eugene il 21 agosto. Dopo lo splendido oro olimpico ci hanno riconosciuto un extra fuori accordo di poco meno di 100mila dollari". Ed anche il contratto con lo sponsor tecnico del baffo, che segue il ragazzo nato ad El Paso, sarà probabilmente rivisto al rialzo dall'attuale milione di dollari (850mila euro circa). Ovviamente non si parla solo di ingaggi per i meeting, ma anche di tutto quello che ruota intorno all'immagine dell'atleta: "Difficile quantificare precisamente il valore totale. Perché sono tante le componenti e non si può pianificare tutto in 24 ore. Non abbiamo fretta, ci vorranno almeno una decina di giorni per metabolizzare questo trionfo e poi esaminare al meglio tutte le possibili opzioni. Comunque siamo tra i 2,5 e i 3 milioni di dollari a stagione, se riusciremo ad intervenire su alcuni impegni che Marcell aveva già sottoscritto". Che Jacobs sia passato in un'altra dimensione, lo spiega chiaramente cosa è successo nelle ore successive al trionfo di Tokyo: "Mi hanno chiamato già in tanti, dalle case produttrici di occhiali sportivi a industrie alimentari come il parmigiano. E c'è stato un interessamento anche da parte della Ferrari. Ma come detto, non c'è fretta. Prima dobbiamo pianificare il futuro di Marcell e in questo processo andrà coinvolto, oltre al diretto interessato naturalmente, anche il suo gruppo sportivo delle Fiamme Oro, con il quale c'è già molta collaborazione". Una nuova vita aspetta Jacobs: non è facile essere una leggenda in movimento.

Jacobs: «Due ori alle Olimpiadi e ora tutti si aspettano che mantenga lo standard: pronto ad accettare la sfida». Gaia Piccardi per “corriere.it” l'8 agosto 2021. «E adesso ho paura di quello che mi aspetta. In Italia, fuori dalla bolla dell’Olimpiade, quando lunedì sera atterrerò a Roma. Ho paura di scoprire come cambierà la mia vita, ma sono pronto». (...) Per non compromettere la rincorsa a Parigi 2024, che per i tempi sincopati dello sport è dietro l’angolo, bisognerà gestirsi con intelligenza, non farsi tirare troppo per la maglietta, continuare a rispettare la regola-Mennea evocata dal d.t. Antonio La Torre («Mangia, riposa, allenati, stai in famiglia»), con qualche accortezza: «Non temo che il successo cambi Marcell: la sua serenità è reale, non di facciata — spiega il d.t. —, però Paolo Camossi, il suo coach, dovrà essere bravo a mettere dei punti fermi nell’allenamento. Tra tre anni, a Parigi, i rivali nei 100 saranno più o meno gli stessi di Tokyo. Marcell può farci di nuovo divertire. Ma va gestito come Federica Pellegrini, che ha sempre delegato tutto al suo management pensando solo ad allenarsi». Il cronometro incalza, i giovani crescono e hanno fretta. «A quasi 27 anni, Jacobs è nel pieno della sua maturità di atleta, valorizzata dal fatto di essere tre volte papà — dice Filippo Di Mulo, responsabile della velocità in Nazionale —. Lo conosco dal 2017, all’epoca bazzicava lungo e sprint infortunandosi spesso, l’abbiamo convinto ad abbracciare solo il gesto della corsa, che è più rotondo, ed ora è stabilmente sotto i 9”90». Nel futuro correrà anche i 200? «Difficile. Significherebbe cambiare modalità di allenarsi, il lavoro andrebbe rivisto in funzione della resistenza. Per me è un centometrista puro. Muscolato ma reattivo, con un’azione di corsa alla Asafa Powell, frequenze elevatissime. Gli americani che si stupiscono dei suoi progressi, studino i suoi risultati: nel 2018 faceva già 10”04, un tempo di tutto rispetto». La patata bollente ora passa a coach Camossi: «Mi riempio di domande, magari assurde: come si allena un campione olimpico? Poi mi rendo conto che è lo stesso Marcell che curo da sei anni, ma di certo le cose cambieranno: inviti, popolarità, gente al campo. Spero che la vittoria ci aiuti: servono più attrezzature, un verricello ad elastico per gli sprint, la possibilità di usare di più la gabbia aerodinamica. Ma, di base, sarà importante fare la stessa vita». Sperando che il primo mal di gola autunnale di Ronaldo non spazzi via i meravigliosi ricordi di un’estate olimpica. 

Il re dell'atletica. “Il mio erede è Marcell Jacobs”, l’incoronazione di Usain Bolt al campione italiano. Redazione su Il Riformista l'8 Agosto 2021. Usain Bolt ha riconosciuto in Marcell Jacobs il suo erede. Il velocista di tutti i tempi si è finalmente pronunciato sul campione italiano, rompendo quell’assordante silenzio. Bolt, il detentore di tre record mondiali (100 metri piani, 200 metri piani e staffetta 4×100), nonché otto volte oro olimpico, in un’intervista al Corriere della Sera commenta i risultati del velocista italiano: “Il risultato di Jacobs è stato straordinario: i 100 metri sono la gara più prestigiosa di tutta l’Olimpiade, dare il meglio di sé nella corsa più importante della stagione è certamente un segno di classe. E poi l’oro anche nella staffetta, wow!”, ha detto al Corsera. “La gara dei 100 metri piani – prosegue Bolt – è stata una gara apertissima, uno sprint di qualità nel quale alla fine tutti e tre i medagliati sul podio hanno fatto il loro personale stagionale”. Il jamaicano ammette di non aver mai sentito nominare il nome di Jacobs fin quando il campione italiano non ha conquistato due ori alle Olimpiadi di Tokyo. Bolt, commentando la performance di Jacobs ammette: “Non lo conoscevo, ma vedo che è fisicamente forte, e l’aver saputo migliorare il suo personale in batteria, semifinale e finale indica che è un vero combattente, mentalmente solidissimo”. Poi uno scambio di raccomandazioni tra campioni. “Goditi il momento, festeggia il giusto, continua a lavorare come stai facendo”, ha detto Bolt, suggerendo a Jacobs di continuare ad allenarsi in Italia. E infine il re dell’atletica consegna ufficialmente il testimone a Jacobs, sesto sprinter europeo della storia a vincere un oro olimpico: “A me non è mai importato nulla della provenienza dei miei avversari. La cosa meravigliosa dell’atletica è che chiunque, sul pianeta, se ha talento può correre veloce. Jacobs l’ha fatto, oggi l’erede è lui”.

Jacobs, Usain Bolt lo incorona: «Straordinario, uno sprinter di gran classe». Gaia Piccardi per “corriere.it” l'8 agosto 2021. A nessun re piace essere spodestato. A volte, i monarchi assoluti capaci di conquistare otto medaglie d’oro in tre Olimpiadi, tollerano male anche l’idea di un erede, benché nel frattempo siano andati in pensione. È il caso di Usain Bolt, il più grande di ogni tempo, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Bolt come valuta la finale dei 100 metri qui a Tokyo?

«Ho assistito a una gara apertissima, nella quale non sarei stato in grado di scegliere un vero favorito. Uno sprint di qualità: alla fine tutti e tre i medagliati sul podio hanno fatto il loro personale stagionale». 

Marcell Jacobs ha fatto di più: oro olimpico ritoccando il record italiano.

«Un risultato straordinario per lui: i 100 metri sono la gara più prestigiosa di tutta l’Olimpiade, dare il meglio di sé nella corsa più importante della stagione è certamente un segno di classe. Congratulazioni a lui e all’Italia, che si è presa pure l’oro della staffetta, wow!». 

Dica la verità: prima di Tokyo aveva mai sentito nominare Marcell Jacobs?

«Ammetto di no. Non ricordo nemmeno di averlo mai incontrato» 

Marcell racconta di un fugace incontro nella sala d’attesa del dottor Mueller-Wohlfahrt, medico del Bayern, a Monaco di Baviera.

«Mmmm… Chiedo scusa ma non mi ricordo proprio». 

È dispiaciuto che il suo amico Andre De Grasse si sia dovuto accontentare del bronzo?

«Andre non ha corso male i 100 però ha fatto ancora meglio nei 200, dove ha vinto l’oro. Nei grandi appuntamenti si esalta».

Qual è il più grande talento di Jacobs come sprinter, dal suo punto di vista?

«Vedo che è fisicamente forte e l’aver saputo migliorare il suo personale in batteria, semifinale e finale indica che è un vero combattente, mentalmente solidissimo». 

9”80 è un crono di lusso. Come ci si può migliorare così in fretta?

«La pista di Tokyo è velocissima, guardi anche i record nei 400 ostacoli». 

Quanto margine di crescita ha l’azzurro?

«Non lo conosco abbastanza per poter dire di quanto potrà scendere ancora sui 100 nel futuro». 

Il miglior consiglio che Bolt possa dare a Jacobs?

«Goditi il momento, festeggia il giusto, continua a lavorare come stai facendo». 

Gli suggerirebbe di allenarsi all’estero?

«No, no, per carità: non si cambia mai una formula vincente».

Bolt e le scarpe «magiche» dell’atletica (ma non per tutti): Usain teme di perdere i suoi record Jacobs è solo il sesto sprinter europeo della storia a vincere l’oro olimpico nei 100: questo rende il suo successo ancora più speciale?

«A me non è mai importato nulla della provenienza dei miei avversari. La cosa meravigliosa dell’atletica è che chiunque, sul pianeta, se ha talento può correre veloce. Jacobs l’ha fatto, oggi l’erede è lui».

Giampiero Mughini per Dagospia l'1 agosto 2021. Caro Dago, Iddio mi ha dato la fortuna di aver visto correre la corsa sui 200 metri di Livio Berruti alle Olimpiadi di Roma del 1960 e vent’anni dopo la corsa sui 200 metri di Pietro Mennea alle Olimpiadi Mosca nel 1980. Mi ha dato adesso l’emozione violenta (ai limiti del pianto) di vedere il 9,84 realizzato sui 100 metri da Marcell Jacobs, un ragazzone italiano nato in America e che è allenato da Paolo Camossi (ex formidabile triplista), fratello della mia cara amica Gaia Camossi che era la più bella delle fanciulle aizzate in Tv dal grande Gianni Boncompagni nel memorabile “Non è la Rai”. Di sicuro il suo tempo, primato europeo della specialità, resterà nella storia dell’atletica non solo italiana. Resterà molto probabilmente come il cippo azzurro il più fluorescente in queste Olimpiadi che finora non ci erano state favorevoli quanto alle prestazioni di molti dei nostri campioni. E tanto più che esattamente com’era avvenuto a Mennea nella finale di Mosca, la partenza di Jacobs era stata orribile. S’era tolto via pesantemente dai blocchi di partenza e nei primi dieci-quindici metri era come se i suoi gamboni stentassero a roteare adeguatamente. Ai quaranta-cinquanta metri il suo motore ha cominciato finalmente a rombare. La seconda metà della corsa l’ha compiuta a una velocità da record assoluto, una gara strapotente dove ha finito per arrivare spalla a spalla con due atleti misurati sul tempo di 9,83, che è un tempo assoluto da medaglia olimpica. Marcell Jacobs è anche lui lassù, sulla vetta della gara la più prestigiosa della specialità che fa da regina dei giochi olimpici. Grazie Marcel e grazie a te, Paolo carissimo. 

La mamma di Jacobs: "La vita di Marcell è stata tutta un sacrificio, ora finalmente ha conquistato il mondo". La Repubblica l'1 agosto 2021.Emozione e felicità di Viviana Masini, madre di Marcell Jacobs, dopo la vittoria dell'oro nei 100 metri a Tokyo 2020: "Sono felicissima, emozionata - dice fuori dall'hotel che gestisce a Desenzano del Garda e dove ha guardato la finale insieme ad amici e parenti - tutta la vita di Marcell è stata un sacrificio, noi eravamo giovanissimi, ci siamo dovuti trasferire in America, poi il padre è stato mandato in Corea quando Marcell aveva un anno. Gli ho dovuto fare da padre e madre, ha avuto anche problemi fisici da piccolo. Ora però finalmente può godersi la vita dopo tutti i sacrifici, ora ha davvero conquistato il mondo" 

Da corriere.it il 2 agosto 2021. Viviana Masini, la mamma di Lamont Marcell Jacobs, con in braccio il nipote mentre guarda con amici e parenti, dal suo hotel Florence di Manerba (Brescia), il record olimpionico del figlio. La gioia è incontenibile.

I riti della mamma di Jacobs sulle prime scarpette del centometrista: ''Ho chiesto all'universo di aiutarlo''. Edoardo Bianchi su La Repubblica l'1 agosto 2021. “Da quando sono cominciate le olimpiadi, per mettermi in contatto con lui faccio sempre un rito: accendo un incenso sulle sue prime scarpette da corsa prima di una staffetta… ha funzionato, ha vinto”.Con queste parole la madre di Marcell Jacobs, Viviana Masini, mostra con fierezza l’angolo dedicato al figlio all’interno dell’albergo di famiglia, dopo la vittoria dell'oro nei 100 metri a Tokyo 2020. "Quando ha tagliato il traguardo per primo ho provato tanta felicità per lui perché ne ha passate tante e questa vittoria se la è meritata”.“Il suo segreto - ha proseguito la mamma -  è rappresentato dal suo punto debole: le intolleranze. Quando era piccolo non poteva mangiar male e ricordo che andava ad annusare le carte di cioccolato perché non poteva mangiarlo. Ancora oggi segue una dieta rigida e una vita di sacrifici, questa vittoria se l'è meritata”. 

La gioia incontenibile di Nicole Daza, compagna di Jacobs: ''Abbiamo vissuto tutto insieme: le vittorie e le cadute''.  La Repubblica l'1 agosto 2021. Un urlo di felicità quello di Nicole Daza, la compagna del campione olimpico Marcell Jacobs, nel momento della vittoria dell'azzurro. In braccio la piccola Meghan e un'esultanza incredibile. "Abbiamo vissuto tutto insieme - racconta Daza al Tg1 - sia le cadute che le vittorie, ma è sempre più forte".

Gaia Piccardi per corriere.it l'1 agosto 2021. Le scarpe in mano, la barbetta elettrica, i muscoli ancora pieni della memoria di cento metri all’Olimpiade divorati ritoccando il suo stesso record italiano (da 9”95 a 9”94), un centesimo che nello sprint vale tutto l’oro del mondo. Come hai corso, Marcell? “Mmmm… benino”. Il nuovo Jacobs — quello che oggi, domenica, ha fatto la storia, vincendo la medaglia d’oro alle Olimpiadi stabilendo il nuovo record europeo con 9”80 — non si accontenta mai, non ha confini, davanti solo un rettilineo su cui scaricare il talento dono di papà Lamont, ex militare americano del Texas, ex militare dell’Us Army ala base di Vicenza, e mamma Viviana, che il giorno dopo l’impresa in batteria ai Giochi di Tokyo aveva rivelato il piano segreto del figlio: «L’obiettivo di Marcell è scendere sotto 9”90». Obiettivo già raggiunto, in semifinale. Un’enormità, una primizia assoluta per uno sprinter azzurro, Pietro Mennea è l’antenato e Jacobs il degno erede («Anche se non l’ho mai conosciuto, ne ho sempre ammirato la fame, gli allenamenti e la voglia di portare in alto l’Italia con l’etica del lavoro» spiega Marcell). 

Il fuoco dello sprinter. Marcell non è uno da voli pindarici: «Il tempo che ho in mente non lo rivelo - ci aveva detto sabato notte nella pancia dello stadio olimpico -, sennò poi, con quello in testa, mi limito». Il cambiamento dell’uomo di El Paso (è nato in Texas 26 anni fa), cresciuto a Desenzano del Garda da quando aveva un anno e mezzo («A 18 mesi ero in Italia, i miei figli sono nati qui, mi sento italiano in ogni cellula del mio corpo, tanto che con l’inglese sono in difficoltà!»), in questa stagione è stato netto. Jacobs era lo sprinter potente e talentuoso che non riusciva mai a scaricare tutti i cavalli sul tartan, perdeva i confronti diretti con Filippo Tortu (anche lui arrivato in semifinale qui a Tokyo: dove però si è fermato), aveva sempre una scusa buona a cui aggrapparsi: la fitta, il risentimento muscolare, la congiuntura astrale sfavorevole. Quando lo scorso marzo si è presentato agli Europei di Tortun, in Polonia, per prendersi l’oro indoor nei 60 metri in 6”47 (miglior prestazione mondiale e nuovo record italiano), si è capito che il fuoco covava sotto la cenere del vecchio Jacobs. Uno sprinter diverso, più consapevole e maturo, finalmente in grado di convogliare l’emotività nei canali giusti, trasformarla in energia positiva e carburante per il motore. 

Il padre, i dissidi e la riconciliazione. Da lì, Marcell non si è più fermato: un primo record italiano (soffiandolo a Tortu) in 9”95 il 13 maggio a Savona, ritoccato in 9”94, poi 9”84, infine 9”80 nelle notti di Tokyo, il confronto vinto con il mondo a Montecarlo, in Diamond League, dove subito prima dell’Olimpiade l’azzurro si è piazzato terzo dietro Baker e Simbine, lasciandosi alle spalle quel Bromell che sognava di diventare l’erede di Bolt: e invece. La storia di Marcell Jacobs, un rapporto difficile con il padre fino a una guaritiva riconciliazione che ha pacificato l’uomo e — non a caso — liberato l’atleta («Non è ancora tutto risolto però almeno adesso ci parliamo: il traduttore di Google mi dà una mano con l’inglese…»), è raccontata dai tatuaggi che ha sul corpo. La Rosa dei venti, le date di nascita dei sui figli (ne ha tre), una scritta inneggiante l’amicizia, una tigre che ben lo rappresenta. Aveva cominciato come lunghista, con l’aiuto di un team solido (il coach Paolo Camossi ma anche la mental coach Nicoletta Romanazzi, figura chiave nella trasformazione del ranocchio in principe) si è evoluto in un meraviglioso sprinter che oggi è riuscito a fare ciò che a nessun atleta azzurro nella storia di Olimpia era mai riuscito. Correre veloce. Anzi, velocissimo. Più di tutti.

Tokyo 2020, "dopo la semifinale...". Quel dettaglio nella corsa di Marcell Jacobs: cosa c'è dietro il più pazzesco dei trionfi. Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. Sì, è tutto vero: l'uomo più veloce al mondo è un italiano e si chiama Marcell Jacobs. Oro olimpico nei 100 metri a Tokyo 2020 con il tempo di 9,80. Jacobs è nell'ordine: il primo azzurro ad arrivare in una finale olimpica, il primo azzurro a conquistare una medaglia nei 100 metri e, ovviamente e soprattutto, il primo a vincere l'oro. Insomma, è già storia. Così come è storia, da tempo, Livio Berruti: nel 1960, a Roma, vinse l'oro nel 200 metri, scrivendo anche il record del mondo. E ora, intervistato da Repubblica, Berruti parla dell'impresa di Jacobs. Si dice "emozionato", ma non stupito: "No no, me lo aspettavo. Ho capito in semifinale che Marcell aveva ancora tante cartucce da sparare. Per come aveva corso, nonostante una partenza non perfetta e un arrivo decontratto. C'erano i margini. E in finale quei margini se li è divorati". Quando fanno notare a Berruti che dalle sue parole emerge una grande ammirazione per Marcell, lui subito conferma: "Sì, per la sua maturità tecnica e agonistica. Ma soprattutto per la sua capacità di vincere le difficoltà di una vita che non è stata semplice. Lo sport sa farti tanto male. Poi però ti regala momenti in cui quel male ti sembra nulla rispetto alla gioia che stai vivendo", conclude un commosso Livio Berruti. 

Marcell Jacobs, lo sfogo della madre: "La sua vita tutta un grande sacrificio", le accuse al padre del campione. Libero Quotidiano l'01 agosto 2021. Marcell Jacobs oro olimpico nei 100 metri di atletica a Tokyo 2020 ha ricevuto, ovviamente, anche i complimenti della mamma. La donna è in lacrime dopo la gara. "La vita di Marcell è stata un grande sacrificio. E' vissuto senza padre e gli ho fatto da papà e mamma. Ha superato tante difficoltà e ora si merita tutto. Queste le prime dichiarazioni di mamma Viviana al suo Marcell. "Avevo buone sensazioni dopo che avevo trascorso un mese con lui e i suoi fratelli a Tenerife. Da quel periodo sono cambiati i suoi progetti ed è arrivato alla vittoria all'Olimpiade", ha rivelato la signora Viviana che ha seguito la gara con altri parenti e amici dall'albergo di proprietà sulla sponda bresciana del lago di Garda. "Avevo detto che era il nuovo Bolt. Lo ha dimostrato, è il più veloce", si compolimenta con il figlio con tutta la gioia che può avere una mamma per un successo così importante e storico raggiunto da un figlio.

Marc Jacobs, chi è l'uomo più veloce al mondo: il texano che non parla inglese e la drammatica rottura col padre. Libero Quotidiano l'01 agosto 2021. Marcell Jacobs ha fatto la storia, vincendo la medaglia d’oro alle Olimpiadi nei cento metri piani di atletica leggera stabilendo anche il nuovo record europeo con 9”80. Lo sprinter azzurro ha una storia alle spalle degna di un film. Papà Lamont, ex militare americano del Texas, ex militare dell’Us Army alla base di Vicenza, e mamma Viviana lo hanno fatto nato nascere a El Paso, in Texas 26 anni fa, ma il piccolo Jacobs è poi cresciuto a Desenzano del Garda da quando aveva un anno e mezzo: "A 18 mesi ero in Italia, i miei figli sono nati qui, mi sento italiano in ogni cellula del mio corpo, tanto che con l’inglese sono in difficoltà!", ha detto dopo i primi risultati sportivi che lo hanno portato alla ribalta come possibile speranza in una disciplina (la velocità) in cui l'Italia da tempo non esprimeva talenti. All'improviso, invece, ecco Filippo Tortu, eliminato in semifinale, e poi Marcell Jacobs. Jacobs, ricorda il Corriere della Sera, "era lo sprinter potente e talentuoso che non riusciva mai a scaricare tutti i cavalli sul tartan, perdeva i confronti diretti con Filippo Tortu aveva sempre una scusa buona a cui aggrapparsi: la fitta, il risentimento muscolare, la congiuntura astrale sfavorevole". Poi a marzo 2021 gli Europei di Tortun, in Polonia, il primo oro indoor nei 60 metri in 6”47 (miglior prestazione mondiale e nuovo record italiano). Da lì non si è più fermato: un primo record italiano (soffiandolo proprio a Tortu) in 9”95 il 13 maggio a Savona, ritoccato in 9”94, poi 9”84, infine 9”80 a Tokyo, l'ottima prestazione di Montecarlo, in Diamond League, prima dell’Olimpiade, piazzandosi terzo dietro Baker e Simb. Ma Jacobs ha una storia privata che vale la pena essere raccontata: un rapporto difficile con il padre, con una riconciliazione in età adulta che è stata fondamentale anche per la sua carriera. "Non è ancora tutto risolto però almeno adesso ci parliamo: il traduttore di Google mi dà una mano con l’inglese…". Un corpo fatto per l'atletica, costruito in anni di allenamenti che è anche un omaggio alla sua famiglia con tatuaggi con la Rosa dei venti, le date di nascita dei sui figli (ne ha tre), una scritta inneggiante l’amicizia e una tigre.

Claudia Guasco per "il Messaggero" il 2 agosto 2021. Il figlio del vento viene da un paese, Desenzano del Garda, dove le brezze sono la specialità locale. È nato a El Paso, negli Stati Uniti, da papà americano eppure il suo inglese è così e così, «a scuola strappava un sei», racconta la mamma. Ciò che ha fatto a Tokyo è il risultato di abnegazione, duro lavoro e anche di una sorta di pacificazione con se stesso e le proprie origini. Bisogna regolare i conti con il passato per guardare al futuro con mente sgombra. E finalmente eccolo qui Jacobs, che si fa chiamare Marcell ma il suo primo nome è Lamont, come il padre militare con cui non ha mai avuto contatti fino a 13 anni «perché non avevamo niente da dirci» e adesso lo incoraggia con un messaggio prima delle batterie. La madre Viviana Masini gli ha parlato tra la semifinale e la finale. Le ha detto: «Non ti preoccupare mamma, so cosa devo fare. Vado». In quel momento lei ha capito che mettere le bottiglie in frigo per il brindisi era un gesto previdente, non una sfida alla sorte. Che ha comunque contrastato accendendo preziosi incensi dono del figlio. «Il giorno prima sembrava teso, bloccato, pareva di ghiaccio. Alla vigilia della gara decisiva, invece, era molto più rilassato, con quell'aria di sfida un po' da presa in giro, sta' a vedere che scherzetto ti combino. Quando l'hanno inquadrato ai blocchi di partenza era molto concentrato e determinato, le sensazioni erano positive». E Marcell è corso a prendersi l'oro. All'Hotel Florence di Manerba gestito da Viviava è festa grande, ci sono il fratello, i nipoti, gli amici, il Franciacorta e la torta al cioccolato. È l'ora del successo e del riscatto. «Quella di Marcell è stata un vita di grande sacrificio. È nato quando io avevo 18 anni e il papà 20, ci siamo dovuti trasferire in America, poi il padre è stato mandato in Corea quando Marcell aveva un anno, gli ho dovuto fare da padre e madre, ha avuto anche problemi fisici da piccolo. Finalmente può godersi la vita dopo tutti i sacrifici, ha davvero conquistato il mondo. Vedo il nuovo Usain Bolt». Il clic è arrivato nell'ultimo anno, riflette la mamma. Prima la testa e il cuore, poi i risultati in pista. «Doveva fare un mese di ritiro a Tenerife e abbiamo deciso di andare tutti. Io, i fratelli, la compagna Nicole e i bambini. Avere con sé la famiglia gli ha dato tantissimo, è tornato con una grande carica. Sono cambiati i suoi progetti, è stato un crescendo. Gli europei, il record italiano, la medaglia a Tokyo». Periodi belli, altri meno ma come dicono qui nel bresciano «mola mia», non mollare. Ad aprile 2020, durante il lockdown più cupo, non ha perso un giorno di allenamento, correndo sui novanta metri di rettilineo di tartan che un atleta master, il commercialista Alberto Papa, si è costruito nel giardino di casa dietro l'angolo dell'albergo di Viviana Masini. E ancora, riavvolgendo il gomitolo del tempo, gli infortuni «sempre risolti con tenacia», riflette la mamma, i record con il salto in lungo, i debutti sportivi a dieci anni con il calcio e il basket e poi l'avvicinamento all'atletica sulla pista di Desenzano con il tecnico Gianni Lombardi, storico organizzatore del meeting Multistars. «Su questo tracciato ha fatto i primi scatti della sua vita», dice un po' commosso il sindaco Guido Malinverno. «Marcell è una persona umilissima e dolcissima. Non è mai cambiato nonostante i risultati importanti che ha ottenuto. Questa medaglia d'oro è un premio alla sua tenacia». Il pregio di Marcell? «La bontà», assicura la madre. Il suo difetto? «Sempre la bontà, tante volte non riesce a dire di no». Il primo impatto può essere faticoso, «quando lo conosci sembra una persona chiusa, poi si lascia andare ed è un amico sincero e disponibile. Era così anche da piccolo, sempre dalla parte dei più deboli. Ora è un papà premuroso con i suoi tre figli, pur di vederli viaggia di notte». Da tre anni, trascorre parte dell'anno a Roma, nel quartiere Fleming, a un passo dall'Acqua Acetosa. Il suo impatto con la Capitale è stato difficile, oggi la adora, tanto da essersi tatuato il Colosseo. Ieri Nicole ha annunciato che il 17 settembre si sposeranno. Insomma, c'è ancora tanto da fare. Il nonno lo chiamava Motoretta, perché non stava mai fermo. E da allora di strada ne ha fatta tanta. 

Papà texano, vive a Desenzano e si allena con le Fiamme Oro. Chi è Jacobs, l’azzurro che vince i 100 mt in 9.94 con il record italiano. Tortu lo raggiunge in semifinale. Gianni Emili su Il Riformista il 31 Luglio 2021. All’anagrafe il suo nome è Lamont Marcell Jacobs, e il suo numero 9″94. L’azzurro scrive un altro capitolo di storia dell’atletica italiana a Tokyo 2020. Batte il record nazionale dei 100 metri piani, abbassando il suo stesso miglior tempo di un centesimo di secondo rispetto al primato nazionale ottenuto al meeting di Savona del 13 maggio scorso. Il velocista classe ’94 ferma il cronometro a 9”94 (che sia il suo numero fortunato?), dominando la propria batteria, mai nessun azzurro come lui. Nasce a El Paso, Texas, negli Stati Uniti. La sua altezza è 188 centimetri per 79kg di peso e fa parte del gruppo sportivo delle Fiamme Oro, la sua prima società è stata la Desenzano Sport. Proprio a Desenzano del Garda è cresciuto, trasferendosi da bambino con la famiglia. Le sue origini sono italiane, vista la mamma italiana. Il padre, invece, è texano. Cresciuto in Italia con l’atletica nel sangue. Si è avvicinato allo sport praticando la pallacanestro e subito dopo si è lasciato conquistare dal calcio, che ha fatto emergere le sue grandi doti da velocista. Sulla pista di Desenzano del Garda ha affinato il suo talento, prima nel salto in lungo. Infatti nel 2013, prima di un infortunio al piede, ha migliorato con un 7.75 il primato juniores che resisteva dal 1976. Sulla capitale nipponica si è abbattuto un vero e proprio ciclone azzurro con una di quelle prestazioni da incorniciare che fanno sognare tutti i tifosi. Tra quelle di tutti i ventiquattro solo il canadese Andre De Grasse fa meglio fermando il cronometro a 9”91. Ma a questo punto è lecito sognare, il gardesano può puntare al podio. Possiamo dirlo a voce alta. Insieme lui avanza in semifinale Filippo Tortu, uno che quando conta tira fuori la grinta del campione e si trasforma. Reduce da mesi difficili, corre in 10”10 stabilendo il personale stagionale e arriva quarto nella propria batteria ma avanza comunque con il migliore secondo tempo tra i ripescati. L’Italia sta diventando un Paese di grandi sprinter? Presto per dirlo ancora ma alle semifinali di domani previste per le 12.15 ci sarà da divertirsi. Gianni Emili

Olimpiadi Tokyo 2020, Marcell Jacobs: chi è il velocista italiano che ha vinto l’oro nei 100 metri piani. Ilaria Minucci l'01/08/2021 su Notizie.it. Chi è Marcell Jacobs, il velocista italiano che ha vinto per la prima volta la medaglia d’oro nei 100 metri piani alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Il velocista Marcell Jacobs ha vinto la medaglia d’oro nei 100 metri delle Olimpiadi di Tokyo 2020: è la prima volta che un atleta italiano vince una medaglia in questa specialità. Nella giornata di domenica 1° agosto, il 26enne Marcell Jacobs ha riscritto la storia dell’atletica leggera italiana non soltanto fissando un nuovo incredibile record personale ed europeo ma anche riuscendo a conquistare per la prima volta un titolo in una disciplina che non aveva mai visto, sinora, l’Italia trionfare. Alle Olimpiadi di Tokyo 2020, infatti, Marcell Jacobs è stato il primo velocista italiano a vincere la medaglia d’oro in occasione della finale dei 100 metri piani, portando l’Italia a raggiungere un traguardo glorioso e inaspettato. Oltre al primato della vittoria e al suo trasformarsi in leggenda per quanto riguarda l’atletica leggera italiana, Marcell Jacobs ha anche segnato nuovi record personali, italiani ed europei. Durante la semifinale, disputata poche ore prima della finale, il velocista si era classificato terzo e aveva registrato un nuovo record europeo di 9”84, battendo quello fissato nel 2004, rimasto in vigore per 17 anni. Tuttavia, partecipando alla finale, il tempo personale di Marcell Jacobs è ulteriormente calato e la medaglia d’oro è stata conquistata con 9”80. Circa due mesi fa, inoltre, il velocista aveva corso i 100 metri in appena 9”95, fissando il nuovo record italiano in occasione del Meeting internazionale di Savona. Il risultato raggiunto si è attestato anche come il sesto miglior tempo stagionale al mondo. Inoltre, Marcell Jacobs è diventato anche il secondo atleta azzurro capace di scendere sotto i 10 secondi. Il primo fu Filippo Tortu che, purtroppo, non è riuscito a qualificarsi per la finale dei 100 metri delle Olimpiadi di Tokyo 2020. Lamont Marcell Jacobs, nato a El Paso (Texas, Stati Uniti d’America) il 26 settembre 1994, è un velocista italiano che ha conquistato il titolo di campione europeo indoor dei 60 metri piani a Torun 2021 e di campione olimpico a Tokyo 2020 nei 100 metri piani. Oltre a registrare un nuovo record con le Olimpiadi, Marcell Jacobs detiene anche il record nazionale nei 60 metri indoor con i 6”47 corsi all’europeo di Torun 2021.

Marco Calabresi per il "Corriere della Sera - Edizione Roma" il 2 agosto 2021. C'è un po' di Roma nella medaglia d'oro di Marcell Jacobs. Il neocampione olimpico vive al Fleming e il giorno in cui la Capitale ha accolto lui e la compagna Nicole (la coppia ha due bambini, Anthony e Meghan, Marcell ha un terzo figlio, Jeremy, nato da una precedente relazione) è stato quello in cui la rincorsa al trionfo di Tokyo ha avuto un'accelerata degna dei suoi 100 metri. Nicole, origini sudamericane, è di Novi Ligure, «ma ho visto la finale a Genova, a casa di una mia carissima amica, con mia sorella e tanti parenti. Può immaginare l'atmosfera». 

Ce la racconta?

«Durante la gara avevo Anthony in braccio, quindi non sono né saltata sul divano né corsa verso la tv. Ma poi ci siamo abbracciati tutti».

Vi siete sentiti subito dopo la gara?

«Sì ma era impegnatissimo, il telefono gli stava esplodendo. Gli ho detto "ti amo", poi è dovuto andare al controllo antidoping». 

Lei ha vissuto tutto l'avvicinamento a questo oro: se lo aspettava?

«Devo essere sincera, sì, specialmente dopo aver visto il tempo in semifinale. E poi ripensando a quante ore è stato in pista e in palestra. Se lo meritava perché è il numero uno, il mio numero uno». 

Come vi siete conosciuti?

«In discoteca, a Milano. È stato amore a prima vista: non lo conoscevo come atleta, poi mi sono appassionata allo sport. Adesso i 100 metri li capisco (ride, ndr)». 

E come vi trovate a Roma?

«Si sta da dio. Abbiamo trovato la nostra stabilità, il nostro equilibrio, e poi si può uscire di casa a qualsiasi ora e si trova qualcosa aperto». 

Pensa che da ieri la vostra vita cambierà?

«In futuro non lo so, ma da ieri siamo stati entrambi tempestati di messaggi e chiamate. Ma era quello che Marcell voleva: mi dice sempre "voglio farvi vivere bene e portare qualcosa a casa"». 

Progetti a breve termine?

«L'8 agosto tornerà in Italia, e insieme ai nostri figli passeremo un po' di tempo a Cancun, in Messico».

I bambini hanno capito qualcosa di quello che ha combinato il papà?

«Purtroppo no, sono piccoli. Solo Anthony ha iniziato a gridare "daddy, daddy", perché quando vede il papà impazzisce. Appena cresceranno un po', gli mostreremo tutti i video e le foto». 

C'è stato un momento in cui Marcell ha pensato di non essere all'altezza dei giganti dei 100 metri?

«È stato sempre convinto della sua forza. Quando è caduto si è rialzato ed è stato più forte di prima. L'apporto della sua mental coach Nicoletta Romanazzi è stato fondamentale: già da tanto tempo era pronto per fare un buon tempo, ma psicologicamente non aveva la sicurezza. La ringrazio ogni giorno per quello che fa. Ora Marcell è libero di mente: non litighiamo mai, e io lo lascio il più possibile nel suo mondo». 

Ma com'è Marcell a casa?

«Di cucinare non se ne parla proprio. Prima puliva, adesso meno. Esce di casa, si allena, e poi si gode la famiglia a casa. È un papà modello». 

Hobby condivisi?

«Fare shopping, tanto, poi guardare la Formula 1. Marcell è pazzo di Hamilton».  

Da huffingtonpost.it il 2 agosto 2021. “Un oro olimpico cambia la vita di un atleta, quello dei 100 metri cambia la sua e quella di altre tre generazioni di suoi eredi”. Gli esperti di marketing sportivo da sempre raccontano questa equazione. Se è fondata lo scoprirà presto Marcell Jacobs, che si ritrova proiettato in un lampo durato 9″80 in una dimensione globale, con tutto quello che comporta sul piano economico. A renderlo ricco non sarà certo il premio di 180 mila euro lordi, tassati al 42%, che gli darà il Coni per la vittoria di Tokyo, ma tutto quello che ruota intorno alla sua impresa. Negli Stati Uniti già quantificano gli effetti immediati del suo successo: un sito specializzato Usa ha infatti calcolato che a breve termine la vittoria nei 100 frutterà a Jacobs, bel personaggio contemporaneo che da subito può avere forte impatto in campi come la moda o la corretta alimentazione, 5 milioni di dollari. D’altra parte, nel giro di una sola notte, ha aumentato da 144 mila a 463 mila il numero dei suoi followers su Instagram, che si prevede raggiungano il milione nel giro di pochi giorni. La gara per antonomasia dei Giochi regala visibilità mondiale a ogni atleta: basti pensare alla ‘production show’, ovvero la presentazione spettacolare dei protagonisti della finale dei 100 nello stadio Olimpico di Tokyo, come fossero eroi. Jacobs ha fatto il resto, sprintando in quel modo e con un tempo ‘alla Bolt’, e adesso è diventato simbolo di velocità ed energia a livello mondiale. Soltanto sulle piattaforme olimpiche in 124 milioni lo hanno visto trionfare: non ci vuole molto a capire cosa significhi questo in termini di valorizzazione del proprio brand, un aumento esponenziale che può muovere a grandi campagne sul mercato mondiale e non su quello molto più angusto nazionale. A gestire il nuovo fenomeno, se non ci saranno novità, sarà il suo attuale manager Marcello Magnani, che si occupa degli aspetti sportivi e di quelli legati alle partecipazioni ai meeting, mentre a quelli commerciali provvede la Doom Entertainment, agenzia di cui è socio uno che di fenomeni social e influencer se ne intende, ovvero Fedez. La Doom  ricerca per i suoi clienti opportunità commerciali, di marketing e sponsorizzazioni ed è facile pensare che per Jacobs non avrà problemi. Di sicuro aumenterà il suo cachet per partecipare ai vari meeting. Se il fenomenale Usain Bolt chiedeva 300 mila dollari di gettone, Jacobs potrà chiederne almeno 150mila, che in eventi come il Golden Gala torneranno indietro, così come succedeva con Bolt, in termini di presenze di spettatori che vorranno assistere dal vivo alle prodezze del re degli sprinter e di Gianmarco Tamberi, un altro che vedrà decollare introiti da sponsor ed ingaggi. E infatti i due in queste ore compaiono assieme in varie storie social, quasi a voler ribadire anche il concetto di “Two is better than one” caro a tanti pubblicitari. Ma "licensing", marketing, e soprattutto globalizzazione, perché Jacobs non è più un simbolo spendibile solo sul mercato italiano, sono tutti concetti con cui dovrà prendere confidenza. Solo da un main sponsor (come sono tuttora Gatorade e Hublot per Bolt) e da quello tecnico personale, che per l’azzurro è la Nike, di cui ieri indossava le superscarpe, potrebbe ricavare tre milioni e mezzo di euro all’anno: l’altro sprinter Tortu, ad esempio, ha uno sponsor principale da 200 mila euro all’anno, evidente che Jacobs ora vale molto di più ed ha praticamente decuplicato il suo appeal. In più l’azzurro girerà spot per altri prodotti e farà "ospitate" varie. Certo non raggiungerà i 34 milioni all’anno che, fonte Forbes, guadagnava il giamaicano fino al giorno del ritiro, con clausole legate al rendimento nelle gare (che peraltro ci saranno anche per Jacobs, l’anno prossimo ci sono i mondiali a Eugene), ma l’avvenire pare assicurato. E godranno dell’effetto traino, non solo in termini di praticanti giovani che sogneranno di emulare il re dei 100, la federazione italiana di atletica e le Fiamme Oro, gruppo sportivo della Polizia: i rispettivi sponsor tecnici, come sono ora Asics e New Balance, presumibilmente dovranno aumentare le cifre che pagano per far sì che Jacobs e compagni indossino ancora indumenti con i loro marchi, ma l’investimento avrà un ritorno di immagine almeno fino a Parigi 2024. Insomma, quella del velocista di Desenzano, è stata un’impresa da cui guadagneranno in tanti. Anche se - come è giusto che sia - il jackpot milionario è tutto suo.

Tokyo 2020, Marcell Jacobs e la lesione che lo ha fatto vincere: una clamorosa rivelazione dal passato. Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. Da un giorno a questa parte non si fa che parlare di lui, Marcell Jacobs, che ha trionfato nei 100 metri a Tokyo 2020. L'atleta azzurro ha battuto il record europeo con un tempo di 9,80 secondi. Entrando così nella storia. La sua è una conquista in parte dovuta anche a un infortunio risalente al 2017. Subì una lesione al bicipite femorale mentre si allenava nel salto in lungo, la disciplina che praticava in passato. Proprio lo stop causato da quel problema fisico, però, lo ha poi convinto a concentrarsi sulle prove di velocità. Dopo la vittoria e l'abbraccio con Gianmarco Tamberi, campione del salto in alto, Jacobs si è concesso a giornalisti e telecamere. E quando gli è stato chiesto a chi volesse dedicare la medaglia, il suo primo pensiero è andato al nonno materno: "La dedico a lui, che ha sempre creduto in me". Tra l'altro una curiosità sul velocista di Desenzano sul Garda è proprio legata al nonno, che da piccolo lo chiamava "motoretta". Marcell infatti era un bimbo iperattivo, difficile da tenere fermo. Ad accompagnarlo nel suo percorso verso l'oro olimpico sono state principalmente sua mamma Viviana e la sua compagna Nicole insieme ai suoi tre figli. Ed è proprio sulla futura sposa di Jacobs che si sono concentrate tutte le attenzioni dopo il trionfo dell'atleta: non si tratta di una influencer, ha poche migliaia di follower su Instagram e sui social pubblica soprattutto foto di se stessa e dei figli. Prima di conoscere il velocista lavorava all'outlet di Serravalle.

Marcell Jacobs: "Come lo abbiamo fatto scendere sotto i 10''", il segreto svelato da Spazzini. Francesco Fredella Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. I segreti del campione Marcel Jacobs, l’uomo più veloce al mondo che ha trionfato alle Olimpiadi di Tokyo 2020, sono tanti. Oggi è l’atleta più conosciuto e virale. Il più amato e invidiato. Quello che tutti vorrebbero imitare: un vero divo dello sport.  Siamo riusciti a contattare chi ha curato il suo percorso nutrizionale: Giacomo Spazzini, che ha fondato Gs Loft.  “Scendere sotto i dieci secondi era il suo obiettivo”, dice Giacomo Spazzini. Il campione olimpionico ha iniziato un percorso per integrare la parte di preparazione atletica con l’integrazione alimentare. Per farlo, insieme ad un team di esperti - biologi, medici e nutrizionisti - si è affidato a Gs Loft. Ed ha centrato l’obiettivo. Il risultato lo conosciamo. Nel corso dell’ultimo anno Giacomo Spazzini l’ha incontrato più volte. “Abbiamo aumentato di 4 kg la sua massa muscolare e diminuito del 4% la massa grassa in un anno di lavoro insieme. Tutto attraverso la corretta nutrizione. Mangiava per stare in forma, ma serviva di più per il salto di qualità. Abbiamo iniziato un percorso con l’Hybrid metod, che ho fondato personalmente. Grazie alla ciclizzazione dei nutrienti abbiamo risvegliato il suo metabolismo per scendere sotto i 10 secondi”, racconta Spazzini. "E’ stata fondamentale per lui l’alimentazione per ottenere ottimi risultati”, dice Spazzini. “Le proteine sono servite per aumentare l’ipertrofia muscolare, i carboidrati per l’energia e i grassi a sostegno del suo assetto ormonale”. L’uomo più veloce al mondo si circonda di grandi professionisti, tutti italiani. Un vero punto di diamante per il nostro Paese, che trionfa di nuovo. Per l’ennesima volta.

Marcell Jacobs, il trauma del campione: "Quando mi chiedevano chi fosse papà... ecco perché lo odiavo". Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. "Pure l’accento è migliorato strada facendo", scherza Marcell Jacobs dopo la telefonata a papà Lamont negli Usa. Un rapporto difficile, assente per anni quello col padre, recuperato soltanto un anno fa.  "Ho incontrato una brava mental coach, Nicoletta Romanazzi, che è entrata nel mio team insieme al mio storico allenatore Paolo Camossi - racconta - con lei ho accettato di lavorare in profondità sulle mie paure e sui miei fantasmi. Non è stato facile: c’è una parte intima che non vogliamo mostrare nemmeno a noi stessi. Però imparo in fretta. Il lavoro psicologico è iniziato a settembre dell’anno scorso e in sei mesi ho ottenuto un oro europeo indoor, il 9”95 di Savona, i tre record italiani ai Giochi e l’oro olimpico in 9”80", confessa il campione olimpico dei 100 metri piani. "Non doveva andare così nemmeno nei miei sogni più sfrenati. Sapevo di essere in condizione, sono rimasto concentrato su me stesso. Dei rivali mi sono accorto solo al traguardo". Una trasformazione dell’atleta che è venuta dopo quella dell’uomo. Un lavoro con la psicologa che, "ha sbloccato ricordi rimossi e liberato rabbia repressa, adesso Marcell ha un rapporto con il padre che lo lasciò a El Paso a pochi mesi per andare in Corea con l’Us Army", ricorda il Corriere della Sera. "A 18 mesi ero in Italia, i miei figli sono nati qui. Mi sento italiano in ogni cellula del mio corpo. Mio padre, da bambino, non lo ricordo. Dal momento in cui con mamma siamo rientrati dal Texas, è cominciata la nostra personalissima sfida a due. A scuola ero in difficoltà. Disegna la tua famiglia, mi diceva la maestra: io avevo solo mia madre da disegnare e ci soffrivo. Chi è tuo papà, mi chiedevano gli amici: non esiste, rispondevo, so a malapena che porto il suo nome. Per anni ho alzato un muro. E quando mio padre provava a contattarmi, me ne fregavo. Lo odiavo per essere scomparso, ho ribaltato la prospettiva: mi ha dato la vita, muscoli pazzeschi, la velocità. L’ho giudicato senza sapere nulla di lui. Prima se una gara non andava bene davo la colpa agli altri, alla sfortuna, al meteo. Adesso ho capito che i risultati dipendono solo dal lavoro e dall’impegno", conclude Jacobs.

Jacobs, l'annuncio che spiazza della compagna Nicole Daza: "Il nostro futuro è negli Stati Uniti". Sofia Gadici su La Repubblica il 02 agosto 2021. Tanta gioia e molte difficoltà, Nicole Daza parla del suo rapporto con il campione olimpico Marcell Jacobs, ancora frastornata dalla vittoria del suo compagno, oro ai 100 metri maschili di atletica leggera a Tokyo 2020. Gli allenamenti, la frustrazione di arrivare secondi e poi il sogno realizzato della medaglia d’oro. Pensando al futuro Nicole immagina gli Stati Uniti, forse una vita in California per lei e Jacobs che amano girare il mondo e che vorrebbero per i loro figli una vita in un altro paese per “conoscere la diversità". 

La mental coach di Marcell Jacobs: "E adesso andiamo a prendere tempi ancora migliori". Sergio Rizzo su La Repubblica il 02 agosto 2021. Il rapporto con la mental coach Nicoletta Romanazzi è uno dei segreti degli enormi miglioramenti ottenuti negli ultimi mesi da Marcell Jacobs, storico, primo oro olimpico italiano nei 100 metri. "Siamo tutti e due ambiziosissimi - spiega la mental coach - e in questo ci siamo trovati perfettamente". Nicoletta Romanazzi segue Marcell Jacobs dallo scorso settembre: "Insieme - dice - abbiamo rimosso tutta una serie di blocchi che non gli permettevano di esprimere tutto il suo potenziale".

L'oro nei 100 metri alle Olimpiadi di Tokyo. “Odiavo mio padre, lo respingevo perché mi aveva abbandonato”: la storia di Marcell Jacobs, l’uomo più veloce del mondo. Antonio Lamorte su Il Riformista il 2 Agosto 2021. Quando era bambino e la maestra gli chiedeva di disegnare la sua famiglia, Marcell Jacobs tracciava con la matita solo la madre, e ci soffriva. L’uomo più veloce del mondo ha costruito il suo successo sulla pista, dai muscoli, e sulla testa, a ricostruire quel rapporto con il padre che quando aveva solo pochi mesi lo lasciò a El Paso, in Texas, per andare in Corea con l’Us Army. “Chi è tuo papà, mi chiedevano gli amici – ha raccontato Jacobs – non esiste, rispondevo, so a malapena che porto il suo nome. Per anni ho alzato un muro. E quando mio padre provava a contattarmi, me ne fregavo”. Jacobs, 26 anni, ha fatto la storia. Niente retorica: primo finalista italiano nei 100 metri alle Olimpiadi e primo Oro. Prima aveva conquistato l’Oro europeo indoor, 9”95 a Savona. Figlio di Lamont, ex militare americano alla base di Vicenza, e di mamma Viviana. È cresciuto a Desenzano del Garda da quando aveva un anno e mezzo. Con la madre. Da piccolo voleva diventare archeologo o astronauta. Prima dell’atletica il calcio e il basket. Il culto di Usain Bolt e l’ammirazione per Pietro Mennea. “Un punto di partenza. Sarebbe impossibile accontentarsi: il vero sogno è conquistare l’oro. Lavorerò finché ho fiato in corpo per questo obiettivo”, aveva detto prima della semifinale e della finale a Il Corriere della Sera. Senza fare i conti con il suo passato non ci sarebbe mai riuscito. Era considerato uno sprinter che non riusciva a scaricare tutti i suoi cavalli sulla pista. Ci è riuscito grazie alla sua mental coach: “Nicoletta Romanazzi, che è entrata nel mio team insieme al mio storico allenatore Paolo Camossi. Con lei ho accettato di lavorare in profondità sulle mie paure e sui miei fantasmi. Non è stato facile: c’è una parte intima che non vogliamo mostrare nemmeno a noi stessi. Però imparo in fretta. Il lavoro psicologico è iniziato a settembre dell’anno scorso e in sei mesi ho ottenuto un oro europeo indoor, il 9”95 di Savona, i tre record italiani ai Giochi e l’oro olimpico in 9”80”. Per anni aveva alzato un muro, quando il padre lo contattava lo respingeva. Lo odiava per averlo abbandonato. La riconciliazione con l’ex militare lo ha aiutato: “Non è ancora tutto risolto però almeno adesso ci parliamo: il traduttore di Google mi dà una mano con l’inglese …”. Lo ha spiegato lui stesso a fine corsa: “È incredibile la potenza dell’energia che si muove quando abbatti un muro. Lo odiavo per essere scomparso, ho ribaltato la prospettiva: mi ha dato la vita, muscoli pazzeschi, la velocità. L’ho giudicato senza sapere nulla di lui. Prima se una gara non andava bene davo la colpa agli altri, alla sfortuna, al meteo. Adesso ho capito che i risultati dipendono solo dal lavoro e dall’impegno”. Un uomo nuovo. Già un mito dello sport italiano. Ha tre figli. L’anno prossimo sposerà la compagna Nicole Dazzi, dalla quale ha avuto due bambini. È passato da essere fenomeno inespresso a monumento dello sport italiano. La sua vita è cambiata un’altra volta, non sarà più la stessa, questa volta ha scelto lui: se l’è cambiata da solo.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

L’allenamento ossessivo di Jacobs all’inseguimento di un’auto: l’idea è geniale. A cura di Valerio Albertini su Fanpage.it il 2 agosto 2021. Marcell Jacobs ha vinto l’oro nei 100 metri alle Olimpiadi di Tokyo. Il primo italiano della storia a riuscire nell’impresa ha lavorato duramente per raggiungere un risultato di questo livello, accantonando il salto il lungo per concentrarsi totalmente sulla velocità. Con il suo allenatore Paolo Camossi, ha sperimentato tecnologie innovative come l’optojump e ha cambiato il modo di allenarsi. Fondamentale è stato anche l’apporto della sua mental coach Nicoletta Romanazzi, che l’ha sbloccato dal punto di vista psicologico. Dopo la medaglia d'oro conquistata nei 100 metri piani alle Olimpiadi di Tokyo, tutti i riflettori sono puntati su Marcell Jacobs. Ci si chiede quali come sia riuscito a registrare un 9″80 da capogiro, ancor più impressionante se si considera che prima del 13 maggio scorso, quando ha corso in 9″95 battendo il record italiano di Filippo Tortu, non era mai sceso sotto la barriera dei 10 secondi. Il gradino più alto del podio è frutto di una crescita costante, sia dal punto di vista fisico sia da quello mentale, che l'ha portato in poco tempo ad essere l'uomo più veloce al mondo.

Gli allenamenti con Paolo Camossi e l'optojump. Uno dei segreti più importanti di Jacobs non può che essere l'allenamento a cui si sottopone quotidianamente. Dal 2015 è seguito da Paolo Camossi, ex campione di salto triplo, che ha lavorato sia sul corpo sia sulla testa di Marcell. Da tre anni, insieme, hanno deciso di puntare tutto sulla grande velocità, accantonando il salto in lungo e arricchendo il suo allenamento con l'uso di strumenti innovative. In particolare, aveva destato scalpore già prima dell'inizio dei Giochi ed è tornato in auge adesso dopo la medaglia conquistata un video condiviso su Instagram dallo stesso Jacobs in cui si vede lo sprinter italiano correre allo Stadio dei Marmi di Roma. Marcell è preceduto da un'automobile che viaggia a circa 50 km/h, la quale traina una sorta di cabina aperta sul lato posteriore, utile all'atleta per allenarsi senza essere disturbato dalla resistenza dell'aria. All'interno della cabina è posto uno strumento fondamentale per la crescita di Jacobs, ovvero un optojump.

Si tratta di un sistema di rilevamento ottico, composto da una barra trasmittente e una ricevente. Questo permette la misurazione dei tempi di volo e di contatto e consente di ottenere con la massima precisione ed in tempo reale una serie di parametri legati alla prestazione dell’atleta. È una tecnologia all'avanguardia, sfruttata da Jacobs e dal suo allenatore per monitorare i progressi quotidiani. Non solo, perché a partire dallo scorso anno ha cambiato anche il modo in cui si allena, come ha raccontato nell'agosto 2020 in un'intervista ad Atleticalive.it: "Rispetto al 2019 abbiamo abbassato l’angolo di lavori in palestra senza aumentare i carichi, per evitare di cadere sulla partenza e non riuscire più a ripartire. Ho buona forza, buona esplosività, buoni piedi, ma una tecnica di corsa meno fluida di altri atleti e stiamo cercando di lavorare sulla scioltezza. Lontano dalle gare ho tre doppie sedute a settimana: sei volte in campo di mattina e tre volte in palestra di pomeriggio". Il lavoro con la mental coach Nicoletta Romanazzi. Lavoro fisico, dunque, ma anche psicologico. Da un anno, infatti, Marcel Jacobs è seguito dalla mental coach Nicoletta Romanazzi, la quale lo ha aiutato a sbloccarsi dal punto di vista mentale e, conseguentemente, a rendere al massimo delle proprie potenzialità. Questa, in un'intervista alla Gazzetta dello Sport, ha svelato in che modo ha lavorato con Jacobs e cosa lo abbia portato a raggiungere traguardi impensabili fino a poco tempo fa: "Fin da subito ho capito che per lui sarebbe stato importante risolvere il rapporto con il padre. Questo lo ha sbloccato, adesso entra in pista più consapevole di ciò che sa fare. Ha acquisito sicurezza in se stesso, prima arrivava alle gare con molta più ansia". Un oro non arrivato per caso, quindi, ma frutto di un lavoro che parte da lontano e che ha aiutato Jacobs a migliorare sia nel fisico che nella mente. I risultati si sono visti ieri, quando nella finale dei 100 metri ha tagliato il traguardo prima di tutti, consacrandosi a sorpresa come l'uomo più veloce del mondo.

Leonardo Coen per "Il Fatto Quotidiano" il 2 agosto 2021. "È veramente bello battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione. Perdere con classe e vincere osando, perché il mondo appartiene a chi osa! La vita è troppo bella per essere insignificante": il celebre aforisma di Charlie Chaplin domina il pettorale sinistro di Marcell Jacobs, e non a caso. Chaplin ebbe un'infanzia triste e difficile perché il padre lo aveva affidato ad un orfanotrofio, ma seppe uscir fuori da quella condizione di miseria umana e materiale. Il padre di Marcell, marine texano stanziato alla base di Ederle, conobbe la gardesana Viviana Masini, che lo seguì a El Paso dove il 26 settembre del 1994 dette alla luce Marcell. Poi papà Lamont venne dislocato in Corea del sud, Viviana non lo seguì e le loro vite si separarono per sempre: "A diciotto mesi ero in Italia, i miei tre figli sono nati qui, mi sento italiano in ogni cellula del mio corpo, tanto che con l'inglese faccio fatica", dice sempre Marcell quando gli rinfacciano che è nato negli Stati Uniti. Per questo va così veloce: "Non vedo l'ora di sentire l'inno italiano sul gradino più alto del podio". Oggi, alle 12 in Italia, le sette di sera in Giappone. Non è più un mistero che la carenza affettiva abbia influito in passato sulle prestazioni di Jacobs: nel 2019 valeva 10"03, non un tempo da finale olimpica. Ma l'inizio del 2021 è stato travolgente: titolo europeo indoor con 6"47 nei 60 metri, miglior prestazione mondiale. Poi, il 13 maggio, a Savona lima il primato di Filippo Tortu con 9"95. Per scatenarsi a Tokyo con un trittico stratosferico: 9"94, 9"84, 9"80. Miracolo dei muscoli? Non solo. Anche della testa. Un nuovo team di lavoro, tecniche all'avanguardia e un percorso psicologico che lo porta a riallacciare i difficili rapporti col padre fantasma. Ti sbloccherai se risolvi questo tuo conflitto interiore, gli ha suggerito la mental coach Nicoletta Romanazzi. Il campione irrisolto ha preso coraggio. Ha scritto al padre. Certo, "non tutto è ancora risolto", precisa Jacobs, "però almeno ci parliamo, con l'aiuto del traduttore di Google...". Marcell non si nasconde, anzi. Impasta, tritura, ironizza. Un tatuaggio rivela l'evoluzione dello stato d'animo. Guardate la spalla: una croce piantata su un terreno ricoperto di teschi. Campeggia la scritta "BELIEVE" e una corona da re. Credere. Sempre. In sé stessi, anche quando tutto sembra perduto. A sinistra, un altro tatuaggio proclama: "Famiglia. Dove nasce la vita e l'amore non ha mai fine". Jacobs ama esibirsi. Si veste "da tamarro". Predilige le sneakers Dunk e Jordan 1. È cotto di Nicole, la compagna. Ha trovato finalmente equilibrio mentale, sicurezza, tranquillità. Comunica coi segni sul corpo. Il nome e la data di nascita del primogenito Jeremy, nato quando Marcell aveva 19 anni, impresso sul pettorale sinistro. Quelli di Anthony, avuto da Nicole, sulla pancia. Megan, l'ultima nata, sul bicipite destro. Quando Jacobs solleva le braccia all'altezza della testa per esultare, gonfia i muscoli, come fa Russell Crowe nel film il Gladiatore. È un messaggio in codice alla famiglia. La vistosa scritta sotto il collo, "CrazyLong Jumper", che è pure il suo account Instagram, sta a ricordare che prima di fare lo sprinter è stato un eccellente giovane lunghista. La tigre tatuata sulla schiena è sinonimo di potere, forza, sensualità, passione, ferocia, bellezza. La grande rosa dei venti sul petto è la sua bussola esistenziale. Resta da immaginare dove tatuerà l'oro di Tokyo: "Vincere l'Olimpiade è il sogno di ogni atleta, non possiamo nasconderlo, è nella nostra testa". Solo mamma Viviana, albergatrice a Desenzano sul Garda, sapeva che avrebbe fatto qualcosa di indimenticabile. Qualcosa "in cui mio nonno, che non c'è più, aveva sempre creduto". Il nonno italiano, ci tiene a sottolineare. 

Gianluca Cordella per "il Messaggero" il 2 agosto 2021.  «Tutto come previsto. Avevamo detto che saremmo andati in finale e ci siamo andati. Abbiamo fatto il record europeo, poi ne abbiamo fatto un altro. Ah, e poi abbiamo vinto la finale. E' andato tutto come doveva andare». Marcell Jacobs, che già è simpatico di suo, dopo l'impresa olimpica sui 100 metri non riesce a smettere di sorridere e di fare battute. E di parlare di se stesso usando il noi. 

Marcell, ma davvero doveva andare tutto così?

«Nei miei sogni, sì. Poi è diventato tutto realtà, quindi tanto di guadagnato».

In pista è stato impressionante, ma la sensazione è che abbia vinto prima di tutto con la testa

«Sono arrivato ai blocchi pensando solo a me stesso, a correre nel miglior modo possibile senza guardare gli avversari. L'ho fatto solo sulla linea del traguardo e quando mi sono accorto di essere davanti a tutti ho urlato come un pazzo». 

E poi s' è ritrovato davanti Tamberi

«Ho sentito Gimbo che strillava il mio nome prima della partenza. Ho pensato: cavolo, ce l'ha fatta!. Poi dopo la corsa me lo sono ritrovato in mezzo alla pista e sono andato subito ad abbracciarlo. Conosco la sua storia, quello che ha passato per arrivare sin qui. Abbiamo un percorso simile per certi versi: anche io sono uno che dalla vita ha preso un sacco di batoste da tutte le parti. Ieri (sabato, ndr) abbiamo passato la serata alla Play nella sua stanza e mentre giocavamo gli dicevo: Pensa se domani vinciamo. E lui: Noooo, è impossibile, non pensarci nemmeno. E' un ragazzo eccezionale: pensare che siamo diventati campioni olimpici insieme è stupendo».

Quando ha iniziato a credere di poter vincere?

«Sapevo di essere in ottima condizione ma ho dovuto comunque chiedere gli straordinari al mio corpo. Durante il riscaldamento per la finale mi sentivo molto bene e sapevo che potevo migliorare, anche perché nella semifinale non avevo fatto una partenza eccezionale. Allora ho supplicato il mio corpo: Ti prego, fammi fare l'ultima corsa al meglio e poi ti giuro che ti lascio in pace. E mi ha ascoltato. Questo è il mio anno a quanto pare: vinco tutto quello che c'è da vincere». 

Gli altri la guardavano un po' come un oggetto misterioso?

«Ma no, anzi Kerley e de Grasse mi sono venuti subito a cercare per farmi i complimenti. Poi è stato buffo quando siamo andati a fare le foto e loro mi dicevano: Guarda che in mezzo ci devi stare tu, sei tu che hai vinto. Diciamo che era una situazione alla quale non ero abituato». 

E se dovesse sentire ancora qualcuno che si domanda chi è Marcell Jacobs?

«Come chi è? Il campione olimpico dei 100 metri! Non vedo l'ora che arrivi domani (oggi, ndr) per andare sul podio, sentire l'inno e prendere la medaglia. Il record è una bella soddisfazione ma magari tra dieci anni arriva qualcuno e me lo toglie. La medaglia non me la toglie nessuno. La appenderò sul muro principale di casa mia e guardarla ogni volta sarà bellissimo. 

Ha pensato che lei è l'erede di Bolt?

«Che bell'effetto! Io mi ricordo tutte le sue gare, specie quelle olimpiche. E vincere dopo di lui, praticamente con lo stesso tempo che fece a Rio 2016, è un onore grandissimo. Anche se». 

Anche se?

«Quando ho visto il cronometro all'arrivo segnava 9.79. Poi me l'hanno arrotondato a 9.80. Ma 9.79 mi piaceva di più».

Non si accontenta mai. Ma ha capito cos' ha fatto?

«No. Ci metterò almeno fino alla staffetta per realizzare tutto quello che è successo. Lo so che guarderò il soffitto tutta la notte, che non riuscirò a prendere sonno. Già non ci riuscivo in questi giorni per l'emozione delle Olimpiadi, figurati adesso che le ho vinte». 

Nella sua carriera è come se a un certo punto fosse scattato un click

«Nella mia testa mi sono sempre ripetuto Cos' hanno gli altri in più di te?. Poi a un certo punto ho capito che la risposta era niente. Ho lavorato tanto psicologicamente. Prima, quando arrivavano i momenti importanti, le gambe non giravano bene. Adesso rispondono bene al momento giusto».

Domanda di rito: per chi è questo successo?

«Per tutta l'Italia che mi ha sostenuto, per la mia famiglia, per i miei figli». 

Lei la dedica all'Italia, ma qui gli americani ci tartassavano di domande sulla sua nascita in Texas

«E voi ditegli che sono italianissimo. Io a El Paso ci sono nato e basta. Sono arrivato in Italia che avevo dieci mesi. E' la mia nazione e sono contento di aver portato in alto questa bandiera». 

 M.Bon. per il "Corriere della Sera" il 2 agosto 2021. Lei si definisce «sport training coach» e «facilitatrice di respiro»: Nicoletta Romanazzi è la prima persona che Marcell Jacobs ha ringraziato ieri dopo la vittoria: «Ha cambiato il mio atteggiamento, mi ha trasformato» ha spiegato. «Lavoriamo assieme da un anno - racconta Romanazzi, che segue anche calciatori, canottieri, judoka e triathleti - ed è stato un periodo straordinario. Viene a trovarmi a Roma o ci sentiamo al telefono. Marcel aveva un enorme potenziale, con esercizi di respirazione siamo riusciti a sbloccare il rapporto irrisolto col padre. Parliamo di tutto mai di cose tecniche, per quello c'è il suo coach».

Giacomo Rossetti per "il Messaggero" il 2 agosto 2021. Nella pagina indelebile che Lamont Marcell Jacobs ha scritto allo Stadio Olimpico di Tokyo c'è il contributo, all'apparenza nascosto ma importantissimo, della sua mental coach Nicoletta Romanazzi.

Cosa si prova quando un proprio ragazzo vince una gara irripetibile come i 100 metri piani di un Olimpiade?

«Adrenalina pura! E chi dorme stanotte? Non penso che andrò a letto, domani mi raccoglieranno col cucchiaino E' stato qualcosa di incredibile: io mi emoziono e piango per tutti i miei atleti, ma stavolta è stato speciale». 

Perché?

«Perché gli ho visto esprimere alla perfezione il lavoro fatto insieme, ha messo in pratica tutto ciò che ci eravamo detti in questi mesi. Quando ho visto il suo sguardo ai blocchi, mi sono detta: farà benissimo». 

Quali sono i punti di forza del carattere di Jacobs?

«Ne ha tanti, innanzitutto è di una generosità fuori dal comune. Poi è buono, è resiliente: sa andare oltre gli ostacoli, rialzarsi in piedi, ripartire e rimettersi in gioco». 

Di cosa avete parlato prima dell'ultimo atto?

«L'ho fatto respirare, abbiamo lavorato per recuperare le energie spese in semifinale. Dopodiché l'ho predisposto per essere potentemente ambizioso e focalizzarsi su qualcosa di grande. Ci siamo soffermati sulla centratura, il processo attraverso il quale mente e corpo sono perfettamente allineati: l'atleta rimane dentro' il momento e non si fa distrarre da tutto il resto».

Lo stress di una gara del genere è difficile da sostenere.

«La tensione genera rigidità muscolare, e il corpo segue ciò che ordina la mente. A volte a Marcell si bloccavano le gambe prima delle gare. Era come se avesse un elastico che lo tratteneva da dietro». 

A causa delle restrizioni non l'ha potuto seguire in Giappone.

«E ho sofferto tantissimo, non solo per lui ma anche per gli altri miei quattro atleti che sono andati alle Olimpiadi. Uno di loro, il karateka Luigi Busà, mi ha ripetuto per giorni che Marcell avrebbe vinto l'oro. E infatti». 

È la mental coach dell'uomo più veloce del mondo: è il top della carriera anche per lei?

«Sì, certo che lo è. Ma ci tengo a dire che non faccio figli e figliastri tra gli sportivi che seguo. Certo, questo oro è una possibilità pazzesca di visibilità per il mental coaching stesso. Dovrebbero insegnarlo a scuola, vivremmo tutti meglio se imparassimo a riconoscere e sfruttare il nostro potenziale accettando le debolezze interiori».

Anticipazione da “Chi” il 17 agosto 2021. Su Chi, in edicola da mercoledì 18 agosto, la prima intervista esclusiva del campione di salto in alto, oro alle Olimpiadi di Tokyo, Gianmarco Tamberi, 29 anni, e della sua fidanzata Chiara Bontempi, 26, che posano insieme e annunciano le nozze. «Chiara ha messo la mia vita davanti alla sua, ha trasformato i suoi obiettivi nei miei obiettivi e adesso le dimostro che è la cosa più importante», dice Tamberi. La coppia ha programmato il matrimonio per l'anno prossimo: «Penso che saremo in tanti perché abbiamo un sacco di amici, stiamo pensando di farlo ad Ancona, la nostra città. Me lo immagino di sera, con tante luci e tante candele», racconta Chiara. E poi l’olimpionico svela che nel suo futuro non c'è solo sport, ma anche un figlio: «Amo i bambini. Sono stati anni pienissimi e adesso il mio sogno è vivere come una persona normale e fare i progetti che fanno tutti. Chiara sarà una mamma perfetta, dolcissima, è una ragazza di cuore. È lei che mi ha fatto mettere la testa a posto».

Gaia Piccardi per il Corriere della Sera il 18 luglio 2021. Chiara conosce Gianmarco da quando aveva 14 anni, stanno insieme da quasi dodici, eppure non aveva intuito niente. «È successo tutto il 13 luglio, a Numana. Gimbo è sempre stato un romanticone pieno di sorprese, ma davvero non pensavo...» sgrana gli occhioni da Tokyo, qui pomeriggio e laggiù piena notte. Chiara Bontempi è volata in Giappone, dentro la bolla ermetica nella quale gli organizzatori locali chiudono gli stranieri nel timore che i Giochi posticipati di un anno dalla pandemia accendano focolai di coronavirus, per sostenere il suo uomo nell'avventura che vale una vita: salire sul podio del salto in alto all'Olimpiade. Piccolo passo indietro. Gianmarco Tamberi detto Gimbo, 29 anni, marchigiano, è la stella azzurra dell'alto (2,39 è il record italiano che detiene, gli ultimi salti pre-Giochi non sono stati all'altezza ma Gimbo è un animale da gara che si esalta nella lotta, nulla è perduto). Chiara è la ragazza a cui martedì scorso, appena prima di decollare per il Giappone, ha rivolto una proposta di matrimonio che ha fatto il giro dei social e le capovolte sul Web. Il racconto, ancora trasognato, è di Chiara: «Avevamo organizzato un aperitivo con amici e parenti per salutare Gianmarco in partenza per i Giochi, poi siamo usciti a cena da soli. Ristorante La Torre di Numana, ci andiamo dall'inizio della nostra storia, niente lasciava presagire quello che è successo. Entriamo e mi accorgo di questo tavolo stupendo, rialzato, addobbato con petali di rosa e candele». E lì non si è accesa nessuna lampadina? «Zero. Penso: ma che bel gesto... Ceniamo tranquilli, chiacchierando. A fine pasto Gimbo dice: scusa, vado in bagno». Nessun barlume, nemmeno a quel punto? «Ma no, chi pensava al matrimonio? Fa mettere una canzone di sottofondo, torna con un mazzo di cento rose rosse...». E tu? «E io neppure lì ci arrivo! Poi mi fa un discorso, la prende alla larga, mi spiega che c'è un'ultima cosa che deve fare prima di partire e chiudersi nella concentrazione per la gara». Astuccio con l'anello, inginocchiamento da vecchio gentleman: mi vuoi sposare? «Ho detto sì». Il campione innamorato, che negli anni non ha mai lesinato apprezzamenti per la ragazza cui deve lo stato di benessere che gli ha permesso di centrare risultati prestigiosi (un oro mondiale e europeo indoor, un oro continentale all'aperto), ha poi proseguito la serenata alla sua Chiara su Instagram: «Questo regalo, tesoro mio, è per ringraziarti per tutti questi anni in cui mi hai sostenuto, trasformando i miei obiettivi nei tuoi, e per dirti che ogni giorno che mi sveglio vedo la donna più bella del mondo». Troppe emozioni tutte insieme, Chiara? «Con Gimbo è sempre così. E pensare che il primo incontro, tramite amici comuni, non era stato particolarmente romantico, avevamo iniziato a scriverci su Facebook, abbiamo carburato piano. Però, una volta iniziata la relazione, siamo cresciuti e cambiati insieme al nostro amore». Come a Wimbledon Ajla Tomljanovic ha scelto di restare accanto a Matteo Berrettini nella bolla di Londra, così Chiara è volata nel campus della Waseda University di Tokorozawa, sede del ritiro pre-olimpico dell'atletica azzurra, per sostenere il suo fuoriclasse: «Questa per Gianmarco è un'Olimpiade molto sospirata e desiderata. Nel 2016, appena prima di Rio, s'infortunò: aspetta questa occasione da sei anni...». Anni densi di ostacoli, sogni infranti e rimessi insieme con la colla della passione: «Mi sembrava giusto esserci, vivere insieme l'esperienza giapponese è molto importante, soprattutto per lui che si nutre dell'energia del pubblico, e qui di pubblico non ce ne sarà. Volevo che, alzando gli occhi dalla pedana verso le tribune, vedesse almeno il volto di una persona che lo ama». Chiara apprezza tutto di Gimbo («È dolce ma forte, affronta la vita senza paura»), un po' meno i look bizzarri con cui ama gareggiare (la barba fatta a metà, un marchio di fabbrica, ultimamente i capelli bianchi alla Legolas del «Signore degli anelli»), però non sottilizza: «L'aspetto esuberante è una sua caratteristica, se decide di fare una cosa, la fa. E a me piace anche per questo». La data del matrimonio non è ancora stata decisa, i progetti di famiglia sono rimandati all'autunno insieme al cambio di casa, a Giochi archiviati e mente sgombra: «Le idee sono tante, ma prima l'atletica. Abbiamo voglia di spensieratezza».

Dagospia l'8 marzo 2021. Dal profilo Facebook di Gianmarco Tamberi. Argento europeo con 2.35....Cedo il titolo al super campione @maksim_nedasekau che si è stra-meritato la vittoria saltando la miglior prestazione al mondo!!! Domani faremo delle considerazioni a freddo... ad oggi l'unica cosa che riesco a sentire è quell'amaro in bocca di una sconfitta. Sono fatto cosi, non so accontentarmi, è sempre stato un lato del mio carattere molto marcato. Sono consapevole di essere tornato finalmente dopo 5 estenuanti anni ai vertici del mondo ma l'amaro della sconfitta per ora ha la meglio. ORA È RIMASTA SOLO UNA COSA CHE CONTA... TOKYO 2021!!!

ps un grazie speciale a tutti i miei compagni di squadra per il tifo stratosferico, un palazzetto vuoto per via del covid che si è acceso come uno stadio con 80 mila persone. Fiero di essere il capitano di una nazionale cosi bella ed unita.

Lia Capizzi per sport.sky.it l'8 marzo 2021. Ha ancora gli occhi stropicciati di chi non ha dormito nemmeno un minuto il 26enne bresciano neo campione europeo dei 60 metri. Il giorno dopo l’impresa Marcell Jacobs deve ancora realizzare tutto ciò che gli è accaduto ma con grande disponibilità accetta di ripercorrere la sua gara, di svelare curiosità private e sportive. Prima però vuole godersi sugli spalti la finale del salto in alto di Gianmarco Tamberi, il capitano azzurro merita il tifo di tutto il gruppo.

“Non ho più quasi voce perché ho fatto un tifo sfegatato per Gimbo. E’ stata una gara pazzesca, pure molto veloce perché saltavano uno dopo l’altro quasi senza pause. Il bielorusso Nedasekau ha avuto coraggio e se l’è meritato l’oro per l’azzardo di provare l’ultimo salto a disposizione a 2.37. E’ riuscito a giocarsi un jolly che se magari ci riprova altre 100 volte non gli riesce più. Gimbo ha dato tutto quello che aveva, ovvio che sia dispiaciuto per l’argento, ma questo è solo un grande inizio per lui dopo tutto quello che ha passato. Sono sicuro che arriverà alle Olimpiadi di Tokyo nel migliore dei modi”.

L’unica medaglia d’oro di questi Euroindoor di Torun resta quella di… Jacobs.

“Non ho chiuso occhio stanotte, mi sono messo a leggere un po’ di messaggi ma avevo il telefono intasato. Più che altro mi sono tornati alla mente mille ricordi, i tanti momenti difficili che abbiamo passato io e il mio coach Paolo Camossi (campione mondiale indoor di salto triplo a Lisbona 2001). Da due anni stiamo facendo un percorso ben definito e strutturato. Sapevamo di valere questi tempi, si trattava però di metterli in pratica in gara. In questa stagione indoor partivo da 6”63 e mi sono migliorato di 16 centesimi, se ora sono salito sul tetto d’Europa è grazie a Paolo che ha sempre creduto in me, ha voluto circondarmi di un team personalizzato con fisioterapista, nutrizionista e da alcuni mesi l’inserimento di una mental coach. All’inizio ero scettico ed invece la mossa si è dimostrata decisiva”.

La vittoria è arrivata con pure un tempo sensazionale, 6"47 è il nuovo record italiano e la miglior prestazione mondiale stagionale. È vero che dall’altra parte dell’Oceano sei sotto osservazione da un po’ di tempo?

“Vero. Nelle prime gare di questa stagione sono rimasto sorpreso di conoscere un manager americano, che poi è lo stesso di Mike Rodgers (velocista oro ai Giochi Panamericani 2019 in 10”13). Si è avvicinato a me dicendomi: guarda che di te negli Stati Uniti si parla molto bene quindi fai vedere quello che vali. Questa frase mi è tornata in mente subito dopo la mia gara mentre guardavo la sigla WL (World Leading) accanto al mio crono. Mi sono detto, vedi che adesso sapranno bene chi sono! In verità sono arrivato a Torun senza pensare troppo al tempo, avevo l’obiettivo di essere davanti a tutti nei tre turni (batterie, semifinali e finale) e l’ho fatto. Poi è arrivato questo super crono e ne sono contentissimo”.

È un oro frutto delle tante batoste ricevute, come l’hai definito tu, ma è anche il frutto di questo nuovo lavoro mentale.

“Sì, assolutamente. Anche prima della finale sono stato al telefono mezzora con Nicoletta Romanazzi (mental coach) per alleggerire la tensione, visualizzare la gara. Il lavoro psicologico mi è servito come atleta, ho finalmente acquisito consapevolezza, adesso so quanto valgo e non ho più i vecchi dubbi di quando magari non mi sentivo all’altezza. A livello umano mi è pure servito per ricostruire il mio passato, mi ha aiutato a ritrovare mio padre che ho sempre considerato assente nella mia vita”.

Tuo padre, appunto. Era militare alla base USA di Vicenza quando ha conosciuto tua madre, bresciana. Insieme si sono trasferiti a El Paso (Texas) dove sei nato, poi però quando hanno divorziato lei è tornata in Italia a Desenzano sul Garda insieme a te che avevi meno di due anni.

“Infatti io mi considero italiano perché lo sono al 99,9%.  Di americano ho metà del sangue e pure le fibre muscolari ereditate da mio padre. Quando sono tornato a Desenzano, piccolissimo, parlavo solo italiano, ho imparato il dialetto bresciano e adesso parlo pure un po’ romanesco. L’inglese non lo sapevo nemmeno fino a poco tempo fa, l’ho migliorato solo da poco, adesso me la so cavare diciamo…”.

Da allora in poi i rapporti con tuo padre quali sono stati?

“Praticamente inesistenti. Quando mi chiedevano: chi è tuo padre? Io rispondevo: Boh, io non ce l’ho un padre. Ed era vero. La prima volta che l’ho visto era il 2008, io avevo 13 anni, per me quell’uomo rappresentava un estraneo. Siamo rimasti insieme 2 giorni ma poi nulla più. Ci siamo ritrovati qualche anno dopo tramite social, su Facebook, ma io gli rispondevo poco, non lo calcolavo, per me non faceva parte del mio mondo familiare. Il lavoro mentale che ho iniziato lo scorso settembre è stato anche un lavoro intimo alla ricerca delle mie radici, mi ha aiutato. Negli ultimi mesi abbiamo ripreso a sentirci più spesso, si è creato un rapporto che non c’era mai stato in tutti questi anni. Era anche colpa mia, lo riconosco, ero io che avevo una chiusura nei suoi confronti, non avevo voglia di interagire con lui. Adesso invece so che la prossima volta che andrò negli Stati Uniti lo andrò a trovare, mi ha scritto anche prima della finale dei 60 metri”.

E tu che padre sei con i tuoi tre figli, Jeremy, Anthony e Meghan?

“Come padre mi devo tirare le orecchie perché con il mio primo figlio Jeremy, che ha sei anni, ho costruito con il tempo un bel rapporto. E’ nato quando io avevo 19 anni, ero ancora molto immaturo, con sua madre non andavo d’accordo e quando ci siamo lasciati è stato tutto più complicato. Anche a causa della distanza, loro vivono a Desenzano e io nel frattempo mi ero trasferito prima a Gorizia e adesso da 3 anni vivo a Roma. Invece con Anthony e Meghan, gli altri due figli avuti con la mia compagna Nicole, è completamente diverso anche solo per il fatto che ci vivo insieme, me li posso godere. Con loro mi considero il papà più bravo del mondo”.

Sembri un duro, anche per via dei tantissimi tatuaggi, invece di te raccontano che sei un pezzo di pane, umile, con una grande etica del lavoro.

“Il mio coach mi definisce ancora uno scavezzacollo, forse perché mi ha conosciuto nel 2015 quando ero ancora un ragazzetto come testa. Sono una persona molto semplice, faccio una vita tranquilla proprio perché ho bisogno di recuperare dalle fatiche degli allenamenti. I miei tatuaggi mi raccontano, ho inciso le date di nascita dei miei figli, dei miei fratelli e di mia madre, ho un tatuaggio che rappresenta l’amicizia perché l’ho fatto insieme ai miei amici storici, poi ho un mappamondo, la scritta Carpe Diem, un'àncora incisa insieme a Nicole. Forse l’unico di cui sono pentito è la scritta sui pettorali con il soprannome CrazyLongJumper, che è pure il mio account su Instagram, magari non lo rifarei più…”

Dal punto di vista tecnico quanto vale il 6"47 di Torun in ottica 100 metri?

"Chiaro che tra due mesi bisognerà proiettare questo tempo dei 60 anche nei 100, questo è il vero obiettivo. Parto con un personale di 10”03 (del 2019) e con l’ambizione di scendere sotto i 10 secondi. Diciamo che due calcoli li abbiamo fatti, come anche molti altri esperti a giudicare dai commenti che ho letto. Se l’anno scorso con 6"63 nei 60 ho poi corso i 100 metri in 10”10, conti alla mano questo mio tempo di Torun potrebbe valere un 9”94. Ci vogliamo lavorare”.

Già lo sai che da qui ai prossimi mesi vivrai con due tormentoni. Le domande per te verteranno quasi esclusivamente sul tuo tempo nei 100 metri e sulla tua rivalità con Filippo Tortu.

“Grazie alla mia vittoria ho fatto pure vincere 100 euro a Tortu! Me lo ha rivelato lui ieri dopo la finale, mi ha scritto che aveva scommesso su di me, lui conosce le mie potenzialità. E’ chiaro che in gara siamo rivali, ognuno vorrebbe arrivare davanti all’altro, ma con Filippo siamo davvero amici. La nostra rivalità ci stimola a vicenda per fare meglio, serve anche a tutto il nostro movimento affinché si parli di atletica sempre di più. Anzi, non vedo l’ora di ritrovarlo insieme a tutti gli azzurri tra due settimane al raduno della staffetta 4x100. Dobbiamo preparare i Mondiali di Staffetta a maggio, sempre qui in Polonia. Sarà fondamentale perché un posto in finale varrà la qualificazione per Tokyo. Due anni fa a Yokohama (World Relays 2019) arrivammo in finale ma poi ci fu un contatto tra l’americano Lyles e Davide Manenti e sfumò la medaglia, adesso siamo ancor più agguerriti. Alla staffetta veloce ci teniamo tantissimo”.

Il motto "testa bassa e lavorare" quindi non cambia.

“Testa bassissima e sotto con il lavoro, sempre. Ancora prima di vincere l’oro nei 60 in questi Europei avevamo programmato con Paolo Camossi di tornare a casa lunedì e di riprendere gli allenamenti già da martedì. La stagione olimpica è troppo importante, non c’è tempo da perdere e noi abbiamo ancora tanto lavoro da fare”.

Marco Bonarrigo per il "Corriere della Sera" il 5 agosto 2021. Ogni giorno che Dio manda in terra - che diluvi o soffi uno scirocco stordente - il Giaguaro e l'ex Cavalletta calano alle 11 in punto dalla Collina Fleming al Paolo Rosi, il vecchio Stadio delle Aquile che a quell'ora già pullula di pensionati e turnisti romani sgambettanti. I due parcheggiano i borsoni nell'angolino verso il Tevere e cominciano le loro tre ore di ordinaria fatica. Paolo Camossi, dal 2015 allenatore di Marcell Jacobs, ha un passato di cavalletta d'alto livello: nel 2001 è stato campione mondiale di salto triplo. «Marcell invece - spiega Camossi - è un giaguaro. I giaguari dormono, ciondolano e solo al momento giusto si avventano sulla preda. Ho pensato ai giaguari quando ho sostituito i classici giretti di pista preliminari con stretching e allunghi: le belve non fanno riscaldamento». La strana coppia (un friulano che si definisce «realizzatore di sogni», un bresciano sognatore) si incrocia nel 2013. «Gianni Lombardi, all'epoca il bravissimo allenatore di Marcell - spiega Camossi - partiva per un raduno e mi chiese di seguire il suo pupillo per tre settimane. Marcell arrivò a Gorizia fresco di patente, capelli dritti alla Napo Orso Capo, sguardo un po' insolente. In pista vidi un ragazzino con una potenza imbarazzante ma incontrollabile. Ci siamo piaciuti e tenuti in contatto. Ho cominciato a seguirlo dal 2015 e tre anni fa, mentre cenavamo alla mensa del centro di preparazione olimpica, ci siamo simultaneamente detti che sarebbe stato bello trasferirci a Roma con le famiglie. Abbiamo scelto un quartiere che è un po' un paesotto, dove ci sentiamo a casa: chi dice che Roma non è una città adatta a un atleta dice male». Due allenamenti al giorno («11/13.30, 17/19.30, precisi come operai, disadattati come può esserlo solo chi fa il nostro lavoro») per sette giorni a settimana. Alla faccia di chi si prepara in stadi chiusi al pubblico, «Marcel sprinta a 35 all'ora tra i bambini delle scuole di atletica e gli attempati amatori a cui non si nega mai perché, al netto di bicipiti e tatuaggi inquietanti, è l'uomo più buono del mondo. Io quando saltavo avevo la rabbia dentro e odiavo i miei avversari, lui l'esatto contrario. Rispetta tutti, tutti lo rispettano». Jacobs storce il naso solo quando coach Camossi gli chiede di «sciacquare le gambe», ovvero di «fare 10 o 12 volte 120 metri all'80 per cento delle sue possibilità (in circa 13", ndr), un allenamento atroce che piazziamo una volta ogni dieci giorni e che gioca un ruolo molto importante. Un tempo cercava scuse per saltarlo, adesso quasi mi chiede lui di metterlo nel menù. E quando è alla frutta, invece di arrendersi, va in un angolino a vomitare e torna subito in pista». Quando il Paolo Rosi è chiuso si va alla Farnesina, quando si deve sprintare nella «gabbia» dietro motori è il turno del solenne Stadio dei Marmi, per palestra e fisioterapia c'è il Giulio Onesti: tutto nel raggio di un chilometro. «Ci trasciniamo dietro un sacco di materiale - spiega Camossi - e altro ce ne servirebbe: un verricello che lo faccia correre contro resistenza, ad esempio. Magari adesso lo troveremo ma non dimenticherò mai che la prima pressa su cui Marcell faceva esercizi era una panchina dove avevo montato le rotelle di un carrello per la spesa». Pur sviluppando allenamenti dove la componente scientifica è decisiva, Camossi privilegia i suoi occhi come monitor: «Durante ogni esercizio - spiega - lo seguo con gli occhi tenendo il telefonino in mano per registrare il video. Cerco le andature giuste ma cerco anche segnali di allarme. Se un piede appoggia in modo strano potrebbe esserci un problema da prevenire: quando un atleta si infortuna, come lui a Rieti due mesi fa, è sempre colpa dell'allenatore che non l'ha protetto. Attorno a Marcell adesso c'è uno staff che - dal vivo o in video - è pronto a intervenire». La Roma opulenta della Camilluccia e quella della movida di Ponte Milvio restano sullo sfondo: «L'attraversiamo sempre controcorrente - spiega Camossi - la usiamo per rilassarci al cinema o a teatro e per trasgredire con un McDonald ogni tanto. Adesso che sono rientrato e aspetto Marcell, sto cominciando a chiedermi cosa significherà allenare un campione olimpico, tornare al Paolo Rosi, mettere Parigi nel mirino. Se penso a tutti i casini e gli infortuni che abbiamo superato mi viene da dire a Pippo Tortu - che è un gran talento e un bravo ragazzo - che non c'è problema fisico o mentale che non si possa superare. Quando l'ha abbracciato a Tokyo, Marcell voleva dirgli questo: verrà il tuo turno amico mio».

Andrea Buongiovanni per gazzetta.it il 5 agosto 2021. La 4x100 maschile vola in finale con 37”95, record italiano, quarta prestazione europea all-time e quarto tempo complessivo di giornata, Zane Weir è quinto nella finale del peso. La 4x100 femminile firma a sua volta il record nazionale, ma manca la finale per 3/100, Dallavalle e Ihemeje sono nono e undicesimo nel triplo. È un’altra mattinata di gloria per l’atletica azzurra allo stadio olimpico di Tokyo. Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Fausto Desalu, Filippo Tortu: ecco, nell’ordine di frazione, il quartetto che domani, in finale, andrà a caccia di un’impresa. Intanto la semifinale (promozione diretta per le prime tre), superata molto brillantemente. Gli azzurri, nella seconda batteria, sono proprio terzi alle spalle di Cina e Canada, accreditate dello stesso 37”92, con gli Stati Uniti sesti e clamorosamente eliminati (38”10) e Carl Lewis che subito cinguetta: “Inaccettabile”. Nella prima meglio ha fatto solo la Giamaica (37”82), con Gran Bretagna (38”’02) e Giappone (38”16) a loro volta promosse. Le ripescate arrivano dalla stessa prova dell’Italia: sono Germania (38”06) e Ghana (38”08). I cambi tricolori sono in sicurezza, ma all’altezza. Le singole frazioni di livello. Il 21enne Patta non paga l’emozione dell’esordio, Jacobs sembra persino controllato, Desalu ha una curva di qualità e Tortu vale i migliori, con il solo De Grasse, fresco vincitore dei 200, a mangiargli qualche centimetro. Demolito il precedente limite nazionale, quel 38”11 ottenuto da Cattaneo, Jacobs, Manenti, Tortu nella semifinale dei Mondiali di Doha, il 4 ottobre 2019. Nella storia del Vecchio Continente, più forti sono andate solo Gran Bretagna, Francia e Olanda. Domani, alle 15.50 italiane, ci sarà da divertirsi.   “Ho fatto un po’ fatica – ammette Jacobs – le condizioni ambientali, con questo caldo, non sono facili. Ma ancora una volta abbiamo dimostrato un grande spirito di squadra. La medaglia? Dormiamo insieme, la guardo, la ammiro. Invece le polemiche non mi toccano, non replico perché non voglio dare importanza a chi muove certe critiche. I miei risultati sono il frutto di anni di duro lavoro”. Anche Tortu è ovviamente soddisfatto: “Ringrazio i compagni che ci hanno accompagnato sin qui – dice – Manenti, Infantino, Polanco e anche Cattaneo e Rigali. Volevamo entrare in finale, adesso recuperiamo questa fatica e poi ci giochiamo tutto”. Desalu aggiunge: “Abbiamo molto margine”. E Patta conferma: “Non ero particolarmente emozionato”. Dopo gli ori di Jacobs e di Gimbo Tamberi, ecco il miglior piazzamento della spedizione azzurra. È, a sorpresa, di Zane Weir, splendido quinto nella finale del peso. Il 25enne oriundo sudafricano cresciuto a Durban, italiano – da pochi mesi – grazie al nonno materno Mario, triestino, si migliora ancora. Martedì in qualificazione, con 21.25, aveva già migliorato il personale di 14 centimetri. In finale, dopo 20.85, 20.25 e 20.68, promosso tra i migliori otto come settimo, si supera. E spara prima a 21.40 e poi a 21.41, terzo uomo italiano all-time dopo Alessandro Andrei e il compagno di allenamenti Leo Fabri e davanti al suo coach Paolo Dal Soglio. “Sono molto felice – dice con il suo italiano sempre più preciso – per tutti coloro che mi hanno supportato, il mio allenatore e la federazione in testa. Altri due personali: ci metterò un po’ a realizzare quel che ho fatto”.

GLI ALTRI—   Minori fortune per gli altri azzurri in gara. Andrea Dallavalle (16.85) ed Emmanuel Ihemeje (16.52) sono nono e undicesimo nella finale del triplo (per accedere tra i migliori otto sarebbe servito un 16.95), La 4x100 femminile di Irene Siragusa, Gloria Hooper, Anna Bongiorni e Vittoria Fontana sfiora il colpaccio: con 42”84 migliora di 6/100 il limite di Herrera, Hooper, Bongiorni, Siragusa ottenuto come gli uomini il 4 ottobre 2019 nella semifinale dei Mondiali di Doha, ma - sesta nella propria batteria - manca per 3/100 l’accesso tra le otto elette, prima delle escluse. Disco rosso, infine, per Elena Vallortigara (1.93) e Alessia Trost (1.90) nella qualificazione dell’alto. In finale, con 1.95, ci vanno in 14.

G. Zon. per "la Stampa" il 2 agosto 2021. Durante il riscaldamento Jacobs balla, miliardi di occhi addosso e lui si porta il ritmo in pista, la tranquillità addosso. Sono pur sempre i 100 metri di Bolt e non vanno traditi, almeno nello spirito, sono passi, appoggi e frequenze e se li conti fanno meno impressione, solo che il calcolo della combinazione perfetta dice 45 appoggi e bisogna andare forte per rispettare il programma. Per non inciampare nella danza. Jacobs è in corsia due e quando Hughes strappa la partenza neanche si muove, dopo la squalifica del britannico riprende a fissare l'orizzonte. Non si distrae. Sono i suoi 100 metri, li ha sognati da bambino e poi da adulto, in questo anno senza punti di riferimento in cui l'immaginazione è servita. Il canadese De Grasse è convinto di vincere, si vede. Bronzo a Rio 2016 e secondo lui nessun reale pericolo. Jacobs è fuori radar, non lo considerano, lo hanno visto poco, qualcuno lo guarda come un imbucato, chi lo ha mai messo in conto un italiano nella finale dei 100 metri. Cala il buio e potrebbero pure salire i ricordi. Glasgow 2015, un Europeo iniziato da protagonista e finito malissimo. Lacrime su risultati tristi. Allora l'azzurro era un lunghista, prometteva benissimo però era troppo delicato. La notte del pianto decide di cambiare tutto, via i salti e dentro la velocità. La decisione ormai sembra lontana, presa in un'altra fase della vita eppure porta dritto qui, alla sfida che tutti guardano, all'istante più fotografato, al momento in cui non resta che correre su una pista che restituisce ogni sollecitazione. In tanti volano sopra le medie nella finale senza giamaicani e bisogna risalire al 2000 per replicare l'assenza. Sono 100 metri sparsi, un'incognita che si fa ancora meno decifrabile quando il ripescato Bromell esce definitivamente di scena. È l'attimo in cui i presenti alzano i telefoni, la luce torna, la musica riparte e cambia tutto tranne Jacobs. Lui non smette di ballare, parte benissimo e gli basta realizzarlo per essere ancora più fluido, bruciare lo spazio: 9"80, praticamente il tempo di Bolt nell'ultima finale a Rio (9"81) ma soprattutto davanti all'americano Kerley, secondo in 9"84 e al delusissimo DeGrasse, 9"89. Sembrano disorientati, le prime parole di un frastornato Kerley sono: «Non l'ho mai visto prima, non ho idea di chi sia». È il campione olimpico. 

Dagospia il 2 agosto 2021. Il tweet di Matt Lawton: Il nuovo campione olimpico dei 100m, Marcell Jacobs, è sceso sotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso in 9.84 la semifinale e 9.80 la finale. Ah, bene…”

Da iltempo.it il 4 agosto 2021. Sorpresa alle Olimpiadi di Tokyo per il concorso dell'equitazione. L'attenzione degli italiani ai Giochi è riversata su altri sport, in quelli più a portata di medaglia o più popolari, ma non è sfuggita agli osservatori una curiosità che per molti potrebbe diventare qualcosa di più serio, forse anche un incidente diplomatico. Così come nel romanzo Il pianista sull'oceano si rideva dei nomi dati ai cavalli delle corse, così viene da sorridere scorrendo alcuni nomi degli equini impegnati con i loro cavalieri e amazzoni ai Giochi di Tokyo. I riferimenti all'Italia, nel bene o nel male, non mancano. A far sollevare svariati sopraccigli è il nome di un cavallo in gara con Israele. Come si chiama? "Cosa Nostra”, con un chiaro riferimento "mafioso" alla criminalità siciliana. Spicca anche "Benitus", nelle file di Taipei. Fanno sorridere altri nomi in gara, come il neozelandese “Grappa Nera” e l’argentino “Cannavaro” dedicato al difensore azzurro del Mondiale di calcio in Germania nel 2006 vinto dall’Italia. Oggi, intanto, con l’ingresso nel rettangolo dell’Equestrian Park di Arianna Schivo e Quefira de L’Ormeau, si è chiusa la prima fase della gara di Concorso completo ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 per gli azzurri dell’Italia Team. È di 42.90 il punteggio negativo realizzato, per una prestazione purtroppo al di sotto delle aspettative. Quefira de l’Ormeau, la selle francais diciassettenne, montata da Arianna Schivo si è dimostrata molto "carica" in rettangolo, una situazione che non ha comunque giocato a favore dello svolgimento complessivo della gara. Alla prova di Arianna e Quefira (58^ provv.) si aggiungono i risultati messi a segno ieri da Susanna Bordone, migliore azzurra su Imperial Van De Holtakkers (33^ provv.) e Vittoria Panizzon su Super Cillious (38.60 pn; 51^ provv.), che portano l’Italia al quindicesimo posto della classifica provvisoria dopo la prova di dressage con un totale di 115.40 pn.

DAGONEWS il 6 agosto 2021. Come abbiamo menato noi gli inglesi quest’anno non è mai riuscito né agli Asburgo né ai francesi. E ai sudditi di sua maestà restano due strade: o disperarsi e rosicare o riconoscere la straordinaria annata italiana. È quanto ha fatto il “Daily Mail” che, dopo essersi disperata con un titolone “Non l’Italia di nuovo!”, ha snocciolato le meravigliose vittorie azzurre di quest’anno, dando spazio agli inglesi che, al posto di rosicare male, si sono perculati con un sorriso amaro: “Il team inglese ha perso dolorosamente una medaglia d'oro per 0,01 secondi alla staffetta 4x100 maschile del quando l'Italia è arrivata da dietro sulla linea, spezzando  ancora una volta i cuori britannici dopo la finale di Euro 2020”. E in effetti il quartetto britannico pensava di avere l’oro al collo, ma non aveva fatto ancora i conti con Tortu. «Lo straziante risultato della staffetta vede l'Italia superare ancora una volta una squadra sportiva britannica dopo aver battuto l'Inghilterra di Gareth Southgate ai rigori nella finale dei Campionati Europei del mese scorso a Wembley – scrive il Daily Mail - L'oro nella staffetta olimpica 4x100m maschile segna una meravigliosa estate di successi per l'Italia, che include la vittoria nella finale olimpica dei 100m maschili, la finale di Euro 2020 contro l'Inghilterra e l'Eurovision Song Contest. La squadra di calcio italiana ha superato i Tre Leoni l'11 luglio con una vittoria ai rigori, dopo che Marcus Rashford, Jadon Sancho e Bukayo Saka hanno sbagliato tutti dai 12 yard sotto l'arco di Wembley. l'Italia ha anche conquistato il titolo all'Eurovision a maggio con il successo rock "Zitti e buoni" dei Maneskin, mentre il Regno Unito è rimasto a zero punti con "Embers" di James Newman». E ancora: «Nel frattempo, è la quinta medaglia italiana di atletica leggera ai Giochi di Tokyo, un totale che include l'oro shock maschile dei 100 metri di Lamont Marcell Jacobs della scorsa settimana, in una finale che ha visto il velocista del Team GB Hughes squalificato a causa di una falsa partenza. Dopo aver aiutato la Gran Bretagna a conquistare l'argento nella staffetta Hughes è stato sorpreso a fare riferimento alla favolosa e fortunata estate sportiva italiana prima che iniziasse l'intervista post-gara del quartetto britannico con la BBC. Il 26enne ha dichiarato: “Hanno vinto l'Eurovision, hanno vinto gli Europei, hanno vinto i 100m…” Gli appassionati di sport hanno utilizzato i social media per prendere in giro il record negativo della squadra britannica contro l'Italia di quest'estate». Insomma, si può rosicare male. Oppure incassare con dignità e autoironia e riconoscere i meriti all’avversario. 

Da sport.sky.it il 27 settembre 2021.Fantastica Italia agli europei di Polo. Alla terza finale in tre edizioni dell’appuntamento continentale, le azzurre hanno trionfato nell'U.S. Polo Assn. FIP Ladies European Polo Championship, al Polo Club La Mimosa di Pogliano Milanese. In finale la squadra italiana ha prevalso sull’Inghilterra per 6,5-6, grazie quindi al mezzo gol di handicap. Nella finale per il terzo e quarto posto l’Irlanda l’ha spuntata sulla Germania per 5-3 ai rigori, con la partita che non è stata disputata per le difficili condizioni del campo di gioco dopo l’abbondante pioggia che a inizio mattinata aveva costretto a posticipare la finale per il primo e il secondo posto dalle ore 9 alle 10. L’inglese Heloise Wilson Smith è stata premiata come miglior giocatrice del campionato.

Una finale avvincente

La finale è stata particolarmente avvincente, su un campo che ha retto benissimo nonostante la tanta pioggia caduta sul circolo La Mimosa di prima mattina. L’Inghilterra, che doveva recuperare mezzo gol di handicap, è partita subito forte con Heloise Wilson Smith, bravissima a sfruttare un’indecisione difensiva dell’Italia nelle battute iniziali. Le padrone di casa tuttavia hanno reagito prontamente, in particolare con Camila Rossi che ha trasformato una punizione dalle 40 yard e chiuso il primo chukker sull’1-1. Le inglesi sono salite in cattedra nel secondo parziale, nel quale sono andate in gol prima Emma Tomlinson Wood, su punizione dalle 40 yard, e poi con Millie Hughes, che a fil di porta ha messo dentro uno strepitoso colpo in back della Wilson Smith. Nell’altalena del risultato l’Italia è risalita sul 3-3 con altri due gol della Rossi, ma è stata l’Inghilterra a chiudere in vantaggio il quarto chukker per 4-3 con un rigore trasformato dalla Wood. Le italiane sono state però protagoniste di un quinto chukker da incorniciare, con tre gol realizzati ancora dalla Rossi e dall’altra oriunda Maitana Marré. Sul punteggio di 6-4 per le italiane c’è stata l’estrema reazione dell’Inghilterra, con altri due gol segnati da Wilson Smith e Hughes, ma sul 6-6 la squadra diretta da Franco Piazza ha contenuto gli ultimi tentativi delle avversarie e l’ha spuntata per 6,5-6 grazie all’handicap. “È stata una settimana difficile, per l’infortunio occorso a Costanza Marchiorello nella prima partita contro l’Inghilterra - le parole della veterana Ginevra Visconti, che aveva contribuito alla conquista dell’oro 2017 a Chantilly e dell’argento 2018 a Villa a Sesta - Le ragazze sono state però tutte bravissime, da Camila Rossi ad Alice Coria e Maitana Marré, e la vittoria finale ci ripaga di tutti i problemi che abbiamo dovuto affrontare. Ovviamente il nostro trionfo è dedicato a Costanza Marchiorello, che ci ha seguito in diretta dalla clinica in cui è ancora ricoverata dopo la frattura al malleolo sinistro”. 

Tokyo 2020, il dramma degli inglesi: "Non l'Italia di nuovo". L'incubo al traguardo, rosicata infinita. Libero Quotidiano il 06 agosto 2021. “Non l’Italia di nuovo!”. È ufficiale: siamo diventati l’incubo degli inglesi in tutti gli sport. Euro 2020 vinto a Wembley ai calci di rigore ha fatto da apripista: a Tokyo 2020 è arrivato un altro trionfo azzurro, stavolta nella staffetta 4x100, che è coinciso con una beffa colossale per la Gran Bretagna. Avanti per tutta la gara, l’ultimo velocista di Sua Maestà si è visto raggiungere e superare proprio sul traguardo. Un centesimo, tanto è bastato a Filippo Tortu per condurre i compagni sul gradino più alto del podio, firmando un’impresa storica. In un solo colpo l’Italia è salita a quota 10 medaglie d’oro, diventando momentaneamente il paese europeo più alto nel medagliere. Il Daily Mail ha titolato “non l’Italia di nuovo!” dopo l’amarissimo argento della 4x100 maschile. “Il team inglese - si legge sul tabloid - ha perso dolorosamente una medaglia d’oro per 0,01 secondi con l’Italia che è arrivata da dietro sulla linea, spezzando ancora una volta i cuori britannici dopo la finale di Euro 2020”. “Lo straziante risultato della staffetta - si legge ancora - vede l’Italia superare ancora una volta una squadra sportiva britannica dopo aver battuto l’Inghilterra di Gareth Southgate ai rigori nella finale dei Campionati Europei del mese scorso a Wembley”.

Da gazzetta.it il 6 agosto 2021. Incredibile! Nella finalissima della staffetta 4x100 uomini Patta-Jacobs-Desalu-Tortu vincono l'oro per un centesimo sulla Gran Bretagna (37''50 contro 37''51). Bronzo al Canada.. Grande frazione di Jacobs e straordinaria rimonta di Tortu. Un capolavoro!

(ANSA il 6 agosto 2021) - "Siamo sul tetto del mondo. E devo dire grazie agli italiani, abbiamo sentito la loro spinta da casa". Marcel Jacobs con le due dita a V per indicare i due ori, alla fine della 4x100 vinta dall'Italia a Tokyo 2020. "Prima di entrare in pista - ha aggiunto a RaiSport l'azzurro che stasera ha bissato l'oro dei 100 - ci siamo detti quale era il saluto da fare: abbiamo concluso tutti, è l'oro. E' successo qualcosa da non credere, ed è fantastico".

(ANSA il 6 agosto 2021) - "Quando ho tagliato il traguardo, mi sono messo le mani nei capelli perchè avevo capito di aver tagliato da primo, ma non volevo crederci". Filippo Tortu è stato protagonista di una ultima frazione strepitosa, in rimonta, nella 4x100 vinta dall'Italia a Tokyo 2020. Ha pianto a dirotto in pista, e poi ha raccontato di "aver chiesto a Lorenzo Patta "ma devvero siamo oro?". Poi - ha concluso a RaiSport il velocista azzurro - quando ho visto nel tabellone la scritta Italia non ci ho capito più nulla. Mi sono reso conto del tempo solo dieci minuti dopo..."

(ANSA il 6 agosto 2021) - "Siete stati bravissimi. Sono orgoglioso di voi, vi aspetto il Quirinale". Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha chiamato il presidente del Coni, Giovanni Malagò, subito dopo l'oro olimpico della 4x100 alle Olimpiadi di Tokyo 2020, per complimentarsi dei risultati dell'Italia ai Giochi. 

(ANSA il 6 agosto 2021) - "Un altro giorno da incorniciare a #Tokyo2020. Tre ori in poche ore, uno storico Medaglia d'oro nella 4x100 e record assoluto di medaglie olimpiche in una singola edizione. Grandi azzurri". Lo si legge sul profilo Twitter della presidenza del Consiglio. 

(ANSA il 6 agosto 2021) - "È una felicità incredibile. Marcell è stato bravo ma lo sono stati tutti e quattro". È la prima reazione della mamma di Marcell Jacobs dopo la conquista del secondo oro olimpico. La signora Viviana ha seguito dal suo albergo a Manerba del Garda con parenti, amici e clienti la staffetta 4x100. "Adesso ho voglia di riabbracciare mio figlio. Non so quando lo rivedrò ma penso presto. L'altro giorno dentro di me pensavo a cosa avrei voluto di più. Ecco, quel di più è arrivato" ha aggiunto la mamma di Jacobs. 

Marco Gentile per "ilgiornale.it" il 7 agosto 2021. Evidentemente in Inghilterra non hanno ancora digerito la sconfitta ad Euro 2020 e ora il bersaglio preferito è diventato l'italiano Marcell Jacobs, fresco vincitore dei 100 metri piani e della staffetta 4x100 dove ad essere stati beffati per un solo centesimo sono stati proprio gli inglesi, in vantaggio fino a pochissimi centimetri dal traguardo. L'autorevole The Times ha sbattuto in prima pagina il 26enne azzurro ma non per i suoi evidenti meriti sportivi ma per una vicenda che nulla ha a che vedere con l'atleta nato ad El Paso.

Accuse pesanti. Jacobs è stato prima definito anonimo dopo aver stravinto la finale dei 100 metri piani e l'atta conclusivo è stato definito "la finale di google" perché nessuno conosceva il vincitore della gara più importante nell'atletica dato che sancisce l'uomo più veloce del mondo. In secondo luogo è stato tirato fuori il doping, in terzo luogo le scarpe, ora è stato tirato in ballo il suo vecchio nutrizionista indagato per una vicenda di traffico di steroidi e anabolizzanti con cui Jacobs non ha nulla a che vedere. Il sospetto arriva proprio Oltremanica con il Times che ha scelto per il taglio basso della prima pagina sportiva questo titolo: "La polizia indaga sul nutrizionista della stella dei 100 metri": Marcell Jacobs è stato dunque tirato in ballo per il rapporto con Giacomo Spazzini, suo ex nutrizionista, indagato dalla polizia per traffico di steroidi anabolizzanti. 

Il post di Spazzini. "Da quando abbiamo iniziato insieme tutto è cambiato – si legge nel testo che accompagna un video con Spazzini e Jacobs –. Il suo corpo ha iniziato a reagire alla corretta alimentazione con Hybrid Method, il metodo che ho costruito anni fa e che costantemente innoviamo. Abbiamo lavorato con la ciclizzazione dei nutrienti, con il monitoraggio dei dati e delle analisi, test in pista, con feedback costanti e in tutto questo gli abbiamo insegnato il potere che la disciplina può dare in termini di risultati. Sono davvero fiero ed orgoglioso di avere fatto parte con la mia azienda a questa trasformazione", questo il pensiero riportato dal quotidiano inglese. Le vittorie meritate di Jacobs, però, nulla hanno a che vedere con il rapporto con il suo ex nutrizionista che non ha influito in alcun modo sui risultati sportivi conseguiti dall'atleta azzurro. 

Rapporti interrotti. I rapporti tra Spazzini e Jacobs si sono interrotti da tempo con lo stesso Times che ha ripreso anche le parole di Marcello Magnani, agente del velocista azzurro: "Da quando è emersa la vicenda, Marcell è seguito da un altro professionista dello studio. L’indagine non ha mai toccato Marcell e, quindi, non abbiamo informazioni a riguardo". La medaglia d'oro nei 100 metri piani dunque ha scaricato ormai da tempo il suo ex nutrizionista rendendo ancora più infondate le illazioni circa la sua meritata vittoria alle Olimpiadi di Tokyo 2020.

Francesco Persili per Dagospia il 6 agosto 2021. Un’estate italiana. Dopo la vittoria agli Europei, l’Italia festeggia il record di medaglie alle Olimpiadi di Tokyo e il decimo oro che arriva con la staffetta 4x100. Il trionfo del quartetto formato dal campione olimpico dei 100 metri Marcell Jacobs, Fausto Desalu, Lorenzo Patta e Filippo Tortu è stato celebrato sulle note di “Notti magiche”. “Praticamente ho lanciato una moda....Vincere le olimpiadi!”, scrive sui social “Gimbo” Tamberi: “Con quello della staffetta sono 5 ori per l'atletica italiana, mai nessun capitano aveva avuto questo onore. La squadra più forte di sempre! Ho i brividi!”. I quattro moschettieri della velocità azzurra hanno fatto registrare anche il nuovo record italiano in 37.50. Per gli inglesi è andato un’altra volta tutto S-Tortu: nell’ultima frazione Filippo Tortu è stato protagonista di una rimonta spaziale. Claudio Marchisio, ex centrocampista della Juve e della Nazionale, prende in prestito la proverbiale espressione di Max Allegri: “Com’era la storia del cortomuso? Complimenti ai ragazzi e a Filippo Tortu. Quando gli altri parlano, il campione risponde sempre sul campo o sulla pista”. Fiona May in diretta Rai polemizza con i commentatori inglesi che dopo la nostra vittoria per 1 centesimo sulla squadra inglese hanno detto: “Ma chi è Filippo Tortu?” Il cantante Enrico Ruggeri si lascia travolgere dalle emozioni. "Le vittorie in gruppo sono ancora più belle. Non svegliatemi. Oppure svegliamoci tutti. Quando vogliamo siamo i migliori: sappiamo soffrire, sappiamo sorridere, sappiamo vincere”. “Stanotte non riuscirò a chiudere occhio”, ha confessato Filippo Tortu. “La cosa più bella sarà cantare l'inno di Mameli domani sul podio". L’Italia s’è desta anche nell’atletica.

Alberto Mattioli per "la Stampa" il 9 agosto 2021. C'è una donna tenace che vuole, fortissimamente vuole fare la poliziotta, anzi per la verità aveva già iniziato. Ma è stata buttata fuori per via di un tatuaggio sul polso, che peraltro aveva cancellato prima di entrare in servizio. Si chiama Arianna Virgolino e della sua storia molto si parlò, quando quello dell'agente tatuata (anzi, ex tatuata) diventò un «caso» giornalistico mentre è tuttora un caso legale, fra sentenze del Consiglio di Stato, ricorsi e così via.  Adesso Virgolino ha visto in tivù Marcell Jacobs vincere le due medaglie d'oro più insperate e gloriose della storia patria. Ora, Jacobs corre per le Fiamme Oro, dunque è un poliziotto, benché non abbia mai arrestato nessuno e sia molto improbabile che lo faccia in futuro. Ed è anche, incontestabilmente, tatuato. Anzi, tatuatissimo: sulla montagna di muscoli dell'agente più veloce del mondo ce ne sono pochi non istoriati. Così Virgolino gli ha lanciato un appello: «Visto che andrai da Draghi, buttagli lì la storia dei tuoi sei colleghi poliziotti, tra cui la sottoscritta, esclusi dalla polizia per un tatuaggio inesistente e che per la divisa avrebbero fatto di tutto» (in effetti, Virgolino condivide la sua battaglia con cinque colleghi, quattro donne e un uomo, un commissario).  Cosa superMarcell ne pensi, non si sa. Ma nel frattempo ha risposto la mamma del nuovo eroe nazionale, Viviana Mancini, dicendosi sicura che il figlio se ne interesserà: «Ero molto contraria ai tatuaggi - ha spiegato al Corriere del Veneto - perché è una cosa che resta per sempre ma la natura dell'uomo è di cambiare. A un certo punto, però, un figlio raggiunge la maggiore età e deve fare le sue scelte. Non credo che avere tatuaggi infici la credibilità. Marcell per sua natura è sempre disponibile a risolvere i problemi, ad aiutare gli altri». Promettente, anche se forse c'è anche un pizzico di solidarietà, come dire?, geografica, perché mamma Jacobs è di Desenzano sul Garda e Virgolino di Peschiera, stesso lago e pochi chilometri di distanza. Comunque vada a finire, tutta la vicenda è un esempio tipico ma allo stesso tempo incredibile di pasticcio burocratico-legale. Arianna aveva cancellato con il laser il famigerato cuoricino sormontato da una coroncina che a 18 anni si era tatuato all'interno del polso addirittura prima di vincere il concorso. «Ma il giorno della visita medica mi dichiararono "non idonea" - racconta - per via della cicatrice che era rimasta. Con un ricorso al Tar ottenni di terminare il concorso dove mi sono piazzata benissimo. Infatti io la poliziotta l'ho anche fatta, nella Stradale a Guardamiglio, provincia di Lodi». E l'avevano pure proposta per un riconoscimento dopo che aveva sedato una rissa. Invece del premio, è arrivata la sentenza del Consiglio di Stato che per leso decoro l'ha buttata fuori dalla polizia. Dove invece lei vuole assolutamente restare. «È una passione che mi ha trasmesso il mio compagno, che è ispettore. Per fare il concorso mi ero pure licenziata, perché un lavoro l'avevo. Però il giudice ha scritto che il mio tatuaggio, anzi l'ex tatuaggio, è «un nocumento all'immagine della polizia di Stato». Ma io di agenti tatuati ne vedo tanti, non solo Jacobs. Sia chiaro: non ce l'ho con loro, anzi continuo a considerarli più che colleghi: fratelli. Ce l'ho con una norma che va abolita perché nessuno la rispetta e perché oggi è chiaramente anacronistica. Ormai i tatuaggi li hanno tutti, chi li collega più alla malavita o ai galeotti?». San Marcell, pensaci tu. Nell'attesa, lei ha lanciato una petizione sui social, decisa a battersi fino all'ultima carta bollata «perché io mi sento una poliziotta e voglio fare la poliziotta», anche se per il momento ha ripiegato su un lavoro stagionale in una piscina. Adesso gioca la carta Jacobs. In fin dei conti, un tempo agli eroi si chiedeva quale desiderio volessero esaudire. «Per me sarebbe bellissimo che un'icona planetaria come lui si prendesse a cuore la mia battaglia». Libero tattoo in libero Stato. 

La spedizione record alle Olimpiadi di Tokyo. Rimonta titanica di Conyedo Ruano, la 39esima medaglia azzurra arriva nella lotta libera. Antonio Lamorte su Il Riformista il 7 Agosto 2021. È arrivata dalla lotta libera la 39esima medaglia dell’Italia alle Olimpiadi di Tokyo. Abraham Conyedo ha conquistato la medaglia di bronzo nella prova di lotta libera nella categoria 97 kg di peso. Battuto in finale per il terzo posto l’atleta turco Suleyman Karadeniz. “Questa medaglia significa tutto per me, è la mia vita, ciò per cui ho lavorato negli ultimi cinque anni – ha detto a caldo il medagliato – La prima dedica che voglio fare è per il mio allenatore, che per me è come un padre”. Conyedo è nato nel 1993 a Santa Clara, a Cuba. Il suo nome per intero è Abraham de Jesus Conyedo Ruano. Si è avvicinato giovanissimo alla lotta. Oro ai Giochi Giovanili di Singapore nel 2010 e ai Panamericani del 2015. A 22 anni ha esordio da seniores ai Giochi Panamericani di Santiago del Cile: argento. E quindi si è trasferito in Italia nel 2018, iniziando a competere con la maglia azzurra. Bronzo ai Mondiali di Budapest. Terzo anche agli Europei di Roma. Dal 12 dicembre 2019 su proposta del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese riceve la cittadinanza “per meriti sportivi”. Sul tatami in Giappone aveva perso in semifinale con l’americano Kyle Snyder. Protagoniste nella finale per il terzo posto di una grande rimonta. L’incontro è finito 6 a 2. “Il mio avversario, il turco Karadeniz – ha detto alla fine del match – lo avevo già affrontato e per batterlo ho dovuto cambiare strategia e fare un lavoro molto intenso. Alla fine ha vinto chi lo desiderava di più”. Ha in qualche modo riscattato Frank Chamizo, bronzo a Rio 2016, sconfitto in semifinale e nella finale di ieri per il bronzo. Il suo bronzo fa salire gli Azzurri a 39 medaglie totali. Il record assoluto di 36 medaglie di Los Angeles ’32 e Roma ’60 era stato superato ieri da Luigi Busà, il “Gorilla di Avola” nel pomeriggio. La mattina quello di Antonella Palmisano nella marcia a 20 km femminile, un giorno dopo quello nella stessa specialità maschile di Massimo Stano. L’impresa emblematica ieri pomeriggio nella staffetta 4×100 di Jacobs-Tortu-Patta-Desalu. E ci sono ancora Elisa Balsamo nell’omnium nel ciclismo su pista e le farfalle della ginnastica ritmica in finale. La delegazione puntava a una trentina di medaglie. La spedizione è stata sorprendente oltre misura – anche per la delusione in alcune categorie e gli exploit senza precedenti nell’atletica. 10 ori, 10 argenti, 19 bronzi. I Giochi di Tokyo sono già nella storia d’Italia.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Da "corrieredellosport.it" il 7 agosto 2021. Nuova apoteosi per lo sport italiano, dopo il fantastico oro olimpico della staffetta 4x100 dell'atletica: "Noi davanti agli inglesi? Non è il loro anno, It's coming Rome di nuovo…", commenta ironicamente Filippo Tortu, ultimo staffettista azzurro, ricordando la canzone 'It's coming home' intonata dai tifosi della nazionale di calcio inglese, poi battuta dall'Italia nella finale dell'11 luglio a Londra. Anche in quel caso il titolo del brano venne trasformato dai nostri tifosi in 'It's coming Rome', con la Coppa Europa che aveva preso la via della nostra Capitale. 

Tortu: "Canterò l'inno in lacrime". "Battute a parte, loro sono quelli che abbiamo sempre preso più da esempio - dice ancora Tortu -  ma questa volta sono stati loro a fare i complimenti a noi. Quel tuffo al traguardo significa per me che ogni centimetro conta e ha una storia dietro. Oggi questo crederci da sempre mi ha ripagato. Quando sono partito ho visto che il britannico era al mio fianco e ho pensato a correre il più tranquillo possibile: sapevo che l'avrei potuto prendere e superare. Ero più lucido mentre correvo rispetto a quando ho tagliato il traguardo. Non potevo credere che fosse vero, ho subito chiesto se avessimo vinto. Ora non riuscirò a chiudere occhio: la cosa più bella sarà cantare l'inno sul podio, finirò tutte le lacrime". 

Jacobs: "Due ori alle Olimpiadi, non ci credo ancora".  "Se siamo la nuova Giamaica? Ma quale Giamaica, siamo l'Italia e siamo la migliore di sempre. Siamo tutti e quattro superstar", le parole di un raggiante Marcell Jacobs, bicampione olimpico, dopo la strepitosa vittoria del quartetto azzurro nella staffetta 4x100 dei Giochi di Tokyo 2020. "Questo oro vale di più di quello individuale perché condividerlo con questo gruppo è fantastico - dice ancora Jabobs - ho visto subito che avevamo vinto. Due ori alle Olimpiadi, non ho ancora realizzato una medaglia figuriamoci questa".

La gioia di Desalu e Patta.  "Siamo un bel gruppo, abbiamo lavorato tanto. Quello che ha fatto la differenza, quel centesimo di secondo, è il grande gruppo che ci unisce, che è una cosa fantastica. Ci siamo detti l'uno con l'altro: 'ti fidi di me?' e ci siamo risposti: 'sì, e pensavi che ti dicessi di no? Crediamoci, perché può succedere'... E l'abbiamo fatto!". Così il terzo staffettista azzurro Fausto Desalu commenta ai microfoni di RaiSport la vittoria nella 4x100. Il compagno Lorenzo Patta, primo staffettista, aggiunge: "È la mia prima Olimpiade, meglio non poteva andare. Sono felicissimo, al settimo cielo. Ancora non ci credo, devo ringraziare loro tre e tutti gli altri compagni che ci hanno accompagnato in questo percorso".

Giulia Zonca per “La Stampa” il 7 agosto 2021.  Lo sparo non è affatto nel buio, quando la pistola dichiara il via l'Italia ha già deciso di vincere, meglio, se lo è promessa ed è tutto un altro correre. Si parte nella notte di Tokyo e si arriva sul pianeta felicità, trainati da quattro ragazzi italiani, figli di un Paese che ha sempre saputo di essere straordinario, ma ha spesso mostrato il suo lato peggiore. Non più, non nell'estate in cui abbiamo scoperto di essere veloci. Stavolta sfoggiamo le idee giuste, i volti ideali e le parole perfette. Stavolta siamo orgogliosi di come sembriamo e persino di come ci disegnano. La 4x100 vince l'oro alle Olimpiadi ed è necessario scandirlo così, come un telegramma in tutta la sua essenziale evidenza. Non è un titolo che pensavamo di poter ottenere e non tanto oggi, ma proprio mai, però questa è la puntata precedente: prima di Tamberi che vola, di Jacobs che dà il ritmo alla svolta, di Stano che marcia sopra i dubbi, di Palmisano che pesta i piedi per 20 km e di una staffetta che batte la Gran Bretagna di un centesimo. Si tira un altro rigore. Dopo la finale degli Europei, quella olimpica e con una squadra che non somiglia alla nazionale di calcio. Somiglia a noi. In ordine di apparizione: Lorenzo Patta, un sardo di pochissime parole e grande tempra; Marcell Jacobs, l'oro olimpico dei 100 metri che fa doppietta, giusto per rispondere allo stupore collettivo; Faustino Desalu, scaramantico batterista di Casalmaggiore che ha dovuto aspettare i 18 anni per rappresentare la nazione in cui è nato e Filippo Tortu, sardo brianzolo che ha aperto il varco dello sprint quando nel 2018 ha battuto il record di Mennea e ora piange. Non fa che piangere. Tutti insieme sono un'irresistibile forza e per una volta le definizioni migliori le trovano gli avversari che pure poi litigano con il fotofinish in un rigurgito di frustrazione.  Per De Grasse, leader del Canada di bronzo: «Gli azzurri hanno trovato l'intesa e quella toglie decimi di secondo». I litigiosi, divisi, campanilistici italiani che superano ogni gelosia per un risultato comune, un traguardo di gruppo che cambierà la vita di ognuno. Ancora meglio ci inquadra la nazionale beffata, il Regno Unito: «L'Eurovision, l'Europeo, i 100 metri e la 4x100 ai Giochi, neanche ai tempi dei romani eravate così conquistatori». Eccoci qui, tornati impero grazie a una staffetta che vale l'oro, il quinto dell'atletica, per quanto enorme sembri. C'è solo un centesimo tra il petto di Filippo Tortu e quello dell'inglese Mitchell Blake, un niente e ancora meno, il record italiano, 37"50 è una combinazione di assoli in cui ciascuno ha l'enorme merito di innescare l'altro fino a che Tortu, dopo un anno passato a litigare con il cronometro, ritrova la falcata nel giorno decisivo e va in rimonta. Costante, potente e l'atletica si fa semplice quanto il calcio di Boskov: atleta che sale vince. Se vai con quella progressione non ti fermi. Ed è tutto un fantastico gioco di incastri, Jacobs si ritrova davanti il braccio di Desalu nell'istante esatto in cui sta per dire «hop», urlo convenzionale per il passaggio del testimone. Desalu ha fatto girare le gambe «pieno di responsabilità, per cercare di consegnare il testimone a Filippo nel modo più bello possibile». Non giusto, bello perché questi quattro scatenati sognatori hanno stabilito che è ora di essere i più veloci del mondo e non temono nessuno. Non la Giamaica che arriva pure quinta, non il Canada con frazionisti più quotati dei nostri, almeno fino a ieri, non la Gran Bretagna che è la squadra dominatrice della specialità e infatti era convinta che senza più Bolt e con gli Usa usciti mesti in semifinale non ci fosse più nulla di cui preoccuparsi. Per dirla come Michael Johnson nel suo commento in diretta sulla Bbc «Gli italiani non li avevo contati». Pazienza si sono contati loro, lo hanno fatto nella zona di riscaldamento quando una mano sopra l'altra hanno rotto il mazzo con il giuramento «andiamocelo a prendere». E ancora al momento di uscire in pista «ci siamo chiesti "facciamo un gesto? ", no andiamo lisci, siamo l'Italia». Classe senza fronzoli. In quel centesimo da dividere per quattro c'è pure il tuffo di un velocista che si butta a ogni occasione, «10 metri avanti o 10 metri indietro, mi tuffo sempre. Forse ho sbagliato sport». Di certo è quello che gli hanno detto da junior, quando si è fratturato entrambe le braccia ai Giochi giovanili di Nanchino, nel 2014. «Cosa ti tuffi così a fare? ». Ha continuato e Jacobs gli riconosce la tecnica, «l'ho visto piegarsi e ho pensato "è fatta" perché quella è la sua specialità e io lo so bene». Si riferisce a quando Tortu gli arrivava davanti. Ora la sfida in casa ripartirà ma il patto tra azzurri è pronto a rinnovarsi anche se ci vorrà un po' prima di rimettere i piedi a terra. Il pianeta felicità è commovente, travolgente, Tortu è sopraffatto: «Piango per tutti loro che non versano una lacrima, il momento più lucido lo ha avuto mentre correvo e mi sono detto "non avere fretta, non buttare via"». C'è tutto lui e c'è l'intera staffetta che è così convinta di vincere da prendersi persino del tempo per farlo. Dentro una corsa a perdifiato destinata all'eternità. Il che è meraviglioso: almeno qui saremo per sempre quelli giusti.

Tokyo 2020, le lacrime di Filippo Tortu? Non solo il trionfo di Jacobs: le aggressioni e quel dramma-Covid, cosa c'è dietro. Daniele Dell'Orco Libero Quotidiano il 07 agosto 2021. Sarebbe dovuto essere l'uomo del destino per l'Italia nelle gare di velocità delle Olimpiadi di Tokyo. Con Marcell Jacobs non ha mai avuto grande rivalità, ma essendo il primo italiano ad essere sceso sotto il muro dei 10" nei 100 metri piani, tutti gli occhi erano ovviamente puntati su di lui. E invece Jacobs ha fatto exploit e Filippo Tortu è andato "solo" benino. Nulla più. Ha agguantato d'orgoglio la semifinale ma la sua corsa è finita lì. Jacobs dopo l'oro l'ha caricato («Forza Pippo, verrà anche il tuo momento») e ha ricevuto la fiducia del ct La Torre che l'ha sempre difeso dalle aggressioni mediatiche. Così, voleva fortemente un riscatto già a Tokyo e l'ha ottenuto nel modo più bello: una rimonta tutta d'oro nell'ultima frazione della staffetta 4×100, a regalare qualcosa di ancor più mai visto nella storia dell'atletica italiana, con un 37"50 da stampare nella memoria. Con lacrime di gioia dopo quelle di dolore e delusione degli ultimi tre anni Tortu è fondamentale nella conquista di un oro olimpico che spazza via qualsiasi nube sul suo conto e sul suo futuro. Anche perché il suo deludente risultato sui 100 metri, si è detto poco, è dovuto a un'altra questione: paure, gare dosate col contagocce, un Covid da cui è guarito solamente con grande fatica. Filippo è arrivato con mille dubbi alle Olimpiadi ed ha corso con tempi per lui modesti (10"17) e ha strappato la qualificazione solo grazie ai ripescaggi.

Gaia Piccardi per il "Corriere della Sera" il 9 agosto 2021. «Siamo all'imbarco del volo per Roma, ho la medaglia d'oro di mio figlio in tasca: sono un allenatore felice». Il lanciato di 8"84 di Filippo Tortu nell'ultima frazione della staffetta 4x100 che ha battuto Gran Bretagna e Canada rimarrà uno dei momenti più iconici dell'Olimpiade giapponese. Salvino Tortu, papà-coach di Piè Veloce in una stagione in salita fino al botto di Tokyo, c'era.

Filippo ha stupito anche lei?

«No, conosco lui e conosco i suoi tempi in allenamento. So che in gara dà tutto e può correre decontratto. Ci è riuscito nel momento più importante: il suo lanciato è la mia Olimpiade». 

Perché fino ai Giochi non era riuscito ad esprimersi al livello del suo talento?

«Il Covid è una brutta bestia, Filippo l'ha patito tanto. A gennaio ha perso 3-4 chili, a marzo abbiamo ricominciato la preparazione da capo. Il progetto iniziale della stagione era puntare alla finale olimpica dei 200. Succede sempre qualcosa che ci costringe a cambiare i programmi. Durante il lockdown ci siamo allenati in un bosco accanto a casa e non puoi preparare un'Olimpiade così. Sapevo che le prime gare non avrebbero corrisposto alle aspettative». 

Il 10"30 di Ginevra a giugno, in effetti, era troppo brutto per essere vero.

«Filippo ha gareggiato poco per privilegiare l'allenamento però è arrivato in forma all'Olimpiade, che è quello che conta. Ha fatto 10"10 in batteria nei 100, poi in semifinale ha sbagliato il secondo appoggio: come dice Carl Lewis, se sbagli un metro te ne rimangono 99 per imprecare. Non sarebbe andato in finale comunque, ma non avrebbe fatto 10"16».

L'oro nella staffetta ripaga di tutto?

«Ci sarà sempre qualche scienziato che ci rimprovererà di non aver corso i 200. Sono stati due anni difficili per tutti: per il Mondiale di Eugene li prepareremo». 

L'oro di Jacobs nei 100 è stato un elettrochoc positivo?

«Non lo definirei uno choc, Filippo non l'ha vissuto così. È stato di stimolo». 

E avere perso il record italiano, abbassato da Jacobs, è pesato in qualche modo?

«I record sono fatti per essere battuti. Restano le medaglie e i piazzamenti». 

Che cosa c'era nel pianto di suo figlio dopo il traguardo della staffetta?

«Gioia, e questa per me è la cosa più bella. Ho visto realizzarsi il suo sogno e il mio».

L'esperienza olimpica insegna la condivisione, a non isolarsi troppo?

«Collaboro con Di Mulo e Frinolli da anni, mi confronto in continuazione. Se fossi chiuso nel mio mondo, come dicono, nel giro di un anno sarei vecchio. Penso di essere aperto allo scambio come pochi». 

Come prosegue il resto della stagione?

«Si va in Sardegna, perché lì abbiamo condizioni ideali. Le opzioni ora sono tre: cercare un 200, ma con zero preparazione, fare dei 100, oppure niente. Va assorbita l'emozione di Tokyo: tornare a correre per fare 10"30 non avrebbe senso. Filippo tra l'altro a Tokyo si è consumato, è scavato in viso, ha perso un paio di chili. Tornare sui blocchi potrebbe non essere scontato».

Perché, dal suo punto di vista di tecnico, l'Italia ha vinto la 4x100?

«Tra i quattro compagni scorre una fiducia profonda e reciproca. È l'oro della squadra, incluse le riserve che hanno contribuito a qualificare la staffetta per Tokyo. Filippo darebbe tutto per la Nazionale: quando Desalu gli ha passato il testimone da portare al traguardo, semplicemente, l'ha fatto».

L'orgoglio di mamma Desalu: "Il mio Fausto sa cos'è la fatica". Brunella Giovara su la Repubblica il 7 agosto 2021. La storia di Veronica: "Io e mio marito siamo arrivati dalla Nigeria in cerca di futuro, poi lui se n’è andato. Con mio figlio siamo una famiglia di due persone". Mamma, non piangere. Ma sì invece, pianga finché vuole, e così molte lacrime cadono sulla tovaglia piena di briciole, la casa è sottosopra perché si è dovuto spostare il divano, così i cameramen l'hanno ripresa davanti a medaglie e foto, "qui Fausto aveva 3 mesi, bello eh?", e qui "è in divisa della Guardia di Finanza, che gli sta benissimo".

Dagospia il 7 agosto 2021. da Video.corriere.it. Il figlio, Esosa “Fausto” Desalu, è uno degli staffettisti azzurri che ha vinto la medaglia d’oro nella 4x100. Ma la mamma, Veronica, nel giorno della gloria del figlio non può intervenire alla trasmissione di Rai2 “Il circolo degli anelli” perché fa la badante e non vuol lasciare sola la signora che assiste. Nel corso del programma, la conduttrice Alessandra De Stefano ha spiegato: «Ho parlato con la madre di Desalu che mi ha detto che questa sera non potrà essere in collegamento tv perché lavora. Fa la badante e la notte si occupa di una persona anziana. Ha cresciuto il figlio da sola tra mille difficoltà venendo dalla Nigeria in Italia. Lei non parlava una parola di italiano, lui da piccolo le diceva sempre: "Mamma, non ti preoccupare. Un giorno diventerò qualcuno". Per questo oggi sono tanto felice per lui.

Nino Luca per "corriere.it" il 7 agosto 2021. «Chiamatemi Fausto, mia madre mi chiama così», si commuove durante l'intervista Faustino, figlio della signora Veronica che nel corso del programma su Rai Due ha detto che non sarebbe potuta andare in collegamento tv perché doveva lavorare. Fa la badante e la notte si occupa di una persona anziana. Ha cresciuto il figlio da sola venendo dalla Nigeria in Italia. Faustino però le aveva promesso : «Mamma, non ti preoccupare. Un giorno diventerò qualcuno. Canterò l'Inno di Mameli e mi commuoverò sul podio».

L'oro nei 4x100 alle Olimpiadi di Tokyo. “Faccio la badante, non posso collegarmi con la Rai”, la storia di Veronica, la madre di Fausto Desalu. Antonio Lamorte su Il Riformista il 7 Agosto 2021. Eseosa “Fausto” Desalu chiede a giornalisti che lo chiamino Fausto. “Mia madre mi chiama così”; ha detto il 27enne medaglia d’oro nella 4×100 alle Olimpiadi di Tokyo con i compagni di squadra Marcell Jacobs, Filippo Tortu e Lorenzo Patta. Un’impresa che è già storia. 37″ 50: nuovo record italiano. Una vittoria sulla linea del traguardo da impazzire. Non ha ancora realizzato l’impresa Desalu. Non si aspettava di vincere anche se da piccolo lo diceva sempre alla madre. “Mamma, non ti preoccupare. Un giorno diventerò qualcuno. Canterò l’Inno di Mameli e mi commuoverò sul podio”, aveva promesso. “Da piccolo ne avevo di idee: fare l’astronauta, il produttore di videogiochi, il batterista, l’attore, il regista. Però quando ho visto che il mio dono era la corsa ho capito di voler fare come tanti atleti”, ha raccontato a Il Corriere della Sera. Desalu, come Marcell Jacobs, è cresciuto solo con la madre. “Lui più di tutti può capire cosa proverò tra quattro ore”, ovvero quando la incontrerà, la riabbraccerà. Veronica è arrivata in Italia dalla Nigeria. Non parlava una parola di italiano. Ha cresciuto il figlio da sola. Ieri sera ha rinunciato a collegarsi in diretta con Il Circolo degli Anelli, lo speciale sulle Olimpiadi in Giappone in diretta ogni sera su Rai2 condotto da Alessandra De Stefano, perché lavorava. Da cinque anni fa da badante a un’anziana signora di Parma. “Vivo una gioia immensa. Oggi ho ricevuto una grazia”, ha detto a Il Corriere della Sera la 50enne che vive a Casalmaggiore, provincia di Cremona. Anche lei una sportiva: da giovane giocava a basket e correva. La madre non voleva. “Ho visto la gara in tv con la signora. È venuta anche la figlia con una torta: una festa bellissima”, ha raccontato. E quindi del figlio: “Alle elementari giocava a calcio; gli insegnanti mi hanno detto: ‘Non è il suo sport, lui deve correre’. L’ho tolto dal calcio e l’ho fatto correre. Dopo due anni era campione scolastico. Gli ho sempre detto: io credo in te, otterrai ciò che ti meriti, ma ricorda, vinci o non vinci, è sempre un gioco”. Della sua storia ha parlato anche lo stesso protagonista, fresco fresco della medaglia d’oro. “Quando vedi un genitore che da solo fa tutti questi sacrifici e tu cerchi di sdebitarti in tutti i modi, è una roba veramente impagabile. Quando sei piccolo non capisci tutti i no, non perché non mi voleva bene ma perché c’erano altre priorità. Ora le ho comprese finalmente. Posso solo dirle grazie perché mi ha insegnato il valore del sacrificio e del lavoro duro”. Desalu è diventato italiano soltanto una volta maggiorenne. Sullo Ius Soli: “Mi hanno sempre insegnato a rispettare le regole, anche se giuste o ingiuste. Ci rimanevo male: faceva male a un ragazzino di 16 o 17 anni che salta i Mondiali o gli Europei quando magari poteva vincere medaglie o fare buoni piazzamenti. Mi sono sempre detto che queste sono le regole, e le devo accettare. Mi dispiace per questa cosa, spero possa cambiare perché i sacrifici che facciamo noi atleti sono tanti. È come un treno, se lo perdi non è detto che riesca a riprenderlo”. Il Presidente del CONI Giovanni Malagò ha parlato nei giorni scorsi dell’introduzione di uno Ius Soli sportivo – proposta che anche ha fatto discutere in quanto la cittadinanza verrebbe concessa non per diritti ma per talento; il tema è sempre d’attualità.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli. 

Tokyo 2020, il dramma e l'orgoglio di Fausto Desalu: "Abbandonato dal padre. E quando poco fa lo ha chiamato...", la confessione della madre. Libero Quotidiano l'8 agosto 2021. Tra gli uomini del momento c'è Fausto Desalu, velocista azzurro che fa parte della staffetta che ha vinto lo storico oro nella 4x100 a Tokyo 2020. Un trionfo inatteso e ancor più bello, quello messo a segno da lui, Marcell Jacobs, Filippo Tortu e Lorenzo Patta. E così si indaga sulla storia di quest'uomo del momento. Una storia non semplice: la mamma, Veronica, oggi fa la badante. Ma il suo passato è stato durissimo. "Sono venuta in Italia al seguito di mio marito, che cercava una vita migliore per tutti noi. Avevo già una figlia, che oggi ha 31 anni e vive in Africa, qui è nato Fausto ma due anni dopo suo padre ci ha mollati tutti di colpo ed è tornato in Nigeria. Sono stati momenti difficili. Come li ho superati? Ho raccolto pomodori, lavorato nei caseifici come operaia e ancora in una casa di riposo", racconta in una toccante intervista al Corriere della Sera. Quando le chiedono se in tutto questo tempo il padre di Fausto si è mai fatto vivo, risponde: "Deve aver visto in tv qualche gara di Fausto. Qualche anno fa, allora lo ha chiamato. Ma lui mi ha detto: Mamma, perché lo fa solo adesso?, e non ha voluto saperne". Da par suo, dopo il trionfo, Fausto ha ringraziato la madre, affermando che "mi ha insegnato i valori della vita". Parole che la signora Veronica commenta così: "Bè, innanzitutto gli ho insegnato il rispetto; siamo stranieri, immigrati in un’altra terra. E poi gli ho fatto capire che si possono spendere solo i soldi che guadagna, che le scarpe si cambiano solo quando quelle vecchie si rompono", conclude.

Il figlio Fausto ha conquistato un oro a Tokyo. Veronica, mamma di Desalu: “Una vita di sacrifici tra i campi per regalare a Fausto il sogno di vincere”. Andrea Lagatta su Il Riformista l'8 Agosto 2021. “Scusate se non vengo in tv a festeggiare la medaglia d’oro di mio figlio, ma lavoro come badante e stasera devo lavorare”, aveva detto ai giornalisti Veronica Desalu, la madre di Fausto, quando il figlio ha conquistato un oro, entusiasmando l’Italia. Parole pregne di umiltà e dignità. Le parole della madre del campione olimpico sono la sintesi di una vita fatta di migrazione, sacrificio e integrazione per assicurare al figlio di salire sul podio più alto. Veronica Desalu è partita trent’anni fa dalla Nigeria per cercare una vita migliore, senza sapere una parola di italiano. Da sola, rimboccandosi le maniche ha crescita da sola il figlio campione in un piccolo appartamento di Casalmaggiore, borgo tra Cremona e Parma. In una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, la mamma del campione racconta di essere arrivata in Italia al seguito del marito, che cercava una vita migliore per tutti noi. “Avevo già una figlia, che oggi ha 31 anni e vive in Africa, qui è nato Fausto ma due anni dopo suo padre ci ha mollati tutti di colpo ed è tornato in Nigeria. Sono stati momenti difficili”, ha raccontato al Corsera Veronica Delasu. La donna, trovatasi da sola, ha iniziato a lavorare nei campi, raccogliendo pomodori, nei caseifici come operaia e ancora in una casa di riposo. Sacrifici necessari per consentire a Fausto di allenarsi per diventare il campione di oggi. “Fausto aveva cominciato con le gare di atletica, i dirigenti della “Interflumina”, la società di qui, si sono accorti che era bravo e pur di garantire che lui continuasse con lo sport mi hanno aiutato a trovare questa casa e un lavoro”, ha detto al Corsera. Fausto infatti esordisce in Nazionale a 18 anni e un giorno perché fino a quel momento non poteva essere cittadino italiano. La passione per lo sport è nata in famiglia. La mamma di Fausto, quando era in Nigeria, giocava a basket, ma ha dovuto smettere. “Mia madre non voleva e mi diceva: "Sei un donna, se fai quelle cose non ti crescerà il seno e non avrai figli". Così ho smesso”, ha raccontato al Corriere. Andrea Lagatta

Andrea Sorrentino per “Il Messaggero” l'8 agosto 2021. Dopo 29 anni in Italia e una vita in apnea, al ritmo di sacrifici e fatiche, il bilancio di Veronica è in attivo: «Sono una donna fortunata». E mica solo perché ha appena visto suo figlio alla premiazione di Tokyo, Faustino che le sorride in mondovisione con la medaglia d'oro della 4x100 al collo, lei a casa a Casalmaggiore, bassa cremonese che digrada verso Parma, il Po sotto la finestra. «Sono fortunata perché in Italia ho incontrato tante persone che mi hanno voluto bene. E mi hanno aiutato a crescere mio figlio». Poi esplode in una di quelle magnifiche risate africane, tonanti e contagiose: «Ci crede che da bambino l'ho portato dal dottore, perché credevamo che fosse malato? Correva sempre, scappava da tutte le parti!». Veronica Ibi, 49 anni, nigeriana, mamma di Eseose Fostine Desalu, per lei Faustino. L'emozione della vittoria è stata violenta. «Mammamia Ho visto la gara a casa della famiglia presso cui lavoro, assisto un anziano come badante. Abbiamo esultato, ci siamo baciati e abbracciati. Non sono riuscita a dormire, né a mangiare. La felicità mi fa questo effetto». 

Ha cresciuto da sola Faustino, e in un paese straniero. Quando arrivò in Italia?

«Ventinove anni fa. Nel 1994 a febbraio nacque mio figlio. Quando aveva due anni, il papà è sparito dalla nostra vita. Boh, mai più saputo niente. So che è in giro da qualche parte, con un'altra donna, tempo fa mi dissero che era in Italia. Ha un fratello che vive in Inghilterra, lui a volte chiama. Ma sempre stati soli, io e Faustino. Abbiamo vissuto a Sabbioneta, poi a Breda Cisoni, poi a Casalmaggiore». 

Lei ha lavorato parecchio, in un sacco di posti.

«A Sabbioneta, in un'azienda che produce formaggio grattugiato. Poi a Viadana, stavo in un posto dove si facevano i salamini, io addetta al lavaggio dei budelli. Poi a Rivarolo, conserve di pomodori. E nei ristoranti, nei bar. Infine nelle case di riposo, e ora faccio la badante degli anziani a casa».

E come faceva col bambino?

«Lo lasciavo a una baby sitter che ne teneva tanti, italiani e stranieri. Ma a me ha dato un aiuto particolare. Loredana, e suo marito Battista. Senza di loro non ce l'avrei fatta. Sono persone brave. Per loro Faustino è uno di famiglia. L'altro giorno mi hanno telefonato, erano felici».

Era un bambino molto vivace?

«Appena ha iniziato a camminare, bum, è partito. Correva e correva. Per strada mi faceva spaventare, perché se non lo tenevo stretto mi scappava via e lo dovevo rincorrere, a volte cadeva, o andava a sbattere sulle persone. Pensavo fosse malato. Con un mio amico italiano lo portammo dal dottore, gli fecero esami e analisi, ahahah. Invece per fortuna non era niente. A 8 anni già correva in una squadra, e sa che a 11 anni fu campione nazionale di quelli della sua età? Ma non era italiano. Poi a 18 anni ha avuto il passaporto ed è andato in Nazionale. E' sempre stato un bambino bravo, solo qualche marachella come tutti. Gli piace la musica, suona la batteria, adora l'heavy metal. E pure gli animi giapponesi. Non ce la passavamo bene. Lui è nato, cresciuto e vissuto povero, non aveva i vestiti belli o le scarpe nuove degli altri. Io al massimo, quando era un po' più grande, potevo dargli due euro a settimana da spendere. Ma gli ho insegnato il rispetto degli altri, e a guadagnarsi i soldi onestamente. Mi aveva promesso che mi avrebbe reso orgogliosa: mamma vedrai che diventerò qualcuno».

Veronica, la sua esperienza in Italia com' è stata?

«Sono fortunata. L'Italia è stato un paese accogliente con me. Ho trovato più persone buone che persone cattive. Certo, il razzismo esiste e lo sappiamo, ma quando accadevano certe cose io preferivo chiudere gli occhi e pensare alle persone belle che mi volevano bene. Agli italiani che diffidano degli stranieri, dico di guardare al loro cuore, non alla pelle. Veniamo in Italia col cuore buono, con la voglia di trovarci un lavoro e mettere su famiglia per crescere dei figli, che poi sono le cose più importanti della vita, e ce la facciamo. Ma lo so bene, c'è una minoranza che pretende di venire in un paese che non è il suo e di essere accettato, pure se di giorno sta in giro e non ha voglia di lavorare. Ecco, quelli non vanno bene, ma lo dico senza cattiveria o polemiche».

Lei pensa di tornare in Nigeria, prima o poi?

«Quando mio figlio avrà una famiglia, una donna e dei figli, allora tornerò a casa a riposarmi. Adesso ha soltanto me, anche se a Parma ha una fidanzata. Vengo da Abuja, la nuova capitale, è abbastanza tranquilla rispetto al resto del paese, dove ci sono tanti matti che fanno la guerra. Ma adesso voglio che mio figlio sia felice, e che col premio per la medaglia d'oro possa provare a comprarsi casa, fare la sua vita. Ha sofferto tanto, ora è il suo momento. Se vorrà farmi un regalo, bene. Ma i soldi a me non interessano: ho quello che mi serve, grazie al mio lavoro».

Marcell Jacobs, "la polizia italiana indaga sul suo caso". Doping, l'ultima vergognosa accusa degli inglesi. Libero Quotidiano il 07 agosto 2021. Non si dà pace la stampa inglese. Dopo aver perso agli Euro 2020, l'Inghilterra deve fare i conti anche con la disfatta a Tokyo 2020. Ma il boccone è amarissimo ed ecco che l'unica soluzione è gettare fango sull'Italia. Nel mirino, in particolare, ci è finito Marcell Jacobs (già nei giorni scorsi oggetto di accuse infondate). L'edizione del 7 agosto del quotidiano The Times ha sbattuto nella prima pagina sportiva il due volte medaglia d'oro sui 100 metri (individuale e staffetta) per i legami con il suo vecchio nutrizionista. Quest'ultimo indagato per una vicenda di "traffico di steroidi anabolizzanti". "La polizia - è il titolo - indaga sul nutrizionista della stella dei 100 metri". A occuparsi di Giacomo Spazzini anche il Daily Mail che ha intitolato la notizia così: "L'ex nutrizionista sportivo di Lamont Marcell Jacobs - che si è preso il merito della medaglia d'oro shock nei 100 metri a Tokyo - è indagato dalla polizia italiana nell'ambito di un'indagine sulla fornitura illegale di steroidi anabolizzanti". L'imprenditore bresciano, fondatore della Gs Loft, ha collaborato con l'azzurro da settembre 2020 e a Milano è al centro di un'indagine sul mercato nero di ricettari e farmaci anabolizzanti. Lo staff del re dei 100 ha però precisato che "da quando è emersa la vicenda Marcell è seguito da un altro professionista dello studio". Non solo perché Spazzini ha preso le distanze: "Io e il mio centro siamo parte lesa, abbiamo avuto la sfortuna di collaborare, tra trenta collaboratori, con un biologo che si è finto medico. Siamo indagati per truffa ai danni dello stato per 32 euro per aver prescritto un antistaminico e abuso di professione medica. Per la parte ormonale lui aveva commesso illeciti, ma io sono stato preso come capro espiatorio. Mi sono solo fidato". Proprio Spazzini si era preso una parte dei meriti per la vittoria di Jacobs: "Da quando abbiamo iniziato insieme tutto è cambiato – si legge nel testo che accompagna un video dei due su Instagram–. Il suo corpo ha iniziato a reagire alla corretta alimentazione con Hybrid Method, il metodo che ho costruito anni fa e che costantemente innoviamo […]. Abbiamo lavorato con la ciclizzazione dei nutrienti, con il monitoraggio dei dati e delle analisi, test in pista, con feedback costanti e in tutto questo gli abbiamo insegnato il potere che la disciplina può dare in termini di risultati. Sono davvero fiero ed orgoglioso di avere fatto parte con la mia azienda a questa trasformazione". 

DA calcioefinanza.it il 12 agosto 2021. Cj Ujah, il velocista britannico che ha vinto una medaglia d’argento come parte della staffetta 4x100m maschile alle Olimpiadi di Tokyo alle spalle dell’Italia, è stato sospeso per una presunta violazione delle regole antidoping. Secondo quanto riportato dai media inglesi, il 27enne Ujah che faceva parte della squadra britannica superata dall’Italia insieme a Zharnel Hughes, Richard Kilty e Nethaneel Mitchell-Blake, è risultato positivo durante i Giochi per due sostanze vietate note come SARM (Selective Androgen Receptor Modulator): S23, che aiuta la costruzione muscolare, e Ostarine, un agente anabolizzante. Il sito web dell’Agenzia antidoping del Regno Unito (Ukad) descrive l’Ostarine come avente “un effetto simile al testosterone”. Aggiunge: “Gli integratori alimentari contenenti Ostarine in genere affermano di promuovere la costruzione muscolare. I produttori senza scrupoli possono commercializzare prodotti come “steroidi legali” o “alternative agli steroidi”. Ujah ha ricevuto una sospensione provvisoria dall’atletica in attesa di un’indagine da parte dell’Unità di integrità dell’atletica. L’AIU ha annunciato che anche altri tre atleti hanno violato le regole antidoping: il mezzofondista del Bahrain Sadik Mikhou, il lanciatore del peso georgiano Benik Abramyan e il velocista keniano Mark Otieno Odhiambo.

Andrea Buongiovanni per gazzetta.it il 15 settembre 2021. Certi sospetti potranno venir rispediti al mittente: la Gran Bretagna perderà l’argento olimpico della 4x100 maschile conquistato il 6 agosto a Tokyo alle spalle dell’Italia (battuta di un centesimo di secondo). L’International Testing Agency (ITA), esito della seconda provetta alla mano, ha infatti confermato la positività al controllo effettuato dopo la finale del primo frazionista, il 27enne CJ Ujah, a Ostarine e S-23, sostanze vietate. L’atleta, già sospeso, verrà squalificato. E a quel punto spetterà al Tas riscrivere la classifica della gara, con l’argento che passerà al Canada di Andre De Grasse e il bronzo alla Cina di Su Bingtian. Con buona pace di certa media d’Oltremanica che, dopo i successi di Marcell Jacobs nei 100 e appunto del quartetto azzurro nella staffetta (completato da Filippo Patta in prima, Fausto Desalu in terza e Filippo Tortu in quarta), avanzò dubbi e perplessità.

Da ilnapolista.it il 23 novembre 2021. Il Corriere dello Sport dedica un reportage a Marcel Jacobs, due volte campione olimpico, sui 100 metri e sul 4×100 e primatista europeo con 9’80’’ nella finale di Tokyo. Il reportage è di Franco Fava ex mezzofondista italiano. Nell’intervista Jacobs ne approfitta per togliersi alcuni sassolini dalle scarpe. Lo fa mostrando a chi lo intervista un whatsapp ricevuto più di due mesi prima di Tokyo dallo statunitense Fred Kerley, argento nei 100: «In tanti hanno fatto finta di non sapere nulla di me, soprattutto i miei amici-rivali. Siamo amici da tempo sui social e quando gli ho inviato un video dell’uscita dai blocchi in allenamento a Rieti ecco cosa mi ha risposto: 9’80’’ clean. Esattamente il tempo che poi ho fatto in finale. Dubbi lui? E cosa dovrei pensare io di uno specialista dei 400 che da una stagione all’altra passa da 10’30’’ a 9’84’’?».

Ce n’è anche per il canadese De Grasse, bronzo sui 100 e oro nei 200 a Tokyo.

«Mi conosceva, eccome se mi conosceva: a Montecarlo il 9 luglio mi era arrivato dietro quando avevo corso in 9’99’’». 

E sui sospetti di doping avanzati dai media inglesi: «A Tokyo sono stato testato otto volte in dieci giorni, così come in tutte le mie gare della stagione. Questi sospetti mi hanno un po’ amareggiato, ma non mi toccano più di tanto. Tutto nasce dal fatto che in molti pensavano che i 100 a Tokyo dovesse vincerli un americano e invece sono spuntato io. Il rinvio dei Giochi di un anno certamente mi ha aiutato, perché il 2020 è stato di transizione. Già nel 2019 facevo 10’03’’, pur correndo ancora con lo stile del lunghista».

Marco Bonarrigo per il "Corriere della Sera" il 22 novembre 2021. Una potente (troppo?) Mercedes parcheggiata addirittura dentro lo stadio «Paolo Rosi» di Roma. Lo stadio stesso, troppo «cadente» per ospitare gli allenamenti di un campione olimpico. E poi la rinuncia a gareggiare dopo il doppio oro olimpico di Tokyo (a fronte dei ricchi ingaggi dei meeting) e l'arcinota e da tempo chiusa relazione con il personal trainer bresciano Spazzini che a Milano è indagato per frode. In quattro giorni di lavoro, questi gli elementi che due inviati del quotidiano britannico The Times sono riusciti a raccogliere per dimostrare che no, Marcell Jacobs non è credibile. Il reportage è uscito ieri su due pagine (il doppio dello spazio che il Times aveva dedicato a Jacobs per l'oro nei 100 a Tokyo) col titolo: «Il mistero del campione olimpico cresciuto senza (lasciar) tracce e che a un certo punto ha smesso di correre». Jacobs non scappa dall'imboscata che i due cronisti gli tendono nello stadio, ma li invita a chiedere un'intervista ufficiale. Loro l'avevano fatto senza ottenere risposta: i rapporti tra il gruppo Jacobs e gli inglesi non sono buoni dopo i veleni sparsi dalla stampa british sul suo conto. I conti, spiega il Times, li faremo a febbraio ai Mondiali indoor di Berlino quando «capiremo se quest' uomo saprà ripetere quello che ha fatto a Tokyo». Ieri Jacobs si è consolato con i complimenti di Usain Bolt durante un'intervista alla CNN. «Per me - ha detto Bolt - la vittoria di Marcell è stata una sorpresa: pensavo che avrebbero vinto gli Usa, ma lui ha dimostrato di essere il migliore. Quindi tanto di cappello per lui». Jacobs ha risposto con un invito speciale postato su Instagram: «Caro Usain, sei il mio eroe e ti ringrazio per il "tanto di cappello" nei miei confronti. Hai anche detto che in un confronto tra me e te avresti vinto tu, quindi sono pronto per la sfida. Che ne dici di un rubabandiera di beneficenza? Io porto il mio team, tu il tuo».

Smacco per gli inglesi: il loro staffettista sospeso per doping. Francesca Galici il 12 Agosto 2021 su Il Giornale. La Gran Bretagna rischia l'argento nella staffetta 4x100 delle olimpiadi di Tokyo: Ujah è risultato positivo ai controlli antidoping dopo la gara. I sognatori lo chiamerebbero karma, i più realisti semplicemente giustizia sportiva. Quel che è certo è che Chijindu Ujah, velocista inglese medaglia d'argento alle olimpiadi di Tokyo con la Gran Bretagna dietro l'Italia nella gara della staffetta 4x100, è stato sospeso per doping. Qualcuno già parla di contrappasso, viste le insinuazioni fatte a Marcell Jacobs da parte della stampa inglese dopo la sua vittoria nei 100 metri. "Gli inglesi hanno gettato fango accusando di doping il nostro Marcell Jacobs, ma quello col motore truccato pare fosse in casa loro! Beccato oggi positivo lo staffettista inglese Cj Ujah (a rischio l'argento)", ha scritto Matteo Salvini su Twitter. "Ujah è risultato positivo per S23, un SARM (Modulatori selettivi del recettore degli androgeni) che aiuta la costruzione muscolare, e Ostarine, un altro SARM che non è uno steroide ma un agente anabolizzante", si apprende dalla stampa d'oltremanica. Stando a quanto riferisce la stampa inglese, Chijindu Ujah è risultato positivo al controllo antidoping a Tokyo effettuato a sorpresa subito dopo la finale. Sono quattro in tutto gli atleti che sono risultati positivi. Oltre all'inglese figurano anche Sadik Mikhou del Bahrein, uscito in batteria nei 1500 con 3:42.87, il georgiano Benik Abramyan, iscritto al lancio del peso, e lo sprinter keniano Mark Othieno Odhiambo. Ora l'inglese è stato posto sotto inchiesta e prima di arrivare a una sentenza definitiva sarà necessario effettuare successivi controlli. Tuttavia, se la violazione segnalata dall'Integrity Unit di World Athletics, l'associazione internazionale delle federazioni di atletica leggera, organo indipendente dalla federazione internazionale dovesse essere confermata, non sarebbe solo lui a rischiare la medaglia di Tokyo. Tutta la squadra della staffetta 4x100 maschile che ha corso a Tokyo, infatti, si vedrebbe revocare l'argento vinto con uno scarto di 1 centesimo contro l'Italia. Chijindu Ujah è stato il primo staffettista della finale della staffetta 4x100 a Tokyo e ha corso contemporaneamente a Lorenzo Patta. La medaglia d'argento nella staffetta di Tokyo è stata accolta dagli inglesi come una bruciante sconfitta, tanto più che è arrivata contro l'Italia che ha vinto l'oro. Se gli accertamenti verificassero la presenza di sostanze vietate nel corpo del velocista, per i sudditi di sua maestà Elisabetta II questo sarebbe un ulteriore smacco. "Not Italy again!", hanno titolato i giornali inglesi all'indomani dell'impresa dei nostri staffettisti a Tokyo, che hanno superato di un battito di ciglia la compagine inglese. In caso di conferma di utilizzo di sostanze dopanti da parte di Chijindu Ujah e, quindi, di esclusione in toto dal podio della squadra inglese, la medaglia d'argento passerebbe ai canadesi e i cinesi salirebbero sul terzo gradino del podio. 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Tokyo 2020, velocista inglese della staffetta positivo al doping: dopo le accuse a Marcell Jacobs, Gran Bretagna umiliata. Libero Quotidiano il 12 agosto 2021. Non sputare in cielo che in faccia ti torna. Un detto popolare che appare quanto mai appropriato dopo che una parte della stampa britannica aveva avanzato sospetti di doping - ovviamente senza il benché minimo fondamento - dopo che Marcell Jacobs aveva vinto la medaglia d’oro a Tokyo 2020 nella gara regina dell’atletica, quella dei 100 metri. Come se non bastasse, la Gran Bretagna aveva dovuto subire la beffa anche nella staffetta 4x100, con gli italiani capaci di chiudere davanti agli inglesi di un solo centesimo. Adesso, però, si è scoperto che uno dei membri della staffetta era in realtà dopato: si tratta di Cj Ujah, 27enne che ha corso insieme a Zharnel Hughes, Richard Kilty e Nethaneel Mitchell-Blake, riuscendo a vincere la medaglia d’argento alle spalle dell’Italia. Il velocista britannico è risultato positivo in un controllo effettuato durante i Giochi Olimpici ed è stato sospeso in attesa di ulteriori verifiche: sarebbe stata riscontrata la presenza di Ostarina e S-23. A seguito della violazione del protocollo anti doping, adesso la Gran Bretagna potrebbe vedersi togliere la medaglia d’argento vinta nella staffetta 4x100, dato che Ujah era il primo frazionista. Tragico e allo stesso tempo ironico per la stampa inglese, che accusava a caso Jacobs di essere dopato, quando invece il vero dopato era in casa loro.

Marco Gentile per ilgiornale.it Il 13 agosto 2021. La Gran Bretagna rischia l'argento nella staffetta 4x100 delle olimpiadi di Tokyo perché il primo frazionista Chijindu Ujah è risultato positivo ai controlli antidoping dopo la gara. Nelle urine dell'atleta inglese sono state ritrovate tracce di ostarina un anabolizzante e di S-23 e ora Oltremanica si trema.  Il quotidiano The Telegraph non ha usato giri di parole per descrivere la situazione:"Agli italiani piace dire che quelli con piastrelle di vetro non dovrebbero lanciare pietre contro i loro vicini. È un messaggio che Giovanni Malagò, presidente del Comitato Olimpico del suo paese, deve essere tentato di gridare ora che Ujah è risultato positivo a due sostanze vietate", questo l'attacco dell'articolo del quotidiano inglese. "A Tokyo, sempre Malagò, aveva descritto i dubbi britannici su Marcell Jacobs, campione a sorpresa sui 100 metri, come imbarazzanti e spiacevoli. Una settimana dopo, scopre che il primo staffettista del quartetto britannico è al centro di un rovinoso caso di droga. Per i vincitori, l’ironia è deliziosa. Per i vinti, l’ignominia di Ujah non poteva essere più imbarazzante, o più seria", questa la conclusione del Telegraph che ha di fatto ammesso la grande maturità e compostezza degli italiani davanti ad una notizia di questo calibro.

Una medaglia in meno. Se la positività di Ujah fosse confermata, la Gran Bretagna sarebbe squalificata e perderebbe dunque la preziosa medaglia d’argento. Il quotidiano inglese ha spiegato come la sostanza ritrovate nelle sue urine sia utilizzata dai culturisti dato che l’ostarina che è un anabolizzante. I controlli sono stati effettuati dall’Athletics Integrity Unit l’organismo indipendente creato nel 2017. Da 65, dunque, le medaglie inglesi potrebbero diventare 64. Gli inglesi che avevano accusato e gettato ombre su Marcell Jacobs "reo" di aver vinto la finale dei 100 metri piani ora devono incassare un duro colpo dato che un loro atleta si trova ora sul banco degli imputati e a rischio squalifica. Se la positività di Ujah fosse confermata chissà cosa diranno Oltremanica visto che per giorni hanno ironizzato sulla vittoria del 26enne nato ad El Paso che ha poi bissato con Patta-Desalu e Tortu nella staffetta 4x100.

DA corriere.it Il 13 agosto 2021. «Mi fa sorridere pensare che coloro che hanno parlato senza pensare a quel che dicono ora devono piuttosto guardare a casa loro. Io ho lavorato tanto, mi sono sacrificato e non ho voluto dare peso a persone che non sanno quello che dicono». Così Marcell Jacobs, medaglia d’oro nei 100 metri e nella staffetta 4x100 all’Olimpiadi di Tokyo, ospite venerdì 13 agosto a «Unomattina Estate» su Rai1, ha commentato la vicenda della positività al doping del britannico Chijindu Ujah, staffettista nella finale vinta dall’Italia per un centesimo di secondo proprio sulla Gran Bretagna.

Le insinuazioni inglesi. La notizia dell’atleta positivo arriva dopo che il quotidiano inglese Times aveva fatto insinuazioni in merito ai rapporti, peraltro interrotti da tempo, tra Jacobs e Giacomo Spazzini, quest’ultimo oggetto di indagini da parte della polizia per presunto traffico di sostanze illecite. Anche per questo Jacobs non ha perso l’occasione di pungere gli inglesi: «Io so le batoste che ho preso per arrivare a questo momento — ha continuato l’italiano del Texas — e non voglio dare troppo peso a chi non sa quello che dice e non conosce il mio percorso...Una settimana fa dicevano cose non vere su di me e poi hanno in casa un positivo...»

I programmi. Jacobs è poi tornato sui suoi programmi futuri e sulla scelta di fermarsi per questa stagione: «L’anno prossimo sono in programma eventi molto importanti, come Mondiali ed Europei, e io voglio arrivarci al top della forma, per confermarmi». Per questo ha deciso di fermarsi e curare il suo problema al ginocchio: «Ho bisogno di lavorare, di migliorare alcuni aspetti, che ancora mi mancano, di resettare il sistema e di ripartire al meglio. Mia mamma dice che batterò il record di Bolt? Siamo su un altro pianeta ma se mia mamma dice così... Il 9”80 di Tokyo senza vento, forse in condizioni migliori poteva essere anche un 9”77 ma l’obiettivo è scendere ancora di più».

La disperazione dell'ultimo staffettista inglese: "L'Italia..." Antonio Prisco il 7 Agosto 2021 su Il Giornale. Ancora un'altra delusione per gli inglesi dopo il trionfo azzurro nella staffetta 4x100. Un terribile déjà vu della finale di Wembley. "Non posso essere sorpreso. Hanno vinto l'Eurovision, hanno vinto gli Europei di calcio, hanno vinto i 100 metri e ora la 4×100". È il commento a caldo sull'Italia di Nathaneel Mitchell-Blake, l'ultimo staffettista inglese, superato al fotofinish dall'azzurro Filippo Tortu. "Not Italy again" campeggia impietoso il titolo impietoso del tabloid Daily Mail. Ebbene sì la staffetta 4×100 è stato un terribile déjà vu della finale di Euro 2020 per gli inglesi, che anche questa volta hanno cullato il successo prima di perdere dall'Italia. Una gioia enorme per Tortu, Jacobs, Desalu e Patta, un dolore sportivo grandissimo per i britannici che si sono visti soffiare sul filo la medaglia d'oro, addirittura per un solo centesimo di secondo. La beffa è stata davvero grandissima per la Gran Bretagna e in particolare per l'ultimo staffettista Mitchell-Blake che quando mancavano pochi metri al traguardo era al comando, ma è stato superato sul filo di lana da Filippo Tortu. Quando la gara è terminata l'atleta inglese è scoppiato in lacrime e ha mandato via i compagni di squadra che cercavano di consolarlo. Il Telegraph ha riportato le sue parole a caldo: "La medaglia d'oro era lì, vicinissima. I ragazzi hanno corso in modo fenomenale per portarmi in testa e non sono stato in grado di resistere. C’è quel momento di angoscia e frustrazione, sei a un centesimo dal dare a qualcuno un oro olimpico. Vi sfido tutti a tirare fuori i vostri telefoni e avviare e fermare l’orologio su un centesimo. Non riuscirete a farlo. Ecco quanto eravamo vicini". Quel maledetto centesimo che ha consentito agli azzurri di compiere un’impresa leggendaria e che ora rappresenta un incubo per gli inglesi. L'Italia che non era tra i quartetti temuti, proprio come Marcell Jacobs nei 100m. E Mitchell-Blake l'ha spiegata così: "Non puoi essere sorpreso. Hanno vinto l’Eurovision, hanno vinto gli Europei di calcio, hanno vinto i 100 metri e ora la staffetta". Così mentre luccicano gli Europei vinti dagli Azzurri di Roberto Mancini e le 10 medaglie d'oro conquiste alle Olimpiadi, la maledizione inglese quando incrocia il tricolore italiano continua imperterrita. Come scrive sempre il Telegraph: "Il cronometro, si dice, non mente mai. Fu con lo stesso centesimo di distacco che gli atleti britannici suggellarono forse il loro trionfo più famoso nella staffetta, a spese degli americani, alle Olimpiadi di Atene nel 2004. Qui a Tokyo, quel centesimo sfuggente è stato misurato solo nel dolore di Mitchell-Blake. In questo sport, è fragile il filo che separa i grandi da quelli che vanno vicino ad esserlo". Insomma ancora una volta "It's coming Rome" con tanti saluti a Londra. 

La dura risposta del dt italiano agli americani: "Mi farei domande..." Antonio Prisco il 7 Agosto 2021 su Il Giornale. Il dt azzurro La Torre risponde per le rime agli Usa: "Qualche volta il complesso di superiorità può far male, al posto loro qualche domanda me la farei". "I sospetti degli Usa? Fossi al posto del direttore tecnico americano, qualche domanda me la farei. È sempre colpa degli altri?". A parlare in questo modo è il dt azzurro Antonio La Torre, che respinge al mittente le accuse arrivate dall'America dopo i trionfi italiani a Tokyo 2020. È un'Olimpiade indimenticabile per l'atletica italiana dopo le cinque medaglie d'oro conquistate dagli Azzurri. La programmazione della Federazione ha portato risultati inimmaginabili alla vigilia dei Giochi Olimpici. Grande merito va al direttore tecnico azzurro Antonio La Torre, la cui conferma appare scontata. "È bravo, non devo scoprirlo io. Ci siamo affidati a lui in questo periodo e il gruppo ha risposto bene. Conferma? Ne parleremo" ha assicurato Stefano Mei, presidente della Fidal. Proprio La Torre ha parlato un po' di tutto, in conferenza a Casa Italia a Tokyo, godendosi il momento magico della nostra atletica leggera. C'è spazio e non poteva essere altrimenti per rispondere in maniera dura alle accuse arrivate dagli Stati Uniti, dopo la vittoria di Marcell Jacobs nei 100m. "Fossi al posto del direttore tecnico americano, qualche domanda me la farei. A prescindere da questa polemica gratuita c’è parecchio lavoro da fare. I più forti velocisti del mondo che non si qualificano con la staffetta, non vincono i 100-200-400. È sempre colpa degli altri?". E ancora: "Chi ha scritto certe cose – ha detto riferendosi all’articolo del Washington Post - non era neanche informato sulle gare di Marcell sui 60. Qualche volta il complesso di superiorità può far male". E in riferimento al velocista di Desenzano del Garda, La Torre ha assicurato: "Se Jacobs rimane Jacobs, quello che avete visto qui, può arrivare a Parigi continuando a essere il velocista da battere". Sul futuro ha le idee chiare:"Dobbiamo lavorare ancora più di prima, rompere i cliché e dovremo cambiare molte cose. Squadra che vince si cambia… Perché si deve continuare a lavorare sulla mentalità sull’approfondimento e provare a fare cose nuove perché gli altri, come noi abbiamo rincorso loro, ci aspettano. Qui abbiamo fatto squadra. Non avete sentito atleti che hanno cercato scuse". Infine non è mancato un passaggio scherzoso sulla "mano santa" di Giorgio Chiellini, come illustrato da moltissimi meme sui social. "La mano di Chiellini ci ha aiutato anche ieri", ha detto La Torre sorridente, con chiaro riferimento al fallo del capitano azzurro nella finale contro l'Inghilterra, quando aveva letteralmente stoppato, in modo irregolare ma decisivo, un lanciatissimo Saka. Un'immagine che insieme a quella di Tortu al fotofinish, rende indimenticabile questa estate italiana.

Antonio Prisco. Appassionato di sport da sempre, tennista top ten e calciatore di alto livello soltanto nei sogni. Ho cominciato a cimentarmi con la scrittura sin dai tempi del liceo, dopo gli studi in Giurisprudenza ho ripreso a scrivere di sport a tempo pieno. Nostalgico della Brit Pop, adoro l'Inghilterra e il calcio inglese. Amo i film di Lars von Trier e i libri di Stephen King. Sogno nel cassetto girare il mondo per seguire eventi sportivi. Collaboro con ilGiornale.it dal maggio 2018.

"Stiamo vincendo", "No Italia...": la reazione degli inglesi. Marco Gentile il 7 Agosto 2021 su Il Giornale. Da Wembley a Tokyo, l'Italia è diventata ormai un incubo per l'Inghilterra. "Not Italy again", è il titolo più gettonato della stampa d'Oltremanica. Italia incubo per l'Inghilterra? Assolutamente sì, è un dato di fatto. Dalla finale degli Europei gli inglesi hanno preso solo schiaffoni in faccia, metaforicamente e sportivamente parlando, da parte degli azzurri. L'ultima beffa è arrivata ieri dalla staffetta 4x100 maschile dove il quartetto italiano è riuscito a battere al fotofinish e di un solo centesimo proprio gli inglesi. Nell'ultima batteria Filippo Tortu è stato devastante recuperando lo svantaggio nei confronti del suo avversario e beffandolo di un niente sul traguardo.

La grande beffa. L'Inghilterra era la grande favorita alla vittoria finale e tutti ne erano certi Oltremanica, un po' come per quanto riguarda la finale degli Europei. Sta diventando virale un video in cui il telecronista inglese era sicuro di farcela nell'ultima batteria: "Stiamo vincendo, sarà oro per la Gran Bretagna?", si chiede il giornalista che subito dopo viene beffato: "Oh nooo… per l'Italia" e sono partiti gli sfottò di rito.

Inglesi increduli. In Inghilterra non hanno preso bene l'ennesima sconfitta, pesante, subita per mano dell'Italia con un quotidiano inglese che ha titolo un eloquente e stringato: "Not Italy again". Da Wembley a Tokyo ormai gli azzurri sono diventati un vero e proprio incubo per quanto riguarda sportivi ma anche giornalisti e telecronisti inglesi costretti a commentare le vittorie azzurre e le debacle dei loro connazionali. Fortunatamente da qui a fine Olimpiadi non dovrebbero esserci più scontri diretti tra Italia e Inghilterra ma la sensazione è che in questo 2021 gli azzurri siano imbattibili.

Marco Gentile. Sono nato l'8 maggio del 1985 a Saronno, ma sono di origine calabrese, di Corigliano Calabro, per la precisione. Nel 2011 mi sono laureato in comunicazione pubblica d'impresa presso la Statale di Milano. Ho redatto un elaborato finale sulla figura di José Mourinho, naturalmente in ambito della comunicazione. Sono appassionato di sport in generale ed in particolare di tennis e calcio. Amo la musica, leggere e viaggiare. Mi ritengo una persona genuina e non amo la falsità. Sono sposato con Graziana e ho una bambina favolosa di 2 anni e mezzo. Collaboro con ilgiornale.it dall'aprile del 2016.

Tokyo 2020, l'oro nella 4x100? Jacobs-Desalu, il dettaglio che nessuno aveva notato: perché abbiamo vinto, il video. Libero Quotidiano il 07 agosto 2021. Italia oro anche nella staffetta 4x100 alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Merito di Lorenzo Patta (frazione con partenza da fermo cronometrata in 10"558 dopo una reazione allo sparo di 0"154), di Marcell Jacobs (lanciata da 8"925), di Fausto Desalu (da 9"172) e di Filippo Tortu (da 8"845). La chiave vincente? L'azzardo. Lo mette nero su bianco alla Gazzetta dello Sport Filippo Di Mulo, il 61enne catanese referente del progetto 4x100 e del settore della velocità azzurra: "Siamo arrivati all'ultimo atto dopo aver realizzato il quarto tempo nelle semifinali del giorno prima quindi, per provare ad arrivare sul podio, avremmo dovuto azzardare qualcosa. E quel qualcosa, in staffetta, non possono essere altro che i cambi. Tanto poi quarti o ottavi cambia poco o niente". Il secondo cambio, quello tra Jacobs e Desalu, è stato "allungato". Fausto, rispetto al turno precedente, al proprio punto di messa in moto ha poi aggiunto alcuni "piedi", l'unità di misura di queste operazioni, per farsi raggiungere un po' più avanti dal compagno, così da sfruttarne al massimo l'accelerazione. E il piano ha funzionato. Tanto che la Gazzetta parla di "passaggi di testimone perfetti, lunghi e rapidissimi". Tutti al limite però, intorno al 25° metro dell'area di 30, dentro il quale devono avvenire. "Abbiamo fatto i nostri calcoli - conferma Di Mulo - e li abbiamo fatti bene. Nelle ore prima della finale andavo ripetendo: 'Se usciamo dal secondo cambio indenni è fatta, realizzeremo grandi cose'. Con tutta onestà pensavo al podio, non a una medaglia d'oro. E invece i ragazzi sono andati oltre ogni previsione. Tutti sono cresciuti da un punto di vista prestativo. Sono stati grandissimi, Tortu probabilmente ancora di più". E ancora, per sua stessa ammissione: "Questo era il mio schieramento dei sogni, ma per tanti motivi non ero mai stato in grado di proporlo in gara". Tutta una questione di scelte come quella di schierare Jacobs, in seconda e non in ultima frazione. Il motivo? Così facendo, chi corre il rettilineo opposto a quello di arrivo, ha a disposizione più metri rispetto a chi "chiude". E il suo potenziale, così, può essere meglio valorizzato. Una "formula" usata persino da Usain Bolt con la sua Giamaica.  

Dagotraduzione dalla Bbc il 5 agosto 2021. Quando Lamont Marcell Jacobs ha vinto l'oro nei 100 metri maschili il 1° agosto, ha colto molti di sorpresa. L'italiano era un outsider, un perdente agli occhi di bookmaker, esperti e fan. Jacobs ha tenuto a bada i corridori di nazioni con una storia molto più grande nella produzione di velocisti. Il 26enne lo ha fatto anche nel suo sport di seconda scelta. Da adolescente gareggiava come velocista, poi nella tarda adolescenza ha scoperto il salto in lungo e solo nel 2018 è passato ai 100 metri. Inoltre, non è un velocista con un record particolare: ha registrato il suo primo tempo sotto ai 10 secondi solo all'inizio di quest'anno. La sua storia sembra notevole; un atleta che trova il suo posto così tardi, e viene da un paese non particolarmente di successo nell’atletica, ha spazzato via la concorrenza. Ma la vittoria di Jacobs ci fa vedere che spesso sbagliamo riguardo al talento sportivo. Ci sono ragioni per cui sopravvalutiamo i favoriti e sottovalutiamo gli sfavoriti. Se sapessimo come guardare, potremmo trovare altri simili a Jacobs là fuori? Potremmo dare troppo peso al successo atletico a livello giovanile, grazie ad alcune famose, ma forse fuorvianti, ricerche di 40 anni fa. A metà degli anni 80 Angus Thompson, dell’Università dell’Alberta, e Roger Barnsley, della Saint Mary’s University del Canada, hanno condotto uno studio che avrebbe ispirato anni di ricerche sui giocatori della National Hockey League e di due junior league. I due scienziati hanno scelto un campione di oltre 7.000 giocatori di una delle leghe canadesi junior di hockey su ghiaccio con un’età compresa tra gli 8 e i 20 anni. I nati all'inizio della stagione di hockey, tra gennaio e giugno, avevano maggiori probabilità di giocare per le squadre di alto livello rispetto a quelli nati tra luglio e dicembre. Infatti, quasi il 40% dei giocatori delle squadre di massima serie era nato nei primi tre mesi della stagione, e solo circa il 5% negli ultimi tre mesi. Sembrava quasi che per giocare per una delle migliori squadre facesse una grande differenza essere qualche mese più vecchio, più alto, più veloce e più forte dei coetanei. È quello che si chiama effetto dell'età relativa. Lo studio sull'hockey di Thompson e Barnsley ha anche evidenziato che i giocatori della lega erano per lo più nati nella prima metà dell'anno. Forse i giocatori più giovani, stanchi di essere meno muscolosi dei loro coetanei più grandi, nel tempo si erano ritirati. L'effetto relativo all'età era già ben noto da studi su scolari a metà degli anni '60. I bambini che erano più grandi nel loro anno accademico avevano superato i loro coetanei più giovani. Alcuni anni dopo, Thompson e Barnsley pubblicarono un altro studio in cui trovarono una relazione simile tra 837 giocatori della Major League di baseball. Studi successivi hanno suggerito che l'effetto relativo all'età si applica anche a giocatori di basket, ai giocatori di pallamano, ai calciatori e ad altri atleti (anche se sembra non avere effetto sui giocatori di ping pong e sui giovani studenti di danza). Potrebbe essere davvero così semplice? Pochi mesi di crescita in più possono aiutare un bambino a raggiungere la vetta? Ciò che Thompson e Barnsley non sono riusciti a fare è stato tenere traccia di quello che hanno fatto i loro giovani giocatori di hockey più in là nel tempo. Sia la lega professionistica che quella giovanile dovrebbero avere rapporti simili: le leghe giovanili alimentano la lega professionistica. Qualsiasi pregiudizio legato all'età nel primo gruppo dovrebbe avere un effetto sul secondo. Ma non è stato così. Uno studio pubblicato nel 2020 che esamina 12 stagioni di calciatori giovanili dell'Accademia Exeter City Football Club ha scoperto che se uno tra i giocatori più giovani del suo anno riusciva a superare il sistema giovanile, aveva quattro volte più probabilità di vedersi offrire un contratto professionale rispetto ai coetanei più anziani. Quei giocatori più giovani, sono rimasti in giro nonostante tutto, avevano maggiori possibilità di farcela. Gli atleti che maturano prima fisicamente si distinguono dagli allenatori per ovvie ragioni; sono più alti, più veloci e più forti dei loro coetanei. E gli allenatori sono davvero attratti dai giocatori che si distinguono fisicamente. Nel libro Soccernomics, gli autori affermano che è più probabile che gli scout raccomandino i giocatori biondi, poiché il colore dei capelli leggermente meno comune li aiuta a distinguersi in campo. Ma a lungo termine, questa attenzione ai giocatori più grandi potrebbe essere fuorviante. All'Università di Exeter, Craig Williams, professore di fisiologia pediatrica, ha notato che i giocatori più giovani potrebbero avere maggiori possibilità di farcela a lungo termine. «Poiché non hanno il vantaggio del potere, i giocatori più piccoli devono fare affidamento su altre abilità per competere, e quindi il loro controllo e il loro gioco di gambe potrebbero migliorare, potrebbero anche sviluppare strategie e tattiche che sfruttano le debolezze dei loro avversari», afferma Williams. Quindi, quando maturano e raggiungono fisicamente i loro coetanei più grandi, sono in una posizione migliore per diventare professionisti. I tardivi come Jacobs non sono rari negli sport. All'età di 21 anni, quando alcuni dei suoi coetanei potrebbero aver già giocato per la loro squadra nazionale, il calciatore N'Golo Kante ha fatto il suo debutto professionale nel terzo livello della piramide calcistica francese. Quando ha fatto il suo debutto internazionale completo a 25 anni (non è stato selezionato per nessuna delle giovanili francesi) il centrocampista non aveva mai vinto. All'età di 30 anni, aveva vinto la Coppa del Mondo, la Premier League, la Champions League, l'Europa League, la Coppa d'Inghilterra e numerosi riconoscimenti personali, ed è generalmente considerato uno dei migliori al mondo nel suo ruolo. L'allenatore di Kante nel calcio giovanile ha detto che è stato trascurato dalle squadre più grandi perché era un «piccolo ragazzo», «non spettacolare». Forse i nostri pregiudizi sui giovani atleti che si distinguono significano che trascuriamo altri talenti. Ci sono prove che essere una delle migliori prospettive giovanili non garantisce il successo una volta adulti. Tra i migliori ciclisti, solo il 29% degli atleti d'élite aveva partecipato ai Campionati del mondo junior. Degli atleti ai Giochi Olimpici di Atene del 2004, solo il 44% ha debuttato nelle competizioni internazionali a livello junior. La maggioranza ha fatto la sua prima apparizione in nazionale con una media di 22 anni e non c'era alcuna indicazione che iniziare prima avrebbe dato loro una possibilità migliore. Tuttavia, non tutti gli sport sembrano essere adatti ai tardivi. L'età media in cui un olimpionico inizia l'allenamento specifico per disciplina è di 11,5 anni. Per il nuoto e l'hockey, rispettivamente 8,1 e 8,9 anni. Ma i ritardatari potrebbero andare meglio nel canottaggio (15.4), nel tiro (15.3) e nell'atletica (14). È probabile che atleti come Jacobs, che hanno raggiunto il successo in una disciplina tardi, si siano allenati in diversi sport. Concentrarsi su un solo sport, e persino avere successo, non ha alcuna relazione con la probabilità di successo in seguito, ma avere abilità incrociate in più sport potrebbe consentire agli atleti di trasferirsi a un’altra disciplina una volta maturati. Anche nello sport d'élite per adulti, essere il favorito può produrre alcuni comportamenti strani. I favoriti del tennis hanno maggiori probabilità di smettere presto se iniziano male una partita, rileva Hengchen Dai, ricercatore presso la Anderson School of Management dell'Università della California a Los Angeles, specializzato in decisioni comportamentali. La sua teoria è che i top performer che stabiliscono aspettative di alte prestazioni su se stessi beneficiano di nuovi inizi. «Un reset psicologico può aiutarli a rispondere positivamente», dice. «Se le persone hanno una mentalità di apprendimento, gli errori possono essere trasformati in una crescita. Gli individui con grandi aspettative possono passare più facilmente a questa mentalità positiva». Anche se Jacobs era ben impostato per il successo con le sue abilità e la mentalità da outsider, c'è ancora qualcosa di insolito in un italiano che vince i 100 metri. Perché associamo, ad esempio, la Giamaica ai velocisti più veloci del mondo e l'Etiopia e il Kenya ai corridori di lunga distanza? Cosa rende quelle nazioni le favorite in quegli sport? Il dominio di alcune nazioni in discipline specifiche potrebbe dipendere dal modo in cui è classificato il medagliere olimpico, afferma Johan Rewilak, economista sportivo presso l'Aston University. Essere specialisti può aiutarti a salire in classifica. Ci sono 12 medaglie d'oro in palio negli eventi di ciclismo indoor maschile e femminile, ad esempio. Raddoppiare il ciclismo è stata la strategia che il Team GB ha perseguito dopo la costruzione del velodromo di Manchester per i Giochi del Commonwealth del 2002, afferma Rewilak. Il ciclismo, con investimenti del valore di 25 milioni di sterline, è il secondo sport britannico meglio finanziato ai Giochi di Tokyo dopo il canottaggio (ci sono 14 medaglie d'oro in palio nel canottaggio). Un terzo delle medaglie d'oro del Team GB ai Giochi del 2016 è arrivato nel ciclismo o nel canottaggio, e il 41% è arrivato in questi due sport nel 2012. Rewilak afferma in alcune ricerche non ancora pubblicate che cambiare il modo in cui pensiamo al medagliere genera risultati sorprendenti. Se dovessi considerare il ciclismo, il canottaggio, l'atletica e così via come uno sport, la tabella potrebbe riflettere quei paesi che sono i migliori performer a tutto tondo. «La Spagna ottiene il maggior numero di medaglie in una varietà di discipline e sport, quindi si potrebbe dire che sono i veri olimpionici», afferma Rewilak. La Gran Bretagna cadrebbe subito. Mentre alcune ricerche hanno scoperto che più soldi una nazione investe in uno sport, più medaglie totali vince, il rapporto tra denaro e successo sembra essere un po' più complicato. Una possibilità è spendere i soldi per essere il paese ospitante. Le nazioni che hanno ospitato i Giochi Olimpici tra il 1988 e il 2016 hanno goduto di un aumento del 2% della loro quota di medaglie e finalisti rispetto alle volte in cui hanno gareggiato all'estero (sebbene l'effetto sia diminuito nel tempo). In effetti, i vantaggi di essere una nazione ospitante erano 10 volte maggiori prima della seconda guerra mondiale rispetto a quelli tra il 1988 e il 2016. Ci sono diversi vantaggi nell'essere l'ospite; conoscenza locale di piste e percorsi di gara (o l'opportunità di allenarsi su di essi in anticipo), essere abituati al clima, al brusio del pubblico di casa; il fatto che in quanto nazione ospitante si possono fare pressioni per includere alcuni sport. Naturalmente, quest'anno il vantaggio casalingo portato dal pubblico in festa potrebbe essere stato ridotto a causa degli stadi vuoti in Giappone. Sebbene gli atleti si siano abituati a esibirsi senza folla, potrebbe fare la differenza per i risultati. In uno studio sulle partite di calcio professionistico giocate a porte chiuse nel Regno Unito, la mancanza di un pubblico di casa non sembrava avere un grande effetto su chi ha segnato o quanti gol hanno segnato, ma ha ridotto il numero di cartellini gialli che gli arbitri hanno mostrato alla squadra in trasferta. Forse la presenza di un pubblico di casa mette più pressione sull'arbitro, e senza quella pressione l'arbitro è meno facilmente influenzabile.

"Arriva qui e fa 9''80...". L'insulto inglese all'oro italiano. Marco Gentile il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Il giornalista inglese Matt Lawton ha fatto un tweet al veleno nei confronti di Marcell Jacobs, l'atleta più veloce del mondo: "È venuto qui e ha corso in 9.84 la semifinale e 9.80 la finale. Ah, bene". Agli inglesi, evidentemente, ancora brucia per la finale di Euro 2020 persa contro l'Italia di Roberto Mancini a Wembley. Oltremanica, infatti, stanno incassando a ripetizione una serie di colpi a ripetizione da parte degli atleti azzurri impegnati alle Olimpiadi e ora nemmeno la vittoria nei 100 metri piani di Marcell Jacobs sembra andare bene, ma solo a loro. Il 26enne nato ad El Paso da madre italiana e padre texano ha sbaragliato la concorrenza vincendo la medaglia d'oro con il tempo di 9''80 eguagliando nel tempo un certo Usain Bolt che nel 2016 si prese il gradino più alto del podio. Il giornalista Matt Lawton, ex Dailymail e ora all'autorevole Times, ha infatti posto alcuni dubbi, infondati ovviamente, sulla vittoria del velocista azzurro: "Il nuovo campione olimpico dei 100m, Marcell Jacobs, è sceso sotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso in 9.84 la semifinale e 9.80 la finale. Ah, bene…". Lawton ha lavorato anche agli scandali doping su Salazar e Mo Farah ma noestamente questo suo tweet al veleno lascia il tempo che trova dato che Jacobs ha vinto onestamente e meritatamente al termine di una gara condotta sempre in testa. Nel frattempo, però, l'unico britannico della finale dei 100 metri piani Zharnel Hughes è stato squalificato e preso in giro sui social network. La cosa che fa specie, onestamente, è come si faccia ad insinuare la teoria del sospetto nei confronti di un ragazzo che evidentemente si è preparato meglio rispetto ai suoi colleghi che hanno dovuto subire la sua meritata vittoria.

Marco Gentile. Sono nato l'8 maggio del 1985 a Saronno, ma sono di origine calabrese, di Corigliano Calabro, per la precisione. Nel 2011 mi sono laureato in comunicazione pubblica d'impresa presso la Statale di Milano. Ho redatto un elaborato finale sulla figura di José Mourinho, naturalmente in ambito della comunicazione. Sono appassionato di sport in generale ed in particolare di tennis e calcio. Amo la musica, leggere e viaggiare. Mi ritengo una persona genuina e non amo la falsità. Sono sposato con Graziana e ho una bambina favolosa di 2 anni e mezzo. Collaboro con ilgiornale.it dall'aprile del 2016.

"Campioni imbroglioni...". Il vergognoso processo a Jacobs. Antonio Prisco il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Il Washington Post e il Times mettono sotto accusa l'atleta azzurro con assurde allusioni sul doping. Mentre Tokyo 2020 trova la stella di Marcell Jacobs, il nuovo re dei 100 metri, dagli Stati Uniti arriva una polemica a dir poco vergognosa. Il Washington Post lo definisce "Obscure Italian from Texas" e accusa: "La storia recente dell'atletica mondiale è disseminata di campioni pop up rivelatisi poi imbroglioni col doping". Nemmeno il tempo di ricevere le meritate celebrazioni e la leggendaria impresa di Jacobs già solleva immediate polemiche. La più fastidiosa è quella avanzata dal Washington Post, che in un articolo, lancia l'attacco: "Sarebbe ingiusto accusare Jacobs: a lui va dato il beneficio del dubbio, ma all'atletica no". L'allusione, nemmeno tanto velata, è che il risultato del velocista italiano - che ha vinto i 100 metri in 9"80 guarda caso proprio davanti all'americano Fred Kerley, che ha corso in 9"84 - non sia pulito. Un'ombra che evoca volutamente il peggiore dei sospetti per un'atleta: il doping. Questa becera congettura del Post trova il suo fondamento nella storia recente dell'atletica mondiale, "disseminata di campioni pop up rivelatisi poi imbroglioni col doping". Sulle pagine del giornale statunitense, Jacobs diventa "Obscure Italian from Texas". Che significa "Sconosciuto", ma con quell'accezione di oscuro che avanza sospetti anche senza esplicitarli. Il commento successivo è decisamente più chiaro: "Non è colpa di Jacobs se la storia dell'atletica leggera fa sospettare per i miglioramenti così improvvisi e così enormi". Il punto di vista ha trovato immediata sponda anche Oltremanica e non poteva essere altrimenti dopo il trionfo dell'Italia a Wembley. Il Times sentenzia: "Da Ben Johnson a Gatlin a Coleman, l'arrivo di una nuova stella mette in allerta". Al commento poi aggiunge una statistica: delle 50 migliori prestazioni mondiali sui 100 metri, tolte le 14 di Usain Bolt, ne restano 36. E di queste, addirittura 32 sono state prodotte da velocisti poi risultati positivi ai controlli antidoping. Ma non finisce qui il capo dei corrispondenti sportivi del Times, Matt Lawton con un tweet molto dibattuto in rete, solleva ulteriori dubbi, sebbene non esplicitandoli: "Il nuovo campione olimpico dei 100 metri, Marcell Jacobs, ha rotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso 9,84 in semi e 9,80 per vincere. Ah bene". Insomma congetture senza senso, che celano un'unica certezza, la doppietta azzurra Euro 2020 e oro olimpico nei 100m ha fatto "rosicare" e non poco inglesi e americani.

Antonio Prisco. Appassionato di sport da sempre, tennista top ten e calciatore di alto livello soltanto nei sogni. Ho cominciato a cimentarmi con la scrittura sin dai tempi del liceo, dopo gli studi in Giurisprudenza ho ripreso a scrivere di sport a tempo pieno. Nostalgico della Brit Pop, adoro l'Inghilterra e il calcio inglese. Amo i film di Lars von Trier e i libri di Stephen King. Sogno nel cassetto girare il mondo per seguire eventi sportivi. Collaboro con ilGiornale.it dal maggio 2018.

Marcell Jacobs, ira di Giorgia Meloni contro il Washington Post: "Insinuazioni per screditarlo? Non ti curar di loro". Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. A ridosso della vittoria ecco che arrivano i primi deliri. Marcell Jacobs, vincitore della medaglia d’oro nei 100 metri a Tokyo 2020, ha scatenato l'invidia del Washington Post. A dare una lezione al quotidiano statunitense ci ha pensato però Giorgia Meloni. "Dopo la schiacciante vittoria del nostro Jacobs alle Olimpiadi, qualcuno oltreoceano, a cui forse non è andato giù il record, lancia pesantissime insinuazioni per screditare l’atleta italiano più veloce del mondo. Non ti curar di loro, Marcell. L’Italia intera è fiera di te", è il messaggio arrivato sulla pagina Facebook del presidente di Fratelli d’Italia. La stampa straniera infatti ha accusato l'atleta: "Un 26enne che fino a questa primavera si esibiva alla periferia dello sprint d’élite, ha vinto i 100 metri in 9’’80 e si è guadagnato il titolo non ufficiale di uomo più veloce del pianeta. Solo i più caldi appassionati dell’atletica avevano sentito parlare di Jacobs. L’americano Fred Kerley, che ha vinto l’argento con il suo record personale di 9’’84, ha detto ‘non sapevo niente di lui'", ha scritto il quotidiano per poi peggiorare: "Gli annali dello sport sono pieni di campioni che esplodono e poi si rivelano dopati". Accuse infamanti che non sono andate giù neppure ad Alex Schwazer: "Quando uno va forte escono sempre queste storie messe in giro da parte di alcuni invidiosi. Sembra che quasi ci si debba scusare di essere andato così veloce. Queste accuse velate che ho letto sono molto tristi ma per fortuna lasciano il tempo che trovano", è stato il commento del campione olimpico della 50 km di marcia di Pechino 2008, che le accuse le ha provate sulla sua stessa pelle.

Le assurde elucubrazioni dei giornali. “Campioni imbroglioni col doping”, le folli insinuazioni di americani e inglesi sull’oro di Marcell Jacobs. Antonio Lamorte su Il Riformista il 2 Agosto 2021. Alla faccia del fair play e dello spirito olimpico. Marcell Jacobs ha vinto la medaglia d’oro nella finale dei 100 metri alle Olimpiadi di Tokyo. È l’erede di Usain Bolt. Ha corso la sua finale in 9”80. Un vincitore inaspettato, ha sconvolto il mondo dopo essere diventato il primo italiano in una finale olimpica della specialità. Il coronamento di un percorso duro e di una storia complicata. Ebbene, tutto troppo losco, troppo oscuro, per alcuni giornali e giornalisti stranieri; in particolare per statunitensi e britannici che pronunciano o lasciano intendere: è doping. “Sarebbe ingiusto accusare Jacobs: a lui va dato il beneficio del dubbio, ma all’atletica no”, ha scritto l’americano Washington Post, tra i giornali più autorevoli del mondo, che accusa l’atletica mondiale, “disseminata di campioni pop up rivelatisi poi imbroglioni col doping”. E ancora: “Non è colpa sua se la storia dell’atletica leggera fa sospettare per i miglioramenti così improvvisi e così enormi”. Che classe, far finta di niente dopo averla messa lì senza alcun indizio o prova o scoop. Da Tokyo non è stato sollevato alcun dubbio sulla legittimità della prova di Jacobs – che naturalmente si è sottoposto al test anti-doping. Il ragionamento del Wp – che definisce Jacobs “Obscure Italian from Texas” – procede al contrario: è dubbio questo successo in virtù dello stesso successo. Per capirci: il vincitore è un dopato che non è stato ancora scoperto. A metterla giù ancora più pesante è Tariq Panja del New York Times. “Jacobs è un esempio per gli altri atleti che trascorrono anni a sgobbare ai margini dei campionati più importanti. Vorranno sapere qual è il suo segreto. Che notevole cambiamento di fortuna – ha scritto in una serie di Tweet – Jacobs non aveva mai corso sotto i 10 secondi fino a questa stagione. Ha 26 anni. Il lockdown sembra essere stato estremamente gentile con lui. Difficile capire l’improvviso progresso. Farei un’intervista interessante”. L’insinuazione più affilata: “È davvero una svolta notevole. Se queste Olimpiadi si fossero svolte l’anno scorso come previsto, il miglior tempo di Jacobs sarebbe stato 10.11, 33. Il più veloce al mondo? Nemmeno il più veloce in Italia. Semplicemente sbalorditivo”. Tokyo 2020 è stata rinviata di un anno per i motivi che tutti sanno – una pandemia internazionale. Jacobs è sempre stato considerato uno sprinter inespresso. A settembre 2020 ha cominciato a lavorare con Nicoletta Romanazzi, mental coach, che lo ha aiutato a riallacciare la relazione con il padre – militare americano che ha abbandonato lui e la madre quando Jacobs aveva meno di un anno – e a concentrarsi sulle sue possibilità. “È entrata nel mio team insieme al mio storico allenatore Paolo Camossi. Con lei ho accettato di lavorare in profondità sulle mie paure e sui miei fantasmi. Non è stato facile: c’è una parte intima che non vogliamo mostrare nemmeno a noi stessi. Però imparo in fretta. Il lavoro psicologico è iniziato a settembre dell’anno scorso e in sei mesi ho ottenuto un oro europeo indoor, il 9”95 di Savona, i tre record italiani ai Giochi e l’oro olimpico in 9”80”, ha detto la medaglia d’oro. Altre insinuazioni da parte del britannico Times: “Da Ben Johnson a Gatlin a Coleman, l’arrivo di una nuova stella mette in allerta”, ha scritto il giornale inglese, aggiungendo che delle 50 migliori prestazioni mondiali dei 100, a parte le 14 realizzate da Bolt, 32 su 36 sono di velocisti poi risultati positivi. Sullo stesso tono le considerazioni dell’inviato del quotidiano in Giappone. Quindi a prescindere vale il sospetto, l’accusa o il dubbio. “C’è qualcosa dietro”, a prescindere. Forse nutrito dalla squalifica per falsa partenza del velocista britannico, tra i favoriti della vigilia. Se Jacobs ha detto che ci metterà dei giorni a realizzare quello che è successo ieri a Tokyo, comunque, lo stesso non varrà per qualche giornalista. La medaglia d’oro it’s coming Rome.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Da liberoquotidiano.it il 3 agosto 2021. C’è chi grida al doping “convenzionale” e chi a quello “tecnologico”, segno che il trionfo di Marcell Jacobs nei 100 metri di Tokyo 2020 è stato indigesto anche per alcune nazioni avversarie, come Gran Bretagna e Stati Uniti. Ormai il velocista azzurro viene passato ai raggi X sotto tutti i punti di vista: per questo non sono passate inosservate le sue “ali” ai piedi, ovvero le Nike MaxFly che sono state approvate dalla federazione internazionale lo scorso 7 maggio e che potrebbero averlo avvantaggiato facendogli guadagnare qualche centesimo di secondo. Premettendo che, scarpe o meno, il successo di Jacobs è innanzitutto farina del suo sacco, è curioso però capire come funzionano queste “ali” che nei 100 metri sembrano offrire un vantaggio piccolo ma importante. “Marcell trova le sue chiodate molto comode - ha spiegato il suo allenatore, l’ex triplista Paolo Camossi, al Corriere della Sera - sono leggermente penalizzanti nel primo tratto e vantaggiose nel finale”. Tutto sembra tornare, dato che Jacobs era solo sesto dopo essere scattato dai blocchi di partenza, salvo poi mettere il turbo tra i 30 e i 60 metri e dominare tra i 60 e 90, con una velocità massima di oltre 43 km/h. In pratica per come sono state pensate, queste scarpe offrono una maggior stabilità nei primi appoggi e un guadagno importanze in accelerazione grazie a un maggior reclutamento di forza. Nella finalissima di Tokyo 2020 non era solo Jacobs a indossarle: anche l’americano Kerley (arrivato secondo) e il cinese Su Bingtian.

Da blitzquotidiano.it il 3 agosto 2021. Marcell Jacobs doping: sospetti americani e inglesi. L’ombra del doping sul fantastico oro di Marcell Jacobs? Entusiasmo e orgoglio nazionali costringono, anche giustamente, a derubricare a semplici e grette “rosicate” le riserve affacciate da giornali anche prestigiosi come l’americano Washington Post e l’inglese Times.

Marcell Jacobs doping: sospetti americani e inglesi. Insinuazioni, congetture, ma la questione, sebbene sgradevole, va affrontata. Il problema infatti non è la credibilità di Marcell ma quella dell’intero movimento dell’atletica leggera. Che ha molto, forse troppo, da farsi perdonare. E, d’altra parte, alzi la mano chi si aspettava l’exploit olimpico di Jacobs che, fino a maggio, a 26 anni, non era mai sceso sotto i 10 secondi.

“Obscure Italian from Texas”. Per il Post l'”obscure Italian from Texas” è un enigma. Certo, spiace per quell’aggettivo, oscuro, più impegnativo e carico di sospetti che non, per esempio, sconosciuto. Il commento, tuttavia, se non ci si arresta allo scetticismo preconcetto, è più sfumato. “Sarebbe ingiusto accusare Jacobs: a lui va dato il beneficio del dubbio, ma all’atletica no”, scrive il Post. Ed è difficile dargli torto. Come smentire l’assunto per cui l’atletica è “disseminata di campioni pop up rivelatisi poi imbroglioni col doping”? Giù le mani da Jacobs, non è colpa sua, insistiamo noi e lo riconosce anche il Post. Ma resta il fatto inconfutabile che “la storia dell’atletica leggera fa sospettare per i miglioramenti così improvvisi e così enormi”. Anche il Times batte sullo stesso tasto: “Da Ben Johnson a Gatlin a Coleman, l’arrivo di una nuova stella mette in allerta”. Un dato statistico non può che allarmare tutti, italiani compresi: delle 50 migliori prestazioni mondiali sui 100 metri, più di trenta sono da attribuire a velocisti che alla fine sono risultati positivi ai controlli antidoping. Secondo Antonio La Torre, direttore tecnico dell’atletica italiana, Jacobs è un fenomeno che non ha espresso ancora in pieno il suo potenziale. Già a Tokyo avrebbe potuto guadagnare ulteriori centesimi non si fosse voltato nella finale a guardare la posizione degli avversari.

“E’ andato sotto i 10 secondi la prima volta a maggio”. Sembra di vederlo il capo dello sport al Times mentre scuote la testa: “Il nuovo campione olimpico dei 100 metri, Marcell Jacobs, è andato sotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso 9,84 in semi e 9,80 per vincere. Ah bene”. Per Torre il commento è un concentrato di invidia e pregiudizio. “Credo ci sia un pochino di fastidio, non so se il termine giusto sia "rosicare". Non esiste nessuna legge che dice che chi vince lo sprint deve essere per forza americano o inglese”. Reazione comprensibile, ma che a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina lo ha detto un italiano, non un inglese o un americano. Ci fidiamo ciecamente di Marcell, ma chi metterebbe una mano sul fuoco sull’atletica leggera contemporanea?

"Attenzione alle sue scarpe". Continua il linciaggio contro Jacobs. Antonio Prisco il 4 Agosto 2021 su Il Giornale. Non è passato inosservato il modello della Nike indossato a Tokyo dal velocista azzurro, che consente di guadagnare fino ad otto centesimi di secondo. Non bastavano le accuse di doping, avanzate dalla stampa americana e britannica, adesso sotto i riflettori sono finite le scarpe di Marcell Jacobs, un modello della Nike che grazie ad una tecnologia rivoluzionaria diventano delle vere e proprie scarpe magiche. Ebbene sì il trionfo di Marcell Jacobs deve essere rimasto indigesto alle nazioni avversarie tanto che ormai il velocista azzurro viene passato ai raggi X sotto tutti i punti di vista. A questo proposito non sono passate inosservate le Nike MaxFly, che Jacobs indossava a Tokyo. Scarpe che grazie a una tecnologia rivoluzionaria possono far guadagnare fino a 8 centesimi di secondo. Questo piccolo vantaggio non deve destare però alcuna preoccupazione, visto che il modello in questione sono state approvate dalle World Athletics (la federazione internazionale) lo scorso 7 maggio. Premettendo che il successo di Jacobs è tutto frutto del suo lavoro, diventa interesse capire come funzionano queste scarpe magiche, tali da diventare delle vere e proprie ali. "Marcell trova le sue chiodate molto comode - ha spiegato il suo allenatore, l’ex triplista Paolo Camossi, alCorriere della Sera - sono leggermente penalizzanti nel primo tratto e vantaggiose nel finale". Analizzando la gara di Jacobs tutto sembra tornare, dato che era solo sesto dopo essere scattato dai blocchi di partenza, salvo poi mettere il turbo tra i 30 e i 60 metri e dominare tra i 60 e 90, con una velocità massima di oltre 43 km/h, praticamente simile a quella di uno scooter. Adesso proviamo a capirne la dinamica. Le Nike MaxFly pesano 173 grammi, il tacco è sotto i 20 mm e la piastra di carbonio nella suola, un pezzo unico, è più larga della pianta del piede. L’impressione è che la piastra funzioni come una specie di super-molla che aumenta la elasticità e che dovrebbe migliorare la prestazione anche nella fase lanciata e in curva, fino a guadagnare qualche centesimo di secondo, di sicuro un bel tesoretto per una gara come i 100 metri. Qualcosa di simile per efficienza (ovviamente con i chiodi) al modello indossato da Eliud Kipchoge nel giorno storico dell’1h59’40’’ di Vienna nella maratona. Insomma, se c’è chi grida al doping tecnologico, come era già successo in passato per le bici utilizzate per il record dell’ora oppure i costumi in poliuretano vietati dalla Fina, non bisogna neanche stupirsi pià di tanto. In fondo diventa legittimo chiedersi un'impresa leggendaria come quella di Jacobs può essere tutto merito delle scarpe? Sicuramente no, ricordiamo che nella finalissima di Tokyo 2020 non era solo Jacobs a indossarle: anche l’americano Kerley (arrivato secondo) e il cinese Su Bingtian. E poi dopo tutto nessuno ha mai sentito il grande Pietro Mennea lamentarsi delle scarpe di Bolt.

Antonio Prisco. Appassionato di sport da sempre, tennista top ten e calciatore di alto livello soltanto nei sogni. Ho cominciato a cimentarmi con la scrittura sin dai tempi del liceo, dopo gli studi in Giurisprudenza ho ripreso a scrivere di sport a tempo pieno. Nostalgico della Brit Pop, adoro l'Inghilterra e il calcio inglese. Amo i film di Lars von Trier e i libri di Stephen King. Sogno nel cassetto 

Da gazzetta.it il 3 agosto 2021. Dispiacere e imbarazzo. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha parlato delle insinuazioni che arrivano dagli Usa e dalla Gran Bretagna per l’oro di Jacobs nei 100 metri. “Jacobs accusato di doping? Le considerazioni di alcuni vostri colleghi sono veramente fonte di grande dispiacere e anche imbarazzo sotto tutti i punti di vista. Dispiace che qualcuno dimostri di non saper accettare la sconfitta - dice Malagò -. Oggi ha risposto bene Paolo Camossi, allenatore di Marcell. Parliamo di atleti che vengono sottoposti quotidianamente ai controlli antidoping e quando fanno un record tutto si raddoppia. Il numero dei test è impressionante. Per questo la mia è una difesa a spada tratta di Marcell”.

R.S. per "la Stampa" il 3 agosto 2021. Il Times e la Washington Post ci impiegano il tempo di una notte per gettare se non fango almeno veleno sulla strepitosa vittoria di Marcell Jacobs nei 100 metri: insinuano, ammiccano, dicono e non dicono. La vittoria dell'italiano è andata minimo di traverso ai signori dello sprint, che peraltro da tre Olimpiadi prendevano batoste da un signore giamaicano, e allora via con i sospetti sull'impresa di Jacobs. E si sa, quando si sospetta, nell'atletica il pensiero corre sempre al proibito. Devono proprio dar fastidio le vittorie italiane: ai Måneskin, dominatori all'Eurovision, mancava solo dessero la colpa del riscaldamento globale, prima di veder smontati tutti i sospetti. Come si dice rosicare in inglese?

M.Bon. per il "Corriere della Sera" il 3 agosto 2021. Non l'hanno presa sportivamente: ai cronisti americani e inglesi non va giù che un italiano abbia vinto la finale dei 100 metri, la corsa regina dello sport principe dell'Olimpiade. Possibile che si tratti di attacchi acuti di invidia da parte di chi - delle 29 assegnate nella storia dei Giochi - di medaglie d'oro se n'è portate a casa 19 e per questo forse crede di avere un diritto reale sul titolo. «Risultato scioccante» ottenuto da «atleta sconosciuto» sono le frasi prevalenti negli articoli e nei commenti dei reporter di lingua inglese che sui social, sentendosi forse più liberi, aggiungono ironia e seminano dubbi. «Vittoria shock di Jacobs» è il titolo identico di Guardian, Times e Washington Post, «Dal nulla al trono di Bolt» titola invece il Boston Globe. Il fatto che «nessuno dei suoi rivali conoscesse il nuovo campione olimpico» - come scrive il Globe - parte confortato dal secondo, delusissimo arrivato della finale, l'americano Fred Kerley, che dice di «non sapere assolutamente nulla di questo Jacobs». Normale, avrebbero potuto concludere i cronisti, se si considera che Kerley corre i 100 metri da appena un anno (era un quattrocentista) e che con Marcell - per colpa del Covid - non ha mai potuto incrociarsi. Che «soltanto i tifosi più fanatici di atletica avessero sentito parlare di Jacobs prima di ieri» - come fa notare il Washington Post - è possibile com' è pure probabile che anche il pubblico americano sappia poco o nulla dei due sprinter yankee in gara ieri, Kerley (2°) e Baker, 5°: la celebrità nazionale - Christian Coleman - è fermo ai blocchi fino al maggio 2022 per aver mancato tre controlli antidoping in 12 mesi. Già, perché se il dubbio è quello di miglioramenti così «improvvisi e immensi» da essere sospetti, come sostiene il Post, agli americani basterebbe ricordare solo gli ultimi tra i tanti casi di loro eroi olimpici beccati in castagna, Tyson Gay e Justin Gatlin. D'altronde - come spiega proprio il Times - «32 delle migliori 50 prestazioni sui 100 metri sono state realizzate da atleti poi trovati positivi o comunque squalificati» e quindi «il peso della storia è un fardello per ogni nuovo campione». Al momento sembra che Jacobs abbia le spalle abbastanza larghe per sopportarlo per i prossimi quattro anni. 

Da tuttosport.com il 4 agosto 2021. Continua a generare discussioni la vittoria della medaglia d'oro di Marcell Jacobs: dopo le accuse di doping rivolte da parte della stampa britannica, arriva anche una considerazione poco gratificante  da parte del giamaicano Usain Bolt, leggenda vivente dell'atletica internazionale: l'ex velocista e recordman critica infatti l'utilizzo delle scarpe di Jacobs, a suoi dire una innovazione "strana ed ingiusta" ed "al limite del ridicolo", perchè secondo lui aiuterebbero troppo la prestazione dell'atleta che le indossa. 

Bolt critica le scarpe di Jacobs: ecco perché. Che cosa hanno di speciale queste scarpe? Un effetto a ‘super molla', che rende più efficace la spinta e la coordinazione del movimento del corridore. Quelle usate da Jacobs pesavano 173 grammi, avevano una super punta e un tacco spesso appena 20 millimetri. La piastra di carbonio inserita nella suola costituisce un corpo unico ed è leggermente più larga della pianta del piede. Un particolare che aumenta la superficie di contatto tra l'arto e la pista, garantisce una migliore stabilità, favorendo accelerazione e progressione.

Estratto dell'articolo di Fabio Tonacci per "la Repubblica" il 4 agosto 2021. «Jacobs corre i 100 metri in 10.10 nel meeting del Triveneto, con vento regolare di +1,6. Lo sprinter azzurro delle Fiamme Oro prosegue la sua rincorsa verso il muro dei dieci secondi». Correva l'anno 2020 (…) Bravino questo Jacobs, ma non è Tortu che quel muro l'ha già sfondato con lo strabiliante 9.99. E poi si fa sempre male. Dicono che si sia rovinato col salto in lungo. (…) Esattamente un anno dopo, all'Olympic Stadium di Tokyo, l'italiano nato a El Paso ferma il cronometro a 9.80. Record europeo. Lui corre, gli altri inseguono. (…) In dodici mesi, ha migliorato di 23 centesimi il tempo: sulla distanza di 100 metri, quel battito di ciglia corrisponde a una mezza era geologica. Out of the blue , venuto fuori dal nulla, scrivono alcuni quotidiani americani alludendo al sospetto di doping senza avere uno straccio di prova e senza sapere cosa sono stati gli ultimi dodici mesi. Ripercorriamoli, dunque.

Il finale di stagione 2020. Jacobs (…) dal 2019 ha smesso di saltare dopo la mortificante eliminazione ai Mondiali indoor di Glasgow, conclusasi con una seduta di autocoscienza col suo allenatore Paolo Camossi. «Inutile insistere col lungo, puntiamo sulla velocità». La pista porta consiglio e un tempo notevole: 10.03, record personale. Il finale della stagione 2020, tuttavia, brilla poco. A Trieste corre in 10.10, in Svizzera a Ferragosto sale a 10.23, poi ancora 10.10 a Padova, infine 10.11 al Golden Gala di settembre. Allo Stadio Olimpico di Roma, vuoto, lo sport fa rumore ma non certo per lui: Duplantis decolla con l'asta e supera i 6.15, ritoccando di un centimetro il record di Bubka. Di Jacobs non parla nessuno. 

La nuova partenza. Nell'inverno della seconda ondata di Covid, Marcell Jacobs si trasferisce per un mese a Tenerife in cerca di un clima mite adatto alla preparazione. (…) A fine gennaio torna a Roma. Camossi fa una mossa da matto: studia per lui un nuovo modo di scattare dai blocchi (…). «Accorcia i passi e concentrati sulla gamba destra che va troppo a rimorchio della sinistra. I cento metri sono matematica: frequenza e ampiezza». Significa alzarsi in posizione eretta subito dopo lo sparo. Marcell obbedisce. Michael Johnson dirà di lui: «Parte come uno che salta in lungo». 

Il frangivento di Mennea. Jacobs è seguito da un team di 5 persone, tra cui un nutrizionista e una mental coach. Ed è preceduto, in pista, da una curiosa automobile che traina un carrello aperto. Si chiama scudo aerodinamico, elimina la resistenza del vento. «Il corpo si abitua a velocità, frequenze di passi e movimenti che altrimenti non raggiungerebbe». Lo ha inventato nel 1987 il professor Antonio Dal Monte. Lo hanno usato per un po' anche Pietro Mennea e Stefano Tilli, i mezzofondisti lo prendevano per ripararsi dalla pioggia. Finisce parcheggiato in un deposito fino a quando l'anno scorso Sandro Donati, maestro di sport e già allenatore di Alex Schwazer, recupera il prototipo. Viene ridisegnato da un'azienda che lavora con la Ferrari e messo a disposizione dall'azzurro. La dieta, la mental coach, la partenza rivoluzionata, lo scudo frangivento: in primavera, quando si presenta ai blocchi, Jacobs è un altro atleta. Il 6 marzo a Torun in Polonia stabilisce il primato italiano dei 60 metri indoor (6.47), il 13 maggio a Savona frantuma il muro dei 10 secondi: 9.95. I giudici controllano tre volte. Tutto vero, mai nessun italiano come lui. (…) Le Olimpiadi del Giappone sono all'orizzonte. Quel che accade tre settimane dopo a Tokyo è storia. Una storia italiana.

Il Mental Coach. I cerchi alla testa curati con il mental coach personale. Piero Mei su Il Quotidiano del Sud il 5 agosto 2021. UNA delle tante lezioni politiche che viene dai Giochi di Tokyo è la seguente: urge procurarsi un mental coach. Magari si può fare a meno (e talvolta è anche meglio farlo) di un portavoce, oppure si può trascurare “la bestia” che rende virale ogni fesseria divulgata a mezzo social e il web, che pure sembra durare lo spazio di un mattino,  in realtà ha la memoria di un elefante e di una moglie (“quella volta hai postato che”, ! quella volta hai detto che” è il rinfaccio perenne). Ma quello di cui non ci si può mai più privare è un mental coach: in un paio di giorni rimetti a posto i tuoi demoni, come li ha chiamati la ginnasta Simone Biles e puoi tornare in gara. Il politico può ricandidarsi per le elezioni, tanto ce n’è a urna continua. La faccenda è maledettamente seria e non si può liquidare con una battuta sulla psicanalisi, di quelle alla Ennio Flaiano (“la psicanalisi è una pseudo-scienza inventata da un ebreo per convincere i protestanti a comportarsi da cattolici”), o alla Marcello Marchesi (“meglio dalla psicanalista che dal confessore: per quest’ultimo è sempre colpa tua, per il primo è di qualcun altro”). Il mental coach è ormai una figura indispensabile per uno sportivo militante e più sei campione più ti necessita. La Divina, Federica Pellegrini, appena eletta tra gli atleti partecipi del potere del Comitato Internazionale Olimpico, ha  detto che un suo impegno sarà sottolineare l’importanza del mental coaching. Il mental coach s’affianca già, seppure on dad o via zoom o skype al tempo del virus, al preparatore atletico, al nutrizionista, al videoanalyst, al fisioterapista, al social manager, e via con altre analisi e altri maneggi. Tempi moderni, né migliori né peggiori di quelli andati: a Fausto Coppi, per dire, bastava Biagio Cavanna, il non vedente cui il Campionissimo affidava pene di muscoli e d’amore, e ne riceveva consolanti “consigli della nonna” e pari unguenti. Il mental coach ha poi, di bello, che non ti fa sentire “paziente” come può capitare con lo psicanalista: sei “cliente”. La differenza non è da poco. Non ti toglie il peggio, ti esalta il meglio. O così pare, almeno a spanne, pure se con gli affari dell’anima non si può andare avanti a spanne, né con la salute mentale, se non sei Harry e Meghan. L’argomento è spinoso per i politici: in America, ad esempio, pare che il mental coach di Bill Clinton e quello di Donald Trump fosse lo stesso. Diversi i risultati…  Ma del resto è forse proprio questo il compito: il rispetto dell’unicità di ogni essere umano aiutandolo a realizzarsi per quel che è, al suo meglio. Già questo sarebbe un buon risultato: non è che tanti politici rendano al meglio. O almeno: speriamo che sia così… Sempre a proposito di lezioni di sport alla politica: dopo questi due giorni di Olimpiadi giapponesi, non diciamo più che “l’importante è fare squadra”.  Magari se hai un Filippo Ganna che trascina un quartetto (che non è squadra, ma ibrido fra l’individuo e il gruppo) puoi pensarlo; però le due pallavolo, la pallanuoto e il basket freschi di eliminazione pensando a Jacobs e Tamberi, a Vanessa Ferrari e Paltrinieri, fanno sospettare che meglio soli… Soli, magari, con il mental coach.

Da ilnapolista.it il 5 agosto 2021. Il Napolista ospita un intervento di Alberto Cei psicologo, direttore scientifico del master in psicologia dello sport. Sono le Olimpiadi delle emozioni e non quelle dei mental coach. Anche se può sembrare esattamente l’opposto dato che i media e i social utilizzati dagli stessi atleti trasmettono giornalmente ogni loro battito di ciglia. Questa forma di comunicazione deriva anche dall’aver detto per anni che per evitare l’insorgere dei problemi psicologici se non di psicopatologie gli atleti avrebbero dovuto condividere i loro disagi, per evitare guai peggiori. Naturalmente ci si riferiva alla condivisione con persone per loro importanti e non pubbliche. Comunque per tutti viene il giorno in cui si toccano i propri limiti non solo fisici ma anche psicologici, e così molti atleti di livello assoluto si dimostrano più fragili proprio nell’evento per loro più importante, le Olimpiadi. Non è una storia nuova, si può trovare già descritta in un numero dell’International Journal of Sport Psychology del 1972 con il resoconto di nove psicologi che hanno partecipato alle Olimpiadi di Monaco. A distanza di cinquant’anni, il ruolo dello psicologo dello sport, chiamato ora mental coach, è esploso durante questi Giochi Olimpici. Lo stress non più gestito e la depressione hanno colpito i super-winners, come Djokovic, Osaka, Biles, ma anche atleti più giovani alla loro prima esperienza olimpica, che hanno poi vinto una medaglia. Gli atleti e le atlete percepiscono con più consapevolezza le aspettative di risultato che il mondo gli impone, devono eccellere altrimenti valgono zero. Per molti di loro non vi sono alternative alla vittoria, pensiamo a Djokovic che dopo 22 vittorie consecutive ha perso una partita che stava dominando e anche il suo autocontrollo. Sono storie che diventano tragiche anche per l’impossibilità degli atleti di vivere diversamente. Ricordo un commento di Julio Velasco quando osserva che ha visto nelle immagini televisive che Simone Biles è sempre attaccata al suo cellulare, fonte di stress. Mi viene in mente una situazione opposta quando Rudic, ai mondiali di nuoto a Roma di molti anni fa, si fece consegnare i cellulari dai giocatori di pallanuoto perché non voleva che si distraessero. Ovviamente ognuno è libero di scegliere cosa vuole fare, ma la grande esposizione pubblica degli atleti odierni e la consapevolezza che il successo è veramente un modo per cambiare radicalmente il loro futuro economico sono fattori molto destabilizzanti che sinora sono stati poco trattati. Da ciò deriva l’esplosione della figura del mental coach o del ruolo di campioni del passato come Vialli con la nazionale di calcio o Phelps che sulla base di una riflessine critica sulle proprie esperienze di atleta di livello assoluto possono svolgere un ruolo positivo sull’educazione mentale di altri giovani.

Valeria Arnaldi per "Il Messaggero" il 4 agosto 2021. L'attore Hugh Jackman che ha voluto sperimentare il coaching per perfezionare le sue performance in scena. I Metallica, in un periodo di crisi. I politici, da Bill Clinton a Donald Trump. E molti altri, come il neo campione olimpico dei 100 metri, l'uomo più veloce del mondo, il nostro Marcell Jacobs, che tanto ha ringraziato la sua mental coach per averlo aiutato a vincere l'oro a Tokyo. E ancora fino ai tanti, tantissimi - sempre più - che, lontani dai riflettori, oggi si rivolgono ai life e mental coach per valorizzare i propri talenti, migliorare la vita quotidiana, affrontare problemi familiari, spaziando dunque dal divorzio alla carriera, dalla menopausa alla perdita di un animale domestico, dalla ricerca dell'amore al successo. E perfino, per ripensarsi in epoca Covid. In pandemia il coaching, infatti, ha conosciuto un vero boom. Anche nel nostro Paese. Stando agli ultimi dati della Icf-International Coaching Federation, i coach nel mondo sono circa 86.900, in Europa 31.600. Dal 2016 al 2020, la partecipazione dei coach agli studi di settore è salita di oltre il 46%. Non una questione di maggiore coinvolgimento ma proprio di numeri del comparto. Nel Regno Unito, secondo il Daily Mail, solo nel 2020 c'è stato un aumento del 153% di life coach. Le cifre del settore nel 2019, riportate da Prometeo Coaching stimavano in 1500 i coach professionisti nel nostro Paese, più uomini - il 59% - che donne, e perlopiù tra i 27 e i 54 anni, per un giro d'affari complessivo approssimativamente di 18 milioni di euro. «I nostri iscritti - dice Giorgia Franceschini, presidente Icf Italia - negli ultimi quattro anni sono più che raddoppiati. E, in pandemia, i numeri sono saliti sensibilmente. La maggiore quantità di tempo a disposizione delle persone ha fatto emergere insoddisfazioni latenti. Tanti hanno approfittato del periodo per riflettere sui propri bisogni e cercare di cambiare il proprio futuro. Per questo, si sono avvicinati al coaching. Come clienti e, in taluni casi, anche per diventare coach. I due poli, per il settore, nel Paese sono Roma e Milano». Vari gli obiettivi a livello globale. Tra i principali, in ambito lavorativo, rafforzare la leadership personale, promuovere la collaborazione, favorire il cambiamento e gestire lo stress. In quello personale, migliorare le capacità comunicative, aumentare l'autostima, affinare l'equilibrio tra vita privata e lavoro. Perlopiù - oltre il 50%, in Italia - a rivolgersi ai coach sono state donne. «In epoca Covid, la depressione femminile è aumentata del 45% e molte, per affrontarla, si sono rivolte ai life coach - commenta la dottoressa Alessandra Lancellotti, psicoterapeuta e life e career coach, che è stata anche life coach per i talenti a X-Factor e in altre trasmissioni televisive - I tempi dell'analisi non ci sono più, il life coaching assicura risposte veloci e pratiche. Non si guarda al passato ma avanti. Il problema più grande, durante il Covid è stata la gestione del quotidiano, il lavoro portato in casa, che ha creato una sorta di prigione, in un programma giornaliero fatto di obblighi: smart working, cucina, cura dei bambini, ancora smart working e così via». È salita anche l'età delle richiedenti. «L'età media si è alzata - prosegue Lancellotti - tante le richieste di over 50, pure di ultrasettantenni. Oggi non ci si vergogna di fare nuovi progetti e trovare modi per cambiare le proprie esistenze. Si è compreso che è fondamentale continuare ad apprendere, cercare sempre nuove forme e strade per riuscire a fare ciò che si desidera». E la creatività? «Sono nate molte esperienze artistiche, tanti si sono messi in gioco in modo nuovo. C'è stato un fiorire di iniziative quasi rinascimentale». Il life coach aiuta. «Non diamo consigli - sottolinea Franceschini - ma partiamo dal presupposto che le persone abbiano già in sé forza e risposte, devono essere aiutate a trovarle». E questo vale per tutti. «La parola coaching è diventata di moda - spiega la presidente - Prima il fenomeno era associato perlopiù alle élite, in azienda ai top manager, nell'ultimo periodo si è diffuso a più livelli. Molti si rivolgono al coach pure in ambito privato. Oggi ci sono persone che si regalano un percorso di coaching. Negli Usa questo processo è in corso da tempo con coach nelle no profit, nelle scuole e via dicendo. Anche in Italia è in atto: il settore è in forte sviluppo».

V. Arn. Per "Il Messaggero" il 4 agosto 2021. Attore, che ha debuttato diretto da Aldo Giuffrè, è stato nella compagnia di Gabriele Lavia e pure assistente alla regia di Enzo Garinei, Daniele Sirotti, classe 1974, oggi è life coach.

Come mai tale scelta?

«Per diversificare. Tra le due professioni ci sono punti di contatto. Come attore, sono vicino al mondo dell'introspezione, al fatto di guardare in sé e aiutare gli altri a farlo, senza dimenticare il lavoro sulla motivazione, fondamentale quando si deve andare in scena ogni sera, mettendo da parte i problemi».

Ha mai sperimentato, da fruitore, un percorso di coaching?

«Era uno dei requisiti per la certificazione. Un iter stimolante. C'è un grande obiettivo ma ce ne sono altri piccoli, uno per sessione. Se il fine è imparare a parlare in pubblico, quello di una sessione potrebbe essere farlo davanti a un collega. Vedere risultati concreti di ciò che si fa è motivante. E complesso, sei aiutato nel ragionamento ma la risposta viene da te». 

Chi si rivolge al life coach?

«Chi cerca un modo per realizzare i propri obiettivi, quindi, sportivi ma anche persone che vogliono migliorare i rapporti con gli altri». 

Le problematiche più comuni?

«Sul lavoro, imparare a vincere situazioni nelle quali si viene messi sotto o non si riesce ad emergere. Dinamiche simili ci sono pure in famiglia».

E per i professionisti della scena?

«Sono anche active coaching, ossia un coach per l'attore che cerca la chiave di un personaggio o vuole svilupparlo. È utile ai professionisti per ritrovarsi o rinnovarsi». 

Jacobs e l’antidoping, 18 controlli nel 2021: "Sempre negativo”. Fabio Tonacci su La Repubblica il 4 agosto 2021. Per il campione olimpico dei 100 metri anche un test a sorpresa all’arrivo nel Villaggio. Il direttore tecnico La Torre: “Non deve vincere per legge un americano”. Il primo controllo gliel'hanno fatto a sorpresa appena ha messo piede al Villaggio Olimpico. Un ufficiale ha bussato alla porta della stanza mentre Marcell Jacobs era in bagno. "Nooo, l'ho appena fatta!", ha scherzato il velocista azzurro. L'inviato dall'International Testing Agency, organismo indipendente del Comitato olimpico, non ha fatto una piega. Ha aspettato in bagno con lui.

Medaglie "tecnologiche". Dai costumoni del nuoto alle scarpe dell'atletica. Riccardo Signori il 5 Agosto 2021 su Il Giornale. Pioggia di record: le calzature, criticate da Bolt, ricordano l'effetto in vasca delle "tute" gommate. Un altro record nei 400 ostacoli: stavolta sono donne che volano. In tre hanno polverizzato il passato, esattamente come gli uomini. Diciamo volano le gambe, partecipano le scarpe, collabora la pista: non tutto è oro quello che luce. Sydney Mc Laughin è una ragazzina americana di 21 anni che, nel suo oro, ha infilato un record mondiale (5146): fino al 1970 sarebbe stato primato dei 400 piani. Con lei, hanno messo le ali Dalilah Muhammad già primatista, stavolta con un tempo inferiore al precedente record (5158) e Femke Bol, olandesona che ha stritolato l'europeo (5203) imbattuto da 18 anni. Che dire: atletica new generation terra di fenomeni? Possibile ma il fenomenismo va aiutato, non proprio agevolato. Il vero fenomeno alias Bolt, qualche tempo fa, si lamentò per la nuova generazione di scarpe. Quelle sì, fenomenali: con un rialzo posteriore tra i 40 mm e i 20 mm, ed una piastra di carbonio, nella suola, più larga della pianta del piede, che consente miglior stabilità negli appoggi e agevola nella accelerazione. «Innovazione strana e ingiusta, al limite del ridicolo perché aiuta troppo la prestazione», raccontò Usain al quale, comunque, sarà dura fare le scarpe nel senso dei record. Eppur stavolta tecnologia e ricerca si sono volute prendere la medaglia. Come successe con i costumoni del nuoto: invenzione che stupì il mondo, rese felici gli atleti (i più pesanti per via della galleggiabilità) ma diventò una sorta di doping tecnologico. Ne venne una produzione anomala di record monstre: nel biennio 2008-2009 se ne contarono 245. Cominciò un inglese di medio calibro, nel 1999, con una specie di tuta stile subacqueo e stupì il mondo. Ian Thorpe, ai Giochi di Sidney, fece intendere di essere inattaccabile con un body suit: e furono tre ori. Tanto per citare: Federica Pellegrini, nel 2009, realizzò 5 record mondiali e ancora oggi resiste quello dei 200 sl in vasca lunga. Il trucco stava nella spiccata idrodinamicità del costume che poi, dopo studi dei produttori in collaborazione con Nasa ed una università australiana, divenne più performante grazie ad inserimenti di poliuretano su gambe, petto e fianchi che permettevano velocità e, soprattutto, miglior galleggiamento trattandosi di plastica. Il tutto grazie ad una interpretazione della Fina sui tessuti non intesi in senso stretto. Poi nel 2010 la Federazione dichiarò la svolta con il ritorno al tessuto senza poliuretano. L'atletica ci sta provando. Le piste dell'italiana Mondo sono sempre più veloci: si parla di vantaggio del 2% sulle prestazioni. Invece la magia delle scarpe è regolamentata da limitazioni diverse per i salti (lungo e asta traggono vantaggi dovuti all'accelerazione), corsa su strada o su pista, dove il rialzo posteriore non può superare i 20 mm. e la lama di carbonio nelle suole favorisce atleti più potenti nell'accelerazione massima. Il vantaggio oscilla tra 1 e 1,5%: ossia per un 100 m. si ha un metro e mezzo di vantaggio. Paolo Camossi, tecnico di Jacobs, ha spiegato che l'allievo si è trovato penalizzato nel primo tratto ed ha tratto vantaggio nel secondo. Ovvero: come volare su due barchette da 173 grammi. Riccardo Signori

Marco Bonarrigo per il "Corriere della Sera" il 3 agosto 2021. Noi anime semplici immaginiamo che dietro alla medaglia d'oro di Marcell Jacobs ci siano un tempo di reazione missilistico allo sparo dello starter (0,1 secondi), una velocità di punta da scooter (43 km/ora), la capacità di divorare i 100 metri in 45 falcate da 2,27 ciascuna. Il suo allenatore Paolo Camossi si concentra invece su un esercizio di geometria. Prende una foto di Marcell a piena falcata, traccia con la matita una prima linea perpendicolare dal bacino al suolo e poi una seconda verso la punta del piede. «Ho capito che Marcell poteva ottenere qualunque risultato - spiega - quando dalle telecamere con cui filmiamo gli sprint ho visto che il tempo di passaggio del piede sul punto di proiezione del bacino era sceso a otto centesimi di secondo. A quel risultato abbiamo lavorato per cinque anni: quando il piede vola alla frequenza del battito d'ali di una farfalla uno sprinter non ha più limiti. Velocità, ampiezza del passo, potenza contano, per carità, ma un piede libero da ogni freno è il vero punto di svolta». L'analisi di uno sprint di alto livello è uno dei fronti più affascinanti della fisiologia sportiva. Non è un caso che domenica sul prato e sulle tribune dell'Olimpico di Tokyo il New York Times abbia raccolto e poi passato a uno staff di sette tra fisiologi e biomeccanici - che ci lavoreranno per mesi - le immagini della gara raccolte da oltre 100 fotografi. Se per valutare la velocità di un'automobile il parametro standard è il tempo impiegato per raggiungere da ferma i 100 km/ora, per un grande velocista è il punto della gara in cui tocca i 10 metri al secondo. «L'optimum - spiega Camossi, ex triplista di valore - è arrivarci al 18° metro, come lui a Tokyo: vuol dire che sei partito bene e hai rilanciato al massimo». Fino a quel punto, Marcell era soltanto sesto. Al 24° metro, Jacobs ha innestato il turbo diventando il più veloce di tutti, al 72° ha raggiunto la velocità massima (43 km/ora), solo al 94° ha mollato, per stanchezza e perché non c'erano avversari nel suo orizzonte visuale. «Ha coperto i 100 metri in 45 passi e un piede - spiega Camossi - sviluppando una falcata di 2 metri e 21. Per togliere quei pochi millimetri di ampiezza a falcata che servivano a ottenere la massima efficienza dai suoi muscoli, evitando ogni irrigidimento, abbiamo brigato per mesi perché lo sprint non è solo correre più veloce, ma essere il più fluido possibile. L'aspetto più difficile è calibrare gli esercizi di forza: tra il troppo e il troppo poco il margine è minimo. Nelle ultime settimane i pesi non li abbiamo toccati». Tra i segreti di Marcell c'è l'Optojump, un sistema di fotocellule e sensori montati su binari che analizza i tempi di volo e contatto col suolo nella ripetizione maniacale degli sprint, sputando migliaia di numeri. E poi la famosa «gabbia» di plastica agganciata a un'automobile che vince la resistenza dell'aria e i cui video (registrati ai Marmi di Roma) spopolano sul web. «Ci corri un 100 metri in 9"40 - spiega Camossi - ma è stretta, scomoda e dentro ci si soffoca. Non serve per andare più veloci, ma per imparare a correre meglio sfruttando la leggerezza dell'aria». E le scarpe? Delle Nike MaxFly che Jacobs indossava domenica si dice facciano guadagnare fino a 8 centesimi. «Stando a Marcell che le trova molto comode - spiega Camossi - sono leggermente penalizzanti nel primo tratto e vantaggiose nel finale. In finale le avevano in quattro ma altre hanno caratteristiche simili. Non abbiamo dati oggettivi, ma non ho mai sentito Mennea lamentarsi delle super scarpe di Bolt».

Da "il Giornale" il 3 agosto 2021. «Con il suo talento infinito, oso dire che è un uomo che può correre vicino ai 9''70 o forse anche più veloce». Lo ha detto Antonio La Torre, direttore tecnico dell'atletica italiana, parlando di Marcell Jacobs dopo la medaglia d'oro nei 100 metri. La Torre ha sottolineato che la finale si è svolta circa 2 ore dopo che Jacobs ha segnato 9.84 nella sua semifinale. «Nell'ultimo terzo della (sua) semifinale, Jacobs ha segnato una velocità massima di 43,3 km/h che è stata più veloce di chiunque altro». In finale dopo una partenza magistrale, Jacobs si è guardato intorno negli ultimi metri per assicurarsi che nessuno fosse vicino e ha rallentato leggermente. «Se avesse spinto fino in fondo, avrebbe potuto correre 9''78», ha detto La Torre. Jacobs ha iniziato la carriera nel salto in lungo, prima di passare alla velocità pura. «Purtroppo le sue ginocchia sono troppo fragili per gestire i balzi nel lungo - ha spiegato La Torre -. Sarebbe stato anche un contendente per la medaglia d'oro in quella specialità. Ma ogni volta si infortunava», ha aggiunto. L'atleta azzurro non aveva mai corso sotto i 10 secondi fino a quest' anno e questo ha sollevato alcune domande sui social media sui recenti miglioramenti. «Capisco queste domande perché, purtroppo, è sempre così», ha replicato La Torre. Anche sui dubbi sollevati dal Washington Post e dal NY Times che giudicavano «molto repentini» i miglioramenti cronometrici di Jacobs: «Credo ci sia un pochino di fastidio, non so se il termine giusto sia "rosicare". Non esiste nessuna legge che dice che chi vince lo sprint dev' essere per forza americano o inglese». Il neo campione olimpico tornerà in pista giovedì, all'alba italiana, con la staffetta 4x100 metri con Filippo Tortu, primo italiano a correre sotto i 10 secondi tre anni fa con 9''99, più Lorenzo Patta e Fausto Desalu. «Potrebbe essere una staffetta molto competitiva. Puntiamo solo ad arrivare in finale. Poi tutto può succedere», ha concluso La Torre.

Marco Imarisio per il “Corriere della sera” il 7 agosto 2021.  Quegli ultimi 4 chilometri non sono esattamente il frutto di una tattica preparata a lungo. «E che ne so come mi è venuto. Mi sono sentita di provarci, ed è andata». Fosse così semplice, ci riuscirebbe chiunque. Antonella Palmisano è così, un concentrato di puro istinto per la marcia. Lei lo sapeva, che le cinesi non l'avrebbero ripresa, e sapeva anche che a pochi metri dal traguardo della 20 chilometri qualcuno le avrebbe messo in mano la bandiera tricolore che poi si è legata al collo. «La scorsa notte ho sognato la gara esattamente come si è svolta, metro per metro, fino all'ultimo dettaglio. Mi sono svegliata con l'oro già al collo, quindi ho pensato che avrei anche potuto non correre, tanto avevo già vinto...». La sua allegria è così contagiosa che quasi fa dimenticare di aver assistito a un'impresa storica, aggettivo ormai abusato per l'Italia in questi Giochi. Ma in che altro modo si può definire il primo oro femminile nostrano nella marcia? «Aspettate un attimo che rispondo a tutti, ma prima voglio sentire l'inno, che me lo merito e mi piace tanto». Nell'attesa, bisogna raccontare del suo attacco feroce al sedicesimo chilometro in una Sapporo tanto afosa quanto umida e meno male che avevano spostato la gara nel nord del Giappone per evitare rischi agli atleti. Mille metri completati in 4 minuti e 16 secondi, quasi un'eresia. La campionessa olimpica Liu e la colombiana Arenas la vedono sfilare e sgranano gli occhi incredule. L'unica che le resta accanto è la primatista mondiale Yang, ma Antonella accelera ancora. E arriva sola, come previsto nel sonno. Era scritto, allora. A ogni gara, sua mamma le prepara un fiore ricamato da mettere tra i capelli. Quello di Tokyo aveva i fili d'oro. E ieri era il suo compleanno, si vede che era destino. «Non bisogna scherzarci, a queste cose io ci credo. Mi ero dipinta le unghie di tricolore. Era un anno che facevo il conto alla rovescia. Dopo il bronzo di Londra e il quarto posto a Rio, toccava a me, lo sentivo. E a un certo punto la mia energia mi ha detto che era il momento di salutare tutti». Dopo la gara in Brasile disse in diretta tv al fidanzato, il marciatore Stefano Dessì, che attendeva «quella certa proposta». In aeroporto lo trovò in ginocchio, con un mazzo di rose rosse in una mano e l'anello nell'altra. «Ora non so cosa chiedergli, magari se prendiamo un altro cane». Ma Antonella sa anche essere seria, eccome. «Ho patito il lockdown, a livello fisico e mentale. Quando mi allenavo intorno a casa, mi sentivo come un criceto in gabbia. C'erano vicini che non erano al corrente della mia professione, pensavano che volessi fare l'esibizionista invece lo facevo per lavoro». Adesso, dovrebbero aver capito. La neocampionessa olimpica è nata e cresciuta in un piccolo paese della provincia di Taranto. «Ho iniziato a marciare per voglia di riscatto, per distruggere i pregiudizi. Mi dicevo che magari, vedendo i miei risultati, sarebbe cambiato qualcosa e ci sarebbero stati più investimenti sullo sport». Si ringrazia la Regione Puglia per averci fornito i marciatori, e non solo quelli. Tra i tanti dati incredibili della spedizione italiana, c'è anche quello del tacco del nostro stivale che con 3 ori e 2 argenti ha preso finora più medaglie di Svezia o Argentina. Le 20 chilometri maschile e femminile hanno in comune anche l'allenatore, il pontino Patrizio «Patrick» Parcesepe, che lavorando sulla pista di Ostia ha portato allo stesso risultato Antonella Palmisano e Massimo Stano. «Mi dovrebbero dare un'indennità, perché insieme quei due sono impossibili da gestire. Sono grandissimi rompiscatole che in gara si trasformano in farfalle, per fortuna. Non c'è un segreto. Abbiamo dalla nostra una tradizione antica nella marcia, la specialità più povera, che ci ha sempre dato grandi soddisfazioni. Noi siamo un gruppo unito, che non tralascia nulla: studiamo tutto, dal Dna alla podologia. Basta essere seri, basta che non ci siano singole parrocchie, e l'Italia può eccellere in ogni specialità dell'atletica». Il guru della marcia ha fama di duro. Ma questo è un giorno speciale e ci si può anche sciogliere. «Il mio desiderio per Antonella? Spero che trovi il coraggio per chiedere a suo marito di diventare mamma. So che lo vorrebbe e nessuno merita più di lei di essere felice».

Luca Beatrice per “Libero Quotidiano” il 7 agosto 2021. Un centesimo non è neppure misurabile a occhio nudo, eppure questo distacco agli inglesi vale ancora di più delle parate di Gigio Donnarumma agli Europei di calcio. E ancora una volta loro non ci stanno, in un mese essere sconfitti dagli italiani alla staffetta 4x100 che ieri ha consegnato il decimo oro e la trentottesima medaglia ai giochi olimpici di Tokyo. Per le statistiche, ma non è ancora finita, è un record: superate per ori sia Los Angeles nel 1932 e Roma nel 1960, Rio nel 2016 per il numero totale. E gli esperti affermano: peccato per gli sport di squadra, in particolare per la pallavolo femminile, dove sulla carta eravamo strafavoriti, per la scherma che è sempre stata una nostra specialità, per qualche piattello mirato meno bene del solito. Resta il fatto che quasi fatichiamo a crederci, un risultato del genere oltre ad arricchire il medagliere dice che noi italiani abbiamo trovato lontano da casa, in Giappone, quell'orgoglio azzurro e tricolore che non abbiamo mai avuto e forse neppure voluto. L'Italia dello sport ha battuto gli scettici, gli spiritosi menagrami alla Adinolfi che si è dovuto rimangiare l'ennesimo tweet scemotto ma niente, non è riuscito a chiedere scusa a Giovanni Malagò che invece la storia ricorderà come il presidente del Coni nell'Olimpiade più ricca di sempre. L'Italia che ha vinto ha insegnato agli italiani nomi di straordinari atleti conosciuti fino a luglio solo dagli specialisti in sport considerati ingiustamente minori.

QUESTIONE DI QUALITÀ L'Italia si è stretta intorno a Marcell Jacobs, segno di conquistata maturità che vale anche come risposta ai francesi agli Europei di calcio, ha gioito per la staffetta multicolore, il miglior antidoto contro il razzismo nonché specchio di una nazione che sta profondamente cambiando e i cambiamenti li deve accettare, nello sport, nella scuola, nella cultura. L'Italia si è dimostrata incredula quando in pochi minuti l'oro di Jacobs, nella specialità più bella e adrenalinica, i 100 metri, si è aggiunto a quello di Gianmarco Tamberi nel salto in alto, un copione da perfetto film di suspence a lieto fine. L'Italia ha salutato l'intramontabile Aldo Montano con un argento e Federica Pellegrini che non ha vinto nulla ma resta una delle atlete più rappresentative e amate di sempre. L'Italia, che viene descritta dai detrattori lenta e indolente, è oggi il Paese più veloce del mondo grazie al ciclismo su pista, è resistente nella marcia, forte nella lotta ma, soprattutto, competitivo al maschile come al femminile, se non di più. E anche su questo tema ci sarebbe molto da riflettere, qui non è in gioco la parità ma la qualità che non conosce né sesso né colore. Ora noi viviamo il momento di straordinaria bellezza, perché questo è lo sport, "straordinaria bellezza", certo come un riscatto dopo i mesi più difficili dal dopoguerra. Eppure l'Italia ha tante storie olimpiche struggenti, partendo da Dorando Pietri che alla maratona di Londra 1908 arrivò stremato al traguardo, sorretto dai giudici non vinse ma commosse il mondo ed entrò nella leggenda dell'atletica, mentre dell'americano Johnny Hayes, medaglia d'oro, si ricordano in pochi.

DA NON DIMENTICARE A credere negli incroci e nelle coincidenze potrebbe davvero sembrare che lo sport sia l'espressione di un Paese che sente il bisogno di normalità e che la normalità si traduce automaticamente in autorevolezza. Ciascuno la pensi come vuole, ma l'immagine del presidente Mattarella e del presidente Draghi esprime un Paese maturo, diviso solo per gusto della polemica spicciola, in grado di dire la sua oltre confine e di decidere del proprio destino. Tracciare però un'esatta equivalenza tra sport e politica risulterebbe una forzatura, poiché solo le dittature usano lo sport come forma di propaganda. Piuttosto è qualcosa che sfugge a ogni definizione e ogni regola, quel talento individuale e quello spirito di sacrificio che si addice agli atleti e agli artisti. Ecco perché lo sport è arte pura e si usa l'espressione "impresa da incorniciare". Nel museo della memoria italiana. 

Arianna Ravelli per corriere.it il 3 agosto 2021. In ordine puramente alfabetico Lamont Marcell Jacobs — il re dell’Olimpiade di Tokyo, qualsiasi cosa possa accadere, l’oro nei 100 metri in 9’’80 — arriva tra Antonio Baldassarre Infantino, nato a Welwyn Garden City, da mamma avellinese e papà agrigentino (già campione britannico indoor dei 200 metri, italiano dal 2016), e Sarah Jodoin Di Maria, specialità tuffi dalla piattaforma 10 metri, nata a Montréal da madre canadese e padre calabrese. Secondo il sito del Coni sono 46 gli italiani impegnati ai Giochi di Tokyo e nati all’estero: hanno alle spalle storie diversissime naturalmente: c’è quella di Frank Chamizo, a cui affidiamo un’altra speranza di medaglia nella lotta libera il 6 agosto, per chiudere queste Olimpiadi con un colpo di coda. Nato a Cuba, come Jacobs un padre che se ne è andato quando era molto piccolo, e che all'insaputa del figlio, negli Usa dove stava cercando una nuova vita, si era messo a praticare il suo stesso sport, la lotta libera, Chamizo è diventato italiano per matrimonio. Yemaneberhan (in amarico «il braccio destro di Dio») Crippa invece per l’amore dei suoi genitori Roberto e Luisa che lo hanno adottato nel 2003 in un orfanotrofio di Addis Abeba: bronzo sui 10000 agli Europei di Berlino, ai Mondiali di Doha ha battuto dopo trent’anni il record di Antibo con 27’10’’76. Qualcuno lo ha fatto per scelta: il nuotatore Santo Condorelli è nato proprio qui in Giappone, è cresciuto negli Stati Uniti da madre canadese e padre italiano e poi ha deciso di trasferirsi in Italia, a Roma, e gareggiare in azzurro. A tutti loro vanno aggiunti i ragazzi e le ragazze nate in Italia da genitori stranieri, ed è alle loro situazioni che si riferiva in particolare il presidente del Coni Giovanni Malagò, quando parlava di «ius soli sportivo». Adesso gli immigrati «under 18» residenti in Italia ma non cittadini italiani, non possono essere convocati per le selezioni nazionali. In altre parole, non possono vestire la maglia azzurra finché non diventano maggiorenni. Una storia per tutte: Daisy Osakue, la nostra lanciatrice del disco arrivata in finale con il primato italiano (63.66) ha abbattuto un record che durava da 25 anni. Ovvero da quando lei nasceva a Torino, da genitori nigeriani entrambi sportivi (papà judoka, mamma giocatrice di pallamano): ha studiato al liceo linguistico, nel 2018 tutta Italia si è occupata di lei perché un’aggressione a sfondo razzista — il lancio di uova mentre era per strada a Moncalieri — le procurò la lesione di una cornea. Daisy adesso studia giustizia criminale alla Angelo State University, in Texas e lì si allena, per migliorare i record dell’Italia. Perché questi ragazzi non conoscono proprio confini.

Riccardo Caponetti e Valentina Lupia per "la Repubblica - Edizione Roma" il 3 agosto 2021. Allenamenti. Famiglia. E passioni, tante passioni: dalla moda al basket, fino ai bei locali. Trascorrono così, le giornate romane di Marcell Jacobs, che in queste ore festeggia la storica medaglia d'oro conquistata a Tokyo, nei cento metri. Classe ' 94, mamma bresciana e papà marine degli Stati Uniti, vive a Roma, in un appartamento al piano terra al Fleming, con la moglie Nicole Daza e coi suoi due figli a cui si dedica appena può. Non è raro, infatti, incontrarli durante il week- end in Centro con la loro Fiat 500 rossa o «con Uber», a fare una passeggiata di famiglia e a girare per negozi. Le griffe e l'abbigliamento urban street, infatti, sono, insieme ai tatuaggi, una grande passione della coppia. Come gli aperitivi al Palazzetto a Trinità dei Monti- piazza di Spagna o le merende sul rooftop della Rinascente. La coppia, che sui social si mostra come affiatatissima, è solita frequentare anche ristoranti, Da Zuma, uno dei loro preferiti, si è tenuto di recente un pranzo con la sorella di Nicole, Francesca, e col suo compagno. E sempre lì, nel ristorante fusion in pieno centro, Jacobs ha portato la compagna per più di qualche cena romantica. Ma, rivela Giacomo Spazzini, che dell'atleta cura l'alimentazione, «Marcel apprezza anche la cucina romana», che però può assaporare solo «ogni tanto, quando gli concediamo dei pasti liberi, e quando la condizione fisica glielo permette», spiega il preparatore. «Gli abbiamo insegnato che se vuole vincere deve comportarsi da professionista». Ciononostante, seppur entrato nell'olimpo dei più veloci al mondo, Marcel rimane comunque umano: «È molto goloso, gli piacciono i dolci», confida a Repubblica Spazzini. In casa Jacobs si ascolta molta musica made in Usa, ma a lui in particolare piace molto Sfera Ebbasta. Le sue canzoni, ha scritto in un post su Instagram, gli danno «una carica incredibile». Per gli allenamenti, certo, ma anche per divertirsi in famiglia: l'atleta, infatti, «è un papà molto presente», spiega la vicina di casa. «Durante il lockdown ha fatto anche dei barbecue per la compagna e i figli: insomma, sono una famiglia normalissima. Ma dal vivo sono ancora più belli», aggiunge. Le giornate al mare? Al V Lounge, un esclusivo stabilimento a Ostia. Tra le altre passioni c'è la pallacanestro. In una foto su Instagram, infatti, salta e cerca di fare canestro nella sede del Basket Roma. «Gli allenamenti alternativi della domenica», aveva scritto in un post. Entrambi adorano la Capitale, «ha una grande energia» , dice sempre Nicole Daza. E se per lo shopping frequenta centri commerciali e grandi negozi, per il barbiere opta per una piccola bottega all'Esquilino, in via Giovanni Giolitti 357. A occuparsi del suo viso è il «Re della sfumatura» , un barbiere molto abile nel realizzare le sfumature di moda. Ma qui porta anche a tagliare i capelli il figlioletto Anthony, che ha rapito il suo cuore insieme alla neonata Megan (e al primogenito Jeremy, avuto da una precedente relazione).

Nino Luca per il "Corriere della Sera" il 4 agosto 2021. «Vorrebbe rispondere, gli dà fastidio. Un po' rosica». Nicole Daza, 27 anni, nata a Manta in Ecuador, ha colto il disappunto di Marcell, soprattutto perché lei sa quanto sacrificio e quanto impegno ha messo nella preparazione. La stampa americana e britannica, dopo la clamorosa vittoria del 26enne italiano, in un'indelebile domenica di agosto, ha commentato velenosa: «Jacobs? Risultato scioccante» ottenuto da «un atleta sconosciuto». Secondo il Washington Post miglioramenti così «improvvisi e immensi» sono sospetti. «Di solito vincono americani o giamaicani. Due medaglie importanti che vanno agli italiani. Ma conosco lo sforzo fatto da Marcell e non ho dubbi, non mi tocca». La vita ha iniziato a sorridere a questa giovane coppia divisa tra Roma e Novi Ligure dove lei lo aspetta con i figli Meghan di 10 mesi e Anthony di 2 anni (e c'è anche Jeremy di 7, da una precedente relazione). Per la futura signora Jacobs questi giorni sono una corsa, meno fulminea di quella del compagno, da un'intervista all'altra. «Non sono una modella, non sono un'influencer. Sono una mamma (in sottofondo si sente il pianto di un futuro velocista). Studio alta sartoria e tra poco inizio uno stage».

L'atletica vi allontanava.

«Prima vivevamo in case diverse. Dopo 9 mesi ci siamo trasferiti a Roma per stare vicino al campo di allenamento, una scelta per salvaguardare il futuro di entrambi. Roma offre maggiori opportunità». 

Vi siete conosciuti in discoteca a Milano.

«I nostri sguardi si sono incrociati. Poi una sigaretta, due parole e non ci siamo più lasciati».

Parliamo del mental coach.

«La dottoressa Nicoletta (Romanazzi, ndr ), che lo ha sbloccato, è bravissima. L'anno scorso era pronto fisicamente ma non mentalmente. Ogni gara che faceva era una delusione. Mi diceva di non riuscire a collegare mente e corpo. Lei lo ha sbloccato». 

Si è parlato tanto del padre di Marcell.

«All'inizio si è sentito abbandonato. Era un problema irrisolto. Il riavvicinamento ha fatto cadere un muro inamovibile. Adesso si scrivono, si mandano messaggini». 

Fin dove può arrivare?

«Il sogno è 9'70", scendere ancora altri 10 decimi sarebbe tanta roba». 

Che carattere ha?

«È divertente, affettuoso da matti. Una persona tranquilla, semplice». 

Un pregio e un difetto.

«Ama tanto la famiglia come non ho mai visto in nessun ragazzo. Se gli dai un euro te ne restituisce due. Il difetto è che si dimentica le cose, a volte sta sulle nuvole. Quando gli chiedo le cose, non le fa. Però vabbè, ci sta!».

Sono arrivate offerte dalla tv? Da show tipo «Ballando con le Stelle», ad esempio?

«Quel programma mi piace un sacco. Marcell è un bel ragazzo, fotogenico. Può spopolare ovunque. Grazie a Dio ha un team che si sta già occupando di tutto. Io mi immagino solo felice a fianco a lui». 

Malagò sogna un matrimonio doppio: Gianmarco Tamberi e Chiara Bontempi e voi due. Quasi insieme, come in gara a Tokyo.

«Perché no, sarebbe super».

Da blitzquotidiano.it il 3 agosto 2021. Marcell Jacobs, il papà putativo calabrese di Rosarno “aggiusta” il racconto della madre. È l’uomo più veloce del mondo, l’italiano in cima alle attenzioni planetarie, il ragazzo d’oro dello sport nazionale. Finora pressoché sconosciuto al grande pubblico, vogliamo ora sapere tutto di Marcell Jacobs. La mamma Viviana Masini ha illuminato qualche squarcio della vita del figlio campione, suggerendo un’infanzia difficile segnata dall’assenza del padre biologico. Lamont, che gli ha dato il cognome prima della dolorosa separazione.

Marcell Jacobs, il papà putativo calabrese di Rosarno “aggiusta” il racconto della madre. Erano giovani Viviana e Lamont, 18 e 20 anni quando Marcell è nato a El Paso, Texas. Breve soggiorno americano poi lui, militare dell’esercito degli Stati Uniti, è stato comandato in Corea del Sud, mamma e figlio son tornati in Italia. I media hanno enfatizzato il peso di questa assenza, la difficoltà di metabolizzarla, la necessità di sbarazzarsi dei fantasmi personali per rendere al massimo. Un lavoro per mental coach, di cui abbiamo registrato l’inevitabile testimonianza. Ecco che invece, a movimentare la narrazione (si dice così?), giungono le parole dell’altro padre, un papà calabrese, il secondo compagno di Viviana, un avvocato conosciuto nel 2002 quando Marcell aveva 8 anni. Seguono una decina di anni di nuova vita e assetto familiare allargato (due fratelli che lo hanno seguito in ritiro insieme a mamma, fidanzata e figli, Marcell ne ha già tre).

Domenico Secolo da Rosarno, l’altro padre. L’avvocato Domenico Secolo da Rosarno racconta la sua versione – peraltro educata e ben disposta – alla Gazzetta del Sud. Ma con qualche puntino sulle i a rivendicare il ruolo genitoriale e aggiustare l’agiografia prêt-à-porter subito sventolata su ogni titolo e spalmata su ogni ritratto. “Marcell è venuto a vivere con me nel maggio del 2002 a Desenzano. Prima con la mamma abitava a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. Sin da subito, il bambino si è legato a me in quanto non ha mai conosciuto il padre naturale, un ex militare americano. La mamma di Marcell, Viviana Masini nel 2002 mi ha dato un figlio, il cui nome è Nicolò. Nel 2003 poi è nato l’altro figlio Jacopo. Già nell’estate del 2002 Marcell è venuto al mare di Rosarno, dove, sulla spiaggia del Lido Mimosa, correvamo e gareggiavamo: e sino da allora il bambino prometteva bene. Il piccolo Marcell – prosegue l’avvocato Secolo – è stato accolto con affetto dalle mie sorelle in Calabria e da tutti quanti lo hanno conosciuto, anche perché, come peraltro si vede oggi in tv, è sempre stato un bravissimo ragazzo”. A questo punto, dopo Desenzano, anche Rosarno pretende la fetta di gloria riflessa che gli appartiene di diritto. Per la buona ragione che “per 10 anni, puntualmente, Jacob ha trascorso le vacanze al Mimosa”, stessa spiaggia, stesso mare. 

“Marcell ha avuto una fanciullezza serena”. Ma proseguiamo con il romanzo familiare visto dalla prospettiva calabrese. “Purtroppo nel 2013 – prosegue Secolo – il rapporto con Viviana Masini si è interrotto, ma Marcell, Nicolò e Jacopo sono rimasti con me. Marcell ha continuato a fare sport divenendo campione italiano di salto in lungo con 8,48 mt disciplina lasciata poi per dedicarsi alla velocità. Mi dispiace che la madre abbia dichiarato di averlo allevato da sola e con tanti sacrifici, mentre posso affermare, senza tema di essere smentito, che Marcell ha avuto una fanciullezza serena e una adolescenza tranquilla e normale, grazie all’educazione impartitagli da un padre calabrese, quale io sono”.

Marcell Jacobs "in fuga" verso gli Usa? Pietro Senaldi: "Perché fa bene. Portaci con te". Libero Quotidiano il 03 agosto 2021. Pietro Senaldi, condirettore di Libero, dedica il suo video editoriale di oggi a Marcell Jacobs. "L'Italia non ha ancora finito di spellarsi le mani per applaudire il velocista azzurro che ha vinto i 100 metri alle Olimpiadi, impresa unica più che storica, che già Jacobs gela tutti facendo dire alla compagna, nonché madre dei suoi tre figli, che il loro futuro è comunque negli Stati Uniti", riassume Senaldi la notizia del giorno. "Apriti cielo", dice il direttore facendo notare che "ci sono state 48 ore di retorica italiana per dire che siamo i migliori". "E infatti siamo i migliori", continua, "ma il problema dell'Italia come dimostrato da Jacobs è che i migliori se ne vanno.  D'altronde come dargli torto? Una medaglia d'oro nell'alta velocità di fa guadagnare quattro milioni di euro ed è comprensibile che lui non voglia darli al fisco italiano che è ancora più veloce di lui, ancora più vorace e famelico". "Quindi lui giustamente sta progettando, avendo famiglia e pure numerosa ed essendosi fatto da sé, di andare nella terra delle opportunità e trattenersi buona parte dei suoi guadagni. Non ci sentiamo di biasimarlo", conclude Senaldi facendo un appello: "Portaci con te Jacobs, portaci con te".

Enrico Pirondini per blitzquotidiano.it il 3 agosto 2021. Olimpiadi. È finita. Federica Pellegrini e Aldo Montano – i “vecchietti” azzurri che hanno fatto la storia del nuoto e della scherma – hanno chiuso a Tokyo la loro lunga e splendida carriera. Con la zampata del leone. Fede infilando la quinta finale consecutiva della stessa gara; nessuno nei 125 anni della storia olimpica c’è mai riuscito. Solo il titanico Micheal Phelps aveva centrato cinque finali olimpiche nei 200 farfalla. Ma parliamo dell’uomo pesce, 23 medaglie d’oro, il miglior atleta olimpico di sempre. I paragoni sono impossibili. Assurdi. Improponibili. Aldo Montano a 43 anni ha disputato anche lui la sua quinta Olimpiade (e la quinta medaglia) trascinando il quartetto azzurro della sciabola ad una medaglia d’argento. Un esempio. E adesso? Federica Pellegrini e Aldo Montano che faranno dopo una vita spesa nello sport? È vero, come dicono entrambi, che temono quello che hanno chiamato "un salto nel buio"? La loro prima vita è stata intensa, avvolgente, bellissima. Un lungo viaggio fatto di salite, discese ardite, cadute rovinose, traguardi gloriosi. E sommi sacrifici. Tra slalom amorosi sconquassanti, conditi di gossip, incenso, turiboli al vento e morbose paparazzate. Era il prezzo della gloria. Presa sempre comunque a piccole dosi. Con piacere, certo, ma anche con equilibrato distacco. “Tutto finito”, hanno detto in lacrime. Lacrime diverse: Federica Pellegrini ha pianto di gioia, Aldo di pura emozione. Ora che faranno senza la complicità della piscina di allenamento o la sala d’armi? Reggeranno da par loro? Sui social è cominciato un curioso tam tam. I fans vogliono sapere. I leoni da tastiera si agitano. È una sarabanda, una confusione disordinata. Ognuno dice la sua, offre consigli, spara raffiche di congetture e profezie. Diceva Voltaire:” Il tempo è galantuomo, rimette a posto tutte le cose”. Cioè medica ogni cosa. Ma ci vuole pazienza. L’agenda di Fede e Aldo è diversa. Lei ha in mente tanti progetti, lui pensa soprattutto al suo cantiere navale. Federica compie 33 anni giovedì prossimo 5 agosto. Aldo ne farà 43 il prossimo 18 novembre. Lei nel futuro ha un docufilm, un libro, il giro del mondo. Malagò la vorrebbe come rappresentante degli atleti CIO. L’ha già convinta a candidarsi. Accetterà?  Il mondo dello spettacolo la corteggia da tempo. Sicuramente continuerà a fare da giudice di Italia’s Got Talent, il talent show in onda su Canale 5, Sky Uno, arrivato a undici edizioni (puntata pilota nel 2009). Ritroverà in giuria Joe Bastianich, Mara Maionchi, Frank Matano. Mamma Cinzia non esclude altre sorprese. Aldo porterà avanti il cantiere di famiglia, giunto ormai alla terza generazione. Però vorrebbe restare nel giro della scherma. Una cosa è certa. Entrambi hanno messo a posto il cuore. Fede vuol farsi una famiglia in stile Pellegrini: matrimonio, maternità. Con Matteo Giunta, 39 anni, pesarese, ragazzo mite e riservato. Suo allenatore dal 2014. Lo ha detto in Mondovisione subito dopo aver disputato la finale. E ha commosso tutti. Anche Aldo ha finalmente trovato una serenità mentale e familiare. Merito di Olga Plachina, atleta russa di 24 anni, dunque molto più giovane di lui, sposata in Siberia, che gli ha già dato due figli e lo fa rigar dritto. Metà medaglia è sua. È proprio vero, come diceva Goethe: siamo modellati e plasmati da ciò che amiamo.

Da Jacobs alla Pellegrini, Tokyo pullula di proposte di matrimonio (e insulti). Novella Toloni il 4 Agosto 2021 su Il Giornale. Non arrivano solo medaglie dal Giappone ma anche i gossip: dalla Pellegrini che spopola sui social con i balletti fino alla proposta di nozze di Tamberi alla fidanzata (con tanto di insulti social). Non c'è che dire. Le olimpiadi di Tokyo 2020 stanno catalizzando l'attenzione e se le medaglie italiane non bastano, ci sono i retroscena sugli atleti a tenere banco. Come la proposta di matrimonio che Gianmarco Tamberi, il saltatore medaglia d'oro, ha fatto alla fidanzata. Non dopo la vittoria più prestigiosa, ma prima di partire per il Sol Levante. Un gesto che ha portato decisamente fortuna al campione olimpico. Gimbo Tamperi non ha aspettato di salire sul gradino più alto del podio per coronare il suo sogno d'amore con la storica fidanzata Chiara. Ha preferito strapparle un "sì" prima di cercare l'impresa a Tokyo per poi fare l'en plein. "C'è una cosa che devo assolutamente fare prima di partire", ha detto l'atleta alla fidanzata, inginocchiandosi davanti a lei con l'anello in mano. Il filmato condiviso nelle scorse ore sui social è diventato virale. E non poteva essere altrimenti. Nozze programmate anche per Marcell Jacobs, che ha portato in Italia il primo oro olimpico nella storia del 100 metri maschili. L'atleta, che con Tamberi ha condiviso la vittoria in pista e la gioia di anni di duro allenamento, taglia con Gimbo anche il traguardo più importante: le nozze. Jacobs, infatti, ha chiesto alla sua fidanzata, Nicole Daza, di sposarlo prima di partire per Tokyo. In realtà la coppia, che vive a Roma e ha due figli, ha già programmato l'evento per il prossimo 19 settembre. Tutto pronto insomma. Ma intanto, sui social network, la bella Nicole non ha avuto neppure il tempo di gioire per la vittoria del suo campione, che è finita nel mirino degli hater. Il suo profilo Instagram nelle corse ore ha subito un'impennata di follower e non sono mancati i primi assurdi insulti e le critiche per le foto sexy, per i suoi tatuaggi e per i presunti ritocchini. Sotto i suoi ultimi post si sono moltiplicati i commenti negativi e la Daza è finita suo malgrado nel tritacarne mediatico. Si sposerà (forse) anche Federica Pellegrini, che intanto a Tokyo 2020 ha reso pubblica la relazione con il suo allenatore Matteo Giunta. Ma più che alla marcia nuziale la Divina pensa ai balletti su Tik Tok. La nuotatrice ha detto addio alle competizioni sportive a suon di coreografie e gag sui social network. Una moda cominciata agli Europei di Budapest e proseguita con i successivi impegni in vasca. Tokyo non poteva essere da meno. Così, dopo l'ultima gara, Federica Pellegrini e Martina Carraro, sua compagna di stanza, hanno dato spettacolo su Instagram e Tik Tok con un balletto pop in shorts e giacca azzurra, cappuccio in testa e occhiali da sole. Chissà che da Divina delle vasche ora la Pellegrini non sfondi come influencer social. 

Novella Toloni. Toscana Doc, 40 anni, cresco con il mito di "Piccole Donne" e del personaggio di Jo, inguaribile scrittrice devota a carta, penna e macchina da scrivere. Amo cucinare, viaggiare e non smetterò mai di sfogliare riviste perché amo le pagine che scorrono tra le dita. Appassionata di social media, curiosa per natura, il mio motto è "Vivi e lascia vivere", perché non c’è niente di più bello delle cose frivole e leggere che distolgono l’attenzione dai problemi

L'oro vinto con un preservativo. Tony Damascelli il 31 Luglio 2021 su Il Giornale. Canoa rotta, l'australiana usa il profilattico per chiudere la falla con il carbonio. E vince. Vincere un oro grazie a un preservativo. Non c'entrano Rocco Siffredi e la sua compagnia, questa è roba niente hard e molto in, capita a Tokyo, capita all'australiana Jessica Fox, un nome e un cognome che nel Paese dei canguri è famoso non soltanto per questioni di sport, pratica che l'ha portata a vincere medaglie cento, grazie alla scuola di famiglia, suo padre, Richard, ha partecipato per la Gran Bretagna ai Giochi del 1992 e sua madre, Myriam, con la squadra francese nell'edizione successiva. Jessica, marsigliese di nascita e aussie di maturità, si è pure esibita ai fornelli nei soliti show di cucina, piazzandosi al settimo posto, là dove sicuramente non ha potuto ricorrere allo stratagemma dorato di Tokyo. Inoltre Jessica è una animalista di prima fila, regala selfie con ogni tipo di segugio, Labrador e Jack Russels i più fotografati al suo fianco. Insomma Jess, come la chiamano gli amici, non ha timore delle acque, degli avversari e di passare alla storia come la prima atleta ad avere utilizzato un profilattico per vincere la medaglia d'oro. Spiegazione, per evitare equivoci e insinuazioni bassissime: il suo kayak aveva subìto un colpo proprio sulla punta, tecnici e operai vari avevano tentato di rimediare al contrattempo, una miscela di carbonio sembrava la soluzione giusta, da libretto di istruzioni, ma Jessica ha avuto un colpo di genio. Si è ricordata che gli organizzatori dei Giochi avevano messo a disposizione delle atlete e degli atleti una dotazione di preservativi, però da utilizzare al rientro a casa, come propaganda contro l'Aids. Jess ha aperto il cassetto, ha estratto il genio dalla lampada, infilando il condom per avvolgere la miscela di cui sopra. Ovviamente ha filmato tutto e messo in circuito su Tik Tok così che si comprendesse meglio come il fine giustifichi il mezzo. Dicono gli esperti che i primi kayak fossero rivestiti da pelli di foca e fossero comunque imbarcazioni esclusivamente riservate agli uomini. Ma il tempo fugge e Jessica ha sfruttato quello che le passa l'Olimpiade. Il kayak protetto passa alla storia, più che di un anticoncezionale trattasi di una concezione imprevista e avanzata, del resto Fox significa volpe e Jessica ha dimostrato che la genialità femminile può superare qualunque imprevisto, l'importante non è prevenire ma rimediare. Non escludo che la creazione low cost dell'australiana possa diventare oggetto di studio dalle grandi marche costruttrici. Prevedo anche che, quando qualcuno in farmacia o negozi affini, farà richiesta di un preservativo si possa ipotizzare non una serata di piacere ma una corsa verso il podio. Tony Damascelli

Dagospia il 4 agosto 2021. Il “trenino” d’oro. Mentre si parla del flop degli sport di squadra alle Olimpiadi di Tokyo, c’è un gruppo di azzurri che festeggia uno storico titolo olimpico impreziosito dal record del mondo. Sono i fantastici quattro dell’inseguimento su pista. Simone Consonni, Jonathan Milan, Francesco Lamon e Filippo “Top” Ganna, campione del mondo a cronometro. Il trascinatore del quartetto che ha rubato quasi 3 decimi in ogni giro in cui era davanti. “Un fenomeno”, per il re degli sprinter Mark Cavendish: “Ganna è fortissimo, è ancora giovane, può vincere in fuga, può scalare montagne”. Dietro il successo azzurro c’è “un grande lavoro di squadra” e un ct, Marco Villa, che ha iniziato a costruire la vittoria dopo una cocente beffa ai Giochi di Rio, quando la finale sfuggì per una manciata di centesimi. Sono stati anni difficili. Il ciclismo su pista, in Italia, non è quello dei tempi gloriosi del Vigorelli di Milano e del surplace di Maspes e Gaiardoni e sconta fortissime carenze strutturali. L’unico velodromo al coperto in Italia, a Montichiari, è stato chiuso per quasi un anno e mezzo (dal luglio 2018 a novembre 2019). Ma i moschettieri della pista azzurra si sono dimostrati più forti delle avversità. Jonathan Milan, poco prima di partire per Tokyo, non aveva nascosto l'obiettivo: "Puntiamo all’oro". “I danesi in questi anni mi sono sembrati inarrivabili e invece abbiamo annichiliti con il record del mondo”, spiega il ct Villa. Ganna parla di “sogno che siamo riusciti a realizzare tutti insieme. Un Mondiale o un europeo ti danno luce. Ma un oro olimpico illumina tutto lo sport, e il ciclismo su pista ne ha bisogno. Influenzare un ragazzino, portarlo a fare questo sport è un orgoglio. Quando abbiamo cominciato noi, guardavamo i nostri rivali come idoli. Adesso ci sarà qualche altro team che guarderà a noi come punto di riferimento e avversario da battere”. Filippo Pozzato, ex pistard e vincitore della Milano-Sanremo del 2006, a "Tutti Convocati" su "Radio 24", riconosce che l’artefice principale dell’oro è il ct Marco Villa: "L'unico che ci ha creduto molti anni fa, prima di Rio. Ha lavorato in silenzio con umiltà e pacatezza, ma sapeva dove voleva arrivare”. Non è finita. Domani c’è Viviani nell'omnium: “Può far bene. L'ho sentito dopo la corsa e mi ha detto che stava guardando la gara sull'ipad e l'ha buttato in aria per la gioia, è una cosa bellissima questo tifo per i suoi compagni…"

Ciro Scognamiglio per gazzetta.it il 4 agosto 2021. Al velodromo di Izu, prefettura di Shizuoka, la finale dell’inseguimento a squadra maschile non ha tradito le attese di grande spettacolo. E l’Italia del c.t. Marco Villa ha conquistato uno splendido oro!!! Sul podio saliranno Francesco Lamon, Simone Consonni, Jonathan Milan e naturalmente il trascinatore, Filippo Ganna. Il tutto con un nuovo, sensazionale record del mondo: 3’42”203. La Danimarca, che schierava Lasse Norman Hansen, Niklas Larsen, Frederik Madsen e Rasmus Pedersen ed era favorita, si è dovuta accontentare dell’argento. Bronzo all’Australia, che nella finale per il terzo e quarto posto ha battuto la Nuova Zelanda. Quinto posto per il Canada, poi Germania, Gran Bretagna e Svizzera. I progressi di questo gruppo negli ultimi anni sono stati impetuosi, e una pietra miliare era stata la prima volta sotto i 4 minuti, ai Mondiali di Londra 2016. La conferma nell’elite mondiale era arrivata prepotente ai Mondiali di Berlino 2020, quando gli azzurri si erano arresi soltanto alla Danimarca e poi avevano conquistato la medaglia di bronzo. Il veneto Lamon, classe 1994, è tesserato per il team Continental Biesse Arvedi ed è l’unico che non svolge una attività su strada di alto livello. Il lombardo Simone Consonni è nel World Tour, ha sfiorato diverse volte il successo di tappa al Giro d’Italia e ha rinnovato con la francese Cofidis. Il friulano Milan, appena 20 anni, è alla Bahrain-Victorious e per certi versi ricorda Filippo Ganna, anche se forse è meno cronoman e più velocista, oltre che potenzialmente un ottimo ultimo uomo per un velocista di prima fascia. E infine il trascinatore Ganna, in questo momento l’unico ciclista italiano tra i super-top del mondo. Parigi 2024 non è poi così lontana. 

Scienza, tecnica e uomini. Ganna & Co, luccica l'oro dei Signori dell'anello. Pier Augusto Stagi il 5 Agosto 2021 su Il Giornale. Inseguimento da leggenda di Lamon, Milan Consonni e Filippo che annienta i danesi. Sono le nostre facce tricolori. Il trenino azzurro, i quattro moschettieri che ci hanno condotto nell'olimpo dello sport con una prestazione monstre, sancita da tanto di record del mondo. Sono quattro amici al bar che pedalano in sincronia, sfruttando ogni scia e evitando ogni turbolenza, chiaramente dell'aria, per non finire all'aria. Il quartetto è l'esasperazione della scienza e della tecnica abbinata all'uomo, e qui non ci sono solo quattro uomini, ma quattro ragazzi spaziali, con uno che ci conduce dritto dritto su Marte, Giove e fors'anche su Saturno. Sono quattro amici che ieri sera non sono andati al bar, ma hanno festeggiato finalmente e deliberatamente con del vino rigorosamente italiano e anche in questa occasione non si sono sprecati neanche un po'. Il primo, anche in questo caso, è stato Francesco Lamon, l'unico vero pistard, il primo vagone del nostro trenino, «l'uomo dei dieci giri» al quale è spettato il compito di aprire le danze. Di far carburare i motori. È lui l'apripista di questo fantastico quartetto azzurro. Poi c'è Simone Consonni, l'uomo che alla fine della prova non regge lo stress e la fatica e sviene. C'è lui il «bimbo» di soli 20 anni, destinato a diventare qualcosa di molto grande: Jonathan Milan. Il friulano è stato l'ultimo ad inserirsi nel magico quartetto allestito da Marco Villa, ma in questo perfetto e collaudato connubio tra velocità e aerodinamica, linee e traiettorie e automatismi mandati a memoria fino all'ossessione, l'uomo in più e simbolo dell'Italia che pedala è Filippo Ganna. Se il mondo ha imparato a conoscere Tadej Pogacar (capace di bissare il successo del Tour a soli 22 anni), Wout Van Aert e Mathieu Van der Poel, noi possiamo mostrare orgogliosi il signore del tempo e dei tempi. Se Jury Chechi era il Signore degli Anelli, lui è il Signore dell'Anello. Un mix di potenza e stile. Quattro mondiali dell'inseguimento, un mondiale della crono su strada, due titoli europei su pista, adesso l'oro del quartetto, dopo aver sfiorato per soli 2 il bronzo nella crono individuale su strada. A soli 25 anni è tanta roba, soprattutto tenendo conto del fatto che questo ragazzo su strada e nelle grandi classiche come la Parigi-Roubaix è ancora un diamante grezzo. «Volevamo fare qualcosa di grosso. Sapevamo di avere il paracadute, la medaglia d'argento, ma sinceramente non lo volevamo - ammette il fenomeno piemontese -. I ragazzi mi hanno messo nelle condizioni migliori. Posso assicurare che il lavoro che fanno Lamon, Milan e Consonni è più difficile del mio». L'Italia del ciclismo è d'oro nel quartetto dell'inseguimento: non succedeva dall'edizione di Roma, Sessantun anni fa. Dice Marino Vigna, che con Arienti, Testa e Vallotto fu protagonista di quell'impresa: «Se la facessimo oggi, ci doppierebbero». A Tokyo succede nel modo più bello e indiscutibile, perché i Fantastici Quattro superano i campioni del mondo della Danimarca, addirittura ritoccando il primato mondiale del giorno prima (3'42'032 il nuovo limite su pista, ndr). È un quartetto d'oro, al termine di una finale tiratissima, iniziata davanti e proseguita di rincorsa, con il patema più che concreto di non farcela. Poi arriva lui, Filippo Ganna, che sistema ogni cosa. Quattro strepitosi giri conclusivi che ribaltano il verdetto e la storia, mangiando quasi un secondo ai rivali della Danimarca. L'Italia scrive ancora una bellissima storia di sport, i danesi si devono accontentare di raccontare ancora qualche favola. Pier Augusto Stagi 

Gian Luca Pasini per gazzetta.it il 5 agosto 2021. Medaglia d’argento per Manfredi Rizza nella Canoa Sprint 200 metri. Grandissima la prova dell’azzurro di Pavia che aveva conquistato facilmente la semifinale. Nella finale parte subito alla grande lanciandosi all’inseguimento del magiaro Tokta. Rizza non molla e resiste al ritorno degli avversari andando a conquistare un magnifico argento. Dopo il sesto posto conquistato ai Giochi di Rio nel 2016. Rizza quando aveva staccato il pass per l’Olimpiade a Seghedino (Ungheria) con un quinto posto aveva promesso che avrebbe cercato un podio a Tokyo che ora è arrivato. L’Aviere pavese (anche ingegnere meccanico) ha preceduto il britannico Liam Heat grande favorito 

Canoa sprint d'argento per l'Italia: Rizza è secondo nel K1 200 metri. Cosimo Cito su La Repubblica il 5 agosto 2021. Decisa al fotofinish la gara, con il trentenne pavese dietro di appena 45 millesimi al vincitore ungherese Totka. 30 anni, lombardo, ingegnere meccanico, campione europeo in carica del K2 200, a Rio era stato 6°.  Una volata d’argento, ma anche un oro sfumato per millimetri. È comunque festa azzurra nelle acque di della Sea Forest di Tokyo con Manfredi Rizza, secondo nel K1 200, la gara più veloce del programma olimpico della canoa. L’azzurro ha chiuso in 35"080 alle spalle dell'ungherese Sandor Totka (35"045) con un finale thrilling. Terzo posto per il britannico e campione uscente Liam Heath (+0.167). 30 anni di Pavia, sesto ai Giochi di Rio, ingegnere meccanico con una laurea magistrale in nanotecnologie e atleta del gruppo sportivo dell’Aeronautica Militare, allenato da Stefano Loddo, Rizza è il primo azzurro sul podio olimpico nel kayak velocità dal 2008. "Ho tenuto duro, ma purtroppo c'era qualcuno più duro di me. Ma sono molto contento del risultato" il suo commento a caldo "anche se sono arrivato vicinissimo all’oro. È stata una gara praticamente perfetta, con un’uscita fortissima dal blocco. E poi ho dato tutto quello che potevo". In questa stagione il canoista lombardo, che si prepara nel campo di regata della Canottieri Mincio, a Mantova, ha raggiunto una grande continuità di rendimento, piazzandosi costantemente tra i primi cinque al mondo e vincendo il titolo europeo a giugno nelle acque di Poznan nel K2 200 insieme al palermitano Andrea Di Liberto, ma era stato quinto nel K1 200. Quella di oggi è la tredicesima medaglia italiana ai Giochi nelle gare del kayak velocità. La prima era stata il bronzo a Barcellona 1992 di Bruno Dreossi e Antonio Rossi nel K2 500 (gara non più nel programma olimpico), seguita dall'argento di Beniamino Bonomi ad Atlanta '96 sempre nel K2 500. Ai Giochi del 1996 Bonomi vinse l'argento nel K1 1000 e, proprio nelle giornate conclusive, Rossi fu oro olimpico nel K1 500 e nel K2 1000 assieme a Scarpa. Rossi, quattro anni dopo, si confermò campione olimpico ma assieme a Bonomi. Ad Atene 2004, Rossi e Bonomi furono argento e quattro anni dopo Facchin e Scaduto di bronzo. In campo femminile vanno annoverate le quattro medaglie, compreso l'oro di Sydney 2000, di Josefa Idem. La medaglia di Rizza è in ordine cronologico la numero 32 di Tokyo 2020 per l'Italia, che così uguaglia il bottino di Atene 2004 (dove furono 10 ori, 11 argenti e 11 bronzi, miglior risultato dal 2000) quando mancano quattro giornate di gara compresa l'attuale. Il medagliere azzurro al momento enumera 6 ori, 10 argenti e 16 bronzi.

Marco Imarisio per il "Corriere della Sera" il 4 agosto 2021. Dopo i dieci minuti più belli della nostra storia olimpica, abbiamo vissuto quelli più brutti di Tokyo 2020. L'uscita di scena contemporanea del basket e del volley maschili sono un brutto colpo per quegli sport di squadra che da sempre fanno da termometro al movimento intero. Ma c'è sconfitta e sconfitta. Quella della pallacanestro è da considerare come il bicchiere mezzo pieno, perché la vera impresa era stata fatta in precedenza, vincendo il preliminare in Serbia mentre tutti eravamo distratti dagli Europei di calcio, e cancellando un'assenza che durava dai tempi gloriosi di Atene 2004. I quarti di finale a Tokyo sono da considerare un premio per un lavoro fatto bene, dalla Federazione, da coach Sacchetti e dai giocatori, che hanno capito come per loro non ci sia orizzonte più grande di questo, e hanno costruito un gruppo vero, che miscela esperienza a lampi abbaglianti di futuro. Per una volta, la pallavolo non è riuscita invece a trovare la formula giusta per fondere vecchio e nuovo. Era una specie di Minotauro, questa versione dell'Italvolley, con la testa del bellissimo argento di Rio 2016 e un corpo forse ancora troppo giovane. Il cammino è stato claudicante fin dall'inizio. Mancava qualcosa, quell'elemento che tiene tutto insieme. La delusione fa male, anche se va osservata con la giusta distanza. Per quanto priva di blasone e storia olimpica, l'Argentina era un brutto avversario che già cinque anni fa aveva dimostrato di avere grande potenziale. Sarebbe ingiusto fare processi a uno sport che ha prodotto almeno otto semifinali di fila, da Barcellona 1992 in poi. Il digiuno d'oro degli sport di squadra più importanti dei Giochi continua. Ma non c'è ragione di essere pessimisti. L'impossibile, il basket lo aveva già fatto prima di arrivare qui. Il volley ha un giocatore come Alessandro Michieletto, sul quale sarà possibile costruire una nuova Nazionale. E appena quattro giorni fa, grazie a Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs abbiamo imparato che nessuna maledizione è per sempre.

Da gazzetta.it il 4 agosto 2021. Stavolta la rimonta non riesce. La prima sconfitta in tutto il torneo, per il Settebello, è fatale: il quarto di finale sorride ai campioni in carica della Serbia, con pieno merito. Si chiude sul 10-6, in una gara che dura praticamente solo metà del primo tempo. Dal 2-2 in poi, gli slavi dominano. L’Italia è fuori dal podio dopo l’argento di Londra 2012 e il bronzo di Rio 2016 (e Pechino arrivammo noni). Contro una squadra esperta (età media 31,3 anni) composta per 10/13 dai protagonisti di Rio 2016, la nazionale più vincente degli ultimi anni (oltre ai Giochi brasiliani, un oro e un bronzo ai Mondiali, tre ori agli Europei e quattro in World League), i campioni del mondo reggono fino al 2-2: tra primo e secondo tempo, il break di 5-0 che scava il solco decisivo. Alla fine, il nostro 18% al tiro è eloquente (6 su 33). Doppietta di Nicholas Presciutti, splendida prova di Mitrovic tra i pali, disastrosa la percentuale del Settebello in superiorità numerica (5 su 16). Immenso il capitano Filipovic: per l’ex recchese, tre gol. Entrambe le squadre hanno scelto di scendere in acqua con 11 giocatori di movimento, dunque senza il secondo portiere (Nicosia e Gojko Pijetlovic). Nella prima fase, la formazione di Savic aveva perso al debutto con la Spagna e poi si era arresa alla Croazia, ma in una gara con motivazioni diverse: i serbi erano già ai quarti mentre i croati non potevano perdere. Nelle altre sfide, la Spagna batte gli Stati Uniti 12-8 (a metà gara si era sul 6-6) e la Grecia supera il Montenegro 10-4 condicendo dall’inizio alla fine (5 gol di Genidounias) legittimando così il primato conquistato nel nostro girone eliminatorio. L’ultimo quarto sarà la supersfida tra Ungheria e Croazia. 

Carlo Lisi per il "Corriere dello Sport" il 4 agosto 2021. La sconfitta degli azzurri nei quarti contro l’Argentina ha aperto una ferita che brucia parecchio, ancora di più dopo aver saputo che lo spauracchio Polonia è caduto davanti alla Francia in 5 set: contro Ngapeth e compagni, anche a livello psicologico trattandosi di una formazione composta da giocatori conosciutissimi nella nostra Superlega, continuare a sognare sarebbe stato lecito. Invece l’Italia di Juantorena e Zaytsev, di Giannelli e di Colaci, per citare i reduci dalla finale che ci portò l’argento di Rio nel 2016, sono usciti di scena. La Nazionale, dopo aver giocato un grande primo set, si è progressivamente spenta nel secondo, pure iniziato al meglio. Gli azzurri hanno stentato a reagire nel terzo prima di tornare padroni del campo nel quarto e per buona parte del quinto, senza riuscire a portarlo a casa. Nel finale di gara si è passati da un vantaggio di 10-8 nel tie-break ad un ko pesante. E’ stato come se in casa Italia si fosse spenta la luce e l’Argentina con qualità e merito è volata in semifinale, dove affronterà quella Francia che ha già battuto nella prima fase.

29 ANNI. Dopo 29 anni (non accadeva da Barcellona 1992) la squadra italiana è rimasta fuori dalla corsa alle medaglie olimpiche, ed ora si valuta come e con chi il volley azzurro potrà ripartire e su chi potrà contare. In realtà la programmazione improntata al futuro prossimo (l’Europeo di settembre) ed a quello più lontano (Mondiale in Russia 2022) è già iniziata da alcune settimane. Il rapporto con il ct Blengini è terminato quando hanno iniziato a festeggiare De Cecco e compagni, mentre il nuovo allenatore Ferdinando De Giorgi sta lavorando con chi non è stato selezionato per Tokyo.   Possiamo cercare di immaginare come cambierà l’Italia. Questa squadra perderà sicuramente Juantorena e Massimo Colaci, che pochi minuti dopo la fine hanno ribadito che non indosseranno più la maglia azzurra. Come loro si comporterà Piano, che alla causa ha dato diversi infortuni, ed anche Kovar.  

VETTORI. Sibilline le dichiarazioni di Luca Vettori («ho deciso di lavorare quest’estate in azzurro, poi si vedrà»), senza far capire se come estate intendesse solo i Giochi o anche la rassegna continentale. 

LO ZAR. Il capitano Zaytsev, che ha affrontato l’Olimpiade con alcuni problemi fisici e una condizione lontana dal suo standard migliore, durante la preparazione aveva dichiarato: «Devo ancora parlare con De Giorgi, non so che idee ha lui». Sicuri di proseguire la loro storia in Nazionale dovrebbero essere gli ultimi arrivati: il baby-fenomeno Michieletto, la rivelazione della VNL Galassi, il su collaudato compagno di ruolo Anzani, il regista Sbertoli e il martello Lavia, che in campionato giocheranno insieme a Trento. 

CAPITANO. Simone Giannelli dovrebbe essere il capitano del futuro, e per l’Europeo siamo convinti che sarà il leader della squadra, anche se l’infortunio muscolare alla coscia destra consiglia riposo. La VNL di maggio e giugno e successivamente le convocazioni del neo-ct hanno dato indicazioni interessanti sui nomi su cui si punterà: Balaso sarà il libero della nuova Italia, accanto a lui ci saranno i martelli Recine, Gardini e Bottolo, i centrali Mosca, Cortesia, Ricci e il più esperto Mazzone, l’opposto Pinali. Ma il “casting” è ancora in corso, soprattutto pensando al Mondiale 2022 in Russia. Dall’amichevole a porte chiuse di domani pomeriggio in programma Mantova, che vedrà in campo tra il gruppo di De Giorgi e l’U21 di Frigoni che sta preparando il mondiale di categoria, potrebbero uscire altre interessanti indicazioni.

Mario Canfora per gazzetta.it il 4 agosto 2021. “L’Italia negli sport di squadra è stata disastrosa”: la frase standard nel calderone dei social, sempre puntuali nell’elogiare e - soprattutto - distruggere, è come un manifesto che meriterebbe un approfondimento specifico che non mancherà all’interno delle singole federazioni. Parliamo di Olimpiadi, ovviamente. Perché fortunatamente al di fuori dei cinque cerchi un mese fa nello sport di squadra più famoso e seguito, il calcio, l’Italia era riuscita a vincere l’Europeo, seppur dopo 53 anni. Il “disastroso” e diciamo pure totalmente inaspettato flop viene tutto dai Giochi. Schiaffi su schiaffi negli sport di squadra che si erano presentati con le qualificazioni di volley maschile e femminile, pallanuoto maschile, basket maschile, basket 3×3 femminile, softball femminile. Sei squadre, tutte senza mettersi una medaglia al collo. Nessuna di queste ha raggiunto le semifinali e dunque tutte resteranno a secco di medaglie. Era successo solo nel 1932 a Los Angeles (dove c’era solo la pallanuoto) e ai Giochi di Monaco di Baviera del 1972.

DA ATENE 2004...—   Un tracollo partito da dopo Atene 2004 quando il Setterosa vinse la medaglia d’oro, le Nazionali maschili di basket e volley giunsero in finale, mentre quella di calcio vinse il bronzo. Dal massimo di quella edizione allo zero attuale. Ed è uno zero che non si verificava da Pechino 2008. In generale, dal Dopoguerra in avanti, l’Italia aveva sempre raccolto almeno un 4° posto negli sport di squadra: tutto prima della disastrosa edizione di Tokyo.  I motivi? Difficile trovare su due piedi una soluzione anche perché ogni federazione ha il suo piano di lavoro e magari il flop di oggi è da mettere in preventivo perché finalizzato alla conquista di una medaglia domani. Certo, la prima risposta che si potrebbe dare è sempre la stessa. Ossia, che i campionati nazionali sono sempre più frequentati da stranieri, ma questo non è certo un problema nato ieri. Oggi, c’è invece da registrare il non essere letteralmente capaci di fare squadra. Nelle gare che contano (come oggi nella pallavolo femminile e nella pallanuoto maschile, o ieri nella pallavolo maschile) non diamo mai l’impressione di essere una vera e propria squadra. Cerchiamo di affidarci alla stella del momento (Egonu nella pallavolo è il caso eclatante) per poi scoprire che nessuno, neppure lei, può vincere le partite da sola. Non abbiamo citato il basket, l’unico team in queste Olimpiadi ad aver dato l’impressione di essere un gruppo coeso e venuto fuori quasi dal nulla, eliminato alla fine dalla più forte Francia, seppur lottando fino alla fine.  “Il ct della Nazionale di calcio Roberto Mancini ha fatto un capolavoro, ha raggiunto il massimo come carriera di tecnico ma è una eccezione ed è in controtendenza. Ai Giochi andiamo peggio negli sport di squadra perché si riflette l’identità dell’italiano, l’Italia è fatta di tanti individualismi, grandi eccellenze ma non è un Paese di sistema. Altre nazioni di origine anglosassone, gli stessi tedeschi e francesi, sono tutti Paesi di sistema. Noi riflettiamo nello sport di squadra quell’emotività che si moltiplica nel gruppo e soprattutto riflettiamo la tendenza naturale all’individualismo che continuiamo a coltivare. Lo sport è la faccia di un prisma della società di quel Paese”: questo il pensiero del professor Daniele Popolizio, il mental coach di atleti e sportivi, con oltre 50 ‘vittorie’ internazionali e oltre 200 titoli italiani di varie discipline sportive, presidente del Gruppo Cenpis (associazione scientifica multi-disciplinare di psicologia). “Se una nazione va in un certo modo nello sport, non è casuale, è la punta dell’iceberg di come sta andando il Paese - conclude Popolizio -. Noi abbiamo vinto più medaglie rispetto a Rio e Londra, ma me lo aspetto che dopo due o tre quadrienni olimpici cresciamo un po’. E poi sono aumentate le discipline e la proporzione sale. Noi dobbiamo uscire dagli individualismi, dalle preferenze conoscitive piuttosto che valoriali, intese come bravura. Non è un caso che tradizionalmente vinciamo più nelle discipline individuali che rappresentano la fucina di talenti, non solo nello sport ma in tutti i settori professionali. Dall’arte alla musica, dal cinema allo sport noi abbiamo tante piccole “imprese”, ma i movimenti non ci sono mai. Questo si lega anche alla conformazione geografica. L’Italia è confinata da una grande catena montuosa a nord e divisa da una dorsale appennina che frammenta le identità”. 

FRANCIA —   E così, l’Italia piange. Al contrario della Francia che fa sette su otto in semifinale negli sport di squadra: basket maschile e femminile, basket 3x3 femminile (quarto posto), pallavolo maschile, pallamano maschile e femminile, rugby a 7 femminile (ha vinto l’argento). L’unica a non farcela è stata la squadra di calcio maschile.

Flavio Vanetti per corriere.it il 4 agosto 2021. Senza cadere negli isterismi e nei processi sommari, ci auguriamo che la disastrosa eliminazione della Nazionale femminile nel quarto di finale «dentro-o-fuori» contro la Serbia – che ha stradominato per 3-0, prendendo a pallate le nostre come se di fronte ci fosse una squadra qualsiasi e non la seconda al Mondiale 2018 e terza all’Europeo 2019 – serva di lezione per afferrare un concetto che il c.t. Davide Mazzanti spiega dicendo pane al pane e vino al vino: «Questa esperienza negativa può trasformarsi in una palestra che ci allenerà per il futuro. Ho raccomandato alle ragazze di staccarsi da quello che le circonda, perché la melma quando arriva, arriva; ed è dura levarsela di dosso». Un attimo di pausa, quindi la chiosa: «Staccarsi dai social è più difficile per loro che per me: ma questa sconfitta ci servirà anche su questo fronte».

Le ragioni dell’eliminazione. Meno male. Ci veniva di scrivere «meno social e più schiacciate», ma con il dubbio di essere troppo cattivi. Mazzanti sdogana invece questa idea, con la precisazione – condivisa – che l’eliminazione non nasce dalla grande esposizione sulle piattaforme multimediali. Ma è una cosa che distrae, che rischia di trasformare i Giochi, luogo di massima concentrazione, in un parco divertimenti o, peggio ancora, in un «rissodromo digitale» che succhia energie.

Paola Egonu. Mazzanti quando ha parlato di «melma che arriva addosso» non ha fatto nomi e cognomi, eppure non è difficile capire che si riferisse, prima di tutto, a Paola Egonu. Lei è diventata molto di più di una pallavolista (di norma fortissima: non stavolta, però, perché l’Olimpiade sua è stata priva di acuti e pure contro la Serbia, anche perché messa nelle condizioni di non attaccare come preferisce, ha stentato e sbagliato parecchio): ormai è un personaggio che ha una popolarità simile a quella di una influencer. Con amici e nemici. Ecco allora che tenere testa a certi ritmi, volendo magari ribattere a chi ti insulta, genera distrazioni e probabilmente stress aggiuntivo. Allontanandoti dal «focus» che dovresti avere: ovvero, giocare per andare il più lontano possibile. Certo, non tutto va caricato sulle spalle di Egonu, anche le compagne hanno i loro bravi orticelli che coltivano.

La sconfitta del 4 agosto. E poi restano le riflessioni tecniche, che nel caso del naufragio del 4 agosto 2021 – data infausta e indimenticabile – sfociano in tre domande: perché le azzurre hanno battuto e ricevuto così male? Perché sono state surclassate in regia? Soprattutto perché – e lo ha ammesso Anna Danesi – non si è mai vista la faccia feroce e non hanno creduto in loro stesse? 

Pressioni e aspettative. Ma al di là di tutto ciò, questa è stata l’Olimpiade nella quale tutto, nella prospettiva dell’Italia femminile del volley, tutto era Paola Egonu. Forse anche troppo. Paola è stata coinvolta fin dagli albori della primavera nella candidatura a tedofora dell’Italia (quando già era chiaro, per varie ragioni, che non sarebbe stata lei); quindi grazie alla capacità di risolvere da sola a favore di Conegliano la finale di Champions League è finalmente stata collocata nella sua dimensione di sportiva e di talento unico, anche se di pari passo sono aumentate (esagerando) le pressioni e le aspettative. Infine, giunta a Tokyo, ecco che una bandiera l’ha sì portata, quella del Cio. Gran bella cosa, ma anche questa un di più rispetto alla missione da compiere. A seguire, ecco il tweet contro la russa che non ha raccolto le sue scuse, i video su una seduta di fisioterapia, le foto con le compagne sotto rete dopo i successi (pochi alla fine: 3 in 6 partite). 

Le sconfitte. Ripetiamo, questo ripiombare all’inferno cinque anni dopo i disastri di Rio (ma con l’aggravante che la squadra nel frattempo è progredita e ha vinto), non è colpa di Paola. Però probabilmente, e involontariamente, ha innescato uno scenario che, come un mostro che si gonfia, ha preso corpo prima dopo l’incauto e sottovalutato scivolone contro le cinesi e poi con il k.o., più «vero» e dalle conseguenze peggiori, al cospetto degli Usa. La squadra sorridente, allegra e spensierata dei primi giorni contro le serbe è andata in campo con una tensione (o chiamiamola magari paura?) palpabile fin dai primi scambi. A Mazzanti è stato chiesto se ha capito come mai Paola Egonu a Tokyo non sia stata… Paola Egonu. Risposta: «Non lo so. Questo probabilmente lo sa lei. Ho provato a starle vicino, ad aiutarla. Vi garantisco di aver visto la miglior Paola da quando la conosco. Si è impegnata per fare sì che l’integrazione con la squadra fosse perfetta, ha voluto preparare bene questi Giochi. Ma forse ha speso tante energie e non si è espressa come sa. Dovrà essere lei a metabolizzare».

Ofelia Malinov: «Non perdete fiducia in noi». Il dramma dell’eliminazione è un «drammone», c’è poco da fare. Ofelia Malinov scoppia in lacrime tra richieste e promesse («Vorrei che non perdiate fiducia in noi, siamo un gruppo giovane e questa esperienza ci permetterà di partire più forti di prima»), Mazzanti fa per andarsene ma sente di avere ancora qualcosa da dire: «Sono usciti prima i ragazzi della maschile, adesso tocca a noi. Sono dispiaciuto per il movimento del volley che si nutre dei risultati delle Nazionali. A me spiace non aver raggiunto quanto avevo in testa, ma questa squadra ha ancora tanto da raccontare». A inizio settembre ci saranno gli Europei: lì, ragazze, meno selfie e più schiacciate.

Azzurre troppo social Egonu & Co, che flop: i sogni finiscono in Rete. Marco Lombardo il 5 Agosto 2021 su Il Giornale. Volley rosa fuori con la Serbia, lo sfogo del ct Mazzanti: "Avevo chiesto di staccarsi dal web". Quando le nostre mamme ci raccomandavano di non accettare caramelle dagli sconosciuti, non sapevano che un giorno le avrebbero viste tramutarsi in veleno da social media. Prendi un like e ti sembra di sognare, basta un commento avariato e perdi tutto. Le partite e soprattutto l'autostima. Nel 2021 le caramelle sono quasi fuori moda, si sono trasformate in qualcosa di virtuale che certe volte fa ancora più male allo stomaco. Come ricevere un pugno. Metti ieri, a Tokyo: scende in campo nei quarti di finale l'unica nazionale per cui il presidente del Coni Malagò si era speso per una medaglia attesa se non sicura. La pallavolo femminile, quella di Paola Egonu. Finisce 3-0, ma per le altre, la Serbia. Cosa è successo? Lo spiega il Ct Davide Mazzanti, uno che la partita forse l'aveva già vista in spogliatoio: «Avevo chiesto alle ragazze di staccarsi dai social durante le Olimpiadi, di stare fuori da quello che le circondava, da tutto quello che ti arriva addosso. Ma per loro ormai è diventato difficile. Ci servirà di lezione». Ecco, Paola: lei diventa il simbolo di quello che è lo sport al tempo di internet. Chiariamolo subito: non è certo tutta (e solo) colpa sua, anche se - quando la sua squadra invece vince - si tende a esaltare «la giocatrice più forte del mondo» e così è facile trasformarla nella regina dei flop di squadra. L'Olimpiade è l'Olimpiade, e questi Giochi, i suoi giochi, sono stati un po' troppo mediatici: prima l'autocandidatura a portabandiera a mezzo stampa, poi la promozione a portabandiera, ma del Cio, come simbolo di integrazione. Durante, appunto, instagram a volontà, più nelle vittorie che nelle sconfitte. Serviva una leader, ci siamo ritrovati con un'influencer. Che nel volley, pare, non fa vincere. La Egonu ha solo 22 anni e imparerà, come dice Mazzanti. Ma lo sport e gli atleti tendono sempre di più a veder sfuggire di mano uno strumento che può fare incredibili danni. Abbiamo assistito recentemente ai casi di Naomi Osaka e Simone Biles, incapaci di gestire l'ansia da prestazione che deriva anche dal giudizio universale di una claque pronta a cambiare opinione alla prima sconfitta. E la tennista argentina Nadia Podoroska, lasciando il Giappone, ha messo il punto (sui social, ovvio): «Prima di scrivere su di uno sportivo, pensate che siamo persone che soffrono come voi». Per la verità a leggere certe cose in rete non ci si giurerebbe molto: quando il famoso leone da tastiera sbrana, è perché ha fame di cattiveria e non ha tempo di preoccuparsi dei sentimenti. E quindi, l'altra faccia della medaglia (sfuggita) è proprio questa: in un mondo così narciso, si è disposti a rinunciare al proprio palcoscenico per non mettere in pericolo il risultato? La risposta non è semplice. Per dire: una volta lo spogliatoio era sacro, oggi è un set di personalissimi spot pubblicitari. E così capitano disavventure come quelle di tre giocatori del Milan - Biglia, Kessie e Rebic - ripresi da un compagno mentre fissano il cellulare. Era due anni fa: la squadra quel giorno perde, sui social arriva la valanga (di che cosa, lo ha spiegato bene Mazzanti ieri), l'allenatore Pioli corre ai ripari sostenendo che stavano ripassando gli schemi su un'app e non stavano chattando. Vero o no, a quel punto però la webcrocefissione era già avvenuta. E il resto è vita (moderna). Tokio, abbiamo perso, e fino a che parliamo di sport si può trangugiare una sconfitta. Ma quando poi si rischia di finire oltre il campo, certe caramelle possono diventare pericolose.

Marco Lombardo. Caporedattore del “Giornale”, autore, moderatore, formatore e - soprattutto - dinosauro digitale. Ama lo sport e la tecnologia e si occupa di tecnologia un po' per sport. Raccontato sempre TraMe&Tech.

Dagospia il 6 agosto 2021. “La pallavolo femminile è l’unico sport di squadra in cui se la squadra perde è colpa dei selfie delle giocatrici e non dell’allenatore o di quelle altre che erano più forti”. Flavia Perina, ex direttrice del "Secolo d'Italia", su Facebook muove all’attacco del ct dell’Italvolley femminile Davide Mazzanti che dopo la sconfitta nei quarti con la Serbia aveva bacchettato le sue ragazze: “Avevo detto loro di staccarsi dai social”. Nel ’94 Ratko Rudic, ct del Settebello di pallanuoto che due anni prima aveva conquistato l’oro olimpico a Barcellona, usava il pugno duro arrivando a sequestrare i cellulari in ritiro. Il codice di Don Fabio Capello era draconiano: divieto assoluto di usare i telefonini a tavola. I tabloid inglesi hanno ricamato a lungo sul vassoio lanciato contro un muro da Don Fabio dopo che l'ex ct della nazionale dei Tre Leoni aveva pizzicato un calciatore mentre mandava un sms a tavola. Davanti alle sortite degli atleti nella piazza virtuale dei social già nel 2014 l’ex ad del Milan Adriano Galliani era rassegnato: “Su ciò che riguarda la vita privata noi dirigenti non possiamo fare nulla”. Ma i tempi cambiano. Durante una partita di Nba nel 2019, Amir Johnson dei Philadelphia 76ers è stato beccato addirittura che spippolava con lo smartphone in panchina durante una partita. Ha fatto storia la foto condivisa da Mourinho dopo una vittoria del Tottenham. Negli spogliatoi i giocatori degli Spurs erano tutti piegati sui loro cellulari. La chiosa amara dello Special One: "È il segno dei tempi". Chi è senza peccato, scagli il primo post. Beppe Marotta, ad dell’Inter, ha ammesso: “Non possiamo arginare Instagram e Twitter. I social sono strumenti che fanno parte della sfera privata dei giocatori o dei loro parenti…”. I campionissimi sono diventati "brand" che utilizzano i social per meglio posizionarsi nel mare magnum dello show business sportivo. Le diverse piattaforme quindi vengono sfruttate a fini promozionali, per soddisfare le esigenze degli sponsor, per questioni di business o per lanciare una narrazione avvincente dell'atleta. Tutto questo genera polemiche, critiche, distrazioni e quindi stress aggiuntivo che li allontana dall’obiettivo? È possibile. "La frase sull'abuso di social pronunciata dall'allenatore della nazionale olimpica di pallavolo è una lezione dura", riflette il dirigente Rai, Angelo Mellone, in un post su Facebook: "Lo sport non è un gioco virtuale e lo status di icona o di numero uno si conquista sul campo, non con i like". “Il football è cambiato e sta cambiando soprattutto su due versanti: tecnologia e comunicazione”, ha dichiarato Fabio Capello secondo cui "le mogli degli atleti sui social possano influenzare anche i campionati”. I social sono una realtà con cui un tecnico contemporaneo deve fare i conti. C'è chi, come Mourinho, è sbarcato su Instagram accreditandosi agli occhi dello spogliatoio anche come influencer in chief. Ma negli staff delle varie squadre sta prendendo sempre più piede la figura del mental coach o dello psicologo. Federica Pellegrini, neo-eletta al Cio in quota atleti, ha fissato tra le sue priorità, sull'onda della sua esperienza e del caso Biles, il "benessere mentale" degli atleti: "Credo che debbano avere un aiuto psicologico importante, sopratutto durante eventi come le Olimpiadi..."

A.S. per "Il Messaggero" il 5 agosto 2021. Siamo un popolo di grandi eccellenze, ma anche di individualisti incapaci di fare sistema, dunque di raccoglierci in una squadra vincente? Sono già partite le pensose analisi socio-antropologiche del caso, ormai ce le sorbiamo ogni quattro anni. Eppure risale a meno di un mese fa il clamoroso esempio contrario. Se c'è stato un successo del collettivo e dello spirito di gruppo è stato quello dell'Italia di Roberto Mancini, il ct che ha compiuto un miracolo di cui capiremo meglio i contorni nei prossimi mesi, tornando alla realtà del nostro calcio. I sei ct olimpici invece hanno fallito. Tutte fuori le squadre azzurre a Tokyo, e zero medaglie. Si vede che l'Oriente ai nostri team è indigesto: un disastro simile non si verificava da Pechino 2008 (lì almeno una semifinale fu raggiunta, qui niente) e prima ancora da Seul 1988, mentre i francesi, tanto per guardare poco più in là del naso, hanno portato sette squadre su otto in semifinale. Dopo che avevamo già perso per strada le ragazze del basket 3x3 (ai quarti) e del softball (zero vittorie nel girone, e un solo punto segnato), è venuto giù tutto il resto. Prima basket e pallavolo uomini contro Francia e Argentina. Poi ieri, mentre i fantastici 4 pistard davano un esempio di affiatamento e talento esplosivo, le donne del volley venivano asfaltate e i giovanotti dalla pallanuoto annegavano, sempre per effetto di manone serbe. Non è una squadra, ma una coppia, eppure anche Lupo e Nicolai escono nel beach ai quarti. E le nostre stelle, tutte giù per terra: apporto risibile dell'uomo-Nba Gallinari nel basket, Ivan Zaytsev che nemmeno gioca gli ultimi due set contro l'Argentina, Paola Egonu l'ombra di sé, gli omaccioni della pallanuoto che non segnano alla Serbia nemmeno in tripla superiorità. Eppure pallavolo e basket sono gli sport più praticati nelle nostre scuole, per tacere del calcio, che ai Giochi non va dal 2008. Fatta salva la pallanuoto, spesso sul podio olimpico o vincitrice di mondiali (il Setterosa invece trionfò ai Giochi 2004), il resto dice che l'ultima affermazione del volley uomini è l'Europeo 2005, l'ultima delle donne l'Europeo 2009, e zero vittorie olimpiche; il basket uomini ha saltato le ultime tre Olimpiadi, l'ultima vittoria è l'Europeo del 1999. Siamo indietro, altroché. Pare per eccesso di stranieri nei campionati, senz'altro. E anche perché il calcio fagocita spazi televisivi e sponsor. Si investe sempre meno, o abbiamo altro per la testa: forse i nostri giovani non danno il giusto apporto in termini di motivazioni, non è detto che sia solo colpa dei dirigenti e del sistema. In questo senso l'Italia di Mancini è stata un esempio. Ma se il valore di un movimento sportivo ai Giochi si valuta dagli sport di squadra, come dice qualche dirigente, allora quello italiano sarebbe in grave crisi. A fine Olimpiade, un'analisi in controluce e non solo numerica del medagliere potrebbe offrire qualche elemento in più. Al di là di alcune eccezionali imprese individuali o in alcuni sport non di enorme penetrazione, forse siamo in crisi, sì.

Tokyo: Stano medaglia d'oro nella 20 km di marcia. (ANSA il 5 agosto 2021) Alle Olimpiadi di Tokyo 2020 Massimo Stano ha vinto la medaglia d'oro della 20 km di marcia. Per l'Italia è il settimo oro. La medaglia d'argento è stata vinta dal giapponese Koki Ikeda, il bronzo dal Toshikazu Yamanishi La gara si è svolta a Sapporo. Stano ha staccato i due giapponesi nell'ultimo chilometro.

Francesco Persili per Dagospia il 5 agosto 2021. Stano ma vero. L’atletica è diventata la nostra miniera d’oro. Dopo i titoli olimpici di Tamberi e Jacobs, arriva il trionfo di Massimo Stano nella 20 chilometri di marcia. E’ il settimo oro per l'Italia ai giochi di Tokyo (il terzo nell'atletica!). Un risultato storico: tre titoli olimpici nell'atletica li avevamo conquistati anche a Mosca 1980 e Los Angeles 1984, ma in quelle due occasioni, a causa del gioco dei boicottaggi incrociati, non c’erano atleti americani (a Mosca) e dell'Europa dell'Est (a Los Angeles). Nella 20 chilometri di marcia Stano raccoglie l'eredità olimpica di Maurizio Damilano, che trionfò a Mosca, e Ivano Brugnetti, che vinse ad Atene nel 2004. Tesserato per le Fiamme Oro, il 29enne ha sfoderato sul traguardo una esultanza alla Totti mimando il gesto del ciuccio e ha dedicato la vittoria alla figlia di pochi mesi Sophie avuta con l'ex siepista  di origini marocchine, Fatima Lofti. Per sposarla il marciatore pugliese che vive a Roma ha abbracciato la fede musulmana. Dopo la sua vittoria, la leggenda dell’atletica italiano Livio Berruti, oro olimpico alle Olimpiadi di Roma nel 1960, ha mandato un messaggio alla voce Rai dell’atletica Franco Bragagna (che si commuove): “I miei complimenti alle medaglie d’oro che mi hanno fatto riassaporare l’atmosfera magica di Roma. Viva l’atletica”

Mario Landi per ilmessaggero.it. Tre medaglie sono arrivate dall'atletica e tutte e tre sono d'oro. Delle altre si è già parlato in lungo e in largo, o meglio: in alto e veloce, ora però ne è arrivata un'altra, e ce la regala Massimo Stano, atleta delle Fiamme Oro, che ha stravinto la marcia 20 km a Tokyo 2020. Pugliese, della provincia di Bari, Palo del Colle per la precisione, il marciatore ci riporta sul tetto dell'Olimpo dopo Alex Schwazer, che a Pechino 2008, sempre in Oriente quindi, aveva vinto la 50 km. Stano, dicevamo, è pugliese e ha ventinove anni. A Tokyo non è riuscito a battere il suo record personale, che è anche record italiano, nei 20 km di marcia, ma in un'ora, 21 minuti e cinque secondi è riuscito a farci gioire. Magari non è storia, ma è comunque un oro pesante, altroché. Il marciatore è il padre di Sophie, come scrive su Instagram, avuta a febbraio da Fatimazahra Lotfi, la moglie, italiana nata da genitori marocchini, anche lei con un passato nell'atletica leggera, che ha conosciuto quando, con un diploma di programmatore informatico è partito nel nord Italia, a Sesto San Giovanni. No, non a passo di marcia. Fati e Massimo sono sposati, con rito civile, dal 9 settembre del 2016. Ogni anno il ventinovenne non smette mai di ricordare quanto è stato fortunato a incontrare la sua bella. Tanto che per amore si è trasferito a Roma, anzi a Ostia, e sempre per amore si è anche convertito all'Islam. Che no, non è mai stato un ostacolo per la sua professione (e ora non ci sono dubbi): anche durante il ramadan, è sempre sceso in strada a marciare. E quel record italiano di cui si parlava prima, l'ha strappato una settimana dopo il periodo di digiuno. Marciatore d'oro, padre esemplare, marito innamorato, Stano in Giappone c'era già stato prima del suo trionfo. E da grande amante di One Piece non ha resistito alla tentazione di farsi una foto con il suo beniamino. Ma c'è stato tempo anche per indossare il kimono. Ora con medaglia e pettorina, ha scritto un'altra pagina bellissima in queste Olimpiadi strane, ma stupende.

Chi è Massimo Stano, l’italiano medaglia d’oro nella marcia a 20 km. Vito Califano su Il Riformista il 5 Agosto 2021. È storia, un’altra impresa, a Tokyo per l’Italia. Tutto grazie a Massimo Stano che ha vinto la medaglia d’oro nella 20 chilometri di marcia. Una gara superba, tutta in progressione, chiusa a 1 ora, 21 minuti e 5 secondi, quella del 29enne pugliese. A seguire i giapponesi Koki Ikeda, argento, e Toshikazu Yamanishi, bronzo. Quindicesimo l’altro italiano Francesco Fortunato. Quella del marciatore è la settima medaglia d’oro per gli Azzurri a Tokyo, la 33esima a questi Giochi. La sua è anche la terza medaglia d’oro nell’atletica a questi Giochi, con i 100m di Marcell Jacobs e il salto in alto di Gianmarco Tamberi, che eguaglia il record di Los Angeles 1984. Classe 1992, atleta in forza alle Fiamme Oro, Stano è nato a Grumo Appula in provincia di Bari ed è cresciuto a Palo del Colle. Si è avvicinato all’atletica nel 2003 con il mezzofondo e nel 2006 alla marcia. A guidarlo l’allenatore Giovanni Zaccheo. È cresciuto sportivamente a Molfetta con l’Aden Exprivia e in particolare allo stadio Paolo Poli. Quarto nella gara dei 20 km agli Europei under 23 di Tampere, vince il bronzo per la squalifica del russo Bogatyrev. Dall’ottobre del 2013 si è trasferito a Sesto San Giovanni (Milano) per essere seguito dall’ex ventista azzurro Alessandro Gandellini. Alcuni stop a causa di infortuni: microfrattura alla tibia destra nella primavera del 2015 e a quella sinistra nel 2016. È entrato allora nel gruppo di Patrizio Parcesepe a Castelporziano. Nel marzo 2018 è tornato a vincere un titolo italiano sulla 20 km migliorandosi di oltre un minuto, quindi il terzo posto nei Mondiali a squadre con l’argento per team e la quarta piazza agli Europei di Berlino, a un solo secondo dal podio. Ha realizzato il primato italiano nel giugno 2019 con 1h17:45 a La Coruna. Nel 2021 dopo uno stop per una periostite è rientrato con l’ottavo posto agli Europei a squadre. Il suo allenatore è ancora Parcesepe. Ha il diploma di tecnico commerciale programmatore informatico. È un appassionato di cultura giapponese. Il suo idolo è Ivano Brugnetti, medaglia d’oro nel 2004. Si è sposato nel settembre 2016 con Fatima Lotfi, ex mezzofondista, poi anche lei passata alla marcia. I due hanno avuto una figlia, di cinque mesi e mezzo, Sophie. Per sposare Fatima, di origini marocchine ma cresciuta a Varese, Stano si è convertito alla fede musulmana. “Io sono abbastanza scaramantico. Diciamo che vado alle Olimpiadi per stare davanti. Se viene una medaglia tanto di guadagnato. Voglio divertirmi, quello che verrà andrà bene – diceva lo scorso maggio in un’intervista a OA Sport – credo che questi siano gli anni migliori, perché è l’età nella quale l’atleta è maturo e sa muoversi abbastanza bene. Per me il quadriennio tra il 2020 e Parigi 2024 credo possa essere quello migliore, quindi l’età tra i 28 e i 32 anni”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

La marcia d'oro di Stano: "Mia figlia è stata la mia forza, ha vinto il più duro". Ettore Livini su La Repubblica il 5 agosto 2021. L'azzurro racconta come è nato il trionfo nella 20 km: "Dedico la vittoria a mia figlia Sophie e a mia moglie Fatima. E' lei che ha insistito per cinque anni per fare un bambino. Quando hanno rinviato Tokyo ho detto di sì". Massimo Stano ancora non ci crede. "Non svegliatemi", ripete a tutti. La gara è finita da dieci minuti. Sulle spalle ha la bandiera italiana che due anni fa gli hanno regalato i ragazzi di una scuola di Tokorozawa dove la squadra di marcia era andato in ritiro: "Hanno scritto "Gold metal" - ride - con tutti i nostri nomi in ideogrammi, avevano visto giusto".

Tokyo 2020, la conversione all'Islam di Massimo Stano: il marciatore di Allah, ciò che non sapevate sull'oro olimpico. Libero Quotidiano il 05 agosto 2021. Massimo Stano, l'atleta barese che ha vinto l'oro nella marcia 20 km a Tokyo 2020, ha una storia privata particolare alle spalle. Il campione 29enne ha riportato l'Italia in cima al podio dopo ben 13 anni: a Pechino 2008 Alex Schwazer aveva vinto la 50 km.  Ai Giochi non è riuscito a battere il suo record personale, che è anche record italiano, nei 20 km di marcia, ma in un'ora, 21 minuti e cinque secondi è riuscito comunque a dare grandi soddisfazioni. Accanto a lui, nel percorso che lo ha portato al trionfo, la moglie e la figlia di appena 5 mesi. La sua compagna di vita si chiama Fatimazahra Lotfi, è italiana nata da genitori marocchini e ha anche lei un passato nell'atletica leggera. I due si sono sposati con rito civile nel 2016. Stano ha spesso ripetuto quanto sia stato fortunato a conoscere la sua attuale moglie. L'amore lo ha portato anche a trasferirsi a Roma, a Ostia per la precisione. Ma soprattutto lo ha portato a convertirsi all'Islam, la religione di Fatimazahra. L'Islam, comunque, non è mai stato un ostacolo per la sua professione. E la medaglia appena vinta lo dimostra. Anche durante il ramadan, infatti, ha sempre avuto tempo e voglia di allenarsi, scendendo in strada a marciare. Basti pensare che il suo record italiano l'ha strappato una settimana dopo il periodo di digiuno.

Stano, marcia trionfale. Musulmano per amore e giapponese per onore. Oscar Eleni il 6 Agosto 2021 su Il Giornale. Nella 20 km impresa del neo-papà pugliese: ha scelto l'islam per sposarsi. L'inchino agli avversari sconfitti. Nulla sembra difficile per chi ama. Ce lo ha spiegato Jacobs, il più veloce delle olimpiadi giapponesi, lo ha cantato Gimbo Tamberi saltando più in alto di tutti, lo ha confermato ieri sulla strada larga di Sapporo il marciatore pugliese Massimo Stano, primo nella 20 chilometri, gara dove non si vinceva dal 2004 (Brugnetti ad Atene). Tre ori per l'atletica italiana maltrattata spesso, medaglie pesanti in uno sport ecumenico che in 7 giorni ha dato oro a 20 paesi diversi, medaglie importanti, anche se nella miniera della marcia abbiamo trovato spesso fachiri meravigliosi come Abdon Pamich che vinse l'oro nel 1964, ma allora si gareggiava per le strade di Tokio, e non nella sauna del parco Odori, la strada nell'isola verde di Sapporo, l'Hokkaido dove nel 1972, ai Giochi invernali, i Thoeni fecero meraviglie, 800 chilometri dalla capitale, scelta perché ad agosto a Tokyo marciatori e maratoneti avrebbero sofferto rischiato tanto. Calcolo sbagliato. Termometro vicino ai 35 gradi, umidità sopra l'85 per cento. Bisognava davvero credersi i più forti come si ripeteva lui mentre andava a prendere il cinese in fuga e poi alla fine per lasciare indietro gli spagnoli e precedere al traguardo i due giapponesi con cui si è complimentato con un inchino nella loro lingua perché l'operatore informatico arruolato nella Polizia, come Jacobs, ha imparato il giapponese studiando la storia di un paese che lo affascina. Alla fine della marcia trionfale ha abbracciato Patrik Parcesepe che gli ha riaperto le porte del paradiso sportivo perdute dopo infortuni seri, microfratture alle tibie, la periostite che sembrava aver compromesso questo viaggio. Non facevamo i conti con l'anima di un ventinovenne longilineo, 1.79 per 66 chili, nato il 27 febbraio 1992, in anno bisestile ed olimpico, a Grumo Appula, come il grande attore e regista Sergio Rubini, ultimamente uno dei Moschettieri di Veronesi, del calciatore Ventola, anche se lui è cresciuto a Palo del Colle, come il pugile Antuofermo. Deve essere merito dell'olio, c'è una magia che lega questa Olimpiade italiana proprio alla Puglia ricordando che il primo oro di Tokio veniva da quella terra benedetta. Ha cominciato correndo a 11 anni, a 14 era già marciatore a Molfetta con Zaccheo. Chilometri, fatiche, cambiamenti, studi, passioni passando dalla miniera aurea del tacco e punta di Sesto San Giovanni, con Gandellini, nel regno dei maestri Pastorini e Antonio La Torre, il commissario tecnico di questa nazionale di atletica che ha stupito noi, ma non certo lui che ci ha lavorato con passione, stile, competenza. Nel 2016 i cambiamenti che gli hanno fatto vedere il mondo in maniera diversa: si sposa con Fatima Lafti, ex marciatrice varesina di origini marocchine e, per amore, diventa pure musulmano. A lei e alla figlia Sophie ha dedicato il suo trionfo, in quella sauna giapponese si è sentito padrone del suo destino, capitano della sua anima, rendendo omaggio alla storia di una disciplina che all'Italia ha regalato ben 18 medaglie olimpiche, di cui 9 d'oro delle 22 conquistate. Diventando la punta di un tridente sul podio più alto come era accaduto ai Giochi di Mosca nel 1980 (Mennea, Damilano, Simeoni) e Los Angeles nel 1984 (Dorio, Andrei, Cova). A sentire Parcesepe, che allena anche la Palmisano, il raccolto non è ancora terminato perché la sua marciatrice potrebbe darci qualcosa di prezioso in una squadra che di solito veniva presa in considerazione soltanto quando c'erano da salvare spedizioni andate male. A Tokio questa Italia diversa fa certo impressione, stupisce, ma per chi ha lavorato nello sport sa che esiste una buona stella soltanto se riconosci il valore dei crociati che mandano avanti sport scoperti soltanto in occasione dei grandi avvenimenti come questa Olimpiade che non ci ha guarito, ma sembra darci speranza. Oscar Eleni.

Chi è Fatima Lotfi, la moglie e collega di Massimo Stano: medaglia d’oro nella marcia 20 km. Vito Califano su Il Riformista il 5 Agosto 2021. È l’eroe del giorno Massimo Stano, il marciatore che alle Olimpiadi di Tokyo ha vinto la medaglia d’oro nella 20 chilometri di marcia. È il settimo oro Azzurro ai Giochi, il terzo nell’atletica dopo quello di Marcell Jacobs nei 100 metri e di Gianmarco Tamberi nel salto in alto: eguagliato il record delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 grazie a Stano, nato in Puglia e trasferitosi a Sesto San Giovanni per la sua carriera. Un percorso condiviso con la sua compagna di vita, moglie, madre della piccola Sophie, cinque mesi e mezzo, nata lo scorso febbraio, Fatima Lotfi. La famiglia vive a Ostia. La coppia si è sposata nel settembre 2016. Lotfi ha origini marocchine ed è cresciuta a Varese. Stano per sposarla si è convertito all’Islam. Un aspetto che non è stato mai nascosto dall’atleta, ma del quale comunque non parla volentieri in pubblico. Questione pur sempre privata. Lotfi è anche lei atleta, ex mezzofondista, quindi passata alla marcia come il compagno. Classe 1992, ha cominciato nel 2004 con l’Atletica Arcisate Crestani per la categoria Ragazzi Femminile. È stata tesserata con l’Amatori Atletica Acquaviva almeno fino al 2019, secondo quanto risulta dal sito ufficiale della Federazione Italiana di Atletica Leggera (Fidal). Su Instagram ha pubblicato delle storie mentre seguiva in diretta con la piccola Sophie l’impresa del compagno a Sapporo. “Tremo ancora – ha scritto per l’emozione – Brividi”. Stano, classe 1992 anche lui, atleta in forza alle Fiamme Oro, è nato a Grumo Appula in provincia di Bari ed è cresciuto a Palo del Colle. Si è trasferito nel 2013 a Sesto San Giovanni (Milano). Ha il diploma di tecnico commerciale programmatore informatico. È un appassionato di cultura giapponese. Il suo idolo è Ivano Brugnetti, medaglia d’oro nel 2004.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Gianluca Cordella per "Il Messaggero" il 6 agosto 2021.

«Ciao, è il campione olimpico che parla». La chiacchierata con Massimo Stano comincia così. La faccia stravolta dalla fatica e dal caldo di Sapporo ha lasciato il posto a un sorriso perenne. 

Si è ripreso?

«Gara durissima, ma come piace a me. Umidità pazzesca, ho sperato anche che piovesse e uscisse il sole per farla alzare un altro po'. Non so perché ma in queste condizioni soffro meno degli altri».

Come si gestisce una gara così?

«L'ho affrontata ripetendomi per tutto il tempo sono il più forte del mondo, sono il più forte del mondo. Ha funzionato». 

Vanno molto di moda i mental coach adesso, ma direi che a lei non serve.

«Mi hanno sempre detto che la testa è uno dei miei punti di forza. Sono nato così. Poi, da solo, ci ho lavorato un po' su, leggendo tanti libri. In gara mi creo queste automotivazioni che possono sembrare un po' spocchiose. Ma a volte serve ingannare il cervello».

Quando si è convinto di essere il più forte del mondo?

«Negli ultimi due mesi. Ho lottato per diverse settimane con un'infiammazione al bicipite e allora mi sono detto: se manca qualcosa a livello di allenamento, devo compensare con la testa». 

Quindi, in sostanza, ci credeva o no a questa medaglia?

«Fisicamente non pensavo di essere così in forma, sono sincero. Ma mentalmente sentivo che era la mia Olimpiade. L'avevo detto solo a mia moglie e a Patrick (il suo tecnico, ndi)». 

A proposito di Fatima: prima di sposarla si è convertito all'Islam. Una scelta che non tutti potrebbero comprendere.

«Ognuno sceglie di fare quello che vuole. Io ho una moglie marocchina e per questo la mia è stata anche una scelta di cuore. Non ci vedo nulla di scandaloso». 

Quanto è difficile conciliare allenamenti e gare con i periodi di ramadan?

«Ripeto: con la testa puoi fare miracoli. Era difficilissimo anche gareggiare con il caldo e l'umidità che c'erano oggi eppure lo abbiamo fatto».

Nel suo percorso verso quest'oro che ruolo ha Ostia?

«Non smetterò mai di ringraziare Fatima che mi ha seguito senza dire una parola. Lavorare con Patrick è incredibile, è il miglior allenatore del mondo. Mi aiuta molto anche il gruppo di lavoro: allenarsi con campioni come Antonella Palmisano e Marco De Luca ti fa crescere. A Ostia c'è tutto quello che mi serve per vivere serenamente e raggiungere i miei obiettivi».

A Castel Porziano ha messo insieme due gruppi sportivi.

«Io sono un atleta delle Fiamme Oro ma le Fiamme Gialle mi hanno permesso di allenarmi nel loro centro. E tutti insieme funzioniamo dietro la maglia dell'Italia».

A Ostia ha fatto anche il lockdown e si è messo a studiare il giapponese.

«Da due anni ormai, ho imparato anche a scriverlo. In Giappone mi sento come se fossi a casa. Mi piace la gente, il paesaggio, sono appassionato di Anime e Manga. E' una cultura che amo». 

In gara qualche parola a Ikeda e Yamanishi l'ha detta?

«A un certo punto mi sono avvicinato a Yamanishi e gli ho detto in giapponese andiamo. L'ho spiazzato. Le gare si giocano anche su queste cose. Demoralizzi gli avversari che dicono questo parla pure la mia lingua. Però al traguardo gli ho reso omaggio con l'inchino».

La vittoria è per la sua Sophie?

«Durante la gara ho pensato tanto a lei. Io volevo diventare papà ma dopo i Giochi. Mi spaventano le notti insonni durante la preparazione. Poi quando hanno rinviato tutto io e Fatima abbiamo deciso di non aspettare più. E Sophie è stata la mia forza, anche oggi».

Da gazzetta.it il 5 agosto 2021. OMNIUM: VIVIANI È DI BRONZO—   Elia Viviani si conferma sul podio. L'olimpionico con un grande recupero finisce dietro il britannico Matthew Walls e il neozelandese Stewart Campbell. 

Marco Bonarrigo per il Corriere della Sera il 28 dicembre 2021. La rincorsa verso l'oro olimpico di Tokyo di Massimo Stano cominciò nel lontanissimo 2005 quando Giovanni Zaccheo, tecnico della gloriosa Fiamma Olimpia, convocò l'allora mezzofondista tredicenne alla stazione ferroviaria di Palo del Colle per colmare un buco in vista del Trofeo Puglia: alla squadra mancava un marciatore. 

Come andò, Massimo? 

«Zaccheo mi chiese di immaginare un treno in partenza: devi salirci sopra camminando velocemente ma senza mai correre, mi disse, se corri il capostazione alza la paletta rossa e sei squalificato. Quella roba lì era la marcia». 

E lei? 

«Provai e gli risposi che la marcia era una schifezza. E non andai al Trofeo Puglia».  

E...? 

«Al ritorno i miei compagni parlavano solo di quella gara di marcia e quindi dissi a Zaccheo che avrei provato anch' io. Debuttai a Barletta».  

Risultato? 

«Quarto in 12'17". Capii subito che la marcia era l'ultima spiaggia dell'atletica: la scegli se non sei abbastanza veloce, potente o agile per fare altro. Anzi, è lei che sceglie te tra i più sfigati». 

Amore eterno? 

«No. L'anno dopo ai Campionati italiani di Ravenna rimasi in testa fino a 500 metri dalla fine. Poi un giudice mi schiaffò in faccia un cartellino rosso, il primo di tanti. Urlai a Zaccheo: mai più in vita mia».  

Come reagì? 

«Fu un grande. Rispose al volo: hai ragione Massimo, la marcia non fa per te. Due mesi dopo ripresi e oggi sono ancora qui».  

Cos' è la marcia per Stano? 

«Correre strisciando i piedi per terra e senza mai sbloccare le ginocchia. Tortura, fatica bestiale: per provarci gusto devi essere sadico». 

Una carriera di alti e bassi, poi nel 2016 ha cambiato vita. 

«Mi sono trasferito da Sesto San Giovanni a Ostia per essere vicino al mio nuovo allenatore, Patrick Parcesepe, lo stesso di Antonella Palmisano. Gli devo moltissimo».  

Perché? 

«Venivo da due fratture da stress alla tibia. Patrick capì che il mio stile di marcia non andava d'accordo con la forma delle mie gambe. Abbiamo rivoluzionato il passo per renderlo più fluido, scelta pericolosa perché rischi il fallimento o la squalifica. O entrambi: ai Mondiali di Doha 2019 un cartellino rosso mi fermò mentre ero lanciato verso una medaglia». 

I marciatori squalificati gridano sempre al complotto. Lei a caldo, in tv, si dichiarò subito colpevole. 

«Ho scelto la marcia, so che c'è una giuria che deve decidere a occhio nudo se il mio stile è corretto o meno. Tre giudici stabilirono che non lo era. Il giorno dopo rividi la gara in tv: i rossi ci stavano. Decisi che mi sarei vendicato a Tokyo e così è stato».  

Nella marcia si bara di proposito o per eccesso di foga? 

«Entrambe le cose. Ci sono i bari di professione che sperano di farla franca, sempre meno per fortuna».  

Lei dice che la svolta è arrivata in una prova di Coppa del Mondo a La Coruña, nel 2019. 

«Quel giorno decisi che non avrei mai più messo al polso un cronometro per non farmi influenzare e che se la gara fosse andata male avrei ingaggiato un motivatore per rimuovere i limiti mentali».  

Marciò in un'ora e 17', demolendo il primato italiano. L'orologio non l'ha più rimesso. E il motivatore? 

«Faccio da solo: ho brevettato due frasi banalissime (si figuri che una è: sei il più forte del mondo) che da allora mi ripeto ossessivamente prima di ogni gara. Funziona».  

A Tokyo era il più forte del mondo? 

«In quei novanta minuti, sì. E quando dopo un'ora di gara ho visto che ero l'unico in testa a non avere proposte di squalifica ho capito che potevo forzare e staccare tutti».  

La vittoria le ha cambiato la vita? 

«No, mi sono attrezzato mentalmente. Nella mia testa ho deciso di essere arrivato secondo: così resto lo Stano di sempre e ho ancora fame».  

Come intendi saziarsi? 

«Nel 2022 farò Europei e Mondiali, alternando la 20 e la 35 chilometri».  

L'Italia non vinceva un oro olimpico nell'atletica dal 2008 con Alex Schwazer. 

«Io ricordo l'oro di Ivano Brugnetti ad Atene 2004». 

E Schwazer? 

«Schwazer dopo Pechino si è dopato: la sua storia non mi interessa. Di vincere da sporchi son capaci tutti».  

Lei si è convertito all'Islam per amore di sua moglie Fatima, ex atleta. 

«Credevo in un Dio e ora, dopo l'incontro con l'Islam, credo in un Dio diverso. Non so quale religione monoteista sia quella giusta, in fondo sono simili, ma ora sono in pace con me stesso».  

L'Islam è molto esigente con i praticanti, Ramadan compreso. 

«Seguo tutti i precetti, compresi quelli del Ramadan. Molti atleti di alto livello sono musulmani osservanti: nel mese di precetto il digiuno può essere rispettato senza privazioni particolari. È un sacrificio, certo, ma noi atleti siamo abituati a sacrificarci e seguire le regole». 

Uno che marcia a 15 km/h per oltre 500 km al mese è capace di andare lentamente?

 «No, purtroppo: quando propongo agli amici una passeggiata sul lungomare di Ostia si dileguano tutti».

Francesco Persili per Dagospia il 6 agosto 2021. “Andiamo a prenderci ciò per cui lottiamo da anni. Se fosse stato facile non sarebbe stato così importante! Forza Antonella, è il nostro anno, teniamo duro!”. È stato profetico il post che Gianmarco Tamberi le ha dedicato in primavera. Non è stata facile per Antonella Palmisano la marcia di avvicinamento all’oro alle Olimpiadi. “Era quasi impensabile…”, confessa la marciatrice pugliese ai microfoni Rai. Dopo la Coppa Europa è stata ferma più di un mese. “Ho pianto quasi tutti i giorni”. Sono stati momenti complicati. “Non siamo macchine e giornate o settimane no esistono anche per noi! Non accetterò mai di cadere in un anno così importante”, scriveva l’azzurra su Instagram. Mens sana in corpore Palmi-sano. Bronzo a Londra, quarto posto a Rio, a Tokyo la gagliarda Antonella si è regalata il trionfo olimpico nel giorno del suo compleanno: “E’ un sogno realizzato. Negli ultimi 5 chilometri ho sentito dentro l’energia di chi mi vuole bene che mi spingeva”. Le unghie tricolori, la bandiera italiana messa a mo’ di spinnaker negli ultimi metri, la marciatrice ha mantenuto la promessa da patriota scolpita prima di partire per il Giappone: “Sono nata per onorare la nostra Bandiera, la nostra Nazione. E a Tokyo farò il possibile per veder sventolare quel tricolore”. E dopo aver tagliato il traguardo: “Adesso ho voglia di sentire l’inno”. E’ l’Olimpiade delle prime volte. Mai l’Italia aveva conquistato 4 medaglie d’oro nell’atletica, mai la marcia femminile era salita sul gradino più alto del podio. Mentre si registra il record storico di 36 medaglie italiane (come a Los Angeles 1932 e Roma 1960), Antonella Palmisano racconta di aver “preso la scia” di Jacobs, Tamberi, Stano e della Nazionale di calcio agli Europei e sospira: “E’ un anno magico per l’Italia…” 

Giampiero Mughini per Dagospia il 6 agosto 2021. Caro Dago, vedo la nostra Antonella Palmisano conquistare la quarta medaglia d’oro nell’atletica per l’Italia e allibisco. Non credevo nella mia vita di vedere una che come donna e come persona mi procurasse l’emozione che Brigitte Bardot mi procurò nel suo film d’esordio, con quella sua danza finale di cui un critico francese scrisse che era nuda e invece aveva appena sollevato un tantino la gonna. Mi spiego. Non è stato che Antonella marciasse al pari di quelle che ha lasciato cinquanta metri dietro. Quelle andavano a piedi, lei danzava sul selciato. Quelle facevano dei passi uno dopo l’altro, lei cavalcava sul destriero costituito dalle sue gambe affilate. Mai vista una tale eleganza, una tale fluenza nello sport, un tale orgoglio di sé e delle proprie risorse. Quando poi Antonella s’è ammantata per un attimo della bandiera azzurra, a quel punto dai miei occhi è spuntata una lacrima o forse più d’una. Quarta medaglia d’oro nella disciplina regina delle Olimpiadi. Grazie, Antonella

Antonella Super italiana. La sua marcia d'oro con il mantello tricolore. Oscar Eleni il 7 Agosto 2021 su Il Giornale. Palmisano: una gara perfetta e il finale corso con la bandiera per festeggiare anche il compleanno. Diceva una grande poetessa americana che la bellezza non ha causa: esiste. Sarà senz'altro così, dopo una giornata olimpica dove l'atletica italiana reduce dalle zero medaglie di Rio, senza inseguirla davvero questa bellezza l'ha vista apparire. Nel parco di Sapporo, sulla pista di Tokio. Bella sveglia, magnifica serata. Ha cominciato Antonella Palmisano, portando in testa il colorato fiore di feltro ricamato dalla madre, prima nella 20 chilometri di marcia, nel nome delle tre chiese più importanti della sua vita: quella dei fachiri che marciano con qualsiasi tempo. Campioni veri che sembrano eroi fuori tempo in mezzo a gente che corre; quella della Puglia, ancora una volta, perché la nostra fiamma gialla viene da Mottola, lei la torre nascosta, quella di chi sa festeggiare il compleanno facendosi regali veri da solo. Ieri compiva trent'anni questa fiamma gialla che giocava a pallavolo ma si è convertita alla fatica, alla danza su tacco e punta, quando ha incontrato Tommaso Gentile. Leonessa romantica e spericolata che nel 2010 vinceva la coppa del mondo juniores e due anni dopo, andando a cercare nuovi orizzonti nella scuola benedetta del brigadiere capo Patrizio Parcesepe, lavorando duro sui tre sentieri che le Fiamme Gialle mettono a disposizione dei campioni è diventata quella che ha finito a braccia alzate ieri in Giappone. La stessa isola di Stano che abbiamo visto trionfare sulla 20, il posto dove Antonella, appassionata di arti grafiche, ha costruito il capolavoro di Sapporo. Brava anche a sentirsi leggera pur essendo una delle poche speranze vere della nostra atletica in Giappone. Aveva titoli, primati. Quinta ai mondiali di Pechino del 2015, quarta alle Olimpiadi brasiliane l'anno dopo, bronzo mondiale a Londra e all'europeo di Berlino nel 2018, quando si è sposata col marciatore Lorenzo Dessi. Per non far stare in pena chi crede in lei ha camminato sempre in testa nel parco Odori. Dominatrice per 20 chilometri a 34 gradi, con l'umidità superiore all'80 per cento che ha fatto diventare inferno quel tratto largo di strada, almeno fino a quando gli angeli olimpici le hanno aperto le porte e le dicevano di sorridere mentre perdeva la bandiera tricolore che si era messa sulla schiena passando accanto all'emporio con il simbolo del grande creativo che ha vestito la più fortunata delle spedizioni olimpiche italiane. Dietro di lei una colombiana e la cinese Hong Liu, l'ultima rimasta in battaglia nella squadra del maestro italiano Sandro Damilano. Diceva bene la chiromante che legge negli astri quando le ricordava che il 6 agosto è proprio la giornata degli avvenimenti unici. Certo lei aveva già vissuto momenti di gloria, passando, però, come tanti dell'atletica, soprattutto marciatori, nelle infermerie per problemi alle tibie, perché anche se pesa soltanto 49 chili, distribuiti sui 168 centimetri d'altezza, se non ti fermi mai, fai record in pista, su strada, gareggi ovunque, è chiaro che il corpo si ribella. Prima medaglia d'oro per una marciatrice italiana, perché nella storia sul podio olimpico, erano andate soltanto la Perrone, con l'argento del 1996, ed Elisa Rigaudo vincitrice del bronzo a Pechino nel 2008. Con la sua marcia trionfale i puzzapiedi, come li chiamava Brera, amandoli moltissimo, adesso la santa chiesa della fatica francescana è arrivata a 10 ori, gli ultimi due nati sui circuiti infernali del brigadiere Patrick nell'isola delle Fiamme Gialle di Parrinello oggi e del presidente Gola ieri. Bellissimo vedere la Palmisano accarezzare il suo fiore di feltro mentre lord Sebastian Coe le offriva i fiori della vittoria, omaggio del presidente dell'atletica mondiale che era volato a Sapporo per far sapere che lui prova affetto per i marciatori, anche se poi alle prossime Olimpiadi il Cio e la TV hanno deciso di ammettere ancora una sola gara femminile, nel mistero della mezza strada fra la 20 e la 50 abolita in questa edizione per la disperazione della nostra Giorgi, ieri penultima in lacrime al traguardo, certo più infelice della Trapletti (13^) soldato di Magenta che si è battuta benissimo nel suo personale cinema Paradiso nell'Hokkaido. Oscar Eleni

Un'impresa che abbatte molteplici record. Chi è Antonella Palmisano, la marciatrice medaglia d’Oro nei 20 km alle Olimpiadi di Tokyo. Vito Califano su Il Riformista il 6 Agosto 2021. Non è retorica e neanche un modo di dire: Antonella Palmisano ha fatto la storia con la medaglia d’oro nella marcia sui 20 km a Sapporo, alle Olimpiadi di Tokyo. Primo oro femminile nella marcia, quarto nell’atletica e record ai giochi per l’Italia, ottavo nell’edizione, medaglia che eguaglia i medaglieri più ricchi di sempre, quelli di Los Angeles nel 1932 e a Roma nel 1960. L’Italia ha un posto assicurato nella top 10 del medagliere finale. “Me la andrò a rivedere – ha commentato poco dopo la gara a Rai 2 – Ancora non me ne rendo conto. Oggi è il mio compleanno e volevo che i sacrifici di questi anni fossero ripagati. Negli ultimi 5 anni sentivo la forza dentro me. Quando ero davanti ho vissuto il sogno che avevo immaginato in tutto questo tempo”. Palmisano non era neanche arrivata al top della forma ai Giochi in Giappone. “Ho pianto tutti i giorni, il mio team mi è stato accanto. Era quasi impensabile essere qui ma ne è valsa la pena. Ieri Massimo (Stano, ndr) mi ha fatto venire le lacrime, mi ha fatto emozionare, come Jacobs, Tamberi, gli Europei di calcio, e mi hanno dato la carica. Voglio salutare mio marito che credo sia svenuto, insieme al mio cane. E tutta la mia famiglia che mi ha sostenuto”. Palmisano si è regala il podio più alto nel giorno del suo 30esimo compleanno. Ha strappato a tre chilometri dalla fine senza alcun cenno di cedimento. È arrivata al traguardo in solitaria con il tempo di 1h29″12. È nata nel 1991 a Mottola, in provincia di Taranto, dove vive ancora oggi. Pugliese come l’altra medaglia d’oro nella marcia, Massimo Stano. Da piccola era appassionata di motocross e pallavolo. Ha cominciato con l’atletica ai Giochi della Gioventù e con la marcia quasi per gioco. I risultati l’hanno portata a prendere la cosa sul serio. Ha vinto 19 titoli italiani e sei medaglie internazionali in cinque diverse competizioni di marcia. È arrivata quinta ai Mondiali di Pechino del 2015 e quarta ai Giochi di Rio nel 2016. Bronzo agli Europei di Berlino nel 2018. È anche diplomata in Grafica Pubblicitaria all’Istituto Professionale di Mottola. Dal 2010 fa parte del Gruppo Sportivo delle Fiamme Gialle. Come Stano è allenata da Patrizio Parcesepe.

È diventata nota nell’ambiente come “la marciatrice con la testa in fiore” perché gareggia sempre con i fiori di feltro in testa cuciti a mano dalla madre. È sposata con Lorenzo Dessi, marciatore Azzurro come lei. La proposta da parte di lui al ritorno dall’Olimpiade brasiliana nel 2016. Per la marcia italiana al femminile si tratta della seconda medaglia a cinque cerchi dopo il bronzo di Elisa Rigaudo a Pechino 2008. La 30enne è la quarta di sempre a portare un oro nell’atletica dopo Trebisonda ‘Ondina’ Valla, nel 1936 a Berlino negli 80 ostacoli e anche prima donna italiana vincere un oro ai Giochi olimpici, Sara Simeoni a Mosca 1980 nel salto in alto, e Gabriella Dorio a Los Angeles 1984 nei 1500 metri. Con questa impresa l’Italia conquista un posto sicuro nella top 10 nel medagliere. Vito Califano.

MARCO BONARRIGO per il Corriere della Sera il 2 settembre 2021. Il cartello dice: spiaggia 600 metri, pineta 200. Spiaggia è il lungomare di Ostia ancora affollato di bagnanti, con i chioschi delle grattachecche e i pontili sul mare. Pineta sono gli ottomila ettari di Castelfusano, in perenne lotta contro fuoco e degrado. Dominio di cercatori di asparagi selvatici, podisti e ciclisti, escursionisti e campioni olimpici. Qui, la sera dello scorso 6 agosto, una mano ignota ha scritto sull'asfalto, a caratteri cubitali: «Ostia padrona della 20 km di marcia. I lidensi ringraziano Palmisano, Stano, Parcesepe». Le due medaglie d'oro della marcia, appunto, e il loro coach. A un mese dal trionfo di Tokyo, Antonella Palmisano ieri è tornata a Castelfusano. «Quando non ci alleniamo all'impianto delle Fiamme Gialle - spiega - l'appuntamento è qui, al Bar della Pineta, due volte al giorno. Questo è il mio campo, la mia palestra, la mia vita. Io con mio marito Lorenzo, i colleghi Massimo Stano e Patrizio Agrusti, Mariavittoria Becchetti e Marco De Luca. E ovviamente Patrizio Parcesepe, il coach che ci tallona in bici, con telecamera e cronometro. Per non perdere l'abitudine di girare in tondo marciamo fino a quattro ore lungo un anello di cinque chilometri. Noi ragazze della 20 con i ragazzi della 50, i ventisti come Massimo per conto loro perché vanno troppo forte. Ma a volte, pur di stare assieme, rallentiamo o ci tiriamo il collo». Antonella si è trasferita a Ostia dieci anni fa dalla microscopica Mottola, in Puglia, e ha messo su casa col marito, Lorenzo Dessi, ex marciatore. «Lì per andare al centro commerciale guidavo un'ora, adesso dietro casa ce n'è uno grande come la mia città. A Mottola tutti sapevano chi ero e cosa facevo, qui quando marciavo attorno al condominio durante il lockdown la gente borbottava. Pensavano fossi una fanatica del fitness. La sera in cui sono tornata da Tokyo, però, la strada era bloccata perché tutto il quartiere era sceso in strada ad applaudirmi. Avrei voluto chiedere: ma siete gli stessi che mi ringhiavano dietro l'anno scorso...?». In una pineta dove ciondolano migliaia di podisti, i marciatori restano bestie rare. «Chi non ci conosce ci guarda stranito. Perché sculettiamo? Perché andiamo così forte senza staccare i piedi da terra? Continuano a chiamarci "maratoneti", anche se con la maratona non c'entriamo nulla. Siamo atleti di un altro mondo: niente meeting famosi come Zurigo o Oslo, noi gareggiamo in posti come Podebrady, Dundice o Taicang, che nessuno sa dove sono, e in gare che partono all'alba. Sarebbe bello ci invitassero nei meeting per renderci più visibili: fatichiamo tanto e le nostre medaglie valgono quanto quelle di Jacobs e Tamberi. Invece, per i politici dello sport siamo atleti un po' noiosi. Accorciano le gare, hanno cancellato la 50 chilometri spezzando molti sogni, vogliono farci girare in pista su distanze brevi ad alta velocità, così ci sbrighiamo prima. Ma quella mica è marcia». Inanellando chilometri in pineta («Sto sui 4/5000 l'anno, 500 al mese nei periodi di punta, ma le sedute più dure sono quelle di velocità nella sabbia: quando torno a casa non riesco a salire le scale»). Palmisano riflette sulle sue scelte: «Da piccola ho voluto la marcia perché le velocità della corsa mi mettevano ansia: in una campestre ero arrivata 67ª e mi sembrava che le altre volassero. Ho cominciato con i 2.000 e i 3.000 tra Molfetta, Bisceglie, Taranto e Grottaglie: vincevo tutto. Prima gara fuori regione a Formia, che per me poteva essere l'Equatore: al cancello dell'impianto c'era Elena Isinbaeva in Ferrari. Mi emoziono? Sì, ma non troppo perché ero concentrata nel cercare Maria Luisa Corcella, una quattordicenne pugliese come me. Per batterla copiai il suo riscaldamento. Maria Luisa smise da ragazzina come, purtroppo, tantissime promesse italiane, io invece volevo sfondare a tutti i costi. Lei ora vive a Londra e lavora alla Rolls-Royce. Ci scriviamo ancora». Da quasi cento anni la marcia è un fondo di garanzia a rendimento costante per lo sport azzurro. «Ostia e il modello Fiamme Gialle - conclude Antonella - spiegano molto: mio marito segue 70 ragazzi delle giovanili che si allenano qui in Pineta. La marcia è fatica, vai avanti solo se hai la testa dura e condividi i sacrifici con i compagni. Sono appena andata a trovare i nostri giovani a un raduno in Val di Fassa: erano entusiasti dell'esperienza come lo ero io da piccola in Puglia, grazie a un coach, Tommaso Gentile, talmente bravo a fare gruppo da non farci rimpiangere le pizze, le discoteche e i pigiama party mancati. All'epoca andavano di moda: io zero». Però (si gira tra le mani la medaglia olimpica, ndr ) forse ne è valsa la pena».

Giulia Zonca Per “la Stampa” il 22 agosto 2021. Ora che Antonella Palmisano gioca a beach volley su una spiaggia della Sardegna, l'oro di Tokyo sembra ancora più vero. Più importante. Dopo averlo vinto la marciatrice è stata a Mottola, il posto dove è nata, ed è dovuta subito scappare in un luogo del cuore perché è stata travolta. «Sommersa dalle feste di benvenuto». Un'accoglienza che le ha dato la dimensione del traguardo. E non solo di quello della 20 km olimpica.

Il primo km che porta a questo oro a che punto della carriera lo mette?

«Risale al passo immediatamente dopo Rio. Fino a lì, fino al 2016, tanti bei risultati senza una vera fiducia, dopo quel quarto posto, arrivato praticamente da infortunata, il mio allenatore mi ha guardata e ha detto: "Adesso lavoriamo per vincere la medaglia che vuoi». 

Dove l'ha vinta?

«A Roccaraso, in Abruzzo, dove non c'è altitudine, sopra un percorso muscolare che mi dà tanta forza; a Castelporziano, a casa delle Fiamme Gialle che è diventata casa mia; alla Pineta con la gente che cammina per stare in salute. E dal 2018, a Tokyo. La mossa segreta». 

Avete provato un percorso che poi non sarebbe stato quello olimpico.

«Già, non sapevamo che avremmo marciato a Sapporo, ma le condizioni si sono rivelate simili. Abbiamo capito che non avrebbe mai vinto l'interprete della gara perfetta, anche se io ho realizzato davvero che approccio usare solo quando ho visto Massimo Stano. Guardando lui ho speso un sacco di energia che mi sarei dovuta tenere».

Tifo per il compagno di allenamento?

«Vita in comune che ti scorre nelle vene. Tra me e lui c'è sempre stata competizione, io cerco di stare al passo dei maschi fino ad andare persino fuori ritmo. Il mio tecnico si arrabbia però è colpa sua, non si sa quante volte mi ha detto "ragiona da uomo"». 

Si è mai offesa?

«No, perché una donna italiana i Giochi non li aveva mai vinti ed era un modo per dirmi di andare oltre. Un fatto su cui Massimo ha sempre giocato, "tu sfigata non mi supererai mai". E io di rimando "adesso questa donna ti straccia". Anni così. E quando lo vedo nel gruppo di testa alle olimpiadi impazzisco: negli ultimi 5 km ero sudata persa, urlavo, saltavo».

Sfumata l'idea di conservare energie.

«Alla sera non riuscivo ad alzare le gambe, ero prosciugata e per un attimo ho pensato "Ecco, me la sono giocata". Poi è arrivato Massimo mi ha abbracciato e mi ha detto "se l'ho fatto io puoi farlo anche tu" ed è stato come se mi avesse restituito la forza. Ho sognato la sua gara che si mescolava alla mia, ho sognato di vincere proprio nel modo in cui poi l'ho fatto». 

Premonizione o determinazione?

«È uscito il lavoro di questi 5 anni. Alla partenza ho detto, "qui il capo sono io, non mi inchino al campione olimpico". C'era un solo modo per riuscirci». 

Questi due ori si somigliano?

«Hanno le stesse radici. Entrambi cresciuti al sole del Sud, io e Massimo veniamo da piccoli paesi della Puglia, entrambi li abbiamo lasciati e ce li siamo portati dietro».

Palo del Colle, provincia di Bari per Stano e Mottola, Taranto, per lei. Come è stato crescere lì?

«Per usare una parola oggi abusata, in una bolla. Non c'è nulla fuori o almeno non sai che c'è e allora puoi solo fantasticare. Io immaginavo di giocare a pallavolo in grandi tornei, ma ero bassa, minuta, mi hanno detto: "Corri". Sono partita. Un giorno non potevo iscrivermi a una gara e ho virato su quella di marcia, avevo 14 anni. Dopo pochissimo la mia terra che tanto amo non era più abbastanza. Mi sono dovuta separare da tutto quello che conoscevo. Dalla fattoria alla capitale». 

Quando è riuscita a gestire la nuova vita?

«Ci ho messo parecchio. Con fatica, grazie al gruppo sportivo che mi ha tracciato la strada e sono arrivata fino alle Fiamme Gialle che mi hanno consegnata a Patrizio Percesepe, la mia fortuna. All'inizio è stata dura, mi mancavano i nonni che per sette anni mi hanno portato a ogni singolo allenamento. Mi mancava mamma che allora faceva la sarta e oggi crea gioielli, è cresciuta anche lei. Con me. Mio padre invece è muratore tuttofare, una certezza. Sentivo fitte di nostalgia per i miei cari».

Ma le ha domate.

«Devo molto ai due anni con Elisa Rigaudo, bronzo a Pechino 2008. Sono stati fondamentali. E sono rimasti. La sento sempre prima delle gare, non mi dice assolutamente nulla eppure la sua voce tranquilla mi carica, lei è quella che mi ha mostrato la strada. Ascoltandola ho pensato "voglio fare parte di quella storia, non importa quanti sacrifici servono"». 

È arrivata oltre, è la prima italiana oro olimpico nella marcia.

«Infatti, Elisa mi ha detto: "Adesso come funziona? "».

Come funziona?

«Il giorno dopo l'oro mi sono detta, "ho fatto tutto, che cosa posso desiderare?". E 48 ore dopo ho realizzato quanto stupido fosse quel pensiero. Ora in una sola stagione mi ritrovo Mondiali ed Europei, pensi come sarebbe vincerli entrambi un grande slam unico. Non vedo l'ora di rimettere le scarpe». 

È passata da salvatrice della patria, in Mondiali in cui il suo bronzo era l'unica medaglia della spedizione, a un oro tra i tanti.

«Un altro livello. Vincere insieme è più bello, nella telefonata con Gianmarco Tamberi, che da capitano ha subito chiamato per congratularsi, non la finivamo più di dirci "ciao campione", "ciao campionessa". Si moltiplica il valore».

Perché l'Italia dello sport non si pone più limiti?

«L'estate ha cambiato qualcosa. Gli Europei di calcio, Jacobs e Tamberi che in pochi minuti stravolgono l'atletica, io e Massimo campioni a 24 ore di distanza, ogni giorno podi azzurri. Abbiamo cancellato punti di riferimento che stavano lì a imbrigliarci. Come è successo con il record sul miglio: non lo batteva mai nessuno, i 4 minuti erano il confine delle possibilità umane e una volta che Bannister li ha abbattuti gli sono andati dietro tutti. Per noi è caduto un limite e adesso non ci sono più scuse». 

Una lezione da passare al Paese?

«Credo sia successo, siamo un esempio. Io sono arrivata a Tokyo dopo 40 giorni in cui correvo, ma non marciavo per un fastidio costante e una settimana prima mi sono data la sveglia: "Ora ne esci in qualche modo". Lo sport ti obbliga a riconsiderare i problemi. Jacobs avrebbe potuto essere felice con la finale, nessuno ci era mai arrivato e invece ha voluto arrivare primo, pure se è diventato grande convinto che un italiano non lo potesse fare. A pensarci ora, perché poi? ». 

La testa conta così tanto?

«Il 90 per cento è testa, il 9 lavoro, l'uno per cento è sedere».

Lei allena la sua testa?

«Ogni giorno. Quando serve mi rivolgo ai professionisti del settore, però focalizzo gli obiettivi anche per conto mio, testo la concentrazione. Non mi lascio tregua». 

Polemica dell'ultimo minuto. Secondo una statistica siti, social, tv e giornali usano i cognomi per i campioni olimpici maschi e i nomi o i nomignoli per le donne. Nel suo caso Antonella o Nelly.

«Ci vedono bisognose di coccole. Scatta Nelly perché sembra affettuoso, forse. Mi piace vederla in questo modo almeno». 

Ha bisogno di affetto?

«No, "Palmisano ha vinto la 20 km", mi andrebbe meglio». 

Dalla prossima stagione ci sarà la 35 km al posto della 50, pensa di provarci?

«La 50 non faceva per me e non l'ho mai considerata, la 35 km potrebbe pure allungare la carriera». 

Il suo tecnico ha detto: "basta divisioni". Come mai un mondo piccolo come la marcia è così frammentato?

«Campanili. Siamo stati gelosi dei nostri segreti, dei nostri percorsi, ma sfidarci tra noi ci aiuterebbe a crescere. Spero di poter scambiare esperienze con Eleonora Giorgi, spero che questi ori allarghino il movimento e il confronto. Si possono condividere progetti diversi senza snaturarsi». 

Da quando non ci sono più i russi, squalificati per doping di stato, la sua disciplina è molto cambiata.

«Sì, ma, ancora una volta, soprattutto nella testa di ciascuno. Partivamo battuti, consapevoli che i più forti non erano puliti, eravamo depotenziati prima del via. Adesso sai che te la puoi giocare con tutti». 

Adesso la marcia è pulita?

«Credo di sì, comunque non vedo più squilibri e credo nel sistema. Magari c'è ancora il singolo che ci prova ma non un gruppo che ha messo su un meccanismo per truffare i controlli». 

La marcia di casa nostra ha superato il caso Schwazer?

«Con questi ori sì. Finalmente si parla d'altro. Si parla di me e di Massimo adesso». 

Avete condiviso la stessa bandiera a Tokyo. Di chi erano tutte quelle firme?

«L'abbiamo ricevuta in dono dai ragazzini di Tokurosawa, la scuola dove ci siamo allenati, dove siamo venuti più volte per testare il clima giapponese. Ci sono i loro nomi e c'è scritto "Gold medal". La scelta del messaggio doveva avere senso, non c'erano incitazioni o auguri solo "Gold medal". L'abbiamo appesa nel nostro corridoio, a Sapporo, e il giorno della gara di Massimo l'ho staccata dal muro. Gliel'ho consegnata al traguardo e gli ho fatto promettere di riportarmela. La sento ancora tra le mani, appena l'ho toccata ho pianto. Credo sia il ricordo più intenso che mi resterà».

Tokyo 2020, Antonella Palmisano si affida alla Madonna? Vergogna-Rai: ecco come ne hanno parlato. Renato Farina su Libero Quotidiano l'8 agosto 2021. La vittoria più ancora della sconfitta rivela chi siamo. L'Italia sotto la pioggia dell'oro di Tokyo 2020 recupera autostima, si specchia orgogliosa nei suoi eroi olimpici. Ci voleva. Una domanda: siamo sicuri che la fibra spirituale dei campioni in cima al podio - che è poi quella popolare che sta garantendo la resurrezione di questo Paese dopo, anzi con un piede ancora nella pandemia - coincida con l'interpretazione che ne dà la classe intellettuale, proiettata come un sol uomo/donna ad abbracciare il pensiero unico progressista? No, c'è una differenza spaventosa. Ad esempio. IlTg1 di venerdì 6 agosto, delle ore 20. Il numero 1 in assoluto per ascolti e, piaccia o no, per pervasività nelle nostre menti. Lo accogliamo normalmente senza difese, per la sua carica di neutralità, per i tempi assegnati rigorosamente secondo tabelle partitiche. E così è accaduto ieri. Quattro milioni di persone incollate allo schermo. Le tre medaglie d'oro sono raccontate con partecipazione commossa, bei servizi, immagini stupende, commenti alati. Prima i magnifici quattro della staffetta, Patta-Jacobs-Desalu-Tortu. Parlano loro, poi i familiari, l'Italia profonda della provincia. Stessa trama di racconto per il karateka siciliano Luigi Busà. Infine tocca a lei, Antonella Palmisano, oro nella 20 km di marcia. Si mette il tricolore sulle spalle lontano dal traguardo, le scivola a terra, ma se ne lascia sommergere dopo il traguardo. Compie trent'anni, la giornata perfetta. La determinazione di chi non si lascia sfiancare dai disastri della vita e li supera più forte. E ha un ringraziamento dentro di sé: per la Madonna. Questa in fondo è l'Italia autentica. La Madonna? Sì. Lo stesso gesto di gratitudine che ha condotto Gianluca Vialli dal quartiere ultra trendy di Chelsea-London ad inginocchiarsi nello scalcinato santuario della Madonna della Speranza a Grumello Cremonese dopo la vittoria agli Europei e a lotta contro il cancro in corso. Ecco la trascrizione del parlato del momento più intimo vissuto dalla famiglia Palmisano in festa a Mottola (Brindisi) (Tg1, ore 20.03). Giornalista: «Ieri la neocampionessa ha chiamato il padre per una richiesta speciale». Signor Palmisano, padre di Antonella: «Ha detto: papà vai alla chiesetta, vai alla Madonna delle Sette Lampade. Ci sono andato, ho acceso le sette lampade, Gesù ci ha fatto il miracolo» (si vedono le sette lampade accese, la luce rimbalza sul volto di quest'uomo, che apre fiducioso il suo cuore agli italiani). La giornalista commenta: «Rituali che portano fortuna, come i fiori che indossa a ogni gara, realizzati dalla mamma. Miracoli o scaramanzia, in una terra che fa incetta di medaglie». Ma che roba è questa? Rituali della fortuna, scaramanzia? Ma chi sono costoro che si sono eletti interpreti autentici dell'amore del popolo per le proprie radici religiose. Nessuna protesta del Codacons, non pare che ci siano state proteste di massa. Abbiamo accettato che la linfa che attraversa le generazioni sia trattata come folklore superstizioso. Neppure si dà credito alla possibilità che ci sia amore autentico e non gesto propiziatorio dietro quell'omaggio alla Vergine. E che magari - ipotesi inverosimile, figuriamoci! - il quadro di quella giovinetta ebrea non sia davvero la madre di Dio che dà forma ai cuori, alla cultura, al modo di essere, persino alla storia grande e a quella piccola di una marciatrice pugliese. Niente. Riti scaramantici, talismani della fortuna, come le mutande, sempre quelle, indossate da Jacobs in tutte le gare importanti. Il giorno precedente aveva vinto la medaglia d'oro, stessa specialità, 20 km di marcia, Massimo Stano, anch'egli pugliese, dal sorriso divorante di chi ha scalato montagne altissime guadagnandosi la vetta del mondo. C'è un particolare delle sue dichiarazioni che ha colpito tutti. «Mi sono fatto musulmano per potermi sposare con la donna che amo». Queste parole sono state accolte con rispetto. L'amore è un meraviglioso pass-partout. Lo ha fatto in totale libertà. Nessuno ha sollevato la questione se sia bello o no doversi liberamente, ci mancherebbe, non siamo in Pakistan, convertire per potersi sposare. Non si entra nell'intimità delle coscienze, alla condizione che si pratichi una religione che sa farsi rispettare e un tantino anche temere. Ha ceduto a un rituale propiziatorio? È stato un miracolo? Oppure una scaramanzia per vincere? Nessuno - e giustamente! - ha sollevato questi interrogativi con il glorioso neo-islamico Massimo. Queste domande sono lecite soltanto se una ragazza di nome Antonella chiede al padre di accendere le sette lampade al santuario della Madonna. In quel caso tirare in ballo la superstizione fa molto fino, ed è anche bello descrivere questi gesti con quel filo di lieve e sana ironia che distingue le classi superiori. Che ci porteranno alla rovina.

Il coach originario di Latina. Chi è Patrizio Parcesepe, l’allenatore di Stano e Palmisano: gli Ori nella marcia 20 km a Tokyo. Vito Califano su Il Riformista il 6 Agosto 2021. Mai successo prima: è la prima volta che l’Italia vince l’oro nella marcia con uomini e donne nella stessa Olimpiade. E nel giro di 24 ore circa. Prima Massimo Stano, ieri; e oggi Antonella Palmisano, nel giorno del suo 30esimo compleanno. E dietro i loro successi storici c’è la Puglia, la terra di origine di entrambi, ma soprattutto lo stesso allenatore: Patrizio Parcesepe. Mai quattro medaglie d’oro nell’atletica per l’Italia alle Olimpiadi, e mai medaglia d’oro nella marcia femminile. Ottavo oro che piazza automaticamente gli Azzurri nella top 10 del medagliere – momentaneamente all’ottava posizione – e che eguaglia i record di Los Angeles ’32 e Roma ’60. Palmisano, con il suo tempo di 1h29″12 davanti alla colombiana Erica Arenas e alla cinese Liu, ha fatto la storia. Come la storia l’aveva fatta ieri Stano. Come l’ha fatta quindi Parcesepe. Originario di Latina, il coach è per tutti “Patrick”. Ex marciatore pontino che dopo alcuni anni di “militanza pontina” sotto la guida di Sergio Sciaudone, è passato nelle Fiamme Gialle di Ostia dove è stato arruolato fino alla convocazione in Coppa del Mondo in Cina. Aveva cominciato nel 1980 avviato dal professor Mendillo alla corsa campestre alla scuola media Manuzio di Latina Scalo. Allo stesso tempo, come ricostruisce il quotidiano Il Messaggero, si iscrisse anche alla società di atletica che all’epoca si chiamava Sporting Club ed era coordinata dal presidente Aldo Di Pietro, dal dirigente Giacomo Mignano e nel settore tecnico da Giampiero Trivellato e Pasquale Piredda. Oltre alla corsa praticava anche la marcia arrivando al podio della finale nazionale dei Giochi della Gioventù e centrando la qualificazione per la finale nazionale under 15 di Ancona. È diventato allenatore subito dopo la fine della carriera da atleta. E da subito con grandi successi a livello nazionale e internazionale con vari specialisti tra cui Rubino e Fortunato. Gli Ori di Tokyo con Stano e Palmisano rappresentano il punto più alto e il coronamento di una carriera e di una vita dedicate anima e cuore all’atletica. Questi ori sono anche suoi.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Busà da impazzire, il “gorilla di Avola” Oro nel karate: è record di medaglie per l’Italia. Antonio Lamorte su Il Riformista il 6 Agosto 2021. Le Olimpiadi di Tokyo entrano nella storia d’Italia. Non solo dello sport, ma proprio del Paese: saranno i Giochi da raccontare a figli e nipoti. L’azzurro Luigi Busà ha conquistato la finale e quindi la medaglia d’oro nel Karate categoria -75 kg del kumitè maschile ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020. Il siciliano di Avola ha battuto per 1-0 l’azero Rafael Aghayev, che vanta cinque titoli mondiali e 12 titoli europei. La sua performance porta il medagliere italiano a un’altezza mai raggiunta prima. Busà è stato perfetto. Tre minuti tiratissimi. È originario di Avola, in provincia di Siracusa, ed è stato campione del mondo due volte in carriera. Il suo soprannome è “Gorilla di Avola”. Aveva battuto Yahiro e perso con il kazako Azhikanov nei gironi eliminatori. Quindi ha vinto sul tedesco Bitsch e sul rivale amico Aghayev. È entrato nella storia del karate nel mitico Budokan di Tokyo. Busà è stato protagonista di un successo esaltante. Secondo Oro della giornata dopo quello di Antonella Palmisano nella marcia a 20 km a Sapporo. È il nono oro per l’Italia alle Olimpiadi. Ed è la 37esima medaglia in totale degli Azzurri ai Giochi. Record assoluto: superate sia Los Angeles 1932 e che Roma 1960. Il medagliere recita al momento nove ori, dieci argenti e diciotto bronzi. Il Coni si aspettava una missione da circa 30 medaglie. La spedizione ha superato ogni pronostico. Il punto di svolta, probabilmente, quello che tutti ricorderanno e ricorderemo, è stato il primo agosto, quando l’atletica ha portato due storiche e iconiche medaglie, due prime volte, di oro con Marcell Jacobs nei 100 metri e Gianmarco Tamberi nel salto in alto. La spedizione di Tokyo è già leggendaria. Resta comunque Atlanta 1996 quella con le medaglie più pesanti con 13 ori, 10 argenti, 12 bronzi. Ad Atene era andata benissimo con 10 ori, 11 argenti e altrettanti bronzi. Sia a Pechino, che a Londra e a Rio de Janeiro non si era andati oltre i 30 podi. Quelli in Giappone sono già Giochi entrati nella storia di un Paese più che dello sport Azzurro.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Gian Luca Pasini per gazzetta.it il 6 agosto 2021. “Un forza Gigi” si alza nel tempio delle arti marziali. Non c’è tifo, ma l’Italia si sente nel Nippon Budokan, dove il karate è nato per i Giochi. E lui Gigi Busà mantiene la sua promessa: porta tutto il karate italiano sul gradino più alto del podio. Il nono oro di una Olimpiade da leggenda per il tricolore, la 37esima medaglia italiana. Un record assoluto che batte anche i primati di Roma e di Los Angeles 32. E arriva da questo ragazzone (33 anni) di Avola (Sicilia) che è più forte di tutto. Rischia di uscire nelle qualificazioni. Risale e riparte nella finale che tutti volevano. Quella più attesa. I numeri 1 della categoria fino a 75 kg. Gigi Busà contro l’azero Rafael Aghayev, due nemici e amici. Che in tempi di Covid, avevano intrattenuto gli appassionati, con un allenamento comune, su Instagram. Questa sera era la sera. Ed è stata quella di Gigi, un predestinato dello sport che ama e che ha portato sul gradino più alto nella serata magica. Lotta, soffre, risale, come una finale vinta per 1-0 (yuko), che voleva fortemente e che nessuno poteva togliergli. I volontari giapponesi non si sono voluti perdere l’occasione di una finale olimpica nel tempio nipponico delle arti marziali: il Nippon Budokan. Qui fece il suo esordio il judo nel 1964. Qui ha fatto il suo esordio il karate nel 2021 anche se la fortuna del judo olimpico per ora non verrà vissuta dal karate che già da Parigi verrà escluso dal programma, anche se a livello politico si lavora per un reinserimento a Los Angeles 2028. Ma di questo gli appassionati e tifosi non si sono preoccupati sono entrati nell’impianto da 14.000 posti e hanno dato un po’ di pathos in più (erano molto distanziati) a questa giornata storica per il karate azzurro, ma anche per l’Italia. E anche loro hanno applaudito questa altra notte da ricordare. Grazie Gigi.

Luigi, la lezione storica del bambino bullizzato "Ragazzi, non mollate". Sergio Arcobelli il 7 Agosto 2021 su Il Giornale. Busà trionfa nel karate che a Parigi non ci sarà "Ero ciccione, mi insultavano, ma ce l'ho fatta". Forse mentre combatteva sul tatami sapeva di avere un appuntamento con la storia. E per questo ha vinto. Si scrive Luigi Busà, si legge record. È un risultato che vale doppio quello conquistato dal karateka 33enne che, da una parte, ha portato a casa il primo oro italiano nella disciplina al debutto olimpico; dall'altro, la sua medaglia ha rappresentato il podio numero 37 dell'Italia a Tokyo (seguito poco dopo dall'oro nella 4x100 dell'atletica) e il sorpasso sui Giochi di Los Angeles 1932 e Roma 1960. E dire che il Coni si aspettava di ricavare un bottino da 30 medaglie, ed invece siamo andati aldilà dell'immaginabile. Dicevamo: la 37esima medaglia dell'Italia è giunta da uno sport, il karate, che esordiva proprio a Tokyo e che a Parigi, purtroppo, già non ci sarà più. Dopo l'argento dell'altroieri di Viviana Bottaro nel kata, è arrivato uno splendido oro nel kumite -75 kg grazie a Gigi Busà, 33enne siciliano di Avola, città della provincia di Ragusa che quest'anno ha già fatto il tifo per un altro classe '87 come Damiano Caruso, rivelazione con il 2° posto al Giro d'Italia. «Mamma ce l'ho fatta!», è stato questo l'urlo del Gorilla di Avola, il soprannome di Busà, risuonato nel mitico Budokan di Tokyo. «Questa è una medaglia che voglio che sia di tutti. In questa Olimpiade, e prima ancora con gli Europei di calcio, noi italiani abbiamo dimostrato che dalle difficoltà riusciamo ad uscire alla grande. Mi piace pensare a questo oro come a un simbolo di rinascita per tutta l'Italia. Sono felicissimo non solo per me, ma per tutto lo staff. È stato un anno difficilissimo, un giorno ve lo racconterò». È stata una lunga giornata per Luigi Busà. Come lungo è stato il suo cammino. Da adolescente ha lottato con l'obesità e rischiava di diventare un problema. «Ero ciccione, a 13 anni pesavo 94 chili. Quando ero piccolo ho ricevuto tanti insulti per via del mio peso. Oggi voglio dire ai ragazzi di non mollare mai». L'incontro con lo sport lo ha cambiato e grazie all'aiuto del papà appassionato e convinto che nel suo bambino ci fossero le potenzialità giuste è riuscito ad emergere anche in uno sport che all'epoca non godeva di grande seguito. Già nel 2006 Luigi vinceva la sua prima medaglia internazionale (toh, oro) al Mondiale di Tampere. Poi una serie infinita di medaglie mondiali ed europee. Ma quel che più contava per lui erano i Giochi olimpici. «È una vita che aspetto l'Olimpiade, adesso non me la toglierà nessuno», si caricava dopo aver ottenuto il pass per il Giappone. E ieri, nel match che valeva il metallo più prezioso, Busà l'ha spuntata sull'eterno rivale, Aghayev, grazie a uno yuko, e con l'azero che, contrariamente alla filosofia di questa antica arte, non ha mostrato particolare affetto nei confronti dell'avversario. D'altronde, i due li chiamano il Ronaldo e il Messi del Tatami, per quanto sono forti ma anche diversi (Aghayev è il bassino...). Prima di Tokyo Luigi era il numero 2 del mondo, ma anche qui è arrivato un altro sorpasso...Sergio Arcobelli

Stefano Mancini per “La Stampa” il 7 agosto 2021. È la medaglia del record quella che Luigi Busà, primo campione olimpico dI Karate kumite, chiama «la mia biondina». La solleva, la morde, ci gioca e la mostra orgoglioso: è la 37ma di questa straordinaria spedizione italiana a Tokyo a cui, proprio nei momenti dell'esultanza, si aggiunge quella della 4x100 dell'atletica. Le belle notizie viaggiano in tempo reale e si fondono in unico abbraccio tra il karateka e il suo entourage. «Questa è davvero la medaglia di tutti, senza una squadra di grandi professionisti a sostenermi non sarei arrivato fin qui», assicura il karateka azzurro. La festa comincia negli scantinati del Nippon Budokan, il palazzo dello sport di Tokyo a forma di pagoda che è simbolo dell'identità e delle tradizioni del vecchio Giappone. Qui gli atleti raccontano la loro impresa e i sacrifici che l'hanno preceduta. La vittoria è il lieto fine, ma dietro si nascondono quasi sempre storie tristi e non banali. L'inizio della favola narra di un bambino che amava abbuffarsi. Busà, 33 anni, siciliano di Avola, provincia di Siracusa e terra di buoni vini, rivela il suo passato: prima di diventare campione di un'arte marziale, era obeso e veniva bullizzato dai compagni di scuola. «Un giorno vi mostrerò le mie foto - promette -. A 13 anni pesavo 94 chili ed ero più basso di adesso. Ero grassissimo, come potevo pensare alle Olimpiadi? Il mio messaggio, anzi il messaggio di questa medaglia è che la vita non è facile. Io ho subìto insulti, vengo da un paesetto del Sud un po' così, bellissimo per carità, ma devi sgomitare per uscire. Però ce l'ho fatta. Non mollate mai». È stato il padre a intravedere in lui le stimmate del campione, o forse semplicemente a trovargli un'attività che lo rimettesse in forma. Papà Sebastiano è un «sensei», un maestro. Vedeva che il figlio vinceva campionati cadetti e qualcosa di serio poteva diventare. «Il problema è che a 16 anni combattevo nei pesi massimi - racconta ancora l'atleta azzurro -. Mi fecero capire che a livello internazionale non sarebbe stata una buona scelta, perché colpi e impatti sono troppo duri. Dovevo dimagrire, scendere nei medi sotto i 75 chili. Ho fatto la dieta, e da quella categoria non mi sono più mosso». Tutta la famiglia è legata al karate: la moglie Laura Pasqua è stata medaglia di bronzo ai Mondiali 2014, mentre il fratello Nello ha fatto l'allenatore delle nazionali giovanili. Ma non è a loro che Luigi ha pensato quando ha stampato il volto sulla telecamera che riprendeva l'incontro e ha urlato «mamma, ce l'ho fatta». Ora per il suo ritorno ad Avola vuole i caroselli per strada. L'incontro decisivo contro il suo rivale storico, l'azero Rafael Aghajev, è stato molto combattuto e si è concluso sull'1-0. «Se la finale olimpica non fosse tesa, non sarebbe fra i due migliori del mondo», dice l'oro olimpico. Il paradosso di questa impresa è che potrebbe rimanere unica. Il Cio ha deciso di cancellare il karate dal programma a partire dai Giochi di Parigi 2024, dopo averlo introdotto a Tokyo. Potrebbe ripristinarlo nel 2028 a Los Angeles, ma si tratta di ipotesi. «Se può servire, ci parlo io con il presidente del Cio. Il karate è uno sport bello da vedere e complesso, è un errore toglierlo». Intanto, a domanda sul suo futuro risponde che si preparerà per le Olimpiadi, che siano fra tre o sette anni. «Lo faccio soprattutto per i giovani: vorrei che tutti avessero l'occasione di provare le mie stesse sensazioni». Probabilmente non saranno mai così intense le sensazioni dei suoi eredi. Il motivo? Busà è andato a vincere a Tokyo, praticando un'antica disciplina giapponese e all'interno di un luogo simbolico. È l'Italia che vince l'Eurocontext con i Måneskin, che sbanca Wembley agli Europei con la Nazionale di Mancini e che batte ogni record ai Giochi. È l'Italia multidisciplinare che ci fa scoprire un aspetto nascosto del nostro retroterra sportivo: siamo una potenza nelle arti marziali orientali e siamo andati a imporci là dove hanno le radici più profonde: una vittoria nel taekwondo (coreano), due bronzi nel judo, un oro e un bronzo nel karate. Finirà domani, ma non è un sogno.

Record Italia, mai così super-potenza. Elia Pagnoni il 7 Agosto 2021 su Il Giornale. Primato di medaglie: 38. Meglio di Germania e Francia. Malagò: "I nostri Giochi più belli". Corri Italia, corri. E salta, rema, vola, pedala e colpisci, perché un record tira l'altro. L'Italia che non ti aspetti, quella che alla fine della prima settimana di Tokyo 2020 era in grave ritardo, adesso sta scalando il medagliere in modo vertiginoso. L'Italia preoccupata perché le sue miniere d'oro tradizionali, scherma e tiro, si erano improvvisamente inaridite, si è scoperta gigantesca addirittura nella regina dei Giochi, in quell'atletica che da anni era in profonda crisi. L'atletica a cui abbiamo cantato decine di de profundis, è diventata improvvisamente la nostra disciplina trainante, tanto da proiettarci in testa al medagliere di questo sport con gli stessi ori degli Usa. E se la marcia è sempre stato il rifugio dell'atletica azzurra anche nei momenti bui, la doppietta dello sprint va al di là di ogni sogno più folle. L'Italia da record ce la fa scoprire invece l'ultimo arrivato: quel karate entrato nel programma di Tokyo grazie alle porte girevoli olimpiche che fanno entrare ed uscire gli sport ad ogni edizione. E Luigi Busà riesce a dare un attimo di celebrità a una disciplina spuntata dal nulla e destinata a tornare subito dietro le quinte, firmando la medaglia del primato, la 37esima, quella dello storico sorpasso sui massimi bottini azzurri di Los Angeles '32 e Roma '60 (36 podi), appena in tempo per ritagliarsi un'ora di ribalta prima di cedere i riflettori all'enorme impresa dei ragazzi della 4x100. Che ci portano a 38 medaglie, surclassando i primati precedenti, «i nostri Giochi più belli di sempre» esulta il n°1 del Coni Malagò, anche se va considerato che nelle olimpiadi romane le nostre 36 medaglie arrivarono su 150 gare a disposizione e in quelle americane appena su 117, a fronte dei 339 titoli assegnati a Tokyo. Perché certe specialità, che magari oggi ci esaltano, ai tempi di Roma '60 non le avevano ancora inventate. Resta il fatto che, in base ai calcoli sulle medaglie ancora in palio, ormai siamo sicuri della top 10 nel medagliere. L'impresa di Jacobs & C frutta tra l'altro il 10° oro che ci fa tornare alla splendida edizione di Atene 2004, visto che a Pechino, Londra e Rio ci siamo fermati a 8, e ci fa eguagliare le 10 di Tokyo prima edizione, 57 anni fa. Adesso ci restano tre giorni per tentare l'impossibile (i 14 ori di Los Angeles '84). E intanto siamo settimi nel medagliere, davanti a Germania e Francia, che sarebbe il miglior piazzamento da Sydney 2000 quando vincemmo ben 13 ori. Certo, queste medaglie hanno pesi specifici diversi, bisognerebbe analizzarle sotto tanti punti di vista, mancano clamorosamente quelle degli sport di squadra, ma ci sono quelle pesantissime dei quartetti (ciclismo) e delle staffette, non solo quella già leggendaria dell'atletica, ma anche del nuoto, 4x100 stile e mista maschili. Oggi però è difficile parlare di sport di serie A e B. Semmai ci permettiamo di giocare con la classifica delle medaglie più o meno fortunate. Perché ci sono bronzi che arrivano solitari a salvare un'intera giornata e vengono celebrati in lungo e in largo, come quello di Lucilla Boari nell'arco che ha permesso ai genitori di passare la giornata in tv e ha dato spazio persino al gossip. E poi ci sono quelli spazzati via in pochissimo tempo da altre imprese straordinarie, come quello dei canottieri Pietro Ruta e Stefano Oppo, terzi nel due di coppia pesi leggeri, ma oscurati completamente dall'oro delle ragazze nella stessa specialità. Così come l'incredibile bronzo della 4x100 mista (Ceccon-Martinenghi-Burdisso-Miressi) avrebbe meritato da solo paginate di giornale e invece spunta l'exploit di Marcell Jacobs che spinge i nuotatori nelle ultime pagine. E quando non arrivano altre imprese olimpiche, si fanno i conti con l'imponderabile, come capita all'oro di Massimo Stano nella marcia oscurato da Valentino Rossi che ha avuto cinque anni per decidere di ritirarsi e l'ha annunciato proprio l'altro ieri. Insomma non basta vincere, ma bisogna saper scegliere il momento giusto. Elia Pagnoni  

Perché questo medagliere fa la Storia. Marco Gentile il 6 Agosto 2021 su Il Giornale. 38 medaglie totali, superate le olimpiadi del 1932 e del 1960 quando si era toccato quota 36. Tokyo 2020 per i colori azzurri è diventata l'Olimpiade più fruttuosa di sempre. Antonella Palmisano, Luigi Busà e la staffetta 4x100 maschile hanno fatto salire a quota 38 le medaglie conquistate dall'Italia in queste prolifiche Olimpiadi di Tokyo 2020. Superate le spedizioni di Los Angeles nel 1932 e nel 1960 con 36 medaglie e superata anche Atlanta 1996 quando le medaglie messe in cantiere dagli azzurri furono 35. Al momento l'Italia ha conquistato 18 bronzi, 10 argenti e ben 10 ori, con i tre messi insieme oggi, venerdì 6 agosto, nella 20 chilometri di marcia femminile, nel karate maschile e nella staffetta 4x100 maschile con Tortu-Jacobs-Desalu e Patta da urlo. E non è finita qui, dato che ci sono ancora diverse gare che potrebbero rimpinguare ancora di più un già ricco bottino. I pronostici alla vigilia delle Olimpiadi davano l'Italia tra le 30 e le 40 medaglie e le aspettative sono state ampiamente rispettate. Ci sono state diverse sorprese ma anche tante delusioni con la scherma grandissima amarezza (mai così male da Mosca 1980 e con il nuoto che non ha atteso le aspettative con l'esperta Federica Pellegrini e la giovane Pilato che non sono riuscite ad andare a medaglia.

Le grandi speranze. Domenica 8 agosto giorno conclusivo delle Olimpiadi l'Italia osserverà attentamente Elisa Balsamo che dovrebbe disputare la prova dell’omnium nel ciclismo su pista e sarebbe nel caso tra le favorite, mentre sperano in una medaglia anche le farfalle della ginnastica ritmica. Per il momento il medagliere è ricco ma mancano ancora 48 ore per capire se sarà rimpinguato ulteriormente dalla spedizione azzurra a Tokyo 2020.

Il riepilogo

Ottavo posto attuale nel medagliere, dieci medaglie d'oro, dieci d'argento e ben 18 di bronzo: ecco come sono state distribuite:

10 ori: Vito dell'Aquila (taekwondo), Marcell Jacobs (100 metri piani), Gianamarco Tamberi (salto in alto), Massimo Stano (marcia 20km), Antonella Palmisano (marcia 20km femminile), Canottagio femminile, Vela, ciclismo su pista, Luigi Busà (karate), 4x100 maschile

10 argenti: Luigi Samele (sciabola), 4x100 stile libero (nuoto), Giorgia Bordignon (sollevamento pesi), sciabola a squadre, Gregorio Paltrinieri (nuoto), Mauro Nespoli (tiro con l'arco), Vanessa Ferrari (ginnastica artistica), Manfredi Rizza (kayak), , Diana Bacosi (skeet), Daniele Garozzo (fioretto)

18 bronzi: Elisa Longo Borghini (ciclismo femminile crono), Odette Giuffrida (judo), Mirko Zanni (sollevamento pesi), Nicolò Martinenghi (nuoto), Maria Centracchio (judo), spada femminile, Federico Burdisso (nuoto), canottaggio a 4, canottaggio a 2, fioretto femminile, Lucilla Boari (tiro con l'arco), Irma Testa (boxe), Antonino Pizzolato (sollevamento pesi), nuoto a 4 maschile, Gregorio Paltrinieri (nuoto), Elia Viviani (ciclismo), Viviana Bottaro (karate), Simona Quadarella (nuoto)

Marco Gentile. Sono nato l'8 maggio del 1985 a Saronno, ma sono di origine calabrese, di Corigliano Calabro, per la precisione. Nel 2011 mi sono laureato in comunicazione pubblica d'impresa presso la Statale di Milano. Ho redatto un elaborato finale sulla figura di José Mourinho, naturalmente in ambito della comunicazione. Sono appassionato di sport in generale ed in particolare di tennis e calcio. Amo la musica, leggere e viaggiare. Mi ritengo una persona genuina e non amo la falsità. Sono sposato con Graziana e ho una bambina favolosa di 2 anni e mezzo. Collaboro con ilgiornale.it dall'aprile del 2016.

Marco Gentile per "ilgiornale.it" il 7 agosto 2021. Altra medaglia per l'Italia a Tokyo 2020: Abraham Conyedo ha vinto la medaglia di bronzo nella lotta, categoria 97kg. Il lottatore di origine cubana ha battuto il turco Souleyman Karadeniz ai punti per 6-2. Il match è stato tirto ed intenso con l'azzurro in svantaggio fino a 40 secondi dalla fine. Quando tutto sembrava perso Conyedo mette a segno una grande mossa da quattro punti che gli è valsa la meritata medaglia di bronzo, la numero 39 complessiva per gli azzurri. Conyedo si è dunque regalato la medaglia riscattando la sconfitta ai quarti di finale del torneo di lotta libera della categoria 97 kg grazie a una prestazione efficace nel ripescaggio contro il canadese Steen (4-2 il punteggio).

Il riscatto. Abraham De Jesus Conyedo Ruano, per tutti conosciuto come Abramo, è nato a Villa Clara il 7 ottobre del 1993 e la lotta è sempre stata la vita di questo ragazzo serio e professionale ma anche religioso. Fino all'età di 22 anni, ovvero fino al 2015, difende la bandiera cubana trionfando ai Giochi Olimpici Giovanili di Singapore nel 2010 e poi ai Panamericani nel 2015. Tre anni dopo comincia il suo iter per ottenere la cittadinanza italiana mettendosi in evidenza con due bronzi, uno mondiale nel 2018 a Budapest e uno europeo nel 2020 a Roma e grazie a questi successi ha ottenuto la cittadinanza italiana per meriti speciali. 

La 39esima medaglia per gli Azzurri. Chi è Abraham Conyedo, l’italiano medaglia di bronzo nella lotta libera alle Olimpiadi di Tokyo. Vito Califano su Il Riformista il 7 Agosto 2021. Abraham Conyedo la sua medaglia di Bronzo alle Olimpiadi di Tokyo l’ha dedicata al suo allenatore. “Questa medaglia significa tutto per me, è la mia vita, ciò per cui ho lavorato negli ultimi cinque anni. La prima dedica che voglio fare è per il mio allenatore, che per me è come un padre”, ha detto a caldo il 27enne nato a Santa Clara, Cuba. Conyedo è il vincitore della 39esima medaglia Azzurra alle Olimpiadi in Giappone. Una spedizione da record: mai così tanti podi, superati gli exploit di Los Angeles ’32 e Roma ’60. Abraham Conyedo ha conquistato la medaglia di bronzo nella prova di lotta libera nella categoria 97 kg di peso. Aveva contro l’americano Kyle Snyder ed è arrivato al giorno finale grazie ai ripescaggi. Ha battuto in finale per il terzo posto l’atleta turco Suleyman Karadeniz. “Il mio avversario – ha detto alla fine dell’incontro – lo avevo già affrontato e per batterlo ho dovuto cambiare strategia e fare un lavoro molto intenso. Abraham de Jesus Conyedo Ruano è nato nel 1993 a Santa Clara, a Cuba. Si è avvicinato giovanissimo alla lotta. Oro ai Giochi Giovanili di Singapore nel 2010 e ai Panamericani del 2015. A 22 anni ha esordio da seniores ai Giochi Panamericani di Santiago del Cile: argento. E quindi si è trasferito in Italia nel 2018, iniziando a competere con la maglia azzurra. Bronzo ai Mondiali di Budapest. Terzo anche agli Europei di Roma. Dal 12 dicembre 2019 su proposta del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese riceve la cittadinanza “per meriti sportivi”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Magiche farfalle, Italia di bronzo nella ginnastica ritmica. È la quarantesima medaglia. Cosimo Cito su la Repubblica l'8 agosto 2021. Le atlete azzurre chiudono dietro a Bulgaria (oro) e Russia e consentono al Paese di raggiungere un nuovo record: almeno un podio al giorno durante le Olimpiadi. L’Italia fa cifra tonda ai Giochi di Tokyo: il bronzo della prova a squadre nella ginnastica ritmica è la 40ª medaglia della spedizione (10 ori, 10 argenti, 20 bronzi): almeno un podio per ognuno dei giorni di gara. Le farfalle azzurre Martina Centofanti, Agnese Duranti, Alessia Maurelli, Daniela Mogurean, Martina Santandrea hanno chiuso col totale di 87.700.

40 meraviglie: l'Italia si prende un'altra medaglia. Marco Gentile l'8 Agosto 2021 su Il Giornale. Le Farfalle volano e conquistano la medaglia di bronzo nella ginnastica ritmica. Si chiude alla grande la spedizione azzurra in terra giapponese con 40 medaglie: 10 ori, 10 argenti e 20 bronzi. Si chiude con la bellezza di 40 medaglie, mai così nella storia, la spedizione dell'Italia a Tokyo 2020. L'ultima medaglia di bronzo è arrivata dalle Farfalle della ginnastica ritmica che hanno volato rendendo così l'Olimpiade azzurra indimenticabile. Martina Centofanti, Agnese Duranti, Alessia Maurelli, Daniela Mogurean e Martina Santandrea si sono portate a casa il terzo posto nella finale All-around a squadre totalizzando un punteggio di 87,700 dietro solo al Comitato Olimpico Russo con 90,700, oro per la Bulgaria con 92,100.

Grande prova. Il quintetto composto da Martina Centofanti, Agnese Duranti, Alessia Maurelli, Daniela Mogurean e Martina Santandrea parte bene con un ottimo esercizio con le cinque palle, che vale 44,850 punti nonostante venga penalizzato da una difficoltà giudicata inferiore a quella di diverse rivali. Il primo round si chiude con la Bulgaria in netto vantaggio, seconda la Russia, terza la Bielorussi, staccate le altre nazionali. Negli esercizi con i tre cerchi e le quattro clavette Israele compromette le sue poche chance rimaste con qualche sbavatura di troppo. L'Italia invece è impeccabile e si prende il terzo posto meritato davantia alla Bielorussia che troppo imprecisa deve dire addio ai sogni di poter portare a casa una medaglia. L'Italia ottiene dunque i punti necessari per salire sul podio ma non per agguantare e superare l'imprendibile Bulgaria, che vince così con merito la medaglia d'oro, e la Russia che ambiva a qualcosa di più ma che si è invece dovuta accontentare della medaglia d'argento.

Orgoglio. "Stiamo vivendo emozioni stupende, che non si possono descrivere: questa gara incarna tutto quello che abbiamo vissuto negli ultimi cinque anni. In questa medaglia ci sono tutte le lacrime che abbiamo versato", queste le parole del capitano Alessia Maurelli, dopo la consegna della medaglia di bronzo, la quarantesima dell'Italia alle Olimpiadi di Tokyo 2020. "Questa vittoria la dedichiamo alla nostra allenatrice, il 'nostro angelo', Emanuela Maccarani".

Marco Gentile. Sono nato l'8 maggio del 1985 a Saronno, ma sono di origine calabrese, di Corigliano Calabro, per la precisione. Nel 2011 mi sono laureato in comunicazione pubblica d'impresa presso la Statale di Milano. Ho redatto un elaborato finale sulla figura di José Mourinho, naturalmente in ambito…

Da "gazzetta.it" l'8 agosto 2021. Farfalle in volo sul podio. Arriva dalla ritmica l’ultima medaglia azzurra di questa favolosa Olimpiade giapponese, la quarantesima di una spedizione da record: l’Italia della d.t. Manuela Maccarani è di bronzo alle spalle di Bulgaria e Russia. Torniamo sul podio dopo 9 anni, lasciandoci così alle spalle la delusione del quarto posto Rio. La capitana Alessia Maurelli, Agnese Duranti, Daniela Mogurean, Martina Centofanti e Martina Santandrea, tutte tesserate per l’Aeronautica, hanno ottenuto un punteggio complessivo di 87.700 (44.850 con le palle, 42.850 con cerchi e clavette) con due esibizioni eleganti, convincenti e senza sbavature sulle musiche di Butterfly-Ninja e dell’Albero della Vita: in particolare la seconda rotazione è stata interpretata con grande concentrazione e qualità. E’ la terza medaglia olimpica di sempre per la ritmica italiana dopo l’argento di Atene 2004 e il bronzo di Londra 2012. Oro alla Bulgaria con 92.100 che interrompe dopo 21 anni il dominio russo: le campionesse uscenti sono d’argento con 90.700. La Bielorussia, che ci precedeva dopo la prima rotazione, è crollata con i nastri e le clavette finendo quinta.

Da "Adnkronos" l'8 agosto 2021. «L'Italia Team vola alto, come le Farfalle. Splendido bronzo nell'All Around di ginnastica ritmica e 40ª medaglia a Tokyo 2020. Grazie alle campionesse guidate da Emanuela Maccarani che ci regalano un altro primato: Italia a podio tutti i giorni. Il suggello a un'edizione storica!». Lo ha scritto su Twitter il presidente del Coni Giovanni Malagò commentando la 40esima e ultima medaglia vinta dall'Italia ai Giochi di Tokyo con il bronzo delle Farfalle.

Valerio Piccioni per gazzetta.it il 7 agosto 2021. Casa Italia, mezzogiorno, le emozioni d’oro del giorno prima ancora negli occhi, sullo schermo le cifre dello stato dell’arte della spedizione olimpica azzurra: 10-10-18, ori-argenti-bronzi. “Io sono sempre stato realistico, e ho pensato quindi all’obiettivo di migliorarsi, quindi 30 medaglie. Poi c’erano anche alcune proiezioni che ci portavano a 46, ma in genere c’è sempre uno scarto del 25 per cento”. Carlo Mornati, segretario generale del Coni e capo missione qui a Tokyo, è raggiante. "Questo è un punto di arrivo, ma anche di partenza. Otto anni fa abbiamo voluto ripensare il rapporto Coni-federazioni, abbiamo centralizzato, considerando l’istituto di Scienza dello sport, e la parte sportiva di quello di Medicina dei veri e propri asset. Per la prima volta a Tokyo abbiamo messo a frutto questo modello, che funziona. Qui abbiamo replicato a Tokorozawa, la sede principale del nostro raduno, come Formia o il “Giulio Onesti” a Roma. E la soddisfazione più grande è stata l’entusiasmo degli atleti. Anche perché i primi giorni al Villaggio Olimpico sono stati difficilissimi per trasporti e allenamenti. E quando un atleta che viene qui per giocarsi tutto e non riesce ad allenarsi, impazzisce". 

L’ORO E LE “PARTICELLE CONI” —   Mornati spiega che "dietro ogni particella c’è una piccolissima particella Coni. Parlo solo degli ori: Stano e la Palmisano sono venuti qui in Giappone per studiare l’acclimatamento, hanno tirato la volata agli altri. Di Jacobs conoscete il lavoro fatto, dello “scudo” sapete. Per il resto della 4x100 il contributo è stato più marginale, ma si è comunque lavorato con la cinematica in 3D come con Tamberi. E poi il progetto di solidarietà olimpica con il Cio per il canottaggio femminile. E il lavoro con il quartetto dell’inseguimento a squadre nella galleria del vento di Orbassano". Mornati ringrazia Malagò "per averci dato carta bianca" e si sofferma anche sulle difficoltà nella convivenza con il nuovo sistema nato dalla riforma con la nascita di Sport e Salute. "È stato tanto difficile, ma alla fine abbiamo fatto quello che volevamo fare. E speriamo che ora i decreti sanciscano definitivamente il passaggio degli asset sportivi al Coni". Mornati parla anche di com’è stata gestita l’emergenza Covid. "Eravamo qui con 36 persone, 10 di personale sanitario e 20 tecnici che hanno interagito con 728 fra 344 tecnici e 384 atleti". Il capo missione ringrazia il Governo "che dopo il mese di stop ha lasciato sempre un margine per gli atleti che si preparavano per l’Olimpiade, mentre noi ci siamo mossi per fare allenare tutti in sicurezza". Infine Pechino, l’Olimpiade che verrà. E presto, nel febbraio del 2022. "Pechino è complicata, la Cina è chiusa, non ci sono voli, ci vuole la quarantena per andarci. Se le regole di ingaggio restano queste, non ci va nessuno".

Tokyo 2020, il gesto di Amdouni che era sfuggito: "Infame". La vergogna del maratoneta francese contro i suoi avversari. Libero Quotidiano il 09 agosto 2021. La maratona è uno degli appuntamenti conclusivi, nonché più attesi dei Giochi Olimpici. L’edizione di Tokyo 2020 non ha fatto differenza, anche se stavolta si sono scatenate delle feroci polemiche. Tutta colpa del francese Morhad Amdouni, protagonista di un gesto altamente antisportivo che ha praticamente fatto infuriare tutto il mondo. Alla faccia dello spirito olimpico, il maratoneta transalpino si è macchiato di uno degli episodi più antisportivi dei Giochi. Al 28esimo chilometro, Amdouni si è avvicinato al banco del rifornimento per prendere la sua bottiglietta d’acqua e provare a rallentare gli avversari con un gesto vergognoso: ha buttato a terra tutte le bottigliette che erano state posizionate per gli atleti, prendendo l’ultima della fila, l’unica che ha lasciato sul tavolo. Un gesto ancora più infame se si considerano le temperature molto elevate che sono state registrate a Tokyo 2020 durante le Olimpiadi, con diversi concorrenti che si sono ritirati a causa di malori legati al caldo. Se all’inizio al maratoneta francese era stato dato il beneficio del dubbio, dai replay è stato evidente che il suo gesto non è stato goffo ma premeditato: la sua antisportività per fortuna non è stata ripagata con un piazzamento importante. Amdouni ha infatti chiuso soltanto in diciassettesima posizione, ben lontano dal podio. Una punizione del karma. 

Tokyo 2020, un gesto poco olimpico: maratoneta francese fa cadere bottiglie per i compagni di gara. Da huffingtonpost.it il 9 agosto 2021. Il maratoneta francese Morhad Amdouni si è reso protagonista di un gesto che ha causato molte polemiche nell’ultimo giorno delle Olimpiadi di Tokyo. L’atleta, avvicinandosi al banchetto che distribuiva bottigliette d’acqua al 28esimo chilometro della gara, ha buttato a terra tutte le bottigliette posizionate per i compagni di gara, prendendo l’ultima della fila, l’unica rimasta in piedi. Un gesto che ha scatenato l’ira sui social di moltissime persone, che hanno rilanciato l’immagine con commenti molto duri. Un gesto che comunque non gli è valsa la vittoria: Amdouni ha chiuso al 17esimo posto nella gara vinta dal keniano Eliud Kipchoge che ha difeso il suo titolo vincendo in 2h8′38″. A Sapporo, in Giappone, si è corso con temperature che hanno sfiorato i 30 gradi. L’importanza dell’idratazione è diventata ancora più fondamentale del solito e trenta atleti hanno abbandonato la gara.

Tokyo 2020, "ho perso l'occhio in acqua": il dramma sfuggito del nuotatore inglese Pardoe. Libero Quotidiano il 09 agosto 2021. In una delle ultime gare dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020 è passato un po’ in sordina quanto accaduto a Hector Pardoe, protagonista suo malgrado di un episodio che lo ha terrorizzato. Il nuotatore inglese ha vissuto un vero e proprio incubo durante la 10 km nelle acque dell’Odaiba Marine Park: per la cronaca, si trattava della gara in cui Gregorio Paltrinieri è riuscito a conquistare una medaglia di bronzo, facendo il paio con quella d’argento vinta negli 800 stile libero in vasca. Alla partenza c’era anche questo 20enne inglese, che però è stato costretto al ritiro quando ormai mancavano una manciata di chilometri al traguardo. “Nel mio ultimo giro - ha raccontato dopo aver superato l’enorme spavento - ho preso una gomitata in faccia, pensavo di aver perso l’occhio. Mi sono caduti completamente gli occhialini. Ho sempre sperato che se mi fossi fatto male in quel modo, sarei riuscito comunque a finire la gara, ma mi sono caduti gli occhialini e non sono nemmeno riuscito a prenderli”. Pardoe è stato assalito dal panico in acqua, convinto per diversi minuti che l’occhio fosse uscito dall’orbita e finito in acqua: “Non riuscivo a vedere nulla. Sono andato dai bagnini e ho detto: ‘il mio occhio, il mio occhio! Va bene?’. Ma no mi davano una risposta molto decisa e allora sono dovuto uscire. Va tutto bene, me lo ricuciranno al villaggio olimpico. Sanguinava dappertutto”.

Morta ciclista olimpica Olivia Podmore, il giallo sul decesso: “Difficile accettare l’esclusione”. Asia Angaroni il 10/08/2021 su Notizie.it. Una ciclista neozelandese che aveva partecipato alle Olimpiadi di Rio del 2016 è morta a soli 24 anni. Si indaga per capire le cause del decesso. Il mondo dello sport è in lutto per la perdita della ciclista olimpica neozelandese prematuramente scomparsa. A soli 24 anni è morta Olivia Podmore. La giovane è stata trovata senza vita in una proprietà a Cambridge, in Nuova Zelanda, solo poche ore dopo un post pubblicato sui social (e in seguito rimosso) che aveva fatto preoccupare fan e tifosi. Aveva partecipato alle Olimpiadi di Rio 2016, ma non era stata scelta per Tokyo 2020. Una rinuncia obbligata sicuramente sofferta. Dietro l’esclusione si celano sacrifici, rinunce e passione sfrenata. Uno sport che non era una semplice professione, ma una parte integrante ed essenziale della sua vita. A soli 24 anni, con tutta la vita davanti e una carriera splendida ancora da costruire, è scomparsa la ciclista neozelandese Olivia Podmore. La giovane atleta è stata trovata senza vita lunedì 9 agosto, poche ore dopo un post pubblicato su Instagram (successivamente eliminato) con il quale spiegava le difficoltà di fare sport ad alto livello. Il medico legale ha confermato la morte della 24enne, che è avvenuta in una proprietà a Cambridge. Eric Murray, che ha gareggiato come vogatore per la Nuova Zelanda alle ultime Olimpiadi, è stato tra i primi a parlare del decesso dell’amica. È stato con lei il giorno in cui è morta e pare non abbia notato segnali riconducibili al suicidio (che sembra l’ipotesi più accreditata). Infatti, ha commentato: “Ero con lei lunedì 9 agosto e vorrei che avesse detto qualcosa. La sua morte è uno shock e una tragedia. La perdita si ripercuote non solo su Cambridge e Christchurch, ma anche sulla confraternita sportiva. Abbiamo perso una sorella, un’amica e una combattente che ha perso quella voglia di combattere dentro di lei“. Dopo la conferma del decesso di Olivia Podmore, si sono susseguiti anche sui social i messaggi di cordoglio. A mandarle un ultimo saluto è il fratello Mitchell Podmore, che ha pubblicato una foto in compagnia di Olivia e ha scritto: “Riposa in pace mia splendida sorella e amata figlia di Phil Podmore. Il team di ciclismo della Nuova Zelanda ha rilasciato una dichiarazione per porgere le più sentite condoglianze ai familiari della ciclista nata a Christchurch. “Olivia era una ciclista molto amata e rispettata nella nostra squadra di Cycling New Zealand. In questo momento stiamo fornendo supporto al nostro staff e ai ciclisti, alla comunità ciclistica e a coloro che erano vicini a Olivia. Estendiamo le nostre più sentite condoglianze alla famiglia di Olivia in questo momento e chiediamo che i media rispettino la privacy della famiglia, degli amici e dei nostri ciclisti”, si legge. Ad alimentare il giallo attorno alla morte della povera Olivia Podmore è un post che lei stessa aveva pubblicato sui social e poi rimosso. La foto immortalava l’atleta insieme alla madre. A preoccupare i fan era la didascalia. Infatti, aveva scritto: “Lo sport è uno sbocco straordinario per così tante persone. È una lotta, ma è così gioiosa. Quando vinci la sensazione è diversa dalle altre. Ma quello che provi quando perdi, quando non vieni selezionato o non ti qualifichi, quando sei infortunato, quando non soddisfi le aspettative della società (come possedere una casa, matrimonio, figli, tutto perché stai cercando di dare tutto al tuo sport) è diverso da qualsiasi altra cosa”.

Terribile caduta della ciclista Balsamo prima dello sprint decisivo. Giampiero Casoni l'08/08/2021 su Notizie.it. Terribile caduta della ciclista Balsamo prima dello sprint decisivo nel velodromo: perfino il presidente della giuria è stato portato via in barella. Terribile caduta della 23enne ciclista cuneese Elisa Balsamo prima dello sprint decisivo: durante l’Omnium donne all’Izu Velodrome di Tokyo perde il controllo all’ultimo giro, sbanda  e dopo aver colpito una collega viene coinvolta in un incidente terribile innescato involontariamente dall’atleta polacca Daria Pikulik. Viene da dire non solo ori dunque per l’Italia, ma anche sfortuna e tenacia. E l’esito di quel sinistro è stato rovinoso, oltre che fatale per le mire di gloria della campionessa italiana, con molte altre cicliste che sono cadute a terra in una sorta di “bolgia su pista”. Bolgia che ha finito per coinvolgere anche alcuni giudici. Insomma, un bilancio disastroso, da dimenticare, con lo stesso presidente di giuria preso in pieno e portato fuori dall’impianto in barella. Per fortuna un bilancio collettivo quanto immediato di quel botto ha permesso a tutti di tirare un sospiro di sollievo, dato che nessuna delle persone coinvolte ha accusato traumi particolari. Poco da fare, quando si ha a che fare con una disciplina che implica il raggiungimento di velocità pari o addirittura superiori ai 55 km all’ora la cautela è d’obbligo e ci si può fare davvero molto male. E la povera Balsamo è rovinata a terra proprio nel momento topico di una gara difficilissima, quando cioè stava effettuando un tentativo di sprint decisivo nello Scratch. Elisa si è rimessa in piedi acciaccata ma la sua tenacia straordinaria le ha permesso di chiudere comunque la prima frazione di gara. Eppure i danni, almeno in termini di dolore, ci sono stati: Balsamo ha ha battuto la schiena sul legno del velodromo. Poi le è arrivata letteralmente addosso l’egiziana Ebitissam Zayed Ahmed. L’atleta è rimontata in sella ed ha concluso il primo round, mentre le altre atlete contuse si sono ritirate. Elisa Balsamo è nata nel 1998 ed è affiliata al Gruppo Sportivo Fiamme Oro. La sua prova si è conclusa al 14mo posto ma, dato il suo caratterino di acciaio, la voglia di riscatto per Parigi 2024 è quasi palpabile nell’aria. A vincere la sfortunata gara per l’atleta italiana è stata l’americana Jennifer Valente. Sul podio con lei la giapponese Yumi Kajihara, fregiata dell’argento, mentre il bronzo è andato all’olandese Kirsten Wild.

Giulia Zonca per "La Stampa" il 9 agosto 2021. A scambiarsi un oro si finisce pure per mescolare le vite ed è un gesto così potente da generare un corto circuito. Prima che Gianmarco Tamberi saltasse tra le braccia di Mutaz Barshim firmando un podio per due, a Tokyo, non ci si poteva toccare. Dopo ci si è ritrovati a contatto, intimamente legati, nonostante tutto. Lo sport si è preso uno spazio inedito, un permesso figlio dell'urgenza e senza stravolgere le regole ha smontato le abitudini. Un gesto alla volta. A cominciare proprio da quella gara dell'alto: è domenica primo agosto, ore storiche per l'Italia e anche punto di non ritorno per i Giochi. Gli azzurri in 12 minuti superano ogni limite e qualsiasi ricordo, proiettati in un'altra dimensione grazie a due successi straordinari. Campioni nel salto in alto e nei 100 metri e dentro quel pezzo di storia nazionale succede qualcosa di speciale, un angolo di vita privata si mescola a un'esperienza collettiva e cambia il Dna olimpico. Prima che due canottiere azzurre si appiccichino l'una all'altra, due atleti arrivati a quota 2,37 senza neanche un errore si spartiscono un sogno e non è buonismo e nemmeno paura di rischiare, è proprio che non c'è modo di dividere quell'oro senza fare un danno. Arriva per entrambi a cancellare un tormento. A dare un senso. È un'immagine potente e viaggia, dopo sette giorni ancora le Olimpiadi ne parlano, Barshim racconta che i giapponesi lo hanno fermato per strada e ringraziato: fino a quel momento, a quel ballo a due avvinghiati alla gloria, le gare senza pubblico filtravano le emozioni, ma lì, al salto, tutti partecipano. Davanti alla tv, in diretta o in differita, con una foto che galoppa via social, con uno slogan inventato per spiegare l'impossibile. Bein Sport, rete del Qatar, la patria di Barshim, ha sovrapposto i salti a 2,37 e pure se i due atleti hanno stili ben diversi, quel particolare tentativo è in fotocopia, stessa curva, richiamo delle gambe, traiettoria, è proprio una prova del destino che mescola le carte e ridistribuisce il mazzo. Barshim stesso non ha ancora messo a fuoco la straordinarietà della coincidenza: «È un romanzo, è un film, è non è neanche più solo nostro, è destinato a viaggiare e ispirare il mondo». Ha già cambiato Tokyo 2020 e l'eredità che lascia. Prima la competizione annebbiava lo spirito, ora l'amicizia spinge ai risultati e la rivalità sa elevarsi a nuovi livelli: sfide intense in cui non ci si risparmia proprio e un attimo dopo intese altrettanto profonde. A risultato acquisito si celebrano i sacrifici comuni. Capita a chi vince e a chi resta tagliato fuori, ma non per forza da solo, frustrato e inconsolabile. In questa edizione il Cio ha modificato il motto dello sport e aggiunto «insieme» al «più veloce, più alto e più forte» che spronava gli atleti. È solo una frase di incitamento eppure cammina. Winnie Nanyondo manca la finale degli 800 metri per un niente e singhiozza al bordo della pista, disorientata, senza trovare l'uscita dallo stadio e dalla delusione. La raccoglie e la accompagna Noelle Yarigo del Benin, eliminata pure lei ma determinata a non lasciarsi sfuggire l'importanza dell'evento. Asciuga le lacrime della collega, le passa il pollice sotto la palpebra e le raddrizza le spalle. Nanyondo torna in pista nei 1500 metri dove arriva in finale, rinfrancata da un'avversaria che non conosceva nemmeno. Misugu Okamoto ha 15 anni e nell'istante in cui dovrebbe acchiappare la medaglia sulla sua tavola da skate cade. Rovinosamente. È l'ultima a uscire sul percorso perché è la prima in classifica e guasta la festa, si ritrova per terra. Dopo meno di un minuto torna a volare. Viene sollevata dalle altre, che hanno la media di 17 anni di età e non si sognano proprio di abbandonarla. La sollevano come si fa con i campioni in trionfo e lei è quarta, ma non sola. Si disfa l'ordine delle cose e succede nei Giochi in cui una stella ha la forza di spegnere la luce perché non si sente di stare sotto i riflettori. Simone Biles piange quando si accorge di non riuscire a essere se stessa e rinuncia alla scalata all'oro. Realizza che quell'oro non è poi tanto importante. Lo è stato, ma non nutre un'ambizione spenta dalla paura. Poteva lottare con i propri fantasmi, altri lo avrebbero fatto, altri continuano a vederla in questo modo ed è giusto, è una possibilità, solo che Biles ha dato anche l'altra opzione: «It' s ok no to be ok», va bene pure se non va bene, succede, capita, essere i favoriti non significa che non si può rinunciare, basta capire che cosa è più importante e Biles lo ha di certo valutato perché dopo quel pianto nervoso torna in pedana, si prende un bronzo che nessuno può giudicare e si tuffa fra le braccia di Chenchen Guan, la ragazza cinese che le succede nell'albo d'oro. Nessuno è perfetto ed è sempre stato vero, però prima bisognava come minimo fare finta di esserlo e si doveva pure mettere su un'aria arrogante per essere all'altezza mentre adesso Tom Daley, tuffatore ad un oro e bronzo, giusto per stare al Giappone, sferruzza sulle tribune. Anche se l'uncinetto non fa parte dell'armamentario da fenomeno dello sport. Persino il tracotante Jakob Ingebtritsen resta spiazzato dal travolgente saluto dell'arcirivale Cheruiyot. Il talento norvegese conquista i 1500 metri che Cheryut ha sempre dominato e il keniano, capace di battere il neo campione olimpico 10 volte negli ultimi 11 confronti, evita di inveire contro gli dei dello sport e regala un braccialetto della tradizione keniana a chi lo ha appena battuto. Lo fa entrare in famiglia. Il nostro Massimo Stano rende omaggio ai giapponesi superati sulla via dell'oro nella 20 km della marcia. Non si avvolge subito nella bandiera, si ferma sulla strada che ha appena divorato e si inchina ad argento e bronzo. Un segno di rispetto a chi lo ha spronato ad andare più veloce e un grazie al Paese che lo ospita nel suo giorno più bello. Non ci si doveva neanche sfiorare in queste settimane di isolamento controllato e infatti Stano mantiene i metri di sicurezza, ma scalda lo stesso l'arrivo e le ragazze canadesi, bronzo nella 4x100 del nuoto, decidono di stringersi forte proprio nel giorno in cui il Cio richiama gli atleti per imporre distanza. Ma le staffette vivono dentro la stessa bolla e decidono che è tempo di entusiasmare chi guarda. Stanno un minuto ammassate per dirsi grazie a vicenda e far passare il messaggio. Lo decidono prima che Tamberi e Barshim stacchino la spina allo stereotipo. Le esultanze delle gare di squadra al nuoto sono ancora dentro uno schema possibile, un codice conosciuto che poi viene superato da un salto culturale. Oltre l'asticella dell'ovvio, dove chi vince non è un alieno indifferente a tutto quel che non è medaglia e chi arriva per strafare può anche perdere senza diventare un fallito. Dove ci si può dividere un oro e farlo valere più del doppio. Le quotazioni sono in continuo rialzo. 

Piergiorgio Odifreddi per "la Stampa" il 9 agosto 2021. Le Olimpiadi moderne sono ovviamente ormai molto lontane dagli ideali del loro fondatore De Coubertin. Anzitutto, lui le aveva pensate a fine Ottocento per far dimenticare le rivalità nazionali, in particolare quelle che avevano portato nel 1870 a una guerra tra Francia e Prussia. Inoltre, per lui lo sport doveva essere un divertimento, e non una professione: dunque, alle Olimpiadi avrebbero dovuto partecipare solo i dilettanti. Infine, e conseguentemente, aveva sposato il motto (non suo, ma del vescovo anglicano Ethelbert Talbot): «L'importante non è vincere, ma partecipare». Naturalmente le utopie presto o tardi cedono il passo al realismo, e oggi nessuno condivide più quegli ideali. Gli atleti sono in buona parte professionisti, e per guadagnare devono invece sposare il motto «l'importante non è partecipare, ma vincere». Gli spettatori, dal canto loro, non sono affatto interessati a che «vinca il migliore», ma a che «vincano i nostri»: cioè, considerano le Olimpiadi come «una guerra combattuta con altri mezzi», come novelli Clausewitz. Per tutti questi motivi, è doppiamente sorprendente che nel salto in alto Mutaz Barshim e Gianmarco Tamberi abbiano deciso di comune accordo di spartirsi la medaglia d'oro, dopo essere finiti in parità. Anzitutto, perché hanno mostrato che si possono dimenticare e superare le barriere nazionali. E poi, perché hanno insegnato che si può intendere la vittoria non nel senso aggressivo, tipicamente occidentale, di arrivare «primi fra tutti», ma in quello difensivo, tipicamente orientale, di non essere «secondi a nessuno». Sembra solo un gioco linguistico, ma in realtà è una rivoluzione copernicana nello sport: la stessa che corre, nell'etica, tra il detto evangelico «fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te», e il detto confuciano «non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». La moderna teoria dei giochi insegna d'altronde che il saggio comportamento adottato da Barshim e Tamberi è quello che porta ai cosiddetti "equilibri di Nash", inconsciamente parafrasato da Italo Calvino in "Se una notte d'inverno un viaggiatore" nella massima: «A volte il meglio che si possa ottenere è di evitare il peggio». Nel caso dei due atleti, per ciascuno di loro il peggio sarebbe stato perdere, e per evitarlo entrambi hanno accettato di condividere la vittoria. E le regole olimpiche la pensavano esattamente come loro, anche se quasi nessuno lo sapeva (nemmeno i due atleti): infatti, prevedevano di assegnare due medaglie d'oro, per una vittoria a pari merito, e non due d'argento, per una sconfitta a pari merito. Volendo, il motto di De Coubertin potrebbe dunque essere riformulato come: «L'importante non è vincere, ma non perdere». Sicuramente la decisione è stata più sportiva che andare a uno spareggio, che avrebbe falsato il risultato di parità della gara: a volte così succede in altri sport, dove si arriva persino a tirare una monetina pur di arrivare a determinare un vincitore, e si lascia al caso la decisione di chi è il "migliore", che finisce per essere assurdamente identificato con il più fortunato. Dietro i due opposti atteggiamenti stanno in realtà due concetti diversi, ben noti in matematica: il "primo fra tutti" determina un unico elemento "massimo" fra i partecipanti, mentre il "secondo a nessuno" determina gli elementi "massimali", che possono anche essere più d'uno. L'idea che in una graduatoria ci debba sempre essere un massimo è tipico delle classificazioni lineari, com' erano ad esempio quelle delle specie animali da Aristotele al primo Lamarck, nelle quali il massimo era ovviamente l'uomo. La possibilità che ci siano invece elementi massimali è tipico delle classificazioni ad albero, come sono invece quelle delle specie animali dal secondo Lamarck e Darwin a noi, nelle quali l'uomo è soltanto una foglia terminale di uno dei tanti rami dell'albero della vita. I premi Nobel accettano tranquillamente il fatto che ci siano dei «pari merito», e infatti assegnano ogni anno fino a tre medaglie nelle discipline scientifiche. Forse anche lo sport dovrebbe adeguarsi, e far diventare la sportiva decisione di Barshim e Tamberi la norma, invece che l'eccezione. Non lo farà, ma è bello che almeno per una volta due atleti abbiano dimostrato di essere veramente sportivi, e non solo competitivi.

Gianmarco Tamberi nella storia: dopo l'oro a Tokyo, primo italiano di sempre a conquistare il diamante. Libero Quotidiano il 09 settembre 2021. Ha scritto la storia a Tokyo, ha aggiunto un’altra fantastica pagina a Zurigo. Gianmarco Tamberi è il primo italiano di sempre a conquistare il diamante della Wanda Diamond League, il massimo circuito mondiale dell’atletica: il campione olimpico del salto in alto trionfa nella finale dello stadio Letzigrund con la misura di 2,34 e fa impazzire il pubblico con uno show straordinario, in pedana e fuori. Un trascinatore con pochi eguali nell’atletica mondiale. L’azzurro delle Fiamme Oro è perfetto fino a 2,30, con tutte le quote superate alla prima prova, poi ricorre al secondo tentativo per oltrepassare 2,32 e si prende anche un superlativo 2,34 al secondo assalto. Tamberi porta a casa anche i 30mila dollari del prize money, chiuderà la stagione al primo posto nel ranking mondiale superando il bielorusso Nedasekau e al Weltklasse riceve l’applauso di tutti gli altri big mondiali, durante e dopo i suoi salti. In generale è una buona serata per gli altri azzurri, in particolare per il quarto posto di Tobia Bocchi (Carabinieri) nel triplo con 16,71 (+0.3) e per la quinta piazza di Paolo Dal Molin (Fiamme Oro) nei 100hs con 13.43 (+0.6). Ottavi Ahmed Abdelwahed (Fiamme Gialle) e Davide Re (Fiamme Gialle), rispettivamente con 8:25.06 nei 3000 siepi e 46.64 nei 400. Ed è una notte di atletica spaziale: nel salto con l’asta vola alla migliore prestazione mondiale dell’anno (5,01) la russa Anzhelika Sidorova, decolla a 15,48 la venezuelana Yulimar Rojas nel triplo, vittorie con 9.87 e 10.65 nei 100 metri per gli sprinter Fred Kerley (Stati Uniti) ed Elaine Thompson-Herah (Giamaica). Stupisce ancora la diciottenne namibiana Christina Mboma, al primato mondiale under 20 e record africano dei 200 metri con 21.78 (+0.6), grandioso anche il 19.70 (+0.6) di Kenny Bednarek al maschile. Successi nei 400hs per il norvegese primatista del mondo Karsten Warholm (47.35) e per l’olandese Femke Bol (52.80). Bellissimi, per intensità agonistica, i duelli dei 1500 metri, con la vittoria al femminile della keniana Faith Kipyegon (3:58.33) sull’olandese Sifan Hassan (3:58.55) e del keniano Timothy Cheruiyot (3:31.37) sul norvegese Jakob Ingebrigtsen (3:31.45).

Gianmarco Tamberi, clamorosa confessione sull'oro a Tokyo 2020: "La verità? Quella medaglia...", cosa proprio non torna. Libero Quotidiano il 09 settembre 2021. Gianmarco Tamberi oggi, giovedì 9 settembre, può vincere il titolo di campione della Wanda Diamond League, più 30 mila dollari. Stavolta non dovrebbe esserci un ex-aequo: raddoppiare l'oro a Zurigo non sarà possibile. "No. Meglio così, non dovrebbe mai toccare all'atleta decidere il pari-merito. Non è giusto, e se uno dei due non è d'accordo che si fa, si tira la monetina? Ma chiariamoci. Quel gesto è stato il completamento di una vita, con Barshim ho condiviso i lunghi anni in pedana e gli infortuni. Io mi sono fatto male a Montecarlo il 15 luglio del 2016, a tre settimane dai Giochi di Rio, lui a luglio 2018, alla caviglia sinistra, quella di stacco. E io lì ho rivissuto il mio trauma, ma sono stato zitto, mi veniva solo da piangere perché lui non si rendeva conto di quello che avrebbe dovuto affrontare", racconta il campione olimpico in una intervista a Repubblica. "Cosa vuoi dire ad un amico: passerai anni tristi e difficili, pieni di frustrazione e forse anche di depressione? Mutaz Barshim, quando non volevo parlare con nessuno, dopo i tre nulli alla misura d'entrata a Parigi, nel meeting del 2017, è rimasto mezz'ora a bussare alla mia stanza d'albergo finché non l'ho lasciato entrare. Vi rendete conto cosa significa attendere cinque anni e arrivare alla conquista di una finale olimpica con un amico che aspetta anche lui il primo oro? Sì, è stato Barshim a chiedere al giudice: possiamo vincere tutti e due? Poi mi ha guardato, come a dire: ci stai? Non c'è stato nemmeno bisogno della mia risposta. E chi ero io per rifiutare un oro all'Italia? Avessi detto no e l'avessi perso mi avrebbero sommerso di critiche: presuntuoso, superbo, egoista", continua a raccontare Tamberi. "È stata un'occasione unica di amicizia. Non sapevo che Elena Isinbaeva, primatista mondiale dell'asta, avesse criticato la scelta, si vede che in pedana ha avuto soltanto avversarie e nemiche. Mi dispiace per lei. Ma dovrebbe decidere il regolamento, senza possibilità di accordo. A noi va il compito di saltare, e basta. Tokyo è stato un fatto eccezionale, ma ha fatto comodo a tutti, perché altrimenti la finale dei 100 metri sarebbe stata ritardata e alla programmazione televisiva non andava bene. Chi garantiva che io e Barshim non avremmo continuato a fare pari misure per ancora un'altra ora? E chi mi dice che magari il mio oro non abbia motivato Jacobs a pensare che anche lui ce la potesse fare?", conclude Tamberi.

Marcell Jacobs confessa: "Qualcosa si è incrinato con Filippo Tortu", cos'è successo nel villaggio olimpico. Libero Quotidiano il 09 agosto 2021. Marcell Jacobs ha vissuto dei Giochi Olimpici da sogno, forse irripetibili. Ha vinto i 100 metri, la gara regina del programma di atletica, e ha concesso il bis con la staffetta 4x100. È diventato l’uomo del momento dello sport italiano, nonostante le polemiche della stampa estera - in particolare quella americana che proprio non riesce a digerire il fatto di essere stata battuta nella gara a cui teneva di più, quella dei 100 metri. Intervistato dalla Gazzetta dello Sport dopo aver fatto il portabandiera azzurro per la chiusura delle Olimpiadi di Tokyo 2020, Jacobs ha confessato che gli equilibri all’interno del gruppo azzurro sono cambiati durante la manifestazione giapponese. In particolare il nuovo re dei 100 metri ha fatto riferimento a Filippo Tortu, che era l’atleta italiano di riferimento per la gara regina dell’atletica: “Con Tortu i ruoli si sono invertiti, ora tiro io e qualcosa si è incrinato. Ma conosco bene Filippo e so che certe cose non vengono da lui”. I due insieme hanno però fatto un capolavoro nella staffetta 4x100, con Tortu bravissimo nell’ultima frazione a rimontare sull’avversario britannico e a tagliare il traguardo per primo con un solo centesimo di vantaggio. Per il futuro, però, Filippo sembra destinato a lasciare lo scettro di miglior velocista italiano a Jacobs, che in questi giorni sta ricevendo complimenti da tutto il mondo.

Jacobs è già un'azienda da 5 milioni l'anno. Ed ha appena iniziato. Giorgio Coluccia il 14 Agosto 2021 su Il Giornale. Oltre a preservare il fisico, si spiega anche così la rinuncia alle ricche gare di Diamond league. «Dopo aver letto dell'indagine su Chijindu Ujah direi che è meglio guardare prima in casa propria e poi attaccare gli altri. La cosa mi fa sorridere». Marcell Jacobs, l'uomo più veloce del mondo, affila gli artigli e rimette ancora una volta in riga i britannici, tra i più accaniti insinuatori subito dopo le sue imprese olimpiche a Tokyo. Una sfida infinita che per tutta la giornata di ieri ha condotto i media d'Oltremanica a interrogarsi sulla reale portata della sospensione di Ujah, primo frazionista della staffetta 4x100 e accusato di aver fatto uso di sostanze vietate come S-23 e ostarina per favorire lo sviluppo dei muscoli. Il Guardian ha parlato di vicenda che «toglie lustro al bottino di 65 medaglie dell'intera spedizione, dipingendolo, in caso di conferma delle accuse, come «il più grande scandalo di doping british a livello olimpico». Il diretto interessato si è limitato a un imbarazzato «non so come siano entrate quelle sostanze nel mio corpo». Come un falco Jacobs dall'Italia ha raddoppiato il carico: «Le accuse di doping non mi hanno toccato tanto. Soltanto io conosco i sacrifici e le batoste che ho rimediato per arrivare a questo livello. Voglio godermela al cento per cento». Un altro punto a favore del ventiseienne nato a El Paso, ormai entrato in una nuova dimensione dal punto di vista sportivo e anche economico. Un'azienda umana vera e propria, in grado di poter arrivare a quasi 5 milioni di dollari di introiti a partire già dalla prossima stagione. Nike è infatti pronta a ritoccargli la sponsorizzazione (solo l'azienda Usa potrebbe arrivare a 3milioni), poi lieviteranno i cachet per i meeting, le ospitate, le campagne pubblicitarie e gli eventi ad hoc in sua presenza. Il suo Instagram prima di Tokyo era a 87mila follower, adesso sta per sfondare quota 700mila. A certi livelli non c'è nulla che non si possa monetizzare. E va letta in questo senso la rinuncia agli ultimi impegni della stagione in corso, che soltanto con la tappa americana di Diamond League (21 luglio) gli avrebbe garantito un ingaggio fuori contratto dalla Nike (sponsor dell'evento) di 100mila dollari, oltre a eventuali premi conquistati in gara. L'obiettivo è quello di salvaguardare il fisico, le rinunce non costituiscono un problema visto che altrettante sponsorizzazioni e relativi contratti sono in arrivo con il suo ingresso nell'élite già certificato in Giappone. «Ho alzato l'asticella, l'anno prossimo voglio arrivare al top e confermarmi. Ho bisogno di lavorare e migliorare ancora su alcuni aspetti» ha aggiunto Jacobs. Nel 2022, tra marzo e agosto, sono in programma i Mondiali indoor in Serbia, i Mondiali all'aperto in America e gli Europei in Germania. Del resto, non si è messo sulle tracce di Usain Bolt per caso. Uno che il giorno del ritiro intascava 34 milioni all'anno. Giorgio Coluccia 

Gaia Piccardi per il "Corriere della Sera" il 2 dicembre 2021. La partenza a fine mese per il ritiro di Tenerife con la babysitter trovata grazie all'appello su Instagram, la stagione indoor da inizio febbraio, gli Assoluti di Ancona come prima uscita da campione olimpico in Italia («In inverno faremo 10-12 gare tra batterie e finali» precisa coach Camossi), i Mondiali in sala di Belgrado a marzo, quelli all'aperto di Eugene a luglio, l'Europeo di Monaco. Il nuovo Marcell Jacobs è già uscito dai blocchi e si è raccontato a Atletica Tv, la piattaforma streaming della Federatletica. «Se il 2021 è stato da incorniciare, il 2022 sarà ancora migliore» ha esordito il doppio oro a Tokyo, nei 100 metri e nella 4x100, rintuzzando le critiche dei giornali anglosassoni («In realtà la stampa estera mi elogia, è sempre lo stesso giornale ad attaccare: non mi tocca, stanno rosicando, di quello che pensano mi importa poco») e confermando che sì, dopo l'Olimpiade, rifarebbe tutto quello che (non) ha fatto: «Avrei voluto gareggiare, se non l'ho fatto c'era un motivo. Ero in pista da febbraio, una stagione lunghissima con un infortunio di mezzo, a Tokyo non ero al 100%, avevo un piccolo fastidio. Tornato in Italia ho avuto un calo di energie improvviso. Ho provato ad andare in pista ma ero vuoto mentalmente. Se a Tokyo fossi arrivato secondo, dopo avrei fatto tutte le gare del mondo». Il lato positivo? «Mentre gli altri finivano la stagione, io stavo già preparando quella nuova. E quando ho ricominciato era come se avessi appena finito: avevo mantenuto la forma». Jacobs afferma che il 6"47 dell'oro europeo indoor è migliorabile («A Tokyo sono passato in 6"41 senza vento e i 60 non sono i 100, io sono forte da metà gara in poi»), che la concorrenza in agguato in Oregon non gli fa paura: «Vorranno mangiarmi vivo, lo so. Ma io vorrò mangiare vivi loro». Coach Camossi racconta che l'Europeo di Torun ha segnato una svolta nell'approccio di Marcell alle gare («Ma tutto è partito a Berlino, la prima uscita indoor»), che allenare un campione olimpico non è uno scherzo («Il pensiero ha turbato i miei sonni, poi quando siamo tornati al campo mi sono rilassato: la routine è rimasta la stessa, con qualche cambiamento»). Anche un dente in meno, nel delicato ingranaggio di un corpo teso verso l'obiettivo di scendere sotto lo strepitoso 9"80 di Tokyo, fa la differenza: «Marcell l'ha tolto per riequilibrare le frequenze tra la gamba sinistra e la destra, che andava quasi a rimorchio. Ecco, il lavoro che stiamo facendo è per recuperarla». Fissati gli obiettivi, tracciata la rotta, nel giorno in cui World Athletics premia Karsten Wahrolm ignorando Jacobs («Ero un po' amareggiato ma poi ho pensato cavolo, è andata così, l'importante è che a casa ho due medaglie d'oro»), Marcell può raccontare dei suoi incontri straordinari in questi mesi di ospitate, ricchi premi e cotillons. Lewis Hamilton a Monza («Non aveva mai toccato un oro, mi ha suggerito di tempestare di pietre il cordino della medaglia, abbiamo gusti simili: adesso mi segue su Instagram, è quasi un mio caro amico»), Sharon Stone a Dubai («È stata gentile però confesso: non ho mai visto un suo film. Se mi avessero presentato Angelina Jolie l'avrei riconosciuta!»), Usain Bolt sui social: «L'ho sfidato a rubabandiera, vincerei perché ho visto che ha messo su un po' di pancetta...». Torna in campo al Paolo Rosi di Roma, in mezzo alla gente. «Il suo segreto? Essere decontratto - chiosa Camossi -, sbaglia chi dice che Marcell corre di forza. Ha piedi velocissimi che scivolano sulla pista. Non escudo che nel 2022 possa fare anche un paio di 200».

Estratto dell’articolo di Sandro De Riccardis per “la Repubblica” il 19 giugno 2021. La procura di Milano ha chiesto l'assoluzione "per non aver commesso il fatto" per Giacomo Spazzini, l'imprenditore bresciano fondatore di Gs Loft, società "di consulenza per il benessere fisico", che negli anni passati aveva lavorato con il campione olimpico Marcell Jacobs. Spazzini era finito in un'inchiesta su un traffico di ricettari e anabolizzanti, partita nel maggio 2019, che aveva portato a denunce per truffa ai danni dello Stato, esercizio abusivo della professione medica e ricettazione. L'inchiesta parte da un medico del San Raffaele che disconosce una ricetta di ormoni della crescita che lui non aveva mai redatto. Emergono così decine di casi simili in venti farmacie lombarde e viene indagato Antonio Armiento, un biologo che avrebbe rubato ricettari e timbri negli studi dove lavorava come consulente, e che dichiarava falsamente di essere medico. E si scopre che molti clienti di Armiento venivano a lui indirizzati da Gs Loft. Dopo la richiesta di processo per Spazzini e altre cinque persone, tra cui lo stesso Armiento, lo scorso martedì il pm Roberto Fontana ha chiesto per lui il proscioglimento (Armiento potrebbe patteggiare). «Sono parte lesa», si è sempre difeso Spazzini. Ma intanto il fatto che abbia lavorato insieme a Jacobs ha alimentato le ombre, soprattutto della stampa inglese, di doping sull'atleta. Sospetti in realtà già smentiti dai numerosi controlli antidoping, tutti negativi, a cui si è sottoposto Jacobs.

Marco Gentile per ilgiornale.it il 28 dicembre 2021. Marcell Jacobs è l'uomo più veloce del mondo e questo nessuno può contestarlo con buona pace degli inglesi che ancora non se ne sono fatti una ragione a distanza di mesi dalle Olimpiadi di Tokyo che hanno visto l'atleta azzurro trionfare nei 100 metri piani e nella staffetta 4x100. Il 27 nato ad El Paso, in Texas, in una lunga intervista concessa a La Repubblica ha spiegato: "Se fossi cittadino americano, sarebbero arrivate certe accuse? Assolutamente no. Pausa. Sorriso. Corpo che ondeggia. Assolutamente no, ripete", questa la risposta secca dell'atleta azzurro alla domanda volutamente provocatoria da parte del giornalista. Jacobs si è mostrato ancora una volta un ragazzo pragmatico, serio e con i piedi per terra e ha ammesso di non aver mai sognato quella finale dei 100 metri piani: "Non l'ho mai sognata, l'ho fatto talmente tante volte prima che adesso che l'ho corsa è sparita dalle mie notti. Con la testa sono già sui prossimi obiettivi, il 2022 sarà un anno importante, e ci arriverò da campione olimpico: ho delle responsabilità". Marcell ha poi ripercorso quella fantastica giornata che gli ha regalato il meritato oro: "È venuto tutto naturalmente, non volevo dimostrare qualcosa che non sono: era una delle poche volte nella mia carriera in cui ero così sereno. Ero contento di essere lì, lavoravo da tutta la vita per quel momento e me lo stavo godendo". Jacobs ha poi respinto al mittente le assurde accuse che gli sono state mosse in questi mesi: "Sono tutte bugie, sapevano bene chi fossi. Stanno solo rosicando, gli dà fastidio che non abbia vinto un loro atleta. Ora veniamo a quel che dice il mio allenatore". Il 27enne azzurro ha poi parlato del suo sogno olimpico: "Il mio sogno olimpico nasce quando ero bambino, però Roma è stato uno dei centri in cui si è realizzato. Vedere altre persone, essere di stimolo mi piace. Di spazio ce n'è, non serve riservare una pista solo per me". Jacobs ha trovato anche il modo di parlare del suo stile di vita tra pista e famiglia: "Credo che riuscire a trovare un equilibrio perfetto, sia in pista che fuori, avere una famiglia che ti sostiene, dei bambini, delle responsabilità, ti dia quel qualcosa in più per concentrarsi meglio e correre ancora più forte. Non lo fai solo per te stesso, ma anche per loro: sai che potresti cambiargli la vita".

Da golssip.it il 28 dicembre 2021. Ha vinto alle Olimpiadi l'oro nei cento metri individuali e nella staffetta 4x100 ed è diventato uno degli sportivi più amati dell'anno. Un anno parecchio fortunato per l'Italia dello Sport e fortunato per lui che con quel trionfo si è fatto conoscere al grande pubblico. Marcell Jacobs è uno degli uomini del momento: parlano di lui in tv, sui giornali, lo intervistano e lo fotografano. L'ultima foto che arriva dal suo profilo Instagram è un gioia per gli occhi delle donne. Soprattutto per quelli della compagna e futura moglie, Nicole Daza, che gli ha scritto in un commento: "Sei illegale amore". E certo non le si può dare torto.

Pino Corrias per Vanity Fair il 22 dicembre 2021. Il Re Giaguaro scende tra gli erbivori intorno alle 10 del mattino. Cammina lento e ampio, tagliando in diagonale le gradinate, dopo i cancelli e i pini marittimi dello Stadio Paolo Rosi, all’Acqua Acetosa, Roma, con passo di atletica eleganza. Guarda il cielo grigio come la sua tuta in microfibra, guarda le sue scarpe verdi, numero 46, da runner in passeggiata. Gli auricolari avvolgono i suoi 752 muscoli distribuiti in forma di elastici lungo i 188 centimetri di altezza e di tatuaggi, in una ritmica hip hop che lo rilassa e insieme lo carica di energia, come fa il temporale prima del fulmine. E solo quando arriva sulla pista rossa di tartan per lo stretching che precede il rito quotidiano dell’allenamento, ha la gentilezza di scollegarsi dalla musica e accogliere i molti mondi che lo circondano con il sorriso del giorno nuovo, che anche oggi misurerà in metri al secondo, falcate e respiri. E i mondi circostanti, abitati in questo momento da una dozzina di giovani esemplari di atleti – in tute blu, nere, rosa, calzoncini, cappellini, chewing gum – intenti al riscaldamento dei deltoidi tramite flessioni, rotazioni e chiacchiere, fanno silenzio, gli danno il cinque con la mano, e ordinatamente gli fanno spazio. Lo spazio se lo merita. Ci ha messo 27 anni, un giorno alla volta, per conquistarlo da quando è entrato nella storia della velocità, il primo agosto del 2021, Olimpiadi di Tokyo, gara regina dei 100 metri, 9 secondi e 80 centesimi di pura adrenalina e volontà, 45 passi in tutto, medaglia d’oro in mondovisione intitolata a suo nome, Marcell Jacobs. Per l’esattezza: Lamont Marcell Jacobs Junior, madre italiana, padre texano; cresciuto a Desenzano, sul Lago di Garda, meticcio come lo siamo più o meno tutti, viaggiatori tra i cromosomi della vita vera, lui scuro di pelle, ma quasi mai di umore, che ora si toglie la felpa, cambia le scarpe, mette quelle bianche chiodate, le sue famose Maxfly da sprinter e da sponsor, e finalmente parla: «Tre minuti e sono pronto». Lo dice all’altro fuoriclasse sceso con lui sulla pista, il suo allenatore Paolo Camossi, 47 anni, friulano di Gorizia, veterano d’atletica, che un giorno del 2001 a Lisbona è volato a 17 metri e 32 centimetri di lunghezza, record mondiale del salto triplo, occhi celesti, capelli fluenti, umore anche lui allegro. Detto oggi il Golden Coach, non solo per le due medaglie d’oro del suo pupillo a Tokyo, visto che c’è anche quella della staffetta 4x100, la gara che ha definitivamente mandato ai pazzi gli inglesi rosiconi. Ma perché con Marcell, in cinque anni di simbiosi atletica – sudore, tecnologie, tabelle prestazionali e passeggiate dopo cena con sogni –, ha dissotterrato quel tesoro di biomeccanica che ha trasformato l’avventura di «un ragazzo che corre veloce», in quella «di un campione che vince». Gli dice: «Oggi andiamo tranquilli. Sciacquiamo le gambe con 12 ripetute, senza scaldarci troppo, d’accordo?». «D’accordo mica tanto», fa lui, «te dici sciacquare che sembra niente. Ma il culo me lo faccio io, giusto?». Dialogo che più o meno inaugura il rito di ogni mattina del calendario, sei giorni su sette, più tre pomeriggi di palestra, domenica riposo, divano con playstation, hamburger libero, figli, fidanzata e caramelle, una pacchia. Le ripetute sono partenze morbide e allunghi fino a 120 metri, «per mettere fieno in cascina e tenere reattivi i muscoli», spiega Camossi, che si diverte a farla facile per provocarlo. Marcell ci casca e corregge: «Le partenze non sono morbide, la corsa è vera, la tenuta in quei venti metri finali è dura, i miei polmoni lo sanno, lui fa finta di no». Si alza, ripone nella sacca il telefono con playlist anglo-italiana, fa sparire gli auricolari. Dice: «La musica è la mia vacanza, perché in fondo sono un tipo solitario e pigro che si culla». E mentre si infila il cappellino, solo con un’occhiata obliqua ti dice: e invece guarda cosa mi tocca fare. Poi va a mettersi mansueto sulla corsia centrale prima della curva, senza blocchi di partenza. E aspetta. Camossi si sposta sull’erba, all’interno della pista. Al collo ha due cronometri, il cellulare per le riprese, un fischietto. Al primo fischio Marcell va in posizione. Al secondo mette le dita sulla pista. Al terzo, parte. Quando stacca l’ombra da terra, la progressione è impressionante. E da così vicino lo è anche il rumore della falcata, quella di un treno a vapore che fila nel vasto West, mentre il corpo di Marcell soffia e vola. Il coach se lo guarda per tutti i 14 secondi necessari, mentre lo registra in piano sequenza per l’archivio, e finalmente anche lui espira. Sa suddividere al colpo d’occhio la frequenza dei passi, «4,60 passi al secondo quando tira», i tempi di contatto e quelli di volo. Li ha studiati fotogramma per fotogramma, usando le riprese professionali dell’optojump, che ne registra 240 al secondo. Conosce il peso che sopporta il tallone e la spinta che imprime la punta del piede allo stacco, la pressione sulle ginocchia, la resistenza all’aria delle spalle. Recentemente ha migliorato la postura di Marcell eliminando il dente del giudizio che gli rallentava la gamba destra. Sa che il numero dei passi, moltiplicato con la lunghezza della falcata e l’intensità dell’esecuzione, fanno il tempo dei record o quello della sconfitta.

Dice: «La corsa è matematica. E Marcell è una equazione perfetta».

Marcell quell’equazione non la calcola più: dopo un milione di chilometri, gli scorre insieme al sangue. «I numeri sono il lavoro di Paolo, delle telecamere. Io corro come so e come posso. Ci metto tutto: la tensione, la testa, gli sbagli. E insieme con i muscoli, anche un sacco di ansia per le sfide. Ho corretto. Ho imparato. Ma correre è la cosa che mi piace di più al mondo». È  già storia la sua storia. Il padre, americano di colore, era arruolato nel corpo dei Marines di stanza a Vicenza. Sul Garda si innamora di Viviana Masini, la porta con lui a El Paso, Texas. Lei resta incinta. È felice. Ma il padre ha un cuore complicato e i nervi fragili. L’amore dilegua. Lui vola in missione in Corea del Sud, bye bye Viviana con bambino. Lei torna, senza troppi rancori, a Desenzano, che è pur sempre «la Rimini d’acqua dolce», si vive meglio. Racconta Marcell: «Avevo un anno e mezzo. Non ho ricordi dell’America. E non ne ho voluti di mio padre».

Invece, si ricorda tutto del cortile dove è cresciuto, degli zii, di quando passava i pomeriggi a correre e a rincorrere. Si ricorda delle estati a Roseto degli Abruzzi con i nonni: «La mamma veniva al mare due giorni ogni tanto. Faceva tre lavori contemporaneamente per mantenermi. Io e lei siamo cresciuti bene insieme: allegri, forti, indivisibili. E quando a scuola dicevano disegnate la vostra famiglia, non mi sono mai sognato di aggiungerci mio padre».

Lei lavora nelle pensioni – oggi gestisce l’hotel Florence nella frazione di Manerba – e se la cava. Lui cresce troppo piccolo, fino alla terza media, e se la cava meno. Finisce tra le mandibole dei bulli, «mai per la pelle scura, in verità, ma perché ero fragile, diverso da tutti, e pure bello, con un sacco di ragazzine incuriosite dal mio nome americano. Quindi molta invidia al seguito. Perciò tormenti, botte, solitudine. Così mi bocciano. Cambio scuola. Trovo nuovi amici e finalmente cresco. Cresco tanto. Divento il più bravo in tutti gli sport. Sono il migliore a calcio, a basket, in pista. Mi iscrivo alle Commerciali, tanto per fare qualcosa: diciamo che io e lo studio non corriamo nella stessa corsia. E quando i prof mi dicono devi impegnarti di più o non combinerai nulla nella vita, rispondo che invece combinerò moltissimo, farò l’atleta». A diciassette anni corre i 100 metri in 11,19. E soprattutto salta 7 metri e 17 in lungo. A diciotto entra nelle Fiamme Oro della Polizia, sezione di Brescia, divisa amaranto, palestre, istruttori e disciplina a tempo pieno. Il salto in lungo diventa la sua specialità, come all’inizio fu per Carl Lewis. «Era il mio mito, avevo il suo poster in camera che recitava: “Non c’è potenza senza controllo”. Per saltare ci vuole velocità, coordinamento, coraggio. Li avevo tutti e tre. Ogni tanto mi rompevo qualcosa, ma progredivo forte e insistevo». Alla fine del 2015 salta 8,03 a Padova. Poi arriva l’infortunio più grave, il distacco del quadricipite femorale destro, che scende di 4 centimetri, «un male tremendo che ancora me lo ricordo, di carne strappata via». Fermo sei mesi, poi otto, un disastro. È quando tutto sembra perduto che incontra Paolo Camossi. Dice Marcell: «L’avevo visto qualche volta, allenava altri atleti, mi piaceva la sua calma, il suo umore. Con lui ho sentito sintonia al primo sguardo». Dice Camossi: «Ci siamo trasferiti a Gorizia e abbiamo cominciato dal fondo per risalire. Senza fretta. Ai miei tempi ci massacravamo di lavoro, ore di palestra, ore di partenze e salti fino a stramazzare. Noi abbiamo fatto il contrario, bilanciando gli sforzi con il riposo. Rispettando quella che io chiamo la legge del giaguaro, che corre per prendere la preda, ma se si accorge che non ce la fa, invece di scaricarsi, si ferma, riposa, cambia agguato, poi attacca e vince». Jacobs studia da giaguaro. Torna a saltare nella stagione 2017-18, ma al terzo infortunio – due volte le ginocchia, una volta il tallone – la sua nuova legge consiglia di aspettare, riposarsi, cambiare tecnica e riprovare. Perciò basta con il salto in lungo. «Decidiamo per la velocità», racconta Camossi, «lui aveva la struttura fisica per un grande miglioramento: la postura, le leve, la potenza. Gli dico: ci prendiamo altri due mesi di pausa e se i muscoli vanno giù, meglio, li ricostruiremo». Nuovo trasferimento a Roma. Nuovo corso di velocista sui 100 metri. Esordio nel 2018 a Berlino, 10,28 agli Europei. Con replica l’anno dopo ai Mondiali di Doha, dove corre la semifinale. Fa buoni tempi, ma qualcosa ancora non funziona, qualche volta la schiena si incricca, qualche altra le gambe si bloccano per l’ansia o per lo stress. Racconta Marcell: «Così, un giorno Paolo mi dice che ho bisogno di un mental coach, perché ho dei nodi emotivi da sciogliere. Mi metto a ridere, non ho nessun bisogno di uno strizzacervelli, gli dico, sto benissimo di testa, ci mancherebbe, il problema è nelle gambe». E invece? «Invece vado a sedermi un giorno davanti a questa Nicoletta e mi si apre un mondo, il mio mondo». 

Nicoletta Romanazzi, 54 anni, bionda, solare, tre figli, una fila di atleti in agenda («insegno che non c’è un modo per evitare le paure o i cattivi pensieri, ma c’è un modo per imparare a gestirli»), abita a due passi dalla nuova casa di Marcell, quartiere di Collina Fleming, e il dettaglio lo attrae. «Ci vado, mi siedo, mi fa parlare, parlare, parlare. Poi mi dice che penso troppo agli avversari e penso troppo poco a me. Mi dice: concentrati solo su quello che puoi cambiare. E comincia da tuo padre. Le dico: mio padre non esiste, non è mai esistito. E lei: appunto, quello è il nodo». Così Marcell un giorno, invece di sollevare i suoi 100 chili al bilanciere, per una volta solleva il cellulare e scrive al fantasma di El Paso: «Era la prima volta. Lo faccio con il traduttore di Google perché non ho mai voluto imparare una parola di inglese». La madre gli sta accanto, gli dice che non c’è niente di sbagliato a liberarsi dai rancori, come ha fatto lei che si è risposata e ha avuto altri due figli. Perché la vita va avanti sempre, come fanno le sfide, le gare, e naturalmente le ripetute agli allenamenti. «Facciamo le ultime due spingendo un po’», gli dice Camossi dal prato. Marcell esegue. Il treno passa due volte. E tutti, al Paolo Rosi in questa fine mattinata, si fermano a guardarlo, come i bambini d’estate. Solo che non è per niente estate, fa un freddo cane dopo due ore, e per non congelare, finiamo sotto al tendone riscaldato dell’entrata. Seduto quasi di spalle, con felpa larga e cappuccio alzato, i saltuari dello jogging di mezzogiorno entrano alla spicciolata e neanche lo riconoscono, gli allungano l’euro dell’entrata dicendo: «Buongiorno, buongiorno». Lui ride: «Ho preso due ori a Tokyo e qui mi scambiano per il custode».

La celebrità gli piace da morire.

«La notte prima delle Olimpiadi avevo 167 mila follower. La mattina dopo la vittoria, erano diventati 640 mila. Lo so che sono solo bollicine, ma lo è anche lo champagne, giusto?». E gli piace da morire non passare inosservato. A riposo ha il look di un gangsta-rap, anche se in teoria è un poliziotto: testa rasata, barba scolpita, piercing alla narice, brillanti ai lobi e al collo, come il suo amico Lewis Hamilton, il pilota, una mappa complicata di tatuaggi su tutto il corpo: fiamme, tigri, i nomi dei tre figli, Jeremy, Anthony e Megan. Più, naturalmente, il cuore pulsante dedicato a Nicole Daza, la sua compagna, conosciuta quattro anni fa in discoteca a Milano e che sposerà il prossimo settembre a Tenerife. Un mese fa, con lei, è stato tra gli ospiti d’onore della festa di Giorgio Armani a Dubai, in cima al Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo. Non ha riconosciuto Sharon Stone, ma tutti i fotografi hanno riconosciuto lui. Nessuna paura di rimanere intrappolato dai troppi flash. «So cosa sono le illusioni, e so che un podio è molto più alto di un grattacielo, se devi salirci sopra da solo». Magari per ritrovarci il padre. «Vero. Con mio padre ho fatto qualche gradino, in fondo almeno il fisico glielo devo. Adesso ci scriviamo e forse un giorno ci vedremo. Nicoletta aveva ragione. Togliermi quel nodo mi ha dato la leggerezza che mancava alla mia velocità». Lo dimostra subito, agli europei in Polonia, dove corre i 60 metri in 6 e 47, record e medaglia d’oro. Era marzo, centocinquanta giorni prima di Tokyo. Dice che a Tokyo ci pensa sempre, ovvio. Qualche volta di notte e quasi ogni mattina, appena sveglio. «Anche oggi, prima di aprire gli occhi mi sono ritrovato ai blocchi di partenza. Ho rivisto la scena. Io che cammino verso la mia corsia. Ho le spalle basse, come mi ha insegnato Nicoletta, rilassato. Do il cinque a tutti i miei avversari che non se lo aspettano, a Kerley, l’americano che arriverà secondo, a De Grasse, il canadese, a Hughes, l’inglese che verrà squalificato per la doppia falsa partenza. Mi guardano come un marziano, sono tutti contratti, con le spalle rigide dei guerrieri e i denti stretti. Rivivo rallentati quei cinque secondi prima della partenza, uno sguardo al rettilineo della mia corsia 3, poi a terra, concentrato, in attesa dello sparo.

Respiro. Cuore. Silenzio. In quella attesa ho imparato che devi svuotare la testa, qualsiasi altro pensiero è un nodo, e se arriva hai già perso. Bang! Sono partito in 0,172 millesimi. Kerley è stato di 5 centesimi più veloce, l’ho recuperato e l’ho visto con la coda dell’occhio fino ai settanta metri, il punto della mia massima velocità, 43 chilometri all’ora, quando me lo sono lasciato alle spalle. Un istante dopo è esploso il mondo». Ora il mondo si è ricomposto ai suoi piedi. Dicono che l’oro alle Olimpiadi valga cinque milioni di euro l’anno tra sponsor e pubblicità. Il doppio se diventi un personaggio iridescente come Marcell. Ci saranno le lusinghe, le televisioni, le discese ardite e le risalite. Dieci anni ancora di carriera, come sua santità Usain Bolt, il velocista più velocista di tutti, che gli ha scritto un «Bravo!» con tre bicipiti. Dopo Natale partirà per un mese di ritiro al sole di Tenerife, sua isola d’adozione: «Detesto due cose al mondo, l’aereo quando parte e il gelo quando arriva». Ci andrà con la famiglia, Paolo Camossi, il fisioterapista, la babysitter e uno sparring partner che sta cercando, e che dovrà scegliere tra i 377 atleti che si sono proposti fino a oggi da tutto il mondo. Lavorerà all’High Performance Training, una pista a otto corsie, la palestra, la vasca del ghiaccio, tutto quello che serve per preparare i mondiali di Belgrado il prossimo febbraio. E poi? Le Olimpiadi a Parigi nel 2024 e quelle di Los Angeles nel 2028. Ride, dice: «Vedremo. Il mio sogno l’ho già messo al collo e tutto quello che verrà sarà un regalo». Sa che ora è lui il campione che vince. È sarà lui l’uomo da battere. Li aspetta al prossimo giro, come fa il giaguaro quando si riposa.

Da fanpage.it il 23 dicembre 2021. Marcell Jacobs sa bene che il prossimo anno sarà per lui molto più difficile di quello appena conclusosi: confermarsi al livello più alto nello sport è davvero per pochi, e più si sale su, più è facile avere giramenti di testa nell'indirizzare lo sguardo verso il basso. Il due volte campione olimpico a Tokyo, l'uomo più veloce del pianeta, è consapevole che tutti lo aspetteranno al varco, per batterlo in pista – i suoi avversari – e per bollarlo come meteora o anche peggio. Gli scettici – soprattutto stranieri, in primis i sospettosi inglesi – non vedono l'ora di veder fallire il 27enne velocista azzurro, che dal canto suo mostra una grande sicurezza nei propri mezzi, frutto della nuova consapevolezza di sé maturata grazie alle vittorie ma anche al lavoro fatto negli anni scorso con la propria mental coach. "Sto lavorando per far sì che il 2022 sia un altro 2021, anche se replicare l'anno non sarà facile", ha detto Jacobs qualche giorno fa alla cerimonia di consegna dei Collari d'Oro del CONI. La solidità del ragazzo di Desenzano poggia anche sulla stabilità affettiva: il legame con la compagna Nicole Daza è la pietra angolare di una vita divisa tra pista d'atletica e la famiglia. La coppia convolerà a nozze l'anno prossimo, per coronare un amore che ha dato loro due figli, il primogenito Anthony e la piccola Meghan. Un maschietto e una femminuccia, in modo da fare contenti entrambi, visto che Nicole insisteva parecchio per avere una bambina dopo il primo figlio, al punto da imporre a Jacobs alcune rinunce…"Diciamo che lei già con Anthony sperava che fosse femmina, lei voleva una femmina, invece poi era un maschietto come volevo io e quindi poi per Meghan lei mi ha costretto a fare determinate cose – spiega Jacobs a Verissimo – ovvero ‘noi vogliamo la femmina, quindi lo facciamo solo in questi determinati giorni'… allora io ho fatto ‘vabbé'…". Il motivo del ‘calendario del sesso' imposto al focoso Marcell lo precisa poi Nicole: "Mi sono affidata al calendario cinese". Si tratta di uno strumento utilizzato nella Cina imperiale per predeterminare il sesso del nascituro. Si basa sulle teorie dello Yin e dello Yang, dei Cinque Elementi, degli Otto Trigrammi e dello I Ching. Argomenti molto lontani dal nostro modo di pensare e su cui spesso si ironizza, ma la compagna di Jacobs – motivatissima ad avere una femminuccia – si è invece messa a studiare il tutto, calcolando in primis la propria ‘età lunare' e poi il ‘mese lunare di concepimento' secondo il calendario tradizionale cinese. Il buon Marcell si è dunque dovuto piegare alla causa, con giorni in cui ha dovuto raffreddare i suoi bollenti spiriti: "C'erano dei momenti in cui magari… giornate in cui tornavi a casa bello contento… ‘no, stasera no, fra quattro giorni'… ‘ah vabbè, quattro giorni'…". Nicole consiglia assolutamente il metodo a chiunque come lei desideri ‘programmare' il sesso di un figlio: "Magari tante persone dicono che non funziona, per me personalmente ha funzionato". "Poi magari il destino, magari altro – la butta lì Jacobs – però ha funzionato". L'ultima parola sul tema ce l'ha Nicole: "Il destino, mettici quello che vuoi, però ha funzionato, c'erano i giorni stabiliti, quelli sono stati e così è uscita…".

Filippo Tortu, fucilata a Marcell Jacobs: "Dice che adesso tira lui? Un giorno...". Storie tese: dopo Tokyo 2020 è finita malissimo. Libero Quotidiano il 13 agosto 2021. Filippo Tortu reduce da una medaglia d'oro alle Olimpiadi di Tokyo 2020 non ha dubbi: "È la cosa più bella che uno sportivo possa raggiungere. Sono travolto da un fiume in piena di emozioni e gioia. Un sogno assurdo è diventato realtà, tanto che non so bene come rapportarmi". L'atleta, che assieme a Marcell Jacobs, Fausto Desalu e Lorenzo Patta ha portato a casa la vittoria alla staffetta 4x100, si dice più che soddisfatto e pronto a ripartire: "Mi piace pensare che sto costruendo qualcosa. L'atletica si prende quel che ho ma so che posso fare tanto. Ad agosto starò qui, mi alleno. Va chiusa la stagione, riflettiamo sulle opzioni". Raggiunto da Repubblica il campione si sofferma anche sulle parole del compagno Jacobs, che qualche giorno fa aveva ammesso tra i due qualcosa fosse cambiato. Nel dettaglio Marcell aveva detto che ora "tira lui". Un'uscita che non scalfisce Tortu, perché "lo sport è così, un giorno tira uno e un giorno l'altro. Sicuramente sarà uno stimolo in più per migliorarci". Niente rivalità dunque. Poi il pensiero va a un altro campione della squadra, Desalu, che all'ultimo passaggio del testimone ha urlato qualcosa di disumano. "Un urlo - ribadisce - che sento tutte le notti prima di addormentarmi. Mi ha dato una carica pazzesca, ho sentito tanta energia. Siamo stati bravi". Tornato nella sua Sardegna l'atleta ha già un primo desiderio: "Andare al cimitero di San Sebastiano, a Tempio. Lì è sepolto mio nonno Giacomo. Rendergli omaggio e visitare la sua tomba è uno dei miei primi impegni". Il riposo per Tortu durerà ben poco perché oltre allo sport l'atleta deve fare i conti con l'università: "Devo studiare! Frequento Economia alla Luiss a Roma. Sono rimasto indietro, ho l'esame di marketing da recuperare". Anche se non esclude una bella vacanza, "ma devo decidere dove". 

Marco Bonarrigo per corriere.it il 13 agosto 2021. Da Tokyo sono tornati entrambi trionfatori e — almeno sulla carta — gemellati dall’aver conquistato assieme l’oro nella staffetta della 4x100 che nel programma olimpico è una delle prove dove l’unione e la coesione fanno davvero la forza. Ma a chiunque li conosca bene è chiaro che i percorsi personali e professionali di Marcell Jacobs e Filippo Tortu si sono divisi appena i due sono scesi dal podio dell’Olimpico giapponese: troppo diversi i due ragazzi per indole, cultura sportiva, peso della famiglia per procedere su binari paralleli, troppo radicale e veloce il rovesciamento di fronte nella scala dei valori che li contrappone. Il contesto, prima di tutto. Pippo Tortu non può essere scisso dal suo contesto familiare, dal padre Salvino che lo allena, dal fratello Giacomo manager, da una madre e da una nonna che l’hanno sempre coccolato, dalle origini sarde rivendicate ma anche dal milieu lombardo imperniato sull’asse cortissima tra Giussano e Milano. Marcell Jacobs è nato senza padre ed è stato cresciuto da mamma tra mille difficoltà. Si è spostato dal Texas a Desenzano al Friuli per poi scegliere, assieme al suo allenatore Paolo Camossi, la metropoli Roma. Camossi — un ex campione del salto triplo — se l’è scelto lui come coach dopo un lungo periodo di prova e questa già è una grande differenza con chi l’allenatore se l’è trovato in casa. Tortu si allena nell’ovatta di stadi «privatizzati», Jacobs si mescola volentieri al popolino del «Paolo Rosi», stadione dell’atletica romana, dove Pippo probabilmente perderebbe la bussola. Tortu è fidanzato con l’atletica, Jacobs a 27 anni ha già tre figli: Jeremy, di otto anni, nato da una precedente relazione, e i piccolissimi Antony e Megan avuti da Nicole, la sua attuale compagna. Insomma, dopo una sommaria analisi sociologica si contrappongono un post adolescente che vive in famiglia in un contesto borghese e un giovane uomo cresciuto in un ambiente proletario, padre di famiglia numerosa, che si è dato tanto da fare per arrivare a un successo che alla fine gli è piombato addosso di colpo. Tortu è campione predestinato fin da bambino, da quando sfrecciava sempre primo nelle gare di velocità dell’Arena Civica (oggi riservata a lui un paio d’ore al giorno) alle innumerevoli vittorie nelle categorie giovanili. Che Jacobs avesse talento a palate era ben chiaro visto il suo saltare in lungo regolarmente oltre gli otto metri ma il suo talento era già ritenuto più grezzo, più irregolare, più soggetto ai frequenti infortuni e e per questo più volatile. Quando Tortu ha cominciato a volare e quando nel 2018 ha rotto la barriera dei 10” sui 100 metri, primo a riuscirci in Italia, la sua carriera è decollata anche troppo rapidamente. Era l’erede di Berruti e Mennea, col suo viso pulito perfetto per i grandi sponsor che ne hanno approfittato a mani basse offrendogli visibilità e denaro ma anche un ruolo di leader a cui non era pronto, non avendo mai gestito alcun successo o fallimento importante. In quel momento Jacobs era gregario e vestiva rispettosamente il ruolo a lui assegnato. L’inversione dei ruoli è stata rapida e drammatica. Tortu ha bruscamente frenato tra problemi fisici e psicologici, Jacobs in pochi mesi è diventato fenomeno assoluto. Dopo Tokyo, qualche sassolino Marcell se l’è tolto, spiegando che «tra me e Filippo un giorno tira uno, un giorno l’altro e ora a tirare sono io» e non nascondendo «qualche incomprensione o saluto mancato frutto non della volontà di Filippo ma magari di soggetti terzi». Il problema — inutile negarlo — è la difficoltà di Salvino Tortu, uomo di grande orgoglio, a inserirsi nel meccanismo di condivisione di esperienze e metodi dei tecnici federali che gli rimproverano — mai in faccia, però — di essere un allenatore ad personam, gelosissimo della sua creatura, con un curriculum professionale non adeguato: ex velocista di medio livello, il papà di Filippo ha allenato sempre e solo i figli. La verità probabilmente sta in mezzo, le gelosie sono state reciproche e Tortu a Tokyo — con una frazione spaziale — ha dimostrato a tutti di che pasta è fatto. Ora il lavoro davvero importante — e di cui dovrà farsi carico come al solito il commissario tecnico/mediatore La Torre — è quello di mettere tecnici e atleti seduti attorno a un tavolo e far capire a tutti che un procedere comune senza gelosie e che condivida esperienze può solo fare del bene. Il punto fermo è uno: presi individualmente, sganciati dal clan e dalle etichette che noi incolliamo loro addosso, Marcell e Filippo sono due bravissimi ragazzi pronti a percorre assieme tratti di un percorso importante.

Da video.repubblica.it il 6 settembre 2021. Siparietto a tavola tra Gianmarco Tamberi, oro olimpico nel salto in alto, e Filippo Tortu, trionfatore a Tokyo nella staffetta 4x100. Tamberi è inorridito per i gusti di Tortu e chiede conforto a Faustino Desalu, anche lui frazionista della 4x100 in Giappone. I tre sono a Chorzow, in Polonia, per il meeting di atletica di oggi, dove Tortu e Desalu si sfideranno nella gara dei 200 metri.

Da ilnapolista.it il 6 settembre 2021. Specchio intervista Filippo Tortu. Ripercorre la magica impresa della staffetta che ha vinto l’oro ai Giochi di Tokyo. «Se corressimo cento volte quella stessa finale da capo non finirebbe mai più così, però da ora in poi il risultato ci segna. E ci cambia. Abbiamo una consapevolezza inedita, un’energia diversa».

Sulle parole di Jacobs, che ha parlato di rapporti cambiati dopo il suo successo nei 100 metri.

«Pensavo la mia stima si fosse vista e capita. Sono rimasto un filo stupito, anche se aspetto di parlarne con lui. Non è successo nulla. Non ci sono questioni da chiarire. Da parte mia è tutto come prima e non c’è bisogno di rincorrerci. 

Lo vedrò a Monza, per il Gran Premio di Formula 1, dove siamo invitati, e parleremo ma senza bisogno di confronti. Ci conosciamo e capiamo bene. Le sue magari sono parole figlie di percezioni errate. Non esistono vere polemiche, sono chiacchiere». 

Racconta di essere diverso dopo l’esperienza di Tokyo.

«Sono un atleta nuovo. Mi sono reso conto di essere più competitivo di quanto credessi, di avere una forza che non sapevo di possedere. Da ora in poi voglio usarla». 

Aveva messo in conto di passare i britannici all’ultimo?

«No, io credevo di averli dietro. Dopo i primi 40 metri mi pareva di averli superati e da lì è stata emozione pura. Solo adesso ho notato che a 3 metri dall’arrivo alzo un sopracciglio. Era una sorta di “ma che cosa stai facendo?”. Ero io che mi rendevo conto di vincere le Olimpiadi e infatti quando, senza fiato, guardo lo schermo non è il nome Italia che mi sorprende, è la distanza. Ero sicuro ci fosse margine, non un solo centesimo ma ovviamente, visto come è andata, è ancora più bello che sia un niente». 

Tortu lancia un appello

«Fate sport, portate i vostri figli a fare sport. Insegna tutto. Prendete la storia di Gimbo Tamberi, a me lascia ancora la pelle d’oca. Quel coraggio lo tiri fuori solo se lo alleni, lo sport ti cambia la vita e il modo in cui la guardi. Anche la staffetta ha spostato una barriera: il poco probabile non è impossibile. Ma l’appello non finisce qui. Gli atleti non possono essere strumentalizzati. Noi lo sport lo viviamo, non lo propagandiamo».

Massimo Gramellini per corriere.it il 10 settembre 2021. Tu dov’eri il 1° agosto 2021, quando un italiano vinceva i cento metri all’Olimpiade? Forse un giorno questa domanda farà parte di un manuale di conversazione, ma intanto abbiamo cominciato col chiederlo a lui. «Quella mattina mi sono svegliato alle 5 e 40, io e il fuso orario di Tokyo non siamo mai andati d’accordo. La gara era alla sera e le mie storiche parole al risveglio furono: «Mo’ che cavolo faccio tutto il giorno?». Telefono a Nicoletta, la mia mental coach. «Marcell, se sei già sveglio, rimani sveglio: accetta ciò che non puoi cambiare». La faceva facile, lei. Apro il computer per rilassarmi e vedo la prima pagina della Gazzetta. C’è una mia foto gigantesca: “L’uomo dei sogni”. Mi agito ancora di più. Passo la giornata chiuso in camera a cercare di non pensare alla gara, ma non riesco a pensare che alla gara. Voglio raggiungere la finale olimpica, dopo anni di batoste. Finalmente arrivo al campo di allenamento e mi rilasso, ma mentre ai blocchi provo la partenza, penso che la mia semifinale sarà quella con i più forti. Richiamo Nicoletta, e lei: «Ma lo sapevi già, no? Accetta ciò che non puoi cambiare!». Va bene, accettiamo. Vado in pista e rincorro il cinese che fa la corsa della vita, e a me non piace rincorrere gli altri. Taglio il traguardo, Tamberi dalla pedana del salto mi viene incontro: «Ma che tempo hai fatto? Record europeo!» «Non mi interessa, lasciami stare! Sono in finale o no?». Sono in finale e manca un’ora e quaranta. Torno al campo di riscaldamento, salendo quattro rampe di scale. Appena vedo Paolo Camossi, il mio allenatore, gli faccio: «Io sono morto, non corro più. Mi sento le gambe di pietra. Ho dato tutto, l’obiettivo è raggiunto, basta così». Mi sdraio sulla pista, completamente cotto, con i crampi. E chiamo Nicoletta a Roma: «Io non ne ho più. Vedi tu se da lì puoi fare qualcosa». Cominciamo gli esercizi di respirazione. Al telefono, per venti minuti. Butto via le tossine, recupero la presenza in me stesso. Poi mi rialzo e penso: «Dai, ci siamo». Faccio due allunghi e Paolo mi arriva addosso: «Non dico nulla, ma se parti così, stasera rischiamo il colpaccio…». Che cavolo ti salta in testa, Paolo? Raggiungo gli avversari nell’antistadio. I centometristi prima della gara si scrutano in cagnesco, tipo i boxeur, io invece do il cinque a tutti. Mi guardano come se fossi un coglione… I giudici controllano le scarpe, mi mettono il numero e io sono la persona più tranquilla del mondo, neanche dovessi uscire per andare a fare la spesa. Non ho nulla da perdere. Pressione zero. Arriviamo ai blocchi e ripeto a tutti: «Good luck! Good luck!». E loro: «Thank you», ma qualcuno si tocca. Poi lo stadio diventa buio. Penso: «Bello, speriamo che ci facciano correre solo con il nostro rettilineo acceso». Me la godo come se fossi in spiaggia con un cocktail in mano. E appena sento l’urlo “Ai vostri posti!”, una voce dentro mi sussurra: «Io questa la vinco». L’inglese al mio fianco parte in anticipo, ma sono talmente concentrato sullo sparo che potrebbe scoppiare anche una bomba e io non mi muoverei.  Mi scappa persino un risolino. Adesso la corsia accanto alla mia è vuota, ma tanto devo guardare solo davanti, mica di lato… Sì, buonanotte. Appena mi rialzo dopo la partenza, cerco gli avversari con la coda dell’occhio, ma ne vedo soltanto uno, Kerley, l’americano… Cazzo succede, e gli altri? Agli ottanta riesco ancora ad accelerare, sempre sciolto, senza strafare. So che, se sono in testa agli ottanta, nessuno al mondo attualmente può superarmi negli ultimi venti metri. Quando arrivo al traguardo, guardo a destra per essere sicuro che non sia un’allucinazione. Grido “Sììì”, ma penso di avere vinto un meeting, mica l’Olimpiade. Mi arriva addosso Tamberi come un invasato, poi vedo gli italiani che esultano sugli spalti. E io: Grazie-grazie, ma pacato. Non mi rendo conto di che cosa ho combinato. Faccio le interviste, Malagò mi passa Draghi al telefono, mi cambio le scarpe, vado all’antidoping. Niente, continuo a pensare di avere vinto un meeting. Esco dallo stadio cinque ore dopo e riprendo finalmente in mano il mio telefono. Non leggo i messaggi e vado subito a guardare il numero dei follower. Prima della finale erano 114 mila. Adesso sono 630 mila! Salgo in camera a cambiarmi, mi metto a letto, però non riesco a dormire e in testa mi scorre la vita». «A casa dei nonni c’era una rampa che portava in garage. I miei cuginetti avevano tutti la moto da cross. Io invece avevo solo le gambe e così le trasformai in una motoretta. Fingevo di accenderla, facendo il rumore con la bocca. Su e giù dalla rampa. “Marcell, non ti stanchi?” diceva mio nonno. E io: ma non vedi che sono in moto? Vrmm vrmm… A sette anni faccio la prima gara con i compagni di scuola, chi vince dà un bacetto alla più bella della classe. Vinco io e da allora non mi hanno fatto più correre con loro… Mi sono iscritto alla scuola calcio di Desenzano. Giocavo esterno destro, scarsissimo, l’allenatore diceva: butta la palla e corri. Il mio gol più bello, l’unico forse, lo ricordo ancora. Scendo sulla fascia, nessuno mi prende, arrivo in fondo e faccio il cross, ma per sbaglio la colpisco di esterno invece che di interno e il pallone si infila all’incrocio! Un giorno mi sono dimenticato di andare alla partita e lì ho capito che il calcio non mi interessava. Come la scuola. Alle superiori mi hanno messo in una classe che raccoglieva i peggiori disadattati della città. Se non studi, non combinerai mai niente, dicevano i professori. E io: tanto farò l’atleta! Avevo le idee chiare, volevo diventare qualcuno. Non mi sentivo unico, ma diverso. All’asilo solo io avevo un nome straniero, la pelle scura e, soprattutto, un solo genitore. La maestra diceva: disegnate la vostra famiglia, e io disegnavo mia madre. Mai nessuno mi ha rinfacciato il colore della pelle. Anzi, alle bambine piacevo di più: tutto coloratino, dicevano, con quei capelli ricci. Già, una volta li avevo… Adesso li ho persi sul davanti e ancora non lo accetto. Nicole, la mia compagna, mi ha convinto a raparmi a zero, ma così di profilo sembro un alieno…». «Un po’ alieno mi sentivo anche in pista. Ce l’avevo fatta, a 19 anni ero entrato nel gruppo sportivo della Polizia, e sarò loro sempre grato per questo. La mia specialità era il salto in lungo, come i miei primi miti, Andrew Howe e Carl Lewis, di cui avevo il poster della pubblicità Pirelli in camera: “Non esiste potenza senza controllo”. Con il passare degli anni, però, avevo troppo male alle ginocchia e allora mi sono concentrato sulla velocità. Arrivo a correre in 10.03 , ma un mese prima dei mondiali di Doha del 2019 mi si blocca una gamba. Il medico di Bolt risolve il problema, purtroppo in semifinale sbaglio la partenza e non recupero più. Altra delusione. Poi il lockdown. Sono andato ad allenarmi a Desenzano da mamma, dove un amico di famiglia si era costruito un rettilineo di 90 metri nel giardino di casa, ma avevo sempre dei fastidi, arrivavo alle gare e mi si irrigidivano i muscoli. Marcello Magnani, il mio manager, mi suggerisce di andare da una mental coach. E io: «Perché? Non ho problemi!» Ci vado, ma per tutto il tempo rimango seduto sul divano a braccia incrociate. «A-ha, mmm», le mie risposte. Però Nicoletta mi piaceva, la sentivo familiare. Viene a vedermi al Golden Gala, poi mi chiama: «Quando corri è come se avessi una corda attaccata alle caviglie. Per scioglierla dovrai fare una cosa che non ti piacerà per niente. Riallacciare con tuo padre». «Sì, ciao, io non ce l’ho un padre». Ogni tanto mi mandava messaggi su Facebook, ma neanche gli rispondevo. L’avevo visto una volta sola nel 2008, a Orlando. Non parlavo l’inglese e appena mi diceva qualcosa andavo da mia madre: «Mamma, cos’ha detto?”. Lui mi chiamava “Mamma boy”. Così dico a Nicoletta: «Non mi va di cercare mio padre solo per andare più forte in pista». Lei mi ha insultato, le capita spesso. «Smetti di pensare e agisci! Per sbloccare il meccanismo non importa perché e per chi lo fai. Importa che tu lo faccia». Così gli mando un messaggio semplice, usando il traduttore di Google, perché non so una parola di inglese. «Ciao, come va? Io sto partendo per il raduno». Lui risponde: «Ciao, buon raduno». Dico alla mia ragazza: minchia, guarda come mi ha risposto sto stronzo, io non ci parlo più… Ma abbiamo continuato a scriverci. Lo rivedrò l’anno prossimo perché l’ho invitato al mio matrimonio con Nicole… Certo, lui mi ha riconosciuto, ho il suo cognome e persino il suo nome, Lamont Marcell Jacobs, ma non ha mai dato un euro a mia madre e non si è mai fatto sentire. Dopo la mia nascita era andato in una clinica di recupero per militari come lui. Aveva detto a mia madre: “Tu torna in Italia che io ti raggiungo”, invece è sparito. Il mio bisnonno ha abbandonato il nonno, mio nonno mio padre, lui me: è una specie di tradizione di famiglia. Il primogenito deve sempre essere lasciato. Io dovrei spezzare il meccanismo, ma per ora non ci sono riuscito. Jeremy, il mio primo figlio, mi è capitato: ero un ragazzo e l’ho vissuto malissimo, come chi sta facendo una cosa per altruismo, ma controvoglia. Non vorrei essere stronzo come è stato mio padre, ma alla fine sostanzialmente sto facendo più o meno quello che ha fatto lui. Rispetto a Anthony e Megan, i bimbi che ho avuto da Nicole, con Jeremy non ho un legame forte perché non ci ho mai vissuto. Quando vado a Desenzano lo vedo, ma non sono un padre presente. Lavorerò anche su questo… Mia madre è il mio punto di riferimento. L’abbraccio all’aeroporto, di ritorno da Tokyo, voleva dire: mamma ce l’ho fatta. Lei si è fatta il mazzo per me, anche tre mestieri alla volta. D’estate andavo in camper con i nonni perché doveva lavorare. Il mio film del cuore è la biografia del rapper Fifty Cent. Ah, potrei vederlo un giorno sì e uno no. Racconta la storia di un ragazzo povero, che vive nella soffitta dei nonni perché gli hanno ucciso la madre, poi spaccia per fare soldi ed essere qualcuno, va in carcere, scrive musica, cambia vita. Gli hanno sparato otto volte, e quando ti sparano otto volte nello stesso momento e tu non muori, vuol dire che non devi morire. La voglia di rifarsi, di rimettersi in piedi… Sono le storie in cui mi ritrovo. La mia canzone preferita è quella di Rocky». Tornato da Tokyo, appena mi sono spogliato dei vestiti del Coni e mi sono seduto sul divano di casa, tutta l’adrenalina se ne è andata di colpo e il monte Everest mi è caduto addosso. Una stanchezza! Ho rinunciato a un sacco di ingaggi in America, ma pensare di allenarmi e riadattarmi a un altro fuso orario era follia, rischiavo solo di farmi male. Così me ne stavo sul divano, guardavo Nicole e dicevo: più di vincere l’Olimpiade, che era il mio sogno di bambino, adesso che cavolo faccio? Poi ho guardato un po’ di gare in tv e mi è tornata la voglia di correre. Qualche giorno dopo Ferragosto sono uscito sul corridoio del mio condominio e ho provato un allungo. La prima corsa da campione olimpico e non l’ha vista nessuno... Di solito quel corridoio non lo faccio mai, piglio sempre l’ascensore. L’uomo più veloce del mondo nella vita è lentissimo. Mi definirei un pigro che si dà da fare per far felici gli altri. Di mio vorrei dormire fino a mezzogiorno, e le poche volte che Nicole mi chiede di andare in centro, le rispondo: amore, andiamoci domani. Se mi lascia tre giorni in casa da solo, li passo sul divano a giocare alla Playstation e a ordinare cibo da asporto per non dovermi neanche alzare a cucinare. Cosa mangio? Caramelle. Più sono zuccherose, meglio è (confermo: nel corso dell’intervista ne ha divorate un pacchetto). In Giappone ho scoperto che il loro succo alla mela sa di caramella: ne bevevo otto solo la mattina!». «Mentre stavo sul divano con le mie caramelle, è successo di tutto. Tanti nuovi amici, troppi. Ma io ho un’agenda nella testa in cui so chi mi è vicino solo perché adesso sono qualcuno. Come dice Nicole, abbiamo risentito persone che non si facevano vive dal Novecento… Poi le malignità. Hanno scritto persino che seguo Salvini su Instagram perché non voglio gli immigrati in Italia! La verità è che quando ho fatto il mio primo record italiano, Salvini ha cominciato a seguirmi sui social e io l’ho ricambiato per educazione. Non sono né di destra né di sinistra, di centro o delle stelle. Se fosse stato Renzi avrei fatto la stessa cosa. Comunque la popolarità mi piace da morire. Ho sempre desiderato essere riconosciuto per la strada. Quando andavo in bici perché i miei non volevano comprarmi il motorino, mi dicevo: «Cavolo, la gente che passa in macchina penserà “poverino, sto mezzo negretto che se ne va in giro con la bicicletta”. Non sanno che diventerò l’atleta più forte del mondo!». Tutto quello che ho, l’ho desiderato, perciò adesso sono così sereno nel gestirlo. Ogni cosa accade per un motivo. Ai mondiali di Doha non dovevo correre forte perché non ero ancora pronto mentalmente per gestire il successo. Non mi turbano neanche le cattiverie gratuite sul doping. Nella vita esisterà sempre qualcuno che, non avendocela fatta, si rifiuterà di credere alla buona fede di chi ce la sta facendo. Io non conosco l’invidia, solo la competizione: se un altro ce la fa, voglio farcela anch’io. E non mi accontento di quello che ho. Cerco di raddoppiare. Senza sperperare, ma amo le cose materiali: vestiti, macchine, brillantini e tatuaggi. Mia madre diceva: non te lo lascerò mai fare, un tatuaggio! Appena diventato maggiorenne, qual è stata la prima cosa che ho fatto? Quest’autunno andrò un po’ in tv. Ballando con le stelle? Vedi quella scopa lì nell’angolo? Sono io mentre ballo… Trovo giusto sfruttare tutto ciò che può farmi conoscere, ma sono anzitutto un atleta, il prossimo anno ci sono i Mondiali. Vi entrerò da campione olimpico e voglio uscirne da campione del mondo. Il segreto è arrivare al top della forma al momento giusto. A inizio stagione dirò: non aspettatevi un record alla prima gara, altrimenti ai Mondiali non ci arrivo… Quanto alla staffetta, voglio correre la quarta frazione, perché la gloria se la prende l’ultimo. Fino all’anno scorso il più forte era Filippo Tortu, quindi era giusto che l’onore toccasse a lui, ma adesso i ruoli si sono invertiti e chiederò di invertire anche le posizioni in pista. Con lui c’è sana rivalità, benché ora il mio obiettivo sia battere i numeri uno al mondo. Ho 26 anni e voglio correre oltre i 30. Bolt ha smesso a quell’età, ma aveva cominciato a vincere a 22. Mi ha scritto un messaggio e non me ne ero neanche accorto, guarda! («Hai reso orgogliosa l’Italia, bravo!» con l’emoticon di tre avambracci scuri muscolosi). Adesso non vedo l’ora di riprendere ad allenarmi. Però so già che, appena arriverò al campo, il mio allenatore mi farà fare dodici volte i 120 metri, io al terzo scatto mi fermerò e gli urlerò: «Basta, Paolo, mi viene da vomitare». Allora Paolo si avvicinerà e mi dirà: «Vomita pure, Marcell. Vomita e poi ricomincia».

Marcell Jacobs, bomba su Tortu dopo l'oro a Tokyo 2020: "Ruoli invertiti". La richiesta che fa saltare in aria l'atletica azzurra. Libero Quotidiano l'11 settembre 2021. Tra Marcell Jacobs e Filippo Tortu non scorre buon sangue, si sa. Ma il rischio che la sana rivalità sportiva tra i due velocisti azzurri eroi alle ultime Olimpiadi di Tokyo 2020 trascenda e "rovini" il clima straordinario della squadra italiana sembra sempre più concreto. Dei due, la star è innegabilmente il centometrista di origini texane: sulla pista (oro individuale e nella staffetta) soprattutto fuori, tra copertine e post su Instagram. E intervista. L'ultima, al Corriere della Sera, oltre ad alcuni passaggi molto intimi e delicatissimi come quello sul suo rapporto "perduto" con il padre ("Uno str***o, ma ora sto facendo lo stesso con mio figlio Jeremy", ha ammesso), contiene anche qualche spunto polemico su Tortu, anche lui artefice della strepitosa medaglia d'oro della 4x100 con un'ultima frazione leggendaria. "Voglio correre la quarta frazione, perché la gloria se la prende l’ultimo - rilancia Jacobs, con una tale franchezza da flirtare con la brutalità e l'arroganza sportiva -. Fino all’anno scorso il più forte era Filippo Tortu, quindi era giusto che l’onore toccasse a lui, ma adesso i ruoli si sono invertiti e chiederò di invertire anche le posizioni in pista. Con lui c’è sana rivalità, benché ora il mio obiettivo sia battere i numeri uno al mondo". Una sottolineatura, questa, che sembra indicare come secondo Jacobs Tortu non rientri in questa categoria. Frasi piuttosto pesanti che sui social hanno già attirato le critiche di molti lettori e fan dell'atletica leggera italiana, mai così forte come in questa indimenticabile estate 2021. Nella speranza che non sia stato solo un meraviglioso fuoco di paglia. E c'è chi a Jacobs contrappone Gianmarco Tamberi, anche lui oro olimpico nel salto in alto ma, a differenza dell'uomo-copertina, tornato subito in pedana. E vincente. 

I velocisti medaglia d'oro a Tokyo. Marcell Jacobs vuole la frazione di Tortu nella staffetta: “Perché la gloria se la prende l’ultimo”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 10 Settembre 2021. Non ci sono problemi, al massimo una sana rivalità, e intanto continuano a punzecchiarsi se non a lanciarsi bordate. Marcell Jacobs e Filippo Tortu, i due fenomeni della velocità d’Italia, e quindi del Paese più veloce del mondo. Gli Azzurri dalle Olimpiadi di Tokyo sono tornati infatti con l’oro nei 100 metri di Jacobs e nella staffetta sui 400 metri di Patta-Jacobs-Desalu-Tortu. E proprio all’exploit di quest’ultimo si riferiva Jacobs in un’intervista a Sette de Il Corriere della Sera: “Voglio correre la quarta frazione, perché la gloria se la prende l’ultimo. Fino all’anno scorso il più forte era Filippo Tortu, quindi era giusto che l’onore toccasse a lui, ma adesso i ruoli si sono invertiti e chiederò di invertire anche le posizioni in pista”. Niente male. Niente male anche per quello che aggiunge dopo. “Con lui c’è sana rivalità, benché ora il mio obiettivo sia battere i numeri uno al mondo. Ho 26 anni e voglio correre oltre i 30”. Jacobs non è più la stessa persona né lo stesso atleta dopo Tokyo. La sua vita è cambiata nel pomeriggio del primo agosto, quando alla fine dei 100 metri ha abbracciato Gianmarco Tamberi, che aveva appena vinto l’oro nel salto in alto. Due prime volte: un giorno che entrerà nella storia dello sport italiano. Husain Bolt gli ha scritto un messaggio per complimentarsi con lui. Il velocista ha ripercorso la costruzione di quel successo, la sua vita, l’infanzia, il padre Lamont Marcell Jacobs che ha abbandonato la madre e lui quando era piccolo, il ruolo dell’allenatore Paolo Camossi e quello della sua mental coach Nicoletta Romanazzi. “Quando corri è come se avessi una corda attaccata alle caviglie. Per scioglierla dovrai fare una cosa che non ti piacerà per niente. Riallacciare con tuo padre”. E lui l’aveva quasi mandata a quel paese. Emozionanti i passaggi più intimi dell’intervista: quelli sulla mancanza del padre, e sull’inadeguatezza dello stesso atleta alla paternità – che ha tre figli, il primo dalla sua precedente relazione con Renata Erika e altri due con la compagna Nicole Daza – che riconosce i suoi errori. “Il mio bisnonno ha abbandonato il nonno, mio nonno mio padre, lui me: è una specie di tradizione di famiglia. Il primogenito deve sempre essere lasciato. Io dovrei spezzare il meccanismo, ma per ora non ci sono riuscito. Jeremy, il mio primo figlio, mi è capitato: ero un ragazzo e l’ho vissuto malissimo, come chi sta facendo una cosa per altruismo, ma controvoglia. Non vorrei essere stronzo come è stato mio padre, ma alla fine sostanzialmente sto facendo più o meno quello che ha fatto lui”. Una lunga corsa, quella di Marcell Jacobs, molto oltre i 100 metri o i 400 metri della staffetta, ripercorsa nell’appassionante intervista. “A sette anni la prima gara con i compagni di scuola, chi vince dà un bacetto alla più bella della classe. Vinco io e da allora non mi hanno fatto più correre con loro …”. La passione per il calcio, la scuola calcio a Desenzano, il salto in lungo, il passaggio alla corsa, il successo mondiale. Jacobs ammette che ha sempre desiderato essere riconosciuto per strada, nessun’ansia né paura della fama. E a questo punto si dirà che i giornalisti alimentano, attizzano, appiccano il fuoco. Sarà. Qui si era già scritto di come una rivalità accesa – sempre corretta, per l’amor di dio – tra due velocisti azzurri, ai vertici delle gerarchie mondiali dell’atletica, non possa che far bene a questo sport, appassionare gli italiani, avvicinare i più giovane, ispirare chiunque. Solo qualche settimana fa Tortu replicava così su Specchio alle parole dell’altro: “Pensavo la mia stima si fosse vista e capita. Sono rimasto un filo stupito, anche se aspetto di parlarne con lui. Non è successo nulla. Non ci sono questioni da chiarire. Da parte mia è tutto come prima e non c’è bisogno di rincorrerci”. Qui avevamo scritto che potrebbero diventare alla rivalità più grande di sempre, quella tra Coppi e Bartali.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Gaia Piccardi per corriere.it il 27 dicembre 2021. Molto prima di decollare dalla Brianza alla volta di Tokyo e del libro dei record olimpici, questa storia comincia sul lungomare di Golfo Aranci, in Sardegna, circa cinque lustri fa. Nella cartolina a colori che arriva dal passato per spiegare molte cose del presente c’è papà Salvino, ex velocista di Tempio Pausania, che al primo appuntamento sfida mamma Paola in una corsa lunga cento metri. 

Paola è perplessa, Salvino insiste: «Dai, proviamo, ti do 50 metri di vantaggio...». Lei vince, lui ha un sorriso grande così: voleva verificare la reattività dei piedi della futura madre di suo figlio Filippo, che la sera del 6 agosto 2021 avrebbe vinto da ultimo staffettista la medaglia d’oro nella 4x100 ai Giochi di Tokyo mettendo il naso per un centesimo di secondo davanti all’inglese Mitchell-Blake. Quinto oro dell’atletica dei miracoli, decimo e ultimo della strepitosa spedizione (40 medaglie) dell’Italia in Giappone.

Piè Veloce nasce in quel momento, da un pensiero creativo affacciato sul mare sardo, e molti anni e una pandemia dopo (anche il lock down ha un suo ruolo in questa storia: con il pianeta chiuso per Covid, Tortu junior si è allenato in un bosco dietro la villetta di Costa Lambro, in Brianza, dove vive) quel pensiero diventa il terminale di una cantilena bellissima — Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Fausto Desalu, Filippo Tortu — che ha assordato il mondo e di nuovo annichilito, ventisei giorni dopo il trionfo dell’Italia di Mancini all’Europeo di calcio, la Gran Bretagna (che scoprirà un caso doping, Chijindu Ujah, in squadra). 

Filippo, un oro olimpico, vinto in quel modo, cambia la vita?

«Sì, la cambia. In aspetti che non reputo fondamentali (mi riconoscono, faccio più cose, giro per eventi con la medaglia in tasca), perché la sostanza è rimasta la stessa. Al contrario, c’è un cambiamento importantissimo che faccio fatica a riconoscere a me stesso: sono campione olimpico. Ancora oggi, mi fa strano dirlo». 

Perché? Sindrome dell’impostore?

«In un atto di piena riconoscenza ammetto che me lo sono meritato, anche se quello che inseguiva da vent’anni l’oro nell’atletica è il prof Di Mulo, responsabile della velocità azzurra. Io lo volevo e me lo sono preso. Non mi aspettavo di correre così veloce, non ero mai sceso sotto i 9” nella mia frazione. A Tokyo ho fatto una cosa non banale, insomma. Di carattere però sono così, non mi piace vantarmi».

Nemmeno con se stesso?

«Soprattutto con me stesso. Se conosco una ragazza e mi chiede cosa faccio, io rispondo: studio economia alla Luiss. Se lei si spinge oltre, se viene fuori il discorso dell’atletica e lei mi chiede qual è il mio sogno, io dico: partecipare a un’Olimpiade». 

Certo che questa ragazza lo scorso agosto era sugli anelli di Saturno per non sapere nulla.

«Eh, magari era in vacanza senza la tv». 

Dove tiene la medaglia d’oro di Tokyo?

«L’ho nascosta». 

Dove?

«Non posso dirlo. Per i ladri che leggono il Corriere e per scaramanzia. Ho disegnato una specie di mappa del tesoro, tipo: 40 passi a Est, venti a Ovest, gira intorno alla credenza, vai dritto fino al bagno... Mamma, papà e mio fratello Giacomo conoscono il nascondiglio, naturalmente, ma hanno l’obbligo di non rivelarlo nemmeno sotto tortura». 

Se le dicessero che a Capodanno i ricordi olimpici svaniranno, se ne potesse salvare uno solo, quale sceglierebbe?

«Se dicessi l’arrivo della 4x100, l’abbraccio con Patta e lo sguardo al cronometro (37”50, nuovo record italiano) per convincermi che è tutto vero, sarei banale. Allora rispondo che non dimenticherò mai i giorni passati prima dei Giochi alla Waseda University di Tokorozawa, a un’ora da Tokyo, sede del ritiro dell’Italia dell’atletica. Rivedo il campo d’allenamento al tramonto, io e papà che mi allena, il frinio fortissimo delle cicale giapponesi, la calma irreale prima della frenesia dell’Olimpiade. Il primo allenamento in Giappone, appena atterrati da Roma, è stato speciale. Non ero felice, di più. Ho pensato: sono all’Olimpiade con mio padre, e di colpo sono tornato bambino».

Veniva da una stagione difficile, Filippo, nella quale non era mai riuscito a correre i 100 all’altezza del suo talento. Come si ribalta un destino, proprio e dell’Italia, in cento metri?

«Per qualche motivo fino a Tokyo trovavo complicato mettere in pratica in gara ciò che di buono facevo in allenamento. Non era un problema tecnico né fisico: stavo bene. Un giorno, in Giappone, parlando con Gimbo Tamberi, ho capito: ero talmente focalizzato sull’obiettivo Olimpiade che nelle altre gare faticavo a sentire la pressione indispensabile per incendiare la polvere da sparo. Non è che mancassero le motivazioni, mancava la scintilla». 

Però non ha risposto: come si svolta?

«Se prima dei Giochi mi avessero detto che avremmo vinto l’argento nella 4x100, avrei detto: dove devo firmare? E invece a Tokyo ci siamo ritrovati tutti allineati nel voler vincere, altro che argento. Ogni gara sui 100 ha storia a sé. Al bivio tra vivere o morire, ho acceso la miccia. 

E pensare che erano giorni in cui il mio umore non era dei più felici, nella gara individuale ero uscito in semifinale con 10”16. Eppure prima della finale della staffetta, al campo del riscaldamento con il prof Di Mulo, me ne sono uscito con una frase così: se mi arriva il testimone giusto, vinciamo noi. Lungo i 300 metri tra la call room e lo stadio avevo un unico pensiero in testa: Filippo è l’ultima volta che fai questa strada in questa Olimpiade, non puoi non lasciare un segno, guai a te se riparti con qualche rimpianto». 

L’azione parte dal pensiero, infatti.

«Ma non solo. Ci sono stati altri segni premonitori. Entro in pista a metà della prima curva, non è abituale: ciò significa che per andare al mio posto di ultimo frazionista devo percorrere tutto il rettilineo. Mi giro per salutare Patta, cammino all’indietro per 30-40 metri e non riesco più a girarmi, pazzesco, mi sento come se fossi agganciato ad un magnete. 

Guardo fisso il traguardo, ipnotizzato. Nel rivedere la mia frazione mi sono accorto che negli ultimi dieci metri alzo le sopracciglia, come se anche quel microscopico gesto abbia potuto contribuire a farmi arrivare davanti all’inglese di un centesimo. Sono andate su da sole, forse per l’impossibilità di trattenere l’emozione che avevo addosso». 

Quante volte ha rivisto la 4x100 di Tokyo, da allora?

«Lo ammetto: spesso. La prima volta in vacanza in Sardegna, a fine Olimpiade, una notte che non riuscivo a prendere sonno: l’avrò rivista 50 volte di fila, in loop. Con il risultato di diventare adrenalinico. Notte in bianco».

Per vincere la 4x100 olimpica bisogna essere amici? Con quale degli altri staffettisti ha la relazione migliore?

«Con ciascuno ho un rapporto diverso, e come i campioni del Mundial ‘82 condividiamo una chat. Al villaggio olimpico di Tokyo ho diviso la camera 1104 con Fausto Desalu, il compagno che mi ha passato il testimone. È una delle poche persone con cui sto bene sia parlando molto che non rivolgendoci la parola: significa che il livello di confidenza è alto, cosa che non mi capita spesso. Entrambi eravamo delusi dopo le gare individuali. Ci siamo riscattati insieme». 

Squadra che vince, di solito, non si cambia ma Marcell Jacobs, re dei 100, ha espresso il desiderio di correre l’ultima frazione. L’ha detto anche a lei? Vi siete chiariti?

«È un discorso venuto fuori da certe sue interviste, con Marcell ne abbiamo parlato a settembre, al Gran premio di Monza. Entrambi vogliamo vincere tanto con la staffetta, ci schiereremo nel modo migliore per riuscirci. Al prof Di Mulo ho sempre dato la mia totale disponibilità: dove mi vuole, mi mette. Ma io so che la frazione dove rendo di più, per come sono fatto, è l’ultima». 

Si è fatto un regalo con il tesoretto del premio Coni per la medaglia d’oro?

«Una vacanza a Londra, ma senza togliermi sfizi speciali. Gliel’ho detto: difficilmente mi premio. Anche a Natale. A nonna Titta ho chiesto un maglione, agli amici un ferro di cavallo: sono ultimo al Fantacalcio, mi serve un amuleto. Il regalo più bello è quello che mi sono fatto in pista a Tokyo».

Da quando è campione olimpico ha fatto incontri speciali?

«Ho conosciuto Alberto Tomba a Porto Cervo quest’estate, un mito assoluto: i suoi complimenti mi hanno commosso. L’emozione più grossa è stata consegnare il testimone della 4x100 al presidente Mattarella, al Quirinale. Seguita a ruota dall’abbraccione in cui Giorgio Chiellini mi ha stritolato a bordo campo prima di Juve-Chelsea di Champions. Ah, bello anche il messaggio di Alvaro Morata dopo l’oro: anche se non sono italiano, mi hai dato i brividi». 

Il leggendario Livio Berruti, eroe dei Giochi di Roma 1960, a 82 anni è un suo ultrà.

«Parlargli è sempre di grande ispirazione, al Mondiale di Doha 2019 corsi la finale dei 100 con le scarpe bianche, citazione del suo oro nei 200 metri: Livio ha dimostrato che la differenza con gli atleti di colore che hanno qualità fisiche superiori si può colmare. Dopo i Giochi, ci siamo ritrovati a Varese ciascuno con il suo oro al collo a 61 anni di distanza. Mitico». 

Nel 2022, con il Mondiale di Portland e l’Europeo di Monaco all’orizzonte, anche lei correrà i 200 metri come Mennea e Berruti, finalmente. La sua distanza d’elezione.

«A parte che i 200 non escludono i 100, faccio gli scongiuri. È dalla categoria allievi che provo a preparare il mezzo giro di pista, tra infortuni e imprevisti è successo di tutto. Sogno di essere competitivo in entrambe le distanze: l’esperienza di Tokyo mi dice che devo puntare anche a tempi che prima reputavo impossibili. L’oro olimpico non è un caso, è un inizio». 

La rivalità nel Paese più veloce del mondo. Marcell Jacobs e Filippo Tortu sono i nuovi Coppi e Bartali. Antonio Lamorte su Il Riformista il 10 Agosto 2021. Max Biaggi lo ha detto papale papale mentre Valentino Rossi annunciava il suo ritiro dalla Moto Gp a fine stagione. L’ha messa giù così com’era: non abbiamo mai finto di essere amici. “Valentino ed io abbiamo animato una delle rivalità più belle del motociclismo, senza mai fingere di essere amici. Semplicemente eravamo due acerrimi rivali, che lottavano per raggiungere lo stesso obiettivo. Credo per questo che fosse naturalmente impossibile essere amici. Quando sei un vincente non accetti di arrivare secondo e quando succede prepari subito la prossima battaglia per primeggiare”. Nino Benvenuti nell’agosto del 2020, a 82 anni, con trenta gradi all’ombra, è entrato in macchina per farsi 400 chilometri e arrivare fino a Pontedera. Poche parole ai cronisti: “Sul ring l’ho sconfitto, ma non l’ho mai battuto”. Sandro Mazzinghi, appena scomparso, era stato il suo acerrimo rivale negli anni d’oro del pugilato italiano. Due campioni del mondo, due tipi di boxe diversi, due incontri entrambi a favore di Benvenuti; il secondo contestato dal toscano, mezzo secolo per tornare a rivolgersi la parola. “Ci siamo battuti, sono sempre state battaglie dure, ma l’ho sempre rispettato e ora lo ricordo con affetto. La nostra è stata una rivalità come quella fra Coppi e Bartali, abbiamo diviso l’Italia dello sport. Sul ring Sandro era un guerriero, ti metteva paura, lo guardavi negli occhi e capivi che per lui c’era solo il volerti sopraffare, voleva vincere a tutti i costi. E per batterlo dovevi dare veramente qualcosa in più”. Coppi e Bartali. Non si scappa: non esiste rivalità che in Italia non venga tracciata nel solco di quel duello. L’Airone e Ginettaccio. Il Campionissimo tradizionale e cattolico militante legato alla Democrazia Cristiana e l’atleta simbolo del Dopoguerra e di un’Italia laica e moderna. Uno schivo e l’altro sanguigno. I campioni che hanno diviso il tifo e unito nella passione del ciclismo allora sport egemone in Italia. Fa piacere insomma che nella Nazionale italiana che ha vinto gli Europei di Calcio siano tutti uniti e amici e che gli stessi sentimenti siano stati propagandati più o meno per tutti i 40 podi della squadra Azzurra alle Olimpiadi di Tokyo – 40 medaglie, record assoluto, Giochi destinati a restare nella storia dell’Italia – ma fa gola di più una rivalità in erba, con tutta quanta la strada nelle scarpette, la grandissima parte dei chilometri di pista ancora tutti da correre e pestare. In volata, naturalmente, da velocisti quali sono Marcell Jacobs e Filippo Tortu. Il primo è tornato da Tokyo con due medaglie d’oro: la prima nei 100 metri (strepitoso 9”80) ha sconvolto il mondo e l’Italia che non aveva mai avuto neanche un finalista nella specialità. E Tortu che invece aveva mangiato la polvere: lo scorso maggio si era visto cancellare proprio da Jacobs il suo primato italiano nei 100 piani del 2018 (9”99) che aveva superato Mennea; alle semifinali a Tokyo non era riuscito a qualificarsi alla finale. Poteva restare seminato, polverizzato, cancellato e invece si è preso “il tetto del mondo” nella 4×100 con un 8”86 miracoloso, il sorpasso sul traguardo, un’impresa che racconteremo ai nipotini. Alla fine della staffetta da Oro – con Fausto Eseosa Desalu e Lorenzo Patta – Jacobs ha parlato di intesa, di squadra, e per l’amor di dio. Il sogno sarebbe però che quel testimone della staffetta diventasse la nuova borraccia del Tour de France del 1932 che passa da una mano di Coppi a quella di Bartali – o il contrario: resta il mistero più oscuro dello sport italiano. Poche ore sono infatti bastate a diffondere le voci sulla maretta tra i due. Giampiero Galeazzi ha detto che “c’è pure un po’ di freddo”. E l’intervista di Jacobs alla Gazzetta dello Sport ha fatto il resto: “I ruoli si sono invertiti, ora tiro io. Nel passaggio può darsi che qualcosa abbia incrinato la fiducia reciproca. Un saluto mancato, un complimento non fatto. Ma conosco bene Filippo, lo stimo e so che certe cose non arrivano direttamente da lui. E dopo quello che ha fatto in finale…”. Insomma i presupposti ci sono tutti affinché questa sia l’inizio di una bella inimicizia, una rivalità ai massimi livelli della velocità, la fine della favola del “volemose bene” tra ambiziosi e competitori e l’inizio dell’epica, quella che tra l’altro lo sport preferisce con tutti i difetti, gli inciampi, i fallimenti, le sconfitte e i successi degli atleti. Gente sfrenata questa, senza limiti, disinibita in pista e forse fuori, capace di appassionare anche a parole – a differenza delle zone miste della Serie A. Sarebbe un duello inedito, per la specialità, in Italia; un terreno quindi tutto da esplorare per il grande pubblico. Ci siamo già, ci sono già: hanno fatto emozionare ed esultare come fanno le star. Arrivano e vanno veloce mentre Rossi, Federica Pellegrini e Aldo Montano salutano; protagonisti di un ricambio generazionale. Sono i due fenomeni del Paese più veloce del mondo. Che benedizione sarebbe per lo sport italiano se continuassero a litigare, a sbracciare, a migliorarsi nella competizione e a buttarsi in avanti sulla linea del traguardo a questi livelli. Sempre corretti fuori, ci mancherebbe: proprio come Coppi e Bartali.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Francesco Olivo per “La Stampa” il 9 agosto 2021. Le Olimpiadi più vincenti, sono anche quelle più multietniche. L'Italia cambia più velocemente delle sue leggi. Le proposte di riforma delle norme sulla cittadinanza sono molte, ma tutte hanno subito lo stesso destino: arenate in parlamento. E niente lascia intendere che le cose cambieranno nel corso di questa legislatura. E, forte delle quaranta medaglie ottenute a Tokyo, il presidente del Coni Giovanni Malagò rimette al centro del dibattito il tema dello Ius soli per gli sportivi. Una legge del 2016 consente ai minori stranieri di essere tesserati dalle federazioni sportive, ma senza passaporto non si può andare in Nazionale (il Cio, tra l'altro, non lo accetterebbe). Così occorre aspettare i 18 anni per cominciare l'iter della cittadinanza, che dura per lo meno due anni, con tutti le lungaggini che la burocrazia provoca. «Ma se tu aspetti i 18 anni per fare la pratica rischi di perdere la persona — dice Malagò — allora farò una proposta: anticipare l'iter burocratico che è infernale. Altrimenti il rischio è che o l'atleta smette, o si tessera con il Paese di origine o arrivano altri Paesi che studiano la pratica e lo tesserano loro». Malagò, come è ovvio, parla per gli sportivi, ma il tema si estende a tutti gli altri minorenni nati in Italia da genitori stranieri. La politica si scalda, Matteo Salvini ha messo le mani avanti: «La Lega è la garanzia che robe strane, come lo Ius soli, non verranno approvate, perché la cittadinanza non è un biglietto premi al luna park. La cittadinanza va conquistata, scelta e meritata». Il segretario del Pd Enrico Letta, sin dai primi giorni della sua segreteria aveva imposto il tema. Rilanciato poi dalle Olimpiadi: «Ognuna delle storie di questi atleti racconta di com'è l'Italia — dice il deputato Pd Filippo Sensi— basta andare in una scuola elementare o prendere un autobus per accorgersene». Le proposte di legge per riformare la cittadinanza sono ferme in commissione Affari costituzionali, nessuna in realtà prevedeva uno Ius soli automatico, la concessione del passaporto viene legata al percorso di studio (Ius soli temperato o Ius culturae). Le audizioni sono andate avanti, ma in pochi credono che in questa legislatura si possa portare in aula il provvedimento. «Sono realista, non sarà facile — ammette Matteo Mauri del Pd, sottosegretario all'Interno del governo Conte 2 —. Il cambio di governo ha relegato nel cassetto la proposta. Faccio un appello ai partiti, dobbiamo approvare una riforma delle leggi sulla cittadinanza, anche con delle modifiche rispetto alla propo-sta di legge in commissione. Devono essere le forze della vecchia maggioranza a portare avanti questo provvedimento». Per Mauri «le leggi non possono essere più indietro della società, disegnare un percorso di integrazione è un vantaggio per tutti, negare quel pezzo di carta a ragazzi che di fatto sono italiani vuol dire allontanarli e questo va ben oltre le Olimpiadi». Una delle più attive su questo tema in Parlamento è Renata Polverini, deputata di Forza Italia, che ha ripresentato la proposta di "Ius culturae", arrivata vicino all'approvazione nella scorsa legislatura, «il percorso della cittadinanza va cominciato alla fine delle scuole elementari non a 18 anni. Io spero che Draghi, visto che ha questi poteri magici di mediatore, trovi il modo di convincere la Lega».

Una storia azzurra: da Missoni a Armani, gli stilisti che hanno vestito le Olimpiadi moderne. Alessandra D'Acunto su La Repubblica il 2 agosto 2021. Le maglie della nazionale ai Giochi che vedono sfidarsi le eccellenze atletiche di tutto il mondo hanno più che un semplice valore estetico: devono rappresentare il popolo in campo, con un mix di colori, linee e funzionalità. Una sfida raccolta nell'ultimo secolo da grandi stilisti e brand sportivi del momento, per un'evoluzione delle divise degli Azzurri al passo con le mode. Quando si parla di maglie della nazionale, per tutti gli sport, si va ben al di là di una questione estetica. Dalle Olimpiadi alla Coppa del Mondo, ciò che è richiesto all'insieme di quella tuta, dai pantaloncini alla felpa fino a scarpe diverse per ogni disciplina e perfino agli spessi e lunghi calzettoni, è che incarnino uno spirito collettivo, che rappresentino un popolo sceso in campo con tutte le sue abilità ed eccellenze.

Flavio Vanetti per il "Corriere della Sera" il 9 agosto 2021. Quarantotto ore per ribaltare un verdetto. Quando pareva impossibile il sorpasso, gli Usa hanno piazzato il golpe che vale il primato nel medagliere (che, sarà bene ricordare, il Cio non riconosce in nessuna forma): Cina scavalcata per una medaglia d'oro in più, 39 contro 38. L'ex presidente Donald Trump, immaginiamo, sarà contento. Lo sprint vincente è maturato negli ultimi due giorni da leoni degli americani: nove titoli tra il 7 e l'8 agosto, contro il solo della Cina. Le squadre nell'epilogo di Tokyo 2020 hanno dato un contributo fondamentale con quattro primi posti: le atlete Usa hanno trionfato nella pallanuoto, nel volley e nel basket, dove si sono distinti anche gli uomini. Nella pallavolo si celebra la gloria di Karch Kiraly, fuoriclasse da giocatore - a Ravenna se lo ricordano bene - e oggi olimpionico anche come coach. Gli altri ori in extremis sono venuti dalle due staffette 4x400 dell'atletica e da tre imprese al femminile: nel pugilato, nell'omnium del ciclismo e nel golf. Non era scontato che gli yankee reiterassero un primato che resiste da Londra 2012 (a Pechino 2008, invece, la Cina si abbuffò con 50 titoli, 15 in più degli americani). Gli Stati Uniti a un certo punto sono stati a -7 dal colosso asiatico: la svolta l'hanno data proprio la squadra delle pallavoliste e Jennifer Valente nell'omnium. Il titolo in più si accompagna al primato per quantità, 113 podi contro 88: qui non c'è stata storia. L'ultimo oro di Tokyo 2020 l'ha conquistato la Serbia nella pallanuoto maschile (13-10 alla Grecia) mentre il podio minore del medagliere spetta al Giappone (27-14-17) che ha sfruttato il «fattore campo» per precedere la Gran Bretagna (22-21-22). L'Italia della spedizione più prolifica di sempre (40 podi) scivola dall'ottavo al decimo posto anche perché la Francia ha a sua volta avuto un rush finale con gli ori nella pallamano femminile e nel volley maschile. Oltre agli azzurri e ai francesi, 10 titoli li hanno olandesi e tedeschi. Ma rispetto a noi hanno più secondi posti, dunque più qualità. Invece se usassimo il criterio della quantità saremmo settimi davanti a Germania (37), Olanda (36) e Francia (33): nulla ci vieta di contare e non di pesare, posto che lo fanno gli americani e che ordinare per ori è una convenzione non seguita da tutti.

Da "tuttosport.com" l'8 agosto 2021. Giungono al termine le Olimpiadi di Tokyo: l'Italia torna a casa più che soddisfatta del suo score, portando a casa quaranta medaglie: dieci d'oro, dieci di argento e venti di bronzo.  La cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, così come quella di apertura, segue un rigido protocollo così come programmato nella Carta Olimpica. Un coro di giapponesi in kimono apre la cerimonia, prima del via della sfilata delle bandiere, non in ordine alfabetico. A portare il tricolore dell'Italia è Marcell Jacobs, protagonista assoluto delle Olimpiadi con due medaglie d'oro, nei 100 metri e nella staffetta 4x100 maschile.  La bandiera del Giappone è portata da sei persone: tra di loro anche un medico, per sostenere la lotta al Covid, e di un atleta con disabilità, per promuovere le Paralimpiadi, in programma a fine agosto a Covid. I portabandiera, senza delegazioni al seguito, sono entrati singolarmente e poi si sono schierate un grande cerchio all'interno dello stadio Olimpico. Spazio poi alla commissione atleti: c'è anche Federica Pellegrini, eletta in commissione e di conseguenza come membro del Cio, che insieme agli altri eletti sale sul palco e riceve ufficialmente l'incarico.

Cerimonia di chiusura Tokyo 2020, musica e spettacolo. Ultimata la sfilata degli atleti, spazio alla musica e allo spettacolo. Canzoni allegre e da discoteca, prima di passare a un ritmo molto più soft e musica francese, non casuale, visto che i prossimi Giochi saranno a Parigi. In seguito, ampio spazio alla cultura giapponese con danze, balli e folklore del Sol Levante a fare da padroni. A seguire, arriva il momento dell'inno nazionale della Grecia (consueto omaggio al Paese creatore delle antiche Olimpiadi) e della premiazione della maratona, la gara più affascinante dell'Olimpiade. Tra gli uomini oro al kenyano Kipchoge, argento all’olandese Nageeye, bronzo al belga Abdi. In campo femminile oro alla kenyana Jepchirchir, argento alla kenyana Kosgei e bronzo alla statunitense Seidel. Arriva infine il momento dell'inno olimpico, in presenza del presidente del Comitato Olimpico Internazionale Thomas Bach e del Sindaco di Parigi (sede dei prossimi Giochi Olimpici nel 2024) Anne Hidalgo. 

Tokyo 2020, passaggio di consegne da Giappone a Francia. Il governatore di Tokyo Yuriko Koike, assieme a Thomas Bach, consegna la bandiera olimpia al sindaco di Parigi, Anne Hidalgo. Questa cerimonia è detta Cerimonia di Anversa. La Francia da questo momento è protagonista con inno nazionale e alzabandiera del tricolore francese, oltre che con un breve video che presenta i prossimi Giochi Olimpici di Parigi. Infine, dopo il discorso del presidente del Comitato Organizzatore e l'intervento del presidente del Comitato Olimpico Internazionale, le Olimpiadi di Tokyo 2020 sono dichiarate concluse con la formula: "E ora, secondo la tradizione, dichiaro i Giochi della XXXII Olimpiade chiusi; e invito i giovani del mondo a radunarsi tra quattro anni a Parigi per le celebrare i Giochi della XXXIII Olimpiade". In ultimo, non resta che spegnere il braciere olimpico: dopo un'esibizione canora, le luci si spengono sullo stadio di Tokyo.

Andrea Cuomo per “il Giornale” il 9 agosto 2021. Chissà se dalle parti del Foro Italico, sede del Coni, qualcuno avrà pensato: anche meno. La pioggia di metalli pesanti caduta sulla testa dello sport italiano, in particolare in questa seconda settimana ruggente (e pensare che un tempo la nostra riserva di caccia era la prima settimana, territorio di pistolettari, judoka, al massimo qualche ranista), ha infatti un suo costo. Il conto ammonta (finora) a 6,6 milioni di euro. Il totale dei premi spettanti a tutti gli atleti che sono saliti sul podio con la mascherina e la tuta di Armani che spopola nei meme per la somiglianza del logo tricolore al formaggetto Babybell. Il Paese più generoso con i propri olimpionici è Singapore, che «paga» un milione di dollari ogni oro. Bella forza, a Tokyo i singaporiani non hanno vinto nemmeno una medaglia e in tutta la loro storia olimpica ne hanno conquistate appena cinque, delle quali solo una d'oro (il nuotatore Joseph Schooling nei 100 farfalla a Rio). Seguono Indonesia, Kazakhstan e Azerbaigian (sedici medaglie in tre e un solo oro), E al quinto posto nella classifica della munificenza ecco l'Italia: 180mila euro per l'oro, 90mila euro per l'argento e 60mila per il bronzo. Tariffe aumentate del 20 per cento rispetto a Rio 2016, per «premiare i sacrifici fatti in questi anni difficili», ha detto Giovanni Malagò, padrone dello sport italiano spiegando il caro-podio. Va considerato peraltro che il premio non va diviso per la squadra, ma va intero a ogni atleta. Così la 4x100 che ieri ci ha fatto perdere la voce incasserà 720mila euro, così come il quartetto dell'inseguimento a squadre maschile del ciclismo su pista. Invece Federica Cesarini e Valentina Rodini del due di coppia di canottaggio fatturano 360mila euro (e meno male che sono pesi leggeri) come Caterina Banti e Ruggero Tita che hanno trionfato nella classe Nacra 17 della vela. Certi contabili poco romantici potrebbero quasi gioire della Caporetto delle nazionali degli sport di squadra, tutte ben lontane dal podio. A Rio l'argento della pallanuoto femminile (in rosa tredici ragazze) presentò un conto di 975mila euro al Coni. E i dodici pallavolisti della nazionale maschile che arrivarono secondi costarono ai contribuenti 900mila euro.

Nicola Borzi per il “Fatto Quotidiano” il 9 agosto 2021. Il motto sportivo delle Olimpiadi è "Più veloce, più in alto, più forte-insieme". Ma se si guarda ai risultati economici, in realtà dovrebbe essere "più lento, più in basso, più debole - da soli". Ormai da decenni i Giochi, se misurati sulle spese e lo sviluppo, non hanno più ragion d'essere. I Paesi ospitanti spendono miliardi per prepararli, fronteggiano enormi sforamenti dei budget e finiscono per indebitarsi. Tokyo poi è stata sfortunata: nonostante il rinvio di un anno, la pandemia ha colpito il bilancio. Ma il disastro era previsto da tempo. I giochi che si chiudono oggi, secondo stime dei media nipponici Nikkei e Asahi, sono costati 23,8 miliardi di euro al cambio attuale. Gli introiti finali di Tokyo non sono ancora noti, ma la parte del leone andrà al Comitato olimpico internazionale: i diritti tv sono la quota più sostanziosa e quelli Usa valgono più della somma di quelli di tutti gli altri Paesi. Ma i telespettatori a stelle e strisce hanno latitato, per il fuso orario "impossibile" e i mediocri risultati del team, mentre il Covid ha ridotto di1,1miliardi l'incasso dei biglietti, secondo l'Istituto Nomura, e azzerato quello del turismo estero. Gli sponsor hanno bruciato i 2,55 miliardi investiti. Eppure il Giappone ha speso meno dei 38,3 miliardi che costarono le Olimpiadi di Pechino 2008, le quali raccolsero ricavi per soli 3,06 miliardi nonostante il boom di turisti e diritti tv. Molto meno del budget stimato in 42,5 miliardi per i giochi invernali russi di Sochi 2014. È prevedibile che il conto si chiuderà dunque "in rosso" per una ventina di miliardi. Si sta così ripetendo il ciclo negativo degli anni 70, analizzato dall'economista Andrew Zimbalist nel suo volume Circo Massimo: la scommessa economica dietro le Olimpiadi e i Mondiali di calcio. Cinquant' anni fa i Giochi stavano crescendo rapidamente ma ogni Olimpiade, da Roma 60 in poi, vide grandi sforamenti dei costi. I Giochi di Città del Messico 68 e di Monaco di Baviera '72 furono poi macchiati dal sangue, i primi dei manifestanti, i secondi degli atleti israeliani. Le gare del '76 a Montreal, da un preventivo di 124 milioni di dollari, finirono per costare1,5 miliardi. Così sempre più città decisero di sfilarsi dalla candidatura, tanto che nel '79 Los Angeles fu l'unica a presentare un'offerta per i Giochi estivi dell'84, facendo affidamento quasi solo su stadi e infrastrutture esistenti. Grazie ai diritti tv, la megalopoli californiana ottenne dai giochi un piccolo saldo attivo. Quel successo, male interpretato, fece scattare una nuova corsa a candidarsi, con le città in gara che salirono da due per le Olimpiadi 1988 a 12 per quelle del 2004, finendo per favorire i Paesi che spendevano di più. Gli esperti parlano di "maledizione del vincitore". Esemplari furono i giochi di Atene del 2004, costati oltre 10 miliardi, che tra corruzione e sprechi sono considerati tra le cause del default della Grecia. Molte città negli ultimi anni hanno così ritirato le proprie offerte, dopo referendum vinti da elettori contrari o per la pressione di cittadini preoccupati. Per mancanza di candidati, nel 2017 il Cio ha scelto contemporaneamente le sedi del 2024, Parigi, e del 2028, Los Angeles. Il fatto è che costi e ricavi dei Giochi ricadono su tasche diverse. Le candidature sono spinte da grandi interessi privati: dietro ci sono le lobby di costruttori, architetti, hotellerie e turismo, media, compagnie di sicurezza, assicurazioni, banche, consulenti, avvocati e pr che per questi gruppi di pressione elaborano iperboliche stime sui potenziali benefici. I costi però non gravano sulle spalle di questi gruppi, che invece ne incassano i lucrosi appalti. Per garantirsi i Giochi la città ospite deve spesso pagare centinaia di milioni solo per presentare e "spingere" la propria candidatura. Poi finisce per stravolgere i suoi piani urbanistici, il che spesso significa trasferire comunità e posti di lavoro, assumere manodopera migrante, ma soprattutto togliere risorse rilevanti ai servizi sociali, indebitarsi per miliardi, appesantire le tasse future. Ma le promesse non si realizzano e lungo il percorso le comunità locali sperimentano invece traffico e inquinamento in nome della costruzione di infrastrutture che spesso non hanno più alcun uso dopo i Giochi (Torino 2006 insegna) o che per restare attive dovrebbero far costare troppo i propri biglietti. A soffrire, anche in termine di costi-opportunità, sono i bilanci pubblici. Il servizio del debito dopo aver ospitato i giochi può gravare sugli Stati anche per decenni e la crescita promessa quasi sempre è un miraggio. Nemmeno gli effetti occupazionali sono certi: per i giochi di Salt Lake City del 2002 vi fu un aumento a breve termine di 7 mila posti di lavoro, un decimo di quelli preventivati, ma nessuna crescita di lungo termine, mentre la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ha calcolato che solo il 10% dei 48 mila posti temporanei creati dalle Olimpiadi di Londra 2012 è andato a disoccupati.  Anche il turismo ne beneficia, ma a breve termine, mentre a correre è la corruzione, come nei casi di Nagano (1998), Salt Lake City (2002) e Rio (2016). Senza una vera riforma del Cio e controlli sovranazionali efficaci, affiancare affari e sport non sarà più un gioco.

IL SUD CHE LOTTA ANCHE SENZA GLI IMPIANTI HA CONQUISTATO 6 ORI SU 10 ALLE OLIMPIADI DI TOKYO. Il Corriere del Giorno il 10 Agosto 2021. La mappa pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera sui luoghi in cui in Italia si pratica l’atletica leggera, conferma che la Puglia e le altre regioni meridionali sono assenti. Meno “trombonate” sotto mentite spoglie di elogi e dichiarazioni politiche. Più palestre, piste, piscine e impianti anche per gli sport cosiddetti “minori”. Dieci medaglie d’oro alle Olimpiadi, tre conquistate da atleti pugliesi; una da un calabrese d’adozione, nato in Texas, due medaglie con la vittoria nella 400×100, insieme a un sardo e a due lombardi, uno di origine sarda, l’altro nigeriana; un’altra medaglia d’oro vinta da un siciliano. I nomi dei nostri azzurri saliti sul podio olimpionico sono ormai ben noti a tutti.  La vera sorpresa di questi Giochi è stata la Puglia che ha regalato ben tre ori e un argento con la vera sorpresa di questi Giochi è la Puglia che ha regalato ben tre ori e un argento con Vito Dell’Aquila, Massimo Stano, Antonella Palmisano e Luigi Samele, rispettivamente delle province di Brindisi, Bari, Taranto e Foggia. La distribuzione delle medaglie italiane – 10 ori, di cui la metà nell’atletica, 10 argenti e ben 20 bronzi, record nel record – è spesso frutto di lavoro di squadra e quindi superiore alle 40 assegnate per disciplina. La mappa che emerge è dominata dagli atleti delle Regioni settentrionali: ben 36, infatti, provengono dal Nord, 18 dal Centro, 17 dal Sud e dalle isole. Ma il nostro Sud ha conquistato 6 medaglie su 10 calcolando solo quelle di oro, oltre a quella, storica, vinta nella boxe dalla campana Irma Testa, medaglia di bronzo che vale nel suo caso più dell’oro con una delle storie più belle, probabilmente non la più bella, di questa Olimpiade. Emblematiche le parole della la pugilatrice azzurra : ” Sono felicissima, tenere in mano questa medaglia è uno dei momenti più belli della mia vita. Penso alla mia scalata, ai sacrifici che ho dovuto fare, da dove sono partita e dove sono oggi. Il mio è stato un percorso di riscatto: ce l’ho fatta, la medaglia olimpica è il sogno di ogni atleta. Tutto quello che ho fatto è servito a qualcosa. A chi la dedico? Alla mia famiglia che ha fatto tanti sacrifici per me, il maestro con cui ho iniziato, Biagio Zurlo, e il maestro di oggi Emanuele Renzini che ha fatto di tutto per farmi arrivare fin qui”.  Atleti ed allenatori che non guadagnano come i calciatori e gli allenatori diventati delle vere star milionarie. Più della metà dell’oro italiano è figlio del Sud; i meridionali su 384 atleti tricolore a Tokyo, sono soltanto 66 mentre dalla Lombardia ne sono partiti 59. Tutto ciò significa che il Sud, pur vantando un terzo della popolazione nazionale, è stato presente con un sesto della delegazione sportiva italiana alle Olimpiadi di Tokyo, ma smentendo i numeri e le politiche ottuse che non garantisce adeguati impianti sportivi nel mezzogiorno d’ Italia conquistato il 60 per cento delle medaglie d’oro . Basti pensare che l’Italia nella marcia, aveva 5 concorrenti, 3 dei quali pugliesi, e 2 dei tre pugliesi hanno conquistato la medaglia d’oro: maschile e femminile per l’Italia. Riassumendo i dati del medagliere azzurro alle Olimpiadi di Tokyo un sesto degli atleti è figlio del sud, conquistando il 60 per cento dell’oro tricolore. Fa riflettere l’attenta osservazione di Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione ConIlSud:  nella “equa” distribuzione degli impianti sportivi, delle possibilità offerta ai giovani di fare sport, lo sbilanciamento territoriale delle infrastrutture dell’Italia non si smentisce: a fronte di 41 metri quadrati pro-capite di aree sportive a disposizione dei ragazzi residenti nel Nord-Est, sono soltanto 4 i metri quadrati al Sud . Fra le 10 province italiane con minor numero di palestre, 9 sono meridionali e tutte e 5 le province calabresi sono presenti in quelle 9. Il medagliere degli atleti figli del Sud hanno reso quattro volte più (in oro) alle Olimpiadi, ma lo hanno fatto avendo a disposizione in proporzione aree sportive, palestre e attrezzature, dieci volte in meno rispetto agli atleti del Nord. Lo sport mette in competizione, ma rende gli atleti “fratelli” e le differenze territoriali-strutturali scompaiono sui campi di gara, sulle pista, perché lo sport è uno degli strumenti più efficienti di unione nazionale e condivisione sociale. Il nostro amato Sud ha dato prove incredibili di orgoglio, nonostante lo svantaggio impostogli anche nello sport. L’esempio è rappresentato dalla storia del barlettano Pietro Mennea: l’italiano più veloce di sempre che stupì il mondo, il cui record sui 200 metri, dopo 40 anni ancor’oggi imbattuto in Europa,  era costretto ad allenarsi su tratturi campestri e strade asfaltate, non avendo piste a campi di atletica adatte. Pietro Mennea dal fisico sgraziato ed ossuto rappresentava visivamente l’antitesi strutturale del velocista . Per chi ha buona memoria i suoi avversari erano tutti muscoli e potenza, mentre lui pareva il più debole fisicamente, ma quando partivano la “Freccia del Sud” correva contro tutto e tutti, talvolta persino contro se stesso entrando in crisi a Mosca. Il suo storico avversario russo Valeriy Borzov, lo aiutò e spinse a ritrovare se stesso, dicendogli quello che rendeva grande l’atleta: “Non ho mai visto tanta volontà in un uomo solo“. Assurdo scoprire che quando hanno finalmente pensato di realizzare un campo d’atletica a Barletta, degno di essere chiamato tale, l’ex delegato regionale pugliese del Coni Elio Sannicandro (con un passato di assessore della giunta Emiliano al Comune di Bari) venne beccato con le mani nella marmellata affidando l’appalto di progettazione per circa 800mila euro ad un suo nipote ! Ed ancora più assurdo e vergognoso è ritrovarlo a capo dell’ ASSET, l’agenzia regionale pugliese che vuole organizzare e realizzare le strutture dei Giochi del Mediterraneo che vorrebbero organizzare in Puglia nel 2026. La mappa pubblicata qualche giorno fa dal Corriere della Sera sui luoghi in cui in Italia si pratica l’atletica leggera, conferma che la Puglia e le altre regioni meridionali sono assenti. Meno “trombonate” sotto mentite spoglie di elogi trionfalistici e e le solite dichiarazioni politiche. Più palestre, piste, piscine e impianti anche per gli sport cosiddetti “minori”. Così come non esiste famiglia, non c’è palestra, più di quella di judo dei Maddaloni che abbia conquistato più medaglie all’Italia.  Questa volta siamo in Campania, che grazie a papà Gianni Maddaloni che la volle a Scampia, nel quartiere simbolo del degrado sociale. Ma il vero combattimento quotidiano di Gianni sono le bollette, i conti da pagare, rifiutando tutte le offerte di trasferire altrove a Napoli la sua palestra, che gli avrebbe consentito di non aver più avuto problemi di soldi. Maddaloni però preferisce restare a Scampia, esentare i frequentatori che non possono pagare le rette mensili, aiutare i disabili. Gianni Maddaloni spiega e racconta sempre a tutti che la forza dei ragazzi delle Vele di Scampia è la rabbia che spesa male, si ribella ad una società che discrimina, esclude, mentre quando viene controllata ed educata da un allenatore capace di avere una visione, si trasforma in medaglie, risultati, crescita personale e sociale do ogni atleta. Lo sport è un campanello d’allarme per il nostro Paese. Tenendo ben presente che pur avendo strutture sportive dieci volte in meno del resto d’ Italia, gli atleti del Sud hanno vinto in proporzione quattro volte di più, è sempre possibile trovare l’imbecille di turno pronto a dire senza vergogna alcuna : “Vuol dire che non ne hanno bisogno”!

·        L’omertà nello Sport.

Pippo Russo per "Domani" il 28 ottobre 2021. Doveva arrivare la Consob perché ci si rendesse conto di quanto grave sia la situazione. E dall’autorità di vigilanza sulla Borsa è giunto per il mondo del calcio un messaggio perentorio: i bilanci delle società contengono troppe, discutibili, plusvalenze. Una questione che dagli analisti dell’economia calcistica è stata segnalata a più riprese ma che, fin qui, non ha avuto una rilevanza relativa all’interno del mondo del calcio italiano. Nel senso che il problema è stato più volte segnalato come un’urgenza da risolvere, ma poi non c’è stata alcuna concreta iniziativa per fermarlo. In questi anni, per l’ennesima volta, il calcio si è dimostrato incapace di una vera autoriforma. E tanto immobilismo ha finito per sollecitare l’intervento di un’autorità esterna, che adesso obbligherà chi di dovere a intervenire. Nella fattispecie la Consob si è attivata perché molte fra queste operazioni di calciomercato con plusvalenza incrociata hanno coinvolto una società quotata in Borsa, la Juventus. L’istruttoria avviata dall’autorità di vigilanza, di cui Domani ha dato notizia nelle scorse settimane, ha determinato una svolta. Comunque vada a finire, per la Federazione italiana gioco calcio (Figc) e per i suoi organi di controllo si tratta di un pesante smacco. Con una mail indirizzata al procuratore della Figc, Giuseppe Chiné, e per conoscenza alla presidenza della federazione, la Commissione di vigilanza sulle società di calcio (Covisoc), l’organo che vigila sui conti dei club, ha dichiarato ufficialmente aperto il caso. Il testo informa che, in seguito alla diffusione della notizia sulla procedura Consob relativa alle plusvalenze della Juventus, la Covisoc ha a sua volta aperto un lavoro istruttoria sia sulle plusvalenze juventine relative al periodo sotto osservazione (bilancio annuale al 30 giugno 2020 e relazione semestrale al 31 dicembre 2020), sia su altri movimenti di calciomercato che coinvolgono non soltanto la società bianconera ma anche altre società. L’esito è una lista di 62 calciatori movimentati, 42 dei quali sono stati spostati nel quadro di operazioni che chiamano in causa la società bianconera. Ma sono coinvolti anche altri club italiani (Napoli, Genoa, Parma, Pescara, Sampdoria, Empoli e Chievo) ed esteri (Barcellona, Manchester City, Lille, Marsiglia, Lugano e Basilea). Come precisato da Covisoc, la lista comprende sia operazioni che prevedono scambi di calciatori per valori finanziari identici, e dunque senza alcun flusso reale di denaro per le casse delle società coinvolte, sia operazioni avvenute su valori non equivalenti (dunque con vantaggio finanziario per una delle due parti) ma comunque concluse su valutazioni dei singoli calciatori che appaiono perlomeno generose. Si tratta di transazioni che, indipendentemente dall’effettivo flusso finanziario generato per le casse dei club, danno ossigeno ai loro conti e consentono di stare in linea con le regole contabili della Figc e della Fifa perché fanno realizzare due attivi. Sul lato della cessione il club realizza un attivo da plusvalenza, che specie nel caso si tratti di alienazione di un calciatore proveniente dai settori giovanili è plusvalenza intera (l’intero ammontare del valore di cessione), perché il ragazzo non è mai stato acquisito tramite operazione di calciomercato e dunque non pesa sul bilancio alla voce ammortamenti da diritti pluriennali sulle prestazioni di calciatori. Sul lato dell’acquisizione il calciatore incamerato nello scambio diventa un attivo, pari al valore finanziario che gli è stato attribuito ma soggetto ad ammortamento in quota annuale spalmato sugli anni del contratto di lavoro. Intorno a questa pratica si svolge, da tempo, una disputa quasi filosofica sulla libertà dei club di dare a un proprio calciatore (un proprio asset, nel brutale linguaggio delle scienze aziendali) la valutazione che credano, tanto più se esiste un altro club disposto a pagare quella valutazione. Ragionamento che in linea di principio avrebbe una legittimità, ma a patto di non trascurare due aspetti: che nei casi in questione questa valutazione si intreccia con altra valutazione di senso uguale e contrario; e che sovente questi calciatori dalle valutazioni dorate si trovano marginalizzati nelle società che li acquisiscono, se non addirittura ceduti in prestito a club delle categorie inferiori. E dunque possiamo davvero dare a un calciatore la valutazione che ci pare, specie sapendo che anche da quella valutazione possono dipendere i conti societari, l’iscrizione ai campionati e la regolarità di questi? Nel 2018 la Figc sembrava pronta a fare sul serio in materia di lotta alle plusvalenze incrociate e creative. Una prova di questo si è avuta col caso che ha coinvolto Chievo e Cesena, da cui sono scaturiti un procedimento federale e la prima penalizzazione di punti in classifica causa plusvalenze creative (-3 al Chievo nel torneo di A 2018-2019). Entrambi i club sono in seguito spariti dai ranghi federali: immediatamente il Cesena (che è stato sostituito da una società di nuova costituzione), nelle scorse settimane il Chievo. Sembrava l’inizio di un’operazione sistematica a caccia del doping finanziario nel calcio professionistico italiano e invece tutto quanto si è fermato lì. E vien dato per certo che fra i motivi delle dimissioni dell’ex procuratore federale Giuseppe Pecoraro (sotto la cui guida è stata condotta l’inchiesta su Chievo e Cesena) vi sia proprio tale mancanza d’intenzione nel proseguire lungo questo filone. Così adesso, a tre anni di distanza dalla sanzione al Chievo, è stata necessaria la notizia di un’istruttoria di Consob sulle plusvalenze di una società quotata in Borsa affinché gli organi ispettivi del calcio facessero ciò che avrebbero dovuto fare per iniziativa propria. Del resto, non era nemmeno necessario andare a scavare. Bastava leggere analisi e articoli pubblicati dai giornali. Come quelli di Domani sugli scambi fra Genoa e Juventus che hanno coinvolto i calciatori Nicolò Rovella, Manolo Portanova ed Elia Petrelli, o sul quartetto di calciatori del Napoli (Orestis Karnezis, Luigi Liguori, Claudio Manzi e Ciro Palmieri, 20 milioni di euro complessivi) cui è stata data un’esagerata valutazione nel quadro dell’affare che ha portato in Italia dal Lille l’attaccante nigeriano Victor Osimhen. Nella lista dei trasferimenti passati al setaccio da Covisoc troviamo anche loro. Ma quella lista doveva essere redatta almeno un anno fa. Comunque vada, la Figc ne esce malissimo.

Calciopoli, Antonio Giraudo ribalta tutto? "Accolto il ricorso alla Corte europea". Juventus, scenari clamorosi. Libero Quotidiano l'11 settembre 2021. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha ammesso il ricorso di Antonio Giraudo, l'ex amministratore delegato della Juventus radiato dalla federcalcio dopo Calciopoli. La Corte, senza entrare nel merito del ricorso di Giraudo, ne ha riconosciuto l'ammissibilità. Evento raro, visto che statisticamente appena il dieci per cento di quelli presentati viene discusso "e che lo stesso sito dell'organo di Strasburgo sconsiglia vivamente di praticare questa via". La Corte ha riconosciuto a Giraudo due fatti: la "macroscopica violazione dei diritti della difesa e la ragionevole durata del processo". Solo sette giorni per esaminare un fascicolo di 7mila pagine, nel primo caso e 13 anni la durata del processo. Così l'ex ad juventino prosegue la propria battaglia affidandosi, tra gli altri, all'avvocato Jean Louis Dupont, l'uomo a cui si deve la sentenza Bosman e a cui si sono affidati recentemente i club della discussa Superlega. Dopo l'annullamento, in sede penale, della condanna ad un anno e 8 mesi decretata dala Cassazione per prescrizione, Giraudo e i suoi legali iniziano a sperare in un clamoroso ribaltone sul piano sportivo. L'iter richiederà alcuni mesi e ora prevede che lo Stato italiano produca dei documenti a sostegno della propria tesi e soltanto dopo inizierà la discussione del caso.

Fabrizio D’Esposito per ilnapolista.it l'11 marzo 2021. Al solito, le notevoli considerazioni di Massimiliano Gallo nei suoi due ultimi articoli, dopo la disfatta bianconera in Champions (qui e qui), offrono vari spunti di riflessione. Ne proverò a sviluppare due, partendo soprattutto dalla prima analisi. Quella sulla narrazione mediatica dei guai della Juventus, il cosiddetto racconto mainstream. La premessa consiste nella conferma ai miei sospetti ricevuta ieri da un amico nonché autorevole collega di fede juventina. Cioè che a differenza di Maurizio Sarri, ad Andrea Pirlo è stato risparmiato il linciaggio social e giornalistico che fu invece riservato all’allenatore in tuta (chi l’avrebbe mai detto che un giorno mi sarei ritrovato a difendere il Comandante dell’Estetica). La stessa cosa che oggi accade in politica con il governo Draghi. Mi spiego: sia Giuseppe Conte sia SuperMario hanno gli stessi problemi con l’emergenza pandemica. Nulla è migliorato e anzi la situazione peggiora al punto che si discute di un nuovo lockdown. Eppure Draghi gode della benevolenza dei giornaloni mainstream che non fanno nulla per contenere il loro eccesso di salivazione, come direbbe il mio direttore Travaglio, nei confronti del nuovo uomo della provvidenza. Sono gli stessi giornaloni che per mesi hanno diffuso la vulgata di un Conte dittatore ma anche inetto. Ecco lo stesso paragone vale per Pirlo e il suo predecessore Sarri. Entrambi eliminati agli ottavi di Champions con due squadre di livello non eccelso, Lione e Porto; entrambi con una squadra senza identità dal gioco incerto; entrambi non all’altezza del trionfante ciclo di Massimiliano Allegri. Già, Allegri. La scena madre di questa genuflessione collettiva ai piedi dell’inespressivo Pirlo (che vinca o perda ha sempre la stessa faccia immota) è andata in onda a caldo, pochi minuti dopo l’inutile vittoria della Juve con il Porto. Ovviamente nel salottino di Sky. Fabio Capello, a cui va riconosciuta una schiettezza anomala in questi circoletti tv del calcio, ha squarciato il velo come scrive Max e detto la verità più scomoda. Per la serie: come la mettiamo con il “vituperato” Allegri gestionista che comunque due finali di Champions le conquistò? A quel punto Capello si è trasfigurato in una sorta di Giovanni Battista che predicava nel deserto. L’ineffabile Paolo Condò sembrava lì di passaggio, uno capitato per caso da quelle parti. Silenti, ma terrei in volti anche Billy Costacurta e Alessandro Del Piero. Insomma, una notazione caduta in un abisso di imbarazzo muto. Il fatto è che alla verità scomoda di Capello ne va contrapposta un’altra: Pirlo, a differenza del marziano Sarri, è uno di loro, uno del clan Sky, già commentatore come Costacurta e Del Piero. Scatta allora l’omertà amicale tipica delle lobby. È quella commistione famiglia-squadra-tv che ha già investito Ilaria D’Amico e Massimo Mauro. Senza dimenticare che un’aura indulgente avvolge tutti i campioni del mondo del 2006 diventati allenatore, come ha scritto Roberto Liberale. E qui, la “protezione” mainstream di Pirlo, rinforzata anche da giornali e altri salotti tv, incrocia il secondo spunto di Massimiliano Gallo: la modestia del campionato italiano che pratica un calcio vecchio di tre lustri. Accanto a Pirlo, va quindi collocata una figura che da tifosi napoletani conosciamo bene, ahinoi: Gennaro Gattuso detto Rino. Pure Gattuso gode di grande benevolenza mediatica. Potrei citare Il Mattino di oggi, per esempio, in cui le sconfitte di Mister Veleno vengono addirittura addebitate a De Laurentiis, colpevole di aver trasformato Gattuso in un Re Travicello per il contratto rinnovato e poi rimangiato. Ma anche qui sovviene in aiuto la solita scena di Sky, stavolta domenica sera dopo Napoli-Bologna e già raccontata dal Napolista. Ossia un surreale teatrino, in cui spiccava Sandro Piccinini, che elevava lodi all’amico Rino. Insomma i campioni arrivati sul tetto del mondo a Berlino nel 2006 non si toccano. Eppure sia Pirlo sia Gattuso (lascio perdere il linciaggio toccato a Re Carlo nella sua permanenza a Napoli, uno che aveva capito tutto) non hanno un’idea che sia una e condividono persino gli stessi errori. La disfatta della Juve con il Porto è iniziata infatti con una bestialità nella fatidica costruzione dal basso. Idem, domenica il Napoli col Bologna. Aggiungo che per fare questa minchiata ormai vecchia come il cucco, Gattuso sta sacrificando un talento di 23 anni (Meret) per affidarsi a un portiere di 32 anni ritenuto più bravo coi piedi (Ospina). Giusto per parlare di rinnovamento. Dove vogliamo andare, allora, se questa è la nuova generazione di allenatori? Ricordo che Allegri il suo primo scudetto lo vinse a 43 anni, Conte (oggi primo in classifica) a 42. Volete sapere l’età attuale di Pirlo e Gattuso? Eccola: Pirlo ne ha 41, Gattuso 43 e vanta già un mediocre curriculum da allenatore. Certo, poi magari la realtà mi spiazzerà e Pirlo vincerà lo scudetto e Gattuso supererà se stesso arrivando per la prima volta nella sua carriera al quarto posto. Ne dubito. In ogni caso il movimento calcistico italiano continua ad avere i suoi migliori allenatori nel passato (Allegri, Conte, Mancini, Ancelotti) e il futuro si prospetta ancora più tragico. Perché l’alternativa ai campioni del 2006 sono i nuovi sarriti col joystick in panchina, quelli che teleguidano i giocatori per impedire loro di pensare: Italiano, Juric, De Zerbi. E il rischio è che uno di questi tre rischiamo di ritrovarcelo a Napoli il prossimo anno.

SESSO, BUGIE ED OMERTA’ NEL MONDO DELLO SPORT: IL LIBRO-INCHIESTA DI DANIELA SIMONETTI. Francesca Lauri su Il Corriere del Giorno l'8 Marzo 2021. “Impunità di Gregge: sesso, bugie e omertà nel mondo dello sport”, edito da Chiarelettere: autrice del libro inchiesta è la giornalista Daniela Simonetti che apre gli occhi al grande pubblico sull’impunità diffusa degli abusi sessuali nel mondo dello sport e rompe il muro di omertà, denunciando ogni forma di violenza. Un invito a fare un cambio di marcia rispetto a un fenomeno tanto diffuso, quanto sottostimato. Un grido di aiuto alla giustizia affinchè possa mettere fine agli abusi indisturbati verso soggetti vulnerabili e in posizione minoritaria. “Impunità di Gregge: sesso, bugie e omertà nel mondo dello sport”, svela quanto in tanti non vedono – o fanno finta di non vedere – forse perché lo sport viene identificato come un ambiente sano per principio. E invece no. Lo dice a gran voce l’autrice ma non è la prima volta che Daniela Simonetti, tarantina giornalista sportiva dell’ Ansa a Milano, denuncia questo fenomeno. A lei, infatti, si deve la creazione  della prima associazione italiana “Il Cavallo Rosa/ChangeTheGame” (changethegame.it) che raccoglie le confidenze delle vittime di atti sessuali nel mondo dello sport, accompagnandole nel difficile percorso di denuncia davanti agli organi di giustizia ordinaria e sportiva. Dal settembre 2018 a oggi l’associazione ha presentato, per conto di vittime di reati di abusi sessuali su minori in ambito sportivo, sei esposti alle Procure federali con conseguente adozione da parte degli organi di giustizia della sospensione di un istruttore e la radiazione di altri due. Marco Travaglio con parole durissime nella prefazione del libro scrive che lo sport sarebbe il “mondo più mafioso e omertoso che esista in Italia, molto più di quelli della politica, della finanza e della Chiesa”, in cui opera una “casta” che “si autoassolve con badilate di sabbia”. Ma per dare rilevanza ai fatti, è necessario mettere il pubblico davanti a una indagine probatoria, dalla quale verrà fuori una limpida documentazione. È per questo che Daniela Simonetti ha avviato una inchiesta giornalistica che è divenuta un libro nella quale mette per iscritto tutti i fatti rigorosamente accertati. Fatti che restano paradossalmente sotto il silenzio anche in presenza di tutti i campanelli di allarme. Emerge un quadro drammatico dove violenza sessuale, abusi e molestie, non sono previsti da alcun codice, non sono tipizzati ed è pure assente qualsiasi obbligo di radiazione da parte delle federazioni, verso chi li commette. Del resto il mondo dello sport è un terreno fertile per una vasta gamma di atteggiamenti inappropriati: basti pensare alle dinamiche relazionali, in cui è centrale la corporeità e la conseguente naturalezza dei contatti fisici e la particolare relazione fra allenatori e atleti, che spesso non mettono mai in discussione la loro autorità per la paura di una possibile ritorsione della denuncia.  Dall’altro lato il clima di omertà nelle organizzazioni, finalizzato alla tutela della propria immagine e ad evitare scandali quando per primi dovrebbero avere interesse a dare dignità allo sport anche come pratica educativa, portavoce di valori come il rispetto. Daniela Simonetti nel suo libro accende i riflettori sul fenomeno importante degli abusi sessuali, intriso di ripercussioni significative sulla vita di un elevatissimo numero di persone, in gran parte minorenni. I numeri ufficiali (limitati agli illeciti sportivi o penali che riescono a bucare il muro dell’omertà) parlano di 86 casi censiti dalla Procura generale del Coni dal 2014 al 2019 e di oltre 20 processi all’anno avviati dalla magistratura ordinaria (che si concludono regolarmente con pene detentive dai tre ai sei anni) a carico di tecnici tesserati. La cosa che sconvolge noi lettori e non può che indignarci, è che tali soggetti continuano il loro “lavoro” di prima come se nulla fosse accaduto, venendo esentati dall’obbligo di presentare il certificato penale. Un libro- inchiesta che mette sotto i riflettori l’impunità diffusa di una violenza subdola ma con un elevato impatto psicologico, di soggetti alla mercé di figure carismatiche, in grado di pervadere profondamente la loro personalità, ancora in formazione. Quello di cui parla Daniela Simonetti è un mondo che presenta carenze e lacune che la legge dovrebbe colmare, premiando solo le vittorie di quelle organizzazioni sportive che dimostrano di essere state conquistate in un ambiente sicuro e sano. Dopo aver letto questo libro, non potremmo mai più ignorare questo fenomeno ma anzi unirci in questa lotta per restituire dignità allo sport e preservare i giovani, da profondi traumi.

·        Autonomia dello sport? Peggio della Bielorussia.

Gabriele Gambini per "la Verità" il 24 ottobre 2021. Nell'era del dominio della tecnica e della post democrazia, dove i potentati economici dettano le loro condizioni alla politica e gli equilibri nazionali e sovranazionali cambiano morfologia, un luogo mantiene da molti decenni le sue prerogative polivalenti: lo stadio di calcio. È collante per le masse e scacchiera su cui imbastire strategie per le elite, viene guidato nelle sue regole da razionalismo illuminista, ma non potrebbe esistere senza la spinta identitaria delle comunità che partecipano alle partite-evento con la stessa, irrazionale intensità con cui i popoli antichi partecipavano ai riti religiosi. Il calcio diventa luogo dell'indifferenziato, i suoi feticci simbolici sanno trasformarsi all'occorrenza in una forma di religiosità laica, ma anche in strumento di affermazione politica usato dagli stati, dalle associazioni, fino a pochi anni fa dai partiti. L'intreccio tra sport e politica è antico - in un clima arroventato, Mussolini fece leva sulla Nazionale di Vittorio Pozzo nel 1938 per dar lustro al fascismo, l'Uruguay negli anni Trenta ha acquisito legittimazione crescente grazie ai successi della sua nazionale, in tempi più recenti, la Russia ha investito denaro a palate in numerosi club di pallone per suggellare le sue proiezioni geopolitiche - e affonda le sue radici nella fitta corrispondenza di intenti presente tra i due ambiti. Con sovrabbondanza di aneddotica e un armamentario di informazioni circostanziate, Calcio e geopolitica (Mondo Nuovo Edizioni), scritto da Valerio Mancini, Alessio Postiglione e Narcìs Pallares-Domenech racconta l'epopea dei club più famosi e delle nazionali, ricollegandola al ruolo essenziale ricoperto negli assetti tra potenze mondiali. Dalla nascita del tifo alle peculiarità degli ultras - autentiche proiezioni degli schieramenti di battaglia dei secoli scorsi, con annesse ritualità, gerarchie, leggende e consuetudini - passando per la creazione delle società sportive, patrimonio dapprima tangibile per i loro sostenitori, poi elevato a sulfureo business globale. Non scordando i simboli che concorrono alla creazione dello, come viene chiamato oggi, storytelling di supporto: la storia di Diego Armando Maradona è quella di un catalizzatore di pulsioni tale da scomodare, alla sua morte, gli interventi dei capi di stato di tutto il globo. Ciò che sorprende è il sottile filo di congiunzione tra la rappresentazione della società civile nei suoi meandri, le vittorie di un club sportivo e le ripercussioni conseguenti. Silvio Berlusconi, con i successi del Milan, ha potuto consolidare strategicamente le sue ambizioni politiche. Analoga sorte, pur con parabole diverse, per Bernard Tapie, patron dell'Olympique Marsiglia. La Fifa, federazione internazionale del calcio, esercita un ruolo così fondamentale nella legittimazione degli equilibri mondiali, da riconoscere le casacche delle nazionali di Taiwan, Hong Kong, Macao, paesi sotto l'influenza cinese e che con la Cina non godono sempre di relazioni amichevoli. Nella Conifa - la confederazione delle associazioni di football indipendenti - trovano asilo le selezioni occitane, della Transnistria e persino quella della Padania che cercò proprio con la costituzione di una squadra di calcio riconoscimento internazionale. La lezione da imparare è: dietro ai copiosi investimenti nel gioco più diffuso del mondo, c'è parte del destino e del futuro politico delle nazioni.

Alessandra Muglia per il "Corriere della Sera" il 5 agosto 2021. Provata, ma finalmente libera. Jeans, camicia e mascherina, Kristina Tsimanouskaya è arrivata a destinazione. Partita per il Giappone da atleta sconosciuta al mondo, è tornata ieri in Europa da dissidente riluttante, celebre in tutto il mondo suo malgrado. La velocista bielorussa che voleva solo correre si è ritrovata ai Giochi al centro di una crisi diplomatica inaspettata. Lontana dalla politica, mai avrebbe pensato di trasformarsi in un'icona della lotta alla repressione, lei che 24enne non ha mai conosciuto un presidente diverso da Lukashenko, al potere dal 1994. La sua storia dimostra che non occorre essere un'attivista per finire nel mirino del regime. Ieri sera alle 8 il suo volo è atterrato a Varsavia. Un viaggio ad alta tensione. Avrebbe dovuto dirigersi da Tokyo direttamente in Polonia ma all'ultimo il programma è cambiato. Questione di sicurezza: su quell'aereo si erano già prenotati alcuni giornalisti. E soprattutto, il dirottamento a maggio del volo Ryanair per arrestare l'oppositore Roman Protasevich, ha imposto cautele in più. Un aereo Austrian Airlines l'ha portata dopo le 15 a Vienna; da qui in serata il trasbordo a Varsavia. Giornalisti tenuti a distanza, Kristina è apparsa «in buona forma ma stanca» a Magnus Brunner, il viceministro austriaco dell'Ambiente che l'ha incontrata. «È preoccupata per la sua famiglia»: gli agenti del presidente-dittatore sono già andati a trovare i genitori. «È anche tesa per quello che l'aspetta». Una nuova vita, pur con il marito, un atleta anche lui che, fuggito a Kiev appena scoppiato il caso, ieri ha ottenuto il visto polacco. Resterà un'atleta: la Polonia, oltre al visto umanitario e all'asilo, le ha offerto la possibilità di continuare a correre. Non si aspettava che le sue rimostranze sportive al team di allenatori si trasformassero in un caso internazionale. «Non riesco a capacitarmi, non ho detto nulla riguardante la politica - ha detto martedì al New York Times - Ho solo manifestato il mio disaccordo con la decisione dello staff», quella di iscriverla all'ultimo alla staffetta 4x400 senza neanche avvisarla. Dopo il suo post sono arrivate quelle che lei ha chiamato «pressioni», in realtà minacce a leggere la sua conversazione con due tecnici che cercavano di convincerla a tornare a casa. «Così finiscono i suicidi, cosa vuoi dimostrare?». E lei: «Niente, voglio solo correre». Kristina non aveva neanche firmato la lettera aperta dei mille atleti bielorussi per chiedere nuove elezioni: per questo in 35 sono stati espulsi dalla nazionale. Tra loro l'eptatleta Yana Maksimava e il marito decatleta Andrei Krauchanka, non convocati per i Giochi: dopo il rimpatrio di Tsimanouskaya hanno annunciato sui social che «resteremo in Germania, in Bielorussia non si rischia solo la libertà ma anche la vita». Tsimanouskaya, invece, aveva solo le Olimpiadi in testa. Una volta a Tokyo, quando per punirla l'hanno costretta a ritirarsi, sapeva che se fosse tornata a Minsk il suo futuro era spacciato. La sua fermezza l'ha salvata.

Irene Soave per il "Corriere della Sera" il 5 agosto 2021. Il testo che segue è una parte della conversazione tra l'atleta bielorussa Kristina Tsimanouskaya, che ha appena criticato sui social i vertici della sua squadra, il vicedirettore della federazione di atletica leggera Artur Shumak e l'allenatore capo Yuri Moisevich. I due dirigenti stanno comunicando all'atleta che dovrà rientrare in Bielorussia. Una parte della conversazione, registrata clandestinamente, è stata diffusa poco dopo da un canale Telegram, @nic_and_mike, che pubblica informazioni «da dietro le quinte del potere»; l'atleta stessa, contattata dal canale in lingua russa Current Time, ne ha confermato l'autenticità. Dura 19 minuti. Shumak: «Sono arrivate le seguenti istruzioni: tu oggi te ne torni a casa, non scrivi niente da nessuna parte, non fai dichiarazioni. Te la dico così come me l'hanno detta, parola per parola. Se vuoi di nuovo gareggiare per la Bielorussia, vai a casa o dai tuoi o dove ti pare. Più ti agiti... Hai presente una mosca nella ragnatela? Più si dimena, peggio è. Ecco, la vita è così. Facciamo cose stupide. Tu hai fatto una cosa stupida».

Tsimanouskaya: «Non dovevate informarmi? [che avrebbe dovuto correre nella staffetta, ndr ]» 

S: «Te lo rispiego. Qui tu rappresenti la Repubblica di Bielorussia. Non è tua la colpa se non ti hanno informata, però resti responsabile di quel che dici. Stai accusando gente qua e là nel paese senza sapere nemmeno perché e percome. Sai cosa potrebbe provocare la tua stupidità? Che ci sia chi perde il lavoro. Gente che ha famiglie. Con la tua stupidità potresti distruggere vite intere. [...] Oltretutto, sai benissimo che non potresti competere in questo stato emotivo».

T: «Ho vinto un'Universiade in questo stato emotivo». 

S: «Non stavi così. Ora sei fuori controllo». 

Moisevich: «E mi dispiace, ma non lascerai un buon ricordo di te se non ti calmi».

M: «Ora devo andare. Devi anche darmi 350 dollari di diaria che non avrai più. [ fa i conti ] Guarda, dammi 150 dollari. Se è troppo te li ridò». 

T: «Per me non fanno alcuna differenza». 

M: «Non è che siano soldi miei. Non capisci? Ho sessant' anni, non mi spaventa più nulla, ma se arriva uno di questi funzionari e dice "Eseguirò gli ordini"? Potrebbe farci una purga tale che non resterebbe più nulla della squadra. E tu resterai nella storia: diranno, tutto è iniziato con la Tsimanouskaya. Mi ascolti?» 

T: «Non penso che questa storia finirà bene per me». 

M: «No. Hai sentito il ministro? Beh, poi mi ha parlato: è insubordinazione. [...] Mi ha detto: parlale tu... Se tu te ne vai le cose andranno avanti, ci saranno medaglie, tutto sarà dimenticato; se resti, contro la sua volontà, sarà un precedente che interferisce col futuro della squadra. Non puoi farlo per la squadra? [...] È così che vanno i suicidi, sai? Il diavolo spinge uno sul davanzale e gli dice: salta, dimostraci che lo sai fare. E sai cos' è la cosa peggiore? Che alla fine non avrai dimostrato niente a nessuno. E potevi vivere». 

M: «Ora diremo al Comitato che ti sei fatta male, la risolviamo così, e tu te ne vai. Quando poi tutto si è calmato ti prometto che resterai nell'atletica leggera». 

T: «Non ci credo». 

M: «Beh, lo sai che l'alternativa è peggio. Sai cosa si dice delle cancrene, no? Se non tagli mezza gamba poi muori. Sei una ragazza sveglia. Sai che ho ragione. [...] Dai, piangi un altro po' e vado a dire che siamo d'accordo». 

T (in lacrime): «Ma non siamo d'accordo».

Da ilgiorno.it il 2 agosto 2021. La Polonia ha offerto la possibilità di fornire asilo politico alla velocista bielorussa  Krystsina Tsimanouskaya che si rifiuta di tornare nel suo paese dopo le Olimpiadi: lo ha dichiarato oggi il segretario di Stato francese per gli Affari europei Clement Beaune. "Discuteremo con i nostri partner europei se possiamo concederle asilo politico entro le prossime settimane o addirittura giorni", ha detto Beaune alla stazione radio RFI. Tsimanouskaya ha accusato le autorità del suo paese di aver tentato di rimpatriarla con la forza, ed è ora sotto la protezione della polizia giapponese, ha affermato oggi il Cio. L'atleta bielorussa al momento è "al sicuro" in un albergo a Tokyo. Lo ha assicurato il Comitato Olimpico Internazionale (Cio). Domenica la velocista 24enne, che partecipa alle Olimpiadi, aveva espresso preoccupazione, dicendo di sentirsi minacciata, per aver apertamente criticato la sua federazione nazionale. "Ci ha detto che si sentiva al sicuro", ha reso noto il direttore della comunicazione del Cio, Mark Adams, precisando che Tsimanouskaya ha passato la notte in un albergo dell'aeroporto di Tokyo-Haneda. Adams ha aggiunto che il Cio si confronterà di nuovo con lei in giornata per conoscere le sue intenzioni e "sostenerla". La giovane, appoggiata dalla Belarusian Sport Solidarity Foundation, che in Bielorussia sostiene gli atleti imprigionati o messi da parte per le proprie posizioni politiche (in opposizione al regime di Alexander Lukashenko), ha detto di essere stata portata con la forza all'aeroporto per le critiche espresse nei confronti dei suoi allenatori. Una volta arrivata lì è però riuscita a chiedere aiuto alla polizia. Tramite il suo portavoce, il governo giapponese ha da parte sua assicurato che continuerà "a collaborare con le organizzazioni interessate" e che prenderà "le misure adeguate". Tsimanouskaya ha accusato le autorità del suo paese di aver tentato di rimpatriarla con la forza, ed è subito stata messa sotto la protezione della polizia giapponese. "Il Cio ha parlato con la valorosa atleta Tsimanouskaya direttamente la scorsa notte. Lei stava con le autorità aeroportuali all'aeroporto di Hanedsa, era accompagnata da membri dello staff di Tokyo 2020 e si sentiva al sicuro. Ha trascorso in tranquillità la notte presso l'Airport Hotel. Il Cio continuerà a parlare con lei e con le autorità giapponesi per determinare i prossimi passi da intraprendere nei prossimi giorni". L'atleta bielorussa avrebbe dovuto competere nei 200 metri femminili di atletica oggi, ma si è rivolta alla polizia ad Haneda chiedendo di aiutarla a non essere imbarcata in un aereo di ritorno verso la Bielorussa, dopo che ha criticato funzionari della delegazione bielorussa. Tsimanouskaya intende chiedere asilo politico in Germania o Austria, ma ha già ricevuto la disponibilità da parte della Polonia ad accoglierla: il Paese le ha infatti intanto concesso un visto per motivi umanitari e l'atleta si trova già nell'ambasciata di Varsavia. Per quanto riguarda l'accusa lanciata dall'atleta nei confronti della delegazione bielorussa di aver tentato di rapirla, Adams ha risposto: "Ha parlato alla polizia all'aeroporto. Se c'è un reato, se ne occuperà la polizia". "Il regime bielorusso è oramai alla stregua del peggiore regime sovietico: dirotta, incarcera, tortura e adesso rapisce. Manca soltanto il veleno e l'armamentario degli orrori sarà completo. Il tentativo di rapire l'atleta bielorussa Krystsina Tsimanousskaya dimostra che questo Stato si è trasformato in una signoria privata del suo presidente abusivo, per questo la Comunità internazionale deve continuare a condannare tali comportamenti e chiedere l'intervento della Corte Penale internazionale, prima che si arrivi a degenerare definitivamente". A dichiararlo è il deputato M5S, Aldo Penna. 

Anna Zafesova per "la Stampa" il 3 agosto 2021. C'è chi la paragona a Rudolf Nureyev, chi a Martina Navratilova: alle Olimpiadi di Tokyo la velocista bielorussa Kristina Tsimanouskaya ha resuscitato, suo malgrado, la tradizione delle star dello sport e dello spettacolo costrette a fuggire dalle dittature. Un genere che sembrava dimenticato con il tramonto del totalitarismo sovietico, con Nadia Comaneci l'ultima grande fuggitiva dalla Romania, pochi mesi prima della caduta del regime. Ma tra Minsk e Mosca, il ritorno al passato è ormai una politica e un'ideologia, e gli sportivi tornano a essere soldati arruolati in una guerra, e puniti per il «tradimento». Tsimanouskaya è stata considerata una «traditrice» dopo aver commentato, su Instagram, la decisione dei dirigenti olimpici bielorussi di farla correre i 400 metri, oltre che nelle sue specialità dei 100 e dei 200. L'atleta non era stata nemmeno informata che avrebbe dovuto sostituire le sue colleghe che non riuscivano a superare i controlli anti-doping, e aveva reagito in una maniera molto esplicita. Nessuna accusa politica, soltanto critiche ai capi sportivi, ma in Bielorussia il Comitato olimpico è presieduto dal figlio di Aleksandr Lukashenko, dopo che per anni è stato lo stesso presidente a guidarlo, e Kristina è stata ritenuta colpevole di un reato di lesa maestà. I responsabili della nazionale le hanno ordinato di ritirarsi dalle gare con il pretesto di un «esaurimento», e l'hanno portata all'aeroporto di Tokyo per caricarla su un aereo per Istanbul (lo spazio aereo bielorusso viene boicottato dalle compagnie aeree europee dopo che Minsk ha dirottato, nel maggio scorso, un volo della RyanAir per arrestare il dissidente Roman Protasevich che si trovava a bordo). Kristina però è riuscita ad avvertire alcuni connazionali presenti in Giappone, e ad attirare l'attenzione della polizia aeroportuale, che l'ha presa sotto la sua protezione. La Polonia le ha immediatamente concesso rifugio nella sua ambasciata a Tokyo, e l'asilo politico, mentre anche Repubblica Ceca, Slovenia e Francia si facevano avanti, e l'Ucraina accoglieva il marito e il figlio di Tsimanouskaya, scappati da Minsk per non diventare ostaggi del regime. La madre dell'atleta invece ha ricevuto una visita della polizia politica, che le ha chiesto di aiutare a far tornare in patria la figlia, vittima di un «complotto dei servizi segreti occidentali». I media d'opposizione bielorussi hanno pubblicato una registrazione nella quale si sentono i responsabili della nazionale aggredire e minacciare Tsimanouskaya, per poi prometterle di «mettere a tacere tutto» se avesse accettato di rientrare a casa e di «tenere la bocca chiusa». Si sente anche l'atleta singhiozzare, e poi rispondere «non vi credo» alle garanzie di incolumità offerte. Kristina ha raccontato che lo psicologo della nazionale è stato convocato per cercare di farla sentire «colpevole» rispetto ai compagni e ai superiori, che hanno usato anche insulti a sfondo religioso come «sei stata traviata dal demonio, pecchi di superbia!». Il Comitato Olimpico internazionale deciderà a breve eventuali sanzioni contro Minsk, e Amnesty International ha lanciato un appello alla solidarietà con gli sportivi bielorussi. Curiosamente, anche alcuni atleti e commentatori sportivi russi si sono schierati con Tsimanouskaya, un segno di come Lukashenko appaia a molti a Mosca più un problema che una soluzione. Dopo la vicenda dell'aereo dirottato per arrestare un dissidente, il dittatore di Minsk mostra di nuovo di non voler riconoscere alcun vincolo e regola. Di solito, gli autoritarismi cercano al contrario di approfittare delle Olimpiadi per sfoggiare un volto più pacifico, ma nell'anniversario della rivolta contro la sua rielezione truccata Lukashenko sembra rendersi conto di non poter contare su un compromesso, né con l'opposizione, né con l'Europa, e di aver scelto quindi una tolleranza zero al dissenso, costi quel che costi.

Tokyo 2020, l'ombra del comunismo: come salgono sul podio le cinesi, il dettaglio che scatena un grosso caso politico. Libero Quotidiano il 03 agosto 2021. Bao Shanju e Zhong Tianshi hanno vinto l’oro olimpico nello sprint femminile di ciclismo a Tokyo 2020. Il loro successo è però diventato un caso politico, perché sul podio le due atlete cinesi hanno indossato le spille di Mao, contravvenendo così il regolamento della Carta Olimpica che vieta manifestazioni di propaganda politica sul podio. Per questo motivo il Cio ha chiesto spiegazioni ai colleghi cinesi, in modo da capire se procedere o meno con qualche sanzione. Chissà che la spilla mostrata dalle cinesi non sia stata una reazione a quanto accaduto il giorno prima da parte di un atleta americano: dopo aver vinto l’argento nel lancio del peso, Raven Saunders sul podio ha alzato le braccia e incrociato i polsi come simbolo di sostegno alle persone oppresse. Anche in questo caso il Cio è intervenuto e si è rivolto al team degli Stati Uniti, che però ha già fatto sapere che non intende punire il suo atleta in alcun modo. Ancora prima erano state le calciatrici americane a inginocchiarsi prima del match, ma in quel caso non si poteva parlare di violazione della Regola 50, perché la manifestazione di stampo politico non era avvenuta sul podio. Adesso il Cio attende una risposta dal team della Cina, ma probabilmente la vicenda si concluderà senza sanzioni, come già avvenuto nel caso dell’americano Saunders.

Da ilrestodelcarlino.it il 2 agosto 2021. Ce lo aveva raccontato qualche giorno fa Roberto Reggiani "Ahmed e Cherif sono da podio". E per ora il campo di gara dello Shiokaze Park gli sta dando ragione. Il duo del Qatar, messo insieme dal direttore tecnico modenese (che non è a Tokyo per il contingentamento delle delegazioni) ha fatto man bassa di risultati nel girone preliminare, quello in cui erano presenti anche gli azzurri Carambula e Rossi, la Pool C. "Cinque anni fa nessuno credeva che avremmo potuto costruire una coppia interamente del Qatar, e invece ci siamo riusciti tenendoli inizialmente divisi. Avevano bisogno di giocare coi brasiliani naturalizzati, più tecnici e abituati, per crescere. Quando è stato il momento li abbiamo messi insieme e ora si vedono i risultati". Risultati sbalorditivi: un primo posto e due secondi posti nelle ultime tre tappe del World Tour alle quali Ahmed e Cherif hanno partecipato e ora le Olimpiadi. Ieri hanno dominato 2-0 la sfida con la coppia statunitense Gibb-Bourne (21-18 21-17), nelle giornate precedenti avevano sconfitto gli azzurri Rossi-Carambula sempre 2-0 (24-22 21-13) e nel match di esordio avevano sconfitto sempre 2-0 la quotata coppia svizzera Heidrich-Gerson (21-17 21-16). E ora i quatarioti ‘creati’ da Reggiani spaventano tutti.

Luca Manes per ilmanifesto.it il 2 agosto 2021. Con i petro-dollari si può comprare veramente di tutto, anche le medaglie olimpiche. Alcuni stati del Golfo, in particolare Bahrein e Qatar, lo hanno capito fin troppo bene, come testimoniano i risultati delle ultime edizioni dei Giochi moderni. Se mancano i campioni autoctoni, come è il caso di questi paesi, dove la tradizione sportiva lascia parecchio a desiderare, «conviene» importarli. Basta pagarli profumatamente e nel caso degli stati del Golfo questo è proprio l’ultimo dei problemi. Ma, come vedremo più avanti, ormai questa abitudine è stata acquisita anche in altri angoli di mondo. La prima medaglia d’oro della storia del Bahrein e di un Paese del Golfo, nelle Olimpiadi di Londra del 2012, fu vinta nei 1.500 della mezzofondista etiope Maryam Yusuf Jamal. In realtà la Jamal si vide consegnare il riconoscimento solo nel 2017, quando le due atlete che l’avevano preceduta sulla pista dello stadio inglese furono squalificate per doping, per cui il record di prima campionessa olimpica del Bahrein poi tecnicamente passato a lei fu detenuto per un anno da Ruth Jebet, che nell’edizione brasiliana dei Giochi (2016) si impose nei 3mila siepi. Anche la Jebet è di origini africane, per la precisione è nata e cresciuta in Kenya, ma è stata «adocchiata» e poi «cooptata» in giovane età dai tecnici del Bahrein. Se la Jamal si è ritirata da qualche tempo, la Jebet non potrà difendere il titolo olimpico perché squalificata per doping. Per completare il tris d’assi dell’atletica bahraina, non va dimenticata la maratoneta di Nairobi Eunice Kirwa, un argento a Rio 2016. L’importanza di un podio olimpico prevale anche sulle convinzioni della fascia più conservatrice della società del Bahrein, che non apprezzava le tenute fin troppo succinte delle atlete, senza però riuscire nell’intento di «coprire» i corpi di mezzofondiste e maratonete. Ma non sono solo le stelle a essere «importate», tanti atleti e atlete di medio e basso livello ingrossano le fila delle squadre anche di altri paesi del Golfo. Per il Qatar alle ultime Olimpiadi concorrevano 23 atleti nati fuori dai confini nazionali su 39: corridori del Sudan, pugili tedeschi, giocatori di beach volley brasiliani e pallamanisti slavi. Una tendenza che non si sta certo ridimensionando, come dimostreranno le travagliate Olimpiadi di Tokyo. Ai numerosi osservatori e addetti ai lavori che storcono il naso, fanno da contraltare le tante istituzioni sportive che fanno orecchie da mercante e rimangono fin troppo di manica larga nell’avallare i cambi di nazionalità, anche quando l’atleta ha iniziato l’attività per la sua nazione d’origine. Poi ci sono i governi e quel sepolcro imbiancato che risponde al nome di sport washing, ovvero l’opera di cosmesi molto estesa della propria immagine nascondendo sotto al tappeto violazioni dei diritti umani e altre brutture assortite. Una prerogativa dei paesi del Golfo, ma non solo. Un altro Stato ricco di combustibili fossili come l’Azerbaigian – dal quale l’Italia importa circa il 15 per cento del petrolio e da dove arriva il gas del contestato TAP – sta accreditando la sua capitale Baku come nuovo hub sulle sponde del Mar Caspio. Dai Giochi Europei nel 2015, alle partite di Euro 2020 fino all’appuntamento ormai fisso dal 2017 (con pausa pandemia nel 2020) del Gran Premio di Formula Uno. Quello del circus automobilistico è un forte punto di contatto che l’Azerbaigian ha con vari paesi del Golfo, dagli Emirati Arabi al Bahrein. Sempre per l’Azerbaigian guidato con metodi fin troppo autoritari dalla famiglia Aliyev dagli anni Novanta gareggiava Lily Abdullayeva, nativa di Addis Abeba, che in un’intervista rilasciata al quotidiano britannico Guardian nel 2017 è stata una delle prime a squarciare il velo sulla «compravendita» di atleti. Un fenomeno che purtroppo si sta diffondendo anche in altri paesi i cui governi, spesso non così democratici, sono disposti a tutto per una medaglia olimpica in più. La Abdullayeva ha spiegato che per le sportive di medio profilo, come era il suo caso, alle promesse troppo spesso non facevano seguito i fatti, ovvero i salari da favola e le case esclusive garantite dalle federazioni dei paesi a caccia di talenti stranieri si rivelavano poi solo un miraggio. Anzi, è arrivata a paragonare il trattamento riservato a lei e alle sue colleghe e colleghi a una forma di schiavitù, con emolumenti negati, passaporti confiscati e inganni di ogni tipo per far assumere sostanze illecite atte a migliorare le prestazioni sportive. Una schiavitù ancora più palese è quella riservata ai lavoratori impegnati per la costruzione degli stadi dei Mondiali di calcio del 2022, il colpo grosso centrato dal Qatar, forse il vero porta bandiera dello sport washing. Se la «crescita» della squadra di calcio, infarcita di stranieri, è stata ostacolata dalla FIFA, che ha imposto regole più rigide sull’eleggibilità dei giocatori provenienti da altre federazioni, negli sport olimpici anche il Qatar prende a mani basse dall’Africa, ma non disdegna un salto nel Vecchio Continente. Nel 2000 l’intera squadra di sollevamento pesi era composta da bulgari naturalizzati. Rimanendo nella penisola arabica, c’è invece un Paese che ha scatenato polemiche non per la sua politica di «arruolamento» fin troppo disinvolta, ma perché fino al 2012 negava in maniera risoluta la possibilità alle donne di partecipare ai Giochi: l’Arabia Saudita. In teoria avrebbe dovuto essere così anche per l’edizione londinese, ma una protesta globale fece sì che in extremis due atlete saudite potessero partecipare. Da allora qualche timido progresso è stato fatto: è da poco nato il campionato di calcio femminile e a fine 2020 si è svolto il primo torneo di golf per sole donne della storia. Ma certo è alquanto complesso parlare di neo-rinascimento arabo anche nello sport per un Paese in cui fa il bello e il cattivo tempo un personaggio come Mohammed bin Salman, mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.

Le Olimpiadi del politicamente corretto. Egonu portabandiera italiana: di colore, lesbica e arcobaleno. Elsa Corsini martedì 20 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. “Sono pronta, facciamola, bum, questa rivoluzione!” aveva azzardato tempo fa. Detto fatto. Paola Egonu, icona della nazionale femminile di volley, sarà tra gli atleti scelti per portare il vessillo olimpico all’apertura dei Giochi di Tokyo. Di colore, lesbica e arcobaleno. La campionessa di pallavolo azzurra è ‘perfetta’ per la narrazione politicamente corretta. Se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Tempo fa la pallavolista si era praticamente autocandidata. “Mi piacerebbe prendermi sulle spalle questa responsabilità. Davvero: io, di colore, italiana e la bandiera. L’ignoranza e certe cose del passato hanno bisogno di un taglio netto”, aveva detto l’atleta afro-italiana. Oggi la notizia, accolta tra le lacrime. Quando il presidente del Coni, Giovanni Malagò, appena atterrato a Tokyo, le ha comunicato la scelta è scoppiata a piangere per l’emozione. Chi non lo avrebbe fatto? Sarà lei, la ventiduenne pallavolista di colore, a portare l’orgoglio tricolore alla cerimonia di apertura dei Giochi olimpici 2020. «Sono molto onorata per l’incarico che mi è stato dato a far parte del Cio. Per portare la bandiera olimpica. Mi ritrovo a rappresentare gli atleti di tutto il mondo ed è una grossa responsabilità. Attraverso me esprimerò e sfilerò per ogni atleta di questo pianeta”.

La pantera dell’Imoco Volley di Conegliano è lesbica. Sul suo valore sportivo nessun dubbio. Paola è una numero uno. Una delle “pantere” dell’Imoco Volley Conegliano, attaccante e opposto della Nazionale italiana di volley femminile, guidata dalla capitana Miriam Sylla. Un metro e 89 centimetri di tecnica e potenza. Un’elevazione che la porta a volare a quasi tre metri e mezzo. Le sue schiacciate sono bolidi che lasciano poche speranze a chi si trova dall’altra parte della rete. Ormai è il volto più noto della Nazionale italiana di volley e icona della pallavolo mondiale. Ma il suo profilo “civico”  travalica il talento sportivo. Se sei eterosessuale e non sventoli la bandiera arcobaleno di questi tempi in Italia hai una marcia in meno. Qualche tempo fa l’immancabile Cecile Kyenge, già eurodeputata ed ex ministra per l’Integrazione del governo Letta, aveva auspicato l’incoronazione di Paola. “Sarebbe un bel segnale…”. Due mesi fa la Egonu aveva raccontato al Corriere di essersi innamorata di una collega. Precisando però di non essere lesbica. “Ho ammesso di amare una donna (e lo ridirei, non mi sono mai pentita). E tutti a dire ‘ecco, la Egonu è lesbica’. No, non funziona così”, protesta. “Mi ero innamorata di una collega, ma non significa che non potrei innamorami di un ragazzo. O di un’altra donna. Io sono una pazza che si innamora a prima vista, bang, in due secondi. Non sto lì a pensarci, parto come un treno”. Speriamo che faccia altrettanto la nazionale rosa (si può dire?) di volley sui campi olimpici. In tempi di derby sulla legge Zan, la campionessa azzurra di colore e omosessuale (forse) è un’autentica eroina. L’incarnazione del Bene. Che sia lei a guidare il vessillo con i cerchi olimpici per l’Italia è musica per le orecchie della sinistra e del mainstream.

Paola Egonu la portabandiera italiana alle Olimpiadi di Tokio 2021: chi è, età, altezza, origini, fidanzata e stipendio. Gaia Sironi il 20/07/2021 su Notizie.it. Paola Egonu è una pallavolista italiana di origine nigeriana che ricoprirà il ruolo di portabandiera ai giochi olimpici di Tokyo. Scopriamo meglio chi è.  Paola Egonu parteciperà alle Olimpiadi di Tokyo 2020 nella nazionale italiana di pallavolo, e sarà anche la portabandiera per il nostro Paese. Scopriamo qualcosa in più sulla sua vita privata e professionale.

Paola Egonu: chi è? Paola Egonu è nata il 18 dicembre del 1998 a Cittadella, in provincia di Padova.

Figlia di emigrati nigeriani, il padre Ambrose faceva il camionista, la madre Eunice era un’infermiera in Africa, Paola ha anche due fratelli minori, Angela e Andrea.

La famiglia di Paola si è poi spostata a Milano per motivi di lavoro, prima di trasferirsi a Manchester. La ragazza ha però preferito rimanere in Italia per seguire il suo sogno di diventare una pallavolista professionista, aiutata anche dal suo metro e 93 di altezza.

La sua passione per la pallavola è nata da giovanissima, e in breve tempo riesce a scalare tutte le categorie, fino a diventare una professionista a soli 15 anni.

Vorrebbe però continuare gli studi, iscrivendosi a Giurisprudenza per poter diventare un avvocato e aiutare i più deboli.

Paola Egonu: la vita privata. Paola è molto legata alla sua famiglia e ai suoi molti amici, di cui pubblica spesso le foto sul suo profilo Instagram. Molto restia a parlare della sua vita sentimentale, durante un’intervista ha ammesso, con molta semplicità, di avere una fidanzata, che poi si è scoperto essere la giocatrice polacca Katarzyna Skorupa.

La loro relazione è però terminata nel 2018, e dal quel momento non si hanno altre notizie su eventuali nuove storie della pallavolista.

Paola Egonu: la carriera. Dopo l’inizio della carriera nella squadra della sua città, già nel 2013 esordisce in B1 nel Club Italia, squadra di cui fa parte fino al 2019 e la porta a raggiungere la serie A1. Nel 2017-2018 passa all’Agil Novara, Supercoppa italiana, la Champions League e il doppio titolo di Mvp. La pallavolista ha continuto a vincere anche quando è passata nel 2019 all’Imoco di Conegliano, con cui ha vinto due Supercoppe, due Coppa Italia, lo scudetto e la Champions League. Grazie a questa squadra e ai suoi risultati lo stipendio annuale della giocatrice tocca i 400 mila euro all’anno.

Paola Egonu: l’esperienza in Nazionale e alle Olimpiadi. Paola ha cominciato la sua esperienza Nazionale nel 2015, giocando per l’Under 18, con cui ha vinto la medaglia d’oro ai Mondiali del 2015. Con la Nazionale maggiore italiana è diventata una vera e propria star nel 2017, vincendo poi l’argento ai Mondiali del 2018 e il bronzo agli Europei del 2019. Tutti speriamo che possa vincere l’oro nell’Olimpiade di Tokyo. Proprio per questa Olimpiade Paola Egonu è stata scelta come portabandiera per l’Italia, insieme col ciclista Elia Viviani e Jessica Rossi, campionessa di tiro a volo.

La doppia morale (pure) alle Olimpiadi. Francesca Galici il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Fognini che insulta se stesso viene massacrato ma Paola Egonu che insulta l'avversaria viene esaltata: ecco l'Italia dei due pesi e delle due misure. Certo che l'Italia è davvero un Paese strano. Fino a ieri mattina la discussione principale era sul presunto flop degli Azzurri a Tokyo, dove le nostre squadre hanno fatto il pieno di medaglie di bronzo (buttale via...) ma non hanno vinto abbastanza ori. Erano solo due prima che Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs compissero l'impresa perfetta salendo sul tetto del mondo. Dopo la conquista delle due medaglie d'oro da parte degli atleti delle Fiamme oro, e scusate il gioco di parole, l'Italia è improvvisamente diventata la squadra olimpica più forte e dai bar ai social si esaltano le qualità tecniche del velocista e del saltatore. Bizzarro, no? Sono bastate due medaglie per capovolgere tutto. Ma siamo fatti così, incoerenti e ottimi giratori di frittate a seconda di come tira il vento. Prima che Jacobs e Tamberi stupissero tutti, rendendoci orgogliosi delle loro imprese, e prima della polemica sul presunto fallimento della spedizione olimpica, in Italia l'argomento olimpico preferito è stato Fabio Fognini. Non perché abbia compiuto un'impresa storica, visto che è stato eliminato al terzo turno dal russo Medvedev, ma per uno scapocciamento in diretta televisiva mondiale al termine dell'incontro. Il carattere del tennista italiano non è certo sconosciuto agli appassionati di tennis ma stavolta Fognini viene accusato di aver superato un limite. Quale? Quello del politicamente corretto. Prima di lanciare la racchetta alla fine dell'incontro, un gesto che se fatto da una rockstar con la sua chitarra viene osannato, Fabio Fognini se l'è presa con se stesso, dedicandosi una sequela di insulti dopo aver mandato la palla a rete. "Frocio, sei un frocio", ha urlato il tennista, che poche ore dopo si è scusato per il linguaggio utilizzato. Ora, va bene tutto, ma a nessuno viene in mente che si stia un po' esagerando con quel ditino puntato? Fabio Fognini ha sbagliato nella sua espressione di dissenso ma ha insultato se stesso. Il clima da inquisizione e da censura, la smania di voler trovare il razzismo, il sessismo, la violenza, la misoginia, l'omofobia e qualunque altro elemento in qualsiasi cosa, forse sono un po' sfuggiti di mano. Ma non sempre eh. Perché in Italia è tutto relativo, anche quella sfilza di infrazioni al politicamente corretto elencato poco fa. Infatti, il nostro Paese per qualche ora si è esaltato per Paola Egonu, la straordinaria pallavolista della nazionale italiana. Anche in questo caso, così come accaduto con Fabio Fognini ma nel senso opposto, la pallavolista è stata al centro dell'attenzione per un insulto. La Egonu sotto rete ha più volte chiesto scusa a un'avversaria, che non sembra aver recepito il dispiacere dell'Azzurra. A quel punto, invece di voltare le spalle e lasciar correre, cosa ha fatto la nostra schiacciatrice? Se n'è uscita con molto un colorito, e poco olimpico, "e pijatela n'der culo". In questo caso l'insulto non era diretto a se stessa, come nel caso di Fabio Fognini, ma era rivolto a un'avversaria e, se proprio vogliamo fare le pulci a quanto detto dalla pallavolista, anche qui ci sarebbero gli estremi per una violazione del politicamente corretto, vista la tipologia di "augurio". Eppure per giorni è stata lodata, esaltata, presa come esempio. Ma come è possibile? L'identikit di Paola Egonu ha tutte le spunte nel posto giusto per essere una bandiera del perbenismo, pertanto il suo non è stato un insulto ma un modo di dire simpatico e divertente di cui ridere. Sarebbe interessante sapere come avrebbero reagito quelli che ben pensano a parti invertite, ossia se l'avversaria avesse rivolto alla Egonu le sue stesse parole. Forse ora si starebbe raccontando un film diverso.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

MALAG0′ RIELETTO PRESIDENTE DEL CONI. Il Corriere del Giorno il 14 Maggio 2021. Malagò ha raccolto 55 preferenze su 71, i delegati erano 74: due assenti, il Presidente della Federazione Vela Francesco Ettorre ed il Presidente della Federazione Danza Sportiva Enzo Resciniti, mentre non ha ritirato la scheda il presidente dell’Unione italiana tiro a segno. 69 le schede valide: lo sfidante Renato Di Rocco ha raccolto appena 13 voti (18,84%), uno la sfidante Antonella Bellutti (1,45%), quindi una scheda bianca, una nulla (sulla quale era stato scritto il nome di un parlamentare). Settantacinque anni dopo l’ultima volta, la città di Milano baciata da un sole caldo ed estivo ha aperto le porte del Tennis Club Milano Bonacossa accolto il Consiglio nazionale elettivo del CONI. Franco Carraro, che ha presieduto il Consiglio, ha introdotto i candidati Giovanni Malagò, Antonella Bellutti e Renato Di Rocco: “Tutti i candidati appartengono allo sport: come voterete, voterete bene”. Al termine della votazione è stato confermato Giovanni Malagò, 61 anni, alla presidenza del Coni per il mandato 2021-2024 dal Consiglio nazionale riunito a Milano, col 79,71% dei voti validamente espressi. “Sarà il mio terzo e ultimo mandato. Ma non mi risparmierò, farò tutto il possibile per scrivere una nuova pagina per il Coni”. ha detto il presidente del CONI aggiungendo “Saremo forti e credibili in un momento di tempesta”. Da oggi diventa il 3° Presidente più longevo nella storia del Coni, dopo Giulio Onesti e Gianni Petrucci. Malagò ha raccolto 55 preferenze su 71, i delegati erano 74: due assenti, il Presidente della Federazione Vela Francesco Ettorre ed il Presidente della Federazione Danza Sportiva Enzo Resciniti, mentre non ha ritirato la scheda il presidente dell’Unione italiana tiro a segno. 69 le schede valide: lo sfidante Renato Di Rocco ha raccolto appena 13 voti (18,84%), uno la sfidante Antonella Bellutti (1,45%), quindi una scheda bianca, una nulla (sulla quale era stato scritto il nome di un parlamentare). Eletta anche la Giunta Coni, che per la prima volta avrà 5 donne: l’ex martellista Silvia Salis, prima degli eletti, è diventata vicepresidente vicaria. Donna anche l’altra vice, Claudia Giordani. Con loro entreranno anche Norma Gimondi, figlia del grande Felice e vicepresidente del ciclismo, che si classifica seconda. L’allenatrice delle farfalle della ritmica Emanuela Maccarani e la pallavolista Antonella Del Core. Il presidente del CONI una volta raggiunto il quorum (38 voti), ha salutato con un bacio Antonella Bellutti e una stretta di mano Renato Di Rocco ringraziando i suoi avversari: “Sarà l’ultimo mandato, non mi risparmierò, per arrivare insieme al traguardo e essere ancora più uniti in questo momento di tempesta. Ringrazio i miei due avversari elettorali, mi hanno stimolato a moltiplicare le energie. Vi racconto una cosa che pochi sanno: in questi anni ho ricevuto molte proposte di fare cose sulla carta belle e prestigiose. Non le ho mai prese in considerazione. Per due motivi: perché ho preso un impegno nei confronti di tutti quelli che mi hanno detto che hanno fiducia in me. La seconda è perché per me non esiste un ruolo più bello di quello di presidente del Coni. Siete la mia famiglia, mi troverete sempre dalla stessa parte. Viva l’Italia”. “Sono molto contento per compattezza di una squadra che può portare contenuti assolutamente innovativi e ridare al mondo dello sport una centralità che negli ultimi anni ha meritato” ha detto Gabriele Gravina, presidente della Fgic, eletto nella giunta nazionale del Coni. “Io sono contento e il calcio è contento. Daremo il nostro contributo. Il presidente Malagò ha voluto coinvolgere il calcio e lo ringrazio”. Per il mondo del calcio “significa aver dimostrato in questi due anni anche un cambiamento culturale, con la massima disponibilità a dare il proprio contributo”, ha aggiunto Gravina.

Matteo Pinci per “la Repubblica” il 25 gennaio 2021. La campana suonerà alle 17.30 di mercoledì, ma la decisione è stata presa. Il Comitato Olimpico internazionale ha pronto il documento di sospensione del Coni: un atto che per l' Italia non ha precedenti e che impedirebbe agli atleti azzurri di gareggiare alle Olimpiadi di Tokyo al via il 23 luglio sotto la bandiera del nostro paese. Non l'unica conseguenza, certo la più umiliante, che equipara l' Italia a paesi come la Bielorussia di Lukashenko e la Russia degli scandali doping. Senza un intervento del governo, Federica Pellegrini o Gregorio Paltrinieri potrebbero concorrere soltanto come atleti indipendenti. E non solo. Perché la sospensione del Coni, rischierebbe di avere pesanti ripercussioni anche su Milano-Cortina, i Giochi invernali che l' Italia ospiterà nel 2026. La sospensione del Coni bloccherebbe anche i finanziamenti del Cio, che ovviamente arrivano tramite i Comitati Olimpici. Ma da dove nasce la scelta di sospendere il Coni? La riforma dello sport nata due anni e tre mesi fa sotto il governo Lega-M5s ha creato un vulnus che la contro riforma Spadafora non ha sanato. Un aspetto tutt' altro che trascurabile, per i vertici dello sport mondiale: il Coni ha perso la sua autonomia. Almeno secondo la Carta Olimpica, come ha ricordato il presidente del Cio, Thomas Bach in due lettere inviate al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e rimaste senza risposta. Lettere partite da Losanna il 14 ottobre e il 2 dicembre. Un incipit formale, che anticipava però frasi forti. A causa della riforma infatti, "sfortunatamente, al Coni non è consentito di rispondere in pieno del suo ruolo di Comitato olimpico e di operare in accordo con la Carta Olimpica". La lettera sollevava "serie preoccupazioni", e invocava "un intervento urgente nell' interesse dello sport italiano". Meno di due mesi dopo, la seconda ricordava le questioni "ancora pendenti". Ma il governo aveva pensieri più urgenti. Così anche la mediazione di Malagò, che del Coni è presidente dal 2013 e oggi candidato al terzo mandato, è stata inutile. L' esecutivo del Cio si riunirà mercoledì: l' attenzione del mondo sarà concentrata su Losanna dopo le smentite circa l' annullamento dei Giochi, ma la vera notizia sarà proprio la sospensione del nostro Comitato olimpico. Eppure il premier Conte può ancora evitare, seppur in extremis, la figuraccia globale. Come? Convocando entro domani un Consiglio dei ministri, che approvi un decreto per risolvere la questione dell' autonomia del Coni. A dirla tutta, un decreto esiste già: è stato scritto in accordo tra gli uffici del ministero dello Sport e quelli del Mef, e in poche righe determina garanzie per l' autonomia funzionale e gestionale del Coni trasferendogli la pianta organica dei dipendenti che ha in uso da Sport e Salute. Ma il decreto giace in un cassetto, bloccato da ostruzioni politiche. L' ufficio sport sta provando a portare il decreto in approvazione in tempo. Ma basterebbe approvarlo prima dei Giochi, per permettere al Cio di ritirare la sospensione in tempo: bastano 24 ore. Certo, resterebbe la figura oscena. Nel dubbio, finora a nessuno al Coni è venuto in mente di scegliere un portabandiera.

Bye bye Tokyo. Perché l’Italia può essere sospesa dalle Olimpiadi (e cosa può fare per impedirlo). Alessandro Cappelli su  L’Inkiesta il 25 Gennaio 2021. È una storia vecchia di due anni, eredità del governo gialloverde. La riforma dello Sport voluta da Giancarlo Giorgetti non rispetta il regolamento del Comitato Olimpico Internazionale: la creazione della società Sport&Salute, che fa capo allo Stato, toglie autonomia al Coni, violando il regolamento del Cio. Tra 48 ore l’Italia potrebbe essere esclusa dai Giochi Olimpici di Tokyo e vedere annullate le Olimpiadi invernali del 2026 a Milano-Cortina. Al termine della riunione del Comitato Olimpico Internazionale (Cio) di Losanna, mercoledì pomeriggio, l’Italia potrebbe essere sospesa sub iudice per una una violazione della Carta Olimpica – il documento che regolamenta i doveri delle quattro organizzazioni che fanno parte del movimento olimpico: Cio, federazioni sportive, comitati olimpici nazionali e comitati organizzatori. La sospensione impedirebbe agli atleti azzurri di partecipare sotto la bandiera italiana alle Olimpiadi che inizieranno il prossimo 23 luglio: sarebbero costretti a gareggiare come atleti indipendenti. La decisione è attesa per mercoledì pomeriggio, ma al Coni sembrano essere già rassegnati per la sanzione che sta per arrivare.

Cosa è successo? La sanzione da parte del Cio sarebbe una conseguenza della riforma dello sport del 2018 voluta dal governo gialloverde. Una legge che ha riorganizzato il Coni creando una divisione netta tra il comitato stesso e l’azienda Sport&Salute Spa – il cui azionista unico è il ministero dell’Economia – che si occupa dello sviluppo dello sport in Italia. Per il governo – era il Conte uno – questa divisione avrebbe dovuto semplificare il funzionamento del sistema sportivo italiano, riducendo la burocrazia, aumentando la trasparenza, eliminando conflitti d’interesse. Questa riforma ha sostituito quella del 2003 voluta da Giulio Tremonti per alleggerire il Coni da debiti trasferendoli alla società – creata ad hoc – Coni Servizi Spa. La forza della riforma di Tremonti stava nel fatto che in Coni Servizi governava il Comitato Olimpico Nazionale (esprimeva il Cda): questa formula, approvata preventivamente dal Cio, ha funzionato per 15 anni, con la Coni Servizi Spa nelle funzioni di società servente del Coni. Fino al 2018, appunto, quando il governo gialloverde ha stravolto lo sport italiano. Con la legge voluta da Giancarlo Giorgetti la Coni Servizi, rinominata Sport&Salute, è diventata società servente dello Stato, non più del Coni. In questo modo l’Italia è andata contro la Carta Olimpica del Cio.

Il tema dell’autonomia. Il grande vulnus della riforma starebbe proprio in una perdita di autonomia da parte del Coni: con la nuova Sport&Salute il comitato olimpico nazionale ha perso competenze, personale e risorse finanziarie, trasferite a un ente governativo.

Il testo della legge prevede in particolare che il 32% delle entrate fiscali derivate dallo sport che lo Stato versa ogni anno al Coni verrebbe ora diviso tra Coni e Sport&Salute. I 408 milioni di euro del 2020 sono ripartiti in due parti: 40 milioni al Coni per il finanziamento della preparazione olimpica e della giustizia sportiva; 368 milioni a Sport&Salute per gli organismi sportivi, l’antidoping, le strutture territoriali, la promozione sportiva. In concomitanza con l’approvazione della riforma, l’ex sottosegretario del governo Giancarlo Giorgetti aveva allontanato le preoccupazioni del Cio spiegando che in breve tempo sarebbero arrivati i decreti che avrebbero risolto la questione. Cosi però non è stato. Ancora lo scorso settembre, il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora aveva attaccato il presidente del Cio Thomas Bach che aveva esortato nuovamente il governo a procedere in tempi rapidi con le modifiche: «Secondo me Bach non ha letto la legge. Ma se l’ha fatto, indichi con chiarezza assoluta in quali punti la bozza non rispetta la Carta Olimpica. Se per Bach l’autonomia del Comitato Olimpico nella Bielorussia di Lukashenko non è in discussione, figuriamoci in Italia. Stia tranquillo comunque sulla nostra Olimpiade 2026, i lavori procedono bene. Glielo potranno confermare il presidente della Fondazione Milano-Cortina e il numero 1 del Coni, che sono la stessa persona».

La reazione del Cio. La riforma voluta dal governo gialloverde va contro l’articolo 27, commi 6 e 9, della Carta olimpica. Per questo motivo, subito dopo l’approvazione in Senato della legge, da Losanna erano arrivati i primi avvertimenti. Sono passati due anni. L’organismo internazionale aspetta un segnale di cambiamento da Roma. Lo scorso 12 ottobre il presidente Thomas Bach aveva scritto personalmente una lettera a Giuseppe Conte chiedendogli di intervenire quanto prima, sulla scorta delle promesse fatte dallo stesso premier a Bach il 24 giugno 2019, quando l’Italia si era aggiudicata l’organizzazione delle Olimpiadi invernali a Milano-Cortina. «Il Coni non dovrebbe essere riorganizzato mediante decisioni unilaterali da parte del governo. La sua governance interna e le sue attività devono essere stabilite e decise nell’ambito del proprio statuto, e la legge non dovrebbe avere per obiettivo un micromanaging della sua organizzazione interna e delle sue attività», aveva scritto. Ma Conte non ha risposto. Bach ha inviato una nuova lettera il 2 dicembre, e ancora nulla da Palazzo Chigi. Il presidente del Coni Giovanni Malagò si è espresso più volte in merito nelle ultime settimane: «Tutta questa vicenda dell’autonomia del Coni è cominciata alla fine del 2018: noi adesso siamo illegittimi nell’ordinamento internazionale. È una forma di autolesionismo, mi auguro che tutto si sistemi prima del prossimo esecutivo del Cio: atleti e tecnici sono preoccupati. La maggioranza non ha trovato un accordo, per divisioni interne, sul decreto per la governance, all’interno della delega. Il ministro dello Sport a si è impegnato, ma la soluzione non si è trovata. Con il Cio, quando abbiamo battuto Stoccolma per i Giochi di Milano-Cortina, avevamo preso un impegno che non abbiamo mantenuto. Ci sono stati contatti anche negli ultimi tempi tra Bach e il premier Conte, ma la soluzione sull’autonomia non c’è. La politica si è voluta occupare di sport, e ben venga: ma avrebbe dovuto cominciare dalla scuola, e invece si è occupata di qualcosa che funzionava molto bene».

Come evitare la sospensione. La sanzione è quella prevista al punto 59.1.4 della Carta Olimpica, che prevede la sospensione del Coni: tra le conseguenze ci sarebbe anche il divieto di usare l’inno e la bandiera nazionale ai Giochi di Tokyo. Al momento solo due Stati sono sospesi dal Comitato olimpico internazionale: Russia e Bielorussia. La buona notizia per l’Italia è che la sanzione non sarebbe sine die e potrebbe essere revocata poco dopo l’approvazione delle modifiche. Quindi verosimilmente anche nei prossimi mesi, nella speranza che il decreto e la legge arrivino prima dell’inizio delle Olimpiadi. Al momento il governo italiano ha un giorno e mezzo per evitare una sanzione senza precedenti per la storia dello sport nazionale. Il problema però sembra tutto di natura politica. Un decreto valido per assicurare autonomia al Coni esisterebbe già: c’è un testo di dieci righe scritto tra ministero dello Sport e ministero dell’Economia. Ma quel decreto è bloccato da tempo nei corridoi della politica, per mancanza di un accordo nella maggioranza. Dovrebbe arrivare prima di mercoledì per evitare la sanzione. E dopo il decreto andrebbe convertito in legge entro 60 giorni. Altrimenti tra due mesi saremo di nuovo al punto di partenza.

Valerio Piccioni per gazzetta.it il 25 gennaio 2021. “Vi supplico, serve un provvedimento tampone del Governo italiano che fermi la delibera del Cio, qualsiasi altra cosa sarebbe un suicidio o autolesionismo”: così Giovanni Malagò poco fa di fronte alle commissioni competenti della Camera dei deputati sul rischio di sanzioni in caso di un mancato intervento legislativo per salvaguardare l’autonomia del Coni. “Viviamo una situazione particolare, drammatica sportivamente parlando, il problema è che la carta olimpica va categoricamente rispettata, e il Coni non può fare un contratto di servizio con una società del Governo, visto che Sport e Salute è il braccio operativo dell’esecutivo. Questa società non ha scorporato il personale, gli asset. In teoria però si può ancora risolvere il problema anche perché il Cio non chiede nulla più di quanto il Governo italiano si è impegnato a sistemare a più riprese, compresa la giornata del 24 giugno 2019 quando ci fu assegnata l’organizzazione dell’Olimpiade invernale Milano-Cortina del 2026. A me non potete chiedere cosa delibererà il Cio mercoledì ma a più riprese il presidente Bach e i suoi rappresentanti hanno fatto presente che questa situazione è contraria all’ordinamento”. Nel corso dell’audizione hanno preso la parola diversi rappresentanti politici. Per Federico Mollicone (Fratelli d’Italia) c’è il rischio di una “brutta figura mondiale”, Marco Marin (Forza Italia) dice che “questa prospettiva sarebbe una vergogna per il nostro Paese e per il Made in Italy più vincente che abbiamo”. Simone Valente (M5S) è convinto che l’Italia “parteciperà a Tokyo con inno e bandiera: una soluzione verrà trovata, anzi deve essere trovata”. Per Luciano Nobili (Italia viva) “sarebbe un’onta per il Paese”; Daniele Belotti (Lega) dice di aspettarsi altrettanto vigore dal Cio anche verso altri regimi e si chiede: “è possibile che in un anno e mezzo non si sia risolto il problema?”. Andrea Rossi (Pd) dice che serve “uno strumento che consenta il riconoscimento della pianta organica del Coni”, Felice Mariani (M5S) è preoccupato e dice “di pensare prima di tutto agli atleti”. Patrizia Prestipino (Pd) chiude chiedendo a Malagò “quali siano le condizioni minime per poter superare il problema col Cio”. Il presidente del Coni chiude invocando, anzi supplicando l’approvazione di un decreto che stando alle sue informazioni è già stato scritto. L’audizione prosegue col presidente del comitato paralimpico Luca Pancalli, quindi toccherà al presidente-a.d. di Sport e Salute Vito Cozzoli.

Scongiurata la figuraccia. Olimpiadi senza inno e bandiera, il governo si salva in extremis: approvato il "decreto Cio". Carmine Di Niro su Il Riformista il 26 Gennaio 2021. Un tentativo in extremis di salvare la faccia del Paese alle prossime Olimpiadi di Tokio 2021. Il Consiglio dei ministri ha approvato questa mattina, nel corso della riunione che ha segnato le dimissioni del premier Giuseppe Conte, un decreto legge sull’autonomia del Coni. Un provvedimento atteso e che arriva alla vigilia del comitato esecutivo del Cio che ha all’ordine del giorno la questione della possibile sospensione del Coni, il Comitato olimpico italiano. Domani infatti l’esecutivo del Comitato olimpico internazionale potrebbe sospendere il Coni: in questo caso alle prossime Olimpiadi, previste il 23 luglio, l’Italia non potrà gareggiare con la propria bandiera e inno e non potrà schierare squadre, una sospensione che ci metterebbe al pari di nazioni come la Bielorussia di Lukashenko e la Russia di Putin e degli scandali legati doping di Stato. Il decreto approvato oggi mette mano alla questione dell’autonomia del Coni: il Cio è infatti intenzionato a sanzionare l’Italia per violazione della carta olimpica a causa della mancata autonomia del Coni, frutto della contestata riforma varata durante il primo governo Conte, quello di Lega e Movimento 5 Stelle. Fino a questa mattina questo ‘vulnus’ non era stato ancora sanato dal governo Conte bis. Eppure gli avvertimenti da parte del Comitato olimpico internazionale erano stati chiari: in una lettera recapitata al governo il Cio ricordava che il Coni “non dovrebbe essere riorganizzato mediante decisioni unilaterali da parte del governo. La sua governance interna e le sue attività devono essere stabilite e decise nell’ambito del proprio statuto, e la legge non dovrebbe avere per obiettivo un micromanaging della sua organizzazione interna e delle sue attività. Le entità che compongono il Coni dovrebbero rimanere vincolate agli statuti del comitato, della Carta Olimpica e agli statuti delle organizzazioni sportive internazionali alle quali sono affiliate”. Secondo quanto riferisce la Gazzetta dello Sport, l’accordo è stato raggiunto “con la soluzione della pianta organica, sulla base di quanto previsto dal decreto 1 poi saltato sul tema dell’incompatibilità. Niente contratto di servizio dunque, soluzione bocciata categoricamente da Malagò e che era stata auspicata da Sport e Salute. E niente Coni Spa, la società di servizio che sarebbe stato lo strumento operativo del Coni, possibilità giudicata troppo costosa”. La "buona notizia" è stata riferita dal presidente del Coni Giovanni Malagò al numero uno dello sport mondiale, Thomas Bach. Come riferisce l’Ansa Malagò, che ha interrotto il cda di Milano-Cortina, ha detto al presidente del Cio “la legge è ok, l’autonomia è salva”. “Sono molto felice”, la replica di Bach.

·        Le Plusvalenze.

Da juventusnews24.com il 21 dicembre 2021. Il Corriere dello Sport riporta le intercettazioni, in onda ieri sera su Report (Rai3), tra Abodi (ex presidente della Lega B) e Lugaresi (ex presidente del Cesena) riguardo il caso plusvalenze. I dettagli della chiacchierata fra i due ai tempi delle plusvalenze del Cesena, poi fallito e ripartito dalla Serie D 

LUGARESI: «Mi sono fatto stampare i bilanci di tutte le squadre di A e di B degli ultimi tre anni. Ho fatto estrarre tutti i nomi dei calciatori dal ’95 al ’99 e a salire. Io raccolgo prove. Se mi mettono in croce faccio saltare il sistema. Sono in grado di dimostrare che ci sono almeno 100 giocatori che sono identici ai miei.» 

ABODI: «Ammazza che lavoro. No tu non sei un ladro, ma hai dato una valutazione impropria. Se il metro vale per tutti vale per tutti».

Palla avvelenata. Report Rai PUNTATA DEL 20/12/2021 di Daniele Autieri

Collaborazione di Federico Marconi 

Report intervista il presidente della FIFA Gianni Infantino.

Una riforma internazionale per fermare il «far west delle transazioni». In un’intervista esclusiva rilasciata nella sede di Zurigo, il Presidente della FIFA Gianni Infantino racconta i dettagli della riforma del sistema delle intermediazioni che sarà lanciata nel 2022 e si esprime sugli scandali che hanno segnato negli ultimi mesi il mondo del calcio, a cominciare dai procuratori fino alle plusvalenze fittizie. Il numero uno del calcio mondiale ammette che fino ad oggi il «sistema ha fallito» e stimola le federazioni nazionali ad avviare riforme serie, che comprendano anche l’inserimento di modelli oggettivi di valutazione dei calciatori, in modo da evitare la prassi delle plusvalenze fittizie. Un vero e proprio sistema, come dimostra un’intercettazione inedita all’interno della quale l’ex-presidente del Cesena, Sergio Lugaresi, si confida con l’ex-numero uno della Lega Calcio di serie B, Andrea Abodi. Mentre la procura di Torino indaga sulle operazioni di mercato della Juventus e quella di Milano sulla presunta evasione fiscale da 60 milioni di euro del procuratore Fali Ramadani, documenti e testimonianze inedite ricostruiscono le responsabilità della crisi del calcio.

PALLA AVVELENATA Di Daniele Autieri Collaborazione Federico Marconi Immagini Dario D’India, Davide Fonda, Fabio Martinelli Montaggio Andrea Masella Grafiche Michele Ventrone

GABRIELE MIRTO – ALLENATORE PALERMO CALCIO POPOLARE Questo concetto di aiutarsi, questo concetto di comunità, ancora di più di famiglia. Perché la famiglia non si sceglie.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, diceva Pasolini. Un tempio protetto da guardiani che dovrebbero preservarne l’integrità e la magia. Una magia spezzata da una nuova inchiesta della magistratura: al centro delle indagini il ruolo di due agenti, Fali Ramadani e Pietro Chiodi, indagati per reati fiscali, riciclaggio e autoriciclaggio. Secondo gli inquirenti Fali Ramadani avrebbe operato «con una stabile organizzazione occulta nel territorio italiano attiva nel settore della intermediazione sportiva». Tra le operazioni al vaglio della magistratura anche la vendita di Miralem Pianjic dalla Juve al Barcellona e il prestito con obbligo di riscatto di Federico Chiesa dalla Fiorentina alla Juventus.

DANIELE AUTIERI Sta nascendo una nuova generazione di intermediari, più che procuratori, la cui caratteristica principale è quella di far dialogare i club, cioè di far combaciare gli interessi dell’uno e dell’altro. In questo senso secondo lei possono intervenire anche sul tema degli scambi fittizi?

GIOVANNI BRANCHINI - PROCURATORE Mah, io credo che possano avere degli incarichi e che possano portare avanti degli incarichi su istruzione dei club ma non sono certo gli ispiratori di queste cose.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Giovanni Branchini è uno degli agenti italiani più noti al mondo. È il procuratore dell’allenatore della Juventus, Massimiliano Allegri, e l’uomo che ha portato il Fenomeno Ronaldo in Italia. Anche per questo è uno dei 50 prescelti che ha consegnato la sua testimonianza sul mondo del calcio alla Uefa nella stesura del Rapporto del Cies. Un rapporto sulle incredibili anomalie che sopravvivono nel sistema delle intermediazioni rimasto chiuso in un cassetto.

TESTIMONIANZA RAPPORTO CIES 1 «Oggi ci sono agenti che pagano ragazzini di 12-15 anni, che fanno firmare contratti ai loro genitori, che sostengono le spese delle famiglie».

TESTIMONIANZA RAPPORTO CIES 2 «Alcuni club sono di fatto posseduti dagli agenti. E solo pochi nelle prime serie non fanno business in questo modo. L’agente non è ufficialmente il proprietario del club ma lavora gomito a gomito con la presidenza»

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Gli scandali arrivano a lambire i presidenti dei club. Il 16 dicembre i padroni del calcio italiano si sono incontrati a Milano per la riunione dell’Assemblea di serie A. L’occasione per affrontare i temi più caldi sul tavolo della Lega e confrontarsi su una riforma condivisa del calcio.

DANIELE AUTIERI Presidente, sono Daniele Autieri di Report.

URBANO CAIRO – PRESIDENTE TORINO FC Di?

DANIELE AUTIERI Report.

URBANO CAIRO – PRESIDENTE TORINO FC Ah, bene.

DANIELE AUTIERI Gliela posso chiedere una cosa? Ho letto una sua intervista sui fondi. Sono fondamentali secondo lei per..?

URBANO CAIRO – PRESIDENTE TORINO FC Mah, l’ho detto, secondo me sono importanti. In questa fase sono utili.

DANIELE AUTIERI Per coprire le finanze?

URBANO CAIRO – PRESIDENTE TORINO FC Perché siamo in un momento complicato.

DANIELE AUTIERI Sui debiti dei club, se la Lega deve fare qualcosa da questo punto di vista, controllare meglio, non lo so.

GIUSEPPE MAROTTA – AMMINISTRATORE DELEGATO FC INTER Eh ma la Lega sai, la Lega non è che ha potere… è la Federazione che ha più poteri, eh. La Lega guarda all’organizzazione.

DANIELE AUTIERI Certo. Quindi la federazione dovrebbe…

GIUSEPPE MAROTTA – AMMINISTRATORE DELEGATO FC INTER Eh, però sono le stesse difficoltà che ci sono in tutte le aziende.

DANIELE AUTIERI Ma tutte queste inchieste, secondo lei…

GIUSEPPE MAROTTA – AMMINISTRATORE DELEGATO FC INTER Purtroppo…

 DANIELE AUTIERI Eh?

GIUSEPPE MAROTTA – AMMINISTRATORE DELEGATO FC INTER Salutami Ranucci!

DANIELE AUTIERI Va bene.

DANIELE AUTIERI Sono state un po’ allentate le regole, sull’indice di liquidità è stato un po’ fatto un alleggerimento?

JOE BARONE – GENERAL MANAGER ACF FIORENTINA C’è un mercato qui che inizia a gennaio. Se ci sono delle squadre che ancora non hanno pagato l’Irpef significa che è un problema perché…

 DANIELE AUTIERI Sono avvantaggiate?

JOE BARONE – GENERAL MANAGER ACF FIORENTINA Sì, ma certamente perché il debito che hai col governo ovviamente lo puoi utilizzare nel mercato di gennaio e questo non va bene.

DANIELE AUTIERI Queste cose che stanno…

AURELIO DE LAURENTIIS – PRESIDENTE SSC NAPOLI Non mi fate parlare perché se io parlo sul calcio… scoppia il finimondo. Io ne ho talmente le palle piene. Mi hanno impedito per due anni di andare a casa mia a Los Angeles.

DANIELE AUTIERI Voi siete tra i pochi club con i conti in ordine. Noi che abbiamo fatto quest’analisi abbiamo visto che stanno tutti…

AURELIO DE LAURENTIIS – PRESIDENTE SSC NAPOLI E vabbè, ce ne sono anche degli altri. Anche la Fiorentina ha i conti…

DANIELE AUTIERI Ma non è una concorrenza sleale, è questo che dico io, no? Cioè, se si permette ad alcuni di…

AURELIO DE LAURENTIIS – PRESIDENTE SSC NAPOLI Lo ha detto lei, non è che glielo devo dire io. Ci si arriva da soli, no? Ma certo! Queste sono le responsabilità della Federcalcio nel senso che la Lega, se è un’associazione di società per azioni, quindi indipendente, dovrebbe pagare la Federcalcio e la Federcalcio non dovrebbe fare nulla se non segretariato per le cosette così. Invece è diventato un centro di potere perché ognuno istituzionalmente si mette la medaglia.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Più che medaglie, in questi ultimi tempi si stanno accumulando le visite della Guardia di Finanza. Buonasera, l’ultima è stata il 13 dicembre, quando la Guardia di Finanza ha bussato alle porte di 11 club: Milan, Juventus, Inter, Fiorentina, Roma, Verona, Napoli. Al momento nessuna è indagata e però dopo l’inchiesta della procura di Torino, che ha indagato sulla Juventus, è partita l’indagine della procura di Milano. Indaga su uno dei procuratori più potenti d’Europa, il quinto in ordine di importanza: Fali Ramadani. Le accuse sono molto gravi: riciclaggio, autoriciclaggio. Si sospetta una presunta evasione di circa 70 milioni di euro, che sarebbe avvenuta attraverso le società estere del procuratore. Una di queste sarebbe a Malta. È la prova, insomma, che bisogna avere una stretta, un giro di vite sul calcio. A supporto di questo vi mostreremo anche in esclusiva un’intercettazione dove si parla per la prima volta di ben 100 giocatori di serie A che sarebbero stati oggetto di plusvalenze fittizie. Insomma, necessita il calcio di diventare una casa di vetro. È il pensiero anche di chi governa il calcio, Gianni Infantino, italo-svizzero, è a capo della Fifa. Ci ha rilasciato un’intervista esclusiva da Zurigo. Il nostro Daniele Autieri.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Le decisioni che cambieranno lo sport più amato vengono prese qui, tra le montagne a pochi chilometri da Zurigo. Dentro questo edificio costruito quasi interamente sottoterra che ospita la sede della Fifa viene espresso il governo del calcio mondiale. Ad aspettarci c’è il presidente Gianni Infantino, oggi al lavoro per dare nuove regole al far west.

DANIELE AUTIERI In tema di intermediazioni la posizione della Fifa è chiara: il sistema deve cambiare. Cos’è a suo avviso che ad oggi non funziona in questo sistema?

GIANNI INFANTINO - PRESIDENTE FIFA Non funziona molto perché nel 2014 l’amministrazione dell’epoca della Fifa decise una deregolamentazione del sistema degli agenti, abolendo di fatto tutto quello che regolava la professione dell’agente. E questa deregolamentazione ha fatto sì che è successo un po’ un caos, perché 7 miliardi in un anno vengono trasferiti in un sistema da far west, praticamente.

DANIELE AUTIERI 7 miliardi il valore delle transazioni di cui 700 milioni sono andati agli agenti e solo 70 milioni per la formazione di fondi di solidarietà. Ecco, queste percentuali possono essere invertite, secondo lei?

GIANNI INFANTINO - PRESIDENTE FIFA Non va bene. Dobbiamo essere onesti e dobbiamo ammettere che su questo punto di vista il sistema ha fallito. E dunque dobbiamo correggere questa cosa.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Zurigo sotto Natale è sospesa in un’atmosfera senza tempo. Il 9 dicembre, a un anno dalla scomparsa di Paolo Rossi, la Fifa raccoglie qui tutta la Nazionale italiana che vinse il mondiale dell’82. Nel museo dedicato ai campioni di sempre, tra la Coppa del Mondo e gli altri simboli immortali dello sport, la Federazione che controlla il calcio ricorda il Pablito nazionale.

GIANNI INFANTINO - PRESIDENTE FIFA Paolo Rossi è il simbolo dell’emozione del calcio. Per tutti noi italiani, per noi italiani all’estero – io avevo 12 anni nell’82 ma mi ricordo esattamente ogni secondo, ogni goal, ogni emozione prima della partita con il Brasile, dopo la partita con il Brasile – ci ha fatto emozionare talmente tanto, ha dato talmente tanto entusiasmo. Se lo Stadio Olimpico di Roma potesse avere il nome di Paolo Rossi sarebbe sicuramente un omaggio.

DANIELE AUTIERI Le piacerebbe che fosse chiamato stadio Paolo Rossi?

GIANNI INFANTINO - PRESIDENTE FIFA Assolutamente sì, ma Paolo Rossi… mi emoziono solo a pensarci.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Secondo il Rapporto della Fifa appena pubblicato nell’ultimo decennio oltre 8mila club hanno portato a termine 133mila operazioni di mercato coinvolgendo 66mila giocatori. Nello stesso periodo sono stati spesi su scala mondiale 48,5 miliardi di dollari per i trasferimenti.

DANIELE AUTIERI La Fifa sta lavorando a una riforma delle intermediazioni e del ruolo degli agenti?

GIANNI INFANTINO - PRESIDENTE FIFA Mah, questa riforma vedrà la luce nel 2022. Ci stiamo lavorando, appunto, sulla reintroduzione degli esami per poter essere un agente di calciatore, sull’elenco, un albo degli agenti, su regole chiare e trasparenti sul conflitto di interessi, su tetti alle commissioni e tutte queste regole vanno messe in atto rapidamente in modo da iniziare a correggere il sistema dei trasferimenti.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nella riforma targata Infantino saranno inserite regole più ferree contro la possibilità che un agente rappresenti allo stesso tempo il calciatore, il club cedente e il club acquirente, perché questo meccanismo rende i club prigionieri dei procuratori. Oltre a questo, verrà introdotta una clearing house per dare trasparenza ai pagamenti.

GIANNI INFANTINO - PRESIDENTE FIFA Una clearing house è una camera di compensazione per fare in modo che i pagamenti vengano effettuati in maniera trasparente, introducendo le stesse regole che hanno le banche in materia di antiriciclaggio.

DANIELE AUTIERI Quindi che si sappia dove vanno i soldi.

GIANNI INFANTINO - PRESIDENTE FIFA Assolutamente. Se qualcuno vuole fare un pagamento in un paradiso fiscale va benissimo, però deve dire chi è l’ultimo beneficiario di questo pagamento.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il calcio è in crisi. I debiti esplodono, le società si scoprono più fragili, la macchina dello sport più amato rischia di rompersi. Il 19 aprile scorso qualcuno imbocca una via di fuga: i 12 più ricchi e potenti club europei annunciano l’uscita dalla Uefa e l’intenzione di istituire un loro campionato, una Super Lega alla quale si partecipa per diritto di nascita.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Come le rivoluzioni nate male, nel giro di 24 ore i ribelli sono costretti a battere in ritirata. Prima i club inglesi, quindi le italiane Milan e Inter. Per ultima la Juve che, per mano del presidente Andrea Agnelli, era stata uno dei più strenui sostenitori della nuova Lega europea.

ANDREA AGNELLI – PRESIDENTE JUVENTUS – 04/06/2021 La Superlega non è mai stata un tentativo di un colpo di stato ma, secondo me, più un grido disperato, un grido d’allarme per un sistema che, io non so se consapevole o inconsapevole, si indirizza verso l’insolvenza.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Dietro il terremoto c’è uno scontro che va avanti da anni e un progetto segreto che era stato rivelato già nel 2015 dai Football Leaks, l’enorme fuga di documenti sulla corruzione nel calcio europeo che porta il nome di Rui Pinto, l’hacker portoghese oggi sotto processo con 19 capi d’accusa che vanno dal sabotaggio informatico all’accesso a documenti privati.

DANIELE AUTIERI Perché Rui Pinto ha deciso di pubblicare questi documenti?

FRANCISCO TEIXEIRA DA MOTA - AVVOCATO RUI PINTO Rui è un amante del calcio e ha iniziato a conoscere alcuni aspetti del calcio che erano sconosciuti. Il volto economico, gli agenti, gli intermediari, l’enorme ammontare di denaro delle commissioni che venivano pagate e poi sparivano nei paradisi offshore, a Malta o in altri paradisi offshore. E dopo Football Leaks i fan e gli amanti del football vogliono ancora sapere di più.

DANIELE AUTIERI La Super Lega è quindi presente anche dentro i Football Leaks?

FRANCISCO TEIXEIRA DA MOTA - AVVOCATO RUI PINTO I Football Leaks dimostrano l’idea della Super Lega discussa già sei anni fa. È stata annunciata e fortunatamente, e Rui è felice per questo, è crollata.

DANIELE AUTIERI Qualche mese fa alcuni anche tra i più grandi club europei hanno lanciato questo progetto di una Super Lega europea. Qual è oggi la risposta della Fifa alle richieste di questi club?

GIANNI INFANTINO - PRESIDENTE FIFA La Fifa si è sempre occupata soprattutto delle questioni sportive. È ora di guardare anche alle questioni finanziarie, alle questioni economiche. Abbiamo dunque proposto delle idee su come rimodellare il calendario internazionale delle partite, i mondiali. Si sta parlando di organizzare un mondiale ogni due anni invece di farlo ogni 4 anni. Un mondiale biennale, per esempio, rappresenta qualcosa come 2 milioni di posti di lavoro in più, nel mondo, fissi. Rappresenta qualcosa come 180 miliardi in sedici anni di Pil.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il mondo del calcio si interroga sulla sua stessa sostenibilità finanziaria. Da questa esigenza nasce anche la pratica delle plusvalenze fittizie, quelle su cui ha acceso un faro prima la Covisoc, la Commissione di controllo delle società professionistiche, quindi la Procura di Torino, che ha indagato sei alti dirigenti della Juventus tra cui il presidente Andrea Agnelli.

DANIELE AUTIERI Da qualche settimana in Italia si parla del tema plusvalenze, in particolare di plusvalenze fittizie, no? È un tema che ha coinvolto club prestigiosi come la Juventus. Qual è la posizione della Fifa rispetto a questo?

GIANNI INFANTINO - PRESIDENTE FIFA Il problema nasce dove? Nasce nell’arbitrarietà nel determinare il valore di un calciatore. Stiamo lavorando anche in questa direzione su un algoritmo che possa darci il valore di ogni calciatore nel mondo.

DANIELE AUTIERI A suo avviso in questo senso anche le istituzioni nazionali del calcio potrebbero fare un passo in avanti alla ricerca di una riforma?

GIANNI INFANTINO - PRESIDENTE FIFA Ma devono fare un passo in avanti alla ricerca di una riforma perché ovviamente se ogniqualvolta che un’istituzione statale che sia una guardia di finanza in Italia o la magistratura, ma anche in altre parti del mondo eh, mette il naso in uno di questi trasferimenti vede che c’è qualcosa problema, dobbiamo lavorare.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A rivelare la pervasività del sistema malato è un’intercettazione rimasta fino ad oggi inedita, contenuta nel fascicolo di indagine sul fallimento del Cesena. Al suo interno il patron del Cesena, che ha patteggiato in primo grado una pena di 3 anni e 2 mesi per bancarotta fraudolenta, parla con l’ex-presidente della Lega Calcio di Serie B. Un documento esclusivo da cui emerge quanto è diffuso il virus. Ricostruzione intercettazione del 24 giugno 2018

GIORGIO LUGARESI – PRESIDENTE CESENA (2002-2008 - 2012-2018) Mi son fatto stampare i bilanci degli ultimi 3 anni di tutte le società̀di serie A e serie B.

ANDREA ABODI – PRESIDENTE ISTITUTO PER IL CREDITO SPORTIVO - PRESIDENTE LEGA SERIE B DAL 2010 AL 2017 Ammazza che lavoro (ride)

GIORGIO LUGARESI – PRESIDENTE CESENA (2002-2008 - 2012-2018) Ho fatto estrapolare tutti i nomi dei giocatori dal ‘95 in su: ‘96, ‘97, ‘98, ‘99 e così via, gli importi e le storie. Io raccolgo prove. Perché io, se mi mettono in croce lì, cioè̀ io salto per aria, ma se io mi mettono in croce lì, io faccio saltare il sistema, perché se tu mi dici che io sono un ladro perché̀metto un giocatore che vale 2 milioni e per te vale…

ANDREA ABODI – PRESIDENTE ISTITUTO PER IL CREDITO SPORTIVO - PRESIDENTE LEGA SERIE B DAL 2010 AL 2017 No, ladro no però tu hai dato una valutazione impropria.

GIORGIO LUGARESI – PRESIDENTE CESENA (2002-2008 - 2012-2018) Allora io sono in grado di dimostrare che ci sono 100 giocatori, almeno 100 giocatori che sono identici ai miei, identici ai miei... io, cioè̀ io ne ho preso due, ne ho preso uno dalla Juve, l'ho pagato 3 milioni, che da me quest'anno ha fatto 8 gol, 9 gol e quello che gli ho dato io è andato a finire nei dilettanti all'estero…

DANIELE AUTIERI Ma a lei la sorprende che a più di tre anni di distanza dalla vicenda che ha coinvolto il Cesena sulle plusvalenze ci sia di nuovo una questione plusvalenze nel campionato italiano?

GIORGIO LUGARESI – PRESIDENTE CESENA (2002-2008 - 2012-2018) La cosa più sorprendente è che tutti siano sorpresi. Come mai chi deve controllare non mette mai mano a queste cose?

DANIELE AUTIERI In una telefonata sua intercettata, in cui parlava con il presidente Abodi della serie B, lei parla di un sistema che coinvolgerebbe addirittura 100 calciatori in serie A. Non eravate quindi gli unici a farlo?

GIORGIO LUGARESI – PRESIDENTE CESENA (2002-2008 - 2012-2018) Sa com’è, nel calcio ci sono figli e figliastri, dopo ci sono momenti che tu sposi delle alleanze all’interno anche della Lega fra la serie A e la serie B e magari non sei con quelli che in quel momento lì tirano un po’ le fila. Quando sei al circo qualcosa combini anche tu per forza, ecco. Non credo che ci sia nessuno senza peccato nel calcio.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO L’anomalia è che su questi 100 nomi di calciatori di serie A che sarebbero oggetto di plusvalenze fittizie, nessuno al momento ha indagato. Ora le indagini peraltro andranno avanti e sono tutti innocenti fino a prova contraria, ma chi ama il calcio non può che sperare che la riforma annunciata da Gianni Infantino prenda presto forma: significherebbe trasformare il calcio in una casa di vetro; evitare che le transazioni finanziarie per via delle intermediazioni finiscano in paradisi fiscali senza conoscere i reali beneficiari; introdurre un algoritmo che eviti di affidare ai calciatori delle valutazioni oggettive. Valutazioni fittizie, plusvalenze fittizie. Di questo si tratta, ne avevamo parlato un paio di lunedì fa di tutto questo ma eravamo stati accusati dal presidente della Federcalcio Gabriele Gravina di esserci basati su dati falsi. Gli abbiamo chiesto quali? Però non ha risposto, non ha neppure accettato una nostra richiesta di intervista. Gravina ha detto solo pubblicamente di aver fatto tutto secondo legge, noi gli crediamo, perché Gravina è persona perbene ma evidentemente, visto l’intensità con cui la Guardia di Finanza bussa alle porte dei club, forse non è stato sufficiente ed è testimonianza di un sistema che è profondamente malato. Immaginiamo che il lavoro della Guardia di Finanza e delle procure sarà molto, molto, molto lungo per cercare di recuperare i denari che sono finiti nei paradisi fiscali, nell’offshore. Ma non solo i denari finiscono fuori dall’Italia, anche i nostri dati.

Se l’inchiesta assume l’aspetto di una performance emozionale. Il Corriere della Sera il 21 dicembre 2021. «Report» di Ranucci sembra aver assorbito il metodo delle Iene: la presentazione del servizio, la promessa di uno scoop, l’intervista «bomba». Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha parlato a Report dei mali del calcio: «Nelle compravendite dei calciatori 7 miliardi di euro in un anno vengono trasferiti in un sistema da far west. Dobbiamo dunque introdurre nuove regole». Tutto giusto, tutto vero, ma Infantino è la persona giusta per parlare dei mali del calcio? La sua idea di disputare i Mondiali ogni due anni non rischia, in cambio di ricavi da record, di trasformare il calcio in una baracconata? Ancora una volta Report di Sigfrido Ranucci pone un problema fondamentale: impressionano le inchieste di cui non si sa nulla, ma deludono quelle di cui si sa qualcosa, per superficialità o, in alcuni casi, per deformazione dei fatti. Ne ha scritto Marco Viviani su Linkiesta, riproponendo una questione che ciclicamente torna: «Attenzione, non parlo di limitazione del formato: è ovvio che in 20 minuti un giornalista non potrà mai racchiudere il sapere di uno specialista. No, io parlo di strafalcioni, dubbi montati ad arte, quell’orribile stile fatto di insinuazioni, una costruzione argomentativa basata su una tesi precostituita che sembra essere la colonna vertebrale dell’inchiesta all’italiana e che sarebbe capace di trasformare anche un santo in un serial killer. Puro esercizio narrativo».

Ecco, l’aspetto più interessante è proprio questo: l’inchiesta come performance emozionale, tanto che a volte Report di Ranucci sembra aver assorbito il metodo delle Iene: la presentazione del servizio, la promessa di uno scoop, l’intervista «bomba», la sensazione che si sta scavando nel marcio. Scrive Viviani: «L’inchiesta è un’altra cosa. L’inchiesta porta documentazione che altri non hanno, non mette assieme figurine di personaggi che hanno “interessi”. Dimostrare che qualcuno guadagna da qualcosa che ci dice di questa cosa? Nulla. È una specie di moralismo calvinista applicato al giornalismo». È Infantino quello che può fare la morale al calcio? 

Francesco Persili per Dagospia il 27 novembre 2021. Volete capire dove Infantino sta portando il calcio? Follow the money. “Non è possibile che i primi 30 club nella classifica dei ricavi siano tutti europei e che il resto delle società del pianeta, sommate insieme, abbiano un fatturato pari a queste 30 – ha sottolineato il presidente della Fifa - In America e in Africa ci sono miliardi di tifosi e il Mondiale ogni due anni può portare loro dei benefici”. Ha parlato di America e Africa, non di Europa. Il motivo? È in corso da mesi una guerra senza esclusione di colpi tra Infantino e Ceferin, numero 1 dell’Uefa, la massima organizzazione calcistica del vecchio Continente. Al centro della contesa il Mondiale biennale, fortemente voluto da Infantino, su cui si deciderà a dicembre. L’Uefa fa le barricate. Ma in Africa, Asia, nelle Americhe è forte la spinta delle federazioni più piccole che con il mondiale ogni due anni hanno margine di crescita nei ricavi. E anche in Europa il fronte non è così compatto come sembra. Infantino inoltre ha un asso nella manica contro Ceferin: il capo della Fifa potrebbe appoggiare la Superlega, progetto inviso all’Uefa, ma che Juve, Real e Barcellona non hanno archiviato. Dopo i sorteggi dei playoff mondiali grande è stata la sorpresa nel registrare che una delle ultime 2 nazionali che hanno vinto l’Europeo (Portogallo e Italia) non parteciperà ai Mondiali in Qatar. Sono fioccate le polemiche contro il sorteggio "cieco", senza teste di serie, della Fifa. Ma il numero 1 del calcio mondiale ha dimostrato di non avere alcun interesse a tutelare le federazioni più forti, in particolare quelle del Vecchio Continente. Anche il Maxi Mondiale a 48 squadre a partire dal 2026 rientra nella gestione Infantino che punta a dare alle Federazioni minori più soldi e la speranza di giocare i mondiali per ottenere in cambio la loro benevolenza elettorale. A guadagnarci, a livello di posti, dal maxi-mondiale saranno Africa, Asia e Nord America. Si muovono sullo scacchiere interessi economici e geopolitici delle grandi potenze: Cina, Stati Uniti e i Paesi del Golfo con i loro petroldollari. E pazienza se da quelle parti non hanno mai vinto un mondiale…

·        Le Speculazioni finanziarie.

Controlli al campione. Report Rai PUNTATA DEL 08/11/2021 di Giulia Presutti. Tra gli atleti italiani, molti hanno scelto di non vivere più in patria. Il Principato di Monaco e la Svizzera sono le mete preferite per chi sposta la residenza fiscale. Si tratta in genere di tennisti, come i numeri 9 e 7 mondiali Jannik Sinner e Matteo Berrettini, e di piloti di Formula 1 e Moto GP. Girano il mondo tutto l'anno per competizioni e tornei, perciò la normativa internazionale impone loro di pagare le tasse in tutti i paesi nei quali competono e producono reddito. In Italia è chi eroga il compenso, l'organizzatore del torneo o la casa automobilistica, a trattenere le imposte dovute al fisco. Ma è sempre così? Alcune scuderie di Formula 1 hanno deciso di utilizzare società estere per fare i contratti ai piloti. Con qualche vantaggio fiscale...

CONTROLLI AL CAMPIONE Report Rai. Di Giulia Presutti.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Sono atleti italiani ma hanno scelto di spostare la residenza fiscale in Svizzera o nel Principato di Monaco. Come il pilota Max Biaggi, residente dal 1993 a Monte Carlo. Poi è finito in uno dei rari accertamenti dell’Agenzia delle Entrate per aver dichiarato ai giornali una sponsorizzazione da 12 milioni di euro.

FEDERICO MIGLIORINI - FISCOMANIA Un soggetto che si trasferisce in un altro paese, che non presenta più la dichiarazione dei redditi in Italia a quel punto l'Agenzia delle Entrate non ha traccia di quelli che sono i suoi redditi. L'unico modo che ha per capire se questo soggetto ha operato correttamente o meno è fare un controllo su di lui.

GIULIA PRESUTTI Quello che non capisco è se l'accertamento viene fatto su tutti.

FEDERICO MIGLIORINI - FISCOMANIA Viene fatto a campione.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Se poi nel campione ci finisci, è un po' come giocare alla roulette russa. Per l’anno di imposta 2003 Biaggi è stato condannato in primo e secondo grado ma la Cassazione ha annullato e ora è tutto da rifare. Per il 2004, invece, assolto in appello. A Monte Carlo il pilota ha un appartamento vista mare. Il Principato è la residenza scelta anche dai tennisti Jannik Sinner e Matteo Berrettini, rispettivamente al 9° e al 7° posto della classifica mondiale

ATP. GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI ANTIRICICLAGGIO Perché non pagano imposte.

GIULIA PRESUTTI Zero per cento

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI ANTIRICICLAGGIO Ogni giurisdizione offshore si specializza in qualcosa. Ce ne sono tanti di paesi, di paesi, di sputacchi, di rocche, no?

GIULIA PRESUTTI E Monte Carlo?

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI ANTIRICICLAGGIO Monte Carlo si è specializzata negli sportivi.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Buonasera. Insomma, si creano la loro star company, la infilano in un paese offshore, una rocca o uno sputacchio di paese come dice simpaticamente il nostro Gian Gaetano Bellavia, e ci infilano i milioni del montepremi. Ora, la cosa è semplice, perché basta iscriversi all’ Aire, il registro per i residenti all’estero. E secondo un accertamento della nostra agenzia delle entrate, su un centinaio di sportivi che hanno la residenza all’estero accertata, una settantina vive o ha la residenza in paesi che hanno una fiscalità agevolata. La gran parte è a Montecarlo, altri sono in Svizzera. E se l’Agenzia delle entrate vuole fare dei controlli, però, visto che l’occhio non li vede immediatamente, deve procedere a campione sul campione. Negli ultimi 15 anni sono stati recuperati circa 40 milioni di euro. Però capire come funziona la fiscalità nel mondo offshore dei campioni è complicato. Perché si tratta di professionisti che girano il mondo, svolgono la prestazione in vari paesi e scelgono la residenza dove più gli conviene. La nostra Giulia Presutti si cimentata nel grande slam della fiscalità sportiva.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Nel Principato di Monaco i campi per tennisti sono al Monte Carlo Country Club.

RECEPTIONIST COUNTRY CLUB MONTE CARLO Matteo Berrettini, quando è qui, si allena qui.

GIULIA PRESUTTI Ma viene spesso?

RECEPTIONIST COUNTRY CLUB MONTE CARLO Quando c’è, viene, però non glielo so dire quanto spesso.

GIULIA PRESUTTI Ma anche Sinner?

RECEPTIONIST COUNTRY CLUB MONTE CARLO Sinner un po’ meno, meno che Berrettini.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Primo italiano ad arrivare in finale nel tempio del tennis, a Wimbledon, Matteo Berrettini nel Principato ha costituito una società che incassa al posto suo i proventi dell’attività tennistica: si chiama Acemat S.a.r.l..

FEDERICO MIGLIORINI - FISCOMANIA È una pratica volta a fare una interposizione per sfruttare quel diverso criterio, più favorevole, relativo al reddito di impresa piuttosto che al reddito dello sportivo.

GIULIA PRESUTTI Ci sono altri motivi per i quali per esempio Berrettini avrebbe potuto aver bisogno di quest’azienda?

FEDERICO MIGLIORINI - FISCOMANIA Non lo so.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Le società come la Acemat sono definite “star company”. Dovrebbero pagare le tasse in ogni paese in cui la star incassa un compenso. Servono, però, ad alleggerire la scure fiscale sugli sportivi perché ovunque la Srl ha aliquote più basse della persona fisica. E non è tutto.

RANIERI RAZZANTE - DOCENTE DI LEGISLAZIONE ANTIRICICLAGGIO Un compenso grosso da un torneo viene tassato di meno se lo fattura la società perché in genere l’aliquota è più bassa, formalmente. Effettivamente va a pagare di meno perché si scarica più costi. Perché io sportivo, da solo, mi posso scaricare solamente, non lo so, la mia tuta che mi compro, che è una spesa irrisoria rispetto al mio guadagno, la società si scarica la sede, la luce, il gas, il telefono.

GIULIA PRESUTTI Se io questa società la utilizzo per incassare i montepremi dei tornei e i tornei li vinco in giro per il mondo e quindi devo pagare le tasse in tutti quei paesi dove ho giocato, è rispetto a quei paesi che la Srl mi provoca un vantaggio.

RANIERI RAZZANTE - DOCENTE DI LEGISLAZIONE ANTIRICICLAGGIO La Srl funziona sempre bene per tutti i paesi. È chiaro che la Srl è uno schermo che mi fa pagare meno tasse dovunque io mi trovi.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO La star company di Berrettini ha sede nella zona più alla moda di Monte Carlo. Ma con grande sorpresa constatiamo che non c’è un ufficio preposto che cura gli affari del tennista. Anzi, il palazzo di lusso ospita decine di società, in un unico piano.

GIULIA PRESUTTI Lui lo conosci?

RECEPTIONIST Berrettini? Mai visto.

GIULIA PRESUTTI Eh, ma la sua azienda è qui. RECEPTIONIST Sì, lo so, ma non è ancora mai venuto nessuno a lavorare qui. GIULIA PRESUTTI Giù mi hanno detto che ci sono circa cinquanta aziende qui. RECEPTIONIST Sì, è una sede per Srl, si insediano qui ma non li abbiamo mai visti venire di persona, vengono a prendere la posta e vanno via.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Questo sarebbe l’ufficio della ACEMAT di Berrettini e di molte altre società. Pochi metri quadri, totalmente vuoto. In teoria la star company paga le tasse al posto dello sportivo, se non lo fa, la palla passa a lui che deve fare una dichiarazione dei redditi ad hoc.

VALENTINO TAMBURRO - EX FUNZIONARIO AGENZIA DELLE ENTRATE Come singolo contribuente, sì, autonomamente, non c'è nessuno che gli chiede le imposte.

GIULIA PRESUTTI A meno che non ci sia proprio un accertamento fiscale specifico su quello sportivo, nessuno controlla, no?

VALENTINO TAMBURRO - EX FUNZIONARIO AGENZIA DELLE ENTRATE Queste attività richiederebbero in ogni caso uno scambio di informazioni con l’estero.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Ma nei paradisi fiscali ci si scontra con un muro e le informazioni arrivano col contagocce. Intanto Matteo Berrettini si è autonominato amministratore della Acemat.

GIULIA PRESUTTI Dove sta la convenienza?

RANIERI RAZZANTE - DOCENTE DI LEGISLAZIONE ANTIRICICLAGGIO Io ho la società all’estero e sono amministratore di quella società, cosa prendo io tutto l’importo del mio torneo o del mio concerto? No, ne prendo una parte come compenso amministratori.

GIULIA PRESUTTI Quindi i soldi restano dentro alla società?

RANIERI RAZZANTE - DOCENTE DI LEGISLAZIONE ANTIRICICLAGGIO Certamente.

GIULIA PRESUTTI Pertanto, ci si scarica i costi su quel ricavo e quindi il ricavo risulta da un punto di vista fiscale inferiore

RANIERI RAZZANTE - DOCENTE DI LEGISLAZIONE ANTIRICICLAGGIO Certo risulto più povero, no? Più povero ovviamente lo diciamo in maniera, diciamo così, grottesca.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO In Austria a fine ottobre si disputano gli Open di Vienna. Berrettini è testa di serie, tra i favoriti per la vittoria. Il torneo è blindato e così gli allenamenti, perché il suo manager ci ha rifiutato l’intervista e l’accesso ai campi. Aspettiamo giorno e notte davanti all’hotel per potergli parlare ma gli autisti del torneo ci fanno capire perché lui non passa mai.

GIULIA PRESUTTI Scusate, posso farvi una domanda?

AUTISTA Non diamo informazioni su Berrettini!

GIULIA PRESUTTI Ah, sapete già che cerco lui! Ma perché è così difficile parlargli?

AUTISTA Non vuole essere né filmato né intervistato da voi.

GIULIA PRESUTTI Quindi eravate stati tutti avvisati?

AUTISTA Sì! Siamo stati briffati perché lui si è lamentato due volte.

ORGANIZZATRICE TORNEO Scusate, state provando a filmare Berrettini? Siamo molto preoccupati per lui. Io sono nell’organizzazione del torneo e abbiamo ricevuto un messaggio che diceva che c’erano giornalisti con le telecamere.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Le nostre telecamere hanno messo in allarme tutti e per non incontrarci Berrettini entra ed esce da strade laterali. Finalmente riusciamo a raggiungerlo mentre sale rapidamente su una monovolume.

GIULIA PRESUTTI Matteo, sono Giulia Presutti di Report, ciao. Ti abbiamo mandato una richiesta di intervista, abbiamo fatto telefonate, mandato messaggi, non siamo riusciti a parlare con te in nessun modo.

MATTEO BERRETTINI Devi sentire la mia agenzia.

GIULIA PRESUTTI L’ho sentita la tua agenzia

MATTEO BERRETTINI Ok. Non so che dirti. Ciao.

GIULIA PRESUTTI Ti dobbiamo chiedere della residenza a Monte Carlo. Abbiamo visto pure la tua Srl, non c’è nessuno dentro, perché? Matteo!

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Ciao Matteo. Insomma, tu hai la residenza a Montecarlo, hai anche una società che ha sede a Montecarlo, un ufficio senza persone. Siccome sei il proprietario di questa società ti sei anche nominato amministratore per risparmiare un po’ sulle spese. Tutto regolare, tutto previsto dalle norme. Ma allora, perché con noi non parli? Tu rappresenti degnamente il nostro Paese all’estero, ma è qui che sei amato, idolatrato, celebrato. Ed è qui che tu potresti contribuire maggiormente alla crescita del Paese, al welfare, alla sanità e all’istruzione, e invece contribuisci a quel paese, quello sputacchio o rocca, che è già ricco di suo perché cannibalizza fiscalmente gli altri paesi. Ora, è tutto regolare, per carità. Ma insomma, però, con noi potresti anche parlare. Ci ha scritto il suo manager che dice “Berrettini non parla con voi perché è impegnato in competizioni internazionali”. Sottotitolo è “non lo disturbate”. Per carità. Ci mancherebbe altro. Però i campioni pagano le tasse laddove svolgono la loro prestazione e anche pagano laddove incassano le sponsorizzazioni. Funziona così un po’ ovunque, anche nel mondo della Formula Uno. Qui però le scuderie possono anche funzionare da sostituto d’imposta. Cioè possono pagare, trattenere direttamente e pagare il dovuto nei paesi laddove si svolge il gran premio, per conto dei piloti. Ma è sempre così? La nostra Giulia Presutti ha avuto modo di vedere i contratti segreti dei piloti anche quelli della Formula Uno.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Attaccata alla mondana Ibiza, Formentera è un paradiso naturale, una lingua di terra in mezzo al mare delle Baleari. Gli italiani facoltosi la scelgono come buen retiro. Molti hanno fatto fortuna nel mondo della Formula 1. Come Emilio De Santis, commercialista fra gli altri del pilota Ferrari Giancarlo Fisichella che nel 2007 è rientrato in Italia da Monte Carlo e si è accordato col fisco per 3,8 milioni. L’Agenzia delle Entrate gliene aveva chiesti oltre 17. Fino a pochi mesi fa, De Santis ha seguito anche il pilota Alfa Romeo Antonio Giovinazzi, che ora però l’ha abbandonato per emigrare all’estero. Anche lui ha portato la residenza a Monte Carlo.

EMILIO DE SANTIS - COMMERCIALISTA I compensi degli sportivi sono tassati esclusivamente nel luogo ove avviene la manifestazione alla quale partecipano.

GIULIA PRESUTTI Quindi per riassumere se io sportivo vinco una gara in Italia, il 30 per cento del montepremi va al fisco italiano.

EMILIO DE SANTIS - COMMERCIALISTA Anche se non vinco, se ho un compenso generale che preveda la mia partecipazione all'avvenimento, per la quota parte di quel compenso generale sono tassato in Italia.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Dunque, per ricapitolare, il commercialista De Santis ci spiega che anche chi ha spostato la residenza in un paradiso fiscale deve pagare il trenta per cento sui compensi di tutte le gare che ha disputato in Italia. Per i piloti di Formula 1, lavoratori autonomi a tutti gli effetti, ci dovrebbe pensare la scuderia a cui appartengono, che è il loro committente, agisce come sostituto d’imposta e trattiene la quota parte dovuta. Ma questo in teoria.

EMILIO DE SANTIS - COMMERCIALISTA Esistono diverse scuderie in Italia che hanno esteriorizzato, usiamo questo termine, i contratti non solo quello dei piloti ma anche commerciali.

GIULIA PRESUTTI Scuderie italiane che utilizzano società terze all'estero per contrattualizzare i piloti?

EMILIO DE SANTIS - COMMERCIALISTA Anche di campionati inferiori. È ovvio che la ritenuta non ha più da essere applicata.

GIULIA PRESUTTI La Ferrari e l'Alfa Tauri la pagano la ritenuta d’imposta o no?

EMILIO DE SANTIS - COMMERCIALISTA Non posso parlare dei miei clienti specifici. Segreto professionale. Mi è impedito.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Dunque, non solo gli atleti ma anche le scuderie italiane utilizzano società estere per la gestione dei contratti.

EMILIO DE SANTIS - COMMERCIALISTA Sono in transito da me, per essere poi firmati con il cartaceo e depositati. Però ovviamente non posso… GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Durante l’intervista riusciamo a intravedere il contratto di un pilota che corre per la Ferrari. Ma il rapporto lavorativo non ce l’ha direttamente con l’azienda di Maranello, perché la sigla è di Gsa, Gestions Sportives Automobiles. Questo consulente fiscale ha in mano i contratti secretati di alcuni piloti Ferrari e Alfa Romeo. E deve rapportarsi proprio con la GSA.

CONSULENTE FISCALE La Gsa di volta in volta mandava le certificazioni delle imposte che pagava per conto del mio pilota negli altri paesi, Austria, Francia, Belgio. Si avvicinava Monza, il gran premio di Monza, e allora io ho scritto alla Gsa con una domanda che era retorica: “Buongiorno, per il Gran Premio di Monza verrà applicata la ritenuta come per Francia, Germania, Canada?”. La risposta della Gsa: ”Buonasera, non mi risulta che verranno applicate ritenute per il Gran Premio di Monza”. Per l’Italia è saltata. Nel frattempo, ho tutte le certificazioni delle imposte che però hanno pagato negli altri paesi.

GIULIA PRESUTTI Qual è il motivo per cui in Francia, in Olanda pagano la ritenuta e in Italia no, se la legge è uguale?

CONSULENTE FISCALE Questa è dell’anno scorso, ma le ritenute in Italia non sono mai state pagate. L’agenzia delle Entrate è dormiente. Loro come Gsa mica fanno una cosa sbagliata, stanno in Svizzera, non sanno nulla, ma che vuoi da me?

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Se ha sede all’estero, in effetti non ha nessun obbligo di versare la ritenuta al fisco italiano. E la Gsa è una società svizzera ma è controllata al 100% proprio da Ferrari Spa, che a gestirla ci ha messo i suoi uomini. Nella dirigenza ci sono Carlo Daneo, General counsel di Ferrari N.V., Peter Schetty, ex pilota di Formula 1 e già direttore della Squadra corse Ferrari, ed Henry Peter, storico avvocato della Rossa.

RANIERI RAZZANTE - DOCENTE DI LEGISLAZIONE ANTIRICICLAGGIO La società vive in Svizzera, paga in Svizzera, dorme e mangia in Svizzera, non è che viene assoggettata alle regole della fiscalità italiana.

GIULIA PRESUTTI Quindi rispetto allo sportivo contrattualizzato dalla società svizzera…

RANIERI RAZZANTE - DOCENTE DI LEGISLAZIONE ANTIRICICLAGGIO C'è la convenienza fiscale è ovvio perché paga di meno: se lo contrattualizzo in Italia ho i contributi, le cose. Il nostro cuneo fiscale e contributivo è certamente maggiore di quello svizzero.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO La sede di Gsa è appena fuori Ginevra, nel piccolo comune di Meyrin, all’interno del World Trade Center, un enorme edificio che ospita gruppi internazionali. Nella hall incontriamo il manager dell’intera struttura.

MANAGER WORLD TRADE CENTRE Buongiorno!

GIULIA PRESUTTI Cerco Gsa

MANAGER WORLD TRADE CENTRE Guardate che non c’è nessuno. Non sono mai venuti. L’ufficio è vuoto, è solo una sede così.

GIULIA PRESUTTI Ma lei lavora qui?

MANAGER WORLD TRADE CENTRE Certo, io sono il manager della struttura!

GIULIA PRESUTTI Lei è il manager e non li ha mai visti? Strano.

MANAGER WORLD TRADE CENTRE Può provare a bussare. Tra l’altro pagano un affitto per l’ufficio.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Una porta blindata è tutto quello che troviamo di questa società svizzera che gestisce i contratti sportivi per Ferrari. Al centro di Ginevra c’è l’ufficio di uno dei membri del board di GSA. È Carlo Lombardini, avvocato di punta dello studio Poncet che ha seguito le vicende della famiglia Agnelli dopo la morte dell’Avvocato.

GIULIA PRESUTTI Avvocato, sono Giulia Presutti, sono una giornalista di Raitre, della televisione italiana, salve. Io so che lei è nella dirigenza della GSA.

CARLO LOMBARDINI - CONSIGLIO DI SORVEGLIANZA GSA So che avete mandato una mail all’avvocato Peter, vedete con lui.

GIULIA PRESUTTI Eh, ma perché ci dite di no?

CARLO LOMBARDINI - CONSIGLIO DI SORVEGLIANZA GSA Io non dico assolutamente niente.

GIULIA PRESUTTI Non riusciamo a capire questa Gsa che attività faccia nel senso che ha riversato parecchi milioni nelle casse di Ferrari per anni, no? Siamo andati nella sede e non c’era nessuno.

CARLO LOMBARDINI - CONSIGLIO DI SORVEGLIANZA GSA Io non le parlo neanche

GIULIA PRESUTTI Ma perché, mi faccia capire

CARLO LOMBARDINI - CONSIGLIO DI SORVEGLIANZA GSA Perché non ho niente da dirle

GIULIA PRESUTTI Mi spiega come mai c’è questa chiusura su Gsa? Noi sappiamo che fa i contratti ai piloti della Ferrari. I piloti corrono per Ferrari. Perché Gsa fa i contratti al posto di Ferrari?

CARLO LOMBARDINI - CONSIGLIO DI SORVEGLIANZA GSA Ci sono altre persone nel consiglio di amministrazione e lascio vedere con loro.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Infatti noi abbiamo chiesto spiegazioni a tutti. Ma sulle attività di GSA resta uno stretto riserbo. Mentre sono evidenti gli intensi rapporti con Ferrari SPA, tanto che nel 2020 la Rossa ha preso dalla controllata svizzera 45 milioni di euro. Nel 2019 quasi sessanta milioni. Gsa è ricchissima ma non deposita i bilanci perché in Svizzera non è obbligatorio.

GIULIA PRESUTTI Ma come fa una società che ha dieci dipendenti a guadagnare tanto da poter finanziare Ferrari Spa?

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Ma i dipendenti della società svizzera non lavorano mica in fabbrica, muovono le carte.

GIULIA PRESUTTI E perché è in Svizzera?

GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI RICICLAGGIO Perché gli italiani vanno in Svizzera? Solo perché c’è il cioccolato? No, il cioccolato lo facciamo meglio noi in Italia.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Però è buono il cioccolato. Ma la Svizzera ha altre attrattive, è ovvio. Un’azienda può accordarsi direttamente con il fisco cantonale o quello comunale, e pattuire un pagamento del cinque per cento invece del 24 per cento come da noi obbligatorio del reddito di impresa. Comunque la Gsa è controllata dalla Ferrari, lo abbiamo visto, ha una sede in Svizzera. Siamo andati presso gli uffici che sono però blindati, inaccessibili da una porta blindata e secondo il responsabile dell’edificio non si è visto nessuno. Sappiamo anche che la Gsa realizzava degli utili molto importanti al punto che la sua controllante, Ferrari, attingeva la liquidità, un’operazione intelligente, per non chiedere soldi alle banche. Ferrari ci scrive che invece oggi la Gsa è in liquidazione. “Gestiva i rapporti con i piloti di diverse categorie, garantendo l’equilibrio economico con i ricavi commerciali correlati.” Come li abbia fatti questi ricavi non è possibile saperlo perché non c’è obbligo di presentare in Svizzera i bilanci. Mentre invece, continua Ferrari, dice che “Era stata costituita in Svizzera perché quella è la piazza delle grandi federazioni sportive, FIFA, la UEFA e anche la Federazione Internazionale dell’Automobile. E risultava anche la piazza più organizzata per la presenza di professionisti a tutelare i diritti dei professionisti dello sport”. In merito invece a quanto ci ha detto un consulente fiscale che ha avuto modo di vedere i contratti dei piloti della Ferrari sul mancato versamento al fisco per quello che riguardava la prestazione del Gran Premio di Monza, Ferrari ci scrive: dice che “la Gsa ha ottemperato a tutti gli obblighi fiscali nei Paesi che ospitavano i Gran Premi (quello anche d’Italia inclusa)”. Ecco, noi sappiamo che la Gsa non ha l’obbligo di pagare le tasse in Italia perché è svizzera. Sappiamo però che il fisco canadese a un certo punto nel 2016, è andato a bussare alle scuderie perché non era stata versata la ritenuta d’imposta per quello che riguardava il Gran Premio di Montreal e poi che le scuderie si sono andate a rivalere sui piloti. Insomma oggi i contratti dei piloti della Ferrati li gestisce direttamente la Ferrari.

Da sportmediaset.mediaset.it il 18 ottobre 2021. L'Italia è uno dei Paesi europei che incentiva di più l'arrivo dall’estero dei grandi calciatori professionisti attratti da un regime fiscale che garantisce loro un'esenzione pari al 50 per cento sulla base imponibile. È quanto emerge dallo studio intitolato 'Tassare il calcio professionistico nell’Ue' pubblicato dal Parlamento europeo e richiesto dalla commissione Questioni fiscali dell'Eurocamera. I regimi di esenzione fiscale applicati da alcuni Paesi Ue “consentono ai calciatori (e indirettamente ai club) di godere di una parte del loro stipendio esente da tasse” e quindi “di ottimizzare la base imponibile del reddito dei calciatori”, scrivono gli autori dello studio. “È giusto dire che il regime fiscale italiano siano uno dei più attraenti per i top player stranieri”, ha spiegato all’AGI il professor Robby Houben dell’Università di Anversa, tra gli autori dello studio sui regimi fiscali nei sette Paesi Ue che ospitano le principali competizioni calcistiche: Italia, Spagna, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Portogallo. Le riforme più significative sono il regime per i residenti non domiciliati (in sostanza la flat tax da 100.000 euro per i redditi non dà lavoro, di cui hanno beneficiato tra gli altri Cristiano Ronaldo e Romelu Lukaku) e gli incentivi a trasferire la residenza in Italia (il sistema costruito dal decreto dignità e finito spesso sotto accusa perché favorirebbe i calciatori stranieri). Il combinato di queste previsioni, per usare le parole dello studio “sono considerati di influenzare in maniera decisa l’attrattività fiscale dell’Italia per i calciatori e per gli sportivi in generale”.

MARIO SCONCERTI per il Corriere della Sera il 14 ottobre 2021. Perdere giocatori a costo zero è sempre successo da quando 40 anni fa entrò in vigore la legge 91, quella che aboliva il vincolo. Il cartellino a vita veniva sostituito da un contratto con durata massima 5 anni, il giocatore non era più di proprietà, era in affitto. Alla fine del contratto si pagava un indennizzo, che venne cancellato a fine 95. Per continuare a vendere e incassare, le società si inventarono la cessione prima che il contratto scadesse. Più lontana era la scadenza, più alta la cifra. Così la legge fu aggirata. Andava bene alle società. E andava bene ai giocatori, piuttosto spaventati allora dal non avere più un cartellino a vita, ma soli pochi anni di impegno scritto. Cosa è cambiato adesso? Due cose, una di fondo, una di momento. La prima fu l'arrivo delle televisioni una ventina di anni fa i cui soldi per molto tempo servirono a pagare gli ingaggi dei giocatori saliti alle stelle per il mercato aperto. La seconda è che hanno cominciato a non rinnovare contratti anche i giocatori delle grandi squadre italiane perché squadre di campionati più ricchi fanno offerte molto più alte. La partenza a costo zero c'è sempre stata e riguarda i due terzi dei trasferimenti di ogni mercato. Sono soluzioni però da giocatori normali, non i migliori. Mentre la novità è che adesso si spostano i migliori lasciando spesso le squadre migliori. Perché? Perché i procuratori hanno avuto un'ultima idea straordinaria, la Buona Entrata. In pratica si valuta un calciatore senza contratto come proprietario di se stesso. Gli devi pagare una parte congrua di quello che risparmi non pagando la società. Esempio: sappiamo a quanto ammonta l'ingaggio di Donnarumma al Psg, ma non sappiamo quanto sia stata la Buona Entrata. Commisso a Vlahovic aveva offerto 4 milioni l'anno più 5 al momento del rinnovo più 3 al procuratore. Alaba è stato coperto d'oro. Mbappé lo sarà. In pratica il giocatore oggi va considerato come fosse una società, devi trattare il suo acquisto anche se è senza contratto. Questo è il nuovo moltiplicatore. E aumenta a dismisura l'influenza dei procuratori, veri presidenti di queste nuove aziende individuali.

Stefano Agresti per il "Corriere della Sera" il 14 ottobre 2021. I migliori di loro, o forse i più scaltri, nell'annus horribilis 2020 hanno guadagnato oltre cento milioni di dollari in sole commissioni. Figurarsi dove sarebbero arrivati se l'anno non fosse stato orribile. A questi vanno aggiunti, ovviamente, i soldi incassati attraverso le procure dei giocatori, che un tempo erano le uniche fonti di introito e ora sono diventate quasi accessorie, comunque marginali. Gli agenti sono i veri, grandi padroni del calcio: muovono campioni, o anche solo buoni professionisti, e incassano un fiume di denaro rischiando poco o nulla. Lo fanno da decenni, ma nelle ultime stagioni il loro potere si è gonfiato a dismisura, di pari passo con i loro conti correnti. Perché? Per tanti motivi. Uno di questi è che sono pronti a cogliere l'attimo, adattandosi anche alle situazioni più difficili e perfino drammatiche. Ne è un esempio la pandemia, che ha impoverito ovviamente (e pesantemente) anche il calcio. Come ne sono venuti fuori? Portando decine di calciatori, inclusi i più importanti, a scadenza di contratto. Nella scorsa estate è stata la volta di Messi e Donnarumma. La prossima toccherà a una pattuglia ancora più folta: da Mbappé a Pogba, da Dybala a Kessie, da Insigne a Brozovic. Fra tre mesi potrebbero firmare tutti per club diversi da quelli attuali, con movimenti di denaro impressionanti: per gli atleti e per i loro agenti, tra intermediazioni e procure. Intermediazione: è questo il nuovo termine con le sembianze del mostro. Almeno per le società. Se si vuole muovere un calciatore, va pagata all'agente una cifra spesso incomprensibile.  Jonathan Barnett, fondatore della Stellar (adesso fusa con l'americana Icm), nel 2020 in sole commissioni ha guadagnato 142 milioni di dollari: tra gli altri ha portato Grealish al City per 117 milioni e Camavinga al Real per 31. È lui il procuratore numero uno del calcio secondo Forbes , davanti ai più conosciuti - almeno da noi - Jorge Mendes, che ha incassato 104 milioni di dollari, e Mino Raiola, arrivato a 84 (il primo ci ha portato via Ronaldo, il secondo Donnarumma). Tutto denaro che esce dal sistema calcio. Fuori dal mondo del pallone, c'è perfino chi supera Barnett: Scott Boras, agente di baseball, ha portato a casa nell'anno della pandemia oltre 160 milioni di dollari. L'aspetto inquietante è che tutto questo sistema debordante denaro poggia su regole, norme e leggi traballanti. E delle quali molti si fanno beffe. Un esempio? Il codice etico della Fifa vieta che un solo agente nell'ambito di una trattativa abbia la «tripla rappresentanza», curando gli interessi di acquirente, venditore e calciatore. Eppure secondo il Cies, il Centro studi internazionali sullo sport, questo conflitto di interessi non è l'eccezione ma la prassi. Così come ci sono legami strettissimi tra procuratori e club: molto discussi i tanti affari che Mendes chiude con alcune società portoghesi e con il Wolverhampton. Per accattivarsi la benevolenza dei calciatori, c'è chi non disdegna di toccarli negli affetti: sono innumerevoli i genitori e i fratelli che collaborano con gli agenti, incassando cifre monstre (Raiola ha fatto il giro d'Europa assieme a papà Haaland per pianificare il futuro del norvegese). Tutti dicono di voler cambiare le regole, ma tutti hanno paura di cambiarle. La Federcalcio l'anno scorso ha proposto di fissare il tetto del 3 per cento per le commissioni, nel rispetto delle norme Fifa che le collocano fra il 3 e il 10 per cento. I club però si sono opposti, temendo di perdere ulteriore competitività sul mercato rispetto alle società straniere. In realtà i presidenti auspicano una presa di posizione a livello internazionale, in modo da creare un sistema omogeneo: il tetto deve esserci, però uguale in tutti i paesi. Dal Pino, presidente della Lega, si fa interprete di questa linea: «È un tema urgente. Dopo la deregulation del 2015, la Fifa ha iniziato già da 4 anni una discussione su come regolamentare costi e attività di agenti e intermediari, ma finora questo processo è stato inconcludente. Serve trasparenza, i compensi degli agenti intermediari devono essere pubblici. E bisogna regolamentare questi costi al più presto, altrimenti saranno le Leghe a doversi fare interpreti del grido di dolore che arriva dai club i quali lamentano costi eccessivi».

Gianluca Cordella per “il Messaggero” il 10 settembre 2021. L'estate più vincente che la storia dello sport italiano ricordi mobilita anche Palazzo Chigi e il Quirinale. Che, va detto, hanno seguito con grande attenzione l'incredibile sequenza di successi aperta dalla Nazionale di calcio di Roberto Mancini e chiusa dalle ragazze della pallavolo, fresche campionesse d'Europa. Prendete le Olimpiadi, la sequenza delle notizie era quasi scientifica: medaglia di un atleta azzurro, i complimenti del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e quelli del presidente del Consiglio Mario Draghi. Con il premier che a volte riusciva a twittare in tempi più rapidi di quanto il capo dello Stato impiegasse per sentire al telefono il presidente del Coni Giovanni Malagò. Fatto sta che Mattarella, che da sempre è molto vicino al mondo dello sport, si è mobilitato immediatamente affinché tutti gli atleti autori delle imprese potessero ricevere un riconoscimento ufficiale dal Colle, un'onorificenza. E qui sorge il problema: una legge del 2017 fissa a 3.500 il numero massimo di riconoscimenti che il presidente della Repubblica può concedere in un anno, indipendentemente dal grado dell'onorificenza stessa. Ma con uno sport così - e con un'Italia che grazie al cielo continua ad avere un ampio numero di eccellenze meritevoli di un titolo - Mattarella si è trovato di fronte al rischio di sforare la quota. Motivo per cui ieri il consiglio dei Ministri, tra gli altri provvedimenti, ha approvato una deroga al tetto massimo delle dotazioni per consentire al Quirinale di essere equo con tutti i campioni che hanno illuminato l'estate del nostro Paese. Quando l'Italia del calcio ha alzato a Wembley la coppa dell'Europeo nessuno immaginava ancora quello che sarebbe successo nei due mesi successivi. Il presidente della Repubblica - che aveva seguito parallelamente anche le imprese di Matteo Berrettini a Wimbledon - invitò subito al Colle il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina e tutta la truppa azzurra. Di cui il tennista romano, in prima fila anche a Wembley dopo la finale persa contro Djokovic, era ormai parte integrante. In quell'occasione - era il 16 luglio - Mattarella nominò Gravina e il ct Mancini Grandi Ufficiali, il team manager Oriali e il capo delegazione Vialli Commendatori, mentre a tutti i giocatori venne conferita l'onorificenza di Cavaliere, eccezion fatta per il capitano Chiellini, nominato Ufficiale. E siamo a 30. Ma è a Tokyo che i numeri sono letteralmente andati in tilt. E non è un caso che il provvedimento del Cdm arrivi a pochi giorni dal 23 settembre, giorno in cui le squadre azzurre olimpica e paralimpica saliranno al Colle per la cerimonia di restituzione del Tricolore. Alle Olimpiadi l'Italia ha realizzato il suo nuovo record a cinque cerchi, con 40 podi (10 ori, 10 argenti e 20 bronzi). Ma le onorificenze sono molte di più, considerando le medaglia arrivate dalle staffette o dagli equipaggi in mare. Vi risparmiamo i conteggi: il totale è 66 (considerando che qualcuno di medaglie ne ha portate a casa due). Stesso discorso per le paralimpiadi dove i podi sono 69 (14, 29 e 26) ma le medaglie numeriche ovviamente sono molte di più. E poi, dulcis in fundo, sono arrivate le 14 azzurre di Mazzanti che hanno portato l'Italvolley in trionfo a Belgrado. Numeri da capogiro anche perché tirano in ballo anche chi un'onorificenza l'ha già ricevuta, come i campioni della scherma Aldo Montano o Bebe Vio. In quel caso s' intende assegnato il titolo di grado superiore (Cavaliere, Ufficiale, Commendatore, Grande Ufficiale). E poi, attenzione, l'anno sportivo mica è finito qui.

Guido De Carolis per il “Corriere della Sera” il 9 settembre 2021. Il caso limite è il drammatico specchio della realtà: il Barcellona schiacciato da una montagna di debiti (1,4 miliardi) ha perso Leo Messi, finito al Psg. Il finale è il punto di partenza di una rivoluzione. Oggi a Nyon si ritrovano le componenti del calcio, Uefa, Eca, agenti, tifosi, non la Fifa, per discutere del nuovo Fair Play Finanziario. L'argomento è sensibile, i conti del calcio sono un disastro. La pandemia ha infierito su un sistema squilibrato e già malato. La riforma non migliorerà i conti, proporrà (forse) un tetto salariale sugli ingaggi complessivi dei club. Le battaglie sono altre, politica e economica. Lo scorso maggio il Congresso della Fifa ha votato sì allo studio di fattibilità dei Mondiali ogni due anni. Era passato un mese dal progetto della Superlega, nato e naufragato. Il presidente della Fifa, Gianni Infantino, si era schierato, a parole, al fianco del numero uno dell'Uefa, Aleksander Ceferin, e dei maggiori governi europei per farlo saltare. Oggi le posizioni sono distanti. «Ben 166 associazioni su 188 sono favorevoli ad approfondire la fattibilità del Mondiale biennale», ha sottolineato Infantino. «Il progetto Superlega è vergognoso, quello del Mondiale ogni due anni sbagliato», l'affondo di Ceferin. La Uefa osteggia l'idea, ucciderebbe l'Europeo e ingolferebbe il calendario internazionale, come dimostra il caso diplomatico sulle ultime convocazioni dei sudamericani che le varie leghe europee, tra cui la serie A, non volevano concedere alle Nazionali e alla Fifa. Uefa e Fifa battagliano su molti fronti. Infantino vuole il Mondiale ogni due anni e il perché è presto detto: ha solo quella competizione, oltre al Mondiale per Club (ancora da vedere). Cerca di allargarsi. Ceferin e la Uefa, che si porta dietro anche la Conmebol (la confederazione sudamericana), provano a resistergli, forti del controllo sui miglior club, ma perdenti in quanto a voti. Le confederazioni di Asia, Africa, Oceania e America del Nord insieme possono far approvare il progetto. La politica è il primo campo di battaglia e qui si torna in Europa. La naufragata Superlega ha spostato gli equilibri. Ceferin ha fatto asse con Inghilterra, Francia e Germania. Gli inglesi avendo la ricca Premier sono la prima forza, gli altri (tedeschi e francesi) che si sono opposti al torneo dei ricchi sono stati ricompensati. Soprattutto il Psg, finanziato dai soldi del Qatar e guidato da Al-Khelaifi, promosso alla presidenza dell'Eca al posto di Andrea Agnelli, mentre il tedesco Rummenigge siede nel comitato esecutivo Uefa. Eca e Uefa sono ormai un'unica entità, entrambe contrarie alla Superlega. Gli interessi di Ceferin e Al-Khelaifi si intrecciano. La Uefa non è mai intransigente sugli acquisti fuori mercato del Psg e del Qatar cui fa capo. Anche sui diritti tv c'è un legame: la tv qatariota beIN paga miliardi per i diritti Champions. Il Qatar gioca su più tavoli e il dialogo lo tiene aperto anche con la Fifa. Tra poco più di un anno ospiterà il Mondiale 2022, torneo sotto l'egida del presidente Infantino, vicino all'Arabia Saudita, altro grande finanziatore che ha da poco riaperto i rapporti con il Qatar. Gli arabi sono favorevoli alla Superlega, molti dei soldi sarebbero venuti dal Golfo, e al Mondiale biennale. Ceferin rischia e lo sa. L'appoggio del Qatar potrebbe finire dopo il Mondiale, la sua permanenza all'Uefa è legata alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, chiamata a dare un parere vincolante sul caso Superlega e su un'eventuale posizione dominante della Uefa nella gestione economica del calcio europeo. Se l'Europa non la ravviserà il progetto Superlega sarà quasi sepolto e Ceferin resterà, in caso contrario il futuro del presidente Uefa e quello del calcio europeo e mondiale rischiano una rivoluzione. Il Fair Play Finanziario a quel punto sarà l'ultimo dei problemi.

Estratto dell'articolo di Franco Vanni per “la Repubblica - Affari & Finanza” il 7 settembre 2021. Lo stadio di Tor di Valle era il sogno di James Pallotta quando nel 2011 acquistò la Roma. Dopo nove anni ha lasciato la città fra i fischi dei tifosi, senza che un solo mattone fosse stato posato. A Firenze Rocco Commisso immaginava il nuovo stadio a Campi Bisenzio, ma si sta arrendendo all'idea che non si farà. Ora sono Suning ed Elliott, proprietarie di Inter e Milan, a spingere per costruire un moderno stadio di proprietà nel parcheggio del Meazza a San Siro. Lo stesso accade o è accaduto a Parma, Bologna, Venezia. Il miraggio del nuovo stadio, con sviluppo immobiliare nell'area circostante, è la stella polare che guida le proprietà straniere nell'investimento nel calcio italiano. Le venti società di Serie A hanno un debito di 5,2 miliardi di euro, bruciano cassa e perdono campioni. A far soldi con la gestione sportiva dei club riescono poche vecchie volpi, su tutti Percassi all'Atalanta. Per chi arriva da fuori è più facile, almeno in teoria, monetizzare la vendita di case e uffici costruiti a corredo di un nuovo stadio, a sua volta fruttuoso grazie a bar, negozi e ristoranti. Da questo punto di vista la Serie A, vista l'arretratezza delle strutture, è una miniera d'oro inviolata. Una miniera nascosta però da una crosta di burocrazia, cavilli e interessi incrociati. Ecco perché nella corsa all'oro dei pionieri del calcio c'è chi finisce per lasciarci le penne. Finanziariamente, s’intende. Deloitte, nella sua Annual review of football finance, rileva «la storica mancanza di investimenti negli stadi italiani, e quindi ricavi da matchday relativamente bassi». Nella Serie A 2020/2021, 14 stadi su 20 erano di proprietà pubblica, quattro privati e due ibridi. Nelle serie B e C, censite nel 2019, su 74 club uno solo partecipava alla proprietà del proprio stadio. Nella Premier League inglese le proporzioni sono invertite: è pubblico un quinto degli impianti. In Germania le arene comunali sono il 39 per cento. Gli stadi di Serie A a fine 2020 avevano un'età media di 56 anni. Considerando Serie B e C si saliva a 63. Nell'ultimo ventennio in Serie A sono state costruite tre nuove arene per il calcio, e una decina sono state ammodernate. Nello stesso periodo in Premier League si sono realizzati sei nuovi impianti, in Bundesliga 11, anche grazie ai Mondiali 2006. Molti grandi impianti italiani furono inaugurati per Italia '90. Un piano costato 7mila miliardi di lire, con sforamento del budget dell'85 per cento. All'assemblea della Federcalcio nel febbraio scorso, il presidente del Coni Giovanni Malagò strappò applausi: «Se non si porta a casa un Europeo, un Mondiale o un'Olimpiade estiva nei prossimi anni, non si risolverà mai il problema degli stadi. Più passano gli anni, meno ci si occupa di sport e più dei pezzi di carta». Oggi, fuori dall'eccezionalità del grande evento, per costruire uno stadio bisogna arrivare in fondo a una corsa ostacoli in sette tappe: studio di fattibilità, conferenza dei Servizi preliminare, presentazione del progetto, conferenza dei Servizi decisoria, provvedimento autorizzativo finale, gara (in caso di impianti pubblici), stipula della convenzione. Da tempo Figc e Serie A chiedono invano ai governi di snellire l'iter di approvazione. Facendo un giro d'orizzonte degli stadi in Italia si incrociano pochissime gru al lavoro. A Roma l'idea dello stadio di Tor di Valle è tramontata dopo oltre tremila giorni di trattative fra club, proprietà dei terreni e Comune. Il progetto da un miliardo di euro, che prevedeva la costruzione di tre grattacieli, è stato prima sostituito da una variante con sette palazzine, poi dal nulla. Sulla vicenda è stata aperta un'inchiesta penale con imprenditori e funzionari pubblici accusati a vario titolo di bancarotta, associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e reati tributari, per un groviglio di promesse e favori. Ma non è finita. I nuovi proprietari del terreno si preparano a portare davanti a un giudice il Comune, che dopo anni di tira e molla ha ritirato la delibera di interesse pubblico del progetto. I Friedkin, nuovi proprietari dell'As Roma, immaginano di costruire lo stadio all'Ostiense o all'ex velodromo dell'Eur, oppure a Pietralata e nell'operazione sarebbero disposti a imbarcare un socio finanziario. Intanto assieme alla Lazio pagano l'affitto al Coni per l'Olimpico, dove la distanza fra campo e spalti è tale che per il pubblico leggere i numeri sulle maglie dei giocatori è uno sport nello sport. Se non si può costruire, si ristruttura. Ma non sempre è facile.

Stefano Agresti per il “Corriere della Sera” il 3 settembre 2021. Il Milan nell'ultimo calciomercato ha comprato 11 calciatori: 7 sono stranieri e vengono dall'estero. Il Venezia è andato oltre: 11 su 11, prestiti esclusi. Dalla lotta per lo scudetto alla bagarre salvezza, la scelta è comune: meglio lo straniero. Anzi: meglio lo straniero, a patto che arrivi dall'estero. Il motivo? È racchiuso, anche e soprattutto, in due parole: decreto Crescita. Il decreto è entrato in vigore nel 2019 e ha stravolto il modo di fare calcio delle società. Se in passato alcune di loro erano orientate a prendere giocatori oltreconfine per motivi vaghi - costi inferiori dei cartellini, rapporti ambigui con procuratori avventurieri - adesso a spingerle è addirittura una legge dello Stato: se un calciatore viene da un campionato estero e rimane almeno due anni da noi, paga la metà delle imposte. E visto che i contratti vengono discussi al netto, i vantaggi per i club sono enormi. Esempio: un giocatore che guadagna un milione netto a stagione per 5 anni alla sua società costa, al lordo, circa 10 milioni; se può usufruire del decreto Crescita, si scende a 7,5. La Nazionale di Mancini ha vinto uno straordinario Europeo con un gruppo di ottimi calciatori, molti dei quali cresciuti da noi avendo tempo e possibilità per farlo. Ma cosa ne sarà della nuova generazione di potenziali azzurri, che rischia di trovare sempre meno spazio? «Il decreto Crescita è nato con un intento nobile: far rientrare in Italia i nostri cervelli, dai ricercatori agli scienziati, fuggiti all'estero perché guadagnano di più. È diventato però qualcosa di profondamente diverso, almeno nel calcio, perché spalanca le porte del nostro Paese agli stranieri. E così roviniamo tutto, anche il grande lavoro di Mancini». Sono parole di Tullio Tinti, storico agente di grandi calciatori, dai fratelli Inzaghi a Pirlo fino a Toni e oggi, tra gli altri, Bastoni e Raspadori. Lancia un grido d'allarme, invoca un cambiamento: «Il 50 per cento della forza di un calciatore è la personalità, e quella la si acquista scendendo in campo con continuità, invece anche nei campionati minori preferiscono gli stranieri. Il decreto Crescita è discriminatorio nei confronti dei giocatori italiani». La legge che favorisce il ritorno in patria dei nostri cervelli, applicata al calcio, ha effetti contrari rispetto alle intenzioni. E diventa simile alla famosa «Ley Beckham», introdotta in Spagna dal governo Aznar nel 2005 e sfruttata dal Real per ridurre le imposte sugli ingaggi dei Galacticos. Il decreto Crescita raggiunge il suo scopo quando consente all'Inter di riportare da noi Conte, oppure alla Juve di riprendersi Kean: questi sono cervelli, o piedi buoni, che tornano a casa. Ma diventa penalizzante se uno straniero viene preferito a un italiano di uguale valore, o magari più forte, perché per il primo l'impatto delle tasse pesa la metà. «Così ci riempiamo di stranieri scarsi e i giovani italiani rimangono senza squadra. Anche la federazione dovrebbe farsene carico: il presidente Gravina conosce la situazione».

DA corriere.it il 31 agosto 2021. Altro che finanziamenti da parte dei fondi di investimento. Per ripianare tanti bilanci di squadre di serie A basterebbe tagliare sulle commissioni agli agenti dei calciatori. Parere dell’ultimo rapporto Fifa sugli ultimi 10 anni di calciomercato dal 2011 al 2020. In cui si evidenzia come su un totale mondiale di 41 miliardi di euro spesi in compravendite hanno subito un’impennata le commissioni pagate agli agenti: dai 131,1 milioni di dollari del 2011 si è passati ai 640,5 del 2019, per un totale di 3,5 miliardi di dollari (quasi tre miliardi di euro) nell’arco del decennio preso in esame. In Italia sono stati spesi in 10 anni 645 milioni di euro per le intermediazioni, solo l’Inghilterra ha speso di più (780 milioni). Nel rapporto Fifa si evidenzia come i 30 club che hanno investito di più sono tutti europei. S i è passati dagli 11.890 trasferimenti del primo anno preso in considerazione, il 2011, al picco di 18.079 nel 2019, per un totale di 133.225 operazioni, fra titolo definitivo e prestito, a livello internazionale che hanno mosso 41 miliardi di euro. Coinvolti 66.789 calciatori e 8.264 club in 200 federazioni. I giocatori più ricercati sono stati i brasiliani (15.128 trasferimenti) seguiti da argentini (7.444), britannici (5.523), francesi (5.027) e colombiani (4.287). Il rapporto Fifa evidenzia una crescita del numero di club coinvolti nei trasferimenti nell’ultimo decennio che supera il 30% (da 3.167 del 2011 a 4.139 del 2019) e i primi 30 club per spesa sono inglesi (12), spagnoli (5), italiani (Juve, Inter, Roma, Napoli e Milan), tedeschi (3), francesi e portoghesi (2e 2) e russi (1): solo queste trenta società hanno investito 22,8 miliardi di dollari (19,3 miliardi di euro), il 47% della spesa totale.

Da affaritaliani.it il 23 agosto 2021. Novità sul caso dei fratelli Ronzoni, arrestati a maggio, nell'ambito della cosiddetta inchiesta "Como Papers".  L’ inchiesta sul “Sistema Ronzoni” ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 9 persone e di un’azienda, la multinazionale Petrolvalves Spa, accusate di vari reati tra cui corruzione, evasione fiscale, emissione di fatture false e riciclaggio. Agli arresti sono finiti i fratelli Ronzoni, per i quali è stato disposto il sequestro preventivo di 1,1 milioni di euro considerati frutto di reato. Secondo l’accusa, spiega il Fatto Quotidiano, i fratelli Ronzoni hanno creato negli anni una sorta di fabbrica del riciclaggio al servizio dei loro numerosi clienti. Oltre alla costituzione di società offshore, i due commercialisti avrebbero garantito infatti anche l’esportazione di valuta all’estero grazie a otto società-veicolo europee usate per emettere fatture false. 

La doppia opzione offerta ai clienti dai fratelli Ronzoni. Ai clienti, spiega il Fatto, "veniva offerta una doppia opzione, sostiene la Procura di Milano. Consegna del denaro in Italia, tramite spalloni, oppure investimento del tesoretto in Perseus, un fondo domiciliato presso la Amber Bank & Trust di Nassau, Bahamas". Ed è sempre il Fatto Quotidiano, in un articolo di Stefano Vergine, che racconta di come nella lista delle 104 società ci sarebbe anche l'Atalanta Calcio. Spiega però il Fatto: "L’Atalanta, club che fa capo all’imprenditore Antonio Percassi, ci ha fatto sapere di non essere a conoscenza di indagini a proprio carico e ha assicurato che, da un primo e rapido controllo amministrativo, non risulta aver mai avuto rapporti commerciali con le otto società usate dai Ronzoni per fare uscire i soldi dei clienti dall’Italia". 

LA PRECISAZIONE - Riceviamo e pubblichiamo. Egregio Direttore, in merito all’articolo pubblicato in data odierna dal titolo “Como Papers, fondi neri per 45 milioni. Nella lista anche l'Atalanta”), PetrolValves tiene a precisare che: i fatti riportati si riferiscono a presunti reati commessi nel 2012 da ex funzionari ed ex dipendenti che attualmente - e già da diversi anni - non rivestono alcun ruolo in azienda; nessuno degli attuali amministratori, dirigenti e dipendenti risulta aver alcun coinvolgimento, infatti nessuno è stato destinatario di provvedimenti da parte dell'Autorità Giudiziaria, e quindi, risulta essere sottoposto ad indagini nell'ambito del procedimento. La Società risulta coinvolta nell’inchiesta solo ai sensi del D. Lgs. n. 231/2001, la disciplina relativa alla responsabilità amministrativa dell'Ente, nel caso di specie esclusivamente connessa alle condotte risalenti consumate dalla precedente proprietà e gestione della Società; Petrolvalves, a seguito della nuova compagine azionaria (2016) e manageriale, ha operato sin dal 2016 un processo di self cleaning e implementato un rigoroso sistema di controlli interni. La Società si considera, pertanto, parte lesa rispetto ai fatti descritti nell’articolo e si è positivamente attivata in ogni maniera con le autorità inquirenti. PetrolValves sta, inoltre, collaborando appieno anche con l’Amministratore Giudiziario, nominato nell’ambito del giudizio di prevenzione, peraltro, con poteri fortemente limitati e senza interferenza alcuna nell’attività del Consiglio di Amministrazione, né nella gestione delle attività di business, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente il proprio modello organizzativo. Cordiali saluti, Image Building Per PetrolValves

Un calcio all'Imu. Report Rai PUNTATA DEL 18/01/2021 di Giulia Presutti, Lorenzo Vendemiale. Coverciano ospita il centro tecnico della Federcalcio, dove si allena la nazionale italiana. Otto ettari tra campi sportivi, un auditorium, un albergo e un ristorante. Su questo gioiellino dal 2007 non viene pagata l'Imu. Federcalcio sostiene di avere diritto all'esenzione per gli enti non commerciali che esercitano attività sportiva e di promozione dello sport. Ma è così? Chi è il vero proprietario del centro tecnico di Coverciano e quali sono le attività che si svolgono all'interno?

“UN CALCIO ALL’IMU” Di Giulia Presutti e Lorenzo Vendemiale

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Il 13 novembre 2020 la nazionale italiana è in ritiro. Prepara la partita contro la Polonia. I giocatori si allenano sui campi di Coverciano, la casa degli azzurri.

GABRIELE GRAVINA - PRESIDENTE FEDERAZIONE ITALIANA GIUOCO CALCIO Il patrimonio di Coverciano è la sua storia, è tutto quello che raccoglie come testimonianze e come memoria storica.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Non è solo Museo del calcio. 8 ettari. 6 campi sportivi. Due da tennis, un auditorium appena inaugurato, un albergo e un ristorante. Su questo gioiellino dal 2007 la Federcalcio non paga l’IMU.

GIULIA PRESUTTI Quanto deve Federcalcio al Comune di Firenze?

GIACOMO PARENTI - DIRETTORE GENERALE COMUNE DI FIRENZE Il calcolo è di 836mila euro, a questo importo ovviamente devono essere aggiunti gli interessi dovuti al mancato pagamento e la cifra totale diciamo supera diciamo il milione di euro.

GABRIELE GRAVINA - PRESIDENTE FEDERAZIONE ITALIANA GIUOCO CALCIO Essendo il nostro ente un ente non commerciale è evidente che abbiamo diritto a questa esenzione.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il presidente Gravina è là dal 2018 e la situazione dell’Imu non versata l’ha ereditata. Anche i suoi predecessori, dal 2007, probabilmente si sono appellati alla legge 504 del ’92, che prevede che per chi esercita un’attività non commerciale ma prettamente sportiva l’IMU non è dovuta. Ora in realtà l’Imu la paga chi è proprietario di un immobile; per questo il comune di Firenze ha chiesto un milione di euro di arretrati. Ora chi è il proprietario di Casa Italia e poi cosa accade dentro quella casa. La nostra Giulia Presutti e Lorenzo Vendemiale SPOT LIDL Solo il meglio della frutta e verdura italiana, fresca, sicura. “Buona”.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Anche il ct Mancini si fa portare la spesa a casa. Solo che se la fa portare a casa azzurri. Questo è lo spot della LIDL, premium partner della Nazionale e sponsor della Federcalcio. Lo hanno girato a marzo 2019 proprio sui campi di Coverciano. Poi c’è la 500 X Sport: la Fiat l’ha presentata al centro federale. La Federcalcio negli anni non ha svolto solo attività sportive.

GIACOMO PARENTI - DIRETTORE GENERALE COMUNE DI FIRENZE Dalla verifica che abbiamo fatto la Federcalcio Servizi srl in realtà svolge delle attività di carattere commerciale. Gli immobili a Firenze non sono di proprietà della FIGC ma sono di proprietà di una società a responsabilità limitata che è la Federcalcio Servizi SRL. Poi la Federcalcio Servizi srl concede questi beni diciamo alla FIGC.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Quindi a dovere un milione di euro non è Federcalcio ma la sua SRL, partecipata al 100% e vera proprietaria di tutti gli immobili della Federazione.

RAFFAELLO LUPI - PROFESSORE DIRITTO TRIBUTARIO UNIVERSITÀ DI TOR VERGATA Hanno sdoppiato il titolare della proprietà dell’immobile rispetto all’utilizzatore quindi non c’è stato più l’esercizio diretto di attività sportiva. 

GABRIELE GRAVINA - PRESIDENTE FEDERAZIONE ITALIANA GIUOCO CALCIO Abbiamo costituito una società di capitali che è una società di servizi e tutta la parte patrimoniale noi la abbiamo appostata all’interno di una società di servizi.

GIULIA PRESUTTI I giudici dicono: essendo quella una srl dovete pagare l’IMU.

GABRIELE GRAVINA - PRESIDENTE FEDERAZIONE ITALIANA GIUOCO CALCIO Per questo siamo andati in contenzioso e per questo ancora oggi non abbiamo una risposta. Aspettiamo la risposta.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Il comune di Firenze ha già vinto tre volte in primo grado e due in appello. La motivazione? Nel centro “sono esercitate numerose attività commerciali”. C’è anche una società che gestisce l’accoglienza.

COVERCIANO SPORTLIVING Coverciano buongiorno.

LORENZO VENDEMIALE Vorrei avere informazioni sulla possibilità di prenotare il centro di Coverciano e magari anche l’hotel, per un congresso.

COVERCIANO SPORTLIVING Se lei deve organizzare un convegno qui dentro, se la Federcalcio autorizza poi riceverà, nel caso tutto vada in porto, una fattura per quanto riguarda i nostri servizi.

LORENZO VENDEMIALE Quindi a Coverciano è possibile organizzare eventi anche per esterni?

COVERCIANO SPORTLIVING Certo, sì sì, ne abbiamo fatti, anche diverse volte in passato.

LORENZO VENDEMIALE Lei mi saprebbe dire quali sono i costi?

COVERCIANO SPORTLIVING No, perché noi poi facciamo trattativa privata.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Per diventare allenatore, serve un corso ufficiale UEFA. Si tiene al centro federale e lo organizza la FIGC. All inclusive.

LUCA TONI – EX CALCIATORE – CAMPIONE DEL MONDO Ho fatto i corsi a Coverciano, perché se vuoi allenare in serie A devi fare il UEFA PRO, che per raggiungere il Uefa Pro prima devi fare Uefa B e Uefa A.

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Tre anni di corsi obbligatori. Nel 2019 il Uefa PRO l’hanno frequentato calciatori del calibro di Andrea Pirlo e Luca Toni. Dura 12 mesi, con lezioni due volte al mese.

LUCA TONI – EX CALCIATORE – CAMPIONE DEL MONDO Loro ti mettevano a disposizione l’albergo. E tra le lezioni della mattina e del pomeriggio si poteva mangiare lì a Coverciano tutti insieme.

GIULIA PRESUTTI E tutta questa organizzazione è gratuita?

LUCA TONI – EX CALCIATORE – CAMPIONE DEL MONDO No no, è a pagamento il corso. Penso che doveva essere sugli 8000 euro.

GIULIA PRESUTTI In cui è inclusa tutta la parte di vitto e alloggio?

LUCA TONI – EX CALCIATORE – CAMPIONE DEL MONDO No no. Ti fanno una convenzione che potevi scegliere solo se dormire oppure fare mezza pensione.

GIULIA PRESUTTI È come un albergo?

LUCA TONI – EX CALCIATORE – CAMPIONE DEL MONDO Sì sì, è un albergo infatti, Coverciano è un albergo eh…

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO Insomma, senza contare il vitto e l'alloggio il corso costa 8000 euro per la prima categoria e 2500 per la seconda. Poi ci sono i corsi per preparatori atletici, 2000 euro in totale; quelli per direttore sportivo, 5000 euro, quelli da osservatore calcistico e match analyst, 2000 euro. Nei bilanci, i ricavi dei corsi sono all’interno della voce “quote di iscrizione”, che nel 2019 ammonta a circa 6 milioni di euro.

GIULIA PRESUTTI Sembra che a Coverciano si svolgano attività commerciali, c’è tutta una struttura ricettiva, si fanno i convegni, vedo che comunque vengono fatti dei corsi.

GABRIELE GRAVINA - PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE ITALIANA GIUOCO CALCIO Sono a pagamento perché i docenti che lavorano non li vogliamo pagare? Il mondo del volontariato sì, ma adesso non tiriamo fuori iniziative che non hanno nulla a che vedere col rispetto delle leggi di mercato. Io devo pensare che se andiamo a Villa Borghese a girare uno spot, Villa Borghese diventa un centro di riferimento commerciale? Cioè scusate…

GIULIA PRESUTTI Ma Villa Borghese non è di una SRL.

GABRIELE GRAVINA - PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE ITALIANA GIUOCO CALCIO Qui il problema non è se l’ente è una società di capitali. Il problema è capire una volta per tutte se è un ente commerciale con fine di lucro o no. Punto. Voi volete capire la questione quando ancora la Cassazione non si è pronunciata?

GIULIA PRESUTTI FUORI CAMPO In realtà la Cassazione si è pronunciata più volte. Non ancora su Coverciano, ma sulla sede regionale Figc di Ancona, dove ha obbligato Federcalcio al pagamento dell’IMU. Ed è successo lo stesso a Monza, Milano. La Federazione non voleva pagare nemmeno per il palazzo storico di Via Allegri a Roma, dove si trovano soltanto uffici.

GIULIA PRESUTTI Persino su questa sede dove lei viene a lavorare, c’è stato un contenzioso e la Cassazione vi ha dato sempre torto. Quindi perché insistete?

GABRIELE GRAVINA - PRESIDENTE FEDERAZIONE ITALIANA GIUOCO CALCIO Perché riteniamo che sia un principio sbagliato.

GIULIA PRESUTTI Volete sancire come principio il fatto che a Coverciano non dovete pagare.

GABRIELE GRAVINA - PRESIDENTE FEDERAZIONE ITALIANA GIUOCO CALCIO Nella maniera più assoluta.

GIULIA PRESUTTI Quindi voi come la Chiesa non dovete pagare l’IMU.

GABRIELE GRAVINA - PRESIDENTE FEDERAZIONE ITALIANA GIUOCO CALCIO No io non sono la Chiesa. Il contenzioso è in atto, noi ci difenderemo in tutte le sedi. Nel frattempo ci siamo garantiti, con il massimo rispetto delle norme italiane, abbiamo istituito un fondo rischi. Noi se dobbiamo pagare pagheremo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il presidente Gravina è un galantuomo. Siamo certi che se le sentenze confermeranno, sanerà il dovuto. Del resto ha accantonato anche lui per questo. E poi va dato merito che ha cercato comunque un accordo con il comune di Firenze. Per ora è andata a vuoto, ma insomma siamo alle schermaglie. Ma al di là di tutto questo la Federcalcio ha una ambizione, quella di sancire che gli impianti e i terreni sportivi, ad esercizio sportivo, dovrebbero essere esenti da imposte. Ambirebbe cioè a cambiare l’attuale classificazione al catasto D6 di Coverciano, che è “FABBRICATI E LOCALI PER ESERCIZI SPORTIVI” e che sottintende lo scopo di lucro. Ecco, se così fosse, però se dovesse passare questo principio, i corsi per gli allenatori a pagamento e tutti i servizi erogati, chi li gestirebbe, e soprattutto dove si svolgerebbero?  

Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera” il 10 luglio 2021. Soldi e contratti anche per gli atleti universitari americani. Cede l'ultima barriera che isolava il mondo dei dilettanti, lo sport praticato nei college, dalla logica del business. Giovedì 1 luglio la Ncaa, National Collegiate Athletic Association, l'organizzazione non profit che disciplina l'attività di 1.268 istituzioni, ha deciso di allentare le regole, consentendo potenzialmente a circa 400 mila giovani di entrare nel mercato degli sponsor e di ricavare profitti, sfruttando la propria popolarità. Il vincolo-totem durava dal 1906, quando l'allora presidente Theodore Roosevelt, amante dei parchi e della vita all' aria aperta, decise di dare una forma al movimento sportivo universitario, che da quel momento diventò il formidabile serbatoio di grandi campioni, medaglie d'oro olimpiche, miti universali. Dal velocista Jesse Owens, al nuotatore Mark Spitz fino a Carl Lewis, lo sprinter «figlio del vento». Si sono tutti formati nelle palestre, nelle piste, nelle piscine degli atenei. Il denaro, per alcuni di loro, è arrivato solo quando sono usciti. La svolta era già maturata nei fatti. Pochi minuti dopo l'annuncio della Ncaa, sui telefonini sono spuntate diverse applicazioni che offrono intese lampo alle stelle e stelline dei college. La diciannovenne Rayniah Jones, specialista dei 100 metri ostacoli, ha raccontato al New York Times di aver ricevuto una proposta per tre performance in una palestra (Ymca) di South Miami Hights. Compenso: 2.500 dollari. «Per me è una bella cifra, un'aggiunta inaspettata alla mia vita», ha commentato Jones, che vive con la madre a Miami ed è iscritta alla University of Central Florida. Quest' anno è stata una delle sorprese dell'atletica americana, anche se, proprio pochi giorni fa, non è riuscita a qualificarsi per le Olimpiadi di Tokyo. Se il valore agonistico si intreccia con la visibilità sui social, le cifre si moltiplicano. È il caso delle gemelle Haley e Hanna Cavinder, top player del basket, studentesse alla California State University, di Fresno. Le ragazze, riferisce Sports Illustrated , hanno siglato due accordi: uno con la Six Star Pro Nutrition , società di prodotti energetici; l' altro con la compagnia telefonica Boost Mobile . I particolari finanziari sono rimasti segreti. Ma si può fare una stima dell'importo, tenendo conto che negli Stati Uniti un influencer molto seguito vale, in termini pubblicitari, circa 80 centesimi per ogni follower. Haley e Hanna possono contare su quattro milioni di adoranti ammiratori su Tik Tok e Instragram. Ciò significa che sono in grado di ottenere accordi da almeno 3 milioni di dollari all' anno. Il più delle volte, però, il business si mantiene su livelli artigianali. Ancora il New York Times fa qualche esempio. Jordan Bohannon, giocatore di basket nell' Iowa, ha promosso un emporio di fuochi d' artificio a Des Moines, la capitale dello Stato. Bo Nix, «quarterback» della squadra di football a Auburn (Alabama), pubblicizza un marchio di tè locale. Dawand Jones, «offensive tackle , attaccante nel team di football nella Ohio State University, promuove candele profumate. Un' altra piccola celebrità della stessa disciplina, D' Eriq King, firma i caschi protettivi e ha fissato una tariffa di 2.000 dollari all'ora per la partecipazione a diversi tipi di eventi.

Marco Iaria per "la Gazzetta dello Sport" il 16 giugno 2021. La maglia di una nazionale è una specie di monumento itinerante. I regolamenti Fifa la preservano gelosamente da sponsor o slogan di qualsiasi natura. Ne sa qualcosa l'Ucraina, costretta a coprire la scritta "Gloria agli eroi!" dopo le proteste della federazione russa accolte dall' Uefa. Questione di equilibri politici, ma anche di interessi economici. I marchi commerciali sono vietati non per un afflato romantico ma perché, specie in occasione di Mondiali ed Europei, vige un accentramento dei diritti commerciali in capo agli organizzatori, appunto Fifa e Uefa. Pur con tutti i lacci e lacciuoli, la divisa da gioco resta un asset formidabile per le singole federazioni, che si materializza attraverso le sponsorizzazioni tecniche. Le 24 maglie dell'Europeo valgono 238 milioni, come somma dei corrispettivi annuali dei contratti di fornitura, secondo i dati SponsorGlobe di Nielsen Sports in esclusiva per Gazzetta. La classifica La polarizzazione dei marchi riguarda anche le nazionali. Così troviamo una ristretta élite in grado di strappare compensi da top club e una larga maggioranza che deve accontentarsi delle briciole. Al vertice assoluto ci sono Francia e Germania, che da Nike e Adidas percepiscono rispettivamente 50,5 e 50 milioni all' anno. Sull' ultimo gradino del podio l'Inghilterra (Nike) con 37 milioni, quindi Italia (Puma) a quota 22 e Spagna (Adidas) a 20. Guarda caso, le prime cinque sono anche le prime cinque leghe calcistiche d' Europa, seppur in differente ordine. E alle loro spalle troviamo quelle nazioni considerate di seconda fascia pure a livello di club (Olanda, Portogallo, Russia), attorno ai 10 milioni. Poi via via tutte le altre, in una ridotta forbice tra i 3,5 milioni della Turchia e il mezzo milione di Finlandia e Macedonia del Nord. «Le somme pagate per le sponsorship tecniche riflettono grosso modo non solo le performance sportive ma anche il profilo storico delle nazionali. In testa troviamo i paesi dalla maggiore tradizione calcistica e quelli che esprimono i campionati più seguiti», spiega Samantha Lamberti, managing director Southern Europe di Nielsen Sports. «Adidas e Nike si prendono circa il 70% della torta complessiva dell'Europeo, d' altronde sono i due colossi nella battaglia globale dell'industria dell'abbigliamento sportivo. Le loro strategie sui social sono diverse, con Adidas che in questo caso fornisce più contenuti». È quanto emerge dalla ricerca Nielsen Sports Digital Analysis basata sui post pubblicati negli ultimi 12 mesi dagli account Instagram delle nazionali partecipanti all' Europeo: 27 contenuti per Adidas, 8 per Nike. In generale si afferma una tendenza sorprendente: i post sponsorizzati (in cui il fornitore tecnico viene taggato o citato) hanno un'interazione maggiore di quelli a carattere informativo o comunicativo. Il parametro è il tasso di "engagement": la somma di tutte le interazioni sotto un post, divise per il numero di follower del profilo. Bene, i post "brandizzati" ottengono i risultati migliori. Qualche esempio: i post sponsorizzati da Puma hanno un tasso del 2,91% contro l' 1,21% degli altri post della nazionale azzurra, quelli Nike del 3,44% contro l' 1,21% degli altri contenuti della Francia. Due spiegazioni: i post pubblicitari delle nazionali sono poco frequenti, e quindi non inflazionati, e il lancio delle maglie da gara è uno dei momenti clou per la tifoseria. L' Italia, con Puma, vanta la quarta sponsorizzazione europea più remunerativa e la quinta a livello mondiale, visto che il Brasile, con Nike, percepisce 31,6 milioni. La Figc mira a fare ancora meglio. Ecco perché, dopo il Mondiale in Qatar, gli azzurri saranno vestiti da Adidas. Il contratto, che scatterà l' 1 gennaio 2023, dovrebbe aggirarsi tra i 30 e i 40 milioni annui, quindi vicino ai valori dell' Inghilterra. E la distribuzione molto capillare di Adidas a livello globale (2.500 negozi e 13mila punti monomarca in franchising) consentirà di aumentare i volumi di vendita e le royalties. «Un'operazione forte per sviluppare il brand azzurro. Il potenziale commerciale dell'Italia è promettente e si può puntare in alto», chiosa Samantha Lamberti.

Antonio Dipollina per "la Repubblica" il 16 giugno 2021. Inaudito crash mediatico-pubblicitario, protagonista Cristiano Ronaldo. Ieri è arrivato in conferenza stampa, si è seduto, ha visto che davanti a sé c'erano due bottigliette di Coca Cola, le ha fatte spostare e sostituire con due bottigliette d'acqua. CR7 è da sempre contrario alle bibite gassate per gli sportivi. Però la Coca Cola è sponsor degli Europei. E, già che c'è, anche la Juventus ha come sponsor la Coca Cola, definita ai tempi dell'accordo "l'iconica bevanda". Ops.

Cristiano Ronaldo fa crollare la Coca Cola in borsa, perdite per 4 miliardi di dollari. La Prese.it il 16 giugno 2021. Le conseguenze del gesto di Cristiano Ronaldo, che in conferenza stampa ha allontanato due bottigliette della Coca Cola, sponsor di Euro 2020. Il gesto di Cristiano Ronaldo, che ha spostato due bottigliette di Coca Cola durante la conferenza stampa prima della partita di Euro 2020 del Portogallo contro l’Ungheria, non è soltanto diventato virale, ma ha anche avuto conseguenze sul colosso statunitense, leader mondiale nel mercato delle bevande analcoliche. Secondo quanto riportato dal quotidiano spagnolo “Marca”, al termine della conferenza stampa di CR7, le azioni di Coca Cola sono crollate a picco. Un calo dell’1,6% in pochi minuti, con il valore dell’azienda in borsa che è sceso da 242 miliardi di dollari a 238, dunque con perdite di circa 4 miliardi di dollari. Un gesto, quello del calciatore portoghese, che ha fatto molto scalpore. Il giocatore, appena entrato in conferenza stampa, ha allontanato le due bottigliette di Coca Cola (sponsor dell’Europeo) sostituendole con una bottiglietta d’acqua. “Bevete acqua”, ha sottolineato il calciatore portoghese. Coca-Cola Company è sponsor ufficiale di Euro 2020, nell’ambito di una partnership con l’Uefa che dura ormai da 32 anni. In passato CR7 aveva rimproverato anche il figlio Cristiano junior, per le sue abitudini: “Mangia patatine e beve Coca Cola. Una cosa che a me non piace e lui sa che quando lo vedo mi innervosisco”. Sui social il video di Ronaldo è diventato virale in poche ore. E nei commenti non manca chi gli ricorda il suo passato: nel 2009, infatti, il calciatore portoghese girò uno spot proprio della Coca cola, solo per il mercato asiatico.

Cristiano Ronaldo non beve Coca Cola? Dal fritto al poker, ecco tutti i "vizi proibiti" del campione. Fabrizio Biasin per “Libero Quotidiano” il 16 giugno 2021. Il nuovo Greto Thumberg è Cristiano Ronaldo, 36 anni, portoghese, non gli piace la Coca-Cola, o forse gli piace, non si sa, ma fa male, e questo è vero, perché ha tanti zuccheri, ma c'è anche la Coca Zero, che però è zero solo sulla carta, "perché chissà cosa ci mettono dentro per renderla succulenta", e comunque Ronaldo è il nuovo Greto Thumberg, solo che lei guarda al pianeta e lui alle transaminasi, è diventato una sorta di paladino del "mente sana in corpo sano", forse lo è sempre stato, uno che non si piegherebbe mai alle regole del mercato, quelle per cui se tu sei Ronaldo è facile che ti offrano un battello di soldi per fare lo spot del pollo fritto, lui non lo farebbe mai, perché il pollo fritto ti occlude le arterie tipo colata di cemento, fa un male da cani, ma non così male come la Coca-Cola, che quella, la Coca-Cola, se ci butti dentro una Mentos esplode, lo sanno tutti, ah no quella era la Pepsi, ma fa niente.  La Coca-Cola fa malissimo, e pazienza se per colpa di Ronaldo noi e tutti gli altri le stiamo regalando una pubblicità gratuita mai vista, che poi è la stessa che Ronaldo fece per la stessa Coca-Cola molti anni fa, addirittura gliela versavano in testa, la coca -Cola, e quella non era pubblicità gratuita, lo riempivano di palanche, beato lui  dev' essere che poi si è pentito, o forse è solo che poi non gli hanno più dato il grano, ma comunque la Coca-Cola ora fa male, prima evidentemente no, "bevete acqua", dice, e magari non giocate al poker online, che è un'altra delle grandi passioni di Ronaldo, almeno a giudicare dalle sue recenti sponsorizzazioni, probabilmente un giorno dirà "non giocate al poker online, andate in chiesa", lo farà quando il poker online non caccerà più il grano e la chiesa sì, ma questo è un cattivo pensiero che respingiamo. Ronaldo ha detto quello che ha detto per il bene di tutti noi, e quindi anche noi seguiamo l'esempio, e infatti abbiamo scritto questo pezzo senza neanche lo straccio di un punto, perché anche noi combattiamo la nostra battaglia per il bene del pianeta, basta punti, i punti inquinano e sono definitivi, da oggi solo punti e virgola e un bel ruttone, che con la Coca-Cola è la morte sua.

Da Fanpage.it il 16 giugno 2021. Ormai è la moda degli Europei: presentarsi in conferenza stampa e spostare le bottiglie degli sponsor davanti a sé. Lo aveva fatto Cristiano Ronaldo alla vigilia del match vinto dal Portogallo contro l'Ungheria, mettendo via in maniera ostentata due bottiglie di Coca-Cola e aggiungendo uno spot salutista a favore dell'acqua, lo ha ripetuto ieri sera Paul Pogba al termine del match d'esordio della Francia con la Germania. Il centrocampista del Manchester United, protagonista di una prova strepitosa e nominato a fine gara "Man of the Match", al momento di rispondere in conferenza – quindi ben sapendo che l'attenzione in quel momento era focalizzata tutta su di lui – ha tolto dalla vista dei presenti la bottiglia di birra che era davanti a sé, lasciando invece quelle di Coca-Cola. Il motivo del gesto di Pogba è nella sua fede religiosa: per i musulmani l'alcol è assolutamente proibito e vedere accostare la propria immagine alla birra ha fatto corrucciare lo sguardo dell'ex juventino, che ha pensato bene di risolvere la questione nella stessa maniera di Ronaldo il giorno prima. Curiosamente il premio di migliore in campo, che era stato consegnato al campione francese al fischio finale, era sponsorizzato proprio dalla Heineken, ovvero la marca della birra tolta dal tavolo da Pogba. Sia Coca-Cola che Heineken sono peraltro sponsor ufficiali dei campionati Europei: il posizionamento di quelle bottiglie nelle conferenze stampa prima e dopo le partite rientra nei ricchi contratti sottoscritti con l'UEFA. Dire che non siano contenti di assistere a queste scene è un eufemismo, ma non viene alzata nessuna protesta per non dare ulteriore risonanza ad un ritorno di immagine negativo. Il crollo delle azioni della Coca-Cola appena mezzora dopo il gesto di Ronaldo spiega bene come la strategia migliore sia sperare che la vicenda venga rapidamente dimenticata.

Se il campione "gassato" s'inventa la guerra a bibite, birre e bollicine. Matteo Basile il 17 Giugno 2021 su Il Giornale. Dopo CR7, Pogba contro l'alcol, ma l'ingaggio allo United è pagato anche da vini e whisky. Che c'è di meglio di una frizzantissima polemica per far parlare un po' di sé. Il pallone non basta, gol e assist non sono sufficienti. Ma sì, beviamoci su, a costo di dar vita a un piccolo cortocircuito. E così Cristiano Ronaldo rifiuta di comparire dietro a una Coca Cola perché contraria al suo stile di vita salutista. Paul Pogba, scosta da davanti a sé una bottiglia di birra, seppure analcolica, perché musulmano. E daje con il caos da «lei è favorevole o contrario» di Sordiana memoria. Ronaldo è una multinazionale. Il portoghese promuove o ha promosso tra le altre cose automobili, orologi, valigie, compagne aerei, prodotti farmaceutici, shampoo, biancheria intima, abbigliamento sportivo, ovviamente, e tanto altro ancora. Beato lui che incassa dagli sponsor qualcosa tipo 50 milioni di euro l'anno. Tanto che il suo gesto anti Coca Cola è costato all'azienda una perdita di 4 miliardi di euro di capitalizzazione in borsa. Il Ronaldo salutista poi incontra i gusti di chi promuove uno stile di vita sano e apprezza le prese di posizioni controcorrente (o contro sponsor) di chi ha tale seguito. Ma risulta un po' ipocrita appena si scopre che nel 2008 promuoveva proprio l'adesso odiata bevanda in una pubblicità per il mercato asiatico e che nel 2012 fu ritratto in uno spot in cui addentava con voracità una coscia di pollo fritta di una nota catena di fast food. Altro che insalatina scondita. Pecunia non olet, dicevano gli antichi, ok. E lui, come tutti, è libero di cambiare idea e dire ciò che vuole. Ma un moralismo, anche no grazie. E il Pogba anti birra? Guadagna su per giù 15 milioni di euro l'anno per giocare nel Manchester United. Che ha tra i suoi main sponsor, che quindi contribuiscono a pagarlo, anche un marchio di vini e uno di scotch whisky. Ma non risultano finora rimostranze o levate di scudi del buon Paul contro la politica societaria dello United, al netto che presto potrebbe lasciare il club inglese. Ma altrove, cambierebbe poco o nulla. I partner commerciali possono essere differenti e quando staccano assegni nessuno bada al grado alcolico. Come lui non bada all'essere morso in campo, tanto da assolvere per il gesto il tedesco Rudiger. Il più saggio di tutti alla fine, per una volta, è stato Radja Nainggolan. Spesso criticato per il suo stile di vita un po' sregolato, ha postato un buffo fotomontaggio di lui in conferenza stampa con davanti al bancone una lunga fila di bottiglie di superalcolici. «E dai, facciamoci una risata», ha scritto. Giusto. Quindi Ronaldo e Pogba, dite e pensate quello che volete e quando volete, chiaro. E mangiate-bevete-sponsorizzate chi e cosa più vi aggrada. Affari vostri. Ma ricordate che per fare i moralisti senza finire in fuorigioco bisogna essere fuoriclasse della coerenza. Non solo del pallone.

Simone Bernabei per tuttomercatoweb.it il 16 giugno 2021. Nelle ultime ore ha fatto discutere, soprattutto sui social, il gesto di Cristiano Ronaldo che durante la conferenza stampa del Portogallo ha nascosto due bottiglie di Coca Cola invitando tutti a bere acqua. A CR7 ha fatto seguito Paul Pogba che ieri dopo Francia-Germania ha tolto dalla scrivania una bottiglia di birra Heineken alcool free. Tramite il suo profilo Instagram, Radja Nainggolan ha voluto scherzare sulla vicenda, facendosi ritrarre in conferenza stampa con svariate bottiglie davanti a sé. Fra queste Coca Cola, Rum, Vodka, Whisky e pure alcool etilico, con tanto di commento "E dai, facciamoci una risata".

Dal Corriere.it il 17 giugno 2021. Manuel Locatelli, centrocampista della Nazionale, segue l'esempio di Cristiano Ronaldo e rimpiazza le bottigliette di Coca Cola con una di acqua. Il man of the match della partita contro la Svizzera ha accolto il gesto del campione portoghese intraprendendo una battaglia salutista, che è già costata al colosso statunitense un calo di 4 miliardi di dollari in borsa. Anche il centrocampista Paul Pogba, in conferenza stampa, ha deciso di spostare una bottiglia di birra, sponsor degli Europei, in ottemperanza alla sua fede musulmana, che vieta l'assunzione di alcol.

Marco Letizia per il "Corriere della Sera" il 17 giugno 2021. «Io la Coca-Cola me la porto a scuola» cantava Vasco Rossi negli anni 80. Oggi invece c'è chi non sopporta di vederne neanche un paio di bottiglie sopra il tavolo. Si tratta di Cristiano Ronaldo che, con un gesto clamoroso, alla vigilia della partita poi vinta dal suo Portogallo contro l'Ungheria, ha tolto di mezzo il gentile omaggio di uno degli sponsor di Euro 2020 invitando tutti a bere acqua. Un gesto che ha avuto delle immediate e clamorose conseguenze. Non a Budapest, sede della conferenza stampa, ma a New York. Dove il prezzo delle azioni della società di Atlanta è sceso immediatamente da 56,1 dollari a 55,22 dollari, un calo dell'1,6%. Significa che il valore di mercato di Coca-Cola è passato da 242 miliardi di dollari a 238 miliardi di dollari, in calo quindi di 4 miliardi di dollari. Una scelta quella di Ronaldo che ha avuto conseguenze non solo sull'immagine, ma anche sul titolo della bevanda gassata più famosa al mondo. Così che l'Uefa, pur limitandosi a ricordare che «ognuno ha le proprie preferenze in fatto di bevande» non ha fatto sforzi per celare la propria irritazione. Tanto più che, neppure placatosi l'«uragano» Ronaldo, arrivava il «ciclone» Pogba. Con l'asso della Francia che nella conferenza stampa post partita con la Germania, rimuoveva dal tavolo una bottiglia di birra Heineken, altro sponsor di Euro 2020, sostenendo che avere un alcolico davanti fosse un'offesa per lui in quanto musulmano. Peccato però che la bottiglia fosse sì di birra, ma alcool free. I due gesti diventati in breve virali, aprivano la discussione sul paradosso di due campioni diventati ricchissimi anche grazie agli sponsor (da cui, secondo Forbes, il solo CR7 ha ricevuto più di 41 milioni nel 2020) che rovinano l'immagine di marchi che però, guarda caso, non hanno rapporti commerciali con loro. Sapendo di rischiare poco o nulla. «Alle aziende colpite potrebbe non convenire iniziare una causa per diritti d'immagine - spiega Francesca Gesualdi, avvocata e Counsel di Cleary Gottlieb - a volte un'azione legale può portare solo altra pubblicità negativa. Ci potrebbe però essere un accordo tra l'Uefa e le società interessate per sconti sulla sponsorizzazione dei prossimi tornei. In futuro però si potrebbe pensare anche ad accorgimenti contrattuali che evitino questi gesti». Prima però Uefa e Fifa dovranno pensare a regolamentare il comportamento di squadre e atleti nelle conferenze stampa ufficiali. I calciatori in alcuni casi sono ormai delle grandi aziende, basti pensare che un post di CR7 con i suoi 538 milioni di follower sui social, conta ormai molto di più di una campagna pubblicitaria.

Da "liberoquotidiano.it" il 18 giugno 2021. Cristiano Ronaldo non beve Coca-Cola? CI pensa l'allenatore della Russia, Stanislav Cherchesov. Il ct durante la conferenza stampa di Euro 2020 ha preso una bottiglietta per stapparne un'altra e bersela. Un gesto che ha immediatamente scatenato i giornalisti in sala, scoppiati in applausi e risate. Un brindisi, quello di Cherchesov, dopo la vittoria con la Finlandia nonché uno sberleffo al calciatore portoghese. Ronaldo qualche giorno fa si era mostrato visibilmente infastidito dalla presenza non richiesta di due bottigliette di Coca-Cola messe davanti alla sua postazione in conferenza. Tanto che a un certo punto ha chiuso gli occhi, si è guardato intorno e fregandosene del fatto che la bibita sia uno degli sponsor degli Europei, ha preso le due e le ha spostate con tanto di messaggio: "Acqua! Ecco cosa bisogna bere… acqua!". Un gesto seguito da quello del francese Paul Pogba, anche se rivolto in questa occasione alla birra Heinekeen. Motivi del suo gesto sono ancora sconosciuti ma presumibilmente sono legati alla religione islamica che vieta il consumo dell'alcol. Peccato però che quella birra fosse analcolica. Alcuni si sono schierati con il calciatore: "Mettere una bevanda alcolica davanti a un musulmano è una mancanza di rispetto, non si può biasimare Pogba per quello che ha fatto". E ancora: "È musulmano, bisogna rispettare la sua scelta". Altri hanno invece ricordato che la bottiglietta in questione era una Heineken 00, ovvero alcol-free, il che significa che l’azione di Pogba non poteva avere una motivazione religiosa. "A questo punto dovrebbe rimuovere anche il logo della Heineken dietro di lui", ha subito precisato un altro attento telespettatore. Mentre l'azienda ha deciso di non entrare nel merito.

Matteo Basile per "il Giornale" il 17 giugno 2021. Che c'è di meglio di una frizzantissima polemica per far parlare un po' di sé. Il pallone non basta, gol e assist non sono sufficienti. Ma sì, beviamoci su, a costo di dar vita a un piccolo cortocircuito. E così Cristiano Ronaldo rifiuta di comparire dietro a una Coca Cola perché contraria al suo stile di vita salutista. Paul Pogba, scosta da davanti a sé una bottiglia di birra, seppure analcolica, perché musulmano. E daje con il caos da «lei è favorevole o contrario» di Sordiana memoria. Ronaldo è una multinazionale. Il portoghese promuove o ha promosso tra le altre cose automobili, orologi, valigie, compagne aerei, prodotti farmaceutici, shampoo, biancheria intima, abbigliamento sportivo, ovviamente, e tanto altro ancora. Beato lui che incassa dagli sponsor qualcosa tipo 50 milioni di euro l'anno. Tanto che il suo gesto anti Coca Cola è costato all'azienda una perdita di 4 miliardi di euro di capitalizzazione in borsa. Il Ronaldo salutista poi incontra i gusti di chi promuove uno stile di vita sano e apprezza le prese di posizioni controcorrente (o contro sponsor) di chi ha tale seguito. Ma risulta un po' ipocrita appena si scopre che nel 2008 promuoveva proprio l'adesso odiata bevanda in una pubblicità per il mercato asiatico e che nel 2012 fu ritratto in uno spot in cui addentava con voracità una coscia di pollo fritta di una nota catena di fast food. Altro che insalatina scondita. Pecunia non olet, dicevano gli antichi, ok. E lui, come tutti, è libero di cambiare idea e dire ciò che vuole. Ma un moralismo, anche no grazie. E il Pogba anti birra? Guadagna su per giù 15 milioni di euro l'anno per giocare nel Manchester United. Che ha tra i suoi main sponsor, che quindi contribuiscono a pagarlo, anche un marchio di vini e uno di scotch whisky. Ma non risultano finora rimostranze o levate di scudi del buon Paul contro la politica societaria dello United, al netto che presto potrebbe lasciare il club inglese. Ma altrove, cambierebbe poco o nulla. I partner commerciali possono essere differenti e quando staccano assegni nessuno bada al grado alcolico. Come lui non bada all'essere morso in campo, tanto da assolvere per il gesto il tedesco Rudiger. Il più saggio di tutti alla fine, per una volta, è stato Radja Nainggolan. Spesso criticato per il suo stile di vita un po' sregolato, ha postato un buffo fotomontaggio di lui in conferenza stampa con davanti al bancone una lunga fila di bottiglie di superalcolici. «E dai, facciamoci una risata», ha scritto. Giusto. Quindi Ronaldo e Pogba, dite e pensate quello che volete e quando volete, chiaro. E mangiate-bevete-sponsorizzate chi e cosa più vi aggrada. Affari vostri. Ma ricordate che per fare i moralisti senza finire in fuorigioco bisogna essere fuoriclasse della coerenza. Non solo del pallone.

Ronaldo-Coca Cola diventa un caso, la Uefa: “Rispettate gli obblighi con gli sponsor”. Maurizio De Santis  su Fanpage il 17 giugno 2021. Il gesto di Cristiano Ronaldo che mette da parte le bottiglie di Coca Cola in conferenza ha dato il via a una serie di azioni simili da parte di altri calciatori. La Uefa è intervenuta per richiamare le nazionali degli Europei a rispettare gli obblighi con gli sponsor ricordando come “i ricavi sono fondamentali per il torneo e per il calcio europeo”. Rispetto per gli sponsor e per gli investimenti fatti a sostegno della manifestazione e del calcio europeo. La Uefa ha estratto il cartellino giallo e ammonito (metaforicamente) i calciatori che – a partire da Cristiano Ronaldo – hanno iniziato a rimuovere, girare, spostare le bottiglie delle bevande per – da contratto – devono essere sistemate sui tavoli delle conferenze stampa. Sono lì, messe a posta. Piazzate strategicamente nei pressi dei calciatori e degli allenatori perché il business funziona (anche) così. Lo stesso business che permette alle squadre di club di alimentare contratti importanti e onerosi, il grande carrozzone dello spettacolo itinerante che caratterizza questa edizione degli Europei. Tutto è cominciato dalla smorfia e dal gesto di ribellione di CR7 alla vigilia dell'incontro del Portogallo contro l'Ungheria. Dall'alto dei suoi cinque Palloni d'Oro, della sua posizione di uomo brand che non deve chiedere mai, il campione lusitano ebbe un moto di stizza alla vista delle due confezioni di Coca Cola. Le mise in disparte e poi prese dell'acqua arringando i giornalisti: "Questo dovete bere, acqua". Il sasso nello stagno è stato gettato, il resto (da Pogba fino a Locatelli, sia pure con motivazioni differenti) è la diretta conseguenza – compreso il crollo in Borsa delle azioni della Coca Cola – di quell'atto di ribellione da parte dell'ex stella del Real Madrid. Non è solo questione salutista e di dieta ferrea, che non comprende – almeno nel suo caso – né cibo né bevande gassate, dolci e quant'altro collida con la sua tabella alimentare molto rigida. Né è materia di confessione religiosa: è il caso della birra per un calciatore di fede musulmana sul quale la Federazione nulla obietta. Cristiano Ronaldo sa quanto vale un marchio e, più ancora, quanto possa essere moltiplicato se in associazione alla notorietà del singolo atleta. La Uefa, però, ha preso posizione considerata la piega presa dalla situazione da quando CR7 ha dato il via all'effetto domino. Il direttore del torneo Martin Kallen ha spiegato ad Ap News che la UEFA ha parlato direttamente alle 24 nazionali di Euro 2021 chiarendo come "i ricavi degli sponsor sono fondamentali per il torneo e per il calcio europeo" e le regole stesse del torneo richiedano il rispetto degli obblighi con gli sponsor.

Caso Ronaldo-Coca Cola, UEFA minaccia: "Non escludiamo multe, sponsor importanti". "I calciatori sono obbligati a lasciare là le bottigliette? "Sono obbligati a rispettare le regole del torneo attraverso le federazioni". (ANSA 17 giugno 2021) Dopo gli episodi delle bevande rimosse durante alcune conferenze stampa post partita degli Europei, la Uefa ha "ricordato alle federazioni coinvolte che ci sono degli obblighi". Lo ha spiegato Martin Kallen, ceo di Uefa Events SA e direttore del torneo di Euro 2020, chiarendo che in questi casi la multa "è una possibilità". "Per primo lo ha fatto Ronaldo, poi Pogba per motivi religiosi. Noi abbiamo comunicato con le federazioni coinvolte: abbiamo ricordato che i ricavi degli sponsor sono importanti per il torneo e il calcio europeo" ha aggiunto Kallen durante un briefing con alcuni media internazionali. I calciatori sono obbligati a lasciare là le bottigliette? "Sono obbligati a rispettare le regole del torneo attraverso le federazioni", ha risposto il dirigente, chiarendo che la Uefa "non punirà mai un giocatore direttamente: lo faremo sempre attraverso le federazioni. Abbiamo un regolamento firmato dai partecipanti, che sono le federazioni". (ANSA).

Salvatore Riggio per Corriere.it il 18 giugno 2021. Prima Cristiano Ronaldo con la Coca Cola, poi Paul Pogba con la birra (l’Heineken), poi Manuel Locatelli che dopo la doppietta rifilata alla Svizzera ha spostato la Coca Cola (senza, però, togliere la bottiglietta) e ha messo l’acqua davanti al suo microfono. E poi, e poi basta (forse). Perché l’Uefa ha alzato la voce. Per la felicità degli sponsor. Il massimo organismo continentale ha chiesto ai giocatori delle 24 squadre di smettere di rimuovere le bevande. «È importante perché i ricavi degli sponsor sono fondamentali per il torneo e per il calcio europeo», ha detto il direttore di Euro 2020, Martin Kallen, in una conferenza. È stato sottolineato che le regole del torneo richiedono il rispetto degli accordi della Uefa con gli sponsor, anche se i giocatori con precetti religiosi da rispettare (come è capitato a Pogba, di fede musulmana) «non avranno una bottiglia di alcolici davanti». Da ricordare che la Coca Cola e l’Heineken sono tra i 12 sponsor di alto livello e contribuiscono alle entrate totali del torneo per quasi due miliardi di euro. Una cifra importante. Tra l’altro, anche i giocatori ottengono, in maniera indiretta, dei soldi dalle entrate commerciali di Euro 2020 attraverso le loro federazioni e club nazionali. Conti alla mano, le 24 federazioni nazionali, partecipanti al torneo, divideranno 371 milioni di euro di premi in denaro. Inoltre, in caso di successo in tutte e tre le partite del girone è previsto un bonus di 34 milioni di euro. L’Uefa è corsa ai ripari, dopo il gesto di Cristiano Ronaldo che ha fatto infuriare la Coca Cola. È bastato il gesto dell’attaccante della Juventus e del Portogallo (campione in carica) per far crollare le azioni dell’azienda di Atlanta. Calate da 56,10 a 55,22 dollari. Una diminuzione pari all’1,6%. Ciò significa che il complessivo della nota azienda è passato da 242 a 238 miliardi di dollari. In sostanza, quattro miliardi di euro andati in fumo.

Da liberoquotidiano.it il 12 novembre 2021. È tornato in auge il caso Conor McGregor-Francesco Facchinetti a causa di un tweet del campione di Mma, sempre più sotto i riflettori per i suoi colpi di testa che per quelli sul ring. “Per chiunque abbia mai preso uno schiaffo da me: non mi dispiace, te lo sei meritato”, è il messaggio comparso sui social e poi cancellato. Tutto lascia pensare che si tratti di un riferimento a Facchinetti, su cui McGregor non si è mai pronunciato in pubblico. Probabile che qualcuno gli abbia intimato di rimuovere quel tweet, dato che il campione di Mma è stato denunciato da Facchinetti, che è stato aggredito con un pugno, ricevuto a suo dire “senza alcun motivo”. “Stavamo cercando di capire se e come proseguire la serata, quando a Conor si è proprio spento il cervello - aveva raccontato il produttore al Corriere della Sera - ero a 30 centimetri da lui e mi ha tirato un pugno in faccia. Mi sono ritrovato dall’altra parte della stanza, sotto choc come tutte le persone che erano con me”. Qualcuno ha accusato Facchinetti di aver montato un caso per soldi, ma lui ha respinto questo genere di teorie: “Se avessi fatto tutto questo per soldi sarei stato in silenzio, non avrei denunciato ma mandato tutto quello che avevo in mano, le dichiarazioni dei miei testimoni all’avvocato di McGregor chiedendo un risarcimento, invece non me ne frega nulla dei soldi ma mi interessa fermare una persona altamente pericolosa”.

Francesco Facchinetti? "Perché McGregor lo ha pestato": una "strana" testimonianza, chi vuota il sacco. Libero Quotidiano il 27 ottobre 2021. Un paio di settimane fa ha suscitato un certo clamore la notizia del pugno che Conor McGregor ha tirato a Francesco Facchinetti, apparentemente senza motivo. Qualcuno sospetta che alla festa del St. Regis Hotel di Roma il campione mondiale di MMA possa aver fatto abuso di alcol o droghe, arrivando ad aggredire Facchinetti apparentemente senza motivo. L’ex coach di McGregor ha però preso le sue parti. Intervistato da Repubblica, il 61enne Philip Sutcliffe ha infatti assicurato che Conor è “una persona dal cuore molto grande”: pur non sapendo come siano andate le cose in quel di Roma, l’allenatore irlandese si è detto sicuro del fatto che “Facchinetti ha fatto qualcosa per infastidirlo perché Conor è una persona dal cuore molto grande”. A proposito del possibile abuso di droghe, l’ex coach non lo ha escluso ma lo ha praticamente giustificato: “Contro è una persona che ha fatto tanti soldi in pochissimo tempo, è normale che a volte i soldi diano alla testa e che quindi ogni tanto esageri con l’alcol e che magari si rilassi in qualche altro modo, è uno dei più grandi showmen che io abbia mai conosciuto. Io non conosco Facchinetti e non c'ero quella sera, ma conosco Mc Gregor e il suo temperamento e se ha reagito così qualcuno è stato fastidioso con lui”.

Da corrieredellosport.it il 10 dicembre 2021. Wilma Faissol surriscalda il clima natalizio. La moglie di Francesco Facchinetti ha postato nelle sue stories una serie di scatti provocanti in intimo. "Alimentazione, esercizio fisico, riposo e composizione genetica" ha scritto a commento delle bollenti foto la splendida 39enne, madre di tre figli con l’ex Capitano Uncino, che non l’ha presa benissimo. “Tuttoappostooooooo???”, ha risposto Facchinetti. Lo stesso figlio d’arte, in un’altra story, ha poi replicato ironicamente: “La @ladyfacchinetti quando mi chiede il regalo di Natale”.

Da ilfattoquotidiano.it il 26 novembre 2021. Wilma Facchinetti e l’ex fidanzato molesto. Rispondendo al commento di una follower, la moglie di Francesco Facchinetti si è lasciata andare ad una confidenza personale con i suoi fan, rivelando di aver avuto in passato un compagno ossessionato dal sesso, che la forzava ad avere rapporti anche quando lei non aveva voglia. “Ho già avuto uno così, ti porta alla disperazione”, ha esordito la 39enne brasiliana riferendosi alla testimonianza della donna che le ha scritto di essere alle prese con un marito dipendente dal sesso. “Tipo, sai quando vai a una festa, finisce la festa, entri in macchina, non vedi l’ora di arrivare a casa per togliere le scarpe, togliere il vestito, magari è pure un venerdì di una settimana orrenda in cui vuoi solo andare a letto e dormire 12 ore – ha raccontato quindi Lady Facchinetti -. Ecco, no, io entravo in macchina dopo la festa già incaz*ata perché sapevo che arrivavo a casa e dovevo gestire quella follia lì”. “Addirittura io dovevo chiudere a chiave la porta del bagno quando facevo la doccia perché altrimenti entrava…”, ha proseguito Wilma Helena Faissol. “Un’altra volta, dopo aver sciato, siamo andati in un supermercato per prendere delle cose – prosegue – Io mi abbasso per prendere una confezione di biscotti e lui mi viene addosso da dietro. Io mi alzo, mi giro e gli dico: ‘Ma come ti viene in mente? Siamo in un supermercato, abbiamo sciato 12 ore, sono tutta sudata, sono stanca, ho male al ginocchio: mollami!’ Giuro era così. Per lui l’ideale era una volta al giorno durante la settimana e il weekend, venerdì sabato e domenica, tre volte al giorno…è stata una liberazione quando ci siamo lasciati”. 

Chiara Maffioletti per il "Corriere della Sera" il 18 ottobre 2021. Doveva essere una bella serata e, fino a un certo punto, lo era anche stata. Francesco Facchinetti era tra gli invitati di una ristretta festicciola privata che il lottatore dei record Conor McGregor aveva improvvisato nel suo hotel. Entrambi erano a Roma: il campione per il battesimo di suo figlio e il produttore per la prima del film Time is Up , in cui recitano due dei suoi artisti, Benjamin Mascolo e Bella Thorne. Proprio l'attrice sarebbe stata il tramite per l'invito di gruppo da parte dello sportivo: qualche ora in compagnia al St. Regis. Chiacchiere, risate, aneddoti. Tutto tranquillissimo, assicurano diversi testimoni. Poi, senza un perché, McGregor ha dato un pugno in viso a Facchinetti, facendolo arrivare dall'altra parte della stanza. Risultato: sedici giorni di prognosi, anche se è ancora temporanea. Questa, oltre al labbro rotto in più punti, è la fine di un incontro surreale. Appena ci sarà una prognosi definitiva, inizierà un nuovo capitolo, perché Facchinetti ha deciso di denunciare lo sportivo più pagato al mondo. A raccontare tutto sui social sono stati la moglie del produttore, Wilma Faissol e, poco dopo, lui stesso oltre a Mascolo. Tutti comprensibilmente sconvolti da una violenza detonata - giurano - senza alcun motivo. Non che ne possa esistere uno in grado di giustificarla, ovviamente. Ma quello che ha pietrificato Facchinetti e i suoi è che non ci sia stato un diverbio, un momento di tensione, una battuta non apprezzata. «A un tratto a Conor è proprio andato off il cervello - spiega Facchinetti -. Ero a 30 centimetri da lui e mi ha tirato un pugno in faccia. Mi sono ritrovato dall'altra parte della stanza, sotto choc. Lui non voleva tirare un pugno a me, semplicemente a un certo punto voleva tirare un pugno. Punto. Il caso ha voluto fossi lì io ma poteva esserci mia moglie, Bella, o chiunque altro. Ha visto nero e voleva attaccare, come fosse un pitbull». A fermarlo, subito dopo, secondo il resoconto dei presenti, quattro delle sue guardie del corpo. «Lo tenevano letteralmente appeso al muro, fermo. Altrimenti avrebbe continuato a menarmi. Le sue mani sono come kalashnikov, sono armi: poteva andarmi molto peggio. Ho capito come mai aveva così tante bodyguard: non sono per proteggere lui dagli altri ma gli altri da lui». Lo showman preferisce non rispondere alla domanda se lo abbia visto fare uso di droghe. «Sono andato a quella festa perché era come se ci avesse invitati a conoscerlo Cristiano Ronaldo: ero un suo fan. Detto questo, lo ripeto, ha fatto black out il suo cervello: un secondo prima era il nostro migliore amico e un secondo dopo mi prendeva a pugni. Siamo rimasti tutti sotto choc». Da quel momento, più nessun contatto da parte dell'atleta o del suo staff: «Le guardie ci hanno fatto uscire dal retro facendoci capire che sarebbe stato meglio non dire niente. Io all'inizio avevo anche pensato di fare così... Poi Ben mi ha fatto riflettere su quanto una persona così sia pericolosa: se non avessi denunciato e se l'avesse rifatto con altri, sarebbe stato anche sulla mia coscienza. Era un dovere civico non tacere». Non è la prima volta che si parla delle aggressioni di McGregor. Facchinetti non lo sapeva, da sempre interessato più alla sua vicenda umana: uno partito dai sobborghi di Dublino che si ritrova in capo al mondo. «Poi mi sono informato e la preoccupazione è che non usi più le sue mani fuori dal ring. Lo abbiamo accolto come un eroe e invece è il peggior bullo. Il mio obiettivo ora è fermarlo. Poteva essere il simbolo del riscatto sociale, invece è una persona con problemi enormi».

Estratto dell'articolo di Camilla Mozzetti per "il Messaggero" il 18 ottobre 2021. […] La comitiva si ritrova così al Saint Regis ma quella che doveva essere una serata spensierata si trasforma in una notte violenta. Come spiegherà poi anche Mascolo, sempre su Instagram, il gruppo arriva all'hotel a mezzanotte e mezza. Gli ospiti vengono fatti attendere in una sala riunioni. A ristorarli nell'attesa vini pregiati e superalcolici. McGregor si palesa dopo una mezz' ora e da lì il tempo corre via, per almeno due ore, tra presentazioni, risate, selfie e lunghe chiacchierate. Fino a quel colpo sferrato dal campione senza motivo e senza preavviso come racconteranno poi Facchinetti e lo stesso Mascolo sempre via social che ha detto di essere pronto a testimoniare quanto accaduto. Sul posto, chiamati del dj, arrivano gli agenti delle Volanti della polizia e anche il 118. Sono le 3.20 circa del mattino. I poliziotti constatano quanto successo: Facchinetti è stato picchiato ma McGregor non c'è. Il dj si fa medicare sul posto ma non viene redatto il referto, decide di non procedere nell'immediato e anche nelle ore successive nessun commissariato né la Questura prenderanno in carico la sua denuncia che, a questo punto, dovrebbe essere formalizzata a Milano. Sempre dalle storie di Instagram Facchinetti fa sapere di aver dato mandato ai suoi legali di chiedere all'hotel le immagini riprese dalle videocamere di sorveglianza visto che l'aggressione si è consumata in una sala riunioni e non in una camera della struttura. Dal Saint Regis fanno sapere che «l'hotel è aperto a ogni collaborazione con la polizia nel momento in cui saranno richieste dagli organi inquirenti le immagini che in nessun modo saranno loro negate». Tuttavia nella sala riunioni «per motivi di privacy, analogamente a quanto accade nelle stanze, non ci sono videocamere istallate invece negli ambienti comuni» dalla hall ai corridoi fino agli ingressi, compresi quelli secondari da cui sarebbe poi uscito Facchinetti e i suoi amici in seguito all'aggressione. Alla serata hanno partecipato in tutto una decina di persone, i dipendenti del Saint Regis dopo aver servito la cena hanno lasciato gli ospiti da soli, al loro rientro nella sala riunioni non c'era più nessuno.

La stella delle Arti Marziali Miste. Chi è Conor McGregor, il fighter di MMA più famoso al mondo denunciato da Francesco Facchinetti. Antonio Lamorte su Il Riformista il 18 Ottobre 2021. Francesco Facchinetti si è preso un pugno in faccia dal più famoso fighter di MMA al mondo, Conor McGregor. Del quale era fan e apparentemente senza motivo. “Il signor McGregor mi ha spaccato il labbro e il naso, mi ha aggredito senza motivo – ha spiegato l’artista mostrando le ferite in una stories sui social – potevo stare zitto ma uno come lui che tira un pugno, pensate cosa poteva succedere. Mi è andata bene. Lui è una persona violenta e pericolosa. Ho deciso di denunciare Conor McGregor, state molto attenti”. McGregor è una star mondiale. Oltre a essere uno degli atleti più pagati e più ricchi al mondo, è stato il fighter che tramite il suo carattere, la sua personalità, le sue trovate commerciali ed egocentriche ha portato la MMA a un altro livello di notorietà e consapevolezza. ” The Notorious” ha 33 anni ed è considerato il più famoso lottatore di Arti Marziali Miste (MMA) di sempre. Irlandese, cresciuto alla periferia di Dublino, figlio di Tony e Margareth. Fin da bimbo si interessa e si avvicina alle arti marziali, e in particolare al pugilato, al kickboxing e al grappling. E lo fa per questioni di bullismo, per difendersi. Da piccolo, incredibile a dirsi oggi, era timido e introverso. Da ragazzino, intorno ai sedici anni, comincia a lavorare come idraulico. E il resto del tempo va in palestra, fino a quando non si dedica solo alle arti marziali. Il suo debutto da professionista nell’organizzazione britannica Cage Warriors nel 2008: sconfitta per sottomissione inferta dal connazionale Joseph Duffy. Ci vuole una manciata di anni prima che riesca a entrare nel circuito che conta. Una striscia di otto vittorie consecutive lo porta all’incontro valido per il titolo dei pesi piuma contro Dave Hill e per il titolo dei leggeri contro Ivan Buchinger nel 2012. E quindi diventa campione in entrambe le categorie. McGregor esordisce nella più importante organizzazione di MMA mondiale, la Ultimate Fighting Championship (UFC), nel 2013. È l’inizio dell’ascesa, rapidissima e vertiginosa, che lo porta sul tetto del mondo. Diventa tra il 2015 e il 2018 il primo fighter a vincere il titolo mondiale nella lega in due categorie differenti, pesi leggeri e pesi piuma. Suo il record della finalizzazione più rapida, in un match titolato nel 2015 ai danni di José Aldo. The Notorious, questo il suo soprannome, è diventato celebre anche per il suo stile spettacolare: guardia destra, boxe efficace e poco ortodossa, ha studiato Capoeira, Taekwondo e Kickboxing, cintura marrone di Jiu jitsu brasiliano. Per il suo trash talking, la retorica aggressiva ed estrema, ha spesso citato  Muammad Ali. Ha annunciato diverse volte il ritiro – la prima volta nel 2016 – prima di tornare sul ring per match celebrati e sponsorizzati con grande hype e soprattutto mostruosi cachet. Solo dagli incontri ha guadagnato fino al 2020 almeno 100 milioni di dollari.

McGregor ha un record di 22 vittorie, 19 per ko e una per sottomissione, e sei sconfitte. È alto un metro e 75 centimetri. Forbes lo ha piazzato nel 2021 al primo posto nella classifica degli atleti più pagati al mondo con un patrimonio di 180 milioni di dollari.  La sua pagina Instagram è seguita da oltre 42 milioni e 600mila follower. Produce whiskey, il Proper. Il suo esordio nella boxe professionistica nell’incontro del 2017 con il fenomeno americano del pugilato Floyd Mayweather è stato evento che gli garantì un compenso stimato tra i 75 e i 100 milioni di dollari. Andò in k.o. tecnico alla settima ripresa. È sposato con Dee Devlin, e ha tre figli: Croia, Conor Jack e Ryan, l’ultimo arrivato battezzato alla Cappella del Coro a Roma da Papa Francesco. Cattolico, tifoso del Celtic di Glasgow e del Manchester United. Anche lontano dalla gabbia McGregor ha sempre attirato l’attenzione per le sue intemperanze: tra gli altri episodi ha assaltato il pullman sul quale viaggiava il campione Khabib Nurmagomedov con alcuni amici, ed è stato arrestato e liberato grazie a una cauzione da 50mila dollari – l’incontro lo vinse Nurmagomedov per sottomissione e finì in rissa; a Miami reagisce male a un fan troppo invadente e gli distrugge il telefono, e questa volta la cifra per uscire da dietro le sbarre è di 12mila dollari; in Corsica nel 2020 è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale ma dopo otto mesi il caso è stato archiviato per assenza di prove. E la lista potrebbe continuare. Leggenda metropolitana vuole anche che nel 2017 avrebbe pagato quasi 900mila euro alla mafia irlandese per aver aggredito la persona sbagliata in un pub a Dublino. Sempre nella capitale irlandese ha comprato un pub e vietato l’ingresso a un uomo che anni prima aveva rifiutato il suo invito a bere. Il rapper “Machine Gun Kelly” che volle posare in una foto con lui pure venne aggredito. A difesa di Facchinetti il cantante Benji, che era presente alla festa del caso esploso a Roma: “Conor McGregor, dal niente, senza alcun valido motivo gli tira un pugno in faccia, io ero lì a 30 centimetri di distanza, sono ancora scioccato, soprattutto perché mia moglie era accanto a me, potete immaginare quanto questa cosa mi abbia scosso”. Benji, che ha descritto McGregor come “drogato” e “alcolizzato”, si è detto disponibile ad andare a testimoniare a difesa di Facchinetti.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Dagospia il 19 ottobre 2021. Da "105.net". Durante il suo programma su Radio 105 Francesco Facchinetti è tornato sull’aggressione subìta la notte di sabato da parte di Conor McGregor. “Se dovesse chiamarmi l'avvocato di McGregor domani e offrirmi 10 milioni di euro, 10 milioni di euro, 10 santissimi milioni di euro per ritirare la denuncia e per ritirare tutto, io direi di no. Non mi interessa nulla dei soldi, non mi interessa nulla dell’hype, anche perché ho mal di testa tutto il giorno, devo portare questo collarino 8 ore al giorno per 16 giorni, ho un trauma cranico, ho una distorsione alla rachide cervicale che non so neanche cosa voglia dire. Questa storia a me non fa piacere; se potessi avere la macchina di “Back To The Future” tornerei indietro nel tempo e quel sabato, due giorni fa, non andrei lì. Questa cosa qua non mi fa piacere. Io porto avanti la denuncia e ne parlo perché non possa succedere ad altre persone. Quello è un uomo altamente pericoloso, vederlo davanti ai tuoi occhi è un altro conto rispetto a leggere di lui. E’ dannatamente pericoloso per gli altri”. 

Il dj ha detto addio al suo amato cane. Francesco Facchinetti denuncia Conor McGregor: “Non la ritiro nemmeno se mi offre 10 milioni di euro”. Andrea Lagatta su Il Riformista il 19 Ottobre 2021. Francesco Facchinetti, aggredito dal lottatore irlandese di MMA, Conor McGregor, con un pugno in pieno volto sabato scorso, non intende ritirare la denuncia. Lo ha ribadito nel corso del suo programma su Radio 105, durante il quale ha spiegato le motivazioni per cui ha deciso di querelare il campione di MMA: “Io porto avanti la denuncia e ne parlo perché non possa succedere ad altre persone. Quello è un uomo altamente pericoloso”, ha detto Facchinetti.

L’offerta rifiutata

Facchinetti non vuole fare quindi un passo indietro e continua per la sua strada. E sostiene che rifiuterebbe anche una lauta ricompensa in caso di ritiro della denuncia. “Se dovesse chiamarmi l’avvocato di McGregor domani – ha detto il dj – e offrirmi 10 milioni di euro, 10 milioni di euro, 10 santissimi milioni di euro per ritirare la denuncia e per ritirare tutto, io direi di no. Non m’interessa nulla dei soldi, non mi interessa nulla dell’hype, anche perchè ho mal di testa tutto il giorno, devo portare questo collarino 8 ore al giorno per 16 giorni, ho un trauma cranico, ho una distorsione alla rachide cervicale che non so neanche cosa voglia dire. Questa storia a me non fa piacere; se potessi avere la macchina di ‘Back To The Future’ tornerei indietro nel tempo e quel sabato, due giorni fa, non andrei lì“. E poi ha concluso il suo intervento sulla questione. “Questa cosa qua non mi fa piacere. Io porto avanti la denuncia e ne parlo perchè non possa succedere ad altre persone. Quello è un uomo altamente pericoloso, vederlo davanti ai tuoi occhi è un altro conto rispetto a leggere di lui. E’ dannatamente pericoloso per gli altri”. 

Francesco Facchinetti annuncia la morte di Ardi

Sono giorni difficili per il “Capitano Uncino”. Facchinetti ha dovuto dire addio anche al suo amato Ardi, il suo fedele amico a quattro zampe con cui ha trascorso 15 anni della sua vita. E nel dare l'”ultimo” saluto, il dj ha postato sui social le foto più belle del periodo passato con Ardi, morto questa mattina. “Ciao Ardi. Questa mattina, appena sveglio, sono venuto a salutarti come sempre. Poi sei andato dalla mamma e lì, nella casa dove sei cresciuto, hai deciso di andartene”, ha scritto Facchinetti su Instagram. Il cane di piccola taglia era arrivato in casa Facchinetti quando era appena un cucciolo, ed è diventato l’amato animale della famiglia.

Conor McGregor, King Toretto Scardina: "Spazzatura, cosa si dice nel nostro ambiente". Caso internazionale. Francesco Fredella su Libero Quotidiano il 20 ottobre 2021. I fatti risalgono a pochi giorni fa. Dopo il weekend Francesco Facchinetti racconta sui social di essere stato picchiato da Conor McGregor, super campione di MMA. La notizia ha fatto subito il giro della Rete con Facchinetti che ha dovuto fare i conti con il naso e il labbro spaccato dopo aver ricevuto un pugno dallo sportivo inglese. Mistero sui motivi. Sembra che lo McGregor sia scattato all’improvviso. Anche Benjamin Mascolo, ex del duo Benji e Fede, sui social ha confermato la versione di Facchinetti dopo aver assistito alla scena. L’aggressione è avvenuta all’hotel St. Regis) di Roma, che sembra non abbia voluto fornire i video dell’aggressione (girati dalle telecamere di sicurezza). Ora, però, ci pensano le Iene a fare chiarezza sulla vicenda: prima cercano di fare chiarezza e poi s’infiltrano nell’hotel con la speranza di incontrare il pugile. Ma è circondato dalle guardie del corpo e l’inviato è costretto ad andare via. Le Iene riescono a stare ad un palmo da lui, praticamente a 2 metri, ma appena le guardie del corpo vedono i cellulari si indispettiscono e succede di tutto. Ma ci sono dei precedenti: la rissa sfiorata con Machine Gun Kelly, avvenuta poche settimane fa. L’ennesimo polverone sollevato attorno al campione a Brooklyn in occasione degli MTV Music Awards. Secondo la ricostruzione il lottatore avrebbe provato ad aggredire il rapper per un selfie non concesso. McGregor ha smentito questa versione in un’intervista a Enterteinment Weekly. Intanto, Facchinetti vuole andare avanti. E dice: “Non ritirerò la denuncia”. Attorno a lui un coro di persone pronte a difenderlo. “McGregor ha tante guardie del corpo, ma ho capito che servono per difendere gli altri dalle sue improvvise aggressioni, e così è stato anche nel mio caso”, dice Facchinetti a Striscia la notizia. Il pugile Daniele Scardina, invece, attacca McGregor. “Quando sono venuto a sapere della vicenda ho pensato ad uno scherzo. È terribile e squallido, chi si comporta come McGregor nel nostro mondo è considerato spazzatura. Noi siamo consapevoli che il nostro corpo è un'arma e dobbiamo essere un esempio di riscatto, di educazione, di unione, cosa che molte persone non rappresentano. Mi è caduto un mito, quanto accaduto non si spiega e non si può spiegare: questo sport ti dà disciplina, educazione, rispetto, io non accetterei mai una provocazione, non mi permetterei mai di alzare le mani contro una persona. Il mio obiettivo? Diventare campione del mondo ed essere un esempio per tutti quelli che hanno un sogno, vorrei poter riuscire a combattere contro un pugile del calibro di Canelo Alvarez, ma ora ho anche tanta voglia di sfidare McGregor”, dice.

Le Iene, Conor McGregor tira fuori le sciabole: pugno a Facchinetti? Solo l'inizio. Libero Quotidiano il 20 ottobre 2021. Dopo il pugno sferrato a Francesco Facchinetti in pieno volto, Conor McGregor è stato raggiunto da Le Iene, il programma in onda su Italia 1. Le foto in cui l'ex dj si mostra con naso e labbro spaccato, nel frattempo, hanno già fatto il giro del web. E' stato Facchinetti, infatti, a denunciare l'accaduto, spiegando nel dettaglio cosa fosse successo durante una festa privata a Roma. Il conduttore, in particolare, ha detto di essere stato aggredito senza nessun motivo, all'improvviso. A confermare questa versione anche un altro ospite di quella festa, il cantante Benjamin Mascolo, ex del duo Benji e Fede. Da tutta questa vicenda, però, emerge un problema: l'hotel di Roma dove è avvenuta l'aggressione - il St.Regis - si è rifiutato di fornire a Facchinetti il video girato dalle telecamere di sicurezza. Ecco perché Le Iene hanno deciso di intervenire. Il programma di Italia 1 ha incontrato prima la vittima dell'attacco e poi è andato a far visita all'albergo in questione, per chiedere spiegazioni allo sportivo. Com'era prevedibile, però, McGregor non ha voluto dire nulla. Il lottatore è riuscito, grazie ai suoi bodyguard, a fare allontanare l’inviato de Le Iene dal suo tavolo, mentre lui si godeva la serata. Le telecamere della trasmissione Mediaset, però, sono riuscite a carpire almeno un’immagine a dir poco impressionante. Nel video trasmesso su Italia 1, infatti, si vede lo sportivo che tira fuori due sciabole da sotto la giacca.

Sofia Gadici per video.lastampa.it il 20 ottobre 2021. È l'icona delle arti marziali miste (note con il nome Mma) ed è lo sportivo più pagato al mondo secondo Forbes. Conor McGragor, 33 anni, irlandese, è arrivato a Roma per trascorrere le vacanze, ma anche in questa occasione ha dato prova del suo carattere difficile e della sua propensione alla violenza fuori dal ring. Al termine di un festa nell'hotel romano St Regis ha colpito con un pugno in faccia Francesco Facchinetti. Negli anni, prima di questo episodio, il lottatore irlandese si è reso più volte protagonista di aggressioni e danneggiamenti. Sempre per futili motivi. 

Luca Monaco per “la Repubblica - Roma” il 20 ottobre 2021. Il giallo dell'orario e la prognosi dell'ospedale. Dal ring virtuale di Instagram il caso Facchinetti-McGregor rimbalza di nuovo nel reale. Per l'esattezza alla procura di Roma dove oggi sarà recapitata la denuncia formalizzata ieri dal cantante ai carabinieri di Mariano Comense, il posto di polizia più vicino alla sua villa in Brianza. Dalle cinque pagine della querela per lesioni sporta da Facchinetti nei confronti del 33enne campione irlandese di arti marziali miste (Mma) Conor McGregor, emerge la ricostruzione dell'artista sui fatti accaduti nella notte tra sabato e domenica scorsi all'interno della saletta privata al piano terra dell'hotel St. Regis di Roma, dove McGregor alloggiava da mercoledì con la moglie Dee Devlin, i tre figli e la madre Margaret. Il racconto agli atti coincide con quello che Facchinetti aveva detto all'alba di domenica al milione di persone che lo seguono su Instagram. «Eravamo stati invitati al St Regis per conoscere McGregor - afferma - abbiamo parlato per più di due ore e ci siamo divertiti. Benji e la moglie volevano andare a dormire. Improvvisamente, davanti a 10 testimoni, McGregor mi ha tirato un pugno in bocca, mi ha spaccato il labbro. Mi è uscito il sangue». Secondo la polizia il fatto è avvenuto poco dopo la mezzanotte e Facchinetti ha chiamato i soccorsi solo tre ore più tardi, una volta rientrato al suo albergo, il Parco dei Principi. Sono le 4.14 quando l'ambulanza del 118 arriva al Parco dei Principi, su richiesta al 112 per una «aggressione», ritenuta da «codice giallo». I sanitari visitano Facchinetti e annotano «visita generale». L'intervento si chiude alle 4.41. Con Facchinetti giudicato come un paziente da «codice verde», che rifiuta il ricovero. Alla stessa ora, un equipaggio del reparto Volanti diretto da Massimo Improta, arriva al Parco dei Principi e ascolta la versione dell'artista. Lo invita ad andare in ospedale a farsi refertare, per poter poi sporgere querela, visto che le lesioni non sembrano così profonde da consentire l'avvio dell'indagine d'ufficio (scatta dai 21 giorni di prognosi in poi). Insieme a McGregor, a Facchinetti e a sua moglie Wilma Faissol, nella saletta ci sono anche l'autore delle hit più in voga delle ultime estati Benji Mascolo, star dei social con due milioni di seguaci su Instagram accompagnato dalla moglie Bella Thorne, l'attrice americana resa famosa dalla serie "A tutto ritmo" su Disney Channel. Una pattuglia del commissariato Viminale diretto da Mauro Baroni raggiunge subito il St. Regis in via Vittorio Emanuele Orlando. Le testimonianze dei dipendenti confermano il racconto di Facchinetti: è stato colpito. Il cantante però alimenta un giallo che non c'è. Martedì sempre su Instagram, denuncia: «Il mio avvocato ha chiesto il video dell'aggressione al St. Regis. Visto che il tutto è avvenuto non in una camera ma in un sala riunioni, se non ci danno tutti i video forse c'è qualcosa da nascondere, non solo l'aggressione». Quelle immagini la polizia le ha acquisite. Gli interni dell'hotel sono tutti coperti dagli occhi elettronici, tranne la sala dove McGregor ha sferrato il pugno, perché spesso ospita le riunioni private dei capi di Stato che vengono a Roma e per ragioni di privacy non è videosorvegliata. Il resto dell'hotel sì. Ora che finalmente Facchinetti ha depositato la querela, i filmati potranno essere utilizzati. Il cantante ha avuto 15 giorni di prognosi: il referto è allegato alla denuncia nella quale Facchinetti non precisa se McGregor fosse sotto effetto di alcol e droghe. Dettaglio che invece risulterebbe non soltanto dalle testimonianze di Benji Mascolo e degli altri vip presenti nella notte dell'ultimo colpo di testa di Conor "il barbaro". 

Gianluca Cordella per "il Messaggero" il 18 ottobre 2021. Tre arresti, cauzioni per 62 mila dollari e una cifra imprecisata spesa in multe prese a ogni latitudine e dalle più disparate autorità. Con la chicca, in senso negativo si intende, di una maxi mazzetta da 900 mila euro che la leggenda metropolitana vuole abbia pagato alla mafia irlandese per risolvere una faccenda spinosa. Una delle sue tante aggressioni, di cui quella volta, in un pub di Dublino, fu vittima l'uomo sbagliato. Il curriculum extrasportivo di Conor McGregor è l'esatta antitesi di quello da lottatore: ricchissimo sì, ma di biasimo. Provocatore lo è sempre stato, aggressivo anche. Ma tutto era sempre rimasto all'interno del suo profilo da lottatore sporco, da fighter di strada. Ma quando nel 2017 è salito per la prima e unica volta su un ring di boxe per sfidare Floyd Mayweather qualcosa è cambiato. L'incontro, che mediaticamente ebbe un enorme risalto mondiale, garantì all'irlandese un compenso impossibile da stimare con certezza ma che, secondo le varie fonti, oscillava tra i 75 e i 100 milioni di dollari. Non che nella UFC Conor se la passasse male, ma queste cifre...Da allora lo showman ha avuto la meglio sull'atleta, lo sbandato ha preso il posto del campione, pub e locali notturni sono diventati il suo ottagono. I guai cominciano proprio nel 2017 - ad agosto la sfida con Mayweather, a novembre i fatti che andiamo a raccontare - quando in un pub di Dublino aggredisce per motivi imprecisati un uomo - si scoprirà poi - molto legato a uno dei più noti trafficanti irlandesi. È solo la sua fama (ed evidentemente le notizie che circolano sulle nuove spropositate dimensioni del suo conto in banca dopo la notte contro Pretty Boy) ad evitargli guai seri: la mafia locale gli fa intendere che per una cifra vicina ai 900 mila euro chiuderà un occhio sull'episodio. E Conor paga. Ma la china discendente è ormai stata imboccata.

L'AGGRESSIONE A KHABIB Nell'ottobre dell'anno successivo McGregor è atteso dalla sfida con l'allora nuova icona delle MMA, Khabib Nurmagomedov, per il titolo dei pesi leggeri. Ma ad aprile l'irlandese pensa bene insieme a un gruppo di suoi amici teppisti di assaltare in un parcheggio il pullman dove il campione daghestano viaggia con altri lottatori. McGregor si segnala come il più scatenato degli aggressori, lanciando sedie e bidoni contro i finestrini del bus. Due colleghi rimangono feriti al volto e a McGregor, peraltro inchiodato dai video di sicurezza che diventano virali sul web, non rimane che costituirsi. Torna in libertà dopo aver pagato una cauzione da 50 mila dollari e ottobre viene sconfitto senza appello da Nurmagomedov. Qualche mese ancora e la fedina penale del fighter si arricchisce di una nuova macchia. Marzo 2019: davanti a un hotel di Miami Beach litiga con un fan troppo invadente, gli distrugge il telefono e lo aggredisce. Finisce di nuovo in cella e ne esce dopo aver pagato altri 12 mila dollari. Non sarà la sua ultima volta dietro le sbarre. Perché il lottatore, nel settembre del 2020, viene arrestato ancora, questa volta in Corsica, con l'accusa ancora più grave di violenza sessuale. Si sa poco dei fatti, lo denuncia una ragazza del posto per fatti avvenuti all'interno di un bar. McGregor viene trattenuto e interrogato per due giorni, poi rilasciato. Dopo otto mesi le indagini vengono archiviate per assenza di prove. Come avvenuto l'anno prima quando la stessa denuncia era arrivata da una donna che lavorava in un hotel di Dublino in cui alloggiava il lottatore.

LA VENDETTA DEL PUB Ma c'è un aneddoto in particolare che spiega meglio di tutto chi sia Conor McGregor. Nell'aprile del 2019, sempre in un pub di Dublino, il Murble Arch, prova ripetutamente a offrire da bere a un signore di una certa età che rifiuta la cortesia. Il risultato sono spintoni e schiaffi e la puntuale denuncia dell'anziano cliente. In tribunale McGregor ammette la propria colpevolezza e paga una multa di circa mille euro. Questione finita? Macché. Conor continua a pensarci e due anni dopo (due anni...) decide di comprare il pub teatro della rissa e di vietare l'ingresso a Des Keogh, il signore che lo aveva denunciato. Che a malincuore, ma forse nemmeno troppo, avrà dovuto trovare un altro posto di fiducia per sorseggiare un whisky in tranquillità.

Brett Knight per forbes.it il 17 maggio 2021. Nonostante un 2020 in cui gli sportivi più importanti al mondo hanno lavorato con uno stipendio ridotto e giocato in stadi vuoti o isolati in bolle appositamente create, per contrastare una pandemia che ha comportato perdite miliardarie agli sport professionistici, tuttavia per i migliori in assoluto non poteva andare meglio, almeno dal punto di vista finanziario. Non è un caso, infatti, se i dieci sportivi più pagati al mondo hanno messo a segno un guadagno lordo, ante imposte, di 1,05 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi, il 28% in più rispetto a quanto registrato lo scorso anno. Si tratta, quindi, di pochi milioni di dollari in meno rispetto al record di 1,06 miliardi di dollari stabilito nel 2018. Anno in cui il pugile Floyd Mayweather ha guadagnato 285 milioni di dollari, dovuti quasi del tutto al match del 2017 contro Conor McGregor, trasmesso in pay-per-view. Proprio McGregor, tra l’altro, grazie alla sua fama nelle arti marziali miste ha costruito un impero economico al di fuori dell’Ottagono dell’UFC e ha conquistato la vetta della classifica. Guadagnando, negli ultimi 12 mesi, 180 milioni di dollari. Di questi, la maggior parte, ossia 150 milioni, provengono dalla recente vendita della sua quota di maggioranza nel marchio di whisky Proper No. Twelve a Proximo Spirits. Oltre a essere la sua seconda apparizione nella top ten (dopo la quarta posizione ottenuta con 99 milioni di dollari nel 2018 grazie alla sfida con Mayweather), è la prima volta in assoluto che il 32enne conquista la prima posizione della classifica degli sportivi più pagati al mondo. Inoltre, è abbastanza chiaro che McGregor vuole investire i suoi soldi anche al di fuori dell’alcol: negli ultimi tweet ha infatti annunciato l’idea, inverosimile, di acquistare il Manchester United, ossia la squadra più preziosa della Premier League. Aggiungendo gli introiti dovuti alle sue sponsorizzazioni, McGregor ha guadagnato 158 milioni di dollari al di fuori della sua carriera di lottatore negli ultimi 12 mesi. Diventando il terzo atleta, dopo Roger Federer e Tiger Woods, a guadagnare più di 70 milioni di dollari fuori dal campo in un solo anno, mentre continuava a gareggiare. Quest’anno, anche altre tre superstar hanno superato i 100 milioni di dollari di guadagni totali: le stelle del calcio Lionel Messi e Cristiano Ronaldo e il quarterback della Nfl, Dak Prescott. Messi, il cui braccio di ferro estivo con il Barcellona ha svelato il disastroso stato finanziario del club e il valore del suo contratto, 674 milioni di dollari, ha guadagnato 130 milioni di dollari. Cifra che ha stabilito un nuovo record per un calciatore. Prescott, invece, con 107,5 milioni di dollari, ha battuto il record per i giocatori della Nlf, grazie soprattutto ai 66 milioni di dollari di bonus per la firma con i Dallas Cowboys. In precedenza, solo cinque atleti hanno guadagnato più di 100 milioni di dollari in un anno: Federer, Mayweather, Neymar, Manny Pacquiao e Woods. E, quando è successo, erano in tre contemporaneamente ad aver superato questa cifra. Come nel 2018, 2019 e 2020. I 10 sportivi più pagati al mondo: 

CONOR MCGREGOR

Età: 32

Paese: Irlanda

Sport: MMA

Guadagni fuori dal campo: $158 milioni

Guadagni dal campo: $22 milioni

Guadagni totali: $180 milioni

LIONEL MESSI

Età: 33

Paese: Argentina

Sport: Calcio

Guadagni fuori dal campo: $33 milioni

Guadagni dal campo: $97 milioni

Guadagni totali: $130 milioni

CRISTIANO RONALDO

Età: 36

Paese: Portogallo

Sport: Calcio

Guadagni fuori dal campo: $50 milioni

Guadagni dal campo: $70 milioni

Guadagni totali: $120 milioni

DAK PRESCOTT

Età: 27

Paese: Usa

Sport: Football

Guadagni fuori dal campo: $10 milioni

Guadagni dal campo: $97, milioni

Guadagni totali: $107,5 milioni

LEBRON JAMES

Età: 36

Paese: Usa

Sport: Basket

Guadagni fuori dal campo: $65 milioni

Guadagni dal campo: $31,5 milioni

Guadagni totali: $96,5 milioni

NEYMAR

Età: 29

Paese: Brasile

Sport: Calcio

Guadagni fuori dal campo: $19 milioni

Guadagni dal campo: $76 milioni

Guadagni totali: $95 milioni

ROGER FEDERER

Età: 39

Paese: Svizzera

Sport: Tennis

Guadagni fuori dal campo: $90 milioni

Guadagni dal campo: $0.03 milioni

Guadagni totali: $90 milioni

LEWIS HAMILTON

Età: 36

Paese: Regno Unito

Sport: Formula 1

Guadagni fuori dal campo: $12 milioni

Guadagni dal campo: $70 milioni

TOM BRADY 2

Guadagni totali: $82 milioni

TOM BRADY

Età: 43

Paese: Usa

Sport: Football

Guadagni fuori dal campo: $31 milioni

Guadagni dal campo: $45 milioni

Guadagni totali: $76 milioni

KEVIN DURANT

Età: 32

Paese: Usa

Sport: Basket

Guadagni fuori dal campo: $44 milioni

Guadagni dal campo: $31 milioni

Guadagni totali: $75 milioni

Da gazzetta.it il 23 settembre 2021. Secondo Forbes in cima alla classifica dei calciatori più pagati al Mondo nella stagione 2021-22 c'è Cristiano Ronaldo. Passato dalla Juventus al Manchester United, percepirà al lordo 106,5 milioni di euro. 

Leo Messi

Al secondo posto Leo Messi, passato dal Barcellona al Psg: 93,7 milioni di euro. 

Neymar

Al terzo posto il brasiliano Neymar del Psg, 81 milioni di euro.

Kylian Mbappé

Al quarto posto un altro elemento del Psg, Kylian Mbappé con 36,6 milioni di euro. 

Mohamed Salah

L'egiziano dei Reds guadagna circa 35 milioni di euro. 

Robert Lewandowski

Il polacco guadagna quasi 30 milioni di euro in questa stagione. 

Andrés Iniesta

Il centrocampista anche in Giappone guadagnerà in questa stagione quasi 30 milioni di euro. 

Paul Pogba

Il francese dello United arriva a 29 milioni di euro stagionali.

Gareth Bale

Il gallese guadagnerà 27 milioni di euro anche in questa stagione a Madrid. 

Eden Hazard

Poco più di 24 milioni di euro per il belga del Real.

Monica Colombo per corriere.it il 3 novembre 2021.

La classifica degli allenatori più pagati: Simeone è primo, poi Guardiola e Conte. Allegri 8°. L’argentino dell’Atletico Madrid guadagna 24 milioni l’anno, uno più di Guardiola. Conte, dopo la firma col Tottenham, sale sul podio sorpassando Klopp. La serie A presente con il tecnico della Juve e Mourinho, nono. Chiude la top ten Ancelotti 

1. Diego Simeone (Atletico Madrid): 24 milioni

2. Pep Guardiola (Manchester City): 23 milioni

3. Antonio Conte (Tottenham): 17,6 milioni

4. Jurgen Klopp (Liverpool): 17,5 milioni

5. Ole Gunnar Solskjaer (Manchester United): 8,4 milioni

6. Mauricio Pochettino (Psg): 8 milioni

7. Marcelo Bielsa (Leeds): 8 milioni

8. Massimiliano Allegri (Juventus): 7 milioni

9. Mourinho (Roma): 7 milioni

10. Carlo Ancelotti (Real Madrid): 6 milioni

Fabio Capello, il signore degli scudetti, quindici anni fa quando era all’apice della carriera frenò l’ondata di elogi collettivi con una frase che stupì i più. «Resto convinto che un tecnico incida al 20 per cento, percentuale che se applicata a una persona sola è già un’ottima proporzione». Il resto, va da sé, lo fanno i giocatori. Eppure per ottenere quel 20 per cento, necessario per conquistare titoli e coppe, viene pagato a peso d’oro. Ecco allora la top ten dei tecnici più pagati al mondo in questo momento.

Salvatore Riggio per corriere.it il 23 settembre 2021. La crisi economica in Cina si riflette anche nel calcio e le conseguenze sono pesanti, inimmaginabili fino a qualche tempo fa. Ne sa qualcosa il Guangzhou Evergrande, che sta trattando con il suo allenatore — Fabio Cannavaro, il capitano dell'Italia campione del mondo a Germania 2006 e Pallone d'Oro di quell'anno — la risoluzione del contratto. Una notizia inattesa sul piano sportivo ma ineluttabile in quanto il colosso immobiliare cinese è sull’orlo del tracollo finanziario. Una vicenda, tra l'altro, che sta agitando le Borse internazionali ed è seguita con apprensione. Come riporta il portale cinese online Sohu.com, Cannavaro non è rientrato a Guangzhou per allenare la squadra giovedì 23 settembre, giorno previsto per il ritorno. Ma non è una vicenda che ha colto di sorpresa il club. Anzi, c'è un accordo fra le parti: stanno trattando una risoluzione consensuale sul quinquennale che scadrà a fine 2023 e prevede un ingaggio netto di 12 milioni di euro per l'ex capitano della Nazionale. La situazione è delicata, le cifre in ballo sono alte, la trattativa è ancora in corso ed è per questo che anche Cannavaro non ha commentato la vicenda in queste ore. A sostituirlo, secondo i media cinesi, dovrebbe comunque essere l'attuale capitano della squadra Zheng Zhi. Quello che sta accadendo al Guangzhou Evergrande dimostra quanto sia sottile il filo che unisce i ricchi proprietari cinesi ai club del paese. Si tratta di una società importante — la maggioranza delle quote è nelle mani dell'Evergrande Group, che sta appunto attraversando una devastante crisi finanziaria, e la minoranza di Alibaba Group — che nella sua storia ha vinto otto campionati cinesi, due coppe della Cina, quattro Supercoppe cinesi e due Champions asiatiche. Soltanto qualche mese fa la Chinese Super League aveva dovuto affrontare il fallimento dello Jiangsu, campione in carica (aveva battuto in finale proprio il Guangzhou Evergrande di Cannavaro), l'altro club di proprietà della famiglia Suning insieme all'Inter. 

Carlos Passerini per corriere.it il 6 settembre 2021. C’è un prima e un dopo. Nulla dopo quel contratto è stato più lo stesso. Mezzo miliardo di euro: tanto al Psg è costato l’affare Neymar. Una cifra pazzesca, praticamente l’intero valore di un grande club che gioca la Champions, una soglia mai raggiunta prima di allora. E per un giocatore solo. Era il 3 agosto 2017 e quell’irruzione del Qatar, un club-stato, ha stravolto per sempre le regole stesse del calcio, mandando all’aria ogni equilibrio economico. A svelare i dettagli di quel contratto è stato per primo El Mundo, quotidiano spagnolo del gruppo Rcs. Diciannove pagine fitte di cifre, postille, obblighi, diritti e allegati vari che anche il Corriere ha potuto esaminare. E che suggeriscono una domanda inevitabile, soprattutto dopo un’estate in cui a Parigi sono arrivati anche Messi, Hakimi e il nostro Donnarumma: il Psg, con le sue immense risorse, gioca davvero lo stesso campionato di tutti gli altri? Neymar-Psg, un affare che sfiora i 500 milioni. Oltre al pagamento del più costoso trasferimento della storia calcio, 222 milioni, il club francese ha garantito al calciatore nell’agosto 2017 «lo stipendio di 43.334.400 euro lordi per anno» e di 50.556.117 euro sempre lordi «come premio fedeltà» nel caso in cui si fosse fermato anche il sesto, fino al 2023, come avverrà. La società del Qatar — proprietario del club attraverso il fondo sovrano Qatar Investment Authority — garantisce al brasiliano «il pagamento di 3.611.200 al mese» e — altro dettaglio interessante che emerge dal contratto — si riserva lo sfruttamento di «tutti i diritti di immagine del calciatore», con tanto di dettagli: «audio, video, telefono, poster, striscioni, tessuti per la casa o articoli da spiaggia». L’accordo prevede che, qualunque cosa accada, O Ney riceverà 185 milioni netti durante la durata dell’accordo — quindi un fisso di 30 netti annui — e che ogni contingenza fiscale e legale sarà a carico del Psg. Sul contratto compaiono anche i doveri spettanti al fuoriclasse: deve pagare tutte le sue tasse in Francia e non deve commettere reati, «che non saranno tollerati». Facendo due conti, solo il suo vecchio-nuovo compagno di squadra Messi ha guadagnato di più giocando a calcio: 74,9 milioni a stagione al Barça, netti. Neymar ha rinnovato il suo contratto la scorsa stagione, con poche variazioni negli importi, al di là degli adeguamenti fiscali e dei tagli collettivi dovuti alla pandemia di Covid. Nel 2017 strappare il brasiliano al Barcellona sembrava un’operazione irrealizzabile, invece è riuscita e di fatto ha rivoluzionato la storia del calcio moderno, gonfiando a dismisura i prezzi del mercato e contribuendo ad alimentare una rischiosissima bolla finanziaria che ora rischia di scoppiare. Non è affatto un caso che solo tre mesi dopo l’affare Neymar sia stato firmato il contratto più costoso nella storia dello sport, quello dell’argentino Lionel Messi con il Barça, che ammontava a 555.237.619 euro. Dopo Neymar, come detto, nulla è stato più lo stesso: le cifre delle operazioni nel mondo del calcio sono schizzate alle stelle. Troppo potenti i mezzi delle «squadre-Stato», come le ha definite Javier Tebas, presidente della Liga spagnola, a partire proprio dal Psg, una scommessa dell’emiro Tamin bin Hamad Al-Thani per dare visibilità mondiale al suo Paese. Il fatto che il Qatar ospiterà il Mondiale nel novembre del prossimo anno non è ovviamente un dettaglio: l’obiettivo è rendere il Psg il migliore spot possibile in vista dell’evento. Vedremo se sarà davvero così: oltre a Neymar, il tecnico dei parigini Pochettino può contare su Messi e Mbappé, rimasto controvoglia sotto la torre Eiffel nonostante l’offerta choc da 200 milioni del Real Madrid. Il Qatar ha detto no. Ma basterà per portare finalmente a casa la Champions?

Il contratto che ha cambiato la storia del calcio. Marco Gentile il 5 Settembre 2021 su Il Giornale. 222 milioni di euro netti per il cartellino, 185 al giocatore per i suoi anni di contratto più altre postille: ecco quanto Neymar è costato al Psg. Sono passati già oltre quattro anni dal ricchissimo trasferimento di Neymar dal Barcellona al Psg per la cifra record da 222 milioni di euro (importo della clausola rescissoria). El Mundo Deportivo ha svelato i dettagli del suo onerosissimo trasferimento che ha cambiato la storia del calcio. Il 29enne brasiliano, infatti, percepirà dal club transalpino, fino a fine del contratto, circa 185 milioni di euro netti anche se ha deciso di cedere i suoi diritti di immagini al Qatar

Cifre da capogiro. Mezzo miliardo di euro: questo è quanto è costato O'Ney al Psg. Quell'agosto del 2017 la vita del carioca è cambiata ma anche quella del calcio mondiale con un trasferimento davvero pazzesco a livello economico. Quell’irruzione del Qatar, una squadra-stato, ha fatto saltare il banco nel mondo del calcio dato che da quel momento in poi i prezzi dei calciatori sono saliti a livelli assurdi, immorali molte volte. Il quotidiano spagnolo ha snocciolato ben diciannove pagine fatte di cifre, postille, obblighi, diritti e questa cosa è stata anche appurata dal Corriere della Sera. 222 milioni di euro il valore del cartellino, lo stipendio di agosto 2017 era di 43.334.400 euro lordi per ogni anno di contratto più 50.556.117 euro sempre lordi come premio fedeltà nel caso avesse firmato anche per il sesto anno fino al 30 giugno del 2023. La società del Qatar garantisce al brasiliano il pagamento di 3.611.200 al mese ma si è però, come detto, assicurato tutti i diritti di immagine del calciatore. L’accordo prevede che, qualunque cosa accada, O Ney riceverà 185 milioni netti durante la durata dell'intero contratto.

Il calcio è dei tifosi. Aleksander Ceferin, numero uno dell'Uefa, si era mostrato contrario alla formazione della Super League capitanata da Real Madrid, Barcellona e Juventus ma che ha visto coinvolti altri 9 club tra spagnoli, inglesi e italiani tra cui anche Inter e Milan. "Il calcio è dei tifosi", aveva tuonato così il presidente del massimo organismo del calcio europeo ma vedendo come ha operato sul mercato il Psg (club che insieme a Borussia Dortmund e Bayern Monaco non aveva aderito a questa iniziativa) tantissimi appassionati di calcio si sono posti più di una domanda. Lionel Messi è arrivato a parametro zero ma con uno stipendio da record, Kylian Mbappé è rimasto alla corte di Pochettino e poi ci sono Neymar, Angel Di Maria e Mauro Icardi tra i vecchi solo per citarne alcuni. Non solo, perché il mercato ha portato in dote giocatori del calibro di Achraf Hakimi pagato quasi 70 milioni di euro ma non solo dato che anche Wijnaldum e Sergio Ramos hanno accettato di andare a giocare per il club dello sceicco Nasser Al-Khelaifi. Per il momento Neymar si gode il lauto stipendio, fino a quando avrà 31 anni, e dove forse libero di poter scegliere andrà a giocare nel club che gli corrisponderà lo stipendio più alto.

Marco Gentile. Sono nato l'8 maggio del 1985 a Saronno, ma sono di origine calabrese, di Corigliano Calabro, per la precisione. Nel 2011 mi sono laureato in comunicazione pubblica d'impresa presso la Statale di Milano. Ho redatto un elaborato finale sulla figura di José Mourinho, naturalmente in ambito

Guido De Carolis per corriere.it il 7 settembre 2021. Il ritorno di Cristiano Ronaldo al Manchester United è stata una scelta tecnica, di cuore e, soprattutto, di portafoglio. Il portoghese è un’azienda con un fatturato mostruoso che non viene alimentato soltanto dai 25 milioni netti l’anno garantiti dai Red Devils o prima ancora dai 31 che gli versava la Juventus. Il cinque volte Pallone d’oro è una miniera d’oro e il grosso dei guadagni arriva dagli sponsor e dai diritti d’immagine. Quando arrivò alla Juve, tre estati fa, beneficiò della Flat Tax introdotta dal governo Gentiloni. In sostanza Ronaldo, come qualunque altro straniero, pagava un forfait di 100 mila euro l’anno su tutti i redditi provenienti dall’estero, appunto le milionarie sponsorizzazioni. Ai tempi fu un incentivo non da poco e anche per questo scelse il club bianconero pur avendo svariate offerte da tutto il mondo. Il trasferimento al Manchester United sarà ancora più conveniente per CR7. Come rivelato da Il Sole 24 Ore, il portoghese non dovrà pagare neppure i 100 mila euro che versava in Italia. In Inghilterra beneficerà di un bonus chiamato «Res non Dom», residenti non domiciliati: qualcuno che vive e lavora in Inghilterra, ma secondo le leggi britanniche ha la sua «casa permanente» in un altro Paese. Un regime fiscale che, a determinate condizioni, permette di non vedersi tassare redditi esteri, che vengono collocati all’estero e non importati nel Regno Unito. È il caso di Ronaldo che aveva beneficiato dello stesso bonus già nel 2003, quando dallo Sporting Lisbona si trasferì per la prima volta al Manchester United. CR7 avrà diritto per i prossimi sette anni a questo speciale regime di tassazione. Il fisco è da sempre il peggior nemico dei vip e Ronaldo non fa differenza. Il portoghese con le tasse ha sempre avuto un cattivo rapporto. Il fisco spagnolo, particolarmente duro con i vip, per le imposte non versate sui diritti d’immagine tra il 2011 e il 2014 sanzionò in modo pesante l’attaccante. Il portoghese patteggiò due anni di reclusione e il pagamento di una sanzione da 18,8 milioni di euro. A Manchester non dovrà più preoccuparsi degli esattori delle tasse. Il trasferimento dalla Juve allo United non è stato solo una questione tecnica. Certo la cifra risparmiata (100 mila euro) rispetto all’Italia non è eccessiva per uno del calibro di Ronaldo che guadagna oltre 2 milioni netti al mese. Ma si sa, i soldi non sono mai abbastanza.

Da fiorentina.it il 18 giugno 2021. Divorzio tra soldi e insulti. Questo l’addio tra Fiorentina e Gattuso secondo quanto riportato da Rai Tgr Toscana. 40 milioni di commissioni per cinque giocatori e una videochiamata finita a male parole, con un’offesa pesante a un membro della famiglia Commisso. Dopo 22 giorni l’avventura Fiorentina-Gattuso è già finita. Il tecnico calabrese non era mai stato troppo convinto dei viola, perché voleva una squadra forte e sapeva che la società doveva comprare tanti giocatori. La dirigenza della Fiorentina non si aspettava che i calciatori che voleva Gattuso fossero tutti gestiti da un solo procuratore, ovvero Mendes. La lite finale è avvenuta sabato scorso, quando a Milano si sono incontrati di persona Barone e Mendes. Dovevano chiudere Oliveira, invece secondo quanto raccolto da Rai Tgr Toscana i costi sarebbero raddoppiati e le commissioni andate alle stelle. A quel punto Commisso, informato da Barone, ha chiuso tutti i rapporti. Gattuso è andato su tutte le furie, perché riteneva non venissero mantenute le promesse fatte, mentre secondo i dirigenti viola ci sarebbero state pronte delle valide alternative. Ma da quel giorno si è alzato un muro e si è arrivati al divorzio.

Da gazzetta.it il 12 novembre 2021. I procuratori continuano a far discutere. I mediatori del calcio, sempre più ricchi e sempre più importante soprattutto nel mercato dei parametri zero, finiscono infatti sempre più spesso nel mirino. Così accade che un agente top come Mino Raiola venga bandito dal Milan o che il numero uno della Fifa esprima a chiare lettere l'esigenza di "cambiare il sistema". Intervenendo ad un seminario sul regolamento, lo status e il trasferimento dei calciatori (a cui ha partecipato anche l'ex commissario europeo Mario Monti), il presidente Gianni Infantino ha infatti dichiarato: "Nel 2019 è stato speso l'equivalente di sette miliardi di euro per i trasferimenti di calciatori, 700 milioni sono andati in provvigioni degli agenti e solo 70 milioni alla formazione e ai compensi di solidarietà. Qualcosa non va, si deve cambiare". Una situazione che la Fifa vuole cambiare, grazie anche al progetto di riforme del sistema dei trasferimenti. "Penso - ha aggiunto il numero uno del calcio mondiale - che dovremmo rendere le regole un po' più trasparenti di quelle attuali, più chiare. La camera di compensazione aiuterà, ma già i pagamenti per l'indennità di formazione faranno in modo che almeno il 5% del totale dei trasferimenti, che su 7 miliardi sono almeno 350 milioni, dovrebbe andare ai club che preparano i giocatori. La chiarezza e la trasparenza dovranno caratterizzare tutti gli altri pagamenti per evitare ciò che accade ancora regolarmente, ovvero che ogni volta che la Guardia di Finanza di quasi tutti i Paesi guarda ad alcune attività di trasferimento, trovi qualcosa".

Da ilnapolista.it il 4 giugno 2021. Sigfrido Ranucci, direttore della trasmissione Report, è intervenuto a Radio Punto Nuovo, presentando in anteprima un’inchiesta che sarà in onda lunedì sui procuratori del mondo del calcio. Con la puntata sulla Juventus abbiamo cominciato un percorso di studio e di inchiesta su tutto il mondo del calcio. Questa volta abbiamo preso un segmento che è quello degli agenti, in cui ci sono alcune anomalie. Siamo venuti in possesso di un dossier che era stato commissionato dall’Uefa e misteriosamente non è mai stato pubblicato, forse perché altamente imbarazzante: parla soprattutto delle transazioni che riguardano i procuratori e gli intermediari, ne esce uno spaccato molto preoccupante perché si discute di 2-3 miliardi di euro di transazioni finanziarie illecite, uno spazio in cui si muove anche la criminalità organizzata. Anche quando si parla degli agenti italiani più consolidati, hanno sedi fittizie a Malta ad esempio e molti di loro hanno sede a Montecarlo. La domanda è: le pagano le tasse in Italia? Grazie alla trasparenza della Figc siamo riusciti a sapere quante sono le transazioni e che valore hanno, e quelle risultanti dal dossier sono più alte, l’Italia è la seconda nazione per questo tipo di transazioni dopo l’Inghilterra. Sulle vicende del calcio persevera un’omertà riscontrabile solo nelle vicende di mafia ed è un peccato perché stiamo parlando di un patrimonio che è di tutti. L’industrializzazione ha sottratto la dimensione onirica. Quello che noi mostreremo è anche la denuncia stata fatta da una figura anonima, e questa è un’anteprima, ci ha fatto consegnare un plico con un pizzino con una serie di transazioni che indicano quelli che per lui sono i veri padroni del calcio. Il quadro è abbastanza deprimente. Anche i direttori sportivi di importantissimi di calcio che sono padroni di società occulte di scommesse legati ad ambienti mafiosi. Agenti vengono picchiati se cercano di mettere le mani sui certi giocatori, altri che pagano i propri assistiti per convincere gli altri ad entrare nella scuderia, ancora intermediari che raccolgono soldi nelle trattative e anche dai partiti politici.

La lente d'ingrandimento sul "pallone". Report, il calcio e le sue ombre: l’inchiesta che accusa club e procuratori di Serie A. Redazione su Il Riformista il 7 Giugno 2021. Il gotha del calcio italiano sotto la lente d’ingrandimento di Report. Nella puntata del programma di Rai3 che andrà in onda questa sera il focus sarà sui “nuovi padroni del calcio”, tra retroscena e segreti del mondo del pallone. Ma dell’inchiesta Report anticipa anche le “pressioni di Leonardo Bonucci sul giovane compagno di squadra alla Juventus Dejan Kulusevski per cambiare procuratore. L’improvviso voltafaccia al proprio agente della giovane promessa del Genoa Gianluca Scamacca. Gli intrighi dietro l’acquisto per 20 milioni di euro dell’attacante kosovaro Vedat Muriqi, uno dei giocatori più pagati dalla Lazio da quando Claudio Lotito è presidente del club e che ha fatto panchina per quasi tutto l’anno. Le voci su un presunto acquisto della procura del centrocampista della AS Roma Jordan Veretout da parte di un agente finito più volte nel mirino degli investigatori per i suoi presunti rapporti con uomini della camorra. La costosa compravendita del giovanissimo Nicolò Rovella tra Juventus e Genoa che ha permesso ai rossoblù di sistemare il bilancio”, rilancia il programma di Rai3 nell’anticipare l’inchiesta.

I "CASI" RAIOLA E PASTORELLO – Il servizio, intitolato ‘I padroni del calcio’, mette nel mirino alcuni nomi noti anche ai meno esperti di calcio: tra questi il superprocuratore Mino Raiola, tra gli agenti più pagati al mondo e rappresentante di campioni come Zlatan Ibrahimovic, Paul Pogba e Gianluigi Donnarumma, ma anche Federico Pastorello, procuratore del bomber dell’Inter Romelu Lukaku. Per entrambi il problema sollevato da Report riguarda la presenza a Malta delle società dei due agenti. Raiola, spostando la sua Three Sport sull’isola, riesce ad avere enormi vantaggi con una tassazione del 5 per cento: il requisito fondamentale sarebbe quello di non possedere una società fittizia, ma l’inviato della Rai non sarebbe riuscito a visitare la sede o incontrare un dipendente. “L’impressione è che il palazzetto d’epoca sia in realtà solo un domicilio fiscale per tante aziende”, spiega Report.

TARE E LA LAZIO – Secondo la trasmissione di Rai3 il direttore sportivo della Lazio, Igli Tare, sarebbe il proprietario occulto di 400 sale scommesse in Albania. La notizia è contenuta in un’indagine della Guardia di Finanza di Bari che nel 2018 ha portato all’arresto di decine di persone legate a Cosa nostra, ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita, che cercavano di riciclare denaro attraverso società di gioco d’azzardo. Una di queste, la Top Bast, secondo gli investigatori italiani sarebbe riconducibile a Igli Tare e al fratello Genti, console albanese in Turchia: proprio lui, nel 2015, è stato contattato dagli uomini dei clan per un tentativo d’acquisto. I due fratelli Tare non sono stati indagati dalla Procura di Bari, perché la compravendita non si è conclusa. Gli atti dell’indagine sono stati trasmessi dai magistrati alla Figc, che però non ha mai aperto un’inchiesta sportiva sul ds della Lazio, come ha confermato lui stesso a Report. Tare ha poi voluto precisare la sua “assoluta estraneità” e la “falsità delle notizie” presenti nell’inchiesta della Guardia di Finanza e dei pm baresi.

LE PLUSVALENZE TRA JUVENTUS E GENOVA– Riflettori accesi anche sulle plusvalenze, fondamentali per molti club di Serie A per "restare a galla" tra bilanci in costante rosso. Tra i più attivi nel ‘settore’ c’è il presidente del Genoa Enrico Preziosi, tirato in ballo da Report per il trasferimento alla Juventus del giovanissimo centrocampista Nicolò Rovella, costata ai bianconeri ben 18 milioni di euro per un calciatore classe 2001 con poche presenze nel campionato. Una compravendita senza soldi: mentre il Genoa cedeva Rovella alla Juventus, il club ligure acquistava contemporaneamente dai bianconeri due giovani per lo stesso identico valore complessivo. Operazione insomma a zero euro come scrittura contabile, ma che consente di ripianare i bilanci grazie alle plusvalenze dei cartellini.

LE OPERAZIONI SOSPETTE DI ALLEGRI – Ma oltre a club e procuratori Report "indaga" anche sul neo allenatore della Juventus Massimiliano Allegri. Il tecnico è infatti finito nel mirino di Bankitalia per alcune operazioni ritenute sospette: si tratterebbe di pagamenti della società maltese Oia Service Limited, legata al mondo del gioco d’azzardo e sospettata dall’Antimafia di Regio Calabria di legami con l’ndrangheta. Un caso segnalato da una filiale di Torino dove Allegri aveva aperto un conto nel 2014: da lì risultarono sette bonifici tra il 2018 e il 2021 per un totale di circa 161mila euro. Allegri si è dichiarato estraneo a qualsiasi attività illecita, spiegando di non aver mai scommesso sul mondo del calcio.

Valerio Piccioni per gazzetta.it l'8 giugno 2021. "Le trame oscure del calcio italiano". È il titolo dell’approfondimento di ieri di “Report” su Rai 3, che ha scatenato furiose polemiche. Guerra di procuratori, commissioni esorbitanti, società di scommesse dalla proprietà ambigua, affari di mercato pieni di opacità: un viaggio in un calcio in cui, e questa purtroppo non è una rivelazione, i conti drammaticamente in rosso dei club convivono con facili guadagni milionari, e non solo dei calciatori. E in cui anche la reazione delle istituzioni sportive si infrange evidentemente su tanti muri di gomma. Come nel caso del dossier Uefa, presentato nella trasmissione, in cui si parla di due miliardi di euro di "transazioni finanziarie illecite" nel mondo del calcio nella stagione 2018-2019. Il fronte da cui è partita l’inchiesta è quello del ruolo di alcuni procuratori e della denuncia di una situazione di crescente «oligopolio» del mercato con pochi procuratori che prendono la maggior parte della torta delle mediazioni, marginalizzando la gran parte dei loro colleghi. Da una parte le presunte pressioni di alcuni giocatori per convincere colleghi a cambiare agente. Dall’altra quella sorta di doppia intermediazione che continua a caratterizzare alcune negoziazioni nonostante i divieti normativi, procuratori che fanno da consulenti di alcuni club e rappresentano nello stesso tempo gli interessi di alcuni calciatori. C’è poi il caso di Mino Raiola, uno dei nomi top della galassia dei procuratori, che ha accusato la Rai di fake news: "È una vergogna che la televisione di Stato, usando soldi pubblici, possa raccontare tante falsità". Al centro dello scontro c’è l’indirizzo della società maltese Three Sport News del procuratore di Donnarumma, Ibrahimovic e tanti altri. Per gli autori del servizio si tratta di un indirizzo fantasma di una società fittizia, mentre Raiola denuncia invece un servizio a tesi e una sede "che non hanno voluto o saputo trovare". Una ricostruzione contestata dalla trasmissione e dal suo conduttore Sigfrido Ranucci: "È lo stesso indirizzo che viene riportato nei documenti ufficiali della Federcalcio e che fa fede per i controlli fiscali sulle operazioni di mediazione. E Raiola da mesi, nonostante i ripetuti inviti, non ha mai voluto rispondere alle domande di Report".

TARE SMENTISCE —   Nella trasmissione si è anche raccontato di una presunta proprietà occulta della Top Bast, una società con 400 sale scommesse in Albania, dietro cui ci sarebbero il direttore sportivo della Lazio Igli Tare con suo fratello Genti, console albanese in Turchia (tirato in ballo anche per l’acquisto di Vedat Muriqi dal Fenerbahce). Che avrebbe avuto un ruolo nel tentativo di acquisto della società da parte di alcuni clan malavitosi, affare poi rimasto al palo perché giudicato non conveniente dai potenziali compratori. Il dirigente biancoceleste ha risposto duramente prima ancora della messa in onda, sulla base delle diverse anticipazioni giornalistiche, dichiarandosi "assolutamente estraneo alla società rispetto al quale non è titolare di alcun interesse diretto e indiretto". Tare smentisce categoricamente un altro passaggio dell’inchiesta, il tentativo di acquistare la società da parte del clan Martiradonna, "operazione di cui - dicono i suoi legali in una nota - ignora qualsiasi informazione". Una posizione che ha portato il dirigente laziale a diffidare “Report” dalla messa in onda. Nell’inchiesta della procura della Repubblica di Bari (nella trasmissione viene citata una informativa della Guardia di Finanza), i due fratelli Tare non risultano indagati. I documenti sono arrivati anche alla procura federale, ai tempi, anno 2018, in cui era guidata da Giuseppe Pecoraro, che aveva ritenuto non sussistessero elementi per indagare sulla posizione del dirigente laziale.

L’ACQUISTO DI CORIC —   Nella trasmissione vengono citati anche altri episodi, per esempio quello dell’acquisto dalla Dinamo Zagabria di Ante Coric da parte della Roma ancora durante la gestione Pallotta (l’operazione è del 2018). Sulle circostanze dell’operazione, e in particolare sulla commissione di 1,2 milioni (il giocatore fu pagato otto milioni) di euro versata a una società romana, stanno indagando - dice “Report” - gli investigatori croati e quelli della Procura di Roma. L’ultima rata della somma non è stata ancora saldata dal club giallorosso che dice di aspettare prudenzialmente un chiarimento sul versante giudiziario della vicenda.

Da ilnapolista.it il 7 giugno 2021. La puntata di Report di stasera sarà incentrata su un’inchiesta sui procuratori nel mondo del calcio. Nel mirino, un giro di affari e di conflitti di interesse con infiltrazioni della criminalità organizzata. Con implicazioni sulla Lazio e sul suo direttore sportivo, Igli Tare. Repubblica ne riporta alcune anticipazioni. Due gli episodi ricostruiti dallo speciale “Splendori e miserie dei signori del calcio”, in onda stasera alle 21:15 su RaiTre. Il primo riguarda un’indagine della Procura di Bari partita dalle rivelazioni del Gico della Guardia di Finanza che, nel novembre 2018, arresta 22 persone legate ai clan Capriati e Parisi. “L’indagine porta alla luce un’alleanza tra mafia siciliana, ‘ndrangheta e clan baresi per investire in una rete di sale scommesse, in Italia e all’estero”. Le cosche si interessano all’acquisto della Top Bast (400 sale attive), intestata a Ermal Barjami, che secondo la Guardia di Finanza è un prestanome. “Nell’ordinanza sottoscritta dalla procura di Bari si legge che «di fatto, la società è dei fratelli Genti e Igli Tare, rispettivamente console albanese in Turchia e direttore sportivo della società sportiva Lazio». Secondo gli investigatori la circostanza risulta evidente da una serie di contatti intercorsi tra Genti Tare e gli emissari del clan”. In particolare, ci sono diverse email che riguardano un incontro fissato per l’8 gennaio 2015 tra Genti Tare e il capo dell’organizzazione barese, Francesco Martiradonna. La vendita non va in porto: i clan non considerano conveniente a livello fiscale investire in Albania. Per questo motivo i fratelli Tare non vengono indagati. Ma un direttore di un club non può essere titolare di un’agenzia di scommesse: è un illecito sportivo, perciò le carte dell’inchiesta vengono inviate alla Procura Figc. “La Procura, allora diretta da Giuseppe Pecoraro poi sostituito da Giuseppe Chiné (oggi anche capo di gabinetto del ministro dell’Economia), conduce una serie di accertamenti sui soggetti coinvolti, ma non su Igli Tare. È lo stesso Tare che — oltre a dirsi estraneo alla vicenda e «vittima di un tentativo di discredito da parte di soggetti terzi» — conferma di non essere stato mai sentito dai magistrati sportivi”. La vicenda della Top Bast, però, evidenzia le relazioni che dalla Turchia portano in Albania e in Italia e che riguardano dell’attaccante Vedat Muriqi dalla squadra turca del Fenerbahçe. “La Lazio acquista Muriqi nel settembre scorso, un’operazione da 17,5 milioni di euro alla quale partecipano almeno quattro intermediari. Oltre all’agente e all’avvocato del calciatore, entrano nell’affare anche l’albanese Shkumbin Qormemeti, agente con pochissimi atleti ma in ottimi rapporti con Igli Tare, e i fratelli Gabriele e Valerio Giuffrida, due intermediari attivissimi nel business delle compravendite. La Lazio dichiara di aver pagato la commissione alla GG11 di Gabriele Giuffrida, la società per cui lavora anche il fratello Valerio e di cui è stato socio fino al 2017. Per una curiosa coincidenza, per circa due anni Valerio è stato anche sindaco supplente della Lazio Events, la cassaforte attraverso la quale Claudio Lotito controlla la Lazio. Un incarico lasciato prima dell’operazione Muriqi, ma che rivela lo stretto rapporto tra il commercialista e il club romano. Dalla società fanno sapere che Valerio Giuffrida non è mai passato dalla supplenza all’incarico effettivo”.

Da corrieredellosport.it l'8 giugno 2021. Stefan Radu non ci sta. In una nota apparsa sul sito ufficiale della Lazio, il difensore controbatte alle dichiarazioni di Vincenzo Morabito, operatore di calciomercato intervistato da Report sull’operazione Muriqi: “A seguito di quanto affermato dal Sig. Vincenzo Morabito durante la trasmissione ‘Report’, trasmessa nella serata di ieri su Rai 3, ci tengo a respingere fermamente le affermazioni per le quali avrei screditato il valore calcistico del mio compagno di squadra Vedat Muriqi. Comportamenti di questo genere non mi appartengono e, la diffusione pubblica di tali asserzioni, ledono gravemente la mia persona. Pertanto rendo noto di aver dato mandato ai miei legali di difendere la mia immagine professionale in tutte le sedi opportune”.

Le parole di Morabito. In una puntata in cui si ricostruiva l’affare Muriqi tra la Lazio e il Fenerbahce, Morabito in un passaggio aveva dichiarato: “18 milioni? Muriqi non tocca palla. Radu mi ha detto che in allenamento, quando deve marcarlo, si mette le pantofole e le mani dietro la testa. 18 milioni per un bidone pazzesco e fatalità cinque procuratori”.  Dichiarazioni che Radu ha rispedito immediatamente al mittente.

 Procuratori: da Raiola a Mendes a Barnett, un mestiere anche da oltre cento milioni l’anno. Stefano Agresti su Il Corriere della Sera il 13 ottobre 2021. I migliori di loro, o forse i più scaltri, nell’annus horribilis 2020 hanno guadagnato oltre cento milioni di dollari in sole commissioni. Figurarsi dove sarebbero arrivati se l’anno non fosse stato orribile. A questi vanno aggiunti, ovviamente, i soldi incassati attraverso le procure dei giocatori, che un tempo erano le uniche fonti di introito e ora sono diventate quasi accessorie, comunque marginali. Gli agenti sono i veri, grandi padroni del calcio: muovono campioni, o anche solo buoni professionisti, e incassano un fiume di denaro rischiando poco o nulla. Lo fanno da decenni, ma nelle ultime stagioni il loro potere si è gonfiato a dismisura, di pari passo con i loro conti correnti. Perché? Per tanti motivi. Uno di questi è che sono pronti a cogliere l’attimo, adattandosi anche alle situazioni più difficili e perfino drammatiche. Ne è un esempio la pandemia, che ha impoverito ovviamente (e pesantemente) anche il calcio. Come ne sono venuti fuori? Portando decine di calciatori, inclusi i più importanti, a scadenza di contratto. Nella scorsa estate è stata la volta di Messi e Donnarumma. La prossima toccherà a una pattuglia ancora più folta: da Mbappé a Pogba, da Dybala a Kessie, da Insigne a Brozovic. Fra tre mesi potrebbero firmare tutti per club diversi da quelli attuali, con movimenti di denaro impressionanti: per gli atleti e per i loro agenti, tra intermediazioni e procure. Intermediazione: è questo il nuovo termine con le sembianze del mostro. Almeno per le società. Se si vuole muovere un calciatore, va pagata all’agente una cifra spesso incomprensibile. Jonathan Barnett, fondatore della Stellar (adesso fusa con l’americana Icm), nel 2020 in sole commissioni ha guadagnato 142 milioni di dollari: tra gli altri ha portato Grealish al City per 117 milioni e Camavinga al Real per 31. È lui il procuratore numero uno del calcio secondo Forbes, davanti ai più conosciuti — almeno da noi — Jorge Mendes, che ha incassato 104 milioni di dollari, e Mino Raiola, arrivato a 84 (il primo ci ha portato via Ronaldo, il secondo Donnarumma). Tutto denaro che esce dal sistema calcio. Fuori dal mondo del pallone, c’è perfino chi supera Barnett: Scott Boras, agente di baseball, ha portato a casa nell’anno della pandemia oltre 160 milioni di dollari. L’aspetto inquietante è che tutto questo sistema debordante denaro poggia su regole, norme e leggi traballanti. E delle quali molti si fanno beffe. Un esempio? Il codice etico della Fifa vieta che un solo agente nell’ambito di una trattativa abbia la «tripla rappresentanza», curando gli interessi di acquirente, venditore e calciatore. Eppure secondo il Cies, il Centro studi internazionali sullo sport, questo conflitto di interessi non è l’eccezione ma la prassi. Così come ci sono legami strettissimi tra procuratori e club: molto discussi i tanti affari che Mendes chiude con alcune società portoghesi e con il Wolverhampton. Per accattivarsi la benevolenza dei calciatori, c’è chi non disdegna di toccarli negli affetti: sono innumerevoli i genitori e i fratelli che collaborano con gli agenti, incassando cifre monstre (Raiola ha fatto il giro d’Europa assieme a papà Haaland per pianificare il futuro del norvegese). Tutti dicono di voler cambiare le regole, ma tutti hanno paura di cambiarle. La Federcalcio l’anno scorso ha proposto di fissare il tetto del 3 per cento per le commissioni, nel rispetto delle norme Fifa che le collocano fra il 3 e il 10 per cento. I club però si sono opposti, temendo di perdere ulteriore competitività sul mercato rispetto alle società straniere. In realtà i presidenti auspicano una presa di posizione a livello internazionale, in modo da creare un sistema omogeneo: il tetto deve esserci, però uguale in tutti i Paesi. Dal Pino, presidente della Lega, si fa interprete di questa linea: «È un tema urgente. Dopo la deregulation del 2015, la Fifa ha iniziato già da 4 anni una discussione su come regolamentare costi e attività di agenti e intermediari, ma finora questo processo è stato inconcludente. Serve trasparenza, i compensi degli agenti intermediari devono essere pubblici. E bisogna regolamentare questi costi al più presto, altrimenti saranno le Leghe a doversi fare interpreti del grido di dolore che arriva dai club i quali lamentano costi eccessivi».

Mino Raiola, da Al Capone a 007, dalla nonna a McDonald’s: 10 cose che non sapete sul procuratore più famoso (e discusso) al mondo. Andrea Sereni su il Corriere della Sera il 10 giugno 2021. Parla sette lingue (olandese, inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese e italiano), è nato a Nocera Inferiore, cresciuto ad Haarlem (Olanda) e oggi vive a Montecarlo: ma questo non è tutto.

Poliglotta

Spregiudicato, scorbutico, ma anche scaltro e geniale: Mino Raiola parla sette lingue (olandese, inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese e italiano), è nato a Nocera Inferiore, cresciuto ad Haarlem (Olanda) e oggi vive a Montecarlo. Di mestiere cura gli interessi dei calciatori: da Ibrahimovic a Donnarumma, a Balotelli e Pogba, la sua è una flotta in continua espansione. Per loro negozia, litiga con i club, risponde a telefonate in piena notte. Dà loro consigli, li tratta come fossero di famiglia. Deve fargli ottenere il contratto migliore, spesso ci riesce. Come con Donnarumma, che nel Paris Saint Germain grazie a lui ha appena trovato un tesoro da 12 milioni a stagione per 5 anni. Tutti felici, ennesima vittoria (almeno economica) di un uomo di 53 anni partito dalla pizzeria di famiglia (dove serviva ai tavoli, non era in cucina come leggenda racconta) e arrivato ad essere uno degli agenti sportivi più potenti e discussi (vedi il recente caso Romagnoli) al mondo. Con qualche segreto.

Il rapporto con la nonna e la religione

Raiola crede in Dio, o comunque «in una potenza più forte di noi. Anche perché ho visto in mia nonna la personificazione del bene. Per me era una santa». Ecco, la nonna, una delle persone più importanti nella vita di Mino. «Avevamo un rapporto straordinario — ha raccontato in un’intervista a” Sport Tribune “ —. Era analfabeta, ma mi ha cresciuto: è la donna più intelligente che ho mai conosciuto». Da lei Raiola ha imparato tutto: «Il suo ego non contava, si metteva sempre a disposizione di tutti: cucinava per chi tornava di notte, quando non aveva niente da fare lavava per terra nel ristorante, puliva le salviette e tovaglie cosi risparmiavamo soldi, e la mattina quando ti svegliavi alle sette trovavi già la salsa pronta».

Il primo affare: McDonald’s

Tra i tavoli della pizzeria di Haarlem Raiola scopre di avere un particolare talento: sa come trattare i clienti, li fa sentire bene. Gli chiedono consigli, cercano in lui delle risposte. Mino ha 15 anni, ma già si occupa dei conti della famiglia e parla con avvocati e fiscalisti. Entra, neanche maggiorenne, nel consiglio degli imprenditori della città. Poi, a 18 anni, il primo vero affare: compra un McDonald’s che poi rivende molto bene per fondare una società di intermediazioni, la Intermezzo spa. Così parte la sua scalata.

La moglie Roberta, conosciuta a Foggia

Direttore sportivo dell’Fc Haarlem, a 24 anni porta Bryan Roy dall’Ajax al Foggia dei miracoli di Zeman per 2,2 miliardi di lire. Un accordo particolare, che prevede una riverniciata nella nuova casa del giocatore e un servizio taxi per almeno sette mesi. Mino, insomma, resta in Puglia. Qui conosce Roberta, la sua futura moglie: «Ci vediamo poco, e il grande segreto del mio successo». Stanno insieme da quasi trenta anni.

Papà Mario, la persona più importante

Perfezionista come papà Mario, ambizioso come mamma Annunziata: «Migliora te stesso, me lo ripeteva sempre». Sul padre: «Non è mai stato interessato ai soldi. Per comprargli un paio di pantaloni devi puntargli una pistola alla testa. Forse non lo sa neanche, ma è stato la persona più importante della mia vita. Non mi ha mai ostacolato, non mi ha mai detto che ero pazzo».

La vita a Montecarlo

Raiola vive a Montecarlo dal 1995, ufficio in Boulevard d’Italie. Una scelta di vita, ha spiegato, non legata ad interessi fiscali: «La gente pensa che sono andato via per le tasse ma non è vero. Qui la qualità della vita è altissima. A volte mi arrabbio con l’Italia. A Monaco vedo che le cose funzionano e mi chiedo: perché noi non lo possiamo fare? Perché non lo vogliamo. In Italia non si vive per costruire, si vive per demolire».

Discendente di Al Capone?

Mino è uno dei discendenti di Al Capone? Possibile. La famiglia del gangster italo-americano è infatti originaria di Angri, proprio come quella di Raiola. E la madre di Alphonse, figlia di un contadino del posto, si chiamava Teresina Raiola. L’agente non ha mai confermato la presunta parentela ma, nel 2016, ha comprato a Miami per 8 milioni la villa che fu di Al Capone: otto camere, sei bagni, 3mila metri quadri di giardino. Solo una casualità?

Forbes: quarto agente più pagato al mondo

Si definisce «supercapitalista». Vuole che tutti siano più ricchi «anche nel calcio, per ottenere mega contratti per i migliori calciatori». Lui ci è riuscito: secondo Forbes è da anni uno degli agenti sportivi più potenti al mondo. Nella classifica del 2020 è quarto, con 84,7 milioni di dollari (circa 70 milioni in euro) guadagnati in commissioni. Eppure dice di non aver mai guardato il proprio conto corrente: «Odio le banche. Ho un fiscalista di fiducia che si occupa di tutto. Io in banca non ci voglio nemmeno entrare».

Balotelli

Con i calciatori che rappresenta ha un rapporto molto stretto. Un esempio? Nell’ottobre del 2011 Balotelli gioca con i fuochi d’artificio nella sua casa di Manchester, scoppia un incendio: la prima persona che cerca, in piena notte, è proprio Raiola. Secondo cui «Mario capita che mi chiami tre volte in dieci minuti, Ibra anche cinque volte al giorno».

Il mito 007

Il suo mito è James Bond, l’agente segreto al servizio Sua Maestà Britannica. Nell’ufficio di Montecarlo le pareti sono tappezzate di locandine dei film di 007. Unica concessione le maglie di alcuni calciatori della sua scuderia.

Il rapporto con il sesso

Mino Raiola e il sesso: «Da giovane credevo di essere bravo a letto – ha detto sempre a “Sport Tribune “- Adesso non devo essere io a giudicarlo». Non ha mai dovuto pagare per farlo: «Ho sempre frequentato donne più grandi, mi hanno cresciuto loro, a 16 anni ne frequentavo una di 28. Non ho mai avuto la necessità di imparare dalle prostitute. In Olanda molte erano clienti del mio ristorante. Per loro ho un grande rispetto dato che fanno un lavoro difficile e molto apprezzabile».

Splendori e miserie dei signori del calcio. Report Rai PUNTATA DEL 07/06/2021 di Daniele Autieri. Il crollo repentino del sogno della Super Lega, la competizione che avrebbe dovuto ospitare solo i migliori e più ricchi club di calcio del Vecchio Continente, apre una voragine sulle condizioni finanziarie delle squadre più blasonate, in Italia e in Europa. In Serie A, con la sola eccezione del Napoli, tutti i grandi club hanno bilanci in profondo rosso, aggravati dai contraccolpi del Covid-19. Ma perché i conti non tornano? Qual è la ragione di passivi di bilancio da svariate centinaia di milioni di euro? Corruzione, riciclaggio, conflitti di interesse: sarebbero questi i mali che affliggono il calcio italiano ed europeo. Report ricostruisce le anomalie dello sport più amato, approfondendo le dinamiche che muovono la voce di spesa più significativa: la compravendita dei campioni. Qui giocano la loro partita i procuratori, dai grandi come Mino Raiola, ai meno conosciuti, che si muovono nel mercato intermedio. Nel 2020 le squadre di Serie A hanno pagato ai procuratori 140 milioni di euro come diritti di intermediazione. Una spesa che si giustifica solo attraverso il rapporto malato messo in piedi tra procuratori, presidenti e direttori sportivi degli stessi club. Un rapporto spesso alimentato da conflitti di interesse e dove anche le mafie si muovono per giocare la loro partita. Una guerra per i soldi in cui le prime vittime sono proprio i club. Dopo i processi sul doping ai giocatori, Calciopoli, e l’inchiesta Infront sulla spartizione dei diritti televisivi, un nuovo scandalo sta per investire il mondo del calcio?

SPLENDORI E MISERIE DEI SIGNORI DEL CALCIO di Daniele Autieri collaborazione di Federico immagini di Dario D’India, Alfredo Farina, Andrea Lilli e Fabio Martinelli ricerca immagini di Silvia Scognamiglio e Paola Gottardi montaggio di Andrea Masella grafica di Michele Ventrone.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A pochi giorni dal calcio d’inizio degli Europei, una guerra sotterranea lambisce la Nazionale italiana. L’azzurro Gianluca Scamacca e il giocatore della Juventus Dejan Kulusevski annunciano l’intenzione di lasciare i loro agenti. Destinazione: la World Soccer Agency di Alessandro Lucci, una delle agenzie di intermediazione più potenti in Italia. A convincerli a cambiare, come racconta l’ex procuratore di Scamacca, sarebbero stati altri giocatori appartenenti alla scuderia di Lucci.

PAOLO PALONI – EX PROCURATORE GIANLUCA SCAMACCA Ci sta che tu vai da un giocatore e dici: ascolta, vuoi farti una chiacchierata? Ma no che metti i tuoi giocatori a fare…

DANIELE AUTIERI Perché tu sai che sono stati altri giocatori?

PAOLO PALONI – EX PROCURATORE GIANLUCA SCAMACCA Sì, è questa la cosa marcia… è uscito anche di De Rossi, però sai a me poi le voci…

DANIELE AUTIERI Perché Lucci ha De Rossi pure?

PAOLO PALONI – EX PROCURATORE GIANLUCA SCAMACCA C’ha De Rossi, allenatore della nazionale.

DANIELE AUTIERI È vero che lei ha fatto pressioni su Gianluca Scamacca perché cambiasse agente?

DANIELE DE ROSSI – ASSISTENTE ALLENATORE NAZIONALE ITALIANA Eh ragazzi… che vi devo dire… non c’ho mai parlato in vita mia, non c’ho il numero, non c’ho… non mi ha mai chiamato lui, non mi è stato chiesto di farlo. Se voi trovate una telefonata, un messaggio o un incontro mio con Scamacca, o una battuta, o anche un messaggio social, quello che vi pare, di lui o a me o di me a lui io vi stringo la mano e dico: dite tutto quello che vi pare.

DANIELE AUTIERI Le era mai capitato prima di trovarsi coinvolto in questioni del genere?

DANIELE DE ROSSI – ASSISTENTE ALLENATORE NAZIONALE ITALIANA Non è la prima voce. Pure l’altra volta mi ha chiamato un procuratore, stessa identica dinamica, non con una promessa di portarlo in nazionale perché è straniero, ma io un giocatore che non ho mai visto in vita mia, mai parlato quindi. Non me la prendo con voi però qualcosa sta succedendo.

DANIELE AUTIERI Perché quello che a noi sembra che ci sia in atto una guerra tra procuratori, alla fine.

DANIELE DE ROSSI – ASSISTENTE ALLENATORE NAZIONALE ITALIANA Assolutamente. Di quello me ne sono accorto e non prendo le parti di nessuno.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Lo spogliatoio è un luogo sacro. Ed è lì che Leonardo Bonucci avrebbe parlato con Dejan Kulusevski per convincerlo a incontrare il suo procuratore Alessandro Lucci.

STEFANO SEM – EX PROCURATORE KULUSEVSKI Nel mio caso è Bonucci che è andato dal giocatore e gli ha detto: guarda perché non incontri quell’agente, bla, bla, bla?

DANIELE AUTIERI Quindi è stato Bonucci che gli ha organizzato questo incontro?

STEFANO SEM – EX PROCURATORE KULUSEVSKI Sì, 100%.

DANIELE AUTIERI E questo glielo ha raccontato il giocatore?

STEFANO SEM – EX-PROCURATORE KULUSEVSKI Sì, confermato anche dalla famiglia. Sì.

DANIELE AUTIERI Ma che lei sappia Lucci già in passato aveva usato suoi calciatori o allenatori per avvicinare altri giocatori?

STEFANO SEM – EX-PROCURATORE KULUSEVSKI Lucci, questo è un suo modus operandi.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Donato Di Campli è l’uomo che ha scoperto Marco Verratti quando aveva 14 anni e lo ha portato fino al Paris Saint Germain con un contratto da 17 milioni di euro l’anno. Oggi ha perso quasi tutti i suoi campioni e ha deciso di ricominciare investendo in un resort a pochi chilometri da Pescara.

DANIELE AUTIERI Lucci è stato al centro di queste polemiche perché ha preso tre giocatori, tre giovani talenti, Kulusevski, Castrovilli e Scamacca da altri procuratori. E sembra che anche in questo caso siano stati dei giocatori che hanno fatto da apripista. È una prassi diffusa questa?

DONATO DI CAMPLI – EX PROCURATORE MARCO VERRATTI Sicuramente. È chiaro che se c’è una persona dentro lo spogliatoio che ha un determinato carisma influisce molto sul giocatore, soprattutto se giovane.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO All’interno della Nazionale, Lucci è ben rappresentato perché tutela gli interessi di Leonardo Bonucci, dell’assistente di Daniele Mancini, Daniele De Rossi, e di Alessandro Florenzi. E proprio su Bonucci e De Rossi si concentrano le accuse di pressioni fatte ad altri giocatori per cambiare agente. Nomi pesanti: si tratta di un veterano della Nazionale e del vice allenatore, di chi cioè convoca i calciatori e fa aumentare il loro valore. A difendere il ruolo di De Rossi e Bonucci come possibili procacciatori è lo stesso Lucci.

ALESSANDRO LUCCI – PROCURATORE LEONARDO BONUCCI Un calciatore, x o y che sia, ha il sacrosanto diritto di confrontarsi con un altro calciatore, perché lo spogliatoio è come se fosse alla fine un grande fratello. Kulusevski decide di cambiare agente e si confronta con dei compagni. E magari ci sta che ha parlato anche con Leonardo.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Ci sono agenti che per convincere un bravo giocatore a entrare nella propria scuderia promettono soldi. Una pratica che non scandalizza un procuratore consumato come Lucci.

ALESSANDRO LUCCI – PROCURATORE LEONARDO BONUCCI Bisognerebbe però parlare però di quelli che danno i soldini per comprare delle procure, perché tu sei un calciatore e magari poi ti dico: vuoi venire a lavorare con noi? Ti do 500mila euro.

DANIELE AUTIERI Questa voce c’è pure su di te…

ALESSANDRO LUCCI – PROCURATORE LEONARDO BONUCCI Che pago le procure? Io dieci anni fa sarei rimasto male per queste cose, capito che voglio dire? Veramente sarei rimasto male. Oggi ti dico: vale la qualunque.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Mentre non esiste alcuna prova che Daniele De Rossi abbia parlato con Gianluca Scamacca per spingerlo ad entrare nella scuderia di Lucci, ci sarebbe un audio ad incastrare Leonardo Bonucci. L’Associazione Agenti ha presentato un esposto e la Procura Federale della Federcalcio sta interrogando tutti gli agenti coinvolti.

DANIELE AUTIERI Ma perché un giocatore con una reputazione da difendere si dovrebbe spendere per un procuratore?

DONATO DI CAMPLI – EX PROCURATORE MARCO VERRATTI Per costruire il proprio futuro, o per qualche regalia personale di qualcuno. I giocatori non diranno mai di aver ricevuto soldi oppure qualche rolex, una macchina, oppure di aver comprato qualche esame della patente.

DANIELE AUTIERI Lei le ha viste con i suoi occhi?

DONATO DI CAMPLI – EX PROCURATORE MARCO VERRATTI Assolutamente sì.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel 2020, l’anno del Covid, le società di serie A hanno speso 138 milioni di euro solo di intermediazioni. I procuratori, anello di congiunzione tra club e giocatori, diventano così il punto di equilibrio su cui si regge l’intero sistema. Strumento nelle mani dei presidenti delle società che li usano per far quadrare i conti, anche quelli personali.

PROCURATORE Le mazzette ci sono sempre state, però adesso è peggio perché i soldi li prendono i presidenti.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il procuratore con cui stiamo parlando aveva denunciato il sistema Gea, la società di procuratori che ruotavano intorno alla figura dell’allora direttore sportivo della Juventus, Luciano Moggi, e che gestivano in monopolio centinaia di giocatori. Un monopolio che condizionava i destini del campionato attraverso i trasferimenti dei giocatori stessi. È la preistoria in confronto a un modello oggi ancora più sofisticato.

DANIELE AUTIERI Quindi quel sistema Gea, che tu avevi attaccato, adesso è tornato sotto un’altra forma. PROCURATORE È ritornato… però… diciamo è frastagliato…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il procuratore tace sui protagonisti di oggi, ma quando si congeda ci mette in mano un pizzino. Sopra c’è scritto di raggiungere un bar e una volta lì di chiamare un numero di cellulare.

DANIELE AUTIERI Eccomi sono io sì, vicino al palo davanti al chiosco proprio.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’uomo che risponde al telefono ci chiede di attraversare la strada. È seduto sul sedile posteriore di un taxi, ha un paio di occhiali da sole e un cappuccio calzato in testa. Dalla fessura del finestrino allunga una busta. Nomi di agenti, società, conti all’estero. È la mappa dei nuovi padroni del calcio.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Si ha la sensazione che l’omertà che copre le vicende del calcio sia superiore addirittura a quella mafiosa. Il pizzino che ci ha consegnato il nostro testimone, contiene quella che, secondo lui, è la mappa del potere occulto del calcio. Una mappa fatta da società e uffici fittizi, attraverso i quali passano milioni di euro. Una mappa fatta di violenze tra procuratori che fanno addirittura a pugni per difendere i giocatori. I rapporti ambigui tra presidenti di squadre di calcio e procuratori. Nel pizzino che c’è anche il nome di un importante direttore sportivo che è il presunto proprietario occulto di un’importante agenzia di scommesse di calcio scommesse. E poi c’è anche il mediatore che con la mano destra incassa le commesse per i trasferimenti dei calciatori, con la sinistra i finanziamenti per i politici. Ecco, Report è venuta in possesso di uno studio della UEFA mai pubblicato, forse perché imbarazza. Dentro si parla di circa 2 miliardi di euro di transazioni illegittime. Dentro ci è finita anche la corruzione, la criminalità organizzata. Uno studio della Fifa, l’autorità mondiale in materia di calcio, la federazione mondiale, ha stabilito che sono state pagate in mediazioni in commesse gli agenti del calcio circa 500 milioni di euro. Ai quali vanno anche aggiunte le commissioni che i calciatori passano ai propri agenti, e si sfiora il miliardo di euro. Tutto questo in tempi di magra con il Covid. Agenti come Lucci, Mino Raiola, Beppe Riso, Pastorello, i fratelli Valerio e Gabriele Giuffrida, Mario Giuffredi, Paolo Busardò sono i punti di riferimento di squadre come Milan, Inter, Lazio, Roma, Juventus, Atalanta e Genoa. Sono dei volti semisconosciuti, ma gestiscono i grandi campioni: Ibrahimovic, Donnarumma, Pedro, Veretout, Lukaku. Sono quelli che disegnano i destini di questi campioni, e sono quelli che autorizzano il tifoso di una squadra o di un’altra a sognare. Noi invece questa sera vogliamo per una volta tornare con i piedi a terra e cominciare un viaggio, come diceva lo scrittore Eduardo Galeano, un triste viaggio che dal piacere ci porta al dovere. Quello che ha trasformato lentamente il calcio in un’industria, togliendogli la bellezza originaria, quella dell’allegria di giocare per giocare. Quella che autorizzava a sognare. Il nostro Daniele Autieri.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il calcio è un sogno per milioni di bambini. Tutti vogliono diventare campioni. E indossare la maglia del proprio idolo. Alle loro spalle però si muovono i fabbricanti di idoli, gli uomini che scrivono i destini di Cristiano Ronaldo, Leo Messi, Zlatan Ibrahimovic. E che danno le carte negli affari miliardari dei grandi club.

DANIELE AUTIERI In questo gioco pericoloso diventano determinanti a questo punto gli agenti…

FABIO PAVESI – GIORNALISTA FINANZIARIO È una sorta di oligopolio… sono pochi procuratori rispetto al parco dei giocatori, le commissioni che loro hanno su ogni compravendita si aggirano da un minimo del 10% sul valore del calciatore al un massimo del 20%

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Mino Raiola è uno dei procuratori più ricchi e potenti in circolazione. Nel 2020 Forbes lo inserisce al quarto posto al mondo con un fatturato di 84 milioni di dollari, assicurato da fenomeni assoluti come Zlatlan Ibrahimovic, il portiere del Milan Gigi Donnarumma e Paul Pogba. Raiola è da sempre a suo agio con i giornalisti, ma non vuole parlare con Report. Soprattutto quando si tratta di spiegare in che modo un giocatore come Gianluca Scamacca, promessa del calcio italiano, era finito nella sua scuderia.

DANIELE AUTIERI Lei era il procuratore di Scamacca, poi all’improvviso Scamacca non le risponde più al telefono, che succede? GAETANO PAOLILLO – EX PROCURATORE DI KAKÀ Succede che… che è andato con Raiola.

DANIELE AUTIERI Lei non sa se Raiola al giocatore ha offerto dei soldi per andare con lui?

GAETANO PAOLILLO – EX PROCURATORE DI KAKÀ Questo non lo so.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Paolillo è stato l’uomo che ha portato Kakà in Italia e che lo ha accompagnato a ritirare il Pallone d’Oro. Sul caso del giovane Gianluca Scamacca la commissione agenti della Federcalcio gli dà ragione, e condanna Mino Raiola e il cugino Enzo ad alcuni mesi di sospensione. Una condanna confermata anche in sede internazionale dalla

FIFA. DANIELE AUTIERI Lei è riuscito a provare che lui parlava con società per la questione Scamacca?

GAETANO PAOLILLO – EX PROCURATORE DI KAKÀ La procura federale ha fatto le indagini e dove comunque ha in modo chiaro chiarito che lui faceva da procuratore pur non avendo la procura.

DANIELE AUTIERI Lui poi ha fatto ricorso rispetto a questa sentenza…

GAETANO PAOLILLO – EX PROCURATORE DI KAKÀ Lui ha fatto ricorso alla commissione d’appello federale. La commissione d’appello federale gli ha accolto il ricorso…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La Corte d’appello accoglie il ricorso di Raiola con una motivazione a dir poco insolita. Secondo la Corte, la procura federale avrebbe agito come organo inquirente, entrando nel merito delle vicende denunciate, e la commissione agenti avrebbe recepito “acriticamente” gli esiti di queste indagini. In sintesi, è come accusare un giudice di aver accettato l’impianto accusatorio emerso dalle indagini di un pubblico ministero.

GAETANO PAOLILLO – EX PROCURATORE DI KAKÀ La cosa strana è che la commissione non si è appellata a questa sentenza.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Raiola rimane uno dei più influenti procuratori al mondo. Un impero costruito tra l’Italia e l’Olanda che però ha il suo baricentro tra Montecarlo, dove Mino Risiede, e Malta, dove ha sede la sua società Three Sport. Tra gli edifici storici della Valletta le nuove aziende spuntano come funghi, complice la fiscalità agevolata. Oggi ce ne sono quasi 100 mila su 500 mila abitanti. E nonostante Malta abbia stretto le maglie e aumentato i controlli, sono ancora tantissimi i furbi che aprono aziende senza aver mai messo piede sull’isola.

DANIELE AUTIERI Mino Raiola no? Ha una società qui a Malta, la Three Sport Business… che li dichiara apertamente anche alla Federcalcio italiana, e lui è residente a Monaco.

CONSULENTE FINANZIARIO Ha un vantaggio competitivo importante, essendo residente a Monaco, quindi avrà una tassazione netta del 5%. Però se la società ha degli uffici a Malta, dei dipendenti, opera a livello internazionale, significa che compra calciatori all’estero e li rivende in Italia, quindi che ci siano almeno tre stati all’interno del modello, a questo punto…

DANIELE AUTIERI Può farlo…

CONSULENTE FINANZIARIO Esattamente, può farlo, fatta così può farlo.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il requisito dunque è che Raiola a Malta non abbia una società fittizia ma che ci siano uffici e dipendenti. Sul registro delle imprese la sede della società Three Sport è indicata in un palazzetto d’epoca a due passi dal porto e dalla Valletta. Lo raggiungiamo per capire se la società di Raiola esiste veramente.

PORTIERE State registrando?

DANIELE AUTIERI Si, siamo giornalisti…

PORTIERE Perché non me l’avete detto? Non voglio essere registrato.

DANIELE AUTIERI L’indirizzo che hanno dato alla Federcalcio, la federazione italiana, è questo… La Three Sport è qui? Questo ci ha detto la nostra Federcalcio.

PORTIERE Non lo so devo controllare.

DANIELE AUTIERI Possiamo aspettare mentre controlla?

PORTIERE Certo, come ho detto che non voglio essere registrato. Può smettere di registrare?

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Alla Three Sport non siamo i benvenuti. E l’impressione è che il palazzetto d’epoca sia in realtà solo un domicilio fiscale per tante aziende. Oltre alla società di Raiola, a Malta ha sede anche la Sovi International, società che fa capo a un altro big delle intermediazioni: Federico Pastorello. Pastorello è un figlio d’arte, suo padre Giambattista è stato uno dei pionieri della professione, e seguendo gli insegnamenti paterni il giovane Federico è diventato uno dei primi cinque procuratori italiani. Nel 2020 ha firmato commissioni per 29 milioni di euro grazie a una scuderia di campioni come l’attaccante dell’Inter Romero Lukaku. Da anni risiede a Montecarlo ma opera attraverso la Sovi di Malta, società che controlla insieme all’avvocato Francesco Guarnieri.

DANIELE AUTIERI Buongiorno, Stavo cercando la Sovi International… Sto cercando il signor Guarnieri.

DIPENDENTE ZETA Purtroppo non è qui.

DANIELE AUTIERI Non è qui?

DIPENDENTE ZETA No, mai. L’ufficio non è qui.

DANIELE AUTIERI Ah, l’ufficio non è qui?

DIPENDENTE ZETA No. Noi costituiamo aziende.

DANIELE AUTIERI Se voglio aprire un’azienda posso venire qui.

DIPENDENTE ZETA Esatto.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La sede legale della Sovi, società che muove milioni di euro nei diritti di immagine dei calciatori, è in realtà la sede di un’altra società: la Zeta, specializzata nella costituzione di aziende e fiduciarie. Appena usciti dalla Zeta arriva la telefonata dell’avvocato Francesco Guarnieri, titolare insieme a Pastorello della Sovi.

FRANCESCO GUARNIERI – DIRETTORE SOVI Io in questo momento sono fuori, sono in Svizzera. Quindi… dipende di cosa vuole parlare… Come sa il problema fondamentale come lei può immaginare, è anche diciamo, dipende qual è l’argomento.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Peccato, perché avremmo voluto chiedere a lui ma anche a Raiola se è legale per il loro tipo di intermediazione avere uffici di fatto fittizi a Malta.

DANIELE AUTIERI Se Raiola, piuttosto che Federico Pastorello, fanno un’operazione in Italia, ad esempio tra l’Atalanta e il Milan, uno scambio di calciatori, possono avere una società qua?

CONSULENTE FINANZIARIO In questo caso assolutamente no, la società maltese potrebbe farlo ma dovrebbe aprire una partita IVA in Italia e dichiarare quell’imponibile in Italia.

DANIELE AUTIERI Quindi pagare le tasse in Italia…

CONSULENTE FINANZIARIO Sì, sì.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Vincenzo Morabito è uno dei procuratori più noti in Italia e all’estero. È stato protagonista di tante operazioni della Lazio di Cragnotti, ha fondato la prima società di intermediazione quotata alla Borsa di Londra e per alcuni anni è stato vicepresidente dell’associazione internazionale dei procuratori. Oggi vive a Lugano, nel cuore più ricco della Svizzera italiana, e da qui muove ancora le sue pedine nei maggiori club.

DANIELE AUTIERI Quando un agente sigla un contratto di intermediazione con una società, questo contratto viene inviato alla Federcalcio poi?

VINCENZO MORABITO - PROCURATORE I mandati vengono registrati presso la Federcalcio. la fatturazione no.

DANIELE AUTIERI La fatturazione no.

VINCENZO MORABITO - PROCURATORE La fatturazione no.

DANIELE AUTIERI Quindi se lei ha una società a Malta, faccio per dire… nessuno lo sa…lo sa solo il club

VINCENZO MORABITO - PROCURATORE Esatto! Se un club non fa un controllo e paga la fattura, che ne so, a Gibraltar o a Malta, quello è un problema. Finché poi non interviene una procura o la Guardia di Finanza resta tutto così.

DANIELE AUTIERI Nel 2020 sappiamo questo proprio grazie alla trasparenza della Federcalcio, noi sappiamo che le mediazioni hanno raggiunto un valore di 140 milioni di euro.

OTTORINO GIUGNI – PRESIDENTE COMMISSIONE AGENTI FEDERCALCIO Esatto

DANIELE AUTIERI Ma possiamo ricostruire il giro di questi soldi?

OTTORINO GIUGNI – PRESIDENTE COMMISSIONE AGENTI FEDERCALCIO No. Io non glielo so dire, io so quello ripeto che noi poi come federazione pubblichiamo cioè quanto la singola società ha dato per i procuratori, come spese procuratori.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Da Eusebio a Cristiano Ronaldo un pezzo di storia del calcio è stato scritto in Portogallo. A 50 chilometri da Lisbona, vive Ana Martins Gomes, la politica più attiva all’interno dell’Unione europea nel contrastare le pratiche fiscali illegali dentro e fuori il mondo del pallone. La Gomes è stata candidata alle presidenziali portoghesi del gennaio scorso, parlamentare europea e vicepresidente della commissione d’inchiesta della Ue su corruzione ed evasione.

DANIELE AUTIERI Quanto è importante Malta all’interno di questo sistema di riciclaggio ed evasione fiscale?

ANA MARTINS GOMES – VICEPRESIDENTE COMMISSIONE EVASIONE E RICICLAGGIO UE Malta è la capitale. È un grande hub per il riciclaggio di denari.

DANIELE AUTIERI Il crimine organizzato è entrato nel calcio?

ANA MARTINS GOMES – VICEPRESIDENTE COMMISSIONE EVASIONE E RICICLAGGIO UE Non ho dubbi su questo. In alcuni casi manipolando i piccoli club ma è chiaro che anche a livello dei grandi club il crimine organizzato opera attraverso le transazioni dei calciatori. Qual è il ruolo di questi intermediari se non quello di organizzare i sistemi per ripulire denaro? I sistemi per fare grandi profitti che non servono gli interessi dello sport ma quelli del crimine organizzato, incentivando questa enorme industria.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il crimine organizzato attivo nel settore delle scommesse ha messo radici a Malta. La Banca d’Italia ha segnalato operazioni sospette per 161 mila euro versati sui conti del neo allenatore della Juve Massimiliano Allegri dalla società maltese Oia Services Limited che l’antimafia di Reggio Calabria ha collegato alla ‘ndrangheta. I soldi sono frutto delle vincite al gioco on line di Allegri, che si dice estraneo a qualsiasi attività illecita e assicura di non aver mai scommesso sul calcio.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Malta Hub del riciclaggio in Europa. Però l’Europa non riesce ad eliminare, estirpare quel male di un Paese che cannibalizza fiscalmente gli altri paesi. È per questo che viene scelto da procuratori come Mino Raiola. Nato a Nocera Inferiore, è emigrato ancora in fasce con i suoi genitori in Olanda. È cresciuto nel ristorante di famiglia, poi è rimasto folgorato dal calcio. È diventato l’agente di campioni come Ibrahimovic, Pogba, Donnarumma. Insomma, è rimasto un po’ rude nel modo in cui si accaparra i giocatori – l’abbiamo sentito – ma è molto più fine e raffinato quando si tratta di gestire i suoi affari. Ha la residenza a Montecarlo, fa gli affari in Italia, incassa dalla società, con la società Three Sport da Malta. Quando siamo andati a trovarlo nei suoi uffici maltesi, chi era lì non lo ricordava come cliente, doveva controllare. È un po’ strano, perché uno che fattura 84 milioni di dollari, che è il quarto procuratore più ricco al mondo, come cliente dovresti ricordartelo. E invece, insomma, viene il sospetto che quegli uffici siano fittizi. Poco più in là, vicino a lui, c’è invece la società anche di Pastorello. Pastorello che è un nome noto al fisco. Il suo nome ricorreva all’interno dei Paradise Papers, tra i protagonisti che avevano interessi nei paradisi fiscali. Lui dice: guardate che la mia Sovi maltese, in realtà, non agisce per incassare commissioni dai trasferimenti dei calciatori, più che altro serve per tutelare la loro immagine. Vero, ci crediamo però poi bisognerebbe vedere come vengono distribuiti i compensi sulle varie società. Però, un’anomali sulla Sovi l’abbiamo trovata: a Malta, laddove dovrebbe esserci la sede della Sovi, la Sovi non c’è. C’è la Zeta, che è un’altra società che si occupa di avviare altre aziende e anche fiduciarie. Ecco, noi ora ci poniamo una domanda: ma chi ha le sedi fittizie a Malta può fare affari in Italia? Tu potresti fare delle trattative, chiudere affari, se avessi una società maltese ma con la partita IVA in Italia e pagare tutte le tasse. I procuratori le pagano tutte le tasse sulle transazioni milionarie? Se noi riusciamo a sapere qualcosa a oggi sulle entità delle commissioni in totale, 150 milioni, anche in un anno di magra, è grazie alla Federcalcio. Però non sappiamo da chi vengono fatturati questi 150 milioni di euro, e soprattutto dove, se a Dubai o a Malta. Bisognerebbe fare, avere uno scatto di reni, rendere trasparenti anche le fatturazioni, ma i presidenti delle squadre di calcio anelano alla trasparenza? Report è venuta in possesso di uno studio commissionato dalla UEFA, ma che poi misteriosamente non è stato mai pubblicato, forse perché imbarazzava. Si parla di 2 miliardi di euro di transazioni illecite. Dentro ci sarebbero finiti episodi di corruzione, anche di criminalità organizzata. E poi all’interno di un’informativa della Guardia di Finanza, spunta il nome di un’importante direttore sportivo di un’importantissima squadra di calcio che sarebbe il proprietario occulto di una grande agenzia di calcio scommesse.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Violenza e corruzione entrano nel mondo del calcio. Philippe Renz è un avvocato svizzero che da anni combatte contro la corruzione nello sport e ha avviato diverse cause nei confronti delle irregolarità compiute dai grandi agenti.

DANIELE AUTIERI Esiste una stima su quanto valgano le transazioni irregolari, illegali nel calcio europeo? PHILIPPE RENZ - AVVOCATO Si stima che tra il 2018 e il 2019 l’ammontare delle transazioni portate a termine con pratiche illecite abbia raggiunto i 2 miliardi di euro. Circa il 60% di queste commissioni viene dai trasferimenti dei giocatori, il resto dalle commissioni per la loro gestione.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO I numeri di Renz vengono da un misterioso rapporto commissionato dalla Uefa e realizzato dal Cies, il Centro Internazionale per gli Studi sullo Sport. Un report dai risultati sconvolgenti, che non è mai stato pubblicato. Ed ecco alcuni stralci del report nel quale si calcola che le intermediazioni degli agenti raggiungeranno nel 2022 i 3 miliardi di euro, e si spiega che «l’acquisto delle procure da parte del crimine organizzato va di pari passo con le operazioni di riciclaggio».

PHILIPPE RENZ - AVVOCATO Senza controllo è automatico l’ingresso della criminalità come dice anche il rapporto del Cies. Per sconfiggere questa criminalità sarebbe necessario combattere questo rapporto malato tra agenti e club. Corruzione, evasione fiscale, sono tutte pratiche fin troppo diffuse.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO In Italia, il procuratore Mario Giuffredi rimane coinvolto in un’indagine per riciclaggio. Giuffredi è uno dei primi agenti italiani, ha 30 giocatori per un valore di mercato di oltre 200 milioni di euro. Lo andiamo a trovare nel suo quartier generale a Napoli.

DANIELE AUTIERI Il fatto che lei venga da Ponticelli, un quartiere difficile di Napoli, ha inciso secondo lei su questa immagine?

MARIO GIUFFREDI – PROCURATORE JORDAN VERETOUT Sicuramente ha influito molto sulle chiacchiere a vuoto fatte su di me.

DANIELE AUTIERI Tra le voci messe in giro, si dice anche che lei ricicli i soldi della camorra, è vero?

MARIO GIUFFREDI – PROCURATORE JORDAN VERETOUT Io vengo indagato due volte per riciclaggio: una dalla procura di Nola e viene archiviato, e una dalla procura di Napoli e viene archiviato.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel luglio del 2019 Giuffredi mette a segno una delle sue migliori operazioni: il passaggio del centrocampista francese Jordan Veretout dalla Fiorentina alla Roma. Un prestito da un milione di euro con l’obbligo di acquisto definitivo a 16 milioni. Veretout è una delle perle dell’agenzia di Giuffredi, secondo alcune voci il procuratore l’avrebbe strappato all’agguerrita concorrenza offrendogli soldi.

DANIELE AUTIERI È vero, ha pagato Veretout?

MARIO GIUFFREDI – PROCURATORE JORDAN VERETOUT Io ho preso Veretout nel momento in cui ero indagato per riciclaggio dalla procura di Nola, quindi figurati se una persona che in quel momento è indagata per riciclaggio dalla procura di Nola può fare un’operazione del genere.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’ultima indagine per riciclaggio nei confronti di Giuffredi viene di fatto derubricata a una presunta evasione fiscale e nel marzo scorso la Guardia di Finanza sequestra preventivamente al procuratore 1,7 milioni di euro.

DANIELE AUTIERI La Guardia di Finanza ipotizza che lei abbia pagato società esterne facendo apparire dei costi che non aveva e così abbassando l’imponibile fiscale, no?

MARIO GIUFFREDI – PROCURATORE JORDAN VERETOUT Ed in più l’altra ipotesi è che queste società riportassero i soldi contanti a me. Le società che loro dicono che si sono adoperate per me per fare movimentazione di denaro contante, sono società che non hanno fatto un euro di prelievi. Quindi se non c’è un euro di prelievi, non so come facevano a ritornarmi il contante. In più sono società che sono attive sotto tutti i punti di vista, dal punto di vista fiscale dal punto di vista lavorativo.

DANIELE AUTIERI Emerge che lei ha dato 20.000 euro in contanti a Luigi Sansò, che è un uomo che ha vari precedenti penali anche per reati collegati alla criminalità organizzata…

MARIO GIUFFREDI – PROCURATORE JORDAN VERETOUT Sansò è un mio amico dal 1997, di quando io avevo 22, 23 anni.

DANIELE AUTIERI Lei questi 20.000 euro glieli ha dati?

MARIO GIUFFREDI – PROCURATORE JORDAN VERETOUT Certo che glieli ho dati…

DANIELE AUTIERI Perché?

MARIO GIUFFREDI – PROCURATORE JORDAN VERETOUT Perché era un regalo che volevo fargli Era il periodo di natale, faccio beneficienza a tanta gente nella mia città, ma non mi metto con il cartello scritto in petto a dire a chi faccio beneficienza.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel novembre del 2018 il Gico della Guardia di Finanza arresta a Bari 22 persone legate ai potenti clan Capriati e Parisi. Dopo la droga, le estorsioni e gli omicidi, le mafie mettono gli occhi sul calcio e sul ricco business delle scommesse.

TESTIMONE C’è stata una grande alleanza in nome del calcio. La famiglia Martiradonna, il clan Capriati qui a Bari, alcune cosche calabresi e i Santapaola, i siciliani, si sono messi insieme per gestire il calcio scommesse e per mandare i soldi nei paradisi fiscali, volevano comprare una società in Albania. La Top Bast

DANIELE AUTIERI Che società è questa Top Blast?

TESTIMONE È una società molto importante in Albania, ha 400 sale scommesse, sponsorizza anche alcune squadre di calcio.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La Top Bast risulta intestata ad Ermal Bajrami, ma secondo un’informativa di cui Report è entrata in possesso i proprietari occulti sarebbero invece i fratelli Tare. E l’8 gennaio del 2015 gli emissari del clan organizzano un incontro a Bari con Genti Tare, console albanese in Turchia e fratello del direttore sportivo della Lazio, Igli Tare.

DANIELE AUTIERI C’è una prova che dimostra che questo incontro c’è effettivamente stato?

TESTIMONE Ci sono delle comunicazioni con Genti Tare che è un albanese molto importante, che tra l’altro è il fratello di Igli Tare, del DS della Lazio, si sono scambiati alcune mail.

DANIELE AUTIERI Ma alla fine l’accordo l’hanno trovato o non l’hanno trovato?

TESTIMONE No, perché in Albania ci stavano delle regole e delle tasse che rendevano ai clan poco conveniente comprare quella società

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO I Tare non vengono indagati. Genti dice a Report che ha gestito l’affare solo in qualità di mediatore. Rimane però da chiarire la clamorosa scoperta della Finanza sulla proprietà della Top Bast. Come dimostra questo documento esclusivo, i risultati dell’indagine vengono inviati alla procura federale della Federcalcio, ma nessuno prende provvedimenti contro il potente direttore sportivo della Lazio.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Allora secondo un’informativa della Guardia di Finanza di Bari coordinata dalla Procura, Igli Tare, direttore sportivo della Lazio, e suo fratello, sarebbero i proprietari occulti di una società, la Top Bast, una società che è anche sponsor di alcune squadre di calcio, ma che soprattutto gestisce una rete di 400 agenzie di scommesse. Dove puoi scommettere sui risultati delle squadre di calcio, compresa la Lazio di cui Tare è, appunto, direttore sportivo. Ora come esce fuori questa vicenda? Nel 2015 la mafia catanese dei Santapaola, con le cosche di ‘ndrangheta e i clan della Sacra corona unita si mettono insieme e decidono di entrare nel business del calcio scommesse. Aspirano a comprare la società Top Bast, e che cosa scopre la Guardia di Finanza? Che a trattare con i clan criminali sarebbe stato il fratello di Tare, Genti Tare, che è oltretutto console albanese in Turchia. Ora, di questa vicenda poi bisogna sapere che questo affare salta e che i fratelli Tare non vengono più indagati, tuttavia la scoperta clamorosa che, se fosse stata verificata e se qualcuno avesse approfondito, avrebbe reso incompatibile il ruolo di Tare come direttore sportivo ed è per questo motivo che la Guardia di Finanzia con la Procura inviano l’informativa ai magistrati sportivi. È il 2018, all’epoca c’era Giuseppe Pecoraro come capo della Procura federale, ora c’è Giuseppe Chinè, che nel frattempo è stato nominato capo di gabinetto del ministro dell’Economia e Finanze. Però Tare a oggi non è stato mai ascoltato su questa vicenda. Ce lo scrive lui stesso, che dice anche che “le notizie riportate nell’ informativa sono false”, si dice estraneo così come suo fratello Genti”, e alla società di scommesse TOP BAST, con la quale non ha interessi diretti o indiretti. Tare si dice anche estraneo ai tentativi dei clan criminali di acquistare tale società e ci diffida dal dare informazioni che ledono la sua dignità e che, secondo lui, hanno la precisa origine “di gettare discredito sulla sua figura da parte di soggetti terzi”. Ora noi abbiamo letto l’informativa, non ci sono soggetti terzi. La Guardia di Finanza basa come indicazione, come prova principale, alcune mail che ha intercettato, dalle quali si evince chiaramente che i clan criminali dialogavano con il fratello Genti, e che addirittura c’è stato un incontro perché era proprio Genti Tare che avrebbe offerto a loro le possibilità per entrare nell’affare con varie modalità: una era quella di sfruttare la concessione governativa che la Top Bast aveva ottenuto dal governo albanese per esercitare l’attività di calcio scommesse e aveva offerto ai clan criminali di poter aprire nuove agenzie. L’altra possibilità era quella di acquistare la società Top Bast al 50%. Poi l’affare è saltato, pensate un po’ i clan criminali si sono fatti due conti e non conveniva dal punto di vista fiscale. Tare mantiene il riserbo anche su un’altra vicenda: sull’acquisto del giocatore Vedat Muriqi. E fa bene, perché non è che ci sia tanto da vantarsene. È stato acquistato per la cifra di 18 milioni di euro dalla Fenerbahce, squadra turca, proprio in Turchia laddove c’è sempre il fratello Genti che è console albanese in Turchia.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel settembre scorso Igli Tare chiude un’operazione che per le cifre sul tavolo aveva fatto sognare i tifosi della Lazio. Per 17,5 milioni di euro la società acquista dal Fenerbahce l’attaccante bosniaco Vedat Muriqi. Quasi 20 milioni per giocare una manciata di partite e passare il resto della stagione in panchina.

VINCENZO MORABITO - PROCURATORE Lui c’ha il fratello che è il console albanese a Istanbul e improvvisamente 18 milioni paghi un giocatore che è una pippa… Simone mi ha detto: io mi metto le mani nei capelli.

DANIELE AUTIERI Quale giocatore?

VINCENZO MORABITO - PROCURATORE Muriqi, comprano Muriqi… 18 milioni di euro, che non tocca palla. Radu mi dice che io quando sono in allenamento che marco lui mi metto così, con le pantofole mi ha detto, perché è proprio una roba inguardabile. 18 milioni di euro, che per la Lazio, 18 milioni so’ tanti, eccolo lì, è un bidone pazzesco. Però guarda caso… e nell’operazione 5 procuratori…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’operazione Muriqi è una festa per tanti intermediari. Oltre all’agente e all’avvocato del calciatore, nell’affare entra l’albanese Shkumbin Qormemeti, un agente con pochissimi atleti e grande amico di Igli Tare. Accanto a lui anche i fratelli Gabriele e Valerio Giuffrida, agente il primo, commercialista il secondo. Gli intermediari si spartiscono le commissioni pagate dal giocatore e dalle squadre coinvolte, mentre la Lazio per parte sua paga solo la GG11 di Gabriele Giuffrida. I due fratelli Giuffrida hanno rapporti strettissimi con dirigenti e presidenti dei club, al punto che Valerio Giuffrida è stato sindaco supplente della Lazio Events, la società cassaforte attraverso la quale Claudio Lotito controlla la Lazio.

PIPPO RUSSO - GIORNALISTA Ciò che si dice di loro è che abbiamo ottimi rapporti con il mondo bancario e finanziario. Lavorano molto nel segmento della intermediazione per conto della società.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’azienda Calcio sembra un autocarro con le gomme bucate. Negli ultimi cinque anni ha perso circa 1,6 miliardi di euro. E oggi viaggia indebitandosi sempre di più.

FABIO PAVESI – GIORNALISTA FINANZIARIO Su circa 3,8 miliardi di fatturato sempre l’azienda calcio italiana, i debiti sono 4,6 miliardi…

DANIELE AUTIERI Se fosse un’industria normale porterebbe i libri in tribunale

FABIO PAVESI – GIORNALISTA FINANZIARIO Probabilmente sarebbe fallita da tempo. Però la voce importante che in qualche modo aiuta a limitare i danni sono le famose plusvalenze dei giocatori, cioè il calciomercato. Nel campionato ultimo, il penultimo prima del covid, 2018-2019, su quei 3,8 miliardi di fatturato le plusvalenze sono valse come numero circa 800 milioni di euro

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La Federcalcio dice che non è in grado di seguire la scia dei soldi. A Lugano, nello stesso palazzetto dove si trova la società del procuratore Morabito, ha avuto sede per molto tempo la Futura Sa, società di scouting fondata da Antonino Imborgia, vecchia gloria del calcio italiano reinventato procuratore e legato a doppio filo al Genoa di Enrico Preziosi. Il figlio del presidente, Matteo Preziosi, è stato socio di Imborgia e oggi direttore della stessa Futura SA. Un conflitto di interessi che trova conferma in questa chat che Report è in grado di mostrarvi. Imborgia rassicura un procuratore che vuole chiudere un’operazione con il Genoa di Preziosi: “Matteo ti può portare dal suo papà”.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Preziosi ci scrive che il conflitto di interessi non esiste perché il Genoa dalla società del figlio non ha acquistato nessun giocatore. Ma per valutare bisognerebbe vedere se ha avuto ruoli nelle intermediazioni con altri giocatori. Perché proprio grazie agli scambi dei calciatori e alle plusvalenze la società di Preziosi lega la sua stessa sopravvivenza, come scrivono i revisori dei conti nel bilancio del club.

FABIO PAVESI – GIORNALISTA FINANZIARIO Lui chiude il bilancio a dicembre, lui a gennaio fa il calciomercato, spesso fa plusvalenze. Con questo meccanismo lui riesce a tamponare bilanci che altrimenti andrebbero sempre in perdita.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A Gennaio è la Juve che soccorre i bilanci di Preziosi acquistando dal Genoa Nicolò Rovella al prezzo di 18 milioni di euro. Una quotazione altissima per un centrocampista di 19 anni. Ma quanto ha pagato la Juve?

FABIO PAVESI – GIORNALISTA FINANZIARIO Non c’è stato scambio di denaro perché il Genoa l’ha passato alla Juve per 18 milioni, contemporaneamente la Juve ha girato due cartellini di due giocatori giovani per il valore di 18 milioni. Quindi le due cifre guarda caso combaciano e anche in quel caso non c’è nessuna entrata di denaro nei bilanci ma c’è una scrittura contabile.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’operazione che salva il bilancio del Genoa viene portata a termine dal procuratore Giuseppe Riso, che da un lato tutela gli interessi della Juve che lo incarica della mediazione; dall’altro quelli del calciatore di cui è l’agente. Un conflitto di interessi dichiarato dallo stesso Riso che emerge dal mandato siglato tra la Juve e l’agente di cui siamo venuti in possesso. Un mandato che aggiunge anche una seconda verità: la Juve riconosce a Riso un compenso di 1,7 milioni di euro per la mediazione, con i pagamenti spalmati nei prossimi 5 anni.

PIPPO RUSSO – GIORNALISTA C’è una nuova generazione di agenti che diventa il referente delle società di calcio, tesse relazioni diplomatiche, ha di fatto preso in appalto un segmento dell’economia delle società di calcio.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La nuova generazione di agenti occupa un posto d’onore nelle tribune degli stadi. Beppe Riso, nato a Reggio Calabria, è uno degli intermediari più attivi in Italia, e si è conquistato quel posto al culmine di una strabiliante ascesa iniziata dai tavoli di un ristorante dove i diavoli del Milan sono di casa.

GAETANO PAOLILLO – PROCURATOREDI KAKÀ Nelle sale c’erano tutte le foto dei giocatori del Milan. Anche per Berlusconi, diverse volte Berlusconi è andato dopo la partita a cenare da Giannino.

DANIELE AUTIERI E Riso lavorava lì?

GAETANO PAOLILLO - PROCURATORE Lavorava lì, si. DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO E’ proprio il proprietario del ristorante Giannino, Lorenzo Tonetti, in ottimi rapporti con Galliani, che dice al procuratore Paolillo di prendere in scuderia Riso.

DANIELE AUTIERI Quindi a un certo punto Tonetti che ha ottimi rapporti con Galliani le dice prenditi questo ragazzo perché è in gamba

GAETANO PAOLILLO – PROCURATORE DI KAKÀ Sì, mi dice, gli piace il calcio, prendilo a lavorare con te…e io ho tentato di dire: vabbè cerchiamo di fare in modo… stabiliamo delle percentuali su quello che guadagnerai sui giocatori che hai preso grazie a me…

DANIELE AUTIERI E lui che le ha detto?

GAETANO PAOLILLO – PROCURATORE DI KAKÀ E lui mi ha detto che gli avevano consigliato… che non doveva farlo

DANIELE AUTIERI Le posso chiedere chi glielo aveva consigliato?

GAETANO PAOLILLO – PROCURATORE DI KAKÀ Lui mi ha detto che era stato Galliani a dirgli no… ed io faccio quello che dice Galliani

DANIELE AUTIERI In quegli anni lui ha continuato a lavorare per la famiglia Galliani?

GAETANO PAOLILLO – PROCURATORE DI KAKÀ Soprattutto con la sorella di Galliani, aveva un rapporto…

DANIELE AUTIERI E con Galliani stesso lui ha stretto dei rapporti?

GAETANO PAOLILLO – PROCURATORE DI KAKÀ Sì, anche con Galliani… andavano a Forte dei Marmi insieme.

DANIELE AUTIERI Poi il Milan è stata la sua rampa di lancio perché lui ha iniziato facendo tante operazioni al Milan…

GAETANO PAOLILLO – PROCURATORE DI KAKÀ Ma era abbastanza di casa al Milan… Era abbastanza di casa a San Siro…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Riso appartiene a quel pugno di professionisti intorno ai quali si concentrano interessi e potere. In Europa, su 7mila agenti, appena 156 fatturano più di 6 milioni di euro l’anno. Sono loro che influenzano il mercato grazie a un legame strettissimo con i presidenti e i direttori sportivi dei grandi club. E visto il giro di denaro quella delle intermediazioni è una delle strade battute dalla criminalità per infiltrarsi nel calcio.

VINCENZO MORABITO - PROCURATORE Fino a un certo punto si concentrava questo potere lavorando con grande professionalità, facendo le cose fatte bene… Poi entra in campo il fattore economico, arrivano i soldi, e quindi si inizia a lavorare in modo diverso.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Vincenzo Morabito preferisce non entrare nel dettaglio, ma poi ci racconta altri particolari. Come i retroscena del pestaggio subito nel gennaio del 2019 a Milano da Davide Lippi, il figlio dell’ex ct campione del Mondo Marcello Lippi.

VINCENZO MORABITO - PROCURATORE Davide Lippi l’hanno… e mi ha detto anche che da un anno e mezzo si è proprio tirato…

DANIELE AUTIERI Ma giri brutti secondi te?

VINCENZO MORABITO - PROCURATORE No, lui ha provato forse a prendere un giocatore di quei giri là e l’hanno…

DANIELE AUTIERI L’hanno menato…

VINCENZO MORABITO - PROCURATORE Perché fanno così eh. Io mi ricordo Riso, ero a San Siro, tre anni fa, non so che aveva combinato e gli arriva sta telefonata e diventa bianco e va via. Quello che stava con me che era un collaboratore che era di Salerno gli va dietro. Poi dopo un po’ ritorna e dico che cazzo è successo? Zitto, va. L’hanno chiamato, per fortuna che c’ero io. L’hanno minacciato che l’ammazzano, quello quell’altro. Era quella banda lì… perché lui doveva lasciar perdere il giocatore.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Chissà se Beppe Riso e Davide Lippi abbiano denunciato quel tentativo di aggressione, perché magari si sarebbe capito di più sull’entità dell’infiltrazione della criminalità organizzata all’interno del mondo dei procuratori del calcio. Insomma, Riso che è nato a Reggio Calabria, da cameriere è diventato uno degli agenti più potenti del mondo del calcio italiano. Diamo per scontato che è sicuramente bravo, ma quanto conta la sua amicizia con Galliani? Appartiene sicuramente a quella generazione di procuratori nuovi, come l’ha definita il collega Pippo Russo “che ha preso in appalto un segmento dell’economia del calcio” perché è funzionale alla sopravvivenza di un sistema, quello delle plusvalenze. È un sistema abbastanza semplice: io club indebitato che cosa faccio? Vendo un giocatore ad un costo superiore, gonfiato, rispetto a quello che è il valore residuo contabile. Solo che così poi genero un’entrata fittizia, gonfio un’entrata, perché se andiamo a vedere avviene tutto senza scambiare un euro vero. È tutto sulla carta. Corrisponde infatti spesso ad una cessione, un acquisto di equivalente valore. Solo che quando io vendo, posso mettere quello che incasso immediatamente a bilancio dando ossigeno alle mie casse, quello che invece spendo posso spalmarlo in cinque anni. E però rinvio solamente il problema, e il risultato sarà che per coprire i costi nei prossimi anni sarò costretto a generare plusvalenze. Tutto sulla carta. Gli unici che incassano soldi veri sono i procuratori e i calciatori. Perché questo? Perché sono funzionali ad aggirare la norma del fairplay finanziario. Era una imposizione della Uefa, nata con uno scopo nobile che era quello di rendere più sobri i bilanci delle squadre di calcio, avere i bilanci più in ordine, ma hanno di fatto generato un mostro. È così che siamo arrivati a 800 milioni di euro di plusvalenze e a 150 milioni di euro di commissioni agli agenti. Tutti sanno qual è il problema, ma nessuno va a controllare seriamente i bilanci. Ora, il problema è esploso perché ai tempi del covid sono anche finiti quei denari freschi, pochi, che entravano nelle casse delle squadre di calcio grazie a i botteghini, ai tifosi che andavano allo stadio e alle sponsorizzazioni. Ecco, dicevamo: nessuno va a controllare. Forse fa comodo avere un sistema, vivere in una bolla, in un sistema talmente fragile che è penetrabile anche da quei mediatori che sono molto più vicini al mondo della politica che a quello del calcio. Uomini che si muovono nell’ombra, l’ombra che si allunga fino a Mafia Capitale.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il 10 maggio del 2018 la Roma annuncia una prodigiosa operazione di mercato: per 8 milioni di euro acquista dalla Dinamo di Zagabria Ante Coric, un centrocampista 23enne presentato ai tifosi come una giovane promessa. Nella capitale Coric colleziona solo tre presenze prima di essere mandato in prestito all’Almeria e uscire così dai radar del calcio che conta. A proporlo alla Roma è il mediatore Giuseppe Cionci.

GIUSEPPE CIONCI Abbiamo proposto questo giocatore che poi se andate a vedere la storia è un giocatore importante, ha giocato in Champions League, ha esordito in nazionale a 17 anni… Però era ricercato da tante società.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Quello che rimane è la commissione da 1,2 milioni di euro che la Cornersport Management di Giuseppe Cionci chiede alla Roma. È un’inchiesta della procura di Zagabria che cerca di far luce sulle anomalie di quell’operazione.

DANIELE AUTIERI Come è andata a finire a livello giudiziario tutta la storia?

GIUSEPPE CIONCI Io sono stato, come persona informata sui fatti, dall’autorità giudiziaria croata, poi non si è saputo più niente, ma sono anni.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Salvatore Buzzi, sodale di Massimo Carminati e simbolo dell’inchiesta Mafia Capitale, ci racconta qual è il passato di Giuseppe Cionci.

SALVATORE BUZZI – EX PRESIDENTE COOP 29 GIUGNO Cionci è stato un mediatore…. Quando mi chiamavano per le campagne elettorali, per dare i soldi, mi chiamava Cionci a me…

DANIELE AUTIERI Cionci aveva rapporti quindi con tutto il mondo politico romano?

SALVATORE BUZZI – EX PRESIDENTE COOP 29 GIUGNO Politico-imprenditoriale, sì.

DANIELE AUTIERI Aveva rapporti anche con Luca Parnasi, immagino. Il costruttore

SALVATORE BUZZI – EX PRESIDENTE COOP 29 GIUGNO Eh, ci stanno le intercettazioni. Hanno trovato pure dei versamenti di Parnasi…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Giuseppe Cionci è coinvolto in un’indagine su una serie di fatture false insieme al faccendiere Fabrizio Centofanti. Inoltre nel 2015 sui suoi conti correnti spuntano 296mila euro, versati dalle società che fanno riferimento a Luca Parnasi, l’imprenditore che avrebbe dovuto costruire lo stadio della Roma. I magistrati sospettano che anche la mediazione da un milione di euro per l’operazione Coric sia legata all’approvazione del progetto stadio da parte della Regione Lazio. L’ipotesi è che Cionci fosse il collettore tra la società Roma, il costruttore dello stadio, e politici che avrebbero dovuto dare l’ok alla costruzione. Cionci, nega. E ci dice che oltretutto aspetta ancora di essere pagato dalla Roma.

DANIELE AUTIERI Quindi alla fine ha perso da questa operazione?

GIUSEPPE CIONCI Sì, sì, è vero perché abbiamo fatto il decreto ingiuntivo alla Roma adesso…

DANIELE AUTIERI Perché, la Roma non ha pagato?

GIUSEPPE CIONCI Non ha pagato, per l’ultima rata abbiamo fatto il decreto ingiuntivo.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La Roma fa sapere di aver pagato 1 milione di euro e di non aver versato l’ultima tranche in via prudenziale perché l’iter giudiziario non è ancora terminato. Il ruolo di Cionci come facilitatore politico del progetto Stadio è ancora tutto da provare. Più realistica invece è la sua capacità di tessere relazioni nel mondo della politica. Un ruolo che Cionci avrebbe interpretato anche sulla gara da 90 milioni di euro per la gestione del centro unico delle prenotazioni della sanità regionale. Un piatto ricco sul quale anche Salvatore Buzzi vuole mettere mano.

SALVATORE BUZZI – EX PRESIDNETE COOP 29 Io andai a parlare con la destra. Dice: no, questo non è nostro, devi andare a parlare con Zingaretti. E io per andare a parlare con Zingaretti, non è che vai a parlare con il presidente della Regione di queste cose, andai a parlare con Cionci.

DANIELE AUTIERI Perché con Cionci? SALVATORE BUZZI – EX PRESIDENTE COOP 29 GIUGNO Perché Cionci era l’uomo dei soldi di Zingaretti, per fare le raccolte delle campagne elettorali, lo conoscevo per questo motivo.

DANIELE AUTIERI In che senso l’uomo dei soldi? In passato aveva già dato soldi a Cionci?

SALVATORE BUZZI – EX PRESIDENTE COOP 29 GIUGNO Sì, per le campagne elettorali di Zingaretti, Marino…

DANIELE AUTIERI Soldi puliti però in chiaro?

SALVATORE BUZZI – EX PRESIDENTE COOP 29 GIUGNO Soldi in chiaro…

DANIELE AUTIERI E che le disse Cionci?

SALVATORE BUZZI – EX PRESIDENTE COOP 29 GIUGNO In quell’occasione mi chiese una contribuzione del 2 per cento... sta nelle intercettazioni telefoniche, quindi…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Questa è l’intercettazione telefonica nella quale Buzzi riporta prima al suo autista e poi al suo commercialista la richiesta di soldi sollevata da Giuseppe Cionci.

DANIELE AUTIERI Salvatore Buzzi a noi ci dice che lei era l’uomo dei soldi di Zingaretti…

GIUSEPPE CIONCI No, vabbè, ma quella è follia. Lasciamo perdere… guardi, non ritorniamo nel 2013, 2014, lasciamo perdere…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il mediatore nega e ha querelato Buzzi per diffamazione ma il provvedimento è stato archiviato. In merito ai 296 mila euro versati da Parnasi sui conti di Cionci, Parnasi ha giustificato dicendo che si trattava di un regalo a un amico e oggi non risultano inchieste aperte per capire l’origine che quei versamenti.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Vabbè, fino a prova contraria crediamo al regalo, però ad avercene di amici come Parnasi, che ti versano circa 300 mila euro sul conto. Bene, nella galleria che vi abbiamo presentato oggi mancava il mediatore, il personaggio vicino alla politica. È lui, dice Buzzi, che cercavo, Cionci, quando c’era da pagare le cene elettorali. Tutti finanziamenti leciti per carità, però abbiamo lanciato un allarme, una spia si è accesa. È importante tracciare fino all’ultimo le transazioni finanziarie. Se noi sappiamo oggi che ci sono circa 150 milioni di commissioni pagate agli agenti, è grazie all’operazione di trasparenza che ha fatto il presidente di Federcalcio, Gravina. E forse da luglio sarà possibile anche sapere quanto spende una singola squadra in commissioni. Ora, però, c’è da fare un salto importante: ci sarebbe da rendere trasparenti anche le fatturazioni, sapere chi fattura e da dove, se fattura da Dubai o da Malta. Questo se si vuole cercare veramente di sconfiggere, di mandare un segnale forte contro la corruzione, se si vuole stoppare l’infiltrazione della criminalità organizzata. Se, in altre parole, si vuole far tornare il calcio quell’arte dell’imprevisto. Cioè che quando meno te lo aspetti accade l’impossibile, che un nano dia lezioni di calcio ad un gigante, che un nero allampanato faccia diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia.

Ivan Zazzaroni per il "Corriere dello Sport" il 9 giugno 2021. Oltre due milioni e mezzo di italiani - la media l’ha abbassata il servizio sul kamut - adesso sanno, grazie a Report, Rai 3, che il calcio è diventato uno stagno putrido nel quale sguazzano allegramente truffatori, evasori, plusvalorizzatori, pregiudicati, barabba, camorristi, mafiosi, ‘ndranghetisti, dirigenti collusi e soprattutto quegli schifosi dei procuratori che guadagnano milioni sulla pelle dei loro assistiti e dei poveri, ingenui, virginei presidenti. Ai lati dello stagno si muovono tristemente giornalisti irresponsabili, leccaculi o - nella migliore delle ipotesi - intellettualmente pigri, gente che, per quieto vivere, di certe faccende preferisce non occuparsi. Seguendo l’intera trasmissione, ho scoperto che studi di settore commissionati dagli enti governativi del calcio mondiale stimano nel solo periodo 2018-19 due miliardi di euro spesi con finalità illecite e destinati addirittura a organizzazioni criminali. Immagino che, di fronte a uno scandalo del genere, Fifa, Uefa e le stesse organizzazioni che hanno scoperchiato il vaso avranno denunciato nelle sedi opportune le decine di club e di dirigenti, agenti e calciatori che hanno commesso gravissime irregolarità. Così come non dubito che le procure di molti Paesi europei siano state inondate da decine di denunce circostanziate. Non posso pensare che i vertici del calcio abbiano voluto rischiare a loro volta un’incriminazione per omessa denuncia o, peggio ancora, di essere considerati organici a un sistema drammaticamente marcio. Invece niente, non è successo niente: nessuna denuncia, nessuna inchiesta e ovviamente nessuna squalifica. Al solito, gli studi di settore “taylor made”, sartoriali, sono stati richiesti solo per sostenere decisioni spesso “casuali o demagogiche” di Fifa e Uefa. A tal proposito, è fresco il ricordo della colossale menzogna con cui nel 2015 venne giustificata la deregulation nell’attività degli agenti, ovvero il contrario di quanto serviva allora e servirebbe ancora oggi al sistema per ripulirlo. Ci raccontarono di aver scoperto che più del 50% dei trasferimenti era stato affidato ad agenti non abilitati alla professione, aggirando perciò una norma che vietava a club e calciatori di avvalersi dei servizi di gente priva di regolare tessera e abilitazione. Si sfiorò il ridicolo quando, durante un seminario a Zurigo nella sede della Fifa, fu chiesto all’allora responsabile del dipartimento legale, l’avvocato Marco Villiger, quanti club e quanti atleti fossero stati oggetto di sanzioni per avere infranto una delle norme “cardine” del regolamento. La risposta di Villiger: «Nessuno». La realtà era più semplice. Il mondo del calcio aveva iniziato la sua mutazione: i presidenti risultavano assai più coinvolti di un tempo nelle operazioni di mercato, riducendo ai minimi termini il ruolo dei direttori sportivi a favore di una crescita esponenziale del ruolo dell’agente. Questo cambiamento epocale avrebbe imposto uno studio e il conseguente aggiornamento delle norme che avrebbero regolato l’attività. Stava anche aumentando considerevolmente il numero dei contenziosi che necessitavano dell’arbitrato della Fifa. Troppo lavoro per i “governing bodies” ai quali non piace fare fatica. La deregulation passò all’unanimità per la gioia di tutti gli stakeholder. In primis dei club e - udite udite - anche della Fifpro: il sindacato, che oltre a guadagnare sui calciatori dovrebbe proteggerli, approvò il fatto che un giovane atleta potesse essere rappresentato da chiunque senza che questi dovesse rispondere al benché minimo requisito. Domande post-Report. Perché nessuno ha spiegato il motivo per cui chi risiede a Montecarlo, godendo quindi già di un regime fiscale super agevolato, ha l’esigenza di fatturare da Malta? Non sarà perché da Malta si possono muovere flussi di denaro senza alcun controllo così da poter stornare o distribuire a terzi somme non tracciabili? Perché si parla solo dell’indirizzo giusto o sbagliato? Non credo sia difficile scoprire le verità al riguardo. E perché non è stato chiesto ai club il motivo per cui si avvalgono di agenzie straniere per i trasferimenti Italia su Italia e se è loro costume effettuare bonifici in direzione di questi Paesi? Non sono pratiche comuni, presentano rischi fiscali, e allora perché accettano di correre dei rischi?  Gli agenti, quelli corretti (l’onestà è presente in tutte le categorie, anche nelle più sputtanate) si battono affinché la Fifa ordini alle federazioni la pubblicazione annuale della lista dettagliata di ogni operazione in cui i club si sono serviti di uno o più agenti non con l’inutile formula attuale, bensì con i dati analitici di ogni fattura e quindi: oggetto del servizio, calciatore in oggetto, importo pattuito, conto bancario sul quale è stato effettuato il bonifico. A oggi in tutte le bozze del tanto atteso Nuovo Regolamento Fifa questo dispositivo è stato inserito, sono curioso di leggere il testo definitivo. Gli agenti Italiani sono anche riusciti a far sposare questa idea sia alla Federazione sia al Coni, tant’è che nel “Regolamento agenti”, pubblicato dal Coni il 29-10-2019 all’art 24, punto 2, si legge: 

1) Tutte le disposizioni contenute nel presente Regolamento sono applicabili, previa delibera della Giunta Nazionale del Coni, anche alle Federazioni sportive nazionali che non hanno istituito il settore professionistico. 

2) Entro il 31 dicembre di ogni anno le società sportive e gli atleti sono tenuti a comunicare al Coni e alla Federazione competente i dati analitici e tutti i corrispettivi erogati nel corso dell’anno ad agenti sportivi, secondo il modello adottato dallo stesso Coni su proposta della Commissione. Tra i dati analitici vanno indicati anche il Paese ove è ubicata la banca ove è stato effettuato l’accredito del corrispettivo erogato. Entro il 31 marzo di ogni anno la Federazione competente rende noti i predetti dati. 

Governare significa fare lo sforzo di confrontarsi con tutte le realtà esistenti, compresi gli agenti, ma soprattutto i club che infrangono le regole, o forse la FIFA pensa sia più significativo e utile imporre degli assurdi e irreali “cap” quando i club riconoscono agli agenti e alle famiglie degli atleti (sempre in società con gli agenti) ingenti percentuali dei cartellini degli stessi? Perché non perseguono questi macroreati?  Anni fa alcuni degli agenti denunciarono la compravendita dei mandati di rappresentanza che solleticava le famiglie consentendo l’accesso ad attori esterni al mondo delle sport, ma in grado di utilizzare i propri capitali leciti o illeciti per questo tipo di attività finanziaria. La pratica è vietata dai regolamenti, ma anche qui zero provvedimenti. Un agente non può essere socio del padre di un giocatore, non può dividere i guadagni con lui o riconoscergli dei compensi, eppure accade a tutti i livelli. Il codice della strada se non ci fossero telecamere, vigili urbani e polizia stradale non servirebbe a nulla. Fifa e Uefa organizzino e sovvenzionino un torneo in meno: perderanno il voto di quel Paese (gli eventi minori servono solo ad accaparrarsi voti) ma disporranno delle risorse economiche per creare una task force competente che possa entrare nel merito dei problemi e possibilmente risolverli. Torno al punto. Le scudisciate di Report mi hanno svegliato dall’irresponsabile torpore denunciato dalla trasmissione vedova di Milena Gabanelli e soprattutto in onore di lei, cronista inappuntabile, chiedo a gran voce che Gianni Infantino presidente della Fifa, massimo organismo calcistico mondiale, pretenda e addirittura apra un’inchiesta severa sulla malefatte denunciate; non parlo invece del presidente dell’Uefa, impegnato in lotte fraterne (Ceferin & Agnelli come Caino & Abele) che lo distraggono dai peccatori, anche se in verità la sua istituzione - onorata e onorabile fin dalla fondazione - somiglia all’Europa che fu “inventata” da Schuman, Adenauer e De Gasperi ed è finita com’è finita; fra i fondatori dell’Uefa c’era Ottorino Barassi - il presidente federale italiano che aveva salvato la Coppa Rimet dai bramosi invasori nazisti nascondendola in una scatola da scarpe tenuta sotto il letto - coadiuvato dal segretario generale Henry Delaunay al cui nome è legato il campionato d’Europa alle porte. I silenzi delle attuali istituzioni recano offesa anche ai Padri Fondatori. 

PS. Da una decina di anni le associazioni agenti nazionali e internazionali sostengono che la soluzione alla quasi totalità dei problemi consista nell’incentivare la massima trasparenza evitando regole assurde. Ottenuta la trasparenza, basterà il Codice Civile a regolare il settore e il calcio senza bisogno di costosi e artefatti studi di settore. Le sanzioni dovranno essere inevitabili per chiunque sgarri. 

Franco Vanni per “la Repubblica - Affari & Finanza” il 30 maggio 2021. Sono i super procuratori i veri padroni del calcio. Sempre più ricchi e potenti, i principali agenti dei giocatori in Europa condizionano la vita dei club e la loro storia sportiva. Una crescita d' influenza evidente anche in Italia, confermata dai dati Figc sulle provvigioni pagate dai 20 club di Serie A negli anni. Nel 2015 gli agenti si sono spartiti 84,4 milioni di euro. Nel 2019, ultimo anno pre-Covid, ne hanno incassati 187,8. Più del doppio. E anche nel 2020, annus horribilis per il pianeta per il pallone, la contrazione delle prebende a procuratori e intermediari è stata meno che proporzionale rispetto al calo dei volumi del calciomercato, e dei ricavi dei club: per la stagione calcistica 2019/2020 Deloitte stima un crollo di fatturato del 12 per cento per le maggiori società europee rispetto al 2018/19. Se è vero che non tutti i procuratori sono ricchi - la maggioranza degli agenti Fifa in Italia dichiara redditi da piccolo artigiano - i più ricchi lo sono sempre di più. Nella classifica di Forbes degli agenti sportivi più potenti al mondo, tre dei primi cinque lavorano nel calcio. Il più influente in assoluto, dal 2019, è l'inglese Jonathan Barnett. La sua agenzia Stellar Group, con più di 200 calciatori rappresentati e quasi altrettanti fra dipendenti e collaboratori, nel 2020 ha chiuso affari per 1,4 miliardi di dollari, incassando 142 milioni in commissioni. Dati in crescita del 10 per cento rispetto al 2019, nonostante la crisi globale. Fra gli altri, Barnett rappresenta Gareth Bale e il portiere juventino Wojciech Szczesny. Il secondo fra i paperoni del player trading nel calcio è Jorge Mendes, procuratore di Cristiano Ronaldo e direttore sportivo de facto del club inglese Wolverhampton, in cui gestisce i cartellini di 8 giocatori. Poi viene Mino Raiola, originario di Angri in Campania e cresciuto in Olanda, prototipo dell'uomo che s' è fatto da solo. Partito come tuttofare per calciatori delle serie minori olandesi - accompagnava i suoi assistiti al campo d' allenamento e si occupava anche delle zanzariere di casa - oggi negozia in sette lingue diverse transazioni rocambolesche. Ne sanno qualcosa i tifosi del Milan, che da mesi seguono con apprensione la trattativa per il rinnovo del contratto del portiere Gigio Donnarumma. Barnett, Mendes, Raiola e altri giganti del calciomercato, riuniti nell' associazione The Football Forum, il 21 gennaio del 2020 si sono trovati in un ristorante stellato a Mayfair, nel centro di Londra. Il tema della cena: contrastare l'intenzione della Fifa di porre un tetto alle provvigioni sulle intermediazioni, come già c' è in Francia. L' organo di governo del calcio mondiale progetta di imporre già quest' anno maggiore trasparenza nelle transazioni e di limitare le commissioni massime al 10 per cento sul prezzo dei cartellini, contenendole entro il 3 per cento - calcolato sull' ingaggio lordo - quando a spostarsi sono giocatori con contratti in scadenza. Sono i cosiddetti "parametri zero", galline dalle uova d' oro per chi li rappresenta: dalla sentenza Bosman del 1995 della Corte di giustizia europea, i calciatori dopo la scadenza possono accasarsi dove vogliono senza che un euro vada al club di provenienza. E quel che la società acquirente risparmia sul costo del cartellino spesso lo versa al giocatore, spalmato sugli stipendi, e al suo agente, che ha quindi interesse a portare il giocatore altrove. A denunciare con forza lo strapotere degli agenti fu nel 2016 Carlo Ancelotti, ai tempi sulla panchina del Bayern Monaco, scottato dalla difficoltà di trattenere i campioni in rosa: «I procuratori sono troppo influenti. Molti club hanno consegnato loro il potere». Al tempo ci fu la gara a dargli ragione, soprattutto in Italia. Ma ai proclami non seguirono atti concreti. «Se oggi nel nostro Paese non ci sono limiti ai compensi degli agenti è perché club e Figc non li hanno introdotti. Il regolamento che disciplina il nostro lavoro è emanato dalla Federazione, non lo abbiamo scritto noi», dice Raffaele Rigitano, responsabile legale di Aiacs, la principale associazione nazionale degli agenti. Il tema è continentale. Francia a parte, le federazioni nazionali aspettano che a muoversi sia la Fifa. E i club sui buoni rapporti coi procuratori costruiscono stagioni sportive e vittorie. Capita che a ribellarsi davvero al sistema siano i calciatori. Nel maggio 2019 il difensore Milan Skriniar negoziò il rinnovo di contratto con l'Inter fino al 2023 senza agente, spiegando: «Mi fido del club, ho voluto firmare personalmente». E il fuoriclasse belga del Manchester City Kevin De Bruyne, per discutere l'estensione del proprio vincolo fino al 2025, si è fatto affiancare da una squadra di analisti quantitativi, che hanno dimostrato la sua incidenza in campo sui successi della squadra. Esperimenti pratici, piuttosto isolati, dell'auspicio di Ancelotti: «Le figure più importanti nel calcio devono essere i calciatori». Iniziative come quelle di Skriniar e De Bruyne non sono mosse solo da amore per il club. Molti calciatori versano ai procuratori quote di stipendio. Nel 2020 i tesserati in Serie A hanno ceduto a chi li rappresenta 11,5 milioni. L' anno precedente erano stati 13,6. Aria fresca per i procuratori in periodo di pandemia. Negli ultimi due anni infatti molti club, in difficoltà per effetto degli stadi chiusi, tardano a pagare i gettoni di intermediazione. In Italia soprattutto si tende ad aspettare le letteracce degli avvocati prima di trasformare i pagherò in bonifici. Una situazione che, con qualche scandalo, nell' ottobre scorso spinse il governo a includere fra le 53 categorie di lavoratori che avevano diritto ai contributi a fondo perduto del Decreto Ristori anche gli agenti. Compresi quelli che l'anno precedente avevano fatturato più di 5 milioni di euro. Ristori e ritardi nei pagamenti non possono essere una soluzione. L' indebitamento dei 20 club di Serie A nell' ultimo decennio è raddoppiato, raggiungendo i 4,6 miliardi di euro. E molte società bruciavano cassa anche prima del Covid. Pensare di continuare a retribuire i procuratori ai livelli attuali è irreale. Alla fine del 2019 il decano Claudio Pasqualin, agente storico di Alessandro Del Piero e Gennaro Gattuso, indicò la via per un'autoriforma del sistema: «I club e in particolare i loro direttori sportivi dovrebbero ampliare i loro uffici, non affidarsi a intermediari esterni». Pioniere di questo approccio fu Sir Alex Ferguson, padre padrone del Manchester United per 27 anni, che squalificava le provvigioni come «soldi mal spesi». Nel 2012, quando Mino Raiola chiese un rinnovo di contratto d' oro per il centrocampista Paul Pogba, accompagnò il giocatore alla porta, lasciando che scegliesse la Juventus. E proprio dalla Juve i Red Devils lo hanno riacquistato per 103 milioni nel 2016, tre anni dopo l'addio di Ferguson al club. Per la gioia delle casse bianconere, ai tempi gestite da Beppe Marotta, e delle tasche del super agente.

Giulia Stronati per "Libero quotidiano" l'1aprile 2021. Il celebre adagio "chi più spende meno spende" non vale più in Serie A. Almeno stando ai dati ufficiali resi noti dalla Figc in merito alle laute commissioni pagate dai club della massima serie a procuratori e intermediari. Nonostante la crisi e le relative ristrettezze dovute alla pandemia Covid-19, nel 2020 i presidenti hanno sborsato ben 138 milioni di euro per accontentare agenti e mediatori fautori dei loro colpi di mercato. Una tassa necessaria e inevitabile nel mercato di oggi, dove il potere è detenuto appunto da chi rappresenta i calciatori. Senza il loro placet diventa dura ingaggiare top player o presunti tali. Perché tante volte il campione tanto agognato si rivela...un pacco di mercato. Rendimento stellare o deludente poco importa, le casse degli operatori di mercato si riempiono sempre e comunque. Un piccolo calo nelle spese, rispetto alle ultime due annate, va comunque registrato, visto che nel 2019 erano stati elargiti 187,8 milioni in commissioni, mentre nel 2018 erano stati 171,5 i milioni versati. Effetti dovuti ai minori introiti legati a sponsor e botteghino, tuttavia le commissioni restano elevate.

PESO SULLE CASSE. In testa alla graduatoria la Juventus: la Vecchia Signora è stata la più spendacciona o generosa, dipende dai punti di vista, nei confronti degli operatori di mercato. Venti milioni per gli arrivi di Morata, Chiesa, Mc Kennie e Kulusevski che però non si sono tradotti nel primato anche in campionato. Anzi, mai come quest' anno i bianconeri arrancano e devono guardarsi le spalle onde evitare il naufragio di restare fuori dalle prime quattro. Con 20 milioni si sarebbe potuta pagare la clausola del fenomeno Haaland al Salisburgo. Peccato che il Dortmund per battere appunto la concorrenza di Juve e Manchester United lo scorso gennaio abbia messo sul piatto la commissione monstre di 25 milioni di euro per il duo composto dal manager Mino Raiola (15) e dal papà Alfie Haaland (10). A proposito di spese senza resa: la Juve è in buona compagnia, perché pure la Roma, seconda per commissioni pagate (19 milioni), è lontana dal traguardo del ritorno in Champions League. Pesano sulle casse giallorosse le ricche parcelle relative agli ingaggi di Pedro, Kumbulla, Smalling e Borja Mayoral. Tranne lo spagnolo gli altri tre non hanno fornito il contributo auspicato. Il rovescio della medaglia è incarnato dalla virtuosa Inter. I nerazzurri - complice un mercato low-cost tranne l' acquisto di Hakimi, il più costoso della stagione, 40 milioni (è appena stata pagata la prima rata di 13 al Real) - si assetano al sesto posto (9 milioni). Posizione da Europa League, che invece fa rima con scudetto sul campo grazie al lavoro di Antonio Conte che ha saputo sopperire ai mancati innesti. Perché spendere non basta, serve farlo anche con competenza e costrutto. Vedi il caso della Fiorentina che ha sborsato oneri accessori superiori a quelli della capolista (9,7 milioni) e nonostante ciò vede l' Europa col binocolo. Anzi la Viola è più vicina alla zona retrocessione che a un posto al sole con vista sulle coppe. Merita invece applausi scroscianti la politica del neopromosso Spezia. I liguri sono la società della massima serie ad aver aperto di meno il portafoglio. Solo 876mila euro per provare a conquistare la salvezza. Missione che a oggi sarebbe centrata con il monte ingaggi più basso del campionato. Basti pensare che con i 20 milioni sganciati dalla Juve in commissioni valgono l' intero monte ingaggi di tutto il club ligure.

I VERI PADRONI. Ma chi sono i padroni del mercato in Serie A? Tra gli agenti comandano Mino Raiola, Federico Pastorello, Giuseppe Riso e Alessandro Lucci, mentre tra gli intermediari la fanno da padroni Paolo Busardò e Gabriele Giuffrida. Il primo è di casa con Atalanta, Roma, Verona e Samp, mentre il secondo ha orchestrato gli arrivi in Italia di Dalot (Milan), Muriqi (Lazio) e Miranchuk (Atalanta). Con relative cospicue commissioni (er ora sta trattando con il Milan i difficili rinnovi di Donnarumma e Romagnoli, per i quali chiede 12 milioni di ingaggio netti). Che poi il campo gli abbia bocciati, è un' altra storia. D' altronde basta poco a rubricare le commissioni da investimenti fruttiferi in soldi sperperati o viceversa. La certezza però è una: senza la tassa delle ingenti commissioni diventa improbabile assicurarsi giocatori di prima fascia. 

Juventus, "regina" delle commissioni agli agenti dei calciatori: quanto ha sborsato. La classifica della Serie A. Libero Quotidiano il 31 marzo 2021. La Figc ha pubblicato le cifre ufficiali relative alle spese per i procuratori delle 20 squadre di Serie A, e lo ha fatto con un tempismo a dir poco sospetto. Durante la pausa per le Nazionali è scoppiato di nuovo il caso, legato stavolta a Mino Raiola e al rinnovo di contratto di Gianluigi Donnarumma col Milan. Solo nell’anno solare 2020 sono stati superati i 139 milioni di euro complessivi, una cifra che è in discesa rispetto ai due anni precedenti, vista anche la concomitanza con la pandemia. La Juventus è ovviamente quella che occupa la prima posizione in classifica con quasi 21 milioni pagati in commissione: completano il podio Roma e Milan, mentre l’Inter è “solo” sesta. Crotone e Spezia, ovvero le due neopromosse, sono le uniche che stanno sotto al milione e chiudono quindi la classifica. La Juventus ha comunque dimezzato la spesa rispetto al 2019, quando aveva speso addirittura 44,3 milioni di euro in commissioni. I bianconeri quest’anno sono di poco avanti alla Roma, già più staccate Milan e Napoli che sono le altre due società sopra ai dieci milioni spesi. 

LA CLASSIFICA

JUVENTUS: € 20.800.137,97

ROMA: € 19.241.912,00

MILAN: € 14.315.291,95

NAPOLI: € 12.080.740,79

FIORENTINA: € 9.740.062,50

INTER: € 9.050.068,29

ATALANTA: € 6.004.805,00

SASSUOLO: € 5.823.103,00

LAZIO: € 5.529.679,43

BOLOGNA: € 5.489.340,52

PARMA: € 4.853.818,32

SAMPDORIA: € 4.013.084,00

UDINESE: € 3.992.809,86

HELLAS VERONA: € 3.906.049,46

GENOA: € 3.467.171,78

TORINO: € 3.461.175,00

CAGLIARI: € 3.381.960,00

BENEVENTO: € 1.025.825,08

CROTONE: € 962.427,00

SPEZIA: € 876.132,14

Da ilnapolista.it il 31 marzo 2021. Come facilmente immaginabile, nel 2020, vista la contrazione del calciomercato, anche i procuratori hanno perso una bella fetta di incassi. Ma la cifra che la Serie A nel complesso ha pagato in commissioni varie agli agenti è comunque ragguardevole: 138 milioni di euro, con una media di quasi 7 milioni di euro a squadra, in calo rispetto al 2019 quando i club avevano speso 187 milioni di euro. Secondo i dati pubblicati dalla Figc Juventus, Roma, Milan e Napoli hanno speso da sole circa 66 dei 138 milioni complessivi. I bianconeri 20,8 milioni, la Roma 19,2, il Milan 14.3. Il Napoli ha speso per 12.080.740,79 milioni, per l’esattezza. Più dell’Inter, il doppio dell’Atalanta e della Lazio. Ma è da sottolineare la differenza di trend: la Juventus è passata da 44,3 a 20,8 milioni di euro, ovvero ha dimezzato la spesa. Il Napoli invece nel 2019 aveva pagato ai procuratori commissioni per 5,2 milioni, nel 2020 – complice la dispendiosissima campagna acquisti – ha raddoppiato, arrivando a 12 milioni di euro.

Da corrieredellosport.it il 31 marzo 2021.  “Con Haaland ci siamo sbagliati tutti, ha fatto le cose in maniera molto più veloce di quanto tutti si immaginassero. Il suo sviluppo ha superato la tabella di marcia. Probabilmente sono stato troppo prudente quando ho detto ‘oh no, andiamo a Dortmund invece di non so dove. Ne sono convinto al 100% e tutti ne sono convinti, questo ragazzo può andare in qualsiasi club, dovunque voglia, è già su questo livello. E l’avrebbe potuto fare l’anno scorso. Ma magari l’anno scorso c’erano ancora squadre che dicevano ‘era nel Red Bull, potrà farcela in un’altra squadra?’’”. Mai banale, inun'intervista concessa a The Athletic Mino Raiola definisce un errore il passaggio del giovane attaccante norvegese dal Salisburgo al Borussia, nel gennaio del 2020. Il noto procuratore italo-olandese, però, parla a ruota libera anche di altri suoi due famosi assistiti: Zlatan Ibrahimovic e Paul Pogba. “Deve giocare altri tre o quattro anni per sé. Poi giocherà altri otto anni in cui tutti i guadagni andranno a me. Quindi per me può giocare almeno fino a 50 anni”.  “I proprietari del Manchester United mi hanno detto che avevo ragione io quando hanno ricomprato Pogba. Perché io non volevo portarlo via, fu Ferguson che non credette in lui. È sottovalutato? Dipende se parliamo dei professionisti o dei tifosi. Perché se parliamo di professionisti, parlo con molti direttori sportivi, allenatori, manager e lui è ampiamente apprezzato. Il giorno in cui Pogba non avrà un club, lì potremo dire se è apprezzato a sufficienza o no. Ma oggi se qualcuno mi chiede ‘puoi trovargli una squadra?’ rispondo che anche mio nipote di 5 anni troverebbe un club di alto livello per Paul”.

Da gazzetta.it il 24 marzo 2021. La Fifa ha squalificato, per la seconda volta, l'ex presidente e il segretario generale Sepp Blatter e Jerome Valcke. Il comitato etico li ha banditi per sei anni e otto mesi per illeciti finanziari legati alla concessione di bonus contrattuali del valore di milioni di dollari. Le indagini su Blatter e Valcke hanno riguardato vari "addebiti, in particolare i bonus economici in relazione alle competizioni Fifa che sono stati pagati agli alti funzionari della direzione della Fifa; modifiche ed estensioni dei contratti di lavoro, nonché il rimborso da parte della Fifa di spese legali private nel caso del signor Valcke", sottolinea la Federcalcio internazionale in una nota. Entrambi, che devono affrontare anche procedimenti penali in Svizzera, inizieranno a scontare i nuovi divieti quando scadranno quelli attuali. Blatter e Valcke erano stati precedentemente banditi rispettivamente per 6 anni e 10 anni. Il primo divieto di Blatter scadrà il prossimo ottobre e quello di Valcke verrà scontato nell'ottobre del 2025. Entrambi sono stati multati ciascuno di 1 milione di franchi svizzeri (1,07 milioni di dollari) e condannati a pagare entro 30 giorni. Blatter è in cattive condizioni di salute. Lo scorso dicembre subì un intervento chirurgico al cuore.

(ANSA-AFP il 27 novembre 2021)  Sepp Blatter, ex presidente della Fifa, è stato interrogato dagli investigatori francesi ieri e oggi a Zurigo nell'ambito della controversa assegnazione della Coppa del Mondo 2022 al Qatar. Blatter è stato sentito come "testimone" dagli inquirenti dell'Ufficio centrale per la lotta alla corruzione e ai reati finanziari (OCLCIFF) nei locali della Procura della Confederazione Svizzera (MPC), nell'ambito di un'inchiesta giudiziaria aperta in Francia dalla Procura nazionale delle finanze (PNF). 

Da tuttomercatoweb.com il 27 novembre 2021. Buon compleanno Roberto! Da parte di un amico che ti ha sempre stimato profondamente, come uomo e come professionista. Accanto alla torta con le candeline non hai davvero trovato il regalo di un sorteggio favorevole per la qualificazione ai Mondiali. Ma hai dimostrato di saper compiere imprese molto più difficili di quella che ti si prospetta. Vincere un Campionato Europeo, per esempio: cosa che in molti pretenderebbero di dimenticare! La Nazionale era e resta nelle mani migliori! 

PS: È davvero stupido affidare a un sorteggio "cieco" una buona quota delle possibilità di partecipazione a un Campionato del Mondo. Sarebbe bastata un'intelligente applicazione del ranking (e la conseguente costituzione di teste di serie) e gli arabi non sarebbero stati messi in condizioni di privarsi - grazie ai loro ottusi complici della Fifa - o della nazionale campione d'Europa o di una delle stelle più attese e cioè Cristiano Ronaldo.

Da ilnapolista.it il 23 novembre 2021. Il Qatar ha usato un ex ufficiale della Cia per spiare per anni alti funzionari del calcio e avvantaggiarsi così nella corsa al Mondiale che poi alla fine gli è stato assegnato.  Lo ha rivelato l’Associated Press. La spia si chiama Kevin Chalker e ha lavorato per il Qatar prima e dopo l’assegnazione.  Il lavoro di sorveglianza includeva anche il servizio di un finto fotoreporter per tenere d’occhio offerte di Paesi rivali per ospitare i Mondiali. Chalker avrebbe lavorato anche ai registri telefonici di almeno un alto funzionario della Fifa prima del voto del 2010. L’AP ha confermato di aver esaminato centinaia di pagine di documenti delle società di Chalker, incluso un rapporto di aggiornamento del progetto del 2013 che conteneva diverse foto dello staff di Chalker che si incontrava con vari funzionari del mondo del calcio.

"MANDATE A PROCESSO PLATINI E BLATTER PER TRUFFA". (ANSA il 2 Novembre 2021) Mandate a giudizio l'ex presidente dell'Uefa Michel Platini e l'ex numero uno della Fifa Sepp Blatter per truffa: è la richiesta del pubblico ministero della Confederazione elvetica, che depositerà le sue accuse al tribunale penale federale di Bellinzona. Al termine delle sue indagini, il pm accusa i due ex dirigenti per truffa, o in subordine appropriazione indebita, per aver illecitamente predisposto il pagamento di 2 milioni di franchi a Michel Platini da parte della FIFA.

Claudia Casiraghi per "la Verità" il 22 ottobre 2021. «Nel calcio, per aggiudicarsi la Coppa del Mondo, tutto è possibile». Sepp Blatter, per 17 lunghi anni capo assoluto della Fifa, lo ripete una volta di più: «Tutto è possibile». La questione è spinosissima: «Io non so se hanno pagato, perché non li ho visti farlo», risponde a chi gli chieda quanto il Qatar abbia fatto per aggiudicarsi i Mondiali del 2022. Poi, di fronte alle telecamere di Morgan Pehme, si lascia andare a una sfilza di ammissioni sconfortanti: le tangenti, la corruzione, cifre esorbitanti volte a spostare i voti in favore della nazione che può pagare di più per intestarsi la kermesse iridata. «Che cosa si può fare quando la stampa internazionale dice che la Fifa è corrotta?», chiede poi l'ex numero uno della Fédération International de Football Association, protagonista di un documentario volto a ripercorrere lo scandalo qatariota. Chi ha venduto la Coppa del Mondo?, inchiesta in due parti disponibile su Discovery+, è un percorso a ritroso nella genesi dei prossimi Mondiali. Perché si terranno in Qatar, una terra desertica, dove gli stadi non hanno alcun fascino internazionale né il pubblico una così profonda affezione per il gioco del pallone? Una domanda precisa apre lo speciale. Poi sono interviste e testimonianze inedite, nuove confessioni, a riavvolgere il nastro per trovare il peccato originale. È un viaggio di quasi 20 anni. Un'inchiesta dell'Fbi - col fascicolo che ha dato inizio al Fifagate - è stata aperta nel 2015. Allora, la Federazione ha incaricato l'avvocato Michael Garcia, a capo dell'Ufficio Investigativo della Commissione Etica, di indagare sull'ipotesi che potessero essere state pagate tangenti affinché i Mondiali del 2018 e del 2022 venissero assegnati, rispettivamente, a Russia e Qatar. Garcia avrebbe potuto lasciar correre. Invece quell'uomo, un passato da procuratore distrettuale di New York, ha promesso di «indagare su ogni funzionario» perché «nessuno è al di sopra del codice etico». I risultati del suo lavoro sono finiti in un dossier mai reso pubblico. Garcia lo ha portato personalmente all'Fbi, accendendo la miccia di uno scandalo la cui portata, ancora, sembra non essersi esaurita. Quarantadue persone sono state incriminate, 26 giudicate colpevoli di corruzione aggravata, frode, riciclaggio, associazione a delinquere. Sepp Blatter, a soli quattro giorni dalla sua rielezione come presidente della Fifa, si è dimesso. Mesi più tardi, sarebbe stato giudicato colpevole di corruzione e condannato ad una squalifica cui, a giugno 2021, sarebbero stati aggiunti altri sei anni e otto mesi per «violazioni del codice etico della Fifa». Una bomba sportiva e politica: «La camera giudicante ha disposto la sanzione massima […] il divieto di partecipare a tutte le attività legate al calcio (amministrative, sport o altro) sia a livello nazionale che internazionale», si è letto in un comunicato della Fifa, che condannò il suo ex presidente anche al pagamento di un'ammenda da 1 milione di franchi svizzeri. Blatter - che al calcio potrà tornare nel 2027, a 91 anni - è stato considerato architetto e governatore di un sistema di illeciti, volto a garantire le manifestazioni della Fifa al miglior offerente. Il Sudafrica avrebbe pagato 10 milioni di dollari per i Mondiali 2010, la Germania, quattro anni prima, avrebbe smosso un carico d'armi pur di aggiudicarsi la competizione. «La Fifa non è corrotta. La gente che c'è al suo interno lo è. Ma, dato che si tratta di una federazione, la colpa ricade naturalmente sul presidente», sbotta Blatter nel documentario in onda su Discovery+, spiegando di aver solo «cercato di servire il mondo di questo splendido sport. Dovrei essere ricordato come l'architetto del calcio. La gente dovrebbe rendersi conto che ho dato 41anni della mia vita (17 da presidente, carica ottenuta dopo esserne stato segretario, ndr) alla Fifa. Dovrebbero apprezzare quello che ho fatto per il calcio. Si possono convincere gli altri di qualunque cosa, ma non ci si può convincere da soli di essere ciò che non si è. Perciò io non posso convincermi a dirvi che sono un criminale, perché non lo sono», continua l'ex presidente, dando la colpa delle assegnazioni illecite ad altri. «Quelli che dicono che ho lasciato correre per mantenere il mio potere si sbagliano di grosso. Noi abbiamo cercato di fermarli, ma non era possibile», è l'ammissione di Blatter, che nel documentario torna più volte sull'affaire Qatar. «Una settimana prima della decisione, ho ricevuto una telefonata da Michael Platini, il quale mi diceva che era successo qualcosa e che sarebbero sopraggiunte delle difficoltà. Lui all'epoca era il presidente della Uefa e mi ha detto che al suo gruppo era stato chiesto di votare in favore del Qatar. Erano quattro voti, comprati dal Qatar. Era impossibile che gli Stati Uniti vincessero. Platini non ha avuto il coraggio, avrebbe dovuto dire di no al presidente (all'epoca Nicolas Sarkozy), che doveva pensare al mondo intero e non a un solo Paese», spiega, dando corpo e forma ad una vicenda complessa, al cui interno si alternano personaggi discutibili: Chuck Blazer, Mohamed Bin Hammam, fotografati (anche) dalle testimonianze di grandi nomi del calcio ed ex collaboratori di Blatter.

Olimpiadi, ma quanto ci costano? Due miliardi, e son soldi pubblici. Giuseppe Piotrobelli su Il Quotidiano del Sud il 24 febbraio 2021. Ma quanto ci costeranno le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026? La domanda è attuale visto che, prendendo lo spunto dai Mondiali di sci alpino a Cortina appena conclusi, il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha diffuso una serie di comunicati che illustrano trionfalmente i finanziamenti stanziati o in cantiere. Messi uno in fila all’altro, si arriva a due miliardi di spesa pubblica. Non c’è solo il miliardo di euro stanziato dallo Stato a novembre, i soldi che saranno spesi (o dovrebbero esserlo) sono molti di più. Un intreccio di voci e di fonti, che stride con quello che il Comitato Organizzatore ha dichiarato: “Il decreto _(da un miliardo, ndr)_ finanzia unicamente progetti infrastrutturali previsti da tempo e non le Olimpiadi e Paralimpiadi invernali del 2026, che saranno interamente finanziate da investimenti privati e non peseranno sulle tasche dei contribuenti. Gli stanziamenti sono destinati ad opere pubbliche già programmate e addirittura in parte già finanziate dagli Enti locali”. Ma sulle tasche dei contribuenti pesano altre spese. Eccole, con un occhio particolare a Cortina e al Veneto. In totale le sedi di gara saranno 14, incluse in 4 clusters (Milano, Valtellina, Cortina e Val di Fiemme).

EREDITÀ MONDIALE: 143 MILIONI. I Mondiali sono appena terminati e già lasciano una pesante eredità incompiuta. Tra le opere viarie da realizzare per agevolare l’accesso del pubblico a Cortina (ancora non c’era la pandemia) c’erano quattro “varianti”. Tre per attraversare San Vito di Cadore, Tai di Cadore e Valle di Cadore, la quarta per entrare a Cortina. Il valore totale è di 142,8 milioni di euro. Realizzato dall’Anas: nulla, e i Campionati sono già finiti. Le procedure di valutazione dell’impatto ambientale si sono concluse solo a settembre, tre anni dopo l’avvio dell’iter. Ora siamo nella fase di esame da parte delle Conferenze dei Servizi. Chissà se saranno pronte per le Olimpiadi.

MILIARDO TONDO TONDO. Con la finanziaria 2019 fu stanziato dallo Stato un miliardo, per infrastrutture olimpiche: 16 in Lombardia (473 milioni), 5 in Veneto (325 milioni), 8 a Bolzano (82 milioni) e 5 a Trento (120 milioni). A novembre la firma. “Questa prima quota parte è già stata investita nel piano delle infrastrutture della Regione del Veneto, nello specifico nella variante di Longarone e in quella di Cortina, e in altre opere ferroviarie per le quali è stato stimato un costo pari a 500 milioni di euro”. La cifra in realtà è inferiore, visto che per Cortina ci sono solo 67 milioni. La parte del leone la fa la Variante di Longarone, con 270 milioni di euro. Alcune settimane fa Regione Veneto, Anas ed enti locali, hanno definito il tracciato che passerà a destra del Piave, sarà lungo 11 chilometri, la larghezza stradale sarà di 10,50 metri, con una corsia per ogni senso di marcia, e un tunnel.

VARIANTE CORTINA: 200 MILIONI. La vera “variante Cortina” entra per un terzo (67 milioni) nel finanziamento olimpico, in un territorio montano Patrimonio Unesco, da trattare con grande delicatezza. Zaia: “La Regione ha chiesto al Ministero delle Infrastrutture di anticipare a luglio 2020 l’avvio di studi e progetti, rispetto all’approvazione dei finanziamenti avvenuta in autunno”.

L’iter è iniziato prima ancora che sia costituita la società Infrastrutture Milano Cortina 2026 che gestirà le opere. Ancora Zaia: “La variante di Cortina è una delle infrastrutture più attese per le Olimpiadi, darà un connotato moderno e sostenibile alla cittadina montana, permettendo di riorganizzare la mobilità del centro abitato. Il costo stimato per il progetto è di circa 200 milioni di euro. Tra le diverse soluzioni è privilegiata una strada alternativa alla Statale 51 Alemagna, che passi a ovest del centro abitato, con una galleria”. Ma se mancano più di 120 milioni, come riusciranno a finirla?

UN EXTRA DA 145 MILIONI. A metà febbraio si è tenuta la prima riunione tra i dirigenti del Ministero dello sport, delle regioni Veneto e Lombardia, delle province autonome Trento e Bolzano, i soggetti pubblici coinvolti nelle Olimpiadi. “A loro spetterà la ripartizione di un nuovo finanziamento statale, pari a 145 milioni di euro, previsti nella finanziaria 2020 approvata a fine dicembre scorso” ha annunciato Zaia. Per farci cosa? “Con questo stanziamento possiamo cominciare a pensare anche alle infrastrutture. Opere come la riqualificazione della pista da bob “E. Monti” avranno un ruolo determinante anche nel post Olimpiade. Lì si disputeranno le gare di bob, skeleton e slittino”. Per il momento i quattro enti si sono suddivisi questa nuova torta, poi penseranno a spendere le singole fette.

ASSALTO AL PIANO NAZIONALE: 640 MILIONI OLIMPICI. A dicembre la Regione Veneto ha presentato il suo elenco di opere (per 25 miliardi) nel quadro del Recovery Plan, che porterà in Italia 209,5 miliardi di euro europei, da usare entro il 2026. Proprio l’anno delle Olimpiadi. E qui si apre una nuova partita. La proposta Veneta indica in tutto 155 progetti attuativi. Zaia batte cassa: “Nel nostro piano ci sono i Giochi olimpici, un’occasione di sviluppo per infrastrutture, turismo, innovazione tecnologia e sostenibilità ambientale. E’ un evento che non può essere relegato al solo ambito regionale, ma deve ottenere il giusto sostegno anche a livello nazionale”. Quanto? “Voler investire complessivamente 640 milioni di euro del Piano Veneto giustifica l’interesse per questo evento e l’impatto che avrà sul PIL nazionale”. Ecco tre progetti. Il primo (500 milioni) per le vie di accesso a Cortina, che però rientrano già nella pianificazione Anas inserita del masterplan olimpico. E siccome la manifestazione di chiusura si terrà all’Arena di Verona, ecco anche il collegamenti tra città e aeroporto Catullo. Ma ci sono 48 milioni di euro per acquedotti, allacciamenti idrici e fognature della Perla delle Dolomiti. Attenzione ai 91 milioni finali: 50 milioni per la pista da bob (molto contestata perchè onerosa e senza utilizzo successivo), 4,6 milioni per lo stadio del ghiaccio, 1,4 milioni per le piste delle Tofane, un milione per l’Arena di Verona e cerimonia di chiusura, 32 milioni per il villaggio olimpico a Cortina, un milione per il centro stampa e 100 mila euro per la piazza delle premiazioni.

Alessandro Da Rold per "la Verità" il 9 luglio 2021. Si è goduto fino all' ultimo giorno di latitanza Massimo Bochicchio, il broker che ha truffato tanti vip italiani, tra cui l' ex allenatore dell' Inter Antonio Conte (che aspetta ancora di ricevere 30 milioni di euro). Il broker di Capua, ma residente a Londra, non temeva di essere fermato dopo quasi un anno in giro per il mondo, tra Dubai e la Cina, alla disperata ricerca di almeno 220 milioni di euro con cui deve ancora risarcire i suoi clienti. Invece ieri è stato arrestato a Giacarta, in Indonesia, paese che ha dato esecuzione al mandato d' arresto internazionale emesso a febbraio della Procura di Milano. E adesso, quando sarà riportato in Italia, sarà interessante capire cosa racconterà ai magistrati: deve rispondere di appropriazione indebita, truffa e riciclaggio. «Massimo conosce molti segreti del mondo romano», racconta una persona che ha seguito in questi mesi la fuga e che ha avuto modo di parlare con lui nelle ultime settimane. «Negli ultimi mesi se ne stava spesso in spiaggia a fare chiamate e videochiamate, sorseggiando cocktail nelle noci di cocco», continua. «Non deve essere stato difficile individuarlo». Del resto per quasi un anno Bochicchio ha continuato a tranquillizzare la lunga lista di creditori che lo cercavano per capire dove fossero finiti i loro soldi. Era sereno anche lui, evidentemente. O forse non si era ancora reso conto della situazione in cui si trovava. Eppure dopo aver dilapidato centinaia di milioni di euro («quando fai un investimento su un billion e otto» diceva intercettato a un amico) qualche dubbio avrebbe dovuto farselo. I problemi erano incominciati alla fine del 2019, quando alcuni investitori avevano iniziato a chiedere conto dei loro investimenti. Bochicchio aveva preso tempo, rassicurando tutti sul fatto che le sue società (Tiber Capital e Kidman) erano solide, per di più sostenute da banche come Hsbc e Credit Suisse. Peccato che per tutto il 2020 nessuno abbia mai visto il becco di un quattrino. Così sono iniziate le prime denunce, tra cui quella di Conte, ma anche quelle di altri vip del mondo del calcio, come l'agente Federico Pastorello, il giocatore Stephan El Shaarawy o Davide Lippi, figlio dell'ex allenatore dell'Italia Marcello Lippi. Il 17 dicembre del 2020 anche la corte commerciale di Londra aveva chiesto l'arresto del broker per frode e riciclaggio di denaro, dopo la denuncia della famiglia Batacchi: Bochicchio li aveva convinti a sottoscrivere 1 milione di euro di azioni Alibaba mai esistite. È lunga la lista dei truffati di Bochicchio. Ci sono anche i soci degli esclusivi circoli di Roma, come quello dei Parioli o l'Aniene. In totale si calcolano almeno 35 persone che chiedono indietro più di 200 milioni di euro. «In molti sono contenti per tutti i pacchi che ha tirato ai tanti soci», dice un iscritto dell'Aniene. «Ma sanno che non rivedranno mai i loro soldi». Dopo che durante l'agosto del 2020 La Verità aveva pubblicato un articolo su di lui, il broker campano aveva deciso di trasferirsi a Dubai. A chi lo cercava per chiedere spiegazioni sugli articoli, lui continuava a ribadire che non c'era «nessun problema». E che tutto o era «già stato risolto» o si sarebbe «risolto a breve». Peccato non fosse così. Così, con le Procure di Milano e Roma alle calcagna, Bochicchio era comunque riuscito a trasferirsi in Cina, per poi spostarsi tra Hong Kong, Singapore e l'Indonesia all' inizio del 2021. Lì, secondo quanto raccontava agli amici, era convinto di riuscire a recuperare almeno 30 milioni di euro. Ma erano bugie, vane speranze o possibilità concrete? Non è chiaro come volesse recuperare il denaro. Parlava anche di investitori che lo avrebbero aiutato. C' è chi sostiene che ci sia anche un tesoro nascosto. «La notizia dell'arresto di Bochicchio mi ha letteralmente fatta sussultare», spiega alla Verità la giornalista Barbara Prampolini, tra le prime a denunciare il broker di Capua. «Devo essere sincera, non avrei scommesso un soldo sulla sua cattura. Non per diffidenza nei confronti delle forze dell'ordine, anzi, ma quando si capisce di avere a che fare con una persona capace di tutto, si crede possa sparire come ha fatto sparire i miei soldi e quelli di tante altre persone. La cosa positiva è che un pezzo di giustizia è fatta e ora si spera che possa chiarire anche le posizioni di altri che hanno collaborato con lui, che il quadro si completi e che paghi per quello che ha fatto». Ora toccherà alla giustizia penale fare il suo corso. Ma intanto è già molto attiva quella civile, sede ove si sta approfondendo il ruolo degli istituti di credito Hsbc e Credit Suisse, in particolare il primo. Bochicchio avrebbe avuto rapporti anche con Samir Assaf, il numero tre nelle gerarchie della banca inglese. Di questo tema parlano in un'intercettazione lo stesso Antonio Conte e il presidente del Coni, Giovanni Malagò. «Marzio (Perrelli, vicepresidente di Sky, ndr) mi dice: "Bochicchio deve andare via dalla Hsbc". Dico: "Perché?"», e la risposta è: «Nulla di particolare, però troppe chiacchiere, troppi rumors, la Hsbc è una specie di chiesa religiosa Io non ho mai capito cosa fosse successo, quello è uscito dalla Hsbc sette anni fa, ma è uscito male, mica è uscito bene... la banca non ne voleva più sapere». E invece. 

Maria Elena Vincenzi per la Repubblica - Roma il 18 luglio 2021. Torna a Roma Massimo Bochicchio e porta con sé i segreti inconfessabili della Roma bene. I soldi, non sempre puliti forse, e gli interessi che si incrociano nei salotti chic della capitale. Il broker, arrestato in Indonesia su mandato della procura di Milano il 7 luglio scorso, è atterrato a Fiumicino ieri alle 13. Non andrà in carcere: la sua difesa ha chiesto e ottenuto i domiciliari e il gip li ha concessi ritenendo «serie e fondate» le sue proposte di restituzione del denaro. Si vedrà. Quello che si sa è che da ieri all'ora di pranzo, il finanziere originario di Capua, è confinato nella sua casa al quartiere Trieste. I pm lombardi, che ora hanno inviato tutti gli atti ai colleghi romani, lo accusano di riciclaggio, convinti che i soldi che ha investito fossero di provenienza illecita. A piazzale Clodio, però, c'era già un fascicolo per truffa e autoriciclaggio che vanta vittime illustri. Da Antonio Conte a Marcello Lippi, passando per Federico Pastorello, Stephan El Shaarawy e Patrice Evra, fino ad arrivare a diplomatici importanti come Raffaele Trombetta, attuale ambasciatore d'Italia a Londra. Una dozzina di clienti più o meno illustri. Il sospetto è che Bochicchio, affabile e ben inserito, abbia racimolato centinaia di milioni di euro e che li abbia fatti sparire nel nulla. Per questo agli atti dell'inchiesta della Finanza ci sono anche tante intercettazioni del presidente del Coni, Giovanni Malagò, amico personale del broker, che veniva chiamato dalle vittime che cercavano di riavere il denaro che gli avevano consegnato. Lo stesso finanziere, con un passato in Hsbc (dalla quale, però, fu cacciato), ha detto in una telefonata di aver gestito un miliardo e ottocentomila euro. Il tutto tramite la società londinese da lui fondata, la Tiber capital e la Kidman Asset Management, registrata alle Isole Vergini Britanniche. Era dietro a questi schermi offshore che il 55enne, difeso da Gianluca Tognozzi, riusciva a nascondere le centinaia e centinaia di milioni di euro raccolti in Italia, ma non solo. Migrazioni di soldi rese possibili anche grazie a una rete di amici importanti a Roma come nella City. Il denaro passava spesso attraverso la Hsbc, principale banca inglese, dove Bochicchio aveva lavorato e dove ancora aveva parecchie aderenze: non a caso era lui stesso a raccontare di avere ottimi rapporti con i vertici dell'istituto di credito. Nota è l'amicizia con Marzio Perrelli, per 10 anni amministratore delegato di Hsbc Italia poi Executive vice president di Sky, ma il ruolo dell'istituto di credito in questa storia è ancora tutto da chiarire. Tra le banche che hanno avuto un ruolo in questa truffa milionaria anche il Credit Suisse. L'inchiesta ancora è in corso. Si spera che l'indagato, con case a Roma, Londra, Miami e Capalbio, restituisca davvero i soldi che ha fatto sparire. Intanto, però, la scelta di concedere i domiciliari non convince le sue vittime. «I miei assistiti - ha spiegato Cesare Placanica che difende una dozzina di truffati - si sono rivolti alla Procura di Roma confidando in una piena tutela dei propri diritti. Ci auguriamo che le dichiarazioni di intenti di Bochicchio, che gli hanno consentito il beneficio degli arresti domiciliari, siano valutate con estremo rigore dall'autorità giudiziaria per evitare una ulteriore, clamorosa, manovra truffaldina» questa volta ai danni anche dei magistrati e della polizia giudiziaria che da un anno lavora a questo caso (oltre a Roma e Milano, Bochicchio è anche al centro di un'indagine della procura di Modena). Il broker che ha truffato Conte ed El Shaarawy è rientrato da Giacarta.

 Giuseppe Scarpa per "il Messaggero" il 21 luglio 2021. «Non c'era volontà di raggirare nessuno, anzi c'è l'impegno a effettuare i rimborsi per quanto dovuto a tutti. C'è stato un problema come avviene spesso nei mercati». È durato più di due ore l'interrogatorio di Massimo Bochicchio, il broker accusato di una maxitruffa ai danni di vip e di diversi personaggi dello sport. L'uomo è stato estradato sabato in Italia dopo essere stato arrestato a Giacarta, in Indonesia, il 7 luglio. L'atto istruttorio si è svolto davanti al gip Corrado Cappiello nel tribunale di Roma. Bochicchio, difeso dall'avvocato Gianluca Tognozzi e Daniele Ripamonti, si trova agli arresti domiciliari, tra le sue vittime ci sono l'ex commissario tecnico della nazionale Marcello Lippi, Antonio Conte e l'ambasciatore Raffaele Trombetta. Massimo Bochicchio, il broker accusato di una maxitruffa ai danni di diversi vip, arrestato lo scorso 7 luglio a Giacarta, in Indonesia, dal 17 luglio è di nuovo sul territorio italiano. La decisione presa del gip di Roma che sabato ha revocato la misura del carcere e l'ha convertita in arresti domiciliari riconoscendo nel provvedimento la «serietà e fondatezza» della proposta restitutoria delle somme agli investitori, ha scatenato la reazione dei tanti vip che hanno denunciato il raggiro del manager e temono una nuova operazione «truffaldina».

LE VITTIME. «I miei assistiti si sono rivolti alla Procura di Roma confidando in una piena tutela dei propri diritti. Ci auguriamo che le dichiarazioni di intenti di Bochicchio, che gli hanno consentito il beneficio degli arresti domiciliari, siano valutate con estremo rigore dall'autorità giudiziaria per evitare un'ulteriore, clamorosa, manovra truffaldina», ha affermato nei giorni scorsi l'avvocato Cesare Placanica, legale, tra gli altri, dell'ambasciatore d'Italia a Londra, Raffaele Trombetta, dell'ex allenatore dell'Inter Conte e del calciatore della Roma Stephan El Shaarawy. L'indagine per riciclaggio internazionale, a carico del broker, che avrebbe accumulato, stando agli atti, oltre 500 milioni di euro dal 2011 in avanti, è stata trasmessa, nei primi giorni di luglio dai pubblici ministeri di Milano, ai colleghi romani per competenza territoriale. Negli anni, secondo l'impianto accusatorio della procura, Bochicchio avrebbe «raccolto attraverso le società Kidman Asset Management e Tiber Capital» da lui guidate a Londra «cospicui capitali». 

LE INTERCETTAZIONI. Il broker intercettato affermava di aver movimentato addirittura «1 miliardo e 800 milioni». Soldi che avrebbe dirottato in investimenti tra «Singapore, Hong Kong ed Emirati Arabi Uniti, promettendo alti rendimenti». Inoltre avrebbe cercato di «occultare o ostacolare l'identificazione degli effettivi beneficiari delle somme», investite con strumenti ad «alto rischio». Prima di arrivare a Giacarta, tra l'altro, Bochicchio sarebbe passato nelle ultime settimane per altre importanti città dell'Asia come Singapore e Hong Kong (non è chiaro se per cercare di recuperare soldi delle sue operazioni), ma la guardia di finanza con la collaborazione dell'Interpol è riuscita a seguirne le tracce. 

Caso Bochicchio, ecco le carte segrete della truffa ai ricchi e famosi. La pista dei soldi dai Parioli ai Caraibi, via Lugano e Panama. Vittorio Malagutti e Carlo Tecce su L'Espresso il 4 marzo 2021. Un conto inglese alla banca Hsbc. E uno schermo off shore gestito con l'assistenza della società svizzera Fidinam. Così il finanziere amico di Malagò ha evitato per anni i controlli. E ora decine di investitori, tra cui l'allenatore dell'Inter Conte, hanno perso il loro denaro. «Io sono uno che gioca coi numeri». Parola di Massimo Bochicchio, il finanziere sospettato di una colossale truffa ai danni di decine di investitori reclutati tra Roma (circolo Aniene e Parioli), Capalbio, Cortina, Montecarlo e Londra. Il più famoso della lista è l’allenatore dell’Inter Antonio Conte, che ha incrociato Bochicchio quattro anni fa quando allenava il Chelsea in Inghilterra e gli ha affidato almeno 30 milioni di euro. Insieme a Conte, all’ambasciatore d’Italia nel Regno Unito, Raffaele Trombetta e a un gran numero di facoltosi professionisti e imprenditori, l’elenco comprende anche famosi personaggi dello sport come il calciatore Stephan El Shaarawy, Federico Pastorello, procuratore di molti campioni del pallone, l’allenatore Marcello Lippi e suo figlio Davide. Una bolla di silenzio omertoso circonda questa gigantesca truffa. Prende le distanze il presidente del Coni, Giovanni Malagò, che pure conosce e frequenta Bochicchio da quarant’anni. Giusto dodici mesi fa, come ha rivelato L’Espresso, Malagò si diede da fare per il ricoverare d’urgenza in ospedale a Roma il suo amico finanziere malato di Covid che rientrava con un volo privato da Londra. Si chiama fuori anche Marzio Perrelli, manager di punta a Sky tv, pure lui molto legato al presidente del Coni. Nel 2007, quando dirigeva la banca Hsbc in Italia, Perrelli assunse Bochicchio che tre anni dopo si mise in proprio come gestore ma rimase un affezionato cliente dell’istituto inglese. Tra tanti silenzi, «non so» e «non ricordo», resta l’eco delle dichiarazioni del finanziere in fuga, indagato per riciclaggio dalla procura di Milano, che l’estate scorsa intercettato dalla Guardia di Finanza diceva, forse esagerando, di gestire 1,8 miliardi di euro. E poi ci sono le carte. Pagine e pagine di documenti, che L’Espresso ha potuto visionare, da cui emergono elementi fin qui inediti sugli affari di Bochicchio. Si scopre per esempio che la società Kidman asset management, il buco nero in cui sarebbero scomparsi i soldi degli incauti clienti del broker, era gestita nel centro off shore delle British Virgin island con l’assistenza della Fidinam, gruppo svizzero specializzato in amministrazioni fiduciarie. Il marchio Fidinam non è nuovo alle cronache nostrane. La società con base a Lugano, fondata dall’avvocato ticinese Tito Tettamanti, con filiali e corrispondenti in tutti i principali centri offshore del mondo, aveva tra i suoi clienti italiani, per esempio, anche la famiglia Ligresti. Per conto di Bochicchio, invece, Fidinam ha tenuto i contatti con lo studio professionale Manaservice di Panama che si occupava dell’amministrazione di Kidman. Nel 2017 i conti di quest’ultima società sono stati trasferiti al Credit Suisse, ma in precedenza, e per molti anni, il principale referente delle attività di Bochicchio era stato il gruppo britannico Hsbc, la cui filiale italiana tra il 2008 e il 2018 è stata diretta da Perrelli. Risulta all’Espresso che almeno fino al 2016, i soldi dei clienti del broker sarebbero in buona parte affluiti su un conto (il numero 39311579) intestato alla Kidman Asset management aperto in una filiale di Londra di Hsbc. Nei mesi scorsi, Bochicchio ha cercato di rassicurare gli investitori preoccupati spiegando che la grande banca britannica si sarebbe fatta carico delle perdite, in qualità di azionista ultimo di Kidman. Il finanziere avrebbe anche mostrato alcuni documenti che tirano in ballo Hsbc. Documenti che però – si sospetta - potrebbero essere dei falsi fabbricati ad hoc. Le carte visionate da L’Espresso raccontano una versione diversa. Il beneficiario ultimo della società offshore sarebbe Bochicchio, mentre Hsbc era l’istituto di riferimento per tutti i suoi affari. Se le cose stanno così, il colosso bancario inglese dovrà chiarire se sono state rispettate le norme che prescrivono agli intermediari finanziari una serie di accertamenti antiriciclaggio. Primo tra tutti la verifica della provenienza delle somme depositate sui conti, a maggior ragione se i fondi arrivano da una società offshore come la Kidman. In tempi recenti, Hsbc è già stata al centro di diverse inchieste negli Stati Uniti e in Europa. Una decina di anni fa fece scalpore il caso della lista Falciani, dal nome dell’impiegato della filiale Hsbc di Ginevra che trafugò i documenti che svelavano l’identità di centinaia di clienti evasori fiscali, molti dei quali di nazionalità italiana. Nel 2012 le autorità Usa multarono l’istituto britannico per mancati controlli antiriciclaggio. Le cronache ricordano anche un’altra vicenda tutta italiana. Era infatti l’Hbsc la banca a cui faceva riferimento Gianfranco Lande, soprannominato il Madoff dei Parioli, arrestato nel 2011 e poi condannato per aver dilapidato decine di milioni di euro che gli erano stati affidati da ricchi clienti romani, tra cui molti sportivi e personaggi dello spettacolo. Una storia che ricorda molto quella di Bochicchio, pure lui legato alla banca inglese, di cui, come detto, è stato dipendente e poi cliente. Va citata, infine, un’ultima coincidenza, già emersa nei giorni scorsi. Nel 1998 Lande lasciò l’incarico di amministratore di una società londinese, la Goldsearch limited. A prendere il suo posto fu proprio Bochicchio.  «Uno che gioca coi numeri», dice di sé il finanziere nel video che L’Espresso ha pubblicato in esclusiva. E con il senno di poi quelle parole suonano vagamente sinistre. Già, perché ora che il castello di carte è crollato, adesso che centinaia di milioni di euro sembrano svaniti in un dedalo di indirizzi offshore, i conti davvero non tornano più. Il broker apprezzato e corteggiato dal bel mondo della capitale è diventato all’improvviso un appestato. Anche Bochicchio, uno che ai bei tempi amava raccontarsi e spesso anche millantare, adesso ha tagliato i ponti col resto del mondo. Fonti ben informate lo danno rifugiato a Dubai, da dove non risponde più ai suoi numeri di telefono italiani e neppure a quello del suo nuovo temporaneo domicilio negli Emirati Arabi. Tutti tacciono, ora. E molti dei presunti truffati si guardano anche dal denunciare, perché avevano investito soldi sporchi, frutto di evasione fiscale. Meglio non dare nell’occhio, allora. E rassegnarsi, piuttosto che rischiare nuovi guai con la giustizia. Tace anche l’imprenditore romagnolo Rodolfo Errani, da tempo residente a Montecarlo, che dieci anni fa si mise in affari con Bochicchio fondando la società londinese Tiber capital, ora in liquidazione. Errani nel 2005 aveva incassato via Lussemburgo oltre 200 milioni di euro dalla vendita dell’azienda di famiglia, la Cisa di Faenza. Infine, c’è il caso dei trevigiani Giorgio e Luca Batacchi, padre e figlio, che a quanto pare vedevano in Bochicchio un fenomenale procacciatore di affari: nel 2013 gli hanno ceduto per due milioni di euro una villa a Cortina e poi, con scarsa lungimiranza, gli hanno consegnato parte dei soldi incassati con quella vendita, nella speranza di facili guadagni all’estero. Soldi spariti nel nulla. Tanto che i Batacchi adesso si sono rivolti alla giustizia britannica per recuperare il loro investimento milionario.

Il video del broker che ha truffato Antonio Conte: così Giovanni Malagò lo aiutò a curarsi dal Covid. Massimo Bochicchio, accusato di aver raggirato decine di clienti per centinaia di milioni di euro e ora in fuga a Dubai, nel marzo 2020 è volato da Londra a Roma per ricoverarsi in ospedale grazie all’intervento del presidente del Coni. Vittorio Malagutti e Carlo Tecce su L'Espresso l'1 marzo 2021.  A Roma tutte le strade portano a Giovanni Malagò. E Massimo Bochicchio le conosceva assai bene. L’ex dirigente della banca Hsbc, adesso riparato a Dubai per sfuggire alla giustizia italiana e britannica dopo una caterva di truffe milionarie, se l’è ricordato lo scorso marzo, quando si è ammalato di covid con sintomi gravi mentre si trovava nella lussuosa residenza di Londra con la moglie e i due figli. “Se fossi rimasto a Londra sarei morto. Io ho chiamato questo mio carissimo amico e mi ha dato il numero della professoressa Rocco dell’ospedale Sant’Andrea. Sono stato un privilegiato. Ho potuto chiamare uno dei miei più cari amici e farmi aiutare. Amico che non nomino perché so che lui odia queste cose”. Il carissimo amico che non nomina, come viene definito in un video inedito che per la prima volta mostra il volto di Bochicchio, è proprio Giovanni Malagò, presidente del Coni, componente del Cio, vent’anni al circolo Aniene, il capo dello sport tricolore e delle relazioni mondane, e soprattutto romane, che dallo sport si diramano ovunque. Bochicchio e Malagò sono amici da anni, ma oggi non è una amicizia di cui far vanto. Bochicchio è libero per la giustizia, ma si è reso irreperibile per il tribunale di Milano che gli ha notificato un sequestro di oltre 10 milioni di euro e per decine di suoi clienti gabbati e inferociti. Perciò Malagò riporta a cose più umane l’effetto del suo intervento miracoloso: “Mi ha telefonato per un consiglio e non mi sono tirato indietro come faccio sempre e con molti. Tutto qui”. Malagò smentisce di aver organizzato il furtivo rientro a Roma dell’amico con un volo privato. Come ha ammesso nel video con la moglie Arianna Iacomelli accanto, Bochicchio ha violato le norme perché si è imbarcato già contagiato all’insaputa dell’equipaggio: “Non potevo dire che ero malato, altrimenti non mi avrebbero fatto più partire”. Oltre a fronteggiare il covid, in quelle settimane, Bochicchio è stato travolto dai clienti che lo tampinavano per riavere il denaro che gli avevano affidato, clienti facoltosi che, reclutati per oltre dieci anni anche al Circolo Aniene e nel quartiere Parioli, investivano un bel pezzo di patrimonio illusi dalla promessa di ottenere profitti del dieci per cento. Seppur radiato dall’albo dei promotori finanzieri dal ‘99, Bochicchio è riuscito a rastrellare centinaia di milioni di euro tra il 2011 e il 2020. Di molti soldi si sono perse le tracce e da mesi il finanziere romano, che ha vissuto da nababbo con ville a Cortina e Capalbio e appartamenti a Roma e Londra, non risponde agli investitori che ne chiedono la restituzione. C’è il sospetto che gran parte del denaro raccolto fosse il frutto di evasione fiscale. Per questa ragione tanti clienti hanno rinunciato a sporgere denuncia. Che fossero onesti o disonesti, Bochicchio ha accolto tutti. Così ha ingannato imprenditori, commercialisti, procuratori, calciatori e allenatori come Antonio Conte che gli ha praticamente consegnato 24 milioni di euro, l’equivalente dello stipendio di due anni al Chelsea, mentre suo fratello Daniele veniva assunto nella società londinese di Bochicchio. Il quale, una volta guarito dal virus, era incalzato dai creditori. Molti di loro si si sono rivolti in cerca di aiuto anche all’amico Malagò, che nell’estate scorsa era intercettato dalla Guardia di Finanza per un’indagine della procura di Milano sulla Lega Calcio che non c’entra con Bochicchio. Più di quel che dice il presidente del Coni, che liquida Massimo come un buontempone, tipo quello stravagante del gruppo che fa pasticci, colpisce il passaggio automatico da Bochicchio a Malagò. Massimo scompare, Giovanni si becca le lamentele di Daniele Conte, dell’amica Barbara Prampolini, anche lei cliente di Bochicchio, e di altri curiosi. Ci vuole pazienza. Certo, Malagò è gentile con tutti e a tutti concede una buona parola. Sarà che le frequentazioni e i trascorsi di Massimo e di Giovanni si assomigliano molto. Per un decennio Malagò è stato consulente di Hsbc (2008-2011), nello stesso periodo in cui Marzio Perrelli era amministratore delegato della banca in Italia. Pure Bochicchio ha lavorato in Hsbc dal 2007 al 2010. Marzio, Giovanni e Massimo erano amici, si vedevano all’Aniene oppure a Cortina, se non in ufficio. Perrelli, ora responsabile per i diritti tv di Sky Italia, sostiene di non vedere Bochicchio dal 2012, Malagò che l’ha visto 5 volte in 10 anni. Al telefono nei mesi scorsi hanno discusso delle peripezie di Massimo con molto trasporto. Dopo aver girovagato tra il Messico e la Costa Rica con un lungo scalo a Madrid, senza più amici, Bochicchio ora si gode la solitudine di Dubai.

Sandro De Riccardis per “la Repubblica” il 26 febbraio 2021. Non solo la paura di perdere i trenta milioni che aveva affidato al broker Massimo Bochicchio, indagato per riciclaggio dalla procura di Milano e ora fuggito a Dubai. Nelle carte dell' inchiesta dei pm Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, che due giorni fa ha portato al sequestro di undici milioni al broker campano, emerge come l' allenatore dell' Inter Antonio Conte sospettasse che a far trapelare la storia della truffa finanziaria di cui era vittima fosse stata una fonte interna al club nerazzurro. La notizia della truffa milionaria finisce sui giornali italiani il 23 agosto, due giorni dopo la sconfitta col Siviglia nella finale di Europa League. Il clima in casa Inter non è tra i più sereni. Qualche settimana prima, dopo la vittoria nell' ultima gara contro l' Atalanta e la conquista del secondo posto in campionato, Conte aveva attaccato frontalmente la società, accusandola di poca protezione nei suoi confronti. Il clima non sembra cambiato a fine mese. Il 25 agosto proprio Bochicchio - intercettato dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Gdf di Milano - è «costretto a rassicurare» un amico dell' allenatore. L' interlocutore di Bochicchio viene descritto «allarmato dalla lettura degli articoli». Ed è lui a riferire al broker di «aver parlato con Conte, che ha ipotizzato che la notizia sia stata fatta uscire dall' Inter ». Per questo, si legge ancora nel decreto di sequestro, «egli gli ha consigliato di procedere per vie legali, in modo da evitare che si potesse trovare scoperto nei confronti delle controparti che devono restituire i soldi».

Claudia Guasco per ilmessaggero.it il 25 febbraio 2021. La Kidman Asset Management è una società con sede nel cuore di Londra, quartiere Holborn. Ma a parte questo non ha reputazione, né un bilancio e neppure capitali. Una scatola vuota, la formula ideale per far sparire i soldi degli investitori. A possederla con una sola azione del valore di una sterlina è Massimo Bochicchio, asset manager deragliato nella truffa a ricchi e famosi come l'allenatore dell'Inter Antonio Conte al quale avrebbe sottratto 30,6 milioni. Dal 7 dicembre il sedicente finanziere è inseguito da un mandato di cattura inglese e ora è accusato di riciclaggio internazionale dalla Procura di Milano, che ha disposto perquisizioni e sequestri fino a 10,9 milioni di euro nella sua abitazione e in un magazzino a Roma dove sono custoditi i mobili dell'ex casa londinese. Tra i beni nel mirino anche un immobile di pregio a Cortina d'Ampezzo, un vaso di Picasso, alcune opere di Giacomo Balla, oltre che denaro su vari conti correnti. Nel frattempo Bochicchio è volato a Dubai, dove da ottobre ha fatto perdere le sue tracce. E sono in tanti a sperare che venga riacciuffato. Nella lista dei famosi raggirati, si legge nel decreto del gip Chiara Valori, compaiono l'ex allenatore della Nazionale Marcello Lippi, suo figlio Davide, l'attaccante della Roma Stephan El Shaarawy, l'ex difensore francese Patrice Latyr Evra, il designer romano specializzato in arredamento di yacht Achille Salvagni, l'ambasciatore nel Regno Unito Raffaele Trombetta. Dall'ipotizzata girandola di riciclaggio e truffa (su cui indagano i pm di Modena), il manager avrebbe rastrellato circa 600 milioni di euro, presentando la Kidman come società partecipata da un colosso del credito inglese per attrarre i clienti. Assomiglia molto alla storia di Gianfranco Lande, il Madoff dei Parioli che ha ingannato un migliaio di risparmiatori sottraendo oltre 170 milioni di euro. Tra loro Massimo Ranieri, Paolo e Sabina Guzzanti, Enrico e Carlo Vanzina, i calciatori Ruggero Rizzitelli e Stefano Desideri. E guarda caso le strade di Bochicchio e Lande si incrociano più di una volta. La prima a Londra a febbraio 1998: nella società Goldsearch Limited entrano Bochicchio e il suo socio Sebastiano Zampa, escono Lande e il braccio destro Roberto Torregiani. Altro contatto nel 2003, quando Bochicchio diventa amministratore della Trollaby Investment Limited fino a ricoprire il ruolo di presidente del consiglio di amministrazione. E tra il 1997 e il 2000 anche Lande e Torregiani sono stati direttori di quella società. Nessun reato, naturalmente, certo la coincidenza è suggestiva. Così come simile è il modo in cui operano. Secondo i pm milanesi Bochicchio avrebbe raccolto «cospicui capitali dei propri clienti, veicolandoli in investimenti realizzati anche in Paesi a ridotta tassazione, massima tutela della riservatezza e bassa collaborazione giudiziaria, come Singapore, Hong Kong ed Emirati Arabi Uniti, promettendo alti rendimenti e, in caso di necessità, anche l'assoluta riservatezza dell'investimento, omettendo i controlli antiriciclaggio prescritti». Da una parte prospettava allettanti investimenti del 10% all'anno, dall'altra «non faceva nessun tipo di controllo sulla provenienza del denaro che riceveva, né sotto il profilo dell'antiriciclaggio né tantomeno chiedeva agli investitori se avessero correttamente informato l'autorità fiscale delle disponibilità detenute all'estero», mette a verbale Daniele Conte, fratello dell'allenatore, che ha lavorato come manager a Londra nel fondo Tiber Capital creato da Bochicchio e che lo ha denunciato alla Procura di Roma. È proprio Daniele Conte a raccontare come Buchicchio spendesse (per sé) gran parte dei soldi degli investitori: un attico a Miami, case a Londra, Roma e Capalbio impreziosite da due opere di Castellani da 700 mila euro ciascuna, due litografie di Marilyn Monroe di Andy Wahrol, sette quadri di Mario Schifano nell'ufficio londinese, foto di Avedon. Oltre a bonifici a moglie e fratello, viaggi su aerei privati e una Mercedes da collezione del valore di 200 mila dollari.

Marco Beltrami per fanpage.it il 16 agosto 2021. Difficile dimenticare la sua potenza, e i suoi stacchi imperiosi che spesso e volentieri trasformavano in rete palloni vaganti in area. Ruggiero Rizzitelli da Margherita di Savoia ha scritto importanti pagine del calcio italiano a cavallo tra gli anni '80 e '90, diventando tra l'altro uno dei primi calciatori della Serie A a provare un'avventura professionale in un altro campionato europeo, ovvero al Bayern Monaco. L'attaccante classe '67, ritiratosi dal calcio giocato nel 2000 sta vivendo un momento a dir poco difficile dopo il coinvolgimento in una truffa che lo ha lasciato sul lastrico. Un maxi raggiro da 300 milioni di euro che ha visto coinvolti, oltre all'ex bomber di Torino e Roma, anche altre celebrità come la comica Sabina Guzzanti e l'attore David Riondino. Negli ultimi giorni Rizzitelli è stato ascoltato come parte offesa nel processo in cui è indagato Gianfranco Lande, accusato di aver truffato numerosi vip a suon di milioni con tanto di condanna definitiva a 7 anni oltre a numerosi processi ancora all'attivo. In un'intervista a Leggo, l'ex poderoso centravanti ha dichiarato con amarezza: "Tra il 1989 e il 2000 ho investito tra i 2 milioni e mezzo ed i 3 milioni di euro, tutto quello che ho guadagnato nella mia intera carriera di calciatore. Non mi resta più nulla, solo qualche piccolo prelievo". 

Rizzitelli truffato e tradito. A beffare Rizzitelli è stato il suo ex amico Roberto Torregiani, socio di Lande. Un tradimento vero e proprio per l'ex giocatore pugliese che non crede ancora a quanto accaduto: "Roberto mi rassicurava, mi fidavo di lui. Era una persona di famiglia, andavamo in vacanza insieme, è stato pure il padrino di mia figlia". Periodo nerissimo dunque per Rizzi gol che ha visto dilapidati i risparmi di una vita e i proventi di una carriera di tutto rispetto vissuta con le maglie di Cesena, Torino, Bayern e Piacenza che gli ha permesso anche di vestire la casacca della Nazionale con 2 gol all'attivo.

Da Conte a Lippi: ecco le casseforti offshore dove Bochicchio ha nascosto 600 milioni dei vip dello sport. Sandro De Riccardis su La Repubblica il 24/2/2021. Partito dal nulla, aveva creato nei successivi dieci anni diverse scatole finanziarie in cui ha raccolto capitali da investire sul mercato e far fruttare. Da una parte i capitali raccolti per investimento, come nel caso degli allenatori Antonio Conte e Marcello Lippi, o dei calciatori Stephan El Shaarawy e Patrice Evra, regolarmente dichiarati. Dall'altra, i soldi da nascondere al fisco e da far sparire nei paradisi fiscali. Massimo Bochicchio, partito da una ditta individuale di intermediazione finanziaria a Pozzuoli e poi sbarcato tra il 2007 e il 2010 alla Hbsc Bank a Milano e Londra, aveva creato nei successivi dieci anni diverse scatole finanziarie offshore in cui ha raccolto oltre 600 milioni di capitali da investire sul mercato e far fruttare. La sua attività ha invece provocato molte perdite e probabilmente si è chiusa ieri con il sequestro preventivo di 11 milioni di euro ordinato dal gip Chiara Valori ed eseguito dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano. L'importo rappresenta l'ammontare dei capitali che viene considerato oggetto di riciclaggio, cioè consegnato a Bochicchio per non essere aggredito dal Fisco. Tra i beni sequestrati anche una racchetta originale di John McEnroe. E poi un appartamento a Cortina d'Ampezzo, un vaso di Picasso, due quadri di Mario Schifano e altri di Giacomo Balla, orologi, monete d'oro e conti correnti su cui erano depositati circa 70mila euro.  

Le società inglesi. Nell'inchiesta dei pm Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, coordinati dall'aggiunto Maurizio Romanelli, emergono le strutture societarie che il broker ha utilizzato per far evaporare i capitali: Tiber Capital Llp, Kidman Asset Management Limited, Kidman Holding Limited. Società di diritto londinese su cui gli inquirenti italiani hanno cercato di indagare, inoltrando rogatorie a cui le autorità inglesi - già prima della Brexit - non hanno risposto nemmeno con un rifiuto. A Bochicchio sembrerebbero riferite "almeno quattro società off-shore" nelle British Virgin Islands, a Panama, nelle Bahamas e nel Belize. Ad aiutare gli investigatori a seguire il denaro è stato anche Daniele Conte, il fratello di Antonio, l'attuale allenatore dell'Inter ed ex del Chelsea, che ha affidato in gestione 30 milioni a Bochicchio. In seguito a questo investimento di Antonio, Daniele è stato dal novembre 2017 è stato assunto da Bochicchio nella sua Tiber Capital, e da questa posizione ha potuto osservare da vicino i meccanismi della truffa e poi riferirli alla magistratura. A un certo punto anche Antonio Conte inizia a essere preoccupato. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, gli dice apertamente di non fidarsi delle competenze professionali di Bochicchio. E' il 10 luglio 2020. Malagò, annota la Finanza, riferisce di "aver appreso dall'ex ad della Hsbc, Marzio Perrelli, che Bochicchio molti anni prima era stato fatto fuori dall'istituto di credito. "Marzio, che era il mio interlocutore, mi dice: "guarda eh.. Massimo deve andar via dalla Hsbc.. troppe chiacchiere.. troppi rumors.. la Hsbc è una specie di chiesa religiosa.. questo è uscito dalla Hsbc sei, sette anni fa.. ma è uscito male.. Hsbc non ne voleva più sapere..". 

I documenti falsi. A Malagò Daniele Conte manifesta i propri sospetti sul fatto che il broker utilizzi documentazione su carta intestata di Hsbc che avrebbe falsificato. "A gennaio noi dovevamo ricevere un rientro di un investimento fatto.. lui ha cominciato a tardare.. da gennaio è passato a febbraio.. da febbraio a marzo.. prima di Pasqua praticamente manda una mail a mio fratello dove dice "scusami Antonio per il ritardo.. ma abbiamo fatto tutto quanto", con una mail con il bonifico fatto da Hsbc.. a sto punto falso". E ribadisce: "Questi soldi, dove li ha messi? Cioè lui si può fare vent'anni di carcere? Perché ci sono falsi.. io ho tutti i documenti..". Hsbc compare anche nella ricostruzione di Daniele Conte sulle movimentazioni di denaro del broker. Ancora con Malagò, ammette "che Bochicchio non poteva fare tutti 'sti movimenti.. di conti.. quindi tecnicamente ci sarebbe qualcun altro che abbia.. che ha accettato alcune cose..". E parla di Samir Assaf (Ceo di Hsbc Global Banking & Markets, non coinvolto nell'inchiesta) con cui Bochicchio avrebbe avuto una linea diretta. "Massimo diceva - riferisce Conte - che con lui aveva questo rapporto dove aveva una certa facilitazione.. infatti mi ha fatto vedere tutti i messaggi dove il bonifico era stato bloccato da Hsbc per la compliance.. e lui si messaggiava con questo Samir, che gli diceva: "non ti preoccupare adesso sblocchiamo" e tutto quanto..". Poco dopo Malagò parla ancora con Marzio Perrelli. Riferisce della conversazione con Daniele Conte: "hanno investito in un fondo che pare non esiste". E di Bochicchio dice: "io che lo conosco da 40 anni.. mi sta molto simpatico, ma non mi passa manco.. per l'anticamera del cervello di.. non ho investito un euro con lui". Nel suo esame davanti ai pm, Conte ha poi riferito che Bochicchio gli aveva presentato la società Kidman come "una entità non ufficiale", con sede presso le British Virgin Islands e conti correnti in Svizzera e Inghilterra, tramite la quale la stessa Hsbc investiva importanti capitali". E Bochicchio si sarebbe guadagnato la fiducia dei propri investitori proprio utilizzando "una lettera che dice che praticamente Hsbc e proprietario di Kidman". 

"Elevatissimo tenore di vita". "L'ho visto nelle sue case di Londra, Roma e Capalbio che ha acquistato tantissime opere d'arte alla Galleria Muciaccia di Roma". A parlare è ancora Daniele Conte, che spiega ai magistrati come sono stati spesi i soldi degli investitori. "Io non sono un esperto d'arte, ma ricordo di aver visto due quadri di Castellani, uno a Londra e uno a Roma, del valore riferitomi dal Bochicchio di circa settecentomila euro l'uno, e due litografie di Marilyn Monroe di Andy Wahrol a Roma, di cui non conosco il valore. Ricordo che portò a Londra per arredare l'ufficio sette quadri di Mario Schifano, e anche di aver visto nella sua villa a Capalbio due quadri grandissimi di un famoso artista giapponese di cui non ricordo il nome". Secondo Conte, "sono soltanto alcune delle opere d'arte che il broker ha acquistato con i soldi di Kidman". Bochicchio aveva anche in programma di acquistare "un attico a Miami vicino allo stadio della locale squadra di basket, dove tra l'altro ha acquistato una Mercedes da collezione del valore duecentomila euro". Con i soldi della Kidman "sosteneva le spese di mantenimento della famiglia a Londra come affitto di casa, mobili, scuole private per i figli, noleggio di aerei privati per la moglie. Ricordo che aveva acquistato dei mobili per la casa di Londra molto costosi, perché mi mostrò una credenza del valore di settantamila euro". 

·        Gli Arbitri.

Carlos Passerini per il “Corriere della Sera” il 17 Dicembre 2021. Si chiama Maria Sole Ferrieri Caputi, è livornese, ha 31 anni ed è la prima donna italiana ad aver arbitrato una squadra di serie A. È successo in Cagliari-Cittadella 3-1 di mercoledì, sedicesimi di Coppa Italia: una partita che segna la storia del nostro calcio. E che Maria Sole - confidano i vertici arbitrali e conferma chi era in campo - ha gestito con una personalità sorprendente per una debuttante: tre gol annullati, tre ammonizioni, pochi fischi ma giusti. Sempre vicina all'azione, ha sfoderato sorrisi e nervi saldi anche nei momenti più delicati del match. 

Lei aveva già diretto in serie B, ma una squadra di A mai: come è stato il salto?

«Devo dire la verità, non è stato diverso dal solito. Un po' di emozione prima, perché cambia il contorno, ma dentro al campo è tutto uguale. Ci tenevo a fare bene perché sapevo che stavo rappresentando un movimento intero, quello delle donne che arbitrano a tutti i livelli. Io sono solo la punta dell'iceberg di un mondo che sta crescendo.

Sono soddisfatta, ma ho ancora tanto da imparare». Come fa una ricercatrice all'Università di Bergamo a conciliare un impiego tanto impegnativo con la professione di arbitro?

«Viaggiando tanto e facendo molti sacrifici, come tutti quelli che arbitrano dalle giovanili alla serie A. Lavoro a Bergamo in un centro studi di diritto del lavoro e sto completando il dottorato. Ho una vita piena, ma sono felice». 

Due nomi e due cognomi. A Cagliari c'era chi diceva: non solo c'è un arbitro donna, è pure nobile.

«Sì, qualche origine nobile c'è, ma di 400 anni fa. Vengo da una famiglia normalissima. Sono cresciuta a due passi dal Picchi. Ci andavo fin da piccolina con mio papà a tifare il Livorno. La mia passione è iniziata lì». 

E quella per l'arbitraggio quando?

«Da bimba volevo giocare a calcio, ma la mamma non voleva. Erano altri tempi, non si vedeva di buon occhio una ragazzina che correva dietro a un pallone. Oggi per fortuna è diverso. A sedici anni mi sono iscritta al corso arbitri della sezione di Livorno. Un colpo di fulmine». 

 Prima partita?

«Antignano Banditella-Sorgenti, categoria Esordienti, gennaio 2007. È andata bene. Ho espulso il portiere e la sua mamma mi ha aspettato fuori. Poi, quando ha visto tutti i miei parenti che erano venuti a vedere me, almeno una decina, è andata via». 

Problema serissimo, quello della violenza sugli arbitri. E purtroppo sottovalutato. Serve più rigore.

«Martedì e mercoledì in serie A c'è la campagna "Rosso a chi tocca" per sensibilizzare sul tema, che riguarda soprattutto gli arbitri più giovani. Inaccettabile quello che succede ogni domenica sui campetti. Adesso basta».

Lei è stata mai aggredita, ha subito episodi violenti?

«Per fortuna no. In pericolo per davvero non mi sono mai sentita. Qualche giocatore maleducato l'ho trovato, ma il problema vero è chi sta fuori. Il giocatore lo gestisco. Ma la voce sguaiata, l'insulto del tizio attaccato alla rete di un campetto con venti spettatori lo senti. E fa male. Più di un coro in uno stadio da 20mila persone. Anche perché nel campetto di periferia sei da solo». 

E insulti sessisti?

«Anche lì più sali di categoria e meno guardano questo aspetto, se sei uomo o donna. A livello professionistico paradossalmente è tutto più semplice, in quel senso». Anche gli allenatori spesso fanno pessima figura. «Se esagerano, li butto fuori: è semplice». 

Modelli?

«La francese Frappart ha fatto scuola per tante ragazze, come la nostra Vitulano. In generale tutte quelle colleghe che hanno fatto da apripista. Gli uomini? Quelli di serie A sono tutti diversi come stile, ma tutti bravissimi».

E lei che tipo di arbitro è?

«Onestamente non lo so, direi naturale, spontanea. Quel che sento di fare, lo faccio. Tutto qua». 

Che ne pensa della Var? Un gol a Cagliari l'ha tolto con la tecnologia...

«È una garanzia. Ho esperienza limitata, cerco di non sbagliare, ma so di avere una specie di angelo custode che mi corregge se serve». 

Cosa dice alle ragazze che vogliono cominciare?

«Che è una grande occasione di crescita, per mettersi alla prova con se stesse e con gli altri. Impari a non accontentarti, a fare sacrifici. E a fare gioco di squadra. Noi siamo una grande associazione. A volte si pensa che l'arbitro sia un uomo solo, ma non è così: gli obiettivi di uno sono gli obiettivi di tutti, di tutta la squadra». 

 A quando quindi una donna in serie A?

«Speriamo presto». 

A proposito: arbitro o arbitra?

«Arbitro. Personalmente lo preferisco. Come preferisco sindaco a sindaca. Novanta volte su cento quando mi dicono arbitra è per sottolineare che sono una donna. Quindi preferisco arbitro. Credo che quando non ci sarà più l'esigenza di sottolinearlo, allora vorrà dire che ci sarà davvero parità».

Dagospia il 2 dicembre 2021. MOURINHO LO SA CHE LUCA PAIRETTO E’ FIGLIO DELL’EX DESIGNATORE PIERLUIGI CONDANNATO PER CALCIOPOLI E FRATELLO DI ALBERTO DIRIGENTE JUVE? LA RABBIA DELLO SPECIAL DOPO LA SCONFITTA CON IL BOLOGNA: “TROPPI FALLI, SE FOSSI ZANIOLO PENSEREI DI NON RIMANERE TANTO IN SERIE A” –“FORTUNATAMENTE HO SOSTITUITO PRESTO MANCINI, ALTRIMENTI SAREBBE STATO AMMONITO ANCHE LUI..." – KARSDORP E ABRAHAM, DIFFIDATI, HANNO PRESO UN GIALLO E SALTERANNO LA PARTITA CON L’INTER... 

Da gazzetta.it il 2 dicembre 2021. "Fortunatamente ho sostituito presto Mancini, altrimenti sarebbe stato ammonito anche lui. E voglio dire una cosa contro i miei interessi: se fossi Zaniolo, inizierei a ragionare sulla Serie A, diventa difficile per uno con queste caratteristiche". Parola di un arrabbiatissimo Josè Mourinho dopo la sconfitta di Bologna. Il portoghese polemizza per l'arbitraggio di Pairetto e in particolare per la gestione degli episodi che hanno riguardato il suo numero 22, oggetto di diversi falli avversari. Zaniolo è stato anche ammonito, come Abraham, Karsdorp (loro due, diffidati, salteranno l'Inter) e Perez, oltre allo stesso Mourinho. "Al posto di Zaniolo penserei seriamente alla possibilità di non rimanere tanto in Serie A: è impossibile per lui qui, gli atteggiamenti che hanno con lui mi fanno stare male", spiega Mourinho. "E sul giallo che mi ha dato Pairetto preferisco non dire nulla - aggiunge -. Quello che avevo da dire l'ho detto a lui, che ringrazio per avermi concesso un confronto a fine partita".   "Complimenti al Bologna e a Mihajlovic per aver conquistato i tre punti. Ma faccio i complimenti anche ai miei per aver dato tutto contro tutto e tutti", il commento di Mourinho a Dazn. Poi analizza la gara e dice: "Ci sono stati infortuni prima e dopo la partita, alcuni giocatori non erano al meglio ma hanno lottato e sono orgoglioso di questi ragazzi. Non ho sentimenti negativi".

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 2 ottobre 2021. Lo scandalo dei verdetti manipolati - almeno 11 - nel torneo olimpico di Rio 2016 sta provocando diverse reazioni. C’era un vero sistema di corruzione che alterava i risultati dei match. Durante i Giochi vennero mandati a casa sei giudici e altri quattro fermati, ma ora il team di Richard McLaren, professore di diritto che già aveva indagato sul doping russo, conferma che “quello della boxe era un problema soprattutto di persone che per troppo tempo hanno agito al di fuori di ogni regola”. Il Cio ha prima minacciato l’esclusione della boxe, poi ha sottratto all’Aiba, la federazione mondiale, la gestione. I risultati si sono visti: a Tokyo ci sono stati soltanto due verdetti discutibili, entrambi a favore dei pugili di casa. L’indagine commissionata dal nuovo presidente (è stato eletto l’anno scorso) dell’Aiba, Umar Kremlev, almeno ha fatto fare qualche passo avanti. Quello in carica nel 2016, il cinese di Taipei Wu Ching-kuo, era invece parte integrante del sistema corrotto insieme - è scritto nel dossier McLaren -, al suo direttore esecutivo Karim Bouzidi, che ricopriva anche il ruolo del designatore. Da qui la scelta, da parte di questa coppia, di arbitri e giudici ritenuti malleabili, e tutto ciò che ne è conseguito. I match più discussi sono undici e tra questi le finali olimpiche delle due categorie più prestigiose: massimi e supermassimi. Nella prima solo i giudici avevano visto vincente il russo Evgeny Tischenko contro il kazako Vasily Levit, al quale non era servito di aver avuto in pugno l’incontro per tutte le riprese. Tischenko era stato “chiacchierato” anche in occasione della sua sfida dei quarti di finale contro Clemente Russo. “Questa inchiesta deve andare avanti, e chi ha sbagliato deve pagare - commenta l’azzurro di Marcianise, 2 argenti olimpici e 2 ori mondiali nei massimi -. Fosse per me farei rifare tutti i combattimenti, compreso il mio contro Tischenko. Ma, visto che non è possibile, dovrebbero almeno ridare indietro le medaglie”. Lo scontro per l’oro dei supermassimi aveva invece visto prevalere, secondo i giudici, il francese Tony Yoka nei confronti del britannico Joe Joyce: ma in questo caso, forse, si era trattato di un pegno fatto pagare alla Gran Bretagna per avere beneficiato di un verdetto fin troppo favorevole nella finale di Londra 2012 di Anthony Joshua contro Roberto Cammarelle. Un altro combattimento finito nell’inchiesta è quello dei quarti di finale dei pesi gallo tra l’irlandese Michael Conlan e il russo Vladimir Nikitin, proclamato vincitore fra lo stupore generale. “Questi risultati dell’inchiesta sono una bella notizia per il pugilato - il commento di Conlan alla Bbc - ma la macchia sporca sul torneo di Rio rimane. E probabilmente se io e altri non avessimo parlato forse non sarebbe successo niente. Ora almeno mi sento vendicato, e lo stesso vale per gli altri che sul ring di Rio sono stati derubati”.

Roberto Avantaggiato per "Il Messaggero" il 23 luglio 2021. Si allarga l'inchiesta su rimborsopoli nel mondo arbitrale. Dopo la sentenza di primo grado che ha sospeso per 13 e 16 mesi Federico La Penna e Fabrizio Pasqua, arrivano le sospensioni (per ora solo cautelari da parte dell'Aia) di altri due arbitri di serie A, deferiti per alcune irregolarità nei rimborsi presentati per le gare dirette. Si tratta dell'internazionale Davide Massa e Piero Giacomelli, che dunque oggi non saranno presenti al raduno di Sportilia. Questi ultimi due deferimenti (che dovrebbero chiudere la vicenda sul piano disciplinare interno all'Aia), arrivano a poche ore di distanza dalle dimissioni a sorpresa di Gianpaolo Calvarese, arbitro di Teramo con oltre 150 gare dirette in A, che si è chiamato fuori dall'Aia, malgrado la deroga ricevuta ad inizio luglio, proprio alla vigilia del raduno della nuova stagione. Ufficialmente, per motivi di lavoro, derivanti dall'attività imprenditoriale di famiglia. Rimborsopoli era stata avviata dalla stessa Aia nell'aprile scorso, quando furono riscontrate alcune anomalie contabili nelle note di rimborso presentate nei mesi scorsi da alcuni arbitri di serie A. «All'esito di tali controlli - avevano fatto sapere da via Campania - la presidenza dell'Aia ha inviato tutta la relativa documentazione alla Procura Federale della Figc». Che dopo aver espletato le indagini e ascoltato i diretti interessati, ha rimesso gli atti della conclusione delle indagini e i deferimenti alla Commissione Disciplinare Nazionale dell'Aia. Due i filoni d'inchiesta che si sono sviluppati intorno alla vicenda. Il primo, più pesante, ha portato, la scorsa settimana, alla sospensione di tre arbitri di serie A (oltre a La Penna e Pasqua c'è anche Ivan Robilotta) e quattro assistenti arbitrali. Gli importi contestati si aggirano su diverse centinaia di euro, attorno alle quali le giustificazioni dei diretti interessati non hanno convinto gli inquirenti, che in sede di primo giudizio hanno di fatto escluso tutti gli imputati dall'Aia. C'è ora la possibilità, per tutti, di presentare ricorso e sperare, così, in una riduzione della sospensione che potrebbe consentire loro (non a tutti ovviamente) di mantenere la tessera per futuri incarichi all'interno della stessa Aia. Difficile, che La Penna e Pasqua possano tornare ad arbitrare in serie A. Nel secondo filone d'inchiesta, invece, che deve ancora andare a dibattimento (previsto per la seconda metà di agosto) a Massa e Giacomelli vengono invece contestati rimborsi con anomali meno consistenti, sul piano economico (si parla di un paio di centinaia di euro), che renderebbero la posizione dei due arbitri meno pesante. Entrambi non rischierebbero il ritiro della tessera, ma una squalifica di due o tre mesi (nella quale sarebbe compreso anche il periodo di sospensione cautelare) che potrebbe farli tornare ad arbitrale entro la fine dell'anno.

Stefano Agresti per corriere.it il 21 maggio 2021. Uno scandalo dopo l’altro, non c’è pace per il mondo degli arbitri. L’ultimo terremoto riguarda i rimborsi spese, che alcuni di loro (tre direttori di gara e quattro assistenti) avrebbero presentato con presunte incongruenze, sulle quali sta indagando ormai da un mese la Procura federale. Un’inchiesta aperta in seguito alla denuncia dell’Aia, l’Associazione italiana arbitri, che ha ravvisato anomalie in occasione di una serie di controlli effettuati nel nome della trasparenza invocata dal nuovo presidente Trentalange (in carica da febbraio dopo 12 anni di regno incontrastato di Nicchi). Le discrepanze sono emerse alla metà di aprile e il 21 del mese scorso è partita la segnalazione agli 007 della Figc; nel contempo i tesserati coinvolti sono stati sospesi dall’attività «a scopo cautelativo». A finire sotto indagine sono gli arbitri Fabrizio Pasqua (della sezione di Tivoli), Federico La Penna (Roma uno) e Ivan Robilotta (Sala Consilina, mai impiegato in serie A), più quattro guardalinee. Sarebbero già stati ascoltati tutti quanti da Giuseppe Chiné, capo della Procura, il quale si è attivato subito senza fare sconti a nessuno, ed è prossimo alla chiusura dell’indagine. Le presunte irregolarità individuate nelle note spese non sarebbero rilevanti dal punto di vista economico: qualche centinaio di euro, discrepanze relative al rimborso chilometrico, all’uso dei taxi, perfino ai tamponi ai quali devono sottoporsi i direttori di gara. Ma è chiaro che questo non diminuirebbe la gravità degli atti, se venissero confermate le anomalie. Al punto che i coinvolti rischiano addirittura la radiazione. Così come è evidente che c’è stato un cortocircuito nel rapporto con la struttura che si occupa dell’organizzazione dei viaggi per conto dell’Aia. Nel caso in cui la Procura federale trovasse conferma delle irregolarità nei rimborsi, inoltrerebbe la documentazione alla Procura interna all’Aia, che sosterrebbe l’accusa presso la Commissione disciplinare di primo e secondo grado dell’Associazione italiana arbitri (l’ultimo giudizio spetterebbe al Collegio di garanzia del Coni). A questo punto la carriera di Pasqua e La Penna è evidentemente in pericolo mentre Robilotta — che è anche presidente della sezione di Sala Consilina — avrebbe comunque visto finire il suo percorso in campo alla fine della stagione. La possibile esplosione di un nuovo scandalo rischia di mettere in ginocchio la classe arbitrale, già alle prese con la delicata vicenda delle carriere truccate dai direttori di gara di serie B per determinare le promozioni in A, emersa di recente e sulla quale indaga la Procura della Repubblica di Roma. In questo modo il lavoro di rinnovamento di Trentalange trova ostacoli difficilissimi da superare, eredità di un passato in cui la gestione dell’Aia è stata spesso al centro di polemiche.

Aldo Grasso per il "Corriere della Sera" il 2 marzo 2021. Doveva essere una serata storica, come annunciato dai conduttori di «90° minuto». Storica perché, secondo il nuovo corso inaugurato dal designatore Alfredo Trentalange, gli arbitri potranno andare in tv a parlare, a giustificare il loro operato, a spiegare il perché delle loro decisioni. Però, se gli arbitri non hanno niente da dire - e Daniele Orsato non aveva niente da dire - è meglio che stiano zitti, come in passato. Ne va della loro autorevolezza. In verità, Orsato qualcosa l'ha detto. E cioè che da quando tre anni fa non ha espulso Pjanic in Inter-Juventus, come avrebbe dovuto, non ha più arbitrato l'Inter (e il Napoli perse lo scudetto). Forse era il caso di incalzarlo, di chiedergli se le grandi squadre hanno questo potere, se esiste la sudditanza psicologica, insomma cose del genere. Tanto lui avrebbe sviato. Ben coadiuvato dall'ex arbitro Tiziano Pieri nello stare sul vago, Orsato ha tenuto a ribadire che lui arbitra dove lo manda il designatore, che ben volentieri segue le regole dell'Aia, che è giusto andare in tv, ma non per fare polemiche. Speriamo allora in un arbitro più loquace e meno evasivo. Gli è anche stato chiesto se è più difficile arbitrare all'estero o in Italia, in una di quelle classiche domande che contengono già la risposta. Personalmente gli avrei chiesto se gli arbitri all'estero sono così protagonisti come quelli italiani (non mi sembra) e forse qualcuno in studio gliela avrebbe anche fatta, la domanda, se l'ex arbitro Nicola Rizzoli (gran frequentatore di Sky) non avesse disturbato Enrico Varriale con un'inutile precisazione di protagonismo. Gli hanno anche chiesto se senza pubblico è più difficile arbitrare. Orsato ha risposto di sì, ma non ha specificato i motivi (magari perché i calciatori urlano di più). Le vere cose che vorremmo sapere, gli arbitri non ce le diranno mai, devono solo ringraziare il Var che li aiuta a non commettere troppi errori.

Roberto Avantaggiato per "il Messaggero" il 10 maggio 2021. Nella settimana in cui l'Aia abbatte un altro muro, designando Maria Marotta per una prima volta storica (una donna chiamata dirigere una gara serie B), esplode con fragore, anche se è il caso di dire riesplode, la polemica sull' utilizzo del Var. E il presidente del Benevento, Oreste Vigorito, al netto delle insinuazioni che nessuno si sente di sponsorizzare, ha le sue ragioni perché l'intervento del Var (Mazzoleni, finito negli strali di Vigorito) ha solo una ragione di essere: la voglia di arbitrare che ancora anima l'ex direttore di gara di Bergamo, che davanti al video non è nuovo a questi interventi fuori protocollo. Dispiace che un arbitro esperto e internazionale come Doveri si finito nella pressione dell'on field review, lasciando giudicare al collega l'entità del contatto (come ama ripetere spesso Luca Marelli: non tutti i contatti sono falli) tra Asamoah (che colpisce il ginocchio dell'avversario) e Viola. Doveri ha giudicato fallosa l'entità del contatto e non è certo un chiaro ed evidente errore, come richiama il protocollo per l'intervento del Var. Sarà interessante, se ce ne sarà la possibilità, ricevere spiegazioni da Rizzoli, il cui compito, ora, è quello di far terminare qui la stagione del varista che piace a pochi, forse a nessuno in realtà. Peccato che il debutto di Maria Marotta, stasera a Reggio Calabria, venga offuscato da queste polemiche, che non aiutano gli arbitri giovani a crescere. Le ingerenze dei più anziani sono una caratteristica che va cancellata, se davvero, come disse Ancelotti qualche anno fa, non è il Var a dover arbitrare. Il protagonismo di chi sta al Var non è necessario. Soprattutto se, oltre a danneggiare una squadra di serie A, di qualunque regione sia, mette in cattiva luce un arbitro, com' è Doveri, che ha vissuto una stagione da top, al pari (se non superiore) di quella di Orsato, che tra i difetti che ha, non si può annoverare la mancanza di personalità. E pensare che Rizzoli aveva scelto i migliori per le sfide-salvezza. Così come ha affidato al rilanciato Valeri il big-match dello Stadium: quei sì che l'intervento del Var (su un mani di Bonucci sfuggito al romano) è stato lecito e doveroso, configurandosi un chiaro ed evidente errore.

Estratto dell'articolo di Ivan Zazzaroni per il "Corriere dello Sport" il 10 maggio 2021. […]  A cinque minuti dalla fine ti ritrovi sotto di un gol, in casa, contro una diretta concorrente nella corsa-salvezza. L’arbitro, perfettamente piazzato (non è un dettaglio), concede un rigore a tuo favore: rivedi la luce. Non si manifesta il “chiaro ed evidente errore”, ciononostante il Var richiama il direttore di gara che, viste le immagini al video, torna sulla propria decisione. Rigore (che c’era) negato: risprofondi all’inferno. Non essendo un monaco tibetano, né un esponente del Satyagraha, ma il presidente di una società nella quale butti milioni, energie e tempo, ti incazzi come una biscia. A caldo, sottolineate le colpe della tua squadra per il pessimo girone di ritorno, denunci (non vuoi che si parli di sfogo): «Non ho mai parlato di arbitri, ma mi sono arrivati messaggi da Napoli, e tutti hanno scritto che Mazzoleni è messo lì per ammazzare le squadre del Sud» l’invettiva di Oreste Vigorito. «Noi stiamo perdendo un anno di sacrifici, mentre lui sta col culo sulla panchina a guardare la tv e cambiare le decisioni. È una vergogna». Sospetto che da qui a fine stagione Paolo Silvio Mazzoleni le partite le seguirà in tv, da casa. Sono tuttavia convinto che l’accusa di Vigorito sia territorialmente infondata: Mazzoleni, che smise di arbitrare due anni fa, era scarso (opinione personale) ma sostenere che ce l’abbia con le squadre del Sud e venga impiegato per ammazzarle, una sorta di “meridional killer”, è ingiusto e pericoloso. Mazzoleni non avrebbe dovuto richiamare Doveri, mancavano i presupposti regolamentari - protocollo 20-21 - e la scusa del contatto minimo è ridicola. Così come Vigorito avrebbe dovuto accontentarsi (si fa per dire) dell’ingiustizia patita per sé e la squadra, non per il Sud Italia. Isole comprese. I messaggi che arrivano da Napoli sono frutto di un rancore consolidato negli anni (Pechino, 11 agosto 2012). Vigorito non ha bisogno di ispiratori o suggeritori, ha l’elevatezza del protagonista degno del massimo rispetto e con la facoltà di protestare. La linea “sudista” può solo danneggiarlo. Poteva dire - senza essere querelato - che forse Mazzoleni è scarso perfino al Var. E andrebbe messo a riposo. Per questo, se fossi in Gravina, approfondirei il “caso Vigorito”. Se non altro per confermare o rivedere le rassicurazioni fornite a suo tempo da Tavecchio, Nicchi e Rizzoli: «Col Var, niente più risse». […]

La denuncia della coppia Mastella-Lonardo e del presidente Vigorito. Benevento-Cagliari, il rigore non assegnato finisce in Parlamento: “Mazzoleni ammazza il Sud”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 9 Maggio 2021. In Parlamento si discuterà del rigore non assegnato al Benevento durante la sfida salvezza persa oggi, domenica 9 maggio, in casa contro il Cagliari (1-3). Ad annunciarlo è la senatrice del gruppo misto Sandra Lonardo, moglie del sindaco della città sannita Clemente Mastella, che chiederà al premier Mario Draghi di riferire al Parlamento sulla strana vicenda della presenza dell’arbitro di calcio Mazzoleni sia a Napoli che a Benevento”. In Italia non c’è un ministro dello sporto quindi Lonardo presenterà “domani (lunedì 10 maggio, ndr) una interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio, Mario Draghi, come titolare dello sport, anche se la delega è affidata ad un Sottosegretario (Valentina Vezzali, ndr), per chiedere di riferire al Parlamento sulla strana vicenda della presenza dell’arbitro di calcio Mazzoleni, sia a Napoli che a Benevento”. L’arbitro Pier Silvio Mazzoleni, a distanza di una settimana, si è occupato dal Var sia in Napoli-Cagliari (1-1) che, oggi, in Benevento-Cagliari (1-3). Le critiche in questione sono per il rigore nel finale assegnato dall’arbitro Doveri ai padroni di casa (sul risultato di 1-2 per il Cagliari), poi revocato, dopo l’intervento del Var. Lonardo ricorda che “in entrambi i casi era il Cagliari a giocare, e nei due casi Mazzoleni ha annullato un gol regolare al Napoli, quindi agevolando il Cagliari, e questa volta, a Benevento, negando alla squadra di casa un rigore, favoreggiando così la squadra avversaria. Chiederò al presidente del Consiglio di conoscere le ragioni di questa doppia presenza di Mazzoleni e se non ritenga che episodi come questi contrastino con la correttezza sportiva, demolendo l’idea, anche pedagogica, che lo sport rappresenta”, conclude Lonardo. Sulla vicenda è intervenuto il sindaco Mastella, marito della Lonardo: “A pensar male si fa peccato ma assai spesso si indovina. Lo diceva Andreotti e lo ripeto io. Come mai l’arbitro Mazzoleni era nella cabina Var a Napoli ed oggi a Benevento? A Napoli contro il Cagliari annullò il gol di Osimhen, oggi ha annullato il rigore del Benevento”. Durissime le parole del presidente del Benevento, Oreste Vigorito: “Credo che con i mezzi che ha a disposizione, il calcio può fare a meno di discutere di massimi sistemi e fermarsi a guardare le immagini, che hanno visto in tutta Italia. Tutti tranne Mazzoleni. Non ho mai parlato di arbitri in 15 anni, ma stavolta lo faccio. Mi sono arrivati messaggi, non da Benevento, ma da Napoli e da altre parti: tutti scrivono che Mazzoleni è messo lì sempre per ammazzare le squadre del Sud“. “Possiamo togliere il Var, è diventata una scusante per le loro c… Noi stiamo perdendo un anno di sacrifici, mentre Mazzoleni sta seduto su una sedia a guardare la tv e a cambiare le decisioni. È una vergogna! Il mio non è uno sfogo, ma una denuncia: questi signori devono uscire dal calcio, bisognerebbe analizzare le immagini. Anche nel primo tempo ci è stato fischiato un fuorigioco inesistente e c’era un rigore su Caprari”. Poi aggiunge: “Mi assumo la responsabilità di quello che dico e lo dico davanti a tutta Italia. E ora mi mandino pure dove vogliono”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Donatella Tiraboschi per corriere.it il 16 maggio 2021. Nessuna designazione nemmeno per la prossima giornata di campionato. Paolo Mazzoleni, l’ex arbitro e ora «varista» bergamasco, finito nella bufera dopo Benevento-Cagliari, resterà ancora fermo, ma intanto si muove il fratello, Mario. A suon di querele. Oltre un centinaio, redatte da un pool di legali dello studio Fratelli Bonomo di Bergamo stanno per essere depositate in varie Procure d’Italia. Destinatari vari; dal primo cittadino di Benevento, Clemente Mastella, a testate giornalistiche per finire ai cosiddetti «leoni da tastiera», ovvero profili social (identificati) che dopo il contestato episodio — il rigore prima concesso da Doveri ai sanniti e poi negato dopo la chiamata del Var, appunto, diretto da Mazzoleni — hanno inondato i profili social dei due fratelli Mazzoleni e pure della sezione bergamasca dell’Associazione Italiana Arbitri.

Mastella furioso. Non solo i commenti in Rete, ma anche le dichiarazioni di un Mastella furioso sono state considerate da Mario Mazzoleni, (pure lui ex arbitro, ma da oltre 16 anni avviato gallerista d’arte) lesive dell’immagine e della reputazione sue e della sua famiglia, inducendolo ad adire a vie legali. Se da un lato Mastella aveva additato il fratello Paolo come «recidivo, a Napoli, in maniera diversa, ha favorito lo stesso Cagliari a discapito nostro», dall’altro aveva preannunciato una interrogazione parlamentare da parte della moglie, Sandra Lonardo, sui fatti «accaduti nel match disputato e sugli interessi della famiglia Mazzoleni a Cagliari».

La scultura venduta a Cellino. Nell’interrogazione a risposta orale depositata il 12 maggio scorso, la senatrice Lonardo chiede, tra gli altri aspetti sportivi e arbitrali, se il Presidente del Consiglio Draghi sia «a conoscenza di quanto riportato dal sito locale “bergamosportnews” sui rapporti tra il fratello di Mazzoleni e Cellino, proprietario del Cagliari fino a qualche tempo fa, che acquistò, tramite Mario Mazzoleni, fratello del «varista», una scultura oggi posizionata nel giardino antistante la sede del Cagliari».

«Tutto documentato». Il «tempo fa» citato nell’atto rimanda ad oltre sette anni fa e alla galleria d’arte che Mario Mazzoleni gestisce da 16 anni al Forte Village. Qui fu effettuata una compravendita personale, l’unica, da parte dell’ex presidente del Cagliari (cessato dalla carica nel 2014) di due statue, un chitarrista e un giocatore di colore blu detenute nell’abitazione privata di Cellino. Un acquisto che viene definito dall’avvocato Benedetto Maria Bonomo «assolutamente regolare e certificato in modo documentale nelle modalità in cui si è perfezionato».

·        I Superman…

Tutte le vittorie dell’Italia dall’estate 2021: dagli Europei alle Olimpiadi passando per l’Eurovision. Maria Strada su Il Corriere della Sera il 29 ottobre 2021. Il 2021 verrà ricordato come un anno di vittorie storiche per l’Italia. Cinque mesi da rivivere d’un fiato, dal maggio di Amsterdam all’ottobre della Roubaix. Passando per le finali a Wembley e Wimbledon lo stesso giorno, e dal primo agosto di Tokyo. Abbiamo vissuto qualcosa che racconteremo a figli e nipoti, e non solo alle Olimpiadi 2021 — quelle rinviate per la pandemia — con due ori «assurdi» il primo agosto , nel giro di pochi minuti, tra 100 metri e salto in alto. E con cinque medaglie d’oro nell’atletica leggera, seconda potenza della disciplina a Tokyo 2020, o 40 medaglie complessive (e ci sono argenti e bronzi che valgono oro o più, come insegnano le disavventure di salute di Gregorio Paltrinieri) o 69 alle Paralimpiadi. O con la vittoria degli Europei di calcio, arrivata appena un mese prima. Quest’anno, questa estate, l’Estate Italiana 2021 ha visto piovere sullo sport azzurro trionfi come se, verrebbe da dire con retorica, fosse in atto una specie di risarcimento per le sofferenze patite con il Covid, se non fosse naturalmente che questo è valso anche per tanti altri Paesi. E, anzi, soprattutto per quanto riguarda i Cinque Cerchi, che la «retata» sia stata frutto di una grandissima preparazione ai limiti del maniacale. Comunque, ecco l’elenco dei successi che hanno visto protagonisti tutti, dall’atletica alla pallavolo, dal ciclismo al calcio, arrivando persino al cricket (che non sapevamo nemmeno di praticare), per tacere naturalmente del tennis.

30 maggio, atletica

Non è una vittoria, ma quasi: Italia a un passo dal titolo degli Europei di atletica, seconda solo per 2.5 punti alla Polonia. Mai l’Italia era salita sul podio da quando la Coppa Europa Bruno Zauli è stata trasformata nel Team Championships raggruppando le classifiche maschili e femminili. E l’unico altro podio era un secondo posto - maschile - risalente al 1999. Un campanello che ha squillato. Piano, ma ha squillato.

20 giugno, tennis

Matteo Berrettini a Londra vince la finale al Queen’s: battuto il britannico Cameron Norrie in 3 set. È il suo quinto titolo Atp, il primo 500. 

3 luglio, softball

Dodicesimo titolo europeo con 11 successi su 11 e la vittoria nella finale ai danni dell’Olanda: Italia campione d’Europa.

4 luglio, basket

95-102. A Belgrado. Sulla Serbia: l’Italia del basket vince il torneo preolimpico, centra la qualificazione a Tokyo 2020 dopo 17 anni e soprattutto lascia a casa i locali. Il tweet della Federbasket chiarisce meglio il valore dell’impresa. 

11 luglio, calcio

L’apoteosi è il giorno 11, a Wembley: l’Italia vince gli Europei del calcio ai rigori, battendo 4-3 l’Inghilterra padrona di casa, ed è Campione dopo aver battuto in semifinale la Spagna, di nuovo ai rigori, il Belgio di Lukaku ai quarti , l’Austria agli ottavi (ma era ancora giugno) ai supplementari e dominato il girone a punteggio pieno.

11 luglio, tennis

L’11 luglio se vogliamo è anche una sconfitta, quella di Matteo Berrettini nella finale di Wimbledon contro il dominatore Novak Djokovic. Ma non sminuisce la cavalcata dell’azzurro, il primo ad arrivare in finale sui verdi prati di Londra.

24 luglio, Taekwondo -

Vito Dell’Aquila batte il tunisino Jendoubi e si aggiudica la prima medaglia d’oro dell’Italia alle Olimpiadi di Tokyo.

29 luglio, canottaggio -

Federica Cesarini e Valentina Rodini vincono al fotofinish nel doppio pesi leggeri del canottaggio (e mai la disciplina, al femminile, aveva centrato una medaglia olimpica).

1 agosto, atletica

Epica sportiva pura. Gianmarco Tamberi non fa in tempo a conquistare la medaglia d’oro nel salto in alto (ex aequo con l’amico qatariota Barshim) che scatta la gara dei 100 metri. E Marcell Lamont Jacobs diventa l’uomo più veloce del quinquennio olimpico, ed è l’erede di Usain Bolts.

3 agosto, vela

Ruggero Tita e Caterina Banti vincono nella classe Nacra 17 della vela. È anche il primo oro olimpico «misto» uomo donna per l’Italia.

4 agosto, ciclismo

Dici Ganna dici oro. Filippo Ganna, Francesco Lamon, Simone Consonni e Jonathan Milan vincono la medaglia d’oro nell’inseguimento a squadre battendo la Danimarca, e con il record del mondo.

4 agosto, atletica

Terzo oro di Tokyo 2020 per l’atletica: lo vince Massimo Stano, che s’impone nella 20 km di marcia sui giapponesi Koki Ikeda e Toshikazu Yamanishi (e si inchina dopo il traguardo).

6 agosto, atletica

Antonella Palmisano vince la 20 km di marcia, nel giorno del suo 30° compleanno; nella serata giapponese, il clamoroso successo della 4x100: Lorenzo Patta-Marcell Jacobs-Eseosa Desalu-Filippo Tortu tagliano il traguardo un centesimo di secondo prima della Gran Bretagna, poi squalificata per doping. L’Italia è il paese più veloce del mondo.

6 agosto, karate

Luigi Busà vince la finale della specialità kumite 75 chili di karate contro il suo rivale di sempre, l’azero Rafael Aghayev;

9 agosto, tennis

Jannik Sinner vince il Citi Open di Washington battendo in tre set Mackenzie cDonald. Anche in questo caso si era trattato del primo italiano ad arrivare in finale al torneo della capitale americana. Per Sinner, inoltre, era il secondo titolo (e non l’ultimo) del 2021 dopo quello di febbraio al Great Ocean Road Open di Melbourne.

15 agosto, tennis

Camila Giorgi vince a Montreal il suo primo WTA 1000 battendo Karolina Pliskova.

24 agosto, paralimpiadi

Dal 24 agosto al 5 settembre vanno in scena le Paralimpiadi. Le medaglie, come detto, saranno 69.

25 agosto, nuoto paralimpico

Francesco Bocciardo,oro nei 200 stile libero categoria S5 , in 2'26"76, nuovo primato paralimpico; Carlotta Gilli , oro nei 100 farfalla categoria S13, con record paralimpico in 28”79;

26 agosto, nuoto paralimpico - Stefano Raimondi, oro nei 100 rana categoria S9;

Di nuovo Bocciardo, oro nei 100 stile libero categoria S5.

28 agosto, scherma paralimpica

Bebe Vio , oro nel fioretto femminile, categoria B.

29 agosto, nuoto paralimpico

Simone Barlaam, oro nei 50 stile libero S9; Arjola Trimi,oro nei 50 dorso S3; Xenia Francesca Palazzo, Vittoria Bianco, Giulia Terzi e Alessia Scortechini, oro nella staffetta femminile 4X100 stile libero 34 punti.

30 agosto, nuoto paralimpico

Di nuovo Trimi, 100 stile libero di nuoto categoria S3; Gilli, 200 misti categoria S13 con record del mondo.

31 agosto, nuoto paralimpico

Di nuovo Terzi, 100 stile libero S7.

1 settembre, nuoto paralimpico

Antonio Fantin oro nei 100 stile libero S6 con record del mondo.

2 settembre, handbike

Luca Mazzone, Paolo Cecchetto e Diego Colombari hanno conquistato il 2 settembre la 50esima medaglia della spedizione azzurra in Giappone, con un oro nel Team Relay di handbike.

4 settembre, atletica paralimpica

L’apoteosi: Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Graziana Contrafatto , rispettivamente oro, argento e bronzo nella finale dei 100 metri femminili (categoria T63, atleti che competono con protesi a un arto): sono le medaglie 67, 68, 69 (o possiamo contare 109?) di Tokyo 2020.

4 settembre, pallavolo

L’Italia femminile riscatta un’olimpiade deludente trionfando agli Europei di pallavolo a Belgrado contro la terribile Serbia.

5 settembre, ciclismo

Sonny Colbrelli vince il giro del Benelux. È il primo successo italiano nel World Tour da febbraio, quando Davide Ballerini si era imposto nell’Omloop Het Nieuwsblad. In mezzo, solo il secondo posto di Giacomo Nizzolo alla Gand-Wevelgem.

9 settembre, atletica

Gianmarco Tamberi non si ferma più e diventa il primo italiano a vincere la Diamond League, il «Grande Slam» dell’atletica.

12 settembre, ciclismo

Colbrelli vince la prova in linea degli Europei di ciclismo a Trento battendo in volata il fenomeno belga Remco Evenepoel (con tanto di lite finale)

12 e 19 settembre, motomondiale

Nella MotoGp Pecco Bagnaia vince ad Aragon e poi a Misano Adriatico la gara di San Marino.

19 settembre, pallavolo

Tocca agli uomini, stavolta: Italia campione d’Europa battendo in finale la Slovenia.

19 settembre, ciclismo

Ganna ha fame, dopo le Olimpiadi su pista si annette anche la crono su strada ai Mondiali. In casa di Van Aert. Punto.

25 settembre, ciclismo

Elisa Balsamo, l’autunno è appena iniziato, vince il mondiale di ciclismo su strada. In Belgio, davanti alla favorita olandese Marianne Vos. 

30 settembre, cricket

Non sarà uno sport tradizionale nel Belpaese, ma l’Italia batte l’Inghilterra per la seconda volta nella storia.

3 ottobre, ciclismo

Colbrelli vince anche la Parigi-Roubaix in una gara più ricca del solito di fango e cadute. I francesi vicini di casa sospettano, come già avevano fatto gli inglesi per l’atletica. Il cantautore Paolo Conte citerebbe ciò che rima con i «giornali che svolazzano».

3 ottobre, tennis

Sinner si ripete anche a Sofia, torneo che aveva già vinto l’anno prima.

18 ottobre, tennis

Sinner vince anche l’Atp di Anversa e si mantiene in corsa per le Atp Finals che, nel 2021, sono a Torino.

20 ottobre, ciclismo

Martina Fidanza vince la medaglia d’oro ai Mondiali di Roubaix nello scratch.

21 ottobre, ciclismo

Campioni del mondo nell’inseguimento a squadre. Ganna, Consonni, Lamon e Liam Bertazzo al posto di Milan vincono i Mondiali nel velodromo di Roubaix dopo l’oro olimpico. Lo stesso giorno Letizia Paternoster vince l’eliminazione.

23 ottobre, ginnastica artistica

Ai Mondiali di artistica in Giappone Nicola Bartolini è oro al corpo libero a sorpresa, prima medaglia da campione per l’Italia dopo 24 anni (Juri Chechi a Losanna, 1997). E agli anelli Marco Lodadio, dopo essere stato ripescato per la finale, si conferma argento e Salvatore Maresca si prende il bronzo. Tra le ragazze Asia D’Amato è argento al volteggio.

24 ottobre, ciclismo

Storia ancora più recente, Elia Viviani somma l’oro iridato a tutte le sue medaglie olimpiche, europee e iridate su pista e su strada. Domina in rimonta nella prova-lotteria dell’Eliminazione a Roubaix.

Non solo sport

Il 23 maggio 2021 i Måneskin si sono aggiudicati l’edizione 2021 dell’Eurovision Song Contest, a Rotterdam. È forse l’unica competizione non sportiva che gode di un tifo accanito come se fosse in uno stadio. E allora vale, e arriva un mese prima di un’estate incredibile che lascerà francesi, inglesi e altri «Zitti e Buoni».

Da sinistra, Victoria de Angelis, Damiano David, Ethan Torchio e Thomas Raggi dei Måneskin (Epa) 

Il 26 settembre, poi, la squadra italiana di pasticceri — composta da Andrea Restuccia, Massimo Pica e Lorenzo Puca e guidata dal coach Alessandro Dalmasso — ha vinto la Coupe du Monde de la Pâtisserie 2021. Infine, il 24 ottobre, alla 56 esima edizione del Premio Paganini, la vittoria è andata al violinista Giuseppe Gibboni: era da 24 anni che il riconoscimento non veniva attribuito a un italiano.

Racconto divino. La vera consacrazione del campione non sono i trofei, ma il documentario. Alessandro Gnocchi su L'Inkiesta il 4 ottobre 2021. Ogni grande calciatore, a fine carriera (non nel caso di Cristiano Ronaldo e Messi) viene celebrato con un film su di lui. È la nuova agiografia degli eroi moderni, che supera le biografie e i romanzi. In questo estratto del suo ultimo libro, Alessandro Gnocchi fa un elenco ragionato degli esempi più interessanti. Abbiamo visto che i libri sul calcio, dai saggi di filosofia pedatoria ai romanzi, potrebbero riempire una biblioteca grande come uno stadio, il Colosseo ad esempio. Da Pier Paolo Pasolini all’antropologo Desmond Morris si sprecano le interpretazioni in chiave rituale della partita di pallone: stilizzazione della battaglia, rievocazione di un passato remoto tribale, continuazione con mezzi diversi della tragedia greca. Senza dilungarci troppo, nel nostro prosaico mondo, i campioni hanno raggiunto la statura degli eroi (nel caso di Ibrahimovic ́ anche oltre, visto che si è autoproclamato divinità dei campi sportivi). Anche la televisione, di recente, sembra essersi accorta del potenziale di alcune storie di football. I servizi in streaming o a pagamento, da Netflix a Prime, da Sky ad Apple, sono pieni di calcio. In onda su Sky abbiamo visto Speravo de morì prima, serie del 2021 che racconta gli ultimi due anni della carriera da calciatore di Francesco Totti, con l’ex capitano della Roma interpretato da Pietro Castellitto. Totti è una delle ultime bandiere del calcio moderno: ha giocato solo nella Roma, dall’esordio nelle giovanili al ritiro da capitano della prima squadra. Per questo è un intoccabile. Fatto incredibile: Gianmarco Tognazzi, che interpreta l’allenatore Luciano Spalletti, antagonista del Pupone, si becca gli insulti social dei tifosi in uno straordinario-demenziale scambio di ruoli tra realtà e finzione. Dopo Totti è arrivato il momento di un altro numero dieci: Roberto Baggio, Il divin codino, film prodotto da Netflix nel 2001 e diretto da Letizia Lamartire, con Andrea Arcangeli nei panni dell’amatissimo (per una volta: da tutti o quasi) fantasista. La pellicola ha avuto il placet di Baggio, presente in carne e ossa a Roma quando fu lanciato il progetto. Anche Baggio è una bandiera ma della Nazionale italiana. Nei club ha avuto sorti alterne, spesso è stato sacrificato dagli allenatori in quanto giocatore anomalo, che non si lascia piegare dagli schemi. Secondo Platini, era un «nove e mezzo». Non era un vero attaccante e neppure una vera mezzala. Perfido Michel. Baggio dava il meglio in Nazionale. Quando vestiva la maglia azzurra era l’idolo indiscusso dell’Italia intera. Il film punta tutto su questo aspetto. Il fatto implica qualche stranezza: la Juventus, il club dove il Codino ha lasciato il solco più profondo, non è mai nominata. Sogno azzurro, nella primavera 2021, ha raccontato in quattro puntate il percorso degli Azzurri verso gli Europei di calcio. Non è il primo reality ad avere come oggetto il calcio. Qualcuno ricorderà Campioni, il sogno (2004-2006) su Italia Uno. Ilaria D’Amico seguiva le sorti del Cervia, squadra romagnola militante nel campionato d’eccellenza. I giocatori furono scelti con un casting e il pubblico aveva il potere di costringere l’allenatore Ciccio Graziani a schierare alcuni brocchi ma bellocci, che la cosa gli piacesse o meno. Non gli piaceva. Graziani fu la vera rivelazione grazie al suo carattere fumantino. I vincitori del reality ottenevano il diritto di partecipare al ritiro pre-campionato della Juventus. Ancora oggi sono cliccatissimi in Rete i servizi sul Cervia commentati dalla Gialappa’s Band in Mai dire gol, trasmissione di satira calcistica in onda per anni sui canali Mediaset. Negli ultimi decenni sono stati tanti i film e documentari su personaggi come Pelé, Maradona, George Best, Lionel Messi, Cristiano Ronaldo, per citarne alcuni. Tra i documentari senz’altro merita Ronaldo (2015), vita, carriera e miracoli di Cristiano Ronaldo, attaccante portoghese in forza alla Juventus. Si parte dalla natia Madeira, si passa da Lisbona, sponda Sporting, si vivono momenti di gloria nel Manchester United e infine si approda al Real Madrid. Ne esce un Ronaldo infaticabile anche a casa, tra allenamenti personalizzati e dieta permanente. La famiglia si direbbe l’unico sollievo alla solitudine. Naturalmente anche Lionel la pulce ha il suo documentario: Messi – Storia di un campione (2014) ma onestamente in questa particolare competizione sembra vincere Ronaldo. Il film su Messi è troppo canonico per essere interessante. Diego Maradona (2019) di Asif Kapadia racconta il Pibe de oro negli anni in cui era Re di Napoli, tra vittorie sportive e una vita sempre più difficile causa eccessi con donne e droghe. Con Dieguito si era già cimentato Emir Kusturica in Maradona di Kusturica (2008). Il titolo è bizzarro ma corretto: infatti il film racconta la storia dell’amicizia tra il regista e il campione. Risultato controverso soprattutto per il peso attribuito alle idee politiche di Maradona, manco fosse la reincarnazione di Ernesto Che Guevara. da “Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno”, di Alessandro Gnocchi, Baldini + Castoldi, 2021, pagine 128, euro 16

Éric Cantona. Leonardo Martinelli per lastampa.it il 23 luglio 2021. Si intitola «Voyageur» ed è una serie tv iniziata l’anno scorso e trasmessa da France 3, canale pubblico francese. Solo poche e lunghe puntate, quattro finora. Il «viaggiatore» è un uomo sulla cinquantina, barbuto, fisico ancora solido, tatuato, alto un metro e 88. Viaggia su un furgone riadattato. È un poliziotto isolato, brusco e sensibile, che riesce a risolvere i casi più squallidi della Francia profonda (quella dei gilet gialli, tanto per intendersi). L’interprete si chiama Éric Cantona. Forse in tanti, almeno in Italia, si erano persi le ultime puntate di King Éric. Erano rimasti a quel 25 gennaio del 1995. Lui era allora la star del Manchester United, con il suo gioco di finte a ripetizione e accelerazioni brutali. Durante quella partita, al Crystal Palace, nella periferia sud di Londra, Cantona (chiassoso, senza filtri, istintivo, efficace) era stato espulso. La tensione saliva: si stava allontanando, quando uno spettatore gli gridò: «Bastardo francese, figlio di puttana». In pochi secondi lui lo raggiunse e gli assestò una mossa da kung fu. Gamba destra tesa, un colpo terribile. Per il giocatore scattarono nove mesi di squalifica (e 120 ore di servizi sociali). Fu in quella pausa imprevista che lui interpretò un primo piccolo ruolo in un film, «La felicità è dietro l’angolo», di Etienne Chatiliez. Lo notarono e iniziò una nuova carriera, accelerata quando abbandonò il calcio (era ritornato nel frattempo a vincere, genio del pallone, ancora per il Manchester United, fino al 1997). Finora, solo per il cinema, ha recitato in venticinque film, compreso «Looking for Eric» di Ken Loach, nel 2009 (dove ha interpretato sé stesso). Oggi vive a Lisbona con Rachida Brakni, attrice e regista francese, figlia di due immigrati algerini (e analfabeti). Hanno avuto due figli (di 9 e 12 anni), che si aggiungono ad altri due più grandi avuti da Isabelle, la prima moglie. Rachida ed Eric ritornano di continuo in Francia, per girare, spesso anche insieme. Lui è allergico alle interviste, ma ne ha data una (breve) pochi giorni fa al Figaro per spiegare perché l’ultima puntata di «Voyageur», lo scorso primo giugno, è stata pure l’ultima con lui (ma la serie, un grosso successo, continuerà). «Avevo paura di diventare prigioniero del personaggio. Ho voglia di esplorarne altri – ha detto -. Sono sempre alla ricerca di cose eccitanti. Ho bisogno di libertà». Thomas Bareski, il poliziotto strambo di «Voyageur», «è ispirato a un mio prozio, che faceva l’eremita nell’Ardèche, nel Sud della Francia. Non l‘ho mai conosciuto, ma è da sempre il mio idolo». Pensando a Rachida, che ha incontrato su un set, dice che fare lo stesso mestiere è solo un vantaggio, «condividere la medesima passione nell’amore, è soltanto felicità». Uomo poliedrico, vuole adesso lanciarsi in nuovi documentari, dopo quello che aveva realizzato sulla rivalità tra i tifosi dei diversi club di Rio de Janeiro («Looking for Rio», 2014). «Attraverso lo sport – dice – si può raccontare tutto, anche la storia, la politica». Durante i confinamenti, l’anno scorso, si è messo addirittura a suonare la chitarra. Ha già scritto canzoni, fotografa (la tauromachia e i senzatetto incontrati per strada sono i suoi soggetti preferiti), dipinge (tele espressioniste, colorate, piene di fuoco: il padre era già un pittore dilettante), disegna (ispirato dall’art brut). Con Rachida condivide anche un certo impegno sociale e politico, come per il diritto a un alloggio o la liberazione del popolo palestinese («Se ci siamo incontrati, non è un caso», ha detto lei). Éric è nato a Marsiglia il 24 maggio 1966, ma se ne andò via di casa già a 15 anni, a giocare in Borgogna. Poi all’Olympique de Marseille (Om) con Bernard Tapie presidente (che litigate!). Si rifarà un nome in Inghilterra, dopo una di quelle sue crisi ripetute, seguite da rilanci inaspettati. Il calcio lo guarda ancora, eccome. Su Twitter ha pure commentato positivamente le partite dell’Italia agli Europei: «Amo questa squadra». 

Impiantato uno stent. Le condizioni di Antonio Rossi, l’ex campione olimpico colto da infarto dopo una maratona. Giovanni Pisano su Il Riformista il 20 Luglio 2021. Forte spavento per Antonio Rossi, 52 anni, ex campione olimpico della canoa, oro ad Atlanta e a Sydney e portabandiera Azzurro, ricoverato all’ospedale Sant’Anna di Como in seguito a un infarto. Rossi, attuale sottosegretario con delega allo Sport di Regione Lombardia, domenica 18 luglio ha accusato un malore mentre partecipava ad una mezza maratona a Conegliano (Treviso). Ricoverato nella cittadina veneta, è stato poi trasferito, una volta stabilizzatosi, a Como dove lavora il suo medico di fiducia, Mario Galli. All’ospedale Sant’Anna è stato operato, con l’impianto di uno stent, e ora le sue condizioni sono buone, tanto che potrebbe essere dimesso già nei prossimi giorni. “Mi hanno rimesso a nuovo…” ha commentato Rossi, ricoverato nel reparto di emodinamica dell’ospedale Sant’Anna di Como. “Sono stato sottoposto ad una angioplastica, è andato tutto bene”, spiega Rossi a LaPresse. “Rimarrò in osservazione in ospedale fino a giovedì come minimo”. In queste ore tanti i messaggi arrivati per augurargli una pronta guarigione, a partire dai rappresentanti dei vertici dello sport in partenza per Tokyo. “Ho sentito sia il presidente del Coni Malagò che il segretario generale Mornati, ho fatto loro un grosso in bocca al lupo”, aggiunge Rossi. “Ora che dovrò stare a riposo, mi godrò tutte le gare degli azzurri”.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

L'omaggio di Google. Ludwig Guttmann, chi era il neurologo ideatore delle Paralimpiadi. Redazione su Il Riformista il 3 Luglio 2021. È Ludwig Guttmann, neurochirurgo e neurologo, l’uomo che Google rende omaggio con un dolore. Nato il 3 luglio di 122 anni fa, fondò il più grande ospedale per lesioni spinali in Europa a Stoke Mandeville, nel Regno Unito, ma soprattutto a lui si deve l’invenzione dei Giochi Paralimpici. Fu lui a ideare nel 1948 i Giochi di Stoke Mandeville per disabili come metodo di riabilitazione, ispirazione per i primi Giochi Paralimpici ufficiali che si svolsero a Roma nel 1960. Di origine ebraica, Guttmann dopo la seconda guerra mondiale si occupò dei reduci che durante il conflitto avevano avuto lesioni alla colonna vertebrale, proponendo lo sport come terapia non solo fisica ma anche psicologica. Guttmann dovette anche affrontare gli orrori e le persecuzioni del nazismo: dall’introduzione della legge di Norimberga, nel 1933, potè occuparsi soltanto dei pazienti ebrei e non poté più insegnare all’università. Guttmann riuscì a scappare assieme alla sua famiglia nel 1939, rifugiandosi nel Regno Unito. Dal 1952 i Giochi di Stoke Mandeville diventarono di carattere internazionali grazie alla partecipazione di talenti olandesi, ma fu nel 1958 che si ebbe il ‘salto di qualità’: il medico italiano Antonio Maglio propose a Guttmann di disputare l’edizione del 1960 a Roma, che nello stesso anno avrebbe ospitato anche la diciassettesima edizione dei Giochi Olimpici. Furono circa 400 gli atleti che la disputarono, con 23 nazioni rappresentate: all’epoca venivano definiti Giochi Internazionali per Paraplegici, mentre nel 1985 il CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, li rinominò Giochi Paralimpici a quattro anni dalla morte di Guttmann. 

Reinhold Messner. Reinhold Messner, il dramma: "Ho i piedi distrutti, tra poco sarò morto", la lettera che non avrebbe mai voluto scrivere. Libero Quotidiano l'8 agosto 2021. Il libro si chiama Lettere dall’Himalaya (Rizzoli Illustrati, pagg 224, euro 21,90). E nel volume Reinhold Messner racconta la sua vita da alpinista d'alta quota attraverso le missive da lui scritte negli ultimi 50 anni mentre scalava, mentre camminava lontano dal resto del mondo. E tra queste missive c'è anche quella che non avrebbe mai voluto scrivere. Una lettera senza data. Eppure, non è difficile ricostruire il momento: era il 2 luglio del 1970, il giorno che Messner non avrebbe mai voluto scrivere, la spedizione era quella al Nanga Parbat. Quella in cui perse il fratello durante la tragica discesa, una morte - avvenuta il 29 giugno, Gunther Messner fu travolto da una valanga - per la quale fu a lungo accusato: lo ha scaricato, lo ha lasciato morire. Balle, fandonie, fango che il tempo ha dimostrato essere tali. Ma che per Messner sono state un peso indicibile e insopportabile per troppo tempo. E in quella drammatica lettera senza data, Messner scriveva: "Sono nel Diamir e non riesco più a camminare. Dopo essere salito lungo il versante Rupal del Nanga Parbat sono ridisceso lungo il versante Diamir. Vi prego di trasportarmi in elicottero a Faram o Gilgit. Ho i piedi distrutti e fra un giorno o due sarò morto... Vi prego, portatemi al sicuro". Un drammatico grido d'aiuto, parole che a distanza di 50 anni mettono ancora i brividi.

Massimo Nava per il "Corriere della Sera" il 17 giugno 2021. Un proverbio tibetano dice che il tempo e il destino raggiungono ogni essere. Reinhold Messner, settantasei anni, continua a spostare in avanti l'orologio della vita e a sfidare il destino. Per decenni, lo ha fatto sulle vette del mondo, oggi contro il tempo, la rassegnazione, forse contro la vecchiaia. Qualche giorno fa, nella sua Val Venosta, si è sposato - per la terza volta - con Diane Schumacher, origini lussemburghesi, di trent' anni più giovane. «Abbiamo celebrato le nozze, con pochi amici, proprio quando l'emergenza Covid sta per finire. È solo una coincidenza, ma vorrei che fosse un messaggio di speranza. Diane ed io cominciamo un nuovo viaggio nel futuro, pieno di gioia e ottimismo, e mi piace l'idea di condividere questa fiducia nel tempo che verrà». 

Che cos' è l'amore alla sua età?

«Innanzi tutto un colpo di fortuna. È la condivisione di un progetto. Alla mia età è dolce e confortevole ritrovarsi in due. Ho fatto centinaia di scalate in solitaria, ora posso condividere con una persona stesse passioni, interessi, stile di vita, la differenza è che mia moglie è più veloce. Nella nostra valle, nel nostro maso, riusciamo a vivere con poco, in modo autosufficiente, dimostrando che anche così, in piccolo, si può salvare il mondo. Non mi piacciono i giovani che dicono che noi anziani abbiamo distrutto il mondo, senza che abbiano loro la forza di cambiare stile di vita». 

Uno che ha scalato diciotto cime dell'Himalaya (quattro delle quali per due volte) e che ha al suo attivo quasi 4.000 ascensioni («Ho ormai perso il conto») si sente un pensionato della montagna?

«Assolutamente no. Non smetterò di vivere la montagna, ma accetto il fatto che sono diventato vecchio, che non potrei più scalare il K2 senza ossigeno. È difficile accettare la legge biologica, ma è importante porsi nuovi obiettivi. Prima della pandemia, ho viaggiato in Africa, per fare uno studio sui popoli della montagna in Etiopia. Con Diane abbiamo scalato una delle vette più alte dell'Africa, ma il percorso era abbastanza semplice. Adesso lavoro alla Final Expédition, un progetto che mi porterà in molte parti del mondo...». 

Un' altra «spedizione»?

«Assolutamente no. Questa sarà la mia eredità di alpinista. Un viaggio in tante capitali per raccontare il vero alpinismo, il senso autentico di un'ascensione ad alta quota. Organizzerò conferenze, proiezioni, incontri con grandi alpinisti. L' intento è di raccontare le spedizioni del passato a confronto con quelle che si organizzano oggi. Ormai, sull' Himalaya ci può andare chiunque. Pareti già tracciate, elicotteri, sherpa tuttofare, insomma autostrade per la vetta. Ci si mette in coda, si sale e si mandano fotografie sul web. È un grande business del nostro tempo. Peraltro, negli ultimi tempi, con grande spreco di ossigeno. Che senso ha andare sull' Everest come in una gita domenicale? Per raccontarla agli amici? Tutto ruota intorno agli affari: chi paga di più per un letto nel lodge, per un volo in elicottero o per il trasporto di un carico vince il biglietto per l'ascensore. I souvenir sono spacciati per "antichità" e la "pizza Yeti" per specialità locale». 

In questi giorni, esce un libro di memorie e lettere, da quelle spedite da Messner a famigliari ed amici, a quelle di grandi alpinisti del passato. Il libro, «Lettere dall' Himalaya», si apre con una lettera della madre. Sono parole semplici e chiare, scritte con la consapevolezza di una conoscenza profonda del proprio figlio.

«Casa, 27 giugno 1980. Caro Reinhold! Scrivo questa lettera al tuo indirizzo in Tibet, anche se non so se ti raggiungerà mai. Tu vivi in un mondo completamente diverso da quello dei tuoi fratelli, e non mi riferisco soltanto alle montagne. So che per te è una necessità, ma fai attenzione! Dieci anni fa eri sul Nanga Parbat con Günther. Speravo che saresti rimasto con noi. Invece sei partito di nuovo, e io, nonostante tutto, non ti ho trattenuto. Non lo farò nemmeno ora. Nel frattempo qui in Europa sono cambiate tante cose, l'orizzonte è diventato sempre più limitato. Ho imparato a capire sempre di più il tuo modo di vivere. Rimani in Tibet se da noi c' è la guerra o la rivoluzione, e sii prudente. Abbi cura di te! Tua madre». 

Nel suo libro, scrive: «Se in passato le spedizioni avevano come scopo principale la ricerca, l'esplorazione e la scoperta, quindi la scienza, per cui si era pronti ad affrontare l'ignoto, oggi si cerca l'avventura fine a se stessa. Un impulso primordiale che probabilmente si nasconde in ogni essere umano».

«Ho passato tutta la vita a mettermi nei panni dei miei predecessori, i grandi pionieri, per potermi ispirare alle loro imprese. Ho avuto la fortuna di sopravvivere a oltre cinquanta spedizioni sull' Himalaya. E nel farlo, la mia visione sui processi di cambiamento che hanno investito l'alpinismo d' alta quota è diventata sempre più nitida. Con queste lettere intendo trasmettere questa storia, in modo che non appartenga più soltanto alle persone a me care». 

Nel libro c' è, fra le tante, la testimonianza di uno dei più grandi alpinisti, Albert Frederick Mummery, che appunto racconta una spedizione d' altri tempi. Siamo nel 1895!

«Il viaggio da Rawalpindi a Baramula è stato una rara delizia. Ci siamo spostati con le tonghe, strane carrozze basse a due ruote dotate di ottime sospensioni. Per le prime 50 miglia i cavalli vengono cambiati ogni 3 o 4 miglia, e si procede a un ritmo fantastico. Scendendo da Murree alla valle di Jhelum, abbiamo coperto una o due miglia in tre minuti poiché i cavalli si sono lanciati al galoppo sfrenato. Tuttavia abbiamo accumulato un ritardo significativo perché il monsone è scoppiato proprio quando siamo arrivati a Murree. La pioggia veniva giù a fiotti, la strada era coperta di terra e fango ed è crollato un ponte...». 

In alcune lettere, rievoca anche la tragedia di suo fratello Günther, scomparso durante una spedizione nel 1970. Da allora, è stato investito da pesanti insinuazioni sul suo comportamento. Qualcuno l'accusò di avere abbandonato il fratello in vetta. C' è una lettera, scritta ai genitori, che chiarisce più cose di spiegazioni postume.

«Non preoccupatevi. Non sono un incosciente totale e non mi interessano i percorsi oggettivamente pericolosi. Sono un alpinista, esattamente come potrei essere un contadino o un ingegnere. Cerco la via con il mio istinto, con la mia esperienza; la percorro con la mia forza, con le mie passioni, con la mia volontà. Ma credo che in montagna, così come in molte altre zone della Terra, occorra immergersi nell' ignoto come farebbe un avventuriero, e osare». 

In un'altra lettera scrive: «I "bravi compagni" del 1970 e sedicenti storici dell'alpinismo hanno dipinto ogni sorta di scenario (...) Finalmente, con il ritrovamento dei suoi resti, avrei avuto la certezza che la memoria non mi aveva ingannato, che non esistevano altre cause di morte se non la slavina che lo aveva travolto (...) Solo ora posso dare l'estremo saluto a Günther (...) Purtroppo nel frattempo i nostri genitori sono morti. Quanto sarebbe stata liberatoria anche per loro la certezza rappresentata dal rinvenimento dei resti... Naturalmente l'accusa - forse la peggiore che si possa muovere a uno scalatore - mi ferì profondamente. Ma mi ha anche insegnato fino a che livello di meschinità possono arrivare le persone per vendetta, invidia e prepotenza». 

Che cosa ricorda di quei momenti così dolorosi?

«Ero solo quando mio fratello è morto. Loro non c' erano, non potevano sapere. Non risponderò mai più a qualsiasi polemica... Avrei dovuto stare zitto già allora. Avevo ragione, erano tutte invenzioni. È stato terribile, anche per la mia famiglia. I miei erano ancora al mondo e leggevano queste cattiverie. Ma ho ricevuto nel mio cuore l'energia di mio fratello e sono andato avanti. Ero diventato troppo famoso, hanno sfruttato la mia persona per farsi un nome, buttando fango, hanno venduto persino film». 

Reinhold Messner, nato a Bressanone/Brixen, altoatesino doc. Che cosa significa per lei la pagina del Corriere dedicata agli «italiani»?

«Mi sento molto fortunato. Parlo italiano, tedesco, inglese e un po' di altre lingue. Sono europeo, sono nato in Italia, sono felice di vivere in questo mondo multiculturale come il Sud Tirolo. Da Silvius Magnago in poi, qui è stata costruita la strada della convivenza, che è la chiave della vita, del futuro di ogni società». 

Accompagnerà anche quest' anno Angela Merkel in passeggiata?

«Non credo possa venire in Val Venosta nella situazione attuale. Vent' anni fa, ci siamo arrampicati insieme. In futuro faremo passeggiate, io sono più vecchio di lei... Spero di accompagnarla dopo il suo ritiro. Anche lei deve sopportare polemiche, invidia, ma è una donna fortissima».

Silvia M. C. Senette per corrieredelveneto.corriere.it il 7 luglio 2021. Schivo, riservato, di una gentilezza rara. Simon Messner, figlio trentenne del «Re degli Ottomila», è quanto di più lontano si possa immaginare rispetto all’alpinista brissinese Reinhold Messner, noto per il suo carattere determinato, spigoloso e a tratti burbero. Differenze che, negli anni, hanno tracciato un solco incolmabile tra i due. Pur lavorando fianco a fianco per i progetti della «Messner Mountain Movie», la loro casa di produzione cinematografica, conducono vite parallele che hanno come unici punti di contatto i documentari di cui Reinhold — che Simon chiama per nome — è ideatore, sceneggiatore e spesso protagonista. Il giovane regista si divide tra i lungometraggi «di famiglia» e la passione per l’alpinismo che ha scoperto «da solo a 17 anni vincendo le vertigini e gli attacchi di panico». Oggi l’amore per le vette è diventato la bussola della sua vita. «Sto preparando una spedizione in Pakistan. A fine mese io e Martin Sieberer, un amico alpinista austriaco, andiamo sul Karakorum per risalire una montagna di settemila metri mai scalata. Non sarà facile, il clima è diventato molto caldo e se non c’è ghiaccio può diventare pericoloso». 

Cosa la affascina di questa sfida?

«Il fatto che il K2 sia più famoso e a portata di mano, ma troppo battuto. Due anni fa abbiamo scalato per primi il Black Tooth e, se riusciamo, in questa spedizione faremo qualche ripresa. Fare il film-maker è il mio lavoro, ma la mia passione è l’alpinismo. E non è stato Reinhold a trasmettermela». 

Perché non ha preso un’altra strada?

«Sarebbe stato tutto molto più facile. Ho scoperto la montagna piuttosto tardi, a 17 anni, proprio perché la tematica era così presente in casa e non mi interessava. Ma poi, quando ho provato ad arrampicare, mi ha conquistato. Eppure soffrivo di vertigini: da piccolo bastava un’altezza di due metri e mi prendeva il panico. Poi quando tornavo a terra volevo risalire per capire cosa mi faceva paura. Così, vincendo i miei limiti, sono diventato un alpinista». 

Come reagiva suo padre alle sue difficoltà?

«Non ne ho idea, non c’era. Non sono mai andato con lui in arrampicata né mi ha mai portato nelle sue avventure. Ma in quota impari molto dalle emozioni che vivi, dalle paure che devi superare: è un rapporto molto intimo e personale che riguarda solo te e la montagna». 

Tutti i suoi film hanno per protagonista la montagna.

«È il filo rosso della mia vita. Abbiamo concluso da poco “Niemandsland” (terra di nessuno): un film sull’inglese Beatrice Tomasson che agli inizi ‘900 ha fatto la prima ascensione della parete sud della Marmolada e del Monte Zebrù, e sulle due guide che erano con lei, Michele Bettega e Bortolo Zagonel, legati da profonda amicizia ma divisi dalla guerra».

Da poco, invece, ha iniziato le riprese di un documentario drammatico.

«Ricostruisce la tragica spedizione sul Manaslu del 1972. Reinhold aveva solo 28 anni e perse due compagni in quella tempesta. Il film inizia con il raduno a Castel Juval, la residenza di Reinhold in Alto Adige, dei veri sopravvissuti che ricordano l’accaduto. Abbiamo fatto riprese fantastiche dall’elicottero per raccontare una storia molto forte e far capire in quali condizioni si arrampica, ma anche ammettere che l’alpinismo è una disciplina egoistica: chi parte sa che può non tornare ma non pensa a chi gli sopravviverà». 

Altre passioni, oltre a film e arrampicata?

«Mi occupo delle aziende agricole a Castel Juval. Tre anni fa Reinhold mi ha lasciato un maso molto impegnativo circondato da vigne: è una zona famosa per il Riesling e pare che il nostro sia uno dei migliori d’Italia. Abbiamo anche Pinot Nero e Pinot Bianco, ma non c’è un’etichetta Messner». 

Vita privata?

«Ho una fidanzata, Anna, che ha 30 anni come me. È austriaca e viviamo insieme a Innsbruck. Lei non scala: ci siamo conosciuti cinque anni fa nel laboratorio in cui abbiamo scritto la tesi per il master in biologia molecolare. Vorrebbe sposarsi, ma io non sono interessato al matrimonio». 

Suo padre, invece, ci crede tantissimo: si è appena sposato per la terza volta. Che effetto le fa?

«Devo dire che mi dà molto fastidio. Non sono andato al matrimonio; non sono stato invitato. Non accetto che sua moglie abbia l’età di mia sorella. Ma lui è Reinhold: se ha qualcosa in testa lo fa. E io tengo le distanze. Non è più come una volta». 

Com’era una volta?

«Non è mai stato facile. Lui non lascia molto spazio libero agli altri ma finché ero giovane era più semplice. Oggi non voglio più cercare di farmelo andare bene: io ho la mia vita e lui la sua». 

È complicato condividere il set?

«Mi fa soffrire ma lui è il boss, da sempre. La nostra non è mai stata una relazione padre-figlio, lui non è un genitore come gli altri».

Che padre è stato Reinhold Messner?

«Rigido, assente: era sempre in giro. Ha la testa dura come il marmo e può essere molto volubile. Non è stato facile essere il figlio di una leggenda: tutti lo vedono come un mito ma a un bambino non serve una leggenda, serve un padre e lui non lo è mai stato. Cercherò di fare meglio quando avrò dei figli miei». 

Sogni nel cassetto?

«Tantissimi e tutti hanno a che fare con l’arrampicata su montagne inviolate. Per me ha un valore inestimabile, sono obiettivi che mi rendono felice. Come le sei settimane che mi aspettano in Pakistan: non sono molto social, ma se riusciremo ad arrivare in cima farò un post su Facebook». 

È schivo anche sul web?

«Sono cresciuto con un padre sotto i riflettori, quando volevo sapere qualcosa di lui dovevo leggere la Bild (il tabloid tedesco, ndr). La vita vera è un’altra cosa, fatta di alti e bassi e non sempre facile. Come la montagna richiede spalle larghe e guardare dritto avanti, sperando che vada tutto bene».  

Da leggo.it l'11 maggio 2021. Reinhold Messner si sposa per la terza volta. A 76 anni l'alpinista sposerà la compagna Diane Schumacher, 35 anni più giovane di lui, come annuncia la Tageszeitung: le pubblicazioni sono state affisse al Comune di Castelbello-Ciardes. «È un evento che riguarda noi due e non il resto del mondo», commenta il Re degli Ottomila al giornale. «Siamo molto felici, altrimenti non ci sposeremo», aggiunge. Messner dal 1972 al 1977 era sposato con Uschi Demeter e nel 2009 - dopo 25 anni di convivenza e tre figli - sposò Sabine Stehle, dalla quale divorziò nel 2019. Come già avvenne nel 2009 la cerimonia si svolgerà in gran segreto in ambito familiare. All'epoca Messner, diventato celebre in Italia per la pubblicità di una nota acqua minerale, beffò la stampa e anticipò il matrimonio.

Elvira Serra per il “Corriere della Sera” il 12 maggio 2021. Non lo chiama colpo di fulmine, «perché il fulmine non c'era». Ma aggiunge, subito dopo, che quando ha conosciuto la sua futura moglie «è stata una cosa molto romantica, sul ponte del Castello di Brunico, all'ingresso del mio museo». Succedeva tre anni e mezzo fa. Adesso che stanno per sposarsi - le pubblicazioni sono state affisse alla bacheca del Comune di Castelbello-Ciardes, nella Val Venosta - fa scoprire per telefono un lato di sé insospettabilmente tenero. Racconta: «L'idea del matrimonio nasce dal fatto che siamo innamorati, che desideriamo stare insieme, dal senso di responsabilità. E poi ero stufo di presentarla come la mia amica, compagna... Adesso sarà "mia moglie"». Reinhold Messner ha il raro pregio, davvero, di non voltarsi mai indietro, ma di vivere il presente e guardare avanti. La sua idea di futuro è la vita stessa, senza sottrazioni. Quando ha incontrato Diane Schumacher, lussemburghese di 35 anni più giovane, ha fatto la cosa meno complicata di tutte: le ha chiesto il numero di telefono.  «All'inizio, quando l'ho vista, l'ho salutata e l'ho spiata con la coda dell'occhio. La sera, poi, abbiamo scambiato qualche parola». Lei, un matrimonio di vent'anni alle spalle e un figlio quattordicenne, Reto, quando conobbe il «re degli Ottomila» lavorava per l'azienda di posta e telecomunicazioni Post Luxembourg, nel settore commerciale dei clienti business. «A gennaio dello scorso anno abbiamo fondato insieme The Messner Mountain Heritage - ci racconta Diane da Monaco, dove ha sede la Mmh -, una società che sta pianificando la "spedizione finale", un ultimo tour mondiale dal vivo in cui Reinhold spiegherà cos'è l'alpinismo tradizionale. Sosterremo anche i musei della montagna in tutto il mondo: adesso sta per esserne completato uno in Nepal». La differenza di età non li spaventa. «È lei che ha il coraggio, non io: non ho un carattere facile e l'ho già avvisata. Però di questa cosa forse è meglio che parli con Diane», chiosa lo scalatore. Lei su questo è molto onesta: «In certi momenti penso al fatto che non potremo invecchiare insieme, il che ovviamente mi rattrista. Però questa certezza permette a entrambi di avere un rapporto stretto, intenso e rispettoso». Di Messner ama la «modestia e la curiosità»: «È molto acuto, intelligente, sensibile, e se serve sa essere forte. Non c'è una cosa sola che mi piace di lui, come vede ce ne sono molte». Durante tutta la pandemia è stata la dimestichezza di Diane con la Rete ad aiutare il futuro marito nelle tante conferenze online che hanno sostituito gli incontri di persona. È con lei che lui ha visto The Wall of Shadowd, il documentario della polacca Eliza Kubarska, che ha toccato molto entrambi. «Alla nostra età presentarmi con girlfriend, fidanzata, non era proprio il massimo», scherza Diane. «A un certo punto ci è stato chiaro che ci saremmo sposati. Se possibile, ora siamo più innamorati di prima». La festa, per adesso, è programmata in famiglia. Messner è già stato sposato altre due volte: la prima con Uschi Demeter, da cui è nata la primogenita Leila; la seconda con Sabine Stehle, con cui ha avuto Magdalena, Simon e Anna. «Quando la pandemia sarà superata, faremo una festa con tutti gli amici», promette l'esploratore. Un primo test ci fu per i 75 anni, a Castel Firmiano, il 17 settembre del 2019. Ancora non si tenevano per mano, ma la loro gioia brillava negli occhi.

Antonio Monda per “la Repubblica” l'8 marzo 2021. Era elettrica l' aria, quella sera dell' otto marzo 1971, e i ventiduemila spettatori assiepati in ogni posto del Madison Square Garden erano talmente emozionati che esitavano persino a esultare: stavano per assistere all' incontro del secolo, e nessuno osava rompere la magia di quel momento. Era una notte di stelle: Barbra Streisand era seduta a pochi metri da Woody Allen e dal gotha della comunità afroamericana: Diana Ross, Miles Davis e Bill Cosby. Norman Mailer lanciava in aria colpi di boxe a bordo ring, mentre Frank Sinatra scattava foto per la rivista Life. Accanto a loro Burt Lancaster, che aveva accettato di fare la telecronaca dell' incontro: non sapeva molto di boxe, ma quello era un evento epocale, che riproponeva, nel cuore del mondo, le sfide dei guerrieri del passato, e lui iniziò parlando di Achille ed Ettore. Ma nessuna star era paragonabile ai due contendenti, entrambi imbattuti: da una parte Joe Frazier, che per molti, a cominciare da Muhammad Ali, aveva usurpato il titolo di campione, dall' altro l' uomo a cui era stato sottratto per aver rifiutato di combattere in Vietnam. Ali aveva motivato la decisione con una battuta passata alla storia: «Nessun Vietnam mi ha mai chiamato negro», e in originale aveva detto nigger, il più infame degli epiteti razziali. Erano molti anni che aveva ripudiato il «nome da schiavo Cassius Clay» e aveva massacrato Ernie Terrell, un gigante che aveva osato chiamarlo ancora in quel modo. «Come mi chiamo?», gli aveva ripetuto dopo ogni colpo, sferrato per umiliarlo e allungare platealmente la lezione. Ed erano anni che era diventato un Musulmano Nero, facendosi immortalare con Elijah Muhammad e Malcolm X, due tra le personalità più detestate dall' America wasp. Sapeva di essere il più grande, Ali, forse il più grande di sempre, ma sapeva ancora meglio di essere odiato da buona parte del Paese, e questo lo esortava a essere più strafottente e spietato. E sapeva di essere bellissimo: un fisico perfetto e un portamento regale che contrastavano con gli atteggiamenti clowneschi e quella frase con cui aveva inventato il rap: « float like a butterfly, sting like a bee / vola come una farfalla e pungi come un ape». Era l' opposto del rivale in tutto, poco glamour persino nel soprannome "Smoking Joe" - basso, tarchiato e silenzioso - Joe Frazier era però implacabile e dotato di un gancio sinistro che avrebbe sfondato un muro. Fu quel colpo a fargli vincere il titolo vacante: aveva distrutto due pugili di valore come Buster Mathis e Jimmy Ellis, che Ali aveva definito "mediocrità assolute". Era un grandissimo campione, Frazier, ma Ali era un genio, che tuttavia ritornava sul ring dopo tre anni di inattività e due soli incontri di preparazione: aveva sconfitto per k.o. Jerry Quarry e Oscar Ringo Bonavena, faticando però molto più del previsto. Il mondo intero sapeva che era stato privato dei tre anni che avrebbero rappresentato il momento di massimo fulgore: era stato infatti costretto a smettere a 26 anni, e ora si avvicinava ai 30, e nessuno gli avrebbe più ridato quella lucentezza, nonostante lui ripetesse in ogni occasione che il più grande è tale perché sfida ogni età e ogni momento della vita. Era stato sprezzante, Ali, nei giorni che avevano preceduto il match, sconfinando anche in epiteti razzisti che solo lui poteva permettersi: definiva l' usurpatore come un "orribile scimmione" e tale era il suo carisma che nessuno aveva protestato. La storia era dalla sua parte, e Ali era riuscito come sempre a manipolare il mondo intero, facendo passare se stesso per il campione e Frazier per un abusivo. Quando l' arbitro Arthur Mercante diede gli ultimi avvertimenti, si fissarono negli occhi promettendosi dolore: non esiste alcuna disciplina che ha un momento così intenso, ed è allora che la boxe diviene il più epico degli sport. Quanto appariva ingenuo De Coubertin a pensare che l' importante fosse partecipare: i due pugili, come chiunque sale sul ring, volevano terminare l' incontro con le mani alzate al cielo mentre il rivale è stramazzato nella vergogna del tappeto. No, sul ring non si tratta mai solo di vincere, ma di umiliare chi ha usato sfidarti. Il pubblico del Madison Square Garden era diviso a metà tra i due sfidanti, e allo scoccare del primo gong la tensione esplose in urla e canti disordinati. Ali cominciò a danzare intorno a Frazier, punzecchiandolo con il jab sinistro, colpendo poi con feroci diretti destri: puntava gli occhi e al naso, con crudeltà, con scherno, voleva sfigurarlo prima ancora di umiliarlo. Ma Frazier non si lasciava intimidire e continuava ad avanzare, cercando di sferrare il terrificante gancio sinistro che l' aveva portata in cima al mondo. Riuscì a colpire Ali un paio di occasioni, ma lui, nonostante fosse scosso dalla potenza dei colpi, reagiva con un sorriso derisorio, e scuoteva la testa come per dire: «Tutto qui? Non mi hai fatto nulla». Nei primi tre round sembrò che Ali controllasse il match senza problemi, e in alcuni scambi in velocità diede l' impressione di essere ancora il campione imbattibile che aveva ridicolizzato Cleveland Williams nell' incontro più perfetto di tutti i tempi, ritenuto l' esempio più efficace per comprendere perché la boxe è la Noble Art. Ma poi, a partire dal quarto round, l' inattività cominciò a farsi sentire, e Frazier avanzava implacabile, incurante dei pugni di Ali, che continuava a puntare al volto. A metà dell' incontro risultò chiaro che Frazier aveva preso il sopravvento: era inarrestabile, Smoking Joe, e Burt Lancaster urlò nel microfono: «È un carrarmato Sherman!». A metà dell' undicesimo round, una combinazione di ganci fece piegare le gambe ad Ali, mostrando al mondo intero che anche il più grande era vulnerabile. Ma il campione era troppo stanco per chiudere l' incontro, e Ali fece appello a tutta la propria esperienza per rimanere in piedi, riuscendo poi a vincere i tre round successivi: la classe sopraffina era rimasta intatta. Ma allo scoccare del quindicesimo round, Ali sapeva di essere in svantaggio ai punti, e che avrebbe potuto vincere soltanto atterrando il rivale: era esausto, ma fece di tutto per danzare, colpendolo sempre sul volto. A metà del round lanciò un destro sul naso, ma si scoprì un attimo di troppo e il campione sferrò un gancio sinistro dalla potenza inaudita. Partì dal basso, il colpo, e Frazier fissò il rivale con il sorriso rabbioso di chi punisce una persona che lo ha umiliato. Alì volò al tappeto con le gambe in aria, e nessuno al mondo riuscì a capire dove trovò la forza di rialzarsi dopo quattro secondi: era solo l' orgoglio a tenerlo in piedi, nessuno lo aveva mai atterrato, e il più grande non poteva rimanere al tappeto. Riprese a combattere, stremato, e tentò perfino di attaccare, ma ormai l' incontro era compromesso: riuscì soltanto a resistere fino allo scoccare dell' ultima campanella. Frazier alzò le braccia al cielo, sapeva di aver vinto, ed esultò verso i suoi fan, nonostante il volto fosse una maschera piena di sangue, deformata da una mascella rotta. I tre giudici bianchi gli assegnarono la vittoria all' unanimità, e Ali, nell' ultimo tentativo di manipolazione, dichiarò che era una " white men decision". Il più grande sembrava finito, in quella notte newyorchese, ma nel giro di tre anni riuscì a vendicarsi nella rivincita, e quindi a riconquistare il titolo battendo George Foreman in quel capolavoro passato alla storia come Rumble in the Jungle. Sconfisse infine definitivamente Frazier in The Thrilla in Manila, uno dei più emozionanti e drammatici incontri di tutti i tempi: per i due campioni fu il canto del cigno, e causò danni irreparabili nel fisico di entrambi. Ali detestava il suo rivale sul ring quanto lo amava in privato: quando Frazier morì dopo una malattia devastante, pretese di celebrare personalmente il guerriero che gli aveva tenuto testa. Fu lui a portarne la bara a spalle, nonostante tremasse tutto per il morbo di Parkinson che aveva aggredito il suo fisico regale.

Marco Bonarrigo per corriere.it il 5 marzo 2021. Che le cosiddette «scarpe col tacco» regalassero ai runner di altissimo livello vantaggi importanti in termini cronometrici (come nel caso del keniano Eliud Kipchoge, nel 2019 il primo a rompere il muro delle due ore in maratona) era chiaro. Che queste calzature con una «zeppa» posteriore di 4 centimetri e una lama in carbonio nella suola potessero rivoluzionare le corse e le statistiche dell’atletica nessuno però lo prevedeva. Domenica 28 febbraio alla maratona internazionale di Tokyo 42 uomini (40 dei quali giapponesi) hanno corso i 42 chilometri e 195 metri in meno di due ore e 10’, un dato sensazionale, mai verificatosi nella lunga storia della distanza. Kengo Suzuki (2h04’56, nuovo primato nazionale) è il primo atleta non nato in Africa ad infrangere il muro delle 2 ore e 5 minuti, mentre alle sue spalle 29 atleti hanno battuto il loro personale e tutti gli altri l’hanno sfiorato. Per fare un paragone, gli italiani scesi sotto le 2 ore e 10 sulla distanza nella storia sono solo 12.

Record a grappoli. Tutti ma proprio tutti i partecipanti alla maratona di Tokyo usavano scarpe col tacco di ultima generazione approvate dalla Federazione mondiale di atletica e prodotte ormai in una trentina di modelli diversi da Nike (l’inventore), Adidas, Brooks, Asics e altri. Sempre domenica 28 febbraio a Siena, calzando un paio di Adidas Adios col tacco, il poliziotto italiano di origini eritree Eyob Faniel ha battuto, dopo 19 anni, lo storico record nazionale di Rachid Berradi sulla mezza maratona, andando a sfiorare il muro dell’ora, fallendo per soli 7 secondi. Solo il limitato numero di competizioni causato dall’epidemia di Covid impedisce che record nazionali e internazionali crollino a grappoli.

In pista. Ora però la sfida si trasferisce sulla pista dove le scarpe col tacco — anch’esse normate dalla Federazione di atletica, con supporto più basso di quelle da strada — hanno appena debuttato nelle gare indoor promettendo miracoli. In Gran Bretagna ha fatto scalpore il recentissimo 1’43”63 sugli 800 metri con cui Elliot Giles, che calzava un paio di Nike Air Zoom Victory, ha battuto il record inglese di Sebastian Coe che resisteva da 40 anni e realizzato la seconda prestazione mondiale di sempre. Atleta «tester» di Nike, Giles non aveva mai raggiunto una finale internazionale nella sua carriera. Sempre calzando i tacchi, la 17enne americana Athing Mu (in questo caso si parla di un fenomeno) ha demolito il mondiale under 20 degli 800 metri in Texas, in un meeting dove era partita per essere «semplicemente» la prima della categoria al mondo a correre in meno di due minuti.

Senza sei perduto. Studi autorevoli calcolano in 1/1.5% il vantaggio delle chiodate da pista su quelle tradizionali, corrispondenti a circa 1” negli 800 metri (la differenza tra un ottimo atleta e un fuoriclasse) e a 10 decimi di secondo nei 100 metri, tempo che separa un semifinalista olimpico dal vincitore. Presentarsi ai Giochi di Tokyo senza scarpe col tacco equivarrà a consegnare la vittoria ad un avversario?

Don King. DA ilnapolista.it il 21 agosto 2021. Don King, il leggendario organizzatore dei più iconici incontri della storia del pugilato, compie 90 anni. La Süddeutsche Zeitung “festeggia” l’evento con un articolo leggermente critico, dai toni pacati (siamo ironici), nel quale gli dà dell’assassino, del ladro e più poeticamente “cacciatore di anime e trafficante di esseri umani”, uno che “ha sempre saputo usare il potere di una grande narrativa per commercializzare se stesso e i suoi incontri”. David Pfeifer ricorda che King ha davvero, materialmente, ucciso due persone: prima un uomo che cercava di rapinare il suo negozio di scommesse (è stato poi assolto per legittima difesa) e poi un altro “colpendolo a lungo sul cranio con il pomo di una pistola, e prendendolo a calci”: condannato per omicidio colposo e rilasciato dopo tre anni. E poi c’è il Don King che tutti conosciamo, quello dei grandi incontri di Mike Tyson (“al quale ha rubato un sacco di soldi”) e soprattutto di Muhammad Ali: il “Rumble in the Jungle” del 1974 contro George Foreman dopo “aver spremuto milioni di dollari al dittatore Mobutu Sese Seko per portare l’incontro nello Zaire”, e il “Thriller of Manila”, il terzo combattimento tra Ali e Joe Frazier, organizzato col dittatore filippino Ferdinand Marcos. King è anche – scrive ancora la Sueddeutsche – quello che convinse il vecchio Ali, già segnato dal morbo di Parkinson, alla sua penultima battaglia contro Larry Holmes. “Durante l’incontro Holmes chiese all’arbitro di interrompere il combattimento perché non voleva umiliare ulteriormente il suo ex idolo Ali. Era un campionato del mondo con due perdenti e solo Don King vincitore”. L’uomo che provò a convincere i fratelli Vitali e Wladimir Klitschko a combattere l’uno contro l’altro, sedendosi al pianoforte davanti a loro per suonare un po’ di Mozart. E che normalmente usava piazzare un’enorme pila di soldi davanti ai pugili per farli firmare senza prima consultare un avvocato. Anche la chiusura del pezzo è durissima: “Don King non deve piacervi, senza ma”. Rappresenta “quel lato della vita nel quale le persone cattive fanno cose cattive e se la cavano”.

Stefano Semeraro Per Specchio – La Stampa il 19 luglio 2021. Per i suoi capelli fulminati e antigravitazionali, da personaggio dei fumetti, Don King ha una spiegazione mistica: «Una notte stavo cercando di prendere sonno, quando ho sentito come un rombo nella testa. Sono corso allo specchio e ho visto che i capelli erano diritti come frecce. Neanche il barbiere, il giorno dopo, è riuscito a farci niente: ogni volta che provava a tagliarli sentiva una scossa. Per me è stato un segnale divino, da quel momento ho capito che ero in missione per conto di Dio». I suoi biografi la fanno più semplice, parlano di un pettine e di un po' di lacca, ma guai a rovinare una bella storia con la verità, come raccomandano i vecchi del mestiere. E comunque nel caso Donald King, per tutti Don, il manager di Ali e Frazier, di Foreman e di Tyson, il più grande organizzatore di boxe di tutti i tempi, l'uomo che riuscì a infilare Ali e Foreman nella notte di Kinsasha per The Rumble in the Jungle, il match più famoso della storia - cronaca e leggenda si confondono spontaneamente. Il prossimo agosto compirà novant' anni, da tempo è fuori dal grande giro. A gennaio aveva in programma un paio di mondiali in Florida, perché nonostante l'età biblica Don è lucido, in gamba, teatrale e mistificatore come sempre - ma poi non se ne è fatto niente. Non è però uscito di scena, non ancora. Perché Don non è un tipo che molla. La sua vita non è iniziata esattamente a bordo ring, fra sigari e borse miliardarie, ma per le strade di Cleveland. Negli anni '50, in un'America dove fra neri e bianchi la distanza bruciava sulla pelle ancora più ferocemente di oggi, era nel business delle scommesse illegali. Prima «runner», galoppino che portava per conto del boss Tony Panzanello i pizzini con quote e puntate, poi allibratore in proprio, nello scantinato di un negozio di dischi in Kinsman Road e in altre «case» sparse per la città. Suo padre era morto quando Don aveva nove anni, caduto in una vasca di acciaio fuso, la madre vendeva torte. Il destino del ragazzo Donald sembrava una scommessa facile, e persa. A ventun anni il primo omicidio: stende a colpi di pistola - nella schiena - Hillary Brown, uno dei tre rapinatori che cercavano di svaligiare una delle sue sale. La corte lo assolve riconoscendogli la legittima difesa, ma nel 1966 ci risiamo. Sam Garrett gli deve seicento dollari e lui per convincerlo a onorare l'impegno lo ammazza di pugni. Letteralmente. L'accusa è omicidio di secondo grado, poi colposo, in totale fanno tre anni e undici mesi di galera al Marion Correctional Intitute, che King non sconta tutti, perché il Governatore gli concede un condono. Don fa le cose sbagliate, ma conosce già le persone giuste. Uscito di prigione, prova a organizzare match di boxe e all'inizio non gli gira benissimo, i suoi pugili perdono quasi sempre. Poi il colpo di genio. Avvicina Muhammad Ali e gli organizza senza chiedere un soldo un incontro benefico in un ospedale di Cleveland. L'aggancio è fatto, la giostra è partita. Siamo a metà degli anni '70, la boxe non è la nicchia molto americana di oggi, con pochi divi stropicciati i cui match viaggiano via cavo. È lo sport del momento e Ali il suo profeta globale. Tutti vorrebbero organizzare la sfida fra Il Più Grande e George Foreman, che detiene il titolo dei massimi dopo la prima sconfitta di Ali con Frazier, ma a riuscirci è King, che scuce i dieci milioni della borsa al dittatore dello Zaire, Mobutu. Il match è in calendario il 30 ottobre del 1974, per settimane King monta lo show perfetto, con Foreman a spasso nella foresta con il suo pastore tedesco e Ali che da Kinshasa arringa il mondo, mentre l'Africa gli chiede di uccidere («Ali Bumaye!») George, il nero cattivo corrotto dall'Occidente. Le televisioni impazziscono, intellettuali e vip fanno la gara per esserci. Ali trionfa all'ottavo round, nasce il più bel documentario sportivo di sempre, When We Were Kings, e il re ovviamente è lui, Donald, immortalato nella sua gloria tricotomica fra Ali e Foreman che si guardano in cagnesco. È la consacrazione. Alto un metro e novanta, centoventi chili di peso, con la faccia da gangster, le giacche vistose trapunte di spillette e coccarde e una bandierina americana sempre in mano, King diventa il mammasantissima del ring. In galera, dice, ha studiato i classici, da Omero a Shakespeare, da Socrate a Hegel. Non sempre li usa per la causa migliore, ma la sua dialettica è bulimica, travolgente. Nel 1975 bissa il successo di Kinshasa con The Thrilla in Manilla, il terzo match fra Ali e Frazier, nessuno può più ostacolarlo. Sostiene di essere il paladino della gente nera, ma razzola da bullo. Chi vuole sfidare i suoi pugili - e arriverà ad averne un centinaio sotto contratto - deve firmare una carta con cui in caso di vittoria lo nomina suo procuratore. Niente firma, niente carriera. «Io sono la dimostrazione vivente del sogno americano - spiega, sparando slogan come un rapper - Io sono l'esaltazione di questa grande nazione. Tutto è possibile in America, e solo in America». Le stesse parole che userebbe Rocky Balboa, il signor nessuno diventato stella del ring interpretato da Sylvester Stallone e ispirato da Chuck Wepner, il peso massimo che rischiò di battere Ali in un match del 1975. Ovviamente organizzato da Don King. Dopo i match di Kinsasha e Manila, arrivano le sfide fra Leonard e Duran, dopo Ali e Frazier c'è Larry Holmes, che per King è stato il più grande: «nessuno ha mai tirato il jab come lui». Holmes finirà per mollarlo, ma King è una salamandra, rinasce ad ogni generazione e a fine anni '80 si reincarna nel mito di Mike Tyson, il campione che Don crea e, secondo molti altri, Tyson compreso, distrugge. Una love story fatta di ko e miliardi, di ascolti tv schizzati alle stelle per i match con Holyfield, - quelli del morso all'orecchio - che dopo la caduta e il carcere di Iron Mike si trasforma in una faida giudiziaria. Tyson sostiene che l'organizzatore gli ha rubato cento milioni di dollari, King evita il tribunale e patteggia per quattordici. «Ho scoperto che qualcuno che credevo fosse mio padre, mio fratello, era il vero Zio Tom, il vero traditore», urla Mike. «Ha fatto più male lui ai pugili neri che qualsiasi organizzatore bianco nella storia della boxe. Pensavo fosse il mio fratello nero. È solo un uomo cattivo, che non sa amare nessuno». King sorride, ma non si fa cadere nemmeno un briciolo di cenere dal sigaro, ne esce citando i classici. «C'erano troppi Jago attorno a Mike, gli hanno sussurrato all'orecchio mille bugie, mille falsità. E lo hanno rovinato, convincendolo che ero io il suo nemico. Ma guardate quello che ha fatto con me e quello che ha fatto dopo, e capirete chi sono i suoi veri nemici. Si lamentava: "se parlo male di te mi coprono di soldi, se gliene parlo bene non mi ascoltano". Prendi i soldi Mike, gli ho detto». I pugili passano, King resta. Enorme e inafferrabile, mago della comunicazione, sciamano dell'incasso. «Quando lo intervistavo - racconta Dario Torromeo, l'ultimo grande giornalista-suiveur della boxe in Italia - ascoltava le domande e poi si lanciava in un rap in cui metteva in filo la comunità nera, i grandi scrittori, l'America. Finiva ogni verso con una risata, e immancabilmente mi chiedeva di salutargli Berlusconi. Una volta l'ho visto scolarsi tre quarti di una bottiglia di vodka e ho creduto sarebbe morto durante l'intervista». In cinquant' anni di attività, King ha promosso oltre cinquecento incontri - compresi sette dei dieci più visti in pay-per-view - per un totale di tre miliardi di dollari, intascando cinquecento milioni, più di uno speso per la sua collezione di cinquemila orologi. «Don King sembra nero, vive da bianco e pensa in verde», ha detto di lui Larry Holmes, alludendo al colore dei dollari. «È sempre stato più bravo a promuovere se stesso che i suoi pugili», sostiene l'ex massimo leggero Steve Cunningham, che lo conosce bene avendoci lavorato insieme per quasi dieci anni. Per avvocati non è andato solo con Tyson, ma anche con Ali, Holmes, molti altri. Terry Norris nel 1997 gli ha chiesto settanta milioni di dollari di danni (ottenendone sette e mezzo) come risarcimento per un contratto-capestro, ma nessuno ha avuto una scuderia come la sua. Nel 1999, insieme con il rivale di sempre, l'altro novantenne Bob Arum, ha organizzato l'ultimo grande match del Novecento, Oscar de la Hoya-Felix Trinidad, The Fight of Millennium, a Las Vegas, per la riunificazione dei titoli Wbc e Ibf dei welter. A oggi il suo ultimo evento resta la sfida fra Bermane Stiverne e Deontay Wilder, per il titolo Wbc dei massimi, nel 2015. Mai però darlo per finito. Mentre lui si avvia ai novant' anni, è la boxe a mostrare le rughe più profonde. «Il match tra Ali e Foreman a Kinshasa è stata la cosa più grande che abbia fatto nella mia vita», sostiene. «L'orgoglio del popolo nero. Siamo come il pugilato, usciamo a testa alta dalle guerre che ci fa il mondo. Oggi non ci sono più grandi pesi massimi, e i pugili non sono seri come quelli di un tempo. Vogliono vedersi nei titoli e, quando tu li esalti e ne parli bene, pensano che sia tutto scontato e che non devono metterci niente di loro. Credono che tutto gli piova addosso dal cielo. Io dico: torniamo indietro, alle tradizioni. Restituiamo il pugilato ai grandi personaggi. Solo così riconquisteremo il mondo e vedremo un nuovo Ali». I tempi di Frazier, Foreman, Ali, delle sfide che tenevano alzate di notte tre generazioni, sono finiti. Chissà se rivedremo un personaggio come Don King. Nel frattempo, e con un po' di anticipo, buon compleanno, Mister Boxe.

Da corrieredellosport.it il 17 febbraio 2021. Poco più di ventuno anni fa, l'11 febbraio 1990, Mike Tyson subì in Giappone la prima sconfitta della sua carriera, contro l'americano James Douglas, dopo trentasette vittorie. Tyson ha rivelato nella sua autobiografia quali furono le cause della sconfitta. “Non volevo combattere. Tutto ciò che mi interessava era fare festa e fare sesso con donne” ha spiegato nella sua autobiografia. "In quei giorni in Giappone ho fatto sesso con le cameriere e ho incontrato una giovane donna giapponese con cui avevo fatto sesso. Quando mia moglie andava a fare la spesa, io andavo nella stanza di questa ragazza. È così che mi sono allenato per il combattimento. Il giorno prima ero con due cameriere contemporaneamente. E poi con altre due ragazze” ha raccontato Tyson.

Da gazzetta.it il 18 Novembre 2021. Iron Mike non finisce mai di stupire. Dalla tigre del Bengala da cui ha dovuto separarsi due anni fa dopo che la belva aveva staccato un braccio a una donna (risarcita con 250.000 euro), al rospo del deserto del Sonora. Che non tiene in casa come animale domestico, ma il cui veleno l’ex pugile utilizza per sballarsi e che, secondo quanto ha detto in una conferenza a Miami, gli ha cambiato la vita.  “Ho ingerito il veleno di questo rospo per ben 53 volte - ha raccontato l’ex iridato dei massimi al New York Post - Ma nulla si è avvicinato all’esperienza del mio primo ‘trip’. Quella prima volta sono ‘morto’. L’ho fatto come sfida. Mi facevo di droghe pesanti come la cocaina, quindi perché no? È un’altra dimensione. Prima di farmi col rospo, ero un relitto. L’avversario più duro che abbia mai affrontato era me stesso. Avevo una bassa autostima. Alle persone con un grande ego capita spesso. Il rospo spoglia l’ego”.  Il “Sonoran Desert Toad” trascorre sette mesi all’anno vivendo sottoterra, ma il suo veleno può essere fumato per ottenere effetti psichedelici. Secondo il New York Post, Tyson ha un vivaio di rospi del deserto di Sonora nel suo ranch nel Sud della California. L’ex campione mondiale indiscusso dei pesi massimi ha dichiarato di aver scoperto il tradizionale rituale di guarigione quattro anni fa, di aver perso 45 kg, di essersi riappacificato con la sua famiglia e di aver ricominciato a boxare. “La gente vede quanto sono cambiato - ha detto - . La mia mente non è abbastanza sofisticata per capire cosa è successo, ma la mia vita è drasticamente migliorata. L’intero scopo del rospo è quello di farti raggiungere il massimo potenziale. Guardo il mondo in modo diverso. Siamo tutti uguali. Tutto è amore”. Se lo dice lui...  

Tommaso Lorenzini per "Libero quotidiano" il 9 febbraio 2021. Lo sport è un mondo per vecchi. Domanda o affermazione, a voi la scelta eppure, mentre sono i giovanissimi a trainare la parte mediatica/economica/emozionale grazie all'approccio da nativi digitali e alla presa del potere dei social, i grandi totem sono sempre più indispensabili, spiegando che se si unisce la classe e la testa al metodo di allenarsi, i limiti esistono solo per gli altri. Del resto, provateci voi a convincere a smettere Tom Brady (non ce l'ha fatta la moglie, la top model Gisele Bundchen), che a 43 anni stabilisce il record di sette Super Bowl vinti con la promessa che altri due annetti vuole farseli, per la "gioia" di Pat Mahomes, 25 anni, campione uscente e suo erede designato, quarterback dei Chiefs demoliti 31-9. «Dormo 9 ore a notte e tengo la "mente sana"», confessa Tom che, a inizio 2020, dopo 19 anni, ha lasciato i New England Patriots che non credevano più in lui (e non sono arrivati neanche ai playoff), ha accettato il biennale di Tampa Bay da 24 milioni di euro all'anno, ha convinto a rientrare dal ritiro l'amico ed ex tight end dei Patriots, Rob Gronkowski (perché il grande vecchio è uno che sa di quali persone deve circondarsi) facendogli segnare due touchdown nel Super Bowl, e ha portato la franchigia della Florida al secondo trionfo nel football Usa dopo 19 anni dal primo. Lo scorso aprile, Jane Castor, il sindaco di Tampa, aveva scritto una lettera aperta a Brady, cacciato da un parco pubblico dove si stava allenando in spregio alle restrizioni del Covid: «Tom, è Tampa Bay. Non è Tampa Brady. Vinci un Super Bowl per noi e discuteremo assieme di cambiarne il nome». Ecco, non stupitevi se finiremo con Tompa Bay... Altro fenomeno irriducibile è LeBron James che a 36 anni - è in Nba dal 2003 - e quattro anelli vinti continua a massacrare i ragazzini sui parquet spostando l'asticella sempre un po' più in là. Come nel fresco 114-93 dei suoi Lakers sui Denver Nuggets grazie a due triple infilate nel secondo supplementare, chiudendo con 33 punti e 11 assist e la forza per prendersi in giro (e umiliare i rivali): «Ho 36 anni, il mio cuore non regge più due supplementari. Ora però devo andare perché ho una bottiglia di vino che mi aspetta a casa». Ma il totem che deve sempre restare al centro del villaggio non è esclusiva dello sport Usa, bensì religione pagana praticata a ogni latitudine. Prendete Lewis Hamilton: a 36 anni rinnova con la Mercedes per il 2021 con un'opzione per il 2022, guadagnerà 40 milioni all'anno, vuole superare i 100 Gp vinti (è a 95) e conquistare l'ottavo Mondiale (è a 7, come Schumi), record di ogni tempo. Nota bene; potrà scegliersi lui il compagno di box. Sempre in F1, la Renault riparte da Fernando Alonso, classe '81, pilota pazzesco ma fermo da fine 2018, e l'Alfa Romeo non ci pensa neanche a far scendere Kimi Raikkonen, classe '79, ultimo a portare il titolo piloti in Ferrari (2007). Il Motomondiale non è da meno, dato che fa di tutto per non perdere Valentino Rossi, pronto a disputare la stagione numero 26 in sella alla Yamaha Petronas: moto clienti, ma quasi ufficiale. La galleria delle "pantere grigie" abbraccia dunque ogni sport. Come dimenticare Dino Zoff, vincitore di un Mondiale a 42 anni (e pensare che in Argentina '78 gli avevano dato del "cieco" per i gol presi da fuori area), e Gigi Buffon, che a 43 primavere si è ritagliato il suo posto nella Juve come riserva e sta per rinnovare di un altro anno (lo stesso farà il 39enne Zlatan Ibrahimovic col Milan, dopo aver raggiunto i 501 gol segnati con squadre di club). O Carl Lewis, oro olimpico nel lungo per la quarta volta a 35 anni (Atlanta 96), età da pensionati per l'atletica. O anche l'inglese Stanley Matthews, primo Pallone d'Oro, che giocò ai massimi livelli con lo Stoke City fino a 50 anni. Era vegetariano ed astemio, l'avreste mai detto di un inglese?

Da corriere.it il 28 febbraio 2021. LeBron James contro Zlatan Ibrahimovic. Argomento della polemica fra le due stelle che fra il marzo 2018 e il novembre 2019 hanno anche condiviso il cielo sportivo di Los Angeles (uno coi Lakers nel basket, l’altro coi Galaxy nel calcio): l’impegno politico e sociale. L’attaccante del Milan in una recente intervista per la Uefa a Discovery + in Svezia aveva infatti detto: «LeBron è fenomenale in quello che sta facendo, ma non mi piace quando le persone che hanno una sorta di status fanno politica». Nella notte di venerdì 26 febbraio, dopo la vittoria su Portland, la stella dei Los Angeles Lakers ha risposto chiaro e tondo a Ibra: «Sono il tipo sbagliato da criticare». E ha argomentato così.

«Anche Ibra ha fatto politica». «Divertente che queste parole vengano da lui, perché nel 2018 in Svezia ha fatto le stesse cose», ha spiegato LeBron, chiaramente documentatosi sulla biografia di Zlatan, per poi continuare: «Non era stato lui, quando era tornato in Svezia, a dire che sentiva un certo tipo di razzismo in campo solo perché il suo cognome era diverso da quello degli altri? Era lui, giusto?». Il riferimento è al 2018 quando Ibra aveva accusato la stampa svedese di non risparmiargli critiche piene di pregiudizi: «È razzismo sistematico, non diretto ma sistematico — aveva detto allora l’attaccante del Milan —. Se possono scegliere tra difendermi e attaccarmi, scelgono di attaccarmi. Lo fanno perché mi chiamo Ibrahimovic e non Andersson o Svensson. Se mi chiamassi Andersson o Svensson, credetemi, mi difenderebbero a prescindere, anche se rapinassi una banca. Mi difenderebbero e basta, perché quello che ho fatto io non l’ha mai fatto nessuno».

Responsabilità. Ora che Zlatan dice alla tv svedese cose come «Non faccio politica ... Questo è il primo errore che le persone fanno quando diventano famose. Stanne fuori. Fai solo quello che sai fare meglio», LeBron rilancia, attaccando la teoria zlataniana del “disimpegno”: «Sono la persona sbagliata da criticare perché parla di politica senza saperne niente. Io mi preparo prima di parlare, i miei commenti arrivano da una mente molto educata». E aggiunge: «Non c’è modo che io stia zitto, che mi limiti allo sport: capisco quanto sia potente la mia voce e quanto io possa aiutare a combattere le ingiustizie, quelle che vedo nella mia comunità. Ho i 300 ragazzi della mia scuola di Akron a cui pensare, che vedono ingiustizie ogni giorno. Hanno bisogno di una voce, e io voglio essere la loro voce».

Cambiare le cose. LeBron, che spesso si è definito «More than an athlete», più che un atleta, cita anche Renee Montgomery, l’ex stella Wnba da ieri una dei tre proprietari delle Atlanta Dream. La squadra era di proprietà di una candidata repubblicana per il Senato Usa che aveva criticato le giocatrici per il loro impegno sociale. Le giocatrici da quel momento hanno abbracciato e sponsorizzato il candidato avversario: era nettamente indietro nei sondaggi quando l’hanno fatto, ha finito per vincere le elezioni. «Chiedete a lei cosa sarebbe successo se fossi stato zitto», ha concluso LeBron.

Salvatore Riggio per corriere.it il 5 marzo 2021. Archiviato il pareggio di San Siro contro l’Udinese (con il rigore trasformato da Kessie al 97’), al quale Ibrahimovic ha assistito dalla tribuna perché infortunato, lo svedese è ancora atteso al Festival di Sanremo. Ieri, mercoledì 3 marzo, per pochi minuti si è collegato in video e dopo le battute con Amadeus ha voluto ricordare Davide Astori, il capitano della Fiorentina (all’epoca allenata proprio da Stefano Pioli) morto il 4 marzo 2018 a Udine poche ore prima del match tra i viola e i friulani. Tutti conoscono il carattere, l’irruenza e la professionalità di Ibrahimovic, ma pochi la compagna, Helena Seger. Ex modella svedese dal carattere combattivo (sì, anche lei), che ha 11 anni in più dell’attaccante del Milan.

Zlatan Ibrahimović. Dagospia il 15 dicembre 2021. COME MAI IBRA E’ STATO RICEVUTO CON GLI ONORI DI UN CAPO DI STATO IN VATICANO? DIETRO LA VISITA DI ZLATAN C’E’ LA MANINA DI DON MARCO POZZA, CAPPELLANO DEL CARCERE DI PADOVA E MARATONETA CHE SCRIVE SULLA GAZZETTA ED E’ VICINISSIMO A BERGOGLIO. ZLATAN HA REGALATO AL PONTEFICE IL SUO LIBRO "ADRENALINA" EDITO DA CAIRO…

Da “Libero quotidiano” il 15 dicembre 2021. Un incontro cordiale e uno scambio di regali: Zlatan Ibrahimovic è stato ricevuto in Vaticano dal Papa e si è intrattenuto in una breve conversazione. Lo svedese del Milan ha regalato a Bergoglio la sua biografia appena uscita, "Adrenalina": «Ci tenevo a dargliela personalmente», ha esclamato Zlatan, con il Papa che ha apprezzato: «Lo leggerò volentieri». E ha ricambiato consegnando a Ibra "Lo sport secondo Papa Francesco". Sul fatto che Ibra più volte si sia paragonato a dio, non sappiamo se ci sia stato un confronto...

Da gazzetta.it il 14 dicembre 2021. Un incontro cordiale, con tante foto, sorrisi e uno scambio di regali pre-natalizio: Zlatan Ibrahimovic è stato ricevuto in Vaticano dal Papa e si è intrattenuto in una breve conversazione con lui. Emozionato, il fuoriclasse svedese è stato il primo a rompere il ghiaccio, rispondendo al Pontefice che lo ringraziava della visita: "Ho portato qualcosa per lei e ci tenevo a dargliela personalmente". Poi ha preso "Adrenalina", scritto col nostro Luigi Garlando, il libro che racconta i suoi primi 40 anni, e l'ha posto nelle mani di Jorge Bergoglio: "Questa è una parte della mia storia, contiene la descrizione della mia vita e un piccolo messaggio". Zlatan Ibrahimovic è stato ricevuto in Vaticano per un incontro con il Pontefice a cui ha donato una maglia rossonera, insieme al nuovo libro "Adrenalina". Bergoglio ha apprezzato: "Lo leggerò volentieri, lo sport è un messaggio di umanità e grandezza". Il Papa ha apprezzato: "Lo leggerò volentieri". E ha ricambiato consegnando a Ibrahimovic il testo "Lo sport secondo Papa Francesco", ricordando che "lo sport è un messaggio di umanità e grandezza". Zlatan ha voluto aggiungere un ulteriore omaggio, la sua maglia rossonera numero 11: "Le piace il Milan? Io con questa faccio un po' di magie in campo...". Sorridendo, Bergoglio ha ringraziato per un regalo "così personale", prima delle foto di rito e dei saluti che hanno concluso l'udienza.

Da Corriere.tv il 13 dicembre 2021. "Sei stato e sei ancora un grande campione, ti vogliamo tanto bene", così l'ex presidente del Milan, Silvio Berlusconi, in collegamento telefonico con la Triennale di Milano, durante la presentazione del libro di Zlatan Ibrahimovic "Adrenalina". "Ha una media di 0,6 gol a partita in carriera, una media straordinaria" ha aggiunto Berlusconi. "Il primo gol risale al 30 ottobre 1999, l'ultimo a ieri con l'Udinese. Un gol che solo Ibrahimovic poteva segnare. In questo libro si ritrovano i suoi valori e le regole che si è dato. Mi ricordo con commozione di quando indossò la maglia del Milan la prima volta. Sento di avere con lui un rapporto di affetto. Seguendo sempre le regole che si è dato riuscirà a raggiungere tutti i traguardi che si porrà", ha dichiarato Silvio Berlusconi.

DA milannews.it il 13 dicembre 2021. Adriano Galliani, ex AD del Milan e oggi al Monza, ha presenziato all'evento di presentazione del nuovo libro di Zlatan Ibrahimovic. Queste le sue dichiarazioni a margine dell'evento ai microfoni di Sky Sport: L’accoglienza dei tifosi: “Devo ringraziare molto i nostri tifosi, 31 anni di Milan non si possono dimenticare. Ieri sera ho esultato con Berlusconi al gol di Ibra contro l’Udinese”. 

Cos’ha di speciale Ibra? 

“Ha una forza mentale che non ho mai visto in nessun Pallone d’Oro. Abbiamo avuto giocatori incredibili, formidabili, ma Ibra è qualcosa di straordinario. È così bravo che la sua forza mentale la trasmette agli altri. Se un compagno non si allena bene lo appende al muro, gliel’ho visto fare veramente. Zlatan è una forza della natura. Van Basten è stato inarrivabile, è stato ai livelli dei più grandi, ma non aveva questa forza mentale di Ibra. Questa è la sua qualità che a 40 lo porta a fare quel gol di ieri sera e ad aver segnato 300 gol in Europa. È una forza della natura”.

Qual è stato il più grave errore del calcio Italiano? Come aumentare i ricavi della Serie A? 

“È un discorso lungo, i diritti tv hanno modificato le gerarchie del calcio mondiale. Negli anni 60 c’erano solo i ricavi da stadio. Sarebbe un discorso che meriterebbe tanto tempo, purtroppo anche per motivi di lingua, l’inglese è la lingua del mondo e si guarda ovunque la Premier League. Le 20 squadre inglesi fatturano più di tre volte delle 20 squadre italiane, la Serie A non è più un campionato d’arrivo ma di passaggio. Gli stadi italiani sono i più brutti d’Europa, ma non voglio tediarvi con questi discorsi. Dobbiamo cercare di diminuire il gap con le squadre inglesi e quelle spagnole”.

Il Monza ha le stesse ambizioni di Ibra? “Ibra sapevamo che fosse impossibile ma abbiamo avuto il coraggio di corteggiarlo quest’estate (ride, ndr)”.

Da gazzetta.it il 13 dicembre 2021. L’infanzia un po’ border line e la voglia di emergere. E poi il calcio, la sua grande catarsi. Amici e nemici. Le imprese, le battaglie, l’ansia e la paura di un uomo di 40 anni. Zlatan Ibrahimovic si racconta come mai prima in “Adrenalina: My untold stories”, il libro scritto con Luigi Garlando per Cairo Editore. Un Ibra inedito, in cui il calcio è lo sfondo per raccontare un uomo molto particolare. Se n'è parlato oggi alla Triennale di Milano, nella presentazione del libro scritto con Luigi Garlando. Presentatore d'eccezione Amadeus. Con Zlatan, ovviamente, e tanti personaggi che hanno accompagnato la sua grande carriera.

E Zlatan si presenta così: “In questo libro racconto chi sono. Sono sempre rimasto me stesso, nelle vittorie e nelle difficoltà. Per questo a 40 anni sono ancora qua”. Luigi Garlando, che ne ha raccolto le confidenze, spiega: “Mi ha colpito il suo grande spessore umano, le sue fragilità, le paure di un uomo di 40 anni”. 

“Sto comunque dimostrando di riuscire a fare ancora la differenza - dice Ibra -. La mia mentalità è: perché essere normali se puoi essere migliore? Le paure ci sono, per me il calcio è tutto, quindi é ovvio che pensare al dopo non ci penso. La mia adrenalina è andare sempre oltre: adesso è lo scudetto del Milan”.

CAPELLO—   Fabio Capello: “Lui giocava per fare i numeri, colpi di tacco, tecnica incredibile, ma non faceva gol. Io gli dissi che servivano quelli. E li fece. Quando ero alla Juve lo andai a vedere a Berlino, giocò il secondo tempo e dissi di prenderlo subito”. “Un lavoratore incredibile - continua Capello -, si fermava dopo gli allenamenti per migliorare i dettagli: tiro, colpo di testa e altro. Aveva una concorrenza incredibile, ma pure la voglia di emergere. E dopo ha fatto cose straordinarie”.

GALLIANI—   Adriano Galliani: “Sarebbe dovuto arrivare da noi nel 2006. Braida va a trovarlo due, tre volte a Madonna di Campiglio, avevamo trovato l'accordo con Raiola. Ma il Milan non sapeva se sarebbe andato o no in Champions, che poi avremmo vinto. Zlatan è andato all'Inter. Altrimenti sarebbe arrivato prima da noi. Quando è arrivato lui, quattro anni dopo, siamo tornati a vincere il campionato. Con lui sei sicuro di conquistare lo scudetto". L'ex a.d. del Milan ricorda anche il primo giorno. "Andammo a cena a Barcellona. Non mi funzionava la carta di credito, fu Zlatan a offrire per tutti. Ma gli dissi: stai sereno che con Berlusconi avrai tutti gli stipendi".

BERLUSCONI—   Silvio Berlusconi: “Il libro dimostra che Zlatan non è solo un campione dello sport ma un campione della vita. Ha una media di 0,6 gol a partita in carriera, una media straordinaria. Il primo gol risale al 30 ottobre 1999, l'ultimo a ieri con l'Udinese. L'ho visto, è stato un gol che solo Ibrahimovic poteva segnare. In questo libro si ritrovano i suoi valori e le regole che si è dato. Mi ricordo con commozione di quando indossò la maglia del Milan la prima volta. Sento di avere con lui un rapporto di affetto, l'ho rivisto in estate in Sardegna, non è pago di tutto quello che ha fatto finora, ha nuovi interessanti progetti che sono certo riuscirà a concretizzare. Seguendo sempre le regole che si è dato, riuscirà a raggiungere tutti i traguardi che si porrà". 

CAIRO—   Urbano Cairo, presidente di Rcs ed editore del libro: "Un libro speciale, che mostra anche quello che ha fatto prima di diventare un campione del calcio. Anche dal film Zlatan, che ho guardato di recente, si vede quante prove, quanti ostacoli ha dovuto superare. È una vita bellissima la sua, in cui è riuscito a canalizzare tutte le energie per ottenere risultati, partendo da livelli molto bassi".

Poi, rivolgendosi all'attaccante del Milan: "Mi rivedo molto in te, sento uno speciale trasporto. Non ti chiedo di venire al Torino, almeno non subito, magari tra un anno... La verità è che Zlatan piace a tutti, alle donne, agli uomini, ai bambini, ai milanisti ma anche ai non milanisti. La gente capisce che è un uomo vero. È diventato qualcosa di più di un calciatore, qualcosa di unico".

Claudio De Carli per “il Giornale” il 13 dicembre 2021. Ibrahimovic alla Juventus 2004/06: «Scordatevelo, io in serie B non ci vengo». All'Inter 2006/09: «L'ho fatto solo per me perché voglio vincere». Al Barcellona 2009/10: «Sono qui per fare la storia di questo club». Al Milan 2010/12: «Vinciamo tutto». Al Psg 2012/16: «Sono felice, un sogno che si avvera». Al Manchester United 2016/18: «Vinco la Premier e poi smetto». Ai LA Galaxy 2018/19: «La mia età? Sono vecchio, morirò giovane». Al Milan 2020: «Lo scudetto? Lo vince la squadra dove gioco io». Adrenalina Zlatan. Sabato sera un tiro, un gol, il suo. Con Cristiano Ronaldo e Lionel Messi adesso è nel ristrettissimo club dei fenomeni con almeno 300 reti realizzate nei cinque maggiori campionati europei, e ieri pomeriggio era qui alla Triennale di Milano, puntuale come sempre, a parlare della sua indicibile storia, così come l'ha definita nella sua autobiografia. Un altro Ibra, diverso dallo spaccareti che si conosce sul campo, educato, rispettoso, quasi imbarazzato quando in video la voce sul maxischermo di Silvio Berlusconi lo ha elogiato: «Campione dello sport e della vita che mi fa ancora emozionare, ti voglio bene, Zlatan». Sul palco Fabio Capello e un piccolo segreto svelato: «L'ho preso in disparte - ha raccontato don Fabio - e gli ho detto che era bravo ma ora basta con questi colpi di tacco, finte, dribbling, giocava per lo spettacolo e invece doveva stare davanti e fare gol: per me, alto com' è, non sapeva neppure colpire di testa». Zlatan ascolta a testa china, parole di un tecnico che il rispetto non l'ha mai chiesto, se lo è sempre preso. Zlatan ha imparato, dietro un'infanzia border line un ragazzo che non ha mai smesso di andare avanti, segna, fa vincere ma è la sua forza mentale che straborda: «Sono sempre rimasto me stesso per questo sono ancora qui a 40 anni. Paura, si, paura di smettere perchè non so cosa mi succederà dopo. L'adrenalina per me e tutto». Lo Zlatan diverso e uno che ha deciso di farsi voler bene da tutti, anche dai non milanisti. C'era anche Galliani, ovazione, ha raccontato, ha svelato, tutto su queste pagine che si leggono d un fiato La sua precedente autobiografia Io Ibra, è stata un grande successo commerciale, mezzo milione di copie in Svezia e oltre 200.000 in Italia, questa seconda e già in cima alle vendite, Urbano Cairo, presente e editore di questa, finge scaramanticamente di non saperlo.

Carlos Passerini per il “Corriere della Sera” il 13 dicembre 2021. C'è un momento, un momento preciso, in cui il teatro della Triennale diventa la curva Sud di San Siro. Succede quando Zlatan Ibrahimovic risponde così ad Amadeus che gli chiede cos' è che ogni giorno lo spinge a dare di più, a correre di più, a segnare di più: «La mia adrenalina è lo scudetto». Un boato scuote il teatro, con i tifosi milanisti che per un istante scordano perfino il brutto pareggio di Udine della sera prima, costato ai rossoneri il primo posto in classifica. «Ma la strada è lunga e noi ci crediamo, possiamo vincerlo, ne sono sicuro» rincara la dose il fuoriclasse svedese. Uno show nello show, quello andato in scena ieri nel museo in centro a Milano, a due passi dal Castello Sforzesco. Occasione, la presentazione di «Adrenalina - My untold stories» , la biografia del campione di Malmoe scritta con Luigi Garlando della Gazzetta dello Sport e pubblicata da Cairo Editore. «Un libro speciale, che racconta la sua vita bellissima, in cui è riuscito a canalizzare tutte le energie per ottenere risultati partendo dal basso» l'ha definito Urbano Cairo, presidente di Rcs. «Grazie per questa opportunità, presidente» gli ha replicato Zlatan. Divertente il siparietto che ne è seguito: «Se l'anno prossimo vuoi venire al Toro» ha buttato lì il patron granata, che poi ha aggiunto: «La verità è che Zlatan piace a tutti, alle donne, agli uomini, ai bambini, ai milanisti ma anche ai non milanisti. La gente capisce che è un uomo vero. È diventato qualcosa di più di un calciatore, qualcosa di unico».

Verissimo: campo o palco, ormai per Ibra non fa più differenza. A nemmeno ventiquattr' ore ore dal suo gol numero 300 nei primi cinque campionati europei, la magnifica mezza rovesciata che ha consentito al Milan di evitare la sconfitta al Friuli al 92', il campione eterno ha incantato il pubblico della Triennale a colpi di battute da navigato showman quale ormai è.

Ne abbiamo selezionate tre. La prima: «A quarant' anni faccio ancora la differenza, la classe non svanisce». La seconda: «Il Pallone d'oro non l'ho mai vinto, ma non mi serve per sapere di essere migliore di tutti». Infine la terza, la migliore: «Perché devi essere normale quando puoi essere il migliore?». 

Aneddoti, gag, cori: i posti in sala erano contati, ma l'effetto stadio non è mancato. «In questo libro racconto chi sono - ha detto l'attaccante parlando col giornalista di Sky Gianluca Di Marzio, curatore della collana -. Sono sempre rimasto me stesso, nelle vittorie e nelle difficoltà. Per questo a quarant' anni sono ancora qua. E vinco. Il tempo passa, ma sto comunque dimostrando di riuscire a fare ancora la differenza. Le paure ci sono. Ma la mia adrenalina è andare sempre oltre: adesso è lo scudetto del Milan». 

In platea, oltre al direttore del Corriere Luciano Fontana, al presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e al direttore Generale News Italy Rcs Alessandro Bompieri, c'erano personaggi che hanno accompagnato la carriera del calciatore: Fabio Capello che lo ebbe alla Juventus («Lui giocava per fare i numeri, ma non faceva gol. Io gli dissi che servivano quelli. E li fece»), Adriano Galliani che lo portò al Milan («Poteva arrivare da noi già nel 2006, non c'è nessuno che abbia la sua forza mentale»).

In videocollegamento è intervenuto Stefano Pioli («quando smetterà, Zlatan potrà diventare qualunque cosa lui voglia, non si deve porre limiti») mentre al telefono ha parlato l'ex presidente milanista Silvio Berlusconi, con un saluto accorato: «In questo libro si ritrovano i suoi valori e le regole che si è dato. Mi ricordo con commozione di quando indossò la maglia del Milan la prima volta. Sento di avere con lui un rapporto di affetto. Sei stato e sei ancora un grande campione, ti vogliamo tanto bene».

Da DEEJAY.IT il 10 dicembre 2021. Zlatan Ibrahimovic torna a raccontare la sua storia e a parlare di alcuni dettagli della sua straordinaria carriera. L’attaccante svedese, tornato in Italia per indossare di nuovo la maglia del Milan, è protagonista della Serie A nonostante la carta d’identità reciti 40 anni, età in cui molti dei suoi rivali hanno già da qualche anno terminato la carriera. Questa mattina Zlatan Ibrahimovic è stato ospite di Deejay Chiama Italia, il programma in onda su Radio DEEJAY ogni mattina feriale dalle 10 alle 12. Il bomber, con la sua ormai proverbiale sincerità, ha risposto alle domande dei conduttori Linus e Nicola Savino, presentando il suo nuovo libro Adrenalina. Un’occasione anche per ribadire il proprio amore per l’Italia e il suo rapporto stretto con il nostro Paese: L’Italia è il paese che mi ha aperto le porte nel mondo del calcio e mi ha fatto diventare chi sono oggi. Le sono molto riconoscente. Con tutto il rispetto per l’Olanda, tutto è iniziato qui. Secondo me l’Olanda è una scuola di talenti, che ti porta poi negli Stati top. Ho sempre detto che l’Italia per me è una seconda casa. Durante la sua presenza in radio, Zlatan Ibrahimovic ha anche confermato il retroscena svelato nel suo nuovo libro, ovvero la concreta possibilità di vederlo giocare con la maglia del Napoli. Lo svedese infatti aveva pensato alla squadra campana per il suo grande ritorno in Italia dopo l’esperienza con i Los Angeles Galaxy, ma una decisione di De Laurentiis ha cambiato i suoi piani: Ero in America e Mino mi diceva di tornare a giocare in Europa, in Italia, che è la mia seconda casa. In quel momento c’era il documentario di Maradona, ho visto le immagini dei tifosi del Napoli in città quando ha vinto. A quest’età mi serve l’adrenalina per andare avanti. Ho parlato con il Napoli, Mino aveva già fatto tutto. Il giorno in cui avrei dovuto firmare De Laurentiis ha mandato via Ancelotti. Io parlavo tanto con lui, mi diceva com’era la città, come mi vedeva in campo. Quando De Laurentiis lo ha mandato via, mi ha dato un senso di insicurezza. Da lì mi ho preso un’altra strada.

Tra l’altro, la nuova esperienza di Ibra nel campionato italiano sarebbe dovuta durare giusto qualche mese, da gennaio a giugno 2020: Non è facile essere qui da solo, senza la mia famiglia, a cui sono molto legato. Avrei dovuto fare quattro mesi a Napoli e vincere lo scudetto, poi tornare in Svezia. Invece con il Milan è andata bene, ho rinnovato il contratto. Ho fatto un po’ l’egoista, non ho parlato con lei. Ho un po’ questa paura: ogni volta in cui si avvicina il momento in cui devo ritirarmi prolungo il contratto.

In Adrenalina, come già avvenuto nel suo primo libro Io, Ibra, Zlatan racconta anche alcuni retroscena sulla sua esperienza, attuale e passata, sul Milan. Della rosa di oggi, in particolare, è stato difficile il suo rapporto con Rafael Leao: Leao non correva. Ho provato in tutti i modi, ma con lui non trovavo contatto mentalmente. Con ognuno avevo trovato un punto su cui spingere. Con lui però non riuscivo. Quest’anno lui nel precampionato ha fatto tutto da solo, è esploso ed è partito da solo.

Inoltre lo svedese ha confermato a Deejay Chiama Italia il retroscena della volta in cui ha messo Gennaro Gattuso a testa in giù in un bidone della spazzatura, quando i due erano compagni di squadra al Milan: La storia di Gattuso è vera, l’ho messo a testa in giù in un bidone della spazzatura. Gattuso è una grande persona, mi stimolava tanto. Ha una grande mentalità, mi caricava tanto. In campo dava sempre il 200%. E quella è anche la mia filosofia, perché come ti alleni è poi quando sei anche in campo. L’ho visto l’altro giorno al mio compleanno, mi mancava molto. 

Per sentire e vedere la parte dell’intervista di Ibrahimovic a Radio DEEJAY in cui parla del Milan e dell’Italia, clicca sul video qui sotto. Nonostante una carriera straordinaria, Zlatan Ibrahimovic non ha mai vinto il Pallone d’oro, il riconoscimento assegnato ogni anno al calciatore più forte: Perché non ho mai vinto il pallone d’oro? Non lo so, non dipende da me. Io gioco a calcio. Dipende da come gli altri vedono le cose. Ora ha vinto Messi il pallone d’oro e tanti dicono che lo avrebbe meritato Lewandowski. Non è una cosa che mi ferma. Certo, sarebbe stato bello vincere la Champions o il pallone d’oro, ma non cambia la mia carriera e la mia qualità individuale. Ho avuto la fortuna di giocare con grandi giocatori e grandi squadre. E poi qualcosa ho vinto… 

Nella sua vita da giramondo lo svedese ha vissuto anche l’esperienza americana, a Los Angeles, dove ha potuto avere una vita totalmente diversa da quella a cui era abituato: Il calcio americano è tanto marketing, non vogliono lavorare sul talento e sul creare un giocatore. Così è difficile crescere. Giocano a calcio adesso? Beh gliel’ho fatto vedere io in due anni come si gioca… Lì il calcio è uno sport secondario, non ero così famoso. Andavo in spiaggia a giocare e mi dicevano “Però, sei bravo”. E mi invitavano a giocare ogni domenica. Mi sentivo più uno tra tanti, potevo andare e sentirmi normale. Qua in Europa è un’altra storia.

L’attaccante ha poi svelato a Linus e Nicola Savino qualche piccola curiosità sulla sua vita privata, a cominciare dal rapporto complicato con il genere femminile: Da giovane ero molto timido con le ragazze. Avevo questo foglietto in cui mi ero scritto tutte le domande e le imparavo a memoria. Anche se parlavano di cose personali, io sapevo a memoria cosa chiedere. 

Con la moglie Helena Seger, invece, ha usato una strategia del tutto particolare: Lei ha dieci anni in più di me. Ci siamo conosciuti perché l’ho bloccata con la Ferrari. Ho parcheggiato in doppia fila davanti alla sua automobile. Poi quando le ho chiesto il numero, la prima volta in cui le ho scritto, invece di scrivere Ibrahimovic ho firmato il messaggio come “Ferrari rossa”. Però è andata bene, sono felice. Infine Zlatan Ibrahimovic ha voluto mandare un messaggio ai tifosi del Milan, dopo la recente eliminazione dalla Champions League, avvenuta con la sconfitta contro il Liverpool nell’ultima giornata dei gironi: Siamo delusi di essere usciti dalla Champions, mi dispiace tanto. Ma continuiamo a lottare per lo scudetto e faremo di tutto per vincerlo. Non molliamo, diventiamo più forti. Nel fallimento esiste il successo. Purtroppo siamo usciti dalla Champions, ma prenderemo esperienza per lottare per lo scudetto. 

Che tempo che fa, Zlatan Ibrahimovic: "Ogni mattina sento questi dolori, bisogna abituarsi", panico in studio. Libero Quotidiano il 05 dicembre 2021. "Ogni mattina sento questi dolori ma in testa ho degli obiettivi": Zlatan Ibrahimovic, ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa su Rai 3, ha parlato del suo nuovo libro, "Adrenalina", uscito nelle librerie pochi giorni fa. E proprio in questo libro, ha fatto notare il conduttore, l'attaccante del Milan ha scritto che a 40 anni si alza la mattina sempre con dolori. Pur confermando questo punto, Ibrahimovic ha precisato: "Bisogna abituarsi a soffrire e queste sofferenze le trasformo in energie". Parlando del titolo del libro, invece, il campione ha spiegato: "L'adrenalina mi fa stare a questi livelli, e senza adrenalina non sarei dove sono. L'adrenalina è la chiave di tutto. Prima ero più rock and roll e bello, adesso sono più maturo. Da bambino ero molto attivo. I miei genitori provavano a controllarmi ma non ci riuscivano". Questo, insomma, il motivo per cui alla fine è stato scelto proprio quel titolo per la pubblicazione. Infine sulla sua squadra, ha sottolineato che adesso "il Milan è tornato a un livello alto, dove dovrebbe essere". Quando poi Fazio gli ha chiesto se fosse scaramantico in merito alla partita di martedì prossimo col Liverpool, Ibra ha detto: "Non credo alla scaramanzia, sono più forte di queste cose. Questa è una partita importante e dobbiamo giocarla al meglio e vedere come va". E infine: "Oggi la tua Sampdoria - riferendosi a Fazio che tifa i blucerchiati - ha perso e io ti porto positività".

Da “La Stampa” il 2 dicembre 2021. Di questo passo Zlatan Ibrahimovic finirà per pubblicare più libri di Georges Simenon, bulimico fuoriclasse con la macchina da scrivere almeno quanto lo svedese lo è con il pallone. Il centravanti del Milan ha appena girato la boa dei 40 anni e la sua vita è sempre stata in copertina. Da un po' di anni ha riempito fior di pagine e quest' ultima fatica, posto che per lui lo sia stata, condivisa con Luigi Garlando (prima firma de La Gazzetta dello Sport) racconta molto di quello che ancora non si sapeva della sua interminabile carriera. Adrenalina è il titolo, le storie non raccontate il sotto titolo. Lui, come al solito, ci mette la faccia. E la sua visione del mondo.

Estratto da “Adrenalina”, di Zlatan Ibrahimovic (Cairo Editore), pubblicato da “La Stampa” il 2 dicembre 2021. Spesso mi chiedono: «Ma alla Juve non ti sei accorto che gli arbitri erano diventati improvvisamente più buoni?». Rispondo: «No, in campo mi accorgevo soltanto che eravamo i più forti. Vincevamo per questo». Ero ancora giovane, per me l'arbitro continuava a restare un nemico. Noi undici, loro dodici. Non riuscivo a sentirlo dalla mia parte. Al Festival di Sanremo mi hanno scritto qualche appunto per il mio discorso. Ero così concentrato che non mi sono reso conto dell'errore. Mi hanno fatto dire che ho vinto undici scudetti e invece ne ho vinti tredici. Uefa e Federcalcio non hanno contato i due tolti alla Juve in seguito allo scandalo di Calciopoli, ma io li considererò sempre vinti, al cento per cento. Me ne fossi accorto, avrei detto tredici e non undici. Quando entro allo Stadium di Torino e vedo il numero 38 accanto allo scudetto tricolore, io non penso a un errore, penso che quello sia il numero esatto e che quella sia la vera giustizia: noi abbiamo vinto quei due scudetti perché noi eravamo la migliore squadra d'Italia e poi ce li hanno tolti. Non so se sia stato manipolato in qualche modo il sistema e non mi interessa saperlo. Per scelta, ho deciso fin dall'inizio di non seguire l'inchiesta e le polemiche. Però so che nessuno ha manipolato le mie corse in campo, i miei gol, la mia fatica in allenamento, le mie ferite, i miei infortuni. E nessuno ha manipolato il sudore e il talento dei miei compagni. Dopo settanta-ottanta partite, vince solo chi è più forte: è la giustizia del campo quella che conta nello sport. Perciò continuerò a sentire miei i due scudetti che ci hanno tolto. Come è stato possibile darne uno dei due a qualcun altro? E come hanno fatto gli altri ad accettarlo? Se squalifichi quello che ha vinto e dai a me la sua medaglia, io non la voglio. Anzi, mi offendi se me la dai. Se io vado in giro con quella medaglia al collo e dico «Ho vinto!», è indegno.

Estratto da “Adrenalina”, di Zlatan Ibrahimovic (Cairo Editore), pubblicato da “La Stampa” il 2 dicembre 2021. All'inizio della carriera, la mia testa era come una bomba. Bastava una scossa per farla esplodere. I miei avversari lo capivano subito e cercavano di approfittarsene, provocandomi apposta. Anche alla Juventus, dopo aver fatto un tratto di carriera importante, mi capitava ancora di perdere il controllo. Una partita contro il Bayern Monaco, per esempio. Michael Ballack mi puntò dall'inizio: parole, insulti, falli con la palla lontana. Ci sono cascato. Due gialli e ciao. Poi sono cresciuto. Qualcuno mi ha consigliato: «Zlatan, cambia la direzione alla tua rabbia. Non puntarla contro l'avversario o contro l'arbitro, ma buttala nel gioco. Metti più rabbia nel tuo calcio e vedrai che così riuscirai a vendicarti di chi ti provoca, senza farti squalificare». Nel ghetto di Malmö, se qualcuno mi diceva qualcosa, io dovevo rispondere. Se incrociavo un tipo che mi chiedeva: «Cazzo guardi?», io ribattevo subito: «Cazzo guardi tu?». In strada, da noi, funzionava così. C'erano dei codici precisi da rispettare. E quei codici io li portavo in campo. Prima ci colpivamo con le parole, poi ci si avvicinava per vedere chi fosse più forte mentalmente e fisicamente. Ero giovane, reagivo d'istinto perché non avevo ancora autocontrollo, mentre i giocatori esperti lo facevano apposta per provocarmi. Come Sinisa Mihajlovic'in quell'Inter-Juventus. Mi insultò dal fischio d'inizio. A un certo punto gli ho tirato una testata che mi è costata una squalifica. Ci ero cascato un'altra volta. Mihajlovic non mi odiava, non aveva nulla di personale contro di me. Voleva solo procurare un vantaggio alla sua squadra e vincere la partita. Marco Materazzi invece era un caso diverso. Entrava per farti male. Al di là delle ragioni della partita, aveva una strategia personale per innervosire l'avversario. Quando uno non è abbastanza bravo nel gioco, ricorre a tutti i mezzi per imporsi. Era il suo stile. Ma se certe cose le fai a me, io non le dimentico, perché mi resta una cosa qui dentro, nel petto, che non passa. Ho aspettato cinque anni per riuscire a beccarlo. Juventus-Inter, 2 ottobre 2005. Materazzi portava quelle lenti a contatto speciali Nike, allora popolari, che alteravano il colore degli occhi. Ricordo due pupille rosse, da belva, che mi braccavano dappertutto. Riesce a prendermi bene, con un'entrata a due piedi, a forbice. Devo uscire dal campo per farmi medicare. Zoppico. Capello mi vuole sostituire, ma io gli dico: «No, mister. Ce la faccio». Rientro solo per cercarlo. A questo punto il calcio non c'entra più, per me la partita è già finita. Ma non riesco neppure a camminare per il dolore, Capello se ne accorge e mi fa uscire. Comincia l'attesa.

Da ilnapolista.it l'1 dicembre 2021. Sul Corriere della Sera una lunga intervista all’attaccante del Milan, Zlatan Ibrahimovic. Che conferma quanto scritto più volte dal Napolista (unico giornale a raccontarlo): era tutto fatto per il suo passaggio al Napoli, pronto l’accordo con il club. Poi venne esonerato De Laurentiis e saltò tutto. «Maradona è un mito. Vedendo un documentario su di lui avevo deciso di andare al Napoli, per fare come Diego: vincere lo scudetto. Ero stanco dell’America. Pensavo di smettere. Mino mi disse: sei matto, tu devi tornare in Italia. Con il Napoli era fatta, ma poi De Laurentiis cacciò Ancelotti. Allora chiesi a Mino: qual è la squadra messa peggio, che io posso cambiare? Rispose: ieri il Milan ha perso 5 a 0 a Bergamo. Allora è deciso, dissi: andiamo al Milan. È un club che conosco, una città che mi piace». Non solo, la Gazzetta dello Sport pubblica un estratto del libro di Ibrahimovic in cui lo svedese ribadisce quel che il Napolista ha sempre scritto e cioè Gattuso non lo volle perché non lo riteneva idoneo al suo 4-3-3. Qualche sera più tardi, sono a casa che sto guardando il documentario HBO su Diego Armando Maradona. A un certo punto passano le immagini di una vecchia partita del Napoli e inquadrano il pubblico del San Paolo. Lo stadio è pieno zeppo. Il regista stringe l’immagine sulla curva più calda, i ragazzi sono accalcati uno sull’altro, cantano, urlano, pestano dei tamburi, si percepisce un’elettricità incredibile. Mi raddrizzo sul divano, osservo con attenzione e sento che l’adrenalina comincia a pompare, qui, nelle vene del collo. Tum, tum, tum…

Telefono subito a Mino: «Chiama il Napoli. Vado al Napoli». 

«Il Napoli?»

«Sì, vado a giocare a Napoli.»

«Ma sei sicuro?» mi chiede lui, perplesso.

«Tu vuoi che io continui a giocare? La mia adrenalina sono i tifosi del Napoli. Vado là, a ogni partita porto allo stadio ottantamila persone e vinco lo scudetto come ai tempi di Diego. Con la vittoria del campionato italiano, li faccio impazzire tutti. Questa è la mia adrenalina.» 

Parliamo con il club, trattiamo e troviamo l’accordo. Tutto fatto. Sono del Napoli.

L’allenatore è Carlo Ancelotti, che conosco bene, siamo stati insieme a Parigi. È felicissimo di ritrovarmi, ci sentiamo quasi tutti i giorni. Mi spiega come intende farmi giocare.

Non ho parlato con il presidente, Aurelio De Laurentiis, ma lo conoscevo già.

 È successo qualche anno prima, mentre ero in vacanza a Los Angeles con la mia famiglia. De Laurentiis aveva saputo che alloggiavamo nello stesso hotel e ci aveva lasciato un biglietto alla reception: «Questa sera siete invitati al ristorante». Allegata una nota con l’indirizzo. Non sembrava un invito, maun ordine. «Andiamo» ha detto subito Helena. Abbiamo passato una serata molto piacevole. Individuo una casa a Posillipo che potrebbe fare al caso mio, ma, visto che devo restare solo sei mesi e tutti mi ripetono che la città è abbastanza caotica, sto valutando anche la possibilità di vivere in barca. Il giorno in cui devo firmare a Napoli, l’11 dicembre 2019, il presidente De Laurentiis caccia Ancelotti. A metà campionato. Ho una brutta sensazione. È un cattivo segnale. Io di questo presidente non posso fidarmi. Non può dare stabilità a me e alla squadra uno così. E poi so che Rino Gattuso, anche se è un amico, ha bisogno di un altro tipo di centravanti per il suo 4-3-3. Infatti, non si è fatto sentire. Salta tutto.

Zlatan Ibrahimovic: «La guerra, la morte di mio fratello, i furti da ragazzo: ho trasformato l’odio in un’arma». Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera l'1 dicembre 2021.

Zlatan Ibrahimovic si racconta: «Ero un bimbo diverso dagli altri, con le ragazze ero timidissimo, la prima volta a 17 anni. Non credo in Dio, solo in me stesso. A Sanremo con Amadeus è stato un trionfo, invece Fiorello parla troppo veloce...». Domani esce il suo nuovo libro «Adrenalina» 

Zlatan Ibrahimovic, lei in quale lingua pensa?

«Dipende. In campo, mai in svedese: è una lingua troppo gentile, e in campo serve cattiveria. Così penso in slavo. Qualche volta in inglese e in italiano. Però in famiglia facciamo cose svedesi».

Tipo?

«Ci togliamo le scarpe prima di entrare in casa, restiamo con le calze. Non abbiamo personale di servizio: c’è una signora per le pulizie, il resto lo facciamo tutto da noi». 

Ma si sente svedese?

«Sono svedese, ma sono anche un mix: mia madre è croata e cattolica, mio padre bosniaco e musulmano, ho vissuto la maggior parte della mia carriera in Italia...». 

Lei crede in Dio?

«No. Credo solo in me stesso».

La copertina di «Adrenalina. My untold stories», il libro di Zlatan Ibrahimovic scritto con Luigi Garlando (Cairo editore) 

Non crede neppure nell’Aldilà?

«No. La vita è questa. Quando sei morto, sei morto. Non so neppure se voglio un funerale o una tomba, un posto dove far soffrire chi mi ha voluto bene». 

È superstizioso?

«No. Non mi piace quando mi dicono “in bocca al lupo”. Non mi serve. Decido io come deve andare». 

Qual è il suo primo ricordo?

«La Jugoslavia. Mi portavano da piccolo, in macchina, in treno. C’era ancora il comunismo. Un altro mondo». 

Che bambino era?

«Un bambino che ha sempre sofferto. Appena nato, l’infermiera mi ha fatto cadere da un metro d’altezza. Io ho sofferto per tutta la vita. A scuola ero diverso: gli altri erano biondi con gli occhi chiari e il naso sottile, io scuro, bruno, con il naso grande. Parlavo in modo diverso da loro, mi muovevo in modo diverso da loro. I genitori dei miei compagni fecero una petizione per cacciarmi dalla squadra. Sono sempre stato odiato. E all’inizio reagivo male». 

Con le testate.

«Con l’isolamento. Poi ho imparato a trasformare la sofferenza, e pure l’odio, in forza. Benzina. Se sono felice, gioco bene. Ma se sono arrabbiato, ferito, sofferente, gioco meglio. Da uno stadio che mi ama, prendo energia. Ma da uno stadio che mi odia, ne prendo molta di più». 

Le gridano zingaro.

«L’ultima volta è successo a Roma. Per l’esultanza dopo un gol. Cinquantamila persone mi gridavano zingaro, e l’arbitro ha ammonito me». 

L’Italia è un Paese razzista?

«Il razzismo c’è dappertutto. Anche in Svezia». 

Con le ragazze com’era?

«Timidissimo. Al primo appuntamento mi ero scritto tutte le cose da dire; se la ragazza parlava d’altro, io le facevo lo stesso la domanda che mi ero segnato. Una figura penosa. Ho fatto tutto molto più tardi dei miei coetanei». 

A che età ha fatto l’amore per la prima volta?

«A diciassette anni. Perché a diciassette anni per la prima volta sono uscito dal ghetto di Malmoe e sono andato in centro. Solo allora ho scoperto le svedesi come voi le immaginate: bionde, libere. Nel ghetto le ragazze avevano i capelli corti e il velo». 

Lei sta da vent’anni con la stessa donna, Helena. Qual è il segreto?

«La pazienza. E l’equilibrio che lei mi ha dato. Helena ha dieci anni più di me, è sempre stata più matura. Poi sono arrivati Maximilian e Vincent». 

Qual è stato il gol che le ha dato più felicità?

«Forse la rovesciata da trenta metri, in Nazionale, contro l’Inghilterra. Gli inglesi mi hanno sempre disprezzato, dicevano che contro di loro non segnavo mai...». 

Se è per questo, lei quando era al Psg disse che la Francia è un Paese di merda.

«Marine Le Pen chiese la mia espulsione. Il giorno dopo temevo le reazioni per strada. Invece i francesi mi avvicinavano per congratularsi: Ibra hai ragione, è davvero un Paese di merda». 

È stato più felice per il gol agli inglesi o per la nascita di Maximilian e Vincent?

«Non c’è confronto. La nascita di un figlio è la cosa più importante che possa succederti. Una vita che nasce dalla tua. Ricordo quando arrivò Maxi: lo presi, me lo misi sul petto... Ricordo quando Vincent da Stoccolma mi disse: “Papà, mi manchi”. Una coltellata. Volevo mollare tutto, pure il Milan, e tornare da lui». 

È vero che i suoi figli odiavano il calcio?

«Li portavo a palleggiare: uno piangeva, l’altro guardava gli uccelli. Ora giocano a calcio tutti e due. Al provino sono andati con il nome della madre, Seger. Li hanno presi. Maxi ha scelto di chiamarsi Ibrahimovic. Vincent deve ancora decidere». 

Come ricorda la guerra in Jugoslavia?

«Mio padre ne soffriva tantissimo. Ogni giorno arrivava la notizia della morte di una persona che conosceva. Lui aiutava i rifugiati. Però cercava di tenermi al riparo. Ha sempre tentato di proteggermi. Quando morì sua sorella, in Svezia, non mi lasciò andare all’obitorio. Però, quando è morto mio fratello Sapko, di leucemia, io c’ero. E mio fratello mi ha aspettato, ha smesso di respirare davanti a me. L’abbiamo sepolto con il rito musulmano. Papà non ha messo una lacrima. Il giorno dopo è andato al cimitero e ha pianto dal mattino alla sera. Da solo». 

In «Adrenalina», il bellissimo libro che ha scritto con Luigi Garlando, lei racconta di quando fu sorpreso a rubare al centro commerciale.

«I miei compagni avevano i vestiti firmati; io la tuta della squadra. Non avevo calzini, solo i calzettoni da gioco, e mi prendevano in giro. Mi dovevo arrangiare. Quella volta mi beccarono. Ero con un amico nero. Telefonarono a suo padre. Il mio per fortuna non lo trovarono. Gli scrissero una lettera. Ogni giorno mi alzavo all’alba per controllare la cassetta della posta. La trovai prima di lui e la stracciai; altrimenti non sarei qui a raccontarlo. Sulla disciplina mio padre era severissimo». 

Lei è molto cambiato.

«Non avevo ragazze non soltanto perché ero timido, ma perché ero innamorato di me stesso. In partita cercavo il numero da circo, perché avevo un ego più grande di tutti gli svedesi messi assieme. Sono cambiato in Italia. Dissi a Helena: dai proviamo, vieni con me a Torino, vediamo se funziona. Ha funzionato». 

In partita chi l’ha cambiata?

«Capello mi ha insegnato a badare al gol. E mi ha massacrato, di continuo. Un uomo molto duro. Il primo giorno, dopo la conferenza stampa, i festeggiamenti e tutto, entro nello spogliatoio, lui sta leggendo la Gazzetta dello Sport, e io bello gasato gli faccio: “Buongiorno mister!”. Lui non posa il giornale. Resto un quarto d’ora lì, con la Rosea in faccia. Poi Capello si alza, chiude il Gazzettone, e se ne va, senza dirmi una parola. Come se non esistessi».

Lei nel libro parla bene di Moggi.

«Con me è stato il top». 

Ma a causa sua sono stati tolti due scudetti alla Juve.

«Quegli scudetti li abbiamo vinti, e nessuno ce li può togliere. Nessuno può cancellare il sudore, la fatica, la sofferenza, gli infortuni, i gol. Per questo, quando dicono che in carriera ho vinto undici scudetti, li correggo: sono tredici. Moggi era uno che incuteva soggezione, anche se non a me. Come Berlusconi». 

Di Berlusconi cosa pensa?

«Troppo simpatico. Una domenica sono in tribuna a San Siro, mi fa sedere accanto a lui. Poi mi fa: “Ibra, ti dispiace scalare di un posto? Sta venendo una persona molto importante”. Io scalo, scala anche Galliani. Penso che stia arrivando un politico. Invece arriva una donna bellissima, su tacchi impressionanti. Berlusconi mi strizza l’occhio: “Persona molto importante...”. E forse per lui lo era davvero». 

A Sanremo è stato un trionfo.

«Ero nervoso. Amadeus mi ha lasciato libero di essere me stesso. “Cosa devo fare?” gli ho chiesto. E lui: “Fai Zlatan. Guida tu, io ti seguo”». 

E Fiorello?

«Con Fiorello c’è stata meno chimica. Lui era il pilota numero 1, numero 2, numero 3; poi venivamo io e Ama. È bravo, ma parla troppo veloce, non capivo una parola». 

Lei ha cantato con Mihajlovic, a cui in campo diede una testata.

«Sinisa mi aveva provocato per tutto il match, dicendomi cose orribili in slavo, anzi serbo-croato, e io ci ero cascato. Adesso mi chiama bato: figlio mio. Quando si ammalò, della stessa malattia di mio fratello Sapko, stavo quasi per andare al Bologna. Per lui. Mihajlovic in campo era cattivo, come lo era Ballack, un altro provocatore di professione; ma lo faceva per dare un vantaggio ai suoi compagni. Non come Materazzi». 

Materazzi com’era?

«Entrava da dietro per fare male; e noi calciatori capiamo subito quando uno entra per fare male o semplicemente entra duro, come Chiellini, come Stam, come Maldini...». 

Paolo Maldini: grande persona, figura limpida dello sport italiano...

«Paolo Maldini era cattivissimo. Se voleva farti male sapeva come fare. Ma lo evitava, perché metteva la sua giusta cattiveria al servizio della squadra». 

Materazzi invece?

«Con lui avevo un conto aperto da anni. L’ho saldato in un derby. Quello entra a piedi levati, io salto, lo evito, e lo colpisco con una gomitata alla tempia. Pippo Inzaghi commentò: “Il più bel derby della mia vita: 1-0, gol di Ibra, Materazzi in ospedale”. Ovviamente stava scherzando». 

Nel libro lei dice di Inzaghi che pensava solo a segnare.

«E le pare poco? Pippo mi diceva: tu Ibra fai quello che vuoi, dribbla, svaria, crossa; io sto davanti alla porta. Il gol è l’unica cosa che sapeva fare. Come Trezeguet. Ma tra un attaccante da circo e uno che segna, scelgo il secondo». 

Con Lukaku cos’è successo?

«Derby di Coppa Italia. Lui litiga prima con Romagnoli, poi con Saelemaekers; io intervengo per difendere i compagni, e Lukaku mi attacca sul piano personale. Da restare choccati. Eppure eravamo stati compagni al Manchester». 

E lei gli aveva proposto una scommessa: 50 sterline per ogni stop sbagliato...

«Era un modo per farlo migliorare (Ibra ride). E comunque la scommessa lui non l’ha accettata. Lukaku ha un grande ego, è convinto di essere un fuoriclasse, ed è davvero forte. Ma io sono cresciuto nel ghetto di Malmoe, e quando qualcuno mi viene sotto a testa bassa, lo metto al suo posto. Così l’ho colpito nel suo punto debole: i rituali della mamma. E lui ha perso il controllo. Anche se mi è rimasto un dubbio atroce...». 

Quale?

«Quel derby l’abbiamo perso. Io sono stato espulso. Poi mi sono infortunato. Sono successe un sacco di cose storte. Vuoi vedere che il rito Lukaku me l’ha fatto davvero? Così ho chiesto agli amici credenti di pregare per me. Devo saldare il conto anche con lui. Spero di incontrarlo presto». 

Per strada?

«Ma no, sono cose che vanno risolte in campo. Io non odio nessuno, tanto meno Lukaku. L’odio è un sentimento impegnativo». 

Cosa pensa dell’inchiesta sulla Juventus?

«È solo agli inizi, è presto per giudicare. Posso dirle che io su tasse, bilanci, soldi sono attentissimo, pago bene le persone che se ne occupano». 

I procuratori non hanno troppo potere?

«No. I procuratori tutelano i calciatori». 

Mino Raiola, il suo procuratore, è molto discusso. Lei lo definisce «amico, fratello, padre».

«Le racconto un episodio. A Manchester mi rompo il ginocchio. Esco dal campo con le mie gambe, rifiuto gli antidolorifici, penso che non sia niente. Invece ho il crociato a pezzi, si sono staccati tendini, muscoli: un disastro. Mino comincia a ricevere le telefonate degli avvoltoi». 

Chi?

«Chirurghi, italiani e no, che mi vogliono operare. Studiamo la cosa e vediamo che il migliore al mondo è tale Freddie Fu, un dottore americano originario di Hong Kong, che lavora a Pittsburgh; ma per un appuntamento bisogna aspettare mesi. Pochi giorni dopo mi chiama Mino: “Ibra prepara le valigie, si parte per Pittsburgh”. Atterriamo alle 4 del mattino e andiamo subito in ospedale. Il leggendario professor Freddie Fu ci aspettava sotto l’ingresso con il suo staff. Alle 4 del mattino». 

Messi o Ronaldo?

«Fortissimi entrambi. Dico Messi anche perché abbiamo giocato insieme». 

Che rapporto avevate?

«Professionale. Leo vive per il calcio. Ma il Pallone d’oro quest’anno lo meritava Lewandowski». 

E con Guardiola?

«Non mi ha mai capito. Voleva programmare tutto quello che dovevo fare. Mi veniva un gesto d’istinto, ma poi pensavo a quello che voleva Guardiola, e cambiavo. Così pensavo doppio. Guardiola non ama i giocatori di personalità. Ero diventato un problema; e siccome non riusciva a risolverlo, l’ho risolto io, andandomene». 

Anche con Allegri vi siete scontrati, al Milan.

«Avevamo perso 3-0 con l’Arsenal, e lui era tutto contento. È vero che avevamo passato il turno, ma non c’era nulla da ridere, e gliel’ho fatto notare». 

E Allegri cosa le ha risposto?

«Tu Ibra pensa a te, che hai fatto cagare. Gli ho ribattuto che aveva fatto cagare lui: per paura si era portato due portieri in panchina... Allegri è bravissimo a gestire lo spogliatoio, ma doveva avere più coraggio: andare al Real Madrid, misurarsi con l’estero. Invece ha fatto la scelta comoda». 

Perché non saluta mai l’allenatore avversario prima della partita?

«Perché sono troppo concentrato. È vero, non lo faccio mai, neppure con Mourinho, che pure mi piace molto. Solo una volta ho abbracciato Mihajlovic, quando era malato». 

Chi è il calciatore più forte della storia?

«Ronaldo il Fenomeno. Da piccolo lo imitavo». 

E Maradona?

«Maradona è un mito. Vedendo un documentario su di lui avevo deciso di andare al Napoli, per fare come Diego: vincere lo scudetto». 

All’epoca lei era a Los Angeles.

«Ma ero stanco dell’America. Pensavo di smettere. Mino mi disse: sei matto, tu devi tornare in Italia. Con il Napoli era fatta; ma poi De Laurentiis cacciò Ancelotti. Allora chiesi a Mino: qual è la squadra messa peggio, che io posso cambiare? Rispose: ieri il Milan ha perso 5-0 a Bergamo. Allora è deciso, dissi: andiamo al Milan. È un club che conosco, una città che mi piace». 

E lei ha cambiato il Milan.

«All’inizio in allenamento non correva nessuno. Li ho affrontati uno per uno, e non in disparte, davanti agli altri: in allenamento bisogna ammazzarsi di lavoro. Se io corro, se io mi ammazzo, il mio compagno correrà e si ammazzerà per me. L’hanno capito tutti, tranne uno». 

Chi?

«Leao all’inizio non mi dava retta. Ci è arrivato per conto suo. Infatti è molto migliorato». 

Lei però scrive che non va a cena con i compagni di squadra. Perché?

«Li metterei in imbarazzo. Io sono un leader. Sarebbero a disagio. È un sacrificio che faccio per loro». 

È vero che ha consigliato a Mbappé di andare via dal Psg?

«È vero. Mbappé ha bisogno di un ambiente più strutturato, come quello del Real Madrid. Però poi ho detto al presidente del Psg di non venderlo». 

È stato giusto o sbagliato fischiare Donnarumma?

«Gigio è un grandissimo portiere. Se gli avessero dato quel che chiedeva, sarebbe rimasto al Milan. Ora deve fare casino per essere titolare nel Psg. Non esiste che i sudamericani impongano quell’altro. Gigio è più forte». 

Com’è stata la festa per i suoi 40 anni?

«Mi sono commosso. Non amo le feste a sorpresa, ma Helena l’ha organizzata lo stesso. Sono venute persone che non vedevo da tempo: Pogba, Verratti, Ambrosini, Abate, Cassano, Galliani, Moggi, Zambrotta, Dacourt, Oddo, Sirigu, Kulusevski... Anche gente che avevo trattato male in campo». 

Anche Gattuso?

«Certo. Con Rino ci caricavamo a vicenda. Lui mi chiamava “brutto slavo”, io lo infilavo a testa in giù nei bidoni della spazzatura».

Ibrahimovic, i tatuaggi più famosi: dalla tigre alla carpa, dall'uomo di Leonardo al giudizio di Dio (l'unico che Zlatan accetta)

Come si fa a giocare fino a 40 anni?

«Adeguando il gioco al tuo nuovo corpo. Imparando a calcolare il momento giusto. Dosando gli scatti. Facendo da sponda per gli altri». 

Non c’è nulla che le faccia paura?

«Il futuro un po’ mi preoccupa. Con i 40 anni è arrivata un po’ d’ansia». 

Farà l’allenatore?

«Non lo so, è così stressante... Farò qualcosa capace di darmi adrenalina. Ma finché reggo, faccio il centravanti. Voglio giocarmi lo scudetto fino all’ultima giornata. E andare al Mondiale in Qatar». 

Ibra, lei visto da vicino è un buono.

«La vedo delusa». 

Un po’.

«Sono buono perché da un’ora stiamo chiacchierando. Se lei fosse sul campo, la sbranerei». 

Ibrahimovic compie 40 anni: i gol, le risse, i tatuaggi, Sanremo. 10 momenti indimenticabili di Zlatan. Fiorenzo Radogna su Il Corriere della Sera il 2 ottobre 2021. Di lui negli occhi abbiamo le reti impossibili, i gesti atletici di chi la sa lunga (a partire dalle arti marziali), la personalità invasiva che abbatte e esalta chi ha davanti.

I suoi primi 40 anni. Tesi di un campione, anti-tesi dell’eroe modesto; nemesi del fuoriclasse moderno che tutti vorremmo essere: di una sincerità sopra le righe, ruvidamente efficace in ogni contesto. In campo, come davanti alle telecamere; nel chiuso di spogliatoi non sempre «canforati». Autoreferenziale quanto basta - «se nessuno ti loda per ciò che sei, fallo da solo...»-: lui è Zlatan Ibrahimović da Malmoe (classe 1981) che questo 3 ottobre shifta gli «enta» e prorompe negli «anta» (quaranta) - da par suo: in campo –; e che della Svezia natia ripropone il gelo di certi sguardi «assassini». Ma nelle vene ha sangue mediterraneo (un po’ bosniaco, un po’ croato) e nel talento con la palla molto della cultura (sportiva) slava. Mix «selvatico» di un uomo destinato da sempre a emergere. Di lui negli occhi abbiamo i gol, i gesti atletici disarticolati di chi la sa lunga (a partire dalle arti marziali), la personalità invasiva che abbatte ed esalta chi ha davanti (amico o nemico). Uomo che vince tanto (campionati nazionali «a nastro»), ma paga sempre qualcosa a livello internazionale (mai una Champions in bacheca) ma che comunque si ripropone in ogni nuova squadra sempre al massimo. Fra un colpo di tacco a prostrare un’Italia (calcistica) intera, spontanee generosità, «botte da orbi» fra colleghi, gesti e parole eclatanti. Dieci momenti dei suoi primi quarant’anni - «most schoking moments» - che lo raccontano...

Quel gol di tacco all’Italia. Emerso fra i Pro del Malmoe (1999-01; 47 gare, 18 reti), apprendista fuoriclasse nell’Ajax (2001-04; 110 gare, 48 reti) eccolo alla Juve pre-calciopoli (2004-06; 92 gare , 26 reti e 2 scudetti, poi revocati). Ma poco prima del bianconero l’Italia sembra accorgersi di lui per la prima volta solo nel giugno 2004. Come? Europei in Portogallo, Italia-Svezia dei gironi è sull’1-0 (l’ha «messa» Cassano), mancano 5’ alla fine: mischiotto in area con gli azzurri fermi, la palla spiove a Zlatan che in elevazione – ma di tacco – beffa Buffon in uscita: 1-1 e Italia eliminata dopo il «biscotto» scandinavo di Svezia-Danimarca. Quel ginocchio destro che, quasi disarticolato, indirizza la palla in rete sembra l’arto di un supereroe della Marvel. In nazionale svedese lo ricordiamo, per ora, 118 caps, 62 reti.

Lo scontro con Materazzi. La Juve va in B, Ibra sceglie l’Inter (88 presenze, 57 reti; tre scudetti di fila) a Parma nel 2008 l’ultima di A, gioca (dopo un mese e mezzo di assenza) e segna una doppietta (1-2) consegnando lo scudo ai nerazzurri di Mancini (che senza di lui erano stati avvicinati dalla Roma), poi nel 2009 se ne va al Barça (che lo paga Eto’o, più 49 milioni; 45 caps, 21 reti; una Liga vinta ). «Vincerò la Champions in azulgrana» dice e invece no: la vince l’Inter (che lo elimina pure: in semifinale). Dopo un anno passa al Milan (2010-12; 85 presenze ,56 reti e uno scudetto). Inevitabile il derby: nel primo Ibra segna su rigore e guarda la curva nerazzurra con aria di sfida, poi in campo si sfoga con l’ex compagno Matterazzi e lo manda in infermeria in uno scontro (fortuito?). I due si erano punzecchiati a distanza tutta la settimana...

Quella rissa con Onyewu. Nel Milan Ibra sta bene, Galliani lo coccola, lo spogliatoio lo apprezza (e lo teme). Non così tale Oguchi Onyewu (classe 1982; 193 cm per 91 kg), macchinoso difensore centrale statunitense (ora belga; 1 presenza in Europa League dal 2009 al 2011 in rossonero) che, provocato da Zlatan (195 cm per 95 kg), lo prende per il collo. Parte una rissa epica fra due «marcantoni» che vengono dalla strada (e conoscono bene le arti marziali). Il «match» va avanti almeno una decina di minuti. A un certo punto Allegri e compagni rinunciano a dividerli. E loro se le danno: Ibra rimedierà un paio di costole incrinate e varie tumefazioni (come lo statunitense che il gennaio successivo se ne va).

Gattuso e quel bidone di Milanello. Intenso e (reciprocamente) irriverente, fra i tanti, il rapporto con Gennaro Gattuso (classe 1978). Il mediano calabrese è fra i più apprezzati da Ibra, per cuore, coraggio, altruismo. Ma il rapporto – fra il serio e il faceto – è anche conflittuale. Rino non ha paura, entra duro e ha la lingua lunga. Ibra un giorno, provocato, (quasi seriamente) lo afferra, lo capovolge e lo mette a testa in giù, in un bidone di Milanello...

Quei tatuaggi a Parigi. Controvoglia – la Milano rossonera gli è sempre piaciuta -; passa al Psg (dal 2012 al 2016; 180 gare, 156 reti; quattro Ligue1 vinte). Lì s’impone come leader assoluto dello spogliatoio di una squadra che dipende dalle sue tantissime reti. Nel febbraio del 2015, alla sua ennesima rete, si leva la maglietta e svela una serie di tatuaggi sul torso e sul ventre. Sono nomi : «Ciascuno porta il nome di una persona reale che muore di fame nel mondo – spiega poi -. Anche se i tatuaggi spariscono, le persone rimangono. Ci sono 805 milioni di persone che muoiono di fame nel mondo. Voglio che i tifosi le vedano e le aiutino, anche attraverso di me, tramite il Programma alimentare mondiale». Tatuaggi rivelatori (anche della sua essenza).

La mano al bambino. Febbraio 2016, Ligue1 ,St-Étienne-Paris Saint Germain (0-2; due gol di Ibra). Prima dell’ingresso, nel tunnel i bambini accompagnano i calciatori in fila indiana e in un ordine preciso. Un signore è lì e scambia il bambino che deve tenere per mano il campione svedese con un altro (che forse era suo nipote). Ibra si accorge della «furbata» e rimette i due bimbi nell’ordine iniziale. Lo sguardo che manda all’anziano è quasi una fucilata. Poi, durante lo stretching, gesto affettuoso nei confronti del piccolo. Senso di giustizia.

L’infortunio al ginocchio. Via dalla Francia, Ibra va al Manchester (2016-18; 53 caps, 29 gol) alla ricerca della Champions che non arriva. Va bene fino al 20 aprile 2017: in una sfida contro l’Anderlecht, saltando nel tentativo di intercettare il pallone, ricade male. E il ginocchio destro si flette all’indietro: rottura dei legamenti. Finita qui (a 36 anni)? Per nulla «Ibra decide, quando Ibra smette» dirà. E infatti...Torna in Usa al Los Angeles Galaxy (dal 2016 al 2018; 58 gare, 53 gol): domina le aree di rigore, ma non vince nulla. Trionfa, invece, il suo ginocchio che verrà pure studiato dai medici di Pittsburg, quasi fosse «miracolato».

Il faccia a faccia con Lukaku. Dopo la «rieducazione» col «soccer» di nuovo Italia; ancora Milan dal gennaio 2020 (finora 48 presenze e 29 reti; schivata la proposta del Monza di Berlusconi e Galliani che lo avrebbero voluto al Monza in B). A fare da «chioccia» a una nidiata di talenti che potrebbero riportare i rossoneri ai vertici europei. Tanti gol (in rapporto alle presenze) e tanto aiuto a Stefano Pioli, con qualche «emozione» in linea col personaggio: gennaio scorso, nel derby di Coppa Italia Inter-Milan, Romelu Lukaku e Zlatan Ibrahimovic (ex compagni al Man United) si scontrano in occasione di un calcio di punizione per i nerazzurri. Il testa a testa che ne emerge, solletica la fantasia «da Colosseo» di milioni di calciofili nel mondo. Volano offese personali irripetibili.

L’Hammarby (e un libro) vincente. Maggio 2021: l’Hammarby Idrottsförening di Stoccolma vince la Coppa di Svezia. Comproprietario (dal 2019) è proprio Zlatan che, da qualche anno, ha scelto il suo Paese natale per investire (anche) nel calcio. Una scelta che sta diventando sempre più frequente fra i super-fuoriclasse. E Ibra sa quello che vuole. Anche nella vita privata: è sposo (serissimo) dal 2001 dell’ex modella svedese Helena Seger, dalla quale ha avuto due figli. Non solo: è scrittore. La sua autobiografia «Jag Ar Zlatan» in Italia «Io, Ibra» ha venduto mezzo milione di copie in Svezia e 200.000 in Italia. Un successo commerciale.

Sanremo. E che dire dell’Ibra ospite a Sanremo 2021? All’inizio impacciato, un po’ ingessato; ma simpatico – con quell’italiano essenziale e quella voce da «cattivo nei film d’azione» -, ironico e molto efficace. Forse una possibile strada (collaterale) per il post-calcio? A quarant’anni ci starà pensando? Si vedrà, ma una cosa è certa, fino a quando non sarà lui a decidere, «pericoloso» dargli suggerimenti in questo senso. Ma in tv ci può stare...

La Ferrari parcheggiata male. Zlatan ed Helena stanno insieme dal 2001. «Colpo di fulmine? In verità aveva parcheggiato male la sua Ferrari», ha raccontato. Così in un parcheggio di Malmoe la Seger è riuscita a fare colpo su Ibrahimovic. All’epoca lei era una modella quotatissima e rimproverò il rossonero, che aveva 19 anni ed era alle prime esperienze nel calcio dei grandi, per aver posteggiato male la Rossa. «Aveva messo la sua Ferrari in un modo che impediva alla mia Mercedes di uscire. In maniera abbastanza scontrosa gli ho detto di spostarla subito, si vede che gli è piaciuto».

Un cognome che significa «vittoria». Così tra i due è sbocciato l’amore. «Non è facile vivere con lui», ha raccontato al periodico «Elle» la compagna di Ibrahimovic. Per poi continuare: «Ma lo ammetto, neppure con me». Il cognome di Helena, Seger, significa «vittoria». Potrebbe non essere un caso: «Credo di piacere a Zlatan perché gli tengo testa, anch’io ho un background importante e ho costruito la mia carriera con tanto sacrificio».

Volontà di indipendenza. La coppia non è sposata. Quindi, guai chiamare Helena «signora Ibrahimovic». Lei lo ha spiegato così: «Un matrimonio potrebbe disturbare il mio senso di indipendenza. Non voglio essere etichettata semplicemente come la moglie di un giocatore, oppure la miss di un concorso di bellezza. Credo che la gente non sappia quanto ho studiato, lavorato e lottato».

La casa in Svezia. Stare insieme a un calciatore non è facile, ma Helena ha sempre seguito Zlatan ovunque. In ogni angolo del globo. Da Amsterdam a Milano, da Barcellona a Parigi, passando anche per Torino e Manchester, fino alla breve esperienza a Los Angeles. Ma adesso la compagna e i figli vivono in Svezia: «È lì che mi aspetta con i nostri due figli, Maximilian e Vincent di 14 e 12 anni», ha dichiarato di recente Ibrahimovic.

Il patto. Leggenda narra che tra i due ci sia un compromesso, un patto. Helena si occuperebbe dei piccoli fin quando l’attaccante del Milan giocherà a calcio, ma una volta appesi gli scarpini al chiodo sarà il papà ad occuparsi dei figli.

Francesco Persili per Dagospia il 6 dicembre 2021. “A mia moglie ho detto: ‘Tu hai un’energia da Gattuso”. E lei? L’ha preso come un complimento”. A “Che tempo che fa” Ibra esibisce ironia e fragilità da 40enne, ancora splendido, nonostante gli acciacchi dell’età. “Ogni mattina mi sveglio con dolori ovunque. Per me soffrire è come fare colazione”. Un attimo, e torna re Zlatan: spaccaporte e ballerino. “Peso 100 chili, con l’otto per cento di grasso. Mi muovo ancora bene…”. Parla di sé in terza persona come Giulio Cesare e non resiste alla spacconata da ganassa: “Al Balkan non ero felice del portiere e gli dissi: “Spostati, faccio io”. Io so’ Ibra e voi non siete un…Tra il Marchese del Grillo e l’ultimo Samurai: ”Sono andato contro tutti”. Il centravanti del Milan si carica ricordando gli inizi difficili in Svezia e arriva a parlare della partitissima con il Liverpool in Champions: “Sono più forte anche della scaramanzia”. Good VIbra…tions. “Prima ero più rock’n’ roll, adesso sono più maturo”. I soliti aforismi motivazionali come coperta di Linus: “In testa ho i miei obiettivi e la sofferenza la trasformo in energia per dire che non devo mollare”. Il segreto si chiama “Adrenalina”. È questo il titolo del suo terzo libro scritto con Luigi Garlando (e pubblicato da Cairo Editore). I fischi dei tifosi rivali, le sfide da far tremare le gambe, il sapore acre dei duelli come antidoto per spingere il ritiro più in là. Ha paura di smettere, Ibra. Prepara un futuro da dirigente consigliando a Mbappè di trasferirsi a Madrid perché al Psg “non c’è abbastanza disciplina” ma il campo resta il suo richiamo della foresta. Vuole sentire ancora addosso l’alito e i tacchetti di Chiellini e vincere lo scudetto con il Milan: “Sarebbe il più gratificante perché non c’è squadra che sia cambiata così tanto dal mio arrivo". E poi c’ è ancora quel conto in sospeso con Lukaku: “Non è una persona cattiva ma ha commesso un grave errore. Si è messo contro di me”. Ibra ricostruisce la lite nel derby di Coppa Italia con la frase che mandò in tilt l’attaccante belga: "Vai da tua mamma, fatti fare un vudù". "Da quel derby – scrive Zlatan nel libro - le cose hanno cominciato ad andarmi male: l’espulsione, la sconfitta, le polemiche sulla società di scommesse, gli infortuni. All’inizio ho pensato che il festival di Sanremo mi avesse portato sfortuna. Ma forse era Lukaku che aveva fatto un rituale per farmi del male. Ho deciso che con lui devo risolvere tutto in campo come ho fatto con Materazzi. Purtroppo ha lasciato la serie A ma ci saranno altre occasioni”. Nessun caffè della pace. Quando qualcuno del Milan glielo ha proposto, è andato su tutte le furie. Decide lui se presentare le scuse o meno. Nel 2012 toccò alla giornalista di Sky Vera Spadini incrociare l’Ibra furente. Dopo averle detto in diretta “Cazzo guardi?”, le tirò l’elastico dei capelli. Il Milan spedì delle rose a suo nome alla cronista e lui si arrabbiò ancora di più “perché decido io se mi voglio scusare o meno”. Ma dagli errori si impara. “Lo Zlatan di oggi avrebbe chiesto scusa alla giornalista, anzi non l’avrebbe mai insultata. Allora ero giovane, immaturo. Se ripenso a quella scena e alle parole che le ho detto, mi sento un idiota…”

Helena Seger, la moglie di Zlatan Ibrahimovic: chi è. Alice su Notizie.it il 25/02/2021. Helena Seger è un'ex modella svedese da oltre 20 anni compagna di vita di Zlatan Ibrahimovic. Helena Seger è da oltre 20 anni la compagna di Zlatan Ibrahimovic. I due hanno avuto due figli e non si sono mai sposati, inoltre la liaison avrebbe fatto discutere per via degli 11 anni di differenza tra il calciatore e la moglie. Ex modella e madre di due bambini, Helena Seger è la compagna di Zlatan Ibrahimovic. I due hanno 11 anni di differenza e da oltre 20 sono l’uno affianco dell’altra. Nata in Svezia nel 1970, Helena Seger è da sempre stata molto riservata per quanto riguarda la sua vita privata, ma sono molte le occasioni pubbliche in cui è apparsa insieme a Ibrahimovic. I due si sono conosciuti nel 2001 e lei è diventata, di fatto, la manager del calciatore. Nel 2006 e nel 2008 Helena Seger ha dato alla luce Maximilian e Vincent, i due adorati figli della coppia. Stando a indiscrezioni lei e Ibrahimovic avrebbero scelto di occuparsi sempre personalmente dei propri bambini, senza l’aiuto di tate o baby sitter. Durante l’estate 2020 Zlatan Ibrahimovic (che presto sarà ospite del Festival di Sanremo) è stato al centro del gossip per una sua presunta liaison con Diletta Leotta. I due sono stati avvistati più volte insieme e, del resto, hanno svolto entrambi il ruolo di testimonial per una famosa campagna pubblicitaria. Entrambi hanno smentito i rumor riguardanti la liaison e hanno confermato solamente di avere un ottimo rapporto d’amicizia. Oggi la conduttrice è uscita allo scoperto con Can Yaman.

Da video.corriere.it il 3 marzo 2021. Zlatan Ibrahimovic alloggia a Sanremo sul suo yacht da 20 milioni di euro. Un «gioiellino» dotato di ogni confort: bar, salone e palestra compresa. Costruito a La Spezia nei cantieri Riva del Gruppo Ferretti, è lungo 30 metri, la versione base costa 8 milioni, poi Zlatan ha voluto personalizzarla. Può ospitare fino a 12 persone. «Unknow», acquistato nell’estate del 2018, è ormeggiato a PortoSole (il porto nuovo di Sanremo), accanto c’è, da mesi, anche «Aurelia», meglio conosciuto come «10», lo yacht di Alessandro Del Piero. L’ex capitano della Juventus, che da anni vive negli Stati Uniti, però non si è visto in città. Ibrahimovic intorno alle 19 ha lasciato il suo yacht per recarsi all’Ariston. La sua vettura era «scortata» da una decina di motorini con a bordo ragazzini suoi tifosi.

Da video.corriere.it l'8 marzo 2021. Zlatan Ibrahimovic racconta a Fabio Fazio: «Ieri ho chiamato Gattuso, per chiedergli un messaggio per mio figlio, visto che è il suo compleanno e Rino è il suo preferito. Gli ho detto se non me lo mandi, mi presento a Napoli e me lo fai in diretta. Una volta ho messo Rino a testa in giù in un bidone. Lui è un duro, ma è come quando si sfidano Tyson, Mohamed Ali e Bruce Lee, l’ho messo nel bidone a testa in giù».

Luca Dondoni per "la Stampa" il 3 marzo 2021. Zlatan Ibrahimovic stasera non sarà all' Ariston ma sugli spalti di San Siro a Milano per seguire la sua squadra contro l' Udinese. «Si collegherà con noi via Skype - fa sapere Amadeus - mantenendo entrambi gli impegni: essere vicino alla squadra e a noi». «Da San Siro all' Ariston per me è come una partita giocata fuori casa e devo ringraziare Amadeus per questa opportunità. So che c' è un motivo per cui mi ha chiamato, vuole battere ogni record di ascolto e con me lo faremo. Poi tutto quello che guadagnerò andrà in beneficenza».

Ha accettato subito l' invito?

«Sì anche se non ho ancora ben capito cosa mi aspetta. Lui mi dice di non preoccuparmi, di essere me stesso e mi fido».

Il suo ex presidente Berlusconi l' avrebbe mandata a Sanremo?

«Berlusconi mi vuole troppo bene, sì lo avrebbe fatto».

Domani con lei ci sarà anche l' allenatore del Bologna Mihailovic, canterete in duetto Io vagabondo. È più difficile segnare un gol in serie A a 39 anni o esibirsi all' Ariston?

«Lo ammetto, non è il mio mondo ma sono in buone mani; Fiorello e Ama sono bravissimi e poi se sbaglio nessuno mi può giudicare perché comunque ci sto provando; se faccio bene ancora meglio, vuol dire che mi sarò trovato un altro lavoro».

La star dell' NBA LeBron James l' ha biasimata perché ha detto: «non si deve mischiare lo sport con la politica». LeBron è convinto che la notorietà debba essere messa al servizio dei più deboli.

«Gli atleti uniscono il mondo, la politica lo divide. Il nostro ruolo è quello di unire facendo ciò che facciamo meglio. Gli atleti dovrebbero fare gli atleti e i politici i politici. Lebron è fenomenale in quello che fa, ma non mi piace quando le persone fanno sport e politica allo stesso tempo. Io gioco a calcio perché sono il migliore a giocare a calcio e non mi sognerei mai di fare politica».

LeBron ha ribattuto dicendo che non starà mai zitto e userà la sua forza mediatica per cambiare in meglio la società. Ancora a proposito di sport: conosce il marciatore Alex Schwazer? Ha saputo perché è qui?

«Penso che sia una grande persona con un grande cuore; io voglio conoscere la persona e spero che possa avere il suo riscatto un giorno ».

Se Amadeus invitasse anche la star dell' Inter Romelu Lukaku sarebbe pronto a incontrarlo sul palco?

«Certo, quello che succede in campo rimane in campo, i problemi personali si devono tenere fuori e non ho nessun problema con lui.

Posso anche non essere perfetto ma sono sempre me stesso; se sbaglio imparo ma rimango me stesso. È la mia regola di vita».

La sua famiglia seguirà Sanremo?

«Credo di sì. Anche in Svezia abbiamo un festival di musica molto importante si chiama "Melodifestivalen". I miei saranno curiosi».

È appassionato di musica? Che playlist ascolta?

«Dipende in che mood sono e che allenamento faccio: house, reggae, hip hop italiano e qualcosa di slavo».

Lei è così sicuro di sé che spaventa. Non c' è nulla che le fa paura?

«Ho due figli e una grande famiglia un po' divisa, l' unica cosa che chiedo è che loro stiano bene e se stanno bene loro sto bene io».

Francesco Sessa per gazzetta.it il 27 gennaio 2021. Un testa contro testa da “Scontro tra titani”. Ibra provocatore, Lukaku imbufalito. Fino a stasera, sotto la Madonnina, si erano sfidati a distanza a colpi di gol (entrambi a segno negli ultimi tre derby di Milano) e con botta e risposta sui social: il belga si era definito il re di Milano, lo svedese il Dio. La distanza è stata colmata tutta d’un fiato prima dell’intervallo: corpo a corpo d’altri tempi. Ma le frizioni tra i due nascono da lontano, dai tempi del Manchester United. I due hanno condiviso la maglia dei Red Devils nella stagione 2017-18. Sembra fantasia, oggi, immaginarseli nella stessa squadra e insieme nello spogliatoio. Eppure è successo, ma non sono state rose e fiori. “Allo United facemmo una scommessa”, ha rivelato Ibrahimovic in un’intervista dell’ottobre 2019 alla Gazzetta. “'Ti do 50 sterline per ogni stop giusto'. Lui (Lukaku, n.d.r.): 'E se li azzecco tutti, cosa mi dai?'. 'Nulla, semplicemente ti rendo un calciatore migliore!'. Per la cronaca, non accettò mai. Forse aveva paura di perdere…”. E pensare che l’inizio era stato confortante: Ibra aveva lasciato al belga, arrivato dall’Everton, la maglia numero 9 dello United e si era preso la 10. Due numeri pesanti, due cavalli di razza là davanti. Che si erano ritrovati a Old Trafford perché, stando al patron dell’Everton, Lukaku aveva lasciato i Toffees a causa di un rito vodoo: "Romelu ha chiamato sua madre, che era in pellegrinaggio in Africa o non so dove. E per qualcosa legato al voodoo gli ha detto che doveva andare al Chelsea", le parole Farhad Moshiri. Il belga non andò ai Blues ma allo United, ma quell’episodio è rimasto nella mente di Zlatan. Che l’ha ricordato nel provocare l’avversario nel derby di Coppa Italia. I minuti giocati insieme in totale sono stati 126 in sette partite, con una sola presenza insieme da titolari: il 26 dicembre 2017 a Old Trafford. Eppure Big Rom, due anni fa, rispondeva così ad alcuni tifosi sui social: “Tutto quello che ho imparato da Zlatan è stato fantastico, dalle sue storie che mi ha raccontato quando era all'Inter, al Milan, al Barcellona e persino all'Ajax, fino allo stare sul campo a lavorare con lui, vedendo quanto fosse competitivo. Ricordo una sessione di allenamento: poiché eravamo entrambi attaccanti, non siamo mai stati nella stessa formazione e, a un certo punto, c'è stata una sfida 50/50. E mi è venuto addosso in pieno”. Episodio che ha fatto maturare Lukaku: “È stato allora che ho capito che questo ragazzo vuole competere e questo ragazzo vuole lottare per il suo posto. Ecco perché mi ha cambiato. Mi ha aperto gli occhi. Il ragazzo ha dovuto lottare per essere nella posizione in cui si trova”. Ora anche Romelu è maturato e affronta lo svedese faccia a faccia, testa contro testa. E non solo in partitella o sui social.

Massimo Gramellini per il "Corriere della Sera" il 27 gennaio 2021. Non avendo la fortuna di essere né interista né milanista, ho assistito con svizzera equidistanza allo scontro di creste tra i gallinacei Ibra e Lukaku durante il derby di Coppa Italia e mi sono convinto che la provocazione del bullo svedese c' entrasse poco con il razzismo. Non solo perché Ibrahimovic è un crogiolo di etnie, da sempre bersaglio dei razzisti veri, ma perché nel gridare a Lukaku «Chiama tua madre e vai a fare le tue str…ate vudù con lei, piccolo asino» il fine dicitore non intendeva alludere a un pregiudizio generico, ma a un evento specifico, anche se mai confermato dall' interessato. Anni fa, il presidente dell' Everton sostenne che Lukaku si era rifiutato di rinnovare il contratto con la sua squadra dopo l'esito di un rito vudù officiato dalla madre. Ma se, invece che al vudù, quel presidente avesse detto che Lukaku era ricorso ai tarocchi, l'altra sera probabilmente Ibra avrebbe urlato «vai a farti fare le carte da tua madre, piccolo asino» e nessuno si sarebbe sognato di tirare in ballo il razzismo. La maleducazione, l'insolenza, il riferimento canzonatorio alla mamma: tutto questo e molto altro fa parte del repertorio di quel formidabile rissaiolo. Ma il razzismo no. Per arrivarci non serve un grande ragionamento, tanto che sono riuscito a imbastirlo persino io. Ma nel mondo dei social ogni parola sensibile - e lo sono quasi tutte, ormai - è una muleta sventolata sotto gli occhi del toro. E si sa che il toro (con la minuscola, eh) non pensa. Carica.

Da video.repubblica.it il 27 gennaio 2021. La RAI dovrebbe invitare Ibrahimovic a Sanremo dopo gli insulti a Lukaku? "Non dovrebbero, ma lo vorranno a maggior ragione proprio per quello, perché Ibra fa audience", dice a Radio Capital il vice presidente del Senato Ignazio La Russa, tifoso interista, il giorno dopo il derby di Coppa Italia finito tra le polemiche. "L'obiettivo è l'audience, l'audience vince su tutto. Figurarsi se levano Ibra che dopo questa lite è ancora più popolare. Anzi, credo che chiederà un aumento di cachet", conclude La Russa.

Enrico Currò per repubblica.it il 27 gennaio 2021. Attenti, i bambini vi guardano. Ibrahimovic e Lukaku si sono dimenticati che una partita in diretta tivù è la cosa più pubblica che ci sia, anche quando allo stadio il pubblico non c'è. Così, pochi minuti dopo la fine del derby, è iniziata l'elaborazione dell'episodio. Ibra ha chiesto scusa ai compagni per l’espulsione del secondo tempo, figlia della rissa col rivale alla fine del primo, garantendo di non avere pronunciato frasi razziste contro Lukaku. Ma dalle dichiarazioni di allenatori e compagni dei due litiganti è parso evidente il disagio nell'affrontare l'argomento. La cosiddetta trance agonistica non può più restare confinata allo spazio fisico dell'agonismo, il campo, a maggior ragione nel silenzio di uno stadio svuotato dalla pandemia. A Ibrahimovic era già capitato qualcosa di molto simile nella sua precedente esperienza milanista, poco più di 10 anni fa. Nel novembre 2010, a Milanello, rotolò a terra avvinghiato a un compagno di squadra altrettanto gigantesco, l'americano Onyewu. Le immagini di quella rissa vennero fortuitamente registrate dalle telecamere di Sky, perché era uno di quei rari casi in cui l'allenamento, che di solito si svolge sui campi interni e non è dunque visibile, quel giorno era sul campo esterno che dà sulla strada. Fu l'allora plenipotenziario milanista Galliani a ottenere che le immagini dell'incredibile rissa - i due giganti incollati nel catch estemporaneo, Ronaldinho e gli altri giocatori che cercavano invano di sollevarli e di staccarli - non venissero mandate in onda. Ma stavolta nessuna censura è stata possibile e la diretta Rai ha immortalato la scena.

Il colore del cartellino per Ibra e Lukaku. C’era una volta la lite Zidane-Materazzi. Anzi, c’è ancora e si sta moltiplicando. Gli stadi vuoti amplificano gesti e parole dei protagonisti, rendendole perfettamente intellegibili. I calciatori, in assenza del pubblico, hanno accantonato l’accortezza resa celebre da Cassano: la mano a coprire la bocca, per evitare la lettura labiale. Infine, terza e non trascurabile circostanza: i microfoni e le telecamere, proprio perché manca il frastuono intorno, riescono ormai a frugare tra campo e panchina con la certezza che nulla possa restare segreto, di quanto vi accade. Di tutte queste verità del calcio al tempo del Covid la rissa Ibrahimovic-Lukaku è stata perfetta sintesi, col suo corredo di interpretazioni dei reciproci insulti in inglese e di esegesi delle ruggini personali tra i duellanti. E con le discussioni sul colore del cartellino sventolato dall'arbitro Valeri ai contendenti: non ci voleva il rosso? La speranza dei due club è che la vicenda disciplinare si sia esaurita lì, con le squalifiche di una giornata in Coppa Italia: Ibrahimovic per la successiva espulsione da doppia ammonizione (il Milan comunque è eliminato), Lukaku perché era diffidato (salterà l'andata della semifinale). Ma intanto la valanga è partita e ha fatto subito il giro del mondo.

Alta tensione. Al di là degli aspetti censurabili di una vicenda smascherata appunto dall’orecchio meccanico e dalla velocità del web  resta l’evidenza di un derby milanese acceso come da tempo non capitava: segno che la sfida, adesso, è di nuovo per lo scudetto e che comunque il primato cittadino è tornato a contare anche lontano da San Siro e anche quando, come stavolta, ci si gioca qualcosa di apparentemente meno importante, come l’accesso alla semifinale di Coppa Italia. L’eredità di questo 2-1 per l’Inter - che ribalta il 2-1 dell’ottobre scorso in campionato, trampolino per il Milan della scalata al primo posto solitario, da allora conservato e difeso dall’assalto dei cugini stessi – è ovvia: il 21 febbraio, nel terzo e ultimo derby stagionale, la tensione sarà altissima.

Un reparto sguarnito. Nel frattempo il duello proseguirà a distanza e non sarà affatto scontato. La lettura tattica della partita vinta da Conte col calcio di punizione finale di Eriksen, ma preceduta da una lunga fase preparatoria, non può non essere condizionata dall’espulsione di Ibrahimovic, che Pioli ha individuato come elemento di rottura dell’equilibrio. L'allenatore del Milan ha rilevato che in parità numerica la sua squadra era ancora in vantaggio. Tuttavia all’analisi imparziale non può sfuggire che il Milan, a prescindere dal risultato indirizzato dal gol di Ibra, aveva perso presto il controllo del centrocampo, dove il predominio dell’Inter cresceva col passare dei minuti  anche in 11 contro 11: ne erano stati logica conseguenza i salvataggi di Tatarusanu e di Hernandez e la pressione subita da una difesa in cui il debuttante Tomori, forte nell’anticipo, nei contrasti e nei recuperi, si è rivelato un vero rinforzo di gennaio.

Il ritorno di Bennacer. Non altrettanto si può per ora dire di Meité. Dopo l’esordio piuttosto infelice da trequartista con l’Atalanta, nel derby non ha fatto molto meglio in mediana, in una posizione per lui più naturale. Il disagio del centrocampo, soprattutto quando il pallone è degli avversari e Kessié da solo non può reggerne l’urto, non è una novità nelle ultime partite. Il che rende logica la conclusione: il Milan, per soffrire di meno e per riprendere a vincere, ha urgente bisogno di recuperare i suoi due registi. Quello effettivo è Bennacer, assente per infortunio ormai da 8 giornate di campionato ma prossimo al rientro già sabato a Bologna. Il regista di complemento, al momento bloccato dal Covid, è Çalhanoglu, che sa arretrare per costruire l’azione, altrimenti troppo vincolata ai lanci lunghi. Da loro, più ancora che dal graduale innesto di Mandzukic accanto a un Ibrahimovic  innervosito anche dalle difficoltà della squadra nel gioco offensivo, sembra dipendere la possibilità che il Milan ritrovi il palleggio a metà campo. E la sua risorsa smarrita: la capacità di schiacciare gli avversari. Uno scontro senza precedenti, una lite pazzesca, una (quasi) rissa da far paura. Con protagonisti Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku, in un derby di Coppa Italia che entrerà sicuramente nella storia. “Vai a fare i tuoi riti voodoo di m... da un’altra parte. Piccolo asino”. Boom, Ibrahimovic pesantissimo. Così Lukaku è scattato da zero a cento in un attimo, poco dopo aver subito un fallo da Romagnoli nel finale del primo tempo del derby di Coppa Italia: “Dai, andiamo dentro!”, la replica del belga. Di nuovo Ibra: “Vai a chiamare tua madre e fate quei riti voodoo di m...”. Una scontro senza precedenti tra i due giganti, compagni di squadra al Manchester United. La ‘sfida’ è proseguita all’intervallo: “Fuck you and your wife - ancora Romelu -. Parliamo di tua madre? È una p...”. I due si sono poi diretti verso il tunnel, con il nerazzurro - incontenibile - trattenuto dai compagni. Lo svedese, invece, era già entrato negli spogliatoi.

Matteo Cruccu per corriere.it il 27 gennaio 2021. La scena madre del derby di Coppa Italia di martedì, la lite furibonda tra Ibrahimovic e Lukaku, rischia di lasciare degli strascichi che esulano dal ristretto campo pallonaro. Che già si è diviso tra chi ritiene che i riferimenti ai riti voodoo del milanista nei confronti dell’interista siano «cose di campo» (Antonio Conte dixit) e chi invece vi ha ravvisato uno spiacevole retrogusto razzista (che Ibrahimovic, in un post su Twitter e Instagram, nega in modo risoluto: «Nel mondo di Zlatan», ha scritto, non c’è posto per il razzismo. Siamo tutti della stessa razza, siamo tutti uguali, siamo tutti giocatori, alcuni meglio di altri»).

A marzo lascerà Milanello. Il fatto però è che Ibra ai primi di marzo lascerà Milanello per partecipare a un altro «campionato», il Festival di Sanremo, dove sarà ospite speciale per quasi tutte le sere e dove il pubblico non è più soltanto quello degli appassionati di calcio, ma ben più ampio ed eterogeneo. Ebbene, tra molti di costoro, almeno sui social (twitter in primis), vi è già una robusta componente che si è iscritta alla seconda lettura riguardo alla «grande lite». Ovvero che lo svedese avrebbe travalicato l’insulto per l’insulto, esondando nel razzismo vero e proprio.

Il dibattito. «Dopo la frase infelice di ieri sera, siamo ancora convinti che #Ibrahimovic sia l’uomo adatto a condurre #Sanremo con Amadeus?» dice un utente , mentre un altro ironizza:«Non vedo l’ora di sentire che insulti razzisti Ibrahimovic rivolgerà ai cantanti al prossimo festival di Sanremo». Oppure : «Che ne he ne dice la Rai del superospite di Sanremo che è un razzista spudorato? Io non lo vorrei pagare coi miei soldi, grazie». E così via. E , in attesa di vedere se questo, da sentiment iniziale sui social, possa trasformarsi in una valanga di «Ibra, no grazie», sarebbe curioso anche capire a che partito si iscrivono il dg della Rai Salini e Amadeus.

Hakan Çalhanoglu dal Milan all'Inter: quando i giocatori passano dall'altra parte del Naviglio. A cura di Francesco Cofano il 22 giugno 2021 su La Repubblica. Hakan Çalhanoglu è un nuovo giocatore dell’Inter: il centrocampista turco arriva in nerazzurro dopo tre anni al Milan. Tra le squadre milanesi la rivalità è grande ma sono tanti i giocatori che hanno vestito le maglie di tutti e due i club: come Fulvio Collovati e Aldo Serena negli anni Ottanta. O, nei primi anni Duemila, Andrea Pirlo e Clarence Seedorf, che vinsero tutto al Milan dopo le deludenti esperienze in nerazzurro. E poi, ancora, Christian Vieri, Hernán Crespo, Antonio Cassano e Mario Balotelli.

La frase shock: "Ti sparo in testa". La conversazione integrale Ibra-Lukaku. L'attaccante belga dell'Inter, provocato da Ibrahimovic, ha poi a sua volta esagerato con alcune frasi intimidatorie e offensive. Ora la palla passa al giudice sportivo. Marco Gentile, Mercoledì 27/01/2021 su Il Giornale. Il derby di Coppa Italia tra l'Inter di Antonio Conte e il Milan di Stefano Pioli è stato senza ombra di dubbio tirato, nervoso e pirotecnico. A renderlo tale ci hanno pensato i due leader delle rispettive squadre: Romelu Lukaku e Zlatan Ibrahimovic che se ne sono dette di ogni. Dopo un fallo di gioco di Romagnoli, il gigante belga si rialza indispettito dalla spinta del capitano del Milan e si dirige a muso duro verso l'ex difensore della Sampdoria. A quel punto entra in scena Ibra che nonostante non centrasse niente nella discussione ha iniziato ad attaccare Lukaku con insulti pesanti e provocatori: "Chiama tua mamma, vai a fare i tuoi riti voodoo di m..., piccolo asino".

Lukaku perde la testa. A quel punto Lukaku ha letteralmente perso le staffe scagliandosi in un testa a testa con Ibra rispondendo alle provocazioni e alle offese dello svedese: "Vuoi parlare di mia madre? Ti sparo in testa. Fottiti, tu e tua madre. Parliamo della tua, di mamma: è una p...". le parole al vetriolo del 27enne nerazzurro nei confronti del collega-rivale con cui evidentemente i rapporti sono tesi fin dai tempi del Manchester United.

La precisazione. Ibrahimovic è stato accusato di razzismo ma con un post su Twitter ha voluto difendersi da queste illazioni pungolando ancora Lukaku: "Nel mondo di Zlatan non c’è posto per il razzismo. Siamo tutti della stessa razza, tutti uguali. Siamo tutti giocatori e qualcuno è meglio di altri...", la puntura del 39enne di Malmo.

Cosa rischiano entrambi? Venerdì 29 gennaio il Giudice Sportivo si pronuncerà su quanto successo al Meazza tra i due calciatori e sarà molto importante capire cosa avrà scritto l'arbitro Valeri nel suo referto. Secondo le prime indiscrezioni riportate dalla Gazzetta dello Sport il referto firmato dall’arbitro non dovrebbe contenere nulla di compromettente per entrambi e sembra che in Federcalcio non avrebbero intenzione di acquisire alcun elemento audio relativo alla rissa verbale fra i due giocatori. Lukaku salterà comunque la semifinale di andata contro la vincente del quarto di finale che si disputerà tra Spal e Juventus mentre Ibrahimovic sarà squalificato per un turno in Coppa Italia. La prova tv, dunque, potrà essere richiesta in casi eccezionali dal Procuratore federale soltanto se manca qualcosa alla completezza dei referti di arbitro e ispettori.

Guido De Carolis per corriere.it il 28 gennaio 2021. Romelu Lukaku è un uomo tranquillo, un gigante buono. Soltanto due cose riescono a fargli perdere la testa: una frase razzista e se gli toccano la madre. In quel «torna a fare le tue ca… voodoo, piccolo asino. Vai, vai da tua madre», Ibrahimovic ne ha toccate una e mezza, forse tutte e due. Lukaku ha risposto: «Vuoi parlare di mia madre?».

La lotta alla povertà. La frase di Ibra è suonata tanto offensiva al belga per un motivo: il rapporto strettissimo con la madre Adolphine che l’ha cresciuto in semi povertà in Belgio. E’ infatti una storia di riscatto quella di Lukaku, figlio di Adolphine e Roger, entrambi nati in Congo. Ma è alla mamma che Lukaku è legatissimo, come ha raccontato tempo fa in una lunga intervista a «Player’s Tribune». «Ricordo il momento esatto in cui ho capito che eravamo poveri. Avevo sei anni, tornavo a casa per pranzo durante la nostra pausa a scuola. Mia mamma per menu aveva sempre la stessa cosa: pane e latte. Quando sei un bambino neanche ci pensi, ma immagino che fosse quello che potevamo permetterci. Poi un giorno sono tornato a casa, sono entrato in cucina e ho visto mia mamma al frigorifero con la scatola del latte come al solito. Ma questa volta stava mescolando qualcosa, lo stava agitando. Poi mi ha portato il pranzo e sorrideva come se fosse tutto a posto. Ma io ho capito subito cosa stava succedendo: mescolava l’acqua con il latte. Non avevamo abbastanza soldi per farcelo durare tutta la settimana. Non eravamo poveri, peggio».

Le tante difficoltà. Il papà di Lukaku era stato un calciatore, aveva giocato anche con la Nazionale di quello che allora si chiamava Zaire, ma i soldi erano finiti presto. «La prima cosa a sparire fu la tv via cavo. Niente più calcio, nessun segnale. Poi capitava di tornare a casa la sera e le luci erano spente. Elettricità staccata per due, tre settimane. Quando volevo fare il bagno non c’era l’acqua calda. Mia mamma scaldava un bollitore sul fornello e io mi mettevo nella doccia gettandomi acqua calda sulla testa con una tazza». Lukaku era piccolo. «Ho fatto una promessa a me stesso, sapevo esattamente cosa dovevo fare e cosa avrei fatto. Un giorno tornai a casa da scuola e trovai mia mamma in lacrime. Così le dissi: «Mamma, vedrai che cambierà. Giocherò a calcio nell’Anderlecht, succederà presto. Staremo bene. Non dovrai più preoccuparti. Avevo sei anni». Lukaku nell’Anderlecht ha poi davvero giocato, prima di passare all’Everton, al Manchester United (c’era anche Ibra), all’Inter.

I problemi di salute della mamma. Mamma Adolphine, cui fu diagnosticato il diabete quando il centravanti nerazzurro era ancora un bambino, lottava anche per acquistare le medicine. «L’insulina costava 50 euro e lei doveva lottare per averla, ogni settimana, ogni volta che la scatola era quasi finita. Ma non era solo quello, alle volte doveva prendere il pane a credito dal forno in fondo alla strada». Insomma sacrifici, quelli veri, per tirar su Romelu e il fratello Jordan, ex Lazio. Ogni gol segnato è dedicato ad Adolphine. Un «Ti amo mamma» c’è sempre dopo una rete. E contatti continui, quattro-cinque videochiamate al giorno, anche quando sono lontani (ed è raro) Romelu e la sua mamma sono sempre insieme. Lei infatti si è trasferita a Milano e lo aiuta a crescere il figlio Romeo. Durante il lockdown, il giocatore è rimasto in Italia, la madre era in Belgio con il bambino. «Non potevo stare con loro, stavo quasi impazzendo» racconta Lukaku. Nel mondo del centravanti nerazzurro, Adolphine è moltissimo, è una presenza fondamentale.

I riti voodoo. L’attacco di Ibrahimovic sul voodoo poi, non era casuale. La popolazione congolese è legata alla religione, con forme di riti e superstizioni. È storia, raccontata dal proprietario dell’Everton Farhad Moshiri, che il mancato rinnovo con i Toffees sia stato legato agli esiti di un rito voodoo suggerito dalla mamma. Il numero di maglia di Lukaku poi, oggi il 9, una volta era il 10, giorno di nascita di mamma Adolphine. Il legame è fortissimo, strettissimo, inscindibile. Ibrahimovic è andato a toccare proprio quello: come buttare un secchio d’acqua su un cavo elettrico scoperto.

Emanuela Audisio per "la Repubblica" il 28 gennaio 2021. Stregoni, proprio così. Chiamateli sorciers , marabout oppure native doctors . Quelli dei riti voodoo. Ufficialmente nelle nazionali africane sono aggregati alle squadre come fisioterapisti o accompagnatori. Lo sport è magia, forza misteriosa, figurarsi se loro non lo sanno. Il vero sorcier africano vive nella grande foresta pluviale equatoriale e si nutre delle tradizioni e dei segreti del popolo dei pigmei. In particolare in Camerun, Guinea equatoriale, Gabon, e per una piccola parte nel Congo e nella Repubblica Centrafricana. Lì ci sono i sorciers più potenti e temuti: sono quelli che hanno potuto avvicinare i piccoli esseri sacri delle regioni di Bertoua, Yokadouma e Lolodorf. Ci sono atleti che diventano stregoni e "protettori" di loro stessi. Ricordate il calciatore Roger Milla: il più vecchio (42 anni) a segnare in un Mondiale ('94), uno che a Italia '90 a 38 anni suonati portò il Camerun ai quarti di finale esultando con la makossa , portando la mano destra in aria, la sinistra sulla pancia e scuotendo un po' il sedere. Ha finito la carriera senza grandi incidenti. In Africa lo conoscono come il grande stregone e amico dei pigmei di Lolodorf, che lo hanno adottato, insegnandogli segreti, "scudi" magici, amuleti e altri straordinari ripari. In Africa se lo ricordano tutti: Camerun- Inghilterra, quarti di finale di Italia '90, durissimo contrasto, Milla si accascia, sembra non più potersi rialzare: arriva la barella, lui dice di no e fa segno alla panchina di portargli la sua borsa personale. Ancora sdraiato sull' erba, caccia la mano nella borsa, ne estrae qualcosa di misterioso che si passa sulla gamba ferita. Una manciata di secondi dopo è di nuovo in piedi, come se nulla fosse. Come on baby . Ma la sua grande e riuscita magia, dicono sia legata soprattutto ai Mondiali di Francia del '98. La misteriosa crisi epilettica che colpì Ronaldo prima della finale con i Zidane e compagni sarebbe stata provocata in qualche modo da Roger, non a caso, smaltita la sbornia di festeggiamenti, il giocatore sarà avvicinato da Jacques Chirac in persona. Il presidente francese gli dichiara stima e riconoscenza e lo promuove come ambasciatore sportivo internazionale. Nel corso di una visita ufficiale a Yaoundé lo presenta come «mon frère Roger». Sylvie Jumel ha raccontato in un libro ( La stregoneria al cuore della Repubblica ) che la simpatia di Chirac per gli stregoni africani era datata '95, quando il presidente, temendo un insuccesso politico nella corsa contro Edouard Balladur, aveva fatto arrivare dal Senegal un charter stipato di marabout. Thomas N' Kono, portiere del Camerun, idolo del ragazzino Buffon, compagno d' avventura di Milla, durante la Coppa d' Africa del 2002 in Mali è stato addirittura arrestato dalla polizia locale per «stregoneria». Era stato sorpreso con un amuleto a compiere una "macumba" al palo, un' ora e mezza prima della semifinale con il Mali. Fu squalificato per un anno, nessuno in Africa contestava la sostanza dell' accusa, semmai la durezza della pena, che venne ridotta. Facile sostenere che gli europei sulla materia sono più scettici. Ma il compianto Philippe Troussier, nato a Parigi, figlio del macellaio di Arnage, cresciuto tra rillette e boudin , tra lardo e grasso di maiale, allenatore francese, nove anni passati in Africa, tra Costa d' Avorio e Burkina Faso, soprannominato «lo stregone bianco», era sempre pronto ad intrattenervi sull' importanza dei riti religiosi tribali, dell' unione tra corpo e spirito. Tanto da avere la visione che Dio abitava in Africa. «L'ho visto, era seduto su un baobab ». E la Francia, campione mondiale, nel 2002 come esordisce nella Coppa del Mondo? Con l' improvviso forfait di Zinedine Zidane prima della partita contro il Senegal che ripropone il tema su tutti i media africani: quanto è grande la potenza dei marabout? Finisce infatti con la grande Francia sconfitta. E con una statistica: in tutte le ultime partite internazionali, gli avversari del Senegal alla vigilia dell' incontro dovevano misteriosamente rinunciare al loro migliore giocatore: nella Coppa d' Africa in Mali era accaduto con l' Egitto, orfano di Hossam Hassan, poi con la Zambia senza l' attaccante Dennis Lota, quindi con la Repubblica democratica del Congo, privata di Shabani Nonda. E con il Camerun, in finale, senza Patrick Mboma. Questo senza scomodare Voltaire.

Dagospia il 28 gennaio 2021. Salvate il calcio dal fighettismo. Ma quelli che si indignano per la rissa verbale tra Lukaku e Ibrahimovic hanno mai visto Pasquale Bruno passeggiare con i tacchetti sulla schiena di Van Basten e Neqrouz infilare un dito nel sedere di Pippo Inzaghi? Provoco l’avversario fino a fargli perdere le staffe: una strategia utilizzata da sempre nel calcio. Può essere messa in atto attraverso falli, cazzotti e scarpate a palla lontana ma anche con parole appuntite e insulti mirati. Come è accaduto a San Siro. Paolo Condò su “Repubblica” codifica lo scontro tra titani del derby milanese come un caso di “trash talking”. Un espediente “sleale e vigliacco”, lo definisce. Ma con cui si possono vincere anche i mondiali. Tra i maestri indiscussi del genere c’è, infatti, Marco Materazzi che nella finale di Berlino 2006 mandò in tilt Zidane: “Non voglio la tua maglia, preferisco la puttana di tua sorella”. Come andò a finire è storia nota: testata al difensore azzurro, rosso a Zizou e mondiale all’Italia. Tra i professionisti del settore anche il danese Poulsen che si beccò uno sputo da Totti (“Me ne vergogno. Fu una vigliaccata”) e qualche botta da Ringhio Gattuso. Sebino Nela, che nel 1984 stampò un dito medio in faccia all’allenatore del Dundee Jim McLean, reo di averli chiamati “Italiani bastardi”, racconta nel suo libro scritto con Giancarlo Dotto (“Il Vento in faccia”, Piemme) delle entrate assassine e delle ‘carinerie’ dei difensori vecchio stampo: “Ti minacciavano a palla lontana, tua madre e tua moglie erano delle troie”. Anche gli attaccanti non erano da meno. “Chimenti della Sambenedettese una volta passò tutto il tempo a dirmi: “Tua madre è una puttana”. E io niente, mi avevano insegnato che non dovevo reagire”. L’ex terzino della Roma a “Tutti Convocati” su Radio 24, ha spiegato a proposito dello scontro Ibra-Lukaku: “Giochiamo a calcio, non a scacchi. E’ un derby, ci sta anche la parola fuori posto, poi ci si incontra e passa…"

Paolo Condò per la Repubblica il 28 gennaio 2021. Quello che Ibra ha fatto a Lukaku nel derby di coppa Italia ha un nome molto preciso: si chiama trash-talking , ed è un metodo - largamente diffuso nelle competizioni di vertice, e spesso anche nella partite di calcetto fra colleghi - per innervosire l' avversario portandolo a sbagliare, a reagire, a farsi espellere. I professionisti del settore, e Ibra certamente lo è, memorizzano le informazioni che possono tornare utili, quelle che rivelano i punti deboli degli avversari: la storia dei riti voodoo è una cretinata tirata fuori dal proprietario dell' Everton per giustificare agli azionisti il fatto che Lukaku all' epoca se ne fosse andato anziché prolungare il suo contratto. Romelu si adirò molto per la falsità, e di quella rabbia ovviamente è rimasta traccia in rete: chi vuole provocarlo, sa dove colpire. Oltre a questa carineria, Ibra gli ha tirato addosso pure la storia dell' asino ( donkey ) che a Manchester tormentava il belga in due sensi: uno riguardava i suoi limiti tecnici, l' altro era appunto un doppio senso. Ce n' era d' avanzo per farlo reagire (e infatti Lukaku è partito con insulti e minacce) fidando nel fatto che l' arbitro non conoscesse l' intera storia, e dunque notasse la reazione assai più della provocazione: che poi è l' esatto obiettivo degli "artisti" del trash-talking.

A questo punto, due domande e due risposte.

1) C' era del razzismo nella miccia accesa da Ibra? No. Semmai del classismo: sei un seguace del voodoo, quindi un selvaggio. Fra l' altro Zlatan, che ha vissuto un' infanzia paragonabile per complessità a quella di Lukaku, ha precisato ieri che il suo intento non era razzista. Certo, potrebbe averlo fatto per allontanare da sé il rischio di una squalifica; ma lo svedese non è mai stato un ipocrita.

2) Allora quel che è successo può essere considerato normale, una "cosa da campo" e basta? No. Il trash-talking è un espediente sleale e vigliacco per trarre un vantaggio indebito, e se l' arbitro avesse capito meglio quel che si stava svolgendo davanti ai suoi occhi avrebbe dovuto espellere entrambi i giocatori, calcando poi la mano nel referto più sul provocatore che sul provocato.

Chiarito questo, sarà bene ricordare che non viviamo in un mondo di panna montata, e che anche i nostri eroi hanno dei difetti. Ricordate l' ondata di melassa con la quale abbiamo accolto The Last Dance ? Beh, nell' epopea di Michael Jordan erano raccontati diversi episodi di trash-talking - lui era un maestro - e ci eravamo sbellicati dalle risate. Con grande commozione abbiamo appena ricordato il primo anniversario della scomparsa di Kobe Bryant, che oltre a essere il campione e la persona meravigliosa che sappiamo, era famoso anche per il modo in cui brutalizzava verbalmente avversari e pure compagni. La differenza è che dei Bulls e dei Lakers non ce ne frega niente - ci teniamo solo l' ammirazione incondizionata per le loro star - mentre se indossi la maglia di un club della nostra quotidianità sei innocente o colpevole a seconda di chi tifiamo. Non va bene.

Mario Sconcerti per calciomercato.com il 28 gennaio 2021. Sono stupito delle reazioni alla lite tra Ibrahimovic e Lukaku, ho letto solo sdegno e lezioni morali. Io mi ero quasi divertito. Ero curioso di vedere come andava a finire uno screzio fra i due uomini massicci del campionato. Tanto era chiaro che lontano non potevano andare. Mi piaceva l’arroganza da immortali che permetteva all’uno di non aver paura dell’altro. Il bisogno di giudicare tutto ci ha fatto diventare più bigotti dei padri fondatori. Risolviamo ormai i problemi vietando tutto quello che non capiamo. C’è una crociata anche per non far sputare più i giocatori durante una partita. Non si capisce che è un semplice compenso fisico di chi consuma correndo più ossigeno di quanto ha. Non credo nei cattivi esempi. Tutti noi ne abbiamo avuti a centinaia, eppure la stragrande maggioranza di noi non ruba, non stupra, non uccide. I cattivi esempi sono inevitabili, la sciocchezza è seguirli, ma questo è un nostro problema. E’ meglio se Ibra e Lukaku giocano, ma se hanno qualcosa di personale, non entro nel loro mondo, non mi permetto di giudicarli. Non crediamo più in Dio ma vorremmo prenderne il posto. Giudicare è questo, dividere il male dal bene. E noi lo facciamo ogni giorno su qualunque cosa.

Riccardo Signori per "il Giornale" il 28 gennaio 2021. Non ci poteva esser di meglio per scatenare il clan delle verginelle. Ed è una delle poche ragioni per addossare colpe a Ibrahimovic e Lukaku per quella rissa da Far West, con annesse accuse di razzismo, bullismo, e tutto il peggio dell' essere umano. Niente di meglio di un derby visto da 8 milioni di persone in uno stadio senza pubblico, e microfoni aperti sul campo, per spiegare al mondo cosa sia una partita di calcio. Il rumore della battaglia non è solo quello dei calci al pallone, degli ululati sulle tribune o di un allenatore che insulta l' arbitro. Il calcio è giocare per il gol, per evitare di prenderne, ma pure tentare di mandare fuori giri gli avversari. I mezzi sono leciti e talvolta illeciti. Urlarsi di tutto, e di peggio, è sempre stato uso e costume. Deprecabile, certo. Forse poco raccontato. Poi c' erano i Facchetti, d' accordo, ma anche i Materazzi che non era certo il peggiore della specie. Accade in qualunque sport. Provate a chiedere agli atleti della scherma d' antica nobiltà cosa si sente dire in pedana, anche da signore con figli. Il calcio non è il circolo del bridge, ma il gioco dei ragazzi di strada e per strada. Ibra è un bullo che conosce le regole del ghetto, freddo e provocatore, ma difficilmente può esser razzista uno che non è sfuggito all'amaro del sentirsi dire «zingaro» o che assomma il culto di una mamma croata cattolica e di un papà bosniaco musulmano. Il mondo del pallone, soprattutto oggi, non gioca per sport ma per business. E non è vero che tutto finisce nel rettangolo del campo. Invece è vero che tutto comincia nella terra di tutti, il mondo reale. Basta assistere a partite fra ragazzini. Non ascoltate cosa urlano i genitori o cosa si dicono i piccolini, sennò l' equazione campioni cafoni andrebbe a farsi benedire. Senza dimenticare le baraonde in Parlamento o in regione Lombardia, scene che deturpano il senso civico. Invece tutto passa, nessuno addita: una scrollatina di spalle e avanti il prossimo. Non parliamo poi delle liti fra automobilisti. Ovvio, anche lo sport impone fremiti di coscienza. Per esempio: non è peggio, rispetto al saloon del derby, sapere di quel Conte furioso che ha atteso l' arbitro, nel sottopassaggio, per fare chissà cosa? Al contrario, Ibra ha rispettato la legge non scritta dei bulli: espulso, non ha fiatato. Quando esageri, paghi. Una scena che insegna qualcosa, ma le verginelle non se ne sono accorte.

Le verginelle che non sanno cos'è il calcio. Non ci poteva esser di meglio per scatenare il clan delle verginelle. Ed è una delle poche ragioni per addossare colpe a Ibrahimovic e Lukaku per quella rissa da Far West, con annesse accuse di razzismo. Riccardo Signori, Giovedì 28/01/2021 su Il Giornale. Non ci poteva esser di meglio per scatenare il clan delle verginelle. Ed è una delle poche ragioni per addossare colpe a Ibrahimovic e Lukaku per quella rissa da Far West, con annesse accuse di razzismo, bullismo, e tutto il peggio dell'essere umano. Niente di meglio di un derby visto da 8 milioni di persone in uno stadio senza pubblico, e microfoni aperti sul campo, per spiegare al mondo cosa sia una partita di calcio. Il rumore della battaglia non è solo quello dei calci al pallone, degli ululati sulle tribune o di un allenatore che insulta l'arbitro. Il calcio è giocare per il gol, per evitare di prenderne, ma pure tentare di mandare fuori giri gli avversari. I mezzi sono leciti e talvolta illeciti. Urlarsi di tutto, e di peggio, è sempre stato uso e costume. Deprecabile, certo. Forse poco raccontato. Poi c'erano i Facchetti, d'accordo, ma anche i Materazzi che non era certo il peggiore della specie. Accade in qualunque sport. Provate a chiedere agli atleti della scherma d'antica nobiltà cosa si sente dire in pedana, anche da signore con figli. Il calcio non è il circolo del bridge, ma il gioco dei ragazzi di strada e per strada. Ibra è un bullo che conosce le regole del ghetto, freddo e provocatore, ma difficilmente può esser razzista uno che non è sfuggito all'amaro del sentirsi dire «zingaro» o che assomma il culto di una mamma croata cattolica e di un papà bosniaco musulmano. Il mondo del pallone, soprattutto oggi, non gioca per sport ma per business. E non è vero che tutto finisce nel rettangolo del campo. Invece è vero che tutto comincia nella terra di tutti, il mondo reale. Basta assistere a partite fra ragazzini. Non ascoltate cosa urlano i genitori o cosa si dicono i piccolini, sennò l'equazione campionicafoni andrebbe a farsi benedire. Senza dimenticare le baraonde in Parlamento o in regione Lombardia, scene che deturpano il senso civico. Invece tutto passa, nessuno addita: una scrollatina di spalle e avanti il prossimo. Non parliamo poi delle liti fra automobilisti. Ovvio, anche lo sport impone fremiti di coscienza. Per esempio: non è peggio, rispetto al saloon del derby, sapere di quel Conte furioso che ha atteso l'arbitro, nel sottopassaggio, per fare chissà cosa? Al contrario, Ibra ha rispettato la legge non scritta dei bulli: espulso, non ha fiatato. Quando esageri, paghi. Una scena che insegna qualcosa, ma le verginelle non se ne sono accorte.

"Io mostro 2020, lui mostro 2021" La foto che scatena le polemiche. Sui social network il rapper romano ha ironizzato sulla bufera mediatica abbattutasi su Zlatan Ibrahimovic dopo la rissa in campo con Lukaku. Novella Toloni, Giovedì 28/01/2021 su Il Giornale. La 71esima edizione del Festival di Sanremo ha già il suo Junior Cally e si chiama Zlatan Ibrahimovic. Il calciatore svedese è finito al centro delle polemiche dopo la rissa con Romelu Lukaku nell'ultimo derby Inter-Milan e il popolo dei social ne chiede l'estromissione dalla popolare kermesse musicale. Un po' quello che avvenne l'anno scorso per il rapper romano che oggi, alla luce della bufera che ha investito il campione svedese, ha deciso di dire la sua con un ironico post pubblicato nelle scorse ore sui social network. La partecipazione di Junior Cally al Festival di Sanremo 2020 fu un vero e proprio caso. In molti - dalle 29 parlamentari donne promotrici di una lettera ai numerosi esponenti della scena politica ed intellettuale - chiesero l'espulsione del cantante da Sanremo. L'artista, per la prima volta sul palco dell'Ariston, era stato accusato infatti di incitamento allo stupro e al femminicidio nei suoi brani e la feroce polemica contro di lui si innescò ben prima che la manifestazione cominciasse. Insomma quello che sta succedendo negli ultimi giorni con Zlatan Ibrahimovic. Sanremo non è ancora iniziato ma le polemiche sono già tante e hanno travolto anche il campione. Come svelato da Amadeus alcune settimane fa, l'attaccante del Milan sarà ospite fisso di quattro delle cinque serate del Festival di Sanremo in programma (salvo forfait di Amadeus) dal 2 al 6 marzo con un cachet di tutto rispetto. Ma la sua partecipazione oggi sembra essere in discussione dopo le accuse di razzismo mossegli dagli appassionati di calcio e non solo per la rissa con Lukaku nell'ultimo derby della Madonnina. Così Junior Cally è intervenuto a gamba tesa nella polemica, pubblicando sulla sua pagina Instagram un ironico post sulle vicissitudini di Zlatan molto simili alle sue. Cally ha condiviso con i suoi fan lo scatto che lo ritrae insieme allo svedese scrivendo, togliendosi - è sembrato a molti - qualche sassolino dalla scarpa rispetto alla sua esperienza sanremese di un anno fa. "Da mostro di Sanremo 2020 a mostro di Sanremo 2021. Testimone passato. Missione compiuta", ha ironizzato sul web il rapper romano, che non ha mancato di rimarcare la sua fede milanista. Ibrahimovic sarà all'Ariston, sempre che il Festival si faccia davvero visti gli sviluppi delle ultime ore?

Stefano Bressi per pianetamilan.it il 6 aprile 2021. Più volte Zlatan Ibrahimovic, attaccante del Milan, si è definito un leone. Eppure, le accuse che arrivano non sono proprio in linea: lo svedese classe 1981 è infatti accusato di aver sparato a un leone in Sudafrica nel 2011 e di aver poi importato in Svezia la mascella, il cranio e la pelle come trofeo. Una situazione che, ovviamente, ha esposto Ibrahimovic a diverse critiche nel proprio Paese. Sembra, secondo quanto riportato da Expressen, che Ibra avesse ottenuto una licenza di caccia e che, meno di un anno dopo, abbia appunto sparato a un esemplare maschio, uccidendolo. I leoni sono stati ufficialmente classificati come "vulnerabili" nella lista delle specie minacciate. Tuttavia, la caccia ai leoni in Sudafrica è legale, a patto che siano stati concessi i permessi corretti. Secondo il media svedese, sono 82 i cacciatori svedesi che hanno cercato di portare a casa un trofeo, tra cui Ibrahimovic, che ci è riuscito. Sembra che il leone a cui ha sparato Ibra abbia trascorso più di un anno in un recinto prima di essere rilasciato. Dopodiché, elementi della sua carcassa sono stati spediti a Malmo. Il quotidiano svedese ha contattato Ibra per un commento, ma non ha ricevuto risposta. Ibra più volte ha usato i leoni come simbolo e ha anche un enorme tatuaggio dietro la schiena con un leone ruggente. Si dice che coloro che effettuano la caccia scelgano animali di prima categoria, come un leone, quando si dirigono verso i safari. Ci sono diverse organizzazioni in Sudafrica che forniscono l'esperienza per chi possa permetterselo e viene dall'estero. La caccia "in scatola", ovvero con un animale collocato in un'area chiusa e senza possibilità di fuga, è vietata in Sudafrica, ma è consentita quella ai leoni allevati in cattività. Un rapporto del Fondo internazionale per il benessere degli animali afferma che tra il 2004 e il 2014, 1,7 milioni di animali sono stati uccisi per averli come trofeo. Intanto Ibrahimovic è pronto a firmare il prossimo rinnovo con il Milan: ecco quando.

«Ibrahimovic per uscire dallo zoo del razzismo basta ammettere di aver detto una cazzata». La lite con Lukaku. L'insulto spacciato per lapsus. E subito perdonato da pubblico e commentatori. Però è un errore. Perché a un grande del calcio si deve chiedere di più. Le recensioni senza inutili millanterie di Luca Bottura su L'Espresso l'1 febbraio 2021. Gli insulti razzisti sono un confine labile che talvolta si sposta a seconda del portafoglio di chi li emette. Lo testimonia perfettamente la vicenda della gangbang verbale tra Zlatan Ibrahimovic, sberluccicante attaccante del Milan, e Romero Lukaku, attaccante che spacca le montagne, in forza all’Inter. L’altra sera si sono trovati di fronte durante una partita di Coppa Italia, trofeo fisiologicamente strutturato, a differenza di analoghe manifestazioni in giro per l’Europa, perché lo vinca una grande squadra. Se infatti negli altri campionati le piccole vengono messe in grado di competere con avversari più danarosi e forti, da noi si è scelta una formula che prevede una partita secca in trasferta per i più scarsi. A volte il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, o anche solo le partite, e gli incroci del calendario portano a scontrarsi prima della finale anche club strisciati come Milan e Inter. Dove il più forte non c’è. Infatti di solito vengono arbitrati con un minimo di criterio. Della rissa avrete letto ampiamente. Uno che vuol sparare in testa all’altro, l’altro che accenna ai costumi presumibilmente poco casti di parte della famiglia del primo…Finché Ibrahimovic, uno che si sente dare dello zingaro da tutta la vita, e con quel cognome, e la feccia che spesso abita sugli spalti, è quasi un miracolo che non si sia passati direttamente all’antisemitismo, spara l’offesa più triste: «Monkey». Scimmia. Se ne rende conto subito, infatti si pente e corregge: «Donkey!». Lo dice tre volte: «Donkey!». Quasi a spazzare via la sciocchezza sparata subito prima. Gli dà dell’asino. Che non è acqua di rose ma non collide neanche per sbaglio con la pelle del suo interlocutore. A quel punto parte la grancassa fumogena. La versione asinina viene presa per buona da tutti e, al momento in cui scrivo, nessuno l’ha messa in discussione. Perché viene da un tizio particolarmente carismatico, da un pezzo di storia del calcio, da uno che non sarà sempre simpaticissimo ma insomma, dai, su, vuoi proprio rompergli i coglioni? Ibrahimovic fu scelto dalla Regione Lombardia come testimone anti-Covid insieme a Massimo Boldi. Solo per questo, per essere risarcito dalla fatale vicinanza, dovrebbe poter vantare un bonus espressivo ad libitum. Siccome però non è così. Siccome dare della scimmia a un giocatore di colore è quel tipo di esempio che non si può e non si deve dare. Siccome a me gli stronzi, chiedo scusa per il francesismo, soprattutto se hanno talento, stanno simpatici, mi resta il solito sogno minoritario. Che il grande Ibra, quello che spaventa i virus, che irride i marcatori, che affronta la vita e il campo col sorriso gaglioffo di chi conosce l’enorme talento di cui è depositario, compia il gesto tecnico più clamoroso della sua vita. Dica, scriva, comunichi, va bene anche un telefono senza fili, quel che già ha fatto presente correggendosi al volo: «Ho detto una cazzata». Avrà vinto in un colpo solo tutto quello che in questi anni non gli è riuscito di vincere, pur essendo uno dei più grandi di tutti i tempi. Ecco. Giudizio: Chi? I-o?

Salvatore Riggio per corriere.it il 31 marzo 2021. Più facile ammaestrare un leone o Ibra? «Puoi addomesticare un leone, ma non puoi addomesticare Zlatan. È un animale diverso». Ibrahimovic non si smentisce mai. Dal ritiro della Nazionale svedese, impegnata stasera mercoledì 31 marzo contro l’Estonia in amichevole, l’attaccante del Milan tira fuori le unghie nell’intervista rilasciata al «Champions Journal». «Io ho un problema: non sono mai soddisfatto. Ho 39 anni, con quello che ho fatto potrei non lavorare più e fare comunque un’ottima vita d’ora in poi, ma ho sempre questa grande passione per quello che faccio. Voglio sempre di più. Non vedo molti giocatori fare quello che faccio alla mia età: dopo i 30 anni normalmente inizia la fase calante per un giocatore e arriva il ritiro, io dopo i 30 sono diventato ancora più forte». Zlatan è arrivato a livelli altissimi, nonostante l’infortunio grave ai tempi del Manchester United, la rottura del legamento crociato anteriore e posteriore del ginocchio destro. Era il 20 aprile 2017: «Ci ho messo un anno per tornare a sentirmi vivo. Sarò onesto, il lavoro che ho fatto è stato noioso. Era un lavoro mentale al quale non ero abituato, avevo sempre lavorato col pallone. Passavo il tempo a domandarmi quando ne sarei uscito e se fossi arrivato al termine della mia carriera. Per fortuna avevo persone intorno a me che mi stimolavano ad andare avanti e a non diventare pigro. “Devi farlo, devi farlo”, continuavano a ripetermi. Ce l’ho fatta e mi risento vivo». Intanto, ieri martedì 30 marzo ha spaventato i tifosi del Milan, quando ha interrotto dopo 15’ l’allenamento di rifinitura con la Svezia. Infortunio? No. Era già programmata una seduta personalizzata. Da capire se stasera Ibrahimovic sarà in campo dall’inizio. Gli ultimi gol con la maglia della Svezia sono i due rifilati alla Danimarca nel derby scandinavo del 17 novembre 2015, nelle qualificazioni a Euro 2016.

Giovanni Sallusti, autore del libro ''Politicamente Corretto - la dittatura democratica'' - Giubilei Regnani editore, per Dagospia l'1 febbraio 2021. Caro Dago, fermi tutti, ché la Procura Federale, organo di giustizia presso la Figc, apre un’inchiesta sul caso dell’anno, il Watergate pallonaro, il mai accaduto in un campo da calcio: due giocatori che si insultano e minacciano vicendevolmente la rissa (senza peraltro che essa avvenga, come pure capitato in decine di altri casi). Ci sono da sezionare i virgolettati, da interpellare esperti di bon ton e forse anche di taglio e cucito, urge la Var dei gesti e delle sillabe, per dirimere l’affaire Ibra-Lukaku, che ormai ha relegato pandemia sanitaria, disastro economico e crisi politica nello scantinato del notiziario. Su tutto, commedia nella commedia, c’è la caccia Politicamente Corretta allo psicoreato, una nevrosi che racconta le ossessioni di chi guarda molto più che quelle dei due giganti contrapposti, ovvero il “razzismo” di Ibra. Padre bosniaco musulmano, madre croata cattolica, infanzia e adolescenza in un sobborgo di Malmö a fortissima densità di immigrati, poi una vocazione biografica e sportiva da giramondo. Non cercate un senso in questa storia, non ce l’ha. O meglio sì, ma non è quello che vi spacciano le prefiche programmaticamente scandalizzate che sdottoreggiano sui giornaloni (su tutti svettano Tommaso Labate del Corriere della Sera e Gianni Riotta de La Stampa), l’Uomo Nero (ma è ormai metafora attenzionata ed essa stessa in odor di discriminazione), il caso-Ibra in mezzo alla comunità solitamente forbita ed irenica che corre dietro al pallone. Il punto invece sono proprio loro, sono i farisei ringalluzziti dall’iniziativa della Procura (convocato l’arbitro Valeri, a breve si attendono anche gli ambasciatori di Svezia e Belgio) che riprendono ad invocare squalifiche esemplari per i due centravanti, ma ovviamente un po’ di più per il bianco che offende il nero (il nero che minaccia di “sparare in testa” al bianco è meno grave, anche volendo seguire la loro pseudologica poliziesca non si reperisce uno straccio di senso). Perché qui è all’opera uno dei sacri dogmi del Politicamente Corretto, che come ogni ideologia recita: non c’è realtà al di fuori di me. Non ci sono la competizione sportiva in tutte le sue manifestazioni, quelle cattiviste comprese, non c’è il lato nero che pulsa nell’agonismo come in ogni fenomeno umano, non ci sono i ghetti esistenziali (in questo caso annidati in entrambi i contendenti) e la pratica vecchissima del “trash-talking”, che come ha ricordato questo sito stava nella quotidianità di totem intangibili come Michael Jordan e Muhammad Alì, John McEnroe e Kobe Bryant. No, per l’Inquisizione contemporanea esistono solo le proprie tabelle etiche (quindi immorali) precotte, la propria griglia interpretativa piccina, i propri tic eretti a categorie, le proprie parti in commedia già assegnate. “Torna a fare i tuoi riti voodoo” è per forza una questione di razzismo (peraltro io non mi offenderei se qualcuno mi invitasse a espletare “i miei riti cristiani”, il razzismo come sempre è nell’occhio dell’antirazzista), perché tutto lo è potenzialmente. Il razzismo, insieme al sessismo e al machismo, è una delle pochissime chiavi di lettura ammesse per decodificare quella che Paul Feyerabend chiamava “l’abbondanza del mondo”, la varietà incomprimibile dell’umano, compreso una (quasi) scazzottata tra atleti. Benissimo, caro Dago, allora approfitto per girare una proposta all’Indignato Unico: avete ragione, inviati dal vostro iPhone, twittaroli multiculti compulsivi, burocrati della pelota indefessi, antirazzisti immaginari. Il rettangolo verde è un luogo in cui vige l’ideologia, nella fattispecie l’ideologia buonista. Quindi, ci facciamo tutti immediatamente promotori di un’iniziativa non più prorogabile: la restituzione del Mondiale vinto nel 2006, grazie alle ripetute asserzioni di Materazzi sulla professione svolta dalla sorella di Zidane, la più antica del mondo. Un flagrante caso di bieco sessismo potenzialmente femminicida. Perché la sorella di Zidane non vale meno della mamma di Lukaku, vero?

Alex Zanardi. Come sta Zanardi: le condizioni, il recupero, gli esercizi alle braccia, la logopedista, la nuova carrozzina. Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera il 20 Dicembre 2021. La moglie Daniela racconta il percorso di riabilitazione a cui si sta sottoponendo Alex: «Il programma ha permesso progressi costanti. Certo, le battute d'arresto ci sono e possono ancora verificarsi». «Alex ha potuto lasciare l’ospedale qualche settimana fa e ora è tornato a casa con noi». Lo dice Daniela Zanardi rompendo un lungo silenzio, raccontando (attraverso il sito Bmw) di un traguardo tagliato, a 18 mesi da quel terribile incidente che ha costretto Alessandro a pedalare di nuovo lungo una interminabile salita. Ma questo è un regalo di Natale per ciascuno di noi perché il ritorno a casa segna una tappa importante verso una ripresa ancora più rilevante mentre carica Daniela, il figlio Niccolò di una ulteriore responsabilità, abbinata al ripristino di una convivenza comunque più gioiosa: «Il recupero continua ad essere un processo lungo. Il programma di riabilitazione condotto da medici, fisioterapisti, neuropsicologi e logopedisti ha permesso progressi costanti. Naturalmente, le battute d'arresto ci sono e possono ancora verificarsi. A volte bisogna anche fare due passi indietro per farne uno in avanti. Ma Alex dimostra continuamente di essere un vero combattente». Non è l’unico a battersi in quella casa, va detto, ma il fatto di vivere in famiglia, in un ambiente più caldo e carico di stimolazioni potrebbe dare un impulso davvero utile al tragitto che resta da compiere. Non più lunghe ore di solitudine nelle stanze delle cliniche che lo hanno accolto ma suoni e voci da ascoltare in continuazione: «Solo io, nostro figlio e la madre di Alex potevamo fargli visita, ma sempre solo una persona al giorno e questo solo per un'ora e mezza. Siamo con Alex tutto il giorno, lui è nel suo ambiente familiare e quindi potrebbe tornare un po' alla normalità. Questo gli dà ulteriore forza. Nelle cliniche, Alex è in ottime mani, ma la sua casa è ancora la sua casa». Ecco, casa. Dove può essere aiutato, stimolato, abbracciato e accudito in un ambiente modificato per accoglierlo. Amore e la forza, straordinaria di Daniela a di Niccolò a fargli compagnia: «Diversi programmi che Alex ha fatto in ospedale, sono continuati a casa ora. Durante la settimana, un terapista lavora con lui e fanno esercizi fisici, neurologici e logopedici. Per quanto riguarda la sua condizione fisica, ci sono molti progressi. Alex ha sempre più forza nelle braccia, che è aumentata molto. E, a parte l'ospedale dove stava molto a letto, Alex ora passa la maggior parte della giornata sulla sedia a rotelle con noi». Ciò significa disporre già di una padronanza motoria riacquisita, allude a progressi che fanno volare il cuore tutti noi, coinvolti come siamo nel destino di Alessandro. Non solo, il fatto che stia lavorando con un logopedista fa pensare al recupero della parola, anche se non ha senso in questa fase volare con la fantasia e il desiderio, presi da un eccesso di ottimismo: «Non si può ancora prevedere come il suo recupero si svilupperà ulteriormente. È ancora un percorso lungo e impegnativo che Alex affronta con molto spirito combattivo». Sì, concretezza e realismo. Sono gli ingredienti che Daniela ha utilizzato sempre, con una determinazione assoluta. Ma questa tappa profuma di qualcosa che abbiamo imparato a conoscere grazie ad Alex e a una famiglia che gli somiglia. È un invito a non rinunciare, a trattare la fatica come qualcosa che restituisce sempre. Qualcosa, viene da dire ascoltando Daniela, sta già restituendo.

Alex Zanardi è a casa, la terza vita dell’uomo che va oltre (e che dobbiamo ringraziare). Carlo Verdelli su Il Corriere della Sera il 21 dicembre 2021. Si candida a essere una delle poche favole belle di questo Natale: è la storia del campione mondiale assoluto di resilienza, l’uomo che alza la posta con il destino e riesce a beffarlo, un eroe che ci mette a disposizione una iniezione di fiducia.

Si candida a essere una delle poche favole belle di questo Natale. Forse la più imprevista e anche imprevedibile, visto come stavano le cose. Ma quando c’è di mezzo Sandrino Zanardi, campione mondiale assoluto di resilienza, l’impossibile è relativo.

Resilienza è una di quelle parole che diventano di moda senza che magari se ne capisca a fondo il significato. Ha a che fare con la capacità di alcuni materiali di non andare in frantumi dopo un urto violentissimo. Vale anche per gli esseri umani. I veri resilienti riescono non solo nell’impresa di fronteggiare qualsiasi schianto fisico o morale ma, contro ogni previsione, sono pure capaci di alzare la posta con il destino e addirittura beffarlo, migliorandosi, ottenendo da se stessi risultati che contraddicono le leggi di natura. Ecco, pensi a Zanardi e hai capito.

Dall’universo parallelo dove era stato precipitato vent’anni fa, e dove è tornato ad abitare in un’irreale solitudine circondata d’amore, arriva ancora una volta una notizia che non appartiene al nostro mondo di normali. A un anno e mezzo dall’incidente in Val di Chiana che gli ha sbriciolato la testa, il secondo incidente dopo quello del 2001 in Germania che gli costò le gambe, Alex Zanardi è ritornato a casa, nella villetta di famiglia nella campagna padovana. 

Sembrava folle solo pensare che potesse accadere, e lo sarebbe stato probabilmente per chiunque altro. Ma lui è una tigre, come aveva detto il figlio Niccolò subito dopo che il padre era sopravvissuto, giugno 2020, alle prime notti dopo l’impatto massacrante con l’angolo acuto del frontale di un camion. Ci credeva lui, Niccolò. Ci credeva Daniela, la moglie di una vita e della vita. Tutti gli altri abbassavano lo sguardo, come se questa volta fosse troppo anche per una tigre come il Sandrino. Per carità, uno che è risorto molto meglio di Lazzaro dopo il sabato di sangue sul circuito del Lausitzring: una macchina che taglia in due la sua Reynard Honda e lui stesso, il tronco da una parte e il resto del corpo da un’altra, lontano. 

Finita? Macché. Non soltanto prende la vita per la coda ma, una volta salvo, quella vita si mette anche a farla girare. Scopre l’handbike, la bicicletta che si spinge a braccia, si allena come un forsennato, diventa il numero uno nella storia di questo sport. Quattro ori olimpici, vittorie come neanche nella carriera da pilota di Formula 1, pur nobilissima, si era mai sognato di raggiungere.

E quando è già leggenda, invece di riposarsi e godere del gusto pieno di una seconda vita, a 53 anni e passa pensa alle Paralimpiadi di Tokyo 2021 e si inventa una specie di giro d’Italia a scopo benefico per portare un po’ di entusiasmo e di allegria in un Paese che cominciava faticosamente a riemergere dalla prima devastante mareggiata del Covid. 

Il fracasso facciale che è la prima diagnosi dopo lo schianto nella campagna senese non lascia molti margini per una terza volta. Eppure succede, eppure Sandrino Zanardi da Bologna non si lascia andare. Millimetro per millimetro, operazione dopo operazione, tra progressi, ricadute, sconforti, lui non cede. Passa persino attraverso le infinite complicazioni della pandemia: i mesi in isolamento, medici e infermieri nascosti da mascherine e ogni misura di protezione necessaria, i familiari più stretti (madre, moglie e figlio) che potevano stargli accanto solo uno per volta e per non più di un’ora e mezza. 

Il tutto con le complicatissime funzioni del cervello e dei sentimenti da ripristinare completamente, da riavviare dopo un reset così brutale e senza un ritorno certo alle piene funzioni. Ha davanti un altro Everest, dirà uno dei primi medici. E il problema, per molti e molti mesi, è stato quello di arrivare almeno ai piedi della montagna, già una volta sfidata e vinta. Alex s’incammina.

Gli ricostruiscono testa e faccia, tornano ad aprirsi e a vedere i suoi occhi di un incantevole blu, arrivano i primi sorrisi, ricomincia a muovere le dita, poi le mani, si riprende una briciola per volta quello che gli era stato tolto. E adesso che il peggio è scongiurato, che non c’è più rischio di infezioni delle molte ferite che l’hanno segnato, adesso non viene il bello. 

Dopo tanto e tanti ospedali, si torna a casa, come hanno annunciato l’inseparabile Daniela Manni in Zanardi e la Bmw, di cui è ambasciatore. Ma lasciando trasparire, accanto a una più che comprensibile gioia, una prudenza che riflette la consapevolezza che molta strada è stata fatta ma moltissima ne resta da fare, anche per l’uomo dei sogni possibili.

A 55 anni, in una stanza attrezzata per lui, neanche Alex si concede illusioni. Conosce per esperienza diretta la parete dell’Everest e l’immane fatica che crudelmente torna ad aspettarlo ora che ci è arrivato sotto. La voce non esce ancora da sola, ed è comprensibile dopo che è stato intubato per così tanto tempo. Riconosce, cerca di farsi intendere, sta molto meno a letto e si sposta su una carrozzina rafforzata per potere sostenere il collo. Non scrive, non è ancora arrivato il momento, però ha cominciato a spingere una cyclette con le mani, la forza aumenta nelle braccia. 

Sta tornando lui. Anzi, non se ne è mai andato, nemmeno negli attimi fatali di quel 19 giugno 2020 dove si è ritrovato in bilico sul filo che ti separa tra il resistere ancora una volta o lasciarsi andare per sempre. La sua Daniela, ai dottori che le chiedevano cosa fare, ha risposto per lui: se c’è una possibilità di salvarlo, fate tutto il necessario. Così è stato.

Merito dei medici, intendendo tutti quelli che in questi interminabili mesi hanno rimesso in sesto una delle due parti del corpo, la testa, rimaste a un gigante vero che quando ha perso la terza parte, gli arti inferiori, si è detto: concentriamoci su quello che abbiamo ancora, tanto è inutile piangere per quello che non avremo più. Merito anche dello straripante amore che gli è arrivato costantemente, senza interruzioni, con un calore che scioglieva i muri delle camere dei vari ricoveri: amore di tifosi, di gente che neanche sa di sport, di bambini a cui hanno raccontato la favola, che favola non è, di un signore con una bella faccia pulita che non si è arreso mai alle cattiverie del destino. E sempre con un modo dolce di fare, che una volta che l’hai visto in tivù o in un’intervista o dal vivo non te lo puoi dimenticare più.

Un tipo gentile, Alex Zanardi, combattente fino all’estremo dei limiti e un po’ oltre, forgiato in un metallo di cui solo pochi conoscono la composizione. Il suo tornare a casa vale di più di un sospiro di sollievo per un campione tanto preso di mira dalla malasorte. La buona nuova è anche una specie di potentissima iniezione di fiducia. Disponibile per tutti, gratis. E dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno. Grazie anche di questo, campione.

Da "repubblica.it" il 7 agosto 2021. La curva a destra, in discesa, il camion che sembra spuntare dal niente. La sterzata improvvisa, la ruota che si solleva, l’handbike che si ribalta e finisce sulla corsia opposta proprio contro il camion. Sono gli attimi dell’incidente di Alex Zanardi, il 19 giugno 2020 tra Pienza e San Quirico d’Orcia (Siena). Diciannove secondi ripresi dalla telecamera di un compagno di staffetta, in cui si vede il campione paralimpico che di colpo tenta di sterzare a destra, quando il grosso camion guidato da Marco Ciacci gli si para di fronte. Ma Zanardi, nel gruppo di testa con altri tre ciclisti, perde il controllo dell’handbike e finisce contro la ruota anteriore sinistra del tir. Nei mesi scorsi il filmato, allegato agli atti dell’inchiesta, è stato analizzato dalla procura e dal gip del tribunale di Siena, che a luglio ha archiviato la posizione dell’autista dell’autotreno.

Alex Zanardi, il drammatico video dell'incidente in handbike: attenzione, immagini molto forti. Libero Quotidiano il 07 agosto 2021. A distanza di un anno e due mesi, ecco il nuovo video che fa chiarezza sulla dinamica dell'incidente in cui il 19 giugno 2020 rimase coinvolto Alex Zanardi. Immagini riprese dagli organizzatori della staffetta, acquisite dalla procura di Siena già mesi fa, che sul caso aveva aperto un fascicolo come "atto dovuto", in cui l'unico indagato era il conducente del tir che ha travolto l'ex pilota, Marco Ciacci. Lo scorso 23 luglio il gip aveva stabilito l'archiviazione delle indagini poiché non era stato ravvisato "alcun nesso causale tra la condotta tenuta dall’autista alla guida dell’autoarticolato e la determinazione del sinistro stradale". E le drammatiche immagini diffuse dal sito di Repubblica spiegano perfettamente le ragioni della procura. Nelle immagini si vede Zanardi alla guida della sua handbike. Insieme a lui, altri tre ciclisti della staffetta Obiettivo Tricolore. Dunque si arriva a quella maledetta curva. Una curva stretta, in cui si vede la handbike di Zanardi sbandare, poi ribaltarsi dopo aver provato ad impostare la curva. E proprio in quel momento, ecco che nel video si vede arrivare in direzione opposta il tir, il quale non invade la corsia opposta. Tutto in tre, drammatici, secondi. Per ovvie ragioni, il momento dell'impatto è stato tagliato dal video, che resta comunque un contenuto di altissimo impatto, un pugno nello stomaco, immagini che possono impressionare. Come sottolinea Repubblica, è stato proprio questo video l'elemento alla base del fatto che il conducente del tir è stato scagionato. In quel momento, la velocità di Zanardi era di circa 50 chilometri orari. Il gip del tribunale di Siena, per inciso, è arrivato a conclusioni differenti rispetto alla famiglia di Alex Zanardi, secondo cui il tir aveva parzialmente invaso la corsia di marcia opposta.

Alex Zanardi, l'autore del video dello schianto durissimo contro Repubblica: "Mi tremano le mani, scandaloso". Libero Quotidiano il 07 agosto 2021. Dopo un anno e due mesi di indagini è stato pubblicato il video dell'incidente che ha visto coinvolto Alex Zanardi. Immagini forti che hanno fatto chiarezza su quanto davvero accaduto lo scorso 19 giugno in provincia di Siena e subito rimbalzate su tutti i quotidiani. In particolare Repubblica, il primo sito a rilanciarle. E contro il quotidiano diretto da Maurizio Molinari si scaglia Alessandro Maestrini, operatore video e autore del filmato che riprende l'incidente. A suo dire quelle scene non andavano pubblicate. "Questa volta mi trema la mano da quanto sono nervoso, perché stamattina è successa una cosa che ha dello scandaloso", inizia così lo sfogo di Maestrini su Facebbok. E ancora: "Ho dato il video alla procura di Siena che ha svolto le indagini perché lo ritenevo doveroso per giudicare il fatto in maniera corretta e non mi sono mai sognato di pubblicarlo perché avevo molte remore a guadagnare su una disgrazia del genere". Ma la rabbia di Maestrini non finisce qui: "E stamattina cosa vedo? Il mio video pubblicato su La Repubblica e, cosa ancora più scandalosa, con il logo di Repubblica. Come dire 'queste sono immagini nostri". L'operatore a quel punto si scaglia contro il quotidiano: "No cari signori, quelle le ho girate io e se io non mi sono mai permesso di pubblicarle quelle immagini è perché siamo tutti giornalisti e c'è una deontologia da rispettare. Ok?". L'autore del video racconta anche di avere inviato una pec a Repubblica per diffidarla: "Il giornalismo in Italia ha davvero bisogno di una regolata, questa è una cosa scandalosa". Nelle immagini si vede il pilota alla guida della sua handbike insieme ad altri tre ciclisti della staffetta Obiettivo Tricolore. Poi la curva stretta in cui si vede la handbike di Zanardi sbandare per poi ribaltarsi. Nella direzione opposta il tir che lo travolgerà. Immagini che fanno male, durissime. Un video che però ha portato a scagionare l'autista del camion, sollevato dalle responsabilità dalla procura.

Andrea Sereni per corriere.it l'1 luglio 2021. Alex Zanardi continua a lottare. A poco più di un anno dall’incidente in handbike prosegue il suo recupero ed è in condizioni stabili. Lo ha detto la moglie Daniela, che non lo lascia solo un attimo. «Alex è in condizioni stabili — ha spiegato la moglie, che gli fa ascoltare sempre le canzoni di Antonello Venditti —, al momento si trova in una clinica per seguire un programma di riabilitazione guidato da medici, fisioterapisti, neurologi e logopedisti. Tutto questo per facilitare il suo recupero». «Il percorso successivo all’incidente non è stato semplice — ha aggiunto in un’intervista a Bmw — . Ha dovuto subire molti interventi di neurochirurgia e ci sono state diverse battute d’arresto. Adesso è in grado di seguire programmi di allenamento fisico e psichico. Può comunicare con noi, ma non è ancora in grado di parlare. A seguito del lungo coma, le corde vocali devono riprendere elasticità e sta seguendo delle terapie anche per questo. Possiede ancora una grande forza nelle braccia e si sta allenando intensamente con delle attrezzature specifiche». Daniela si è detta stupita dell’ondata di affetto che ha trascinato Alex, quell’abbraccio globale che lo ha circondato: «Abbiamo ricevuto molti messaggi di affetto e supporto, colgo l’occasione per dire ‘grazie’, a nome di Alex, a tutti. La vicinanza degli amici, dei fan e di tutti gli addetti ai lavori del motorsport è stata davvero commovente».  Quali sono le prospettive per il futuro? Zanardi da diversi mesi mostra di avere fasi di comprensione e anche di risposta a stimoli esterni, come la musica (come quella di Venditti appunto) o la visione dei Gran Premi di Formula 1 o del motomondiale. «Si tratta di un lungo percorso e di un’altra grande sfida. Non posso prevedere quando Alex possa tornare a casa». Ma di sicuro non molla: «Vorrei dire a tutte quelle persone che stanno pensando e pregando per Alex che sta combattendo, come ha sempre fatto». Non avevamo dubbi.

Da corriere.it il 13 gennaio 2021. Alex Zanardi è tornato a parlare. A dirlo è stata Federica Alemanno, neuropsicologa dell'ospedale San Raffaele di Milano, dove il campione di handbike si trovava dopo i primi interventi d'urgenza in seguito al terribile incidente in handbike avvenuto vicino a Siena lo scorso anno. «È stata una grande emozione quando ha cominciato a parlare, nessuno ci credeva. Lui c’era! E ha comunicato con la sua famiglia», ha detto Alemanno, che a lungo ha tenuto la mano del campione quando si stava risvegliando al San Raffaele di Milano. Alemanno — che ha 36 anni, è responsabile del Servizio di Neuropsicologia e professore alla facoltà di Psicologia dell’Università Vita e Salute, e ha alle spalle una laurea in neuroscienze e un post-dottorato al Dipartimento di Bioingegneria all’University of California San Diego (Ucsd) — ha già accumulato una grande esperienza in campi medici di avanguardia. In particolare nella awake surgery, «la chirurgia da svegli: una tecnica molto particolare che si fa in pochissimi centri in Italia e ha come obiettivo quello di garantire al paziente la migliore qualità di vita possibile dopo un’inevitabile intervento chirurgico». Zanardi, come avevamo scritto qui, sta lentamente recuperando le funzioni vitali. Nel 2001 era riuscito a sopravvivere a un incidente automobilistico, in Germania, che lo costrinse all'amputazione delle gambe. Era poi tornato a correre, in auto e sulla handbike, con cui aveva poi vinto quattro ori e due argenti alle Paralimpiadi. Il 19 giugno scorso era stato coinvolto in un drammatico incidente proprio sulla handbike. Operato più volte, prima a Siena, poi al San Raffaele, dal 21 novembre Zanardi è stato trasferito nel reparto di neurochirurgia di Padova, a pochi chilometri dalla casa di famiglia. «Stringe la mano su richiesta. Se gli chiedono di fare ok, alza il pollice. Dov’è Daniela? E lui gira appena il capo verso di lei», scriveva qui Carlo Verdelli. «Non è certo la vetta ma almeno siamo ai piedi dell’arrampicata, che è già un risultato insperato».

Da ilmessaggero.it il 20 gennaio 2021. Il «sinistro» con Alex Zanardi «si è verificato non a causa dell'invasione di corsia» da parte del camion «ma a causa della presenza del veicolo» pesante stesso. Lo conclude il perito della procura di Siena Dario Vangi nelle integrazioni alla sua relazione che gli erano state chieste dopo averla depositata nei giorni scorsi. Quesiti integrativi alla perizia posti dai legali della famiglia di Alex Zanardi. Sette punti per chiarire definitivamente e tecnicamente se l'autoarticolato contro il quale il campione il 19 giugno 2020 si era andato a scontrare con la sua handbike lungo la strada provinciale tra Pienza e San Quirico d'Orcia (Siena), avesse invaso la corsia opposta. Un chiarimento atteso dalla procura per chiudere l'inchiesta e decidere così se archiviare la posizione del camionista alla guida del mezzo, indagato per lesioni gravissime, o rinviarlo a giudizio. Il conducente è stato finora l'unico indagato dell'inchiesta. Secondo i legali della famiglia di Zanardi, infatti, sarebbe stato il Tir ad oltrepassare la linea di mezzeria. Di avviso opposto il consulente della difesa, Mattia Strangi. Tra gli approfondimenti richiesti con l'integrazione anche le linee di movimento di Zanardi sulla sua handbike e la presenza di un altro ciclista davanti al camion. E così le conclusioni nella nuova documentazione hanno evidenziato che lo sconfinamento della mezzeria da parte del camion è stato valutato «inferiore ai 40 cm» e definito «minimo stante il tipo di mezzo e la strada percorsa». Secondo quanto si è appreso da fonti vicino all'inchiesta, inoltre, la posizione del mezzo in quel punto della strada provinciale potrebbe essere stata dettata dalla «presenza di un ciclista davanti all'autocarro e dall'inizio di manovra di sorpasso dell'autocarro stesso comunque consentita». Inoltre la documentazione depositata nei giorni scorsi avrebbe rilevato come «Zanardi avesse la tendenza ad allargare e arrotondare la curva portandosi in prossimità della linea di mezzeria». Nelle conclusioni il perito conferma che il «sinistro si è verificato non a causa dell'invasione di corsia ma a causa della presenza del veicolo». Prosegue il percorso riabilitativo di Alex Zanardi all'ospedale di Padova dove è stato trasferito dal S.Raffaele di Milano. Ogni mattina il campione paralimpico viene sottoposto a lunghe sedute fisioterapiche e continue stimolazioni audio-visive cui sembra dare prime risposte, come confermato dai medici. Al suo fianco la moglie Daniela che non lo ha mai lasciato solo.

Marco Bonarrigo e Marco Gasperetti per corriere.it il 26 aprile 2021. Marco Ciacci, l’uomo al volante dell’autoarticolato contro cui Alex Zanardi si schiantò durante una manifestazione cicloturistica di beneficenza il 19 giugno 2020, non ha alcuna responsabilità penale nella dinamica del tragico incidente avvenuto a Pienza, in Toscana. È questa la tesi del procuratore della Repubblica di Siena, Salvatore Vitiello, che ha chiesto l’archiviazione della posizione dell’autista rispetto al reato di lesioni gravissime. La famiglia dell’ex pilota bolognese ha fatto subito sapere che presenterà opposizione all’archiviazione al Gip, basandosi sugli elementi emersi dalle perizie di parte. Il legale degli Zanardi (che non hanno mai rilasciato dichiarazioni sull’incidente) ha sempre sostenuto che nelle immagini girate dal videomaker al seguito della corsa si vedrebbe chiaramente il camion superare la linea di mezzeria. Ma l’incidente ad Alex Zanardi, accaduto sulla provinciale 146 tra Pienza e San Quirico d’Orcia, nel Senese secondo la procura non sarebbe stato provocato dall’invasione della corsia del tir che transitava nel senso opposto di marcia del campione paraolimpico. Sarebbe stato — invece — lo stesso Zanardi, spaventato dalla visione del mezzo subito dopo una curva, a sterzare o frenare in modo da «cozzare» contro il mezzo.

La gara. A supportare la tesi della procura, la perizia di Dario Vangi, docente al dipartimento di ingegneria industriale dell’Università di Firenze, incaricato dal pm degli approfondimenti finali, secondo la quale lo sconfinamento della linea di mezzeria da parte del camion si sarebbe realmente verificato ma sarebbe stato «inferiore ai 40 centimetri» e dunque definito «minimo considerato il tipo di mezzo e la strada percorsa». Il professor Vangi ha risposto a sette quesiti per approfondire le conclusioni degli esperti nominati da legale della famiglia Zanardi, l’ingegner Giorgio Cavallin, e di quello della difesa del camionista indagato per lesioni gravissime, l’ingegnere bolognese Mattia Strangi, confermando di fatto il risultato dei precedenti accertamenti. E ha ribadito che la posizione del mezzo potrebbe essere stata dettata dalla «presenza di un ciclista davanti all’autocarro e dall’inizio di manovra di sorpasso dell’autocarro stesso, comunque consentita» (qui l'articolo di Carlo Verdelli: «Zanardi fa ok con il pollice e guarda la moglie. La terza vita dopo l’incidente»). Il ciclista, filmato dal videomaker Alessandro Maestrini, non era uno dei membri della comitiva di Zanardi (che pedalavano nel senso opposto) ma un semplice cittadino che si trovava ad alcuni metri davanti al pesante automezzo. Un particolare che — dunque — aveva fatto ipotizzare l’inizio di una manovra del camionista per cercare di superare la bicicletta con la conseguente invasione dell’opposta corsia sulla quale stava transitando l’ex pilota di Formula 1, ma che per il consulente della procura sembra non essere stata decisiva per l’incidente. Si parla infine di un tentativo in extremis di Zanardi di evitare sterzando a destra per tre volte, aiutandosi anche con un braccio. La manovra sarebbe visibile nel filmato in possesso della procura e sarebbe un’altra prova che Zanardi era perfettamente lucido e attento alla guida quando si è trovato all’improvviso il camion davanti con una traiettoria di collisione. Sarebbe stata la posizione del camion a determinare la reazione del campione paraolimpico, ma non a provocare l’incidente stesso: questi gli elementi a disposizione del Gip che deciderà se accogliere o meno la richiesta del procuratore. I carabinieri, dal canto loro, avevano già accertato che il Tir avanzava a velocità moderata, inferiori ai limiti previsti, che il mezzo era in perfetto stato e l’autista avrebbe messo in atto ogni tentativo per evitare l’impatto.

Da ilmessaggero.it il 26 maggio 2021. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Siena si è riservato la decisione sulla richiesta di archiviazione per l'incidente in cui è rimasto seriamente ferito l'ex atleta paralimpico Alex Zanardi. La Procura ha chiesto l'archiviazione per Marco Ciacci, 45 anni, residente nel senese, che guidava il veicolo contro cui andò a urtare la handbike di Zanardi sulla strada provinciale 146 nel comune di Pienza. Ciacci è indagato per il reato di lesioni colpose gravissime.

Il legale di Zanardi si oppone. Il legale della famiglia Zanardi, Carlo Covi, si è opposto alla richiesta di archiviazione e chiede orala riapertura delle indagini con accertamenti tecnici sulla dinamica dell'incidente e l'imputazione coatta per il camionista indagato: «C'è stata un'invasione della corsia da parte dell'autocarro che è stata determinante per la reazione di Alex Zanardi, provocando la manovra di sterzo a destra, da cui è conseguita la perdita di controllo del mezzo. Se il camion fosse stato regolarmente all'interno della sua corsia di marcia l'incidente non sarebbe successo», ha detto l'avvocato Covi del Foro di Padova. «La domanda è: si può passare di poco con un semaforo rosso? Non è possibile che non ci sia una responsabilità del conducente del camion nell'incidente: Zanardi lo vide sopraggiungere e sterzò di colpo perchè invase la corsia». Da questi dubbi la richiesta di procedere a nuovi accertamenti tecnici sull'incidente.

La perizia del consulente di parte. La famiglia di Zanardi sulla scorta della perizia fatta dall'ingegnere Giorgio Cavallin, consulente di parte, attribuisce «una efficacia causale alla condotta del conducente dell'automezzo, sostenendo che il parziale superamento della linea di mezzeria, abbia determinato la manovra di sterzo a destra dello Zanardi, da cui

conseguiva la perdita di controllo del mezzo».

Marco Bonarrigo e Marco Gasperetti per corriere.it il 26 aprile 2021. Marco Ciacci, l’uomo al volante dell’autoarticolato contro cui Alex Zanardi si schiantò durante una manifestazione cicloturistica di beneficenza il 19 giugno 2020, non ha alcuna responsabilità penale nella dinamica del tragico incidente avvenuto a Pienza, in Toscana. È questa la tesi del procuratore della Repubblica di Siena, Salvatore Vitiello, che ha chiesto l’archiviazione della posizione dell’autista rispetto al reato di lesioni gravissime. La famiglia dell’ex pilota bolognese ha fatto subito sapere che presenterà opposizione all’archiviazione al Gip, basandosi sugli elementi emersi dalle perizie di parte. Il legale degli Zanardi (che non hanno mai rilasciato dichiarazioni sull’incidente) ha sempre sostenuto che nelle immagini girate dal videomaker al seguito della corsa si vedrebbe chiaramente il camion superare la linea di mezzeria. Ma l’incidente ad Alex Zanardi, accaduto sulla provinciale 146 tra Pienza e San Quirico d’Orcia, nel Senese secondo la procura non sarebbe stato provocato dall’invasione della corsia del tir che transitava nel senso opposto di marcia del campione paraolimpico. Sarebbe stato — invece — lo stesso Zanardi, spaventato dalla visione del mezzo subito dopo una curva, a sterzare o frenare in modo da «cozzare» contro il mezzo.

La gara. A supportare la tesi della procura, la perizia di Dario Vangi, docente al dipartimento di ingegneria industriale dell’Università di Firenze, incaricato dal pm degli approfondimenti finali, secondo la quale lo sconfinamento della linea di mezzeria da parte del camion si sarebbe realmente verificato ma sarebbe stato «inferiore ai 40 centimetri» e dunque definito «minimo considerato il tipo di mezzo e la strada percorsa». Il professor Vangi ha risposto a sette quesiti per approfondire le conclusioni degli esperti nominati da legale della famiglia Zanardi, l’ingegner Giorgio Cavallin, e di quello della difesa del camionista indagato per lesioni gravissime, l’ingegnere bolognese Mattia Strangi, confermando di fatto il risultato dei precedenti accertamenti. E ha ribadito che la posizione del mezzo potrebbe essere stata dettata dalla «presenza di un ciclista davanti all’autocarro e dall’inizio di manovra di sorpasso dell’autocarro stesso, comunque consentita» (qui l'articolo di Carlo Verdelli: «Zanardi fa ok con il pollice e guarda la moglie. La terza vita dopo l’incidente»). Il ciclista, filmato dal videomaker Alessandro Maestrini, non era uno dei membri della comitiva di Zanardi (che pedalavano nel senso opposto) ma un semplice cittadino che si trovava ad alcuni metri davanti al pesante automezzo. Un particolare che — dunque — aveva fatto ipotizzare l’inizio di una manovra del camionista per cercare di superare la bicicletta con la conseguente invasione dell’opposta corsia sulla quale stava transitando l’ex pilota di Formula 1, ma che per il consulente della procura sembra non essere stata decisiva per l’incidente. Si parla infine di un tentativo in extremis di Zanardi di evitare sterzando a destra per tre volte, aiutandosi anche con un braccio. La manovra sarebbe visibile nel filmato in possesso della procura e sarebbe un’altra prova che Zanardi era perfettamente lucido e attento alla guida quando si è trovato all’improvviso il camion davanti con una traiettoria di collisione. Sarebbe stata la posizione del camion a determinare la reazione del campione paraolimpico, ma non a provocare l’incidente stesso: questi gli elementi a disposizione del Gip che deciderà se accogliere o meno la richiesta del procuratore. I carabinieri, dal canto loro, avevano già accertato che il Tir avanzava a velocità moderata, inferiori ai limiti previsti, che il mezzo era in perfetto stato e l’autista avrebbe messo in atto ogni tentativo per evitare l’impatto.

La decisione del gip di Siena. Incidente Alex Zanardi, archiviata l’inchiesta sul camionista: “Nessuna colpa per le lesioni”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 23 Luglio 2021. Non c’è alcuna colpa per Marco Ciacci nell’incidente costato la vita all’ex campione olimpico e pilota di Formula 1 Alex Zanardi. Lo ha stabilito il gip del tribunale di Siena, Ilaria Cornetti, archiviando l’inchiesta nei confronti del 45enne camionista che era alla guida del mezzo pesante contro il quale, il 19 giugno 2020, lungo la strada provinciale 146 nel comune di Pienza (Siena), nei pressi del bivio per la località Sant’Anna in Camprena, andò a sbattere il campione paralimpico con la sua handbike, mentre partecipava alla staffetta di solidarietà "Obiettivo Tricolore". Zanardi, come noto, fu più volte operato presso il Policlinico Le Scotte di Siena, mentre ora è ricoverato una clinica specializzata per la riabilitazione successiva all’incidente. La richiesta di archiviazione nei confronti di Ciacci era stata richiesta dai titolari dell’inchiesta, il procuratore capo di Siena Salvatore Vitello e il sostituto procuratore Serena Menicucci, sulla base della consulenza tecnica svolta da Dario Vangi, professore di progettazione meccanica e costruzione di macchine del dipartimento di ingegneria industriale dell’università di Firenze. Il camionista 45enne era indagato per lesioni colpose gravissime, ma la stessa Procura senese non aveva ravvisato “alcun nesso causale tra la condotta tenuta da Marco Ciacci, alla guida dell’autoarticolato, e la determinazione del sinistro stradale in seguito al quale Zanardi riportava gravi lesioni”. Parere diverso invece dalla famiglia del campione paralimpico, che sulla base della perizia svolta dal consulente di parte, Giorgio Cavallin, attribuiva invece “una efficacia causale alla condotta del conducente dell’automezzo”, sostenendo che “il parziale superamento della linea di mezzeria, ha determinato la manovra di sterzo a destra dello Zanardi, da cui conseguiva la perdita di controllo del mezzo”. Il gip ha dunque accolto la tesi della Procura, secondo cui il camionista “viaggiava ad una velocità moderata e comunque ampiamente al di sotto del limite di velocità previsto su quel tratto di strada”. Ciacci inoltre aveva “reagito prontamente alla vista del ciclista mettendo in atto una manovra di emergenza (sterzando verso il margine destro della carreggiata) per allontanarsi dalla linea di mezzeria e cercare di evitare l’impatto con l’handbike condotta da Zanardi, impatto che sfortunatamente si verificava interamente all’interno della corsia di pertinenza dell’autoarticolato”. Il gip Cornetti si era riservato la decisione al termine dell’udienza del 26 maggio, depositando il decreto di archiviazione quasi due mesi dopo.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

·        Figli di Papà.

Stefano Mancini per "la Stampa" il 24 febbraio 2021. Sorriso gentile, un vago accenno di imbarazzo iniziale. Ma è soltanto un attimo.

Mick Schumacher sa dove vuole andare, come riuscirci e in quanto tempo.

Dalla Formula 4 in su, ha fatto un passo avanti ogni due anni fino a raggiungere la categoria regina. «Parliamo di corse, non di questioni personali», premette all' inizio dell'intervista via Zoom. Suo padre lasciò la Formula 1 a fine 2012. Un anno dopo battè la testa in un incidente sugli sci e non si è mai ripreso. Mick, quel dolore, se lo tiene dentro, è suo e non lo condivide. Il 28 marzo, appena compiuti i 22 anni, riporterà il nome Schumacher in Formula 1 alla guida della Haas, junior team della Ferrari.

Pronto a cominciare?

«Si, decisamente pronto».

Lo sa che se il 28 marzo taglierà il traguardo del Gp del Bahrein, diventerà il miglior Schumacher al debutto? Suo zio Ralf e suo padre non conclusero la prima gara.

«Davvero? Beh, non diciamolo troppo forte!»

Quali sono le difficoltà di un Gran premio e le cose che deve ancora imparare?

«In F1 la strategia è molto più complicata, bisogna scegliere le gomme giuste al momento giusto, tenere conto di safety car e bandiere gialle. Sono situazioni a cui mi dovrò abituare e su cui è importante lavorare. Per la fine dell' anno spero di essere d' aiuto al team nel prendere le decisioni».

Tre giorni di test da dividere con il compagno di squadra e prove libere accorciate: tempi duri per gli esordienti.

«È una sfortuna, io ho sempre amato guidare in pista. Purtroppo hanno ridotto le occasioni per farlo, ma siamo tutti nella stessa posizione. Sono sicuro che andrà bene».

Quale obiettivo si è dato per ritenersi soddisfatto a fine stagione?

«Un miglioramento rispetto alle prime gare. Sarei felice di arrivare anche a guadagnare dei punti».

È consapevole delle critiche che le pioveranno addosso al primo errore?

«Dipende da come reagisci. Se prendi le critiche in maniera negativa non va bene. Se le accetti, se arrivano dalle persone che ti hanno a cuore, allora puoi convertire il negativo in positivo. È quello che faccio io».

Il suo cognome può diventare un peso?

«No».

Ci saranno dei paragoni.

«Non importa».

La Ferrari è il suo prossimo sogno?

«Sono molto contento di essere alla Haas. Sono al mio esordio e vorrei uscirne nel miglior modo possibile, poi vedremo che cosa il futuro ha in serbo per me. Adesso è tutto imprevedibile, ma non lo nego: sarebbe un sogno guidare una Ferrari come fece mio padre in passato».

Stare in un team minore è un problema o le allevia la pressione?

«Qui sto bene. L' obiettivo è quello di crescere con la squadra giorno dopo giorno. Lavoriamo a stretto contatto con la squadra. C' è fiducia e collaborazione».

Lei fa parte della Driver Academy. Da Mattia Binotto, il team principal della Ferrari, che consigli ha ricevuto?

«Beh, ovviamente siamo sempre in contatto. Se ci penso, il primo che mi viene in mente è "drive fast", vai forte».

Il suo rapporto con Charles Leclerc?

«L'ho incontrato quando era nel Team Prema di F2, è un ragazzo silenzioso. Poi è andato a correre in F1 e non ho avuto occasione di conoscerlo bene».

Invece è diventato amico di Sebastian Vettel. Michael era stato per lui una sorta di tutor.

«Sì, io e Seb ci parliamo regolarmente. Lui ha una grande esperienza, mi dà consigli. Ha un occhio di riguardo per me».

Un suo giudizio su Hamilton come attivista contro il razzismo e in difesa dell' ambiente?

«Preferirei non commentare».

E come pilota? Quando ha vinto il settimo titolo la vostra famiglia gli ha regalato un casco appartenuto a suo padre.

«Sì, ma è difficile fare paragoni tra piloti di periodi diversi».

Qual è il suo primo ricordo legato alla Formula 1?

«Ero seduto davanti alla tv. Non saprei dire quale Gran premio stessi guardando, ma nella memoria mi è rimasto un particolare: volevo gareggiare anch' io».

Quando ha pensato di poter arrivare in F1?

«Ci ho sempre pensato. Ho cominciato a crederci dopo il successo in F3. In F2 ho avuto problemi all' inizio, però l' anno scorso ho vinto ed eccomi qui».

Ha mai parlato di Formula 1 con suo padre?

«Sono questioni private, torniamo al motorsport».

I tifosi italiani cominciano a conoscerla e ad amarla. Li ha incontrati?

«Sì, nel 2019, prima della pandemia. Sarebbe stato grandioso rivederli l' anno scorso quando sono salito sul podio a Monza, ma il Covid-19 ce l' ha impedito. Spero ci siano molte altre occasioni».

Li saluti in italiano.

«Grazie a tutti, ci vediamo presto in pista!».

Da fanpage.it il 17 settembre 2021. Pubblicata la foto che per molti anni terrorizzò la Ferrari: il leggendario Michael Schumacher vestito da sposa che sorridente balla con il fido compagno di squadra Rubens Barrichello a Madonna di Campiglio. Foto che per 18 anni è stata gelosamente custodita e che ora, in contemporanea con l'uscita del documentario di Netflix sulla vita del sette volte campione di Formula 1, è stata resa pubblica dal giornalista brasiliano, habitué del paddock della F1, Flavio Gomes. Una foto scattata da Thais Lessa Carneiro (allora moglie del noto giornalista di San Paolo) nel 2003 che immortalò un momento di ilarità del campionissimo tedesco rimasto per tutti questi anni solo nella mente delle poche persone presenti all'evento (gli smartphone, i live streaming, le dirette sui social ancora non c'erano). Una foto che per diverso tempo tenne in apprensione la Ferrari, la scuderia con cui il Kaiser corse fino al 2006, e la stessa famiglia Schumacher. A rivelare questo aneddoto è stato lo stesso Flavio Gomes che nel suo blog ha voluto aggiungere questo inedito episodio, sfuggito anche ai produttori del documentario Netflix "Schumacher", avvenuto in una delle ultime sere del Wrooom, l'evento organizzato dal main sponsor Philipp Morris per presentare la squadra Ferrari. Un'intera settimana sulle Alpi che si snodava tra eventi ufficiali e momenti di puro svago. Tra questi ultimi anche nottate di grandi bevute e ballate epiche. E fu proprio in una di queste notti che in uno dei salottini dell'hotel Michael Schumacher, molto estroverso lontano dalle telecamere, apparve vestito in abito da sposa invitando Barrichello a ballare, tra le risate generali, mentre un amico brasiliano di Rubinho suonava al pianoforte. Fu a quel punto che la foto fu scattata: "Thais, mia moglie all'epoca, era con una piccola cinepresa analogica 135. Scattò tre foto e continuò a divertirsi, come tutti noi. Era solo il resoconto di un momento felice. Non me ne sono nemmeno accorto quando ha scattato le foto" racconta infatti Flavio Gomes. Nessuno dunque sembrava essersi accorto di quello scatto ‘rubato'. Ma in realtà non è così: "Il giorno dopo, però, a colazione l'addetto stampa della Ferrari Luca Colajanni è venuto da me terrorizzato – racconta ancora infatti il giornalista brasiliano –: ‘Flavio, Flavio, per l'amor di Dio, hai fotografato Michael da sposa?' chiese. ‘Io no, ma Thais sì', risposi, scoppiando nuovamente a ridere. Luca era terrorizzato che quelle foto venissero pubblicate. Era la sua immagine, l'immagine della Ferrari, ‘Oh no! Oh cielo! Cosa faremo adesso?‘ ripeteva terrorizzato. Quindi, temendo potesse avere un infarto, l'ho rimproverato: ‘Luca, vaff****lo , sembra che tu non ci conosca!” gli dissi, cosa che sembrò rassicurarlo. ‘Questa non verrà mai pubblicata, è una foto personale, stai calmo. Siediti e mangia un croissant'" . Nonostante tutte le rassicurazioni quella foto di Michael Schumacher in abito da sposa continuò ancora a tormentare la Ferrari e il suo addetto stampa: "Dopo, per anni, ogni volta che volevo tormentare Colajanni, lo chiamavo in disparte e gli dicevo che aveva bisogno di soldi, ed è per questo che avevo venduto le foto, e lui mi mandava all'inferno" conclude Flavio Gomes nel suo racconto. Una foto che dunque ha terrorizzato la scuderia di Maranello per anni, ma che, pubblicata oggi, a distanza di 18 anni ci regala solo un'altra sfumatura inedita dell'uomo dietro al leggendario pilota di Formula 1.

Michael Schumacher, orgoglio e dramma: "Sopravvissuto grazie a Corinna. Ma con delle conseguenze", le ultime da Jean Todt. Libero Quotidiano l'11 agosto 2021. Dal drammatico incidente di Meribel sono passati ormai 7 anni e 8 mesi: era il 29 dicembre del 2013 quando Michael Schumacher, in seguito a una caduta sugli sci, rimase gravemente ferito. Sulle sue condizioni di salute, come è noto, è sempre trapelato poco e nulla: famiglia e amici ne hanno difeso al massimo la privacy. Senza però mai abbandonarlo. E a raccontare nuovamente tutta questa situazione è Jean Todt, ex ad della Ferrari proprio ai tempi di Schumacher, che si sbottona in una intervista alla Bild, in cui ha ribadito quanto la moglie Corinna Betsch sia stata fondamentale per la sopravvivenza di Schumacher (i due sono sposati dal 1° agosto del 1995). "Ho passato molto tempo con Corinna dal momento dell'incidente del 29 dicembre 2013", ha spiegato Todt. E ancora: "È una donna meravigliosa, guida la famiglia. Grazie al lavoro dei medici e a Corinna, che voleva che sopravvivesse, Michael è effettivamente sopravvissuto, anche se con conseguenze. Al momento si lotta proprio contro tali conseguenze. Speriamo che la situazione migliori, anche se lentamente", ha chiosato Jean Todt. Insomma, 7 anni e 8 mesi dopo quel drammatico incidente, la battaglia del campione del mondo non è ancora finita. E Corinna è sempre al suo fianco.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 25 agosto 2021. La famiglia di Michael Schumacher rende omaggio al campione "forte" e "speciale" nel documentario di Netflix sul leggendario pilota di Formula uno, “Schumacher”, in uscita il 15 settembre. Un trailer pubblicato oggi mostra sua moglie Corinna e i loro due figli Gina e Mick, che hanno seguito le orme del padre in F1, parlare del pilota, 52 anni, che non è stato più visto in pubblico da quando ha subito gravi ferite alla testa in un incidente sugli sci nel 2013. Corinna, anche lei 52enne, dice nell'attesissimo film su suo marito: «Ho appena sentito che è una persona speciale. Penso che sia semplicemente molto forte mentalmente. Estremamente forte. Mi mostra ancora quanto è forte ogni giorno».  Mick, 22 anni, aggiunge: «Quando lo guardo penso, “Voglio essere così”». Il trailer mostra filmati d'archivio della carriera di Schumacher, dai suoi giorni di karting da ragazzo al suo settimo campionato di F1. Il documentario promette materiale inedito che mostra le «molte sfaccettature della sua personalità multistrato», e vi hanno partecipato anche il fratello Ralf, Sebastian Vettel, David Coulthard e Bernie Ecclestone. Il ritratto della leggenda delle corse è «l'unico film supportato dalla sua famiglia» ed è stato descritto dal suo addetto stampa e manager Sabine Kehm come «il dono della famiglia al loro amato marito e padre». Kehm ha aggiunto: «Michael Schumacher ha ridefinito l'immagine professionale di un pilota da corsa e ha fissato nuovi standard. Nella sua ricerca della perfezione, non ha risparmiato né se stesso né la sua squadra, guidandoli verso i più grandi successi. È ammirato in tutto il mondo per le sue doti di leadership». «Ha trovato la forza per questo compito e l'equilibrio per ricaricarsi a casa, con la sua famiglia, che ama incondizionatamente. Al fine di preservare la sua sfera privata come fonte di forza, ha sempre separato in modo rigoroso e coerente la sua vita privata dalla sua vita pubblica. Questo film racconta entrambi i mondi. È il dono della sua famiglia al loro amato marito e padre». Schumacher, che ha vinto 91 Gran Premi prima di ritirarsi dalla Formula 1 nel 2012, ha subito un grave trauma cranico il 29 dicembre 2013 nelle Alpi francesi e il suo stato di salute rimane segreto. Netflix ha detto che il documentario non si concentra sulla sua salute. «La sfida più grande per i registi è stata sicuramente quella di trovare l'equilibrio tra reportage indipendente e considerazione per la famiglia», ha detto Vanessa Nocker che ha diretto il film insieme a Hanns-Bruno Kammertons e Michael Wech. «Corinna Schumacher stessa è stata il nostro più grande supporto in questo. Lei stessa voleva fare un film autentico, mostrare Michael così com'è, con tutti i suoi alti e bassi, senza alcun rivestimento di zucchero». «È stata bravissima e abbastanza coraggiosa da permetterci di fare ciò che volevamo, quindi abbiamo rispettato e mantenuto i suoi limiti. Una donna molto stimolante e calorosa che ha lasciato un'impressione duratura su tutti noi». Schumacher è stato famoso soprattutto per la sua carriera in Ferrari tra il 1996 e il 2006, dove ha vinto cinque campionati consecutivi, dopo aver vinto due titoli con la Benetton. Si è ritirato nel 2006, ma è tornato a correre quattro anni dopo con la Mercedes. Si è ritirato per la seconda volta nel 2012 dopo due stagioni senza successo. Il documentario doveva essere rilasciato nel 2020 dopo le riprese nel 2019, ma è stato ritardato più volte dai produttori a causa del volume di materiale che dovevano modificare.

Da ilmessaggero.it il 6 settembre 2021. Delle sue condizioni di salute si parla raramente, per rispetto alle decisioni dei suoi familiari. Ma oggi qualcosa riesce a trapelare sulla salute della leggenda della F1, Michael Schumacher. La notizia è che il campione migliorerà «lentamente e sicuramente» secondo un aggiornamento fornito dal suo grande amico, il presidente della FIA Jean Todt. Schumacher è ancora in riabilitazione dopo aver subito un devastante trauma cranico in un incidente sugli sci sulle Alpi francesi nel dicembre 2013. La leggenda della Formula 1 ha sbattuto la testa su una roccia mentre sciava fuori pista a Meribel, in Francia. Venne trasportato in aereo in un ospedale di Grenoble e, dopo aver subito due interventi chirurgici, è stato posto in coma farmacologico per sei mesi per aiutare a ridurre il gonfiore del suo cervello. Schumacher è stato infine trasferito in un altro ospedale a Losanna, in Svizzera, dopo essere uscito dal coma nel 2014 e dopo 250 giorni è stato autorizzato a tornare nella sua casa sul Lago di Ginevra. Gli aggiornamenti su Schumacher sono stati pochi e rari, come detto, con sua moglie Corinna che ha mantenuto privati i dettagli delle condizioni del marito. Ma l’amico di lunga data di Schumacher, Todt, che visita regolarmente la leggenda della F1, ha fornito un aggiornamento positivo sulle sue condizioni. Parlando al quotidiano tedesco Bild, Todt ha rivelato la sua speranza che Schumacher «migliora lentamente» e ha aggiunto: «Ho trascorso molto tempo con Corinna da quando Michael ha avuto il suo grave incidente sugli sci il 29 dicembre 2013. È una grande donna e gestisce la famiglia. Non se lo aspettava. È successo all’improvviso e non aveva scelta. Ma lo fa molto bene. Mi fido di lei, lei si fida di me». E ha continuato: «Grazie al lavoro dei suoi medici e alla collaborazione di Corinna, che voleva che sopravvivesse, è sopravvissuto, ma con conseguenze». Anche il capo della F1 Bernie Ecclestone ha fatto una previsione positiva sulle condizioni di Schumacher in un documentario sul pilota che uscirà questo mese. Ha detto, nei commenti pubblicati per la prima volta nel 2019: «Non è con noi in questo momento. Ma quando starà meglio, risponderà a tutte le domande». 

Quanto costano al giorno le cure di Michael Schumacher? Gaia Sironi il 15/09/2021 su Notizie.it. Le cure per Michael Schumacher, vista la gravità del suo incidente, sono molto costose, Vediamo meglio la cifra giornaliera per le sue cure. Michael Schumacher, probabilmente il più famoso e vincente pilota di Formula Uno, è da quasi otto anni costretto a letto, quasi sicuramente in stato vegetativo, dopo un grave incidente sugli sci. Ecco la sua vita, il suo incidente e il costo delle cure per Schumacher.

Michael Schumacher: la vita

Michael Schumacher nasce a Hürth, nella Germania Ovest, il 3 gennaio del 1969.

La sua famiglia era abbastanza modesta, col il padre Rolf che svolgeva il lavoro di muratore. Ha un fratello minore, Ralf, che è diventato anche lui un pilota di Formula Uno.

Il 1º agosto 1995 si è sposato con Corinna Betsch, con la quale ha avuto la figlia Gina Maria, nata il 20 febbraio del 1997, e il figlio Mick, nato il 22 marzo del 1999, e che ha seguito le orme del padre, diventando anche lui pilota di Formula Uno.

Michael Schumacher: la carriera in Formula 1

Dopo aver fatto molti anni di gavetta, tra kart e categorie minori, nel 1991 Schumacher fa il suo esordio in Formula Uno, alla guida di una Jordan.

Nel 1993 passa poi alla Benetton, dove vince i titoli mondiali nel 1994 e nel 1995.

Nel 1996 arriva finalmente in Ferrari, dove sarà Campione del mondo dal 2000 al 2004, raggiungendo la straordinaria quota di 7 Campionati mondiali.

Dopo un primo ritiro nel 2006, nel 2010 ritorna in Formula Uno con la Mercedes, dove corre per tre stagioni, ritirandosi definitivamente nel 2012.

Michael Schumacher: l’incidente

La mattina del 29 dicembre 2013, durante una discesa con gli sci nei pressi di Méribel, in Francia, Schumacher cade e sbatte la testa contro una roccia.

Ricoverato d’urgenza in coma in un centro presso Grenoble, viene sottoposto a un intervento per diminuire l’emoraggia cerebrale, e dopo viene mantenuto in coma farmacologico.

Nel giugno 2014, la sua portavoce dichiara che Schumacher ha lasciato l’ospedale per procedere con la riabilitazione in una clinica privata di Losanna, in Svizzera. Nel settembre dello stesso anno, il pilota lascia questo centro per proseguire la riabilitazione presso la sua casa di Gland, sempre in Svizzera, dove vive tuttora.

Dal 2014 non si hanno più notizie ufficiali sulle condizioni di salute di Schumacher.

Michael Schumacher: il costo delle cure

Secondo alcune notizie provenienti dalla stampa estera, la famiglia di Schumacher spenderebbe circa 191 mila euro a settimana per curare l’ex pilota di Formula Uno, vale a dire circa 27 mila euro al giorno.

Facendo i calcoli, questo porterebbe la famiglia a spendere più di 10 milioni di euro all’anno, nella speranza che il campione automobilistico possa migliorare e ritornare a essere come prima dell’incidente. 

La cavallerizza e il pilota. Chi è Corinna Betsch, la moglie di Michael Schumacher: “È vivo grazie a lei”. Vito Califano su Il Riformista il 13 Settembre 2021. Corinna Betsch ha parlato per la prima volta dall’incidente del marito, Michael Schumacher, nel documentario Netflix (in uscita mercoledì 15 settembre) dedicato al campione di Formula 1. “Michael manca a tutti. Ma Michael c’è. È diverso, ma c’è. E questo ci dà forza, credo”. Le sue parole sono state riprese dai media di tutto il mondo. Schumacher resta un’icona mondiale, campione per sette volte, record eguagliato solo da Lewis Hamilton. Dal dicembre 2013 in condizioni gravi per un incidente su una pista da sci a Meribel. “Non ho mai incolpato Dio – ha detto Corinna – per quello che è successo. È stata solo sfortuna, come poteva capitare a chiunque. Certo, mi manca ogni giorno. Ma non sono l’unica a cui manca. I bambini, la famiglia, suo padre, tutti intorno a lui”. La famiglia è “insieme, viviamo insieme a casa. È in cura. Facciamo di tutto per migliorare le sue condizioni, per assicurarci che sia a suo agio e per fargli sentire la nostra famiglia, il nostro legame. Qualunque cosa accadrà, farò tutto il possibile. Lo faremo tutti. Come famiglia, si cerca di andare avanti come avrebbe voluto Michael e come lui amerebbe ancora. La vita va a vanti. Michael ci ha sempre protetto, e ora noi proteggiamo Michael“. Jean Todt, a capo della Ferrari per anni e da allora amico di Schumacher, ha detto che se il campione è vivo è grazie alla moglie. I due si sono sposati il primo agosto 1995. Prima di innamorarsi del campione tedesco la relazione con un altro pilota di Formula 1, Heinz-Harald Frentzen. Con “Schumi”, dopo il matrimonio, ha avuto due figli, Gina Maria nata nel febbraio 1997 e Mick nato nel marzo 1999, anche lui pilota della Formula 1, della squadra Haas. Corinna Betsch, classe 1969, tedesca, è stata anche lei un’agonista: cavallerizza, ha vinto la medaglia d’oro nei campionati europei maggiori del 2010 della National Reining Horse Association. Ha fondato due centri ippici a Givrins, in Svizzera, e a Gordonville, in Texas. La primogenita, Gina Maria, nel 2017, ha vinto il titolo mondiale nel Reining. Poco avvezza alle telecamere. Da sempre. Corinna ha allestito in casa una clinica e si è dedicata all’educazione dei figli liberando la famiglia da beni di lusso a questo punto superflui, come l’aereo e le case in vacanza in Francia e in Norvegia. Ha protetto il marito dalla curiosità morbosa dei giornalisti. “Non molla, non ha mollato mai – ha scritto di lei Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera – tenendo conti intimi con il dolore, consegnando ai figli una bellissima umanità. Con Michael parla, parlano tutti in casa perché le speranze sono minuscole ma nei silenzi di quest’uomo così diverso dal fenomeno che abbiamo conosciuto, c’è un mistero che nessuna scienza può spiegare”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Corinna Schumacher: «Michael mi manca, ma è sempre qui. Prima dell'incidente mi disse: la neve non è ideale». Andrea Sereni su Il Corriere della Sera l'8 settembre 2021. La moglie di Schumacher rompe, in un documentario su Netflix, un silenzio che durava da 8 anni. Prima dell’incidente Michael le aveva detto «che la neve non era ottimale e sarebbero potuti andare a Dubai a fare skydiving». «Michael mi manca tutti i giorni, manca ai nostri figli, manca alla famiglia tutta, a suo padre, a quelli che gli vogliono bene». Corinna Schumacher rompe un silenzio che durava da otto anni, da quando nel dicembre 2013 un incidente sugli sci ha cambiato per sempre la vita del marito, campione mondiale sette volte in Formula 1. «Tutti sentiamo la sua mancanza, ma Michael è qui, in modo differente ma è qui. E questo ci dà forza», le sue parole nel documentario disponibile su Netflix dal 15 settembre, di cui Race Fans pubblica un’anticipazione. Corinna conferma anche che Schumi è sottoposto a delle cure in casa per provare a star meglio. Con la famiglia sempre accanto. Il racconto che viene fuori è intenso, intimo. Ma allo stesso tempo forte, perché Corinna Betsch, 52 anni, ha sempre mantenuto il massimo riserbo sulle condizioni del campione, lo ha protetto dalla curiosità morbosa di tanti, non ha mai voluto parlare. Era la donna a capo della famiglia prima, lo è stata ancora di più dopo l’incidente. Ha allestito una clinica dentro casa per curare e accudire il marito, che secondo Jean Todt «è vivo grazie a lei». E ha cresciuto da sola i figli Gina Maria e Mick, di rispettivamente 24 e 22 anni. Quest’ultimo oggi corre in Formula 1 come il papà, e nel documentario dice che «darebbe tutto» per parlare ancora con lui. «Fin da quell’incidente quei momenti in famiglia che tanta gente credo passi con suo padre per me non ci sono più stati o perlomeno ci sono stati in modo minore, e questo è abbastanza ingiusto», spiega Mick. «Ci capiamo in modo diverso ora —aggiunge — , ma penso spesso a quanto sarebbe bello chiacchierare con lui, parleremmo un linguaggio simile, quello dell’automobilismo e avremmo tante cose di cui conversare. Fosse possibile sarebbe bellissimo. Rinuncerei a tutto per poterlo fare». Il giorno dell’incidente Schumi non era convinto dello stato delle piste a Meribel: «Mi disse che la neve non era ottimale — ricorda Corinna— e che avremmo potuto cambiare meta e andare a Dubai a fare skydiving». Che prosegue: «Non ho mai incolpato Dio per quel che è successo. Si è trattato di sfortuna. Nella vita non si può avere più sfortuna di così». Il documentario — nel quale intervengono anche il fratello Ralf, l’amico Jean Todt, Bernie Ecclestone, Sebastian Vettel, Mika Häkkinen, Damon Hill, Flavio Briatore e David Coulthard — esplora la vita del campione prima dell’incidente, la sua passione per la pasta, per gli scherzi. Come quando il giorno del loro matrimonio Schumi buttò in piscina alcuni degli invitati. «Non avrei mai pensato che potesse succedere qualcosa a Michael — ancora Corinna — Ma continuiamo a vivere la nostra vita». Ma come sta Schumacher oggi? Corinna mantiene una certa riservatezza sui dettagli, ma come detto spiega che la famiglia è sempre al suo fianco: «Viviamo insieme, seguiamo le cure, facciamo tutto affinché stia bene e possa migliorare. Vogliamo che senta che la famiglia è unita. È importante che continui ad assaporare la sua vita privata per quanto possibile. Michael ci ha sempre protetto, ora siamo noi a proteggere lui».

Michael Schumacher e l'incidente sulla neve, la moglie Corinna: "Cosa mi disse quel giorno". Dramma senza fine. Libero Quotidiano il 09 settembre 2021. La slindig door di Michael Schumacher, svelata dalla moglie Corinna. Siamo in Francia, a Maribel, è il dicembre 2013. E sono le ultime ore di "normalità" nella vita del mitico ex pilota della Ferrari prima dell'incidente sugli sci che ne ha stravolto presente e futuro. "Quel giorno mi disse che la neve non era ottimale e che avremmo potuto cambiare meta e andare a Dubai, poi...", spiega commossa la moglie nel documentario prodotto da Netflix su Schumi, 7 volte campione del mondo di Formula 1. "Non ho mai incolpato Dio per quel che è successo. Si è trattato di sfortuna. Nella vita non si può avere più sfortuna di così", spiega ancora Corinna, affranta. L'ansia di tutti i tifosi, ferraristi e non solo, è sapere come sta ora Michael, le cui condizioni sono protette dal più assoluto riserbo ormai da 8 anni. "Viviamo insieme, seguiamo le cure, facciamo tutto affinché Michael stia bene e possa migliorare - sono le parole di Corinna, che comunque non si sbottona -. Vogliamo che senta che la famiglia è unita". "È evidente che Michael mi manchi tutti i giorni, manca ai nostri figli, manca alla famiglia tutta, a suo padre, a tutti quelli che gli vogliono bene - ha aggiunto la moglie -. Tutti sentiamo la sua mancanza". Insomma, Schumacher c'è, è in vita, ma è per forza di cose un altro uomo. Struggente la confessione del figlio Mick, diventato a sua volta pilota: "Avrei tante cose di cui parlare con mio padre – ha spiegato –. Ora sono in Formula 1, potremmo discutere di tante cose. Mollerei tutto solo per poter vivere questo". "Non avrei mai pensato che potesse succedere qualcosa a Michael – conclude Corinna –. Ma continuiamo a vivere la nostra vita. È importante che continui ad assaporare la sua vita privata per come possibile. Lui ci ha sempre protetti, ora sta a noi farlo". 

Michael Schumacher, la verità sull'incidente sugli sci: "Tutto in 2 minuti", le immagini decisive della Gopro sul casco. Libero Quotidiano l'11 settembre 2021. Cos'è successo veramente a Michael Schumacher quel giorno a Meribel, località sciistica francese? Il 29 dicembre 2013 l'ex pilota di F1 e gloria della Ferrari ha un brutto presentimento: è con la moglie Corinna, la neve non gli piace e invita la consorte e "andare a Dubai". Poi però si mette gli sci ai piedi e scende lungo il pendio. Unica testimonianza di quei minuti fatali che portarono all'incidente che ne ha stravolto l'esistenza sono le immagini riprese dalla telecamera GoPro attaccata al suo casco. Due minuti: Schumi scende, si esibisce in qualche leggera curva, è uno sciatore provetto, abile ed esperto. La neve, scrive il Corriere della Sera, è "apparentemente soffice e fresca davanti a lui". Quindi l'impatto decisivo: i due scarponi sbattono contro "un ostacolo invisibile, una pietra nascosta dal velo bianco, a quattro metri dalla pista battuta". Il fuoripista di Schumacher finisce con un drammatico volo in avanti: il tedesco cade 10 metri più avanti, sbattendo il volto contro un'altra roccia, anch'essa nascosta dalla neve. Una serie, dunque, di sfortunatissime coincidenze. Ironia della sorte, la telecamera resta in funzione, senza danni, mentre il casco si spezza ed è per questo che la testa di Schumacher riporta danni irrecuperabili. "Il colpo è stato violento, ma lui è ancora cosciente, diranno i primi soccorritori, intervenuti in meno di dieci minuti". Trasportato all'ospedale di Grenoble per le prime valutazioni, ci arriva già privo di sensi. Dopo la Tac e i raggi X, Schumi viene operato dai neurochirurghi. "Il trauma cranico grave con coma all’arrivo ha richiesto un immediato intervento chirurgico. Resta in una situazione critica", è il primo bollettino ufficiale. Da lì in poi si parlerà di graduale "stabilizzazione". L'attenzione di molti, in mancanza di reali variazioni sul suo stato di salute, si sposterà in tribunale. "L’inchiesta giudiziaria - spiega ancora il Corsera -, guidata dal procuratore di Albertville, Patrick Quincy, si apre e si chiude in un mese e mezzo con il proscioglimento dei gestori degli impianti e dei dirigenti del comprensorio". Questo perché Schumi sciava fuori pista, e non risultano inadempimenti su segnaletica, indicazioni e distribuzione dei paletti.

Michael Schumacher, le cartelle cliniche rubate, il suicidio lampo e le cellule staminali: cosa non torna. Libero Quotidiano l'11 settembre 2021.Come sta davvero Michael Schumacher? Del drammatico incidente sugli sci a Meribel, del 29 dicembre 2013, si è detto e scritto di tutto. Nonostante il massimo riserbo custodito dalla moglie del campione di F1 e icona Ferrari, Corinna, e dai due figli del pilota tedesco, negli anni sono emersi alcuni dettagli inquietanti e destabilizzanti che in qualche modo hanno aperto uno squarcio sulla vita quotidiana (o forse sarebbe meglio dire "l'inferno") di Schumi. Nel nuovo documentario di Netflix che raccoglie anche importanti dichiarazioni dei familiari che finalmente sembrano confermare, purtroppo, la triste verità sullo stato semi-vegetativo di Michael, ci sono due passaggi che meritano di essere sottolineati. L'estate successiva all'incidente, vengono rubate le cartelle cliniche in concomitanza al trasferimento dell'illustre paziente alla clinica Vaudois di Losanna, vicino a Gland e a villa Schumacher. In ballo c'è la rieducazione neurologica di Schumi, e le "spifferate" sulla sua salute valgono 50mila euro. Tanto l'autore del furto chiede ad alcune testate svizzere, inglesi e tedesche. L'autore del furto sarebbe un 54enne dipendente della Rega, la società di elisoccorso svizzera incaricata del trasporto del campione. L'uomo viene arrestato a inizio agosto e poche ore più tardi si impicca nella cella del carcere di Zurigo. Disperazione per il fango piovutogli addosso da innocente o pentimento dopo essere stato riconosciuto colpevole? Altro giallo, le cure a cui è sottoposto Schumi. Da 7 anni si parla di "lungo cammino" e di terapie sperimentali. Filtrano indiscrezioni di viaggi dalla Svizzera alla Germania, dal sole di Maiorca utile alla riabilitazione a Parigi, negli studi di guru e luminari della scienza. Si parla di cellule staminali, ci si appella quasi al miracolo. Ma la frase di Corinna a Netflix, "Michael mi manca ma è qui in maniera diversa e ci dà forza", sembra chiudere ogni conto. Non c'è speranza che tenga, solo tanta forza di volontà. 

Corinna: "Il mio Michael è diverso, ma c'è". Umberto Zapelloni il 9 Settembre 2021 su Il Giornale.  La moglie di Schumacher a Netflix: "Ogni giorno mi dimostra quanto è forte". «Michael è qui, in modo differente, ma è qui e continua a farmi vedere ogni giorno quanto è forte». Le parole piene d'amore sono le prime pronunciate da Corinna, la signora Schumacher, in questi quasi 8 anni di dolore, speranza e di preghiera. Neppure quando Michael era il super campione invincibile, il re incontrastato della Formula 1 con i suoi sette titoli mondiali, sua moglie si apriva davanti a telecamere e microfoni. Le sue interviste si contano sulle dita di una mano e mai raccontavano qualcosa di intimo, di privato. Corinna e Micheal si lasciavano fotografare abbracciati, innamorati, anche mentre si lanciavano in paracadute, ma erano ossessionati dalla privacy. Tanto che dal 29 dicembre 2013 nessuno ha mai raccontato esattamente come stesse Michael. Neppure i suoi amici più cari, i pochissimi ammessi a trovarlo nella casa trasformata in ospedale. Una mezza frase di Todt («Abbiamo visto il gp insieme»), nulla di più. Per la prima volta, nel documentario che sarà trasmesso da Netflix, Corinna ci lascia entrare nei suoi pensieri. Diranno che lo ha fatto per denaro. Ma preferiamo pensare che lo abbia fatto per amore. Per farci arrivare un po' più vicini a Micheal.

«Michael mi manca tutti i giorni, manca ai nostri figli, manca alla famiglia tutta, a suo padre, a quelli che gli vogliono bene. Tutti sentiamo la sua mancanza, ma Michael è qui, in modo differente ma è qui. Continua a farmi vedere ogni giorno quanto è forte», le parole raccolte da Netflix e anticipate dal Daily. Corinna racconta anche un particolare inedito di quella mattina di dicembre: «Michael mi disse che la neve non era ottimale e che avremmo potuto cambiare meta e andare a Dubai a fare skydiving». Da quel giorno invece la vita della famiglia Schumacher è cambiata per sempre: «Non ho mai incolpato Dio. Si è trattato di sfortuna. Nella vita non si può avere più sfortuna di così». Corinna non racconta il suo rapporto con la fede. «Non avrei mai pensato che potesse succedere qualcosa a Michael, ma continuiamo a vivere la nostra vita». Pensava di aver sposato Superman. Si è trovata a doversi trasformare lei in super woman. A curare l'amore della sua vita, a far crescere i figli con Mick che ha voluto fare il pilota: «Ci capiamo in modo diverso ora spiega Mick nel documentario - Ma penso spesso a quanto sarebbe bello parlare con lui di F1. Mollerei tutto solo per poter vivere questo». Come stia davvero Michael però ancora non ce lo raccontano. «Viviamo insieme, seguiamo le cure, facciamo tutto affinché stia bene e possa migliorare. Vogliamo che senta che la famiglia è unita. È importante che continui ad assaporare la sua vita privata per come possibile. Michael ci ha sempre protetto, ora siamo noi a proteggere lui». #KeepfightingMichael. Umberto Zapelloni

L'ex campione di Formula 1. “Michael mi manca ogni giorno, ma è qui con noi e ci dà forza”, Corinna Schumacher parla 8 anni dopo l’incidente. Antonio Lamorte su Il Riformista il 9 Settembre 2021. Se non fosse stato per lei, Michael Schumacher non ce l’avrebbe fatta. “È vivo grazie a lei”, ha detto l’ex ad e direttore generale della scuderia Ferrari Jean Todt. Corinna Betsch, 52 anni, dal primo agosto moglie del sette volte campione del mondo di Formula 1, ha rotto un silenzio che durava da otto anni. Dall’incidente sugli sci che dal dicembre del 2013 ha cambiato la vita del marito. Le parole di Betsch emergono da un estratto del documentario sul pilota che dal 15 settembre sarà disponibile sulla piattaforma streaming Netflix. L’anticipazione è stata pubblicata da Race Fans. “Michael mi manca tutti i giorni, manca ai nostri figli, manca alla famiglia tutta, a suo padre, a quelli che gli vogliono bene”, dice Corinna. “Tutti sentiamo la sua mancanza, ma Michael è qui, in modo differente ma è qui. E questo ci dà forza”. Per anni la donna ha difeso il marito dai giornalisti, dagli scoop. Ha mantenuto il massimo riserbo sulle condizioni dell’ex pilota, lo ha protetto dalla curiosità anche morbosa di media e tifosi. Ha allestito una clinica dentro casa per accudire il marito. Dalle parole della donna emerge anche un aspetto drammatico, su quel giorno maledetto di quasi otto anni fa: “Mi disse che la neve non era ottimale e che avremmo potuto cambiare meta e andare a Dubai a fare skydiving – ha spiegato Corrina Betsch – Non ho mai incolpato Dio per quel che è successo. Si è trattato di sfortuna. Nella vita non si può avere più sfortuna di così”. L’incidente a Méribel in Savoia, in Francia, si verificò in un fuori pista. “Schumi” batté violentemente la resta contro una roccia. Fu ricoverato d’urgenza e mantenuto in coma farmacologico. Ancora oggi stretto riserbo viene mantenuto sulle sue condizioni. “Viviamo insieme, seguiamo le cure, facciamo tutto affinché stia bene e possa migliorare. Vogliamo che senta che la famiglia è unita. È importante che continui ad assaporare la sua vita privata per quanto possibile. Michael ci ha sempre protetto, ora siamo noi a proteggere lui”. Al documentario hanno preso parte tra gli altri anche il fratello dell’ex pilota Ralf, Jean Todt, Bernie Ecclestone, Sebastian Vettel, Mika Häkkinen, Damon Hill, Flavio Briatore e David Coulthard. Un racconto intimo e approfondito della vita del grande campione. “Non avrei mai pensato che potesse succedere qualcosa a Michael ma continuiamo a vivere la nostra vita”, ha aggiunto la moglie. Schumacher e Betsch hanno avuto due figli, Gina Maria e Mick, che oggi hanno 24 e 22 anni, anche loro presenti nel documentario. Il secondo è oggi pilota di Formula 1 come il padre. “Fin da quell’incidente quei momenti in famiglia che tanta gente credo passi con suo padre per me non ci sono più stati o perlomeno ci sono stati in modo minore, e questo è abbastanza ingiusto – ha detto il 22enne – Ci capiamo in modo diverso ora, ma penso spesso a quanto sarebbe bello chiacchierare con lui, parleremmo un linguaggio simile, quello dell’automobilismo e avremmo tante cose di cui conversare. Fosse possibile sarebbe bellissimo. Rinuncerei a tutto per poterlo fare”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli. 

Renato Franco per corriere.it il 10 settembre 2021. «Non ho mai incolpato Dio per quello che è successo in quel giorno maledetto, ma siamo stati colpiti nel momento più felice della nostra vita. Michael mi manca ogni singolo giorno. Ma è ancora qui, è diverso, ma è qui e ci dona tutta la sua forza. Non so cosa accadrà, so però che continuerò a non arrendermi». Le lacrime di Corinna Schumacher sono il momento più toccante del documentario che racconta la fenomenale carriera del 7 volte campione del mondo (Schumacher, su Netflix da mercoledì). Il meglio è in coda, quando si spengono i motori e si accendono i sentimenti. La rabbia muta e composta del figlio Mick: «Se penso al passato vedo noi quattro che ci divertiamo da qualche parte, a fare karting, sulle carrozze trainate dai pony. È ingiusto che quei momenti non ci siano più. Io e papà abbiamo in comune una grande passione, mi piacerebbe parlare con lui di automobilismo, è un pensiero che non mi abbandona mai... lui era il mio eroe, il mio idolo, pensavo che un giorno avrei voluto essere come lui». Per la figlia Gina Maria invece «il ricordo più bello è quando tornava a casa dopo il lavoro, ci chiedeva di raccontargli cosa avevamo fatto e ci ascoltava, trovava sempre tempo per stare con noi». In quasi due ore di immagini, racconti, aneddoti, ricordi, solo gli ultimi dieci minuti sono intimi, riflesso di quella riservatezza che per Schumi era dna e carattere: «Lui ci ha sempre protetti, ora siamo noi a proteggere lui — racconta ancora la moglie —. Non amava i giornalisti, non gli piaceva essere preso d’assalto dalla folla che chiedeva autografi. Era piuttosto diffidente; finché non era sicuro di potersi fidare era molto cauto nei rapporti con gli altri, ma quando arrivava a lasciarsi andare dava tutto se stesso. Fu così anche con me: è la persona piu amorevole che abbia mai incontrato». Amorevole, ma «indisponente», come lo definisce Jean Todt: «Era riservato e timido, la sua scortesia era il modo per gestire la sua insicurezza». Ruvido. Come in pista, leone e iena, avvoltoio e tigre, irruento, subito ripreso da Senna quando venne buttato fuori pista in un duello in gara. Stessa sorte anni dopo per Hakkinen: «Non si preoccupava della sua incolumità e nemmeno di quella degli avversari. Gli parlai ma mi rispose: questo è l’automobilismo». Sintetizza il padre Rolf: «Sapeva quello che voleva e come ottenerlo». I primi passi nei kart, quando recuperava le gomme degli altri dalla spazzatura («ero sempre felice di vincere con le attrezzature peggiori di tutti»). Il debutto in F1, nel 1991 a Spa, «la sensazione che fosse promettente», in mezzo a gente come Senna, Mansell e Prost. Il 1994, campione del mondo dopo lo scontro con Damon Hill, ognuno che dà la colpa all’altro. Un altro titolo piloti, sempre con la Benetton. Poi la decisione di andare in Ferrari: «Se vincerai entrerai nella storia» (l’ex manager Willi Weber). Peccato che «la macchina fosse un disastro» —ricorda il compagno Irvine—, ma arriva la prima vittoria a Barcellona, nel 1996, sotto il diluvio: «Non ho la più pallida idea di come ci sia riuscito», aggiunge Irvine. Poi i Mondiali, cinque di fila. Il ritiro e il ritorno, con la Mercedes. L’incidente sugli sci e la tristezza della moglie: «Pensavo che avesse un angelo custode a vegliare su di lui». Invece no, la sua purtroppo non era una storia di angeli.

Dagotraduzione dal Daily Mail l'11 agosto 2021. Secondo Jean Todt, Michael Schumacher è sopravvissuto all’incidente sugli sci nel 2013 «grazie a sua moglie Corinna che voleva che sopravvivesse». Secondo il presidente FIA la moglie del pilota ha avuto un ruolo chiave nella sua lenta ripresa. Schumacher, 52 anni, non è più stato visto in pubblico da quando ha subito gravi ferite alla testa in un incidente sugli sci nel 2013 con suo figlio Mick, allora quattordicenne, oggi anche lui pilota di F1. Todt, 75 anni, ha detto che Schumacher, che ha vinto 91 Gran Premi prima di ritirarsi dalla Formula 1 nel 2012, è sopravvissuto solo grazie al lavoro dei medici e Corinna, 52 anni, che «voleva che sopravvivesse». Schumacher ha subito un grave trauma cranico il 29 dicembre 2013 nelle Alpi francesi e il suo stato di salute rimane segreto. Todt ha dichiarato a Sport Bild: «Ho trascorso molto tempo con Corinna da quando Michael ha avuto il suo grave incidente sugli sci il 29 dicembre 2013. È una donna fantastica e gestisce la famiglia. Non se lo aspettava. È successo all'improvviso e non aveva scelta. Ma lei lo fa molto bene. Mi fido di lei, lei si fida di me». Ha aggiunto: «Grazie al lavoro dei suoi medici e alla collaborazione di Corinna, che voleva che sopravvivesse, è sopravvissuto, ma con conseguenze. E in questo momento sta combattendo le conseguenze. Speriamo che le cose migliorino lentamente ma sicuramente». Todt ha anche affermato che il figlio di Schumacher, Mick, 22 anni, che ora gareggia per il team di F1 Haas, ha un «posto speciale nel suo cuore». Ha detto: «Mick è una di quelle persone che [avranno] sempre un posto speciale nel mio cuore e in quello di mia moglie Michelle Yeoh. La famiglia Schumacher è molto speciale per noi. Ho scritto una grande storia con Michael e ho costruito un rapporto meraviglioso. E poi c'erano i bambini». Todt ha rivelato che riconosce solo parzialmente Mick in suo padre. Afferma che Michael ha dovuto costruire la propria vita, mentre Mick è stato in grado di ricevere «un'ottima istruzione in un ambiente più confortevole». «[Ma] ovviamente, Michael e Mick hanno lo stesso sangue e hanno gli stessi obiettivi, ma le condizioni [che hanno dovuto affrontare] erano completamente diverse». Gli aggiornamenti su Michael Schumacher sono stati scarsi dall'incidente del 2013. Nel 2019 la famiglia ha rilasciato un aggiornamento in occasione del suo 50° compleanno assicurando ai suoi milioni di fan che stanno facendo «tutto ciò che è umanamente possibile» per aiutarlo a riprendersi. L'anno scorso doveva sottoporsi a un intervento chirurgico con le cellule staminali che è stato annullato a causa della pandemia di Covid 19. A settembre, lo specialista in neurologia con sede a Zurigo, il professor Erich Riederer, ha dichiarato a un documentario per il canale televisivo francese TMC che dubitava che la leggenda delle corse si sarebbe mai completamente ripresa. Ha detto: «Penso che sia in uno stato vegetativo, il che significa che è sveglio ma non risponde. Respira, il suo cuore batte, probabilmente può sedersi e fare piccoli passi con l'aiuto, ma non di più. Penso che sia il massimo per lui. C'è qualche possibilità di vederlo com'era prima dell'incidente? Non credo proprio». L'ex compagno di squadra della Ferrari Felipe Massa ha ammesso che Schumacher si trovava in un «posto difficile», aggiungendo: «So come sta, ho informazioni. La cosa principale di tutto questo è che sappiamo che la sua situazione non è facile. È in una fase difficile, ma dobbiamo rispettare lui e la famiglia». Un documentario su Schumacher con video privati inediti e interviste ai membri della famiglia andrà in onda su Netflix il 15 settembre.  Approvato dalla sua famiglia, "Schumacher" contiene interviste esclusive con Corinna, i suoi due figli Gina e Mick e il fratello Ralf. Contiene anche interviste con chi ha lavorato o ha corso contro Schumacher, tra cui Jean Todt, Bernie Ecclestone, Sebastian Vettel, Mika Hakkinen, Damon Hill e David Coulthard. Il documentario ripercorre la vita e la carriera del pilota tedesco e promette materiale d'archivio inedito che mostra le «molte sfaccettature della sua multiforme personalità». Il ritratto della leggenda delle corse è «l'unico film supportato dalla sua famiglia», ha affermato la piattaforma in un comunicato stampa. La manager di Schumacher, Sabine Kehm, descrive il film come «il dono della famiglia al loro amato marito e padre». «La sfida più grande per i registi è stata sicuramente quella di trovare l'equilibrio tra reportage indipendente e considerazione per la famiglia», ha detto Vanessa Nocker che ha diretto il film insieme a Hanns-Bruno Kammertons e Michael Wech. «Corinna Schumacher stessa è stata il nostro più grande supporto in questo. Lei stessa voleva fare un film autentico, mostrare Michael così com'è, con tutti i suoi alti e bassi, senza alcun rivestimento di zucchero. E' stata bravissima e abbastanza coraggiosa da permetterci di fare ciò che volevamo, quindi abbiamo rispettato e mantenuto i suoi limiti. Una donna molto stimolante e calorosa che ha lasciato un'impressione duratura su tutti noi».

Stefano Semeraro per "La Stampa" il 21 febbraio 2021. È un salto da record, ma anche un viaggio nel tempo, una questione di famiglia, l'evoluzione di un sogno. Il 6,91 che Larissa Iapichino ha stampato sulla pedana magica di Ancona è la stessa misura che Fiona May staccò a Valencia nel 1998, e come allora vale il record italiano indoor. Solo che mamma Fiona al tempo aveva 10 anni in più, 28 contro i 18 di Larissa, che in un colpo solo ieri si è presa anche il record mondiale junior - soffiandolo alla divina Heike Drechsler che con 6,88 lo deteneva addirittura dal 1993 -, la migliore prestazione stagionale e il minimo per le Olimpiadi di Tokyo. Dallo spot a campionessa Passato e futuro uniti da una sola, elegantissima traiettoria, che nel passaggio schianta quattro invisibili pareti di cifre. Il tempo di schizzare via dalla sabbia, aspettando che il display si illuminasse di una certezza, e in tribuna sono volate in aria anche le braccia di mamma e papà. «La prima cosa che ho pensato è: cavolo, ho saltato come mia madre. Solo dopo ho realizzato che è anche il record mondiale Under 20, e che è lo standard per Tokyo. Mi ci vorrà un po' a realizzarlo. Ho battuto la Drechsler, una dea, fra un po' mi viene un colpo. Felicità, stupore Ho dentro un misto di emozioni a volume altissimo. Mi sento come una bambina». La stessa che a otto anni scartava merendine dentro uno spot rimasto famoso, con in testa la paura di fare tardi a scuola e un cesto di capelli da fumetto. Dieci anni dopo Larissa è una giovane donna, elegante e persino più reattiva nei gesti di mamma Fiona. «Piedi magnifici», spiegano gli esperti, e non si tratta di feticismo ma di biomeccanica. A luglio compirà 19 anni, REDValentino l'ha già scelta come ambasciatrice di un progetto che mette insieme passioni diverse, e lei che è composita di natura, fra radici giamaicane, inglesi e italiane, la «c» aspirata da fiorentina doc e il tifo convinto per la Viola, nei territori di confine con il suo fisico da passerella e gli anfibi ai piedi ci sta a meraviglia: «Sono romantica, sognatrice e ribelle, amo la moda e non mi perdo una sfilata». Una passione per Kyle Jenner, nottate a guardare in tv Peaky Blinders e The last Dance. Ma anche tanto lavoro in pista e in palestra - e di studio sui libri in vista della maturità - per nutrire un talento che sta sbocciando a velocità inaspettata: per tutti, tranne che per il suo storico allenatore Gianni Cecconi, che la misura olimpica se l'aspettava già al posto del 6,75 di qualche settimana fa, sempre ad Ancona. «A Tokyo per imparare» Eppure di atletica al tempo delle merendine Larissa non ne voleva sapere, rifiutava il copione da predestinata. Il primo amore per la ginnastica si è spento però all'improvviso un giorno del 2015: «Accompagnavo mia madre al meeting di Monte Carlo, è stata una folgorazione. Entrando nello stadio mi sono sentita a casa». Il 6,91 di ieri non è un lampo isolato, è arrivato al quinto tentativo dopo un 6,68, un nullo e due balzi a 6,75. Significa che fra due settimane agli Europei indoor di Torun Larissa partirà da favorita, che già ora vale una medaglia a livello assoluto. In Giappone sarà fra le non molte gemme azzurre. «Tokyo me la immagino come un'occasione per imparare, per catturare le cose migliori da tutte le grandi campionesse che saranno in pedana con me, mie avversarie, e questo già mi sembra incredibile. Sono molto giovane, voglio assorbire più che posso, come una spugna». A premiarla ieri è stata Fiona. «Eguagliarla mi fa realizzare tante cose. Non ci sono parole per descriverlo, le dedico questo record ma non dico perché. Lei lo sa». Resta il record assoluto di mamma, 7,11. All'aperto, con un filo di vento a favore, il 6,91 di ieri già salirebbe sopra i sette metri. Dopo aver parlato tanto di Larissa, la figlia di Fiona May, prepariamoci a parlare di Fiona, la mamma di Larissa Iapichino

Sergio Arcobelli per "il Giornale" il 21 gennaio 2021. Dennis Rodman ha sempre avuto l' immagine di uno sregolato, ma non per questo lavativo. Un campione che sì, è vero, ha vissuto tra gli eccessi, ma si è fatto il c. (parole sue) per arrivare a vincere cinque titoli Nba, due con Detroit e tre con i Chicago Bulls di Michael Jordan. A quanto pare, però, la forza di volontà Dennis Rodman deve averla trasmessa anche alla figlia Trinity, che ne ha ereditato il talento fuori dal comune. É già un fenomeno a soli 19 anni. Attenzione: Trinity non è un prodigio della pallacanestro come il padre, bensì del soccer. Pochi giorni fa è stata scelta dai Washington Spirit al numero due del draft della National Women' s Soccer League (NWSL), ovvero il campionato di calcio femminile americano. Guai però a paragonarla all' eccentrico papà. Innanzitutto Trinity, figlia minore di Dennis Rodman e Michelle Moyer, gioca all' attacco. Tutto l' opposto del padre, eletto per due volte miglior difensore della lega. «Sono grata a mio padre ha spiegato la figlia d' arte dopo il draft - ovviamente era un atleta incredibile e ho il suo stesso dna. Ma lavoro per essere conosciuta nel mondo come Trinity Rodman e non solo come la figlia di Dennis Rodman, quindi non vedo l' ora di fare a modo mio e di dare il meglio in questo mio viaggio». Un messaggio chiaro che è anche una promessa, quello della neo-professionista di casa Rodman, pronta a conquistarsi il posto nella Nazionale maggiore a stelle strisce (campione del mondo in carica) con la stessa abilità e grinta del padre Dennis quando si elevava per catturare un rimbalzo. Quello di Trinity Rodman, comunque, è soltanto un altro esempio di figlio/a d' arte che cambia l' arte del padre. Il caso più eclatante, per dire, è quello di Jaden Gil, l' erede maschio di Andre Agassi e Steffi Graf che, nella sorpresa generale, ha deciso di impugnare la mazza da baseball al posto della racchetta. Chi, invece, ha scelto proprio il tennis è Milan Tyson, figlia del pugile Mike, altro campione dissoluto, che si allena all' accademia di Patrick Mouratoglou, il coach di Serena Williams. Altro figlio d' arte del tennis è Joakim Noah: lui a differenza del padre Yannick ha scelto la palla a spicchi. Infine, per citare un recente caso in Italia, si ricorda quello di Rosanna Tizzano, che ha tradito il canottaggio, disciplina nella quale papà Davide ha vinto due ori olimpici, per il rugby.

·        Quelli che …ti picchiano.

Hakuho. Michele Farina per corriere.it il 29 settembre 2021. Se ne va il più grande di sempre: in duemila anni di sumo, non c’era mai stato un campione come lui. E per decenni a venire, prevedono gli esperti del Sol Levante, mai ci sarà. Non si alzerà più alle 5 del mattino per cominciare l’allenamento, non ingollerà più quelle diecimila calorie da bruciare ogni giorno. 

A 36 anni, Hakuho va in pensione. Dopo più di mille vittorie sul ring, 1.187 giganti di muscoli e grasso (quasi completamente sottocutaneo, a differenza della ciccia di noi comuni mortali) issati di peso dalla sabbia e lanciati oltre l’anello magico dell’arena. Nessun Yokozuna (grande campione) ha mai vinto 45 grandi tornei (honbasho) come lui. L’ultimo lo scorso luglio, nel «tempio» di Nagoya, a Tokyo, dove Hakuho ha sollevato e stracciato come al solito i rivali con un inappellabile 15 a 0. La stessa forza di sempre, ma le ginocchia sempre più fragili. I maggiori nemici del lottatore di sumo sono gli infortuni. Per dieci anni il corpo di Hakuho è rimasto intonso. Fortuna e costanza: anno dopo anno lo stesso peso, dai 154 ai 156 chilogrammi. La stessa elasticità. Poi sono cominciati i primi scricchiolii alla base di tutto. Agli alluci. E poi le ginocchia hanno iniziato a cedere. Poi ci si è messo anche il Covid, interrompendo la routine degli allenamenti e degli incontri. Anche Hakuho si è ammalato, nel gennaio scorso, ed è guarito. Ma l’anno scorso il Gran Consiglio degli Yokozuna gli ha lanciato un raro avvertimento dopo che l’uomo di Ulan Bator (diventato cittadino giapponese nel 2019) aveva saltato sei tornei consecutivi: torna a combattere altrimenti sei fuori e ti togliamo lo scettro. Il gigante famoso per i suoi attacchi fulminei ha abbozzato, stretto i denti, all’inizio del 2021 si è fatto operare al ginocchio destro. E questa estate ha sconfitto all’ultimo respiro Terunofuji, mongolo non ancora ventenne a cui è stato conferito il titolo di Yokozuna (il 73° in duemila anni). Un altro emigrato di Ulan Bator: nelle fessure dei suoi occhi «il vecchio» Hakuho deve aver intravisto qualcosa della sua giovinezza. Il padre, Jigjidiin Monkhbat, leggendario lottatore della Mongolia e medaglia d’argento alle Olimpiadi del 1968, avrebbe desiderato che giocasse a basket. Lui invece a 15 anni volle trasferirsi in Giappone per darsi anima e corpo alla «lotta degli dei». Che non è una disciplina per mingherlini. Quel ragazzo alto un metro e novanta pesava appena 62 chilogrammi. I maestri del suo Miyagino (una delle 50 scuole di sumo aperte in Giappone) scossero la testa. Lui prese a cuocere pentoloni di riso per gli atleti più anziani e a fare le pulizie nelle camere, come si conviene agli aspiranti lottatori. Il suo nome di battesimo, Davaajargal, fu cambiato in Hakuho (l’uccello bianco della mitologia cinese). E nel giro di tre anni lo spilungone mise su chili e potenza, facendosi strada tra i migliori. Altri tre anni e l’Uccello bianco fece il suo ingresso nella Makuuchi, la serie A del sumo, riuscendo a battere il grande Asashoryu, il primo mongolo a diventare Yokozuna. Un altro passaggio di testimone e uno spettacolo straordinario. Fu in quel periodo che chi scrive vide combattere la promessa e il veterano, uno contro l’altro nel corso di un grande torneo nel «tempio» di Nagoya. Il sumo, anche per chi ne sa poco o nulla, sa essere ipnotizzante: un insieme di lenti rituali (il lancio del sale dietro le spalle, il capo che si china verso l’avversario prima della lotta). E pochi secondi in cui si decide tutto. Massa e velocità, la pesantezza dell’essere umano che sprigiona l’agilità di una pantera. Un simbolo ancestrale del Giappone, anche se negli ultimi anni sempre più spesso i grandi lottatori sono stati stranieri: uomini dell’Asia Centrale, bulgari, cinesi, brasiliani, georgiani. Quello che all’inizio del Novecento era lo sport nazionale del Sol Levante è diventato folklore per turisti, soppiantato dal baseball e dal football. Dieci anni fa uno scandalo di tornei truccati aveva messo in ombra il sumo agli occhi dei giapponesi. L’Uccello Bianco gli ha ridato smalto. E ora potrà aprire la sua scuola: «Voglio dare agli altri almeno un po’ di quanto ho ricevuto».

Marco Pasqua per “il Messaggero” il 15 giugno 2021. Difficile spiegare perché una ragazzina di 13 anni scelga, contro ogni luogo comune, di avvicinarsi alla cosiddetta arte delle otto armi, quella boxe thailandese dove valgono pugni, calci, gomitate e ginocchiate. Quel che è certo, è che Sveva Melillo ne aveva provate molte, prima di salire su un ring: la ginnastica artistica, l'equitazione e la più classica danza. Ma l'amore vero è nato in una palestra di Trastevere, dove ha incontrato la Muay Thai. E oggi, 13 anni dopo, può vantare una serie di titoli internazionali e, dallo scorso weekend, anche quello di campionessa italiana Prima serie Federkombat, 54 chili. «La passione per questo sport è nata grazie a mio padre racconta, dopo aver sconfitto Cristina Giavara, agli Assoluti, all'interno dell'evento organizzato da Gianluca Colonnese Praticava Muay Thai e un giorno mi suggerì di fare una lezione di prova». Da allora non ha più smesso. Nata e cresciuta ad Acilia, la Melillo, classe 1994, è riuscita a convincere anche la mamma: «Aveva molta paura, non riusciva a vedermi combattere. Le faceva impressione. Ma poi ha capito che ero felice». Il suo nome, sul ring, è Chulamanee: «Me lo diede una donna thai. Chula è un richiamo al più grande re che la Thailandia abbia mai avuto, mentre Manee vuol dire luminoso, di valore come i diamanti». Una disciplina non per tutti, che consente ai due avversari di usare otto parti del corpo (da qui la scienza degli otto arti), rispetto ai due del pugilato o ai quattro della kickboxing. «Ma con le altre discipline di combattimento abbiamo una cosa fondamentale in comune racconta la Melillo, che è allenata dai maestri Daniele Marinetti e Stefano Di Pietro ovvero il rispetto per l'avversario. E' una cosa sacra e chi non lo capisce, non dovrebbe mai salire su un ring». Tra le sue fan, oltre ai compagni delle superiori del liceo artistico al Torrino che ha frequentato, prima di trasferirsi a Viterbo, c'è anche la zia, Angela Melillo, reduce dall'Isola dei Famosi: «Lei proviene dalla danza classica e sa quanto mi impegni ogni giorno per riuscire in questo sport. Ha paura che mi possa far male, come mia madre, però quando può viene ad incoraggiarmi agli incontri». Violenza e disciplina ma solo in contesti appropriati e adeguati, senza colpi di testa: «Anche io sono rimasta sconvolta da quanto accaduto a Willy Monteiro - riflette - ma quello non c'entra nulla con le arti marziali. Chi si macchia di quelle azioni, non è uno sportivo e va isolato, oltre che punito». Cinque ore di allenamento al giorno, poche uscite serali (quasi nessuna, prima di un torneo), e una vita di sacrifici: «Questo per me è un lavoro. Confesso che sarei voluta diventare architetto, ma ora la Muay Thai è tutto per me». Per l'amore ha poco, pochissimo tempo. Così poco, che alla fine le poche storie che vive, vedono protagonisti che, come lei, sono appassionati di boxe thailandese: «Non siamo fidanzati, ma ci frequentiamo. E' un ragazzo che viene nelle mia palestra». Agli adolescenti che si avvicinano alla sua palestra a Viterbo rivolge sempre la stessa domanda: «Dopo il primo allenamento, chiedo loro se si siano divertiti. E' fondamentale. Poi, ovviamente, facciamo molta attenzione a isolare chi non ha la testa per combattere, perché se non sei pronto a rispettare il tuo maestro e la sua scuola, in tutto e per tutto, allora devi cambiare sport». A dicembre, tornerà in Thailandia per un camp, ma nei prossimi mesi potrebbe già combattere per un altro titolo, che si andrebbe ad aggiungere, per citarne alcuni, a quello mondiale Wbc vinto a Parigi nel 2015 o a quello Iska vinto in Germania nel 2018. «Combattere a Roma, però, è speciale dice E' la mia città e ogni vittoria, qui, ha un altro sapore».

Boxe. Chi è Tyson Fury, il pugile campione del mondo dei pesi massimi WBC che ha battuto Deontay Wilder. Antonio Lamorte su Il Riformista il 10 Ottobre 2021. Il pugile Tyson Fury ha detto di essere come “il grande John Wayne”, di essere fatto “di ghisa e di acciaio”. Lo ha detto alla fine dell’incontro che lo ha confermato campione del mondo dei pesi massimi della WBC. Una battaglia campale quella andata in scena a Las Vegas, alla T-Mobile Arena la notte scorsa, drammatica e brutale. Uno degli incontri più spettacolari degli ultimi decenni. “È stata una grande battaglia – ha detto sul ring dopo il verdetto Fury – degna di qualsiasi trilogia nella storia di questo sport”. E quindi ha preso il microfono e ha ringraziato il pubblico e cantato Walking in Memphis di Marc Cohn a cappella cambiando le parole. “Ho camminato su Las Vegas”, ha cantato Fury. Di Wilder ha detto che è il migliore, dopo di lui, e che “non ha amore per me. Sai perché? Perché l’ho battuto tre volte. Sono andato da lui per mostrargli rispetto e lui non lo ha accettato. Quindi, questo è il suo problema. Pregherò per lui, così Dio addolcirà il suo cuore”. Il terzo capitolo della saga non lascia spazio a dubbi: Fury è il più forte. Fury è nato il 12 agosto 1988 a Whythenshawe nella Grande Manchester, Regno Unito, da genitori di origini irlandesi e da una famiglia di tradizione pugilistica. Il padre John “Gipsy” Gipsy Fury è stato combattente professionista negli anni 80, il cugino ha vinto il titolo dei pesi medi WBO nel 2014. Fury nacque prematuro: tre mesi prima e pesava solo un pound, neanche mezzo chilo. Rischiò la vita. Il padre lo chiamò Tyson in onore di Mike Tyson, il leggendario peso massimo americano tra i più famosi di tutti i tempi. Il suo record recita 31 vittorie, 22 delle quali per ko, un pareggio e zero sconfitte. È cresciuto nell’ambiente dei nomadi pavee – irish travellers o tinkers – nella bareknucle, pugilato a mani nude con regole sommarie praticato ancora in alcune aree dell’Inghilterra. Il suo soprannome, per ovvi motivi, è “Gipsy King”, il Re degli Zingari. E Re lo divenne per davvero nel novembre 2015 quando sconvolse il mondo del pugilato battendo ai punti Wladimir Klitschko diventando campione del mondo dei pesi massimi delle cinture WBA, WBO, IBO e IBF. Klitschko non perdeva dal 2004. Fury lo stordì con la sua boxe molto tecnica, mobile sulle gambe, agile, capace di schivare numerosi colpi, nonostante i suoi 206 centimetri di altezza e un fisico per niente statuario. Altra critica che gli viene mossa: non è un puncher, gli dicono, non ha il pugno letale dei pesi massimi, o almeno non come i suoi contendenti. E invece. A quel punto della sua vita Fury perse il controllo: cominciò ad assumere cocaina e alcol per combattere la depressione. Era arrivato a pesare 181 chili. Al magazine Rolling Stone si paragonò a un maiale. Risultò positivo alla cocaina in un test sulle urine della Vada, la Voluntary Doping Agency di Las Vegas. Il The Mirror sollevò altri sospetti: Fury sarebbe stato positivo a un test antidoping del febbraio 2015 agli steroidi anabolizzanti, nove mesi prima della vittoria su Klitschko. “Se io fossi risultato positivo perché poi mi avrebbero permesso di combattere il 28 novembre contro il campione in carica?”, fu la replica e questa resta la storia ufficiale. Saltò comunque tutto: la rivincita con Klitschko e la sua carriera, anche la sua vita quasi. La Federazione britannica gli sospese la licenza nel 2016 e le cinture gli vennero tolte. “Non sono andato in palestra per mesi, assente ingiustificato. Ero in giro a bere, nessuno può capire che cosa mi succedeva. Mi hanno diagnosticato un disturbo bipolare, sono un maniaco depressivo. Se non fossi cristiano mi toglierei la vita in un secondo. Spero solo che qualcuno mi uccida prima di ammazzarmi”. Cominciò così un lungo percorso di disintossicazione. La squalifica durò due anni. Tyson Fury tornò sul ring quasi tre anni dopo, nel giugno del 2018, contro Sefer Seferi alla Manchester Arena. Un recupero nel quale in pochi avevano scommesso: con del miracoloso dentro. Altra caratteristica del pugile gitano: la personalità. E infatti non esitò a ributtarsi nella mischia delle posizioni che contano della categoria regina del pugilato. Deontay Wilder, “The Bronze Bomber”, è considerato il puncher più letale di questa generazione. Delle sue 42 vittore, 41 sono arrivate per ko.  La corona della WBC era sua dal 2015, dalla vittoria contro Bermane Stiverne, quando nel dicembre 2018 andò in scena il primo capitolo con Fury. Wilder aveva un record immacolato di sole vittorie. Spettacolo puro, allo Staples Center di Los Angeles, con l’inglese complessivamente migliore ma buttato due volte al tappeto dal bomber americano: una delle due fu violentissima, con il britannico a rialzarsi in maniera clamorosa, si può azzardare miracolosa. Il giudizio finale fu una split decision: pareggio. Tutto da rifare. Il secondo capitolo il 22 febbraio 2020, mondo pre-covid. Fu una lezione di Tyson Fury: ko tecnico alla settima ripresa per il “Gipsy King” che tornava sul tetto del mondo. Il terzo e definitivo capitolo doveva tenersi lo scorso luglio, rinviato perché il campione in carica risultò definitivo al covid-19. Ieri alla T-Mobile Arena di Las Vegas la battaglia campale, la fine di una trilogia che è stata un climax drammatico e tragico. L’americano è andato ko all’11esima ripresa. Fury era andato due volte al tappeto nel quarto round. Comunque troppo più forte, superiore: Wilder è stato atterrato nel terzo round, nel decimo e infine con un gancio destro. È stato portato in ospedale per accertamenti dopo l’incontro. È Fury il re dei massimi e il protagonista del pugilato mondiale. Due mesi fa Fury ha avuto il suo sesto figlio, una femmina, Athena. Nata prematura come lui e già in pericolo di vita nei giorni in cui, per il covid, venne rinviato il match. Ce l’ha fatta, è salva. Fury è sposato dal 2008 con Paris Mullroy, la conosce da quando avevano lui 17 anni e lei 15. Hanno avuto tre maschi e tre femmine. Tutti i maschi portano il nome di “Prince” perché “io sono un re” e anche in onore del fortissimo e agilissimo pugile, tra i suoi miti, Naseem Hamed. La famiglia vive a Morecambe, in Lancashire. Fury è molto cattolico, oltre che controverso per alcune battute e uscite infelici, omofobe e antisemite, o sull’aborto e la pedofilia. Dichiarazioni spesso deliranti – per le quali si è scusato – che hanno suscitato scandal0: 90mila persone arrivarono a firmare nel 2015 una petizione per rimuoverlo dalla lista del premio Spoty della BBC allo sportivo dell’anno. Le sue conferenze stampa sono piene di trashtalking e piuttosto movimentate. Dall’omicidio di George Floyd – l’afroamericano ucciso dalla polizia a Minneapolis, Minnesota, negli Stati Uniti nel maggio 2020, un caso che sollevò il tema del razzismo sistemico a livello mondiale – ha preso consapevolezza politica. “Io sono bianco, ma discriminato perché nomade, e a nessuno importa niente”. Di certo è un personaggio: dopo la prima vittoria con Wilder ha cantato a cappella per il pubblico American Pie di Don McLean; si è presentato in conferenza stampa vestito da Batman; ha cantato una canzone con Robbie Williams nel suo album natalizio. È tifoso del Manchester United. Per supportare la nazionale inglese nel 2016 viaggiò fino a Nizza, in Francia, con altri tifosi, in occasione degli Europei di calcio. Pare che in quell’occasione spese mille euro in cocktail Jagerbombs. Se da una parte appassionati e osservatori descrivono la categoria regina della boxe come orfana dei fenomeni di un tempo, dall’altra la faccenda sta diventando sempre più appassionante. Solo una settimana fa l’ucraino Oleksander Usyk ha sorpreso tutti battendo il britannico campione in carica delle cinture WBA, IBF e IBO Anthony Joshua. Quello che tanti appassionati, soprattutto britannici, avrebbero voluto vedere era una riunificazione delle cinture tutta britannica tra Fury e Joshua. Anche perché tra i due non corre buon sangue, anzi. Tutto scombinato per il momento. Anzi il promoter di Joshua Eddie Hearns ha annunciato ieri che il rematch Usyk-Joshua si terrà e molto probabilmente il prossimo marzo. Il campione vorrebbe a casa sua, in Ucraina. Difficile. Fury dovrebbe vedersela con Dillian Whyte o Otto Wallin che il prossimo 30 ottobre si contenderanno la corona ad interim in palio. La giostra dei pesi massimi ha ripreso a girare imprevedibilmente e rapidamente.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Clemente Russo. DA ilnapolista.it il 15 giugno 2021. Olimpiadi di Rio 2016. Clemente Russo nei quarti affronta il russo Tishchenko, match che vale già una medaglia. Il pugile campano perde con un verdetto unanime (30-27, 29-28, 30-27) definito all’epoca dalla Gazzetta dello Sport “scandaloso, che riporta ai tempi bui di quando tutto era già stato scritto”. Russo commenta così: “Anche chi non ne capisce nulla di pugilato, ha visto che avevo vinto”. Due anni fa il Comitato Olimpico Internazionale aveva già chiarito che qualcosa con gli arbitri della boxe era andato storto, e aveva bocciato – in pratica sconfessato – il lavoro di tutto il pacchetto-giudici di quei Giochi non riconfermandone nessuno per Tokyo 2020, in blocco. Per “il numero di decisioni controverse prese durante il torneo di boxe olimpico”, scrisse la Bbc. Ora quegli stessi giudici sono soggetti ad un’indagine per corruzione da parte di Richard McLaren e del suo team forense. McLaren è l’uomo che ha scoperchiato lo scandalo del doping di stato russo. Lo scrive il Guardian. “La boxe ha una lunga storia di attività discutibili”, ha detto McLaren. “Ci sono state più indagini passate sullo sport che non sono state completate o non sono state fatte. È tempo per la boxe di voltare pagina, ma non può farlo senza un resoconto completo di qualsiasi presunta cattiva condotta. Il nostro team condurrà un’indagine indipendente sulle questioni relative alla corruzione o alla manipolazione dei risultati sportivi durante i Giochi Olimpici di Rio, identificherà le persone responsabili e raccomanderà la linea d’azione appropriata”. La chiusura della prima parte dell’indagine di McLaren è prevista per agosto. Già prima di quei Giochi una figura di spicco nel pugilato dilettantistico aveva confidato al Guardian che “non c’è dubbio” che alcuni giudici e arbitri a Rio “sarebbero stati corrotti”. Russo non fu l’unico caso di sconfitta controversa. Il peso gallo irlandese Michael Conlan denunciò un caso di corruzione dopo aver perso contro il russo Vladimir Nikitin. “Sono venuto per vincere l’oro e sono stato truffato. Non farò altre Olimpiadi. Consiglierei a chiunque di non competere giudicato dall’Aiba. Alla fine del primo round, era stato tutto facile, comodo, non ero nemmeno a corto fiato. Ho pensato: “Vinco facilmente”. Ma i giudici mi hanno fatto perdere ai punti. Sono stato derubato del mio sogno olimpico”. Una prima indagine interna dell’Aiba nel 2017 non ha rilevato “interferenze attive” nei risultati di Rio, ma ha rimosso definitivamente tutti i suoi cosiddetti giudici “a cinque stelle” dalla competizione internazionale e ha ammesso che “una concentrazione di potere decisionale” e “un indesiderato asse di influenza” ha influenzato il giudizio ai Giochi.

Chi è Israel Adesanya, il fighter MMA campione del mondo che affronterà Marvin Vettori. Antonio Lamorte su Il Riformista l'11 Giugno 2021. Marvin Vettori vuole portare l’Italia sul tetto del mondo delle MMA, le Mixed Martial Arts. Il fighter originario di Mezzacorona sfiderà nella notte tra sabato 12 giugno e domenica 13 giugno a Glendale in Arizona, Stati Uniti, Israel Adesanya. In palio il titolo mondiale UFC dei pesi medi. Una vecchia conoscenza del fighter trentino: quella di domenica è una rivincita, dopo l’incontro del 2018, vinto proprio dall’attuale campione. Il suo nome per intero è Israel Mobolaji Temitayo Odunayo Oluwafemi Owolabi Adesanya. È nato a Lagos, in Nigeria, nel luglio 1989. Ha anche il passaporto della Nuova Zelanda, il Paese che lo ha accolto. Figlio di un’infermiera e di un contabile, a 10 anni la famiglia si è trasferita nel Paese in Oceania. Israel si è dedicato allo studio e si è appassionato ai cartoni animati giapponesi, tanto da aver dichiarato di voler fondare una sua casa di produzione quando smetterà con lo sport. “The Last Stylebender”, il suo soprannome, è ispirato alla serie Avatar: The Last Airbender. Ha cominciato con la kickboxing a 18 anni, ha raccontato, per il bullismo sofferto a scuola e ispirato dal film d’azione tailandese Oing-Bak. Oltre a combattere si esibisce anche come ballerino di break dance, partecipando a concorsi. Studia contemporaneamente Mma, kickboxing e boxe. Ha un record di 20 vittorie nei pesi medi. È campione dall’ottobre 2019. La sua unica sconfitta nell’ultimo match, ai punti, contro il campione dei Massimi Leggeri Jan Blachowicz. Con Marvin Vettori aveva vinto sempre ai punti nell’incontro che più lo aveva messo in difficoltà. Un verdetto controverso. In totale vanta 45 ko in 107 incontri tra boxe, MMA e Kickboxing. È noto anche per il suo impegno sociale, a favore del movimento anti-razzista Black Lives Matter per esempio, e per il suo aggressivo trash talking nei confronti degli avversari. La conferenza nel pre-match si è incendiata in pochissimo tempo. “Io sono un uomo, se perdo lo accetto e vado avanti a differenza sua, che si aggrappa a una sconfitta come se fosse la sua più grande vittoria, si racconta una favola per convincersi. Ma stavolta non serviranno i giudici, al secondo round andrai giù”. Puntuale la risposta di Vettori: “Posso dire lo stesso”. E ancora Adesanya: “Guardo la lista delle persone contro cui ha combattuto lui e ne conosco solo una, Hermansson. Questo è qui solo solo perché ha avuto un colpo di c… a trovarsi al numero tre del ranking”. Il fighter nigeriano ha paragonato l’italiano a Sloth, personaggio del film cult Goonies, e quindi all’orco de Il Signore degli Anelli.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

L'incontro in Arizona con Israel Adesanya. Chi è Marvin Vettori, il primo fighter italiano di MMA che combatterà per un Mondiale UFC. Antonio Lamorte su Il Riformista il 10 Giugno 2021. Marvin Vettori è il primo italiano a combattere per un titolo iridato delle MMA (Mixed Martial Arts). L’incontro il prossimo 12 giugno, alle 23:00 italiane, alla Gila Rivera Arena di Glendale in Arizona, Stati Uniti, in diretta su DAZN, contro Israel Adesanya, nigeriano con passaporto neozelandese, iridato dei pesi medi e numero 4 del ranking UFC pound-for-pound, che unisce tutte le categorie di peso. Vettori, “The Italian Dream”, ha scalato le gerarchie della UFC, la massima promotion a livello mondiale, fino ad arrivare alla terza posizione del ranking nella sua categoria. Il 27enne di Mezzacorona, provincia di Trento, ha un record di 17 vittorie, 4 sconfitte e 1 pareggio. Due delle sconfitte sono però arrivate quando non era ancora in UFC. L’ultima proprio con Adesanya il 14 aprile 2018, nello stesso impianto di Glendale. L’esito di quell’incontro fu molto dibattuto. Da quel momento non ha più perso: cinque vittorie contro grandi avversari come Cezar Ferreira, Andrew Sanchez, Karl Roberson, Jacl Hermansson, Kevin Holland. Quest’ultimo nel suo ultimo incontro sull’ottagono lo scorso 10 aprile. Ha cominciato appassionandosi agli incontri dell’organizzazione Pride di atleti come Fedor Emelianenko, Mirko “Ciro Cop” Filipovic e Mauricio “Shogun” Rua. Dopo il diploma si è trasferito a Londra per allenarsi alla palestra London Shootfighters. Si manteneva lavorando come buttafuori. Ha debuttato da professionista il 21 luglio 2012, a 18 anni, con una sconfitta contro il connazionale Alessandro Grandis. Il match e il livello raggiunto da Vettori sono i più alti mai raggiunti da un atleta italiano. Il suo soprannome, “The Italian Dream”, è diventato anche un brand e i rapper Gué Pequeno, Villabanks e Greg Willen gli hanno dedicato una canzone. La riunione di sabato comincerà alle 21:00 e sarà seguita interamente da DAZN. In alternativa è possibile acquistare l’evento anche direttamente da UFC che offre abbonamenti mensili e annuali.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Da "il Messaggero" il 7 giugno 2021. Nick Alpiger sconfigge Tiago Vieira al quinto turno dell' Aargauer Kantonalschwingfest a Lenzburg, in Svizzera. Che il wrestling elvetico fosse lo sport più antico del Paese è noto forse solo ai praticanti dello Schwingen, una sorta di lotta libera giunta alla 114a edizione nel cantone dell'Argovia. Le origini richiamano al XIII secolo, in un dipinto nella Cattedrale di Losanna che ritrae i lottatori nella tipica presa.

Il Fetiche. Giovanni Carlo Bruni per "sociologicamente.it" il 16 maggio 2021. Il wrestling professionistico è uno sport spettacolo che ha attratto l’interesse delle scienze sociali nei tempi recenti (Maguire, 2005), dopo un periodo di evitamento da parte del mondo accademico, essendo questo un ibrido fra una performance sportiva ed una sceneggiatura drammatica dai contenuti spesso espliciti (Mazer, 2020). Gli aspetti principalmente analizzati del wrestling dalle scienze umanistiche sono gli aspetti verbali (Tamborini, Ron, et al, 2008), il ruolo della sessualità nella rappresentazione (Oppliger, 2003), gli aspetti teatrali (Everard, 2003) e stereotipici (Maguire, Wozniak, 1987). Questi aspetti sono studiati tenendo conto delle culture dove lo spettacolo del wrestling è maggiormente radicato, ovvero gli Stati Uniti, il Canada, la Gran Bretagna, il Messico ed infine il Giappone (Glenday, 2013).    

La nascita del Catch Congolese. Una tipologia di wrestling professionistico che sta attraendo attualmente il mondo della cultura generale è il wrestling congolese, conosciuto maggiormente con il suo nome originale di “catch congolais” (Curzen, 2007). Questa tipologia di sport d’intrattenimento si è diffusa nella Repubblica Democratica del Congo negli anni sessanta e settanta, attraverso le gesta di Kele Kele Lituka e il suo uso di tecniche marziali autoctone (Clark, 2018). Katrien Pype, antropologa nota per lo studio delle tradizioni culturali e sportive africane, sottolinea come il Congo abbia sviluppato negli anni cinquanta arti marziali come metodo di dimostrazione di mascolinità nelle lotte di strada e come risposta alla invasione culturale del Belgio (Pype, 2007).    

Lo sviluppo del Fetiche. Motubo Sese Seko, il dittatore che è stato al potere del paese fino al suo decesso nel 1997, ha usato lo sport spettacolo del catch per rafforzare la sua politica di autenticità, come tentativo di riscrivere la storia dopo il periodo di colonialismo europeo (Clark, ibidem). Affinchè questa componente di nazionalismo e di appartenenza alla cultura del Luogo si cementasse ulteriormente, è stata introdotta la componente magica in queste rappresentazioni, conosciuta come fetiche. Di fatto, il catch fetiche, definito anche come voodoo wrestling, non è altro che l’incorporare nelle lotte teatralizzate gli elementi magici della cultura popolare congolese, incentrate sulla stregoneria e sull’uso del voodoo (Six, 2018). 

IL Lottatore Voodoo. Rispetto al lottatore che segue lo stile classico della lotta libera professionistica, rappresentato nella memoria culturale congolese dal recentemente scomparso Mwimba Texas (RFI, 2020), il lottatore attuante il fetiche è un lottatore che sacrifica le mosse tecniche per utilizzare teatralizzazioni ispirate alla magia e alla stregoneria tipica della cultura congolese. Il lottatore simbolo di questa categoria è Edingwe “moto na ngenge” (Delfosse, 2020), un wrestler noto per usare incantesimi e riti voodoo e per essere coinvolto in incontri con spettacolarizzazioni al limite del grottesco e dell’orrore (Clark, ibidem).

Gli elementi sociali del Catch Congolese. L’elemento che ha permesso alla lotta libera congolese di superare la dittatura ed essere un intrattenimento molto seguito anche oggi è il suo saldo legame con la cultura popolare e magica del luogo (Delfosse, 2011). Il rifarsi alla cultura d’origine e alla propria cultura popolare è un elemento che lega saldamente gli attori sociali (Grindstaff, 2008), legame che ulteriormente si rafforza se lo  si trasla nelle dinamiche del tifo sportivo (Heere, James, 2007). Per questo, la fortuna di Edingwe Moto na Ngenge e degli altri lottatori voodoo è anche dovuta all’utilizzo delle rappresentazioni magiche e religiose negli incontri, elemento che rafforza il senso di unità e di gruppo negli spettatori (Nalapat, Parker, 2005) e che attrare sempre l’interesse del pubblico generico (Tiryakian, Tiryakian, 1974).

Investimento emotivo. Tutto questo, sia nella rappresentazione della lotta nella via del fetiche che nel via della lotta tecnica simile a quella della pro wrestling tradizionale (Delfosse, ibidem), permette al tifoso di attuare l’azione principale che lo spettacolo del wrestling ha come obiettivo principale, ovvero il rilascio della tensione e l’investimento emotivo (Smith, 2008). Attualmente il wrestling congolese è analizzato per la saliente presenza attiva di lottatrici femminili rilevanti (Thomas, 2018), elemento che è un argomento di vivace ricerca sociale nel mondo accademico attuale (Dunn, 2016).

Il Kung Fu. Simone Regazzoni per “La Stampa – Tuttolibri”il 26 aprile 2021. Nell’aprile 1959 un ragazzo di diciannove anni, proveniente da Hong Kong, sbarca a San Francisco. Ha fatto un lungo viaggio in nave con 115 dollari in tasca e un biglietto di terza classe, ma ha trascorso le sue giornate in prima insegnando cha-cha-cha. Non è un maestro di ballo: ha studiato per otto anni Kung Fu stile Wing Chun con il Maestro Yip Man e Wong Shun Leung a Hong Kong. Il suo nome è Lee Jun Fan. Presto il mondo intero lo conoscerà come Bruce Lee, l’uomo che rivoluzionerà la storia delle arti marziali e porterà in Occidente le arti marziali cinesi, benché il suo spirito innovatore lo abbia posto fin da subito al di fuori delle arti marziali tradizionali. Quando l’onda dei film di Bruce Lee travolge l’Occidente il Kung Fu, quasi sconosciuto fino ad allora, diventa una vera e propria moda, e generazioni di ragazzi sognano di imparare a prendere a calci la vita. Siamo nei primi anni Settanta. Tra questi ragazzi c’è un giovane di quattordici anni che, a differenza dei suoi coetanei, si allena già da tre anni nel Kung Fu ma non ama la «giocosa superficialità» delle palestre di arti marziali. È determinato, serio, e sa ciò che vuole. Ogni giorno entra in una falegnameria nei vicoli di Genova e si addestra con un uomo che tutti chiamano «Cina». L’uomo è un falegname cinese: il suo nome è Fu Han Tong, ed ha accettato di insegnare Kung Fu a un ragazzino che non è spaventato dalla durezza di quell’addestramento quotidiano con il suo Sifu, Maestro. Passeranno ancora molti anni prima che quel ragazzino diventi Tai Sifu, Gran Maestro, ma ha già chiara l’essenza del Kung Fu che prima di tutto è duro lavoro: «Iniziavo a capire tutto il sacrificio, la disciplina e il lavoro, quel “duro lavoro” (come da traduzione dell’ideogramma cinese Kung Fu) che c’è dietro a quest’arte. Le mie lezioni con Fu Han Tong si basavano su questi princìpi, anni luce da ciò che vedevo intorno a me». Inizia così l’incredibile e appassionante autobiografia L’uomo e il maestro del Tai Sifu Paolo Cangelosi curata da Nathalie Tocci edita da e/o. Un libro che racconta una storia fuori dal tempo: fuori dal nostro tempo di social, like e «maestri» che insegnano come diventare esperti in qualsiasi cosa in un’ora e senza fatica. E proprio per questo un libro prezioso, vitale, che mostra cosa significhi vivere oggi una vita scegliendo una via, anche quando tutti gli altri non riescono a vederla perché troppo indaffarati con le loro incombenze quotidiane. Come ha osservato Emanuele Coccia, la scrittura rappresenta «una strana radioattività dello spirito» ed è in grado di produrre continuità spirituale. Mentre leggevo il libro di Cangelosi avevo la chiara impressione di sentire la potenza dello spirito al di là dei segni, cosa che sempre più spesso manca a tanta saggistica contemporanea, anche filosofica, in cui si sente solo la vuota ripetizione del mestiere. Chi si aspettasse dal libro di Cangelosi un elogio dell’Oriente o una retorica edificante della spiritualità delle arti marziali rimarrebbe deluso. L’uomo e il maestro ci racconta il corpo a corpo di un uomo con i propri sogni e i propri demoni, che a soli a vent’anni compie un viaggio opposto a quello di Bruce Lee: compra un biglietto per Hong Kong e inizia un viaggio fisico, mentale e spirituale in un universo antico, distante, a tratti ostile. La biografia di Cangelosi è un viaggio al termine del Kung Fu attraverso esperienze meravigliose e terribili, attraverso la luminosità assoluta e il buio impenetrabile. Il racconto della vita trascorsa nelle kwoon di Hong Kong, le antiche scuole del Kung Fu in cui si condivide tutto, addestramento, pasti, mansioni quotidiane, è un piccolo saggio di sociologia delle arti marziali. È qui, e in particolare nella kwoon al 729 di Nathan Road, sotto la guida del Tai Sifu Chan Hon Chung, che Cangelosi fa esperienza dell’universo del Kung Fu che non è solo tecniche di combattimento, ma cultura, tradizione, filosofia, arte medica, e coincide con la vita stessa, una vita di apertura, dono, condivisione: «Chan Hon Chung mi ha mostrato che l’arte marziale riguarda il dare, la condivisione che è una meravigliosa forma di amore». Ma l’articolato universo del Kung Fu e i suoi Maestri non sono solo luce e possibilità di elevazione. La parte forse più potente del libro, che ti colpisce come un colpo vibrato, è quella che mostra la discesa agli inferi di Cangelosi insieme al suo Sifu Fu Han Tong, il Maestro tanto ammirato ma capace anche di crudeltà assoluta. È la storia degli incontri di Kung Fu clandestini combattuti da Cangelosi nel corso degli anni in Oriente, del sangue e della sofferenza, della violenza che ti svuota, dello spettro della morte. È il divenire consapevoli del fatto che l’amato Oriente può essere anche ciò che si odia e si detesta con tutto se stessi. Perché mostra il suo lato oscuro. Perché le arti marziali non fanno sconti, non sono una semplice forma di allenamento, ma un duro viaggio di trasformazione ed elevazione di sé che ci costringe a fare i conti con il nostro lato oscuro e ad attraversarlo. Per arrivare dove? Dove già eravamo senza saperlo: immersi nel divenire di una vita più grande di noi stessi e dei confini del nostro Io.

Il Pugilato. Giovanni De Carolis. La sfida dei supermedi a Manchester. Chi è Giovanni De Carolis, il pugile che torna sul ring per l’Europeo contro Lerrone Richards. Antonio Lamorte su Il Riformista il 14 Maggio 2021. Giovanni de Carolis torna sul ring dopo due anni. Sabato 15 maggio sfiderà a Manchester, nel Regno Unito, Lerrone Richards. In palio l’Europeo dei Pesi Supermedi. Cintura vacante. Un’occasione straordinaria per il pugile che ad agosto compirà 37 anni. Quattro anni fa la sconfitta con il russo Victor Polyakov, al Foro Italico a Roma, dopo la quale in molti gli consigliarono il ritiro. Lui ha replicato: “Non mi sono mai sentito tanto forte come adesso”. Il match sarà visibile in diretta su Dazn. De Carolis punta a vincere e sogna una chance mondiale. Cintura, quella della WBA, che conquistò già nel 2016, contro il tedesco Vincent Feigenbutz, a Offenburg. E che conservò fino all’incontro con Tyron Zeuge nello stesso 2016. Prima di questa nuova possibilità la sconfitta con Bilal Akkawy e le tre vittorie con Roberto Cocco, Dragan Lepei e Khoren Gevor. Il record di De Caroli recita 38 incontri, 28 vittorie, delle quali 13 per ko, 9 sconfitte e un pareggio. Richards è un avversario duro. Record immacolato: 14 vittorie, tre per ko. Inglese, nato nel Surrey, guardia mancina, 28 anni. È soprannominato “Sniper The Boss”. Nel 2019 si è aggiudicato il titolo del Commonwealth contro Lennox Clarke. Il pugile inglese parte favorito. La vittoria di De Carolis è data alle scommesse ben sei volte la posta. Proverà a far valere l’esperienza maggiore rispetto allo sfidante. È in forma strepitosa. Non un problema per l’italiano combattere fuori casa, dove ha sempre dato il meglio, anche nel caso della cintura mondiale. È stato anche campione d’Italia. Sogna, se dovesse vincere, un match con Canelo Alvarez, messicano, 30 anni, il pugile del momento, per molti esperti e riviste specializzate, il miglior combattente pound for pound del momento. “Se mi desse una possibilità sarei così felice che negli Stati Uniti ci andrei anche a nuoto. E sarebbe una soddisfazione che va oltre il denaro”, ha detto a Repubblica. Gestisce una palestra, la Monterosi Next a Monterosi, vicino Roma. È nato nella capitale. Ha due figli, una bambina di 12 anni e un maschio di 8. Ha partecipato al film sulla boxe di Fabrizio Moro e Alessio Leonardis, Ghiaccio, che uscirà prossimamente. Ha allenato gli attori Vinicio Marchionni e Giacomo Ferrara. Il film uscirà prossimamente. La riunione sarà in diretta a partire dalle 19:00 sulla piattaforma di streaming sportivo Dazn. Lo stesso De Carolis ha fatto da commentatore per la piattaforma. Altri incontri nella riunione: europeo dei massimi leggeri tra il campione in carica Tommy McCarthy e Alexandru Jur; titolo continentale della serata anche per i supergallo con Gamal Yafai e Jason Cunningham. Nei superleggeri si batteranno Dalton Smith e Lee Appleyard. Titolo femminile Wbc, Wba, Ibo dei superpiuma tra la detentrice Terri Harper e la sfidante Hyan Mi Choi.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Michael Magnesi. L'incontro con il sudafricano Khanyile Bulana. Chi è Michael Magnesi, il pugile campione del mondo IBO che riporta la grande boxe sulla Rai. Antonio Lamorte su Il Riformista il 23 Aprile 2021. Michael Magnesi riporta la grande boxe su Rai2. Il Campione del Mondo IBO dei pesi superpiuma difenderà al al Palazzetto dello Sport Valle Muratella, a Zagarolo, il suo titolo contro il sudafricano Khanyile Bulana. L’incontro sarà trasmesso alle 23:40 su Rai2. Si tratta della prima difesa volontaria del titolo, conquistato a fine novembre 2020 da “Lonewolf” Magnesi, organizzata da Alessandra Branco, moglie del campione, in collaborazione con Davide Buccioni. Magnesi ha 26 anni, nativo di Palestrina, provincia di Roma, ha conquistato la cintura contro il ruandese con passaporto svizzero Patrick Kinigamazi. Ko tecnico al quinto round. Quella della IBO è una cintura di minor valore rispetto a quelle WBA, WBO, WBC, IBF ma comunque di valenza mondiale. È soprannominato “Lonewolf”, lupo solitario. È il 36esimo italiano a vincere un mondiale. Prima di lui, nel 2016, Giovanni De Carolis, cintura dei supermedi WBA. Suoi punti di forza sono l’agilità e il gancio destro, soprattutto quello corto. Professionista dal 2015, il suo record recita 18 vittorie, 10 per ko. Lo sfidante Khanyile Bulana vanta anche lui un record di sole vittore, 12, otto per ko. “Ho incontrato Bulana alla conferenza stampa di presentazione del match al Coni a Roma e l’ho visto convinto e determinato. Dice di essere pronto ed è impaziente di fare il match. Io, da parte mia, son più determinato di lui e la cintura non me la toglie per nessun motivo al mondo – ha raccontato Magnesi a La Gazzetta dello Sport – Ho sostenuto allenamenti faticosi presso la palestra Fabio Più Forte Ragazzi a Ladispoli per reggere oltre le 12 riprese da tre minuti ciascuna previste dal match. Fortunatamente sono supportato da un team di alto livello. I miei allenatori sono Mario Massai e Gesumino Aglioti; il preparatore atletico è il pluricampione Silvio Branco, il mental coach Emiliano Branco e il cutman Davide Bianchi. Immancabile poi il supporto organizzativo ma soprattutto morale di mia moglie Alessandra. Abbiamo già ricevuto molte proposte dall’estero, il match di domani è il trampolino di lancio per poter vivere a pieno la boxe in America molto presto. Sono carico e determinato ma sento molto la responsabilità di dover far bene”. A esprimere entusiasmo per la boxe di nuovo sulla Rai il Presidente del CONI Giovanni Malagò: “Sono contento del ritorno della boxe su Rai 2 – ha detto oggi Malagò, nel corso della presentazione in streaming dell’evento – perché ho grandi aspettative per questa disciplina. Questo Mondiale sarà un match combattuto, e dal punto di vista tecnico e organizzativo rappresenta un elemento di assoluta credibilità. Un valore in più l’intuizione del Presidente D’Ambrosi che ha coinvolto tre campionissimi come Cammarelle, Damiani e Oliva”. Attenzione e curiosità anche per uno dei prospetti più interessanti della boxe italiana, il peso welter Pietro “The Butcher” Rossetti, che incrocerà i guanti con l’ungherese Oszkar Fiko.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Nino Benvenuti. Piergiorgio Bruni per leggo.it il 26 marzo 2021. È stato il suo ring. Quello che lo ha consacrato nell’Olimpo dei più grandi rendendolo immortale. E non solo. Nino Benvenuti, 80 anni portati benissimo, sul quadrato dei Giochi di Roma 60 è diventato uomo e ha spiccato il volo per una carriera da autentico fenomeno della boxe mondiale. Oggi quel suo ring, custodito da decenni dalla storica società Audace, rischia di scomparire, di essere venduto, di finire nelle mani di qualche ricco collezionista americano. Martedì scorso il grido di allarme lanciato dal maestro Venturini, uno dei simboli della storica palestra capitolina chiusa da un anno per la pandemia di Covid in corso. Ieri, poi, la notizia che la Federazione italiana di pugilato sarà al fianco dell’associazione sportiva romana per evitare la svendita del cimelio sportivo. Anche Nino Benvenuti ha promesso che, appena i tempi lo permetteranno sarà al fianco dell’Audace. Quel ring olimpico è un patrimonio dello sport mondiale e deve rimanere in Italia. «Lo è molto di più di quanto la gente possa immaginare. Sarebbe un crimine assoluto non riconoscere un passaggio epocale della nostra storia, non soltanto sportiva. Su quel ring, in quella palestra, sono transitati alcuni tra i più grandi pugili del passato come, ad esempio, Carlos Monzón. Lì, ci sono sudore, impegno e valori rimasti scolpiti nella memoria del nostro Paese».

Quali emozioni Le trasmette ancora quel quadrato blu?

«Al di là dei Giochi di Roma, che mi hanno visto conquistare la medaglia d’oro nel 1960, ogni qualvolta mi è capitato di realizzare foto e filmati per recuperare frammenti del passato, quelle 4 corde e l’Audace hanno rappresentato il mio imprescindibile punto riferimento».

E ora cosa si può fare per salvarlo?

«Tutto il possibile, ma anche l’impossibile, per far sì che questa creatura rimanga nella sua culla, a Roma».

Alla palestra Audace proveranno a dare vita a una raccolta fondi tra appassionati, può essere una strada percorribile?

«Certamente, tuttavia vanno sensibilizzate una serie di categorie. L’Audace dovrebbe diventare un punto riferimento nazionale per il pugilato e contestualmente avere pure un riconoscimento ufficiale oltre i nostri confini».

Il pugilato, così come altri sport, da circa 1 anno sta patendo la chiusura dell’attività per il Covid-19. Quanto ne risentirà il movimento?

«Già quando avevo smesso e intrapreso la professione di giornalista, la Boxe aveva iniziato a subire duri colpi. Non era mai finita Ko, ma sicuramente incassato iniziali sconfitte ai punti».

E in vista delle Olimpiadi di Tokyo?

«Averle rimandate di un anno è stata una decisione particolare, direi straordinaria rispetto alla storia dei Giochi. Quello che accadrà, dopo l’irripetibile esperienza di questo 2020, sarà – di sicuro – una grande incognita. Ovvio che, se lascio parlare il mio cuore, è in quei cinque cerchi olimpici e fra le quattro corde di un ring, che rimangono “imbrigliate” le più profonde emozioni e la memoria più vivida. Segni che mi piacerebbe tornare a scorgere nelle nuove generazioni. Sono loro che devono tornare ad avere “Il mondo in pugno”».

Da leggo.it il 26 marzo 2021. La notizia è stata ripresa dalla leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, che in una nota ha sottolineato come siano queste «le conseguenze delle chiusure indiscriminate decise dal Governo e che stanno mettendo in ginocchio il mondo dello sport, gli operatori e i gestori delle palestre: rischia di finire all’asta il ring simbolo dei Giochi Olimpici di Roma 60, conservato dalla storica palestra Audace Boxe di Roma e sul quale un giovanissimo Muhammad Ali conquistò l’oro olimpico. Fratelli d’Italia raccoglie l’appello lanciato dal maestro Gabriele Venturini dalle colonne del quotidiano "Leggo": le Istituzioni, a partire da Roma Capitale, impediscano che un simbolo della storia dello sport possa andare perso e rischiare di finire nelle mani di qualche collezionista straniero». «Apprendiamo da Leggo che la palestra di pugilato "Audace", centro di aggregazione dalla storia centenaria e punto di riferimento dell'Esquilino, metterà in vendita lo storico ring dove si allenò anche Cassius Clay. È il simbolo delle chiusure indiscriminate del governo che hanno portato lo sport allo stremo, a fronte di un rivolo di ristori che non superano i 9 mila euri annui in media», scrivono in una nota gli esponenti di Fratelli d'Italia Federico Mollicone, deputato capogruppo in commissione Sport, Andrea de Priamo, capogruppo in Assemblea Capitolina, Stefano Tozzi, capogruppo in Municipio I. «Lanciamo un appello alla Regione Lazio e a Roma Capitale per salvare la storica palestra Audace e il ring, simboli dello sport nazionale. Esprimiamo la nostra solidarietà alla famiglia Venturini. Da sempre Fratelli d'Italia chiede la riapertura degli impianti sportivi e delle palestre, con fondi e ristori. Al dl Coni è stato approvato un nostro ordine del giorno per la riapertura: il governo dia seguito immediatamente».

·        Quelli che … l’Ippica.

La nascita della disciplina regina dell’equitazione, tra cacce a cavallo e addestramento militare. su La Repubblica il 16 Novembre 2021. Ci sediamo in tribuna. Davanti a noi un campo ostacoli. Ebbene, guardando questo campo ostacoli cosa vediamo? Presto detto: un’area di dimensioni più o meno ampie ma comunque circoscritta precisamente da un perimetro disegnato con siepi o staccionate o transenne di qualche tipo, oppure perfino con pannelli luminosi sui quali scorrono i banner pubblicitari degli sponsor. Al suo interno su un terreno la cui superficie può essere in sabbia o in erba vediamo ovviamente una moltitudine di ostacoli coloratissimi, costruiti con pilieri e barriere e riempitivi, e decorati da piante e composizioni floreali. Ecco quello che vediamo oggi sedendoci in tribuna davanti a un campo ostacoli. Ma se chiudessimo gli occhi e lasciassimo scorrere a ritroso il nastro della memoria potremmo vedere anche altro. Per esempio una distesa infinita di campagna - il cui limite altro non è che l’orizzonte - su cui proprio in questo momento stanno galoppando decine e decine di cavalli montati da cavalieri in giacca rossa all’inseguimento di una muta di cani a loro volta all’inseguimento di una volpe… I cani latrano come ossessi e una volta individuata la traccia della volpe impongono un ritmo forsennato al gruppo di cacciatori, i quali per non perdere il contatto con la muta sono ovviamente costretti a lanciarsi in un galoppo vorticoso saltando con i loro potenti e veloci cavalli qualunque ostacolo gli si pari davanti attraversando la boscaglia, poi il terreno aperto, poi il pendio delle colline, poi gli stagni e le pozze di fango con l’acqua e la mota che schizza negli occhi e riempie la bocca… o il fitto del bosco, con i rovi che strappano il tessuto degli abiti e qualche volta perfino la pelle, mettendo tutta l’attenzione possibile nell’evitare che i cavalli passino troppo vicino ai tronchi degli alberi sui quali altrimenti si potrebbero lasciare appese le ginocchia…Oppure tenendo gli occhi chiusi potremmo vedere anche un’altra scena. Eccola: un gruppo di soldati a cavallo in uniforme, comandati da un ufficiale che indica la via da percorrere e soprattutto la precisa difficoltà da superare: un terrapieno, o quel muro a secco con le pietre incastrate una sopra l’altra che delimita il campo da quello successivo, oppure ancora quelle serie di staccionate che recintano un pascolo, e perfino quei cancelli che è meglio saltare in volata piuttosto che doverli aprire fermandosi per poi poterli attraversare e per questo rischiando di perdere tempo prezioso… Sì, questa è un’operazione militare, infatti: il tempo perso potrebbe significare morte certa…Perché dunque se oggi chiudessimo gli occhi per riavvolgere il nastro della memoria stando davanti a un campo ostacoli vedremmo queste due scene? Semplicemente perché queste due scene rappresentano ciò da cui è nato il salto ostacoli moderno. Parte tutto da lì: dalla caccia alla volpe e dall’attività della cavalleria militare impegnata in operazioni sul territorio. Un territorio che dalla fine dell’Ottocento in poi vede un incremento particolarmente intenso della segmentazione dei terreni agricoli con la conseguente necessità di stabilire in maniera non solo evidente ma anche consistente confini, divisioni, perimetri. Ecco quindi i muri, le staccionate, i fossi, i cancelli, le recinzioni: ostacoli, dunque… Ostacoli che i cavalieri civili impegnati nella caccia o quelli militari impegnati nell’addestramento – quando non proprio nelle operazioni di guerra – devono superare saltando, perché il loro aggiramento, peraltro spesso impossibile, comporterebbe una perdita di tempo fatale. Quando l’essere umano ha dunque inventato il concorso ippico di salto ostacoli (fine Ottocento) è stato del tutto naturale configurare una situazione che in chiave agonistica riproducesse quello che accadeva nella realtà. Potremmo quasi dire una… simulazione. Ma con ostacoli che in qualche modo mettessero i concorrenti a confronto con le tipiche difficoltà che la campagna proponeva ai cavalieri in caccia alla volpe o a quelli impegnati in operazioni militari. I più tipici fin dall’inizio sono stati i muri (costruiti prima in terra e pietre, poi in legno), le staccionate (vere e proprie filagne di legno che poi si sono trasformate nelle moderne barriere), i fossi (scavati in terra, poi artificiali e quindi mobili), le banchine (oggi quasi del tutto scomparse), i talus (piccoli terrapieni con uno o più gradoni a scendere e un pendio a salire), le riviere (estensioni d’acqua superiori a quella di un semplice fosso). Gli ostacoli larghi – quelli che presentano cioè un piano orizzontale oltre a quello verticale – si sono chiamati passaggi di sentiero quando vuoti al loro interno: perché quell’interno rappresenta per l’appunto il ‘sentiero’ che il cavallo deve superare con il salto. Il tempo è passato e l’evoluzione è stata vorticosa: materiali, dimensioni, tecnica, regolamenti, sistemi di sicurezza… tutto è mutato grazie al progresso e alla tecnologia applicata allo sport. Oggi quando ci sediamo in tribuna davanti a un campo ostacoli non vediamo più nulla della… campagna di un tempo. Eppure ogni tanto sarebbe importante poterlo fare: chiudere gli occhi almeno per un istante e riavvolgere il nastro della memoria per riassaporare il freddo del vento sulla faccia, la metallica durezza degli schizzi d’acqua e di fango, il rumore del galoppo lanciato, il suono dei polmoni dei cavalli che pompano aria come mantici inarrestabili, il senso di temeraria sfida nel profilarsi davanti ai nostri occhi quell’ostacolo sconosciuto e minaccioso… Dovremmo farlo, almeno ogni tanto: perché la consapevolezza di ciò che è stato è fondamentale per godere al massimo e al meglio  ciò che è. Ma soprattutto ciò che sarà.

Un "cavallo" da tre miliardi: l'impatto degli sport equestri sull'economia italiana. Luca Pellegrini su La Repubblica l'1 dicembre 2021. Realizzata dalla Luiss Businnes School e dalla FISE la ricerca "Il cavallo vincente". Il presidente del Coni Malagò: "Voglio fare un plauso alla FISE che è riuscita crearsi un’immagine nuova e forte. Per fare ciò è importante perseguire diverse strade: creare emulazione e, soprattutto, avere una vocazione imprenditoriale”. Non solo benessere e salute, gli sport equestri sono una risorsa per l’Italia anche a livello di crescita e sviluppo. Questo è il dato emerso dalla presentazione della ricerca ‘Il Cavallo vincente’, realizzata dalla Luiss Businnes School e la FISE, Federazione italiana sport equestri, la quale ha analizzato l’impatto dell’equitazione sull’economia italiana. In particolare si evidenzia come le ricadute sul Prodotto interno lordo varino dai 2,3 ai 3 miliardi di euro, con un impatto significativo anche sull’occupazione, grazie all’incremento dei 170.000 tesserati FISE (+53% rispetto al 2020). Cifre significative che mettono in luce “il cambiamento che la nostra società sta vivendo”, sottolinea il presidente del FISE Marco di Paola. “Lo sport non è più solo il raggiungimento di un primato olimpico internazionale, ma un vero e proprio percorso formativo per tante giovani generazioni e un momento dedicato al benessere psico-fisico di tanti adulti che influenza, fortemente, gli stili di vita della società contemporanea. Tutte le famiglie vogliono fare attività fisica e dedicano una parte del proprio budget annuale allo sport”. L’impatto dello sport equestre non può lasciare indifferenti le istituzioni, anche perché, come emerge dallo studio, viene coinvolto un insieme di settori molto variegato. “L’influenza sull’economia italiana risulta molto più ampia di quanto si potrebbe pensare – afferma Matteo Giuliano Caroli (Associate Dean for Internationalization della Luiss Businnes School e autore della ricerca insieme al professor Alessandro Serra) – Oltre all’indotto diretto e indiretto, infatti, andrebbero valorizzati gli effetti socio-culturali, educativi e di benessere”. Bisogna tener conto, inoltre, di “tutta la filiera che ruota attorno al cavallo, dai mezzi di trasporto, ai finimenti, le sellerie, gli abbigliamenti degli atleti e i prodotti veterinari”, sottolinea il segretario generale del FISE Simone Perillo. Alla presentazione dello studio, svoltosi alla Luiss Businnes School a Villa Blanc, sono intervenuti anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo sport Valentina Vezzali e il presidente del Coni Giovanni Malagò, i quali hanno voluto sottolineare l’importanza dei dati emersi. “Voglio fare un plauso alla FISE che è riuscita a imporsi a livelli molto alti con eventi di tutto rispetto, creandosi un’immagine nuova e forte. Per fare ciò è importante perseguire diverse strade: creare emulazione e, soprattutto, avere una vocazione imprenditoriale”, dice Malagò nel corso del suo intervento. “Promuovere lo sport è un fattore culturale. Crea integrazione e fa superare gli individualismi. Le Istituzioni devono essere vicine alle Federazioni e, in tal senso, il PNRR potrà aiutarci tantissimo – aggiunge Vezzali - Lo sport può accelerare anche l’innovazione tecnologica e il processo di ripresa del Paese. Il Governo ha già stanziato oltre due miliardi di euro, ma non basta. Servono riforme e scelte importanti che vadano verso lo sport”. La sfida del cavallo si è rivelata vincente. Gli sport equestri hanno viaggiato in controtendenza nel post-pandemia, grazie alla possibilità di un contatto fisico ridotto e l’utilizzo di spazi aperti. Lo studio mostra numeri di crescita significativa, ora sarà fondamentale anche il sostegno delle Istituzioni per proseguire questo percorso. 

Borgo Priolo, l'allevamento lager di cavalli dove la giustizia non riesce mai a entrare. Redazione il 6 Dicembre 2021 su Il Giornale. A decine denutriti e abbandonati: ma da anni troppi fanno finta di nulla. Va avanti da sempre e non trova soluzione mai. Eppure l'Azienda agricola La Torretta di Borgo Priolo, provincia di Pavia, avrebbe dovuto essere un centro di eccellenza assoluto considerate la struttura. Invece no. È un inferno di incuria, abbandono, maltrattamenti. Almeno così denuncia Progetto Islander Onlus che da due anni non dà tregua al centro di Andrea Frassone. Il primo sopralluogo, raccontano, a maggio 2019. Per un allarme che riguardava soprattutto i cavalli. Magri, non curati, non ferrati, non puliti, non custoditi: 23 cavalli dentro un capannone mal messo, con il tetto in parte crollato, e in stato di abbandono, senza cibo e con solo un beverino a disposizione. Escrementi e oggetti pericolosi ovunque: alcuni animali sono gravemente feriti altri sono morti di stenti. Intervengono i carabinieri forestali e l'Asl. Anche perché sono tantissime le denunce di vicini e abitanti del paese che si ritrovano cavalli e cani vaganti per le strade in cerca di cibo. Ma non si muove niente. Il mese dopo stessa scena, anzi peggio. I cavalli mangiano le proprie feci, non c'è un filo di fieno per terra. Arriva il veterinario ATS: due cavalli mancano all'appello. Spiegano alla Onlus: «Pare che un puledro fosse morto da pochi giorni e un cavallo una decina di giorni prima». I cavalli vengono sequestrati e Progetto Islander si offre di prendersene cura. Nessuna risposta. Anzi i cavalli vengono dissequestrati dalla Procura di Pavia e restituiti al proprietario stesso nonostante le condizioni ancora peggiori di degrado e incuria degli animali. Oltre al danno c'è la beffa. Lo stesso centro, nonostante le critiche e le recensioni negative continua ad essere meta di gite scolastiche e didattiche. E adesso? L'orrore resta. A due anni dal primo intervento il 24 novembre scorso Progetto Islander ha ricevuto l'ennesima segnalazione di maltrattamento, corredata da immagini raccapriccianti, soprattutto riguardo una cavalla gravemente denutrita e incapace di stare in piedi, tormentata da gravi lesioni, ferite e piaghe da decubito. Ennesima denuncia, ennesimo intervento dei carabinieri, ennesima diagnosi da film horror dei veterinari. Stavolta la cavalla viene affidata a Progetto Islander, ma nonostante le cure alla clinica veterinaria dell'Università di Lodi le condizioni sono talmente disperate che si procede all'eutanasia. Ma altri sono in pericolo e per l'Associazione non c'è tempo da perdere: «Una situazione deplorevole che non ha ragioni. Tanti controlli, verbali, multe, ma nulla di fatto. Ci domandiamo come possano esistere situazioni come questa in un Paese in cui il maltrattamento animale è reato e il benessere animale regolato da norme e leggi». Progetto Islander Onlus denuncia tutti: i responsabili dei maltrattamenti «e chi si è reso responsabile di omertà e trascuratezza». La corsa contro il tempo non è finita.

Le tre vite di Mihai, il campione mondiale di tiro con l’arco a cavallo. Francesco Bei su La Repubblica il 3 dicembre 2021. Ingegnere fino a 30 anni, poi monaco zen, ora è ai vertici internazionali di questa arte marziale che si ispira agli antichi samurai. Galoppare come antichi guerrieri, senza redini, con l’arco nella sinistra e le frecce nella mano destra. Gli arcieri a cavallo sono stati per secoli il terrore delle steppe, temuti dall’Occidente e dominatori dell’Oriente. La combinazione più letale negli eserciti del passato, capaci di unire la rapidità del movimento data dai cavalli con la micidiale potenza di fuoco dei piccoli archi ricurvi. Dopo secoli di semi-oblio, fatta eccezione per qualche festival culturale nei paesi di origine, la disciplina del tiro con l’arco a cavallo è rinata a livello sportivo e ha contagiato positivamente anche l’Occidente, conquistando migliaia di appassionati. Il campione mondiale di questo sport (ma lui preferisce considerarla arte marziale) è Mihai Cozmei, 54 anni, rumeno di origine ma da anni in Finlandia dove ha trovato una compagna – Katarina – che condivide la sua passione. Lo abbiamo incontrato a margine di un partecipato clinic a Roma, presso l’associazione “Arcieri a cavallo Italia” di Manuele Gualdana e Paola Rosso.

Come le è venuto in mente di iniziare questa disciplina? Quando e come ha cominciato?

“Iniziai quasi per caso a far parte di un team professionale di arcieri a cavallo. A quel tempo facevamo show per i turisti nei parchi a tema storico in Ungheria. Ero pagato per quello, già per me era un lavoro”.

Intendevo al principio, era un cavaliere o praticava già il tiro con l’arco?

“Il mio background erano in verità le arti marziali. Al tempo mi dedicavo al Judo e in seguito diventai istruttore di Aikido. Ero un ingegnere di 30 anni e non avevo mai cavalcato o preso in mano un arco. Poi, avendo per caso accettato quella proposta di lavoro, mi preparai per superare il test d’ingresso per quel team. La passione arrivò in seguito”.

Mi sta dicendo che fino a 30 anni non aveva mai montato a cavallo?

“Giuro, è così”.

Tante culture hanno creato i loro miti intorno alla figura dell’arciere a cavallo: dai mongoli agli unni, fino agli antichi samurai. Quali sono i suoi modelli storici di ispirazione, se ce ne sono?

“In verità la mia fonte di ispirazione, anche prima di iniziare il tiro con l’arco a cavallo, sono stati i Centauri. Anzi, più dei Centauri, il Sagittario, che oltretutto è anche il mio segno zodiacale. Due nature nella stessa persona…quella umana e quella spirituale. Ma, per restare ai suoi esempi, se proprio devo scegliere, direi i samurai, considerando anche che sono stato un monaco zen”.

Un monaco zen?

“Si, prima di diventare cristiano, per quasi quindici anni ho vissuto in Ungheria in un monastero zen, come monaco. E ho studiato la vera via del samurai, non la versione moderna chiamata Bushido, ma il Kyu-ba-nomichi, la via dell’arco e del cavallo. L’armonizzazione di due diverse nature nella stessa persona: torniamo sempre lì. La via spirituale e quella materiale, umana”.    

Ci diceva degli show in Ungheria…

“A un certo punto gli show mi stavano stretti, quel lavoro era diventato noioso. Oltretutto avevo ormai sviluppato una passione e quell’attività ripetitiva era limitante per il mio bisogno di andare avanti e perfezionarmi”.

Perché riscoprire questa antica arte marziale, che a taluni può sembrare un relitto storico, nella società di oggi?

“In un certo senso, tutti i tipi di arte, non solo le arti marziali, sono un’interfaccia fra la vita di tutti i giorni e la nostra metà più interna, quella spirituale, dei sensi. Le ragazze e i ragazzi di oggi che si mostrano curiosi e interessati, si avvicinano al tiro con l’arco a cavallo perché vi scorgono qualcosa che va oltre la tecnica, qualcosa più sottile che scava più nel profondo. E’ questo che li attira e che ha attirato anche me, dopo tutto. Cerchiamo tutti la risposta alle stesse domande fondamentali: cosa voglio, chi sono veramente, cosa farò della mia vita”.

Quali sono oggi le nazioni dove il tiro con l’arco a cavallo è più praticato?

“Ci sono stili differenti, ma abbiamo arcieri a cavallo molto dotati in Ungheria, grazie alla scuola di Kassai Lajos, che ha riscoperto questa tradizione. Poi la Polonia e la Francia, per restare in Europa. Oltre ovviamente al Giappone, la Corea, la Turchia, l’Iran e la Mongolia”.

Ci sono differenze fra Occidente e Oriente?

“In Oriente usano cavalli velocissimi e tirano poche frecce, in Occidente al contrario si galoppa più lentamente e ci si basa tutto sulla capacità di tirare più frecce nel minor tempo possibile”.

Lei pratica entrambi gli stili e ha raggiunto il livello HA9, il massimo da quando esiste una classifica internazionale riconosciuta del tiro con l’arco a cavallo. E’ l’unico HA9 al mondo, ma anche l’unico HA8!

(Sorride) “Però a livello HA7 ci sono cinque cavalieri: due donne e tre uomini”.

Cosa vede nel futuro di questa disciplina? Magari le Olimpiadi?

“Penso sia troppo presto per pensare alle Olimpiadi. Per ora spero che ognuna delle tre federazioni internazionali in cui è diviso il nostro mondo competano tra loro con una sana rivalità, ma arrivando a permettere ai propri associati di gareggiare in competizioni miste, basate sulle diverse specialità di ciascuna”

Gare aperte a tutti?

“Esatto, anche per scambiarsi conoscenza, diverse mentalità ed esperienze. Servirebbe a tutti. Ci sono segnali che, invece di provare ad ucciderci l’un l’altro come abbiamo fatto finora, si possa iniziare a lavorare tutti insieme per la crescita globale del tiro con l’arco a cavallo”. 

E’ più importante saper andare bene a cavallo o tirare con l’arco?

“Domanda da un milione di dollari. E’ come dire se è più importante il corpo o la mente. Abbiamo bisogno di entrambi. Ma se devo essere costretto a scegliere se definirmi un cavaliere con l’arco o un arciere con il cavallo, scelgo la seconda. Il corpo (il cavallo) passa, l’anima resta”. 

Esiste una razza preferita per il tiro con l’arco? Se volessi comprare un cavallo per iniziare, quale suggerirebbe?

“Non parlerei di razze. Il cavallo deve essere stabile, calmo, capace di mantenere il ritmo. Deve avere un buon canter (galoppo lento, n.d.r.), il più piatto possibile, e dei movimenti equilibrati. Lo puoi insegnare certamente, ma fino a un certo punto. Con alcuni cavalli è molto, molto difficile: anche il dna conta”. 

Se dovesse convincere un ragazzo o una ragazza (o i loro genitori), cosa gli direbbe?

“Forse vi deluderò ma solo se vedessi che qualcuno è davvero attratto di suo lo incoraggerei ad andare avanti e lo motiverei. E’ come con la religione: se trovo qualcuno che si vuole avvicinare al cristianesimo per conto suo, allora posso intrattenerlo ore a parlare di Gesù e di come si prega. Ma non ho la pretesa di convertire nessuno, non sono un missionario del tiro con l’arco a cavallo”.

In Italia questa disciplina sta iniziando a prendere piede, grazie a pionieri come lo scomparso Graziano Bombini e Paola Rosso. Come vede il “movimento” del T.a.c. nel nostro paese?

“Vedo un progresso, c’è entusiasmo, cosa che non vedo in altri Paesi europei. Le persone si avvicinano, sono curiose. Dove abbiamo una forte cultura e tradizione equestre, come in Italia, ci sono le basi per sviluppare anche il tiro con l’arco a cavallo”.

L’incredibile storia di Amedeo Guillet, il Lawrence d’Arabia italiano. Umberto Martuscelli su La Repubblica il 29 novembre 2021. La guerriglia contro gli inglesi, la fuga rocambolesca dall’Africa, l’amicizia con l’ufficiale nemico Harari, il servizio diplomatico nel dopoguerra. La vera storia di Amedeo Guillet, premiato infine da Ciampi come un simbolo dell’Italia repubblicana. Si siede alla sua scrivania. Sul piano del tavolo è depositato un pacchetto. Lui lo apre. Dentro c’è uno zoccolo di cavallo in argento con un’iscrizione: “Sandor. Berbero grigio, 12 anni. Max Harari, Asmara – Giugno 1942”. C’è anche una foto: si vede il bel primo piano di un cavallo grigio affacciato alla porta del suo box. E una dedica autografa a penna: “Ad Amedeo, in ricordo del meraviglioso cavallo che fu causa della nostra amicizia”. Ad Amedeo… ma chi è Amedeo? E chi è la persona che gli invia questo oggetto così particolare?

Facciamo un salto indietro nel tempo. Adesso siamo nel 1909. È il 7 febbraio, giorno in cui a Piacenza nasce Amedeo. Amedeo Guillet. Famiglia nobile di origine sabauda. Il piccolo Amedeo cresce e diventa ragazzo dall’animo sensibile e creativo: quando è il momento di fare la prima scelta terminata l’età della spensierata adolescenza è indeciso tra la carriera musicale e quella militare. Ma la carriera militare presenta un vantaggio esclusivo, ai suoi occhi: permette di rimanere a contatto con i cavalli praticamente ventiquattr’ore al giorno. La sua passione.

I cavalli, certo: elemento fondamentale e imprescindibile dall’inizio alla fine di una vita intera. Amedeo Guillet esce dall’Accademia Militare di Modena con il grado di sottotenente nel 1931. Il Monferrato e le Guide i primi due reggimenti di cavalleria in cui presta servizio, probabilmente con l’idea di dedicarsi (anche) allo sport equestre come molti suoi colleghi d’arma: non dimentichiamo che in questo momento storico, infatti, l’equitazione agonistica è quasi esclusivamente cosa di militari. Ma il destino decide diversamente: nel 1935 Amedeo Guillet viene trasferito in Africa, dove nel mese di ottobre comanda un plotone impegnato nelle prime operazioni della guerra colonialista d’Etiopia e in dicembre viene ferito gravemente a una mano. Ed è a partire da questo momento che la sua vita smette di essere simile a quella di tanti altri ufficiali dell’esercito italiano per diventare la storia di un romanzo.

Nel 1937 Amedeo Guillet è in Spagna dove comanda un reparto di carri della divisione Fiamme Nere e poi un reparto di cavalleria marocchina durante la guerra civile spagnola; successivamente ritorna in Libia, quindi nuovamente in Eritrea dove prende il comando del Gruppo Bande Amhara, un’organizzazione militare che riunisce uomini di origine etiope, eritrea e yemenita. È qui che nasce il mito: nel 1939 durante un’operazione militare il suo cavallo viene colpito e ucciso e lui, illeso, ne monta immediatamente un altro per continuare la carica, ma anche questo secondo povero cavallo cade vittima del fuoco; Amedeo Guillet imbraccia allora una mitragliatrice e continua a piedi la battaglia senza alcuna protezione fino a conquistare il sopravvento sulle formazioni nemiche. I soldati indigeni che avevano combattuto con lui, sbalorditi per la sua apparente invincibilità, lo soprannominano Comandante Diavolo, ignari di consegnare così alla leggenda un ‘titolo’ che segnerà ormai per sempre la vita di questo personaggio straordinario.

Quando gli inglesi conquistano Asmara nell’aprile del 1941, Amedeo Guillet prende una decisione folle: se anche l’Italia si fosse arresa, lui avrebbe continuato la ‘sua’ guerra. E così accade: Guillet si spoglia della divisa dell’esercito italiano, raduna una formazione di suoi fedelissimi soldati indigeni e inizia una guerriglia senza quartiere, efficace al punto che gli inglesi mettono sul suo capo una taglia enorme. Invano, però: nessuno lo tradisce in nome del denaro, a conferma di quanto questa sorta di Lawrence d’Arabia italiano fosse amato dalle popolazioni locali. Ma in ottobre dopo una continua ed estenuante serie di operazioni Guillet capisce che non avrebbe più potuto andare avanti ulteriormente: significativo il fatto che la decisione di porre termine alla guerriglia venga da lui presa dopo la cattura del suo cavallo grigio Sandor da parte del maggiore Max Harari, l’ufficiale inglese responsabile delle attività di ricerca del temibile Comandante Diavolo.

Amedeo Guillet dunque libera i suoi soldati e si nasconde a Massaua sotto la falsa identità di Ahmed Abdallah al Redai, cosa resa possibile anche dalla sua capacità di parlare perfettamente l’arabo. Da lì raggiunge lo Yemen, inizia a lavorare come palafreniere nelle scuderie della guardia del re, l’Imam Yahiah, il quale lo prende a benvolere fino a nominarlo precettore dei suoi figli nonché istruttore delle guardie a cavallo yemenite.

Nel giugno del 1943, dopo aver trascorso un anno intero alla corte dell’Imam Yahiah, Amedeo Guillet riesce a imbarcarsi su una nave della Croce Rossa italiana per infine rientrare in Italia dopo due mesi di navigazione. Grazie alla sua grande esperienza e alla sua conoscenza delle lingue, viene assegnato al Servizio Informazioni Militare per dedicarsi a operazioni molto delicate contro gli alleati angloamericani. Quando però l’8 settembre viene dichiarato l’armistizio, Amedeo Guillet ripudia Mussolini, rimane fedele al re d’Italia e si trasferisce a Brindisi dove si erano installati i componenti della famiglia reale. Amedeo Guillet diventa un agente segreto formidabile ed è proprio a lui che si deve un’operazione diplomaticamente di grande significato nel processo di riappacificazione tra Italia ed Etiopia: il recupero della corona del Negus, prima confiscata dalla Repubblica di Salò e poi nelle mani dei partigiani, e quindi riconsegnata al suo legittimo proprietario.

Finisce la guerra. Dopo il referendum che trasforma l’Italia da Stato monarchico in Stato repubblicano Amedeo Guillet – coerente con il suo giuramento militare di fedeltà alla corona Savoia – rassegna le dimissioni dall’esercito e diventa un cittadino italiano al servizio della Repubblica. Inizia così la sua seconda vita. Si laurea in Scienze Politiche, vince il concorso per entrare nella carriera diplomatica, nel 1950 è segretario di legazione all’ambasciata del Cairo, nel 1954 viene trasferito in Yemen dove ritrova i figli del vecchio Imam che lo accolgono come chi ritorna a casa dopo anni di lontananza, nel 1962 viene nominato ambasciatore e destinato ad Amman dove può condividere la grande passione per i cavalli e per l’equitazione con re Hussein di Giordania (padre della principessa Haya, che sarà presidentessa della Federazione Equestre Internazionale dal 2006 al 2014), nel 1967 è ambasciatore in Marocco, nel 1971 in India, per infine raggiungere il termine della carriera diplomatica nel 1975 e quindi stabilirsi in Irlanda in mezzo ai suoi amati cavalli.

Nel 2000 insieme allo scrittore irlandese Sebastian O’Kelly (autore della biografia di Guillet uscita nel 2002 con il titolo “Amedeo”), Guillet ritorna in Eritrea: viene ricevuto dal presidente della Repubblica che lo accoglie come un suo pari. Poi arriva il 2 novembre di questo stesso anno: il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, conferisce ad Amedeo Guillet l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare d’Italia, uno dei più prestigiosi riconoscimenti previsti nel nostro Paese. Infine il 16 giugno 2010 il Comandante Diavolo ci lascia per sempre.

Questa per sommi capi e in estrema sintesi la vita di Amedeo Guillet. Ma tra le tante storie dentro questa straordinaria storia, ce n’è una che non può non emozionare chi vive per i cavalli e con i cavalli. La storia di un pacchetto che un giorno viene recapitato sulla scrivania dell’ambasciatore Amedeo Guillet. Una storia che sembra una favola, invece è la realtà di due persone che prima di essere soldati - e nemici - sono stati gentiluomini nell’animo. Loro: Max Harari e Amedeo Guillet. Proprio loro: il maggiore britannico e il Comandante Diavolo, cacciatore e preda a turno l’uno per l’altro sulla scena dell’Africa Orientale. Ebbene: negli anni Cinquanta, grazie anche all’attività diplomatica di Guillet, i due ‘vecchi’ nemici si incontrano, e tra loro nasce un’amicizia forte come solo l’aver condiviso quel pezzo di storia tremendo avrebbe potuto rendere possibile, seppure da acerrimi rivali. Un’amicizia vissuta nel nome di un cavallo: Sandor. Sì: perché è ovviamente Max Harari il mittente del pacchetto che un giorno viene recapitato sulla scrivania dell’ambasciatore Amedeo Guillet. Sulla scrivania del Comandante Diavolo.

La rivoluzione di Caprilli, l’italiano che cambiò per sempre l'equitazione. Umberto Martuscelli su La Repubblica il 5 novembre 2021. Grazie all’ufficiale livornese, la scuola di cavalleria di Pinerolo diventò l’università mondiale del salto ostacoli. Il cane è il migliore amico dell’uomo. Sì, è un pensiero convenzionale universalmente diffuso. Perché il cane con noi ‘parla’, risponde e ci ama. Certo. Ma il cavallo? Senza il cavallo l’uomo non avrebbe viaggiato, non avrebbe commerciato, costruito, trasportato, coltivato, combattuto (purtroppo… ), esplorato. O per meglio dire, non l’avrebbe fatto con la rapidità e l’efficacia con cui è accaduto effettivamente nel corso dei secoli. Il cavallo ha accompagnato l’uomo passo dopo passo lungo il cammino evolutivo che ha portato tutti noi a essere ciò che siamo oggi. Ma oggi, quando esistono mezzi meccanici ed elettronici per viaggiare coltivare costruire trasportare esplorare… come e dove viene vissuto il rapporto tra uomo e cavallo mancandovi il senso di pratica utilità? Presto detto: nello sport. In qualcosa che si fa per piacere e per divertimento, quindi, le cui radici tuttavia affondano in un tempo lontano quando la faccenda era molto seria, e di divertimento e piacere vi era davvero ben poco. Lo sport equestre moderno infatti proviene direttamente dalla realtà militare di un periodo storico in cui il termine ‘militare’ significava di fatto combattimento. Guerra, quindi. In un certo senso l’elemento determinante è stato il progresso delle armi da fuoco. Durante tutto l’Ottocento risulta evidente che al cospetto di congegni sempre più veloci, precisi, potenti ed efficaci nel loro impatto di morte la cavalleria militare avrebbe perso simmetricamente quel potere bellico che l’aveva resa a lungo una risorsa micidiale per qualunque esercito. La carica di un reggimento di cavalleria era in grado di annientare qualsiasi nemico: ma solo fin tanto che quel nemico si è difeso con armi da taglio e da contatto, o perfino con le prime rudimentali armi da fuoco. Poi gli equilibri si sono rovesciati: la massa compatta – per quanto veloce e potente – di un gruppo più o meno consistente di soldati a cavallo ha costituito un bersaglio sempre più semplice da colpire per armi che via via hanno affinato la propria precisione e soprattutto velocità nelle operazioni di sparo. Nella seconda metà dell’Ottocento la questione era ormai chiara: la cavalleria militare avrebbe dovuto cambiare radicalmente criteri e modalità nelle operazioni sul campo per scongiurare almeno parzialmente l’effetto devastante delle armi da fuoco. Quindi non più massa monolitica e compatta, bensì un corpo agile e veloce, in grado di smembrarsi e ricomporsi rapidamente, di cambiare direzione con tempestività, di muoversi in pieno agio su qualunque tipo di terreno… Ma se l’obiettivo da raggiungere era evidentemente chiaro, non altrettanto poteva dirsi del modo in cui raggiungerlo. La preparazione dei soldati a cavallo infatti a quel tempo avveniva ancora secondo i criteri della cosiddetta equitazione di scuola, quella di maneggio, che nella pratica militare perdeva gli eccessi delle aggraziate movenze tipiche delle accademie rinascimentali ma che tuttavia da lì traeva origine. L’equitazione di scuola e le cosiddette arie alte (movimenti in cui il cavallo stacca contemporaneamente tutti e quattro i piedi da terra) nascevano dalle esigenze di combattimento dell’epoca medievale, quando dopo la carica si sviluppava il duello a diretto contatto con il nemico e allora il cavallo doveva eseguire istantaneamente gli ordini del suo cavaliere nell’indietreggiare, schivare, aggirare, saltare, lanciarsi in avanti e talvolta anche in alto. Un… apparato equestre ormai inutile e superato, i cavalli e i cavalieri alla luce delle mutate realtà belliche dovevano avere ben altre abilità: soprattutto quella di sapersi muovere in agilità e destrezza superando anche eventuali ostacoli naturali. Ma come sarebbe stato possibile ottenere tutto questo se i soldati imparavano a montare secondo i dettami dell’equitazione di scuola in maneggio? L’uomo che più di ogni altro ha percepito tale contraddizione, fermamente determinato a risolverla, si chiama Federico Caprilli (Federigo, in realtà: ma poi divenuto Federico per modernità di linguaggio), ufficiale livornese di cavalleria, nato nel 1868. Caprilli – la sua è una storia personale turbolenta e affascinante – si è immediatamente reso conto che mai e poi mai si sarebbe potuto cambiare il modo di gestire la cavalleria militare se prima non fosse cambiato il modo di montare del singolo soldato cavaliere. Qual era il principio di base adottato fino a quel momento? Questo: il cavallo si doveva adattare al volere dell’uomo. Ebbene, Caprilli rovescia i termini della questione dopo aver a lungo studiato il movimento dei cavalli in libertà sia in piano sia sul salto: sarebbe stato il cavaliere a doversi adattare al movimento e alla meccanica del cavallo, in modo da sfruttare e valorizzare al meglio la sua naturale capacità di muoversi in perfetto equilibrio in qualunque situazione ambientale. Oggi può sembrare quasi banale questo pensiero: in realtà si tratta dello stravolgimento di un modo di concepire il rapporto tra uomo e cavallo vissuto per secoli e secoli fino a quel momento. Una vera e propria rivoluzione radicale. Federico Caprilli elabora dunque quello che verrà convenzionalmente definito ‘sistema naturale’ codificandolo in una pratica da lui stesso applicata su di sé e su un buon numero di allievi. L’obiettivo dichiarato non era altro che quello di applicare un metodo che desse la possibilità ai ragazzi che arrivavano nei reggimenti di cavalleria di imparare a montare a cavallo velocemente e in modo naturale, un modo utile per espletare al meglio i ‘nuovi’ compiti della cavalleria militare in campagna. Il salto dell’ostacolo in tutto ciò si configura semplicemente come il momento più significativo nella variazione di velocità e di equilibrio nel movimento di un cavallo: e per questo assume un interesse preminente nel sistema naturale caprilliano, a prescindere dallo sport e dal concorso ippico (che peraltro vengono visti e considerati come banco di prova per l’apprendimento e il progresso del sistema). Il sistema naturale produce risultati sensazionali nelle prestazioni offerte dai cavalli, sia nello sport sia nella vita militare. La Scuola Militare di Equitazione nelle sue sedi di Pinerolo (Torino) e Tor di Quinto (Roma) all’inizio del Novecento diventa l’università mondiale dell’equitazione. Federico Caprilli muore in realtà molto presto, nel 1907, senza lasciare nulla di scritto (aveva in effetti iniziato a lavorare a un manuale, mai portato a termine), ma i suoi amici e allievi diffondono al meglio il suo insegnamento: tutte le cavallerie militari d’Europa inviano i propri ufficiali a Pinerolo per apprenderlo. Il verbo si espande a macchia d’olio nel mondo. Il cavallo tuttavia verrà progressivamente emarginato nella vita militare per mano del mezzo meccanico: ma lo sport grazie all’applicazione del sistema naturale inventato da Federico Caprilli subisce un’accelerazione vorticosa che nemmeno le due guerre mondiali riusciranno a rallentare. E quando oggi ci capita di assistere a un concorso ippico, dal vivo o in televisione o davanti allo schermo di un computer, in Italia o in qualunque altra parte del mondo, beh… mai dovremmo dimenticare che quello che si vede – quella bellezza, quella tecnica, quell’esaltazione dell’insieme uomo/cavallo – lo si ammira grazie a questo visionario coraggioso e temerario, capace di andare contro il conformismo di un mondo – quello militare – che della conservazione ha sempre fatto un principio quasi irrinunciabile, un uomo che ha considerato il cavallo come essere vivente capace di pensieri e di emozioni  e non più come semplice strumento al servizio della volontà umana, un uomo che lungo il cammino secolare della storia del nostro rapporto con i cavalli ha contraddistinto inequivocabilmente un prima da un dopo. Lui: Federico Caprilli.

Lanfranco Dettori. Piero Mei per "il Messaggero" il 27 ottobre 2021. Leap of faith, atto di fede, è il titolo del libro che sta per uscire in Inghilterra, nel quale Dettori racconta Frankie. Le sue forze e le sue debolezze, le vittorie e le cadute, vere le prime, metaforiche e no le seconde. Compresa una con un aeroplano sull'erba di un ippodromo e un'altra con un cedimento alla cocaina che gli costò una lunga squalifica di un moralista mondo sovente tacciato d'immoralità, e la rottura di un contratto da top player con la Godolphin, la scuderia dello sceicco Mohammed, il governante del Dubai attualmente sotto tiro giudiziario nel Regno Unito per le angherie di cui lo accusa la quarta moglie, principessa di Giordania. L'atto di fede è forse anche quello dei piccoli scommettitori di tutto il mondo che investono quel poco che risparmiano su di lui, e spesso vanno alla cassa. Ma è anche quello di un ragazzo di 15 anni che il papà Gianfranco, grande fantino anche lui, ma non fu sì forte il padre, spedì ad imparare il mestiere di cavallaro (e cavaliere) in quella specie di università in materia che è la cittadina di Newmarket, nel Suffolk. Pochi soldi, nessuna parola d'inglese. Le ha imparate poi tutte, tanto da raccontarsi a Boris Starling, il ghostwriter dell'atto di fede (editore Harper&Collins, 20 sterline il prezzo, in uscita domani) e poi a Simon Hattestone, che lo ha raggiunto e intervistato per il Guardian in quel di Newmarket, in una casa piena di coppe e trofei, di palestre da tortura e di animali d'ogni razza, cani, ponies ed asinelli compresi. C'era anche Catherine, la moglie, ed è splendida la risposta alla domanda è facile la vita da moglie di un fantino?: «Sì - ha sorriso Catherine -, non devi mai cucinare niente». Perché Frankie, per ragioni di peso, deve tenersi entro i canonici 54 o pochi grammi di più e dunque pollo e acqua sono il suo pane quotidiano. Pane si fa per dire. C'erano anche nell'aria (e sono nell'Atto di fede) Lester Piggott e la Regina. Che mai sarebbe l'ippica senza questi due? Piggott è stato il più grande fantino di sempre finché non è salito in sella Frankie: Max Allegri direbbe che fra i due c'è un corto muso alla fine della carriera. Piggott la finì a 59 anni, Frankie ne ha 51 e dice che smetterà se obbligato dalla vita o quando nessuno vorrà più affidargli un purosangue, vaffa a quel vecchio bastardo, scherza. Di Lester ricorda la proverbiale avarizia, come quando si faceva pagare, e non proprio per scherzo, per un autografo (intascava gli spiccioli), ma anche la loro sportiva rivalità; del resto già c'era stata con papà Gianfranco. Piggott era il fantino favorito della Regina; racconta Frankie che quando lui vinse per la quarta volta la grande corsa intitolata a King George VI and Queen Elizabeth, andò alla premiazione, si inchinò a Sua Maestà e le disse: «E' la mia quarta King George». La Regina si congratulò e aggiunse, simpaticamente perfida, «Lester ne ha vinte sette». Era il 2004. Ora anche Frankie, grazie ad Enable che è la sua cavalla preferita in carriera, e che ne ha vinte tre, è a sette. Non ha avuto modo di parlarne con Elisabetta, la quale, è il parere di Dettori, è talmente esperta e appassionata che «avrebbe potuto fare la commentatrice ippica in televisione», meglio di Peter O' Sullivan, una leggenda in materia. Frankie pensa con preoccupazione a quando Elisabetta non sarà più negli ippodromi: non che quest' ippica che arricchisce i bookmakers lo entusiasmi troppo. Tanto che gli sta bene, anzi benissimo, che i figli pensino ad altro. Lui pensa a Golden Horn, il cavallo con cui vinse il Derby al ritorno dopo la squalifica («avevo passato 18 mesi in cui mi sentivo un lebbroso») o a Fujiyama Crest, il cavallo con il quale vinse la settima corsa su sette nel giorno del Magnificent Seven, impresa mai uguagliata da un fantino, né ad Ascot dove la fece lui né altrove. Saltò giù da cavallo ed inventò un'esultanza che è un brand. Pensa e racconta della bulimia, del suo nemico numero uno, la noia, della sua filosofia di vita che gli suggerisce un eterno non ti sto aspettando perché non c'è tempo da buttar via. E se lo dice lui, che di buttarsi via ha rischiato ma ha saputo rimettersi in piedi e in sella, c'è da credergli.

Alessandro Fulloni per il “Corriere della Sera” il 3 settembre 2021. Del trottatore Alleluia Lz, morto sabato sera stramazzando in gara all'ippodromo di Cesena, sappiamo che non sarebbe mai diventato un campionissimo tipo Varenne. Ma non era neanche un brocco. Anzi. Aveva cinque anni, era in pista da tre e sinora aveva disputato 117 gare. «Tante, troppe. Forse è morto proprio per sfinimento», denunciano le associazioni animaliste «Italian Horse Protection» e «Horse Angels». Un po' come il ciclista Tano Belloni, Alleluia era una specie di «eterno secondo» che, salvo una vittoria nel 2019 ad Aversa, doveva accontentarsi delle piazze d'onore, agguantate comunque una quindicina di volte incassando premi totali per circa 23mila euro. Fatto sta che l'altra sera allo start a Cesena del premio Iglesias, Alleluia a un tratto viene visto - nelle immagini in diretta riservate alle agenzie di scommesse - accasciarsi in dirittura d'arrivo. Poco dopo la carcassa del castrone baio è stata caricata sulla pala di un trattore e portata via «tra l'indifferenza degli addetti», racconta un testimone. Del seguito sappiamo ciò che viene confermato al Corriere da un insider alle Politiche agricole, il ministero che regola la vita dell'ippica. Su Alleluia sono stati effettuati i prelievi antidoping e se ci sia un legame tra la sua morte e l'uso di farmaci illeciti lo si saprà tra un mese, al termine delle analisi. È certo però che i circa 12mila prelievi annuali effettuati dai veterinari ministeriali raccontano che la presenza del doping nell'ippica - dove sono tante le scuderie prive di scrupoli - è assai forte. Ogni anno, compresi galoppo e sella, sono circa 100 le positività accertate. Da luglio sono 12 i trottatori segnalati: Dafne di Poggio per nandrolone, Diango As per pramiracetamolo, One Love per fenilbutazione... Quella di Alleluia non è, inoltre, la prima morte in gara. Sonny Richichi, presidente di «Italian Horse Protection», ne ha conteggiate almeno «cinque nel 2017, quattro nel 2019 e nel 2020». Il database della sua associazione descrive anche il penultimo caso, quello di Zufolo Grif, figlio di Varenne, dieci vittorie, che nella sgambatura prima del via, a novembre a Follonica, «a un tratto diventa ingestibile, barcolla e collassa». Sul certificato di morte compare la parola «aneurisma», «quello che spiega regolarmente queste morti», scuote la testa Roberta Ravello, responsabile di «Horse Angels». «Parlano di fatto accidentale, e la cosa finisce lì. Ma all'estero i cavalli buoni corrono una volta al mese, non di più - prosegue -. In Italia invece non c'è limite e sono continuamente in pista, sorretti da chissà quali intrugli. Però tra una gara e un'altra occorre un recupero, tra le due e le quattro settimane». Quanto ad Alleluia, dal 7 al 28 agosto ha gareggiato cinque volte «e di sicuro era sfinito». Ma corrono davvero troppo i trottatori in Italia? «Assolutamente sì - risponde Pasquale Mollica di "Ippodromo Valentinia", nota realtà allevatoriale nel Sud Italia dove Alleluia è nato e cresciuto prima di essere ceduto -. Tra una gara e l'altra i cavalli hanno bisogno di molto riposo. Il doping? Una soluzione potrebbe essere sorteggiare le analisi all'arrivo. E in caso di morte ci vuole l'autopsia».

Quelli che … le Lame.

Dagospia il 28 luglio 2021. Il divino Aldo Montano. Nel giorno in cui l’Italia celebra Federica Pellegrini che dice addio alle gare con un settimo posto, un altro Highlander azzurro si prende il centro della pedana. Lo schermidore livornese, a 42 anni, saluta con un argento nella sciabola a squadre. Boia deh! Contro l’Ungheria in semifinale è stato Montano, entrato al posto dell’infortunato Samele, a trascinare gli azzurri alla vittoriosa rimonta. Nulla da fare in finale contro i migliori del mondo della Corea del Sud. “Ma avete fatto un grande percorso: fieri, fieri, fieri”, urla il maestro Alessandro Di Agostino dopo la sconfitta. E’ la quinta medaglia in 5 Olimpiadi per lo sciabolatore di Livorno. Dopo i due ori di Atene, nella prova individuale e in quella a squadre, Aldo è salito ancora sul podio a Pechino 2008 (bronzo a squadre), a Londra 2012 (ancora bronzo a squadre). Volontà, impeto, assalto. Una saga familiare da film, quella dei Montano, arrivati alla 14esima medaglia nella storia dei Giochi. Due ne aveva vinte il nonno Aldo, tre il padre Mario, 1 Carlo, altre quattro i tre cugini del padre. Uno per tutti, tutti per uno. Il compagno di squadra Enrico Berrè ha provato a condensare su Instagram “i 9 anni di sudore, gioie, dolori, risate e tanto tanto altro. Ma un post non basta a descrivere quanto tu sia stato importante nella mia crescita come atleta e come uomo. La faccio breve e ti dico: Grazie Capitano”. Un formidabile guerriero che ha dimostrato ancora una volta agli atleti più giovani come nello sport la difficoltà maggiore non sia tanto arrivare al vertice, ma restarci a lungo. La narrazione del vitellone da reality non è riuscita ad offuscare la grandezza dell’atleta che per 17 anni ha lucidato il suo talento facendosi il culo in sala d’armi. Più forte dell’età e dei tanti infortuni. Per imprimere il suo nome nell’olimpismo si è giocato l’anca e ora dovrà mettere una protesi. Ma l’amore per la sciabola e per i Giochi resta più forte di tutto: “Quasi quasi resto fino a Parigi 2024, magari anche come armiere..."

Aldo Montano. Flavio Vanetti per il "Corriere della Sera" il 29 giugno 2021.

Aldo Montano è un italiano vero, come canterebbe Toto Cutugno?

«Al 100 per cento. La famiglia s' è "smezzata", avendo una moglie russa e due figli dalla doppia nazionalità, ma resto innamorato perso del mio Paese». 

Sul braccio ha tatuato «memento audere semper», il motto dannunziano.

«Risale al 2007: al rientro da un infortunio arrivai secondo al Mondiale. Il senso non è politico: è piuttosto uno stimolo a insistere in quello in cui credi». 

Qualcuno però dice che la scherma pullula di fascisti.

«Assolutamente no (risata)... Ma come si può pensarlo?».

 Nella famiglia Montano ricorrono gli stessi nomi. Con suo figlio, nato poche settimane fa, siamo a Mario. I prossimi saranno Mario Aldo e Aldo?

«È fondamentale che dopo una femmina, Olympia, sia arrivato un maschio. Miravamo alla conservazione del cognome Montano: tutti i cugini hanno avuto femmine! Avevo il fucile puntato contro e ora che il bambino è qui non potevo non chiamarlo Mario, un pezzo di Mario Aldo, il nome di papà». 

Ci racconta la vostra «dynasty» delle lame?

«La avviò nonno Aldo: a 10-12 anni era "tondolino", così gli consigliarono lo sport. Uno zio era tesserato al Circolo Fides di Livorno: lo portarono lì, fu anche allenato da Nedo Nadi. È stato un riferimento per la Nazionale, a 40 anni vinse ancora un oro iridato a squadre. Non riuscì però a trasmettere la passione a mio padre, che fu spedito in pedana a calci nel sedere: spesso il nonno e il babbo si inseguivano per via Roma vestiti con la tuta e con le sciabole in mano».

Però Mario Aldo, detto il Mauzzino, sarebbe diventato a sua volta un campione.

«Papà ha fatto lo stretto necessario per arrivare, divertirsi, vincere e andarsene via». 

E ad Aldo Montano jr com' è andata?

«Mio padre desiderava che facessi altro. Fu così il nonno a mettermi in pedana: andò meglio rispetto a suo figlio. Mi raccontò la scherma con gli aneddoti: il risultato è che in questi 36 anni, alle soglie della mia quinta presenza ai Giochi olimpici, non ho mai avuto la sensazione di iniziare uno sport». 

Le navi, un'altra passione dei Montano. E un lavoro.

«Aiuto nella parte gestionale del cantiere, controllo le commesse e la progressione operativa. Realizziamo pezzi di nave e a volte le allunghiamo, ma non abbiamo scali per costruire ex novo». 

La scherma è più arte o più guerra?

«È arte, ma è anche una battaglia che regala adrenalina. È il motivo per cui a 43 anni sono sempre in pedana, consapevole di perdere più di prima». 

È vero che dopo Tokyo si farà impiantare un'anca in titanio?

«Un anno e mezzo fa ho scoperto di avere una necrosi progressiva: la protesi, a fine carriera, diventa necessaria. È lo scotto per aver gareggiato a lungo». 

Lei da giovane è stato un monello?

«Ero un bravo bimbo, ma nel curriculum ho delle cavolate. Formavamo un gruppetto - anzi c' è sempre, anche se ora siamo vecchi, spelacchiati o imbiancati - alla "Amici miei".

Andavamo in Sardegna con 20 mila lire e ci restavamo per un mese, dormendo in spiaggia». 

Essere un bel ragazzo ha aiutato, nella carriera?

«In quella sportiva no. Invece per fare qualcosa di diverso dallo sport, probabilmente sì». 

La storia con Manuela Arcuri ha moltiplicato la popolarità di Aldo Montano: giusto?

«In una fase della vita sono confluite varie componenti positive: "Manuelona" è stata una di queste. Prima di tutto ci fu l'oro ai Giochi, cardine di ogni cosa. Quindi arrivarono i primi impegni televisivi con Simona Ventura, infine intercettai il desiderio dello sport di trovare alternative ai calciatori». 

Però serviva anche il ragazzo belloccio e con le basettone.

«Fu un puzzle che si completò: Simona mi diede una chance e da lei conobbi l'attrice famosa: per tre anni ha funzionato». 

Manuela dichiarò a una rivista: «Ci siamo lasciati per liti futili e furibonde».

«Di una relazione accantoni i pezzi brutti e tieni solo quelli belli. Però non rammento grandi litigi. Ma avevo 25 anni e se a 43 ti accapigli con la moglie sulle fesserie, figuratevi a quell' età...».

Anche Antonella Mosetti, altra sua fiamma glamour, non fu tenera: «Stavo impazzendo», disse.

«Oddio, l'ho fatta impazzire?». 

No, ma sosteneva che c' era egoismo nel rapporto.

«Con lei non ho costruito qualcosa di importante. Siamo stati insieme per 7 anni, ma l'idea della famiglia non si formava. E quando cominci a perdere i pezzi, tutto si sgretola». 

Lei è un maschio latino e geloso?

«Nasco geloso. E rimango geloso se ho modo di preoccuparmi. Anche di mia moglie lo sono stato e lo sono. Non ci siamo mai lasciati, ma qua e là ho dovuto riacciuffarla: quante volte mi sono fiondato a Mosca...». 

Si dice però che lei sia stato un farfallone.

«Farfallone no, ma come persona sono stato Dr Jekyll e Mr Hyde: ovvero, tranquillizzante da un lato e particolare dall' altro. Ho portato orecchini, anelli, catene e catenazze, ho avuto vari tagli e colori di capelli...».

C' è una spiegazione per tanta esuberanza?

«Non so se l'ho fatto più per una spensieratezza giovanile o per mascherare una normalità che amo. La base è una famiglia tradizionale: babbo, mamma, sorella; si mangia alla stessa ora, le vacanze si fanno assieme. Sto riproponendo lo schema a mia moglie e ai miei figli». 

Essere personaggio da gossip ha pesato o ha aiutato?

«All'inizio mi ha pesato. Tanti si aspettavano il passo falso, la cavolata, la crisi di coppia: io non capivo. Funziona così: non importano le belle cose, fanno più notizia quelle negative. Rimanevo poi male a leggere critiche infondate, ad esempio quella che mi allenavo poco. Ho afferrato che la mia esposizione era cambiata: non l'ho capito subito, ma una volta che l'ho "digerito" ho imparato a fregarmene».

Avrebbe potuto vincere di più?

«Sì, tanto di più. Ho avuto colpi di sfortuna, non ho avuto la carriera della Vezzali, che per 20 anni è stata un killer e un martello pneumatico. Ma non cambierei il mio percorso: alla fine l'onda di risultati, di emozioni, di incazzature, di disastri e di riprese ha fatto sì che sia ancora qui». 

Qual è la delusione più cocente?

«Al Mondiale 2010 ero visto come l'uomo da battere. Ore 8.30, a Parigi era ancora buio e pioveva: io uscivo dal palasport dopo aver perso al primo turno; per tornare in hotel vagavo come uno zombie. Altre volte, invece, ho vinto in condizioni precarie: come nel 2011 a Catania, dopo un infortunio. Lì hanno contato testa e voglia di riscatto. La mia benzina è stata spesso la rabbia: se avessi avuto una carriera da fenomeno, forse mi sarei annoiato». 

Le sarebbe piaciuta la Roma della Dolce Vita?

«Dal 2004 al 2010 la mia Dolce Vita l'ho vissuta. Però quella dell'epoca mi dicono fosse poetica, patinata, magica». 

È vero che nella scherma si «rimorchia»?

«Prima più di oggi. Peraltro, devo stare zitto: ormai ho moglie e figli Vedo però i miei attuali colleghi meno attivi, anche perché si trincerano dietro telefonini, tablet, computer...». 

Non è un discorso un po' da «vecchio»?

«Il rischio c' è: mi pare di essere il papà che fa il sermone al figlio. Però prima era più divertente, la goliardia partiva dal pullmino che ci portava in aeroporto. Facevamo scherzi, sparivano valigie, uno si ritrovava con le mutande nel cestino o con il passaporto di qui o di là: c' erano drammoni e risate. Oggi, invece, usano il telefonino per mandare messaggi a chi sta seduto a fianco».

Disputerebbe un duello vero?

«No, ma il nonno mi raccontava che negli anni Trenta erano all'ordine del giorno. Lui è stato padrino in duelli al primo sangue: il bello è che i contendenti morivano dalla paura e non vedevano l'ora di scappare». 

Paolo Milanoli, ex spadista olimpionico e iridato, sostiene di averne fatti...

«Di cavolate ne ha dette parecchie pure Paolo... Ecco, io ho cominciato con quella "scuola": in azzurro c' erano i vari Milanoli, Cerioni, Scalzo, Tarantino, Marin. Ho vissuto la mia gioventù in una gabbia di matti: nessuno, bonariamente parlando, aveva le rotelle a posto e se nella carriera ho "svaccato" un po' la colpa è anche loro». 

Si sarebbe visto in altri sport?

«Sono appassionato di motori, da piccolo sciavo e mi piaceva. In camera avevo il poster di Alberto Tomba: l'ho poi conosciuto e siamo diventati amici». 

Montano è ricco?

«Benestante sì, ricco no».

Quindi Mario è bene che si dedichi al calcio?

«Avrà meno responsabilità Olympia. Inviterò Mario a non pensare alla scherma. Per un motivo su tutti: non voglio che abbia sulle spalle il peso di tre generazioni. Spero però che i miei figli si impegnino nello sport, inizio della formazione alla vita». 

Su quale pedana deve salire l'Italia?

«Su quella della credibilità. Semina male e raccoglie poco, ha bisogno di recuperare l'autorità che merita».

·        Quelli che …i Motori.

Jean Alesi. Jean Alesi arrestato per aver tirato un petardo contro l’ufficio del cognato (che si sta separando da sua sorella). Redazione Sport Il Corriere della Sera il 21 dicembre 2021. E’ avvenuto domenica scorsa e nessuno era presente nello studio di architetto dell’uomo, ma attraverso la segnalazione di un vicino che ha notato il gesto si è arrivati al fermo dell’ex pilota di F1 della Ferrari. Brutta disavventura per Jean Alesi, l’ex pilota di F1 dove ha corso anche con la Ferrari, arrestato in Francia a Villeneuve-le’s-Avignon con l’accusa di danneggiamento con esplosivo. In realtà secondo quanto sostenuto dall’ex pilota avrebbe tirato domenica scorsa un petardo contro la finestra dell’ufficio del cognato che si starebbe separando da sua sorella. «Jean Alesi è stato arrestato lunedì intorno per aver danneggiato la proprietà altrui per mezzo di un ordigno esplosivo», ha dichiarato oggi il vice procuratore di Nimes, Antoine Wolff. I fatti sono avvenuti, come detto, a Villeneuve-le’s-Avignon, la città del Gard dove risiede il 57enne ex pilota della Ferrari. La polizia era stata chiamata domenica intorno alle 22 dai residenti nel quartiere, preoccupati dal rumore di un’esplosione. Grazie al numero di targa annotato da un vicino, la polizia ha potuto accertare che il veicolo visto sul posto, prima di partire a luci spente, apparteneva a José Alesi, fratello dell’ex pilota, che è stato subito arrestato. Ieri l’ex pilota della Scuderia (1991-1995) si è recato in questura, dove ha scagionato il fratello spiegando che in macchina c’era lui, con il figlio e un amico di quest’ultimo e che lui stesso aveva infilato un «grande fuoco d’artificio comprato in Italia» nella cornice di una finestra dell’ufficio da architetto di suo cognato, senza immaginare di provocare tale danno, ha spiegato il sostituto procuratore. Jean Alesi ha spiegato che voleva solo fare un «brutto scherzo» al cognato, che si sta separando da sua sorella, assicurando però di non essere in polemica con lui. La polizia tuttavia non l’ha presa bene e lo ha fermato. Con lui sono stati fermati anche il figlio e l'amico presente in macchina. «Sono piuttosto scettico sulla nozione di uno scherzo fatto alle 10 di sera, senza che la persona presa di mira sapesse chi era, e tutti vengono ascoltati per verificare se c’è un altro motivo» ha aggiunto Antoine Wolff.

Da Alesi petardo al cognato: arrestato. Tiziana Paolocci su Il Giornale il 22 dicembre 2021. Uno scherzo di pessimo gusto ha fatto scattare le manette ai polsi di Jean Alesi. L'ex pilota di Formula 1, che aveva le mani magiche quando le teneva sul volante delle Ferrari in pista, le ha usate per far esplodere un grosso petardo contro la finestra dell'ufficio del cognato. E ieri è stato fermato ad Avignone, dove è stato sentito a lungo dalla polizia. «È stato arrestato lunedì intorno pomeriggio alle 16 per aver danneggiato la proprietà altrui per mezzo di un ordigno esplosivo», ha detto il vice procuratore di Nîmes, Antoine Wolff. Il fatto sarebbe avvenuto a Villeneuve-lès-Avignon, la città del Gard dove l'ex pilota 57enne vive da tempo. Un'esplosione domenica sera ha rovinato la pace e la tranquillità della zona. Gli abitanti del quartiere, preoccupati dal rumore di quella deflagrazione, hanno avvertito la polizia, che si è precipitata con diverse pattuglie sul posto per capire di cosa si fosse trattato. Ma lo zelo di un residente li ha aiutati: aveva fatto in tempo ad annotare il numero di targa di un'auto, che prima dello scoppio si trovava lì a luci spente. E agli agenti ci è voluto poco per accertare che il veicolo apparteneva a José Alesi, il fratello dell'ex pilota, che è stato immediatamente rintracciato e arrestato. Ma la menzogna è durata poco, anzi pochissimo. Ieri, infatti, l'ex pilota della Scuderia di Maranello (1991-1995) si è recato in questura e ha chiesto di poter rilasciare dichiarazioni spontanee. Poco dopo è stato scagionato il fratello e lui ha preso il suo posto. Jean ha infatti confessato che c'era lui in macchina, ma non era da solo. A fargli compagnia anche il figlio e un amico di quest'ultimo. Ha però ammesso di essere stato lui a infilare un «grande fuoco d'artificio comprato in Italia» nella cornice di una finestra dell'ufficio da architetto di suo cognato, senza immaginare di provocare tale danno, come ha poi spiegato il sostituto procuratore. Forse per una volta avrà prevalso il sangue del Sud. Alesi è di origine italiana, figlio di siciliani immigrati in Francia: il padre Franco Alesi era un carrozziere di Alcamo, mentre la mamma Francesca era di Riesi. Ieri Alesi, nel ricostruire tutta la dinamica, ha anche fatto presente che il suo intento era solo quello di fare un «brutto scherzo» al cognato. Ha assicurato di non avere nulla contro di lui e di non averci discusso nei giorni precedenti. Ma uno scherzo, così discutibile, ha origine dal fatto che la vittima si sta separando da sua sorella.

Daniele Dallera, Daniele Sparisci per il "Corriere della Sera" il 23 dicembre 2021.

Jean Alesi, che cosa ha combinato?

«Mi sembra tutto sproporzionato, c'è stato un grosso malinteso: per esempio l'ex fidanzato di mia sorella è diventato "mio cognato". Era solo uno scherzo, non mi sarei mai immaginato che un petardo potesse provocare tutto questo». 

Arrestato per un fuoco artificiale, ci spiega come sono andate le cose?

«Avevo comprato questo petardo in Italia in una stazione di servizio vicino a Ventimiglia: eravamo in macchina con amici e abbiamo detto: "proviamolo". Così l'ho buttato lì (a Villeneuve-lès-Avignon ndr ), davanti allo studio di questo architetto, ma non mi aspettavo che potesse fare un botto del genere. E che potesse fare quei danni».

 Non ce l'aveva con l'ex compagno di sua sorella?

«Macché, siamo sempre stati in ottimi rapporti, con mia sorella si sono lasciati da due anni e ormai non parliamo più di lui. Sono stato io a presentarmi il giorno dopo alla polizia per chiarire. Ho subito detto che avrei ripagato tutto, il vetro rotto, i danni. Che c'ero io su quella macchina, e non mio fratello». 

Ma allora perché lanciarlo proprio lì?

«Una casualità, passavamo di lì e ho detto: "proviamo a lanciarlo qui"».

Le piacciono i fuochi artificiali?

«Sì, quando festeggiamo di solito li usiamo. È una vecchia tradizione».

Quanto l'hanno trattenuta in commissariato?

«Ventiquattr' ore. Prima ero stato chiuso dentro a una stanza su ordine del magistrato, poi i poliziotti mi hanno "liberato", non capivano perché ci fosse tanto accanimento nei miei confronti. E nel commissariato abbiamo passato una serata fantastica prima di essere rilasciato, e tornare a casa». 

Davvero?

«Sì, a parlare di Formula 1, erano appassionati. Di vecchi aneddoti, delle sciocchezze che si facevano da giovani, e poi di questo incredibile Mondiale vinto da Max Verstappen». 

La F1 è sempre al centro della sua vita, si diverte ancora a guardarla?

«Sì, mi fa ancora impazzire. Stefano Domenicali (il presidente della F1 ndr) mi ha preso nel gruppo di ambassador (composto da ex piloti, vecchie glorie ndr ). Ho visto uno dei campionati più belli di sempre, forse il più bello». 

Verstappen lo ha meritato?

«Lo avrebbero meritato tutti e due, anche Hamilton. Poi è arrivata la safety car e ha cambiato tutto, ma le corse sono così. Può succedere». 

Polemiche sulla decisione di Michael Masi, il direttore di corsa, lei era d'accordo?

«Le regole sono chiare. Il problema è il dialogo continuo fra muretti, team principal, e il direttore di corsa. Ve lo immaginate Allegri o un altro allenatore di serie A collegati in cuffia con l'arbitro? Sarebbero sempre polemiche. Le partite non finirebbero mai». 

Anche suo figlio Giuliano fa il pilota: ha provato ad arrivare in Formula 1, ora corre in Giappone...

«Sì, nella SuperGt e nella SuperFormula, serie molto competitive. Ormai la sua direzione è quella e di certo non sarò io a dirgli di insistere con la Formula 1: dopo appena un anno è stato preso dal team che ha vinto il campionato (Tom' s ndr ), titolare per la Toyota. Un traguardo incredibile e inconcepibile in Europa». 

Dovrebbe essere la normalità.

«In F1 ormai per arrivare servono soldi, tanti, troppi. Abbiamo visto che cosa è successo con Antonio Giovinazzi, sostituito da Zhou all'Alfa. Con il campione di Formula 2, Oscar Piastri, che non ha un posto in griglia, la F1 è diventata inaccessibile per i giovani». 

Ma i piloti paganti ci sono sempre stati.

«Mai a questi livelli. Ora alcuni team scelgono prima il pagante e poi anche un altro da affiancare che paga ancora di più, prima era diverso».

Perché?

«Anche la Minardi per sopravvivere cercava piloti con gli sponsor, ma in squadra poi aveva anche Alonso. Adesso senza Stroll l'Aston Martin non esisterebbe, a livello finanziario». 

Ferrari, è ottimista sul 2022?

«Sono un tifoso e lo devo essere per forza. Il mio cuore è sempre stato rosso e resterà tale. Comunque quest' anno lo spettacolo dato da Mercedes e Red Bull è stato altissimo». 

Carlos Sainz ha superato Charles Leclerc nel Mondiale, si rischia di innescare una rivalità esplosiva?

«No, è un bel "problema" per la Ferrari avere due piloti veloci, ha la coppia più forte della Formula 1. Se la Mercedes avesse avuto un Leclerc o un Sainz al posto di Bottas avrebbe vinto anche il titolo piloti». 

Come si protegge dal Covid?

«Vaccino e precauzioni. Appena sento un no-vax mi arrabbio». 

Dove passerà l'ultimo dell'anno?

«In Costa Azzurra». 

A festeggiare con i petardi?

«Per carità. Non me li nominate più. Ho chiuso con i petardi!». 

Francese ma con l'Italia nel cuore...

«Il sindaco di Alcamo, paese di origine della mia famiglia, mi ha dato la cittadinanza onoraria dicendomi: "Qui puoi fare ciò che vuoi"». 

Ci tolga una curiosità. Sua sorella si è arrabbiata dopo tutto questo caos?

«Si è messa a ridere. E mi ha detto: "Ma io ora come faccio a trovare un fidanzato?"».

Jean Todt. STEFANO MANCINI per la Stampa il 5 dicembre 2021. «L'Arabia sarà il mio ultimo Gran premio da presidente della Fia. Si chiude un lungo ciclo della mia vita». L'ufficio di Jean Todt nel cuore del circuito di Gedda è un via vai continuo di persone che lo salutano, lo chiamano, gli mandano messaggi. «Alle 18 devo tenere un discorso all'Assemblea delle Nazioni Unite - anticipa -. Lo sa che ogni anno un milione e 400 mila persone muoiono sulle strade e 50 milioni restano disabili?».

L'associazione di idee lo porta a Frank Williams, l'avversario di tante battaglie in pista ai tempi della Ferrari, morto la settimana scorsa.

«Un grande dell'automobilismo. Quando arrivai a Maranello nel '93 le sue macchine erano imbattibili. Rimase tetraplegico 35 anni fa per un incidente, ho sempre ammirato il coraggio e la determinazione con cui continuò a coltivare la passione per i motori».

Che cosa fece per batterlo?

«Dovevamo potenziare la squadra. Senna voleva venire da noi nel '94, ma avevamo già Alesi e Berger. Lo incontrai al Gp di Monza, mi disse "Jean, i contratti in Formula 1 non contano niente". Risposi di no, "per me un contratto va rispettato, saremmo lieti di averti con noi ma dal '95". Non volle aspettare e firmò per la Williams. Sappiamo poi che cosa è accaduto». 

Il passo successivo fu l'ingaggio di Schumacher.

«Sì. C'erano tanti problemi, volevo essere sicuro di avere il miglior pilota in circolazione».

Nel '97, però, ci fu un altro episodio che coinvolgeva la Williams, l'incidente a Jerez fra Villeneuve e Schumacher, che fu squalificato.

«Ne parlavo in questi giorni con Villeneuve. Mi ha ricordato che Michael, ogni volta che ha fatto qualcosa che non doveva ha pagato perdendo il Mondiale. L'altra volta fu in qualifica a Montecarlo nel 2006. Costretto a partire dal fondo, lasciò punti preziosi».

Come sta adesso?

«Lo vado spesso a trovare, vediamo insieme le gare alla tv. È in un momento difficile, ma so che non mollerà mai». 

Suo figlio Mick ha debuttato quest' anno. Che impressione le ha fatto?

«È veloce, però guida una macchina che non gli consente di ottenere risultati. Spero che la Haas sia più competitiva nel 2022, altrimenti potrà fare ben poco». 

Lei per dodici anni alla guida della Federazione internazionale dell'auto e Stefano Domenicali a capo della Formula 1: siete gli ultimi due vincitori con la Ferrari.

«Segno che dalla Ferrari arriva gente in gamba che può essere leader anche in altri campi». 

Che cosa è mancato in questi anni a Maranello?

«Poco. Ma vede, per vincere è necessario ottenere il massimo da ogni singolo componente. Ho molto rispetto per quello che fanno perché vincere è difficile e rimanere competitivi al più alto livello lo è ancora di più». 

Il 2022 può essere l'anno buono?

«Spero che riescano a colmare il divario. La Ferrari è una grande squadra. Il podio non basta, deve avere come obiettivo la vittoria. Non ci sono lontani, però manca ancora qualcosa. Il presidente Elkann è molto coinvolto, Binotto dà il massimo, hanno due grandi piloti. Vedremo». 

È stato un campionato divertente e incerto, malgrado i problemi legati alla pandemia. Che cosa ha apprezzato di più?

«A due gare dalla fine è avvincente vedere due piloti staccati di 8 punti e due team di 5. Una nota di merito all'Italia per avere ospitato tre Gp nel 2020 e 2 in questa e nella prossima stagione, oltre a due rally in Sardegna e a Monza».

Verstappen e Hamilton se le sono date di santa ragione: ha condiviso le decisioni dei commissari di gara?

«Non invidio chi fa l'arbitro. Abbiamo persone di valore che hanno autonomia totale. La mia responsabilità si ferma alla scelta dei commissari». 

Si aspetta un finale corretto?

«Più che corretto, direi combattuto. I controlli sono severi: saranno due gare tese e andrà tutto bene». 

A che serve la Formula 1 in un mondo che parla di ambiente e sostenibilità?

«Lo sport automobilistico deve essere un laboratorio. La sfida sportiva in questo senso è indispensabile e va indirizzata verso lo sviluppo». 

Portare una donna in Formula 1 sarà un obiettivo del suo successore?

«Girls on track è un programma che la Fia ha lanciato con la Ferrari. Si tratta di un'accademia, non possiamo pretendere di trovare subito una campionessa. Servirà tempo». 

Che programmi ha per il suo primo giorno da ex presidente?

«Una vacanza in Asia con la mia signora (l'attrice ed ex Bond girl Michelle Yeoh, ndr). Poi continuerò a fare l'inviato speciale dell'Onu per la sicurezza stradale e proseguirò il mio impegno nell'istituto di ricerca su cervello e midollo spinale. Non escludo di fare altro e di sicuro non mi annoierò».

Luca Stamerra per eurosport.it il 13 settembre 2021. Il Team Principal della Mercedes non le manda a dire a Verstappen. Duro il commento di Toto Wolff che giudica volontario l'intervento del pilota olandese su Hamilton. Il tutto sapendo che poi ci sarebbe stato un incidente e che i due si sarebbero così annullati, impedendo al campione del mondo in carica di effettuare il controsorpasso in classifica. Tra sprint race e gara (poi vinta da Riccardo), il pilota britannico porta infatti a casa la bellezza di 0 punti da Monza. Il dispositivo è stato molto importante perché ha protetto splendidamente Hamilton. Senza questa protezione non sarebbe sopravvissuto. L’agire di Verstappen è quello di un ‘fallo tattico’. Sapeva che se Hamilton gli fosse rimasto davanti allora sarebbe andato a vincere e quindi non ha fatto nulla per evitare ciò che stesse accadendo. Saranno gli steward a dire di chi sia la responsabilità. Sarebbe importante spiegare che questa situazione va gestita meglio. Abbiamo già avuto un episodio simile a Silverstone a velocità alta e oggi si è replicato a Monza. Da appassionato mi piace questa lotta, ma chiaramente da manager di uno dei due non molto. L'incidente tra Hamilton e Verstappen non è stato solo clamoroso per il GP d'Italia e per certi versi spettacolare. Ma ha messo ancora una volta alla luce l'importanza del sistema di sicurezza halo. Ricordiamo cos'è, come è composto e come funziona.

DA sport.sky.it il 13 settembre 2021. La discussione sui sistemi di sicurezza in F1 è stata sempre molto accesa. Quella sull'Halo e sui cupolini sin generale è diventata più impellente dopo l'incidente di Jules Bianchi a Suzuka nel 2014. Nel 2016 i piloti hanno votato all'unanimità a favore dell'installazione dell'halo. Qui l'halo testai sulla Ferrari in Austria nel 2016. Il sistema "halo" si basa su due grandi montanti che partono dalla parte posteriore dell'abitacolo (sulle spalle del pilota) e si uniscono sul fronte, appena sopra il campo di visione. Da lì, un altro supporto vien fuori per unirsi al "cockpit" e rinforzare la parte centrale. Con questo sistema, la protezione dell'abitacolo da eventuali detriti è molto maggiore. Così come per l'impatto in generale dopo un crash come quello a Monza tra Hamilton e Verstappen. 

Daniele Sparisci per il “Corriere della Sera” il 5 giugno 2021. Se Gilles Villeneuve avesse corso ai giorni nostri avrebbe dovuto cambiare stile di guida. Sfasciare una macchina è sempre stato un problema, ma nella moderna Formula 1 del controllo dei costi lo è ancora di più. I prezzi dei «ricambi» non sono quelli del carrozziere. Distruggi un'ala anteriore? Sono 80-85 mila euro, il costo di un Suv Maserati. Le sospensioni? Si possono superare i centomila euro (per ogni elemento). I Gp cittadini piacciono per le emozioni delle monoposto che sfiorano i muretti, ma fanno tremare i meccanici e chi dietro a una scrivania si occupa di far quadrare i conti. Anche ieri a Baku ci sono stati momenti di apprensione quando Charles Leclerc ha battezzato la barriera all' uscita della curva 15: un piccolissimo contrattempo rispetto al botto della pole a Montecarlo, stava cercando il limite. «Le prove servono anche a questo» ha detto il monegasco, 4° dietro al compagno Sainz. Sprazzi di buona Ferrari in Azerbaigian. A Charles hanno montato un'ala nuova ed è tornato in pista subito: quella vecchia non finirà nel cestino. Saranno recuperati tutti gli elementi riutilizzabili, perché con il budget cap non si spreca nulla. I team infatti possono spendere 145 milioni di dollari a stagione (prima non c' erano limiti), dall' anno prossimo saranno 140. In un quadro di risparmi forzati, l'incubo peggiore è dover sostituire un intero telaio. Il conto sale oltre quota un milione, quanto un quadrilocale nel centro di Milano. Essendo pezzi su misura quelli della F1 vanno prodotti in fabbrica, oppure acquistati nel caso delle scuderie clienti. La Ferrari, come altri, ha accantonato una riserva di denaro che serve a coprire i danni degli incidenti. Per la Mercedes l'inizio di stagione è stato particolarmente salato: lo schianto di Valtteri Bottas a Imola, nel quale è rimasto coinvolto anche George Russell della Williams, ha inciso talmente tanto sui bilanci da costringere la squadra campione del mondo a rinunciare a un test delle gomme 2022 della Pirelli programmato da tempo. Trasformare i piloti in ragionieri per fortuna è impossibile, ma fargli capire che devono evitare rischi inutili tuttavia è una pratica comune con il budget cap. Per chi oggi cercherà la pole - Red Bull favoritissima, Mercedes irriconoscibile, la Ferrari sarebbe contenta con una seconda fila - c' è un avversario in più: il libro contabile.

Max Verstappen. DA GAZZETTA.IT il 12 dicembre 2021. Tweet di F1, la classifica finale del GP Abu Dhabi è confermata. Respinto anche il secondo ricorso Mercedes, sulle decisioni di far “sdoppiare” solo in modo tardivo e parziale le auto tra Hamilton e Verstappen in regime di Safety Car. Max Verstappen è definitivamente il nuovo Campione del Mondo F1 2021. I commissari di gara hanno respinto il primo dei due reclami Mercedes: il “sorpasso” di Verstappen a Hamilton in regime di Safety Car. Max si era affiancato a Lewis dietro la SC, arrivando a mettere parte del muso della RB16B davanti alla W12. In regime di Safety Car sono vietati i sorpassi e la Mercedes si era appellata considerando un sorpasso — per quanto durato un istante e con la Red Bull davanti per qualche centimetro — la manovra di Verstappen che voleva restare più vicino possibile al rivale in fase di ripartenza dopo la Safety Car. 

Verstappen campione. Hamilton abdica da lord in una F1 mai così folle. Umberto Zapelloni il 13 Dicembre 2021 su Il Giornale. Via la safety all'ultimo giro e Max con un pazzo finale soffia il titolo a Lewis fin lì in testa. Il mondiale più bello si è chiuso nel modo più folle. Tutto in un giro. L'ultimo. Il finale che avevamo sognato anche se l'ultimo giro in tribunale davanti ai commissari l'avremmo evitato volentieri. L'epilogo che ha ribaltato gran premio e mondiale è stato costruito quasi a tavolino dopo la Safety Car e si porta dietro una scia di veleno che non sarà semplice disperdere. Max è il campione per la pista. Il degno campione del mondo 2021. Lewis è un campione per come ha saputo perdere, incassando una sconfitta quando pensava di aver già conquistato il suo ottavo titolo. Il campionato più bello degli ultimi anni, uno dei più belli di sempre è stato ribaltato da Max grazie all'incidente causato da Latifi in lotta per l'ultimo posto con il piccolo Schumi che quindi ha avuto una parte, seppur minima, nell'evitare che il record di papà venisse superato. Lewis aveva il campionato in tasca, tutto sembrava esser stato deciso al primo giro, quando in partenza Max si era impantanato e Lewis era volato via. La prima polemica si è innescata già alla settima curva, quando Max ha attaccato costringendo Lewis ad uscire di pista, tagliando per poi rientrare. La Red Bull ha chiesto a gran voce la restituzione della posizione, i commissari non hanno neppure approfondito. Giusto così. Hamilton è rimasto davanti con un buon margine di sicurezza. Max ha tentato l'impossibile montando gomme più fresche in regime di Virtual Safety Car (innescata da Giovinazzi), non abbastanza per rosicchiare secondi al leader nonostante l'eroico e correttissimo aiuto di Perez che ha fatto perdere a Lewis parecchi secondi. Il colpo di scena al 53° dei 58 giri, quando Latifi dopo un duello con il piccolo Schumi ha schiantato la sua Williams contro un muro. Safety Car. Uno, due, tre, quattro giri dietro la Safety con i lampeggianti accesi. Masi dopo uno strano tiramolla dà il via libera ai doppiati perché si sdoppino e si levino di torno lasciando Max incollato dietro a Hamilton. Il mondiale si giocherà tutto in un giro. L'ultimo. Max attacca con la baionetta e colpisce al cuore. D'altra parte quando hai Verstappen con gomme fresche e Hamilton con gomme decisamente usurate la sfida è impari. A Max sono bastate poche curve per prendersi la gara e il mondiale. Max è un campione degno. Ha disputato una stagione straordinaria. Rischiava di gettare tutto per aver sbagliato l'ultima partenza, alla fine la sorte travestita da Safety Car gli ha rimesso il destino in mano. La sua squadra gli ha montato le gomme giuste per la scalata. Lui non si è lasciato sfuggire l'occasione. Mentre Max festeggia il titolo con i complimenti di Hamilton, la Mercedes presenta reclamo per il comportamento di Max dietro alla Safety Car, quando avrebbe sorpassato Hamilton (ricorso poi respinto) e anche perché il regolamento prevede che tutti i doppiati si debbano sdoppiare prima della ripartenza, cosa che non è avvenuta, altrimenti non ci sarebbe stato tempo per concludere la gara (anche questo respinto ma che non mancherà di far discutere visto che Mercedes è pronta a ricorrere in appello alla Fia). In diretta Masi ha risposto a Toto Wolff: «This is racing». Queste sono le corse. Bello vedere due campioni combattere in pista. Si riuscisse a completare le gare senza veleni e polemiche sarebbe ancora meglio. Umberto Zapelloni 

Il figlio di piloti diventato re è un campione nato in provetta. Umberto Zapelloni il 13 Dicembre 2021 su Il Giornale. Padre, madre e lui. Ora in patria è più famoso del sovrano. Sul kart prima di camminare, diventato Mad Max in Red Bull. Possiamo dire che Max Verstappen è il primo campione del mondo di Formula 1 nato in provetta. Non in senso letterale ovviamente. Ma è molto probabile che quando papà Jos e mamma Sophie hanno deciso di diventare genitori avessero in mente di mettere al mondo un pilota. E se anche non lo pensavano esattamente mentre facevano quella cosa là, ci hanno poi messo pochissimo a decidere quale strada indicare al bimbo nato il 30 settembre 1997 a Hasselt in Belgio. E sì, perché il primo campione del mondo olandese della storia della Formula 1 in realtà è nato dall'altra parte del confine, come la mamma che di cognome fa Kumpen ed era pilota, nipote di pilota, cugina di pilota. Max ha doppio passaporto, ma si sente olandese fino al midollo e non ha nessun dubbio l'onda arancione che lo accompagna in giro per il mondo come una volta faceva con la nazionale di Cruijff. Oggi Max è più popolare di Máxima Zorreguieta Cerruti d'Orange che poi sarebbe la regina consorte del regno dei tulipani.

È anche strano che il paese dove la bicicletta è una religione oggi abbia come idolo l'uomo più veloce del mondo sulle quattro ruote. Ma l'Olanda aspettava questo momento dal 15 maggio 2016 quando al suo esordio con la Red Bull divenne il vincitore più giovane della storia a 18 anni, 7 mesi e 15 giorni. Da quel momento si era capito che era solo questione di tempo anche se l'esordiente più giovane della storia (17 anni, 5 mesi e 15 giorni) non ce l'ha fatta a diventare anche il campione del mondo più precoce, record ancora detenuto da Sebastian Vettel, campione a 23 anni, 4 mesi e 11 giorni. Max ha compiuto 24 anni a settembre. Viaggia in ritardo sulla sua tabella dei record, ma il suo titolo è comunque storico perché ha interrotto la dittatura Mercedes con sei titoli di Hamilton e uno di Rosberg in sette anni.

Max è stato programmato per diventare campione da due genitori che facevano i piloti e si erano conosciuti in pista con il nonno paterno che gestiva un team di kart e il nonno materno che organizzava gare. Difficile gli venisse in mente di giocare a curling. Per fortuna ha preso da mamma Sophie che sui kart ci sapeva davvero fare. È stata una delle migliori della sua generazione e non solo del Belgio. Papà Jos in Formula 1 ha corso dal 1994 al 2003, 107 gare, miglior piazzamento due terzi posti. È stato compagno di Michael Schumacher alla Benetton, rischiando anche di andare a fuoco durante un rifornimento a Hockenheim nel 1994. Non ha lasciato il segno. Però insieme alla moglie, con cui ai tempi andava ancora d'amore e d'accordo, ha deciso di programmare Max che a scuola era bravo solo in educazione fisica e ha sempre studiato unicamente per diventare pilota. Mamma e papà si sono costruiti il campione in casa. Lo hanno messo su un kart ancora prima che cominciasse a camminare e poi lo hanno accompagnato in tutta la trafila delle serie minori fino al salto triplo che a 17 anni lo ha portato alla Toro Rosso direttamente dalla Formula 3. Helmut Marko quando lo ha visto guidare sul bagnato ha detto: da qui non si muove più e Max è diventato uomo Red Bull dopo che papà aveva provato senza successo a farlo entrare nella Ferrari Academy. Non restare a Maranello forse è stata la sua fortuna. Il resto è stato trovare un team che ha creduto in lui, lo ha protetto, fatto crescere, permesso di sbagliare fino all'ultimo. Dieci anni fa, dopo un incidente stupido sui kart a Sarno, papà Jos non gli rivolse una parola per una settimana. «Doveva capire l'errore». Sabato a Gedda ha rischiato tutto un'altra volta. Questa volta papà si è arrabbiato, ma gli ha parlato. Come Kelly, la sua fidanzata, che non è una qualunque: è figlia di Nelson Piquet ed ex moglie di Daniil Kvyat, l'ex pilota Red Bull a cui Max ha soffiato il posto. Prima il posto e poi la moglie. Ma questo è un altro discorso. Se non fosse davvero Mad, Max non lo amerebbero così in tanti. Umberto Zapelloni 

Max e il popolo orange stile Valentino. Sergio Arcobelli il 13 Dicembre 2021 su Il Giornale. "Pazzesco, spinto anche dalla marea di olandesi al mio seguito". «Insane, insane». «È pazzesco, è pazzesco». Max Verstappen è senza parole dopo l'epilogo incredibile. A caldo, afferma: «È pazzesco, è incredibile, ci ho provato per tutta la gara, ho continuato a lottare e ho avuto una chance all'ultimo giro. Ho anche un crampo. È pazzesco. I ragazzi del mio team lo meritano, li adoro tanto, spero di continuare assieme per i prossimi 10 anni, se me lo permettono. Dal 2016, anno in cui Marko mi ha dato fiducia, il mio obiettivo era vincere il titolo e ora ci siamo riusciti. Ringrazio Checo (Perez, ndr) perché ha guidato con il cuore e ha fatto un grande lavoro di squadra per me ed è un grande compagno di squadra. Ci voleva un miracolo? Finalmente un po' di fortuna per me». Dopo la festa sul podio e il caldo abbraccio con papà Jos Verstappen, l'olandese aggiunge: «Sin da piccolo il mio obiettivo era diventare campione del mondo di F1. Con mio padre un momento speciale, ci ritornano in mente i vecchi ricordi per arrivare a questo obiettivo, che si realizza all'ultimo giro. Ho perso la voce. È pazzesco vedere la mia famiglia, il team, gli amici, i tifosi orange, venuti da tutto il mondo Mi hanno spinto anche se sembrava impossibile. E poi succedono i miracoli». Sul rivale inglese: «Lewis è un pilota ed avversario straordinario. Ci ha reso la vita difficilissima. Fa parte dello sport. In tanti si sono divertiti a guardare i due team correre uno contro l'altro. Poteva andare per un verso o per l'altro». Ancora: «È stata dura. In gara non avevamo il passo, ma non abbiamo mai smesso di crederci, ho cercato di restargli vicino e poi c'è stato l'ultimo giro intenso». Meglio, pazzesco. Sergio Arcobelli

Nicholas Latifi si schianta ad Abu Dhabi e regala il mondiale a Verstappen. La Red Bull: "Lo premieremo". Libero Quotidiano il 13 dicembre 2021. Se Max Verstappen ha vinto il suo primo mondiale di Formula 1, molto lo deve all'involontario aiuto del semisconosciuto Nicholas Latifi, pilota canadese della Williams che a 4 giri dal termine del Gp di Abu Dhabi si è schiantato contro le barriere. A quel punto Lewis Hamilton, che con la sua Mercedes si trovava comodamente in testa con 12 secondi di vantaggio sulla Red Bull di Verstappen e aveva dunque in mano il titolo iridato, si è visto azzerare lo scarto dall'ingresso della safety car. La decisione del giudice di gara Michael Masi, che ha lasciato ai due contendenti un ultimo giro, e le gomme fresche di Verstappen hanno apparecchiato la beffa per Hamilton, superato in pista e nel mondiale a una manciata di curve dalla fine. La Red Bull esulta, la Mercedes mastica amaro e il furioso Toto Wolff presenta un paio di ricorsi, puntualmente respinti. E, colmo dei colmi, la Williams che ha "sabotato" Lewis è motorizzata... Mercedes. Intervistato nel dopogara da Sky Sport, Christian Horner, team principal di Red Bull, festeggia con perfida ironia: "Peccato che Mercedes abbia sporto reclamo. Non ho idea su cosa. Non so quale sia il problema. Potremo festeggiare quando il risultato sarà ufficiale. Max è stato straordinario, ha guidato così bene… Ad un certo punto il mondiale ci stava sfuggendo di mano. Perez ha fatto un lavoro fantastico, loro avevano una macchina più veloce, non ho capito perché non abbiano cambiato le gomme. Noi ne abbiamo approfittato. Daremo a Latifi un rifornimento a vita di Red Bull. C’era un bisogno disperato di quella safety, l’abbiamo colta in termini strategici. Io ho perso la voce urlando dopo il sorpasso. Pensavo che avrebbe superato alla curva 6 invece l’ha fatto più difficile alla curva 5. Sono stati anni lunghissimi senza vincere. La Mercedes era dominante. Siamo riusciti a batterla. Sono molto fiero di Max". Alla salute (anche di Latifi). 

Da gazzetta.it il 13 dicembre 2021. Parte male, giudicando legittimo il taglio di Hamilton al 1° giro, e finisce peggio per il balletto dei doppiati con la safety car, materializzando il timore che il titolo sia deciso dai commissari.

Giorgio Terruzzi per il "Corriere della Sera" il 13 dicembre 2021. Ci sarà sempre chi considera Hamilton il vero vincitore, penalizzato da un incidente banale provocato dal comprimario Latifi quando era in testa e imprendibile. Ci sarà sempre chi considera il risultato della corsa e quindi del Mondiale, l'unico verdetto sacro: Max Verstappen campione. Un finalissimo. Intenso e confuso. Perfetto per riprodurre ad Abu Dhabi le scorie e le tensioni sparse sull'asfalto durante l'intera stagione. Con un arbitro inatteso, Nicholas Latifi, appunto, canadese della Williams, pronto a sostituirsi al contestatissimo direttore di gara Michael Masi, la cui decisione di concedere ai duellanti un vero giro di battaglia dopo la fatale safety car, risulta comprensibile, pur dentro un caos da contestazioni infinite e per certi versi legittime. 

Abbiamo avuto un condensato di complicanze buono per tenere aperta la polemica a lungo. Amplificata dalla sfortuna, va detto, che ha perseguitato il vecchio Lewis nel giorno del giudizio.

Dentro il quale, ancora una volta, Hamilton ha commesso meno errori di Verstappen, lento al via, preso dal vizio dell'attaccante cronico al giro uno, costretto ad un inseguimento che, senza l'intervento dal basso del pilota Williams, lo avrebbe condannato. Ma in quest' atto finale della sfida abbiamo osservato altre repliche. Una certa solitudine di Hamilton, ancora una volta più brillante del suo box; una vitalità ammirevole degli uomini Red Bull, disperatamente indomabili e, alla fine, premiati. Insieme alla Honda che chiude con un trionfo l'avventura in F1, aperta nel 2015 con risultati imbarazzanti.

Per noi, molti regali. Le scene finali hanno consegnato una umanità che questo antagonismo aveva mascherato. Le rughe finalmente spianate sul volto di Verstappen, rigato dalle lacrime, illuminato dalla gioia del ragazzino che si gode un premio meritato; la signorilità di Hamilton, scovata in pochi attimi, segno di un equilibrio interiore capace di accogliere una sconfitta indigeribile ma, intimamente, non più discutibile.

Lewis Hamilton. Hamilton-Verstappen, chi guadagna di più: auto, aerei, sponsor, moda e lussi dei re della F1. Lewis e Max, in testa a pari punti, si giocano il Mondiale domenica 12 nell’ultimo Gp a Abu Dhabi. Al loro primato in pista corrisponde anche quello nei conti in banca e nella forza mediatica. Ecco il confronto voce per voce. Daniele Sparisci, inviato a Abu Dhabi su Il Corriere della Sera il 9 dicembre 2021.

Quanto guadagnano (solo con la Formula 1)

Lewis Hamilton ha firmato quest’anno il rinnovo con la Mercedes fino a tutto il 2022, è stata una trattativa lunga e complicata anche dalle richieste economiche del pilota. Con la crisi economica generata dal Covid (la pretesa era sui 50 milioni di dollari l’anno, ma Hamilton ha sempre smentito) certe cifre in Formula 1 non girano più. Il sette volte campione del mondo si è dovuto accontentare di 40 milioni di dollari, di cui una parte legata ai bonus vittoria e punti. Resta comunque il più pagato in griglia. Max Verstappen si è legato alla Red Bull fino al 2023, il suo ingaggio è stato sostenuto anche dal motorista Honda (che l’anno prossimo lascerà la F1): è sui 25 milioni a stagione, ma con i premi può arrivare fino a 40. L’olandese ha fatto anche inserire una clausola d’uscita che lo liberebbe prima della scadenza nel caso le prestazioni della macchina non fossero all’altezza. Sarà interessante capire come andrà la Red Bull a partire dal 2022, con il cambio di regole.

E quanto prendono dagli sponsor

Diversi in tutto Hamilton e Verstappen, dallo stile di guida al modo di porsi. Eppure entrambi sono in grado di attirare masse enormi di tifosi e di catturare l’interesse degli sponsor. Dai contratti pubblicitari (Puma, Bose fra gli altri) l’inglese aggiungerebbe altri 12 milioni di dollari circa, anche il suo profilo Instagram con 25,6 milioni di follower è una macchina da soldi. Anche Verstappen è abilissimo negli affari, è l’idolo di un Paese che non ha mai avuto campioni motoristici, la sua faccia è ovunque in Olanda: testimonial della catena di supermercati Jumbo (quella del ciclismo), di linee di abbigliamento – ne ha lanciata una tutta sua «Unleash the Lion» — è una potenza a livello commerciale valutata in oltre 5 milioni l’anno. Almeno.

L’Orange army (che Hamilton non ha)

E’ stata un’intuizione di Jos Verstappen, padre di Max, ed ex pilota di F1 con un passato da gregario di Michael Schumacher alla Benetton. Un’agenzia di viaggio per le trasferte dei tifosi, l’arancione è diventato in poco tempo il colore predominante nelle corse. Capellini, magliette, tutto con il numero 33, biglietti e gadget: un business florido trainato dalla passione, sulla scia di quanto Valentino Rossi aveva già fatto nella MotoGp. A Zandvoort quest’anno, per il ritorno in calendario del Gp d’Olanda dopo 36 anni, c’era un pienone mai visto. E così a Spa, in Austria, nei circuiti di mezza Europa e non solo. Verstappen è un «boost» per la Formula 1, ed ecco perché segretamente molti organizzatori dei Gp fanno il tifo per lui.

Le supercar di Verstappen

Anche Max Verstappen come Lewis Hamilton possiede alcune Ferrari, solo che non le ha mai messe in mostra al contrario di Lewis Hamilton. Fra queste c’è una Monza Sp2 (la stessa di Ibrahimovic), una «barchetta» super-esclusiva da 1,6 milioni di euro, di colore nero. Oltre a questa avrebbe anche una 488 Pista. Possiede anche alcune Aston Martin (la Casa inglese era sponsor della Red Bull), DBS Superleggera. Una delle sue favorite resta la Porsche 911 GT3 RS, comprata appena compiuti 18 anni quando era già piloti di Formula 1. L’esame della patente però aveva dovuto affrontarlo su una normalissima Renault Clio.

Le supercar di Hamilton

Nonostante i vincoli con la Mercedes, Lewis Hamilton non si è fatto problemi a mostrarsi al volante della «LaFerrari Aperta», ne possiede anche un’altra nella versione chiusa. Parliamo di Rosse il cui valore supera ormai i 2-3 milioni di euro. Le ha ordinate personalizzate, a Maranello è stato diverse volte per concludere i suoi acquisti. Ha anche una Pagani Zonda viola, la supercar artigianale costruita a Modena dall’argentino Horacio Pagani: carrozzeria e scocca in fibra di carbonio, velocità massima di 350 orari. Con quella macchina Lewis fu protagonista di un piccolo incidente a Montecarlo sei anni fa poco, finendo contro un guardrail. Attento all’ambiente, Lewis dice di spostarsi soltanto su vetture elettriche: una Smart e il Suv della Mercedes Eqc. Ma a volte il richiamo della benzina e dei cavalli è troppo forte per resistere…. Da poco arrivata in garage è la Mercedes Amg Project One, un bolide derivato dalle monoposto di Formula 1 con il motore V6 ibrido e persino il motogeneratore Mgu-h per recuperare l’energia prodotta dai gas di scarico del turbo. Prodotta in soli 275 esemplari, costa 2,7 milioni di euro.

Gli aerei

Verstappen gira il mondo su un Falcon 900-EX, un jet personale da 13 milioni di euro ma forse anche di più. Lo ha acquistato usato dal patron della Virgin, Richard Branson. Max lo ha fatto ridipingere e personalizzare con i suoi loghi e con dei richiami alla bandiera olandese, può ospitare dodici persone e ha anche una camera da letto per le trasferte intercontinentali. Hamilton invece ha venduto il Bombardier rosso (valeva 25 milioni) con cui alla fine di ogni gara ripartiva per tornare a Montecarlo (dove vive anche Max) e per concedersi una pausa a Los Angeles o partecipare a una sfilata di moda a New York (lo fece dopo il Gp di Cina, un anno). «Motivi ecologici», ha detto due anni fa al momento della cessione, anche se in realtà il jet era stato anche al centro di accuse di evasione fiscale, accuse dalle quale alle fine venne assolto. Ma non aspettatevi di trovare adesso Hamilton in coda al check-in come un turista: viaggia sempre su aerei privati ma a noleggio.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 14 dicembre 2021. Scrivo da spettatore televisivo di professione, non da cultore dei motori (non lo sono). Il mondiale vinto da Verstappen è nato da un incidente che ha permesso al pilota olandese di sfruttare la safety car a quattro giri dal termine, appaiare Hamilton e sorpassarlo a poche curve dal traguardo. Questo «sinistro» non fa che confermare una teoria: lo spettacolo della Formula 1 è spesso di una noia mortale e non è pensabile che un mondiale venga vinto perché in coda una macchina va a sbattere contro il muretto. I telecronisti di Sky non devono prendersela con chi critica questo circo, anche loro sono vittime di uno spettacolo che si ravviva, spiace dirlo, sono per gli incidenti. Se Marc Gené non riesce a darsi pace per la decisione dei giudici (commentava la manovra di Hamilton che gli aveva permesso di tagliare la curva), figuriamoci da casa: è legittimo pensare che i commissari giochino a dadi nel prendere i loro provvedimenti. Nonostante l'organizzazione della competizione sia passata da Bernie Ecclestone a Liberty Media, le corse rasentano la monotonia, dipendono da decisioni cervellotiche: le qualifiche sempre più astruse, i giudici di gara imprevedibili, l'abilità dei piloti sopravanzata dalla tecnologia. La Formula 1 va completamente reinventata altrimenti i preziosi accorgimenti televisivi per narrarla (la super regia, l'on-board, il race tracker, il live timing) sono del tutto inutili. Anche perché le telecamere finiscono fatalmente per riprendere chi è in testa, relegando il resto del circo a ruolo di comparsa. Tempo fa ho scritto che è la Formula 1 dei gommisti e sono ancora convinto che il cambio delle gomme non sia la soluzione ideale per ravvivare la corsa. È lo sport dove probabilmente ci sono i maggiori investimenti anche se sono inversamente proporzionali allo spettacolo offerto. È brutto dirlo, ma la Formula 1 è interessante solo quando diventa autoscontro

Da blitzquotidiano.it il 15 dicembre 2021. L’inviata de “La vita in diretta” Filomena Leone viene derubata in diretta insieme alla sua troupe a Strà in provincia di Venezia. La Leone sta parlando delle rapine in villa e della cosiddetta “banda dei vip”. La giornalista era impegnata in un collegamento dal lato opposto della strada. Alcuni uomini hanno sfondato il finestrino dell’automobile rubando borse e computer. Il conduttore Alberto Matano ha chiesto quello che è accaduto in diretta” Filomena stai apposto? Stai bene?”. L’inviata ha risposto spiegando quello che è accaduto: “Si, sto bene, solo un grande spavento come puoi immaginare. Ci hanno rotto il finestrino. Hanno rubato tutto quello che c’era all’interno del furgone. C’erano delle borse e dei computer. Ora sono arrivati i Carabinieri che abbiamo tempestivamente chiamato. Probabilmente ci hanno visto. Probabilmente la villa era ancora sotto lo sguardo dei rapinatori. I Carabinieri ci hanno detto che in questo periodo c’è una vera e propria escalation e che ricevono tante segnalazioni”. 

Da fanpage.it il 17 Dicembre 2021. "Se saprai confrontarti con il trionfo e il disastro, e trattare allo stesso modo questi due impostori", scriveva Rudyard Kipling in una sua celebre poesia, la cui scritta campeggia all'ingresso del campo centrale di Wimbledon. Lewis Hamilton il trionfo lo ha conosciuto molto bene nella sua carriera, lo ha accarezzato essendone ricambiato, ha stracciato qualsiasi record – dalle pole position, alle vittorie dei gran premi, ai titoli mondiali, primato quest'ultimo condiviso con Michael Schumacher – ma il destino gli ha infine riservato anche il disastro e lo ha fatto in una misura così dolorosa da mettere in dubbio la capacità di risollevarsi del sette volte campione del mondo. Campione nello sport e campione nella vita il 36enne inglese, sempre attento a mandare messaggi di sensibilizzazione su temi di impegno civile e sociale, e assolutamente dignitoso nel momento della sconfitta, come dimostra il gesto di complimenti a Max Verstappen, seguito dalle congratulazioni rivolte all'olandese pochi minuti dopo essere sceso dalla sua Mercedes alla fine del GP di Abu Dhabi. Comportamenti e parole di grande sportività, che possono essere apprezzati appieno soltanto comprendendo cosa aveva nel cuore in quel momento Lewis: un coltello ancora sanguinante, per qualcosa che mai si era visto nella storia della Formula 1. Lo stato di shock e prostrazione del pilota di Stevenage viene esposto in maniera crudele ma anche profondamente umana dal video della sua camera car nel momento di rientrare ai box dopo la bandiera a scacchi. Hamilton appare come un pugile contato in piedi dopo aver ricevuto un cazzotto che gli ha spento le luci: scuote la testa ancora incredulo, poi accosta di fronte al box Mercedes e china il capo con lo sguardo perso dietro la visiera. Quello che segue è impressionante: due minuti di immobilità assoluta, nessun team radio, un silenzio che esprime il senso di vuoto nel quale è precipitato. Nessuno gli si avvicina: c'è il rispetto per l'uomo e per il campione, la consapevolezza che in quegli interminabili attimi Hamilton sta attingendo a tutte le sue risorse per ricomporre un mondo che ha visto cadere a pezzi davanti ai suoi occhi e per presentarsi nelle condizioni di poter stringere la mano in maniera sincera a Verstappen. Hamilton era contrario fin dall'inizio a fare ulteriormente appello dopo che i primi due ricorsi della Mercedes erano stati respinti: la decisione finale del team ha onorato la sua condotta dignitosa. Perché è facile trattare bene il trionfo, ma avere a che fare allo stesso modo col disastro è per pochi. È qualcosa per i campioni veri, che tali restano anche quando le luci si spengono e si smonta il baraccone: Hamilton è di fatto di questa pasta. "Se riuscirai a perdere, e ricominciare di nuovo dal principio senza mai far parola della tua sconfitta, se riuscirai a riempire l'inesorabile minuto con un istante del valore di sessanta secondi, tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa, e – quel che più conta – sarai un Uomo": Kipling sapeva quello che diceva.

Dagospia il 14 dicembre 2021. Dal profilo Instagram di Sky Sport F1. Momenti da batticuore nel finale del GP di Abu Dhabi con cui si è deciso il Mondiale di F1: caos Safety car, dopo aver incassato il sorpasso da Verstappen Hamilton è furioso. Le parole di Lewis nel team radio con il suo ingegnere di pista Peter Bonnington: "La stanno falsando". Bonnington: "Sono senza parole"

Daniele Sparisci per il "Corriere della Sera" il 14 dicembre 2021. Le occhiaie dopo la baldoria, tornano a casa al freddo del Mare del Nord, salgono sul minibus diretto all'aeroporto. Nella valigia portano il ricordo di una notte indimenticabile. Ragazzi di vent' anni, coppie di pensionati, indossano la «divisa»: maglietta con il numero 33 e il leone stilizzato, erano più di 5.000 allo Yas Marina Circuit. L'«Orange army» non sposta solo passione, ma anche soldi, in giro per il mondo, benzina per Max Verstappen e per la Formula 1. L'arancione ha oscurato il rosso quest' anno, riempiendo il vuoto lasciato dalla Ferrari, spettatrice nella lotta al titolo e a secco di vittorie da oltre due anni, il cambiamento, cromatico e non solo, è avvenuto sui circuiti a una velocità vertiginosa, come il sorpasso alla curva 5 dell'ultimo giro di Max su Lewis - fra le polemiche - che ha deciso il campionato. Non è solo merito dell'olandese, ma di una rivalità spettacolare e imprevedibile. Più di centotrentamila in Austria, 75 mila a Spa per vedere una gara ridicola dietro alla safety car, 72 mila a Zandvoort nel Gp di casa, sono solo alcuni numeri (ridotti per le limitazioni di capienza dovute Covid) della «macchina» messa in moto da Verstappen, unico pilota dopo Valentino Rossi ad avere una tifoseria così organizzata e riconoscibile. Su questo ha lavorato bene papà Jos insieme allo storico manager Raymond Vermeulen, creando agenzia di viaggi e «kit» del tifoso. Altre entrate per far lievitare lo stipendio del figlio, 25 milioni, grazie ai bonus del titolo ora ne aggiungerà altri, dai 3 ai 5 in più. Più quelli degli sponsor in arrivo. Numeri che vanno costantemente aggiornati al rialzo: soltanto su Instagram - ormai «termometro» di ogni valore commerciale - il neocampione del mondo è salito a quota 7,3 milioni di milioni di follower, appena 300 mila in meno della Scuderia Ferrari e oltre un milione in più del suo stesso team, la Red Bull (6,18). Max riempie autodromi, fa vendere, è l'«influencer» perfetto per la F1. Probabilmente più di Hamilton, personaggio globale (25,9 milioni di seguaci) ma ormai proiettato in un'altra dimensione, oltre i motori. Max invece ha riportato tutto all'asfalto, dove è nato, con il suo linguaggio semplice, con le sue manovre estreme e destinate a dividere. Come il suo successo di domenica. «Una farsa», «Un disgustoso reality show», «Grand Theft Auto», i giornali inglesi sparano a zero. In attesa delle prossime mosse: la Mercedes ha tempo fino a giovedì sera per formalizzare la richiesta d'appello contro i ricorsi respinti dai commissari di gara. Ma è una strada impervia quella che porta al tribunale di Parigi della Fia. Con decisioni già bocciate dal collegio dei commissari sportivi, le possibilità di ribaltare il verdetto sono molto scarse. E poi ci sono questioni di opportunità e di immagine, Hamilton si è dimostrato più sportivo della sua squadra andando subito a congratularsi con il rivale (e con Lewis c'era il papà Anthony). Domani il sette volte campione del mondo è atteso al Castello di Windsor, in Inghilterra, per ricevere il titolo di baronetto. E quel titolo nessuno glielo potrà mai togliere. 

GIORGIO TERRUZZI per il Corriere della Sera il 14 dicembre 2021. È stupefacente la tenuta nervosa dei due piloti impegnati in questo testa a testa memorabile. Messo a dura prova, in primo luogo, dalla decisione di omologare una pista assurda, pericolosa, inadatta a una sfida iridata, piazzata nella fase cruciale del campionato. Strettoie da collisioni certe e muri ovunque, pur di fare lo show sul lungomare, alla faccia degli spazi offerti dal deserto arabo. Il resto è arrivato di conseguenza; una gestione allucinante che ha falsato l'intera corsa, lasciando sull'asfalto dubbi e polemiche mortificanti proprio pensando alla qualità della sfida sportiva. Vinta in pista da Hamilton, più tenace e lucido di Verstappen se valutiamo l'intero weekend. Max: l'errore in qualifica, una scelta tattica errata prima di quella assurda bandiera rossa che l'ha di fatto cancellata, seguita da gomme inadatte. Per non parlare della decisione di cedere la posizione ad Hamilton cercando, due volte, di sfruttare immediatamente l'ala spalancata sulla retta. Il tutto compensato, va detto, da uno scatto al terzo start fenomenale. Il fatto è che risulta difficile decifrare le fasi più intense dell'antagonismo, inserite in un tale guazzabuglio di strafalcioni regolamentari, con pezzi di vetture incidentate sparsi lungo un tracciato che obbligano alla virtual safety car ogni tre per due. Viene da chiedersi, ben sapendo quanto incida il denaro nelle politiche di questo circo, come mai nessuno tra Federazione e associazione piloti sia intervenuto sulla decisione di correre su un tracciato del genere. Ma ciò che ha svelato la natura della relazione tra direzione gare e team l'ha fornita lo scambio tra Michael Masi, l'arbitro della F1, e il muretto Red Bull dopo il secondo stop. Quando non è stata comunicata una decisione ma un'«offerta». Farei così, che ne dite ragazzi? Il tono indica uno stile, che è quello di chi predilige la collusione. Il che la dice lunga sulla modalità che ha fissato o negato sanzioni nella stagione. Forse su intere epoche. Sprovviste, a differenza di questa, di comunicazioni audio alla portata di tutti. 

Daniele Sparisci per corriere.it il 26 dicembre 2021. Max Verstappen ha vinto il Mondiale 2021 di Formula 1 all’ultimo giro di Abu Dhabi ma i suoi incidenti sono costati 3,9 milioni di euro alla Red Bull. È quanto emerge da un’analisi di Sky Germania sui conti delle riparazioni in Formula 1, dati da prendere con le molle perché ogni pezzo di una monoposto è prodotto «su misura». Ma comunque importanti a quantificare l’effetto degli imprevisti in uno sport regolato dal budget cap, il tetto finanziario di 125 milioni a campionato. Che deve tenere conto anche di questa variabile con stanziamenti ad hoc.

Quanto può costare un incidente

Per rendere l’idea, la perdita di un telaio può avere un impatto per un milione di euro, di un’ala per ottantamila euro. Verstappen è stato sfortunato in diverse occasioni: a Baku gli si è rotto un pneumatico mentre era in testa, a Silverstone è finito ad altissima velocità contro le barriere dopo il contatto al primo giro con Lewis Hamilton, a Budapest è stato tamponato al via, a Monza si è di nuovo scontrato con il pilota della Mercedes ed entrambi sono finiti nella ghiaia. In questa particolare graduatoria Hamilton è soltanto tredicesimo (1,23 milioni di danni). 

Mick, il più pericoloso

In cima alla lista c’è Mick Schumacher (nuova riserva della Ferrari), secondo le ricostruzioni dell’emittente tedesca la Haas ha pagato 4,2 milioni di euro per le sue disavventure. Una cifra enorme per un piccolo team. Il figlio di Michael, alla sua prima stagione in Formula 1, ha fatto diversi botti: i più importanti a Montecarlo, in Ungheria durante le qualifiche, in Francia e in Arabia Saudita. Anche il compagno di squadra, l’altro rookie russo, Nikita Mazepin (2,46) ne ha combinate di tutti i colori facendo perdere la pazienza al team principal Guenther Steiner: «Nel mezzo della stagione Mick ha avuto grossi incidenti, alcuni senza motivo, ci sono costati tanto». 

Leclerc danni per 4 milioni

Al secondo posto c’è Charles Leclerc con 4,04 milioni, il campionato del monegasco è stato molto sfortunato. Secondo il team principal della Ferrari ha perso 40 punti per episodi sfavorevoli. A partire da quello di Montecarlo, quando nel giro decisivo delle qualifiche conquista la pole ma urta un muretto provocando la rottura di un semiasse che non gli fa neanche cominciare la gara. A Budapest poi Leclerc è stato buttato fuori dalla carambola in partenza innescata da Bottas e Stroll. In Qatar aveva dovuto sostituire il telaio, danneggiato nel passaggio su un cordolo, a Gedda era andato a muro nelle libere. 

I prudenti

Poi c’è l’altra faccia della medaglia, piloti passati pochissimo «per il meccanico». Questione di fortuna, di prudenza, di stile di guida, di coincidenze: Esteban Ocon dell’Alpine (vincitore del Gp d’Ungheria) ha un saldo negativo di appena 280 mila euro, meglio di Fernando Alonso (315 mila). Bene anche Vettel (660 mila), Ricciardo (713 mila) e Antonio Giovinazzi (854 mila). 

1 Mick Schumacher (Haas) 4.212,500

2 Charles Leclerc (Ferrari) 4.046,000

3 Max Verstappen (Red Bull) 3.889,000

4 Nicholas Latifi (Williams) 3.116,500

5 Valtteri Bottas (Mercedes) 2.713,500

6 Lance Stroll (Aston Martin) 2.686,000

7 Yuki Tsunoda (AlphaTauri) 2.606,500

8 Nikita Mazepin (Haas) 2.468,000

9 Kimi Raikkonen (Alfa) 1.,950,000

10 George Russell (Williams) 1.845,000

11 Carlos Sainz (Ferrari) 1.756,000

12 Lando Norris (McLaren) 1.453,000

13 Lewis Hamilton (Mercedes) 1.235,000

14 Pierre Gasly (AlphaTauri) 1.113,000

15 Sergio Perez (Red Bull) 939.000

16 Antonio Giovinazzi (Alfa Romeo) 854.000

17 Daniel Ricciardo (McLaren) 713.000

18 Sebastian Vettel (Aston Martin) 660.000

19 Fernando Alonso (Alpine) 315.000

20 Esteban Ocon (Alpine) 280.000

Quanto guadagna Lewis Hamilton: lo stipendio e il patrimonio. Newmondo.it l'8/12/2021. Lo stipendio e il patrimonio di Lewis Hamilton: quanto guadagna il campione di Formula 1, l’uomo in grado di fare grande la Mercedes. Campione indiscusso della Formula 1, Lewis Hamilton è ormai da anni nella lista degli sportivi più ricchi al mondo. A dire la verità non occupa le primissime posiz

Quanto guadagna Lewis Hamilton: lo stipendio

Al termine di una lunga trattativa con la Mercedes, Hamilton ha firmato un principesco rinnovo di contratto che lo rende di gran lunga il pilota più pagato nel mondo della Formula 1.

Stando ai dati a disposizione, nel 2021 Lewis guadagna la bellezza di 40 milioni di euro annui. Attenzione, 40 milioni di euro solo dal contratto con la Mercedes, escludendo quindi i contratti di sponsorizzazione e simili, considerando che i diritti di immagine però rientrano nel contratto.

Inoltre il pilota ha in contratto ricchi bonus legati al rendimento e alle vittorie. Senza considerare il bonus legato alla vittoria del Mondiale e alle attività di marketing che storicamente arricchiscono il campione del mondo in carica.

Il patrimonio

Per quanto riguarda il patrimonio le stime sono incerte. Secondo il Sunday Times, nel 2020 il patrimonio di Hamilton si attestava intorno ai 224 milioni di sterline, in netta crescita rispetto al 2019. Cifre che lo avevano portato a scalare la prestigiosa Rich List, che prende in considerazione i mille sportivi più ricchi della Gran Bretagna.

Secondo gli ultimi dati non ufficiali in patrimonio complessivo del pilota si attesterebbe intorno ai 620 milioni di dollari. Realisticamente parlando, nel 2021 il patrimonio del campione di Formula 1 si attesta intorno ai 300 milioni. Cifre da capogiro, come vi avevamo promesso in apertura…

Felipe Massa contro Flavio Briatore, le accuse sul Mondiale: "Ho perso per imbrogli". Giada Oricchio su Il Tempo il 09 dicembre 2021. Felipe Massa contro Flavio Briatore: “Con imbrogli mi rubò i punti per il titolo”. L’ex pilota della Ferrari nel 2008 vinse il campionato di F1, ma la sua gioia durò appena 30 secondi perché Lewis Hamilton superò un avversario nelle ultime curve e conquistò il primo titolo di una carriera straordinaria. In un’intervista a l’Equipe, Felipe Massa ha ricordato tutte le stranezze del Gran Premio di Singapore a cominciare dalle “particolari” strategie della Renault il cui team principal all’epoca era Flavio Briatore. Alonso rientrò ai box prima di tutti per il rifornimento e poco dopo il compagno di scuderia Piquet jr andò a sbattere causando l’ingresso della safety car. Un episodio che condizionò la gara e l’esito finale. Ebbene un anno dopo Piquet confessò che Briatore gli ordinò di causare volontariamente l’incidente per favorire Alonso, il manager venne prima radiato dalla F1 e poi riabilitato dal tribunale di Parigi perché giudicò irregolare il processo della FIA. Ancora oggi Massa si sente defraudato di quel titolo mondiale: “Nessuno sapeva che i punti rubati quel giorno erano dovuti a imbrogli. Un anno dopo, scoprimmo la verità. Immagina i punti che avrei potuto recuperare. Questo ha notevolmente distorto il campionato. La safety car entrò in pista quando non avrebbe dovuto, l’intera gara è stata capovolta. Ma non è stato fatto nulla per modificare la classifica. Avrebbero dovuto annullare quel Gran Premio, anche un anno dopo. In Francia, ad esempio i sette Tour vinti da Armstrong sono stati annullati”. Il brasiliano ha ricordato anche di aver insistito con la Ferrari per un ulteriore ricorso ma invano: “Parlai con Stefano (Domenicali,nda). Mi disse che non c’era nulla da fare. Credo che si sbagliasse. Ora è tardi”.

Antonio Giovinazzi. DANIELE SPARISCI per il Corriere della Sera il 28 dicembre 2021. Antonio Giovinazzi ha perso il posto da titolare all'Alfa in favore del giovane Zhou, spinto dagli sponsor cinesi, l'Italia resta senza piloti in F1. Impegno e sacrifici non sono bastati contro i soldi, quanto fa male essere stato scaricato così?

«Era una sfida quasi persa. È il brutto di questo sport, purtroppo è sempre stato così. Spero di potermi ricredere in futuro: se penso da dove partivo e dove sono arrivato...». 

Da Martina Franca, dal kart che le regalò suo papà Vito.

«Più crescevo e più diventava difficile realizzare il sogno di essere pilota di F1. Io però ci credevo, ma soprattutto ci credeva papà. Ha fatto tantissimi sacrifici per me». 

Quali sacrifici?

«All'epoca era rappresentante di un'azienda di trasporti. Girava tante ditte e prima di parlare del suo lavoro parlava di me. "Lo sa che ho un figlio che corre in kart? Se ci fosse uno sponsor..."». 

 Sua madre?

«Casalinga. Non ci è mai mancato nulla, ma non vivevamo nel lusso. E poi era preoccupata». 

Perché?

«A 13 anni viaggiavo quasi da solo, accompagnato soltanto dal meccanico, anche lui pugliese. Treni, pullman, all'estero in camion. Per lei non era facile da accettare. Ma non me lo ha mai fatto pesare. Sopportava, perché quel sogno si avverasse». 

E quando quest' anno le hanno comunicato che il sogno sarebbe finito, come ha reagito?

«Delusione. Mesi difficilissimi. C'erano voci sempre più forti su di me. Io ho sempre cercato di tenerle lontane, ma stavolta non era facile. Perciò sono contento di come ho reagito, esco dalla F1 a testa alta». 

 I piloti paganti ci sono sempre stati, per Jean Alesi però «mai a questi livelli». Il suo sostituto, Zhou, ha l'appoggio dello Stato cinese, come si fa a competere così?

«Fortunato lui. Anche se poi i punti della superlicenza di F1 li ha ottenuti da solo. È vero, ora ci sono piloti che decidono le politiche finanziarie di intere squadre. Ma non sono l'unico ad aver perso il posto per questo».

Forse dice così perché manterrà un triplo incarico: terzo pilota per Ferrari, Alfa e Haas, e punta a rientrare nel 2023.

« Non è un addio ma un arrivederci. Nel frattempo continuerò a correre in Formula E, e poi sarò al servizio della Ferrari. È un grande impegno, è la squadra che mi ha dato tutto». 

All'Alfa si è sentito osteggiato?

«Perché avrebbero dovuto? Non lo so, e non ci voglio pensare: l'obiettivo era portare a casa più punti possibile. In Messico mi sono sfogato, ero dispiaciuto per non aver raccolto quanto meritavamo. Ma ormai non conta più niente». 

 E che cosa conta?

«Essere arrivato alla fine senza rimpianti».

I momenti più belli in F1?

«Il debutto nel 2017, a Melbourne. Ero riserva: mi fanno salire in macchina sabato mattina, non conoscevo la pista. E poi il mio primo Gp a Monza, nel 2019. E il penultimo del 2021 a Gedda: a punti nonostante fossi già stato scartato. Un bel segnale». 

Vorrebbe assomigliare più a Verstappen o Hamilton?

«Sono simili, molto aggressivi entrambi. Una stagione storica. Ad Abu Dhabi mi è dispiaciuto ritirarmi, ma almeno dai box mi sono goduto l'ultimo giro. Meritavano il titolo tutti e due».

Gp Monza, le confessioni di Antonio Giovinazzi: "Chi è davvero Kimi Raikkonen", parla "lo sfortunato della F1". Lorenzo Pastuglia su Libero Quotidiano il 10 settembre 2021. Questa Monza la sente anche sua. E non può che essere così, anche se oggi il 28enne Antonio Giovinazzi è a tutti gli effetti un pilota Alfa Romeo. Perché se sei terzo pilota della Ferrari, non puoi non sentire il calore dei tifosi. E le voci che lo danno fuori dalla F1 nel 2022 non lo distraggono. C'è un Gran Premio in cui rifarsi, dopo la delusione per la foratura di Zandvoort che gli ha compromesso la zona-punti.

Finalmente i tifosi tornano a Monza e lei è anche terzo pilota Ferrari, quindi impossibile non sentire l'adrenalina...

«Il GP di casa è sempre speciale e lo sento mio. Ho corso qui nel 2019 andando a punti e c'era una marea di tifosi. Già da oggi avere il 50% in tribuna è qualcosa di speciale. Voglio solo godermi questo weekend al massimo».

Il suo team ha ufficializzato Valtteri Bottas per il 2022, sperava nell'annuncio del suo rinnovo già da questo GP?

«Sarebbe stato bello ed è un peccato. Ma anche se accadesse in un altro circuito, sarebbe comunque bellissimo. Voglio pensare alla performance, a me stesso, senza caricarmi di stress in attesa di una risposta. So che mi gioco tanto e sono concentrato in questo. Poi dopo il GP d'Italia spero di parlare con Frédéric (Vasseur, il team principal dell'Alfa Romeo)».

Quest' anno tante, troppe gare sfortunate, pensa che questo aspetto stia condizionato pesantemente la sua stagione?

«Non credo tanto a fortuna o sfortuna, ma guardando i GP passati sì. Bahrain, Sakhir, Zandvoort... Se guidi una vettura dove è difficile puntare ai punti, allora deve essere tutto perfetto. Se ripenso alle gare dove eravamo nei primi 10 e non abbiamo concretizzato... Potevamo essere più vicini alla Williams».

Se rimanesse senza volante in F1, penserebbe di correre in altre competizioni?

«Sicuramente non vorrò rimanere fermo come tra 2017 e 2019, perché al mio ritorno in F1 ci ho messo un po' a riprendere il ritmo nei corpo a corpo».

Tornare alla 24 Ore di Le Mans nel 2023, a bordo della Ferrari ufficiale nella Classe Hypercar è una possibilità?

«Una delle esperienze più belle della mia carriera (corse già nel 2018, ndr), mi piacere rifarla con la Ferrari e vincere nell'Assoluta».

Il suo compagno di box Kimi Raikkonen dice addio alle corse a fine stagione. Ci racconta il rapporto con lui?

«Kimi è freddo di fronte alla stampa, ma vi assicuro che quando si trova in privato è una persona fantastica e molto divertente. Una persona importante per la mia crescita, mi ha insegnato un sacco di cose e io l'ho studiato parecchio. È anche grazie a lui se oggi, dal 2019, sono ancora in F1».

Come si è preparato per Monza?

«Avendo poco tempo perché fino a domenica eravamo a Zandvoort, mi sono allenato in palestra e poi riposato un paio di giorni dopo le fatiche di Spa e dell'Olanda. Tre GP consecutivi sono impegnativi».

In tv è sempre disponibile e sorridente, ma è così anche nella vita?

«Sempre con tutti. Mi ritengo un ragazzo fortunato a essere qui in F1 dopo tanti sacrifici. Penso che bisogna sempre prendere in positivo le cose, anche quando vanno male. Perché poi tutto torna indietro».

Papà Vito è il suo primo tifoso e la segue in diversi appuntamenti del Mondiale, che persona è lui?

«Papà è il mio tifoso ideale, che mi ha dato appoggio sin dai tempi dei go-kart. È stato sempre vicino in qualsiasi momento. Leggo per primo ogni suo messaggio dopo le gare».

Quali sono i GP migliori e peggiori della sua carriera?

«Come posso non dire Monza 2019? Allora chiusi 9° e andai a punti di fronte ai nostri tifosi. Quella che invece vorrei cancellare è Spa nella stessa stagione, quando andai fuori all'ultimo giro e anche lì ero nei primi 10(9°, ndr)».

Kimi Raikkonen. Da liberoquotidiano.it il 6 settembre 2021. Conosciuto come l’Uomo di ghiaccio Kimi Raikkonen ha annunciato l'addio alla Formula 1. Molti però raccontano che sia molto espansivo, divertente e generoso. A dargli il soprannome è stato Ron Dennis, il patron della McLaren. Uno degli episodi più incredibili della carriera è accaduto al Gran Premio di Montecarlo del 2006: "Il motore della McLaren va in fumo. Kimi invece di tornare nel paddock, rilasciare le interviste di rito e fare il punto con la squadra, si dirige verso il suo yacht ormeggiato all’altezza delle Piscine. Sale la scaletta con ancora tuta e casco in testa. Poi si cambia, sorseggia una birra e osserva la fine del Gran Premio. 'La barca era a due passi e poi la mia gara era finita, che c’è di strano?", ricorda il Corriere della Sera. Altro gustoso episodio è quello del 2012, Kimi è tornato a "guidare ad altissimi livelli sulla Lotus Renault progettata da James Allison. Arriva secondo in Bahrein e insieme all’amico Kimmo Pikkarainen, giocatore di hockey – Kimi aveva iniziato con l’hockey come molti finlandesi, ma poi ha lasciato perdere perché doveva svegliarsi troppo presto la mattina per allenarsi - partecipa a una festa organizzata dal principe bahrenita. Le celebrazioni durano una settimana e più, Kimi poi vola a Helsinki dove la baldoria continua. Arriva a Barcellona – racconterà di ricordare pochissimo di quei 16 giorni sfrenati-, corre al Montmelò e arriva terzo", ricorda sempre il Corriere. "L’alcol a volte allevia lo stress", scriverà poi Raikkonen nella sua biografia. E' al secondo matrimonio e, sembra, aver messo la testa a posto. "Non fa più festa fino all’alba, non si sveglia in camere di hotel sconosciute (una volta sbagliò stanza non si sa come riuscì ad entrare e il proprietario della camera lo trovò addormentato nel suo letto), non lotta più per le prime posizioni, ma in fondo non è cambiato. Mancherà alla F1", conclude il Corriere. 

Fernando Alonso. Lorenzo Pastuglia per gazzetta.it il 12 febbraio 2021. Incidente in bicicletta per Fernando Alonso. Il pilota spagnolo dell’Alpine Renault è stato investito da un’auto mentre si allenava in bici sulle strade svizzere, a Lugano, in via la Santa. La conferma è arrivata in serata dal team Alpine, che ha ingaggiato lo spagnolo per il Mondiale 2021. Subito soccorso e ricoverato in un ospedale della zona, i primi esami radiografici avrebbero evidenziato una frattura alla mandibola e danni ai denti. Le condizioni del pilota hanno consigliato un trasferimento all’ospedale di Berna, dove domani sono previsti ulteriori accertamenti. Il pilota di Formula 1 Fernando Alonso è stato investito in bicicletta da un'auto nelle strade svizzere nei pressi di Lugano. La bici è la sua grande passione: numerose sono le foto postate dal pilota spagnolo sul suo profilo Instagram

IL COMUNICATO —   In tarda serata il team Alpine F1 — emanazione di Renault — ha diramato un comunicato ufficiale, in cui conferma “l’incidente in allenamento in bicicletta. Fernando è cosciente, in buon stato d’animo ma sta aspettando ulteriori esami nella mattinata di domani”.

I MESSAGGI—   Non si sono fatti attendere anche messaggi di pronta guarigione dal mondo della F.1. A cominciare dall’amico e connazionale Carlos Sainz junior via Twitter: “Forza Fernando, speriamo non sia niente di grave e che ti riprenda presto!”. Così anche i team Haas e Aston Martin: “Ti auguriamo pronta guarigione”. Come la McLaren, la sua ultima squadra: “I migliori auguri Fernando, ti auguriamo un veloce recupero”. E poi Romain Grosjean: “Rimettiti presto Fernando”.

IL RITORNO—   In questi giorni Alonso, 11 vittorie in Ferrari tra 2010 e 2014, si stava allenando in Svizzera con la sua amata bicicletta, uno degli hobby preferiti dal campione asturiano: si preparava al rientro in Formula 1 dopo aver lasciato il Mondiale nel 2018. Nella sua carriera, iniziata con la Minardi nel 2001, lo spagnolo ha corso 312 GP con 32 vittorie in F1 tra Renault, McLaren e Ferrari.

Da ansa.it il 30 maggio 2021. "A seguito di un grave incidente nella sessione di qualifiche 2 della Moto3 al Gran Premio d'Italia è con grande tristezza che comunichiamo la scomparsa del pilota della Moto3 Jason Dupasquier". E' quanto annuncia in un comunicato la Motogp. Dupasquier - ricorda la nota della MotoGp - "è stato coinvolto in un incidente con più motociclisti tra le curve 9 e 10 mentre erano in svolgimento le qualifiche della Moto3. Subito dopo è stata esposta la bandiera rossa. Sul posto sono giunti immediatamente i mezzi di intervento medico della FIM e il pilota svizzero è stato soccorso in pista prima di essere trasferito in elicottero sanitario, in condizioni stabili, all'ospedale Careggi di Firenze. Nonostante i grandi sforzi del personale medico del circuito e di tutti coloro che successivamente si sono occupati del pilota svizzero, l'ospedale ha annunciato che Dupasquier è purtroppo morto per le sue ferite". "Dupasquier - aggiunge il comunicato della MotoGp - aveva iniziato in modo impressionante la sua seconda stagione nella classe leggera, ottenendo costantemente punti ed entrando nella top ten della classifica. FIM, IRTA, MSMA e Dorna Sports fanno le più sentite condoglianze alla famiglia, agli amici, alla squadra e ai cari di Dupasquier". Dall'ospedale di Careggi, dove il giovane pilota era stato subito trasportato ieri dopo l'incidente, avevano fatto sapere che era in corso l'accertamento di "morte encefalica", una procedura per la conferma del decesso di un paziente con gravi lesioni cerebrali non compatibili con la vita. "Mi dispiace tantissimo, sono senza parole". Dennis Foggia, il vincitore della gara di Moto3 del Gran premio d'Italia al Mugello, ha reso omaggio così ai microfoni di Sky allo sfortunato pilota svizzero Dupasquier. "Tutti i giorni facevamo colazione insieme, andavamo alla stessa hospitality - ha proseguito - E' veramente brutto, però purtroppo la Moto3 è anche questo, è molto scenografica ma è anche molto pericolosa perché siamo sempre tutti molto vicini e può succedere di tutto. Mando un abbraccio alla sua famiglia e alla sua squadra'', ha concluso Foggia.

Non ce l'ha fatta il diciannovenne pilota svizzero, vittima sabato di un incidente durante le qualifiche del Gp d'Italia al Mugello. La Repubblica il 30 maggio 2021. "Il cuore di Jason Dupasquier ha cessato di battere": lo ha comunicato l'ospedale Careggi di Firenze, secondo quando riferito dalla Federazione internazionale di motociclismo e dalla Dorna, organizzatrice del motomondiale. "Morte encefalica in seguito alle gravi lesioni cerebrali", il decesso è avvenuto intorno alle 12. "Siamo profondamente rattristati nell'annunciare la morte di Jason Dupasquier - scrive su twitter la MotoGp - A nome di tutta la famiglia MotoGP, inviamo il nostro affetto alla sua squadra, alla sua famiglia e ai suoi cari. Ci mancherai moltissimo, Jason. Guida in pace".

L'intervento nella notte. Dupasquier era stato operato durante la notte al torace per frenare un'emorragia. "Però persistono gravi lesioni cerebrali", avevano spiegato i medici dell'ospedale Careggi di Firenze. A preoccupare erano soprattutto le conseguenze del trauma cranico conseguente all'incidente di ieri sulla pista del Mugello, quando il 19enne pilota svizzero di Moto3 all'uscita della Arrabbiata 2 ha perduto il controllo della sua Ktm numero 50 cadendo sull'asfalto, per poi essere travolto da Ayumu Sasaki e Jeremy Alcoba: "C'è un vasto edema cerebrale. La situazione encefalica è complicata, ma - per un rapporto tra costi e benefici - non è il caso di intervenire" avevano spiegato i medici lasciando poche speranze.

L'incontro con i genitori. Jason ha anche riportato traumi e fratture in altre parti del corpo. I responsabili del centro traumatologico del nosocomio hanno incontrato i genitori del ragazzo. Philippe, il padre, è stato un pilota di motocross e Supermotard. I medici hanno voluto essere molto sinceri spiegando che le speranze di risveglio dal coma erano poche.

La dinamica dell'incidente. All'ultimo giro delle qualifiche di Moto3, ieri il giovane Dupasquier faceva parte di un gruppo di piloti lanciati alla ricerca del miglior tempo per un buon posto sulla griglia della domenica. Lasciandosi alle spalle la curva 9 avrebbe lasciato leggermente il gas - forse perché sorpreso da un sorpasso - per poi riprenderlo in una frazione di secondo: la manovra gli avrebbe fatto perdere il controllo della moto, che gli si è chiusa davanti proiettandolo in aria. Dopo l'highside, la pesante caduta sull'asfalto e un primo - grave - trauma. Poi Jason è stato investito dagli altri due piloti, che non hanno potuto evitarlo. E' rimasto sull'asfalto per più di mezz'ora, mentre i medici del circuito cercavano di rianimarlo: in quel momento ha cominciato a perdere moltissimo sangue, in stato di incoscienza è stato poi trasportato in elicottero al Careggi.

Il suo team non gareggia. Stamani il suo team (CarXspert PrustelGP) ha deciso di non prendere parte alla gara di Moto3 che è regolarmente partita. Al primo giro un impressionante incidente ha coinvolto 4 piloti all'altezza della curva Savelli: prima è caduto il 17enne turco Oncu, poi ha perso il controllo l'austriaco Kofler (19) trascinando nel capitombolo anche il romagnolo Migno (25) e lo spagnolo Tatay (18). I ragazzi non hanno riportato conseguenze preoccupanti.

L'incidente durante le qualificazioni. Chi era Jason Dupasquier, il pilota di Moto3 morto dopo l’incidente al Mugello. Vito Califano su Il Riformista il 30 Maggio 2021. Jason Dupasquier non ce l’ha fatta. E’ morto in mattinata il pilota di Moto 3, 19enne, coinvolto ieri in un grave incidente sul circuito del Mugello, durante le qualifiche della classe Moto3 del Gp d’Italia. La notizia è stata ripresa e data dai media di tutto il mondo. Era ricoverato all’ospedale Careggi, Firenze, in terapia intensiva. Inutile l’operazione nella notte. Dupasquier era svizzero. Aveva 19 anni. Era figlio d’arte: il padre è stato pilota di Motocross. Aveva debuttato in Moto3 nel 2020 con il team Pruestel. Aveva ottenuto nel 2021 con la stessa squadra 27 punti. Miglior piazzamento in Qatar, decimo. Era originario di Bulle, piccola cittadina nel cantone di Friburgo. L’incidente multiplo di ieri ha coinvolto i piloti Dupasquier (della scuderia Ktm), Jeremy Alcoba (Honda) e Ayumu Sasaki (Ktm) alla curva Arrabbiata 2. Il 19 enne ha perso il controllo della moto e gli altri due non sono riusciti a evitarlo. Alcoba e Sasaki non hanno sofferto particolari danni e conseguenze. Dupasquier è rimasto a terra sull’asfalto, dov’è stato eseguito un primo intervento da parte dei sanitari. L’impatto più forte quello con Sasaki, forse sul caso, che è stato sbalzato in aria dopo l’urto con il pilota svizzero. “Andavo a tutto gas, ho visto che Jason ha frenato di colpo e ho provato ad andare a destra per evitarlo. Non ci sono riuscito, penso di averlo colpito all’altezza delle gambe”, ha raccontato Alcoba. Il 19enne era stato trasportato in eliambulanza al Careggi. La tac eseguita al suo arrivo in ospedale aveva subito evidenziato traumi al cranio, al torace e all’addome. Era stato operato nella notte e comunque le sue condizioni erano rimaste gravissime. L’intervento di un’équipe del Trauma Center di chirurgia toracica per una lesione vascolare. L’Ansa, che citava fonti sanitarie, riferiva delle gravissime condizioni del 19enne che rimaneva comunque ricoverato nel reparto di terapia intensiva. Erano stati appurati gravi danni cerebrali. Il team PrusteIGP, per il quale corre Dupasquier, aveva intanto deciso di non partecipare al GP Italia, come ha deciso anche Thomas Luthi, connazionale del 19enne. La decisione già prima della notizia della morte.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Morto dopo 31 anni in stato vegetativo il motociclista Reinhold Roth. Giampiero Casoni il 17/10/2021 su Notizie.it. Morto dopo 31 anni in stato vegetativo il motociclista Reinhold Roth: durante il Gran Premio di Jugoslavia nel 1990 ebbe un tremendo incidente. Lutto nel mondo delle due ruote sportive, è morto dopo 31 anni in stato vegetativo il 68enne motociclista tedesco Reinhold Roth: l’asso delle moto su pista ha smesso di lottare dopo l’incidente del 1990. In quelle drammatiche circostanze Roth ebbe un terribile incidente mentre correva nella classe 250 durante il Gran Premio di Jugoslavia. Da quello schianto il pilota che in Germania era già un mito era uscito ridotto in uno stato vegetativo permanente. A confermare in maniera ufficiale il decesso di Roth è stata la pagina ufficiale della MotoGP, che ha rilanciato la notizia. ’80. Era non solo un bravissimo pilota, ma anche una persona notoriamente disponibile e positiva negli atteggiamenti e nel modo di porsi. Era stato campione europeo nella categoria 250 e si era cimentato anche nella 350. Aveva anche sfiorato il podio supremo ed il titolo mondiale, questo nel 1987 e nel 1989: in classifica venne preceduto da Mang e Pons. Poi nel 1990 quel tragico incidente e quelle immagini tremende che innescarono una furiosa querelle sulla sicurezza nelle gare di moto.

Incidenti mortali in moto e in pista: la lunga scia da Dupasquier ad Ambrosini. Denise Ragusa il 30/05/2021 su Notizie.it. La scomparsa del pilota 19enne Dupasquier, dopo un incidente al Mugello, è l'ultima di una lunga serie di decessi in pista, causati da incidenti mortali. La prematura scomparsa del pilota motociclistico Dupasquier, morto ad appena 19 anni, il 30 maggio 2021, in seguito ad un incidente avvenuto nelle qualifiche di Moto3, è solo l’ultimo tragico decesso, che si verifica tra piloti di moto, durante delle competizioni sportive. Nonostante infatti, il costante accrescimento delle misure di sicurezza, che via via negli anni sono diventate sempre più rigide, le competizioni sportive in moto, continuano a riservare sempre in più occasioni, esiti drammatici, in termini di incidenti dalle conseguenze gravissime, lo prova la lunga scia di decessi avvenuti in gare sportive dagli anni ’50 fino ad oggi. La morte di Dupasquier, pilota motociclistico scomparso a soli 19 anni, nella giornata del 30 maggio 2021, dopo un incidente nella gara di qualifica di Moto3 al Mugello, lascia attonito il mondo dello sport intero e in particolare quello del motociclismo e dei suoi innumerevoli fans. La sua morte però purtroppo, non si configura come un caso isolato nell’ambito degli incidenti mortali in pista, che hanno provocato la scomparsa di piloti di moto. L’ultimo caso di morte a seguito di incidente in pista, è stato quello di Luis Salom, il pilota di Moto2 deceduto a soli 24 anni, il 3 giugno del 2016, dopo aver perso il controllo della sua moto durante una sessione di prove libere nel circuito di Montmelò, a Barcellona. E come dimenticarsi di Marco Simoncelli, il pilota motociclistico italiano, morto sul colpo a soli 24 anni, il 23 ottobre del 2012, in seguito ad un gravissimo incidente verificatosi durante il secondo giro del Gran Premio di Malesia. Il 2010 e il 2003 sono anni che segnano la morte di altri due importanti piloti di motociclismo. Shoya Tomizawa muore il 5 settembre 2010, a soli 19 anni, era un pilota motociclistico giapponese, che ha perso la vita sul circuito di Misano Adriatico, al dodicesimo giro di gara, dopo aver riportato un gravissimo trauma toracico in seguito all’incidente avvenuto in pista. Nel 2003, più precisamente, il 20 aprile del 2003, muore Daijiro Kato, a soli 24 anni, anch’esso pilota motociclistico giapponese, è venuto a mancare in seguito ad un incidente in pista con la sua moto, avvenuto nella gara del 6 aprile 2003, quando il pilota si è schiantato con la sua Sukuza contro un muro di protezione della pista. Dal 1994 al 1950 si verificano numerosi altri decessi in pista, relativamente a piloti di moto, l’elenco delle vittime è di fatto lunghissimo. Tra questi si ricorderà certamente Noboyuki Wakai, morto a soli 25 anni, l’1 maggio del 1993, in Spagna, dopo un gravissimo incidente, in seguito al quale ha riportato una gravissima lesione cerebrale, che gli è stata fatale. Il 1973 porta via con sè due motociclisti, Renzo Pasolini e Jarno Saarinen, morti il 20 maggio 1973, all’età rispettivamente di 34 e 27 anni, dopo un incidente avvenuto presso l’Autodromo Nazionale di Monza, poco dopo la partenza nella gara del Gran Premio d’Italia della classe 250. Il 15 luglio 1951 muore un altro grande pilota motociclistico italiano, Dario Ambrosini deceduto a soli 33 anni, nel circuito di Albi. Ambrosini perse la vita durante le prove del Gran Premio di Francia.

Da ilgiornaledivicenza.it il 30 maggio 2021. Un incidente terribile quello al Mugello capitato a Jason Dupasquier che ricorda molto nella dinamica e purtroppo anche nelle conseguenze quello in Malesia dove morì Marco Simoncelli l’11 ottobre del 2011. Una scia di sangue quella che vede protagonista il Circus delle due ruote che non si ferma nonostante tutte le misure di sicurezza messe in pista e fuori. Il Sic morì dopo una scivolata in curva a 200 orari, cercò di restare aggrappato alla sua moto imprimendo una strana traiettoria, non accorgendosi del sopraggiungere veloce di Colin Edwards e Valentino Rossi. In entrambi i casi l’impatto fu violentissimo e inevitabile.

La tragica morte del pilota svizzero allunga una lista di lutti che parte simbolicamente il 20 maggio 1973. Siamo nel motomondiale, nella quarta di litro, e al Gran Premio d’Italia a Monza Jarno Saarinen, campione del mondo in carica, e Renzo Pasolini sono in lotta per la vittoria. Alle 15.31, in un attimo, causa una spaventosa caduta dopo la partenza, alla curva grande, il 35enne riminese ed il 28enne finlandese perdono la vita.

Restando nel motomondiale, Sol Levante in lutto per due volte a distanza di dieci anni. Sempre nella classe intermedia, l’1 maggio 1993, a Jerez de la Frontera erano in programma le prove ufficiali del GP di Spagna. Il 25enne pilota della Suzuki Noboyuki Wakai, percorrendo a 150 km/h la corsia dei box, si trovò improvvisamente di fronte un tifoso forlivese, il 28enne Fabio Ravaioli, amico di Loris Reggiani, che non doveva essere lì. Wakai tentò disperatamente di non investirlo senza riuscirci, andando a sbattere con la testa contro un muretto. Trasportato all’ospedale di Siviglia, fu sottoposto ad un intervento chirurgico per l’asportazione di due grossi ematomi al cervello. Ma ogni tentativo di salvarlo risultò vano. Dieci anni dopo la tragedia che portò alla morte di Daijiro Kato. Il 6 aprile del 2003, nella gara d’apertura del Mondiale nella sua Suzuka, Kato finì a oltre 200 orari contro un muro di protezione della pista, spirando in ospedale dopo 19 giorni di agonia.

Un altro dramma il 5 settembre 2010 in occasione del Gran Premio di San Marino di Moto2. Sul circuito di Misano Adriatico è ancora un centauro giapponese a perdere la vita ad appena 19 anni, Shoya Tomizawa. Era in lotta con un altro gruppetto di piloti che lo inseguivano e dopo lo scivolone non sono riusciti ad evitarlo vista l’elevata velocità. Tomizawa è rimasto esanime a terra, duramente colpito dalle moto di De Angelis e Redding che non hanno potuto evitarlo.

Il 21 luglio 2013 la morte di Andrea Antonelli, investito in pista sotto la pioggia di Mosca in un campionato, il Mondiale Supersport, che nella sua storia ha pianto altre vittime: dal belga Michael Paquay, travolto nel ’98 durante le prove del Gran Premio d’Italia a Monza, all’inglese Craig Jones, morto in un incidente durante la gara di casa, sul circuito di Brands Hatch. E la stessa pista, nel ’97 ma in Superbike, fu fatale allo scozzese Graeme Ritchie mentre due anni prima il giapponese Yasutomo Nagai perse la vita durante la gara 2 di Assen.

Sempre nel 2013, in un drammatico incidente sulla pista di Latina, durante le prove del Sic Supermoto, gara intitolata a Simoncelli, muore Doriano Romboni, che l’8 dicembre avrebbe compiuto 45 anni. Romboni ha corso nel Motomondiale (l’esordio nel 1989 nella classe 125) vincendo sei gare, la prima nel 1990 in Germania.

Sul Circuito di Misano, nel corso del primo Round della Coppa Italia 2014, il 13 aprile, muore Emanuele Cassani, 25 anni, originario di Faenza. L’incidente è avvenuto poco dopo la partenza.

L’ultimo in ordine di tempo a morire nel Motomondiale fu lo spagnolo Luis Salom: il 3 giugno 2016, a seguito di una caduta nelle prove libere del Gran Premio di Catalogna della classe Moto 2, viene colpito dalla sua stessa moto rimbalzata contro le protezioni. A causa della gravità delle sue condizioni viene trasferito d’urgenza al vicino ospedale di Barcellona, dove muore pochi minuti dopo per le ferite riportate.

Marco Simoncelli. Marco Simoncelli, morto 10 anni fa: la carriera e la vita dell’erede di Valentino Rossi. Paolo Lorenzi su Il Corriere della Sera il 23 ottobre 2021. Campione del mondo della 250 nel 2008, nel 2011 era al secondo anno - e secondo podio in MotoGp. Il drammatico incidente di Sepang ha lacerato il mondo delle moto.

L’incidente mortale

Il 23 ottobre del 2011 fu una data triste per il motociclismo. Quel giorno Marco Simoncelli è morto sul circuito di Sepang. Il pilota della Honda fu vittima di un tragico e sfortunato incidente al secondo giro della gara. Scivolò all’esterno di una curva, rientrando però all’interno, invece di proseguire la sua caduta nell’erba. Dinamica inusuale, causata dalla ruota posteriore della sua moto che riprese aderenza cambiandone direzione. Marco si ritrovò così sulla traiettoria di chi lo seguiva da vicino. Tra questi Colin Edwards e l’amico Valentino Rossi che non riuscirono a evitarlo. Travolto dalle loro Motogp rimase a terra esanime, senza casco. Fu subito chiara la gravità di quanto era successo. Marco arrivò al centro medico del circuito in arresto cardiocircolatorio. Alle 16.56 ne fu decretato il decesso in seguito al trauma interno, riportato insieme alla frattura delle vertebre cervicali.

La carriera

Marco Simoncelli nel 2011 stava correndo la sua seconda stagione in Motogp, in sella alla Honda satellite del team Gresini. Non aveva ancora vinto in questa categoria, il migliore risultato fino a quel momento era stato un terzo posto in Repubblica Ceca e un secondo posto in Australia. Ma nell’opinione generale era considerato un talento in crescita. Il passaggio alla massima categoria se l’era guadagnato di fatto nel 2008 vincendo il campionato del mondo della 250, con una dimostrazione di forza confermata l’anno dopo con il terzo posto finale: nel biennio 2008-2009 Simoncelli aveva totalizzato ventidue podi, incluse dodici vittorie, e dieci pole position. Nel 2003 e fino al 2006 aveva corso in 125, vincendo due gare, per poi passare alla quarto di litro nel 2006 con la Gilera. Come tanti ragazzi della sua generazione si era formato nelle minimoto. Aveva cominciato sulla pista di Cattolica, incrociando la sua storia sportiva con quella di altri futuri protagonisti delle corse (Dovizioso, Pasini, Corsi). Il suo arrivo nel 2010 nella classe regina era stato accompagnato da grandi aspettative. Per estro, simpatia e talento veniva considerato l’erede designato di Valentino Rossi di cui era grande amico.

Il rimpianto

A detta di molti Simoncelli era l’erede designato di Valentino Rossi, otto anni più vecchio di lui. Era solo questione di tempo, la Honda non avrebbe tardato a dargli una moto migliore di quella di cui disponeva nel 2011. Nel Gran Premio d’Australia,la settimana precedente, aveva agguantato il secondo podio, confermando le qualità già intraviste. Simoncelli era un pilota spettacolare e determinato, in 250 aveva dimostrato anche una certa aggressività (soprattutto con alcuni avversari spagnoli). Era competitivo, aveva la grinta necessaria per emergere anche nella massima categoria dove il suo fisico robusto poteva essere un vantaggio (peccato però che la sua Honda fosse stata pensata per un pilota di taglia piccola come Pedrosa). La casa giapponese lo aveva messo nel mirino. Nakamoto, il vicepresidente della Hrc, aveva dei progetti per lui, ma il regolamento di allora gli impediva il passaggio diretto nel team ufficiale. La scelta del Team Gresini aveva però i suoi vantaggi: era una squadra ben organizzata, tecnicamente valida. E soprattutto era italiana, anzi romagnola come lui.

Il personaggio

Forte in pista, simpatico al di fuori. Marco era il personaggio che la Motogp andava cercando perché la storia di Rossi aveva insegnato che il talento non bastava più. Per conquistare il pubblico serviva altro. E Marco aveva quel modo di fare spontaneo e sincero che poteva toccare il cuore dei tifosi che l’avevano subito eletto tra i loro beniamini. Simoncelli era un ragazzo alla mano, semplice e generoso. Comunicava simpatia, piaceva a tutti. Aveva una famiglia molto unita alle spalle, papà Paolo, il suo primo tifoso, la mamma Rossella, sempre presente e affettuosa, la fidanzata Kate, deliziosa quanto discreta, perfetta per il carattere esuberante di Marco. Sapeva come fare gruppo, con gli uomini del box. Ma in gara si trasformava. Come dirà poi Valentino Rossi, suo grande amico, «era dolce nella vita, quanto duro in pista».

L’amicizia con Valentino Rossi

Difficile che i piloti siano avversari e amici allo stesso tempo. Forse in un’epoca lontana succedeva più spesso ma oggi è abbastanza raro. Rossi e Simoncelli erano l’eccezione. Si frequentavano al di fuori delle gare, si allenavano insieme con le moto da cross, si sfidavano alla Cava (la «palestra» di Rossi) avevano soprattutto un carattere aperto e solare. C’era intesa tra di loro. Condividevano la passione per le corse, che sapevano vivere con piacere, divertendosi. Simoncelli era un grande tifoso di Rossi. Ne ricordava persino alcuni aspetti, alcune pose sembravo ispirate al campione di Tavullia che lo adorava. «Il Sic era sempre positivo, vulcanico, non stava mai fermo» diceva Rossi. La rivalità in Motogp non ha cambiato le cose tra loro due.

Il film su Simoncelli

Uscirà al cinema, ma solo il 28 e 29 dicembre, il documentario su Marco Simoncelli prodotto da Sky, Fremantle e Mowe. Attraverso interviste e testimonianze inedite, ricostruzioni cinematografiche, ricordi di amici e rivali, SIC - diretto da Alice Filippi («Sul più bello», «’78 – Vai piano ma vinci») e scritto con Vanessa Picciarelli, Francesco Scarrone e prodotto da Gabriele Immirzi e Ettore Paternò per Fremantle, Roberta Trovato per Mowe e Roberto Pisoni per Sky - è un ritratto intenso ed emozionante di un campione unico. Il docufilm racconta la parabola umana e sportiva di Marco Simoncelli, dal sogno di diventare «World Champion» alle difficoltà, le cadute, i duelli in pista che ne hanno caratterizzato la carriera.

Paolo Simoncelli: «Tenni la mano di Marco fino alla fine, era morbida. Ricordo l’abbraccio di Pedrosa». Sabato 23 è il decennale dell’incidente in cui morì il Sic, domenica 24 l’ultima gara italiana di Rossi: «Mio figlio era l’erede di Valentino. Lui c’è sempre, guarda dall’alto i ragazzi che aiutiamo con la Fondazione»-  Enea Conti su Il Corriere della Sera il 22 ottobre 2021. «Dieci è solo un numero. Non c’è anniversario che tenga, perché nostro figlio Marco è il minimo comune denominatore delle nostre vite ogni giorno, dalla mattina alla sera». A pochi giorni dal decennale dalla morte del «Sic» e di quel tragico incidente sul circuito di Sepang, il 23 ottobre del 2011, Paolo Simoncelli non si scompone troppo. Parla con voce commossa ma ferma, perché gli anniversari che rinnovano il ricordo di certi eroi, in fondo «sono mediatici come è giusto che sia ma per me è diverso». Certo, quei momenti che per convenzione definiamo «drammatici» ma che una parola (ma anche un racconto) quasi banalizza, Paolo Simoncelli non li scorderà. «Fu tremendo — racconta — telefonare alla mamma per dirgli di concedere la donazione degli organi». Ma parla anche del presente e del futuro, di quella Fondazione che aiuta il prossimo nel nome del campione scomparso, nato a Coriano quasi 35 anni fa. Paolo Simoncelli, è il decennale dalla morte di Marco, Valentino Rossi corre per l’ultima volta in Italia e lo fa a Misano nel circuito intitolato a suo figlio. Come la sta vivendo?

«Strana coincidenza eh? Io dico che ognuno può pensare quello che vuole. C’è gente che pensa sia un caso tanto fortuito quanto, per questo, straordinario e unico nel suo genere. Ma c’è anche gente che pensa che non sia un caso. Avevo detto, tempo, fa che Marco sarebbe stato l’erede di Valentino Rossi. Ecco, qui tiro in ballo quel numero: dopo dieci anni del “Sic” parlano ancora tutti».

E tornando a quel 23 ottobre del 2011, a Sepang. Cosa ricorda?

«Ricordo il momento in cui ho capito che non c’era nulla da fare almeno quanto la fatica profusa dal personale dell’infermeria che ancora mi colpisce, a distanza di tempo. In quel momento, quello della consapevolezza della fine di ogni speranza, entrai nella stanza e mi sedetti vicino a Marco. Gli presi la mano, quella destra che poi rimase morbida per tutto il tempo, fin quando non fu cremato. E poi… Come dimenticare l’abbraccio di Daniel Pedrosa, l’eterno rivale, subito dopo l’annuncio del decesso. A ripensare alla loro rivalità, credo che quella stretta pareggiò il conto di tutto. Sentii la sua vicinanza e la sua disperazione. Della vita di Marco? Ho troppi ricordi, troppo complicato e forse neppure intuitivo isolarli. Certo non scorderò mai la vittoria del primo motomondiale e la prima vittoria in minimoto».

Poi venne il tempo di pensare al futuro. Nacque la Fondazione. Come vanno le cose?

«Ne parlammo proprio al funerale di Marco, della Fondazione. Al tempo, detta come va detta, non ne capivo nulla di queste cose. Ora possiamo dire che la gestiamo alla grande. Ogni anno riceviamo iscrizioni e diamo tessere. Con il 5 per mille raccogliamo molte donazioni, tanto che abbiamo capito ancora meglio quanto profondo e grande sia l’affetto delle persone. E proprio per questo siamo soddisfatti di aver fatto tutto quello che abbiamo fatto in Italia. A Coriano abbiamo realizzato un capolavoro di centro per i disabili, la Fondazione Marco Simoncelli (inaugurata nel 2019, ndr)».

Progetti futuri?

«Nei prossimi mesi sistemeremo il giardino collegato ad un terreno donatoci per i prossimi 100 anni dalla Curia di Rimini. Abbiamo riqualificato l’immobile, ora ci occuperemo dell’area esterna, questo giardino in cui gli ospiti, i ragazzi disabili, finalmente potranno andare a spasso senza correre rischi, senza complicarsi la vita e in tutta sicurezza. In più stiamo aiutando un’associazione di ragazzi autistici di Ferrara: non riuscivano a completare la riqualificazione del loro centro, ebbene li aiutiamo noi. E ci sarà anche lì l’immagine di Marco a guardarli dall’altro. Sembra una cosa simbolica senza troppa profondità. Ma non è così».

Il dolore di Paolo Simoncelli: "Il silenzio, poi quel gesto che mi stupì..." Marco Gentile l'11 Ottobre 2021 su Il Giornale. Paolo Simoncelli è tornato a parlare di Marco a pochi giorni dalla decorrenza del decennale della sua morte: "Da quel giorno io e sua mamma abbiamo provato a sopravvivere a quella tragedia. Son passati 10 anni ma fanno male, tanto". Sono quasi passati 10 anni dalla tragedia che ha coinvolto la famiglia Simoncelli con la morte di Marco. Il pilota, all'epoca dei fatti 24enne, venne travolto sulla pista di Sepang, in Malesia, e morì sul colpo. Paolo, papà dello sfortunato ragazzo, durante il festival dello Sport ha espresso tutto il suo dolore a distanza di pochi giorni dal decennale della scomparsa del figlio avvenuta il 23 ottobre del 2011: "Da quel giorno io e sua mamma abbiamo provato a sopravvivere a quella tragedia. Son passati 10 anni ma fanno male, tanto". Il dolore è ancora grande e rimarrà tale per sempre con Paolo che ha deciso di dedicarsi anima e cuore insieme alla moglie alla fondazione in ricordo di Marco: "Ciò che è accaduto ha fatto capire che è giunto il momento di prendere provvedimenti seri", il commento di Paolo che ha poi svelato: "Era felice e questo per un genitore è tutto. Abbiamo provato a tuffarci nella fondazione, nella squadra corse. Parlare di lui non ci rattrista, lo facciamo più che volentieri. E poi rifaremmo tutto, lui bramava correre Una straordinaria carriera in pista, uno straordinario carattere fuori". "Potrei raccontare tante cose ma preferisco tenerle per me. Ricordo il silenzio assordante del paddock, una cosa incredibile, ce l'ho ancora nelle orecchie. E l'abbraccio di Pedrosa. Era il primo rivale di Marco, fu il primo a venirmi ad abbracciare e mi trasmise qualcosa di unico. Sembrò che volesse così fare pace con Marco. Ancora oggi quando ci incontriamo, ci abbracciamo". In tanti hanno sempre affermato come il Sic, così era soprannominato nell'ambiente, sarebbe potuto diventare il degno erede di Valentino Rossi: "Non spetta a me dirlo, di certo nei giovani di oggi non vedo le loro caratteristiche. Una sfida con Marquez? Sarebbe stato divertente: stessa mentalità tra due che si sarebbero lamentati pochissimo", questo il commento di Paolo. Chiusura dedicata alla sicurezza in pista dei piloti dopo quello che avvenne al figlio ma non solo dato che negli anni altri giovani ragazzi, purtroppo, sono venuti a mancare: "Mi sono battuto tra i primi contro la zona verde in pista. Non è possibile che un pilota esca e poi rientri nel tracciato e si giochi la vittoria. Ciò che è successo ha fatto capire a molti che è arrivato il momento di finirla ed è giunto quello in cui prendere provvedimenti".

Marco Gentile. Sono nato l'8 maggio del 1985 a Saronno, ma sono di origine calabrese, di Corigliano Calabro, per la precisione. Nel 2011 mi sono laureato in comunicazione pubblica d'impresa presso la Statale di Milano. Ho redatto un elaborato finale sulla figura di José Mourinho, naturalmente in ambito della comunicazione. Sono appassionato di sport in generale ed in particolare di tennis e calcio. Amo la musica, leggere e viaggiare. Mi ritengo una persona genuina e non amo la falsità. Sono sposato con Graziana e ho una bambina favolosa di 2 anni e mezzo. Collaboro

"Dieci anni senza Sic. Ma il mio Marco non è mai andato via". Maria Guidotti il 18 Ottobre 2021 su Il Giornale. Sabato 23 ottobre 2011 il dramma a Sepang. Il papà: "L'amore per lui è un fenomeno mondiale". Ironia della sorte o destini incrociati. Questo fine settimana, il circuito di Misano dedicato a Marco Simoncelli saluterà per l'ultima volta in Italia da pilota motoGp Valentino Rossi, simbolo di un'era del motociclismo mondiale e pilota di casa, proprio come il Sic, l'amico carissimo del Doctor ed erede predestinato del campionissimo quando ancora non c'erano il Ranch e l'Academy VR46. Per l'occasione il poster del Gp dell'Emilia Romagna in programma domenica prossima è un tributo al 9 volte campione del mondo: l'unico soggetto è il Doc mentre fa un saluto intimo al suo popolo giallo e al motociclismo mondiale, che tanto dà, quanto toglie. Sabato 23 ottobre, invece, mentre i piloti scenderanno in pista per le qualifiche, il pensiero andrà inevitabilmente al Sic, a quel ragazzo dolce e riccioluto che ha incantato il mondo e che dieci anni fa ha perso la vita sulla torrida lingua d'asfalto di Sepang in un incidente che ha tristemente coinvolto proprio Valentino Rossi e Colin Edwards. Dieci anni senza Marco, eppure sembra ieri perché la gente di tutto il mondo ha adottato il Sic e dopo il 46, il 58 è il numero più caro nel cuore degli appassionati di tutto il mondo. Di questo affetto e di quanto manca Marco, abbiamo parlato con il papà, Paolo Simoncelli, che dopo la tragedia si è rimesso in gioco ed è impegnato nel Mondiale con un team di Moto3.

A Misano senza Marco. Sono passati dieci anni, sembra ieri o un'eternità?

«Non mi sembra che siano passati dieci anni. Sembra incredibile: il tempo passa ma Marco resta nel cuore di tutti e non se ne andrà mai».

Ci sarà anche un film per ricordare questo ragazzo speciale.

«Sì, per l'occasione faremo tante belle cose, a partire da Sic, il documentario che racconta la vita e la carriera di Marco con un ricordo molto intimo e personale. Ci saranno anche altre iniziative. Tutte cose speciali. C'è solo un problema: Marco non c'è».

Eppure Marco continua a vivere.

«L'affetto verso Marco è incredibile. Ancora non capisco questo fenomeno mondiale. Non ho mai smesso di ricevere lettere, messaggi, mail, testimonianze d'affetto. Abbracci. Da ogni angolo del globo. Ogni giorno, e ogni giorno di più. Marco è più popolare adesso di quando combatteva contro Valentino Rossi, Jorge Lorenzo, Dani Pedrosa o Andrea Dovizioso. Le persone mi fermano per strada, in circuito, mostrando orgogliosi i tatuaggi che si sono fatti. Sono un tributo a mio figlio, a questo ragazzo speciale: sono disegni in cui campeggiano il 58, i suoi riccioli folti, il suo sorriso. Non solo, in era pre-Covid al suo museo avevamo anche 35.000 visitatori all'anno. Le persone continuano a suonare alla nostra porta. Molti portano olio e vino, altri vogliono vedere dove abitava Marco. Questo calore ci ha aiutato».

Ma cosa rendeva il Sic così speciale?

«Marco era una persona semplice, autentica, genuina, sincera. Era in grado di toccare i cuori della gente, senza distinzione di nazionalità o età, semplicemente perché era vero».

Nel nome del Sic è nata la Fondazione, ma anche la casa per disabili inaugurata a Coriano due anni fa.

«C'era il desiderio di restituire tutto questo amore. In passato abbiamo aiutato tante associazioni, messo su un ospedale ad Haiti. Però era importante fare qualcosa di concreto anche qui, vicino a casa».

E poi la Squadra Corse Sic 58 nel Mondiale.

«Il nostro team è nato per necessità, per un bisogno del cuore. È stato un modo per sopravvivere, per ricominciare a vivere di nuovo. Per rimettere in pista quella passione, quei sogni, quell'allegria che hanno portato Marco a diventare Campione del Mondo».

Quanto ha aiutato essere il papà di Marco?

«Molto perché tutti hanno tanto rispetto per questo ragazzo. Abbiamo iniziato al Mugello nel 2013 nel campionato italiano CIV con due pilotini e due moto e oggi schieriamo sette piloti: quattro nel campionato spagnolo CEV e tre nel Motomondiale con Tatsuki Suzuki e Lorenzo Fellon in Moto3, e Mattia Casadei nella MotoE».

I risultati dicono che state lavorando bene.

«Mi piace molto la Moto3 perché questi ragazzi sono meravigliosi. Mi piace insegnare a quelli che vogliono ascoltare. Il mio vantaggio è essere stato babbo. Da uno sguardo, un movimento, una mezza parola di questi ragazzi, capisco già di cosa hanno bisogno. Mi stanno regalando delle grandi soddisfazioni».

Il team è una seconda famiglia.

«Mi piace trasmettere cosa sia il motociclismo, insegnare a prendere il nostro sport con impegno. Ai miei ragazzi insegno il valore della genuina sportività, della solidale stretta di mano, dell'abbraccio come perdono dopo una caduta. Amiamo questo sport e guardiamo avanti. Nel nome di Marco». Maria Guidotti

“Il Sic fa parte della mia vita oggi". Marco Simoncelli, la fidanzata Kate a 10 anni dalla morte in pista: “Ero come tagliata in due”. Vito Califano su Il Riformista il 21 Ottobre 2021. Kate Fretti pensa a Marco Simoncelli tutti i giorni. Il prossimo 23 ottobre saranno dieci anni dalla tragedia: il pilota di Moto GP è morto in pista a Sepang, in Malesia, nel 2011. Fretti era la sua fidanzata. All’epoca aveva 22 anni. Ha concesso una toccante intervista a Giorgio Terruzzi per Il Corriere della Sera. “Il Sic fa parte della mia vita oggi. Quando qualcuno mi parla di Marco penso al lavoro nella Fondazione. Poi ci sono i ricordi, il suo modo di essere affettuoso, anche se il lato romantico era ai minimi termini. Avevamo vent’anni, sul romanticismo, un disastro. Ora con Andrea, il mio ragazzo, vado meglio, mi impegno di più”. Fretti oggi si occupa della Fondazione intitolata al “Sic”. I due stavano insieme da quando lei aveva 17 anni. “La mia vita cambiò in una manciata di secondi. Da allora ho a che fare con un’ansia permanente. Se mio fratello non risponde al telefono penso al peggio. Prima di quella tragedia i brutti pensieri non avevano spazio”, ha raccontato. “Se avessi continuato a vivere come ho vissuto l’anno successivo alla morte di Marco mi sarei ammazzata. Ero tagliata in due, mi mancava un pezzo della mia esistenza. Per fortuna siamo fatti per sopravvivere, la mente cerca di allontanare il dolore. Non lo annulla, lo attenua un po’”, ha aggiunto. E sulle tragedie in pista: “La Fondazione esiste perché esistono le gare. Il team Simoncelli, lo stesso. Io e tanti miei amici lavoriamo grazie alle moto. Ma talvolta di fronte a tutte queste tragedie mi viene da dire: chiudiamo tutto subito. È un pensiero che cancello quando penso che in fondo questo è il mio mondo”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Marco Simoncelli, parla la fidanzata Kate Fretti: «È ancora la mia vita, quel giorno è finita anche la leggerezza». Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera il 20 ottobre 2021. «Dieci anni senza Marco. Penso che sia passato davvero molto tempo ma non è che un anniversario porti a ricordare. Accade ogni giorno». Kate Fretti era la fidanzata di Simoncelli. Insieme sempre, con l’idea di mettere su casa a Coriano, dove si era trasferita da Bergamo per amore, dove è rimasta per amore. Si occupa della Fondazione intitolata al Sic, morto in pista a Sepang, Malesia, il 23 ottobre 2011; viaggia tra le terribili intensità del suo ieri e le concretezze di oggi con una dolcezza preservata e la percezione del dolore. Proprio e altrui.

«Poco dopo la tragedia, mi scrisse una ragazza. Anche lei aveva perso il fidanzato. Siamo diventate amiche. Nel 2014 mi confessò che erano passati dieci anni dal suo lutto e che si era abituata a sopportarlo. Disse una cosa molto carina: se potessi far tornare qualcuno, farei tornare il tuo Marco. Ecco, forse sono più egoista ma non cambierei Marco con nessuno». 

Ha 32 anni. Ne aveva 17 quando conobbe Marco, ne aveva 22 quando lo perse. Se guarda indietro cosa trova?

«Ho sempre tenuto dei diari e un giorno scriverò un libro anche se non l’ho mai detto a nessuno. Li ho riletti per dare un contributo al docufilm su Marco e mi sono resa conto che ho vissuto quegli anni come una bambina, senza pensare al futuro. Mostravo una leggerezza che adesso mi manca perché ho capito che le cose brutte accadono. La mia vita cambiò in una manciata di secondi. Da allora ho a che fare con un’ansia permanente. Se mio fratello non risponde al telefono penso al peggio. Prima di quella tragedia i brutti pensieri non avevano spazio».

Il tempo cura le ferite. È proprio vero? 

«Mostra la realtà in modo diverso. Se avessi continuato a vivere come ho vissuto l’anno successivo alla morte di Marco mi sarei ammazzata. Ero tagliata in due, mi mancava un pezzo della mia esistenza. Per fortuna siamo fatti per sopravvivere, la mente cerca di allontanare il dolore. Non lo annulla, lo attenua un po’».

C’è stato Marco con il quale condividere una intimità e poi c’è il Sic, una figura che appartiene a tutti noi. Dove le due immagini coincidono?

«Il Sic fa parte della mia vita oggi. Quando qualcuno mi parla di Marco penso al lavoro nella Fondazione. Poi ci sono i ricordi, il suo modo di essere affettuoso, anche se il lato romantico era ai minimi termini. Avevamo vent’anni, sul romanticismo, un disastro. Ora con Andrea, il mio ragazzo, vado meglio, mi impegno di più».

«Casa Simoncelli» è una struttura che accoglie disabili; casa Simoncelli è diventata casa sua…

«La prima è un centro diurno che abbiamo finanziato per donarlo alla Comunità di Montetauro. Il progetto mi spaventava, era molto costoso. Ce l’abbiamo fatta e frequento la Casa per dare una mano ad alcuni ragazzi in difficoltà. Poi, parlare di casa Simoncelli significa parlare della mia famiglia. Dopo l’incidente rimasi a vivere con loro, mi hanno accolta. Potevamo sostenerci a vicenda e così è stato».

Paolo Simoncelli è rimasto in pista. Mamma Rossella e Martina, sorella di Marco, che strada hanno percorso?

«Rossella continua ad assistere Paolo, come ha sempre fatto. Martina ha studiato, ha viaggiato, lavora in Spagna. Credo che non sia pronta per lavorare con suo padre e che non desideri che si parli di lei».

La Fondazione è attivissima. Il dolore restituisce energie?

«Forse sì. Abbiamo costruito una casa in un orfanatrofio nella Repubblica Domenicana per ospitare ragazzi disabili. Poi abbiamo deciso di agire qui anche perché i donatori sono italiani, aiutando il pronto soccorso e la Croce Rossa di Rimini ad acquistare un ecografo e una ambulanza pediatrica, stiamo cercando di sostenere un centro per ragazzi affetti da autismo a Ferrara».

Motomondiale. Incidenti, morti in pista, con dinamiche simili a quella che ha portato via Marco... 

«La Fondazione esiste perché esistono le gare. Il team Simoncelli, lo stesso. Io e tanti miei amici lavoriamo grazie alle moto. Ma talvolta di fronte a tutte queste tragedie mi viene da dire: chiudiamo tutto subito. È un pensiero che cancello quando penso che in fondo questo è il mio mondo».

Rossi corre per l’ultima volta sulla pista intitolata al Sic nel decennale della scomparsa. Il filo che lega Valentino a Marco resiste sempre?

«Sono stati due ragazzi che si sono voluti molto bene. Come capita tra amici veri».

Da mexicanjournalist.wordpress.com di Marco Ciriello il 20 ottobre 2021. Era l’altro, che pure si divertiva. Sic. Arrivato facendosi largo a spintoni, preceduto dalla caciara. Le manone, i piedoni, venti-trenta centimetri d’altezza in più degli altri, sembrava davvero Pippo, ma quello disegnato da Andrea Pazienza: allucinato, hippy e con un vaso di fiori in testa. «Diobò, ho fatto la pole». Dichiarava di voler correre in moto e vincere già prima di montarci, quando era appena sceso dal passeggino. «Quei sogni che se smetti di sognare tanto vale che resti a casa a leggere Topolino». Niente era a disposizione della riuscita del suo sogno: il peso, l’altezza, la situazione economica dei suoi, ma lui ha insistito, tenuto duro, sfasciato motorini, scooter, moto e auto: come se volesse in ogni modo rubare quel destino, appartenere alla velocità. Era così grosso che nella 125 correva con ai piedi gli stivali di due numeri in meno, per essere un po’ più aerodinamico. Le moto in mano a lui sembravano piccole. Mentre si affermavano sempre più i nani spagnoli, lui si presentava grosso al traguardo, e poi pesante in pista, faceva sentire la sua forza, appoggiava la moto, e questo gli causava molti problemi. Aveva una guida da Sandokan: aggressiva, imponente, che non cedeva il passo agli altri, che non aveva remore, né deferenze, nemmeno per il fratello maggiore e venerato maestro: Valentino. «In pista se c’è da legnare, si legna». Era difficile superarlo ed era difficile contrastarlo nei corpo a corpo, Sic era roba da C.S.I., non perché salmodiante ma perché combattente, ci vuole Giovanni Lindo Ferretti per trovargli un verso che lo racconti: «Battagliero/Uno sguardo ardito e fiero/Che rincorre l’aldilà». Feroce in pista, docile fuori, quasi annoiato. Fuori è uno da «Certe notti» di Ligabue, che vaga in autostrada, che va a prendere cappuccio e brioche all’alba al bar con gli amici cantando nella notte della Riviera, fermandosi alle pompe di benzina dopo corse sfrenate e sorpassi a mille, va veloce perché non vuole che finisca la notte perché non gli va di ritirarsi. È un buono, e in quanto buono è estremo in una cosa sola: la pista. Il padre Paolo e la mamma Rossella lo avevano chiamato Marco per via di Lucio Dalla: «Marco grosse scarpe e poca carne/Marco cuore in allarme». È vispo, eclettico, sfuggente. Il padre lo allena nel parcheggio d’un supermercato, poi lo porta in pista. Ha paura dei sorpassi, all’inizio, come tutti i latin lover è un timido in adolescenza che poi recupera tutte le occasioni perdute. Alla discoteca preferisce il carburatore, stare a capire come funzionano i motori è la sua libidine, vuole acquisire una coscienza motoristica, e ci riesce: tanto che poi Aligi Deganello, il suo meccanico silenzioso, dirà: «Sentiva le virgole», si accorgeva di tutto quello che facevano alle sue moto, «gli bastava un giro per tornare e dirti cosa avevi fatto e cosa andava bene e cosa no». Le corse erano il chiasso tra due paci. Arrivato alla Honda chiese ai meccanici di mangiare tutti insieme, e se qualcuno tardava lo aspettava. Aveva bisogno di sentire tranquillità intorno, perché poi a fare casini ci pensava lui. Aveva il padre come ombra nel camper e nel paddock – e ci giocava a carte – e la fidanzata Kate come ombrellina e quindi l’ultimo sguardo prima di abbassare la visiera. Un triangolo. Era la sua visione del mondo. Ogni cosa al suo posto. E lui stava bene in pista. Un passionale, autentico, capace di buttare fuori pista col kart la fidanzata perché gli stava rovinando il tempo del giro migliore e non lo avrebbe lasciato vincere. Molto competitivo. Anche se ha avuto bisogno di un po’ di tempo per indirizzare bene la sua enorme capacità di correre, e quella dritta gliel’ha data Valentino Rossi. Quando si presentò sconsolato a chiedere di potersi allenare con lui alla Cava – una vera cava estrattiva a pochi chilometri da casa, dove nei fine settimana era permesso a Rossi di allenarsi con una moto da cross per tenere viva la capacità di fare i traversi, la ricerca dell’equilibrio sullo sterrato era l’esercizio massimo e irrinunciabile che Graziano aveva passato a Valentino – Rossi ci pensò su, poi accettò. Lo accolse nella sua tribù, che correva con lui, ma ovviamente non erano piloti che poi si sarebbe ritrovato in pista. Marco Simoncelli fu l’eccezione. Gli prestò anche Carlo Casabianca, il preparatore atletico. Poi ogni sabato furono fango, sportellate, piadine e salame. Marco era l’unico che riusciva a battere Valentino, trasformando il motocross in lotta greco-romana con i caschi. Nella terra prima e poi fuori: lui toccava, abbracciava, doveva sentire l’altra moto e l’altro corpo, misurarne forza e calore, si rapportava con carnalità e agonismo. Era quello che serviva al vecchio Rossi per uscire dalla routine, per riscaldare la solitudine dello stare davanti, e lui diede al ragazzo Sic il giusto equilibrio per cominciare a vincere. Resta in piedi, seppure di traverso e contro le leggi della fisica e corri, corri, corri. Poi venne la vittoria mondiale nella 250. Il passaggio da Pippo a Sandokan. In Malesia, a Sepang, con Valentino ai box a festeggiare l’ex ragazzo sconsolato che era il nuovo campione e non più la grande promessa inquieta del motociclismo. Non cambiò nulla nemmeno dopo, quando Sic arrivò alla MotoGP, anzi. Valentino continuò a coccolarlo, ad ammonirlo. Quando si crearono delle frizioni con Pedrosa, Lorenzo, subito Vale – rivedendosi in quella barbara irruenza – gli disse di calmarsi. Sic, come tutti i bambini, disse sì, e non smise, continuò ad attaccare. Vale rincarò la dose e lui si ammorbidì. Anche perché Sic – come Vale – in conferenza stampa diceva le cose come al bar, non aveva la compostezza degli spagnoli, il loro linguaggio politico intriso d’ipocrisia, le loro trame. No, Sic era uno da legnate e verità. La sua intonazione era il casino, per vincere. La sua guida era imperiosa, prepotente, maledettamente spericolata. Se Valentino è Blues Brothers, Simoncelli è Animal House. E quindi. «Toga, toga, toga!». Sembrava protestasse in pista a nome della sua generazione, descritta solo come indolente. «Facciamola! Facciamola!». Voglio tutti i podi possibili, ora, adesso, subito, e se non ci riesco, riprovo. Voglio andare sempre più su. E nessuno me l’impedirà. «Toga, toga, toga!». Ecco quello che si legge guardando le sue gare. Si era faticato tutto, e lo rivendicava. Veniva da una strada laterale, aveva scavalcato per stare in mezzo alla pista e non aveva nessuna voglia di mollare: né una curva, né un centimetro, né una staccata. Non gli andava proprio di stare dietro. «Corro perché provo una sensazione unica, non te lo so spiegare, ma è qualcosa di speciale, nascosto dentro di me». Voleva essere diverso, questo era anche il motivo dei capelli alla Angela Davis, nessuno li aveva così nel mondo delle moto, un segno di distinzione. Quando lo minacciarono di morte, prima del MotoGP della Catalogna, perché accusato di aver volontariamente fatto cadere Dani Pedrosa (non era così e fu accertato) si accorse che era facile individuarlo, prese coscienza del suo corpaccione e del male che poteva stargli intorno. Ma non tagliò i capelli e corse uguale, fece la pole, poi arrivò sesto. Spesso la sua intransigenza in pista si trasformava in risultati non del tutto soddisfacenti, ma era giovane, aveva ventiquattro anni e ancora molto da sbagliare. Il limite era tirar fuori tutto quello che sa darti la tua moto, una ricerca continua, senza appellarsi a Dio, Sic, come Vale, non prega: prima delle gare si pensa solo alle gare. La sua elementarità era la sua forza. Il suo teppismo era la sua bellezza. Un pilota coraggioso, che doveva lottare contro la sua natura, che voleva essere ricordato per le emozioni che regalava: rubava spazio in pista per occupare memoria in chi lo seguiva. La sua era una proiezione che nascondeva la paura di non essere visto. Un pilota non ha paura di cadere, di morire non ci pensa, ma d’essere indifferente sì, è quello il suo grande timore: finire annegato nel rumore degli altri, che la sua corsa scompaia. Non è successo, non succederà. [tratto da “Valentino Rossi, il tiranno gentile] 

Matteo Cassol per mowmag.com il 31 maggio 2021. Abbiamo chiesto a Vittorio Sgarbi di spiegarci meglio il suo punto di vista sul motociclismo: “Ieri ho espresso un pensiero che ho sempre avuto in mente sin dai tempi di Clay e Ragazzoni nelle auto. Non c’è bisogno di portare le performance fino all’estremo”. Soprattutto oggi che “c’è un’attenzione marcata alla salvaguardia della salute in tutti i settori”. Oltretutto, aggiunge, “se tutti potessero andare alla stessa velocità il talento emergerebbe di più”. No, tutto considerato Vittorio Sgarbi non vuole chiudere il motociclismo. Lo abbiamo sentito dopo il suo post che aveva pubblicato in seguito alla notizia della morte di Jason Dupasquier, povero pilota di Moto3: “Mi chiedo – aveva scritto, attirandosi gli strali di molti appassionati – che senso abbia praticare sport in cui si mette continuamente a rischio la propria vita e quella degli altri. Una competizione non può diventare una sfida alla vita. A quali principi s'ispira uno sport del genere? Però qualcuno non vuole il Palio di Siena per non mettere a rischio i cavalli. I ragazzi sì, i cavalli no?” A voce, Sgarbi conferma i propri dubbi su alcuni aspetti delle discipline motoristiche, ma non mette in dubbio il valore dei piloti: a loro tutela, gli parrebbe però più sensato imporre un limite di velocità ai loro mezzi.

Sgarbi, può commentare quello che ha scritto e spiegarci perché l’ha fatto?

“In un periodo in cui in tutti i settori c’è un’attenzione fin troppo marcata alla salvaguardia della salute, mi pare lecito interrogarsi sull’opportunità di continuare ad assistere a eventi sportivi con incidenti del genere. Una cosa che non mi pare faccia nessuno, mentre d’altra parte molti si oppongono al Palio di Siena o alle corride. Sembra che gli uomini, peraltro spesso giovanissimi, siano ritenuti meno meritevoli di tutela dei cavalli o dei tori”.

Lei pare aver in qualche misura messo in discussione il valore del motociclismo. Non vorrà dirci che non ritiene per esempio un Valentino Rossi uno sportivo meritevole di ammirazione?

“Senz’altro tra i motociclisti e gli automobilisti, perché il mio discorso vale anche per le auto, c’è chi ha un talento mirabile, ma credo che quel talento potrebbe tranquillamente essere espresso anche a velocità inferiori, perché il punto è quello. Quando vai così forte e così al limite, l’incidente mortale è inevitabile. Si potrebbe per esempio imporre un limite di 180 all’ora, in modo che il rischio si riduca di molto. Non c’è bisogno di portare le performance dei motori fino all’estremo”.

Anche nel ciclismo e in altre discipline senza motore ci sono comunque dei morti, o no?

“Sì, ma con una frequenza assai inferiore. Alla fine mi pare sempre questione di quale velocità raggiungi. Le corse dove tutto è legato alla velocità inevitabilmente comportano morti, quindi uno può fare una valutazione di opportunità rispetto agli elementi causali”.

La riflessione su questo tema le è scaturita solo dopo la morte di Dupasquier o aveva già questo pensiero?

“Mi era venuto già con gli incidenti automobilistici degli anni che furono, in particolare con i casi di grandi corridori come Niki Lauda e di Clay Regazzoni. È stata una riflessione maturata nel corso del tempo e rafforzata dopo tutti gli episodi che si sono susseguiti nel mondo dei motori”.

Limite di velocità dunque in tutti gli sport motoristici?

“Come già detto, la velocità è la chiave di tutto. Peraltro imponendo un limite uguale per tutti, che sia 180 o 200 all’ora, i piloti potrebbero misurarsi ed esprimere il proprio talento ad armi pari: il più abile sarebbe tale per capacità sue anziché per quelle di un mezzo superiore agli altri. Oltre a maggiore sicurezza – conclude Sgarbi – ci potrebbe dunque essere anche maggiore competitività”.

Andrea Iannone. Flavio Vanetti per corriere.it il 22 settembre 2021. I giorni dell’alta velocità con le moto e delle sfide in pista facendo il pelo all’asfalto sono un ricordo troppo vivo per essere cancellato. Adesso sappiamo che per Andrea Iannone sono anche e soprattutto un tormento. «È come se avessi qualcosa dentro di me che mi uccide pian piano», ha dichiarato il pilota di Vasto in un’intervista rilasciata a Mela Chércoles del quotidiano spagnolo As. Il passato torna e ferisce il presente, caratterizzato dal lungo viaggio per uscire dal tunnel della squalifica per doping. Il 10 novembre 2020 è la data che Andrea, personaggio discusso, turbolento, spesso criticato, uomo anche al centro dei social e dei gossip (la sua relazione con Belen Rodriguez ha tenuto banco più delle sue performance nella MotoGp), vorrebbe cancellare dai calendari e dalla propria vita. Quella mattina il TAS annunciò ufficialmente che la sua difesa contro l’accusa di doping (positività a uno steroide anabolizzante riscontrata il 3 novembre 2019 a causa di un cibo contaminato e ingerito in modo assolutamente inconsapevole era stata la tesi di Iannone) non reggeva su solide basi. Stangata di 4 anni, il buio su una carriera che, vedendo quali sono stati i progressi dell’Aprilia, avrebbe potuto regalare delle soddisfazioni.

«Non ci penso sennò impazzisco». L’atteggiamento di Andrea nei confronti della sua ultima squadra – che non ha mai mancato di difenderlo e di considerarlo innocente – è ancora oggi di affetto e di amicizia: «Sono contento per il podio di Aleix Espargararo a Silverstone, il primo della marca in MotoGp, e mi felicito per l’arrivo di un pilota di alto livello quale Maverick (Viñales, ndr). Sono soddisfazioni che compensano le sofferenze patite con la mia vicenda», ha dichiarato nell’intervista. Ma non è una consolazione. Non può esserlo. Anzi, semmai sono riflessioni che alimentano il rammarico, perché quando uno è un pilota lo è per sempre. «E io mi sento ancora tale. Più che mai. La moto mi manca ogni giorno, non mi lasciano più fare quello che sapevo fare meglio. Prima di andare a letto ogni sera e quando mi alzo ogni mattina, mi sento un motociclista e mi alleno come un pilota. Vivo come se fossi un pilota. Ma senza correre. Mi manca ma non posso continuare a pensare solo a quello, perché altrimenti mi uccido o impazzisco completamente». 

«Sono innocente». E qui, inevitabilmente ma anche comprensibilmente, parte la filippica di chi non ha mai smesso di sentirsi una vittima e una persona colpita da un’ingiustizia: «Per la Federazione sono innocente, lo ha dichiarato senza esitazione. E la mia innocenza è stata dimostrata, tra l’altro, dal test del capello. Quindi non merito questa sanzione. Spero che la mia storia sia d’esempio e che serva a cambiare le regole nel futuro: bisogna evitare che si ripetano cose del genere». 

Ancora un anno e mezzo fermo. Gli resta ancora un anno e mezzo da scontare. Un tempo forse breve se lo guardiamo nella sua dimensione. Ma maledettamente lungo se associato al concetto del non poter far nulla di quanto si ama e si preferisce. «Vivo alla giornata, non so che cosa succederà in un anno e mezzo. Possono capitare tante cose…». Ma Andrea Iannone in qualche modo è felice? La risposta è sì, al di là degli aspetti personali e di una nuova fidanzata dopo la parentesi con Belen Rodriguez: «Lo sono perché riesco ad apprezzare da dove sono partito, che cosa ho fatto e dove sono arrivato. Sapere di essere innocente mi aiuta a sua volta ad essere contento». Ma una delle regole per l’anno e mezzo è di non ossessionarsi con il desiderio di tornare: «Quello di salire di nuovo su una moto è un sogno permanente. Ma non è giusto, adesso, pensare se ce la farò a tornare oppure no».

Dean Berta Viñales. Travolto dagli altri piloti che lo stavano inseguendo. Pilota muore a 15 anni, Dean Berta Viñales cade e viene investito a Jerez: dramma in pista. Redazione su Il Riformista il 25 Settembre 2021. Dean Berta Viñales, giovane pilota spagnolo di 15 anni, è morto in seguito a un drammatico incidente avvenuto sabato 25 settembre sul circuito di Jerez, in Spagna. Il pilota della Supersport 300 (la categoria d’accesso alla Superbike) è deceduto poco dopo l’arrivo in ospedale in seguito alle gravi lesioni riportate alla testa e al torace. Dopo la caduta il 15enne, cugino di Mavercik Viñales, pilota della Aprilia in Moto Gp, è stato investito dagli altri piloti. “Siamo profondamente rattristati nel dover annunciare la perdita di Dean Berta Viñales. La famiglia del WorldSBK manda un messaggio di vicinanza e amore alla famiglia, ai suoi cari e al suo team. La tua personalità, entusiasmo e impegno ci mancheranno enormemente. Mancherai a tutto il mondo delle corse motociclistiche”. E’ il messaggio con cui la WorldSBK ha annunciato la morte del pilota 15enne vittima oggi di un grave incidente a Jerez durante una gara di WorldSSP300. Lo spagnolo classe 2006 era caduto in curva 1 e successivamente investito dai piloti che lo stavano inseguendo. Alle ore 14 era prevista la prima delle tre corse sul circuito di Jerez annullate dagli organizzatori. Berta Vinales “ha riportato delle serie lesioni alla testa e al torace. Le vetture mediche sono immediatamente arrivate sul luogo dell’incidente e il pilota è stato assistito in pista, all’interno dell’ambulanza e al Centro Medico del circuito – si legge sul sito ufficiale della Superbike – Nonostante tutti gli sforzi compiuti dallo staff medico del circuito, il Centro Medico ha comunicato che purtroppo Berta Viñales si è dovuto arrendere alle serie lesioni riportate”.

Franco Morbidelli. Massimo Calandri per “il Venerdì di Repubblica” il 2 maggio 2021. Il segreto per essere il più veloce? "Fare le cose con calma. Dolcemente". Dicono che quest'anno il mondiale di MotoGP potrebbe vincerlo proprio lui, Franco Morbidelli. Il suo motto è "relax". Curioso, per uno che fila a oltre 300 all'ora. La scorsa stagione ha trionfato in tre gare diverse, ma in classifica è arrivato per un soffio dietro allo spagnolo Mir. Accidenti: una volta gli si è rotto il motore sul più bello, un'altra lo ha buttato giù Zarco - il francese che al piano suona Brel e Brassens, ma in sella si vede che preferisce l'heavy metal - in un'occasione ancora è scivolato sull'asfalto. "Pazienza, forse non era il momento giusto", sorride leggero il ragazzo. Non a caso, lo chiamano il Morbido. Come sarebbe a dire pazienza? "Ma sì: il motomondiale, in fondo, è un gioco. Non c'è nulla di più importante dell'amicizia, dell'amore. Dei rapporti personali". Parla, e pensa allo Zio: è così che gli piace chiamare Valentino Rossi. Quando stava per essere tritato da una vita amara, il Doc l'ha adottato. Sportivamente e non solo. Franco era un adolescente ed è stato il primo allievo dell'Academy, la scuola dei talenti che s'allenano con Rossi nel Ranch di Tavullia. "Gli devo tutto, è stato l'unico a credere in me fin dall'inizio". Sembra una favola, invece da oggi quei due scendono in pista con la stessa squadra, la malese Petronas. "Salam Aleikum": Razlan Razali, il boss, ha salutato l'esordio della coppia italiana. In griglia con una Ducati ci sarebbe anche Luca Marini, fratello di Valentino: tutto in famiglia, ma questa è un'altra storia ancora.

Il "nipotino". Concentriamoci allora su Zio e Nipote: a 42 primavere e passa, Rossi non vince un gp dal 2017 ma è cocciutamente a caccia del decimo titolo, quello della stella. Lo stesso obiettivo dell'altro, che ha tanti anni (26) quante le stagioni mondiali del suo mentore. E candido confessa: "Dopo il via, proverò a considerarlo come un avversario. Però sarà quasi impossibile separare il pilota dall'amico". Che dilemma, ma soprattutto che tipo: sì, Franco Morbidelli è uno speciale. Il papà romano scomparso alcuni anni fa, la mamma brasiliana di Recife, Cristina, che ha raccontato: "La nostra purtroppo non è stata una vita normale. Abbiamo sofferto tanto, però ora bisogna sorridere e basta". Il Morbido, un cespuglio fitto di ricci ribelli. "Non sono nero, ma sicuramente un po' più "abbronzato" degli altri. Il razzismo è una brutta faccenda". Lo hanno fatto sentire diverso già ai tempi dell'asilo. "I bambini sono senza filtri. Ma ripetono cose che hanno sentito dire in casa. Per questo è meglio stare attenti, in famiglia, quando si parla davanti a loro: per favore, evitate le battute e certi discorsi stupidi. Non si sa mai". Come Lewis Hamilton in F1, sostiene il movimento Black Lives Matter. "Per fortuna l'Italia è un Paese molto più aperto e tollerante rispetto ad altri. Bisogna sorridere, come dice mamma. Però guai, ad abbassare la guardia". Vive a Babbucce, 679 abitanti, frazione della solita Tavullia, provincia di Pesaro e Urbino. Sogna spesso di essere "uno normale", almeno qualche domenica ogni tanto: fare come gli ex compagni del liceo, frequentare l'università a Bologna. "Passare le giornate sui libri. Preparare gli esami. Scambiarsi gli appunti. La sera in birreria, fare amicizia con le ragazze di un altro corso. Ci sono momenti in cui vorrei essere con loro".

Domatore di motori. Partire favorito non porta mica bene, Franky. "Me lo dicono tutti: la parte più dura non è arrivare in alto, ma restarci. Però mi sono allenato tanto: per poter spingere coi muscoli, e domare queste bestie a motore. Risparmiando le energie mentali. Sono tranquillo". Tranquillo, naturalmente. Infatti non gli importa, se la sua Yamaha è più vecchia rispetto a quella di Valentino e degli altri due piloti (Quartararo, Vinales) del team ufficiale della casa giapponese. "Saranno altre cose a fare la differenza". La serenità, ad esempio. "Io voglio prima di tutto conoscere i miei limiti. Non ho mai creduto alla parola 'top': secondo me c'è sempre qualcosa oltre, di più. In tutti i campi. Vale la pena di esplorare. Se poi questo coinciderà col titolo, tanto meglio. Però non c'è fretta". Il genio della velocità, la lentezza della serenità. Lo Zio non smette di riempirlo di complimenti: "Ha fatto uno straordinario salto di qualità. Ha già vinto un mondiale in Moto2: è un campione, uno vero. Lo avevo capito subito". Morbidelli è così contento, di condividere il box. "Mi piace l'idea di stare accanto a Valentino e ai suoi amici di tutta una vita". "Uccio" Salucci, "Max" Montanari, "Albi" Tebaldi. "Ci sarà tempo per ridere e scherzare. Ma in pista faremo sul serio". Dovrà fare i conti anche col "cugino", Luca Marini. "Anche con lui c'è un legame speciale: correvamo insieme con le minimoto, suo padre era di Roma come il mio e si conoscevano bene". Sarà un po' come stare a Tavullia, visto che gli toccherà sfidare anche un altro campione dell'Academy, Pecco Bagnaia. "È curioso. Da una vita insieme, giorno e notte, e ora ci giochiamo il nostro grande sogno: tutti contro tutti. Secondo me, da tanta amicizia non potrà che nascere qualcosa di bello". Marquez il Cannibale permettendo. "È stato fermo un anno, sembra un secolo. La MotoGP, come il mondo di oggi, cambia talmente in fretta: quello che è successo ieri non conta più. Ora ci sono diversi giovani (Quartararo, Oliveira, Binder, Miller) che non hanno più paura di Marc, e possono puntare al titolo".

Carpe diem. L'altra settimana, durante i test in Qatar, come tutto il resto del paddock grazie a un accordo tra governo locale e la società che gestisce il motomondiale, ha ricevuto la prima dose del vaccino Pfizer. La seconda arriverà lunedì, dopo la gara. "La pandemìa ci ha cambiato la vita. Quanta sofferenza, che ingiustizie. Penso a Fausto Gresini, campione e manager straordinario, soprattutto un grande amico e una bellissima persona. Perderlo così, a 60 anni, ti fa capire che non c'è mai nulla di certo. E che devi prendere quello di buono che puoi trovare in tutti, in ogni istante. Ancora una volta devo riconoscere di essere un privilegiato. Spero di poterla restituire in qualche modo agli altri, questa buona sorte".

Il male che fa bene. Sono trascorsi vent'anni, il Morbido giura che è sempre lo stesso mal di pancia della prima volta. Qualcosa che arriva da lontano ma te lo aspettavi: poco alla volta ti prende dentro e s'aggroviglia tutto. Un dolore così intenso e sottile da farsi quasi gradevole. Che strano, che bello. "Un senso di insicurezza. Nervosismo, paura. Mi piace". Lo ha provato da bambino su di una pista a Frosinone. "Mi ci aveva portato papà, ho guidato una mini-moto. La gara! Ero spaventato, felice". Domenica sera corre nella pista in mezzo al deserto di Losail, Qatar: contro lo Zio dovrà fare sul serio. "Stiamo per partire. Mi stanno salendo le stesse sensazioni di sempre. Non vedo l'ora di stare male" giura. "Ma con calma. Dolcemente". E sorride.

Giacomo Agostini: «A cena con Alain Delon gli portai via una ragazza. Il mio sogno? Guidare autotreni». Il re delle moto, per 15 volte campione del mondo, racconta gli anni delle «tute nere» e di corse romantiche e pericolose: «Ho visto morire tanti piloti, anche uno a gara». Flavio Vanetti su Il Corriere della Sera il 19 marzo 2021. Giacomo Agostini, quando gareggiava era più importante lei o la Ferrari? «La Ferrari era la Ferrari. Però io ero Agostini, correvo con la Mv Agusta e l’Italia la reclamizzavo pure con il casco tricolore. Un messaggio perfetto, piacerebbe anche al marketing di oggi». Colline di Bergamo. Su un’altura con vista impagabile c’è la reggia del re non ancora detronizzato delle due ruote: Ago per tutti, 15 titoli mondiali, 2 in più rispetto al numero delle stagioni disputate. Nessuno come lui, forse per sempre. Entrare nel museo annesso alla villa significa viaggiare a ritroso nel tempo e assaporare imprese cominciate nell’era delle tute nere e di un motociclismo romantico e pericoloso.

Agostini è più bresciano o bergamasco?

«Sono nato a Brescia, però a 12 anni ho lasciato la città per la provincia. Le radici sono più sbilanciate su Bergamo: le gioie motoristiche le ho vissute lì».

Nello sport aveva un’alternativa alle moto?

«No, sono nato su due ruote. Papà usava la moto, ma solo per andare in ufficio e col sole. Io sognavo di correre e guidare autotreni».

Autotreni?

«Avevamo un’azienda di trasporti sul lago d’Iseo, lì trovavo i camion: non appena possibile salivo sopra, ma guidavo in piedi perché da seduto non toccavo terra».

Le gare dell’inizio erano «clandestine».

«A Lovere frequentavo i paesi della riviera. Tra gli amici del bar c’era uno sbruffone che esibiva moto bellissime, mentre io, taciturno, avevo una semplice Moto Guzzi Lodola. Un giorno mi provocarono: “Volete fare una gara con quel pistolino?”. Rilanciai: “Giochiamoci qualcosa”. Partimmo, non li vidi più. Li ritrovai al bar: li avevo seminati dopo quattro curve».

Papà non voleva che lei gareggiasse e per dare il permesso si consigliò con un amico notaio. Però costui era sordo e non capì.

«Non era sordo. Aveva compreso male: il ciclismo era popolare, credeva si parlasse di biciclette. Disse: “Lascialo fare, lo sport fa bene”. Trasalì quando l’equivoco fu chiarito. Però mio padre s’era ormai impegnato».

È vero che le sabotavano le moto?

«In una gara accadde. Esperienza pericolosa. Le moto erano in un parco chiuso simile a un pollaio. Grattarono il cavo dell’acceleratore: quando diedi gas, si spezzò».

Ha amato la Moto Morini più della Mv?

«La Morini mi ha dato la prima vittoria e ha indirizzato la carriera. Da senior l’ho avuta solo nel 1964, ma è rimasta nel mio cuore».

Il rapporto con il conte Domenico Agusta?

«Era il padrone, io il dipendente: te lo faceva capire. Però ho legato con il team: sento ancora chi è in vita; di recente è morto un meccanico di 100 anni, ero con lui quando è mancato».

Poi dalla Mv divorziò...

«Fu a causa di una moto nuova, una 4 cilindri. Era potente, ma mi trovavo meglio con la più rodata 3 cilindri. Tuttavia a Hockenheim, circuito veloce, chiesi la 4 cilindri. Rocky Agusta, figlio di Corrado, me la negò. Era team manager, faceva il galletto. Ma fu una scelta stupida: se vincevo io, vinceva pure Mv. Mi raffreddai e nel contempo capii che il futuro erano i motori a due tempi. Così scelsi Yamaha».

Oggi sarebbe stato linciato sui social.

«Anche all’epoca: dissero che Agostini era un traditore. Ma ripagai i tifosi vincendo subito, prima a Daytona e poi il Mondiale 350».

Agostini era popolare. Ma vedendo Valentino Rossi non pensa che avrebbe fatto meglio a nascere dopo?

«Non rinnego i miei tempi. Ero felice, era tutto più umano. Eravamo una famiglia anche se l’amicizia era relativa, essendoci di mezzo la rivalità».

Valentino: «Il ritiro? Decido a metà stagione».

Morbidelli: «Con Valentino sarà gara vera, ma niente conta come l’amicizia».

Ha visto morire tanti colleghi...

«In certi anni addirittura uno a gara. Al Tourist Trophy, dove ho vinto 10 volte, sono deceduti, a oggi, 250 piloti. È pericoloso. Però correre lì dà emozioni uniche: hai buche, asfalto, salite, discese, salti, rotaie, dossi. In ogni giro, da 60 km, trovi le quattro stagioni. Ma se guardi al pericolo... Ecco, non devi pensarci. Certe cose le fai solo da giovane. Quando torno per i revival mi dico: Mino, eri matto».

Poi c’era la famosa «dama bianca».

«Mi aspettava ogni mattina alle 4.45. Apriva la porta di casa, sulla strada della corsa, e usciva con un vestito bianco: lo alzava e faceva vedere le cosce, quindi lo abbassava».

Agostini contro Pasolini. Era il Coppi-Bartali delle moto?

«All’inizio correvo spesso in Emilia-Romagna, dunque chez Pasolini. Renzo aveva più tifosi, ma poi molti sono passati dalla mia parte. Devo ringraziare Paso: senza di lui come rivale non sarei cresciuto in fretta. Come Coppi e Bartali? Sì. All’estero Renzo rendeva meno: si sentiva spaesato. In Italia era un fulmine».

Lei è stato molto amico di Nieto.

«Ho avuto un rapporto eccezionale, Angel correva nella 50 e nella 125, classi che non erano le mie. Non essere avversari ha aiutato, ma ci volevamo bene. Mi emozionava quando diceva: “Voglio fare quello che fa Giacomo; se lo fa e vince, ha ragione lui”».

I 78 anni: pesano o sono un orgoglio?

«Un po’ pesano. Per fortuna mi sento sempre giovane: giro ancora in moto, partecipo a revival, corro, vado ai Gp. Però quando penso che ne ho pochi davanti...».

Valentino Rossi è in fase calante, Marc Marquez s’è infortunato seriamente a un braccio: Giacomo Agostini ha lanciato macumbe?

«Valentino ha avuto una gran carriera. Alla sua età è difficile emergere, ma finché c’è vita c’è speranza. A Marquez, invece, ho solo detto: “Mi hai dato un anno di respiro in più”».

Il record di Ago è inattaccabile?

«Dipende da Marquez: potrebbe batterlo. Valentino si era avvicinato, ma ora non vince da un po’. E si diventa vecchi, non giovani».

La vostra era una vita dura, non è così?

«Terminavo una gara sotto la pioggia e non potevo cambiare la tuta. Al box preparavano la moto per l’altra prova e prima del via mi portavano una pentola d’acqua calda: mettevo dentro i piedi per qualche minuto, poi sostituivo le calze. Ma tuta e stivaletti restavano fradici».

Quale visione ha Agostini dell’Italia?

«Siamo un gran Paese, però non riusciamo ad andare d’accordo. La politica è pazzesca e mi rifaccio a Zingaretti: tutti sono lì per la poltrona. Poi c’è troppa incompetenza per una Nazione che prima di tutto è un’azienda».

Lei ha casa in Spagna: si trasferirebbe lì?

«È il luogo natio di mia moglie ed è un posto meraviglioso, ma io sto bene in Italia. Quando vado in vacanza non vedo l’ora di tornare».

Ma la Spagna è meglio dell’Italia?

«Meglio no, è simile. Conosco il Sud, bello e con gente come una volta. Le case sono senza barriere. Un giorno la mamma di Maria si trovò un tipo tra i piedi: era un ragazzo ed era venuto a rubare. Dopo un quarto d’ora erano seduti a bere un caffè...».

Una volta a Parigi lei cenò con Alain Delon e Carlos Monzon. E soffiò una bionda a Delon...

«Eravamo al Teatro Dassault a Champs-Élysées. Alain era con una splendida amica, ma a sorpresa arrivò Mireille Darc, compagna dell’attore. Così mi chiese di fingermi il fidanzato della ragazza. Non aspettavo altro... Serata fantastica. Con l’amante di Delon».

Nel 1974 a Daytona la sfotterono chiamandola «Ago-Daisy» e «Ago-Dago».

«La General Motors mi diede un’auto con la scritta “Agostini 13 volte campione del mondo”. Ma Kenny Roberts, campione Usa, in un’intervista disse che il mondo è l’America, non l’Europa. Quindi l’iridato era lui. Rimasi male, ma non ribattei».

Kenny aggiunse: «Me lo mangio crudo».

«A metà gara ero già in testa. Però ero disidratato, cercavo il sudore con la lingua per avere un liquido. Volevo fermarmi ma a Daytona c’era il pienone: avrei deluso tutti. Andai avanti e questo spiega quanto contano testa e grinta. Alla fine non stavo in piedi, mi fecero una flebo. Andando alla premiazione incontrai Roberts. Gli dissi: “Hai capito chi è il campione del mondo?”. E lui: “Non sei umano”».

Il Drake le avrebbe affidato una monoposto.

«Ci incontravamo a Modena, usavamo la stessa pista per i test. Provai la Rossa, andai bene, Ferrari mi fece la proposta. Feci una riflessione, conclusi che ero nato per le moto».

Ferrari che cosa disse?

«Solo “bravo”. Aveva capito che non era giusto che tradissi un amore».

Agostini è stato anche il primo, nelle moto, a curare l’immagine.

«Ho vissuto la fase in cui dalle tute nere si passava a quelle colorate, con l’apparizione degli sponsor. Sono stato la transizione tra il pilota povero e quello ricco».

Arrivò l’offerta di Germi per il cinema.

«Avevo già fatto tre film. Germi mi propose un copione, io mi schermii: non sono all’altezza. E lui: “Segui me, farai bene. Cominceremo a marzo”. E io: “Ma il Mondiale parte il 19”. Germi rimase di stucco: non si capacitava che preferissi le “motorette”. Lo ringraziai, finì lì».

Agostini ha saputo dire dei no importanti...

«Nel nome della mia passione: la moto».

È mancato da poco Fausto Gresini.

«Correva quando stavo finendo. Persona squisita, aveva il pregio di guardarti sempre negli occhi. L’ho sentito durante il ricovero, ero convinto che ce l’avrebbe fatta».

Quali personaggi ammira?

«Nello sport Muhammad Ali, che ho conosciuto. Tra i politici Kennedy, ma anche Putin. Sarà discutibile, ma non cala mai le braghe».

Che cosa c’è da sperare per il futuro?

«Che la gente sappia scegliere chi ha testa, conoscenza ed è onesto. I messaggi forti sono decisivi. Penso a Maradona, che ho stimato come campione. Ma con la sua vita sregolata che cosa ha lasciato ai giovani?».

Max Biaggi. Max Biaggi ricorda la rivalità con Valentino Rossi: “Per me è stato più complicato”. Max Biaggi torna sulla storica rivalità con Valentino Rossi che ha caratterizzato un’era del Motomondiale evidenziando che, a causa della sua provenienza geografica, per lui è stato più difficile affermarsi rispetto allo storico rivale. A cura di Michele Mazzeo il 3 dicembre 2021 su Fanpage.it. La vita di Max Biaggi si può riassumere in due parole: adrenalina e velocità. Due mantra che ancora oggi, a 50 anni, lo spingono a salire in sella ad un bolide elettrico sfrecciare a 455 km/h e battere 21 record mondiali. Per una parte della sua vita però, insieme a queste, c'è stata anche la grande competitività che, parafrasando lo stesso pilota romano, è "la parte che si è ritirata" nel momento in cui si è ritirato il suo più grande rivale, ossia Valentino Rossi. Appare dunque inevitabile che ogni qualvolta si ha la possibilità di parlare con il "Corsaro" il discorso ritorni sempre a quella infuocata ed entusiasmante rivalità che ha caratterizzato un'era del Motomondiale, quella che va dalla fine degli anni novanta ai primi anni del nuovo millennio. A maggior ragione se questo discorso avviene poche settimane dopo il ritiro del tuo acerrimo rivale. Ed è proprio nel corso di una recentissima intervista rilasciata al Corriere della Sera che Max Biaggi è tornato a parlare di quel duello entrato di diritto nella storia del motociclismo italiano e mondiale. Sotterrata l'ascia di guerra, come ormai avviene da tempo, il classe '71 ha però voluto evidenziare una sostanziale differenza tra lui e lo storico rivale Valentino Rossi asserendo che quest'ultimo ha avuto una strada meno complicata della sua per emergere grazie alla sua provenienza geografica: "Una fase della mia carriera è coincisa con una fase della sua. Ci siamo trovati vicini. Non è possibile gestire completamente il proprio percorso e non mi pare giusto star qui ora a giudicare ciò che accadde. Penso che l’incrocio abbia offerto giorni belli e giorni brutti e comunque per me si tratta di un ricordo più positivo che negativo – ha detto infatti il quattro volte campione del mondo della 250cc –. Non mi piace fare polemiche, anche perché lo sport insegna tante cose, mostra errori da non ripetere. Piuttosto, c’è una cosa da dire: per me, cresciuto a Roma, è stato più complicato emergere e affermarmi – ha quindi aggiunto Max Biaggi parlando di Valentino Rossi e degli altri avversari dell'epoca quasi tutti provenienti dalla Riviera Adriatica –, non appartenevo ad un’area geografica propizia e questo mi ha formato, mi ha dato, se possibile, più forza".

Max Biaggi: il record in moto, i figli, il papà morto, la compagna. «Valentino? Ricordo più positivo che negativo».

L’ex pilota di MotoGp racconta l’ultima impresa a 455 km/h: «Siamo arrivati al limite, a quella velocità tuta ti ustiona la pelle, gli occhi non vedono più». E parla della sua famiglia allargata: «Cucino e faccio i compiti con i miei figli». Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. Max Biaggi, anni 50, chilometri orari 455,7, record mondiale di velocità con una moto elettrica, la Voxan, a Cape Canaveral, in Florida. Commentando il ritiro di Valentino disse: «Con lui si ritira anche una parte di me». Dunque, quale parte si è ritirata?

«Si è ritirata la parte votata alla competizione, alla bagarre con gli avversari in pista, con tutto ciò che comporta: pressione, stress emotivo da Motomondiale. Però il desiderio di avere a che fare con l’adrenalina è rimasto e questo progetto unico ed estremo ha riacceso la miccia, ha riattivato una passione dormiente. Sono rimasto conquistato dall’idea di Gildo Pastor, presidente del Gruppo Venturi, che da zero ha creato un mezzo a due ruote capace di raggiungere velocità supersoniche». 

Coraggio, nervi, testa. Cosa serve per stare in sella ad un siluro del genere?

«Quando mi proposero questa sfida, due anni fa, non pensavo affatto che una moto a propulsione elettrica potesse viaggiare tanto forte. La mia scala di valori era fatta di motori tradizionali con un tot di cavalli e un suono conseguente. Quindi si tratta di una esperienza inattesa e diversa che richiede una attitudine specifica per filare su tratti rettilinei». 

Siamo ad una completa conversione all’elettrico?

«Ma no, si tratta di una sperimentazione finalizzata ad ottenere un primato assoluto. Da qui ad ipotizzare una mobilità elettrica ce ne vuole. È presto, anche pensando alle competizioni». 

Il soprannome «Corsaro» come nacque?

«Fu una idea di Matilde Tomagnini, brand manager dello sponsor principale di Aprilia quando cominciai a correre per loro. Mi scelse, decise di dipingere la moto di nero, una cosa mai vista, abbinando quel colore al mio atteggiamento aggressivo e temerario in pista. Arrembante, ecco. Da lì, venne fuori il soprannome che fu subito adottato dalla stampa e dai tifosi». 

Non solo aggressività, talento. Portava in pista anche una sofferenza intima e nascosta, dovuta alle sue vicende famigliari, all’abbandono da parte di sua madre quando era un adolescente. Se la sente di parlarne?

«Allora..., beh, certo, quello fu un avvenimento importante ma penso che la moto e tutto ciò che riguardava questo mondo divennero il rifugio perfetto per non pensare ad altro. Ho dato anima e corpo alle corse, anche perché dovevo recuperare anni di formazione perduti, non avevo potuto seguire la trafila solita, dalle minimoto in su. Mi sono perso una parte di vita da atleta lunga dai 7 ai 18 anni di età e sono stato costretto ad imparare a comportarmi da professionista molto in fretta». 

Suo padre, Pietro, scomparso nel 2019 l’ha allevata, l’ha accompagnata sempre. La vera benzina veniva da lui?

«Totalmente. Mi è stato vicino in ogni momento, gara dopo gara, sin dagli esordi, senza essere mai invadente. Per me era fonte di tranquillità vederlo nei miei pressi, anche per un solo minuto, magari bastava una occhiata nel paddock. Uno sguardo, una parola e avevo rifatto il pieno». 

Incidenti e morti. Il prezzo del Motomondiale è troppo alto?

«Non credo esista una formula capace di rendere meno pericoloso il motociclismo. Molto è stato fatto, rispetto ai tempi di Giacomo Agostini ma spesso non c’è ritorno, solo andata. Hanno fatto bene ad alzare l’età dei debuttanti. Un pizzico di esperienza in più può essere utile per ridurre gli errori e quindi gli incidenti». 

Due figli, Ines, dodici anni e Leon, undici. Che idea si sono fatti del loro papà?

«Delle moto non sanno granché, non seguono le gare. Hanno altri interessi, anche se inevitabilmente qualche amico o un insegnante domandano, vogliono una foto, un piccolo cimelio, cose del genere. Penso di essere un padre premuroso, anche se sono in viaggio spesso per lavoro riesco a stare con loro 10 o 12 giorni ogni mese, grazie anche all’ottimo rapporto che ho con la loro mamma, Eleonora (Pedron, ndr). Ho rinunciato a babysitter e assistenti, preferisco fare da solo, pur non sapendo bene come, talvolta. Ho imparato. Cucino, li assisto nei compiti, li sistemo prima di uscire, sono convinto che questo modo di stare insieme migliori la qualità del rapporto. E produce gioia da condividere». 

Poi, curiosamente, c’è un secondo Leon, figlio della sua compagna Francesca Semenza. Come funziona la famiglia allargata?

«Beh, funziona. Facciamo del nostro meglio. Anche se con i bambini non ci incontriamo quasi mai, io vivo a Montecarlo, lei a Milano». 

Ha chiuso la carriera agonistica alla fine del 2012 dopo 21 stagioni di gare, tra Motomondiale e Superbike. Rimpianti?

«Nessuno. È stato bello e appassionante sempre. Al termine del 2005 non ero del tutto convinto di passare alla Superbike, mi presi un anno di tempo rinunciando a due proposte molto vantaggiose sia per restare in MotoGp con il team Ducati Pramac, sia per passare subito in Superbike con Honda. È che desideravo mantenere un livello alto, restare protagonista, e una parte di me stesso chiedeva una pausa prima di ricominciare a correre. Fu una buona scelta, vinsi due Mondiali una volta tornato in pista». 

Il bilancio presenta sei titoli vinti, quattro consecutivi nel Motomondiale, classe 250, due in Superbike. Cosa trova nei ricordi più intensi?

«Alti e bassi, come capita ad ogni campione. I ricordi più belli riguardano le battaglie durante le gare, quelle dei primi anni con Harada, Waldmann, Jacque, Capirossi e quelle della seconda fase contro Valentino, Roberts, Doohan. Molti avversari importanti, anche se da noi vengono ricordati soltanto i duelli con Rossi». 

Ecco, appunto. Incrociare il proprio destino con quello di Valentino, pensandoci ora, è stato un handicap o una fortuna?

«Mah... è accaduto, semplicemente. Una fase della mia carriera è coincisa con una fase della sua. Ci siamo trovati vicini. Non è possibile gestire completamente il proprio percorso e non mi pare giusto star qui ora a giudicare ciò che accadde. Penso che l’incrocio abbia offerto giorni belli e giorni brutti e comunque per me si tratta di un ricordo più positivo che negativo». 

Non si trattò di un semplice dualismo. Un romano contro l’intera Riviera Adriatica. Si sentì una minoranza non tutelata?

«Non mi piace fare polemiche, anche perché lo sport insegna tante cose, mostra errori da non ripetere. Piuttosto, c’è una cosa da dire: per me, cresciuto a Roma, è stato più complicato emergere e affermarmi, non appartenevo ad un’area geografica propizia e questo mi ha formato, mi ha dato, se possibile, più forza». 

Nel 2016 ha fondato un team per far correre giovani piloti nella Moto3. Qual è il consiglio più prezioso da trasmettere a un ragazzo che comincia?

«Ho fondato il team per competere al livello più alto possibile. Nulla di comparabile con quanto ha fatto Valentino o fanno altri nelle academy. Noi cerchiamo la prestazione e se c’è un giovane promettente da lanciare, tanto meglio. Però non ho l’ambizione di fare scuola, è qualcosa che viene già fatto da altri. Nel 2022 correrà con noi un anziano della Moto3, John McPhee reduce da una stagione disastrosa. Mi piacerebbe rilanciarlo, rimetterlo in carreggiata, come è accaduto con Romano Fenati quest’anno». 

Un incidente spaventoso durante un test a Latina, nel 2017. La paura a cosa serve?

«È sempre una alleata di chi fa questo mestiere, qualche volta si affaccia e rema contro. Quell’incidente avvenne a meno di 50 orari. Paura, altroché. Non al momento dell’impatto, più tardi quando i medici in ospedale dissero che nelle mie condizioni l’ipotesi di sopravvivenza era ridotto al 20% dei casi. Citavano statistiche tremende mentre rivedevo in una frazione di secondo il film intero della mia vita. Sino a quel momento ero convinto di poter far fronte ad ogni avversità usando determinazione e fortuna. A furia di rischiare in pista credi di essere una specie di supereroe che si batte senza impedimenti, anche mezzo fratturato o dolorante. Beh, fu come prendere un cazzotto da k.o. Diciannove giorni in rianimazione. E sino a quando mi comunicarono di essere fuori pericolo rimasi sospeso in un vuoto. Impotenza e paura, sì. Mai successo nulla di simile». 

Maria Guidotti per “il Giornale” il 21 ottobre 2021. Domenica a Misano Valentino Rossi saluterà per l'ultima volta i suoi tifosi. Sarà un concentrato di emozioni, come lo è stato quel caldo pomeriggio di agosto in Austria, quando il Doc ha annunciato il ritiro a fine stagione. Fra i tanti messaggi arrivati, uno fra tutti ha colpito Rossi, quello dell'antico rivale Max Biaggi. Icona del Motociclismo come il 9 iridato, il Corsaro aveva commentato con un tweet: Buona vita, Valentino, magari un giorno ci troveremo davanti a un bicchiere di vino e ci faremo due risate. Ho sentito che una parte di me se ne va con lui. Siamo sempre attenti a primeggiare. Ma poi quando tutto finisce si volta pagina. Il momento andava onorato perché la nostra rivalità è stata autentica. Non abbiamo mai fatto finta di essere amici». Un gesto di grande sportività che ha infiammato i cuori dei tifosi. 

Oggi, a distanza di tanti anni di cosa parlerebbe con Rossi?

«Non devo aggiungere una virgola. L'ho pensato e scritto di getto, è stata una cosa genuina. Se ci devo ripensare, allora...». 

Se Rossi accettasse l'invito, si presenterebbe?

«Rispondo quando lo ricevo» (sorride).

Con il ritiro di Rossi si chiude un'era.

«Rossi era l'ultimo baluardo della nostra era, l'ultimo superstite di quella generazione. Per questo mi sono sentito di scrivergli, ma le sue gesta rimarranno per sempre». 

Non è facile tendere la mano ad un rivale, neanche dopo tanti anni.

«Il mio messaggio social non cambia le cose. Con gli anni si matura e cambiano i punti di vista. Oggi mi volto indietro, sorrido e guardo con simpatia a tutto quello che è successo tra noi». 

Qual è stato il vostro duello più bello?

«Welkom 2004, anche se vinse Rossi. Io commisi un errore perché non mi ero reso conto che era l'ultimo giro. Dentro di me ne aspettavo un altro per la zampata finale. Ma ce ne sono tanti penso a Assen 2001 con le 500cc» (con Max vincitore, ndr). 

Riavvolgendo l'album dei ricordi, da cosa è nata la vostra rivalità?

«Credo sia nata perché doveva nascere. Perché entrambi volevamo vincere». 

Il valore di un campione si misura anche dai suoi rivali. Cosa resta della sua carriera stellare?

«Difficile scegliere perché ho avuto una carriera ricca di soddisfazioni: dal primo titolo in 250cc con Aprilia vinto a Barcellona all'ultima gara, alla vittoria a Phillip Island con Honda, un successo giunto sempre all'ultima gara. E poi il debutto in 500. Un momento speciale. Tutte le prime volte, direi. La vittoria in SBK dopo un anno di stop dalla MotoGP arrivata sempre alla prima gara. Tutto è stato bello». 

Quanto è stato importante ritirarsi da campione del mondo?

«È il finale perfetto di un bellissimo film: la mia carriera è finita con il titolo all'ultima gara in Francia per mezzo punto. Il massimo. In ogni sport, ritirarsi da vincente è un privilegio perché resta un ricordo indelebile, ma è anche il più doloroso perché sai di essere ancora forte e potresti continuare a correre». 

Di tutte le moto che ha guidato, quale le è rimasta nel cuore?

«Per unire i due mondi, direi Aprilia perché ho vinto con i 2 e 4 tempi, sia nel Motomondiale che in SBK». 

Rimpianti?

«Nessuno. Mi ritengo un uomo fortunato, perché posso permettermi di alzarmi al mattino, accompagnare i miei figli a scuola e poi fare colazione con un amico. Possiamo restare a parlare per ore. Questo è un privilegio». 

Cambierebbe qualcosa?

«Darei un giro al tempo e farei tornare mio padre, la persona che mi manca di più in assoluto».

A 50 anni chi è oggi il Corsaro?

«Prima era un pilota chirurgico, attento a tutti i dettagli. Questo richiedeva uno sforzo enorme. La moto dà tanto, ma può togliere anche tanto. In ogni senso. Oggi sono molto più leggero, sereno. Nella quotidianità, la famiglia regna sovrana, c'è l'amore per i miei figli Leon (10 anni) e Inés (11). 

La mia passione mi traghetta verso nuovi orizzonti: il team in Moto3 e il progetto con la Voxan per battere il record di velocità con moto elettrica. A novembre andremo in America per nuovi record». 

Per concludere, Rossi si dedicherà alle 4 ruote. Per lei non sono mai state un'opzione?

«Avevo avuto la possibilità di fare il salto nel '99 con Ferrari. Era un progetto biennale, ma ero all'apice della mia carriera in 500. Non avendo una passione smisurata per le auto, ho optato per le moto».

Le lacrime di Biaggi per Fabrizio Frizzi. Francesca Galici il 27 Giugno 2021 su Il Giornale. Max Biaggi non trattiene la commozione nel ricordare Fabrizio Frizzi a Domenica In, con il quale aveva un legame molto importante. Ultima puntata della stagione per Domenica In, già riconfermato a settembre. Nel suo salotto, Marta Venier ha ospitato Max Biaggi, indimenticato pilota motociclistico che ha lasciato le scene ormai molti anni fa. Insieme, la conduttrice e il campione hanno festeggiato i 50 anni di uno degli italiani che hanno di più a bordo di una moto e che ha fatto sognare un intero Paese con le sue imprese. Rimarranno nella storia i suoi duelli all'ultima curva e soprattutto il poco feeling con Valentino Rossi, con il quale ha dato vita a interminabili battaglie. Ma nel corso della lunga intervista monografica, Mara Venier con Max Biaggi ha parlato anche di Fabrizio Frizzi, con il quale il motociclista ha avuto un grandissimo rapporto di stima e affetto reciproco. Impossibile trattenere le lacrime nello studio di Domenica In. L'intervista è trascorsa tra aneddoti e racconti pubblici e privati della vita del campione. Spazio per parlare del privato di Biaggi, dei suoi figli e della sua voglia che raggiungano risultati sempre più alti, ma anche delle sue compagne storiche e della madre dei suoi bambini, Eleonora Pedron. Un excursus divertente e toccante che ha raggiunto il suo apice quando, sul maxi schermo in studio, è apparsa una fotografia di Fabrizio Frizzi insieme al motociclista. Frizzi è un indimenticabile conduttore Rai scomparso tre anni fa a causa di una malattia, il cui ricordo è sempre motivo di commozione da parte dei colleghi e di chi ha avuto la fortuna di stargli vicino almeno per un po'. "Abbiamo sempre avuto un bel rapporto e abbiamo un bel rapporto. Ieri sera alla festa è come se ci fosse stato anche lui con me", ha detto Max Biaggi parlando di Fabrizio Frizzi e rivelando così il forte legame che li ha legati quando il conduttore era ancora in vita. A quel punto è intervenuta la Venier: "Lo sai che io e te ci siamo conosciuti grazie a lui sì? Io e te eravamo insieme al suo funerale me lo ricordo", ha detto la padrona di casa di Domenica In, facendo così arrivare al pubblico lo stretto legame che la legava a Fabrizio Frizzi e, di conseguenza, anche a Max Biaggi. La parentesi sul ricordo di Max Biaggi ha commosso tutto lo studio, compresi Mara Venier e il motociclista, che non sono riusciti a trattenere le lacrime nel raccontare alcuni aneddoti della loro vita privata che li ha visti legati al conduttore scomparso. 

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Max Biaggi compie 50 anni: il bacio a Naomi Campbell, i Mondiali, la rivalità con Valentino Rossi, i record. I 50 anni di Max Biaggi: «Con Naomi eravamo solo amici, Rossi nemmeno mi saluta». Candida Morvillo su Il Corriere della Sera il 24/6/2021. Il Motomondiale compie 70 anni: cosa che non tutti sanno. Nascita nel 1949

Max Biaggi, 50 anni il 26 giugno, è salito su una moto per la prima volta a 18 anni e, subito dopo, già correva e vinceva gare. Passato sulla 250, ha vinto quattro campionati del mondo consecutivi. Più due mondiali nel Superbike. Ora ha una sua squadra nella Moto3, lo Sterilgarda Max Racing Team. Ha appena finito di preparare la colazione «alla ciurma», ovvero ai due figli avuti dall’ex Miss Italia Eleonora Pedron. Spiega che, quando sono con lui, preferisce non avere babysitter. Si dice campione di riso e zucchine al vapore. Confessa che, se il figlio decenne Leon volesse fare il motociclista, lo scoraggerebbe. Sospira... «È pericoloso. Preferirei non vederlo in pista».

Che compagna di strada è la paura, quando si corre a 350 all’ora?

«Non pervenuta. Quando ti vesti da pilota, sei come dentro un videogioco. Enzo Ferrari diceva che ogni figlio che hai, vai un secondo più piano, ma avendo vinto due campionati del mondo da padre, ho scoperto che non è vero. Semmai ho iniziato a pensare che l’aereo potesse cadere».

La paura non arriva neanche dopo la prima caduta?

«No, ormai avevo due decenni di esperienza. La vicenda assurda è l’incidente del 2017, a 40 all’ora, un trauma serio. Dopo la prima operazione, al risveglio, intontito da farmaci e dolore, ricordo chiaramente che venne il primario. C’erano mamma e papà, il primario disse che, con quel tipo di trauma, l’80 per cento muore. Io non ho battuto ciglio, ero troppo frastornato per capire, ma guardai papà e mamma ed erano bianchi in viso, chi aveva una lacrima, chi la tratteneva. Io zero. Tant’è che chiesero al primario di rispiegarmelo».

E quando le ripetè che aveva il 20 per cento di possibilità di sopravvivere?

«Ho visto il film della mia vita passare in un lampo. Ho pensato a Schumacher: ha fatto una vita a 380 all’ora e poi è stato fregato da una caduta con gli sci. Poi, ho pensato a Nicky Hayden: era stato mio compagno di squadra e, venti giorni prima, era morto in bici. Ho visto una maledizione del campione. Mi sono chiesto: sono il prossimo? Lì mi sono reso conto che ero fatto di carne e ossa».

Disse che non sarebbe più andato in moto, poi a novembre ha messo il record mondiale su quelle elettriche: 408 chilometri all’ora.

«Come diceva Ayrton Senna, un uomo che smette di sognare è un uomo che non ha più nulla da dire. Se non hai un sogno, un’ambizione, una luce che ti guida, come vivi?».

Adesso qual è l’obiettivo?

«Superare quel record».

Il momento più esaltante della sua carriera?

«La prima gara in 500 al MotoGp, nel ’98: sono partito in pole, ho vinto e ho fatto pure il record della pista, una cosa successa soltanto 25 anni prima a Jarno Saarinen e poi è capitato a me, non so neanche perché. Però il momento più grande è sempre quando vinci il campionato del mondo».

Ne ha vinti sei.

«E ognuno ha un sapore diverso. L’ultimo in 250 l’ho vinto appena passato alla Honda dopo tre vinti con l’Aprilia: non mi avevano riconfermato e sono riuscito a batterli».

Perché un team cambia un pilota che ha vinto tre mondiali di seguito?

«Mi rimproveravano che si parlava troppo di me e poco di Aprilia. Il contrario di quello che fa il marketing oggi».

Anche i giornali la criticavano perché era nello star system e aveva le donne più belle dell’epoca. Se le dico Naomi Campbell?

«Che devo dire? È bellissima».

Quanto tempo siete stati insieme?

«Mai stati insieme».

Anno 1997, Naomi sta col ballerino Joaquín Cortés, e vi paparazzano nel mezzo di un bacio.

«Non era un bacio e a Joaquín l’ho presentata io. Poco dopo rivedo lui a Milano, lei aveva tentato il suicidio per amore. Joaquín mi ha fatto un gesto tipo: mannaggia a te che me l’hai presentata».

Per farsi beffe di lei, Valentino Rossi fece un giro al Mugello con la bambola gonfiabile di Claudia Schiffer. È stata una rivalità peggio che Coppi-Bartali, con lui che la sorpassa e le fa il dito medio, una mezza rissa a Barcellona 2001...

«Questa parte facciamola corta».

Invece fu lunga. Quando iniziò?

«La rivalità vera gli atleti ce l’hanno quando si confrontano nella stessa gara e categoria. Invece, io ero in 250, lui in 125 e i giornali ci ricamavano già su».

Quando Rossi esibisce la bambola a che punto siamo?

«Che io correvo in una categoria, lui in un’altra. Un conto è la rivalità creata dai giornali e un altro che l’alimenti in modo esponenziale».

Oggi, se lo vede, lo saluta?

«Lo saluterei, ma lui non saluta me».

Dopo la separazione dei suoi, lei per anni non ha parlato con sua madre. Vi siete ritrovati?

«Avevo 13 o 14 anni. Ci siamo riavvicinati quando sono di ventato padre, grazie a Eleonora. Ammetto che è stata una cosa buona».

Col senno di poi, come si spiega l’esplosione improvvisa del suo talento?

«Non me lo sono mai spiegato. A volte mi risento Biagio Antonacci che ha scritto per me Il campione. Le parole sono la risposta: “Senti la gioia che parte da te e ti chiedi ogni volta: perché questo, mio Dio, l’hai regalato a me”?».

Maverick Vinales. MotoGp, la Yamaha caccia Maverick Viñales: "Ha sabotato la sua moto", un caso senza precedenti. Libero Quotidiano il 12 agosto 2021. Un caso clamoroso scuote la MotoGp: Maverick Vinales non correrà il GP d'Austria in programma questo weekend e, forse, la sua stagione con la Yamaha potrebbe essersi già conclusa. La ragione? La scuderia giapponese ha deciso di sospenderlo dopo aver rilevato che in occasione della scorsa gara di Spielberg, il pilota spagnolo avrebbe agito in modo da danneggiare in modo significativo il motore della sua YZR-M1. Insomma, la Yamaha accusa Vinales di sabotaggio. Il tutto viene spiegato in un comunicato ufficiale in cui Yamaha spiega che "la sospensione è dovuta a un non motivato funzionamento irregolare della moto durante la gara dello scorso fine settimana. La decisione segue approfondite analisi della telemetria e dei dati negli ultimi giorni". La scuderia è arrivata alle seguenti conclusioni: "Le azioni del pilota avrebbero potuto causare potenzialmente danni significativi al motore, cosa che avrebbe potuto provocare seri rischi al pilota stesso e mettere in pericolo tutti gli altri corridori impegnati in gara". Lo spagnolo non verrà sostituito in Austria, dunque in pista ci sarà soltanto una Yamaha ufficiale. Ulteriori decisioni sul futuro verranno prese in seguito a una ancor più dettagliata della situazione e ulteriori discussioni con lo stesso Maverick. Non si esclude la rescissione del contrasto. Nell'ultimo Gp di Stiria, Vinales era stato vittima di non meglio precisati problemi tecnici in occasione della seconda partenza, che ne aveva pesantemente condizionato la gara. Una notizia, quella del possibile sabotaggio, che è una bomba sul circus. I rapporti tra lo spagnolo e la Yamaha, per inciso, erano logori da tempo, tanto che era già stata deciso l'addio a fine stagione. 

Marc Marquez. Diplopia, cos’è la malattia della vista che ha colpito Marc Marquez? Chiara Nava l'10/11/2021 su Notizie.it. Marc Marquez è affetto da diplopia, una malattia della vista. Significa che percepisce due immagini su un singolo oggetto. Marc Marquez è affetto da diplopia, una malattia della vista. Significa che percepisce due immagini su un singolo oggetto. La carriera di Marc Marquez è a rischio. Il fuoriclasse spagnolo salterà il GP di Valencia, ultima prova della MotoGP 2021 del 14 novembre ma non sarà presente neanche ai test di Jerez in programma per il 18 e 19 novembre, per provare la moto della prossima stagione. Il campione soffre di diplopia, ovvero percepisce due immagini su un singolo oggetto. Si è sottoposto ad accertamenti alla clinica Dexeus di Barcellona per valutare le conseguenze della caduta avvenuta mentre faceva motocross, in cui ha riportato una leggera commozione cerebrale. “Marc ha continuato a sentirsi male e ha sofferto di problemi alla vista, motivo per cui questo lunedì è stato visitato dall’oculista dottor Sanchez Dalmau presso l’Hospital Clínic che lo ha visitato e ha eseguito i test, che rilevato un nuovo episodio di diplopia” ha spiegato un comunicato del team Honda. “L’esame effettuato a Marc Marquez dopo l’incidente occorso ha confermato che il pilota è affetto da diplopia e ha evidenziato una paralisi del quarto nervo destro con interessamento del muscolo obliquo superiore destro. È stato scelto un trattamento conservativo con aggiornamenti periodici da seguire con l’evoluzione clinica. Il quarto nervo destro è quello già ferito nel 2011” ha dichiarato il dottor Sanchez Dalmau nella nota della Honda. Si tratta dello stesso nervo che si era ferito dieci anni fa per un trauma durante il GP di Sepang. Marc Marquez ha scritto su Instagram che sta vivendo “momenti duri” e che dovrà valutare l’evoluzione della situazione. La diplopia è una doppia percezione dell’immagine, in senso orizzontale o in verticale. Può riguardare solo un occhio, ed essere un problema di tipo ortottico-oculistico, oppure entrambi gli occhi, problema neurologico. Può essere transitoria o permanente. Le cause più frequenti sono di origine traumatica, come nel caso di Marc Marquez, oppure secondarie rispetto ad altre malattie o ad altri disturbi. Il motivo per cui vengono percepite due immagini è che la diplopia fa venire meno il meccanismo di fusione che consente al cervello di unire le due immagini percepite dai due occhi. In una situazione normale, tramite processi neurologici, la corteccia visiva riesce a integrale le due immagini creandone una sola. Se insorgono disturbi neurologici o muscolari la corteccia visiva non riesce a fonderle. 

Diplopia: patologia molto fastidiosa. In alcuni casi si può rimediare al disturbo con delle lenti prismatiche o un intervento chirurgico. Se c’è la paralisi del muscolo, la motilità dell’occhio è bloccata, per cui la chirurgia non serve. Ci sono dei farmaci grazie a cui si può ripristinare la motilità oculare. Se la paralisi è dei nervi cranici bisogna aspettare e capire se il problema può risolversi spontaneamente, nel giro di otto mesi, se no è necessario l’intervento chirurgico. La diplopia è una patologia molto fastidiosa, che rende difficoltoso lo svolgimento di azioni quotidiane. Per un pilota è sicuramente un ostacolo enorme, per questo il futuro in pista in questo momento è in dubbio. 

Casey Stoner. Federico Mariani per gazzetta.it il 24 novembre 2021. Un punto di riferimento, un compagno di squadra mancato, ma soprattutto un avversario. Anzi, il grande rivale dei suoi anni migliori in MotoGP. Casey Stoner, re nella top class con Ducati e Honda, sembrava aver teso la mano all'ex nemico Valentino Rossi tra Portimao e Valencia, omaggiandolo e rivelando anche di aver tratto insegnamenti da lui nella sua carriera. Nel documentario Ri-Vale, trasmesso da Dazn, però, il due volte iridato ha fatto rivelazioni che testimoniano come la rivalità sia stata forte e abbia avuto momenti di grande tensione. Ai microfoni di Gazzetta Motori Joan Mir, pilota Suzuki di MotoGP e Campione del Mondo 2020, che racconta la stagione appena trascorsa e i primi test 2021 a Jerez de la Frontera: "La stagione non è stata negativa ma mi aspettavo di più il commento dello spagnolo; ma la moto è migliorata parecchio negli ultimi test. Abbiamo portato sia il motore sia il telaio nuovo. Ci prepariamo a mettere tutto insieme in vista dei prossimi test invernali". Poi una parola sugli avversari: "Sempre stato un tifoso di Valentino Rossi, adoro il colore giallo e per questo mi colpiva da piccolo. Marquez? Difficile superare una lesione come la sua, un peccato poi l'ulteriore problema rimediato sul finale di stagione ma lo aspettiamo in pista nella prossima stagione". Infine una previsione sulla prossima stagione: "Vedo bene le Ducati ma anche Quartararo sarà protagonista. Bagnaia molto costante ma gli altri non molleranno". La rivalità tra i due è nata nel 2007, quando Stoner, in sella alla Ducati, piegò proprio l'italiano su Yamaha. Casey ricorda: “Sono stato uno dei più grandi rivali quando era all’apice. Rossi era il miglior pilota all'inizio del Nuovo Millennio, di un’altra categoria. Ma quando io, Jorge Lorenzo e Daniel Pedrosa siamo arrivati in MotoGP, ci siamo accorti che lui non ci era superiore”. Il dualismo è proseguito anche quando i due hanno cambiato squadra nel 2011, con Valentino in Ducati e Stoner in Honda. Casey non si nasconde: “In HRC ho trovato una moto davvero sensazionale da guidare. E, lo ammetto, godevo nel vedere Valentino soffrire con la Ducati. Aveva detto troppe cose su di sé e su come sarebbe stato in grado di cambiare quella moto in meglio. In realtà stava solo peggiorando la situazione”.    E pensare che tra i due, inizialmente, il rapporto era anche buono. Stoner, però, ha le idee chiare sul motivo che ha portato alla rottura: “Rossi è stato gentile fino a quando non sono diventato un rivale. Ha sempre cercato di fare giochi mentali, ma, quando questo non funziona, ottieni solo un rivale in più. Lui ha fatto sì che io fossi visto proprio come un nemico. Ha fatto lo stesso anche con Marquez . Da quel momento non ho più voluto essere suo amico e giocare lealmente”.  Casey non si limita all'aspetto umano, ma individua anche alcune pecche nella guida di Rossi: “Era bravo nel corpo a corpo, ma anche nel rubare la scia agli altri. Non riusciva a fare un giro veloce da solo, poteva farlo solo così e questo è un limite”. Un'ultima stilettata: “Non è un caso che abbia perso due Mondiali all’ultimo...”. Insomma un ritratto non proprio tenero del nove volte iridato. Ma le rivalità sono dure a scomparire.

Valentino Rossi. Uno, nessuno e centomila Valentino. Benny Casadei Lucchi il 27 Dicembre 2021 su Il Giornale. Il campione svelato da chi lo ama, lo teme o ci ha lavorato e vissuto assieme. C'è un Valentino Rossi e ci sono molti Valentino Rossi. Ci sono libri, la maggior parte, che raccontano Valentino, cioè un solo Vale, il solito, il campione, e c'è finalmente Dottor Rossi di Stefano Saragoni, edizioni Pendragon, Valentino raccontato da chi ha corso e lavorato con lui, duecentoventitré pagine che svelano molti e molti Rossi. L'originale, certo, e gli altri. C'è il Valentino bambino degli inizi raccontato da papà Graziano, «era un rompiscatole, che chiedeva tutto a tutti, che voleva sapere delle moto e delle corse e tutti cercavano di sfuggirgli... quando salì sull'Aprilia feci un passo indietro, decisi di non stare lì a rompere i maroni come fa il 99% dei padri»; e c'è il Valentino di mamma Stefania «pensavo sarebbe andato all'università, memoria di ferro, era bravo...». Frasi diverse ma convergenti quelle di papà e mamma, da cui si evince che il ragazzino non aveva scampo: o avrebbe seguito Graziano come poi è stato o Stefania all'università, come poi non è stato. Ancora altri Rossi. C'è quello ricordato dal primo manager che gli diede una moto seria, la Cagiva, e se lo vide a terra tre volte di fila e c'è il Valentino ragazzino che mise in crisi Pernat in Aprilia.

L'abilità di Saragoni, storico direttore di Motosprint e ora nostra firma, testimone dal vivo di quegli anni meravigliosi e dell'intera carriera del campione, è stata quella di mettere a frutto la sua presenza sulle piste quando Valentino non era ancora Valentino. Per cui non è il ritratto del campione quello che emerge ma molti ritratti che descrivono la costruzione di un campione. Genitori, meccanici, manager, rivali che hanno deciso di condividere il loro Valentino. Come Vittoriano Guareschi, team manager Ducati all'epoca dell'avventura sfortunata di Rossi, quando svela «la paura che avevamo per quella scelta» che in fondo al cuore sapevano sbagliata. O come il mea culpa di Max Biaggi quando ammette «Valentino è stato più furbo di me. C'è poco da dire. Mi ha usato... si è posto come mio rivale quando ancora correvamo in categorie diverse...». E c'è il fastidio e forse anche il timore mai sopiti di Casey Stoner non certo per il sorpasso subito a Laguna Seca nel 2008, al Cavatappi, ma per quell'essere, Valentino, un «win at all cost guy», un pilota pronto a tutto per vincere, perché nei duelli «non ho mai sentito che Rossi fosse molto preoccupato per la sicurezza degli altri». E c'è, e non poteva essere altrimenti, anche il secco ricordo di Marc Marquez, lapidario, forse anche nostalgico in memoria di una simpatia svanita e diventata odio agonistico: io e lui? «Era come se ballassimo assieme ma ci siamo calpestati i piedi...». Benny Casadei Lucchi

Sergio Arcobelli per “il Giornale” il 26 novembre 2021. Mattatore per sempre. E sempre a tutto gas. Undici giorni dopo l'ultima gara a Valencia, Valentino Rossi riappare a Milano ancora in sella alla sua M1 con livrea 60, omaggio ai 60 anni della Yamaha: stavolta per ricevere un'altra ovazione dagli appassionati accorsi all'Eicma, l'esposizione internazionale delle due ruote. Neanche la pioggia battente ferma l'arrivo di Valentino in moto. «È stata una bella emozione vedere tutti i tifosi, peccato per il tempo ma sono stati coraggiosi, non mi hanno mollato neanche oggi. È stato bello avere il loro supporto per tutta la carriera, vedere le piste colorate di giallo, il 46, mi ha dato tanta carica. Vi meritavate un po' di sole». Migliaia di fan in visibilio, alcuni hanno osannato Valentino, chiedendogli persino di «ripensarci» e di tornare a correre. C'è stato un momento in cui i tifosi presenti hanno intonato un coro sulle note della celebre «O mamma Valentino Rossi, 42 anni, 9 titoli mondiali, di cui uno in 125, uno in 250, uno in 500 e 6 in MotoGp. Unico pilota della storia ad aver vinto in tutte e quattro le categorie. Si è ritirato dopo 26 anni di mondiale, di cui 16 in sella alla Yamaha mamma» dedicata a Diego Armando Maradona di cui ieri ricorreva un anno dalla morte. Da una leggenda dello sport all'altra. «È stato bello vincere in Argentina e salire sul podio con la maglia di Maradona. Diego lo meritava». Nel corso di "One More Lap", il pilota di Tavullia ha ripercorso le tappe principali dei suoi 26 anni di carriera e dei 16 in Yamaha. Un'avventura iniziata «con il botto, il successo a Welkom 2004, l'highlight della mia carriera». Vale si diverte sul palco con le quattro moto, quelle dei suoi ultimi quattro titoli mondiali nella MotoGp. «Difficile dire quale sia la mia preferita, forse la prima con cui ho vinto in Sudafrica». Un Gran Premio di emozioni che ha condotto Valentino Rossi sulla strada dei ricordi: dal 1°titolo Mondiale con Yamaha del 2004 al bis iridato del 2005 («un'altra stagione fantastica, quella in cui la M1 era forte in tutte le condizioni, quell'anno ho vinto 11 gare»); passando per i due sorpassi iconici a Laguna Seca sul Cavatappi contro Stoner (2008) e a Barcellona su Lorenzo (2009) all'ultima curva («Probabilmente Welkom valeva di più, ma vincere in Spagna, contro il tuo compagno, dove è difficile sorpassare è stata una goduria...»); senza dimenticare l'ultima vittoria ad Assen 2017 e la passerella finale di quest' anno. Poi, vinto dalla nostalgia, ammette: «Non è facile, a volte mi sento triste al pensiero di non poter più salire in moto. Mi mancherà l'adrenalina». Nel ricordare l'ultimo Gran Premio di Valencia, il Dottore ha apprezzato «l'omaggio degli altri piloti, è stato bello, commovente perché in pista si è rivali e non era scontato. I messaggi più belli sono stati però quelli dei miei avversari storici, da Biaggi a Stoner a Lorenzo. Sono state rivalità sportive belle». Sulla sua vita dopo le corse, Valentino ha detto: «Cambierà molto, perché diventerò papà. Mi piace l'idea di continuare a correre anche se in macchina. Ci sono però ancora tante cose da fare, non credo mi annoierò». Infine, prima del commiato, è stata proietta una sequenza di video con i messaggi di saluto di grandi campioni dello sport, del mondo dello spettacolo e della musica all'amico Valentino. La «rockstar» delle due ruote 

Rovigo, Eicma 2021, è il giorno di Valentino Rossi. Gli omaggi in musica al «dottore» e le canzoni più celebri dedicate alle moto. Giacomo Casadio su Il Corriere della Sera 26 Novembre 2021. Il campionissimo di Tavullia ospite di Yamaha per One more lap, l’evento tributo di Yamaha. Anche il mondo della musica l’ha omaggiato.

Due dita sotto il cielo (Lucio Dalla). A Valentino Rossi è dedicata anche Due dita sotto il cielo (2007). Il fenomeno di Tavullia è descritto da Lucio Dalla non come un campione sportivo, ma come campione di umanità: «Mi ricordo i primi viaggi fatti in treno, le ore al finestrino, i muri sporchi, i nomi e le stazioni […] A 15 anni mi sembrava di volare, e che potevo scegliere se vivere o morire. Ché tanto è uguale». Come già avvenuto, del resto, in altre canzoni famose del cantautore bolognese dedicate ai personaggi dello sport: Nuvolari, Baggio Baggio, Ayrton (composta, invero, da Paolo Montevecchi e portata al successo da Dalla). 

Le confessioni di Rossi: "La tristezza senza moto e il mio futuro da... papà". Sergio Arcobelli il 26 Novembre 2021 su Il Giornale. Vale ha ripercorso la carriera: "A commuovermi di più sono stati i messaggi di Biaggi e Stoner". Mattatore per sempre. E sempre a tutto gas. Undici giorni dopo l'ultima gara a Valencia, Valentino Rossi riappare a Milano ancora in sella alla sua M1 con livrea 60, omaggio ai 60 anni della Yamaha: stavolta per ricevere un'altra ovazione dagli appassionati accorsi all'Eicma, l'esposizione internazionale delle due ruote. Neanche la pioggia battente ferma l'arrivo di Valentino in moto. «È stata una bella emozione vedere tutti i tifosi, peccato per il tempo ma sono stati coraggiosi, non mi hanno mollato neanche oggi. È stato bello avere il loro supporto per tutta la carriera, vedere le piste colorate di giallo, il 46, mi ha dato tanta carica. Vi meritavate un po' di sole». Migliaia di fan in visibilio, alcuni hanno osannato Valentino, chiedendogli persino di «ripensarci» e di tornare a correre. C'è stato un momento in cui i tifosi presenti hanno intonato un coro sulle note della celebre «O mamma mamma» dedicata a Diego Armando Maradona di cui ieri ricorreva un anno dalla morte. Da una leggenda dello sport all'altra. «È stato bello vincere in Argentina e salire sul podio con la maglia di Maradona. Diego lo meritava». Nel corso di One More Lap, il pilota di Tavullia ha ripercorso le tappe principali dei suoi 26 anni di carriera e dei 16 in Yamaha. Un'avventura iniziata «con il botto, il successo a Welkom 2004, l'highlight della mia carriera». Vale si diverte sul palco con le quattro moto, quelle dei suoi ultimi quattro titoli mondiali nella MotoGp. «Difficile dire quale sia la mia preferita, forse la prima con cui ho vinto in Sudafrica». Un Gran Premio di emozioni che ha condotto Valentino Rossi sulla strada dei ricordi: dal 1°titolo Mondiale con Yamaha del 2004 al bis iridato del 2005 («un'altra stagione fantastica, quella in cui la M1 era forte in tutte le condizioni, quell'anno ho vinto 11 gare»); passando per i due sorpassi iconici a Laguna Seca sul Cavatappi contro Stoner (2008) e a Barcellona su Lorenzo (2009) all'ultima curva («Probabilmente Welkom valeva di più, ma vincere in Spagna, contro il tuo compagno, dove è difficile sorpassare è stata una goduria»); senza dimenticare l'ultima vittoria ad Assen 2017 e la passerella finale di quest'anno. Poi, vinto dalla nostalgia, ammette: «Non è facile, a volte mi sento triste al pensiero di non poter più salire in moto. Mi mancherà l'adrenalina». Nel ricordare l'ultimo Gran Premio di Valencia, il Dottore ha apprezzato «l'omaggio degli altri piloti, è stato bello, commovente perché in pista si è rivali e non era scontato. I messaggi più belli sono stati però quelli dei miei avversari storici, da Biaggi a Stoner a Lorenzo. Sono state rivalità sportive belle». Sulla sua vita dopo le corse, Valentino ha detto: «Cambierà molto, perché diventerò papà. Mi piace l'idea di continuare a correre anche se in macchina. Ci sono però ancora tante cose da fare, non credo mi annoierò». Infine, prima del commiato, è stata proietta una sequenza di video con i messaggi di saluto di grandi campioni dello sport, del mondo dello spettacolo e della musica all'amico Valentino. La «rockstar» delle due ruote. Sergio Arcobelli

Aldo Grasso per il "Corriere della Sera" il 16 novembre 2021. Sono trascorse 27 stagioni dal debutto di Valentino Rossi, 22 nella classe regina. Un record difficilmente battibile. In questi giorni è stato scritto tutto quello che poteva essere scritto sul «Dottore», sull'eterno Peter Pan, sul pilota, sul campione, sull'icona mondiale. È stato il più grande pilota di tutti i tempi del Motomondiale, tanto da ritagliarsi un posto anche nella storia della televisione. Non per i titoli vinti, non per i sorpassi da brivido e nemmeno per i travestimenti a fine gara. No, il merito più grande di Valentino è l'aver reso televisivo uno sport ristretto fino ad allora ai soli sparuti appassionati, l'aver allargato la platea degli spettatori anche al mondo femminile. In molti si sono sbizzarriti nei suoi confronti: Valentino sta alla Moto GP come Alberto Tomba allo sci alpino, Michael Jordan al basket, Tiger Woods al golf, Roger Federer al tennis, Usain Bolt all'atletica e Maradona al calcio. Certo, Valentino è l'icona stessa della MotoGP. Sono state le sue imprese a segnare oltre un quarto di secolo del Motomondiale: senza i suoi spericolati inseguimenti, senza le sue vittorie in tanti non si sarebbe avvicinati a questo sport. Il potere mediatico di Rossi è stato così forte da coinvolgere gran parte delle televisioni di tutto mondo. Anni fa, quando aveva capito di non essere più competitivo, Valentino meditava di ritirarsi, ma è stato il Circo stesso della MotoGP (il promoter Dorna) a pregarlo di restare: quando lui non c'era gli ascolti calavano anche del 30%. Se il motociclismo non è più la cenerentola degli sport televisivi lo si deve a lui, soltanto a lui. Se il motociclismo è diventato, alla pari della Formula 1, uno show-business, lo si deve a lui, soltanto a lui. Ci voleva un pilota-star, carismatico e vincente, per accendere le telecamere, stimolare le telecronache di Guido Meda e creare un grande fenomeno mediatico.

Vasco Rossi per “La Stampa” il 16 novembre 2021. Caro Valentino, tu sei stato e sei il migliore di tutti. Di tutti i tempi. Sei stato e sei imbattibile e indimenticabile. E adesso qualsiasi cosa farai, qualsiasi cosa deciderai di fare, ecco credo che sarà sicuramente un altro successo. Tu entri nella storia dei campioni, dei veri campioni. Sei il migliore di tutti i tempi e qualsiasi cosa deciderai di fare adesso che scendi dalla moto da corsa la farai sicuramente al meglio e avrai grandi successi...anche come papà. Grazie Valentino

Cesare Cremonini per “La Stampa” il 16 novembre 2021. Valentino lascia in eredità una intera nuova generazione di piloti. Anche in questo è stato un talento multisensoriale, come lo sono tutti gli artisti. Vale vede da un punto di vista quello che altri vedono solo da punti differenti. Penso che lui stia provando sentimenti molto contrastanti in questo momento, ma lo conosco e non è certo un tipo da lacrime facili e scontata retorica, per fortuna, quindi gli verrà naturale inventare nuove sfide già da oggi. Sono certo che verranno giorni ancora magnifici per lui in pista e per la sua nuova famiglia e glielo auguro con tutto il cuore. Se lo merita.

Gianluca Cordella per “il Messaggero” il 16 novembre 2021. Ci sono i mesti addii nel silenzio di chi con la vittoria non ha mai avuto tutto questo gran feeling. O quelli struggenti dei campioni, con fiumi di lacrime che scorrono tra le due rive della commozione e della nostalgia. Poi c'è l'addio di Valentino Rossi. Che è una festa. Non che il pianto traditore non abbia tentato di guastare il party, il Dottore passa con celerità dal casco agli occhiali scuri perché forse qualche lacrima da coprire c'è. Ma questo è il Valentino Day, festa degli innamorati della moto e poco importa se è il 14 di novembre e non di febbraio. Sui social impazza l'addizione del Dottore: ieri era il 14/11/21. Sommate tutti i numeri, otterrete il 46. Il numero storico che il campionissimo di Tavullia ieri ha portato al traguardo con fierezza al decimo posto. Aveva detto: «vorrei chiudere a Valencia tra i migliori dieci del mondo» e così è stato. Orgoglio da fuoriclasse che aggiunge poco alla storia. «Ho cercato di vivermela nel mio stile. Avevo paura che l'emozione potesse travolgermi, in tanti hanno cercato di farmi piangere in questi giorni - racconta Rossi a fine corsa, mentre intorno è tutta una bolgia per lui - Invece doveva essere una festa, smettere era una scusa per fare un po' di casino. Magari smetto anche l'anno prossimo...». È una battuta, calma. Non ci sono ripensamenti all'orizzonte. Anche perché a voler analizzare il simbolismo della giornata si capisce che difficilmente si potrebbe ritrovare una quadratura del cerchio uguale. Intanto perché a Valencia vince ancora Francesco Bagnaia che dell'Academy di Rossi è uno dei purosangue più promettenti. «Volevo regalare questa vittoria a Valentino. La mia gara è per lui, per tutto quello che ha fatto per noi dell'Academy. E poi con un casco così potevo solo vincere», l'omaggio di Pecco che ha corso - come tutti i piloti formati dalla scuola del Dottore - con una replica di un casco celebre di Vale. Bagnaia mostra sorridente quello che nel 2004 suggellò il primo mondiale vinto da Rossi con la Yamaha. Sul podio di Phillip Island il pesarese festeggiava, sorridente a sua volta, con maglietta e casco dal claim significativo: «Che spettacolo». Più di un testimone passato dal maestro all'allievo. Significativo anche il podio tutto Ducati - dietro Bagnaia c'erano Martin e Miller - per esorcizzare per sempre il rapporto motoristicamente più difficile che Valentino abbia dovuto affrontare, quello con una Rossa che non era proprio nelle sue corde. E, a proposito, chiuso anche il capitolo della nota rivalità con l'uomo che invece il gioiello di Borgo Panigale lo governava alla grande, Casey Stoner: i due sono apparsi amichevolmente abbracciati nel backstage del Ricardo Tormo mentre si scambiano i caschi. Peccato solo non ci fosse Marc Marquez, fermato dalla diplopia riemersa dopo l'ultima caduta pre-Portimao. Sarebbe stata una bella occasione per sputare via per sempre i veleni di una rivalità che ha spaccato la MotoGp negli ultimi anni. Ieri, c'è da giurarlo, sarebbero stati tutti per Valentino, anche con il Cabroncito in pista. Le tribune si sono tinte di giallo per una giornata che è stata una lunghissima celebrazione. Da Ronaldo il Fenomeno che gli ha fatto visita ai box prima della gara ai cori che oh mamma, mamma, mamma in stile Maradona che si sono alzati fragorosi per rendergli omaggio. Quindi lo stage diving, il tuffo sul pubblico, da vera rockstar. «Era il mio sogno imitare Jim Morrison». E poi l'abbraccio, bellissimo, con Francesca Sofia Novello, la compagna - lei, sì, in lacrime - che all'inizio del nuovo anno lo renderà padre, il primo importantissimo capitolo del secondo libro di Valentino Rossi da Tavullia.

Giulia Zonca per "la Stampa" il 16 novembre 2021. Ora che lo si può registrare il colore giallo46 riprende tutta la sua intensità, l'accecante vitalità con cui è diventato imprescindibile. È una tinta piena e ricca, non ha sfumature: è laccata, è quel tipo di tonalità che lucida e copre, si prende tutto, si impone, è colore denso, spesso, lascia memoria. Lo guardi e ti cattura perché è caldo, mette il buon umore, poi magari è troppo: il giallo46 è una spremuta di eccesso, ma ci torni, di continuo, ogni volta che devi fare il pieno di energia. Il giallo46 non è Valentino Rossi, è quel che lui si lascia dietro, quel che resta in circolo, è un entusiasmo brillante che non si spegne mai e se ne frega di abbinarsi a quel che c'è intorno. Di una prepotenza sgargiante, cromaticamente dominante in una gradazione che la Pantone dovrebbe omologare nella sua mazzetta, magari nella serie dei luminosi, tra il Lemon 13 e il Mimosa. Rossi ha scelto il colore prima di diventare campione, subito e ha pure spiegato perché: «Tutti i vincitori hanno un simbolo», il suo è «giallo solare, mi fa sempre pensare al meglio», elevato alla quarantaseiesima, dal numero sulla moto del padre, nel giorno della prima vittoria. Così ha disegnato una carriera lunga 26 anni, con nove Mondiali, 115 vittorie, 235 podi, unico pilota a portarsi a casa il titolo in qualsiasi categoria: 125, 250, 500, MotoGp e sempre in giallo46, sempre con una curva a fare da specchio. Magliette, parrucche, numero abbinato ed è quasi complicati capire quando quel particolare punto di colore ci ha catturato la vista. È passato tanto tempo, era il 31 agosto 1997, il giorno in cui è morta Lady Diana, giusto per dare una scansione del tempo evidente. Valentino, ancora solo il nome di un diciottenne cresciuto a talento ed esuberanza, si lega sulle spalle un gigantesco numero uno giallo. L'anno prima si era caricato allo stesso modo una bambola gonfiabile, una ipotetica Claudia Schiffer, chioma biondissima ma tutt' altra nuance. Il voluminoso primo posto è già giallo46 e fa il giro del mondo. Le trovate saranno sempre diverse, da Biancaneve e i 7 nani, alla scritta «Scusate il ritardo», il colore resterà lo stesso, ogni volta più evidente, martellante, definitivo. Non è il giallo fumetto della tuta indossata da Uma Thurman in «Kill Bill» e neanche il giallo con punte di senape delle giacche di Angela Merkel, anche se in termini di resistenza i due hanno qualcosa in comune. No, questo giallo è unico, vibra di velocità e resta compatto, non si lascia infiltrare dai verdi che lo rendono acido o dalle venature marroni che lo farebbero maturare verso l'arancio. Il giallo46 è immutabile, è un pezzo di infanzia che ti rimane fisso in testa e per questo, pur continuando a vederlo girare, non lo riconoscevamo più. Valentino era troppo vecchio per portare il suo stesso colore eppure quel marchio, quel modo di essere, di superare, di tagliare il traguardo, di baciare la moto, di infilarsi le dita nelle orecchie come fanno tanti altri colleghi e come fa solo lui, quando esclude il mondo, non si è mai spento. Luce fatta per resistere persino a 12 anni dall'ultimo trionfo, ottobre 2009, l'anno esaltante che ha legato Rossi a Federica Pellegrini, in quell'estate doppio oro mondiale con doppio record. I due fuoriclasse hanno diverse date che si incrociano e salutano entrambi in questo 2021 che ci restituisce il giallo46. Adesso il giallo libera la sua potenza: lo si è visto ieri per saluti che erano emozioni, ma soprattutto eredità. Abbiamo ascoltato la cerimonia di addio dopo l'annuncio, abbiamo visto l'ultimo Gran Premio in Italia, questo è un ritiro preparato: non un tuffo al cuore, piuttosto un volo tra la folla. Finalmente. Dopo tanti anni passati a cercare di non farsi travolgere, di non lasciarsi giudicare, spolpare e poi, proprio sul finale, lo «stage diving, come Jim Morrison a Los Angeles nel 1968». Valentino nasce 11 anni dopo, ma quella è la libertà mito che ha rincorso, l'eco degli Anni Sessanta e Settanta vissuti e respirati dai genitori che lui non ha mai perso di vista. Che ha costantemente tenuto come punto di riferimento. Il giallo46 arriva anche da lì, non solo dall'omaggio a papà, proprio dal gusto e dall'idea di un'indipendenza ormai fuori moda. Ma il suo colore non è tendenza, è depositato, come il Rosso Valentino (l'altro), come il blu Klein. Il giallo46 è un concentrato di strafottente e solidissima euforia.

IL RITIRO DI VALENTINO ROSSI - LO SPECIALE. Veni, Vidi, Vale: 25 anni da leggenda che non dimenticheremo mai. Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera il 13 novembre 2021. 25 anni di carriera di un ragazzo diventato mito, con 9 titoli mondiali e una sequenza di momenti davvero magici perché toccati dalla grazia, dalla ferocia e dalla leggerezza 

18 AGOSTO 1996

La prima vittoria

Valentino Rossi debutta nel motomondiale nel 1996, in sella a una Aprilia RS 125 R del team AGV. Il 18 agosto, a Brno, in Repubblica Ceca, vince la prima gara (dopo aver conquistato la pole position). È il primo trionfo: ne seguiranno altri 114, su un totale di 432 gare.

2021

L’ultima gara

Rossi in sella alla Yamaha del team Petronas Yamaha SRT, con cui ha disputato l’ultima stagione, quella 2021. Il 5 agosto, con una conferenza stampa, ha annunciato il ritiro dalla MotoGp.

C’è chi non si rassegna. Il fatto che Valentino Rossi chiuda domenica a Valencia la sua lunga avventura motociclistica genera una sorta di malinconia, il lutto prodotto dalla fine di un sogno. Suo e nostro, alla fine di una festa scattata il 18 agosto 1996 a Brno, giorno della prima vittoria di quel ragazzino, un anonimo signor Rossi- classe 125, si vabbé, vedremo. Abbiamo visto, in effetti, visto e preso, goduto e gioito per 25 anni filati, scanditi da 9 titoli mondiali, da una sequenza di momenti davvero magici perché toccati dalla grazia, dalla ferocia, da una leggerezza inattesa abbinata al rischio, alle tensione di uno sport che in un attimo si fa tragedia.Rossi è nato a Urbino il 16 febbraio 1979. Ha debuttato nel Motomondiale nel 1996. Ha vinto 9 titoli tra 125 (1), 250 (1), 500 (1) e MotoGP (6). In carriera 115 vittorie e 235 podi in 423 gare disputate. Ha corso con Aprilia, Honda, Yamaha e Ducati EPA

I sette nani, uno per ogni corona iridata che fino a quel momento Vale si è messo in testa, nel 2005 con la Yamaha (LaPresse)

Non semplicemente una raffica di trionfi. Valentino ha immesso nell’agonismo dell’altro. Un gusto del vivere proprio che ha dentro l’Adriatico visto dalle colline di Tavullia, il valore dell’amicizia, così infrangibile da trasformare i compagni di giochi in un manipolo di assistenti, consiglieri, collaboratori in permanente attività, l’attitudine ad imporsi come comunicatore dadaista aggiungendo, alla fine di una battaglia da pista, uno spettacolo goliardico colmo di allegria. Abbastanza da coinvolgere chiunque. Una dilatazione della platea internazionale senza precedenti, con immediata crescita dell’intero sistema-motociclismo. Biglietti, diritti tv, spazi sui media, un happening interminabile a sfondo giallo. Il 46 come insegna di appartenenza. Valentino? Un campionissimo. Ma anche un figlio che prende 10 a scuola, un fratello che rassicura e diverte, un nipote tenero e scanzonato, un vero buon esempio.

Una foto, un Mondiale: le immagini dei festeggiamenti con cui Rossi ha celebrato la conquista dei suoi 9 titoli

Persino quel sorprendente pasticcio con il fisco è sembrato un inciampo involontario, corretto in fretta mettendoci la faccia. Nulla che potesse scalfire una fiducia, una gratitudine guadagnata domenica dopo domenica.

Rossi con il padre Graziano, durante la conferenza stampa all’Agenzia delle Entrate a Pesaro, nel 2008, dopo aver firmato il concordato per versare all’erario circa 19 milioni di euro per gli anni 2001-2004. A questi si aggiungerà la somma per il biennio 2005-’06 di 16 milioni. L’importo complessivo del periodo 2001-2006 sarà di circa 35 milioni (Ansa)

Rossi sorprende Stoner passando sulla terra alla curva del Cavatappi di Laguna Seca nel GP Usa 2008 (Ap, Afp, Epa)

Per questo, una storia difficile da chiudere, impossibile da scordare. Costellata di avversari battuti, rispettati, odiati, da Max Biaggi a Sete Gibernau, da Casey Stoner a Jorge Lorenzo. E poi lui, Marc Marquez, un caso a parte. Per la stoffa del talento, per l’attitudine al passaggio di consegne. Una relazione che la longevità agonistica di Valentino ha minato prima, che l’impazienza di Marquez ha fatto saltare poi, in un finale di stagione, 2015, che avrebbe potuto dare a Rossi il decimo titolo, che ha lasciato nell’anima di Valentino una ferita aperta. Non la sola, non la più dolorosa perché nelle profondità nascoste e protette di Vale c’è soprattutto la morte di Marco Simoncelli, il primo fratello da gas e piega, una amicizia rotta da un dramma troppo vicino per essere superato.

Vita esuberante e morte improvvisa, nella migliore tradizione motoristica. Illuminate dalla luce di una personalità unica, travolgente, conservate grazie ad una riservatezza tanto celata quanto decisiva. Valentino si guarda dentro, ha imparato presto a riflettere per decidere, a trattare nell’ombra della solitudine i nodi del suo percorso.

L’ultimo campionato vinto da Rossi, nel 2009, e l’ironia sulla sua longevità agonistica — è lui la «gallina vecchia» (Ap)

Ciò che gli ha permesso di conservare una freschezza che nessun ritiro dalle corse compromette davvero; di dedicarsi come un padre ad una batteria di giovani piloti, a cominciare dal fratello Luca Marini; di mettere in piedi una azienda efficientissima, la «VR46», insieme agli amici di sempre. Ciò che l’ha portato a dire stop, nel momento in cui si appresta ad un’altra doppia avventura. Corse in auto, certo. E, soprattutto, una figlia, da attendere e poi da accompagnare scoprendo forse un’altra parte di se stesso ormai pronta a muoversi sul terreno delle emozioni, della responsabilità, dei sentimenti.

I caschi del «Fenomeno»

Nessuno come Valentino Rossi ha trasformato il casco in una forma di comunicazione con i suoi tifosi - e con i suoi avversari. Sberleffi, battute, omaggi: per anni, quello per capire come il «Dottore» ci avrebbe sorpreso con il suo casco è stato un appuntamento nell’appuntamento. È finita. Eppure, non finisce affatto. Serve accogliere un cambio di passo, di rotta, persino di abitudini. Bene così. Dal Dottor Rossi siamo stati curati benissimo e a lungo. Non pare giusto caricarlo di altro. Della nostra voglia di restare ragazzi, di giocare con la vita, lo sport, le aspirazioni. Peccato, ecco, per chi non c’era ancora. Con l’orgoglio di chi ha potuto condividere una particolare, indelebile intensità. Buon viaggio, dunque. A lui, a ciascuno di noi.

I risultati, gara per gara

Nel grafico qui sotto, è possibile vedere il posizionamento di Valentino Rossi in tutte le gare disputate nel corso della sua carriera.

MotoGP, Valentino Rossi si ritira con un 10° posto a Valencia. Finisce un'era dello sport. Il Tempo il 14 novembre 2021. Pecco Bagnaia ha vinto il Gp di Valencia, ultima gara della stagione. Il pilota della Ducati, alla sua quarta vittoria stagionale, ha preceduto la Ducati Pramac di Jorge Martin e l'altyra Ducati ufficiale di Jack Miller. A seguire Mir, Quartararo, Zarco, Binder e Bastianini. Valentino Rossi chiude la carriera lunga 26 stagioni - con la bellezza di 9 titoli mondiali - con un decimo posto. Rossi al termine del Gp di Valencia si è fermato davanti alla curva dei suoi tifosi raccogliendo gli abbracci dei piloti e di tutti i suoi fans mentre lungo il circuito sono iniziati i fuochi artificio e i fumogeni. Una carezza alla Yamaha poi Rossi, commosso, ha compiuto il giro d'onore per poi raggiungere i box. Si chiude l'era del 46 nel mondo del motociclismo.

Paolo Lorenzi per il “Corriere della Sera” il 14 novembre 2021. L'ultima gara di Rossi. Oggi si chiude un'epoca, domani comincia un'altra vita. Per lui e per chi dovrà riceverne il testimone. Un fardello pesante che nemmeno Valentino saprebbe a chi lasciare («Per me Migno conta come Franco o Pecco, difficile fare un nome»). Ma per come è andata la stagione Bagnaia parte favorito. Ieri ha sfiorato la pole position, prendendosi la decima prima fila consecutiva (e tirandosi dietro lo stesso Rossi, alla fine decimo). Il secondo posto nel Mondiale gli va persino stretto, dopo un finale di stagione in crescendo (tre vittorie in cinque gare). Nato nell'anno del primo titolo di Valentino, il 1997, trasferitosi sette anni fa da Torino alla corte di Rossi a Tavullia, potrebbe essere lui l'erede.

Sarà così?

«Nessuno raccoglierà l'eredità di Valentino, impossibile, e sinceramente non sono pronto ad affrontare la questione». 

È troppo presto?

«Questo è il giorno del "grazie Vale". Lo percepisci nell'aria, è il suo momento, la sua ultima gara. Ed è giusto così, è doveroso omaggiarlo. E d'altra parte i primi tre posti in MotoGp sono definiti. Resta aperta la classifica dei team, ma siamo in vantaggio». 

Che vuoto lascerà Rossi?

«Immenso. Perdiamo il pilota più completo di tutti i tempi. Tra i più veloci e il più carismatico. La sua capacità di stare davanti alle telecamere, di essere sincero e genuino, un vero trascinatore che ha appassionato un pubblico enorme. Ci mancherà». 

Rossi era già pronto a incoronarla sul trono della MotoGp quest' anno.

«Ma io sono soddisfatto così, perché negli ultimi due anni ho faticato e mi serviva una stagione di apprendistato, con moto e squadra nuove. Questo non era l'anno per vincere il titolo. Siamo maturati. Abbiamo fatto degli errori, sono caduto, ma i problemi ci hanno aiutato a crescere e in quest' ultima parte di stagione stiamo raccogliendo i frutti del lavoro, ponendo le basi per il prossimo anno». 

Cosa si porterà nel 2022?

«Tanta più esperienza, tanta più velocità, tanta più consapevolezza. E poi con la moto nuova avremo un pacchetto incredibile». 

La Ducati è stata all'altezza?

«A livello tecnico non mi è mancato nulla, sono evoluto insieme alla moto, l'abbiamo capita, adattata al mio stile di guida. Ovviamente in alcune piste fatichiamo, ma la Ducati di quest' anno è la più bilanciata in assoluto. Siamo stati veloci in circuiti tradizionalmente ostici. La doppietta di Jerez è la conferma». 

Cosa vorrebbe trovare sotto l'albero di Natale?

«Vorrei "coach" Casey Stoner nel box, a tutte le gare. Non lo conoscevo, mi ha fatto davvero piacere averlo con noi in Portogallo. È una persona particolare, ancora oggi vive e ragiona come un pilota». 

L'ha osservata e le ha dato i consigli giusti.

«È vero, c'era vento nell'ultimo tratto di pista, avevo intuito qualcosa e lui ha confermato le mie sensazioni. Ho messo in pratica i suoi consigli e ha funzionato». 

Tra Quartararo, Morbidelli e Marquez, ammesso che Marc torni come prima, chi teme di più?

«Quartararo è l'uomo da battere, ma sono in tanti da tenere d'occhio. Mir, Morbidelli, Miller, anche Marquez certo. Spero che riesca a riprendersi, non mollerà». 

Ultima gara a Valencia, pista ostica per lei.

«Non ho mai capito perché. Qui ho sempre faticato, come ad Aragon d'altronde, dove poi ho vinto. Ma quest' anno ho scoperto di trovarmi bene dappertutto. E a Valencia Jack è andato bene l'anno scorso. Chissà mai». 

 Ieri ha sfiorato una pole clamorosa, dando anche una mano a Rossi con la scia.

«Ancora un po' e mi faccio tamponare Può succedere quando il tunnel d'aria risucchia chi insegue. Non l'avevamo concordato, l'ho visto entrare in pista e gli ho fatto strada. Per Vale questo e altro, magari potessi aiutarlo ancora». 

Cosa dirà a Valentino oggi? «Eviterò di stargli addosso, c'ha già troppa gente intorno, troppa pressione. Lasciamogli godere quest' ultima gara da pilota, invece che da leggenda. Per celebrarlo ci sarà tempo anche dopo».

Valentino Rossi 10° nell'ultima gara a Valencia: le lacrime di Francesca, Ronaldo nel box, il delirio dei tifosi. E l'addio diventa una festa. Redazione Sport su Il Corriere della Sera il 14 Novembre 2021. Nell'ultima corsa della carriera il Dottore non cede all'emozione: partito decimo in quarta fila, conserva la posizione con una performance di qualità. La fidanzata Francesca, l'emozione dell'amico Uccio, poi la festa al box.  L'ultima corsa di Valentino Rossi, The Last Dance di una delle più grandi leggende dello sport mondiale, finisce con un decimo posto al circuito di Valencia davanti a 70mila tifosi tutti impazziti solo per lui. Dopo 25 anni di carriera,9 titoli mondiali (7 in 500/MotoGp, uno in 125, uno in 250), 371 corse, 115 Gp vinti (89 in top class), un ruolo fondamentale in pista e fuori, dove è stato uno dei più grandi «divulgatori» della disciplina, il Dottore corre una buonissima gara e a 42 anni saluta per sempre il Motomondiale che lo ha visto protagonista fin dal 1996.

È qui la festa

Alla fine della corsa i piloti lo salutano e lo abbracciano, mentre sugli schermi del circuito vanno in onda i ringraziamenti a Vale di tifosi come Tom Cruise, Roger Federer, Lewis Hamilton, Rafa Nadal, Gigi Buffon, Keanu Reeves. Poi l'ultimo giro in passerella e l'arrivo ai box, dove tutti lo aspettano per applaudirlo mentre lui, in piedi sulla sua M1, saluta col sorriso, come aveva promesso e chiesto. La leggerezza prevale sulla malinconia, lo champagne sulla tristezza, in puro Valentino style. Al box si intona «Vale, uno di noi», e non è solo un coro, ma una grande verità. È una festa «come voleva Valentino», dice l'amico di sempre Uccio, e allora parte il coro maradoniano per eccellenza: «O mamma mamma mamma, sai perché mi batte il corazon? Ho visto Valentino!». Poi uno «stage diving» da rockstar, con un tuffo fra i tifosi. «Come Jim Morrison a Los Angeles nel 68! È sempre stato il mio sogno, anche se avevo paura che poi non mi ritrovassero più...». Se non sapessimo che si è appena ritirato, sembrerebbe la festa per la vittoria di un Gran premio.

Le parole di Valentino

«Ero preoccupato per questo weekend, invece ho ricevuto tante sorprese e alla fine ci siamo divertiti — ha raccontato Rossi —. È stato un addio nel mio stile, abbiamo bevuto, saltato... E comunque non dimentichiamo che ho fatto una bella gara e sono arrivato decimo, questa è la cosa che mi ha fatto godere di più. Sono fiero di essere andato forte oggi: stamane mi sono svegliato pensando solo ad andare forte e non che stavo smettendo. Ero ispirato, e mi piace avere lasciato così. Adesso potrò dire che all'ultima gara ho fatto decimo, mica ultimo. Questa me la rivendo almeno per un cinque-sei anni...». Smettere insomma, dice ridendosela, «era una scusa per fare casino. Mi sono divertito molto. Magari smetto anche l'anno prossimo...».

Ronaldo al box

Prima, a Valencia, l'onda gialla aveva cominciato a muoversi sugli spalti già durante le gare della Moto 3 e della Moto2: anche se è Spagna — e se contro gli spagnoli qui nel 2015 Valentino ha vissuto uno dei momenti più tristi e controversi della sua carriera con il decimo titolo mondiale volato via per un presunto «biscotto» Marquez-Lorenzo — il popolo della moto sa riconoscere il suo eroe e decide di omaggiarlo al meglio. E al meglio lo omaggia anche Ronaldo il Fenomeno, uno dei suoi grandi idoli sportivi, ex campione della sua Inter, che passa dal box Yamaha e regala a Vale una maglia con il numero 46 e il nome Rossi. «Ho voluto dargli l'addio dopo una carriera meravigliosa, ci ha fatto sognare tutti — dice Ronaldo emozionato —. E poi abbiamo in comune la passione comune per l'Inter che ci fece conoscere alla Pinetina nel 1999. Da allora lui ha fatto la storia».

L'omaggio dei colleghi

La preparazione alla gara di Valentino è la consueta, la routine che abbiamo imparato a conoscere in 25 anni di carriera. La breve camminata dal box verso la pista in quarta fila è una passerella fra gli applausi e gli abbracci dei tifosi, dei colleghi piloti, di Loris Capirossi che lavora in direzione corsa, dei meccanici, di amici e avversari. Dal Brasile, dove a Interlagos sono in attesa di correre il Gp di F1 alle 18 italiane, i colleghi piloti seguono la corsa in tv, perché sanno che il momento è storico. Stoner dal box Ducati intanto racconta: «Il mare giallo per Rossi è un segnale bellissimo, immagino come sarà la sua ultima gara, negli ultimi giri penserà a tutta la sua carriera». Rossi riesce a mantenere la concentrazione. Serio come sempre, tappi nelle orecchie, sguardo fisso avanti, poi casco in testa; il solito rituale accucciato a fianco della sua M1; Francesca Sofia, la mamma della loro bambina che nascerà, lì con lui, ombrellina speciale per un giorno speciale. «Parlano i miei occhi, sono crollata dal terzo giro», dirà alla fine commossa, fra lacrime, sorrisi e gli scherzi degli amici di Vale, fra i quali Cesare Cremonini.

La corsa

Poi il via. Martin scatta primo, Valentino, decimo in griglia, guadagna subito una posizione che riperde al 4° giro, sorpassato da Zarco. Il serpentone sull'asfalto nello stadio di Valencia — una pista che Rossi non ha mai amato troppo — si allunga, Rossi cede un'altra posizione a Bastianini, uno dei giovani rampanti che proveranno a non farlo rimpiangere, ma poco dopo torna decimo per la caduta di Rins. Al 16° giro l'amico e allievo Bagnaia passa in testa, Vale intanto tiene, lasciandosi dietro l'altro amico Morbidelli e Dovizioso. A 5 giri dalla fine un'inquadratura mostra Francesca Sofia in lacrime e Uccio, l'amico storico di Rossi, visibilmente emozionato: «Lì, lo confesso, mi è venuto un bel magone». In pista Franky si avvicina, sembra uno di quei duelli che infiammano ogni settimana il Ranch di Tavullia, ma in realtà la battaglia non decolla. «Ho dato l'anima per stargli davanti — dirà Vale alla fine —. È stato bello correre con lui». Poi Bagnaia — che indossa il casco «Che spettacolo» di Rossi — vince la corsa davanti a Martin e Miller. Valentino invece chiude una carriera, un 'era, una storia d'amore collettivo che non dimenticheremo mai. 

“Grazie per lo spettacolo”. L’ultima gara di Valentino Rossi, i caschi le magliette e la commozione: “Volevano farmi piangere”. Rossella Grasso su Il Riformista il 14 Novembre 2021. “Hanno provato tante volte a farmi piangere. Ma questa doveva essere una festa”. Così Valentino Rossi dopo aver fatto l’ultimo giro sul circuito di Valencia, dopo aver salutato i tifosi e baciato l’asfalto. Dopo essersi dato al grande e caloroso abbraccio dei piloti e della sua squadra. Non se l’aspettava che l’ultimo giorno in pista sarebbe stato così pieno di emozioni. Lui, The Doctor, che sul circuito è sempre stato sorridente e burlone, nel giorno del saluto non trattiene le lacrime. E la festa è stata grande. È stato un giorno storico. The last dance di una delle più grandi leggende dello sport mondiale, finisce con un decimo posto al circuito di Valencia davanti a 70mila tifosi tutti impazziti solo per lui. Dopo 25 anni di carriera,9 titoli mondiali (7 in 500/MotoGp, uno in 125, uno in 250), 371 corse, 115 Gp vinti (89 in top class), un ruolo fondamentale in pista e fuori, ha svolto un’ ottima gara e a 42 anni saluta per sempre il Motomondiale che lo ha visto protagonista fin dal 1996.

Ronaldo ai box prima della gara

La festa è iniziata prima della gara. La passerella tra amici e colleghi tra i box, gli abbracci e gli applausi. Sugli spalti una incredibile ondata gialla. “Grazie per lo spettacolo”, recita uno striscione ai box. Anche Ronaldo decide di andarlo a salutare. Il Fenomeno è uno dei suoi grandi idoli sportivi, ex campione della sua Inter, che passa dal box Yamaha e regala a Vale una maglia con il numero 46 e il nome Rossi. “Ho voluto dargli l’addio dopo una carriera meravigliosa, ci ha fatto sognare tutti — dice Ronaldo emozionato — E poi abbiamo in comune la passione comune per l’Inter che ci fece conoscere alla Pinetina nel 1999. Da allora lui ha fatto la storia”.

I caschi a lui dedicati dai piloti dell’Academy

In pista i colleghi piloti, gli allievi della sua Academy, hanno indossato caschi a lui dedicati. Rappresentano momenti iconici della carriera di Valentino Rossi. “Che spettacolo”, recita il caso di Pecco Bagnaia che ha riportato in pista il casco del 2004. Non poteva essere altrimenti per il pilota Ducati, grande rappresentante della Academy quest’anno. Dal 2004 si vola al 2008 con Luca Marini, che ha scelto di omaggiare suo fratello con il casco 5 Continents 2008, anno del suo ottavo e penultimo titolo mondiale. Il salto temporale è incredibile con Franco Morbidelli, che ci riporta a Imola 1999. Il pilota Yamaha infatti indosserà l’iconico casco Peace&Love per rendere omaggio a colui che è stato il suo compagno di squadra in questo 2021 che segna un’epoca.

Le magliette “14 + 11+21= 46”

In tanti sono accorsi ad omaggiare Valentino Rossi indossando le iconiche magliette del giorno. “14 + 11+21= 46”. Per una incredibile casualità sommando i numeri che compongono la data odierna la somma fa proprio 46, il numero di The doctor.

Il saluto dei vip di tutto il mondo a Valentino Rossi

Alla fine della corsa i piloti lo salutano e lo abbracciano, mentre sugli schermi del circuito vanno in onda i ringraziamenti a Vale di tifosi come Tom Cruise, Roger Federer, Lewis Hamilton, Rafa Nadal, Gigi Buffon, Keanu Reeves. Poi l’ultimo giro in passerella e l’arrivo ai box, dove tutti lo aspettano per applaudirlo mentre lui, in piedi sulla sua M1, saluta col sorriso, come aveva promesso e chiesto. La leggerezza prevale sulla malinconia, lo champagne sulla tristezza, in puro Valentino style. Al box si intona “Vale, uno di noi”, e non è solo un coro, ma una grande verità. È una festa “come voleva Valentino”, dice l’amico di sempre Uccio, e allora parte il coro maradoniano per eccellenza: “O mamma mamma mamma, sai perché mi batte il corazon? Ho visto Valentino!”.

“Ho fatto lo stage diving come Jim Morrison nel 1978”

“Ho fatto lo stage diving come Jim Morrison nel 1978. E sognavo di farlo al Mugello. E’ stato un bel weekend, ero un po proeccupato alla vigilia. Ma ci sono state delle grandi sorprese. E poi con la festa ci siamo divertiti”. Così Valentino Rossi a Sky Sport, al termine del Gp di valencia, ultima gara in carriera. “Non sapete quanto sono fiero di essere andato forte oggi e di aver fatto il massimo”, ha aggiunto.

“Il ritiro era una scusa per fare casino. Magari smetto anche l’anno prossimo. Sono molto contento di aver fatto una bella gara. Ho finito tra i primi dieci piloti al mondo. Ero in forma oggi, ispirato. Mi pace aver lasciato così. Ho fatto decimo. E questo risultato me la porto avanti almeno per altri 5 anni. Adesso piano piano penserò che ho smesso, ma al momento è finito il campionato”. Così a Sky Sport, Valentino Rossi, al termine del Gp di Valencia, ultima gara della su carriera. “Ho sempre cercato di fare un’ultima parte della stagione nel mio stile. Ieri quando mi hanno fatto vedere i miei aschi è stata dura, non potevano fare di meglio, è stato bellissimo”, ha aggiunto. “Morbidelli? Ho dato l’anima per stargli davanti, alla fine è stato sempre dietro. Avevo sognato di passare in impennata ma è stato bello arrivare insieme, a lui. Sono convinto che Franco sarà lì davanti per vincere il mondiale”, ha concluso.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

MotoGP Valencia, vince Bagnaia. Ultima gara di Valentino Rossi: “La cosa più bella è essere diventato un’icona”. Ilaria Minucci il 14/11/2021 su Notizie.it. Conclusa la stagione di MotoGP con l’addio di Valentino Rossi che si è posizionato al decimo posto: la vittoria è di Francesco Bagnaia. L’ultima gara della stagione di MotoGP si è tenuta a Valencia e ha visto Valentino Rossi competere per l’ultima volta, prima di ritirarsi definitivamente e concludere la sua carriera nel mondo del motociclismo. Nel giorno del suo addio alla MotoGP, Valentino Rossi ha chiuso la stagione classificandosi al 10° posto mentre la competizione è stata vinta da Francesco Bagnaia con Ducati. Nella giornata di domenica 14 novembre, l’ultima gara di MotoGP è stata disputata a Valencia e si è conclusa con il trionfo di Francesco Bagnaia con Ducati. A questo proposito, Ducati è riuscita a occupare tutti e tre i gradini del podio con Jorge Martin che si è piazzato in seconda posizione dopo essere partito in pole position e Jack Miller che è arrivato terzo. Nella top ten della gara di Valencia, poi, Bastianini si è classificato all’ottavo posto mentre Valentino Rossi ha conquistato la decima posizione. Per quanto riguarda la vittoria di Bagnaia, il pilota è volato al comando nel corso del 15esimo giro riuscendo a tagliare il traguardo per primo e ottenendo il secondo posto al Mondiale, dietro Fabio Quartararo. La gara disputata sul circuito di Valencia ha rappresentato l’ultima competizione della carriera motociclistica di Valentino Rossi che, nei mesi scorsi, aveva annunciato il suo ritiro dal mondo della MotoGP. Dopo aver oltrepassato il traguardo con la sua 10° posizione, Valentino Rossi è stato accolto dalla curva dei suoi fan, pronti a salutarlo, mentre ai box della Yamaha è stato accolto da uno striscione che riportava la frase “Grazie per lo spettacolo”. In questo contesto, erano in circa 70.000 a comporre il pubblico presente a Valencia che acclamavano e urlavano il nome del Dottore. Al termine della gara, inoltre, il campione del mondo Fabio Quartararo ha compiuto un giro della pista sventolando una bandiera gialla per rendere omaggio al Dottore mentre gli altri piloti attendevano l’arrivo di Valentino Rossi per abbracciarlo e salutarlo. Francesco Bagnaia, che ha corso indossando il casco n. 46 con la scritta “Che Spettacolo”, invece, ha dichiarato: “Oggi ho sentito che tutto era possibile. Volevo regalare questa vittoria a Valentino. La mia gara è per lui, per tutto quello che ha fatto per noi dell’Academy”. L’ultima competizione della sua carriera in MotoGP è stata commentata da Valentino Rossi, 9 volte campione del mondo. Il pilota, visibilmente commosso, ha deciso di commentare l’evento con le seguenti parole: “La cosa più bella per me in tanti anni di motociclismo è esser diventato un’icona. In queste stagioni in cui sono sceso in pista, tanta gente grazie a me si è interessata a questo sport, facendolo diventare più famoso e seguito. Tra noi piloti si parla della gara, ma essere stato un’icona è quel che mi resta di più bello”. Valentino Rossi, poi, ha affermato che il suo sogno era “diventare campione del mondo della MotoGP e l’ho realizzato”. In relazione all’ultimo MotoGP al quale ha partecipato, poi, il campione ha ammesso: “Starebbe stato importante vincerlo, sarebbe stato come chiudere il cerchio, ma è andata così. Non mi lamento, ho fatto una carriera molto lunga, già lottare per la vittoria è sempre un enorme divertimento”. Il Dottore ha anche rivelato quale sia stato il momento più brutto della sua carriera, rivelando: “Il momento più brutto? È stato quando ho deciso di smettere. Verso giugno è stata dura, se fossi stato più competitivo avrei anche continuato invece ho dovuto smettere. Ora mi sento abbastanza bene, anche se sto provando sensazioni particolari – e ha spiegato –.Da lunedì sarà tutto diverso, la mia vita sarà completamente differente sto cercando di non pensarci. Proverò solo a divertirmi questo weekend. E poi? Continuerò come pilota di auto, cercherò di divertirmi”. Infine, Valentino Rossi si è espresso in merito alla sorpresa che gli è stata fatta dai nove piloti del motomondiale che hanno bazzicato nella sua Riders Academy. I piloti, infatti, hanno voluto omaggiare il campione a Valencia, gareggiando con un casco speciale che ha contribuito a fare la storia del loro “maestro”. Commentando l’iniziativa, Rossi ha dichiarato: “È stata una bella sorpresa, davvero non me lo aspettavo. Il più bel regalo che potessero farmi”.

Da corrieredellosport.it il 14 novembre 2021. Entra nel vivo il giorno dell'addio di Valentino Rossi alla MotoGp. Tra saluti e ringraziamenti, uno in particolare ha scaldato il cuore del pesarese a pochi minuti dalla gara di Valencia. Ronaldo il “Fenomeno” ha infatti raggiunto il numero 46 nel suo box, scambiandosi battute e complimenti reciproci. Non è un segreto infatti che Rossi sia un grande estimatore della leggenda brasiliana, soprattutto per il passato all'Inter, squadra del cuore di Valentino.

Le parole di Ronaldo

Ma anche lo stesso Ronaldo vede in Rossi un punto di riferimento, un'icona delle due ruote. I due si sono visti per la prima volta anni fa a Milano: "Ha fatto sognare tutti, è stato un grande, abbiamo in comune la passione per l'Inter, ci siamo conosciuti alla Pinetina. Sono venuto apposta per salutare un grande campione", ha rivelato a Sky Sport l'attuale presidente del Real Valladolid che si è spostato fino a Valencia per commemorare il 'Dottore'.

Salvatore Amoroso per gazzetta.it il 14 novembre 2021. Non poteva esserci addio migliore. È questo il sentimento comune diffuso all'interno del paddock al Ricardo Tormo di Valencia per l'ultima gara in MotoGP di Valentino Rossi, conclusa al 10° posto in una gara vinta da Francesco Bagnaia protetto da uno dei caschi leggendari del Dottore. Dopo il traguardo, scatta subito la festa per Valentino, omaggiato dalle persone che lo hanno accompagnato durante la sua carriera. "Mi piace aver lasciato così, molto nel mio stile – afferma Rossi che con le sue esultanze ha inventato un'epoca lunga 26 anni – Hanno provato tante volte a farmi piangere però doveva essere una festa. Smettere era solo una scusa per fare casino". "È stato un bel weekend, ero molto preoccupato per l'emozione – analizza Rossi ai microfoni di Sky Sport, dopo aver dato tutto per confermare la decima posizione ottenuta dopo la super qualifica di sabato – finire in top 10 dietro ai piloti più forti del mondo è stato bellissimo, potrò dire di non aver chiuso l'ultima gara in ultima posizione: questa cosa me la porterò per i prossimi anni". Un weekend condito da omaggi e sorprese continue, anche dai piloti della sua Academy: "I ragazzi mi hanno dedicato i caschi. Ieri sera quando mi hanno fatto vedere quello che avevano preparato è stato emozionante, non potevano fare meglio". In conclusione, una parola per il compagno di team Morbidelli: "Sono convinto che Franco sarà lì a giocarsi il titolo".    L'ultima di Rossi è stata anche l'occasione per tifosi e amici di dedicare un pensiero a Valentino. In primis Uccio Salucci, amico di sempre e assistente personale: "Grande festa, dopo una carriera così è giusto chiudere con gioia. Il magone nel finale di gara". A Valencia era presente anche Cesare Cremonini, cantante e amico del numero 46 che ha descritto il momento con la celebre frase "domani sarà un giorno migliore". Anche Francesco Bagnaia ha dedicato parole e gesti a Vale: "È questo l’unico modo per celebrare il più grande di tutti. L’abbraccio con Vale è stato bello, perché sono riuscito a trasmettere a lui quello che lui significa per me". Parole d'amore anche da Francesca Sofia Novello, compagna del Dottore in attesa di una bambina: "Parlano i miei occhi. Non ci sono le parole. Mi sono innamorata di un uomo straordinario".

Valentino Rossi nominato MotoGP Legend: “Pensavo al ritiro come un incubo, mi sono divertito”. Valentino Rossi è stato nominato MotoGP Legend al tradizionale Galà di Valencia di fine stagione: il Dottore entra nell’Olimpo del Motomondiale nel giorno in cui ha posto fine alla sua brillante carriera. A cura di Vito Lamorte su Fanpage il 15 novembre 2021. Valentino Rossi è stato premiato al Galà di Valencia come "MotoGP Legend", un riconoscimento che viene assegnato qualche anno dopo la fine della carriera: il Dottore lo ha ricevuto nel giorno stesso in cui ha lasciato per sempre il casco e i guanti. Il numero 46 è stato uno dei protagonista assoluto del Galà nel giorno del suo ritiro: nella serata dei FIM Awards il campione di Tavullia si è ritagliato il suo spazio e tutti hanno voluto omaggiarlo con una bella standing ovation. Rossi era accompagnato dalla sua compagna Francesca Sofia Novello, che nel pomeriggio aveva speso parole bellissime nei confronti del numero 46 al termine della sua ultima corsa, ma il 9 volte campione del mondo da questa sera è ufficialmente una leggenda della MotoGP. Dopo 26 stagioni da sogno è arrivato un altro riconoscimento incredibile per ValeRossi, che ha accolto questo premio con grande soddisfazione dopo tutti i pensieri e gli omaggi nel weekend del Ricardo Tormo. Il 42enne è stato premiato dal CEO della Dorna, Carmelo Ezpeleta, e ha svelato una sua grande paura: "Ho sempre pensato a questo giorno come un incubo ma invece sono molto contento, è stato anche divertente grazie all'affetto dei miei colleghi, i tifosi, i miei amici". Valentino Rossi è il sesto italiano che entra a far parte di questa hall of fame riservata alle leggende del motomondiale dopo Giacomo Agostini, Marco Simoncelli, Marco Lucchinelli, Carlo Ubbiali e Franco Uncini: così l'Italia ha staccato il Regno Unito, fermo a 5, e si è portata a due lunghezze dagli Stati Uniti (8). Ezpeleta si è espresso così nei confronti di Valentino Rossi dopo la consegna del premio: “L’unica cosa che posso dire a Vale è grazie mille. È stato fantastico dal 1997 in Malesia, abbiamo visto un ragazzo fare gare fantastiche ma anche molto speciali per tanti motivi. Abbiamo iniziato a parlare con lui allora e da quel momento, tutto quello che abbiamo fatto insieme, con tutti quelli che lavorano in MotoGP, è stato fantastico. Prima di tutto Valentino è stato un pilota incredibile, anche ieri, a 42 anni, era a pochi decimi da Fabio. Ma anche la sua personalità, la situazione che ci ha aiutato a creare, la Safety Commission, è qualcosa di molto speciale. Queste sono tutte le parole che posso dire. Grazie, Valentino!”

Vale, mancherai a tutti. E pure l'addio diventa "show per fare casino". Maria Guidotti il 15 Novembre 2021 su Il Giornale. Rossi chiude con un 10° posto: "Felice che sia finita così". Bagnaia: "Volevo vincere per lui". Grazie Vale. Una marea gialla di 147mila tifosi ha salutato il 9 volte campione del mondo nel giorno dell'addio alla MotoGP a Valencia in Spagna. L'omaggio di tutti i piloti dell'Academy VR46 che per l'occasione indossavano uno dei caschi iconici che hanno reso il biondino di Tavullia il più grande di tutti i tempi, le lacrime, gli abbracci di tutti i colleghi della MotoGP e poi i fuochi d'artificio, i cori da stadio e tutto il paddock che con un cordone umano ha scortato il campionissimo nel suo ultimo ballo in sella alla Yamaha M1. Una coloratissima festa rock per il Dottore che ha portato la sfrontatezza, la simpatia e l'ironia nella MotoGP. «Mica male eh?». Il primo commento di Rossi ai meccanici all'arrivo al box. Decimo dopo aver martellato giro dopo giro su 1'31.8, il Dottore non molla neanche all'ultima gara e ai box si festeggia come fosse la vittoria di un mondiale, quel decimo titolo, sfumato proprio a Valencia nel lontano 2015, con la straordinaria rimonta del Doc su Jorge Lorenzo, mentre Marc Marquez, fuori dai giochi, faceva da guastafeste. Dal primo gradino del podio, Pecco Bagnaia, uno degli allievi prediletti della VR46, dedica a Rossi la vittoria sventolando il casco Che spettacolo, raccogliendo idealmente il testimone di erede, insieme a Fabio Quartararo, il neo-iridato MotoGP e Franco Morbidelli. «Nell'abbraccio a Vale nel giro d'onore ho voluto esprimere tutta la mia gratitudine, non sarei qui senza di lui», confessa il ducatista, grande protagonista della 2ª parte di stagione. «Vale è il mio idolo da sempre», commenta il francese sventolando la bandiera 46, «non è stato facile prendere la moto di Valentino nel suo ultimo anno. Vale è unico e irripetibile, ma penso di aver meritato questo titolo». «In gara Vale guidava da paura. Immenso. Ma smette davvero?», commenta Morbidelli, designato dallo stesso Vale insieme a Pecco, come contendente al titolo 2022. Intanto nel box Petronas è festa. «Avevo sempre sognato di fare stage diving come Jim Morrison a Los Angeles nel 1978. Ci avevo già pensato una volta al Mugello, ma forse non sarei sopravvissuto», scherza Rossi, versione rockstar. «È stata una bellissima soddisfazione. Doveva essere così, nel mio stile. Da giovedì sono state tante le sorprese: dalle moto con cui ho vinto i 9 titoli, ai ragazzi della VR con i miei caschi in Moto3 come in MotoGP. La legacy continua», sorride, pensando ai figli che Valentino, futuro papà di una splendida bambina, lascia in eredità ad uno sport che tanto ha amato. «Ero un po' nervoso alla viglia del GP, ma in gara è prevalso il pilota e sono fiero di questo decimo posto. Quando ho abbassato la visiera, ho pensato solo a fare un bel risultato, non mi ha sfiorato il pensiero che fosse l'ultima danza». Immenso, generoso, pilota sino in fondo. E mentre scorrono i titoli di coda di un'avventura bellissima sigillata da 9 titoli iridati, 115 vittorie e 235 podi, arrivano i messaggi di Lewis Hamilton, Roger Federer, Ronaldo, Pirlo, Buffon, Tom Cruise, Keanu Reeves, Casey Stoner, Lorenzo e Stefano Domenicali, oggi boss della F1, ma in Ferrari quando Rossi pensava ad un passaggio alle 4 ruote. Da domani il suo futuro. Maria Guidotti

Valentino Rossi, grazie di tutto: a Valencia cala il sipario sulla carriera del più forte: 10° posto, vince Bagnaia. Libero Quotidiano il 14 novembre 2021. Grazie Valentino, grazie di tutto. Grazie davvero e grazie di cuore. Finisce la carriera di Valentino Rossi, 26 anni di trionfi e spettacolo. Cala il sipario sulla parabola dell'uomo che ha fatto innamorare il mondo intero delle moto. A Valencia, l'ultima tappa, il Dottore chiude in decima posizione, ma conta poco. Conta la festa, l'affetto, le lacrime delle persone, commosse nell'assistere a quello che è un momento storico, e triste, nella storia delle due ruote. Nel giorno della festa del Dottore, a Valencia, vince Francesco Bagnaia, in una giornata pazzesca per la Ducati: sul podio infatti solo moto di Borgo Panigale, che conquista anche il titolo costruttori 2021. Per Valentino Rossi, una gara condotta alla grande, da campione vero: partito dalla decima casella in griglia e arrivato nella stessa posizione dopo una gara fatta di sorpassi e amministrazione che lo ha portato al traguardo dietro l'Aprilia di Aleix Espargarò e davanti la Yamaha dell'amico, e discepolo, Franco Morbidelli. Nella stagione che poteva regalargli il 200° podio in MotoGp, Rossi saluta e lascia un vuoto incolmabile nel mondo del motociclismo. Per quel che riguarda la gara di oggi, Bagnaia insegue a lungo Jorge Martin, per poi sorpassarlo e sfuggirgli via come solo la potenza della Ducati sa fare. Al traguardo è ennesimo successo per Pecco, con tripletta della Ducati completata da rookie dell'anno Jorge Martìn e Jack Miller. Ma le attenzioni, dopo la fine della gara, sono tutte - doverosamente - per il Dottore, che si concede un lunghissimo ultimo giro d'onore, circondato e assediato dalla folla. Valentino Rossi incassa l'applauso scrosciante dei 70mila spettatori di Valencia: anche la Spagna ama valentino, forse più di quanto abbia mai amato alcuni dei suoi piloti. Grazie ancora, Valentino.

Valentino Rossi, la confessione dopo l'addio: "Hanno provato tante volte a farmi piangere". Libero Quotidiano il 14 novembre 2021. "Hanno provato tante volte a farmi piangere però doveva essere una festa. Smettere era solo una scusa per fare casino": Valentino Rossi ha detto definitivamente addio alla MotoGp, disputando oggi l'ultima gara, in cui è arrivato decimo. Il campione, però, ha spiegato che non poteva esserci un commiato migliore, con una mega-festa che è scattata subito dopo la fine della corsa. Il Dottore è stata celebrato e omaggiato da tutte le persone che lo hanno accompagnato durante la sua carriera. "Mi piace aver lasciato così, molto nel mio stile", ha detto Rossi. Che ai microfoni di Sky Sport ha aggiunto: "È stato un bel weekend, ero molto preoccupato per l'emozione, finire in top 10 dietro ai piloti più forti del mondo è stato bellissimo, potrò dire di non aver chiuso l'ultima gara in ultima posizione: questa cosa me la porterò per i prossimi anni". Il campione ha raccontato di essere stato sorpreso anche dai piloti della sua Academy: "I ragazzi mi hanno dedicato i caschi. Ieri sera quando mi hanno fatto vedere quello che avevano preparato è stato emozionante, non potevano fare meglio". Alla fine il Dottore ha speso una parola anche per il compagno di team Morbidelli: "Sono convinto che Franco sarà lì a giocarsi il titolo". Tanti gli amici che hanno festeggiato insieme a Valentino questo addio. Tra di loro a Valencia c'era anche Cesare Cremonini, cantante e amico del numero 46, che ha descritto il momento con la celebre frase di una sua canzone, "domani sarà un giorno migliore". 

Valentino Rossi, "cosa ho sacrificato per lui": Mauro Corona, commovente confessione nel giorno dell'addio. Libero Quotidiano il 14 novembre 2021. L'ultima gara. Incredibile, triste, malinconico, ma vero: cala il sipario sulla strepitosa e ineguagliabile carriera di Valentino Rossi. Il suo ultimo gp è a Valencia, oggi, domenica 14 novembre. Ultimo atto della storia di quello che per Lewis Hamilton "forse è il pilota più forte di tutti i tempi". Già, il Dottore è leggenda. E lo è da tempo, con i suoi nove titoli mondiali (e quel decimo rubato in malo modo da Marquez e Lorenzo, ma oggi non è tempo per le recriminazioni). E nel giorno dell'addio alla MotoGp, l'ondata di affetto per Rossi è pazzesca, travolgente: tutti ne parlano, tutti lo celebrano e in particolar modo i social sono invasi da dediche, pensieri, tributi. Per esempio gli hashtag #GrazieVale e #ValentinoRossi spopolano in tendenza da ore e continueranno a farlo per altrettante ore. E tra tutte le dediche ricevute dal pilota, forse ce n'è una che colpisce più delle altre. Dedica a sorpresa, firmata da Mauro Corona, che dice la sua su Twitter. "Un saluto a Valentino Rossi con l'augurio di nuovi, diversi, successi - premette lo scrittore e alpinista, presenza fissa di CartaBianca -. Amo le moto da corsa fin da giovane. Non ho perso un gran premio sacrificando a volte domeniche alla montagna", rivela Corona. E ancora: "Mi manca bere una birra con lui ma chissà! Presto guiderà la moto di genitore, più facile da pilotare, ma non meno impegnativa. Abbraccio". Parole toccanti, quelle dello scrittore per il campione.

Il messaggio commovente in un video pubblicato dalla casa motociclistica. “Sei parte di me”, la lettera d’amore della Yamaha per il campione Valentino Rossi. Andrea Lagatta su Il Riformista il 14 Novembre 2021. Il pianto, il sorriso, la festa, la doccia di spumante e gli abbracci tra gioia e mestizia cacciando via il magone che mai riuscirà a dare spazio ai rimpianti. Rossi c’è. E dalla passione e dalle lacrime versate dai suoi fan in una Valencia tinta interamente di ‘giallo’ nel celebrare un memorabile addio tra fumogeni e fuochi d’artificio, Vale ci sarà sempre nei cuori di un pubblico in delirio. In una domenica che passerà alla storia per la vittoria con dedica di ‘Pecco’ Bagnaia piena di simbolismi con tanto di casco con la scritta ‘Che spettacolo’ di Valentino, Rossi ha salutato il “circus” dopo 26 anni di servizio chiudendo a modo suo, con un decimo posto di tutto rispetto, prima di dare libero sfogo alle emozioni. Sotto il casco nel corso del giro d’onore finale non ha nascosto le lacrime per il tributo che gli è stato riservato da tutti, i piloti, i fans, gli amici, i collaboratori e tutto lo staff. Poi nell’abbracciare la sua fidanzata e togliersi via un velo di malinconia, ha ripreso a sorridere e scherzare tra canti e balli.

La lettera d’amore della Yamaha

Yamaha ha voluto lasciare una “lettera d’amore” al campione che ha reso grande il nome della casa motociclistica, ripercorrendo tutti i passaggi di una esperienza fatta di successi, sacrifici e anche molto divertimento: dal primo bacio sull’erba di Welkom nel 2004, quando nessuno fino all’ultima corsa a Valencia. La casa giapponese ha voluto omaggiare il campione con un messaggio firmato da quella che è stata la sua moto per 16 anni, la Xzr M1, che è apparso sui social della casa di Iwata nel giorno dell’addio alle corse di Valentino Rossi.

“Posso ricordare quel sabato 24 gennaio 2004 come se fosse ieri. Il nostro primo appuntamento in Malesia”, si legge nel comunicato dalla casa di Iwata. “Aspettavo qualcuno come te da tempo, ero nervosa ma è stato amore a prima pista”, poi sono venuti quattro titoli iridati nella classe regina e 56 gare disputate complessivamente. “Abbiamo fatto la storia perché abbiamo lavorato come una cosa sola, tirando fuori il meglio l’una dall’altro e dal nostro primo bacio sull’erba di Welkom all’ultimo ballo a Valencia quest’anno, abbiamo condiviso tante straordinarie avventure”. “Dal Mugello a Motegi, da Silverstone a Sepang e da Barcellona a Buriram, ci siamo sempre stati l’uno per l’altro. Ti ho dato tutta me stessa, come tu hai dato tutto a me. L’unica cosa di cui farò sempre tesoro sono i nostri discorsi sulla griglia. Eravamo io e te contro il mondo. Tu ed io eravamo ‘O si corre o si Muore’. Ma, purtroppo, anche le storie d’amore più belle finiscono. Valentino, sei parte di me”, si legge nella lettera. Ma non è mai riuscita a trattenere le lacrime Francesca Sofia Novello, la compagna di Valentino Rossi che oggi ha detto salutato la MotoGP. “Parlano i miei occhi, dal terzo giro son crollata“, ha detto la modella, da quattro anni compagna di Valentino Rossi ed ora incinta del nove volte campione del mondo.

“Unico rimpianto? Essere arrivata tardi”

Intervistata da Sky Sport a fine gara del campione, Francesca Sofia Novello ha detto: “L’unico dispiacere vero che ho, lo dico sempre, è di essere arrivata tardi, negli ultimi 4 anni della sua carriera. Non ho vissuto vicino a lui tutte le gioie e le emozioni degli anni in cui vinceva tutto. Lo dico perché le emozioni sono sempre forti per me, anche quando arriva decimo in qualifica, non oso immaginare cosa avrei provato se ci fossi stata in quel periodo. Ma allo stesso tempo sono estremamente contenta di essere arrivata al momento giusto“. E in merito alla paternità, la compagna 27enne di Valentino è convinta che il campione non si sia reso conto del bellissimo momento che sta per vivere “ma è molto curioso, mi fa un sacco di domande. I nomi? Siamo indecisi tra due“, commenta Novello, consapevole di aumentare la curiosità dei fan del campione di MotoGp.

“Fiero di aver chiuso nei dieci migliori del mondo”

L’ultima gara di Valentino Rossi è da rockstar. “Sono contento di aver fatto una bella gara. Ho chiuso nei 10 migliori piloti del mondo. Sono fiero delle mia ultima“, così ha commentato, tra la gioia e la malinconia, Valentino Rossi a Sky, raccontando la soddisfazione di aver corso da pilota vero anche l’ultima prova in carriera. “Piano piano capirò che ho smesso, ma per ora la vivo solo come l’ultima della stagione. Mi sono trovato bene, magari smesso anche l’anno prossimo” ha scherzato poi. “Fare stage diving come Jim Morrison a Los Angeles era sempre stato il mio sogno. Volevo farlo già al Mugello, ma temevo che non mi ritrovassero più”.

Andrea Lagatta

Massimo Brizzi per gazzetta.it l'11 novembre 2021. La passerella finale. L'ultimo GP di Valentino Rossi appare con un enorme tappeto rosso srotolato sul circuito Ricardo Tormo di Valencia, tappa conclusiva della stagione 2021. Con i mondiali, piloti e costruttori, assegnati, la star non può che essere lui, al centro di flash e microfoni per una conferenza apposita, con l'esposizione di tutte le nove moto con cui ha vinto i suoi mondiali in carriera (sotto), fra cui la prima Yamaha M1 del 2004, quella della storica vittoria di Welkom.  "Questa è bellissima, io ce l'ho in camera da letto: quando mi sveglio la vedo", dice Valentino che, nello scoprirle, rinnova l'emozione di salire in sella a ognuna. "Io molte di queste moto ce le ho a casa, ma vederle tutte insieme fa un certo effetto - dice Rossi, che si presta a una serie infinita di foto ricordo -, mi fa pensare a tutta la strada fatta fin qui e quanto ho ottenuto da questo sport. L'ultima gara vorrei poter dire che è normale ma non è così: è un momento speciale e un'emozione particolare. È una sensazione strana: dopo Valencia di solito inizia una lunga vacanza, ma per me scatterà una vita diversa, in cui continuerò a correre in auto, ma che sarà ovviamente differente. In questi mesi, dopo l'annuncio del ritiro in Austria, ho realizzato meglio quello che ho fatto: fino a quel punto ero solo un pilota, quindi concentrato su assetti, curve e quello che sto ancora facendo, poi ti soffermi meglio e realizzi di essere orgoglioso di quanto realizzato. Il momento peggiore però già l'ho passato: è stato quando ho deciso di smettere. Verso giugno ho capito che non ero più abbastanza competitivo e la decisione di smettere è nata lì: quello è stato il momento più duro da affrontare, mentre nel complesso ora mi sento bene". Le Honda mancano nella sua collezione privata di moto, ma Valentino si aspetta un regalo da Tokyo: "La Honda l'ho chiesta ad Albert (Puig): quella 500 me la dovevano dare anni fa, avevo già fatto posto a casa e poi è saltato tutto, ma sarei felice se me la potessero regalare. La tratterei bene, curandola con attenzione, prometto", dice sorridendo. La somma della data del suo ultimo GP, 14-11-21, fa 46 e la cosa appare molto più che simbolica: "Ci siamo detti che non era facile convincere Dio a far coincidere la cosa, magari è un segno o è accaduto per caso - dice Vale -. Dopo la gara di domenica non so se verserò delle lacrime o meno: di solito preferisco ridere, è il mio carattere. Non so se piangerò, spero non accada". Tante vittorie, ricordi ed emozioni per un campionissimo, ma Valentino ha un orgoglio speciale. "Ho visto che negli anni sono diventato un'icona per il motomondiale: in tanti hanno iniziato a seguire le moto per seguire la mia attività e questa è stata la cosa migliore della mia carriera - dice Rossi - perché ho aiutato a migliorare il mio sport facendo avvicinare i giovani e anche molti anziani. Il numero 46 resterà, in tanti proseguiranno la loro attività, io andrò a qualche gara, ma non so se mi divertirò a esserci senza poter correre: ve lo dirò l'anno prossimo". Rimpianti e sogni fanno parte della vita di tutti, ma per un fuoriclasse come Valentino Rossi vanno declinati in modo particolare: "Ho vinto tanto, non posso che essere soddisfatto - dice Vale -. Ho lottato tanto per centrare il 10° titolo, il mio ultimo è stato del 2009, e mi sarebbe piaciuto conquistare quello del 2015, sarebbe stato importante. Il 10 sarebbe stato come chiudere un cerchio, ma è andata bene così. Anche i 200 podi sarebbero stati belli, ma non posso certo lamentarmi. Avevo il sogno di diventare un campione di MotoGP, ce l'ho fatta ed è andata bene così: adesso diventerò papà e mi aspettano altre cose belle. Mi è sempre piaciuto guidare, andare in moto, stare con il mio team: l'essermi sempre divertito è stato il mio pensiero positivo quotidiano a ogni risveglio e credo che la cosa non cambierà". In carriera Rossi ha incrociato le armi con moltissimi rivali e analizza così le sue innumerevoli battaglie con i nemici del momento: "La rivalità lì per lì non l'apprezzi, ma in realtà è fantastica perché ti fa scoprire la capacità di andare oltre i tuoi limiti - dice Rossi -. È una cosa che ho apprezzato soprattutto a inizio carriera, e quindi come rivali mi vengono in mente Max Biaggi, eravamo anche due italiani e fu una grande lotta, ma poi anche Casey Stoner, Jorge Lorenzo, Marc Marquez: mi sono sempre divertito contro di loro, è un qualcosa che a posteriori apprezzi molto". Alla fine, l'abbraccio sincero dei suoi attuali rivali, in fila per salutarlo, è la cosa che maggiormente suggella la grandezza incastonata da Valentino nella sua ineguagliabile carriera.

Paolo Lorenzi per il “Corriere della Sera” il 12 novembre 2021. Più delle vittorie alla fine ha contato l'affetto del pubblico. Nella conferenza stampa speciale a lui riservata a Valencia, per l'ultima gara della stagione e della sua carriera, Valentino Rossi si è definito un'icona. Per aver portato anche la gente comune, davanti alla tv, a seguire le sue imprese. «La cosa migliore della mia lunga carriera è avere appassionato tutti, i bambini come le nonne di 80 anni. Sono diventato una specie di icona, contribuendo ad accrescere la popolarità del motociclismo in tutto il mondo. E questo va persino oltre i risultati». Valentino fa i conti di una vita passata in moto. Con un filo di tristezza, ma senza rimpianti. A parte quel decimo titolo, sfumato nel 2015. L'ultima occasione. «Ho combattuto molto per vincerlo, sarebbe stata la chiusura del cerchio, ma non posso lamentarmi. Nove titoli sono un gran bel numero. L'ultimo nel 2009, una vita fa. Ho vinto 89 gare in MotoGp e collezionato 199 podi, certo arrivare a 200... Il nove sembra un po' una maledizione. Ma va bene così, quando puoi lottare per la vittoria è sempre un gran piacere». Tranquillo e sorridente, davanti ai fotografi, Rossi abbraccia fisicamente le moto con cui ha vinto nella MotoGp. Gliele hanno portate per fargli una sorpresa. Una parata di stelle che rappresenta la parte più consistente dei suoi 26 anni di gare. «La Yamaha del 2004 (con cui ha vinto il primo titolo targato Iwata, ndr) l'ho messa in camera da letto. La guardo ogni mattina». Dopo quest' ultima gara, forse con uno sguardo più malinconico. «Non so quali emozioni proverò domenica sera. Lunedì mattina comincerà un'altra vita. Ma non voglio pensarci. Voglio godermi questo momento, tutto cambierà, diventerò padre, correrò con le auto, ma non sarò più un pilota di moto». Il momento peggiore? «Quando ho deciso di smettere. Accettare la realtà, la scorsa estate, è stata dura. Avrei continuato solo se fossi stato ancora competitivo». Altre volte gli hanno consigliato di smettere, ma guardandosi indietro non cambierebbe nulla. «Dopo il 2012 (alla fine del biennio Ducati, ndr ) ci avevo anche pensato, non mi sentivo più veloce come prima, ma sono andato avanti altri dieci anni». Il segreto? «Un fisico in ordine e il piacere di guidare. L'ho scoperto quando ero bambino e ho amato molto gareggiare, preparare la moto. Per poi raccogliere i frutti la domenica. Altre cose della vita non ti danno altrettanto piacere». Lo hanno abbracciato tutti i piloti. I rivali storici gli hanno scritto. «Sono stati importanti per farmi dare il massimo e capire i miei limiti. Ne ho avuti di grandi come Biaggi, Stoner, Lorenzo, Marquez e mi sono divertito molto. È qualcosa che si ricorda fino alla fine». Domenica cade il 14/11/21. Sommando si ottiene il 46, il suo numero fortunato. Un segno del destino? «Fate voi, nella mia carriera i numeri hanno avuto un certo ruolo, positivo».  

Giorgio Terruzzi per il “Corriere della Sera” il 13 novembre 2021. «Sto cercando di capire quando Draghi mi farà andare in pensione». Stefania Palma è «la Stefy», è la madre di Valentino Rossi. Pausa pranzo in ufficio, Comune di Tavullia. Lavori Pubblici. «È bello qui. Mi occupo di cose concrete, aiutano le persone a vivere meglio». Il sorriso è freschissimo. Occhi chiari, un candore che il tempo non muta. Ultima gara in moto per Valentino. Un sollievo, una malinconia o un ennesimo passaggio? «Un cambio di abitudini che muove cose intime, importanti. Mi dispiace di non essere a Valencia, non me la sono sentita, troppa emozione, perché un figlio resta un figlio. Ormai Valentino porta i segni della sua età nel viso, ma il mio istinto è rimasto quello di una mamma. Mi trattengo perché è adulto, anche se adulto non riesco ancora a vederlo». «Mamma ho deciso di smettere». 

L'ha saputo così?

«Ricordo perfettamente il momento, avevamo appena finito di pranzare, a casa. Mi ha guardata e ha detto: domani annuncio che smetto. Sono rimasta senza parole, anche se avevo una risposta pronta. Ho solo detto: ah. Nient' altro. Me lo aspettavo, era un'idea che viveva dentro di lui». 

Una lunga avventura. Quando ricorda, cosa trova?

«Il momento in cui mi accorsi che Valentino era diventato un campione. Fu quando vinse il titolo nel 2001, ero presente, in Australia. Sin lì, ero convinta si trattasse di una cosa meno importante, ma sì, la velocità, le corse succede a tanti ragazzi. Invece, vederlo da vicino, in gara, fu una rivelazione. Pensai, per la prima volta: mamma mia Valentino com' è bravo».

Eppure, era nato in mezzo alle moto...

«Il suo babbo correva, vivevamo in pista tutte le domeniche. Quando è arrivato, si è adattato senza un capriccio. È stato un bravo bambino». 

Anche se quella pagella di terza media con scritto «sufficiente» la fece arrabbiare

«Certo. Ma come, uno come Valentino, brillante, entusiasta, pronto in tutto, mi prende sufficiente? Non si era applicato granché». 

C'è una porta che collega casa sua con casa di Valentino. Come funziona?

«Dalla mia parte è sempre aperta. Penso sia aperta anche la serratura di Valentino. Non sono una ficcanaso, uso il passaggio solo quando è necessario, ma sapere che quella porta esiste mi fa molto piacere».

Chiama il babbo di Valentino, Graziano, per cognome: Rossi. La vostra separazione sino a che punto ferì Valentino?

«Riuscì a superarla. Comprese che può capitare. A proposito di porte, tra noi non ci sono mai state, mai fissato quelle regole da genitori separati, un weekend qui, un altro là. E il Natale lo trascorriamo insieme da sempre». 

Valentino e poi Luca Marini. Due figli piloti. Tensioni e timori da pista. Riesce sempre a controllare l'istinto materno?

«Eh, non proprio. Vedendoli correre entrambi, la tensione è aumentata. Però la fiducia alla fine prevale sempre, lascio spazio ai pensieri positivi». 

Oltre alle gioie, sono emersi dolori, fratture, fastidi, quel contrasto con il fisco Com' è Vale nei giorni cupi?

«Talmente razionale da trovare una soluzione di fronte ad ogni nodo. Riflette, pensa cosa fare. Ha imparato a guardarsi dentro. Ragiona, chiede consiglio, poi decide. E non sbaglia. Penso sia una persona capace di prepararsi per essere pronto ad affrontare ciò che ha di fronte».

La morte di Marco Simoncelli è un dolore che non va via?

«È un tema difficile, un fatto tragico. Credo che una cosa così grave non fosse mai comparsa nei suoi pensieri. Marco, ciò che accadde sono immagini e sentimenti chiusi nel suo cuore. Qualcosa che, a differenza di un problema, non può risolvere. Penso che Valentino sia stato costretto ad accettarlo e a tenerlo dentro di sé».

Francesca Sofia. Perché è la donna giusta?

«Perché ha un carattere simile a quello di Valentino. Quando si tratta di essere precisi, seri, accurati, lei c'è. Quando è il momento di giocare, di assecondare una serenità, lei c'è». 

Un campione e un comunicatore straordinario. Sarà un padre come tanti?

«Se lo confronto con mio padre o con il suo, credo di no. Lo immagino più attento. Sogno questa bambina in arrivo, sento che avrà un bellissimo rapporto con il suo babbo. Pronto ad adeguarsi a ciò che una figlia porterà nella sua vita

Da gazzetta.it il 24 ottobre 2021. «Valentino Rossi è un ambasciatore del Made in Italy nel mondo. Ovunque io vada, nella lista di chi mi dice di amare l’Italia c’è sempre Valentino Rossi». Con queste parole il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, a Misano ha consegnato al pilota di Tavullia il premio come icona del Made in Italy. «Con questo riconoscimento diciamo grazie a un personaggio non solo protagonista del motorsport, che ha rappresentato l’Italia in tutto il mondo facendo sognare milioni di tifosi», ma che ha anche «fatto viaggiare il Made in Italy ad altissima velocità sulle due ruote. È un premio a una carriera fenomenale», ha aggiunto Di Maio.

Da sportal.it il 24 ottobre 2021. Giornata di festeggiamenti per Valentino Rossi, che dopo la gara di Misano è stato premiato come icona del Made in Italy. Sotto la curva gremita di tifosi gialli, il Dottore ha voluto ringraziare tutti: "Grazie a tutti per il tifo in tutti questi anni, oggi ho fatto anche una gara decente...". "Grazie, è stato lungo e bello. Oggi è stato così bello che magari alle ultime due gare non ci vado... La MotoGp? Dobbiamo continuare a seguirla, anche senza di me. Ci sono tanti piloti giovani emergenti, bisogna fare il tifo per loro e continuare a seguire le gare". Dopo aver alzato il premio, Rossi è stato festeggiato anche con i fuochi d'artificio. L'applauso di Marquez: "Le maglie con scritto 'Grazie Vale' dicono tutto". 

Dagospia il 26 ottobre 2021. Stasera in prima serata su Italia 1, a “Le Iene”, il pilota tra i più titolati al mondo, Valentino Rossi, ripercorre in un’intervista le principali tappe della sua carriera. Raggiunto da Stefano Corti il giorno della sua ultima gara italiana di MotoGP al circuito di Misano, il campione si sottopone ad un simpatico gioco di indovinare il momento sentendo la telecronaca. Valentino Rossi le indovina tutte in pochi secondi ma un ultimo audio sembra metterlo in difficoltà: è la decima vittoria del mondiale, creato ad hoc della trasmissione con la complicità di Guido Meda, per omaggiarlo del suo leggendario successo. A completare il dono anche una coppa simbolica, consegnata per l’occasione dalla sua compagna Francesca Sofia Novello, presto madre della loro prima figlia. Questa l’intervista integrale:

Inviato: Nonostante la pensione sei in formissima.

Valentino Rossi: Grazie, grazie! Mi dispiace però andare in pensione.

Inviato: Sei pronto al grande passo?

Valentino Rossi: Direi di sì, dai. Continuo a fare il pilota, correrò con una macchina l’anno prossimo, rimarrò in pista, sennò mi annoio!

Inviato: Abbiamo già la squadra, sappiamo già dove?

Valentino Rossi: Correrò con delle macchine GT, serie Endurance, però adesso dobbiamo capire che campionato fare. 

Inviato: Quando è maturata questa cosa del ritiro?

Valentino Rossi: Ho pensato di continuare quest’anno però ho detto, vedo quanto sono competitivo, se riesco a vincere, se riesco a salire sul podio, se riesco a fare delle belle gare. 

Però quest’anno è stata più dura del previsto, mi aspettavo di andare un po' più forte, di fare meno fatica. Dopo la gara di Assen, e li mi ero prefissato di decidere con calma, ho aspettato una settimana e poi ho detto, via, ci siamo. 

Inviato: Non ce n’è proprio più?

Valentino Rossi: Sai qual è il problema? È che io sono vecchio! Ho 42 anni, gli altri piloti ne hanno 25. Fossi stato più giovane ci sarebbe stato il tempo per ripensarci ma ormai va bene così.

Inviato: Arrivare a Misano per l’ultima gara in Italia com’è stato?

Valentino Rossi: Bello. È stato un weekend molto emozionante, con una grande atmosfera. Era pieno di gente, pieno di tifosi. Poi sono contento perché sono riuscito a fare una bella gara. Partivo indietro e son finito decimo, sono riuscito ad andare piuttosto forte, ho fatto dei sorpassi, mi sono divertito, quindi è stato il miglior modo per salutare tutti i tifosi. E dopo la bandiera a scacchi mi sono fermato sotto la tribuna, ho tirato il casco, è stato bello. 

Inviato: Cosa perde il Motomondiale senza Valentino Rossi?

Valentino Rossi: Allora, prima il moto mondiale era uno sport abbastanza famoso però un po' più di nicchia. Con me tanta gente si è avvicinata alle moto, gente che non le conosceva: dai bambini piccoli alle signore di ottanta anni, ho un grandissimo successo con le signore di ottanta anni! È stato questo il bello, è diventato più famoso. Comunque ci sono un sacco di piloti italiani… 

Inviato: Tipo?

Valentino Rossi: Francesco Bagnaia, Franco Morbidelli, mio fratello (Luca Marini, ndr.), Enea Bastianini, ci sono quattro piloti italiani l’anno prossimo al MotoGP che possono essere forti. Sarà un po' diverso ma sarà bello uguale! 

Inviato: È più emozionante vincere un mondiale o sapere di diventare papà?

Valentino Rossi: Sapere di diventare papà è sicuramente più emozionante, vincere il mondiale è più adrenalinico. 

Inviato: Avete scelto il nome?

Valentino Rossi: Ce ne sono ancora due tre in ballottaggio!

Inviato: Un nome che avete già scartato?

Valentino Rossi: Valentina per me, Sofia per lei (guarda verso la sua compagna, ndr.), ci piaceva Vittoria…vediamo dai! 

Inviato: Noi siamo andati a trovare Guido, che è diventato Guido Meda grazie alle telecronache che ti ha dedicato e abbiamo preparato un piccolo gioco veloce dove abbiamo raccolto i momenti più belli della tua carriera leggendaria. Noi te li facciamo vedere e tu devi indovinare di cosa si tratta.

Valentino Rossi: Va bene!

L’inviato mostra le immagini con le tappe più importanti della carriera del pilota e Valentino Rossi le indovina tutte in pochi secondi. 

La prima: la vittoria del 1997 a Brno durante il Gp della Repubblica Ceca.

Inviato: Che ricordo hai del primo mondiale?

Valentino Rossi: È un sogno che si avvera. Vincere un mondiale è una cosa che non dimentichi.  Il primo mondiale non si scorda mai! 

La seconda: il gran Premio del Giappone nel circuito di Suzuka nel 2001.

Valentino Rossi: La pista era bellissima e li ci fu una grande lotta con Max Biaggi, io ho provato un sorpasso all’esterno, lui mi ha dato una gomitata, poi il mio sorpasso con l’alzata del dito medio. È stato un grande momento! Una rivalità bellissima in cui lottavamo per vincere il mondiale e questa è stata un po' una mezza rissa da strada, ma è stata bella.

Inviato: Ti è capitato di incontrarlo e di parlargli di questo momento?

Valentino Rossi: Quando correvamo insieme i nostri rapporti non erano meravigliosi, adesso quando ci vediamo ci salutiamo, abbiamo condiviso una cosa insieme ed è stato bello.

La terza: la prima vittoria con la nuova moto al mondiale della MotoGP a Rio, nel 2002.

Valentino Rossi: È stata una gara difficilissima, era bagnatissimo.

La quarta: dalla Honda alla Yamaha, la vittoria del mondiale a Phillip Island nel 2004.

Valentino Rossi: Questa è probabilmente la vittoria più bella della mia carriera. Con Gibernau è stata una rivalità tosta. All’inizio eravamo abbastanza amici, dopo un po' meno…è molto difficile andare d’accordo quando si lotta per i mondiali insieme. Tra i due andavo meno d’accordo con Biaggi, con lui è stata molto più lunga la rivalità.

La quinta: nel 2018 il ritorno alla vittoria del mondiale con la Yamaha.

Valentino Rossi: È stato bello perché qui, dopo aver perso nel 2006 e nel 2007, sono tornato a vincere. Qui ho battuto Stoner, Lorenzo, Pedrosa. Questa è stata una delle più belle gare della mia carriera. Anche con Stoner quando abbiamo lottato è stato duro il rapporto.

La sesta: la centesima vittoria, nel 2009, ad Assen, in Olanda.

Valentino Rossi: 100 vittorie sono un bel numero! Lorenzo è stato un grandissimo rivale, adesso andiamo d’accordo.

Inviato: Rivedendo queste immagini ti viene ancora voglia di lasciare?

Valentino Rossi: Rivedendole mi fa venire voglia di correre per altri 10 anni però va bene così. Qui, nel 2015, ci sono dei ricordi molti brutti perché c’è stata una grande lotta tra me e Lorenzo e abbiamo avuto dei problemi con Marquez che mi ha fatto perdere. Non si era mai visto che un campione corra per far perdere un altro e non per vincere lui. mi dispiace non aver vinto 10 mondiali perché a Valencia ho sbagliato e sono caduto ma questo ha fatto più male. È un grande rammarico perché non me l’aspettavo e da lì non è stato più lo stesso. 

Inviato: Chi è stato il tuo più grande rivale?

Valentino Rossi: Biaggi, Stoner, Lorenzo.

Inviato: Quello che torneresti a sfidare?

Valentino Rossi: Stoner.

Inviato: Per l’ultimo contributo abbiamo solo l’audio.

In questo momento Corti gli fa sentire un audio registrato con la complicità di Guido Meda di una finta telecronaca, quella della decima vittoria al mondiale. È un regalo da parte della trasmissione per onorare i suoi successi. Quando il pilota se ne accorge sorride, festeggia ed esclama:

Valentino Rossi: Sono contento! Mi date una coppa? Anche il decimo mondiale è arrivato!

Inviato: A chi dedichi questa vittoria?

Valentino Rossi: Alla bimba che sta per nascere. Grazie, è stato bello! 

Stefano Semeraro per “La Stampa” il 25 ottobre 2021. E adesso? Alla fine della stagione di Grand Prix ne restano ancora due, ma quando chiudi la porta di casa il cuore cigola di più. Il suo popolo lo sa. E lo sa anche Valentino Rossi. «Ci sono ancora due gare per sfogarsi, ma ho pensato che oggi è stato così bello che quasi quasi alle ultime due gare non ci vado». Il Dottore ha fatto la sua ultima visita a domicilio, un murales vivente e rombante dipinto di giallo sull'autunno della carriera: («Questa ultima Misano con le moto gialle è stata una bella sorpresa, non me la aspettavo e non lo sapevo. Normalmente non mi piacciono le sorprese, ma il giallo delle moto mi è piaciuto») e chi da venticinque anni era abituato a confondere uno sport con un volto è destinato a sentirsi dentro un piccolo vuoto. «Io Valentino l'ho conosciuto grazie a mio padre quando ero ancora bambino», spiegava un po' disorientato un tifoso ieri a Misano. «Non ho neanche memoria di una vita senza di lui». Nelle moto c'è stata un'era, «a.V» avanti Valentino, che un under 30 fatica a mettere a fuoco; ora si apre il «d. V», il dopo Valentino. Elaborare il lutto per i fedeli del mito non sarà facile. A festeggiarlo sono arrivati da tutta Italia («sono di Livorno, speriamo che passi a salutarci sotto la curva») e dall'estero. Tavullia, venti chilometri scarsi da Misano, ha sparato fuochi artificiali. I telegiornali lo hanno spiato, esaltato, celebrato, mettendo la sordina agli angoli bui - le magagne con il fisco, gli ultimi anni senza vittorie -, persino la politica lo ha omaggiato: «Sì, mi sono fermato davanti alla tribuna ed ho lanciato il casco. È stato emozionante, ed anche ricevere il premio dal Ministro degli Esteri di Maio, dal Presidente del Coni Malagò e dalla Vezzali. Sono uno degli sportivi italiani più famoso nel mondo nella storia, e ciò mi rende felice». Oggi l'emozione è ancora calda, ma sulla sua eredità si può forse aprire un discorso, azzardare un orizzonte. Come per tutti i campioni che non solo vincono tanto, ma occupano per intero una generazione anagrafica e tre o quattro sportive - Schumacher, Federer, Jordan - il ritiro rischia di trasformarsi in uno sboom. Per Federer, che pure ancora non ha detto stop, le prefiche hanno già iniziato a stracciarsi le vesti, molti degli orfani di Jordan hanno accusato un calo della libido cestistica. Il dubbio forte, nell'ambiente, è che nel post Rossi non ci sia un campione abbastanza capiente, come è capitato nel dopo Tomba per lo sci. Che, come Vale, non è stato solo una faccenda italiana, ma un trionfo del Made in Italy. È questione di carisma, oltre che di gas aperto: Marquez ne ha, ma in dosi minori, Dovizioso o Bagnaia ancora meno. Per Quartararo, rivolgersi in Francia. Rossi è un'icona pop - nel senso della riconoscibilità e del valore di mercato - e un fenomeno popolare che ha saputo trasformarsi in un'industria, anche senza avere dietro la Ferrari come Schumacher. Gli altri sono bravi piloti, campioni che trascorrono: provocano quantità variabili di tifo, non un culto. Facile immaginare che senza più l'imam con i riccioli una buona fetta abbandoni la liturgia. Rossi, certo, ha seminato anche in altri modi. Si lascia dietro un'aura mediatica - a tratti virata in isteria - che probabilmente continuerà ad alimentare anche nella sua nuova vita, da manager dello Sky Racing Team VR46, da pilota automobilistico nell'endurance o nei rally, da commentatore o da dirigente. Ha accompagnato la MotoGp fuori da un'era genuina ma un po' naif, meno attenta di ora alla formazione e alla professionalità imprenditoriale. «Al di là delle sue straordinarie capacità di pilota si sa gestire molto bene in ogni situazione - spiega il suo ex collega Luca Cadalora in un libro («Dottor Rossi», di Stefano Saragoni) costruito sulle voci di chi lo ha conosciuto da vicino. «Pensate all'Academy: ha dato una possibilità ai campioni del futuro, al motociclismo italiano, e al tempo stesso serve a lui per mantenersi competitivo. Allenandosi con tutti quei ragazzi rimane giovane di testa e gli piace essere rispettato e considerato come pilota e come persona». Il Dottore ha portato in pista riflettori che prima non c'erano, tutti quelli che hanno vissuto anche del suo riflesso ora dovranno confrontarsi con la sua ombra. Meglio: con una penombra gialla. «Io vado in moto due volte alla settimana, sempre, e sono io a decidere cosa guidiamo nella Academy, se cross, pista, ovale. Voglio continuare a girare in moto, quello non cambierà. Non farò il collaudatore perché i test sono la cosa più noiosa e faticosa del motociclismo, ma magari prima o poi la Moto GP mi mancherà, e la proverò». Senza la tentazione, si augurano i suoi tifosi più razionali, di andare oltre.

Valentino Rossi, l’addio al popolo di Misano: «Ora seguite i giovani». La fine dell’adolescenza collettiva. Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera il 24 ottobre 2021. «È stato talmente bello che ho addirittura pensato di non correre le ultime due». Valentino sorride tra le lacrime di chi ha voluto accompagnarlo per l’ultima gara italiana. Un commiato così carico di emozione da far pensare ad un vero sipario, in anticipo sulle tappe finali del calendario. «Una atmosfera fantastica, grazie per il tifo in tutti questi anni. Ho anche fatto una gara decente». Decimo sul traguardo nel giorno del titolo assegnato a Quartararo, un giro di pista che nessuno dimenticherà, con sosta sotto la tribuna dei fedelissimi, lancio di guanti e casco giallo, una vera anomalia per Rossi che conserva gelosamente ogni strumento utilizzato nella sua carriera. Fumogeni e commozione, un bagno di folla dal sapore diverso rispetto dalla cerimonia ufficiale, con trofeo consegnato dal ministro degli Esteri Luigi di Maio: «Valentino è un ambasciatore del Made in Italy nel mondo. Ovunque io vada, nella lista di chi dice di amare l’Italia, c’è sempre Valentino Rossi». A Misano, lungo il circuito, dentro il paddock come nelle case di chi ha seguito questa lunga festa d’addio, si respiravano sensazioni più intime e complesse. La percezione di concludere, insieme a lui, una sorta di adolescenza collettiva, un tempo colmo di colpi a sorpresa e gesti felici che ha dettato i ritmi e i toni di una lunga rivoluzione, abbastanza da coinvolgere mamme e nonne, intere famiglie, una platea sterminata e trasportata da Valentino in un viaggio ad alta intensità. Un ragazzo nostro, italianissimo, certo, vivace e studioso, sempre capace di scovare un lampo vincente, di dare un tocco dadaista a un trionfo, di abbinare una straniante, imitatissima leggerezza alla ferocia agonistica. Un carnevale, dove tutto è lecito e tutto riesce. Al termine del quale arriva una inevitabile carestia, vengono i giorni della quaresima. Per questo Rossi ha voluto fare un appello agli appassionati, delusi dalla rincorsa amara di Bagnaia al titolo iridato, abbinando uno spot dedicato al Motomondiale che verrà, orfano del mattatore: «Abbiamo tanti piloti italiani forti in MotoGp, vi invito a continuare a seguire le gare perché meritano. L’unico peccato della giornata è stata la caduta di Bagnaia...Mi dispiace tanto, probabilmente avrebbe vinto comunque Quartararo perché ha fatto una stagione super». Per molti versi la carriera motociclistica di Vale è finita domenica a Misano e la sua frase sull’idea di disertare le gare che restano da disputare mostra quanto abbia voglia e fretta di voltare pagina, di programmare una nuova avventura su quattro ruote e dedicarsi alla definizione del team VR46 che si prepara al debutto in MotoGp nel 2022. Onorerà i contratti sino all’ultimo atto di Valencia (14 novembre), continuerà ad allenarsi, a comportarsi come un pilota a tutti gli effetti. E dovrà decidere con chi affrontare la sfida delle gare Endurance , con la necessità di svolgere una serie di test per sintonizzare il proprio talento su un mezzo diverso ed altrettanto estremo. Ma adesso gli servirà qualche giorno per smaltire un’adrenalina diversa da ogni altra. Quella che ha segnato, per lui, per chi l’ha seguito sin qui, un passaggio delicatissimo. I sentimenti, il cuore, hanno un peso specifico che nessun progetto futuro, adesso, può alleviare.

La marea gialla, e le lacrime nel “suo Gp”. L’ultimo ballo italiano di Valentino Rossi, l’inchino del Dottore: “Così bello che quasi non corro le ultime”. Riccardo Annibali su Il Riformista il 24 Ottobre 2021. Passerella tutta gialla a Misano per The Doctor che ha corso la sua ultima gara della carriera in Italia. Dopo aver tagliato il traguardo è iniziata la festa, così Rossi è stato circondato da meccanici, amici e colleghi, particolarmente emozionanti gli abbracci con il fratello Luca e con Pecco Bagnaia. Poi le lacrime sommerse dalla sua ‘marea gialla’, il popolo che lo ha accompagnato per tutta la carriera e in ogni angolo del mondo. “È stato emozionante, l’ambiente era fantastico. Volevo approfittare dell’atmosfera per fare una buona gara e regalare il massimo a chi guardava” ha detto Vale, “Misano è il ‘mio GP’, vivo a dieci km da qui e quindi è la gara di casa, per me. Qui ho vinto tre volte e spero la gente porti nella memoria i trionfi, le gare e i duelli che abbiamo vissuto a Misano. Il ‘Grazie Vale!’ dei piloti VR46? Davvero emozionante, confesso che non ne sapevo nulla, hanno fatto tutto loro”, ha spiegato. Il nove volte campione del mondo Valentino Rossi viene osannato dalla folla che lo applaude e saluta commossa. Tra applausi e cori, Rossi ha salutato i fan concedendosi una passerella circondato da meccanici e amici. “Addio Valentino! Eroe, icona e ispirazione per tanti in Italia e nel mondo! Ultimo ballo in casa completato”, recita il tweet del sito ufficiale della MotoGp dedicato al campione. Rossi ha concluso la sua ultima gara italiana al decimo posto. “Il miglior modo per dire addio”, ha spiegato Valentino Rossi in conferenza dopo la gara di Misano. “Partire in fondo non è mai una cosa semplice ma sono rimasto concentrato e alla fine sono riuscito a combinare qualcosa di buono”, ha sorriso il Dottore. Valentino Rossi day, si potrebbe definire. A Misano l’emozione dello sport italiano negli occhi del pilota. Dalle frecce tricolori al premio di ambasciatore del Made in Italy consegnato ministro degli esteri Luigi Di Maio. La mega festa per Valentino Rossi a Misano che ha celebrato un campionissimo senza tempo, ha oscurato quella che è stata una giornata importante per il giovanissimo campione francese Fabio Quartararo. El Diablo chiude quarto e, grazie alla caduta a 5 giri dalla fine di Bagnaia, si laurea campione del mondo. Riccardo Annibali

Valentino Rossi e l’ultimo Gp di Misano: cosa c’è nel suo futuro. Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera il 23 ottobre 2021. Valentino diventerà papà e si dedicherà all’Academy e alla VR46: ma c’è un piano B che prevede un impegno serio nelle gare di durata con le auto Bmw, Audi e attenzione all’idea Ferrari: l’idea è di vincere la 24 Ore di Le Mans. «Una gara speciale». Lo ripete Valentino Rossi a Misano, ultima tappa italiana del suo lungo addio al motociclismo, con sipario a Valencia il 14 novembre; lo sa chi tifa per lui e in queste ore percorre la strada che collega il circuito intitolato a Marco Simoncelli a Tavullia. Migliaia di appassionati alle prese con una festa che il calendario MotoGp ha reso doppiamente malinconica. Dieci anni oggi dalla morte del Sic. Tribune e strade gialle, cappellini, felpe e t-shirt, il 46 ostentato ovunque come segno di appartenenza a una tribù inconsolabile dopo tanta gioia, dopo aver sognato, insieme a Vale, una festa senza fine, dopo aver accolto con affetto i primi segni di una impotenza agonistica. Rossi ringrazia e saluta, sorride e riflette, alle prese con una seconda vita a scoppio ritardato che richiede nuove strategie, un’altra prontezza. Si è allenato «con una intensità particolare», spiegano i fedelissimi del suo entourage, la sua forma fisica è data come «strepitosa». Vorrebbe corrispondere nel modo migliore la gratitudine che agita anime e bandiere tra la Romagna e le Marche, cerca di mettere da parte, per un altro weekend, sentimenti più complessi del solito mentre chi lo segue osserva quella scritta «The doctor», i caratteri simili a un pongo colorato, con la certezza che appartenga ormai ad un tempo finito. Aldo Drudi ha disegnato per lui un casco speciale. Verrà svelato sabato, il giallo di nuovo dominante, una grafica in omaggio ai tifosi, con la speranza di farli felici anche in gara. Una impresa (22esimo sul bagnato, venerdì), considerando il clima di smobilitazione dominante nel suo team e presente nelle considerazioni di Valentino. Contrastanti di fronte a un commiato che comporta imparare a trattare il futuro senza quelle scariche di adrenalina forti al punto da trasportare i piloti e rendere arida ogni altra quotidianità. Chi gli sta vicino descrive un uomo sereno, convinto della decisione di chiudere con le due ruote. Rossi parla della futura paternità come di una scelta felice e responsabile, per nulla casuale; ha smentito più volte ogni speculazione in circolo selvaggio sul web a proposito di affanni e inquietudini da fine carriera. Ma, insomma, sa che non è facile, non sarà uno scherzo gestire quella parte di se stesso che è rimasta fresca e vivace. Un ragazzino dotatissimo, sempre pronto a giocare con il gas, incapace di smetterla, di invecchiare, perché troppo abile, votato all’agonismo, alla piega, al godimento da pista. Eppure, sui caschi di Rossi, al sole è contrapposta la luna. E in quella luna sta una riservatezza altrettanto colma di oro, la capacità di leggere e di leggersi dentro, il vero motore delle sue scelte professionali. Qualcosa che le persone più legate a Valentino hanno imparato a decifrare soprattutto in questi ultimi anni, segnati dalla rabbia per il decimo titolo mancato, dalle fatiche tecniche della Yamaha, dalla lontananza dal centro di una scena dominata per una intera epoca. Sono gli uomini e le donne che lavorano con lui, 85 persone se consideriamo l’Academy, il ranch, la VR46, che è una azienda avviatissima, e poi il team che si prepara a fare il salto nella MotoGp. Pronti, tutti, ad applaudire il loro capo a Misano trattando questo addio come un arrivederci. Sanno che non è finita, tutt’altro. Rossi ha già scritto i primi capitoli di un ambiziosissimo «piano B» che prevede, oltre alla gestione delle attività già in atto e all’addestramento dei giovani piloti, di considerare l e corse con le auto di durata al pari dei Gp motociclistici. C’è un nuovo sogno in circolo. Per divertirsi e stupire ancora una volta, facendo sul serio, applicando una determinazione rilanciata, con l’idea di puntare a vincere nei prossimi anni il più possibile su quattro ruote, con la 24 Ore di Le Mans come obiettivo eclatante, da disputare al volante di una hypercar, il massimo della tecnologia applicata alle gare di durata. Quale? Rossi dovrà scegliere a breve. Le proposte sono già sul suo tavolo, firmate Bmw e Audi, ma esiste un’ipotesi Ferrari. Dalla Germania manifestano entusiasmi assoluti, a Maranello sembrano più prudenti, anche se l’idea di abbinare Rossi alla Rossa è in circolazione da anni e la macchina che stanno costruendo in Emilia per Le Mans potrebbe far decollare un progetto di straordinario effetto mediatico oltre che sportivo. La prospettiva è intrigante, non necessariamente la migliore. Valentino cercherà gli strumenti tecnici più efficaci. Vuole vincere ancora, anche lì. E l’idea di contribuire a rilanciare un universo motoristico dal grande passato e dal presente sovrastato dalla F1, lo istiga, ripristina un gusto speciale dentro un percorso comunque arduo. Questo serve ora. Un progetto articolato da mettere in moto mentre tocca spegnere il motore della sua Yamaha. Ciò che permette all’adulto, futuro padre Valentino Rossi di impegnarsi nella crescita di una famiglia portatrice di chissà quali emozioni; che consente all’adolescente Vale di rintuzzare nostalgie certe, senza mortificare la voglia di correre e una ambizione mai sazia. Meno rischi — con il sollievo di chi gli vuole bene — un’altra avventura da condividere con i vecchi amici che l’hanno accompagnato sin qui. Macché addio. Un compromesso, ecco, per imbrogliare di nuovo l’anagrafe, per assecondare una natura perennemente esuberante. A tirare davvero il freno, Rossi non ha pensato mani. Non sa ancora come si fa.

Matteo Aglio per “La Stampa” il 21 ottobre 2021. Un ragazzo si affaccia alla porta del Fan Club, in mano casco d'ordinanza con i colori del Dottore: «Mi date un poster? Sono tesserato, venerdì sarò in circuito per il GP e sono di Tavullia» snocciola le sue credenziali. Viene naturalmente accontentato, mentre marito e moglie, inglesi e vestiti rigorosamente in tuta di pelle, compilano i moduli per l'iscrizione. Qualche metro più in là, un enorme striscione, giallo come s' impone, con la scritta "Grazie Vale!" copre il muro che costeggia la strada. «Durante l'estate c'è talmente tanta gente che Tavullia sembra essere una località di mare - scherza Flavio Fratesi, uno dei 12 fondatori della tifoseria del Dottore -. C'è perfino chi programma le vacanze in modo da riuscire a fare una tappa qui». Le spiagge non sono distanti, ma il piccolo paese delle Marche ha un'altra attrattiva, il suo cittadino più famoso: Valentino Rossi. Per 26 anni è stato sinonimo di motociclismo e ora che la sua carriera sta per finire non c'è tifoso che non voglia toccare con mano dove è nato il mito. Camminano per la strada impugnando la macchina fotografica, immortalando quelle discese che furono una pista ante litteram quando ragazzino sfidava gli amici sull'Apecar, si fermano per un caffè nella pizzeria del Dottore, posano davanti al cartello d'ingresso al paese, su cui il nome non si legge neanche più, coperto da adesivi e scritte, perché tutti vogliono lasciare un ricordo. «Il Fan Club ha il triplo degli iscritti rispetto a quando Vale vinceva, abbiamo superato i 15 mila - racconta Fratesi -. È incredibile, di solito nello sport funziona diversamente: quando non fai risultati, si dimenticano in fretta di te». Invece Valentino è più amato che mai, tanto che in piazza viene messo uno striscione bianco prima di ogni gran premio e domenica sera è pieno di firme e saluti. Il pellegrinaggio laico è un dovere ancora di più in questi giorni prima della gara di Misano. L'ultima per Rossi in quella pista a una manciata di chilometri da casa, tanto che due anni fa la raggiunse sulla sua MotoGp, il pendolare più veloce del mondo. Non è il circuito dove ha vinto di più, ma è quello in cui è nata la sua stella. Nel 1993 provò per la prima volta una moto vera, a ruote alte, e quelle curve diventarono sue. Da ragazzino che sognava guardando i piloti con il naso incollato alle reti, diventò protagonista di quel mondo. In poco più di un quarto di secolo ha fatto la storia del motociclismo, naturalmente vincendo, ma anche facendo appassionare generazioni di tifosi. Le sue gag sono diventate una firma per ogni successo e alcuni di quei personaggi sono protagonisti di un parco giochi per i bambini, che presto avrà una sua versione itinerante per seguire il Motomondiale. Il pollo Osvaldo, della omonima polleria, saluta i visitatori: «A un certo punto abbiamo dovuto smettere di usarlo perché oscurava gli sponsor veri» ride Fratesi, sintetizzando quella voglia di non prendersi mai troppo sul serio che ha caratterizzato il Dottore e il suo gruppo di amici. Domenica Valentino correrà a Misano, poi altre due gare a Portimao e Valencia e la sua carriera sarà finita. Almeno quella a due ruote, perché in auto continuerà a essere un pilota. Il suo nome continuerà a restare in MotoGp, con un team ai blocchi di partenza, e pure il Fan Club non chiuderà la porta. «Ce lo hanno chiesto i tifosi e abbiamo tanti progetti». Soprattutto legati ai bambini costretti in ospedale, un'iniziativa nata qualche anno fa e che ne ha già raggiunti a migliaia. Dal prossimo anno alcuni di loro potranno andare a Tavullia e vivere una giornata da Valentino: maglietta col numero 46, pranzo alla sua pizzeria, in visita al Ranch e a Misano. «Valentino è un dono e bisogna condividerlo» la filosofia. Il suo popolo giallo vuole salutarlo e mostrargli il suo affetto, a Misano i biglietti si stanno esaurendo e sono pronti 11.000 cappelli in stile Borsalino, saranno distribuiti gratuitamente e verranno sollevati all'unisono per rendergli omaggio. Chapeau, Dottore. 

Vale, il lungo addio: "Sono a fine corsa. Che tristezza, però ci siamo divertiti". Maria Guidotti il 22 Ottobre 2021 su Il Giornale. "Ho iniziato in un altro secolo, sono maturato. Grazie ai miei fan". Dal 2023 la Ducati sarà fornitore unico del Campionato Moto E. «Quando si arriva alla fine, è sempre triste, ma ci siamo divertiti». Valentino Rossi riassume una carriera stellare con una semplicità disarmante. La leggerezza, il sorriso, il volto da eterno Peter Pan sono il marchio di fabbrica che hanno reso il nove volte campione del mondo una leggenda. «Il messaggio per i miei fan è semplicemente: grazie - sorride il Doctor - ho ricevuto così tanto supporto dagli appassionati in Italia e ovunque nel mondo. Ho avuto una lunga carriera e adesso mi gusto le ultime tre gare». Non c'è spazio per la parola addio nel magico mondo di Valentino Rossi. Le domande sono incalzanti durante la conferenza stampa di Misano, giornata densa di appuntamenti come il sorprendente annuncio che a partire dal 2023 Ducati sarà il fornitore unico del Campionato MotoE. Il Doctor resta concentrato sul presente. Nessuna sfumatura nelle sue parole tradisce la malinconia di un fuoriclasse vicino ad appendere il casco al chiodo. «Sì, la distrazione può essere tanta, soprattutto nel Gran Premio di casa. L'obiettivo di un pilota resta sempre il risultato della gara. Tutto il resto (compreso le attività media e di PR) viene dopo. Certo, mi piacerebbe fare un bel risultato domenica, ma ci sono sempre tante variabili a partire dal meteo considerato che siamo ad ottobre. Mi piacerebbe una gara asciutta. Il risultato?», Valentino prende tempo. In passato non avrebbe indugiato: 9 titoli mondiali, 115 gare vinte, 235 podi sono numeri che parlano da soli. Ma gli anni si fanno sentire (42), per cui accenna brevemente: «Finire nella top 10». E a chi gli chiede se sarà particolarmente emozionante correre per l'ultima volta davanti al suo pubblico sul circuito dedicato all'amico Marco Simoncelli, Valentino smussa i toni: «È strano correre due volte sulla stessa pista. Prima non succedeva, è il risultato del calendario cambiato per la pandemia, ma certo è un'altra occasione per dire ciao al mio pubblico. Domenica sarà un momento toccante, ma per me resta un weekend normale. Sono una pilota e resto concentrato. Lo richiede la MotoGP, una moto più controllabile grazie all'elettronica, ma comunque molto potente e velocissima». Con all'attivo 26 stagioni vissute a tutto gas, i bilanci però sono inevitabili. «Come voglio essere ricordato? Per gli sportivi è naturale separare la sfera intima, da quella pubblica. Voglio essere ricordato con un buon pilota che ha fatto dei bei risultati, che ha amato profondamente correre e ha fatto divertire le persone». Rossi si porta a casa i valori più profondi e genuini dello sport. «Ho cominciato nel motomondiale che era il 1996, un altro secolo: oggi ho 42 anni e mezzo. È una vita che corro. Quando insegui una passione e ti dedichi completamente ad uno sport sin da bambino, cresci insieme e apprendi delle lezioni di vita. Sulla moto sei solo, ma dietro hai un arcobaleno di persone: un team di professionisti. Io ho imparato a lavorare in squadra, sono maturato, cresciuto». risponde il ragazzino diventato uomo. Maria Guidotti

Valentino Rossi e l'addio alla MotoGp, il ricordo di Loris Capirossi: "Quella volta a Valencia, dopo Simoncelli". Lorenzo Pastuglia  su Libero Quotidiano il 14 ottobre 2021. L’ex Ducati Loris Capirossi si racconta alla Gazzetta dello Sport. Se Valentino Rossi “non si sente pronto al ritiro” a fine stagione, il pilota di Castel San Pietro Terme parla del suo ritiro a Valencia 2011: “Quella fu la gara più difficile della mia vita, anche per quello che era successo poco prima a Marco Simoncelli (morto a Sepang in un tragico incidente al via del GP, ndr). Per quello corsi con il numero 58 sul cupolino. Non vedevo l’ora che quel weekend passasse”, il racconto del tre volte iridato, due nella classe 125 e una nella classe 250. Le parole dolci per Valentino - Lo stesso Capirossi alla Rosea augura al connazionale e grande rivale – soprattutto nella lotta per il titolo della classe 250 nel 1999 – un fine settimana da protagonista a Misano: “Ha ancora voglia di dimostrare che è veloce, se gli capitasse l’occasione giusta può ancora dire la sua. Sarebbe bello se salutasse con una bella gara”. Rossi è infatti ‘fermo’ a 199 podi nella classe regina del Motomondiale — sommando quelli ottenuti nella classe 500 e in MotoGP —, una statistica che sembra destinata a non raggiungere la cifra tonda esattamente come per quanto riguarda i titoli mondiali. Il miglior risultato in questo 2021, per ora, è l’ottavo posto del Red Bull Ring quando a fine gara la pioggia ha rimescolato tutto e il vincitore fu Brad Binder con la Ktm. Il pesarese occupò la terza posizione solo per pochi metri. E ora la speranza, per tutti, è di vederlo esultare per il podio nella sua ultima Misano.

Massimo Calandri per “il Venerdì di Repubblica” il 23 agosto 2021. Un fuoriclasse lo vedi dalla leggerezza. Dal sorriso, dai colori belli. Dalla gioia condivisa. Da quel: «Ma sì dài, divertiamoci!», sempre e comunque. Poi ci sono i numeri, i successi: 9 titoli mondiali, 115 gare vinte, 235 podi, 26 stagioni a tutto gas. Valentino. Non serve nemmeno scrivere il cognome. Lo sportivo italiano più conosciuto, vincente, amato. The Doctor, il Dottore. Dall'Argentina all'Australia, dal Giappone al Qatar, dal Texas alla Repubblica Ceca: è dalla fine degli anni Novanta che i circuiti si riempiono di "canarini", i tifosi vestiti di giallo, il suo colore. Gente felice, pure se l'ultimo successo è del 2015 e le allegre pantomime, tagliato per primo il traguardo, solo un ricordo. Come il giro di pista con la bambola gonfiabile con pantaloncini verdi, camicetta rossa e sulla schiena la scritta Claudia Skiffer (per prendere in giro il "nemico" Max Biaggi allora fidanzato con la modella Naomi Campbell) o il Pollo Osvaldo, la fuga in bagno, i vigili che lo multano, lui con stetoscopio e camice, o con piccone e palla al piede costretto ai lavori forzati, oppure con lo spazzolone dell'impresa delle pulizie La Rapida. Che lunga festa, Doc. Che emozioni. Ha fatto innamorare del motociclismo persone che non sapevano nulla di questo sport: «La mia vittoria più importante», ci dice. E ringrazia. Undici milioni di follower su Instagram, 12 su Facebook, 5 e mezzo su Twitter. Le tessere del fan club che lo segue continuano ad aumentare, possibile? Ci sono iscritti dalla Nuova Caledonia, Mongolia, Alaska, Madagascar. C'è anche Pepe Mujica, l'ex presidente contadino dell'Uruguay. E però all'inizio di agosto Valentino ha detto basta: si ritirerà al termine di questo campionato, e l'ultimo appuntamento è il 14 novembre a Valencia. Gli restano poche gare. Prima di tagliare il traguardo per l'ultima volta, alla viglia del 2° Gran Premio austriaco di Zeltweg, ha accettato di raccontare al Venerdì la storia solare di «un ragazzo normale, che cerca sempre di vedere il lato buono delle cose». Una storia fatta anche di momenti bui, scommesse vinte e perse, qualche rimpianto: «Potevo guidare la Ferrari in Formula Uno, ma avrei dovuto avere pazienza». E soprattutto amici che non ci sono più: dopo Marco Simoncelli «niente è stato come prima». Oggi Valentino Rossi ha quarantadue anni e mezzo - «Non sono più solo un pilota, ma anche un uomo» - e una nuova vita che sta per cominciare: «Sono curioso, sì, ma ho anche un po' di paura». 

Federica Pellegrini smette col nuoto e piange, Lionel Messi lascia il Barcellona e scoppia in lacrime. In questa estate degli addii, l'unico che sorride è Valentino.

 «È che io non piango quasi mai, non fa parte del mio carattere. Ma è ovvio che mi dispiaccio anch' io come gli altri. Ci pensavo da tanto, doveva succedere. Non potevo più lottare per vincere, salire sul podio o almeno finire coi primi - per continuare divertirmi, insomma! - e allora ho capito: è arrivato il momento. Sono sempre stato onesto e lucido con me stesso. Ci ho provato, giuro: ho lottato, speravo di cambiare le cose. Però ora mi sento in pace: so di avere dato tutto, e questo mi rende tranquillo dentro. Posso fare un bel respiro e dire che è stato bello anche se è finita. E poi grazie, grazie a tutti». 

Sì, ma dopo un anno di pandemia e con i circuiti ancora vuoti o quasi. Gli organizzatori hanno fatto i conti: nel 2022 sarebbero venuti a vederla in pista tra i 3 e i 4 milioni di spettatori. Per non dire di quelli in tv. Chissà che affari con le magliette celebrative.

«La verità è che non ho voglia di un Farewell Tour o cose del genere. Per correre servono serietà e impegno, bisogna dedicarcisi anima e corpo: e senza risultati, senza divertimento, non me la sento di sacrificarmi ancora. Ho cominciato nel motomondiale che era il 1996, un altro secolo: oggi ho 42 anni e mezzo. È da un sacco che corro». 

Ventisei anni di successi. Ma anche di dolori. Come a Sepang, Malesia, 23 ottobre 2011: la morte in gara di Marco Simoncelli. L'amico, l'erede.

 «È stato il momento più buio della mia vita, in pista e fuori, e non posso paragonarlo a null'altro, è una cosa che ci ha cambiato per sempre, perché dopo niente più è stato come prima. Dal punto di vista sportivo di momenti difficili ne ho avuti vari: le due stagioni con la Ducati senza riuscire a vincere, poi nel 2006 quando ho perso il Mondiale cadendo all'ultima corsa. Ma quello più duro fu nel 2015 (quando si scontrò con Márquez in Malesia e nella gara finale fu costretto a partire in fondo alla griglia, ndr): meritavo il titolo, e sarebbe stato il decimo. Pazienza, alla fine non mi posso certo lamentare. Anche lontano dai circuiti ho vissuto grandi delusioni, ma è normale, tante storie che mi sarebbe piaciuto finissero diversamente: come tutti, no? Però sono cose che ho sempre cercato di tenermele per me, dentro».

È stata un'estate di grandi successi: i Maneskin che vincono l'Eurofestival, la Nazionale di calcio gli Europei, le 40 medaglie alle Olimpiadi.

«Sì, sportivamente abbiano spaccato. E mi è dispiaciuto un sacco non essere lì con loro. Perché negli ultimi venticinque anni, quando l'Italia spaccava, io ero sempre uno di quelli. Mi ricordo il Mondiale di calcio del 2006, che una settimana dopo ho vinto in Germania al Sachsenring e avevo su la maglia di Materazzi. O quando la Ferrari trionfava, e io pure. Questa volta me la sono goduta solo da spettatore, da tifoso, ma è meglio che niente». 

Magari tutta l'Italia potrebbe prendere esempio e tirarsi un po' su, che dice?

«Dico che lo sport è una parte fondamentale nella vita della gente: che guarda le gare, le partite, e si dimentica delle cose che non vanno. Ne trae ispirazione: una vittoria dà la spinta a tutti, li invoglia a migliorarsi. Penso agli Azzurri e a mister Mancini: hanno costruito il loro trionfo mattone dopo mattone, con umiltà, lavorando senza lamentarsi. Poi nella finale, sfavoriti e in un ambiente ostile hanno tirato fuori - posso dirlo? - due palle così. Se non è questa una bella storia all'italiana da cui prendere esempio Gli ultimi due anni sono stati un periodo terrificante per tutto il mondo, anche per Paesi europei che sulla carta sono più bravi ed organizzati del nostro ma che come noi si sono ritrovati in guai seri. Ognuno sta facendo il suo. Anche Draghi mi sembra uno in gamba...». 

Senta, ma visto che ultimamente battiamo sempre gli inglesi, lei tra pochi giorni non potrebbe vincere a Silverstone?

«Sa che è proprio una bella idea? Non ci avevo mica pensato, ci proverò! (ride). A parte gli scherzi, da qui alla fine ci sono ancora diverse gare e spero di togliermela ancora qualche bella soddisfazione». 

Se il motomondiale fosse uno sport olimpico, Valentino Rossi avrebbe partecipato a 7 edizioni dei Giochi.

«E almeno 5 volte mi sarei giocato l'oro. Peccato. Ma mi sono esaltato lo stesso coi successi dell'atletica: Jacobs che vince una finale dei 100 metri a cui non aveva mai partecipato prima un italiano, Tamberi nell'alto dopo che gli era sfuggito l'oro di Rio per infortunio, la staffetta con Tortu. Ragazzi straordinari». 

La Nazionale di Mancini. Jacobs, Tortu, Tamberi. E Berrettini o Sinner nel tennis. C'è qualche sportivo che può raccogliere il testimone lasciato da lei?

«Mi ricordano tutti un giovane me, anche se ognuno poi ha la sua storia, e auguro a tutti loro di avere tutto il supporto dei tifosi italiani che ho avuto io. Però, però, dovranno restare sulla cresta dell'onda per 25 anni (e ride ancora). Non è mica facilissimo, ma si può fare. A me è sempre piaciuto un sacco essere paragonato alla Nazionale, alla Ferrari o alla Ducati, avere le prime pagine dei giornali - e in più senza una squadra, da solo!». 

Pare comunque difficile raggiungere la sua popolarità. Oggi poi, con tanti odiatori da tastiere...

«Sono d'accordo. Difficile ritrovare le stesse sensazioni di empatia, di passione, sono giorni diversi, duri. Io sono stato molto fortunato: forte, vincente e famoso in anni bellissimi e molto divertenti. Leggeri. Penso alle vittorie mondiali del 2001 e del 2004, quando le gare di MotoGp si vedevano in chiaro e ufficialmente c'erano otto milioni di persone davanti alla tv ma in realtà erano molti di più. Gli amici mi mandavano foto della spiaggia di Rimini con centinaia di persone davanti a un solo televisore. Adesso la gente sembra fare più fatica, sta peggio: e allora è normale che invece di appassionarsi senza troppi pensieri a un evento sportivo sia tentata di essere invidiosa. È qualcosa che nasce da sotto, da dentro. Si fa più fatica a essere contenti». 

Lei invece: tutti innamorati di Valentino, dai bambini alle nonne.

«C'è una cosa di veramente speciale nella mia carriera, anche più dei miei risultati che - dài, diciamolo - sono stati egregi. C'è che ho fatto divertire un sacco di gente. Tutte le domeniche pomeriggio, per un paio d'ore, milioni di persone hanno staccato coi loro problemi, le incertezze, i dolori. E abbiamo gioito insieme: dei miei successi, degli scherzi a fine gara. Vi pare poco? Dai 4 ai 90 anni, roba da non crederci: felici! È la cosa che mi rende più orgoglioso, che mi fa stare meglio: lo capisco sempre di più ora che il tempo passa e c'è chi ancora viene a ringraziarmi e si commuove. Mi commuovo pure io, adesso che non sono più solo un pilota ma un uomo. Non so perché: il modo di correre, i risultati, le risate. Ma c'è qualcosa in più: la gente si è ritrovata in me forse perché sono una persona normale». 

Pensare che avrebbe potuto anche correre in Formula Uno con una Ferrari...

«Vero, poteva succedere. Feci il primo test con la Ferrari di Schumacher a Fiorano nel 2004: per scherzo, diciamo. In realtà io nasco come pilota di macchine, da bimbo mio papà Graziano mi faceva correre coi kart perché le moto - diceva - erano pericolose. Anche lì cercavo la velocità. E così quando ho provato l'ho fatto serio e sono andato bene. Quelli della Ferrari erano a bocca aperta. Altri 5-6 test e alla fine del 2006 c'è stata questa grande possibilità. Un sogno. Però non sarei diventato subito un pilota della Rossa: avrei dovuto prima fare la gavetta, guidando negli junior team di F1. Poi sarebbe dipeso dai risultati. Ci ho pensato su: non ero ancora pronto a smettere con le moto. Ma non ho rimpianti: anche perché poi sono arrivate le vittorie mondiali del 2008 e 2009, la gara di Laguna Seca con Stoner, il sorpasso a Lorenzo a Barcellona, un grandissimo 2015, due volte vice-campione del mondo nel 2014 e 2016. Niente male. Da quel 2006 ho fatto come un'altra carriera tutta intera». 

Conosce a memoria ogni circuito. Ma ora sa cosa la aspetta dietro la curva della sua nuova vita? Paura?

«Ho le stesse paure che hanno tutti, invecchiare, morire. Non vengo da un altro pianeta: in questi anni ho sempre vissuto, mica mi sono barricato in casa. Ho sempre cercato di conservare una vita normale per quel che ho potuto, coltivando tante amicizie vere a tutti i livelli: a volte è andata bene, altre meno e non è che, all'improvviso, per me cambi tutto. Correre in moto è sempre stata la passione della mia vita, smettendo certo che ho dei timori. Ma avrò finalmente anche più tempo libero per gli amici, per i miei genitori. per la fidanzata...». 

Francesca Sofia Novello. Con lei funziona davvero: vi sposate?

 «Non sono mica tanto ossessionato dall'idea del matrimonio, diciamo che mi interessa di più avere uno o due bambini, poi magari. Intanto vorrei andare in ferie per un po', ché alla fin fine sono uno che ha sempre lavorato».

Ha detto: «Sono nato e morirò pilota».

«È vero, ma infatti riprenderò a correre: in auto però, e senza l'ossessione dei risultati. Il rally di Dakar? Bello ma troppo pericoloso. Diciamo che sono più un animale da pista, asfalto e cordoli. Meglio allora la 24 Ore di Le Mans». 

Intanto però, c'è da finire la stagione. Farete qualche pantomima per l'ultima corsa a Valencia?

«Quel giorno sarà tremendo, non riesco neanche a pensare al momento in cui scenderò dalla moto per l'ultima volta e nel box abbraccerò i miei meccanici, gli ingegneri, i tecnici. Mi vengono i brividi. Dicono che la MotoGp non sarà più la stessa senza di me. Sciocchezze. Il motomondiale c'era prima, e ci sarà anche dopo. Ogni tanto verrò a dare un'occhiata alla mia squadra, la Vr46: promesso. Ma cos' è che mi aveva chiesto? Ah, no, nessuna pantomima a Valencia. Non credo almeno. Oddio, ora che mi ci fa pensare Verranno un bel po' di amici, questo è sicuro... Dài, capace che magari ci divertiamo».

Maurizio De Giovanni per "la Stampa" il 6 agosto 2021. Chissà quand'è che succede. Chissà qual è il momento preciso in cui un atleta, uno sportivo o anche un cantante, un attore, un regista o uno scrittore smette di essere una persona o un personaggio e diventa il simbolo stesso dell'epoca in cui ha svolto meravigliosamente la sua attività. Certo, immaginiamo che questo privilegio di essere consapevoli della propria grandezza non tocchi a tutti. Ci sono quelli, tanti, che riscuotono il riconoscimento di far parte della cultura popolare e dell'identità del loro tempo solo molto dopo, quando saggisti e storici esaminano in retrospettiva il fenomeno e riescono a ricostruirne gli elementi. Mentre accadono sono rilevanti solo le cose brutte, l'undici settembre, la pandemia, Chernobyl o Fukushima; per i fenomeni positivi è più difficile, il senso della grandezza del momento è indistinto nella dimensione dei contorni. Ma questo cinque agosto dell'anno secondo del Covid appena defunto, un giorno qualsiasi in mezzo all'estate fatta di pioggia devastante al Nord e di caldo infernale al Sud, promette di lasciare un segno a fuoco nell'anima di chi segue le cose di questo strano, difforme e umorale Paese. Perché fino a ieri Valentino Rossi era un pilota motociclistico in attività, e da oggi è una leggenda pop che diventerà proverbiale. Ci avete mai fatto caso di quanto sappiano essere incredibilmente improvvisi certi eventi, che invece erano tanto prevedibili da sembrare, una volta avvenuti, necessari? Di quanto arrivino tra capo e collo certe notizie, di quanto lascino un senso di accorata solitudine come se nessuna parte del cuore e della mente abbia mai realmente creduto potessero accadere? Il popolo dei tifosi della MotoGp, degli appassionati del rombo crescente in attesa dello spegnimento dei semafori, dei cultori delle cilindrate e delle gomme soft si stempera e si confonde in quello degli italiani meno attenti, di quelli che poco ne capiscono e che non saprebbero nemmeno dire con quale marca da ultimo ha corso il meraviglioso ragazzo marchigiano dal sorriso fanciullesco e dalla voce sottile: tutti ugualmente attoniti al nunzio, come è giusto che sia. Perché Rossi Valentino da Tavullia ha smesso di essere un semplice essere umano ed è diventato un numero, esattamente il 46, graficamente un po' inclinato perché sempre in corsa, e un marchio e un simbolo, quello di un'Italia che vince e che stravince, che sgomita e fa a sportellate, che fa polemiche ma fa sorridere e che straborda di talento e fa sembrare normali le imprese più straordinarie. Eppure, direbbe l'immancabile solone professionista della minimizzazione, veleggia verso i quarantadue anni, età in cui la totalità degli sportivi è in pensione; eppure era da tempo che le sue straordinarie capacità si erano andate appannando, allontanandolo da quel podio che era stata casa sua per più di un ventennio; eppure forse è il caso di lasciare spazio alle nuove generazioni. Noi risponderemmo a queste eccezioni con un deciso diniego, tenendo perfino a essere maleducati nei modi, perché è fin troppo ovvio che non ci troviamo davanti a un semplice sportivo, a un semplice quarantaduenne, a un semplice pilota non più vincente. Questo, signore e signori, non è un signor Rossi, anche se si chiama proprio così. Questo è il numero 46, quello al cui passaggio il cuore salta un battito, quello che ha cambiato il modo di guardare una corsa, quello che ha segnato il suo tempo. Come Mazzola e Rivera, per intenderci: come Domenico Modugno, come Tazio Nuvolari, come Enzo Ferrari e come De Gasperi. Questo è l'uomo per il quale ognuno, per cinque lustri, ha fatto sempre la stessa domanda quando la domenica aveva dentro le due ruote: che ha fatto Valentino? Così, semplicemente, Valentino. Il figlio, il fratello di tutti, uno di famiglia, riconoscibile e riconosciuto, un fenomeno semplice, una grandezza comprensibile, una bellezza abbracciabile. Da oggi, amici, noi siamo quelli che potranno dire un giorno che quando correva Valentino le cose erano così e colì, che quando correva Valentino succedeva questo o quello, che quando correva Valentino c'erano queste o quelle cose. Perché noi siamo diventati, da un giorno all'altro, quelli che quando correva Valentino c'erano. Per fortuna non siamo orfani di Valentino. Siamo convinti che la sua contiguità, l'attitudine alla comunicazione e al sorriso e il senso di amicizia e di prossimità che ne caratterizzano la personalità farà sì che la sua presenza nelle nostre vite di spettatori televisivi, di ascoltatori radiofonici e di appassionati di sport si incrementerà addirittura. Ci farà ancora compagnia, ci mancherebbe, e ne siamo esplicitamente felici; ma è tale l'abitudine a vedergli indossare il casco sulla testa riccioluta e a vederlo battagliare a velocità siderali curva dopo curva col ragazzotto spagnolo di turno che il pensiero di doverci limitare ad ascoltarlo commentare una gara altrui ci pesa sul cuore come un'intollerabile punizione. Nell'estate che ha visto una certa bandiera a tre colori sventolare molto spesso e un certo inno suonare forte e orgoglioso, temiamo che l'impresa di smettere di questa gigantesca figura oscuri il ricordo di campionati europei e di medaglie d'oro luminose. Fossimo stati informati prima, avremmo pregato il numero 46 di attendere. Gli avremmo forse chiesto: facci godere questi pezzi di gloria un po' insperati che ci sono piovuti addosso, non appannarci il sorriso con la tua assenza. Meglio, molto meglio però non averlo saputo prima. Perché adesso che l'estate è diventata quella della mancanza, qualche vittoria ci serve per non piangere troppo.

Valentino Rossi annuncia il ritiro: “Volevo correre altri 20-25 anni”. Le Iene News il 5 agosto 2021. L’annuncio in conferenza stampa, l’addio al motomondiale a fine stagione. Con un rimpianto, una sorpresa per il futuro e dopo una carriera straordinaria, che noi celebriamo ricordando quando ci aveva già annunciato il ritiro dopo la sfida di Stefano Corti e Alessandro Onnis. "Ho deciso. Mi fermo. Avrei voluto correre almeno altri 20-25 anni, però ora basta. Mi resta mezza stagione in MotoGP, a fine anno chiudo. È un momento molto triste, prima o poi doveva succedere, ma è difficile persino pronunciare queste parole: il prossimo anno non correrò più con una moto, la mia vita cambierà e non so ancora come". Valentino Rossi annuncia il suo ritiro con queste parole in conferenza stampa dal circuito austriaco di Spielberg, dove domenica si corre il Gran Premio di Stiria. Lo fa a 42 anni dopo una carriera straordinaria, inimitabile: 26 stagioni di motomondiale, 9 titoli, 115 gp vinti. Noi la celebriamo ricordando quando ci aveva già annunciato il ritiro nel 2017 dopo la sfida di Stefano Corti e Alessandro Onnis nel servizio che vedete qui sopra. "In primavera pensavo ancora di potercela fare e andare avanti. Correre nel 2022 con una Ducati e insieme a mio fratello. Ma in tutti gli sport sono i risultati che contano e negli ultimi tempi non sto andando per niente bene: così, gara dopo gara l'idea è maturata", dice il dottor Rossi. "È stato un lungo viaggio. Oggi sono triste, e il momento più duro sarà a Valencia il giorno dell'ultima corsa. Ma non ho rimpianti, mi sono divertito. E ho vissuto momenti bellissimi". I giorni migliori? "La vittoria del 2001, l'ultima con la 500. E il mondiale del 2004 all'esordio con la Yamaha. Ancora, quello del 2008: quando tutti dicevano già che ero vecchio, e finito". Rimpianti? "Non gli anni con la Ducati, che sfida: vincere con una moto italiana sarebbe stato straordinario, peccato non riuscirci. Forse il decimo titolo lo meritavo per qualità e velocità, pazienza. Non posso certo lamentarmi". "Sono contento di avere avvicinato così tante persone, soprattutto in Italia, al motociclismo. Un po' come aveva fatto Tomba con lo sci. Mi ha sempre inorgoglito il fatto di sapere che la gente per due ore la domenica pomeriggio smetteva di pensare e si emozionava nel vedermi correre. Ancora adesso, mi conoscono in tutto il mondo e c'è chi piange, ringraziandomi, quando mi incontra. È il premio più bello. E ora correrò in auto: vi farò divertire".

Paolo Lorenzi per corriere.it il 5 agosto 2021. Valentino Rossi si ritirerà alla fine di questa stagione. Il 42enne pilota di Tavullia, leggenda del motociclismo e dello sport mondiale, lo ha annunciato giovedì 5 agosto al Red Bull Ring di Zeltweg, in Austria, dove domenica 8 si correrà il Gp della Stiria: «Ho deciso di fermarmi alla fine della stagione. Questa sarà l’ultima metà stagione come pilota di Moto Gp — ha detto Rossi alle 16.20 di un giorno destinato a fare la storia dello sport mondiale —. Avrei voluto correre per altri 20/25 anni ma non è possibile. È stato bello, ho vissuto momenti indimenticabili in cui mi sono divertito un sacco. Dall’anno prossimo la mia vita cambierà».

La scelta giusta

«La mia carriera è stata molto lunga e per fortuna ho vinto tante gare — ha proseguito Valentino sorridendo —. Alcune vittorie sono state indimenticabili, pura gioia, qualcosa che mi ha reso felice per settimane. Ma nello sport i risultati fanno la differenza, e questa è la strada giusta da prendere. È stato difficile, avrei ancora la possibilità di correre con il mio team assieme a mio fratello e ho anche avuto offerte da altri team. Mi sarebbe piaciuto, ma va bene così. Comunque c’è ancora metà stagione... all’ultima gara forse sarà più difficile. Ma comunque penso proprio che non devo lamentarmi della mia carriera».

Il futuro in auto

«Il futuro? Penso che correrò con le macchine, che amo appena un po’ meno che le moto. Io mi sento un pilota e lo resterò tutta la vita. Io ho iniziato coi kart, papà Graziano pensava che fosse più sicuro che in moto. Poi quando ho provato la moto a 3 anni per fortuna ho cambiato... Però l’auto è qualcosa che mi è rimasto nel cuore e ci ho sempre lavorato su tecnicamente. Non conosco il mio livello, vedremo: certo non è lo stesso che ho nelle moto». 

Zero rimpianti

«Rimpianti? Sinceramente no. Correre con Ducati è stato molto difficile, ma è stata comunque una grande sfida, se avessimo vinto avremmo fatto una grande cosa. Sono un po’ triste per non avere vinto il decimo titolo perché penso che lo meritassi, sia per velocità e livello. L’ho perso due volte all’ultima gara, ma alla fine non devo lamentarmi dei miei risultati. Cos’è cambiato in questi anni? Ho avuto problemi a stare coi migliori, i nuovi piloti sono sempre più forti, si allenano tanto, sono più atleti. Pensavo di essere ancora competitivo, ma chissà, magari nella seconda parte della stagione farò bene... ».

Che cosa mi mancherà

«Cosa mi mancherà? Penso la vita da atleta, svegliarmi la mattina e sapere di avere un obiettivo per vincere, che è la cosa che mi piace molto. E poi, soprattutto, ovviamente, correre in pista con la moto, lavorare con il mio team, vivere la sensazione della domenica mattina prima della gara... Tutto queste cose saranno un po’ difficili da sistemare...» 

Ho avvicinato tanta gente alle moto: che orgoglio

«La differenza fra me e tutti gli altri piloti per me è stata questa: l’amore dei tifosi, che sinceramente non so da dove nasce. Sono riuscito ad avvicinare tante persone al motociclismo, un po’ come fece Tomba con lo sci: senza di me non avrebbero conosciuto le moto, soprattutto in Italia. È qualcosa, nella mia prima parte di carriera, che ha acceso le emozioni di tanta gente. Di questo sono molto fiero, qualcosa di speciale. Poi è chiaro che questo ti mette molto sotto pressione nella vita normale, anche se io cerco sempre di non essere me stesso. Ho intrattenuto la gente la domenica pomeriggio e li ho fatti divertire, regalando loro un paio d’ore di distrazione dalla vita di tutti i giorni». 

Come Michael Jordan? Ditelo voi...

«Io come Michael Jordan? Non tocca a me dirlo. Però vedo che mi riconoscono in tutto il mondo, ed è una cosa davvero speciale. Da giovane la soffrivo di più, ma oggi ho imparato ad apprezzarla». Poi un saluto, un lungo applauso, l’uscita di scena dalla sala conferenze con il solito sorriso che non è mai mancato in 25 anni di carriera.

Una scelta attesa

L’estate, trascorsa con la fidanzata Francesca Sofia Novello, ha evidentemente portato consiglio a uno dei più grandi sportivi italiani di sempre. Nel mezzo della sua 26ma stagione nel Motomondiale, con 9 titoli mondiali vinti in carriera (1 in 125, 1 in 250 e 7 in 500/MotoGp), 115 Gp vinti, 115 podi, un posto consolidato nella storia dello sport non solo grazie ai suoi risultati ma anche grazie alla sua immagine e al suo essere campione rockstar, ma anche nel pieno della sua parabola discendente — l’ultimo Mondiale vinto è del 2009, l’ultimo Gp vinto è del 2017, l’ultimo podio (3°) del luglio 2020 — Valentino ha deciso che è ora di passare ad altro. Ora nel suo futuro ci sono le amate auto, l’attività manageriale e di scouting con il team VR46, che nel 2022 sbarcherà in MotoGp, e quella imprenditoriale che va sempre più a gonfie vele.

Triste, Valentino y final: "Basta, orgoglioso di me". Maria Guidotti il 6 Agosto 2021 su Il Giornale. Rossi annuncia il ritiro a fine stagione dopo 26 anni. L'Équipe: "Sei patrimonio dell'umanità". Il momento che tutti i fan del motociclismo a livello mondiale temevano è arrivato in un caldo pomeriggio d'agosto. Valentino Rossi ha annunciato il ritiro dalle competizioni motociclistiche a fine stagione e lo ha fatto nel suo inconfondibile stile. Con il sorriso sulle labbra. «Ho deciso di ritirarmi a fine stagione. È stata una decisione molta dura da prendere. Avrei voluto correre altri vent'anni per cui anche il prossimo anno sarebbe stato ugualmente pesante». Come annunciato ad inizio stagione, Rossi ha ponderato cosa fare da grande nella pausa estiva. «Sono un pilota e i risultati quest'anno sono stati inferiori alle aspettative. Nel 2018 sono arrivato terzo in campionato, nel 2019 avevo iniziato bene ma poi qualcosa è cambiato. Sono salito sul podio ancora nel 2020 e non ero pronto a dire addio alla passione più grande della mia vita». Valentino Rossi è solo sul palco. Davanti a lui, ad applaudirlo in una sincera e commossa standing ovation i giornalisti che hanno raccontato i più bei momenti di una carriera stellare. «Sei patrimonio dell'umanità» afferma senza esitazioni il collega francese dell'Equipe. «Oltre ai 9 titoli iridati, la mia più grande soddisfazione - racconta Vale - È stata avvicinare tantissime persone al motociclismo. All'inizio è stato difficile gestire la pressione e tanta popolarità. Oggi mi rendo conto di aver fatto qualcosa di straordinario». Qualcuno lo paragona agli intramontabili Michael Jordan o Tiger Woods. «Ho fatto come il grande Alberto Tomba che ha fatto innamorare l'Italia intera dello sci». La leggenda di Rossi è planetaria. La marea gialla dei tifosi è stata una costante in ogni angolo della terra. «Anche nel paesino remoto della Thailandia trovi l'adesivo 46 sugli scooter. È incredibile» afferma un immenso Valentino che a 42 anni si trova a voltare pagina. «Tre i campionati più belli: la vittoria in 500, il primo titolo con Yamaha Motogp nel 2004 e poi il titolo nel 2008. E pensare che mi consideravano bollito! E' stata una soddisfazione immensa». Sempre ironico e autoironico, non si è mai tirato indietro nel confronto con gli avversari più giovani di 20 anni. «Ho sempre dato il massimo. Anche in quei due durissimi anni con Ducati. Ma è stata una sfida: da italiano sarebbe stato bellissimo vincere su una moto italiana». Nessun rimpianto? «Mi dispiace non aver centrato il decimo sigillo. Ci sono andato vicinissimo due volte perdendo all'ultima gara. Me lo meritavo». Eterno Peter Pan, Rossi si trova a fare i conti con uno spettro che ha allontanato da anni. «Sono un pilota e lo sarò per sempre. Non sono triste, ma dispiaciuto sì. Mi mancherà alzarmi e allenarmi ogni giorno per un obiettivo: vincere. E poi l'adrenalina delle gare e quel malessere due ore prima del via. Sarà dura l'ultima gara della stagione». Nove gare per finire in bellezza. «Graziano voleva che continuassi, così Uccio, ma anche Migno». Con gli occhi lucidi, il Doctor guarda avanti. «Piloti si nasce. Continuerò a correre passando dalle due alle quattro ruote. Penso alla 24Ore di Le Mans o altre competizioni. Mi piacciono molto anche le auto». E poi l'Academy. «È motivo di grande orgoglio crescere le giovani promesse italiane. In questi anni i nostri team in Moto3 e Moto2 sono stati una sorta di Nazionale italiana. E poi la nuova sfida con il team Vr46 nella classe regina. Potevo correre nel mio team ma sarebbe stato un azzardo. Mio fratello Luca ha insistito molto. Sarebbe stato un dream team, ma è giunto il momento». E un Valentino sereno quello che si congeda dalla stampa dopo aver abbracciato gli amici di sempre e Carmelo Ezpeleta, il boss della Motogp. «Ci siamo divertiti» sussurra Valentino al numero uno della Dorna. «Ci siamo divertiti», risponde commosso Don Carmel interpretando il pensiero di tutti. Grazie Valentino. Maria Guidotti

L'addio del "dottore" alla Moto GP. Valentino Rossi si ritira: “È stato tutto molto bello, mi sono divertito per 30 anni”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 5 Agosto 2021. È giorno storico per lo sport italiano: Valentino Rossi a fine stagione si ritirerà dalla Moto Gp. Lo ha annunciato lo stesso pilota nove volte campione del mondo in una conferenza stampa a Spielberg, in Austria. “Questa sarà l’ultima mezza stagione come pilota di MotoGp per me. È molto difficile dire che l’anno prossimo non correrò con una motocicletta, dopo 30 anni di carriera. È stato un percorso molto lungo e molto divertente, sono 25 o 26 anni di campionato del mondo. È stato grandioso, un momento indimenticabile con tutti. Devo dire solo questo. Avrei voluto correre per altri 20 o 25 anni ma purtroppo non è possibile. Ci sono stati dei momenti indimenticabili. Mi porterò questi momenti sempre dentro. È stato tutto molto bello”. È un giorno storico ma anche triste, e felice per il ricordo di tanti successi, per lo sport italiano e tutti gli appassionati e tifosi dei motori: Rossi è uno dei più grandi sportivi azzurri della storia. Era stato anticipato in mattinata, dopo la notizia della conferenza stampa, che nel paddock di Spielberg girava aria di addio. Rossi ha 42 anni, ha trascorso 26 stagioni nel campionato del mondo. Ha vinto nove titoli in tutto. È diventato per tutti il “Dottore”, il suo numero 46 è diventato famoso in ogni angolo del mondo. Valentino Rossi ha poi ricordato i momenti più belli e anche dolorosi della sua carriera. Alcune vittorie le ricorda indimenticabili: “I miei momenti sono i campionati del 2001, l’ultimo delle 500, il 2004 con Yamaha e il 2008 poiché mi davano per finito. Non ho molti rimpianti. Correre con Ducati non è stato soddisfacente per i risultati ma è stata una bella sfida. Sono triste di non aver vinto il decimo campionato, per il mio livello e per la velocità. Per due volte ho perso all’ultima gara. Ma non mi posso lamentare per i risultati raggiunti nella mia carriera”. Il Dottore ha sottolineato come i risultati facciano la differenza e proprio per questo ha deciso di ritirarsi. La scelta è stata difficile poiché avrebbe avuto la possibilità di correre per il suo team. Non una lacrima, in tutti i quaranta minuti di punto stampa. “Ho sempre cercato di dare il massimo, è stato un lungo viaggio insieme ai miei fan. Molti sono nati quando io ero in pista, è stato grandioso, ho avuto un incredibile sostegno da tutti i fan da tutte le parti del mondo. È qualcosa di sorprendente e devo ringraziarli tutti. Penso che ci siamo divertiti insieme. La decisione di fermarmi l’ho presa durante la stagione. Ad inizio anno avevo voglia di continuare ma non sono abbastanza veloce con risultati al di sotto delle aspettative, cosa che mi ha iniziato a far riflettere”. E attenzione, notizia nella notizia: “Nel mio futuro potrei correre con le macchine, cosa che adoro poco meno che correre con le moto. Sinceramente due anni fa non ero ancora pronto a ritirarmi, poiché dovevo capire e provarle tutte. Ora sono in pace con me stesso, non sono felice, ma credo sia il momento giusto”. E più precisamente: “Ho sempre amato gareggiare con le auto, ma non conosco il mio livello. Non è lo stesso delle moto, ma non si corre solo per divertirsi. Se sei veramente pilota corri anche per fare il risultato, ad esempio mi piacerebbe correre la 24 ore di Le Mans”.

Il team di Valentino Rossi. Scartata dunque l’ipotesi di correre in Ducati con il suo team VR46. “Ho ricevuto un’offerta ufficiale da parte del mio team per l’anno prossimo – ha scherzato – Ma credo che abbiamo un grande team di Moto 2 e Moto 3. Sarebbe stato molto affascinante correre col mio team ma ho scelto di fermarmi poiché è un bel progetto con 2 o 3 anni davanti. Ma avendo al massimo un solo anno credo che sia più un rischio che altro”.

L’eredità di Valentino Rossi. “La differenza tra me e gli altri piloti di MotoGp è quella per cui io sono riuscito ad avvicinare tante persone al motociclismo che senza di me non l’avrebbero conosciuto – ha riconosciuto Rossi – Ho fatto qualcosa nella prima parte di carriera che ha acceso l’emozione delle persone. Sono molto fiero di questo. Tante persone in Italia hanno iniziato a seguire le gare per me, così come con Alberto Tomba per lo sci. Questo è il risultato più importante della mia carriera. Ci sono per intrattenere tante persone la domenica pomeriggio. Se mi paragonate a Michael Jordan o altri grandi mi fa molto piacere. Anche nei posti più sperduti del mondo mi conoscono. Ora è diverso da come era 20 anni fa. La notorietà ha un grosso impatto, ora che sono più vecchio mi piace di più, una sensazione speciale, difficile da spiegare”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Alberto Mattioli per “La Stampa” il 6 agosto 2021. Non è un signor Rossi qualunque. E questo rende le scelte più difficili, sia da prendere che da gestire. Lo spiega Vittorino Andreoli, forse il più celebre psichiatra italiano: «Ma bisogna partire da due concetti essenziali».

Il primo.

«La stima di sé. L’abbiamo tutti ed è fondamentale. È quella che ci porta a fare progetti, a impegnarci e così via. Può essere molto alta o anche scarsa o perfino nulla, caso limite il depresso che di stima di sé ne ha così poca da non riuscire a fare nemmeno le cose più banali». 

Secondo concetto.

«La frustrazione. Tanto più una persona ha una vita gratificante, tanto più è difficile rinunciarvi. Non parlo solo di soddisfazioni economiche, ma anche di successo o di notorietà. Possiamo valutarla in euro o in follower, ma siamo sempre lì. Soprattutto nel caso di uno sportivo, interrompere l’attività provoca un crollo della stima di sé, e dunque frustrazione».

Perché per lo sportivo è più grave?

«Prendiamo il caso di Valentino Rossi. Non ha stima di sé, diciamo così, “nudo”, ma sempre sopra una motocicletta. Il significato della sua vita è stare su una moto, anzi probabilmente si ci trova più a suo agio che su una poltrona. A un certo punto, il cavallo su cui è issato, la sua moto, sparisce. Il risultato è il lutto di sé, la sensazione di non essere più nessuno, di non contare più niente. Il lutto di sé vuol dire morte, percezione della fine».

Addirittura.

«Lo sport è basato sul corpo e il corpo si consuma. Valentino Rossi o Federica Pellegrini sono il loro corpo. Quando il corpo inevitabilmente li tradisce, per i grandi sportivi i casi sono due: o sono bravi a prepararsi a quel momento, o finiscono male. Non è una questione economica, perché di solito hanno guadagnato molto. Ma, appunto, di stima di sé. Paradossalmente i Nessuno, lo scriva con la maiuscola, per piacere, sono più fortunati».

Chi sono i Nessuno?

«Le persone comuni, quelle che non devono scendere da un podio perché sono sulla terra, vivono già nel quotidiano. Hanno una stima di sé completamente diversa, quindi perderla è meno drammatico. Tanto più che lo sportivo di oggi ha spesso una mentalità da tutto o niente. Alle Olimpiadi ho visto atleti piangere perché avevano vinto l’argento. I Nessuno invece sanno che oggi piove e domani c’è il sole».

Se ritirarsi è un lutto, come si fa a elaborarlo?

«Serve un terzo concetto: l’immaginazione. L’immaginazione è la rappresentazione di una realtà futura. È Valentino Rossi che, mentre è ancora sulla moto, pensa a cosa sarà Valentino Rossi senza moto. Alcuni ci riescono, altri no: sono quelli che non mollano mai. Penso a Gigi Buffon: credo che non si ritiri perché non sa immaginarsi se non fra i pali. In Francia, da anni, i dipendenti pubblici che vanno in pensione iniziano la psicoterapia un anno prima di farlo».

Insomma, non è solo un problema personale, ma sociale.

«Esatto. Anzi, direi di più: esistenziale. Immaginare la propria esistenza futura oggi è ancora più difficile, dato che siamo abituati a vivere nel presente, in un tempo reale che non contempla il futuro. Da qui la difficoltà di smettere, che beninteso non è solo degli sportivi. Riguarda tutti, anche i medici. O i giornalisti». 

Oggi poi la vita si è allungata.

«Certo, ci sono degli ottantenni in ottima forma, ma non abbastanza per correre in moto. Per vincere il lutto bisogna immaginare una vita diversa. E non è facile. Se io dico a un amico che sto diventando vecchio, quasi sempre la risposta sarà: non pensarci. Sbagliato. Invece devi proprio pensarci. Anche in questo caso, beati i Nessuno, perché certamente ritirarsi spaventa più Valentino Rossi che l’operaio alla catena di montaggio». 

Tutto giusto: lei però ha 81 anni ed è ancora qui a rilasciare interviste...

«Ho anche scritto un saggio, Una certa età, dedicato alla vecchiaia. La chiamo così, senza eufemismi: io sono un vecchio, non un anziano o nella terza età. Però la mia è la prima generazione di vecchi che, virus permettendo, ha ancora delle capacità fisiche. Allora, visto che non devo gareggiare in moto, credo che la vecchiaia sia una nuova dimensione della vita: perfino nell’amore». 

Un consiglio per tutti e non solo per Valentino Rossi.

«Anche se vivete nel presente, pensate al futuro».

Da gazzetta.it il 5 agosto 2021. Una valanga di reazioni all’annuncio del ritiro dalla MotoGP di Valentino Rossi, dopo 26 stagioni e 9 titoli mondiali. Giacomo Agostini, il pilota più vincente della storia con 15 Mondiali e 122 GP, ha detto: “Capisco Vale, l’ho provato anche io, lasciare il tuo grande amore non è facile per nessuno, però bisogna capire che questo momento arriva e bisogna essere pronti ad accettarlo. Ha dato tanto e ha ricevuto anche tante gioie, notorietà, benessere e soldi. È difficile, ho sofferto anch’io e pianto tre giorni. Capita a tutti e bisogna farsi coraggio”. E riguardo ai record, Agostini ha aggiunto: “Ammetto di essere felice che Valentino smetta senza aver battuto i miei record. Credo sia umano. Anche senza aver battuto i miei primati, però, resta un campione assoluto”. Agostini resta il più vincente della storia, con 122 vittorie contro le 115 del pesarese. “Prima o poi — ha chiuso Agostini — arriverà qualcuno che mi leverà questi record, i primati sono fatti per essere battuti ma non mi dispiace tenerli ancora per qualche tempo”. 

L’APPLAUSO DI YAMAHA—   Anche la Yamaha, con cui Valentino ha scritto alcune delle pagine più gloriose della storia del motociclismo, ha dedicato un ringraziamento speciale a Valentino Rossi. Il binomio pilota italiano-moto giapponese ha firmato quattro Mondiali in MotoGP: 2004, 2005, 2008 e 2009. “Yamaha Motor Racing desidera ringraziare sinceramente il nove volte iridato e Leggenda delle corse per le 16 stagioni assieme”. “Esprimo la mia più profonda gratitudine per Valentino Rossi, ci mancherà moltissimo in pista”, ha scritto Yoshihiro Hidaka, presidente di Yamaha Motor. “L’arrivo di Valentino in Yamaha ha cambiato per sempre il programma Yamaha in MotoGP, e ci ha restituito fiducia e spirito combattivo per tornare a essere Campioni del Mondo in MotoGP”, ha sottolineato Lin Jarvis, managing director Yamaha.

Tomba: "Grazie Vale. Però io mi ritirai da vincente..." Maria Rosa Quario il 6 Agosto 2021 su Il Giornale. Alberto risponde a Rossi che ha detto: "Noi due unici ad aprire i nostri sport al grande pubblico". Campioni per sempre. Fenomeni capaci di avvicinare al loro sport chi non lo aveva mai praticato e appassionare a livelli maniacali anche chi non sapeva cosa fosse un circuito d'asfalto o una pista coperta di neve. Uomini dotati di un talento smisurato, supportato da una forza mentale capace di reggere alla pressione, quella che schiaccia e opprime chi non può permettersi di arrivare secondo o terzo.

Alberto, lo sai che Vale ha detto basta e ancora una volta ti ha onorato e ricordato nelle interviste?

«Davvero ha deciso? Era ora! Grazie grande Valentino, mi fa piacere che abbia detto queste cose su di me, ma io ho smesso da vincente!»

E avresti anche potuto andare avanti per vincere ancora un po'.

«Sì, in effetti avrei potuto arrivare a Torino (ai Giochi olimpici del 2006, ndr), ma ora pensiamo a Valentino, lo inviterei volentieri per un bicchierino. Piaciuta la rima?»

Dai, sei sempre il solito, ma è anche per questo che piacevi tanto, proprio come Valentino: lo spettacolo e le emozioni con voi erano garantite in pista e fuori.

«Lui in estate, io in inverno, lui con un motore sotto, io con due bei prosciutti nelle gambe. Le mie stagioni erano più brevi e ho smesso molto prima, a 31 anni, lui ne ha quarantadue suonati. Avevo raggiunto tutti gli obiettivi, doppietta olimpica e mondiale, coppa generale, 51 vittorie (per le statistiche sono 50, ma Alberto non ci sta e conta anche un parallelo, ndr). Ma la pressione era tanta, troppa, il mondo dello sci spesso ottuso, ero arrivato al limite della sopportazione, anche perché ormai non potevo quasi più muovermi senza paparazzi attorno. Sarebbe stata dura continuare. Lui ha retto più a lungo, ma alla fine forse ha esagerato, sono contento abbia deciso di farsi da parte e lo aspetto in montagna per bere qualcosa assieme».

Una bella sciata no?

«No, so che lui preferisce lo snowboard, io invece ora vado volentieri con le pelli, fuori dal caos. Una bella sudata in salita, una pista per scendere e via».

Vuoi mandargli un messaggio dopo tutte le belle parole che lui ha speso per te?

«Sono felice di fargli i miei complimenti, come lui sono fiero di aver fatto appassionare e sognare gli italiani, non solo i fanatici di sci e moto. So di aver lasciato un segno, me ne rendo conto ancora oggi, a 23 anni dal mio addio. Un messaggio? Vale, aspetto un invito nel tuo ranch a Tavullia, non ci sono mai stato e lo visiterei volentieri». Maria Rosa Quario

Marco Lombardo per "il Giornale" il 6 agosto 2021. L'evento viene celebrato con un morso deciso su una pallina di yellow 46. Pesca, lime e limone: il colore è quello della maglietta che indossa il ragazzino di 12 anni, già pronto alla lacrima. Suo papà, 39, stessa maglietta, scuote la testa: «Oggi mi sento vecchio». Sono le 16.15 e a Rossiland anche lo store meta di pellegrinaggio continuo chiude per lutto. Si attende la decisione di Valentino, ma tutti qui hanno già capito. Petra, la ragazza del bar, è pronta a fotografare il momento storico: chiede un cheese a tutti presenti in religioso silenzio davanti alla Tv, e intanto piange come una fontana. Lo stesso fanno gli altri ragazzi dello staff, e la domanda di tutti gliela si legge negli occhi: «E adesso?». La risposta è proprio lì, sulla salita che porta al piccolo borgo di Tavullia, dove campeggiano le bandiere VR46 a delimitare i confini di un mito. Il mix tra Superman a motori e un vero uomo d'affari. Ma soprattutto il campione amico. Il bar pizzeria «da Rossi» è insomma il centro di una passione, ed anche la storia dello Yellow Park lì sotto, dedicato ai bambini, è la summa del fenomeno Dottore: è studiato anche per chi ha disabilità ed è sponsorizzato Polleria Osvaldo, uno dei tanti scherzi della carriera che per un po' ha portato i giornalisti a cercare disperatamente un negozio fantasma. Davvero molto Valentino. Così capisci perché Petra, Dani e gli altri piangono sinceri mentre sfornano cappuccini ricamati con un 46 al cioccolato, mentre dall'altra parte del bancone si mischiano dialetti, lingue e dispiaceri. «Non potevamo non essere qui - dicono due fan arrivati da Bologna -, volevamo essere accanto a quelli che lo conoscono da bambino». Tra questi c'è la sindaca Francesca Paolucci, anche lei costretta a tirare fuori le parole dal groppo che torce la gola: «Di solito si sa sempre cosa dire, ma oggi...». D'altronde è più di un quarto di secolo che quelli di Tavullia corrono dietro al loro fenomeno, «e in realtà è molto di più quello che ci ha dato lui: gli prepareremo un riconoscimento speciale». Ecco Superman in pratica, «quello che ha portato tutti, dai bambini agli anziani, a vedere le gare di moto. Per mia nonna la domenica dopo la messa c'era la corsa in Tv». L'eroe di un paese di 8mila abitanti diventato santuario («c'è perfino gente che viene a sposarsi perché è sua tifosa»), la «città dei piloti di moto» - come c'è scritto all'ingresso - che sembra più vuota del solito: «Non è un caso, la gente è chiusa in casa a razionalizzare. Tre giorni fa, per dire, è andato a vedere una partita di calcetto dei giovani del paese: questo è Vale, il ragazzo di Tavullia. Quello che ogni giovedì va a all'ospedale di Misano a trovare i bambini malati». Poi c'è l'uomo d'affari, con il suo bar-ristorante-pizzeria-gelateria-negozio di gadget-parco divertimenti-fan club, che però non ti fa neppure pagare se ti scatti una foto con la sua moto facendo finta di essere lui. Quello anche dell'Academy fabbrica di campioni, che però gli arabi sponsor del suo nuovo team di MotoGp vorrebbero per 150 milioni di euro: «L'offerta è importante, capisco - dice la sindaca -: ma in cuor mio spero che resti sua...». Anche perché, chiude Francesca (in questo caso), qui non cambia nulla: «L'ho visto emozionato e convinto, ha sempre fatto scelte giuste. E comunque resterà per sempre un pilota». Che tra l'altro fa un gelato buonissimo. 

Una relazione lontano dai riflettori che dura da 3 anni. Chi è la fidanzata di Valentino Rossi, Francesca Sofia Novello: “Vale è quello giusto”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 5 Agosto 2021. Valentino Rossi ha sempre tenuto i riflettori lontano dalla sua vita privata. Ma una fidanzata ce l’ha. Si chiama Francesca Sofia Novello, ha 27 anni ed è una modella e influencer di successo. Nata ad Arese vicino Milano, ora vive a Tavullia con Valentino. La loro relazione dura da 3 anni e chissà che ora che il campione ha lasciato le competizioni non voglia concentrarsi maggiormente sulla vita privata facendo il grande passo. Francesca Sofia è una ragazza semplice e riservata tanto che sui special sono pochissime le foto insieme dei due. Dalle poche che ci sono si capisce quanto il rapporto tra i due sia tenero e sincero. Le loro foto delle vacanze sono le stesse dei ragazzi della porta accanto.

Recentemente Francesca Sofia è stata ospite a “Verissimo”, il salotto di Silvia Toffanin alla quale ha raccontato l’amore riservatissimo con il motociclista e la sua carriera nel mondo della moda. “Quando mi sono fidanzata con Vale è stato un exploit di cose nuove che però ho vissuto molto tranquillamente. Alla fine la vita con Vale è veramente molto semplice – ha detto – si vive a Tavullia, circondati da persone che sono cresciute con lui, quindi che c’è una grandissima tutela della privacy e di quello che è la nostra vita”. “Lui è come lo vedi, è solare… È molto difficile trovare questa caratteristica in un uomo, specialmente così importante. È quello giusto”, aveva detto. Francesca, insieme a Valentino e Jovanotti, è stata una protagonista del video della canzone dell’estate 2021 “L’allegria” di Gianni Morandi. Francesca Sofia è anche stilista e modella della sua linea di costumi da bagno. Nel 2020 Francesca è stata una delle co conduttrici del Festival di Sanremo accanto ad Amadeus: per lei abiti da sogno di Albert Ferretti, brand che ancora la veste nelle occasioni speciali e mondane.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi. 

La storia dei due fratelli con la stessa passione. Chi è il fratello di Valentino Rossi, Luca Marini in MotoGp come il “dottore”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 5 Agosto 2021. Hanno la stessa passione per le moto, cognomi diversi ma sono fratelli e anche molto legati. Luca Marini e Valentino Rossi sono cresciuti insieme e letteralmente hanno seguito la stessa strada. Marini, classe 1997, ha con Rossi 18 anni di differenza. Lui è il piccolo di casa, in comune hanno la mamma Stefania Palma. Sono cresciuti insieme a Tavullia. Marini per seguire le orme del fratello maggiore è salito in moto a 4 anni e nel 2021 passa in MotoGP, alla guida della Ducati Desmosedici del team Esponsorama Racing; il compagno di squadra è Enea Bastianini. Per la prima volta è in pista contro Valentino Rossi. Per i due è stato un sogno che si è avverato. La mamma di entrambi, Stefania Palma, li ha seguiti come sempre, col batticuore, davanti alla tivù. I due hanno un bellissimo rapporto. In un’intervista al Corriere, Marini ha raccontato che il fratello maggiore spesso gli da consigli su come riuscire al meglio nelle competizioni. “Mi parla molto della partenza: come scaldare bene le gomme, prepararmi in griglia, non impennare la moto. Piccole cose fondamentali. Lui sulla cura del dettaglio è il migliore”, ha detto marini. Ottimo rapporto anche fuori dalla pista. “Ora che sono più adulto è arrivata l’intimità e siamo più legati. Quando avevo 10 anni e lui 28 era più complicato… Mamma dice che è il mio maestro. Per me, anzitutto, è un fratello”, ha continuato. Difficile per lui essere il fratello del mito? “Agli inizi non è stato facile, ora ne sono fiero: Vale è anche una grandissima persona”. Il 14 dicembre 2019 Luca Marini debutta alla gara automobilista “12 Ore del Golfo”, vincendo nella categoria PRO AM, alla guida di una Ferrari 488 GT3, col fratello Valentino Rossi e Uccio Salucci come compagni di squadra.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Valentino Rossi, gli storici avversari (e nemici): Biaggi, Gibernau, Stoner, Lorenzo e Marquez. Paolo Lorenzi su Il Corriere della Sera il 5 agosto 2021. Nella sua carriera in MotoGp il Dottore ha incontrato cinque fenomeni con i quali ha dato vita a gare epiche e duri scontri frontali fuori pista. Tutti dimenticati, tranne quelli con Marc Marquez: quella del 2015 è una ferita ancora aperta.  Quanti rivali (fortissimi) sulla strada per la gloria. Il valore di un campione si rispecchia nei suoi avversari. E Valentino Rossi — che il 5 agosto ha annunciato il ritiro alla fine della stagione 2021 — sulla sua strada ne ha incontrati di fortissimi. Gente come Marquez, Lorenzo, Stoner, Biaggi e Gibernau, limitandosi alla classe regina, la MotoGp e ancor prima alla 500. Li ha battuti tutti, è stato a sua volta sconfitto, ma certi duelli sono pagine di antologia. Confronti aspri talvolta, capaci di trascinarsi oltre la bandiera a scacchi per alimentare polemiche accese, divisive per il popolo dei tifosi pronti a schierarsi senza riserve a favore o contro. La forza di Valentino è stata anche quella di gestire, talvolta con furbizia, queste rivalità. Una qualità che distingue i fenomeni veri, inevitabilmente forti sul piano mentale. In pista Rossi non si è mai tirato indietro, è stato duro quando serviva, pur restando nell’alveo di una sportività riconosciuta. La sola eccezione resta lo scontro con Marquez, nel 2015, chiusa da una penalizzazione all’ultima gara che gli è costata il titolo mondiale. Il decimo, quello che ha inseguito per tutti gli anni successivi. E che resta il vero grande rimpianto di una carriera monumentale.

Biaggi, tutto nasce da una bambola gonfiabile

Tutto nasce da una bambola gonfiabile portata a spasso al termine del Gran premio del Mugello nel 1997. Una delle tante trovate che hanno scandito la carriera di Rossi. La bambola ribattezzata Skiffer, un richiamo alla celebre modella tedesca, era un’evidente presa in giro dell’idilio allora attributo a Biaggi con Naomi Campbell. Il ragazzino si permetteva di sfottere il campione romano che in un ristorante di Suzuka gli aveva detto a muso duro: «Sciacquati la bocca quando parli di me». Fu guerra aperta in pista e fuori (dove i due vennero anche alle mani, a Barcellona nel 2001) con qualche ruvidezza eccessiva come a Suzuka, rimasta impressa per il dito medio e la gomitata rifilata in pieno rettilineo a Rossi che poi vinse la gara. Ma al di là delle intemperanze che hanno scanditi la loro rivalità, dividendo i tifosi in due fazioni altrettanto accese, la loro rivalità ha contribuito non poco a rendere il motociclismo popolare, oltre i confini degli appassionati tradizionali. 

Gibernau, una rivalità breve ma intensa

C’è un episodio che spiega il valore della rivalità tra Rossi e lo spagnolo, all’epoca alfiere della Honda con il team Gresini. Il sorpasso capolavoro all’ultima curva di Phillip Island nel 2004 consegnò a Valentino il primo titolo con la Yamaha in Motogp, alla seconda stagione in sella moto giapponese. Fu l’epica conclusione di un duello serrato che all’ultima tornata conterà ben tre sorpassi. Rossi avrebbe vinto il titolo anche arrivando secondo ma la rivalità con lo spagnolo era tale da non ammettere soluzioni diverse dalla vittoria. A Jerez l’anno dopo finì a gomitate all’ultima curva; lo spagnolo superato con decisione da Rossi uscì di pista. Un altro capito di una rivalità tanto breve quanto intensa, riconducibile come sempre a un episodio specifico: l’anno primo in Qatar a Rossi fu inflitta una penalizzazione di sei secondi, dietro segnalazione dello spagnolo, per aver fatto gommare la casella di partenza la sera prima della partenza. Rossi cadde poi in gara ma in Malesia il Dottore (laurea in comunicazione mica per nulla…) si presentò armato di scopone a «pulire» la piazzola di partenza con le insegne della «Rapida, impresa specializzata nel pulire lo sporco del Motomondiale, lavoriamo anche di notte». «Rossi genera odio per battere i suoi avversari», dirà molti anni dopo Gibernau. 

Stoner, la bestia nera

L’australiano fu senza dubbio una vera bestia nera per Valentino Rossi, uno degli avversari più forti a suo dire, forse il migliore di tutti quelli affrontati. Casey era davvero un fenomeno come dimostrò vincendo il titolo nel 2007 con dieci vittorie all’attivo. Rossi soffrì il suo arrivo in scena ma l’anno dopo ci mise l’anima per riprendersi la corona. Il loro fu un confronto duro, ma confinato per lo più alla pista, con un’eccezione: Laguna Seca. Nel Gran premio degli Stati Uniti Stoner era stato il più veloce in tutti i turni di prove e poi in qualifica. Partiva favorito e cercò di scappare via, ma Valentino per impedirgli la fuga lo sorpassava ovunque, fino all’episodio che ha fatto storia, il sorpasso al Cavatappi, una esse in discesa da brividi dove Rossi lo passò addirittura all’esterno, sulla terra. Vinse il pilota della Yamaha, facendo imbufalire quello della Ducati che anni dopo definì Rossi una sorta di «assassino» sul piano agonistico, salvo riconoscerne il valore come campione in tempi recenti. «È ammirevole che sia ancora lì a combattere», aveva detto a settembre dell’anno scorso.

Lorenzo, il compagno di squadra peggiore

Di sicuro Jorge Lorenzo fu il compagno di squadra peggiore per Valentino. L’arrivo in squadra dello spagnolo per certi versi fu favorito dallo stesso Rossi, allora attratto dalle sirene della Formula 1. Per tutelarsi la Yamaha prese in squadra Jorge temendo di ritrovarsi senza il suo campione di punta. Fu una convivenza difficile, simboleggiata dal muro nel box voluto da Rossi per «proteggere» i suoi dati (ufficialmente per separare le diverse scelte di pneumatici, Rossi con Bridgestone, Lorenzo con Michelin). Non servì a nulla e Valentino confesserà negli anni successivi di aver sbagliato, ma tra i due non corse mai buon sangue (convalidando il detto per cui il primo avversario è il compagno di squadra…). La situazione degnerò nel 2015 quando tra loro era in palio il titolo, per una manciata di punti. Marquez ci si mise di mezzo, fin al contestato episodio della Malesia, finito con uno scontro a viso aperto, il contatto e la caduta dello spagnolo e la successiva penalizzazione di Rossi che chiuse la gara al terzo posto e sul palco fu sbeffeggiato da Lorenzo che mostrò alle telecamere il pollice verso. Lorenzo si riteneva più veloce di Rossi e non perdeva occasione di sottolinearlo. Col tempo le divergenze si sono appianate a Rossi ha pure ammesso che la scelta di prendere Lorenzo fu azzeccata da parte della Yamaha.

Marquez, una ferita ancora aperta

Solo a ricordarglielo Rossi ancora oggi s’incupisce. Il 2015 ha segnato una svolta nella carriera di Rossi, perché ha rappresentato di fatto l’ultima occasione di vincere il titolo. Quell’anno Valentino era in lotta con Lorenzo, ma Marquez, fuori dai giochi si mise in mezzo, per ripagare Rossi di un paio di scontri in gara che non aveva digerito. Il primo risale al Gran premio d’Argentina dove Marquez ebbe la peggio finendo per terra, per una manovra a sentire lui volutamente scorretta di Rossi. Il secondo episodio risale al Gran premio d’Olanda vinto da Rossi dopo una decisa sportellata con Marquez all’ultima curva. Dopo il Gran premio d’Australia Rossi accusò Marquez di averlo ostacolato nella rincorsa al podio per favorire il connazionale Lorenzo. Apriti cielo, in Malesia fu un duello terribile, sorpassi cattivi e ripetuti soprattutto da parte di Marquez che innervosì a tal punto Rossi da indurlo al fallo di reazione. La frattura non si è mai sanata e ancora oggi rappresenta una ferita. 

Valentino Rossi, da Max Biaggi a Marc Marquez: 26 anni di carriera in cinque rivalità. Campione assoluto ma anche ostico avversario, il pilota di Tavullia ha dato spettacolo anche grazie alle sue nemesi. Dal dito medio a Biaggi a Laguna Seca 2008 contro Stoner: la carriera del numero 46 raccontata attraverso le sfide con gli altri piloti. Michele Maestroni su Il Fatto Quotidiano il 5 agosto 2021. Campione assoluto ma anche ostico avversario. Insieme alle vittorie, Valentino Rossi è stato protagonista anche per le rivalità che nella sua ultraventennale carriera ha creato con gli altri piloti. Da Max Biaggi a Marc Márquez, sono in tanti quelli che hanno avuto a che fare con l’agonismo e la personalità del Dottore sia fuori che dentro il tracciato, inscenando duelli, faide e testa a testa emozionanti e spettacolari per i fan della MotoGP di tutto il mondo.

Max Biaggi – La prima leggendaria rivalità è tutta italiana, quella con Max Biaggi. Le scintille si creano tra loro nel mondiale del 2001, già nella prima gara che si tiene in Giappone: per arginare l’accelerazione in scia della Honda di Rossi, Biaggi allarga il gomito e manda Rossi a mordere lo sterrato. Rientrato, Valentino gli restituisce il favore, mostrandogli il dito medio dopo il sorpasso che lo porta a vincere il Gran Premio. Il cattivo sangue tra i due si trascina fuori e dentro il tracciato per anni (celebre la frase che Rossi riferisce a Biaggi durante il post-gara del 2002: “Evidentemente gli tira il c… arrivare dietro tutte le domeniche”), fino alla stretta di mano tra i due in Sudafrica nel 2004.

Sete Gibernau – Rossi e Gibernau sono compagni di scuderia a Jerez 2005, dove arrivano in sella alle Yamaha favoriti sia per la vittoria che per il mondiale. Della gara spagnola è passata alla storia la fatale sportellata che Rossi tira a Gibernau, all’ultima curva del tracciato. Dopo l’impatto ricevuto dall’interno, lo spagnolo finisce fuori pista. L’inquadratura delle telecamere è una delle più sceniche di sempre: Rossi in primo piano che arriva impennando alla bandiera a scacchi con la moto di Gibernau nello sterrato sullo sfondo. Da quella caduta si può dire che inizi la fase discendente della carriera di Gibernau, che concluderà settimo dopo una stagione segnata dai ritiri, e rispettivamente al 13esimo e 19esimo posto nei due anni successivi, fino al ritiro nel 2009.

Casey Stoner – Quella tra l’italiano e l’australiano è stata una rivalità ma anche un’elezione reciproca. Due talenti cristallini che si sono riconosciuti a vicenda, e che per questo hanno dato spettacolo su tutti i tracciati che li hanno visti rivali. Tra i tanti duelli, memorabile quello di Laguna Seca 2008, un botta e risposta che dura 32 giri e una sfida fatta tutta di nervi e concentrazione: sorpassi e controsorpassi, un testa a testa pulito fino a che Rossi, d’istinto, compie una manovra che oggi sarebbe da squalifica, e taglia il cordolo per superare Stoner e vincere il Gp degli Stati Uniti.

Jorge Lorenzo – Il sorpasso finale di Valentino Rossi sul maiorchino Jorge Lorenzo durante il Gp Catalogna del 2009 è per gli appassionati uno dei più incredibili della storia dello sport. Proprio quando il compagno in Yamaha si porta davanti a Rossi e sembra avergli tolto ogni speranza di vittoria, ecco che il Dottore trova un passaggio impossibile e si butta a tutta velocità verso l’interno. La moto di Rossi scoda vistosamente ma lui, contro ogni principio fisico, rimane in piedi e testardo va a prendersi il trofeo.

Marc Márquez – La rivalità più recente è quella con Márquez che non è solo sportiva, ma generazionale: è la storia e il nuovo che si scontrano, con la prima che tenta di resistere al secondo. L’arrivo dello Spagnolo della Honda nella MotoGp è dirompente, e già dopo le prime vittorie cominciano a circolare i paragoni con Rossi. Ma Valentino ha l’obiettivo di vincere il decimo titolo a tutti i costi, e il 2015 sembra l’ultima occasione per farlo. Quell’anno lui e Lorenzo si battono per ogni punto della classifica, e il culmine della sfida arriva a Sepang in Malesia, dove Rossi si ritrova un ostico Márquez sulla corsa per il primo posto. La sfida sulla pista diventa incandescente e culmina con l’italiano che si affianca al numero 93 e lo spinge via con il ginocchio, facendolo cadere. Rossi verrà sanzionato e fatto partire dall’ultima posizione nel Gran Premio successivo, dove tenterà una rimonta impossibile per non perdere il trofeo iridato tanto agognato (basterebbe un terzo posto). Ma il mondiale verrà vinto da Lorenzo, e si può dire che Valentino non si sia più ripreso da questo smacco e da una rivalità – quella con Márquez – che per la prima volta non l’ha visto trionfatore.

Valentino Rossi annuncia il ritiro: da Biaggi a Marquez. Tutti i rivali della sua carriera. Da sport.sky.it il 05 ago 2021. Da Max Biaggi a Casey Stoner, passando per Sete Gibernau e Marc Marquez. Ma non solo: anche i giapponesi Tokudo e Ui, presenti in pista nel giorno del debutto di Valentino. Il fuoriclasse di Tavullia ha annunciato il ritiro al termine del Mondiale 2021, all'età di 42 anni: proviamo a rivedere i volti e le storie dei principali piloti che hanno duellato con Rossi.

Era il 31 marzo 1996 quando un 17enne Rossi debuttava nella classe 125 del Motomondiale. Adesso di anni ne ha 42 e dopo una lunghissima carriera ha deciso di ritirarsi dalla MotoGP al termine del Mondiale 2021. Sono stati tanti i grandi avversari che hanno reso ancora più leggendaria la carriera del Dottore, proviamo a rivedere i rivali storici di Valentino

MAX BIAGGI - È stato sicuramente uno degli avversari che maggiormente ha esaltato Valentino Rossi. I due non si sono mai amati né in pista né fuori, ma hanno fatto sognare i tifosi italiani e non. Da quando il pilota romano ha lasciato la MotoGP nel 2005, tutti - anche il Dottore e i suoi tifosi - ricordano con nostalgia il duello tutto italiano che infiammava il mondo delle moto

Lasciata la MotoGP, Max Biaggi è andato in Superbike, dove ha vinto il Mondiale nel 2010 e nel 2012. Il 9 giugno 2017, in allenamento subisce un grave incidente riportando fratture multiple e un trauma cranico. Il successivo 18 luglio decide di ritirarsi dall'attività agonistica. Oggi è a capo del progetto "Max Racing Team", squadra fondata il 19 dicembre 2016 che partecipa al Mondiale Moto3

SETE GIBERNAU - Tra i grandi rivali di Valentino Rossi, specialmente nelle stagioni di MotoGP 2003 e 2004, c’è anche il catalano Sete Gibernau: è il primo dei tanti spagnoli sulla strada del Dottore nella classe più importante del Motomondiale. Memorabili le "sportellate" che si sono scambiati i due campioni anche se, a differenza dei connazionali che arriveranno in futuro, Gibernau non è mai stato in grado di vincere un campionato davanti al Dottore

Dopo aver lasciato le corse nel 2006, nel 2009 Gibernau torna a gareggiare come pilota titolare della Ducati Desmosedici del team Grupo Francisco Hernando. È però costretto ad un nuovo addio in seguito al ritiro dello sponsor principale della squadra. Nel 2017 diventa analista tecnico per il team Honda di Daniel Pedrosa, ma novembre 2018 ufficializza il ritorno in pista in MotoE, alla guida dell'Energica Ego del team Pons Racing. La sua esperienza in MotoE termina dopo la stagione 2019, che chiude in undicesima posizione in classifica con 38 punti

LORIS CAPIROSSI - Tra Valentino Rossi e Loris Capirossi non c’è mai stata la rivalità che ha caratterizzato (ad esempio) il duello tra il Dottore e Max Biaggi. Tuttavia è impossibile non menzionare "Capirex" tra i grandi avversari del 42enne di Tavullia

Il campione nato a Castel San Pietro Terme chiude la sua carriera il 6 novembre 2011 al termine del GP della Comunitat Valenciana. Nella sua ultima gara, corre con il numero 58, al posto del suo solito 65, in onore di Marco Simoncelli, morto nel Gran Premio precedente. Lasciate le moto, diventa opinionista in tv e a partire dal 10 gennaio 2017 entra a far parte della Direzione Gara della MotoGP

NICKY HAYDEN - È stato il primo pilota di MotoGP in grado di spezzare l’egemonia di Valentino Rossi. L’americano, infatti, si laurea campione del mondo con la Honda nel 2007, dopo i quattro titoli consecutivi del Dottore

Dopo tredici anni nel Motomondiale, Hayden passa in Superbike nel 2016 con la Honda. Il 16 maggio 2017 rimane coinvolto in un incidente stradale mentre è in bicicletta nei pressi di Rimini. Il pilota statunitense morirà dopo cinque giorni di coma, il 22 maggio 2017

CASEY STONER - Se Nicky Hayden ha avuto il merito di rompere il dominio di Valentino Rossi, Casey Stoner ha avuto quello di riaccendere una vera rivalità tra il Dottore e uno dei suoi avversari. L’australiano, infatti, è stato l’unico in grado di battere il 46 con due moto diverse: l’ha fatto sia con la Ducati nel 2007 sia con la Honda nel 2011

Casey Stoner annuncia il ritiro dalle corse l'11 novembre 2012, ma restando in orbita Honda come consulente. Nel 2015 ritorna in sella a una moto comunicando ai suoi fan la partecipazione alla 8 ore di Suzuka, per poi tornare in casa Ducati come collaudatore. Un ritorno breve: nel novembre 2018 Stoner e Ducati si dicono nuovamente addio

Casey Stoner, addio alla Ducati

KENNY ROBERTS JUNIOR - Forse non è stato il più grande rivale di Valentino ma, nel 2000, prima dei cinque titoli consecutivi tra classe 500 e MotoGP vinti dal fuoriclasse di Tavullia, il campione del mondo era proprio l’americano Kenny Roberts Jr

Ritiratosi dalle corse nel 2007, il figlio del tre volte campione del mondo Kenny Roberts, ha continuato a frequentare l’ambiente motociclistico anche dopo l’addio alle gare. Recentemente è stato inserito nella Hall of Fame della MotoGP

YOUICHI UI - Se i vari Biaggi, Stoner, Gibernau hanno caratterizzato le rivalità del Dottore in MotoGP, in pochi ricorderanno invece i partecipanti alla prima gara ufficiale di Valentino del 31 marzo 1996 nella classe 125. Un Mondiale che il futuro Dottore terminerà al nono posto. Tutti quegli avversari hanno già abbandonato le corse, l’ultimo è stato il giapponese Youichi Ui, che ha chiuso la carriera correndo nel 2007 in 250cc a Suzuka

HARUCHIKA AOKI - Quell’anno, in 125, si registrò un vero e proprio dominio giapponese: a vincere il mondiale con 220 fu Haruchika Aoki, ritiratosi dalle corse nel 2002

MASAKI TOKUDOME - Alle spalle di Aoki, distaccato di soli sette punti, arrivò il connazionale Masaki Tokudome con la Aprilia. Anche lui si ritirò quando Valentino, accanto a lui nella foto in un duello del 1997, era già il pilota più forte di tutti: il giapponese dice addio in classe 250 nel 2005

TOMOMI MANAKO - Sul terzo gradino del podio mondiale in 125, nell’anno in cui debuttava Valentino Rossi, c’era un altro giapponese: Tomomi Manako. La sua avventura nel Motomondiale terminò nel 2000, quando ritornò alle gare nazionali

EMILIO ALZAMORA - Il primo europeo quell’anno fu uno spagnolo che ha fatto molto parlare di sé per risultati ottenuti: Emilio Alzamora, l’unico pilota in grado di vincere un Mondiale (la cc 125 nel 1999) senza mai arrivare primo al traguardo

Ritiratosi nel 2002, Alzamora ha continuato a frequentare gli ambienti delle moto. È stato lui a scoprire il talento di Marc Marquez e attualmente fa parte del suo team

JORGE MARTINEZ - Alle spalle di Alzamora, in quinta posizione, arrivò il connazionale Jorge Martinez. Campione del mondo in 125 nel 1988 e ritiratosi dalle gare nel 1997

Lasciate le corse, fonderà un suo team e diventerà uno degli artefici e dei responsabili del nuovo circuito della Comunitat Valenciana. Oggi è il direttore della sua squadra alla quale ha voluto dare il nome di Angel Nieto, in onore del pilota madrileno morto nel 2017

STEFANO PERUGINI - Nell’anno del debutto di Valentino Rossi, il primo degli italiani fu Stefano Perugini, pilota viterbese ritiratosi dal Motomondiale nel 2004. In quella stagione del 1996, il classe ’74 arrivò sesto con la sua Aprilia totalizzando 128 punti

KAZUTO SAKATA - A precedere Valentino, con 113 punti, c’era un altro giapponese: Kazuto Sakata, campione del mondo in classe 125 nel 1994 e nel 1998. Per lui una carriera durata fino al 1999, quando si ritirò definitivamente dal Motomondiale

IVAN GOI - Alle spalle di Rossi, un altro italiano: era il lombardo, classe 1980 (dunque più giovane di Valentino), Ivan Goi. Un pilota che nel 1998 ha fatto parte anche del team Vasco Rossi Racing in sella all'Aprilia: nella foto è proprio insieme al cantante rock. Goi ha lasciato la classe 125 nel 2002 per poi passare in Superbike nel 2006. Nel 2020 ha corso nel National Trophy. 

LUCIO CECCHINELLO - Tra i partecipanti a quel Mondiale, anche Lucio Cecchinello. Veneziano, classe 1969. Il pilota si è ritirato dalle corse nel 2003, anno in cui decide di dedicarsi interamente a dirigere il team da lui stesso fondato nel 1996 e che porta il suo nome (team LCR)

GARY McGOY - C’era anche l’australiano Gary McGoy in griglia di partenza nel giorno in cui debuttò Valentino Rossi

JORGE LORENZO - Dopo una serie di avversari del passato, a voler ulteriormente sottolineare la longevità della carriera di Rossi, ecco un pilota più recente diventato un grande rivale di Valentino: Jorge Lorenzo

Lorenzo ha spodestato Valentino nel 2010, anno successivo all’ultimo Mondiale vinto dal Dottore. Si confermerà nel 2012 e nel 2015, interrompendo un’altra egemonia: quella del suo ex compagno di squadra Marc Marquez

MARC MARQUEZ - Se Max Biaggi è il rivale per eccellenza del passato, quello del presente e che probabilmente rimarrà nella storia come il più grande avversario di Valentino è proprio Marc Marquez. Campione del mondo ad appena 20 anni in MotoGP già nel 2013, fin qui ha conquistato 8 titoli fra tutte le classi

Dal giorno in cui si sono incrociati per la prima volta, il rapporto tra Rossi e Marquez è notevolmente cambiato: l’idolo è diventato rivale, l’astro nascente è diventato l’avversario più forte, l’unico in grado di far vedere un dominio in pista simile a quello del Dottore. Tra i tanti episodi che hanno caratterizzato la rivalità fra questi due campioni, ne citiamo due, uno in pista e uno fuori dalla pista: il contatto a Sepang nel 2015 per quanto riguarda la pista...

... mentre per quanto riguarda gli episodi fuori dalla pista, non possiamo non citare la famosa scena, diventata ormai un vero e proprio cult, della stretta di mano negata da Valentino a Marc, in conferenza stampa nel settembre 2018

ANDREA DOVIZIOSO - Pur senza mai avere uno scontro diretto importante, Dovizioso è stato indirettamente rivale di Valentino, essendo il pilota italiano più vincente negli ultimi anni come numero di gare vinte. Due mondi opposti, Andrea e Valentino, due modi diversi di approcciarsi alle gare e al motociclismo, pur essendo entrambi due campioni che hanno fatto sognare migliaia di tifosi 

Stefano Saragoni per "il Giornale" il 31 marzo 2021. Nessuno, prima di lui, ha festeggiato le nozze d'argento con il Mondiale. Valentino Rossi è il solo ad avere tagliato il traguardo di 25 anni di corse, fatti di più di cento vittorie, di gioie inenarrabili, momenti difficili e perfino giornate nerissime, passati senza pensare che un giorno questa lunga storia d'amore dovrà pur finire. Il suo cuore continua a battere forte per la moto, la respira, la assapora ogni giorno, e sotto sotto scalpita ancora il ragazzino che si affacciò al mondo dei gran premi nel marzo del 1996, con più voglia di farsi strada che timidezza. Era un debuttante carico di speranze, al pari della sua squadra, messa insieme per lui e Luca Boscoscuro (in 250) da Giampiero Sacchi. «Vidi Valentino in azione nel campionato Europeo, che nel 1995 corse alcune prove in concomitanza col Mondiale - racconta il team manager di allora -. Mi piacque, ma da lì a mettere su un team per portarlo ai gran premi ne passa...Fu Gino Amisano, patron della AGV caschi, a rendere possibile il passaggio da sarebbe bello a facciamolo. Mi telefonò per invitarmi a pranzo e lì mi chiese Perché non rifai una squadra?. Venivamo dall'esperienza del Team Pileri, che aveva vinto due titoli in 125 con Loris Capirossi e poi era stato protagonista in 250 arrivando fino alla 500. Mi chiese quanti soldi servivano per mettere insieme un bel team con due piloti e una volta saputa la cifra sentenziò: «Va bene. Te li do io». Da lì è partita l'avventura...«Ho ancora la foto scattata a Barcellona che suggellò l'accordo con Valentino. Qualche settimana dopo andai a Tavullia a trovarlo: ero ancora il manager di Max Biaggi e avevo un suo adesivo attaccato sulla macchina. Bella, mi disse girandole intorno. Poi, senza dire una parola ha staccato l'adesivo e ha detto: Se dobbiamo lavorare insieme questo qui non ci può stare....Gli adesivi, mi colpì la sua maniacalità nell'attaccarli, era innamorato di quella operazione, voleva essere assolutamente lui a farla. Eravamo una squadra tutto sommato familiare, eravamo belli ordinati, vestiti bene, efficienti, ma dovevamo stare attenti alle spese; per la trasferta in Malesia ci eravamo inventati i teli di plastica per personalizzare i box, uno stratagemma per risparmiare sul peso e di conseguenza sulla cifra da pagare per il trasporto... Tecnicamente ci affidammo a Mauro Noccioli e ai suoi ragazzi, perché aveva già lavorato con Rossi l'anno prima. Si trovavano, non c'era motivo di cambiare». Neppure il tecnico toscano ha scordato il GP Malesia del 1996. «Dopo il campionato Europeo Stefania, la mamma, mi fece capire che dovevo continuare a dare una mano a Valentino - rivela -. Sacchi gestiva la situazione dal punto di vista economico, il camion e i meccanici invece erano i miei. In Aprilia all'inizio non è che avessero tanta fiducia sulla bontà dell'operazione. Non tutti perlomeno. Proprio in Malesia ci fu chi venne da me appositamente per dirmi È inutile che tu perda tempo con questo qui, è uno scarpone. Ma domenica Valentino finì la gara al sesto posto. Un primo segnale che l'esperto si sbagliava. Sinceramente quel piazzamento sorprese anche me; in quella occasione la squadra seppe pungolarlo a dovere e Valentino avrebbe fatto di tutto per dimostrarci che aveva i numeri per far bene». E Valentino? Come lo ricorda il protagonista quel suo debutto? «Ricordo due cose: quando Graziano (il papà) mi disse che c'era la possibilità di fare il Mondiale 125 con la squadra di Giampiero Sacchi e l'Aprilia. E poi la gara, molto positiva. Sono andato subito forte, ho lottato con quelli davanti, mi sono detto: Dio bo'... adesso nei prossimi gran premi siamo sempre davanti. Mi ero montato un po' la testa. Infatti le due gare dopo non sono andate per niente bene...». Ma poi il giovane Rossi ha avuto tutto il tempo per rifarsi e diventare il pilota più conosciuto al mondo, l'uomo immagine del proprio sport.

Giorgio Terruzzi per il "Corriere della Sera" il 6 aprile 2021. Disorientato e deluso. Così è apparso Valentino al termine di una gara, la seconda del 2021, chiusa al sedicesimo posto dopo una qualifica disastrosa, ventunesimo tempo. Mentre Fabio Quartararo, il pilota che l' ha sostituito sulla Yamaha ufficiale, vinceva la corsa, una settimana dopo il successo di Maverick Viñales, ex compagno di Rossi, stesso team. Abbastanza per far scattare un ritornello già inflazionato che accosta gli anni di Vale, 42, alla residua capacità di reggere il confronto con una banda di ragazzi assatanati, molto dotati, in lotta dentro pochi decimi. Il punto di vista è lecito ma non esauriente.

Basti pensare a Franco Morbidelli, reduce da una brillante stagione 2020, chiusa da vicecampione mondiale, partner di Rossi nella squadra satellite Yamaha: decimo in qualifica, dodicesimo sul traguardo, pure lui alle prese con difficoltà all' apparenza insormontabili in Qatar. Che esistano ragioni tecniche precise di questo affanno l'ha spiegato in parte lo stesso Rossi: «Con le soft soffro perché dietro inizio a scivolare, come se stressassi troppo la gomma. Ho molte vibrazioni, faccio fatica e devo sempre rallentare. Però le gomme sono le stesse per tutti». La dichiarazione sembra contenere un' implicita ammissione: è probabile che Valentino debba modificare ulteriormente il suo modo di guidare, cercando un rendimento più efficace, scopo: migliore resa sulla distanza degli pneumatici. Il resto sta in quella stratosfera tecnologica che domina ormai la MotoGp e che impedisce ogni analisi dettagliata. Di certo sembra che all' interno della Yamaha si sentano tutti liberati della presenza di Rossi, una figura ingombrante e mal sopportata sia da colleghi desiderosi di occupare spazi più ampi sulla ribalta del Motomondiale, sia da chi, al vertice di un team, punta su un cambio generazionale. In questo senso è stato deciso di «spostarlo» nella squadra Petronas, con la promessa di fornirgli materiale di primissimo ordine, identico a quello utilizzato dalla coppia Quartararo-Viñales. È assai probabile che ciò accada anche se - pur considerando Rossi lontano dalle prestazioni fornite all' apice della carriera - gli scarti in pista sembrano troppo marcati. A sette giorni di distanza, peraltro, dal primo Gp su pista identica, con Valentino dodicesimo in gara dopo un ottimo quarto tempo in qualifica. Oscillazioni per molti versi inspiegabili e non spiegate abbastanza. Insomma, pare un po' presto per i bilanci, seppure dentro un clima di massimo allarme perché la prima metà di questa stagione, come ha annunciato lo stesso Valentino, dovrebbe risultare fondamentale per decidere se continuare a correre o meno. Tocca attendere altri tracciati, altre condizioni climatiche. La squadra che negli ultimi anni ha permesso a Morbidelli e Quartararo di emergere, può scovare oppure ricevere qualche contributo tecnico felice; Rossi proverà a modificare ulteriormente il proprio stile nell' approccio e nella percorrenza delle curve. Consapevoli, tutti, che il suo divertimento protratto coincide con un desiderio gioioso collettivo e permanente, ma che ogni godimento ha un termine, una data di scadenza. Non vince più, fatica nelle retrovie, stenta a trovare un ritmo all' altezza dei migliori, ma i campioni che si allenano con Valentino lo descrivono ancora velocissimo e reattivo, integro nel fisico e inossidabile nella mentalità. Una immagine per nulla in sintonia con quella intravista a Losail. Possiamo attendere, prima di emettere sentenze definitive. Possiamo aspettare che lo faccia lui. L' unico a conoscere e, nel caso, a riconoscere una assoluta verità.

Da ansa.it l'8 aprile 2021. Un dodicesimo ed un sedicesimo posto nelle prime due gare del Mondiale 2021 unito alla macchia della penultima piazzola conquistata nella griglia di partenza del Gran Premio del Qatar seconda edizione, peggior risultato in carriera in tutte le classi. L'inizio da incubo del Mondiale della MotoGp di Valentino Rossi comincia a far discuter e tra social, ex campioni ed esperti è iniziata a serpeggiare la considerazione che per il nove volte campione del mondo sia arrivato davvero il momento di chiudere la sua lunga carriera fatta di 26 anni di vittorie e soddisfazioni. All'attacco senza giri di parole dell'ex campione del mondo Marco Lucchinelli secondo cui il Dottore non vince dal 2009 e sarebbe meglio smettere di cercare scuse per le sue mancate prestazioni, sono seguiti una valanga di commenti social in base ai quali per Valentino sarebbe meglio dire basta. Opinioni, parole e veleni a tutto gas resi ancor più d'attualità dall'avvio di stagione disastroso del campione di Tavullia passato quest'anno dalla Yamaha ufficiale al team Petronas. Sul web l'affondo di Lucchinelli raccoglie consensi: "In particolare con il fatto che VR46 toglie la moto a un giovane. Purtroppo il Circus del motomondiale non è più come una volta, ormai è un industria commerciale, deve essere adeguata alla stragrande maggioranza del popolo" dice un tifoso deluso. Ma c'è anche chi lo difende: "2 rondini non fanno primavera. Sempre lì come i falchi a dire stupidate... ditelo che vi é antipatico e qualsiasi cosa faccia, sappiamo che é così". Un altro weekend molto complicato per Rossi che sostiene di aver vissuto momenti peggiori però ai tempi in Ducati: "Non è stata la mia peggiore qualifica. Penso di aver fatto di peggio quando ero in Ducati", ha commentato Rossi dopo le qualifiche di sabato in Qatar che lo hanno visto classificarsi penultimo. Sabato è stato veramente nero, andavo davvero piano. Poi per fortuna abbiamo parlato e abbiamo modificato un po' di cose, riuscivo a guidare meglio, quindi qualche piccola cosa positiva c'è". Segnali positivi tutti da verificare nelle prossime gare a cominciare dal Gran Premio del Portogallo a Portimao dove Valentino dovrà cercare di rifarsi, ammesso che la moto messagli a disposizione dalla Yamaha Petronas e le gomme Michelin glielo consentano, per continuare a divertire, a divertirsi ma anche per poter dire che non lo voleva più vedere in pista si sbagliava.

Valentino Rossi, "un genio ma adesso basta". Lucchinelli durissimo: "Così si ruba la moto ai giovani". Libero Quotidiano l'01 aprile 2021. "Un genio, ma ora basta". Contro Valentino Rossi si schiera anche Marco Lucchinelli, ex campione del mondo di 500 nel 1981 e grande protagonista del circus. "Valentino nel Motomondiale è stato una novità, un modo diverso di fare le corse, un marziano, un genio - spiega Lucchinelli intervistato da Lapresse -. Però adesso è tornato sulla terra e non si devono trovare più tante scuse. Ora largo ai giovani. Senza nulla togliere al nove volte campione del mondo, adesso basta". Al debutto nel Mondiale 2021 in Qatar, Rossi ha chiuso al dodicesimo posto dopo ottime qualifiche, a causa di problemi con la gomma posteriore. "Così si porta via la moto a un giovane, da più di tre anni non vince una gara e l’ultimo Mondiale lo ha vinto nel 2009 - sottolinea impietoso Lucchinelli -. Lui ha sempre corso per vincere ma ora corre per arrivare". "Non ce l’ho con Valentino, ma con chi continua a trovargli delle scuse. Tranne lui c’è stata negli anni una alternanza. Credo che lui voglia fare sempre meglio e non va certo piano. Ma i giovani hanno quel pelino in più che fa la differenza. È diventato uno stimolo per i giovani per stargli davanti". 

Lo sfogo durissimo di Valentino: "Marco? Prima mi leccava il c..." Valentino Rossi non ha preso bene l'attacco di Marco Lucchinelli: "Non lo so, a un certo punto ha iniziato a parlare sempre male di me, ma non ho capito bene il perché". Marco Gentile - Ven, 02/04/2021 - su Il Giornale. "Valentino Rossi è stato un marziano, però è il momento di lasciare spazio ai giovani in MotoGP. Non ce l’ho con lui, ma con chi continua a trovargli delle scuse. Ormai corre per arrivare, non per vincere", questo il siluro di Marco Lucchinelli ex campione del mondo in 500 nel 1981 rilasciato ai microfoni dell'agenzia di stampa inglese Lapresse. La stoccata è arrivata forte e chiara alle orecchie di Valentino Rossi che ha replicato così a queste parole che hanno fatto male ai microfoni della Gazzetta dello Sport:"Mi dispiace che sia Marco Lucchinelli a dirlo, perché è stato un grande amico di Graziano, siamo stati molto amici noi e tutte le volte che lo vedo è super gentile con me, vorrei dire che mi lecca il c... ma magari questo è un brutto modo per dirlo".

Amarezza. Valentino si è dimostrato amareggiato per queste parole arrivate da una persona insospettabile: "Non lo so, a un certo punto Lucchinelli ha iniziato a parlare sempre male di me, ma non ho capito bene il perché. Però alla fine ognuno può dire la sua, anche se naturalmente mi dispiace. Quelli che sono importanti sono i risultati, se riuscirò ad andare forte tutti risaliranno sul carro del vincitore, se non ce la farò continueranno a dire che dovevo smettere qualche anno fa. Io comunque spero solo una cosa, e l’ho detto più volte ad Albi e Uccio che quando sarò vecchio non diventerò come loro", il commento al vetriolo del fuoriclasse di Tavullia.

Mancanza di rispetto. Rossi ha poi parlato di un contatto di gara avuto con Brad Binder durante il primo gp stagionale e della diversità rispetto a quando lui iniziò a correre tanti anni fa: "Quando ho cominciato, i giovani avevano più rispetto per i piloti più vecchi, ma ora è tutto il mondo che è cambiato, non solo le corse. E non dipende dalla posizione per cui lotti, ma dai piloti. Alcuni sono puliti, altri, come Binder, entrano duri e non si preoccupano, mollano i freni e ti colpiscono. Poi ora con tutte queste telecamere se reagisci dicendo o facendo una cosa vera, sanguigna e sincera nascono polemiche che ti sfiniscono per tre settimane. Quindi bisogna essere, o fingere di essere, politically correct. O farlo da furbi".

Lorenzo Nicolao per corriere.it il 13 aprile 2021. All’ottava gara consecutiva fuori dai primi dieci, molti appassionati di MotoGp, tra fan e non, si sono posti ancora una volta le solite domande. «A 42 anni perché Valentino Rossi scende ancora in pista, non potendo più ottenere i risultati d’un tempo?», «Ormai ha fatto il suo corso, i nuovi piloti possono oggi essere i suoi figli» oppure «Perché insistere, invece di ritirarsi e lasciare un bel ricordo da vincente?». Risulta infatti più che legittimo a tutti che il Dottore possa decidere di lasciare definitivamente la scena ai suoi ben più giovani colleghi, dopo aver esordito nel motomondiale nel 1996, dopo 416 gare ufficiali disputate, dopo 235 podi e 115 vittorie che gli hanno permesso di conquistare ben nove titoli mondiali. Fuori dalla top ten, prima della scorsa stagione e di quella attuale, Rossi era rimasto solo in tre campionati nell’arco di una gloriosa e lunghissima carriera: nelle prime tre gare del 2000, nelle ultime tre del 2011 e nella primavera del 2019, quando è ormai inesorabilmente iniziato un fisiologico calo a livello delle prestazioni. Ma allora perché continuare? L’orgoglio certamente e anche la passione per le corse. Ma non va trascurato il fattore economico. Al di là di quello che gli spettatori possano in un primo momento pensare, Valentino infatti, anche senza vincere un Gp da quasi quattro anni e senza salire sul podio da una trentina di gare, ha già dimostrato che si può sfruttare le scia del proprio successo meglio di quanto al momento non riesca a farlo in pista con gli avversari che lo precedono.

Brand globale. Il fuoriclasse di Tavullia rappresenta a tutt’oggi un fenomeno che ha cambiato radicalmente volto alla MotoGp, un marchio popolare e globale non solo attraverso i suoi successi, ma anche per l’impatto mediatico che la sua figura ha saputo emanare sin da subito. Ancora ai massimi livelli, Rossi ha celebrato i suoi trionfi fondando nel 2008 la società VR|46, un marchio inizialmente nato solo per fini di merchandising intorno alla sua figura. Già nel 2013, il brand che vende oggi qualsiasi prodotto immaginabile tra vestiario tecnico, casual e gadget di ogni dimensione e tipologia, inglobava un’agenzia e un’accademia di piloti (e oggi anche la squadra di Moto2 e Moto3 VR|46 Racing Team) che si è presa cura dell’immagine e della crescita di tanti personaggi che oggi animano i paddock e i circuiti di ogni categoria motociclistica, ormai anche della MotoGp. Tra il 2014 e il 2020 la società ha permesso a Franco Morbidelli e Francesco Bagnaia di raggiungere i traguardi attuali, mentre i successi tra Moto2 e 3 ammontano finora a 27, con la vittoria di «Pecco» nel campionato di Moto2 proprio nel 2018. La consacrazione quindi di un percorso che era iniziato almeno cinque anni prima e che va avanti tutt’ora, gestendo gli sponsor e i diritti d’immagine di tanti altri piloti noti come Cal Crutchlow, Jack Miller, Alex Rins, Fabio Quartararo, Maverick Viñales, Luca Marini, Joan Mir, Danilo Petrucci ed Enea Bastianini. Non sarebbero neanche tutti, ma rende l’idea della portata del business del veterano numero 46.

Guadagni stellari. Il marchio globale rappresentato da Valentino, con i successi in pista che si sono tradotti nella popolarità e nella visibilità di un intero movimento, hanno portato così a un giro d’affari annuale di 54 milioni di euro, con i 6,6 netti guadagnati in un solo anno (numeri riportati da Truenumbers, il noto sito di data journalism, facendo riferimento agli ultimi bilanci della società del 46 giallo). Praticamente un guadagno pari a quello di un calciatore di Serie A di fascia medio-alta a cui si aggiungono ovviamente stipendio e soldi delle sponsorizzazioni. Per Rossi correre oggi è quindi un modo per rappresentare attivamente tutti gli interessi che gli ruotano intorno e che si riflettono sui campioni che scriveranno nuovi successi, sulla base dell’interesse cresciuto intorno agli sport motociclistici dall’inizio del XXI secolo in Italia e nel mondo. Non è un caso che anche i principi sauditi, recentemente investitori attivi in molti settori e brand legati al mondo delle corse, tra le quattro e le due ruote, abbiano recentemente firmato un contratto di collaborazione con la VR|46, in modo da promuovere il motociclismo nel proprio Paese. Tutto questo non può quindi rappresentare per Valentino niente altro che la premessa di un accesso diretto dalla pista a un ruolo dirigenziale al momento del ritiro dalle corse, come minimo nel ruolo di team manager, se prossimamente la VR|46 Racing sbarcherà nella classe regina. Bene quindi non lasciarsi ingannare dai piazzamenti mancati nei Gran Premi, perché Rossi ha già messo le radici, per diventare in futuro un campione d’altro tipo in quella che, in fondo, è sempre stata casa sua.

Valentino Rossi e Marc Marquez, complotto spagnolo a Sepang 2015? Il libro-bomba: "Le verità rivelate". Libero Quotidiano il 18 febbraio 2021. Fu complotto spagnolo contro Valentino Rossi? A 5 anni di distanza, il disastro di Sepang 2015 agita ancora le acque del Motomondiale. Marc Marquez, allora fuori dalla corsa al titolo mondiale di MotoGp, uscì di pista dopo una serie di feroci sportellate con il Dottore. Risultato: penalizzazione per il mito di Tavullia e l'altro spagnolo Jorge Lorenzo con la strada spianata verso il titolo. Si trattò forse del triangolo più avvelenato nella storia delle due ruote, che generò un'amicizia finita (quella tra Vale e Marc), mesi di polemiche e anni di rivalità senza esclusione di colpi. Da quel giorno, Rossi e Marquez si sono sempre guardati in cagnesco, togliendosi praticamente il saluto. Solo il grave infortunio che sta tenendo fuori dal circus da un anno Marc ha parzialmente raffreddato le ostilità, anche se Valentino ha recentemente dichiarato di pensare molto a quanto accaduto in Malesia: "La mia sensazione è la stessa di quella domenica dopo la gara, anche se sono passati cinque anni. Quindi penso che sarà sempre così". A cambiare le carte in tavola però ci pensa ora Santi Hernandez, storico capotecnico di Marquez: "Di tutto questo si parlerà ancora quando ci saremo tutti ritirati e qualcuno tirerà fuori un libro. Lì le verità saranno rivelate". Il Sepang-gate è tutt'altro che finito.

Da liberoquotidiano.it il 24 marzo 2021. Valentino Rossi ha assistito al varo del suo nuovo yacht Sanlorenzo X88. Il motociclista non era presente, ma ha assistito in videoconferenza la consegna dell’imbarcazione, dopo l’allestimento e le prove in mare, che dovrebbe avvenire a maggio. "Con una lunghezza di 26,7 metri, una larghezza di 7,2 e una velocità massima di 23 nodi, l’ SX88  è caratterizzato dalla timoneria posizionata esclusivamente sul flybridge, così da lasciare maggior spazio e più soluzioni modulari nel ponte principale", scrive la Gazzetta dello Sport. L'imbarcazione è di colore bianco e ha un costo base di 4,5 milioni di euro, ma che con le personalizzazioni volute da Valentino sia salito fino a 9 milioni. La Gazzetta non ha la certezza del prezzo esatto e parla di indiscrezioni, ma a prescindere da personalizzazioni o no, il costo è comunque rilevante. La scelta dei cantieri navali Sanlorenzo. fatta da Valentino, è lungimirante visto che "realizzano yacht dal 1958 e rappresentano la ‘boutique’ della nautica grazie ad una produzione limitata di pochi yacht all’anno, progettati e costruiti secondo le richieste, lo stile e i desideri di ogni singolo armatore". Per questo il campione della MotoGP si è rivolto a questa azienda. Il nuovo yacht dovrebbe essere battezzato Titilla III, sulla scia dei nomi delle due precedenti imbarcazioni del Dottore. Sostituirà il Titilla II (prima il Titilla), scafo più volte ripreso nelle immagini dei gossip nelle estati degli ultimi anni del 9 volte iridato.

Valentino Rossi: «Col Covid ti senti un appestato. A 42 anni corro come prima ma ora seguo la politica». Giorgio Terruzzi su Il Corriere della Sera l'8 febbraio 2021.

«Non mi faccio mancare niente, nemmeno il Covid. Contagiato nel momento peggiore, due gare perse, molto tempo per tornare negativo. Una volta smaltita la malattia sono stato quasi contento di aver superato l’ostacolo, mi sono un po’ rilassato, ma questo virus porta la solitudine. Nessuno ti viene a trovare, sembri un appestato. Per chi deve lavorare per forza sotto pandemia la vita è uno schifo. E ho capito che nessuno capisce bene cosa stia accadendo».

Vaccino: sì o no?

«Vaccino sì. Sono pronto, mi pare l’unica speranza per tornare a una vita normale».

Valentino Rossi prepara il suo Mondiale numero 26, il 20° in MotoGp. Una squadra nuova, la Petronas Yamaha, il suo pupillo Franco Morbidelli come compagno. Palestra e ranch per gli allenamenti. Tavullia, come sempre, con gli amici di sempre, il compleanno numero 42 in arrivo (16 febbraio). Biondi i riccioli, il sorriso è un guizzo pronto pure lui, da ragazzino permanente, il tempo, un indicatore trascurabile: «Sarà un altro campionato anomalo. Lo scorso anno, in gara con attorno tribune vuote mi domandavo: che senso ha? Cosa ci faccio qui? Spero vada un po’ meglio, niente più corse replicate sulla stessa pista, insomma mi aspetto almeno un Mondiale più vero».

Decimo titolo: è un pensiero fisso oppure se arriva bene, sennò pazienza?

«Corro perché penso di riuscire a vincerlo. Ma non è un’ossessione. Sarei contento di fare bene, fare podi, essere protagonista, in lotta».

Ultima vittoria in MotoGp: 2017. Come mai non accade più?

«Perché vincere è una faccenda tosta, perché il livello dei piloti è altissimo. Ho avuto almeno tre opportunità in questi anni, è mancato sempre un pelo, qualche caduta di troppo e spesso abbiamo sofferto tecnicamente».

(Valentino Rossi, nuovo yacht da 9 milioni: lungo 23 metri, sarà pronto a maggio: Titilla III)

Correre a 42 anni e correre a 20. Cosa cambia e cosa resta intatto?

«Non cambia granché. Spingo al massimo evitando di fare sciocchezze. Sempre stato così, cercavo di preservarmi anche a 20 anni. Non sono mai stato un pilota spericolato. È che vorrei confrontarmi sul tema “correre a 40 anni” ma è impossibile: nessuno è rimasto in sella così tanto».

Insomma, quel sorpasso su Stoner al «Cavatappi», del 2008, lo rifarebbe?

«Sicuro. Anche perché non è stato il più rischioso. Spettacolare e celebre, certo, ma in quel punto si va piano».

E la vita, a 42 anni, come cambia?

«Cambiano le priorità. A vent’anni pensi a correre e poi a correre. Fine. Cosa accade tra una gara e l’altra non lo ricordi neanche. Adesso è diverso, anche se tra allenamenti, alimentazione da curare, gare e test, le giornate sono identiche a quelle del passato. Però, i pensieri sono anche altri. Riesco persino e seguire un po’ la politica. Continuo a non capire una mazza, ma seguo».

Quindi, Draghi, Conte, il governo e la pandemia…

«Guardi, non sono mai stato troppo critico con Conte, con il governo. Mi pare sia difficile gestire questo caos, tutti i Paesi del mondo sono andati in crisi, ed è facile disapprovare chi cerca di risolvere. Draghi sarà il nuovo presidente del Consiglio? Vedremo. Spero in un piano serio per i vaccini e in un sostegno per i lavoratori in difficoltà che sono e saranno tanti. Vorrei una vera strategia per riprendere una normalità, per apprezzare più di prima l’Italia. In questo senso siamo più fortunati di altri: viviamo in un luogo bellissimo».

Francesca Sofia Novello è una fidanzata di lungo corso. Qual è il suo segreto?

«È che ci siano trovati, abbiamo caratteri simili, è una donna votata al buonumore, è positiva, si impegna da matti per risolvere un problema. Mi pare proprio una buona spalla. A nessuno dei due piace litigare. Quando vai a dormire e il mattino successivo tutto procede bene, vuol dire che la qualità del rapporto c’è, funziona».

Correrà contro suo fratello, Luca Marini. Che tipo è?

«Siamo diversi. Per esempio è veramente una persona seria. Lui, dico. Lo guardo e certe volte sembra l’unico quarantenne della famiglia. È un figo, ha un enorme talento, ha sempre creduto nei propri mezzi. Mi aspetto che faccia molto bene anche se gli servirà tempo per imparare a guidare la Ducati».

Vostra madre, Stefania, per chi farà il tifo?

«Beh, spero per tutti e due, senza preferenze».

È bello sapere che Marquez non c’è?

«Ahahah… qui serve una risposta diplomatica: mi dispiace moltissimo che non possa correre. Se guarirà, cosa che al momento non sa nessuno, nemmeno lui, tornerà forte come prima. Ma non è stato Marquez l’avversario più forte che ho incontrato».

È riuscito a perdonarlo per quel finale di stagione 2015?

«Impossibile. Quello che mi ha fatto non è perdonabile. Quando ripenso a quei giorni ho le stesse sensazioni di allora. E sono passati sei anni. Mi pare difficile che possano cambiare».

La sua ex squadra, Yamaha, correrà con Viñales e Quartararo, deludenti entrambi lo scorso anno…

«Hanno scelto i piloti del 2021 prima che iniziasse il 2020 ed è un errore secondo me. È un vizio da MotoGp. Bisognerebbe aspettare almeno qualche gara. Comunque Quartararo è ancora una promessa e Viñales, pur con alti e bassi, va molto forte. Faranno bene, ne sono certo».

Dovizioso a piedi. Ci sta o un assurdo?

«Per me è assurdo, è veloce, esperto. Ma bisognerebbe chiedere a lui. Magari non aveva più voglia. Se fosse una sua scelta, tutto bene».

Davide Brivio, dalla Suzuki alla Alpine Renault di F1. Sorpreso?

«Mi dispiace che non sia più in MotoGp. È un manager che ha alzato il livello generale ed è una persona che ho incontrato sempre volentieri nel paddock. Sono contento per lui, comunque. Credo sia un punto d’arrivo per chi fa quel mestiere».

Lewis Hamilton: vi siete scambiati i mezzi da corsa. E poi? Più sentito?

«Ma no, ci scriviamo, ci sentiamo spesso da anni. Mi aspetto che firmi il contratto. Vincere con Hamilton, per la Mercedes è importante, anche se costoso. Il tema denaro è sempre centrale. I milioni hanno la coda lunga».

Ferrari: cosa le viene in mente quando guarda quel rosso?

«Sono un tifoso della F1, la Ferrari mi piace e mi piace Leclerc, credo sia tra i piloti più forti in pista. L’uomo per vincere c’è, adesso devono costruire una macchina all’altezza. Confrontarsi con la Mercedes è un problema. Per tutti. Ma la Ferrari deve almeno stare lì, come la Red Bull, a dare fastidio».

Col suo babbo Graziano vi vedete sempre dal barbiere o anche altrove?

«Anche altrove. Viene spesso a mangiare a casa mia».

(Valentino Rossi, dalla F1 al rally, dal DTM all’endurance: i 1000 volti del «Dottore dei motori». Non solo motociclismo)

Quando si guarda attorno, in pista, al ranch, vede qualche giovane che le somiglia, un possibile erede?

«Ne vedo più di uno tra i ragazzi dell’Academy. A cominciare da Morbidelli che arriva da una stagione stratosferica. È molto forte anche Bagnaia, secondo me farà un grade anno con Ducati. E poi mio fratello Luca: ogni volta che giriamo al ranch fa sempre la differenza. Vengono su bene anche Bezzecchi, Vietti e Manzi».

L’Inter vince lo scudetto?

«Ce la giocheremo sino alla fine con il Milan. Temo anche con la Juve».

Siamo alla fine dell’intervista e non le ho chiesto quando si ritirerà.

«Mi sembra un bellissimo finale». 

Jorge Lorenzo. DA ilnapolista.it il 16 giugno 2021. La storia di Open, la autobiografia bestseller di Agassi, è un libro aperto. Ha avuto il successo che ha avuto perché ha tradotto in letteratura i “traumi” di decine di campioni e sportivi, forzati della vittoria, cresciuti da genitori despoti. Alla lunga lista si aggiunge Jorge Lorenzo, cinque volte campione del mondo di motociclismo che, intervistato da Fran Rivera per il programma ‘Espejo Público’, s’è lasciato andare ad un raro sfogo intimo. Dicendo, ora che ha smesso di correre, cose tipo “mio padre era come Hitler”. “Sono più felice ora di quando correvo. Sono molto perfezionista, e quando faccio qualcosa la faccio al mille per mille. Pensavo tutto il giorno a come stare meglio, doppia seduta praticamente ogni giorno con 6 o 7 ore di allenamento. Mi manca meno vincere. Sono sempre stato molto competitivo, fin da piccolo ho sempre avuto quel gene competitivo. Quello che mi piaceva era vincere, più che andare in moto. Diciamo che andare in moto era lo strumento per vincere nella vita”. “Mio padre mi ha portato in questo mondo perché era la sua passione. Mi ha costruito una moto quando avevo tre anni. A quell’età era la mia prima gara. Mio padre era come un sergente. Era una specie di Hitler, o un allenatore di ginnastica cinese o russo, tipo. Mi ha insegnato molti valori sportivi che mi hanno fatto arrivare dove sono. Come la disciplina… Che nulla accade per fortuna, ma per lavoro. Me lo sono portato nelle vene”.

Lorenzo è uno degli “antipatici” del motociclismo, mai un sorriso, mai una battuta.

“Lo sport in generale richiede molto egoismo da parte tua. Devi essere egoista perché lo sport porta a questo. Vuoi la fetta di torta più grande possibile. È importante dimenticare tutto quando finisci una gara e devi anche andare d’accordo con i tuoi rivali. Nel 2019 ho firmato per la Honda, è stato super emozionante, la gente parlava di ‘Dream Team’ con Marc Márquez, eravamo i due piloti che avevano vinto di più nell’ultimo decennio. Ma mi sono rotto lo scafoide nel precampionato, e poi mi sono rotto una costola nella prima gara, non mi sono adattato alla moto, la Honda era una moto sorprendentemente complicata e i risultati non sono arrivati. Me ne sono andato”.

Lorenzo spiega anche le ragioni del ritiro:

“Ho vinto gare con 20 secondi di vantaggio e ho fatto gare in cui sono arrivato ultimo. Sei la stessa persona, ma la tua moto cambia e potrebbe essere il circuito che non va bene o anche le condizioni meteorologiche che influenzano. Puoi passare dall’essere il migliore di tutti ad essere il peggiore. Tra il non adattamento alla squadra e gli infortuni, mi sono detto che dopo 18 anni di sacrifici era arrivato il momento di godersi la vita. Ora sono entusiasta di fare quello che non facevo prima, soprattutto posso mangiare quello che voglio. Per i piloti, più pesi meno la moto corre, quindi devi trovare un compromesso tra avere muscoli ed essere forte e pesare poco. A 16 anni era più o meno come adesso, 1,71, ma pesavo 52 chili, ero asciutto e pallido, come un ciclista ma senza gambe. Adesso peso 70 chili, quasi 20 in più”.

·        Quelli che …il Ciclismo.

Marco Bonarrigo per corriere.it il 24 ottobre 2021. La notizia è che nella notte tra venerdì e sabato — nel parcheggio di uno dei due alberghi nei dintorni di Lille che ospitano la «bolla» delle nazionali che partecipano ai Mondiali su pista di Roubaix — i soliti ignoti hanno rubato venti biciclette appartenenti ai pistard azzurri. Invece di essere custodite in una stanza protetta, le bici erano stivate in un furgone (che è stato scassinato da professionisti) pronte per essere riportate in Italia in mattinata: il capo delegazione azzurro Roberto Amadio ha spiegato che il parcheggio dell’albergo era «custodito e protetto» e offriva quindi massime garanzie di sicurezza. I modelli spariti appartenevano ai velocisti e - soprattutto - agli specialisti dell’inseguimento che hanno terminato venerdì le loro prove: si tratta quindi in prevalenza di telai completi del costosissimo «Bolide» prodotto su misura dalla Pinarello nella speciale versione dorata che festeggia il titolo olimpico conquistato a Tokyo dal quartetto azzurro composto da Ganna, Milan, Consonni e Lamon. Una bici (il solo Ganna ne ha a disposizione tre, le caratteristiche sono raccontate in questo articolo di Corriere Innovazione) che arriva a costare ventimila euro nell’assetto da gara. I furti di bici su commissione non sono rari, ma riguardano quasi esclusivamente modelli da corsa in linea su strada e più raramente da cronometro. A chi può essere rivenduto un «Bolide» da pista senza freni e senza cambio, praticamente impossibile da guidare per un non specialista che non sarebbe nemmeno in grado di far girare i pedali? A un collezionista, ad esempio, che lo terrà esposto/nascosto in casa come un’opera d’arte. Il mercato delle bici speciali trafugate è di nicchia ma attivo con committenti soprattutto nell’est europeo. Per proteggere le bici esistono speciali «tag» sul telaio e a volte rilevatori satellitari inseriti nei tubi ma questo non dovrebbe essere il caso delle Pinarello trafugate alla nostra nazionale. Possibilità di ritrovamento? L’unica è che i ladri (di certo professionisti) si rendano conto che i telai sono troppi e troppo speciali per essere rivenduti e decidano di abbandonarli per evitare guai.

Elia Viviani. Luca Gialanella per gazzetta.it il 24 ottobre 2021. Elia Viviani oro! Finalmente Elia, il Profeta della nostra pista. Oro nell’Eliminazione nell’ultima gara dei Mondiali su pista nel velodromo Jean Stablinski di Roubaix, in Francia, battendo il portoghese Leitao all’ultima volata. Dopo quattro medaglie, ecco il suo primo oro su pista, il suo primo grande amore nel ciclismo. L’Eliminazione è la gara che ama di più, quella che unisce potenza, concentrazione e strategia, e del quale è stato campione europeo nel 2018. Ventidue corridori al via, ne viene eliminato uno ogni due giri (quindi 500 metri: la gara dura 11 km). Con quella di Viviani, l’Italia chiude questa rassegna iridata di Roubaix con 10 medaglie.

4 Ori: Martina Fidanza nello scratch; Letizia Paternoster nell’Eliminazione; il quartetto maschile dell’inseguimento a squadre (Ganna, Lamon, Consonni, Milan e Bertazzo); Elia Viviani nell’Eliminazione

3 Argenti: il quartetto femminile dell’inseguimento a squadre (Alzini, Fidanza, Balsamo, Paternoster, Consonni); Jonathan Milan nell’inseguimento individuale; Michele Scartezzini-Simone Consonni nell’Americana 

3 Bronzi: Elisa Balsamo nell’Omnium; Filippo Ganna nell’inseguimento individuale; Elia Viviani nell’Omnium 

I precedenti - La prima medaglia di Viviani ai Mondiali è vecchia di 10 anni – argento nello scratch ad Apeldoorn 2011 -, poi nel 2015 sono arrivati l’argento nell’Americana e il bronzo nell’Omnium. Sabato il bronzo ancora nell’Omnium, la specialità di cui è stato campione olimpico a Rio 2016 e bronzo a Tokyo 2020, e adesso questo oro. Elia è il nume tutelare della nostra pista, l’esempio a cui si è ispirato Filippo Ganna.

Chi è - Elia Viviani è nato a Isola della Scala (Verona) il 7 febbraio 1989. È passato professionista nel 2010 con la Liquigas, lo squadrone di Roberto Amadio nel quale correvano Nibali, Basso, Sagan e Caruso. Viviani vanta 85 successi su strada: Tricolore 2018, campione d’Europa 2019, 5 tappe al Giro (maglia ciclamino 2018), 1 al Tour e 3 alla Vuelta. Dopo due stagioni con la francese Cofidis, nel 2022 correrà con il team Ineos-Grenadiers, al fianco di Pippo Ganna. Su pista, Oro olimpico nell’Omnium a Rio de Janeiro 2016 e il bronzo a Tokyo 2020; 7 titoli Europei, tra cui quello dell’Eliminazione nel 2018; un oro (Eliminazione 2021), due argenti (scratch 2011, Americana 2015) e due bronzi (Omnium 2015 e Omnium 2021) ai Mondiali.

Sonny Colbrelli. Ciro Scognamiglio per gazzetta.it il 3 ottobre 2021. Sonny Colbrelli ha vinto la Parigi-Roubaix! L'azzurro ha battuto in uno sprint a tre Vermeersch e Van der Poel. L'Italia torna a trionfare dopo oltre 20 anni, l'ultimo successo era stato di Tafi nel 1999. E in un'edizione resa ancor più epica del solito dalle condizioni meteo (pioggia battente all'inizio e stradine piene di fango), resta anche il rammarico per la sfortuna che ha privato l'azzurro Gianni Moscon di un successo che avrebbe strameritato. Il 27enne trentino della Val di Non ha prima bucato e poi è caduto quando aveva un largo vantaggio sugli inseguitori, a poco più di 25 km. dall'arrivo. É davvero una stagione magica quella di Sonny Colbrelli, che a giugno aveva vinto il campionato italiano a Imola e a settembre il campionato europeo a Trento. Bresciano, 31 anni, corre per la Bahrain-Victorious e come Vermeersch e Van der Poel era al debutto nella regina delle classiche, che ha visto una edizione bagnata come non succedeva dal 2002. E’ anche la prima volta che si è corsa a ottobre, a causa della pandemia dopo l’annullamento dell’edizione 2020. Prima di oggi, l’ultima Roubaix si era disputata il 14 aprile 2019 e aveva vinto Gilbert. Quella di Colbrelli resta comunque una impresa storica, indimenticabile, anche appunto per le difficilissime condizioni meteo che hanno via via eliminato molti favoriti anche a causa delle cadute (tra cui per esempio Peter Sagan). È stato davvero bravissimo il bresciano, che ha pedalato sempre nelle prime posizioni rispondendo a ogni attacco di Van der Poel e poi muovendosi in prima persona a 90 km dall’arrivo. Nel finale, con condizioni meteo migliorate, Moscon era frenato dalla sfortuna mentre Colbrelli riusciva a emergere con Van der Poel e Vermeersch. Fino all’apoteosi nello storico velodromo di Roubaix. 

ORDINE D’ARRIVO : 1. Sonny COLBRELLI (Bahrain-Victorious) 257,7 km in 6.01’57”, media 42,719; 2. Vermeersch (Bel); 3. Van der Poel (Ola); 4. Moscon a 44”; 5. Lampaert (Bel) a 1’16”; 6. Laporte (Fra); 7. Van Aert (Bel); 8. Van Asbroeck (Bel); 9. Boivin (Can); 10. Haussler (Aus); 11. Rutsch (Ger); 12. Walscheid (Ger). 19. Mozzato a 6’21!”.

Dagospia il 4 ottobre 2021. Da Un Giorno da Pecora. “Ieri con questi tratti di strada di fango è stata una cosa eroica, d'altri tempi quasi, ero piano di fango, sembravo mia moglie quando si fa la maschera di bellezza...” A scherzare è Sonny Colbrelli, vincitore della Parigi-Roubaix, che oggi è stato intervistato da Un Giorno da Pecora, la trasmissione di Rai Radio1 condotta da Geppi Cucciari e Giorgio Lauro. Ad un certo sembrava quasi che il giovane ciclista belga, poi arrivato dietro di lei, potesse superarla... “ Non mi ricordo neanche il suo nome, è giovane, l'avevo visto poco prima” Quindi non sapeva come si sarebbe comportato in volata. “Esatto, e infatti il ragazzino ci stava infilando. Meno male che poi ho avuto io la meglio. Mi sono stupito anche io, vincere alla prima Parigi Roubaix non è roba da poco”. Come ha festeggiato dopo la gara? “Mi sono concesso un paio hamburger e tre birre”. D'altra parte in una gara come questa, ha spiegato l'atleta, si perdono circa “un paio di chili, circa 7mila calorie”. Da quando c'è Mario Draghi lo sport italiano via benissimo...”E allora che resti Draghi a lungo”. Che ciclista potrebbe esser il premier italiano? “Un passista veloce. Come me...” Da quando c'è Mario Draghi lo sport italiano via benissimo...”E allora che resti Draghi a lungo”. Che ciclista potrebbe esser il premier italiano? “Un passista veloce. Come me...” Qual è il suo l'obiettivo per l'anno prossimo. “Vincere la Milano Sanremo”. Il suo nome, Sonny, è molto particolare. Sa perché i suoi genitori hanno deciso di chiamarla così? “E' molto semplice: mio padre era appassionato del telefilm 'Miami Vice', il cui protagonista si chiama Sonny...” E'vero che da piccolo veniva bullizzato dai compagni di scuola? “Ero obeso e con gli occhiali, mi dicevano quattrocchi, sei una botola. Ma la botola ieri - ha concluso Colbrelli a Rai Radio1 -  ha fatto qualcosa di eccezionale”.

Marco Bonarrigo per corriere.it il 5 ottobre 2021. Non tutti l’hanno presa bene. Non tutti domenica hanno esultato per la storica vittoria di Sonny Colbrelli nella 118ª Parigi-Roubaix che, in particolare, è rimasta sullo stomaco ai nostri cugini francesi. Le Dauphiné Libéré, antico quotidiano regionale transalpino, ci è andato giù pesantissimo scrivendo che il successo del bresciano «getta una nuova pietra in un mare di sospetti e si porta dietro l’odore nauseabondo del dubbio. Certo, Colbrelli non è mai stato trovato positivo all’antidoping e all’ultimo Tour de France la perquisizione nell’albergo della sua squadra, la Bahrain-Merida, non sembra aver dato risultati, ma la vittoria di un debuttante alla Roubaix non si vedeva dal 1955». Per un altro quotidiano, Le Sud-Ouest, è «incredibile che l’italiano, un velocista puro, riesca a volare anche sul pavé» mentre l’ex campione del mondo (e penultimo vincitore della classicissima del nord) Philippe Gilbert, spiega che «Colbrelli da quando ha vinto il campionato italiano in giugno non è mai andato oltre il secondo posto. Beh, è incredibile». Le Parisien, per concludere, classifica Sonny come «un ex sprinter che si è trasformato in scalatore, che non finisce più di sorprendere e la cui squadra è nel mirino dell’autorità giudiziaria». Una bufera, per noi italiani, molto simile a quella che due mesi fa ha investito (in quel caso a sparare a zero fu la stampa inglese) un altro bresciano, Marcell Jacobs, dopo la clamorosa doppietta nei 100 metri e nella 4x100 ai Giochi di Tokyo. In quel caso il veleno si ritorse contro i britannici (un loro staffettista, Chijindu Ujah, fu trovato positivo all’antidoping, la medaglia d’argento verrà revocata e riassegnata) e il legame tra il campione olimpico e un preparatore sotto inchiesta si rivelò del tutto indiretto come senza alcun fondamento sono i sospetti sull’azzurro del ciclismo. Che il Sonny Cobrelli del 2021 sia diverso da quello delle precedenti nove stagioni da professionista, è evidente: Sonny ha perso oltre otto chili con l’aiuto della dietologa Laura Martinelli («Con enormi sacrifici» spiega), si fa aiutare dalla mental coach Paola Pagani («Grazie a lei ho scoperto che i limiti nella testa me li ero imposti da solo e sono riuscito a sbloccarmi»), ha cambiato radicalmente posizione in bici, passando da un telaio di taglia M a uno S per diventare più scattante («Adesso mi sento un pezzo unico con la bicicletta»), e modificato l’allenamento, lavorando tantissimo in palestra per sviluppare la forza. Risultato: Colbrelli ha ceduto forse un pizzico di velocità di punta ma è in grado di non mollare la ruota di gente come Evenepoel e Van Der Poel in tratti ripidi o sconnessi, dove la quasi totalità degli sprinter si staccherebbe. E in pochi mesi la sequenza infinita di frustrazioni, secondi, terzi e quarti posti (segno indubbio di grande talento) che Sonny aveva collezionato in passato si è trasformata nelle vittorie ai campionati italiani, agli Europei, al Giro del Benelux e infine alla Roubaix. Nella svolta da buon corridore a campione hanno contato molto la moglie Adelina e i due figli, Vittoria e Tomaso, nati nel 2018 e 2020: «Quando sto insieme a loro — ha spiega — le mie paure scompaiono e divento più sereno, più lucido e più leggero». La leggerezza, infatti, è stata la vera chiave della vittoria: «Sono arrivato alla partenza — ha detto domenica Colbrelli dopo essersi ripulito dal fango — divertito, senza pressioni e con la pura e semplice voglia di far bene. Non ho mai avuto paura di cadere o perdere la ruota dei primi, incubo di tutti sul pavé: sono rimasto concentrato con facilità fino alla linea del traguardo anche quando, dopo aver lanciato lo sprint in piedi sui pedali, mi sono accorto che sarei stato più veloce in sella. Mi sono seduto e ha funzionato».

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 4 ottobre 2021. Se l'avesse immaginata uno sceneggiatore questa Parigi-Roubaix non sarebbe stata così emozionante, così epica, così esaltante: il pavé, la pioggia, il fango, la fatica disumana, le forature, le cadute, le lacrime e le urla di gioia di Sonny Colbrelli, il nuovo re della regina delle classiche. Tutto sembrava scritto per celebrare l'ennesimo trionfo azzurro in questa straordinaria e forse irripetibile stagione sportiva. A 25 km dal Vélodrome «André Pétrieux», dove come in un rituale d'altri tempi si conclude la corsa, Gianni Moscon era solo a comando, si stava involando verso la vittoria. Ma prima una foratura e poi una caduta gli hanno tolto ogni risorsa. Eravamo in debito nei confronti di un Fato che sembrava in quel momento sorridere complice al favorito di giornata, Mathieu Van der Poel. È a quel punto che è entrato in scena Sonny Colbrelli, a rivendicare il ruolo di protagonista. Di solito, la corsa non finisce mai in volata, quest' anno voleva un finale, un à bout de souffle con il cuore in gola. Sei ore di diretta tv, sei ore di tensione, mentre a poco a poco i corridori diventavano irriconoscibili, maschere di sudore e di fango, mentre le strade si riempivano di pozzanghere provocando un'infinità di cadute. In molti considerano la Roubaix come l'ultima follia del ciclismo moderno, con quel gruppo di amatori che ogni anno ripristina i tratti di pavé, copre le buche con aguzzi cubi di pietra, pulisce stradine buone sole per i carriaggi. La Parigi-Roubaix è l'enfer du Nord , è meravigliosa insensatezza, è leggenda. Colbrelli ha scritto un'altra pagina indimenticabile di storia del ciclismo (e di tv) conquistando la prima «classica monumento» in carriera, in un 2021 da sogno.

Dagospia il 4 ottobre 2021 da eurosport.it. Una statua di fango, lacrime, fatica. Quella foto è il manifesto della classe operaia che doma “l’Inferno del Nord” e va in paradiso. E’ una storia da film quella di Sonny Colbrelli, il vincitore di una epica edizione della Parigi-Roubaix. Non c’è nulla di convenzionale nella sua vita, a partire dal nome, Sonny, come il detective interpretato da Don Johnson di Miami Vice, il telefilm che furoreggiava in Italia negli anni ’80 e di cui la madre andava pazza. Un’infanzia che sembra una pagina di neorealismo. Famiglia operaia, un rapporto conflittuale con la scuola. Brutti voti e le feroci prese in giro degli altri bambini perché era grasso e portava gli occhiali. Come Marco Pantani, il suo mito, ha trovato un nonno che è stato il primo a credere in lui. Le prime vittorie in mountain bike, l'impiego da metalmeccanico e i turni massacranti alla catena di montaggio. Nel 2012 è il più giovane partecipante al Giro d’Italia. Nel 2019 è protagonista di una gag da commedia all’italiana al Tour de France. Due ragazzi si abbassano i pantaloni e mostrano il sedere agli atleti. Il velocista del team Bahrein-Merida toglie la mano dal manubrio e sculaccia uno dei due. Altro Tour, altra scena. Stavolta sembra un poliziottesco. I Nas transalpini irrompono di notte nell’albergo della Bahrain, frugano nelle stanze e nei computer e procedono al prelievo dei capelli dei corridori. Colbrelli protesta: “Il taglio dei capelli è stato umiliante, non lo auguro a nessuno”. La procura precisa: “Indaghiamo dal 2 luglio per acquisto, possesso, importazione di sostanze e metodi proibiti da parte di uno o più membri del team”. Il ciclista di Desenzano rincara: “Il blitz è stato istigato da avversari gelosi dei nostri risultati, frutto di lavoro durissimo”. Dalla macchina del fango al fango sulla pelle. È così che 22 anni dopo Tafi, Sonny Colbrelli taglia il traguardo e porta l’Italia a conquistare di nuovo la Parigi-Roubaix in fondo a una giornata da tregenda. Pioggia e pavè. Inferno e paradiso, fango e cielo. Quello che volete, ma ora mandate Sonny a fare una doccia.

Cosimo Cito per repubblica.it il 4 ottobre 2021. Francesco Moser, tre volte vincitore della Parigi-Roubaix (1978, 1979, 1980), ha seguito la gara in tv e ha avuto i brividi.

"Mi è sembrato di tornare indietro nel tempo, di rivedere la mia vittoria del 1978".

Pioggia, freddo e fango come allora.

"L’unica differenza è che io arrivai da solo e Colbrelli ha vinto una volata a tre. Ma è stato bravissimo a non sprecare pedalate, a restare sempre coperto. È una vittoria che vale più di un Mondiale".

Alla sua prima Roubaix, nel ’74, lei arrivò 2° dietro De Vlaeminck. Colbrelli ha vinto al primo colpo.

"Non è incredibile perché la Roubaix è sempre diversa, puoi correrla anche 15 volte e ogni volta sarà come la prima. Del ’74 ricordo che una volta arrivati alle docce, trovammo l’acqua fredda. Quella calda l’avevano finita tutti i ritirati e quelli che avevano mollato prima. Sono tornato anni dopo, ogni doccia ha la piastra col nome di un vincitore del passato. La mia e quella di Merckx sono state rubate, portate via come trofei. Una bella soddisfazione".

Come si doma la Roubaix?

"Bisogna andare leggeri e dritti, cercare la migliore traiettoria, capire le pietre, saperle leggere. Oggi è molto più difficile, quando le condizioni sono queste, perché passano molte più macchine e moto, appiattiscono il fango e lo rendono fine e scivoloso come ghiaccio". 

Le cadute sono state tantissime, in effetti.

"Molti hanno sbagliato a mio giudizio la scelta delle ruote e dei freni, quelle ad alto profilo sono molto rigide e i freni a disco si imbrattano di fango e non frenano come quelli tradizionali. Ai nostri tempi usavamo cerchi vecchi, in alluminio, che meglio si adattavano ai sobbalzi". 

Peccato per il suo corregionale, il trentino Moscon, frenato dalla sfortuna.

"Ha fatto una grande corsa, gli è mancato poco, come troppo spesso nella sua carriera. Ma Sonny se l’è meritata ampiamente per l’intelligenza che ha messo sui pedali".

Come si corre con il fango addosso?

"Dopo un po’ non te ne accorgi, diventa come una seconda pelle. Se rivedete le foto del 1978, faticherete a riconoscere persino la mia maglia iridata. Chi ha paura di queste condizioni si pone dei limiti e non la vincerà mai. La Roubaix la vince chi spera di correrla con pioggia, fango e nella tempesta".

Il successo di Andrea Tafi nel 1999. Chi è Sonny Colbrelli, il ciclista che ha vinto la Parigi-Roubaix 22 anni dopo l’ultimo italiano. Antonio Lamorte su Il Riformista il 3 Ottobre 2021. Erano 22 anni che un italiano non vinceva la Parigi-Roubaix. E l’impresa leggendaria è toccata a Sonny Colbrelli. Il ciclista di Bahrain Victorious si è aggiudicato l’edizione 118 della gara, classica in linea di 258 chilometri. Colbrelli ha eguagliato il successo di Andrea Tafi del 1999. Battuti in volata i due compagni di fuga, il belga Florian Vermeesch e l’olandese Mathieu Van Der Poel. Al quarto posto il trentino Gianni Moscon, protagonista di una lunghissima fuga ma tradito da una foratura e da una caduta che lo hanno fatto raggiungere dal terzetto. “Per me è un sogno, una leggenda, ma ero al limite”. Il corridore bresciano era esordiente nella classica del Nord. La volata finale al velodromo con l’olandese Van Der Poel. La gara ha visto tutte le immagini classiche della competizione: le fughe dei favoriti, quella in solitario di Moscon, pavé infangati e i visi e le tute ricoperti di terra bagnata. Il momento decisivo di 258 chilometri di corsa appassionante negli ultimi 90 chilometri. A quel punto i pretendenti alla vittoria si sono assottigliati in gruppo. Dopo 20 chilometri in testa erano rimasti in tre: Van Asbroesck, Vermeersch e Moscon che appunto è stato fermato da una foratura e una caduta che hanno azzerato il suo vantaggio di 1’25” sugli inseguitori. L’incandescente finale a tre, con la rimonta di Colbrelli, che si è lanciato verso la vittoria. Colbrelli è nato nel 1990 a Desenzano del Garda, professionista dal 2012. È soprannominato “Il Cobra”. Ha vinto il campionato europeo e quello italiano, la Freccia del Brabante, il Gran Piemonte. Il suo miglior piazzamento al Giro d’Italia nel 2012, nono posto nella dodicesima tappa. Il 5 settembre scorso aveva vinto il Benelux Tour e il 12 settembre il titolo Europeo nel ciclismo imponendosi in volata su Remco Evenepoel. Dal 26 settembre è capitano della nazionale italiana al campionato mondiale in linea nelle Fiandre, in Belgio. È originario della Valle Sabbia, in provincia di Brescia, è cresciuto a Casto dove ha conosciuto Adelina con cui si è fidanzato nel 2012. I due hanno avuto due figli, nel 2018 e nel 2020, Vittoria e Tomaso. “Credo sia un’altra perla di questo fantastico 2021 per lo sport italiano che vorrei non finisse mai”. Il presidente della Federciclismo, Cordiano Dagnoni, ha commentato così all’Adnkronos il successo di Sonny Colbrelli alla Parigi-Roubaix. “È stato spettacolare, lui è un generoso e col brutto tempo si esalta. Conosco Colbrelli fin da ragazzo, ero tecnico della pista quando lui era allievo. È un ragazzo che merita questo successo; non ha mai mollato, non si è mai demoralizzato. Sono felice per lui e per il ciclismo italiano”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Davide Cassani chi è: l’ex ciclista, dirigente sportivo e commentatore televisivo. Jacopo Bongini il 25/05/2021 su Notizie.it. Ciclista professionista dal 1982 al 1996, poi dirigente sportivo e commentatore televisivo per la Rai: chi è Davide Cassani? Gli appassionati di ciclismo sicuramente riconosceranno al primo colpo la sua voce dopo le centinaia di telecronache svolte a corredo dei maggiori eventi sportivi; ma oltre all’ambito televisivo, Davide Cassani è stato anche un grande corridore e allenatore, che ancora oggi dà il suo contributo al mondo del pedale italiano come commissario tecnico della nazionale maschile élite di ciclismo su strada. Nato a Faenza il primo gennaio del 1961, Davide Cassani cresce a Solarolo dove si avvicina al mondo del ciclismo già da bambino, approfittando anche della parentela con il corridore Roberto Conti, suo cugino di secondo grado. Nel 1982 esordisce ufficialmente nel professionismo gareggiando con la Termolan di Bruno Reverberi, per poi passare nel 1986 alla Carrera dove tra i suoi compagni di squadra incontrerà Claudio Chiappucci e Roberto Visentini. Nel 1988 gareggia per la Gewiss-Bianchi, mentre dal 1990 al 1994 correrà per l’Ariostea e nel 1995 per la MG Maglificio-Technogym. Concluderà la carriera nel 1996 con la maglia della Saeco, poco prima che un incidente automobilistico lo costringa al ritiro dal mondo del professionismo. Tra i maggiori risultati ottenuti da Davide Cassani nel corso della sua carriera troviamo la vittoria di due tappe del Giro d’Italia, una nel 1991 e la seconda nel 1993, oltre a un settimo posto ai Campionati mondiali di ciclismo del 1988, tre Giri dell’Emilia vinti nel 1990, nel 1991 e nel 1995 e una Milano-Torino vinta nel 1991. Nell’ambito delle classiche monumento invece, degni di nota sono il terzo posto conquistato alla Freccia Vallone nel 1992, il terzo posto al Giro di Lombardia del 1992 e il quarto posto alla Liegi Bastogne Liegi sempre dello stesso anno. Specialista nelle fughe, Cassani viene considerato uno dei migliori gregari degli anni ’90, gareggiando in oltre 1.500 corse tra cui 12 Giri d’Italia e 9 Tour de France. Dopo essersi ritirato dall’agonismo, nell’aprile del 1996 Cassani approda a Rai Sport sotto l’egida di Marino Bartoletti, che gli affida il ruolo di commentatore delle gare ciclistiche affiancandolo dapprima a Adriano De Zan e Auro Bulbarelli e successivamente ad Francesco Pancani. Nel 2014 viene nominato dal Consiglio federale della Fci Commissario tecnico della nazionale italiana di ciclismo su strada maschile élite, succedendo a Paolo Bettini.

L'arrivo a Milano in Piazza Duomo. Chi è Egan Bernal, il ciclista colombiano che ha vinto l’edizione 104 del Giro d’Italia. Antonio Lamorte su Il Riformista il 30 Maggio 2021. Si è chiusa l’edizione numero 104 del Giro d’Italia e a vincere è stato Egan Bernal. Il ciclista colombiano ha trionfato davanti a Damiano Caruso. Dopo aver vinto il Tour de France nel 2019, Bernal ha conquistato anche la Corsa Rosa. Il corridore classe 1997 nato a Zipaquirá, è professionista dal 2016 e si è sempre fatto notare per le sue caratteristiche da scalatore puro. Dopo aver corso per Androni agli esordi e poi è passato a Sky, con cui ha vinto la “Grande Boucle” nel 2019. Oggi corre per il team Ineos Grenadiers. Bernal era un appassionato di ciclismo fin da bambino ed è riuscito a tramutare questa passione in lavoro grazie al direttore sportivo Gianni Savio, che lo fece esordire tra i professionisti nella sua Androni Giocattoli. Il talento era evidente e dopo due stagioni passò al Team Sky per fare il salto di qualità. Lo hanno soprannominato il “Messi del ciclismo” ed è sempre stato considerato un predestinato, anche perché è nato lo stesso giorno di Marco Pantani. Oggi ha coronato uno dei suoi sogni, ovvero vincere il Giro d’Italia e ai microfoni di Rai Sport ha dichiarato: “La maglia rosa è speciale, il Giro è la corsa più bella nel paese più bello. E vincere così mi lascia senza parole. È ancora difficile credere quello che sta succedendo. Ho appena vinto il Giro, non ho parole. Dentro ho tante emozioni, dopo quello che è successo in questi due anni, ho superato i problemi vincendo il mio primo Giro. Ho vinto dando spettacolo? Questo Giro non lo potrò dimenticare per tante cose, dalla prima tappa che ho vinto, facendo scatti, prendendo abbuoni e facendo sprint anche in pianura. Questo sono io, è il ciclismo che mi piace. Ho trovato quella libertà per poter correre come mi piace, vincere così è speciale”. L’ultima tappa del Giro d’Italia, una cronometro individuale di 30.3 km partita da Senago con traguardo in Piazza Duomo a Milano, ha visto imporsi Filippo Ganna.

La classifica finale del Giro d’Italia 2021:

1. Egan Bernal

2. Damiano Caruso +1’29”

3. Simon Yates +4’15”

4. Aleksandr Vlasov +6’40”

5. Daniel Martinez +7’24”

6. Joao Almeida +7’24”

7. Romain Bardet +8’05”

8. Hugh John Carthy +8’56”

9. Tobias Foss +11’44”

10. Daniel Martin +18’35”

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Giorgio Viberti per “La Stampa” il 31 maggio 2021. Due anni fa Egan Bernal era entrato nella storia conquistando a soli 22 anni il Tour de France. Ieri ha fatto il bis nel Giro, che correva per la prima volta malgrado sia cresciuto e diventato corridore in Italia e abbia esordito da professionista nel team piemontese Androni. Solo Bartali, Gimondi e Merckx avevano fatto la doppietta Giro-Tour a meno di 25 anni. «È il Messi della bici» dice di lui Dave Brailsford, boss del team Ineos che 3 anni fa lo strappò a suon di dollari agli altri top team internazionali. «L' Italia è la mia seconda patria» ha ribadito ieri Egan, molto riconoscente verso il Paese che lo accolse e lo lanciò nel ciclismo. Arrivò in Sicilia nel 2015: stravedeva per Nibali, che è di Messina, e si allenava sull' Etna. Prima aveva sempre vissuto ai 3 mila metri di Zipaquirà, nella regione della Savana di Bogotá, e non aveva mai visto il mare. Fu Gianni Savio, manager torinese dell' Androni, a farlo esordire tra i professionisti nel 2016 e l' anno dopo, il 7 luglio, arrivò la prima vittoria: 2ª tappa del Sibiu Tour in Romania. Viveva a San Colombano Belmonte, nel Canavese, dove tutto il paese lo aveva adottato, creando il primo Fans Club Bernal italiano, ben rappresentato in questi giorni sulle strade del Giro. Abbandonata l' idea di studiare giornalismo all' università, Egan decise di buttarsi nel ciclismo anche se lo teneva per tanti mesi lontano dalla famiglia alla quale è legatissimo: papà German, mamma Flor Marina e il fratello più piccolo Ronald Stiven, grande promessa del pedale. «Voglio arrivare nella squadra più forte al mondo» confidò un giorno a Savio. Così il suo procuratore Giuseppe Acquadro, lui pure piemontese ma di Biella, accettò la maxi offerta della Sky, oggi Ineos. Era nata una stella che fino a ieri valeva già 3 milioni di euro all' anno, meno solo di Froome (5,5 mln), Sagan, Pogacar e Thomas. In questo Giro è stato seguito da 10 giornalisti inviati dalla Colombia, dove le immagini tv della Corsa Rosa sono andate in onda alle 6 del mattino ma con grande audience, perché Bernal è già più famoso persino di calciatori come Muriel o Cuadrado. La sua prima tifosa è la fidanzata Maria Fernanda Notas, veterinaria di Bogotà, che ieri dopo il trionfo l' ha baciato sulla bocca con ardore e passione. Bernal la sua impresa rosa l' ha costruita già nella prima parte del Giro, con l' exploit sullo sterrato di Campo Felice dove ha indossato la maglia di leader che non avrebbe più ceduto. Poi ha dato un altro scossone sullo Zoncolan prima dell' apoteosi a Cortina, dove poco prima del traguardo, a costo di perdere secondi preziosi, ha voluto togliersi la mantellina e far vedere a tutti la maglia rosa, quella che sognava fin da bambino. Ha tagliato il traguardo a braccia aperte, come fece nel Giro 1998 a Montecampione il suo idolo Marco Pantani, che era nato come lui il 13 gennaio. «La maglia rosa fa parte della leggenda» e quell' immagine resterà per sempre nella sua vita. E nella storia del Giro d' Italia.

Filippo Ganna. Lo specialista. Chi è Filippo Ganna, l’italiano specialista nelle tappe a cronometro al Giro d’Italia. Antonio Lamorte su Il Riformista il 10 Maggio 2021. Filippo Ganna è il cronoman più atteso al Giro d’Italia 2021. Alla 104esima edizione arriva da Campione del Mondo a cronometro. Ha conservato la maglia Rosa dopo le prime due tappe per il suo tempo di 4’29”53. Ha entusiasmato con il successo nella crono di apertura di Torino. Corre per il team Ineos Grenadiers. È stato il primo corridore a riuscire a conquistare la crono d’esordio per due anni consecutivi dai tempi di Francesco Moser, tra 1984 e 1985. È considerato uno degli specialisti della velocità a livella mondiale. È nato a Verbania, provincia del Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte, il 25 luglio 1996, ma vive a Vignone. Ha gareggiato negli Allievi con il Pedale Ossolano dal 2011 al 2012, ottenendo 20 vittorie, tra cui il campionato nazionale a cronometro, al secondo. Ha debuttato negli juniores con la Castanese Verbania e l’anno dopo ha vinto il titolo Nazionale Juniores di Inseguimento Individuale. Nel 2016 è diventato campione italiano crono e ha vinto la medaglia crono agli Europei. Ai Campionati del mondo su pista di Londra ha stabilito in qualificazione il nuovo record italiano nell’inseguimento individuale (4’16’’127) aggiudicandosi poi il mondiale di specialità. È passato professionista nel 2017. Lo stesso anno ha conquistato il titolo su pista inseguimento individuale agli Europei di Berlino, argento individuale e bronzo a squadre nell’inseguimento a Hong Kong, capoclassifica in una corsa a tappe per la prima volta alla Vuelta a San Juan in Argentina, mondiale nell’inseguimento individuale con nuovo record italiano (4’13’’622 in semifinale, 4’13’’607 in finale). Al debutto con il Team Sky nel 2019 si è imposto della prima tappa del Tour de la Provence. A marzo ha conquistato invece il suo terzo titolo mondiale nell’inseguimento individuale e a giugno il titolo italiano di cronometro e il bronzo nel 2020 al mondiale su strada dello Yorkshire. A febbraio 2020 ha conquistato il suo quarto titolo iridato di pista inseguimento a Berlino e si è aggiudicato l’oro a Imola 2020 nella cronometro a squadra. Ha battuto il record di Fabian Cancellara alla crono conclusiva della Tirreno-Adriatico 2020. Al Giro d’Italia del 2020 si è aggiudicato la cronometro inaugurale a Palermo, la quinta tappa con arrivo in solitaria a Camigliatello Silano, la 14esima da Conegliano a Valdobbiadene e la conclusiva di Milano. È diventato il primo ciclista dal Giro del 1995 a vincere tutte e tre le cronometro di una singola edizione del Giro. La prima bicicletta, verde acido, la tiene conservata nella sua camera. È un appassionato di Lego e di Star Wars. “Per me i veri eroi sono quelli che durante il lockdown per coronavirus sono stati sempre in prima linea, io cerco solo di fare il mio lavoro al meglio”, ha dichiarato.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Lance Armstrong, accusa clamorosa dal giornalista francese: "Un minuscolo motore per andare più veloce". Libero Quotidiano il 12 aprile 2021. Un giornalista francese ha scoperto un nuovo scandalo su Lance Armstrong: il ciclista texano vincitore di sette Tour de France, poi revocati, usava un minuscolo motore installato sulla sua bici per andare più veloce. L'esperto di ciclismo - si legge sul Mundo Deportivo - se ne sarebbe accorto studiando dettagliatamente diversi video in cui si vede l'ex campione statunitense toccare la parte posteriore del sellino. Subito dopo quel gesto, Armstrong  aumenterebbe di colpo la sua velocità. La scoperta clamorosa è quella di un dispositivo di appena 800 grammi, quindi facile da nascondere sulla bicicletta, composto da un motore che produrrebbe 500W di potenza e da una batteria che si inserirebbe dentro la borraccia usata dai ciclisti. Nonostante il supporto, è necessario continuare a pedalare: "Non è come andare in moto. Devi lavorare sodo per farlo funzionare", ha spiegato Harry Gibbings, capo di Typhoon, un produttore di questi tipi di motore. Armstrong avrebbe installato questo sistema durante gli anni della sua carriera. Queste accuse fanno seguito a quelle di Jean-Pierre Verdy che ha trascorso gran parte della sua vita a caccia di imbroglioni nel mondo dello sport nel ruolo di capo dei controlli presso l'Agenzia francese antidoping. Verdy in un'intervista rilasciata a France TV per promuovere il suo libro "Doping: my war against cheaters", ha rivelato che a suo parere i metodi di Armstrong andavano oltre il "semplice" doping chimico: "Sono convinto che avesse un motore nella bici. Ho ancora in testa le immagini di una tappa di montagna dove ha staccato tutti con una facilità imbarazzante". 

"Lance ha pagato tanto. Merita la riabilitazione". Pier Augusto Stagi il 18 Settembre 2021 su Il Giornale. Dopo le minacce, il texano gli chiese scusa: "Si credeva inattaccabile e ha rovinato tutto". Può dire di essere stato rincorso più volte anche da Lance Armstrong, se è per questo anche minacciato. Per anni non si sono nemmeno parlati: il texano lo vedeva come il fumo negli occhi, per le sue confessioni e ammissioni di doping che coinvolsero Michele Ferrari, il dottor Mito, suo amico. Oggi, però, Filippo Simeoni e Lance Armstrong non solo si parlano, ma si stimano, dopo un incontro avvenuto otto anni fa, nel 2013 a Roma. Si sono parlati, guardandosi negli occhi, come mai avevano fatto prima. Lance gli ha chiesto scusa, oggi Filippo Simeoni gli fa gli auguri, per i suoi primi cinquant'anni. «Io li ho appena compiuti, il 17 agosto scorso, e celebrati con la mia famiglia e gli amici più stretti. Eravamo tutti a casa di Martufello (l'attore Fabrizio Maturani), qui a Sezze, dove entrambi viviamo. A Lance non posso che inviare i miei più sinceri auguri di buona vita. Qualche anno fa ci siamo incontrati e ci siamo chiariti. È vero, a quella rincorsa che fece per venirmi a riprendere quando ero in fuga in una tappa del Tour de France 2004 (da Annemasse a Lons-le-Saunier) intimandomi di staccarmi è seguito un gesto che non potrò mai dimenticare: dal Texas ha preso l'aereo per venire a Roma a chiedermi scusa. Un gesto di grandissima umiltà».

E dire che la storia di Armstrong, il ciclista malato di cancro e guarito, capace di vincere poi sette Tour consecutivi andava solo raccontata, e lui ha saputo rovinarla con le sue mani

«Pensava di essere davvero inattaccabile e ha rovinato tutto, pagando come nessuno».

Lance è stato radiato dall'Usada - Agenzia Antidoping Usa e privato dei suoi 7 Tour. Per molti, non per noi, è stato un provvedimento eccessivo.

«Era la logica conclusione di una storia fatta di inganni».

Che idea si è fatto: perché è tornato a correre dopo aver dato l'addio nel 2005 da trionfatore sui Campi Elisi?

«Ufficialmente lo fece per la sua Fondazione (Livestrong), ma è chiaro, come per altro è stato scritto, che strizzava l'occhio alla politica. Governatore del Texas, la Casa Bianca: ha cominciato a dare fastidio. Non era più un semplice mito dello sport, ma era diventato qualcosa di più».

C'è una corrente di pensiero che chiede una riabilitazione.

«Sono d'accordo. Lance ha pagato tanto, più di questo cosa gli si dovrebbe fare? Merita di essere riabilitato».

Un Armstrong senza additivi e chimica sarebbe stato lo stesso?

«Come si fa a dirlo? Non so risponderle».

Se discutiamo sulla riabilitazione di Lance Armstrong, perché non pensare di riabilitare persone come Danilo Di Luca, Riccardo Riccò e giù giù fino agli inferi.

«Sarebbe più che giusto. Anche loro hanno pagato e forse è il caso di chiudere per sempre con quella triste stagione. Anche perché nel nostro ambiente, in quegli anni, è passato per pulito anche chi pulito non era».

Pier Augusto Stagi 

Armstrong 50 anni ma senza nominarlo: “Tu sai chi…”. Antonio Ruzzo iol 17 settembre 2021 su Il Giornale. “Tu sai chi”.  Mai nominarlo. Mai pronunciarne il nome come succede per Lord Valdemort, l’antagonista della saga di Harry Potter che nessuno per paura osa chiamare per nome. Il male assoluto, il mago più terribile e potente della Terra che per annientare avversari, nemici e amici che non ha, realizza un incantesimo che però gli si ritorce contro cancellandone i poteri. Fine. E’ costretto a ritirarsi. L’incantesimo che gli ritorna addosso lo rende debole e indifeso agli occhi di tutti. E così chi prima lo adulava e lo temeva trova il coraggio di fargli la faccia truce. Succede sempre così quando si cade.  “Tu sai chi” è un po’ anche Lance Armstrong, il cow boy texano, una volta campione oggi demonio e male assoluto.  E pazienza se prima erano tutti dalla sua parte, al suo fianco, alle sue feste e sul suo carro.  Si fa presto a cancellare le vittorie, si fa presto a cancellare i sette tour e si fa presto a cancellare tutto, ma proprio tutto, anche il buono che c’era perchè se in tanti hanno trovato la forza di lottare contro il cancro un po’ di merito l’hanno avuto anche i suoi scatti da sbruffone sul Tourmalet o sull’Alpe d’Huez.  Domani “Tu sai chi” compie cinquant’anni. Mezzo secolo di lotte, sofferenze, gioie, ma anche e soprattutto di delusioni per il personaggio più controverso (odiato o amato) dello sport di questi anni. Dieci anni fa il suo ritiro, la fine di una carriera che in tanti definiscono il più grande inganno della storia del ciclismo e dello sport. Uno shock che arriva il 24 agosto del 2012 quando l’USADA, l’agenzia antidoping americana, ufficializza i suoi “traffici”, lo squalifica a vita e revoca tutti i risultati sportivi ottenuti dal 1998 in poi. L’accusa è terribile. Un sistema di doping sistematico, diffuso, probabilmente tollerato, perchè il fenomeno texano era un business per tanti, e alla fine confessato in diretta tv in uno dei più seguiti talk show americani. E’ l’inizio di una fine che passa da aule di tribunali, condanne, risarcimenti e un patteggiamento da 5 milioni di dollari con il dipartimento di Giustizia americano per chiudere tutte le pendenze con il governo Federale. Ma piaccia o no “Tu sai chi” resta un pezzo di storia. Resta la sua lunga stagione di vittorie cancellate con il bianchetto dai francesi che così si mettono la coscienza a posto ma soprattutto resta la sua battaglia contro quel tumore ai testicoli in fase avanzate che nel 96 lo toglie dalle gare. Restano il suo coraggio nella malattia e il suo esempio che per tanti è stata una speranza. Lance ciclista non esiste più.  “La bici non è più la mia vita - racconta qualche anno fa Edition du Soir, il foglio digitale del giornale francese Oest France – Sto recuperando, passo il tempo con i miei figli, viaggio e dedico molto più energie alla lotta contro il cancro. Ho confessato, che altro posso dire? Sono ancora in un tunnel, ma spero di arrivare alla fine. Forse ho pagato per tutti, certo ho fatto parte di una generazione di ciclisti che ha ereditato le abitudini della generazione precedente. E non c’è mai stata un’indagine su quello che hanno fatto prima di me…”.  Fine. E invece no. Come sempre capita con Armstrong, qualsiasi cosa faccia, dica o pensi si scatenano le polemiche, le illazioni, gli insulti.  Se decide, da semplice appassionato di fare una garetta in mountainbike viene messo in croce, se viene invitato come ospite da qualche parte è sempre inopportuno, se decide di andare a trovare un amico in depressione come Jan Ullrich lo fa per calcolo e convenienza. Insomma è sempre in malafede. Può essere. Può darsi che sia così ma l’atleta (e l’uomo) ha pagato il giusto prezzo alle malefatte e non solo in dollari. Gli è stato tolto tutto e ora intorno a lui è terra bruciata, giusto o sbagliato che sia questo è. Nessun perdono. Nessuna possibilità di riscatto, nessuna seconda o terza chanche che tra i dopati dello sport viene concessa a tutti. E non solo tra i dopati ma anche a chi si macchia di delitti ben più gravi. Ma Armstrong pare il peggiore dei boss, un malavitoso da cui stare alla larga, da tenere ai ferri fino alla fine dei giorni. Fine pena mai. Così domani per i cinquant’anni non ci saranno auguri. E se ci saranno pochi lo nomineranno perchè “Tu sai chi”…

Vietato rischiare: ma che ciclismo è? Antonio Ruzzo il 2 aprile 2021 su Il Giornale. Da ieri per i ciclisti è vietato sedersi sul tubo del telaio e utilizzare gli avambracci sul manubrio, tranne che nelle gare a cronometro. Una decisione dell’UCI, l’Unione ciclistica internazionale, adottata per ragioni di sicurezza. Se un corridore  si mette in una  di queste due posizioni nelle gare del World Tour, ai Mondiali o ai Giochi sarà passibile di una multa di 1.000 franchi svizzeri, una perdita di 25 punti nella classifica UCI o addirittura l’esclusione dalla competizione o squalifica. Strana voglia questa di vietare posizioni che fanno parte dell’abilità di andare in bici. Che possono far vincere o perdere una gara, perchè poi è quello il fine delle corse professionistiche. Magari uno si allena anni per migliorare la sua posizione in sella, per migliorare il suo cx, per trovare un assetto che gli permetta di andare più veloce e con un regolamento si azzera tutto. Fine.  Che poi è come vietare di tagliare le rotonde, di fare un tornante in discesa scegliendo la traiettoria più rischiosa, di prendere un cordolo in più, di punire chi passa tra due bici al pelo in una volata magari chiudendo gli occhi e stringendo forte il manubrio tra le mani. Bisogna saperlo fare. Nel ciclismo non contano solo le gambe. A volte ( spesso) vince chi sa andare meglio in bici, chi sa osare un po’ di più, chi sa meglio degli altri gestire il rischio. A certi livelli il pericolo è un calcolo.  Dallo sci, alla Formula Uno, al motociclismo i più forti,  i campioni, sono quelli che sanno più degli altri avvicinarsi al limite. E non c’è norma che tenga. L’Uci si occupi di regolamentare la sicurezza delle gare: i transennamenti degli arrivi, i controlli sui percorsi, le staffette. Si occupi di limitare il numero delle moto al seguito che non è più gestibile e delle auto che durante le tappe accompagnano i gara vip e personalità con troppa disinvoltura. Si occupi di regolamentare la tecnologia ormai debordante che accompagna i corridori e le loro bici, che spesso sconfina nel doping tecnologico, che rischia di  condizionare le corse con un eccesso di comunicazione e che di certo le ha cambiate.  Le posizioni in bici le lasci decidere ai corridori perchè fanno parte del gioco. C’è chi è più bravo e chi meno, chi ha più tecnica, più coraggio, chi ha più talento. Vince chi è più bravo, altrimenti che ciclismo è?

Povero ciclismo, non bastava la fatica. Ora c'è il Grande Fratello ambientalista. Lancia la borraccia, escluso. Ma così si uccide l'epica di uno sport. Pier Augusto Stagi - Mar, 06/04/2021 - su Il Giornale. È il Grande Fratello, zio. È l'occhio persistente e insistente che non si stacca mai dal gruppo. Il ciclismo è guardato a vista, altro che moviola, fotofinish o Var: il ciclismo vive una nuova era, nel segno della sicurezza e dell'ambientalismo, ma anche della tivù h24. Oggi chi corre deve essere pulito, non solo perché non deve chiaramente ricorrere a sostanze dopanti, ma perché deve sapersi comportare come nemmeno un cittadino in piazza Duomo: guai gettare carte per terra, guai buttare borracce, guai pedalare con posture stravaganti. Dal 1° aprile sono in vigore regole restringenti e durissime, le cui conseguenze si sono viste chiaramente domenica al Giro delle Fiandre (vittoria del danese Kasper Asgreen, davanti a Mathieu Van der Poel e Greg Van Avermaet). Postura in sella corretta, quindi le mani sul manubrio e il posteriore sulla sella. Stesso discorso per lo smaltimento dei rifiuti, che devono avvenire solo nelle green zone: chi trasgredisce, a casa! Questo è quanto accaduto proprio domenica alla Ronde. Il malcapitato lo svizzero Michael Schär, che in pratica da solo, ha avuto la malaugurata idea di gettare il proprio bidon a dei tifosi a bordo strada. La giuria, grazie al Grande Fratello, cioè alla televisione che queste corse di prima grandezza ormai trasmette integralmente, ha visto, preso nota e provveduto a mandare immediatamente sotto la doccia lo svizzero. È il Grande Fratello, zio. È il nuovo modo di vivere il ciclismo, seguirlo e vederlo, dall'inizio alla fine. Non come negli Anni Settanta/Ottanta, dove la battaglia in corsa cominciava solo alla vista dell'elicottero della Rai che si levava in cielo per irradiare nelle case l'ultima ora e mezza di corsa. Oggi le corse monumento (Sanremo, Fiandre, Roubaix e Liegi), così come i Grandi Giri, vanno in diretta integrale. Oggi i ragazzi non hanno via di scampo: sono attenzionati dall'inizio alla fine. Al Fiandre di domenica il belga Otto Vergaerde è stato beccato a mollare spallate al kazako Yevgeniy Fedorov, il quale ha avuto il torto di reagire: sbattuti fuori corsa entrambi. E il nostro povero Matteo Trentin? Fermato sul più bello dall'ennesima foratura (in questo inizio di stagione è stato letteralmente bersagliato da episodi non propriamente fortunati), è stato ripreso dalla tivù mentre cambiava la ruota e tirava giù improperi all'indirizzo di Nostro Signore nel dì di Pasqua. Ammenda e le pronte scuse da parte di Matteo. È il Grande Fratello, zio. Che ha mandato a casa nel Fiandre femminile anche la nostra Letizia Borghesi, sempre per lancio di borraccia fuori dalla green zone. È un ciclismo che ha l'occhio lungo, scruta e prende nota. Da sempre, nel ciclismo lo scopo primo è andare in fuga con l'obiettivo di non essere ripresi. Oggi è importante anche non essere visti.

Quanta retorica intorno alla borraccia… Antonio Ruzzo il 6 aprile 2021 su Il Giornale. Premessa: l’Uci , l’unione ciclistica internazionale, avrebbe questioni più importanti da trattare e da normare che non i lanci di borracce fuori dalle zone consentite.  A cominciare dalla sicurezza nelle corse dei professionisti ma soprattutto in tutte le altre gare che ogni domenica ( quando non c’era l’emergenza Covid) si svolgono i giro per il mondo. Avrebbe ora da trattare e da normare tutte le competizioni applicando i protocolli di sicurezza per il virus che non è cosa da poco, stabilendo regole, distanze, sanzioni. Insomma di cose serie di cui occuparsi ce ne sono. Però dal primo aprile oltre al lancio delle borracce fuori dalle zone consentite è vietato anche  sedersi sul tubo del telaio e utilizzare gli avambracci sul manubrio, tranne che nelle gare a cronometro. Se un corridore  si mette in una  di queste due posizioni nelle gare del World Tour, ai Mondiali o ai Giochi sarà passibile di una multa di 1.000 franchi svizzeri, una perdita di 25 punti nella classifica UCI o addirittura l’esclusione dalla competizione o squalifica. Strana voglia questa di vietare posizioni che fanno parte dell’abilità di andare in bici che poi sono il succo dell sfida tra i professionisti, dove vince il più forte ma anche quello che meglio sa andare in bici. E sarebbe un po’ come mettere i limiti di velocità in Formula Uno, ovviamente per questioni di sicurezza…Però, tornando alle borracce, oltre al fastidioso zelo dei burocrati del ciclismo nel dibattito di questi giorni sembra eccessiva anche la retorica di chi si straccia le vesti per il divieto di lanciare le borracce. Si tira in ballo la storia, l’epica, il senso profondo di un oggetto che da quando Bartali la passò a Coppi o viceversa ha scritto la storia del ciclismo. Ed è vero. Vero è però che le borracce lanciate dove capita oltre a non essere un bel gesto sono anche un pericolo e basta chiedere a Geraint Thomas per avere conferma. E poi c’è anche un’ altra questione. I professionisti sono un caso a sè perchè dietro al gruppo c’è chi raccoglie borracce e cartacce ma sono anche un esempio. Se lo fanno loro…Se lo fanno loro sono autorizzati a farlo anche tanti altri idioti che riempiono strade e ciclabili di porcherie, di carte, di tetrapack e confezioni di gel miracolosi. E bene ha fatto qualche anno fa Mikil Costa, nella sua Maratona delle Dolomiti ad inserire la squalifica per chi sgarra. Che poi anche ai professionisti cosa costa buttare la borraccia dove si può, oppure passarla in ammiraglia o al gregario di turno, oppure se proprio il peso dell’acqua è insostenibile svuotarla a qualche chilometro dal traguardo?. Cosa sarà mai? Di cos’hanno paura, di non entrare nella storia? Per quello non basta alleggerirsi di una borraccia, servono gambe e classe…

·        Quelli che …l’Atletica.

Nadia Comaneci ha 60 anni: il 10 mai visto in ginnastica, i 4 ori, l’obbligo di amare Ceausescu, la fuga dalla Romania e l’impegno. Fiorenzo Radogna su Il Corriere della Sera il 12 novembre 2021. Non ancora 14enne, vinse due ori nella ginnastica alle Olimpiadi: due con il punteggio perfetto. La «farfalla» di Onesti vinse anche a Mosca, tentò il suicidio e scappò a piedi dalla Romania.

45 anni fa l’esercizio perfetto alle Olimpiadi

«È stato un bene che fossi ancora una bambina, perché non mi rendevo conto di tutto ciò che viene con il successo». Montreal, 18 luglio 1976, una bellissima «farfalla-diafana» — fiocco rosso su coda bionda, body bianco con banda blu-giallorossa al profilo — volteggia per 25” fra travi parallele e asimmetriche. Il suo disegno ideale nell’arena olimpica canadese sembra lasciare una scia di magia cromatica. La chiusa: le braccia in alto, il mento spavaldo, l’applauso indefinibile della folla, il silenzio. Ticchetta il tabellone meccanico : «1,00»...Da moltiplicarsi per «10». Quel segnapunti non ha abbastanza caselle per il massimo dei voti: per la «perfezione». Lei è Nadia Elena Comăneci (classe 1961) da Onești (Romania), ha 14 anni ed è la prima ginnasta a guadagnarsi un en plein ai Cinque Cerchi. Ad eseguire un esercizio perfetto. Impensabile e «impensato». «Quando hai 14 anni – dirà da donna matura – non hai l’esatta percezione delle cose: vincere in quel modo un’Olimpiade, per te vale come essere riconosciuta la più brava della tua classe». Oggi, 12 novembre, quella bambina compie 60 anni e, come ciascuno, ha il suo carico di consapevolezze, gioie e dolori.

Dietro il successo

Al netto del fatto di essere considerata la più grande ginnasta di ogni tempo, di essere vissuta come un’icona dello sport e aver attraversato varie stagioni della vita (proprio non tutte felici) restano i suoi successi: 5 ori olimpici - tre nel ‘76; 2 nell’80 a Mosca - ; 3 argenti e 1 bronzo nelle stesse kermesse; 2 ori e 2 argenti ai Mondiali e 10 ori agli Europei). Titoli e onorificenze, delle quali forse avrebbe fatto a meno. In cambio di un’infanzia e un’adolescenza vere e non «rubate». Da infiniti allenamenti prima e durante; da un «orco di regime» poi. Non solo: pare che, fino ai 16 anni, le siano stati somministrati ormoni per limitarne la crescita; consentendole solo 900 calorie al giorno per mantenere un corpo snello e agile.

Esplosione e sacrifici

Era stata notata a soli 6 anni, mentre compiva le prime (acerbe) evoluzioni nel cortile della scuola; aveva acquisito i primi rudimenti della disciplina a partire dai 3 anni. A 9 anni nel 1970, 13esima ai campionati nazionali e campionessa nazionale a squadre (la più giovane di sempre). E, nel 1971, la prima trasferta internazionale nell’allora Jugoslavia. Poi i primi titoli nazionali. Nel 1975 la sua vera esplosione, con obiettivo-Monteral 1976. In vista dell’Olimpiade – al Madison Square Garden per l’American Cup — il suo primo «10»; seppure extra-olimpico. Anni duri. Dieta base: 100 grammi di carne a pranzo e 50 la sera, 3 vasetti di yogurt al giorno, 200 gr di verdure a pasto, tre frutti (niente pane, patate, zucchero, olio). Nel 1975 per la United Press sarà a «Atleta Femminile dell’anno».

A Montreal

Nel corso della competizione olimpica si consacrerà atleta-simbolo, ottenendo il «punteggio perfetto» altre 6 volte e vincendo tre ori: concorso generale individuale, trave e parallele asimmetriche; una d’argento nel concorso generale a squadre; e una di bronzo al corpo libero. Aveva 14 anni, 8 mesi e 6 giorni all’esordio in Canada e, con la revisione dell’età minima per partecipare alle Olimpiadi (innalzata a 16 anni), questo renderà impossibile battere il suo record.

L’incubo al ritorno

Al rientro, onori apparenti e oltraggi nel privato. Il regime comunista del dittatore Nicolae Ceaușescu la renderà simbolo della propaganda. Insignita delle più importanti onorificenze nazionali, racconterà lei stessa di essere diventata – a nemmeno 15 anni – una delle amanti (poi «fidanzata ufficiale») del terzogenito del dittatore: Nicu Ceaușescu, un alcolizzato «erede al trono» che la sottoporrà ad abusi e vessazioni per almeno i cinque anni successivi. «Soffocandola» in una prigione di lussi. Nel frattempo avrebbe continuato ad allenarsi, a concorrere in giro per il mondo; a vincere.

A Mosca 1980

Nelle Olimpiadi Mosca del 1980 Nadia è seconda nell’individuale (dietro a Elena Davydova), confermandosi sul gradino più alto del podio nella trave e – a pari merito – nel corpo libero. Argento a squadre. Un anno dopo i suoi storici allenatori Béla e Márta Károlyi, dopo un tour negli Usa, decisero di chiedere asilo politico; Nadia rifiutò di seguirli e tornò in Romania. Ormai sospettata dal regime di poter fuggire in ogni momento, sarebbe stata pedinata e spiata fino alla caduta del regime (1989). Per lunghi periodi le fu impedito di uscire dalla Romania.

Il tentato suicidio e la fuga a piedi dalla Romania

Dopo aver tentato il suicidio bevendo candeggina, ormai sfiancata, demotivata e fuori forma, decise per il ritiro alla vigilia dei Giochi di Los Angeles (1984); ma restò nell’ambiente come allenatrice. Fino alla rocambolesca fuga a piedi (novembre ‘89) verso l’Ungheria. Avvenuta a poche settimane dalla rovinosa caduta del regime. Tornerà in Romania solo cinque anni dopo, una volta dimostrato che il consenso al regime le era stato estorto; e dopo essersi stabilita definitivamente negli Usa.

Dopo il ritiro

Negli Stati Uniti sfrutterà bene la grande notorietà: promoter di articoli e abbigliamento sportivo; modella. Sposata nel 1996 con l’ex ginnasta americano Bart Conner — con cui avrà un figlio (nel 2006) Dylan Paul Conner — nel 1999 sarebbe stata la prima atleta invitata a parlare alle Nazioni Unite. Proprietaria dell’Accademia di ginnastica «Bart Conner», dell’International Gymnast Magazine, della compagnia di produzione The Perfect 10 e di vari negozi di articoli sportivi. Ha fondato la Nc School of fitness a New York. Si occupa anche di volontariato e disabilità. 

Bartolini è il re del mondo. Il suo corpo libero è un tatuaggio tutto d'oro. Giandomenico Tiseo il 24 Ottobre 2021 su Il Giornale. Impresa dell'atleta sardo ricoperto di tattoo: solo Chechi prima di lui iridato nella ginnastica. Qualcuno potrebbe dire: «Non svegliateci da questo sogno». L'Italia dello sport continua incessantemente a regalarsi e regalarci risultati inattesi. Stavolta è la ginnastica artistica a realizzare qualcosa di incredibile. Il cielo di Kitakyushu (Giappone) si è tinto d'azzurro e nella prima giornata riservata alle Finali Specialità di medaglie mondiali ne sono arrivate quattro: l'oro di Nicola Bartolini nel corpo libero; gli argenti di Asia D'Amato nel volteggio e di Marco Lodadio agli anelli; il bronzo di Salvatore Maresca sempre negli anelli. Qualcosa che ci rimarrà nel cuore e nel cervello, con Bartolini a dare il via alle danze. Lui, nato il 7 febbraio 1996, aveva pochi mesi quando ad Atlanta Juri Chechi divenne il «Signore degli Anelli». Proprio il fantastico atleta toscano aveva posto l'ultimo sigillo mondiale nel 1997. Ventiquattro anni dopo è stato il ragazzo sardo a riprendere il filo del discorso interrotto. Ma chi è Nicola? Nato a Quartu, a un tiro di schioppo dallo stadio di Is Arenas, ha nel cuore i colori rossoblu della compagine calcistica e per dare libero sfogo alla propria iperattività ha trovato nella ginnastica la sublimazione. Bart o Bartoleddu, come viene soprannominato, è finito sotto i riflettori grazie al docu reality «Ginnaste - Vite parallele» dal 2014 al 2016. Un'iniziativa, con Carlotta Ferlito punto di riferimento, che diede modo al pubblico di conoscere i ginnasti nostrani. Una testa calda Nicola, così si descriveva sui social, in cerca di motivazioni e di un percorso da seguire per trovare un equilibrio sopra la follia. Un ragazzo che attraverso l'amore dei tatuaggi ha rappresentato le varie tappe, come la scritta unlucky (sfortunato). Tanti infatti gli ostacoli affrontati: una serie di infortuni che ne ha minato la definitiva esplosione, lui che in giovanissima età si era trasferito nel centro federale di Milano. Ha pensato anche di alzare bandiera bianca, poi ha cambiato idea ricominciando da Salerno e risorgendo definitivamente all'inizio del 2020 alla Pro Patria Bustese. Colpa della spalla il quasi addio; poi un intervento chirurgico gli ha dato una chance con un pass olimpico per Tokyo sfiorato. Quest'anno, Nicola aveva già dato segnali di vitalità con il bronzo agli Europei nel corpo libero. Ma ieri ha riscritto letteralmente la storia dopo i bronzi conquistati da Franco Menichelli a Praga 1962 e a Dortmund 1966 nella stessa specialità. Due avvitamenti e mezzo in avanti, doppio carpio con mezzo giro, Tsukahara avvitato, uno e mezzo-due avvitamenti e due e mezzo-uno avanti sono stati gli ingredienti del trionfo del sardo. Chiusura con un super triplo avvitamento e messi in fila con uno score di 14.800 il giapponese Kazuki Minami (14.766) e il sorprendente finlandese Emil Soravuo (14.700). Niente da fare per il campione del mondo Carlos Yulo. «È un risultato storico: ora mi aspetto una statua. Un periodo duro tra preparazione e mille cose. Ho tirato fuori gli artigli e ho fatto gli esercizi giusti al momento giusto», le parole di Bartolini. Ma per la statua si può aspettare. Giandomenico Tiseo

Giulia Zonca per "La Stampa" il 25 ottobre 2021. Per fare il pioniere le mappe servono e Nicola Bartolini ha un intero corpo inciso con le direzioni. Quando volteggia, fa ruotare tutta la sua vita, quando si ferma, immobile, all'uscita del triplo twist, poggia su un punto cardinale che si è disegnato addosso. È il primo oro mondiale nel corpo libero della ginnastica artistica italiana e arriva dopo un'estate di risultati mai visti che lui ha mancato. Non era alle Olimpiadi di Tokyo, ma è in Giappone che si prende il riscatto. Nasce nell'anno in cui Jury Cechi tocca l'oro ai Giochi di Atlanta, 1996 ed è un predestinato che smette in fretta di seguire i passi programmati. Talento junior, se ne va di casa, Quartu Sant'Elena, in Sardegna, a 12 anni per traslocare nella terra della ginnastica nostrana, in Lombardia e lì diventa il giovane idolo di un fortunato reality passato su Mtv: «Vite Parallele». Trova le ragazzine a chiedere l'autografo fuori dalla palestra: «Era elettrizzante, è durato poco, finita la serie la ginnastica è tornata a essere materia per intimi». Non è così che si perde, non è la notorietà a stralunarlo, però quando il fisico lo molla quella popolarità precoce gli torna su. Non la digerisce, non la smaltisce e con una spalla scassata che gli toglie la possibilità di sognare Rio 2016 decide praticamente di smettere. A quel punto i tatuaggi sono già abbondanti. C'è l'occhio di sua madre che vigila impresso sul braccio e vari teschi e forme. Non tutto ha un significato, anche se ogni aggiunta corrisponde a un desiderio legato a un preciso pezzo di strada, la sua lo riporta sul tappeto di una palestra, a Salerno, dove si convince di restare semplicemente attaccato alle passioni di un tempo e invece si riscopre atleta. Ricostruito, torna a Milano dove vive a 900 metri dal posto in cui si allena, dove si fidanza, dove tutto sembra perfetto e invece si fa di nuovo male. Sempre la spalla e altri incubi solo che non c'è più nessuna intenzione di mollare, neanche quando Tokyo sfugge nonostante il bronzo europeo, il terzo della carriera. Ormai sulla schiena ci sono 52 centimetri di inchiostro, un puzzle legato a «Saw, l'enigmista» pieno di indizi, sulla pancia un fumetto che gli è costato ore di pena e sul collo la scritta «unlucky», la sfortuna srotolata e privata di ogni potere e infatti è primo per 33 millesimi davanti al giapponese Minami. Ai Mondiali, con lui parte una dinastia che porterà il suo nome, è il solo azzurro ad aver vinto nel corpo libero: «È stato un lungo percorso ma ho tirato fuori gli artigli al momento giusto. Non ci credo. Ora mi devono fare una statua». La specialità, a questo livello, aveva visto solo il bronzo di Franco Menichelli, nel 1966, mentre è di Chechi, agli anelli di Losanna, nel 1997, l'ultima vittoria. Nel giorno di Bartolini, che detesta gli anelli e si fa chiamare Bartoleddu in omaggio alla sua terra, c'è l'argento al volteggio di Asia D'Amato (più l'argento e il bronzo di Lodadio e Maresca agli anelli), anche qui un podio inedito al femminile. Ed è proprio tutto nuovo, soprattutto Bartolini che somiglia più al Bart dei Simpson che a un ginnasta come ce lo si immagina. A 25 anni trova il risultato importante e cambia stile al suo sport: negli esercizi è un concentrato di eleganza, appena atterra è un rapper, anche se poi si perde nei testi più melodici di Salvo, suo cantante, meglio, paroliere preferito e si carica con il dub elettronico. In un'intervista web registrata a marzo, si immaginava un futuro «lontano dall'Italia che non aiuta i giovani» e in effetti è difficile dargli torto, ma da quando gli hanno appoggiato il tricolore sulle spalle forse avrà voglia di far sventolare quella bandiera ancora qui. Pure dopo la ginnastica. Dipende dalla rotta che gli detterà la sua pelle. 

Nicola Bartolini. Giampiero Mughini per Dagospia il 23 ottobre 2021. Caro Dago, non ti lasciare sfuggire il nome e il cognome e le inaudite piroette del ginnata azzurro Nicola Bartolini che ha appena vinto il titolo di campione del mondo al corpo libero nella ginnastica artistica o attrezzistica che dir si voglia. E questo 56 anni dopo che Franco Menichelli quella medaglia la vinse alle Olimpiadi di Tokio con un esercizio eseguito a perfezione e con il quale oggi non vinceresti neppure un campionato regionale italiano. 56 anni fa non esistevano al mondo i salti e le torsioni in aria e le combinazioni che Bartolini ha eseguito meglio di tutti i suoi avversari. Te lo dice uno che in una palestra di provincia ci metteva tutto se stesso nel piroettare al corpo libero. Lo so, lo so che Bartolini in Italia non è che sia meno conosciuto di Totti, è meno conosciuto di qualsiasi giocatore di serie A, ossia di un qualsiasi atleta che al suo confronto è piccolo così. La ginnastica agli attrezzi, che pure ha tradizioni memorabili nella storia di questo sport in Italia, è semiclandestina agli occhi del grosso pubblico. Non sanno neppure lontanamente che cosa ci è voluto di abnegazione, di ostinazione, di coraggio speso tutti i giorni, di dedizione religiosa al suo fare atletico perché Bartolini riuscisse a fare quel che ha appena fatto e che è già visibile su youtube. Né il grosso pubblico lo amerà pur dopo la sua impresa eccezionale a Tokio, impegnato com’è ad esultare per il fatto che un giocatore da loro amato ha segnato un gol fortunoso dopo una partitella qualsiasi del torneo di serie A. Vale per lo sport quello che vale in tutti i campi della vita, ivi compresa l’arte e la letteratura, che ci siano quelli che si sono guadagnati la prima fila in fatto di consensi e di notorietà, e quelli che arrancano dietro. Pur facendo nel loro campo cose meravigliose e talvolta come nessun altri al mondo. Com’è il caso di Bartolini, campione del mondo, campione del mondo, campione del mondo. 

Sara Simeoni.  Francesca D'Angelo per "Libero quotidiano" il 20 dicembre 2021. Dovremmo dirvi che domani sera torna Il circolo degli anelli su Rai Due, nella versione Sotto l'albero: uno speciale natalizio che celebra la nostra (meravigliosa) stagione sportiva. La vera notizia però è che torna lei: l'unica e sola Sara Simeoni, la celebre campionessa olimpica di salto in alto che, all'età di 68 anni, è diventata una vera e propria star tv, con tanto di "Bimbi di Sara" che celebrano le sue gesta su Twitter.

E dire che lei, su Twitter, manco c'è...

«Lo so: dovrei attrezzarmi, ma mi dà tanto l'idea che sarebbe come avere un secondo lavoro... Però mi faccio raccontare tutto!». 

Giusto festeggiare quest' anno esaltante, ma non sarà che la parte difficile arriva ora?

«Abbiamo portato a casa dei risultati eccezionali, ma certamente non possiamo tirare i remi in barca. Nello sport, quando raggiungi un risultato, non puoi vivere di rendita, anzi! Devi allenarti ancora di più per mantenere i risultati. Non possiamo certo pensare che gli avversari si inchineranno al nostro passaggio». 

Gli inglesi di certo non lo faranno...

«Mica solo loro! Tutti gli avversari vogliono smentire il nostro exploit olimpico e dimostrare che sono loro i veri campioni da battere». 

Cosa pensa delle accuse di doping mosse a Jacobs?

«È sempre così: quando ottieni dei risultati, ti arrivano puntualmente strane voci all'orecchio. Purtroppo c'è sempre quello che non sa cosa fare e dunque sparla: l'invidia regna sovrana. Gli inglesi comunque devono darsi una calmata perché i controlli sono negativi. Punto. Pensino piuttosto ad allenarsi bene per batterci alla prossima gara». 

A proposito di Jacobs, l'ha vista la copertina di Vanity Fair, dove campeggia semi nudo?

«Bella foto, no? È a fuoco, è a fuoco! (ride, ndr) Parlo ovviamente da ex studentessa del liceo artistico: per me è una foto artistica».

Veniamo a lei. Con Il circolo degli anelli, è come se avesse vinto di nuovo: è amatissima tanto che Ignazio La Russa ha fatto il suo nome per il Colle. Ci farebbe un pensierino?

«Siamo a Natale, mica a Carnevale! No, grazie. Però sa cosa farei se fossi Presidente della Repubblica?». 

Sono tutt' orecchi.

«Renderei meno statici i poveri corazzieri del Colle!». 

Ok, forse meglio se lascia stare la politica. La materia però l'affascina?

«Una volta mi interessava, ma adesso ho preso un po' le distanze. Non mi diverte più: si parla troppo, si dicono un sacco di cose e io ne esco fuori sempre frastornata. Ormai tutto si è ridotto a uno spettacolo e anche se l'Italia deve venire fuori da problemi giganteschi, i nostri governanti perdono tempo in altro. Confido però che ci sia, prima o poi, un colpo di coda da parte di qualche politico bravo: alla fine uno intelligente e illuminato c'è sempre».

Il governo dovrebbe sostenere di più e meglio lo sport?

«Quest' estate il Quirinale si è trasformato nella sede degli sportivi! (ride, ndr) Mi auguro che non sia stata solo una bella passerella e che la nostra causa venga presa a cuore. A parte i vertici massimi dello sport, che sono andati avanti, le altre società e gli atleti hanno avuto grossissime difficoltà con la pandemia. Confido in Valentina Vezzali (ex schermitrice ora sottosegretaria allo sport, ndr): saprà dare saggi consigli a Draghi». 

Dunque, abbiamo detto niente Colle per lei: Sanremo invece? Si fa il suo nome anche per l'Ariston.

«Amadeus mi è molto simpatico, lo conobbi a una manifestazione quando lui era ancora giovinetto, ma non ho ricevuto alcun invito. Però, sì: se mi chiamano, perché no? Sanremo è un po' come la Nazionale di calcio: la segui a prescindere. Anche se, certo, gli orari sono tosti...». 

Beh, Il circolo degli anelli è stata una bella palestra: può farcela.

«Vero. Da spettatrice però è diverso: a un certo punto, purtroppo, mi addormento». 

La tv potrebbe essere il suo nuovo futuro?

«Suvvia, alla mia età... Poi, per carità, se mi propongono qualcosa di carino, lo valuto. 

Ormai sono in pensione, posso anche pensare di cimentarmi con qualcosa di nuovo». Compresi i reality show?

 «Non mi piacciono: resisto al massimo 5 minuti poi cambio canale». 

Molti atleti portano avanti tv e sport contemporaneamente. È una scelta oculata?

«Quando mi allenavo avevo ricevuto diverse proposte, ma per me l'allenamento era fondamentale. Forse se avessi perso dei giorni di allenamento, non avrei raggiunto i risultati ottenuti. Bisogna fare delle scelte».

La Treccani sottolinea la sua «capacità di affrontare con serenità le competizioni». Eppure all'epoca non esistevano nemmeno i mental coach: che ne pensa di questa moderna figura sportiva?

«Faccio un po' fatica a comprenderla. Perché dovrei avere bisogno di una persona che mi dice che sono forte? Lo so già: so cosa posso fare e cosa mi può dare il mio fisico perché melo dicono i risultati ottenuti in allenamento e in gara. Il mental coach me lo sono costruito sul campo».

Crede che le nuove generazioni siano fisicamente più prestanti ma mentalmente fragili?

«Sicuramente la società è cambiata rispetto ai miei tempi, le pressioni sono maggiori così come il numero di gare. Prenda l'ultima Olimpiade: gli atleti si sono concentrati su un unico grande obiettivo, non su uno tra le tante gare internazionali. E questo ha fatto la differenza». 

È stato difficile chiudere con l'atletica?

«Assolutamente no. Mi sono ritirata a 33 anni ma già negli anni 80 avevo iniziato ad accusare dei problemi fisici: non ne potevo più fisiologicamente. Inoltre nella vita ci sono anche altre cose, come mettere su famiglia». 

Chiuso il capitolo gare, ha continuato ad allenarsi da sola?

«Macchè. All'inizio sono passata dall'allenamento quotidiano a... zero, perché ero sempre in giro per convegni. Dopodiché mi sono cimentata con tutte le discipline che prima mi erano vietate, perché a rischio infortuni: ho imparato a sciare, mi sono buttata con il paracadute e ho provato il rafting. Ora però mi limito a camminare!».

Oggi allo sport si chiede di essere promotore dell'inclusività. Lei si sarebbe inginocchiata al grido di Black lives matter?

«Sarà che io sono per i fatti, più che per le parole, ma ho l'impressione che siano iniziative plateali che lasciano il tempo che trovano: ti inginocchi, va bene, ma poi? Finisce lì e resta tutto come prima. Semmai credo nel potere inclusivo connaturato allo sport stesso che, per sua natura, offre a tutti pari opportunità». 

Cosa pensa delle atlete trans: è giusto che gareggino con le donne?

«È un tema delicato: lasciamo che siano la medicina e gli esperti in materia a esprimersi nel merito». 

Lei sente di essere stata un modello per le donne?

«Quando gareggiavo non mi preoccupavo di dimostrare qualcosa alla società, forse perché in casa mia nessuno ha mai fatto differenze di genere. Al massimo i miei genitori mi chiedevano di tornare a casa accompagnata, se facevo tardi la sera, ma niente di più. Tutti potevano fare tutto: a me, per esempio, piacevano le attività manuali, compreso spaccare la legna. Però, sì, so che molte donne si sono avvicinate all'atletica grazie a me e di questo sono molto felice!».

Alberto Mattioli per “La Stampa” l'11 agosto 2021. Medaglie incomparabili a parte, le Olimpiadi ci hanno regalato un nuovo personaggio tivù: Sara Simeoni. Se Il circolo degli anelli su Raidue è stata la trasmissione rivelazione delle notti magiche, la saltatrice è stata la rivelazione della rivelazione. Surreale come un Dalì quanto a trucco e soprattutto parrucco, e poi ironica, divertita, divertente (la competenza la diamo per scontata e poi si sa che in tivù è l'ultimo dei requisiti). Così ha fatto un salto in alto anche il gradimento, con ascolti, critica e social per una volta concordi. Prima della tivù parliamo delle Olimpiadi.

Cosa l'ha colpita di più? «Che gli atleti si comportassero come se negli stadi ci fosse stato il pubblico. Invece sappiamo bene che erano vuoti. Che attori questi ragazzi, mi sono detta. Poi ho capito: dopo due anni di silenzio e di poche gare senza spettatori, si erano abituati». 

Un colpo di bacchetta magica ed è al posto di Malagò. Che cosa serve allo sport italiano?

«Lui si occupa di chi sta all'apice e va benissimo così. Secondo me c'è bisogno di investire sui livelli inferiori. Per esempio, aiutare le piccole società locali, quelle che si basano ancora sul volontariato e che fanno nascere le vocazioni. Ma sono cose che si dicono da anni. Quando gareggiavo io si parlava di portare lo sport nelle scuole e siamo ancora lì, alle due ore settimanali di Educazione fisica».

Malagò parla anche di ius soli per gli sportivi. È d'accordo?

«Sì. Se un ragazzo nasce in Italia o vive in Italia deve potere gareggiare per l'Italia, beninteso se è lui che l'ha scelta. Per me è un problema che non è mai esistito, la risposta è scontata. Noi sportivi siamo abituati da sempre a gareggiare con persone di tutte le etnie».

Passiamo alla tivù. Si aspettava questo successo?

«Per niente. All'inizio ero scettica perché non avevo idea di come sarebbe stata la trasmissione. Non che l'abbia mai avuta: si improvvisava a seconda delle gare del giorno. Alessandra De Stefano (la conduttrice, ndr) mi ha arruolato dicendo: vieni, ci divertiremo. Beh, aveva ragione». 

Ma secondo lei perché si sono divertiti tanto anche i telespettatori?

«Perché abbiamo parlato delle Olimpiadi come se fossimo nel loro salotto. Ognuno di noi aveva delle competenze, che ci ha permesso, credo, di non dire sciocchezze. Ma abbiamo cercato non di complicare le cose, ma di semplificarle». 

Lo sa che adesso la chiameranno in tivù per qualsiasi cosa?

«Me lo dicono tutti. Però per il momento non si è fatto vivo nessuno. Intanto mi piacerebbe recuperare il fuso orario normale». 

Come tutti gli atleti e anche gli ex, va a letto presto?

«Non particolarmente, ma fra una cosa e l'altra ogni notte finivamo alle tre. E io ho una certa età». 

Mezza Italia è impazzita per le sue pettinature. Merito suo o del parrucchiere?

«Suo. Intendo di Ricky, il parrucchiere. Ogni giorno ne tirava fuori una: oggi ti faccio come Meryl Streep, domani come una dea greca e così via. L'unico merito che ho avuto io è di non avere mai obiettato. Infatti quando il programma è finito il più dispiaciuto era lui: non aveva mai avuto una cliente così docile». 

Adesso terrà le rose in testa anche nella vita normale?

«Per carità. Sono affezionata al mio grigio. Ci ho messo tanti anni per arrivarci».

Quando non la fa, lei la tivù la guarda?

«Come tutti, senza eccessi particolari».

Cosa, in particolare?

«Mi piacciono i programmi tipo Linea verde, anche perché così rivedo dei posti dove sono stata grazie allo sport. Poi gli Angela padre e figlio, i documentari e così via. Ma una sera ero talmente esasperata dai servizi sul Covid che ho trovato rilassante un giallaccio». 

Confessi che vedendo le Olimpiadi un po' di nostalgia l'ha provata.

«No. Non ho mai vissuto di ricordi. Quando ho smesso, ho smesso. Semmai provo un po' di invidia quando vedo tutto quello che hanno oggi gli atleti, certi materiali, certe attenzioni. Quando ho iniziato io, c'erano ancora le piste in terra. Eravamo più ruspanti, forse più ingenui. Ho cominciato ad allenarmi sul serio a vent' anni. Oggi avrei iniziato a tredici. Però non ho rimpianti». 

A proposito di rimpianti: le Olimpiadi del '24 si faranno a Parigi e non a Roma.

«Dispiace, certo. Le Olimpiadi sono sempre un rilancio per il Paese che le organizza. Ma evidentemente c'erano altre esigenze. O magari non abbastanza soldi». 

I successi nello sport sono un sintomo di rinascita anche per il resto dell'Italia come dicono tutti?

«Hanno dato una sferzata di ottimismo a chi era scettico o dubbioso. Però non vedo differenza fra sportivi e non. Durante la pandemia gli sportivi hanno continuato a lavorare e poi hanno messo in piazza la loro preparazione alle Olimpiadi. Fuori dallo sport è successo lo stesso. Nonostante le difficoltà io vedo in giro una gran voglia di ripartire. L'Italia è piena di gente che si rimbocca le maniche». Draghi le piace? «A me piacciono le persone che cercando di fare qualcosa nonostante le difficoltà. Quindi, sì».

Matteo Sacchi per "il Giornale" il 10 agosto 2021. Il Circolo degli Anelli, prima serata su Rai 2 e nessuna possibilità di rivedere il programma in Rete, è diventato per molti italiani l'appuntamento fisso per seguire le Olimpiadi. Merito di Alessandra De Stefano - vera mezzofondista del racconto sportivo - ma anche di ospiti che sono dei campioni assoluti come Sara Simeoni e Jury Chechi. Una narrazione divertente e divertita del contesto olimpico che ha trovato soprattutto nella Simeoni una inaspettata sparigliatrice delle liturgie televisive a partire dalla capacità di giocare col trucco e col parrucco. Tanto che sui social sono in molti a chiedere che spenta la fiaccola olimpica non si spenga il riflettore su sport, a partire dall'atletica, che ci danno tanto ma si raccontano solo una volta l'anno. Ne abbiamo parlato proprio con Sara Simeoni che conoscevamo per il suo palmares infinito - primatista mondiale, medaglia d'oro per il salto in alto a Mosca nel 1980, 14 volte campionessa italiana e detentrice del record italiano di salto in alto per 36 anni (e questo sunto tralascia decine di altri risultati internazionali eccezionali)- e ora conosciamo anche come anchorwoman da podio. 

Sara Simeoni un successo di pubblico veramente incredibile: come ci siete riusciti? 

«Ce lo siamo chiesti anche noi. Secondo me è nata un'alchimia legata al fatto di essere ex atleti o atleti. Ci si è trovati, anche venendo da sport diversi c'è un denominatore comune che ti porta a voler trasmettere tutta la positività che c'è nello sport».  

E infatti molti sui social chiedono che si continuino a raccontare questi sport in questo modo anche fuori dal contesto olimpico, a partire dall'atletica. 

«Mi fa piacere. Io era da troppo che aspettavo un'atletica italiana così, è stato meraviglioso. Ovviamente l'olimpiade è l'olimpiade e non ci sono eventi paragonabili. Ma certo si può cercare di raccontare di più e meglio gli atleti. Non si può ridurre tutto alla medaglia. Sarebbe bello raccontare gli sport con continuità, gli atleti lo meritano. E se in più il pubblico si diverte io sono felice e posso solo dire grazie».  

Nella trasmissione siete riusciti, spesso proprio grazie a lei, a mantenere un tono leggero, diverso dal solito usato per raccontare lo sport... 

«È stata bravissima Alessandra De Stefano a coordinare il tutto. Io ero un po' una palla impazzita e non si sapeva dove sarei andata a rimbalzare... Era una situazione completamente nuova per me. Secondo me era importante fare una narrazione sportiva che non fosse solo tecnica. Non si può raccontare sempre e solo lo sport in modo pesante, mettendo sempre in risalto solo e soltanto il sacrificio. Certo che c'è sacrificio nello sport ma è anche bellissimo, e divertente. Volevamo dare quel messaggio, sdrammatizzando certi rituali». 

Lei ha messo in campo anche pettinature e travestimenti da vera showgirl. Se lo sarebbe aspettato?

«È stata una continua sorpresa anche per me... Il parrucchiere della trasmissione si è divertito come un matto perché vedeva che al trucco e parrucco mi divertivo tantissimo anche io. Questa è stata anche un olimpiade non facile e piena di significati. Per noi ha significato anche la speranza di uscire dalla situazione creata dal Covid di cui non ne possiamo più, ci ha rotto l'anima... Ecco spiegata anche la voglia di divertire e divertirsi. Mi fa piacere che il pubblico lo abbia capito e apprezzato». 

Oggi, rispetto a quando gareggiava lei, lo sport vede gli atleti essere sempre più personaggi pubblici. Tanto che l'allenatore del volley è intervenuto con un «ragazze un po' meno social»... 

«Anche ai miei tempi si guardava al look e si cercava di andare in gara carine. Certo ora la pressione è molto più alta e a volte mi chiedo come questi atleti possano reggere l'impegno della celebrità. Però sono cresciuti in questo contesto e sono abituati. Io ad esempio dopo la trasmissione ho un gran bisogno di riposarmi... Però davvero mi piacerebbe che restasse aperta la possibilità di raccontare di più questi sport che, lo ridico, non durano solo il tempo di una medaglia. Ci sono tante storie da raccontare e sono storie bellissime». 

“È stata la più grande atleta italiana di tutti i tempi". Chi è Sara Simeoni, oro nel salto in alto a Mosca ’80 e protagonista de “Il Circolo degli Anelli”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 2 Agosto 2021. È protagonista delle Olimpiadi di Tokyo 40 anni dopo il suo oro nel salto in alto ai Giochi di Mosca. Sara Simeoni, atleta indimenticata dagli italiani, tra le più grandi di sempre, è protagonista quasi quanto i sportivi in Giappone, quanto Federica Pellegrini e Marcell Jacobs, ma in televisione. È volto e ironia e competenza della trasmissione Il circolo degli anelli, su Rai2 ogni sera a partire dalle 21:20. A condurre è la giornalista Alessandra De Stefano. A spalleggiarla Juri Chechi e Sara Simeoni, appunto, competenza e ironia. “All’inizio credevo si trattasse di un impegno più breve, solo dopo ho capito che dovevo esserci tutte le sere”, ha confessato in un’intervista a La Stampa. Simeoni è nata a Rivoli Veronese, 19 aprile 1953. “È stata la più grande atleta italiana di tutti i tempi, ineguagliata per quantità e qualità di successi ed elevato rendimento agonistico. Capace sempre di affrontare con serenità le competizioni, non disperandosi nella sconfitta, non esaltandosi oltre misura nella vittoria”, riporta La Treccani. La sua carriera cominciò alla Scala Azzurra di Verona sotto la guida di Walter Bragagnolo per poi passare con Erminio Azzaro, diventato suo marito. Ai Campionati Europei Juniores nel 1970 arrivò quinta, nona agli Europei di Helsinki nel 1971. Alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 arrivò sesta e quindi collezionò due titoli universitari nel 1977 a Sofia e nel 1981 a Bucarest. Ha vinto tre medaglie olimpiche: argento nel 1976 a Montreal, oro nel 1980 a Mosca e argento nel 1984 a Los Angeles; quindi tre medaglie europee: bronzo nel 1974 a Roma, oro eguagliando il record del mondo di 2,01 m nel 1978 a Praga e ancora bronzo nel 1982 ad Atene. L’anno del suo exploit fu il 1978: il 4 agosto a Brescia stabilì per la prima volta il record del mondo a 2,01m e a Praga, poche settimane dopo, affrontò la rivale di sempre, tedesca della Germania dell’Est, Rosemarie Ackermann. Il suo Fosbury flop, uno stile di salto, richiedeva una rincorsa particolarmente lunga e veloce con stretta curvatura, comportasse dei rischi su una pedana resa viscida dalla pioggia. Ha stabilito in tutto 24 primati nazionali e vinto 14 titoli da campionessa d’Italia. Simeoni è una delle più grandi sportive italiane di sempre e della sua specialità, salto in alto, della storia in assoluto. Ha conquistato i telespettatori oltre che i tifosi con la sua simpatia e competenza. Il Circolo degli Anelli è stato positivamente recensito da diversi critici televisivi – una sorpresa, alla luce della disastrosa strategia della Rai con le Olimpiadi in 200 ore di eventi a spezzatino, spesso e volentieri tagliati, niente streaming su Raiplay e Rai Radio Play, surclassata in questo dalle piattaforme streaming. “Cose del genere non ne avevo mai fatte, al massimo qualche intervista quando ero atleta. Alla fine cerco di comportarmi come farei con i miei amici – ha detto Simeoni a La Stampa sulla sua esperienza in trasmissione – In questi giorni di cose serissime ce ne sono già tante, ogni tanto serve anche sdrammatizzare un po’. Se funziona, sono contenta. Io ero abituata ad andare a letto alle nove e mezza. Certo adesso mi vedono tutti anche se non ho i social. Ma che sonno…”. Prima dei Giochi, in un’intervista a La Verità, Simeoni aveva sottolineato le incongruenze tra le Olimpiadi e gli Europei di Calcio: “Non riesco a capire come mai in alcune situazioni ci sia libertà e in altre no. Agli Europei di calcio si è passati rapidamente da poche persone sugli spalti, distanziate e con le mascherine, a un liberi tutti generale, con gli stadi colmi di persone. In Giappone hanno scelto diversamente, adottando una soluzione drastica. Quella contro il Covid è una guerra particolare, mi rendo conto, ma a questo punto non sarebbe stato più opportuno rinunciare alla manifestazione?” Così l’ex medaglia d’Oro ha celebrato le storiche vittorie di Marcell Jacobs nei 100 metri e di Gianmarco Tamberi nel salto in alto di ieri: “Belli e bravi, Tamberi e Jacobs, ma anche gli altri azzurri: dalla Sibilio alla Bogliolo. L’atletica italiana aveva bisogno di rimettere dei puntini sulle ‘i’ e ha dimostrato che c’è – ha detto a Rai Sport – Il fatto che Tamberi sia riuscito a riportare il salto in alto sul podio olimpico, è una cosa che mi ha fatto veramente piacere. Proprio lui che si era perso le Olimpiadi di Rio. La gara è stata avvincente, mi sono emozionata: era da tanto che non mi capitava. A seguire è arrivato l’oro di Jacobs. Non c’è stato nemmeno il tempo di elaborare la gioia per l’impresa nell’alto”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Stefano Semeraro per “La Stampa” il 27 luglio 2021. Sara Simeoni è sempre da medaglia, anche in tv. Da ospite fissa de «Il circolo degli anelli», tutte le sere su Rai 2, alterna (autorevoli) pareri tecnici, divertiti duetti con Yuri Chechi e scatenate performance con la stessa agilità con cui 40 anni fa scavalcava asticelle per vincere l'oro ai Giochi di Mosca. 

Sara, sapeva di essere una showgirl?

«Guardi, all'inizio credevo si trattasse di un impegno più breve, solo dopo ho capito che dovevo esserci tutte le sere. Cose del genere non ne avevo mai fatte, al massimo qualche intervista quando ero atleta. Ma sì, mi sto divertendo. Alla fine cerco di comportarmi come farei con i miei amici». 

Anche nel ballo non se la cava male.

«A ballare in realtà dovevano essere Elisa di Francisca e Bennati: mi hanno incastrata». 

La vedremo a Ballando sotto le stelle?

«Eh, chi lo sa, ma se aspetto ancora un po' avrò l'età di Matusalemme». 

Con Yuri Chechi siete già una coppia televisiva vincente.

«Lo prendo un po' in giro sulla faccenda dell'altezza, così gli ho chiesto: "non è che ti offendi?" E lui mi ha risposto "no, no, anzi!". Yuri è molto simpatico, poi in questi giorni di cose serissime ce ne sono già tante, ogni tanto serve anche sdrammatizzare un po'. Se funziona, sono contenta». 

Ha avuto proposte per altre trasmissioni?

«Be', adesso non facciamo il passo più lungo della gamba, già sono preoccupata di finire questa. Sa, io ero abituata ad andare a letto alle nove e mezza, ora minimo faccio le due e mezza, poi magari apro la tv per vedere le gare Insomma, si dorme tre ore per notte». 

I suoi ex colleghi cosa pensano della Simeoni opinionista?

«Mi stanno arrivando un sacco di messaggi, anche da amici che non sentivo da tempo. Ieri sera, ad esempio, uno di Livio Berruti, che mi ha fatto i complimenti per tutto. Mi ha fatto piacere sentirli da lui. Fioravanti, Chechi, Bennati sono più abituati, io da quando ho smesso non mi ero mai cimentata in questa veste. Ma l'occhio per vedere certe cose spero di averlo ancora». 

 Molti forse la credevano più seriosa

«Da atleta, era difficile vedermi diversamente». 

Di ciò che ha visto sino ad ora che cosa le è piaciuto?

«I giovani, che si sono comportanti bene e hanno vinto medaglie. Più di tutti mi è rimasto impresso Vito Dell'Aquila. Il suo viso da ragazzino, gli occhi vivaci, la sua spontaneità. Stiamo uscendo, spero, da un periodo brutto, avere giovani come lui che trasmettono messaggi giusti, non da "personaggio", ci serve per ritrovare la strada e dimostrare che il successo non ti piove dal cielo, ma bisogna guadagnarselo facendo sacrifici». 

Le Olimpiadi senza pubblico come le sembrano?

«Nella scherma quasi non te ne accorgi, ma abituati come siamo a vedere le folle, ad esempio nel ciclismo, un po' fa effetto. Succederà anche nell'atletica. Però mi sembra che tutti si stiano comportando bene». 

Quanto contano, in negativo, gli stadi vuoti?

«Quando sei in pista o in pedana il pubblico ti aiuta, sia con i boati sia con il silenzio al momento giusto. Ti carica. Poi che tristezza le premiazioni con la mascherina, tutti distanti su quei podi enormi, senza neanche potersi fare una foto insieme con la medaglia». 

Che cosa si aspetta dall'atletica?

«Campioni ne abbiamo. Atleti da podio, e altri che possono superare le qualificazioni, guadagnarsi una finale: Jacobs, Tamberi Attendiamo e speriamo di poter ottenere le prestazioni che sogniamo. Ma non sarà facile, ai Giochi tutti vogliono dare il massimo». 

Una curiosità: gli abiti di scena sono di qualche stilista?

«Me l'hanno chiesto, prima della trasmissione: ma io ho smesso da 40 anni e anche allora di sponsor a momenti non ne avevo. Me li fornisce la trasmissione. Se ci saranno altre occasioni, mi organizzerò prima».

Video La Stampa/La Repubblica 11 giugno 2021. Cina, a vincere i 100 metri è il cameraman: corre più veloce di tutti gli atleti in gara. Hao Xiaoyang, 23 anni, è stato incaricato di filmare la gara che si è tenuta il 30 maggio scorso all’Università di Datong, nel nord della Cina. Telecamera alla mano, lo studente è scattato con circa venti metri di vantaggio, che ha mantenuto durante tutta la corsa dei 100 metri, risultando più veloce degli atleti. IHao ha poi ammesso di essere rimasto molto sorpreso che la sua impresa abbia generato così tanta curiosità sul web, spiegando che la sua sfida più grande in quel momento era rappresentata dal mantenere stabile la telecamera (che pesa più di quattro chili). Video Reuters