Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

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(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2021

 

LO SPETTACOLO

 

E LO SPORT

 

QUINTA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

  

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

     

 

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

  

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

INDICE PRIMA PARTE

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Circo.

Superstizione e fisse.

Gli Zozzoni.

Le Icone.

Le Hollywood d’Italia.

«Gomorra», tra fiction e realtà.

Quelli che …il calcio.

I Naufraghi.

Amici: tutto truccato?

Il Grande Fratello Vip.

"I tormentoni estivi? Sono da 60 anni specchio dell'Italia".

Le Woodstock.

Rap ed illegalità.

L’Eurovision.

Abella Danger e Bella Thorne.

Achille Lauro.

Adele.

Adriana Volpe.

Adriano e Rosalinda Celentano.

Aerosmith.

Aida Yespica.

Afef.

Alanis Morissette.

Alba Parietti.

Alba Rohrwacher.

Al Bano Carrisi.

Alda D’Eusanio

Aldo, Giovanni e Giacomo.

Ale & Franz.

Alec Baldwin.

Alessandra Amoroso.

Alessandro Benvenuti.

Alessandro Borghese.

Alessandro Borghi.

Alessandro Cattelan.

Alessandro Cecchi Paone.

Alessandro Gassmann.

Alessandro Haber.

Alessandro Nivola.

Alessia Marcuzzi.

Alessio Bernabei.

Alfonso Signorini. 

Alice ed Ellen Kessler.

Alina Lopez e Emily Willis.

Amanda Lear.

Ambra Angiolini.

Amedeo Minghi.

Amouranth, alias Kaitlyn Siragusa.

Andrea Balestri.

Andrea Bocelli.

Andrea Delogu.

Andrea Roncato.

Andrea Sannino.

Angela White.

Angelina Jolie.

Anya Taylor-Joy.

Anna Falchi.

Anna Oxa.

Annalisa Minetti.

Anna Maria Rizzoli.

Anna Tatangelo.

Anna Mazzamauro.

Anthony Hopkins.

Antonella Clerici.

Antonella Elia.

Antonella Mosetti.

Antonello Venditti.

Antonino Cannavacciuolo.

Antonio Costantini Awanagana.

Antonio Mezzancella.

Antonio Ricci.

Arisa.

Asia e Dario Argento.

Aubrey Kate.

Baltimora.

Barbara De Rossi.

Barbara d'Urso.

Beatrice Rana.

Belen Rodriguez.

Bella Hadid.

Benedetta D’Anna.

Benedicta Boccoli.

Bill Murray.

Billie Eilish.

Björn Andrésen.

Bob Dylan.

Bobby Solo, ossia: Roberto Satti.

Brad Pitt.

Brandi Love.

Brigitte Bardot.

Britney Spears.

Bruce Springsteen.

Camilla Boniardi: Camihawke.

Can Yaman.

Capo Plaza, nato come Luca D'Orso.

Cara Delevingne.

Carla Gravina.

Carlo Cracco.

Carlo Verdone.

Carlotta Proietti.

Carmen Consoli.

Carmen Russo e Enzo Paolo Turchi.

Carol Alt.

Carolina Marconi.

Catherine Spaak.

Caterina Balivo.

Caterina Caselli.

Caterina De Angelis e Margherita Buy.

Caterina Lalli, in arte Lialai.

Caterina Murino.

Caterina Valente.

Cecilia Capriotti.

Chadia Rodriguez.

Charlotte Sartre.

Chloé Zhao, regista Premio Oscar.

Christian De Sica.

Claudia Koll.

Cristian Bugatti in arte Bugo.

Cristiano Malgioglio.

Clara Mia.

Claudia Cardinale.

Claudia Gerini.

Claudia Motta.

Claudia Pandolfi.

Claudia Schiffer.

Claudia Koll.

Claudio Baglioni.

Claudio Bisio.

Claudio Cecchetto.

Claudio Santamaria.

Coma_Cose.

Cosimo Fini, cioè Gué Pequeno.

Corinne Clery.

Daft Punk.

Damon Furnier, in arte Alice Cooper.

Daniela Ferolla.

Dario Faini, Dardust e DRD.

Demi Lovato.

Demi Moore.

Demi Sutra.

Deep Purple.

Diego Abatantuono.

Diletta Leotta.

Donatella Rettore.

Dori Ghezzi vedova De André.

Dredd.

Ed Sheeran.

Edoardo Bennato.

Edoardo Vianello.

Eddie Murphy.

Elena Sofia Ricci.

Eleonora Cecere.

Eleonora Giorgi.

Eleonora Pedron.

Elettra Lamborghini.

Elio (Stefano Belisari) e le Sorie Tese.

Elisa Isoardi.

Elisabetta Canalis.

Elisabetta Gregoraci.

Elena Anna Staller, detta Ilona (il nome della madre) o Cicciolina.

Elodie.

Ema Stokholma.

Emanuela Fanelli.

Emma Marrone.

Emily Ratajkowski.

Enrico Brignano.

Enrico Lucherini.

Enrico Montesano.

Enrico Papi.

Enrico Ruggeri.

Enrico Vanzina.

Enza Sampò.

Enzo Braschi.

Enzo Ghinazzi: Pupo.

Enzo Iacchetti.

Ermal Meta.

Eros Ramazzotti.

Eva Grimaldi.

Eveline Dellai.

Ezio Greggio.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Faber Cucchetti.

Fabio Marino.

Fabio Testi.

Fanny Ardant.

Federico Quaranta.

Federico Salvatore.

Filomena Mastromarino: Malena.

Fedez e Chiara Ferragni.

Fiorella Mannoia.

Flavia Vento.

Flavio Insinna.

Francesca Alotta.

Francesca Cipriani.

Francesca Giuliano.

Francesca Michielin.

Francesca Neri.

Francesca Reggiani.

Francesco Baccini.

Francesco De Gregori.

Francesco Gabbani.

Francesco Guccini.

Francesco Pannofino.

Francesco Sarcina.

Franco Oppini.

Franco Trentalance.

Frank Matano.

Gabriel Garko.

Gabriele e Silvio Muccino.

Gabriele Lavia.

Gabriele Paolini.

Gabriele Salvatores.

Gene Gnocchi.

Gerry Scotti.

Giancarlo Magalli.

Giancarlo ed Adriano Giannini.

Gianfranco Vissani.

Gianluca Grignani.

Gianni Morandi.

Gianni Sperti.

Gigi D'Alessio.

Gina Lollobrigida.

Gino Paoli.

Giovanna Mezzogiorno.

Giovanni Veronesi.

Giucas Casella.

Giulia De Lellis.

Giuliano Montaldo.

Giulio Mogol Rapetti.

Giuseppe Povia.

Greta Scarano.

Harvey Keitel.

Heather Parisi.

Helen Mirren.

Hugh Grant.

Gli Stadio.

I Dik Dik.

I Duran Duran.

I Jalisse.

I Gemelli di Guidonia.

I Pooh.

I Righeira.

I Tiromancino.

Iggy Pop.

Ilaria Galassi.

Ilary Blasi.

Ilenia Pastorelli.

Irina Shayk.

Iva Zanicchi.

Ivan Cattaneo.

J-Ax.

James Franco.

Jamie Lee Curtis.

Jane Fonda.

Jean Reno.

Jenny B.

Jennifer Lopez.

Jerry Calà.

Jessica Drake.

Jessica Rizzo.

Joan Collins.

Jo Squillo.

John Carpenter.

Johnny Depp.

José Luis Moreno.

Junior Cally.

Justine Mattera.

Gabriele Pellegrini: Dado.

Giovanni Scialpi, in arte Shalpy.

Kabir Bedi.

Kayden Sisters.

Kasia Smutniak.

Kate Moss.

Kate Winslet.

Katherine Kelly Lang- Brooke Logan.

Katia Ricciarelli.

Kazumi.

Kevin Spacey.

Kim Kardashian.

Kissa Sins.

Lady Gaga.

La Gialappa's Band.

La Rappresentante di Lista.

Lando Buzzanca.

Laura Chiatti.

Laura Freddi.

Laura Pausini.

Le Carlucci.

Lele Mora.

Lello Arena.

Leo Gullotta.

Liana Orfei.

Licia Colò.

Lillo (Pasquale Petrolo) & Greg (Claudio Gregori).

Linda Evangelista.

Lino Banfi.

Linus.

Liza Minnelli.

Lo Stato Sociale.

Loredana Bertè.

Lorella Cuccarini.

Lorenzo Jovanotti Cherubini.

Loretta Goggi.

Lory Del Santo.

Luca Barbareschi.

Luca Barbarossa.

Luca Bizzarri.

Luca Tommassini.

Luca Zingaretti.

Luca Ward.

Luce Caponegro: Selen.

Luciana Littizzetto.

Luciana Savignano.

Luciano Ligabue.

Lucrezia Lante della Rovere.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Maccio Capatonda (all'anagrafe, Marcello Macchia).

Madame.

Maddalena Corvaglia.

Madonna.

Maitland Ward.

May Thai.

Malika Ayane.

Maneskin.

Manila Nazzaro.

Manuel Agnelli.

Manuela Arcuri.

Mara Maionchi.

Mara Venier.

Marcella Bella.

Marco Bellocchio.

Marco Castoldi in arte Morgan.

Marco e Dino Risi.

Marco Giallini.

Marco Mengoni.

Marco Tullio Giordana.

Maria Bakalova.

Maria De Filippi.

Maria Giuliana Toro: «nome d' arte», Giuliana Longari.

Maria Grazia Cucinotta.

Maria Luisa “Lu” Colombo.

Maria Pia Calzone.

Marianna Mammone: BigMama.

Marica Chanelle.

Marilyn Manson.

Mario Maffucci.

Marina La Rosa.

Marina Perzy.

Marisa Laurito.

Martina Cicogna.

Martina Colombari.

Massimo Boldi.

Massimo Ghini.

Massimo Ranieri.

Massimo Wertmüller.

Matilda De Angelis.

Maurizio Aiello.

Maurizio Battista.

Maurizio Milani.

Mauro Coruzzi, in arte Platinette.

Max Pezzali.

Mel Brooks.

Memo Remigi.

Micaela Ramazzotti.

Michael J. Fox.

Michael Sylvester Gardenzio Stallone.

Michele Foresta, in arte Mago Forest.

Michele Guardì.

Michele Placido.

Michelle Hunziker.

Miguel Bosé.

Milena Vukotic.

Milton Morales.

Mikhail Baryshnikov.

Mina.

Miriam Leone.

Mistress T..

Mita Medici.

Myss Keta.

Modà.

Monica Bellucci.

Monica Guerritore.

Monica Vitti.

Nada.

Naike Rivelli ed Ornella Muti.

Nancy Brilli.

Nanni Moretti.

Naomi Campbell.

Nek.

Nicolas Cage.

Nicole Aniston.

Nina Moric.

Nino D’Angelo.

Nino Frassica.

Nick Nolte.

Nyna Ferragni.

Noemi.

99 Posse.

Oliver Stone.

Orietta Berti.

Orlando Portento.

Ornella Vanoni.

Pamela Anderson.

Pamela Prati.

Paola Perego.

Paola Pitagora.

Paola Saulino, meglio nota come Insta_Paolina.

Paolo Bonolis.

Paolo Conte.

Paolo Fox.

Paolo Rossi.

Paolo Sorrentino.

Paris Hilton.     

Pasquale Panella alias Vito Taburno.

Patrizia De Blanck.

Patty Pravo.

Patti Smith.

Pedro Almodóvar.

Peppe Barra.

Peppino di Capri.

Phil Collins.

Pietra Montecorvino.

Pierfrancesco Favino.

Pier Francesco Pingitore.

Piero Chiambretti.

Pietro Galeotti.

Pino Donaggio.

Pio e Amedeo.

Pietro e Sergio Castellitto.

Pippo Baudo.

Pippo Franco.

Pupi Avati.

Quentin Tarantino.

Quincy Jones Jr.

Rae Lil Black.

Rajae Bezzaz.

Raffaella Carrà.

Raffaella Fico.

Red Ronnie.

Regina Profeta.

Renato Pozzetto e Cochi Ponzoni.

Renzo Arbore.

Riccardo Cocciante.

Riccardo Fabbriconi: Blanco.

Riccardo Muti.

Riccardo Scamarcio.

Ricchi e Poveri.

Richard Benson.

Rita Dalla Chiesa.

Rita Ora.

Robert De Niro.

Roberto Da Crema.

Roberto Vecchioni.

Robyn Fenty, in arte Rihanna.

Rocco Maurizio Anaclerio, in arte Dj Ringo.

Rocco Papaleo.

Rocco Siffredi.

Roberto Bolle.

Rodrigo Alves.

Rosalino Cellamare: Ron.

Rosario Fiorello.

Rowan Atkinson.

Sabina Guzzanti.

Sabrina Ferilli.

Sabrina Salerno.

Sal Da Vinci.

Salma Hayek.

Salvatore Esposito.

Sandra Milo.

Sara Croce.

Sara Tommasi.

Sarah Cosmi.

Scarlit Scandal.

Serena Autieri.

Serena Grandi.

Serena Rossi.

Sergio Rubini.

Shaila Gatta.

Sharon Stone.

Shel Shapiro.

Silvio Orlando.

Simona Izzo e Ricky Tognazzi.

Simona Marchini.

Simona Tagli.

Simona Ventura.

Simone Cristicchi.

Sylvie Lubamba.

Sylvie Vartan.

Sophia Loren.

Stefania Casini.

Stefania Orlando.

Stefania e Amanda Sandrelli.

Stefano Accorsi.

Stefano e Frida Bollani.

Stefano Sollima.

Steven Spielberg.

Sting.

Taylor Swift.

Teo Teocoli.

Terence Hill, alias Mario Girotti.

Terence Trent d’Arby, ora Sananda Maitreya.

Teresa Saponangelo.

Tilda Swinton.

Tim Burton.

Tina Ciaco, in arte Priscilla Salerno.

Tina Turner.

Tinì Cansino.

Tinto Brass.

Tiziano Ferro.

Tommaso Paradiso.

Toni Ribas.

Toni Servillo.

Tony Renis.

Tosca D’Aquino.

Tullio Solenghi.

Uccio De Santis.

Umberto Smaila.

Umberto Tozzi.

Val Kilmer.

Valentina Lashkéyeva. In arte: Gina Gerson.

Valentina Nappi.

Valentine Demy.

Valeria Golino.

Valeria Marini.

Valeria Rossi.

Valerio Lundini.

Valerio Staffelli.

Vasco Rossi.

Veronica Pivetti.

Village People.

Vina Sky.

Vincent Gallo.

Vincenzo Salemme.

Vittoria Puccini.

Vittoria Risi.

Zucchero Fornaciari.

Wanna Marchi e Stefania Nobile.

Wladimiro Guadagno, in arte Luxuria.

Willie Nelson.

Willie Peyote.

Will Smith.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITO SANREMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Figure di m…e figuranti.

Non sono solo canzonette.

La Prima Serata.

La Seconda Serata.

La Terza Serata.

La Quarta Serata.

La Quinta ed ultima Serata.

Sanremo 2022.

 

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…scrivono.

Quelli che….la Paralimpiade.  

Quelli che…l’Olimpiade.

L’omertà nello Sport.

Autonomia dello sport? Peggio della Bielorussia.

Le Plusvalenze.

Le Speculazioni finanziarie.

Gli Arbitri.

I Superman…

Figli di Papà.

Quelli che …ti picchiano.

Quelli che … l’Ippica.

Quelli che … le Lame.

Quelli che …i Motori.

Quelli che …il Ciclismo.

Quelli che …l’Atletica.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …il Calcio. 

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che ...la Palla ovale.

Quelli che …la Pallacanestro. 

Quelli che …la Pallavolo.

Quelli che …il Tennis.

Quelli che …la Vela.

Quelli che …i Tuffi. 

Quelli che …il Nuoto. 

Quelli che …gli Sci.

Quelli che …gli Scacchi. 

Quelli che… al tavolo da gioco.

Il Doping.

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

QUINTA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Quelli che…scrivono.

Da areanapoli.it il 20 ottobre 2021. Paolo Ziliani, giornalista del Fatto Quotidiano, ha generato una protesta sui social in merito agli episodi successi durante Juventus-Roma. Ziliani ha voluto evidenziare in modo ironico e critico gli errori commessi dall'arbitro Rocchi. Poi, si è scagliato contro chi ha ribadito che il rigore dato ai giallorossi era ingiusto. Queste sono le parole in uno dei suoi post: "Siamo all’aberrazione. Si parla di fallo di mano di Mkhitaryan che dopo aver scavalcato Szczesny saltandolo, viene abbattuto dal portiere (fallo da rosso, tra l’altro) che lo falcia in volo facendolo precipitare a terra (e cadendo l’armeno tocca la palla con la mano). Vergogna". Nella giornata di oggi, ha voluto pubblicare un tweet ancor più duro e, tra l'altro, il suo sembrerebbe quasi un addio: "Il calcio italiano ha il cancro. È falsato, lo sanno tutti ma il Palazzo collude, l’informazione anche e nessuno dice e fa niente. Smetto di occuparmene. Grazie a chi mi ha seguito e stimato, non alla mia categoria. Mi allontano da questa palude malsana, scelgo la famiglia", pubblicando sotto al suo post una foto pungente con la scritta "Chiuso per mafia". Poi, arriva la replica di Maurizio Pistocchi: "Resistere resistere resistere", citando una frase di Francesco Saverio Borrelli (magistrato che si occupò delle inchieste di 'Mani Pulite').

Giovanni Sofia per tag43.it l'11 ottobre 2021. Una dichiarazione d’amore da intonare a pieni polmoni, da urlare a squarciagola. È il destino di numerosi brani, un modo alternativo per resistere ai naturali acciacchi del tempo. Qui non si parla di basi trasformate in cori, ma di testi originali trasferiti su curve e gradinate e diventati negli anni manifesto d’appartenenza. L’ingresso in campo del Liverpool è una scarica di adrenalina, mentre sullo sfondo comincia una festa tutta rossa di bandiere e sciarpe tese. You’ll never walk alone è forse la canzone ascoltata allo stadio più famosa in assoluto, sicuramente una delle più toccanti. C’è stato chi, magari prima della pandemia, un volo per l’Inghilterra l’ha prenotato esclusivamente per ascoltare il ruggito della Kop. Difficile dargli torto, questione emozioni che attraversano i chilometri e qualche volta il mare. Uniscono in una manciata di note le tribune inglesi a quelle Scozzesi e tedesche. Già, perché Tu non sarai mai sola è un giuramento ripetuto all’infinito, sulle terrace del Celtic Park come dal muro giallo del Borussia Dortmund.

La storia di You’ll never walk alone

Scritta nel 1945, per il musical Carousel dagli statunitensi Richard Rodgers e Oscar Hammerstein, veniva eseguita in due momenti dello spettacolo: quando la protagonista rimaneva vedova a causa del suicidio del marito e per incoraggiare la figlia della coppia alla vigilia dell’ultimo anno di scuola. Da Elvis a Frank Sinatra, la reinterpretarono in molti, compresi i Gerry and the Pacemaker, attraverso i quali la canzone sbarcò finalmente nel Regno Unito. Fu il gruppo britannico, infatti, a dare al brano una connotazione popolare, consentendogli di scavalcare i cancelli dello stadio. La tradizione di attingere al cantautorato per sostenere la propria squadra del cuore è storia tipicamente inglese e da Liverpool corre veloce fino a Manchester, sponda City.

Manchester City, You are my wonderwall

Qui, identità è sinonimo di Oasis, fa rima con Wonderwall e i fratelli Noel e Liam Gallagher, divisi su tutto, ma non nella fede per gli Sky Blues. A Londra, il Chelsea negli scorsi mesi ha festeggiato la Champions con i Madness e One step beyond, ma è senza dubbio dei cugini poveri del West Ham la colonna sonora più bella della Capitale. I’m forever blowing bubbles fu scritta nel 1918 e registrata l’anno successivo per il musical di Broadway The passing Show. La melodia è di John Kellette, mentre la paternità delle parole, a distanza di oltre un secolo resta avvolta nelle nubi. O meglio, nelle bolle di sapone, sparate in aria ogni weekend, mentre le casse prendono a pompare e le pinte volano in aria. Immagini immortalate magistralmente nel film Hooligans e nei sogni a tinte british di ogni appassionato. «La scorsa primavera sono stato espulso da Harvard ma quello che stavo per imparare nessuna università di prestigio avrebbe potuto insegnarmelo», ripeteva Matt Buckner, scioccato dall’impatto col tifo britannico. Sull’altra sponda del mare del Nord, è Bob Marley a recitare da protagonista assoluto. Nella città dei coffee shop e del quartiere a luci rosse per eccellenza, Three little birds anima le tribune durante le partite dell’Ajax. 

Roma divisa tra Antonello Venditti e Lucio Battisti

Amsterdam chiama l’Italia risponde. Sulle rive del Tevere, il giallorosso è terreno fertile per Antonello Venditti e Lando Fiorini. La società dei magnaccioni si alterna al ritmo romantico di Grazie Roma, che ci fa sentire uniti anche se non ci conosciamo. Lucio Battisti e I Giardini di marzo sono incaricati, invece, di celebrare le vittorie della Lazio. Cieli immensi e immenso amore, magari bianchi e azzurri, come le maglie delle aquile capitoline. Colore simile, ritmo più vivace a Napoli. O surdatu nnamoratu risale al 1915 e in origine descriveva l’animo triste dei giovani chiamati al fronte, adesso, finita la guerra, è emblema delle spedizioni vittoriose dei partenopei in giro per i campi della penisola e dell’Europa. Tradizione popolare e sofferenza ritornano in Vitti na crozza (Ho visto un teschio). Lalallaleru lalleru lalleru Lalleru lalleru lalleru lallà, e via di balli sfrenati su e giù per gli stadi della Sicilia. Trentuno anni, un battito di ciglia, sono bastati a Rino Gaetano per ritagliarsi un posto nell’Olimpo della musica italiana. Genio ribelle, nacque a Crotone, dove le sue parole non smettono di scaldare ugole e cuori. In fondo nel calcio come nella vita spesso Non c’erano soldi, ma tanta speranza. L’Eurovision delle curve è chiuso dalla Nazionale. Seven nations army, per tutti Popopo, ha accompagnato il trionfale mondiale del 2006. Per riascoltarla, basta schiacciare il tasto play o, in alternativa, andare allo stadio.

Sergio Mari. Marco Tarozzi per “Avvenire” il 9 ottobre 2021. «Era il 1986, giocavo nella Centese, in Serie C1. Ero a pranzo con la squadra e chiesi a Paolo Specchia, il nostro allenatore, di dispensarmi dalla rituale cena tra scapoli del giorno successivo. Gli spiegai che a Ferrara proiettavano Rosa Luxembourg di Margarethe Von Trotta, con la regista presente per raccontare il proprio lavoro. Ricordo che i compagni mi guardarono come se avessero appena visto un alieno». Era un calciatore diverso, Sergio Mari, anche se ancora non ne aveva piena consapevolezza. Salernitano, classe 1962, mediano di belle e concrete speranze, si era affacciato al calcio dei "grandi" nel 1979, svezzato alla Cavese da Corrado Viciani, l'inventore del gioco è bello quando è "corto" alla Ternana. Pilastro nella promozione in Serie B dell'anno successivo, avrebbe continuato per quindici stagioni il suo percorso da professionista: nell'Akragas del "Professore" Franco Scoglio, ancora a Cava dei Tirreni, a Cento guidato da Specchia e l'ex ct azzurro Giampiero Ventura, e poi a Nola, a Fasano, a L'Aquila e nella Juvestabia. Scoglio, in mezzo al campo, urlava alla truppa «fate le diagonali come Mari»; i tifosi della Centese lo ribattezzarono subito "Maridona". Al secondo anno in Emilia, ventiquattrenne, si fratturò il perone proprio quando Bologna e Vicenza si stavano interessando a lui, e quella fu la condanna per una carriera da lì in poi confinata ai campi di C1, con più di un rimpianto. Solo che Mari era anche altro. Per dire, era sì uno di quelli che a volte tiravano mezzanotte, ma non per andare in cerca di avventura: una volta a settimana, lui correva al teatro Antoniano di Bologna, per frequentare una scuola di mimo. E solo per questo rincasava tardi. «Io però non avevo consapevolezza di quello che sarei diventato. Forse lo capivano di più i compagni: anche oggi, quando li rivedo, non mostrano stupore per la mia vita da attore, regista, scrittore. Dicono che loro se lo immaginavano». Ecco, il Sergio Mari di oggi fa quel mestiere lì: recita, pensa e produce i suoi spettacoli, scrive romanzi. Il primo l'ha intitolato Quando la palla usciva fuori, ed è quello che lo ha riaccostato a quel mondo che era stato suo negli anni più giovani. «Avevo chiuso in modo traumatico, non riuscivo più a comprendere certe logiche del mondo del tifo, né le dinamiche che ormai regolavano quel mondo. Appassionato di arte contemporanea, per dodici anni ho fatto il gallerista a Salerno. Ma un giorno sono salito su un palcoscenico, quasi per caso. Mi è piaciuto, sono piaciuto. Allora mi sono messo a studiare, ho visto tanti lavori teatrali, ho letto voracemente. Ho cercato di recuperare il tempo perduto. Con gli anni mi sono reso conto che l'armadio dei ricordi era ancora lì, in un angolo del mio cervello. Riaprendolo ci ho trovato le cose migliori, le persone belle che avevo conosciuto: non è stato un gesto nostalgico, semmai un recupero oggettivo, un riconoscimento a quel mondo che mi aveva permesso di crescere, anche con tutte le sue contraddizioni». In bacheca, invece dei trofei pallonari, Sergio ha stipato diverse performances teatrali vissute da protagonista e spesso anche da regista e soggettista, come l'idea originale di far raccontare il grande allenatore ebreo (del Bologna e dell’'Inter) morto ad Auschwitz Arpad Weisz a uno dei suoi giocatori più brillanti, l'ex rossoblù Francisco Fedullo «perché avevo scoperto le origini salernitane di quel grande giocatore del Bologna, e che suo padre aveva vissuto a due passi da casa mia. Ho portato questo lavoro nei teatri, nelle scuole, è stato visto da migliaia di studenti. In tempi di lockdown, ne ho ricavato anche un monologo di mezz' ora, interamente girato in casa mia, dove interpreto entrambi i personaggi. Il calcio è un veicolo perfetto su cui far viaggiare messaggi importanti, e farli arrivare alle nuove generazioni». E poi altre due fatiche letterarie, Sei l'odore del borotalco e il più recente Racconti. «Scrivere è fatica vera, quando lo faccio mi libero da ogni altro pensiero e dopo due ore al pc sono stanchissimo, spesso rendendomi conto che quello che ho buttato giù non è nemmeno passabile. È costruire e smontare, per trovare una chiave interiore. Lo capii, forse, durante l'inattività per l'infortunio. Un pomeriggio, a Bologna, restai due ore su una panchina di via Indipendenza, immerso nella lettura di un libro appena acquistato alla Feltrinelli. Fu un giorno pieno di tristezza, per i problemi fisici che mi affliggevano, ma allo stesso tempo di assoluta libertà». Il giorno che ci ha consegnato il nuovo Sergio Mari, uno che ha rivoluzionato la sua vita da mediano. Salendo su un palco.

Da tuttomercatoweb.com il 9 ottobre 2021. Marco Materazzi risponde a Lilian Thuram dal palco del Festival di Trento. Thuram nelle scorse ore ha lanciato un appello: "I giocatori bianchi non devono stare zitti nella lotta contro il razzismo". Un appello a cui Materazzi, nel corso del suo intervento, ha replicato così: “Sono contro il razzismo, però Thuram non è mai uscito dallo stadio quando cantavano Materazzi figlio di puttana. Questa è la discriminazione, per il bianco, per il nero e anche per il figlio di puttana”.

Furio Zara per “Avvenire” il 9 ottobre 2021. Storie da raccontare, di calcio e di vita: spettacolo con le parole e con i piedi. Liberando le briglie alla fantasia, come un dribblomane quando individua nella fascia la sua via di fuga. C'è il linguaggio del pallone preso a calci, perché - lo disse Pasolini - il capocannoniere del campionato è sempre il miglior poeta dell'anno. E c'è il linguaggio di chi - seduto davanti ad una pagina bianca e immacolata - prova a raccontare la magia di una parabola, l'epica di una partita, lo snodarsi di una carriera tra le tante, però speciale. Qualche volta le due narrazioni coincidono. Prendete Jorge Valdano. Stella del Real Madrid degli anni 80, campione del mondo con l'Argentina nel 1986 - era l'uomo che seguiva come un'ombra Maradona - e poi nella sua second life, scrittore finissimo, lucido e profondo, capace come pochi di restituirci - con le parole - l'incanto del pallone che rotola e degli uomini che lo rincorrono. «Ogni volta che respiro l'odore dell'erba mi torna addosso l'infanzia», ha scritto e non è forse questa una delle più belle dichiarazioni d'amore per il calcio? I suoi libri - da Il sogno di Futbolandia a Le undici virtù del leader - sono ormai dei classici, hanno il peso di certe opere che fin da subito si rivelano necessarie. Se Valdano è il Philip Roth del racconto calcistico, in molti - soprattutto in questi ultimi anni - hanno cercato di percorrere la strada dove la letteratura si mescola al pallone. Un esempio virtuoso è quello di Lilian Thuram, da sempre impegnato nelle battaglie sociali per l'uguaglianza e i diritti civili. Nel suo ultimo libro - Il pensiero bianco (add editore) - l'ex difensore di Juventus e Parma si sofferma sugli snodi della storia - le conquiste coloniali, la schiavitù, la continua razzia di materie prime e dell'arte africana - e racconta la cristallizzazione di una gerarchia, di un sistema-mondo dove non si nasce bianchi, ma lo si diventa. In Italia il primo calciatore-scrittore è stato Paolo Sollier, che nel 1976 raccontò in un libro di denuncia - Calci, sputi e colpi di testa - l'altra faccia della luna. In copertina c'era lui, schierato a centrocampo sotto la pioggia, col pugno sinistro chiuso. Aveva studiato Marx, in ritiro portava i libri di Pavese e Evtusenko, ascoltava le canzoni di De Andrè, Gaber e Guccini, per principio non firmava autografi. Erano anni ribaldi e spettinati, contestare era un'esigenza quasi fisica. Ci si ribellava al sistema, si combatteva il potere costituito. Molti sfilavano in piazza, qualcuno entrava in campo. Si cantava la libertà, anche con i piedi. Il massimo esponente del pasoliniano "calcio di poesia", è stato il suo compaesano Ezio Vendrame. L'altro poeta di Casarsa l'Ezio idolo indimenticato del Menti di Vicenza come dell'Appiani di Padova che fino alla fine dei suoi giorni (è morto nell'aprile del 2020) ha continuato a pubblicare libri sferzanti dai titoli irriverenti come Se mi mandi in tribuna godo (Edizioni Biblioteca dell'Immagine). Una ventina d'anni più tardi, con Carlo Petrini e il suo Nel fango del dio pallone, per il calciatore arrivò il momento di fare i conti con la coscienza, individuale e collettiva. Era quella di Petrini una voce fuori dal coro: nei suoi libri raccontò di quando il pallone perse la sua innocenza. Pe- trini denunciò il doping, le partite truccate, i pagamenti in nero, le scommesse, i giocatori corrotti e malati di sesso, i vizi privati, la miseria morale della tribù di cui faceva parte. A Petrini va dato anche il merito di aver squarciato, per primo, il velo di omertà intorno al "Caso Bergamini" con Il calciatore suicidato: la morte misteriosa dell'ex centrocampista del Cosenza per il quale la sua famiglia attende giustizia da oltre trent' anni. Negli ultimi due decenni è scoccato il tempo delle biografie. Il primo ad avere successo in libreria fu Francesco Totti che - spinto dall'amico Maurizio Costanzo con la complicità di Giancarlo Dotto - si fece "scrivere addosso" un libro di barzellette, intingendo di autoironia - dote così rara nel calcio - ogni singola riga. Fu una svolta clamorosa, che diede fiducia a terziniletterati e centravanti in vena di confidenze. In seguito , da Zoff a Buffon, da Cabrini a Cassano, da Paolo Rossi a Ibrahimovic, da Baggio a Maldini, da Pirlo a Gattuso, in molti si sono cimentati nel racconto della propria vita, chi con didascalica pigrizia e chi con più disinvoltura e generosità nel racconto. Perché scrivere un libro, per un calciatore, significa mettersi in gioco, sperimentarsi in un territorio sconosciuto, oltre la linea del fallo laterale. Esattamente come recitare in un film. Il percorso dall'area di rigore al red carpet l'hanno fatto in tanti, con risultati non sempre all'altezza delle ambizioni. Il più delle volte il calciatore da Maradona a Pelé, da David Beckham a Vinnie Jones - si è prestato a comparsate che non hanno lasciato traccia nella storia del cinema.  Altre volte - da Cristiano Ronaldo a Messi, da Zidane a Ibrahimovic, da Ronaldo il Fenomeno a Neymar - ha prestato la propria storia a più o meno riusciti docufilm. Un solo uomo - nel passaggio dal gol al ciak si gira - si è confermato un campione. Eric Cantona, "Dieu", come lo chiamavano i tifosi del Manchester United negli anni '90. Ha recitato in una trentina di film, il più celebre dei quali è sicuramente Il mio amico Eric (2009), di Ken Loach, dove interpretava se stesso; mentre di recente è stato premiato per la sua interpretazione nella serie-tv Lavoro a mano armata. Maestoso e magnetico, sempre in posa per la Storia; Cantona - in un campo di calcio o nel set di un film - ha sempre interpretato se stesso, dandoci la conferma della vecchia cara regola: la vita prima si recita e poi si vive.

·        Quelli che….la Paralimpiade.  

Giulia Zonca per “La Stampa” il 22 ottobre 2021. Finalmente siamo diventati antipatici. L'Italia che vince non è più bonacciona, elegante e da pacche sulle spalle. Il successo dell'estate ha scatenato un'ondata di fastidio e dopo gli applausi, i complimenti, l'ironia e i dubbi è venuta fuori la stizza. World Athletics, la federazione internazionale dell'atletica guidata da Lord Sebastian Coe, ha annunciato i dieci finalisti per il premio al migliore dell'anno e ha escluso sia Jacobs sia Tamberi. Fuori. Neanche uno spazio tra gli uomini d'oro nonostante il successo condiviso del salto in alto sia stato il momento più globale dei Giochi, ripreso nei talk show e nei social di mezzo mondo. Neanche un posto al sole per i 100 metri con record europeo del velocista che si è divorato il 2021. Ha deciso una giuria di esperti con l'intento di premiare chi si è fatto notare in tutti gli ultimi dodici mesi, non chi ha firmato un singolo exploit e già il canone scelto sarebbe discutibile visto che proprio World Athletics spinge sulle emozioni, invoca competizioni spettacolari, chiede partecipazione e gesti straordinari per coinvolgere i giovani. Va bene, prendiamo questo arido parametro. Gianmarco Tamberi si è aggiudicato Tokyo e pure la Diamond League che sarebbe un premio a punti spalmati su più uscite quindi non proprio figlio di un'estate da pena. Prima, certo, ha litigato con la rincorsa e non ha corteggiato altezze da vertigine. Fingiamo, faticosamente, che abbia un senso metterlo ai margini della contesa, del resto è assente pure il compagno di podio Barshim. Jacobs però ha vinto gli Europei indoor e non proprio con un tempo qualsiasi, 6"47, miglior cronometro dell'anno sui 60 metri. Poi ha abbassato il record italiano dei 100, con un 9"95 di tutto rispetto (e nel mentre in giro non c'era Bolt) e, arrivato in Giappone, ha stracciato la concorrenza nei 100 metri e replicato con una seconda vittoria in staffetta. Neppure una menzione? Questo calcolo così fiscale scricchiola. Per avere riconoscimenti magari bisogna essere stelle mondiali. Tamberi è notissimo e Jacobs ha vinto la specialità più vista di sempre. I nominati sono tutti campioni olimpici: il mezzofondista ugandese Cheptegei, l'astista svedese Duplantis, il norvegese dei 1500 Ingebrigtsen, il keniano mito della maratona Kipchoge, il triplista portoghese Pichardo, il discobolo svedese Stahl, il lunghista greco Tentoglou, il decatleta canadese Warner, il pesista americano Crouser, con record mondiali stellari, il supersonico norvegese dei 400 ostacoli Warholm che, quasi di sicuro, meritatamente, vincerà dopo aver piazzato una prova destinata alla storia. Nella lista ci sono nomi giganteschi, altri meno popolari degli azzurri e pure talenti che non hanno esattamente lasciato l'impronta sul 2021. Sarà la manovra della lobby inglese stanca di essere beffata dal tricolore? Non siamo complottisti. È una ripicca per la pessima gestione nostrana dello sciagurato caso Schwazer? Lì ci siamo fatti male da soli. No, probabilmente è solo disabitudine a guardare dalle nostre parti. Per non considerare entrambi gli italiani ci vuole più di un criterio. Serve un errore.

Gaia Piccardi per corriere.it il 22 ottobre 2021. È per strada, ad Ancona, verso l’allenamento: «Ho molta voglia di riprendere, l’anno prossimo c’è il Mondiale in Oregon, l’unica medaglia che mi manca, e non voglio farmela sfuggire…». Il primo allenamento dallo sfolgorante oro nell’alto all’Olimpiade di Tokyo, condiviso con l’amico di una vita, Mutaz Barshim, nella storia di fairplay più bella dei Giochi (era il primo agosto). Uscito dal frullatore di impegni post-olimpico, reduce da una vacanza in Grecia con la sua promessa sposa Chiara e poi da qualche giorno di surf con gli amici tra Spagna e Portogallo, Gianmarco Tamberi risponde con serenità allo sgarbo della Federatletica internazionale (World Athletics) all’Italia: aver escluso sia Gimbo che Marcell Jacobs, re dei 100 metri, dalla rincorsa agli Oscar dell’atletica di fine anno, che verranno consegnati a dicembre nel galà di Montecarlo.

Come l’ha presa, Tamberi?

«Mah, io dico che quello che conta sono i risultati, le misure e i tempi che io e Marcell abbiamo ottenuto a Tokyo. I premi vanno e vengono, le medaglie d’oro restano e sono a casa insieme a noi». 

Un Gimbo saggio, quasi filosofo.

«Dico la verità: l’esclusione dal premio di miglior atleta dell’anno non mi ha dato troppo fastidio. Certo come idea mi sarebbe piaciuto partecipare alla festa di Montecarlo ma avranno fatto le loro valutazioni. E poi ci sono altre categorie nelle quali io e Marcell potremmo rientrare». 

Ma sarebbe come vincere il premio di miglior attore non protagonista, un contentino.

«Dice…? (Ride) Nella categoria Momento dell’Anno sarebbe uno scandalo se non vincessimo io e Barshim, con quell’oro bellissimo e condiviso. È stato un frammento olimpico talmente forte che, ripensandoci, ho i brividi ancora adesso. E Jacobs non può non essere la Rising Star 2021, dai…». 

Possibile, però atleti dell’anno è un’altra cosa.

«Mi arrabbio per le cose che dipendono da me, non per quelle che dipendono dagli altri e su cui non posso intervenire».

Ma insomma, nei dieci c’è pure il greco Tentoglou, re del lungo.

«Che è comunque primo nel ranking mondiale e che non vincerà il premio assoluto, però. Insomma, ci stava: in quella lista di dieci nomination né io né Marcell avremo stonato. Ma per il premio ci sono atleti che meritano di più: Warholm ha l’oro con il record del mondo, che manca a noi azzurri, Duplantis vince ogni gara a cui partecipa, da anni».

Non è una sconfitta politica dell’Italia, quindi?

«Non la vedrei così. Stiamo dando troppo valore a un premio».

Non ha anche lei la sensazione che l’oro di Jacobs nello sprint sia stato mal digerito da una parte di mondo (Usa e Gran Bretagna), da subito?

«Più di questo, io credo che nel non aver inserito Marcell tra le dieci nomination abbia influito il fatto che dopo l’Olimpiade non ha più gareggiato. Con tutti i suoi buoni motivi, per carità, non sto giudicando. Però per World Athletics forse era complicato metterlo tra i migliori avendo chiuso la stagione a Tokyo e non essendo in vetta al ranking di specialità».

Incidente archiviato, allora. Come va la vita da campione olimpico, Gimbo?

Benissimo, è decisamente cambiata: con tutto quello che mi sono portato dietro per cinque anni, dall’infortunio nel 2016 all’oro nel 2021, ora mi sento alleggerito. Anzi, le dirò: mi sento decisamente libero». 

GLI ATLETI OLIMPICI E PARALIMPICI AL QUIRINALE E PALAZZO CHIGI. MATTARELLA: “AVETE EMOZIONATO GLI ITALIANI”. Il Corriere del Giorno il 24 Settembre 2021. Il Presidente della Repubblica ha esaltato i risultati di questa favolosa estate: “Ci sono momenti in cui lo sport assume un significato più ampio, questo è uno di quelli, il Paese si è sentito ben interpretato, coinvolto dagli atleti. È stata una grande estate per lo sport, un’estate che ha tanti protagonisti, non solo gli atleti ma anche i loro staff. Ho seguito i Giochi costantemente e visto molto. Ho ricordato gli staffettisti Jacobs, Patta, Desalu, Tortu: bravissimi”. Il Premier Mario Draghi nel suo discorso di saluto ha detto “Le vostre storie sono un modello per tutti gli italiani. Il vostro talento è enorme, ma il talento da solo non basta. Avete dimostrato professionalità, intelligenza e spirito di sacrificio. Determinazione, pazienza, ma soprattutto coraggio”. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale i medagliati Olimpici e Paralimpici e una rappresentanza di atleti italiani che hanno partecipato ai Giochi di Tokyo 2020. La cerimonia si è aperta con l’esecuzione dell’Inno nazionale da parte della Banda Interforze e la proiezione di un video dal titolo “Tokyo 2020″. Sono intervenuti il Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Giovanni Malagò, il Presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli, e la Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio, Valentina Vezzali. All’incontro hanno partecipato i dirigenti del CIO, del CONI e del CIP, i Commissari tecnici delle discipline vincitrici di medaglie, e i vertici delle Forze Armate e dei Corpi dello Stato in rappresentanza dei rispettivi Gruppi sportivi.Il Presidente Mattarella ha rivolto un saluto ai presenti ed ha, quindi, consegnato agli atleti una medaglia ricordo. Gli Alfieri della squadra olimpica, Elia Viviani e Jessica Rossi, e gli Alfieri della squadra paralimpica, Beatrice Vio e Federico Morlacchi, hanno restituito al Capo dello Stato le Bandiere nazionali con le firme degli atleti vincitori di medaglia olimpica e paralimpica. Nei giardini del Quirinale faceva caldo ma quando Fausto Desalu, Marcell Jacobs, Lorenzo Patta, e Filippo Tortu hanno consegnato al capo dello Stato il testimone della staffetta vincente, l’oggetto della loro volata d’oro, tutti i presenti hanno provato un brivido. Un momento emozionante, a cui ne ha fatto seguito un altro con lo stesso risultato, quando Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Contrafatto, rispettivamente oro, argento e bronzo dei 100 paralimpici hanno consegnano al presidente Mattarella il libro delle immagini più belle di Tokyo. Il presidente della Repubblica ha subito esordito: “Bentornati al Quirinale. E grazie di aver reso onore alla bandiera: 109 medaglie, mai così tante. Avete emozionato gli italiani e le donne aprono sempre di più aprono strada per il successo”. Il Presidente della Repubblica ha esaltato i risultati di questa favolosa estate: “Ci sono momenti in cui lo sport assume un significato più ampio, questo è uno di quelli, il Paese si è sentito ben interpretato, coinvolto dagli atleti. È stata una grande estate per lo sport, un’estate che ha tanti protagonisti, non solo gli atleti ma anche i loro staff. Ho seguito i Giochi costantemente e visto molto. Ho ricordato gli staffettisti Jacobs, Patta, Desalu, Tortu: bravissimi”. Mattarella ha citato anche diversi altri campioni: la staffetta del nuoto, l’argento nella ginnastica di Vanessa Ferrari, le 7 medaglie del nuotatore paralimpico Stefano Raimondi, le cinque conquistate da Carlotta Gilli, i complimenti a Ganna anche per il Mondiale. In serata le delegazioni si sono recate a Palazzo Chigi accolte dal premier Mario Draghi che nel suo discorso di saluto ha detto “Le vostre storie sono un modello per tutti gli italiani. Il vostro talento è enorme, ma il talento da solo non basta. Avete dimostrato professionalità, intelligenza e spirito di sacrificio. Determinazione, pazienza, ma soprattutto coraggio” aggiungendo “Il resto del mondo guarda a questa estate italiana di successi sportivi con ammirazione e, perché no, anche forse con un pizzico d’invidia”. Il premier ha portato il ringraziamento del Governo e di tutto lo staff di Palazzo Chigi, che per la seconda volta in pochi mesi celebra qui lo sport italiano. “Due mesi fa, durante il ricevimento per la Nazionale di calcio, Matteo Berrettini, e l’Under 23 di atletica, ho fatto gli auguri a voi atlete e atleti in partenza per Tokyo. Non potevo certo immaginare che sarebbe andata così bene! Permettetemi una menzione particolare per l’atletica leggera, che ha raggiunto risultati che non avremmo mai pensato possibili. L’uomo più veloce del mondo è un italiano: Marcell Jacobs. Per inciso, io non volevo disturbarti mentre stavi facendo la conferenza stampa dopo la vittoria. Ma lì è stato Malagò, avevo chiamato lui per avere notizie, non sapevo niente, e lui ti ha passato il telefono. Bravo, comunque sono stato contentissimo di averti sentito”. “Alle Olimpiadi avete raggiunto il record italiano di medaglie” ha continuato il premier ” Quaranta in totale, di cui 10 ori, 10 argenti e 20 bronzi. E alle Paralimpiadi avete conquistato 14 ori, 29 argenti e 26 bronzi. Il numero più alto di podi – ben 69 – dall’edizione di Roma del 1960. La gioia e l’orgoglio per i vostri successi è enorme. Avete superato le aspettative di tutti gli italiani. Ci avete fatto vivere momenti che ricorderemo molto a lungo. C’è solo un problema: ci state abituando male!. Le vostre storie sono un modello per tutti gli italiani. Il vostro talento è enorme, ma il talento da solo non basta. Avete dimostrato professionalità, intelligenza e spirito di sacrificio. Determinazione, pazienza, ma soprattutto coraggio”. “Penso a Stefano Raimondi, che si è avvicinato al nuoto dopo un incidente a 15 anni e che a Tokyo ha vinto ben sette medaglie” – ha aggiunto il presidente del Consiglio – “O a Bebe Vio, che ha superato mesi drammatici prima di trionfare ancora nella scherma. Spesso quando parliamo di futuro è facile perdersi in concetti astratti. Qui vedo in voi la generazione che vuole cambiare l’Italia. E che, ne sono certo, ci riuscirà. Ci riuscirete. Siete simbolo di integrazione e di superamento delle barriere. Tocca a noi come Governo mettere in grado voi e i vostri coetanei di sprigionare le vostre energie. Perché, come abbiamo visto, possono portare a grandi soddisfazioni per il Paese”.  

“Il mio ultimo ringraziamento va a coloro che vi sono vicini. – ha concluso Draghi – Perché tutti gli sport, anche quelli individuali, sono in realtà sport di squadra. Penso ai vostri preparatori, ai vostri compagni di allenamento, al vostro staff tecnico. E anche alle vostre famiglie. Ai Comitati Olimpico e Paralimpico, alle Federazioni. Ai vostri cari che, sono sicuro, hanno fatto più di una rinuncia per aiutarvi a rincorrere i vostri sogni. Auguro a tutti voi – e a tutti a noi – di continuare così.”.

Da video.repubblica.it il 3 settembre 2021. Il nuotatore cinese Zheng Tao, 30 anni, ha conquistato record e vinto 4 medaglie d'oro alle Paralimpiadi di Tokyo: nei 50 dorso, stile libero e farfalla e nella staffetta 4x50 stile libero. Zheng, che ha perso le braccia da bambino per uno choc elettrico, nuota con la forza delle sole gambe. Ha fatto il suo debutto internazionale nel 2010 ai Mondiali di nuoto Paralimpico di Eindhoven, nei Paesi Bassi. L'atleta cinese - idolo assoluto in patria - aveva già vinto l'oro nei 100 dorso a Londra 2012 e a Rio 2016.

Dal Corriere della Sera il 3 settembre 2021. Figlia mia, guardami: posso nuotare molto veloce anche se non ho le braccia!». Una frase che lo ha reso famoso e che ha commosso tutti alle Paralimpiadi di Tokyo: il plurimedagliato Zheng Tao è un nuotatore paralimpico che ha vinto finora 4 medaglie d'oro, pur non avendo le braccia. L'atleta 30enne ha perso entrambi gli arti in un incidente da bambino, ha vinto nel nuoto libero, dorso e farfalla. Tutti i suoi ori individuali sono stati anche record Paralimpici. 

Giulia Zonca per “La Stampa” il 4 settembre 2021. Guardami ovvero non distogliere la vista, non sentirti imbarazzato. L'invito è quello di un padre alla figlia di due anni, ma vale per tutti. È Zheng Tao, 4 ori alle ultime paralimpiadi, 50 stile libero, 50 dorso, 50 farfalla, 4x50 e zero bracciate: «Guardami figlia mia. So andare veloce anche senza braccia». E non chiede di fissare quello che manca, i due moncherini all'altezza delle spalle non definiscono la sua vita, Tao si aspetta che la bambina guardi lui e sia fiera di chi è arrivato dove voleva pure se sembrava impossibile. Lui ha superato il dolore e il rischio di diventare un esaltato convinto di essere super umano dopo aver sconfitto la sorte. Zheng vince ori dal 2012, sbriciola record, fa collezione di gare straordinarie, ma questi sono gli unici Giochi in cui è felice. Davvero soddisfatto. Nuota senza arti superiori, lo fa da sempre, il suo primo tuffo è stato un immersione a 13 anni: credeva di affondare senza possibilità di tenersi a galla e invece ha scoperto di saper volare sull'acqua. Da subito «il pesce volante senza braccia». Un soprannome che sembra il titolo di una fiaba per una storia capace di ispirare un romanzo. Questo ragazzo cinese, stufo di essere straordinario, ha perso le braccia perché da bambino si è lasciato attraversare dalla corrente. Un incidente orrendo che lo poteva uccidere, che lo ha cambiato, però non lo fermato. Da quando ha scoperto che l'acqua è il suo elemento non ha fatto che migliorare ed è entrato in una nazionale che spende parecchio per gli atleti disabili. In Cina sono 85 milioni, quanto la popolazione della Germania, e i centri di alta specialità per chi passa allo sport sono tanti e tecnicamente avanzati. La medaglia di Zheng nei 50 stile libero è la vittoria numero 500 alle Paralimpiadi per la Cina dal 1984 a oggi, solo a Tokyo hanno messo insieme 184 podi. Il Pesce volante ha 30 anni, è abituato ai successi, si allenava 6 giorni a settimana, anche 10 km al giorno, dose da fondista. Poi ha detto basta: «Non faccio che aumentare i carichi, non faccio che spingermi oltre, voglio divertirmi». Ha diminuito la fatica, è rimasto il talento e il piacere di nuotare. Per questo dopo i 50 dorso, specialità in cui parte aggrappato a un telo che regge in un morso, ha guardato la telecamera: «Guardami figlia mia». Ruqi è piccola, a lei viene spontaneo guardare papà e non può ancora capire il messaggio. Forse non ci sarà mai bisogno di spiegarglielo, magari i genitori le leggeranno «Murène», il racconto scritto dalla francese Valentine Goby e ricalcato sulle esperienze del Pesce volante senza braccia. In quelle righe, il ragazzo che ha perso le proprie abitudini e per un attimo crede di aver salutato con loro anche l'identità, impara a nuotare per amore. Zheng lo sapeva già fare e rischiava di farsi bruciare dal suo dono, da quella scossa che prima gli ha tolto le braccia e poi gli si è agitata dentro trasformandolo in moto perpetuo. Senza tregua, senza nessuna possibilità di poter apprezzare i Giochi o godersi i trionfi. A Rio, nel 2016, è diventato famosissimo, la patria gli ha conferito la più alta onorificenza con cui ringraziano i giovani, il premio 4 maggio, dalla data che celebra la protesta studentesca anti imperialista. È tornato da eroe e ha capito che se non avesse trovato una misura avrebbe perso molto più delle braccia, avrebbe compromesso la ragione. Il suo tecnico, anche direttore della squadra di nuoto paralimpica, è il suo mito. Non deve essere stato semplice spiegare a Zhang Honghul che i suoi metodi estremi lo stavano condannando alla tristezza. È la Cina dei risultati a ogni costo eppure l'allenatore legge «Il vecchio e il mare» ai suoi ragazzi: «Un uomo può essere distrutto, non sconfitto», Hemingway dentro l'ideologia comunista e non è certo la prima volta. Zheng ha preteso di più. Ora i km quotidiani non sono dieci, però la passione è raddoppiata e l'oro ha un altro colore. «Guardami», non per vedere l'atleta fenomeno, ma il papà da favola 

Il trionfo sui pregiudizi. Maurizio Crosetti su La Repubblica il 4 settembre 2021. Record di medaglie alle Paralimpiadi. Contro il pietismo e la retorica, oltre le sdolcinature e la zuccherosa bontà, gli atleti paralimpici (e se cominciassimo a chiamarli atleti e basta?) hanno frantumato ieri un altro record, quello delle medaglie vinte: 65. I Giochi di Tokyo, già vissuti per lunghe settimane abbattendo quasi ogni limite con i cosiddetti “normodotati” (verrà il giorno in cui le parole brutte decideranno di autodistruggersi?), ci consegnano infine l’ultimo messaggio: il limite, per qualcuno, semplicemente non esiste. 

Gaia Piccardi per corriere.it il 3 settembre 2021. Adesso che la compassione è finalmente diventata comprensione, possiamo parlare di silenziosa rivoluzione culturale. La pioggia di medaglie italiane alla Paralimpiade di Tokyo (cerimonia di chiusura domenica), sulla scia della trionfale Olimpiade dei quaranta podi di Gimbo Tamberi e dei suoi fratelli, ha portato alla ribalta l’umanità straripante dello sport dei disabili, un magma incandescente che Luca Pancalli, 57 anni, romano, presidente del Comitato Italiano Paralimpico dal 2005 (prima era Federazione italiana sport disabili, dal 2017 il Cip è ente autonomo di diritto pubblico e, in quanto tale, scorporato dal Coni) conosce come la sua vita, terremotata da una caduta da cavallo nel giugno 1981, a Vienna durante un meeting internazionale di pentathlon moderno. Frattura delle vertebre cervicali, lesione midollare, paralisi degli arti inferiori. Aveva 17 anni. 

Il segreto del vostro successo a Tokyo.

«Le società sportive e i corpi militari dello Stato alla base, più le 21 Federazioni del Cip. Tutti hanno fatto il loro dovere». 

Italia stupor mundi.

«Cinquantotto medaglie in nove giorni di Paralimpiade. Italia nona nel medagliere dominato dalla Cina. E non è finita qui: possiamo già dire che abbiamo eguagliato il risultato migliore di tutti i tempi, che al netto della Paralimpiade di Roma ‘60 che non fa testo (23 Paesi, solo 400 atleti, tutti paraplegici) fu Seul 1988. Raccogliamo i frutti di un’azione di politica sportiva intrapresa nei primi anni Duemila. 

No, io non sono sorpreso: se lo fossi, non avrei la consapevolezza di aver lavorato bene. Patologicamente scaramantico come sono, non avevo voluto fare pronostici. Ma lo stupore è tutto degli altri, non mio. E in questi ultimi tre giorni di gare mi aspetto il record. Quello che non era nelle previsioni è altro...». 

A cosa si riferisce?

«Non mi aspettavo l’attenzione che questa Paralimpiade ha generato, la passione del mondo dei media nei nostri confronti».

Un cambio di percezione dell’opinione pubblica, però, grazie a Alex Zanardi e Bebe Vio, c’era già stato.

«Ma Tokyo segna un salto di qualità. Vedo la giusta considerazione che questi atleti azzurri meritano, lasciando perdere pietismo e compassione».

Come se lo spiega?

«Approfittiamo dell’onda generata dai colleghi olimpici: noi, in fondo, siamo l’altra faccia della medaglia dello sport italiano e rappresentiamo quella resilienza che, dopo il lungo lockdown, la crisi economica e la pandemia, si richiede anche al Paese. Lo sport paralimpico regala passione, speranza, è una salvifica luce in fondo al tunnel».

Quasi tutti i medagliati in Giappone si sono raccomandati: non chiamateci eroi.

«A Seul ‘88, la mia seconda Paralimpiade, i titoli sui giornali erano sugli eroi sfortunati. Ci vuole misura nelle cose: non siamo sfigati e non siamo eroi. Siamo atleti. Il riconoscimento del movimento paralimpico passa dalla legittimazione della nostra dignità».

Bebe Vio è il volto internazionale del movimento. Cos’ha in più di tutti gli altri?

«È una forza naturale nel modo in cui comunica spontaneamente e nella trasmissione di energia, è una potenza anche sui social. Ma Bebe è il volto di altri 114 volti, qui a Tokyo tutti meritano attenzione». 

Era al corrente dell’infezione che ha messo a rischio la vita di Bebe?

«Ho seguito la vicenda passo a passo. Sono stati momenti difficilissimi per Bebe e la sua famiglia. Nella sua doppia medaglia c’è lo sfogo alla fine di un periodo terribile». 

Di Bebe colpisce anche l’ironia: c’è rimasto poco da amputare, ha detto al chirurgo che l’ha operata.

«Guardi che questo è un mondo in cui ci si prende molto in giro, c’è un’autoironia sulle proprie sventure di vita comune a tutti. Lo sport insegna a guardare alle tue abilità, non alle disabilità. Girano battute che non immaginereste mai: quello che a voi sembra anormale, qui è tremendamente normale». 

Bebe a parte, c’è una storia di questa Paralimpiade che l’ha colpita particolarmente?

«Ciascun atleta ha una sua singolarità, che ti travolge e sconvolge. Cito per tutti Antonio Fantin, oro nel nuoto, che ha ringraziato la mamma per averlo costretto ad andare in piscina. Ecco le famiglie, nel momento di un trauma importante che ti cambia la vita, sono fondamentali. Io stesso, senza la mia alle spalle, non avrei fatto niente». 

È stato atleta, poi paratleta, ha scritto manuali di diritto, ha fondato il Cip e dato cittadinanza ai disabili in Italia, Pancalli. Qual è il suo più grande talento?

«Non averne... Mi riconosco una grande passione per il lavoro di dirigente sportivo e considero il mio più grande orgoglio Maria Giulia e Alessandro, i miei figli. Ma parliamo degli atleti, preferisco».

Tra un attimo. Lo sport l’ha costretta in sedia a rotelle: l’ha mai odiato?

«Mai, mai, mai. Lo sport mi ha forse tradito ma poi mi ha restituito la consapevolezza di potermi rialzare e rinascere». 

Crede nel destino?

«Credo che ciascuno di noi abbia una missione sulla terra e io, nel mio piccolo, mi sono prefisso di lasciare un segno pur essendo nulla, perché nulla sono. Avevo una visione: dare dignità al movimento paralimpico. Ho avuto alle spalle una squadra che ha seguito un pazzo».

A Tokyo ha dedicato un pensiero a Alex Zanardi, l’ispirazione di tutti.

«Alex è impegnato in una gara durissima, qui in Giappone manca tutto di lui: l’uomo, l’atleta, la sua ironia. Ma quello che ha fatto Alex, lo stanno facendo in tanti: Federico Morlacchi, portabandiera con Bebe, ad esempio, ha preso un ragazzino amputato, Alberto Amodeo, e l’ha portato a vincere un argento nel nuoto a Tokyo».

L’Italia è un Paese gentile con i disabili?

«È un Paese con luci e ombre. Si possono fare molti passi avanti sul diritto allo studio e al lavoro, sull’assistenza a chi non è autosufficiente, sull’erogazione di protesi e ausili ai ragazzini amputati perché l’handbike di Zanardi costa. Iniziamo a rispettare il diritto al posto di chi è da anni nelle liste di collocamento... Dobbiamo continuare a credere nello sport come strumento di welfare anche dopo Tokyo». 

Teme che i riflettori si spengano?

«Si spegneranno eccome, lo so. Però i problemi della disabilità rimangono appesi. Non c’è solo lo sport paralimpico, qui in Giappone sono venuti solo in 114 atleti: c’è lo sport quotidiano come percorso di riabilitazione e benessere. C’è la coscienza di un Paese che deve continuare a riconoscere il diritto di cittadinanza dei disabili. Io spero che chi parla ora, chi cerca i like con le nostre medaglie, non ci abbandoni e resti dalla nostra parte per combattere in favore di politiche sociali che ci riguardino». 

Tornerà alla politica attiva, Pancalli?

«Mi diverto troppo a fare il dirigente sportivo. E poi, invecchiando, ho scoperto che mi piace moltissimo dire quello che penso. Vede, ho tutti i difetti: sono anziano e disabile, ma il privilegio di distribuire qualche vaffa è impagabile».

La sfida delle medaglie con Malagò è ufficialmente stravinta.

«Lo sfottò da spogliatoio ci sta, ma chi vorrebbe sovrapporci sbaglia: dimostra di non conoscere né lo sport olimpico né lo sport paralimpico». 

Quindi la proposta di far svolgere Olimpiadi e Paralimpiadi contemporaneamente è una falsa idea di eguaglianza?

«È un sogno rischioso: tra l’oro di Tamberi e quello di Barlaam prevarrebbe sempre il primo. Il percorso di maturazione culturale non è completato, i disabili gravi verrebbero abbandonati perché sono poco televisivi, nella Paralimpiade invece è giusto che il palcoscenico sia tutto per loro. Essere televisivi non ci interessa. Ci interessa avere rispetto e riconoscimento». 

Rifarebbe tutto?

«Riprenderei la prima corsa della metropolitana alle 6 per attraversare Roma e andare all’Acquacetosa per allenarmi appena uscito dal liceo scientifico su Via Tuscolana, sì. Sono malato di sport da quando ero bambino e non guarirò mai».

È più risalito a cavallo?

«Una volta sola, in un centro di ippoterapia, ma sono smontato subito. Quando sono uscito dai mesi di allettamento, mi sono guardato allo specchio: ricordavo un baldo 17enne tartarugato e invece ho visto un bambino impaurito, che doveva affrontare una vita diversa. Quello sguardo l’ho rivisto in ciascuno dei 114 azzurri di Tokyo». 

Paralimpiadi di Tokyo 2021, il medagliere dell'Italia. Da sport.sky.it il 5 settembre 2021. Alle Paralimpiadi di Tokyo l’Italia ha vinto da subito molte medaglie, superando in pochi giorni quelle ottenute a Rio 2016, per un totale di 69 che l'hanno fatta approdare al nono posto nel medagliere. La squadra italiana è salita almeno una volta sul podio in ben 11 discipline (tiro con l'arco, atletica leggera, canoa, ciclismo, equitazione, judo, tiro a segno, nuoto, tennistavolo, triathlon e scherma). La prima medaglia è arrivata con Francesco Bettella, bronzo nei 100 dorso di nuoto (categoria S1). Mentre il primo oro se l’è aggiudicato Carlotta Gilli che ha trionfato nei 100 delfino (categoria S13). Ecco tutti i successi degli Azzurri. Alle Paralimpiadi di Tokyo l’Italia ha vinto da subito molte medaglie, superando in pochi giorni quelle ottenute a Rio 2016. Il primo metallo è arrivato con Francesco Bettella, bronzo nei 100 dorso di nuoto categoria S1. Mentre il primo oro se l’è aggiudicato Carlotta Gilli che ha trionfato nei 100 delfino (categoria S13). Ecco tutte le medaglie degli Azzurri.

Medaglie d'oro 

1. Carlotta Gilli (nuoto, 100 delfino categoria S13)

2. Francesco Bocciardo (nuoto, 200 stile libero categoria S5)

3. Francesco Bocciardo (nuoto, 100 stile libero categoria S5)

4. Stefano Raimondi (nuoto, 100 rana categoria Sb9)

5. Bebe Vio (fioretto femminile, categoria B)

6. Simone Barlaam (nuoto, 50 stile categoria S9)

7. Arjola Trimi (nuoto, 50 dorso categoria S3)

8. Xenia Francesca Palazzo, Vittoria Bianco, Giulia Terzi e Alessia

Scortechini (nuoto, staffetta 4x100 stile 34 punti)

9. Arjola Trimi (nuoto, 100 stile libero categoria S3)

10. Carlotta Gilli (nuoto, 200 misti categoria Sm13)

11. Giulia Terzi (nuoto, 100 stile libero categoria S7)

12. Antonio Fantin (nuoto, 100 stile libero S6)

13. Luca Mazzone, Paolo Cecchetto, Diego Colombari (handbike, Team Relay)

14. Ambra Sabatini (atletica, 100 m piani classe t63)

Medaglie d’argento

1. Alessia Berra (nuoto, 100 delfino categoria S12)

2. Luigi Beggiato (nuoto, 100 stile categoria S4)

3. Carlotta Gilli (nuoto, 100 dorso categoria S13)

4. Giulia Terzi, Arjola Trimi, Luigi Beggiato, Antonio Fantin (nuoto, staffetta mista 4X50)

5. Carlotta Gilli (nuoto, 400 metri stile libero categoria S13 atleti ipovedenti) 

6. Anna Barbaro e la sua guida Charlotte Bonin (triathlon classe ptvi)

7. Xenia Palazzo (nuoto, 200 misti categoria Sm8)

8. Giulia Terzi (nuoto, 400 stile categoria S7)

9. Giulia Ghiretti (nuoto, 100 metri rana SB4)

10. Ionela Andreea Mogos, Loredana Trigilia e Bebe Vio (fioretto femminile a squadre)

11. Antonio Fantin, Simone Ciulli, Simone Barlaam e Stefano Raimondi (nuoto, staffetta 4x100 stile maschile)

12. Assunta Legnante (disco femminile F11, atleti ipovedenti)

13. Fabrizio Cornegliani (ciclismo, H1)

14. Luca Mazzone (ciclismo, H2)

15. Francesca Porcellato (ciclismo, H1-3)

16. Giorgio Farroni (ciclismo, T1-2)

17. Alberto Amodeo (nuoto, 400 stile libero, categoria S8)

18. Stefano Raimondi (nuoto, 100 delfino, categoria S10)

19. Luca Mazzone (ciclismo, H1-2)

20. Antonio Fantin (nuoto, 400 stile libero, categoria S6)

21. Simone Barlaam (nuoto, 100 metri farfalla, categoria S9)

22. Stefano Raimondi (nuoto, 100 metri dorso, categoria S10)

23. Vincenza Petrilli (tiro con l'arco, classe open categoria W2)

24. Arjola Trimi (nuoto, 50 stile libero, categoria S4)

25. Martina Caironi (atletica, salto in lungo, categoria T63)

26. Assunta Legnante (atletica, lancio del peso, categoria F12)

27. Stefano Raimondi (nuoto, 200 misti, categoria Sm10)

28. Elisabetta Mijno e Stefano Travisani (tiro con l'arco a squadre miste )

29. Martina Caironi (atletica, 100 m piani categoria T63)

Medaglie di bronzo

1. Francesco Bettella (nuoto, 100 dorso categoria S1)

2. Monica Boggioni (nuoto, 100 stile categoria S4)

3. Monica Boggioni (nuoto, 200 metri stile categoria S1)

4. Sara Morganti (equitazione, dressage individuale, grado 1)

5. Veronica Yoko Plebani (triathlon classe pts2)

6. Stefano Raimondi (nuoto, 100 stile categoria s10)

7. Giovanni Achenza (triathlon, categoria ptwc)

8. Carlotta Gilli (nuoto, 50 stile categoria S13)

9. Carolina Costa (judo, categoria +70kg)

10. Maria Andrea Virgilio (tiro con l'arco compound individuale femminile)

11. Andrea Liverani (carabina mista 10 metri standing Sh2)

12. Oney Tapia (atletica, getto del peso)

13. Sara Morganti (equitazione, dressage individuale freestyle, grado 1)

14. Xenia Palazzo (nuoto, 400 metri stile libero categoria S8)

15. Michela Brunelli, Giada Rossi (tennis tavolo)

16. Katia Aere (ciclismo su strada, H5)

17. Xenia Palazzo (nuoto, 50 stile libero categoria S8)

18. Oney Tapia (lancio del disco categoria F11)

19. Francesco Bettella (nuoto, 50 metri dorso, categoria S1)

20. Luigi Beggiato (nuoto, 50 stile, categoria S4)

21. Ndiaga Dieng (atletica, 1.500 metri, categoria T20)

22. Federico Mancarella (kayak, categoria KL2)

23. Giulia Terzi (nuoto, 50 farfalla, categoria S7)

24. Monica Boggioni (nuoto, 200 misti, categoria Sm5)

25. Riccardo Menciotti, Stefano Raimondi, Simone Barlaam, Antonio Fantin (nuoto, staffetta 4x100 mista)

26.  Monica Graziana Contrafatto (atletica, 100 m piani categoria T63)

Il medagliere delle Paralimpiadi di Tokyo 2021

Cina: 96 oro, 60 argento, 51 bronzo (206 totali)

Gran Bretagna: 41 oro, 38 argento, 45 bronzo (124 totali)

Stati Uniti: 37 oro, 36 argento, 31 bronzo (104 totali)

CPR: 36 oro, 33 argento, 49 bronzo (118 totali) 

Olanda: 25 oro, 17 argento, 17 bronzo (59 totali)

Ucraina: 24 oro, 47 argento, 27 bronzo (98 totali) 

Brasile: 22 oro, 20 argento, 30 bronzo (72 totali)

Australia: 21 oro, 29 argento, 30 bronzo (80 totali)

ITALIA: 14 oro, 29 argento, 26 bronzo (69 totali) 

Azerbaigian: 14 oro, 1 argento, 4 bronzo (19 totali) 

Paralimpiadi 2021, tutte le medaglie dell'Italia a Tokyo. Da sport.sky.it il 5 settembre 2021. Salgono a 69 le medaglie azzurre alle Paralimpiadi. Storico podio italiano nei 100 metri (classe T63): Ambra Sabatini conquista l'oro con record del mondo davanti a Martina Caironi e Monica Contrafatto. Argento per la coppia Elisabetta Mijno-Stefano Travisani nel tiro con l'arco a squadre miste. Una spedizione memorabile per i nostri atleti: battuto nettamente il bottino di Rio 2016 (39 medaglie) e superato il record di sempre che durava da Seul 1988. Ecco tutti i trionfi dell'Italia a Tokyo

AMBRA SABATINI (atletica): ORO 100 metri T63. Memorabile gara dei 100 metri per le azzurre: la 19enne originaria di Livorno e residente a Porto Ercole (Grosseto) sale sul gradino più alto del podio correndo in 14''11, nuovo record del mondo. Migliorato il suo precedente primato (14''39)

MARTINA CAIRONI (atletica): ARGENTO 100 metri T63. Alle spalle di Sabatini ecco la 31enne originaria di Alzano Lombardo (Bergamo) e residente a Bologna, che chiude col tempo di 14''46 dopo che aveva corso in batteria il record del mondo (14''37) migliorato proprio da Ambra in finale

MONICA CONTRAFATTO (atletica): BRONZO 100 metri T63. Completa il podio la 40enne originaria di Gela (Caltanissetta) e residente a Roma, che regala una storica tripletta in 14''73. Giornata memorabile anche per Monica, ex bersagliere che ha perso una gamba in combattimento in Afghanistan

ELISABETTA MIJNO e STEFANO TRAVISANI (tiro con l'arco): ARGENTO squadre miste. L'Italia ha ottenuto l'argento nella finale di tiro con l'arco a squadre miste alle Paralimpiadi di Tokyo. La Russia ha sconfitto per 5-4 la coppia azzurra formata da Elisabetta Mijno, di Moncalieri (Torino) e dal milanese Stefano Travisani. 

MENCIOTTI, RAIMONDI, BARLAAM, FANTIN (nuoto): BRONZO 4X100 MISTI. Bronzo anche per la 4×100 misti maschile (34 punti). Azzurri in testa fino ai 300 metri, poi scivolano indietro ma salgono sul podio col tempo di 4:11.20. Vince la Russia col record del mondo (4:06.59), argento per l'Australia (4:07.70).

MONICA BOGGIONI (nuoto): BRONZO 200 MISTI. Spettacolare terzo posto nei sui 200 misti categoria SM5 per Monica Boggioni che chiude col tempo di 3:39.50, appena davanti a Giulia Ghiretti (3:40.88). Doppietta cinese con Dong Lu (3:20.53) e Jiao Cheng (3:20.80).

GIULIA TERZI (nuoto): BRONZO 50 FARFALLA. Ennesima medaglia dal nuoto, ancora un podio per Giulia Terzi che conquista il terzo posto nei 50 farfalla e porta il totale delle medaglie dell'Italia a 63

STEFANO RAIMONDI (nuoto): ARGENTO 200 MISTI. Ancora una medaglia per Stefano Raimondi che conquista l'argento nei 200 dorso alle spalle di un imbattibile Krypak (Ucraina). Per l'Italia si tratta della 36^ medaglia (sulle 62 finora) ottenute nel nuoto

FEDERICO MANCARELLA (canoa): BRONZO KL2.   Gioie anche dalla canoa: terzo posto e medaglia di bronzo per il nostro Federico Mancarella nella categoria KL2

ASSUNTA LEGNANTE (atletica): ARGENTO getto del peso F12. Dopo due ori di fila, stavolta arriva l'argento (14.62) per Assunta Legnante nel getto dei peso, categoria F12 femminile, ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020. Prima sconfitta in un grande evento per l'azzurra dal 2012. Vince l'uzbeka Safiya Burkhanova. Per la Legnante è il secondo argento in questi Giochi dopo il secondo posto nel lancio del disco

NDIAGA DIENG (atletica): BRONZO 1.500 metri T20. Arriva dall'atletica la medaglia che permette all'Italia di stabilire il record di sempre alle Paralimpiadi. Con il bronzo di Ndiaga Dieng nei 1.500, categoria T20, gli azzurri arrivano a quota 59 medaglie superando il primato che durava da Seul 1988

MARTINA CAIRONI (atletica): ARGENTO salto in lungo T63. Il medagliere azzurro si arricchisce ancora. Piazzamento che arriva dall'atletica: Martina Caironi ha conquistato il secondo posto nella prova di salto in lungo, categoria T63

ARJOLA TRIMI (nuoto): ARGENTO 50 metri stile libero S4. Dopo l'oro nei 50 dorso e nei 100 stile libero e l'argento nella staffetta 4x50 stile libero, arriva un'altra medaglia per Arjola Trimi, seconda nei 50 metri stile libero S4. Per la nuotatrice azzurra record del mondo (40.32)

LUIGI BEGGIATO (nuoto): BRONZO 50 metri stile libero S4. Un'altra medaglia per il nuotatore azzurro, terzo nei 50 stile libero categoria S4. Finora aveva conquistato due argenti, nei 100 stile e nella staffetta mista 4x50

VINCENZA PETRILLI (tiro con l'arco): ARGENTO.   L'atleta calabrese vince la medaglia d'argento nella finale individuale femminile di arco ricurvo

FRANCESCO BETTELLA (nuoto): BRONZO 50 metri dorso S1. Secondo bronzo anche per il 32enne Bettella, che era stato il primo a conquistare una medaglia per l'Italia in questa edizione dei giochi. Dopo il terzo posto nei 100 dorso, stesso piazzamento anche nei 50

STEFANO RAIMONDI (nuoto): ARGENTO 100 metri dorso S10. Quinta medaglia a questi Giochi paralimpici per il 23enne di Verona, che ha conquistato il secondo posto nei 100 metri dorso S10

SIMONE BARLAAM (nuoto): ARGENTO 100 farfalla categoria S9. Già oro e recordman paralimpico nei 50 stile libero categoria S9, Simone Barlaam aggiunge anche la medaglia d'argento nei 100 farfalla categoria S9

ANTONIO FANTIN (nuoto): ARGENTO 400 stile libero categoria S6. Quarta medaglia a Tokyo 2020 per Antonio Fantin. Già oro nei 200 stile libero, ha ottenuto il secondo posto nei 100 sl, categoria S6

ITALIA (ciclismo): ORO prova in linea H1-5 mista. Vittoria straordinaria per gli azzurri dell'handbike nella gara a squadre con il terzetto formato da Paolo Cecchetto, Luca Mazzone e Diego Colombari (in ordine di partenza). L'Italia, che ha chiuso col crono di 52:32, si conferma campione paralimpica e conquista un altro oro dopo quello ottenuto a Rio 2016, quando in gara c'erano Mazzone, Podestà e Zanardi, al quale è andata la dedica del trionfo

ONEY TAPIA (atletica): BRONZO lancio del disco categoria F11. Nuova medaglia per l'italo-cubano Oney Tapia ai Giochi paralimpici di Tokyo. L'azzurro ha conquistato il bronzo nel lancio del disco categoria F11 con la misura di 39.52. Sul gradino più alto del podio il brasiliano Alessandro Rodrigo da Silva, argento per l'iraniano Mahdi Olad. È il secondo bronzo questo per Tapia dopo quello conquistato nel getto del peso.

ANTONIO FANTIN (nuoto): ORO (e record del mondo) 100 stile libero categoria S6. Nuova medaglia d'oro per l'Italia alle Paralimpiadi di Tokyo. A dare una nuova gioia allo sport italiano in Giappone è Antonio Fantin con l'oro conquistato e il record del mondo nei 100 stile libero S6. Colpito nel febbraio 2005 all'età di tre anni e mezzo da una MAV (fistola artero-venosa), si avvicina al mondo del nuoto come forma di riabilitazione post-operatoria. Nel palmares personale già 3 ori Mondiali e 8 Europei. A Tokyo già due argenti nelle staffette 4x100 e 4x50 sl. 

KATIA AERE (ciclismo): BRONZO gara su strada categoria H5. Katia Aere è medaglia di bronzo nella gara di handbike femminile categoria H5 ai Giochi Paralimpici di Tokyo 2020. Nata a Spilimbergo (Pordenone) il 28 agosto 1971 e ha compiuto 50 anni proprio pochi giorni fa durante la Paralimpiade giapponese. E' questa la sua prima partecipazione assoluta ai Giochi: vanta già due bronzi (crono e su strada) ottenuti lo scorso giugno ai Campionati mondiali di Cascais. 

MICHELA BRUNELLI e GIADA ROSSI (tennistavolo): BRONZO a squadre classe 1-3. Medaglia di bronzo a squadre per Michela Brunelli e Giada Rossi in classe 1-3 alle Paralimpiadi di Tokyo 2020. Il bronzo riporta l'Italia su quel podio femminile a tredici anni dall'argento di Pechino 2008, dopo i quarti posti di Londra 2012 e Rio 2016.

LUCA MAZZONE (ciclismo): ARGENTO nella gara su strada categoria H1-2. Nuova medaglia per Luca Mazzone, che aveva già conquistato un argento nella cronometro H2, finendo dietro per appena 26 centesimi allo spagnolo Sergio Garrote. La nuova medaglia arriva nella gara su strada H1-2 alle Paralimpiadi di Tokyo.

XENIA PALAZZO (nuoto): BRONZO 50 metri stile libero S8. Quarta medaglia della 23enne di Verona a questi Giochi, dopo l'argento nei 200 misti, l'oro nella staffetta 4X100 stile libero e il bronzo nei 400 stile libero

STEFANO RAIMONDI (nuoto): ARGENTO 100 metri farfalla categoria S10. Stefano Raimondi ha conquistato l'argento nei 100 metri farfalla di nuoto categoria S10 (menomazioni fisiche). Il 23enne di Verona ha così ottenuto la sua quarta medaglia a questi Giochi Paralimpici

GIULIA TERZI (nuoto): ORO 100 metri stile libero categoria S7. Giulia Terzi ha ottenuto l'oro nei 100 metri stile libero femminile di nuoto categoria S7 (menomazioni fisiche), stabilendo inoltre il record paralimpico. E' la quarta medaglia per la 26enne bergamasca, dopo l'oro nella staffetta 4X100 stile libero e gli argenti nella staffetta 4X50 stile libero e nei 400 stile libero

XENIA PALAZZO (nuoto): BRONZO 400 metri stile libero categoria S8. L'azzurra ha conquistato il bronzo nei 400 metri stile libero femminile categoria S8 (menomazioni fisiche). E' la terza medaglia della 23enne di Verona a questi Giochi, dopo l'argento nei 200 misti e l'oro nella staffetta 4X100 stile libero. Per l'Italia si tratta della la 41^ medaglia

ALBERTO AMODEO (nuoto): ARGENTO 400 metri stile libero categoria S8. L'azzurro ha chiuso con il tempo di 4’25”93 che segna anche il suo nuovo primato personale. Oro al russo Nikolaev, a chiudere il podio lo statunitense Torres

GIORGIO FARRONI (ciclismo): ARGENTO cronometro categoria T1-2. Splendido argento da parte del 44enne di Fabriano (27:49.78), la medaglia d’oro è andata al cinese Jianxin Chen, terzo il belga Tim Celen

FRANCESCA PORCELLATO (ciclismo): ARGENTO cronometro categoria H1-H3. L’azzurra chiude la gara in 33:30.52 arrivando alle spalle della tedesca Annika Zeyen (32:46.97). La polacca Renata Kaluza completa il podio.

LUCA MAZZONE (ciclismo): ARGENTO cronometro categoria H2. L’azzurro è secondo nella cronometro H2 per appena 26 centesimi. Il nostro portacolori col crono di 31:23.79 arriva dietro allo spagnolo Sergio Garrote  

FABRIZIO CORNEGLIANI (ciclismo): ARGENTO cronometro categoria H1. Secondo posto per l’azzurro nella cronometro H1 col tempo di 45:44.56. Oro al sudafricano Nicolas Pieter du Preez, terzo il belga Maxime Hordies (47:01.23).

ASSUNTA LEGNANTE (atetica): ARGENTO lancio del disco (atleti ipovedenti). Assunta Legnante conquista l'argento nel lancio del disco femminile, classe sportiva F11 con la misura di 40.25 che le vale il nuovo primato europeo, oro alla cinese Liangmin Zhang.

SARA MORGANTI (equitazione): BRONZO dressage individuale freestyle (grado 1). Sara Morganti ottiene il bronzo nella prova di equitazione del dressage individuale freestyle (grado 1). In sella al cavallo Royal Delight, ha totalizzato il punteggio di 81.100, dietro all'americana Roxanne Trunnel (86.927) e al lettone Rihards Snikus (82.087). E' la sua seconda medaglia di bronzo in questi Giochi. 

ONEY TAPIA (atletica): BRONZO getto del peso categoria F11. Oney Tapia conquista il bronzo nel getto del peso con la misura di 13.60 metri. Oro all'iraniano Mahdi Olad (14.43) e argento per il brasiliano Alessandro Rodrigo da Silva (13.89)

ITALIA (nuoto): ARGENTO staffetta 4x100 stile libero maschile. Argento per l'Italia nella staffetta maschile 4X100 stile libero, davanti all'Ucraina e dietro all'Australia, che ha stabilito il nuovo record del mondo. Il quartetto azzurro è composto da Antonio Fantin, Simone Ciulli, Simone Barlaam e Stefano Raimondi.

CARLOTTA GILLI (nuoto): ORO 200 metri misti Sm13. Carlotta Gilli centra l'oro nei 200 misti di nuoto nella categoria Sm13 (ipovedenti), stabilendo il nuovo record del mondo. Quella ottenuta dalla 20enne azzurra è la sua quinta medaglia a questi Giochi, la trentunesima per l'Italia.

ARJOLA TRIMI (nuoto): ORO 100 metri stile libero S3. Arjola Trimi conquista l'oro nei 100 stile libero di nuoto categoria S3. E' la seconda medaglia d'oro individuale della 34enne di Milano (dopo quella nei 50 dorso), che ha preceduto l'americana Leanne Smith e la russa Iuliia Shishova.

ANDREA LIVERANI (tiro a segno): BRONZO carabina mista 10 metri. La seconda medaglia agli azzurri, nella sesta giornata dei Giochi Paralimpici, la regala Andrea Liverani. L'italiano ha conquistato il bronzo nella carabina mista 10 metri standing Sh2. Il 31enne milanese si è piazzato dietro allo svedese Philip Jonsson (oro) e allo sloveno Francek Gorazd Tirsek (argento)

MARIA ANDREA VIRGILIO (tiro con l'arco): BRONZO individuale femminile. Arriva dal tiro con l'arco la prima medaglia per l'Italia nella sesta giornata dei Giochi Paralimpici di Tokyo. Nella finale per il bronzo del compound open, Maria Andrea Virgilio batte la russa Artakhinova per 142-139. La medaglia d’oro è stata vinta dalla britannica Phoebe Paterson Pine 

ITALIA (scherma): ARGENTO fioretto femminile a squadre. L’Italia nel fioretto a squadre femminile conquista l’argento. Vince in finale la Cina 45-41. Il team azzurro, composto da Bebe Vio, Loredana Trigilia e Ionela Andreea Mogos, migliora il bronzo conquistato nel 2016 a Rio.

ITALIA (nuoto): ORO staffetta femminile 4x100 stile libero (34 punti). L'Italia ha vinto la medaglia d'oro nella staffetta femminile 4X100 stile libero (34 punti). La squadra azzurra, formata da Xenia Francesca Palazzo, Vittoria Bianco, Giulia Terzi e Alessia Scortechini, si era classificata al secondo posto, alle spalle degli Stati Uniti, ma ha beneficiato della squalifica delle avversarie per cambio errato. Di 4'24"85 il tempo della staffetta italiana. Australia e Canada sul podio.

GIULIA GHIRETTI (nuoto): ARGENTO 100 metri rana SB4. Rimonta impressionante di Giulia Ghiretti che, con il tempo di 1'50"36, ottiene la medaglia d'argento nei 100 metri rana femminile SB4. L'oro è stato vinto dall'ungherese Fanni Illes (qui nella foto abbracciata all'azzurra) con il tempo di 1'44"41. Il bronzo è andato alla cinese Cuan Yao (1'50"77). 

CAROLINA COSTA (judo): BRONZO categoria +70kg. Medaglie azzurre anche dal judo, dove Carolina Costa ottiene la medaglia di bronzo nella categoria +70 kg, classe B2. E' un ippon a decidre la sfida tra la judoka siciliana e l'ucraina Anastasiia Harnyk (10-0). 

CARLOTTA GILLI (nuoto): BRONZO 50 metri stile libero S13. Un'altra medaglia a Tokyo per Carlotta Gilli, che ottiene il bronzo nei 50 stile libero, categoria S13. L'azzurra ha chiuso con il tempo di 27"07. La medaglia d'oro è stata vinta dalla brasiliana Maria Carolina Gomes Santiago (26"82). Argento alla russa Anna Krivshina (27"06). 

ARJOLA TRIMI (nuoto): ORO 50 metri dorso S3. Il settimo oro per l'Italia alle Paralimpiadi di Tokyo porta la firma di Arjola Trimi, che trionfa nella gara dei 50 dorso categoria S3. L'azzurra, con il tempo di 51"34, ha preceduto la britannica Ellie Challis (55"11) e la russa Iuliia Shishova (57"03). 

SIMONE BARLAAM (nuoto): ORO 50 metri stile libero S9. Simone Barlaam ha vinto la medaglia d'oro nella gara dei 50 stile libero categoria S9. Il milanese ha stabilito il nuovo primato paralimpico con il tempo 24"71. Barlaam ha preceduto, sul traguardo, rispettivamente Denis Tarasov, della RPC (24"99) e lo statunitense Jamal Hill (25"19). 

GIULIA TERZI (nuoto): ARGENTO 400 metri stile libero S7. Giulia Terzi ha ottenuto la medaglia d'argento nei 400 metri stile libero femminile categoria S7. La milanese, con il tempo di 5'06"32, è stata battuta solo dalla statunitense McKenzie Coan (qui sorridente nella foto), che si è imposta in 5'05"84. Bronzo all'altra americana Julia Gaffney, in 5'11"89. 

GIOVANNI ACHENZA (triathlon): BRONZO categoria PTWC.  La diciannovesima medaglia per l'Italia, la terza dal triathlon, arriva con il bronzo di Giovanni Achenza, 50 anni, nella categoria ptwc. La gara è stata vinta dall'olandese Jetze Plat, che bissa il trionfo di cinque anni fa. Medaglia d'argento per l'austriaco Florian Brungraber.

BEBE VIO (scherma): ORO fioretto individuale categoria B. Bebe Vio conquista l’oro nella finale di fioretto femminile, categoria B, bissando così il successo a Rio de Janeiro nelle Paralimpiadi del 2016. Come 5 anni fa, battuta ancora una volta la cinese Jingjing Zhou 15-9. La 24enne veneta in semifinale aveva battuto per 15-4 la russa Ludmila Vasileva e ai quarti di finale la georgiana Irma Khetsuriani per 15-6.

XENIA PALAZZO (nuoto): ARGENTO 200 metri misti categoria Sm8.   Xenia Palazzo conquista l'argento nei 200 misti di nuoto categoria Sm8. Quella della 23enne residente a Verona, nata a Palermo, è la 17/a medaglia dell'Italia a questi Giochi. Davanti a lei, a sei secondi, l'americana Jessica Long. Terza la russa Mariia Pavlova  

STEFANO RAIMONDI (nuoto): BRONZO 100 stile libero categoria s10. Stefano Raimondi ha conquistato il bronzo nei 100 stile libero di nuoto categoria s10. Giovedì aveva vinto l'oro nei 100 rana Sb9. 

ANNA BARBARO (triathlon): ARGENTO classe PTVI. Anna Barbaro e la sua guida Charlotte Bonin hanno vinto la medaglia d'argento nel triathlon classe PTVI alle Paralimpiadi di Tokyo. La gara è stata vinta dalle spagnole Susana Rodriguez e Sara Loehr. Bronzo alle francesi Annouck Curzillat e Celine Bousrez.

VERONICA YOKO PLEBANI (triathlon): BRONZO classe PTS2. Medaglia di bronzo per Veronica Yoko Plebani, 25 anni, nel triathlon femminile classe PTS2 alle Paralimpiadi di Tokyo. La gara è stata vinta dalla statunitense Allysa Seely, seguita dalla connazionale Hailey Danz.

CARLOTTA GILLI (nuoto): ARGENTO, 400 metri stile libero S13 (ipovedenti). Soprannominata Wondergilli, è il terzo podio della ventenne di Moncalieri (Torino) in questi Giochi (aveva già conquistato un oro e un argento). Ventenne, studentessa in Scienze e Tecniche Psicologiche, nata con la malattia di Stargardt, una retinopatia degenerativa che l'ha fatta diventare ipovedente. 

SARA MORGANTI (equitazione): BRONZO, dressage individuale (grado 1). La medaglia nell'equitazione vinta dalla 45enne di Castelnuovo di Garfagnana (Lucca) è la prima non nel nuoto, e la dodicesima della spedizione azzurra in ordine cronologico. Sara Morganti è affetta da sclerosi multipla (primariamente progressiva) dall'età di diciannove anni. Nel 2018 aveva vinto due medaglie d'oro ai World Equestrian Games negli Usa.

GIULIA TERZI, ARJOLA TRIMI, LUIGI BEGGIATO, ANTONIO FANTIN (nuoto): ARGENTO, staffetta mista 4x50

CARLOTTA GILLI (nuoto): ARGENTO 100 metri femminili dorso S13 (ipovedenti). Ventenne di Moncalieri, studentessa in Scienze e Tecniche Psicologiche, nata con la malattia di Stargardt, una retinopatia degenerativa che l'ha fatta diventare ipovedente. Soprannominata Wondergilli, domina da anni la categoria e vanta già diversi titoli mondiali. Per lei anche un oro a queste Paralimpiadi

STEFANO RAIMONDI (nuoto): ORO 100 rana maschile Sb9 (atleti con menomazioni fisiche). Ventitre anni, veronese, replica il successo ai Mondiali di Londra nel 2019, dove vinse 3 ori

LUIGI BEGGIATO (nuoto): ARGENTO 100 stile libero maschile S4 (atleti con menomazioni fisiche). Sfuma l'oro per il 23enne padovano, campione italiano sulle distanze dei 50, 100 e 200m: primo al passaggio dei 50 metri, è stato superato solo nel finale dal giapponese Suzuki

MONICA BOGGIONI (nuoto): BRONZO 100 stile libero femminile S4 (atleti con menomazioni fisiche). Pavese, 23 anni, studia Biotecnologie all'Università. All’età di circa un anno le è stata diagnosticata una leucomalacia periventricolare, dovuta ad una sofferenza cerebrale, che ha dato come esito una diplegia spastica agli arti inferiori, aggravata poi all’età di 17 anni da una distonia agli arti superiori. Già due medaglie per lei a queste Paralimpiadi

FRANCESCO BOCCIARDO (nuoto): ORO 100 stile libero maschile S5 (atleti con menomazioni fisiche). Genovese, 27 anni, affetto da diplegia spastica, laureato in Scienze dell'amministrazione, è impiegato nel settore della meccatronica. Anche per lui, due medaglie a queste Paralimpiadi (due ori)

MONICA BOGGIONI (nuoto): BRONZO 200 stile libero femminile S5 (atleti con menomazioni fisiche)

FRANCESCO BOCCIARDO (nuoto): ORO 200 stile libero maschile S5 (atleti con menomazioni fisiche). Per il suo primo oro a queste Paralimpiadi, ha battuto lo spagnolo Ponce dandogli oltre 8'' e stabilendo il nuovo record paralimpico

CARLOTTA GILLI (nuoto): ORO 100 metri femminili farfalla S13 (ipovedenti). Oro con Record paralimpico per la ventenne di Moncalieri

ALESSIA BERRA (nuoto): ARGENTO 100 metri femminili farfalla S13 (ipovedenti). Ventisette anni, nata a Monza, vive in provincia di Milano, dove fa anche l'istruttrice di nuoto. Ipovedente, in quanto affetta da maculopatia

FRANCESCO BETTELLA (nuoto): BRONZO 100 metri dorso maschile S1 (atleti con menomazioni fische). La prima medaglia italiana alle Paralimpiadi arriva dal 32enne di Padova che già a Rio de Janeiro aveva portato a casa un argento nella stessa disciplina. Ingegnere biomeccanico, tetraplegico, studia lui stesso modelli matematici per andare più veloce riducendo l'attrito dell'acqua

Stabilito anche il nuovo record del mondo. Chi sono Caironi, Contrafatto e Sabatini, storica tripletta nei 100 metri alle Paralimpiadi di Tokyo. Redazione su Il Riformista il 4 Settembre 2021. Una storica tripletta azzurra nella finale dei 100 metri femminili categoria T63 (atleti con protesi a un arto) alle Paralimpiadi di Tokyo. Un orgoglio tutto italiano proprio nel giorno di chiusura della manifestazione di Tokyo. Le tre medaglie portano il bottino dell’Italia nei giochi paraolimpici a quota 69: 14 ori, 29 argenti e 26 bronzi. L’ultimo trionfo italiano viene dall’impresa di Ambra Sabatini, Martina Caironi e Monica Contrafatto, oro, argento e bronzo dei 100 metri. Una gara simbolo, dove si intrecciano storie di personali legati all’attualità internazionale.

Dalla Lombardia alla Sicilia. Ambra Sabatini, originaria di Porto Ercole, in Toscana, è la più giovane. Ha 19 anni e con un clamoroso 14″11 vince l’oro stabilendo il record mondiale e strappa il primo posto a Martina Caironi, originaria di Alzano Lombardo (Bergamo) e residente a Bologna, con un tempo di 14″46. Entrambe fanno parte delle Fiamme Gialle. La Capitana della squadra, che è già argento nel lungo, guarda già con sfida a Parigi 2024, dove si terrà il prossimo appuntamento olimpico e paraolimpico. Sul podio, al gradino più basso, l’atleta che ha più storia alle spalle. Monica Graziana Contrafatto, 40enne originaria di Gela, in provincia di Caltanissetta, e residente a Roma, ha segnato un tempo di 14″73.

Forza e determinazione. La giovane campionessa Ambra Sabatini ha sempre corso sulla pista nel mezzofondo. L’incidente in moto nel 2019 le ha fatto cambiare la specialità di corsa. Ispirata dalla sua capitana Caironi, di cui aveva già visto le corse paralimpiche, ha iniziato gli allenamenti nella nuova disciplina. In pista ha conosciuto la sua mentore, a cui dedica ogni vittoria. La campionessa lombarda Martina Caironi ha perso una gamba a 18 anni per un incidente in moto. Giocava a pallavolo, ma ha deciso di cambiare sport e cominciare con l’atletica. Ha vinto l’oro nei 100 m a Londra e Rio, dove è stata la portabandiera e ha aggiunto l’argento nel lungo. Impegnata nel sociale, è testimonial dell’Esa, l’agenzia Spaziale Europea.

Il dolore dell’Afghanistan. Dopo la vittoria del bronzo Monica Graziana Contrafatto ha dedica la medaglia all’Afghanistan, paese finito nel caos dopo la conquista del paese da parte dei talebani lo scorso 15 agosto. “Voglio dedicare la mia medaglia a quell’altro Paese che mi ha tolto qualcosa ma in realtà mi ha dato tanto” ha detto l’atleta ai microfoni di Rai Sport. Circa dieci anni fa, il 24 marzo del 2012, Contrafatto, primo caporal maggiore del I Reggimento bersaglieri, era impegnata nella sua seconda missione in Afghanistan dove è stata vittima di un attentato terroristico alla base italiana nel distretto del Gulistan: qui le schegge di tre bombe l’hanno ferita provocandone l’amputazione della gamba destra.

I complimenti di Jacobs. Emozionante e grintosa, la storica tripletta azzurra ha fatto divertire un altro campione, Marcel Jacobs. “Grazie per avermi fatto emozionare” ha scritto su Instagram il campione del mondo olimpico, congratulandosi con le tre atlete paralimpiche.

Da gazzetta.it il 4 settembre 2021. “Il sogno sarebbe una tripletta ai Giochi”. L’aveva detto Martina Caironi poche settimane fa, agli Europei di Bydgoszcz. L’hanno combinata grossa le ragazze (veloci) d’Italia. Ai Giochi paralimpici di Tokyo: è tris nei 100 (cat. t63), oro, argento e bronzo a colorare una giornata indimenticabile per lo sport italiano. L’oro è di Ambra Sabatini, 19enne toscana di Porto Ercole capace di migliorare ancora il record del mondo (14”11). Poi la veterana, la campionessa olimpica di Londra e Rio, Martina Caironi. E il bronzo è di Monica Contrafatto, che dedica la medaglia all’Afghanistan, dove era rimasta ferita quando era in missione militare: “Perché quello che mi è successo mi ha tolto molto ma mi ha dato di più”. Il 5 giugno 2019 la Sabatini fu travolta da un’auto mentre era in scooter con il papà diretta agli allenamenti di atletica sulle strade dell’Argentario. Dopo l’amputazione della gamba sinistra sopra il ginocchio i suoi obiettivi sono cambiati. Prima con nuoto e ciclismo, poi con la sua atletica - è stata campionessa regionale di 800 e 1500 -, fino al capolavoro di oggi. E’ stata una finale complicata dalla pioggia. “Non avete idea” ammette la Caironi, che incorona la Sabatini per il futuro. “Il livello tecnico oggi è alto. Ambra, a 19 anni, ha fatto quel che io ho fatto in una carriera” diceva alla vigilia dei Giochi la 31enne bergamasca che nel 2007 è rimasta vittima di un incidente in motorino ha subito l’amputazione della gamba sinistra e ha dovuto reimparare a camminare. “Ma non mi brucia, tutt’altro, è il riconoscimento a tante battaglie portate avanti. Adesso c’è attenzione al nostro mondo, anche mediatica. Sono stati introdotti i premi in denaro, in Nazionali abbiamo medici, fisioterapisti e infermieri, alcuni di noi sono aiutati da manager e sponsor. E sono solo esempi. Conta più del fatto che qualcuno mi possa battere. Lo sport, in fondo, è competitività. Gelosa? Orgogliosa”.

Claudio Arrigoni per “La Gazzetta dello Sport” il 5 settembre 2021. « We have wings», noi abbiamo le ali. Per volare anche se dicono che non si può fare. Le troviamo dentro e fuori di noi. Era il giorno della cerimonia che apriva una delle più strane e belle Paralimpiadi di sempre e quelle parole risuonavano forti dentro lo Stadio di Tokyo a esprimere il significato dei dieci giorni magnifici che sarebbero arrivati. Niente di più vero. Nella notte giapponese che precede la chiusura, c'è la musica a suonare ancora più forte nello stadio. Volare Come è accaduto nei giorni olimpici. E Volare (Nel blu dipinto di blu è il titolo della canzone resa famosa da Domenico Modugno) questa volta lo intonano tre ragazze magiche che davvero lo hanno fatto sulla pista dei sogni: Ambra Sabatini, Martina Caironi, Monica Contrafatto sono davvero «felici di stare lassù», come cantano nella notte che hanno illuminato di una luce che mai si spegnerà nel loro cuore. Una gara che è già leggenda anche se è ancora storia. Una tripletta mai vista per un podio tutto italiano dei 100 metri della categoria che è di tutte e tre, amputate di gamba sopra il ginocchio. Ambra Sabatini, la nuova sensazione paralimpica, che batte Martina Caironi, doppio oro su questa distanza fra Londra e Rio, correndo in maniera pazzesca sotto la pioggia di Tokyo, oro e record mondiale con 14"11, piangendo per l'emozione prima di tagliare il traguardo come è giusto per una esordiente come lei: «Le mie lacrime sulla linea di arrivo rappresentavano il riscatto di questi due anni, dall'incidente in poi. Ora finalmente mi sento completa». Martina, sua amica e mentore, che sembra quasi più contenta di lei anche se la sua è «solo» la medaglia d'argento: «Sono stata battuta da una grande avversaria. Ma il bello è che tutte e tre siamo legate l'una all'altra. Ecco perché è ancora più bello vincere», dice mentre mima l'incoronazione della compagna. Monica Contrafatto, che non è una terza incomoda, ma una parte di loro, a prendersi un terzo posto di potenza, per una dedica che le parte dal cuore: «All'Afghanistan, un posto al quale sono molto legata e il motivo per cui sono qui, che mi ha tolto qualcosa, ma in realtà mi ha regalato tanto in una vita diversa e più bella. Cinque anni fa abbiamo scritto la storia io e Martina, quest' anno è stato ancora più bello. Finalmente un podio a tre. Siamo riuscite a unire tutta l'Italia,Nord-Centro-Sud, ognuno proveniente da un'area diversa, così abbiamo fatto felice tutta l'Italia. Il nostro messaggio è di non arrendersi, le cose brutte possono accadere, ma l'importante è trovare la forza in qualcosa. Io l'ho trovata nell'atletica, è stata la mia luce fuori dal tunnel. E ci si può rialzare e diventare più forti di prima. Noi siamo un esempio». Più bella I prodromi della più bella gara di atletica di Tokyo e forse non solo, si erano avuti fin dal mattino, nelle qualificazioni. Prima batteria: Ambra subito record del mondo con 14"39. Seconda batteria: Martina la detronizza e se lo riprende per due centesimi. In finale cadrà per la terza volta consecutiva! Hanno un legame speciale, come dice Martina: «Ci unisce la voglia di superarci e di tirare fuori qualcosa di più dalla condizione di disabilità che abbiamo. Non solo abbiamo superato la nostra condizione di svantaggio, ma ne stiamo facendo qualcosa di grande». Ultima Era l'ultima gara dell'ultimo giorno allo Stadio Olimpico. Eravamo a Tokyo, ma avremmo potuto essere a Venezia, al Festival del Cinema, perché questo è un film da Leone d'Oro e chi ne ha scritto la sceneggiatura è un folle genio tanto quei 100 metri sono pieni di intrecci ed emozioni. Quelle che partono dai giorni dolci della primavera afghana fanno di nove anni fa. Bersagliera, Monica è impegnata con il contingente italiano. Un colpo di mortaio e la gamba amputata. Rimane stupefatta dai Giochi di Londra che vede in tv in ospedale. Vede Martina vincere l'oro. Ne è ispirata e comincia a correre. Ispirazione, che parola bella. Vale anche per Ambra. Ama la corsa e il mezzofondo. Un'auto investe il motorino he la porta agli allenamenti. In ospedale le amputano la gamba. La mente le torna a Martina e alle sue corse, viste sul tablet. «Lo posso fare anche io», si disse. Martina da ispirazione divenne la sua mentore e compagna di stanza quando sono in raduno con le Fiamme Gialle. Ma quella parola vale anche per Martina. Ispirazione Spiega dopo la gara: «Ambra per me quest' anno è stata fondamentale. Mi ha fatto tirare fuori forse quello che non sapevo di avere dentro. E che non avevo mai tirato fuori prima. Io mi sono ispirata molto a come si muove, viene dall'atletica olimpica e ha movimenti perfetti. Ma anche a Monica e non gliel'ho mai detto prima: io mi lamento di avere 32 anni, ma cominciare dopo quello che le è successo e non avere più 20 anni è straordinario». Loro tre a terra abbracciate con il tricolore è la nuova iconica immagine di un movimento paralimpico italiano diventato grande: a Tokyo l'Italia ha toccato quota 69 medaglie (14 d'oro, 29 d'argento e 26 di bronzo), ed è nona nel medagliere prima delle ultime gare in programma oggi e della maratona. E grazie a queste tre ragazze un medagliere ancora più ricco. L'azzurro vola... Sulla pagina Facebook della sua società l'Atletica Grosseto Banca Tema si legge: «Due anni fa ci venivi a trovare al campo con le stampelle, oggi sei sul tetto del mondo». Pensiamo ai tanti luoghi comuni (sbagliati) che gravano sui giovani di oggi e guardiamo Ambra e alla sua forza d'animo. Nel 2019 il papà Ambrogio la accompagna allo stadio dove si allena come mezzofondista. Sono in due sullo scooter, una vettura li investe, per il papà nessuna conseguenza, per lei «Mi è stata amputata la gamba sinistra al di sopra del ginocchio. Sin dall'inizio ho cercato di sdrammatizzare la cosa, anche scherzandoci su». Quando la vanno a trovare in ospedale, subito dopo l'operazione: «Era lei che faceva coraggio a noi», ricorda Alfio Giomi, già numero 1 della Fidal e ora presidente del club grossetano. «Ambra, che oggi è con le Fiamme Gialle, ha qualità umane e tecniche non comuni. Grazie alla sua famiglia e a Jacopo Boscarini, un bravissimo allenatore che la segue da sempre, ha pianificato subito il suo ritorno all'atletica, cambiando soltanto specialità. Credo che Ambra sarà la prima donna a scendere sotto i 14 secondi nei 100. Non lo ha fatto in questa finale a causa della pioggia, ma ci arriverà prestissimo». In meno di 24 mesi, da quei giorni, la trasformazione: la protesi, le corse e un 2021 da record iniziato col primato del mondo a Dubai, fino a Tokyo avvolta nei tricolori e ubriaca di gioia abbracciata alle compagne...La sua vita a colori è come il riflesso dei suoi capelli sulla pista di Tokyo: azzurri, come le tinte di questa incredibile notte giapponese. Il suo appuntamento con "la storia" è fissato nel 2007 , quando aveva 18 anni e un incidente in motorino costringe i medici ad amputarle la gamba sinistra. La nuova vita viene raccontata dai colori della sua protesi che non si sono mai spenti nonostante tutte le difficoltà, anche una squalifica per doping che l'ha fermata qualche mese nel 2019, prima che riuscisse a dimostrare che la causa era una pomata cicatrizzante usata per curare un'ulcera (che conteneva una sostanza proibita). Ma Martina non si è fatta abbattere anche se ci sono stati momenti bui. Poi la pandemia e il cambio di preparazione, ora divisa tra Bologna e Roma (come la Sabatini è un'atleta delle Fiamme Gialle). «Lo sport è divertimento, ma anche adrenalina, agonismo e un'energia pura che mi permette ogni giorno di sentirmi abile, forte e di superare la mia disabilità con orgoglio e con passione». Grazie alle medaglie collezionate a Londra (2012) e Rio (2016) diventa uno degli emblemi del movimento paralimpico italiano. Senza dimenticare mai gli altri. Martina fa volontariato raccontando la sua storia nelle scuole. Il suo messaggio: «Una volta accettata la propria diversità ci si può divertire: giocarci permette di viverla bene. Non avessi fatto l'atleta? Avrei lavorato nella cooperazione internazionale». Per fortuna ha deciso di correre per l'Italia...«La resilienza? Sono io, una persona che si rialza ogni volta che cade e non si ferma mai». Monica Contrafatto si definisce così. Fin da quando il 24 marzo 2012 viene colpita da un colpo di mortaio nella base dei militari italiani, Ice, nel distretto del Gulistan, nel Sud-Est dell'Afghanistan. La siciliana dei bersaglieri (da ragazzina le piaceva molto il fez che viene indossato da questo corpo) è trascinata al sicuro da un commilitone, prima di essere trasportata in Germania, dove inizia la sua seconda vita. È la prima donna soldato italiana a venire insignita della Medaglia al valore dell'Esercito, ma la medaglia che sta nel suo cuore è quella paralimpica. Proprio in quell'estate del 2012 vede in televisione le imprese di Martina Caironi che vince a Londra il primo oro e in pochi minuti, da donna risoluta e determinata (con una gran passione per i cani), decide che avrebbe partecipato a un'edizione dei Giochi. Quattro anni dopo l'attentato chiude il cerchio con la storia: non solo gareggia a Rio al fianco del suo "modello", ma addirittura sale sul podio con lei conquistando il primo bronzo olimpico della sua carriera. Ieri l'apoteosi con le due compagne che lei stessa aveva profetizzato qualche tempo fa e la dedica che la lega indissolubilmente all'Afghanistan. Un pensiero speciale e dolcissimo verso il paese asiatico e la sua gente con un invito a non arrendersi mai. Come Monica. Che del suo sport ama la libertà: «Quando corro mi sento un super eroe». 

Caterina Soffici per "la Stampa" il 16 settembre 2021. L'hanno accolta con una standing ovation, tutti in piedi ad applaudire la sua forza e la sua energia, lei è il simbolo che volendo si può. Bebe Vio, la campionessa paralimpica che apre i cuori, è riuscita a fare qualcosa di bello anche nell'aula di Strasburgo, luogo burocratico e asettico, dove sono più le volte in cui i parlamentari europei litigano e si dividono di quelle in cui si uniscono. E invece ieri non hanno esitato. Tutti in piedi per la nostra Bebe, una ragazza e una campionessa che è riuscita a portare la vita anche nel tempio della burocrazia, dove le emozioni entrano di rado. Ospite di Ursula Von der Leyen, accompagnata da Paolo Gentiloni, la ragazza dal sorriso ha dato un volto (sorridente) e un significato (positivo) a un discorso di speranza e di fiducia nel futuro. «Viva l'Europa» ha detto Ursula, indicando la giovane campionessa come esempio di rinascita, novella incarnazione dello spirito dei fondatori e delle fondatrici dell'idea di un'Europa unita. Anche loro un manipolo di sognatori, donne e uomini che hanno saputo guardare oltre, quando tutto intorno sembrava perduto, dopo una guerra devastante, dopo il dolore di milioni di morti e della devastazione lasciata sul campo dalle barbarie dei nazifascismi. «Allora si può fare» dice in italiano la presidente della Commissione Europea. Lo dice rivolta a Bebe Vio. Si può fare credendoci. E Bebe è una leader perché è una paladina dei valori in cui crede. Parla a Bebe, ma a tutti gli europei in questo momento difficile di rinascita dopo la pandemia, quando tutto sembra difficile ma può diventare facile solo credendoci. Mitica Bebe, simbolo che la vita è bella anche quando potrebbe essere brutta, che c'è sempre una seconda possibilità, che lottare è parte del gioco, che il vero perdente è chi si arrende. Lei ha saputo prendere in mano i suoi demoni e ancora una volta - dopo che una terribile infezione ha rischiato di portarsi via un altro pezzo del suo corpo - ha trionfato alle Olimpiadi e nella vita «Volevo sotterrarmi», ha detto la ragazza. In due parole c'è tutta Bebe Vio. «Bellissimo ma imbarazzante», perché ancora si imbarazza e la sua grandezza sta anche qui, nella sua semplicità. Lei ha il potere di incantare, e dice di aver chiesto aiuto a Gentiloni, ma la verità è il contrario. «È stupendo poter rappresentare il mondo italiano, dello sport, dei giovani e della disabilità. Sono cose cui tengo moltissimo. Essere qui e poterle rappresentare è veramente bello. Anzi, grazie italiani, perché poter esser qui per voi è bello». E ancora una volta parla di quanto è bella la vita, a 24 anni, nonostante tutto. «Me la godo e faccio un sacco di cose e amo tutto quello che faccio. Se ti diverti, ti impegni, riesci a trovare un obiettivo e un sogno da raggiungere». Non le piace essere un esempio, ma è difficile non prenderla a modello. Parole belle, entusiasmanti, come sempre quando parla questa giovane donna. Ma le parole durano il tempo di un battito d'ali di farfalla. Come la bella fiaba di Bebe Vio che rischia di non servire a granché se alle parole non seguono i fatti. E si potrebbe intanto iniziare a equiparare gli atleti paraolimpici agli altri, perché le parole non servono se i fatti dicono che vengono pagati la metà. Perché le parole sono importanti, ma i fatti ancora di più.

Federico Danesi per “Libero quotidiano” il 31 agosto 2021. Bebe Vio vale meno di Marcell Jacobs? Carlotta Gilli con le cinque medaglie messe insieme a Tokyo 2020 guadagnerà come Antonella Palmisano? La risposta è no, in entrambi i casi, e non perché lo diciamo noi. Semplicemente è il differente trattamento stabilito per i loro atleti dal Coni e dal Cip, il Comitato Paralimpico italiano, prima di partire per il Giappone. Tre anni fa, dopo i Giochi Invernali di Pyeongchang, la Giunta Coni ha approvato l'aumento del 20% dei premi in denaro per i medagliati. Quindi l'oro è passato da 150mila a 180mila euro, poi 90mila euro per l'argento e 60mila euro per il bronzo. Quindi, facendo i conti in tasca a Giovanni Malagò, i trionfi olimpici gli costeranno poco più di 7 milioni di euro. In casa Cip invece tutto è rimasto fermo: 75mila euro per un oro, 40mila euro per l'argento e il bronzo che vale 25mila euro. Uno scandalo, soprattutto ora che il dibattito sulla parità di genere a tutti i livelli è tema caldissimo e non da tutti i settori risolto? L'hanno pensato in molti e, come ci confermano dal Coni, in questi giorni sono state anche numerose le e-mail di protesta arrivate al Palazzo H, più o meno civili, per denunciare la disparità di trattamento e chiedere rispetto per i nostri ragazzi.

MAIL DI PROTESTA Solo che il Coni, Giovanni Malagò, i suoi consiglieri e tutto quello che ruota attorno al mondo olimpico c'entrano davvero nulla anche se non tutti lo ricordano o fanno finta di ignorarlo. Semplicemente perché dalla fine di febbraio 2017, con un DL che ha messo nero su bianco la legge 124/2015, il Cip è stato trasformato in Ente autonomo di diritto pubblico e quindi di fatto si è staccato dal Coni a tutti gli effetti. All'atto pratico significa che le Federazioni sono passate da 45 a 44 e questo cambia poco. Cambia moltissimo però per tutti gli atleti con disabilità perché di fatto la loro federazione si deve sostenere da sola, sotto il controllo della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una scelta coraggiosa e corretta, che sta cominciando a pagare, ma proprio per questo Luca Pancalli, almeno per questo quadriennio olimpico, ha deciso di non aumentare i premi per i suoi atleti. L'oro vale quello, come l'argento e come il bronzo. Ma il Comitato Italiano Paralimpico riconosce anche un assegno mensile a tutti gli atleti che hanno vinto una medaglia d'oro ai Giochi, sempre che continuino nell'attività sportiva e che vestano ancora la maglia azzurra. Soluzioni diverse? Imitare gli Stati Uniti, ad esempio, che pagano molto meno dell'Italia ma in compenso trattano tutti allo stesso modo: da questa edizione di Olimpiadi e Paralimpiadi, indipendentemente dalla disciplina e dal fatto di essere o meno normodotati, 37.500 dollari all'oro, 22.500 all'argento e 15mila al bronzo. In realtà la vera cura è avere lo stesso tipo di rispetto per tutti gli sportivi, indipendentemente dalle loro condizioni fi siche e anche in questo senso qualcosa sta cambiando. Lo ha ricordato Carlotta Gilli dopo la vittoria nei 200 misti a Tokyo: «Dall'inizio di quest' anno la legge finalmente permette anche a noi persone con disabilità l'arruolamento. È il mio grande sogno nel cassetto e farò di tutto affinché diventi realtà». Già, perché la 20enne torinese ha doppio tesseramento con la Rari Nantes e con le Fiamme Oro. Ma per quanto la Polizia la supporti tutto l'anno, non veste la divisa, o almeno non poteva farlo: tra un po' invece sì. Un altro passo avanti, ma quello decisivo è che dopo il trionfo di risultati e le storie magnifiche che stanno raccontando queste Paralimpiadi anche gli sponsor abbiano la stessa munifica attenzione per atleti e discipline e lo stesso facciano pure i media. Come la Rai, che spalma le gare in po' su Rai 2 e un altro po' su Rai Sport. Aspettiamo solo che tornino a casa. 

Alberto Dolfin per lastampa.it il 28 agosto 2021. «Ho rischiato di morire, altro che saltare la Paralimpiade: sono felice, hai capito perché ho pianto così tanto?». Appena dopo aver messo al collo il secondo oro della sua carriera alla Paralimpiade di Tokyo, bissando quello di cinque anni fa a Rio 2016, Bebe Vio è un fiume di parole e ha voglia di togliersi quel peso che si è tenuta dentro in tutti questi giorni prima di scendere in pedana nell’amato fioretto, rivelando anche il motivo per la rinuncia alla sciabola. «I primi quattro anni della preparazione sono andati benissimo, anche nel periodo del Covid, anche grazie ai miei allenatori e alle Fiamme Oro che mi hanno permesso di tornare in palestra e chiuderci là persino prima delle altre avversarie, perché avevamo ripreso il 4 maggio 2020 - comincia a raccontare -. L’ultimo anno è stato parecchio “sfigato” per via dell’infortunio che ho avuto». Il pericolo non era soltanto di non essere a Tokyo, ma ben peggiore: «Lo scorso 4 aprile mi sono dovuta operare e sembrava che questa Paralimpiade non doveva esserci, abbiamo preparato tutto in due mesi, non so come cavolo abbiano fatto il mio fisioterapista Mauro Pierobon e il preparatore atletico delle Fiamme Oro Giuseppe Cerqua a fare questa magia. Non ci credevo di arrivare fin qua, perché ho avuto un'infezione da stafilococco che è andata molto peggio del dovuto e la prima diagnosi era amputazione entro due settimane (dell’arto sinistro; ndr) e morte entro poco. Sono felice, hai capito perché ho pianto così tanto?». Poi, come il suo solito, riesce a trovare un filo di ironia anche su un evento così drammatico: «L'ortopedico ha fatto un miracolo, si chiama anche Accetta tra l'altro, ci pensate? È stato bravissimo, tutto lo staff lo è stato. Questa medaglia assolutamente non è mia, è tutta loro. Stamattina mi hanno nascosto il braccialetto dell’ospedale con scritto “-119”, che erano i giorni che mancavano a Tokyo ed è stato il momento in cui ho ricominciato ad allenarmi. Sono veramente fortunata». E l’oro ora è tutto suo e se lo può godere: «Questa medaglia d'oro non suona come quella di Rio, la prima cosa che ho fatto è stato agitarla per sentire se aveva i sonagli all’interno. Però è bellissima e pesa molto di più, infatti devo reggerla perché già ho problemi al collo, se la mollo finisce malissimo». Ancora una volta Bebe ci ha lasciato tutti a bocca aperta.

"Avevo una infezione, grazie al medico e al mio staff". La storia di Bebe Vio: “Ad aprile potevo morire, adesso l’oro: ecco perché ho pianto tanto”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 28 Agosto 2021. “Lo scorso 4 aprile ho avuto un’infezione da staffilococco, talmente grave che si prospettava l’amputazione del braccio sinistro entro due settimane e addirittura la morte poco dopo. Quindi è un miracolo che io sia qui e questo oro pesa molto di più di quello di Rio”. E’ quanto rivela Bebe Vio dopo il trionfo nel fioretto alle Paralimpiadi, spiegando anche la sua decisione di non gareggiare nella sciabola. La 24enne atleta di Venezia ripercorre il suo calvario, ringraziando i sanitari che l’hanno assistita. “E’ stato un miracolo e per questo devo ringraziare l’ortopedico che mi ha operato, si chiama Accetta…, e tutto lo staff che mi ha aiutato a prepararmi. Un’impresa che sembrava impossibile. Ecco perché ho pianto tanto”, ha aggiunto. Una medaglia d’oro insperata per Bebe: “Abbiamo preparato tutto in due mesi, non so come cavolo abbiano fatto. Non credevo di arrivare fin qui. Sono felice, avete capito perché ho pianto così tanto? L’ortopedico ha fatto un miracolo, è stato bravissimo, tutto lo staff lo è stato. Questa medaglia assolutamente non è mia, è tutta loro”. Poi i ringraziamenti al fisioterapista Mauro Pierobon e al preparatore atletico Giuseppe Cerqua: Sono stati qualcosa di magico. Non so veramente come cavolo abbiano fatto, sono stati fantastici. Io non ci credevo, non credevo che tutto ciò fosse possibile, non credevo di arrivare fin qua”. La portabandiera azzurra ha battuto 15-9 la cinese Zhou Jingjing, sconfitta già 5 anni fa nella finale di Rio 2016, nel fioretto individuale femminile (categoria B). ”I primi quattro anni della preparazione sono andati benissimo, anche nel periodo del Covid, grazie ai miei allenatori e alle Fiamme Oro perché ho ripreso persino prima delle altre avversarie. L’ultimo anno, invece, è stato parecchio sfigato”, aggiunge la 24enne ai microfoni di Rai Sport. Questa medaglia d’oro “non suona come quella di Rio, la prima cosa che ho fatto è stato shakerarla… però è bellissima e pesa molto di più, infatti devo reggerla perché già ho problemi al collo, se la mollo finisce malissimo…”. Rispetto a Rio, ha spiegato, “è stato completamente diverso, sono due esperienze differenti, non so se magari perché in questi 5 anni sono anche un po’ cresciuta. Quando fai la prima Paralimpiade è bellissimo, è tutto stupendo e incredibile, ogni cosa è la più figa del mondo. Alla seconda fai fatica da tanti punti di vista, sai che devi riuscire a riconfermarti, che non puoi andartene via senza un risultato, sai che devi farlo anche per la squadra perché viviamo per i nostri compagni e per me fanno parte della mia famiglia”.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

“Se hai un sogno, vai e prenditelo”. Chi è Bebe Vio, la campionessa d’oro nel fioretto alle paraolimpiadi di Tokyo2020. Riccardo Annibali su Il Riformista il 28 Agosto 2021. Bebe ancora d’oro. Una finale dominata anche quando sul 7-4 ha dovuto sostituire la protesi del braccio sinistro. La portabandiera azzurra ha battuto 15-9 la cinese Zhou Jingjing, sconfitta già 5 anni fa nella finale di Rio 2016. Sei successi su sei nei gironi, poi quarti e semifinale senza storia (15-4 sulla Vasileva). La vittoria è stata conquistata nel fioretto individuale femminile (categoria B). Già prima delle fasi finali la volevano con una medaglia al collo e proprio per questo era tanta la pressione sulle sue spalle. Una medaglia del metallo più prezioso che l’ha liberata in una gioia incontenibile e lacrime al termine della sfida che le ha consegnato il secondo oro paralimpico e la terza medaglia in carriera. “Da piccola mi dicevano che non si può tirare di scherma senza braccia e che avrei dovuto cambiare sport, ma ho dimostrato a tutti che le braccia non servono: se hai un sogno, vai e prenditelo” aveva dichiarato Bebe, di Mogliano Veneto, nella conferenza stampa di apertura delle Paralimpiadi. Lei che è stata la prima a gareggiare con protesi a tutti e quattro gli arti a causa di una grave meningite che la colpì nel 2008 e costrinse i medici ad amputarle gambe e braccia per tenerla in vita. A 24 anni ha già vinto tutto: oro olimpico, mondiali ed europei. È andata a cena da Obama, Jovanotti è un suo fan sfegatato, è stata conduttrice su Rai1 del suo show ‘La vita è una figata‘, ha sfilato per Dior e ha già scritto due libri per raccontare la sua storia, su Instagram ha 1,1 milioni di follower e con l’aiuto del padre è diventata maestra nella Academy organizzata con art4Sport. Arrivata a Tokyo dopo mesi travagliati dal punto di vista fisico aveva dato forfait nella gara della sciabola per la quale si era allenata, ma all’ultimo minuto ha deciso di rinunciare per non peggiorare gli acciacchi che la stanno facendo soffrire da un po’. Sui social aveva così commentato: “Purtroppo niente gara di sciabola. Questa volta va così. Spero di potervi dare spiegazioni dopo le gare. Grazie a tutti quelli che hanno creduto in me ed in questa missione non impossibile ma solo rimandata”. Ai Giochi di Tokyo parteciperà anche alla gara del fioretto a squadre in programma domenica assieme alle compagne Andreea Ionela Mogos e Loredana Trigilia. VITA PRIVATA – Nonostante sia particolarmente attiva sui social, Bebe Vio non ha mai reso note informazioni in merito alla sua vita privata. Qualche anno fa in un’intervista rilasciata a Rolling Stones, aveva rivelato: “So solo che vorrei adottare dei bambini, che ne so, uno nero, uno cinese, uno amputato. Mi piacciono i bambini, so quanto nella vita conti avere una famiglia che funziona bene e vorrei dare loro questa opportunità”.

QUANTO GUADAGNA – Il premio in denaro per gli atleti paralimpici dovrebbe essere circa 75 mila euro per la vittoria della medaglia d’oro. 40 mila euro per l’argento e 25 mila euro per il bronzo. Riccardo Annibali

"Così ho salvato Bebe Vio in sala operatoria. Lei non voleva, poi ha stupito tutti". Viola Giannoli su La Repubblica il 29 agosto 2021. L'intervista al primario di Traumatologia dell'Irccs di Milano, Riccardo Accetta, che ha operato la campionessa olimpica ad aprile: "Ha rischiato di morire e di smettere di gareggiare". Di arrivare fino a Tokyo, seppur in senso figurato, il professor Riccardo Accetta, primario di Traumatologia dell'Irccs Galeazzi di Milano, non se l'aspettava. Ma dietro la vittoria di una grande giovane donna come Bebe Vio c'è anche un miracolo medico: il suo e del suo staff. Lo ha raccontato la 24enne di Mogliano Veneto, subito dopo l'oro individuale nel fioretto. È aprile quando Bebe Vio si presenta da Accetta per via di un'infezione che non vuol guarire. Il dottore la visita, il giorno dopo la campionessa è in sala operatoria. Quattro mesi più tardi sale sul gradino più alto alle Paralimpiadi. Per sé stessa e per quel primario, tanto stimato quanto schivo, difficile da sottrarre alle sale operatorie, ringraziato davanti al mondo a fine gara.

Professore, anche lei ha vinto un oro: Bebe Vio le ha dedicato la medaglia.

"Devo dire che mi ha fatto molto effetto (ride prima di tornare serio). Ma quello di Bebe non è un ringraziamento a una persona sola, ma a tutta la medicina, al senso del mio lavoro, all'aiutare gli altri quando possibile, al com-patire, soffrire insieme ai pazienti. È quel che facciamo sempre ma a volte succede che si curi una persona speciale che ci restituisce la voglia di lavorare, ancora più in un periodo duro come quello che abbiamo vissuto tra odio, scetticismo, aggressioni alla scienza. Le persone come Bebe rimettono al centro i valori veri, il senso della ricerca e il lavoro ospedaliero".

L'ha sentita dopo la vittoria?

"Ancora no, sarà in un frullatore...Mi ha chiamato suo papà. Ma sono sicuro che mi chiamerà anche lei: Bebe è così, semplice e straordinaria".

È vero che le ha salvato la vita?

"Se non fossimo intervenuti subito l'infezione non curata avrebbe portato alla setticemia, e quindi anche alla morte". 

Cosa era accaduto?

"Bebe ha avuto una sublussazione traumatica del gomito in allenamento e il gomito è proprio dove lei ha l'invaso del fioretto. Hanno provato a trattarla con l'antibiotico ma non è bastato perché l'infezione ha colpito l'articolazione". 

Ha rischiato di non poter più tirare di sciabola e fioretto?

"Se l'infezione fosse andata avanti avrebbe distrutto l'articolazione. Per Bebe avrebbe significato una nuova amputazione dell'arto sinistro e la fine di ogni attività sportiva. Per questo quando l'ho vista ho detto: interveniamo subito". 

Lei aveva paura dell'intervento?

"All'inizio non voleva fermarsi, aveva gli allenamenti e un'Olimpiade da affrontare. La famiglia è stata decisiva". 

Come sono i genitori di Bebe?

"È una famiglia particolare, bellissima. Supportare una ragazza di 11 anni che da un momento all'altro da sana e giovane si ritrova con una disabilità gravissima senza smettere mai di sorridere e di lottare non è da tutti". 

E Bebe come è come paziente?

"Incredibile, solare, vivace, pazzesca. Ha una forza di volontà e una voglia di vivere che esprime ovunque: nelle gare, in un letto di ospedale, nella forza di aiutare bambini e ragazzi che si trovano nella stessa situazione. Ne ho conosciuti tanti che mi ha mandato lei e che da lei imparano a credere nel futuro". 

Quanto è rimasta in ospedale?

"Una ventina di giorni. E poi in 119, dalle dimissioni, si è presa l'oro. Già durante la degenza abbiamo iniziato a farle muovere il gomito per recuperare i primi movimenti e valutare le ferite: abbiamo cercato di fare delle cicatrici che non le dessero fastidio con il fioretto anche se qualche dolore deve averlo provato in gara, tanto che negli ultimi assalti si è dovuta far medicare". 

Un recupero straordinario.

"Eccezionale. Lei è così piccola, minuta, giovanissima, nemmeno una montagna di uomo ce l'avrebbe fatta. Ma lì è tutta questione di testa, di voglia, e lei ne ha un serbatoio inesauribile".

Perché l'operazione è rimasta segreta fino alla vittoria?

"Bebe non voleva pubblicità, non cercava alibi, doveva vedersela lei, per come è, con la sua Olimpiade. La sua non è una dimostrazione di forza, ma di vita. E poi ci sono io...non proprio un campione di apparizioni". 

Si aspettava che avrebbe vinto l'oro?

"Ci speravo. Ma è andata oltre ogni speranza. Non molla ma: avrebbe perso il braccio piuttosto che lasciare la gara. Alla fine, anche se faccio ancora 7-800 interventi anche molto delicati l'anno, il più preoccupato ero io".  

"Lei e la sua famiglia, che forza". Riccardo Signori il 29 Agosto 2021 su Il Giornale. Il professore del Galeazzi che l'ha operata: "Bebe sorride sempre". Ospedale Galeazzi di Milano, mese di aprile. Bebe Vio si presenta al professor Riccardo Accetta, si conoscono da anni. Lui è un riconosciuto ortopedico mani d'oro, con testa e cuore da impenitente vecchio ragazzo, l'ha già seguita per altri piccoli problemi sui monconi. Lei stavolta ha un gomito che non guarisce da un'infezione. Accetta vede, la ragazza il giorno dopo è in sala operatoria.

Professore. è vero che Bebe ha rischiato di morire?

«Più che altro ha rischiato di perdere il braccio sinistro, quello con il quale tira. Certo, se l'infezione fosse andata più avanti c'era anche quel timore».

Cosa era successo?

«Era in cura, per un'infezione articolare, con terapie antibiotiche prescritte dai medici federali. Ma non sempre bastano gli antibiotici, e l'infezione continua a far danno. Ci sono problemi con la membrana sinoviale».

Quindi la situazione era già critica?

«Da risolvere immediatamente. È stata aperta l'articolazione, ripulita la parte, tolto tutto quanto possibile cercando di rimuovere l'infezione. Il problema era salvare l'articolazione: se non riesci a dominarle, le infezioni vanno avanti. E devi amputare più in alto. Poi il professor Luca Vaiventi ha lavorato sulle cicatrici con un'ottima chirurgia plastica. Il fioretto ha un invaso e la ferita poteva dare fastidio».

Il rischio di morte?

«In caso di infezione sistemica, si muore per setticemia».

Degenza lunga, paziente inquieta?

«È rimasta 15 giorni. Un po' impaziente. Ma lei è una ragazza pazzesca e così i suoi genitori: hanno una forza d'animo gigantesca. Se non supporti bene questi ragazzi, non sai mai come finirà».

Ma Bebe?

«È solare, sorride sempre. Sa perchè non ha voluto dire la ragione della rinuncia alla gara di sciabola? Per non cercare giustificazioni, se qualcosa non fosse andato bene».

E, fra l'altro, ha avuto solo 4 mesi per allenarsi

«È rimasta ferma tutto aprile. Non immagina cosa ha fatto per recuperare. Al confronto Rocky-Stallone, quando si tortura andando su e giù per gli scaloni, con tanto di famosa musichetta, era un pirla». Riccardo Signori

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera” l'8 ottobre 2021. «Dura come l'acciaio, delicata come l'ala di una farfalla». «Ci sta. Sono io!», squilla allegra Bebe Vio. E spiega che sì, certo che se la sente addosso anche lei quella stupenda definizione che lo scrittore Carlos Fuentes riservò a Frida Kahlo: «Ha subito 32 operazioni ed è eternamente circondata da bende, aghi, pungente odore di cloroformio... Eppure incanta tutti, dura come l'acciaio e delicata come l'ala di una farfalla». Non bastasse, spiega, lei ha anche l'handicap dei sampietrini... «Un incubo. In realtà io mi faccio male in qualsiasi modo, camminando per strada, salendo le scale, scendendo due gradini... Mi faccio male se piove e scivolo, mi faccio male se inciampo in una pietra, mi faccio male se mi distraggo un attimo e mi si storce un ginocchio... Non bastasse, a Trastevere dove faccio l'università americana, è pieno di sampietrini... Per una senza le gambe è la cosa più difficile del mondo, sopravvivere sopra ai sampietrini».

Cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi.

«Esatto. Se dovessi stare attenta a tutto quello a cui dovrei stare attenta non potrei fare niente, non potrei vivere davvero la mia vita. Quindi sì, mi riconosco nell'essere delicatissima in ogni cosa che faccio, anche se sono abbastanza "elefante" nel farla». 

Sei anche dura come l'acciaio, però...

«Testarda, più che dura. Per questo resisto a tutto. Sono appena tornata da un giro bellissimo con un gruppo di amici alle Eolie. Che figata! Ero lì, abbiamo visto Vulcano, ho detto: cavoli, saliamo su! E il giorno dopo siamo saliti anche a Stromboli. Oddio, Stromboli! Ci siamo fatti dodici chilometri per andare su! Vuoi vedere i miei piedi?». 

Cioè?

«Distrutti. Te li mostro in una foto sul telefonino. Piedi tecnologici. Materiali speciali. Rovinati. Un disastro. Lo vedi il carbonio che ha bucato la plastica dura e esce fuori? È stata davvero dura, andar su fra le rocce. Ho preferito non mettere le scarpe e farmi la salita scalza. Ero consapevole che mi sarei ferita, sapevo che facendo quello sforzo sarei arrivata su con i monconi completamente rotti però salire era talmente bello!». 

Sei pazza. Quante volte sei caduta?

«Tante. Ammetto che è stato abbastanza devastante. Ma sai cosa? È stata un'impresa tale salire lassù... "Forza, dai, arriviamo fino in cima!". Il peggio è stato scendere. Faccio più fatica, in discesa. La rotula... Ho solo un quarto del legamento rotuleo e scendere impuntandomi sui talloni con la rotula costantemente in bilico è stato tostissimo. Però, boh, è stato talmente bello veder tutti contenti! Ho degli amici meravigliosi. Sono troppo fortunata!». 

Non avrai forzato anche prima delle Olimpiadi?

«Sì. Ho sbagliato. Ero tornata dalle vacanze, sapevo che il mio corpo per rimettersi in pieno ha bisogno di tempo e invece, appena ho iniziato a tirare di scherma, ho forzato. E ho tirato una botta così forte che mi è quasi uscito il gomito... Un infortunio serio. A un certo punto pareva tutto finito. Quel braccio mi era completamente morto. Mi hanno detto: "In due settimane va amputato, poco più e sei morta, se continui così sei morta". In pratica era come fosse tornata la malattia...». 

Sei riuscita poi a perdonarlo, quel medico che sconsigliò tua mamma dal fare il vaccino contro la meningite?

«Più visto». 

Mai cercato?

«Mai. Ma non posso dimenticare che disse a mia madre: "Signora, non vaccini assolutamente i suoi figli". Che doveva fare mia mamma? Si è fidata. È andata così. Sono viva solo perché un infermiere, in ospedale, riconobbe il male che aveva colpito due anni prima un bambino di Mestre, Pedro. Sennò...». 

Va da sé che oggi, con il Covid...

«Io mi affido alla scienza e se mi dicono che quel vaccino può aiutare mi faccio aiutare... Ma so che ci sono anche persone che non si fidano. Perfino una mia amica strettissima. Cosa faccio, rinuncio a vederla? Cerco di difendermi: ho dodici tamponi fissi in macchina e ogni volta che ne finisco uno ne compro subito un altro. Neanche il tempo di salutare qualcuno e gli infilo subito un tampone in bocca. Nonostante il vaccino. Se becchiamo il Covid sappiamo di poter fare del male ad altri. Non si scherza su queste cose». 

Tornando alle Olimpiadi?

«Questa volta pareva davvero impossibile. Mancavano pochi giorni, avevo perso dieci chili, il braccio con cui tiro era magro magro, svenivo e vomitavo. Così sono arrivata ai Giochi di Tokyo. Svenivo e vomitavo». 

 Anche in gara?

«Anche. Una gara di scherma è composta da alcuni match la mattina, altri al pomeriggio. Faticosissimi. Il mio corpo proprio non era in grado di reggerli, fisicamente. Durante un match l'adrenalina è talmente alta che non senti dolori ma appena finivo il match mi prendevano per la collottola del giubbetto elettrico e mi portavano via perché svenivo. Non potevamo far vedere che stavo male in gara. È uno sport di combattimento, non puoi dire al tuo avversario che stai male. Vomitavo e svenivo». 

E la tua équipe?

«Durante la gara individuale il medico della nazionale è venuto più volte a dirmi "basta, per me è finita qua". Il gomito non c'era più, era gonfissimo, rosso, non riusciva a star fermo, tremavo tutto il tempo, piangevo...». 

E non hai mollato.

 «No». 

Ma tuo papà e tua mamma lo sapevano?

«Sì e no. Diciamo... non esattamente. Infatti andavano ogni due secondi dai miei allenatori a chiedere come stessi e loro dovevano fingere perché io non avrei mai interrotto la gara e se loro avessero saputo tutto mi avrebbero bloccata subito. Avevo bisogno di loro e dei miei fratelli. Sennò non ce l'avrei fatta. Così, appena mi riprendevo un po' facevo una conferenza-stampa e dicevo: "Sto bene!", "Sì mamma, alla grande!". Poi mi giravo appena mi scendeva l'adrenalina. E quando scende l'adrenalina ti torna tutto il dolore...». 

 Insomma, te lo sei guadagnato il viaggio alle Maldive.

«Abbiamo festeggiato il terzo matrimonio di mio papà e mia mamma...». 

 Il terzo matrimonio?

«Si trovarono per caso a Cambridge per studiare inglese. Una settimana dopo erano da sposati. A Gretna Green, appena al di là del confine scozzese, famoso proprio per i "matrimoni in fuga" che venivano celebrati dal fabbro del paese. Tutto di nascosto». 

E questo fu il primo...

«Le nozze vere e cioè le seconde le fecero due anni dopo, a Mogliano, con i parenti, la festa e tutto il resto. Il terzo, visto che erano passati trent' anni, l'abbiamo fatto appunto in un atollo». 

Sono matti anche i tuoi...

«È vero. Sono fantastici. E io sono figlia loro...». 

Come mai usi la parola «handicappata»?

«Appunto perché la uso io. Per me, non per gli altri. Anche come sfida a chi la usa per offendere i disabili. Non mi permetterei mai di dire "lo capirebbe pure un handicappato" o "un mongolo o un down"... Sono offese insopportabili». 

C'è ancora strada da fare. I regolamenti comunali di mezza Italia, Milano compresa, diffidano ancora oggi i mendicanti a mostrare «deformità ributtanti»...

«Anch' io ho "deformità ributtanti". Le devo nascondere?».

Se è per questo, grazie a Dio, le hai portate anche al parlamento europeo. Com' è Ursula von der Leyen?

«Magica. Sono stata abbagliata da lei. Ha più o meno l'età di mia madre, ha fatto sette figli, è laureata in medicina, ha fatto tre mandati con la Merkel e adesso è il capo dell'Europa. Magica. Sai la cosa che mi ha colpito di più? Di solito persone così fanno di tutto per farti sapere che sono sì gentili ma insomma stanno un po' più in alto... Lei no. Ha fatto a me e ai miei un sacco di domande e vuoi sapere? Era davvero interessata a quello che rispondevo...». 

·        Quelli che…l’Olimpiade.

A Tokyo arriva l'ennesima medaglia, proprio nell'ultimo giorno dei Giochi: la conquistano le farfalle della ginnastica ritmica, bronzo nella prova a squadre. E' la 40^ medaglia di una spedizione storica per l'Italia, che raggiunge un altro record: ogni giorno gli azzurri sono andati sul podio. Skysport l'8 agosto 2021.

FARFALLE DELLA GINNASTICA RITMICA - Alessia Maurelli, Martina Centofanti, Agnese Duranti, Daniela Mogurean, Martina Santandrea (8 AGOSTO) Bronzo nella prova a squadre di ginnastica ritmica

ABRAHAM CONYEDO (7 AGOSTO) Bronzo nella lotta libera 97 kg

STAFFETTA 4X100 - Marcell Jacobs, Filippo Tortu, Fausto Desalu e Lorenzo Patta (6 agosto) Oro nella staffetta 4x100 mista maschile

LUIGI BUSA' (6 agosto) Oro nel karate, specialità kumite

ANTONELLA PALMISANO (6 agosto) Oro nella 20km di marcia femminile

VIVIANA BOTTARO (5 agosto) Bronzo nel karate, specialità kata

ELIA VIVIANI (5 agosto) Bronzo nell'Omnium maschile

MASSIMO STANO (5 agosto) Oro nella 20km di marcia maschile

MANFREDI RIZZA (5 agosto) Argento nella canoa K1 200 metri maschile

GREGORIO PALTRINIERI (5 agosto) Bronzo nel nuoto 10 km di fondo maschile

INSEGUIMENTO A SQUADRE (Consonni, Ganna, Lamon, Milan, 4 agosto) ORO nel ciclismo su pista (e record del mondo in 3'42''032)

RUGGERO TITA E CATERINA BANTI (3 agosto) Oro nella vela nel Nacra 17

VANESSA FERRARI (2 agosto) Argento nel corpo libero

MARCELL JACOBS (1 agosto) Oro nei 100 metri piani

GIANMARCO TAMBERI (1 agosto) Oro nel salto in alto

STAFFETTA 4X100 MISTA - Thomas Ceccon, Nicolò Martinenghi, Federico Burdisso e Alessandro Miressi (1 agosto)

Bronzo nella staffetta 4x100 mista di nuoto

ANTONINO PIZZOLATO (31 luglio) Bronzo nel sollevamento pesi maschile -81 kg

MAURO NESPOLI (31 luglio) Argento nel tiro con l'arco maschile

IRMA TESTA (31 luglio) Boxe femminile, categoria -57kg

SIMONA QUADARELLA (31 luglio) Bronzo negli 800 stile libero femminili

LUCILLA BOARI (30 luglio) Bronzo nel tiro con l'arco individuale femminile

FIORETTO A SQUADRE FEMMINILE - Errigo, Batini, Volpi, Cipressa (29 luglio) Bronzo nella scherma (Usa ko 45-23)

DOPPIO PL UOMINI - Stefano Oppo e Pietro Willy Ruta (29 luglio) Bronzo nel canottaggio

GREGORIO PALTRINIERI (29 luglio) Argento negli 800 stile libero

DOPPIO PL FEMMINILE - Valentina Rodini e Federica Cesarini (29 luglio) Oro nel canottaggio

SCIABOLA A SQUADRE MASCHILE - Enrico Berrè, Luca Curatoli, Luigi Samele e Aldo Montano (28 luglio) Argento nella sciabola maschile

FEDERICO BURDISSO (28 luglio) Bronzo nei 200 farfalla di nuoto

QUATTRO SENZA MASCHILE - Lodo, Vicino, Castaldo, Di Costanzo e Rosetti (28 luglio) Bronzo nel canottaggio (Quattro senza maschile)

GIORGIA BORDIGNON (27 luglio) Argento nel sollevamento pesi femminile -64kg

SPADA A SQUADRE FEMMINILE - Rossella Fiamingo, Federica Isola, Mara Navarria e Alberta Santuccio (27 luglio) Bronzo nella spada a squadre femminile

MARIA CENTRACCHIO (27 luglio) Bronzo nel Judo femminile, categoria -63 kg

DANIELE GAROZZO (26 luglio) Argento nel fioretto

DIANA BACOSI (26 luglio) Argento nel Tiro a Volo (skeet femminile)

NICCOLO MARTINENGHI (26 luglio) Bronzo nei 100 rana di nuoto

STAFFETTA 4X100 STILE LIBERO - Alessandro Miressi, Thomas Ceccon, Lorenzo Zazzeri e Manuel Frigo (26 luglio) Argento nella staffetta 4x100 stile libero di nuoto

MIRKO ZANNI (25 luglio) Bronzo nel Sollevamento pesi maschile -67kg

ODETTE GIUFFRIDA (25 luglio) Bronzo nel Judo femminile, categoria -52 kg

ELISA LONGO BORGHINI (25 luglio) Bronzo nella prova in linea di ciclismo femminile 

VITO DELL'AQUILA  (24 luglio) Oro nel taekwondo, categoria -58kg

LUIGI SAMELE (24 luglio) Argento nella sciabola maschile individuale

ITALIA, LE EDIZIONI CON PIU' MEDAGLIE

TOKYO 2020: 40 MEDAGLIE (10 ORI, 10 ARGENTI, 20 BRONZI) 

Roma 1960: 36 medaglie (13 ori, 10 argenti, 13 bronzi)

Los Angeles 1932: 36 medaglie (12 ori, 12 argenti, 12 bronzi)

Atlanta 1996: 35 medaglie (13 ori, 10 argenti, 12 bronzi)

Sydney 2000: 34 medaglie (13 ori, 8 argenti, 13 bronzi)

Atene 2004: 32 medaglie (10 ori, 11 argenti, 11 bronzi)

Los Angeles 1984: 32 medaglie (14 ori, 6 argenti, 12 bronzi)

Entusiasmo e determinazione per realizzare il suo sogno. Chi è Hend Zaza, la più giovane atleta di Tokyo: la sua racchetta contro i bombardamenti in Siria. Elena Del Mastro su Il Riformista il 23 Luglio 2021. È appena iniziata la sua avventura ai Giochi olimpici di Tokyo ma la sua storia ha già fatto il giro del mondo. Hend Zaza a 12 anni è l’atleta più giovane a partecipare all’edizione 2021 della competizione sportiva mondiale. La sua disciplina è il tennistavolo ed è già una promessa. È nata ad Hama, la città biblica dei 17 mulini a 200 chilometri da Damasco. La città venne praticamente rasa al suolo durante la guerra civile. Hend non si è lasciata sopraffare dal dramma di quella sanguinaria guerra e ha continuato a giocare a ping pong e ad allenarsi senza sosta seguendo l’esempio di suo fratello maggiore. In quella stanza con il tavolo da ping pong il frastuono delle bombe e delle sparatorie quotidiane si sentiva meno e lei trovava la forza per andare avanti e riuscire a realizzare i suoi sogni. Malgrado si allenasse su tavoli scalcagnati con materiali rimediati qua e là e potendo contare solo sulla luce del sole perché l’elettricità spesso mancava, Hend ha lavorato sodo per diventare una campionessa. E ci sta riuscendo. È arrivata a Tokyo qualificandosi per i Giochi all’età di 11 anni diventando anche la prima atleta della Siria a partecipare al torneo di tennistavolo attraverso la fase di qualificazione. Hend gioca dall’età di 5 anni, si allena all’Al-Muhafaza Table Tennis Club di Damasco ed è l’unica in Siria ad aver vinto in tutte e quattro le categorie: speranze, cadette, junior e senior. “Non ho mai visto nessuna giocare con la sua stessa gioia e nessuna prepararsi con la sua meticolosità: aveva ovviamente molti aspetti tecnici da migliorare, ma il suo atteggiamento sempre positivo rappresentava una garanzia per il futuro”, disse di Hend Eva Jeler, ex coach della nazionale tedesca e animatrice di un progetto di reclutamento di giovani talenti. Così Hend iniziò ad allenarsi tutti i giorni per almeno 3 ore sei giorni alla settimana. Nel 2019 dopo aver vinto il titolo nazionale in tutte e quattro le categorie previste, comprese le senior, partecipa alle qualificazioni olimpiche per l’Asia Occidentale ad Amman. Rischia subito di ritirarsi a causa di un’infiammazione a una caviglia, procurata dall’adattamento a un pavimento perfettamente levigato, lei che è abituata al fondo sconnesso di cemento del suo club, ma in finale batte la libanese Mariana Sahakian, che di anni ne ha 42. “Lo dedico a me e alla mia famiglia, il sogno adesso è di salire sul podio all’Olimpiade di Parigi”. Senza dimenticare gli studi: “Alla mia età, la pressione della scuola è relativa, ma ho bisogno di un programma che mi permetta di non sovrapporre l’apprendimento con lo sport”. Così, per consentirle di allenarsi senza avere problemi con la scuola, papà ha messo sotto contratto degli insegnanti privati.Hend Zaza è la quinta atleta più giovane delle Olimpiadi moderne, la più giovane di sempre nel ping pong. Una statistica che si aggiorna dopo Grenoble ‘68 quando la più giovane fu la pattinatrice di figura romena Beatrice Hustiu. La sua è una favola bella e tutto il mondo fa il tifo per lei.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

L'invasione delle azzurre alle Olimpiadi. Per la prima volta nella storia la spedizione italiana ai giochi è composta quasi per metà da donne. Oggi sono 184. A Tokyo 1964 erano undici su 159. Le nostre atlete puntano alle medaglie e a conquistare la parità di genere sul campo. Ma dietro le scrivanie del Coni il maschio in età avanzata rimane padrone. Gianfrancesco Turano su L'Espresso il 21 luglio 2021. I giochi del silenzio iniziano venerdì 23 luglio a Tokyo. Dopo la sbornia dell’Europeo di calcio con Wembley pieno e il torneo di Wimbledon tutto esaurito, il primo ministro giapponese Yoshihide Suga ha scelto la linea di massima prudenza a costo di rimetterci 700 milioni di euro in biglietti. Non saranno ammessi spettatori locali, stranieri e atleti non vaccinati. Gli accrediti per allenatori e staff saranno ridotti al minimo. Al posto del tifo, che in Giappone è ampiamente no-vax con solo il 15 per cento della popolazione immunizzata, ci saranno le voci degli atleti in corsa per le medaglie. Nel caso dell’Italia saranno in larga parte voci femminili. Un anno e un secolo dopo Anversa 1920, quando la prima italiana della storia si presentò in gara ai giochi, la rappresentativa azzurra ha sfiorato la perfetta parità di genere a quota 184. Il risultato è tornato a favore dei maschi soltanto all’ultimo, con la qualificazione dei dodici cestisti capaci di vincere il pre-olimpico di Belgrado contro i favoritissimi padroni di casa della Serbia. La presenza delle donne è cresciuta rapidamente. La loro prima apparizione risale ai giochi di Parigi del 1900, seconda edizione delle olimpiadi moderne, e si dovette faticare a convincere il barone francese Pierre De Coubertin a modificare il suo purismo classicista, mantenuto ad Atene 1896 in onore della tradizione ellenica che vietava a donne e schiavi le gare di Olimpia. Neanche a dirlo il primo oro femminile andò al paese delle suffragette con la vittoria nel tennis della britannica Charlotte Cooper. Tempi lontani? Soltanto ventuno anni fa a Sidney le italiane erano meno di un terzo dei selezionati per i giochi. Nella prima olimpiade giapponese (Tokyo 1964) erano undici contro 148 uomini, addirittura due in meno di Berlino 1936, quando Trebisonda Valla detta Ondina vinse il primo oro di un’italiana negli 80 metri a ostacoli e la regia della manifestazione era affidata a Leni Riefenstahl, autrice del documentario “Olympia” su commissione di Adolf Hitler. Oggi la boxe italiana presenta ai giochi solo donne per la prima volta nella storia. Saliranno sul ring Giordana Sorrentino, Angela Carini, Rebecca Nicoli e Irma Testa. Sulle azzurre si rischia la retorica compensativa. In realtà, da anni il movimento sportivo femminile ha ottenuto prestigio e ammirazione nell’unico modo che davvero conta, attraverso il merito sul campo. Nell’età dei valori post-decoubertiniani, resta ancora lontano l’ultimo obiettivo della parità, la gratificazione economica. Ma il professionismo sportivo maschile muove una massa di denaro molto superiore e gli ingaggi si regolano di conseguenza, almeno per quelle realtà che hanno un mercato al di fuori della platea olimpica. La portabandiera azzurra, l’olimpionica del tiro a volo Jessica Rossi, 29 anni, ha sicuramente minori possibilità di fatturato rispetto al portabandiera maschio, il ciclista Elia Viviani, 32 anni. Com’è sacrosanto, il Coni non discrimina. I premi della trentaduesima olimpiade distinguono solo il genere metallico delle medaglie. Un oro vale 180 mila euro con un aumento di 30 mila sul 2016. L’argento olimpico è salito da 75 a 90 mila euro. Il bronzo, da 50 a 60 mila euro. Per molti atleti, abituati a sacrificarsi per la gloria, un rimborso spese e qualche contrattino dagli sponsor tecnici, sarà la maggiore occasione di guadagno della loro avventura sportiva mentre i neocampioni europei di calcio escono dalla finale con l’Inghilterra con 250 mila euro di premio. Argent de poche. Matteo Berrettini, primo finalista italiano a Wimbledon che a Tokyo potrebbe giocarsi la rivincita contro il serbo Novak Djokovic ha incassato poco più di un milione in euro. 

EL PASO, ITALIA. Gli italiani nati su suolo straniero saranno in cinquanta, poco meno di uno su otto. Nel gruppetto dei diversamente italiani ci sono storie e profili molto vari. L’atletica leggera che tenta di uscire da anni di buio profondo si affida all’italo-texano Marcell Jacobs, la freccia di El Paso capace di stabilire il nuovo record nazionale sui 100 metri con 9”95, un tempo da finale. Negli squadroni del volley, entrambi da medaglia, i maschi potranno di nuovo contare su Osmany Juantorena da Santiago di Cuba e le donne su Indre Sorokaite, lituana di Kaunas arrivata in Italia a quattordici anni. Nel Settebello c’è il francese Mike Bodegas. È senese per caso il nuovo fenomeno del basket, Niccolò Mannion, padre Usa e madre italiana come Jacobs. Mannion è nato nel 2001, quando il padre Pace chiudeva la carriera in Toscana. L’Italdonne si è qualificata nella pallacanestro 3x3, una delle cinque discipline al debutto insieme all’arrampicata sportiva, allo skateboard, al surf, al karate, al baseball e al softball, la versione femminile del baseball, con l’Italia presente. Gli azzurri si confermano forti nel collettivo con un’eccezione importante. Dopo la vittoria della nazionale del ct Roberto Mancini l’11 luglio a Wembley, il calcio azzurro non sarà a Tokyo, né in versione maschile né in versione femminile, nel rispetto di una tradizione poverissima risultati con un unico oro a Berlino nel 1936. L’ultima partecipazione della nostra Olimpica, che grosso modo corrisponde all’Under 21, risale a Pechino 2008. Tornano a pieno regime le squadre anche nella scherma, l’unico sport che l’Italia domina nella storia dei giochi con 125 medaglie e che è rappresentato al governo da Valentina Vezzali, sottosegretario con delega allo sport e pluriolimpionica del fioretto con sei ori. 

GOVERNISSIMO MALAGÒ. Per le discipline della politica, la delegazione italiana a Tokyo si presenta all’insegna del governissimo. Ma non è Giovanni Malagò a ispirarsi a Mario Draghi, casomai il contrario. Il presidente del Coni è fresco di rielezione ad ampia maggioranza, lo scorso 13 maggio, con 55 voti, pari al 79,7 per cento dei consensi. Il suo avversario Renato Di Rocco, ex della federazione ciclismo, ha preso soltanto 13 voti nonostante fosse spalleggiato da Paolo Barelli della Federnuoto e Angelo Binaghi di Federtennis, nemici intimi del presidente in carica dal febbraio 2013. La foto dell’election day dice più di mille parole. Nei locali del circolo del tennis milanese intitolato all’ex presidente del Coni Alberto Bonacossa, Malagò saluta i delegati avendo alla sua sinistra Franco Carraro, 81 anni, e alla sua destra Mario Pescante, 83 anni, entrambi membri del Cio. Il comitato olimpico internazionale ha avuto il suo da fare per sostenere Malagò nella guerra santa di ogni presidente del Coni, l’autonomia dello sport, messa sotto pressione da leghisti e grillini. Il principio è giusto. Peccato passi per una gestione da Pcus, con un pugno di presidenti dal 1947 a oggi. Fra i sei predecessori di Malagò nel dopoguerra spiccano il fedelissimo andreottiano Giulio Onesti, in carica per trentun anni, e l’altrettanto andreottiano Stefano Petrucci, 76 anni, sopravvissuto al suo mentore politico con una poltrona da presidente in Federbasket confermata lo scorso novembre da candidato unico con voto plebiscitario. È la terza volta di fila, la quinta in totale. A dispetto del risultato elettorale, non sono stati anni semplici per Malagò, 62 anni, di mestiere concessionario di auto di lusso con affaccio su villa Borghese. Il signore degli anelli italiani ha prima dovuto affrontare le polemiche sul numero dei mandati, con il terzo concesso da un decreto del ministro dello Sport Luca Lotti ai tempi supplementari del governo Gentiloni nel gennaio del 2018. Subito dopo sono arrivati gli scontri con il governo gialloverde e con Giancarlo Giorgetti, che ha azzoppato il potere malaghista creando la società Sport e salute e affidandola a Vito Cozzoli, manager di fede grillina ed ex capo di gabinetto al Mise di Federica Guidi, Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli. 

DERBY AL FORO ITALICO. Lentamente Malagò ha recuperato terreno mentre l’opposizione al suo sistema di potere si affievoliva. A metà giugno il Coni si è ripreso l’istituto di medicina sportiva dell’Acqua Acetosa, con il decreto attuativo di una legge di inizio anno. Sul fronte interno il sistema ormai è talmente consolidato che non teme di esibire le stanche liti di famiglia in una sorta di Casa Vianello sportiva. Il dualismo è particolarmente accentuato con Barelli, che ha i risultati dalla sua avendo portato le piscine italiane sulla ribalta internazionale. Se gli atleti con pass per Tokyo fossero deputati, come è attualmente Barelli dopo altre tre legislature in senato sempre nelle file di Forza Italia, gli eletti di cloro e corsia sarebbero il secondo partito. Ai Giochi la rappresentanza più numerosa è quella dell’atletica leggera (76). Ma se si sommano i nuotatori, i fondisti, quelli del sincronizzato, i tuffatori e la pallanuoto con Settebello e Setterosa si contano 67 qualificati e 66 partecipanti, perché Gregorio Paltrinieri gareggerà sia in vasca sia in mare. Su trentasei nuotatori sette hanno la doppia tessera in quanto atleti della Canottieri Aniene, il circolo romano che in vent’anni di presidenza (1997-2017) Malagò ha trasformato in un centro di relazioni non solo sportive. Per livello competitivo e possibilità di conquistare medaglie, tra Fin e Fidal non esiste confronto. Federica Pellegrini, Simona Quadarella, Margherita Panziera, l’uomo-pesce Paltrinieri, reduce dalla mononucleosi, sono ai vertici mentre inizia una carriera promettente Giulia Vetrano del Centro nuoto Nichelino, la più giovane fra gli azzurri con i suoi quindici anni e mezzo (il limite di età è quattordici). Nel reparto scrivanie invece innovazione e gioventù sono rarità. Alcune federazioni importanti, come il ciclismo o l’atletica leggera, hanno cambiato dopo presidenze che sembravano eterne. Nella Federciclismo lo sfidante di Malagò, il romano Di Rocco, 74 anni, ha lasciato al lombardo Cordiano Dagnoni, 57 anni, ex pistard che ha battuto dopo un ballottaggio molto tirato il suo quasi coetaneo e sprinter ben più titolato, il padovano Silvio Martinello, 58 anni. Alla Fidal ha prevalso Stefano Mei, ex mezzofondista di livello internazionale dopo nove anni di poca soddisfazione con Alfio Giomi, 73 anni. A scavare fra i votanti delle elezioni del Coni di maggio compaiono nomi visti per decenni nelle cronache politiche come quello del nisseno Sergio D’Antoni, ex segretario generale della Cisl, che a 74 anni è membro di giunta per conto dei comitati regionali oltre a guidare il Coni in Sicilia. La carica di segretario generale, occupata per diciannove anni dall’ex parlamentare berlusconiano Pescante, è oggi affidata a Roberto Fabbricini, 76 anni, fratello minore di Massimo, 78 anni, che ha ereditato la presidenza dell’Aniene. Anche per Malagò la revolving door è pronta. Alla fine dell’ultimo mandato quadriennale, non rinnovabile salvo soluzioni alla Vladimir Putin, il presidente onorario dell’Aniene compenserà la perdita della poltrona del Foro Italico con quella di presidente della Fondazione per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina del 2026, che già occupa nonostante le feroci critiche iniziali dei 5 Stelle, momentaneamente presi da altre faccende. Non c’è da temere che la sua presa sullo sport italiano si allenti. Le olimpiadi logorano chi le pratica, non chi le organizza. 

A Tokyo 2020 la nazionale dei rifugiati: ecco gli atleti del “Paese che non c’è”. Sono una trentina, scampati a guerre e dittature e andranno ai Giochi grazie alla squadra nata per le Olimpiadi del 2016. Le loro storie. Gigi Riva su L'Espresso il 21 luglio 2021. Il Paese che non c’è non ha terra né confini ma conta ottanta milioni di persone e ne manda (Covid-19 permettendo) 29, 19 uomini e 10 donne, alle Olimpiadi di Tokyo, qualcuno con speranza di medaglia ma è un dettaglio perché hanno già vinto in quella gara di maratona che è stata per tutti la vita. La loro origine è la mappa delle catastrofi della contemporaneità: Sud Sudan, Eritrea, Camerun, entrambi i Congo, Afghanistan, Siria, Iran, Iraq, Venezuela. Loro sono gli atleti del team dei Rifugiati, sfileranno dietro la bandiera bianca a cinque cerchi, gareggeranno in dodici discipline. Sono fuggiti da guerre e dittature, una corsa a ostacoli lunga come un Calvario per approdare in campi di allenamento come, per gli africani, il “Tegla Loroupe Peace Foundation” sulle colline di Ngong, vicino a Nairobi, la capitale del Kenia. Dove si è preparata la veterana Anjelina Nadai Lohalith, 28 anni, già presente a Rio 2016 (allora i profughi erano dieci), mezzofondista dei 1500 metri. Aveva 9 anni quando assieme alla zia ha intrapreso la marcia dal Sud Sudan devastato dalla guerra civile per approdare al campo profughi di Kakuma nel Bacino di Turkana, un deserto al centro del quale c’è un lago. Lì ha potuto frequentare il liceo e un professore si è accorto della sua facilità di falcata e delle sue doti di resistenza. Qualità che l’hanno portata fino ai Giochi brasiliani. Una parentesi per diventare madre e quindi la volontà di ripetere l’esperienza tra le difficoltà accentuate dalla pandemia e dalla temporanea chiusura di Ngong. Ce l’ha fatta e tanta perseveranza è dovuta a un’idea fissa: «Se andrò lontano, se avrò successo, voglio aiutare i miei genitori». Che non vede da 18 anni. Nello stesso periodo di Anjelina, agli albori del nuovo Millennio a Kakuma arrivò anche la sua bellissima coetanea Rose Nathike Lokonyen. Nel suo villaggio del Sud Sudan, Chukudum, avevano fatto irruzione soldati malintenzionati, assieme ai genitori e a tre fratelli minori era scappata prima a piedi e poi con mezzi di fortuna. Era assolutamente digiuna di sport ma alla prima corsa cui partecipò si classificò seconda. Un incoraggiamento a proseguire per migliorare i tempi e diffondere due messaggi, «far conoscere la tragedia del mio Paese e divulgare la necessità della pace in Africa». A Rio de Janeiro fu portabandiera dei rifugiati e nella prossima competizione globale mira a scendere sotto il suo record di 2’13”39 stabilito ai Mondiali di Doha, in Qatar, nel 2019. La stessa distanza, gli 800 metri, è anche il regno di James Nyang Chiengjiek, 29 anni, di Bentiu, sempre Sud Sudan. Il padre, militare di carriera, fu ucciso nel 1999 durante la seconda guerra civile nel Paese. E a 13 anni James, per non correre il rischio di essere reclutato dai ribelli, se ne andò da casa per approdare nel solito campo di Kukuma che ospita 180 mila profughi. Non avendo l’abitudine a correre con le scarpe, ha preferito mostrare le sue doti da scalzo, spesso ferendosi ai piedi. Non ha ceduto: «Ho scoperto di avere un talento, e se dio me lo ha dato lo devo usare». Come sta facendo anche il suo connazionale Paulo Amotun Lokoro, pastore per tradizione di famiglia finché...«Arrivò la guerra, non potevamo fare altro che scappare. Ci nascondevamo di cespuglio in cespuglio. Non avevamo cibo, coglievamo solo frutti dagli alberi». Nella fuga perse contatto con i parenti, rimase solo con uno zio per due anni. Poi la madre lo rintracciò e lo portò in salvo oltre confine. Al “Tegla Loroupe” (dal nome della tre volte campionessa mondiale di mezza maratona che lo ha finanziato) «ho imparato a vivere da atleta”. Forse non riuscirà a realizzare il proposito di «diventare campione del mondo», ma i suoi 5000 metri saranno comunque emozionanti. La gara regina delle Olimpiadi, i 100 metri, vedrà ai blocchi di partenza Dorian Keletela, 22 anni, orfano fin da piccolo, entrambi i genitori uccisi nell’interminabile conflitto della Repubblica Democratica del Congo. Per dargli un’opportunità, quando di anni ne aveva 17 la zia decise, per regalargli una chance, di portarlo con lei in Portogallo. Dopo un anno in un campo profughi ha imparato una nuova lingua. La sua forza esplosiva è stata decisiva perché fosse indirizzato dagli allenatori verso la distanza minima: «Voglio che la gente sappia di me che sono una persona determinata, che non si arrende mai e segue i suoi sogni». Il suo credo si declina in cinque caratteristiche: fede, determinazione, coraggio, pazienza e perseveranza. Si allena tre ore al giorno per sei giorni la settimana. L’obiettivo, ancora piuttosto lontano in verità, è di abbattere la barriera del 10 secondi: «Vorrei che, finita la mia carriera, i giovani ricordassero il mio nome come fonte di ispirazione». Basta ripercorrere la biografia di Tachlowini Gabriyesos per capire che il suo approdo non poteva che essere la maratona. Il suo motto: «La rinuncia non fa per me». A 12 anni ha lasciato l’Eritrea dove è nato, ha attraversato a piedi il Sudan e l’Egitto, si è inoltrato nel deserto fino a raggiungere Israele dove ha incontrato un coach, Emek Hefer, che lo ha preso sotto le sue cure grazie a una borsa di studio del Cio. Il suo status gli provoca non pochi grattacapi quando deve attraversare le frontiere. Come nel 2019 quando doveva raggiungere Doha per i mondiali di atletica ma è stato trattenuto per 27 ore allo scalo di Istanbul per problemi burocratici legati al visto. Il che gli ha impedito di realizzare un buon tempo. Nell’ottobre scorso non è nemmeno riuscito a partire per Gdynia in Polonia per gli stessi intoppi di dogana. Nel marzo scorso è stato il primo atleta ad ottenere il pass per i Giochi di Tokio grazie al tempo che ha fatto segnare durante la maratona all’Hula Lake Park in Israele, ed era solo la seconda volta che affrontava la distanza di Filippide. Se i Giochi si fossero svolti nella data prestabilita non ci sarebbe stata l’eritrea Luna Solomon perché reduce da una maternità. La dilazione di un anno la vedrà invece nella postazione di tiro con carabina ad aria compressa a dieci metri dal bersaglio. A casa sua non c’era libertà e ha intrapreso il viaggio della speranza che si è concluso in Svizzera. Dello sport che la porterà a Tokio non aveva mai nemmeno sentito parlare. Quando lo ha provato, a ridosso delle Alpi, ed era solo due anni fa, ha scoperto la vocazione. Non sarebbe bastata senza il felice incontro con il tre volte campione olimpico italiano Niccolò Campriani. Il quale, appesa la carabina al chiodo, si è dedicato con passione ai profughi per trasmettere le sue competenze tanto da farne iscrivere due (l’altro, Mahdi Yovari, gareggerà sotto la bandiera dell’Afghanistan) alla competizione. Una gioia pari a quella dei suoi successi. Dal martoriato Paese in guerra da più di 40 anni e dove, dopo il ritiro dei soldati occidentali, stanno riguadagnando terreno i talebani, arriva pure Masomah Ali Zada, della minoranza hazara. Fu durante la precedente tirannia degli studenti coranici che Masomah assieme alla famiglia cercò ricovero in Iran dove si innamorò della bicicletta. Rientrata in patria quando il regno dei jihadisti sembrava terminato, si accorse che certi pregiudizi sulle donne e lo sport erano comunque duri a morire. Mentre si allenava per le strade di Kabul veniva minacciata di morte dagli ultraconservatori. Una volta, dopo essere stata travolta da una macchina, ha subito la beffa della derisione da parte dell’autista. Un avvocato francese rimasto colpito dalla sua storia è riuscito ad ottenere prima un visto e poi l’asilo per lei, sua sorella e una terza ciclista. Masomah studia all’università di Lille, secondo anno di ingegneria, vedrà i Cinque Cerchi da protagonista. Nel cuore coltiva una speranza: «Un giorno il ciclismo deve diventare tradizione per tutte le ragazze afgane». Le bande talebane avevano messo nel mirino anche Abdullah Sediqi, 24 anni, per la sua pratica del taekwondo. Quattro anni fa, la fuga in Europa per continuare a praticarlo: «È stato estenuante, ci sono stati giorni in cui ho camminato anche dodici ore di fila». Ad Anversa in Belgio ha trovato un allenatore e una palestra. A soli 23 anni il nome di Yusra Mardini si trova già nel Giardino dei Giusti di Milano. Siriana, nuotatrice sin da piccola, nel 2015 zigzagando tra le bombe ha deciso di andarsene da Damasco con i parenti. Beirut, la Turchia, Smirne il mare Egeo, dove la comitiva assieme ad altri migranti sale su un gommone per l’isola greca di Lesbo. Sono in venti. Troppi. Il gommone imbarca acqua. Gettano i bagagli a mare ma con è sufficiente. Sono in balìa delle onde e mancano ancora cinque chilometri alla riva. Yusra, la sorella Sarah e un’altra ragazza si tuffano, trainano il gommone e dopo tre ore e mezza, la salvezza. Poi l’Odissea via terra lungo la rotta balcanica, Macedonia, Serbia, Ungheria, Austria, Germania e la Berlino che l’accoglie in una vasca d’acqua finalmente placida. In Germania ha ritrovato anche il connazionale Alaa Maso, nuotatore stile libero sulle distanze brevi che pure farà parte della comitiva. Tra i rifugiati, l’uomo che ha le maggiori possibilità di salire sul podio, forse addirittura il più alto, è il karateka iraniano categoria -67 chili Hamoon Derafshipour. Era già una star a Teheran. Nonostante questo non poteva ottenere ciò che desiderava nella terra degli ayatollah: essere allenato da sua moglie Malekipour, ex karateka a sua volta, che aveva dovuto lasciare l’agonismo a causa di un infortunio al ginocchio. La coppia non aveva altra strada se non quella dell’esilio in Canada, ora coronata dalla chiamata per Tokyo. 

Il debutto a Rio 2016. Che cos’è la Squadra Olimpica dei Rifugiati, il Refugee Team ai Giochi di Tokyo. Vito Califano su Il Riformista il 23 Luglio 2021. Ha rischiato di essere squalificato ma alla fine ce l’ha fatta: la squadra olimpica dei rifugiati, alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Tokyo 2020, ha sfilato con la bandiera olimpica dopo la Grecia. È arrivato alla spicciolata, a gruppi, e poco alla volta in Giappone il Refugee Team. Un gruppo era rimasto bloccato sulla rotta Qatar-Giappone: bloccato a Doha per quasi una settimana a causa di un contagiato al coronavirus emerso nel gruppo degli accompagnatori. I primi atleti sono arrivati venerdì 19 luglio, all’aeroporto di Narita. Il Refugee Team è composto in tutto da 29 atleti, 11 donne e 18 uomini, 16 allenatori e 10 accompagnatori. Il suo acronimo è EOR, che sta per Equipe Olympique des Réfugiés, e tutti gli atleti gareggiano grazie a una borsa di studio del CIO, da 11 Stati di origine e 13 stati ospitanti – ovvero i Paesi dove hanno ottenuto lo status di rifugiato. Alle premiazioni suona l’inno delle Olimpiadi. La squadra ha debuttato per la prima volta alle Olimpiadi del 2016. “Questa partecipazione rappresenta una pietra miliare nella collaborazione ventennale dell’UNHCR con il Comitato Olimpico Internazionale (COI) – aveva osservato, come si legge sul sito, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – un rapporto determinante nella promozione del ruolo dello sport nello sviluppo e benessere dei rifugiati, in particolare dei bambini, in tutto il mondo. Attraverso progetti congiunti, abbiamo promosso programmi giovanili e attività sportive in almeno 20 paesi, riabilitato campi sportivi in diversi campi rifugiati, e fornito kit sportivi per giovani rifugiati”. A competere per la prima volta con Refugees Team in Brasile erano stati due nuotatori siriani, due judoka della Repubblica Democratica del Congo, e sei corridori da Etiopia e Sud Sudan. L’imprevisto di Doha ha messo in seria difficoltà la delegazione, in costante contatto con Tokyo. In Qatar la squadra si era fermata per un’ultima sessione di allenamenti negli impianti dell’Aspire Zone. A risultare positiva, secondo Repubblica, era stata l’ex mezzofondista keniota Tegla Loroupe, a capo della missione, che aveva ricevuto una sola dose di vaccino, e in attesa della somministrazione di richiamo. Gli atleti sono stati costretti all’isolamento per cinque giorni e a test quotidiani. Potevano allontanarsi dalla struttura solo per gli allenamenti. Il Refugee Team compete in 12 sport in tutto: judo, taekwondo, karate, boxe, wrestling, ciclismo, nuoto, badminton, atletica, sollevamento pesi, tiro a segno, canottaggio. Ne fanno parte sei atleti che hanno già partecipato a un’Olimpiade, a Rio nel 2016: la nuotatrice Yusra Mardini (Siria) – ambasciatrice dell’Alto commissariato per i rifugiati, il judoka Popole Milsenga (Congo) e, nell’atletica leggera, i quattro sudsudanesi Anjelina Nadai, James Nyang Chiengjiek, Paulo Amotun Lokoro e Rose Nathike Lokonyen. A febbraio si è aggiunta al team la medagliata Kimia Alizadeh, iraniana, bronzo nel taekwondo (categoria inferiore ai 57 kg) a Rio. L’anno scorso è fuggita in Germania dopo aver rivendicato di essere “una delle milioni di donne oppresse in Iran”. Lo scorso febbraio le è stato riconosciuto lo status di rifugiata. Luna Solomon, eritrea, qualificata per il Tiro a Segno, è allenata dal plurimedagliato italiano Niccolò Campriani, tre ori e un argento tra Londra e Rio.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Ecco chi sono i dieci atleti più ricchi che partecipano ai Giochi Olimpici. Dal nostro inviato a Tokyo Marco Bellinazzo su Il Sole 24 ore.com il 23/7/2021. Ecco chi sono i dieci atleti più ricchi che partecipano ai Giochi Olimpici. Nella classifica stilata da Forbes delle presenti a Tokyo ci sono sei cestisti della Nba, tre tennisti e un golfista. Insieme in 12 mesi hanno incassato 350 milioni di dollari. Probabilmente solo qualcuno sfilerà nell'Olympic Stadium di Tokyo dietro la bandiera della rispettiva nazionale, ma ai Giochi di Tokyo parteciperanno anche delle star globali dello Sport System. Forbes ha stilato la classifica dei 10 atleti più ricchi che hanno deciso di rincorrere l’oro olimpico in Giappone. La graduatoria è stata compilata analizzando i guadagni tra il maggio 2020 e il maggio 2021, considerando sia le entrate “sportive” (premi in denaro, stipendi e bonus) sia quelle extra-sportive come sponsorizzazioni e licensing. Certo per alcune delle star pesano gli effetti della pandemia: ad esempio i cestisti dell’Nba hanno dovuto fare i conti con un taglio del 20% degli stipendi. Tra le star più ricche presenti a Tokyo ce ne sono sei, insieme a tre tennisti e un golfista. Insieme in 12 mesi hanno incassato poco più di 350 milioni di dollari.

Il podio. In cima alla classifica c'è la stella dei Brooklyn Nets, Kevin Durant, che ha già vinto due medaglie d’oro olimpiche a Londra e Rio, con 75 milioni. Il due volte campione Nba ha anche investito nelle rete multimediale Boardroom, ha partecipazione del 5% nei Philadelphia Union franchigia della Mls e una società di venture capital, Thirty Five Ventures. Al secondo posto si issa Naomi Osaka che ha infranto i record di guadagni per le atlete, superando la veterana Serena Williams e l'ex detentrice del record Maria Sharapova. La 23enne, considerata il nuovo volto del tennis, ha guadagnato 55 milioni in sponsorizzazioni e 5 milioni in premi in denaro in 12 mesi. Con oltre 20 partner, tra cui nuovi arrivati come Google, Louis Vuitton, Workday e Levi’s, Osaka è al n. 12 nella lista degli atleti più pagati di Forbes per il 2021. Sul gradino più basso del podio sale invece il playmaker dei Portland Trailblazers e sei volte NBA All-Star Damian Lillard. Il 31enne ha accumulato con 40 milioni di dollari stringendo accordi di sponsorizzazione con Adidas, Gatorade, Hulu e 2K Sports, tra gli altri. Nel 2014, Lillard ha rinegoziato un nuovo contratto decennale con Adidas del valore di 100 milioni per la sua linea di scarpe più venduta, Dame. Lillard, noto anche con il suo alias rap Dame D.O.L.L.A (Different On Levels the Lord Allows), ha pubblicato tre album in studio con la sua etichetta discografica, Front Page Music. Il debuttante olimpionico appare sia nella colonna sonora di Space Jam: A New Legacy che nel film (interpretando il ruolo di Chronos). In realtà, Jayson Tatum (quarto) insegue da vicino Lillard avendo siglato un contratto con i Boston Celtics da 39 milioni a stagione.

Tennis e golf. Quinto si piazza con 34,5 milioni di dollari il numero uno del tennis maschile Novak Djokovic che cerca a Tokyo il Golden Slam, vincere i quattro tornei dello Slam (gli manca solo gli Open Usa, dopo le vittorie in Australia, Parigi e Wimbledonm che gli ha fruttato 2,4 milioni) più l'oro olimpico. Un filotto riuscito solo alla tedesca Steffi Graf nel 1988. Oltre ai premi in denaro il tennista serbo ha guadagnato 30 milioni dalle sponsorizzazioni con aziende come Lacoste, Peugeot, NetJets e il produttore austriaco di attrezzature per il tennis Head. Rory McIlroy, considerato uno dei più grandi giocatori del golf insieme a Tiger Woods, è invece sesto nella classifica di Forbes, avendo raccolto 29 milioni di dollari da partner commerciali come Nike, Omega e UnitedHealth Group. Ha anche fondato GolfPass con NBCSports, un pacchetto di streaming digitale con abbonamento da 10 dollari al mese dove offre agli appassioni le sue istruzioni tecniche in esclusiva. Altro tennista giapponese in classifica, all'ottavo posto, è Kei Nishikori che guadagna 30 milioni tra ricche sponsorizzazioni assicurate da marchi come Japan Airlines, Lixil e Nissin, che sono anche partner olimpici.

Superstar Nba. Nishikori è preceduto da un'altra superstar Nba Devin Booker - settimo con 30,5 milioni - che ha guidato i Phoenix Suns alla finale Nba 2021 persa contro i Milwaukee di Giannis Antetokounmpo. Booker è diventato il giocatore più pagato nella storia dei Suns firmando un contratto quinquennale da 158 milioni di dollari nel 2018 e guadagna 7 milioni grazie a sponsor come Nike e Call of Duty.

Olimpiadi Tokyo 2021, quanti soldi guadagnano gli italiani vincendo le medaglie? Premi aumentati per oro, argento e bronzo. Stefano Villa il - 17 Giugno 2021 su oasport.it. L’Italia sarà presente alle Olimpiadi di Tokyo 2021 con una delegazione di circa 350 atleti (sono ancora in corso di svolgimento alcune qualificazioni, il numero esatto del contingente sarà chiaro attorno al 10 luglio). La nostra Nazionale ha grandissime ambizioni per i Giochi, in programma nella capitale del Giappone da venerdì 23 luglio a domenica 8 agosto, e si può giocare concrete chance di medaglia: le occasioni per salire sul podio a cinque cerchi e per puntare al titolo più ambito non mancheranno di certo ai nostri portacolori. La competizione sportiva più importante e prestigiosa al mondo giunge dopo ben cinque anni dall’ultima edizione di Rio 2016, a causa del rinvio di un anno dovuto alla pandemia che ha colpito l’intero pianeta. Dunque è ormai trascorso un lustro dall’avventura in Brasile e tante cose sono cambiate nella nostra quotidianità e nell’universo sportivo. L’intera popolazione ha dovuto fare dei sacrifici a causa dell’emergenza sanitaria e anche gli sportivi si sono vistri stravolgere la propria vita, vedendosi rimandato l’appuntamento sognato da sempre. Proprio per premiare l’arduo lavoro e l’impegno degli azzurri, il Coni ha deciso di aumentare i premi in denaro assicurati ai nostri portacolori in caso di conquista di medaglie nel Sol Levante. A parlarne è stato Giovanni Malagò, Presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, in una dichiarazione rilasciata all’Ansa: “Su idea di Carlo Mornati, che ho volentieri recepito, la Giunta ha deliberato che, dopo quattro Olimpiadi in cui sono rimasti inalterati, aumenteremo i premi del 20% lordo, da 50mila a 60mila euro per il bronzo, da 75mila a 90mila per l’argento, da 150mila a 180mila per l’oro. Un atto dovuto verso gli atleti che in questo anno hanno fatto tanti sacrifici“. Gli azzurri che riusciranno a laurearsi Campioni Olimpici riceveranno un buon assegno di 180.000 euro. Cifre interessanti anche per chi riuscirà a salire sul podio, visto che sono garantiti 90.000 euro per il secondo posto e 60.000 euro per la terza piazza. Va precisato che si tratta di premi lordi, dunque su di essi si devono pagare tutte le tasse previste dall’ordinamento vigente nel nostro Paese. Di seguito lo specchietto dettagliato su quanto valgono le medaglie e quanti soldi guadagnano gli italiani che conquisteranno medaglie alle Olimpiadi di Tokyo 2021.

QUANTI SOLDI GUADAGNANO GLI ITALIANI ALLE OLIMPIADI 2021? PREMI PER LE MEDAGLIE

MEDAGLIA D’ORO: 180.000 euro. Premio aumentato del 20% rispetto ai 150.000 euro di Rio 2016.

MEDAGLIA D’ARGENTO: 90.000 euro. Premio aumentato del 20% rispetto ai 75.000 euro di Rio 2016.

MEDAGLIA DI BRONZO: 60.000 euro. Premio aumentato del 20% rispetto ai 50.000 euro di Rio 2016.

Quanto guadagna un atleta olimpico italiano: gli stipendi degli sportivi nelle Fiamme Gialle e Fiamme oro. Fanpage.it il 23/7/2021. A cura di Marco Beltrami. Quanto guadagna un atleta olimpico italiano: gli stipendi degli sportivi nelle Fiamme Gialle e Fiamme oro. Alle Olimpiadi di Tokyo, molti atleti italiani indossano la divisa. Si tratta di atleti militari o di Stato che appartengono ad un determinato gruppo di forze armate: Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri ma anche Fiamme Oro (Polizia di Stato), Fiamme Gialle (Guardia di Finanza), Fiamme Azzurre (Polizia Penitenziaria), Fiamme Rosse (Vigili del Fuoco) e Forestale. Ecco tutto quello che c’è da sapere sugli stipendi nei gruppi sportivi. Molti degli atleti che partecipano alle Olimpiadi di Tokyo in programma dal 23 luglio all'8 agosto indossano la divisa. Questi campioni che rappresenteranno l'Italia ai Giochi rientrano nella categoria di atleti militari o di Stato. In sintesi, ognuno di loro appartiene ad un gruppo delle Forze armate. Ci sono così atleti dell’Esercito, atleti della Marina, atleti dell’Aeronautica e dei Carabinieri. Altre cinque categorie sono rappresentate dalle Fiamme Oro (Polizia di Stato), Fiamme Gialle (Guardia di Finanza), Fiamme Azzurre (Polizia Penitenziaria), Fiamme Rosse (Vigili del Fuoco) e Forestale. L'obiettivo delle Forze armate e dei gruppi militari è quello di promuovere la disciplina sportiva, con tutti questi atleti che ricevono dunque un regolare stipendio in base al grado che ricoprono. Cifre dunque che sono ben lontane da quelle percepite da altri sportivi, come per esempio i calciatori o i tennisti. In questo modo comunque gli atleti possono essere "sostenuti" nel corso delle loro attività, come non accade in nessun altra parte del mondo. Come si può diventare un atleta militare? Bisogna superare uno speciale concorso riservato a queste categorie, dopo aver dimostrato di soddisfare determinati requisiti. Basti pensare che proprio alla vigilia di Tokyo 2020 il saltista italiano Tamberi, è stato arruolato come vincitore del concorso della Polizia di Stato riservato agli atleti.

Cosa sono le Fiamme Gialle e qual è lo stipendio medio. Con il nome di "Fiamme Gialle", vengono riconosciuti tutti gli atleti che fanno parte dei gruppi sportivi della Guardia di Finanza. Possono competere in 12 differenti discipline, ovvero atletica leggera, judo, nuoto, tuffi, tiro a segno, tiro a volo, scherma, canoa, canottaggio, vela, biathlon e sport invernali (ovvero sci, biathlon, salto con gli sci, combinata nordica, bob, pattinaggio su ghiaccio). Uno degli atleti più famosi delle Fiamme Gialle è Filippo Tortu, il velocista primo italiano capace di scendere sotto i 10 secondi sui 100 metri piani che proverà a stupire alle Olimpiadi di Tokyo. Lo stipendio medio di un atleta delle Fiamme Gialle dipende dal grado che ricopre: un finanziere semplice ad esempio guadagna poco più di 1500 euro netti, con la cifra che può aumentare in caso di grado maggiore o anzianità di servizio. Un maresciallo ad esempio può guadagnare 1850euro al mese. Una cifra che poi è destinata a salire alla luce dei premi ottenuti nelle varie competizioni, o attraverso sponsorizzazioni.

Lo stipendio di uno sportivo nelle Fiamme Oro. Le Fiamme Oro invece sono il gruppo sportivo della Polizia di Stato e comprendono atleti di 43 discipline sportive. Anche in questo caso l'obiettivo è quello di accrescere il patrimonio sportivo nazionale e sono numerosi i campioni che prenderanno parte alle Olimpiadi di Tokyo. Fanno parte di questo gruppo il velocista e lunghista Marcell Jacobs e l'altista Gian Marco Tamberi (quest'ultimo da pochissimi giorni). Quanto guadagna uno sportivo nelle Fiamme Oro? Anche in questo caso il discorso è identico a quello per le fiamme gialle, con lo stipendio che dipende dal grado ricoperto in Polizia. Un poliziotto semplice incassa circa 1300 euro, con gli atleti che poi possono giovare di premi o sponsorizzazioni.

Il dibattito sugli atleti olimpici finanziati dallo Stato. Il caso degli atleti militari è stato sempre oggetto di un dibattito, anche perché si tratta di una situazione praticamente solo italiana. Alla base della contestazione di questa tradizione c'è il fatto che in tanti non accettano che sportivi professionistici possano essere di fatto pagate dallo Stato per fare sport (anche se scelte in base a concorsi, con requisiti fisici particolari e titoli sportivi di merito). Una posizione che viene contrastata da chi reputa giusto che lo Stato possa mettere i migliori atleti nelle condizioni di far bene in occasione dei principali eventi sportivi. Non bisogna anche dimenticare che atleti che praticano determinate discipline sportive dove non ci sono guadagni importanti, come nel calcio o nel tennis, senza questo tipo di sussidio statale probabilmente non potrebbero allenarsi e competere dunque ad alti livelli. A conferma di questo ecco le parole del responsabile della comunicazione del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle ai microfoni di Eurosport: "Un atleta italiano farà sempre fatica a guadagnare tanto, in qualsiasi disciplina. Lo stipendio mensile è quello di un finanziere normale e le uniche possibilità di guadagno ulteriore arrivano dagli sponsor e dai risultati sportivi. Se i piazzamenti non sono costanti, se la carriera è breve e non si riesce a restare ad alto livello per tanti anni, non verrà mai valorizzato a dovere tutto il lavoro fatto negli anni. Non basta una vittoria a cambiarti la vita".

Andrea Cuomo per “il Giornale” il 9 agosto 2021. Chissà se dalle parti del Foro Italico, sede del Coni, qualcuno avrà pensato: anche meno. La pioggia di metalli pesanti caduta sulla testa dello sport italiano, in particolare in questa seconda settimana ruggente (e pensare che un tempo la nostra riserva di caccia era la prima settimana, territorio di pistolettari, judoka, al massimo qualche ranista), ha infatti un suo costo. Il conto ammonta (finora) a 6,6 milioni di euro. Il totale dei premi spettanti a tutti gli atleti che sono saliti sul podio con la mascherina e la tuta di Armani che spopola nei meme per la somiglianza del logo tricolore al formaggetto Babybell. Il Paese più generoso con i propri olimpionici è Singapore, che «paga» un milione di dollari ogni oro. Bella forza, a Tokyo i singaporiani non hanno vinto nemmeno una medaglia e in tutta la loro storia olimpica ne hanno conquistate appena cinque, delle quali solo una d'oro (il nuotatore Joseph Schooling nei 100 farfalla a Rio). Seguono Indonesia, Kazakhstan e Azerbaigian (sedici medaglie in tre e un solo oro), E al quinto posto nella classifica della munificenza ecco l'Italia: 180mila euro per l'oro, 90mila euro per l'argento e 60mila per il bronzo. Tariffe aumentate del 20 per cento rispetto a Rio 2016, per «premiare i sacrifici fatti in questi anni difficili», ha detto Giovanni Malagò, padrone dello sport italiano spiegando il caro-podio. Va considerato peraltro che il premio non va diviso per la squadra, ma va intero a ogni atleta. Così la 4x100 che ieri ci ha fatto perdere la voce incasserà 720mila euro, così come il quartetto dell'inseguimento a squadre maschile del ciclismo su pista. Invece Federica Cesarini e Valentina Rodini del due di coppia di canottaggio fatturano 360mila euro (e meno male che sono pesi leggeri) come Caterina Banti e Ruggero Tita che hanno trionfato nella classe Nacra 17 della vela. Certi contabili poco romantici potrebbero quasi gioire della Caporetto delle nazionali degli sport di squadra, tutte ben lontane dal podio. A Rio l'argento della pallanuoto femminile (in rosa tredici ragazze) presentò un conto di 975mila euro al Coni. E i dodici pallavolisti della nazionale maschile che arrivarono secondi costarono ai contribuenti 900mila euro.

Francesco Persili per Dagospia il 24 luglio 2021. “Primo giorno di finali a Tokyo2020 e due pugliesi a medaglia. Ed è subito "Porca puttena!". Il giornalista di Libero Fabrizio Biasin rilancia su Twitter il tormentone di Lino Banfi che ha accompagnato la cavalcata azzurri agli Europei per celebrare l’oro del brindisino Vito Dell’Aquila nel taekwondo -58 kg. e l’argento del foggiano Luigi Samele nella sciabola. “Il dizionario è l’unico posto dove successo viene prima di sudore”, scrive su Instagram il 20enne Dell’Aquila che ha iniziato a praticare arti marziali per combattere la timidezza. “Togli la cera, metti la cera”. È cresciuto con il Maestro Miyagi e i film di Bruce Lee di cui il padre era un fan sfegatato. Umiltà e determinazione, nel giugno 2019 dopo aver perso ai quarti del World Taekwondo Grand Prix al Foro Italico a Roma disse: “Mi dispiace avervi deluso ma tornerò più forte di prima. Tra circa 10 giorni inizieranno gli esami di maturità e una volta terminati, potrò finalmente allenarmi a tempo pieno e dedicarmi solo al Taekwondo”. Tifa Juve, vuole laurearsi in scienza della comunicazione e sogna di diventare giornalista sportivo per scrivere di Taekwondo. Con Samele la sciabola individuale azzurra torna sul podio dopo l’argento di Diego Occhiuzzi nove anni fa. Un sogno che si avvera per Samele che domani spegnerà 34 candeline. Nel marzo 2020 dopo il rinvio delle Olimpiadi aveva masticato amaro temendo di aver perso l’ultimo treno. E dopo il decreto «Salva Olimpiadi» di gennaio 2021 che ha scongiurato le sanzioni CIO, aveva esultato: “La bandiera è salva. L’inno è salvo. Un vero incubo è scampato!” Oggi Samele festeggia la sua seconda medaglia olimpica dopo il bronzo a squadre di Londra 2012. “L’Olimpiade è un sogno che comincia da bambini. Dietro c’è un lavoro che non dura da 4 anni ma da una vita, da quando si prende per la prima volta in mano l’arma”.

Trionfo per il classe 2000 pugliese. Chi è Vito Dell’Aquila, prima medaglia d’oro italiana alle Olimpiadi grazie al taekwondo. Fabio Calcagni su Il Riformista il 24 Luglio 2021. Nel primo giorno "ufficiale" dei Giochi olimpici di Tokyo, l’Italia incassa la prima medaglia d’oro. Un risultato arrivato nella finale che ha visto trionfare Vito Dell’Aquila, giovane stella del taekwondo impegnato nella categoria fino a 58 chilogrammi. L’atto finale dell’atleta pugliese, originario di Mesagne, lo ha visto infatti superare il tunisino Mohamed Khalil Jendoubi, dopo che in semifinale Dell’Aquila aveva dominato e superato l’argentino Guzman con un punteggio di 29-10, lasciando a zero il rivale nell’ultimo dei tre round. Una finale vinta con una rimonta e conclusa col punteggio di 16-11: l’azzurro era infatti indietro nei primi due round, salvo poi recuperare nel finale del terzo round con una serie decisiva di colpi che hanno portato all’oro. Classe 2000, nato il 3 novembre a Mesagne, in provincia di Brindisi, a otto anni Vito ha iniziato a praticare l’arte marziale coreana nella palestra del maestro Roberto Baglivo. Nel 2019 il suo titolo più importante nella giovane carriera, con la vittoria del titolo europeo quasi in casa, a Bari, oltre al successo al Grand Prix final di Mosca battendo il numero uno del ranking, il coreano Jun Jang. LE PAROLE DI VITO – “Questo oro è dedicato a mio nonno, che non c’è più da un mese e stasera mi guardava da lassù: ero certo che avrei vinto”. Sono le prime parole di Vito Dell’Aquila, oro nel Taekwondo 58 kg. “La dedico a mio nonno, mi chiamo come lui. Diceva sempre ‘Vito vince, Vito vince, vedrete’. Io ero scettico, e invece aveva ragione lui”. Dell’Aquila ha spiegato di essersi vaccinato contro il Coronavirus: “Sono sincero, io avevo un motivo in più. Ma aderisco molto volentieri alla campagna lanciata dal presidente del Coni, Malagò, per promuovere la vaccinazione: è giusto che lo facciano tutti”.

ARGENTO NELLA SCIABOLA – È invece di Luigi Samele la prima medaglia italiana alle Olimpiadi, dalla pedana della sciabola. Dopo aver vinto la sua semifinale contro Kim Jung-hwan, rimontando in maniera pazzesca dal  7 a 12 e infilando 8 stoccate consecutive, i sogni dello schermidore foggiano si sono però infranti di fronte al fenomeno ungherese Aaron Szilagyi, già campione olimpico a Londra 2012 e a Rio 2016. 15 a 7 il risulto della finale che ha regalato a Samele l’argento olimpico nella sciabola. Una finale raggiunta dopo aver superato ai quarti di finale il compagno di squadra Enrico Berré. 

SEI AZZURRI IN QUARANTENA – Sei atleti della spedizione italiana a Tokyo, membri dei team di pugilato, tuffi e skateboard sono in quarantena al villaggio di Tokyo 2020. Come comunicato dal Coni, i sei si aggiungono ai sette dirigenti in isolamento, ma continueranno ad allenarsi e la loro situazione non pregiudica la partecipazione alle gare. La decisione delle autorità sanitarie giapponesi, che è stata comunicata al Comitato organizzatore e poi al Coni, è la conseguenza del “close contact” in aereo il 18 luglio scorso con un giornalista italiano trovato positivo al covid. Nella nota del Coni è “subito chiarito che tale posizione di ‘close contact’ non impatta sulla partecipazione ai Giochi di questi atleti, in quanto la normativa prevede che possono continuare ad allenarsi e a gareggiare, effettuando un tampone molecolare sei ore prima della gara. La procedura è già scattata subito dopo la comunicazione ufficiale al Coni. Inoltre, all’interno del villaggio gli atleti, benché in isolamento fiduciario – è scritto nel comunicato – continueranno a svolgere regolarmente tutte le loro attività propedeutiche alle competizioni olimpiche seguendo solo specifiche accortezze procedurali per quanto riguarda i pasti ed i trasferimenti agli impianti di gara”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.          

Tokyo 2020, Mirko Zanni bronzo inatteso nel sollevamento pesi: Italia a valanga, quinta medaglia. Libero Quotidiano il 25 luglio 2021. L'Italia non si ferma più e centra alle Olimpiadi di Tokyo 2020 la terza medaglia di bronzo della giornata, quinta complessiva contando l'oro e l'argento del debutto. Merito di Mirko Zanni, straordinario terzo nel sollevamento pesi nella categoria 67 chili. Davanti all'azzurro soltanto il cinese Chen e il colombiano Mosquera Lozano. Una medaglia sicuramente meno attesa di quelle agguantate poche ore prima da Elisa Longo Borghini nella prova in linea del ciclismo femminile (era già stata bronzo a Rio) e da Odette Giuffrida nel judo categoria -52 chilogrammi (era stata argento 5 anni fa). Le delusioni maggiori di questa seconda grande giornata vengono dal nuoto e dalla scherma. Alice Volpi perde la finale per il bronzo nel fioretto femminile, dove era una delle favorite, sconfitta dalla russa Korobeynikova: "Sono arrivata sfinita di testa, ho buttato via un'occasione importante per una medaglia che meritavo. Però questo è lo sport. Ho tirato con il freno a mano, mi hanno detto, questa medaglia di cartone è ancora peggio, sapevo quanto era importante, mi avrebbe fatto sorridere la medaglia di bronzo". Ancora più grande la delusione per Benedetta Pilato, fuori in batteria nei 100 rana donne e squalificata. Anche lei è finita in lacrime: era una delle grandi favorite per l'oro, ma è ha nuotato malissimo ed è stata punita per "gambata irregolare". Strepitosa, invece, la performance della staffetta azzurra maschile della 4x100 stile libero. Il quartetto composto da Alessandro Miressi, Santo Condorelli, Lorenzo Zazzeri e Manuel Frigo ha vinto la propria batteria con il tempo di 3.10.29, nuovo record italiano. L'Italia si è qualificata per la finale con il miglior crono in assoluto.

Benedetta Pilato, la verità sul disastro in piscina. "Cosa sentivo prima della gara". Le ragioni del crollo. Libero Quotidiano il 25 luglio 2021. "Avevo l’ansia": Benedetta Pilato si sfoga ai microfoni della Gazzetta dello Sport dopo la disfatta a Tokyo 2020. La 16enne azzurra, grande speranza del nuoto e primatista mondiale dei 50 rana, era una delle favorite per la vittoria nei 100 rana anche alle Olimpiadi di quest'anno, ma ha sbagliato in batteria e alla fine ha raccolto pure una squalifica. La giovane promessa, però, non sa spiegarsi il motivo di questa sconfitta: "Oggi stavo benissimo - ha raccontato - anzi non vedevo l’ora di fare la gara, è andata così non ci posso fare niente. Non mi do una spiegazione perché stavo benissimo in questi giorni". La Pilato è riuscita solo ad ammettere che a un certo punto della gara ha "iniziato a fare una fatica assurda, non lo so vedremo". Poi un discorso di bilancio: "In realtà questa è la mia seconda squalifica". Anche se poi ha aggiunto: "Ci ho fatto tutte le gare con queste gambe, ho fatto anche il record del mondo quindi boh". La squalifica per lei è arrivata a causa di una "gambata irregolare", segno che nulla è girato per il verso giusto in Giappone. "Non me lo spiego - è stato il suo commento a caldo, evidentemente ancora sotto "choc" sportivo -. Cercherò di capire".  

Da gazzetta.it il 27 luglio 2021. Benedetta, dopo la squalifica nella batteria dei 100 rana in cui puntava a una medaglia per colpa di una gambata irregolare, è rientrata a casa. Come tutti i ragazzi della sua età, il luogo migliore a cui affidare le proprie sensazioni sono i social. E su Instagram, Benny, ha scritto un lungo post: "Finisce qui una delle esperienze più belle della mia vita. Avrei voluto fare di più. È la frase che mi ripeto da due giorni nella testa con le lacrime agli occhi. Sono partita con un obiettivo e purtroppo torno a casa con un pò di delusione. Mi serve per crescere, per maturare e per riuscire meglio la prossima volta". Nonostante la delusione, la "botta" ancora calda, Benedetta ha la maturità e la lucidità di non buttare via tutto: "Non sarà questo a cancellare la stagione magnifica appena finita, che porterò sempre nel cuore. Un Record del Mondo, una medaglia importante e l’onore di essere qui, circondata dai 5 cerchi, a rappresentare la mia Nazione. Torno con la consapevolezza di quello che valgo e con il sorriso. Non sono brava con le parole e non sono solita nel fare queste cose, ma è proprio nei momenti di difficoltà che ci rendiamo davvero conto di chi ci vuole bene e di chi ci resta vicino a prescindere da tutto. Volevo ringraziare la mia famiglia e il mio allenatore, che in queste due settimane mi è mancato tantissimo".

SENZA TECNICO—   La stellina azzurra si riferisce a Vito d'Onghia, il suo tecnico, che non è potuto volare a Tokyo perché non in possesso del patentino. Alla fine, un grazie anche ai (pochi) detrattori: "Grazie a tutti e soprattutto a chi aspettava da tanto un mio momento buio, mi aiutate soltanto a fare ancora meglio".

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 25 luglio 2021. Benedetta Pilato è stata squalificata dalle batterie dei 100 rana per gambata irregolare: nella specialità più tecnica il giudice di corsia di solito intravede una gamba cosiddetta delfinata. Non sarebbe entrata in semifinale avendo toccato la piastra in 1’07”36, il 20° tempo mentre in semifinale ne passano 16. È un’eliminazione clamorosa anche perché la sedicenne tarantina vale abbondantemente un crono da 1’05”84 e quindi la qualificazione sarebbe stata accessibile. Come ha ammesso lei stessa candidamente "ho fatto una gara orribile, ero tranquilla anche troppo prima di salire sul blocco, in questi giorni mi era venuta un po’ l’ansia". La primatista mondiale ha sentito il peso dell’attesa, ma uscire così brucia davvero: non si può giocare una finale che era davvero abbordabile e a cui punta adesso solo Martina Carraro, bronzo mondiale e autrice di 1’05”85. "Sono molto soddisfatta", ha detto la ventottenne genovese che ha migliorato di un centesimo il personale. Per Benny adesso il rischio è che i Giochi si concludano qui, a meno che non venga schierata in staffetta mista. Qui però dovrà necessariamente essere schierata Arianna Castiglioni, attuale primatista italiana. Benedetta a Tokyo non aveva il suo allenatore, Vito D’Onghia, rimasto a Taranto perché non convocato (motivazione: non ha il patentino). In testa c’è la sudafricana Schoenmaker in 1’04”82, davanti alle americane Lydia Jacoby 1’05”52 e all’olimpionica Lilly King 1’05”55.

Arianna Ravelli per corriere.it il 26 luglio 2021. Non un errore, non una gara banalmente sottotono, qualcosa di più di una delusione, un fallimento epocale, un crollo, una valanga che travolge tutto e ti ritrovi con tutti i pezzi del domino rovesciati: la tensione, la bracciata improvvisamente stanca, il corpo che non ti risponde più come vorresti e infine anche il gesto tecnico, che hai ripetuto milioni di volte e che ti ha portato a un record del mondo (50 metri rana, 29”30), che ti tradisce: squalificata. Questa è stata l’Olimpiade di Benedetta Pilato, “orribile” per usare l’aggettivo che ha scelto lei e non è chiaro se ci sarà una seconda possibilità a Tokyo (qui lo speciale Olimpiadi e qui il live delle gare di oggi) perché per le staffette dovrebbero essere impiegate le compagne Martina Carraro e Arianna Castiglioni. «Non so che ha combinato, prima della gara era agitatissima - rivela Martina - ma anche se ha fatto un record del mondo bisogna ricordare che ha solo 16 anni». Ecco. Nella terra estrema dei 16 anni, dove esistono solo colori assoluti, luce o buio, una caduta così, con squalifica, rischia di significare il baratro, di unire alla normale delusione quel sentimento di inadeguatezza mista a vergogna che abbiamo provato tutti quando abbiamo fallito per la prima volta. Quando ci siamo sentiti falliti. Perché la differenza forse è tutta qui. E a volte ci vuole una vita per impararla. Per imparare a ridimensionare e a perdonarsi, a rimettere tutto in prospettiva e a concedersi una seconda chance, non significa che non valiamo niente se abbiamo sbagliato, anche clamorosamente. Se vuole qualche esempio Benedetta può trovarlo vicino a lei, qualche camera più in là nel Villaggio: Federica Pellegrini vince l’argento ad Atene a 16 anni, subito sulla vetta del mondo senza passare per la maturità, poi sono arrivati i disturbi alimentari e le crisi di panico che Federica ha superato crescendo. Ed è arrivata la carriera straordinaria che sappiamo. Jennifer Capriati era arrivata al top a 17 anni, un successo strepitoso, poi perse a Flushing Meadows al primo turno e da lì si prese più di due anni di pausa. Per poi tornare numero 1 sette anni più tardi. Qualcuno resta segnato. Gianluigi Quinzi vince Wimbledon junior a 17 anni, poi non è in grado di gestire le aspettative che si creano, i risultati non vengono, non si diverte più, comincia a infortunarsi in serie, fino a quando capisce che deve cambiare strada. È dentro tutto questo che è finita Benny, adesso. Finora le era venuto tutto facile. Dotata di un talento naturale straordinario, aveva vissuto l’ascesa come un gioco, si era qualificata per Tokyo senza neanche sapere il tempo che le serviva, con un allenatore “amatore” (di mestiere lavora all’Asl) che le ha ripetuto che l’Olimpiade per lei doveva essere come il Natale, l’attesa persino più bella dell’evento in sé. Poi però evidentemente le pressioni ha cominciato a mettersele da sola. E la testa ha fatto tilt. Ora vede nero, ma ha dentro di sé gli anticorpi giusti. «Se una gara va male noi non ne facciamo un dramma», diceva prima del record e dell’esplosione di popolarità. Può tornare lì. Basta che alzi la testa e dia un’occhiata alla piscina che ha appena lasciato. L’americana Simon Manuel, la prima nera a vincere la medaglia d’oro nel nuoto, nei 100 stile a Rio, e dopo aver vinto nove ori tra i Mondiali 2017 e 2019, ha fallito la qualificazione per Tokyo nella gara individuale, la sua gara. “Sindrome da superallenamento”, ha rivelato. Poi si è ripresa, ha guadagnato il pass per la staffetta e oggi ha vinto un bronzo. Forse per noi europei è più difficile. Per gli americani non esiste una storia interessante se non c’è una caduta e una risalita. Fallire è una cosa della vita, un passaggio, qualcosa che può succedere e magari succede a te. Cadi, ci riprovi, ti rialzi. Magari scopri che sei meglio di prima. Per noi italiani spesso la vergogna diventa un’ombra lunga e gigantesca, uno stigma che ci sentiamo addosso come una fine. Ricominciare – nello sport, nel lavoro, nella vita di relazioni – è un’avventura. Come dicono gli americani, dentro e fuori vasca, finché c’è una corsia davanti a te puoi sperare. Coraggio Benny, a 16 anni ne avrai davanti altre migliaia, se solo lo vorrai. 

Federica Pellegrini, la forza fragile del talento straordinario. Dopo avere conquistato la quinta finale olimpica nei 200 stile libero – prima donna al mondo -Pellegrini ha detto che l’ufficio medaglie è chiuso. Cinque olimpiadi: seconda a Atene 2004, oro a Pechino 2008, quinta a Londra 2012, quarta a Rio 2016. E ora Tokyo. Lanfranco Caminiti su Il Dubbio il 27 luglio 2021. Di lei io ricordo questa cosa qua. Berlino 2014, Europei. Ai 600 metri – la staffetta è la 4 x 200 stile libero, e Federica Pellegrini è la quarta a tuffarsi, dopo il cambio con Chiara Masini Lucetti – abbiamo quasi cinque secondi di distacco. Cinque secondi sono chilometri, in vasca, una distanza siderale. La svedese Sarah Sjoestrom, la più brillante delle loro nuotatrici, ha fatto una terza frazione strepitosa: voleva mettere quanta più acqua possibile fra loro e noi. Noi, siamo le quattro ragazze della staffetta, nell’ordine Alice Mizzau, Stefania Pirozzi, Chiara Masini Lucetti, e Fede, tutte del 1993, meno Fede, la più “anziana”, del 1988. Tutti hanno paura di Fede. Viene dall’anno sabbatico, viene da tira e molla con fidanzati e allenatori, ma tutti ricordano quando strappò a Franziska von Almisick, una delle più belle e brave nuotatrici di sempre, il record del mondo ai mondiali di Melbourne, 2007. Sì, erano sette anni fa, ma fa ancora paura Fede. All’ultimo cambio, il distacco perciò è quattro secondi e cinquantuno decimi. Potremmo salutarle con un fazzoletto, come si faceva una volta quando i piroscafi si staccavano dal molo e si restava a terra. Siamo tutte a terra, le svedesi si sono staccate dal molo con il loro piroscafo. Le francesi sono terze, a un secondo da noi, per dire. Le altre, non pervenute. Poi arriva Fede e fa il miracolo. Fede scende in acqua. Le svedesi hanno lanciato Stina Gardell, una che è pure specialista dei misti. Cioè, le svedesi hanno messo in campo una strategia. Tenere la gara per le prime due frazioni, staccarsi alla grande con la Sjoestrom, e poi mantenere il vantaggio con la Gardell. Perfetto. Solo che Fede se ne impipa della strategia svedese. Quando Fede si tuffa, i telecronisti commentano che la Svezia è chilometri avanti, che il compito della Pellegrini è difficilissimo. La Fede non sente i commenti. Lei nuota. Ai primi cinquanta la Gardell passa con quattro secondi e dodici decimi di vantaggio, ha perso qualcosa ma la manica è bella larga. I telecronisti commentano che è difficile anche solo pensare di rientrare sulle svedesi. La Fede non pensa. Lei nuota. Ai secondi cinquanta il distacco è ancora diminuito, a tre secondi e 84 decimi. Pensate e contate. Una si tuffa, poi contate quasi quattro secondi, e poi tocca a te. E quando la prendi? Le francesi sono terze a più di cinque secondi dalle svedesi. Dietro stanno a litigare per il terzo posto. Capirai. Alla fine della terza vasca da cinquanta siamo scesi a due secondi e cinquantatre decimi di svantaggio. Fede ha limato ancora. Un poco, ma ha limato ancora. Ultima vasca. Fede arriva quasi alle caviglie della Gardell. I telecronisti commentano che il vantaggio è sempre enorme, che siamo argento virtuale. Ci stanno dando lo sciroppo per la tosse. Fede non prende lo sciroppo. Lei nuota. Mancano trenta metri, forse venti. Io non so cosa sia successo, se la Gardell ha buttato l’ancora al momento sbagliato o d’improvviso le braccia le sono diventate di piombo. So che stavano lì, lei davanti, la Fede dietro. Poi stavano lì, fianco a fianco, lei e la Fede. E poi, gli ultimi dieci metri, la Fede ha messo il turbo e la Gardell ha sentito l’onda che la spostava. Grande Fede. Scrivete nell’albo, signori, prego. Berlino 2014, Europei. Era tanto tempo fa, certo. Oggi, dopo avere conquistato la quinta finale olimpica nei 200 stile libero – prima donna al mondo e l’unica insieme a quel motoscafo fuoribordo di Michael Phelps, nei 200 farfalla («Sì, ma lui l’ha vinta», ha precisato Fede) – la Pellegrini ha detto che l’ufficio medaglie è chiuso. Cinque olimpiadi: seconda a Atene 2004, oro a Pechino 2008, quinta a Londra 2012, quarta a Rio 2016. E ora Tokyo. E non parlatele di Parigi 2024. Non lo dice per scaramanzia, o per risparmiarci, a noi suoi adoratori, una delusione. Ne è convinta. In vasca nella finale, ci sarà l’australiana Ariarne Titmus, che Fede dà vincente (si è qualificata per la finale con il miglior tempo: 1’54”82, Fede ha il settimo: 1’56”44), che quando lei sedicenne saliva sul podio ad Atene, argento, 27 agosto 2004, aveva tre anni. Ci sarà la cinese Junxuan Yang (quarto tempo: 1’55”98), che di anni ne aveva solo due. Per dire. E non è che queste cose non pesano. Pesa anche che le Olimpiadi siano state spostate di un anno per via della pandemia. Non è solo una questione del fisico – è la testa, gli allenamenti, i regimi di vita, la tensione, il carico e le aspettative dei tifosi, della Federazione, lo staff (che ha ringraziato a lungo). «Il mio corpo mi chiede i minuti di ritorno con gli interessi. Non era l’obiettivo minimo, questo era il mio vero obiettivo per questa olimpiade. Era – ha aggiunto Fede – un obiettivo difficile perché il livello si è alzato molto». La verità è che lei, la sera prima, ci aveva fatto penare in batteria: si era qualificata alla semifinale col brivido, quindicesimo e penultimo tempo. «Non mi sono risparmiata, l’ho proprio sbagliata, sono stata sotto ritmo e non sono più riuscita a uscire, ma sono strafelice di quello che ho fatto oggi. Ho imparato a pormi mete raggiungibili» – dice Fede. Prima di tuffarsi nella vasca della semifinale aveva pianto – essere arrivati fin qua e la possibilità di vederla sfumare, questa quinta finale che la consacra alla storia. E invece no. «Ci proverò fino all’ultimo metro». E l’ha fatto. Poi, ha pianto di nuovo. Lei, la Divina, così umana. Finale stasera mercoledì 28 luglio alle 3.41 in Italia (le 10.41 ora locale). «Io tifo per la linea rossa però», ha detto Fede. È quella del record che è ancora suo: 1’52”98. Lo ha fatto al Mondiale del 2009, a Roma e vorrebbe proprio che restasse suo. Noi ci saremo. Come sempre, con Fede. 

Gabriele Carrer per “La Verità” il 27 luglio 2021. «Faticosa, molto più del previsto e non so perché. Pensavo di stare nettamente meglio». In queste parole c'è tutto lo stupore di Federica Pellegrini per quel quindicesimo tempo al suo esordio ai Giochi olimpici di Tokyo 2020, il penultimo valido per raggiungere la semifinale dei 200 metri stile libero di questa mattina alle 3.30 italiane. Questo risultato in questa specialità, la sua specialità, quella che la fece conoscere al mondo nel 2004, quando al suo debutto olimpico ad Atene 2004 conquistò l'argento poi diventato oro a Pechino 2008, è un po' la sintesi della situazione della squadra italiana. Tra medaglie a sorpresa e risultati sotto le aspettative, un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. La terza giornata alle Olimpiadi di Tokyo 2020 si è chiusa con tre argenti e un bronzo per la nostra squadra. Un argento è arrivato da Diana Bacosi nella gara dello Skeet donne (ossia il tiro a volo), vinta dall'americana Amber English. «Speravo nell'oro, di bissare Rio, è arrivato l'argento ma ho dato tutto ciò che avevo e sono contenta così», ha dichiarato l'atleta nel post gara. Dallo Skeet uomini, invece, soltanto lacrime per il vicecampione del mondo Tammaro Cassandro. Dopo i primi 20 piattelli è stato il primo a lasciare la gara. L'ha fatto piangendo, per un sesto posto che non era certo ciò che si aspettava. Argento anche per Daniele Garozzo, già oro nel fioretto individuale a Rio de Janeiro 2016: «Ho lasciato troppo il centro pedana ma non avevo le gambe per difenderla tutta», ha detto dopo la sconfitta nella finalissima. «Avevo dei crampi, un po' di affaticamento. M' è capitato altre volte. In semifinale ero andato molto meglio, peccato». Una nota felice, però, noi la sottolineiamo. A vincere l'oro è stato Cheung Ka Long, che aveva eliminato negli ottavi l'azzurro Alessio Foconi lasciandogli solamente tre stoccate. Si tratta della seconda medaglia d'oro nella storia delle Olimpiadi, dopo una nella vela risalente al 1996, per Hong Kong, l'ex colonia britannica su cui la Cina ha rafforzato la stretta negli ultimi mesi reprimendo l'opposizione pro democrazia. Monumentale è stato il risultato della 4x100 stile libero maschile, che a Tokyo ha scritto un pezzo di storia sportiva italiana. Il quartetto formato da Alessandro Miressi, Thomas Ceccon, Lorenzo Zazzeri e Manuel Frigo ha conquistato l'argento, facendo segnare il record italiano in 3'10''11: è la prima medaglia olimpica italica nella staffetta veloce nella storia delle Olimpiadi. Oro agli Stati Uniti, bronzo all'Australia. Il bronzo di giornata è arrivato da Nicolò Martinenghi, per tutti Tete, 22 anni il primo agosto. Dopo aver vinto tutto a livello giovanile e aver fissato quello che ancora oggi è il record del mondo junior dei 100 rana, ha messo al collo il bronzo olimpico. Una medaglia che ha il sapore del riscatto, visto che proprio il saluto da junior a senior era stato rovinato da un brutto infortunio all'osso pubico che lo ha tenuto inchiodato ai box per quasi tutto il 2018. Oro al britannico Adam Peaty, argento all'olandese Arno Kamminga. È rimasta schiacciata dalle aspettative, invece, Benedetta Pilato, sedicenne pugliese, che oggi ripartirà per l'Italia. Squalifica nella batteria dei 100 rana per gambata irregolare, una gara in cui era tra favorite per una medaglia, non parteciperà alla staffetta mista in cui gareggerà la primatista Arianna Castiglioni. Netta la sconfitta della Nazionale di volley maschile contro la Polonia: un secco 3-0 alleggerito però da una situazione di classifica inaspettata visti i risultati a sorpresa delle prime due giornate. Contro ogni pronostico, il Giappone è al comando con 6 punti, l'Iran insegue con 5 punti, poi la Polonia con 4, l'Italia con 2, infine Canada e Venezuela a 0. Agli azzurri servono almeno due vittorie (una oltre a quella abbastanza prevedibile contro il modesto Venezuela) per passare al turno successivo. Oltre alla semifinale che vede impegnata nella notte Federica Pellegrini, molti gli appuntamenti per la squadra azzurra oggi. Alle 3.30 ci sono le finali dei 100 metri dorso uomini con Thomas Ceccon e dei 100 metri rana donne con Martina Carraro. Sarà anche il giorno di Christian Parlati e Maria Centracchio a caccia di medaglia nel judo alle 4. Ore 4.25, torna a gareggiare la spadista italiana Rossella Fiamingo dopo l'esclusione ai quarti di finale: debutterà per la spada femminile a squadre, assieme alle colleghe Federica Isola (anche lei sconfitta ai quarti di finale), Mara Navarria e Alberta Santuccio. Alle 12.45 finale all-around di ginnastica artistica per la squadra donne che vedrà impegnate Alice D'Amato, Asia D'Amato, Vanessa Ferrari e Martina Maggio. Ma su alcune gare in programmi oggi, in particolare quelle di canottaggio, vela, tiro con l'arco e surf, aleggia l'incognita della tempesta Nepartak, con venti potrebbero toccare i 120 chilometri orari uniti a forti piogge. La speranza, soprattutto per gli organizzatori già provati dalla pandemia Covid-19 che ha costretto al rinvio di un anno e a pesanti restrizioni, è che i venti si spingano più a Nord, evitando così ai Giochi un altro allarme.

Dagospia il 28 luglio 2021.È stato un viaggio incredibile …..bellissimo e difficile…sono fiera di me, di come sono cresciuta e della donna che sono diventata negli anni!! Ho preso a pugni il mondo (anche me stessa a volte) per tanto tempo, per tanti anni, lottando sempre fino all’ultimo centimetro di acqua disponibile!!! Sono felice veramente felice oggi!! Era l’ultimo 200 che volevo, in un’altra finale olimpica!! Ho dato tutta la mia vita a questo sport e ,a questo sport ho preso tutto quello che volevo e anche di più!! GRAZIE a tutte le persone che mi hanno tifata e sostenuta in questi anni ?? GRAZIE alla mia FAMIGLIA ♥ (il mio cuore pulsante)..GRAZIE al mio STAFF che non ha mai mollato come me!!

Estratto dell’articolo di Arianna Ravelli per corriere.it il 28 luglio 2021. (…) Adesso inizia un altro pezzo di strada da fare e non c’è la linea della corsia a indicare la strada: «Ma ho un sacco di cose da fare, ora farò volantinaggio al Villaggio per farmi eleggere come atleta Cio. Devo tornare a casa dove mi aspettano, poi voglio festeggiare il mio compleanno perché 33 anni sono un’età importante, e poi a settembre e forse anche novembre c’è la Isl a Napoli. E poi ancora il docu-film, un libro, le registrazioni di Italia’s got talent. E rimarrò nel mondo del nuoto. Lascio la squadra più forte di sempre, lascio in buone mani».

Da gazzetta.it il 28 luglio 2021. Alla fine le lacrime sono scese, nonostante l'avvio dell'intervista alla Rai post ultima gara olimpica fosse stato "non voglio piangere". Il settimo posto di Tokyo nei "suoi" 200 stile liberi il l'ultima esibizione della Divina. "E' stato un bel viaggio, me la sono goduta. Sono felice anche del tempo fatto - ha commentato -. E' il mio ultimo 200 a livello internazionale, giusto a 33 anni, è il momento migliore. Sono fiera di essere stata capitana negli ultimi mesi. Lascio una squadra mai così forte, ci sarà un bel nuoto nei prossimi anni in Italia". E via dalla telecamera con le lacrime. Non saranno le uniche. Federica, intanto, ufficializza la love story con Matteo Giunta. "Se non ci fosse stato Matteo - ha detto al Tg1 - probabilmente avrei smesso qualche anno fa. Matteo è stato un grandissimo allenatore ed un compagno di vita speciale e spero lo sarà anche in futuro. La priorità era tenere l’immagine dell’allenatore e dell’atleta separati e siamo stati bravi molto in questo. È stata una persona fondamentale, una delle più importanti in questo percorso sia umano che sportivo”.

"Così abbiamo nascosto la nostra storia per anni". Marco Leardi il 29 Luglio 2021 su Il Giornale. La campionessa azzurra esce allo scoperto dopo la finale di Tokyo: "Matteo Giunta è un compagno di vita speciale". Gli ultimi 200 metri olimpici della sua carriera hanno spinto Federica Pellegrini ad uscire allo scoperto. E a far emergere, oltre il pelo dell’acqua solitamente fenduto a bracciate, una confidenza privatissima. Dopo il settimo posto conquistato alla finale di Tokyo 2020, la nuotatrice azzurra ha ufficializzato la relazione sentimentale con il suo tecnico Matteo Giunta. Per farlo ha scelto il momento immediatamente successivo alla gara, quello in cui l’adrenalina scende ed affiorano le emozioni. “Matteo è stato un grandissimo allenatore e un compagno di vita speciale, spero lo sarà anche in futuro”, ha confidato l'atleta ai microfoni del Tg1, rivelando quello che in molti in realtà già sospettavano da tempo. Il legame tra Federica e l’ex nuotatore era troppo speciale per fermarsi all’ambito agonistico. "Abbiamo aspettato il momento giusto anche se era un po' il segreto di Pulcinella", ha ammesso la stessa campionessa in un'intervista rilasciata poi a La Stampa, specificando che, prima di rendere ufficiale il suo fidanzamento, "era importante rispettare i ruoli per l'equilibrio di squadra". Così, sino a quell’istante, la nuotatrice aveva mantenuto il massimo riserbo. In passato, le vicissitudini private e sentimentali dell'atleta non erano mai state altrettanto top secret. "Non avevo mai vissuto una relazione con questa riservatezza. All'inizio non è stato facile, ero abituata a mettere tutto alla luce del sole però secondo noi una storia importante vissuta all'interno di un gruppo di lavoro destabilizza. Noi non volevamo stare ogni minuto sotto il giudizio, con i paparazzi o davanti all'occhio critico del nostro mondo che un po' troppo critico lo è", ha dichiarato al riguardo la stessa Pellegrini. Dopo l’addio al palcoscenico olimpico, la nuotatrice 32enne ha mollato gli indugi ed ha rivelato anche qualche dettaglio in più sul proprio rapporto con Giunta. "Lui mi ha insegnato a vivere tutto con più leggerezza, in certe situazioni specifiche con menefreghismo", ha dichiarato. Ora, c’è da scommetterci, i paparazzi la inseguiranno alla ricerca dello scatto ad effetto e i rotocalchi inizieranno a parlare di matrimonio in vista. Ma su questo Federica è piuttosto cauta. "Piano, subito a fare del gossip. Non c'è altro da svelare, al massimo ci faranno qualche foto e stop. Tutto quello che verrà succederà naturalmente", dice. Nemmeno il tempo di gustarsi la finale olimpica con annessa appendice sentimentale e la nuotatrice sta già pensando al prossimo impegno in vasca: come da lei stessa annunciato, parteciperà all’International Swimming League, il più importante evento sportivo campano del 2021, che si svolgerà alla Scandone dal 26 agosto al 30 settembre prossimi. E, dopo gli obiettivi agonistici, spazio la vita privata con Matteo Giunta: "Le dinamiche resteranno come sono. Vivremo semplicemente la nostra vita".

Marco Leardi. Classe 1989. Vivo a Crema dove sono nato. Ho una Laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa, sono giornalista. Da oltre 10 anni racconto la tv dietro le quinte, ma seguo anche la politica e la cronaca. Amo il mare e Capri, la mia isola del cuore. Detesto invece il politicamente corretto.

Giulia Zonca per "la Stampa" il 29 luglio 2021. L'ultimo ballo olimpico di Federica Pellegrini coincide con una confessione privata. Mentre la piscina di Tokyo la omaggia con una sorta di passaggio d'onore in cui ogni nuotatore presente sul piano vasca va a salutarla, la campionessa che lascia i Giochi cerca la persona che le è stata più vicina. Matteo Giunta, il suo tecnico da 9 anni e compagno da qualcuno meno. I due hanno costruito un rapporto privatissimo di cui tutti sapevano e nessuno parlava. Ora però è lei a uscire allo scoperto e lui stavolta la lascia fare: «Sono contento che Fede in questo turbinio di emozioni si sia aperta, ha diritto di lasciarsi andare. Un po' l'ho fatto anche io, questa finale è la prima gara che ho guardato senza cronometro in mano, come uno spettacolo».

Federica Pellegrini felice di non doversi più nascondere?

«Abbiamo aspettato il momento giusto anche se era un po' il segreto di Pulcinella. Era importante rispettare i ruoli per l'equilibrio di squadra, in nazionale e a Verona. Adesso possiamo fare quello che vogliamo». 

Ha fatto faticata a tenere il privato segreto?

«Non avevo mai vissuto una relazione con questa riservatezza. All'inizio non è stato facile, ero abituata a mettere tutto alla luce del sole però secondo noi una storia importante vissuta all'interno di un gruppo di lavoro destabilizza. Noi non volevamo stare ogni minuto sotto il giudizio, con i paparazzi o davanti all'occhio critico del nostro mondo che un po' troppo critico lo è». 

Senza di lui avrebbe smesso dopo il rinvio dei Giochi?

«Matteo è una persona molto calma, siamo poli opposti e ci compensiamo. Lui mi ha insegnato a vivere tutto con più leggerezza, in certe situazioni specifiche con menefreghismo». 

Preoccupata dei paparazzi?

«Non c'è niente altro da dire, ci faranno due foto e poi fine». 

Teme che il vostro rapporto ora cambi senza più l'obiettivo comune del nuoto?

«Ho la presunzione di dire di no. Comunque avremo ancora tre mesi di sport con la International Swimming League, a Napoli, e le dinamiche resteranno come sono. Poi vivremo semplicemente la nostra vita». 

Si parla già di matrimonio.

«Piano, subito a fare del gossip. Non c'è altro da svelare, al massimo ci faranno qualche foto e stop. Tutto quello che verrà succederà naturalmente. E non ho progetti se non il ritorno. Ho le elezioni degli atleti al Cio in cui sono candidata il 4 agosto e il compleanno con volo per casa il 5. Torno dai miei nani, i cani».

Si è già resa conto dello spazio che ha occupato nello sport?

«Lo sport femminile un po' l'ho cambiato. Certe fragilità e certi meccanismi li ho raccontati e ho sfatato dei tabù. Dalle crisi di panico, ai disturbi alimentari, ai problemi del ciclo prima di una gara. Spero di aver lasciato la libertà di raccontarci in eredità». 

Qui Biles e Osaka hanno mostrato il lato umano. È un cambio culturale?

«Mi ha sempre fatto paura sentir parlare della depressione dei campioni. Anche io ho avuto i miei inevitabili momenti di crisi però mai così eclatanti. Tocca soprattutto chi ha vinto molto. È accaduto anche a Phelps, così ha raccontato, ma lui quando doveva esserci ci è sempre stato». 

Lei dopo l'oro di Pechino non ha avuto le vertigini?

«No, in quell'inverno sono iniziate le crisi di ansia ma non credo direttamente legate all'eventuale peso del successo».

Si sente una reduce?

«Credo sia molto caratteriale, io mi reputo sensibile ma nello stesso tempo forte».

Se incontrasse la se stessa sedicenne che cosa le direbbe?

«Ne hai di fatica da fare».

Rimpianti?

«Nessuno. Io chiudo in pace. Pensavo che l'addio sarebbe stato sofferto invece è arrivato come una liberazione. Non me lo aspettavo. Tante altre volte mi sono sentita pronta a chiudere e poi ho avuto paura di farlo, come se mi stessi perdendo qualcosa. Oggi voglio una vita, del tempo per me, sto in questa giostra da quando ho 14 anni».

Quando ha capito di volersi davvero ritirare?

«Qui. È stato un clic: ci penso da tanto, l'ho maturata adesso. L'idea degli Europei di Roma, nel 2022, nella piscina del record mondiale resisteva nella mia testa. In questi giorni ho capito che non ho niente altro da dire, ho preso tutto quello che c'era da questo sport anche se ci rimarrò attaccata, in qualche modo».

Continuerà a nuotare per piacere?

«No. Se mi devo tenere in forma vado in palestra. Basta vasche».

Adriana Ravelli per il “Corriere della Sera” il 22 agosto 2021. Sospesa tra la vita di sempre (un allenamento al giorno, anche in vacanza, per prepararsi alla Isl, l'esibizione dal 26 agosto a Napoli) e le scoperte che quella nuova già porta con sé, come andare a fare la spesa mano nella mano con l'ex allenatore, ora fidanzato-alla-luce-del-sole, Matteo Giunta. Federica Pellegrini a 33 anni, si gode questa fase anfibia, tra il dentro e il fuori la piscina, in equilibrio tra il «prima», che è ancora lì attaccato al costume con tutte le sue vittorie e i suoi record, e il «dopo» che spinge per arrivare. 

 Federica se chiude gli occhi e pensa a Tokyo cosa le viene in mente? 

«Il mio ingresso nella finale dei 200 stile, l'oro della 4x100 vissuto allo stadio e la mia elezione al Cio». 

La quinta finale olimpica nella stessa disciplina, unica a esserci riuscita: è stato l'addio che si era immaginata? 

«Se l'Olimpiade fosse stata nel 2020, dopo i Mondiali vinti l'anno prima, l'obiettivo sarebbe stato una medaglia. Però dopo sei settimane di lockdown, il Covid, un anno in più, gli obiettivi sono cambiati: non ne ho fatto un dramma. L'ultimo anno il mio corpo mi ha dato dei segnali: è arrivata la consapevolezza che sarebbe stata l'ultima stagione. Non sarei riuscita a chiedergli di più». 

 A Tokyo sembrava in pace con se stessa. 

«Così mi sentivo. Potevano esserci vari modi per arrivare all'addio: per un infortunio grave, ed era quello che speravo non accadesse, attraverso un logorio protratto per anni magari senza risultati, oppure da un secondo all'altro, come se si spegnesse la luce. Per fortuna è arrivato il terzo: è stato un momento molto particolare, di colpo ho capito che avevo dato tutto quello che potevo a questo sport». 

Con che stato d'animo torna in acqua nelle gare dell'Isl? 

«Mi aiuterà nel passaggio, intanto è divertente: si gareggia a squadre e per noi nuotatori che in genere siamo soli è una bella novità. Fino a novembre, se si va ai playoff, potrò godermi il gruppo».  

Ha citato l'elezione al Cio: è già entrata nel ruolo? 

«A fine mese sceglierò in che commissione lavorare, i temi sono tanti, il doping è uno dei più difficili ma la rincorsa a uno sport pulito è da sempre una mia battaglia».  

Lei è favorevole alle squalifiche a vita. 

«Sì: la tolleranza va bene per la negligenza, non se dietro ci sono studi per alterare le prestazioni. È una lotta che bisogna fare, il doping c'è. In carriera ho visto cose strane, persone che si miglioravano di 3'' e poi sparivano».  

Dopo il caso Biles ha detto di volersi occupare dei problemi mentali degli atleti. 

«È uno dei temi più sottovalutati. Chiedere aiuto psicologico è visto come una debolezza. Non è così, pochi capiscono lo stress psico-fisico di un atleta all'Olimpiade. Molti aspettano un tuo errore, ed è la parte che fa più rumore. Quelli che ti vogliono bene sono pochi e da giovane fatichi a distinguerli. Poi ci sono problemi psicologici che vanno oltre lo stress per le prestazioni. È giusto parlarne ed è fondamentale inserire uno psicologo in squadra, anche nel nuoto».  

Lei è stata spesso la prima a portare alla ribalta certi temi, disturbi alimentari, crisi di panico, impatto del ciclo... 

«Non mi sono fatta mancare niente! Da ragazza ti chiedi: perché a me? Poi capisci che succede a tantissime e allora dici, "ok troviamo il modo per aiutarci tra noi". Io so qual è la potenza della mia voce, l'ho presa come una missione portare alla luce certi temi. L'impatto del ciclo, per esempio: non l'ho inventato io, ci sono studi che dicono che una settimana prima si può prendere un chilo per la ritenzione idrica, io mi sono trovata a giocarmi una finale olimpica: ho dovuto studiarlo». 

Ha 1,5 milioni di follower su Instagram, si diverte ancora sui social? 

«Sì, ma penso che la situazione stia sfuggendo un po' di mano. Se servisse un documento d'identità per iscriversi avremmo risolto il 90% dei problemi, il bullismo, il body shaming. Nascosto dietro un account puoi dire qualsiasi cosa: non va bene».  

Il suo fidanzato Matteo in un post si domandava se usare o meno i social. 

«Lui è molto più riservato, è un po' un ragazzo vecchio stile ed è anche il suo bello: a volte sono io che lo obbligo a postare».  

Com' è la vita dopo essere usciti allo scoperto? 

«Stiamo scoprendo questo nuovo modo di vivere. In questi anni non abbiamo mai scambiato un gesto affettuoso in pubblico, tenevamo separati i ruoli, anche se era il segreto di Pulcinella. Adesso ci stiamo abituando, l'altra sera ci siamo presi per mano per andare a fare la spesa e ci siamo detti "che roba strana"».  

Lei e Valentino Rossi avete preso il Covid negli stessi giorni, poi vi siete ritirati negli stessi giorni. Ora lui diventerà papà... 

«Su questo non siamo allineati! Adesso sarebbe anche impossibile perché devo gareggiare. Quanto al suo ritiro, me lo sentivo: ci sono state un po' di coincidenze tra noi, dopo il Covid ci siamo avvicinati. Alla nostra età, penso ci abbia dato una mezza mazzata...».  

Ha un elenco di cose che si concederà quando smetterà del tutto? 

«Sì, una vacanza. E poi dovrò imparare l'inglese».  

E la tv? Ha detto che Italia' s got talent è stata una delle decisioni migliori che ha preso. 

«Mi ha aiutato sapere di essere portata anche a fare altro, noi nuotatori siamo convinti di saper solo nuotare».  

Si parla di lei per il Festival di Sanremo. 

«Ho letto, ma non so nulla, da zero al Festival mi pare un po' ambizioso». 

A proposito di ambizione: c'è chi la vede già sottosegretario allo Sport. 

«Vezzali è la migliore in quel ruolo, è molto istituzionale. Io sono poco portata al compromesso, mi rovinerei la vita. Però entrerò in Giunta Coni, avrò un assaggio...».  

Un'erede di Federica Pellegrini non c'è, ma se dovesse fare un nome? 

«Le due più forti sono Simona Quadarella e Benedetta Pilato: Simona ha davanti un mostro come Ledecky, ma ci deve credere. Benedetta ha avuto un'Olimpiade difficile, in una gara che non sente ancora sua, ma ha solo 16 anni. Nei 200 stile non c'è nessuna, purtroppo». 

Le medaglie all'Olimpiade chiudono un'estate magica per l'Italia: riusciremo a sfruttare quest' energia? 

«Nello sport penso di sì. Ora la politica si deve adeguare: quest' unità, questo patriottismo lì non ci sono. Ma siamo un Paese troppo bello per non averne cura...».

Emanuela Audisio per “La Repubblica” il 29 luglio 2021. Cara figlia, ti scrivo. È l'ultima pagina del mio diario. Asciugo le ultime righe, ho gli occhi annebbiati. L'ho iniziato nel 2003, ai tuoi primi mondiali a Barcellona, avevi 15 anni. Ero un uomo diverso, non ancora il padre di una campionessa. Tu mi hai cambiato. (...) Ai Mondiali di Montreal 2005 vince l'argento, ma il suo viso è stravolto, gonfio, pieno di brufoli. Al telefono si lamenta: è tutto sulle mie spalle. Noi non siamo l'America, non abbiamo college, noi abbiamo genitori che diventano autisti dei figli. Ricordo Federica che si cambia e mangia gli spaghetti in macchina mentre si sposta dalla scuola alla piscina. (...) Ho pensato tanto ad Alberto Castagnetti, l'ex ct che non c'è più, ma che è sempre nei nostri cuori. Con lui m' intendevo bene, quando gli ho affidato mia figlia, mi ha detto: «A lei ci penso io». Era la prima volta che la lasciavo. Lei a Mondiali di Barcellona del 2003 non mi voleva al seguito. Ci teneva a debuttare senza che papà le tenesse la mano. Così arrivo in Spagna di nascosto. Mia moglie Cinzia mi chiama: «Federica è disperata, piange, ha la febbre». Prendo un taxi, mi presento all'albergo, salgo al piano, la chiamo al telefono: «Papà, brucio, sto male». Stai tranquilla e apri la porta: «Come la porta? ». Sì, sono qui. Era rossa, scottava. Siamo andati in piscina e in batteria ha nuotato una staffetta stupenda. Lì mi sono accorto che mia figlia dentro era di ferro. Ad Atene 2004 ho pianto come un matto: stava nuotando contro il mondo. Il suo argento lo abbiamo mancato. Si può essere un papà più sciagurato? Siamo arrivati il giorno dopo, quando già aveva la medaglia al collo dei 200 stile. Da Spinea ad Atene a sedici anni, la più giovane italiana a vincere una medaglia. Quando l'ho vista sul grande schermo ero commosso alla disperazione. Vai figlia mia, ti meriti tutto. A Pechino 2008 arrivano gioia e riscatto nei 200 con il primato del mondo. Chi dorme più? E poi c'è Roma 2009, Federica migliora ancora il record, tuttora valido. Quanti pianti con Castagnetti. A novembre sento l'urlo di Federica al telefono: «Alberto è morto». Tremo: ho riperso mia figlia. Arriviamo subito, le dico. Mi sorprende la sua risposta: «No, ci vediamo domani». Si immerge nel lutto. La mattina dopo alle otto siamo in piscina a Verona. Diario, non so se hai mai visto una piscina all'alba: l'odore del cloro, il silenzio, atmosfera surreale. Ci mettiamo da una parte, non vogliamo disturbare. I ragazzi sono lì: piangono. Poi si alzano, si mettono le cuffie, si buttano in acqua, e nuotano lentamente. Cinque minuti da brividi. È il loro addio al vecchio maestro. Solo dopo riabbraccio mia figlia, sento che barcolla, sono spaventato. Nel 2011 il trasferimento a Parigi con l'allenatore Lucas fa scoppiare la coppia Fede-Luca. Quotidianità troppo dura, sei mesi di monastero: sveglie alle 5, rientro alle 10 di sera. Nuotare, dormire, anche al sabato. Dormi, figlia mia, ma che razza di vita è? Diario, lo so che vuoi sapere dei Mondiali di Shanghai, di quelle settimane pazze di sussurri e grida che hanno travolto l'Italia. Mia figlia descritta come una divoratrice di uomini: tre in 23 anni ne fanno una seduttrice professionista? La storia tra Federica e Luca, un'amicizia allargata, si è consumata. Di ritorno viene con noi al mare a Jesolo, ma ci sono 27 fotografi in spiaggia, Magnini arriva dopo, Fede lo tiene a distanza, ci tiene che prima chiarisca la sua situazione a Pesaro. Un paparazzo si avvicina: «Se tua figlia gli dà un bacio ti pago 40 mila euro». (...) 

Da corriere.it il 30 luglio 2021. Una delle mille leggende tramandate sulla relazione Matteo Giunta-Federica Pellegrini è che fu Filippo Magnini a convincere Matteo, suo preparatore atletico e anche cugino, ad allenare Federica. Era il 2014. Fede stava con Filippo, e Matteo era un allenatore di belle speranze – ex allievo di Philippe Lucas, il coach/star francese con cui la Divina aveva appena rotto — che si affacciava al grande nuoto fra le perplessità di chi pensava di sapere tutto: che ci fa quell’apprendista 32enne con il più prezioso diamante che il nuoto italiano abbia mai visto? Siamo sicuri che sia all’altezza? Non la rovinerà? Non è l’inizio della fine per lei e la fine dell’inizio per lui? La storia racconta che erano domande inutili, oltre che tendenziose. Giunta era all’altezza eccome. Federica non si è rovinata, anzi, con lui ha vinto fra l’altro due Mondiali dei 2oo stile libero nel 2017 e nel 2019 e ha conquistato la quinta finale olimpica della sua carriera. E, a proposito di inizi e fini, oltre a una proficua relazione professionale, tra i due è nata e si è consolidata una storia d’amore che a Tokyo ha ricevuto la sua ufficializzazione: «Matteo è il mio compagno di vita». 

Pellegrini: «Giunta il mio compagno di vita». Ma chi è Matteo Giunta? Pesarese, 39 anni, un fratello, appassionato di basket e di tennis, è un uomo educato, riservato e misurato, che dal primo giorno di questa avventura ha capito al volo quello che stava succedendo e che, soprattutto quando la storia tra Magnini e Federica è finita nel 2017, dopo che già da tempo correvano voci sul cosiddetto «triangolo», ha sempre scelto la via del basso, anzi bassissimo, profilo. Più il mondo incendiava con le insinuazioni, più lui – con la complicità di lei, social su tutto tranne che su questo – spegneva i fuochi, convinto dell’inutilità di rivelare la storia un po’ per rispetto a Magnini (oggi sposato con Giorgia Palmas e papà), un po’ per tenere separati lavoro e vita privata. La strategia di Giunta è sempre stata non negare, ma rispondere con eleganza, a metà (lui come lei) fra professionismo e timidezza. Nel 2017, per esempio, dopo l’oro mondiale di Federica nei 200 stile a Budapest, raccontava sorridente ma fermo: «Ormai al gossip ho fatto l’abitudine. Ho capito come reagire e tutto mi scivola via facilmente. Lo stesso vale per le critiche di chi non mi vedeva adatto a questo ruolo perché troppo giovane. Con i risultati di Kazan 2015 mi sembrava di aver già dato una risposta. Oggi penso che molte persone dovranno rimangiarsi tante parole». Insieme al basso profilo fuori dalla piscina, Matteo ha praticato invece l’altissimo profilo nel lavoro. La sua grande abilità è stata mischiare le proprie convinzioni e abilità con la capacità di apprendere da Federica. Abilissimo a far reagire l’umiltà del novizio con l’ambizione di chi sa di essere bravo, ha improntato con la sua atleta un lavoro di interscambio tecnico in cui dare e prendere hanno sempre avuto lo stesso peso. Pur così giovane, ha capito con saggezza innata che il segreto era la bilancia: tirare e mollare, forzare e rilassarsi, condurre senza imporre, ascoltare. Ha dato alla Divina l’equilibrio che le serviva. E nel team «Pool metal jacket», come lo chiamano scherzosamente loro, la fatica (spesso folle) non è mai priva di un sorriso. Così Federica, che dopo la morte di Alberto Castagnetti era ancora alla disperata ricerca di un interlocutore tecnico ideale ma soprattutto di una persona di cui fidarsi, l’ha trovata in questo ragazzo che un giorno spiegò così la morale della storia: «Federica è la prima a essere insoddisfatta di ciò che fa e spesso sono io a dover trovare le cose positive». Impresa complessa, ma lui l’ha assolta al meglio, realizzando un capolavoro insieme tecnico e psicologico. L’impressione che fosse stato lui ad allungare la carriera di Federica, insomma, era chiara da tempo. E Federica l’ha confermata dopo la gara di Tokyo: «Se non ci fosse stato Matteo avrei smesso anni fa...». Poi, siccome Giunta è anche un bel tipo e ha quel quid di tenebroso che non guasta, è nato altro. Il nuoto è spesso così, sottrae così tanto tempo alla vita normale che non ne dà più per cercare altrove. Le grandi storie d’amore di Federica – Luca Marin e Magnini – erano state in piscina. Il processo è stato forse naturale. L’inizio della storia vera e propria è datato 2017, molti lo collocano prima, addirittura in sovrapposizione con la crisi finale con Magnini, ma insomma questo lo sanno solo loro e sono fatti loro. La prima foto semiufficiale dei due è datata settembre 2019, in occasione del Galà di Federnuoto a Roma per festeggiare i risultati del Mondiale 2019 a Kazan. «Meravigliosi» era il titolo della serata e obiettivamente meravigliosi erano anche loro due. Poi, a inizio di quest’anno, la paparazzata di loro due mano nella mano a cena. Ormai tutto era chiaro, mancava solo la luce del sole. È arrivata adesso, nel modo più semplice e naturale. Bastava solo dare tempo al tempo. Un tema su cui i due — una in acqua, l’altro col cronometro — sono abbastanza preparati.

Federica Pellegrini saluta fra le lacrime: "Ho dato tutto, è il momento giusto per smettere". L’azzurra, alla quinta finale olimpica, chiude settima nei 200 stile. "Adesso? Ho tanti progetti, dal docufilm a un libro. E rimarrò nel nuoto. Ma una lacrima alle finali dei 200 stile mi scenderà sempre". Matteo Marchetti, inviato a Tokyo, il 28 luglio 2021 su Today. Da Atene a Tokyo passando per Pechino, Londra e Rio de Janeiro. E’ infinito il tragitto olimpico di Federica Pellegrini, prima donna nella storia a nuotare in cinque finali dei Giochi: una leggenda collezionista di record, con sette ori ai Mondiali (uno in vasca corta), 7 Europei e l’oro ottenuto a Pechino nel 2008 a cui aggiungere una sfilza di primati mondiali da urlo, considerato che il suo 1.52.98 ottenuto nel 2009 ancora resiste al vertice delle graduatorie internazionali.

La sua ultima avventura a cinque cerchi si chiude con il settimo posto in finale, ma la posizione è l’ultima cosa che conta, così come il crono di 1.55.91 nella gara vinta da Ariarne Titmus in 1.53.60 (record olimpico) davanti a Siobhan Haughey in 1.53.92 e Penny Oleksiak in 1.54.70. Tutti cercano Federica, che si lascia andare anche a un pianto liberatorio e arriva in zona mista più di mezz’ora dopo la gara considerato le tante richieste che le arrivano da più parti.

"Sono proprio contenta - esordisce la Divina - perché è stata la finale più serena che io abbia vissuto. Il percorso di questi anni mi soddisfa pienamente, sono davvero molto serena"

Non c’è modo di farti cambiare idea sul tuo addio alle gare?

"Penso sia il momento giusto e anche il modo corretto, perché terminare con una finale olimpica è il massimo. Sono in pace, va benissimo così".

Un minimo di rammarico per non aver potuto disputare i Giochi l’anno scorso in condizioni per te sicuramente migliori?

"Anche se fosse non avrei potuto farci niente. O accettavo le cose così come erano o smettevo di nuotare dodici mesi fa, ma non mi andava di chiudere la carriera solamente perché avevano rinviato le Olimpiadi. Sono serena, con il mio staff abbiamo fatto davvero tutto il possibile".

Una gara vissuta così serenamente è stata diversa? Ti sei goduta di più anche il contorno?

"Io di solito non entro sorridendo e non esco sorridendo comunque sia andata. Sapevo che a casa c’era la mia famiglia a guardarmi e con loro anche tanti altri, dovevo onorarli. E’ stato stupendo, non si vedeva ma anche mentre nuotavo avevo il sorriso".

Quando hai toccato dopo i 200 metri e hai alzato la testa?

"Mi sono detta: e adesso? Quindi? E mi sono risposta: quindi sono contenta. In questi giorni ho capito che a questo sport ho dato tutto il possibile e ho ricevuto il massimo".

Cosa ti senti di aver dato al nuoto italiano?

"Spero di aver contribuito a far crescere un po’ il movimento. Sono contenta anche perché ho avuto la possibilità di essere il capitano della squadra forse più forte, lascio dunque un grande gruppo e nei prossimi anni avremo grandi soddisfazioni".

Quando hai iniziato a nuotare avresti mai pensato a una carriera simile?

"Assolutamente no. Da giovane credevo di smettere a 24 anni, poi ho spostato la data ai 28, ora ne sono passati altri cinque. E’ andata benissimo così".

Adesso cosa farà Federica Pellegrini?

"Ho tantissimi progetti. Il primo: tornare a casa che mi stanno aspettando. Poi festeggiare il compleanno, quindi fra qualche mese ci sarà la Isl, uscirà il docufilm, sto pensando a un libro e avrò le registrazioni della nuova stagione di Italia’s Got Talent. Di cose da fare ne ho".

Ti vedi ancora nel nuoto in futuro?

"Sì, in qualche modo rimarrò aggrappata a questo sport".

Mancherai moltissimo allo sport italiano.

"Non lo so. Lascio una squadra fortissima, ma non nego che una lacrimuccia quando ci saranno i 200 stile libero probabilmente mi scenderà".

Tokyo 2020, la (vera) ultima nuotata di Federica Pellegrini? Finisce malissimo: azzurre squalificate. Libero Quotidiano il 28 luglio 2021. No, quella di Federica Pellegrini della scorsa notte non è stata propriamente l'ultima "nuotata" olimpica della Divina. Già, perché Federica è tornata in vasca nel pomeriggio, poco prima delle 14, ore italiana, per la staffetta 4x200, ovviamente stile libero. E l'ultima nuotata è stata... stortissima. La staffetta delle azzurre è stata infatti squalificata per cambio anticipato di Anna Chiara Mascolo. Da par suo, Federica Pellegrini aveva nuotato in 1'56"81. In prima frazione ha nuotato Stefania Pirozzi 2'01"64, in seconda Anna Chiara Mascolo 1'59"81, in terza baby Giulia Vetrano 2'00"91. Perplessa la Divina al termine della gara, quando ha realizzato dai maxi-schermi di essere stata classificata. Nella sua ultima prova individuale, i 200 metri stile libero della notte, aveva chiuso al contrario al settimo posto. Ma il risultato poco contava: contava semmai di essere stata la prima donna nella storia del nuoto a disputare la bellezza di cinque finali olimpiche in altrettante edizioni. Un record assoluto, l'ultimo trionfo di una nuotatrice leggendaria. Dopo la gara individuale, Federica Pellegrini si è commossa, un'emozione irrefrenabile e il ringraziamento allo staff, alla famiglia, a chi si era alzato nel cuore della notte per seguirla. E ovviamente a Matteo Giunta, il suo allenatore, da tempo suo uomo e compagno, anche se soltanto ora, una volta finita la carriera, la Divina ha confermato che tra loro, sì, la storia va avanti da tempo. "Senza di lui avrei smesso prima", ha ammesso la Pellegrini. E, ora, c'è già chi parla di matrimonio...

Giancarlo Dotto per il "Corriere dello Sport" il 28 luglio 2021. Ci vuole Fede. Tanta Fede. Ma questa è troppa Fede. La notizia ti stende e non sai da dove cominciare. Le parole? Un abecedario per raccontare la galassia. I numeri? Un pallottoliere per spiegare l’equazione di Einstein. Federica Pellegrini non è più una donna, è un’iperbole. Quinta finale consecutiva nella stessa specialità di una gara olimpica. Come lei solo Michael Phelps, il cannibale. Lui e Franziska van Almsick, le uniche passioni idolatriche della ragazza Federica non ancora a sua volta idolo. E se, nella notte, dovesse mai accadere l’impossibile, non accadrà, ma Federica è un animale mitologico, non sottovalutatela mai, beh, in quel caso, aggiungete voi a vostro estro e piacimento, lirico, stupefatto, commosso, urlante, le righe che mancano a questo pezzo scritto dal passato. Resterà, comunque, l’impresa che toglie il fiato. La quinta finale consecutiva. Una storia lunga 17 anni, al confine dell’umano. Una storia senza senso, traboccante di senso. Una storia così grande che, per quanto lei si dannerà fuori le vasche da qui all’eternità, non potrà mai esserne all’altezza. Tornando da Tokyo, le converrà sparire. Consegnarsi all’invisibilità. Come fanno le vere figure mitologiche. Da divina dovrà dissolversi in diva, meglio se del muto. Come si usava un tempo, quando i miti erano distanza intangibile. Federica Pellegrini come Greta Garbo, Mina, Battisti, ma anche Glenn Miller, la tromba più vellutata della storia, sparito nel nulla mentre sorvolava la Manica, forse rapito dagli Ufo. Federica si faccia rapire da qualche avvenente alieno e si faccia trasferire più a nord di Marte, se vorrà essere all’altezza della sua non misurabile grandezza. Rinunci altezzosamente al mediocre piacere delle comparse a gettone, ai malinconici riti mondani delle star esibite alle masse. Ragazza pragmatica, come quasi tutta la sua gente, con i piedi per terra anche quando sono in acqua, lei chiuderà invece il mito di sé in qualche dispensa della memoria e si darà alla pazza gioia. A 33 anni, tutto il diritto di farlo. Essere, finalmente, una dei tanti. Libera di cazzeggiare e di diventare moglie, madre, qualsiasi cosa. E grazie comunque per quello che è stato. Federica, con gli anni, è diventata cedevole al pianto. Le lacrime sono la sua frana quando quello che fa è più di quanto sia pensabile fare. Piange dove capita. Ha pianto dopo l’oro vinto a Kwangju, il suo ultimo mondiale, due anni fa. Ha pianto quest’anno a Riccione dopo aver ottenuto il tempo utile per la sua quinta Olimpiade, quando già partecipare a Rio 2016 era sembrata un’enormità. Ha pianto a Tokyo per la sua quinta finale. Fede sposta le montagne e poi piange. Ha lavorato come una pazza in altura, carichi pesanti da mula, perché pazza era la sua sfida. Si chiama Fede, ma si traduce lavoro. Le due cose insieme, una bomba. Più la faccenda si complica, più lei diventa cattiva. Si esalta. Perché Federica diventa cattiva dentro se il mondo fuori la sfida. Ragazza d’acqua dolce (ha paura del mare e dei suoi abissi), ma implacabile. La pandemia sembrava il colpo di grazia. Colpiva il mondo, ha colpito anche lei. In modo brutto, molto ostile. Fede si arrende? No, Fede non si arrende. Mai. Ha pianto, ma non si è arresa. Quella sua è, da 20 anni, la storia rovescia, l’eccezione che conferma la regola, di un Paese che ha perso la spina dorsale, vertebra su vertebra, in politica, in economia, nelle relazioni sociali e nelle spinte culturali. Nel collasso progressivo di tutto, dell’etica, delle ambizioni, della solidarietà e della decenza. Quella di scrivere ogni giorno allo specchio l’unico capolavoro che conta, un’autobiografia decente. Federica ha fatto della sua vita un’opera permanente. L’ha scolpita come Michelangelo. E ne ha fatto un capolavoro. Come gli italiani di una volta, elementari ma innegabili identità solide, perpendicolari anche quando cadevano, come le mele di Newton. Prima di diventare così disperatamente liquide, evanescenti, in eterna transizione di genere, d’idea, di partito, di cosmetica. Gli italiani che camminavano per necessità sui carboni ardenti e, poi, solo avendo una telecamera puntata addosso. Federica è razza Piave. I veneti di una volta, emigranti per necessità, a bonificare paludi malariche, a servire le tavole e a lavare le mutande dei ricchi, quasi sempre ferventi cattolici al riparo della preghiera e di un rosario, ma capaci come nessuno a zappare e a sbracciare. Con tutti i suoi cliché e orpelli mondani, i suoi ammiccamenti alle mode, le sue concessioni ai social e alla tivù, per i quali si becca l’inevitabile dose di odio, Federica discende da quei lombi lì. È una veneta fatta col fil di ferro, una guerriera inesorabile al servizio della Madonna, in cui nel tempo ha riconosciuto se stessa. Più oltranzista dei suoi stessi corregionali, quelli più laboriosi, che alla fine due settimane alle Maldive se le concedono. La sua etica del lavoro è inflessibile. Al punto da convincersi che replicare vasche all’infinito non fosse la metafora di un nauseato suicidio robotico, ma divertimento puro, piacere illimitato. Eh già, la forza della mente. Virtù in cui Fede non è seconda a nessuno. Più forte anche del suo saper nuotare supersonica.  Sono cambiate le avversarie, le regole, i costumi da competizione, ma lei resta. Questione di Fede e di scienza. Il piacere della sfida. E lo scarico delle lacrime, salvo smentirsi un secondo dopo, “Cacchio, sto diventando patetica!”. La necessità di essere la migliore, come suo papà Roberto nel suo campo, il mago degli spritz e delle combinazioni da cocktail, sempre di liquidi parliamo, che ha smesso di gettarsi dal paracadute quando è nata Federica e ha gettato lei in acqua quando ancora non sapeva camminare. Amor di padre. 1988. L’anno in cui Massimo Ranieri vince a Sanremo cantando “Perdere l’amore” e mamma Cinzia tiene in braccio la neonata, appena uscita dalle sue acque, mentre alla tivù passano le immagini delle Olimpiadi di Seul.  L’ostinazione di Federica non ha mai sfiorato il patetico. Le va riconosciuto il merito d’aver insistito fino all’ultima vasca sapendo che l’avrebbe fatta con assoluta decenza. Così è stato. Tra pochi giorni tornerà a casa e l’unica cosa che dovrà programmare saranno le otto docce quotidiane, a compensare l’astinenza da acqua.  

Fede, il quinto cerchio chiuso è l'elogio della femminilità. Benny Casadei Lucchi il 28 Luglio 2021 su Il Giornale. Ritratto di donna. Doveroso. Sentito. Sacrosanto. Per dirle grazie e chiederle scusa. Ritratto semplice di donna complicata e quindi ancora più femmina. Ritratto di donna. Doveroso. Sentito. Sacrosanto. Per dirle grazie e chiederle scusa. Ritratto semplice di donna complicata e quindi ancora più femmina. Ma non si dice, non si deve neppure pensare, come se questo termine perfetto finito nel vocabolario del silenzio fosse solo discriminante, riduttivo, dispregiativo e non avesse invece la capacità di sintetizzare forza e grandezza dell'altra metà del cielo. Fede è l'emblema di questa metà. Perché nel suo essere indispensabile allo sport, al Paese, a noi, non ha mai nascosto tenerezze e debolezze, angoli, spigoli e lame del suo carattere profondo; perché nulla è mai stato scontato nel suo modo di affrontare il mondo. Ritratto di una donna che gli uomini temono e amano senza avere mai la confidenza rozza di una battuta o allusione; lei bella, lei forte, lei testarda, carismatica, Divina la chiamano persino certamente sbagliando, però padrona di un fascino etereo che incanta, strega e divide sia maschi che femmine in eserciti contrapposti: di qua chi l'adora, di là chi la sopporta. Tutti però non potendo fare a meno di rispettarla. Per questo, assieme agli applausi per la sua quinta finale olimpica raggiunta, unica donna nel nuoto ad esserci riuscita, per questo le dobbiamo delle scuse. Perché per diciott'anni ha vinto e per diciott'anni ha resistito. Alle montagne russe della sua crescita e del mondo attorno che la rapiva di tentazioni e pretese senza mai veramente capirla. Guardiamo la piccola Benedetta Pilato, in questi giorni, era attesa ed era tante cose, è tornata in Italia senza nulla se non molte prime pagine con il viso tondo e dolce circondato da titoli tristi e di sconfitta, lasciamola stare, piccola. Federica non l'abbiamo lasciata stare, è finita subito sulle montagne russe delle attese e le pressioni, su e giù, vertigini e mal di stomaco, sorrisi e lacrime, tanti dubbi e poche certezze, confusione, adolescenza vorticosa e disintegrata. Federica paure e aspirazioni che riguardano tutti, ritratto femminista e maschilista, buona e cattiva, forte e debole, tenera e agguerrita, lacrime e gelo, umorale e amorevole. Federica piena di successi, record, medaglie, cadute e resurrezioni che raccontano diciott'anni di vita a mille all'ora e di lezioni che questa veneta ostica e lavoratrice ha impartito a tutti semplicemente mostrando, senza smussare angoli, le proprie durezze e debolezze.

Questo rappresenta Federica, donna e femmina che l'Italia ha imparato a conoscere declinandola in tanti e troppi modi. La bambina prodigio prima di Atene 2004, la bambina d'argento durante Atene 2004, la bambina viziata e in crisi alle prime pressioni dopo Atene, la ragazzina che si chiude, si spegne, s'impaurisce e nessuno sa, comprende, tutti vedono solo brufoli, distanza, insofferenza, non quegli occhi tristi. Ragazzina sola a Milano, avanti e indietro, alloggio diviso in quattro, ascensore, fermata del metrò, furgoncino dell'allenatore e dritti in palestra, sola sola sempre sola, l'unica a capire è un'amica di stanza, prigioniera della passione e dell'allenamento come Fede, chiama la signora Pellegrini, dice «mangia e poi vomita tutto, Fede sta male, venga...». Viene. La porta via. «L'abbraccio a casa con mio padre fu come rinascere» ricorderà anni dopo, ormai declinata a Divina, rispettata e finalmente amata, un amore figlio dell'autorevolezza non dell'empatia. Ancora declinazioni. Ragazzina forte ma sotto esame, mondiali di Montreal 2005, ragazzina capricciosa prima durante e dopo, ragazzina che fa di nuovo argento, non vince, vogliamo di più urla il mondo attorno. Vincerà presto, e tanto, ora è una ragazza, stella di prima grandezza ai Giochi di Pechino però diavolo hai conquistato l'oro nei 200 ma sprechi nei 400, criticata nel trionfo, privilegio non richiesto appannaggio solo dei troppo grandi. Mondiali di Roma 2009, due ori e due record, non basta. Fede adesso è altre sfumature, è gossip, fidanzati, rivalità nate nell'acqua che diventano d'amore, divide, indispone, si protegge, gli appassionati si schierano, i critici si esaltano e stropicciano gli occhi quando rifiuta di fare la portabandiera a Londra 2012. Apriti cielo non si fa, come si permette? Tutti sordi, tutti ciechi, tutti incapaci di vedere che dietro quell'onore rimbalzato c'è un gesto di coraggiosa emancipazione e serietà: dire di no perché c'è un lavoro da portare a termine, sarà tra i primi a gareggiare il giorno dopo ai Giochi, non vuole pregiudicare la gara. È il no di una donna a un mondo di uomini che voleva decidere per lei e si attendeva un sì. Quattro anni dopo, a Rio, le offriranno di nuovo la bandiera, e stavolta accetterà, ultima declinazione, stavolta diplomatica. A questo punto manca solo un tassello: non è il mondiale vinto a Budapest nel 2017, non è quello meraviglioso di Gwanjiu 2019, non è l'esito della gara andata in scena questa notte a Tokyo, qualsiasi esso sia, è ciò che disse un inverno di cinque anni fa, dopo Rio, quando spiegò perché, pur essendo preparatissima, aveva mancato il podio in finale: «Per il ciclo, ho sbagliato tutto e non ho calcolato bene i tempi del mio ciclo». Meravigliosamente donna nel raccontare ciò che il mondo maschio dello sport sa da sempre ma non considera mai: la gara nella gara, la sfida nella sfida che ogni atleta donna deve affrontare. Benny Casadei Lucchi 

Tokyo 2020, Federica Pellegrini: "Nessuno doveva sapere". La confessione d'amore dopo l'ultima storica finale. Libero Quotidiano il 28 luglio 2021. Cala il sipario su una carriera da fantascienza, quella di Federica Pellegrini, che chiude con la quinta e ultima finale olimpica, mai nessuno come lei nella storia del nuoto femminile. Chiude settima, ma poco conta: a 33 anni tra pochi giorni, è storia con la esse maiuscola. E ora, per la prima volta, nel dopo-gara la Divina parla anche del privato, dell'amore per l'allenatore Matteo Giunta, che la segue dal 2014: "Se non ci fosse stato Matteo probabilmente avrei smesso qualche anno fa”, dice al Tg1. “Matteo è un grandissimo allenatore ed un compagno di vita speciale e spero lo sarà anche in futuro. La priorità era tenere l’immagine dell’allenatore e dell’atleta separati e siamo stati molto bravi in questo. E’ stata una persona fondamentale, una delle più importanti in questo percorso sia umano che sportivo", ha confessato la Pellegrini. A caldo, appena uscita dalla piscina, le lacrime e la commozione: "Non voglio piangere", aveva detto prima di sciogliersi ed emozionarsi ai ringraziamenti. Ma è gioia. La Pellegrini scende in vasca a Tokyo per dare l’addio ai suoi 200 metri liberi che sono diventati dal 2004 il suo regno per ballare la sua “last dance baby", come dice sui social poco prima di toccare l’acqua giapponese. Chiude settima (1’55’’91), vince chi doveva farlo: l’australiana Ariarne Titmus, 20 anni, 13 meno di Fede, che dopo l’oro nei 400 si prende anche quello nelle 4 vasche (in 1’53’’50, record olimpico). Argento alla rappresentante di Hong Kong, Siobhan Haughey, 23 anni (1’53’’92) e bronzo alla canadese Penny Oleksiak, 21 anni (1’54’’70). Solo quinta l’americana Katie Ledecky (1’’55’’21). 

Da liberoquotidiano.it l'1 agosto 2021. Ecco la Federica Pellegrini che non ti aspetti, insieme alla compagna di squadra Martina Carraro. Immagini che arrivano direttamente dalle Olimpiadi, dal villaggio olimpico di Tokyo 2020. Immagini che mostrano una Divina... inaspettata, a sorpresa. Già, ora la mente è libera. I suoi giochi sono davvero, ufficialmente, finiti. L'ultima gara è stata la staffetta 4x100 mista, le azzurre in finalissima sono arrivate seste. E, come detto, questa era davvero l'ultima vasca olimpica per la Pellegrini. Al termine della gara, nelle interviste, ha spiegato di essere serena e ha aggiunto che no, non si vede nei panni di Valentina Vezzali e che, insomma, la politica proprio non le interessa. E dopo le parole, eccoci al video. Eccoci alla spensieratezza che emerge con prepotenza nelle immagini che potete vedere qui sotto, un video pubblicato su Instagram in cui la Pellegrini e la Carraro, con shorts, k-way e occhiali da sole, si lanciano in un delizioso balletto coordinato proposto direttamente dall'interno della loro stanza. Mosse sexy, ironiche e provocanti. Insomma, un balletto tutto da godere.

Da repubblica.it l'1 agosto 2021. Con gli ultimi cento metri di Federica Pellegrini alle Olimpiadi, la staffetta azzurra 4x100 mista femminile ha chiuso la finale di Tokyo al sesto posto. Le azzurre (Margherita Panziera, Martina Carraro, Elena Di Liddo e Federica Pellegrini) hanno "toccato" in 3'56"68. Oro all'Australia, argento agli Usa, bronzo al Canada. Le ragazze arrivano in zona mista, passano la parola alla capitana Pellegrini: “Devo fare il recap? Siamo soddisfatte, perché comunque è una finale olimpica e per una staffetta femminile è sempre una bella prova. Una staffetta che nei prossimi anni potrà crescere sicuramente. Per fare bene le staffette, lo abbiamo visto ieri, bisogna essere tutti allineati e molto spesso non è sufficiente. Abbiamo fatto quello che potevamo fare, that’s it”. Sì, è così: sono stati gli ultimi 100 metri di Federica che a Tokyo ha raggiunto il tradguardo storico di cinque finali in cinque Olimpiadi (ma la rivedremo in vasca a Napoli per la Isl, la Champions del nuoto, Fede nuoterà il 26 e 27 agosto "non il 29, ho un matrimonio, ma non il mio"). E dopo? Le compagne di squadra, scherzando, dicono "Fede farà l’insegnante di zumba”. Pellegrini ride: "Dovrò metabolizzare tutto a bocce ferme, ma sono molto contenta della decisione che ho preso di lasciare. È il momento giusto, l'ho sempre sentito e sono molto serena per quello che mi aspetta dopo, anzi non vedo l'ora che inizi. Poi sicuramente arriverà anche la malinconia, magari a fine anno quando mi fermerò davvero del tutto, ma sono serena". Ha molti progetti in mente: un docu-film, un libro, la tv. "Anche la politica, come Valentina Vezzali? Sottosegretario allo sport mi sembra un po’ too much. No, ho ancora il costume addosso, non so da che parte del mondo sono, se ho il fuso italiano, di Tokyo. Non lo so, non è che ti inventi niente. Arriveranno le proposte e io mi sentirò o meno di accettarle. Io non sono molto diplomatica. Sarei perfetta nel senso di essere la prima politica vera non diplomatica. Mi sorprenderei di me stessa se riuscissi a diventarlo”. In vent'anni di nuoto, Federica pensa piuttosto ad aiutare lo sport da dentro: "Non mi è stato proposto niente. Mi piacerebbe rimanere nello sport in generale. Lascio una nazionale con un settore maschile che è più forte che mai. Invece quello femminile va aiutato. Non mi riferisco a me in prima persona, ma penso che una figura femminile all’interno dello staff di questa nazionale che sia di riferimento per tutte le ragazze ci debba essere. Una figura professionale intendo, non sto parlando di me, ma di una psicologa che aiuti le ragazze nei momenti più di difficoltà e di stress". Federica pensa al dopo, a quello che lascia: "Credo sia fondamentale per le ragazze che stanno crescendo adesso avere un aiuto. Penso alla Pilato: ci sono dei meccanismi che ti portano ad affrontare una Olimpiade che non tutti per età o carattere hanno la capacità di affrontare. Io l’ho sempre avuta, perché l’ho sempre ricercata da sola. Lo sport in generale sta diventando l’esaltazione di ogni minimo particolare e questo è l’unico sul quale non abbiamo mai lavorato". Ora è il tempo dei saluti ai tifosi: "Grazie mille per tutti questi anni, sono stati veramente incredibili, un'altalena di emozioni bellissime e sofferte". Fede è molto ricambiata.

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 4 agosto 2021. Grande successo politico per l’Italia: Federica Pellegrini è stata la terza atleta più votata per l’elezione a commissione atleti del Cio. Fede ha ricevuto 1658 voti, il più votato è stato il cestista spagnolo Pau Gasol con 1888 voti. Al secondo posto Maya Martina Wloszczowska (Polonia, ciclismo), al quarto il fiorettista nipponico Ota. Federica resterà in carica fino ai Giochi di Los Angeles 2028, l’ultima italiana era stata Manuela Di Centa fino al 2010. Non ce l’avevano fatta in passato campioni come Antonio Rossi, Pietro Piller Cottrer, Alessandra Sensini e Armin Zoeggeler. Federica, dopo la quinta Olimpiade si assicura così la partecipazione alle prossime due Olimpiadi, entra nella Giunta e nel Consiglio nazionale del Coni e potrà votare anche il prossimo capo dello sport italiano. Fede ha battuto la concorrenza della forte nuotatrice australiana Cate Campbell. “La lotta al doping il primo passo, sono orgogliosa di questa elezione”, le sue prime parole. Domani Fede compirà 33 anni. Domenica giurerà in occasione della sessione del Cio.

Federica Pellegrini nel Cio: "Non me l'aspettavo". Marco Gentile il 4 Agosto 2021 su Il Giornale. Federica Pellegrini è ancora incredula: "Il fatto di avere subito la possibilità, dopo l’ultima Olimpiade, di rimanere nel mio mondo e fare qualcosa di concreto era forse un sogno che oggi si è realizzato". Archiviata la delusione dell'Olimpiade di Tokyo, arriva un grande riconoscimento per una fuoriclasse assoluta come Federica Pellegrini che è stata eletta nella commissione atleti del Cio. La quasi 33enne, li compirà domani 5 agosto, non scenderà più in vasca ma avrà ancora davanti a sè la bellezza di tre edizioni dei giochi olimpici anche se non agonisticamente parlando. La Pellegrini ha ottenuto un grande risultato con 1658 preferenze su un totale di 6825 e resterà ora in carica per circa 7 anni (fino al termine di Los Angeles 2028). "Onestamente non me l’aspettavo", il primo commento della fuoriclasse dei 200 metri stile libero. "Sapevamo tutti che era molto difficile, siamo partiti pessimisti anche perchè sapevo di non poter fare una grandissima campagna elettorale visti gli impegni in piscina. Poi il 2 abbiamo fatto l’ultima rincorsa a cercare voti nella mensa del villaggio. Sono molto contenta, il fatto di avere subito la possibilità, dopo l’ultima Olimpiade, di rimanere nel mio mondo e fare qualcosa di concreto era forse un sogno a cui non volevo credere. Ma oggi si è realizzato", il suo commento soddisfatto per la carica ottenuta.

Vita nuova. L’ingresso nel Cio comporterà per Federica Pellegrini anche l’entrata automatica nella Giunta e nel Consiglio Nazionale del Coni. La veneta ha poi continuato parlando del numero uno del Coni: "Mi piacerà lavorare con Giovanni sotto un diverso aspetto che non è quello del rapporto presidente-atleta. Lui è stato il primo a credere in questa battaglia. Imparerò molto, ne sono certa". Non solo la Divina, dato che sono stati eletti anche il cestista spagnolo Pau Gasol con 1888 voti, la ciclista polacca Maja Maryna Wloszszowska con 1674 voti e lo schermidore giapponese Yuko Ota con 1616 voti. "È stata l’affluenza alle urne più elevata di sempre, ringrazio tutti e spero di ricambiare la fiducia. Dopodomani ci sarà un primo incontro tra noi quattro e sarà bello confrontarsi", uno dei tanti passaggi con le parole di Federica Pellegrini che ha già diverse idee, soprattutto sul mondo del nuoto: "Il nuoto è un tema caldo, molte realtà hanno sofferto per la chiusura degli impianti e non riescono a sopravvivere. Poi ci occuperemo del benessere mentale degli atleti, che quando affrontano un evento con molte pressioni come l’Olimpiade devono avere un aiuto psicologico importante. E anche il doping è un argomento centrale che sarà affrontato".

Marco Gentile. Sono nato l'8 maggio del 1985 a Saronno, ma sono di origine calabrese, di Corigliano Calabro, per la precisione. Nel 2011 mi sono laureato in comunicazione pubblica d'impresa presso la Statale di Milano. Ho redatto un elaborato finale sulla figura di José Mourinho, naturalmente in ambito della comunicazione. Sono appassionato di sport in generale ed in particolare di tennis e calcio. Amo la musica, leggere e viaggiare. Mi ritengo una persona genuina e non amo la falsità. Sono sposato con Graziana e ho una bambina favolosa di 2 anni e mezzo. Collaboro con ilgiornale.it dall'aprile del 2016.

Pellegrini & co, denaro e affari offshore dal paradiso fiscale di Cipro. La «divina» scala il Coni e il Cio, ma ha aiutato l’ingresso in Europa e in Italia del magnate ucraino Kostantin Grigorishin che con la sua lega privata indebolisce le istituzioni del nuoto. E gli ha pure imposto il suo staff: il ruolo del fidanzato Giunta, del manager Dealessi, grande amico di Malagò, e il groviglio societario che arriva alla cittadina cipriota di Limassol. Vittorio Malagutti e Carlo Tecce su 'Espresso il 16 Dicembre 2021. A Federica Pellegrini, la «divina» Federica Pellegrini, ogni cosa è concessa. Pure le sue profonde contraddizioni. Un giorno rappresenta le istituzioni sportive, un altro supporta chi le vuole sabotare. Al manto dell’ex nuotatrice Federica, acclamata, popolare, iconica, adesso televisiva e mondana, si aggrappano due imprenditori di accenti e visioni diverse, che usano monete e maniere diverse. C’è Konstantin Grigorishin, magnate ucraino con triplo passaporto (anche cipriota e soprattutto russo), formatosi a Mosca in epoca sovietica, produttore di energia elettrica, fondatore di International swimming league (Isl), la lega privata che promuove nel mondo il circo dei nuotatori.

VIVERE, SORPRENDERE” DI STEFANO ARCOBELLI pubblicato da la Gazzetta dello Sport il 29 dicembre 2021. Uno dei servizi fotografici che Fede apprezzò dopo essere diventata famosa fu quello che ricordava le maschere del Carnevale di Venezia, di cui è stata pure Colombina. Quasi una metafora che già da teenager faceva dire a Fede "sono una nuotatrice forte in acqua e chissà se meno forte nel privato, che si accetta totalmente ma ha tante maschere, e studia se potrà diventare una numero uno anche in altri campi".

Una sfida che la intriga ed esalta sempre, soprattutto quando gli altri "non credono in me, adesso ti faccio vedere, è questa la sfida che mi dà un incentivo in più". Simbolo delle ragazzine cresciute con lei, ora donna trasversale che piace a tutte e tutti. Sui social è un riferimento per oltre un milione di follower: "Alle teenager di oggi consiglio di praticare sport, magari nuoto perché ti tempra nella testa e ti fortifica in tutti i sensi. Anche se poi non vinci l’oro olimpico". 

Se a diciotto anni Tinto Brass ti propone di fare un film, c’è da vacillare. "La Pellegrini è perfetta per un mio film: ha il sorriso di chi è sessualmente appagata". E lei declinando: "In molti me l’hanno detto che avrei avuto successo, e si sono dispiaciuti. Ma direi di no adesso anche a un film normale". 

Un film sulla sua vita lo farebbe interpretare da Monica Bellucci o da Angelina Jolie: "Ne sarei onorata, la Jolie ha fatto un film sulla storia olimpica di Louis Zamperini. Mi piacerebbe scegliere io l’attrice che interpreta Federica". Donne forti, bellezze semplici. Come questa Fede che non è cambiata, non s’è fatta travolgere dal successo pur essendo una primadonna: "Preferisco definirmi diva umile, perché ho conosciuto bene gli alti e bassi, alla stessa velocità sali e scendi. Ed è importante ricordare. La vita mi ha cambiata, mi ha fatto crescere ma non ha tolto niente per determinazione alla prima Fede. Ha esperienza, sempre fame anche se ha la fama…". In questo la freddezza l’ha allenata sin da bambina: "Ho sempre ricevuto una disciplina ferrea, mio padre ex paracadutista, quadrato, poi Di Mito e Castagnetti, sempre a cercare di appiattire il più possibile le emozioni, per tirare il massimo in gara e stare tranquilla di testa".

Le chiedono sempre di tutto: "Una canna? Mai. Ubriaca? Solo per il 18° compleanno. Il piercing? Non ho mai oltrepassato i limiti: quello al capezzolo è stata una scommessa vinta con papà". Crescendo e fortificandosi, ha lavorato piuttosto su altre emozioni: come il contatto con la gente. "Molte persone vedono l’atleta concentrata, col muso o mentre ridi, criticano per ciò che vedono; negli ultimi anni mi hanno visto cambiata, come sono io, non più musona ma sempre determinata, più solare e allegra, creativa. In fondo amo improvvisare.

Sì, sono molto egocentrica, mi piace essere una primadonna: il mio carattere mi porta a esserlo". Nuotando è diventata l’atleta italiana più famosa e decorata: "Ho continuato a vincere anche se ho saltato qualche occasione: ma le cose facili non mi sono mai piaciute. E comunque non ho rimpianti". Se non quelli di iscriversi all’Università: "È stato impossibile con tutto quello che mi è successo, mi sarebbe piaciuta la facoltà di Psicologia". Ha faticato a imparare l’inglese, "l’unica cosa che invidio a Rosolino… Più che scomoda o poco simpatica sono sempre stata me stessa, preferisco guardarmi allo specchio e sono contenta di questa immagine che ho dato, perché non c’è mai niente di programmato: ciò che penso, l’ho sempre detto...".

Ciro Scognamiglio per gazzetta.it il 27 luglio 2021.Rossella Fiamingo, Federica Isola, Mara Navarria, Alberta Santuccio: le ragazze della spada azzurra contro la Cina, numero uno del ranking mondiale, vincono il bronzo. Per l’oro la sfida, a seguire, sarà tra Corea ed Estonia al via alle 19.30, le 12.30 in Italia. Si tratta dell’11a medaglia per l’Italia in questa 32esima edizione delle Olimpiadi estive: 1 oro, 4 argenti e 6 bronzi il bilancio complessivo della spedizione azzurra fino a questo momento. E si è trattato di un incontro davvero emozionante che le nostre ragazze hanno alla fine conquistato sul filo ma meritatamente, con il punteggio finale di 23-21. In particolare è toccato a Federica Isola, classe 1999, portare l’ultima stoccata fermando la rimonta dell’avversaria Zhu. Ma se parliamo di questa finale, che l’Italia aveva cominciato in svantaggio per 3-0, i due assalti che hanno fatto pendere la bilancia a nostro favore sono quelli della fase centrale firmati da Rossella Fiamingo (4-0 il parziale contro la Xu) e Maria Navarria, che ha chiuso l’assalto sul 5-1 contro la Zhu. La Cina aveva poi rimontato fino al 21-22, con la Zhu che aveva fermato il tempo per farsi curare un problema muscolare alla gamba destra. Ma la Isola non ha tremato ed è potuta partire la festa azzurra. Nel corso del torneo, cominciato dai quarti di finale nella mattina giapponese (prima dell’alba in Italia), l’Italia aveva sconfitto la Russia in un assalto serrato, concluso per 33-31. Ma poi si era dovuta arrendere 42-34 all’Estonia nonostante Federica Isola avesse tentato di ribaltare la situazione con una buona prestazione individuale. Nelle precedenti edizioni dei Giochi, la spada femminile aveva conquistato l’argento a squadre ad Atlanta 1996 e quello individuale con Rossella Fiamingo a Rio 2016. Mentre nei tornei individuali di Tokyo2020 l’Italia aveva portato a casa finora due argenti tra gli uomini: Daniele Garozzo nel fioretto, Gigi Samele nella sciabola.

Da gazzetta.it il 27 luglio 2021. Con una gara straordinaria Giorgia Bordignon regala la dodicesima medaglia all’Italia: la 34enne di Arsago Seprio è d’argento nel sollevamento pesi (cat. 64 kg) con un doppio record italiano: 104 kg nello strappo e 128 nello slancio. La Bordignon ha chiuso al terzo posto la gara di strappo con 104 kg (record personale migliorato di e italiano di specialità), 1 solo kg dietro la prima posizione occupata dalla canadese Charron. E si è poi migliorata due volte nello slancio: prima con un 126 kg e poi con un 128. Il suo 232 kg è stato superato solo dalla Charron, che ha chiuso con 236. Sul podio anche la taiwanese Chen. La Bordignon, sesta ai Giochi di Rio, ha cominciato con la pesistica a 16 anni da tempo si è trasferita in Puglia per allenarsi. Nel suo palmares spiccano una medaglia d’argento e due medaglie di bronzo continentali. 

Giorgia, i muscoli gentili delle ragazze d'Italia. Ma sarà l'ultima volta. Riccardo Signori il 28 Luglio 2021 su Il Giornale. Bordignon d'argento: primo podio femminile nel sollevamento pesi. A Parigi non ci sarà. Giorgia nei nostri pensieri, come una vecchia canzone di Ray Charles. Lo diranno a Rosà, nel vicentino, dov'è nato il papà e fanno i conti sui medagliati (anche Manuel Frigo della staffetta del nuoto), ad Arsago Seprio dove ha vissuto, a Gallarate dove è nata, a Valenzano in Puglia dove si allena, a Roma dove si è spostata di recente: un viaggio attraverso la penisola per arrivare sul podio di Tokyo. Chissà se Georgia on my mind ci avrebbe raccontato di una ragazza di 34 anni che voleva fare fitness ed, invece, solleva bilancieri con mani adornate di cerotti, grinta e urlo da sforzo supremo ed accetta i fiori del successo con la delicatezza femminile di chi si gode l'ultimo attimo sublime della sua storia sportiva. Giorgia Bordignon ieri ci ha spiegato la forza della donna: quella di muscoli levigati che acchiappano il bilanciere e gli dicono «ti domino, sono forte quanto non credi», nonostante il fisico segni il limite dei 64 kg, insomma non proprio una ragazza cannone, e la forza di un'atleta che non ha smesso di credere ad un sogno, ad un successo fino all'ultima gara del percorso: ed ora eccola acchiappare una medaglia d'argento che l'ha fatta piangere di gioia, certo ci parla ancora della bellezza del credere nello sport, dell'andare oltre i propri limiti. E chissà non abbia fatto effetto l'idea del suo tecnico. «All'ultima alzata mi ha detto: dimostra quante palle hai». Il mondo del sollevamento pesi ha sempre navigato border line (eufemismo) con i problemi di doping. Qualcosa è cambiato. «Il presidente Urso ha lavorato molto per la pulizia del settore», ha raccontato il segretario della federazione. Mirko Zanni, recente bronzo azzurro, è ancora più esplicito: «Sono gli effetti della lotta al doping. C'è stata una rivoluzione: lo meritiamo dopo anni passati in secondo piano per colpa di quella maledizione». Bordignon è una poliziotta penitenziaria, e certo farà la parte della iron girl. Ieri ha conquistato la medaglia a suon di record italiani, non ha sbagliato un colpo fino al totale finale: 232 kg divisi tra strappo (104) e slancio (128). «Ed io non ho voluto sapere i chili che andavo a sollevar», ha raccontato. Il sollevamento non è solo questione di forza, serve anche la psicologia dell'alzare sempre l'asticella alle avversarie: le ultime due sono crollate cercando il chilo in più. Quel suo fisico, agghindato di tatuaggi, non lasciava trasparire l'indecenza dello sforzo che, invece, affiorava e sformava l'essenza femminile di altre concorrenti. Solo la canadese Maude Charron non ha mollato e, alla fine, ha sollevato 4 kg in più. Giorgia aveva già pensato ad una ideale parure d'argento: sognare costa niente. Poi si è ritrovata l'argento al collo, mentre ad Arsago Seprio parroco e sindaco hanno fatto suonare le campane della Basilica. «Tutto il mondo deve sentire la nostra gioia», ha rilanciato via web il sindaco. La medaglia, prima di una azzurra del sollevamento pesi, arricchisce l'orgoglio. «Ho scritto la storia». Qui, invece, finisce la storia olimpica di Giorgia che si era presentata a Rio 2016 raccogliendo un 6° posto. Stavolta era partita dicendo: «Voglio godermi l'esperienza». Se l'è goduta.

Giampiero Mughini per Dagospia il 27 luglio 2021. Caro Dago, in questo momento sono uno degli italiani che spero a milioni amino pazzamente una donna di 34 anni le cui spalle sono più larghe degli armadi della nostra camera da letto e che ha appena guadagnato la medaglia d’argento in una mostruosa gara a tirar su centinaia e centinaia di chili a volta. Questa donna 34enne, bellissima, di nome Giorgia Bordignon, era alla sua seconda e ultima Olimpiade. Tutta la vita l’aveva trascorsa, così io mi immagino, sì da madre, da sorella, da fidanzata, forse da amante ma soprattutto da meravigliosa atleta che portava su centinaia di chili a volta. Lei che indossa la maglia azzurra sta piangendo e io con lei sto piangendo.

Tokyo 2020, ombra doping sul sollevamento peso: "Perché ora vinciamo le medaglie", il siluro di Mirko Zanni. Libero Quotidiano il 27 luglio 2021. A Tokyo 2020 l’Italia ha colto due medaglie inaspettate dal sollevamento pesi, che ha regalato grande gioia ai telespettatori da casa sia al maschile che il femminile. A rompere il ghiaccio è stato Mirko Zanni, che nella categoria 67 kg ha conquistato un bronzo olimpico. Oggi, martedì 27 luglio, è arrivato il bis di Giorgia Bordignon, che a 34 anni è stata in grado di mettersi al collo una medaglia d’argento nella categoria 64 kg, sollevando in totale 232 (nuovo record italiano). “La medaglia della Bordignon? Non me l’aspettavo in senso buono - ha dichiarato Zanni a Casa Italia - nel nostro sport c’è stata una rivoluzione e i risultati si vedono, la lotta contro il doping si vede e io non posso che essere contento perché aver iniziato questo ciclo di medaglie per me è questione d’orgoglio”. Tra l’altro la Bordignon è stata la prima azzurra di sempre a salire sul podio olimpico: “È un’emozione unica e devo dire che se lo è meritato, ha fatto una prova eccezionale in gara e inaspettata perché ha raggiunto un livello veramente alto”. “Ora anche l’Italia può dire la sua”, ha aggiunto Zanni, che augura “il meglio a tutti quanti e spero che risultati come questi ne arrivino altri perché ce lo meritiamo, dopo anni passati in secondo piano per colpa di questo maledetto doping ce lo meritiamo e o ora ci andiamo a prendere quello che è nostro”.

Da isnews.it il 27 luglio 2021. Maria Centracchio scrive la più bella pagina dello sport molisano a livello individuale. La sua è l'impresa più grande di sempre. La prima donna molisana alle Olimpiadi è bronzo a Tokyo 2020 dopo una sfida dominata nel judo -63kg contro la forte olandese Juul Franssen, vinta dopo tre penalità al golden score, durato oltre 2 minuti. Dalla piccola Isernia ai Giochi olimpici, Maria, 26 anni, atleta delle Fiamme Oro, è salita sul tetto del mondo da 27esima del tabellone, in una sfida senza pubblico ma con il tifo nelle orecchie e nella mente: della sua famiglia, della sua Isernia, della sua Italia. Il fisico della guerriera, gli occhi del samurai: anni e anni di lavoro, sacrificio, dedizione, rinunce, determinazione. Maria è tutto questo: come suo padre, Bernardo Centracchio, uomo che il judo lo ha nel sangue, come sport e come stile di vita. E che starà piangendo di gioia, come lei, che finita la gara, Maria scoppia in un pianto liberatorio. Bronzo per lei, bronzo per Odette Giuffrida. Il judo italiano può festeggiare. Ma più di tutti oggi festeggiano il Molise, Isernia, i Centracchio. Monumentale Maria: lei è la prova che nello sport, come nella vita, nulla è impossibile.

Da gazzetta.it il 27 luglio 2021. Fantastica Maria Centracchio: è bronzo sul tatami del Budokan nella categoria -63 kg! Nella finale per il terzo posto contro l’olandese Juul Franssen (tre shido). Maria, 26 anni, appartenente alle Fiamme Oro Roma, ha firmato una vera impresa partendo dal numero 27 del tabellone.

Maria, la ragazza orgoglio del Molise. Dai 10 in pagella a scuola allo storico bronzo. Sergio Arcobelli il 28 Luglio 2021 su Il Giornale. La Centracchio a Tokyo dopo il Covid e la mononucleosi. Altro che sesso debole Le donne sono guerriere, temerarie, sanno lasciare il segno anche più degli uomini. Nella giornata di ieri ne abbiamo avuto la conferma quando Maria Centracchio ha portato a casa un risultato storico: centrando il bronzo a Tokyo 2020 e regalando al suo Molise la prima medaglia individuale ai Giochi. Prima di questa judoka di 26 anni, d'altronde, solo due corregionali erano riusciti a salire sul podio olimpico, sebbene in gare a squadre: Pasquale Gravina (un argento e un bronzo) nel volley e Aldo Masciotta (un argento) nella scherma. «Sì, il Molise esiste e mena pure». Maria lo urla forte al mondo e riscatta quell'odioso mantra secondo cui questa regione non esiste. Una terra, al contrario, che combina semplicità e forza e ora viene sorretta da una nuova e piccola ma tenace eroina. Nata a Castel di Sangro, ma residente da sempre a Isernia, Maria Centracchio è una ragazza che non ha mollato mai, abituata a combattere sia sul tatami che contro le avversità. Si è portata a casa un podio alla vigilia non pronosticato, da outsider, per questo ancora più bello e speciale come dimostrano le lacrime rigate sul suo volto dopo quest'impresa. Del resto, lei partiva da dietro, lontanissima in classifica (n° 27) ed era pure la più minuta della sua categoria dei -63 kg. Per non parlare della sua personale battaglia contro il Covid e la mononucleosi. Ma non si è spezzata, anzi. «Datemi le Olimpiadi e poi ci penso io», si caricava alla vigilia. Poteva sembrare presunzione e invece no, Maria ci ha creduto fin dall'inizio, spinta anche dal bronzo dell'amica Odette Giuffrida. Si è poi fermata soltanto in semifinale contro l'olimpionica Tina Trstenjak. E ora dedica «questa medaglia a tutte le persone che mi sono state vicine quando le cose erano difficili, la mia famiglia, il mio fidanzato e le Fiamme oro che mi hanno supportata. E lo dedico al mio Molise: so che sui social tutti i molisani stanno già facendo festa». Proprio così, una regione impazzita di gioia per questa ragazza modello che «prendeva dieci in pagella in italiano e in storia, ma io voti del genere non ne do quasi mai», ha rivelato il suo professore del Liceo di scienze umane Cuoco di Isernia. La definiscono seria, quadrata, competente, rispettosa delle regole. Non poteva che scegliere il judo, sport di famiglia praticato nella palestra del papà maestro insieme al fratello Luigi promessa azzurra che l'ha seguita anche a Tokyo per farle da sparring partner. «È uno sport che veicola un bel messaggio. Non siamo il sesso debole e ci possiamo difendere in qualsiasi situazione. Questa medaglia spero dia coraggio e forza a tutte le donne». Se questo è il sesso debole. Sergio Arcobelli

Olimpiadi Tokyo 2020, judo: Maria Centracchio vince il bronzo nella categoria -63 kg. Federica Palman il 27/07/2021 su Notizie.it.  Nuova medaglia per il judo italiano: Maria Centracchio è bronzo nella categoria -63 kg. Prima medaglia olimpica per la judoka e la sua regione, il Molise. L’atleta italiana ha sconfitto nella finale per il terzo posto l’olandese Juul Franssen. L’azzurra, apparsa da subito carica e concentrata sul tatami, ha dominato l’incontro fin dall’inizio, cercando sempre l’iniziativa. La vittoria è arrivata dopo 11 minuti di lotta, durante i quali Centracchio è andata molto vicina a girare Franssen, ed è stata conquistata al golden score, il tempo supplementare.

La judoka olandese non è quasi mai sembrata in gara e ha subito gli attacchi dell’avversaria.

Durante i tempi regolamentari, Franssen ha subito due penalità per passività. Una terza, che le ha fatto raggiungere il numero massimo consentito, si è aggiunta al golden score, terminando l’incontro.

Ad applaudire Centracchio era presente Odette Giuffrida, anche lei medaglia di bronzo a Tokyo nel judo, nella categoria -52 kg. Proprio verso la compagna di squadra è corsa l’atleta molisana, scoppiando in lacrime per la felicità, dopo il verdetto dell’arbitro.

Maria Centracchio bronzo a Tokyo 2020: “La medaglia di Giuffrida una spinta incredibile”. “Se credevo nella medaglia? Tutte le persone che mi conoscono sanno che ho sempre detto: il difficile è arrivare alle Olimpiadi, poi me la vedo io. La medaglia di Odette Giuffrida mi ha dato una spinta incredibile. Abbiamo un grande feeling, esserci l’una per l’altra è un valore aggiunto”, ha dichiarato Maria Centracchio.

Maria Centracchio bronzo a Tokyo 2020: chi è la judoka di Isernia. Maria Centracchio è nata a Isernia il 28 settembre 1994 e quella di Tokyo è la sua prima Olimpiade. Il bronzo olimpico va ad aggiungersi ad altri importanti risultati: il bronzo all’Europeo di Minsk del 2019, l’oro al Grand Prix di Tel Aviv del 2019 e l’argento a quello di Tashkent del 2018. Per quanto riguarda la sua vita privata, sappiamo che è fidanzata con Gabriele Chilà, atleta di salto in lungo delle Fiamme Gialle, e molto affezionata al suo cane, “compagno di quarantena”, come scritto dalla stessa Centracchio su Instagram.

Poco prima della semifinale olimpica, per la judoka molisana è arrivato un altro riconoscimento: la cittadinanza onoraria che le conferirà il Comune di Rocchetta a Volturno, in provincia di Isernia. Un omaggio anche al padre, originario del paese e primo maestro dell’atleta. “La partecipazione di Maria è una preziosa testimonianza di quanto sia importante non arrendersi mai”, è scritto in una nota.

Centracchio è laureata in Mediazione linguistica.

Da ilnapolista.it il 2 agosto 2021. Altra impresa storica dello sport italiano. Vanessa Ferrari ha conquistato la medaglia d’argento al corpo libero al termine di un esercizio sulle note di “Con te partirò”. Vanessa Ferrari ha optato per un esercizio con tre diagonali anziché quattro. Nessuna sbavatura nella sua performance, ha ottenuto 14.200, dietro soltanto la statunitense Jade Carey. A trent’anni è stata più forte degli infortuni che l’hanno martoriata nel corso della sua carriera: cinque gli interventi chirurgici cui si è dovuta sottoporre. L’Italia non vinceva una medaglia olimpica nella ginnastica femminile dal 1928, quasi cent’anni fa. A queste Olimpiadi lo sport italiano continua a vincere medaglie nelle specialità storicamente più complesse per noi, come accaduto ieri nella storica giornata dell’atletica leggere con Jacobs e Tamberi.

Vanessa Ferrari infinita: argento a 30 anni. Antonio Prisco il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Altra impresa azzurra alle Olimpiadi, Vanessa Ferrari conquista uno storico argento nel corpo libero. Vanessa Ferrari conquista la medaglia d’argento al corpo libero alle Olimpiadi di Tokyo. È la prima medaglia individuale azzurra della ginnastica. Per la ginnastica italiana al femminile è il ritorno a medaglia e in particolare all’argento a distanza di 93 anni dalla prima e fino a pochi minuti fa unica presenza sul podio, quella della prova a squadre di Amsterdam 1928. Dopo la giornata leggendaria dell'atletica leggera, arriva un'altra impresa storica per l'Italia. Stavolta assoluta protagonista è Vanessa Ferrari. Dopo i quarti posti di Londra 2012 e Rio 2016 e quindici anni dopo il titolo mondiale di Aarhus 2006 arriva la consacrazione di Vanessa, che corona a 30 anni una straordinaria carriera. Alla quarta partecipazione olimpica finalmente l’azzurra arriva sul secondo gradino del podio nel corpo libero con uno splendido esercizio sulla musica di Bocelli. Il suo punteggio: 5,900 la nota di partenza e 8,266 l’esecuzione. Un risultato guadagnato con un esercizio perfetto, premiato con il miglior voto nell’esecuzione (8,3). Con 14.200 è stata superata dalla statunitense Jade Carey (14.366) per il maggior coefficiente di difficoltà. La Carey pone l’asticella più in alto, 6.300 il suo livello, mentre Vanessa è a 5.900. Ma l'azzurra è più brava nell’esecuzione: 8,300 rispetto agli 8.066 della Carey e chiude con 14.200. Trionfa dunque la compagna di squadra di Simone Biles che replica quanto era successo nell’all round, il concorso individuale, vinto da Suni Lee. Orfana della Biles, la squadra americana trova comunque altre protagoniste vincenti. Doppio bronzo per la giapponese Mai Murakami e la russa Angelina Melnikova. Vanessa si era qualificata con il miglior punteggio - 14.166 - e ha subito dichiarato la strategia: "Fare al meglio quello che so fare, niente di più, neppure di meno". La ginnasta di Orzinuovi si esibisce per quinta e si affida a un brano leggendario della musica italiana "Con te partirò" di Andrea Bocelli. Come previsto ha proposto le tre diagonali complesse con una interpretazione coinvolgente e una serie di movimenti perfetta, solo un minimo passettino all’ultimo arrivo. La sua performance è straordinaria: pulita e decisa nella parte artistica, emozionante nelle espressioni e a livello coreografico. Vanessa si scrolla di dosso tutte le sfortune del passato, gli infortuni che ne hanno spesso rallentato la carriera con ben cinque interventi chirurgici tra cui la rottura del tendine d'Achille, e infine il Covid che l'ha colpita a marzo di quest'anno. E riesce anche lei a scrivere un'altra pagina memorabile dello sport italiano. Ecco le sue prime parole: "Una dedica per questo argento? Si, sicuramente la medaglia la dedico a tutti quelli che mi hanno sostenuto, ma soprattutto a coloro che hanno creduto in me quando neanche io ci credevo. Quando tutti pensavano che non sarei tornata e non ce l'avrei fatta, a quelle persone che mi hanno presa da zero e riportata fino a qua".

Antonio Prisco. Appassionato di sport da sempre, tennista top ten e calciatore di alto livello soltanto nei sogni. Ho cominciato a cimentarmi con la scrittura sin dai tempi del liceo, dopo gli studi in Giurisprudenza ho ripreso a scrivere di sport a tempo pieno. Nostalgico della Brit Pop, adoro l'Inghilterra e il calcio inglese. Amo i film di Lars von Trier e i libri di Stephen King. Sogno nel cassetto girare il mondo per seguire eventi sportivi. Collaboro con ilGiornale.it dal maggio 2018.

Dopo 93 anni un'Azzurra sul podio nella ginnastica artistica. Chi è Vanessa Ferrari, la ginnasta medaglia d’Argento nel corpo libero alle Olimpiadi di Tokyo. Vito Califano su Il Riformista il 2 Agosto 2021. È una medaglia storica quella di Vanessa Ferrari: 93 anni dopo un’altra italiana sale sul podio nella ginnastica artistica; è la prima medaglia individuale al femminile alle Olimpiadi. La medaglia è d’argento nella specialità a Corpo libero. Un successo alla quarta Olimpiade per la ginnasta. Gridavano vendetta i quarti posti dei Giochi di Londra 2012 e di Rio 2016. L’azzurra ha chiuso con un punteggio di 14.200. Oro per l’americana Jade Carey (14.366), bronzo per la giapponese Mai Murakami e Angelina Melnikova (14.166). Vanessa, classe 1990, è nata a Orzinuovi, è cresciuta a Genivolta e si è trasferita a Capriano del Colle e a Nave, in provincia di Brescia. Ha due fratelli, Ivan e Michele. La madre ha origini bulgare. Ferrari è stata la prima italiana a laurearsi campionessa mondiale di ginnastica artistica, ad Aarhus in Danimarca, nel 2006. È stata insignita del collare d’oro al merito sportivo del CONI e nel 2007 dell’onorificenza presidenziale di Cavaliere al merito della Repubblica. È diventata anche Caporal Maggiore dell’Esercito Italiano, membro della squadra femminile del Centro Sportivo Olimpico dell’Esercito. E quindi ha ricevuto il grado di Primo Caporal Maggiore dell’Esercito Italiano. Ferrari è stata la prima ginnasta, alle Olimpiadi del 2012 a Londra, ad eseguire un enjambé cambio ad anello con 360° di rotazione al corpo libero. L’elemento ha preso quindi il suo nome, inserito nel Codice dei Punteggi con un valore “D”. Una carriera però provata anche da tanta sfortuna, da infortuni, due volte rottura dei legamenti. A 30 anni si prende la rivincita su tutto, Ferrari. L’esecuzione splendida sulle note di Con te partirò di Andrea Bocelli. “Non voglio pensare alle altre come mi è successo, sbagliando, in Brasile. La mia strategia è fare al meglio quello che so fare, niente di più, neppure di meno. In attesa della gara ha trascorso una giornata soft – aveva detto prima della finale – Poi continuerò a pensare solo al mio esercizio perché questa volta non guardo in faccia nessuno”. E infatti.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Giampiero Mughini per Dagospia il 2 agosto 2021. Caro Dago, la medaglia d’argento che s’è guadagnata la nostra Vanessa Ferrari nella specialità del corpo libero della ginnastica femminile è una medaglia di un metallo assai speciale. Trentenne (un’età veneranda per la ginnastica moderna), Vanessa era alla sua quarta olimpiade dopo due beffardi quarti posti ottenuti nel concorso generale e dopo essere stata campionessa del mondo nel 2006, quando aveva appena sedici anni. Ora, la ginnastica agli attrezzi (quelli maschili e quelli femminili) è il trionfo della solitudine, uno sport in cui è incessante il tuo competere con te stesso, con i limiti del tuo corpo, della tua volontà, del tuo coraggio. Per tutto il tempo della sua carriera (che nel caso della Ferrari è stato lunghissimo) il ginnasta ha a che fare solo con sé stesso, e tanto più in uno sport pressoché sconosciuto dal grande pubblico com’è la ginnastica attrezzistica. Di cui il pubblico si ricorda, e stravede innanzi a tali mirabilie, solo in occasione delle Olimpiadi. Come non stravedere di fronte alla creatività, all’ardita eleganza, alla sfrontatezza di un esercizio al corpo libero come quello che Vanessa ha covato per anni nello scantinato di casa sua e dopo che per ben cinque volte si era sfrantumata nel fare movimenti dove ogni gesto è una sfida al pericolo fisico: alla trave come alle parallele come al corpo libero. Il suo finale di partita, un doppio salto mortale all’indietro con doppio avvitamento è un gesto che non sono moltissimi i ginnasti uomini che se lo possono permettere. Oggi e domani Vanessa verrà celebrata; da posdomani qualsiasi calciatore di terza linea ritornerà ad essere molto più famoso di lei. E’ la legge degli sport minori, e poco importa che siano degli sport che richiedono uno sport sovrumano da parte di chi li pratica. Che richiedono un atteggiamento al confine con la religiosità. Ne parlo con cognizione di causa, perché quella religione l’ho praticata nei miei anni tra i quindici e i diciotto, e quella esperienza resta come la più importante della mia vita. Così come restano per me sacre le tre medaglie d’oro che ho visto conquistare a Franco Menichelli (corpo libero), Yuri Chechi (anelli), Igor Cassina sbarra). Tanto mi aveva ammaliato il pirotecnico esercizio pirotecnico con cui Cassina vinse il titolo olimpico che andai a cercarlo nella palestra di Meda dove lui si allenava, e ne scrissi ammiratissimo. Credo fosse uno degli articoli più belli che abbia scritto in vita mia, e questo perché lo sapevo bene da quale accanimento per l’appunto religioso di anni e anni e anni di palestra era venuto quell’oro olimpico. Accadde poi che un vicedirettore di “Panorama”, in realtà un semianalfabeta come ce n’ è tanti nei giornali, non apprezzasse minimamente né Cassina né il mio pezzo e lo lasciasse marcire in un cassetto della redazione. Al telefono gli manifestai tutto il mio disprezzo intellettuale, un sentimento quello sì in cui sono capace di raggiungere vette olimpiche. Poco dopo mi dimisi dal giornale e chiusi la mia carriera giornalistica ammesso che io sia mai stato un giornalista. Il pezzo su Cassina era talmente bello che lo misi tale e quale in un mio libro, e questo in segno di onore per la ginnastica attrezzistica e i suoi campioni.

Il segreto di Vanessa Ferrari: da “Bella Ciao” a “Con te partirò”. Ecco perché ha cambiato musica…Lucio Meo lunedì 2 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. C’è un segreto nel meraviglioso argento dell’azzurra Vanessa Ferrari nel corpo libero di ginnastica ai Giochi di Tokyo 2020. L’oro è andato alla statunitense Jade Carey con 14.366 e il bronzo ex aequo alla giapponese Mai Murakami e alla russa Angelina Melnikovacon con 14.166 ma Vanessa è stata la vincitrice morale, dopo una via crucis di infortuni e di sfortunate coincidenze. Fortunata, invece, era stata la decisione di esibirsi sulle note di Bocelli, “Con te partirò”, invece che sull’inno partigiano “Bella Ciao”, che solo un bronzo le era valso ai recenti Europei. Un brano a marcetta per nulla adatta alla sinuosità del gesto atletico della Ferrari, ma anche un brano divisivo, politico, che non si confaceva per nulla allo spirito patriottico e unitario che la sua esibizione alle Olimpiadi rappresentava per tutti gli italiani. Per la 30enne bresciana, alla sua quarta partecipazione, è la prima medaglia olimpica, ed è anche la prima medaglia nell’individuale femminile della ginnastica artistica italiana alle Olimpiadi. Del resto, quel brano, “Con te partirò” aveva portato fortuna anche ad Andrea Bocelli, come aveva spiegato egli stesso in questo video alla vigilia di Tokyo… Vanessa Ferrari aveva annunciato il cambio della musica del suo corpo libero per i Giochi Olimpici di Tokyo il 21 giugno scorso, scegliendo “Con te partirò” di Andrea Bocelli al posto di ‘Bella Ciao’. Il tenore aveva dunque ringraziato la campionessa di artistica in un video, insieme alla figlia Virginia, giovane ginnasta di otto anni e appassionata della disciplina. Un brano, però, comunque riarrangiato. Il regolamento FIG non permette l’uso delle parole, al contrario della ritmica dove invece è ammesso, e quindi il brano è stato arrangiato per l’occasione e vocalizzato dal tenore Fabio Armiliato, che con la moglie Daniela Dessì, prematuramente scomparsa, aveva già accompagnato Vanessa a Rio de Janeiro con il “Nessun Dorma” di Puccini. La Ferrari, il 25 aprile, il giorno della Liberazione, aveva vinto il bronzo continentale al corpo libero agli Europei di Basilea con “Bella Ciao”, parlando di  “simbolo di resilienza e di resistenza”. Da oggi, forse, per lei anche “Con te partirò” avrà lo stesso valore. “Carissima Vanessa, abbiamo esultato per la tua medaglia. Io so quanto sacrificio, quanto lavoro, quanta passione, quanto cuore ci vogliono per arrivare a un risultato come questo e sono molto felice di aver fatto da contorno alla tua prova con una mia canzone. Ti invio un abbraccio e spero di incontrarti presto”, ha poi commentato Andrea Bocelli in un messaggio inviato a Vanessa Ferrari.

A.Rav. per il "Corriere della Sera" il 3 agosto 2021. Allora Vanessa, quanta strada abbiamo fatto da quel giorno ad Aarhus di 15 anni fa, siamo diventate vecchie «Beh dal risultato di oggi non si direbbe, no?». Ahia. Due chiacchiere con la medaglia al collo, mentre si aspetta l'antidoping. No, non si direbbe, ma gli anni saranno 31 a novembre e questa è anche la chiusura di un cerchio. Una consacrazione definitiva. Simone Biles che le parla da pari a pari («Mi ha chiesto dove avevo messo il tatuaggio per Tokyo, le ho detto che non sapevo neanche ci sarebbe stata Tokyo»). Le due gemelline inglesi, Jessica e Jennifer Gadirova, che di anni ne hanno 16, e che se i Giochi si fossero tenuti nel 2020 non sarebbero qui, dopo la finale la fermano per fare un selfie con lei. «Mi rende sempre felice quando ginnaste di alto livello vogliono la foto». Il futuro è loro, ma il tuo futuro, Vani, ora che hai un posto nella storia del tuo sport? Enrico Casella, il suo allenatore, ha appena rivelato quello che si sono detti subito dopo l'abbraccio finale. « Non avendo vinto l'oro magari proverà a prenderlo a Parigi, ne abbiamo già parlato. Non molla. Scherzo ma non troppo: mi ha detto "dipende dal tendine". Ma io so già cosa vuol dire». Vanessa, è davvero così? C'è Parigi adesso nel tuo orizzonte? Ci sono altri tre anni di cognizione del dolore, sedute infinite di terapie a Brescia o nella stanza del fisioterapista Salvatore Scintu in Nazionale, che ti accoglie con la moka sul fuoco? «Enrico può dire quello che vuole, però il male ai piedi ce l'ho io - scherza -. A questo punto della carriera non so cosa farò: questa medaglia doveva essere la chiusura di un percorso di cinque anni iniziato con il quarto posto di Rio. Adesso l'ho finito, e mi ripaga di ogni sacrificio. Ora andrò in vacanza, al futuro penserò quando torno». Eppure, nelle sue parole non c'è un briciolo di quella serenità e quell'appagamento che ha mostrato Federica Pellegrini in questi giorni, nel momento di dire addio al nuoto. Vanessa non si è neanche commossa, sembrava ancora totalmente aggrappata alle dinamiche di gara, stava pensando all'oro sfuggito e a quel bronzo ex aequo che non le è andato giù (la spiegazione delle giurie: Murakami e Melnikova avevano identici sia il valore della difficoltà che l'esecuzione e altri criteri all'Olimpiade non se ne cercano più). Ma sarebbe una follia partire da Tokyo con anche un millesimo di rammarico. È già un miracolo che la medaglia (pesantissima) sia al collo. «La dedico a chi ha creduto in me anche quando non ci credevo io, a chi mi ha preso da zero e mi ha riportato fino a qua». Magari con il passare dei giorni questa consapevolezza si farà strada, dopo la vacanza con il fidanzato Simone non troppo lontano da casa per poter portare i due Husky con sé e dopo il camp organizzato a Lignano Sabbiadoro: una settimana per imparare la ginnastica con Vanessa, è andato sold out in un attimo, 180 ragazzine si sono già iscritte. Insomma, prove tecniche di nuova vita sarebbero anche già partite. Casella, poi, sarebbe pronto a portarla in palestra con sé nel ruolo di assistente: «Non volterò mai le spalle a questo sport, per decidere se continuare vedremo se e quanto riuscirò ad allenarmi». Ma tutto lascia pensare che non sia finita qui.

Vanessa Ferrari chi è: età, altezza, fidanzato, medaglie, infortunio e quando gareggia a Tokyo 2020. Gaia Sironi il 27/07/2021 su Notizie.it. La ginnasta Vanessa Ferrari sta partecipando alla sua quarta Olimpiade, quella di Tokyo 2020. Vediamo insieme la sua vita pubblica e quella privata. Vanessa Ferrari è la veterana tra tutte le ginnaste che fanno parte della spedizione azzurra a Tokyo 2020, dato che questa sarà la sua quarta Olimpiade. Vediamo insieme la sua vita privata e la sua carriera.

Vanessa Ferrari: chi è? Vanessa Ferrari nasce a Orzinuovi, in provincia di Brescia, il 10 novembre del 1990.

I genitori, Giovanni e Galia (la madre è di origini bulgare, e in Bulgaria la ginnasta trascorre lunghi periodi durante l’infanzia), hanno anche due gemelli, Ivan e Michele.

Vanessa si avvicina alla ginnastica artistica all’età di sette anni, quando comincia ad allenarsi in una palestra in provincia di Cremona, per poi trasferirsi alla Brixia di Brescia, una palestra di alto livello, per sviluppare al meglio il suo talento in questo sport e poter diventare una professionista.

Vanessa è alta solamente 146 centimetri, ma questa è un’altezza ottima per il suo sport, che non l’ha fermata per raggiungere grandi successi nella ginnastica artistica.

Vanessa Ferrari: vita privata. Simone Caprioli è da alcuni anni fidanzato con Vanessa Ferrari, di cui è anche manager e curatore del marketing legato alla campionessa bresciana. Di lui non si hanno molte notizie, ma è solito pubblicare molte foto che lo ritraggono insieme alla fidanzata, con cui convive a Manerbio da circa tre anni. Simone inoltre è il più grande fan di Vanessa, visto che l’ha sostenuta e aiutata nei lunghi mesi del lockdown per permetterle di allenarsi anche lontano dalla palestra, creando in casa uno spazio in cui la ginnsta poteva esercitarsi.

Vanessa Ferrari: la carriera. All’età di dodici anni Vanessa vince il Campionato nazionale e fa il suo esordio nella nazionale italiana Juniores con cui raggiunge il secondo posto. Grazie a questi successi si guadagna un posto nei Campionati Europei con cui vince un argento nel concorso individuale. Nel 2005, a soli 15 anni, partecipa ai Giochi del Mediterraneo dove riesce ad ottenere l’oro in 6/6 categorie, cioè tutte quelle presenti. A sedici anni passa poi nella categoria Senior, e le aspettative sono molto alte per l’Olimpiade di Pechino del 2008. Sfortunatamente pochi mesi prima dell’Olimpiade si rompe lo scafoide e ha un’infiammazione al tendine d’Achille, un problema che si porterà avanti nel corso della lunga carriera, e ai giochi olimpici non danno i risultati sperati.

Anche alle Olimpiadi di Londra e Rio non riesce a vincere nessuna medaglia, classificandosi quarta al corpo libero in entrambe le Olimpiadi.

Vanessa Ferrari: l’Olimpiade di Tokyo 2020. Grazie al moltissimo sostegno dei fan, Vanessa Ferrari decide di partecipare anche alle Olimpiadi di Tokyo 2020, le sue quarte Olimpiadi di fila. Vanessa è riuscita a entrare in finale nel corpo libero con il miglior punteggio, posizionandosi davanti anche a Simone Biles, il fenomeno statunitense. Lunedì 2 agosto tenterà la caccia all’oro, una medaglia che non è mai riuscita a vincere alle Olimpiadi.

 Federica Cocchi per gazzetta.it il 22 luglio 2021. Non è ancora iniziata l'Olimpiade e Vanessa Ferrari ha già iniziato a fare salti mortali. Questa volta per difendersi da accuse, postume e sbagliate, di razzismo nei confronti di Simone Biles. Tutta colpa di una vecchia dichiarazione di Carlotta Ferlito dopo la finale alla trave dei Mondiali di Anversa, dove l'ex azzurra e l'iridata si erano piazzate rispettivamente al quarto e quinto posto dietro la Biles. Una frase infelice ripescata ieri da un post social: "La prossima volta io e Vanessa ci dipingeremo il volto di nero per vincere". Uno scivolone dettato dal calore della contesa e immediatamente seguito dalle scuse dell'atleta e della federginnastica. Un caso chiuso, sepolto sotto una coltre di polvere di magnesio. Ma nonostante il diritto all'oblio, il web non dimentica e così la questione, da cui la Ferrari si è sempre chiamata fuori, è tornata alla ribalta. Appena rilanciata quella vecchia dichiarazione non sua, Vanessa è stata colpita da una vera e propria shitstorm, da cui ha dovuto difendersi con un post social. "Vengo attaccata con commenti e insulti per una frase razzista, nei confronti di @simonebiles , che non ho mai detto! Questo e stato detto da una mia compagna di nazionale, nel 2013, e io non c'entro niente. Qualcuno ha incolpato me ingiustamente e questo viene condiviso senza prima verificare che questo sia vero. Quelli che stanno condividendo questo post contro di me dovrebbero farsi un esame di coscienza, perché stanno incolpando la persona sbagliata". Una violenza tale da costringere la regina Simone Biles a intervenire in prima persona in difesa della campionessa Mondiale di Aarhus 2006, rispondendo nei commenti del post. La pluriolimpionica statunitense ha chiesto scusa a Vanessa per l'accaduto proponendo un incontro di pace: "Spero di incontrarti in pedana e chiederti scusa ufficialmente per quello che hai dovuto subire. Nel frattempo in bocca al lupo a te a team Italy!". Simone e Vanessa, regine anche fuori dalle pedane.

Ferrari razzista. Follia social. E la stella Biles la difende. Sergio Arcobelli il 22 Luglio 2021 su Il Giornale. A Vanessa continuano a capitarne di tutti i colori. Come se gli infortuni patiti nella lunga carriera non fossero abbastanza... È da un giorno che la Ferrari ha assaporato il clima olimpico, di ieri infatti una foto scattata insieme alla compagna davanti ai cinque cerchi, ma neanche il tempo di iniziare l'avventura che Vanessa è finita bersaglio di un attacco social. I leoni da tastiera hanno colpito ancora una volta, senza pietà, contro la leonessa di Brescia che è pronta a gareggiare nella sua quarta Olimpiade conquistata con il sudore e la fatica. Prima, però, come detto, ha dovuto affrontare una serie di commenti negativi sui canali social. Tutta colpa di uno scambio di persona e di una vecchia frase tornata alla ribalta. Accusata di razzismo per una frase infelice («La prossima volta io e Vanessa ci dipingeremo il volto di nero per vincere») che risaliva in realtà al 2013 e che era stata pronunciata da un'altra atleta, l'ex ginnasta Carlotta Ferlito, dopo la finale alla trave dei Mondiali di Anversa, dove le azzurre si erano piazzate al quarto e quinto posto dietro l'americana Simone Biles, la Ferrari ha risposto piccata con il seguente tweet: «State facendo confusione, questa è un'accusa falsa. Non sono io che ho detto quella frase, è stata una mia compagna tanti anni fa. Prima di accusare qualcuno, pensateci». Per fortuna ci ha pensato Simone Biles ad intervenire in difesa della campionessa del mondo del 2006. «Smettetela ragazzi, Vanessa è sempre stata gentile con gli Usa e con me. Vanessa spero di vederti e di scusarmi personalmente per tutti quelli che ti hanno accusato», ha commentato la star statunitense. Il caso è chiuso. Sergio Arcobelli

Tokyo 2020, terremoto Simon Biles: si ritira dalla ginnastica a squadre. Retroscena: "Non è un infortunio", lo sconvolgente vero motivo. Libero Quotidiano il 27 luglio 2021. Simone Biles, campionessa olimpica di ginnastica, si è dovuta fermare nel corso della gara a squadre a Tokyo a causa di un infortunio durante la prova al volteggio. La 24enne atleta statunitense si è rannicchiata con un allenatore dopo essere atterrata poi è uscita dal campo di gara con il medico della squadra. Biles si è poi fatta vedere con la gamba destra fasciata. "Dopo una prova effettuata, Simone Biles salterà il resto della finale a squadre femminile", ha ufficializzato poi la federazione internazionale di ginnastica (Fig). C'è chi scrive, come il Daily Star, che le Olimpiadi sarebbero già finite per la campionessa americana. Secondo la Nbc la Biles si sarebbe ritirata non per un infortunio, ma a causa di problemi di stress mentale. Intanto l’Italia, dopo la seconda rotazione, è terza. E gli Stati Uniti, ora secondi alle spalle del comitato olimpico russo, senza Simone Biles, sono in difficoltà. Una mazzata per la Biles che le impedisce di proseguire l’All Around e quindi di coronare il sogno di vincere 5 ori nella stessa competizione olimpica. La fuoriclasse Usa si era qualificata per tutte e sei le finali a sua disposizione, ma nel farlo non ha brillato come al solito. Sul suo profilo Instagram non aveva nascosto le difficoltà: “Non è stata una giornata facile o la mia migliore, ma l'ho superata. A volte mi sento davvero come se avessi il peso del mondo sulle spalle”.

Da Gazzetta.it il 28 luglio 2021. È ufficiale: Simone Biles, dopo il ritiro durante la finale a squadre di martedì, rinuncia a quella del concorso generale individuale in programma domani. Lo ha annunciato la federazione statunitense di ginnastica che, ieri, con un comunicato aveva sottolineato: «Supportiamo Simone nella sua decisione e applaudiamo il suo coraggio nel mettere al primo posto la salute». Alla base della scelta una questione psicologica: Simone non ha retto la pressione. L’obiettivo dei possibili cinque ori sfuma così definitivamente. Anzi, ora ci sarà da capire se la si rivedrà sulla pedana olimpica di Tokyo. Il programma per lei prevederebbe domenica la finale al volteggio e alle parallele asimmetriche, lunedì quella al corpo libero e martedì quella alla trave. 

Da Gazzetta.it il 28 luglio 2021. Un vero e proprio crollo emotivo. Simone Biles non cerca scuse né si nasconde dietro improbabili infortuni: il suo clamoroso ritiro dalla competizione a squadre della ginnastica artistica (verosimilmente costato l'oro alla squadra Usa, solo d'argento alla fine) è dovuto allo stress: «Devo concentrarmi sul mio stato mentale e non mettere a repentaglio la mia salute e il mio benessere». Una confessione aperta, degna di una straordinaria campionessa che ha fatto la storia della ginnastica artistica mondiale. «Non ho più fiducia in me stessa come prima - ha spiegato la 24enne statunitense, quattro volte d'oro a Rio 2016 e prima ginnasta nella storia ad aver vinto cinque titoli mondiali nel concorso individuale - Non so se è una questione di età. Sono un po' più nervosa adesso quando salgo in pedana». Biles ha aggiunto: «Sento che non mi sto divertendo più come prima. So che questi sono i Giochi, volevo farli (e non riesce a trattenere le lacrime, ndr) ma in realtà sto partecipando per altri, più che per me. Mi fa male nel profondo che fare ciò che amo mi sia stato portato via. Non appena salgo in pedana siamo solo io e la mia testa... e lì ci sono démoni con cui devo confrontarmi». Inevitabile il passo successivo: «Devo fare ciò che è giusto per me e concentrarmi sulla mia sanità mentale e non compromettere la mia salute e il mio benessere, per questo ho deciso di fare un passo indietro (durante la gara) e lasciare che le mie compagne facessero il lavoro, e lo hanno fatto bene, sono vicecampionesse olimpiche, è qualcosa di cui possono essere molto orgogliose, l'hanno raggiunto senza di me, non credo che ne fossero consapevoli prima». Resta il dubbio se Simone possa recuperare per il concorso individuale, ma dopo questa drammatica confessione è lecito nutrire più di un dubbio. E assume un peso ben diverso quanto la campionessa aveva scritto sul proprio account Instagram solo due giorni fa: «A volte sento tutto il peso del mondo sulle mie spalle». Oggi Simone se l'è tolto di dosso. Il Comitato olimpico degli Usa garantisce massimo supporto a Simone Biles, stella della squadra di ginnastica artistica che non ha partecipato alla finale All Around ed è in dubbio per il resto dei Giochi di Tokyo. «Simone, ci ha resi così orgogliosi. Orgogliosi di quello che sei come persona, compagna di squadra e atleta - scrive su Twitter Sarah Hirshland, ceo del Comitato olimpico e paralimpico degli Stati Uniti -. Applaudiamo la tua decisione di dare priorità al tuo benessere mentale sopra ogni altra cosa, e ti offriamo il pieno supporto e le risorse della comunità del nostro Team Usa mentre affronterai il resto del viaggio».

Giulia Mengolini per open.online il 28 luglio 2021. Diversi editorialisti e conduttori della destra americana hanno duramente criticato la ginnasta. Ma i Giochi di Tokyo 2020 hanno il merito di aver sradicato un antico tabù. «Devo fare ciò che è meglio per me e pensare alla mia salute mentale, perché voglio stare bene e perché c’è una vita oltre la ginnastica». All’indomani delle sue dichiarazioni sulla propria salute mentale dopo il ritiro alle Olimpiadi di Tokyo sono stati migliaia i messaggi di solidarietà via social ricevuti dalla pluricampionessa Simone Biles, dal supporto della portavoce della Casa Bianca Jen Psaki alla direttrice dell’Unicef Henrietta Fore, passando per illustri colleghi e colleghe del mondo dello sport. Ma c’è anche non ha affatto apprezzato il coraggio di Biles nel parlare al mondo intero di uno stigma radicato, quello della salute mentale: oltreoceano, diversi personaggi che lavorano per emittenti conservatrici hanno duramente attaccato la ginnasta 24enne, definendola «egoista», «sociopatica» e persino «vergogna per il suo Paese». L’ex conduttore televisivo britannico Piers Morgan, già noto per essersi dimostrato insensibile al tema della salute mentale, come ha dimostrato con le critiche alla tennista Naomi Osaka e per aver deriso Meghan Markle per avere pensato al suicidio, ha twittato: «I problemi di salute mentale ora sono la scusa per qualsiasi prestazione scadente nello sport d’élite? Che scherzo. Ammetti di aver gareggiato male, di aver commesso degli errori e che ti impegnerai per fare meglio la prossima volta. I bambini hanno bisogno di modelli forti, non di queste sciocchezze». I conduttori radiofonici Clay Travis e Buck Sexton nel loro show hanno criticato la campionessa definendola una «sociopatica egoista» e una «vergogna per il suo Paese». «Perché è coraggiosa? Cosa c’è di coraggioso nel non essere coraggiosi?» si sono chiesti, aggiungendo che «Stiamo crescendo una generazione di persone deboli come Simone Biles». Anche la scrittrice Amber Athey ha criticato la scelta della ginnasta, scrivendo un articolo per lo Spectator dal titolo: «Simone Biles è una perdente», sostenendo che «un vero campione è chi persevera anche quando la gara si fa dura». Sul sito web di estrema destra The Federalist, John Daniel Davidson è stato ancora più spietato, dicendo che Biles non avrebbe dovuto gareggiare ai Giochi per se stessa, ma «per il tuo Paese, per tutti gli americani». Secondo il giornalista, i personaggi pubblici sono spesso premiati per prendersi cura della propria salute mentale anche in assenza di qualsiasi tipo di malattia mentale. L’attacco più crudele è arrivato dal popolare conduttore di talk show radiofonici Charlie Kirk che ha definito Simone Biles una «sociopatica egoista», «immatura» e «una vergogna per il suo Paese».

Ai Giochi di Tokyo è finalmente caduto il tabù della salute mentale. A Biles non si perdona il coraggio di aver confessato al mondo intero di “non stare bene”, portando sotto i riflettori tutta l’umanità e le sofferenze invisibili degli atleti, perché la salute mentale – a differenza di un infortunio fisico come una caviglia slogata o un osso fratturato – non si vede. Eppure le pressioni mentali possono diventare allo stesso modo invalidanti e pericolose. Angela Schneider, direttrice del Centro internazionale di studi olimpici presso la Western University in Canada, ha sottolineato che lo stress sopportato dagli atleti in questi Giochi olimpici è inedito: «Ciò che ha reso queste Olimpiadi straordinarie è l’impatto che la pandemia di Covid-19 ha avuto sugli atleti negli ultimi 18 mesi, non solo sul loro allenamento fisico, ma anche sul loro benessere mentale», ha scritto Schneider su The Conversation. Il fatto che gli atleti si fossero preparati con un lavoro incessante per un anno, per poi vedere i Giochi rinviati a causa della pandemia, ha avuto un forte impatto di stress. Improvvisamente, i loro sforzi sono stati messi in pausa, chiedendo loro di rimettersi in gioco dopo altri 12 mesi. «Un prezzo incalcolabile» da pagare. Di buono c’è che i Giochi di Tokyo 2020 saranno ricordati (anche) per aver sdoganato il tabù della salute mentale, di cui ha parlato anche la tennista numero due al mondo, la giapponese Osaka: «Le pressioni su di me qui sono tantissime. Sono alla mia prima Olimpiade e non sono stata capace di reggere questa pressione». La decisione di Biles è stata elogiata dal nuotatore Michael Phelps – «spero che questa sia un’opportunità per noi di fare emergere ancora di più il tema della salute mentale. È molto più grande di quanto possiamo immaginare» – ha detto, e parlando con la NBC ha ricordato le sue battaglie in questo senso, raccontando che aveva trovato difficile chiedere supporto quando ne aveva bisogno. 

Dagonews il 30 luglio 2021. Perché si è ritirata Simone Biles? Scrive il Guardian: «Non perdeva una competizione a tutto tondo da quando Frozen ha battuto Iron Man 3 al botteghino, quattro mosse prendono il suo nome, tenta volteggi che rompono il sistema di punteggio, e che alcuni colleghi maschi non oserebbero mai. Eppure martedì, mentre la sua squadra era nelle prime fasi della finale a squadre, Biles si è avvicinata all’allenatore – aveva appena fallito un esercizio del suo volteggio di apertura – e poi è uscita dal campo di gara con un medico. Quando è tornata, si ha abbracciato le compagne, ha indossato la tuta, e si è messa a incitare le atlete». La Usa Gymnastics ha definito l’abbandono di Biles «un problema medico», il suo allenatore «un problema mentale». Alla fine Biles ha confessato che si trattava di entrambe le cose. Ma durante il The Joe Rogan Experience Show, il conduttore ha ricordato qualcosa d’altro su Simone Biles. Durante le Olimpiadi del 2016, alcuni hacker entrarono nel sistema del Cio e consultarono le schede mediche di molti atleti. Venne fuori che Simone Biles era affetta da deficit di attenzione e di iperattività (AHDH), e per questo motivo assumeva dei medicinali, vietati dalle regole antidoping. Per questo l’atleta aveva dovuto ottenere un’autorizzazione particolare ad assumere i farmaci. A Tokyo e in Giappone, però, questi farmaci sono illegali, anche per usi medici. Sarà stata l’impossibilità a tenere a bada la sua patologia a rendere Simone Biles così vulnerabile?  

I demoni di Simone Biles: molestata dal medico della squadra per tutta la sua infanzia. Vincenzo Sbrizzi il 30/7/2021 su Today. Il passato che ritorna. Stati Uniti d'America. Un tweet ha fatto tornare alla ribalta le molestie subite dalla giovane ginnasta tra le oltre 150 atlete vittime di Larry Nassar, per 20 anni osteopata della nazionale statunitense. Ha parlato di demoni, Simone Biles, per spiegare il suo ritiro dall'Olimpiade di Tokyo. Demoni che minano la sua salute mentale e di cui ha deciso di occuparsi, mettendo giustamente il suo benessere prima della carriera sportiva. Demoni che in realtà potrebbero avere un volto, un nome e un cognome e a confermarlo è stata la stessa Biles in passato. In questi giorni è ritornato alla ribalta il nome di Larry Nassar, ex osteopata della nazionale statunitense di ginnastica dal 1996 al 2017. La campionessa olimpica è stata una delle oltre 150 ginnaste che hanno subito violenze o molestie sessuali da parte del tecnico nel corso della sua carriera ventennale. Una carriera fatta di abusi che gli sono valsi una condanna a 175 anni di carcere. Un vero e proprio mostro di cui anche la Biles è stata vittima così come tante altre campionesse statunitensi. Un mostro le cui violenze hanno lasciato cicatrici che hanno ricominciato a sanguinare. La 24enne Simone Biles, in passato, ha spiegato di essersi già curata per i danni psicologici subiti a seguito di quelle violenze. Una cura durissima nel corso della quale desiderava solo “dormire perché era la cosa più vicina alla morte”, come lei stesso dichiarò. Un male che non ha ancora superato e che forse a Tokyo è riaffiorato improvvisamente impedendole di continuare. Che c'entri anche Nassar e le sue violenze nello stop che si è imposta la ginnasta lo ha svelato un tweet.

Il tweet della ex collega. A pubblicarlo è stata Andrea Orris, ex ginnasta. "Stiamo parlando della stessa ragazza che è stata molestata dal medico della sua squadra per tutta la sua infanzia e adolescenza. Quella ragazza ha subito più traumi all'età di 24 anni di quanti la maggior parte delle persone ne subirà mai in tutta la vita". Un messaggio che la stessa Biles ha ritwittato facendo capire chiaramente che quello che ha dovuto subire durante l'adolescenza riecheggia duramente ancora nella sua anima. Dietro il passo indietro della Biles c'è anche la dura denuncia di una giovane donna che ha deciso di dedicarsi a se stessa non dimenticando tutte quelle donne che non possono farlo. L'atleta ha affidato sempre ai social il suo ringraziamento alle persone che da tutto il mondo la stanno sostenendo e le stanno stando vicina. "L'amore e il sostegno che ho ricevuto mi hanno fatto capire che io sono più dei miei successi e della mia ginnastica, qualcosa che non avevo mai creduto prima" ha scritto l'atleta. Simone Biles è sicuramente qualcosa di più delle quattro medaglie d'oro olimpiche di Rio de Janeiro e il suo passo indietro e il coraggio con il quale l'ha difeso valgono di più di qualsiasi vittoria.

Tokyo 2020, Simone Biles cade a peso morto in allenamento: così l'atleta spiega i "twisties". La Repubblica l'1 agosto 2021. La superstar della ginnastica Usa Simone Biles rinuncia ad altre due finali in queste Olimpiadi. Per spiegare la sua difficile situazione, Biles ha pubblicato sul suo profilo Instagram un video che la ritrae cadere malamente durante un allenamento alle parallele asimmetriche. L'atleta ha voluto così rendere noto quelli che sono gli effetti sulle sue performance quando viene colpita dalla sindrome dei "twisties". Un termine slang utilizzato dai ginnasti per indicare un blocco mentale improvviso che fa perdere all'atleta il controllo del suo corpo. Una problematica che impedisce durante un volteggio o una capriola di atterrare in sicurezza.  

Un problema comune ad altri atleti. Cosa sono i twisties, i "demoni" che hanno fermato la ginnasta Simone Biles. Redazione su Il Riformista il 29 Luglio 2021. Il suo ritiro, il fermarsi dalle competizione che doveva dominare e stravincere, è stata una delle notizie più clamorose di queste Olimpiadi di Tokyo 2020. Ma i “demoni” che hanno fermato Simone Biles, la ginnasta americana che in Giappone era chiamata a ripetere i successi già ottenuti 5 anni fa a Rio de Janeiro (cinque le medaglie d’oro ottenuto, nda), hanno un nome. Si chiamano “twisties” e l’atleta americana, 24 anni, ne ha parlato dopo il ritiro, lasciando le sue compagne di squadra orfane della loro stella nella gara di squadra dell’all-around, poi persa giungendo dietro la Russia. I twisties vengono descritti come un improvviso senso di vuoto che colpisce gli atleti durante una prova sportiva, che accomuna le più svariate disciplina ma che sembra colpire in particolare i golfisti. Per una ginnasta però la situazione può farsi più pericolosa: una improvvisa dissoluzione del senso dello spazio, una perdita di consapevolezza della propria presenza, può provocare durante un esercizio anche un grave infortunio. Questo fenomeno di “perdita del senso dello spazio” è “complesso”, spiega un allenatore francese all’Afp, ed è difficile da risolvere. Può essere “accentuato dalla pressione”. Il ginnasta che ne è vittima “scivola nella paura di perdersi”, e può farsi male seriamente. Simone Biles non è la prima ad averne sofferto. “Ho avuto i “twisties” da quando avevo 11 anni. Non riesco a immaginare quanto spaventoso deve essere se accade durante una gara”, ha detto Aleah Finnegan, una ginnasta americana. Anche la ginnasta svizzera Giulia Steingruber, specialista del volteggio, che partecipa alla finale all-around a Tokyo, ha anche raccontato di aver avuto un simile “blocco mentale” nel 2014. “Avevo molta paura” e “non riuscivo a scrollarmela di dosso”, ha raccontato in un documentario. “Ha dovuto reimparare tutto un po’ alla volta”, ha detto il suo allenatore.

Francesca Del Boca per "corriere.it" il 3 agosto 2021. L’Olimpiade di Simone Biles finisce con tanti applausi e una medaglia di bronzo per la prova sulla trave, dietro le due cinesi Chenchen Guan (oro) e Xijing Tang (argento). Appena atterrata sul materassino sorride commossa l’atleta statunitense, che con quest’ultima esecuzione ha sfidato i «demoni dentro la testa» che l’avevano costretta a rinunciare alle precedenti gare di Tokyo 2020, a squadre e individuali, per tutelare la propria «salute mentale». Lei li aveva chiamati «twisties», pericolosi disorientamenti che durante volteggi e salti in aria fanno smarrire all’improvviso i punti di riferimento spaziali. Il crollo della star, la favorita. Ma dopo aver annunciato il ritiro dalla competizione olimpica sotto gli occhi puntati del mondo intero è tornata, per salire ancora una volta sul podio. Affrontando la prova più dura, l’unica specialità in cui Simone Biles non prese l’oro a Rio, ma un bronzo. Impresa ripetuta in condizioni ben diverse: la campionessa statunitense, sei volte medaglia olimpica, ha chiuso il suo esercizio con 14.000 punti, terza dopo Chenchen Guan con 14.633 punti e Xijing Tang con 14.233. Addio demoni, per ora.

Da corrieredellosport.it il 4 agosto 2021. Quella di Simone Biles è stata un'Olimpiade molto complicata. Dopo tanti forfait in diverse gare, con la notizia del problema dei "Twisties", la ginnasta americana è riuscita comunque a chiudere conquistando una medaglia di bronzo nella trave. Tramite un'intervista però è emersa un'altra storia che ha reso i giorni ai Giochi di Tokyo un vero incubo per la Biles. 

Il motivo dei problemi alle Olimpiadi. "Mi sono svegliata due giorni prima della gara nella trave e ho ricevuto la notizia della morte di mia zia. Voi giornalisti non avete idea di cosa stiamo passando.", le sue parole confermate anche dall'allenatrice Cecile Canqueteau-Landi a People: "Quando l'ho scoperto ho detto 'Oh mio Dio. Questa settimana deve finire presto'. Lei ha detto che non c'era nulla che potesse fare da lì, quindi avrebbe finito le gare e sarebbe tornata subito a casa.". La Biles poi ha parlato anche dei suoi problemi fisici: “Non è stato facile per me ritirarmi da quelle gare, ma fisicamente e mentalmente non ero nella giusta condizione e non volevo mettere a rischio la mia salute. Non vale la pena. la mia salute fisica e mentale sono più importanti delle medaglie che potrei vincere. Aver ricevuto l'autorizzazione per la gara nella trave è stato importantissimo per me. Pensavo di andarmene senza una medaglia. È stata una lunga settimana che almeno ho chiuso con una gioia. Adesso tornerò a casa e mi occuperò del resto.".

Maurizio De Santis per fanpage.it il 26 luglio 2021. "Vi piace il nostro nuovo outfit?". Dopo l'allenamento, la ginnasta tedesca Pauline Schäfer ha postato su Instagram una foto a suo modo storica, rispetto alle convenzioni olimpiche. Per tutta la durata dei Giochi di Tokyo 2020 le ginnaste della Germania indosseranno una tuta aderente e performante, che non impedisce il movimento né le esecuzioni degli esercizi, ma non il classico body. Andranno in pedana per le esibizioni e per le gare con uniformi a tenuta intera, che coprono la maggior parte del corpo dall'anca alla caviglia. La scelta non è stata polemica ma ha voluto lanciare un chiaro messaggio contro la "sessualizzazione della ginnastica" e, in particolare, per dare un segnale forte ogni forma di abuso nei confronti delle atlete. Una decisione divenuta pubblica a poche ore dall'inizio delle competizioni ma che la federazione tedesca di ginnastica aveva in animo a partire dallo scorso mese di aprile, seguendo la linea e l'opinione comune a molte atlete.

Un segnale dopo il caso delle giocatrici di beach handball. L'immagine delle ginnaste tedesche è in qualche modo anche una risposta, una presa di posizione molto chiara rispetto a quanto accaduto pochi giorni fa quando la squadra femminile norvegese di beach handball è stata sanzionata per l'abbigliamento delle giocatrici: si erano rifiutate di indossare lo slip del bikini durante un match optando per degli short, pantaloncini ritenuti non regolamentari secondo le prescrizioni internazionali della disciplina. L'episodio è avvenuto in occasione della partita valida per la medaglia di bronzo del campionato europeo disputata domenica scorsa contro la Spagna.

La multa di 1500 euro alla squadra norvegese. È stata la federazione europea di pallamano a richiamare le scandinave, infliggendo un'ammenda di 1500 euro complessiva (150 euro ad atleta) per la violazione della normativa che resiste ancora per il beach handball mentre i bikini non sono ritenuti più obbligatori nel beach volley dal 2012. 

Giulia Zonca per "La Stampa" il 28 luglio 2021. Il beach volley va in prima serata nella programmazione americana, succede per molte ragioni e pure per una percezione evidente. Se vuoi diventare una giocatrice di livello devi avere un corpo talmente perfetto da reggere il bikini sportivo, che segna tutto e non concede nulla. Generazioni crescono imparando che il talento va abbinato all'assenza di ogni difetto. Se questo è il messaggio che è passato è ora di cambiare l'inquadratura. Lo spettatore, il tifoso, si convincono che per giocare sia obbligatorio mettersi il due pezzi minimo, solo che a leggere il regolamento si scopre altro. Molto altro. Si può indossare quasi tutto, l'elenco è lunghissimo: leggins, body, pantaloncini. Gli obblighi non riguardano lo stile. Il beach volley viene dalle spiagge californiane e si porta dietro il proprio mondo, lo si può adattare. La maggioranza vuole giocare in bikini, il modo migliore per non riempirsi di sabbia, ma le atlete gradirebbero pure non avere primi piani delle chiappe in mondovisione. Tatuate o no. Proprio su di loro si interroga il capo del circuito olimpico, il broadcast del Cio. Yiannis Exarchos ha attivato un confronto con le tv che hanno i diritti dei Giochi: «Vorremmo passare dal sex appeal allo sport appeal, mettere al centro della scena il gesto tecnico e tutto quello che lo rende immortale». Sorrisi, feste per la vittoria, danze e dettagli delle imprese sì, invadenza e insistenza no. L'idea è semplice, il cambiamento, lento e complicato dal fatto che non ci sono per forza cattivi comportamenti da censurare, ma spesso pessime abitudini da sradicare, e questa è l'Olimpiade giusta. Le ragazze tedesche della ginnastica non hanno banalmente sostituito il body classico con una tuta integrale, hanno modificato la prospettiva. Loro come, al contrario, la paralimpica gallese Olivia Breen che va fiera dei suoi shirts a taglio alto e si è sentita dire che sono troppo sgambati. Il problema non è la lunghezza, è il giudizio che segue la misurazione. A un uomo non si contano i centimetri di tessuto che indossa e alle donne sì, ma non è nemmeno una questione che riguarda il genere, è proprio il racconto che le telecamere fanno delle competizioni a essere sotto esame. Il capo di Obs, Olympic Broadcasting Services, è un po' disorientato. Ammessi gli errori di anni, «altri anni» dice lui, resta il fatto che nessuno ha un protocollo: «Va ripensato il modo di proporre l'evento». Molta filosofia che segue alle tante lamentele. Gli atleti vogliono il diritto di scegliere che cosa mettersi, una volta rispettate le consegne sui materiali e sugli sponsor. La tv interna ha cercato di dare dei canoni di buon senso: non indugiare su particolari intimi, non insistere su scene che potrebbero mettere qualcuno a disagio, spostare la telecamera se un qualsiasi capo di abbigliamento si spacca, si strappa e lascia l'atleta esposto. Succede di continuo e fino a qui il segnale internazionale ha raccolto, nelle varie edizioni, diversi nudi involontari. Se succedesse adesso, dovrebbero mostrare altro. Si procede a piccolissimi passi, prima definire l'ovvio, poi inventarsi un diverso approccio alle immagini. Stravolto il montaggio del film, la trama cambia. A Tokyo 2020, in molti si sono stufati, una minoranza è consapevole del tentativo di invertire la rotta, gli altri continuano a vedere video poco in linea con i tempi. Due anni fa è stato fatto un sondaggio nell'ambiente dell'atletica, la maggioranza delle donne ha ammesso che oltre a essere preparate, motivate e competitive si sentono pure spinte a essere modelle. Brave non basta mai. Le tedesche hanno denunciato il voyeurismo. La tuta è comparsa prima in allenamento, poi nel preliminare della gara a squadre e adesso se ne riparla per il singolare mentre la sudafricana del nuoto, Tatjana Schoenmakerm, argento nei 100 rana, ha raggirato il divieto delle cuffie afro con una soluzione fai da te che le ricorda molto. Spirito di indipendenza e un certo idillio olimpico che motiva tutti. Sentiremo altri dissensi e vedremo ancora inquadrature sospette, la gara del surf già era al limite del vecchio stile, però in Giappone qualche cosa è successo. Nel 2015 Blatter, allora capo della Fifa, ha chiesto alle donne di giocare con il gonnellino da tennista, nel 2012 il Cio ha tentato di imporre al pugilato femminile, appena entrato in programma, di lottare con gli accessori del volley. Oggi non oserebbero.

Fabio Albanese per "La Stampa" il 28 luglio 2021. «Non credo che ci sia voyeurismo nelle riprese delle atlete. Piuttosto, credo che le nuove sensibilità di movimenti come il MeToo, ma anche l'allargamento ai paesi arabi della platea televisiva, pongano questioni che una volta non c'erano, anche perché le inquadrature nello sport sono abbastanza standard». Nazareno Balani, 73 anni, storico regista Rai dello sport, è andato in pensione dopo le Olimpiadi di Rio 2016 ma la tv è ancora il suo mondo: collabora con le federazioni di atletica e di motonautica, studia con un team sistemi di ripresa che siano meno costosi. 

Di queste Olimpiadi viste in tv che cosa ne pensa?

«In realtà, non è la prima volta che si fanno queste discussioni. Nel tennis, per esempio, è già successo e le proteste vengono da paesi islamici per la grande paura di mostrare corpi femminili esposti. E siccome il peso di questi paesi nel Cio è cresciuto, il problema si pone».

La contestazione è che negli anni le inquadrature sulle atlete si sono strette sempre più. Che cosa ne pensa?

«La tenuta sportiva è andata sempre più a stringersi, sia per motivi legati agli sponsor che danno le forniture e che più si guardano la loro merce e più sono contenti, e anche perché con il caldo le atlete più sono libere e più corrono o saltano. Bisognerebbe anche guardare gli uomini che sono anche loro più spogliati ma forse questo dà meno fastidio». 

Si pensa a nuove regole per fare le riprese degli eventi sportivi, è possibile?

«La soluzione è facile, basta stare larghi e far vedere il meno possibile. Però si tradisce lo spettacolo che accompagna qualunque manifestazione sportiva. Dovrebbero fare solo primi piani e non figure intere o mezzi primi piani. Mi sembra come quando mettevamo le vesti alle statue, se mi si permette il paragone».

Non c'è un modo per rispettare lo spettacolo dell'evento sportivo e anche gli atleti che lo animano?

«Io parto dal fatto che la gioventù che c'è alle Olimpiadi è di una bellezza straordinaria, gente ben nutrita, ben allenata, con muscoli e corpi perfetti che si fanno guardare».

Le atlete lamentano che le telecamere indugiano più volentieri sui loro corpi che su quelli dei loro colleghi maschi.

«In queste Olimpiadi non ho notato grandi situazioni del genere, anche perché i giapponesi sono molto timorati e fanno una ripresa abbastanza standard. Certo, nei replay si va un po' a stringere l'inquadratura. Poi, sicuro c'è un gran fermento nel mondo su questi argomenti e va cercata una regola. Nell'atletica, uno scavalcamento di una saltatrice in alto è uno spettacolo del corpo e la ripresa non può ignorarlo; non bisogna esagerare ma riprendere bene fa parte del movimento atletico».

Le sono capitate situazioni del genere nella sua lunga carriera di regista tv sportivo?

«Ricordo gli internazionali di tennis a Roma, abbiamo avuto minacce di ritiro da parte araba. Siamo stati un po' più larghi nelle inquadrature. Bisogna sempre mediare tra le varie esigenze».

"Siete poco caste". Attacco del teologo islamico contro le pallavoliste. Gerry Freda il 30 Luglio 2021  su Il Giornale. Il teologo in questione, Ihsan Senocak, gode di un vasto seguito sui social e i suoi commenti registrano sempre migliaia di "mi piace". La nazionale olimpica femminile di volley turca è stata ultimamente criticata sui social da un noto teologo islamico del medesimo Paese, scagliatosi contro le giocatrici poiché "poco caste". A lanciare sul web l'invettiva in questione è stato Ihsan Senocak, pensatore con un vasto seguito tra gli internauti: un milione di follower su Facebook, quasi un altro milione su Twitter e 862 mila su Instagram. Le accuse contro l'abbigliamento delle pallavoliste di Ankara sono state da lui esternate in un tweet pubblicato domenica scorsa e tale messaggio ha ricevuto in poco tempo circa 50 mila ‘mi piace’ e 30.000 retweet. Nel messaggio in questione, il teologo si era scagliato contro la divisa da gioco sfoggiata dalle "sultane della rete" (soprannome con cui sono conosciute le pallavoliste turche), tuonando: "Figlie dell’Islam! Siete le sultane della fede, della castità, della moralità e della modestia… non dei campi sportivi. Voi siete figlie di madri che si sono astenute dal mostrare il loro naso per pudore. Non siate vittime della cultura popolare. Siete la nostra speranza e la nostra preghiera". Oltre a conquistare tanti "mi piace" e commenti positivi, l'invettiva di Senocak ha però ricevuto anche forti critiche dai suoi connazionali internauti; molti di questi ultimi, in particolare, hanno criticato il teologo islamico per avere, con quel tweet relativo alle divise da gioco, "demoralizzato" le giocatrici e di averne compromesso il rendimento in campo, fino a determinare la sconfitta della compagine di Ankara al torneo olimpico, avvenuta questo martedì, contro la nazionale italiana di pallavolo. Non è la prima volta che Senocak pubblica sui social le proprie opinioni e critiche verso l'abbigliamento delle cittadine turche. Nel 2017, egli aveva appunto criticato i padri che permettono alle figlie di andare all’università in jeans e “con le sopracciglia curate”, ricordando contestualmente ai genitori che tale concessione avrebbe aperto alle ragazze "le porte dell’inferno".

Gerry Freda. Nato ad Avellino il 20 ottobre 1989. Laureato in Scienze Politiche con specializzazione in Relazioni Internazionali. Master in Diritto Amministrativo. Giornalista pubblicista. Collaboro con il Giornale.it dal 2018. 

La crociata del politically correct contro il "bikini sessista". Roberto Vivaldelli il 21 Luglio 2021 su Il Giornale. La federazione ha condannato le atlete della squadra norvegese di pallamano a pagare a una multa equivalente a 1500 euro. Motivo? Si sono rifiutate di indossare i tradizionali slip e bikini. Sdegno in Norvegia. Nella pallamano da spiaggia è guerra contro il bikini "sessista". Come riporta la Msnbc, questa settimana la squadra femminile norvegese di beach handball è stata multata di 1.500 euro (circa 1.765 dollari) dalla Federazione europea di beach handball. Motivo? Le atlete hanno indossato i pantaloncini di spandex invece dei tradizionali slip e bikini durante la partite valevole per il terzo posto contro la Spagna dei Campionati Europei di Beach Handball che si svolgono a Varna, in Bulgaria. I regolamenti della Federazione internazionale di pallamano da spiaggia stabiliscono che le atlete devono indossare slip bikini "con una vestibilità aderente", mentre le controparti maschili possono indossare i pantaloncini. Questo, secondo le atlete norvegesi e secondo gran parte dell'opinione pubblica più progressista, rappresenta una discriminazione misogina e arcaica, volta all'"ipersessualizzazione" delle atlete donne. Sdegno nel Paese scandinavo, come riporta l'agenzia Agi. "E' totalmente ridicolo. Cambiamenti comportamentali sono necessari con una certa urgenza nell'universo dello sport, conservatore e maschilista" ha reagito su Twitter il ministro della Cultura, Abid Raja. "Una visione così machista della donna appartiene ad un'altra epoca" ha denunciato un giornale regionale norvegese. Le giocatrici norvegesi sapevano che avrebbero violato le linee guida della Federazione internazionale di pallamano, ma hanno scelto di andare avanti comunque con il cambio della divisa, come forma di protesta pubblica contro tali regole. La Federazione norvegese di pallamano ha sostenuto l'iniziativa e ha accettato di pagare le multe inflitte alle atlete. Il capitano della squadra Katinka Haltvik ha dichiarato all'emittente pubblica norvegese Nrk che lei e le sue compagne di squadra hanno preso la decisione "spontanea" di sostituire gli slip con i pantaloncini blu per stimolare il dibattito pubblico e, si spera, cambiare le regole. "Spero che avremo una svolta e che la prossima estate indosseremo in quello che vogliamo", ha detto a Nrk. Ha anche aggiunto che la pallamano da spiaggia" dovrebbe essere uno sport inclusivo, non esclusivo".

Solo una questione di comodità? Davvero si tratta di mero comfort, oppure la ragione di questa battaglia va inserita nell'ambito della discussione ideologica sull'identità di genere? A giudicare dalle parole di Haltvik, che accusa la pallamano di non essere sufficientemente inclusiva, il sospetto è che si tratti della seconda ipotesi e ci sia molta politica in questa battaglia. C'è davvero qualcosa di male o di offensivo in un bikini in spiaggia oppure si tratta di una crociata che strizza l'occhio al politicamente corretto? Il paradosso è che negli anni '50 e '60 anni le donne indossavano con fierezza le minigonne per sfidare i dogmi perbenisti della società dell'epoca: oggi accade il contrario, forse perché il politicamente corretto è il nuovo perbenismo. Per quanto concerne la multa, che può apparire eccessiva, va detto che in qualsiasi sport se non ci si presenta con l'abbigliamento consono si rischia di incappare in multe e sanzioni: difficile dunque comprendere tanto sdegno, vista anche la piena consapevolezza delle atlete che sapevano di violare le regole. E - piaccia o meno - la loro missione può dirsi compiuta, visto il grande dibattito di queste ore.

Roberto Vivaldelli. Roberto Vivaldelli (1989) è giornalista dal 2014 e collabora con IlGiornale.it, Gli Occhi della Guerra e il quotidiano L'Adige. Esperto di comunicazione e relazioni internazionali, è autore del saggio Fake News. Manipolazione e propaganda mediatica dalla guerra in Siria al Russiagate pubblicato per La Vela. I suoi articoli sono tradotti in varie lingue e pubblicati su siti internazionali

Ciro Scognamiglio per gazzetta.it il 29 luglio 2021. Non si può dire che la prova nella cronometro olimpica del tedesco Nikias Arndt, nel giorno del trionfo di Primoz Roglic, sia stata indimenticabile. Il tedesco del Team Dsm, 29 anni, ha chiuso 19° a 3’54” da Primoz Roglic. Le parole di uno dei suoi tecnici invece sì che hanno suscitato una bufera, perché Patrick Moster gli ha urlato per “incoraggiarlo” mentre era in azione “Vammi a prendere questi due cammellieri”. Il riferimento era a due ciclisti africani, l’algerino Azzedine Lagab e l’eritreo Amanuel Ghebreigzabhier (quest’ultimo corre con Vincenzo Nibali alla Trek-Segafredo) che erano partiti 3’ e 2’ minuti prima del tedesco. Parole a sfondo razzista che si sono sentiti chiaramente alla televisione, al punto che il commentatore tedesco si è sentito il dovere di chiedere scusa. Pure la Federciclo tedesca si è dissociata da Moster, che ha 54 anni e ha un passato da corridore. Più tardi sono arrivate le scuse dello stesso Moster: "Stavo incitando il mio atleta, faceva molto caldo, ho fatto confusione scegliendo le parole sbagliate. Mi dispiace, spero di non aver offeso nessuno. Non sono razzista, ho molti amici di origini nordafricane. Sono mortificato".

Tokyo 2020, il pugile marocchino Baalla morde la faccia all'avversario: il video da brividi. Libero Quotidiano il 27 luglio 2021. Ai Giochi di Tokyo 2020 è andato in scena qualcosa di già visto: il boxeur marocchino Youness Baalla ha tentato di mordere lo zigomo dell'avversario David Nyika. Complice con ogni probabilità la frustrazione dell'andamento del match che ha portato poi alla vittoria il neozelandese. Un'immagine già vista nel lontano 27 giugno 1997, quando Mike Tyson morse l'orecchio di Evander Holyfield, generando a dir poco sgomento nel mondo dello sport. Mancava poco alla fine del terzo round, i due pugili entrarono a stretto contatto corpo a corpo, quando Tyson abbracciò l’avversario e all’improvviso gli morse l’orecchio destro riuscendo a lacerarne un pezzo che successivamente sputò sul ring. Qui, nel corso del match di ottavi di finale (pesi massimi), la tragedia è stata sfiorata per un pelo. Nyika ha infatti immediatamente reagito e si è lamentato con l'arbitro che però non ha interrotto la gara e neppure sanzionato il pugile marocchino. "Non pensavo che l'avrebbe fatta franca - ha commentato a match concluso -. Ha cercato di mordermi lo zigomo...probabilmente ha solo preso una boccata di sudore". E ancora: "Non s’è preso il boccone completo. Per fortuna aveva il paradenti e io ero un po' sudato. Ero stato già morso una volta al petto ai Giochi del Commonwealth della Gold Coast. Ma dai, queste sono le Olimpiadi". 

DA ilnapolista.it il 26 luglio 2021. È successo di nuovo: dopo l’algerino Nourine, anche il judoka sudanese Abdalrasool ha deciso di non scendere in campo contro Tohar Butbul alle Olimpiadi di Tokyo, perché israeliano. Una scelta che potrebbe avere ulteriori conseguenze: Nourine infatti è stato sospeso dalla propria federazione e potrebbe succedere anche ad Abdalrasoo

DA ansa.it il 23 luglio 2021. Appreso l'esito del sorteggio dei tabelloni del judo, in cui nella categoria dei 73 kg avrebbe quasi sicuramente dovuto affrontare, nel secondo turno, un avversario israeliano, Tohar Butbul, l'algerino Fethi Nourine ha annunciato che si ritira dai Giochi di Tokyo. Lo ha poi confermato il suo tecnico Amar Ben Yekhlef. "Non abbiamo avuto fortuna con il sorteggio - il commento di Yekhlef -. Il nostro judoka Fethi Nourine avrebbe dovuto affrontare un avversario israeliano, e questo è il motivo del suo forfait. Abbiamo preso la decisione giusta".

L'arbitra italiana della lotta che gli iraniani non volevano: "Mi dicevano: sei una donna". Mattia Chiusano su La Repubblica il 6 agosto 2021. Nel torneo olimpico una direttice di gara internazionale, Edit Dozsa, di origine ungherese, genovese di adozione ed ex suocera di Chamizo: "Ho avuto problemi in passato, ma ora anche gli atleti di paesi islamici mi rispettano, hanno capito che sono qui per aiutarli. Nonostante le direttive del Cio questo resta uno sport maschilista, siamo solo 4 arbitri donna su 43”. Nei tornei di lotta che si stanno disputando in questi giorni alla Makuhari Messe, anche in quelli in cui l'Italia non si è qualificata, l'Italia c'è. Nel centro dell'azione, a un passo dal tappeto dove si scaricano trazioni spaventose sui corpi di lottatori e lottatrici. Arbitrati con piglio deciso da una signora che si chiama Edit Dozsa, nata ungherese ma padrona ormai di una cadenza ligure da far invidia a un genovese.

Olimpiadi: chi è Kimia, l’atleta che ha sfidato gli ayatollah. Michael Sfaradi il 28 Luglio 2021 su NicolaPorro.it. Come la storia ci insegna e ci ha insegnato, nell’antichità le Olimpiadi rappresentavano cinque giorni di pace assoluta fra le genti, cinque giorni durante i quali gli atleti, che poi erano gli stessi soldati che fuori da quella bolla temporale si scannavano senza pietà, gareggiavano fra loro per dimostrare chi era il più forte, preparato o abile nella corsa o nell’uso delle armi, senza però inutili spargimenti di sangue. Pierre de Frédy, barone di Coubertin, chiamato solitamente Pierre de Coubertin, il papà delle olimpiadi moderne che visse a cavallo fra il 1800 e il 1900, periodo durante il quale guerre piccole e grandi, rivoluzioni, rivolte e pogrom erano all’ordine del giorno, aveva probabilmente in cuor suo il desiderio di riesumare quella famosa bolla temporale di pace, o meglio, di cessate il fuoco fra i popoli della Terra. Se da una parte è vero che nel tempo la sua idea, cioè le Olimpiadi, è diventata un grande spettacolo sportivo che riunisce atleti provenienti da ogni angolo di mondo, dall’altra, e questo è sotto gli occhi di tutti, la ricerca di dialogo e pace fra le genti e comportamenti integri nello spirito olimpico è stata un vero fallimento.

Politica (e terrorismo) alle Olimpiadi. La politica è entrata nello sport e l’ha strumentalizzato al punto che certi episodi sono passati nella storia, come ad esempio le Olimpiadi di Berlino del 1936 che furono organizzate come una grande celebrazione del regime nazista, con Hitler che si rifiutò di premiare Jesse Owens, atleta afroamericano originario dell’Alabama, che il 3 agosto vinse la medaglia d’oro nei cento metri, il 4 agosto nel salto in lungo e il 5 agosto nei 200 metri e infine, il 9 agosto, la sua quarta medaglia d’oro nella staffetta 4×100. Quest’ultima era una gara a cui Owens, per assurdo, non era nemmeno iscritto. Furono i dirigenti della delegazione USA che decisero di non far partecipare due atleti ebrei a causa delle pressioni dei nazisti. Con tanti saluti allo spirito olimpico e alla pace fra le genti. Per non parlare poi del massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco 72, ricordati con un minuto di raccoglimento solo dopo quarantanove anni e solo dopo un altro minuto di silenzio per le vittime del COVID. Praticamente due minuti di silenzio nella stessa occasione, dove il raccoglimento per le vittime della pandemia è stato sottolineato con grande enfasi da tutti i media del mondo, mentre il minuto di silenzio per le vittime di Monaco è passato, scusate il gioco di parole, sotto silenzio.

Marisa Poli per gazzetta.it il 30 luglio 2021. Pistole, bersagli, oro e guerre diplomatiche. Il trionfo di Javad Foroughi nella pistola 10 metri è diventato un giallo. Il 41enne iraniano fa parte del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica - meglio noti come Guardiani della rivoluzione -, dal 2019 inserito dagli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici. “Come può un terrorista vincere l’oro? Questa è la cosa più assurda e ridicola” ha tuonato il tiratore coreano Jin Jong-oh contro il Cio che ha permesso al guardiano rivoluzionario iraniano di competere ai Giochi. Altre rimostranze sono arrivate da “United for Navid”, l’associazione nata dopo l’esecuzione del lottatore iraniano Navid Afkari, colpevole di aver protestato contro il regime: l’associazione ha chiesto alla commissione etica del Cio di avviare un’indagine immediata, sottolineando che altrimenti il Comitato olimpico internazionale sarebbe diventato “complice nella promozione del terrorismo e dei crimini contro l’umanità”. Durissima la condanna: “Il 41enne Foroughi è un membro attuale e di lunga data di un’organizzazione terroristica. I Guardiani della Rivoluzione hanno una storia di violenze e uccisioni non solo di persone e manifestanti iraniani, ma anche di persone innocenti in Siria, Iraq e Libano”. Ma il Cio ha chiesto agli attivisti di dimostrare che Foroughi è un membro del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. “Se hanno prove, siamo qui” ha detto il portavoce del Comitato olimpico Mark Adams.

TALENTO—   Foroughi, che sul podio si è esibito nel saluto militare, ha affermato di aver prestato servizio in Siria come infermiere tra il 2013 e il 2015. E proprio in Siria - ha raccontato - ha aver provato per la prima volta a sparare con la pistola in una sala sotto l’ospedale in cui lavorava come infermiere. Il giornale iraniano Javan ha definito il suo oro “una medaglia inaspettata… vinta da un infermiere delle Guardie che è allo stesso tempo difensore della salute e del santuario”. Foroughi è il secondo iraniano a prendersi la scena ai Giochi. Nei giorni scorsi era stato Saeid Mollaei, ma per motivi diametralmente opposti. Fuggito dall’Iran due anni fa dopo che gli era stato ordinato di perdere in un torneo di Coppa del Mondo per evitare di combattere in finale contro l’israeliano Sagi Muki, martedì Mollaei ha conquistato l’argento nella finale di judo maschile di 81 kg il 27 luglio. Con Muki è nata un’amicizia profonda, i due si sono allenati insieme, e in Israele la storia diventerà un film.

Tokyo 2020, Houleye Ba? La velocista più lenta del mondo con hijab e tuta: la storia più incredibile dalle Olimpiadi. Alessandro Dell'Orto su Libero Quotidiano il 31 luglio 2021. Quando la 29enne Houleye Ba - fiatone a ritmo di rock, gambe di legno e vista annebbiata dal caldo e dalla fatica - ha finalmente tagliato il traguardo e ha cercato sguardi di consenso, o quantomeno comprensione, ormai attorno a lei non c’era quasi più nessuno. Molte avversarie si stavano già rivestendo, le atlete della batteria successiva erano pronte a scendere in pista e il suo 15”26 era fortemente candidato - cosa poi accaduta - ad essere il peggiore tempo di questa Olimpiade sui 100 metri femminili di atletica leggera. Già, povera Houleye che per coprire il rettilineo ha impiegato quasi cinque secondi - uno, due tre, quattro, cinque: provate a contare e capirete che è un'eternità - in più del record del mondo della Griffith (10"49 stabilito il 16 luglio 1988) e che non potrà nemmeno tenere a casa l'immagine ricordo del fotofinish, perché lei sul traguardo non appare con le altre. Eppure, questa ragazza della Mauritania alta 1 metro e 70 per 55 kg per noi rappresenta qualcosa in più di un'atleta fuori forma o senza talento. È la vera immagine dei Giochi e dello spirito olimpico, della fatica, del combattere contro le avversità. Houleye è tutti noi che quotidianamente ci sentiamo inadatti e dobbiamo lottare, ma tutti noi che abbiamo sempre sognato di arrivare ai Giochi e non ce l'abbiamo mai fatta - ci sentiamo Houleye perché a 30 anni, quando eravamo più giovani e allenati, i 100 metri li correvamo più o meno nello stesso tempo. Certo, l'atleta della Mauritania qualche scusante ce l'ha, eh. La prima- e più evidente- è che corre con lo hijab in testa e una tuta lunga che copre le gambe: pur ammettendo che siano tessuti di ultima generazione creati apposta per non soffrire il caldo, provate voi a scendere in pista così coperti sotto il sole di fine luglio. Poi c'è una questione tecnica. La povera Houleye, che ha iniziato a praticare atletica a Nouakchott, la capitale della Mauritania, a 17 anni (ma poi si è fermata più volte), in realtà è una mezzofondista e infatti nella sua prima Olimpiade, a Rio 2016, ha gareggiato negli 800 metri (con il tempo di 2'43"52: il record del mondo è di Jarmila Kratochvílová con 1'53"28, ottenuto a Monaco di Baviera il 26 luglio 1983). «Sono stata avvisata meno di due mesi fa della possibilità, per la Mauritania, di inviare un secondo atleta a Tokyo- ha spiegato a fine gara -. Non mi sono preparata adeguatamente. È molto, molto difficile praticare atletica nel mio Paese, soprattutto quando si tratta di una donna. Correre i 100 metri? È un grosso peso sulle spalle. Tanto più che la gente non sa in che condizioni siamo e se siamo state ben preparate», ha concluso Houleye, che nella vita fa l'insegnante. E che, dopo essere stata la mezzofondista più lenta di Rio, ora è la velocista più lenta di Tokyo. Anche se il 15"26 ottenuto è il suo nuovo record personale.

La storia di Kimia. La storia che voglio raccontare in quest’articolo, è però quella di Kimia Alizadeh, la prima donna iraniana che in assoluto è riuscita a vincere una medaglia olimpica alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016. Kimia Alizadeh che è una taekwondoka di altissimo livello internazionale, tornata a Teheran si è vista scippare la sua medaglia dal regime degli Ayatollah che l’ha costretta a dedicarla ai “martiri del tempio”, ovvero a quei combattenti che per ordine del regime andarono in Siria a difendere Assad e dove trovarono la morte. Questa entrata a gamba tesa del regime nella vita dell’atleta, che pure aveva festeggiato il suo successo a Rio abbracciando la bandiera iraniana, ci sono diverse fotografie a testimoniarlo, ha probabilmente creato un moto di reazione in lei al punto che si è fatta riprendere in alcune fotografie insieme al marito e senza velo. Questa protesta le è costata la squalifica da qualsiasi competizione e l’ha costretta a scappare e chiedere asilo politico in Germania. Negli ultimi quattro anni il regime ha fatto tutto ciò che poteva per distruggere la sua immagine, anche passare la notizia che la donna era rimasta vittima di un infortunio non curabile. Bugie queste che si sono rivelate in tutta la loro falsità nel momento in cui Kimia, che sta partecipando alle olimpiadi a Tokio nella squadra dei rifugiati, una squadra che raccoglie tutti gli atleti che per motivi politici non possono far parte delle delegazioni delle loro nazioni di nascita e che per questo gareggiano sotto la bandiera del Comitato Olimpico Internazionale, ha affrontato e sconfitto la sua ex compagna di squadra Nahid Kiani e lo ha fatto senza indossare il velo sotto il caschetto di sicurezza. Quel velo che per molti radical chic occidentali è diventato un vezzo della moda o il simbolo del rispetto per le tradizioni altrui, le stesse radical chic che non possono o non vogliono rendersi conto che invece si tratta di un simbolo di sottomissione che in troppe parti del mondo viene indossato non per scelta ma per obbligo. Alla fine del torneo Kimia Alizadeh non ha raggiunto il podio, ma affrontando e sconfiggendo la sua ex compagna ha dimostrato fino a che punto possono arrivare le bugie di regime e quanto ancora c’è da lavorare per mettere la politica al di fuori dello sport. Kimia Alizadeh che per vivere con i suoi capelli al vento è costretta all’esilio è, per chi ancora crede nella libertà, il vero simbolo di queste Olimpiadi. Michael Sfaradi, 28 luglio 2021 

Tokyo 2020, Vittorio Feltri e il mito Mangiarotti: "Che tristezza, tutti scordano l'Italiano più medagliato di sempre". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 30 luglio 2021. Trovo molto strano e un po' triste che mentre a Tokyo si svolgono i giochi dei cinque cerchi, nessuno abbia ricordato l'italiano più medagliato della storia, colui che ha vinto più di chiunque non solo alle Olimpiadi, ma anche ai mondiali e avarie altre competizioni internazionali. Mi riferisco a Edoardo Mangiarotti, insigne schermitore, gran signore elegante e colto che piegava alle sue lame qualsiasi avversario. Ha combattuto decenni sulle pedane del globo sempre distinguendosi per alta classe e raffinatissima tecnica. Non rammentarlo è una ingiustizia a cui voglio riparare. Ecco in sintesi avara la sua carriera di atleta fenomenale: egli alle Olimpiadi conquistò 13 medaglie, 6 d'oro, 5 d'argento e 2 di bronzo. Tanta roba. Senza contare la partecipazione a 13 mondiali disputati alla grande. Da notare che Mangiarotti, figlio d'arte, dato che il padre praticava lo stesso suo sport meraviglioso, non si limitava ad essere eccelso col fioretto bensì pure con la spada. La prima arma ha un bersaglio ridotto, dal collo all'inguine, mentre la seconda prevede che tutto il corpo possa essere colpito. Le due specialità sono diverse l'una dall'altra e richiedono addestramenti specifici difficili da conciliarsi. Edoardo la scherma ce l'aveva nel sangue, i suoi assalti erano composti, mai un eccesso di foga, soltanto astuzia, calcolo e precisione. Questa disciplina con gli anni si è evoluta, un tempo era più compassata e tattica, col passare del tempo è diventata più atletica e oggi è convulsa e muscolare. Le donne sono bravissime e in pedana si scatenano. La più brillante e ammirevole è stata la Vezzali, dotata di un temperamento ferreo e di un fisico eccezionale. Paradossalmente era più femminile, più chic il modo di combattere di Mangiarotti che scoraggiava gli avversari con attacchi precisi e misurati. Un campione così ormai ce lo sogniamo. Io lo conobbi quando ero ragazzino ed ero un fiorettista principiante, quindi acerbo, e mi avvalsi dei suoi insegnamenti allorché frequentava una palestra di Bergamo, dove aveva sede la società Libertas, da cui uscirono alcuni ottimi spadisti. Ne ricordo due, Pellizzari e Albanese che poi divenne un avvocato di grido, malgrado si fosse spezzato entrambe le gambe in un incidente stradale. Mangiarotti qualche volta si allenò con noi orobici, cosa che ci riempì di orgoglio. Assistevamo con ammirazione alle sue esibizioni perfette e didatticamente importanti. Egli non si dava arie ed era prodigo di consigli finalizzati a migliorare le nostre prestazioni. Fu osservando lui che mi resi conto di non essere attrezzato per eguagliarlo. E meditai di ritirarmi. Ma prima di appendere al chiodo la mia arma e la maschera, mi iscrissi al campionato italiano che si disputava a Livorno. I cinque o sei assalti selettivi li superai brillantemente, poi subentrò in me una sorta di sfinimento che mi impedì di entrare in semifinale. Abbandonai ogni velleità e non indossai più la divisa bianca, dedicandomi al giornalismo per questioni alimentari. Però pure ora che ho l'età per l'ospizio, quando in tv trasmettono un "combattimento" non resisto: lo seguo con una sorta di apprensione sperando nella vittoria di uno o di una dei nostri atleti. Quanto a Mangiarotti continuai a frequentarlo saltuariamente. Egli gestiva una sua personale sala in via Solferino a Milano, nei pressi del Corriere della Sera, dove ancora impartiva lezioni di stile schermistico. Talvolta andavo a trovare lui e sua moglie, la quale era una dirigente dell'Università degli anziani, e trovavo piacevole conversare con loro. Una volta Edoardo, rammentando il suo glorioso passato, mi disse che ogni notte sognava di essere di fronte ad un avversario di talento e non sapeva come trafiggerlo. L'incubo degli sportivi è di non essere all'altezza, lo stesso succede nel lavoro di chiunque. Ma i campioni quando hanno gli occhi aperti vincono sovente. Mangiarotti sarà sempre nel mio cuore di spadaccino fallito.

Dagospia il 28 luglio 2021. Il divino Aldo Montano. Nel giorno in cui l’Italia celebra Federica Pellegrini che dice addio alle gare con un settimo posto, un altro Highlander azzurro si prende il centro della pedana. Lo schermidore livornese, a 42 anni, saluta con un argento nella sciabola a squadre. Boia deh! Contro l’Ungheria in semifinale è stato Montano, entrato al posto dell’infortunato Samele, a trascinare gli azzurri alla vittoriosa rimonta. Nulla da fare in finale contro i migliori del mondo della Corea del Sud. “Ma avete fatto un grande percorso: fieri, fieri, fieri”, urla il maestro Alessandro Di Agostino dopo la sconfitta. E’ la quinta medaglia in 5 Olimpiadi per lo sciabolatore di Livorno. Dopo i due ori di Atene, nella prova individuale e in quella a squadre, Aldo è salito ancora sul podio a Pechino 2008 (bronzo a squadre), a Londra 2012 (ancora bronzo a squadre). Volontà, impeto, assalto. Una saga familiare da film, quella dei Montano, arrivati alla 14esima medaglia nella storia dei Giochi. Due ne aveva vinte il nonno Aldo, tre il padre Mario, 1 Carlo, altre quattro i tre cugini del padre. Uno per tutti, tutti per uno. Il compagno di squadra Enrico Berrè ha provato a condensare su Instagram “i 9 anni di sudore, gioie, dolori, risate e tanto tanto altro. Ma un post non basta a descrivere quanto tu sia stato importante nella mia crescita come atleta e come uomo. La faccio breve e ti dico: Grazie Capitano”. Un formidabile guerriero che ha dimostrato ancora una volta agli atleti più giovani come nello sport la difficoltà maggiore non sia tanto arrivare al vertice, ma restarci a lungo. La narrazione del vitellone da reality non è riuscita ad offuscare la grandezza dell’atleta che per 17 anni ha lucidato il suo talento facendosi il culo in sala d’armi. Più forte dell’età e dei tanti infortuni. Per imprimere il suo nome nell’olimpismo si è giocato l’anca e ora dovrà mettere una protesi. Ma l’amore per la sciabola e per i Giochi resta più forte di tutto: “Quasi quasi resto fino a Parigi 2024, magari anche come armiere..."

Da sportal.it il 29 luglio 2021. Aldo Montano lascia la scherma olimpica tra le lacrime. Dopo l'argento nella gara a squadre della sciabola maschile a Tokyo 2020, l'Azzurro è pronto a cambiare vita: "Provo tanta emozione, ho sentito la mia famiglia, mi stanno aspettando, è bellissimo tutto ma è il punto finale a essere emozionante, perché sai che da oggi in poi cambierà completamente la tua vita". "L'adrenalina che ti può dare lo sport sarà diversa, è un salto nel buio, un salto un po' nel vuoto che fa anche paura, perché negli ultimi 25 anni ho fatto questo e pensare a quello che sarà domani è tosta". Montano, 42 anni, ha ammesso di aver chiuso con la Nazionale olimpica, ma non ha ancora deciso se smettere definitivamente a tirare di sciabola. 

Il secondo oro olimpico dell'Italia arriva dal canottaggio. Antonio Prisco il 29 Luglio 2021 su Il Giornale. Valentina Rodini e Federica Cesarini trionfano nel doppio pesi leggeri, battuta la coppia francese per soli 14 centesimi. Valentina Rodini e Federica Cesarini hanno conquistato la medaglia d'oro nel canottaggio doppio pesi leggeri femminile, battendo in rimonta di soli 14 centesimi la Francia con l’Olanda arrivata a meno di mezzo secondo. È il primo podio al femminile nella storia del canottaggio italiano ai Giochi Olimpici. Dopo l'impresa di Vito Dell'Aquila nel taekwondo, finalmente arriva il secondo oro per l'Italia a Tokyo 2020. Una giornata da incorniciare al Sea Forest Waterway di Tokyo, apertasi con una medaglia di bronzo. A salire sul podio stavolta sono Stefano Oppo e Pietro Ruta, che nel doppio pesi leggeri maschile salgono sul terzo gradino del podio dietro all'Irlanda e alla Germania. Per Oppo e Ruta è il risultato più importante della carriera: erano stati quarti a Rio 2016, poi hanno vinto tre argenti ai mondiali. Quest’anno erano stati secondi anche agli europei: questo piazzamento li inserisce nella storia delle Olimpiadi. Poco dopo nella stessa specialità, il doppio pesi leggeri, arriva la medaglia d'oro. Le azzurre Valentina Rodini e Federica Cesarini trionfano in una finale ricca di emozioni, al termine di una volata tiratissima. Ci si attendeva una gara tirata e i pronostici sono stati rispettati: cinque barche si sono date battaglia fin dal primo metro e il distacco tra le prime non ha mai superato i due secondi. Al passaggio ai 500 metri sono ben cinque gli equipaggi racchiusi in un secondo, con la Gran Bretagna in leggero vantaggio e l’Italia terza. A metà della corsa, l’Olanda inizia ad aumentare il proprio ritmo, passando in testa. Le olandesi provano a scappare via, arrivando ad acquisire più di un secondo di margine, mentre dietro le posizioni rimangono sostanzialmente compatte. Negli ultimi 500 metri l’azione delle due Orange inizia a perdere intensità, mentre l'imbarcazione italiana, terza dietro anche alla Gran Bretagna a tre quarti di gara, comincia ad alzare il ritmo in maniera inesorabile. Con un incredibile rush negli ultimi 100 metri, Valentina Rodini e Federica Cesarini fulminano la concorrenza piombando con la punta sulla linea del traguardo. Per l'urlo di gioia bisogna aspettare qualche secondo, giusto il tempo per il fotofinish di assegnare ufficialmente l’oro alla coppia azzurra, più veloce di 14 centesimi delle francesi. Bronzo invece per l’Olanda, crollata negli ultimi metri dopo aver condotto a lungo. Per Rodini e Cesarini può cominciare la festa, adesso sono nell'Olimpo dello sport italiano. Sorride anche il medagliere azzurro, che trova finalmente il suo secondo oro e la diciassettesima medaglia.

Canottaggio d’Oro, impresa Cesarini-Rodini: miracolo Paltrinieri e l’Italia scala il medagliere. Antonio Lamorte su Il Riformista il 29 Luglio 2021. Secondo Oro all’Italia nel Medagliere delle Olimpiadi di Tokyo: lo portano a casa con una vittoria da urlo Federica Cesarini e Valentina Rodini nel canottaggio. Una conquista negli ultimi metri, davanti alla Francia e all’Olanda. La coppia del doppio di pesi leggeri segue la medaglia d’Oro nel primo giorno dei Giochi nel taekwondo di Vito Dell’Aquila. E permette all’Italia di compiere un consistente salto in alto nel medagliere: dal 15esimo posto di ieri al 10imo di oggi. Un primo gradino del podio che ci voleva, che dà fiducia e respiro alla delegazione italiana. A penalizzare gli Azzurri nella griglia era stata proprio un unico oro su 18 medaglie. Altro capolavoro intanto in vasca. L’impresa, al limite del miracoloso, è di Gregorio Paltrinieri: il nuotatore ha conquistato la medaglia d’argento negli 800 stile libero. Miracoloso perché Paltrinieri ha superato da poco la mononucleosi che aveva compromesso da poco la sua preparazione e quindi le sue prestazioni. Altro bronzo arriva intanto nel canottaggio del doppio pesi leggeri uomini con l’equipaggio composto da Stefano Oppo e Pietro Willy Ruta, arrivati dietro Irlanda e Germania. Le prime pagine però sono per loro: per Rodini e Cesarini che con il secondo oro della competizione hanno ridato slancio e vigore all’Italia. Sul bacino del Sea Forest Waterway hanno fatto la gara della vita: 6′ 47” 54, davanti di 0,14″ alla Francia e di 0, 49″ all’Olanda. Il successo è storico perché il primo del canottaggio femminile all’Olimpiade, 21 anni dopo il trionfo del quattro di coppia a Sydney 2000. Decisivo nella vittoria il rush finale. “Adesso posso dire di essere in pace, questa medaglia arriva come una liberazione”, ha commentato Cesarini. Hanno 26 e 25 anni, di Cremona e di Cittiglio. Laureate entrambe: in marketing e in Scienze Politiche. La loro vittoria è aria fresca per tutta la delegazione italiana. 

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

COSIMO CITO per la Repubblica il 14 ottobre 2021. Un oro olimpico non basta, «quando fai uno sport sfigato come il nostro, in Italia, devi vincerne tanti, e poi magari solo allora iniziano a considerarti». Federica Cesarini e Valentina Rodini hanno inghiottito molti rospi dopo Tokyo, nonostante lo storico successo (con record mondiale) nel 2 di coppia pesi leggeri, primo oro di sempre per il canottaggio femminile azzurro. Tutta la loro delusione è comparsa in una storia su Instagram, lunedì sera. Due post durissimi su come loro e il loro sport sono stati trattati dopo la sbornia olimpica, «dopo quel minuto, quell'ora al massimo di celebrità». 

Federica e Valentina, da cosa è nato il vostro quasi simultaneo sfogo?

Federica Cesarini: «Sono stata invitata di recente a un importantissimo festival dello sport e sul mio pass avevano scritto "Martina Cesarini". E poi è successo che un brand mi abbia offerto, su mia richiesta, dei buoni sconto anziché un prodotto che chiedevo "perché, anche se avete vinto l'oro, non avete visibilità". Allora non ci ho visto più». 

Valentina Rodini: «Federica era arrivata al livello massimo di saturazione, è frustrante vedere come la medaglia abbia cambiato pochissimo le cose. Le gare vengono trasmesse poco in tv, in misura ridotta, nelle interviste si confonde il canottaggio con la canoa». 

Federica, lei ha scritto: "Ci hanno detto che il problema è che a Tokyo hanno vinto in troppi e fanno sport con numeri ben diversi dal vostro". 

FC: «Nel dopo Tokyo tra media e sponsor si è data molta importanza ad aspetti esteriori delle vittorie: il numero di follower che un atleta ha è nettamente più importante della sua medaglia. Il peso dell'impresa sportiva, in un contesto e con un approccio del genere, diventa marginale».

Vi chiedono di essere influencer, più che sportivi. 

FC: «Le racconto una cosa: in un'intervista dopo i Giochi un giornalista mi ha detto "per diventare popolare prova a fare i video su TikTok, è così che si diventa famosi". Mi ha profondamente colpita questa frase, l'ho presa come una provocazione, non poteva essere vero quello che avevo sentito. Credo che lo sportivo debba fare lo sportivo, l'influencer l'influencer. E in Italia più sei trash, più funzioni». 

VR: «Non sta a noi decidere a chi assegnare le sponsorizzazioni, ma ci chiediamo perché uno sport come il nostro non abbia la visibilità che merita. Noi più di vincere un oro olimpico non potevamo fare».

(...)

FC: «Non ho nessuna intenzione di fare un passo indietro, amo questo sport e continuerò ad allenarmi. Se è vero che un oro non basta, proveremo a vincerne altri. E forse allora ci daranno il giusto risalto». 

Lei, Valentina, sta scrivendo anche un libro sulla sua esperienza olimpica: racconterà anche il disincanto del dopo? 

VR: «È un diario di bordo dell'avventura che ci ha portato all'Olimpiade 

(...)

Argento? Molto di più. È cuore grande Greg. Riccardo Signori il 30 Luglio 2021 su Il Giornale. Paltrinieri commuove negli 800 stile e batte sfortuna e mononucleosi: "Fiero come a Rio". Dove corri Greg? Corro per battere l'ignoto. C'erano tante parole, tanti discorsi nelle furibonde bracciate di Greg Paltrinieri in quei sette minuti passati in una corsia che pareva lasciarlo solitario. Nessuno intorno, sebben invece quella sua corsia pullulasse di fantasmi, e accanto ci fossero avversari confusi e forse indispettiti dalla sfrontata sfida ad una sola regola: se ci riuscite, prendetemi! In verità Paltrinieri, prima di loro, voleva battere altri avversari. L'ignoto ha tante facce. Voleva metter sotto quella malattia, la mononucleosi, infezione subdola apparsa solo un mese prima di Tokyo, che gli aveva tolto forze e certezze della testa. «Mi si è sgretolata ogni cosa intorno». Voleva dire a tutti: con la fatica si vince. Credo difficile da interpretare, ma quando ti riesce vedi il mondo con altri occhi. Quale elogio più bello alla fatica di un atleta se non buttarsi senza pensieri, solo con cuore e muscoli. «Un grande amico me lo aveva detto: queste finali non si affrontano con la testa, ma col cuore». Greg ha creduto all'amico. E al tocco finale, che valeva la medaglia d'argento, ha sospirato: «Avevi ragione». Ma avevano ragione pure i genitori che, nei giorni bui, lo hanno supplicato: «Non mollare». Ha ascoltato e ieri, finalmente, ha replicato: «Se sono qui è grazie anche a loro». Ottocento metri in autentico stile libero sono stati un canto di liberazione per Greg Paltrinieri, ragazzo di classe, che crede ancora ai supereroi, «E questa è stata una impresa da supereroe», dalla testa prepotente, che pensa: talvolta anche troppo. «E, magari, non la lascio libera di andare: cado nell'errore di programmare troppo. Avevo tanti pensieri e confusi. Gli altri saranno andati meglio tatticamente. Ma come ci ho messo il cuore, io...». La tattica è stata perfetta se ha fatto sfiatare tutti, compresi l'ucraino Romanchuk, poi bronzo, e il tedesco Wellbrock affondato quando pensava di essere in volo. Gli è scappato solo il giovin esordiente americano Robert Finke, classe 1999 contro la classe '94 di Greg, che dalla quinta posizione, negli ultimi 50 metri, è schizzato a prendersi l'oro. Paltrinieri ha tenuto botta per 700 metri, poi un attimo di tregua, gli altri a dirsi Dai, che lo prendiamo. E lui: non ci sto. Un ultimo guizzo per una gara forse meno sua, rispetto alle altre che lo aspettano: 1500 stile libero e 10 km di fondo. E così Greg mille pensieri è tornato Greg mille fatiche in arte Paltrinieri. E chissà perché ci ha ricordato lo sfinito e storico Dorando Pietri, che come lui veniva dalla zona di Carpi, oppure il Mennea maestro della fatica, ed anche quei pazzi solitari che si involano sulle strade del Tour o del Giro per cercare l'impresa come è riuscito, in questa olimpiade, al Carapaz figlio dell'Ecuador. Gente a caccia di miracoli? No, solo apostoli della fatica. Sebbene Greg abbia pensato al miracolo. «Dire miracolo è poco, non ci avrei scommesso nemmeno io. È stata una medaglia più bella, forse, che a Rio». Paltrinieri in quei 7 minuti 42 secondi e 11 sembrava avvinghiato alla corsia, quasi la toccava, un ritmo pazzesco, da record del mondo, fino ai 200 metri. Poi la dimostrazione che si può trasformare in energia ogni ostacolo che presenta la vita. «Rispetto alla batteria avevo altra mentalità, cattiveria, voglia di gareggiare». Tre regole per una medaglia e forse una grande lezione alla fragilità dei grandi atleti, alla malattia da virus che ne ha colpiti tanti: vince chi lotta, sorride alla fatica e vuol battere l'ignoto. Riccardo Signori

Arianna Ravelli per il "Corriere della Sera" il 10 agosto 2021. «Adesso che sono arrivato a casa, cominciano a depositarsi le emozioni. In tre settimane provi un mix di sensazioni contrastanti, ora resta che sono contento di me. È stata una bella Olimpiade. A me piace gareggiare, in qualsiasi stato di forma». Gregorio Paltrinieri, in effetti, lo ha fatto vedere al mondo. La sua voglia di lottare è un'iniezione di energia valida per ogni momento di stanchezza, le sue parole sono un antidoto alla tentazione di arrendersi a circostanze oggettivamente difficili, e non importa se non tutto è andato come voleva (anche perché l'asticella era altina: il ragazzo puntava a tre ori, sono arrivati un argento negli 800 stile e un bronzo nella 10 km di fondo): prevale la soddisfazione per quello che ha dato e, perché no?, ha scoperto di sé. 

Allora Greg: che ricordi l'hanno seguita da Tokyo a Carpi? 

«La prima cosa che mi viene in mente è la mia stanza, un mini appartamento in realtà, c'erano Acerenza, Burdisso e Ceccon: abbiamo vinto un sacco di medaglie in quell'appartamento! Poi la mensa del Villaggio: ho incontrato Doncic, Zverev».  

Veniamo alle sue gare: un bilancio a mente più fredda. 

«Sono contento. Ci sono stati anche momenti brutti, però rispetto ai miei piani iniziali è più quello che ho guadagnato rispetto a quello che ho perso». 

Il momento peggiore è stato prima della batteria degli 800? 

«Direi dopo, prima ero ancora illuso, sapevo che non mi ero allenato, ma speravo venisse fuori qualcosa di buono. Dopo me la sono vista brutta! Mi sono qualificato alla finale al pelo. Ma anche la finale dei 1500 è stata brutta: una sensazione di impotenza: tu sai cosa ti servirebbe per vincere quella gara, ci provi in tutti i modi, ma non ti viene». 

Lei ha detto: non avevo appigli fuori, l'ho trovato dentro di me. Questo è un aspetto nuovo di sé che ha scoperto a Tokyo? 

«Sì, in genere la consapevolezza di aver lavorato ti fa entrare in acqua fiducioso, ma quando manca diventa difficile. Adesso che è andata bene puoi fare una super storia sulla mia forza interiore, ma quando sei lì, non hai nessuna sicurezza, e se va male tutto viene liquidato in poche righe "Greg ha fatto schifo, amen, ci vediamo alla prossima". La differenza è sottile (ride). In ogni caso ho pensato che una malattia non potesse rovinare tutto, non sarebbe stato giusto. Per me andare a casa con zero medaglie non era concepibile, in qualche modo dovevo tirarmi fuori». 

Ne trae qualche insegnamento? 

«Che c'è sempre qualcosa di buono nel lottare. Vado via contento di me: ero al 75% della forma, avrei potuto avere un atteggiamento passivo».  

Ha capito cosa avrebbe potuto fare fosse stato al 100%? 

«Secondo me avrei potuto fare tantissimo. Ne ho avuto la riprova tutto l'anno, agli Europei avevo vinto cinque medaglie. Comunque non è lavoro perso, non ho raccolto tutto, ma ci posso riprovare».

 Avanti con il doppio binario, piscina e acque libere, fino a Parigi. 

«Sì, ma è una fatica boia, sono due sport diversi. Andrò avanti, il nuoto di fondo mi piace sempre di più, spiritualmente mi sento in sintonia con quel mondo che ha meno vincoli, ognuno può esprimersi come vuole. Non è solo sport, è senso di libertà: nuotare in mare è superbello».  

Invece con la piscina ha un conto in sospeso. 

«Avrò sempre un conto in sospeso finché non esce una gara come dico io. Ma anche se fosse arrivato l'oro non credo l'avrei mollata, è stimolante capire dove posso arrivare».  

Come cambia la preparazione tra piscina e mare? 

«I lavori tecnici li faccio in piscina, per mettere a posto la bracciata, il ritmo di nuotata, la gambata. Su 10 allenamenti settimanali 7-8 li faccio in piscina. Gli altri in mare perché ci sono condizioni completamente diverse: ci sono le onde, le correnti da cavalcare, c'è il contatto fisico. Serve esperienza per capire come adattarti».  

Tre flashback più personali dell'Olimpiade. 

«La chiacchierata con Tamberi. I tramonti pazzeschi che vedevo dalla mia stanza al 16° piano: Tokyo mi piace molto, sarei rimasto in vacanza. E poi la gara di fondo: era alle 6 del mattino, sono andato a letto alle otto di sera, credo neanche a 10 anni Colazione alle 3 al buio pesto, al mare alle 4: in qualsiasi altro giorno dell'anno non lo farei neanche se mi pagassero, eppure ti giochi così una finale olimpica e un pezzo di carriera». 

Ha capito l'impatto di quest' Olimpiade sull'Italia? 

«Ha portato gioia: tutti si sono lasciati trasportare dalle emozioni dello sport».  

Adesso che farà? 

«Un mese di riposo, ricomincerò a settembre con delle gare di fondo che organizzo io, aperte anche agli amatori: 2-3 km, in posti spettacolari, Sardegna, Positano, Toscana».  

Si nuota con Paltrinieri? 

«Certo, adoro stare in mezzo alla gente». 

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 29 luglio 2021. "Parlare di miracolo è poco, non ci avrei scommesso neanche io. Ma stavolta ci ho messo il cuore". Queste le prime parole di Gregorio Paltrinieri dopo la medaglia d'argento conquistata negli 800 stile libero ai Giochi di Tokyo. "È bellissimo - ha aggiunto il nuotatore azzurro ai microfoni della Rai - oggi ero un'altra persona rispetto alla batteria, con un'altra mentalità, un'altra cattiveria e voglia di gareggiare. Me la sono vissuta al meglio. Ieri sera un mio grande amico mi ha detto che queste grandi finali non si affrontano con la testa ma con il cuore, è l'unico modo per uscire soddisfatto. Io forse ero caduto troppe volte nella mia vita nell'errore di voler programmare tutto. Avevo messo troppa testa, troppi pensieri confusi, ma queste finali si vincono col cuore. Gli altri potranno star meglio di me fisicamente e preparare meglio la gara tatticamente, ma il cuore che ci metto io è troppo". 

CHE CORAGGIO —   L'argento del coraggio. Si può definire così la medaglia dell'olimpionico di Rio che per Tokyo ha deciso di cambiare tutto. Fino a un mese fa non sapeva neanche se esserci o no. Lo davano per morto dicono quelli che lo conoscono bene. E anche lui dopo la batteria non sapeva se essere ottimista o pessimista dopo aver perso un mese di lavoro per l'infezione che lo aveva colpito dopo gli Europei di Budapest nei quali aveva conquistato 5 medaglie, di cui tre d'oro nel fondo, il mondo che ora lo attira di più. Una finale piena di incognite ma anche la conferma che si è campionissimi nella testa e quando c'è da dare battaglia neanche i guai fisici possono fermare chi vuole vincere, chi ha ancora fame come lui.

SEMPRE ALL'ATTACCO —   Dall'altura di Livigno a Tokyo in pochi giorni per costruire questa medaglia incredibile al di là del colore. Un campione che ha vinto tutto nei 1500, e considera gli 800 come terza opzione, lotta come un leone ma soprattutto conferma come sempre: "Se volete, venite a prendermi". Fosse stato sempre bene, questo oro non sarebbe finito negli Usa. Non può infatti rimproverarsi nulla il ventiseienne di Carpi che questa gara l'aveva vinta ai Mondiali 2019 di Gwangju con il piglio di sempre. Sempre all'attacco.

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 29 luglio 2021. L'americano li ha fregati tutti, ma Greg è d'argento. Un immenso argento in 7'42"11 nonostante la mononucleosi. Robert Finke, nato nel 1999, trionfa in 7'41"87 nei primi 800 della storia olimpica su Gregorio Paltrinieri che ha condotto sino agli ultimi metri, ha dettato il ritmo dalla corsia numero 8 ed è stato generoso e coraggioso a imporre il suo nuoto nella gara di cui è campione mondiale. Il bronzo è dell'ucraino Misha Romanchuk, sotto il podio l'iridato dei 1500 Florian Wellbrock. Una gara folle, spettacolare. Un argento pazzesco. Greg parte subito a bomba: in testa ai 100 in 55"15, ai 200 in 1'52"86. Nella vasca di ritorno nuota laterale quasi toccando la corsia. Ai 300 allunga in 3'50"55, mentre nella corsie centrali non accennano a rispondere all'azzurro che viaggia a 29"5 di media. Ai 600 in 5'48"05 resta in testa ma Romanchuk e Wellbrock stavolta contrattaccano. Ai 750 metri Greg resiste in 7'14"02 ma al tocco è secondo. Ma che impresa. "Parlare di miracolo è poco, non ci avrei scommesso neanche io. Ma stavolta ci ho messo il cuore". Queste le prime parole di Gregorio Paltrinieri dopo la medaglia d'argento conquistata negli 800 stile libero ai Giochi di Tokyo. "È bellissimo - ha aggiunto il nuotatore azzurro ai microfoni della Rai - oggi ero un'altra persona rispetto alla batteria, con un'altra mentalità, un'altra cattiveria e voglia di gareggiare. Me la sono vissuta al meglio. Ieri sera un mio grande amico mi ha detto che queste grandi finali non si affrontano con la testa ma con il cuore, è l'unico modo per uscire soddisfatto. Io forse ero caduto troppe volte nella mia vita nell'errore di voler programmare tutto. Avevo messo troppa testa, troppi pensieri confusi, ma queste finali si vincono col cuore. Gli altri potranno star meglio di me fisicamente e preparare meglio la gara tatticamente, ma il cuore che ci metto io è troppo". L'argento del coraggio. Si può definire così la medaglia dell'olimpionico di Rio che per Tokyo ha deciso di cambiare tutto. Fino a un mese fa non sapeva neanche se esserci o no. Lo davano per morto dicono quelli che lo conoscono bene. E anche lui dopo la batteria non sapeva se essere ottimista o pessimista dopo aver perso un mese di lavoro per l'infezione che lo aveva colpito dopo gli Europei di Budapest nei quali aveva conquistato 5 medaglie, di cui tre d'oro nel fondo, il mondo che ora lo attira di più. Una finale piena di incognite ma anche la conferma che si è campionissimi nella testa e quando c'è da dare battaglia neanche i guai fisici possono fermare chi vuole vincere, chi ha ancora fame come lui. Dall'altura di Livigno a Tokyo in pochi giorni per costruire questa medaglia incredibile al di là del colore. Un campione che ha vinto tutto nei 1500, e considera gli 800 come terza opzione, lotta come un leone ma soprattutto conferma come sempre: "Se volete, venite a prendermi". Fosse stato sempre bene, questo oro non sarebbe finito negli Usa. Non può infatti rimproverarsi nulla il ventiseienne di Carpi che questa gara l'aveva vinta ai Mondiali 2019 di Gwangju con il piglio di sempre. Sempre all'attacco.

Gabriele Gambini per "la Verità" il 30 luglio 2021. Medaglie e polemiche. Mentre la delegazione italiana a Tokyo rimpingua la bacheca con i risultati lusinghieri di ieri, la politica si insinua persino alle Olimpiadi, con una diatriba che sta acquisendo sempre di più la forma della parodia: quella sulle battaglie di costume. Ma procediamo con ordine. Giornata di medaglie, si diceva. Mancava qualche oro nella bacheca degli azzurri, e il prezioso metallo è arrivato con le ragazze del canottaggio. Federica Cesarini e Valentina Rodini vincono la finale nel doppio pesi leggeri femminile, è il primo successo olimpico di sempre per il canottaggio in rosa. Le due atlete italiane, la Cesarini da Cittiglio, provincia di Varese, anni 24, e la Rodini, anni 26, da Cremona, hanno condotto una sfida di sacrificio tattico, aspettando fino all'ultimo secondo prima di rifilare la zampata letale con una remata al fotofinish. Partite in sordina, hanno mantenuto la quarta posizione fino a metà percorso, lasciando alla coppia olandese e quella francese il comando, poi le hanno recuperate negli ultimi metri. Il replay ha dissipato i dubbi: italiane prime per 24 centesimi di secondo. Nella gara speculare maschile, Stefano Oppo e Pietro Ruta si aggiudicano il bronzo dietro agli imprendibili irlandesi e alla coppia tedesca. Per un bronzo e un oro conquistati, c'è un argento ancor più luccicante. Se lo aggiudica Gregorio Paltrinieri, secondo classificato negli 800 metri stile libero di nuoto. Paltrinieri appartiene alla schiatta mitologica della fenice, quel genere di atleti capaci di risorgere dalle proprie ceneri. Il ventiseienne di Carpi, già campione olimpico nei 1.500 metri, fino all'ultimo ha rischiato di vedere il Giappone dal divano di casa. Colpito dalla mononucleosi dopo gli Europei di Budapest, ha sacrificato oltre un mese di allenamento - per il nuoto agonistico è un'era geologica - per ristabilirsi dalla malattia. «Parlare di miracolo è poco, non ci avrei scommesso neanche io», commenta lui, l'argento al collo. «Un mio grande amico mi ha detto che queste finali non si affrontano con la testa, ma con il cuore, è l'unico modo per uscirne soddisfatto». Il cuore ha scandito i momenti decisivi. Percorso completato in 7' 42" 11, dietro all'americano Robert Finke. La ciliegina sulla torta è arrivata poi dalle donne del fioretto: contro gli Stati Uniti della spadaccina inscalfibile Lee Kiefer, Arianna Errigo - unica reduce dell'oro di Londra 2012 - e le esordienti Alice Volpi, Martina Batini e Erica Cipressa si sono imposte per 45-23. Una medaglia di bronzo che fa masticare agrodolce le ragazze: lo scontro con le francesi in semifinale sarebbe potuto finire diversamente, se la buona sorte e un po' di nervi saldi in più avessero benedetto le loro lame. A proposito di nervi saldi: non sono mai stati il fiore all'occhiello nel patrimonio genetico di Fabio Fognini. Il tennista ligure, la cui linguaccia, se schierata su una pedana di scherma, potrebbe ferire più della spada, si è abbandonato a qualche intemperanza mentre il russo Medvedev lo stava regolando 6-2 3-6 6-2. «Sei un frocio...», ha inveito Fognini verso sé stesso, e la scelta dell'epiteto non è passata inosservata al vaglio della censura social. Levata di scudi dal mondo Lgbt, con smash finale del parlamentare di Forza Italia Elio Vito: «Il ddl Zan serve subito, anche per lo sport», ha scritto su Twitter, benché a molti la pertinenza della richiesta politica non sia parsa figlia di una logica aristotelica. In serata sono arrivate le scuse del tennista e l'episodio è rientrato. Ha rischiato molto di più Claudiu Pusa, allenatore della judoka tedesca Martyna Trajdos. Tra i due vige un rituale pre gara inconsueto e spassoso: lui sarebbe solito tirarle qualche ceffone rigenerante per motivarla in vista del match, urlandole frasi d'incoraggiamento. Il problema è che la judoka è una donna e il pulpito dei social si è affrettato a gridare al quasi femminicidio, invocando la gogna pubblica per l'allenatore-motivatore. Ci ha pensato la Trajdos a toglierlo dagli impicci: «Sono io a chiederglielo - ha scritto - ne ho bisogno per svegliarmi prima degli incontri». E mentre, qualche giorno fa, la delegazione di ginnaste tedesche ha chiesto di esibirsi in tuta integrale per evitare «la sessualizzazione dello sport», il Cio si è dichiarato «preoccupato» per un paio di episodi a ben vedere molto più seri di quelli elencati: Tohar Butbul, ventisettenne judoka che gareggia nella classe -73 kg, è stato evitato da due judoka di fede islamica perché israeliano…

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 5 agosto 2021. Monumentale Paltrinieri. Passa dalla vasca al fondo ed è meravigliosamente di bronzo. Regala all'Italia la prima medaglia al maschile e completa il suo triplete in due Olimpiadi: oro nei 1500 a Rio, argento negli 800 e bronzo nella 10 km a Tokyo. Dopo aver penato e rischiato per i postumi della mononucleosi. Trionfa il tedesco Florian Wellbrock rimasto al comando per tutta la gara vinta in 1h48'3"7, argento all'ungherese Kristof Rasovszky a 25"3, Greg terzo a 27"4 e quarto l'israeliano Matan Roditi a 51"2. Dopo un chilometro e mezzo Florian Wellbrock allunga in testa, fa il primo strappo, il francese Olivier è in scia a 10" mentre Greg arranca a 36" e l'altro azzurro Mario Sanzullo è dietro a 27". Dopo 2 chilometri e mezzo Greg si trova al quinto posto anche se il gap non si riduce, ma davanti si trovano solo il tedesco e il francese, l'ungherese Kristof Rasovszky a 16" e il canadese Fan col quale condivide il distacco; c'è anche il solido americano Jordan Wilimovsky e Sanzullo è 10° a 45". Dopo 2 giri Paltrinieri è 4°: la posizione promette anche se il distacco a 29" da Wellbrock è un macigno dentro un'acqua sempre più bollente a 29"2 di temperatura. Resistere o saltare: non c'è alternativa. Greg prova a tenere il suo ritmo senza esasperarsi per riprendere i tre davanti che hanno il vantaggio di darsi il cambio.

RIFORNIMENTI —   Tra rifornimenti e recuperi, Greg ai 4.5 km riduce il margine a 18" aumentando le frequenze e facendo tutto da solo. Si alleano gli ultimi due campioni olimpici, il tunisino Mellouli (2012) e l'olandese Weertman (2016), che incalzano a 44". A metà gara non cambiano le posizioni mentre Sanzullo patisce a 1'01" (11°). Alla boa del sesto chilometro, Paltrinieri (senza cuffia) è a 8", ormai vede l'aggancio. La differenza del ciclo di bracciate al minuto tra lui (40) e il capo classifica (30) è evidente: Greg sta spendendo di più. La gara continua incerta, piena di pathos: aperta ad ogni agguato. S'inserisce anche il greco Kynigakis.

GRAN FINALE—   Verso il gran finale in uno scenario tra passato e futuro, tra il Rainbow Bridge e il Fuji Television Building, prati, piattaforme e lo Skywalk. Agli 8 km Greg è secondo solo a Wellbrock, sente la medaglia, pensa al colpaccio prima dell'ultimo rifornimento evitato per non perdere tempo. Ma Rasovszky lo risorpassa e gli lascia 8". Il tedesco aumenta il ritmo per spezzare le velleità degli inseguitori, l'ungherese si guarda da Greg, che non intende mollare proprio adesso. L'ultimo chilometro è mozzafiato, senza respiro, all'ultimo respiro. Sino al bronzo.

Riccardo Crivelli per gazzetta.it il 29 luglio 2021. Dopo la folle giornata di mercoledì, arriva un altro bronzo per l’Italia del canottaggio: il doppio pesi leggeri del lariano Pietro Ruta e del sardo Stefano Oppo è terzo dietro Irlanda e Germania. Una gara regolare quella degli azzurri, che nei primi 1000 metri hanno provato a tenere il ritmo degli avversari (terzina 2”01 dalla Germania) e poi hanno controllato tranquillamente il ritorno senza velleità della Repubblica Ceca. Un bronzo che non è mai stato in discussione e premia la serietà di due ragazzi da anni ai vertici della specialità. Il doppio pl azzurro non saliva sul podio olimpico dai Giochi di Sydney (Pettinari e Luini argento)

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 28 luglio 2021. Federico Burdisso è incredulo per l'impresa olimpica: "Non so neanche cosa dire. E' stata una finale bella, mi sono divertito. Di sicuro non è stato uno dei miei migliori tempi, però come dicevo prima in queste finali conta mettere la mano prima, arrivare davanti. Ce l'ho fatta, sono terzo. Ero sicuro che il secondo posto era nelle mie corde, purtroppo non sono al cento per cento, sono un po' stanco.Mi dovrò accontentare di un terzo posto...." scherza l'azzurro, che aggiunge: "Devo ancora realizzare bene. È stata un po' strana questa Olimpiade per me. Faccio un po' fatica ad accorgermi di costa sta succedendo in giro. Non volevo neanche farla la gara. Ho avuto molto molto stress e tensione. Sono contento di averla fatta, di essere terzo. Ora penso ai 100 farfalla con più leggerezza, e provo a guadagnarmi un posto in staffetta nella mista dove anche lì potremo fare bene. Fede finisce la carriera e Fede Burdisso inizia la sua? Speriamo sia sullo stesso livello, anche se dubito..." va ancora di ironia il ragazzo che ha studiato in Inghilterra e avrebbe dovuto preparare negli Usa l'Olimpiade se non ci fosse stata la pandemia che lo ha tenuto a Roma. Scelta vincente. "Mi ricordo quando tre anni fa alle Olimpiadi giovanili di Buenos Aires, arrivai terzo dietro lo stesso giapponese e sono contento di essere arrivato qua ed essermi guadagnato la medaglia". Nella stessa gara al femminile, la cinese Zhang Yufei è la più veloce delle semifinali in 2'04"81 davanti all'americana Hali Flickinger 2'06"23 e all'ungherese Boglarka Kapas in 2'06"59. 

Mattia Chiusano per repubblica.it il 29 luglio 2021. Capaci di tutto. Di splendere e di vanificare tutto in pochi minuti. L’Italia del fioretto femminile ha buttato la finale per l’oro che stava tranquillamente conquistando contro la Francia. Alice Volpi, Arianna Errigo e Martina Batini (in ordine di apparizione sulla pedana della Makuhari Messe) hanno concesso una rimonta alle avversarie che al quinto assalto di nove erano in ritardo di 11 stoccate (23-12). E quando è tutto finito con l’incredibile sorpasso all’ultimo match tra Errigo e Thibus, le azzurre se sono andate alla spicciolata, Volpi da sola, la riserva Cipressa pure, Errigo e Batini abbracciate, rifiutando un commento su quel che era accaduto. Non basterà a salvare la spedizione in Giappone, ma almeno per salvare la faccia c’è la finale del bronzo alle 11,30 contro gli Stati Uniti della campionessa olimpica Kiefer. 

Allarme scherma, Ferisce il fioretto più della spada. Dopo la vittoria nei quarti sull’Ungheria (anche in questo caso subendo una rimonta, bloccata per tempo), il match si è messo subito bene, con Alice Volpi, subito reattiva dopo la delusione del quarto posto individuale, che ha liquidato Ysaora Thibus 5-2, seguita da Arianna Errigo, uscita ancor peggio domenica, castigatrice di Anita Blaze con un 5-1 che portava l’Italia in vantaggio di sette stoccate (10-3). Pauline Ranvier faceva più resistenza a Martina Batini, eliminata al primo turno domenica, ma tra le due squadre la distanza saliva comunque a + 8 stoccate, che diventavano 11 nel successivo match Volpi-Blaze. Batini concedeva a Thibus due punti di vantaggio (25-16), ma a quel punto cominciava il blackout che vedeva come protagonista Arianna Errigo. Tornata a + 10 due volte, incassava 4 stoccate consecutive da Ranvier restando su un margine meno rassicurante sulla Francia in recupero. Batini cedeva poco a Blaze, e Volpi, fino a quel momento dilagante, accusava un parziale di 5-6 con Ranvier anima della rimonta francese. Tutto affidato ad Arianna Errigo, che ha imbroccato un altro dei suoi momenti no, vanificando il vantaggio iniziale di 41-37 fino al pareggio 42-42, e sullo slancio Thibus si prendeva anche le tre stoccate che mancavano per la finale (45-43). La trasferta in Giappone non era nata sotto una buona stella, dopo anni in cui Arianna Errigo ha lottato per qualificarsi alle Olimpiadi sia nel fioretto che nella sciabola. Trovando l’opposizione dello staff tecnico e della federazione, citata in giudizio dall’atleta che nel frattempo si è sposata e si allena col marito Luca Simoncelli a Frascati. Poi il ritiro di Elisa Di Francisca, che ha preferito la maternità dopo il rinvio dei Giochi di Tokyo, una scelta che ha spiazzato la federazione e gli allenatori. Infine le polemiche nei confronti del ct Andrea Cipressa, che ha convocato come riserva la figlia Erica, ex promessa della scherma italiana che ha potuto fare poca esperienza a livello mondiale in un anno e mezzo di gare cancellate per la pandemia. Certo non è stata la 25enne riserva ad andare in pedana con la Francia, ma compagne campionesse del mondo che avevano a portata di mano la finale, e se la stavano guadagnando con merito.

Da gazzetta.it il 30 luglio 2021. È scesa dalle pedane eppure, Elisa Di Francisca punge ancora. Stavolta non con il fioretto ma con i commenti sul c.t. Andrea Cipressa e su Arianna Errigo, ex collega con cui non sono mancate le frizioni in passato. Le dichiarazioni rilasciate dall'olimpionica all'Adnkronos sulle mancate gioie olimpiche del fioretto femminile hanno scatenato un vespaio: "Cipressa non è all'altezza per essere il c.t. del fioretto - ha detto -. Lo dicono i risultati. Serve una personalità più forte. A Londra con Cerioni come c.t. prendemmo tre ori e 5 medaglie. Io non so se Stefano sia disponibile a tornare, ma lui sarebbe il più indicato a ricoprire quel ruolo". Poi la campionessa di Londra 2012 e argento a Rio cinque anni fa, ha inferto la sua stoccata ad Arianna Errigo, protagonista di una prova negativa in semifinale con la Francia: "Forse l'ultimo assalto in semifinale avrebbe dovuto farlo Alice Volpi - ha dichiarato -. Arianna Errigo è fortissima sia fisicamente che tecnicamente ma soffre le gare importanti, soprattutto le Olimpiadi. Lo abbiamo visto ai Giochi di Rio e anche qui a Tokyo: è un peccato perché oggi le altre ragazze hanno tirato bene e invece Arianna, che dovrebbe essere la punta della squadra è mancata nel momento decisivo". Julio Velasco, ex c.t. dell'Italvolley ha criticato duramente Elisa di Francisca per le sue parole: "Queste dichiarazioni sono disgustose. Il problema non è se ha ragione o non ha ragione, se quell’atleta ha problemi nei momenti decisivi o no, è disgustoso il momento, i tempi, e parlare così di una collega e di un allenatore gratuitamente – ha detto –. Sembra che adesso cercare di essere buoni è un difetto. L’educazione si basa sul reprimere cose che fanno male agli altri o che non fanno bene alla comunità. E questo, sicuramente, non fa bene alla scherma, non fa bene allo sport. Possiamo criticare ma questo è un attacco frontale. Poi in un momento in cui stanno soffrendo vai a mettere il dito nella piaga, proprio tu, che hai fatto quell’attività e sai cosa si prova".

Riccardo Crivelli per gazzetta.it il 29 luglio 2021. Oroooooo! La prima medaglia di sempre del canottaggio femminile azzurro risplende alta sul cielo di Tokyo grazie alla varesina Federica Cesarini e alla cremonese Valentina Rodini che nel doppio leggero compiono un capolavoro con uno sprint finale che ha tolto il fiato: Francia battuta all’ultima palata di soli 24 centesimi, terza l’Olanda a 27. Ci si attendeva una gara tirata e i pronostici sono stati rispettati: cinque barche si sono date battaglia fin dal primo metro e il distacco tra le prime non ha mai superato i due secondi. Ai 1500 metri le azzurre sono terze a 1”39 dall’Olanda e precedute anche dalla Francia, ai 1750 sembrano addirittura fuori dal podio insidiate all’esterno dalla Romania, ma con un incredibile rush negli ultimi 100 metri fulminano la concorrenza piombando con la punta sulla linea del traguardo. La storia è fatta.

Le laureate del remo che hanno nutrito l'Italia affamata d'oro. Elia Pagnoni il 30 Luglio 2021 su Il Giornale. Cesarini e Rodini, per il canottaggio rosa prima medaglia di sempre. Oppo-Ruta, bronzo uomini. L'importanza di chiamarsi Fede. O di chiamarsi Vale, come suggerirebbe qualche amante dell'onomastica. Perché se Fede e Vale sono due nomi che nello sport italiano vogliono dire trionfi, Federica Cesarini e Valentina Rodini messe assieme non potevano che regalarci il secondo oro di questa spedizione giapponese che cominciava a mettere un po' in ansia il presidente Malagò. Se il bottino di titoli dopo cinque giornate era il più misero da Barcellona '92, ci hanno pensato queste due ragazze lombarde a far suonare per la seconda volta Mameli con un'impresa arrivata nel cuore della notte, mentre sacrificavamo il sonno nell'attesa del fenomeno Paltrinieri. Un oro arrivato sulla barca del doppio pesi leggeri femminile, storico perché è la prima medaglia in assoluto del canottaggio rosa italiano, ma anche perché questa disciplina lo aspettava da 21 anni, dal successo del quattro di coppia Agostino Abbagnale-Sartori-Galtarossa-Raineri a Sydney 2000. Quello di Fede e Vale è l'oro di chi sa soffrire («Ma noi non abbiamo paura di fare fatica») ed è anche l'oro della leggerezza: perché arriva nella categoria introdotta ai Giochi dal '96 e riservata a chi riesce a remare stando sotto i 59 chili (72,5 per gli uomini) e perché rispecchia la naturalezza con cui le due ragazze sono arrivate a vincerlo. «Per noi era già un sogno essere qui raccontano -, poi l'adrenalina delle Olimpiadi ha fatto il resto». «All'arrivo ho sentito Valentina che gridava: abbiamo vinto puntualizza Federica -. Ma io non avevo capito niente. L'ho realizzato dopo». È stato il trionfo della leggerezza perché, come ci accade spesso, quando cominciamo a fare i conti su chi potrebbe finalmente aggiungere un oro al medagliere azzurro, spunta sempre la sorpresa che non ti aspetti. Questa volta anche per gli addetti ai lavori (nonostante il record olimpico fatto in batteria) e persino per i parenti stretti, se è vero che i genitori della Cesarini confessano che non se lo sognavano nemmeno loro. Ma leggero è anche il modo in cui è arrivato il trionfo, perché le due azzurre scivolano sull'acqua che è un piacere e bruciano tutte al fotofinish in una gara in cui cambia spesso chi comanda: alla fine la spuntano mettendo la prua per 14 centesimi davanti alle francesi (un po' italiane anche loro: Tarantola e Bove, quasi un derby) e per 49 davanti alle olandesi. Una leggerezza contagiosa, perché sulla scia di Vale e Fede si fa largo anche il doppio maschile, sempre pesi leggeri, che va a centrare il bronzo con Stefano Oppo e Pietro Ruta, staccati nettamente da Irlanda e Germania, ma capaci di difendere il terzo posto dalla Repubblica Ceca, migliorando il quarto posto di Rio e arrotondando il bottino dei remi italiani. La leggerezza di Valentina e Federica è anche tuffarsi nell'acqua della baia di Tokyo come gesto liberatorio, senza dimenticare i valori dello sport e della vita: «Abbiamo portato con noi anche Pippo sul gradino più alto del podio», il ricordo del compagno che non c'è più, quel Mondelli che in aprile ha riempito di dolore tutto il canottaggio azzurro. Perché Vale e Fede sono proprio due ragazze d'oro, laureate entrambe, la Rodini in Economia e la Cesarini in Scienze politiche, tra l'altro con una tesi su Geopolitica dello sport: il caso delle Olimpiadi, quasi un segno del destino. Valentina, 26 anni, cremonese, fiore all'occhiello della storica Canottieri Bissolati; Federica, 25 anni, di Cittiglio, il centro del Varesotto che ha dato i natali a uno dei più grandi monumenti dello sport azzurro, Alfredo Binda. Vuoi vedere che conta anche la toponomastica? Elia Pagnoni

Tokyo 2020, spadisti italiani fuori: "Arbitraggio folle". Si scatena il caos: gioco sporco dei russi? Libero Quotidiano il 30 luglio 2021. Un grosso caso e sospetti a Tokyo 2020. Tutto riguarda la squadra maschile di spada, argento ai precedenti giochi di Rio 2916, uscita in fretta a e furia dal giro medaglie in Giappone. Si è infatti rivelato fatale l'assalto dei quarti con i russi, dove la sconfitta è arrivata per 45 a 37. È stata una lezione nettissima, in certi momenti anche un poco sconcertante: in vantaggio fino al quinto match (16-13 dopo il secondo turno di Marco Fichera), l’Italia si è disunita, non ha reagito, ha incassato un parziale negativo di 27-16 al quale si sono aggiunte alcune discutibili decisioni arbitrali. E dopo il ko, il caos, le accuse ai giudici di gara. A farsi portavoce delle proteste è stato Marco Fichera, che ha parlato a nome della squadra: "Scontiamo un arbitraggio folle, ma bisogna saper vincere anche in queste situazioni. Ci prendiamo critiche e responsabilità, ci stanno bene i buffetti in faccia. Ma, ancorché perdenti, non tollereremo altre accuse alla nostra professionalità: questo non sarà più tollerabile", ha concluso con toni perentori.

La storia della "Butterfly" di Torre Annunziata. Chi è Irma Testa, la pugile napoletana che ha già conquistato una medaglia alle Olimpiadi di Tokyo. Antonio Lamorte su Il Riformista il 30 Luglio 2021. Irma Testa è già nella storia dello sport italiano: è stata la prima pugile a disputare un’Olimpiade in occasione dei Giochi di Rio de Janeiro nel 2016 ed è la prima a conquistare una medaglia olimpica ai Giochi in corso a Tokyo in questi giorni. Ma c’è dell’altro, eccome. Domani ha un altro appuntamento con la storia: alle 6:30 italiane di sabato mattina la “Butterfly” della boxe Azzurra affronterà nella semifinale la campionessa del mondo della categoria piuma (57 kg), la filippina Nesthy Petecio, 29 anni, pugile attendista. Testa è nata a Torre Annunziata, provincia di Napoli, nel 1997. È un’atleta delle Fiamme Oro. È cresciuta nella palestra Boxe Vesuviana del mitico maestro Lucio Zurlo. La sua prima medaglia a 14 anni, bronzo in Polonia nel 2012, e quindi un’altra serie di successi a livello italiano ed europeo. Si è laureata campionessa europea nella categoria 57 chilogrammi nel 2019. Il suo soprannome “Butterfly” per la sua agilità e leggerezza. È la stella più rappresentativa della delegazione del pugilato italiano ai Giochi, composta da quattro donne: dopo 100 anni neanche un uomo. Alle Olimpiadi di Rio arrivò con tante aspettative e pressioni. E con la sfortuna di incrocia Estelle Mossely, francese, campionessa mondiale che si sarebbe laureata campionessa olimpica dei pesi leggeri proprio in quell’edizione. La sconfitta gettò Testa in un periodo di profonda tristezza e insoddisfazione. A soli 18 anni mise in discussione la sua carriera sportiva. La sua storia – con l’infanzia a Torre Annunziata, un padre assente, la condizione di indigenza della sua famiglia e l’ascesa nello sport – è stata raccontata nel docufilm Butterfly di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman nel quale emergono la personalità della protagonista e si staglia la figura di Lucio Zurlo. La famiglia segue le gare di Testa alle Olimpiadi nel locale della fidanzata della sorella Lucia in Corso Vittorio Emanuele a Torre Annunziata. “Il podio è per Lucio Zurlo e per tutto il movimento femminile di pugilato”, aveva detto Testa alla fine del match degli ottavi contro la canadese Walsh. Non ci si sbilancia, c’è scaramanzia intorno alle possibilità di Irma Testa – della quale si parla da sempre nei termini della predestinata. Con delle eccezioni. “Irma Testa, come ho già ripetuto più volte, ha tutti i numeri per vincere l’oro a questa Olimpiade”, ha detto l’ex medaglia d’oro ai Giochi di Mosca e campione del mondo da professionista Patrizio Oliva, “Lo sparviero”, un monumento della boxe napoletana e italiana che ha appena deciso di tornare nella Federazione Pugilistica come responsabile degli “Schoolboy”. “È una tosta – ha detto a Il Corriere del Mezzogiorno Oliva – combatte senza paura, tecnicamente si muove bene sulle gambe e sa usare bene il sinistro, anche se a volte mette colpi troppo larghi. E poi non si piange mai addosso. È stata allieva di Lucio Zurlo a Torre Annunziata, ha imparato veramente cosa significa allenarsi in una palestra con pochi mezzi, partire dalla strada e conquistarsi ogni successo con le unghie e con i denti”. Che la 23 da Torre Annunziata sia cresciuta, maturata, completata nella sua boxe e nella personalità lo crede anche Dario Torromeo, giornalista e scrittore, tra i massimi conoscitori di boxe in Italia. “Sul ring è finalmente riuscita a recitare la parte di Irma Testa, a concretizzare il talento che ha sempre avuto, a divertirsi, a muoversi seguendo quello che le suggerisce l’istinto – si legge sul suo blog – Che poi è la sua grande forza. Scivolando sull’onda come un’esperta surfista, è arrivata in semifinale. L’ha fatto seguendo un percorso difficile, pieno di trappole che potevano spezzare sogni e spingere verso la tristezza. È lì con pieno merito”. Lei stessa ha ammesso il suo cambiamento negli ultimi anni. “La mia età è cambiata, sono più matura, ora ho 23 anni, sono più consapevole della mia boxe. Mi sono scrollata di dosso la paura di non farcela, di non essere abbastanza – ha detto in un’intervista a Repubblica in vista della semifinale – Quell’Olimpiade (di Rio, ndr) mi aveva tolto le mie certezze, ho trascorso mesi difficili, di dubbi, è allora che mi sono tatuata Panta rei. Ho conosciuto il baratro della solitudine, della lontananza da casa, ho avuto paura che i sacrifici che facevo potessero portarmi da nessuna parte e la sconfitta di cinque anni fa mandò all’aria le mie fragili sicurezze. Basta poco e crolla tutto dentro un atleta”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Irma Testa. L'intervista alla pugile napoletana campionessa olimpica. Irma Testa prende a pugni l’omofobia: “Fare coming out è ancora un tabù, gli sportivi hanno paura per il loro status”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 15 Dicembre 2021. A saperlo riconoscere il momento buono, quello giusto per certe scelte e certi passi che sembrano più grandi di te, quelli che segnano la vita. È anche il mestiere di Irma Testa quello di cogliere quando è il momento di avanzare, di incassare, scartare di lato o accettare la battaglia, schivare e alzare il ritmo. L’atleta delle Fiamme Oro, 23 anni e già nella storia del pugilato – prima italiana in assoluto a partecipare alle Olimpiadi a Rio 2016, medaglia di bronzo ai Giochi di Tokyo della scorsa estate nei Pesi Piuma – quindi lo ha riconosciuto, il suo momento: ha appena affidato a un’intervista a Vanity Fair il suo coming out.

“Mi ha stupita l’eco mediatica ma se se ne parla vuol dire che fa ancora scalpore. È quello che volevo: arrivare ai giovani”, dice a Il Riformista l’atleta cresciuta a Torre Annunziata, provincia di Napoli, alla “Provolera” che vuol dire “Polveriera” – dall’antica Real Fabbrica d’Armi – quartiere popolare e difficile. Padre assente, madre che lavora per tutta la famiglia, una sorella che l’avvicina alla Noble Art. Il primo pugno lo tira a una suora: al maestro Lucio Zurlo lo racconta la moglie. E lui – Mickey di Rocky alla partenopea, fondatore nel 1960 della Oplontis diventata Boxe Vesuviana, dove “qualcuno paga e molti no” – la accoglie nella sua palestra come ha raccattato tanti altri per strada. È tremenda, una “zingarella”, ma è speciale: “Faceva delle mosse che non esistevano nel pugilato, ma a lei riuscivano e funzionavano: il talento si è visto subito”. Il soprannome è Butterfly, come la farfalla dell’adagio “float like a butterfly, sting like a bee” di Muhammad Alì.

E volendo, con i cliché, si potrebbe pure continuare. Quando Joyce Carol Oates ha scritto che “la vita assomiglia alla boxe, ma la boxe assomiglia soltanto alla boxe” Irma Testa non era ancora nata. E quindi ci perdonerà, la grande scrittrice statunitense fanatica del pugilato, se la citeremo con un tradimento: la boxe assomiglia soltanto alla boxe con un’eccezione, che si chiama appunto Irma. Una vita che sembra una sceneggiatura buona per Clint Eastwood – e che infatti un film è già diventata: Butterfly di Alessandro Cassigoli e Kasey Kaufffman, interpretato dagli stessi protagonisti. Anni e anni ad aspettare il nuovo personaggio del pugilato, il nuovo volto della boxe italiana ed eccola qui allora, la stella: dagli esordi della predestinata, i primi successi, una sconfitta e la disperazione che l’ha fatta smaniare di mandare all’aria tutto: al diavolo anche la boxe, solo un viaggio al “fin del mundo”, in Patagonia, voleva Irma Testa. Che poi è ripartita e a Torre ha portato una medaglia dai Giochi.

Nessuno di quelli che la scorsa estate dicevano al maestro Zurlo che sarebbero arrivati a sostenerlo, ad aiutarlo nella sua attività sportiva e sociale, si è fatto vivo. “Ma noi non ci possiamo fermare”, fa lui indicando che c’è un solo posto per la politica nella sua palestra: fuori alla porta. “Torre Annunziata non è solo Camorra, è anche civiltà”, disse una volta conquistato il titolo italiano il figlio Biagio , dirigente federale e insegnante. In tutto hanno partecipato a cinque Olimpiadi dalla Vesuviana. Testa è il punto più alto. Sta preparando i prossimi Mondiali in Turchia e dice di non essere legata sentimentalmente, al momento, la Million Dollar Baby napoletana – avevamo detto basta cliché però.

Com’è arrivata al passo dell’outing?

Credo sia importante parlarne perché ancora fa notizia. Quando a nessuno importerà più l’orientamento sessuale di una persona potremo smettere. Nel mondo dello sport è ancora più particolare perché si tende ad aver paura di esporsi e a essere associati a qualsiasi etichetta. Penso che uno sportivo debba lasciar parlare le sue medaglie ma anche che abbia molta risonanza, in ciò che dice e in ciò che fa. Volevo far sentire meno soli i giovani. Certe dinamiche toccano anche i campioni.

L’orientamento sessuale è un tabù nello sport?

È un tabù in generale, in Italia. E nel mondo dello sport ancora di più. Più sei uno sportivo, un campione, più sei seguito e più hai paura di dire qualcosa che possa intaccare il tuo status. A volte si dice di un campione: ‘Ma lo sai che è gay?’. E questo dispiace, perché sono un atleta a prescindere da ciò che mi piace. Sentivo il bisogno di espormi dopo l’affossamento al Senato del ddl Zan.

Ha detto anche di non riconoscersi nelle etichette.

Credo siano importanti e fondamentali per normalizzare certi temi. È proprio l’etichetta a fare paura: tutto ha un’etichetta. Io però non mi ci rispecchio perché non do per certo nulla nella mia vita. Mi piacciono le donne ma ho provato attrazione anche per gli uomini, e non ho deciso chi ci sarà nella mia vita domani. Sarei ipocrita a farlo.

La sua famiglia le è sempre stata vicina.

Ho trovato tutto l’appoggio necessario per affrontare la mia sessualità. Quando l’ho scoperto non avevo ancora 16 anni e mia madre ha capito subito, per lei contava solo la mia felicità. Mia sorella lo ha scoperto dopo. È stato un sollievo: avrei potuto confrontarmi su tutto questo con lei.

Crede sarebbe cambiato qualcosa se non fosse cresciuta a Torre Annunziata.

Torre Annunziata è una città fantastica e aperta. Per fortuna sono nata e cresciuta qui. Amo la mia città, ho un rapporto viscerale con lei, non ti abbandona mai. Credo sia il Sud a farti sentire sempre parte di una grande famiglia.

L’ha stupita la risonanza mediatica che ha avuto il suo outing?

Sì, mi ha stupito. Ma è quello che volevo. Dopo il coming out stanno mi arrivando storie pazzesche: ragazze che scappano di casa, genitori che non le accettano, famiglie divise. La storia più forte che mi è arrivata è quella di una ragazza che ha parlato ai genitori del suo orientamento, della sua preferenza per le donne, e i genitori le hanno risposto: ‘Tornerai normale’, come se fosse qualcosa di anormale. E lei per paura di deludere i genitori sta con gli uomini, è fidanzata con un ragazzo: tutto questo per me è una violenza. 

È cresciuta senza suo padre, un padre assente. Anche quel tipo di amore, con il maestro Zurlo e il maestro Emanuele Renzini in nazionale, ha trovato con il pugilato?

Ho trovato delle persone che mi hanno fatto crescere e diventare donna. Questo l’ho trovato di un amore paterno pazzesco. Non me l’aspettavo. Ero arrivata qui con un altro scopo. E loro hanno creduto in me come persona.

Cos’è per lei la palestra del maestro Zurlo?

È un punto di riferimento per tanti giovani che potrebbero perdersi. Vengono qui e il maestro è sempre pronto ad aiutarli, come ha fatto con me. Sono entrata che non avevo nulla e ne sono uscita con una professione e una carriera da atleta. È stato il posto che mi ha costruito. Con l’amore, prima di tutto. Il maestro ci ha dato prima amore e poi insegnamenti pugilistici, un maestro prima di vita e poi di sport: ci ha insegnato a parlare bene e a stare composte a tavola. Io ero tremenda, una vera e propria zingarella. Per lui era importante che diventassi una signorina prima, una donna dopo e poi un’atleta.

Tutti dicevano di volerlo aiutare con la palestra la scorsa estate ma nessuno si è visto.

Il Maestro ha fatto tanto per questa città e per i suoi ragazzi . Un piccolo aiuto sarebbe anche un riconoscimento a una persona che ha sempre dato senza mai chiedere in cambio. Con il mio sponsor, nel mio piccolo, abbiamo allestito una sala, ma serve un aiuto di un’istituzione.

Simone Biles è stata appena eletta dal Time “atleta dell’anno”. Il suo è stato il caso delle ultime Olimpiadi: ha infranto il tabù della salute mentale degli sportivi dopo aver denunciato molestie sessuali. Anche lei ha passato un periodo tormentato.

A Tokyo la sua faccia era su tutti i cartelloni, c’erano le buste della spesa e dei negozi di souvenir con il suo volto. Non avrei mai voluto essere al suo posto. Un atleta è costantemente sotto pressione. È dura gestire tutte le pressioni e le aspettative attorno al tuo nome. Lo è stato anche nel mio caso: ho superato il mio periodo difficile, dopo Rio 2016, con l’aiuto della mia famiglia e dei miei maestri. Nel caso di Simone Biles devi raddoppiare tutto per 30 perché di campionesse come lei ce ne sono poche al mondo. Era il volto delle Olimpiadi.

Anche tu sei stata trattata come una predestinata.

Sì, ma ora tendo sempre ad abbassare le aspettative. Quando qualcuno mi chiede qualcosa dico: non vi aspettate nulla. Non mi piace fare promesse che poi non posso mantenere. L’ho fatto in passato ed è andata male. Oggi faccio promesse solo a me stessa. E se deludo me stessa va ancora bene, a me dispiace deludere gli altri. 

Il CIO ha minacciato l’esclusione del pugilato dalle Olimpiadi.

È impossibile pensare a un’Olimpiade senza pugilato. È tra gli sport più antichi ai Giochi. Certo è che se il sistema al momento può in qualche modo penalizzare i pugili, magari un avvertimento può essere utile a spingere a migliorare il sistema dall’interno.

Cos’è per lei la boxe?

Adesso è un lavoro. Sono stata fortunata: chi riesce a fare della sua più grande passione il proprio lavoro è molto fortunato. Dedico tutta la mia vita al pugilato, ho pochissimo tempo per me e per ora è giusto che sia al centro di tutto. Mi ha insegnato a reagire dopo le avversità, a rialzarmi dopo le brutte cadute.

Cosa si prova a indossare i guantoni, salire sul ring?

È un mix di emozioni. Prima hai ansia, adrenalina, sei come in trance per questo miscuglio di emozioni. A volte tremo, la lingua se ne scende in gola. Lì non vedi l’ora che quell’ora di tensione finisca. Però è una droga e quando stai lontana per tanto tempo dal ring ti manca, ne vuoi sempre di più.

Qual è stata la vittoria più importante nella sua carriera?

La medaglia olimpica, chiaramente, è speciale. E l’Europeo che ho vinto da Elite nel 2019. È stato il mio dire: sono diventata una pugile seria e professionista. Prima mi basavo solo sul talento, poi ho capito che non bastava più. Quella è stata la prima vittoria arrivata dopo tanto sudore, allenamento e fatica.

A chi si ispira?

A tutti i pugili tecnici, quelli eleganti nei movimenti come Sugar Ray Leonard, Muhammad Alì e Lomachenko.

Passerà professionista?

Non credo. Sono una vera professionista facendo la dilettante. A livello contrattuale altrove ci sono contratti milionari, e per quello lo farei, sono sincera, ma in questo momento una Katie Taylor in Italia non può esistere.

Pensa entrerà nel mondo dello spettacolo?

Al momento mi  viene difficile pensare ad altro che al pugilato. Non nego che non mi dispiacerebbe, in futuro, soprattutto qualora potessi rivolgermi ai giovani. E mi piacerebbe molto fare l’attrice.

Cosa ha rappresentato in questo senso Federica Pellegrini?

È stata il volto dello sport femminile. È stata lei a fare in modo che noi donne potessimo avere la stessa importanza degli uomini. È la regina.

Dice che non c’è nessuna relazione nella sua vita: ma una persona speciale è arrivata.

Ho una nipote che si chiama Irma Testa, un regalo bellissimo che mi ha fatto mio fratello. È arrivata lei e ha stravolto tutto, tutta la famiglia. Tutte le attenzioni sono rivolte a lei, e questo è bellissimo. Quando cresci una bambina tu torni un po’ piccola ma cresci anche insieme a lei. Io non avevo mai provato la sensazione di dover far vedere per la prima volta qualcosa a qualcuno, e con lei è sempre così.

Cosa diresti a tua nipote, se dovessi scriverle una lettera che potrà leggere tra qualche anno?

Di essere sempre te stessa. Più andiamo avanti e più i pregiudizi diventano leggi: e quindi di fregatene, come io me ne sono fregata. Avrai sempre una zia amorevole, pronta a sostenerti in tutto, perché se hai una persona che ti sostiene trovi la forza per fare tutto quello che ti va di fare. E io voglio essere quella persona.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

DA video.corriere.it il 30 luglio 2021. Coming out di Lucilla Boari dopo la conquista della medaglia di bronzo ai Giochi di Tokyo 2020. Nel collegamento da Casa Italia è arrivato un messaggio video all’azzurra. «Ti amo tanto, sono molto orgogliosa di quello che hai fatto, non vedo l’ora che ritorni, ti sto aspettando per darti un grande abbraccio», ha detto Sanne de Laat arciera compoundista olandese a Lucilla Boari. E Lucilla l'ha salutata: “Grazie alla mia ragazza”.

Da notizia.virgilio.it il 30 luglio 2021. Lucilla Boari ha conquistato la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Si tratta della prima medaglia femminile nel tiro con l’arco. 24 anni, La 24enne mantovana di Rivalta sul Mincio ha superato all’ultimo scontro l’americana Mackenzie Brown. Per Lucilla Boari, oltre alla soddisfazione per la conquista della medaglia a Tokyo 2020, c’è la rivalsa per quanto accaduto ai Giochi Olimpici di Rio 2016. A 19 anni, Lucilla Boari finì quarta nella competizione a squadre, dove gareggiò al fianco di Claudia Mandia e Guendalina Sartori. Le Azzurre furono battute in semifinale dalla Russia con il risultato di 5-3. Un giornale, all’epoca, scelse questo titolo per illustrare la mancata medaglia: “Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico”. Ne conseguirono numerose polemiche. L’hashtag #jesuiscicciottelle diventò virale. Il ‘Corriere della Sera’ riporta le dichiarazioni di Lucilla Boari dell’epoca: “Il brutto è che tutti lo chiedono, che si ricorda più quello del fatto sportivo, un quarto posto che è stato il miglior risultato di sempre della squadra femminile di tiro con l’arco alle Olimpiadi”. Oggi, la stessa Lucilla Boari dice: “La dedica è per l’Italia e per le donne che sono le più forti. Domani spero di leggere un bel titolo di giornale”.

Da gazzetta.it il 30 luglio 2021. Arriva la medaglia azzurra nel tiro con l'arco. È la prima volta nell'individuale femminile. Lucilla Boari è di bronzo! L'azzurra comincia con un 9, ma divide i due punti del primo set con Brown. Nel secondo l’azzurra apre con due 10 che le permettono di prendersi la volée e allungare sul 3-1. La 24enne continua a tirare benissimo anche nel terzo set e scappa sul 5-1. Nel quarto sbaglia la seconda freccia, ma chiude con un 10 e conquista una storica medaglia. Fantastica Lucilla Boari! La 24enne diventa la prima italiana di sempre a conquistare la semifinale nel torneo olimpico individuale dell’arco. Boari, alla seconda Olimpiade, ha battuto 6-2 la cinese Wu e affronterà la russa Elena Osipova nella semifinale delle 9 italiane. Boari comincia con due 10 e si prende i due punti del primo set, poi mette due 10 nella seconda e terza freccia della prima volée e vola sul 4-0. Wu si prende di misura il terzo set, ma Boari torna sicura e conquista il match. Quando la vittoria di Boari è diventata ufficiale, dagli altoparlanti dello Yumenoshima Park e partito “Mille”, canzone di Fedez, Orietta Berti e Achille Lauro.

Mauro Nespoli vince l’argento nel tiro con l’arco. Giampiero Casoni il 31/07/2021 su Notizie.it. Mauro Nespoli vince l’argento nel tiro con l’arco: primo set in vantaggio, poi equilibro e tiri bellissimi fino al doppio 10 finale che premia il turco. Mauro Nespoli vince l’argento nel tiro con l’arco mentre il podio più alto va al turco Mete Gazoz ma l’arciere italiano si conferma un habituè del medagliere olimpico. La finale fra Nespoli e Gazoz è stata da manuale, avvincente e per certi versi unica. Perché? Innanzitutto perché il 33enne vogherese è partito in vantaggio per essere sconfitto solo al quinto set. Poi perché la concentrazione di Nespoli che pensava all’oro per paradosso ha acuito le capacità agonistiche del bravissimo ma più giovane e inesperto Gazoz. Nespoli è alla sua terza medaglia olimpica, c’è poco da essere delusi quindi. Per quanto riguarda gli step della finale l’Italia e Nespoli partono davvero in spolvero: Gazoz inizia con un 9, Nespoli centra l’obiettivo e infila il 10. A seguire 8 per Gazoz e 10 per Nespoli. Poi l’italiano ipoteca il set con un 9 nell’ultimo tentativo. Il secondo set inizia con un 9 per parte, ma poi arriva il primo 10 del turco, un 10 da applauso a dire il vero. Ma non è finita; Nespoli sente l’usta e risponde con un 10 altrettanto splendido. L’ultimo tiro è un 9 per Gazoz e Nespoli che chiudono quindi in parità. Il terzo set è di Gazoz. A quel punto la partita è in stallo, in assoluta parità. E con il set numero quattro parte la tensione e con essa arrivano i grandi tiri. Gazoz incalza e Nespoli cerca il 10, lo trova e si va di nuovo in pari. Il quinto set segna la flessione dell’italiano: a fronte di un 8 arriva una “doppietta” di Gazoz da applauso, un doppio tiro che per poco e non per il sole provoca lo svenimento dei pochi presenti: due dieci uno più bello dell’altro e Gazoz, che a 22 anni ne ha 11 meno del suo avversario di Voghera, ipoteca un oro bellissimo. Ed è un oro tanto bello che l’argento di Nespoli che lo ha contrastato fino alla fine è molto di più che un secondo scalino del podio: è la conferma di una straordinaria calsse che arriva da lontano, dal 2008. Lo è soprattutto a contare il fatto che gli scalini del podio Nespoli li conosce così bene. Il medagliere dell’Italia, che con l’arco aveva visto una straordinaria Lucilla Boari colorare la specialità di rosa per la prima volta, tocca dunque quota 23. Gli “Azzurri” hanno come obiettivo 35 medaglie ai Giochi, di cui però finora gli ori sono solo due. Nespoli aveva già vinto alle Olimpiadi: a squadre, a Londra 2012 vinse l’oro, quattro anni prima a Pechino ottenne invece l’argento.

Da gazzetta.it il 31 luglio 2021. È medaglia di bronzo, la prima nella storia della boxe femminile italiana alle Olimpiadi. L'avventura di Irma Testa a Tokyo, nel torneo dei pesi piuma (57 kg), si ferma alle semifinali ma entrerà comunque nel libro dei ricordi. Contro la campionessa mondiale, la filippina Nesthy Petecio, non c'è stato niente da fare. La 23enne campana era partita molto bene aggiudicandosi il primo round ma poi ha subito la rimonta dell'avversaria: 4-1 il risultato finale. Ora la Petecio aspetta la vincente dell'altra semifinale tra la britannica Artingstall e la giapponese Irie: il 3 agosto la finale per l'oro. "Questa medaglia ha un grande significato, è importante, ci sono anni di lavoro e sacrifici alle spalle". Ha detto la Testa dopo la semifinale. "Negli ultimi anni ho cercato di non sbagliare nulla, di non lasciare nulla al caso, e penso di averlo fatto. Non è bastato, magari serve qualche anno non lo so. Penso di avere fatto tutto quasi perfetto. Parigi? Mancano ancora tanti anni, adesso voglio gioire di questa medaglia, tornando a casa penseremo al futuro. Dedica? A tutti quelli che mi sono stato vicini, al mio maestro che sa davvero cosa abbiamo passato".

Stefano Arcobelli per gazzetta.it il 31 luglio 2021. Quadarella meraviglia. Super Simona è di bronzo negli 800, la gara che fu di Novella Calligaris e Alessia Filippi, romana sul podio a Pechino d’argento. La medaglia torna a Roma di bronzo in 8’18”35: Simona tocca dietro l’americana Katie Ledecky da 8’12”57 e l’australiana Ariarne Titmus da 8’13”83. Una grande reazione per l’allieva di Christian Minotti dopo i 1500 chiusi al quinto posto. Una gara giudiziosa e in progressione senza inseguire la Ledecky, senza vedere la Titmus. Simona ai 100 passa in 1’00”40, ai 200 in 2’02”86, ai 400 in 4’08”17, ai 700 in 7’’16”77. Deve lottare per difendere il bronzo dall’americana Grimes, che lascia giù in 8’19”38, la tedesca Kohler settima in 8’24”56. La Quadarella non ha avuto bisogno del record italiano di 8’14”99 per salire sul podio. Così Simona Quadarella è passata dalla delusione al secondo tentativo che le è valso la medaglia di bronzo: ci ha riprovato nella gara che le piace di più. Dai 1500 di cui è campionessa mondiale dal 2019 a questo terzo posto negli 800. Non era facile resettare e lasciarsi alle spalle un quinto posto nella gara al debutto olimpico in cui parti come donna da battere e ti ritrovi quinta. Sola con i rimpianti e le lacrime a dirotto incontenibile. Simona Quadarella è nata il 18 dicembre 1998 a Roma. Alta 170 cm per 63 kg, gareggia per l’Aniene ed è allenata da Christian Minotti. Fidanzata con Alessandro Fusco, ranista, vive ad Ottavia, zona a nord-ovest della capitale a ridosso del Grande raccordo anulare. Il padre Carlo fa il nuotatore master, la mamma Marzia la definì “Veleno” per come si trasforma in acqua. I Maneskin vanno pazzi per lei, una ragazza buona e allegra, ma anche determinata, molto determinata: “Sono testarda, mi piace vincere e riconfermarmi. Voglio riconfermare quello che faccio tutti gli anni. Anche mia madre mi ha sempre detto che quando sono in acqua sprizzo cattiveria”. Il nuoto è la passione più grande sin da bambina quando ammirava la sorella maggiore Erica e già voleva superarla in vasca. “Da piccola seguivo mia sorella Erica in tutte le sue gare di nuoto. Lei è stata un modello per me, non solo nello sport ma anche nella vita. Anche con il mio allenatore Christian Minotti c’è un rapporto particolare: lui è il mio coach ma anche il mio mentore”. Che l’ha portata a vincere tutto in quattro anni. Dopo una lunga serie di allori a livello giovanile (oro negli 800 metri alle Olimpiadi di Nanchino 2014, oro nei 1500 e argento negli 800 ai Mondiali di Singapore 2015), la romana è rapidamente esplosa anche tra le grandi.   È l’azzurra che ha vinto più titoli individuali (6, uno in più di Federica Pellegrini) e la prima in Europa a confermarsi due volte in tre gare. Nel suo palmares ci sono ai Mondiali un oro nei 1500 sl e un argento negli 800 a Gwangju 2019, un bronzo nei 1500 sl a Budapest 2017. Agli Europei è stata oro 400-800-1500 sl a Glasgow 2018 (prima azzurra della storia con tripletta individuale), oro 400-800-1500 e bronzo 4x200 a Budapest 2021. In vasca 25 metri: 1 argento mondiale, 2 ori e un bronzo europei. Detiene il record italiano degli 800 (8’14”99) e 1500 (15’40”89), e ha un personale nei 400 sl di 4’03”35. Record a parte, da oggi aggiunge alla sue infinite medaglie un bronzo olimpico negli 800 sl: bravissima. 

Simona è il dopo Fede. Quarta donna di sempre sul podio della vasca. Riccardo Signori l'1 Agosto 2021 su Il Giornale. Quadarella dopo Pellegrini, Filippi e Calligaris. 800 super per raccogliere l'eredità di Federica. Non era carino lasciare il dubbio alla Regina altrimenti detta Divina: ma che fate? Io me ne vado e voi vi dissolvete? Nemmeno il piacere di una erede? E Simona Quadarella non ci ha visto più: adesso vi faccio vedere. Poco più di otto minuti in vasca, ed è tornata con una splendida medaglia di bronzo fra le mani. Non è andata proprio così. Ma che il mondo donna del nuoto italiano lasciasse partire la Pellegrini senza nemmeno sventolarle davanti la bella faccia di una erede, questo non era carino davvero e neppure consolante. A Tokyo il nostro nuoto rosa ha divagato tra amori e amari risultati, tra sorrisi da piazzamento e lacrime da delusione, si è aggrappato ancora una volta ai Pellegrini day, ma tutto senza vedere una medaglia. Ci voleva il Veleno nella coda. E Simona, già riconosciuta vera erede di Federica, si è occupata della pratica per orgoglio suo e perché «Cercheremo di onorare il più possibile quello che ha fatto la Pellegrini». Veleno è il soprannome affibbiato da mamma Marzia quando era piccola: con quella grinta... E sapete come sono i bambini, assorbono e pensano: vabbè chiamami così. Però quando si diventa grandi, famosi e bravi e magari si sale sul podio olimpico, i nodi vengono al pettine. E Simona si è proprio tolta il problema dall'alto di quel gradino che fa storia sportiva: «Per favore non chiamatemi veleno, non mi piace». Meraviglioso atto di liberazione di una campionessa che ha cominciato in acqua a togliersi i pesi dallo stomaco. Non aveva digerito quel quinto posto nella gara sua, che sono i 1500 sl, perlomeno quella dove ha conquistato ori e allori tra mondiali ed europei. Anche negli 800: non a caso ai Giochi giovanili di Nanchino 2014, sempre terra d'oriente, aveva già vinto un oro sulla distanza. Ma nei 1500 aveva giocato tutta la speranza e forse la credibilità. C'era stato un problema: una gastroenterite da dimezzare le forze, oltre al rischio Covid subito per via di un passeggero del suo aereo. Ma Simona, 21 enne romana e tipo tosto, una vita vissuta a pane e acqua di piscina, non ci stava a finire così. Si è detta: «Se ci è riuscito Greg (Paltrinieri ndr.) con la mononucleosi, posso riuscirci io con la gastroenterite. Devo tornare a casa con il sorriso. Quindi mi sono detta: o prendi la medaglia, o prendi la medaglia». Federica sorridi, ecco l'erede: Quadarella ha grinta, determinazione, l'inossidabile forza di chi non molla mai. Ed, infatti, è scesa in vasca e per 8 minuti (8'1735 il tempo) si è messa alle calcagna delle due voraci superwomen di questi Giochi: la altalenante statunitense Katia Ledecky e la fantastica australiana Ariarne Titmus dette in ordine di arrivo. Simona si è sbarazzata dell'altra americana Katie Grimes e via col bronzo. Sudato, ricorda lei. «Dopo tanti anni di lavoro. Mi rende contenta e vale più di ogni altra cosa. Mi posso dare un 9». E qui s'intende quanto conti una Olimpiade anche psicologicamente. Quadarella, pur studiando all'università, in 4 anni ha costruito un pedigrèe da regina delle distanze lunghe, ori mondiali ed europei tra i 400 e i 1500 sl. Eppure un bronzo olimpico vale più di tutto. E Simona, ex Veleno, ci sta bene tra le tre uniche azzurre da podio in vasca: Novella Calligaris (1972), Fede Pellegrini (2004 e 2008), Alessia Filippi (2008). Novella (bronzo) e Alessia (argento) l'avevano preceduta sul podio degli 800. Ora tocca a lei. Forza Simona: come prima, più di prima. Non è una canzone dei Maneskin che ti adorano, ma un ritornello che funziona sempre. Riccardo Signori

Dagospia il 31 luglio 2021. LA MALEDIZIONE DELL’ORO OLIMPICO. È medaglia di bronzo per Nino Pizzolato nel sollevamento pesi, categoria -81 kg. L'azzurro ha tentato al terzo tentativo dello slancio di alzare 210 kg. Non è andata. Oro al cinese Lyu, argento al dominicano Bonnat, poi l'azzurro.

Da gazzetta.it il 31 luglio 2021. Mauro Nespoli è d’argento nella finale individuale dell'arco. A decidere è stata l’ultima manche di una tiratissima sfida con il turco Gazoz, che si è imposto 6-4. Nespoli si è presentato all’ultima manche sul 4-4, ma il turco ha piazzato due 10 e un 9, mentre l’azzurro due 8 e un 10. “Non è un oro perso ma un argento vinto” ha commentato Mauro Nespoli. “È solo l’inizio, Montano ha insegnato che si può andare ancora avanti tanto nella scherma, figuriamoci nel tiro con l’arco, non c’è limite. Guardo avanti fino al 2032”. E’ la terza medaglia olimpica per Nespoli, già d’oro a squadre a Londra 2012 e argento a squadre a Pechino 2008. È la medaglia numero 23 della spedizione azzurra, la seconda per l’arco dopo il bronzo conquistato ieri da Lucilla Boari. E’ la quarta individuale dell’arco azzurro italiano ai Giochi: prima di Nespoli erano riusciti nell’impresa Giancarlo Ferrari (bronzo a Montreal 1976 e a Mosca 1980) e Marco Galiazzo (oro ad Atene 2004). Gli azzurri hanno conquistato anche 4 medaglie a squadre (1 oro, 2 argenti e un bronzo).

LA FINALE   La giornata di Mauro Nespoli, alla prima medaglia olimpica individuale dopo l’oro a squadre di Londra 2012 e l’argento di Pechino 2008 - è arrivato al termine di una giornata perfetta. Agli ottavi ha eliminato 6-0 il brasiliano D’Almeida, poi un 6-4 sul tedesco Unruh e il 6-2 (29-27 28-30 28-27 29-28) in semifinale l’atleta di Taiwan Tang Chih in una gara sontuosa in cui ha messo a segno dieci 10 e dieci 9.

La maledizione dell'oro. Ma ci sono podi che valgono platino. Elia Pagnoni l'1 Agosto 2021 su Il Giornale. Alcuni piazzamenti sono "vittorie", come nel nuoto. Dal Cio bronzo anti-Covid a Rosetti. Cinque anni fa di questi tempi, ai Giochi di Rio, viaggiavamo con un fardello più leggero di medaglie (18 contro 24) ma potevamo esporre in vetrina il triplo di ori. L'Olimpiade è arrivata a metà strada e l'Italia si scopre regina dei bronzi (addirittura 14) insieme all'Australia. Insomma, se il medagliere si leggesse da destra a sinistra saremmo in testa: rispetto all'Olimpiade sudamericana miglioriamo decisamente la quantità (siamo già a sole 4 medaglie da quota 28, il bottino totale di Rio '16 e di Londra '12), ma facciamo un passo indietro nella qualità: 2 soli ori nelle prime 8 giornate di gare contro i 6 di cinque anni fa in Brasile. E buon per noi che sono andati oltre i pronostici Vito Dell'Aquila, ragazzo pugliese del taekwondo, e le splendide ragazze lombarde del canottaggio, Valentina Rodini e Federica Cesarini. Dunque, il piatto azzurro piange? Come sempre i conti si fanno alla fine, ma certo qualche aspettativa non si è tramutata in risultato e magari abbiamo registrato qualche sorpresa in meno rispetto alle nostre felici consuetudini. Sta di fatto che sport su cui di solito si punta a occhi chiusi (scherma e tiro per non fare nomi...) questa volta hanno fatto cilecca, almeno per ora. Sperando con ciò di portar bene agli ultimi azzurri ancora in gara in queste discipline. A Rio, per esempio, dopo 7 giorni avevamo già in bacheca gli ori della Bacosi e di Rossetti nel tiro a volo, oltre a quelli di Garozzo (fioretto), di Basile (judo), di Paltrinieri (nuoto) e di Campriani (tiro a segno). Questa volta Campriani fa il tecnico dei rifugiati, Rossetti e Basile sono usciti al primo turno, Garozzo e la Bacosi sono tornati sul podio, ma con l'argento al collo e comunque dobbiamo ringraziarli per l'impresa. Mentre l'immenso Greg ha nuotato i 1500 nella notte. Ma c'è un bilancio olimpico fatto col pallottoliere e c'è quello fatto pesando le medaglie, perché ai Giochi non luccica solo l'oro. I due argenti in vasca della splendida 4x100 stile libero e dell'immenso Gregorio Paltrinieri, come la prima medaglia nella farfalla di Burdisso, rapportati alla concorrenza del nuoto rispetto ad altri sport, possono valere tranquillamente certi titoli olimpici. Come il quarto posto pesantissimo delle ragazze della ginnastica ottenuto contro le corazzate di questo sport. Non si tratta di fare figli e figliastri, di catalogare sport di serie A e di serie B, ma chiunque può intuire che una medaglia nell'atletica, dove gareggiano 206 paesi, ha un peso specifico maggiore rispetto a discipline che magari esprimono più campioni olimpici non della stessa nazione, ma addirittura dello stesso paese, inteso come località. Ben vengano gli ori degli sport meno frequentati, perché il bello dell'Olimpiade è questo e ci sono nazioni che entrano o scalano il medagliere grazie a una sola disciplina, ma il ritorno a medaglie pesanti di sport di antica tradizione come il canottaggio (ieri è stato riconosciuto il bronzo anche allo sfortunato Rosetti, fermato dal Covid) e il sollevamento pesi, dà un contorno più marcato alla nostra spedizione. E mentre la Testa nel pugilato ci ha fatto superare quota 600 medaglie nella storia dei Giochi, dobbiamo ancora fare i conti con gli sport di squadra, che arriveranno alle medaglie dopo due settimane di fatiche (contrariamente ad altri tornei in cui sei già in zona podio dopo aver passato un solo turno) e magari vedranno arrivare fino in fondo i due volley, il Settebello e - perché no? - lo stesso Italbasket. Certo, ci siamo fatti illudere dall'arco di Nespoli, si sognava qualcosa dal ciclismo su strada, ma la pista promette bene, e poi aspettiamo la Ferrari nel corpo libero, l'eterna promessa Chamizo, qualche acuto ancora dal tatami. Occhio, però, perché a Rio il weekend di mezza Olimpiade ci regalò il fantastico bis di Campriani al poligono, che portò il totale a 7 ori, e se non vogliamo peggiorare il confronto... Elia Pagnoni

Giorgio Gandola per “la Verità” il 31 luglio 2021. «Mi aspetto di leggere un bel titolo sui giornali», annuncia ai cronisti Lucilla Boari da Mantova (24 anni) dopo aver infilzato il bronzo nel tiro con l'Arco individuale a Tokyo, perfetta nella sfida finale con la texana McKenzie Brown. Caratteristiche decisive: nervi d'acciaio e memoria di ferro, visto che le sue prime parole con la medaglia al collo riguardano un episodio di cinque anni fa ai Giochi di Rio, quando il quotidiano sportivo QS titolò «Le cicciottelle dell'arco» e scoppiò l'inferno. Atlete azzurre indignate, haters dei social scatenati e il direttore del giornale (che era in ferie) licenziato dall'editore per responsabilità oggettiva. Il cortocircuito fu generale, l'arciera medagliata che ascolta Fedez prima di tirare non lo ha ancora metabolizzato: «Ci spiegarono che non voleva essere dispregiativo ma non fu gradevole e passò il concetto opposto». Tutto questo suona lunare nel 2021, quando ciascuno di noi può vantare un vocabolario di insulti dai troll di Facebook e Twitter anche sulla ricetta della torta di mele. Ma Lucilla è sul podio, vive la giornata della vita e per prudenza va oltre: il titolo preferirebbe farlo lei. «Scrivete che ho fatto la storia, a scuola quella materia non mi è mai piaciuta anche se la insegnavano mamma e papà». Poi fa coming out dichiarando che la collega olandese Sanne de Laat «è la mia ragazza». Il suo bronzo entra nel medagliere italiano, corposo nei numeri (20 medaglie) ma paurosamente limitato nella qualità dei metalli (due soli ori). Il Coni di Giovanni Malagò si aggrappa all'arco, al pugilato femminile, al taekwondo, a nonno Aldo Montano perché il resto latita. E in attesa dell'impresa da eccitazione collettiva arriva il giorno dei rosiconi in cui nulla è Zen come dovrebbe essere. «Ne uccide più la lingua della spada»; il versetto della Bibbia è la metafora della scherma italiana, fin qui a livello solletico, in quella che rischia di diventare la spedizione più deludente degli ultimi 50 anni. Era da Monaco 1972 che i meravigliosi atleti in bianco non ci coprivano d'oro: nell'individuale la depressione è ufficiale e solo il fioretto a squadre domani, nell'ultimo giorno, può salvare la tradizione. Gli Stati Uniti sono fortissimi, Russia e Francia i soliti clienti velenosi ma Andrea Cassarà, Alessio Foconi, Daniele Garozzo (già argento nel singolo) e Giorgio Avola possono spazzare via le smorfie. Più difficile l'exploit per le sciabolatrici nel torneo di oggi, dove le russe sembrano inavvicinabili. Per ora il duello più feroce non è in pedana ma in tv, quando la pluricampionessa olimpica Elisa Di Francisca affonda il colpo contro il fioretto femminile da sempre forziere supremo (oltre a lei, Dorina Vaccaroni, Giovanna Trillini, Valentina Vezzali): «Il ct Andrea Cipressa non è all'altezza, lo dicono i risultati, serve una personalità più forte. A Londra con Stefano Cerioni prendemmo tre ori e cinque medaglie: sarebbe il più indicato a ricoprire quel ruolo». Seconda stoccata ad Arianna Errigo: «È fortissima sia fisicamente che tecnicamente, ma soffre le gare importanti. Doveva essere la punta di diamante, è mancata al momento decisivo». Due mazzate con altrettante appendici: Cerioni ebbe una liaison con lei ed Errigo è stata sua acerrima rivale. Negli studi Rai c'è anche Julio Velasco, ex guru del volley che dagli occhi di tigre è passato all'occhio di bue del politicamente corretto ad ogni costo. Replica indignato: «Queste parole sono disgustose per il momento e per i tempi, non si può parlare così di un allenatore e di una collega gratuitamente». Julio e le storie tese. Nel giorno dei rosiconi non si distingue solo la scherma. Nel ciclismo su strada accade anche di peggio: il commissario tecnico Davide Cassani paga in diretta lo zero delle gare su strada (in linea e a cronometro) e viene rispedito in Italia. La motivazione ufficiale è l'assenza del pass per continuare a vedere le prove su pista, in realtà si parla di ribaltone. È lo stesso presidente federale Cordiano Dagnoni a evocare la parola magica: «Discontinuità». La delusione di Vincenzo Nibali e il quinto posto a cronometro del fenomeno Filippo Ganna hanno fatto vacillare il sellino di Cassani, che non assisterà alle gare su pista dove proprio Ganna, la locomotiva di Verbania, potrebbe mietere trionfi. Per non parlare del tennis. Erano decenni che il movimento italiano non presentava giocatori così vincenti, ma Matteo Berrettini e Jannik Sinner hanno dato forfait e gli altri stanno facendo le valigie. In buona compagnia perché ha salutato anche Nole Djokovic (eliminato da Alexander Zverev), ma questo non consola. Camilla Giorgi a casa, come Fabio Fognini. Spedizione fallimentare, anche qui la tribù dei Musi lunghi imperversa. Come fra i giornalisti americani, che hanno protestato perché alcuni atleti no-vax si rifiutano di mettersi le mascherine in conferenza stampa. Sono un centinaio su 613, il più noto è il nuotatore Michael Andrew, top nella velocità. Punta a tre medaglie e spiega: «Non voglio immettere nel mio corpo sostanze che potrebbero provocare reazioni negative». Se vince si prevedono imbarazzi. 

Giampiero Mughini per Dagospia il 31 luglio 2021. Caro Dago, se non fosse che la mancanza di sonno fa di me un rudere certo che domattina più o meno alle tre metterei la sveglia pur di seguire in diretta la gara sui 1500 stile libero del nostro Greg Paltrinieri, entrato in finale con il quarto tempo. Di tutti gli atleti e atlete azzurri che si sono finora comportati valorosamente a Tokio, a mio avviso “Greg” è stato il più strepitoso. Nelle batterie di qualificazione degli 800 metri stile libero era andato di merda, lui che si presentava con il titolo di campione del mondo. Aveva nuotato male e disperatamente per non affondare, da quanto non gli riusciva nulla della sua nuotata felice e guizzante, Era entrato in finale per il rotto della cuffia, settimo di otto finalisti. Gli era perciò toccata la corsia la più lontana, una corsia nella quale lui non credo avesse nuotato mai in vita mia. Tale è stato il suo rango fin dagli esordi nel nuoto internazionale, che a lui toccava sempre la corsia 4 o la 5 cinque, le corsie dalle quali vedi bene dove sono e che stanno facendo i tuoi avversari. Dalla corsia 8 non vedi niente o quasi. Ebbene da quella corsia si è tuffato ed è parto al modo di “un pazzo” come ha scritto Massimo Gramellini, uno che decenni fa aveva esordito da giornalista sportivo. Un pazzo che si era avventato a scapicollarsi per 16 vasche dopo che il giorno prima era arrivato al traguardo più morto che vivo. Per almeno 15 di quelle vasche “Greg” è rimasto primissimo e sebbene avesse alle costole due mostruosi avversari, un americano e un ucraino. Negli ultimi 20 venti metri i due gli si avvicinano ancora, è una lotta a guadagnare o perdere dei centimetri, per un attimo “Greg” è terzo per poi arrivare secondo dietro il ventunenne americano Finke. Da brividi. Com’è sempre dello sport, la più bella e la più leale delle contese tra gli umani. Da quando sono cominciate le Olimpiadi, prendo i giornali e non riesco a leggere null’altro se non ciò che attiene alle Olimpiadi (le pagine relative al destino di Roberto Calasso fanno eccezione). Non c’è scena teatrale o commedia umana che regga il paragone quanto a situazioni, personaggi, drammi, vittorie e sconfitte, insomma tutto il repertorio dello stare al mondo. Sì o no, devi andare a prendere le opere complete di William Shakespeare per trovarci qualcosa che stia al paro con il dramma dell’americanina Simone Biles alta un metro e 51 tutti ferro e molle umane, la più grande ginnasta di tutti i tempi, che s’è ritratta da alcune finali perché la tensione dell’appuntamento olimpico le ha fatto perdere “il controllo del suo corpo”, quel corpo che fino a quel momento era stato perfetto nel farla volteggiare a tutti e quattro gli attrezzi del programma femminile. E che dire della nostra Federica Pellegrini che da vent’anni e passa ogni giorno va su e giù lungo una piscina, sola, solissima, metro dopo metro in lotta con sé stessa, e lo ha fatto per cinque olimpiadi successive. E poi c’è che in occasione delle Olimpiadi, in televisione vanno indietro a raccontarci personaggi e sfide del passato. A un certo punto mi ritrovo a guardare una terrificante sfida di una ventina d’anni fa tra un sollevatore di pesi turco e uno greco. Ciascuno dei due porta su fin oltre i 180 chili. Ogni volta è una sfida terrorizzante, il volto che si contrae fino allo spasimo, il collo che si tende nello sforzo inaudito, le gambe che devono tenere botta sotto quel peso sovrumano. Il turco porta su 187 chili se non sbaglio, e a questo punto è primo. Il greco cerca di sopravanzarlo con un’alzata di 190 chili. Non ce la fa, è secondo. Si avvicina al rivale e gli mormora “Oggi sei stato il migliore”. E il vincitore della medaglia d’oro che gli risponde “No, oggi noi due siamo stati i migliori”. Ebbene, quanto a intensità teatrale che ne dite di paragonare questo duetto a quello che succede fra i grillini italiani, Conte e compagnia cantante? Provate la stessa emozione nei due casi e rispettivi protagonisti? Tutta la mia vita è stata scandita dagli appuntamenti olimpionici. Nel 1964 avevo poco più di vent’anni e a casa nostra non potevamo permetterci un televisore. Ho bussato alla porta della nostra vicina di casa e le ho chiesto se la sera poteva ospitarmi un attimo perché c’era la finale del corpo libero maschile di ginnastica, quella dov’era favoritissimo il ginnasta italiano Franco Menichelli, uno che oggi ha la mia età. La signora mi accolse, mi sedetti in un cantuccio, aspettammo una mezz’oretta, finalmente Menichelli entrò in pedana. Fece tutto alla perfezione, ho detto alla perfezione. Medaglia d’oro al corpo libero. Tra parentesi tale è stato lo sviluppo della ginnastica agonistica che con l’esercizio del Menichelli 1964 oggi non vinceresti neppure una gara ragionale juniores. E poi la finale olimpionica dei 200 metri a Mosca, la finale di Mennea. Vado a vederla in casa dal mio amico fraterno e rivale al tennis tavolo, il libraio catanese Carmelo Volpe (che oggi non c’è più). Giochiamo un po’ di partite in attesa della finale. Accendiamo il televisore. Gli otto finalisti sono ai blocchi. Partono. All’uscita della curva il telecronista annuncia con voce straziata che Pietro è ultimo. Dirittura finale. Pietro risale, ne supera uno, due, tre, quattro. Ha ancora un inglese davanti, mancano pochissimi metri al traguardo. Lo supera un istante prima di squarciare col petto il filo del traguardo. Medaglia d’oro. Dio mio Pietro, Pietro, con quel suo volto da meridionale povero. Dio mio che emozione mentre ci sto pensando vent’anni dopo.  

Stefano Arcobelli per gazzetta.it l'1 agosto 2021. Una grandissima staffetta! Un bronzo storico per l'Italia della 4x100 mista, impeccabile dalla corsia numero 4. Thomas Ceccon a dorso in 52"52 è secondo, Nicolò Martinenghi idem dopo la frazione a rana in 58"11, Federico Burdisso difende il terzo posto a farfalla in 51"07 e Alessandro Miressi dopo la frazione a stile libero spara 47"47 per una medaglia stupenda, attesa da una vita dal nuoto azzurro. C'erano infatti solo due precedenti, ed entrambi a stile libero, di staffetta azzurra sul podio a cinque cerchi: quello della 4x200 ad Atene 2004 di bronzo, e quello della 4x100 sl d'argento qui a Tokyo, con Miressi e Ceccon protagonisti anche oggi nella mista. Una grande impresa nella gara vinta dagli Usa di Dressel col record mondiale in 3'26"79 sulla Gran Bretagna da record europeo in 3'27"51 e sui moschettieri azzurri in 3'29"17. Sotto il podio la Russia in 3'29"22.

Italia di bronzo nella staffetta mista maschile, altro flop dalla scherma: medaglia dalla vela. Redazione su Il Riformista l'1 Agosto 2021. La staffetta 4×100 misti di nuoto maschile regala all’Italia una nuova medaglia di Bronzo alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Il team azzurro composto da Thomas Ceccon, Nicolo Martinenghi, Federico Burdisso e Alessandro Miressi ha chiuso infatti in terza posizione dietro Gran Bretagna e gli inavvicinabili Stati Uniti, che hanno conquistato oro e nuovo record del mondo.  “Siamo al settimo cielo”: è la felicità di Thomas Ceccon, Nicolo Martinenghi, Federico Burdisso, Alessandro Miressi dopo la medaglia. Durante la prima intervista con RaiSport, gli azzurri hanno sventolato la bandiera tricolore. “Nel nostro gruppo c’è grande unione: sapevamo che le prime due (Usa e Gran Bretagna) erano irraggiungibili. L’oro? Ce lo prenderemo a Parigi 2024”. FLOP SCHERMA – Nell’ultima gara della scherma italiana alle Olimpiadi arriva invece l’ennesimo risultato negativo. Nei quarti di finale la squadra del fioretto maschile è stata subito eliminata dal Giappone per 45-44. In pedana c’erano Alessio Foconi, Daniele Garozzo e Giorgio Avola, con quest’ultimo che ha sostituito l’infortunato Andrea Cassarà. Paradossalmente sono stati i primi due a soffrire maggiormente i giapponesi, mentre la riserva del team è stato alla lunga il migliore con un saldo di +2 nelle stoccate. La scherma chiude quindi le Olimpiadi con 3 argenti e 2 bronzi, ma era dal 1980 che non vinceva almeno un oro. “Grandissima amarezza” confermata dal presidente del Coni Giovanni Malagò all’Ansa: “Ora ci vuole una profonda riflessione da parte della federazione, tra tre anni ci sono i Giochi di Parigi: da domani si deve lavorare per ricostruire un ambiente”.

MEDAGLIA SICURA DALLA VELA – Per Ruggero Tita e Caterina Banti nel Nacra 17 di vela sarà almeno medaglia d’argento. Risultato straordinario quello del duo azzurro nella specialità che vede in acqua un catamarano ad altissime prestazioni, che il Comitato olimpico internazionale ha voluto tra le nuove specialità miste per favorire la parità di genere.

PALTRINIERI QUARTO – Non riesce invece a ripetere il miracolo compiuto negli 800 stile libero Gregorio Paltrinieri, reduce come noto da una mononucleosi che lo ha fortemente debilitato e che gli ha impedito di preparare le Olimpiadi. ‘Greg’ ha chiuso quarto nei 1500 stile libero vinti dall’americano Bob Finke in 14’39”65, che così ha ripetuto l’exploit della finale degli 800. 

Fino ai mille metri Paltrinieri stava tenendo testa agli avversari, salvo poi calare non riuscendo più a tenere il ritmo del tedesco Florian Wellbrock, poi bronzo, e dell’ucraino Mykhailo Romanchuk.

“Oggi non ne avevo per stare con loro, ci ho provato in tutti i modi, è stato difficile. Ho provato anche a riprenderli a un certo punto, dopo che avevo capito che la gara stava prendendo una brutta piega, perché io ero al massimo dall’inizio. Complimenti a loro, se la sono proprio meritata oggi”, ha detto nell’intervista dopo gara.

Da gazzetta.it il 3 agosto 2021.  L’Italia conquista il 5° oro di questa Olimpiade grazie a Ruggero Tita e Caterina Banti, che hanno dominato nella classe velica Nacra 17. È il primo oro misto per l’Italia. E anche una lunga attesa di 4.731 giorni dall’ultima medaglia velica azzurra. Con il sesto posto nella Medal Race dei Nacra 17 è medaglia d'oro per Ruggero Tita e Caterina Banti! Arrivo della gara finale: prima Argentina, seconda la Danimarca, terzi gli Usa, quarta la Francia, quinta la Gran Bretagna. Sesti gli azzurri, e tanto bastava!

Tokyo 2020, chi sono Tita e Banti, la prima coppia "mista" italiana a vincere una medaglia d'oro. Francesco Cofano su La Repubblica il 03 agosto 2021. Ventuno anni dopo l'oro di Alessandra Sensini a Sydney 2000, gli azzurri della vela salgono sul gradino più alto del podio in un'Olimpiade. Merito della coppia Ruggero Tita – Caterina Banti, che ha dominato nella classe Nacra 17, quella dei velocissimi catamarani. Tita ha 29 anni, è trentino e ha cominciato a praticare sport sciando. Banti ha 5 anni in più, è romana e prima di salire su un catamarano ha praticato la scherma, l'equitazione e la ginnastica ritmica. Entrambi sono laureati: lui è un ingegnere, lei ha ottenuto il massimo dei voti in Lingue Orientali.

Lo show di Tita e Banti. Italia, il primo oro misto arriva nella Formula vela. Antonio Vettese il 4 Agosto 2021 su Il Giornale.  Insieme da dopo Rio: Ruggero è stato a bordo di Luna Rossa, Caterina è esperta di islam. Splendidi. Ruggero Tita e Caterina Banti hanno dominato la flotta del Nacra 17 foiling (in pratica la F1 della vela) nelle regate di Enoshima. L'oro al collo di un azzurro non si vedeva dal 2000, quello di Alessandra Sensini con la tavola Mistral. Nel 2008 a Pechino erano arrivati un argento sempre con Alessandra e un bronzo in Laser con Diego Romero. Sono anche il primo equipaggio misto italiano a vincere una medaglia olimpica, un passo nella storia. Ruggi e Cate sono insieme da dopo Rio, dove Tita ha partecipato con il veloce 49er, altra barca spettacolare. E hanno conteso fino alla fine il posto in squadra a un altro equipaggio molto forte, quello di Vittorio Bissaro e Maelle Frascari. Scegliere chi portare per i tecnici federali non è stato facile. Tra i tecnici da segnalare Gabriele Ganga Bruni, per essere chiari il fratello di Checco che ci ha fatto sognare da Auckland e che ha allenato il Nacra 17 forte di una ampia esperienza nella vela in tutte le classi anche non olimpiche e questo apporto potrebbe essere la chiave del successo. Tita è nato nel 1992 a Rovereto, quel posto così vicino al Lago di Garda per cui è impossibile scappare alla passione della vela, è laureato ingegnere informatico, che lo aiuta nella ricerca del dettaglio e lo ha aiutato nel simulatore che ha provato con Luna Rossa su cui è stato a bordo a Cagliari e su cui, è prevedibile, tornerà molto presto ma dice: «Non voglio perdere la possibilità di tornare alle Olimpiadi a Parigi. Adesso non vedo l'ora di rivedere quello che è successo, purtroppo queste Olimpiadi ristrette con il Covid sembravano un poco una regata zonale. Le voglio rivivere con calma, vedere cosa abbiamo fatto. Salire sul podio è stata la parte facile, il difficile è arrivarci». In barca ha cominciato con i pantaloni corti: a tredici anni era già campione italiano Optimist e subito dopo si è dedicato alle classi veloci: il 29er, il 49er. In coppia con la Banti nel Nacra 17 un ruolino di marcia impressionante: subito terzi nel campionato italiano, nel 2018 e 2019 campioni europei e un argento e un bronzo ai mondiali. Caterina Banti è una ragazza con qualche anno in più: nata nel 1987 a Roma nel quartiere Flaminio, si sono piaciuti subito (sportivamente) e la loro unione nasce dalla dissoluzione di due equipaggi precedenti. Cate laureata in studi islamici, ha fatto danza classica, ha navigato sul lago di Bracciano, dice: «Certo che c'è ancora Parigi davanti a noi che scherziamo, ci vogliamo arrivare? Gabriele Bruni è stato davvero una guida per noi, ha fatto squadra e ci ha messo nelle migliori condizioni, ha scelto campi di allenamento con un vento davvero simile a quello di Tokyo». Ruggero e Caterina con il loro Nacra 17 hanno regatato dimostrando una solidità totale, in testa alla classifica per tutte le regate dei giochi, con 4 primi di giornata e scendendo raramente sotto il terzo posto. Hanno espresso un boat handling, ovvero una conduzione della barca superiore in ogni condizione, esprimendosi anche nel difficile doppio trapezio con ventone che è di pochi campioni. Di sicuro Ruggi e Cate hanno la stoffa, la preparazione, la velocità che altri non avevano, ma Ganga ha saputo estrarre il meglio e lavorare con loro perché tutto il loro potenziale fosse in acqua al momento giusto. Non si sono fatti indurre in tentazione, per esempio, nella Medal Race dove hanno chiuso sesti, una posizione dietro gli amici inglesi John Gimson e Anna Burnett che partivano con quattro punti di svantaggio e che giocavano, loro si, il tutto per tutto. La vittoria della Medal Nacra 17 è andata al magico Santiago Lange, oro di Rio che a settembre compie sessant'anni, con Cecilia Carranza Caroli: un bel modo di chiudere la carriera con gioia. Antonio Vettese

Gianluca Cordella per "Il Messaggero" il 4 agosto 2021. L'Italia completa la tetralogia degli elementi. Dopo l'oro della Terra di Vito Dell'Aquila e quello dell'Acqua di Valentina Rodini e Federica Cesarini. Dopo il doppio oro del Fuoco (sacro) di Marcell Jacobs e Gimbo Tamberi. Ecco quello dell'Aria, del vento. Lo regalano al medagliere Ruggero Tita e Caterina Banti. È il podio numero 29 che fa volare l'Italia oltre il risultato di Rio e la proietta verso il record assoluto dei 36 podi di Los Angeles 1932 e Roma 1960. L'impresa dei due azzurri era maturata nella settimana precedente, ieri è stata solo certificata con una medal race che è stata un capolavoro di astuzia. E che riporta la nostra vela sul podio olimpico 13 anni dopo le due medaglie di Alessandra Sensini e Diego Romero a Pechino. Se poi invece vogliamo rintracciare un altro oro è necessario scivolare fino a Syndey 2000, ancora con la Sensini nel Mistral. Ma questo oro è anche un inedito assoluto per lo sport italiano: è infatti il primo titolo olimpico azzurro con una formazione mista. Le medaglie al collo se le sono messe l'un l'altra, ma gliele ha portate sul vassoio il presidente del Coni Giovanni Malagò. «In epoche non sospette avevo chiesto al Cio di effettuare questa premiazione. Avevo visto lungo», racconta nella baia di Enoshima il numero uno dello sport italiano. Ed effettivamente questo trionfo è una sorpresa solo per chi non mastica di vela. Nella loro specialità, il Nacra 17, Tita e Banti sono dei fuoriclasse di livello assoluto. Lo sanno bene al Circolo Aniene, che con l'aiuto della Webuild sostiene Caterina. «Un grande lavoro di squadra che dà lustro all'Italia», il commento dell'ad Pietro Salini. E insomma, nei cinque anni passati a bordo dello stesso catamarano il sodalizio nasce nel 2016 dopo un incontro casuale a Formia vincono tre titoli europei e uno mondiale (oltre a un bronzo). Trentino di Rovereto lui, atleta delle Fiamme Gialle. Romana e romanista lei, tesserata per l'Aniene. Entrambi partiti da altri sport. Per Ruggero c'è lo sci, per Caterina un po' di tutto: equitazione, scherma, ginnastica ritmica. Ma quando lui inizia ad abbracciare il mare, Caterina è ancora focalizzata su altro: diventa capo scout, sposa gli studi orientali. La sua, di passione per la vela, cresce piano piano. Inizia a fare le prime regate, ma c'è sempre quella sensazione che sia più un hobby che altro. Tant'è che ad Anguillara le sue competenze le usa per dare lezioni ai bambini. Ma c'è una svolta precisa, nel 2013: è il momento in cui per la prima volta Caterina si cimenta con la categoria Nacra 17. I catamarani volanti progenitori dei missili che abbiamo visto sfidarsi nell'ultima America's Cup tra Luna Rossa e New Zealand sono un colpo di fulmine. Quando poi c'è quell'incontro a Formia beh, il resto è già noto. L'Olimpiade di Ruggero e Caterina è stata perfetta. Nelle 12 regate di qualificazione hanno collezionato quattro vittorie e quattro secondi posti. Avversari schiantati al punto di essere arrivati alla Medal Race già sicuri di chiudere primi o secondi. A spostare gli equilibri poteva essere solo la Gran Bretagna che, però, per il trionfo avrebbe dovuto piazzare almeno quattro barche tra sé e gli azzurri. Che giocano di furbizia. Inutile cercare la vittoria, basta tenere d'occhio i britannici. E così è stato: marcatura stretta tipo Chiellini su Kane tanto per restare sulle sfide recenti tra Italia e Inghilterra e oro di strategia con un 6° posto subito alle spalle dei rivali. Chiamatelo catenaccio, ma lo sport azzurro ci ha costruito su un impero.

Giacomo Rossetti per "Il Messaggero" il 4 agosto 2021. Viene da Roma, ha amato il Nordafrica dove ha vissuto, e gira il globo sfrecciando su un catamarano che pare una navicella spaziale, a fianco di un compagno con cui non serve parlare per farsi capire. In due parole: Caterina Banti.

Ventuno anni dall'ultimo oro olimpico nella vela: cosa faceva nel settembre del 2000?

«Avevo tredici anni ed ero una scout». 

Sembra sempre molto controllata, quasi come se questa medaglia fosse scontata.

«A esser sincera, non dormiamo da una settimana... Devo ancora realizzare che abbiamo vinto. Non pensavamo all'alloro olimpico, ma solo a navigare al meglio in ogni singola prova. A quel punto la medaglia è arrivata davvero».

Lei e Tita avete vinto il primo oro italiano misto. Di cosa è fatta la vostra alchimia?

«Entrambi siamo persone con un obiettivo comune. E i successi arrivano soltanto se sia lui che io diamo il trecento per cento». 

Caratterialmente siete simili?

«Ci completiamo bene: dove non arriva lui arrivo io, dove ho difficoltà io non ce l'ha lui. Siamo entrambi molto impulsivi, non c'è uno più freddo e uno più caldo. Quando serve ci tranquillizziamo a vicenda».

Dal 2016 a oggi avete navigato tantissimo insieme.

«E' difficile raccontarlo in poche parole. Sono stati cinque anni in cui abbiamo dedicato le nostre vite alla vela, e intendo dedicato a 360 gradi: non solo in acqua, ma anche a casa, in palestra... Passiamo insieme venti giorni al mese, ci vediamo più tra noi che con i nostri rispettivi fidanzati».

Da cosa è derivata la voglia di studiare lingue orientali?

«Ho cominciato a studiare arabo quando avevo diciassette anni. Poi terminato il liceo, mi sono trasferita in Tunisia: lì per un anno intero ho studiato la lingua».

Quando sei tornata in Italia aveva le idee chiare.

«Ho scelto quella facoltà anche per seguire le orme di mio papà, che è professore universitario di linguistica e glottologia di lingue del Corno d'Africa». 

Laurea triennale alla Sapienza, laurea magistrale all'Orientale di Napoli: la carriera accademica sarebbe stata il naturale proseguimento?

«Mi avevano anche proposto un dottorato, ma ho rifiutato: nella testa avevo solo la campagna olimpica. Ma sono studi che posso sempre far fruttare, in Tunisia ho lasciato un pezzo di cuore». 

Scherma, danza classica, equitazione: i suoi primi sport erano molto lontani da quello attuale.

«Io ho sempre voluto fare uno sport a livello agonistico: ne ho praticati tanti, poi mi sono innamorata della vela. Il merito è di mio fratello e del mio primo allenatore, Matteo Nicolucci. Lui è stato il primo a credere in me e a spingermi verso il sogno a cinque cerchi». 

Come si dice medaglia d'oro in arabo?

«Ah non lo so, è una vita che non lo tocco più (ride, ndr)». 

Lo sport manda ko i pregiudizi: parità di genere sul podio. Tony Damascelli il 4 Agosto 2021 su Il Giornale. Banti e Tita. Detti e scritti così sembrano personaggi dei cartoon giapponesi. Ma trattasi di roba vera, nostrana, doratissima. Banti e Tita. Detti e scritti così sembrano personaggi dei cartoon giapponesi. Ma trattasi di roba vera, nostrana, doratissima. La professoressa in studi orientali, Caterina Banti e l'ingegnere informatico Ruggero Tita, hanno vinto la medaglia d'oro nella Vela, categoria Nacra 17 nella quale si va in acqua su piccoli catamarani. Erano anni tredici dall'ultimo trionfo azzurro alle Olimpiadi ma questo non fa soltanto cronaca, diventa storia perché trattasi di un podio per due, gara mista, mai registrato prima per noi in questa disciplina. Ormai i Giochi ci stanno abituando alla doppia medaglia e sopratutto a una parità di genere che ribadisce lo spirito olimpico e mette sullo stesso livello i risultati delle ragazze e quello dei ragazzi. Esistono specialità diverse e distinte ma ormai la preparazione scientifica sta chiudendo la forbice tra donne e uomini, saltando pregiudizi che si trascinano non soltanto nello sport. Quella dei due azzurri d'oro non è una storia di amori ma di passione, il loro è il tempo delle vele e non delle mele, non sono fidanzati se questo volevate sapere, a prescindere dal fatto che la professoressa sia nata a Roma e l'ingegnere a Rovereto. I due fanno coppia sul catamarano e l'unione ha portato a grandi risultati prima di Tokyo: un titolo mondiale nel 2018, due titoli europei e vittoria alla World Cup Finals. Banti e Tita aprono la strada al doppio misto che sembrava riservato al tennis o al pattinaggio artistico ma che in questi giorni ha offerto la sorpresa della coppia Amos Mosaner e Stefania Costantini che si è qualificata curling doppio misto per i Giochi invernali di Pechino 2022 (sulla neve abbiamo già vinto il bronzo olimpico con la staffetta mista nel biathlon nel 2018). C'è sempre una disciplina che non fa distinzione e mette in gara donne e uomini, l'equitazione nel dressage e nel salto ostacoli mentre in passato la F1 aveva registrato Lella Lombardi, unica pilota a punti e nel motociclismo la spagnola Ana Carasco prima donna a vincere un mondiale di velocità. Non si finisce mai di imparare. Tony Damascelli

Tokyo: Malagò "La scherma? ambiente da ricostruire". (ANSA 1 agosto 2021) - "Premesso che lo sport italiano e il Coni devono essere eternamente grati alla scherma, i risultati a Tokyo sono stati profondamente deludenti: ci aspettavamo ben altro". Parlando con l'ANSA Giovanni Malagò, presidente del Coni, confida la sua "grandissima amarezza" per il rendimento di uno sport che ha concluso oggi con l'eliminazione ai 'quarti' della squadra di fioretto il suo programma. "Ora ci vuole - aggiunge - una profonda riflessione da parte della federazione, tra tre anni ci sono i Giochi di Parigi: da domani si deve lavorare per ricostruire un ambiente".

Tokyo: l'incubo dei fiorettisti, "il mondo ormai ci ha presi".  (ANSA 1 agosto 2021) - "Il livello è altissimo: da queste Olimpidi e' evidente, ormai il mondo ci ha presi". Così, ai microfoni di Raisport Giorgia Avola ha cercato di spiegare la clamorosa eliminazione della squadra del fioretto maschile nei quarti di finale contro il Giappone. "Per me - ha aggiunto - è stato un incubo. Non pensavo di chiudere in questa maniera". La gara del fioretto a squadre era l'ultima della scherma, e l'Italia chiude senza ori. "Dovremo fare un'analisi per capire cosa e' successo", ha ammesso Alessio Foconi

Tokyo: disastro scherma, subito fuori Italia fioretto uomini. (ANSA 1 agosto 2021) - Un altro, clamoroso disastro della scherma italiana nell'ultima gara delle Olimpiadi di Tokyo 2020: la squadra del fioretto maschile è stata subito eliminata. Nei quarti di finale, gli azzurri (Alessio Foconi, Daniele Garozzo e Giorgio Avola che ha sostituito l'infortunato Andrea Cassarà) sono stati sconfitti dal Giappone per 45-44.

Da gazzetta.it l'1 agosto 2021. Amarezza per i risultati, dispiacere per quello che non è stato - il fioretto chiude con un argento di Daniele Garozzo e un quarto posto di Alice Volpi nell’individuale, più il bronzo delle fiorettiste -, tristezza per le parole della ex atleta, Elisa Di Francisca. Sui social Andrea Cipressa, il c.t. del fioretto, risposte alle frasi della ex azzurra olimpionica a Londra e poi d’argento a Rio. “Chi vince festeggia e chi perde impara - scrive Cipressa, c.t. del fioretto dal gennaio 2013 -. Non ho alcuna voglia di censurare le critiche che mi vengono mosse, purché esse siano costruttive e non si limitino a una violenza verbale inaudita e insulti pesanti e gratuiti che scaturiscono da odi, antipatie personali e faide di fazioni opposte. Sono pronto al confronto e a un mea culpa se necessario ma non accetto voltafaccia disgustosi da chi, fino a poco tempo fa, mi osannava con messaggi di stima, apprezzamento e affetto”. Il riferimento chiaro è “alla ex fiorettista jesina che, dall’alto del suo ruolo di opinionista sputa veleno nel piatto in cui ha mangiato sminuendo pure il valore di atlete che, se pure non quello sperato, hanno ottenuto un risultato olimpico degno di rispetto, non è assolutamente velato, anzi”. Cipressa ringrazia Velasco, che aveva bollato come disgustose le frasi della Di Francisca che nei giorni scorsi aveva aspramente criticato Cipressa per le scelte e la ex compagna di squadra Arianna Errigo, evocando un cambio di guida tecnica. “Ringrazio Velasco per aver espresso in maniera chiara ed esplicita un pensiero che molti, fortunatamente, condividono - chiude Cipressa -. Non cerco giustificazioni a vittorie o sconfitte dalle une e dalle altre si impara e si costruisce”.

Francesco Ceniti per gazzetta.it l'1 agosto 2021. Un salto all’indietro di 41 anni. La scherma italiana chiude l’Olimpiade con il flop del fioretto maschile (battuto nei quarti 45-43 dal Giappone). E il bilancio finisce in rosso, nonostante le 5 medaglie portate a casa. Pesa, parecchio, la mancanza di un oro che avrebbe cambiato il giudizio. Perché il numero dei podi è persino migliore di quello di Rio (5 a 4), ma la notizia è l’assenza di un atleta azzurro sul gradino più alto. Per trovare la stessa situazione in un’altra edizione dei Giochi, bisogna salire a bordo della DeLorean, la macchina del tempo usata da Micheal J. Fox in “Ritorno al futuro”, e farsi trasportare a Mosca 1980. Lì l’Italia raccolse un solo argento (squadra a sciabola), ma era un mondo diverso: solo 8 armi in pedana, niente spada e sciabola femminile. Mentre in Giappone l’Italia aveva fatto il pienone, avendo rappresentanti in ogni arma, squadre comprese. Insomma, non bastano a salvare la spedizione (giudizio negativo) i secondi posti di Daniele Garozzo (fioretto), Gigi Samele (sciabola), la sciabola a squadre con l’emozione per la medaglia conquistata da Aldo Montano; più i bronzi di fioretto e spada femminile. Non bastano e non placheranno le polemiche, soprattutto quello che ruotano intorno al fioretto: nel mirino il c.t. Andrea Cipressa per la gestione fallimentare di un ex Dream Team (quello che fu della Vezzali), finito stritolato da personalismi e blackout mentali. Con il duello infinito tra Arianna Errigo ed Elisa Di Francisca, ex amiche ora nemiche. In molti speravano nel riscatto del fioretto maschile, ma la giornata negativa di Alessio Foconi (numero 1 del ranking, uscito male anche nell’individuale) ha zavorrato la squadra che aveva assorbito bene l’uscita di scena dell’infortunato Andrea Cassarà (dopo solo due stoccate), ma la riserva Giorgio Avola è stato alla fine il migliore dei nostri. L’Italia ha condotto fino all’ultimo assalto per poi farsi rimontare, una costante vista già in altri assalti. Un motivo in più da approfondire. E alla fine del match, il presidente della Federscherma (Paolo Azzi) ha confermato quanto dichiarato nell’intervista uscita oggi sulla Gazzetta: “Bilancio non positivo, tornati a Roma faremo le valutazioni necessarie. Ma è chiaro che ci saranno dei cambiamenti. Sia tecnici e sia tra gli schermidori”.

Dagospia l'1 agosto 2021. Andarci vicino conta solo a bocce. Al momento l’Italia ha fatto una scorpacciata di argenti e bronzi ma ha conquistato due ori. Maledizione, sfortuna o c’è qualcosa da rivedere nello sport italiano alla luce dei risultati di quella che è la spedizione più numerosa di sempre? La scherma, storico bancomat di medaglie olimpiche, è in crisi. È vero che ha portato 5 medaglie (una in più di Rio) ma dopo 41 anni si torna a casa con "zero tituli" e troppi veleni. I gloriosi tempi della cannibale Valentina Vezzali, che alle avversarie lasciava solo le briciole, sono lontani. E con l’addio di Montano, perdiamo un’altra certezza. La ex con il dente avvelenato Elisa Di Francisca ha infilzato il ct Cipressa dopo la rimonta in semifinale subita dall’Italia femminile di fioretto e la collega Arianna Errigo: “Forse l'ultimo assalto in semifinale avrebbe dovuto farlo Alice Volpi. Arianna soffre le gare importanti, soprattutto le Olimpiadi”. Manchiamo nel momento decisivo? Ci accontentiamo? O semplicemente gli altri sono più bravi? L’importante è salire sul podio, sostengono i cultori del piazzamento. Un bronzo vale come un oro? Suvvia, non scherziamo. Anche il barone De Coubertin si farebbe una sonora risata. Per non parlare del presidente del Coni Malagò che aveva fissato l’asticella: fare meglio di Rio che tradotto in soldoni significa conquistare più di 28 medaglie e più di 8 ori. Se il primo obiettivo appare alla portata, il secondo sembra pura utopia. La cartina di tornasole di quest’Olimpiade finora in chiaroscuro per l’Italia arriva dal nuoto. Dalle sfide in piscina torniamo con 6 medaglie. Certamente siamo nel mezzo di un cambio generazionale dopo l’addio della Pellegrini, di sicuro la mononucleosi ha azzoppato il nostro “squalo” “Greg-oro” Paltrinieri, ma l’acuto è mancato. A vedere il numero di record italiani (8) e primati personali (13) il futuro in vasca sembra sorriderci. Ma il presente dice che dell’oro a Tokyo non c’è traccia. Altro giro, altra corsa. È l’anno zero del ciclismo su strada, travolto dal caso Cassani. Il ct, alla guida dell’Italbici, è già tornato in Italia. L’ultima vittoria olimpica risale ad Atene 2004, con Bettini, nei Grandi Giri siamo spariti e ai mondiali abbiamo centrato solo un secondo posto negli ultimi dieci anni. Il quinto posto di Ganna nella prova a cronometro ha aperto il vaso di Pandora di un movimento in crisi tecnica e alla disperata ricerca di campioni per le corse a tappe e per le gare di un giorno. Se non fosse stato per l’argento di Diana Bacosi nello skeet, invece, parleremmo della "Caporetto" del tiro. Dopo aver mancato la finale nell'individuale della fossa olimpica Jessica Rossi delude pure nella prova mista disputata in coppia con l'ex marito De Filippis. La portabandiera olimpica ha sentito il peso della responsabilità: “Non sono stata in grado di gestirla. Ho accusato anche la stanchezza della prova individuale e per questi motivi sono arrivata poco serena alla mista”. Già, la pressione. Altra variabile che nello sport d’alta prestazione va “allenata” e che scava spesso la differenza tra un oro e un piazzato. Infine, quanto sono stati penalizzati gli atleti dai ripetuti assalti al Coni e alla autonomia dello sport di questi anni? Diversi Paesi che ci precedono nel medagliere hanno governi che hanno investito nello sport e nell’educazione motoria mentre da noi la riforma Spadafora ha provocato l’intervento del Cio. Senza contare la mancata definizione di ruoli e competenze tra Coni e "Sport e Salute" (che ha portato via la cassaforte dello sport a Malagò). Il diavolo si nasconde nei dettagli, e nulla va lasciato al caso nella preparazione olimpica. Altrimenti il rischio per le tante promesse dello sport italiano è che il grande avvenire resti sempre dietro le spalle. Le parole di Andrew Howe, in questo senso, andrebbero meditate a lungo: “Sono qua a casa a guardare le Olimpiadi, e mi sono reso conto che sono stato troppo sopravvalutato – ha scritto in un post su Instagram - Gli atleti forti partecipano e prendono le medaglie alle Olimpiadi. Io al massimo ho fatto solo due partecipazioni, una a 19 anni (ad Atene, sui 200 metri) e un’altra che è meglio non parlarne (a Pechino, fuori nel lungo). Dopo tanti sacrifici mi ritrovo a fine carriera con un pugno di mosche in mano (colpa mia). Il prossimo sarà il mio ultimo anno nell’atletica, lo farò da atleta mediocre…” 

Flavio Vanetti per il "Corriere della Sera" il 2 agosto 2021. È il controcanto, inatteso e spiacevole, nella giornata della raccolta dell'oro: la scherma è rimasta senza titoli olimpici per la prima volta da Mosca 1980. Tanto tuonò, che piovve. E che volarono gli stracci. L'eliminazione dei fiorettisti nei quarti a opera del Giappone - avversario da tempo indigesto che dopo essere stato sotto per 8 match su 9 s' è preso l'ultimo, chiudendo sul 45-43 e infilzando Daniele Garozzo, campione olimpico 2016 e vicecampione qui a Tokyo -, consegna le nostre lame, di solito eccellenti, a un bilancio sì di quantità (cinque medaglie: solo la Russia, numericamente, ha fatto meglio) ma privo di quella qualità che solo l'oro dona. Quindi la fotografia di Tokyo 2020 non può non legarsi allo «zero» che torna dopo 41 anni. Quando la storia fa capolino in questi termini, non va bene. Lo pensa pure Giovanni Malagò: la tradizionale «miniera» olimpica italiana s' è impoverita e adesso il presidente del Coni parla di «un ambiente da ricostruire». Ne riparleremo. Prima viene il volo degli stracci, che coinvolge il c.t. del fioretto, Andrea Cipressa. Dopo il bronzo a squadre delle ex colleghe, Elisa Di Francisca l'ha attaccato giudicandolo «privo di personalità e inadeguato al ruolo». Per questo ha subìto il biasimo di un illustre commentatore: Julio Velasco. A Giochi per lui finiti, Cipressa ha deciso di dare una stoccata all'olimpionica: «Non mi nascondo mai dietro a un dito, ma mal digerisco la cattiveria gratuita e la maleducazione. Chi vince festeggia, chi perde impara: non censuro le critiche, purché siano costruttive e non si limitino a una violenza verbale inaudita e a insulti gratuiti che scaturiscono da odi, antipatie e faide di fazioni opposte. Sono pronto al confronto e a un "mea culpa", se necessario. Ma non accetto voltafaccia disgustosi da chi, fino a poco tempo fa, mi osannava con messaggi di stima e di affetto. Il riferimento è all'ex fiorettista jesina che, dall'alto del ruolo di opinionista, sputa veleno nel piatto in cui ha mangiato sminuendo pure il valore di atlete che hanno ottenuto un risultato di rispetto, pur senza essere quello sperato». Per Velasco, invece, c'è gratitudine: «Lo ringrazio per aver espresso in maniera chiara un pensiero che molti condividono. Si impara a costruire sia dalle vittorie sia dalle sconfitte. A volte, però, tacere è di una raffinatezza indiscussa. Se un uomo fa del suo meglio, che cosa si può volere di più? Chi gareggia per vincere sa che la sconfitta fa parte del gioco». È comprensibile la reazione di Cipressa, ma adesso è tempo di andare oltre l'emotività delle polemiche. Serve una fredda analisi complessiva, anche se sul fioretto, storica arma di traino e di medaglie, ne andrà fatta una specifica. Oltre a dare fiducia ai giovani, bisognerà valutare l'organizzazione del settore e la figura di Cipressa non può non rientrare nell'agenda delle discussioni, pur avendo l'attuale c.t. il diritto di elaborare un progetto per riproporsi. Elisa Di Francisca ha suggerito di riprendere Stefano Cerioni, uomo dei trionfi di Londra e poi efficace in Russia: è un'opzione da valutare. Ma c'è anche chi chiede di richiamare Andrea Magro, che ha vinto 16 medaglie (prima di lavorare a sua volta bene all'estero) e che, come si ricordava in una chat, «in 14 anni di mandato ha saputo far coesistere 4 prime-donne, facendole remare nella stessa direzione». Discutere senza preconcetti per crescere è un segnale di buon senso. Il nuovo presidente, Paolo Azzi, ribadisce la fiducia al modello Italia, impostato sui club, ma non esclude cambiamenti: «Nessun tecnico è inchiodato alla sedia». La nostra scherma deve avere il coraggio di fare un'analisi a tutto tondo perché il buco di ori dopo 41 anni non nasce solo dal fioretto. La «quantità» di Tokyo non è da disprezzare, ma nemmeno soddisfa. Se poi nel giudizio si inseriscono i flop e i quasi gol (tre quarti posti), potrebbe addirittura contenere dei messaggi di allarme. Decifrarli sarà prioritario. Nell'attesa, ecco il voto per le lame d'Italia: il 6 ci starebbe, ma diamo un 5, come le medaglie. Lo studente può applicarsi meglio e fare molto, molto di più.

Tokyo 2020, scherma azzurra tra flop e risse: ecco quali sono le vere ragioni del tracollo. Claudio Savelli su Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. Per un'Italia che vince ce n'è una che perde. Non solo le medaglie ma anche la faccia. È quella della scherma, che chiude con zero ori sia nell'individuale sia nelle squadre, visto il ko del fioretto maschile ai quarti contro il Giappone (45-43). Sono cinque le medaglie conquistate in pedana, una in più di Rio, ma l'assenza del metallo più prezioso rende la spedizione a Tokyo la peggiore degli ultimi 41 anni: a Mosca 1980, l'Italia raccolse solo un argento con la squadra di sciabola maschile, ma allora erano solo 8 le armi e nel femminile non erano previste spada e sciabola. Conta anche come si perde, e l'Italia della scherma ha perso male, andando quasi sempre in vantaggio e subendo le rimonte, soprattutto nelle due squadre di fioretto in semifinale (donne) e nei quarti (uomini). Vuol dire che manca personalità e serenità, più che tasso tecnico. Ne è prova la stoccata di Di Francisca, che ha rinunciato a Tokyo per la gravidanza, verso l'ex amica, Arianna Errigo e il ct del fioretto Andrea Cipressa, che ha risposto a tono definendo un «voltafaccia disgustoso» quello «di una persona che sputa veleno nel piatto in cui ha mangiato». Il problema è evidente: al contrario di quanto successo in quasi tutti gli altri sport, gli azzurri e le azzurre della scherma non hanno saputo fare squadra. Né quando hanno gareggiato come singoli, né quando sono saliti in pedana uniti. Capita quando il veleno corre nel sangue del movimento, e qui ce n'è in abbondanza: ribolle tra gli atleti mentre viene iniettato dai piani alti. Da lassù, il presidente del Coni, Giovanni Mala gò, accusa: «I risultati della scherma sono stati profondamente deludenti: ci aspettavamo ben altro» e ora «ci vuole una profonda riflessione nella Federazione». Ci sarà, come annuncia il nuovo presidente (dallo scorso febbraio) Paolo Azzi: «Le gerarchie si azzerano, l'assetto che si era definito non vale più, si riparte». Con un'idea di squadra, si spera. Perché come insegnano Tamberi e Jacobs, condividere un'amicizia è utile, per non dire fondamentale, anche negli sport individuali.

Roberto Balestracci per “Libero Quotidiano” l'1 agosto 2021. A volte il caldo dà alla testa, anche ai più grandi. Nel tennis spesso si assiste a sfuriate o nervosismi, ma vederli in un'Olimpiade, tempio dei valori dello sport, stranisce. Quella di Tokyo doveva essere l'edizione che avrebbe consegnato Djokovic all'Olimpo del Tennis con il serbo che aveva la medaglia d'oro e la possibilità di conquistare il Golden Slam (quattro tornei Slam più l'Olimpiade in un anno, ndr) a portata di mano. Il n° 1 al mondo è uscito però in semifinale non riuscendo nemmeno a portare a casa il bronzo, complice la sconfitta contro Carreno Busta. Non conta la sconfitta, che ci può stare, ma il nervosismo di Djokovic. Sul punto che è valso il vantaggio per lo spagnolo nel primo game del terzo set, il serbo ha perso la brocca scagliando la sua racchetta in mezzo agli spalti (vuoti). Colpa del caldo? Forse, ma a vien da pensare anche che la colpa sia (implicitamente) di Carreno Busta. Lo spagnolo infatti già aveva approfittato del Djokovic nervoso nella scorsa edizione degli Us Open quando il serbo colpì con una pallina la giudice di linea per poi perdere la partita (e il torneo) a tavolino. Racchette che volano a cui ci ha abituato il nostro Fognini che questa volta, invece di rompere qualcosa, ha deciso di mettersi contro una comunità intera urlando nel match perso con Medvedev «Sei un frocio». Poco conta che poi siano arrivate le scuse alla comunità LGBT, certe esclamazioni non passano inosservate. Lo stesso Medvedev non le ha mandate a dire nella conferenza post-Fognini. Prima ha risposto a un giornalista che lo ha punzecchiato con la domanda «Vi sentite un po' degli imbroglioni voi atleti russi?» con il numero due al mondo che ha risposto: «Credo che tu ti debba vergognare di te stesso». Poi il russo ha attaccato l'organizzazione lamentandosi e denunciando il malore accusato da Paula Badosa, tennista costretta a dare forfait per l'alta temperatura: «Io posso finire il match, ma posso morire. Se muoio chi si prende la responsabilità?». Troppo caldo o semplici colpi di testa?

Dagospia il 31 luglio 2021.“Per sperare di rimanere ai vertici dello sport, devi imparare a gestire la pressione”. Il numero uno del tennis mondiale Novak Djokovic rifila una lezione non richiesta alla campionessa della ginnastica artistica Simone Biles che ha avvertito “il peso del mondo sulle spalle” e ha deciso di fare un passo indietro alle Olimpiadi per scacciare i suoi “demoni” dalla testa. “La pressione? Penso sia un privilegio. Senza, infatti, non esisterebbe lo sport professionistico – prosegue Nole che ai Giochi di Tokyo non è riuscito a conquistare neanche il bronzo - Se miri a raggiungere i livelli più alti, è bene che impari fin da subito come gestire la pressione dentro e fuori dal campo. Non dico che non avverto tutto quel rumore che mi circonda ma faccio in modo che non arrivi a distruggermi”. La dittatura dell’eccellenza. Il complesso dei migliori. Ma nello sport di alta prestazione esiste il diritto a essere imperfetti? Lo squalo Phelps, il cannibale delle piscine, è ancora in battaglia contro la depressione che lo colpiva puntualmente dopo ogni Olimpiade. “Non bisogna essere perfetti, non è una vergogna essere depressi, avere panico, anche se spaventa molto”. Federica Pellegrini non ha mai fatto mai mistero dei suoi problemi di ansia e bulimia. Ha sopportato attacchi e critiche e ogni volta è rinata dalle sue ceneri, come l’araba fenice. Il crollo emotivo di Simone Biles non ha spiazzato Gregorio Paltrinieri. “Tutte le sue sensazioni sono quelle che provo anche io. Ogni volta che entro in acqua sento che è tutto dovuto e questo non è bello. Tante volte questa pressione ti entra dentro e si prende gioco di te”. Anche Irma Testa, la prima donna italiana a vincere una medaglia olimpica nel pugilato, ha fatto tesoro delle sue fragilità. Nel docufilm “Butterfly”, la boxeur di Torre Annunziata affronta i problemi di tanti ragazzi che decidono di rinunciare alla giovinezza per inseguire un sogno sportivo. E cosa accade davanti alla sconfitta? Dopo la delusione olimpica di Rio e gli insulti sui social, Irma è stata a un passo dal mollare tutto. Ma quello che non uccide, può renderti più forte. E ora la pugile campana è nella storia. Le discese ardite e le risalite fanno parte del curriculum di un atleta. Lo sta scoprendo, sulla sua pelle, anche la sedicenne Benedetta Pilato, primatista del mondo dei 50 rana, dopo “l’orribile” (parole sue) Olimpiade di Tokyo. Fallire è un passaggio naturale per un atleta. Perdere tanto aiuta a vincere tutto. Sul tema Michael Jordan e Javier Zanetti possono tenere una lectio magistralis. “Bisogna saper accettare le sconfitte – scolpisce la bandiera nerazzurra - Quando affronti una difficoltà, è proprio quello che ti fa crescere e capire tante cose”. Boris Becker e Andrè Agassi in “Open” furono tra i primi a svelare il lato oscuro dell’eccellenza sportiva. L’ex tennista tedesco, che si imbottiva di whisky e sonniferi per combattere “la solitudine”, è stato tranchant nei confronti di Naomi Osaka, la 23enne giapponese che non vuole parlare con la stampa: “La pressione è quando non hai cibo da mettere in tavola. Se non sai come trattare con i giornalisti quando hai 23 anni e hai vinto 4 prove del Grande Slam allora non puoi essere una tennista professionista”, ha sottolineato sprezzante “Bum Bum” Becker. Nel tennis, lo sport inventato dal diavolo per dirla con Adriano Panatta, la depressione può diventare una compagna di doppio. Per informazioni chiedere a Nick Kyrgios che ha confessato come la depressione gli abbia tolto la voglia di giocare e di parlare con le persone: “Pensavo di deluderli per non aver vinto le partite”. “Ora sempre più atleti denunciano difficoltà emotive in momenti decisivi delle loro carriere”, rileva Fabio Caressa in una storia su Instagram: “Spesso ci dimentichiamo che sono ragazzi sottoposti a pressioni veramente forti. Sarebbe interessante capire se in questi anni le pressioni sono diventate ancora più insostenibili. Per tanti anni è stato un argomento tabù ma ora se ne comincia a parlare…”

Da "corrieredellosport.it" il 2 agosto 2021. Nick Kyrgios, tennista australiano noto per il suo talento, ma anche per i suoi improvvisi scatti d'ira in campo, dice la sua sulla pressione con cui i giocatori professionisti fanno continuamente i conti. Kyrgios parte dalle riflessioni fatta dalla collega giapponese Naomi Osaka che, negli ultimi mesi, ha sottolineato la necessità di tutelare la "salute mentale" dei tennisti, tanto da rifiutare le interviste dopo i match all'ultimo Roland Garros. La Osaka ha anche raccontato di soffrire di depressione all'indomani del ritiro dallo Slam di Parigi.

Lo sfogo di Kyrgios. "Ho giocato solo cinque tornei in due anni, ma se guardi sui social ci sono account che pubblicano qualcosa su di me ogni due settimane - le parole di Kyrgios, che si appresta a giocare il torneo 'Citi Open' di Washington - so di essere bravo nello sport anche se all'inizio della mia carriera ho ricevuto molto odio, razzismo e altre sciocchezze da alcuni tifosi. Questo mi ha reso più forte mentalmente. Mi è successo qualcosa di simile a quanto accaduto a Naomi Osaka, ora che è di moda parlare di salute mentale, ma, secondo me, la mia situazione era 20 volte più grave. Questo sport stava per portarmi verso un lato oscuro, è successo per un po', mentalmente è stato molto difficile ad appena 18 anni: ero uno dei giocatori più conosciuti in Australia e tra i più criticati dai media. Adesso ho 26 anni, sono abbastanza grande da sapere che è tutto una merda, il tennis ha fatto fatica ad abbracciare una personalità come la mia". 

Si è rialzato dopo il momento buio. Chi è Antonio Pizzolato, il “Caterpillar” che con il bronzo nel sollevamento pesi si riscatta dal bullismo. Redazione su Il Riformista il 31 Luglio 2021. All’ultimo tentativo nello slancio non ce l’ha fatta. Erano troppi oggi per lui i 210 chili da sollevare. Il gomito si è piegato e così Antonino Pizzolato da Salaparuta, nel cuore delle colline del Belice, ha portato a casa il bronzo e non l’oro della categoria 81kg. Il titolo se lo aggiudica il cinese Liu Xiajoun, una macchina forgiata a posta per questo sport, perfetto. L’argento se lo prende il dominicano Zacarias Bonnat.

CHI È ANTONIO PIZZOLATO – Conosciuto anche come Antonino o Nino fa parte della spedizione dell’Italia Team alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Insieme alla Federazione Pesistica italiana ha viaggiato fino al Giappone per togliersi soddisfazioni importanti. Nino nasce a Castelvetrano il 20 agosto del 1996. La sua altezza è di 174 centimetri per 81kg di peso. La sua prima società è stata l’ASD Dynamo Club Bagheria e gareggia per il gruppo sportivo delle Fiamme Oro. È originario di Salaparuta, un piccolo paese del Belice. Due volte sul tetto d’Europa: la prima nel 2019 poi, quest’anno, ha concesso il bis a Mosca, con tanto di record italiano. Nella sua bacheca c’è anche un bronzo mondiale conquistato negli Stati Uniti nel 2017, 32 anni dopo l’ultimo podio iridato di Norberto Oberburger. La sua passione per i pesi è nata a scuola, grazie a un video proiettato durante l’ora di educazione fisica e visto in preparazione dei Giochi della Gioventù. Studente di Scienze motorie e amante della velocità, con un papà ex pilota di rally. Il suo profilo Instagram conta ben 36mila followers. Tra i suoi hobby ovviamente l’automobilismo, anche a causa delle influenze del padre.

LACCUSA DI BULLISMO – Tutto nasce da una nota inviata dal direttore tecnico azzurro Sebastiano Corbu ai genitori degli atleti presenti al collegiale di Roma dove Pizzolato si allenava. Nel centro sportivo dell’Acquacetosa si rincorrevano da tempo ormai le voci che riguardavano questi comportamenti dell’atleta. I responsabili della federazione decidono di mettere uno stop. Nelle motivazioni della prima sentenza, che l’8 gennaio ha portato alla sospensione di Pizzolato per due mesi, il tribunale federale parla di atti di “particolare gravità”, di “possibile bullismo”, di comportamenti “intimidatori, di prevaricazione e minaccia nei confronti di giovani atleti per lo più minorenni”. Gli indizi sono “ben circostanziati e riferiti dagli atleti in maniera coerente sia al direttore tecnico nazionale (Corbu, ndr) sia ai propri genitori”. Di più, si sottolineava “la concreta possibilità” che l’indagato, “nell’espletamento della sua attività di atleta, a contatto con gli altri atleti anche nel contesto del Collegiale permanente, possa reiterare tali contegni”. L’atleta ha poi ammesso le proprie responsabilità e quindi c’è stata una squalifica di 10 mesi che dal punto di vista procedurale equivale a un patteggiamento — racconta il presidente federale Antonio Urso —. Sul piano sportivo il procedimento è chiuso.

DA ZERO – Antonino, soprannominato Caterpillar come il tatuaggio sulla schiena, si unisce all’inaspettato terzo posto di Matteo Zanni (67 kg) e all’argento di Giorgia Bordignon (64 kg). Per quello che lo riguarda poi, questa impresa facilita il definitivo perdono rispetto all’opaca vicenda del 2018, quando Pizzolato fu sospeso per dieci mesi per bullismo. Una storia adesso archiviata perché Nino è un bronzo a cinque cerchi che in nemmeno 25 anni ha già avuto due carriere. Il suo personalissimo riscatto l’ha cercato e raggiunto a Tokyo 2020 dove l’azzurro è stato protagonista di una gara emozionante.

L’ULTIMA ALZATA – L’ultima alzata da 203 chili è stata annullata dai giudici sulla quale si è espresso dopo la gara “Per me era valida, ma devo attenermi al giudizio altrui”, “Abbiamo spiegato alla Cina che siamo vicini e che stiamo bussando alla sua porta: la prossima volta… Liu Xiajoun lo ammiravo in televisione, ma ci è mancato poco che tornasse a casa con una medaglia diversa… L’emozione di averlo affrontato la sentirò più avanti”. Poi la dedica ai nonni che non ci sono più: “Sì, questo bronzo è per loro: Baldassare, Ninfa, Antonino e Antonietta. Li ho persi tutti e quattro prima di Tokyo”.

Cosimo Cito per "la Repubblica" il 2 agosto 2021. Corre l'anno 2018 e l'atletica italiana è un fantasma che si aggira per i campionati. Nell'Europeo di quell'anno, sulla pista blu dell'Olympiastadion di Berlino, si tocca il punto più basso: quattro bronzi in gare di pista, più due podi di squadra nelle maratone, Italia 21ª potenza del Vecchio continente, sopravanzata anche da Grecia, Portogallo, Svizzera, Turchia e Israele. Non è preistoria, ma tre anni fa. Parte il redde rationem, paga il direttore tecnico azzurro Elio Locatelli e per la successione l'allora presidente federale Alfio Giomi sceglie Antonio La Torre. Esisteva, ed esiste tutt' ora, un gruppo di atleti top, l'Atletica Élite Club, una quarantina di nomi di interesse nazionale. In quel drammatico 2018 agli atleti e ai loro tecnici vengono decurtati assegni di studio e contributi e si crea una spaccatura tra quelli gli inseriti nei gruppi sportivi militari e i "civili": i secondi devono arrangiarsi come possono. Si perdono nomi, se ne acquistano degli altri. La Torre punta sulla decentralizzazione: l'antico invito del mentore di Mennea Carlo Vittori, "torniamo tutti a Formia", si disperde. Chi può si organizza per proprio conto, con allenatori privati o dei propri club di appartenenza, ma resta nell'orbita federale. Cambia poi il criterio di appartenenza all'Élite Club: si passa al modello biennale. E nel 2019 (poco dopo gli 11 minuti magici di Tokyo l'intervista è ricomparsa su canali social della Fidal) La Torre dice: «Adesso dobbiamo alzare l'asticella. E Jacobs si trasferirà a Roma col suo tecnico Paolo Camossi. Sono sicuro che Marcell potrà stupirci, e anche tanto». Fa altri nomi: Tortu, Trost, Desalu, Tamberi. Si punta al ringiovanimento, le discipline di campo (corse, lanci, salti) diventano centrali. Entrano molti italiani di seconda generazione nel mezzofondo e nella velocità, ma cambia la mentalità. I mezzofondisti, ad esempio, trascorrono lunghi periodi di allenamento in Kenya, le staffette (con il tecnico Filippo Di Mulo) diventano centrali, un vero e proprio laboratorio per la velocità. La struttura che dipende da La Torre è divisa in sette macroaree, ognuna gestita da un "advisor" e alcuni "tutor", affiancati ai tecnici privati e in continuo contatto con il direttore tecnico. Gli atleti vengono monitorati, seguiti, inseguiti, chiamati per nome. Si crea una sorta di grande famiglia azzurra. I convocati per i Giochi di Tokyo sono 76, un numero esagerato solo in apparenza. «Non siamo venuti a fare shopping al Villaggio olimpico» spiega La Torre al suo arrivo, «chi è qua se l'è meritato, oltre il 60% dei convocati avrà meno di 30 anni a Parigi 2024». Ne avranno 25 o meno Alessandro Sibilio, qui in finale nei 400 ostacoli, e Nadia Battocletti, che oggi nei 5000 battaglierà con etiopi e kenyane. Ha 25 anni Daisy Osakue, in finale nel lancio del disco, e appena 23 Sara Fantini, finalista nel martello. «Se c'è un giovane che merita di andare a Tokyo, anche se ha 18 anni, lo porterò» diceva La Torre. «Abbiamo portato una delegazione ampia per premiarli del lavoro fatto in questi anni» il commento del nuovo presidente federale Stefano Mei, che al secondo giorno della sua prima Olimpiade nella nuova veste ha raccolto due ori, come all'atletica italiana non accadeva dal 2004. Si partiva da zero, da Rio 2016: nessuna medaglia. Ora sono italiani il più veloce e l'uomo che salta più in alto al mondo. Una doppietta simile a quella del 1980, Pietro Mennea oro nei 200, Sara Simeoni oro nell'alto, e vengono i brividi. E ora sono italiani i due record europei dei 100 e dei 200. Un giorno, all'improvviso, ci siamo svegliati così. 

(ANSA l'1 agosto 2021) - "Marcell Jacobos e Gianmarco Tamberi hanno riscritto la storia. Sono orgoglioso di loro e della federazione di atletica". Al telefono con l'ANSA Giovanni Malagò si commuove e commenta così, senza riuscire ad andare oltre, i 10 minuti più importanti dell'atletica italiana alle Olimpiadi.

(ANSA l'1 agosto 2021) - "Sono orgoglioso di voi, vi ho seguito: state onorando l'Italia". Il presidente del Consiglio, Mario Draghi - apprende l'ANSA - ha appena telefonato a Tokyo al numero 1 del Coni, Giovanni Malagò, per complimentarsi per la splendida giornata dell'Italia alle Olimpiadi. Poi si è fatto passare i due atleti che hanno vinto la medaglia d'oro nell'atletica, prima Jacobs, poi Tamberi, ha ribadito i complimenti e ha concluso: "Siete stati bravissimi, vi aspetto a Palazzo Chigi".

Da corriere.it il 2 agosto 2021. «Il mio giorno più bello da presidente? Sinceramente penso di sì», dice Giovanni Malagò, numero uno del Coni. Che però non dorme sugli allori olimpici e va all’attacco rivendicando lo ius soli sportivo. «Noi vogliamo occuparci di sport e non riconoscere lo ius soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle - spiega in conferenza stampa a Casa Italia - Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha quei requisiti deve avere la cittadinanza italiana». Malagò parla pensando a Marcell Jacobs, il fresco oro nei 100 metri, e fa leva sulla storia del ragazzo 26enne nato a El Paso in Texas, ma cresciuto a Desenzano sul Garda e italianissimo, per rilanciare il tema della cittadinanza. «Oggi la risposta migliore l’ha data Mario Draghi - ha aggiunto Malagò - che li ha invitati (Jacobs ma anche Tamberi, ndr) a Palazzo Chigi». 

La telefonata a Draghi. Malagò è un fiume in piena. «Penso sia proprio il giorno più bello dell’Italia sportiva: abbiamo fatto cose epiche, I Mondiali di calcio sono un grande evento, ma sotto il profilo dei cinque cerchi oggi è stato fatto qualcosa che racconteranno i nipoti dei nostri nipoti». Un concetto che Malagò ha illustrato anche a Draghi in una telefonata allo stadio olimpico dopo la doppia impresa Jacobs-Tamberi. La scena è stata ripresa dalle telecamere ed è rimbalzata su vari siti e sui social. «Mario, alla grande, guarda che questa cosa vale più degli Europei eh, questa è planetaria», sono state le parole di Malagò al capo del governo.

La replica di Salvini. Alla proposta di Malagò ha replicato Salvini, leader della Lega. «Oggi sono strafelice delle medaglie, ma con lo ius soli non c’entra nulla. Non c’è nulla da cambiare. La legge va bene così com’è. Spero che ne vinciamo sempre di più ma lo ius soli non c’entra un fico secco».

Malagò: "Questa cosa vale più dell'Europeo". Cosimo Cito su La Repubblica il 2 agosto 2021. La frase pronunciata dal presidente del Coni al momento della telefonata di complimenti del premier Draghi a Tamberi.  “Mario, questa cosa vale più dell'Europeo”. Il doppio oro di Jacobs e Tamberi è finito sul piatto della bilancia dell’incredibile estate italiana e, per il presidente del Coni Giovanni Malagò, vale più del successo di Wembley degli azzurri del calcio. La scena si è svolta in zona mista, allo stadio Olimpico di Tokyo, con la polvere d'oro e di stelle ancora nell'aria. Malagò ha passato il suo telefono a Tamberi. Dall’altra parte il presidente del Consiglio Mario Draghi. Complimenti e invito a Palazzo Chigi, Tamberi che dice di sì, frastornato, emozionato, travolto e poi ripassa il telefono a Malagò. A quel punto la frase che lascerà il segno e aprirà forse un dibattito, forse sterile – sarebbe ovvia dovunque, in Italia chissà -, forse davvero importante sul peso di certe vittorie, sul valore assoluto di un oro olimpico, anzi due, nel più universale e mondializzato degli sport, dove vincono Porto Rico, Qatar, Venezuela, Etiopia, Uganda, e dove, almeno per una notte, l’Italia è stata in testa al medagliere. Quanto vale tutto questo, di fronte all’Europeo, ma di calcio, dello sport più popolare, amato, giocato a casa nostra, quello con più tesserati e l’unico con le tv che se lo contendono e non tentano, come in quasi tutti gli altri accade, di sbolognarlo al concorrente? La discussione è aperta e durerà un po’, almeno finché non inizierà la Serie A, e sarà come ricominciare la scuola, dopo una bellissima estate in vacanza. 

Da ilnapolista.it il 2 agosto 2021. “Ha più culo che anima” direbbe il poeta. È bastato un quarto d’ora a Giovanni Malagò per invertire il corso di queste Olimpiadi, e quindi anche la sua prospettiva. Perché nonostante il battage mediatico – ormai lo sport a tutti i livelli è accompagnato da una propaganda al cui confronto Kim il Sung è stato un sincero democratico desideroso del contraddittorio -, era sin troppo evidente che le Olimpiadi di Tokyo rischiavano di passare alla storia tra le più depressive dello sport italiano. Perché sì, hai voglia a provare a proteggerti col numero delle medaglie, ci sarà un motivo se nel medagliere non è la somma che fa il totale ma gli ori a fare la differenza. Con buona pace del fu Casaleggio, uno non vale uno. E fino a oggi all’ora di pranzo le medaglie d’oro erano appena due: una nel taekwondo e l’altra nel canottaggio. Inoltre uno degli storici punti di forza dello sport italiano – la scherma – non soltanto è collassata ma è ormai sull’orlo di un’implosione all’insegna del tutti contro tutti. Ci si è messa anche un po’ di sfortuna, va detto. Paltrinieri ha compiuto un’impresa con l’argento negli 800 e ha disputato un signor 1.500 ma erano sempre due potenziali medaglie d’oro che sono volate via. Così come gli ori della Quadarella. È interessante in questi giorni leggere e ascoltare le dichiarazioni dei presidenti delle federazioni, somigliano terribilmente alle frasi rilasciate la sera delle elezioni dai malcapitati spediti in tv per provare a confutare l’impietosa aritmetica. In questi casi, conviene aspettare. E Malagò ha aspettato. Del resto altro non poteva fare. Qualche concessione alla delusione l’aveva già fatta nell’intervista alla Gazzetta. A proposito della scherma oggi ha parlato addirittura di ambiente da rifondare. Poi, quando meno te lo aspetti, nella disciplina da sempre più avara con lo sport italiano, la regina delle Olimpiadi (assieme e più del nuoto), in quindici minuti sono arrivate due medaglie d’oro. Nel salto in alto e – sembra un film – nei cento metri. La medaglia d’oro di Jacobs nei cento metri maschili è stata più o meno l’equivalente dello sbarco sulla luna. “Ha più culo che anima”, le parole del poeta rimbombano. Malagò sorride tra sé e sé. Sa che non solo l’ha sfangata ma adesso potrà surfare. Perché sì, il bilancio degli addetti ai lavori, quello approfondito, evidenzierà le lacune, le tante lacune che sono emerse. Ma quando sei il presidente dell’erede di Bolt, anche quando l’atleta non è definibile un prodotto della federazione, è come quando vinci l’Ohio. C’è poco da dire. Ora, Malagò può tirarsela, dire che l’ha sempre saputo («Quando dicevo in tempi non sospetti che nell’atletica potevamo vincere due, tre medaglie, mi prendevano per matto») e poi far finta di parlare d’altro. Persino di volare alto con lo ius soli sportivo. «Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha quei requisiti, deve avere la cittadinanza italiana. Vogliamo occuparci di sport e non riconoscere lo ius soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle». Impartisce lezioni alla politica, il buon Malagò, facendo notare che lo sport dovrebbe occuparsi soltanto di sport. Si pone sotto l’ombrello protettivo di Mario Draghi e la butta lì: «penso sia il giorno più bello dell’Italia sportiva e anche mio da dirigente. Abbiamo fatto cose epiche ma dal punto di vista olimpico oggi è stato fatto qualcosa che i nipoti dei nostri nipoti racconteranno». Contateli adesso i bronzi, se avete coraggio.

Ius soli sportivo, cos’è e perchè Malagò lo ha chiesto dopo l’oro di Jacobs a Tokyo 2020. Felice Emmanuele e Paolo De Chiara il 02/08/2021 su Notizie.it. Malagò vuole rivedere la legge sullo "ius soli sportivo", in vigore in Italia dal 2016. Arriva la replica di Matteo Salvini. La vittoria olimpica di Marcell Jacobs avvenuta ieri, 01/08/2021, ha riacceso il dibattito su un tema che spesso ha spaccato in due l’opinione pubblica: lo “ius soli“, in questo caso lo “ius soli sportivo“. A riproporre questo tema il Presidente del Coni Giovanni Malagò, che dopo l’oro olimpico di Jacobs, nato negli Stati Uniti da padre americano e madre italiana, ha affermato a caldo: “Non riconoscere lo ius soli sportivo è folle”. Ma cosa significherebbe adottare questo “ius soli sportivo”? Adottare lo “ius soli sportivo” permetterebbe di far accedere alle competizioni sportive per le squadre italiane i cittadini stranieri minorenni che non hanno ancora lo status di cittadini italiani. In Italia è già stato adottato dal 2016 lo “ius soli sportivo”, ma in maniera molto limitata. La proposta di Malagò è quella di eliminare delle restrizioni alla legge, in quanto le vittorie degli atleti che rappresenterebbero l’Italia sono motivo d’orgoglio per la nostra Nazione e per evitare il traffico illecito di giovani calciatori. In Italia, come accennato in precedenza, la legge sullo “ius soli sportivo” è entrata in vigore nel 2016 per favorire l’integrazione sociale attraverso lo sport. Tale legge prevede che tutti gli immigrati, sprovvisti di cittadinanza italiana e con un’età massima di 17 anni, possano essere tesserati da un club italiano e partecipare regolarmente alle competizioni. Vi è però un requisito minimo per poter usufruire di questa legge, ossia essere residenti in Italia almeno dal compimento del decimo anno d’età. Ciò che limita questa legge è il fatto di non poter essere convocati alle selezioni nazionali, quindi non competere con la casacca azzurra fino all’ottenimento dello status di cittadino italiano, che si può richiedere una volta raggiunta la maggior età: 18 anni. Non poteva mancare la risposta del leader della Lega, Matteo Salvini, che con gli altri partiti del centro-destra si è da sempre opposto all’adozione dello “ius soli”. Matteo Salvini ha replicato a Malagò dicendo: “Oggi sono strafelice delle medaglie, ma con lo ius soli non c’entra nulla. Non c’è nulla da cambiare. La legge va bene così com’è. Spero che ne vinciamo sempre di più ma con lo ius soli non c’entra un fico secco”. Salvini ha fatto intendere, con le sue parole, che non ha voglia di riaprire un dibattito che dopo il 2015 è quasi finito nel dimenticatoio.

Tokyo 2020, la fucilata di Maria Giovanna Maglie: "Di cosa stiamo parlando? Ecco chi è Marcell Jacobs". Ius soli, Malagò ko. Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. “Noi vogliamo occuparci di sport e non riconoscere lo ius soli sportivo è qualcosa di aberrante, folle. Oggi va concretizzato: a 18 anni e un minuto chi ha quei requisiti deve avere la cittadinanza italiana”. Così Giovanni Malagò ha colto al balzo la storica medaglia d’oro vinta da Marcell Jacobs nei 100 metri alle olimpiadi di Tokyo 2020. Per la prima volta l’uomo più veloce del mondo è italiano: in realtà Jacobs è nato in Texas, negli Stati Uniti, ma è cresciuto a Desenzano sul Garda e italianissimo. Ospite de L’aria che tira su La7, Maria Giovanna Maglie ha commentato le parole del numero uno del Coni: “A me pare straordinariamente superfluo. Lui evoca lo ius soli sportivo per un figlio di un’italiana nato negli Stati Uniti, ma di che stiamo parlando? Se vuoi fare un discorso generale, ti rispondo che a 18 anni puoi ottenere la cittadinanza”. Poi la Maglie ha fatto un esempio di come la burocrazia colpisce tutti indistintamente: “Io ancora non riesco a rinnovare il mio passaporto da italiana”. Una testimonianza piuttosto singolare, quella della Maglie: “Viaggio con un passaporto scaduto con deroga del ministero fino al 30 settembre, quindi il figlio di un’italiana nato negli Stati Uniti sta bene come sta”. Nel frattempo Mario Draghi ha invitato Jacobs e Tamberi a Palazzo Chigi.

“Minuti gloriosi, è l’anno dell’Italia”: la stampa straniera si inchina a Jacobs e a Tamberi. Federica Argento lunedì 2 Agosto 2021 su Il Secolo d'Italia. L’incredibile doppio oro di Gianmarco Tamberi nel salto in alto e Marcell Jacobs sui 100 metri ha fatto subito il giro del mondo, monopolizzando le ‘home page’ dei principali siti di sport. I media stranieri si inchinano a un successo storico: “E’ decisamente l’anno dell’Italia” è il coro unanime. L’impresa a Tokyo 2020 di Marcell Jacobs, primo italiano a vincere un oro nei 100 metri alle Olimpiadi, ha avuto ampio risalto sulla stampa straniera. “Sensazionale Jacobs” titola il francese ‘L’Equipe’, sottolineando come il velocista ha “offerto all’Italia una serata indimenticabile”. E scritto dai cugini francesi sempre parchi di elogi per i successi altrui è tutto dire. “Prima di domenica, in 125 anni di storia dei Giochi, nessun atleta italiano aveva mai vinto una medaglia olimpica nella corsa dei 100 metri. Lamont Marcell Jacobs è il primo ad aver conquistato il titolo di uomo più veloce del mondo”, titola il “New York Times”. Un oro, quello nei 100 metri, “storico” secondo la “Cnn” che parla di “una manciata di minuti gloriosi” per l’Italia, con la vittoria di Jacobs arrivata poco dopo l’oro di Gianmarco Tamberi nel salto in alto. Di “gara shock nei 100 metri” ha invece parlato la BBC, ricordando che l’azzurro ha vinto con lo stesso tempo di Usain Bolt nel 2016 a Rio e che solo nel 2018 ha abbandonato il salto in lungo”.  Lo spagnolo Marca, ricordando il successo agli Europei di calcio, tira le somme: “E’ decisamente l’anno dell’Italia” dal punto di vista sportivo. “Il successore di Bolt è italiano”, scrive in taglio alto “As”. “Bella sprinter” è l’omaggio della tedesca ‘Bild’, mentre dal Brasile “Folha” scherza sul doppio successo azzurro Tamberi-Jacobs e sui festeggiamenti dei due nel dopo gara: “L’uomo più veloce del mondo è italiano, non è potuto sfuggire solo alla medaglia d’oro nel salto”. Cosa penserà Gad Lerner di tutti questi peana?

Da repubblica.it il 2 agosto 2021. Anche la Bbc on line celebra i trionfi degli azzurri dell'atletica: “Due ori storici dopo la vittoria agli Europei di calcio e quella dei Maneskin all’Eurovision”. CNN e ABC applaudono mostrando lo splendido abbraccio fra i due, a cui L’Equipe dedica il titolo “La dolce vita” giocando sul nome del velocista e Mastroianni). Marca: “Alla fine è l’anno dell’Italia”. La giornata da leggenda dell'atletica italiana, con due ori conquistati a Tokyo nel giro di pochi minuti da "Jimbo" Tamberi e Marcell Jacobs, trova comprensibilmente ampio spazio anche sui media stranieri. Il sito web dell'Equipe, quotidiano sportivo francese, titolo "Jacobs, la dolce vita", citando il celebre film di Federico Fellini, noto in tutto il mondo, che aveva per protagonista Marcello Mastroianni in onore del nuovo re della velocità.  Dal canto suo lo spagnolo 'Marca' dice "Alla fine è l'anno dell'Italia: Jacobs oro nei 100 metri", con una foto che mostra tutta l'esultanza dello sprinter azzurro e ricordando nel sommario che un europeo non vinceva ai Giochi questa gara dal 1980, a Mosca, quando il britannico Allan Wells approfittò comunque del boicottaggio americano per centrare quel risultato. Insomma, anche gli altri Paesi, pure quelli più mossi da amor patrio, attraverso i loro media si "inchinano" all'Italia e al suo 2021 "da incorniciare". "Due ori storici nell'atletica leggera alle Olimpiadi dopo la vittoria agli Europei di calcio contro l'Inghilterra e quella dei Maneskin all'Eurovision: "l'Italia ha fatto davvero centro" è il commento a caldo con cui la Bbc esalta i trionfi senza precedenti nell'atletica. Un commento che restituisce valore al fair play dopo le polemiche seguite alla finale di Wembley, per quanto il medagliere olimpico veda tuttora il Regno Unito (10 ori) davanti all'Italia o a ogni altro Paese dell'Europa occidentale. E poi ancora la tv di Stato britannica parla di "oro shock" riferendosi al trionfo di Jacobs, esaltando in un altro articolo on line la decisione di Gian Marco Tamberi e del qatariota Mutaz Essa Barshim di condividere l'oro olimpico, in un momento indimenticabile per entrambi dopo varie vicissitudini dal punto di vista fisico. Anche il sito della CNN parla di "Shock win for Italy" nei 100 metri, mentre al quarto d'ora più bello nella storia dello sport italiano è dedicata anche l'apertura del sito ABC con una splendida foto dell'abbraccio fra Tamberi e Jacobs che urlano al mondo tutta la loro gioia. Una gioia e un orgoglio che sono quelli di un Paese che nello sport sta cercando di trovare la spinta per rialzare la testa dopo un periodo drammatico e di grande crisi. E che ora aspetta con trepidazione le prime pagine dei giornali di lunedì, non solo nella Penisola, per poi emozionarsi nel sentire le note dell'inno di Mameli al momento della cerimonia di premiazione.

Tokyo 2020, "dobbiamo censurare?": cosa fanno Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi sotto la bandiera, caos in tv. Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi. con il loro trionfo olimpico e con le loro storie personali entrambi sono diventati storie di rilevanza mondiale. Jacobs è stato il più richiesto dalle tv straniere, anche per le sue origini americane. Il momento più significativo si è materializzato in concomitanza con l'intervista alla tv svedese, quando dalle parti di Jacobs è arrivato Tamberi. I due si sono abbracciati e hanno dato vita ad un siparietto in diretta televisiva. Prima l'abbraccio di Tamberi al compagno di squadra. Poi le prime parole di Jacobs: "Che ca**o abbiamo fatto?. Io ancora non ci credo, ci metterò una settimana a realizzare". Tamberi vuole nascondersi dall'obiettivo della telecamera. Avvolge se stesso e Jacobs con il tricolore e per qualche secondo le due medaglie d'oro possono scambiare alcune parole lontano da occhi indiscreti. Qualche frase arriva ai microfoni e così chi gestisce l'account svedese di Discovery+ chiede in modo scherzoso ai giornalisti italiani la necessità di vedere se sia possibile censurare alcuni termini. "Ero di là a vederti in tv quando ho visto gold medal, porca t***a", dice ancora Jacobs a Tamberi, a conferma di quanto l'oro conquistato da Gimbo nel salto in alto abbia fatto da propellente per la vittoria di Marcell nei 100 metri. Un trionfo tutto italiano, che ha fatto il giro del mondo e che ha rischiato però di essere censurato. Ma non è andata così. Alla fine il diritto di cronaca ha prevalso su tutto. 

Marco Ciriello per "il Mattino" il 2 agosto 2021. Al di là e anche più oltre. In verticale e in orizzontale. Due ori inattesi. Cercati, strappati e meritati. In venti minuti, al New National Stadium di Tokyo, si sono aperte le porte della gloria per lo sport italiano. In uno dei suoi giorni più belli e indimenticabili. Prima Gianmarco Tamberi ha vinto la medaglia d'oro nel salto in alto (2,37), poi Marcell Jacobs (9''80) è diventato l'erede di Usain Bolt nella corsa regina dell'atletica, quei cento metri che sono la distanza più breve tra l'uomo e le sue possibilità d'estremo. Ci siamo arrampicati su Saturno e poi abbiamo girato velocissimi sulla pista disegnata dai suoi anelli. Facendo la storia. Al di là dell'asticella del salto in alto, e più oltre i cento metri. Un valzer di desideri stropicciati, difficili pure da immaginare, figurarsi da coniugare. Un verbo di movimento al futuro che non trovava mai la giusta voce, e che improvvisamente ne trova due. Altissime. Perché la vita è ciò che canti. E nel canto ci sono i passi, i salti, la corsa. Con una luce comune, i dubbi del passato e il mistero vinto con i prodigi del corpo. Uno che sembra avere le ali e si adagia leggero al di sopra dell'asticella insieme al qatariota Mutaz Essa Barshim un'antìlope con gli occhiali da sole , l'altro che pare avere un motore e corre corre corre dritto e va davanti allo stupore di Fred Kerley e Andre De Grasse. Non a caso alla fine della corsa di Jacobs c'era Tamberi, in una ricongiunzione spaziale: ordinata e ascissa, meridiano e parallelo, che si incontrano nel punto I(talia) e dicono felicità assoluta. Come nei migliori film d'amore c'è una corsa finale e poi un abbraccio, tra Gianmarco e Marcell, e come nei film di Federico Fellini non c'è la parola Fine. Una coppia dispari, ragazzi che si sono perduti e ritrovati, infortunati e ripresi, nel continuo mettere e levare che è l'atletica. Solo i fiumi fanno più curve per arrivare al mare, e non ridono come Jacobs e Tamberi. Che ora diventano termini di paragone per una generazione di italiani che erano abituati a misurare il vuoto nell'atletica, rassegnati all'assenza, perduti alla speranza persino di una semifinale. Jacobs è il primo italiano che arriva in una finale dei cento metri e che vince pure, stabilendo il nuovo record europeo. Tamberi prima del suo salto decisivo sembrava uno stregone etrusco: ha poggiato sulla pista il tutore che avvolgeva la sua caviglia sinistra, abbracciando l'ombra del dolore passato che gli aveva fatto saltare le Olimpiadi di Rio de Janeiro. La rotta di Jacobs, che ha poi trovato il varco della giusta velocità, incrocia El Paso, Texas, dove è nato, da un padre americano, marine di stanza alla base di Vicenza, lasciato prima di parlare, attraversa la pista di Desenzano del Garda dove tutto è cominciato e arriva a Tokyo. È un mancato cow-boy che ha scelto la madre e l'Italia, e solo gli scarabocchi sul corpo i suoi tatuaggi dicono del suo dolore, ora attenuato con il traduttore di google, nella ripresa delle conversazioni con suo padre. È probabilmente il primo oro nei cento metri che non parla inglese (per la felicità di Eduardo Galeano): un figlio di Abatantuono - l'attore che meglio incarna il rapporto degli italiani con. Insomma una coppia di new arcitaliani, con ferite, nostalgie e mancanze. E, mentre Tamberi e Jacobs, vincevano, la memoria di tutti correva a Mosca 1980 agli ori di Sara Simeoni e Pietro Mennea, alla differenza antropologica tra quelle timidezze che furono e le sfrontatezze di adesso, in un ribaltamento tra l'Italia euforica che avrebbe vissuto gli anni Ottanta, e quella stagnante degli anni Venti di questo nuovo secolo. Ieri, oggi, domani, in una lunga attesa che ha superato gli inciampi, le cadute, fino a farsi brezza che sposta ostacoli, capovolge previsioni, scompiglia calcoli. Se è vero che la vittoria di Tamberi è frutto anche della fraternità con Barshim che accetta di spartirsi l'oro, la vittoria di Jacobs è pura tempesta assolutista. Ma i loro destini di atleti solitari sono uniti dal momento, dall'incrocio della medaglia, annodati da un abbraccio come Vialli e Mancini a Wembley. Ma il peso delle loro vittorie è enorme, supera calcio e tennis, perché apre un nuovo mondo, parla ai ragazzini, dice loro che si può fare, e li mette in fila in una modalità sportiva che avevamo abbandonato, perché come un anno bisestile richiede più attesa e molte più ombre e sacrifici. Ma le vittorie di Tamberi e Jacobs segnano il tempo, il loro giorno di felicità e gloria diventa il vestito di festa dell'Italia: grammatica e storia atletica. I loro respiri diventano i nostri. Bruciare il resto del mondo in altezza e lunghezza: sembra un sogno, tanto che se non ci fossero i corpi e le stanchezze omeriche, penseremmo a uno scherzo, invece è una consegna d'eternità.

Jacobs e la corsa di un Paese oltre i propri politici. Luca Bottura su L'Espresso il 2 agosto 2021. Salvini non gli fa gli auguri prima della gara e si schiera contro lo Ius soli sportivo. Ma verrà il giorno in cui condividere la cittadinanza sarà qualcosa di naturale anche nei confronti di chi ha avuto la nostra stessa identica fortuna: nascere qui. E forse, quel giorno è stato ieri.

Quanto era bella, durante la premiazione, quella mano scura sulla tuta bianca?

E, tra parentesi, quanto è stato improvvido Armani ad abbinare il tricolore al nero delle altre tute? Quando è stato irrispettoso verso la Storia, che quei colori ha diviso col sangue?

Quanto raccontavano, quelle cinque dita su fondo candido, di cosa rappresenta e può rappresentare la vittoria di Marcell Jacobs nella gara tra le saette con le gambe?

Non sembri una forzatura buonista, non la è. C’è una controprova e si chiama Matteo Salvini. Anzi: il suo comitato centrale, i social. Sui quali non aveva fatto gli auguri a Jacobs, ed è forse per quello che ha vinto. E nei quali, dopo la vittoria, ha pubblicato due tweet. Il primo speculativo, come sempre, accomunando Marcell al meraviglioso Tamberi con un decisivo errore grafico: il tricolore al contrario. La bandiera ungherese al posto di quella italiana. Orban si nasce e lui, modestamente, lo nacque.

Il secondo in risposta al presidente del Coni Malagò, non esattamente noto per l’oltranzismo terzomondista, che aveva spinto per uno “ius soli sportivo”. Un no stentoreo, quello del Caporale. Netto, deciso. Slogan: “Squadra che vince non si cambia”. E invece si cambia eccome, visto che nel 2019 eravamo niente, nella cosiddetta regina degli sport, e in due anni, anche e soprattutto innervando il team Italia di sangue nuovo, siamo tornati protagonisti. Di più: una squadra. Ciò che l’Italia spesso non riesce a essere.

Jacobs che corre più veloce di tutti è la fotografia involontaria di un Paese che va al di là dei propri politici. Li precede. Un mondo apparentemente lontano, illuminato dal colore livido delle prime serate su Rete 4. Ma che ha, realmente, amici “stranieri”. O omosessuali. Tanto che il 75 per cento è a favore del Ddl Zan in barba a chi somministra odio per quattro clic, per cinque voti. Un po’ come ai tempi del divorzio, la maggioranza del Paese ha, sui temi sociali, opinioni che non condivide. Ma ormai intangibili.

Sarebbe quasi da farci un referendum.

Poi, certo, è la stessa Italia che vota i populisti proprio in base a quella narrazione sconvolta. Ma la realtà, da sempre, sconfigge anche il più disastroso degli story-telling. Puoi essere nato a El Paso e parlare bresciano, puoi chiamarti Egonu, schiacciare il mondo, ma essere nata a Cittadella. Puoi lanciare il disco lontanissimo, subire aggressioni razziste e le pernacchie di chi le sminuisce, ed essere di Torino. Come Daysy Osakuye, la nostra discobola, e sottolineo nostra, splendida finalista di specialità.

Tutto questo è molto più avanti del piccolo cabotaggio della bassa politica. Esiste, c’è già. Esplode nelle palestre, nei campi da gioco, nella vita.

Verrà, e sarà sempre troppo tardi, il giorno in cui essere nato qui non determinerà una discriminazione violenta. In cui i compagni di banco alle elementari non apparterranno a Paesi diversi solo in funzione del loro Dna. In cui 18 anni di tortura non costituiranno il maggese velenoso di chi pesca nell’intolleranza e nella discriminazione per puntare tutto sul disagio sociale. Biunivoco. Per creare italiani di serie B, nella speranza che comprimere i loro diritti generi frustrazione attiva. Da reprimere. In un orrendo circolo vizioso.

Verrà il giorno in cui condividere la cittadinanza di questo Paese imperfetto e abbacinante sarà qualcosa di semplice, naturale anche nei confronti di chi ha avuto la nostra stessa identica botta di culo: nascere qui. Senza neanche dover correre come razzi.

Ma c’è una buona notizia: forse, a livello di percezione, quel giorno è stato ieri sera.

Chapeau, Marcell (e chapeau Giammarco).

"Alla faccia di...". Lerner usa Jacobs. E Salvini lo zittisce. Francesca Galici il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Gad Lerner è riuscito a fare polemica pochi minuti dopo la vittoria di Jacobs alle Olimpiadi scatenando l'ira del web e la risposta di Salvini. L'Italia è salita per la prima volta sul tetto del mondo dell'atletica leggera con la vittoria di Marcell Jacobs nella gara dei 100 metri. Un risultato straordinario per lo sport italiano, insieme all'oro di Gimbo Tamberi nel salto in alto conquistato appena pochi minuti prima rispetto a quello del velocista. Molti i messaggi di apprezzamento per Jacobs che sono arrivati dal mondo della politica, tantissimi i post sui social per celebrare il nuovo uomo più veloce del mondo. Non tutti, però, sono riusciti a festeggiare l'impresa della "freccia azzurra" e tra questi c'è Gad Lerner, che ha provato a rovinare la festa italiana con una polemica politica inutile e decontestualizzata, che è stata stigmatizzata da tutti i social e anche da Matteo Salvini. "Marcell Jacobs un grande bresciano. (Alla faccia di chi so io)", ha scritto il giornalista sul suo profilo Twitter, scatenando le reazioni indignate dei social che non hanno apprezzato l'atteggiamento di Gar Lerner nel giorno in cui si sarebbe dovuto solo festeggiare una vittoria storica del nostro sport nella competizione olimpica. "Povero Gad, mai una gioia… Goditi la vita e una grande vittoria italiana! Viva Marcell, che pena i rosiconi", ha scritto Matteo Salvini sui suoi social, rispondendo all'attacco velato da parte del giornalista. Tra le accuse che sono state mosse a Lerner c'è soprattutto quella di non aver menzionato l'altro vincitore di giornata, Gianmarco Tamberi, altrettanto meritevole di elogio per aver compiuto l'impresa nel salto in alto. "Più forte la voglia di polemizzare contro i suoi fantasmi ossessivi di destra, che esultare per la straordinaria vittoria di Jacobs. Ancora più vergognoso non aver citato Tamberi, forse troppo bianco", ha scritto Hoara Borselli nel suo post, riassumendo il pensiero di molti utenti che hanno sottolineato la mancata celebrazione del saltatore. Marcell Jacobs, come hanno sottolineato molti utenti in risposta a Gad Lerner, è un ragazzone bresciano nato in Texas perché suo padre è un ex militare della Us Army che per lunghi anni è stato di stanza a Vicenza, dove ha conosciuto sua mamma Viviana. Quando Marcell aveva appena un anno e mezzo la donna è tornata in Italia e ha cresciuto suo figlio a Desenzano del Garda, tanto che il velocista ha difficoltà a parlare in inglese. Nel giorno in cui in tutta Italia non sono stati risparmiati elogi per Marcell Jacobs, nel pieno rispetto dello spirito olimpico, le parole di Gad Lerner sono sembrate a tutti fuori contesto e inutili. Per la polemica c'è sempre tempo, eventualmente, ma non a pochi minuti dalla prima storica vittoria in una gara così importante e, soprattutto, nel giorno in cui l'Italia ha messo a segno una doppietta olimpica di straordinaria portata come questa, anche se Lerner sembra non essersene accorto.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Quelli che godevano per il "flop" senza ori. I gufi della sinistra chic masticano amaro. Tony Damascelli il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Il "Fatto" parlava di "cocenti sconfitte". E, come con il calcio, ha toppato. Purtroppo abbiamo vinto. Uso apposta la prima persona plurale per recuperare spiccioli di passione patriottica, severamente proibita dal gruppetto di capalbiesi che proprio non ce la fanno a sopportare un gol della nazionale di calcio o l'oro di un atleta azzurro ai Giochi. Bella gente che ingoia bile accorgendosi che fuori spunta e splende il sole, non quello dell'avvenire. È l'Italia dei contro, dei no tutto, dell'ego colossale, è l'Italia che deve fare i conti con i risultati dello sport, prima a Wembley, poi a Tokyo, vittorie a distanza che provocano assembramenti di passione e di persone. La variante Italia funziona. Funziona nel football, funziona nell'atletica che dicesi leggera ma è così forte da avere rinfrescato le teste in una domenica canicolare. Appollaiati sui rami dell'intelligenza in esclusiva, distribuita soltanto nelle loro dimore e/o redazioni, emettono suoni cupi, quasi rantoli essendo costretti al godimento altrui, di un Paese diverso da quello vissuto, pensato, scritto e descritto. Scrivevano pochi giorni fa al sito del Fatto che «dovevamo stupire il mondo ma siamo stupiti dalle cocenti sconfitte»; a casa Gazzetta si storceva il naso per inammissibile carenza di ori. Allo stesso modo, qui e là si contano gli urrah quando la Ferrari finisce fuori pista, si odono risate quando Jorginho sbaglia un rigore, ma si segnalano fughe frettolose nel canneto quando Donnarumma para quello successivo. Nulla sanno della gamba ingessata di Tamberi ma si esaltano per il coming out della Boari, celebrano la Egonu ma se la portabandiera manda a dar via l'organo la rivale russa non scrivono una riga contro le volgarità della ragazza di colore. Non amano Mameli cantato sul podio, preferiscono Bella Ciao urlata in piazza, sono infastiditi da quest'estate di sport che finisce per nascondere gli scandali della politica, anche se in verità ci sarebbero quelli dei magistrati. Sono veri figli di papà che evitano giustamente il Papeete puntando alla festa dell'Unità, foglio storico, creato da Gramsci Antonio e finito da De Gregorio Concita, chiuso definitivamente per fallimento ma che resiste, resiste, resiste nelle sagre di partito, di popolo e di salamelle, senza cash back. È un momento difficile, da alka seltzer e antiacidi vari, tutto questo ben di Dio di medaglie olimpiche e vittorie europee rischiano di ingigantire il governo multicolor, un vero peccato che tanta fortuna non sia capitata all'avvocato Conte, perché sarebbe stata da lui definita una potenza di fuoco e anche Arcuri Domenico sarebbe apparso simpatico, appalesandosi in pubblico, danzante su un banco a rotelle. Purtroppo quel tempo bello e vincente è passato prossimo e ormai remoto. Oggi i trionfi sportivi vengono sfruttati dai maligni al potere, gente cattiva e corrotta che meriterebbe un avviso di garanzia a prescindere. Mannaggia, abbiamo vinto due ori in un colpo solo, raccolti nel tempo di una mezzora in più che nemmeno Lucia Annunziata avrebbe potuto immaginare e adesso i tiggì si occuperanno dell'evento, del medagliere, dell'inno, del tricolore. Non vedono l'ora che i Giochi si concludano, per tornare a rovistare nei cassetti dei cittadini. Ancora una settimana di preoccupazioni, forse di altre vittorie. Meglio toccar ferro e tifare per Lukashenko, che sequestra la centometrista Timanovskaja che chiede asilo politico in aeroporto. Viva la Bielorussia comunista dove si inginocchiano, ma al presidente. E Mario Draghi impari come si fa. Tony Damascelli

Giampiero Mughini per Dagospia l'1 agosto 2021. Caro Dago, beati voi che avete dei figli cui potrete raccontare a lungo che cos’è stato questo pomeriggio di agosto del 2021, queste ore anzi questi minuti in cui due formidabili atleti italiani hanno vinto uno dopo l’altro la medaglia d’oro in due specialità supreme dell’atletica leggera. I 100 metri veloci dove Marcell Jacobs ha dominato la gara e questa volta fin dal primo metro, azzeccando in pieno la partenza, e poi fino al traguardo al modo in un aereo supersonico. Ha superato il tempo già astrale della sua semifinale che peraltro fungeva da primato europeo, il 9,84 che lui ha abbassato a un favoloso 9,80 che migliora di un infinito il 9,96 con cui Jacobs si era presentato alle Olimpiadi. E poi il salto in alto che Gianmarco Tamberi da dominato con la mente e con l’anima, anche alla fine se il primo posto lo ha diviso con un altro e meritevolissimo avversario che come lui ha toccato i 2,37 senza mai incorrere in un fallo. Ma nel caso di Tamberi c’è qualcosa di letterariamente speciale da raccontare, e cioè il fatto che lui la misura che oggi non è riuscito a valicare (2,39) l’aveva superata già cinque anni fa salvo poi sfracassarsi una caviglia e dovere ricominciare da zero. Cinque anni passati a recuperare il sé stesso di allora, cinque anni di palestra, di allenamenti inauditi, di sforzi ogni volta da toglierti la pelle e il respiro pur di andare qualche centimetro più su. Cinque anni della sua giovinezza dedicati a questo scopo, tornare a superare i 2,39 o pressappoco. I 2,37 li ha difatti superati al primo balzo. Due dei tre salti a 2,39 hanno sfiorato e fatto cadere l’asticella. Messisi d’accordo i due campioni che la gara finiva lì e che l’oro se lo sarebbero divisi dopo essersi abbracciati, Gianmarco ha cominciato a ululare e a strofinarsi per terra ebbro di felicità, e mentre noi tutti eravamo come in estasi. Vi raccomando, raccontatene a lungo ai vostri figli di Marcell e di Gianmarco. Raccontatelo per sempre, finché avrete fiato in corpo per farlo. Ps. Avevo deciso di dedicare il pomeriggio della domenica all’ultimo film di Marco Bellocchio. Rimando. Non ce la faccio più. La mia anima oggi non ha più spazio dove fare abitare la bellezza e le emozioni che ne vengono.

Lo sport che prende per mano il Paese. Benny Casadei Lucchi il 2 Agosto 2021 su Il Giornale. Lo sport è metafora perfetta e accelerata della vita. Lo sport è vivere, morire e risorgere nello spazio di cento metri, nel respiro lungo di un salto che accarezza l'infinito, nel silenzio di un rigore da non sbagliare. Lo sport è metafora perfetta e accelerata della vita. Lo sport è vivere, morire e risorgere nello spazio di cento metri, nel respiro lungo di un salto che accarezza l'infinito, nel silenzio di un rigore da non sbagliare. Lo sport è un termometro, un concentrato che non lascia scampo, vincitori o vinti, prendere o lasciare, che ha però la forza semplice e crudele di riassumere le energie di una nazione e della sua gente anticipando e rivelando quello che sarà nella vita di tutti i giorni. Vita di cronometri che scandiscono la nostra capacità e voglia di fare, vita che si è fermata un giorno di fine febbraio del 2020, vita che la pandemia ha disseminato di asticelle che ancora oggi fatichiamo a superare ma la cui altezza, finalmente, non spaventa più. Il cronometro incredibile, forte e orgoglioso di Marcell Jacobs, italiano simbolo di integrazione e sofferenze domate, il volo dell'angelo risorto Tamberi dopo la pandemia personale di quel terribile infortunio a pochi giorni dai Giochi di Rio, ci indicano la via esattamente e più delle parole, road to Tokyo, scritte dallo stesso Gimbo nel 2016 su quel pezzo di gesso. La road to Tokyo dell'Italia è altra cosa: racconta della nostra piccola e media impresa ferita che nonostante i problemi resta il tessuto da cui ripartire; racconta di un Pil finalmente in crescita, di vaccinazioni diffuse e ben organizzate, di un vento che finalmente sta cambiando, di un'Italia che prova a rialzare la testa. Un'Italia che come Jacobs si prepara sui blocchi, come Tamberi ciondola incerta cercando il sostegno della propria gente prima del grande balzo, e che come la Nazionale di calcio farà di tutto per non sbagliare i rigori delle risorse destinate dall'Unione europea. È incredibile come lo sport in questa estate davvero di notti magiche, però non inutili come trent'anni fa, stia cercando di prendere per mano il morale del Paese. Lo sport dei ricchi e viziati e adorati calciatori e lo sport di quelli che ogni quattro anni spariscono per poi tornare. Marcell e Gimbo non spariranno, troppo grande quello che hanno fatto, tutto sta nel capire se sarà abbastanza grande per spingere la politica a chiedere scusa allo sport e ad aiutarlo. Scuole senza istruttori veri, palestre chiuse, centri sportivi fermi, piscine rovinate, stadi vuoti, bilanci al collasso eppure medaglie, medaglie e medaglie. Glielo dobbiamo. Ce lo dobbiamo. Benny Casadei Lucchi

Tocca a noi italiani essere all’altezza di Jacobs e Tamberi. Lo sport insegna. Hanno vinto anche contro il mondo reale che spesso premia chi non merita ed è raccomandato: i nostri due incredibili Ori olimpici sono la vita come dovrebbe essere. Ma almeno nel Belpaese, è a ciascuno di noi che spetta colmare lo scarto fra società ingiusta e sport meritocratico. Boris Sollazzo su Il Dubbio il 3 agosto 2021. Perché gli 11 minuti che hanno cambiato l’Italia dell’Atletica e la storia dello sport italiano stanno travalicando ogni confine e entusiasmando un paese intero che di solito si eccita solo per il calcio? Potremmo elencare tanti motivi. Le Olimpiadi che ti fanno diventare esperto di skeet, vela, basket 3×3, kayak, curling acrobatico, doppio misto di tennis tavolo. Il patriottismo, la voglia di godere dopo tante tragedie, la bellezza di una gioventù irresistibile, il fatto che abbiamo battuto i francesi e un inglese è stato squalificato (il fotomontaggio del fotofinish con Chiellini che trattiene Saka sulla linea dell’arrivo dei 100 metri olimpici è da incorniciare).  Ma la verità è un’altra, che radical chic, snob, bastian contrari non ammetteranno mai. Perché dalle nostre parti fa figo non seguire lo sport e non avere la tv in salotto. La verità è che lo sport non è la metafora della vita. Lo sport è la vita come dovrebbe essere. Nello sport vince il migliore, quasi sempre. E la fortuna te la devi meritare. Nella vita no. Non succede mai, tante, troppe sono le variabili che non c’entrano con la meritocrazia: raccomandazioni, appoggi politici, corruzione, favoritismi di capi e dirigenti, relazioni personali che incidono su promozioni o ingaggi, lecchinaggi vari, amanti, amici degli amici, nepotismo. Questo quando le cose vanno bene. Se sei l’uomo più veloce del mondo, non conta se aduli il tuo allenatore, se hai un parente in Federazione, cosa voti, se il presidente del Coni ti ama o meno, se il tuo agente è abile e spregiudicato o se qualcuno paga perché tu competa. Non devi essere l’amante di nessuno o nessuna, tanto meno il nipote di qualcuno. Devi lavorare. E correre. Se salti più in alto di tutti, idem. Se accade, la pista, il campo, la pedana ti sbugiarderanno subito. Quando sei in gioco non puoi più nasconderti. Se sei il migliore ti può fermare solo un tendine d’Achille infame. E comunque tu rimarrai più forte di lui. Noi con Jacobs e Tamberi non godiamo solo perché dopo quasi due anni da incubo si torna a sognare. Noi con questi due ragazzi ci illudiamo che esista una vita più giusta, una società più equa, l’essere ripagati dei propri sacrifici. Nello sport, quasi sempre, ci sono meravigliose storie di compensazione, perché chi ha dentro i valori giusti alla fine ce la fa, nella vita di solito soccombe più volte, perché vengono visti come un handicap. E di solito le persone ti amano al di là del risultato perché come diceva il claim di una nota marca automobilistica prima di Tutto il calcio minuto per minuto “chi dà il massimo vince comunque”. Di Yuri Chechi ricordiamo l’oro di Atlanta, è vero. Ma ancora di più il bronzo che vinse 8 anni dopo. Anche lui con l’ennesimo infortunio subito, un nuovo rientro da un altro ritiro, per una promessa-voto fatta al padre malato (e poi guarito). Quel bronzo da uomo vero, figlio del talento e del sacrificio, brilla più di tutto nella sua carriera incredibile. Anche per il suo coraggio: indignato per l’oro al greco, campione di casa favorito dai giudici, Yuri andò davanti a quest’ultimi e al pubblico proclamando l’avversario bulgaro come vincitore. In realtà una commissione imparziale sancirà le sue prestazioni come le migliori, pure del sodale e rivale. Di Dorando Pietri, squalificato dopo una maratona leggendaria, parliamo ancora oggi dopo più di un secolo. E nessuno ricorda chi la vinse quella maratona. Dei tanti pugili italiani vincitori di medaglie nelle ultime olimpiadi ricordiamo un argento. Clemente Russo, che perse una finale a Pechino che aveva vinto, per colpa di giudici in mala fede, che a Londra vince una semifinale contro uno che era stato favorito in ogni modo dagli stessi, che ha visto gran parte dei suoi avversari poi implicati in casi di doping e che a Rio finisce fuori ai quarti per poi scoprire che tutti gli arbitri di quel torneo sarebbero stati indagati per corruzione. Di lui ricordiamo i due ori mondiali, uno in clamorosa rimonta e l’altro con le due bimbe appena nate in pericolo di vita, ma anche due argenti olimpici. Anche lì, chi ha vinto non è passato alla storia. Ma la federazione mondiale, memore delel proteste di Clemente, uomo vero che preferisce la verità alla convenienza, lo ha punito non dandogli una wild card sacrosanta per Tokyo. Perché lo sport è la vita come dovrebbe essere, ma ahinoi gli uomini che comandano sono gli stessi in entrambi i mondi. Ma c’è una differenza profonda: l’ingiustizia nello sport è oggettiva. Tutti possiamo capire, sentire la portata di una decisione sbagliata, che toglie a chi merita, lo sport non è il porto delle ombre che è la vita, chi bara viene riconosciuto, anche quando la fa franca. Tranne nel calcio, ma questo è un’altra storia: il calcio è l’unica disciplina che è metafora reale della vita. Come è, purtroppo, soprattutto nei suoi lati oscuri. Quando non c’è un cronometro, un’unità di misura certa, una linea d’arrivo, qualcosa può andare storto. Ma anche lì un Leicester, un Cagliari, un Lille arrivano a scompaginare le carte di chi è più ricco, potente, arrogante. E in fondo l’Europeo di Roberto Mancini e i suoi ragazzi ci commuove perché è un gruppo di atleti che non aveva eccellenze e santi in paradiso, ha trovato un leader (anzi tanti, da Sirigu a Vialli, in ruoli diversi), ha avuto un sogno, lo ha seguito contro tutto e tutti. L’allenatore ha chiamato i migliori, per il suo progetto: poco importava se giocavano in Germania o non avevano esordito in serie A, ha voluto uno di loro, infortunato, in finale, ha difeso i più criticati, tutti hanno lavorato sodo per tre anni, divertendosi e rimanendo uniti, nonostante le rivalità in campionato. Persino il calcio sa essere migliore di se stesso, a volte. E forse tutto ciò deve insegnarci qualcosa. Non limitiamoci a sublimare le nostre ambizioni, i nostri sogni, le nostre aspirazioni di giustizia sociale, meritocrazia e pari opportunità, di integrazione e visione in questi campioni. Cominciamo a essere degni di loro. Elio Germano vincendo a Cannes la Palma come miglior attore disse “i cittadini sono migliori di chi li rappresenta”. Non pretendiamo un sedicente Governo dei migliori, diventiamo migliori noi. In ogni momento mettiamo davanti a tutto il lavoro, il sacrificio, il talento, la solidarietà che gli abbracci di quest’estate tra Vialli e Mancini, Tamberi e Jacobs ci dimostrano essere essenziale. Bravissimo Marco Esposito a sottolineare sui social la simbolicità di quei gesti, proprio quando ce li hanno negati. A proposito di meritocrazia, un giornalista così andrebbe letto negli editoriali di oggi delle testate più autorevoli, ma siamo in Italia. Non ci chiediamo cosa possa fare il paese per noi, soprattutto se ci arrendiamo alle prevaricazioni e anzi spesso le mettiamo in atto, perché come dice un grande sportivo come Julio Velasco, siamo drogati dalla cultura degli alibi, che siano il benaltrismo o il “se non ne approfitto io lo farà qualcun altro”. Lo sport ci dice che l’esempio di uno solo può cambiare il mondo. Anche solo per 10 secondi o 11 minuti, ma ci riesce. Come diceva Kennedy, chiediamoci cosa possiamo fare noi per il paese. Lo sport ci dice come dovremmo essere. E se ci riusciamo nulla è impossibile, anche vincere i 100 metri all’Olimpiade per un ragazzo di Desenzano del Garda o tornare dall’inferno e toccare il cielo con un dito, saltando in alto. L’estate 2021 ce lo dice con spudorata chiarezza. Con quella limpidezza sfacciata che solo lo sport sa avere. Questa è l’Italia che vogliamo. Questi sono gli italiani che vogliamo. Allora, dimostriamolo.

Dagospia l'1 agosto 2021. Complimenti alle Fiamme Oro per gli eccezionali risultati di oggi. Le medaglie d'oro di Jacobs e Tamberi, che si aggiungono alla medaglia d'oro vinta nel canottaggio dall'agente scelto Federica Cesarini con la collega della Guardia di Finanza Valentina Rodini, ci riempiono di orgoglio come italiani e come appartenenti alla Polizia. Le Fiamme Oro che ci hanno già regalato tre ori, tre argenti e 10 bronzi, anche in squadra con altri atleti delle Forze dell'Ordine, sono una assoluta eccellenza del Paese e ben rappresentano l'impegno, la dedizione, lo spirito di sacrificio e le capacità della Polizia di Stato. In questo momento di esultanza il mio pensiero va a tutte le donne e gli uomini della Polizia di Stato e delle Forze dell'Ordine che ogni giorno, con lo stesso impegno e la stessa dedizione lavorano al servizio del Paese, sul territorio, nelle strade, in gravosi servizi di ordine pubblico, spesso sottoposti ad attacchi tanto violenti quanto vili, che ne mettono a repentaglio l'incolumità. In questo momento di gioia, non dimentichiamo il collega della Polizia Stradale Marino Terrazza , travolto e ucciso da un'auto in Sardegna, mentre prestava aiuto a una donna in difficoltà. A tutti loro, ai nostri atleti, alle donne e agli uomini delle Forze dell'Ordine che servono il Paese va tutta la nostra gratitudine.

Da ansa.it il 2 agosto 2021. Dopo l'impresa e i festeggiamenti durati tutta la notte è il momento della premiazione per Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi. Marcell Jacobs canta l'inno sotto la mascherina e si commuove durante la premiazione dei 100 metri delle Olimpiadi di Tokyo 2020. "Sto cominciando a realizzare adesso cosa è successo. La notte scorsa non ho nemmeno provato a dormire, era impossibile. Ma non pensavo fosse così bello essere sul gradino più alto del podio olimpico, nemmeno in sogno ti immagini com'è davvero. Sono la persona più emozionata del mondo", ha detto Marcell Jacobs, dai microfoni di RaiSport, dopo aver ricevuto la medaglia d'oro. "L'avevo promesso e ora lo farò: l'anno prossimo Nicole diventerà mia moglie, assolutamente sì. Coroneremo il nostro sogno". L'annuncio di Marcell Jacobs, in tuta dell'Italia bianca come da specifica richiesta di Giorgio Armani, arriva dai microfoni di RaiSport, dopo la premiazione della finale olimpica dei 100. "Ieri Nicole teneva in braccio Anthony (il figlio ndr) e quasi lo lanciava in aria quando ha visto che avevo vinto", scherza Jacobs. "Mia madre ha detto che batto il record di Bolt? Non è per niente un'esperta, 3 decimi sono veramente tanti. Lui ha fatto la storia dell'atletica e questi paragoni non facciamoli proprio", ha poi detto Jacobs. "Mio padre mi ha scritto prima della gara dicendomi che credeva in tutto quello che io ho fatto e che potevo fare grandi cose, dopo la gara mi ha fatto tantissimi complimenti e mi ha scritto che spera di vedermi presto", ha anche spiegato Jacobs in riferimento al rapporto ricostruito con il genitore in età adulta. Sul podio del salto in alto delle Olimpiadi di Tokyo 2020, Gianmarco Tamberi e Mutaz Barshim (oro ex aequo) si sono scambiati le medaglie e si sono di nuovo abbracciati. Per primo è stato suonato l'inno del Qatar, poi quello dell'Italia. Come Marcell Jacobs, anche Tamberi ha cantato l'inno sotto la mascherina. "Il momento dell'inno con la bandiera tricolore che sale è stato da brividi". Così Gianmarco Tamberi, mostrando alle telecamere Rai la medaglia d'oro delle Olimpiadi di Tokyo 2020 vinta nella gara del salto in alto e consegnatagli pochi minuti prima. "L'ho inseguita così tanto, sono stati cinque anni difficili, perché non ho mai accettato i piccoli traguardi. Volevo un giorno come è stato ieri per essere più felice di tutti: è stato ieri, è oggi e lo sarà per sempre perché - ha concluso Gimbo - rimane per sempre".

Giancarlo Dotto per il "Corriere dello Sport" il 2 agosto 2021. Le scariche elettriche sono invisibili e inodori, ma fanno morire e qualche volta fanno volare. Vola Gimbo in alto, vola Marcell sul piano. 2 metri e 37, 9 secondi e 80, 11 minuti tra l’invasato che salta e la divinità che corre. Succede di tutto, succede troppo, in troppo poco tempo. Gente che piange, gente che ride, gente che rotola a terra, altri che si strappano gli occhi di dosso per aver visto cose troppo enormi da vedere. Avete visto Malagò? Panico. È sparito il presidente. Introvabile. Hanno dovuto recuperarlo con un laccio gigante, Malagò, che aveva preso il volo anche lui sul settimo cielo di Tokyo, come una cicogna sbilenca, invecchiata di colpo perché il troppo stroppia e storpia, zoppa e zuppa per l’emozione, dentro la camicia che sudava a catinelle, il sudore acido dell’incredulità, il sudore strano della felicità. Così felice che gli scoppiava il cuore. Può uccidere la felicità? Ho creduto di sì quando l’hanno riportato a terra il presidente e messo davanti a un microfono: piegato in due, che respirava a fatica, soffocato da maschere, foulard tricolori e brividi innominabili, che non trovava le parole, lui che le parole non gli mancano mai, che ha sempre quella giusta per ogni cosa che nasce, muore, esiste. Ma, questa volta, il presidente era semplicemente soverchiato. Annichilito. Ma siamo sicuri che quell’inverosimile uomo spezzato in due fosse davvero Malagò? Credo di no. Nessuno di noi era lo stesso di undici minuti prima. Vai presidente, vai, vola, sparisci, resisti. Mala Go! Che è tutto vero, purtroppo per te e per noi. Che quel troppo rischia di uccidere. Mentre laggiù, Gimbo, una marionetta ebbra, sveniva a ripetizione in ogni angolo dello stadio, irrefrenabile, incapace di stare due secondi in piedi, verticale, dopo aver saltato che più alto non si poteva, avvolto nella bandiera con cui faceva sesso a vista, la stoffa più sexy della storia. La baciava, se la strofinava addosso, la carezzava. Mentre l’altro, Marcell, più sobrio, ripeteva a chiunque lo accostava “Non ci credo” e nemmeno noi ci crediamo, nemmeno Malagò che pure l’hanno fatto presidente per credere che certe cose possano accadere. Ma non queste. Questo è troppo. E non è nemmeno un cazzo di sogno che tu ti svegli, ci resti un po’ male e te lo scrolli di dosso in due secondi, una doccia, un’alzata di spalle. No, questa “cosa”, questi due ori in sequenza, è reale, ti resta appiccicata addosso, ore, settimane, una vita. “Avete fatto la storia, Gimbo e Marcell” si dice per semplificare e sarà anche vero, è vero, ma la storia non è solo una macabra rassegna di pagine morte, la storia è qui adesso, a Tokyo e in ogni luogo, in questa miriade di cuori in tempesta che battono come tamburi, mai come il cuore di Tamberi. Eccolo Gimbo, Gianmarco, il ragazzo folle, svitato, dionisiaco che trova una sintesi magnifica di tutto, come quando si prende Marcell, mille volte più composto di lui, figlio di un marine tutto d’un pezzo, gli prende la testa e se la porta sotto la bandiera. Due teste che diventano un’unica testa, liberi di baciarsi e di coccolarsi nascosti agli occhi del mondo dalla stoffa che li rende unici e indivisibili, di dirsi la cosa più intima e più ubriacante: “Io e te, siamo da oggi due fottutissimi eroi”. L’immagine copertina da qui all’eternità dello sport azzurro. Parla, straparla, sbraita Gimbo, annuisce Marcell, che quando Gimbo esubera, in alto, in basso e in ogni luogo, non ce n’è per nessuno. Nemmeno per Barshim, il delizioso arabo che con un leggiadro cenno del capo ha accettato di condividere con lui l’oro dell’alto. “Non vedo l’ora di raccontare la nostra impresa, a tutti, ai miei figli, se li avrò, altrimenti la racconto ai tuoi…”, dilaga irrefrenabile Gimbo con l’andazzo sghembo delle sue sinapsi. La felicità può uccidere? Ho temuto di sì, quando ho visto il ragazzo precipitare a terra, rotolare, schizzare epilettico, urlando, piangendo, tarantolato, senza che nulla potesse calmarlo. “Mi scoppia il cuore”, ripeteva a chiunque e non era un modo di dire. Di sicuro, la felicità esiste. Da ieri lo sapete con certezza. Mai vista in vita mia una rappresentazione così piena, intensa e commovente della felicità. O, forse, non ho mai visto uno così felice. Paventando davvero, quando la cosa non accennava a placarsi, che sarebbero venuti a prenderlo per trasferirlo in un reparto di malattie nervose. Caso di isteria parossistica dovuta a un eccesso di felicità. E mentre chiamava a voce alta e abbracciava i suoi fantasmi amici, la mamma, il papà, Chiara, la donna che lo sposerà, se sarà capace di contenere tanta pazzia, Gianmarco esibiva come un trofeo il gesso che si porta dietro, da cinque anni, “Road to Tokyo 2020, anzi 2021”, quando a rompersi fu il tendine e tutto il resto, l’oro che sarebbe arrivato a Rio e invece arriverà cinque anni dopo, perché ci si è messa anche la pandemia a rendere più duro il calvario e più lieta la fine. Tra le 14 e 42 e le 14 e 53, ora italiana. Gli undici minuti che hanno sconvolto lo sport italiano. Non sono cose che accadono a caso. È il copione che un geniaccio amico ha scritto da qualche parte per ricordarci che siamo gente lunatica e capace di ogni cosa, anche di prendere un texano, battezzarlo nelle acque del Garda e farlo più italiano di Totò Cutugno. Gimbo chiama Jet. E Jet risponde. La sua sagoma lanciata, una magnifica statua dove ogni tendine, ogni muscolo, ogni caviglia, andava solidale allo scopo, senza fare una piega. Una valanga che non lasciava scampo. La felicità non è un diritto, ma per i due lo era, tra storie difficili, miliardi di dubbi, tendini spezzati e padri irraggiungibili. A differenza di Gimbo, Marcell si è portato avanti, ha già tre figli a cui raccontare la sua impresa, se saprà trovare le parole per farlo. La vita non è giusta, ma qualche volta si diverte ad esserlo. Ieri si è divertita tanto.  

(ANSA l'1 agosto 2021) - Gianmarco Tamberi e il qatariota Barshim sono medaglia d'oro ex aequo nel salto in alto alle Olimpiadi di Tokyo 2020. I due hanno concluso la gara a pari merito a 2.37 con lo stesso numero di errori complessivi e di fronte al giudice di gara hanno optato per il pari merito. 

Tamberi al telefono con Draghi: "Grazie Presidente. È pazzesco, io ancora non ci credo". La Repubblica l'1 agosto 2021. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha subito telefonato a Tokyo per complimentarsi con Gianmarco Tamberi: "Avete onorato l'Italia". Al telefono Tamberi ringrazia il presidente Draghi: "Io ancora non ci credo, è stato pazzesco" e poi saluta il presidente dicendo: "Certo che veniamo". Probabilmente si stava riferendo all'invito di Draghi a Palazzo Chigi al rientro.

Tokyo: Tamberi, "stratosferico, non dormirò mai più". (ANSA l'1 agosto 2021) - "Qualcosa di stratosferico: non dormirò mai più". Lo ha detto Gianmarco Tamberi, medaglia d'oro nel salto in alto alle Olimpiadi di Tokyo. "Dopo l'infortunio - ha aggiunto ai microfoni di Raisport - ho pianto tanto, ma poi mi sono detto che ci dovevo credere e ce l'ho fatta".

Siparietto Barshim-Tamberi,"oro ex aequo?due meglio che uno". (ANSA l'1 agosto 2021) - "Two is better than one". Due è meglio che uno, così Mutaz Barshim, sorridendo e guardando Gianmarco Tamberi, giustifica in un simpatico teatrino la decisione di puntare sull'oro ex aequo nel salto in alto alle Olimpiadi di Tokyo, di fronte al giudice, dopo il pari merito nei salti. I due sono amici e hanno vissuto le stesse problematiche di infortuni che li hanno bloccati a lungo e costretti a rincorrere il tempo. L'azzurro perdendo anche le Olimpiadi di Rio 2016: "Mutaz è il miglior saltatore al mondo, non ci sono dubbi", ammette Tamberi, "per me invece - prosegue l'azzurro - è un sogno che si realizza".

Alessandra Retico per repubblica.it il 27 dicembre 2021. Mutaz, l'altra metà di Gimbo. L'uomo in più, l'uno per l'altro. Barshim parla di Tamberi, eppure parla di se stesso. "Abbiamo cambiato lo spirito olimpico? Direi di sì, e anche il motto: non solo più veloce, più in alto, più forte, ma anche "insieme"". A casa sua a Doha, dove ha sventolato la bandiera a scacchi al gran premio di Formula 1, Barshim, di madre sudanese, torna a quella notte a Tokyo che non si cancella più. All'oro condiviso col suo gemello italiano del salto in alto. 

Ci racconta ancora quel momento?

"Io e lui, a 2,37 metri. Più opzioni disponibili, ma soltanto una automatica. Ho chiesto al giudice: possiamo avere due ori?".

Premeditato?

"Naturale. Io e Gimbo col tendine d'Achille rotto, roba da chiudere la carriera. Che sofferenza, fisica e mentale. Già è complicato tornare a camminare, figuriamoci allenarsi e saltare tra i migliori al mondo. Quindi, sapevo di non meritare l'argento. E per le stesse ragioni, non lo meritava Gimbo. Che finisse con due ori, e proprio con lui, era la giusta conclusione per tutti e due". 

Un lieto fine mai visto.

"Pazzesco, possiamo dire che abbiamo fatto la storia? Mai successo prima che due atleti decidessero di condividere il titolo, la gente ne parlerà per sempre. In tanti e da tutto il mondo hanno celebrato e condiviso quell'istante di cui ricordano ogni dettaglio: dov'erano, con chi, cosa facevano. Ci hanno ringraziato per aver regalato loro un sogno, per averli ispirati, per averli fatti piangere. È stato un momento che ha toccato il cuore di molte persone, non posso che essere più felice per aver provocato tutto questo". 

Le ha cambiato la vita?

"Vincere un oro olimpico ti cambia la vita e a me lo ha fatto, in meglio. Ma vincerlo insieme, farlo così, ha reso tutto più grande, più importante, ha allargato il senso del tutto. Abbiamo vissuto momenti molto importanti alle Olimpiadi, ma credo che la nostra storia cambi lo stesso motto olimpico dove va aggiunta la parola "insieme" e il nostro è un esempio vivente di cosa significhi". 

Lei e Gimbo, ormai inseparabili.

"Siamo ottimi amici più o meno da 11 anni, l'ho incontrato per la prima volta ai campionati mondiali junior del 2010, in Canada, a Moncton. Stavo camminando verso il ristorante e lui mi venne incontro, quasi mi assalì dicendomi ehi, sei tu quel saltatore fantastico? Io lo guardai e pensai, chi è questo pazzo? 

Da quel momento siamo diventati amici, in pista e fuori, le nostre famiglie si frequentano, lui viene a casa mia e io nella sua, è stato al mio matrimonio e io andrò al suo. Ci somigliamo per carattere e approccio alle cose, vogliamo divertirci, prendere con leggerezza la vita ma allo stesso tempo siamo molto competitivi e condividiamo una passione infinita per il nostro sport, anche se veniamo da Paesi e culture diverse".

Tamberi ha rivelato che nel 2017, mentre si era chiuso in lacrime nella sua stanza, lei andò a consolarlo.

"Per me questo significa amicizia: sentire il bisogno di essere lì quando l'altro è in difficoltà e dargli forza per ritrovare fiducia e tornare forte". 

Prossimo obiettivo? Le mancano solo due centimetri per il record del mondo.

"Sono pochi eppure tanti: saltare due centimetri richiede tantissimo lavoro e dedizione. Spero che tutto proceda al meglio e di evitare infortuni per essere pronto. La stagione sarà piena di appuntamenti: Mondiali indoor e Mondiali, oltre a Giochi e Campionati Asiatici. Amo quello che faccio e vorrei prendere tutto". 

È vero che in casa non ha trofei?

"Verissimo. Sono felice e fortunato di aver vinto coppe e medaglie, ma non li espongo perché penso che nel momento in cui li metti in mostra, vuol dire che ti senti soddisfatto e sazio. Così li tengo nascosti, magari un giorno quando mi ritirerò, li tirerò fuori e li metterò in vetrina e li guarderò". 

Cosa farà conclusa la carriera?

"Ho molte idee, ma adesso non voglio iniziare cose e farle al 50% e poi magari non riuscire a finirle. Quando mi ritirerò avrò tempo per tirare le somme e decidere cosa fare, credo che rimarrò nello sport che è la mia vita, magari aiutando i più giovani, perché dallo sport ho avuto tanto e voglio poter essere utile e restituire". 

Che altri sport segue?

"Basket, tennis, calcio e anche golf che ho iniziato a praticare con scarsi risultati. E molto la F1, mi piace non solo la velocità, ma l'adrenalina, le emozioni, l'atmosfera competitiva della pista. Apprezzo Hamilton, Verstappen, Leclerc, Norris, Ricciardo. Sono felice che la F1 sia arrivata in Qatar e che il mio paese stia investendo molto nello sport per diventare un punto di riferimento: è un cambiamento di cui la gente ha bisogno di fare esperienza. Il prossimo anno i Mondiali di calcio, mio fratello Mishaal è portiere della nazionale del Qatar, farò il tifo per lui e per le buone vibrazioni del calcio e dello sport in generale che è uno strumento potente per unire le persone. Non importa da dove vieni, qual è la tua religione, di che etnia sei, chi fa sport fa parte di una grande famiglia, lo sport è un posto grande dove essere felici insieme".

Tokyo: Tamberi, infinite difficoltà ma ce l'ho fatta. (ANSA l'1 agosto 2021) - "Non ci posso credere, sono passato attraverso infinità difficoltà ma ce l'ho fatta: ho vinto l'Olimpiade". Lo ha detto, ai microfoni della Rai, Gianmarco Tamberi, medaglia d'oro nel salto in alto delle Olimpiadi di Tokyo 2020.

Dagospia l'1 agosto 2021. Dal gesso all’oro. C’è una foto, tra le più belle mai viste nella storia dei Giochi olimpici, che racconta tutto di quel ragazzo che 5 anni fa è piombato nell’incubo dopo l’infortunio che gli chiudeva le porte dell’olimpiade di Rio. In pedana c’è “Gimbo” Tamberi che piange, con le mani sugli occhi e la bandiera tricolore sul braccio. Poco più in là il gesso. “Non l’ho mai buttato perché per me significa tutto. Dopo l’infortunio ho passato una settimana a letto a piangere. Un giorno ho deciso di riprovarci e quel giorno ho fatto scrivere dalla mia ragazza Chiara sul gesso ‘Road do Tokyo”: "Proviamoci perché se ci riesco sarà incredibile". E ci è riuscito. Una rivincita clamorosa. Mai mollare. Mai. “Ho realizzato un sogno, un pezzo di storia. Non vedo l’ora di raccontarlo ai miei figli quando li avrò, se li avrò, sennò lo racconterò ai figli di Barshim”(che ha vinto con lui l’oro). Intanto dopo le Olimpiadi sposerà la storica fidanzata Chiara Bontempi. La proposta è già arrivata, con tanto di immagini romantiche pubblicate sui social. A lei non piace il discusso halfshave, con la barba lasciata solo su metà del volto. E anche l’inguardabile look con i capelli bianchi è nato da una scommessa con la sua dolce metà: “Chiara non era d’accordo. Così le ho fatto promettere che se avessi saltato 2,35 questo inverno, me lo avrebbe permesso…” Il trionfo di “Gimbo” ha galvanizzato anche Jacobs. Dopo averlo visto vincere l’oro nel salto in alto, lo sprinter azzurro, il primo italiano ad approdare in finale dei 100 metri, si è chiesto: “Perché non posso farcela anche io?". E ha corso più veloce di Bolt, che vinse quattro anni fa. La dedica? "A mio nonno che non c'è più, ma che ha sempre creduto in me. Ai miei figli e alla mia compagna”. Anche lei ha esultato sui social: “grandeee amore”.

Tokyo 2020, Gianmarco Tamberi e Barshim: il dramma comune dietro all'oro a pari merito, come si arriva alla decisione. Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. La domenica più bella, forse, nella storia dello sport azzurro, quella di ieri, da Tokyo 2020. Prima Gianmarco Tamberi nel salto in alto, poi Marcell Jacobs nei cento metri stile libero. Pensieri che fino a poche ore fa erano proibiti anche nei sogni più dolci. E invece è tutto vero. Tutto in 11 minuti. Una goduria infinita, una doccia di gioia e adrenalina. E qui si torna a parlare della rivincita di Gimbo, dell'oro a parimerito col qatariano Mutaz Essa Barshim, "il più forte saltatore di sempre", per dirla con le parole di Tamberi, "uno che quando lo ho conosciuto ho pensato subito fosse un matto. I due, come è noto, hanno scelto di condividere l'oro, così come previsto dal regolamento. Potevano decidere tra uno spareggio e il primo posto pari merito, hanno optato per la seconda. Dalla diretta sembrava fosse il nostro Gimbo quello più propoenso alla doppia medaglia d'oro, ma entrambi hanno poi detto di essere stati subito d'accordo. E come mai, erano d'accordo? Il punto è che i due sono amici veri, per quanto rivali. E soprattutto hanno condiviso un dramma: Tamberi quello dell'infortunio al meeting di Montecarlo, nel 2016, poco prima di partire per Rio, partenza sfumata. Brashim invece due anni dopo, salta il tendine. Un dramma, per un saltatore. E i due si sono consolati, sono stati vicini l'uno all'altro. I due rivali, nel momento peggiore, sono stati l'uno vicino all'altro. Ecco spiegato perché nel momento della scelta, nessuno ha voluto privare l'altro del sogno di una vita, l'oro alle Olimpiadi.

M.Bon. per il "Corriere della Sera" il 2 agosto 2021. Dopo che entrambi avevano fallito l'ultimo tentativo a 2,39, a Barshim e Tamberi il giudice ha chiesto se volevano continuare o meno la sfida. Barshim ha risposto («Possiamo avere due ori?») e quando il giudice ha annuito Gimbo ha detto al collega: «Dai che facciamo la storia insieme». Affare fatto. Mai ai Giochi l'atletica aveva assegnato due ori. Una decisione che sfrutta l'ambiguità della Regola 181 di World Athletics che nei salti da un lato obbliga allo spareggio per l'oro, dall'altro permette alla giuria di accordare il pari merito. Che sarebbe stato concesso per accelerare i tempi: stavano per partire i 100 metri e le luci della pista andavano spente per la coreografia.

Ecco perché Tamberi e Barshim si sono scambiati sul podio le medaglie. Francesco Cofano su La Repubblica il 02 agosto 2021. Gianmarco Tamberi e Mutaz Essa Barshim hanno regalato agli appassionati di sport momenti indimenticabili, che resteranno nella storia delle Olimpiadi. Prima la scelta di condividere l’oro del salto in alto, possibilità contemplata dal regolamento dell’atletica ma senza precedenti in una finale olimpica. Poi, al momento della premiazione, lo scambio delle medaglie con il marchigiano che la infila al collo del campione del mondo in carica qatarino e viceversa. I due sono grandi amici, un rapporto cementato anche dalla sofferenza comune: entrambi infatti si sono rotti il tendine d’Achille all’apice della carriera, hanno sofferto e sono tornati in cima al mondo proprio a Tokyo.

Il Gimbo volante, fratello del mondo che divide il podio con l'amico rivale. Marco Lombardo il 2 Agosto 2021su Il Giornale. Tamberi e Barshim sono legatissimi: entrambi infortunati, entrambi riscattati. Avversari ma gemelli, scelgono l'ex aequo senza spareggi. C'è un libro che spiega tutto, il suo titolo è Sulle ali degli amici. Davvero: bisogna saper volare per capire certe cose, e ci sono attimi in cui, sospeso sul mondo, capisci tutto. Di solito lo si fa con la mente, Gimbo lo fa con la schiena sopra l'asticella. In quel perfetto sincrono in cui il significato dell'esistenza ti è molto più chiaro. No, non è vincere una medaglia: è come lo fai. Se sai dividere, sai anche dominare gli istinti più adulti che noi umani ci portiamo dietro. È un po' come tornare bambini, come quando ti spartivi le caramelle o le figurine, come quando un giudice ti ferma nel momento in cui stai esplodere di gioia dicendoti «aspetta, aspetta: se volete c'è lo spareggio». E il tuo amico Mutaz risponde: «Non possiamo avere un oro a testa?». Ecco: in quella fotografia c'è tutto un sentimento, per cui l'abbraccio immediatamente successivo alla risposta affermativa diventa una conseguenza. Amici, per sempre. Amico, Gianmarco Tamberi. Di Mutaz Essa Barshim, «il più grande saltatore in alto di sempre - dice Gimbo -, Uno che quando l'ho conosciuto, ho subito pensato: ma questo è matto!». Quel matto è stata anche la persona che gli è stata più vicina, e a cui è stato più vicino. E la storia è nota: il maledetto ultimo meeting di Montecarlo 2016, giusto prima di partire per Rio da favorito. Salta la caviglia e tutti i sogni. Due anni dopo la storia si ripete, ma il tendine questa volta è di Barshim. Si sono consolati, si sono curati, si sono spronati, perché essere rivali a volte vuole dire anche non poter fare a meno l'uno dell'altro. Uniti per sempre ora, in quel secondo in cui si sono guardati negli occhi e già sapevano che il destino aveva scelto per loro. Insieme, sul podio, con l'oro, amici. Amico del mondo, l'azzurro volante. Lo si sentiva nell'unico spicchio pieno dello stadio di Tokyo, che a ogni suo salto lo accompagnava con l'applauso ritmato, e a ogni volo esultava felice. Un tifo a senso unico, quello degli atleti dei Giochi, e quando lui ha tirato fuori il gambaletto che 5 anni fa stringeva la sua caviglia e il suo cuore, quel popolo ha sorriso sapendo che non poteva finire diversamente. Sopra era scritto «Road to Tokyo». E diciamolo: era proprio scritto. Amico nostro allora, Gianmarco. Anzi, Gimbo. Come si fa a non voler bene a uno così. Ridevamo con lui, e non certo di lui, quando si presentava ai salti con mezza barba sì e mezza no. O con quella chioma biondo platino che ce lo faceva sembrare ancora più simpatico. Abbiamo sofferto con lui, come se il dolore fosse nella nostra carne. E abbiamo tremato con lui, quando negli ultimi mesi qualcosa stava andando storto: «Dài Gimbo, ancora uno sforzo». Abbiamo saltato con lui, ieri. E provate a dire che non abbiamo pianto, con lui. E per lui. Per l'amico della porta accanto, tenero con la sua Chiara, così come con tutti. Mai fuori posto, sempre positivo, anche nella tormenta. E quando Barshim alla fine dice ridendo «due è meglio di uno!», è lì che comprendi il senso di Gimbo per l'amicizia: «È un giorno che non dimenticherò, che spero di poter raccontare in futuro ai miei figli, se li avrò. E se non li avrò, lo racconterò ai figli di Mutaz...». È proprio in quel momento che anche a noi sembrava di volare.

Marco Lombardo. Caporedattore del “Giornale”, autore, moderatore, formatore e - soprattutto - dinosauro digitale. Ama lo sport e la tecnologia e si occupa di tecnologia un po' per sport. Raccontato sempre TraMe&Tech.

Tokyo 2020, convulsioni e mani al cuore: Gianmarco Tamberi, attimi di paura dopo il trionfo. Libero Quotidiano l'01 agosto 2021. Abbracci agli altri azzurri in particolare con Marcell Jacobs. Un abbraccio ricevuto, mentre gioiva pazzamente dopo l'oro appena conquista dall'atleta portoghese argento nel salto triplo. Poi le foto di rito i complimenti agli avversari: la festa di Gianmarco Tamberi è durata più di un'ora e mezza nella pista di atletica dello stadio di Tokyo, dopo la gara che ha decretato la medaglia d'oro alle Olimpiadi nel salto in alto per l'azzurro. Per qualche secondo, dopo il salto che gli ha regalato l'oro e la successiva esplosione di gioia, qualcuno ha temuto che Gimbo non stesse bene. Sembrava avesse delle convulsioni e poi quelle mani sul cuore hanno fatto pensare male. Ma è stato un pensiero che è durato solo pochi secondo, perché tamberi, invece, era completamente euforico e voleva godersi a pieno il momento, non nascondendo la sua gioia immensa per l'obiettivo raggiunto. Per lui lacrime di gioia dopo la vittoria considerato il rientro da un brutto infortunio alla caviglia. È figlio d’arte: il padre, Marco, partecipò alle Olimpiadi di Mosca del 1980, arrivando in finale. Nel 2012, Tamberi prese parte agli Europei di Helsinki, piazzandosi al quinto posto e guadagnandosi la partecipazione alle Olimpiadi di Londra. Nel 2015, stabilì il suo primo record italiano, ritoccato al rialzo più volte negli anni successivi. E' stato campione del mondo ai mondiali di Portland del 2016. Nello stesso anno, la frattura alla caviglia gli impedì di partecipare ai Giochi di Rio. Nel 2019 era già tornato in forma: ai campionati europei indoor di Glasgow aveva vinto l’oro saltando la misura di 2,32. 

Tokyo 2020, Gianmarco Tamberi? Il sospetto su di lui e la sexy portoghese: subito dopo il trionfo.... Libero Quotidiano l'1 agosto 2021. "Non ci posso credere, ho sognato questo giorno da così tanto tempo... Ho passato ogni tipo di difficoltà pur di riuscirci, avevo questo sogno dentro da così tanto tempo e oggi l’abbiamo realizzato. Dico ‘abbiamo’ perché penso a tutte le persone che l’hanno condiviso con me, tutto il team sanitario (e snocciola il suo team, ndr), con papà, con Chiara che mi è stata a fianco, a messo i miei obiettivi davanti alla sua vita: ce l’abbiamo fatta! Abbiamo vinto le Olimpiadi dopo aver passato un infortunio terribile: io non ci posso credere. Finalmente posso dire che ne è valsa la pena”. Un fiume in piena, sprizza gioia giustamente dal viso Giamarco Tamberi il nuovo campione olimpico di salto in alto. “Ho portato il gesso in pedana, non l’ho mai buttato perché per me significa tutto. Significa il giorno in cui ho deciso di provarci. Dopo l’infortunio ho passato una settimana a letto a piangere per tutti i sogni per cui ho lottato, per tutto il lavoro fatto. Un giorno ho deciso di riprovarci e quel giorno ho fatto scrivere da Chiara (la sua fidanzata, ndr) sul gesso ‘Road do Tokyo”: ‘Proviamoci perché se ci riesco sarà incredibile’. Ed è successo”, ricorda l'atleta parlando dell'infortunio che gli tolse la possibilità di partecipare 5 anni fa alle Olimpiadi di Tokyo dove era uno dei favoriti. La sua è stata una gioia incontenibile. Subito dopo il salto vincente, che gli ha regalato l'oro ex aequo a quota 2,37 con Mutaz Essa Barshim, atleta del Qatar, in ginocchio sulla pista di tartan ha abbracciato la sexy atleta portoghese Patricia Mamona che aveva appena vinto l'argento nel salto triplo femminile. L'atleta portoghese è corsa verso Tamberi avvolta dalla bandiera portoghese e ha stretto in un abbraccio molto sentito proprio l'azzurro incredulo di quello che aveva appena realizzato.

Mario Nicoliello per "il Messaggero" il 2 agosto 2021. Gimbo è salito sul trono del mondo e adesso non vuole abbandonare il suo scettro. Non un oggetto d'oro da mettere al collo, bensì il gesso che aveva coperto il suo piede durante i Giochi di Rio 2016. Gianmarco, cosa si prova in questi momenti? «È pazzesco, ho sentito il cuore che mi esplodeva, un'emozione così forte non l'avevo mai provata. Fino all'altro ieri non sapevo nemmeno se ne fosse valsa la pena. Vincere un oro olimpico, dopo quell'infortunio tremendo vale più di qualsiasi altra cosa».

Lo aveva sognato in questo modo?

«Non vedevo l'ora di fare questa finale, sapevo che qualcosa di magico sarebbe successo. È stato il punto fisso il giorno stesso che ho iniziato la riabilitazione. È stato il mio mantra. Sapevo che c'era la possibilità di riuscirci».

Cosa si prova a condividere l'oro con Barshim?

«Per me è un grande amico, non ho mai nascosto che sia il più forte saltatore di tutti i tempi, ed è l'unico che insieme a me è passato attraverso un infortunio tremendo. Vederlo saltare e vincere l'oro olimpico insieme a me è la cosa più bella che potesse capitare. Non c'è stato bisogno di parlarci, c'è bastato guardarci e darci un abbraccio. Nessuno dei due voleva togliere all'altro la gioia più immensa della propria vita». 

Ha vinto l'oro con un look acqua e sapone?

«Non vedevo l'ora di provarci. Era soltanto il momento di tirar fuori Gimbo. Non Halfshave, non mezza barba, non i capelli bianchi. Niente di tutto questo. Semplicemente me stesso. Ho passato notti insonni. Oggi mi rendo conto che ne è valsa la pena, un sogno che è diventato realtà». 

Quanti sacrifici ha fatto per mettersi l'oro al collo?

«In questi cinque anni ho deciso di mettere lo sport davanti alla mia vita. E anche Chiara, la mia ragazza, ha deciso di mettere lo sport davanti alla sua vita. Le difficoltà e le lacrime sono state veramente troppe. Prima della gara, Chiara mi ha scritto in un messaggio: era tesissima, aveva paura, sperava sarebbe andata come sognavo. Io le ho risposto tu goditi la gara, al resto ci penso io». 

Due ori azzurri in rapida successione. Una cosa pazzesca.

«Non ero nella pelle, non capivo cosa stesse succedendo, avevo vinto e stava per correre Jacobs. Piangevo, ridevo, ero in estasi pura. Quando si sono spente le luci per la presentazione dei 100 metri ho lanciato un urlo incredibile. Credo l'abbia sentito anche Marcell. Da questa serata dobbiamo trarre qualcosa di positivo: non bisogna mai demordere. Se ci credi, le cose si avverano».

Angelo Di Marino per "la Stampa" il 2 agosto 2021. Un urlo. È quello di Gianmarco Tamberi che si annuncia. La sua voglia di raccontare travolge le tv di tutto il mondo che gli chiedono del gesso che porta tra le mani come un trofeo e dell'abbraccio con Jacobs. Risponde raccontando mille volte un'emozione, centellinandola come l'ultima stilla di sudore che ha speso in pedana per vincere l'oro. Gimbo è tornato e ce l'ha fatta. Oro a Tokyo, finalmente. «Ancora non ho realizzato, un'emozione così non l'avevo mai provata. Fino all'altro giorno non sapevo se era valsa la pena fare tutto quello che ho fatto per arrivare a essere qui adesso. Vincere un'Olimpiade così, dopo aver perso quella di Rio per l'infortunio di cinque anni fa, è un'emozione che non rivivrò più nella mia vita: vorrei farla provare a tutti perché è incredibile». 

Un appuntamento con il destino più che una finale olimpica.

«Non vedevo l'ora di fare questa gara perché sapevo che qualcosa di magico sarebbe successo. Ho veramente avuto un chiodo fisso da quando ho iniziato la riabilitazione dopo l'infortunio: Tokyo. Ce l'avevo in testa, era il mio mantra». 

Ex aequo con Mutaz Essa Barshim, fuoriclasse del Qatar. Altro segno del destino.

«Lui è un grande amico, non ho mai nascosto che forse è il saltatore in alto più forte di tutti i tempi. Ha dimostrato in passato di valere delle misure stratosferiche ed è l'unico atleta insieme a me di questa finale che è passato attraverso un infortunio terribile. Siamo grandi amici, in questi anni ci siamo detti un sacco di volte "Ti immagini cosa potrebbe essere salire insieme sul gradino più alto del podio". Ed è successo». 

Il vostro successo passa attraverso un accordo sportivo. Cosa vi siete detti?

«Quando il giudice ci ha chiesto se sapessimo cosa prevede il regolamento (ex aequo o saltare di nuovo tutte le misure già superate, ndr), ci siamo guardati in faccia e poi ci siamo abbracciati. Non potevamo togliere l'uno all'altro la gioia più grande della vita». 

In pista con il gesso che ha portato cinque anni fa. Un modo per esorcizzare il passato?

«Rappresenta quello che ho pensato negli ultimi cinque anni tutti i giorni. Il mio obiettivo è sempre stato provare a vincere l'oro olimpico. In questa giornata, quando mi sono svegliato, ho realizzato che potevo provare a vincerlo. Quindi avevo raggiunto il mio obiettivo, era il momento di tirare fuori solo Gimbo non più Half-shave, capelli bianchi e tutto il resto. Semplicemente Gimbo con tutte le persone che l'hanno sostenuto in questi anni».

Quando è cambiato Gimbo?

«Non è mai cambiato, semplicemente è cresciuto passando attraverso delle cose che non auguro a nessuno. Sono stati cinque anni molto difficili, anni in cui ho deciso di mettere lo sport davanti alla mia vita, la mia ragazza ha deciso di mettere il mio sport davanti alla sua vita. Per questo è una vittoria condivisa. Adesso però posso dire che ne è valsa la pena». 

Dopo tutto quello che è successo, ci saranno altri tre anni di sacrifici per difendere l'oro a Parigi?

«È la prima volta nella mia vita che voglio veramente godermi la vita. Voglio godermela fino in fondo, poi sarà quel che sarà. Ho dimostrato di essere leggermente in forma, non voglio pensare al domani». 

Ha abbracciato tutti dopo la vittoria, fino a imbattersi in Marcell Jacobs che aveva appena vinto un altro oro, quello dei 100 metri.

«Non ero nella pelle, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, mi tremavano tutte le gambe, il cuore mi esplodeva, un'emozione incredibile. Piangevo e ridevo, era estasi pura. Poco prima che partissero i 100, si sono spente le luci e ho fatto un urlo enorme. Credo che Marcell l'abbia sentito e spero di avergli inviato energia positiva. Lui è in una forma spaventosa. Per l'Italia è una giornata che va ricordata per sempre, proprio adesso che stiamo subendo qualcosa di enorme come la pandemia. Queste che stiamo affrontando non sono difficoltà qualsiasi». 

Allora Gimbo, non resta che dare un titolo a tutto questo.

«Non ho vinto l'Olimpiade, ho fatto qualcosa di immenso».

Tokyo 2020, il mental coach di Tamberi: "Questa Olimpiade era il suo sogno e il suo incubo". Camilla Romana Bruno su La Repubblica il 02 agosto 2021. Lavorano insieme dal 2014, due anni prima del sogno infranto di Rio. Una collaborazione nata un po' per caso ma che da allora non si è mai interrotta. Luciano Sabbatini, mental coach di Gianmarco Tamberi, racconta il suo rapporto con Gimbo all'indomani della vittoria dell'oro olimpico nel salto in alto. "Per lui Tokyo 2020 è stata una liberazione, era il suo sogno ma anche il suo incubo. Non ci si crede", afferma soddisfatto e molto emozionato. "La cosa più difficile da gestire di Gianmarco? La sua enorme volontà che a volte superava anche i limiti". 

Chi è Gianmarco Tamberi: l’oro olimpico che voleva giocare a basket e il riscatto a Tokyo dopo l’infortunio. Carmine Di Niro su Il Riformista l'1 Agosto 2021. Una medaglia d’oro che sa di rivincita, di rivalsa contro un destino cinico che cinque anni fa gli aveva impedito di partecipare ai Giochi olimpici di Rio de Janeiro, dove puntava dritto al podio. Gianmarco Tamberi fa la storia del salto in alto italiano conquistando un oro ex aequo col qatariota Essa Mutaz Barshim, fermandosi dopo sette salti senza errori a quota 2.37. ‘Gimbo’ e Barshim, fatta fuori la concorrenza per la più preziosa delle medaglie, si guardano negli occhi e al giudice che chiede se vogliono oltre per lo spareggio dicono "no", potendo iniziare i festeggiamenti. Un oro che ha fatto esplodere di gioia e lacrime Gianmarco, 29 anni di Civitanova Marche, che sulla pedana di Tokyo aveva portato con sé per l’ultimo salto il gesso dell’infortunio patito nel 2016 a Montecarlo, nel corso della quale aveva stabilito il record italiano di 2,39 e che gli costò la partecipazione all’Olimpiade di Rio. Sul gesso campeggiava ancora la scritta "Road to Tokyo 2020", col 2020 cancellato e sotto aggiunto "2021".

LA CARRIERA TRA VITTORIE E INFORTUNIO – Un percorso lungo e pieno di incidenti quello fatto da ‘Gimbo’ per arrivare a conquistare l’oro a Tokyo. Figlio d’arte, il padre Marco fu due volte primatista italiano e si giocò la finale delle Olimpiadi di Mosca del 1980, Gianmarco ha iniziato a frequentare le pedane del salto in alto a 12 anni. Un impegno controvoglia: il neo campione olimpico era infatti più appassionato del basket, che resta ancora oggi la sua "malattia". 

A 16 anni, complice i progressi e il padre, Gimbo sceglie definitivamente il salto in alto, anche perché riusciva già a saltare i 2 metri e 07. 

Nel 2012 inizia la sua carriera di alto livello: a 20 anni finisce quinto agli Europei di Helsinki, stabilendo il minimo olimpico e conquistando il pass per il Giochi di Londra. Nel 2015 migliora per tre volte il record italiano, iniziando col 2.34, passando al 2.35 e finendo in 2.37.

Nel 2016 il primo titolo internazionale, col Mondiale vinto a Portland saltando 2.36, come nessun italiano prima di lui nella specialità. Ma il 2016 è anche l’anno della più grande delusione in carriera: l’infortunio alla caviglia patito al meeting di Montecarlo, dove saltò il suo primato personale a 2.39, gli costò infatti la partecipazione ai Giochi di Rio de Janeiro. Una beffa clamorosa: Gimbo aveva già vinto il meeting, l’infortunio arrivò infatti nel tentativo di andare oltre e superare quota 2.41. 

Gimbo è tornato dopo due anni, nonostante il parere di molti medici di un infortunio troppo invalidante per tornare a gareggiare ad alti livelli. La forza di volontà non è invece mancata a Gianmarco, capace nel 2018 di tornare a saltare a quota 2.33 e di vincere il titolo europeo a Glasgow, in Scozia, con 2.35. 

LA VITA PRIVATA – Gianmarco è fidanzato con Chiara Bontempi e proprio il giorno precedente la partenza per Tokyo le ha fatto una proposta di matrimonio ‘social’, condividendo il video con suoi quasi 200 mila followers su Instagram. 

Gimbo ha anche un passato da batterista: ha suonato infatti nel gruppo ‘The Dark Melody’ con un classico repertorio rock anni Settanta. Studente di Economia all’università Luiss di Roma, è recensente passato dalle Fiamme Gialle alle Fiamme Oro.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Gaia Piccardi per il "Corriere della Sera" il 4 agosto 2021. «Mi sento su un altro pianeta, ancora non ci credo. È un sogno che nemmeno io immaginavo così bello». Chiara Bontempi conosce Gianmarco Tamberi da quando aveva 14 anni, oggi ne ha 26 eppure Gimbo riesce ancora a sorprenderla. Con l'oro olimpico nel salto in alto nell'indimenticabile domenica che, complice Jacobs re dei 100 metri, ha cambiato lo sport italiano, certo. Ma non solo. 

Chiara da dove iniziamo?

«Dall'avvicinamento difficile a un'Olimpiade posticipata di un anno. Vista la stagione estiva, gli alti e i bassi, le difficoltà e i dubbi, io non avevo certezze. Gianmarco, evidentemente, sì». 

Cosa ha scoperto di lui che già non sapesse?

«Sapevo che è un ragazzo sensibile e forte, bello come il sole, dentro e fuori. Non lo immaginavo così forte! La sua concentrazione, la capacità di gestire emozioni così intense mentre l'asticella saliva fino a 2,39… Prima della finale gli ho mandato un messaggio ma le mani mi tremavano, non trovavo le parole. Lui mi ha risposto serafico: goditi la gara, al resto penso io».

Dov'era allo stadio?

«Per le norme anti Covid non ho potuto accedere allo stadio. Ma è stata fatta un'eccezione per la premiazione». 

Nella scelta di non tingersi i capelli né rasarsi a metà la barba c'è il suo zampino?

«Al naturale è la versione che più mi piace di lui: pulito, senza fronzoli, un altro segnale di crescita. Ma anche le sue uscite stravaganti fanno parte della sua personalità giocosa. Gimbo non è mai finto». 

Nella notte del trionfo ha detto: Chiara ha messo la mia vita davanti alla sua.

«Lo scambio è reciproco. Una delle cose che mi piace di Gianmarco è che mi mette sempre al primo posto, mi coccola con dei regalini dopo gli esami, tante piccole cose. Un Natale mi regalò un anellino, lo infilò in una scatolina attaccata a un palloncino che ho dovuto far scoppiare… Nei momenti bui ci stiamo accanto a vicenda». 

Il momento più buio del campione olimpico?

«Dopo l'infortunio, quando ha saputo che la prima operazione non sarebbe bastata: ne serviva una seconda. Lì è stata tosta, l'ho visto vacillare. Però ha sempre saputo risollevarsi. Ci siamo risollevati insieme». 

E ora è in una fiaba.

«Sapevo che dovevamo investire su di noi e su un sogno condiviso, inseguito per 5 lunghi anni. L'ho accompagnato alle visite mediche, dai fisioterapisti, nelle sale d'attesa. Volevo farlo, volevo essere presente. Rifarei tutto. Siamo innamorati, fortunati, in sintonia. Siamo una squadra».

Non resta che parlare della data delle nozze.

«La proposta c'è stata, alla vigilia della partenza, era sui social. La data ancora non c'è: se tutto va bene tra l'estate e l'autunno 2022». 

Il rivale Barshim, con cui ha diviso l'oro di Tokyo, come testimone di nozze?

«Siamo stati al suo matrimonio, in Svezia. Gimbo e Mutaz hanno un rapporto bellissimo, un'amicizia vera, a Firenze siamo stati tutti a cena con i miei. È qualcosa che va oltre lo sport, per questo la loro decisione di condividere la vittoria ha colpito tutti. Quando con Gimbo torneremo sulla terra, penseremo al matrimonio. E Barshim sarà l'invitato d'onore».

Tokyo: Jacobs oro nei 100 in 9''80. (ANSA l'1 agosto 2021) -  Marcell Jacobs è medaglia d'oro nella finale dei 100 metri delle Olimpiadi di Tokyo 2020 in 9''80.

Da corrieredellosport.it l'1 agosto 2021. "Ma che c***o ha i fatto!!" è stata la frase con la quale Gianmarco Tamberi ha accolto la superba prestazione di Marcell Jacobs, primo italiano finalista nella storia delle Olimpiadi nella disciplina 100 metri. Tamberi, impegnato nella finale del salto in alto maschile, ha visto il connazionale sfrecciare e arrivare nel giro di defaticamento, poi lo ha accolto con euforia! Così tanta da essere anche immortalato dalle telecamere a caricare e rendere omaggio al velocista nativo di El Paso, Texas. 

(ANSA l'1 agosto 2021) - "E' stata una gara emozionante, mi ha fatto tornare indietro di sessant'anni. Ho trovato un valido erede...". Livio Berruti si commuove, interpellato al telefono dall'ANSA, nel commentare la medaglia d'oro di Marcell Jacobos. "Mi è piaciuto davvero come ha corso e come ha vinto - aggiunge l'ex velocista italiano, oggi 82enne, campione olimpico dei 200 metri ai Giochi olimpici di Roma nel 1960 - Si è migliorato di gara in gara, dimostrando una grande maturità".

(ANSA l'1 agosto 2021) - "La vita di Marcell è stata un grande sacrificio. È vissuto senza padre e gli ho fatto da papà e mamma. Ha superato tante difficoltà e ora si merita tutto". Sono le prime parole della mamma di Marcell Jacobs, campione olimpico nei cento metri. "Avevo buone sensazioni dopo che avevo trascorso un mese con lui e i suoi fratelli a Tenerife. Da quel periodo sono cambiati i suoi progetti ed è arrivato alla vittoria di oggi", ha aggiunto mamma Viviana che ha seguito la gara con altri parenti e amici dall'albergo di proprietà sulla sponda bresciana del lago di Garda. "Avevo detto che era il nuovo Bolt. Lo ha dimostrato, è il più veloce". 

Dipende dal grado ricoperto nel corpo di Polizia ma anche dai premi. Quanto guadagna Marcell Jacobs, l’uomo più veloce del mondo e primo oro azzurro nei 100 metri. Redazione su Il Riformista l'1 Agosto 2021. Marcell Jacobs nasce in Texas da padre statunitense e madre italiana, con la quale arriva in Italia all’età di due anni. Fino agli undici ha provato diversi sport, decidendo infine di intraprendere la strada dell’atletica. Alle medie è stato bocciato e nonostante la provenienza parla un inglese stentato. Oggi ha 26 anni ed è padre di tre figli, il primo è arrivato quando ne aveva 20. Si allena a Desenzano del Garda, dove ha lavorato duramente per primeggiare nella gara regina dell’atletica leggera, i 100 metri piani. Nella batteria della semifinale ha corso in 9″94 guadagnandosi la prima finale storica per un italiano, segnando già il nuovo record italiano. Il capolavoro arriva in finale dove conquista un oro storico per l’atletica italiana abbassando ancora il tempo a 9″80, stesso tempo di Bolt delle ultime Olimpiadi.

QUANTO GUADAGNA – Marcell Jacobs è un atleta delle Fiamme Oro, gruppo sportivo della polizia di Stato (come anche Gian Marco Tamberi, altro oro olimpico a parimerito con il quatariota Barshim). Lo stipendio dipende dal grado ricoperto nel corpo: un poliziotto semplice incassa circa 1.300 euro, gli atleti ovviamente possono aumentare gli incassi attraverso premi legati ai risultati (ad esempio, una medaglia d’oro a Tokyo vale 180 mila euro: una medaglia d’argento 90 mila euro, una medaglia di bronzo 60 mila euro), ma soprattutto grazie alle varie sponsorizzazioni connesse, per forza di cose, alle performance sportive.

Nel gennaio 2019 Jacobs ha girato uno sponsor per la Nike. Ma oggi, dopo lo storico oro della gara regina dell’atletica, si apriranno le porte di altre aziende che non vedranno l’ora di legare il proprio nome all’uomo più veloce del mondo.

Da "fanpage.it" l'8 agosto 2021. La medaglia d'oro di Marcell Jacobs alle Olimpiadi cambierà completamente la vita del 26enne di Desenzano del Garda. La gloria sportiva e la fama imperitura si tradurranno anche in un arricchimento non solo dello spirito. Il trionfo di dimensione planetaria nei 100 metri a Tokyo – nella specialità regina dell'atletica – è del resto una gemma rarissima che spetta a pochissimi nella storia e va capitalizzata al meglio. Le cifre svelate dal manager di Jacobs danno il senso dell'avvenuta svolta economica. In primis si parte dagli ingaggi per i vari meeting, con valori sempre espressi in dollari, che è la valuta cui ci si riferisce nell'atletica leggera: "Per Jacobs si può arrivare a un ingaggio di 150mila dollari (127mila euro al cambio, ndr) per una gara sui 100 nelle riunioni del circuito Diamond League. Questo vale per i meeting che hanno un budget-atleti di almeno due milioni", quindi i prossimi meeting di Eugene, Losanna, Parigi, Bruxelles, Zurigo. Le cifre tuttavia sono rivedibili al rialzo ulteriore, visto che ogni cosa ha un prezzo per gli organizzatori: "Se gli sconfitti a Tokyo vorranno la rivincita, allora dovranno rimettere mano al portafogli, l'ingaggio è sempre in proporzione al cast". Marcello Magnani è il manager di Jacobs e spiega chiaramente al Corriere dello Sport come tutto sia cambiato in un attimo per il velocista azzurro: "Per contratto Nike, la prima uscita sarà a Eugene il 21 agosto. Dopo lo splendido oro olimpico ci hanno riconosciuto un extra fuori accordo di poco meno di 100mila dollari". Ed anche il contratto con lo sponsor tecnico del baffo, che segue il ragazzo nato ad El Paso, sarà probabilmente rivisto al rialzo dall'attuale milione di dollari (850mila euro circa). Ovviamente non si parla solo di ingaggi per i meeting, ma anche di tutto quello che ruota intorno all'immagine dell'atleta: "Difficile quantificare precisamente il valore totale. Perché sono tante le componenti e non si può pianificare tutto in 24 ore. Non abbiamo fretta, ci vorranno almeno una decina di giorni per metabolizzare questo trionfo e poi esaminare al meglio tutte le possibili opzioni. Comunque siamo tra i 2,5 e i 3 milioni di dollari a stagione, se riusciremo ad intervenire su alcuni impegni che Marcell aveva già sottoscritto". Che Jacobs sia passato in un'altra dimensione, lo spiega chiaramente cosa è successo nelle ore successive al trionfo di Tokyo: "Mi hanno chiamato già in tanti, dalle case produttrici di occhiali sportivi a industrie alimentari come il parmigiano. E c'è stato un interessamento anche da parte della Ferrari. Ma come detto, non c'è fretta. Prima dobbiamo pianificare il futuro di Marcell e in questo processo andrà coinvolto, oltre al diretto interessato naturalmente, anche il suo gruppo sportivo delle Fiamme Oro, con il quale c'è già molta collaborazione". Una nuova vita aspetta Jacobs: non è facile essere una leggenda in movimento.

Jacobs: «Due ori alle Olimpiadi e ora tutti si aspettano che mantenga lo standard: pronto ad accettare la sfida». Gaia Piccardi per “corriere.it” l'8 agosto 2021. «E adesso ho paura di quello che mi aspetta. In Italia, fuori dalla bolla dell’Olimpiade, quando lunedì sera atterrerò a Roma. Ho paura di scoprire come cambierà la mia vita, ma sono pronto». (...) Per non compromettere la rincorsa a Parigi 2024, che per i tempi sincopati dello sport è dietro l’angolo, bisognerà gestirsi con intelligenza, non farsi tirare troppo per la maglietta, continuare a rispettare la regola-Mennea evocata dal d.t. Antonio La Torre («Mangia, riposa, allenati, stai in famiglia»), con qualche accortezza: «Non temo che il successo cambi Marcell: la sua serenità è reale, non di facciata — spiega il d.t. —, però Paolo Camossi, il suo coach, dovrà essere bravo a mettere dei punti fermi nell’allenamento. Tra tre anni, a Parigi, i rivali nei 100 saranno più o meno gli stessi di Tokyo. Marcell può farci di nuovo divertire. Ma va gestito come Federica Pellegrini, che ha sempre delegato tutto al suo management pensando solo ad allenarsi». Il cronometro incalza, i giovani crescono e hanno fretta. «A quasi 27 anni, Jacobs è nel pieno della sua maturità di atleta, valorizzata dal fatto di essere tre volte papà — dice Filippo Di Mulo, responsabile della velocità in Nazionale —. Lo conosco dal 2017, all’epoca bazzicava lungo e sprint infortunandosi spesso, l’abbiamo convinto ad abbracciare solo il gesto della corsa, che è più rotondo, ed ora è stabilmente sotto i 9”90». Nel futuro correrà anche i 200? «Difficile. Significherebbe cambiare modalità di allenarsi, il lavoro andrebbe rivisto in funzione della resistenza. Per me è un centometrista puro. Muscolato ma reattivo, con un’azione di corsa alla Asafa Powell, frequenze elevatissime. Gli americani che si stupiscono dei suoi progressi, studino i suoi risultati: nel 2018 faceva già 10”04, un tempo di tutto rispetto». La patata bollente ora passa a coach Camossi: «Mi riempio di domande, magari assurde: come si allena un campione olimpico? Poi mi rendo conto che è lo stesso Marcell che curo da sei anni, ma di certo le cose cambieranno: inviti, popolarità, gente al campo. Spero che la vittoria ci aiuti: servono più attrezzature, un verricello ad elastico per gli sprint, la possibilità di usare di più la gabbia aerodinamica. Ma, di base, sarà importante fare la stessa vita». Sperando che il primo mal di gola autunnale di Ronaldo non spazzi via i meravigliosi ricordi di un’estate olimpica. 

Il re dell'atletica. “Il mio erede è Marcell Jacobs”, l’incoronazione di Usain Bolt al campione italiano. Redazione su Il Riformista l'8 Agosto 2021. Usain Bolt ha riconosciuto in Marcell Jacobs il suo erede. Il velocista di tutti i tempi si è finalmente pronunciato sul campione italiano, rompendo quell’assordante silenzio. Bolt, il detentore di tre record mondiali (100 metri piani, 200 metri piani e staffetta 4×100), nonché otto volte oro olimpico, in un’intervista al Corriere della Sera commenta i risultati del velocista italiano: “Il risultato di Jacobs è stato straordinario: i 100 metri sono la gara più prestigiosa di tutta l’Olimpiade, dare il meglio di sé nella corsa più importante della stagione è certamente un segno di classe. E poi l’oro anche nella staffetta, wow!”, ha detto al Corsera. “La gara dei 100 metri piani – prosegue Bolt – è stata una gara apertissima, uno sprint di qualità nel quale alla fine tutti e tre i medagliati sul podio hanno fatto il loro personale stagionale”. Il jamaicano ammette di non aver mai sentito nominare il nome di Jacobs fin quando il campione italiano non ha conquistato due ori alle Olimpiadi di Tokyo. Bolt, commentando la performance di Jacobs ammette: “Non lo conoscevo, ma vedo che è fisicamente forte, e l’aver saputo migliorare il suo personale in batteria, semifinale e finale indica che è un vero combattente, mentalmente solidissimo”. Poi uno scambio di raccomandazioni tra campioni. “Goditi il momento, festeggia il giusto, continua a lavorare come stai facendo”, ha detto Bolt, suggerendo a Jacobs di continuare ad allenarsi in Italia. E infine il re dell’atletica consegna ufficialmente il testimone a Jacobs, sesto sprinter europeo della storia a vincere un oro olimpico: “A me non è mai importato nulla della provenienza dei miei avversari. La cosa meravigliosa dell’atletica è che chiunque, sul pianeta, se ha talento può correre veloce. Jacobs l’ha fatto, oggi l’erede è lui”.

Jacobs, Usain Bolt lo incorona: «Straordinario, uno sprinter di gran classe». Gaia Piccardi per “corriere.it” l'8 agosto 2021. A nessun re piace essere spodestato. A volte, i monarchi assoluti capaci di conquistare otto medaglie d’oro in tre Olimpiadi, tollerano male anche l’idea di un erede, benché nel frattempo siano andati in pensione. È il caso di Usain Bolt, il più grande di ogni tempo, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Bolt come valuta la finale dei 100 metri qui a Tokyo?

«Ho assistito a una gara apertissima, nella quale non sarei stato in grado di scegliere un vero favorito. Uno sprint di qualità: alla fine tutti e tre i medagliati sul podio hanno fatto il loro personale stagionale». 

Marcell Jacobs ha fatto di più: oro olimpico ritoccando il record italiano.

«Un risultato straordinario per lui: i 100 metri sono la gara più prestigiosa di tutta l’Olimpiade, dare il meglio di sé nella corsa più importante della stagione è certamente un segno di classe. Congratulazioni a lui e all’Italia, che si è presa pure l’oro della staffetta, wow!». 

Dica la verità: prima di Tokyo aveva mai sentito nominare Marcell Jacobs?

«Ammetto di no. Non ricordo nemmeno di averlo mai incontrato» 

Marcell racconta di un fugace incontro nella sala d’attesa del dottor Mueller-Wohlfahrt, medico del Bayern, a Monaco di Baviera.

«Mmmm… Chiedo scusa ma non mi ricordo proprio». 

È dispiaciuto che il suo amico Andre De Grasse si sia dovuto accontentare del bronzo?

«Andre non ha corso male i 100 però ha fatto ancora meglio nei 200, dove ha vinto l’oro. Nei grandi appuntamenti si esalta».

Qual è il più grande talento di Jacobs come sprinter, dal suo punto di vista?

«Vedo che è fisicamente forte e l’aver saputo migliorare il suo personale in batteria, semifinale e finale indica che è un vero combattente, mentalmente solidissimo». 

9”80 è un crono di lusso. Come ci si può migliorare così in fretta?

«La pista di Tokyo è velocissima, guardi anche i record nei 400 ostacoli». 

Quanto margine di crescita ha l’azzurro?

«Non lo conosco abbastanza per poter dire di quanto potrà scendere ancora sui 100 nel futuro». 

Il miglior consiglio che Bolt possa dare a Jacobs?

«Goditi il momento, festeggia il giusto, continua a lavorare come stai facendo». 

Gli suggerirebbe di allenarsi all’estero?

«No, no, per carità: non si cambia mai una formula vincente».

Bolt e le scarpe «magiche» dell’atletica (ma non per tutti): Usain teme di perdere i suoi record Jacobs è solo il sesto sprinter europeo della storia a vincere l’oro olimpico nei 100: questo rende il suo successo ancora più speciale?

«A me non è mai importato nulla della provenienza dei miei avversari. La cosa meravigliosa dell’atletica è che chiunque, sul pianeta, se ha talento può correre veloce. Jacobs l’ha fatto, oggi l’erede è lui».

Giampiero Mughini per Dagospia l'1 agosto 2021. Caro Dago, Iddio mi ha dato la fortuna di aver visto correre la corsa sui 200 metri di Livio Berruti alle Olimpiadi di Roma del 1960 e vent’anni dopo la corsa sui 200 metri di Pietro Mennea alle Olimpiadi Mosca nel 1980. Mi ha dato adesso l’emozione violenta (ai limiti del pianto) di vedere il 9,84 realizzato sui 100 metri da Marcell Jacobs, un ragazzone italiano nato in America e che è allenato da Paolo Camossi (ex formidabile triplista), fratello della mia cara amica Gaia Camossi che era la più bella delle fanciulle aizzate in Tv dal grande Gianni Boncompagni nel memorabile “Non è la Rai”. Di sicuro il suo tempo, primato europeo della specialità, resterà nella storia dell’atletica non solo italiana. Resterà molto probabilmente come il cippo azzurro il più fluorescente in queste Olimpiadi che finora non ci erano state favorevoli quanto alle prestazioni di molti dei nostri campioni. E tanto più che esattamente com’era avvenuto a Mennea nella finale di Mosca, la partenza di Jacobs era stata orribile. S’era tolto via pesantemente dai blocchi di partenza e nei primi dieci-quindici metri era come se i suoi gamboni stentassero a roteare adeguatamente. Ai quaranta-cinquanta metri il suo motore ha cominciato finalmente a rombare. La seconda metà della corsa l’ha compiuta a una velocità da record assoluto, una gara strapotente dove ha finito per arrivare spalla a spalla con due atleti misurati sul tempo di 9,83, che è un tempo assoluto da medaglia olimpica. Marcell Jacobs è anche lui lassù, sulla vetta della gara la più prestigiosa della specialità che fa da regina dei giochi olimpici. Grazie Marcel e grazie a te, Paolo carissimo. 

La mamma di Jacobs: "La vita di Marcell è stata tutta un sacrificio, ora finalmente ha conquistato il mondo". La Repubblica l'1 agosto 2021.Emozione e felicità di Viviana Masini, madre di Marcell Jacobs, dopo la vittoria dell'oro nei 100 metri a Tokyo 2020: "Sono felicissima, emozionata - dice fuori dall'hotel che gestisce a Desenzano del Garda e dove ha guardato la finale insieme ad amici e parenti - tutta la vita di Marcell è stata un sacrificio, noi eravamo giovanissimi, ci siamo dovuti trasferire in America, poi il padre è stato mandato in Corea quando Marcell aveva un anno. Gli ho dovuto fare da padre e madre, ha avuto anche problemi fisici da piccolo. Ora però finalmente può godersi la vita dopo tutti i sacrifici, ora ha davvero conquistato il mondo" 

Da corriere.it il 2 agosto 2021. Viviana Masini, la mamma di Lamont Marcell Jacobs, con in braccio il nipote mentre guarda con amici e parenti, dal suo hotel Florence di Manerba (Brescia), il record olimpionico del figlio. La gioia è incontenibile.

I riti della mamma di Jacobs sulle prime scarpette del centometrista: ''Ho chiesto all'universo di aiutarlo''. Edoardo Bianchi su La Repubblica l'1 agosto 2021. “Da quando sono cominciate le olimpiadi, per mettermi in contatto con lui faccio sempre un rito: accendo un incenso sulle sue prime scarpette da corsa prima di una staffetta… ha funzionato, ha vinto”.Con queste parole la madre di Marcell Jacobs, Viviana Masini, mostra con fierezza l’angolo dedicato al figlio all’interno dell’albergo di famiglia, dopo la vittoria dell'oro nei 100 metri a Tokyo 2020. "Quando ha tagliato il traguardo per primo ho provato tanta felicità per lui perché ne ha passate tante e questa vittoria se la è meritata”.“Il suo segreto - ha proseguito la mamma -  è rappresentato dal suo punto debole: le intolleranze. Quando era piccolo non poteva mangiar male e ricordo che andava ad annusare le carte di cioccolato perché non poteva mangiarlo. Ancora oggi segue una dieta rigida e una vita di sacrifici, questa vittoria se l'è meritata”. 

La gioia incontenibile di Nicole Daza, compagna di Jacobs: ''Abbiamo vissuto tutto insieme: le vittorie e le cadute''.  La Repubblica l'1 agosto 2021. Un urlo di felicità quello di Nicole Daza, la compagna del campione olimpico Marcell Jacobs, nel momento della vittoria dell'azzurro. In braccio la piccola Meghan e un'esultanza incredibile. "Abbiamo vissuto tutto insieme - racconta Daza al Tg1 - sia le cadute che le vittorie, ma è sempre più forte".

Gaia Piccardi per corriere.it l'1 agosto 2021. Le scarpe in mano, la barbetta elettrica, i muscoli ancora pieni della memoria di cento metri all’Olimpiade divorati ritoccando il suo stesso record italiano (da 9”95 a 9”94), un centesimo che nello sprint vale tutto l’oro del mondo. Come hai corso, Marcell? “Mmmm… benino”. Il nuovo Jacobs — quello che oggi, domenica, ha fatto la storia, vincendo la medaglia d’oro alle Olimpiadi stabilendo il nuovo record europeo con 9”80 — non si accontenta mai, non ha confini, davanti solo un rettilineo su cui scaricare il talento dono di papà Lamont, ex militare americano del Texas, ex militare dell’Us Army ala base di Vicenza, e mamma Viviana, che il giorno dopo l’impresa in batteria ai Giochi di Tokyo aveva rivelato il piano segreto del figlio: «L’obiettivo di Marcell è scendere sotto 9”90». Obiettivo già raggiunto, in semifinale. Un’enormità, una primizia assoluta per uno sprinter azzurro, Pietro Mennea è l’antenato e Jacobs il degno erede («Anche se non l’ho mai conosciuto, ne ho sempre ammirato la fame, gli allenamenti e la voglia di portare in alto l’Italia con l’etica del lavoro» spiega Marcell). 

Il fuoco dello sprinter. Marcell non è uno da voli pindarici: «Il tempo che ho in mente non lo rivelo - ci aveva detto sabato notte nella pancia dello stadio olimpico -, sennò poi, con quello in testa, mi limito». Il cambiamento dell’uomo di El Paso (è nato in Texas 26 anni fa), cresciuto a Desenzano del Garda da quando aveva un anno e mezzo («A 18 mesi ero in Italia, i miei figli sono nati qui, mi sento italiano in ogni cellula del mio corpo, tanto che con l’inglese sono in difficoltà!»), in questa stagione è stato netto. Jacobs era lo sprinter potente e talentuoso che non riusciva mai a scaricare tutti i cavalli sul tartan, perdeva i confronti diretti con Filippo Tortu (anche lui arrivato in semifinale qui a Tokyo: dove però si è fermato), aveva sempre una scusa buona a cui aggrapparsi: la fitta, il risentimento muscolare, la congiuntura astrale sfavorevole. Quando lo scorso marzo si è presentato agli Europei di Tortun, in Polonia, per prendersi l’oro indoor nei 60 metri in 6”47 (miglior prestazione mondiale e nuovo record italiano), si è capito che il fuoco covava sotto la cenere del vecchio Jacobs. Uno sprinter diverso, più consapevole e maturo, finalmente in grado di convogliare l’emotività nei canali giusti, trasformarla in energia positiva e carburante per il motore. 

Il padre, i dissidi e la riconciliazione. Da lì, Marcell non si è più fermato: un primo record italiano (soffiandolo a Tortu) in 9”95 il 13 maggio a Savona, ritoccato in 9”94, poi 9”84, infine 9”80 nelle notti di Tokyo, il confronto vinto con il mondo a Montecarlo, in Diamond League, dove subito prima dell’Olimpiade l’azzurro si è piazzato terzo dietro Baker e Simbine, lasciandosi alle spalle quel Bromell che sognava di diventare l’erede di Bolt: e invece. La storia di Marcell Jacobs, un rapporto difficile con il padre fino a una guaritiva riconciliazione che ha pacificato l’uomo e — non a caso — liberato l’atleta («Non è ancora tutto risolto però almeno adesso ci parliamo: il traduttore di Google mi dà una mano con l’inglese…»), è raccontata dai tatuaggi che ha sul corpo. La Rosa dei venti, le date di nascita dei sui figli (ne ha tre), una scritta inneggiante l’amicizia, una tigre che ben lo rappresenta. Aveva cominciato come lunghista, con l’aiuto di un team solido (il coach Paolo Camossi ma anche la mental coach Nicoletta Romanazzi, figura chiave nella trasformazione del ranocchio in principe) si è evoluto in un meraviglioso sprinter che oggi è riuscito a fare ciò che a nessun atleta azzurro nella storia di Olimpia era mai riuscito. Correre veloce. Anzi, velocissimo. Più di tutti.

Tokyo 2020, "dopo la semifinale...". Quel dettaglio nella corsa di Marcell Jacobs: cosa c'è dietro il più pazzesco dei trionfi. Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. Sì, è tutto vero: l'uomo più veloce al mondo è un italiano e si chiama Marcell Jacobs. Oro olimpico nei 100 metri a Tokyo 2020 con il tempo di 9,80. Jacobs è nell'ordine: il primo azzurro ad arrivare in una finale olimpica, il primo azzurro a conquistare una medaglia nei 100 metri e, ovviamente e soprattutto, il primo a vincere l'oro. Insomma, è già storia. Così come è storia, da tempo, Livio Berruti: nel 1960, a Roma, vinse l'oro nel 200 metri, scrivendo anche il record del mondo. E ora, intervistato da Repubblica, Berruti parla dell'impresa di Jacobs. Si dice "emozionato", ma non stupito: "No no, me lo aspettavo. Ho capito in semifinale che Marcell aveva ancora tante cartucce da sparare. Per come aveva corso, nonostante una partenza non perfetta e un arrivo decontratto. C'erano i margini. E in finale quei margini se li è divorati". Quando fanno notare a Berruti che dalle sue parole emerge una grande ammirazione per Marcell, lui subito conferma: "Sì, per la sua maturità tecnica e agonistica. Ma soprattutto per la sua capacità di vincere le difficoltà di una vita che non è stata semplice. Lo sport sa farti tanto male. Poi però ti regala momenti in cui quel male ti sembra nulla rispetto alla gioia che stai vivendo", conclude un commosso Livio Berruti. 

Marcell Jacobs, lo sfogo della madre: "La sua vita tutta un grande sacrificio", le accuse al padre del campione. Libero Quotidiano l'01 agosto 2021. Marcell Jacobs oro olimpico nei 100 metri di atletica a Tokyo 2020 ha ricevuto, ovviamente, anche i complimenti della mamma. La donna è in lacrime dopo la gara. "La vita di Marcell è stata un grande sacrificio. E' vissuto senza padre e gli ho fatto da papà e mamma. Ha superato tante difficoltà e ora si merita tutto. Queste le prime dichiarazioni di mamma Viviana al suo Marcell. "Avevo buone sensazioni dopo che avevo trascorso un mese con lui e i suoi fratelli a Tenerife. Da quel periodo sono cambiati i suoi progetti ed è arrivato alla vittoria all'Olimpiade", ha rivelato la signora Viviana che ha seguito la gara con altri parenti e amici dall'albergo di proprietà sulla sponda bresciana del lago di Garda. "Avevo detto che era il nuovo Bolt. Lo ha dimostrato, è il più veloce", si compolimenta con il figlio con tutta la gioia che può avere una mamma per un successo così importante e storico raggiunto da un figlio.

Marc Jacobs, chi è l'uomo più veloce al mondo: il texano che non parla inglese e la drammatica rottura col padre. Libero Quotidiano l'01 agosto 2021. Marcell Jacobs ha fatto la storia, vincendo la medaglia d’oro alle Olimpiadi nei cento metri piani di atletica leggera stabilendo anche il nuovo record europeo con 9”80. Lo sprinter azzurro ha una storia alle spalle degna di un film. Papà Lamont, ex militare americano del Texas, ex militare dell’Us Army alla base di Vicenza, e mamma Viviana lo hanno fatto nato nascere a El Paso, in Texas 26 anni fa, ma il piccolo Jacobs è poi cresciuto a Desenzano del Garda da quando aveva un anno e mezzo: "A 18 mesi ero in Italia, i miei figli sono nati qui, mi sento italiano in ogni cellula del mio corpo, tanto che con l’inglese sono in difficoltà!", ha detto dopo i primi risultati sportivi che lo hanno portato alla ribalta come possibile speranza in una disciplina (la velocità) in cui l'Italia da tempo non esprimeva talenti. All'improviso, invece, ecco Filippo Tortu, eliminato in semifinale, e poi Marcell Jacobs. Jacobs, ricorda il Corriere della Sera, "era lo sprinter potente e talentuoso che non riusciva mai a scaricare tutti i cavalli sul tartan, perdeva i confronti diretti con Filippo Tortu aveva sempre una scusa buona a cui aggrapparsi: la fitta, il risentimento muscolare, la congiuntura astrale sfavorevole". Poi a marzo 2021 gli Europei di Tortun, in Polonia, il primo oro indoor nei 60 metri in 6”47 (miglior prestazione mondiale e nuovo record italiano). Da lì non si è più fermato: un primo record italiano (soffiandolo proprio a Tortu) in 9”95 il 13 maggio a Savona, ritoccato in 9”94, poi 9”84, infine 9”80 a Tokyo, l'ottima prestazione di Montecarlo, in Diamond League, prima dell’Olimpiade, piazzandosi terzo dietro Baker e Simb. Ma Jacobs ha una storia privata che vale la pena essere raccontata: un rapporto difficile con il padre, con una riconciliazione in età adulta che è stata fondamentale anche per la sua carriera. "Non è ancora tutto risolto però almeno adesso ci parliamo: il traduttore di Google mi dà una mano con l’inglese…". Un corpo fatto per l'atletica, costruito in anni di allenamenti che è anche un omaggio alla sua famiglia con tatuaggi con la Rosa dei venti, le date di nascita dei sui figli (ne ha tre), una scritta inneggiante l’amicizia e una tigre.

Claudia Guasco per "il Messaggero" il 2 agosto 2021. Il figlio del vento viene da un paese, Desenzano del Garda, dove le brezze sono la specialità locale. È nato a El Paso, negli Stati Uniti, da papà americano eppure il suo inglese è così e così, «a scuola strappava un sei», racconta la mamma. Ciò che ha fatto a Tokyo è il risultato di abnegazione, duro lavoro e anche di una sorta di pacificazione con se stesso e le proprie origini. Bisogna regolare i conti con il passato per guardare al futuro con mente sgombra. E finalmente eccolo qui Jacobs, che si fa chiamare Marcell ma il suo primo nome è Lamont, come il padre militare con cui non ha mai avuto contatti fino a 13 anni «perché non avevamo niente da dirci» e adesso lo incoraggia con un messaggio prima delle batterie. La madre Viviana Masini gli ha parlato tra la semifinale e la finale. Le ha detto: «Non ti preoccupare mamma, so cosa devo fare. Vado». In quel momento lei ha capito che mettere le bottiglie in frigo per il brindisi era un gesto previdente, non una sfida alla sorte. Che ha comunque contrastato accendendo preziosi incensi dono del figlio. «Il giorno prima sembrava teso, bloccato, pareva di ghiaccio. Alla vigilia della gara decisiva, invece, era molto più rilassato, con quell'aria di sfida un po' da presa in giro, sta' a vedere che scherzetto ti combino. Quando l'hanno inquadrato ai blocchi di partenza era molto concentrato e determinato, le sensazioni erano positive». E Marcell è corso a prendersi l'oro. All'Hotel Florence di Manerba gestito da Viviava è festa grande, ci sono il fratello, i nipoti, gli amici, il Franciacorta e la torta al cioccolato. È l'ora del successo e del riscatto. «Quella di Marcell è stata un vita di grande sacrificio. È nato quando io avevo 18 anni e il papà 20, ci siamo dovuti trasferire in America, poi il padre è stato mandato in Corea quando Marcell aveva un anno, gli ho dovuto fare da padre e madre, ha avuto anche problemi fisici da piccolo. Finalmente può godersi la vita dopo tutti i sacrifici, ha davvero conquistato il mondo. Vedo il nuovo Usain Bolt». Il clic è arrivato nell'ultimo anno, riflette la mamma. Prima la testa e il cuore, poi i risultati in pista. «Doveva fare un mese di ritiro a Tenerife e abbiamo deciso di andare tutti. Io, i fratelli, la compagna Nicole e i bambini. Avere con sé la famiglia gli ha dato tantissimo, è tornato con una grande carica. Sono cambiati i suoi progetti, è stato un crescendo. Gli europei, il record italiano, la medaglia a Tokyo». Periodi belli, altri meno ma come dicono qui nel bresciano «mola mia», non mollare. Ad aprile 2020, durante il lockdown più cupo, non ha perso un giorno di allenamento, correndo sui novanta metri di rettilineo di tartan che un atleta master, il commercialista Alberto Papa, si è costruito nel giardino di casa dietro l'angolo dell'albergo di Viviana Masini. E ancora, riavvolgendo il gomitolo del tempo, gli infortuni «sempre risolti con tenacia», riflette la mamma, i record con il salto in lungo, i debutti sportivi a dieci anni con il calcio e il basket e poi l'avvicinamento all'atletica sulla pista di Desenzano con il tecnico Gianni Lombardi, storico organizzatore del meeting Multistars. «Su questo tracciato ha fatto i primi scatti della sua vita», dice un po' commosso il sindaco Guido Malinverno. «Marcell è una persona umilissima e dolcissima. Non è mai cambiato nonostante i risultati importanti che ha ottenuto. Questa medaglia d'oro è un premio alla sua tenacia». Il pregio di Marcell? «La bontà», assicura la madre. Il suo difetto? «Sempre la bontà, tante volte non riesce a dire di no». Il primo impatto può essere faticoso, «quando lo conosci sembra una persona chiusa, poi si lascia andare ed è un amico sincero e disponibile. Era così anche da piccolo, sempre dalla parte dei più deboli. Ora è un papà premuroso con i suoi tre figli, pur di vederli viaggia di notte». Da tre anni, trascorre parte dell'anno a Roma, nel quartiere Fleming, a un passo dall'Acqua Acetosa. Il suo impatto con la Capitale è stato difficile, oggi la adora, tanto da essersi tatuato il Colosseo. Ieri Nicole ha annunciato che il 17 settembre si sposeranno. Insomma, c'è ancora tanto da fare. Il nonno lo chiamava Motoretta, perché non stava mai fermo. E da allora di strada ne ha fatta tanta. 

Papà texano, vive a Desenzano e si allena con le Fiamme Oro. Chi è Jacobs, l’azzurro che vince i 100 mt in 9.94 con il record italiano. Tortu lo raggiunge in semifinale. Gianni Emili su Il Riformista il 31 Luglio 2021. All’anagrafe il suo nome è Lamont Marcell Jacobs, e il suo numero 9″94. L’azzurro scrive un altro capitolo di storia dell’atletica italiana a Tokyo 2020. Batte il record nazionale dei 100 metri piani, abbassando il suo stesso miglior tempo di un centesimo di secondo rispetto al primato nazionale ottenuto al meeting di Savona del 13 maggio scorso. Il velocista classe ’94 ferma il cronometro a 9”94 (che sia il suo numero fortunato?), dominando la propria batteria, mai nessun azzurro come lui. Nasce a El Paso, Texas, negli Stati Uniti. La sua altezza è 188 centimetri per 79kg di peso e fa parte del gruppo sportivo delle Fiamme Oro, la sua prima società è stata la Desenzano Sport. Proprio a Desenzano del Garda è cresciuto, trasferendosi da bambino con la famiglia. Le sue origini sono italiane, vista la mamma italiana. Il padre, invece, è texano. Cresciuto in Italia con l’atletica nel sangue. Si è avvicinato allo sport praticando la pallacanestro e subito dopo si è lasciato conquistare dal calcio, che ha fatto emergere le sue grandi doti da velocista. Sulla pista di Desenzano del Garda ha affinato il suo talento, prima nel salto in lungo. Infatti nel 2013, prima di un infortunio al piede, ha migliorato con un 7.75 il primato juniores che resisteva dal 1976. Sulla capitale nipponica si è abbattuto un vero e proprio ciclone azzurro con una di quelle prestazioni da incorniciare che fanno sognare tutti i tifosi. Tra quelle di tutti i ventiquattro solo il canadese Andre De Grasse fa meglio fermando il cronometro a 9”91. Ma a questo punto è lecito sognare, il gardesano può puntare al podio. Possiamo dirlo a voce alta. Insieme lui avanza in semifinale Filippo Tortu, uno che quando conta tira fuori la grinta del campione e si trasforma. Reduce da mesi difficili, corre in 10”10 stabilendo il personale stagionale e arriva quarto nella propria batteria ma avanza comunque con il migliore secondo tempo tra i ripescati. L’Italia sta diventando un Paese di grandi sprinter? Presto per dirlo ancora ma alle semifinali di domani previste per le 12.15 ci sarà da divertirsi. Gianni Emili

Olimpiadi Tokyo 2020, Marcell Jacobs: chi è il velocista italiano che ha vinto l’oro nei 100 metri piani. Ilaria Minucci l'01/08/2021 su Notizie.it. Chi è Marcell Jacobs, il velocista italiano che ha vinto per la prima volta la medaglia d’oro nei 100 metri piani alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Il velocista Marcell Jacobs ha vinto la medaglia d’oro nei 100 metri delle Olimpiadi di Tokyo 2020: è la prima volta che un atleta italiano vince una medaglia in questa specialità. Nella giornata di domenica 1° agosto, il 26enne Marcell Jacobs ha riscritto la storia dell’atletica leggera italiana non soltanto fissando un nuovo incredibile record personale ed europeo ma anche riuscendo a conquistare per la prima volta un titolo in una disciplina che non aveva mai visto, sinora, l’Italia trionfare. Alle Olimpiadi di Tokyo 2020, infatti, Marcell Jacobs è stato il primo velocista italiano a vincere la medaglia d’oro in occasione della finale dei 100 metri piani, portando l’Italia a raggiungere un traguardo glorioso e inaspettato. Oltre al primato della vittoria e al suo trasformarsi in leggenda per quanto riguarda l’atletica leggera italiana, Marcell Jacobs ha anche segnato nuovi record personali, italiani ed europei. Durante la semifinale, disputata poche ore prima della finale, il velocista si era classificato terzo e aveva registrato un nuovo record europeo di 9”84, battendo quello fissato nel 2004, rimasto in vigore per 17 anni. Tuttavia, partecipando alla finale, il tempo personale di Marcell Jacobs è ulteriormente calato e la medaglia d’oro è stata conquistata con 9”80. Circa due mesi fa, inoltre, il velocista aveva corso i 100 metri in appena 9”95, fissando il nuovo record italiano in occasione del Meeting internazionale di Savona. Il risultato raggiunto si è attestato anche come il sesto miglior tempo stagionale al mondo. Inoltre, Marcell Jacobs è diventato anche il secondo atleta azzurro capace di scendere sotto i 10 secondi. Il primo fu Filippo Tortu che, purtroppo, non è riuscito a qualificarsi per la finale dei 100 metri delle Olimpiadi di Tokyo 2020. Lamont Marcell Jacobs, nato a El Paso (Texas, Stati Uniti d’America) il 26 settembre 1994, è un velocista italiano che ha conquistato il titolo di campione europeo indoor dei 60 metri piani a Torun 2021 e di campione olimpico a Tokyo 2020 nei 100 metri piani. Oltre a registrare un nuovo record con le Olimpiadi, Marcell Jacobs detiene anche il record nazionale nei 60 metri indoor con i 6”47 corsi all’europeo di Torun 2021.

Marco Calabresi per il "Corriere della Sera - Edizione Roma" il 2 agosto 2021. C'è un po' di Roma nella medaglia d'oro di Marcell Jacobs. Il neocampione olimpico vive al Fleming e il giorno in cui la Capitale ha accolto lui e la compagna Nicole (la coppia ha due bambini, Anthony e Meghan, Marcell ha un terzo figlio, Jeremy, nato da una precedente relazione) è stato quello in cui la rincorsa al trionfo di Tokyo ha avuto un'accelerata degna dei suoi 100 metri. Nicole, origini sudamericane, è di Novi Ligure, «ma ho visto la finale a Genova, a casa di una mia carissima amica, con mia sorella e tanti parenti. Può immaginare l'atmosfera». 

Ce la racconta?

«Durante la gara avevo Anthony in braccio, quindi non sono né saltata sul divano né corsa verso la tv. Ma poi ci siamo abbracciati tutti».

Vi siete sentiti subito dopo la gara?

«Sì ma era impegnatissimo, il telefono gli stava esplodendo. Gli ho detto "ti amo", poi è dovuto andare al controllo antidoping». 

Lei ha vissuto tutto l'avvicinamento a questo oro: se lo aspettava?

«Devo essere sincera, sì, specialmente dopo aver visto il tempo in semifinale. E poi ripensando a quante ore è stato in pista e in palestra. Se lo meritava perché è il numero uno, il mio numero uno». 

Come vi siete conosciuti?

«In discoteca, a Milano. È stato amore a prima vista: non lo conoscevo come atleta, poi mi sono appassionata allo sport. Adesso i 100 metri li capisco (ride, ndr)». 

E come vi trovate a Roma?

«Si sta da dio. Abbiamo trovato la nostra stabilità, il nostro equilibrio, e poi si può uscire di casa a qualsiasi ora e si trova qualcosa aperto». 

Pensa che da ieri la vostra vita cambierà?

«In futuro non lo so, ma da ieri siamo stati entrambi tempestati di messaggi e chiamate. Ma era quello che Marcell voleva: mi dice sempre "voglio farvi vivere bene e portare qualcosa a casa"». 

Progetti a breve termine?

«L'8 agosto tornerà in Italia, e insieme ai nostri figli passeremo un po' di tempo a Cancun, in Messico».

I bambini hanno capito qualcosa di quello che ha combinato il papà?

«Purtroppo no, sono piccoli. Solo Anthony ha iniziato a gridare "daddy, daddy", perché quando vede il papà impazzisce. Appena cresceranno un po', gli mostreremo tutti i video e le foto». 

C'è stato un momento in cui Marcell ha pensato di non essere all'altezza dei giganti dei 100 metri?

«È stato sempre convinto della sua forza. Quando è caduto si è rialzato ed è stato più forte di prima. L'apporto della sua mental coach Nicoletta Romanazzi è stato fondamentale: già da tanto tempo era pronto per fare un buon tempo, ma psicologicamente non aveva la sicurezza. La ringrazio ogni giorno per quello che fa. Ora Marcell è libero di mente: non litighiamo mai, e io lo lascio il più possibile nel suo mondo». 

Ma com'è Marcell a casa?

«Di cucinare non se ne parla proprio. Prima puliva, adesso meno. Esce di casa, si allena, e poi si gode la famiglia a casa. È un papà modello». 

Hobby condivisi?

«Fare shopping, tanto, poi guardare la Formula 1. Marcell è pazzo di Hamilton».  

Da huffingtonpost.it il 2 agosto 2021. “Un oro olimpico cambia la vita di un atleta, quello dei 100 metri cambia la sua e quella di altre tre generazioni di suoi eredi”. Gli esperti di marketing sportivo da sempre raccontano questa equazione. Se è fondata lo scoprirà presto Marcell Jacobs, che si ritrova proiettato in un lampo durato 9″80 in una dimensione globale, con tutto quello che comporta sul piano economico. A renderlo ricco non sarà certo il premio di 180 mila euro lordi, tassati al 42%, che gli darà il Coni per la vittoria di Tokyo, ma tutto quello che ruota intorno alla sua impresa. Negli Stati Uniti già quantificano gli effetti immediati del suo successo: un sito specializzato Usa ha infatti calcolato che a breve termine la vittoria nei 100 frutterà a Jacobs, bel personaggio contemporaneo che da subito può avere forte impatto in campi come la moda o la corretta alimentazione, 5 milioni di dollari. D’altra parte, nel giro di una sola notte, ha aumentato da 144 mila a 463 mila il numero dei suoi followers su Instagram, che si prevede raggiungano il milione nel giro di pochi giorni. La gara per antonomasia dei Giochi regala visibilità mondiale a ogni atleta: basti pensare alla ‘production show’, ovvero la presentazione spettacolare dei protagonisti della finale dei 100 nello stadio Olimpico di Tokyo, come fossero eroi. Jacobs ha fatto il resto, sprintando in quel modo e con un tempo ‘alla Bolt’, e adesso è diventato simbolo di velocità ed energia a livello mondiale. Soltanto sulle piattaforme olimpiche in 124 milioni lo hanno visto trionfare: non ci vuole molto a capire cosa significhi questo in termini di valorizzazione del proprio brand, un aumento esponenziale che può muovere a grandi campagne sul mercato mondiale e non su quello molto più angusto nazionale. A gestire il nuovo fenomeno, se non ci saranno novità, sarà il suo attuale manager Marcello Magnani, che si occupa degli aspetti sportivi e di quelli legati alle partecipazioni ai meeting, mentre a quelli commerciali provvede la Doom Entertainment, agenzia di cui è socio uno che di fenomeni social e influencer se ne intende, ovvero Fedez. La Doom  ricerca per i suoi clienti opportunità commerciali, di marketing e sponsorizzazioni ed è facile pensare che per Jacobs non avrà problemi. Di sicuro aumenterà il suo cachet per partecipare ai vari meeting. Se il fenomenale Usain Bolt chiedeva 300 mila dollari di gettone, Jacobs potrà chiederne almeno 150mila, che in eventi come il Golden Gala torneranno indietro, così come succedeva con Bolt, in termini di presenze di spettatori che vorranno assistere dal vivo alle prodezze del re degli sprinter e di Gianmarco Tamberi, un altro che vedrà decollare introiti da sponsor ed ingaggi. E infatti i due in queste ore compaiono assieme in varie storie social, quasi a voler ribadire anche il concetto di “Two is better than one” caro a tanti pubblicitari. Ma "licensing", marketing, e soprattutto globalizzazione, perché Jacobs non è più un simbolo spendibile solo sul mercato italiano, sono tutti concetti con cui dovrà prendere confidenza. Solo da un main sponsor (come sono tuttora Gatorade e Hublot per Bolt) e da quello tecnico personale, che per l’azzurro è la Nike, di cui ieri indossava le superscarpe, potrebbe ricavare tre milioni e mezzo di euro all’anno: l’altro sprinter Tortu, ad esempio, ha uno sponsor principale da 200 mila euro all’anno, evidente che Jacobs ora vale molto di più ed ha praticamente decuplicato il suo appeal. In più l’azzurro girerà spot per altri prodotti e farà "ospitate" varie. Certo non raggiungerà i 34 milioni all’anno che, fonte Forbes, guadagnava il giamaicano fino al giorno del ritiro, con clausole legate al rendimento nelle gare (che peraltro ci saranno anche per Jacobs, l’anno prossimo ci sono i mondiali a Eugene), ma l’avvenire pare assicurato. E godranno dell’effetto traino, non solo in termini di praticanti giovani che sogneranno di emulare il re dei 100, la federazione italiana di atletica e le Fiamme Oro, gruppo sportivo della Polizia: i rispettivi sponsor tecnici, come sono ora Asics e New Balance, presumibilmente dovranno aumentare le cifre che pagano per far sì che Jacobs e compagni indossino ancora indumenti con i loro marchi, ma l’investimento avrà un ritorno di immagine almeno fino a Parigi 2024. Insomma, quella del velocista di Desenzano, è stata un’impresa da cui guadagneranno in tanti. Anche se - come è giusto che sia - il jackpot milionario è tutto suo.

Tokyo 2020, Marcell Jacobs e la lesione che lo ha fatto vincere: una clamorosa rivelazione dal passato. Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. Da un giorno a questa parte non si fa che parlare di lui, Marcell Jacobs, che ha trionfato nei 100 metri a Tokyo 2020. L'atleta azzurro ha battuto il record europeo con un tempo di 9,80 secondi. Entrando così nella storia. La sua è una conquista in parte dovuta anche a un infortunio risalente al 2017. Subì una lesione al bicipite femorale mentre si allenava nel salto in lungo, la disciplina che praticava in passato. Proprio lo stop causato da quel problema fisico, però, lo ha poi convinto a concentrarsi sulle prove di velocità. Dopo la vittoria e l'abbraccio con Gianmarco Tamberi, campione del salto in alto, Jacobs si è concesso a giornalisti e telecamere. E quando gli è stato chiesto a chi volesse dedicare la medaglia, il suo primo pensiero è andato al nonno materno: "La dedico a lui, che ha sempre creduto in me". Tra l'altro una curiosità sul velocista di Desenzano sul Garda è proprio legata al nonno, che da piccolo lo chiamava "motoretta". Marcell infatti era un bimbo iperattivo, difficile da tenere fermo. Ad accompagnarlo nel suo percorso verso l'oro olimpico sono state principalmente sua mamma Viviana e la sua compagna Nicole insieme ai suoi tre figli. Ed è proprio sulla futura sposa di Jacobs che si sono concentrate tutte le attenzioni dopo il trionfo dell'atleta: non si tratta di una influencer, ha poche migliaia di follower su Instagram e sui social pubblica soprattutto foto di se stessa e dei figli. Prima di conoscere il velocista lavorava all'outlet di Serravalle.

Marcell Jacobs: "Come lo abbiamo fatto scendere sotto i 10''", il segreto svelato da Spazzini. Francesco Fredella Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. I segreti del campione Marcel Jacobs, l’uomo più veloce al mondo che ha trionfato alle Olimpiadi di Tokyo 2020, sono tanti. Oggi è l’atleta più conosciuto e virale. Il più amato e invidiato. Quello che tutti vorrebbero imitare: un vero divo dello sport.  Siamo riusciti a contattare chi ha curato il suo percorso nutrizionale: Giacomo Spazzini, che ha fondato Gs Loft.  “Scendere sotto i dieci secondi era il suo obiettivo”, dice Giacomo Spazzini. Il campione olimpionico ha iniziato un percorso per integrare la parte di preparazione atletica con l’integrazione alimentare. Per farlo, insieme ad un team di esperti - biologi, medici e nutrizionisti - si è affidato a Gs Loft. Ed ha centrato l’obiettivo. Il risultato lo conosciamo. Nel corso dell’ultimo anno Giacomo Spazzini l’ha incontrato più volte. “Abbiamo aumentato di 4 kg la sua massa muscolare e diminuito del 4% la massa grassa in un anno di lavoro insieme. Tutto attraverso la corretta nutrizione. Mangiava per stare in forma, ma serviva di più per il salto di qualità. Abbiamo iniziato un percorso con l’Hybrid metod, che ho fondato personalmente. Grazie alla ciclizzazione dei nutrienti abbiamo risvegliato il suo metabolismo per scendere sotto i 10 secondi”, racconta Spazzini. "E’ stata fondamentale per lui l’alimentazione per ottenere ottimi risultati”, dice Spazzini. “Le proteine sono servite per aumentare l’ipertrofia muscolare, i carboidrati per l’energia e i grassi a sostegno del suo assetto ormonale”. L’uomo più veloce al mondo si circonda di grandi professionisti, tutti italiani. Un vero punto di diamante per il nostro Paese, che trionfa di nuovo. Per l’ennesima volta.

Marcell Jacobs, il trauma del campione: "Quando mi chiedevano chi fosse papà... ecco perché lo odiavo". Libero Quotidiano il 02 agosto 2021. "Pure l’accento è migliorato strada facendo", scherza Marcell Jacobs dopo la telefonata a papà Lamont negli Usa. Un rapporto difficile, assente per anni quello col padre, recuperato soltanto un anno fa.  "Ho incontrato una brava mental coach, Nicoletta Romanazzi, che è entrata nel mio team insieme al mio storico allenatore Paolo Camossi - racconta - con lei ho accettato di lavorare in profondità sulle mie paure e sui miei fantasmi. Non è stato facile: c’è una parte intima che non vogliamo mostrare nemmeno a noi stessi. Però imparo in fretta. Il lavoro psicologico è iniziato a settembre dell’anno scorso e in sei mesi ho ottenuto un oro europeo indoor, il 9”95 di Savona, i tre record italiani ai Giochi e l’oro olimpico in 9”80", confessa il campione olimpico dei 100 metri piani. "Non doveva andare così nemmeno nei miei sogni più sfrenati. Sapevo di essere in condizione, sono rimasto concentrato su me stesso. Dei rivali mi sono accorto solo al traguardo". Una trasformazione dell’atleta che è venuta dopo quella dell’uomo. Un lavoro con la psicologa che, "ha sbloccato ricordi rimossi e liberato rabbia repressa, adesso Marcell ha un rapporto con il padre che lo lasciò a El Paso a pochi mesi per andare in Corea con l’Us Army", ricorda il Corriere della Sera. "A 18 mesi ero in Italia, i miei figli sono nati qui. Mi sento italiano in ogni cellula del mio corpo. Mio padre, da bambino, non lo ricordo. Dal momento in cui con mamma siamo rientrati dal Texas, è cominciata la nostra personalissima sfida a due. A scuola ero in difficoltà. Disegna la tua famiglia, mi diceva la maestra: io avevo solo mia madre da disegnare e ci soffrivo. Chi è tuo papà, mi chiedevano gli amici: non esiste, rispondevo, so a malapena che porto il suo nome. Per anni ho alzato un muro. E quando mio padre provava a contattarmi, me ne fregavo. Lo odiavo per essere scomparso, ho ribaltato la prospettiva: mi ha dato la vita, muscoli pazzeschi, la velocità. L’ho giudicato senza sapere nulla di lui. Prima se una gara non andava bene davo la colpa agli altri, alla sfortuna, al meteo. Adesso ho capito che i risultati dipendono solo dal lavoro e dall’impegno", conclude Jacobs.

Jacobs, l'annuncio che spiazza della compagna Nicole Daza: "Il nostro futuro è negli Stati Uniti". Sofia Gadici su La Repubblica il 02 agosto 2021. Tanta gioia e molte difficoltà, Nicole Daza parla del suo rapporto con il campione olimpico Marcell Jacobs, ancora frastornata dalla vittoria del suo compagno, oro ai 100 metri maschili di atletica leggera a Tokyo 2020. Gli allenamenti, la frustrazione di arrivare secondi e poi il sogno realizzato della medaglia d’oro. Pensando al futuro Nicole immagina gli Stati Uniti, forse una vita in California per lei e Jacobs che amano girare il mondo e che vorrebbero per i loro figli una vita in un altro paese per “conoscere la diversità". 

La mental coach di Marcell Jacobs: "E adesso andiamo a prendere tempi ancora migliori". Sergio Rizzo su La Repubblica il 02 agosto 2021. Il rapporto con la mental coach Nicoletta Romanazzi è uno dei segreti degli enormi miglioramenti ottenuti negli ultimi mesi da Marcell Jacobs, storico, primo oro olimpico italiano nei 100 metri. "Siamo tutti e due ambiziosissimi - spiega la mental coach - e in questo ci siamo trovati perfettamente". Nicoletta Romanazzi segue Marcell Jacobs dallo scorso settembre: "Insieme - dice - abbiamo rimosso tutta una serie di blocchi che non gli permettevano di esprimere tutto il suo potenziale".

L'oro nei 100 metri alle Olimpiadi di Tokyo. “Odiavo mio padre, lo respingevo perché mi aveva abbandonato”: la storia di Marcell Jacobs, l’uomo più veloce del mondo. Antonio Lamorte su Il Riformista il 2 Agosto 2021. Quando era bambino e la maestra gli chiedeva di disegnare la sua famiglia, Marcell Jacobs tracciava con la matita solo la madre, e ci soffriva. L’uomo più veloce del mondo ha costruito il suo successo sulla pista, dai muscoli, e sulla testa, a ricostruire quel rapporto con il padre che quando aveva solo pochi mesi lo lasciò a El Paso, in Texas, per andare in Corea con l’Us Army. “Chi è tuo papà, mi chiedevano gli amici – ha raccontato Jacobs – non esiste, rispondevo, so a malapena che porto il suo nome. Per anni ho alzato un muro. E quando mio padre provava a contattarmi, me ne fregavo”. Jacobs, 26 anni, ha fatto la storia. Niente retorica: primo finalista italiano nei 100 metri alle Olimpiadi e primo Oro. Prima aveva conquistato l’Oro europeo indoor, 9”95 a Savona. Figlio di Lamont, ex militare americano alla base di Vicenza, e di mamma Viviana. È cresciuto a Desenzano del Garda da quando aveva un anno e mezzo. Con la madre. Da piccolo voleva diventare archeologo o astronauta. Prima dell’atletica il calcio e il basket. Il culto di Usain Bolt e l’ammirazione per Pietro Mennea. “Un punto di partenza. Sarebbe impossibile accontentarsi: il vero sogno è conquistare l’oro. Lavorerò finché ho fiato in corpo per questo obiettivo”, aveva detto prima della semifinale e della finale a Il Corriere della Sera. Senza fare i conti con il suo passato non ci sarebbe mai riuscito. Era considerato uno sprinter che non riusciva a scaricare tutti i suoi cavalli sulla pista. Ci è riuscito grazie alla sua mental coach: “Nicoletta Romanazzi, che è entrata nel mio team insieme al mio storico allenatore Paolo Camossi. Con lei ho accettato di lavorare in profondità sulle mie paure e sui miei fantasmi. Non è stato facile: c’è una parte intima che non vogliamo mostrare nemmeno a noi stessi. Però imparo in fretta. Il lavoro psicologico è iniziato a settembre dell’anno scorso e in sei mesi ho ottenuto un oro europeo indoor, il 9”95 di Savona, i tre record italiani ai Giochi e l’oro olimpico in 9”80”. Per anni aveva alzato un muro, quando il padre lo contattava lo respingeva. Lo odiava per averlo abbandonato. La riconciliazione con l’ex militare lo ha aiutato: “Non è ancora tutto risolto però almeno adesso ci parliamo: il traduttore di Google mi dà una mano con l’inglese …”. Lo ha spiegato lui stesso a fine corsa: “È incredibile la potenza dell’energia che si muove quando abbatti un muro. Lo odiavo per essere scomparso, ho ribaltato la prospettiva: mi ha dato la vita, muscoli pazzeschi, la velocità. L’ho giudicato senza sapere nulla di lui. Prima se una gara non andava bene davo la colpa agli altri, alla sfortuna, al meteo. Adesso ho capito che i risultati dipendono solo dal lavoro e dall’impegno”. Un uomo nuovo. Già un mito dello sport italiano. Ha tre figli. L’anno prossimo sposerà la compagna Nicole Dazzi, dalla quale ha avuto due bambini. È passato da essere fenomeno inespresso a monumento dello sport italiano. La sua vita è cambiata un’altra volta, non sarà più la stessa, questa volta ha scelto lui: se l’è cambiata da solo.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

L’allenamento ossessivo di Jacobs all’inseguimento di un’auto: l’idea è geniale. A cura di Valerio Albertini su Fanpage.it il 2 agosto 2021. Marcell Jacobs ha vinto l’oro nei 100 metri alle Olimpiadi di Tokyo. Il primo italiano della storia a riuscire nell’impresa ha lavorato duramente per raggiungere un risultato di questo livello, accantonando il salto il lungo per concentrarsi totalmente sulla velocità. Con il suo allenatore Paolo Camossi, ha sperimentato tecnologie innovative come l’optojump e ha cambiato il modo di allenarsi. Fondamentale è stato anche l’apporto della sua mental coach Nicoletta Romanazzi, che l’ha sbloccato dal punto di vista psicologico. Dopo la medaglia d'oro conquistata nei 100 metri piani alle Olimpiadi di Tokyo, tutti i riflettori sono puntati su Marcell Jacobs. Ci si chiede quali come sia riuscito a registrare un 9″80 da capogiro, ancor più impressionante se si considera che prima del 13 maggio scorso, quando ha corso in 9″95 battendo il record italiano di Filippo Tortu, non era mai sceso sotto la barriera dei 10 secondi. Il gradino più alto del podio è frutto di una crescita costante, sia dal punto di vista fisico sia da quello mentale, che l'ha portato in poco tempo ad essere l'uomo più veloce al mondo.

Gli allenamenti con Paolo Camossi e l'optojump. Uno dei segreti più importanti di Jacobs non può che essere l'allenamento a cui si sottopone quotidianamente. Dal 2015 è seguito da Paolo Camossi, ex campione di salto triplo, che ha lavorato sia sul corpo sia sulla testa di Marcell. Da tre anni, insieme, hanno deciso di puntare tutto sulla grande velocità, accantonando il salto in lungo e arricchendo il suo allenamento con l'uso di strumenti innovative. In particolare, aveva destato scalpore già prima dell'inizio dei Giochi ed è tornato in auge adesso dopo la medaglia conquistata un video condiviso su Instagram dallo stesso Jacobs in cui si vede lo sprinter italiano correre allo Stadio dei Marmi di Roma. Marcell è preceduto da un'automobile che viaggia a circa 50 km/h, la quale traina una sorta di cabina aperta sul lato posteriore, utile all'atleta per allenarsi senza essere disturbato dalla resistenza dell'aria. All'interno della cabina è posto uno strumento fondamentale per la crescita di Jacobs, ovvero un optojump.

Si tratta di un sistema di rilevamento ottico, composto da una barra trasmittente e una ricevente. Questo permette la misurazione dei tempi di volo e di contatto e consente di ottenere con la massima precisione ed in tempo reale una serie di parametri legati alla prestazione dell’atleta. È una tecnologia all'avanguardia, sfruttata da Jacobs e dal suo allenatore per monitorare i progressi quotidiani. Non solo, perché a partire dallo scorso anno ha cambiato anche il modo in cui si allena, come ha raccontato nell'agosto 2020 in un'intervista ad Atleticalive.it: "Rispetto al 2019 abbiamo abbassato l’angolo di lavori in palestra senza aumentare i carichi, per evitare di cadere sulla partenza e non riuscire più a ripartire. Ho buona forza, buona esplosività, buoni piedi, ma una tecnica di corsa meno fluida di altri atleti e stiamo cercando di lavorare sulla scioltezza. Lontano dalle gare ho tre doppie sedute a settimana: sei volte in campo di mattina e tre volte in palestra di pomeriggio". Il lavoro con la mental coach Nicoletta Romanazzi. Lavoro fisico, dunque, ma anche psicologico. Da un anno, infatti, Marcel Jacobs è seguito dalla mental coach Nicoletta Romanazzi, la quale lo ha aiutato a sbloccarsi dal punto di vista mentale e, conseguentemente, a rendere al massimo delle proprie potenzialità. Questa, in un'intervista alla Gazzetta dello Sport, ha svelato in che modo ha lavorato con Jacobs e cosa lo abbia portato a raggiungere traguardi impensabili fino a poco tempo fa: "Fin da subito ho capito che per lui sarebbe stato importante risolvere il rapporto con il padre. Questo lo ha sbloccato, adesso entra in pista più consapevole di ciò che sa fare. Ha acquisito sicurezza in se stesso, prima arrivava alle gare con molta più ansia". Un oro non arrivato per caso, quindi, ma frutto di un lavoro che parte da lontano e che ha aiutato Jacobs a migliorare sia nel fisico che nella mente. I risultati si sono visti ieri, quando nella finale dei 100 metri ha tagliato il traguardo prima di tutti, consacrandosi a sorpresa come l'uomo più veloce del mondo.

Leonardo Coen per "Il Fatto Quotidiano" il 2 agosto 2021. "È veramente bello battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione. Perdere con classe e vincere osando, perché il mondo appartiene a chi osa! La vita è troppo bella per essere insignificante": il celebre aforisma di Charlie Chaplin domina il pettorale sinistro di Marcell Jacobs, e non a caso. Chaplin ebbe un'infanzia triste e difficile perché il padre lo aveva affidato ad un orfanotrofio, ma seppe uscir fuori da quella condizione di miseria umana e materiale. Il padre di Marcell, marine texano stanziato alla base di Ederle, conobbe la gardesana Viviana Masini, che lo seguì a El Paso dove il 26 settembre del 1994 dette alla luce Marcell. Poi papà Lamont venne dislocato in Corea del sud, Viviana non lo seguì e le loro vite si separarono per sempre: "A diciotto mesi ero in Italia, i miei tre figli sono nati qui, mi sento italiano in ogni cellula del mio corpo, tanto che con l'inglese faccio fatica", dice sempre Marcell quando gli rinfacciano che è nato negli Stati Uniti. Per questo va così veloce: "Non vedo l'ora di sentire l'inno italiano sul gradino più alto del podio". Oggi, alle 12 in Italia, le sette di sera in Giappone. Non è più un mistero che la carenza affettiva abbia influito in passato sulle prestazioni di Jacobs: nel 2019 valeva 10"03, non un tempo da finale olimpica. Ma l'inizio del 2021 è stato travolgente: titolo europeo indoor con 6"47 nei 60 metri, miglior prestazione mondiale. Poi, il 13 maggio, a Savona lima il primato di Filippo Tortu con 9"95. Per scatenarsi a Tokyo con un trittico stratosferico: 9"94, 9"84, 9"80. Miracolo dei muscoli? Non solo. Anche della testa. Un nuovo team di lavoro, tecniche all'avanguardia e un percorso psicologico che lo porta a riallacciare i difficili rapporti col padre fantasma. Ti sbloccherai se risolvi questo tuo conflitto interiore, gli ha suggerito la mental coach Nicoletta Romanazzi. Il campione irrisolto ha preso coraggio. Ha scritto al padre. Certo, "non tutto è ancora risolto", precisa Jacobs, "però almeno ci parliamo, con l'aiuto del traduttore di Google...". Marcell non si nasconde, anzi. Impasta, tritura, ironizza. Un tatuaggio rivela l'evoluzione dello stato d'animo. Guardate la spalla: una croce piantata su un terreno ricoperto di teschi. Campeggia la scritta "BELIEVE" e una corona da re. Credere. Sempre. In sé stessi, anche quando tutto sembra perduto. A sinistra, un altro tatuaggio proclama: "Famiglia. Dove nasce la vita e l'amore non ha mai fine". Jacobs ama esibirsi. Si veste "da tamarro". Predilige le sneakers Dunk e Jordan 1. È cotto di Nicole, la compagna. Ha trovato finalmente equilibrio mentale, sicurezza, tranquillità. Comunica coi segni sul corpo. Il nome e la data di nascita del primogenito Jeremy, nato quando Marcell aveva 19 anni, impresso sul pettorale sinistro. Quelli di Anthony, avuto da Nicole, sulla pancia. Megan, l'ultima nata, sul bicipite destro. Quando Jacobs solleva le braccia all'altezza della testa per esultare, gonfia i muscoli, come fa Russell Crowe nel film il Gladiatore. È un messaggio in codice alla famiglia. La vistosa scritta sotto il collo, "CrazyLong Jumper", che è pure il suo account Instagram, sta a ricordare che prima di fare lo sprinter è stato un eccellente giovane lunghista. La tigre tatuata sulla schiena è sinonimo di potere, forza, sensualità, passione, ferocia, bellezza. La grande rosa dei venti sul petto è la sua bussola esistenziale. Resta da immaginare dove tatuerà l'oro di Tokyo: "Vincere l'Olimpiade è il sogno di ogni atleta, non possiamo nasconderlo, è nella nostra testa". Solo mamma Viviana, albergatrice a Desenzano sul Garda, sapeva che avrebbe fatto qualcosa di indimenticabile. Qualcosa "in cui mio nonno, che non c'è più, aveva sempre creduto". Il nonno italiano, ci tiene a sottolineare. 

Gianluca Cordella per "il Messaggero" il 2 agosto 2021.  «Tutto come previsto. Avevamo detto che saremmo andati in finale e ci siamo andati. Abbiamo fatto il record europeo, poi ne abbiamo fatto un altro. Ah, e poi abbiamo vinto la finale. E' andato tutto come doveva andare». Marcell Jacobs, che già è simpatico di suo, dopo l'impresa olimpica sui 100 metri non riesce a smettere di sorridere e di fare battute. E di parlare di se stesso usando il noi. 

Marcell, ma davvero doveva andare tutto così?

«Nei miei sogni, sì. Poi è diventato tutto realtà, quindi tanto di guadagnato».

In pista è stato impressionante, ma la sensazione è che abbia vinto prima di tutto con la testa

«Sono arrivato ai blocchi pensando solo a me stesso, a correre nel miglior modo possibile senza guardare gli avversari. L'ho fatto solo sulla linea del traguardo e quando mi sono accorto di essere davanti a tutti ho urlato come un pazzo». 

E poi s' è ritrovato davanti Tamberi

«Ho sentito Gimbo che strillava il mio nome prima della partenza. Ho pensato: cavolo, ce l'ha fatta!. Poi dopo la corsa me lo sono ritrovato in mezzo alla pista e sono andato subito ad abbracciarlo. Conosco la sua storia, quello che ha passato per arrivare sin qui. Abbiamo un percorso simile per certi versi: anche io sono uno che dalla vita ha preso un sacco di batoste da tutte le parti. Ieri (sabato, ndr) abbiamo passato la serata alla Play nella sua stanza e mentre giocavamo gli dicevo: Pensa se domani vinciamo. E lui: Noooo, è impossibile, non pensarci nemmeno. E' un ragazzo eccezionale: pensare che siamo diventati campioni olimpici insieme è stupendo».

Quando ha iniziato a credere di poter vincere?

«Sapevo di essere in ottima condizione ma ho dovuto comunque chiedere gli straordinari al mio corpo. Durante il riscaldamento per la finale mi sentivo molto bene e sapevo che potevo migliorare, anche perché nella semifinale non avevo fatto una partenza eccezionale. Allora ho supplicato il mio corpo: Ti prego, fammi fare l'ultima corsa al meglio e poi ti giuro che ti lascio in pace. E mi ha ascoltato. Questo è il mio anno a quanto pare: vinco tutto quello che c'è da vincere». 

Gli altri la guardavano un po' come un oggetto misterioso?

«Ma no, anzi Kerley e de Grasse mi sono venuti subito a cercare per farmi i complimenti. Poi è stato buffo quando siamo andati a fare le foto e loro mi dicevano: Guarda che in mezzo ci devi stare tu, sei tu che hai vinto. Diciamo che era una situazione alla quale non ero abituato». 

E se dovesse sentire ancora qualcuno che si domanda chi è Marcell Jacobs?

«Come chi è? Il campione olimpico dei 100 metri! Non vedo l'ora che arrivi domani (oggi, ndr) per andare sul podio, sentire l'inno e prendere la medaglia. Il record è una bella soddisfazione ma magari tra dieci anni arriva qualcuno e me lo toglie. La medaglia non me la toglie nessuno. La appenderò sul muro principale di casa mia e guardarla ogni volta sarà bellissimo. 

Ha pensato che lei è l'erede di Bolt?

«Che bell'effetto! Io mi ricordo tutte le sue gare, specie quelle olimpiche. E vincere dopo di lui, praticamente con lo stesso tempo che fece a Rio 2016, è un onore grandissimo. Anche se». 

Anche se?

«Quando ho visto il cronometro all'arrivo segnava 9.79. Poi me l'hanno arrotondato a 9.80. Ma 9.79 mi piaceva di più».

Non si accontenta mai. Ma ha capito cos' ha fatto?

«No. Ci metterò almeno fino alla staffetta per realizzare tutto quello che è successo. Lo so che guarderò il soffitto tutta la notte, che non riuscirò a prendere sonno. Già non ci riuscivo in questi giorni per l'emozione delle Olimpiadi, figurati adesso che le ho vinte». 

Nella sua carriera è come se a un certo punto fosse scattato un click

«Nella mia testa mi sono sempre ripetuto Cos' hanno gli altri in più di te?. Poi a un certo punto ho capito che la risposta era niente. Ho lavorato tanto psicologicamente. Prima, quando arrivavano i momenti importanti, le gambe non giravano bene. Adesso rispondono bene al momento giusto».

Domanda di rito: per chi è questo successo?

«Per tutta l'Italia che mi ha sostenuto, per la mia famiglia, per i miei figli». 

Lei la dedica all'Italia, ma qui gli americani ci tartassavano di domande sulla sua nascita in Texas

«E voi ditegli che sono italianissimo. Io a El Paso ci sono nato e basta. Sono arrivato in Italia che avevo dieci mesi. E' la mia nazione e sono contento di aver portato in alto questa bandiera». 

 M.Bon. per il "Corriere della Sera" il 2 agosto 2021. Lei si definisce «sport training coach» e «facilitatrice di respiro»: Nicoletta Romanazzi è la prima persona che Marcell Jacobs ha ringraziato ieri dopo la vittoria: «Ha cambiato il mio atteggiamento, mi ha trasformato» ha spiegato. «Lavoriamo assieme da un anno - racconta Romanazzi, che segue anche calciatori, canottieri, judoka e triathleti - ed è stato un periodo straordinario. Viene a trovarmi a Roma o ci sentiamo al telefono. Marcel aveva un enorme potenziale, con esercizi di respirazione siamo riusciti a sbloccare il rapporto irrisolto col padre. Parliamo di tutto mai di cose tecniche, per quello c'è il suo coach».

Giacomo Rossetti per "il Messaggero" il 2 agosto 2021. Nella pagina indelebile che Lamont Marcell Jacobs ha scritto allo Stadio Olimpico di Tokyo c'è il contributo, all'apparenza nascosto ma importantissimo, della sua mental coach Nicoletta Romanazzi.

Cosa si prova quando un proprio ragazzo vince una gara irripetibile come i 100 metri piani di un Olimpiade?

«Adrenalina pura! E chi dorme stanotte? Non penso che andrò a letto, domani mi raccoglieranno col cucchiaino E' stato qualcosa di incredibile: io mi emoziono e piango per tutti i miei atleti, ma stavolta è stato speciale». 

Perché?

«Perché gli ho visto esprimere alla perfezione il lavoro fatto insieme, ha messo in pratica tutto ciò che ci eravamo detti in questi mesi. Quando ho visto il suo sguardo ai blocchi, mi sono detta: farà benissimo». 

Quali sono i punti di forza del carattere di Jacobs?

«Ne ha tanti, innanzitutto è di una generosità fuori dal comune. Poi è buono, è resiliente: sa andare oltre gli ostacoli, rialzarsi in piedi, ripartire e rimettersi in gioco». 

Di cosa avete parlato prima dell'ultimo atto?

«L'ho fatto respirare, abbiamo lavorato per recuperare le energie spese in semifinale. Dopodiché l'ho predisposto per essere potentemente ambizioso e focalizzarsi su qualcosa di grande. Ci siamo soffermati sulla centratura, il processo attraverso il quale mente e corpo sono perfettamente allineati: l'atleta rimane dentro' il momento e non si fa distrarre da tutto il resto».

Lo stress di una gara del genere è difficile da sostenere.

«La tensione genera rigidità muscolare, e il corpo segue ciò che ordina la mente. A volte a Marcell si bloccavano le gambe prima delle gare. Era come se avesse un elastico che lo tratteneva da dietro». 

A causa delle restrizioni non l'ha potuto seguire in Giappone.

«E ho sofferto tantissimo, non solo per lui ma anche per gli altri miei quattro atleti che sono andati alle Olimpiadi. Uno di loro, il karateka Luigi Busà, mi ha ripetuto per giorni che Marcell avrebbe vinto l'oro. E infatti». 

È la mental coach dell'uomo più veloce del mondo: è il top della carriera anche per lei?

«Sì, certo che lo è. Ma ci tengo a dire che non faccio figli e figliastri tra gli sportivi che seguo. Certo, questo oro è una possibilità pazzesca di visibilità per il mental coaching stesso. Dovrebbero insegnarlo a scuola, vivremmo tutti meglio se imparassimo a riconoscere e sfruttare il nostro potenziale accettando le debolezze interiori».

Anticipazione da “Chi” il 17 agosto 2021. Su Chi, in edicola da mercoledì 18 agosto, la prima intervista esclusiva del campione di salto in alto, oro alle Olimpiadi di Tokyo, Gianmarco Tamberi, 29 anni, e della sua fidanzata Chiara Bontempi, 26, che posano insieme e annunciano le nozze. «Chiara ha messo la mia vita davanti alla sua, ha trasformato i suoi obiettivi nei miei obiettivi e adesso le dimostro che è la cosa più importante», dice Tamberi. La coppia ha programmato il matrimonio per l'anno prossimo: «Penso che saremo in tanti perché abbiamo un sacco di amici, stiamo pensando di farlo ad Ancona, la nostra città. Me lo immagino di sera, con tante luci e tante candele», racconta Chiara. E poi l’olimpionico svela che nel suo futuro non c'è solo sport, ma anche un figlio: «Amo i bambini. Sono stati anni pienissimi e adesso il mio sogno è vivere come una persona normale e fare i progetti che fanno tutti. Chiara sarà una mamma perfetta, dolcissima, è una ragazza di cuore. È lei che mi ha fatto mettere la testa a posto».

Gaia Piccardi per il Corriere della Sera il 18 luglio 2021. Chiara conosce Gianmarco da quando aveva 14 anni, stanno insieme da quasi dodici, eppure non aveva intuito niente. «È successo tutto il 13 luglio, a Numana. Gimbo è sempre stato un romanticone pieno di sorprese, ma davvero non pensavo...» sgrana gli occhioni da Tokyo, qui pomeriggio e laggiù piena notte. Chiara Bontempi è volata in Giappone, dentro la bolla ermetica nella quale gli organizzatori locali chiudono gli stranieri nel timore che i Giochi posticipati di un anno dalla pandemia accendano focolai di coronavirus, per sostenere il suo uomo nell'avventura che vale una vita: salire sul podio del salto in alto all'Olimpiade. Piccolo passo indietro. Gianmarco Tamberi detto Gimbo, 29 anni, marchigiano, è la stella azzurra dell'alto (2,39 è il record italiano che detiene, gli ultimi salti pre-Giochi non sono stati all'altezza ma Gimbo è un animale da gara che si esalta nella lotta, nulla è perduto). Chiara è la ragazza a cui martedì scorso, appena prima di decollare per il Giappone, ha rivolto una proposta di matrimonio che ha fatto il giro dei social e le capovolte sul Web. Il racconto, ancora trasognato, è di Chiara: «Avevamo organizzato un aperitivo con amici e parenti per salutare Gianmarco in partenza per i Giochi, poi siamo usciti a cena da soli. Ristorante La Torre di Numana, ci andiamo dall'inizio della nostra storia, niente lasciava presagire quello che è successo. Entriamo e mi accorgo di questo tavolo stupendo, rialzato, addobbato con petali di rosa e candele». E lì non si è accesa nessuna lampadina? «Zero. Penso: ma che bel gesto... Ceniamo tranquilli, chiacchierando. A fine pasto Gimbo dice: scusa, vado in bagno». Nessun barlume, nemmeno a quel punto? «Ma no, chi pensava al matrimonio? Fa mettere una canzone di sottofondo, torna con un mazzo di cento rose rosse...». E tu? «E io neppure lì ci arrivo! Poi mi fa un discorso, la prende alla larga, mi spiega che c'è un'ultima cosa che deve fare prima di partire e chiudersi nella concentrazione per la gara». Astuccio con l'anello, inginocchiamento da vecchio gentleman: mi vuoi sposare? «Ho detto sì». Il campione innamorato, che negli anni non ha mai lesinato apprezzamenti per la ragazza cui deve lo stato di benessere che gli ha permesso di centrare risultati prestigiosi (un oro mondiale e europeo indoor, un oro continentale all'aperto), ha poi proseguito la serenata alla sua Chiara su Instagram: «Questo regalo, tesoro mio, è per ringraziarti per tutti questi anni in cui mi hai sostenuto, trasformando i miei obiettivi nei tuoi, e per dirti che ogni giorno che mi sveglio vedo la donna più bella del mondo». Troppe emozioni tutte insieme, Chiara? «Con Gimbo è sempre così. E pensare che il primo incontro, tramite amici comuni, non era stato particolarmente romantico, avevamo iniziato a scriverci su Facebook, abbiamo carburato piano. Però, una volta iniziata la relazione, siamo cresciuti e cambiati insieme al nostro amore». Come a Wimbledon Ajla Tomljanovic ha scelto di restare accanto a Matteo Berrettini nella bolla di Londra, così Chiara è volata nel campus della Waseda University di Tokorozawa, sede del ritiro pre-olimpico dell'atletica azzurra, per sostenere il suo fuoriclasse: «Questa per Gianmarco è un'Olimpiade molto sospirata e desiderata. Nel 2016, appena prima di Rio, s'infortunò: aspetta questa occasione da sei anni...». Anni densi di ostacoli, sogni infranti e rimessi insieme con la colla della passione: «Mi sembrava giusto esserci, vivere insieme l'esperienza giapponese è molto importante, soprattutto per lui che si nutre dell'energia del pubblico, e qui di pubblico non ce ne sarà. Volevo che, alzando gli occhi dalla pedana verso le tribune, vedesse almeno il volto di una persona che lo ama». Chiara apprezza tutto di Gimbo («È dolce ma forte, affronta la vita senza paura»), un po' meno i look bizzarri con cui ama gareggiare (la barba fatta a metà, un marchio di fabbrica, ultimamente i capelli bianchi alla Legolas del «Signore degli anelli»), però non sottilizza: «L'aspetto esuberante è una sua caratteristica, se decide di fare una cosa, la fa. E a me piace anche per questo». La data del matrimonio non è ancora stata decisa, i progetti di famiglia sono rimandati all'autunno insieme al cambio di casa, a Giochi archiviati e mente sgombra: «Le idee sono tante, ma prima l'atletica. Abbiamo voglia di spensieratezza».

Dagospia l'8 marzo 2021. Dal profilo Facebook di Gianmarco Tamberi. Argento europeo con 2.35....Cedo il titolo al super campione @maksim_nedasekau che si è stra-meritato la vittoria saltando la miglior prestazione al mondo!!! Domani faremo delle considerazioni a freddo... ad oggi l'unica cosa che riesco a sentire è quell'amaro in bocca di una sconfitta. Sono fatto cosi, non so accontentarmi, è sempre stato un lato del mio carattere molto marcato. Sono consapevole di essere tornato finalmente dopo 5 estenuanti anni ai vertici del mondo ma l'amaro della sconfitta per ora ha la meglio. ORA È RIMASTA SOLO UNA COSA CHE CONTA... TOKYO 2021!!!

ps un grazie speciale a tutti i miei compagni di squadra per il tifo stratosferico, un palazzetto vuoto per via del covid che si è acceso come uno stadio con 80 mila persone. Fiero di essere il capitano di una nazionale cosi bella ed unita.

Lia Capizzi per sport.sky.it l'8 marzo 2021. Ha ancora gli occhi stropicciati di chi non ha dormito nemmeno un minuto il 26enne bresciano neo campione europeo dei 60 metri. Il giorno dopo l’impresa Marcell Jacobs deve ancora realizzare tutto ciò che gli è accaduto ma con grande disponibilità accetta di ripercorrere la sua gara, di svelare curiosità private e sportive. Prima però vuole godersi sugli spalti la finale del salto in alto di Gianmarco Tamberi, il capitano azzurro merita il tifo di tutto il gruppo.

“Non ho più quasi voce perché ho fatto un tifo sfegatato per Gimbo. E’ stata una gara pazzesca, pure molto veloce perché saltavano uno dopo l’altro quasi senza pause. Il bielorusso Nedasekau ha avuto coraggio e se l’è meritato l’oro per l’azzardo di provare l’ultimo salto a disposizione a 2.37. E’ riuscito a giocarsi un jolly che se magari ci riprova altre 100 volte non gli riesce più. Gimbo ha dato tutto quello che aveva, ovvio che sia dispiaciuto per l’argento, ma questo è solo un grande inizio per lui dopo tutto quello che ha passato. Sono sicuro che arriverà alle Olimpiadi di Tokyo nel migliore dei modi”.

L’unica medaglia d’oro di questi Euroindoor di Torun resta quella di… Jacobs.

“Non ho chiuso occhio stanotte, mi sono messo a leggere un po’ di messaggi ma avevo il telefono intasato. Più che altro mi sono tornati alla mente mille ricordi, i tanti momenti difficili che abbiamo passato io e il mio coach Paolo Camossi (campione mondiale indoor di salto triplo a Lisbona 2001). Da due anni stiamo facendo un percorso ben definito e strutturato. Sapevamo di valere questi tempi, si trattava però di metterli in pratica in gara. In questa stagione indoor partivo da 6”63 e mi sono migliorato di 16 centesimi, se ora sono salito sul tetto d’Europa è grazie a Paolo che ha sempre creduto in me, ha voluto circondarmi di un team personalizzato con fisioterapista, nutrizionista e da alcuni mesi l’inserimento di una mental coach. All’inizio ero scettico ed invece la mossa si è dimostrata decisiva”.

La vittoria è arrivata con pure un tempo sensazionale, 6"47 è il nuovo record italiano e la miglior prestazione mondiale stagionale. È vero che dall’altra parte dell’Oceano sei sotto osservazione da un po’ di tempo?

“Vero. Nelle prime gare di questa stagione sono rimasto sorpreso di conoscere un manager americano, che poi è lo stesso di Mike Rodgers (velocista oro ai Giochi Panamericani 2019 in 10”13). Si è avvicinato a me dicendomi: guarda che di te negli Stati Uniti si parla molto bene quindi fai vedere quello che vali. Questa frase mi è tornata in mente subito dopo la mia gara mentre guardavo la sigla WL (World Leading) accanto al mio crono. Mi sono detto, vedi che adesso sapranno bene chi sono! In verità sono arrivato a Torun senza pensare troppo al tempo, avevo l’obiettivo di essere davanti a tutti nei tre turni (batterie, semifinali e finale) e l’ho fatto. Poi è arrivato questo super crono e ne sono contentissimo”.

È un oro frutto delle tante batoste ricevute, come l’hai definito tu, ma è anche il frutto di questo nuovo lavoro mentale.

“Sì, assolutamente. Anche prima della finale sono stato al telefono mezzora con Nicoletta Romanazzi (mental coach) per alleggerire la tensione, visualizzare la gara. Il lavoro psicologico mi è servito come atleta, ho finalmente acquisito consapevolezza, adesso so quanto valgo e non ho più i vecchi dubbi di quando magari non mi sentivo all’altezza. A livello umano mi è pure servito per ricostruire il mio passato, mi ha aiutato a ritrovare mio padre che ho sempre considerato assente nella mia vita”.

Tuo padre, appunto. Era militare alla base USA di Vicenza quando ha conosciuto tua madre, bresciana. Insieme si sono trasferiti a El Paso (Texas) dove sei nato, poi però quando hanno divorziato lei è tornata in Italia a Desenzano sul Garda insieme a te che avevi meno di due anni.

“Infatti io mi considero italiano perché lo sono al 99,9%.  Di americano ho metà del sangue e pure le fibre muscolari ereditate da mio padre. Quando sono tornato a Desenzano, piccolissimo, parlavo solo italiano, ho imparato il dialetto bresciano e adesso parlo pure un po’ romanesco. L’inglese non lo sapevo nemmeno fino a poco tempo fa, l’ho migliorato solo da poco, adesso me la so cavare diciamo…”.

Da allora in poi i rapporti con tuo padre quali sono stati?

“Praticamente inesistenti. Quando mi chiedevano: chi è tuo padre? Io rispondevo: Boh, io non ce l’ho un padre. Ed era vero. La prima volta che l’ho visto era il 2008, io avevo 13 anni, per me quell’uomo rappresentava un estraneo. Siamo rimasti insieme 2 giorni ma poi nulla più. Ci siamo ritrovati qualche anno dopo tramite social, su Facebook, ma io gli rispondevo poco, non lo calcolavo, per me non faceva parte del mio mondo familiare. Il lavoro mentale che ho iniziato lo scorso settembre è stato anche un lavoro intimo alla ricerca delle mie radici, mi ha aiutato. Negli ultimi mesi abbiamo ripreso a sentirci più spesso, si è creato un rapporto che non c’era mai stato in tutti questi anni. Era anche colpa mia, lo riconosco, ero io che avevo una chiusura nei suoi confronti, non avevo voglia di interagire con lui. Adesso invece so che la prossima volta che andrò negli Stati Uniti lo andrò a trovare, mi ha scritto anche prima della finale dei 60 metri”.

E tu che padre sei con i tuoi tre figli, Jeremy, Anthony e Meghan?

“Come padre mi devo tirare le orecchie perché con il mio primo figlio Jeremy, che ha sei anni, ho costruito con il tempo un bel rapporto. E’ nato quando io avevo 19 anni, ero ancora molto immaturo, con sua madre non andavo d’accordo e quando ci siamo lasciati è stato tutto più complicato. Anche a causa della distanza, loro vivono a Desenzano e io nel frattempo mi ero trasferito prima a Gorizia e adesso da 3 anni vivo a Roma. Invece con Anthony e Meghan, gli altri due figli avuti con la mia compagna Nicole, è completamente diverso anche solo per il fatto che ci vivo insieme, me li posso godere. Con loro mi considero il papà più bravo del mondo”.

Sembri un duro, anche per via dei tantissimi tatuaggi, invece di te raccontano che sei un pezzo di pane, umile, con una grande etica del lavoro.

“Il mio coach mi definisce ancora uno scavezzacollo, forse perché mi ha conosciuto nel 2015 quando ero ancora un ragazzetto come testa. Sono una persona molto semplice, faccio una vita tranquilla proprio perché ho bisogno di recuperare dalle fatiche degli allenamenti. I miei tatuaggi mi raccontano, ho inciso le date di nascita dei miei figli, dei miei fratelli e di mia madre, ho un tatuaggio che rappresenta l’amicizia perché l’ho fatto insieme ai miei amici storici, poi ho un mappamondo, la scritta Carpe Diem, un'àncora incisa insieme a Nicole. Forse l’unico di cui sono pentito è la scritta sui pettorali con il soprannome CrazyLongJumper, che è pure il mio account su Instagram, magari non lo rifarei più…”

Dal punto di vista tecnico quanto vale il 6"47 di Torun in ottica 100 metri?

"Chiaro che tra due mesi bisognerà proiettare questo tempo dei 60 anche nei 100, questo è il vero obiettivo. Parto con un personale di 10”03 (del 2019) e con l’ambizione di scendere sotto i 10 secondi. Diciamo che due calcoli li abbiamo fatti, come anche molti altri esperti a giudicare dai commenti che ho letto. Se l’anno scorso con 6"63 nei 60 ho poi corso i 100 metri in 10”10, conti alla mano questo mio tempo di Torun potrebbe valere un 9”94. Ci vogliamo lavorare”.

Già lo sai che da qui ai prossimi mesi vivrai con due tormentoni. Le domande per te verteranno quasi esclusivamente sul tuo tempo nei 100 metri e sulla tua rivalità con Filippo Tortu.

“Grazie alla mia vittoria ho fatto pure vincere 100 euro a Tortu! Me lo ha rivelato lui ieri dopo la finale, mi ha scritto che aveva scommesso su di me, lui conosce le mie potenzialità. E’ chiaro che in gara siamo rivali, ognuno vorrebbe arrivare davanti all’altro, ma con Filippo siamo davvero amici. La nostra rivalità ci stimola a vicenda per fare meglio, serve anche a tutto il nostro movimento affinché si parli di atletica sempre di più. Anzi, non vedo l’ora di ritrovarlo insieme a tutti gli azzurri tra due settimane al raduno della staffetta 4x100. Dobbiamo preparare i Mondiali di Staffetta a maggio, sempre qui in Polonia. Sarà fondamentale perché un posto in finale varrà la qualificazione per Tokyo. Due anni fa a Yokohama (World Relays 2019) arrivammo in finale ma poi ci fu un contatto tra l’americano Lyles e Davide Manenti e sfumò la medaglia, adesso siamo ancor più agguerriti. Alla staffetta veloce ci teniamo tantissimo”.

Il motto "testa bassa e lavorare" quindi non cambia.

“Testa bassissima e sotto con il lavoro, sempre. Ancora prima di vincere l’oro nei 60 in questi Europei avevamo programmato con Paolo Camossi di tornare a casa lunedì e di riprendere gli allenamenti già da martedì. La stagione olimpica è troppo importante, non c’è tempo da perdere e noi abbiamo ancora tanto lavoro da fare”.

Marco Bonarrigo per il "Corriere della Sera" il 5 agosto 2021. Ogni giorno che Dio manda in terra - che diluvi o soffi uno scirocco stordente - il Giaguaro e l'ex Cavalletta calano alle 11 in punto dalla Collina Fleming al Paolo Rosi, il vecchio Stadio delle Aquile che a quell'ora già pullula di pensionati e turnisti romani sgambettanti. I due parcheggiano i borsoni nell'angolino verso il Tevere e cominciano le loro tre ore di ordinaria fatica. Paolo Camossi, dal 2015 allenatore di Marcell Jacobs, ha un passato di cavalletta d'alto livello: nel 2001 è stato campione mondiale di salto triplo. «Marcell invece - spiega Camossi - è un giaguaro. I giaguari dormono, ciondolano e solo al momento giusto si avventano sulla preda. Ho pensato ai giaguari quando ho sostituito i classici giretti di pista preliminari con stretching e allunghi: le belve non fanno riscaldamento». La strana coppia (un friulano che si definisce «realizzatore di sogni», un bresciano sognatore) si incrocia nel 2013. «Gianni Lombardi, all'epoca il bravissimo allenatore di Marcell - spiega Camossi - partiva per un raduno e mi chiese di seguire il suo pupillo per tre settimane. Marcell arrivò a Gorizia fresco di patente, capelli dritti alla Napo Orso Capo, sguardo un po' insolente. In pista vidi un ragazzino con una potenza imbarazzante ma incontrollabile. Ci siamo piaciuti e tenuti in contatto. Ho cominciato a seguirlo dal 2015 e tre anni fa, mentre cenavamo alla mensa del centro di preparazione olimpica, ci siamo simultaneamente detti che sarebbe stato bello trasferirci a Roma con le famiglie. Abbiamo scelto un quartiere che è un po' un paesotto, dove ci sentiamo a casa: chi dice che Roma non è una città adatta a un atleta dice male». Due allenamenti al giorno («11/13.30, 17/19.30, precisi come operai, disadattati come può esserlo solo chi fa il nostro lavoro») per sette giorni a settimana. Alla faccia di chi si prepara in stadi chiusi al pubblico, «Marcel sprinta a 35 all'ora tra i bambini delle scuole di atletica e gli attempati amatori a cui non si nega mai perché, al netto di bicipiti e tatuaggi inquietanti, è l'uomo più buono del mondo. Io quando saltavo avevo la rabbia dentro e odiavo i miei avversari, lui l'esatto contrario. Rispetta tutti, tutti lo rispettano». Jacobs storce il naso solo quando coach Camossi gli chiede di «sciacquare le gambe», ovvero di «fare 10 o 12 volte 120 metri all'80 per cento delle sue possibilità (in circa 13", ndr), un allenamento atroce che piazziamo una volta ogni dieci giorni e che gioca un ruolo molto importante. Un tempo cercava scuse per saltarlo, adesso quasi mi chiede lui di metterlo nel menù. E quando è alla frutta, invece di arrendersi, va in un angolino a vomitare e torna subito in pista». Quando il Paolo Rosi è chiuso si va alla Farnesina, quando si deve sprintare nella «gabbia» dietro motori è il turno del solenne Stadio dei Marmi, per palestra e fisioterapia c'è il Giulio Onesti: tutto nel raggio di un chilometro. «Ci trasciniamo dietro un sacco di materiale - spiega Camossi - e altro ce ne servirebbe: un verricello che lo faccia correre contro resistenza, ad esempio. Magari adesso lo troveremo ma non dimenticherò mai che la prima pressa su cui Marcell faceva esercizi era una panchina dove avevo montato le rotelle di un carrello per la spesa». Pur sviluppando allenamenti dove la componente scientifica è decisiva, Camossi privilegia i suoi occhi come monitor: «Durante ogni esercizio - spiega - lo seguo con gli occhi tenendo il telefonino in mano per registrare il video. Cerco le andature giuste ma cerco anche segnali di allarme. Se un piede appoggia in modo strano potrebbe esserci un problema da prevenire: quando un atleta si infortuna, come lui a Rieti due mesi fa, è sempre colpa dell'allenatore che non l'ha protetto. Attorno a Marcell adesso c'è uno staff che - dal vivo o in video - è pronto a intervenire». La Roma opulenta della Camilluccia e quella della movida di Ponte Milvio restano sullo sfondo: «L'attraversiamo sempre controcorrente - spiega Camossi - la usiamo per rilassarci al cinema o a teatro e per trasgredire con un McDonald ogni tanto. Adesso che sono rientrato e aspetto Marcell, sto cominciando a chiedermi cosa significherà allenare un campione olimpico, tornare al Paolo Rosi, mettere Parigi nel mirino. Se penso a tutti i casini e gli infortuni che abbiamo superato mi viene da dire a Pippo Tortu - che è un gran talento e un bravo ragazzo - che non c'è problema fisico o mentale che non si possa superare. Quando l'ha abbracciato a Tokyo, Marcell voleva dirgli questo: verrà il tuo turno amico mio».

Andrea Buongiovanni per gazzetta.it il 5 agosto 2021. La 4x100 maschile vola in finale con 37”95, record italiano, quarta prestazione europea all-time e quarto tempo complessivo di giornata, Zane Weir è quinto nella finale del peso. La 4x100 femminile firma a sua volta il record nazionale, ma manca la finale per 3/100, Dallavalle e Ihemeje sono nono e undicesimo nel triplo. È un’altra mattinata di gloria per l’atletica azzurra allo stadio olimpico di Tokyo. Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Fausto Desalu, Filippo Tortu: ecco, nell’ordine di frazione, il quartetto che domani, in finale, andrà a caccia di un’impresa. Intanto la semifinale (promozione diretta per le prime tre), superata molto brillantemente. Gli azzurri, nella seconda batteria, sono proprio terzi alle spalle di Cina e Canada, accreditate dello stesso 37”92, con gli Stati Uniti sesti e clamorosamente eliminati (38”10) e Carl Lewis che subito cinguetta: “Inaccettabile”. Nella prima meglio ha fatto solo la Giamaica (37”82), con Gran Bretagna (38”’02) e Giappone (38”16) a loro volta promosse. Le ripescate arrivano dalla stessa prova dell’Italia: sono Germania (38”06) e Ghana (38”08). I cambi tricolori sono in sicurezza, ma all’altezza. Le singole frazioni di livello. Il 21enne Patta non paga l’emozione dell’esordio, Jacobs sembra persino controllato, Desalu ha una curva di qualità e Tortu vale i migliori, con il solo De Grasse, fresco vincitore dei 200, a mangiargli qualche centimetro. Demolito il precedente limite nazionale, quel 38”11 ottenuto da Cattaneo, Jacobs, Manenti, Tortu nella semifinale dei Mondiali di Doha, il 4 ottobre 2019. Nella storia del Vecchio Continente, più forti sono andate solo Gran Bretagna, Francia e Olanda. Domani, alle 15.50 italiane, ci sarà da divertirsi.   “Ho fatto un po’ fatica – ammette Jacobs – le condizioni ambientali, con questo caldo, non sono facili. Ma ancora una volta abbiamo dimostrato un grande spirito di squadra. La medaglia? Dormiamo insieme, la guardo, la ammiro. Invece le polemiche non mi toccano, non replico perché non voglio dare importanza a chi muove certe critiche. I miei risultati sono il frutto di anni di duro lavoro”. Anche Tortu è ovviamente soddisfatto: “Ringrazio i compagni che ci hanno accompagnato sin qui – dice – Manenti, Infantino, Polanco e anche Cattaneo e Rigali. Volevamo entrare in finale, adesso recuperiamo questa fatica e poi ci giochiamo tutto”. Desalu aggiunge: “Abbiamo molto margine”. E Patta conferma: “Non ero particolarmente emozionato”. Dopo gli ori di Jacobs e di Gimbo Tamberi, ecco il miglior piazzamento della spedizione azzurra. È, a sorpresa, di Zane Weir, splendido quinto nella finale del peso. Il 25enne oriundo sudafricano cresciuto a Durban, italiano – da pochi mesi – grazie al nonno materno Mario, triestino, si migliora ancora. Martedì in qualificazione, con 21.25, aveva già migliorato il personale di 14 centimetri. In finale, dopo 20.85, 20.25 e 20.68, promosso tra i migliori otto come settimo, si supera. E spara prima a 21.40 e poi a 21.41, terzo uomo italiano all-time dopo Alessandro Andrei e il compagno di allenamenti Leo Fabri e davanti al suo coach Paolo Dal Soglio. “Sono molto felice – dice con il suo italiano sempre più preciso – per tutti coloro che mi hanno supportato, il mio allenatore e la federazione in testa. Altri due personali: ci metterò un po’ a realizzare quel che ho fatto”.

GLI ALTRI—   Minori fortune per gli altri azzurri in gara. Andrea Dallavalle (16.85) ed Emmanuel Ihemeje (16.52) sono nono e undicesimo nella finale del triplo (per accedere tra i migliori otto sarebbe servito un 16.95), La 4x100 femminile di Irene Siragusa, Gloria Hooper, Anna Bongiorni e Vittoria Fontana sfiora il colpaccio: con 42”84 migliora di 6/100 il limite di Herrera, Hooper, Bongiorni, Siragusa ottenuto come gli uomini il 4 ottobre 2019 nella semifinale dei Mondiali di Doha, ma - sesta nella propria batteria - manca per 3/100 l’accesso tra le otto elette, prima delle escluse. Disco rosso, infine, per Elena Vallortigara (1.93) e Alessia Trost (1.90) nella qualificazione dell’alto. In finale, con 1.95, ci vanno in 14.

G. Zon. per "la Stampa" il 2 agosto 2021. Durante il riscaldamento Jacobs balla, miliardi di occhi addosso e lui si porta il ritmo in pista, la tranquillità addosso. Sono pur sempre i 100 metri di Bolt e non vanno traditi, almeno nello spirito, sono passi, appoggi e frequenze e se li conti fanno meno impressione, solo che il calcolo della combinazione perfetta dice 45 appoggi e bisogna andare forte per rispettare il programma. Per non inciampare nella danza. Jacobs è in corsia due e quando Hughes strappa la partenza neanche si muove, dopo la squalifica del britannico riprende a fissare l'orizzonte. Non si distrae. Sono i suoi 100 metri, li ha sognati da bambino e poi da adulto, in questo anno senza punti di riferimento in cui l'immaginazione è servita. Il canadese De Grasse è convinto di vincere, si vede. Bronzo a Rio 2016 e secondo lui nessun reale pericolo. Jacobs è fuori radar, non lo considerano, lo hanno visto poco, qualcuno lo guarda come un imbucato, chi lo ha mai messo in conto un italiano nella finale dei 100 metri. Cala il buio e potrebbero pure salire i ricordi. Glasgow 2015, un Europeo iniziato da protagonista e finito malissimo. Lacrime su risultati tristi. Allora l'azzurro era un lunghista, prometteva benissimo però era troppo delicato. La notte del pianto decide di cambiare tutto, via i salti e dentro la velocità. La decisione ormai sembra lontana, presa in un'altra fase della vita eppure porta dritto qui, alla sfida che tutti guardano, all'istante più fotografato, al momento in cui non resta che correre su una pista che restituisce ogni sollecitazione. In tanti volano sopra le medie nella finale senza giamaicani e bisogna risalire al 2000 per replicare l'assenza. Sono 100 metri sparsi, un'incognita che si fa ancora meno decifrabile quando il ripescato Bromell esce definitivamente di scena. È l'attimo in cui i presenti alzano i telefoni, la luce torna, la musica riparte e cambia tutto tranne Jacobs. Lui non smette di ballare, parte benissimo e gli basta realizzarlo per essere ancora più fluido, bruciare lo spazio: 9"80, praticamente il tempo di Bolt nell'ultima finale a Rio (9"81) ma soprattutto davanti all'americano Kerley, secondo in 9"84 e al delusissimo DeGrasse, 9"89. Sembrano disorientati, le prime parole di un frastornato Kerley sono: «Non l'ho mai visto prima, non ho idea di chi sia». È il campione olimpico. 

Dagospia il 2 agosto 2021. Il tweet di Matt Lawton: Il nuovo campione olimpico dei 100m, Marcell Jacobs, è sceso sotto i 10 secondi per la prima volta a maggio. È venuto qui e ha corso in 9.84 la semifinale e 9.80 la finale. Ah, bene…”

Da iltempo.it il 4 agosto 2021. Sorpresa alle Olimpiadi di Tokyo per il concorso dell'equitazione. L'attenzione degli italiani ai Giochi è riversata su altri sport, in quelli più a portata di medaglia o più popolari, ma non è sfuggita agli osservatori una curiosità che per molti potrebbe diventare qualcosa di più serio, forse anche un incidente diplomatico. Così come nel romanzo Il pianista sull'oceano si rideva dei nomi dati ai cavalli delle corse, così viene da sorridere scorrendo alcuni nomi degli equini impegnati con i loro cavalieri e amazzoni ai Giochi di Tokyo. I riferimenti all'Italia, nel bene o nel male, non mancano. A far sollevare svariati sopraccigli è il nome di un cavallo in gara con Israele. Come si chiama? "Cosa Nostra”, con un chiaro riferimento "mafioso" alla criminalità siciliana. Spicca anche "Benitus", nelle file di Taipei. Fanno sorridere altri nomi in gara, come il neozelandese “Grappa Nera” e l’argentino “Cannavaro” dedicato al difensore azzurro del Mondiale di calcio in Germania nel 2006 vinto dall’Italia. Oggi, intanto, con l’ingresso nel rettangolo dell’Equestrian Park di Arianna Schivo e Quefira de L’Ormeau, si è chiusa la prima fase della gara di Concorso completo ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020 per gli azzurri dell’Italia Team. È di 42.90 il punteggio negativo realizzato, per una prestazione purtroppo al di sotto delle aspettative. Quefira de l’Ormeau, la selle francais diciassettenne, montata da Arianna Schivo si è dimostrata molto "carica" in rettangolo, una situazione che non ha comunque giocato a favore dello svolgimento complessivo della gara. Alla prova di Arianna e Quefira (58^ provv.) si aggiungono i risultati messi a segno ieri da Susanna Bordone, migliore azzurra su Imperial Van De Holtakkers (33^ provv.) e Vittoria Panizzon su Super Cillious (38.60 pn; 51^ provv.), che portano l’Italia al quindicesimo posto della classifica provvisoria dopo la prova di dressage con un totale di 115.40 pn.

DAGONEWS il 6 agosto 2021. Come abbiamo menato noi gli inglesi quest’anno non è mai riuscito né agli Asburgo né ai francesi. E ai sudditi di sua maestà restano due strade: o disperarsi e rosicare o riconoscere la straordinaria annata italiana. È quanto ha fatto il “Daily Mail” che, dopo essersi disperata con un titolone “Non l’Italia di nuovo!”, ha snocciolato le meravigliose vittorie azzurre di quest’anno, dando spazio agli inglesi che, al posto di rosicare male, si sono perculati con un sorriso amaro: “Il team inglese ha perso dolorosamente una medaglia d'oro per 0,01 secondi alla staffetta 4x100 maschile del quando l'Italia è arrivata da dietro sulla linea, spezzando  ancora una volta i cuori britannici dopo la finale di Euro 2020”. E in effetti il quartetto britannico pensava di avere l’oro al collo, ma non aveva fatto ancora i conti con Tortu. «Lo straziante risultato della staffetta vede l'Italia superare ancora una volta una squadra sportiva britannica dopo aver battuto l'Inghilterra di Gareth Southgate ai rigori nella finale dei Campionati Europei del mese scorso a Wembley – scrive il Daily Mail - L'oro nella staffetta olimpica 4x100m maschile segna una meravigliosa estate di successi per l'Italia, che include la vittoria nella finale olimpica dei 100m maschili, la finale di Euro 2020 contro l'Inghilterra e l'Eurovision Song Contest. La squadra di calcio italiana ha superato i Tre Leoni l'11 luglio con una vittoria ai rigori, dopo ch