Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

LO SPETTACOLO

 

E LO SPORT

 

PRIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

  

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

     

 

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Circo.

Superstizione e fisse.

Gli Zozzoni.

Le Icone.

Le Hollywood d’Italia.

«Gomorra», tra fiction e realtà.

Quelli che …il calcio.

I Naufraghi.

Amici: tutto truccato?

Il Grande Fratello Vip.

"I tormentoni estivi? Sono da 60 anni specchio dell'Italia".

Le Woodstock.

Rap ed illegalità.

L’Eurovision.

Abella Danger e Bella Thorne.

Achille Lauro.

Adele.

Adriana Volpe.

Adriano e Rosalinda Celentano.

Aerosmith.

Aida Yespica.

Afef.

Alanis Morissette.

Alba Parietti.

Alba Rohrwacher.

Al Bano Carrisi.

Alda D’Eusanio.

Aldo, Giovanni e Giacomo.

Ale & Franz.

Alec Baldwin.

Alessandra Amoroso.

Alessandro Benvenuti.

Alessandro Borghese.

Alessandro Borghi.

Alessandro Cattelan.

Alessandro Cecchi Paone.

Alessandro Gassmann.

Alessandro Haber.

Alessandro Nivola.

Alessia Marcuzzi.

Alessio Bernabei.

Alfonso Signorini. 

Alice ed Ellen Kessler.

Alina Lopez e Emily Willis.

Amanda Lear.

Ambra Angiolini.

Amedeo Minghi.

Amouranth, alias Kaitlyn Siragusa.

Andrea Balestri.

Andrea Bocelli.

Andrea Delogu.

Andrea Roncato.

Andrea Sannino.

Angela White.

Angelina Jolie.

Anya Taylor-Joy.

Anna Falchi.

Anna Oxa.

Annalisa Minetti.

Anna Maria Rizzoli.

Anna Tatangelo.

Anna Mazzamauro.

Anthony Hopkins.

Antonella Clerici.

Antonella Elia.

Antonella Mosetti.

Antonello Venditti.

Antonino Cannavacciuolo.

Antonio Costantini Awanagana.

Antonio Mezzancella.

Antonio Ricci.

Arisa.

Asia e Dario Argento.

Aubrey Kate.

Baltimora.

Barbara De Rossi.

Barbara d'Urso.

Beatrice Rana.

Belen Rodriguez.

Bella Hadid.

Benedetta D’Anna.

Benedicta Boccoli.

Bill Murray.

Billie Eilish.

Björn Andrésen.

Bob Dylan.

Bobby Solo, ossia: Roberto Satti.

Brad Pitt.

Brandi Love.

Brigitte Bardot.

Britney Spears.

Bruce Springsteen.

Camilla Boniardi: Camihawke.

Can Yaman.

Capo Plaza, nato come Luca D'Orso.

Cara Delevingne.

Carla Gravina.

Carlo Cracco.

Carlo Verdone.

Carlotta Proietti.

Carmen Consoli.

Carmen Russo e Enzo Paolo Turchi.

Carol Alt.

Carolina Marconi.

Catherine Spaak.

Caterina Balivo.

Caterina Caselli.

Caterina De Angelis e Margherita Buy.

Caterina Lalli, in arte Lialai.

Caterina Murino.

Caterina Valente.

Cecilia Capriotti.

Chadia Rodriguez.

Charlotte Sartre.

Chloé Zhao, regista Premio Oscar.

Christian De Sica.

Claudia Koll.

Cristian Bugatti in arte Bugo.

Cristiano Malgioglio.

Clara Mia.

Claudia Cardinale.

Claudia Gerini.

Claudia Motta.

Claudia Pandolfi.

Claudia Schiffer.

Claudia Koll.

Claudio Baglioni.

Claudio Bisio.

Claudio Cecchetto.

Claudio Santamaria.

Coma_Cose.

Cosimo Fini, cioè Gué Pequeno.

Corinne Clery.

Daft Punk.

Damon Furnier, in arte Alice Cooper.

Daniela Ferolla.

Dario Faini, Dardust e DRD.

Demi Lovato.

Demi Moore.

Demi Sutra.

Deep Purple.

Diego Abatantuono.

Diletta Leotta.

Donatella Rettore.

Dori Ghezzi vedova De André.

Dredd.

Ed Sheeran.

Edoardo Bennato.

Edoardo Vianello.

Eddie Murphy.

Elena Sofia Ricci.

Eleonora Cecere.

Eleonora Giorgi.

Eleonora Pedron.

Elettra Lamborghini.

Elio (Stefano Belisari) e le Sorie Tese.

Elisa Isoardi.

Elisabetta Canalis.

Elisabetta Gregoraci.

Elena Anna Staller, detta Ilona (il nome della madre) o Cicciolina.

Elodie.

Ema Stokholma.

Emanuela Fanelli.

Emma Marrone.

Emily Ratajkowski.

Enrico Brignano.

Enrico Lucherini.

Enrico Montesano.

Enrico Papi.

Enrico Ruggeri.

Enrico Vanzina.

Enza Sampò.

Enzo Braschi.

Enzo Ghinazzi: Pupo.

Enzo Iacchetti.

Ermal Meta.

Eros Ramazzotti.

Eva Grimaldi.

Eveline Dellai.

Ezio Greggio.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Faber Cucchetti.

Fabio Marino.

Fabio Testi.

Fanny Ardant.

Federico Quaranta.

Federico Salvatore.

Filomena Mastromarino: Malena.

Fedez e Chiara Ferragni.

Fiorella Mannoia.

Flavia Vento.

Flavio Insinna.

Francesca Alotta.

Francesca Cipriani.

Francesca Giuliano.

Francesca Michielin.

Francesca Neri.

Francesca Reggiani.

Francesco Baccini.

Francesco De Gregori.

Francesco Gabbani.

Francesco Guccini.

Francesco Pannofino.

Francesco Sarcina.

Franco Oppini.

Franco Trentalance.

Frank Matano.

Gabriel Garko.

Gabriele e Silvio Muccino.

Gabriele Lavia.

Gabriele Paolini.

Gabriele Salvatores.

Gene Gnocchi.

Gerry Scotti.

Giancarlo Magalli.

Giancarlo ed Adriano Giannini.

Gianfranco Vissani.

Gianluca Grignani.

Gianni Morandi.

Gianni Sperti.

Gigi D'Alessio.

Gina Lollobrigida.

Gino Paoli.

Giovanna Mezzogiorno.

Giovanni Veronesi.

Giucas Casella.

Giulia De Lellis.

Giuliano Montaldo.

Giulio Mogol Rapetti.

Giuseppe Povia.

Greta Scarano.

Harvey Keitel.

Heather Parisi.

Helen Mirren.

Hugh Grant.

Gli Stadio.

I Dik Dik.

I Duran Duran.

I Jalisse.

I Gemelli di Guidonia.

I Pooh.

I Righeira.

I Tiromancino.

Iggy Pop.

Ilaria Galassi.

Ilary Blasi.

Ilenia Pastorelli.

Irina Shayk.

Iva Zanicchi.

Ivan Cattaneo.

J-Ax.

James Franco.

Jamie Lee Curtis.

Jane Fonda.

Jean Reno.

Jenny B.

Jennifer Lopez.

Jerry Calà.

Jessica Drake.

Jessica Rizzo.

Joan Collins.

Jo Squillo.

John Carpenter.

Johnny Depp.

José Luis Moreno.

Junior Cally.

Justine Mattera.

Gabriele Pellegrini: Dado.

Giovanni Scialpi, in arte Shalpy.

Kabir Bedi.

Kayden Sisters.

Kasia Smutniak.

Kate Moss.

Kate Winslet.

Katherine Kelly Lang- Brooke Logan.

Katia Ricciarelli.

Kazumi.

Kevin Spacey.

Kim Kardashian.

Kissa Sins.

Lady Gaga.

La Gialappa's Band.

La Rappresentante di Lista.

Lando Buzzanca.

Laura Chiatti.

Laura Freddi.

Laura Pausini.

Le Carlucci.

Lele Mora.

Lello Arena.

Leo Gullotta.

Liana Orfei.

Licia Colò.

Lillo (Pasquale Petrolo) & Greg (Claudio Gregori).

Linda Evangelista.

Lino Banfi.

Linus.

Liza Minnelli.

Lo Stato Sociale.

Loredana Bertè.

Lorella Cuccarini.

Lorenzo Jovanotti Cherubini.

Loretta Goggi.

Lory Del Santo.

Luca Barbareschi.

Luca Barbarossa.

Luca Bizzarri.

Luca Tommassini.

Luca Zingaretti.

Luca Ward.

Luce Caponegro: Selen.

Luciana Littizzetto.

Luciana Savignano.

Luciano Ligabue.

Lucrezia Lante della Rovere.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Maccio Capatonda (all'anagrafe, Marcello Macchia).

Madame.

Maddalena Corvaglia.

Madonna.

Maitland Ward.

May Thai.

Malika Ayane.

Maneskin.

Manila Nazzaro.

Manuel Agnelli.

Manuela Arcuri.

Mara Maionchi.

Mara Venier.

Marcella Bella.

Marco Bellocchio.

Marco Castoldi in arte Morgan.

Marco e Dino Risi.

Marco Giallini.

Marco Mengoni.

Marco Tullio Giordana.

Maria Bakalova.

Maria De Filippi.

Maria Giuliana Toro: «nome d' arte», Giuliana Longari.

Maria Grazia Cucinotta.

Maria Luisa “Lu” Colombo.

Maria Pia Calzone.

Marianna Mammone: BigMama.

Marica Chanelle.

Marilyn Manson.

Mario Maffucci.

Marina La Rosa.

Marina Perzy.

Marisa Laurito.

Martina Cicogna.

Martina Colombari.

Massimo Boldi.

Massimo Ghini.

Massimo Ranieri.

Massimo Wertmüller.

Matilda De Angelis.

Maurizio Aiello.

Maurizio Battista.

Maurizio Milani.

Mauro Coruzzi, in arte Platinette.

Max Pezzali.

Mel Brooks.

Memo Remigi.

Micaela Ramazzotti.

Michael J. Fox.

Michael Sylvester Gardenzio Stallone.

Michele Foresta, in arte Mago Forest.

Michele Guardì.

Michele Placido.

Michelle Hunziker.

Miguel Bosé.

Milena Vukotic.

Milton Morales.

Mikhail Baryshnikov.

Mina.

Miriam Leone.

Mistress T..

Mita Medici.

Myss Keta.

Modà.

Monica Bellucci.

Monica Guerritore.

Monica Vitti.

Nada.

Naike Rivelli ed Ornella Muti.

Nancy Brilli.

Nanni Moretti.

Naomi Campbell.

Nek.

Nicola Di Bari.

Nicolas Cage.

Nicole Aniston.

Nina Moric.

Nino D’Angelo.

Nino Frassica.

Nick Nolte.

Nyna Ferragni.

Noemi.

99 Posse.

Oliver Stone.

Orietta Berti.

Orlando Portento.

Ornella Vanoni.

Pamela Anderson.

Pamela Prati.

Paola Perego.

Paola Pitagora.

Paola Saulino, meglio nota come Insta_Paolina.

Paolo Bonolis.

Paolo Conte.

Paolo Fox.

Paolo Rossi.

Paolo Sorrentino.

Paris Hilton.     

Pasquale Panella alias Vito Taburno.

Patrizia De Blanck.

Patty Pravo.

Patti Smith.

Pedro Almodóvar.

Peppe Barra.

Peppino di Capri.

Phil Collins.

Pietra Montecorvino.

Pierfrancesco Favino.

Pier Francesco Pingitore.

Piero Chiambretti.

Pietro Galeotti.

Pino Donaggio.

Pio e Amedeo.

Pietro e Sergio Castellitto.

Pippo Baudo.

Pippo Franco.

Pupi Avati.

Quentin Tarantino.

Quincy Jones Jr.

Rae Lil Black.

Rajae Bezzaz.

Raffaella Carrà.

Raffaella Fico.

Red Ronnie.

Regina Profeta.

Renato Pozzetto e Cochi Ponzoni.

Renzo Arbore.

Riccardo Cocciante.

Riccardo Fabbriconi: Blanco.

Riccardo Muti.

Riccardo Scamarcio.

Ricchi e Poveri.

Richard Benson.

Rita Dalla Chiesa.

Rita Ora.

Robert De Niro.

Roberto Da Crema.

Roberto Vecchioni.

Robyn Fenty, in arte Rihanna.

Rocco Maurizio Anaclerio, in arte Dj Ringo.

Rocco Papaleo.

Rocco Siffredi.

Roberto Bolle.

Rodrigo Alves.

Rosalino Cellamare: Ron.

Rosario Fiorello.

Rowan Atkinson.

Sabina Guzzanti.

Sabrina Ferilli.

Sabrina Salerno.

Sal Da Vinci.

Salma Hayek.

Salvatore Esposito.

Sandra Milo.

Sara Croce.

Sara Tommasi.

Sarah Cosmi.

Scarlit Scandal.

Serena Autieri.

Serena Grandi.

Serena Rossi.

Sergio Rubini.

Shaila Gatta.

Sharon Stone.

Shel Shapiro.

Silvio Orlando.

Simona Izzo e Ricky Tognazzi.

Simona Marchini.

Simona Tagli.

Simona Ventura.

Simone Cristicchi.

Sylvie Lubamba.

Sylvie Vartan.

Sophia Loren.

Stefania Casini.

Stefania Orlando.

Stefania e Amanda Sandrelli.

Stefano Accorsi.

Stefano e Frida Bollani.

Stefano Sollima.

Steven Spielberg.

Sting.

Taylor Swift.

Teo Teocoli.

Terence Hill, alias Mario Girotti.

Terence Trent d’Arby, ora Sananda Maitreya.

Teresa Saponangelo.

Tilda Swinton.

Tim Burton.

Tina Ciaco, in arte Priscilla Salerno.

Tina Turner.

Tinì Cansino.

Tinto Brass.

Tiziano Ferro.

Tommaso Paradiso.

Toni Ribas.

Toni Servillo.

Tony Renis.

Tosca D’Aquino.

Tullio Solenghi.

Uccio De Santis.

Umberto Smaila.

Umberto Tozzi.

Val Kilmer.

Valentina Lashkéyeva. In arte: Gina Gerson.

Valentina Nappi.

Valentine Demy.

Valeria Golino.

Valeria Marini.

Valeria Rossi.

Valerio Lundini.

Valerio Staffelli.

Vasco Rossi.

Veronica Pivetti.

Village People.

Vina Sky.

Vincent Gallo.

Vincenzo Salemme.

Vittoria Puccini.

Vittoria Risi.

Zucchero Fornaciari.

Wanna Marchi e Stefania Nobile.

Wladimiro Guadagno, in arte Luxuria.

Willie Nelson.

Willie Peyote.

Will Smith.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITO SANREMO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Figure di m…e figuranti.

Non sono solo canzonette.

La Prima Serata.

La Seconda Serata.

La Terza Serata.

La Quarta Serata.

La Quinta ed ultima Serata.

Sanremo 2022.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…scrivono.

Quelli che….la Paralimpiade.  

Quelli che…l’Olimpiade.

L’omertà nello Sport.

Autonomia dello sport? Peggio della Bielorussia.

Le Plusvalenze.

Le Speculazioni finanziarie.

Gli Arbitri.

I Superman…

Figli di Papà.

Quelli che …ti picchiano.

Quelli che … l’Ippica.

Quelli che … le Lame.

Quelli che …i Motori.

Quelli che …il che Ciclismo.

Quelli che …l’Atletica.

 

INDICE SESTA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …il Calcio. 

 

INDICE SETTIMA PARTE

 

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che ...la Palla ovale.

Quelli che …la Pallacanestro. 

Quelli che …la Pallavolo.

Quelli che …il Tennis.

Quelli che …la Vela.

Quelli che …i Tuffi. 

Quelli che …il Nuoto. 

Quelli che …gli Sci.

Quelli che …gli Scacchi. 

Quelli che… al tavolo da gioco.

Il Doping.

 

 

 

 

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

PRIMA PARTE

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Circo.

Dagotraduzione dal Washington Post il 21 giugno 2021. Un tempo, negli Stati Uniti, quando il circo arrivava in città era una grande festa, paragonabile al Ringraziamento, al Natale e al 4 luglio. Negozi, uffici, scuole chiudevano e l’intera popolazione si radunava per assistere allo spettacolo. Ma il circo è stato qualcosa di più di puro divertimento: ha rassicurato gli americani che tutto era possibile. Il circo ha radici antiche, che risalgono agli antichi greci e ai romani. Nel Medioevo i turchi ne ripresero l’essenza con spettacoli di acrobazia su corde tese tra gli alberi di due navi. E nell’Inghilterra del XVIII secolo, i britannici iniziarono ad esibirsi sui cavalli all’interno di un anello di una certa dimensione. Le acrobazie equestri conquistarono presto anche gli americani. George Washington si dilettava in spettacoli con cavalli e cavalieri, qualche giocoliere e l’immancabile clown. All’inizio del 1800 l’arrivo degli elefanti, novità assoluta per il pubblico americano, lo spettacolo arrivò a nuovi livelli. Ma quello che negli anni ha attirato tra i 7.000 e i 10.000 spettatori sotto il tendone è stata l’idea di vedere cose apparentemente impossibili: esseri umani che saltellano sulla schiena, animali esotici, prodezze e acrobazie in una continua sfida alla morte. Negli Stati Uniti queste incredibili imprese hanno contribuito a trasformare il circo in un’istituzione politica e sociale, che si è sviluppata al fianco della nazione. E così è diventata una trasposizione del sogno americano: «vivere in una prateria o in un polveroso campo di grano e trovarsi faccia a faccia con le incredibili meraviglie mondane» scriveva il romanziere Hamlin Garland nel 1899. Negli anni Venti, l’avvento della radio, e poi quello della televisione negli anni Cinquanta, iniziò a segnare il lento declino del circo. Alcuni potrebbero liquidare la scomparsa del circo come la fine di un passatempo fuori moda, ma liquidare un’impresa che per più di un secolo ha incantato un’intera nazione è un esempio miope di pensiero astorico. Un critico culturale ritiene che il lungo successo del circo sia il risultato della sua capacità di concludere «l'esperienza americana», incluso quasi tutto ciò che troviamo divertente - esotismo, atletismo supremo e dramma della vita o della morte - nello spazio di un pomeriggio. E, aggiunge Kenneth Feld, successore di suo padre Irvin come uomo del circo degli ultimi giorni, tutte le imprese impossibili viste nel circo sono reali, un promemoria della capacità dell'istituzione non solo di intrattenere ma di ispirare. Certo, la perdita del circo ci rende un popolo più solo. Lo storico della cultura Ernest Albrecht lamenta il fatto che il progresso tecnologico ha portato all'aumento dell'offerta di intrattenimento direttamente nelle case (e nei telefoni), dove il diversivo diventa spesso un atto solitario. «Di conseguenza», afferma Albrecht, «ci saranno sempre meno opportunità di riunirsi con altri per creare quel gruppo speciale noto come pubblico». E questo non solo riduce il senso di comunità, ma anche la capacità di rivolgersi a un vicino e condividere la meraviglia: «È successo davvero?».

·        Superstizione e fisse.

Dea Verna e Luca Uccello per "Oggi" l'11 giugno 2021. «Da quando sono diventata presidente del Museo Egizio, Fabio Fazio non mi invita più». E’ stata Evelina Christillin, con questo aneddoto rivelato nel programma Tiki Taka, a svelare al pubblico una caratteristica del conduttore di Che tempo che fa ben nota agli addetti ai lavori: la sua salda, fortissima, incrollabile superstizione. Il presentatore e terrorizzato dal viola e dalla presunta aura malevola degli antichi Egizi. Le storie su di lui si sprecano: i giornali ticinesi raccontano di quando i suoi collaboratori fecero cambiare una incauta signora svizzera, che si era presentata alle registrazioni del programma vestita di viola. Stessa indicazione venne data (informalmente) ai giornalisti in sala stampa durante i Festival di Sanremo da lui presentati: «Per favore, non vestitevi di viola». «Fabio ha tutte le sue fisse: entra in scena sempre dallo stesso posto e per primo», ha raccontato Filippa Lagerback. Ma se Fazio e il più irriducibile dei superstiziosi vip, non è l’unico. Perfino una svedese di ferro come la Lagerback ha confessato qualche debolezza: «Sono già vittima delle scaramanzie di mio marito Daniele Bossari che mi costringe a sostare sul ciglio della strada ogni volta che vede un gatto nero», ha raccontato. «Ma anch’io ho un mio rito personale: terrorizzata dagli aerei, prima di metterci piede busso tre volte sulla carlinga». Noi di Oggi abbiamo fatto una piccola inchiesta e abbiamo scoperto che il mondo dello spettacolo e affollato di curiosi riti, scaramanzie e amuleti. Elisa Isoardi, per esempio, ci ha confidato che lei non prende mai decisioni al martedì. Mentre Lorella Boccia, conduttrice di Venus Club su Italia 1, ci rivela che, prima di entrare in scena ha un rito, oltre alla classica chiamata alla mamma: tocca il fondoschiena a tutto lo staff. Daniela Ferolla, conduttrice di Linea Verde Life su Rai 1, ci dice: «Prima di una partenza o di un progetto di lavoro, faccio il bagno nel sale». Il bagno nel sale, in realtà, e un rito ricorrente. E ci spiega perchè l’ex velina Thais Wiggers. «Da brasiliana, sono molto spirituale», spiega. «Credo che quando sei felice, brilli, e tutto va bene, alcune persone possono provare invidia e mandarti il malocchio. Come rimedio, faccio il bagno con il sale grosso, perchè niente cresce sul sale e in più ha un potere energizzante». Tra i più superstiziosi, Giovanni Ciacci che ci racconta: «Porto sempre con me i corni presi a San Gregorio Armeno a Napoli. Evito di passare sotto le scale e se vedo un gatto nero mi fermo e aspetto. Su di me non uso mai il viola». Pietro Genuardi, tra gli attori più amati del Paradiso delle signore, la serie che fa ogni giorno ascolti boom su Rai 1, ci spiega di odiare il numero 13. «Non ho problemi con il numero 17, ma non sopporto il 13», dice. «Questa sindrome ha un nome e si chiama triscaidecafobia (e un disturbo d’ansia provocato dalla paura esagerata del numero 13, ndr)». Sempre dal set del Paradiso delle signore, Vanessa Gravina ci dice: «Non passo mai il sale di mano in mano e non prendo mai l’aereo il 13 o il 17». Sara Croce, la Bonas di Avanti un altro, invece spiega: «Mangio sempre le stesse cose prima dello show. E mi faccio venire a salutare da Leo, uno dei ragazzi della regia». L’attore Roberto Farnesi non si separa mai da tre oggetti che per lui hanno un valore speciale. «Ho una croce al collo che mi aveva regalato mia madre e un anello che era sempre al dito di mio padre», dice. «E poi una piccola ancora che mi ha regalato la mia compagna (Lucya Belcastro, ndr), simboleggia il porto sicuro che ho finalmente trovato. Questi tre oggetti per me sono uno scudo contro le avversità». Flavio Montrucchio, il conduttore di Primo appuntamento Crociera su Real Time e Discovery +, ha un’abitudine portafortuna curiosa: se beve da una bottiglia poi deve toccarsi la punta del naso con la stessa bottiglia. Valerio Staffelli prende sempre il tapiro per il muso e prima di entrare in scena urla: «Rock’nRoll!». Catena Fiorello tiene in borsa tre sassolini presi dalla spiaggia di Letojanni. «Era la spiaggia dove da bambina andavo con la famiglia», ci spiega. «Immagino che in quei sassolini ci siano tracce di quella infantile felicita. Ogni volta che li stringo sento una bella energia». Andrea Zenga ci racconta: «Scendo sempre dalla stessa parte del letto quando mi alzo se no penso che la giornata parta male. Sono fissato con il sale a tavola: devo sempre poggiarlo a tavola prima di passarlo. E non passo mai sotto le scale». La scala e una bestia nera anche per Ilary Blasi. «Ho paura di passarci sotto», ha detto. «Non so perchè, e una cosa che ho ereditato dai miei genitori». Curiosa anche la fobia della showgirl Elena Morali: «Quando passeggio con qualcuno, non mi faccio mai dividere da un palo», racconta. «Temo il 13, ogni volta che c’è di mezzo questo numero succede qualcosa: una volta mi sono rotta la gamba il 13! Evito di viaggiare e di prendere l’aereo». Infine Donatella Rettore e fedelissima a un oggetto di ferro (ma non rivela cos’e). «Al mio primo concerto, trovai sul palco questo oggetto, e mi sono detta: “Mi accompagnerà sempre, ma nessuno deve capire che è il mio portafortuna”. Da allora la mia carriera non si è fermata mai»

·        Gli Zozzoni.

Da “bestmovie.it” il 24 ottobre 2021.

LITTLE ASHES (2008) - Robert Pattinson, evidentemente, ama il realismo visto che si è trovato in diverse occasioni a non voler solo simulare scene di masturbazione sul set. L prima è nel film Little Ashes di Paul Morrison dove Pattinson, nei panni di Salvador Dalì, una coppia che sta avendo un rapporto sessuale e si lascia andare all’autoerotismo. Pat ha dichiarato di essersi davvero procurato piacere per rendere la sua espressione più realistica davanti alla macchina da presa. 

THE LIGHTHOUSE (2019) - La seconda occasione di Robert Pattinson è arrivata con lo sperimentale The Lighthouse di Robert Eggers, dove, racconta lo stesso attore, c’era «u scena di masturbazione feroce» sulla spiaggia. Stavolta Pattinson ha deciso di andare fi fondo: «Ho pensato, ok, a posto, nessuno mi ha detto di fermarmi quindi vado avanti», h al New York Times ammettendo di aver lasciato la troupe un tantino scioccata.

THE BROWN BUNNY (2003) - Tra i casi più celebri di vero sesso sul set c’è quello di The Brown Bunny, il film diretto e interpretato da Vincent Gallo che ha scandalizzato il Festiv Cannes nel 2003. Il passaggio controverso arriva quando l’attrice Chloë Sevigny, che allora era anche la fidanzata di Gallo, gli pratica del sesso orale: si è dibattuto a lungo sull'aute della scena, ma poi la stessa Sevigny ha dichiarato che era tutto vero.

NYMPHOMANIAC (2013) - Il dittico di Lars von Trier's dedicato a una donna ossessiona sesso ha, ovviamente, moltissime scene a tema, alcune non simulate. Per esempio, la s in cui Shia LaBeouf ha un rapporto con Stacey Martin. Attenzione però: il sesso è vero, m fra le due star. A metterci il corpo davvero sono state due controfigure, e i volti di LaBeo Martin sono stati applicati poi in CGI. 

LOVE (2015) - Il regista francese Gaspar Noé è da sempre un provocatore. Nel film Love solo ha filmato vere scene di sesso tra gli attori Karl Glusman e Aomi Muyock, ma le ha addirittura girate in 3D. La maggior parte delle sequenze non erano coreografate ma las alla spontaneità dei due interpreti.

GLI IDIOTI (1998) - Il cinema estremo di Lars von Trier ha spesso liberato i corpi dalle convenzioni e dalla finzione. In Gli idioti, del 1998, racconta di un gruppo di amici che rinunciano alle proprie inibizioni cercando "il piccolo idiota dentro ognuno di loro". Tra le scene di nudo, ce n'è una di gruppo che chiaramente non è simulata, anche se non most chiaramente i volti degli attori.

SHORTBUS (2006) - John Cameron Mitchell racconta un gruppo di giovani a New York il sentimentale e sessuale che si incontra ogni settimana nel club Shortbus, incrociando rapporti, arte e politica. Il regista ha incoraggiato gli attori a lasciarsi andare davvero in scene di sesso volutamente non simulate. 

PINK FLAMINGOS (1972) - Impossibile non citare il film cult di John Waters interpretato Divine, la drag queen più celebre del cinema. Pink Flamingos è stato censurato in divers paesi, tra i quali il Canada e l’Australia, proprio per le sue scene di sesso più esplicite, con quella in assoluto più controversa: il rapporto orale che Divine pratica a suo figlio nella finzione. 

MEKTOUB MY LOVE: INTERMEZZO (2019) - Nel film di Abdellatif Kechiche c’è una lunga scena di quasi 13 minuti in cui un uomo pratica sesso orale alla protagonista Ophelie in discoteca. Il film aveva già scandalizzato Cannes, ma le polemiche si sono accese anco più quando alcuni giornali francesi hanno raccontato che la scena non era simulata, e ch regista avrebbe convinto gli attori a girarla dopo molte insistenze. 

ECCO L’IMPERO DEI SENSI (1976) - Il dramma giapponese diretto da Nagisa Oshima è centrato su un uomo che lascia sua moglie per un'altra donna e, con la nuova compagna sperimenta varie situazioni sessuali, fino allo scioccante finale. Sada, interpretata da Ei Matsuda, pone infatti fine alla vita del suo amante, Kichizo, soffocandolo durante un gioco erotico e poi castrandolo. Alcune delle scene più focose (non la castrazione, ovviament sono state vissute davvero sul set dai protagonisti.

Da corrieredellosport.it il 29 settembre 2021. Will Smith ha parlato della relazione non convenzionale con la moglie Jada Pinkett in un'intervista rilasciata a GQ. L'attore ha spiegato che libertà e fiducia incondizionata sono alla base del loro matrimonio, celebrato nel 1997. "Le esperienze, le libertà che ci siamo dati l'un l’altro e il sostegno incondizionato, per me, sono la più alta definizione di amore", ha dichiarato Smith per poi aggiungere: "Ho sempre sognato di avere un harem di donne!". Il 53enne ci ha inoltre tenuto a precisare: "Il matrimonio non deve trasformarsi in una prigione". Will Smith ha raccontato di come lui e la moglie abbiano aperto il loro matrimonio ad altri partner sessuali dopo che entrambi si erano resi conto di essere “infelici". "Jada non ha mai creduto nel matrimonio convenzionale... Nella sua famiglia alcuni membri avevano una relazione non convenzionale. Quindi è cresciuta in un modo molto diverso da me. Ci sono state discussioni infinite e significative su costruire una coppia e per gran parte della nostra relazione, la monogamia è stata ciò che abbiamo scelto, non pensando però alla monogamia come alla perfezione...", ha puntualizzato.

Barbara Costa per Dagospia il 19 settembre 2021. #FreeBritney?!? Dal padre presto sì, ma dal porno proprio no! La cantante Britney Spears è protagonista del suo terzo porno… sto scherzando! È online la nuova porno parodia su Britney Spears, impersonata dalla pornostar Kenzie Taylor. Questo porno, "Free Britney", canzona e pornifica le note pene della povera Britney e la campagna mondiale #freebritney, con cui i suoi fan anni sui social hanno lottato per la liberazione della loro beniamina dalla tutela del padre che, dal rapato crollo psichico della figliola, ne gestiva scelte di vita, e soprattutto tanti, ma tanti, soldi. Fare porno mettendoci (abusivamente) in mezzo le star della musica e i loro guai veri o presunti, si fa, eccome, e da 30 anni, ma ci si guadagna a ondate. Vi sono dei periodi in cui si girano porno-parodie senza sosta, e gli sceneggiatori i più sagaci sono chiamati agli straordinari per sfornare porno-plot efferati, e le più grandi pornostar esortate a darsi da fare, col sesso ma pure con una recitazione un minimo credibile. Niente viene lasciato fuori o al caso: alle popstar le pornostar fanno il porno verso in abiti, trucco, hit e postura, e più le stesse popstar hanno flirtato col porno nei video social o musicali, più nei porno veri vengono prese in giro e sommerse di sesso spietato. Basta storpiare i loro nomi, e ben marcare che è una "parody, and not the real", per scampare i casini legali. E i fan apprezzano, e cercano questi video, i cui trailer diventano virali poiché montati "puliti", senza scene hot, e caricati e fatti girare anche dai siti di news e gossip che ne riprendono il nome della star pornizzata in questione. Se la pop-porn-parody è attiva dagli anni '80, Britney Spears ne è stata a sua insaputa protagonista fin da "… Baby, One More Time", sua prima hit e video, storpiati e parodiati in "Fuck Me Baby One More Time": qui la scolaretta in simil Lolita by Adrian Lyne porneggia ogni azione che nel videoclip fa soltanto intuire. Nulla da Britney fatto in seguito è stato dal porno tralasciato: i suoi videoclip più sozzi, la tuta rossa in latex di "Oops!... I Did it Again" (nel porno "Oops!... I Fucked him Again"), le orge umide di leccate in "I’m a Slave 4 U", i nudi in "Womanizer", il c*lo fotocopiato il "Toxic"… tutto fa porno, diventa materiale porno, titillando e scatenando l’istinto eversivo insito nella pornografia. Prima "vittima" della pop-porn-parody è stata Madonna, con la sua "Like a Virgin", nel video girato a Venezia subito virato in adattamento porno, e poi col suo corsetto a punta by Gaultier pornograficamente "usato" a dildo, fino a che Madonna ha lei apertamente sfidato il porno, più che accarezzandolo e ben poco mimandolo dal video "Justify my Love" in poi. Le due arti si sono fuse e infiammate in Adriana Chechik, super pornostar la quale ha parodiato Madonna (e Marilyn Monroe) in una porno versione di "Diamond are a Girl’s Best Friends", dove i diamanti hanno altra forma e "funzione". Ma sono tantissime le star della musica che hanno il loro clone porno. Con Jennifer Lopez si è avuto un coito tra pop e politica: "Not Jennifer Lopez XXX", del regista Will Ryder (celebre per aver firmato una porno parodia sulla presidenza Obama attualmente anatema, "White House Orgy", con il presidente nero che fa sesso e orge con sole donne bianche, cornificando Michelle interracial-mente), che trasforma la porno attrice Renae Cruz in una Jennifer Lopez rincorsa dai paparazzi e dalle richieste di terroristi pazzi suoi fan sfegatati, i quali, per un suo concerto, e "dopo-concerto", sono disposti a far la pace col mondo intero. La J.Lo del porno è preda di paure e ardori, il concerto non sa se farlo, però… (in questa porn parody le scene all’esterno della Casa Bianca e a Capitol Hill sono state girate sul posto: si può fare, il porno ha ottenuto legali autorizzazioni). Pure Lady Gaga è nel porno (parody) dalla sua prima hit, "Poket Face": il suo look è passato identico ma denudato in "Porn This Way", ma il suo porno più famoso è quello girato con… Beyoncé! Vi ricordate il loro duetto in "Telephone", e il trashissimo video? Quello con le lattine di Coca cola messe a bigodini, ambientato in un carcere. Lattine-bigodino e carcere sono pure nel porno "This Ain’t Lady Gaga", con le due cantanti che hanno i corpi delle pornostar Helly Mae Hellfire e di Rihanna Rimes. Qui però Lady Gaga e Beyoncé più che cantare ci danno sotto a strap-on. Se reality della musica come "X-Factor" sono passati al porno per merito di Rocco Siffredi ("XXX Fucktory", la versione italiana, e la più porno parodiata è Arisa), e se i popstar maschi sono per lo più parodiati nella da una parte dei fan agognata ma nella realtà improbabile passione omosex (i gruppi pop anni '90 Take That e Spice Girls sono stati fatti pornare in orge omosessuali e non, tra loro e non, al pari dei protagonisti dei telefilm cult "Friends" e "Beverly Hills 90210"), e se Hustler ha fatto delle porn parody garanzia di dissacrazione delle credibilità delle star musicali e dei reality ("Keeping it up for the KardASSians", è la porno-serie di Kim e culone sorelle) è "Katy Pervy" la porn parody con più popstar "prestate" al porno: oltre a una Katy Perry che qui svela quello che fa dietro le quinte (tornate di blow-job per "allenare" gola e voce), e che lei "Kissed a Girl" mica per finta e con una sola e una volta sola e solo in bocca, appaiono in porno-sequenza le porno caricature di Justin Bieber, Beyoncé, Rihanna, Lady Gaga, Snoopy Dogg, Kesha (e Bieber è suo malgrado pornato in "Bustin Beeber Never Say Never", e da protagonista). Ma una pazza scatenata come Miley Cyrus, dopo aver cavalcato quella bomba, nuda, nell’iconico video "Wrecking Ball" (diretto dal genio divenuto innominabile Terry Richardson) poteva non finire porno "triturata"? Eccola in "Molly’s Wrecking Ballz", di cui "World Class" è lo spin-off in resa gang-bang. E, per chi la preferisce, c’è pure in performance porno da Hannah Montana.

Tutto quello che avreste voluto sapere sulle scene di sesso nei film. E non avete mai osato chiedere, dai «calzini copri-pene» ai coreografi del sesso alle protesi. Gabriele Gargantini su il Post.it il 3 settembre 2021. Tra tutte le cose che il cinema deve fingere, una delle più difficili è il sesso. Durante il sesso – quello vero – si è di solito particolarmente spontanei, e quindi è difficile che il sesso dei film – quello finto – riesca a replicare quella spontaneità. Di queste cose si è accorto chiunque abbia visto una scena di sesso in un film: cioè quella cosa, come ha scritto il sito Messy Nessy Chic, «che, se sei un bambino o un ragazzo, accade proprio mentre i tuoi genitori entrano nella stanza». Oltre che per il risultato (bella scena/brutta scena), il sesso al cinema e nelle serie tv è interessante per le molte domande su come funziona, su come viene preparato e girato e sulle precauzioni che si prendono: cose valide sia in una qualsiasi fiction Rai che in un film da centinaia di milioni di dollari. Le risposte passano da molte cose: complicate clausole contrattuali, «calze copri-pene», coreografi del sesso, protesi, mutande color carne e addetti agli effetti speciali che, in post-produzione, aggiungono peli pubici al computer.

La scena. Nel caso di produzioni affidabili e relativamente grandi, gli attori iniziano le riprese sapendo già se dovranno girare scene di sesso o di nudo, anche parziale. La prassi, soprattutto in America, vuole che almeno 24 ore prima di una scena di sesso agli attori vengano date indicazioni il più dettagliate possibile sul tipo di scena da girare. Se tutto è ok, gli attori danno l’assenso e si presentano sul set pronti a girare. Non esistono pratiche universalmente condivise, ma ci sono un po’ di approcci consigliabili. Spesso si lascia agli attori un po’ di tempo da soli, perché possano dirsi delle cose, rompere la tensione e concentrarsi meglio. Quasi sempre, soprattutto in anni recenti, si fa in modo che durante le riprese siano presenti solo le persone strettamente indispensabili: gli attori, ovviamente, e poi il regista, il cameraman (due, in certi casi), il fonico e pochi altri (che se non sono indispensabili, nel momento della ripresa vera e propria a volte si girano dall’altra parte). Anche nel caso di grandi produzioni, difficilmente una scena di sesso richiede più di dieci persone oltre agli attori impegnati nella scena. Insomma, si fa il possibile per garantire un po’ di privacy agli attori (fare finta di fare sesso mezzi nudi con trenta sconosciuti che ti osservano a braccia conserte non è facile) ma soprattutto per limitare al massimo la possibilità che qualcuno possa registrare immagini o video degli attori, per poi diffonderle illegalmente. Qualcuno ha anche raccontato di volte in cui, per mettere un po’ più a loro agio gli attori, tutte le persone presenti al momento della scena sono rimaste in mutande. A un certo punto, quando tutti i non-indispensabili sono andati a prendersi un caffè e il regista è magari rimasto in mutande, la scena si gira.

Gli attori fanno sesso davvero? No, ovviamente. È cinema, non porno. Ci sono alcuni casi di film non considerati pornografici che contengono penetrazioni o veri atti sessuali, ma sono davvero rari. Ci sono poi casi in cui “si dice” (senza nessuna conferma o prova) che gli attori abbiano davvero fatto sesso durante quelle scene. È impossibile dire se sia vero o no: a seconda dei casi sono leggende metropolitane o voci messe in giro per far risultare un film più “vero” o “scandaloso”. Bisogna dire poi che, anche se un film dovesse davvero contenere del sesso, sarebbe nell’interesse di chi lo promuove non dirlo con certezza, perché porterebbe a un rischio di censura. Uno dei “si dice” più noti riguarda la scena di sesso tra Richard Gere e Debra Winger in Ufficiale gentiluomo ma, appunto, è un “si dice”.

Gli attori sono nudi? Quasi mai. Innanzitutto perché raramente è previsto che li si veda del tutto nudi, soprattutto nel caso degli attori maschi. Quando non sono nudi, gli attori indossano normali mutande, e a volte persino pantaloni (le gambe spesso non si vedono) o mutande color carne (poi si può comunque sempre sistemare tutto in post-produzione). Ci sono però casi in cui le scene di sesso richiedono che ci sia uno stretto contatto fisico tra gli attori. In quel caso gli attori indossano quello che nel gergo di Hollywood è noto come cock sock, un calzino copri-pene. Ci sono vari modelli di calzino copri-pene, e in realtà il nome è in parte fuorviante: è fatto perché ci possa finire dentro anche lo scroto. I cock sock in genere hanno una corda per fare un nodo che tenga il tutto sufficientemente al chiuso. Per le attrici esistono invece dei relativamente semplici adesivi per coprire i capezzoli e quelli che, sempre a Hollywood, sono noti come snatch patch, un adesivo da mettere tra le gambe per coprire la vagina ed evitare indesiderati contatti con organi sessuali di altri attori o attrici. Ci sono anche casi in cui le attrici hanno indossato parrucche pubiche (o merkin). Iniziarono a usarle nel Medioevo le prostitute, a volte per coprire i segni di certe malattie. Kate Winslet ha detto di averne usata una per The Reader, perché il film e l’ambientazione richiedevano la presenza di peli pubici e, dopo anni di depilazione, sarebbe stato difficile ottenere un risultato simile senza parrucca pubica. Poi, come sa chi ricorda la storia di John e Judy in Love Actually, esistono le controfigure. Si dice che in molte scene di 9 settimane e ½ ci sia una controfigura di Kim Basinger. E ci sono dei casi in cui gli attori, di solito dopo aver messo mutande color carne, usano delle protesi: succede quando un pene si deve vedere ma non si vuole che quel pene sia quello dell’attore. Sono state usate protesi in Nymphomaniac, il film di Lars Von Trier che è anche uno di quei film in cui c’è del vero sesso. Ma è meno facile di come pensiate. La produttrice Louise Vesth spiegò: «Abbiamo ripreso gli attori che fingevano di fare sesso e poi le controfigure che facevano davvero sesso, e in post-produzione abbiamo unito le cose. Quindi: dalla vita in su sono gli attori; dalla vita in giù sono le controfigure». Anche nelle grandi produzioni, a volte le soluzioni sono molto più semplici: per risolvere contatti indesiderati a volte basta per esempio un cuscino messo nel punto giusto tra i due corpi. Per il sudore, ogni set fa storia a sé, e dipende anche dal tipo di sudore che si vuole ottenere. 

Come si decide cosa usare e come fare?

Come nel sesso vero, il principio di base è non fare niente che metta a disagio l’altra persona (o le altre persone). In genere se ne parla con gli attori e si cerca di fare in modo che ognuno sia a proprio agio e faccia il possibile per mettere i colleghi a loro agio. Attori e attrici hanno contratti molto dettagliati che prevedono cosa devono fare e cosa no, e in genere i registi non dovrebbero forzare nulla: ma ci sono storie di registi particolarmente insistenti, di attori o attrici che si sono trovati a disagio o di attori e attrici che dicono di aver improvvisato e di essersi invece trovati bene. Ovviamente, poi, già è strano girare scene di sesso piacevole, gioioso e consenziente. Tutto diventa decisamente più complicato quando sono scene che contengono una qualche forma di violenza.

Prima di girare la scena, la si prova? Esistono resoconti molto diversi fra loro. Qualcuno dice che è meglio provare e riprovare (anche vestiti e senza contatto fisico), per evitare che uno degli attori faccia qualcosa che possa risultare sgradevole o fastidioso ad altri. Esistono anche persone che si sono specializzate nella coreografia delle scene di sesso nel cinema e in tv, e nella consulenza agli attori: si sa che ci sono stati coreografi del sesso in Westworld e in The Wolf of Wall Street, per esempio. Qualcuno ritiene invece che sia meglio lasciare che gli attori possano improvvisare: il regista e produttore Judd Apatow dice di preferire questo secondo approccio perché «se viene provato e riprovato, oppure troppo pensato, alla fine sembra un brutto porno soft-core proiettato su un grande schermo». Alcuni attori hanno detto che a volte bere un po’ aiuta a rilassarsi e lasciarsi andare il giusto: Adrian Lyne – regista di 9 settimane e ½ , Proposta indecente, Lolita e Allucinazione perversa – ha detto che è capitato che prima delle scene di sesso di Attrazione fatale Michael Douglas e Glenn Close bevessero «champagne e margarita».

Come viene girata, tecnicamente, la scena? Qualche regista usa una sola cinepresa, per evitare di essere troppo invasivo con gli attori. Altri ne usano due: in questo caso il vantaggio è che la stessa cosa può esser ripresa da due punti, riducendo la necessità di dover fare più e più volte la stessa scena. Come quasi sempre nel cinema, pochi secondi sullo schermo corrispondono a ore e ore di ripresa, e magari decine di riprese della stessa scena: tutto questo rende i “si dice” effettivamente improbabili. Seamus McGarvey, direttore della fotografia di Cinquanta sfumature di grigio, ha detto che per alcune scene di quel film si scelse, in certi casi, di usare cineprese controllate a distanza, per lasciare soli gli attori. È probabile che durante ogni scena di sesso ci sia, accanto al letto, il regista che dice “adesso girati di qui”, “fai questo”, “guardala intensamente” e così via. È anche probabile che, con tante luci puntate addosso, magari sotto qualche coperta, faccia piuttosto caldo. Se sono nudi o quasi, finita la scena gli attori trovano in genere qualcuno che li attende con pantofole e accappatoio, da indossare per tornare in camerino.

Le eventuali erezioni sono un problema? I resoconti e le interviste dicono che, nella maggior parte dei casi, gli attori non hanno erezioni. Ma ovviamente è una cosa che può succedere. Jean-Marc Vallée – regista di Wild, Dallas Buyers Club e Big Little Lies – ha detto di non aver mai visto un attore con un’erezione, ma che non vuol dire che non abbia mai visto un attore eccitato: «È tutto molto tecnico, ma siamo umani e sono nudi, e si toccano». Sean Connery raccontò che prima delle scene di sesso era solito dire alle attrici: «Scusa se mi ecciterò, e scusa se non mi ecciterò». Seth Rogen raccontò di aver sentito un’intervista in cui Connery ne parlava e di averla detta a sua volta sul set di un film: spiegò però che se non sei Sean Connery non suona così bene.

Cosa ne pensano gli attori e le attrici? Molti attori e attrici hanno detto di sentirsi piuttosto a disagio, durante le scene di sesso. Hugh Grant invece ha detto: «Mi sono sempre piaciute, anche se forse dovrei dire di no. La risposta-tipo è “Oh, non è sensuale con tutti quei tizi che ti fissano”. Io le ho sempre trovate molto eccitanti». Lena Dunham ha detto: «Non capisco quando dicono che è una cosa meccanica e fredda. È come se qualcuno stesse facendo sesso con te. È una cosa che ti confonde». Secondo Michael Shannon il sesso finto nei film è «come il vero sesso, ma senza il piacere. C’è tutto il resto: l’orrore, la paura, l’ansia, la tristezza e la solitudine». 

I contratti, dicevamo. Ne ha parlato di recente Hollywood Reporter, spiegando che dopo il caso Weinstein e tutte le sue conseguenze le cose sono un po’ cambiate. «Ora viene richiesto meno nudo», ha detto l’avvocato Jamie Feldman, che si occupa di contratti di attori e attrici: «Le persone stanno più attente a questi temi, a come formulano le loro richieste e a come ogni cosa può essere percepita».

Feldman ha spiegato che esistono delle specifiche clausole contrattuali relative alle scene di sesso. Si chiamano nudity rider e sono molto dettagliate. I nudity rider possono parlare del colore degli adesivi copri-capezzolo, del numero massimo di persone consentite sul set durante le riprese di certe scene, o (con molto dettaglio) delle parti di corpo visibili. Queste clausole regolano anche le scene girate con controfigure, visto che agli occhi degli spettatori quelle che vedono non sono controfigure. Sta agli attori decidere cosa vogliono, e sta ai loro agenti riuscire a imporre ogni loro richiesta. Già dai tempi di Sex and the City, per esempio, Sarah Jessica Parker chiede una clausola che le permette di non comparire nuda: «Alcune persone fanno richieste peculiari, come una stanza d’albergo piena di candele di un solo colore. Io non faccio richieste strane. Ho solo questa, sulla nudità». Certi contratti prevedono anche che attori e attrici possano avere il pieno controllo e l’eventuale diritto di veto sulle loro scene di sesso o nudo. Si dice ce l’abbiano per esempio Emilia Clarke per Game of Thrones e Elisabeth Moss per The Handmaid’s Tale. I nudity rider prevedono anche indicazioni su cosa fare delle scene girate ma non inserite nel film, che si cerca di eliminare.

Perché si fa tutto questo? Nella grandissima parte dei film, le scene di sesso sono strumenti: servono per dire allo spettatore che “tra questi personaggi, succede questa cosa”. Per questo spesso basta suggerire il tutto (vediamo due che si baciano e iniziano a spogliarsi, e poi, dopo un taglio, li vediamo abbracciati nel letto la mattina dopo). Quando vediamo il sesso nei film, spesso non si va oltre quelle che Richard Brody definì sul New Yorker «le abitudinarie convenzioni pneumatiche fatte da contorsioni e sospiri». Si dice che scrivere di sesso sia tra le cose più difficili per uno scrittore, perché si deve evitare sia il ridicolo che il volgare: probabilmente è lo stesso per il cinema. Alcuni tra i migliori registi e attori ci riescono; molti altri no. Comunque, più di tutto e nonostante le loro difficoltà, le scene di sesso ci sono perché, come si dice, «sex sells»: il sesso fa vendere.

Dagotraduzione dal Sun il 24 agosto 2021. La cantante di Juice Lizzo, 33 anni, è diventata l'ultima di una lunga serie di celebrità ad ammettere che si rifiuta di mettere il deodorante e di conseguenza ha un odore "migliore". Ma la sua rivelazione è tutt'altro che la confessione più estrema, e sembra che evitare la doccia sia di gran moda a Tinsel Town, se le ammissioni di queste altre star sono qualcosa su cui basarsi... 

Deodorante da abbandono. L'attore del Dallas Buyers Club Matthew McConaughey, 51 anni, è stata una delle prime star a confessare di aver abbandonato il deodorante e molte celebrità hanno seguito le sue orme. Parlando nel 2005, quando gli è stato chiesto che odore dovrebbe avere un uomo, Matthew, 51 anni, ha risposto: «Quello di un uomo. Non metto il deodorante da 20 anni». Cameron Diaz, Julia Roberts e Bradley Cooper sono tutti famosi per non mettere il deodorante. L'attrice Julia Roberts ha detto a Oprah nel 2008: «In realtà non uso il deodorante ... non è mai stato il mio genere» mentre Cameron non lo usa da oltre 20 anni, e ha detto: «È davvero un male per te». Quando stava allattando, Kourtney Kardashian si rifiutava di mettere il deodorante in modo da poter mantenere il suo latte materno privo di tossine. 

"Ho fatto pipì in alcuni lavandini". Jennifer Lawrence una volta ha rivelato di non essere troppo esigente su dove andare in bagno. Parlando a MTV News con i co-protagonisti di Hunger Games Liam Hemsworth e Josh Hutcherson, ha rivelato: «Ho fatto pipì in alcuni lavandini. Quando due ragazze vanno in bagno, qualcuno deve prendere il lavandino. In realtà mi piace prendere un lavandino. Uno potrebbe aspettare, ma se quello che aspetta sono io, sto andando al lavandino». Non è nemmeno l'unica confessione che ha fatto, dicendo: «Non mi lavo le mani dopo essere andata in bagno». Ma in seguito ha rivelato che si trattava solo di uno scherzo: «Ho detto a MTV che non mi sono lavata le mani dopo essere andata in bagno perché stavo cercando di disgustare Josh e Liam e ho finito per disgustare il mondo. Certo che mi lavo le mani dopo essere andato in bagno!». 

Non lavarsi i denti. Ha un sorriso hollywoodiano, ma una volta Jessica Simpson ha rivelato di non spazzolare i suoi bianchi perlati ogni giorno - e per una ragione molto strana. La cantante, ora 41enne, ha detto a Ellen che si lava i denti circa tre volte a settimana, aggiungendo: «Perché i miei denti sono così bianchi e non mi piace che sembrino troppo scivolosi, ma uso Listerine e uso il filo interdentale tutti i giorni. È davvero strano, ma ho un ottimo alito».

Odore di un "gambero sul pannolino". La cantante Kesha una volta ha ammesso alla BBC Radio One che spesso il suo odore è tutt'altro che fresco, dicendo: «Di solito le persone intorno a me dicono: “Sei disgustosa!” o “Mettiti i pantaloni!”, oppure dicono: “Hai un odore strano, cos'è quell'odore?” «Una volta qualcuno mi ha detto che puzzavo di gambero sul pannolino». «Pensavo di poter creare una fragranza che fosse un po' come un gambero su un pannolino Fabergé, ma non so se la gente vuole sentire un odore simile». 

Orrore per i capelli. La star di Twilight Robert Pattinson una volta ha ammesso di non essersi lavato i capelli per sei settimane. Quando gli è stato chiesto in un'intervista con Extra se fosse vero, l'attore ha detto: «Probabilmente. Non lo so. Non vedo davvero il motivo di lavarti i capelli. Se non ti interessa se i tuoi capelli sono puliti o no, allora perché dovresti lavarli?». «Mi lavo le ascelle e l'inguine». Jake Gyllenhaal una volta ha detto a Vanity Fair: «Sempre di più, trovo che il bagno sia meno necessario a volte» - e sembrerebbe che la coppia di Hollywood Ashton Kutcher e Mila Kunis siano d'accordo. Discutendo dell'igiene personale nel podcast Armchair Expert, Ashton ha dichiarato: «Lavo le ascelle e il cavallo ogni giorno, e nient'altro». Mila ha aggiunto: «Non lavo il mio corpo con il sapone tutti i giorni. Lavo le fossette e le t**e e le fessure e i buchi e le suole». 

·        Le Icone.

Da ilmattino.it il 6 novembre 2021. «Ho un ginocchio nuovo di zecca», annuncia allegramente Sir Rod Stewart mentre flette le gambe vestite con pantaloni bianchi attillati. «Mick Jagger ha una nuova valvola cardiaca. Elton ha un nuovo fianco. Tutti i vecchi vengono rimessi insieme. Riparati e rimessi in viaggio!». A 76 anni, Rod Stewart, dopo essere stato “aggiustato”, ha presentato il suo nuovo album. Tears of Hercules offre una selezione vigorosa di canzoni d'amore e di sesso principalmente scritte da lui, piene di eleganti groove da discoteca, ballate ricche di sentimento e rock grintosi, tutti interpretati dall'inimitabile e roca voce di Stewart. E lo ha presentato nel suo stile, sempre al di sopra delle righe. Un video per il suo singolo più recente, One More Time, è stato ampiamente deriso sui social media per aver raffigurato il settantenne scintillante che interagiva in modo civettuolo con un gruppo di giovani donne avvenenti con la metà dei suoi anni. «Questa è la mia band», ride, sprezzante. «Non sono state scelte per la loro bellezza. Suonano, cantano e ballano tutti. Anche i ragazzi della band non sono male!». Il tema della canzone è il sesso con una ex: «Non l'ho mai fatto», dichiara. «Davvero non l'ho mai provato. Quando ho finito con una donna, ecco, è davvero finito. Sto abbastanza bene così. Ma siamo stati tutti tentati». Un'allegra canzone dal sapore caraibico, invece, è Gabriella che evoca i ricordi di un'avventura di una notte con un'amante diciannovenne, mentre lo strepitoso inno al ballo Kookooaramabama propone numerosi luoghi per farlo, tra cui treni, aerei, automobili e cimiteri e suggerisce agli ascoltatori di «provarlo in cucina quando i bambini sono fuori. La lussuria spontanea è ciò di cui si tratta. Sono senza imbarazzo e senza vergogna», replica Rod Stewart. «Sto solo ricordando a tutti che il sesso dovrebbe essere divertente. L'ho sempre cantato. Sempre. Qualcuno deve fare questo duro lavoro e io l'ho fatto!» Riguardo alla sua libido nei suoi anni avanzati, dice: «Beh, non è più quello di una volta. Ma io amo davvero le donne. Amavo Marilyn Monroe quando avevo otto anni. Ritagliavo le sue foto dal giornale. E ho continuato a farlo per tutta la vita». «Gli anni '70 sono stati fantastici - prosegue Rod -. Era un'era edonistica. L'era delle scop**e!» La gioia sfacciata di Stewart per il suo successo è parte del suo notevole fascino. Quando gli viene offerto un elenco di caratteristiche della rock star degli anni '70 (ville, automobili, droga, sesso, capelli grandi, pantaloni attillati), si batte la coscia con gioia: «Li ho tutti!». In quegli anni c'era la sensazione che le strutture di classe venissero capovolte, quando un ex operaio di fabbrica del nord di Londra è diventato ricco e famoso, vendendo centinaia di milioni di dischi in tutto il mondo. «Il calcio e la musica erano i due degli unici modi per uscire dalle strade. Eravamo eroi della classe operaia». Tuttavia, quell'era dell'indulgenza tende ad essere considerata con un occhio più scettico e giudicante, adesso, in particolare per quanto riguarda lo sfruttamento delle giovani donne. Stewart è indifferente. «Non ho fatto assolutamente niente di male. Non ho mai fatto sesso con nessun minorenne, non ho mai costretto nessuno a fare sesso. In effetti, il sesso era sempre troppo per me, c'era sempre e diventava noioso. C'erano molte belle donne, ma non avevamo niente da dire alla fine della serata. Desideravo una donna nella mia vita, desideravo avere una storia d'amore, una relazione che fosse molto più profonda del semplice sesso. E l'ho finalmente trovata». 

Da ansa.it il 4 novembre 2021. Gli anni passano per tutti: dopo Bob Dylan, Neil Young e Paul Simon, anche Bruce Springsteen si accinge a vendere la sua musica. I negoziati per la cessione alla Sony dei diritti sui brani registrati del "Boss" sono in dirittura d'arrivo, mentre ci sono ancora punti da limare per la vendita del catalogo delle canzoni. Lo ha appreso 'Billboard', confermato da “Variety”. Springsteen lavora con la Columbia Records (che appartiene alla Sony) dal 1972 ma a un certo punto della sua carriera, nel corso della revisione di un contratto, ha acquistato tutti i diritti sulla sua musica. Fino a pochi anni fa era rarissimo - quasi una vergogna - che musicisti vendessero i propri cataloghi. Il trend è' diventato sempre più frequente nei mesi della pandemia che a lungo ha bloccato concerti e tournee, ma anche via via che i grandi del rock invecchiano e cominciano a pianificare la successione monetizzando per conto degli eredi la loro produzione artistica. Springsteen ha 72 anni. L'ottantenne Dylan, a quanto si è appreso, ha venduto l'anno scorso per una cifra stimata a 400 milioni di dollari il suo intero catalogo a Universal Music, mentre il coetaneo Paul Simon ha ceduto i diritti su 60 anni di canzoni alla Sony, Mick Fleetwood dei Fleetwood Mac si è rivolto a Bmg e anche la regina del country Dolly Parton sta pensando di farlo. Secondo 'Billboard' i cataloghi di Springsteen valgono tra 330 e 415 milioni di dollari e un forte impeto ad accelerare i tempi viene dell'atteso aumento della tassa sui capital gain, uno dei punti forti della riforma tributaria del partito democratico che fino ad almeno il 2023 avrà il controllo della Casa Bianca e del Congresso. Fonti di Variety parlano di contatti durati parecchi mesi. Ne' Springsteen ne' la Sony nelle sue divisioni Music e Publishing hanno voluto fare commenti. Aiutato dal manager storico Jon Landau, Bruce Springsteen, oltre ad essere tra grandi del rock, è anche un astuto uomo d'affari che nell'ultimo mezzo secolo ha venduto soltanto negli Stati Uniti oltre 65 milioni di album, mentre il suo vasto catalogo di canzoni genera ogni anno centinaia se non migliaia di cover. Sempre secondo “Variety”, il catalogo degli album del Boss nel 2020 ha generato profitti per 15 milioni a cui si aggiungono 7,5 milioni all'anno per il catalogo editoriale. Stratosferici poi gli incassi dei tour, prima che il Covid bloccasse le trasferte: 840 milioni tra 2010 e 2019, un solo decennio in una carriera di quasi 60 anni. Il team di Springteen vende inoltre decine di registrazioni live d'archivio sul sito web del musicista bypassando completamente le etichette discografiche. 

Mariarosa Mancuso per "Robinson – la Repubblica" il 6 dicembre 2021. Attore bambino, regista sperimentale, seguace delle avanguardie novecentesche. Poi la svolta: spacciatore di pettegolezzi hollywoodiani a sfondo macabro e sessuale. Per cortesia, tralasciamo dalla biografia di Kenneth Anger (classe 1937) l’adesione a Thelema, il culto fondato dall’occultista inglese Aleister Crowley — anche se da lì esce il folle cortometraggio Invocation to my Demon Brother, con la colonna sonora di Mick Jagger al sintetizzatore. Il regista lo avrebbe voluto nella parte di Lucifero, che andò invece a Bobby Beausoleil, implicato nella banda di Charles Manson per un traffico di droga. I film di Kenneth Anger appartengono alla storia del cinema underground, e sono sfacciatamente gay molto prima della retata a Stonewall. Dice: «ho scritto Hollywood Babilonia per soldi». Dobbiamo credergli, anche se le circostanze della pubblicazione fanno pensare a una civetteria. Uscì in Francia nel 1959, un’edizione americana del 1965 fu subito messa al bando per oscenità, finché nel 1975 l’illustratissimo libro fu ristampato con aggiunte, e recensito dal New York Times con tutti gli onori. Kenneth Anger aveva quasi 40 anni, e qualcuno cominciava a sospettare che non avesse davvero recitato, quando ne aveva sette, in A Midsummer Night’s Dream di Max Reinhardt e William Dieterle. La prima edizione Adelphi è del 1979, ora ristampata in tascabile con la storica traduzione di Ida Omboni, che per molti anni ha scritto gli spettacoli di Paolo Poli. Storica perché il gergo hollywoodiano non era diffuso come oggi, e quindi incontriamo delizie come “cadutista” per stuntman. Aggiunge fascino a un libro che negli anni è stato setacciato per distinguere il vero del posticcio: ma il divertimento per il lettore non cambia. Fact-checking. O addirittura “debunking”, diciamo oggi. Lo ha fatto Karina Longworh in un episodio del suo podcast “You Must Remember This”. Non è accertato che Clara Bow si sia portata a letto un’intera squadra di football, né che tra i giocatori ci fosse un certo Marion Robert Harrison, noto a Hollywwod con lo pseudonimo John Wayne. Sono vere invece le foto dell’incidente dove morì Jane Mansfield, altra attrice che nessuno ricorda quasi più — se non per la rievocazione dello scontro automobilistico in Crash di David Cronenberg. Sinistra anche la scritta “Hollywoodland” (così era, fino al 1949): buttandosi dalla D si suicidò Peg Entwistle, che aveva cercato il successo senza trovarlo. Kenneth Anger racconta l’industria del cinema dagli anni Venti agli anni Cinquanta (c’è un Hollywood Babilonia II che si allunga fino ai 70). Non era la Hollywood di oggi, con gli attori che fanno a gara per dissociarsi da Woody Allen e ora anche da J. K. Rowling. A far da spirito guida è sempre lui, Aleister Crowley, che aveva definito i cinematografari «una banda di maniaci sessuali pazzi di droga». In apertura, la prima Babilonia del cinema, inventata nel 1915 da D. W. Griffith con i suoi scenografi e falegnami: «giardini pensili, piste sopraelevate per le corse dei cocchi, elefanti-grattacielo». Nella pagina a fianco vediamo la fotografia dei pachidermi rampanti, ai grattacieli non avevamo proprio pensato. Altri capitoli rimandano a vecchie conoscenze fatte frequentando romanzi, film, omaggi sviscerati come I diari bollenti di Mary Astor, scritto e illustrato da Edward Sorel. L’omicidio di Sharon Tate ha spinto Quentin Tarantino a girare C’era una volta a Hollywood. Il romanzo Io, ciccione di Jerry Stahl (Mondadori 2008) ha raccontato l’infanzia dello scandaloso Fatty Arbuckle. Dal misterioso delitto sullo yacht di Marion Davies — amante di William Randolph Hearst, in Mank di David Fincher è l’attrice Amanda Seyfried — Peter Bogdanovich ha tratto il film The Cat’s Meow. Per gli spettatori italiani, Hollywood Confidential. Il produttore di western Tom Ince era morto di indigestione sullo yacht, pur avendo a disposizione droga e alcool in quantità (secondo qualche testimone). Secondo altri testimoni non era mai salito a bordo. C’era da nascondere una tresca tra Marion Davies e il miliardario Charlie Chaplin, che aveva già il suo daffare con le mogli. Qui Kenneth Anger ha vita facile, e non c’è fact-checking che tenga: bastano le età. È la Hollywood dei “fixer” che arrivano sul luogo del delitto prima dei poliziotti e cancellano le prove. Non è un’invenzione dei fratelli Coen nel film Ave Cesare, c’erano davvero professionisti pagati per difendere la reputazione dei divi. Da oscura manovalanza, gli attori erano diventati il grande patrimonio degli studios, vincolati da lunghi contratti e all’occasione prestati alla concorrenza: uno scandalo bastava a deprezzarli. Eddie Mannix — preso a modello per il film — era in forze alla MGM, le sue gesta sono in un libro intitolato The Fixers (solo per fanatici, quindi mai tradotto, lo ha scritto E. J. Fleming). Grande spazio hanno le pettegole dell’epoca, nemiche giurate: Hedda Hopper e Louella Parsons. E la rivista Confidential, che per lo sporco lavoro si era dotata dei più moderni ritrovati: pellicole a raggi infrarossi e potenti teleobiettivi. La fonti primarie restavano però le maldicenze dei nemici. Dalla rivista (di gran successo) viene lo stile finto scandalizzato — guardate che bordello! — che Kenneth Anger rifà con gusto: maiuscole, punti esclamativi, didascalie a doppio senso.

Dalle prime alle ultime riproduzioni. Star Trek, la serie culto che piaceva a Luther King. Giulio Laroni su Il Riformista il 24 Ottobre 2021. Domani ricorreranno trent’anni dalla morte di Gene Roddenberry (1921-1991), leggendario sceneggiatore e produttore statunitense. La vita di Roddenberry si intreccia e in qualche modo si identifica con la storia di Star Trek, la serie televisiva e poi cinematografica da lui ideata negli anni Sessanta. Questa sovrapposizione è stata a tal punto decisiva che egli ha chiesto, prima della sua scomparsa, di far lanciare le sue ceneri nello spazio. Per accostarsi a un fenomeno composito come quello di Star Trek conviene rifiutare allo stesso tempo sia una cinefilia ingenuamente celebrativa, poco propensa al giudizio di valore, e sia quell’ethos borghese che considera la fantascienza come un oggetto indegno della critica. In un corpus formato da tredici film e numerose serie tv i valori formali sono certamente eterogenei, né mancano i passi falsi, ma almeno fino a Star Trek – La Nemesi (2002) è possibile rintracciare una certa omogeneità d’intenti. È proprio Roddenberry a infondere in Star Trek un modo preciso di concepire le istanze politiche, la caratterizzazione dei personaggi, l’estetica della regia. C’è, nella sua idea del cinema e della televisione, un atteggiamento di sorprendente radicalità, che non di rado ha saputo emanciparsi dalla natura industriale del mezzo e porsi in contraddizione con il sistema in cui nasceva. L’essenza forse più pura della visione di Roddenberry si trova riassunta in una risposta dell’ammiraglio Kirk al capitano Spock in Star Trek III – Alla ricerca di Spock (1984). Interrogato sul perché abbia messo a rischio se stesso e l’equipaggio per trarre lui in salvo, Kirk risponde con una frase apparentemente senza senso: “Perché il bene di uno conta di più del bene di molti”. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di un elogio irrazionalistico dell’individualismo, ma di una decisa presa di coscienza del valore irrinunciabile di ogni singola persona umana: se un proprio compagno è in pericolo, tutti si devono impegnare per salvarlo. Accanto a questo impulso umanistico, vi è in Star Trek il tentativo di trasporre nel futuro una critica allo stato di cose presente. Non però una critica reificata, irrigidita in scialbe enunciazioni di principio, ma un gioco continuo di luci e di ombre, di tesi e di antitesi. Ammirata da Martin Luther King, la serie classica nata negli anni Sessanta mostra un equipaggio multietnico, composto tra l’altro da una ufficiale africana, uno asiatico, persino un russo, la cui convivenza è all’insegna di un universalismo plurale. Anche l’incontro con mondi extra-terrestri rifugge sia la tentazione del pensiero della differenza sia quella uguale e contraria del colonialismo, preferendo a queste un’ottica di dialogo interculturale, di confronto talvolta impegnativo. Nel futuro immaginato da Star Trek esiste una norma, la Prima Direttiva, che impone di non interferire negli usi e i costumi dei pianeti alieni, anche quando questi sono intollerabili; ma allo stesso tempo, in un discorso incessantemente dialettico, i protagonisti molte volte decidono di infrangerla. In Star Trek IV – Rotta verso la Terra (1986) il viaggio dei personaggi negli anni Ottanta del Novecento è l’occasione per la descrizione arguta ma anche impietosa di un tempo presente segnato dall’ignoranza, dalla cupidigia, dalla distruzione dell’ambiente naturale, messo a confronto con un futuro utopico in cui la schiavitù del denaro è stata superata. Allo stesso modo Star Trek VI – Rotta verso l’ignoto (1991) trae dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica lo spunto per un apologo dal notevole spessore tragico, in cui la critica sociale non è data con enfasi declamatoria ma è il risultato di un fuoco di contraddizioni: Kirk lotta contro dei reazionari razzisti, ma è tentato egli stesso da pulsioni di odio. Nicholas Meyer, che ha collaborato a entrambi questi film – al primo come co-sceneggiatore, al secondo anche come regista – è una delle figure che più di tutte hanno contribuito a dare espressione al pensiero di Star Trek: fine conoscitore di Shakespeare, ammiratore di Bresson, ha dato vita a personaggi complessi, lacerati, del tutto estranei a un cinema pensato per il grande pubblico. Anche il lavoro sulle scenografie si ispira all’idea di un futuro modellato sul presente. Quando incontrai nella sua villa a Los Angeles lo storico scenografo di Star Trek Herman Zimmerman, egli mi mostrò per prima cosa alcuni suoi libri di architettura italiana, e in special modo uno su Carlo Scarpa, dai quali traeva ispirazione per i suoi progetti architettonici. Pur essendo entrato nella saga solo nel 1987 Zimmerman è, insieme a Matt Jefferies per la serie classica, il padre più autentico del design di Star Trek. A partire da Star Trek – il futuro ha inizio (2009), primo film del cosiddetto reboot, si compie un improvviso cambio di passo. La mano pesante di J.J. Abrams contamina Star Trek con l’estetica del fumetto, con i ritmi martellanti del videoclip, con l’effettismo del cinema più commerciale. I suoi personaggi, blande caricature di quelli di Roddenberry, si lasciano alle spalle ogni tentativo di problematicità o di originalità. Anche Star Trek: Discovery, una delle più recenti serie tv, sacrifica lo spirito originario sull’altare di un intrattenimento ideologico e disimpegnato. Unica piacevole eccezione è Star Trek: Picard: qui l’umanismo a cui tanto teneva Roddenberry, l’impulso interculturale, il futuro ispirato al presente – con citazioni nientemeno che dei Kraftwerk – tornano in tutto il loro fascino. Giulio Laroni

Daniela Mastromattei per “Libero quotidiano” il 23 ottobre 2021. Qualcuno li ricorda appena, i produttori di cinema, teatro, televisione non li cercano più. E i loro telefoni restano muti. Chi senza un soldo perché ha sperperato tutto il patrimonio, chi pieno di debiti col Fisco o chi è finito sul lastrico dopo un divorzio. Famosi passati dalle stelle alle stalle. Difficile restare sulla cresta dell'onda per molti anni, soprattutto nel mondo dello spettacolo, dove si vive perennemente sull'altalena. E se non si possiedono senso della misura e capacità di gestirsi, molti saltano per aria con la complicità di cattivi maestri. Tra i divi più richiesti da Hollywood negli anni Novanta, si dice che Nicolas Cage sia stato in grado di sperperare un patrimonio da 150 milioni di dollari per colpa di un "consumismo compulsivo". L'ultima caduta lo scorso 20 settembre quando, riportano alcuni testimoni, è stato protagonista di un litigio con il personale di un noto ristorante di Las Vegas, nel quale era entrato in condizioni pietose: «Era in un pessimo stato e andava in giro senza scarpe». E pensare che era stato ribattezzato lo stakanovista di Hollywood. Ve la ricordate Pamela Anderson, quello schianto di bagnina della celebre serie americana Baywatch? A nulla sono serviti la sua bellezza mozzafiato e il suo faccino d'angelo di fronte al Fisco. È stata costretta a dichiarare bancarotta nel 2012. Poi il silenzio. Anche Wesley Snipes attore di tanti film d'azione americani e antagonista di Michael Jackson nel video musicale del brano Bad, diretto da Martin Scorsese, non ha potuto fare molto contro l'Agenzia delle Entrate. Accusato di evasione fiscale, nel 2006 ha dichiarato bancarotta; ed è stato condannato per non aver versato 12 milioni di dollari di tasse. L'attore, che ha lavorato con Sean Connery in Sol levante, ha trascorso tre anni tra prigione e arresti domiciliari, rinunciando pure a una lussuosa villa a Malibu da quasi 8 milioni di dollari. Infelice anche la parabola di Mary J. Blige (cantautrice, attrice, produttrice discografica e 9 volte vincitrice ai Grammy Awards) ha sperperato quasi tutti i 45 milioni di dollari accumulati in 20 anni di carriera: colpa di alcuni investimenti sbagliati. Un incauto investimento immobiliare ha mandato per aria anche il capitale di Kim Basinger. La sensuale protagonista di 9 settimane e 1/2 avrebbe acquistato per 20 milioni di dollari un'area di oltre 700 ettari vicino al suo paese natale, Braselton, in Georgia, progettando la costruzione di un grande parco di divertimenti. Poco prima di cominciare i lavori (nel 1993) è finita sul lastrico e ha dovuto vendere il terreno. Anche da noi ci sono personaggi noti che lamentano condizioni di vita disagiate. Uno dei volti del piccolo schermo caduto in disgrazia è Lorenzo Crespi, che ha raccontato più volte nel salotto di Barbara D'Urso di non riuscire a trovare un lavoro, né a pagare l'affitto di casa. «Completamente truffato da una società che lavora per produzioni Rai», aveva denunciato raccontando la sua malattia ai polmoni. Anche Morgan da quando è stato sfrattato dalla sua casa di Monza, nel giugno 2019, è pieno di debiti per le cause legali intentate contro di lui dalle sue ex (Asia Argento e Jessica Mazzoli). Sempre a giugno 2019 ha fatto notizia Silvio Berlusconi che acquistava la casa di Marco Columbro. Il conduttore purtroppo dopo un'aneurisma cerebrale è stato costretto a stare per molto tempo lontano dai riflettori: «Dopo la malattia, per la televisione sono morto», aveva dichiarato. Neppure Claudio Lippi ha tenuto segreta la sua situazione: «Non ho una casa, non ho una barca, non ho niente, tutto a causa della cattiva gestione dei miei guadagni da parte del mio manager». Per nulla dignitosa la fine di Marco Baldini, che nel corso della sua carriera ha sprecato diverse chance. Dalla collaborazione con Fiorello alla radio. Nulla da fare, il vizio del gioco e i debiti accumulati lo hanno stritolato. Nel corso degli anni ha anche ammesso d'aver ricevuto un prestito da Linus, boss di Raio Deejay, che sembra non abbia mai restituito. E Sylvie Lubamba? Diventata famosa grazie a Chiambretti ha sbagliato e ha pagato con 3 anni di carcere per uso indebito di carte di credito. Raccontando la sua storia aveva parlato di reddito di cittadinanza. Ma i social sono insorti: «Trovati un lavoro e con te chi ha sperperato patrimoni...».

Ma si possono comprare le auto dei film? Ecco il valore delle 10 più costose. Graziella Marino su La Repubblica il 23 ottobre 2021. Uswitch.com, in collaborazione con CashForCars, ha stilato la speciale classifica: La Gadgetmobile dell'ispettore Gadget vale 21 milioni di euro. Se qualcuno è interessato... Le auto dei film di fantasia hanno spesso avuto un ruolo importante nel successo della pellicola, basti pensare alla Batmobile o alla DeLorean di Ritorno al Futuro. Ma quanto costerebbero nella realtà queste vetture? A svelarlo ci ha pensato il sito specializzato in analisi comparative Uswitch.com che, in collaborazione con CashForCars, azienda che si occupa di vendita di autoveicoli usati, ha stilato una classifica delle 10 più costose. 

1 - GADGETMOBILE

Il primato spetta alla Gadgetmobile guidata dall’ispettore Gadget nel film del 1999, che oggi raggiungerebbe la cifra record di 21.600.733 euro. Originata dalla trasformazione della Lincoln Continental convertibile del 1964, che costa 64.652 euro, la vettura dell’ispettore Gadget raggiunge questo ragguardevole valore grazie alle sue eclettiche caratteristiche, dalla capacità di cambiare forma, agli innumerevoli gadget di cui dispone, come i motori a reazione, i paraurti artigli e i razzi di colla 

2 - ACURA 2012 

La seconda classificata è la Acura 2012 Stark Industries Super Car presente nel film ‘The Avengers’ e guidata da Tony Stark, alias Iron Man. La vettura, oltre al motore Palladium, ha molte caratteristiche high-tech, come un volante con sensore per effettuare la scansione del palmo della mano, e gli appassionati di supereroi e supercar nella vita reale potrebbero possederla per 7.923.571 euro 

3 - BATMOBILE 

La terza del podio è la Batmobile. Guidata dal Batman di Christian Bale ne ‘Il cavaliere oscuro’ (2008), l’auto costerebbe circa 7.753.005 euro nella vita reale. Questa vettura, chiamata Tumbler, è praticamente un mezzo militare d’assalto con linee nette e geometriche e enormi pneumatici ma, all’occorrenza, si può trasformare in un Batcycle, indubbiamente molto più comodo per gli inseguimenti di Batman nel traffico cittadino 

4 - ASTON MARTIN DB4

Appena fuori dal podio c’è la bellissima Aston Martin DB4, guidata da James Bond (Sean Connery) nei film ‘Goldfinger’ e ‘Operazione Tuono’, con un valore di 2.547.945 euro 

5 - FLYING FORD ANGLIA

Chi non vorrebbe farsi un giro sulla magica Flying Ford Anglia di ‘Harry Potter nella Camera dei segreti? Con 1.292.168 euro passa la paura 

6 - AUTOJET THX 1138

La Autojet scelta dal regista George Lucas per il  suo ‘THX 1138’ ha un valore stimato di 861.445 euro, e vale una fuga dal futuro 

7- SAETTA MCQUEEN

Lightning McQeuen e il film ‘Cars’ costa 857.138 euro, ma chi la guiderebbe? 

8 - FAB1

La FAB1 del film ‘Thunderbirds’, quella della famiglia Tracy, vale 215.361 euro e il sogno di essere un agente segreto a fin di bene 

9 - GIGAHORSE

Chissà cosa ne penserebbe Mel Gibson: solo nona la The Gigahorse del film ‘Mad Max: Fury Road’ (86.145 euro). 

10 - DELOREAN DMC-12

Chiude la top ten la DeLorean DMC-12 di Ritorno al Futuro. Il veicolo che viaggia nel tempo del dottor Emmett Brown, nonostante sia una delle auto più iconiche della storia del cinema, costerebbe solo 47.810 euro, incluso il condensatore di flusso (stimato a 388 euro), descritto dal dottore come "ciò che rende possibile viaggiare nel tempo”.

·        Le Hollywood d’Italia.

Marina Valensise per “il Messaggero” il 13 dicembre 2021. La commedia all'italiana si fonda sulla satira, anche politica, del costume contemporaneo e racconta storie che si potrebbero trattare anche tragicamente, ma lo fa in modo lieve, scanzonato, sardonico, beffardo, a volte persino surreale. La grande stagione degli anni Sessanta inizia almeno trent' anni prima, come espediente per evitare la censura fascista, poi come reazione al neorealismo, al cinema verità imposto dalla miseria, dalla necessità di risparmiare, e quindi come via traversa e antiretorica, fondata sul comico, sullo sberleffo, per trattare di problemi attuali e seri, in forma di intrattenimento, ma dando voce non solo all'autobiografia, ma all'introspezione italiana nelle sue pieghe più autentiche. Tanto i caratteri, i personaggi, le situazioni, le trame dei film di De Sica, Dino Risi, Monicelli, Germi, Zampa, Sordi, Sonego, Lattuada sono il riflesso di tipi umani reali, tanto infinite le corrispondenze tra cinema e vita Aldo Fabrizi, per esempio, romanissimo, veracissimo, popolarissimo, aveva 37 anni quando si impose in Campo de' Fiori, firmando la sceneggiatura con Fellini, Piero Tellini e Mario Bonnard, e interpretando un pescivendolo infatuato di una bella signora nei guai. In Roma città aperta è lui a interpretare il prete che prima della mitragliata delle SS contro la Magnani dà una padellata in testa a un malato di scorbuto per trasformarlo in un finto moribondo, con un passaggio dal tragico al comico degno del teatro elisabettiano, che fra l'altro segna la sopravvivenza del neorealismo attraverso la stessa commedia all'italiana. È una delle tante spigolature offerte dalla ristampa di quest' opera pubblicata nel 1985 e sempre attuale. Più che un saggio o un libro di storia, trattasi di un repertorio ragionato di tutti i film, noti e meno noti, ignoti e del tutto dimenticati, dei loro antesignani nel fascismo, all'epoca dei telefoni bianchi, e dei loro concorrenti americani ai tempi dell'invasione delle major, ma anche dei registi, da Fellini a De Sica, da Germi a Lattuada, passando per Dino Risi, Visconti, e Pasolini, per citarne soli alcuni, e degli attori, da Sordi a Gassmann, da Tognazzi a Manfredi, da Macario a Totò, da Rascel a Franchi e Ingrassia, dalla Valeri a Monica Vitti a Laura Antonelli, senza dimenticare le grandi star come la Loren e la Lollobrigida, che hanno dominato il cinema del dopoguerra. Per il figlio della leggendaria Suso Cecchi d'Amico, che fu la sceneggiatrice di Visconti e di tantissimi altri, ed era a sua volta la figlia del principe della critica, Emilio Cecchi, e la moglie del musicologo più brillante d'Italia, Fedele d'Amico, questa rassegna sull'industria del cinema che include prezzi, produzioni, incassi, è anche un'autobiografia involontaria dove i ricordi personali scorrono sottotraccia. Ecco allora l'esordio di un comico sconosciuto, tal Alberto Sordi, scoperto da Masolino in un'arena all'aperto a Santa Marinella, prima che diventasse il protagonista del cinema italiano, regista, attore e interprete, premiato da incassi ragguardevoli come i 3 miliardi de Il medico della mutua diretto da Luigi Zampa, ma che aveva alle spalle una lunghissima gavetta iniziata a sedici anni come doppiatore di Oliver Hardy, col suo accento americano in tonalità da basso profondo, e continuata come autore radiofonico inseguendo il divismo coi Compagnucci della Parrocchietta, il conte Claro e Mario Pio. Ecco il torneo di ping pong organizzato sempre da Masolino sul terrazzo della casa di Castiglioncello, per placare l'ira di Gassman, dopo che la troupe del Sorpasso era stata battuta in una partitella di calcio da una squadra di vacanzieri. Ecco Franco Cristaldi in estasi a Venezia davanti all'apparizione del bikini verde smeraldo di una moretta dal sorriso smagliante, una tale Claudia Cardinale, sbarcata da Tunisi. E cosi alla fine della fiera, resta solo da sperare che dopo la ristampa arrivi pure un nuovo libro di memorie inedite e retroscena gustosi.

Tutte le volte di James Bond in Italia, ecco le location che hanno ospitato 007. Paride Leporace su Il Quotidiano del Sud il 29 settembre 2021. E venne il giorno dell’attesa prima di “No Time To Die” venticinquesimo film della saga di 007 e ultimo con Daniel Craig nei panni di James Bond, film che ha come location Matera ma anche Altamura e Maratea.

Le vicende di Bond nel corso della sua lunga vita cinematografica hanno spesso avuto come scenari incantevoli posti italiani segnati dalle riprese dei film girati. Una breve guida per ricordare inseguimenti e vicende tricolori dell’agente segreto più famoso della storia del cinema

DALLA RUSSIA CON AMORE- 1963

Il secondo film della saga, si conclude a Venezia, città molto glamour e internazionale. Arrivo lagunare con l’Orient Express con la prima bond girl italiana, Daniela Bianchi. Hotel Danieli e luna di miele veneziana sui titoli di coda. Ma le riprese sono in studio e il Canal Grande è solo riprodotto per l’unica avventura italiana di Sean Connery

AGENTE 007, LA SPIA CHE MI AMAVA-1977

Secondo film con interprete Roger Moore e la produzione scopre la Sardegna per scene molto spettacolari. La Lotus anfibia emerge sulla spiaggia di Capriccioli. In Costa Smeralda è collocata l’Atlantide marina del cattivo di turno. Si vedono Palau, la baia di Cala di Volpe e il suo esclusivo hotel, San Pantaleo ma c’è anche l’hotel Pitrizza.

MOONRAKER, OPERAZIONE SPAZIO-1979

Torna Venezia, e questa volta plain-air. Bond- Moore alle prese con inseguimenti su calli e gondole veneziane con il cinese Chang. Un godibile inserto italiano prima dello spazio.

AGENTE 007- SOLO PER I TUOI OCCHI-1981

Roger Moore resta in Veneto a Cortina. È accolta da Bibi, bella campionessa di pattinaggio su ghiaccio e da un folto gruppo di killer cattivi sugli sci. Nel corso del tempo diversi raduni organizzati da bondisti con raduno di auto e star della saga. Perché un Bond è per sempre.

CASINO ROYALE- 2006

Alla sua prima volta Daniel Craig trova godibili scene italiane e grandi giacimenti culturali. La villa del Balbianello con vista mozzafiato sul lago di Como è il buon retiro di Bond con Eva Green che registra un bacio sotto il celebre balcone.

Per il Daily Telegraph all’epoca la più bella location di sempre di James Bond. Ma anche nel finale del film appare un’altra stupenda villa lariana, una sorta di castello, ovvero Villa Castello. E in mezzo al film ritorna Venezia. Bond approda in barca a Bacino San Marco , si vede il Canal Grande, il Mercato del Pesce di Rialto, piazza San Marco non può mancare, il conservatorio Benedetto Marcello. Suspence e bellezza non mancano per uno dei più grandi incassi di sempre.

QUANTUM OF SOLACE-2008

Trionfa Siena in questa avventura di Bond con inseguimento durante un Palio ricostruito in piazza del Campo ma ci si rincorre anche sui tetti della città storica toscana. Sulla Gardesana occidentale inseguimento automobilistico che registrò un pauroso incidente con uno stuntman che rischiò la vita sul set. Scene di azione anche tra le cave di Talamone e i marmi di Carrara. Alcune guide riportane scene girate anche a Craco e Maratea ma si è trattato solo di sopralluoghi. Ora è arrivato il vero momento della Basilicata con “No Time No Die”.

SPECTRE -2015

Finalmente la città eterna. Anche Roma accoglie 007 con un inseguimento notturno che tocca i monumenti tra i più conosciuti al mondo. Strade chiuse e compensi per tutti. Da Trastavere alla Nomentana si sfreccia su Piazza Navona, Fontana di Trevi, via delle Quattro Fontane, luoghi della “Grande Bellezza”, Ponte Milvio.  

È stato anche realizzato l’ebook “Discover Roma with Jamed Bond” – Guide to Spectre film locations, con una serie di descrizioni e aneddoti legati ai luoghi di Spectre a Roma illustrato con acquerelli originali. Monica Bellucci nei panni della Bond girl incontra Daniel Craig nel colonnato del Museo della Civiltà romana adattato per esigenza di copione a Cimitero del Verano.

Sette sataniche, sincretismo e stragi: ecco i santoni neri di Hollywood. Matteo Carnieletto e Andrea Indini il 7 Settembre 2021 su Il Giornale. C'è un (lungo) filo esoterico che collega la fondazione di Hollywood e la sede del cinema internazionale. California, 1886. Il sole si infrange sulla terra, rendendola incandescente, mentre un uomo di origini cinesi spinge un carro pieno di legna. Suda e impreca per il gran caldo. All'improvviso incontra un imprenditore, Hobart Johnstone Whitley, il quale gli chiede cosa sta facendo: "I hooly-wood", risponde il carrettiere, intendendo "I'm hauling wood" (sto trasportando del legname). L'imprenditore ha un'epifania, un'irruzione del sacro nella quotidianità, che saranno una costante in questa fetta di mondo. Capisce male, o forse lo fa apposta, e decide di chiamare questo luogo tra le colline della California "Hollywood", il bosco di agrifoglio. È l'inizio di una storia nuova, in cui la luce del sole si mescola alle tenebre del satanismo e dell'occultismo. A partire dagli anni Quaranta del XIX secolo, migliaia di persone si riversano verso la West Coast. Cercano l'oro. Inseguono un sogno. Vengono dalle parti più disparate del mondo e credono in fedi diverse. Ci sono protestanti e cattolici. Bianchi, indiani e neri. Litigano, a volte si ammazzano anche, ma alla fine si amalgano. Anche spiritualmente. Scrive Jesùs Palacios, autore di Satana a Hollywood (Edizioni NPE), che la California diventa "il luogo ideale per mescolanze e sincretismi, il luogo ideale perché a poco a poco la vecchia fede di indebolisse e si evolvesse in nuove credenze e superstizioni... Affinché proliferassero altresì imbroglioni, santoni, predicatori e falsi profeti". Sembra quasi che tutti si siano dati appuntamento lì. Negli anni Venti del XX secolo arriva Jiddu Krishamurti. Sopracciglia folte, occhi profondi e lineamenti da statua. Riesce ad ammaliare tutti, ma soprattutto le donne. Ottiene una rendita di cinquecento sterline l'anno. Un'enormità per l'epoca. Viene invitato a tutte le feste e incontra i personaggi più importanti dell'epoca, tra cui l'astrofisico Edwin Hubble e Greta Garbo, che rimane folgorata da lui. Più passa il tempo e più Krishamurti ottiene consensi: "Sempre radicato a Ojai e nelle vicinanze di Hollywood, avrebbe trovato di nuovo il sostegno della comunità cinematografica grazie a Mary Zimbalist, vedova del profuttore Sam Zimbalist, deceduto nel 1958 durante le riprese di Ben-Hur. Sarebbe diventata lei, a partire dal 1964, la sua principale fonte di finanziamento; gli costruì una casa nuova a Ojai, lo invitava spesso nella sua villa di Malibù e contribuiva di tanto in tanto alla sua stbailità economica, tenendo conto che il maestro fu imbranato fino alla fine dei suoi giorni in ambito finanziario". Il 17 febbraio del 1986 Krishamurti muore a Pine Cottage. Non vuole alcuna celebrazione. Sparisce per sempre. Nel vuoto. Con il passare del tempo, però, accanto all'esoterismo comincia a muoversi il culto per il demonio. Howard Stanton Lavey ne è il fondatore. Nato, l'11 aprile del 1930 a Chicago, a soli 36 anni rivela che è giunta l'Era di Satana e, in poco tempo, si circonda di un numero sempre più cospicuo di fedeli e conquista le bionde più belle di Hollywood. Dopo la seconda guerra mondiale frequenta per un breve tempo Marylin Monroe, consumata per lo più "sotto l'ombra di uno degli edifici più magici e spettacolari dell'architetto e occultista Frank Lloyd Wright a San Francisco, ispirato dall'achitettura maya e azteca del Messico dell'era precolombiana". Ma è con Jayne Mansfield che LaVey crea il legame più profondo: inizialmente l'attrice non lo considera più di tanto ma, non appena lo vede in abiti sacerdotali neri, impazzisce per lui e se ne innamora. Si dice addirittura che LaVey le abbia chiesto la mano e che l'avesse introdotta in alcuni circoli sacerdotali occulti. Accanto al satanista girano avvocati, artisti, anche agenti dei servizi segreti. Sono tutti alla sua corte e partecipano a riti terribili, fatti con candele nere e teschi umani. Nel 1968 apre la prima chiesa dedicata al culto luciferino e, qualche anno più tardi, scrive La Bibbia satanica: "L'opera - scrive Palacios - parla di invertire la morale tradizionale e fornisce una guida teorica e pratica (il libro contiene preghiere, incantesimi e cerimonie magiche) per l'uomo nuovo che dominerà il mondo del futuro, incentrata su un egoismo attivo un tantino darwinista, sul sesso libero, l'amoralità e una sorta di realismo religioso tipicamente ateo e umanista". Strane morti accompagnano la vita di Lavey e che tinteggiano, in una lunga scia di sangue, le colline della California. Ma come si è potuti arrivare a tutto questo? Secondo Michel Houellebecq, che ne Le particelle elementari, che quest'estate La Nave di Teseo ha riportato in liberia, si è dedicato a questo tema. La strada è lunga ed è indissolubilmente legata ai cambiamenti che, dopo il secondo dopo guerra, attraversarono il Vecchio continente: "Questo libro è innanzitutto la storia di un uomo - si legge nell'incipit - di un uomo che passò la maggior parte della propria vita in Europa occidentale nella seconda metà del Ventesimo Secolo. Perlopiù solo, egli intrattenne tuttavia rapporti saltuari con altri uomini. Visse in un'epoca infelice e travagliata". Nel volume, lo scrittore francese analizza il legame sotteso tra la liberazione sessuale, di cui il Sessantotto si fa portatore sconvolgendo definitivamente i consumi dell'Occidente, e gli omicidi compiuti dai satanisti. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1998, è il racconto (crudo e disilluso) di due vite agli antipodi: Michel Djerzinski, biologo molecolare che spende tutta la sua vita per dare alla vita stessa un significato che sembra non esserci, e il fratellastro Bruno che, invece, cerca quel medesimo significato in un'onnivora attività sessuale devastata e devastante. Sono entrambi i prodotti di una rivoluzione culturale che ha lasciato nudo l'uomo, spogliato di una tradizione millenaria e in balìa di un voyeristico egoismo. Houellebecq accompagna il lettore per mano in un tour virtuale dentro e fuori le comunità hippy, i raduni new age, i campeggi per nudisti e i club per scambisti, che nella seconda metà del secolo scorso sono sorti in Francia. Quello che emerge è un vuoto cosmico che lascia le anime solo dinnanzi alla propria vacuità. Ma, se nel Sessantotto questa spinta emotiva, che ha portato alla disgregazione della famiglia e dei legami famigliari, viene ammantata da un'aurea di novità, sul finire degli anni Ottanta scema in una compulsiva reiterazione di canoni fallimentari che, però, sono ormai tanto permeati all'interno della nostra società da essere dati per scontati e, quindi, passivamente accettati. Finita l'euforia, che ha drogato gli anni Settanta (poi sfociati nella violenza ideologica del terrorismo), quello che rimane degli ex sessantottini è una triste "congrega" di ex ribelli (non più giovani) in cerca di emozioni ormai sciupate. E così il sesso si fa sempre più estremo e le droghe sempre più pesanti. È proprio tra gli "scarti" del Sessantotto (pochi soggetti a dire la verità) che Houellebecq intravede l'insinuarsi del germe del satanismo. Ne Le particelle elementari viene dato spazio, anche se per poche pagine, a un personaggio che sin dall'inizio appare oscuro e turpe: David Di Meola, figlio della cultura hippy che, dopo aver fallito come musicista rock, si butta prima sul sesso estremo e poi sul mercato degli snuff movie ammantandolo dei tetri simboli satanici. Il passaggio da violenza sessuale a omicidio è brevissimo. Ma sufficiente a macchiare di sangue un'intera generazione. Nel saggio Il disagio della civiltà (Feltrinelli), Sigmund Freud indaga, tra le altre cose, sul rapporto tra sessualità e morte, due concetti che la nostra mente fatica a tenere insieme. Eppure certi disvalori si sono fatti portatori di una sessualità forzata che in alcune sacche della società è accettata e condivisa (si pensi al masochismo e al sadismo), mentre in situazioni al limite sfocia negli stupri e negli omicidi rituali. Per Houellebecq questa deriva è la diretta conseguenza del materialismo più puro. Un altro figlio di questa degenerazione è sicuramente Charles Manson (venticinque anni più tardi scimmiottato dal cantante pseudo-satanista Marilyn Manson) la cui ombra sembra calare anche su alcuni capitoli de Le particelle elementari. Rileggendo la storia di Hollywood non deve affatto stupire se nel 1967, dopo aver girovagato per mezza America (dall'Oregon all'Ariziona, dallo stato di Washington al New Mexico), decide di insediare la sua Family (così venivano chiamati i suoi adepti) nella periferia di Los Angeles. Tra loro c'erano anche molte ragazze (tutte giovani, tutte molto belle). Nel romanzo Le ragazze (Einaudi) Emma Cline le descrive così: "Parevano appena ripescate da un lago [...] Stavano giocando con una soglia pericolosa, bellezza e bruttezza allo stesso tempo, e attraversavano il parco lasciandosi alle spalle una scia di improvvisa allerta. Le madri si guardavano intorno cercando i figli piccoli, spinte da una sensazione a cui non avrebbero saputo dare un nome. Le altre giovani prendevano per mano i fidanzati". Ancora una volta: eros e violenza, vita e morte. Che rimangono impregnate nella terra. "C'è gente che dice che questo posto è impregnato di una forza malefica", racconta una segretaria a John Waters mentre è in visita al ranch di Manson. Il male lì sembra non essersene mai andato. Alberga in quella terra e non se ne vuole più andare via. Del resto Charles lo accoglie, anzi lo invoca, per lungo tempo. Raduna attorno a sé un gruppo di hippy ai quali propone una nuova vita spirituale. Scrive Palacios che la "famiglia Manson" frequenta "riunioni notturne degli Angeli dell'Inferno, sette e comunità religiose piuttosto singolari come la crowleyana Loggia Solare dell'Ordine del Tempio d'Oriente (Oto) o l'orientalista Fonte del mondo, ispirata dagli insegnamenti pacidisti di Krishna Venta, che annoverava tra i suoi membri Shorty Shea, impiegato nel ranch, e una delle vittime della Famiglia, il cuio corpo, teoricamente smembrato e cosparso nel desrto, non fu mai ritrovato". Charles li fomenta. Promette loro il sangue e, infine, glielo concede. Accade tutto in una notte, quella tra l'8 e il 9 agosto del 1969: quattro suoi "figli spirituali" entrano nella casa di Sharon Tate e regista Roman Polanski. L'ordine è uno solo: "Uccidere tutti i presenti, nella maniera più macabra possibile". Così sarà. Alcuni degli ospiti verranno uccisi a colpi di coltello, altri furono freddati con armi da fuoco. La Tate chiede pietà per il figlio che ha in grembo, ma non c'è nulla da fare. È l'helter skelter - questo il nome del massacro, preso in prestito da una canzone dei Beatles - e non possono esserci sopravvissuti. Il sangue deve essere ovunque, perfino sui muri della casa. Immaginare un altro finale è difficile, ma non impossibile. Ci ha provato il re dello splatter Quentin Tarantino. C'era una volta a... Hollywood riscrive quella mattanza dandogli un altro finale. E prova a liberare Hollywood dai suoi mali. Ma è solo fiction. E Hollywood rimane quella che è.

Matteo Carnieletto. Entro nella redazione de ilGiornale.it nel dicembre del 2014 e, qualche anno dopo, divento il responsabile del sito de Gli Occhi della Guerra, oggi InsideOver. Da sempre appassionato di politica estera, ho scritto insieme ad Andrea Indini Isis segreto, Sangue occidentale e Cristiani nel mirino. Con Fausto Biloslavo ho invece scritto Verità infoibate. Nel dicembre del 2016, subito dopo la liberazione di Aleppo, ho intervistato il presidente siriano Bashar al Assad. Nel 2019 ho vinto il premio Prokhorenko-Paolicchi per i miei scritti sulla Siria.  

Andrea Indini. Sono nato a Milano il 23 maggio 1980. E milanese sono per stile, carattere e abitudini. Giornalista professionista con una (sincera) vocazione: raccontare i fatti come attento osservatore della realtà. Provo a farlo con quanta più obiettività possibile. Dal 2008 al sito web del

Leonardo Colombati per il “Corriere della Sera” il 3 settembre 2021. Esiste un posto, in Italia, famoso in tutto il mondo, che il turista straniero non visita mai. Sta a Roma, sulla Tuscolana, e non ha nemmeno cent' anni. In sé, poi, non è poi tutta questa gran cosa: una serie di anonimi padiglioni, uffici e capannoni. In uno di questi, davanti a un immenso fondale che riproduce un cielo, sospesi a diversa altezza su due piccoli ponti attaccati con le funi ai tralicci del soffitto, due pittori in canottiera e coi cappellini fatti col giornale muovono i lunghi pennelli con lentezza da acquario, i secchi della vernice accanto. Tutto intorno è silenzio. Si sente solo il fruscio delle spatole sul fondale già quasi interamente dipinto. «Oh, a Ce'...» «Che voi?» «Vattela a pijà...» Così, in uno dei suoi ultimi film, Fellini descrive il Teatro 5 di Cinecittà, forse il luogo - insieme alla Firenze di Lorenzo de' Medici e al Vaticano di Giulio II - dove si è concentrato il più alto tasso di creatività e genio italico: una città dentro la città, più grande del suo contenitore, che riesce ad allargare i suoi confini fino ad abbracciare il mondo intero. Qui dentro, se batti il ciak, Visconti litiga ancora con Anna Magnani durante le riprese di Bellissima, Pasolini chiacchiera con Orson Welles in una pausa di lavorazione de La ricotta, e Mastroianni con gli occhi bistrati e un cappellaccio nero divide il cestino con gli operatori di ripresa. Il film si chiama 8 e ½ , il regista è Fellini. Mastroianni fa la parte di Guido, che poi è Fellini: un regista in crisi che non sa che film fare. E che alla fine imparerà, donandocela, una delle più liberatorie e gioiose lezioni su sé stesso e sulla vita che un'opera d'arte abbia mai saputo offrire. Il soggetto è di Fellini - che ha appena letto Jung: «la creatività e il gioco stanno l'una accanto all'altro» - e di Ennio Flaiano lo scrittore più ferocemente anti-italiano e al tempo stesso più tenacemente arci-italiano, che vuole chiamare il film La bella confusione. Di confusione ce n'è tanta, ed è davvero bellissima. Alla fine, poi, spuntano, in bianco, tutti i personaggi inventati dal regista, e si prendono per mano, con Guido che ne decide i movimenti, elettrizzato, felice, al megafono: «prendetevi per mano!» urla, e comincia il girotondo al suono di una fanfara di clown, finché non scende la notte e un bambino suona le ultime note su un flauto per poi sparire nel buio. A realizzare l'equivalente filmico della Cappella Sistina c'è voluta la creatività del più grande raccontatore di sogni dai tempi di Artemidoro (Federico); del più corrosivo scrittore italiano del dopoguerra (Ennio); di un attore smisurato e umano, troppo umano, come Marcello; e del prodigo Angelo Rizzoli, un miliardario che annotava giornalmente debiti, crediti e liquidità sul pacchetto di sigarette Turmac. Intanto, nel silenzio riverberato del grande Teatro 5 vuoto, il primo pittore si rivolge di nuovo al secondo: «A Ce'... No, stavo a pensà 'na cosa...» «Cosa?». «Perché non te la vai a pijà...?» e scoppia a ridere, felice come un bambino. Da quando 8 e ½ uscì nelle sale, nel 1963, esiste nei dizionari la parola «felliniano». «Avevo sempre sognato, da grande, di fare l'aggettivo. Ne sono lusingato. Credo però che fregnacciaro sia il termine giusto» dirà Fellini. Trent' anni dopo, il 1° novembre 1993 una processione folta e silenziosa si dirige al Teatro 5, completamente vuoto, ad eccezione di una grande pedana con moquette azzurra su cui è stata sistemata una bara monumentale dalle borchie dorate. Due carabinieri in grande uniforme, ai lati del feretro di Fellini, sembrano due enormi fiori dal pennacchio rosso. Dietro la cassa, un grande cielo limpido, con le nuvole bianche: è il fondale utilizzato per Intervista, il film di Fellini che originariamente doveva chiamarsi Cinecittà. Quella notte, quando la bara è stata portata via e tutto è di nuovo in silenzio, continua il dialogo tra i due pittori: «A Ce'», fa il primo. E l'altro, sbuffando: «Uuhhhh!». «Sai chi t' ho incontrato ieri? Moccoletto. Sai che m' ha detto?» «No.» «M' ha detto che te la devi annà a pijà...!» Titoli di coda. 

Luigi Mascheroni per ilgiornale.it il 14 giugno 2021. Parlando di cinema, meglio cominciare dal finale: spiega sempre la storia che si è appena vista. E la storia che stiamo per raccontare, quella di Renato Casaro, uno fra i più celebri cartellonisti cinematografici che l'Italia abbia mai avuto, si conclude, almeno dal punto di vista artistico - il maestro sta benissimo: ha 85 anni e si diverte ancora con i pennelli - con Quentin Tarantino, regista innamorato del cinema italiano di genere, che sta girando il suo C'era una volta a Hollywood, uscito nel 2019. Per la scenografia gli servono dei manifesti di finti B-movies - crime action e spaghetti western - interpretati dall'attore protagonista, Leonardo DiCaprio: film inventati ma credibili, tipo Operazione Dyn-o-mite! o Uccidimi subito Ringo, disse il Gringo. Aveva bisogno di un maestro. E a chi chiede di dipingerli? A Renato Casaro il cinema è sempre piaciuto, fin da ragazzo, quando - erano i primi anni '50 -, per entrare gratis nelle sale, si mise a creare le grandi sagome degli attori, pezzi unici dipinti a mano, da mettere all'ingresso del Cinema Teatro Garibaldi o del Cinema Esperia, nella sua città, Treviso. Che oggi, per sdebitarsi di tanta gloria ricevuta, gli dedica una grande mostra - titolo icastico: Renato Casaro -, divisa in tre sedi cittadine: «L'ultimo cartellonista del cinema» al Museo della Collezione Salce, nella chiesa di Santa Margherita, «Treviso, Roma, Hollywood» ai Musei civici di Santa Caterina e «Dall'idea al manifesto» al complesso di San Gaetano. Curata da Roberto Festi e Eugenio Manzato, da oggi al 31 dicembre, tra schizzi a matita, bozzetti, foto di scena, prove, varianti (per i diversi mercati, italiano e internazionale: qui ad esempio c'è Mai dire mai, per i cinema tedeschi Sag Niemals Nie, ma Sean Connery è sempre impeccabile in smoking e Walther PP d'ordinanza), e poi locandine, manifesti, a due e a quattro fogli, per le sale cinematografiche o per l'affissione stradale (ecco Sapore di mare, ecco Amadeus con tutti i personaggi racchiusi nella sagoma nera del compositore...), la mostra racconta fantasia, creatività, artigianalità che diventa arte, occhio e capacità di sintesi dell'uomo che dipinse il cinema. «Quando dovevo fare un manifesto, la cosa essenziale, una volta capita la trama, era togliere, togliere, togliere. Quello che restava di solito era l'immagine giusta». Classe 1935, ma di anni ne dimostra 65, T-shirt, sahariana e scarpe da tennis, Renato Casaro dopo una vita a Roma ha perso l'accento veneto e guadagnato una certa impassibilità romana, anche se nel 1984 si trasferì per un lungo periodo a Monaco di Baviera. «Oggi il manifesto non è più fondamentale - ammette mentre ci accompagna lungo le sedi, le sale e i 300 pezzi della mostra scelti tra una carriera che è lunga 1500 manifesti -. Un tempo invece seguiva il film importante ma dava anche importanza al film». Casaro, autodidatta puro, ha dato molta importanza a molti film. Nel '53, a 18 anni, è già a Roma, nello studio di Augusto Favalli. Il suo primo manifesto è Criminali contro il mondo, del '55. Studia i maestri italiani della pubblicità e gli illustratori americani come Norman Rockwell, gli Impressionisti e la pittura di Rembrandt, più avanti persino gli iperealisti giapponesi Passano due anni e apre un suo studio privato a Cinecittà («Un'industria che allora dava lavoro a non sai quante persone dai tecnici agli sceneggiatori, dalle comparse ai costumisti, dagli arredatori a noi pittori»). Prima si firma «C. Renè», poi con il suo nome. A Roma vive l'epoca d'oro del cinema: gli anni '60 e '70. Conquista i registi italiani e americani almeno un maestro per lettera dell'alfabeto: Annaud, Bertolucci, Coppola, fino a Tornatore, Verdone e Zeffirelli Lo chiamano Hollywood e le major: Fox, United Artists, MGM, Columbia Lo vogliono i grandi autori come i distributori dei film di cassetta Lui accontenta tutti, arriva a realizzare anche cento manifesti l'anno: «Dallo schizzo iniziale al poster finito ci volevano 4-5 giorni Lavoravo anche su più film contemporaneamente. Agli inizi avevo un collaboratore per il lettering, poi ho sempre fatto da solo. Mai mancato una consegna. Magari quando arrivava il fattorino a ritirare il manifesto non era ancora asciugato del tutto, e mi è capitato di metterlo sul radiatore della macchina, ma non tardavo di un giorno». Li faceva vedendo solo le foto di scena, a volte i trailer, raramente qualche girato «giornaliero», quando andava bene leggendo il soggetto. Ma il risultato soddisfaceva sempre tutti. I registi, che si fidavano ciecamente («Certo, lavorare con Leone e Bertolucci mi creava un po' di apprensione... ma ad esempio il manifesto dell'Ultimo imperatore dicono tutti sia un capolavoro, con il bambino inondato da un fascio di luce...») e i distributori, che un giorno dovevano accontentare il pubblico di cinefili, un altro gli amanti del cinema di genere Eccoli qui, tutti i generi reinventati da Casaro, prima a colpi di pennello e poi, dalla fine degli anni '70, di aerografo, «che dà maggior realismo all'immagine, avvicina ancora di più alla fotografia...»: l'horror (qui c'è Il laccio rosso, con la testa di una donna strangolata «a tutto schermo»), il peplum (a decine, uno più bello dell'altro), il western (fra i tantissimi, il nostro preferito è 7 dollari su rosso), il giallo (c'è il magnifico L'orologiaio di Saint-Paul, tratto da Simenon, con Philippe Noiret visto dietro il vetro del negozio con la scritta dell'insegna a specchio), i film di Franco e Ciccio (il cult movie I 2 sanculotti, dove la cosa migliore del film è il manifesto), la commedia (tantissimi titoli di Sordi), i musicarelli, la trilogia di Rambo. E poi tutti i film della coppia Terence Hill e Bud Spencer («Una volta mi dissero che senza i miei manifesti i loro film non avrebbero avuto così successo»), i capolavori della storia del cinema (come C'era una volta in America: qui ci sono diversi bozzetti, locandine e la versione tedesca con i volti dei quattro protagonisti in oro su sfondo nero) e i suoi personalissimi capolavori: Balla coi lupi («Dicono sia perfetto, scelsi l'immagine di Kevin Costner che da soldato si trasforma in indiano truccandosi il volto coi colori americani bianco e rosso sullo sfondo blu») e soprattutto Nikita («Lei di spalle che gira dietro una parete sporca di sangue, e tu non sai se sta andando via, e dove, con chi... È il lavoro che amo di più»). E poi i nostri personalissimi capolavori. Ne citiamo tre. La riedizione del 1962 per l'Italia di Rapina a mano armata di Kubrick (Casaro si fece scattare delle foto con un mitra in mano mentre fingeva di essere colpito a morte, poi scelse quella a cui ispirarsi per il manifesto), Misery non deve morire (il volto di Kathy Bates, una macchina per scrivere e una baita avvolti nel buio) e Opera di Dario Argento, con gli occhi tenuti aperti da spilli fissati con lo scotch come fossero due palchi di teatro... E il film, infatti, era tutto lì. L'arte di dipingere il cinema.

Quando Tirrenia era la Hollywood sull’Arno. Paolo Lazzari su larno.ilgiornale.it  il 15 gennaio 2021. Se tendete bene l’orecchio e lasciate che i ricordi flettano i pensieri, le sentite anche voi. Un tramestio di voci ispeziona i corridoi in rifacimento. Quella sequela di volti amati dalla tradizione del cinema popolare crea una pausa dalla tristezza. C’è il fascino luminoso di Sophia Loren e c’è il sorriso aperto di Marcello Mastroianni. Quell’espressione imperiosa di Vittorio Gassman ed il volto benevolo di Vittorio De Sica. Ci sono Elio Petri e Sergio Corbucci e, con loro, decine di altri attori di un livello quasi irriverente, circondati da spalle più modeste, registi indaffarati, tecnici del suono, direttori della fotografia, comparse e semplici maestranze. Dove ci siamo infilati, dite? Richiesta legittima. Il posto è una piega del tempo incisa tra gli anni Trenta e i Sessanta, in Toscana. Precisamente, a Tirrenia. Se a qualcuno avanzasse una macchina del tempo, farebbe bene ad alzare la mano. Niente indifferenziato: soffiamo via la polvere ed accomodiamoci. Lancette indietro quasi di un secolo. Avete licenza di sgranare gli occhi ed allargare la bocca. Del resto, il “Pisorno” è uno spettacolo maestoso. Lo hanno chiamato così perché Tirrenia è terra di confine: con un piede sei nella città della torre pendente, l’altro affonda nell’Ardenza. Nel 1930 questi sono gli studi cinematografici più importanti d’Italia: lo rimarranno per tre decenni, fatto salvo il tetro interludio della seconda guerra mondiale, quando la cittadella del cinema verrà occupata prima dai tedeschi, poi dagli Alleati. Gli Studios sono costruiti durante il fascismo. La forma era quella rimbalzata nella testa del drammaturgo Gioacchino Forzano, ma servì l’iniezione di pragmatismo dell’architetto Antonio Valente perché i pensieri iniziassero a camminare davvero. Il regime bonificò l’intera area poiché la ritenne strategica: proprio in mezzo a due città, l’Arno ad un passo, il mare che si estende come un balsamo che lima le scarificazioni dell’anima, i monti a poca distanza. I denari necessari per finanziare un’opera così colossale vennero per la maggior parte sborsati dalla famiglia Agnelli. Breve stacco. Seguite la telecamera. Nel 1935 gli studi di Tirrenia assumono la denominazione ufficiale di “Pisorno“: se pensate che gli Universal Studios di Hollywood verranno inaugurati soltanto nel 1964, d’un tratto il quadro assume tinte più nitide. La Toscana è il vero centro del mondo cinematografico. Una culla del jet set internazionale che produce pellicole a manovella: quando la guerra stende un provvisorio sipario sono già ottanta i film girati da queste parti. Il secondo conflitto mondiale infligge un duro colpo al Pisorno. Gli anni che dovevano collimare con la ripresa assumono il retrogusto inospitale della disfatta. I fasti del tempo andato vengono presi a picconate, perché l’economia dell’Italia del dopoguerra gira ancora intorno all’essenziale e il cinema, in tutta sincerità, poteva considerarsi un lussuoso passatempo. Ma proprio quando la malinconia sembra avviluppare ogni cosa, la trama viene percorsa da un sussulto inatteso. Se non avete avuto fretta di tornare nel 2021 (perché dovreste, a conti fatti?) mettetevi di lato. L’Alfa Romeo che ruggisce sopra il viale di ghiaia che conduce agli Studios è pilotata da Carlo Ponti, produttore cinematografico a capo della Cosmopolitan Film e, a tempo perso, marito affettuoso di Sophia Loren. Osservatelo bene mentre si avvia all’ingresso, il gessato impeccabile crivellato da raggi riluttanti. Sta per staccare un assegno per acquistare tutta la baracca. Qualche settimana dopo gli operai sviteranno l’insegna: ora la città del cinema si chiama Cosmopolitan. La nuova era è propellente sano. Ossigeno che erompe in stanze asfittiche. Tornano i grandi attori. I maestri della regia sono di nuovo di casa. Il grande gigante intorpidito si scuote e riparte a pieno ritmo. Il successo però non ha un animo stanziale: si diverte a distribuire sferzate di felicità, senza concedere esclusive. In meno di un decennio la nuova ondata di fortuna degli Studios toscani si dissipa, complice anche l’ascesa di Cinecittà. Nel 1969 il Cosmopolitan getta la spugna. Quei monumentali spazi tornano ad imperlarsi di polvere e tristezza. Per l’ultimo stralcio di luce bisogna attendere il 1987, quando i fratelli Taviani decidono di ricostruire qui una Hollywood in miniatura per girare il pittoresco Good Morning Babilonia. Oggi questi luoghi sono in ristrutturazione e, per la maggior parte, diventeranno residenze alberghiere. Eppure, se vi trovate da quelle parti, fate un tentativo. Mollate il presente. Scaricate l’orologio. Socchiudete le palpebre ed evitate di trasalire: la Hollywood sull’Arno ha ancora molte cose da sussurrarvi.

·        «Gomorra», tra fiction e realtà.

«Gomorra», tra fiction e realtà: gli ex attori finiti nei guai con la giustizia. Gli interpreti del film di Matteo Garrone - ma anche della serie tv ispirata al romanzo di Roberto Saviano - che negli anni sono finiti in manette. Arianna Ascione su Il Corriere della Sera il 17/1/2021.

1. Salvatore Russo. Salvatore Abbruzzese, soprannominato Totò per il ruolo che aveva interpretato nel film di Matteo Garrone «Gomorra» (quando aveva 13 anni), è finito in manette per spaccio. Non è l’unico attore non professionista della pellicola ispirata al best-seller di Roberto Saviano ad essere finito nei guai con la giustizia. Prima di lui, nel 2018, le forze dell’ordine avevano arrestato Salvatore Russo nell'ambito dell'operazione che ha sgominato l'organizzazione criminale che gestiva lo spaccio nel Lotto P di Scampia (noto anche come «Case dei Puffi»). Nel film del 2008 ha impersonato l’affiliato che testa il coraggio delle future vedette sparando contro il giubbotto antiproiettile che indossano.

2. Nicola Battaglia. Tra i ragazzi che affrontano la prova di coraggio per entrare nel clan organizzata dal personaggio interpretato da Salvatore Russo c’era anche Nicola Battaglia: accusato di spaccio è stato fermato nel 2012.

3. Bernardino Terracciano. In «Gomorra» Bernardino Terracciano detto Zì Bernardino (che aveva già lavorato con Garrone nel film del 2002 «L'imbalsamatore») era Peppe 'o cavallaro, un estorsore del clan dei Casalesi. È stato condannato all'ergastolo nel 2016 - sentenza poi confermata nel 2018 - accusato del duplice omicidio di Luigi e Giuseppe Caiazzo, padre e figlio, uccisi nel 1992.

4. Pjamaa Azize. Da pusher nella pellicola a pusher anche nella realtà: nel 2015 è stato arrestato a Castel Volturno Pjamaa Azize.

5. Giovanni Venosa. Arrestato nel 2008 Giovanni Venosa, nipote del boss Luigi Venosa, nel 2012 è stato condannato a 13 anni e 10 mesi di reclusione per tre tentativi di estorsione ed una estorsione aggravati dal metodo mafioso. Nel film interpretava un boss della zona Pinetamare.

6. Vincenzo Sacchettino. Tra gli attori fermati negli anni dalle forze dell’ordine c’è anche Vincenzo Sacchettino, conosciuto per aver prestato il volto a Danielino (giovanissimo meccanico protagonista della famosa scena con Marco Palvetti/Salvatore Conte «Vienete a piglia' ‘o perdono») nella serie tv «Gomorra»: è stato arrestato nel 2019 con l’accusa di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.

·        Quelli che …il calcio.

Massimiliano Castellani per “Avvenire” il 18 dicembre 2021. «Quelli che tengono al Milan, oh yes! Quelli che non tengono il vino, oh yes! Quelli che non ci risultano, oh yes! Quelli che credono che Gesù Bambino sia Babbo Natale da giovane, oh yes!...», cantavano Beppe Viola e Enzo Jannacci dentro a qualche notte di scighera in un trani della Milano metà anni '70. Viola (morto a 43 anni nel 1982) non ha fatto in tempo a vedere quella canzone, Quelli che..., materializzarsi in titolo e filosofia della trasmissione di culto, Quelli che... il calcio. Programma in onda, ininterrottamente, ogni domenica calcistica su Rai 3 (poi dal '99 su Rai 2), dal 26 settembre 1993 fino allo scorso giovedì 2 dicembre. I titoli di coda, definitivi, sono scesi sulle teste dei conduttori Luca e Paolo e Mia Ceran che in coro hanno salutato mestamente: «Ringraziamo il nostro pubblico, ringraziamo le maestranze e la produzione Rai, la nostra band, tutti i professionisti che con il loro lavoro hanno reso possibile andare in onda». Finisce qui, la pagina che li accomuna, solo per l'egida sotto cui hanno lavorato, quella che il suo ideatore, Marino Bartoletti definisce «una trasmissione magica, un'alchimia irripetibile». Per comprendere bisogna tornare all'estate del '93 quando, il "musicologo" Bartoletti docet, il tormentone più gettonato nei juke-box delle spiagge della sua Romagna era What is love - cantato dalla "voce di Trinidad" Haddaway - e in hit-parade dominava l'album Gli spari sopra di Vasco Rossi, assurto a nuovo padrone degli stadi appena svuotati dai tifosi del calcio in vacanza. Fu allora che Bartoletti riuscì a convincere il direttore della Rai 3 più sperimentale e creativa di sempre, Angelo Guglielmi, a credere nel «progetto: una trasmissione in cui il mio grande sogno di bambino che lavorava di fantasia, ammaliato dalle radiocronache, trasportasse in tv Tutto il calcio minuto per minuto, abbinato a un talk-show brillante con comici del calibro di Teo Teocoli e Anna Marchesini». Guglielmi, come sempre illuminato e ricettivo al prodotto originale e di qualità, diede il placet, ma c'era un nodo ancora da sciogliere: la scelta del conduttore giusto. Bartoletti e il capostruttura Rai, Bruno Voglino, puntavano ad occhi chiusi sul giovane, anche se ancora acerbo, Fabio Fazio, classe 1964. «Guglielmi ci disse - continua Bartoletti - ve ne assumete tutta tutta la responsabilità, perché secondo me questo Fazio non buca il video». Ricorda bene queste perplessità un'altra grande anima del primo Quelli che... il calcio, il "signor Moviola" Carlo Sassi. «A dire la verità, venendo dalla Domenica Sportiva ero perplesso anche riguardo la mia presenza a una trasmissione così innovativa come quella che aveva in mente Marino, il quale mi convinse dicendomi: "Carlo, la faccio solo se ci sei tu". Quanto a Fazio, fino ad allora si era fatto conoscere come imitatore e conduttore di programmi per ragazzi (Jeans, in onda su Rai 3, nel 1986), ma tenere il timone di un programma pomeridiano domenicale, con in più la sacralità del campionato di calcio da rispettare, data l'età e l'esperienza, sembrava un grosso azzardo. Invece... Alla terza puntata andai da Fabio e gli dissi: mi scuso, perché non credevo fossi così bravo. Se la trasmissione sta andando alla grande è soprattutto merito tuo». Merito di Fazio e anche di quella «alchimia» bartolettiana che inventò il maxischermo su cui venivano proiettati, in diretta, i volti dei grandi radiocronisti di Tutto il calcio mi- nuto per minuto, Ameri, Ciotti, Gentili, Cucchi... E a questi si aggiungevano in studio personaggi noti dello spettacolo d'arte varia, ripescaggi vintage, come il conduttore Luciano Rispoli o l'olandese volante, il paroliere Peter Van Wood, calato nel ruolo di «astrologo», con tanto di sodalizio scaramantico interno: l'Atletico Van Goof, club ancora attivo nel paese di Castenaso (Bologna).

E ancora, l'esilarante tifoso extracomunitario, il "faziosissimo" juventino «colto», sottolinea Bartoletti, come il gambiano Idris, al quale faceva da contraltare lo «statistico, tassonomico e non nozionistico» interista Giuseppe Maria Buscemi, «che diceva di mangiare tutta la settimana pane e Gazzetta dello Sport, dice divertito Carlo Sassi. «Il successo del programma oltre ai contenuti leggeri e divertenti, era dato dalla novità di una "madre tifosa", come suor Paola, sfegatata della Lazio o la ricerca settimanale di un personaggio dal cognome particolare su cui costruire la puntata: tipo il signor Muratore o la coppia di coniugi Lampa Dario e Lampa Dina - va di amarcord Bartoletti - . Andando a caccia del cognome Sano reclutammo il designer giapponese Takahide Sano: era digiuno di calcio, eppure diventò uno dei più amati dal pubblico di Quelli che... ». Quelle prime otto stagioni (fino al 2001) targate Fazio-Bartoletti, furono un trionfo di ascolti (57,7% di share, punte massime da 7,6 milioni di telespettatori) e il «format generò di fatto due edizioni del Festival di Sanremo condotte da Fabio che portò all'Ariston parte della banda di Quelli che... il calcio». Figlio di quel format è stato anche un altro programma, progenitore di altri cento, come Anima mia (1997) ideato e condotto da Fazio e Claudio Baglioni. Ma tornando alla creatura primigenia, Quelli che... il calcio si reggeva ancora tutto sulle partite domenicali della Serie A. «Nonostante l'arrivo della pay-tv, con annessi anticipo e posticipo, noi avevamo un menù di 6-7 incontri pomeridiani in contemporanea e il pubblico da casa rimaneva incollato al video, colpita dallo spettacolo e dai collegamenti più stralunati». Come quelli dell'elegantissimo Everardo Dalla Noce che, da inviato da Piazza Affari era passato alla tribuna stampa degli stadi di Serie A, da dove puntualmente chiedeva notizie sulla sua Spal, in quel momento mestamente in C. All'epoca, l'imitatore e trasformista Ubaldo Pantani era ancora un studente universitario e sognava «di essere invitato a Quelli che..., solo come tifoso della Spal o del Pisa, città in cui vivo». Pantani è stato fino all'ultima puntata di Quelli che... il calcio edizione 2021-2022, il capitano di lungo corso della trasmissione. Ben 12 anni di onorata militanza, oltre 350 puntate, in cui ha presentato 30 personaggi, dall'indimenticabile Lapo Elkann fino all'Antonio Conte triste e solitario ultimo mister campione d'Italia con l'Inter. «Il format non aveva più nulla in comune con quello originario e va precisato che Quelli che... il calcio non ha chiuso il 2 dicembre, ma a maggio, al termine della passata stagione - dice Pantani - . Le colpe? L'ho già detto, quando si gioca in una squadra e si perde, le responsabilità vanno ripartite in parti uguali. Restando nel "calciolinguaggio", comunque ora sono sul mercato e spero di rientrare già in quello di riparazione, a gennaio». La barca ormai è affondata e quindi si salvi chi può. «Forse quella barca, rimasta da tempo senza il calcio (la Rai ha perso da un pezzo i diritti del campionato, ndr) ha resistito fin troppo... Tutte le edizioni successive alla nostra hanno vissuto di rendita, annacquando contenuti già visti e sentiti e cancellando definitivamente, verso i vent' anni di messa in onda, quella raffinata leggerezza che era la nostra cifra riconoscibile - continua Bartoletti - . Dispiace per un grande talento come Pantani, l'unico che avrebbe meritato di far parte della nostra squadra. Le sue imitazioni sono splendide: Ubaldo lo avessimo avuto allora avrebbe costituito il tandem ideale con Teocoli. Teo il meglio di sé lo ha dato a "Quelli che... il calcio": andatevi a rivedere quell'unicum del suo Enrico Cuccia "birichino" che percorre via dei Filodrammatici fino in piazza della Scala, sale sul tram e viaggia senza pagare il biglietto... ». Lo storico programma invece paga dazio al banco del consenso popolare, e la mannaia dell'Auditel non poteva che depennarlo dal palinsesto dopo gli ultimi ascolti: sotto il mezzo milione di telespettatori (il 2,3% di share). Una miseria per una prima serata. Ma su questo Carlo Sassi dissente: «La Rai doveva avere il coraggio di fargli terminare la stagione. L'errore più grave è stato non mantenere la trasmissione alla domenica e traslocarla al lunedì e infine al giovedì...». L'ultima parola, dopo quella fine sancita dalla Rai, spetta al "papà" di Quelli che... il calcio, al quale chiediamo: ha sentito Fabio Fazio? «Sì ma non per parlare della chiusura della trasmissione. Ma io e Fabio la pensiamo allo stesso modo: non aver visto una "tua creatura" festeggiare i trent' anni dispiace, soprattutto per la fine ingloriosa e direi offensiva che non gli è stata risparmiata». 

·        I Naufraghi.

Quanto guadagnano i naufraghi de L’isola dei Famosi? Stipendio da capogiro. Chiara Scioni il 18/3/2021 su Velvetgossip.it. L’Isola dei Famosi ha ripreso la sua messa in onda negli ultimi giorni, dopo ben due anni di stop. Al timone di questa nuova edizione Ilary Blasi, che sarà accompagnata dai suoi opinionisti ‘di fiducia’, Tommaso Zorzi, Iva Zanicchi ed Elettra Lamborghini. I naufraghi hanno già raggiunto da qualche giorno l’isola delle Honduras e hanno iniziato il loro percorso. E anche se tra alcuni concorrenti non è mancato già qualche attrito, la squadra sembra essere abbastanza unita. Nonostante le varie difficoltà che comporta il reality, i naufraghi cercano sempre di mantenere la calma e a far prevalere il loro spirito di sopravvivenza. Ma vi siete mai chiesti quanto guadagnano i concorrenti de L’Isola dei Famosi durante il programma? Scopriamolo insieme. L’esperienza a L’Isola dei Famosi è molto forte per chiunque scelga di partecipare. Nessun comfort, poche razioni di cibo e molto altro ancora. Ma ovviamente i concorrenti che decidono di buttarsi in questa nuova avventura sono consapevoli a ciò che vanno incontro e percepiscono anche un compenso per la loro partecipazione al reality. I cachet dei vari concorrenti non seguono una linea generale e spesso variano in base alla loro popolarità. Tra le naufraghe più pagate di quest’edizione pare esserci Elisa Isoardi che percepirebbe uno stipendio di 15mila euro a settimana. Mentre per il resto del cast i compensi si aggirano intorno alle 10mila euro a puntata. Insomma, uno stipendio da capogiro ma che, considerando le difficoltà a cui si sottopongono i concorrenti, è più che ponderato. E anche Ilary Blasi percepirebbe un cachet a cinque stelle, infatti, per ogni diretta la conduttrice percepirebbe ben 50mila euro. Insomma, pare proprio che gli autori de L’Isola dei Famosi non abbiano badato a spese per questa nuova edizione del reality e siamo solo all’inizio.

Isola dei Famosi, Elisa Isoardi: "Cachet astronomico", spunta la cifra spesa da Mediaset per convincerla. Libero Quotidiano il 26 marzo 2021. Sul web e sui social stanno impazzando le indiscrezioni sui presunti cachet dei concorrenti dell’Isola dei Famosi. Non solo, perché le voci riguardano anche Ilary Blasi e i suoi opinionisti: la conduttrice percepirebbe circa 50mila euro a puntata; considerando che il reality va in onda su Canale 5 per ben due volte a settimana, la moglie di Francesco Totti potrebbe incassare circa un milione. Tra gli opinionisti, invece, l’ultimo arrivato è quello più pagato: si tratta di Tommaso Zorzi, che sta capitalizzando al meglio il boom di popolarità dovuto al Grande Fratello Vip. Pare infatti che guadagni circa 50mila euro, mentre Elettra Lamborghini la metà (25mila) e Iva Zanicchi sui 20mila. Ma passiamo al capitolo naufraghi: le differenze sono piuttosto marcate a seconda di quanto sono conosciuti. La “paperona” dell’Isola dovrebbe essere Elisa Isoardi, che secondo i ben informati intascherebbe circa 15mila euro a settimana. Alle sue spalle dovrebbero esserci Daniela Martani e Ferdinando Guglielmotti, entrambi con un cachet che si aggirerebbe intorno ai 12mila euro: il visconte però si è già ritirato, è durato pochissimo. Vale di meno, invece, la partecipazione dei vari Vera Gemma, Paul Gascoigne, Gilles Rocca, Roberto Ciufoli e Brando Giorgi avrebbero firmato un contratto che prevederebbe un cachet di 7mila euro a settimana. Pare, però, che ci sia qualcuno che viaggia a cifre addirittura più basse: il naufrago meno pagato dovrebbe incassare circa 3mila euro, ma non è stato svelato il suo nome. 

·        Amici: tutto truccato?

Fabio Fabbretti per "davidemaggio.it" il 16 maggio 2021. Sorpresa ad Amici 2021: la ballerina Giulia Stabile trionfa e strappa la vittoria al favorito (e fidanzato) Sangiovanni. La giovane allieva ha avuto la meglio in finale al fotofinish contro il cantautore di Lady e Guccy Bag, aggiudicandosi il montepremi in palio di 150.000 euro in gettoni d’oro. I cinque finalisti si sono sfidati nei due circuiti che caratterizzano il programma: canto e ballo. La sfida a tre tra i cantanti Aka7even, Deddy e Sangiovanni, giudicata per il 50% dal pubblico tramite il televoto, per il 25% dai professori e per il restante 25% dalla giuria, ha subito mandato all’atto finale Sangiovanni. Il duello tra i ballerini, con il medesimo meccanismo di votazione, ha invece premiato Giulia su Alessandro. Lo scontro finale tra fidanzati, giudicato unicamente attraverso il televoto, ha portato al successo la ballerina voluta nella scuola da Veronica Peparini, confermando così di aver fatto grande presa sul pubblico votante, relegando il favorito Sangiovanni al secondo posto. Per l’intero Serale, infatti, la ragazza è risultata ogni settimana la più votata via social tra tutti i partecipanti. Una scalata gratificata, prima della vittoria finale, da un premio di 30.000 euro in gettoni d’oro. Nella storia del programma, Giulia è la prima allieva di ballo a vincere Amici.

Chi è Giulia Stabile, la vincitrice di Amici 2021. Classe 2002, Giulia è nata a Roma da mamma spagnola e papà italiano. Inizia a ballare danza classica a 3 anni, in seguito approfondisce lo studio del modern ed entra a far parte della Nough Megacrew. E’ una delle prime allieve a conquistare un banco di Amici 20, ballando TKN di Rosalia e Travis Scott, grazie a Veronica Peparini, che la spinge – con successo – ad emergere e ad abbandonare ogni insicurezza.

Finale Amici 20: finale truccato. Amici 20, pioggia di critiche contro il talent: l’accusa è pesantissima. Antonio Meli il 16 maggio 2021 su bloglive.it. Arrivano le prime critiche pesanti per l’esito della finalissima di Amici 20. Molti gli utenti scatenati sui social, dopo l’esito e la vittoria del talent di Giulia. Nonostante moltissimi fan si siano riversati sui social per celebrare la vittoria di Giulia, sono state altrettanto feroci le critiche sia al format che al verdetto finale. Ovviamente il palcoscenico del caos è stato Instagram, e i post del verdetto finale di ieri sera. Intorno all’1 di notte infatti, una volta ufficializzati i vincitori e il podio, sono stati migliaia ad andare a commentare, alcuni anche pesantemente, le scelte del programma di Maria De Filippi. Se in termini di share e visualizzazioni, l’atto finale di Amici 20 è stato un gran successo, le polemiche non sono mancate nemmeno questa volta. Più di 6.000.000 di italiani hanno assistito alla finale, ma tantissimi si sono lamentati del verdetto, accusando addirittura la produzione di finale pilotato: i commenti. Non era certo la favorita Giulia Stabile, che si è imposta ironia della sorte proprio ai danni del fidanzato, il secondo classificato Sangiovanni. Il verdetto del talent più famoso d’Italia ha scatenato diversi malumori tra i fan sfegatati, che si sono andati a sfogare senza limiti sotto diversi post su Instagram, su Twitter e Facebook. L’accusa è pesante, quella di finale pilotato. Sul post di Trash Italiano, la pagina Instagram, il top comment è di un utente che scrive: “Bho, insomma, tutto pilotato”, che con questo messaggio ha ricevuto più di 2mila like. E ancora un commento questa volta da 5mila like: “La prossima volta ditecelo puntate prima, così evitiamo di guardare la puntata inutilmente”. Insomma un attacco duro al programma, da parte della fanbase del talent.

Amici 2021 truccato? Cecchi Paone non ha dubbi: “Trovo che tutto sia fatto per..” Jacopo D'Antuono l'8.05.2021 su Il Sussidiario.it. Amici 2021 truccato? Alessandro Cecchi Paone non ha dubbi: “Trovo che tutto sia fatto per bene”. La polemica continua...Ci avviciniamo al traguardo di Amici 2021 e ovviamente si innescano puntuali le polemiche. Come ogni anno, intanto, gli ascolti del programma si confermano ottimi. La padrona di casa, Maria de Filippi, anche in quest’edizione è riuscita a coniugare ascolti ed un pizzico di rinnovamento. Tuttavia non mancano le teorie complottiste sull’esito del serale di questa edizione. Alcuni telespettatori, infatti, pensano che le dinamiche, e talvolta gli esiti delle sfide siano organizzati a tavolino. A smentire categoricamente questa ipotesi ci ha pensato uno spettatore interessato come Alessandro Cecchi Paone, che ha così risposto ad una critica sulle sfide di Amici nella sua nuova rubrica per Nuovo Tv: “Trovo che tutto sia fatto più che bene”, ha commentato brevemente Paone.

Amici 2021 truccato? Per Cecchi Paone è un’ipotesi complottista. Alessandro Cecchi Paone, inoltre, ha aggiunto alcune altre considerazioni sul programma, traendo spunto dalla polemica sui risultati “strani” di alcune sfide. “Riguardo i suoi timori sui risultati, per favore non sia complottista e si diverta”, ha suggerito il giornalista ad un suo lettore. Cecchi Paone ha poi allargato il suo messaggio a tutta la platea di Amici 2021, in un certo senso rasserenandoli: “Non credo basti una serie di risultati uguali per dire che qualcosa non va – ha aggiunto – serve sempre una rinfrescata nelle presenze e nei meccanismi che regolano un talent storico e popolare come questo”.

Amici 20 Serale: le eliminazioni sono truccate? Le controversie e i pongoregolamenti.  Blogtvitaliana.it Venerdì 30 Aprile 2021.  Amici 20 Serale: le eliminazioni sono truccate? Le controversie e i pongoregolamenti di più il pubblico dei social a parlare di una involuzione del talent; infatti, sono moltissimi i fan del programma che sostengono che Amici non spalleggi più i concorrenti più talentuosi fra quelli in gara preferendo ad essi coloro che creano più interesse da un punto di vista puramente mediatico (creando polemiche, liti o storie d'amore). Insomma, quella che era riconosciuta come la Scuola del Talento ora si sta trasformando in un sorta reality di quart'ordine dove le relazioni fra concorrenti e professori valgono di più della resa sul palco. Eppure a scansare queste riflessioni un po' equivoche dovrebbero esserci docenti capaci di valutazioni oggettive, regolamenti rigidi e/o giurie in grado di decretare eliminazioni in base a parametri di competenza. Ma ad Amici 20 c'è davvero tutto questo? Forse non proprio. E un piccolo-grande indizio del fatto che forse ad Amici 20 nulla è come sembra, ci sono mille speculazioni su quanto viene mandato in onda ogni sabato sera: eliminazioni ping-pong, votazioni segrete, punteggi fotocopia, il pongoregolamento e - addirittura - qualcuno parla di "spintarelle" evidenti da parte della produzione dello show. Facciamo un breve riassunto di tutte le controversie che Amici 20 sta incassando nelle ultime settimane. Amici 20 è truccato? I punteggi fotocopia È un dettaglio raccontato anche da TvBlog.it nel corso della settimana: Amici 20 sfida ogni legge della matematica e della statistica mandando in onda per ben 20 volte su 21 delle manche di gara che finiscono SEMPRE con un punteggio di 2 a 1. Per la precisione: il primo punto viene dato alla squadra A, il secondo punto alla squadra B, per cui è praticamente necessaria SEMPRE la terza sfida. È un caso che per ben 20 volte su 21 accada questo "punteggio fotocopia"? Comprensibile che la trasmissione debba allungare il brodo fino all'una di notte (perché 2-1 significa fare sei esibizione per ognuna delle tre manche) e l'allungo spesso si fa anche per una semplice questione di ascolti. Ma questo improbabile tormentone mettere davvero tanto a rischio la credibilità della gara e al tempo stesso mette alla berlina i ragazzi in gara che - conti alla mano - già sanno se la loro esibizione sarà valutata in positivo o in negativo. Amici 20 è truccato? Le eliminazioni ping-pong Nei talent show a squadre come X Factor capita di frequente che dopo poche puntate serali uno dei team in gioco rimanga senza concorrenti, costringendo uno dei coach a restare in studio in qualità di semplice spettatore. Una possibilità che non è MAI accaduta ad Amici da quando il programma ha deciso di raggruppare i concorrenti in squadre. E come mai questa casualità? Lo scopriamo attraverso l'elenco degli eliminati: un vero e proprio ping-pong dove in maniera tecnicamente troppo equilibrata l'uscita di un concorrente da una squadra viene subito pareggiata dall'eliminazione di un concorrente della squadra avversaria. Forse è stato un caso ravvisabile solo in questa unica edizione? Purtroppo l'imbarazzo si crea quando si scopre che anche nelle precedenti edizioni a squadre, il Serale ha visto sempre stagioni con eliminazioni a ping-pong (uno di qua e poi uno di là) così da portare le squadre ad un numero pari fino alle puntate finale. Qui di seguito, il grafico con le eliminazioni di Amici 18: il numero di fianco al nome dell'eliminato segna l'ordine di classifica. Anche qui, com'è facile constatare, le eliminazioni sono regolarmente calibrate: via uno blu, poi uno bianco, poi uno blu e ancora uno bianco... e così via. Cambiamo stagione ma il meccanismo resta identico: Amici 16. A targhe alterne, viene eliminato uno blu e poi un bianco, un blu e un bianco fino alla finale con cinque concorrenti. Stessa cosa è successa anche per molte altre edizioni: Amici 15, Amici 14, Amici 13, Amici 12 (dove addirittura una doppia eliminazione consecutiva dei Blu viene coperta da una successiva doppia eliminazione per i Bianchi) e Amici 10, Amici 9, Amici 8 e Amici 7. Lo schema delle eliminazioni si ripete. Ora, pur volendo ipotizzare che sia tutto un caso, dobbiamo quindi affermare che presso gli Studi Elios di Roma esista un mondo parallelo dove le leggi della statistica e della matematica non funzionano. Perché altrimenti una faccenda del genere non si spiega. Provate voi stessi a fare un tentativo: mettete in un cappello 6 bigliettini bianchi e 6 bigliettini scarabocchiati di blu. Vi accorgerete come sia estremamente difficile trovate bigliettini alternati per colore. Amici 20 è truccato? Le votazioni segrete Pochi ci hanno fatto caso ma Amici 20 è l'unico talent show della tv italiana (e forse non solo italiana) a decretare una eliminazione attraverso un voto segreto. Con la necessità di votare attraverso un tablet, infatti, i tre giudici vip in studio non rivelano per chi hanno deciso di puntare il dito nel momento dell'eliminazione. Eppure a Ballando con le Stelle la giuria vota pubblicamente per alzata di paletta, a X Factor il voto eliminatorio è palese, a Tale e Quale Show le classifiche dei giudici sono esplicitate, a The Voice sono gli stessi coach a decretare a voce il loro eliminato. Perché gli eliminati di Amici vengono fatti fuori attraverso un voto segreto? E se questa votazione fosse "falsificata in maniera clandestina", tanto per citare la maestra Celentano? Il dubbio cresce quando davanti agli occhi ci appare la tabella delle eliminazioni e l'incredibile ping-pong già descritto. E il dubbio cresce ancor di più quando scopriamo che le votazioni della giuria vip non sono mai state palesate, anche nelle edizioni già concluse. Perché tanto mistero? Eppure ai fan del programma piacerebbe tantissimo sapere chi dei tre giudici vip ha deciso di sbattere fuori dal programma concorrenti come Leonardo, Tommaso o Enula... Amici 20 truccato? Lo storico pongoregolamento Il talent Amici di Maria De Filippi resterà negli annali della televisione italiana per esser riuscita a lanciare nella lingua italiana una nuova parola: pongoregolamento, ovvero un regolamento talmente poco solido da esser malleato come fosse plastilina. Non è chiaro chi abbia fatto nascere questo termine ma quel che è certo è che è nato su un forum di fan di Amici di Maria De Filippi per criticare la scelta della redazione del programma di modificare in corsa il regolamento di gara che - proprio in quanto gara e con un premio in denaro in palio - dovrebbe restare lo stesso fino alla finale. Ma così non accade mai. Solo quest'anno, ad esempio, la premessa era di eliminare due o tre concorrenti per puntata ma oramai da tre settimane ne viene eliminato solo uno. Ed è improbabile constatate che la conduttrice debba spiegare il "nuovo" regolamento di gara in ogni puntata leggendolo da un cartoncino a margine della prima manche. Nella storia dei serali di Amici, infine, è pieno di cambi di regolamento in corsa. Qui di seguito, alcuni degli articoli da noi pubblicati proprio circa questo argomento: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7. A margine di tutte questi dati oggettivi e statisticamente abbastanza incredibili, ci sono le numerosissime teorie che i fan del programma postano con molta frequenza sui social: una delle tante riguarderebbe le presunte "spintarelle" che la redazione metterebbe in atto per aiutare i concorrenti più spalleggiati dalle case discografiche; tecnicismo che quest'anno dovrebbe portare alla vittoria Sangiovanni. Ma andrà davvero così?.

·        Il Grande Fratello Vip.

Aldo Grasso per il “Corriere della Sera” il 22 settembre 2021. Il meraviglioso mondo di Signorini. Ogni stagione, con il Grande Fratello Vip, Alfonso Signorini corona un grande sogno: trasformare la tv nella sua casa delle bambole. Dopo aver esasperato il format originale, Alfonso Signorini si sta godendo il paradiso terrestre, un eden fatto di pettegolezzi, di confessioni, di amorazzi, di labbra esagerate, di «qualche mano che si allunga di troppo», di promiscuità (una categoria che andrebbe rivista alla luce delle identità di genere), di solidarietà alle donne afghane indossando un niqab («noi ci siamo e combattiamo al loro fianco. Grazie Jo Squillo di avercelo ricordato»), di un'atmosfera tardo-adolescenziale, di «percorsi», tanti «percorsi». Tempo fa, qualcuno sosteneva che Signorini fosse il vero ideologo di Silvio Berlusconi, il custode del suo immaginario pop, «espressione di una visione della vita licenziosa e invidiosetta, ma sottomessa e conservatrice». Sosteneva che Signorini, più di ogni altro personaggio Mediaset, avesse contribuito a costruire un nuovo senso comune, fatto di modelli estetici, di usi linguistici, di rapporti di genere, di modi di intendere il divertimento, l'amore, il corpo, l'intimità e così via. Non ne sono così sicuro: la tv di Silvio Berlusconi era molto più avanti di questa, più innovativa e contraddittoria. Signorini è semplicemente riuscito a ricreare il «suo» mondo per l'indubbia capacità di saper mescolare generi e media (tv e carta stampata). Azzardo un'ipotesi per quelli che hanno innalzato Signorini a teorico dell'«egemonia berlusconiana»: questa tv (dal Grande Fratello a Temptation Island, tanto per fare due esempi) ha danneggiato il Berlusconi politico. La Casa, l'Isola sono «corpi» slegati dalla realtà, sono situazioni che non si conciliano con il momento che stiamo attraversando, sono tv, appunto. Più questo tipo di tv è «fatta bene», più stimola il disinteresse per la politica (delegata invece ai talk sovranisti).

·        "I tormentoni estivi? Sono da 60 anni specchio dell'Italia".

"I tormentoni estivi? Sono da 60 anni specchio dell'Italia". Mimmo Di Marzio il 19 Luglio 2021 su Il Giornale. Lo scrittore milanese Enzo Gentile e i cult del pop da spiaggia, da Vianello a Rovazzi. Di questi tempi, alla voce «tormentoni estivi» il pensiero dell'italiano medio vola immediatamente a Notti Magiche, la canzone portafortuna degli azzurri firmata Bennato-Nannini che fa il pari con il Poo-po-po tratta da Seven Nation Army dei White Stripe che fu colonna sonora ai nostri Mondiali del 2006. Ma da che Italia è Italia, ogni estate che si rispetti non può fare a meno del suo tormentone pop, le cui note rimbalzano dagli altoparlanti delle spiagge a quelli delle discoteche (finchè erano aperte). Un'epopea immutabile nei decenni e su cui è appena uscito un libro che ne ripercorre le tappe salienti, recuperando autori e aneddoti, ma soprattutto valorizzando un fenomeno troppe volte frettolosamente snobbato dalla critica «colta». L'autore, il giornalista milanese Enzo Gentile, lo ha intitolato Onda su Onda (Zolfo Editore), degna citazione del brano cult di Bruno Lauzi. Ma di titoli azzeccatissimi ce ne sarebbe stata una sporta - da Sei diventata nera a Una rotonda sul mare a Sapore di sale - tali e tanti sono stati i successoni delle canzoni che hanno accompagnato le estati italiane dal Dopoguerra a oggi. Ed è proprio dal boom economico degli anni Sessanta che prende avvio la bella storia corredata di nostalgiche foto di repertorio dei big della «leggera», consacrati da rassegne come il Cantagiro e il Festivalbar. «In molti casi hanno lasciato un segno più indelebile delle edizioni di Sanremo - dice Gentile - perchè l'Ariston ha avuto anche i suoi lunghi momenti bui, mentre ogni anno è sempre stata l'estate a consacrare la canzone regina». Un fenomeno, questo, tipicamente italiano ma che ci ha visto spesso primeggiare anche nelle classifiche internazionali. «C'è qualcosa di magico nel tormentone estivo, che trascende il clima di competizione che ha sempre caratterizzato Sanremo; il Festivalbar è una gara gioiosamente simbolica e il Cantagiro una parata in versione decappottabile di popstar in vacanza». Gentile però, nel suo atlante, ci tiene anche a sfatare un falso mito: quello che, per dirla alla Bennato, siano sempre state solo canzonette. Nella sua analisi revisionistica, l'autore contestualizza i successi discografici nei periodi socio-economici del Belpaese, quasi come se fossero la colonna sonora di un'Italia che nei decenni ha attraversato entusiasmi, depressioni, nazionalismi e esterofilie. «Se negli ultimi 60 anni dovessimo eleggere un re del tormentone estivo, l'Oscar andrebbe a Edoardo Vianello, autore di pietre miliari come Abbronzatissima, I Watussi, oppure Prendiamo in affitto una barca. Erano, quelle, canzoni spiritose ma nient'affatto stupide e comunque perfettamente in sintonia con un'Italia che inaugurava le prime grandi infrastrutture come l'Autostrada del Sole e che finalmente benediceva le vacanze nei nuovissimi alberghi delle nostre riviere». Facevano il pari, per fare un parallelo cinematografico, con pellicole cult come «Il Sorpasso» di Marco Risi. Quegli anni ruggenti, raccontati nel libro anche attraverso documenti e interviste, erano scanditi da voci simbolo dell'estate come Fred Bongusto e Peppino Di Capri. «Di Capri importò il twist nelle sale da ballo e fu un successo straordinario, perché gli italiani avevano una pazza voglia di ballare per scacciare i fantasmi del passato». Tra i napoletani anche un certo Renato Carosone. Poi i tempi cambiarono ma i tormentoni estivi continuarono come controcanto a sogni, vacanze e, perché no, a nuovi o fedigrafi amori. I '70 furono gli anni del cantautorato impegnato, «eppure, quasi come un contrappasso, la musica leggera lanciò memorabili lenti che parlavano di sentimenti e nostalgie», un intimismo che rivendicava sentimenti schiacciati dalle ideologie. I nuovi big erano Patty Pravo, Lucio Battisti, Claudio Baglioni, Riccardo Cocciante, Mia Martini, Umberto Tozzi e molti altri; così arrivarono le struggenti estati di E tu, Mi ritorni in mente, Pazza idea, Piccolo uomo. «Gli Ottanta, con il loro dirompente edonismo, aprirono le porte al fascino dell'esotico e dei viaggi di massa. Ecco allora tormentoni come Vamos a la playa, Maracaibo e Tropicana». I Novanta battezzarono il rap e un certo disimpegno, contrassegnato dai successi estivi di band come Articolo 31 e 883, ma anche di parodie come Rapput di Claudio Bisio, che non a caso firma la prefazione di questo libro. All'appuntamento con il tormentone non volevano però mancare anche big come Ligabue, Gianna Nannini, Vasco Rossi e Luca Carboni che, con il suo Mare mare, finì per mesi in testa alle classifiche. E oggi, nell'era digitale e della crisi del disco, c'è ancora spazio per il tormentone? «Eccome; soltanto che, per non sbagliare, le produzioni chiedono aiuto all'...usato sicuro, e allora ecco i duetti Morandi-Jovanotti, Rovazzi-Ramazzotti, Orietta Berti-Achille Lauro. Sennò che estate sarebbe?». Mimmo Di Marzio 

Tormentoni estivi anni '60, '70 e '80: ecco la musica degli over. Monica Cresci il 19 Luglio 2021 su Il Giornale.

Tormentoni e hit estive hanno accompagnato gli over 60 per tutta la loro vita: ecco le canzoni più belle degli anni '60, '70 e '80. Tormentoni estivi: da sempre una presenza costante delle vacanze, un sottofondo musicale fisso che rallegra le pause relax al mare o in montagna. Alcune hit stagionali spesso finiscono rapidamente nel dimenticatoio, altre diventano emblema di intere generazioni, definendone il mood esistenziale, emotivo e anche estetico. Evergreen che attraversano intere decadi trasformandosi in ricordi indelebili, diventando colonne sonore personali o di un intero periodo storico. Sono le canzoni più amate, le più cantate a squarciagola ai concerti, durante le serate danzanti nei club o in discoteca. Dagli evergreen degli anni '60 alle innovazioni degli anni '80, passando per le hit disco dei 70, la categoria senior può contare su una playlist corposa. Ma quali sono i brani più gettonati?

Perché torna di moda la musica degli over 60. Hit e tormentoni estivi del passato: il loro prepotente ritorno di anno in anno potrebbe assumere significati differenti. La bellezza immortale di sonorità e parole hanno segnato il passaggio di epoche differenti, come emblemi sociali e simbolo di innovazione. Sono state anche un vero e proprio spartiacque tra il passato e il futuro, sia dal punto di vista della moda che del linguaggio sociale. Ma a rendere intramontabili questi brani, tipici degli over 60, è forse la capacità di risultare sempre attuali anche agli occhi delle nuove generazioni. Canzoni e parole simbolo delle estati del passato, della leggerezza data dalle vacanze in giovane età e delle prime storie d’amore. I ricordi sono lucchetti che preservano la memoria e il cuore, piccoli scrigni dove racchiudere i momenti più belli e spesso anche gli eventi più dolorosi. E la musica è da sempre il fil rouge in grado di collegare esperienze, emozioni e sensazioni. Ecco quali sono le canzoni che ancora oggi balliamo e cantiamo con passione.

Le hit degli anni '60. I favolosi anni '60, il periodo della rinascita e della spensieratezza, della ripresa economica e del cambio generazionale, in particolare in Italia. Il momento viene ricordato dal punto vista musicale per la nascita della beat generation e successivamente della musica pop. Cultura, società e moda subiscono le influenze dell’epoca con una maggiore libertà stilistica, spesso dettata dagli input che giungono da fuori confine. L’aspetto formale di un tempo lascia spazio a libertà estetiche innovative, come ad esempio la minigonna, la voglia di scendere in piazza per manifestare ma anche per esprimere se stessi. Sono anni creativi, ma anche emotivamente intensi dal punto di vista musicale. 

Le hit estive di quel periodo ben rappresentano questo insieme di cambiamenti, ecco le più note:

Abbronzatissima di Edoardo Vianello;

Sapore di Sale di Gino Paoli;

Azzurro di Adriano Celentano;

Tintarella di Luna di Mina;

Estate di Bruno Martino;

Cuando Calienta El Sol dei Los Marcellos Ferial;

In ginocchio da te di Gianni Morandi;

Una rotonda sul mare di Fred Bongusto;

Ciao Ciao di Petula Clark;

Il mondo di Jimmy Fontana;

Riderà di Little Tony;

Stasera mi butto di Rocky Roberts;

Luglio di Riccardo del Turco;

Acqua azzurra, acqua chiara di Lucio Battisti.

"Tre dischi per i 70 anni Le radio mi trascurano come con De André"

Senza dimenticare le hit estere quali "Help" dei Beatles, "Light My Fire" dei Doors, i Rolling Stones con "(I Can't Get No) Satisfaction", "Sugar Sugar" di The Archie, "Respect" della regina della musica Aretha Franklin, "Sweet Caroline" di Neil Diamond, nonché "Surfin U.S.A" dei The Beach Boys, solo per citarne alcune.

I tormentoni degli anni '70

Con gli anni '70 la società cambia pelle e velocità di andatura, la decade è caratterizzata da lotte di piazza e contestazioni, ma anche da molta violenza e terrorismo. Lo strato sociale si adatta alla rinnovata necessità di cambiamento che porterà verso gli anni '80, con tanto di ribellione culturale e, ovviamente, musicale.

L’arte diventa lo specchio delle rivendicazioni popolari, ma anche degli stravolgimenti politici del tempo e delle innovazioni scientifiche. Il look abbraccia linee e decorazioni più geometriche, mixate perfettamente con una moda più bucolica e floreale. Sono anni particolari dove anche la crisi economica trova posto nelle liriche, compresi i tormentoni estivi. Ecco i più noti:

Splendido splendente di Donatella Rettore;

E la luna bussò di Loredana Bertè;

Gloria di Umberto Tozzi;

Fin che la barca va di Orietta Berti;

Balla di Umberto Balsamo;

Comprami di Viola Valentino;

Pazza idea di Patty Pravo;

Figli delle stelle di Alan Sorrenti;

Super superman di Miguel Bosè;

Ricominciamo di Adriano Pappalardo;

Tanti auguri di Raffaella Carrà.

I tesori di David Bowie Ecco cover e ristampe a 5 anni dalla morte

Tra le hit estere, grandissimo successo estivo per i "Village People" con YMCA e il relativo balletto, seguito dall’immortale "Stayin’ Alive" dei Bee Gees, nonché "My Sharona" degli The Knack. Non si possono non citare Grease, Diana Ross con la cover di "Ain't No Mountain High Enough", Elton John & Kiki Dee con "Don't Go Breaking My Heart", "Bad Girls" di Donna Summer - vera regina della disco music dell’epoca - e "Dancing Queen" degli ABBA.

Le hit degli anni '80

Le rivolte del decennio precedente portarono direttamente verso gli anni '80 che, in Italia, videro un apparente aumento del benessere sociale, ma anche crisi economiche mondiali inasprite dalla tensione crescente della Guerra Fredda tra Usa ed Urss. In Italia la politica visse momenti travagliati tra scandali, cadute e rotture di alleanze, anche se la sensazione era quella di una crescita, di un rinnovamento e di molto benessere. Trasgressione artistica, musicale, crescita finanziaria e ricerca di successo dettata dagli yuppies, sono solo la copertina di una società in crescita dal punto di vista digitale, ma sofferente dal punto di vista lavorativo e sociale. La musica si fa portavoce delle persone, di queste evidenti differenze sociali, che ridefinisce il concetto di classi sociali. I tormentoni dell’estate anni ’80 ne sono un simbolo:

Gioca Jouer di Claudio Cecchetto;

Vamos a La Playa dei Righeira;

People from Ibiza di Sandy Marton;

Centro di gravità permanente di Franco Battiato;

Kalimba de Luna di Toni Esposito;

Mare mare di Luca Carboni;

Alghero di Giuni Russo;

Tropicana de Il Gruppo Italiano;

Boys di Sabrina Salerno;

Call Me di Ivana Spagna;

Non sono una signora di Loredana Bertè.

Il mondo segreto di Battiato: chi era davvero e cosa rivela la grafia 

Nel resto del mondo impazzano i tormentoni di Huey Lewis & the News con "The Power of Love", dei Duran Duran con "Rio" e degli eterni rivali Spandau Ballet, ma anche degli Eurythmics con "Sweet Dreams (Are Made of This)". Sono gli anni di Flashdance con "Maniac" di Peter Sembello, di Gosthbuster, di "Fame" di Irene Cara, di una giovanissima Whitney Houston con "I Wanna Dance With Somebody (Who Loves Me)", dell’immancabile Madonna con "Papa Don't Preach" e degli Wham con "Club Tropicana". Passando per l’intramontabile "Lambada" di Kaoma e "La Bamba" dei Los Lobos. Senza dimenticare i mostri sacri di sempre come Depeche Mode, U2, Michael Jackson, The Police, Prince e Bruce Springsteen. Monica Cresci

·        Le Woodstock.

Roberto Croci per “il Venerdì di Repubblica” il 31 luglio 2021. Nel 1969, nella stessa estate di Woodstock ma a 160 chilometri di distanza, si celebrava l'Harlem Cultural Festival, una rassegna musicale conosciuta come la Black Woodstock. Dopo 50 anni sono state ritrovate le riprese video dell'evento a cui parteciparono 300 mila persone, e talenti della musica black soul, gospel e R&B come Gladys Knight e Stevie Wonder, Mahalia Jackson, Abbey Lincoln, B.B. King, Nina Simone, Sly and the Family Stone, Herbie Mann, The 5th Dimension e The Staples Singers. Quelle immagini sono ora un documentario diretto da Ahmir Questlove Thompson, celebre per il suo lavoro di batterista e compositore nella band The Roots. Summer of Soul si potrà vedere dal 30 luglio su Disney+, dopo aver vinto molti premi, tra i quali il Grand Jury Prize e l'Audience Award nella categoria documentari al Sundance Film Festival. Questlove, dove ha scovato questo materiale? 

 «I nastri con più di 40 ore di riprese sono stati ritrovati in uno scantinato di New York. Il regista Hal Tulchin, morto nel 2017, aveva girato con quattro videocamere, sperando di poter vendere il materiale a qualche network televisivo. Purtroppo a quei tempi questa testimonianza preziosissima non aveva attirato l'interesse di nessuno. Fortunatamente io e Joe Lauro, il ceo di Historic Films Archive, siamo riusciti a recuperare il tesoro, digitalizzarlo e riportare questa documentazione straordinaria a nuova vita».

Quant' è importante raccontare questa storia oggi?

«Ogni testimonianza è importante per le comunità nere, perché documentare la nostra storia musicale non è mai stata una priorità. Quando mi hanno proposto la regia di Summer of Soul stavo lavorando sulla biografia di Prince e mi ricordo come descriveva in modo dettagliato l'impressione che Woodstock aveva avuto sulla sua vita di musicista. Durante il montaggio di questo film mi sono chiesto spesso quanto la Black Woodstock avrebbe potuto influenzare decine di artisti se questo film fosse uscito cinquant' anni fa, che impatto avrebbe potuto avere sulle nuove generazioni e quanto avrebbe potuto essere diversa la nostra musica».

La musica del film è una sorta di colonna sonora della storia degli afroamericani. Com' è riuscito a creare questo rapporto tra musica e immagini?

«Ho lavorato in simbiosi con il montatore Josh Pearson, perché capisce la mia sensibilità musicale. Per me è importante prendere sul serio il nostro passato, sostenere la nostra storia, soprattutto in questo momento di divisione sociale». Cosa ha imparato con questo suo primo lavoro da regista? «È stato un corso intensivo: ho capito come narrare le storie dei musicisti in modo efficace, cercando di raccontare i fatti salienti senza diventare noioso». N su disney+ il documentario Summer of Soul, sulla dimenticata "Woodstock nera" di 52 anni fa. 

·        Rap ed illegalità.

Andrea Laffranchi per il “Corriere della Sera” il 28 agosto 2021. Dalle playlist alla cronaca. Le storie del rap non sono solo nelle rime delle canzoni, ma nelle indagini delle forze dell'ordine. Una sequela di risse, aggressioni, rapine di gruppo e raid vandalici che in questi giorni hanno portato alla risposta della polizia: fogli di via, avvisi orali e Daspo per Baby Gang, 20enne di origini marocchine nato a Lecco, vero nome Zaccaria Mohuib, e Rondo da Sosa, all'anagrafe Mattia Barbieri: vietati locali e discoteche di Milano e divieto, per il primo, di frequentare mezza Riviera romagnola. C'è una connessione con le minacce, assieme a una trentina di amici, al titolare dello storico locale milanese Old fashion: botte, violenze, sassaiola. E pure con gli atti vandalici dello scorso weekend a Riccione. «Da oggi in poi tornerò a zanzare (derubare ndr ) i turisti in spiaggia perché altrimenti non vado avanti», aveva postato Baby Gang nei giorni scorsi dopo la cancellazione di una serata a Misano Adriatico. Tutto parte da Milano, zona San Siro, epicentro in piazzale Selinunte e via Preneste. Case popolari dove vivono 12 mila persone, la maggior parte di provenienza araba e maghrebina, dove i figli di seconda generazione sono cresciuti in strada con un background di rapine, piccolo spaccio, aggressioni fin da minorenni. Tutto aggravato dalla pandemia che non offre sfoghi ai ragazzi e alza il livello della tensione con i social che rilanciano le rivalità. Qui è il territorio della 7Zoo, la crew che ha dato vita all'etichetta Real Music 4 Ever. Rondo è quello che fa i numeri più grossi: oltre due milioni di ascoltatori al mese su Spotify. «Delinquente» è l'album che esce oggi di Baby Gang su cui ci sono grandi aspettative da parte di Warner, la multinazionale che li ha sotto contratto. Il primo a emergere è stato Neima Ezza, 19enne nato in Marocco, che in pieno periodo di restrizioni pandemiche ha convocato 300 persone in strada per girare un videoclip ed è finita male quando la polizia ha provato a disperdere l'assembramento. Vale Pain, Keta, Sacky, Kilimoney e Nko sono gli altri nomi della crew da tenere d'occhio secondo i web-magazine specializzati. La gang milanese rappresenta anche la nuova scena del rap, la drill. Tendenza musicale nata a Chicago 10 anni fa da una costola della trap, arrivata a Londra-Brixton attraverso la nuvola digitale di SoundCloud e adottata dalle seconde e terze generazioni nelle banlieu francesi. Rispetto al genere originario, le basi hanno un'atmosfera più cupa e aggressiva, le liriche raccontano il disagio con più rabbia e violenza. Nell'immaginario canne e sciroppo (codeina e sprite), gioielli e brand da ostentare, non bastano e si spinge sul gangsta con passamontagna e armi puntate. Antonio Dikele Distefano, 29 anni e genitori angolani, scrittore e autore della fiction Zero per Netflix che ritrae la periferia milanese fra seconda generazione, rap e pregiudizi, la vede così: «Da un lato dico che questi ragazzi arrivano alla fama prestissimo, a 17-18 anni, l'età in cui tutti, pure io, combinavamo casini. Dall'altro aggiungo che se negli Usa o nelle banlieu parigine il disagio è vero, qui tanti se lo creano: ci sono pregiudizi verso certi quartieri, ma a Milano la polizia non ti spara addosso». Paola Zukar è una che il rap game lo conosce: dalle prime fanzine Anni 90 è diventata manager di Fabri Fibra, Marracash e Madame: «Il rap si è radicato nelle periferie e ha avvicinato ogni tipologia di adolescente: lo ascoltano tutti e molti provano a farlo. Alcuni si atteggiano a una vita di strada che non conoscono, altri hanno quel vissuto. A tutti dico che fanno bene a provarci perché l'impegno e la voglia di migliorare aiutano a uscire da certe situazioni, ma poi bisogna saper gestire il successo». Roma è artisticamente ferma, non arriva nulla di nuovo, ma Digos e Squadra mobile hanno lavoro nel monitorare la scena: Sayanbull, ovvero Alex Refice, capo di una gand di rapper boxeur è finito in manette per aver preso a calci un ambulante bengalese e per una spedizione punitiva contro trapper rivali, tra cui Gabriele Magi, alias Gallagher, uno che pochi mesi prima era stato arrestato dai carabinieri con il compagno Traffik, Gianmarco Fagà, per aver picchiato e rapinato tre fan. Qualche testa calda c'è anche in provincia. Matteo Macaluso, 21 enne di Chivasso che si fa chiamare Eyes, è stato arrestato quest' estate per aver picchiato la fidanzata incinta; e Terror Bomber, 34 enne di Termoli, perché in casa gli hanno trovato candelotti e una bomba artigianale. Ma più che rapper, i loro video su YouTube non escono dal giro degli amici, sono solo delinquenti.

·        L’Eurovision.

Bernardo Basilici e Menini Leonardo Di Paco per “La Stampa” il 14 ottobre 2021. Quasi dieci milioni di euro. Ecco quanto costerà l'edizione 2022 dell'Eurovision a Torino. Ci sono le spese per gli allestimenti, la promozione, servizi accessori, trasporti, soldi da dare alla Rai. Totale: 9 milioni e 750 mila euro. Risorse che per circa una metà peseranno sulle casse di Palazzo civico, mentre per la restante parte è stato chiesto aiuto a Regione ed enti privati. Per il noleggio e la gestione del Pala Alpitour ci vogliono poco più di 1,4 milioni di euro. Poi altri 3 milioni per «approntamenti, noleggi, impianti, segnaletica e strutture provvisorie», si legge in un documento interno al Comune. Quindi i servizi all'aeroporto, i trasporti la logistica: 1,4 milioni di euro, mentre per la sicurezza e la prevenzione sono 1,5. La voce promozione e comunicazione pesa per 450 mila euro, mentre 550 mila servono per l'utilizzo di altre strutture, come i tendoni e la Piscina Monumentale. Altri 100 mila per eventi collegati e spese varie. Totale 8,5 milioni di euro. A cui va aggiunto il «contributo di partecipazione a favore della Rai pari a un valore di 1,25 milioni di euro - stabilito in fase di trattativa con la televisione di Stato - che porta il totale appunto a quasi una decina di milioni. Fra le clausole del contratto, a oggi ancora una bozza, oltre agli impegni economici sono contenuti tutte una serie di requisiti, parecchio rigidi, decisi dall'Ebu, l'unione europea di radiodiffusione, che associa diversi operatori pubblici e privati del settore. In parole povere si tratta dell'ente che organizza l'Eurovision e che, in passato, si è occupato di Giochi senza frontiere. Prendiamo il Pala Alpitour - che sul sito già annuncia la prossima apertura della vendita dei biglietti - dovrà avere come minimo 8 mila posti a sedere più altri duemila in piedi: si ragiona a piena capienza. Come nelle edizioni precedenti dovrà essere allestita anche una «green room» da 300 posti, ovvero uno spazio aggiuntivo a ridosso del palco, parte integrante della scenografia, dove stazioneranno gli artisti e le delegazioni durante gli spettacoli. E poi un centro dedicato alla stampa da 500 posti, camerini, aree relax e così via. Capitolo risorse: chi le metterà? La Regione spenderà 2 milioni di euro. Compagnia di San Paolo, Camera di Commercio e Iren contribuiranno con mezzo milione a testa. Crt, invece, investirà 250 mila euro. Il resto (oltre cinque milioni) è tutto sulle spalle del Comune di Torino, che spalmerà la spesa sui bilanci 2021 e 2022, e nel frattempo chiederà una fideiussione. Ma non si tratta di una spesa eccessiva per casse municipali? Le difficoltà di bilancio sono senz' altro da tenere in considerazione. Ma, dall'altro lato, gli organizzatori delle ultime edizioni hanno speso ben di più. Il costo complessivo per l'Eurovision 2019 a Tel Aviv, ad esempio, è stato di 28,5 milioni di euro, 23 milioni per Lisbona nel 2017, Kiev 27 milioni (6,5 dei quali a carico del Comune), Stoccolma 2016 13 milioni (11 del Comune). E in passato si sono toccati anche i 60 milioni di euro. Intanto ieri pomeriggio si è riunito per l'ultima volta, prima del ballottaggio, il consiglio comunale targato Movimento Cinquestelle. All'ordine del giorno una variazione di bilancio per permettere lo svolgimento in città della manifestazione canora. La delibera, che prevede lo stanziamento di un fondo di 5 milioni di euro per un periodo limitato di tempo, derivante da recuperi di fondi del bilancio comunale, per garanzie bancarie richieste dalla Rai, è stata approvata con 32 voti favorevoli, due astenuti e nessun contrario.

·        Abella Danger e Bella Thorne.

Barbara Costa per Dagospia il 27 marzo 2021. "Parental Advisory: Explicit Content". OK, ragazze: adesso che i perbenisti e i paurosi del sesso sono avvisati e sistemati, me lo dite? Dove sta? La versione non censurata di "Shake It", dove sta? Su quale porno-sito? Su Pornhub non c’è! Quando la fate uscire? Dai, non si può resistere al primo rimming a lingua che schiocca di saliva tra natiche e slip, e ancora meglio il secondo, e qui la lingua pare trattenerne il sapore, quasi a ingoiarlo… e si trasuda eiaculazione. Molto bene, ma la versione coi seni non pixellati!? E a scissoring…?!? Complimenti a Bella Thorne per la sua svolta porno, e per questa sua prova registica, autoriale, ma pure lesbo-soft-porn attoriale! Però: se il suo video "Shake It" è drogante, non sta nella canzoncina che dalla mente non ti si leva più, ma sta nella “bitch” che nel video Bella Thorne ruba all’etero sposo per sposarsela e sc*parsela lei. L’hai riconosciuta? La bitch è Abella Danger, giovane pornostar famosissima nonché potenza social con 1,5 milione di seguaci su Twitter e la bellezza di 7,6 milioni su Instagram. Con queste cifre, questo pubblico enorme, Abella "segna" trend e costumi. Dentro e fuori dal porno. Abella “non è così bella, ma è la più immensamente tr*ia!”, è ciò che i suoi orgogliosi fan ti dicono, perché quello che Abella balla e fa in "Shake It" è niente in confronto ai volteggi che realizza sui set porno. Abella Danger ha una aura sessuale tutta sua ed è la sua arma ed è letale. Abella Danger,25enne, comanda la generazione delle pornostar post-millennial non rifatte, non alte, non magre, e con un sedere grosso che, fino a qualche tempo fa, era tragedia possedere. Abella Danger comanda la generazione di pornostar cresciute a porno, web e biscotti e che non vede nel porno nulla di pericoloso, sbagliato, "sporco". Lei è entrata nel porno a 19 anni, col suo ragazzo del college, lui, il proprietario del cognome Danger, lui col quale Abella ha girato le prime scene. Appena ha scoperto che fare sesso professionale, le piaceva, e le riusciva, e con soddisfazione (“viene fuori il mio alter ego: la tr*ia che è in me!”) Abella Danger ha deciso di diventare una numero uno. Una determinazione, una sicurezza di sé che ha allarmato il suo ragazzo, rivelatosi il classico tipo geloso. Bye bye, amico, non "servi" più, un saluto e sei un ex, e Abella si è trovata un signor agente, e sul set si è data a porno sperimentazioni. Cresciuta in una famiglia di osservanti ebrei ashkenaziti, con un (severo) padre di 22 anni più grande di sua madre, Abella ha perso la verginità a 16 anni e non con chi si era innamorata, ma con chi è tutt’ora il suo migliore amico. La verginità è quello che per lei – e che in realtà – è: un impiccio, un mito inventato dagli uomini per controllare le donne. Sicché meglio perderla – se c’è qualcosa da perdere… – con chi sai amico e tale ti rimane, e non con chi da adolescente credi di amare, quando dell’amore ancora sai niente e la tua vita è tutta da inventare! Abella Danger manifesta il suo "debole" per i peni circoncisi, e candidamente rivela di aver perso la verginità anale sul set, con Keiran Lee. Ma nel porno non arrivi alla deflorazione anale nel grottesco, ridicolo modo che mi è capitato di vedere l’altra sera in "Le Età di Lulù", di Bigas Luna! Lasciamo stare, per carità. Non si può falsare, nemmeno cinematograficamente, l’ano e la sessualità di una donna in quel modo! Abella dice che prima di girare il suo primo anale porno è stata varie notti per 2 mesi – 2 mesi! – ad allenare il c*lo con dildo via via più grandi. Le pareti anali vanno ben preparate a ricevere calibri che su un set porno entrano e escono in modo innaturale rispetto a quanto si fa nella realtà (anche se l’uso a quantità industriale di lubrificante anale è bene sia lo stesso). Abella Danger piace, è seguita, anche per i suoi porno estremi in violenza: lei gira molto rough-porn, cioè quello che prevede scene di (finta) violenza, e (finti) soffocamenti. È "violenta" lei stessa, lei per prima (“il porno duro lo cerco, lo voglio: è una necessità”). Le sue forti scene a schiaffoni dati e ricevuti l’hanno innalzata nell’Olimpo delle dee del genere, e ti si stampa indelebile (e non solo negli occhi) il suo threesome con Ramon Nomar e Toni Ribas. Il suo primo threesome, sul set, e nella vita! Abella, prima del porno, ha avuto storie sia con donne che con uomini, ma non è promiscua, e mai si è avventurata in accoppiamenti non duali. Come Bella Thorne, Abella Danger si dichiara bisessuale, ma non poliamorosa al pari di Bella. E se Bella è ora pansessuale e monogama da quando sta col "nostro" Benjamin Mascolo, chi lo sa se Abella Danger sta ancora con quello schianto di f*ga con cui si è presentata sul red carpet degli Oscar del Porno l’hanno scorso… Una cosa è sicura: Abella Danger sta divenendo la musa di Bella Thorne. Dicono che la loro porno simbiosi non si fermerà a "Shake It" – girato a Los Angeles a fine settembre, e ci sono volute 14 ore – il quale è la loro seconda collaborazione dopo "Her&Him", il cortometraggio hot da Bella diretto per Pornhub, e di cui la Danger è la protagonista, e dove però, di 30 minuti, il sesso vero, elettrizzante, non simulato, dura solo due.

·        Achille Lauro.

Achille Lauro: «Stavo buttando via la vita, mi sono fermato». Andrea Laffranchi su Il Corriere della Sera il 28 Dicembre 2021. Musica e Arte. Il cantautore: dal mio battito un NFT, un’opera digitale. Sento in arrivo un’ondata punk, sono pronto a cambiare ancora.  

Riproponiamo qui una delle interviste più lette del 2021, quella di Andrea Laffranchi ad Achille Lauro, uscita su 7 del 26 novembre. 

Questa volta ci mette il cuore. Fuor di metafora. Achille Lauro mette il suo battito cardiaco, registrato dal vivo durante un concerto che si terrà il 7 dicembre al teatro degli Arcimboldi di Milano, in un NFT, un’opera digitale la cui autenticità e unicità è garantita dalla blockchain e dal sistema di scambio delle criptovalute. «Avrò dei sensori collegati al corpo che registreranno il battito e lo proietteranno creando un’immagine unica incorporata in un NFT. Mi viene in mente la copertina di Unknown Pleasures dei Joy Division... L’asta sosterrà un progetto benefico per il reparto di cardiologia infantile del Policlinico San Donato».

Il cuore di Achille Lauro?

«Il cuore rappresenta l’esistenza e la mia esistenza è irrazionale, misteriosa e basata su emozioni, passioni e su un ignoto destino. Durante il concerto sarò accompagnato dall’Orchestra della Magna Grecia. L’orchestra è un corpo unico fatto di singoli elementi, rappresenta l’unione. In fondo anche noi, come singoli e come società, siamo fatti così».

Ci fossero stati quei sensori quando si è tolto il mantello a Sanremo 2020 all’inizio di Me ne frego ?

«Sarebbero impazziti. Ero concentrato sul gesto più che sulla performance canora. Mi giocavo otto mesi di lavoro in un secondo: tutto o niente. Ricordo la gente in prima fila all’Ariston: interdetta ma contenta. Ho sentito che qualcosa stava accadendo, che sarebbe stato l’ultimo giorno da signor Nessuno».

Da qualche mese sembra aver abbandonato i costumi elaborati con cui ha stupito a Sanremo e nei concerti. Cambia direzione?

«Visto anche il periodo difficile che abbiamo passato tutti, in questi mesi mi sono dedicato ad altro. Quando potrò fare un vero tour tornerò a fare cose mai fatte: non sarò certo in giacca e pantalone come quando ero sul red carpet della Festa del cinema di Roma o come farò a teatro. Lo show con l’orchestra punta sull’eleganza: c’è uno scopo benefico e basta quello».

Di recente sui social ha messo una sua foto da bambino con un gattino in braccio e la frase «Da piccolo volevo essere grande». E adesso?

«Credo che sia qualcosa che tutti abbiamo provato. E poi quando si cresce magari si vuole tornare bambini. Negli ultimi sei mesi questa cosa l’ho sentita meno. Ho lavorato così tanto che non avevo tempo per la malinconia, ma con quel post volevo anche raccontare una delle contraddizioni della vita: vogliamo sempre essere quello che non siamo. Sono sempre insoddisfatto, cerco quello che non ho».

La riporto alla malinconia. Il primo ricordo?

«Quando da bambino, assieme a mio fratello maggiore e ai cugini, andavamo dalla nonna materna. Ci parlava con dolcezza nelle orecchie e ci regalava dei giocattoli. Semplicità e felicità».

Il gioco preferito?

«Ho avuto fasi diverse con la costante della fantasia. Mi inventavo storie con i pupazzetti e le relative canzoncine per fare le sigle».

Cosa direbbe quel bambino se vedesse Achille Lauro oggi?

«Credo che gli piacerebbe, sono cresciuto con i personaggi più assurdi del punk. I bambini guardano tutto con purezza, senza sovrastrutture. Impazzisco quando uno di loro mi dà un disegno in cui mi ha fatto il ritratto. Spero che un giorno possa servirgli ricordare di aver visto uno che infrangendo le regole è riuscito ad essere se stesso».

In Sono io Amleto , autobiografia romanzata uscita un paio d’anni fa, ha raccontato di un’adolescenza turbolenta...

«Erano cose che dovevano succedere ma mi hanno dato tanto. Tutto quello che ti accade contribuisce a formarti. Non andavo a scuola, avevo seguito mio fratello e vivevamo in una comune».

Le manca non aver studiato?

«Se avessi appreso prima certe cose sarebbe stato meglio, ma dedicavo il mio tempo a quello che mi ha reso cantautore. Sono ossessionato dalla scrittura, mi chiudevo in camera e facevo solo quello».

Quando ha rimesso il treno Lauro su dei binari più regolari?

«Vengo dalla periferia romana, ai bordi del raccordo, una realtà di estrema difficoltà. Malavita e criminalità mi hanno fatto crescere con miti sbagliati. Roma non è corrotta, diceva qualcuno, ma corruttrice. Mi sono reso conto che stavo crescendo in un bolla sbagliata che mi avrebbe portato nella merda. Se parlo di droga non è quella che gira nel mondo dello spettacolo, ma di una bolla in cui non hai aspettative, non c’è futuro e accadono cose tremende da cui non si esce intatti. Dopo i 20 anni capisci che quelle non sono più cazzate, ma che stai buttando la tua vita nel cesso, stai diventando un uomo e se continui non puoi più cambiare strada ed è tardi per la redenzione».

In quello stesso volume aveva raccontato che le sue scelte fluide in tema di stile e guardaroba erano anche una risposta al clima di mascolinità tossica in cui è cresciuto.

«In quella periferia c’è un problema culturale: manca istruzione e non si può pretendere troppo. Ma mi sono reso conto che vivevo con persone senza interessi e prospettive. Non mi vedevo come loro a 50 anni».

E il sesso?

«La prima volta a 13 anni, lei aveva qualche mese in più. In quelle realtà metropolitane si cresce velocemente».

Il primo tatuaggio?

«Anche quello a 13-14 anni, nella comune li avevano tutti. È un sole con l’iniziale del nome di una persona importante. A mia mamma avevo detto che era fatto con l’hennè. Tutti i tatuaggi sono legati o a persone importanti o a un lato estetico e culturale come quelli del filone giapponese ».

Li ha anche in volto: le scritte «Pour l’amour», «Scusa» e un cuore trafitto. Che significano?

«“Scusa” è la chiave di tutto, una parola bellissima che puoi decidere sia riferita a se stessi per quello che facciamo o agli altri per quello che facciamo loro. Pour l’amour era il titolo del mio album. Toccare una parte importante come il viso è un tabù, la nonna ti dice che non potrai andare a lavorare in banca se te lo fai, ma io non avevo un piano B, per me quel disco era tutto o niente». 

Oggi Achille Lauro è un progetto che va oltre la musica e lei ha detto che vorrebbe arrivare a quotarsi in Borsa. La spesa più folle che ha fatto?

«Nemmeno quando facevo rap mi interessavano orologioni, collane o macchinoni. Per come sono stato educato me ne frego delle cose materiali. Ai tempi della trap vivevo in un monocale, di giorno ufficio, di notte branda. Ho sempre investito tutto quello che ho guadagnato per poter avere una visione più grande. Un anno e mezzo fa sono cascato nel piacere delle cose materiali e ho comprato una Ferrari, ma l’ho già venduta».

Con il successo dei Måneskin, nel mondo si parla di ritorno del rock e di una tendenza in calo per il rap. Lei lo aveva capito prima, quando mollò l’hip hop per andare a Sanremo con Rolls Royce ?

«Non mi voglio incensare, forse sono uno che si stufa prima degli altri. E adesso che è in arrivo un’ondata punk, sto pensando di cambiare un’altra volta».

Achille Lauro, "la prima volta che ho fatto se***...": tutto a 13 anni, una confessione sconvolgente. Libero Quotidiano il 26 novembre 2021. Achille Lauro si confessa in una intervista a tutto tondo a 7, il magazine del Corriere della Sera. Il cantante ha parlato della sua infanzia in una realtà difficile: "Malavita e criminalità mi hanno fatto crescere con miti sbagliati. Roma non è corrotta, diceva qualcuno, ma corruttrice. Mi sono reso conto che stavo crescendo in una bolla sbagliata che mi avrebbe portato nella me***". Quindi ecco che a 13 anni, Achille Lauro si fa il primo tatuaggio e ha il primo rapporto sessuale. "La prima volta a 13 anni, lei aveva qualche mese in più. In quelle realtà metropolitane si cresce velocemente", racconta. E i tatuaggi "nella comune li avevano tutti". Quindi se lo è fatto anche lui: "È un sole con l’iniziale del nome di una persona importante. A mia mamma avevo detto che era fatto con l’hennè. Tutti i tatuaggi sono legati o a persone importanti o a un lato estetico e culturale come quelli del filone giapponese", precisa. Ma poi si cresce, continua il cantante: "Dopo i 20 anni capisci che quelle non sono più cazz***, ma che stai buttando la tua vita nel cesso, stai diventando un uomo e se continui non puoi più cambiare strada ed è tardi per la redenzione", dice Lauro. Il cantante è da sempre impegnato in diversi progetti. Adesso ha creato un Nft (Not fungible token) durante il One night show del 7 dicembre al Teatro degli Arcimboldi di Milano con l'Orchestra della Magna Grecia. In sostanza, gli spettatori durante il live assisteranno in diretta alla creazione di un'opera Nft che riprodurrà il battito cardiaco e le emozioni dell'artista durante l'esibizione, rilevate attraversi sensori applicati sul suo corpo. Quest'opera digitale sarà poi messa all'asta su Crypto.com e i proventi andranno a una charity a supporto del reparto di cardiologia infantile del Policlinico San Donato. "Il cuore rappresenta l’esistenza e la mia esistenza è irrazionale, misteriosa e basata su emozioni, passioni e su un ignoto destino". 

Mattia Marzi per “il Messaggero” il 16 aprile 2021. Ambiguità, contraddizioni, maschere. Teatro e cinema, come cantava in una canzone prima del successo. Ma anche vita, dunque verità. Achille Lauro è l' una e l' altra cosa. Distinguere la persona dal personaggio non è semplice. Elusivo ed enigmatico, il cantante si diverte a disorientare: «Questo è il mio ultimo album», dice, parlando del nuovo Lauro, che esce oggi. «Però non escludo il ritorno, come Califano», aggiunge subito dopo. Ecletticità e horror vacui: tra Festival di Sanremo (presenza fissa negli ultimi tre anni), dischi (questo è il quarto in meno di un anno) e libri (Sono io Amleto e 16 marzo), dal 2019 non si è mai fermato.

Imprenditore, discografico, manager, modello, scrittore. Dimentichiamo qualcosa?

«Contadino, operaio».

Scusi?

«Sono il primo a svegliarsi e l' ultimo ad andare a dormire. Lavoro ai progetti come un ossesso».

Non è proprio come andare in fabbrica. Non si sente un privilegiato?

«Sì. Ma per arrivare dove sono ho lavorato sodo: quando firmai il primo contratto dormivo in una macchina».

Da Barabba a maharaja, come canta in Lauro, una delle nuove canzoni. È vero che dà da mangiare a trenta famiglie?

«È un' espressione che non mi piace. Nel mio ufficio non ci sono porte: le persone non lavorano per me, ma con me».

Nella scalata al successo è mai stato ingannato?

«Spesso. Il mondo dello spettacolo è il paese dei balocchi. Ai giovani dico di leggere bene prima di firmare».

L' adolescenza tra droghe e rapine, le difficoltà economiche. Ne parla nei libri. Ma scrive anche che alcuni episodi sono frutto di fantasia. Cosa c' è di vero in quello che racconta?

«Lascio ai lettori la libertà di scegliere a cosa credere e cosa no».

È vero che ha fatto uso di droghe per la prima volta a 15 anni?

«Forse».

Suo padre, magistrato, ha smentito parte dei suoi racconti: Mio figlio non è un drogato, non ha avuto esperienze devastanti.

«Bisognerebbe parlare con chi è davvero cresciuto con me. Come gli amici del Quarto Blocco. Rapper, writers: vivevamo in una comune al Nuovo Salario. Ho conosciuto delinquenti, vissuto da vicino situazioni estreme in periferia. Un giorno mi sono detto: Io non voglio finire così. Devo tutto alla musica».

Latte+, una delle canzoni dell' album, era anche il nome della bevanda di Arancia meccanica, rinforzata con droghe. Allude per caso proprio agli stupefacenti?

«No. È una metafora dei mali della mia generazione: non si accontenta di niente».

E Non ricordo? Dice il dottore stai facendo progressi''... Parla di analisi?

«Le canzoni non vanno spiegate».

Certo che non dev' essere semplice evitare crisi di identità: samba trap, pop punk, elettronica, swing. Come fa?

«Faccio dischi in base a come mi sento sul momento: vivo di innamoramenti».

Mina l' ha cercata, dopo l' omaggio a Sanremo?

«No. In fin dei conti è inarrivabile. Proverò comunque a mandarle una canzone, se vorrà».

Che credibilità potrebbe avere una realtà musicale fatta di travestimenti?: lo ha detto Morgan, parlando di lei. Come risponde?

«Marilù è un pezzo chitarra e voce: non devo mettermi i pantaloni di pelle o la gonna per attirare attenzione».

E perché lo fa?

«Ho una visione totale della performance. Quando entro sul palco voglio che la gente dica: Ma dove va conciato così?».

Anche a costo di sembrare un clown, per citare Renato Zero?

«È un modello di Gucci, un prodotto marketing: sul mio conto tante stronzate. Zero ha commesso un errore di valutazione. Forse conosce solo gli ultimi successi. Anche io, come lui, nei dischi ho parlato di periferie. Basti ascoltare Ragazzi madre del 2016».

Oggi?

«Sulle panchine non mi ci siedo più, ma per quel mondo faccio tanto a livello sociale: sono un esempio».

Zero, travestendosi e cantando Mi vendo, sconvolgeva l' Italia cattolica e comunista degli Anni 70. E lei?

«Critico l' omologazione che trionfa oggi: nel mare del nulla io mi distinguo».

Il suo posizionamento è politico?

«Sì. Ma non voglio spiegare nulla».

Così è facile essere fraintesi.

«Dicano pure ciò che vogliono».

Cosa ne pensa della legge Zan contro l' omotransfobia?

«Al di là della diversità di genere, si parla di diritti umani. Va approvata».

Una curiosità, Lauro. Ma non è che lei è un grande attore?

«Se lo fossi, sarei il migliore».

"Ora vi mostro chi sono poi sparisco per un po'". Paolo Giordano il 16 Aprile 2021 su Il Giornale. Oggi esce il disco "Lauro". "Renato Zero? Lui è unico, ma forse non conosce tutto ciò che faccio". Ad Achille Lauro basta il la. Poi lui parla, argomenta, esonda al punto che è un'impresa arginarlo. Oggi esce il disco Lauro, che rappresenta in musica le sue parole, pari pari: «Un disco sincero, che non ha nulla da dimostrare ma che rappresenta tutte le mie personalità». Che sono tante, e si sa, molte più di quelle che ha mostrato con i «quadri» al Festival di Sanremo. Non a caso questo è il suo sesto disco in tre anni, roba da confondere anche i più fedeli a questo «artista sparigliatore» che vaga senza bussola ma con un'idea precisa: «Analizzare tutte le parti di me». Tanto per capirci, anche in Lauro spazia dal glam rock alle orchestrazioni, girovagando per la musica nonostante, come spiega, «i generi sono soltanto definizioni». E si allarga nel citazionismo, infilando sotto la stessa copertina i Beatles e Olivia Newton John, Britney Spears e Prince giusto per fare qualche esempio: «Io sono la contraddizione di me stesso» dice.

Achille Lauro, trovi un punto fermo in questo disco.

«Di certo è la mia parte malinconica».

La malinconia e la nostalgia talvolta vanno a braccetto. Nel video del nuovo singolo Marilù si citano i Nirvana dell'Unplugged.

«È soltanto una parte del racconto, non ci sono altri significati nascosti. Certo qualcuno può dire: ma cosa fa questo qui, si mette al livello di Kurt Cobain? Ma chi mi segue va oltre queste banalizzazioni».

Qualcuno dice che indossare tanti costumi/volti diversi può essere limitante, che il personaggio oscuri l'artista.

«Non credo che sia così, in realtà da parte mia i due aspetti sono strettamente collegati. Il desiderio di apparire non è più grande degli altri desideri».

Renato Zero qualche tempo fa riferendosi a lei ha detto che «con le piume e le paillettes non giocavo certo a fare il clown della situazione».

«Ogni artista ha una identità forte e non sono certo i costumi che uniscono le anime. Sono d'accordo che di Renato Zero ce ne sia soltanto uno, ma forse lui non è molto informato su tutto ciò che faccio e segue soltanto le attività mainstream».

Ha detto che lui cantava in periferia.

«Io ci sono cresciuto e sono molto vicino, i miei amici vivono ancora lì. Con la mia musica cerco anche di aiutare, ma non sto a sbandierare le cose che facciamo nella nostra vita privata. In ogni caso penso che le droghe siano una piaga sociale, non c'è dubbio su questo».

C'è un brano che si intitola Barrilete cosmico, citando la definizione che il telecronista Victor Hugo Morales coniò per Maradona dopo il gol all'Inghilterra ai Mondiali del 1986.

«Diego Armando Maradona era genio e sregolatezza, a me piace fissare i momenti storici nella mia memoria».

In Lauro c'è pure un titolo imprevisto: Generazione X. Ma non è la sua generazione.

«Io sono nato nel 1990 ma vedo un parallelismo tra chi è nato prima di me, tra la fine degli anni Sessanta e il 1985».

Addirittura?

«Mi sembra ci sia molta poca speranza per il futuro».

Qual è il suo futuro?

«Voglio prendermi del tempo per vivere e trovare la mia nuova dimensione».

Il titolo Lauro è il riassunto dei generi musicali del disco. Una lettera per ogni genere.

«C'è il glam rock, che rappresenta la battaglia per come essere. C'è il rock'n'roll, ossia il divertimento. C'è il pop, che in Italia non è considerato quanto dovrebbe. C'è il punk rock, che è scorrettezza e voglia di combattere per i propri ideali. E c'è la O di orchestra. Non voglio fare il fricchettone, ma l'idea di tanti che suonano la stessa musica mi piace».

Achille Lauro, talvolta la sottovalutano.

«La gente mi può dire che faccio schifo, ma per favore chiedo di ascoltarmi. Metto tutto me stesso in ciò che faccio, sono un perfezionista totale».

Oggi un artista deve fare i conti con il politicamente corretto.

«Credo che in certi momenti sia giusto dosare le parole per essere sicuri di non offendere nessuno. In un discorso ufficiale, a esempio. Ma l'arte non va spiegata né giustificata. Solo per parlare delle copertine dei dischi che hanno fatto storia, quante erano politicamente scorrette?».

Quando tornerà a fare concerti?

«Prima sistemiamo la situazione sanitaria. Ma subito dopo si deve tornare sul palco. Io sono l'ultimo che può lamentarsi, ma ci sono tantissimi operatori del mio settore in vera, autentica difficoltà». Achille Lauro: «In difesa dei deboli (ma anche delle critiche)». Mario Manca il 16/4/2021 su Vanityfair.it. Intervistare Lauro De Marinis è come provare a scalfire un’armatura in titanio, cercare di aprire una breccia che possa svelare cosa si nasconde dietro quegli occhi verdi che, a differenza di quanto avviene sul palco, non sfidano la platea ma cercano riparo altrove, negli angoli seminascosti di una stanza spoglia. Più che con le parole, però, Achille Lauro comunica il suo mondo attraverso le strofe: in Lauro, il suo sesto album in studio in uscita il 16 aprile, l‘artista decide di resettare tutto e di ripartire dal nome proprio, dal bambino che era e dall’uomo che è diventato: «Dopo un 2020 in cui mi sono divertito a fare mille progetti e a scherzare, con quest’album torno su me stesso, per quanto riguarda sia la scrittura che il sound.

Sono tutti brani che rappresentano me» racconta Lauro, convinto che il fallimento sia la più alta manifestazione del successo, «i fallimenti ci rendono quelli che siamo».

Chi lo definisce un progetto di marketing, un testimonial vivente del marchio Gucci, un furbetto che sfrutta la provocazione per farsi pubblicità non lo capisce e, molto probabilmente, non lo ha mai capito, spiega Lauro: «Sono una persona che ama quello che fa, una persona a cui piace immaginare un progetto e toccarlo con mano» riprende prima di rimarcare il suo amore per la trasformazione, ma la fedeltà alla sua identità: «Ho fatto progetti molti diversi, ma la mia anima non è mai cambiata». «Mamma non mi riconosce più, poi dice “Lauro sei sempre tu”» canta in Lauro, la canzone che dà il titolo all’album, ricordando un passato non troppo lontano nel quale passava «quattro giorni sveglio» e faceva «colazione con le pillole» e riflettendo sull’artista che è diventato e ha stregato Sanremo, sul ragazzo che a quasi 31 anni sta cercando di scardinare i luoghi comuni facendosi portavoce di una generazione che non vede l’ora di farsi sentire.

In questo album c’è molto del suo passato: che rapporto ha con i ricordi?

«Credo che tutto quello che appartiene al passato faccia parte di quello che siamo oggi. Adesso faccio una vita diversa, a causa e grazie al successo: sono più distante dal vecchio me, ma mantengo tutti i contatti, ogni volta che torno a Roma sto bene».

C’è un cambiamento che l’ha sconvolta di più?

«Ho cambiato il modo di pensare, di approcciarmi alla vita: prima ero un’altra persona. Uno psicanalista direbbe che non sei te stesso se non conosci almeno 3 parti di te: bene, io ne ho conosciute almeno una quindicina. Il mio è stato un cambiamento radicale».

In Generazione X fa un parallelismo tra i ragazzi di oggi e quelli dell’epoca: cosa ne ha dedotto?

«Volevo porre l’accento su questa generazione disillusa che non credeva nei genitori, nel matrimonio e nella chiesa e la nostra, che vive delle dipendenze come la tecnologia accettandola senza sapere a cosa ci porterà».

La componente spirituale continua ad avere un certo peso per lei: tipo quando canta «Cristo è donna».

«È tutto il contrario di tutto, come la mia vita».

Come mai dopo tutti questi anni la provocazione sulla sfera spirituale continua a destare scalpore, secondo lei?

«Trovo giusta la polemica: quando c’è vuol dire che qualcosa sta funzionando e che stai arrivando a più persone senza fermarti alla tua cerchia. Il gioco sta lì, nel mettere davanti alle persone qualcosa a cui non sono pronte, confrontarsi con qualcosa di non standard. Come i miei Sanremo: la prima volta è stato strano, negli anni il pubblico era davanti a qualcosa di fraintendibile su cui poter costruire una polemica, ma dietro c’è sempre stato un ideale molto forte. Chi si ferma alle apparenze dirà che San Francesco era solo una provocazione, ma in realtà era molto di più. Un quadro».

Questa voglia di fare polemica l’ha sempre avuta?

«Ho sempre fatto come volevo, non mi sono mai fatto troppi problemi. Ho sempre seguito me stesso e basta».

È contento di dove è arrivato?

«Sono contento di esprimere le mie idee e di farle valere. Ascolto tanto gli altri e cerco l’ispirazione in tutto quello che mi sta intorno: la strada è già nella mia testa, ma poi ci sono delle cosette che devi prendere da quello che arriva. È un confronto, una guerra tutti i giorni».

Un confronto che l’arte e la musica cercano di tradurre: quando è cominciata questa attenzione?

«Già nel mio primo mixtape, Barabba, c’era una visione abbastanza a fuoco a livello di immaginario. Per me le canzoni hanno un vestito: c’è un mondo che è già nella testa di chi le fa e di chi le ascolta, il punto è riuscire a trasferire quello che uno pensa in maniera efficace, ed è per questo che sono molto attento ai dettagli. È molto importante rispettare il colore delle canzoni».

Prima parlava di tormento: i pensieri oggi sono più ordinati rispetto a ieri?

«L’uomo è sempre tormentato. Non sono mai appagato di quello che ho, penso sempre al futuro e guardo con malinconia al passato».

Un passato che, come canta in Femmina, ha spesso visto l’uomo nascondersi dietro alla sua virilità. 

«Per fortuna la società si evolve e ci sono persone che si battono per i diritti umani per sconfiggere queste scemenze che nel 2021 non hanno più senso. In Femmina evidenzio un aspetto caratteriale comune a tante persone, il maschio che si nasconde dietro alla virilità sapendo che la donna è la donna».

Al femminismo dedica una canzone specifica, Marilù. Per lei cos’è oggi il femminismo?

«Mi sono sempre battuto per i diritti, sono dalla parte di chi è in difficoltà e per la giustizia. Veniamo da 100 anni difficili, ora siamo noi a dover cambiare qualcosa: il mondo sta cambiando adesso, ed è per questo che è fondamentale mettermi dalla parte di chi questi diritti non li ha ancora conquistati».

Arriveremo mai a un mondo ideale?

«Di certo l’Italia sarà sempre un passetto indietro rispetto al mondo. Nel mio piccolo cercherò di utilizzare i miei spazi per sensibilizzare qualcuno. C’era una bella frase di Morgan su Rolls Royce: se anche una persona comprerà un disco dei Doors sarà un successo. Ecco, questo per me vale un po’ per tutto: se per due insignificanti parole una persona riesce a cambiare, posso dirmi felice».

In un mondo ideale la forza primitiva è sempre l’amore: lei come lo vede?

«Ho una visione molto cinica dell’amore, è qualcosa che appartiene a un tempo di leggerezza che non vivo più e che associo all’infanzia. L’amore è un po’ come la vita: a un certo punto la magia può svanire. L’amore è difficile, la coppia è difficile, il percorso è difficile: non è una strada spianata. Vivo l’amore non più come una favola, ma come un qualcosa da costruire, un vero e proprio lavoro».

Quindi non ci crede?

«Vivo di emozioni forti. Diciamo che credo nell’amore che si costruisce piano piano e non nell’amore facile».

E nei sogni ci crede?

«Vivo di sogni tutti i giorni, la costruzione di qualcosa che prima non c’era. Credo nelle persone che costruiscono i loro sogni».

Da bambino cosa sognava?

«Quello che faccio adesso».

E si è avverato tutto?

«Con grande fatica e dopo tanto impegno – sono sempre l’ultimo ad andare a letto e il primo a svegliarsi. Di certo si è avverata una parte».

Cosa è rimasto?

«Un obiettivo dopo c’è sempre: raggiunta una cosa, vuoi sempre qualcos’altro, o qualcosa di più o qualcosa di diverso. Da una parte è un bene, perché alimenta tutto quello che faccio».

Nel tempo difficile in cui stiamo vivendo, tra il virus e lo stop della musica dal vivo, di sogni ne abbiamo bisogno: è ottimista sul futuro?

«Sono ottimista sul fatto che usciremo da questa situazione. Ora è importante stare vicino a chi sta male e a chi è in prima linea a combattere questo nemico invisibile. Una volta che tutto questo finirà e non ci sarà più pericolo è importante, però, far ripartire il mondo dei concerti, un sistema flagellato da questo virus e non solo».

La chiusura non ha, però, eliminato la cattiveria che, per certi versi, si è anche amplificata. Lei come la vive?

«Cattiveria è una parola astratta. Se parliamo del giudizio degli altri, dobbiamo stare molto attenti prima di esporci e cercare di valutare diversi livelli di lettura. Personalmente sono abituato: scelgo io di mettere in piazza quello che faccio e, di conseguenza, accetto i giudizi, che non possono essere tutti positivi. Io me ne ne fotto, voglio che ci sia la critica ma, a livello generale, è importante tutelare i deboli da chi non si rende conto che una parola ha il potere di far prendere altre strade. Dobbiamo incoraggiare i ragazzi a fare di più, abbiamo bisogno di gente che cambi qualcosa».

·        Adele.

Mattia Marzi per "il Messaggero" il 21 novembre 2021. Nell'era delle popstar tra urletti, gemiti e provocazioni di basso livello, cosa c'è di più punk e dirompente di una voce d'altri tempi come quella di Adele? A cinque giorni dall'uscita del suo nuovo, attesissimo album, 30 (nei negozi da venerdì 19 novembre), domenica notte la diva pop britannica è stata protagonista di uno speciale televisivo trasmesso negli Usa dalla Cbs l'emittente si è accaparrata i diritti dello show pagandoli tra i 5 e i 7 milioni di dollari che l'ha vista cantare in anteprima al tramonto alcuni brani del disco all'Osservatorio Griffith di Los Angeles di fronte a 300 invitati (tra cui Leonardo Di Caprio, Drake e Lizzo), raccontandosi anche in un'intervista concessa a Oprah Winfrey, la regina dei talk show. Dal divorzio con l'ex marito Simon Konecki, padre del figlio Angelo (9 anni), che ha ispirato il nuovo album, alla perdita di peso, passando per il rapporto con il padre recuperato sul letto di morte e l'amore ritrovato grazie alla relazione con l'agente sportivo Rich Paul: la 33enne cantautrice londinese si è raccontata a tutto campo. Come se non parlassero già le canzoni: «Sono un disastro», canta Adele, con la voce rotta, in Hold On, tra i brani di 30 eseguiti in anteprima insieme a I Drink Wine e Love Is a Game. «Ho passato mesi chiusa in casa, sola», si è confessata a Oprah. Ha costruito la sua carriera su ballate per cuori infranti come Someone Like You e Hello, però stavolta a lasciare è stata lei: «Simon mi salvò, portò stabilità in un momento di caos ha raccontato a proposito dell'ex marito, conosciuto nel bel mezzo del boom dell'album 21, nel 2011 ma poi tutto si è consumato in fretta».  Prima di voltare pagina ha dovuto ricucire vecchie ferite, come il rapporto con il padre, che l'abbandonò quando aveva solo tre anni (l'uomo, malato di cancro, è morto a maggio): «È stato il motivo per cui non riuscivo ad arrivare a quel che è una relazione in cui ci si ama davvero». Nel singolo Easy on Me, uscito a ottobre e diventato subito il brano con il maggior numero di ascolti su Spotify in una giornata (19,7 milioni, oggi saliti a 255), canta la ricerca di comprensione: «Sono sempre stata ossessionata dall'idea di una famiglia perché non ne ho avuta una. Ora mi sento in colpa per aver smantellato la vita di mio figlio per la mia». In due anni ha perso 50 chili: «La palestra era l'unico luogo dove mi sentivo calma. Mi spiace che qualcuno si sia sentito a disagio con sé stesso vedendo il mio cambiamento, ma non è compito mio rassicurare le persone sul rapporto con il proprio corpo», ha sottolineato. A tirarla fuori dal baratro sono stati gli amici. E la nuova fiamma: «Mi fa sorridere. Per la prima mi sono amata anch' io», ha raccontato Adele a Oprah a proposito di Rich Paul, confessando di desiderare un altro figlio. Sold out i biglietti per gli show dell'1 e 2 luglio 2022 a Hyde Park, a Londra, mentre dell'album sono state stampate la bellezza di 500 mila copie in vinile (ha mandato in tilt gli impianti di produzione creando liste d'attesa di oltre nove mesi). Non solo la voce: quando si parla di Adele, anche le cifre sono d'altri tempi. 

Dagotraduzione dal Washington Post il 16 novembre 2021. L'ultima volta che Oprah Winfrey è apparsa sulla CBS una domenica sera, intervistava il Duca e la Duchessa del Sussex in uno speciale bomba che ha provocato ondate d'urto in tutto il mondo. Ieri sera, era con un’altra superstar, la cantautrice britannica Adele. Non causerà altrettanto scalpore, ma la CBS non ritaglia due ore in prima serata per chiunque, quindi ci sono stati molti momenti degni di nota. Intitolato "Adele One Night Only", lo speciale di due ore (programmato per l'uscita di questo venerdì del suo attesissimo quarto album in studio, "30") era una combinazione di spettacolo e intervista. Adele si è esibita in una splendida serata al Griffith Observatory di Los Angeles, di fronte a una folla piena di celebrità da Lizzo a Melissa McCarthy a Drake. Ha cantato un mix di 10 canzoni vecchie e nuove tra cui "Hello", "Rolling in the Deep", "Make You Feel My Love" e il suo ultimo singolo da record, "Easy on Me". Tra una traccia e l'altra, la telecamera ha inquadrato Adele seduta nel roseto di Winfrey, mentre la conduttrice del talk show le chiedeva del suo divorzio, della sua tanto discussa perdita di peso, della sua relazione con il famoso agente sportivo Rich Paul e altro ancora. Ecco le quattro rivelazioni più personali tratte dall'intervista. 

1) I suoi ultimi giorni con il padre 

Nello speciale di Oprah non c’era molto di più rispetto a quanto uscito sui giornali in questi giorni circa il rapporto di Adele con il padre, ma c’è una grande differenza tra leggere della complicata relazione e sentirla raccontata ad alta voce. Adele, 33 anni, ha già parlato di suo padre, Mark Evans, e del fatto che fosse un alcolizzato; i suoi genitori si sono separai quando lei era piccola. Quando Winfrey le ha chiesto di nominare «una profonda ferita» del passato che stava cercando di guarire, Adele ha risposto: «L’assoluta mancanza di presenza e impegno di mio padre con me». Ha spiegato che il fatto di essere lontani ha influenzato le loro relazioni perché ha imparato a non avere aspettative. Ma dopo che al padre è stato diagnosticato un cancro, hanno ricominciato a parlare. Lui non aveva mai ascoltato la sua musica perché pensava che sarebbe stato troppo doloroso emotivamente, ma questa primavera, quando la malattia ha preso una brutta piega, ha insistito affinché ascoltasse alcuni dei suoi album, tra cui la canzone “To be loved”. «Il mio obiettivo principale nella vita è essere amata e amare. E quindi volevo suonarla a mio padre per dirgli: “Sei il motivo per cui non l’ho ancora fatto”». «Era la ragione per cui non ho saputo cosa significasse una relazione d’amore con qualcuno». Entrambi hanno pianto quando ha sentito la canzone, e il padre ha finito per ascoltare anche i suoi album precedenti. Quando è morto a maggio, si erano riappacificati. 

2) Il senso di colpa che prova per il suo divorzio e per suo figlio

Il figlio di 9 anni di Adele, Angelo, era tra il pubblico al Griffith Observatory, e la cantante ha detto alla folla che era la prima volta che la vedeva esibirsi. Ha scherzato con Winfrey sul fatto che ancora non si rende conto che sua madre è famosa, ed è rimasto molto più colpito quando lo ha portato a uno spettacolo di Taylor Swift. Adele ha detto che ama ancora il suo ex marito, il dirigente di beneficenza Simon Konecki, ma poco dopo il loro matrimonio nel 2018, ha avuto la difficile realizzazione che stava solo "arrancando" invece di vivere la vita. Si sono separati poco dopo e hanno ufficialmente divorziato quest'anno. I due sono rimasti amici; vive in una casa di fronte a lei a Los Angeles. E sì, ha detto Adele, è consapevole che il suo prossimo album affronterà la loro separazione, anche se non è un argomento di conversazione frequente. Anche se è contenta che Angelo ora la veda in un posto molto migliore, è sempre stata fissata all'idea di una famiglia nucleare dopo la sua infanzia, e si sente estremamente in colpa. «Non l'ho ancora completamente superato, il fatto di aver scelto di smantellare la vita di mio figlio per conto mio - mi mette molto a disagio», ha detto Adele. Spera che un giorno suo figlio capirà la sua scelta dolorosa. 

3) Come si sente riguardo alle reazioni dei fan sulla sua perdita di peso

Ogni volta che Adele pubblica una foto, un tabloid la riprende per raccontare la sua "trasformazione". La cantante ha perso circa 45 chili dal 2019 e ha detto a Winfrey che la perdita di peso non era l'obiettivo quando ha iniziato un programma di allenamento intensivo: ha avuto "gli attacchi di ansia più terrificanti" dopo aver lasciato suo marito, e la palestra era l'unico luogo in cui si sentiva calma e sotto controllo. Con l'aiuto di un personal trainer, è arrivata al punto in cui poteva sollevare 80 chili. (Questo è stato uno dei pochi dettagli che ha davvero scioccato Winfrey.) Winfrey ha affermato che quando ha attraversato la sua documentata perdita di peso, i suoi fan hanno sentito che li aveva "abbandonati". «Molte persone parlano del tuo peso», ha detto Winfrey, e ha chiesto com'è stato sperimentare le varie reazioni delle persone. «Non sono scioccata o addirittura turbata da questo perché il mio corpo è stato oggettivato per tutta la mia carriera», ha detto Adele, osservando che le persone la giudicheranno come "troppo grande» o "troppo piccola", non importa cosa, il che rende qualsiasi critica difficile da prendere sul serio. «Non ho mai ammirato nessuno a causa del loro corpo». «E quando eri più pesante, stavi bene», ha detto Winfrey. «Lo ero, ed ero positiva per il corpo allora e sono positiva per il corpo ora», ha detto Adele. «Ma non è compito mio convalidare il modo in cui le persone si sentono riguardo al proprio corpo. E mi dispiace che, sai, qualcuno si senta malissimo con se stesso. Ma non è il mio lavoro. … Sto cercando di sistemare la mia vita. Non posso aggiungere un'altra preoccupazione». 

4) La sua nuova relazione

Winfrey ha avuto un grande piacere nel riferirsi al nuovo fidanzato di Adele come il "super agente" Rich Paul, una descrizione accurata visto che rappresenta LeBron James e altre superstar NBA. «Sto arrossendo!» ha detto Adele a un certo punto, ma Winfrey ha insistito per conoscere i dettagli. Adele ha detto che lei e Paul si sono conosciuti a una festa di compleanno un paio di anni fa, e prima sono usciti da soli a una cena che pensava fosse un incontro di lavoro. Hanno iniziato a frequentarsi quest'anno e sono usciti allo scoperto durante l'estate. «È così divertente. No, è esilarante. E molto intelligente. … È abbastanza incredibile guardarlo fare quello che fa», ha detto Adele. «Questa relazione è la prima volta che in realtà…». Winfrey si interrompe. «Ho amato me stessa e sono stata aperta ad amare ed essere amata da qualcun altro», ha confermato Adele. «Sì».

Da Libero Quotidiano il 9 ottobre 2021. Il ritorno sulle scene (attesissimo) e la prima intervista (a Vogue Usa e Uk): il fenomeno della musica Adele riappare dopo cinque anni di silenzio e in attesa del nuovo singolo Easy on me (fuori il 15 ottobre), parla a ruota libera di pandemia, del divorzio da Simon Konecki, di aspetto fisico e cura del corpo. «Ho passato molto tempo da sola - ha detto -. Mi sono resa conto che quando ero in palestra non avevo alcuna ansia. Non si è mai trattato di perdere peso. Ho pensato, se posso rendere forte il mio fisico, e posso sentirlo e vederlo, forse un giorno posso rendere forti le mie emozioni e la mia mente». Proprio l'aspetto fisico e l'ossessione dei tabloid le hanno reso la vita non semplice: «Il mio corpo è stato reso oggetto durante tutta la mia carriera. La parte peggiore di tutta la faccenda è stata che le conversazioni più brutali in merito al mio corpo erano quelle fatte da altre donne. Questo mi ha molto delusa e le loro parole hanno ferito i miei sentimenti». E ancora, a proposito del nuovo disco 30: «È come se volessi spiegare a mio figlio Angelo chi sono, il momento che sto attraversando. Adesso ha nove anni, ci sono tantissime domande che mi fa e alle quali non riesco a rispondere». Compresa la fine del rapporto con Simon Konecki, il papà di Angelo: «So quanto gli ha fatto male la rottura tra i suoi genitori, lo vedo, ma vorrei mi perdonasse rendendosi conto che io l'ho fatto perché avevo bisogno di felicità».

Raffaella Silipo per la Stampa il 9 ottobre 2021. «A trent' anni mi è crollato il mondo addosso», dice Adele. Eppure, a vederla nella fotografia di Steven Meisel sulla doppia copertina di Vogue - edizione Regno Unito e America - non ha l'aria di una sopravvissuta. È splendente, sofisticata, assai dimagrita da quella notte dell'Oscar per Skyfall, simbolicamente il punto più alto della sua carriera. Era il 2013, poco dopo la diva si ritirava dalle scene per fare la mamma, aveva detto, per vivere come una persona comune, soprattutto per non sentirsi più addosso gli occhi di milioni di fan. Oggi Adele, classe 1988, l'artista con gli album più venduti del XXI secolo, torna con un nuovo singolo, Easy on me, già pronto il 15 ottobre a battere un bel po' di record. «L'ho scritto per mio figlio Angelo - dice nelle interviste - Volevo spiegargli attraverso queste canzoni chi sono e perché ho deciso di sconvolgere la sua vita in cerca della mia felicità». Parla del divorzio dal marito, il manager Simon Konecki «che ha reso Angelo molto triste in alcuni momenti. Una cosa che non so se riuscirò mai a perdonarmi». D'altra parte il motivo del divorzio sarebbe proprio l'amore per il figlio: «Nessuno di noi ha fatto niente di male. Volevo solo che mio figlio mi vedesse amare davvero ed essere amata». Se il ritiro dalle scene non ha portato la serenità che si aspettava, le ha portato una nuova forma fisica: «Tutti hanno dovuto affrontare se stessi e i propri demoni durante il lockdown. Io l'ho fatto l'anno prima. Ho passato molto tempo da sola. Mi sono resa conto che in palestra non avevo alcuna ansia. Non si è mai trattato di perdere peso. Ho pensato, se posso rendere forte il mio fisico, e posso sentirlo e vederlo, forse un giorno posso rendere forti le mie emozioni e la mia mente». Trenta chili di meno, un numero che rischia di catalizzare l'attenzione dei fan, almeno fino a quando non potranno sentire la sua voce. «Il mio corpo - ammette lei - è stato reso oggetto durante tutta la mia carriera». Era, suo malgrado, diventata la portabandiera delle donne che combattono per mantenere la linea, la sua trasformazione fisica è stata presa come un tradimento. «Capisco che sia uno choc - dice - e che qualcuna si sia sentita ferite. Con il mio aspetto rappresentavo tante donne». Ma vedersi attaccata in modo brutale «mi ha molto rattristata, mi sono sentita ferita. Sono sempre la stessa persona». Il corpo delle star non appartiene mai davvero solo a loro, basti pensare alla diva delle dive, Maria Callas, che si sottopose a una feroce dieta e fu accusata di mettere a rischio la sua inarrivabile voce, alla Renée Zelwegger diventata con Bridget Jones a inizio millennio il simbolo di tutte le single che abbondano con il cioccolato, e aggredita come «anoressica» non appena tornata al peso forma. Anche una star di casa nostra, Katia Follesa, simpatica comica un po' in carne, è stata bersaglio di critiche feroci per essere dimagrita. «Mi hanno trattata come se non potessi più avere una comicità "dalla parte delle donne"». Adele ha un vantaggio: è bravissima a trasformare in successi mondiali i momenti difficili della sua vita, da Someone like you a Hello. Una ballata sul potere del corpo non stonerebbe affatto.

·        Adriana Volpe.

(LaPresse il 29 maggio 2021) Adriana Volpe riceve le scuse pubbliche del marito, da cui si sta separando, dopo le pesanti accuse che l’uomo le ha rivolto in un post su Instagram, che è stato presto rimosso. Roberto Parli aveva puntato il dito contro la conduttrice ritenendo che avesse messo la loro figlia in una situazione inopportuna. Dopo la replica dell’ex moglie, sempre sui social, Parli ha riconosciuto di aver commesso un errore ed espresso il suo rammarico, sempre attraverso il suo profilo social, chiedendo scusa a tutte le persone coinvolte. Il presidente di LaPresse Marco Durante e tutta la struttura di LaPresse, che curano l’immagine di Adriana Volpe, si augurano che ulteriori esternazioni si plachino nell’interesse della minore. 

(LaPresse il 29 maggio 2021) “Trovo infantile, se non vile, prendersela via social con i deboli per poi cancellare ciò che si è scritto. Sono stufo di vedere e leggere a giorni alterni, oggi attacchi scomposti e domani candide carezze. Non entro nel merito delle questioni private, anche se LaPresse gestisce il management e la comunicazione di Adriana Volpe. Mi soffermo solo sul fatto che un uomo, un compagno, un marito, o ex che sia, dovrebbe sempre avere riguardo delle proprie compagne, delle madri dei propri figli e non insultarle o umiliarle spargendo falsità su di loro. Chiunque lo conosca sa che Marco Profeta è un uomo sensibile e unico che ha aiutato in tutti questi mesi Adriana. Ma è bene sapere con serenità che Marco è gay, dunque è oltremodo male indirizzata qualsiasi gelosia ostinatamente possessiva, che a ben vedere sarebbe in ogni caso mal riposta. Marco è un mio amico che, come Adriana, difenderò fino alla fine. Spero che il signor Roberto, che non ho piacere di conoscere, plachi le sue intemperanze e si faccia un esame di coscienza, pensando al bene e alla crescita di sua figlia, bambina strepitosa. Un consiglio che mi corre l’obbligo di dare, da uomo, da marito, da padre. Ora basta caro Roberto, LaPresse è schierata totalmente con Adriana, Giselle e Marco”.

 Adriana Volpe, "mio marito ha gravi problemi" ma Roberto Parli si rimangia tutto: un caso inspiegabile. Libero Quotidiano il 28 maggio 2021. Non è un momento facile per Adriana Volpe. La conduttrice sembrerebbe in rotta con l’ex marito Roberto Parli. Tutto è nato da un post che ieri l’uomo ha condiviso sui suoi social, lanciando delle accuse ben precise alla Volpe. Quest’ultima ha replicato così: “Ho letto un post che devo duramente censurare e che, purtroppo, palesa i gravi problemi di mio marito. Basti pensare che ieri sera eravamo serenamente a cena al ristorante insieme con nostra figlia e oggi pregiudica e infanga. Al momento non voglio aggiungere altro, non essendo questa la sede”. Tanti i follower che hanno espresso solidarietà ad Adriana. Tra questi anche l’ex gieffina Stefania Orlando, che ha commentato: “Tesoro ricordati che qualsiasi cosa succeda io ci sono sempre”. Parole che provano quanto sia forte il legame di amicizia tra le due. Intanto anche Parli sembra essere tornato in sé. E in riferimento alle accuse lanciate ieri, ha scritto: “Chiedo scusa a te Adriana e a nostra figlia Gisele. Saprò rimediare. Chiedo scusa anche all’avvocato Profeta”. Stefania Orlando, invece, ha commentato questa mattina su Twitter gli ascolti de La vita in diretta che si sono registrati ieri con lei presente in studio. Ascolti molto alti che hanno soddisfatto la showgirl, la quale si è poi complimentata col conduttore del programma Alberto Matano: “Sei un grande”. 

"Girava nudo davanti a mia figlia", "Lui è gay": riesplode il caso Volpe. Francesca Galici il 29 Maggio 2021 su Il Giornale. Dopo le accuse, le repliche e le scuse del caso Parli-Volpe, è il manager della showgirl a intervenire nella vicenda per difendere la sua assistita. Non accenna a placarsi la polemica su Roberto Parli dopo le accuse dell'uomo nei confronti di sua moglie, Adriana Volpe, e di Marco Profeta. "Chi è questa persona? Adesso basta! Le falsità prima o poi devono uscire! Avvocato, cantante, autore o chi più ne ha più ne metta! – è tuonato Parli -Io so solo una cosa, che questa persona girava in casa Sign. Volpe/Parli in quanto ancora sposati! Nudo! Davanti a nostra figlia GISELE", ha tuonato l'imprenditore su Instagram, affermando di avere anche prove a testimonianza di quanto dichiarato. Il post, rimasto online su Instagram poche ore e poi rimosso, non è passato inosservato e così, dopo la risposta piccata della showgirl è arrivata anche la controreplica di Parli, che si è scusato sia con la moglie che con il suo amico, promettendo che avrebbe trovato il modo di farsi perdonare. Adriana Volpe non è ulteriormente intervenuta ma è stata diramata una nota stampa dell'agenzia LaPresse, che cura gli interessi della Volpe, per mano del suo presidente Marco Durante. "Trovo infantile, se non vile, prendersela via social con i deboli per poi cancellare ciò che si è scritto. Sono stufo di vedere e leggere a giorni alterni, oggi attacchi scomposti e domani candide carezze", ha scritto il direttore dell'agenzia di management riferendosi alla nota vicenda. Senza voler entrare nelle vicende personali della coppia, che già da qualche tempo è separata, Marco Durante ha duramente attaccato Roberto Parli: "Mi soffermo solo sul fatto che un uomo, un compagno, un marito, o ex che sia, dovrebbe sempre avere riguardo delle proprie compagne, delle madri dei propri figli e non insultarle o umiliarle spargendo falsità su di loro". Durante, quindi, ha difeso Marco Profeta dalle accuse che gli sono state mosse dall'imprenditore, definendolo "un uomo sensibile e unico che ha aiutato in tutti questi mesi Adriana". Le ragioni dietro il gesto di Roberto Parli non sono ancora note e probabilmente resteranno un mistero, ma l'agente della Volpe ha voluto sottolineare che "è bene sapere con serenità che Marco è gay, dunque è oltremodo male indirizzata qualsiasi gelosia ostinatamente possessiva, che a ben vedere sarebbe in ogni caso mal riposta". Per il momento, Marco Profeta non è voluto intervenire nella vicenda, nonostante sia stato chiamato in causa proprio da Roberto Parli ma ci ha pensato Durante a difenderlo in qualità di suo amico. "Spero che il signor Roberto, che non ho piacere di conoscere, plachi le sue intemperanze e si faccia un esame di coscienza, pensando al bene e alla crescita di sua figlia, bambina strepitosa. Un consiglio che mi corre l’obbligo di dare, da uomo, da marito, da padre. Ora basta caro Roberto", ha concluso Marco Durante, sottolineando che la sua agenzia è schierata dalla parte della sua assistita.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

"Girava nudo davanti a mia figlia": le accuse choc del marito della Volpe. Francesca Galici il 28 Maggio 2021 su Il Giornale. Forte post accusatorio da parte del marito per Adriana Volpe: lui cancella il post da Instagram ma lei risponde e si prospettano le vie legali. La relazione tra Adriana Volpe e suo marito ha destato sospetti fin dallo scorso anno, quando si rincorrevano le voci di una separazione tra i due. Sia la conduttrice che Roberto Parli hanno smentito per un certo periodo di tempo, finché entrambi non hanno dovuto ammettere la fine del matrimonio. Nel corso del programma, e in varie occasioni successive, l'imprenditore sui social ha punzecchiato sua moglie ma non ci sono mai state accuse al livello di quanto dichiarato durante la notte con un post condiviso su Instagram, sparito però poche ore dopo. Immancabile la risposta di Adriana Volpe, che ha minacciato azioni verso il marito. "Chi è questa persona??? Adesso basta!!! Le falsità prima o poi devono uscire! Avvocato, cantante, autore o chi più ne ha più ne metta!! Io so solo una cosa, che questa persona girava in casa Volpe/Parli in quanto ancora sposati!!! Nudo!!! Davanti a nostra figlia GISELE!!!", ha scritto Roberto Parli nel suo profilo. Nello scatto si vede Adriana Volpe al mare in compagnia di un altro uomo. Cosciente della gravità delle sue parole, Roberto Parli ha quindi aggiunto: "Audio e testimonianze potranno accertare i fatti!!! Non ho nessuna paura di quello che scrivo, mi aspetto sicuramente ripercussioni legali!". Quindi, l'imprenditore ha concluso: "Per difendere mia figlia sono e sarò sempre disposto a tutto!!! Ps. Vi anticipo che qualsiasi risposta sarà da me ribattuta con molto altro!!! Per mia figlia!!!". Ovviamente, la risposta di Adriana Volpe è arrivata: "Ho letto un post che devo duramente censurare e che, purtroppo, palesa i gravi problemi di mio marito. Basti pensare che ieri sera eravamo serenamente a cena al ristorante insieme a nostra figlia e oggi pregiudica e infanga. Al momento non voglio aggiungere altro, non essendo questa la sede". Da sottolineare che, nonostante la separazione, Adriana Volpe continua a definire Roberto Parli suo marito. Per molti anni la coppia ha vissuto a Roma, città dove Parli e Volpe hanno cresciuto la loro figlia Gisele per i primi anni della sua vita. Gli impegni di lavoro hanno sempre portato l'imprenditore lontano dalla Capitale, in Svizzera, dove si trovano gli interessi economici della famiglia Parli. Questa distanza per molti ha minato il matrimonio e nemmeno l'avvicinamento di Adriana Volpe che, da quasi un anno, si è trasferita a Milano, è riuscito a ripianare le divergenze tra i due, che ora sembrano più profonde che mai. Nel pomeriggio, però, Roberto Parli si è scusato: "Chiedo scusa a te Adriana e a nostra figlia Gisele. Saprò rimediare. Chiedo scusa anche all'avvocato Profeta".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Chiara Maffioletti per il “Corriere della Sera” il 16 gennaio 2021. A Tv8, Adriana Volpe si sente a casa. «Anche perché passo tutto il mio tempo a Sky», spiega entusiasta. Anzi, come dice lei, «gasata». Il lunedì tornerà in onda con Ogni mattina e lo farà con una formula rinnovata che la vedrà per la prima volta alla guida di una trasmissione in solitaria. «Sono orgogliosa di questo mio ruolo inedito di capitano - spiega -. So che ne uscirò arricchita. Nei mesi scorsi abbiamo gettato le basi di questo appuntamento che ora si presenta con una veste nuova, votata alla leggerezza. Il 2020 è stato un macigno, ora vogliamo regalare positività. La nostra sarà come una famiglia piena di opinioni, emozioni e anche contrasti. Una famiglia piena di vita». In cui non ci sarà più, però, Alessio Viola, al suo fianco nei primi mesi: «Perché gli è stata data una bellissima possibilità: sviluppare un programma in prima serata che partirà in primavera. In parallelo, la rete aveva deciso di dare una nuova impronta al programma. Sono felice per me e per Alessio: la prima serata è l' ambizione di ogni conduttore». Anche la sua, confessa. «Ma mi considero una maratoneta: ho iniziato la carriera di conduttrice all' alba, con Mattino in famiglia , poi sono approdata a Mezzogiorno in famiglia, adesso vado in onda per quattro ore, fino al primo pomeriggio... quatta-quatta magari arriverò al preserale...sperando di non essere troppo incartapecorita». La sensazione è che se per anni la carriera di Adriana Volpe sembrava placidamente incasellata, ora abbia preso una svolta imprevista e spinto sull' acceleratore. Conferma: «La mia vita è cambiata con il Grande Fratello : lì ho capito che sapevo fare una tv senza copione, raccontando le cose come le volevo raccontare e non come altri avevano scritto per me. Ho realizzato che dovevo puntare alla libertà e che potevo essere un cavallo pazzo. Ora lo sarò». Si sente pronta: «Ho ancora un grande potenziale che non è stato tirato fuori: ora tutti stiamo navigando nella stessa direzione». In Rai non era così? «Sono reti governative, ci sono delle regole: qui ci permettono di sperimentare. Nessuno dice "questo non lo puoi dire"; "questo tema non lo puoi affrontare"». Quelli passati sono stati anni non sempre semplici ma che le hanno insegnato molto. Finiti però con la decisione di Volpe di denunciare il suo ex compagno di trasmissione Giancarlo Magalli. Il processo per diffamazione è ancora in corso. «Ogni pezzo della mia vita professionale è stata importante per crescere. Ma lavorare con Giancarlo è stato molto difficile. In me rimane la voglia di un senso di giustizia che mi aspetto. Investo tempo, energie e soldi per gli altri: non è possibile che se uno alza il dito per segnalare una questione seria non solo non venga ascoltato ma addirittura messo in disparte». Lei, oggi, appare più moderna e si sente più forte. «Da buona montanara, se raggiungi una vetta facendo fatica poi la soddisfazione è davvero pazzesca».

Adriana Volpe: "Ecco perché ho denunciato Magalli". In un'intervista al Corriere la conduttrice - che torna a Ogni Mattina in versione rinnovata - ha parlato della sua rinascita al Grande Fratello senza dimenticare però il passato e la "guerra" con il collega che ha denunciato. Novella Toloni, Sabato 16/01/2021 su Il Giornale. Una nuova sfida attende Adriana Volpe che, dal 18 gennaio, fa ritorno su TV8 con la versione rinnovata di Ogni Mattina. La conduttrice torna in video da sola e al Corriere della Sera ha raccontato con entusiasmo i progetti futuri senza però dimenticare il passato. Inevitabile non tirare in ballo Giancarlo Magalli con il quale, ha confessato lei, ha un conto in sospeso in tribunale. "La mia vita è cambiata con il Grande Fratello Vip: lì ho capito che sapevo fare una tv senza copione, essendo me stessa, raccontando le cose come le volevo raccontare e non come altri avevano scritto per me", ha svelato Adriana Volpe nell'intervista. L'esperienza al reality di Canale 5 ha rappresentato uno spartiacque nella sua esperienza televisiva. Dall'allontanamento dalla Rai al periodo di inattività fino al rilancio nel gameshow di Alfonso Signorini, che gli ha regalato un'offerta di lavoro irrinunciabile su Sky, la conduzione del programma Ogni Mattina. La trasmissione, dopo la pausa natalizia, torna in onda nella versione rinnovata che vede la Volpe conduttrice unica (Alessio Viola passa in prima serata) e lei non può essere più felice: "Sarò un cavallo pazzo: considero questa conduzione in solitaria un vero trampolino oltre che una grande sfida, visto che dovrò dimostrare di saper confezionare una trasmissione quotidiana di 4 ore al fianco di inviati e personaggi meravigliosi". Nonostante il presente professionale le stia regalando soddisfazioni, Adriana Volpe non dimentica il passato. In Rai aveva le mani legate: "TV8 è una realtà nuova, dove ci permettono di sperimentare. In Rai era diverso, sono reti governative e ci sono delle regole. Qui nessuno dice 'questo non lo puoi dire' o 'questo tema non lo puoi affrontare'". Anche la questione Giancarlo Magalli non è mai stata archiviata nonostante siano trascorsi quattro anni dalle tristi vicende. Il trattamento ricevuto dal collega negli anni di lavoro fianco a fianco a I Fatti vostri non è passato in secondo piano e lei si aspetta di ottenere giustizia: "Lavorare con Giancarlo è stato molto difficile. In me rimane la voglia di un senso di giustizia che mi aspetto dopo la denuncia. Non mollo: non lo faccio per me, che ho preso un mio percorso, ma per chi arriverà dopo. Investo tempo, energie e anche soldi per la tutela del lavoro: non è possibile che se uno alza il dito per segnalare una questione seria non solo non venga ascoltato ma addirittura zittito e messo in disparte. Che si tratti di uomini o donne, non cambia".

·        Adriano e Rosalinda Celentano.

Il figlio di Adriano Celentano si racconta: dalla malattia alla fede. Alessandra Tropiano l'11/12/2021 su Notizie.it. Giacomo Celentano racconta della lotta contro la malattia: "Mi ritrovai solo". Poi il riavvicinamento alla famiglia e il matrimonio. Adriano Celentano e la malattia di suo figlio Giacomo. Dalla depressione alla fede, il racconto del figlio del grande cantante. Giacomo Celentano, figlio del grande cantante, si racconta. Il secondogenito di Adriano Celentano e Claudia Mori ha sofferto per anni di una brutta malattia, e ripercorre quel periodo buio, in cui è arrivato a soffrire di depressione. “Nel cuore della notte capii che era successo qualcosa di grave dentro di me, ma non sapevo cosa“: così Giacomo Celentano racconta del periodo passato a combattere la malattia e una depressione di cui si è reso conto solo nel 1990. Un periodo in cui anche le persone a lui più vicine non erano d’aiuto: “La mia stessa famiglia faceva fatica a comprendermi, tant’è che mi ritrovai da solo con la mia malattia” racconta. La depressione di cui Giacomo Celentano ha sofferto lo ha portato in un tunnel buoi, da cui è uscito grazie alla scoperta della fede. “La parabola della pecorella smarrita mi è cara perché la storia del mio incontro con Gesù. Egli venne a cercarmi per risollevarmi dalle miserie fisiche e spirituali attraverso Katia [la moglie di Giacomo,ndr]. Poi continuò a occuparsi di me attraverso la famiglia di mia moglie e del bravo medico che mi curò!” scrive. Ed è proprio la fede che ha fatto ritrovare la felicità al figlio di Adriano Celentano: un matrimonio felice, un riavvicinamento alla sua famiglia e un figlio, Samuele, che regala a genitori e nonni immense gioie. Ma nel racconto di Giacomo Celentano c’è del disappunto: da quando ha abbracciato la sua fede, racconta, i media nazionali si sono allontanati da lui. “Posso dire di essere stato penalizzato dai media nazionali per colpa della mia fede -racconta-. Da più di otto anni il mio percorso mi ha portato ad essere letteralmente bandito!”.

PG. per "il Giornale" il 25 novembre 2021. Mina ovviamente non c'era. E neppure Adriano Celentano. C'erano la moglie di lui Claudia Mori e il figlio di lei Massimiliano Pani con la carica divertente (e pure unica nel mondo pop) di portavoce. Obiettivo: la presentazione di The complete recordings, il cofanetto pieno di foto inedite e di tutte le canzoni che i due punti cardinali della nostra musica leggera hanno registrato insieme. Da Acqua e sale a Brivido felino. Insomma tutti i brani inclusi nei dischi usciti nel 1998 (Mina Celentano) e nel 2016 (Le migliori). Più un inedito, che non è per niente male e si intitola Niente è andato perso. È tutt' altro che uno «scarto» dell'ultimo disco perché ha tutti i carati per diventare un buon singolo. «Il brano è stato inciso nella scorsa estate», conferma Pani mentre sullo schermo del meraviglioso piccolo teatro Gerolamo passa il videoclip. La parola chiave del pezzo (scritto dal bravo Fabio Ilacqua) è forse «però», che conferma in qualche modo la vena critica di Celentano, e la trama musicale è attuale, ritmata, convincente. Di certo, loro due difficilmente deludono e anche i racconti che li circondano sono sempre sorprendenti.  Ieri, in un incontro della Milano Music Week moderato da Luca De Gennaro, c'erano anche Celso Valli, Fio Zanotti e Mauro Balletti, che hanno condiviso anni e dischi con Mina e Celentano. «La loro matrice comune è che sono attenti e curiosi», dicono praticamente in coro. «Mina e Adriano sono due giocherelloni, si vogliono bene fin da ragazzini: l'idea di fare qualcosa insieme piaceva ad entrambi, così nel '98 hanno deciso di realizzare qualcosa di inedito, non autocelebrativo - hanno spiegato Mori e Pani -. Avevano fatto già delle cose in tv dove traspariva quanto loro due, insieme, fossero straordinari». Eh già, molte di queste «cose insieme» hanno caratterizzato la tv degli anni Sessanta e Settanta, diventando punti forti della storia musicale italiana. «Hanno sempre lavorato con uno spirito forte, una grande simbiosi pur nella diversità. Hanno sempre avuto curiosità e spirito di leggerezza, ma anche grande serietà, che li ha contraddistinti e portati a risultati eccezionali», dice Pani prima che Claudia Mori sveli ciò che tanti si aspettano, ossia i particolari sul ritorno in tv di quello che è stato chiamato per decenni Il Molleggiato e ora è uno degli «assenti» più presenti del mondo dello spettacolo. «Da parte di Adriano - conferma la moglie - l'idea c'è, ma bisogna essere in due per realizzarla. Ma bisogna fare i conti con il pericolo di censura che, dopo Rockpolitik, è stato abbastanza presente». Censura dove? «In Rai». Quindi c'è un progetto, manca il «luogo» dove mandarlo in onda. «Da un anno circa vedo Adriano armeggiare al computer. Prima mi ha detto che voleva mettere ordine. Ma adesso è chiaro che non si tratta solo di quello. Vedremo. Di certo, nonostante tutto, il ritorno di Celentano in tv sarebbe come sempre un evento. Anzi, a 83 anni, sarebbe un evento ancora più grande.

Adriano Celentano contro conduttori e talk: «Sono i maggiori responsabili dell’odio». Renato Franco su Il Corriere della Sera il 19 novembre 2021.

«Il capostipite di questi distributori di Odio è un tipo grassottello coi baffi non sempre tagliati bene»: a chi si riferisce?

Conduttori e talk: Adriano Celentano ha scelto i suoi canali social per attaccare la tv che non gli piace. Si firma L’Inesistente, il tuttora Re degli ignoranti (le definizioni sono sempre sue). Un lungo post, maiuscole comprese, che è un’invettiva su come vengono costruiti oggi i talk show. Conduttori e interlocutori che secondo l’Inesistente (anche Molleggiato all’occasione) non favoriscono un dibattito, ma sono sempre più responsabili di una comunicazione che non aiuta lo spettatore. «Dal comando supremo di Provocata-Pandemia è stato emesso un nuovo Bollettino di guerra, il quale ci informa che il vero pericolo dei contagi, oggi come oggi, sembra non dipendere tanto dal Virus, quanto da certi Insidiosi esseri chiamati Interruttori. Essi si presentano come ospiti sotto forma di esseri umani pronti a distribuire la loro rabbia (molto spesso con la bava alla bocca) nei vari talk show».

«Il capostipite di questi distributori di Odio»

Celentano se la prende con chi secondo lui è il responsabile primo della deriva odierna: «Il capostipite di questi distributori di Odio, non voglio fare il nome altrimenti non viene radiato, è un tipo grassottello coi baffi non sempre tagliati bene». Il riferimento — comunque fuori luogo l’accenno al peso — a molti sembrava colpire Maurizio Costanzo. Un’ipotesi corroborata da anni di reciproco non amore. Costanzo — che in passato aveva definito Celentano «predicatorio e presuntuoso» — aveva duramente criticato anche l’ultimo show in tv (Adrian), «un varietà un po’ sghembo e, comunque, lontano dai gusti del pubblico attuale... dove, sostanzialmente, manca un perché lo spettatore debba vedere Celentano». Vecchie ruggini. Già 20 anni fa Celentano aveva accusato Costanzo (e Fazio) di «essere servi». Celentano però aveva in mente qualcun altro. Forse Telese? La caccia — anche se lui è contro — è aperta.

«Per condurre una trasmissione ci vuole Competenza»

Identificata, in qualche misura, quella che per lui è «l’origine del Male», Celentano prosegue e parla di «individui chiamati apposta per parlare sopra a chi (con pacatezza) dice cose sensate, in modo che L’onda Nera dell’Odio sgorghi come un fiume in piena nelle case degli italiani. Ma i veri responsabili di questo grave Innesto che sta mettendo a dura prova la pazienza degli italiani, sono i Conduttori. Andrebbero licenziati — Tutti in tronco — sia maschi che femmine. Non ci vuole tanto per capire che sono proprio loro i Maggiori responsabili di tutto questo Odio che invade le strade. È chiaro che non lo fanno apposta. La loro è solo Pura ignoranza. Pericolosa, ma ignoranza. E io che sono il Re ne conosco bene la materia. Ma loro no. Perché ignorano completamente il fatto che per condurre una trasmissione ci vuole Competenza. Poveri ignoranti che non siete altro... è questa la vostra disgrazia».

Quindi conclude con quello che per alcuni è un auspicio, per altri una minaccia: «Ecco perché, sempre di più, sto maturando l’idea di tornare in televisione. Perché la vostra non è televisione. La vostra è solo un misero schermo scolorito, pieno di voi stessi. Per fare televisione bisogna essere rock... e voi purtroppo siete lenti».

 Adriano Celentano sparito, la scelta drastica del Molleggiato: "Sono terribilmente triste". Libero Quotidiano il 26 maggio 2021. Adriano Celentano sparirà per un bel po' di tempo. E' stato lui stesso a dichiarare che non pubblicherà più foto e video sui social. Quindi nessuno potrà più vederlo né su Facebook né su Instagram. Il motivo? Il cantante non è soddisfatto della qualità del servizio delle piattaforme e in particolare si è lamentato per un difetto di sync. “Fuori sync”, infatti, è ciò che si legge nell’immagine che ha pubblicato per accompagnare l’annuncio dello stop ai video. "Ho deciso, mio malgrado, di non pubblicare più video”, ha annunciato, raccontando di aver passato notti intere a studiare modi per sorprendere i suoi follower con i video. Il problema - a suo dire - è che quando poi li pubblica nota il difetto, insopportabile per lui: “Sono spudoratamente fuori sync e ciò mi rattrista terribilmente”. Celentano ha scritto di averlo notato soprattutto nel suo ultimo filmato insieme a Franco Battiato. E poi ha spiegato anche cosa vuol dire essere fuori sync: quando il movimento delle labbra non coincide con il suono che emette. Quando, insomma, l’audio non va insieme all’immagine. "Un difetto di incompetenza catastrofica”, ha continuato, sottolineando però che non si tratta di un difetto solo dei social. Il problema riguarderebbe anche la televisione. "Per Rai, Mediaset e altri il sync non è che un optional... è sempre in ritardo o in anticipo come in ritardo sono le idee di chi fa televisione, figlia di una cattiva manutenzione", ha affermato in maniera critica. E infine: "Mi dispiace ragazzi, perché avrei ancora tante cose da dirvi con i miei video, ma è più forte di me e neanche io so spiegarmi il perché. Ma vi scriverò!". Ricordate il flop epocale di "Adrian"? Celentano se ne frega: contratto d'oro con Mediaset, ecco quanto si è messo in tasca in 12 mesi.

Oggi è un altro giorno, Don Backy e l'inquietante rivelazione su Adriano Celentano e famiglia: "Ci sono strane regole. Alcuni amici mi dicono che..." Libero Quotidiano il 26 maggio 2021. Ospite di Serena Bortone a Oggi è un altro giorno su Rai 1, Don Backy si è detto dispiaciuto per la fine dell'amicizia con Adriano Celentano. Il cantante ha rivelato che vorrebbe chiarire con Adriano, ma qualcosa glielo impedirebbe. "Non ci vediamo e non ci sentiamo dal 1994 e mi dispiace. Probabilmente lui avrebbe il desiderio a fare un incontro, come ce l'avrei io, ma ci sono circostanze che impediscono il desiderio. Non posso alzare il telefono perché non ho il numero, ma poi c'è tutta una situazione strana", ha raccontato Don Backy, all'anagrafe Aldo Caponi. Il cantante fece parte del cosiddetto Clan Celentano negli anni '60. Ma i rapporti tra i due si sono interrotti nel 1968, quando il Molleggiato presentò al Festival di Sanremo il brano “Canzone”, scritto dal cantautore toscano che successivamente gli face causa. "Fosse dipeso da me sarebbe bastato che mi venisse riconosciuto il dovuto. Quando vieni colto in fallo e la reazione è di difendersi attaccando, le cose vanno male. Non c'è stata nessuna sentenza perché io ho ritirato la querela, venendo lui a una transazione. Facendo questo, lui ha ammesso il suo torto", ha dichiarato Don Backy dalla Bortone. Parlando della possibilità di ricucire con Celentano e delle circostanze che glielo impediscono, invece, il cantante ha raccontato: "Ci sono regole di Casa Celentano, dei filtri che probabilmente non riuscirei a superare. Mi hanno raccontato di alcuni amici che sono andati a trovarlo, che cercano di telefonargli e che non arrivano a lui, poi magari sono tutte favole però fatto sta che è così. Io, se lui vuole, può chiamarmi tranquillamente, il mio telefono è raggiungibile al volo".

Belve, Rosalinda Celentano: "A 52 anni sono ancora vergine, ho la muraglia cinese". Francesca Fagnani sconvolta. Libero Quotidiano il 14 maggio 2021. I drammi e i tormenti interiori di Rosalinda Celentano, terzogenita di Adriano Celentano e Claudia Mori, protagonisti della puntata di Belve, in onda venerdì sera su Rai2. Intervistata da Francesca Fagnani, la 52enne attrice e figlia d'arte si è confessata senza tabù, a cominciare da quello sessuale. "Quando lei aveva 40 anni ha detto di essere ancora vergine. Le chiedo se ci sono novità", azzarda la conduttrice. "Se ci sono novità adesso? Io credo di sì. Ma fisicamente?". "Sì, certo". "Credo di sì. No, perché io con me stessa faccio fatica. Tu vuoi sapere se io fisicamente ho la muraglia cinese. È questo che vuoi sapere, no?". Lo scambio diventa quasi imbarazzante. "Non mi sarei spinta a tanto…", spiega la Fagnani. "Però se tu vuoi sapere questo, sì". Poi l'intervista diventa drammatica, a partire dalla vena autolesionistica che ha contraddistinto Rosalinda da giovane, e anche in età più matura. "Lei faceva riferimento a un tumore che ha avuto, importante - ricorda la Fagnani -. Le sono state asportate le ovaie e l’utero. Lei ha detto di no. Perché?". "Per me è stata una liberazione pazzesca", è la risposta spiazzante della figlia del Molleggiato riguardo alla malattia. "Quando invece è stato il tumore a mettere a rischio la sua vita, e non è stata lei a cercare la morte, ha avuto paura?". "No, perché era ancora il periodo in cui io volevo morire. L'ho avuto a 47 anni, quindi a 47 anni ancora io e la morte danzavamo. E quindi quando mi è stato diagnosticato io sono scoppiata a ridere: una liberazione".

·        Aerosmith.

Barbara Costa per Dagospia il 13 novembre 2021. “Hai detto Aerosmith!? Quella m*rda che passa per musica!? Gli do un altro anno prima di ritrovarsi nella spazzatura con tutte le altre band finite nel dimenticatoio. Gli Aerosmith sono una ca*zo di barzelletta!!!”. A inizio anni '70, questo in tanti pensavano, di Steven Tyler e soci, non immaginando che quella musica da loro ritenuta m*rda sarebbe durata 50 anni, e non smette di vivere e battere, nelle orecchie, e cuore e mente, e sul clitoride di noi fan assatanate e indomabili perché, niente da fare, se il rock ti piglia non te ne liberi, è un incantesimo, un veleno, ma benefico, e non ci sono antidoti, rimedi, soluzioni, e specie se il musicista adorato è sotto demone, di una chitarra, e la chitarra si sa gli ritma sul sesso, la chitarra è il corpo di una donna, sono le sue curve che lui tocca, accarezza, ama e suona, e quindi, sapete che c’è, c’è che con la storia che il rock è morto avete rotto: tenetevi pure i vostri rapper, e trapper, e star del pop mosce, e a me lasciate lui, Joe Perry, le sue chitarre e riff e "Rocks", la sua autobiografia, che vivaddio esce in italiano il 18 novembre per Tsunami Edizioni. Lasciatemi lui, Joe Perry, primo chitarrista e cofondatore degli Aerosmith, che dico come andrebbe detto fondatore e basta, ehi, è stato lui a chiamare Steven Tyler in squadra, e il loro primo incontro coincide col primo trip in acido di Joe. Come sia stato possibile che “un gruppo esaurito di 5 tossici alcolizzati, messi di m*rda, sommersi dai debiti, spesso sul lastrico, famosi per salire su un palco strafatti, e suonare alla grande”, sia stato capace di stipare arene e stadi, in tutto il mondo, da cinque decenni, è un mistero che Joe non sa risolvere. Come sia stato possibile che da mezzo secolo uno come Joe Perry, calmo, taciturno, solitario, sia il “fratello scelto e simbiotico” di un caciarone svalvolato qual è Steven Tyler, è il secondo mistero irrisolto che fa da filo rosso del libro. Se vuoi sapere come si può sopportare per così tanto tempo di comporre, suonare, produrre, fare tour, e passare compleanni, Natali, Pasque e Ringraziamenti con un tipo come Tyler, che non parla ma urla, logorroico (“porca tr*ia, non la chiude mai quella caz*o di bocca!”), maniaco dell’ordine, e che seleziona e etichetta tutto, ogni singolo barattolino della cucina e del frigorifero, ed è irascibile, sclera per niente, ma specie se la carta igienica non è del colore a lui giusto… leggiti 'sto libro qui. Secondo te, che ci si può aspettare da uno che ai tempi del liceo si sballava infilzando il dente di un pettine nella sigaretta e fumandosi la plastica? I musicisti rock vivono nel nostro stesso mondo ma al contempo in una realtà altra, e se tu vuoi sapere vita vera on the road fatta di camere da letto distrutte, lavabi e cessi svitati, tv lanciate in piscina, casse spia dal palco, alani fumati, case in fumo, manager mafiosi, coltelli alla gola, morsi in testa, sulle labbra di Joe e di corsa all’ospedale per ricucirlo, arresti per aver detto “caz*o” sul palco, dove ti gettano petardi, e uno colpisce Steven e gli ustiona la cornea, un altro recide a Joe un’arteria della mano destra… leggiti 'sto libro qui. E se vuoi sapere quanto gli Aerosmith han “sfrecciato lungo l’autostrada per l’inferno”, cioè come “all’inizio eravamo musicisti che caz*eggiavano con le droghe, e poi drogati che caz*eggiavano con la musica”, e nello specifico quali brani sono nati in trip (tra questi, "Walk This Way", è l’unico riff di Joe sobrio, "Back in the Saddle", l’ha scritta sdraiato sul letto fatto di ero, in "Night in the Ruts" Steven è pieno di crack)… leggiti 'sto libro qui. E pure per sapere quanta coca può entrare dentro un preservativo taglia XL, e quanti anni Joe ha fatto “colazione con doppio Black Russian”, portando sempre “un Jack Daniel’s nella custodia della mia chitarra”, e che, a differenza di Tyler, lui con gli aghi non va d’accordo… leggiti 'sto libro qui. Scoprirai che è vero, quella volta a Cleveland, a un concerto, un fan ha tirato sul palco una bustina, della polverina, e Steven l’ha presa, sistemata sul microfono, e con gli altri sniffata. E che è vero, Steven Tyler è “collassato sul palco più volte di quanto vorremmo ammettere”. E che Steven è stato testimone di Joe al primo matrimonio di Joe con Elyssa, cugina di Tyler, cugina non proprio, una di famiglia, sono cresciuti insieme, ma non hanno mai nemmeno limonato, forse, e comunque ecco il regalo di nozze di Steven agli sposi: uno sballo di costosissima eroina di prima qualità. In 50 anni non si contano deliri di sesso promiscuo, “tutti nella stessa stanza a farsi sp*mpinare” e “quante ore della mia vita ho aspettato che Steven sfinisse le groupie nel backstage?”. Bravate a cui Joe Perry - ci crediamo? - dice di non essersi unito, per non beccarsi la gonorrea, che certo non la scansi se dopo “ti lavi il pisello col whisky”. In 50 anni non si contano gli scaz*i tra Joe e Steven, compreso quello che nel 1980 porta Joe a mollare gli Aerosmith (“non sei più una band coesa quando hai spacciatori diversi”), addirittura a vendere la sua Les Paul del 1959, tobacco burst, una dei due soli esemplari al mondo, una chitarra che poi, quando ti rimetti con gli Aerosmith, bestemmi a ritrovare per fartela rivendere, e ce l’ha Slash dei Guns 'n' Roses, e pure se tu ci metti in mezzo Jimmy Page col caz*o che Slash te la ridà, se non gratis, a sorpresa come regalo alla festa dei tuoi 50 anni. Steven Tyler sarà pure un irascibile patologico, in crack emotivo, e a volte lavorare con lui è “spremere dentifricio da un tubetto vuoto”, e però è l’amico che porta la bara di tuo padre al funerale, è l’amico che si presenta nel backstage del tuo primo concerto con la tua nuova band, per farti leali auguri, è l’amico che affitta un aereo privato e ti accompagna in rehab quando è ora di darti una ripulita vera. È pure colui che il costo di questo aereo te lo mette sul conto, ok, è pure colui che di nascosto fa il provino coi Led Zeppelin, lo so, e però… non ci puoi stare senza. Scrive Joe Perry: “Si può scegliere, di mandare tutto e tutti affanc*lo”. Ma Steven Tyler no. Dai, che, anche da 70enni, e “pure se sfregiati, ammaccati, arrabbiati, risentiti”, connessi in modo sconnesso, si sale sul prossimo palco a suonare. La verità è che gli Aerosmith - e i loro problemi - non cambieranno mai. E far tacere Steven Tyler rimane impossibile. Steven rende faccende semplici delle gran rotture di c*glioni. Ma non si parte né si fa niente senza di lui. Vallo a trovare. Starà da qualche parte a sc*pare.

·        Aida Yespica.

Aida Yespica, una straziante confessione: "Stuprata a sette anni, mi ricordo tutto di quell'uomo". Giovanni Terzi su Libero Quotidiano il 14 settembre 2021.

«In questo momento ciò che mi sta mancando di più è mio figlio Aron, a causa del Covid sono due anni che non riesco a vederlo». Il primo pensiero di Aida Yespica, modella e showgirl venezuelana, è per il suo grande amore, Aron, il figlio avuto dall'ex calciatore Matteo Ferrari il 27 novembre del 2008.

Dove vive tuo figlio?

«È a Miami con suo padre, ma sia per problemi con il passaporto che per la pandemia ormai è tanto tempo che non lo abbraccio, anche se ci sentiamo spessissimo».

La nascita di tuo figlio ha anche coinciso con un momento difficile della tua vita.

«Ho sofferto di depressione post-partum ed è stato un periodo faticosissimo. In più c'è stata la separazione con Matteo, che ha provocato ancora di più dei dolori e delle grandi delusioni»

Me ne vuoi raccontare una?

«Io e Matteo siamo dovuti andare in tribunale, perché inizialmente lui non voleva che io frequentassi Aron. È stata molto dura, ma alla fine la giustizia ha dato ragione a me, vedendo quanto amore e dedizione davo a mio figlio. Oggi posso dire che tra me e Matteo c'è un rapporto civile».

La tua vita è stata faticosa sin dall'infanzia.

«Sono nata in una famiglia umile, la nostra casa era stata costruita da mio padre vicino a un fiume. Le scale erano fatte con delle tapparelle ed eravamo in otto fratelli; ho il ricordo chiaro di mio padre che faceva qualsiasi lavoro, dal muratore all'elettricista, per riuscire a dare da mangiare a tutti. Eravamo poveri ma felici».

E tua mamma?

«Mia mamma ha lasciato mio padre quando avevo due anni, ci ha abbandonati, e lui per tutti noi ha svolto entrambi i ruoli di genitore. Papà è stato un uomo straordinario, che se n'è andato troppo presto. E io l'ho visto morire tra le mie braccia».

La voce di Aida cambia tono e le parole escono con maggior fatica. Il discorso su Jorge, questo era il nome del papà, riapre una ferita che porta ancora dentro in modo indelebile.

«Sembrava che mio padre si aspettasse di morire. Avevo diciassette anni e vivevamo a casa di mia zia, in quanto la nostra era stata spazzata via dalla piena del fiume sulla cui riva era stata costruita. Mio papà non vodi leva che mi allontanassi troppo in quei giorni e mi continuava a dire "e se non sto bene cosa faccio?...". Pensa che ero da poco ritornata dall'Italia proprio perché capivo che stava male».

E che cosa accadde?

«Mi arrivò una telefonata in cui papà non respirava, sono corsa da lui e l'ho visto morire. Ricordo di essere uscita dalla casa di mia zia urlando come una pazza in cerca di aiuto, ma non ci fu più nulla da fare. Papà se n'era andato. Devo dire che oltre al lutto, ci fu un fatto gravissimo che mi segnò ulteriormente».

Quale?

«Quando mio padre morì la mia famiglia mi mandò via da casa, e io dovetti andare a vivere da una amica in una favelas. Non avevo nemmeno i soldi per pagare i funerali e iniziai a lavorare di notte in un bar anche per cercare di tornare in Italia a fare la modella».

Il legame con tuo papà è sempre stato molto forte. Come aveva preso la tua scelta di vita da modella?

«Inizialmente non bene perché voleva che io studiassi. Però eravamo poveri e lui faceva fatica a mantenermi negli studi, e così fece una cosa dolcissima...».

Cosa?

«Fingendosi mio fratello, chiamò la mia agenzia, dove stavo facendo un corso per modella, per avere notizie. Il mio manager di allora capì immediatamente che si trattava di mio papà e lo rasserenò, garantendo che erano tutte delle brave persone e che avrebbero pensato loro a pagarmi gli studi. Così mio papà fu felice e si rasserenò».

Mantennero la promessa?

«Assolutamente sì».

Come nacque la tua professione di modella?

«In un autobus e casualmente. Un giorno un passeggero salito sul mio stesso autobus mi fermò, dicendomi che ero molto bella e che avrei potuto fare la modella. Mi diede il numero della sua agenzia, e così iniziai».

Quando sei arrivata in Italia la prima volta?

«Era il 1999 e arrivai a Milano. Era un periodo bellissimo anche se molto faticoso, perché facevo anche venti casting al giorno. Mi ricordo che vivevamo in una casa assieme ad altre modelle, in zona San Siro».

Nel mondo del lavoro hai mai subito violenza? (Ancora una volta la voce di Aida si interrompe, come a non voler rispondere).

«Sono sempre stata rispettata nel mondo del lavoro e mai nessuno e andato oltre al corteggiamento. Però c'è una cosa che mi fa ancora oggi molto male, ed è lo stupro che ho ricevuto quando avevo sette anni da un amico di famiglia che veniva sempre a casa da noi. Pensa che è tale il dolore che avevo rimosso totalmente quel momento, finché nel 2016 una mia amica mi racconta di una sua violenza subita»

E che cosa succede?

«Che piano piano riaffiora alla mia memoria quel momento orrendo. Ricordo tutto, il suo odore, la sua corporatura, era un uomo con una vistosa gobba, le sue mani che toccavano e accarezzavano...». Si interrompe, Aida, e non riesce andare avanti: quel ricordo è troppo forte da poter essere completamente raccontato.

L’hai mai detto a tuo papà?

«No, avevo paura che potesse stare male e combinare un pasticcio per difendermi».

La tua carriera in Italia e ricca di esperienze. Lele Mora in quegli anni era il deus ex machina dello show-biz. Che rapporto hai avuto con lui?

«Lele è sempre stato straordinario con me, lo considero un vice padre. Mi è stato vicino nei miei momenti difficili, come io ho fatto com lui. Ci vogliamo molto bene e, anche adesso, ci sentiamo».

Tra tutti i programmi televisivi che hai fatto, quale ricordi con maggiore piacere?

«Il Bagaglino è stata una esperienza straordinaria. Essere a teatro accanto a due "mostri" della comicità come Leo Gullotta e Oreste Lionello è stato davvero entusiasmante e mi ha insegnato molto. Poi non posso non citare "L'isola dei famosi" condotta da Simona Ventura».

Lì ci fu la famosa litigata con Antonella Elia...

«Antonella aveva il vizio da una parte di fingere amicizia e dall'altra di parlar male di tutti. A un certo momento non c'ho visto più e le ho tirato una sberla».

Avete fatto pace?

«Ci siamo chiarite. ma siamo molto diverse»

Hai fatto anche del cinema. Chi ricordi con piacere?

«Christian De Sica, un gran signore, un uomo di classe ma anche molto divertente».

Di te ci si ricorda anche per i tuoi calendari. Hai mai provato imbarazzo a posare nuda?

«Ho sempre mostrato solo il seno e non altro. Però sì, all'inizio avevo molto pudore e un po' di preoccupazione, poi pian piano mi sono lasciata andare».

Hai un fotografo che ti mette particolarmente a tuo agio?

«Dario Plozzer: lui ha sempre creduto in me ed abbiamo instaurato un bellissimo feeling».

Adesso che periodo stai vivendo?

«Sono molto serena e da poco sto vivendo una bella relazione con Mirco Maschio, un imprenditore di Padova. È avvenuto tutto molto velocemente, ma ho deciso di venire a vivere subito nella sua città».

E come ti trovi a Padova?

«I ritmi sono più lenti e la gente è più serena; insomma, sto molto bene».

Avresti un sogno professionale per il futuro?

«Mi piacerebbe fare un programma televisivo per bambini; li amo, sono esseri puri». 

·        Afef.

I quattro matrimoni di Afef, dal vicino di casa a Tronchetti Provera. Il Corriere della Sera il 16 ottobre 2021. Gli amori della modella che si è sposata per la quarta volta.

Nata in Tunisia. Afef Jnifen è nata a Ben Gardane, in Tunisia, il 3 novembre 1963. Quarta di sei figli, il padre ministro plenipotenziario per i rapporti bilaterali tra Tunisia e Libia, la madre di origini turche. Si trasferì a Parigi per diventare indossatrice. Entrata nell’ambiente della moda viaggiò molto, fino ad approdare in Italia, dove venne subito apprezzata da grandi stilisti. Fu definitivamente lanciata da Jean-Paul Goude, il regista fotografo che ha lanciato anche Grace Jones

Afef e il vicino di casa. Prima di iniziare a fare la modella, ancora giovanissima, Afef sposa un vicino di casa come segno di ribellione alla rigida educazione dei genitori

Afef e Marco Squattriti. Afef si sposa una seconda volta a 27 anni. Nel 1990 si celebrano le nozze con l’avvocato Marco Squattriti da cui ha anche un figlio, Sammy. Complice anche lo scandalo Safim-Italsanità (29 persone indagate per truffa aggravata) il rapporto tra i due va in crisi e alla fine degli anni ’90 Afef e Squattriti si separano.

Afef e Marco Tronchetti Provera. Tra il 1996 e il 1997 lavora in televisione partecipando come ospite fissa al Maurizio Costanzo Show mentre nel 1999 conduce il rotocalco di Mediaset «Nonsolomoda». È qui che conosce l’imprenditore Marco Tronchetti Provera, che sposerà nel 2001, e da cui si separa consensualmente nel 2018. Una lunga storia d’amore che si conclude dopo 17 anni

Afef e Alessandro Del Bono. Una volta esaurito il matrimonio con Marco Tronchetti Provera, Afef ha conosciuto Alessandro Del Bono, manager che lavora nel campo della farmaceutica. Nell’estate del 2019 i giornali di gossip parlano di un anello di diamanti in regalo, anticipo di quelle nozze che sono state celebrate il 15 ottobre in Costa Azzurra 

·        Alanis Morissette.

Alanis Morissette: " A 15 anni sono stata violentata da più uomini". La confessione dell'artista canadese nel doc “Jagged”: "Lo dico ora perché prima nessuno mi ascoltava". La Repubblica il 15 settembre 2021. Dopo anni di doloroso silenzio, Alanis Morissette affida a un documentario una confessione scioccante: "Quando avevo 15 anni sono stata violentata da più uomini. Lo dico ora, prima nessuno mi ascoltava". La rivelazione della canadese, oggi 47enne, si ascolta  nel documentario HBO Jagged diretto da Alison Klayman. La popstar non rivela l'identità dei suoi aggressori: "Mi ci sono voluti anni di terapia anche solo per ammettere che c'era stato qualche tipo di vittimizzazione da parte mia. Dicevo sempre che ero consenziente, ma poi mi veniva ricordato 'ehi, avevi 15 anni, non sei consenziente a 15 anni'", afferma la cantante nel documentario. In Canada l'età per il consenso è fissata a 16 anni. La cantante ha aggiunto: "Prima mi ero confidata con alcune persone, ma le mie parole erano cadute nel vuoto. Molti dicono 'perché quelle donne hanno aspettato 30 anni per dirlo?'. E io rispondo: 'Non hanno aspettato 30 anni. Nessuno le ascoltava, oppure erano minacciate o lo era la loro famiglia'. Le donne non aspettano, è la nostra cultura che non ascolta". Il documentario che racconta la storia della Morissette verrà presentato in al Toronto Film Festival. Non è la prima volta che la cantante parla di abusi sessuali e molestie. In un'intervista dello scorso anno al Sunday Times aveva dichiarato: "Quasi tutte le donne nel mondo della musica sono state aggredite, molestate o stuprate, È un aspetto onnipresente, più nella musica che nel cinema. Se non avessi un intero team di terapisti da tutta la vita, non credo che sarei ancora qui".

·        Alba Parietti.

Da fanpage.it il 14 dicembre 2021. Alba Parietti sui social condivide molto della sua quotidianità, che si tratti di lavoro o semplice vita casalinga. Benché tutti siamo abituati a vederla impeccabile davanti ai riflettori, a volte si è mostrata anche in chiavi più casual e senza make-up. "Se in televisione vi sembro leccata e truccata, nella vita vera sono una semidebosciata" ha ammesso, con l'autoironia che la contraddistingue da sempre. Come ogni donna anche lei ama prendersi dei momenti di pausa tutti per sé struccata, in pigiama e pantofole. Quando si scatta dei selfie al naturale lo fa per ribadire di non sentire la necessità di dover piacere a tutti, perché è una donna serena, appagata, in pace con la sua età e lo specchio. La conduttrice il 2 luglio scorso ha compiuto 60 anni. Per lei il tempo sembra non passare mai. E invece passa, per lei come per tutti e lo ha ricordato lei stessa, con un momento nostalgia in cui ha tirato fuori dal suo album dei ricordi delle foto in cui aveva appena 35 anni. Nella vita di Alba Parietti ci sono stati diversi amori. Dal marito Franco Oppini è nato il figlio Francesco, poi dopo il divorzio ha avuto altre relazioni importanti. Il filosofo e docente universitario Stefano Bonaga, il finanziere Jody Vender, il principe palermitano Giuseppe Lanza di Scalea, la più recente quella dal 2010 al 2014 con Cristiano De André. Ma a fine anni Novanta ha avuto anche un flirt con l'attore Christopher Lambert. La showgirl su Instagram ha ripescato alcune foto di ben 25 anni fa, scattate proprio in compagnia di Lambert, mentre erano in vacanza a Porto Cervo ospiti sul Nafisa, la barca degli amici Rossana e Volja. Ha scritto: "Sono ricordi di un momento di grande felicità. Avevo 35 anni, lui 39 (e non esisteva praticamente il Photoshop): eravamo belli uguale. Eravamo una coppia che faceva sognare e anche noi in fondo abbiamo sognato. E come ci siamo divertiti. Chi ti regala emozioni e momenti indimenticabili rimane sempre nel cuore, perché sono talmente rari e preziosi che non possono che essere nell’album dei bei ricordi". Alba Parietti è bellissima ora come allora.

Estratto da ilfattoquotidiano.it il 14 dicembre 2021. (…) Accanto a lei, nelle immagini condivise con i fan, c’è Christopher Lambert, con il quale ebbe una storia d’amore verso la fine degli anni ’90. E ancora ha scritto: “Come ci siamo divertiti. Chi ti regala emozioni e momenti indimenticabili rimane sempre nel cuore, perché sono talmente rari e preziosi che non possono che essere nell’album dei bei ricordi”. Qualcuno ha commentato sostenendo che Alba sia ancora innamorata di lui e, tra i tanti messaggi di congratulazioni per la bellezza rimasta intatta, c’è anche una critica. “Te la canti e te la suoni”, ha scritto un utente. Parietti ha replicato: “Io canto e suono pezzi della mia vita che ho vissuto. Tu invece invidi perché non hai mai vissuto e vivi la vita degli altri invidiandola”.

Dagospia il 23 novembre 2021. Da I Lunatici Radio2. Alba Parietti è intervenuta ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta dal lunedì al venerdì notte dalla mezzanotte alle sei del mattino, in onda anche su Rai 2 più o meno tra l'una e le due e quaranta. Alba Parietti ha parlato un po' di se: "Ho avuto la fortuna di lavorare con i più grandi fotografi del mondo. Qualche tempo ho postato su Instagram una copertina di Max. Di materiale fotografico 'scottante' ne ho parecchio. Anche se non proprio di oggi. Se mi sono sempre resa conto di essere una bomba sexy? No, lo si capisce dopo. Quando non è più così. Mi rendo conto più oggi che a vent'anni. Una volta anche Naomi mi disse che ero la più bella italiana che avesse mai visto. Sento dei racconti postumi dove mi raccontano che mi consideravano una donna bellissima. Ma io non me ne accorgevo. Sono sempre stata una bambina insicura prima e una ragazza scapestrata poi, molto vanitosa ma poco maliziosa. La malizia o il sex appeal ce l'avevo di innato. Ho sempre trattato molto male i maschi, alla pari. Non ho mai avuto l'atteggiamento della pecorella, li ho sempre messi in grande difficoltà. Gli uomini mi amano ma li spavento allo stesso tempo. Spesso sono aggressivi. Sono da studiare da questo punto di vista". Sul suo rapporto con gli uomini: "Se ho conosciuto qualcuno di recente? Sono stagionale, non mi innamoro mai d'inverno, ho poco tempo per l'amore. Ho una questione legata all'adrenalina. Il mio lavoro mi dà emotivamente troppo interesse. Quando lavoro non ho bisogno di altro. Appena arriva la bella stagione, maggio giugno, la tv interrompe i programmi e lì si infila sempre qualcuno. Qualcuno che in questo mio vuoto emotivo riesce a insinuarsi. Non è solo una questione di occupare il tempo, è un fatto di adrenalina. Il mio lavoro mi riempie di adrenalina e passioni. Io gli ultimi rapporti sentimentali li ho vissuti come se fossi stata a un video game. Davo per scontato che prima o poi sarebbe arrivata una delusione. E quindi appoggiavo sempre sul tavolino il gioco fatto. Da una parte mi piace innamorarmi, la prendo sul serio. Però con consapevolezza. L'ultima volta che mi sono veramente innamorata? Molti anni fa. Era il 2016. Però mi sono infatuata altre volte. Infatuata con cadenza più o meno annuale". Ancora Alba Parietti: "Il momento per le donne? La corsa ormai è da parte degli uomini. Gli uomini stanno rincorrendo la parità di genere. Non riescono più a stare dietro alla capacità delle donne di essere tante cose. L'uomo è il sesso debole per un unico motivo. E' condizionato tutta la vita dal sesso. La donna dopo un certo periodo viene affascinata dall'affascinabile, l'uomo anche a settanta, ottanta anni, finché il fisico glielo permette, perde la testa per il sesso, cosa che rende completamente idioti. L'uomo ha due grandi difetti. La propria vanità e il sesso. Vedo uomini della mia età diventare patetici e ridicoli. La vergogna del nostro tempo è che a parità di meriti la donna guadagna il trenta percento in meno. Questo è incredibile. La verità è che la forza delle donne è odiata troppo spesso dalle donne stesse. Quando le donne inizieranno a riconoscere la forza di una donna che ce l'ha fatta e tenere alta la bandiera del femminile, in qualsiasi campo, sarà sempre troppo tardi. Se sono stata tradita da un uomo? Più di uno. Molto spesso proprio per insicurezza".  

Perché partecipa a Tale e Quale, Alba Parietti si confessa. Fabrizio Finamore su Il Tempo il 29 ottobre 2021. Per molti è stata una sorpresa vederla tra i concorrenti di quest’ultima edizione di Tale e Quale eppure per Alba Parietti la scelta di partecipare alla trasmissione di Carlo Conti ha radici che partono da lontano. «Da diversi anni si parlava di una mia possibile partecipazione alla trasmissione - ci ha confessato Alba- quest’anno mi hanno richiamato dopo un provino e alla fine ci ho pensato mezza giornata, non di più, perché so che l’impegno è molto pesante, è uno di quei programmi in cui quando ci entri sei talmente impegnato che non hai tempo per fare niente altro, ma la trovo un’esperienza molto bella e costruttiva, oggi come oggi sono molto contenta di aver accettato».

Loredana Bertè, Damiano dei Maneskin, Guesch Patti, Ornella Vanoni, Amanda Lear, questa settimana Mick Jagger… quale dei personaggi che ha interpretato ha trovato più difficile da imitare?

«Sono tutti personaggi che amo tantissimo, inizialmente Ornella la vedevo molto difficile tanto che non volevo farla e invece alla fine è forse quella che mi è venuta meglio. Loredana invece, lo confesso, avrei voluto interpretarla meglio anche perché la conosco bene, ma evidentemente la scelta del pezzo è stata determinante; del resto nella vita non ho mai scelto cose facili, mi piace guidare sul bagnato».

In ogni caso la stessa Vanoni ha avuto modo di apprezzarla.

«Conosco Ornella, è una che non regala nulla a nessuno, se avessi fatto male me l’avrebbe detto, per questo i suoi complimenti sono stati un gande regalo. In generale comunque io credo che non conti tanto proporre un’intonazione perfetta ma l’emozione che riusciamo a far passare al pubblico».

Cristiano Malgioglio in fatto di intonazione non è mai troppo clemente con lei, quanto c’è di prestabilito nei vostri siparietti?

«Di costruito non c’è nulla, è il gioco del teatro dell’arte che diverte il pubblico ma anche noi, è come quando si scherza con gli amici, ogni volta non so mai se mi dirà qualcosa di tremendo, ma alla fine anche lui così si mette in gioco».

Eppure lo conosce da tempo, in uno dei suoi primi programmi «La piscina» come la sigla di chiusura interpretava proprio la sua «L'importante è finire»...

«La piscina fu un’altra esperienza televisiva meravigliosa, all’epoca qualsiasi cosa facevo andava bene... potevo anche stonare. Comunque Malgioglio è un amico, con lui mi diverto e poi di solito prima mi massacra ma poi è magnanimo nei voti». 

Che approccio ha con il mondo delle imitazioni? Nell’84 lavorò con un grande del genere come Gigi Sabani in «Ok, il prezzo è giusto!», ha preso qualche spunto da lui?

«Ho lavorato molto con lui, lo ricordo come una persona molto allegra e molto piacevole, ma le mie sono delle trasfigurazioni più che delle imitazioni, quelli che interpreto sono personaggi che fanno parte di me, che mi hanno ispirato».

Come si trova con gli altri concorrenti di Tale e Quale? Molti sono giovani che non hanno la sua esperienza televisiva...

«Nel momento in cui entro in un gruppo ne faccio parte e non faccio mai pesare la mia storia, se lo facessi diventerebbe difficile per tutti lavorare insieme; se posso semmai dò dei consigli, cerco di creare spogliatoio come si dice in gergo, sono da sempre portata a fare questo». 

Indubbiamente in molti le hanno riconosciuto il merito di essersi rimessa in gioco. 

«Uno che fa il mio lavoro si mette sempre in gioco, soprattutto per divertirsi». 

È vero che ha dichiarato che vorrebbe essere come Jane Fonda? 

«Chi non vorrebbe essere come Jane Fonda? Ognuno poi ha un ideale cui ispirarsi, io non posso certo ispirarmi a una di 20 anni, nella Fonda invece vedo un bellissimo esempio di intelligenza, fascino e bellezza, è un’icona e le icone non tramontano mai».

Per chiudere, come vede la televisione di oggi?

«La televisione deve trovare una nuova strada per non essere snobbata dal pubblico giovane e dai social, se il mondo cambia dovrebbe farlo anche la TV».

Oggi si rischia poco?

«Quasi per niente e invece sui progetti nuovi andrebbe fatto molto di più».

Tiziana Platzer per “La Stampa” -Torino il 24 settembre 2021. È stata una settimana di dura lotta social. Non che Alba Parietti sia nuova alla battaglia all'ultimo post, però la sua interpretazione di Loredana Bertè al «Tale e quale Show» ha shakerato bene gli umori di fan e controfan. La parrucca blu in tinta con i leggins non sono bastati a far sorvolare pubblico e giuria sulla scivolosa performance canora. Eppure la showgirl e opinionista torinese non recede di un passo, non lo fa mai: «Mi sono emozionata più di quello che avrei dovuto, può succedere. Certo non mi tiro indietro e sono pronta per la nuova puntata». Grinta in salita e il concetto di paura motore di emozioni da non nascondere: ecco il colore dei primi sessant' anni di Alba Parietti. Compleanno festeggiato a luglio e ancora lì che gira, forse, almeno in senso anagrafico. E in quel circolare delle stagioni, la gara sul palco delle imitazioni è una bella prova di coraggio. Stasera davanti a Malgioglio che non ne fa passare mezza, si butta nel personaggio di Damiano dei Måneskin: una bella montagna da scalare, no?

«Questo programma è durissimo, molto più di quel che si pensi. Il mio lavoro di opinionista lo faccio con la mano sinistra, per quanto io studi sempre. Invece qui provi tutta la settimana, ci sono ore di trucco e più di un'ora di struccaggio alla fine, e naturalmente lezioni di canto e di ballo. Ci vuole il fisico, e vale per tutti, anche per i più giovani».

Damiano l'ha scelto lei o glielo hanno assegnato?

«In realtà ti assegnano personaggi che possono essere affini, io poi avevo chiesto di interpretare un uomo ed eccomi accontentata».

Cosa canterà?

«Non posso dirlo».

E il pubblico non le fa paura? Non le ha mai fatto male in questa lunga carriera nelle critiche feroci?

«Con l'imitazione di Loredana solo l'idea di rendere al meglio una cantante che per me è un mito, mi ha messo in difficoltà, pensare che durante le prove ero andata bene. Loredana stessa lo ha compreso, tanto che dopo mi ha mandato un messaggio con i cuori. E poi io sono abituata, il pubblico o mi ama, ed è il 50 per cento, o non mi sopporta, l'altra metà, e sul web io ho i miei scudieri. Io non faccio mai la scelta comoda».

 Valgono questo i primi sessant' anni?

«Valgono sentirsi una donna rock. Per me o sei rock o sei anziana. Ma guai a chi dice a una donna che è vecchia: che ne può sapere di quanta voglia di vivere ha dentro quella persona? Quando ascolti Ornella Vanoni o vedi Jane Fonda, senti la passione: possono essere definite vecchie? Loro hanno l'animo rock». 

La passione per lei è una strada senza fine: come è stata la sua estate sentimentale?

«Bella. Sono una donna che lascia sempre una porta aperta. Mi innamoro, poi appena sento odore di bruciato prendo l'estintore e via. Mi innamoro ma non mi affeziono».

 Suo figlio come la guarda?

«Da fratello maggiore, mi consiglia, mi controlla, mi critica anche da un punto di vista artistico. Io ho tanti fratelli maggiori a dire il vero, quasi tutti i miei ex».

 Cosa pensa del referendum sulla cannabis?

«Proprio perché sono una concorrente in un programma tv credo sia serio non espormi politicamente». 

Anche sull'eutanasia?

«Ci sono scelte che hanno bisogno dell'etica e non della politica. Io ho nella mente gli occhi di mia nonna, sul letto disfatta da un cancro, che alla fine chiede a mio padre una puntura. Ognuno ha il diritto di scegliere come vivere e morire». 

Secondo lei cosa dà più consapevolezza a una donna?

«Essere in grado di vivere da sola. Io vivo bene sola, sono stata educata così, e questo mi dà coraggio e consapevolezza da sempre, nonostante nella vita abbia vissuto di tutto. Tante donne invece pensano di non farcela e subiscono condizioni che non desiderano. L'indipendenza destabilizza».

L'ultima volta che si è sentita a casa a Torino?

 «Circa un anno e mezzo fa, al concerto di Cristiano De Andrè. E prima sono andata a trovare i miei genitori nella tomba di famiglia a Pinerolo, lì dove c'è anche Gustavo Rol».

Maria Berlinguer per "la Stampa" il 9 agosto 2021. «La prossima volta che nasco voglio essere un cane di Paola». Al telefono da Ibiza dove ha una casetta e dove presto la raggiungerà Paola Ferrari, l'amica del cuore, Alba Parietti scherza. È nota la passione di Paola per i cani (a casa ha quasi uno zoo). Ed è anche grazie a un cucciolo di bobtail che è nata la loro amicizia più che trentennale. Una sorellanza. «È un'amicizia molto, molto forte. L'ho vista per la prima volta a Sanremo. Ma a Milano, al Derby, tutti parlavano di questa ragazza giovanissima e bellissima per cui Franco Oppini aveva perso la testa. Non ne parlavano male ma insomma poi un giorno vado a Sanremo con il mio fidanzato del tempo e vedo Franco con una stragnocca alta un metro e 80, pelliccia di volpe, allora si portavano ancora, calze velate e capisco tutto quel vociare. Aveva un cucciolo di bobtail in braccio e ho avuto subito simpatia per questa donna bellissima. Per fortuna io non conosco la parola invidia». A dire il vero la bellezza non faceva certo difetto neppure a lei... «Sì ma lei era spettacolare» risponde Ferrari. «Ci siamo conosciute, abbiamo scoperto che abitavamo vicine, e abbiamo cominciato a frequentarci. Abbiamo vissuto una bella parte di vita insieme. Ci siamo molto divertite e condiviso tante cose. Persino gli amori: in tempi diversi abbiamo avuto fidanzati comuni». Il debutto a «Galagoal» A rinsaldare e rendere unica l'amicizia anche Galagoal, la trasmissione che lanciò definitivamente Alba. «Avevamo trent'anni, lei aveva ricevuto un'offerta da Telemontecarlo per un programma che poi non andò in porto, le offrirono di condurre Galagoal per gli Europei di calcio a una cifra importante. Alba era molto incerta. Eravamo due ragazze e i soldi facevano comodo. Di calcio non ne sapeva molto mentre io avevo già fatto la mia prima Domenica sportiva: le davo lezioni di calcio sul terrazzo di casa mentre Francesco faceva i compiti». Va nei dettagli: «Scegliemmo insieme i vestiti, come il primo abitino nero con le borchie. Il successo può allontanare, invece per noi non è cambiato niente, abbiamo sempre gioito per i traguardi raggiunti dall'altra. Sono stata orgogliosa dei successi di Alba e anzi ho cercato di proteggerla perché io delle due sono quella più bacchettona, rompipalle. Poi lei dice che le devo anche i miei figli. Ed è vero. È stata lei a presentarmi mio marito». Quell'amico che la sposò Paola usciva da una storia molto lunga «con un ragazzo perbene e un po' noioso e non avevo nessuna intenzione di accasarmi. Alba mi ha letteralmente costretto ad andare a una cena a casa di una sua amica, Emanuelle. Non avevo idea di chi fosse. Quando ho capito che era la moglie di mio cognato e che eravamo in attesa di quel Marco ho cercato di scappare ma Alba è stata bloccata da Tronchetti Provera. Me l'hanno presentato ma sono fuggita subito per andare a ballare al Plastic che era un locale underground molto divertente. Lui chiamò Alba per avere il mio numero, io le proibii di farlo ma lei continuò a lavorare sotto traccia. Ed è finita che ci siamo sposati. La nostra amicizia è scandita dalle coincidenze, entrambe figlie uniche di madri problematiche che abbiamo recuperato in età avanzata. Caratteri forti, tante affinità».

Cane e gatto in politica. Tra le tante affinità certo non c'è la politica. «L'abbiamo sempre pensata in modo opposto, ci siamo molto scontrate sulla Santanchè - dice Paola - per tantissimi anni, e abbiamo anche litigato diverse volte ma poi su tante battaglie la pensiamo nello stesso modo». Parietti spezza una lancia al capitolo fidanzati: «Confermo abbiamo avuto fidanzati in comune evidentemente abbiamo gli stessi gusti, ma ovviamente non ci siamo mai rubate un compagno». Continua: «Ci siamo conosciute che eravamo ragazzine e sono stata io a presentargli Marco. Sono stata davvero un cupido speciale visto che è un amore che dura da così tanto. Sono stata testimone di nozze». Il racconto si ferma un attimo: «Ma sono le coincidenze che fanno paura. Io sono nata lo stesso giorno e lo stesso anno del fratello di Marco, Rodolfo, nella clinica Sant' Anna di Torino e pure Alessandro è nato il 2 luglio». La passione per il viaggio Che cosa vi ha legato in particolare? «I viaggi, le tante risate, un reciproco soccorso ma il primo gancio è stata la passione per i cani. Eravamo due ragazze. Io non ero nessuno, facevo cosette in tv, lei faceva la giornalista man mano abbiamo assistito ai successi dell'altra sempre con grande contentezza. Non c'è mai stata nessuna forma di invidia ma la piena condivisione delle fortune dell'altra», conferma Alba. Continua: «Tutto quello che abbiamo avuto io e Paola ce lo siamo straguadagnate. Mi ricordo di lei giovanissima che lavorava come una pazza. Forse ci lega anche il fatto che siamo due persone che hanno sempre basato le loro vite sulle loro forze. Due donne forti e belle. Ma ci siamo anche divertite tanto. Ancora oggi riusciamo a farci grandi risate. Paola è una persona molto autoironica».

Più sorelle che amiche. «La nostra è direi una sorellanza. Abbiamo discusso, ci siamo anche allontanate per periodi ma ci siamo sempre capite. Abbiamo avuto un'educazione severa. Eravamo due ragazze che avevano voglia di vivere però con il complesso di non essere prese sul serio dai genitori. Chissà forse anche a questo dobbiamo la nostra forza. Siamo state due donne estremamente fortunate nella vita ma è una fortuna che ci siamo costruite sempre lavorando».

"Vi spiego perché ora mi sento anarchica". Francesco Curridori il 10 Luglio 2021 su Il Giornale. Carriera, politica e vita sentimentale. La showgerl Alba Parietti, neo-60enne, si racconta a tutto tondo. "Il mio più grande successo professionale è il rispetto e la stima delle persone con cui ho lavorato. Questa, secondo me, è la più grande conquista che si può avere". Raggiunta l'età dei 60 anni, Alba Parietti, showgirl, conduttrice e opinionista televisiva, traccia un bilancio della sua carriera professionale, non certo priva di soddisfazioni.

Dopo 40 anni nel mondo dello spettacolo, ha anche qualche rimpianto?

"Il rimpianto è quello di non aver studiato bene le lingue perché probabilmente avrei potuto fare una carriera internazionale. All'epoca il fatto di non sapere bene l'inglese mi precluse, per esempio, un ruolo da protagonista in un film con James Bond".

Ha un ricordo particolare di Raffaella Carrà?

"Raffaella mi ha letteralmente onorato del fatto di aver voluto lei lavorare e duettare con me. Fu un atto di grandissima generosità anche perché mi rendevo conto che lei esaltava la forza dell'altro senza aver paura di avere vicino una donna più giovane. Era una che guardava solo al risultato e ti metteva a disposizione tutte le armi vincenti per farti brillare, non cercava di scacciarti. Lei aveva una grande capacità di fare anche da manager alla persona che invitava e gli dava tutta la visibilità, lo spazio e il comfort possibile".

Come affronta il tempo che passa? Ha paura della bellezza che sfiorisce?

"Non ho paura. Mi dispiace. Uno si vede quando era giovane e vorrebbe fermare il tempo, però nell'invecchiare c'è anche la curiosità di capire come si può diventare e si possono affinare delle qualità che prima lasciavi in secondo piano".

Nella sua carriera ha mai subito episodi di sessismo?

"Sì, soprattutto dalle donne ed è un qualcosa che non ti aspetti mai. Basta guardare i social come le donne si accaniscano in modo volgare e trovano pretesti per insultare. Io ammiro le donne che hanno fatto carriera".

Vuol parlare delle querelle con Selvaggia Lucarelli?

"No, tutto quello che c'è da dire con Selvaggia Lucarelli lo sto già dicendo, purtroppo, davanti ai giudici. Io avrei evitato, ma lei no. Evidentemente quello è il suo terreno, non il mio. Mi ci sono trovata e, dovendo affrontare cinque anni di processo, non ho neanche voglia di parlarne perché ho dedicato fin troppa energia a questa vicenda".

Lei ha condotto vari programmi di calcio. Questo sport è cambiato molto negli ultimi anni. In meglio o in peggio?

"Non so se è meglio o peggio, ma vedendo questi Europei mi sembra di rivivere i Mondiali del 1990. Rivedere Vialli e Mancini in quella situazione mi emoziona e mi commuove".

Un pronostico sulla finale Italia-Inghilterra?

"Forse l'Inghilterra è più forte di noi, ma spero che la sorte ci sarà amica".

Lei ha lavorato sia in Rai sia in Mediaset. Dove ha trovato più libertà?

"Ho trovato libertà ovunque ci fossero capistruttura o direttori capaci di lasciare le persone libere. In Rai uno dei più grandi direttori che ho avuto è Guglielmi, ,ma anche con Coletta mi sono trovata benissimo. Stessa cosa è avvenuta in Mediaset con altri dirigenti. Poi, sia in Rai sia in Mediaset ci sono stati direttori con cui non ho avuto alcun tipo di feeling. Con le maestranze e i colleghi di lavoro, invece, è andata benissimo da ambo le parti. Per me, sia Rai sia Mediaset sono famiglie".

Lei è figlia di partigiano ed è stata definita per molto tempo la 'coscia lunga della sinistra'. Le ha mai dato fastidio questa definizione?

"No, era una battuta anche venuta bene. Mi ci ritrovo anche se non ho mai fatto parte di nessuna lobby. Sono sempre stata di sinistra. Forse è rimasta solo la coscia, ma di sinistra".

Cosa pensa della sinistra di oggi?

"Sinceramente non voglio dare giudizi di questo genere. La politica è troppo lontana dai miei interessi perché è fatta solo di sondaggi, c'è poco cuore e troppo carrierismo. Mancano le passioni. Non siamo certo all'epoca di Matteotti o Berlinguer...".

Il Pd fa bene a non cedere sul ddl Zan?

"Sinceramente non lo so. Penso che il dialogo sia sempre un'ottima soluzione e che l'importante sia trovare una chiave, una lettura. Alle volte non aprire al dialogo può essere un errore".

Cosa pensa della crisi che sta vivendo il Movimento?

"Guardi, glielo dico con tutto il cuore: non sto seguendo perché mi sono disinnamorata totalmente della politica italiana. È un periodo in cui i giochi della politica non mi interessano. La politica è troppo legata agli interessi personali, di lobbies e di voti. Non riesco ad appassionarmi ai numeri e ai sondaggi. È come quando la tua squadra di calcio fa un gioco che non ti interessa più. Mi dichiaro anarchica e mi interessa solo seguire il mio istinto che di volta in volta prende decisioni senza condizionamenti di nessun genere".

Qual è stato il suo più grande amore?

"Me stessa. Poi, certo la persona che mi ha voluto più bene è Giuseppe Lanza di Scalea. Sarei cattiva, però, se dicessi che altri non sono stati altrettanto importanti però l'amore veramente irrinunciabile è quello per la mia dignità e sicuramente quello per mio figlio".

Lei ha rivelato di aver avuto un tumore all'età di 37 anni. Quanta paura ha avuto del Covid e delle malattie in genere?

"Non posso avere paura del Covid perché l'ho già preso e ho già fatto anche due dosi di vaccino. Ho più paura dell'ignoranza più che del Covid. Alla lunga uccide più l'ignoranza del Covid".

Francesco Curridori. Sono originario di un paese della provincia di Cagliari, ho trascorso l’infanzia facendo la spola tra la Sardegna e Genova. Dal 2003 vivo a Roma ma tifo Milan dai gloriosi tempi di Arrigo Sacchi. In sintesi, come direbbe Cutugno, “sono un italiano vero”. Prima di entrare all’agenzia stampa Il Velino, mi sono laureato in Scienze della Comunicazione e in Editoria e Giornalismo alla Lumsa di Roma. Dal 2009 il mio nome circola sui più disparati giornali web e siti di approfondimento politico e nel 2011 è stata pubblicata da Aracne la mia tesi di laurea su Indro Montanelli dal titolo “Indro Montanelli, un giornalista libero e controcorrente”.  Dopo il Velino ho avuto una breve esperienza come redattore nel quotidiano ‘Pubblico’ diretto da Luca Telese. Dal 2014 collaboro con ilgiornale.it, testata per la quale ho prodotto numerosi reportage di cronaca dalla Capitale, articoli di politica interna e rumors provenienti direttamente dalle stanze del “Palazzo”.

(ANSA il 7 ottobre 2021) Sono state assolte Alba Parietti e Selvaggia Lucarelli al termine del processo a Milano in cui erano imputate per diffamazione l’una nei confronti dell’altra dopo essersi querelate a vicenda per via di una querelle che era nata nell’edizione del 2017 del programma “Ballando con le stelle”. A deciderlo è stata stamane la sesta sezione del tribunale al termine del dibattimento che ha messo fine a una vicenda giudiziaria che va avanti dal 2018. All’epoca la giornalista e blogger, difesa nel processo dal legale Lorenzo Puglisi, era giudice del programma di primaserata del sabato sera, mentre il noto volto tv era ballerina-concorrente. Le infuocate polemiche tra le due nello studio tv avevano poi generato uno scontro via social e per questo, a causa di denunce reciproche, sono finite in un’aula di giustizia. Il giudice nell’assolvere Alba Parietti ha riconosciuto che le sue parole sarebbero state una reazione alle espressioni della blogger. “E’ stato riconosciuto – ha spiegato l’avvocato Filippo Schiaffino, il difensore di Alba Parietti – la correttezza del comportamento della mia assistita che durante quel periodo si è risentita per i continui attacchi. Oggi per lei si chiude, dal punto di vista penale, una vicenda che l’ha molto preoccupata”.

Elvira Serra per il “Corriere della Sera” il 4 luglio 2021.  

Alba Parietti, quanti se ne sente?

«Trenta».

Sono 60. Ripercorriamoli per immagini. Ne scelga una per l'infanzia.

«Via Buttigliera 5, a Torino. Sono sul balcone che aspetto mio padre dal lavoro. Lo vedo arrivare e poi usciamo, mi porta a fare una passeggiata o a giocare la schedina. Al bar mi fa giocare a flipper, salgo su una sedia perché non ci arrivo. Di quell' età è anche l'immagine di mia mamma che prepara panini con la Nutella e Coca Cola con ghiaccio per i miei amichetti». 

Adolescenza.

«Sono una ragazzina bella, ma inconsapevole. Ho i capelli lunghi e scompigliati, piaccio a tutti i maschi. Sono uno strano animale aggressivo, spudorata, e racconto un sacco di balle: una è che ho fatto una puntura contro il dolore, la mia amica Patrizia Perrone mi tira i pizzicotti e io resisto anche se soffro; un'altra è che ho un'amica che vive in Francia e fa una vita meravigliosa, quella che vorrei per me». 

Anni Ottanta.

«Fingo di passare per caso davanti alla sede Rai di Torino vestita di leopardo, con i capelli cotonati con il frisé, non sembro una che ha studiato dalle orsoline con Marco Travaglio.

Attiro l'attenzione e Jerry Calà mi chiede il numero di telefono. Un giorno chiama a casa e mi invita a raggiungerlo con I Gatti di Vicolo Miracoli e conosco Franco Oppini, che diventerà mio marito e il padre di mio figlio Francesco. Da lì vengo catapultata in un mondo diverso, comincio a lavorare nelle tv private, faccio la valletta di Amanda Lear, per me una dea...». 

Anni Novanta.

«Tutto quello che non potevo neanche immaginare si avvera. Sono seduta sullo sgabello di Galagoal a Telemontecarlo, un'intuizione di Ricardo Pereira, e da lì stravolgo la messa cantata del calcio maschile. Ho una gran faccia tosta, ostento una sicurezza che mette a disagio gli uomini, ma sono preparata, mi aiutano dalla redazione e studio tanto. Da quel momento tutti si accorgono di me, Rai, Mediaset, mi chiamano Berlusconi, Agnelli, vengono in trasmissione Maradona e Pelè, scrivono di me il New Yorker, Le Figaro ...». 

Merito anche delle gambe accavallate sul famoso sgabello. Più di lei solo Sharon Stone.

«Ma lei è arrivata dopo. Quel gesto rappresentava consapevolezza e distacco. Distraevo il pubblico con le gambe, ma poi lo tenevo inchiodato con le argomentazioni. Certo, c'era anche un po' di narcisismo. Pensare che quello sgabello serviva a tutto: trucco, telegiornale, trasmissione. Chissà che fine ha fatto». 

Anni Duemila.

«È quando capisco che non sono immortale. Ho appena compiuto 40 anni, arrivo da un paio di sconfitte professionali e sentimentali, quella con Christopher Lambert è stata bruciante. Vado in vacanza da sola in Sardegna a Porto Cervo e in 23 giorni mi faccio vedere a 23 feste, ogni sera con un abito diverso. Una donna che si sente mia rivale dice: "Alba crede di essere ancora molto bella..."».

Duemiladieci.

«Divento l'ospite per eccellenza. Penso di aver inventato il mestiere di opinionista, con Vittorio Sgarbi. Faccio la tuttologa e suscita molte antipatie. Ma io non improvviso mai, mi preparo. Come quando Boutros-Ghali, ai tempi segretario generale delle Nazioni Unite, aveva chiesto di essere intervistato da me per uno speciale Tg1 e una importante giornalista tv disse: "Beh, allora perché non lo fate intervistare dalla mia portinaia?". E invece scomodai economisti, politici, lavorai per una settimana con i miei autori. Arrivai super preparata». 

Se le chiedo che lavoro fa oggi?

«Faccio Alba Parietti. È un marchio che ancora funziona piuttosto bene». 

Che cosa l'ha fatta guadagnare di più?

«Ah beh, gli anni Novanta furono un pozzo di guadagno incredibile. Dopo Galagoal cominciarono a offrirmi 35 milioni a puntata, qualunque cosa facessi. Firmai un contratto con la Ip per un miliardo. È vero che come ho già raccontato rinunciai ai 9 miliardi che mi offriva Berlusconi per lavorare tre anni a Mediaset, ma forse ne guadagnavo due l'anno». 

Di quale cosa è più orgogliosa?

«Di Grimilde, perché era un programma scritto da me con Giovanni Benincasa. Di Galagoal, perché ho inventato un nuovo modo di fare televisione. Di Macao, perché Boncompagni ci lasciava liberi di fare qualsiasi cosa. Poi della tournée teatrale Nei panni di una bionda. E del libro Da qui non se ne va nessuno, perché scritto grazie ai diari dei miei genitori».

È vero che fece svenire Alain Delon?

«Sì, dovevamo partecipare entrambi ad Amici. Non ci vedevamo da molto tempo, lui era risentito perché avevo avuto liaison con il suo avvocato. Ma vede, Delon non era mai stato l'oggetto dei miei desideri perché era troppo bello, troppo perfetto. Comunque, a distanza di tanto tempo ci incontrammo di nuovo e io fui affettuosissima, come se non fosse successo niente. Lui andò in crisi e si sentì male. Racconta che l'ho fatto svenire io». 

Ha incontrato tantissime persone. Chi l'ha emozionata di più?

«Come scegliere... Elton John, conosciuto a casa di Gianni Versace, il simpaticissimo Jack Nicholson, David Copperfield, i Duran Duran, Oliver Stone, Bloomberg. La cosa bella è che quelli che erano i miei miti sono diventati miei amici: penso a Claudio Baglioni, di cui ero innamorata, ad Antonello Venditti, Fabrizio De André, Gianni Morandi. Una volta in aereo Luigi Lo Cascio mi chiese l'autografo: lui a me! Forse però l'incontro più sconvolgente, emotivamente più forte, è stato con Ezio Bosso».

Perché?

«Era una delle poche persone davanti alle quali mi sentivo in soggezione. Nella sua tragedia immane ha messo in scena la sua malattia, condividendola con la musica. Sarebbe bello raccontare questi personaggi anche nelle zone d' ombra, perché hanno sviluppato il genio attraverso grandi dolori che li hanno resi crudeli. Con lui fu un rapporto devastante». 

Avete avuto una storia?

«Non c' è nulla di male nell' ammettere che ci sia stata una storia, complessa, dolorosa e pericolosa, irripetibile, che mi è costata moltissimo sul piano emotivo, ma che sono felice di aver vissuto. È stato un sogno a tratti meraviglioso, fuori da ogni logica umana».

A ottobre dello scorso anno è mancato Giuseppe Lanza di Scalea, suo grande amore. Che effetto le ha fatto?

«Lui in assoluto, oltre a essere uno degli uomini più importanti della mia vita, era quello di cui mi fidavo di più. Era davvero il Gattopardo. Ho avuto la fortuna di avere una grandissima confidenza con lui, uomo di etica e di pensiero. La sua malattia non l'ho vissuta perché aveva una compagna ed era giusto che fossi più defilata, ma se avessi potuto staccarmi un braccio per farlo stare meglio lo avrei fatto». 

Chi l'avvisò della morte?

«Sua figlia Giulia, per me un riconoscimento: sapeva quanto bene ci volevamo. Quando ho letto il messaggio, è stato l'unico momento in cui mi sono permessa di piangere. La morte di Giuseppe, dopo quella dei miei genitori, ha rappresentato la perdita della famiglia». 

Non dica così: lei ha Francesco, suo figlio.

«Sì, certo. Ma lui ha la sua vita, i suoi amici, il suo futuro. Giuseppe era mio pilastro, amico, non potevo immaginare che potesse non esserci più. Di certe cose potevo parlare solo con lui. È stato un dolore così violento, che è stato come cadere in un lago melmoso con una pietra al collo: potevo solo scegliere se vivere o morire e niente come il nostro lavoro ti fa restare a galla e ti permette di andare avanti nonostante l'abisso sul quale cammini». 

È andata a salutarlo a Palermo?

«No, ma lo farò. Da poco in Spagna ho incontrato un suo caro amico e ci siamo abbracciati e lo abbiamo ricordato così». 

È vero che ha salvato la biblioteca personale di Lev Tolstoj a Jasnaja Poljana?

«Salvata con i miei soldi. L' Associazione Italia-Russia di Bologna lanciò l'appello a Domenica in per salvare la biblioteca, che rischiava di essere devastata dai topi, dall' umidità: i libri andavano rilegati. Chiesi quanti soldi ci volevano, dissero 15 milioni di lire e li misi io».

Quale riconoscimento l'ha resa più felice?

«La mia vanità è stata più appagata quando il New Yorker mi ha raccontata come quella che incantava le star di Hollywood: ero come Cenerentola al ballo. Ma anche di Fellini ho un bel ricordo». 

Racconti.

«Mi chiamava "faccia da mascalzone". Purtroppo il mio segretario ha buttato le lettere che mi aveva scritto». 

E non lo ha licenziato?

«No, non si affidano agli altri le cose importanti, ho sbagliato io». 

Quale successo avrebbe voluto condividerlo con i suoi genitori?

«Loro ne hanno vissuti tanti. Forse avrei voluto condividere adesso quello di mio figlio Francesco. Lo vedevano come la parte fragile di due genitori che litigavano sempre. Nulla avrebbe reso più orgogliosa mia madre del successo che ha ottenuto dopo il Grande Fratello Vip: è frutto della loro educazione, è un ragazzo equilibrato, perbene, buono, gentile».

Se avesse potuto richiamare in vita qualcuno la festa dei 60 anni chi sarebbe stato?

«I miei genitori e Giuseppe, ognuno per un motivo diverso. Mio padre per mostrargli che tutto ciò che ha fatto ha dato i suoi frutti e che non ho tradito il partigiano che lui era. Mia madre per dirle che se avessi potuto scegliere tra mille madri avrei scelto ancora lei, con la sua follia e genialità. E Giuseppe perché è e rimarrà sempre il mio migliore amico».

Da blitzquotidiano.it il 6 maggio 2021. Alba Parietti: “Il sesso era la mia dipendenza ma quasi tutti gli uomini hanno fatto cilecca la prima volta. Padre Georg Gänswein il mio sogno erotico”. Queste le dichiarazioni rilasciate dall’attrice a Permesso Maisano, trasmissione in onda su Tv8 nella tarda serata di mercoledì. Alba Parietti e il sesso: “Tutti i maschi alfa hanno fatto cilecca con me la prima volta”. “Sono stata forse ossessionata per anni dal sesso, ma da questo punto di vista la menopausa mi ha liberata. Quasi tutti gli uomini che ho conosciuto hanno fatto cilecca la prima volta. Tranne un paio, giuro, tutti. Soprattutto sono proprio i narcisisti che hanno fatto spesso cilecca. Hanno una tale aspettativa su se stessi che si caricano di una grossa aspettativa – ha commentato -. Diciamo che poi si sono molto rifatti nel tempo, ma la prima volta è stata abbastanza complicata per tutti. Ma non perché fossero innamorati, ma perché pensavano: ‘ho la Parietti, devo dimostrare il mio valore’, chissà pensavano a quale tigre del materasso”. Alba Parietti: “Sognavo di fare sesso con Padre Georg Gänswein”. “Il mio sogno erotico era Padre Georg Gänswein. Una volta l’ho incontrato in treno e non ho smesso di fissarlo per tutto il viaggio. Poi gli ho chiesto l’assoluzione. Lui mi ha domandato se mi fossi pentita e quando io ho risposto di no, lui non mi ha concesso l’assoluzione”.

Da "Chi" il 29 giugno 2021. Sul numero di Chi in edicola da mercoledì 30 giugno, Alba Parietti festeggia i suoi 60 anni con un'intervista esclusiva. «Dico di avere 60 anni da circa un anno, non ho mai nascosto la mia età. Anzi, avrei voluto fare il video de “La vacinada” con Checco Zalone al posto di Helen Mirren, ed essere la “veccia muchacha immunizada” (ride, ndr). Quando le donne si libereranno dall’idea che, per stare bene, devono piacere a un uomo e avere le caratteristiche di una ventenne, anche se gli uomini cadono a pezzi peggio di noi, avranno vinto». Sempre a proposito degli uomini, dice: «Viviamo in un’epoca di narcisismo, il mio rapporto con loro è lo stesso che c’è fra un mago e uno che svela i suoi trucchi. Non sopporto di essere sottovalutata, invece gli uomini vogliono fare il gioco delle tre carte con me e vogliono che ci caschi lo stesso. Sono tranquilla perché non cerco una relazione. La vivo solo nel periodo in cui gli uomini danno il massimo, quella del “love bombing”, il bombardamento d’amore. E, appena entrano nella fase della “svalutazione”, passo al narcisista successivo (…) Non avrei voluto che fosse “per sempre” con nessun uomo perché sarebbe arrivato il momento in cui l’avrei ferito. Ho scelto di essere libera per non mettere mai in ridicolo una persona che ho amato». «Mi ronza intorno una marea di gente, soprattutto uomini molto giovani, ma anche qualche vecchio marpione della mia età. Mi diverto a farmi corteggiare». E svela uno scoop: «È difficile imitarmi perché sono un camaleonte, prendo la forma e il colore di quello che ho intorno. Farò “Tale e quale show” proprio perché non sono mai rimasta tale e quale a me stessa. E vorrei imitare anche qualche uomo, mi sento molto fluida». Della politica rivela: «La sinistra non mi ha mai considerata candidabile, è troppo snob. Con Berlusconi ne abbiamo parlato, ma non avrei mai potuto farlo per la mia storia personale che mi avrebbe impedito di avere a che fare con i partiti alleati di Forza Italia, parlo di Salvini e della Meloni. E Berlusconi, che secondo me crede nelle mie capacità e conosce la mia storia di figlia di un partigiano e la rispetta, non me lo ha mai proposto». «Rifiutare anni fa la sua generosa proposta di passare in esclusiva a Mediaset? È stato un gesto sconsiderato, ma in quegli anni ho lavorato comunque tantissimo, con il senno di poi 9 miliardi erano una bella cifra, ma ho creato lo stesso le mie sicurezze negli anni, con un po’ più di fatica. Una volta Briatore mi disse: “Se fossi stata fidanzata con me e non con Bonaga, ti avrei costretta a prenderli”; “tranquillo che, con i nostri caratteri, non avremmo mai potuto essere fidanzati”, gli ho risposto». Sul numero di Chi in edicola da mercoledì 30 giugno, Alba Parietti festeggia i suoi 60 anni e svela le sue intenzioni per il futuro: «A questo punto posso avere solo cattivi propositi, è iniziato il conto alla rovescia e spero solo di avere ancora una quarantina di colpi da sparare. Sono pericolosa perché chi ha subito un danno sa che può sopravvivere, e non sono più vulnerabile alle lusinghe e alle bugie. Il calo del desiderio ti fa essere lucida, ho un amore smodato per la mia persona, sono felice, risolta, e voglio essere serena sapendo che dipende da me. Non sopporto i piagnistei delle donne della mia età che si fanno abbindolare solo perché non accettano la realtà e credono agli uomini. A 60 anni di solito le fiabe le racconti ai nipoti, non aspetti che sia il lupo a raccontartele. Lo stesso che, magari, per nasconderti alla moglie, ti ha registrato sul telefonino con un nome innocente tipo “Marco calcetto”. Le mogli dovrebbero fare uno squillo ogni tanto a questo “Marco calcetto” per vedere chi risponde (ride, ndr)». Fra gli uomini la Parietti salva solo i suoi ex («sono rimasta amica con tutti, è stato meglio così») e suo figlio Francesco, rivelazione del “Gfvip”: «Il segreto del nostro legame? Che ci vediamo poco, non viviamo più insieme e lui mi manda spesso a quel paese. È sempre stato autonomo, non ha mai subìto il mio ruolo. Adesso si è sdoganato da questa immagine, anzi, molti gli dicono che è meglio di me e lo trovo un gran complimento. Quando andiamo in giro e fermano lui per la foto sono fiera. Lo vedo felice, realizzato, sicuro, brillante». E, infine, scherza con il passare del tempo. «Il mio epitaffio? “Sono stata tutto ciò che desideravo essere e, soprattutto, sono stata Alba Parietti. Nessuno è perfetto...”».

·        Alba Rohrwacher.

Valerio Cappelli per il “Corriere della Sera” l'1 settembre 2021. Alba Rohrwacher è l'attrice dei Festival. E alla Mostra ne porta due, di due registe donne: Maggie Gillenhaal e Laura Bispuri. Fiorentina, 42 anni, da piccola voleva fare l'acrobata al circo, è cresciuta in campagna col padre tedesco apicoltore che gli ha fatto scoprire Bach. Sua sorella è la regista Alice, abituata ai premi anche lei. Alba buca lo schermo col suo volto così poco italiano, con la sua grazia rivestita di una sorta di seconda innocenza ma che nasconde una sottile inquietudine che trasmette alle donne da lei interpretate, tutte con un dilemma, una frattura. Il regista dei suoi sogni? «Kubrick». 

Venezia, Cannes, Berlino

«Sono legata a tutti e tre i festival in modo diverso, è sempre un po' come far parte di una piccola banda di soldati che, armati dei vestiti più belli, vanno a svelare, e a difendere, il lavoro fatto». 

La sua prima volta al Lido?

«Era il 2004, avevo partecipato a un corto di Soldini e a L'amore ritrovato di Mazzacurati. Arrivai con un'amica e non so come mi ritrovai sul trappeto rosso alle tre del pomeriggio, tirandomi dietro il trolley. Non riuscivamo a trovare l'uscita e l'abbiamo percorso fino in fondo. Una scena assurda, goffa, da film. Per fortuna il tappeto era ancora deserto e pochi notarono le due ragazze con la valigia, finite per l'emozione dove non sarebbero dovute essere».

Ha vinto la Coppa Volpi.

«Nel 2014 con Hungry Hearts , è forse la prima volta in cui sono stata capace di gioire «senza ombre», sono stata davvero felice e non ho avuto paura di esserlo. Non mi sono sentita inadeguata o sbagliata. Piena di gratitudine per un film a cui avevo lavorato con amore, diretta dal mio compagno, Saverio Costanzo». 

Invece ora veste leopardata nel film di Laura Bispuri.

«Ne Il paradiso del pavone sono un po' goffa, fragile, non mi sento mai davvero a mio agio. Il film racconta un lungo pranzo di famiglia, apparentemente normale, se non fosse per un piccolo grande evento che mette in discussione tutte le certezze... Questo è il nostro terzo film insieme. Con Laura, è come tornare a casa dopo un grande viaggio. E la casa può essere ovunque. Sa come condurmi, come portare la mia anima in posti a me ancora sconosciuti».

Poi è nell'esordio da regista di Maggie Gyllenhaal.

 «Sono rimasta affascinata dalla sua delicatezza. Siamo entrate nel mondo di Elena Ferrante. The Lost Daughter , dal romanzo La figlia oscura che conoscevo già. La sceneggiatura è splendida e paurosa. Nel romanzo tutti i personaggi sono italiani e a un certo punto appare una coppia di stranieri. Maggie ha invertito i ruoli e in un film anglofono la straniera sono diventata io, l'italiana viaggiatrice». 

C'è più intimità e complicità nel girare con registe donne o sono le persone a fare la differenza?

«Credo che la differenza la facciano le umanità diverse, piuttosto che i generi. Tra le registe donna con cui ho lavorato ci sono persone speciali e finire nella loro fantasia è stato un viaggio dolce, sempre in qualche modo familiare».

Lei ha detto che gli inizi non sono stati facili e in tanti hanno cercato di scoraggiarla.

«Kate Winslet ha raccontato di come alcuni insegnanti l'avessero scoraggiata. Anche io ho incontrato persone che mi avevano fatto capire che non c'era spazio per me, per la mia fisicità fuori dagli schemi, nel cinema italiano. A vent' anni, quando cercavo un agente, in un paio di occasioni la risposta fu la stessa: non ero fatta per il cinema».

Come reagì?

«Uscita da un incontro ho guardato la gonna bianca che avevo comprato per l'occasione. Ho questa immagine: il mio sguardo che si abbassa, probabilmente piangevo. Ma il pomeriggio sono andata a teatro, dove stavo provando uno spettacolo, e ho capito che la mia gioia era lì. Un lavoro, anche se piccolissimo, lo avevo. E quello mi bastava».

Il divismo una volta era legato al mistero, oggi alla condivisione. E' qualcosa che riguarda le attrici o piuttosto le influencer?

«Oggi mi sembra tutto capovolto. Se prima era legato ad una inaccessibilità, una lontananza e la fantasia veniva alimentata da ciò che era sconosciuto e per questo irraggiungibile, ora la condivisione estrema rende tutto vicino e quasi controllabile. Non so più se esiste una possibilità di divismo». 

Quali film di Venezia vorrebbe vedere?

«Quelli italiani, tutti autori che stimo, e poi Jane Campion, Almodovar, Pablo Larrain, il mio amico Thomas Kruithof e tanti altri. Il programma è bellissimo, e finalmente si torna in sala insieme, tra sconosciuti. Solo l'idea di lasciarmi andare allo sguardo di un regista, di vedere un film insieme a tanti altri spettatori nel mistero della sala mi sembra un sogno».

·        Al Bano Carrisi.

Elvira Serra per corriere.it il 30 dicembre 2021.

Al Bano positivo. Com’è possibile?

«Non riesco a spiegarmelo. Ho fatto tutte e tre le vaccinazioni, l’ultima il 6 dicembre, e anche quella anti-influenzale». 

Sarà che a Natale eravate troppi?

«Ma no, non eravamo tanti. E tutti tamponati. A Zagabria, con Cristèl e Davor e i loro figli: Kay, di tre anni e mezzo, Cassia di due e la piccolina, Ryo, di tre mesi. C’era anche mia figlia Romina. È stato un Natale bellissimo». 

Forse in aereo?

«Ma chi lo sa... In effetti sono stato parecchio in giro. In Croazia sono arrivato da Barcellona, dove mi ero esibito nella Basilica di Santa Maria del Mar per la Fondazione Montserrat Caballé: io e lei eravamo amici, avevamo fatto tanti concerti insieme. E prima ancora ero in Albania per una trasmissione televisiva andata in onda il 24 dicembre: ho anche incontrato il presidente Ilir Meta».

Magari può essere successo mentre rientrava in Puglia da Zagabria.

«Ho fatto tanti scali... Ma io mi sento benissimo, sto da Dio, non ho sintomi!».

Ha il naso un po’ tappato...

«Vero... Ma infatti mi sa che l’ho preso. L’ho scoperto per caso, andando a Mesagne a fare il tampone per il Capodanno di Canale 5 al Petruzzelli di Bari. Domattina (oggi, ndr) farò il molecolare: la speranza è l’ultima a morire. Intanto sono prigioniero di un maledetto invisibile virus». 

Prigioniero, però a casa.

«Ma sì, con i miei figli Bido e Jasmine. E con Loredana».

Ritorno di fiamma?

«Romina e Loredana sono prima di tutto le mamme dei miei figli e perciò sacre. Questo non è frutto della mia mente, ma delle cose che ho ricevuto da piccolo».

Sua madre è mancata prima che scoppiasse l’epidemia.

«Se n’è andata in punta di piedi l’11 dicembre 2019. Ormai era alla fine del suo cammino terrestre...». 

Nel video che ha postato su Instagram dice di non capire i no vax. Eppure ne avrà incontrati in questi quasi due anni.

«Sì, qualcuno l’ho incontrato. Ma che gli devi dire? Non so neanche perché diventino no vax. Con tutto quello che succede intorno è come se uno mette la mano sul fuoco e poi dice che non brucia. Per loro il fuoco è soltanto fantasia, lo vedono gli altri. Invece questa è la Terza guerra mondiale e il nemico squallido è il virus». 

Le ha cambiato tanti piani?

«Intanto per come mi sento avrei cantato anche l’ultimo dell’anno, ma devi sottostare a queste sacrosante regole che vanno rispettate. Però tutta la mia tournée è in stand-by. A marzo dovrei andare negli Stati Uniti. Vedremo». 

A Cellino San Marco come si è organizzato con la sua famiglia?

«Stiamo a 4-5 metri di distanza e sempre con le mascherine Ffp2. Io cucino per tutti, perché è la mia passione: per pranzo ho preparato il dentice arrosto, l’insalata di sedano dell’orto e la frutta del giardino. E poi prendo aria: oggi era una giornata fantastica e ho girato parecchio nel bosco, tra gli animali».

Il suo villaggio turistico ha risentito della crisi?

«Come tutte le attività. Anche perché poi le tasse arrivano lo stesso puntualissime! Non mi considero un imprenditore, ma piuttosto un uomo passionale: tutte le cose le ho fatte per grande passione e, siccome detesto i tempi morti, quando non cantavo facevo il resto, dalla cantina dei miei vini al villaggio turistico».

Per Capodanno avete molte prenotazioni?

«So che è pieno, ma non potrò farmi vedere, anzi. Gliel’ho detto: sono prigioniero, proprio come Gulliver».

Romina Power: «Albano? Non so perché sia finita. Vorrei rivivere un giorno con Ylenia, non smetterò mai di cercarla». Walter Veltroni su Il Corriere della Sera il 20 dicembre 2021.

«La mia esistenza a volte sembra un film: mio padre Tyrone è mancato troppo presto, sono come un albero a cui hanno tagliato le radici».

Romina Power insieme con Al Bano Carrisi:e con i figli Ylenia e Yari. Al Bano e Romina si sposarono a Brindisi il 26 luglio 1970. Insieme hanno avuto 4 figli

Romina, vorrei cominciare da tuo padre e tua madre.

«Mio padre purtroppo mi è stato sottratto troppo presto: la vita ci ha concesso solo pochi anni insieme. I miei genitori si sono divisi quando io ne avevo cinque e sono stata mandata con mia sorella Taryn dalla nonna in Messico che, puntualmente, ci ha messo in un collegio di suore, il Marymount di Cuernavaca. Quindi lo vedevo davvero poco. L’attaccamento c’era sempre. Dalle poche foto che ho di noi insieme, si capisce che c’era un forte feeling tra noi. Poi le letterine, le missive che io gli spedivo e che lui scriveva a me e a mia sorella. Purtroppo è stato nella mia vita un grande vuoto, come un albero a cui siano state tagliate quasi tutte le radici. Se lui fosse vissuto, la mia vita sarebbe stata completamente diversa. Molto più ricca, molto più completa. Mia madre invece ha vissuto fino a ottantasette anni e l’ho accompagnata nel viaggio finale di questa vita negli ultimi quattro. Stava molto male, aveva un tumore al colon. Viveva in California, a Palm Springs. Io ho mollato tutto e mi sono dedicata solo a lei. I dottori nel 2008 le avevano dato quattro mesi di vita, con me ha vissuto quattro anni».

La primogenita Ylenia, scomparsa a New Orleans il 1° gennaio 1994: aveva 23 anni

Di tuo papà hai qualche ricordo personale?

«No, ricordi veri non ne ho, ho solo ricordi di sogni. Per un periodo ho girato il mondo per intervistare persone che lo avessero incontrato. Stavo scrivendo un libro su di lui che si intitola C’ercando mio padre. In quella fase l’ho sognato varie volte. Nei sogni c’erano dei veri e propri incontri con papà. È tutto quello che ho».

Cosa ti diceva in questi sogni?

«Alcune volte scendevo in una grotta. Ci guardavamo in uno specchio e lui diceva: “Vedi quanto sei simile a me?”».

Dell’immagine cinematografica di tuo padre cosa ti è restato?

«Tantissimo, era l’unico modo per studiarlo, per conoscerlo. Ho guardato tutti i film possibili e immaginabili, tutte le interviste. Mi piacciono molto le interviste che lui ha fatto per qualche trasmissione americana: sento la sua voce e vedo com’era davvero come persona. Come si muoveva, cosa pensava. Sappiamo che era un bravissimo attore, sappiamo che però purtroppo non si è potuto realizzare fino in fondo. Lui amava il teatro e i progetti ambiziosi. Oggi sono felice di vedere che un regista come Guillermo del Toro ha girato una sua versione di La fiera delle illusioni. Il remake di un film del ‘47 che mio padre ha dovuto insistere per far produrre dalla Fox. La major non voleva che il suo divo per eccellenza si mostrasse in un ruolo così ingrato. Che un eroe dell’immaginario mostrasse fragilità. Guillermo del Toro sono sicura che ne abbia fatto un capolavoro. Lui mi ha invitato sul set a gennaio dell’anno scorso, quando ha iniziato le riprese, perché voleva un collegamento con Tyrone Power, e sono molto contenta di apparire con un cameo in una scena. Mi sembra un giusto omaggio a mio padre».

Ricordi come sapesti della sua morte?

«Ho rimosso tutte le cose che riguardavano mio padre, forse per soffrire di meno. Avevo sette anni. I miei ricordi d’infanzia iniziano dopo la sua morte, non prima. Però mi è stato raccontato che mia madre è arrivata in Messico, ci ha prese sulle sue ginocchia e ci ha detto “Vostro padre adesso sta con Dio, non sta più qui con noi sulla terra”. Si racconta che io ho guardato in alto e ho commentato: “Forse sta meglio con lui, che con quella donna”. Parlavo della moglie che aveva all’epoca».

Come è stato il collegio?

«Non sento mai racconti molto positivi sui collegi delle suore, ma il Marymount era diverso. In verità a Cuernavaca, dove andammo da bambine, c’era un bellissimo clima tropicale. Giocavamo molto all’aperto, erano suore che facevano sport insieme a noi. Insomma non era una cosa chiusa, cupa, triste. Poi sono passata direttamente al Marymount di via Nomentana a Roma, e lì mi ha preso un raptus mistico cristiano cattolico quando mi preparavo alla cresima. Per un periodo, un breve periodo, ho pensato: “Non sarebbe male farmi suora, da grande”. Mi sembrava una vita bella e tranquilla».

«DA PICCOLE IO E MIA SORELLA TARYN SIAMO SEMPRE STATE IN COLLEGIO. IL PERCHÉ BISOGNEREBBE CHIEDERLO A MIA MADRE»

Perché sei venuta a Roma ad un certo punto?

«Mia madre si è risposata con Edmund Purdom, l’attore. Si sono chiesti dove vivere. A tutti e due piaceva Roma. Negli Anni 60 a chi non piaceva? Era un paradiso, era bellissima. Hanno preso una villa sull’Appia Antica e noi dal Messico siamo state portate a Roma. Però sempre in collegio».

Anche quando eravate a Roma con vostra madre stavate in collegio?

«Sì, sì».

E perché?

«Bisognerebbe chiederlo a mia madre. Forse per lei era più semplice. Così ha affidato tutta la nostra educazione a qualcun altro. E forse è stato un bene perché, dopo il Marymount a via Nomentana, siamo passate in un collegio bellissimo in Inghilterra. Nel Kent. Lì mi si è aperto un mondo». 

Raccontami il tuo arrivo nella Swinging London degli Anni 60.

«La Swinging London degli Anni 60 l’ho vissuta con il mio primo fidanzato che era Stash, il figlio del pittore Balthus. Era amico dei Rolling Stones, dei Beatles, degli Who. Vivere a Londra con lui era una cosa fantastica. Andavamo a casa di Paul McCartney o ad un concerto degli Who che vedevamo da dietro le quinte. C’erano Carnaby Street e l’arte contemporanea nelle gallerie d’arte: era una festa continua. Recentemente ho visto Get Back. L’ho guardato tra risate e pianti, perché è la cronaca dell’ultimo loro concerto e del loro ultimo disco. Seguivo i Beatles, compravo ogni loro disco, mi ispiravano. In quel tempo mi sembrava che il mondo andasse per il verso giusto. C’era un vento nuovo, la sensazione, non infondata, che tutto stesse cambiando e che tanti muri stessero crollando. Però se confronto quelle speranze, quei sogni, con la realtà cupa del tempo che stiamo vivendo, mi viene il magone».

Che ricordi hai dei Beatles?

«Ho conosciuto Paul McCartney più degli altri. A casa sua ti devo confessare che mi sono affacciata un attimo e ho scoperto la cucina più sporca che avessi mai visto. Piatti accatastati uno sull’altro, dovevano essere giorni e giorni in cui non era stato toccato niente. Sono rimasta scioccata e sorpresa da quella situazione. Lui era molto alla mano, simpatico. Stava con Jane Asher, all’epoca».

«IL MIO PRIMO FIDANZATO ERA IL FIGLIO DI BALTHUS. ANDAMMO A CASA DI PAUL MCCARTNEY, AVEVA LA CUCINA PIÙ SPORCA MAI VISTA»

E poi sei tornata a Roma. Perché e quando?

«Sono tornata per un’estate di vacanza all’Helio Cabala. Una sera stavo ballando lì con Taryn e le due figlie di Edmund Purdom, come facevamo ogni giorno. Quando facevamo il nostro numerino di shake, in pista si faceva largo intorno a noi. Dopo una di queste esibizioni, stavo bevendo, si avvicina una persona che si presenta come talent scout della De Laurentiis. Mi dice di essere alla ricerca di una giovane ragazza per il prossimo film con Ugo Tognazzi. Mi parla di cinema, per la prima volta. A me si spalancano gli occhi: in collegio scrivevo recite, interpretavo la parte principale, poi la dirigevo, ero molto coinvolta nelle recite scolastiche. Corro da mia madre che è un po’ meno entusiasta, ma la convinco prima a posare per delle fotografie per vedere se ero fotogenica, poi a fare un provino cinematografico con Franco Indovina, il regista. Avevo tredici anni e vengo scelta per la parte di Stella in Ménage all’italiana. Mi offrono anche un contratto di sette anni con la De Laurentiis. Alla fine, dopo tanto supplicare, mia madre accetta per il film. Ma non per il contratto di sette anni. Io, finite le riprese, volevo ritornare in collegio. Ma la preside disse di no: “Noi seguiamo il nostro time-table, non quello di Romina. Doveva tornare all’inizio dell’anno. Che rimanga pure dove sta”. Quindi non mi hanno più voluta nel collegio. Insomma, ho iniziato a fare un film dopo l’altro».

Ne hai fatti di varia natura....

«Se avessi scelto meglio, avrei avuto una carriera cinematografica un po’ più di spessore. All’epoca avevo tredici anni, cosa potevo sapere di quale fosse la cosa giusta da fare.... Ti lanci e segui il flusso».

Quando sei rimasta a Roma Taryn era con te?

«No, Taryn ha continuato a studiare, è rimasta in collegio. Mia madre diceva: “Taryn deve finire gli studi”. Io invece lavoravo per sostenere me, mia madre e tutta la famiglia».

«INIZIAI A RECITARE A 13 ANNI IN “MÉNAGE ALL’ITALIANA” E LASCIAI LA SCUOLA. LAVORAVO PER ME, MIA MADRE E TUTTA LA FAMIGLIA»

Poi hai cominciato a fare i “musicarelli”. Mi racconti l’atmosfera di quegli anni?

«Il mio quarto film era Nel sole. Quando leggevo il copione vedevo scritto ogni tanto: “canzone di Al Bano”. Ma io non sapevo chi fosse. Prima hanno fatto un provino cinematografico per vedere se Al Bano ed io, come coppia, eravamo credibili sullo schermo. Pare che piacessimo. Il produttore era Gilberto Carbone, della Mondial Te-Fi. In realtà lui produceva questi film per salvare la Titanus che si era indebitata con Il Gattopardo e altre opere di spessore. Nel sole è stato un successo strepitoso, non solo in Italia. Quando siamo andati a Teheran in Iran, nel ‘69, per un concerto che doveva fare Al Bano, c’era una folla esagerata all’aeroporto, neanche arrivassero i Beatles. Noi sull’aereo ci guardavamo intorno per vedere chi ci fosse a bordo, non potevamo pensare che tutta quella gente era lì per noi. Poi ci hanno portati via di corsa da sotto l’aereo. Mia madre, che era rimasta dietro, era imbestialita perché lei neanche l’avevano riconosciuta, non sapevano chi fosse. A volte la mia vita sembra un film».

Lo è sicuramente. Ti faccio la domanda che quasi tutti gli italiani si sono fatti allora e non hanno smesso di farsi. Credo che non ci fossero due persone per natura, estrazione, caratteristiche, più diverse di te e Al Bano. Cosa è scattato?

«Una mia figlia, Romina, ha fatto un’analisi accurata della situazione e ha così sintetizzato: “Una hippie e un contadino andranno sempre d’accordo”. Troveranno sempre un punto d’incontro: la natura, l’amore per gli animali, per il canto delle cicale d’estate. E poi la musica, perché scrivevamo molte canzoni insieme, anni fa».

E perché poi è finita ad un certo punto questo amore tra un contadino e una hippie?

«Questo non si sa. Ogni rapporto ha una parabola. Niente può durare in eterno, secondo me». 

Qual è il film che sei più orgogliosa di aver girato nella tua carriera?

«Ancora lo devo fare. Come attrice non credo di aver dato un granché, francamente. Non mi è capitato di lavorare con qualcuno che mi ispirasse a tal punto da tirare fuori proprio il meglio di me».

E invece la canzone a cui sei più legata?

«Più che la canzone mi piacciono i progetti che ho realizzato da solista. Ho portato a termine degli album che ho seguito dall’inizio alla fine, come produttrice, autrice, cantante. Ce n’è uno che si intitola Da lontano. Ho impiegato una quindicina d’anni a mettere al mondo quell’album e ancora adesso mi piace la sua qualità».

Tu hai sempre dipinto...

«Sempre. Ecco una cosa bella che mi ha lasciato mia madre. Anche lei dipingeva molto in casa. Era molto dotata anche come pittrice, come ritrattista. Sono cresciuta tra colori e pennelli e a tredici anni ho iniziato ad affrontare tele da un metro per due. Poi ho voluto trovare uno stile mio, diverso da quello di mia madre. Con la spatola, molto materico. Però la prima mostra personale non l’ho fatta fino al 2000».

Ho visto che dipingi utilizzando spesso, come suggestione, le fotografie.

«Sì, realizzate da me. Sai che qui in Puglia ho ritrovato per caso circa ottomila diapositive ektachrome che ho scattato nell’arco di trent’anni? Una cosa incredibile, me ne ero dimenticata».

Che rapporto c’è tra fotografia e pittura per te?

«Ti faccio un esempio: portavo i bambini a scuola la mattina, qui in Puglia. Vedo un uomo su un carretto con un cane che cammina dietro. Come faccio a dipingerlo? Lo devo fissare in qualche modo. Allora lo fotografo e poi, con il carboncino, riporto sulla tela quello che ho reso eterno. Realtà e sua deformazione viaggiano insieme».

Ci sono delle foto molto belle tue e di Taryn. Che rapporto avevate?

«Siamo cresciute insieme, abbiamo vissuto sempre insieme tutte le nostre avventure, siamo diventate grandi insieme. Il suo pensiero mi apriva sempre delle nuove finestre, soluzioni alle quali non avrei pensato. Lei era molto analitica, aveva un pensiero trasversale ed era molto diversa dal modo di ragionare di chiunque altro io conoscessi. La sua opinione mi interessava e mi sorprendeva sempre molto. Ora lei mi manca, molto».

Sanremo che esperienza è stata? Sei stata lì diverse volte.

«Traumatica, per me. Non riesco a concepire canzoni in gara una contro l’altra. Per me ogni canzone racconta una storia e racconta la creatività di un artista. Non esiste il dare un voto. A Sanremo il posto più tranquillo è il centro del palcoscenico, perché tutto intorno è un caos invivibile. Tutti ti vogliono, chiunque pretende qualcosa da te e se tu non corrispondi, passano in un momento dall’amore all’odio. Quando abbiamo vinto, perché quell’anno facevano le votazioni del Totip come fossimo cavalli, man mano che arrivavano i risultati il nostro produttore dell’epoca veniva da noi e diceva “Ragazzi, siamo nella merda” perché lui aveva puntato tutto su un altro cantante che aveva appena acquisito nella sua scuderia e quindi era incazzatissimo che io e Al Bano fossimo in testa. Ma poi dall’alto guardavo giù e vedevo, da dietro il palco, i Queen che si facevano i capelli in modo da gonfiarseli di più. Sanremo è così. Caos e competizione».

«NON SMETTERÒ MAI DI CERCARE YLENIA. LE MANCAVA UN ESAME PER LAUREARSI AL KING’S COLLEGE, A LONDRA. ERAVAMO VICINE, DA SEMPRE»

Romina, Al Bano e la figlia Ylenia (foto Mondadori portfolio/Angelo Deligio)

Se dovessi rivivere un giorno della tua vita, uno solo, quale sceglieresti?

«Lo sai che mi viene in mente, quando mi chiedi questo, la scena del film di Spielberg A.I. in cui alla fine viene concesso a una madre di vivere un solo giorno con il suo bambino? Ogni volta che lo vedo, non riesco a trattenere le lacrime. Se potessi scegliere rivivrei un giorno con Ylenia. Un giorno qualsiasi, con lei».

Tua figlia Ylenia è sparita nei primi giorni di gennaio del 1994. Tu non smetti di cercarla.

«Certo, non smetto. Non smetterò».

Che idea ti sei fatta?

«In quella città tremenda, New Orleans, ogni anno spariscono tantissime persone. Ovviamente non se ne parla molto, perché tutti hanno paura, non si capisce di cosa. Secondo me lei, come tante altre ragazze, sarà capitata in una di quelle situazioni dalle quali è difficile uscire, è difficile scappare. Non è capitato solo a Ylenia, succede a tante ragazze, purtroppo».

Quand’è l’ultima volta che l’hai sentita prima che sparisse?

«A Capodanno del ‘94, quando lei ha chiamato per fare gli auguri alla nonna, perché era il suo compleanno».

E non ti ha detto nulla che ti facesse pensare che c’erano problemi?

«Niente. Assolutamente nulla. Poi il fatto che si fosse ricordata del compleanno della nonna - chiamava dagli Stati Uniti - testimonia che stava bene».

Perché era andata lì?

«Era scappata in Belize da diverso tempo. Viveva in una capanna sulla spiaggia. Le mancava un solo esame per laurearsi al King’s College di Londra e le avevano già offerto un posto come insegnante, per quanto era brillante la sua intelligenza. Però ha scoperto un tradimento del fidanzato ed è scappata via. Non voleva più sapere niente. Con me si manteneva in contatto. Ogni tanto la chiamavo io, qualche volta lei. Fece l’errore di tornare da sola a New Orleans, per quel Capodanno».

Ho visto che Al Bano invece è convinto che non tornerà. Perché si è fatto questa convinzione?

«Non lo so, lo devi chiedere a lui».

Cosa ti manca di più di lei?

«Tutto. La sua intelligenza, la sua simpatia, il suo calore. Avevo diciannove anni, quando lei è nata. Siamo state molto vicine, sempre. Era geniale, scriveva in una maniera pazzesca. Scriveva poesie, racconti e raccontava favole alle piccole. Era una persona che dava molto di sé agli altri, sempre».

Al Bano e la rivelazione su Ylenia Carrisi: "So com'è andata". Ma per Romina la verità è un'altra. Il Tempo il 21 novembre 2021. Ci sarebbero non uno ma ben due progetti di fiction sulla vita di Al Bano. Siamo ancora ai preliminari - in uno c'è lo zampino di Fausto Brizzi di "Notte prima degli esami" - ma il Leone di Cellino San Marco spera che l'idea si concretizzi. Per l'occasione ha ripercorso le scene clou della sua vita in una intervista a Candida Morvillo, sul Corriere. Tra le perle della lunga carriera del cantante c'è un "precedente" oggi dimenticato: nel 1967 Albano Carrisi in arte Al Bano ha aperto non uno, ma cinque concerti dei Rolling Stones ben prima dei Maneskin. "Nel loro camerino, scoprii l'odore della marijuana", racconta.

Nello stesso anno l'incontro con Romina Power sul set di Nel Sole, musicarello dedicato alal sua famosa canzone: " Io non sapevo chi fosse lei, lei non sapeva chi io fossi. Notai solo che aveva la minigonna: era la prima che vedevo. Successe tutto negli ultimi tre giorni". Parlando della dolorosa separazione con l'ex moglie e dopo della causa per plagio con Michael Jackson, si arriva a parlare delle pagine più drammatiche della vita di Al Bano, ovvero la scomparsa misteriosa della figlia Ylenia Carrisi, a New Orleans il 4 gennaio 1994. "Ho parlato con le due persone a cui disse, davanti al Mississippi, 'io appartengo all'acqua' - è la dolorosa confessione del cantante - Lì, ho rivisto mia figlia e ho capito che si era buttata nel fiume. Nell'ultimo anno, era cambiata, era andata a scrivere un libro sugli homeless in Belize". La madre di Ylenia ha una idea opposta: "Romina, invece, pensa che l'hanno drogata ed è da qualche parte". Carrisi racconta anche alcuni dettagli sulla crisi di coppia con la Power. "Il suo amore ha iniziato a spegnersi dal '90. Si era stancata delle tournée e anche della mia voce. Mi diceva: sul palco, mi spacchi i timpani. Ha avuto un cambio di personalità", dice Al Bano, da anni legato a Loredana Lecciso. 

Al Bano: «Una serie sulla mia vita: dalla guerra a Ylenia. Il finale? Un trionfo a Sanremo». Candida Morvillo su Il Corriere della Sera il 21 Novembre 2021. Il cantante e il progetto per la televisione: sogno una parte per Sofia Loren e Checco Zalone. Con Romina mi lasciai male, pagai gli avvocati a rate. 

Al Bano, davvero vedremo una fiction su di lei?

«C’è l’intenzione, ma intanto vorrei sapere cosa vorrebbero fare della mia vita...». 

Chi vuole girarla, per quale rete o piattaforma?

«C’è un produttore che ha iniziato a scrivere, non so per chi e del regista non si è parlato. E mi ha cercato pure Fausto Brizzi. Avevo interpretato me stesso nel suo Poveri ma ricchi». 

Quindi, due progetti concorrenti?

«Vediamo, forse posso mettere il primo insieme a Brizzi». 

Se la prima scena fosse Al Bano che nasce, come sarebbe?

«In guerra, a Cellino San Marco, in una casa grande come questa stanza, nutrito con latte d’asina perché mamma non aveva latte. Poverina, a 19 anni, era sola: mio padre era in un campo nazista». 

Le piacerebbe essere interpretato da Riccardo Scamarcio, pugliese come lei?

«Siamo pure amici, ma non c’entra niente con me: ha un altro vissuto, un’altra faccia. Io punterei a scoprire tutti attori giovani». 

Filippo Scotti, la scoperta di Paolo Sorrentino in «È stata la mano di Dio»?

«Lui mi piace. Timido, un po’ imbarazzato, giustamente: è passato di colpo da essere sconosciuto a famoso. Mi ha ricordato me».

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Lei era timido?

«Stratimido. Al primo concerto grosso al Vigorelli a Milano, c’erano tanti artisti famosi, ventimila persone. Prima, sotto al palco, vomitai per la paura». 

Per sua mamma Jolanda, come vede Sophia Loren?

«Sarebbe un sogno impossibile, anche se siamo amici». 

Lei adulto a chi lo facciamo fare?

«Quello potrei farlo io, perché no? Me l’ero cavata pure in Angeli senza paradiso, facendo Franz Schubert». 

A Checco Zalone, che in «Quo vado» lascia la Norvegia e torna in Italia colto da nostalgia canaglia quando vede a Sanremo lei e Romina Power, facciamo fare un cameo?

«Stiamo sempre sognando, ma può fare il fratello di Adriano Celentano, si chiamava Sandro. Fu il primo a considerarmi, mi prese nel Clan Celentano». 

Scriviamo la scena madre dell’arrivo a Milano.

«Dormivo da abusivo nel cantiere dove ero imbianchino, senza luce, con le candele che mi sembrava la prova generale del mio funerale. Con le ultime mille lire, vado a comprare carne in scatola. Vedo la Simmenthal e altre scatole con una parola mai sentita: ananas. Pensai a una sottomarca. Mi nutrii di ananas per una settimana».

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Tempo tre anni e apriva i concerti dei Rolling Stones, ben prima dei Måneskin.

«Era il 1967. Facemmo cinque tappe. Cantavo: Io di notte; Nel sole; The House of the Rising Sun; What I Say. Nel loro camerino, scoprii l’odore della marijuana». 

La scena più attesa sarà l’incontro con Romina, fra il cantautore contadino e la figlia di due divi di Hollywood.

«Era sempre il ‘67, ci troviamo sul set di Nel Sole. Io non sapevo chi fosse lei, lei non sapeva chi io fossi. Notai solo che aveva la minigonna: era la prima che vedevo. Successe tutto negli ultimi tre giorni». 

E qui siamo alle nozze e all’idillio a Cellino San Marco. Roberto D’Agostino e Renzo Arbore scrissero che aveva chiuso Romina in una masseria a guardare le galline.

«Feci causa: lei di Cellino si era proprio innamorata». 

E vinse?

«Lasciai perdere, perché ingaggiai il loro avvocato per fare causa a Michael Jackson: Will You Be There era uguale ai miei Cigni di Balaka. Gli americani mi proposero un accordo: io rinunciavo alla richiesta di danni, ma Michael avrebbe cantato con me all’Arena di Verona, per beneficenza. Era un bomba o no?». 

Sì, ma non si fece. Perché?

«Gli arrivarono le accuse di pedofilia. Ed eravamo a metà anni ’90, scoppiava la tragedia di mia figlia Ylenia». 

Ylenia scompare a New Orleans il 4 gennaio ’94, che idea si è fatto?

«Ho parlato con le due persone a cui disse, davanti al Mississippi, “io appartengo all’acqua”. Lì, ho rivisto mia figlia e ho capito che si era buttata nel fiume. Nell’ultimo anno, era cambiata, era andata a scrivere un libro sugli homeless in Belize. Romina, invece, pensa che l’hanno drogata ed è da qualche parte». 

Senza questa tragedia, stareste ancora insieme?

«Il suo amore ha iniziato a spegnersi dal ’90. Si era stancata delle tournée e anche della mia voce. Mi diceva: sul palco, mi spacchi i timpani. Ha avuto un cambio di personalità». 

Si era risvegliata la ragazza ribelle che aveva dato scandalo e girato film erotici?

«Era tornata quella della Roma degli artisti. I film nuda, però, glieli faceva fare la madre, Linda Christian. Ci siamo lasciati male. Quanti soldi di avvocati ho dovuto spendere… Qualcuno pagato a rate». 

La scena clou con Loredana Lecciso?

«Quando, come milioni di italiani, la vedo ballare in tv. L’avevo conosciuta come una ragazza pacata, laureata». 

Vi siete lasciati, ripresi, avete due figli, state ancora insieme?

«Certo. È sempre venuta prima la famiglia». 

Lei ha avuto un infarto, un tumore, un’ischemia e un edema alle corde vocali. Ora, come sta?

«In grande forma. Stasera faccio un concerto in Svizzera». 

Nel finale della fiction, che vorrebbe vedere?

«Un ritorno trionfale a Sanremo. L’ultima volta, sono stato fatto fuori dalla giuria di qualità con una canzone straordinaria».

Da Dipiù il 2 novembre 2021. Tutti credevano che il primo amore di Romina fosse stato Al Bano. E invece anche questa certezza è crollata. Lo conferma a Dipiù in edicola il primo amore della Power, il principe Stash Klossowski de Rola, figlio del mitico pittore Balthus, proprietario di un castello vicino a Viterbo, amico di Paul McCartney e animatore della Swinging London anni 60. «Ci incontrammo la prima volta a una cena a casa del miliardario filantropo Paul Getty, c’era anche sua madre Linda Christian. Ricordo che la sera stessa ci scambiammo un tenero bacio». Dalla sua casa di Malibù, dove si occupa anche di alchimia e dove Dipiù lo ha rintracciato, aggiunge altri dettagli sulla loro relazione: «Frequentavamo il jet set e le feste dei “figli dei fiori”, passavamo insieme anche serate romantiche, di affetto e di passione». Dopo un legame vissuto a cento all’ora e il progetto del matrimonio «L’idea ci stuzzicava, era trasgressiva», qualcosa si incrinò: «Sapevo che non sarebbe stato semplice, io avevo ventiquattro anni e Romina sedici. Alla fine il mio spirito libero mi allontanò da lei, aveva bisogno di altro». L’altro Romina lo trovò nella solidità di Al Bano. Nell’intervista di Dipiù Stash parla anche di un problema che avuto con il cantante. «Dopo un po’ che ci eravamo lasciati, pensai di tornare alla carica con Romina. Le telefonai, ma rispose Al Bano che mi disse: “Lascia stare la mia fidanzata o finisce male”. A quel punto decisi di battere in ritirata, ma poi, negli anni, ci siamo risentiti e oggi siamo amici, come me è appassionata di spiritualità e discipline orientali, tra noi c’è sempre una bella intesa». 

Chiara Maffioletti per il “Corriere della Sera” il 26 settembre 201. Appena ha saputo della nascita della sua terza nipote, Al Bano è corso a Zagabria per conoscerla: «Sto diventando un bel patriarca - racconta divertito -. I nipotini impazziscono per me e io non vedo l'ora di stare con loro. Purtroppo sono un nonno a distanza, ma cerco di vederli con una certa continuità». Questo è il pensiero felice del cantante, quello che - unito al suo carattere - gli ha permesso di superare «i cinque minuti più inutili della mia vita artistica». Il cantante, intervistato da Maria Volpe, aveva definito così, a caldo, i fischi e gli insulti ricevuti per la sua incursione all'Arena, nella serata-tributo a Franco Battiato.

Passato qualche giorno, ha capito cosa è successo?

«Non era previsto che fossi lì, sono andato per amicizia di Vittorio Sgarbi: ero con lui a una serata ad Abano Terme quando mi ha detto di seguirlo, che mi avrebbe portato all'Arena dove c'era anche sua sorella con gli Extra Liscio». 

Non ha fatto domande?

 «No, giuro, non sapevo niente. Ma sono entrato con i fischi e uscito con gli applausi. Solo lì ho capito che era una serata per Battiato... ci sarei stato anche bene, ma non mi avevano invitato».

Come mai?

 «Non so, ma io Battiato l'ho conosciuto bene perché avevamo lo stesso produttore: io dal 1965 e lui dal 1969, proprio perché veniva da una serie di successi. Spiace che abbiano trasformato una bella serata in qualcosa di politico». 

Tra i vari insulti, urlavano «fascisti».

«Anche cretini, e sinceramente dirlo a Sgarbi...». 

 Se non fosse salito sul palco con lui sarebbe successo?

«Penso di no, non so. Ma tutti hanno pensato che il pubblico non si fosse comportato bene. Una vergogna simile è solo da dimenticare». 

C'entra forse la sua popolarità in Russia?

«Spero di no. E allora in Spagna, Polonia, Giappone o Cina? Cosa possono politicizzare? Non ho mai espresso pensieri politici. Mio padre diceva: non ti fidare della politica ma fai in modo che non arrivi mai una dittatura».

 Di recente si è espresso in favore del vaccino.

 «Quello sì, il vaccino è la salvezza dell'umanità da sempre. Quando mi hanno chiesto di fare quel video ho accettato subito e a costo zero». 

 Come ha vissuto la pandemia?

 «In campagna. Per quattro mesi sono stato 24 ore su 24 con i figli, mai successo». 

 Se non fosse un cantante?

«Ho sempre e solo voluto fare quello. Poi ho realizzato l'azienda vinicola perché lo avevo promesso a mio padre. Ho scritto la mia prima canzone a 13 anni ed era contro di lui: si chiamava La zappa picca pane pappa , dice che se fai il contadino hai pochi soldi». 

Come reagì lui?

«Si mise a ridere. Mi disse che avrebbe pagato la scuola ma che se fossi stato bocciato avrei dovuto iniziare a lavorare in campagna, con lui. Mossa intelligente. Ma dopo un po' me ne andai a Milano». 

Ha una canzone preferita?

«Sono legato a tutte. Sono le pagine dello stesso libro: non ne puoi strappare qualcuna, hanno tutte ragione di esistere. Ne ho cantate 630».

Come si spiega che, tra i tanti successi, ancora oggi i bambini cantino «Felicità»?

«E in tutto il mondo. Mah, sarà la magia della tarantella nascosta nel brano... Mi spiace non averla scritta io».

Un brano non suo che avrebbe voluto cantare?

«La prima volta che ho ascoltato Con te partirò di Bocelli ho pensato che se fosse capitata nella mia gola, sarebbe stata una grande gioia».

Pensa di essere apprezzato più all'estero che in Italia?

 «Questo è garantito. In Italia sono considerato l'amico di famiglia mentre all'estero mi apprezzano per la musica: il gossip non esiste». 

Eppure è tornato a esibirsi anche con Romina. Come vi trovate nei panni dei nonni?

«Questa volta non ci siamo ancora sentiti, ma le altre ci siamo confrontati, è bello».

Prossimi impegni?

«Il Coro dell'Armata Rossa mi ha chiamato per cantare con loro, nella data che faranno, guardacaso, a Verona, il 27 ottobre. Vorrei chiamare i signori che fischiavano l'altra sera e fargli sentire...».

Da "ilmessaggero.it" il 25 agosto 2021. "Non sono mai stato in vita mia a Santo Domingo. Quella di Ylenia è una ferita ancora aperta: sono deluso". Lo ha detto all'Adnkronos Yari Carrisi, smentendo le indiscrezioni secondo cui avrebbe incontrato segretamente a Santo Domingo la sorella Ylenia, scomparsa il 6 gennaio del 1994 da New Orleans. A Ylenia, Yari Carrisi ha dedicato un programma tv a cui sta lavorando: "E' un programma televisivo di viaggio in memoria di Ylenia. Si chiamerà 'YariYatry' che in sanscrito vuol dire amico viaggiatore. Ci sono tanti elementi che ricordano mia sorella, come il viaggio, la spiritualità, il desiderio della scoperta e della purezza". Alle nuove indiscrezioni su Ylenia replica anche Al Bano: "Rimango stupito - dice all'Adnkronos - Non penso proprio che mio figlio abbia detto di aver incontrato Ylenia. Sono dichiarazioni del tutto prive di fondamento. Purtroppo da anni c'è una speculazione sul nome di mia figlia, forse perché fa vendere i giornali. Vogliamo su questa vicenda essere lasciati in pace", è l'accorato appello del cantante. 

Da liberoquotidiano.it il 26 ottobre 2021. Romina Power è stata ospitata da Silvia Toffanin a Verissimo, nella puntata andata in onda questo pomeriggio su Canale 5. La celebre cantante ha svelato che Al Bano non è stato il suo primo amore, ma è stato sicuramente il più lungo, visto che sono stati insieme per ben 29 anni. Cercando di indagare sulla fase dopo Al Bano, la Toffanin ha chiesto se ci sia stato un altro amore. Romina allora ha ammesso di tenere troppo alla propria libertà. Poi ha aggiunto: “Mia nonna diceva una cosa ma non so se è il caso di dirla. Per una salsiccia ti devi tenere tutto il maiale”. Tutto il pubblico, a quel punto, è scoppiato a ridere. Mentre la conduttrice in imbarazzo ha provato a correre ai ripari: “Erano i vecchi detti”. La Toffanin, poi, ha voluto omaggiare la Power - che di recente ha compiuto 70 anni - mandando in onda diversi filmati a lei dedicati. In tanti le hanno inviato un messaggio di auguri e di affetto, tra questi Loredana Bertè, Iva Zanicchi, Massimo Lopez e Tullio Solenghi. Parlando della sua età, Romina ha detto di non essere mai ricorsa alla chirurgia estetica: "Ho il terrore di quelle cose lì. Avrei paura di non riconoscermi dopo. Poi non capisco che senso abbia. E poi chi l’ha detto che la pelle liscia sia più bella?”. Tornando ad Al Bano, poi, ha rivelato: "Mia madre per tutta la vita l’ha criticato”. E infine: "Solo quando ho detto a mia madre che io e Al Bano ci stavamo separando lei mi ha detto che proprio adesso si stava affezionando a lui”. 

La scomparsa di Ylenia Carrisi nel 1994. Figlia di Al Bano e Romina Power e nipote degli attori Tyrone Power, americano, e Linda Christian, messicana, Ylenia Carrisi aveva da poco più di un mese compiuto 23 anni, quando di lei si sono perse le tracce, il 6 gennaio del 1994 in Usa. L'ultima notizia la dava alloggiata all'hotel 'Le Dale' di New Orleans in compagnia di un artista di strada, Alexander Masakela, che fu anche arrestato il 31 gennaio 1994 ma poi rilasciato per mancanza di prove su un suo eventuale coinvolgimento nella scomparsa della ragazza. Un guardiano dell'acquario comunale affermò di aver visto una giovane simile alla descrizione di Ylenia gettarsi nelle acque del fiume Mississippi, evento ovviamente mai accertato. Da allora, varie ipotesi sono state avanzate da testimoni e da fonti giornalistiche più o meno attendibili: dall'uso di droga alla chiusura in un convento ortodosso in Arizona; ipotesi quest'ultima bollata da Al Bano come "vergognosa speculazione". Nata a Roma il 29 novembre del 1970, Ylenia ha fatto la valletta televisiva nel programma a quiz condotto da Mike Bongiorno su Canale 5, "La Ruota della Fortuna".

Da leggo.it il 4 agosto 2021. «Ho lavorato in uno strip club», racconta Romina Carrisi, figlia di Al Bano e Romina Power. L'ultimogenita della coppia di "Felicità" ha scelto la carriera di attrice cercando di ricalcare le orme dei nonni materni e ha studiato recitazione a Los Angeles. Ha ammesso che proprio in quel periodo ha lavorato in un locale di spogliarelli. Un'esperienza degna di una sceneggiatura. 

Romina Carrisi e il lavoro nello strip club.

«Non mi sono mai sentita una figlia di papà», spiega in un'intervista al Fatto Quotidiano. La 34enne ha voluto vivere un'esperienza particolare, ma non ne aveva mai parlato prima. Solo adesso ha spiegato cosa ha fatto e perché: «Volevo vivere una straordinaria normalità. Semplicemente avevo bisogno di provare esperienze nuove, di tuffarmi in un mondo completamente sconosciuto. Ho osservato molto, mi sono divertita, ho fatto incontri assurdi».

In California, infatti, ha conosciuto star del cinema: «Ogni tanto arrivava Quentin Tarantino: gli piaceva una ragazza che somigliava molto ad Uma Thurman. Noi cameriere eravamo costrette a dare tutte le mance al manager del locale, un tipo stron*issimo: una sera un cliente iraniano s’innamora di me e mi rifila mance da 100 dollari, così correvo in bagno e m’infilavo di nascosto le banconote negli stivali. A fine serata il capo mi disse: "Com’è che non hai tirato su manco dieci dollari?". Io feci la faccia da svampita e me ne andai soddisfatta, con le banconote nello stivale». 

Romina Carrisi e lo studio in America. Romina si è trasferita per un periodo nel Paese della famiglia materna per inseguire un sogno: «Me ne sono andata in America a studiare. Volevo scendere dalle montagne russe, smettere di far parte di un film corale per il quale non avevo fatto nemmeno il provino. Ho capito che l’attenzione morbosa non è una forma d’amore, soprattutto quando il pubblico di terze persone veniva e mi giudicava, mentre io crescevo e mi sentivo sola. Ho studiato quattro anni a Los Angeles recitazione, improvvisazione e scrittura. Sono andata per studiare e preparami e ho capito che mi piace di più stare dall’altra parte delle telecamere: ho fatto anche l’attrice e mi piace stare in scena ma ho compreso che cercavo dei ruoli soprattutto per nascondermi. Oggi, anche grazie alla psicoanalisi, ho trovato la mia dimensione: più che celarmi dentro un personaggio, voglio essere libera di esprimere me stessa». 

Anticipazione da “Oggi” il 21 luglio 2021. «I momenti difficili ci sono stati, ma ci hanno unito ancora di più. Ci hanno permesso oggi di avere il giusto equilibrio. Siamo molto simili, più simili di quanto la gente immagini. E ha contato molto anche il rispetto delle reciproche individualità. Noi abbiamo i nostri spazi, li preserviamo, ma poi facciamo le cose insieme con entusiasmo, ci ritroviamo», dice Loredana Lecciso in un’intervista rilasciata assieme ad Al Bano al settimanale OGGI, in edicola da domani, per celebrare i loro 21 anni d’amore. E il cantante, parlando di ciò che li ha tenuti uniti, conferma: «Il senso della famiglia per noi è imprescindibile. Entrambi lo abbiamo fortissimo. Siamo pronti a fare qualsiasi sacrificio per i nostri figli. Poi ci sono l’umiltà e la solidità: siamo stati bravi soldati». Dell’ex moglie Romina Power dice: «Nel 1996 ha scelto la sua vita. Abbiamo avuto un gran bel passato insieme, poi è scesa la notte. Tutti pensavano che da uomo del Sud quale sono non avrei mai potuto rifarmi una vita: io invece me la sono rifatta come era giusto accadesse, e ne sono orgoglioso». E Loredana avverte: «Ho permesso a troppe persone di mettere il becco tra di noi. Ora non consento più ad anima viva di varcare il confine della nostra coppia». Al Bano e Loredana ripercorrono nell’intervista a OGGI i 21 anni dal loro primo casuale incontro («mi ha colpito il suo carisma», ricorda lei. E lui: «Mi innamorai prima della sua famiglia che di lei») e a proposito di un eventuale matrimonio, il cantante dice: «Il nostro matrimonio è mentale»; e Loredana conferma: «Con l’età si capisce che ciò che abbiamo è frutto di una scelta che facciamo giorno per giorno. Siamo stati entrambi già sposati in passato. Forse 15 anni fa mi avrebbe fatto piacere il matrimonio, ma solo per una questione di ordine: ora non lo vedo come un bisogno. Sto bene con Al Bano e lui con me».

Romina Power fa 70 anni? "Sono una sopravvissuta, sto invecchiando...": le parole che commuovono l'Italia. Libero Quotidiano il 02 ottobre 2021. Romina Power spegne le candeline dei 70 anni e con la sua solita verve ricorda ai follower che è solo un numero. In una Storia social la figlia Romina Carrisi le domanda: “Come ti senti per i primi 70 anni?”. “Sono una sopravvissuta… - dice la cantante - Tutti dicono: ah si invecchia, sto invecchiando… Io mi considero più una sopravvissuta che una invecchiata. 70 è solo il corpo perché noi siamo esseri eterni, quindi io non mi preoccupo”. Poi posa serena e sorridente con un mazzo di fiori tra le mani e ringrazia il suo fan club. Romina Power non si preoccupa certo per il tempo che passa e con il suo fascino sorride all’obiettivo. La cantante ha vissuto una vita sotto i riflettori alternando gioie e dolori: dall’amore per Al Bano alla scomparsa della figlia Ylenia, passando per i successi canori e i figli. E’ diventata nonna tre volte quella ragazza che a soli 15 anni era diventata il simbolo del Piper, il mitico locale romano. Poco più che maggiorenne Romina sposa il cantante di Cellino San Marco che la renderà madre di quattro figli Ylenia (scomparsa il 31 dicembre 1993 a New Orleans), Yari, Cristel e Romina jr Jolanda. Nel 1999 Romina e Al Bano si separano e tre anni dopo arriva il divorzio e il ritiro dalle scene. Per poco. Nel 2013 Romina Power e Al Bano tornano sul palco insieme ed è di nuovo un successo.

Albano Carrisi e Romina Power, "quando è scesa la notte tra me e lei". Il clamoroso "schiaffo morale" alla ex moglie. Libero Quotidiano il 22 luglio 2021. "Tra me e lei è scesa la notte". Albano Carrisi si racconta al settimanale Oggi insieme alla seconda compagna Loredana Lecciso e svela verità scomode sulla sua storica ex moglie, Romina Power. Una crisi esplosa con il dramma della loro figlia Ylenia, scomparsa a fine 1993. Un evento che ha diviso per sempre i due cantanti, con Al Bano rassegnato alla morte della ragazza e Romina ancora oggi convinta che la figlia sia viva, scappata e isolatasi volontariamente dal suo passato e dalla famiglia. "Nel 1996 ha scelto la sua vita – spiega Al Bano a Oggi, riferendosi alla Power -. Abbiamo avuto un gran bel passato insieme, poi è scesa la notte. Tutti pensavano che da uomo del Sud quale sono non avrei mai potuto rifarmi una vita: io invece me la sono rifatta come era giusto accadesse, e ne sono orgoglioso". La sua seconda vita è iniziata con Loredana Lecciso, pugliese come lui. "I momenti difficili ci sono stati, ma ci hanno unito ancora di più - ammette Loredana -. Ci hanno permesso oggi di avere il giusto equilibrio. Siamo molto simili, più simili di quanto la gente immagini. E ha contato molto anche il rispetto delle reciproche individualità. Noi abbiamo i nostri spazi, li preserviamo, ma poi facciamo le cose insieme con entusiasmo, ci ritroviamo". Secondo il 78enne crooner di Cellino San Marco, "il senso della famiglia è imprescindibile" sia per lui sia per Loredana. Entrambi lo hanno "fortissimo": "Siamo pronti a fare qualsiasi sacrificio per i nostri figli. Poi ci sono l’umiltà e la solidità: siamo stati bravi soldati". E questo nonostante il gossip, ciclicamente, tenda a dividerli per rilanciare la "favola" del ritorno di fiamma del vecchio amore, quello tra Al Bano e Romina. "Ho permesso a troppe persone di mettere il becco tra di noi - sottolinea ancora la Lecciso, decisamente combattiva -. Ora non consento più ad anima viva di varcare il confine della nostra coppia". Ventuno anni fa, l'inizio del loro amore. "Mi ha colpito il suo carisma", ricorda Loredana, mentre Carrisi spiazza tutti: "Mi innamorai prima della sua famiglia che di lei". Ma niente matrimonio. "l nostro matrimonio è mentale", glissa Al Bano, mentre la Lecciso chiude il discorso: "Con l’età si capisce che ciò che abbiamo è frutto di una scelta che facciamo giorno per giorno". “Siamo stati entrambi già sposati in passato. Forse 15 anni fa mi avrebbe fatto piacere il matrimonio, ma solo per una questione di ordine: ora non lo vedo come un bisogno. Sto bene con Al Bano e lui con me”, conclude la Lecciso. Chi pensava in una cerimonia nuziale imminente resterà con l’amaro in bocca.

Giulia Cazzaniga per "la Verità" il 21 giugno 2021.

Ha fatto da tramite per far incontrare Matteo Salvini con Vladimir Putin, e pure con i cinesi. Stima Silvio Berlusconi - «non lo hanno fatto lavorare fino in fondo» - eppure non avrebbe problemi a intonare Bella Ciao in piazza, e se c' è un politico che definirebbe «straordinario» è Nichi Vendola. Al Bano Carrisi ci risponde da casa, da Cellino San Marco, appena uscito dalla serra di pomodori e cicoria.

I giornali di gossip la adorano da sempre. I rumors più recenti la davano in rotta con sua moglie, Loredana Lecciso.

«Grazie a Dio l'ennesima balla, ma mi è toccato smentire». 

Non si è abituato a questo tipo di attenzione su di lei?

«Anzi, la odio. C' è chi scrive bugie e le vende a caro prezzo. Ma non vorrà parlare di gossip?».

Le prime domande sono per Al Bano imprenditore.

«Piano con le parole (sorride), io i pezzi grossi dell'imprenditoria italiana li ho conosciuti. Da Ernesto Pellegrini a Colnago, delle biciclette. Persone con quel qualcosa in più che io non ho. Io sono un passionario, al quale qualche volta le cose vanno bene e altre meno».

Delle aziende - agricola, vinicola, alberghiera - e della casa discografica si occupa qualcuno al posto suo? C' è chi è capace di dirle «no»?

«Alla fine decido sempre di testa mia, è difficile fermarmi. Il vino poi è la mia passione fin da ragazzino. Anche se con la campagna ho avuto discordie: ho presto capito che si tratta di una partita sempre in perdita, e che in attivo sarebbe restato sempre un lavoro da schiavi». 

Non le avrà fatto paura faticare.

«Figurarsi. Ho appena passato due ore in serra con i pomodori, le cicorie e il resto, ammazzando tante formiche che parevano un esercito. E poi ho spollonato l'uva in giardino. Mi sento meglio di prima, più energico».

È vero che è difficile trovare manodopera perché i giovani invece la temono?

«Il problema non sono i giovani, ma i genitori, che non li educano. Da ragazzino mio padre, con le buone - che preferivo - o con le cattive, mi portava in campagna, e lo ringrazierò sempre, mi ha dato una lezione di vita straordinaria. Quando ti abitui al lavoro, non ne avrai mai ribrezzo. Ci crede che una volta ho visto un bimbo milanese chiedere al padre se il fruttivendolo avesse appeso le ciliegie all' albero?». 

Lei fu poi Al Bano, il cantante.

«La vocalità è il mio dono, come pure scrivere canzoni, cantare brani d' altri, o tuffarmi nel classico come pure ho fatto con grandissimi successi. L' ho capito da ragazzino, non ho mai smesso di crederci». 

Quanto ha sofferto l'attività da imprenditore in questi mesi?

«Come per tutti gli altri, ahimé. Era quasi una morte annunciata, e adesso ci vuole una mano divina che faccia tutti alzare e camminare. Però le dico che il vino è l'unico a non aver sofferto, anzi». 

Si beve per dimenticare?

«O per ricordare. Abbiamo venduto un buon 50% in più. E ci hanno appena dato l'ok per costruire una terza cantina: oggi produco 1,5 milioni di bottiglie l'anno, voglio arrivare a 5 milioni. Ce la farò». 

Come ha vissuto personalmente questo periodo?

«La tragedia è stata la nostalgia per non poter cantare. È stata dura, dura davvero. Menomale che ho fatto tanta televisione. Avevo tournée previste in Giappone, Australia, Brasile tutto svanito come neve al sole».

Rimandate?

«Sì, ma a quando?».

All' estero intanto ci va il suo vino.

«In tutto il mondo. Mercati musulmani a parte». 

Chi lo ama di più?

«Russia, Cina, Germania, Italia ovviamente. Ma ci sono pure la Spagna e Panama, o la Romania». 

Vende tanto perché porta il suo nome?

«Quello apre le porte, ma si va avanti solo con la qualità. È la mia carta vincente».

Il segreto?

«Un bravissimo enologo, che sappia seguire il processo fin dalla nascita, capire quando è il momento giusto per l'imbottigliamento. Ci sono alcune accortezze che sono indispensabili». 

È lei, quell' enologo?

«Io sono quello senza laurea, poi ho i miei esperti. Ma mio padre mi faceva assaggiare fin da bambino vino buonissimo e non mi sbaglio quasi mai».

Di recente si è vaccinato. Qualche mese fa in tv si era chiesto: «C' è da fidarsi?».

«Mi sono informato bene con un amico medico. Mi ha detto che il vaccino è la salvezza dell'umanità, e così l'ho fatto».

Quale?

«Mi hanno fatto Moderna».

Le avessero proposto Astrazeneca avrebbe avuto paura?

«Sono successi un po' di guai, capisco chi ne ha. In fondo la vita è la nostra, non un gioco». 

Di «no vax» ce ne sono nel mondo dello spettacolo?

«Tanti, e anche nomi importanti di cui non sarò certo io a fare il nome. Ma è indispensabile vaccinarsi. Ancora ricordo il dottore di Cellino che ci metteva in fila, scolaretti alle elementari, per l'anti vaiolo. Ci salvò la vita». 

Oggi i tempi della sperimentazione si sono accorciati.

«Mi fido di chi produce i vaccini, e non ho le carte in regola per parlare di eventuali errori».

Non si improvviserà virologo, insomma.

«Non ci penso nemmeno. Quanti ne abbiamo visti in questi mesi sbagliare? Con tutto il rispetto, perché alcuni li conosco bene».

Qualche giorno fa è andato in piazza a Napoli con 500 sindaci a chiedere risorse per il Mezzogiorno.

«Ho aderito alla proposta del mio amico Pino Aprile, che si batte contro le ingiustizie, e contro quelle perpetrate contro il Sud sono sceso in campo come era giusto fare». 

Qual è l'ingiustizia?

«Al Sud doveva arrivare il 70% del denaro dell'Unione Europea, ma siamo già al 40%, che a questo punto mi chiedo se arriverà davvero.

Dall' Unità d' Italia in poi, il Nord ha strappato quel che ha potuto da qui per pagare i suoi debiti». 

Meglio prima?

«Non sentirà mai da me un discorso contro l'Italia unita, mi piace l'idea che lo sia, ma che lo sia davvero. Qui si pagano le tasse come al Nord. E però i treni vanno alla stessa velocità che nel '61. Quelli rapidi arrivano al massimo a Napoli. Perché questa differenza? Subiamo uno schiaffo in faccia quotidiano». 

Servono anche treni sul ponte sullo Stretto?

«Chiaro che sì».

Chi sferra gli schiaffi?

«Mi piacerebbe parlare di carezze, purtroppo non è così. Tutti i conti sono a favore del Nord, il Sud è maltrattato. Il Nord lo amo, lì ho materializzato i miei sogni.

Ma perché i ragazzi devono ancora scappare da qui per realizzare sé stessi?». 

Mara Carfagna farà un buon lavoro?

«So che i suoi passi sono quelli giusti, mi auguro glieli lascino fare fino in fondo. Come ho fiducia in Mario Draghi. L' Italia potrebbe cambiare. Spero anche che Sergio Mattarella si sforzi per resistere altri quattro anni: so che è stanco, ma si faccia una vacanza e poi torni al Quirinale, perché ha dimostrato di essere un grande».

In piazza a Napoli le hanno chiesto di intonare Bella Ciao ma lei ha desistito.

«Non mi ricordo me lo abbiano chiesto, giuro. C'era anche chi mi chiedeva Felicità, o Nel sole».

La intonerebbe accanto all' Inno di Mameli?

«Non avrei niente in contrario a cantare Bella Ciao, ma teniamoci l’inno per così com' è, è la nostra storia».

Eppure in Parlamento si sono un po' accapigliati anche su questo.

«Non sopporto la politica del litigio. I politici fanno baruffa per il proprio ego, ma così non usciamo da questa tragedia. All' estero ci stimano ancora per Leonardo Da Vinci, Raffaello, la Ferrari o Armani, non certo per una politica illuminata. La Germania, ad esempio, ha un'Angela Merkel che sta ancora nella casa dove viveva prima dell'impegno politico, dà un esempio di vita straordinario. Non credo possiamo dire lo stesso dei nostri politici. Ricordo ancora chi gridava "Roma ladrona" e poi una volta sedutosi sulla poltrona».

Non ne salva neanche uno?

«Io non sto da nessuna parte, né a destra né a sinistra, e voto da sempre per chi mi dà più sicurezza».

Uno che le piace a destra?

«Berlusconi è un ottimo politico, ma poi non gli hanno permesso di lavorare fino in fondo». 

A sinistra?

«Nichi Vendola, straordinario. Ha portato il grande cinema in Puglia e l'ha promossa come ho sempre fatto anche io».

Ho scoperto una sua inedita passione per il judo.

«Recente, è vero. Sono diventato ambasciatore del judo. Cristiano Minellono ha scritto il testo dell'inno, io per la prima volta l'ho cantato a Budapest in italiano». 

Cosa le piace di questo sport?

«Ci si studia tra avversari, poi c' è uno scatto improvviso e perde chi cade con le spalle a terra. Ma il bello è che nonostante la durezza dello scontro ci si abbraccia come fratelli appena ci si rialza». 

È vero che stava per combinare un incontro tra Salvini e Putin?

«Già due anni misi in contatto i cinesi e Salvini, che fu gentilissimo.

Mandò il ministro Centinaio e da allora arriva più vino italiano di prima nel Paese del Dragone, che prediligeva i vini francesi». 

E stavolta con Putin come è andata?

«Avevo il numero di Salvini da allora, e la federazione di judo mi ha chiesto di invitarlo. Ma poi Putin ha rimandato l'appuntamento di Budapest, per via dell'incontro con Biden».

Putin lei lo ha già incontrato.

«Prima volta nel 1985, poi altre quattro, al Cremlino anche». 

Conosce le sue canzoni?

«Tutti i russi le conoscono». 

Che giudizio ha di lui?

«Mi ispira tanta, ma tanta fiducia. E non mi sbaglio. Ha dimostrato di non essere il nemico di nessuno». 

I suoi programmi per il futuro?

«Il più importante è la grande festa che voglio fare quando sarà morto il Covid, con una grande bara in una fossa».

Nel frattempo andrà in vacanza?

«Quando sono a casa faccio il contadino e metto in vacanza l'artista, e viceversa. Il mio lavoro è una vacanza, dove altro dovrei andare?». 

Oggi è un altro giorno, Romina Power inchioda Al Bano Carrisi: "La verità sui rapporti tra lui e mia madre", disastro in famiglia. Libero Quotidiano il 25 giugno 2021. Ha parlato soprattutto della sua famiglia, Romina Power, che è stata ospite di Serena Bortone nella puntata di Oggi è un altro giorno andata in onda venerdì 25 giugno su Rai1. La famosa artista ha raccontato di quando sua madre si recava a Cellino San Marco, dove i rapporti con Al Bano Carrisi non sarebbero stati proprio idilliaci, a causa di alcune problematiche che sfociavano in discussioni tra suocera e genero. Invece Romina conserva un ricordo bellissimo del rapporto con la madre di Al Bano: “Aveva un’ingenuità simile a quella dei bambini. Io e lei abbiamo allevato i 4 figli. La più grande conferma di amore che ho avuto da lei è stato quando nel 2013 abbiamo cantato di nuovo insieme con Al Bano a Mosca e lei si è pagata il biglietto da sola in prima fila e si è lanciata su di me per baciarmi”. Per quanto riguarda invece il rapporto con Al Bano, è ovviamente cambiato molto, anche se Romina ci ha tenuto a fare una precisazione: “Sul palco siamo sempre gli stessi, è ancora molto divertente lavorare con lui. Poi certo, fuori sono cambiate molte cose, ma sul palco no. Forse è per questo che il pubblico ci vuole così bene”. Poi una chiosa un po’ amara: “Spero di non finire la mia vita sola, da un punto di vista sentimentale”. 

Da leggo.it il 25 giugno 2021. Romina Power, ospite a Oggi è un altro giorno, racconta alla conduttrice Serena Bortone della difficoltà nel superare la perdita del padre Tyrone. Ricorda di aver visto la mamma arrivare in Messico, dove lei e la sorella erano state mandate, e in quell'occasione le disse che il padre non c'era più. Quel momento ha segnato la sua vita per sempre. Spiega di non avere molti ricordi del padre ma solo sogni: «Questi sogni sono venuti fuori quando io ho iniziato a fare delle ricerche su di lui, per capire chi fosse, a quel punto ho iniziato a sognare di mio padre, a volte in situazioni in cui mi immaginavamo che potevamo stare, altri più metafisici». Poi continua: «Dopo l'arrivo della mia prima figlia ho sentito il bisogno di conoscerlo sul serio. Ho capito che era una persona fantastica, so che avrebbe potuto insegnarmi tanto». Romina Power quindi spiega di aver iniziato un percorso di ricerca di 25 anni alla fine del quale è nato il libro. Parla poi delle crisi avute nel corso della vita chiarendo: «La pace l'ho trovata nel Buddismo una forma che mi completa e che per me non ha discrepanze». Racconta di quando la mamma andava a Cellino San Marco e confessa che Al Bano non amava molto quei momenti per delle problematiche e discussioni tra suocera e genero. Ammette che nell'incontro con Cellino si è stupita delle tante ore passate a tavola e dei grandi saluti: «Era molto strano, ma era bello, capivo che era tutto amore». Ricorda il rapporto con la suocera bellissimo: «Aveva un'ingenuità simile a quella dei bambini. Io e lei abbiamo allevato i 4 figli. La più grande conferma di amore che ho avuto da lei è stato quando nel 2013 abbiamo cantato di nuovo insieme con Al Bano a Mosca e lei si è pagata il biglietto da sola in prima fila e si è lanciata su di me per baciarmi». Il rapporto con Al Bano è molto cambiato ma ammette: «Sul palco siamo sempre gli stessi, è ancora molto divertente lavorare con lui. Poi certo fuori sono cambiate molte cose, ma sul palco no. Forse è per questo che il pubblico ci vuole così bene». Poi conclude dicendo: «Spero di non finire la mia vita sola, da un punto sentimentale.

Al Bano Carrisi, bomba su Romina Power: "Non ho permesso che mi distruggesse la vita". Libero Quotidiano il 25 aprile 2021. “Non vedo l’ora di riabbracciare il mio pubblico”: Al Bano Carrisi si dice pronto a incontrare di nuovo i suoi fan. Come lui stesso ha spiegato in un’intervista al settimanale Di Più Tv, lui e Romina Power saranno impegnati in un tour che partirà il prossimo 5 novembre dalla Polonia e toccherà poi tutte le principali città dell’Europa dell’Est. A proposito di questi concerti e di una sorta di ritorno alla normalità dopo più di un anno di restrizioni causa Covid, Romina Power ha detto: “E’ emozionante essere abbracciata dal pubblico. Non ci ha mai abbandonato”. La storica coppia tornerà, così, a cantare i suoi cavalli di battaglia, ormai famosi e apprezzati in tutto il mondo, come Felicità, Nostalgia Canaglia e Ci sarà. “La gente ama vederci assieme, in fondo siamo stati insieme tanti anni. Non ho permesso alla nostra separazione di distruggermi la vita”, ha confessato il cantante di Cellino San Marco, parlando del suo rapporto privato e professionale che lo lega alla Power. Dopo alcuni anni di separazione, infatti, i due sono tornati a lavorare insieme. In una delle ultime puntate di Domenica In, inoltre, Al Bano aveva invitato sia Romina sia la sua attuale compagna Loredana Lecciso a sedersi attorno allo stesso tavolo nel tentativo di fare pace.

Dagospia il 17 marzo 2021. Da “Un giorno da Pecora - Radio1”. Quando farò il vaccino? “Il mio turno sarà alla fine di marzo. Se speravo di esser vaccinato prima? Sono fatalista: succede quando deve succederà, e succederà”. A parlare, ospite di Un Giorno da Pecora, è il cantante Al Bano Carrisi, che oggi si è raccontato ai microfoni della trasmissione di Rai Radio1. Sa già quale vaccino le faranno? “ 'Pretendo' che ci sia un vaccino Pfizer o uno Sputnik”. Lo Sputnik non è stato autorizzato dagli enti preposti, quindi non si può fare qui da noi. “Allora mi arrenderò al Pfizer”. Con Astrazeneca non si vaccinerebbe? “Siamo pieni di allarmismi su questo vaccino, leggo i giornali e guardo la tv e mi chiedo: che facciamo con Astrazeneca? Voglio vedere come vanno le cose. Ci sono molti punti che mi tengono un po' lontano da questa verità”. Ma secondo gli studi i dati critici su Astrazeneca sono davvero irrisori. “Ho sentito le due campane - ha detto il cantante a Un Giorno da Pecora - se c'è incertezza preferisco aspettare”. Prima abbiamo parlato del vaccino russo, terra che lei conosce molto bene: lì sa come sta evolvendo la pandemia? “In Russia hanno già ripreso a fare spettacoli, io sono in attesa di convocazione. Sono fermo da un anno, è tanto, troppo. Per fortuna ho fatto tanta tv ma come concerti se non vado errato l'ultimo che ho fatto è stato il 23 dicembre del 2019”. Parliamo di politica: cosa ne pensa del governo Draghi? “Penso che Draghi sarà un uomo di grande azione positiva". Vi conoscete di persona? "L'ho incontrato una volta su un volo Mosca-Roma, e abbiamo fatto due chiacchiere”. Quale canzone gli dedicherebbe? “Gli canterei 'Nel Sole', dopo tanto buio nel Paese c'è bisogno di un raggio di sole”. Torniamo a parlare di musica: ha visto il festival Sanremo? “L'ho visto, certo, io ho la sanremite acuta”. Le piacerebbe tornarci più come conduttore, ospite o concorrente? “Sono nato come cantante in gara e non mi dispiacerebbe tornarci con questo ruolo”. E' vero che aveva fatto un appello a Romina per tornare insieme sul palco dell'Ariston? “No - ha affermato Al Bano a Rai Radio1 - non ho fatto nessun appello. Mi hanno chiesto se ci volevamo andare insieme e io ho risposto di chiederlo a lei. Io sono nato solista e non rinuncio a questo fattore. Al Festival andrei anche da solo”. Qual è il brano che le è piaciuto di più? “Mi è piaciuto molto Ermal Meta, gran bel brano, ma anche 'Musica Leggerissima' di Colapesce Dimartino”. E il pezzo dei Maneskin? “Va bene, di rock ne ho sentito tanto, Sanremo è cambiato ed è giusto così. Il rock a Sanremo lo avevamo sentito la prima volta con Adriano Celentano, quando porto' '24mila Baci'”.

Da liberoquotidiano.it il 28 febbraio 2021. “Mettiamoci seduti e facciamo pace”: Al Bano Carrisi vuole riunire la sua famiglia (allargata). Vuole tornare a sorridere con la sua ex moglie e con la sua attuale compagna, Loredana Lecciso (insieme hanno avuto due splendidi figli). E ospite di Mara Venier, a Domenica In, torna a parlare della sua compagna Loredana Lecciso e dell’ex moglie (Romina Power). “La separazione con Romina è stata inaspettata, ma non bisogna rimanere vittima degli eventi. Non ha distrutto la mia esistenza, mi sono rifatto una vita, sto da Dio, sto bene adesso, ma non rinnegherò mai il mio passato, ho un rispetto totale. Loredana è una madre perfetta. Ognuno ha un sogno, il mio è che Romina e Loredana si sedessero a tavola e mangiassero insieme a noi, senza recriminazioni, nessuno ha colpa di quello che è successo. Romina aveva le sue esigenze, le ha seguite e va bene così. Se siete in ascolto Romina e Loredana, perché non ci incontriamo? La vita può essere breve o lunghissima, seminiamo semi di pace”, tuona Carrisi.  Ma tempo fa, a Live non è la d’Urso, la Lecciso aveva annunciato: “Mi prenderei volentieri un caffè con Romina”. Parole che  hanno avuto avuto il sapore dell’appello, che sarebbe rimasto inascoltato da parte della Power. Ora Carrisi ci riprova: vorrebbe che facessero pace. Poi parla dei suoi splendidi figli. “Che papà sono? Devi chiederlo ai miei cinque figli. Al momento giusto bisogna essere severi, perché le lezioni o gliele dai te o gliele da la vita. Da nonno faccio ogni giorno la video chiamata, perché i miei nipoti vivono a Zagabria. Non vedo l'ora di abbracciarli”, racconta alla Venier.

Michela Proietti per il “Corriere della Sera” il 21 maggio 2021. Ieri ha festeggiato il compleanno del papà Al Bano assieme al fratello «Bido», arrivato a Cellino San Marco dalla Svizzera, dove studia. Una colazione tutti insieme, perché in casa Carrisi il momento della tavola è sacro. «Io e mio padre siamo complici, tra di noi non ci sono frasi fatte, per lui è più importante essere sincero a tutti i costi, piuttosto che farmi complimenti gratuiti», dice Jasmine Carrisi, 19 anni, quinta figlia del cantante, nata dalla relazione con Loredana Lecciso, madre anche di Albano jr. Persino sul brano di esordio di Jasmine c'è stato un confronto: si sarebbe dovuto chiamare «Verso Sud», ma Al Bano l'ha convinta a chiamarla «Calamite». «Aveva ragione lui, però è stata una trattativa accesa». La canzone è un inno al valore di incontrarsi dal vero, il brano inizia con la frase «rivoglio le persone». Un testo nato durante il lockdown, quando Jasmine si è diplomata «a distanza» al Liceo linguistico di Lecce.

Ha sempre sognato di fare la cantante come suo padre?

«Mentre mio fratello è stato alla larga dal mondo artistico dicendo "ci sono fin troppi cantanti in famiglia", io ho sempre saputo che avrei fatto questo».

Il suo primo ricordo?

«Le tournée con papà e l'adrenalina del backstage. Lui era felicissimo di condividere con noi: chiudeva ogni concerto chiamandoci sul palco e cantando l'ultima canzone con me e Bido».

Come gli ha detto che avrebbe fatto il suo lavoro?

 «Qualche anno fa, per un suo compleanno, ho inciso per lui alcune cover in inglese di successi come Nel Sole . Non so se si è stupito di più per la musica o perché non credeva parlassi così bene l'inglese...».

Nel frattempo ha continuato a studiare musica?

«Sì, ma poi sono arrivate le insicurezze».

Insicurezze di che tipo?

 «Ho scoperto di avere un cognome ingombrante e avevo paura che la mia voce potesse non piacere».

La famiglia l'ha aiutata ?

«Mi hanno incoraggiata, però mi hanno anche messa in guardia. La famiglia è il legame su cui conto di più, non c'è amicizia che tenga».

Un consiglio di suo padre?

 «Una frase che ripete sempre: "devi essere un problema per i problemi". Lui cerca di superare tutto».

E di sua madre?

«Di essere meno ingenua».

Un rapporto speciale ?

«Con mia sorella Brigitta (la prima figlia di Loredana Lecciso ndr ). Presto mi trasferirò a Milano da lei. Ma anche con Yari (il primogenito di Al Bano e Romina Power): parliamo di musica».

Come ha vissuto la famiglia allargata?

«Siamo meno peggio di come ci dipingono».

Il rapporto con Romina?

« Con lei parlo di Los Angeles, dove vorrei trasferirmi».

Nonna Jolanda.

«Si arrabbiava per i jeans strappati, ma era ironica».

Avrebbe voluto conoscere sua sorella Ylenia?

«Tanto. So che era intelligentissima, avremmo avuto delle belle conversazioni».

 I media l'hanno ferita?

«Di più Instagram: ho 95 mila follower, ma se potessi chiuderei il profilo. Tutti hanno carta bianca nello sfogare la frustrazione e a volte mi hanno condizionata».

Aurora Ramazzotti spesso denuncia gli haters.

 «Non è facile avere un cognome famoso. Per loro non avrei dovuto fare musica».

E invece magari farà un duetto con papà Al Bano.

«Mai, quello mai».

·        Alda D’Eusanio.

Da "ilmessaggero.it" il 15 marzo 2021. È una lotta per riabilitare la sua dignità, quella che il noto volto tv Alda D’Eusanio ha appena intrapreso contro Mediaset, rea secondo la giornalista di non averla protetta all’interno del Grande Fratello Vip e, addirittura, di averla cancellata imponendo a tutti i suoi colleghi di qualsiasi salotto, finanche il divieto a nominarla. A raccogliere lo sfogo dell’opinionista in forza a Barbara D’Urso prima dell’ingresso nella casa, è il Settimanale Nuovo, che riepiloga la scomoda vicenda di cui D’Eusanio si è resa protagonista. Una impasse generatasi tra le mura più spiate d’Italia, in cui Alda si è lasciata andare dimenticandosi delle telecamere, dando seguito a voci di corridoio sulla coppia Laura Pausini-Paolo Carta, alludendo a comportamenti violenti da parte del musicista nei confronti della cantante. «È stato un grave errore e ne sono consapevole, oltre che pentita, ma Mediaset non mi ha protetta e non mi ha dato modo di scusarmi pubblicamente. Perché a pubbliche offese devono rispondere pubbliche scuse», dichiara la giornalista raggiunta da Il Messaggero, a cui aggiunge: «È strano come prima del GFVip, per cui sono stata più volte cercata, potessi apparire sulla rete mentre ora sono innominabile. Non è giusto, è come se io non fossi mai esistita. Chiedo solo rispetto, rivoglio la mia dignità», conclude. Una vicenda spinosa quella che si va delineando, poiché la giornalista di fatto, sembra non aver violato alcun punto del regolamento che, a quanto si sa, contempla l'espulsione in casi di «Razzismo, omofobia e blasfemia. E io non ho fatto nulla di tutto ciò», precisa D’Eusanio, che è pronta ad impugnare il fatto, per ripristinare un equilibrio che in questa storia pare sbilanciato contro di lei. «Sarebbe stato giusto proteggermi, anche perché i miei certificati medici sono entrati nella casa prima di me», sottolinea al settimanale il volto TV che, nel 2012, è stata vittima di un grave incidente per cui è stata oltre un mese in coma. “Viva per miracolo”, come spesso le ripetono gli specialisti con cui è stata ed è tutt’ora in cura. A seguito dell’incidente infatti, Alda ha visto compromettersi la memoria cognitiva ed il controllo dei freni inibitori, motivo per cui, sin dal suo ingresso nella casa, ha tenuto a specificare al conduttore Alfonso Signorini durante la prima diretta, che spesso si sente come una bambina di 9 anni, pronta a rispondere e parlare senza freno. «Non mi pento mai delle mie azioni ma, tornassi indietro, non entrerei in quella casa. Trovo anche ingiusto che il mio infelice “scivolone” sia stato trattato in modo diverso, con più durezza», dichiara D’Eusanio in riferimento a come la rete invece si è mossa, nei confronti della coppia Adua del Vesco e Massimiliano Morra. Durante il programma infatti, i due giovani attori convinti di essere a riparo dalle telecamere, hanno proclamato parole pesanti sulla casa di produzione di cui sono stati entrambi parte, casa di produzione che, in molti, hanno ricondotto alla Ares Film di Alberto Tarallo e Teodosio Losito e per cui nelle ultime ore è scoppiato il caso Ares Gate, a seguito dell'apertura di un’inchiesta per istigazione al suicidio dopo la morte di Losito.

l reality show. Perché Alda D’Eusanio è stata espulsa dal GfVip e cosa c’entra Laura Pausini. Vito Califano su Il Riformista il 7 Febbraio 2021. Alda D’Eusanio è stata espulsa dal reality show del Grande Fratello Vip. Un’espulsione con effetto immediato per la giornalista che ha pronunciato delle frasi che hanno sconvolto gli spettatori e portato la produzione a intervenire con effetto immediato. La giornalista aveva rischiato l’espulsione già all’inizio dell’edizione per aver pronunciato la parola “negro”. In questo caso ha avanzato ipotesi di violenze coniugali sulla cantante Laura Pausini da parte del compagno Paolo Carta. I due hanno dato mandato all’avvocato Pier Luigi de Palma di agire contro tutti i soggetti responsabili delle “gravissime affermazioni”. Dichiarazioni senza alcuna base. L’illazione di D’Eusanio è venuta fuori in un dialogo all’interno della Casa. Parlando di Pausini, della quale veniva diffusa una canzone, e del suo compagno ha detto: “Questa c’ha uno che la mena”. La showgirl Samantha De Grenet l’ha interrotta esclamando: “Ma che dici, si amano alla follia!”. E la regia ha smesso di riprendere la scena. Dello stesso avviso Cristiano Malgioglio che sui social ha scritto che “se c’è una coppia felice innamorata e meravigliosa nel mondo dello spettacolo è quella di Laura Pausini con il suo compagno Paolo”. Immediata la reazione dei diretti interessati. “Troviamo assurdo che sia consentito dire cose così false e gravi nell’ambito pubblico e in questo caso di una trasmissione televisiva”, sottolineano Pausini e Carta in una nota diffusa via social dall’ufficio stampa della cantante dopo le pesanti accuse, assolutamente false e infondate, mosse da D’Eusanio – Nessuno può permettersi di attribuirci cose che sono lontane anni luce dal nostro modo di vivere, di educare e di rapportarci all’interno della nostra famiglia. È una cosa molto grave ed insensata e non possiamo fare altro che affidarci alla giustizia, per tutelarci. I ricavati della denuncia saranno devoluti interamente alle associazioni contro la violenza sulle donne”. Dopo la frase di D’Eusanio è scoppiata subito la bufera sui social. Mediaset ha comunicato l’espulsione con una nota ufficiale: “L’editore si dissocia completamente dalle reiterate affermazioni inopportune e offensive della concorrente anche riferite a persone non presenti nella casa […] Un comportamento grave e imperdonabile soprattutto alla luce del fatto che Alda D’Eusanio non sia una concorrente estranea al mondo della tv ma una professionista adulta ed esperta a cui certe espressioni non possono sfuggire. La signora D’Eusanio si dovrà assumere la completa responsabilità delle sue azioni”. Una nota anche da parte di Endemol Shine: “Endemol Shine Italy si scusa e si dissocia completamente dalle affermazioni pronunciate dalla signora Alda D’Eusanio nella Casa di Grande Fratello Vip in merito alla vita privata di Laura Pausini, affermazioni che hanno violato il regolamento del programma e delle quali sarà chiamata a rispondere personalmente. La produzione del programma procederà all’immediata squalifica della concorrente”.

"Affermazioni inopportune e offensive". Alda D’Eusanio espulsa dal Gf Vip. Con un provvedimento ad effetto immediato Alda D'Eusanio è stata espulsa per aver esternato una grave considerazione personale. Roberta Damiata, Sabato 06/02/2021 su Il Giornale. Con un durissimo comunicato del Grande Fratello Vip, Alda D’Eusanio, l’ultima concorrente entrata nella Casa, è stata espulsa con effetto immediato dal gioco. “L’editore si dissocia completamente dalle reiterate affermazioni inopportune e offensive della concorrente anche riferite a persone non presenti nella Casa. Un comportamento grave e imperdonabile soprattutto alla luce del fatto che Alda D'Eusanio non sia una concorrente estranea al mondo della tv ma una professionista adulta ed esperta a cui certe espressioni non possono sfuggire. La signora D'Eusanio si dovrà assumere la completa responsabilità delle sue azioni”, si legge. Non sono state specificate quali siano state le affermazioni inopportune, ma tutto fa pensare alla grave esternazione che la concorrente ha pronunciato parlando di Paolo Carta, compagno della cantante Laura Pausini. Già nei giorni passati Alda era stata ripresa per vari episodi. Come quando aveva pronunciato la parola “negro” per cui altri concorrenti erano stati eliminati. Numerosi infatti i suoi richiami in confessionale, tanto da creare ilarità e battute da parte degli altri concorrenti per questa sua caratteristica di dire qualsiasi cosa in libertà come se non ci fossero le telecamere. Questa volta però Mediaset ha preso una decisione esemplare vista la gravità del fatto, con l’espulsione a effetto immediato. Prima della diretta di venerdì scorso, Alda si era lasciata andare ad una confessione molto personale sulla cantante Laura Pausini e sul suo compagno Paolo Carta. Mentre si preparava per la diretta la regia ha messo di sottofondo una canzone della cantante ed è scattato subito il commento della D'Eusanio. “Che poi questa qui c’ha uno che la mena", aveva affermato rivolgendosi a Samantha de Grenet. "La concia in una maniera che non puoi neanche immaginare. Lui è un chitarrista che sta con lei e hanno pure una figlia insieme. Pare la crocchi di brutto”. Inorridita la de Grenet che ha subito replicato: “Ma che dici? Sei pazza? Si amano alla follia”. Immediatamente la regia ha staccato l’immagine dalle due, ma chi seguiva la diretta da casa è rimasto senza parole per questa esternazione. Per questo sono arrivati decine e decine di messaggi con la richiesta di provvedimenti urgenti sul caso. Intervenuto immediatamente anche l’avvocato della coppia PierLuigi De Palma che ha ricevuto il mandato di agire contro tutti i soggetti responsabili delle gravissime affermazioni. "Troviamo assurdo che sia consentito dire cose così false e gravi nell'ambito pubblico e in questo caso di una trasmissione televisiva. Nessuno può permettersi di attribuirci cose che sono lontane anni luce dal nostro modo di vivere, di educare e di rapportarci all'interno della nostra famiglia. È una cosa molto grave ed insensata e non possiamo fare altro che affidarci alla giustizia per tutelarci. I ricavati della denuncia saranno devoluti interamente alle associazioni contro la violenza sulle donne". In serata è arrivato anche il comunicato di Endemol: "Endemol Shine Italy si scusa e si dissocia completamente dalle affermazioni pronunciate dalla signora Alda D'Eusanio nella Casa di Grande Fratello Vip in merito alla vita privata di Laura Pausini, affermazioni che hanno violato il regolamento del programma e delle quali sarà chiamata a rispondere personalmente. La produzione del programma procederà all'immediata squalifica della concorrente".

Dagospia il 6 febbraio 2021. L’ufficio stampa Goigest informa che l’avvocato Pier Luigi De Palma ha ricevuto il mandato di agire contro tutti i responsabili delle gravissime affermazioni pronunciate al GF Vip su Laura Pausini e Paolo Carta. “Troviamo assurdo che sia consentito dire cose così false e gravi nell’ambito pubblico e in questo caso di una trasmissione televisiva. Nessuno può permettersi di attribuirci cose che sono lontane anni luce dal nostro modo di vivere, di educare e di rapportarci all’interno della nostra famiglia. È una cosa molto grave e insensata e non possiamo fare altro che affidarci alla giustizia, per tutelarci. I ricavati della denuncia saranno devoluti interamente alle associazioni contro la violenza sulle donne. Laura e Paolo Ufficio Stampa Goigest

Da leggo.it il 6 febbraio 2021. Alda D'Eusanio shock su Laura Pausini. La concorrente del Grande Fratello Vip ha affermato che Paolo Carta, il compagno della Pausini, la picchierebbe. Alda, che in soli 7 giorni non ha certo tenuto la lingua a freno all'interno della casa l'ha sparata grossa, parole molto forti nei confronti della coppia che di fatto denunciano un reato ma senza alcuna prova di nessun genere. Mentre i vip si stavano preparando per la diretta, il Grande Fratello ha messo della musica di Laura Pausini ed Alda D’Eusanio ha affermato: «Che poi questa qui c’ha uno che la mena, la crocchia in una maniera. Lui è un chitarrista che sta con lei e le ha dato anche una figlia, pare che la crocchi di botte». Accuse pesanti nei confronti del compagno della Pausini a cui la cantante è legata da diversi anni non solo nella vita privata ma anche sul lavoro, riportate da alcuni utenti su Twitter. I due, da sempre molto riservati, hanno vissuto la vita familiare lontano dai riflettori e insieme alla loro bambina Paola, fatta eccezione per alcuni post pubblicati sui social. Samantha de Grenet dopo le esternazioni ha guardato la D'Eusanio piuttosto perplessa: «Ma che dici? Si amano da impazzire». La regia in quel momento ha staccato immediatamente concentrandosi sulla stanza blu. Un'uscita, quella della D'Eusanio che potrebbe non passare inosservata, ma non certo la prima. Poco dopo il suo ingresso c'è stato il brutto scivolone con la parola "negro" da lei usata  e ritenuta poco appropriata dai coinquilini e anche da parte del pubblico a casa che però alla fine a scelto di non squalificarla. Altra brutta frecciatina a Maria De Filippi e al suo ruolo di mamma considerato da Alda non appropriato. Ora Laura Pausini.

Adriano Aragozzini a Dagospia l'8 febbraio 2021. Caro Roberto mi meraviglio che tu riporti su Dagospia le notizie false inventate e destituite da qualsiasi fondamenta di Alda D’Eusanio al GFV. Tutti in Italia sanno che io ho fatto resuscitare Mia Martini prendendola al Festival di Sanremo nel 1989 contro il parere di molti artisti ed anche di funzionari delle case discografiche. In 5 anni che ho organizzato il Festival (3 da patron assoluto e 2 da produttore esecutivo per conto della Rai), Mia ha partecipato 3 volte. Inoltre ho avuto sempre con Lei un rapporto fantastico che Lei ha ricambiato in ogni intervista sui giornali ed in televisione parlando di me in modo meraviglioso. Inoltre l’ho portata al tour ‘’Sanremo in the world’’ a Tokyo, New York, Toronto, San Paolo del Brasile e Francoforte in Germania. Io sono stato calunniato ed offeso e questa mattina i miei legali hanno presentato denuncia querela ad Alda D’Eusanio che dovrà rispondere penalmente e civilmente delle sue dichiarazioni offensive calunniose false ed inventate. Adriano Aragozzini

Da ilmessaggero.it l'8 marzo 2021. Adriano Aragozzini ha querelato Alda D'Eusanio: chiesti un milione di euro di danni, che saranno devoluti in beneficienza. Lo comunica Elisabetta Calvario, il legale del produttore discografico dell'ex patron del Festival di Sanremo. Che in una nota dello Studio Legale Mlt di Roma ha dichiarato che, su richiesta di Adriano Aragozzini è stata sporta una denuncia-querela alla Procura Generale della Repubblica di Roma per «gravissima calunnia nei riguardi di Adriano Aragozzini in occasione di una puntata del programma televisivo Grande Fratello Vip ripreso e mandato in onda sulle Reti Mediaset la D'Eusanio si è permessa di dare del delinquente ad Adriano Aragozzini su una circostanza destituita da ogni fondamento essendo bel noto a tutti in Italia assolutamente il contrario», si legge.

La replica. Il legale sottolinea infatti come Adriano Aragozzini «abbia fatto rivivere come artista Mia Martini portandola al Festival di Sanremo del 1989 facendola partecipare al Tour Sanremo in the World con concerti a Tokyo New York Toronto San Paolo del Brasile e Francoforte ed inoltre Aragozzini in 5 anni che ha organizzato il Festival ha scritturato per 3 Mia al Festival».

L'Avvocato Elisabetta Calvario - sempre su richiesta di Aragozzini - ha «presentato denuncia contro Alda Deusanio al Tribunale Civile di Roma richiedendo un danno di un milione di Euro che verrà interamente versato per beneficenza al Presidente della Caritas Internationalis Cardinale Luis Antonio Tagle al Vaticano.

·        Aldo, Giovanni e Giacomo.

Renato Franco per il "Corriere della Sera" il 7 novembre 2021. «Ci si guarda indietro... E siamo già vecchi». L'ironia è il codice di rappresentazione con cui Aldo, Giovanni e Giacomo hanno attraversato 30 anni di storia del teatro, del cinema e della tv.

Eppure gli inizi - come quasi sempre succede - non furono un garage americano e una strada in discesa.

Giacomo: «Agli esordi ci avevano bocciato alcuni personaggi, fanno schifo, dicevano. Erano i bulgari».

Ovvero uno strepitoso successo.

«Anche per Tafazzi la stessa cosa, ci dissero di andare a farlo all'oratorio. Invece lì le follie erano ben viste, la tv all'epoca era bellissima». Lì, ossia Mai dire gol. Aldo: «I tre della Gialappa cercavano sempre di stimolarci, anche loro un trio e una grande affinità che ci legava. In quanti se proponi di fare il geco attaccato al muro, ti rispondono: sì dai organizziamo».

Tra i tanti spettacoli cosa vi rappresenta di più?

Giovanni: «Il teatro più di cinema e tv, per il suo meccanismo immediato con il pubblico, quindi I corti, Tel chi el telùn sono stati i progetti più esaltanti. Il cinema è diverso, alla fine sei quasi condizionato dal successo che ha decretato il pubblico. La tv invece è stata il palco delle grandi follie. A Mai dire gol dovevamo lavorare in pochi minuti. Lì abbiamo vissuto i momenti più euforici e folli, divertenti». 

Eppure, anche lì, mica facile: «Appena siamo entrati a Mai dire gol hanno cercato di cacciarci. La Gialappa ci voleva, ma qualcun altro - non ci ricordiamo proprio chi fosse... - remava contro. Ci hanno tenuto per qualche ora in un limbo di attesa, 5 ore in un bar di Milano 2. Abbiamo resistito. E questa è una delle fortune di essere in tre, perché magari uno da solo se ne sarebbe andato».

Le decisioni a maggioranza, ma non solo.

Ancora Giovanni: «Il meccanismo era doppio: o si decideva a maggioranza o uno era così bravo da convincere gli altri a farsi seguire. C'è anche il proverbio: chi fa da sé fa per tre. Ecco, non è il nostro caso, per noi è il contrario». 

Sempre in sintonia, qualche lite composta sempre all'interno.

Aldo: «Siamo sempre stati una squadra ben rodata, tra di noi, e poi con Paolo Guerra (il loro storico produttore) e Massimo Venier (il regista). Ci si fidava perché avevamo obiettivi comuni. Piccoli screzi ci sono sempre stati. Anche grossi - ma non ci ricordiamo nemmeno questi».

Giovanni: «La verità è che abbiamo una sensibilità artistica molto simile, questo è stato il collante che ci ha tenuto insieme: se a uno piace il non sense e un altro preferisce la comicità fisica non c'è possibilità, si rompe subito il meccanismo. Invece noi abbiamo tante affinità. E poi siamo amici, ci piace stare insieme».

Per festeggiare il 30° anniversario della loro carriera il trio ha scelto il canale Nove: due serate speciali inedite (Abbiamo fatto 30..., in onda in prime time il 21 e il 28 novembre; e in anteprima su Discovery+ da domani) insieme ad Arturo Brachetti (nel ruolo di conduttore-intervistatore) con aneddoti, gag, improvvisazioni, segreti e retroscena di 30 anni di televisione, cinema e teatro.

Qual è lo stato di salute della comicità oggi?

«Un tempo c'era più fermento, più voglia di essere liberi e visionari. Se noi fossimo nati adesso probabilmente non saremmo emersi...».

Giovanni: «Io avrei fatto il giardiniere».

Aldo: «Io l'aiutante del giardiniere».

 Giacomo: «E io avrei continuato a lavorare in ospedale... La differenza è che noi costruivamo lo spettacolo anche seguendo le reazioni del pubblico; adesso il like è troppo freddo, è un sì o un no, non dialoga con te. Negli anni 80 c'erano locali dove il pubblico si divertiva a insultarti, a tirarti le monetine. Anche quello era formativo».

Fondamentali le monetine. Senza il «grano» di Giovanni questa storia forse non sarebbe stata scritta: «Se non avesse investito lui 5 milioni di lire nel nostro progetto non saremmo mai esistiti. Cinque milioni, era tutto ciò che possedeva».

Giovanni: «Sono stato lungimirante. Questo mi permette di avere ancora il 34% dei guadagni...». 

Giacomo Poretti: «Un bullo mi perseguitava, gli lanciai addosso un banco. Che risate la gag dei bulgari». Elvira Serra su Il Corriere della Sera il 10 ottobre 2021. L’attore del trio di Aldo e Giovanni e Giacomo: «Ci vogliamo bene, ma a un certo punto abbiamo sentito il bisogno di fare qualcosa anche da soli». L’ultimo libro, «Turno di notte»: «Il lavoro di infermiere mi ha insegnato l’umiltà». Giacomino Poretti arriva sorridente e trafelato, ordina un caffè, dice di star bene, sempre bene, nonostante sia una fase della vita incasinata: sta ristrutturando casa, che notoriamente — chiarisce — con il lutto e il cambio del lavoro è una delle tre maggiori fonti di stress per l’essere umano; sta ultimando il cartellone per il Teatro Oscar, assieme a Luca Doninelli e Gabriele Allevi; e si sta occupando del nuovo libro, «Turno di notte», terza fatica letteraria dopo« Alto come un vaso di gerani» e «Al Paradiso è meglio credere», tutti per Mondadori. Confessa: «A questo tengo più che agli altri. Del primo non mi sembrava vero mi dessero la possibilità di scriverlo. Il secondo era una storia un po’ distopica, credo l’abbiano apprezzata in due o tre. Questo è stato anche doloroso scriverlo»..

Scelga lei come qualificarsi: marito, figlio, padre, attore, comico...

«Sono molto legato alla famiglia, per me è centrale, è in cima a tutte le cose. Ma sulla lapide mi piacerebbe ci fosse “scrittore”. È un po’ esagerato, mi rendo conto. Però, se me lo si chiede prima, allora non avrei dubbi: o scrittore o umorista». 

In «Turno di notte» racconta i suoi 11 anni all’ospedale di Legnano: entrò nel 1974 da ausiliario e uscì nel 1985 da caposala.

«I ricordi più belli li ho in chirurgia plastica e traumatologia-ortopedia. C’era una tale carenza di infermieri che ti impiegavano subito a fare tutto, anche se non eri diplomato. Ma il reparto che mi ha segnato di più è stato medicina, con i pazienti di oncologia».

La lezione più grande imparata in corsia?

«L’umiltà. Credo valga anche per i medici. Nel mio caso, sono passato per prove di umiliazione mica male: l’infermiere deve occuparsi del corpo del malato, un corpo sporco, che suppura, che maleodora. Il tuo primo compito è pulirlo, e non è sempre piacevole. Certo, è più umiliante per l’ammalato».

E i medici come imparano l’umiltà?

«Capendo che non sono onnipotenti. Quando devi dire che un familiare ha pochi mesi di vita subisci una sconfitta: con tutto quello che hai studiato, non sai come salvarlo».

È mai stato ricoverato, dopo?

«Sì e ho anche avuto bisogno del pappagallo. In quel caso mi sono chiesto: “Ma sono stato attento e premuroso con i pazienti quando me lo chiedevano? Perché prima glielo porti via e prima lo togli dall’imbarazzo».

È stato battezzato Giacomino. Di chi è la colpa?

«Di mia madre, che voleva darmi il nome di suo padre, morto quando lei e il gemello avevano otto mesi. Però, per differenziarmi da lui, mi chiamò Giacomino. Da ragazzino mi faceva schifo. Ma perché, dico io? Sembrava il mio destino fosse già scritto. In casa mi chiamavano Mino. Poi a scuola cominciarono con Jack».

Mai stato bullizzato?

«Un pochino, per l’altezza. Una volta ho reagito in maniera scomposta. Frequentavo le serali, perché di mattina lavoravo in fabbrica: avevo cominciato dopo la licenza media e tre mesi ai geometri, i miei genitori mi avevano fatto capire che era meglio se lavoravo. Al professionale c’era uno grande che mi prendeva sempre per i fondelli: è arrivato il tappetto, il piccoletto... Quella volta non ci vidi più. Lui era seduto al suo banco, io lo raggiunsi e gli scaraventai contro la scrivania. Cadde all’indietro e batté forte la testa: per cinque secondi non si mosse. Poi si riprese, non mi insultò più. Ho ancora paura se ci ripenso. A mia discolpa posso citare papa Francesco quando ammise: è vero che non si può reagire violentemente, ma se un mio amico dice una parolaccia contro la mia mamma lo aspetta un pugno!».

Cos’ha preso dai suoi genitori?

«Mio padre Albino era metalmeccanico. Da lui spero di aver preso la sensibilità: era molto dolce. Mia madre faceva l’operaia tessile: lei è un carrarmato. Un aneddoto emblematico della sua infanzia è di quando mia nonna svegliò nel cuore della notte lei e il gemello, che avevano 8 anni, per andare in campagna a tagliare un ciocco di legno: era inverno e c’era la neve. Da lei ho preso l’indomabilità: mia moglie, invece, dice che sono cocciuto».

E suo figlio Emanuele, quindicenne, cosa ha preso da lei?

«La profonda sensibilità. Mentre l’ironia la deve alla nonna».

Che padre pensa di essere?

«Affettuoso e ansioso. Quando Emanuele è nato è stato il giorno più bello della mia vita. Mia moglie, Daniela, doveva fare il cesareo, fissato per le 9 del mattino. Lei si svegliò alle 8.10, tranquilla, anche perché stava benissimo con Emanuele in pancia. Io ero sveglio dalle 6, sbarbato e vestito di tutto punto!».

Il libro lo ha dedicato a Emanuele e a Daniela, «medico delle anime».

«Lei è psicoterapeuta, una delle sue passioni è il teatro, lo usa anche nel lavoro. Aveva fatto la scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano per la regia ed ebbe una piccola parte nel film di Giuseppe Piccioni Fuori dal mondo, prodotto da Lionello Cerri dell’Anteo, che mi invitò a vederlo. Io gli feci capire che mi sarei annoiato tantissimo e invece conobbi Daniela: era il 1999. Ci siamo sposati nel 2002». 

Insieme avete intrapreso un percorso di fede. Organizzate ancora gli incontri spirituali al San Fedele?

«Non più. Insieme avevamo cominciato a frequentare il centro: padre Eugenio Bruno ci aveva sposato e aveva battezzato nostro figlio. Però posso dire che il matrimonio ha un senso diverso all’interno del percorso di fede: le parole fedeltà e dedizione mi riscaldano».

Pensa mai alla morte?

«Certo, più passa il tempo e più ci pensi! Quando ci siamo ammalati di Covid la sera ci addormentavamo con il timore di non risvegliarci. Avere fede aiuta, ma talvolta fa incavolare ancora di più. Nel mio libro, l’infermiere Saetta instaura frequenti dialoghi con chi sta lassù: impreca, supplica, spera. E a volte si sente accolto e grato».

Giacomo Poretti: «Ex infermiere malato di Covid, che paura ho avuto di finire in ospedale»

Aldo Giovanni e Giacomo di nuovo sul set: «Faremo ridere ancora?»

Giacomo Poretti (senza Aldo e Giovanni) si racconta in «Moto Teatro»: «Il mio palco sull’apecar»

Ha fatto cinema, televisione, teatro. Perfino l’ape-teatro!

«Ah questa è stata un’esperienza bellissima! Due settimane fa sono venuti in 400 al Cimitero Monumentale di Milano: c’erano 5 fiati e io che declamavo una cosa su Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, un tedesco e un terrone africano. Quattrocento al cimitero non è male, eh...».

Si ricorda il suo debutto?

«In oratorio a Villa Cortese, avevo 8 anni. Don Giancarlo mise in scena uno spettacolo su tre extraterrestri che arrivavano sul nostro pianeta: uno era altissimo, uno bassissimo e uno grassissimo. Ebbi la parte senza provino. Ci furono due repliche, ricordo ancora l’emozione. Mi ci sono voluti altri vent’anni per intraprendere finalmente quella strada». 

E arriviamo all’incontro con Aldo Baglio e Giovanni Storti. Cosa l’ha divertita di più?

«Beh, quando facevamo i bulgari mi divertivo come un matto! All’inizio si chiamavano gli albanesi. Poi, prima di una puntata di Mai dire Gol successe una tragedia nel mare e la Gialappa’s suggerì di cambiare nome per rispetto».

Com’erano nati i personaggi?

«Da una vacanza-lavoro a Zanzibar, dove io non potei andare perché ero malato. Aldo e Giovanni tornarono pazzi per questi acrobati locali scarsissimi. Decisero di farne la parodia. Tenga conto che loro due sono acrobati veri, hanno frequentato la Scuola di Mimo dell’Arsenale».

Non è che dessero questa impressione...

«Sembrare scarsi raddoppia la bravura!».

Censure?

«Sì. Ai tempi di Cielito lindo, era il 1993, quando facevamo i vecchietti, dedicammo un “sai che?” a Sandra Milo, che aveva già 60 anni. La battuta era: sai che Sandra Milo è incinta? E sai cosa ha detto il figlio appena è nato? Ciao nonna! Una cosa innocente, giocata sul fatto che con la provetta si poteva fare un figlio a qualsiasi età. Ci avvertirono: se lo dite chiudiamo il programma. Cedemmo».

Sensibilità offese?

«Ne La banda dei Babbi Natale a un certo punto Giovanni, che interpreta un veterinario, dà un calcio a un gatto bianco. Era chiaramente un peluche. Ma gli animalisti protestarono. Per la povera Mara Maionchi, cui ne facemmo di ogni colore, non si fece avanti nessuna associazione di suocere. Pure per un spot ci fecero problemi: volevamo mettere un cane, finto, dentro la lavatrice. Ci finii io».

Le dispiace essere associato sempre al trio?

«No, affatto. Devo a loro la mia carriera artistica. Siamo al punto che quando esco con mia moglie qualcuno commenta: quella è la moglie di Aldo Giovanni e Giacomo!».

Vi volete bene?

«Sì. Giovanni l’ho sentito due giorni fa, Aldo è più anarchico e risponde meno al telefono. A un certo punto abbiamo sentito il bisogno fisiologico di fare anche altro, da soli: la notorietà ti dà una grande libertà. Ci siamo visti una settimana fa per parlare del nuovo film».

Ha fatto ridere tantissime persone: di chi è più orgoglioso?

«Dopo l’Expo il cardinale Scola, allora arcivescovo di Milano, mi commissionò una serata in piazza Duomo sul tema dell’alimentazione. Ero teso perché avevo scritto un pezzo molto divertente, ma pieno di riferimenti biblici un po’ forzati, con Giacobbe, Esaù... Il cardinale mi fece i complimenti. Ma il giorno dopo la vera soddisfazione fu vedere le foto con il cardinale Tagle che rideva a crepapelle! Un filippino, capisce? Comicità senza confini!».

Quale giudizio aspetta con più apprensione? Quello di sua madre o di sua moglie?

«Di mia moglie, mi fa sempre un mazzo così. Le faccio leggere le cose in anteprima, ad alta voce. Lei ride, partecipa, mi fa i complimenti. E poi mi massacra!».

Estratto dell’articolo di Daniela Mattalia per “Panorama”, pubblicato da “La Verità” il 30 settembre 2021. Per 11 anni, prima del palcoscenico, Giacomo Poretti (una delle tre anime del celebre trio con Aldo e Giovanni) ha calcato le corsie degli ospedali come infermiere. Di quell'esperienza ha voluto fare un bilancio scanzonato nel suo ultimo libro - Turno di notte (Mondadori) -. Di seguito uno stralcio della sua intervista che trovate su Panorama. 

Cosa le è venuto in mente di fare un mestiere così ingrato come quello dell'infermiere? È stato per caso, come per il suo alter-ego Sandrino, o ci ha pensato su?

«No, è stato davvero per caso. Da bambini magari sogniamo di diventare astronauta, o pilota, poi la vita decide altrimenti, le "porte scorrevoli" che ci si aprono sono tantissime. Mai avrei pensato di fare un lavoro simile. Ma poi ci sono rimasto».

Alla fine è diventata una scelta.

«Sì, perché dall'ospedale in fondo puoi sempre scappare, se la cosa ti atterrisce. Scegli un'altra specialità, magari in uno studio dentistico, aspiri un po' di saliva ma non vedi cose tremende...».

Allora perché vale la pena?

«Io l'ho vissuto come qualcosa di tragicamente miracoloso. Quando lavori in ospedale la cosa decisiva non appartiene né al "bello" né all'"interessante", è lo stare a contatto con la malattia e anche con i suoi esiti nefasti che è sconvolgente, ti sconquassa. L'aspetto relazionale con le persone è ciò che ti resta addosso».

Come riusciva a non farsi coinvolgere troppo?

«In quelle pagine ho cercato proprio di far capire il pericolo che si corre, sempre in bilico tra il cinismo e l'affezionarsi». 

Lei l'aveva trovato un punto di equilibrio?

«Penso di sì perché, come dice Sandrino, alla fine "i vecchini li ho sempre cambiati", benché si provi spesso la tentazione di dire "ma perché"?».

«Saetta» ha fatto 1.765 turni di notte, anche lei? E un arresto cardiaco, l'incubo di ogni infermiere, le è mai capitato?

«Sì, il numero è grosso modo quello lì. E di arresti cardiaci me ne sono capitati cinque. Non tutti finiti bene, però. Nel mio caso, due si sono salvati e tre no». 

Ha mai pensato «avrei potuto fare di più»?

«Sempre, del resto è la domanda che si fa anche il comico: potevo migliorarla quella battuta? Avrei potuto far ridere di più?».

Mai sofferto di «burnout»?

«No, una volta non si parlava nemmeno di questa sindrome da esaurimento. Però il primo decesso l'ho sofferto proprio tanto. Me lo ricordo bene, era un signore di poco più di 50 anni, aveva una brutta malattia...». 

I medici a volte sono sin troppo bruschi, altre - lei nel libro li prende in giro - fanno i vaghi, usano paroloni astrusi di fronte ai malati e alle famiglie. Lei che ne pensa di loro, sinceramente?

«Io ne ho un'ottima opinione perché è il mestiere più difficile del mondo. Ce ne sono tre così: il medico, il politico e il prete». 

Il politico forse no, eh.

«A farlo bene sì, invece. Io, caspita, ho quasi una venerazione per i medici, anche perché ne ho visti molti in difficoltà, a volte devi far piangere una persona, o famiglie intere, è tremendo». 

Le sarebbe piaciuto indossare il camice?

«Molto, io non ho mai studiato ma avrei voluto fare l'internista: è il cosiddetto medico generico che però deve sapere un'infinità di cose, è come un segugio che scopre la malattia». 

Lei i pazienti li faceva ridere?

«No, non avevo e non ho alcuna attitudine a far ridere chi sta male. Ho sempre pensato che chi va in ospedale non ha voglia di ridere».

Nella sua «seconda vita», le è successo di intervenire in un luogo pubblico dove qualcuno si sente male e c'è chi fa la classica domanda: «C'è un medico»?

«Sì, ti viene istintivo, mi è capitato in incidenti stradali nei quali dai una mano, oppure i vicini di casa ti chiamano per fare una medicazione o togliere i punti e mi dicono: "Giacomo, verresti tu?"».

Aldo e Giovanni le chiedono mai pareri o consigli medici?

«Eh, è successo un paio di volte durante le tournée teatrali che Aldo si ferisse e dovevo fargli il richiamo dell'antitetanica, un gag meravigliosa perché lui è un cagasotto mondiale, Giovanni mi faceva da assistente e io lo rincorrevo con la siringa in mano». 

Lei e la sua famiglia un anno fa vi siete ammalati tutti per il Covid. Sapere di medicina ha aiutato in quel frangente o era peggio?

«In quel caso lì nessun medico al mondo sapeva di cosa ci si stava ammalando, forse adesso si inizia a saperne qualcosa di più, io non ero per niente rassicurato, non c'era nessuna cura certa, si andava a spanne... Anche ora non è che sia chiarissimo. Ho fatto tanti giorni con febbre molto alta, nel marzo 2020. Per fortuna il virus si è fermato lì e non è andato nei polmoni o da altre parti».

Lei nel libro mette in scena un monologo irriverente e un po' scazzato rivolto a Dio. Al quale rimprovera il silenzio. Lei crede? E perché Dio fa finta di niente?

«Io ci credo, sì. E ho cercato di raccontarla nel romanzo com' è fatta la fede, di dubbi, domande, arrabbiature. Tanti filosofi prima di me hanno affrontato il problema di questa "assenza". Appartiene, penso io, al fatto che uno deve stare là e l'altro deve stare qua».

Ma se lui sta là a far finta di niente, noi cosa ce ne facciamo?

«No, non è vero che fa finta di niente. Lei come lo sa? Se Dio risolvesse tutto saremmo dei pupazzi, dei topi da esperimento, invece siamo totalmente liberi. È dentro questo mistero che Saetta chiede e impreca».

·        Ale & Franz.

Ale & Franz ripartono dal teatro: «Gag sull’amore maturo, c’è voglia di leggerezza». Emilia Costantini su Il Corriere della Sera il 18 Dicembre 2021. Assente da due anni dalle scene, il duo comico inaugura la riapertura a Milano dopo ventidue anni del Teatro Lirico. Repliche fino al 9 gennaio. «Comincium» : un titolo, una garanzia. Ale e Franz, al secolo Alessandro Besentini e Francesco Villa, ricominciano dopo due anni di assenza dal palcoscenico, inaugurando la riapertura del Lirico di Milano il 22 dicembre, con la regia di Alberto Ferrari. «Eccoci qui... sembra passato un secolo — esordisce il duo —, i ricordi del sipario che si apre, i fari che si accendono, i sorrisi e gli applausi del pubblico. In una parola: il teatro». Lo spettacolo, accompagnato dalla musica eseguita dal vivo da Luigi Schiavone (chitarra), Fabrizio Palermo (basso), Francesco Luppi (tastiere), Marco Orsi (batteria) e la cantante Alice Grasso, si divide in tre quadri. «Nel primo — spiega Ale — siamo due persone alla fermata dell’autobus. Io sto mangiando un tramezzino e Franz attacca una filippica sulla mia mancanza di rispetto per la natura. La sua critica parte dall’involucro di plastica del mio tramezzino, per arrivare fino al surriscaldamento del pianeta». Nel secondo quadro, due cinquantenni scoprono l’amore: «I due signori di mezza età, si incontrano in un parco — interviene Franz — e uno racconta all’altro di essersi innamorato di una ragazza molto giovane e di sentirsi in colpa. Ma anche l’altro lo rincuora, confidando che gli sta succedendo la stessa cosa. Al termine delle reciproche confessioni, però, esplode una verità che scombina i piani a entrambi». Il duetto si conclude con l’incontro di due amici anziani in una bocciofila: «Entrambi hanno fatto, a suo tempo, la guerra — riprende Ale — ma temono di aver ricevuto una lettera che li richiama al servizio militare». Aggiunge Franz: «Il timore di quel richiamo alle armi, che poi si scoprirà non vero, gli fa rivivere i drammatici momenti del conflitto bellico che hanno patito sulla propria pelle. Ecco — sottolinea l’attore —, forse questa ultima parte è quella che ha un tocco di malinconia». Ma «Comincium» vuole essere, ed è, uno spettacolo divertente, leggero, all’insegna della risata. «Assolutamente sì — conferma Ale —. Il titolo stesso sta a rappresentare la voglia di ripartire, di incontrare il pubblico con una risata liberatoria». Risate e anche tante canzoni: «Eh sì — dice Franz — anche perché la riapertura coincide con un grande evento: il Lirico viene intitolato a Giorgio Gaber. Per noi una bella responsabilità e un grande onore. Verranno quindi eseguite sue canzoni, ma anche di Enzo Jannacci e di Giorgio Strehler». Divertire gli spettatori muniti di mascherina, che copre la bocca che ride, è una deminutio? «Nello spettacolo non si parla di pandemia, un tema doloroso su cui c’è poco da scherzare — risponde Ale —, ma non sono certo le mascherine a bloccare la reazione degli spettatori». Conclude Franz: «La gente ha voglia di uscire, di incontrarsi in una sala teatrale, pur dovendo accettare tutte le misure di sicurezza».

·        Alec Baldwin.

Baldwin spara sul set di Rust, il precedente del 1993 con Brandon Lee. Adnkronos.com il 22 ottobre 2021. Alec Baldwin spara sul set con una pistola di scena causando la morte della direttrice della fotografia Halyna Hutchins e il ferimento del regista Joel Souza. E' accaduto oggi, nel corso della lavorazione del film western 'Rust' al Bonanza Creek Ranch di Santa Fe, in New Mexico. Dietro l'incidente potrebbe esserci il malfunzionamento della pistola di scena, caricata a salve. "I dettagli non sono chiari in questo momento, ma stiamo lavorando per saperne di più e supportiamo un'indagine completa su questo tragico evento", hanno affermato il presidente della International Cinematographer's Guild John Lindley e il direttore esecutivo Rebecca Rhine. Incidenti come quello accaduto sul set di “Rust” sono estremamente rari, ma non inediti. Le armi da fuoco vere sono spesso utilizzate nelle riprese e sono caricate con cartucce a salve che creano un lampo e un botto senza che parta alcun proiettile. Ma a volte qualcosa può andare storto, come accadde nel 1993 a Brandon Lee, il figlio di 28 anni della defunta star delle arti marziali Bruce Lee, morto sul set dopo essere stato accidentalmente colpito da un colpo di pistola di scena durante le riprese di una scena mortale nel film 'Il corvo'. Successivamente è stato appurato che purtroppo la pistola utilizzata aveva un bossolo che era rimasto nella canna e che, nell'esplosione di una nuova carica a salve, la vecchia cartuccia era stata sparata fuori ed aveva ucciso l'attore. Secondo i produttori l'incidente avvenne per una serie di sfortunati eventi scaturiti dalla negligenza dei membri del personale che, avendo bisogno di proiettili inerti per una scena di un primo piano del caricatore, li costruirono togliendo innesco e polvere da sparo da veri proiettili invece di comprarli già pronti. Per errore uno dei proiettili non venne però privato dell'innesco e il revolver venne lasciato carico anche dopo la scena. Quando il grilletto della pistola fu successivamente premuto, l'innesco rimasto ebbe abbastanza forza da spingere comunque l'ogiva fino a metà canna, inceppando l'arma. Al momento della scena fatale, la pistola venne caricata con proiettili a salve (munizioni fornite di polvere da sparo ma prive di ogiva, in modo da emettere il suono dello sparo senza però che avvenga effettivamente lo sparo) ma quando venne esploso il colpo, l'ogiva precedentemente incastrata nella canna venne sparata allo stomaco di Brandon. Lee morì più tardi al New Hanover Regional Medical Center di Wilmington (Carolina del Nord), dopo una lunga e vana operazione per rianimarlo, in cui venne rinvenuta l'ogiva. Le sue eredi, la madre Linda, la sorella Shannon e la fidanzata Elizah, fermarono le indagini ritirando la denuncia e accettando la spiegazione dell'incidente fornita dalla produzione in cambio di un risarcimento in milioni di dollari, firmando un accordo extragiudiziale che suscitò il rimprovero da parte del coroner che svolgeva l'inchiesta, giacché almeno sette persone stavano per andare a processo per omicidio colposo e invece in questo modo non ci fu luogo a procedere.

Dopo aver appresso dell'incidente sul set di 'Rust', la sorella di Brandon Lee, Shannon, ha twittato: "I nostri cuori sono con la famiglia di Halyna Hutchins e Joel Souza e con tutte le persone coinvolte nell'incidente di Rust. Nessuno dovrebbe mai essere ucciso da una pistola in un film".

Da "ansa.it" il 9 novembre 2021. Dopo il tragico incidente sul set del suo film "Rust" in cui è rimasta uccisa la direttrice della fotografia Halyna Hutchins, Alec Baldwin ha chiesto a Hollywood di assumere un poliziotto su ogni set in cui si usano armi. "Ogni set di film o di serie tv che usa pistole, vere o false che siano, dovrebbe avere un poliziotto sul set, assunto dalla produzione, per sorvegliare specificamente la sicurezza delle armi", ha scritto l'attore sui suoi profili social. Baldwin, protagonista e produttore di "Rust", il 21 ottobre in New Mexico aveva aperto il fuoco con un'arma che riteneva caricata a salve e che invece ha ucciso la Hutchins e ferito il regista Joel Souza che si trovava dietro di lei. Nei giorni scorsi, a seguito di quello che aveva definito "un evento orribile", lo stesso Baldwin aveva chiesto di imporre nuove regole sui set che rendessero obbligatorio durante le riprese l'uso di armi e di proiettili di plastica. 

Da leggo.it l'11 novembre 2021. Nuovi guai per Alec Baldwin accusato insieme ad altri di negligenza tale da causare a un dipendente della troupe di Rust un «grave disagio emotivo». Serge Svetnoy il capo tecnico delle luci del set di Rust ha intentato una causa contro diverse società e individui coinvolti nel film, tra cui Alec Baldwin, dopo l'incidente che è costato la vita alla direttrice della fotografia Halyna Hutchins. Nel procedimento si accusano Baldwin, l'assistente alla regia David Halls, l'armaiola Hannah Gutierrez Reed e altri imputati di negligenza che ha causato a Svetnoy un «grave disagio emotivo». Oltre ad incolpare i produttori, tra le altre cose, di non aver assunto un armaiolo competente ed esperto. L'uomo, che ha lavorato come capo tecnico delle luci sul set, dice di essere stato colpito da «materiali di scarico» dell'esplosione e mancato per un pelo dal proiettile partito dalla pistola che impugnava l'attore. «La presenza di un proiettile vero in un revolver rappresentava una minaccia letale per chiunque si trovasse nelle sue vicinanze», si legge nella causa, dove si sostiene la mancata «attuazione degli standard del settore per la custodia e il controllo delle armi da fuoco utilizzate sul set». Svetnoy ritiene «che le munizioni usate non siano mai state conservate in modo sicuro e siano state semplicemente lasciate incustodite sul camion di scena».

Il racconto dell'attore. “Quella volta che ho rischiato la stessa tragedia di Alec Baldwin”, Pierfrancesco Favino e l’incidente sul set con un fucile. Antonio Lamorte su Il Riformista il 10 Novembre 2021. Quello che è successo ad Alec Baldwin poteva succedere a Pierfrancesco Favino. Lo ha raccontato lo stesso attore in una lunga intervista a Il Corriere della Sera. La tragedia sul set del film Rust, lo scorso 21 ottobre: mentre l’attore provava una pistola di scena un colpo è partito e ha ucciso la direttrice della fotografia Halyna Hutchins e ferito il regista Joel Souza. La pistola era caricata con proiettili veri. Le indagini sulla tragedia sul set a Santa Fe, in New Mexico, sono in corso. La rivelazione di Favino – a proposito di brutte esperienze, e di sicurezza sui set cinematografici – proprio nel giorno in cui dagli Stati Uniti arriva la notizia di un membro della troupe del film Rust, Jason Miller, morso al braccio da un ragno marrone. L’uomo è grave, ricoverato in ospedale: rischia l’amputazione a causa dell’infezione. I giornali stanno parlando di maledizione del film. Baldwin, che dall’inizio ha collaborato con gli inquirenti, è ancora sconvolto per la tragedia. “A proposito di quello che è successo a Alec Baldwin – ha raccontato dunque Favino – ricordo un episodio. Eravamo in Bulgaria. Avevo un fucile, ovviamente caricato a salve, dovevo sparare bendato. Ho chiesto all’aiuto regista di poter provare l’arma prima e non mi fu data la possibilità di farlo per questioni di tempo. Sparai, il bossolo mi sfiorò le tempie”. L’attore non ha voluto rivelare di quale film si trattasse. “Per la prima volta nella vita ho urlato tanto. Mi hanno tenuto, avevo ragione io. Un film può venire male, ma un conto è che sia un incidente, un conto che sia un progetto”. L’attore tornerà al cinema il prossimo 18 novembre con Promises di Amanda Sthers. Interpreterà Alexander che “non è il classico italiano mafioso ma un uomo cresciuto a Londra, madre inglese e padre italiano, ma che vuole recidere i legami con questa parte della famiglia”. Ha recitato in inglese. Favino nei prossimi mesi sarà di nuovo in sala con Il colibrì, tratto dal romanzo vincitore del Premio Strega di Sandro Veronesi, e Nostalgia, dal romanzo di Ermanno Rea. Agli inizi, ha ricordato Favino nell’intervista, fu importante la sua ragazza dell’epoca, che lo incoraggiò a recitare. Lui guardava tre film al giorno e andava al Festival di Venezia con lo zaino in spalla. Ha studiato con Luigi Lo Cascio e Fabrizio Gifuni. Con quest’ultimo in particolare condivide tanti biopic sulla storia italiana. I passi più importanti nella sua carriera? Bartali, El Alamein, la serie tv Romanzo Criminale e il Festival di Sanremo condotto con il direttore artistico Claudio Baglioni e Michelle Hunziker nell’edizione del 2018. Favino nella sua carriera ha vinto tre David di Donatello, una Coppa Volpi, quattro Nastri d’argento.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Alec Baldwin, un morto non basta. "Membro della troupe a rischio-amputazione": Rust, altra tragedia sul set. Libero Quotidiano il 09 novembre 2021. Un dramma nel dramma sul set di Rust. Dopo la morte di Halyna Hutchins, colpita dalla pistola di Alec Baldwin, il film deve fare i conti con un'altra tragedia. Jason Miller, membro della troupe nonché addetto allo smantellamento del set, rischia l'amputazione di un arto. L'uomo è stato morso ad un braccio da un "ragno eremita marrone", noto per avere un veleno tossico in grado di causare necrosi. Ed è quello che sta accadendo a Miller, ora grave in ospedale, dove i medici stanno cercando di curare l'infezione e lo stanno sottoponendo a diversi interventi per evitare il peggio. "In pochi giorni ha manifestato sintomi gravi tra cui necrosi del braccio e sepsi - scrive la famiglia di Miller sulla pagina di GoFundMe, creata per raccogliere fondi necessari alle cure mediche -. È stato ricoverato in ospedale e ha subito diversi interventi chirurgici ogni giorno mentre i medici fanno del loro meglio per fermare l'infezione e cercare di salvare il suo braccio dall'amputazione". A tutti viene poi chiesto "supporto e l'offerta di contributi per aiutare Jason a superare questo momento doloroso e impegnativo". Una notizia che arriva dopo la tragica scomparsa della direttrice della fotografia, uccisa da un proiettile vero che in quell'arma non doveva esserci. Chi ha visto Baldwin, è stato lui a sparare alla Hutchins, lo descrive affranto. Da giorni l'attore non si fa vedere in pubblico, chiuso nel dolore per avere perso quella che lui stesso ha definito "un'amica". 

Alec Baldwin distrutto dal dolore: gli attimi dopo la tragedia all'ufficio dello sceriffo. Redazione il 22 ottobre 2021 su Today. E' il Mirror a raccontare i primi momenti dopo l'incidente avvenuto sul set di "Rush", pubblicando fotografie e riportando le dichiarazioni di un funzionario. Distrutto dal dolore. Piegato in due in agonia fuori dall'ufficio dello sceriffo di Santa Fe presso cui si è recato dopo l'incidente mortale avvenuto nelle scorse ore sul set del film western Rush. Così viene raffigurato Alec Baldwin nelle foto pubblicate dal Mirror, quotidiano britannico, nei momenti successivi al colpo sparato con una pistola di scena e che si ritiene abbia ucciso il direttore della fotografia Halyna Hutchins, 42 anni.

Le dichiarazioni di un funzionario dello sceriffo

Baldwin, 63 anni, è apparso visibilmente sconvolto. Stando a quanto riporta il sito del Mirror, un funzionario del dipartimento dello sceriffo di Santa Fe ha dichiarato: "Il signor Baldwin è stato interrogato dagli investigatori e rilasciato. Non sono stati presentati arresti o accuse". E ancora: "Questa indagine rimane aperta e attiva. Nessuna accusa è stata depositata in merito a questo incidente. I testimoni continuano ad essere interrogati dagli investigatori".

La produzione si ferma 

Intanto, dopo la tragedia le riprese si sono ovviamente fermate. "Il cast intero e lo staff sono davvero sconvolti dalla tragedia odierna", si legge nella nota diffusa dalla produzione e riportata dal New York Times. "Abbiamo fermato a tempo indefinito la produzione del film e collaboriamo a pieno con le indagini", aggiunge la dichiarazione che assicura assistenza alle persone coinvolte "mentre lavoriamo per elaborare questo terribile evento" e fa le condoglianze alla famiglia della direttrice della fotografia Halyna Hutchins.

Chi è Alec Baldwin, l’attore che ha sparato sul set del film Rust. Redazione il 22 ottobre 2021 su Newsmondo.it. La biografia, i film e la vita privata di Alec Baldwin, l’attore statunitense coinvolto in un drammatico incidente sul set.

Alexander Rae Baldwin, per tutti semplicemente Alec Baldwin, è un noto attore statunitense che nel corso della sua carriera ha preso parte anche a pellicole di una certa importanza. Nell’ottobre del 2021 il suo nome è venuto alla ribalta per un drammatico incidente avvenuto sul set del film Rust: Alec Baldwin ha accidentalmente aperto il fuoco con una pistola di scena, uccidendo la direttrice della fotografia.

La biografia

Nato nel 1958 negli Usa, sin da giovanissimo coltiva una grande passione per la recitazione. Passione che avrebbe portato avanti nel corso della sua vita e che lo avrebbe portato al successo. Ma prima di sfilare sui red carpet più prestigiosi, Baldwin ha lavorato come cameriere, come autista e anche come venditore di magliette. Un passato che non ha mai rinnegato e non ha mai nascosto. Un passato che gli ricorda i sacrifici fatti per arrivare al successo.

I film di Alec Baldwin

Nel corso della sua carriera Baldwin ha preso parte a svariate decine di film per il cinema e la televisione. Ricordiamo il suo film di esordio, La divisa strappata, del 1986. Un film destinato alla televisione che regala all’attore la prima ondata di visibilità e notorietà. Inizia così a lavorare per il cinema e nel 1988 lavora con Oliver Stone nel film Talk Radio. Inizia una scalata impressionante. Nel 1990 recita al fianco di Sean Connery nel film Caccia a Ottobre Rosso

Negli anni 2000, dopo un periodo difficile dal punto di vista professionale, Baldwin torna alla ribalta con film di primo piano, come The Aviator, di Martin Scorsese.

La filmografia completa e dettagliata è messa a disposizione da Coming Soon.

La moglie e i figli di Alec Baldwin

Il matrimonio con Kim Basinger è stato uno degli eventi più importanti nel mondo del cinema: i due si sposano nel 1993 e hanno una figlia, Ireland. Dopo una lunghissima relazione, nel 2000 arriva la separazione, seguita dal divorzio, ufficializzato nel 2002.

Nel 2012 Baldwin sposa Hillary Thomas, nota semplicemente come Hilaria. Si tratta di una insegnante yoga. Dalla relazione nascono Carmen Gabriela, Rafael, Leonardo Angel, Romeo Alejandro David e Eduardo Pau Lucas. Nel 2021 la coppia ha un’altra figlia, Lucia, nata da madre surrogata.

L’incidente sul set del film Rust: Alec Baldwin spara con la pistola di scena e uccide la direttrice della fotografia

Il 22 ottobre del 2021 Baldwin viene alla ribalta per un drammatico incidente con la pistola avvenuto sul set del film Rust. Baldwin, protagonista del film, spara accidentalmente con la pistola di scena e ferisce a morte la direttrice della fotografia.

Da "leggo.it" il 24 ottobre 2021. La pistola di scena che ha ucciso la direttrice della fotografia Halyna Hutchins era stata usata da alcuni componenti della troupe di Rust per gioco fuori dal set utilizzando proiettili reali e questo potrebbe spiegare perché conteneva munizioni vere. Lo riporta TMZ citando alcune fonti, secondo le quali la polizia ha rinvenuto sul set proiettili veri e salve nella stessa area, e questa potrebbe essere un'altra spiegazione del perché una munizione vera sia poi finita nella pistola di scena. Inoltre l'assistente alla regia di Rust, Dave Halls, è stato oggetto nel 2019 di lamentele per la sicurezza e per il suo comportamento sul set durante le registrazioni di due produzione cinematografiche. Lo riporta Cnn citando alcune fonti, sottolineando che fra le lamentele contro Halls c'era il mancato rispetto dei protocolli di sicurezza sulle armi, degli effetti pirotecnici ma anche il suo comportamento sessuale inappropriato. Halls è identificato nei documenti della polizia come colui che ha consegnato l'arma ad Alec Baldiwn, quella con cui è stata uccisa la direttrice della fotografia Halyna Hutchins.

Alec Baldwin: «Halyna Hutchins era mia amica. Servirebbe una nuova legge per le armi sul set». Redazione Online de Il Corriere della Sera il 30 ottobre 2021. Alec Baldwin parla davanti a una telecamera per la prima volta dal tragico incidente sul set del film «Rust», costato la vita alla direttrice della fotografia Halyna Hutchins lo scorso 22 settembre. L’attore, intercettato da Tmz, ha risposto alle domande dei cronisti ribadendo più volte di non poter parlare dell’incidente. «Ci sono indagini in corso, non posso parlare, lo sceriffo mi ha ordinato di non parlare», dice più volte l’attore e produttore. « Halyna era mia amica, quando sono arrivato in città per la prima volta l’ho portata a cena», ha ricordato visibilmente scosso, ricordando come, insieme al regista Joel Souza rimasto ferito nell’incidente, erano una «squadra ben affiatata». «Quanti incidenti con le armi ci sono? Questi sono gli Stati Uniti. Servirebbe una nuova legge per le armi sul set, magari di plastica, non saprei: io non sono un esperto ma è urgente» «proteggere le persone sul set» e «collaborerei in ogni modo a questo», ha aggiunto.

Alec Baldwin: vita privata, figli, mogli, arresti per le crisi di rabbia, alcol e droghe: la vita dell’attore e i momenti bui. Chiara Maffioletti su Il Corriere della Sera il 22 ottobre 2021. Un carattere irascibile, svariati arresti per aggressione, il divorzio turbolento da Kim Basinger: ritratto del divo che sembrava finalmente aver ritrovato la serenità.

Un carattere non semplice

Non è famoso per avere il carattere più semplice del mondo Alec Baldwin. Attore, umorista, assolutamente versatile sul set, da sempre affianca la sua carriera ad aneddoti sulla vita privata che parlano di un temperamento piuttosto poco propenso alla calma. Le sue crisi di rabbia hanno riempito le cronache, specie qualche anno fa: nel 1995, ad esempio, aggredì un paparazzo che aveva fotografato la moglie Kim Basinger e la loro figlia, Ireland. Nell'ottobre 2021, maneggiando una pistola di scena, ha ucciso per errore la direttrice della fotografia del film Rust, Halyna Hutchins.

L’arresto per una lite

Un altro episodio che ha fatto intuire la scarsa diplomazia che contraddistingue Baldwin c’è stato nel 2014, quando fu arrestato per una lite con la polizia. Il motivo? Era stato fermato mentre andava in bicicletta contromano a New York, dove abita. Non aveva gradito.

Il divorzio da Kim Basinger

Altro capitolo doloroso e complicato della vita dell’attore è quello legato al suo divorzio da Kim Basinger, con cui era stato sposato dal 1993 al 2002. La fine decisamente turbolenta della relazione ha regalato diversi colpi bassi a favore di stampa (Basinger aveva paragonato l’ex marito a Saddam Hussein, ad esempio) oltre che una lunga e durissima battaglia legale, durante la quale Baldwin aveva dovuto lottare anche per poter continuare a vedere e frequentare la figlia.

L’arresto nel 2018

Nel 2018, un’altra epica crisi di rabbia sfociata in un arresto. Questa volta il motivo era stato una lite per un parcheggio, sempre a New York: l’attore in quel caso aveva dovuto rispondere in tribunale all’accusa di aggressione. Tutto era successo in un parcheggio del West Village, dove un uomo di 49 anni si era accaparrato un posteggio che un familiare di Baldwin stava tenendo occupato per parcheggiare la Cadillac Escalade dell’attore. Baldwin non l’aveva presa bene: il 49enne si era quindi recato in ospedale per un dolore alla mascella, ma l’attore aveva negato di averlo preso a pugni.

Le crisi depressive

Altro capitolo dele fasi buie di Baldwin è quello legato alle sue crisi depressive. Negli anni Novanta, sono quelle che l’hanno portato a fare abuso di alcol e altre sostanze stupefacenti. In tempi più recenti, invece, lo avevano spinto ad annunciare di volersi ritirare dalle scene, per nulla soddisfatto del suo lavoro: «La mia carriera è un completo fallimento. L’obiettivo di un attore è interpretare ruoli memorabili, capaci di trascinare la storia del film. Io non ho mai avuto questa soddisfazione». Questo nonostante sia tra gli interpreti più richiesti oltre che versatili.

La nuova vita e la nuova moglie Hilaria Lynn Thomas

Tutto sembrava essere cambiato per il meglio, per Baldwin, con l’incontro del suo nuovo amore: la sua insegnante di ginnastica Hilaria Lynn Thomas. Dopo un anno di fidanzamento, il 30 giugno del 2012 l’ha sposata, nella cattedrale di St. Patrick a New York. Il 23 agosto 2013 diventano genitori di una bambina chiamata Carmen Gabriela e il 17 giugno 2015 hanno avuto un altro figlio, Rafael. La coppia ha avuto il 12 settembre 2016 il suo terzo figlio, Leonardo Àngel Charles. La coppia ha avuto nel maggio 2018 il loro quarto figlio, Romeo Alejandro David e quindi altri due: Eduardo, venuto alla luce lo scorso settembre e, sei mesi dopo, Lucia. L’attore ha spesso ringraziato sua moglie per averlo «salvato» da sé stesso, ridandogli un nuovo equilibrio.

Una pistola a salve può uccidere? Il caso Alec Baldwin, le armi di scena e trucchi di Hollywood, tra negligenze e tragici errori. Matteo Persivale su Il Corriere della Sera il 22 ottobre 2021. Le armi usate sui set cinematografici possono essere fondamentalmente di due tipi: pistole giocattolo, o pistole vere caricate a salve con piccole cariche esplosive. Come è possibile che 28 anni dopo l’incidente capitato a Brandon Lee, figlio di Bruce, sul set di un film, si possa ancora morire per colpa di una pistola di scena? Le perizie balistiche della polizia su quanto capitato sul set di Rust — in cui Alec Baldwin ha sparato alcuni colpi di pistola uccidendo la direttrice della fotografia Halyna Hutchins e ferendo il regista del film Joel Souza — chiariranno tutto, ma è possibile fare delle ipotesi. Le pistole usate sui set cinematografici possono essere fondamentalmente di due tipi: pistole giocattolo, o pistole vere caricate a salve con piccole cariche esplosive che emettono semplicemente una fiammata molto scenografica ma ovviamente non fanno fuoriuscire un proiettile. Perché non sempre si usano pistole giocattolo? Perché semplicemente non sembrano vere, sono più leggere e vengono maneggiate in modo diverso: nelle riprese più ravvicinate si vedrebbe la differenza. Quindi si usano pistole vere, che un tecnico specializzato che deve sempre essere presente sul set carica non con proiettili ma con piccole cariche capaci per l’appunto di fare una fiammata. Nel 1993, quando morì Lee (la pistola era caricata a salve ma era rimasto in canna, incredibilmente, un proiettile vero che venne sparato fuori dalla carica a salve, si scoprì con l’autopsia), la tecnologia digitale degli effetti speciali era primitiva: ora però non ci sono scuse, sarebbe tecnicamente possibile usare sempre pistole scariche, non fare nessuna fiammata «fisica» ma aggiungere il tutto, digitalmente, in post-produzione. Perché, comunque, anche le pistole caricate correttamente a salve possono uccidere? Nel 1984, l’attore Jon-Erik Hexum stava giocando con una pistola di scena, una 44 Magnum,durante le noiosissime pause sul set. La pistola era stata – appare oggi negligenza criminale – lasciata incustodita. Hexum pensava che le cartucce a salve al suo interno fossero innocue, si appoggiò la pistola alla tempia e premette scherzosamente il grilletto, tipo «roulette russa». La carica, spinta dal gas e studiata per fare una fiammata di circa 20 cm, gli spezzò l’osso temporale che finì dentro nel cervello, uccidendolo.

Da "corriere.it" il 23 ottobre 2021. Si arricchisce di nuovi tasselli la tragica vicenda che ha coinvolto Alec Baldwin sul set del film «Rust». Se in molti si sono chiesti come fosse possibile che ci fosse un’arma carica — quella che ha ucciso la 42enne direttrice della fotografia Halyna Hutchins — ora sembra delinearsi qualche risposta. Circa un mese fa, la persona scelta come responsabile dell’armeria, la 24enne Hannah Gutierrez-Reed, aveva confessato in un’intervista podcast i suoi timori circa il suo ruolo già nel fim precedente a «Rust», «The Old Way», con Nicolas Cage: «Quasi non ho accettato il lavoro perché non ero sicura di essere pronta, ma facendolo è andato tutto bene», aveva dichiarato. Quello era il suo debutto a capo del dipartimento armi da fuoco in una produzione cinematografica. In quell’occasione, aveva anche ammesso di aver trovato il caricamento di armi a salve in una pistola «la cosa più spaventosa» perché non sapeva come farlo, tanto da chiedere aiuto a suo padre, pure armaiolo, per superare la paura. Ma non sono gli unici nuovi dettagli inquietanti ad essere emersi. Si è saputo da qualche ora che la troupe cinematografica aveva lasciato il set qualche tempo prima dell’incidente mortale proprio per alcuni timori legati alla sicurezza dopo che le armi da fuoco erano state scaricate accidentalmente tre volte. Una di queste, dalla controfigura di Baldwin a cui era stato detto che la pistola non era carica. Nel report della polizia è stato detto che Gutierrez-Reed aveva disposto tre pistole di scena su un carrello fuori dal luogo delle riprese, e il primo assistente alla regia — Dave Halls — ne aveva afferrato una portandola da Baldwin, ignaro che fosse caricata con proiettili veri. Non solo, «pistola fredda» aveva gridato Halls prima di consegnare la pistola all’attore: una frase usata per segnalare al cast e alla troupe che la pistola era sicura, pronta per sparare per la scena. Pochi istanti dopo, girando una scena all’interno di una chiesa, Baldwin ha mirato alla telecamera e premuto il grilletto, uccidendo Hutchins mentre lo filmava e ferendo il regista Joel Souza, che era in piedi dietro di lei.

Alessandra Ferrara Biondo per "tio.ch" il 23 ottobre 2021. Man mano che trascorrono le ore dal fatale incidente avvenuto sul set, che ha visto l'attore Alec Baldwin uccidere accidentalmente la direttrice della fotografia Halyna Hutchins, aumentano le informazioni diffuse dai media statunitensi. Sarebbe stata una ventenne al suo primo incarico a fornire la pistola carica, con un solo colpo vero al suo interno. Il suo nome è Hannah Gutierrez Reed, stando alla Bbc, che a sua volta cita un documento con i nomi dei membri della troupe di turno quel giorno. A lei era affidato il compito di controllare le armi da fuoco del film. La ragazza è la figlia del famoso armaiolo Thell Reed, abituato a lavorare sui set dei grandi film. Ma l'arma è stata consegnata a Baldwin da un assistente alla regia, David Halls, che prima di passargliela avrebbe avvisato che la pistola era "fredda", vale a dire che non aveva proiettili veri al suo interno. All'attore sarebbe stata fornita una delle tre pistole a disposizione sul set. Lo riporta la Cnn, che cita l'affidavit presentato dall'ufficio dello sceriffo della contea di Santa Fe. Come già anticipato c'era già stato un incidente sul set: la controfigura dell'attore aveva sparato accidentalmente due colpi dopo che gli era stato assicurato che la pistola non era carica, nemmeno a salve. Dopo quell'episodio tuttavia non ci fu nessuna indagine. Oggi Baldwin ha rilasciato le prime dichiarazioni dopo l'incidente: «Non ho parole per descrivere lo choc e la tristezza per questo tragico incidente. Halyna Hutchins era una moglie, una madre e una collega apprezzata da tutti noi». E proprio in onore della direttrice della fotografia, l'American Film Institute, presso il quale la Hutchins si era laureata nel 2015, ha creato un fondo per delle borse di studio. La chiamata al 911 - È stato un membro della troupe a chiamare i soccorsi, dichiarando che due persone erano state uccise accidentalmente sul set. «Abbiamo bisogno di aiuto, hanno sparato al regista e ad una cameraman» ha detto la donna al telefono. Stando all'affidavit, tutte le armi da fuoco, le munizioni, le macchine da presa, le apparecchiature e gli abiti indossati dagli attori al momento della sparatoria sono stati sequestrati. 

Baldwin, un’altra pistola aveva già sparato. Allarmi e misteri sul set di «Rust». Matteo Persivale su Il Corriere della Sera il 24 ottobre 2021. Sei milioni di dollari. Poco più di cinque milioni di euro. Per il cinema americano sempre più dipendente dai kolossal — investimento enorme, incassi in proporzione — rappresentano un budget da niente, quello dei film definiti tecnicamente di «Tier 1», fascia 1, cioè quella più bassa, una specie in via d’estinzione in un modello di business come quello di Hollywood cambiato radicalmente dallo streaming. La morte accidentale della direttrice della fotografia del film «Rust» , colpita al petto da un colpo sparato con una pistola di scena da Alec Baldwin durante le riprese, giovedì scorso, in New Mexico, si spiega tristemente, banalmente, vergognosamente così: tanta fretta, pochi soldi, ore di lavoro troppo lunghe, troppe scorciatoie prese su tutto, sicurezza compresa. Il Los Angeles Times ha rivelato che poche ore prima della tragedia la troupe — regolarmente iscritta al sindacato — aveva lasciato il set per protestare contro condizioni di lavoro troppo onerose (orari lunghissimi, l’albergo a 80 km dal set per risparmiare) ed era stata sostituita da tecnici non iscritti al sindacato, quindi meno costosi e meno dotati di diritti, arruolati in loco a Santa Fe. Incredibilmente una pistola, qualche giorno fa, aveva già sparato per errore due proiettili, senza colpire nessuno — per mano della controfigura di Baldwin. Elemento che mette in una posizione ancora più complicata Hannah Gutierrez-Reed, responsabile delle armi di «Rust». Ventiquattrenne, al suo secondo film come armiere, ora viene accusata da tutti d’incompetenza — commentando in un podcast la sua prima esperienza, in un film con Nicolas Cage, aveva detto di non essere sicura di sentirsi pronta — ma è figlia di un famoso stuntman e armiere di Hollywood, che le ha insegnato personalmente il mestiere. È appurato che quando l’aiuto regista David Halls, pochi istanti prima del ciak, ha preso una pistola da un carrello (ce n’erano tre) e l’ha data a Alec Baldwin, , dando sostanzialmente luce verde all’azione. Pochi istanti dopo, Baldwin ha sparato e dalla pistola — tutt’altro che «cold», scarica — è partito un proiettile. Un colpo solo: una morta e un ferito. La questione centrale sulla quale stanno indagano i periti dell’ufficio dello sceriffo di Santa Fe è questa: la prima regola di sicurezza del manuale che illustra la procedura per utilizzare armi su un set, il manuale standard dell’industria cinetelevisiva, decreta che nessun proiettile vero deve essere presente sul set, o nelle vicinanze. È cioè proibito anche solo portare un proiettile con sé dirigendosi sul set, e lasciarlo nel cruscotto dell’auto chiusa a chiave e parcheggiata. Non si può, punto. Come ha fatto invece un proiettile vero, capace di trafiggere un corpo umano e di avere ancora abbastanza velocità da ferire la spalla di qualcuno posizionato dietro la vittima colpita in pieno, a finire dentro la pistola non «fredda» ma caldissima consegnata nelle mani di Baldwin? Come mai dopo l’incidente della pistola della controfigura non è stato preso nessun provvedimento? Rust Movie Productions LLC, la società di produzione, ha diramato un comunicato decisamente anodino nello stile ma che suona, viste le circostanze, grottesco: «La sicurezza del cast e della troupe era la priorità assoluta. Anche se non siamo stati informati di alcun reclamo ufficiale riguardante la sicurezza di armi o oggetti di scena sul set, condurremo un’indagine interna». Il set in New Mexico è fermo, la troupe dissolta: il circo mediatico si è trasferito a New York, con i fotografi appostati sotto casa Baldwin 24/7 che hanno ripreso i sei figli piccoli e il gatto portati via dalle tate, a bordo di tre suv carichi di bagagli, saggiamente evacuati da Manhattan per un luogo più tranquillo.

Matteo Persivale per il "Corriere della Sera" il 25 ottobre 2021. «Quel figlio di p… dell'aiuto regista». La registrazione della chiamata al 911, il pronto intervento, dice tutto. La voce è di Mamie Mitchell, che era accanto a Halyna Hutchins quando la direttrice della fotografia, giovedì scorso, è stata centrata al petto da un proiettile sparato da Alec Baldwin con una pistola di scena sul set del film western Rust. Mitchell, una delle poche veterane della troupe, era la «script supervisor», la persona cioè che ha il compito fondamentale di controllare che tutto - dai capelli degli attori all'arredamento del set - resti identico tra un ciak e l'altro, per ovvie ragioni di continuità logica. Ecco le sue parole: «Siamo al Bonanza Ranch, una pistola di scena ha sparato per errore il regista e la direttrice della fotografia sono stati colpiti: venite subito con le ambulanze». E poi, rivolgendosi a qualcun altro, non all'operatore: «Quel figlio di p dell'aiuto regista a pranzo mi aveva appena urlato dietro hai visto come gridava? Eppure è lui che ha la responsabilità di controllare le pistole, quel fottuto». Sta parlando di Dave Halls, aiuto regista che aveva prelevato la pistola da un carrello (ce n'erano altre due) e come da protocollo di sicurezza aveva gridato «pistola scarica» e l'aveva data a Baldwin. Baldwin, protagonista e anche co-produttore del film, appena si è accorto di aver sparato ha immediatamente gridato «perché mi avete dato una pistola carica?». L'aiuto regista è nei guai: Maggie Goll, che nel 2019 ha lavorato con lui, ha spiegato alla Nbc che Halls «non aveva creato un ambiente di lavoro sicuro nessuna corsia antincendio stabilita, uscite bloccate ... le riunioni di sicurezza erano inesistenti Halls non ha mai tenuto riunioni sulla sicurezza quando sul set è stata usata una pistola». La produzione era assicurata, ma pare inevitabile una causa civile da parte degli eredi di Hutchins, 42 anni, sposata, un bimbo piccolo. «Qualcuno deve essere stato per forza negligente - ha detto al Los Angeles Times il professore della USC Gould School of Law Gregory Keating - La questione è capire chi è stato negligente, e come spartire la responsabilità».

Laura Zangarini per il Corriere.it il 25 ottobre 2021. Il colpo che ha ucciso Halyna Hutchins sul set del film «Rust» è partito dalla pistola di Alec Baldwin mentre l’attore si stava esercitando a estrarla dalla fondina nell’ambito di una ripetizione: lo ha detto alla polizia il regista della pellicola, Joel Souza, rimasto ferito alla spalla dal proiettile. L’agenzia Reuters precisa che, sempre secondo la deposizione di Souza, Baldwin, dopo aver estratto l’arma dalla fondina, l’ha puntata verso la telecamera, accanto alla quale si trovavano Hutchins e Souza. In quel momento sarebbe partito il colpo fatale. «Stavo guardando (Baldwin, ndr) stando dietro alla spalla di Hutchins» e all’improvviso «abbiamo sentito come il rumore di una frusta e poi un forte colpo», ha dichiarato Souza. Che ha poi detto di «ricordare vagamente Hutchins lamentarsi del dolore allo stomaco e al petto». La direttrice della fotografia ha detto che «non riusciva a sentire le sue gambe», secondo quanto riferito agli investigatori da Reid Russel, il cameraman che era in piedi accanto a lei al momento della sparatoria. In seguito, ha aggiunto Souza, la direttrice della fotografia «si è accasciata ed è stata soccorsa a terra». Alex Baldwin, 63 anni, sconvolto dalla tragedia è stato fotografato sabato fuori da un hotel a Santa Fe mentre abbracciava e parlava con Matt Hutchins, il marito della vittima, e il loro bambino di nove anni. In una dichiarazione letta a una fiaccolata, Hutchins ha definito la morte di sua moglie «una enorme perdita». Nessuno finora è stato accusato per l’incidente mortale durante le riprese di giovedì al Bonanza Creek Ranch fuori Santa Fe, mentre l’ufficio dello sceriffo continua le sue indagini. Secondo quanto emerso finora, tutti i testimoni sul set hanno dichiarato che a Baldwin era stato assicurato che l’arma fosse scarica poco prima che iniziasse la scena. Nei giorni scorsi sono emersi dettagli preoccupanti sulle misure di sicurezza adottate sul set a causa della produzione a basso costo del film: in particolare, la responsabile alle armi era al suo secondo incarico e aveva lasciato trapelare in passato dubbi sulla sua preparazione ad affrontare un ruolo di questa importanza, e l’assistente alla regia Dave Halls sarebbe stato protagonista nel recente passato di comportamenti inappropriati su diversi set, dove avrebbe anche trascurato l’aspetto della sicurezza. Da testimonianze raccolte dal sito Tmz sembra poi che l’arma che ha colpito Hutchins fosse stata utilizzata per gioco fuori dal set, con proiettili veri: e questo spiegherebbe come mai all’interno del tamburo si trovasse - in palese violazione di tutte le norme di sicurezza - almeno una pallottola carica. 

Anna Guaita per “il Messaggero” il 25 ottobre 2021. Chi aveva giocato a tiro a segno con la Colt che Alec Baldwin ha poi usato nella scena che si è conclusa con l'uccisione della fotografa Halyna Hutchins? Ogni giorno che passa, nuovi inquietanti particolari contribuiscono a delineare un quadro di sciatteria e noncuranza sul set del western Rust, teatro dell'incidente che è costato la vita a Halyna e ha portato in ospedale anche il regista Joel Souza. In forma privata, vari dipendenti del set raccontano ai media americani che sin dai primissimi giorni nel ranch vicino a Santa Fe si erano contate numerose violazioni del protocollo di sicurezza. Tra queste anche un atteggiamento spavaldo nell'uso delle armi, al punto che qualcuno si era divertito a sparare per davvero con reali pallottole, e questo potrebbe spiegare come mai un proiettile sia rimasto nella Colt che l'assistente alla regia Dave Halls ha passato a Baldwin. Ma non si spiega come mai sia Halls, sia la capo armiera, Hannah Gutierrez Reed, non abbiano prima controllato ognuna delle tre pistole che erano state messe su un carrello a disposizione dell'attore. Nuove testimonianze sono giunte da ex colleghi sia di Halls che della Gutierrez, secondo i quali in film precedenti il loro comportamento era stato negligente proprio nel maneggiare le armi. Vari esperti hanno confidato a Variety, la rivista considerata la bibbia di Hollywood, che per fare economia spesso i film low-budget, com' era Rust, ricorrono a personale non sindacalizzato, ma questo significa portare sul set giovani ancora alle prime armi, che non hanno abbastanza esperienza, come sembra fosse la 24enne Gutierrez. La rivista ha dedicato ieri un lungo servizio sul suo sito per lamentare il fatto che negli ultimi dieci anni la crescente popolarità dei servizi in streaming ha raddoppiato la produzione di spettacoli, e la fretta di produrre e guadagnare ha spinto l'industria ad abbassare il livello di qualità del personale che assume. Per di più questo personale è soggetto a turni di lavoro massacranti e ciò facilita le sviste. Sul set di Rust la scarsa sicurezza pare sia stata dovuta anche alle crescenti economie. Un gruppo di sei dipendenti del set hanno fatto la valigia dopo che erano stati trasferiti da un normale motel a uno scalcinato, e a quel punto la produzione del film ha assunto nuovi dipendenti, scegliendoli fra personale non sindacalizzato. Tutto ciò fa intuire che la tragedia si trasferirà presto in tribunale. In questo momento ci sono tre inchieste sui fatti dello scorso giovedì, una aperta dalla polizia di Santa Fe e dalla procuratrice Mary Carmack-Altwies, una dall'assicurazione che copriva la produzione e una dalla Occupational safety and health administration del Dipartimento del lavoro. Esperti di legge pensano che ci sia la possibilità che qualcuno venga incriminato per omicidio colposo. Ci sarebbe un precedente nel caso del regista Randall Miller, che ha fatto due anni di carcere per aver dimostrato incuria sul set del film «Midnight Runner», nel 2014, quando una addetta alla cinepresa rimase schiacciata da un treno su una ferrovia che doveva essere deserta. Nel caso della morte di Halyna Hutchins però sia il regista Souza sia l'attore Alec Baldwin erano stati assicurati dall'assistente alla regia Halls che la pistola era scarica. Anche sulle responsabilità dei produttori del film, responsabili davanti all'assicurazione di far rispettare i protocolli di sicurezza, le cose sono un po' fumose: i produttori sono sette, e fra questi c'è lo stesso Baldwin, il quale però è stato lui stesso vittima della superficialità dei controlli.

Caso Baldwin, cosa sappiamo dell’incidente sul set di «Rust»: tiro al bersaglio, sciatteria, accuse. Matteo Persivale su Il Corriere della Sera il 26 ottobre 2021. Sul set si giocava a sparare alle lattine. Anche l’attore (e produttore) ora rischia: ha sparato per errore alla direttrice della fotografia, che ha ucciso, e al regista. «Perché mi avete dato una pistola carica? Perché?», gridava Alec Baldwin subito dopo aver sparato per errore alla direttrice della fotografia e al regista del suo film Rust, giovedì scorso, alle 13.50 (le 21.50 in Italia), Bonanza Creek Ranch nei pressi di Santa Fe, New Mexico. Dopo giorni di rivelazioni sull’indagine che sta svolgendo l’ufficio dello sceriffo la risposta che si può già dare, con certezza, alla sua domanda, è: per negligenza, incapacità, sciatteria. Per folle incoscienza, per fretta di completare un western dal budget ridicolo per la Hollywood di oggi, sei milioni di dollari. Il risultato: Baldwin, nei panni di un pistolero, ha centrato la direttrice della fotografia Halyna Hutchins, 42 anni, e il regista Joel Souza, 48 anni. Hutchins è morta prima di arrivare in ospedale, Souza è stato ferito leggermente a una spalla.

I colpi per gioco

Le rivelazioni di ieri sono particolarmente sconvolgenti. Tutti si chiedevano come fosse possibile che una pistola di scena avesse in canna un proiettile vero? Si è saputo che i membri della piccola, sgangherata troupe nei giorni precedenti (prima di andarsene, poche ore prima della tragedia, per protestare contro il superlavoro e l’albergo a 80 km dal set, sostituiti da personale locale non iscritto al sindacato) erano soliti ammazzare il tempo caricando le armi di scena con proiettili veri, e giocando al tiro a segno con le lattine di birra vuote nei pressi del set. Si chiama «plinking», in slang: un’abitudine molto americana (gli americani sono 329 milioni, le pistole almeno 390 milioni), ma la prima regola di sicurezza di ogni set è che non possono esserci munizioni vere, soltanto quelle a salve realizzate apposta da tecnici specializzati, senza proiettile, che fanno semplicemente rumore e un lampo molto scenografico ma che non fanno uscire nulla dalla pistola.

Negligenze e accuse

Come è finita una pistola carica nelle mani di Baldwin? Gliel’ha data l’aiuto regista Dave Halls, dopo aver gridato, come da procedura, per essere sentito da cast e troupe, «pistola scarica», garantendo così a tutti che il ciak sarebbe avvenuto in completa sicurezza (si è saputo ieri che Halls era stato cacciato da una produzione proprio per violazioni alla sicurezza delle armi quando una pistola aveva sparato per errore, e per comportamenti scorretti a sfondo sessuale). Nella registrazione della telefonata del pronto intervento si sente la script supervisor della produzione inveire contro Halls, «quel figlio di p…». Chi ha dato la pistola carica a Halls? La quasi debuttante responsabile delle armi Hannah Gutierrez-Reed, 24 anni, che ha ottenuto il lavoro dopo che altri più esperti si erano chiamati fuori visto il budget irrisorio e la lavorazione a tappe forzate (Gutierrez-Reed è figlia di un famoso stuntman e armiere di Hollywood, che le ha insegnato personalmente il mestiere).

Cosa può accadere

Le possibili conseguenze? Quelle penali sono da determinare: le testimonianze solleverebbero Baldwin da conseguenze per negligenza criminale, molto a rischio invece Gutierrez-Reed e Halls. Quelle civili? Enormi, e molto ramificate. L’assicurazione difficilmente basterà a coprire l’entità del danno provocato: la famiglia della vittima, in assenza di un accordo extragiudiziale, potrà citare per danni la produzione (Baldwin è co-produttore: pare salvo o quasi da strascichi penali ma quelli civili paiono garantiti) e, singolarmente, Gutierrez-Reed, Halls, e altri.

Chiara Maffioletti per "corriere.it" il 23 ottobre 2021.

Un carattere non semplice

Non è famoso per avere il carattere più semplice del mondo Alec Baldwin. Attore, umorista, assolutamente versatile sul set, da sempre affianca la sua carriera ad aneddoti sulla vita privata che parlano di un temperamento piuttosto poco propenso alla calma. Le sue crisi di rabbia hanno riempito le cronache, specie qualche anno fa: nel 1995, ad esempio, aggredì un paparazzo che aveva fotografato la moglie Kim Basinger e la loro figlia, Ireland.

Nell'ottobre 2021, maneggiando una pistola di scena, ha ucciso per errore la direttrice della fotografia del film Rust, Halyna Hutchins.

L’arresto per una lite

Un altro episodio che ha fatto intuire la scarsa diplomazia che contraddistingue Baldwin c’è stato nel 2014, quando fu arrestato per una lite con la polizia. Il motivo? Era stato fermato mentre andava in bicicletta contromano a New York, dove abita. Non aveva gradito.

Il divorzio da Kim Basinger

Altro capitolo doloroso e complicato della vita dell’attore è quello legato al suo divorzio da Kim Basinger, con cui era stato sposato dal 1993 al 2002. La fine decisamente turbolenta della relazione ha regalato diversi colpi bassi a favore di stampa (Basinger aveva paragonato l’ex marito a Saddam Hussein, ad esempio) oltre che una lunga e durissima battaglia legale, durante la quale Baldwin aveva dovuto lottare anche per poter continuare a vedere e frequentare la figlia.

L’arresto nel 2018

Nel 2018, un’altra epica crisi di rabbia sfociata in un arresto. Questa volta il motivo era stato una lite per un parcheggio, sempre a New York: l’attore in quel caso aveva dovuto rispondere in tribunale all’accusa di aggressione. Tutto era successo in un parcheggio del West Village, dove un uomo di 49 anni si era accaparrato un posteggio che un familiare di Baldwin stava tenendo occupato per parcheggiare la Cadillac Escalade dell’attore. Baldwin non l’aveva presa bene: il 49enne si era quindi recato in ospedale per un dolore alla mascella, ma l’attore aveva negato di averlo preso a pugni. 

Le crisi depressive

Altro capitolo dele fasi buie di Baldwin è quello legato alle sue crisi depressive. Negli anni Novanta, sono quelle che l’hanno portato a fare abuso di alcol e altre sostanze stupefacenti. In tempi più recenti, invece, lo avevano spinto ad annunciare di volersi ritirare dalle scene, per nulla soddisfatto del suo lavoro: «La mia carriera è un completo fallimento. L’obiettivo di un attore è interpretare ruoli memorabili, capaci di trascinare la storia del film. Io non ho mai avuto questa soddisfazione». Questo nonostante sia tra gli interpreti più richiesti oltre che versatili. 

La nuova vita e la nuova moglie Hilaria Lynn Thomas

Tutto sembrava essere cambiato per il meglio, per Baldwin, con l’incontro del suo nuovo amore: la sua insegnante di ginnastica Hilaria Lynn Thomas. Dopo un anno di fidanzamento, il 30 giugno del 2012 l’ha sposata, nella cattedrale di St. Patrick a New York. Il 23 agosto 2013 diventano genitori di una bambina chiamata Carmen Gabriela e il 17 giugno 2015 hanno avuto un altro figlio, Rafael. La coppia ha avuto il 12 settembre 2016 il suo terzo figlio, Leonardo Àngel Charles. La coppia ha avuto nel maggio 2018 il loro quarto figlio, Romeo Alejandro David e quindi altri due: Eduardo, venuto alla luce lo scorso settembre e, sei mesi dopo, Lucia. L’attore ha spesso ringraziato sua moglie per averlo «salvato» da sé stesso, ridandogli un nuovo equilibrio

Da "corriere.it" il 22 ottobre 2021.

Brandon Lee rimasto ucciso sul set de Il Corvo

L'incidente avvenuto sul set del film «Rust» — in cui Alec Baldwin ha sparato alcuni colpi di pistola uccidendo la direttrice della fotografia Halyna Hutchins e ferendo il regista del film Joel Souza — è solo l'ultimo di una serie nella storia del cinema. Aveva scioccato il mondo la morte di Brandon Lee. Era il 31 marzo del 1993 quando, per un colpo di pistola accidentale sparato sul set de «Il Corvo», l’attore morì: aveva 28 anni. I produttori parlarono subito di una serie di eventi sfortunati, ma aveva colpito tutti il fatto che al momento dello sparo Lee stesse girando la scena in cui il suo personaggio ricorda il momento della sua morte. A sparare fu Michael Massee, l’interprete del personaggio di Funboy. 

Vic Morrow e due comparse morte sul set di Ai confini della realtà

Tre attori sono morti invece sul set del film del 1983, «Ai confini della realtà»: durante le riprese un elicottero si schiantò uccidendo l’attore Vic Morrow e due comparse (Myca Dinh Le e Renee Shin-Yi Chen). Dietro la macchina da presa c’era John Landis. Morrow e Dinh furono decapitati dalle pale dell’elicottero, dopo che aveva perso il controllo fino allo schianto. 

Harry O'Connor in Xxx

Harry O’Connor, era una controfigura di successo a Hollywood. Nel film con protagonista Vin Diesel, diretto da Rob Cohen, mentre vestiva i suoi panni in una scena d’azione, si lanciò da un’auto in volo con il paracadute ma finì contro un ponte, rimanendo ucciso all’istante. La scena è stata inclusa nella pellicola, anche se comprensibilmente senza lo schianto finale. 

John Bernecker morto girando The Walking Dead

Incidente mortale anche sul set della celebre serie tv con i morti viventi protagonisti. Il 12 luglio 2017, durante le riprese dell’ottava stagione, lo stuntman John Bernecker per un salto sbagliato dal balcone atterrò di testa sul cemento, morendo poco dopo.

Il pilota Art Scholl in Top Gun

Art Scholl, pilota e istruttore di volo, rimase ucciso durante le riprese di «Top Gun», nel 1985. L’uomo precipitò nell’oceano Pacifico, per un’acrobazia sbagliata: l’aereo non è più stato ritrovato.

The Sword of Tipu Sultan

Ad oggi, il set cinematografico con il maggior numero di morti resta quello di «The Sword of Tipu Sultan», una seria tv indiana. Nel 1989 lo studio dove veniva registrata aveva preso fuoco e 62 persone morirono, intrappolate tra le fiamme. Il regista e attore Sanjay Khan era rimasto in ospedale per 13 mesi.

Dagotraduzione dal New York Post il 25 ottobre 2021. La tragedia sul set del film western “Rust” a Santa Fe, nel New Mexico, potrebbe avere conseguenze legali gravi per Alec Baldwin, che giovedì, sparando con una pistola di scena, ha ucciso accidentalmente il direttore della fotografia del film, Halyan Hutchins, 42 anni. Questo è il parere degli esperti legali consultati dal Post. Secondo Joseph Costa, avvocato di Los Angeles, l’attore e produttore esecutivo del film potrebbe essere anche accusato di omicidio colposo. «Come produttore esecutivo, è in una posizione di controllo e può essere perseguito penalmente». «È come bere quando si guida, non si ha intenzione di causare gravi danni, eppure può succedere di provocarne». Erlinda Johnson, avvocato penalista nel New Mexico, ex procuratore statale e federale, ha spiegato che Baldwin potrebbe dover affrontare una responsabilità penale per omicidio colposo. «Tutto ciò che lo stato deve dimostrare è che è stato coinvolto in un atto lecito ma pericoloso e non ha agito con la dovuta cautela». «L’omicidio colposo è un reato di quarto grado con una pena massimo fino a 18 mesi di carcere». Anche se la difesa di Baldwin dovesse sostenere che all’attore è stata consegnata la pistola da qualcun altro, «beh, spettava a lui, dal momento che stava maneggiando l’arma, assicurarsi che non ci fossero proiettili». «Chiaramente qualcuno non ha affrontato la cosa con la dovuta diligenza. Avrebbero dovuto controllare quelle pistole per assicurarsi che non ci fossero proiettili veri». Un altro avvocato, questa volta della California meridionale, ha detto che nessuna, tra le persone coinvolte nel film, è al sicuro davanti a una denuncia civile. «Saranno tutti citati in giudizio» ha detto Denise Bohdan, avvocato difensore di Los Angeles. «Chiunque abbia gestito quel set sarà portato in tribunale». «Alec Baldwin è stato il produttore principale, ma si potrebbe scoprire che è stato un altro produttore a cercare di tagliare sui costi. Non credo che sarà accusato di omicidio, ma per Baldwin sarà sicuramente un incubo legale». «I fatti devono ancora venire fuori, ma per quanto riguarda le accuse penali, saranno esaminate eventuali negligenze» ha detto Rachel Fiset, avvocato penalista di Los Angeles. «I suoi problemi non riguardano quello che ha fatto come attore. Verrà sicuramente fuori che pensava di sparare a salve. Il vero problema è il suo ruolo di produttore e i protocolli di sicurezza sul set, o la loro assenza. Se viene dimostrata una vera negligenza, potrebbe provocare accuse penali». Secondo il penalista di New York Rob Kuby, Baldwin non sarà accusato penalmente per la legge in New Mexico, anche se «certamente è esposto civilmente sia come produttore che come datore di lavoro».   

Alec Baldwin spara sul set e uccide la direttrice della fotografia, ferito il regista: la tragedia durante le riprese del suo western. Il fatto è accaduto mentre si girava la scena di una sparatoria: la pistola che avrebbe dovuto sparare a salve ha funzionato male. L'attore in lacrime: "È stato un incidente". La Repubblica il 22 ottobre 2021. Tragedia durante le riprese del film western Rust al Bonanza Creek Ranch, vicino a Santa Fe, nel New Mexico. Halyna Hutchins, direttrice della fotografia, 42 anni, è morta mentre il regista Joel Souza, 48 anni, è rimasto ferito. A fare fuoco con una pistola di scena è stato Alec Baldwin, protagonista e produttore del film, secondo la ricostruzione dell'ufficio dello sceriffo della contea di Santa Fe. Ma la pistola che avrebbe dovuto sparare a salve, secondo un portavoce di Baldwin, ha funzionato male. È accaduto durante le riprese della sequenza di una sparatoria. La tragedia sarebbe avvenuta a causa del malfunzionamento di un'arma da fuoco, una pistola o un fucile di scena. Inutile il trasporto di Hutchins in elicottero al New Mexico Hospital, dove la donna è morta, mentre Souza è arrivato in ambulanza al Christus St. Vincent Regional Medical Center. Si trova in terapia intensiva, le sue condizioni sono state definite critiche. A dare aggiornamenti è l'attrice Frances Fisher: con un tweet comunica sui social che il regista è uscito dall'ospedale.

Baldwin: "È stato un incidente"

Sull'episodio indaga l'ufficio dello sceriffo della contea di Santa Fe, che dovrà accertare la dinamica dell'incidente e che tipo di arma e di proiettili sono stati utilizzati. Proseguono gli interrogatori. La polizia ha confermato che a sparare è stato il protagonista e co-produttore del film, visto in lacrime fuori dall'ufficio dello sceriffo. "È stato un incidente", ha detto sconvolto. Del cast, oltre a Baldwin, fanno parte anche Jensen Ackles, Brady Noon e Travis Fimmel. Le riprese sono state interrotte. La produzione ha assicurato che l'arma era stata caricata a salve ma "inspiegabilmente" ha sparato, uccidendo. Sarebbe stato proprio l'attore 63enne a prepararla prima di iniziare la scena. 

Il set della tragedia

Il film sul cui set è accaduta la tragedia è Rust, un western di produzione indipendente (prodotto anche dallo stesso Alec Baldwin) che si stava girando al Bonanza Creek Ranch, una location molto usata per questo genere di film, nel sud di Santa Fe in New Messico. Baldwin interpreta il famigerato fuorilegge Rust, il cui nipote di 13 anni viene condannato all'impiccagione per l'uccisione accidentale del proprietario di un ranch. Nel cast Jensen Ackles ha il ruolo di un maresciallo degli Stati Uniti e Travis Fimmel interpreta un cacciatore di taglie. Rust cerca di far evadere suo nipote dalla prigione. Durante la fuga, mentre Ackles e Fimmel danno loro la caccia, un legame inaspettato si forma tra il fuorilegge e suo nipote. Le riprese sarebbero dovute andare avanti fino ai primi di novembre, secondo una comunicazione del New Mexico Film Office. 

Le indagini in corso

Il portavoce dello sceriffo, Juan Rios, ha riferito che gli agenti sono intervenuti intorno alle 14 ora locale al Bonanza Creek Ranch dopo alcune chiamate al 911 che segnalavano una persona colpita da spari sul set del film. Gli inquirenti indagano sul tipo di proiettile. "Questa indagine rimane aperta e attiva", ha dichiarato il portavoce, aggiungendo che "non sono state presentate accuse in relazione a questo incidente" e che "i testimoni continuano a essere interrogati dagli investigatori".

Halyna Hutchins, direttrice della fotografia

Halyna Hutchins (afp)Nata in Ucraina, Halyna Hutchins è cresciuta in una base militare sovietica nel Circolo Polare Artico. Aveva studiato giornalismo a Kiev e cinema a Los Angeles. Dopo aver fatto diversi lavori, è entrata nel sistema hollywoodiano curando soprattutto produzioni indipendenti tra cui Archenemy, Blindfire e The Mad Hatter. Diplomata all'American Film Institute nel 2015, è stata nominata 'astro nascente' dall'American Cinematographer nel 2019. La International Cinematographers Guild, associazione internazionale dei direttori della fotografia, ha fatto sapere per bocca del suo presidente John Lindley e della executive director Rebecca Rhine che "i dettagli al momento non sono chiari, ma stiamo lavorando per sapere di più e sosteniamo un'indagine completa su questo tragico evento". "Sono così triste di avere perso Halyna. E così infuriato che questo sia potuto succedere su un set", ha dichiarato su Twitter il regista di Archenemy, Adam Egypt Mortimer. E ancora: "Era un talento brillante assolutamente impegnata nell'arte e nel cinema".

Baldwin non sapeva che l'arma fosse carica: "È a salve", gli avevano urlato sul set. La Repubblica il 23 ottobre 2021. Le prime indagini scagionano l'attore: anche l'aiuto regista che ha dato il via libera a usare l'arma era convinto che fosse innocua, invece uno dei proiettili era reale. La responsabile della sicurezza delle armi era una ventenne al primo incarico. La produzione era sotto accusa da parte della troupe per violazioni dei protocolli di sicurezza: quella pistola aveva già sparato per errore con proiettili veri. Ad Alec Baldwin era stata consegnata un'arma carica da un assistente alla regia che gli aveva indicato fosse sicura, poco prima del tragico incidente costato la vita al direttore della fotografia Halyna Hutchins, 42 anni, durante le riprese di un film western in un ranch di Santa Fe. Lo rivelano i primi documenti sull'indagine diffusi dai media americani.

La ventenne al primo incarico

E’ emerso però che la responsabile del controllo delle armi sul set del film era una ventenne al primo incarico in quel ruolo. Lo rivela un documento, ottenuto dalla Bbc, che elenca i membri della troupe che erano previsti sul set quel giorno. Secondo gli investigatori l'assistente alla regia, David Halls, non sapeva che l'arma avesse proiettili veri prima di consegnarla a Baldwin. L'assistente Halls aveva consegnato la pistola a Baldwin urlando "cold gun", il che significava che l'arma non avesse proiettili veri. A quel punto l'attore ha colpito il direttore della fotografia Halyna Hutchins al petto, uccidendola. Mentre il regista Joel Souza, che si trovava dietro di lei, è rimasto ferito.

Baldwin è stato interrogato dalle forze dell'ordine e il suo abito di scena sporco di sangue è stato acquisito come prova insieme alla pistola. Gli investigatori hanno sequestrato tutte le armi e le munizioni presenti nel set, le macchine fotografiche e le apparecchiature informatiche e gli abiti indossati dagli attori al momento della sparatoria. L'ufficio dello sceriffo della contea di Santa Fe ha affermato che l'indagine "rimane aperta" e che non sono state presentate accuse. Secondo il Los Angeles Times, che cita fonti molto vicine alla produzione, l'arma con cui l'attore ha ucciso Halyna Hutchins sul set cinematografico di 'Rust’ aveva gia' sparato per sbaglio in passato. I protocolli di sicurezza standard sulle armi da fuoco nell'industria cinematografica non sono stati seguiti col necessario rigore. Sabato scorso il sostituto di Alec Baldwin, aggiungono le fonti, aveva sparato due colpi con la stessa pistola che, anche in quel caso, era stata segnalata come "fredda", ovvero priva di munizioni. "Ci sarebbe dovuta essere un'indagine", ha dichiarato alla testata Usa un membro della troupe, "non c'erano riunioni sulla sicurezza. Non c'era alcuna garanzia che non sarebbe successo di nuovo. Tutto quello che volevano era fare in fretta, in fretta, in fretta".

Un proiettile vero

L'indagine ha dimostrato che l'arma conteneva proiettili a salve e un solo proiettile vero. Poche ore prima che l'attore sparasse a Hutchins, parte della troupe cinematografica aveva lasciato il set per protestare contro le condizioni di lavoro. I tecnici erano esasperati per gli orari eccessivi, i lunghi viaggi per raggiungere il set e i pagamenti arretrati.

Un membro della squadra dei cameraman ha anche sporto denuncia per il mancato rispetto dei protocolli di sicurezza, e sarebbero state conteste anche le procedure di sicurezza delle armi e sui protocolli Covid non seguiti prima delle riprese. La casa di produzione, Rust, ha sottolineato in una nota che "la sicurezza del nostro cast e della troupe è la massima priorità. Ed "anche se non siamo stati informati di alcun reclamo ufficiale riguardante la sicurezza di armi o oggetti di scena sul set, condurremo una revisione interna delle nostre procedure, mentre la produzione viene interrotta".

Il tweet dell'attore

"Non ho parole per esprimere lo shock e il dolore per il tragico incidente che ha rubato la vita di Halyna: moglie, madre e ammirata collega. Sto cooperando con la polizia per capire come sia potuto accadere", ha scritto Baldwin in un messaggio pubblicato sul proprio profilo Twitter. Il portavoce dello sceriffo di Santa Fe, Juan Rios, ha detto che l'attore "ha fornito dichiarazioni e ha risposto ad alcune domande", presentandosi spontaneamente al posto di polizia e lasciando l'edificio una volta terminato l'interrogatorio. "Non vi e' stata alcuna incriminazione e non sono stati effettuati arresti", ha precisato la polizia, secondo la quale il colpo e' stato sparato da Baldwin durante una scena girata in un ranch.

Caso Alec Baldwin, social e tabloid puntano il dito contro Hannah Gutierrez-Reed. Benedetta Perilli La Repubblica il 23 ottobre 2021.La giovane responsabile della sicurezza delle armi, figlia d'arte, ha caricato la pistola dalla quale è esploso il colpo mortale. Suo padre, Thell Reed, è un leggendario stuntman di Tarantino. Nessuno è incriminato al momento per l'omicidio della direttrice della fotografia Halyna Hutchins, avvenuto sul set del film Rust, anche se le indagini nelle ultime ore si sono concentrate sul ruolo di Hannah Gutierrez-Reed, la persona responsabile della sicurezza delle armi che ha caricato la pistola dalla quale è esploso il colpo mortale sparato dall'attore Alec Baldwin.

Caso Alec Baldwin, Franco Nero: “Nei miei film tante pistole, ma i cavalli erano il vero pericolo”.  Arianna Finos La Repubblica il 23 ottobre 2021. Intervista all'attore italiano, protagonista di tanti western. "Nell'incidente di Santa Fe ancora troppe cose da spiegare". Franco Nero, ottant'anni a novembre, una carriera da duecentotrentanove film di cui almeno cento con la pistola in pugno - thriller, bellici e soprattutto i gloriosi western - non ha dubbi: "Le armi da set non uccidono, in quello che è accaduto ad Alec Baldwin ci sono ancora troppe cose da spiegare", dice a proposito dell'incidente sul set di Rust, in New Mexico, costato la vita alla direttrice della fotografia Halyna Hutchins.

L'armiere Luca Ricci: "Un incidente come quello di Alec Baldwin in Italia non può accadere". Chiara Ugolini La Repubblica il 22 ottobre 2021. Specializzato in armi sceniche e effetti speciali, non sa spiegarsi come sia potuto accadere: "Posso solo immaginare che ci fosse un proiettile non a salve in quell'arma. In Italia è proibito per legge portare proiettili sul set per cui noi forniamo solo cartucce a salve". Luca Ricci è un armiere, la sua famiglia lavora nel campo degli effetti speciali di esplosioni e di armi da set dagli anni Cinquanta, la sua è la terza generazione. Ha lavorato sul set di Gomorra, Suburra, La mafia uccide solo d’estate, Romanzo criminale. Dal set della serie Sky Django in Romania ci spiega perché un incidente come quello avvenuto questa notte sul set del film di Alec Baldwin in Italia non potrebbe mai accadere.

Dal Corvo di Brandon Lee alla strega del Mago di Oz, quando il set diventa un'arma. Chiara Ugolini La Repubblica il 22 ottobre 2021. Tanti nella storia del cinema gli incidenti durante le riprese. E in tempi in cui la sicurezza sembra essere al primo posto è inconcepibile quello che è avvenuto sul set di Alec Balwin. Il tragico incidente avvenuto sul set del western Rust a Santa Fe, in cui l'attore Alec Baldwin ha ucciso involontariamente la direttrice della fotografia e ferito gravemente il regista a causa del malfunzionamento di un'arma da fuoco, riporta alla mente la serie di drammatici incidenti che hanno costellato la storia del cinema.

'Il corvo' Brandon Lee

Il più vicino al caso di Alec Baldwin è sicuramente quello che è accaduto sul set de Il corvo nel '93 dove il ventottenne Brandon Lee (figlio di Bruce Lee) venne ucciso a causa di una pistola caricata a salve malfunzionante usata da un compagno di set, Michael Masee che, pur se completamente scagionato dalle indagini, finì in uno stato di profonda depressione, esasperata anche dalla cattiva fama che iniziò a perseguitarlo.

'Across the border', 1914

Purtroppo la storia degli incidenti sul set è praticamente antica quanto quella del cinema, uno dei primi casi mortali risale addirittura al 1914 quando durante le riprese del film muto Across the border, in Colorado, l'attrice Grace McHugh stava girando una scena in cui il suo personaggio stava attraversando il fiume Arkansas su una barca. Quando la barca si è capovolta, l'operatore della telecamera Owen Carter si è immediatamente gettato nel fiume per salvarla, ha trascinato la barca su quello che lui pensava fosse un banco di sabbia che si è però rivelato essere invece di sabbie mobili. Il resto della troupe cinematografica ha guardato impotente mentre venivano risucchiati nel banco di sabbia e morivano annegati.

'Il mago di Oz', 1939

Se oggi la sicurezza sul set è una priorità, in passato anche qualcosa di semplice come il trucco poteva causare incidenti pericolosissimi: soltanto durante la lavorazione de Il mago di Oz (1939) ne avvennero due. Buddy Ebsen (che interpreterà poi il marito contadino di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany) inizialmente scritturato per interpretare lo Spaventapasseri riteneva di essere più adatto nel ruolo dell'Uomo di latta e si mise d'accordo con Ray Bolger (previsto per quel ruolo) per scambiarsi i personaggi. Purtroppo però non sapeva di essere allergico all'alluminio, elemento che il make up dell'uomo di latta conteneva in grande quantità ed ebbe una reazione allergica importante: Ebsen rischiò la vita e stette due mesi in ospedale prima di riprendersi costringendo la produzione a sostituirlo con Jack Haley. Ma non fu l'unico incidente con trucco; anche Margaret Hamilton, la strega dell'Est, sul cui volto era steso un trucco verde a forte componente di rame rischiò di essere sfigurata per sempre quando durante una scena in cui scompariva tra le fiamme alcuni granelli di polvere incendiaria incandescente le finirono sul volto dando fuoco alla polvere di rame e provocando all'attrice ustioni di secondo grado.

'Quarto potere' (Citizen Kane), 1941

Alcuni incidenti poi sono diventati mitici per il livello di stoicismo dei propri protagonisti. Sul set del capolavoro Citizen Kane, Orson Welles inciampò in una scala e si fratturò l'osso della caviglia, trovandosi poi costretto a usare una sedia a rotelle per le due settimane successive di riprese. Welles si tagliò anche una mano durante la scena in cui Charles Foster Kane distruggeva la stanza in un eccesso di rabbia. Welles, dopo essersi ferito continuò a recitare improvvisando, afferrò una tenda per coprire la sua mano sanguinante e completò la sequenza che viene considerata una delle scene più belle della storia del cinema che termina con il ritrovamento della palla di vetro con la casetta e la battuta indimenticabile Rosebud.

'L'esorcista', 1973

L'esorcista (1973) è un film che ha segnato profondamente la sua giovane protagonista Linda Blair che all'epoca del film di William Friedkin aveva solo 14 anni. Le tracce che quel film cult hanno lasciato sull'attrice che dopo quel ruolo (che le ha dato notorietà e una candidatura all'Oscar) non ha più avuto altrettanto successo e per anni ha combattuto con le dipendenze, sono però anche di natura fisica. Sul set Blair aveva subito una frattura spinale a causa di un guasto meccanico durante le riprese della scena in cui Regan MacNeil levita e si dibatte violentemente. La frattura si è poi trasformata in scoliosi dopo un altro incidente alla schiena durante una scena in moto per un altro film.

'Ai confini della realtà', 1982

Forse meno famoso ma ancora più terrificante era stato l'incidente che aveva provocato la morte di tre attori avvenuto il 23 luglio 1982 durante le riprese del film a più mani Ai confini della realtà, che rendeva omaggio alla serie. Un elicottero si schiantò al suolo uccidendo sul colpo l'attore Vic Morrow e due comparse Myca Dinh Le e Renee Shin-Yi Chen, mentre si girava una scena diretta da John Landis. L'incidente avvenne durante le riprese della sequenza ambientata in Vietnam: un elicottero, a causa di un susseguirsi di esplosioni pirotecniche, perse il controllo e si schiantò contro un albero. Morrow e Dinh furono decapitati entrambi dalle pale dell’elicottero, mentre la piccola Chen riportò ferite mortali.

'Cover up', 1984

Sempre a causa di un'arma malfunzionante l'attore Jon-Erik Hexum morì nel 1984, dopo essersi sparato alla testa con una pistola a salve mentre fingeva di giocare alla roulette russa con una Magnum 44 sul set della serie televisiva Cover up. In quel caso anche se non c'era la pallottola, lo sparo produsse una tale pressione sul cranio che alcuni frammenti dell'osso si conficcarono nel cervello, dopo un intervento delicatissimo l'attore entrò in coma e venne dichiarato morto dopo sei giorni.

Stuntmen

Nella storia del cinema ci sono parecchi stunt che si sono feriti o hanno perso la vita a causa di incidenti sul set. Uno dei primi che vengono raccontati nella storia del cinema è quello avvenuto sul set del Ben Hur del 1925, quando un primo tentativo di ripresa della corsa dei carri venne fatto in esterni al Circo Massimo a Roma, provocando la morte di uno stuntman a causa della rottura di una ruota del suo carro . Anche 34 anni dopo sul set del remake con Charlton Heston ci furono incidenti, Joe Canutt, che era la controfigura di  Heston, subì uno squarcio sul mento dopo essere stato lanciato fuori dal suo carro durante una scena di una corsa.

Charlton Heston in 'Ben Hur'  

Harry O'Connor, controfigura di Vin Diesel sul set dell'action di Rob Cohen XXX è morto dopo essersi lanciato da un'auto in volo con il paracadute finendo contro un ponte e morendo sul colpo, ma non è l'unico incidente accaduto su un film di Vin Diesel ad alta adrenalina. Due estati fa su Fast & Furious 9 lo stuntman Joe Watts, controfigura di Diesel, era stato indotto in coma per un trauma cranico, in seguito a una caduta di nove metri ma è sopravvissuto.

Un altra vittima del cinema è stato lo stunt e pilota aereo Art Scholl sul set di Top Gun con Tom Cruise nel 1985. Esperto pilota acrobatico, conosciuto nel mondo, morì mentre eseguiva un'acrobazia per catturare delle scene per il film di Tony Scott.

01 Marzo 2011

Il 12 luglio 2017, durante le riprese dell'ottava stagione della serie sugli zombie The Walking Dead, lo stuntman John Bernecker era in piedi su un balcone con l'attore Austin Amelio, che interpreta Dwight. Lo stuntman, che aveva alle spalle 93 crediti e aveva lavorato sul set di Black Panther, avrebbe dovuto saltare dal balcone e cadere sull'imbottitura, ma non si è allontanato abbastanza dal balcone e ha mancato il bersaglio imbottito di pochi centimetri è precipitato per sei metri ed è atterrato di testa sul cemento. Trasportato in aereo in ospedale, è stato dichiarato morto. Sul set del film russo La frontiera di Ilyinskye nel 2018 è morto lo stuntman Oleg Shilkin, 31 anni, investito e ucciso da un carro armato d'epoca durante le riprese del film ambientato nella seconda guerra mondiale. Il carro armato avrebbe dovuto fermarsi a breve distanza da dove si trovava Shilkin, ma invece lo travolse in pieno.

Alec Baldwin, ritratto di una star tra set e impegno politico. Sul set del nuovo film in New Mexico, l'attore ha sparato con una pistola caricata con proiettili veri: un morto e un ferito. La star dalla lunga carriera tra grandi registi, impegno politico e il divorzio da Kim Basinger. La Repubblica il 22 ottobre 2021. Una laurea in Scienze politiche, la passione per la recitazione che lo ha portato a sulla strada di una lunga carriera fatta di tantissimi titoli sia al cinema che in tv, un'aspra battaglia legale con la ex moglie Kim Basinger che ha occupato a lungo le cronache, una nomination all'Oscar nel 2004 come migliore attore non protagonista, l'attivismo in favore dei Democratici, dal convinto sostegno a Obama agli attacchi a Trump, che più volte ha fatto ventilare un suo ingresso in politica. Alec Baldwin è uno dei volti più popolari di Hollywood e adesso il suo nome torna nei titoli di tutti i giornali del mondo per il drammatico incidente che lo ha visto protagonista sul set di un nuovo film in New Mexico: durante le riprese ha sparato, ci sarebbe stato un malfunzionamento dell'arma che tuttavia era caricata con proiettili veri e ha ucciso la direttrice della fotografia oltre a ferire gravemente il regista. Sessantatré anni, cinque fratelli, le origini in un sobborgo di Long Island, il debutto davanti alla macchina da presa a soli 9 anni in un Frankenstein amatoriale, poi cambia strada e si mette a studiare, si laurea in Scienze politiche all'Università George Washington, l'obiettivo è diventare un avvocato. Niente da fare: palcoscenico e set hanno la meglio e Baldwin passa al corso di recitazione di Lee Strasberg, alla New York University. Intraprende così un cammino che condividerà con altri sui tre fratelli, William, Stephen e e Daniel. Il debutto è in tv con The doctors, una soap che va in onda all'inizio degli anni 80. Poi prende il volo e gira praticamente un film l'anno lavorando anche con registi di prestigio, da Beetlejuice - Spiritello porcello di Tim Burton a Una vedova allegra ma non troppo di Jonathan Demme, da Una donna in carriera di Mike Nichols a Talk Radio di Oliver Stone e via via passando per Alice di Woody Allen, Hollywood, Vermont di David Mamet, The Aviator di Martin Scorsese, fino ai più recenti BlaKKKlansman di Spike Lee, A star is born di Bradley Cooper fino e Chick Fight diretto da Paul Leyden. Sul set di Bella, bonda... e dice sempre sì del 1991 conosce Kim Basinger, che sposa due anni dopo. Diventano una delle coppie più belle e invidiate di Hollywood, inseguita dai paparazzi per ben sette anni. Tanto dura l'idillio ma è una dichiarazione politica - almeno così recita la vulgata - a incrinare il rapporto, ovvero quella fatta da Baldwin che annuncia che lascerà gli Stati Uniti in caso di vittoria elettorale di George W. Bush. Un attivismo politico, quello dell'attore, che avrebbe amplificato una già esistente incompatibilità tra i due. Kim Basinger chiede il divorzio, parte una battaglia legale che si concentra sulla custodia della loro figlia Ireland - oggi 25enne -  e che si nutre di accuse pesanti, come quella di alcolismo e abusi rivolta dall'attrice al marito. La spunta lui, che nel 2004 ottiene la custodia congiunta della ragazzina con diritto di visita, revocato tuttavia nel 2007 dopo la diffusione di un audio, un messaggio telefonico di Baldwin con una imprecazione e insulti rivolti proprio alla figlia, allora undicenne. La battaglia legale con Basinger non è stata l'unica occasione, per Baldwin, che lo ha portato davanti a un giudice: nel 2018 era stato arrestato per aver picchiato un uomo in un parcheggio. Il suo impegno in favore dei Democratici ha fatto spesso ipotizzare un suo possibile ingresso in politica. Si era parlato di Baldwin per la poltrona di governatore dello Stato di New York, poi ancora nel 2011, in occasione delle suppletive alla Camera, dopo le dimissioni del deputato Anthony Weiner costretto a lasciare per una storiaccia di foto "hard" su Twitter, si era parlato ancora di Baldwin come possibile candidato a sindaco di New York. L'attore ha comunque messo la propria arte al servizio della satira politica con una imitazione di Trump, al Saturday Night Live, che ha spopolato nel 2017 e gli ha anche permesso di vincere un Emmy che l'attore, durante la cerimonia di consegna dei riconoscimenti, ha dedicato proprio all'ex presidente americano. Nel giugno del 2012 Baldwin ha sposato l'istruttrice di yoga e influencer Hilaria Thomas, dalla quale ha avuto finora sei figli: Carmen Gabriela, Rafael, Leonardo Àngel Charles, Romeo Alejandro David, Eduardo Pau Lucas e Lucia.

Baldwin spara sul set, assistente regia era già stato licenziato per incidente con pistola. Adnkronos il 25 ottobre 2021. In un altro film un membro della troupe era rimasto leggermente ferito in un episodio simile. L'assistente alla regia del film 'Rust', che ha consegnato la pistola di scena con cui Alec Baldwin ha sparato e ucciso la direttrice della fotografia, era stato già licenziato da una produzione cinematografica per un episodio simile. Un membro della troupe del film a cui lavorava, ha rivelato la società di produzione del film alla Cnn, era rimasto leggermente ferito in un incidente con una pistola. In particolare, a quanto riferito alla Cnn dalla Rocket Soul Studios, Dave Halls faceva l'assistente alla regia nel film "Freedom's Path" nel 2019, quando l'esplosione prodotta da una pistola "scaricata inaspettatamente" sul set ha fatto fare un balzo indietro a un tecnico del suono, costringendolo a ricorrere a cure mediche e causando uno stop temporaneo della produzione. Proprio a causa di quell'incidente, Halls è stato rimosso dal set e licenziato, ha detto la società, spiegando che le riprese non ricominciarono "finché Dave non fu fuori".

Baldwin, l'assistente alla regia che gli ha dato l'arma carica era stato licenziato per un incidente simile. Massimo Basile su La Repubblica il 26 ottobre 2021. L’assistente alla regia del film ‘Rust’, cioè la persona della troupe che ha dato a Alec Baldwin l’arma risultata poi carica, era stato licenziato in passato per un incidente simile. Lo ha rivelato alla Cnn la casa di produzione di ‘Rust’. Dave Halls, un passato d’attore, da trent’anni assistente regista, ha lavorato in ‘Fargo’, film del ’96 dei fratelli Coen, 'Matrix Reloaded’, del 2003, e ‘Cell Block 99: nessuno può fermarmi’, del 2017. Due anni fa, durante le riprese di ‘Freedom’s Path’, un fucile “scaricato inspiegabilmente sul set" aveva ferito, in modo non grave, un tecnico del suono, finito a terra per effetto dell’esplosione del colpo. Il rimbombo gli aveva provocato danni all’udito. L’incidente aveva portato all’interruzione dei lavori. Il tecnico era tornato sul set dopo alcuni giorni, ma Halls, a cui spettava il compito di controllare lo stato delle armi da usare in scena, era stato licenziato in tronco dalla Rockhill Studios. Le riprese, ha spiegato la compagnia alla Cnn, “non ricominciarono fino a che Halls non abbandonò il lavoro”. L’assistente regista era parso “pieno di rimorsi ma aveva capito la gravità di ciò che era successo”. Era stato subito sostituito da un altro e il film portato a termine. “Era una persona inaffidabile - ha raccontato un collega, preferendo restare anonimo - eppure, nonostante le varie segnalazioni, continuava a lavorare”. Giovedì, a conclusione di una catena di negligenze, tra cui l’aver lasciato le armi di scena incustodite, è andata in modo tragico. Baldwin stava provando davanti alla cinepresa una pistola definita “cold gun”, cioè scarica, da Halls, quando a un certo punto è partito un colpo. La direttrice alla fotografia, che si trovava di fronte all’attore, si è portata le mani al ventre ed è crollata a terra. Il regista, Joel Souza, è rimasto ferito alla spalla. Per la donna, 42 anni, portata in ospedale, non c’è stato niente da fare. Il regista se la caverà. Ma niente tornerà più come prima nel mondo del cinema americano. Le riprese del film sono state sospese a tempo indeterminato. Con una lettera inviata al cast e alla troupe di ‘Rust’, i vertici della produzione hanno annunciato lo stop fino a quando le “indagini saranno completate”. “Il nostro pensiero - scrivono - va a tutti voi che, come noi, state vivendo questo tragico momento e piangete la scomparsa della collega e cara amica, Halyna Hutchins”. “Siamo una famiglia - continuano - e dobbiamo sostenerci l’uno con l’altro come fanno le famiglie nei momenti di difficoltà. Restiamo in stretto contatto con quella di Halyna e elogiamo la forza che sta mostrando davanti a questa indescrivibile tragedia”. Baldwin è ancora sconvolto. La moglie, Hilaria, ha commentato per la prima volta la tragedia. “Il mio pensiero va a Halyna - ha scritto su Instagram - a suo marito, a suo figlio, alla loro famiglia, ai loro cari. E al mio Alec”. “Non ci sono parole - ha aggiunto - per esprimere lo shock e il dolore per una tragedia del genere”.  Hollywood si sta mobilitando: oltre alla petizione per bandire le armi vere dai set, che ha raccolto oltre 15 mila firme in poche ore, molte case di produzione stanno rivedendo i loro protocolli interni. La serie tv su Abc, “The Rookie’, ha annunciato che da ora in poi userà solo pistole ad aria compressa, con proiettili di plastica a potenza ridotta.

La tragedia sul set. Cosa è successo ad Alec Baldwin e come è morta Halyna Hutchins la direttrice della fotografia del film Rust. Redazione su Il Riformista il 23 Ottobre 2021. Uno dei volti più noti del cinema americano, l’attore Alec Baldwin, ha sparato e ucciso il direttore della fotografia, e ferito gravemente il regista del western che stava girando nello stato americano del New Mexico. Halyna Hutchins e Joel Souza «sono stati colpiti e feriti quando Alec Baldwin ha scaricato una pistola usata nelle riprese» del film Rust, ha dichiarato un portavoce del dipartimento dello sceriffo della contea di Santa Fe. Halyna Hutchins, 42 anni, è stata trasferita in elicottero in un vicino ospedale, dove purtroppo è stata dichiarata morta dai medici. Il regista di Rust, Joel Souza, 48 anni, è stato portato in terapia intensiva dove le sue condizioni erano state reputate “critiche”. Ma in seguito l’attrice Frances Fisher (anche lei parte del cast del film) ha fatto sapere con un tweet che “Il nostro regista Joel Souza è uscito dall’ospedale”, nel tentativo di rettificare le prime informazioni che erano state raccolte sull’incidente in New Mexico. Stando ai media specializzati, all’origine della tragedia vi sarebbe stato un erroneo caricamento dell’arma di scena con proiettili veri anziché a salve. Gli inquirenti hanno ascoltato diversi testimoni dell’accaduto ma in questa fase non è stata formalizzata alcuna ipotesi di reato. «È stato un incidente, è stato un incidente», ha ripetuto fra le lacrime e sotto choc l’attore di 68 anni. La foto della star stravolta dall’accaduto ha fatto il giro del web. «Perché mi avete dato una pistola calda?» (che nel gergo vuol dire carica). «Perché mi avete dato una pistola calda?». Sarebbero state queste le sue prime parole dopo la tragedia, raccontano alcuni testimoni citati dal Daily Mail. ll portavoce dello sceriffo di Santa Fe, Juan Rios, ha aggiunto che dopo l’incidente l’attore “ha fornito dichiarazioni e ha risposto ad alcune domande”, presentandosi spontaneamente al posto di polizia e lasciando l’edificio una volta terminato l’interrogatorio. «Non vi è stata alcuna incriminazione e non sono stati effettuati arresti», ha precisato la polizia, secondo la quale il colpo è stato sparato da Baldwin nel quadro di una scena girata in un ranch. La vittima, Halyna Hutchins si definiva una “sognatrice irrequieta” e “dopata di adrenalina” e sorrideva spensierata nelle ultime foto e negli ultimi video condivisi su Instagram in cui raccontava entusiasta la vita sul set. «Uno dei vantaggi di girare un western è che puoi andare a cavallo nel giorno libero», scriveva in uno degli ultimi post. Direttrice della fotografia, Halyna aveva 42 anni ed era ucraina, ed era cresciuta in una base militare sovietica nel Circolo Polare Artico. Dopo la laurea in International Journalism, aveva lavorato come giornalista investigativa per produzioni di documentari nell’Europa dell’Est, poi il salto nel cinema.

La tragedia sul set. Chi è Alec Baldwin, l’attore che ha sparato sul set del film “Rust”: morta la direttrice della fotografia Halyna Hutchins. Redazione su Il Riformista il 22 Ottobre 2021. È un grande attore Alec Baldwin: protagonista in televisione e al cinema. E da oggi colpito per sempre da una tragedia enorme, comunque andranno le cose. Sul set di Rust, film western, l’incidente: mentre maneggiava una pistola di scena sarebbe partito un colpo, o forse più di uno, che hanno raggiunto due persone. È morta la direttrice della fotografia Halyna Hutchins, 42 anni, mentre il regista Joel Souza è gravemente ferito. Ancora tutta da chiarire la dinamica dei fatti. L’attore è sconvolto. Stanno girando delle foto sui social nelle quali è evidente il suo stato di shock. “È stato un incidente, è stato un incidente”, le sue prime parole. La tragedia si è consumata intorno alle 13:50 di giovedì, ora locale, quindi nella notte italiana. Hutchins e Souza “sono stati colpiti quando Baldwin ha scaricato una pistola usata nelle riprese del film” ha detto lo sceriffo di Santa Fe. Rust doveva essere un film western, scritto e diretto da Joel Souza, sulla storia del fuorilegge Harland Rust, che soccorre per aiutare il nipote di 13 anni condannato a morte. Baldwin era anche coproduttore del film che stava girando. L’attore ha 68 anni. È nato il 3 parile 1958 a Amytiville, nello Stato di New York, da una famiglia numerosa, cattolica, di origini irlandesi, inglesi e francesi. Ha due sorelle e tre fratelli, tutti attori, quattro conosciuti come i “Baldwin Brothers”. Prima di diventare famoso lavorò come cameriere nell’iconico club di New York Studio 54, da autista e come venditore di magliette. Ha studiato alla George Washington University e alla Tisch School of the Arts della New York University. Laureato in Belle Arti. Il debutto da attore quindi: tra Broadway, la televisione e i set cinematografici. I primi ruoli importanti in Beetlejuice – Spirito Porcello, di Tim Burton, e in Talk Radio, di Oliver Stone, nel 1988. A Hollywood riuscì a imporsi nei panni del donnaiolo spregiudicato come in Una vedova allegra … ma non troppo e Una donna in carriera. Altri ruoli di primo piano in Caccia a ottobre rosso con Sean Connery e in Alice di Woody Allen. Sul set di Bella, bionda … e dice sempre sì conobbe la sua futura moglie Kim Basinger, dal quale ebbe la figlia Ireland e dalla quale divorziò nel 2002. A inizi anni duemila una nuova giovinezza con The Aviator, Elizabethtown, The Departed, The Good Shepherd. Quindi la serie della Nbc 30 Rock. Iconica e virale in tutto il mondo la sua interpretazione dell’ex Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump per il Saturday Night Live. È stato candidato all’Oscar al Premio per il Miglior Attore Non Protagonista per The Cooler. Nel 2012, il matrimonio con la sua insegnante di ginnastica Hilaria Lynn Thomas. Redazione

Non come attore ma da produttore del film. Omicidio sul set, cosa rischia Alec Baldwin: la pistola usata per gioco con “proiettili veri”. Riccardo Annibali su Il Riformista il 24 Ottobre 2021. Dopo il particolare dei “proiettili veri” usati per la pistola di scena del film, la posizione di Alec Baldwin è a rischio, non in veste di attore che ha sparato ma come uno dei produttori. Secondo TMZ, che cita alcune fonti, la pistola di scena utilizzata dall’attore “era stata usata da alcuni componenti della troupe per gioco“, fuori dal set “utilizzando proiettili reali“. La polizia avrebbe rinvenuto sul set proiettili veri e salve nella stessa area

Alcuni esperti legali citati dai media americani ritengono che sia improbabile che Baldwin venga accusato di omicidio colposo in quanto non sapeva che la pistola era carica. L’unica possibilità che venga incriminato penalmente è se sarà accertato che ha maneggiato l’arma in modo pericoloso, cosa che finora non è emersa.

Come uno dei produttori del film Rust, però, rischia, almeno dal punto di vista civile, una serie di azioni legali se verrà accertata una negligenza nella sicurezza. Anche se l’attore è il produttore principale, le indagini potrebbero rivelare che altri produttori hanno ridotto la soglia di sicurezza e quindi sarebbero responsabili. I detective dovranno anche accertare chi ha autorizzato la sostituzione della troupe aderente al sindacato di settore che ha lasciato il set con altri operatori che non sembrano aver rispettato i protocolli di sicurezza. Per Baldwin, qualunque sia lo sviluppo legale, si tratterà di una lunga battaglia se vorrà dimostrare la sua innocenza. L’incidente avvenuto giovedì alle 13:50 in un ranch a Santa Fe, nel New Mexico, ha ancora molte zone d’ombra. Secondo le ipotesi più accreditate sembrerebbe che Alec Baldwin abbia sparato un singolo colpo da un revolver Colt che in qualche modo ha colpito sia Hutchins che il regista del film, il 48enne Joel Souza, ora fuori pericolo. Matthew, avvocato e laureato ad Harvard e marito della giovane direttrice della fotografia, ha detto al DailyMail: “Ho parlato con Alec Baldwin e mi è stato di grande sostegno. Ovviamente ci sono molte cose da affrontare ogni volta che c’è un lutto in famiglia. Ci sono un sacco di telefonate e messaggi”. Baldwin ancora scosso dopo l’incidente ha scritto in un tweet: “Non ci sono parole per trasmettere il mio shock e la mia tristezza per il tragico incidente che ha tolto la vita a Halyna Hutchins, una nostra moglie, madre e nostra collega profondamente ammirata. Sto collaborando pienamente con le indagini della polizia per affrontare come si è verificata questa tragedia e sono in contatto con suo marito, offrendo il mio sostegno a lui e alla sua famiglia. Il mio cuore è spezzato per suo marito, il loro figlio e tutti coloro che conoscevano e amavano Halyna”. Riccardo Annibali

La tragica morte di Halyna Hutchins. “Alec Baldwin si esercitava a estrarre la pistola”, il racconto del regista e il giallo del proiettile vero sul set di “Rust”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 25 Ottobre 2021. Alec Baldwin si stava esercitando a estrarre la pistola dalla fondina quando è partito il colpo che ha ucciso Halyna Hutchins. Il regista del film che si stava girando a Santa Fe, in New Mexico, Joel Souza ha fornito questa versione alla polizia. Era rimasto ferito anche lui nel tragico incidente sul set del film western Rust co-prodotto dallo stesso Baldwin. Nessuno è stato incriminato finora per la tragedia del Bonanza Creek Ranch di venerdì scorso. Joel Souza ha quindi raccontato che Baldwin si stava esercitando a estrarre l’arma dalla fondina prima di un ciak. Il colpo è partito quando ha puntato la pistola verso la telecamera. Erano lì vicino il regista e la direttrice della fotografia. Hanno sentito “come il rumore di una frusta” e quindi “un forte colpo”, ha raccontato Souza secondo quanto riportato da Reuters. Hutchins ha cominciato a lamentarsi di un dolore allo stomaco e al petto oltre a dire di non sentire più le sue gambe. Non c’è stato niente da fare per la 42enne, che lascia il marito e un figlio di nove anni. “Perché mi avete dato un’arma calda?”, le prime parole di Baldwin dopo la tragedia. Da subito hanno fatto il giro del mondo le immagini dell’attore sconvolto, al telefono, all’esterno del luogo delle riprese. Baldwin si è recato spontaneamente dalla polizia a rendere la propria versione dei fatti. “Il mio cuore è spezzato – aveva scritto quindi l’attore sui social – Non ho parole per esprimere il mio shock e la mia tristezza per il tragico incidente che ha tolto la vita a Halyna Hutchins, moglie, madre e nostra collega profondamente ammirata”. Sabato Baldwin è stato fotografato mentre abbracciava Matt Hutchins, marito della vittima, e il figlio della coppia, di nove anni. L’uomo ha definito la scomparsa della moglie, in una dichiarazione letta a una fiaccolata, come una “enorme perdita”. La produzione ha assicurato che la pistola era caricata a salve. Di solito queste armi sono caricate con piccole cariche esplosive che generano una fiammata molto scenografica ma senza far riuscire un proiettile. In casi estremi possono uccidere. I testimoni sul set hanno dichiarato che a Baldwin era stata data una pistola dichiarata “fredda”, ovvero scarica. Successivamente sono emersi dettagli preoccupanti sulle misure di sicurezza adottate sul set a causa dei bassi costi di produzione. La responsabile alle armi, 24 anni, Hannah Gutierrez-Reed – figlia d’arte di Thell Reed, stuntman e armiere molto conosciuto a Hollywook per aver lavorato su set importanti come Django Unchained e Once Upon a Time in Hollywood di Quentin Tarantino e per aver insegnato l’uso delle armi di scena a star come Brad Pitt e Russell Crowe – , era al suo secondo incarico. Parte della troupe aveva inoltre lasciato il set da qualche tempo perché preoccupata dalla sicurezza dopo che le armi da fuoco erano state scaricate accidentalmente tre volte: una di queste dalla controfigura di Baldwin cui era stato detto che la pistola non era carica. Altro particolare: l’assistente alla regia Dave Halls sarebbe stato oggetto di lamentele per almeno due produzioni in passato proprio per un presunto disprezzo dei protocolli di sicurezza. Alcune testimonianze riprese da TMZ riferivano invece che la pistola di scena della tragedia sarebbe stata usata per gioco fuori dal set di Rust per divertimento. Con proiettili veri. E questo potrebbe spiegare perché una munizione vera si trovasse nel tamburo dell’arma data a Baldwin. In violazione di tutte le norme di sicurezza. Versioni comunque ancora tutte da confermare. Proprio Halls avrebbe preso una delle tre pistole di scena lasciate su un carrello fuori dal luogo delle riprese, ignaro fosse carica, e l’avrebbe consegnata a Baldwin gridando “pistola fredda”. L’ufficio dello sceriffo continua le sue indagini.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

La direttrice della fotografia del film "Rust" uccisa da un proiettile vero. “Non ho controllato la pistola di Baldwin”, l’assistente alla regia Dave Halls sulla tragedia di Halyna Hutchins. Antonio Lamorte su Il Riformista il 28 Ottobre 2021. L’assistente alla regia del film Rust, quello sul cui set è morta la direttrice della fotografia Halyna Hutchins, non ha controllato efficientemente l’arma e tutti i proiettili che si trovavano all’interno, quando l’ha consegnata all’attore Alec Baldwin. E mentre quest’ultimo si esercitava a estrarre l’arma puntandola verso la telecamera, secondo quanto ricostruito dal regista Joel Souza, ferito nella stessa occasione, è partito il colpo che ha ucciso la 42enne direttrice della fotografia. David Halls, l’assistente, secondo altre testimonianze aveva anche gridato “pistola fredda”, e quindi inoffensiva perché caricata a salve, prima di passarla a Baldwin. Questi gli ultimi dettagli sulla tragedia sul set di Santa Fe, venerdì scorso. Che non abbia controllata l’arma lo avrebbe raccontato lo stesso Halls agli investigatori: non avrebbe controllato bene quanti e quali proiettili fossero contenuti nel tamburo della pistola. Questo quanto risulta da un mandato di perquisizione, secondo quanto riporta la Cnn. Avrebbe visto solo tre proiettili e non sarebbe sicuro di aver controllato anche il resto del tamburo. Il mandato di perquisizione riguarda anche un furgone di scena sul quale si trovava una cassaforte con le armi utilizzate sul set del film western. Hannah Reed-Gutierrez, “armiera” al centro delle polemiche anche perché alla sua seconda esperienza importante, a soli 24 anni, ha riferito che in pochi conoscevano la combinazione della cassaforte e che i proiettili veri non erano permessi sul set. Quelli che vengono utilizzati sono a salve e vengono lasciati su un carrello sul set, senza protezione. Lo sceriffo della contea di Santa Fe, Adan Mendoza, in conferenza stampa ha confermato ieri che Halyna Hutchins è stata uccisa da un proiettile vero. Lo sceriffo ha anche aggiunto che sul set sono stati trovati altri proiettili veri. “I fatti sono chiari: è stata data una pistola a Baldwin che era funzionale ed ha sparato una pallottola vera che ha ucciso Hutchins”, ha detto Mendoza spiegando che l’Fbi sta analizzando un proiettile estratto dalla spalla del regista Souza. Nella stessa occasione la procuratrice distrettuale, Mary Carmack-Altwies, ha sottolineato che l’inchiesta è appena iniziata, che si stanno ascoltando decine di testimoni e che tutte le opzioni, comprese possibili incriminazioni, sono sul tavolo. “Se i fatti e la legge sostengono le accuse io allora avvierò l’incriminazione – ha detto – non prendo decisioni affrettate”. Non è escluso quindi che anche Alec Baldwin venga accusato. “C’era un’enorme quantità di proiettili sul set – ha aggiunto Carmack-Altwies – dobbiamo analizzare tutti i tipi di munizioni”. Ritrovati infatti tre revolver, bossoli e munizioni: alcuni chiusi nelle loro scatole e altri sparsi in vari punti del set. Anche una pistola vera non di ultima generazione ma funzionante. Alcune di queste armi, secondo testimonianze, venivano usate fuori dal set e dalle riprese, per gioco, da alcuni membri della troupe. Proprio sulle negligenze nella gestione delle armi e della sicurezza sul set l’assistente alla regia Halls è stato oggetto di diverse testimonianze. Secondo Cnn era stato licenziato dal film Freedom Path’s del 2019 dopo che un incidente con un’arma da fuoco aveva ferito non gravemente un membro della troupe. Sul set anche proteste per le stesse ragioni e le condizioni di lavoro, che avrebbero portato alcune maestranze a lasciare la lavorazione.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Spari e sangue sul set del film: Alec Baldwin uccide la direttrice fotografia. Francesca Galici il 22 Ottobre 2021 su Il Giornale. Durante le riprese di Rust, Alec Baldwin ha sparato con la pistola di scena caricata a salve: morta la direttrice della fotografia, ferito il regista. Tragedia sul set del film Rust. Durante le riprese di una scena l'attore Alec Baldwin ha sparato con la pistola di scena, uccidendo la 42enne Halyna Hutchins, la direttrice della fotografia. Ferito Joel Souza, 48 anni, regista del film. Il set del film è stato allestito nella contea di Santa Fe, in New Mexico. Stando alle prime indiscrezioni, Alec Baldwin impugnava un'arma caricata a salve che, per motivi ancora da chiarire, ha funzionato male. Le riprese sono state fermate immediatamente, sarebbero dovute andare avanti fino ai primi di novembre. Il giornale Santa Fe New Mexican, accorso sul posto, ha riferito che Alec Baldwin, 68 anni, è stato visto in lacrime fuori dall'ufficio dello sceriffo, ma non è stato possibile ottenere un commento da lui. Non sembrano esserci dubbi sul fatto che la tragedia sia figlia di un disgraziato incidente ma, come da prassi, le forze dell'ordine stanno lavorando per capire come sia stato possibile. "I dettagli al momento non sono chiari, ma stiamo lavorando per sapere di più e sosteniamo un'indagine completa su questo tragico evento", ha fatto sapere l'associazione internazionale dei direttori della fotografia per bocca del suo presidente John Lindley e della executive director Rebecca Rhine. Il portavoce dello sceriffo, Juan Rios, ha riferito che alcuni agenti sono accorsi intorno alle 14 ora locale al Bonanza Creek Ranch dopo diverse chiamate al 911, che chiedevano aiuto per soccorrere una persona che era stata colpita da imprecisati colpi di pistola sul set di un film. Le autorità si sono recate sul posto insieme alle ambulanze e hanno fatto il possibile per salvare la vita di Halyna Huchins, che è stata inizialmente trasportata in ospedale, allo University of New Mexico Hospital, dove è stata dichiarata morta. Souza, invece, è stato portato in ambulanza al Christus St. Vincent Regional Medical Center e dopo alcune ore è stato dimesso. "Questa indagine rimane aperta e attiva", ha dichiarato il portavoce, aggiungendo che "non sono state presentate accuse in relazione a questo incidente". Intanto, "i testimoni continuano a essere interrogati dagli investigatori" per chiarire le dinamiche di un incidente che ha sconvolto il mondo del cinema. "Alec Baldwin si è presentato spontaneamente e ha risposto ad alcune domande, fornendo chiarimenti. Al momento non è stato accusato né arrestato nessuno", ha spiegato il portavoce dello sceriffo Juan Rios.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Baldwin, lo sparo e il giallo del proiettile. Valeria Robecco il 23 Ottobre 2021 su Il Giornale. Dramma sul set del film "Rust". L'attore: "Devastato, perché l'arma di scena era carica?" New York. Si tinge di sangue e di mistero il set del film western Rust con Alec Baldwin, girato in questi giorni in New Mexico. Le riprese sono finite in tragedia quando l'attore e produttore della pellicola ha sparato con quella che doveva essere una pistola di scena uccidendo accidentalmente la direttrice della fotografia Halyna Hutchins e ferendo il regista Joel Souza. La 42enne è stata trasportata in aereo all'ospedale dell'Università del New Mexico, dove è stata dichiarata morta, mentre Souza inizialmente sembrava in condizioni molto gravi, ma dal suo entourage hanno fatto sapere che è già stato dimesso dall'ospedale. Un portavoce di Baldwin intanto ha confermato che l'incidente - avvenuto giovedì intorno alle 14 locali - sarebbe legato a una pistola che, probabilmente caricata a salve, non ha funzionato correttamente e ha esploso i proiettili. «Alec Baldwin si è presentato spontaneamente e ha risposto ad alcune domande, fornendo chiarimenti. Al momento non è stato accusato né arrestato nessuno», ha spiegato ai media il portavoce dello sceriffo della contea di Santa Fe, Juan Rios. Dopo la deposizione l'attore 63enne era visibilmente sconvolto e in lacrime. «Perché mi avete dato una pistola carica?», continuava a ripetere. Poi un tweet più lucido: «Non ci sono parole per descrivere il mio shock e la mia tristezza per il tragico incidente che è costato la vita ad Halyna Hutchins», e ha aggiunto di avere il «cuore spezzato» e che sta cooperando con l'indagine della polizia. Le autorità indagano sulla dinamica dei fatti e su come si sia potuta verificare una simile tragedia, visto che solitamente le armi di scena sono caricate con cartucce a salve. Un portavoce dell'ufficio dello sceriffo ha detto al New York Times che non si sa ancora se gli spari siano partiti durante una prova o durante le riprese. «Le armi di scena hanno un fattore di pericolo anche se sono molto più sicure rispetto all'uso di un'arma da fuoco sul set», ha sottolineato Joseph Fisher, direttore di scena che ha maneggiato armi nell'esercito e con la polizia di New York: anche se non c'è un vero proiettile ci sono gas, calore e aria che escono dall'arma poiché è presente un carico di polvere da sparo, «e questi possono provocare lesioni fisiche entro i 7-14 metri, a seconda del carico». Le riprese di Rust, in cui Baldwin interpreta il fuorilegge Harland Rust, che viene in aiuto del nipote di 13 anni condannato all'impiccagione per omicidio, sono state sospese a tempo indeterminato e la società di produzione si è detta «devastata» per la morte di Hutchins. La 42enne, originaria dell'Ucraina e cresciuta in una base militare sovietica nel Circolo Polare Artico, era considerata un astro nascente della fotografia: sposata con un figlio, sui social lei stessa si definiva una «sognatrice irrequieta» e «dopata di adrenalina». Le ultime foto e video condivisi su Instagram la ritraggono sorridente mentre racconta entusiasta la vita sul set, e ammira i cieli al tramonto o all'alba al Bonanza Creek Ranch, dove si girava il film. Nella prima parte della sua carriera, dopo la laurea in International Journalism, Halyna ha lavorato come giornalista investigativa per produzioni di documentari nell'Europa dell'Est. Poi ha scoperto la passione per il cinema e si è trovata a dirigere la fotografia di molte pellicole hollywoodiane. Valeria Robecco

Scherzi finiti male, disgrazie e suicidi. Quando il sangue (vero) scorre sul set. Nino Materi il 23 Ottobre 2021 su Il Giornale. Indagini sulla tragedia in New Mexico: dinamica da chiarire. Ma i precedenti possono indicare agli inquirenti possibili piste. La sensazione è che la polizia della contea di Santa Fe (lo «sceriffo», in particolare) sappia più di quanto abbia detto finora. Sta di fatto che l'inchiesta sul «caso Baldwin» sembra la trama di un film western che narra di una morte misteriosa sul set di un film western in cui si racconta una storia tipicamente western; insomma, un gioco di scatole cinesi, anche se in Cina ignorano il genere western. Ieri, sul «luogo del crimine», la scena era surreale: una scenografica chiesa di cartapesta in mezzo al nulla del deserto, circondata da auto con i lampeggianti che baluginavano. A riempire il silenzio solo le urla disperate di Alec Baldwin: un attore famoso che ieri ha capito, sulla propria pelle, la differenza tra un dolore «recitato» e una disperazione reale. Per gli inquirenti sono due, al momento, i rebus senza soluzione. La prima: com'è potuto accadere che la pistola di «scena» che aveva tra le mani per interpretare il ruolo del «fuorilegge Harlan Rust» abbia esploso proiettili veri? La seconda: com'è possibile che sulla traiettoria di sparo ci fossero la direttrice della fotografia Halyna Hutchins, 42 anni (morta sul colpo) e il regista Joele Souza, 48 anni (rimasto ferito)? In realtà ci sarebbe anche un terzo quesito: ma la tragedia che si è verificata ieri sul set del film «Rust» è davvero un caso eccezionale? Ma qui la risposta ce l'abbiamo, ed è «no». La casistica delle sciagure avvenute dopo il fatidico «ciak, si gira!» risulta infatti lunga e variegata. Clamorosa la sciagura del 1993 sul set del cult-movie «Il Corvo» dove perse la vita il 28enne Brandon Lee (il figlio della star delle arti marziali, Bruce Lee), colpito da un proiettile calibro 44 esattamente come accaduto ieri negli Usa. Non a caso il primo post di solidarietà alla famiglia della vittima è arrivato proprio dalla sorella di Brandon Lee: «I nostri cuori sono con la famiglia di Halyna Hutchins e Joel Souza. Nessuno dovrebbe mai essere ucciso da una pistola su un set cinematografico». E invece è accaduto più di una volta. Nel 1984, l'attore Jon-Erik Hexum morì dopo essersi sparato alla testa con una pistola, che pensava fosse a salve, giocando alla roulette russa sul set della serie tv «Cover Up». L'anno prima tre attori, tra cui due bambini, erano morti durante la lavorazione del film «Ai confini della realtà». Vic Morrow, 56 anni; Myca Dinh Le, 7 anni e Renee Shin-Yi Chen, 6 anni, perirono nel crollo di un elicottero utilizzato sul set. Anche il celebre «Top Gun», con protagonista Tom Cruise, registrò una vittima sul set: il pilota acrobatico Art Scholl, 53 anni, che era stato ingaggiato per fare il lavoro di ripresa in volo per il film. Durante una scena di volo acrobatico Scholl col suo Pitts S-2 si inabissò nell'Oceano Pacifico al largo della costa meridionale della California. Un film maledetto fu anche nel 2008, il thriller di fantascienza «Jumper» dove lo scenografo David Ritchie fu ucciso da una valanga di ghiaia caduta dalla cima di un muro. Funestate da un lutto furono pure le riprese della pellicola d'azione del 2002 «XXX» con Vin Diesel, la cui controfigura morì durante la scena nella quale avrebbe dovuto scendere da un ripido pendio per poi paracadutarsi su un sottomarino. Si sfracellò invece contro un ponte. E mai «The end» fu così drammatico. Nino Materi

Sparo forse ripreso in video e il giallo della "protesta". Nino Materi su Il Giornale il 24 ottobre 2021. L'attimo dello sparo forse ripreso in un'immagine. E non sarebbe neppure una cosa eccezionale considerato che ci troviamo su un set cinematografico. Bisogna però capire se la «scena» nella quale Alec Baldwin ha fatto fuoco, uccidendo involontariamente la direttrice di fotografia e ferendo il regista del film, era all'interno di un «ciak, si gira» oppure faceva parte di un contesto «estraneo» alla registrazione della pellicola. Non è un dettaglio da poco: nel primo caso si avrebbe la documentazione visiva dell'esatta dinamica dell'incidente; nel secondo caso la ricostruzione della tragedia sarebbe demandata solo alle testimonianze dei membri del troupe tecnica e del cast di attori presenti al momento della drammatica sparatoria. Nel dubbio, la polizia ha comunque sequestrato tutte le attrezzature. Poi, come in ogni ambiente di lavoro, ci sono i rumors cui lo sceriffo di Santa Fe presta particolare attenzione, pur non prendendo per oro colato i pettegolezzi che circolano attorno allo staff di «Rust». Si parla di non meglio precisati «contrasti», «rancori» e «litigi»: roba però comune a ogni ambiente professionale dove competitività e adrenalina sono la benzina naturale del mestiere, figuriamoci tra gli «abitanti» del pianeta di celluloide chiamato Hollywood. Inevitabile pure l'eco delle malignità, con al centro la presunta «inadeguatezza» della responsabile del controllo delle armi (prevista per legge sul set di ogni pellicola dove sia previsto l'uso di armi da fuoco): «Era al suo primo incarico, e già il giorno prima alla sciagura si era registrato un incidente analogo, fortunatamente senza conseguenze», accusa chi va alla ricerca di un facile capro espiatorio. Se questo rispondesse al vero, la posizione della «responsabile sicure» del film rischierebbe un'incriminazione. Un pericolo che continua a incombere anche su Alec Baldwin, inconsapevole autore dell'«omicidio». Intanto ieri è arrivata la conferma degli investigatori: «Nella pistola c'erano munizioni vere. L'arma era stata consegnata pochi istanti prima all'attore da un assistente, che gli aveva detto che era sicura. Nessuno dei due sapeva che ci fossero proiettili veri. La responsabile del controllo armi era al primo incarico. Si tratta di Hannah Gutierrez Reed, 24 anni». E poteva mai mancare il giallo nel giallo? Poche ore prima della sciagura, una decina di operatori e tecnici si erano allontanati dal set per protestare contro le condizioni di lavoro. Secondo il Los Angeles Times gli operatori «erano frustrati per le troppe ore di straordinario e la mancanza di sicurezza». E se a caricare quella vecchia pistola con proiettili veri fosse stato un gesto di «protesta»? Poi degenerato in vendetta mortale?

Sul set abusi e veleni. Ed era carica per gioco la pistola di Baldwin. Massimo M. Veronese su Il Giornale il 25 ottobre 2021. La domanda girava, qualcuno la sussurrava a bassa voce, altri si interrogavano muti, come se a chiedere si facesse brutta figura: perchè mai sul set di un film avrebbero dovuto circolare armi vere? Va bene la storia dell'urlo «cold gun», cioè pistola scarica che aveva dato il via libera alle riprese di Rust, va bene che ci fosse addirittura un'armiera, come si suol dire, alle prime armi insieme alla troupe e al cast, ma cosa ci fanno delle armi vere dentro una sparatoria finta? Perchè quando Alec Baldwin esce dalla chiesa ed estrae l'arma dalla fondina per fingere di ammazzare le comparse intorno a lui spara invece un colpo vero che uccide la direttrice della fotografia Halyna Hutchins e rompe la clavicola al regista Joel Souza dietro di lei? Adesso, forse, si sa. Per scherzo. Sul set usavano le pistole finte per fare sul serio e le pistole vere per scherzare. Il sito Tmz citando fonti legate alla produzione della pellicola, ha ricostruito questa storia che non sta in piedi con un'ipotesi che sembra reggere. L'arma, caricata a pallettoni veri, era usata per gioco, per allenarsi al tiro al bersaglio, ben lontani dai ciak da qualche membro dello staff «a scopo ricreativo spiega il sito. Insomma macchinisti, assistenti di scena, comparse, elettricisti o aiuto costumisti facevano i pistoleri del west con la Colt caricata a pallottole detonanti, poi, a ricreazione finita, ripulivano l'arma e la riconsegnavano alla fiction, innocua e innocente. Ma stavolta non sarebbe andata così. Come nella roulette russa una pallottola, una sola, è rimasta dove non doveva essere più e la tragedia si è consumata in un amen. Secondo sempre una fonte citata dal sito, i poliziotti avrebbero trovato proiettili veri e a salve nella stessa area, altra spiegazione di come un proiettile vero avesse potuto finire nella pistola. É qui che il ruolo, vero, dell'armiera, la 24enne Hannah Gutierrez, che avrebbe preparato la pistola con la quale Baldwin ha ucciso la Hutchins, diventa drammaticamente cruciale. Lei insiste, come l'assistente Dave Halls, ferito pure lui, che ha materialmente consegnato il revolver a Baldwin, nel sostenere l'insostenibile e cioè che la pistola era «fredda», cioè caricata a salve. Halls, si legge nel rapporto dell'agente Joel Cano, dell'ufficio dello sceriffo della contea di Santa Fe, «non sapeva che l'arma era caricata con proiettili veri». Nè Gutierrez Reed nè Halls sono al momento accusati, ha precisato un portavoce dello sceriffo. Halls poi non se la passa bene a prescindere: secondo la Cnn, tre anni fa era finito sotto accusa perchè troppo disinvolto sia sulla sicurezza delle armi, che su quella del comportamento sessuale. Ma che tirasse una brutta aria al Bonanza Creek Ranch, lo dicono anche altre cose. Alcune ore prima della tragedia, riferisce l'Ap, sette cameramen impegnati nelle riprese del film avevano lasciato il set in segno di protesta per le condizioni di lavoro, tra cui gli alloggi e la sicurezza. Tensioni sulla produzione del film, girato in New Mexico, erano iniziate fin dall'avvio delle riprese, i primi di ottobre. Anche per questo ora Alec Baldwin rischia sul piano legale. Non l'accusa di omicidio, come detto non sapeva che la pistola era carica, a meno che non si dimostri che la maneggiasse in modo pericoloso ma come produttore se verranno accertate negligenze nella sicurezza in un ambiente già attraversato da tensioni. Un'arma, la sua, a doppio taglio.

"Si è lamentata e poi accasciata": cosa è successo dopo lo sparo di Alec Baldwin. Francesca Galici il 25 Ottobre 2021 su Il Giornale. Alec Baldwin ha puntato la pistola contro la telecamera e poi è partito lo sparo: sono questi i nuovi dettagli emersi sull'omicidio di Halyna Hutchins. Proseguono le indagini della polizia per capire la dinamica dell'omicidio accorso durante il set di Rust, film con Alec Baldwin. Ed è stato proprio l'attore a sparare il colpo fatale che ha ucciso la giovane direttrice della fotografia, Halyna Hutchins, e ferito il regista del film, Joel Souza. L'uomo è già stato dimesso dall'ospedale, la pallottola l'ha colpito alla clavicola e fortunatamente non ha riportato gravi conseguenze. Anche per questo motivo ha già potuto parlare con gli investigatori per raccontare la dinamica dei fatti dal suo punto di vista, per provare a dare una spiegazione a una tragedia simile. La direttrice della fotografia, invece, è stata colpita dal proiettile in pieno petto. Stando alle parole del regista, che nel momento dello sparo si trovava dietro un monitor insieme ad Halyna Hutchins, Alec Baldwin era impegnato nelle prove di una scena e si stava esercitando a estrarre il revolver dalla fondina. Nel farlo, l'attore puntava la pistola contro la telecamera. Così si legge nei documenti citati dalla Bbc, che si riferiscono a quanto dichiarato da Joel Souza e dall'operatore di ripresa Reid Russell. Entrambi, però, hanno riferito alle autorità che ad Alec Baldwin era stato detto che la pistola di scena fosse scarica. Joel Souza, probabilmente ancora sotto choc, non ha ricordi nitidi di quei momenti. Nei documenti si legge che il regista ricorda che Halyna Hutchins "si è lamentata del dolore allo stomaco e al petto", quindi "ha iniziato a barcollare all'indietro, si è accasciata ed è stata soccorsa a terra". Russell, che in quel momento si trovava in piedi accanto alla Hutchins, ha detto agli inquirenti che non riusciva a sentire le sue gambe. La posizione di Alec Baldwin è ora al vaglio degli inquirenti e all'attore potrebbe anche essere notificata un'accusa ufficiale di omicidio colposo, soprattutto perché lui non ricopre solo il ruolo da protagonista del film ma anche quello di produttore. Dall'America sono arrivate a Baldwin accuse di negligenza ma il cameraman, stando a quanto ha potuto vedere durante le riprese, parlando con gli inquirenti ha dichiarato che l'attore è stato molto attento, citando come esempio un episodio sul set in cui la star si assicurava che un attore bambino non fosse vicino a lui quando veniva scaricata una pistola. Il quadro sulla dinamica si sta facendo più nitido col passare dei giorni e poi sarà compito delle autorità formulare i capi d'accusa e individuare gli eventuali responsabili di una tragedia evitabile.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio.

Daniel Baldwin rischia l'incriminazione: colpo di pistola mortale sul set, "violata la regola numero 1". Libero Quotidiano il 24 ottobre 2021. Potrebbe rischiare conseguenze giudiziarie pesantissime, Alec Baldwin. Dietro l'incidente mortale sul set del film Rust, con il colpo di pistola che ha ucciso la direttrice della fotografia Halyna Hutchins, non ci sarebbe solo l'inesperienza del maestro d'armi debuttante, Hannah Gutierrez-Reed, che avrebbe caricato con un proiettile vero la pistola, ma una grave disattenzione dello stesso divo di Hollywood. Secondo Bryan Carpenter, esperto di armi sui set intervistato dal New York Post, Baldwin avrebbe infranto la regola numero uno sulla sicurezza: "Carica o no, un'arma anche se di scena non si punta mai contro un altro essere umano". Il rischio legale per l'ex marito di Kim Basinger non è peraltro nelle vesti di attore che materialmente ha sparato, ma in quello di produttore del film che non ha garantito il rispetto delle più elementari regole di sicurezza sul set. Improbabile però che venga accusato di omicidio colposo, in quanto non era a conoscenza che la pistola fosse carica. Possibile invece una incriminazione penale per aver maneggiato l'arma in modo pericolosi. Certa invece una incriminazione in sede civile se verranno accertate negligenze nella sicurezza sul set. Durante la lavorazione del film, peraltro, una troupe aderente al sindacato di settore aveva lasciato la produzione accusando proprio una mancanza negli standard di sicurezza, un inquietante segnale se non una premonizione di quello che sarebbe successo sul set. 

Alec Baldwin trovato così, in lacrime a bordo strada: "Perché mi avete dato una pistola calda?". Libero Quotidiano il 22 ottobre 2021. Alec Baldwin è devastato dalla tragedia di cui è stato protagonista, suo malgrado. L’attore era sul set del film Rust, dove è morta Halyna Hutchins, direttrice della fotografia, a causa di un colpo sparato con la pistola in dotazione alla pellicola. Questi sono i fatti acclarati, per la dinamica del drammatico incidente si dovrà attendere: al momento non sono emersi particolari, solo ipotesi e primissime ricostruzioni. “Perché mi avete dato una pistola calda?”, sono state le prime parole di un Balwdin sconvolto, che si è presentato spontaneamente per essere interrogato: sul web sono diventate virali le foto che lo ritraggono molto provato dopo la sua dichiarazione agli agenti. Piegato in due e in lacrime mentre parla al telefono, l’attore non riesce a spiegarsi come sia potuta avvenire una cosa del genere. La produzione ha assicurato che la pistola era caricata a salve, ma in rarissimi casi può uccidere comunque: un solo proiettile avrebbe colpito due persone, il regista e la direttrice della fotografia, con quest’ultima che ci ha rimesso la vita. Tutto è ancora da chiarire, ma intanto Baldwin ha affidato alcune parole a Twitter: “Il mio cuore è spezzato. Non ho parole per esprimere il mio shock e la mia tristezza per il tragico incidente che ha tolto la vita a Halyna Hutchins, moglie, madre e nostra collega profondamente ammirata”. Alce Baldwin spara sul set del film western: morta la direttrice della fotografia, grave il regista. Orrore e dramma

Alec Baldwin, chi era Halyna Hutchins e cosa non torna sulla sparatoria: "Dettagli poco chiari", come è morta? Libero Quotidiano il 22 ottobre 2021. La tragedia sconvolge Hollywood: Alec Baldwin apre il fuoco sul set, pare per errore, e uccide Halyna Hutchins, 42 anni, la direttrice della fotografia del film a cui stava lavorando e di cui Baldwin è anche co-produttore. Ma non solo: ferito in modo grave anche il regista Joel Souza. Secondo quanto si apprende, l'attore avrebbe sparato convinto che fosse una pistola a salve, ma invece i proiettili erano veri. Non è chiaro se Baldwin stesse scaricando la pistola oppure se la sua fosse una "gag" finita in tragedia. Per certo, dopo il dramma, era sconvolto, continuava a ripetere "è stato un incidente", in lacrime mentre la polizia effettuava i rilievi. Tutto è accaduto alle 13.50, ora del New Mexico, di giovedì 22 ottobre. La vittima, come detto, è Halyna Hutchins. Tra i suoi ultimi lavori era stata direttrice della fotografia del film d’azione del 2020 Archenemy, con Joe Manganiello. Si era laureata nel 2015 all’American Film Institute e nel 2019 era stata definita "stella nascente" del cinema da American Cinematographer (Asc), l’associazione culturale e professionale statunitense. E ancora, la  International Cinematographers Guild, un’associazione internazionale dei direttori della fotografia, ha fatto sapere con il suo presidente John Lindley e con l'executive director Rebecca Rhine che "i dettagli  al momento non sono chiari, ma stiamo lavorando per sapere di più e sosteniamo un’indagine completa su questo tragico evento". Lutto ad Hollywood e cordoglio dei colleghi che hanno lavorato con la Hutchins, nata in Ucraina nel 1979 e cresciuta in una base sovietica militare nel circolo Artico. Aveva frequentato l’Università di Kyiv e si era laureata in International Journalism. Nella prima parte della sua carriera era stata giornalista investigativa per produzioni di documentari nell’Europa dell’Est. Solo dopo l'ingresso nel mondo del cinema: nel 2013 era entrata, su indicazione del direttore della fotografia e vincitore di un Emmy Robert Primes, all’American Film Institute Conservatory, dove due anni dopo avrebbe preso il diploma.

Alec Baldwin, testimonianza-choc: "Come lo ho visto sabato mattina". Dopo il dramma sul set...Libero Quotidiano il 25 ottobre 2021. Un morto, un ferito grave. Una vita spezzata sul set, per un drammatico errore, per una pistola caricata con proiettili veri. Si tratta della tragedia che ha travolto Alec Baldwin, l'attore che ha aperto il fuoco, inconsapevole di quel che stava per accadere. Nel mirino, ora, ci è finito Dave Halls, assistente alla regia già finito nel passato nel mirino per il suo comportamento sul set, giudicato carente in termini di sicurezza (la notizia è stata rilanciata dalla Cnn). Nel dettaglio, Halls non avrebbe in più occasioni rispettato i protocolli per la sicurezza sulle armi, effetti pirotecnici compresi. E ancora, si parla di "comportamento sessuale inappropriato", altra ombra nel passato di Halss, che è stato  identificato nei documenti della polizia come colui che ha consegnato l'arma ad Alec Baldwin, quella con cui è stata uccisa la direttrice della fotografia Halyna Hutchins. E ora, si apprende, Alec Baldwin è sprofondato nel dramma. A parlare sono delle fonti anonime vicine all'attore, secondo cui sarebbe "assolutamente inconsolabile". L'attore sta infatti annullando tutti gli altri progetti e appuntamento, sta cercando, spiega la fonte sempre alla Cnn, di "prendersi un po' di tempo per se stesso e riconcentrarsi: non vuole vedere nessuno". Sabato mattina è stato visto uscire dall'hotel in cui soggiornava per le riprese e abbracciare il marito della Hutchins. E ancora, testimoni lo hanno  visto abbracciare il figlio di Matt e Halyna, Andros, 9. "È stato piuttosto devastante -  ha detto la fonte alla rivista People -. Ogni volta che succede qualcosa di brutto, a breve termine, si sottrae agli occhi del pubblico", conclude.

Alec Baldwin e la sparatoria, "comportamenti sessuali inadeguati". Una rivelazione pesantissima. Libero Quotidiano il 25 ottobre 2021. Si chiama Dave Halls ed è l'ultima figura chiave nel dramma che ha sconvolto Hollywood. Assistente alla regia di Joel Souza sul set di Rust, secondo la Cnn è identificato nei documenti della polizia come colui che ha consegnato ad Alec Baldiwn la pistola da cui sono partiti due colpi: il primo ha ucciso la direttrice della fotografia Halyna Hutchins, il primo ha ferito lo stesso Souza. Sotto accusa ora sono finite le misure di sicurezza praticamente assenti sul set di un film girato con budget ridotto, 5 milioni di dollari, e con una troupe non iscritta al sindacato e trovata sul posto, a Santa Fe, dopo l'addio per protesta di quella precedentemente assoldata. Sul conto di Halls, scrive sempre la Cnn, risultano vecchie accuse risalenti al 2019, durante la lavorazione di altri film, per il mancato rispetto dei protocolli di sicurezza sulle armi, degli effetti pirotecnici e, ciliegina sulla torta, anche per il suo comportamento sessuale inappropriato. Resta poi il giallo sull'arma che doveva essere a salve ma che era stata caricata invece con proiettili veri. Fermo restando il ruolo dell'armiere Hannah Gutierrez Reed, figlia d'arte debuttante, nelle ultime ore i media americani rilanciano la pista del gioco finito in tragedia. Poche ore prima della sparatoria fatale, infatti, secondo il sito TMZ alcuni componenti della troupe di Rust per gioco avrebbero sparato fuori dal set utilizzando proiettili reali. Due di questi sarebbero poi rimasti nella pistola di scena..

Alec Baldwin, il regista esce dall'ospedale e vuota il sacco: "Ecco come ha ucciso Halyna", testimonianza-choc. Libero Quotidiano il 25 ottobre 2021. Joel Souza è uscito dall'ospedale. Il regista, colpito dalla pistola impugnata da Alec Baldwin sul set di Rust, ha raccontato quanto accaduto quel tragico giorno. Lui, a differenza della direttrice della fotografia Halyna Hutchins, è sopravvissuto e ricorda bene il momento dello sparo. "Stavo guardando Baldwin stando dietro alla spalla di Hutchins e abbiamo sentito come il rumore di una frusta, poi un forte colpo". Baldwin, riporta l'agenzia Reuters, dopo aver estratto l'arma dalla fondina l'avrebbe puntata verso la telecamera, accanto alla quale si trovavano Hutchins e Souza. In quel momento sarebbe partito il colpo fatale. Il regista ha poi aggiunto di "ricordare vagamente Hutchins lamentarsi del dolore allo stomaco e al petto. Halyna diceva di non sentire le gambe". Quanto successo sarebbe frutto di un errore. L'attore infatti pensava che la pistola fosse a salve. A scagionarlo da qualsiasi accusa l'urlo dell'aiuto regia che prima di consegnargli la pistola avrebbe garantito la sua sicurezza. In realtà però l'arma era caricata con proiettili veri. Una negligenza su cui si sta indagando: alcuni parlano addirittura di una pistola usata in precedenza per gioco (qualche giorno prima alcuni membri della troupe l'avrebbero utilizzata per colpire alcuni oggetti fuori dal set), mentre altri parlano di una mancanza di sicurezza. Lo stesso aiuto regia, David Halls, è stato oggetto nel 2019 di critiche proprio legate all'assenza di controlli. Secondo alcuni importanti avvocati statunitensi potrebbe rispondere per il poco controllo che ha reso possibile l'incidente anche Baldwin. L'attore era del film Rust il produttore esecutivo. Motivo per cui potrebbe dover rispondere di omicidio colposo, in quanto non avrebbe verificato la sicurezza dell'arma con cui ha ucciso la direttrice della fotografia.  

Alec Baldwin, "omicidio colposo": l'attore piomba nel dramma, la scoperta sulla morte sul set di Halyna. Libero Quotidiano il 25 ottobre 2021. Alec Baldwin potrebbe essere perseguibile penalmente. Nonostante l'attore abbia sparato, inconsapevolmente, un proiettile vero sul set di Rust, non sono da escludere gravi conseguenze. Secondo Joseph Costa, avvocato di Los Angeles, "come produttore esecutivo, è in una posizione di controllo e può essere perseguito penalmente". Baldwin, infatti, non avrebbe verificato la sicurezza dell'arma con cui ha ucciso la direttrice della fotografia del film, Halyna Hutchins. All'interno della pistola dovevano esserci proiettili a salve e non veri. Anche se la difesa di Baldwin dovesse sostenere che all’attore è stata consegnata la pistola dall'aiuto regia "beh - sentenzia Erlinda Johnson, avvocato penalista nel New Mexico -, spettava a lui, dal momento che stava maneggiando l'arma, assicurarsi che non ci fossero proiettili. Chiaramente qualcuno non ha affrontato la cosa con la dovuta diligenza. Avrebbero dovuto controllare quelle pistole per assicurarsi che non ci fossero proiettili veri". Una negligenza che potrebbe costare cara a Baldwin. Si parla di un reato, quello per omicidio colposo, sanzionato con una pena massima di 18 mesi di carcere. I suoi problemi, dunque, non riguardano quello che ha fatto come attore. Per quelli - ne è certo Rachel Fiset, avvocato penalista di Los Angeles - "verrà sicuramente fuori perché pensava di sparare a salve. Il vero problema è il suo ruolo di produttore e i protocolli di sicurezza sul set, o la loro assenza. Se viene dimostrata una vera negligenza, potrebbe provocare accuse penali". Intanto fonte anonime rivelano lo stato d'animo dell'attore definito "assolutamente inconsolabile". Baldwin starebbe annullando tutti gli altri progetti e appuntamenti, vuole "prendersi un po' di tempo per se stesso e riconcentrarsi: non vuole vedere nessuno". 

Alec Baldwin, la pistola era caricata con proiettili veri: per l’assistente alla regia era sicura. Debora Faravelli il 23/10/2021 su Notizie.it. Secondo le prime ricostruzioni di quanto accaduto sul set di Rust, la pistola maneggiata da Alec Baldwin era caricata con proiettili veri. Nella pistola che Alec Baldwin stava utilizzando sul set del film western Rust e con cui ha accidentalmente ucciso la direttrice di fotografia e ferito il regista, erano presenti proiettili veri. Sia l’assistente che l’attore non sapevano che le munizioni fossero vere: un addetto aveva detto loro che era sicura da usare. A ricostruirlo è stata la Polizia che sta ancora indagando sui dettagli di quanto accaduto durante le riprese, quando l’attore americano ha per errore esploso alcuni colpi mentre stava maneggiando l’arma. Anche la Rust Movie Productions, la società di produzione del film, ha avviato un’indagine interna anche se al momento non è pervenuta alcuna denuncia sulla sicurezza sul set. Secondo una prima ricostruzione dello sceriffo della contea di Santa Fe, l’assistente alla regia che aveva fornito la pistola a Baldwin gliela aveva data definendola come “arma fredda“, ovvero senza proiettili. Dalle indagini è inoltre emerso che la responsabile del controllo delle armi sul set del film western era una ventenne al primo incarico in quel ruolo. Lo si evince da un documento pubblicato dai media che elenca i membri della troupe che erano previsti sul set quel giorno. Baldwin è già stato interrogato dalle forze dell’ordine e il suo abito di scena sporco di sangue è stato acquisito come prova insieme alla pistola. Al momento nessuno risulta indagato per l’incidente.

Da “il Giornale” il 19 novembre 2021. Alec Baldwin, che ha accidentalmente ucciso una persona sul set di un film, stava «giocando alla roulette russa» quando ha maneggiato la pistola senza seguire le regole di sicurezza dell'industria cinematografica: è questa l'accusa mossa all'attore da Mamie Mitchell, il secondo membro della troupe del film a presentare una denuncia contro di lui. La tragedia, accaduta sul set del film western Rust, risale al 21 ottobre quando il direttore della fotografia Halyna Hutchins rimase uccisa da un colpo di pistola accidentalmente sparato da Baldwin. E Mitchell non è l'unica ad accusare Baldwin di negligenza: secondo quanto affermato dall'avvocato dello sceneggiatore, Gloria Allred, «dal nostro punto di vista, il signor Baldwin ha scelto di giocare alla roulette russa quando ha azionato un'arma senza controllarla e senza che l'armaiolo lo avesse fatto in sua presenza» ha spiegato aggiungendo che «il suo comportamento e quello dei produttori è stato pericoloso».

Da “Libero quotidiano” il 19 novembre 2021. Brutte notizie per Alec Baldwin. L'assistente alla sceneggiatura del film Rust, Mamie Mitchell, ha fatto causa all'attore e ai produttori per i danni emotivi patiti per la morte della fotografa Halyna Hutchins nel corso delle riprese in New Mexico: «È stato irresponsabile. Nella sceneggiatura non era prevista la scena in cui avrebbe dovuto sparare». Baldwin «ha giocato con la roulette russa» impugnando l'arma e sparando senza prima averla controllata, senza avere accanto la responsabile delle armi, sostengono i legali. L'attore «ha avuto l'arma dall'assistente alla regia», una cosa impensabile per un «veterano dell'industria del cinema come lui». E ancora: «Nella sceneggiatura non c'era una scena in cui Baldwin o qualsiasi altra persona avrebbe dovuto sperare», ha spiegato la Mitchell. Anche Hollywood Reporter riporta che sul set «si era discusso che ci sarebbero state tre inquadrature ravvicinate dopo la pausa pranzo, una sugli occhi di Baldwin, una sulla macchia di sangue sulla spalla di Baldwin e una sul busto di Baldwin mentre allungava la mano verso la fondina per prendere la pistola. Da nessuna parte nel copione si diceva che l'imputato Baldwin avrebbe dovuto sparare». La causa, depositata presso la Corte Suprema di Los Angeles, nomina molti altri imputati tra cui David Halls, l'assistente alla regia che ha consegnato la pistola all'attore e Hannah Gutierrez Reed, responsabile delle armi sul set.

Alec Baldwin, drammatica accusa: "Giocava alla roulette russa". Morte sul set, cambia tutto? Libero quotidiano” il 19 novembre 2021 Ancora guai per Alec Baldwin. "Gli eventi che hanno portato all'innesco di una pistola carica da parte del signor Baldwin non sono una semplice negligenza. Al contrario, dal nostro punto di vista, il signor Baldwin ha scelto di giocare alla roulette russa quando ha attivato un'arma senza averla controllata e senza che l'armaiolo lo avesse fatto in sua presenza. Il suo comportamento, e quello dei produttori di Rust, sono stati pericolosi".  Ecco la nuova accusa per l'attore americano  da parte di Mamie Mitchell, sceneggiatrice di Rust, sul cui set è stata uccisa la direttrice della fotografia Halyna Hutchins da un colpo di arma da fuoco sparato dall'attore americano. Mitchell è la seconda persona della troupe a sporgere denuncia contro Baldwin. La sceneggiatrice sostiene di soffrire di "angoscia emotiva" e altri disturbi in conseguenza ai danni "causati intenzionalmente" dalla produzione. Sotto accusa anche l'assistente alla regia, David Halls, che aveva consegnato la pistola ad Alec Baldwin, dicendogli che era innocua, e l'armaiolo, Hannah Gutierrez-Reed, responsabile delle armi usate dalla troupe. L'altra persona che  accusa Baldwin, ricorda Repubblica, è Serge Svetnoy, capo tecnico delle luci, presente durante i fatti. "La presenza di un proiettile vero in un revolver rappresentava una minaccia letale per chiunque si trovasse nelle sue vicinanze", c'è scritto nella causa, dove si sostiene la mancata "attuazione degli standard del settore per la custodia e il controllo delle armi da fuoco utilizzate sul set. Svetnoy ritiene che le munizioni usate non siano mai state conservate in modo sicuro e siano state semplicemente lasciate incustodite sul camion di scena", nella denuncia presenta dall'avvocato di Svetnoy.

L'assistente alla sceneggiatura del western. “Alec Baldwin non doveva sparare, ha giocato alla roulette russa”, le accuse sulla tragedia sul set del film “Rust”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 18 Novembre 2021. Alec Baldwin non doveva sparare, si è comportato irresponsabilmente, come se stesse giocando alla roulette russa: l’assistente alla sceneggiatura del film Rust ha lanciato accuse pesantissime nei confronti dell’attore. Il caso è quello tragico della morte sul set del film western Rust, lo scorso venerdì 22 ottobre, della direttrice della fotografia Halyna Hutchins, uccisa da un proiettile vero, come ha confermato lo sceriffo di Santa Fe Adan Mendoza. Secondo quanto rivelato dal regista Joel Souza, Baldwin si stava esercitando a estrarre l’arma e a puntarla verso la telecamera quando sono partiti i colpi. Niente da fare per la 42enne direttrice alla fotografia. Ferito gravemente anche il regista Joel Souza che però non è in pericolo di vita. “Halyna era mia amica, quando sono arrivato in città per la prima volta l’ho portata a cena”, ha detto l’attore intercettato da Tmz. “Quanti incidenti con le armi ci sono? Questi sono gli Stati Uniti. Servirebbe una nuova legge per le armi sul set, magari di plastica, non saprei: io non sono un esperto ma è urgente” per “proteggere le persone sul set” e “collaborerei in ogni modo a questo”. Mitchell è intervenuta duramente sul caso con le sue dichiarazioni. Durante una conferenza stampa ha lanciato accuse a Baldwin e ai produttori del film. Al momento dell’incidente, ha raccontato, l’assistente si trovava molto vicina all’attore. La scena che si stava girando al momento dell’incidente richiedeva tre inquadrature ravvicinate: gli occhi di Baldwin, una macchia di sangue sulla spalla e un’immagine del busto dell’attore. “Non c’era una scena in cui Baldwin o chiunque altro avrebbe dovuto sparare”, ha accusato Mitchell. Il suo avvocato ha depositato una causa contro Baldwin e gli altri produttori del film. Secondo Mitchell, che chiederà i danni per i traumi e le conseguenze emotive subite dopo la tragedia, l’attore ha violato i protocolli di sicurezza sul set maneggiando l’arma e comportandosi in maniera “spericolata”. Secondo quanto ricostruito dalle indagini a passare l’arma all’attore sarebbe stato l’assistente alla regia Dave Halls, secondo Cnn licenziato dal film Freedom Path’s del 2019 dopo che un incidente con un’arma da fuoco aveva ferito non gravemente un membro della troupe. “Il signor Baldwin ha scelto di giocare alla roulette russa quando ha sparato senza controllare la pistola e senza che lo facesse l’armatrice in sua presenza. La possibilità di ferite o di morte era una conseguenza probabile”, ha detto la legale di Mitchell, Gloria Allred. L’attore ha quindi “avuto l’arma dall’assistente alla regia”, una cosa impensabile per un “veterano dell’industria del cinema come Baldwin”. Al centro delle indagini anche Hanna Reed-Gutierrez, l’armiera, 24 anni, alla sua seconda esperienza importante – figlia d’arte di Thell Reed, stuntman e armiere molto conosciuto a Hollywood per aver lavorato su set importanti come Django Unchained e Once Upon a Time in Hollywood di Quentin Tarantino e per aver insegnato l’uso delle armi di scena a star come Brad Pitt e Russell Crowe.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Alec Baldwin, la prima intervista tv dopo la tragedia di Rust: “Non ho premuto il grilletto”. In anteprima, un estratto della prima intervista tv di Alec Baldwin dopo la tragedia di Rust in onda giovedì 2 dicembre in esclusiva su ABC News. “Qualcuno ha messo munizioni vere in quella pistola”. A cura di Giulia Turco su Fanpage.it il 2 dicembre 2021. Alec Baldwin parla nella sua prima intervista tv della tragedia avvenuta sul set di Rust che ha causato la morte della direttrice della fotografia Halyna Hutchins. L'intervista integrale andrà in onda nella serata di giovedì 2 dicembre sulla ABC e in streaming su Hulu, ma l'emittente americana ne ha già diffuso un estratto in anteprima. "Non ho premuto il grilletto", ammette Baldwin al giornalista di ABC News George Stephanopoulos, "non punterei mai una pistola contro nessuno, né premerei il grilletto, mai".  

Cos'è successo davvero sul set di Rust 

Sono tante le domande alle quali Alec Baldwin viene sottoposto nella prima intervista dopo la tragica vicenda dello scorso 22 ottobre, sul set di Rust in New Mexico. L'attore è emotivamente a pezzi, scoppia in lacrime davanti alle domande del giornalista definendo quanto successo la cosa peggiore che gli sia mai capitata nella sua vita: "Penso a cosa avrei potuto fare per impedirlo", spiega Baldwin con voce rotta. "Non ho idea di come sia potuto succedere", aggiunge nel corso dell'intervista. "Qualcuno ha messo munizioni vere in quella pistola, un proiettile che non doveva essere nello studio".  

Il ricordo di Halyna Hutchins

Non mancano parole sulla direttrice di fotografia colpita al petto dal proiettile sparato dall'arma da fuoco che Baldwin aveva in mano sul set. "Non mi sembra ancora vero", continua a ripetere l'attore sotto choc davanti al giornalista. Trasportata d'urgenza in ospedale, per lei non c'è stato nulla da fare. "Era una persona amata e ammirata da tutti coloro che hanno lavorato con lei", racconta a proposito di Hutchins. Sulla morte della donna di 42 anni, che ha lasciato il marito e un figlio, la polizia continuerà ad indagare. Nella giornata di martedì 30 novembre è stato emesso un nuovo mandato di perquisizione specificando che gli investigatori potrebbero aver trovato l'origine del proiettile sparato da Baldwin. 

Alec Baldwin, intervista in tv dopo l’incidente sul set di Rust: «Non ho premuto il grilletto». Maria Volpe su Il Corriere della Sera il 2 dicembre 2021. «Io non ho premuto il grilletto». parla nella sua prima intervista tv della tragedia avvenuta sul set di Rustquando un colpo di pistola ha causato la morte della direttrice della fotografia Halyna Hutchins. L’intervista integrale andrà in onda nella serata di giovedì 2 dicembre sulla ABC(nella notte tra giovedì e venerdì, ndr) e in streaming su Hulu (ma è stata registrata martedì) ma l’emittente americana ne ha già diffuso un estratto in anteprima. «Non ho premuto il grilletto — ha dichiarato Baldwin al giornalista di ABC News, George Stephanopoulos, — non punterei mai una pistola contro nessuno, né premerei il grilletto, mai».  Il giornalista ha definito particolarmente «cruda e intensa» l’intervista con l’attore 63enne.

«L’intervista più intensa della mia vita»

Cos’è successo davvero sul set di Rust allora? Sono tante le domande alle quali Alec Baldwin ha provato a rispondere nella prima intervista dopo la tragica vicenda dello scorso 22 ottobre, sul set di Rust in New Mexico. «Ho fatto migliaia di interviste negli ultime 20 anni, alla ABC — ha dichiarato Baldwin — ma questa è stata la più intensa che io abbia mai rilasciato». L’attore è apparso emotivamente a pezzi, è scoppiato in lacrime più volte davanti alle domande del giornalista, definendo quanto successo «la cosa peggiore» che gli sia mai capitata nella vita: «Penso a cosa avrei potuto fare per impedirlo — spiega ancora Baldwin con voce rotta — Non ho idea di come sia potuto succedere. Qualcuno ha messo munizioni vere in quella pistola, un proiettile che non doveva essere nello studio». Questa la spiegazione di Baldwin.

L’incidente sul set di «Rust»: le ultime notizie e gli approfondimenti

La polizia continua a indagare

Non mancano parole sulla direttrice di fotografia, Hutchins, colpita al petto dal proiettile sparato dall’arma da fuoco che Baldwin aveva in mano sul set. «Non mi sembra ancora vero» ha continuato a ripetere l’attore sotto choc davanti al giornalista. Trasportata d’urgenza in ospedale, per lei non c’è stato nulla da fare. «Era una persona amata e ammirata da tutti coloro che hanno lavorato con lei». Sulla morte della donna di 42 anni, che ha lasciato il marito e un figlio, la polizia continuerà ad indagare.

Nella giornata di martedì 30 novembre è stato emesso un nuovo mandato di perquisizione specificando che gli investigatori potrebbero aver trovato l’origine del proiettile sparato da Baldwin. Secondo gli atti del tribunale, Baldwin ha ricevuto l’arma dall’assistente alla regia del film, Dave Halls, la quale non sapeva che la pistola contenesse munizioni vere. Halls aveva ricevuto la pistola da Hannah Gutierrez-Reed, l’armiera di 24 anni della produzione del film.

Da Adnkronos.com il 2 dicembre 2021. «Il grilletto non è stato premuto. Io non ho tirato il grilletto». Alec Baldwin parla così, in un'intervista che Abc News trasmetterà stasera, dopo la morte della direttrice della fotografia sul set del film "Rust" ad ottobre. Halyna Hutchins è morta dopo essere stata colpita da un proiettile partito dalla pistola di scena che Baldwin stava usando sul set. «Il grilletto non è stato premuto», dice l'attore nell'intervista con George Stephanopoulos. Il giornalista ha chiesto perché l'attore abbia puntato l'arma e tirato il grilletto sebbene la sceneggiatura non prevedesse il gesto. «Non punterei mai un'arma contro qualcuno e non tirerei il grilletto, mai», la risposta di Baldwin. «Qualcuno ha messo una pallottola 'viva' nell'arma, un proiettile che non doveva nemmeno essere nell'area», dice Baldwin utilizzando l'aggettivo che definisce un proiettile in grado di provocare danni reali. La star si commuove quando il discorso si sposta sulla vittima, Halyna Hutchins: «Era adorata da tutti quelli che lavoravano con lei, era amata da tutti e ammirata. Tutto questo non mi sembra reale». E' la cosa peggiore che le sia mai capitata? «Sì, continuo a pensarci. Cosa avrei potuto fare?».

(ANSA il 3 dicembre 2021) - Alec Baldwin ha spiegato, nella sua prima intervista televisiva dopo la tragedia sul set del film Rust, come è partito il colpo dall'arma che ha ucciso la direttrice della fotografia Halyna Hutchins. Intervistato da George Stephanopoulos sulla Abc, l'attore americano - pur non avendo mai premuto il grilletto - ha ammesso di avere armato la Colt d'epoca alzando manualmente il cane del revolver per poi lasciarlo andare provocando così lo sparo. "Le ho detto che nella scena armo la pistola - ha raccontato Baldwin riferendosi ad Hutchins - e ho detto 'vuoi vedere come faccio' e lei ha detto sì. Quindi ho preso la pistola e ho cominciato ad armarla, senza premere il grilletto - ha proseguito l'attore puntando l'indice destro in avanti e tirando indietro il pollice alzato proprio per simulare il movimento che stava descrivendo -... e poi ho lasciato andare il cane ed è partito il colpo". Intervistato dalla Cnn, un esperto di armi, Scott Rasmussen, ha osservato che se l'attore avesse accompagnato lentamente il cane della pistola invece di lasciarlo andare l'arma non avrebbe sparato. Resta però il mistero di come un proiettile vero sia finito nella Colt. Oltre ad uccidere Hutchins, la pallottola ha ferito di striscio a una spalla il regista Joel Souza.

Alec Baldwin dopo l’incidente mortale sul set: «La mia carriera potrebbe finire qui». Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. «Tutto quello che è successo quel giorno è precipitato perché io Halyna avevamo una cosa profonda in comune: entrambi pensavamo che la pistola fosse scarica». Alec Baldwin, nella lunga intervista che è andata in onda la notte scorsa negli Stati Uniti sulla Abc, ha ricostruito dal suo punto di vista la dinamica del tragico incidente che ha portato alla morte della direttrice della fotografia Halyna Hutchins sul set di «Rust». L’attore ha anche detto che dopo l’accaduto la sua carriera potrebbe essere finita: «Potrebbe essere», ha ammesso, spiegando che al momento la cosa non lo preoccupa e che in ogni caso non «riesce a immaginare» di girare mai più un film in cui sia presente una pistola. Premettendo di non voler passare per vittima «perché c’è una vittima ed era una mia amica», Baldwin ha detto di voler parlare in televisione per poter chiarire alcune cose, a partire dal fatto che, contrariamente a quanto era emerso finora, lui : «Ci sono delle indagini in corso e potrebbe volerci molto tempo. Credo ci siano alcune idee sbagliate che stanno girando e sento davvero di non poter aspettare. Vorrei solo dire che farei qualsiasi cosa per poter cancellare quel che è successo», ha detto Baldwin, interrompendosi più volte durante l’intervista per la commozione. Descrivendo il momento dell’incidente per la prima volta, Baldwin ha detto che la pistola ha sparato durante le prove, mentre lui stava discutendo delle angolature con cui tenerla insieme a Hutchins: «In questa scena devo armare la pistola. Vuoi vedere come? E lei ha detto di sì - ricostruisce l’attore, mimando i gesti -. Quindi prendo la pistola e inizio ad armarla. Non premo il grilletto. Le chiedo “Vedi?” E lei mi dice “Fai finta di premere e abbassala un po’”. Io preparo la pistola e le chiedo “così vedi bene? Così vedi? Va bene così?” A quel punto lascio il cane della pistola e la pistola spara». Baldwin ripete con sicurezza: «Non ho premuto il grilletto. Non punterei mai una pistola verso qualcuno per poi premere il grilletto». E premette anche che quando l’arma gli era stata consegnata, era stato detto chiaramente che si trattava di una «cold gun», cioè di una pistola scarica: «Quando in un set viene detto così, ci si rilassa perché si è sicuri che la pistola non ha dentro proiettili veri». Baldwin ha parlato anche dell’incontro con il marito di Hutchins subito dopo l’incidente: «Ci siamo abbracciati e io non sapevo che cosa dire. Semplicemente non sapevo cosa dire».

I 400 colpi. Il futuro delle armi da fuoco al cinema non sembra essere a rischio (per ora). Dario Ronzoni su l'Inkiesta il 6 Dicembre 2021. L’incidente avvenuto sul set del film “Rust” ha riaperto il dibattito. Ma se è vero che sono numerosi i registi che chiedono di bandire pistole e fucili veri, altri pensano che la questione sia più complessa e vada affrontata caso per caso. Dopo l’incidente accaduto sul set del film “Rust”, in cui l’attore Alec Baldwin, a causa di un mancato controllo, ha sparato e ucciso la direttrice della fotografia Halyna Hutchins (anche se le cose potrebbero essere andate in modo diverso), ferendo il regista Joel Souza il problema delle armi da fuoco vere nei film è tornato al centro della discussione. Chi è contrario sottolinea che, ormai, le tecniche di editing in post-produzione sono in grado di simulare proiettili, spari, traiettorie, compreso il lampo che scaturisce dalla canna della pistola a ogni sparo. Usare armi vere per girare un film è un rischio inutile, sostengono. C’è una petizione online, appoggiata da attori come Lena Dunham e Sarah Paulson. La stessa cosa sostiene, in un tweet, anche il regista Craig Zobel. Altri hanno firmato una lettera aperta perché vengano bandite e perfino il senatore della California Dave Cortese intende introdurre una legge per ridurre l’impiego di armi da fuoco sul set. Tuttavia questo sentimento, come spiega questo articolo del magazine New York, non è universale. Tanti registi hanno evitato di prendere posizione mentre un nome celebre come Ridley Scott è del tutto contrario a ogni cambiamento: «State scherzando?», ha chiesto. Il punto è che le armi vere, in fatto di realismo, sono la soluzione migliore. Hanno il giusto rinculo, che l’attore non deve simulare – e suscitano, a detta degli esperti, reazioni più convincenti da parte degli attori. Anche eventuali sostituti come le armi ad aria compressa (con eventuali ritocchi in post-produzione) non rappresentano un’alternativa perfetta. Sono più leggere e, a conti fatti, possono ancora essere pericolose. In una lettera aperta, un gruppo di addetti alle armi – cioè le persone incaricate della sicurezza di pistole e fucili durante le riprese, che ne controllano il funzionamento e si occupano di caricarle e di distribuirle agli attori – hanno cercato di mettere insieme una difesa appassionata. Hanno ricordato che, dal 1984 – anno dell’incidente che è costato la vita all’attore Jon-Erik Hexum, morto sul set del telefilm “Cover Up” a causa di uno sparo a salve puntato alla tempia (ha creato una pressione sul cranio risultata fatale) – ci sono state solo tre morti dovuti ad armi da fuoco durante le riprese di un film, mentre 23 sono quelle avvenute a causa di scene pericolose e altre 23 che hanno riguardato le strutture di scena. Il caso di “Rust” è tato il risultato di «incompetenza e di un uso inadeguato di fiture professionali che controllano il rispetto di protocolli e standard di sicurezza». In passato, il rapporto con le armi era meno attento. Si sparava davvero, gli edifici risultavano davvero danneggiati e gli attori potevano scegliere se comparire o meno sulla scena. Adesso le regole di condotta sono stringenti. Le munizioni vive (quelle che si possono sparare davvero) non possono essere portate sul set. Gli addetti alle armi devono mantenere un controllo costante: si occupano dell’affitto, della prova (che va condotta lontano dai luoghi di produzione) e, quando non sono in uso, devono riporle in valigette d’acciaio. Non solo: controllano anche i proiettili a salve, caricano le armi solo quando le telecamere vengono accese e si occupano di distribuirle agli attori, ricordando di attenersi al copione e alle mosse concordate, senza improvvisare. Tutto questo – dicono – minimizza il rischio di incidenti. Resta il fatto che, oltre al problema della sicurezza, utilizzare armi da fuoco vere impone una serie di accorgimenti che, secondo il regista Ben Rock, sono costosi e fanno perdere tempo. Ogni volta le riprese vanno interrotte per i safety meetings, in cui vengono spiegate le modalità di uso delle armi. Tutti devono avere delle protezioni per le orecchie, bisogna mettere del plexiglass vicino alle telecamere e del compensato intorno a tutto il resto. I lavori vanno a rilento e, secondo lui, «questo non è lavorare con gli attori». Sul tema, insomma, ci sono svantaggi e non tutti hanno posizioni nette. I vantaggi del realismo delle armi vere – che nemmeno quelle airsoft hanno – sono insostituibili, ma l’impiego della tecnologia permette di accorciare tempi di realizzazione e mantenere il tutto in sicurezza. Starà al regista scegliere, sulla base delle sue esigenze e della sua sensibilità da quale parte stare.

·        Alessandra Amoroso.

Ecco chi mi ha aiutato, la Amoroso svela il suo periodo buio. Il Tempo il 14 novembre 2021. Un periodo buio che ha superato grazie all'aiuto di una psicologa. Alessandra Amoroso si racconta durante la puntata di "Verissimo" andata in onda domenica 14 novembre. "Volevo affrontare le mie paure e allora ho chiesto aiuto a una psicologa - dichiara a Silvia Toffanin - Si chiama Alessandra come me. Insieme abbiamo la potenza delle Alessandra al quadrato. Con lei ho imparato ad affrontare e superare tutto". Poi il riferimento alla nipotina Andrea che riesce a vedere solo quando torna a casa. "E' la mia gioia - svela la Amoroso - E la cosa più bella è che lei mi reclama quando non ci sono e non vede l'ora che arrivi". E mentre lo racconta scoppia in lacrime.       

Verissimo, Alessandra Amoroso in lacrime: "Faccio molta fatica a parlare". Libero Quotidiano il 14 novembre 2021. "Di lei faccio molta fatica a parlare": Alessandra Amoroso si è commossa parlando della sua nipotina Andrea a Silvia Toffanin, nello studio di Verissimo su Canale 5. "Lei per me è un grande dono, è una bambina speciale", ha continuato, dicendo di rivedere sua nonna negli occhi della piccola: "Nei suoi occhi vedo tanto amore per me. Questo legame che ho con mia nonna è come se lei lo avesse passato ad Andrea. E’ magico”. La cantante poi ha rivelato di aver affrontato e vissuto un periodo molto difficile. Tutto è iniziato con il lockdown quando si è ritrovata a convivere con le sue due più grandi paure: il buio e la solitudine. A quel punto la Amoroso ha deciso di voler intraprendere un percorso di psicanalisi che oggi l’ha portata ad una vera e propria rinascita: "Volevo dare un nome alle mie paure. Ho voluto conoscere Alessandra. Non volevo più giudicarmi e criticarmi né dare agli altri modo di farlo”. Infine l'artista ha spiegato che sta lavorando al suo primo concerto allo Stadio San Siro, evento che si terrà il 13 luglio 2022. “Sei la seconda donna, dopo Laura Pausini, ad entrare nello Stadio San Siro. Ti rendi conto?”, le ha fatto notare Silvia Toffanin. La Amoroso, emozionata, ha ammesso: “E’ una fortuna e sfortuna”, aggiungendo che spera ci possano essere molte più donne in futuro a fare concerti lì.

·        Alessandro Benvenuti.

Luca Pallanch per "la Verità" il 18 gennaio 2021. Dopo le zone rossa, arancione e gialla, ora è la volta della zona bianca. Corsi e ricorsi storici. Nel 1977, mentre l'Italia viveva l'emergenza terrorismo, un gruppo di giovani comici, I Giancattivi, mise a soqquadro la Toscana con uno scherzo memorabile sulla Radio 3 regionale. Alessandro Benvenuti, oggi protagonista su Sky della serie I delitti del BarLume, rivendica con orgoglio il copyright della zona bianca.

I Giancattivi emisero un falso bollettino definendo la Lucchesia zona bianca...

«Zona batteriologicamente bianca!».

Come vi era venuto in mente?

«Perché era l'unica provincia democristiana in una regione rossa. Fu uno scherzo che riuscì molto bene: i centralini dei Vigili del Fuoco e della Prefettura furono invasi da telefonate e ci fu un fuggi fuggi verso le province amiche di Livorno, Massa Carrara e Pistoia, che erano tutte province rosse. Questo scherzo ci ha dato grande notorietà: la notizia fu ripresa anche nella stampa nazionale. Erano tempi in cui la satira era per pochi eletti, tanto è vero che quando fondammo il primo teatro, che oggi è il Teatro di Rifredi, lo chiamammo Humor side».

Qual era la formazione de I Giancattivi all'epoca?

«Athina Cenci, Alessandro Benvenuti e Franco Di Francescantonio».

È vero che il nome Giancattivi deriva dal terzo componente della formazione iniziale, Paolo Nativi?

«La leggenda narra che nel Settecento una colonia di ex schiavi romani liberatisi si erano trasferiti a Roccastrada, formando una colonia di mugnai, e lì cambiarono il cognome da Giancattivi in Nativi. L'etimologia è latina: iam captivus. Per noi scegliere di fare questa strada era una sorta di liberazione da quella che era stata la nostra vita passata, era la realizzazione dei nostri sogni. Aveva un significato molto profondo per noi il nome Giancattivi».

Come siete arrivati a Non stop, la trasmissione televisiva che vi ha lanciato nel 1979?

«Perché eravamo parecchio bravi! Enzo Trapani e Alberto Testa, i due autori del programma, ci videro al Teatro Verdi a Milano. Ci pedinarono per un mese intero prima di convincerci... ».

Perché?

«Non ce ne importava nulla di andare in televisione: eravamo molto puri, tutti presi dal nostro tipo di teatro sperimentale: non erano solo sketch con le barzellette, ma ci ispiravamo ai movimenti dadaisti, surrealisti e futuristi. Poi, siccome in quella trasmissione c'era anche Massimo De Rossi che aveva portato in scena una magnifica pièce di Roberto Lerici, Bagno finale, ed era stato ospite nostro a teatro, ci siamo detto: «Se c'è De Rossi, ci si può andare anche noi!». Senti quanto eravamo scemi».

A Non Stop c'era anche Francesco Nuti.

«Nuti entrò perché il terzo de I Giancattivi di quell'epoca, Tonino Catalano del Mago Povero di Asti, che era con noi da sei mesi, non volle fare televisione, per cui eravamo rimasti Athina Cenci e io, finché un funzionario dell'Arci toscano ci dette la dritta: "Ma perché non andate a vedere questo giovane comico talentuoso che ha iniziato da poco a fare cabaret?". Andammo a vederlo e Francesco entrò nel gruppo. La prima cosa che fece con noi fu Non Stop, un bel colpo».

Giocavate alla scuola, con la maestra e i due alunni...

«Quello nella seconda trasmissione che abbiamo fatto in televisione, La sberla, per la regia di Giancarlo Nicotra. A Non stop presentammo una serie di sketch, tra i quali c'era anche quello dei due alunni e la maestra».

L'avevate già fatto a teatro?

«Erano tutti sketch provatissimi, fatti in teatro centinaia di volte. La vera novità di Non stop era dovuta al fatto che i gruppi o i singoli comici presentavano degli sketch che erano già testati con il pubblico, che quindi avrebbero funzionato di sicuro. Questa fu una grande intuizione di Enzo Trapani».

La notorietà fu immediata?

«Io so' rimasto chiuso in casa per due settimane! Andavamo in onda in prima serata, il giovedì sera, sulla Rete 1, con due soli canali, ci vedevano decine di milioni di persone: il giorno dopo eri santo, ti mancavano solo le stigmate! La prima volta che uscii ebbi la malaugurata idea di prendere un treno dal mio paese, Pontassieve, fino a Firenze. Non ti dico cosa è successo su quel treno! Sono stato preso d'assalto da due vagoni di gente: firmai autografi dalla partenza all'arrivo».

In famiglia cosa dissero?

«Erano molto soddisfatti perché guadagnavo! Erano talmente disperati del mio fallimento come studente che furono molto contenti di vedermi sbocciare come attore».

Dopo il successo televisivo, fioccarono subito le proposte cinematografiche?

«Il cinema si fiondò su di noi: ci fecero un sacco di proposte, ma erano tutte persone che ci piacevano poco, per cui inventavamo film che costavano così tanto che alla fine non ce li facevano fare. Invece poi, quando scoprimmo i produttori giusti, Franco Cristaldi, Gianfranco Piccioli e Mauro Berardi, scrissi Ad ovest di Paperino. Con noi, I Gatti di Vicolo Miracoli, La Smorfia, Carlo Verdone, che provenivano tutti da Non Stop, si portò nel cinema italiano una ventata di novità, allontanandoci dai padri sacri, i Gassman, i Tognazzi, i Manfredi, i Sordi».

Poi Nuti andò via...

«Ad ovest di Paperino fu un film complicato perché il gruppo si sciolse dopo tre settimane di lavorazione. Arrivare in fondo fu veramente faticoso. Francesco aveva un grande talento, ma poco metodo, per cui subiva un po' la nostra personalità. Questo è stato uno dei motivi per cui ha voluto fare la sua strada, scelta più che legittima. Gli abbiamo insegnato molto io e Athina, però Francesco è stato importantissimo per noi per avere il successo che abbiamo avuto perché dei tre era il più determinato a conseguirlo. Noi eravamo un po' più snob, ce ne fregava fino a un certo punto».

Voi due invece avete proseguito...

«Per altri due anni, molto belli, con Daniele Trambusti. Portammo in teatro un bellissimo spettacolo, Corto Maltese, facemmo un secondo film, Era una notte buia e tempestosa..., e un programma televisivo, Lady Magic, poi ci sciogliemmo».

Per quale motivo?

«Perché si muore da soli anche nella malaugurata idea che si partecipi a un suicidio collettivo!».

Dei film che ha fatto Nuti da solo quale ha apprezzato?

«I film che ha fatto Francesco, se devo essere sincero, non è che mi hanno fatto mai impazzire. Quello che mi è piaciuto di più è Tutta colpa del Paradiso, escluso il primo quarto d'ora che è tremendo. La cosa da sottolineare di Francesco è che non è mai stato un uomo molto felice, nonostante abbia avuto delle grandi fortune. Questo mal di vivere lo ha espresso in tutti i suoi film. Siccome io ho voluto molto bene a Francesco e lo conosco molto bene intimamente, nei suoi film ho sempre visto il disagio che covava dentro. Tutta colpa del Paradiso è l'unico che mi ha veramente fatto ridere con gioia perché ho visto un Francesco solare, radioso, ho avuto il sollievo di vederlo in un momento di grazia».

Fu coniato il termine «malincomici» per definire i comici della vostra generazione...

«Siamo stati dei comici più coscienti di quelli della generazione che ci ha preceduto. Loro si sono dovuti adattare al mercato, noi abbiamo inventato un nuovo mercato. Abbiamo cercato di ricostruire la comicità attraverso l'umanità, il sociale, la vita. I Giancattivi raccontavano il surrealismo di un mondo, che stava andando verso un tipo di follia. Basta vedere quello che succede oggi sui social... ».

Poi ha avuto anche modo di lavorare con Verdone in Compagni di scuola, dove organizza un altro scherzo terribile alle spalle dei suoi compagni di liceo, spacciandosi per un disabile, un ruolo politicamente scorretto.

«Se penso al cazzotto che Athina Cenci dà al neonato dentro alla carrozzina in Ad ovest di Paperino, in un paese di mamme come l'Italia... io sono abituate a fare 'ste cose: l'artista ha l'obbligo di essere scomodo, di rompere gli schemi, non può fare le cose che vuole il mercato».

Il teatro è la linea che dà continuità alla sua carriera?

«Sono nato a teatro. Sono tuttora direttore artistico dei teatri di Siena e del teatro di Tor Bella Monaca. Non smetterò mai di fare teatro, è la mia vita, infatti ora soffro molto».

Come vive la chiusura dei teatri?

«Non ho tanto voglia di parlarne. Ogni tanto sento uno pseudo-giornalista che dice delle cose terribili, come se noi fossimo una categoria della quale si può tranquillamente fare a meno, come se il teatro fosse un lusso... È che la gente non sa qual è il nostro lavoro, anche per colpa del mondo del teatro che si è sempre chiuso in sé stesso, anziché dire: "Venite a vedere quando si fanno le prove quanta fatica si fa!". Venite a vedere cosa vuol dire far uscire la gente di casa per andare in un luogo dove può ascoltare delle storie e discuterne dopo: è un segno di umanità e di vitalità. È la civiltà che va avanti, non la solitudine davanti allo schermo. Il futuro non è davanti a un computer: se è così, vuol dire che ci dobbiamo preparare a diventare automi. È questo che mi fa paura: non si tiene conto delle ferite che la pandemia porterà dentro di noi, questa aberrazione di chiudersi in casa a lavorare nello stesso posto dove mangi, leggi un libro, dormi, campi, come si dice in toscano».

Ha fatto il Covid e durante il lockdown ha tenuto un diario. A settembre ha avuto la possibilità di tornare sul palcoscenico.

«Ho fatto uno spettacolo meraviglioso, Panico ma rosa, tre volte e poi basta, ci hanno rinchiuso un'altra volta!».

Ha interpretato anche film drammatici, come Soldati 365 giorni all'alba di Marco Risi. Erano tentativi di uscire dai panni del comico...

«Ma io non so' comico! Se uno vuole vedere un grande attore drammatico, deve vedere un attore comico. Chi fa il drammatico e basta molto spesso diventa un trombone. Tutti i comici, quando si sono cimentati in parti drammatiche, sono sempre risultati clamorosamente bravi. Io le poche volte che ho fatto delle cose non comiche mi sono piaciuto molto di più di quando faccio il comico, ti devo dire la verità. Ho questa nomea d'orso per cui non mi capita molto spesso di avere delle proposte di fare altro rispetto a quello che faccio, ma va bene così perché mi piace stare a casa mia».

·        Alessandro Borghese.

Gabriele Principato per "corriere.it" il 17 marzo 2021. «Buongiorno a tutti dal mio bunker segreto. È il quinto giorno che sono qui da quando ho preso il Covid». Inizia così il diario di oggi dello chef, che da qualche giorno condivide sulle Stories di Instagram i suoi momenti di clausura forzata dopo aver preso il virus. «Niente febbre per il momento...che dire...sono tutto acciaccato, ossa rotte...la testa che mi gira...» racconta. Prima di lasciarsi andare a una considerazione ironica e ottimistica: «Ma almeno, la natura non ha più segreti per me...». E, via con un elenco di curiosità e stranezze su animali e coralli apprese sul web nella lunga attesa in quarantena. Poi, il ritorno alla realtà e alla sua condizione, mentre sorseggia un caffè. «La parte più buona della giornata», dice. «Spero di levarmi il Covid immediatamente di mezzo — dice lo chef — perché dovrò sostituirmi i reni...non so più come posarmi sul letto...mi giro e mi rigiro...ma...a prescindere da questo, ragazzi, sono anche piuttosto fortunato...quindi...va bene così», conclude mentre sgrana gli occhi e saluta tutti, considerando la sua una forma più «lieve» rispetto ad altre e alle tante situazioni drammatiche che ormai si sentono da mesi. Dopo qualche giorno di mistero, lo chef aveva svelato sui social la sua condizione e i suoi progressivi miglioramenti dopo un avvio complicato. «Oggi è il quarto giorno — aveva esordito ieri —. Sto un po’ meglio ho le ossa meno rotte, non ho più questa febbre particolare che ti butta al tappeto per giorni di fila. Non sono in formissima, però sto un pochino meglio. Volevo dirvelo. Da qua dentro non si esce per i prossimi 4 o 5 giorni e facciamocene una ragione. Sto facendo una scorpacciata di documentari: tartarughe, squali, savana… tutto quello che c’è». La sua ultima apparizione pubblica era stata a Trento, come lui stesso aveva raccontato sui social mercoledì 10 marzo, per registrare una puntata della fortunata trasmissione tv Quattro Ristoranti. In tutti questi mesi lo chef si è più volte battuto contro le chiusure forzate dei ristoranti e la crisi del settore della ristorazione — Coldiretti ha calcolato che il made in Italy agroalimentare ha già perso quasi 11,5 miliardi, in un anno, e i continui stop and go alle attività hanno portato ai ristoratori perdite di fatturati di oltre l’80% — che sta costando agli operatori migliaia di posti di lavoro e rischia di non fare più rialzare le saracinesche a centinaia di attività. In vista anche le chiusure di Pasqua e Pasquetta che, se confermate, creeranno per le attività un’ulteriore perdita. «Si sta radendo al suolo la ristorazione italiana — aveva detto qualche mese fa, con il primo lockdown, Alessandro Borghese — un settore che è il fiore all’occhiello del Paese. Servono fondi e regole per progettare la ripartenza. Se andiamo avanti così molti chiuderanno definitivamente. Io ho le spalle larghe, faccio anche altre attività, ma penso a quelli che vivono degli incassi di bistrot, trattorie e osterie, soprattutto in provincia. Sono molto preoccupato per loro… alcuni hanno già chiuso, tanti altri lo stanno per fare».

·        Alessandro Borghi.

Candida Morvillo per corriere.it il 21 dicembre 2021. Ad Alessandro Borghi non era venuto mai in mente che potesse fare l’attore. Non quando faceva lo stuntman («era solo uno dei miei trecento lavori»), non quando a 18 anni s’imbucò a un David di Donatello («mi pareva impensabile anche solo andarci con un biglietto mio invece che di un altro, figuriamoci far parte di quella gente»). E neppure quando, bambino, suo padre lo filmava di continuo: «Stavamo al piano terra a viale Marconi, a Roma, scavalcavo il balcone per andare in cortile. Papà mi riprendeva da dentro casa, io tutto biondo in bici, io col pallone, poi cascavo, mi sbucciavo le ginocchia, andavo da lui, piagnevo e lui, sempre riprendendo: nun è niente. Io piagnevo , uscivo di nuovo, ridevo». Sarebbe forse facile raccontare com’è che diventa attore questo ragazzo pazzescamente sorridente e adesso barbutissimo perché sta girando Le otto montagne di Felix van Groeningen e che ha fatto Diavoli con Patrick Dempsey, Suburra diretto da Stefano Sollima, e che nel 2019 ai David ci è andato invitato e ne è uscito con la statuetta da miglior protagonista per Sulla mia pelle o che quest’estate ha girato in Norvegia con Peter Mullan e dal 23 dicembre, al cinema, è il protagonista di Supereroi di Paolo Genovese. Sarebbe forse facile, ma non lo è perché Borghi, 35 anni, ha vissuto tanto, ma pensa anche tanto. «Io ho la testa che viaggia molto», dice, «mentre arrivavo per l’intervista, stavo in taxi e ho pensato, così “a buffo”, che è difficile trovare il modo di esprimersi ed essere sicuri di comunicare quello che vuoi dire, ma poi, quanta intelligenza serve per capire se la persona con cui parli ha l’intelligenza per capire cosa dici? È un doppio salto mortale, no?». 

Ho capito solo che non ama le interviste. Sbaglio?

«Io potrei essere un astrofisico e raccontarle dei buchi neri, ma poi lei come fa a dire se ho ragione o no? Essere travisato mi terrorizza, forse perché ci ho messo anni a capire non chi io sia ma chi vorrei essere. La differenza dei livelli di comunicazione è una cosa a cui penso con tenerezza perché sono cresciuto fra persone senza istruzione, ma con quella che chiamo “una meravigliosa educazione stradale”». 

E che sarebbe l’educazione stradale?

«Sapersi adattare a tutti i tipi di esseri umani e situazioni. Mi domando, se mai sarò papà, se i miei figli potranno impararla. Agli amici coi figli alla scuola privata, chiedo: “In classe, gli hanno mai dato una pizza in faccia?”. Rispondono: “Ma sei matto?”. Io di pizze ne ho prese: a ognuna, imparavo qualcosa. Educazione d’impatto».

Da chi le prendeva?

«Dove sono cresciuto io, era la normalità: arrivavi e dovevi crearti il tuo spazio. Se cercavi di essere amico di chi prendeva 10, i ripetenti ti gonfiavano di botte e, se eri amico dei ripetenti, quelli col 10 non ti parlavano più. Per cavartela, l’unica era essere te stesso. Fino a 16 anni, ho solo preso botte. Tuttora, se vedo uno che tratta male un altro, provo qualcosa di brutto». 

Come ne uscì?

«Ero diventato manesco. Aver cominciato pugilato mi ha salvato perché mi faceva sentire in grado di difendermi. Poi cresci e capisci che invece del pugilato è meglio che cominci a leggere due libri, almeno ti difendi con le parole». 

Lei che voleva fare da grande?

«Non ci pensavo. Poi, mi fu regalato un libro, Il potere di adesso. Mi si aprì un mondo, quello dello stare nel presente. Uscivo da una delusione d’amore ed era un momento di estrema povertà, non avevo una lira, facevo solo lavoretti, però ricordo che quando la sera andavo in macchina fuori Roma per fare il sorvegliante notturno in un palazzo a specchi ero felice come un bambino. Vedevo la vita bellissima anche quando facevo il commesso fino alle 18 e subito dopo il cameriere fino alle due di notte». 

Ha scritto su Instagram «lo dico soprattutto ai ragazzi che provano a fare il mio mestiere, facendo tre lavori: le cose belle accadono».

«L’ho scritto tornando da Los Angeles. Peter Mullan mi aveva appena raccontato di quando Ken Loach, sul set di My name is Joe , gli disse: ricordati di essere sempre la persona meno importante nella stanza. Quella frase mi rimbombava in testa facendomi pensare a tutte le persone da cui ho imparato qualcosa, come Claudio Caligari e Valerio Mastandrea quando abbiamo girato Non essere cattivo, Peter Mullan o Charles Dance sul set di The Hanging Sun ... 

Tutte avevano un ego basso: per loro, comunicare aveva a che fare solo col trasmettere informazioni, mentre a volte ci facciamo sovrastare dal voler dimostrare di essere i più bravi. Infatti nello stesso post ho scritto anche: lasciate l’ego da parte e mentre lo dico a voi lo sto dicendo a me». 

Problemi di ego lei ne ha avuti?

«Sì, perché ci ho messo molto per riuscire a fare cinema come piaceva a me. Al primo ciak avevo 18 anni e Sollima mi scelse per Suburra a 28. Dopo dieci anni nell’ombra cercavo rivalsa... Tipo: ora vi faccio vedere quanto vi siete persi».

Prima diceva «ci ho messo anni a capire chi volevo essere». Che cosa ha capito?

«La cosa che è mutata è che ho smesso di avere paura di giudicarmi e di cambiare. Irene, la mia fidanzata, dice sempre: tu hai un sacco di difetti, però sei molto risolto con te stesso».

Irene Forti, manager delle risorse umane, studi a Londra. Sotto una sua foto, lei ha scritto solo: fine. Nel senso di «fine. È lei».

«Ne sono profondamente innamorato. Mi dice sempre: amo le persone che si alzano la mattina e sanno chi vogliono essere. Questa frase è diventata un’ispirazione. Ogni giorno mi chiedo: io cosa voglio fare per me, per gli altri, per questo mondo? La risposta non c’è, ma la domanda in sé attiva un processo che mi costringe ad avere a che fare con me in modo diverso». 

E difetti ne ha davvero un sacco?

«Ne ho, ma molti li ho superati. Ero permaloso e molto pieno di me».

Perché sta ridendo?

«Per tutta la vita mi hanno detto: hai occhi bellissimi. E io ero convinto di avere gli occhi più belli del pianeta. Poi, crescendo, ti dici: che deficiente ero. Di brutto avevo anche che prendevo in giro gli altri in un modo mutuato dall’ambiente popolare da cui venivo. Le parole hanno un peso.

L’insulto fa male. È successo pure a me. A lungo ho pensato di avere dei tic, invece era Sindrome di Tourette. Sente che ogni tanto ho un respiro strano? Sono spasmi. È una sindrome neurologica, con vari sintomi: io ho gli spasmi o mi soffio sulle dita. Dopo la diagnosi ho smesso di considerarlo un problema, perché almeno adesso so che cosa ho». 

E quando recita come fa?

«Mi passa. Mi sono dato una spiegazione “poetica”: il mio lavoro è mettermi nei panni di un altro; l’altro la Tourette non ce l’ha e quindi, in quel momento, neanch’io».

Se non fosse stato fermato da un talent scout fuori dalla palestra sarebbe diventato attore?

«Qualcosa avrei fatto perché sono uno che si arrangia, ma non credo cinema: feci quel provino solo perché mio padre mi disse: “Gli hai detto che ce andavi e ora ce vai”». 

Ci andò e scoprì che recitare le era facile?

«No, andai e non vedevo l’ora che finisse. Già m’immaginavo i commenti... Ahò, vuoi fa’ l’attore, ma ‘ndo vai? Invece fui preso subito».

Quando capì che ce la poteva fare?

«Ricordo l’arrivo sul set di Caligari. Non ho pensato “ce la posso fare”, ma: se non faccio vedere adesso che so fare, non avrò più possibilità. Lì ho detto a mia madre “mo’ non ti devi preoccupare più di niente”, sa la rivalsa bella di chi viene da un posto semplice?». 

Il personaggio più difficile?

«Quelli più lontani da me. Stefano Cucchi in Sulla mia pelle fu facile: di ragazzi come lui ne ho conosciuti tanti. Difficile è stato fare Il primo re , un film in protolatino girato per tre mesi nei boschi, o Diavoli, incentrato sulla finanza, in inglese con accento british».

Uscirà a breve la seconda serie. La prima è stata vista in 160 Paesi: che effetto fa?

«Assurdo, ma l’avevo già vissuto con Suburra, la serie ... Fai 80 milioni di spettatori, chiedi “è andata bene?” e loro: be’ poteva andare meglio. Lì ho iniziato a preoccuparmi di essere capito da tutti in tutto il mondo. Pensavo: gli americani non conoscono i gipsy». 

Non deve preoccuparsi lo sceneggiatore dell’universalità dei simil Casamonica?

«Però l’attore può rendere emotivamente comprensibile una cosa non immediatamente comprensibile».

Chi o cosa l’ha aiutata ad avere fiducia nel suo talento?

«Sentire la fiducia che altri avevano in me. Quando Sollima mi scelse si era rotto il bidet, l’avevo smontato, attraversavo la strada col bidet in braccio. Squilla il cellulare. Era lui. Mi è venuto un infarto. Poi mi ha detto: vedrai che tutto quello che farai andrà bene. Ho pensato: se si fida così tanto avrà ragione, mica è scemo. Avvertire fiducia alleggerisce, cominci a giocare con un lavoro che è fatto di momenti: fai trenta take orribili, uno splendido, nel film va quello orribile e vinci il David». 

«Supereroi» è il suo primo film tutto sull’amore.

«È su un uomo e una donna che, attraverso l’amore, si distruggono e poi si ricompongono e poi si ridistruggono e poi si ricostruiscono. Ci ho ritrovato, dopo Fortunata, Jasmine Trinca, una sorella». 

Avere figli è un tema del film: lei ne vuole?

«Nella mia testa, ho un pensiero di famiglia come se già esistesse. Il desiderio credo sia legato al tipo di amore che provo».

La sua compagna è d’accordo?

«Forse più di me. Io, a volte, ho dubbi perché non mi piace quello che vedo fuori: non capisco se l’atto di egoismo sia non mettere al mondo qualcuno secondo un tuo giudizio o mettercelo conoscendo il brutto là fuori. Poi, quando ne parliamo insieme, lei mi riporta sul pianeta Terra. Mi dice: ti fai troppe domande. Ha ragione».

·        Alessandro Cattelan.

Dagospia il 5 maggio 2021. Dal profilo Instagram di Alessandro Cattelan. Il Primo maggio di 20 anni fa esatti appena arrivato a Milano con i capelli ossigenati e le sopracciglia spinzettate, affrontavo la mia prima diretta televisiva intervistando i Gazosa e Damon Albarn. Da lì in poi non mi sono mai fermato. Ne approfitto per ringraziare chiunque mi abbia seguito, chiunque abbia mai lavorato insieme a me e chiunque sia mai stato ospite in uno qualsiasi dei miei programmi, per avermi regalato 20 anni di gioie, esperienze, risate, infiniti aneddoti da raccontare, sbronze, viaggi, e avermi aiutato a realizzare quello che ho fatto. Mi state facendo vivere dieci vite in una. Alla vostra!

Da fanpage.it il 5 maggio 2021. La domanda è sempre lì, sul tavolo: cosa vuole fare Alessandro Cattelan da grande? L'addio del conduttore a X Factor dopo la conduzione di tutte le edizioni andate in onda su Sky, è stata la premessa per il futuro approdo del conduttore su Rai1, a quanto pare in autunno, con due prime serate sperimentali che lo esporranno per la prima volta all'impatto con il grande pubblico. Perché è vera una cosa, vale a dire che l'enfant prodige della televisione italiana è da anni atteso al grande salto, la sfida con la televisione generalista, da molti considerata la Tv vera, che ha Sanremo come emblema assoluto. Ma su questa aspettativa nei suoi confronti, questa costante comparazione con i grandi della storia della Tv, Alessandro Cattelan ha un'idea chiara e l'ha espressa definitivamente in un'intervista rilasciata a Michele Dalai nel suo programma su Discovery + Lights Camera Revolution: "Secondo me per un sacco di persone io non ce l'ho ancora fatta – dice Cattelan – perché credo si aspettino da me una cosa, ovvero il pippobaudismo, il dover arrivare a Pippo Baudo". Il presentatore specifica che deve capire dove "abbia sbagliato a dare questa convinzione che a me interessi questo obiettivo", aggiungendo: È una cosa che a me nello specifico non interessa e mi sento anche in colpa quando mi viene chiesto […] Ma lo dico perché secondo me non esisterà più quella cosa. Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Raimondo Vianello, avevano a disposizione la possibilità di muoversi su due canali, tu guardavi uno o l'altro. Era ovvio che avessero una capacità di influenza enorme sul popolo, ma secondo me nessuno avrà più quel tipo di impatto lì, a meno che non decida di fare cose prettamente aperte a tutti. Quindi Cattelan taglia corto: "Di recente mi hanno chiesto in modo molto diretto se volessi aprirmi, o continuare a fare cose fighe e io ho risposto che volevo continuare a fare cose fighe. In questo momento godo di tanta attenzione e voglio sfruttarla per fare le mie cose. Quando le mie cose non avranno più seguito, farò le cose che vanno bene a tutti".

La televisione generalista verso il tramonto? Sono parole interessanti, che danno modo di riflettere sia sul racconto che si fa della televisione e, nello specifico, del conduttore, sia sull'avvenire della televisione stessa. Il momento storico che viviamo sta facendo emergere sempre di più una parcellizzazione e personalizzazione dei canali di comunicazione, nonché il proliferare dei colossi dello streaming. Un combinato disposto che minaccia l'autorevolezza della televisione intesa nel suo senso tradizionale e generalista. Le parole di Cattelan sembrano andare proprio in questa direzione e sarà curioso capire se il conduttore abbia ragione oppure no.

·        Alessandro Cecchi Paone.

Alessandro Cecchi Paone sospeso: il rapporto tra mondo profano e massoneria è occulto. Stefania Limiti su Il Fatto Quotidiano il 15/7/2021. Se sei massone devi stare zitto. Punto. Alessandro Cecchi Paone, invece, noto giornalista a cui non fa difetto il protagonismo, è un tipo che parla e parla e parla… Lo ha fatto di recente anche per il numero speciale di FqMillennium sulle logge massoniche, rivelando non solo di essere massone – lo aveva già detto nel 2005 – ma di essere anche un massone di un certo calibro proveniente da una famiglia massonica e prendendosi la scena. Naturalmente cita le origini mazziniane della sua famiglia, come se Giuseppe Mazzini fosse stato un massone – noto refrain – e non un antimassone (si veda i suoi Doveri dell’uomo). La faccenda non è piaciuta al Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Stefano Bisi – Paone è iscritto alla Loggia 844 “Cinque Giornate” di Milano, una delle 35 logge milanesi e delle 75 in Lombardia, aderendo al Goi – che, persa la pazienza, non ha nascosto la sua ira chiamando a fare il loro dovere gli organi interni, sospendendo il massone chiacchierone che ha parlato del suo grembiulino rappresentando il Grande Oriente d’Italia nel mondo profano, come fosse lui il Gran Maestro. Tutta la questione dovrebbe interessarci perché non si tratta di una lite tra condomini ma di qualcosa che ci racconta delle regole massoniche e di come fondamentalmente la segretezza sia qualcosa di invalicabile per questo mondo. La massoneria pretende di rappresentare gli elevati nel mondo, di orientare i profani, di instillare il sapere, attraverso i legami speciali e il circuito reale della “catena”, detta dell’Unione, con cui ogni membro massone è legato agli altri: sembrano ambizioni innocenti, finanche apprezzabili, se non fosse che questo, calato nel semplice mondo profano, significa fondamentalmente l’orientamento degli affari pubblici, l’indicazione e la selezione delle classi dirigenti. Significa la pretesa di dare forma allo Stato nel laborioso silenzio della propria obbedienza. La segretezza non riguarda solo le logge, ovviamente, ma tutti quei gruppi che pur stando nel mondo con più disinvoltura tuttavia tessono le proprie reti, facendo ben attenzione a non renderle pubbliche: si pensi a Comunione e Liberazione, ad esempio. La sospensione di Cecchi Paone ci parla di questo, del rapporto tra mondo massonico e quello di noi profani: un rapporto occulto, a nessuno è dato scavalcarne i confini.

·        Alessandro Gassmann.

Alessandro Gassman su papà Vittorio: "Era terrorizzante, quando parlava di sé in pubblico mi vergognavo".  Libero Quotidiano il 21 agosto 2021. "Papà era più spaventoso di me, quando si arrabbiava era terrorizzante, gli bastava lo sguardo silente": Alessandro Gassman si è raccontato in una lunga e intima intervista al Corriere della Sera. Al centro del colloquio anche il rapporto con il padre Vittorio, celebre attore, regista e sceneggiatore, venuto a mancare nel 2000. Facendo un paragone col rapporto che lui ha con suo figlio Leo, ha detto: "Lui ha potuto avere molte più sicurezze, mentre io ero un pacco che viaggiava da un padre a una madre". Gassman, comunque, non nasconde di avere imposto anche lui delle regole rigide per l'educazione del figlio: "Sono stato severo in modo metodico nel proibire il cellulare fino ai suoi 15 anni e il motorino fino a 16". Continuando a parlare del padre Vittorio, poi, ha dichiarato: "Mi fece fare il macchinista teatrale per due anni, inculcandomi il concetto di stanchezza fisica. Ho smesso di essere figlio il giorno in cui, in tournée, stette male”. Il regista, che presto porterà al cinema “Il silenzio grande” con Massimiliano Gallo e Margherita Buy, ha anche sottolineato le enormi differenze che c'erano tra lui e il genitore: “Amava parlare di sé stesso in pubblico, io lo detestavo, ne avevo vergogna. Mi mise nelle mani di Enrico Lucherini, il press agent, che aveva un esercito di venti sarte e mi riconsegnò a papà che ero un’altra persona. Quel giorno capii che non volevo fare l’attore. Ero timidissimo”.

Fulvia Caprara per la Stampa il 27 giugno 2021. Alla fine, se proprio deve spiegare perché negli anni è diventato uno degli attori italiani più amati dal pubblico, Alessandro Gassmann trova la risposta: «Al centro dei miei personaggi c' è sempre il cuore. Credo che gli spettatori li abbiano apprezzati per questo. Non solo perché li ho fatti io, ma perché sono persone che avrebbero conosciuto con piacere». La prevalenza del rapporto umano, della partecipazione al vivere sociale, è la cifra distintiva dell'attore e regista che, per tutta la vita, ha rischiato di restare «il figlio di» e ora, ironia della sorte e merito del successo di Leo, rischia di diventare «il padre di». Stasera, al «Festival del Cinema e del Teatro» di Benevento, è in anteprima Ritorno al crimine, il sequel di Non ci resta che il crimine, firmato da Massimiliano Bruno, interpretato da Gassmann insieme a Marco Giallini, Edoardo Leo, Gian Marco Tognazzi, Carlo Buccirosso: «Ci siamo molto divertiti, con loro sto talmente bene che certe volte ancora mi stupisco che ci paghino per stare insieme».

Che ruolo ha nel film?

«La sceneggiatura mette a fuoco le caratteristiche di ogni personaggio. Io sono il fesso, il pauroso, quello lento di comprendonio, che si spaventa sempre più di tutti». 

Ha appena firmato il suo nuovo film da regista, «Il silenzio grande», di cui si dice che potrebbe andare a Venezia. Quanto le piace ancora far ridere?

«I mesi di pausa imposti dal Covid mi hanno fatto riflettere. A 56 anni inizio ad avvertire esigenze legate alla mia età, il mestiere del regista è, in questo momento, quello che amo di più, anche se, naturalmente, non smetterò di recitare. I gusti personali sono un po' cambiati, la mia idea per il futuro è fare un po' di meno e rischiare un po' di più. Di commedie ne ho girate tantissime, prima di rifarne una vorrei aspettare un'occasione speciale e, d' ora in poi, vorrei scegliere quelle in cui, più che ridere, si sorride».

Il cast di «Ritorno al crimine» (dal 12 luglio su Sky Cinema) richiama il clima di certe classiche commedie all' italiana, quelle che faceva suo padre. 

E' d'accordo?

«Siamo tutti attori duttili, facciamo da sempre drammatico e comico, senza considerare la commedia un genere di serie B.

Ritengo che un interprete debba saper fare tutto e penso di essere diventato un attore migliore quando ho capito che potevo anche far ridere. E' un po' la stessa scoperta che fece mio padre quando recitò nei Soliti ignoti.

Non aveva mai fatto ruoli brillanti e, da lì, la sua carriera strepitosa prese il volo». 

Suo figlio Leo è diventato una star. Che effetto le fa?

«Mi fa un immenso piacere, ma mi dispiace constatare che le sue fan conoscano poco mio padre. Penso sia un po' colpa del mare di informazioni da cui i ragazzi sono travolti, della possibilità che hanno di vedere e rivedere sempre la stessa cosa e dell'educazione dei genitori che, forse, dovrebbero parlare di più con i figli, e senza il telefono in mano».

Per i più giovani quello della pandemia è stato un tempo davvero duro. Che ne pensa?

«Vanno compresi, improvvisamente si sono ritrovati chiusi in casa con mamma e papà, senza la libertà di baciarsi, abbracciarsi, fare l'amore, in un'età in cui l'ormone galoppa e ci si sente immortali, fortissimi. Una cosa terribile». 

Vaccini, seconde dosi, varianti. Qual è la sua posizione?

«Ho fatto Johnson & Johnson, per nove mesi dovrei stare tranquillo. Mi auguro che il buon senso prevalga, che si riesca a vaccinare il più alto numero di persone possibile, e che si arrivi alla famosa immunità di gregge. In questo campo ascolto solo gli scienziati.

Insomma, se voglio mangiare bene, chiedo consiglio ai cuochi, e non ai dentisti. In Italia è successo, invece, che si siano messi tutti a parlare e a dire cosa bisogna fare». 

Usa molto i social, scatenando polemiche e reazioni violente. Perché?

«Quando si tratta di salute pubblica, diritti civili e cose che trovo ingiuste, dico e faccio quello che penso. Mi arreca fatica, so che spesso non dovrei farlo, mia moglie mi "cazzia" per questo, ma ritengo che, quando le regole basilari del vivere comune vengono disattese, sia giusto non accettarlo, e farlo sapere». 

In questi aspetti, nella sua voglia di partecipare, lei è molto diverso da suo padre. E' così?

«Mio padre ha consacrato la sua vita al lavoro, non ha mai avuto interessi che non fossero legati alla cultura, alla musica, alla poesia, al teatro, al cinema. Forse, se avesse coltivato un po' di più sé stesso, si sarebbe ritrovato meno solo alla fine dell'esistenza, quando, inevitabilmente, la salute e il lavoro vengono meno. Io sono diverso, metto sempre la vita prima del lavoro». 

Si avvicinano le elezioni del nuovo sindaco di Roma. Che cosa si augura?

«Vorrei che i candidati facessero una cosa molto semplice. Invece di mostrare in giro le loro facce, mi piacerebbe che pubblicassero dei cartelloni con su scritti i punti basilari dei loro programmi. Roma è una città difficile da amministrare, spero solo che venga eletta una persona onesta, in grado di fare bene il proprio lavoro». 

Ha mai pensato di intraprendere la carriera politica?

«Sì, ci ho pensato. Non lo faccio perché mia moglie non vuole, ha paura, sa che sono un tipo trasparente, anche eccessivamente integerrimo, e teme che, facendo politica, potrei essere irretito da persone molto più scaltre di me. Però mi farebbe proprio piacere, ci sono tante cose che non mi piacciono e, da cittadino, sarei contento di provare a migliorarle».

Alessandro Gassman "delatore", assembramenti in casa del vicino. Enrico Ruggeri: "Nostalgia della Stasi". Libero Quotidiano il 15 aprile 2021. Clamoroso scontro social tra Alessandro Gassman ed Enrico Ruggeri. L'attore romano su Twitter invita, più o meno, i suoi followers a denunciare i vicini che festeggiano in casa in barba alle normative anti-assembramenti e il cantante milanese, contrario alle delazioni, commenta: "Come la Stasi". E il tema, ovviamente, divide gli italiani. "...Sai quelle cose di condominio quando senti in casa del tuo vicino inequivocabilmente il frastuono di un party con decine di ragazzi? Hai due possibilità: chiamare la polizia e rovinarti i rapporti con il vicino, ignorare e sopportare, scendere e suonare", scrive qualche giorno fa il figlio del grande Vittorio. "Ci mancavano pure i delatori vip", è stato uno dei primi commenti "di peso", quello di Nicola Porro, presentatore di Quarta repubblica. "Grande attore e regista... con un po' di nostalgia per i tempi andati della Germania Est...", è l'ironica definizione data da Ruggeri su Gassman Junior. Seguono decine e decine di critiche ("Siamo in un Paese in cui si invidia il successo e si ammira la furbizia. Devastante"), insulti e minacce. "Fai il ganzo perché come vicino avrai qualcuno come te, ti vorrei vedere con quello che non ha nulla da perdere, te ne staresti buono e zitto". Gassman ha risposto a quasi tutti i commenti, con tono garbato ma fermo. Anzi, irremovibile: "Dire quello che si pensa e chiedere il rispetto delle regole, dopo quasi un anno e mezzo di pandemia, viene da una parte consistente vissuto con reazioni di violenza, insulti e minacce. Grazie a chi, anche se in disaccordo, ha voglia di confrontarsi".

Da leggo.it il 15 aprile 2021. Il vicino di casa organizza una festa che viola le regole anti-Covid: si dilunga oltre il coprifuoco e in casa sembrano esserci troppe persone. Che fare in questi casi? Denunciare alle forze dell'ordine o lasciar correre per non rovinare i rapporti tra condomini? Se lo è chiesto Alessandro Gassmann in un tweet che ha scatenato un enorme dibattito culminato in insulti e minacce. «Mi dispiace soprattutto per mia moglie, che è spaventata e ringrazio chi invece mi sta mandando bellissimi messaggi», ha spiegato l'attore all'indomani delle roventi polemiche scatenate dal suo post su Twitter. L'attore romano aveva raccontato un episodio accaduto nel suo condominio, rivelando di aver sentito il frastuono provenire dalla casa del vicino dove presumibilmente si stava svolgendo un party tra ragazzi. Gassmann ha ipotizzato, tra le possibili azioni da intraprendere in un caso simile, anche quella di chiamare le forze dell'ordine per far imporre il rispetto delle regole vigenti. "... sai quelle cose di condominio quando senti in casa del tuo vicino, inequivocabilmente il frastuono di un party con decine di ragazzi?... hai due possibilità: chiamare la polizia e rovinarti i rapporti con il vicino, ignorare e sopportare, scendere e suonare...", aveva scritto Gassmann. Il post dell'attore ha scatenato un vespaio di polemiche, facendo insorgere molti internauti che lo hanno accusato di essere una 'spia' e usare metodi eccessivamente 'delatori'. Tra loro anche qualche personaggio noto. "Grande attore e regista...con un po' di nostalgia per i tempi andati della Germania Est", scrive Enrico Ruggeri. L'attore ha spiegato però che il rispetto della normativa è, a suo avviso, l'unico modo per uscire da questo momento. "Solo seguendo tutti le regole, usciremo da questa drammatica situazione", conclude Gassmann.

Da rtl.it il 16 aprile 2021. Il venerdì mattina a partire dalle 8.00 alle 9.00 in diretta su RTL 102.5, il consueto appuntamento con Giletti 102.5 condotto da Massimo Giletti e Luigi Santarelli. Al centro sempre la stretta attualità e come sempre, microfoni aperti per tutti gli ascoltatori che vogliono dire la loro su tutti i fatti più importanti della settimana, e anche grandi ospiti. Questa mattina molti come sempre gli argomenti: in settimana le proposte di ristoratori e altre categorie per chiedere quelle riaperture che il Governo potrebbe discutere la prossima settimana. Intanto, il vaccino Johson&Johnson nel mirino. Nella puntata di oggi la voce di Barbara Palombelli. “Io ho parecchi vicini fanno anche feste in giardino con i bambini e mi mette una grande allegria. Sinceramente non mi sento di giudicare, anche perché da quel che ho letto erano all’aria aperta in un cortile, quindi non credo ci fossero gli estremi per un assembramento pericoloso, quindi io mi sarei fatta i fatti miei”. Così la nota presentatrice Barbara Palombelli sul caso che ha visto Gassmann al centro di alcune polemiche per un tweet dove annunciava di denunciare i suoi vicini di casa che stavano facendo una festa. Tra le risposte di attacco nei confronti di Gassmann, quella di Enrico Ruggeri che lo ha definito "nostalgico per i tempi andati della Germania Est".

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” il 16 aprile 2021. Che fare quando il vicino di pianerottolo organizza un assembramento festaiolo, premessa di un potenziale focolaio? Se lo è chiesto con l’abituale mitezza Alessandro Gassmann, limitandosi a esporre le possibili alternative: fare finta di niente, condurre una trattativa diplomatica con il vicino, denunciare gli aventi party alle autorità. I beceri in servizio permanente effettivo lo hanno coperto di insulti, attribuendogli la terza scelta per il solo fatto di averla evocata. Una minoranza di ironici, l’unica che qui ci interessa, ha parlato con la voce di Enrico Ruggeri, equiparando la delazione condominiale ai metodi della Germania comunista. Però quella era una dittatura occhiuta e orecchiuta. Mentre il contagio è quanto di più democratico si possa immaginare: passa di fiato in fiato senza distinzioni ideologiche, e chi lo incentiva non sta esercitando la sua libertà, ma minacciando quella altrui. Messo alle strette, credo che mi comporterei come suppongo abbia fatto Gassmann. Prima sopporterei rodendomi il fegato. Poi andrei a parlamentare con i reprobi cercando di non lasciarmi corrompere da una tartina. E infine NON denuncerei nessuno (per farlo bisogna averci il fisico), limitandomi a scrivere la storia sui social senza fare i nomi, che se non uno sputtanamento è almeno un avvertimento. Nella speranza che il senso del ridicolo riesca sempre a proteggermi dal virus dell’ego, che ci fa parlare come Gassmann quando la festa è degli altri e come Ruggeri quando è la nostra.

Ruggeri torna su Gassmann: "Se denunci le feste, fallo con tutto". Francesca Galici il 16 Aprile 2021 su Il Giornale. Enrico Ruggeri ha spiegato il senso del suo tweet contro Alessandro Gassmann, ha attaccato Giuseppe Conte e la narrazione della pandemia. Alessandro Gassmann è tra gli argomenti preferiti degli ultimi giorni sui social. Il motivo è nella denuncia di una festa all'interno del suo condominio in violazione delle attuali norme contro il contagio da coronavirus. Sui social gli sono piovute addosso le peggiori accuse, è stato etichettato come delatore e, per giunta, minacciato di morte. Stesso trattamento ha ricevuto sua moglie, totalmente estranea alla vicenda. Di suo padre, il grande Vittorio Gassman, è stata invece insultata e derisa la memoria. Sulla vicenda è intervenuto anche Enrico Ruggeri con un tweet, che nelle intenzioni sarebbe voluto essere critico ma leggero ma che, purtroppo, come spesso accade ha scatenato i peggiori istinti sui social.

"Attore con nostalgia della Germania Est". Qualche giorno fa sul suo profilo Twitter, dove è molto attivo, il cantante ha scritto. "Grande attore e regista... con un po’ di nostalgia per i tempi andati della Germania Est...". In quel momento è esplosa la polemica. "Mi rendo conto che oggi su Twitter tutto diventa enorme. Se quella battuta l’avessi fatta ad Alessandro a cena insieme, ne avrebbe riso anche lui. Mi dispiace molto la contrapposizione e il malcostume di cui spesso sono stato vittima anche io", si rammarica sul Corriere della sera Enrico Ruggeri, che nell'immaginario social a causa di quel tweet è diventato un nemico di Alessandro Gassmann. "Ho letto insulti su di lui, la sua famiglia, suo padre. Una cosa orribile. Alessandro è un grande attore e regista che ha un peso (il cognome) terribile da portare, ma lo porta egregiamente. Il suo film Il premio è bellissimo. Questa guerra di tutti contro tutti - che Hobbes aveva previsto secoli fa - è terribile. E Twitter amplifica le controversie". Enrico Ruggeri farebbe lo stesso? "Non so rispondere. Posso dire però che se lo faccio, lo farei sempre e per tutto. Se vedo uno che ruba una macchina, uno che picchia la fidanzata, se alla Stazione Centrale vedo tre tizi che si scambiano una bustina", ha detto al Corriere.

Le accuse di Ruggeri. D'altronde, il cantante nell'ultimo anno ha più volte dichiarato la sua contrarietà alle regole, soprattutto quelle da lui considerate inutili: "Non capisco perché in mezzo alla strada devo mettere la mascherina. Se entro in un negozio la metto, ma se sono all’aperto no. In un vicolo stretto con 50 persone la metto, sì. Ristoranti aperti a pranzo e a cena no. Ci stanno abituando a obbedire a regole che non capiamo, e non è un bel segno se guardiamo indietro nella storia". Per Enrico Ruggeri da un anno si discute di qualcosa di non oggettivo, che divide la stessa opinione scientifica. "Io ne faccio una questione filosofica: non possiamo rinunciare a vivere per paura di morire", spiega il cantante che però rifiuta l'etichetta di negazionista. Enrico Ruggeri non nega che esista un problema e che ci sia la pandemia, tanto che la mascherina la utilizza, ma è fortemente critico per la gestione che è stata adottata della stessa, per la narrazione sbagliata. "Hanno scritto di alcune persone famose morte per Covid e io so per certo che non era vero. Un uomo di 32 anni, in coma irreversibile da tre anni per una pallottola in testa, hanno detto che è morto di Covid (che forse ha preso in ospedale). Questa è una distorsione", accusa Ruggeri.

La stoccata a Conte. Il cantautore si è speso tantissimo nell'ultimo anno a supporto del mondo dello spettacolo, soprattutto dei lavoratori che da 15 mesi quasi non hanno uno stipendio. Durante l'intervista al Corsera si toglie l'ennesimo sassolino dalla scarpa nei confronti di Giuseppe Conte e della frase che ha fatto indignare gli artisti di tutta Italia: "Il mondo dello spettacolo è stato umiliato. Quella frase 'I cantanti che ci fanno tanto divertire' è un macigno che pesa su chi l’ha pronunciata, più che su di noi". Ma Ruggeri non risparmia una frecciatina al veleno anche ai suoi colleghi, colpevoli di non spendersi pubblicamente per la battaglia: "Tantissimi miei colleghi mi fanno congratulazioni segrete per sms. Io ci metto la faccia, loro tacciono".

Quando il delatore Gassmann reclamava i vaccini per gli attori. Serena Pizzi il 13 Aprile 2021 su Il Giornale. Gassmann si compiace nel segnalare i vicini festaioli, ma il web lo massacra e lui blocca tutti. Però ringrazia per i bei messaggi. Avere un vicino di casa come Alessandro Gassmann non deve essere affatto facile. Soprattutto di questi tempi. Perché lo spione che al primo rumore molesto inizia a citofonarti o a bussare alla porta o addirittura ti mette alla gogna mediatica è una bella croce da portarsi dietro. Lo diciamo fin da subito a scanso di equivoci: le regole ci sono e vanno osservate. Chiunque faccia feste, festini, cene e pranzetti è un vigliacco che non ha rispetto di chi da un anno a questa parte è segregato in casa. Detto questo, ci viene anche da aggiungere che i delatori sono una brutta "razza". Le spie invocate da Roberto Speranza lo scorso ottobre mentre era ospite da Fabio Fazio - poi ritrattate - non sono mai piaciute ai cittadini italiani. Per chi non lo ricordasse: il ministro della Salute se ne era uscito con una frase discutibile che aveva sollevato un vespaio. "Quando c'è una norma, questa va rispettata e gli italiani hanno dimostrato di non aver bisogno di un carabiniere o di un poliziotto a controllarli personalmente. Ma è chiaro che aumenteremo i controlli, ci saranno le segnalazioni. Io mi fido molto anche dei genitori e nel momento in cui si dà un'indicazione formale io sono sicuro che la maggior parte delle persone la seguirà".

Ecco il punto: le segnalazioni. L'affidarsi alle sentinelle - lo ricorderete - non aveva conquistato il cuore italiano da sempre amante della libertà. Tanto che se il vicino di casa ti scrutava con sospetto scattava la classica domanda: "Cosa c'è da guardare?". Se invece la vittima era una persona più pacata, non ti interrogava, ma il suo cervello elaborava dati per arrivare alla conclusione che "quella è una spia assoldata da Speranza". Ma questo è il passato, che poco ci piace. Andiamo al presente, dove la Stasi pare essere tornata di moda. Purtroppo. Due giorni fa, Gassmann cinguettava: "... sai quelle cose di condominio quando senti in casa del tuo vicino, inequivocabilmente il frastuono di un party con decine di ragazzini?... hai due possibilità: chiamare la polizia e rovinarti i rapporti con il vicino, ignorare e sopportare, scendere e suonare...". Tralasciando la discutibilissima grammatica del testo, punteggiatura e pure le basi della matematica (le possibilità sono tre), scopriamo un attore-sentinella che sui social si vanta di aver segnalato alle autorità competenti il "mega rave party". "Fatto il mio dovere. Fiero", rincara in un commento, ma poco dopo lo fa sparire e lo rimpiazza con un "nulla". Beh, nel caos poco si capisce. La denuncia è arrivata? La polizia? Cosa diamine è successo domenica sera nell'appartamento accanto a quello del nostro Alessandro? Cinque elementi sono certi: Gassmann non si tiene un cecio in bocca, vantandosi in rete per il suo gesto ha fatto incazzare (quasi) tutti, gli utenti lo hanno insultato, lui ha bloccato i famigerati hater e ha reso il profilo di Twitter privato. Gli insulti e le minacce sono inammissibili, ci mancherebbe. Anche se non ci piace il vicino-spione ce ne dobbiamo fare una ragione. Di sicuro non possiamo rispondergli che lo aspettiamo sotto casa con una spranga di ferro. Serve un po' di pace in un mondo già devastato dalla guerra del Covid. Certo, ci piacerebbe essere più liberi. Magari poter vedere qualche amico, senza che qualcuno vada a misurare i decibel del nostro tono di voce o a contare quante sagome abbiamo in casa. Ma ci sono delle regole: rispettiamole. C'è anche un altro concetto da snocciolare. Gassmann non ha commesso il peccato originale denunciando i trasgressori. Quello che ha fatto girare le palle è stato il modo con cui ha informato il mondo del suo gesto "eroico". Pensavamo che il caso Scanzi - classico esempio del chi si loda si sbroda - avesse insegnato qualcosa. E invece... pure lui ha peccato di troppa superbia. Che bisogno c'era di denunciare il fatto sui social? Se il suo intento era soltanto quello di fermare il "festone", sarebbe bastato chiamare la polizia, tornare a dormire e il giorno dopo fare finta di nulla. No? Ovviamente, dopo più di 24 ore di "mazzate" l'attore ha rotto il silenzio con l'AdnKronos: "Mi dispiace per le polemiche e anche per gli insulti e le minacce che ho ricevuto. Quasi un anno e mezzo di pandemia ha esacerbato gli animi portando ad una rabbia diffusa. Mi dispiace soprattutto per mia moglie, che è spaventata e ringrazio chi invece mi sta mandando bellissimi messaggi". Anche queste poche frasi potrebbero essere contestate liberamente. Di chi è la rabbia diffusa? Sua o di chi lo ha insultato? Dei vicini chiassosi? Ringrazia per i messaggi, benissimo. Peccato che la maggior parte degli utenti siano stati censurati perché non la pensano come lui. Quindi sarà stato ringraziato da altre spie. Piccola postilla. A marzo, Gassmann reclamava i vaccini per gli attori. "Quando saranno vaccinate le categorie più a rischio: medici, personale medico tutto, anziani, forze dell’ordine, forse qualcuno dovrebbe pensare anche agli attori? Unica categoria che deve lavorare senza mascherina?", scriveva sempre sul suo fidato Twitter. Anche qui è scoppiato il bordello, ma la nostra celebrity non ha mollato l'osso. Forse voleva il vaccino per imbucarsi alle feste prima degli altri? Pare che non ce l'abbia fatta e sia finito a fare il guardone ai party degli altri.

·        Alessandro Haber.

Dagospia il 16 dicembre 2021. L’attore e regista Alessandro Haber sarà ospite dell'ultima puntata di stagione de “La Confessione” di Peter Gomez, in onda sul Nove venerdì 17 dicembre alle 22:45, subito dopo I Migliori Fratelli di Crozza. Haber racconta al direttore de ilfattoquotidiano.it alcuni aspetti intimi della sua relazione amorosa con Giuliana De Sio. "Nell'autobiografia parli tanto del rapporto con le donne e delle tante donne di cui sei stato innamorato. Però con Giuliana De Sio è stata una cosa diversa", ha detto il conduttore facendo riferimento al libro 'Volevo essere Marlon Brando' edito da Baldini e Castoldi. "Beh, è stata una delle donne che forse ho amato di più in assoluto, anche perché lei era completamente diversa da me - ha detto l'attore - Lei usciva da una comune, era una ragazza di 18 anni, nove anni meno di me. E appena l'ho vista, è stato un colpo di fulmine, ci ho messo tanto per conquistarla, però mi è piaciuta molto anche questa lotta". "Avete perso un figlio insieme?", ha chiesto Gomez. "Sì, lei aveva 18, 19 anni - ha raccontato Haber - Tra l'altro eravamo in crisi, poi lei stava cominciando la sua carriera per cui avere un figlio a quell'età lì... anche per me, non ero ancora pronto - ha ammesso - Adesso a ragion veduta, ne avrei fatti degli altri se avessi potuto. Mia figlia Celeste è nata quando io avevo 56, 57 anni". "Senti, però ho anche letto che tu, non forte, ma l'hai menata una volta...", ha detto il giornalista toccando un tasto dolente della storia tra i due attori. "No, nella mia vita non ho mai menato, mai menato una donna in vita mia - ha premesso l'interprete, tra gli altri, del vedovo Paolo in Amici miei - Atto II° - Una spinta, ho tirato un libro, quelle cose lì che si fanno, ma mi è scappato. Era una situazione di esasperazione - ha proseguito - Lei si era innamorata di uno, me l'aveva confessato e io stavo male... Una sberla, ma la si può raccontare... Però diciamo che ho grande rispetto per le donne e una grande ammirazione per la donna in generale, per cui mi è scappata e chiedo scusa", ha concluso. 

ILARIA RAVARINO per il Messaggero l'11 ottobre 2021. Tutta una vita in 450 pagine, tra alti e bassi, occasioni perse e incontri importanti (con Nanni Moretti, Mario Monicelli, Pupi Avati). Settantaquattro primavere che dalla pagina scritta, domani sera, voleranno sul palco del teatro Vascello a Roma, dove il bolognese Alessandro Haber - presto nel Caravaggio di Michele Placido - porterà in scena, con gli amici Giuliana De Sio, Manuela Kustermann e Giovanni Veronesi, il suo tragicomico zibaldone Volevo essere Marlon Brando (ma soprattutto Gigi Baggini), in libreria con La Nave di Teseo.

Cosa succederà sul palco?

«Sarà un happening: Veronesi sa tutto di me e mi sconquasserà. Con De Sio ho avuto una storia anni fa, mi conosce bene. E con Kustermann ho fatto due spettacoli. Interverranno anche altri amici, racconterò pezzi del libro».

Il libro: ha raccontato tutto o si è censurato?

«È tutto vero, mi sono messo a nudo fino in fondo. Ho solo protetto alcuni nomi». 

Perché?

«Quando parlo di droga accenno a due o tre personaggi famosi, uno dei quali non c'è più. Non mi va di fare i nomi. È una fase che tutti abbiamo attraversato, per fortuna l'abbiamo sfangata. Ma negli anni Ottanta se non ti chiudevi in bagno a pippare cocaina eri escluso dai giri». 

E lei?

«Mi è successo, ma è finita là. L'avrò fatto per tre, quattro anni. Ma la droga non l'ho mai usata sul lavoro. Per me il lavoro è sacro e inviolabile, sono molto disciplinato. E comunque sono storie di 35 anni fa». 

Quali le pagine per lei più dolorose?

«La morte di mio padre, naturalmente. E poi l'episodio in Argentina, quando dopo aver conosciuto di notte una ragazza, invitandola il giorno dopo a un appuntamento, mi sono reso conto che era zoppa. Mi è presa una tale ansia che mi sono inventato una scusa e me ne sono andato. Una cosa vergognosa, di cui mi sono pentito. Lei era di una bellezza sconcertante. E mi voleva».

L'occasione persa?

«Vittorio De Sica. Mi offrì un ruolo e dissi no. Mi avevano montato la testa convincendomi che mi volesse come protagonista. Invece mi chiamò per una parte secondaria e rifiutai. Ora avrei pagato per farlo. Sono stato un cretino, dovevo contare almeno fino a dieci». 

Oggi lo fa?

«Oggi conto fino al sei».

L'occasione fortunata?

«Pupi Avati, che nel Regalo di Natale mi fece fare il primo film da coprotagonista. Fu l'inizio di un sodalizio. E Mario Monicelli: abbiamo girato insieme cinque film».

Come ha reagito quando si è tolto la vita?

«Era come se me lo aspettassi. Mario era uno che fino a 95 anni si alzava dal letto e si metteva a sentire musica, a leggere. Un mese prima l'avevo chiamato, mi disse che non poteva uscire di casa perché non vedeva e non sentiva più. Non voleva essere accudito. Ha fatto un gesto di un coraggio unico». 

Alti e bassi: rifarebbe tutto?

«Tutto. Non devo niente a nessuno. Tutto ciò che ho fatto l'ho guadagnato, e se ho sbagliato ho pagato. Ho un carattere esuberante, ma non ho mai fatto del male agli altri». Il suo segreto? «Non ho tecnica. Il diaframma non so nemmeno dove sia. Ho istinto razionalizzato e talento regalato». Giovani registi che le piacciono?

«I fratelli D'Innocenzo, Jonas Carpignano. Paolo Sorrentino si può dire?». 

Haber ha un erede?

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