Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

LE RELIGIONI

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

LE RELIGIONI

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Dei.

Il Nome di Dio.

Dio è morto.

L’ultima Religione.

Chi odia Gesù.

I Miracoli.  

Miracoli ed affari.

Comunione e Liberazione.

I Vizi Capitali.

Il Diavolo e l’Esorcismo.

L’inquisizione.

La Blasfemia.

Il Sacramento della Confessione.

Chi ha paura dei simboli cristiani?

La Mattanza dei Cristiani.

Il Vaticano ed il Covid.

Il Papa Santo.

Il Papa Emerito.

Il Papa Comunista.

I Cristiani ed i Comunisti.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

La Democrazia Vaticana: I Conclavi.

I Preti.

I Cardinali.

Gli Scismi Minacciati.

Il Vaticano e l’Italia.

I Giornalisti di Dio.

Il Vaticano non evade l’Imu.

Vaticano e Bilanci.

Gli Scandali Vaticani.

Il Vaticano e la Giustizia.

Il Vaticano e la Mafia.

Vaticano e Massoneria.

Il Papa e l’Immigrazione.

Vaticano e Gay.

Vaticano e Gender.

Vaticano e donne.

La Chiesa ed il Matrimonio.

Le Suore.

Vaticano ed Ecologia.

Il Concilio tra i cristiani.

Il Sovrano Militare Ordine di Malta.

La Chiesa Ortodossa.

Le chiese evangeliche.

I Mormoni.

Le Sette.

Scientology.

Confucio.

Buddha.

Il Vaticano e gli Ebrei.

Il Vaticano e la Cina.

Il Papa e l’Islam.

L’Islam e le donne.

L’Islam ed il Terrore.

L’Islam e la Musica.

 

 

 

 

 

LE RELIGIONI

SECONDA PARTE

 

·        La Democrazia Vaticana: I Conclavi.

Il prossimo Papa? Può deciderlo il "grande centro". Francesco Boezi il 17 Ottobre 2021 su Il Giornale. L'elezione del prossimo Papa, al netto di tante ricostruzioni, può giocarsi nel mezzo. I moderati avranno un ruolo decisivo anche per il soglio di Pietro. Chi sarà il prossimo Papa? Non sappiamo se sia un esercizio di stile della stampa di settore o se effettivamente esista qualche elemento in grado di testimoniarlo: sono settimane che, attorno alle vicende della Santa Sede, si parla soprattutto di conclave, di "schieramenti vaticani", di equilibri cardinalizi, di correnti, di tensioni dottrinali, di distinguo e così via. Forse, a contribuire, sono state le voci sulle "dimissioni" di papa Francesco - quelle che poi non si sono verificate - e tutti i retroscena di contorno - quelli smentiti puntualmente - , sulla malattia del pontefice. Il risultato comunque non cambia: è iniziato il topo-papa. Pure se Jorge Mario Bergoglio è ancora sul soglio e non ha alcuna intenzione di dimettersi. Il toto-papa è peggio del toto-Quirinale. Se per il primo le variabili sono infinite come per il secondo, il Quirinale ha almeno il vantaggio di avere una scadenza. Per lo "scranno" più alto del Vaticano non c'è una data, un periodo utile o un semestre bianco: è tutto lasciato alla volontà di Dio. Tuttavia, volendo anche noi provare ad esercitarci con questo filone, diremmo che ha ragione Francesco Antonio Grana quando, nel suo libro intitolato "Cosa resta del Papato. Il futuro della Chiesa dopo Bergoglio", che è stato presentato su Il Messaggero, annota quanto segue: "È evidente che le fazioni, quella progressista delusa per le mancate aperture del pontificato di Francesco, quella conservatrice che vuole un ritorno al regno ratzingeriano e quella bergogliana che, invece, vuole proseguire l’opera riformatrice del Papa latinoamericano, si stanno già organizzando per non farsi trovare impreparate nel momento in cui inizierà la Sede Vacante". Una ricostruzione sacrosanta che condividiamo. C'è un però: quelli che vengono chiamati "ratzingeriani", che fanno così parte del gruppo dei "conservatori", si contano ormai sulle dita di una mano. Al contempo, è sussurrata l'organizzazione di un nuovo Concistoro tramite cui il Santo Padre potrà creare altri cardinali. Non si sa il "quando", ma è noto che si farà. E le scelte operate da Bergoglio in questi anni hanno sempre guardato con favore a porpore capaci di rappresentare la "Chiesa in uscita". Che il prossimo pontefice sia un ratzingeriano, insomma, è del tutto improbabile. Che il successore di Bergoglio, invece, sia un "bergogliano", sarebbe del tutto naturale. Ma non è detto. Dal prossimo Concistoro capiremo pure quale sarà lo stato di salute della Chiesa italiana al prossimo Conclave: questo è un fatto certo. Ad oggi, né l'arcivescovo di Milano né il patriarca di Venezia fanno parte dell'assise cardinalizia. Come italiani, per così dire, abbiamo un peso specifico relativo, forse il più debole della storia. Nonostante questo, continuano ad essere avanzate le ipotesi del cardinal Matteo Maria Zuppi e del cardinale Pietro Parolin: sono loro due i cardinali del Belpaese che possono giocarsela secondo i più. Ma occhio pure alle nuove nomine con cui Francesco intenderà procedere. Se a prevalere dovesse essere il "fronte progressista", di nomi buoni per il papato ce ne sarebbero molti: dal cardinal Luis Antonio Tagle al cardinal Reinhard Marx, passando per una sfilza di nomi che abbiamo provato a riassumere con questo articolo. Capiamoci: significherebbe che la maggioranza elettiva del primo pontefice gesuita della storia ha assestato un altro colpo alla storia della Chiesa. E ad oggi resta sul serio la prima suggestione in campo. Perché i ratzingeriani, che non arrivano a dieci per intendersi, possono aspirare al limite ad un'altra soluzione, che non è di ripiego ma che non li vede coinvolti in prima persona. La strategia dei conservatori potrebbe essere questa: giocare di sponda con la maggioranza silenziosa, ossia con l'insieme di cardinali che non propende per il correntismo dottrinale. Ecco, se i ratzingeriani dovessero allearsi con coloro che progressisti non sono, la partita si presterebbe a tutta una serie di eventualità, e il Papa eletto potrebbe essere, per così dire, un moderato. Ai ratzingeriani, stando a quello che circola negli ambienti e che viene rivelato in maniera esaustiva in più occasioni da anni, andrebbe bene così. Perché a più di tanto i conservatori non possono aspirare. Ecco perché, a ben vedere, il prossimo conclave non si giocherà sulla contrapposizione tra i due fronti e basta, ma pure sulle volontà del "grande centro". Il prossimo Papa passa da una dialettica di questa tipologia. Ma quanto "grande centro" sarà presente in seguito al prossimo Concistoro? Forse meno di quello che spererebbero i ratzingeriani.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento

Le stranezze del Conclave: così la Chiesa ha eletto i suoi Papi. Dal Conclave senza tetto di Viterbo alla mancata elezione del cardinal Siri: le storie singolari dell'elezioni dei Papi nelle vicende della Chiesa. Francesco Boezi, Martedì 29/12/2020 su Il Giornale. Si dice che per eleggere Pio III, Francesco Tedeschini Piccolomini da Siena, i cardinali abbiano concordato in bagno il nome del vincitore, ma di storie singolari è condita buona parte della voce "Conclave" nella storia della Chiesa cattolica. Nel caso di Piccolomini siamo nel settembre nel 1503, mentre in quello della mancata elezione del cardinal Giuseppe Siri abbiamo fatto un bel viaggio nel tempo, arrivando al 1958. Siri all'epoca è il porporato di Genova. Un tempo del resto il Papa creava cardinali sulla base della storicità delle diocesi. Oggi non è più così, Bergoglio ha modificato la prassi, preferendo la pastorale alle origini, e Genova, così come Milano e Torino, sono senza porpora di rappresentanza. A meno che non si conti Angelo Bagnasco, che di Genova però è l'ex arcivescovo. Fatto sta che Giuseppe Siri, principe dell'antimodernismo, è al centro di una teoria dei retroscenisti che lo vedono eletto. Così, però, non è, dato che il Papa scelto in quell'assemblea cardinalizia è Roncalli, passato alla storia come Giovanni XXIII. Eppure chi ha visto un male o comunque qualcosa di sconveniente nel Concilio Vaticano II, che proprio papa Roncalli inaugurata, racconta volentieri che Siri, il presunto eletto per davvero, è stato costretto a rinunciare, dopo regolare votazione. Molto di questa versione, che non è mai stata dimostrata, muove dal fatto che Siri avesse un ottimo rapporta con papa Pacelli, ma anche il cardinal Angelo Scola doveva essere eletto nel 2013 per via della sua prossimità dottrinale con Benedetto XVI. Sappiamo com'è andata a finire, con papa Francesco. Conosciamo anche l'errore in cui è inciampata la Cei, con quel comunicato d'augurio per l'elezione di Scola, alla fumata bianca di quel Conclave. Del Conclave che ha eletto Joseph Ratzinger si è parlato parecchio per via del "diario segreto" del cardinale rimasto anonimo. Per farla breve: il tedesco è l'erede naturale del pontificato di San Giovanni Paolo II, ma i progressisti gli contrappongono l'arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, che tuttavia chiede di non essere più votato dopo i primi scrutini, consentendo ai sacri palazzi di aprire le loro porte a Benedetto XVI. Una sorta di secondo round tra modernisti e non, secondo certi tradizionalisti, con l'esito trionfante dei conservatori, a differenza di quanto accaduto tra Siri e Roncalli, in cui invece i conservatori, nonostante la "vittoria", avrebbero perso. Sono semplificazioni ma rendono bene l'idea dello scontro conciliare, che non può precedere per ovvie ragioni il Vaticano II ma che in qualche forma accompagna la Santa Sede dalla sua fine. Per fotografare i momenti salienti davvero particolari della storia dei Conclavi, bisogna però guardare a Viterbo. L'anno è il 1268. Solo che la questione si prolunga fino al 1271. Parecchi anni dopo - come ripercorso da IlMessaggero - si opterà per un processo post-datato. L'accusa è quella sequestro di persona. L'imputato è il podestà della città laziale. Sì, perché i principi della Chiesa sono stati reclusi per tre anni circa. L'Italia ai tempi è quella dei guelfi e dei ghibellini, e i viterbesi non sono troppo disposti ad attendere un esito che non arriva. La situazione di partenza è complessa - troppi schieramenti vaticani - e l'assise cardinalizia non è propensa alle accelerate. Si tratta pure di guardare a quello che il mondo fuori vorrebbe. Se dipendesse dai cardinali, in buona sostanza, la cosa si prolungherebbe ad libitum, in attesa che ogni incognita politico-ecclesiastica si risolva. Ai viterbesi però l'andazzo non piace, così prima sigillano la riunione - "cum clave" deriva proprio da questa scelta,, dato che i porporati sono stati "clausi", ossia chiusi - , poi tagliano le quantità di cibo e bevande ed infine rimuovono un pezzo sostanzioso di tettoia nel palazzo in cui avviene l'elezione, in modo tale che le persone riunite debbano tenere conto anche dell'intemperie e dei loro effetti. Viene eletto così Gregorio X, Tebaldo Visconti da Piacenza che promulgherà una Costituzione Apostolica centrale per le vicende dell'Ecclesia.

·        I Preti.

Domenico Agasso per “La Stampa” il 28 novembre 2021. «La mia nipotina Gaia di 2 anni non se ne rende ancora conto, ma l'altra, Sofia, che ne ha 7, ha capito che qualcosa di strano è successo». La stranezza è che Maurizio Scala, per tutti «Momo», 66 anni, pensionato, vedovo, responsabile del servizio ai senza dimora della Comunità di Sant' Egidio a Genova, è un nonno che da ieri mattina è prete. In chiesa erano presenti quattro generazioni: le due nipoti, la figlia Valeria (38 anni) e Sergio, il padre 92enne. Per ordinare sacerdote Momo sono arrivati in Liguria da Bologna il cardinale arcivescovo Matteo Maria Zuppi, che ha presieduto l'ordinazione, e dal Vaticano monsignor Vincenzo Paglia, consigliere spirituale della Comunità, che ha concelebrato. E da Roma sono giunti i vertici di Sant' Egidio, il fondatore Andrea Riccardi e il presidente Marco Impagliazzo, seduti con 500 persone nella basilica dell'Annunziata, tra cui molti di quei senzatetto che vengono serviti dalla mensa della Comunità o che Maurizio incontra tutte le sere lungo le strade di Genova. Per Zuppi, «la scelta di Momo è arrivata in una stagione della vita in cui generalmente contano di più i bilanci che i progetti». Riccardi evidenzia come «Momo sia un presbitero, com' era nel cristianesimo degli inizi, un anziano consigliere che guida gli altri credenti». Don Maurizio, da dove possiamo cominciare per conoscere la sua storia? «Dall'esperienza di 45 anni con Sant' Egidio, che significa tenere insieme il Vangelo e l'impegno accanto agli indigenti. Un percorso umano e spirituale che fino a nove anni fa ho condiviso con mia moglie Roberta». 

Ci racconta qualcosa di voi?

«Ci siamo sposati giovani. A 38 anni Roberta si ammala di un grave tumore cerebrale. Inizia un lungo calvario che durerà diciassette anni. Con mia figlia la accompagniamo e curiamo in casa fino all'ultimo. Tempi difficili, ma caratterizzati anche da una certa serenità; siamo stati sostenuti da tanti amici straordinari». 

Come ha vissuto il vuoto?

«La vita è andata avanti, mia figlia mi ha fatto dono di due bellissime nipotine, e io ho continuato a dare il mio contributo nella Comunità, occupandomi anche dei giovani, della crescita dei gruppi di Sant' Egidio in altre città del nord Italia». 

Dove e come è nata la sua vocazione?

«Dalla lunga esperienza di incontro con i poveri. E poi, negli ultimi anni difficili per la nostra società, in particolare durante la pandemia, ho compreso quanto ci sia bisogno di futuro. Il domani come sarà? Ci chiediamo. Io penso che la ricostruzione potrà essere illuminata da Gesù. E così ho sentito che Dio mi chiedeva un ulteriore passo, mi poneva un nuovo fronte: non più solo servizio agli sventurati ma anche servizio all'altare. Mi sono sentito chiamato a trasmettere la gioia di Dio anche in questa veste». 

E ora come si sente con l'abito ecclesiastico?

«Raggiante. Sono in pensione da due anni e sento energie e forza, sarebbe un peccato sprecarle con il pensiero "sono arrivato": non sono arrivato a un bel niente, anzi, spero che il bello debba ancora venire. Anche perché ho ancora qualche sogno che mi piacerebbe realizzare». 

Sua figlia come ha reagito?

«Mi ha detto: "Sento che questo passo dà pienezza alla tua vita". Ero felicissimo di queste sue parole». 

Quanto pensa a sua moglie?

«Sono certo che Roberta in Cielo è contenta, conosceva bene il mio amore per il Vangelo e per gli ultimi. Sarà "partecipe" anche di questo mio nuovo tempo». 

Che prete vuole essere?

«Essere sacerdote vuol dire per me fare sentire la vicinanza di Dio a tutti, soprattutto a chi sente il peso delle ferite della vita».

La storia di Maurizio Scala: da pensionato a sacerdote. Maurizio Scala, pensionato, vedovo, nonno di due bambine e una vocazione che nasce dall'esperienza di 45 anni con Sant'Egidio. Oggi la sua ordinazione a Genova. Il Dubbio il 28 novembre 2021. È stato ordinato sacerdote oggi a Genova Maurizio Scala, detto “Momo” responsabile del servizio ai senza dimora della Comunità di Sant’Egidio a Genova. Sessantaseianni, pensionato, vedovo, nonno di due bambine e una vocazione che nasce dall’esperienza di 45 anni con Sant’Egidio, che lui stesso ha contribuito ad avviare nel 1976 a Genova. Per la celebrazione, presieduta dall’arcivescovo di Bologna card. Matteo Zuppi e concelebrata dall’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della pontificia accademia per la vita e da numerosi sacerdoti, si sono raccolte nella basilica dell’Annunziata, storica sede della comunità cattolica nel capoluogo ligure, quasi 500 persone. Tra loro, oltre al fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi e al presidente Marco Impagliazzo, molti amici, quei poveri che don Maurizio incontra tutte le sere nel servizio ai senza dimora a Genova.  

La storia di don Maurizio Scala

Dopo aver contribuito a creare il gruppo della Comunità di Sant’Egidio a Genova, alla fine degli anni Settanta, Maurizio Scala ha saputo tenere insieme l’impegno accanto ai poveri, la formazione dei giovani, il supporto alla formazione e alla crescita dei gruppi di Sant’Egidio in altre città del Nord Italia, la formazione spirituale. Anche la lunga malattia della moglie, che Momo ha curato in casa fino all’ultimo momento, non gli ha impedito di rimanere un riferimento per i giovani e gli adulti della Comunità in Liguria. Dopo essere rimasto vedovo, don Maurizio ha intrapreso il nuovo percorso di formazione fino all’ordinazione sacerdotale di oggi.

Il Cardinale Zuppi parla della scelta di don Maurizio Scala

«La scelta di Momo – ha detto il cardinale Zuppi – è arrivata in modo sorprendente, in una stagione della vita in cui generalmente contano di più i bilanci che i progetti». Raggiante, il nuovo sacerdote Maurizio Scala ha ricordato come la sua vocazione sia nata dalla lunga esperienza di incontro coni poveri insieme a Sant’Egidio: «vorrei tenere insieme il sacramento dell’altare con quello dei poveri – spiega – perché essere sacerdote vuol dire per me fare sentire la vicinanza di Dio a tutti, soprattutto a chi sente il peso delle ferite della vita».

Antonio Grizzuti per "la Verità" l'11 ottobre 2021. Non sembra avere freni l'emorragia di vocazioni in Italia. Cifre alla mano, sono sempre meno numerosi i sacerdoti nel nostro Paese. E come se non bastasse, la crisi economica e la disaffezione verso la Chiesa alimentata anche dai recenti scandali ha inferto un duro colpo alle offerte per il clero. Orientarsi nella selva di dati non risulta sempre cosa facile, e a volte i conti tornano a causa dell'incongruenza dei numeri riportati dalle fonti ufficiali, ma una cosa è certa: il numero di preti nel tempo appare in costante diminuzione. Secondo i dati presenti sul sito della Conferenza episcopale italiana, nel 2019 la comunità dei presbiteri in Italia è scesa sotto quota 40.000 membri (per la precisione 39.804 unità). Solo dieci anni fa erano quasi 10.000 in più. Dal 1990 a oggi, il numero totale dei sacerdoti è calato di circa 15.000 unità, subendo una contrazione del 27%. Colpito sia il clero cosiddetto «secolare», composto da coloro che non sono vincolati a un particolare ordine, che quello «regolare», composto dai religiosi tenuti all'obbedienza di una regola. Crollo verticale delle nuove ordinazioni dei preti secolari, diminuite di un terzo nel primo quindicennio del nuovo millennio. Stesso trend anche per i seminaristi (maggiori e minori), diminuiti del 31%, i religiosi non sacerdoti (-21%) e le religiose di sesso femminile (-29%). Decisamente impietosi i dati forniti dall'Istituto centrale per il sostentamento del clero, che si occupa di erogare le risorse necessarie a integrare il reddito dei presbiteri nei limiti stabiliti dalla Cei. Nel 2018 i preti diocesani totali erano 33.941, ma solo 30.985 dichiarati abili a prestare servizio a tempo pieno in favore delle diocesi. Gli altri, malati o troppo anziani per servire le comunità. Quindici anni fa se ne contavano ben 5.200 in più. Una contrazione pari al 14,5% nel giro di appena tre lustri. Unica nota positiva, la crescita del diaconato con ben 4.700 diaconi, dei quali quasi nove su dieci risultano sposati. Secondo il professor Franco Garelli, il vuoto vocazionale fa ancora più paura se si considera l'invecchiamento del clero italiano. «I preti con oltre 80 anni erano il 4,3% nel 1990, mentre sono il 16,5% nel 2019», ha affermato in un recente articolo il docente di Sociologia dei processi culturali all'Università di Torino, «i preti con meno di 40 anni erano 14% del clero nel 1990, mentre rappresentano non più del 10% nel 2019». Per contro, rileva Garelli, l'età media dei preti diocesani è passata dai 57 anni del 1990, ai quasi 60 anni nel 2010 e ha superato i 61 anni nel 2019. Un processo di invecchiamento verificatosi «a seguito della diminuzione dei nuovi ingressi o dal calo delle vocazioni», avvenuto «in modo un po' beffardo» a margine del Concilio Vaticano II quando il trend delle vocazioni era ancora in crescita e svariate diocesi italiane pianificavano la creazione di nuovi seminari o l'ampliamento di quelli già esistenti. Sul piano territoriale, le cifre riportare dal professor Garelli evidenziano una redistribuzione dei prelati dalle Regioni settentrionali in favore di quelle meridionali. Fatta eccezione per il Lazio (+11%), nel trentennio 1990-2019 a nord di Roma si assiste a un vero e proprio profondo rosso: -35% in Piemonte, -32% in Liguria, -29% in Emilia Romagna e a seguire Triveneto (-28%), Marche (-27%) e Toscana (-24%). Tendenza opposta per il Mezzogiorno, con una crescita addirittura in doppia cifra per la Calabria (+12%) e incrementi significativi in Campania, Puglia e Basilicata (+7%). E laddove cresce numericamente, il clero presenta un'età media più bassa: un decennio separa i preti «giovani» della Basilicata (55,9 anni) da quelli decisamente più anziani del Triveneto (65,4 anni). Pessime notizie anche sul versante delle offerte ai sacerdoti. L'aggiornamento annuale pubblicato dall'Istituto centrale per il sostentamento del clero parla chiaro: nel giro di poco più di un quindicennio le erogazioni liberali da parte dei fedeli sono passate dai 19,2 milioni di euro del 2002 ai 9,6 milioni di euro del 2018, in leggera ripresa rispetto al punto più basso (9,4 milioni di euro) toccato nel 2017. Nello stesso periodo, a fronte di un aumento di 209 unità per quanto riguarda i sacerdoti che hanno percepito l'intera retribuzione (circa 22.400 euro per i sacerdoti abili a prestare servizio a tempo pieno), i preti che hanno ricevuto un'integrazione sono diminuiti di ben 7.000 unità.

·        I Cardinali.

DAL FILIPPINO TAGLE AL GUINEANO SARAH ECCO CHI CONTA DI PIÙ TRA I CARDINALI. Caterina Maniaci per “Libero quotidiano” il 23 agosto 2021. Sempre in agitazione il "borsino" delle quotazioni dei porporati ai primi posti nelle gerarchie. Bisogna però sempre ricordare l'antico detto: «Chi entra papa in conclave, ne esce cardinale», che molte volte è stato puntualmente rispettato. Una cosa è certa: con le numerose nomine di papa Francesco la composizione del collegio cardinalizio è diventata sempre più internazionale, sempre meno eurocentrico. In accordo con il dettato del Papa, ossia dare spazio alla "periferia" della Chiesa, ecco uomini scelti dalle Mauritius, dal Laos, da Capo Verde, da Haiti...Praticamente sconosciuti, coerenti con i punti salienti del "programma" di Francesco: dialogo interreligioso, attenzione agli ultimi, emergenza climatica. I nomi dei "papabili"? Sottoposti agli equilibri instabili della Curia, dalle voci che si rincorrono nei sacri palazzi. Resta comunque nella lista dei "più in vista" il filippino Luis Antonio Gokim Tagle. Il Papa lo chiamò a presiedere il sinodo straordinario sulla famiglia nel 2014 e quello ordinario del 2016; a conclusione del sinodo dei giovani del 2018, fu il primo eletto per l'Asia nel consiglio preparatorio del sinodo successivo. Altro nome in primo piano è quello del cardinale Robert Sarah, originario della Guinea, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Autore di bestseller, conta moltissimi ammiratori ma anche molti detrattori, soprattutto tra i bergogliani "duri e puri". È opinione diffusa, tuttavia, che per i critici di questo papato in nome della tradizione sarebbe un ottimo candidato, ma in un collegio cardinalizio nominato per più della metà da Bergoglio stesso sarebbe difficile ottenere i due terzi dei voti. Alcune voci accrediterebbero il segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin o l'arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Maria Zuppi, due italiani che però mal si accorderebbero con l'idea di proseguire sulla linea di globalizzazione della scelta di un futuro Pontefice.

Filippo Di Giacomo per “il Venerdì di Repubblica” il 14 agosto 2021. Da fine giugno a metà luglio, gli occhi dell'apparato vaticano sono tradizionalmente puntati sul "bollettino" con cui la segreteria di Stato annunzia i trasferimenti dei nunzi, le promozioni dei consiglieri e dei ministri, le assunzioni nel corpo diplomatico della Santa Sede. Quest' anno, ad inizio agosto, non ce n'è traccia. Quello della diplomazia con la tonaca è stato per secoli un meccanismo ben oliato, con tempi e tappe di un sincronismo perfetto. Tre anni erano necessari per essere diplomati dalla Pontificia Accademia Ecclesiastica e in diciotto anni si diventava nunzio. Chi rallentava il passo, veniva gentilmente messo fuori organico. Un cursus honorum severo e selettivo, ma i risultati si vedevano ed erano universalmente apprezzati. Le cose sono cambiate, in peggio, dal 21 novembre 2017 quando papa Francesco ha istituito la terza sezione della segreteria per le questioni attinenti al personale diplomatico e a chi si prepara a farne parte. Nel 2020 la Pontificia Accademia Ecclesiatica (istituzione che funziona dal 1701) ha diplomato 16 allievi, ma solo 4 sono stati assunti. Sembra che per far carriera nel corpo diplomatico del Papa, attualmente occorrano almeno tre requisiti: essere polacco o di un Paese culturalmente limitrofo, avere opzioni ecclesiologiche molto passatiste, essere un assiduo frequentatore del "club della birra" animato dal vescovo Jan Pawlowski, responsabile della sezione. Così, si ottengono carriere fulminanti. Sarà un caso, ma il 95 per cento dei nuovi nunzi è in possesso di tali requisiti e ha meno di 50 anni. Considerando che andrà in pensione a 75 anni, cosa ci riserva la diplomazia vaticana del futuro? Uno scherzo da prete à la polonaise fatto al Papa che ha messo la Chiesa polacca sotto indagine o una traduzione moderna del detto diplomatico, ma mafioso: calati juncu ca passa la china (piegati giunco che passa la piena)? 

Chi era il cardinale Richelieu. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 26 giugno 2021. L’espressione eminenza grigia, dal francese éminence grise, è parte integrante del vocabolario universale dell’umanità. L’eminenza grigia è una figura, solitamente anziana – sebbene il grigio sia più un riferimento alla natura caliginosa del personaggio che all’età –, che affianca e supporta costantemente, ma riservatamente, il capo di Stato, fornendogli consigli, suggerendo politiche da adottare e formulando strategie da implementare. L’eminenza grigia è il consigliere per antonomasia, una persona che, essendo più realista del re, spesso e volentieri può combaciare con o sovrapporsi ad altre figure simili, quali sono il potere dietro alla corona e il grande burattinaio. Ogni capo di Stato che si rispetti ha una o più eminenze grigie: loschi ma preparati figuri, battezzati alle arti sacre della guerra e della diplomazia, che sanno come muoversi nel mondo, che conoscono le leggi del bellum omnium contra omnes e che aiutano i loro re Davide ad affrontare e vincere i Golia di turno. Ma da dove proviene questo modo di dire che ha segnato l’immaginario collettivo (non soltanto occidentale)? Da quell’epoca di grandi stravolgimenti politici, guerre religiose e rivalità dinastiche che ha fatto la storia dell’Europa: la guerra dei trent’anni. E colui che, più di ogni altro, avrebbe lavorato per eternare il proprio nome, spingendo la posterità a ricordarlo come l’eminenza grigia, fu il cardinale Richelieu, colui “che faceva tremare con la sua politica la Francia e l’Europa”.

Le origini del mito. Il cardinale Richelieu, al secolo Armand du Plessis, nasce a Parigi il 9 settembre 1585 da una famiglia della piccola nobiltà di Poitou. Suo padre, François, era signore di Richelieu e sua madre, Susanne, proveniva da una famiglia di giuristi. Non avrebbe mai avuto il modo di conoscere realmente suo padre, morto in battaglia durante le guerre di religione francesi, mentre il futuro cardinale aveva soltanto cinque anni. Immiserito e di salute cagionevole, il piccolo Armand fu inviato dalla madre al collegio di Navarra (Parigi) per studiare filosofia all’età di soli nove anni. Conclusi gli studi, il giovane avrebbe voluto intraprendere la carriera militare, ma un improvviso dono proveniente dall’allora re Enrico III, per commemorare la vita e la morte di François, lo avrebbe infine condotto verso la Chiesa. Investiti del titolo di reggenti della diocesi di Luçon, i restanti du Plessis optarono per iniziare Armand alla carriera ecclesiastica. Accettato l’onere-onore, non prima di aver studiato nei dettagli il cattolicesimo e di aver ottenuto un via libera ad hoc da parte di Paolo V per via della giovane età, Armand fu intronizzato vescovo di Luçon nel 1607. Una carriera scelta da altri per lui, quella del clero, ma che lui, Armand, avrebbe fatto propria e dimostrato subitaneamente di amare con ardore. Ad esempio, poco dopo aver assunto la guida della diocesi di Luçon, Armand diventò il primo vescovo di Francia ad implementare le riforme istituzionali prescritte e delineate dal Consiglio di Trento. E fu precisamente qui, all’interno dell’influente Chiesa cattolica, che Armand fu introdotto alle arti sacre della guerra e della diplomazia segreta, venendone completamente stregato. Qui, all’ombra di campanili e sagrestie, avrebbe imparato ogni segreto utile a diventare l’uomo più potente di Francia dal frate cappuccino François Leclerc du Tremblay, anche noto come l’eminenza grigia, dal quale avrebbe preso anche il soprannome.

La scalata ai vertici del potere reale. Nominato dai chierici di Poitou quale loro rappresentante agli ultimi Stati generali del diciassettesimo secolo, quelli dell’anno domini 1614, quivi poté mostrare alla Francia che contava il proprio volto, le proprie idee e il proprio acume. Nel dopo-stati generali, non a caso, entrò a far parte della corte di Luigi XIII in qualità di grande elemosiniere. Una volta fatto ingresso alla corte del re, il giovane ma saggio vescovo entrò nelle grazie di Concino Concini, il capo del governo di Luigi XIII, aiutandolo nell’elaborazione di strategie attinenti alle relazioni internazionali del regno. Dalla gestione degli affari religiosi a quella degli affari esteri il passo fu relativamente breve: nel 1616 fu nominato Segretario di Stato. Ma l’incarico sarebbe stato mantenuto soltanto per poco tempo: una volta assassinato Concini, rimasto vittima di un intrigo di palazzo, Armand fu destituito. Il re, comunque, lo avrebbe richiamato rapidamente, affidandogli l’incarico di mediare tra lui e la regina, che, sconvolta dall’omicidio di Concini, aveva dato inizio ad una ribellione tra gli aristocratici. Il vescovo-stratega riuscì nell’ardua impresa di riportare la regina a più miti consigli, restaurando la pace in famiglia e nel regno con il trattato di Angouleme. A partire da quel momento, saggiate ufficialmente le sue abilità diplomatiche e la sua lealtà alla Corona, Luigi XIII lo avrebbe impiegato come proprio consigliere – un ruolo ricoperto fino alla morte.

Il vescovo-stratega. Il cardinale Richelieu avrebbe dato prova di essere più realista del re, o meglio di possedere ciò che soleva definire il senso per la raison d’Etat (ragion di Stato), poco dopo essere divenuto il consigliere di Luigi XIII. Aveva capito che per evitare che la Francia venisse soverchiata dall’accerchiante dinastia Asburgo, che all’epoca regnava sia sulla Spagna sia sull’Austria, la Corona parigina avrebbe dovuto scendere a compromessi con i propri nemici, utilizzando l’astuzia e l’imprevedibilità come armi. Fu così che, allo scoppio della crisi valtellinese, per evitare che il ramo spagnolo degli Asburgo prendesse il controllo dell’odierna Lombardia, il cardinale decise di supportare le armate dei Grigioni (svizzeri protestanti). Un cattolico, per di più appartenente al clero, che aveva cacciato dei cattolici con l’aiuto di protestanti: una prima assoluta di “ecumenismo strategico“, in un’epoca bagnata dal sangue delle guerre religiose, che lo avrebbe reso un nemico, quasi un eretico, agli occhi del Papa, ma che lo avrebbe reso grande in Francia. Politica estera a parte, il cardinale aiutò il re ad accelerare il processo di centralizzazione del potere, suggerendogli di ridurre l’influenza della nobiltà feudale nell’ottica di prevenire rivolte in tempi di crisi. Chiunque avrebbe potuto essere una potenziale quinta colonna al servizio altrui, soprattutto i piccoli nobili alla costante ed avida ricerca di maggiori ricchezze, perciò il cardinale persuase il re della necessità di privare i castelli delle loro fortificazioni, indebolirne le armate e controllarne le finanze. Rimanendo sul fronte interno, il cardinale, realizzando l’incredibile potere di quello strumento allo stato embrionale chiamato stampa, spinse il re a imporre dei controlli sulla pubblicazione dei contenuti – una censura ante litteram – onde evitare la diffusione di notizie esiziali per l’ordine costituito. Non meno duro sarebbe stato nei confronti della minoranza ugonotta, effettivamente supportata da Londra in chiave antifrancese, che, dopo averla sconfitta a La Rochelle, decise di privare dei diritti politici e di protezione. I protestanti avrebbero continuato ad essere tollerati, come stabilito dall’editto di Nantes del 1598, ma il lungimirante cardinale li aveva messi nella posizione di non nuocere alla sicurezza dello Stato. Divenuto ufficialmente duca di Richelieu nel 1629, a seguito delle innumerevoli vittorie conseguite in una varietà di fronti simultaneamente, il cardinale avrebbe trascorso gli anni successivi a combattere contro l’accerchiamento della Francia da parte della dinastia Asburgo, divenendo il più grande sostenitore di una Germania mantenuta divisa e frammentata in centinaia di staterelli in guerra tra loro. Quest’ultimo fu il motivo per cui, allo scoppio della guerra dei trent’anni, il cardinale persuase il re a parteciparvi: Parigi doveva impedire la materializzazione di una nuova potenza nel cuore d’Europa – Berlino –, che, stesa su una terra ricca di risorse naturali e forte di una mentalità improntata all’efficienza e di una cultura militare di tutto rispetto, avrebbe potuto egemonizzare l’intero continente. Sullo sfondo dello stato di guerra permanente fuori e dentro la Francia, il cardinale dovette affrontare una serie di minacce alla propria vita. Consapevole di essere inviso alla piccola nobiltà, nonché alla stessa famiglia del re e alle corti di tutto il continente, Richelieu creò un ristretto ed esclusivo sistema di spionaggio personale – non al servizio del re, ma al proprio – che, negli anni, si sarebbe rivelato fondamentale, sventando complotti, intrighi e tentativi di assassinio. Richelieu, diplomatico, stratega e capo di uno dei servizi di spionaggio più efficienti ed estesi di tutta Europa – rispondenti non ad uno Stato, quanto ad un solo uomo –, grazie alla propria rete di spie sarebbe riuscito a sopravvivere a diversi attentati contro la sua vita e, cosa non meno importante, a prevedere la trasformazione di propri seguaci in nemici, come l’insospettabile Henri Coiffier de Ruzé, un marchese, amico di famiglia, che il chierico avrebbe fatto giustiziare a seguito della scoperta di un complotto ordito con gli Asburgo di Spagna. Morì sul finire della guerra dei trent’anni, il 4 dicembre 1642, a soli 57 anni, a causa di una salute cagionevole mai fortificatasi. Morì circondato da invidie e inimicizie, perché dotato di un’intelligenza fuori dal comune, che gli permise di prevedere il futuro come un chiaroveggente, ma non prima di lasciare un ultimo dono al mondo: il cardinale Giulio Mazzarino. Quest’ultimo, iniziato dall’eminenza grigia alle arti della strategia e della diplomazia, avrebbe raccolto il legato del maestro e tentato di portarne avanti la lungimirante agenda per l’Europa basata sul mantenimento in stato di divisione delle terre germaniche, sul rafforzamento dello Stato centrale francese e sul doppio contenimento degli Asburgo di Spagna ed Austria.

Gli insegnamenti di Richelieu. Richelieu ha lasciato una mole di insegnamenti alla posterità, un bagaglio immane di lezioni in materia di statismo, diplomazia e geopolitica da cui sarà possibile attingere per sempre. Perché, oggi (e domani) come ieri, il vissuto dell’eminenza grigia (ci) rammenta che: Il nemico del mio nemico è mio amico – gli svizzeri, gli olandesi e gli svedesi protestanti contro gli Asburgo cattolici.

La religione, come ogni altra cosa nelle relazioni internazionali, è semplice politica – Stati cattolici possono combattersi tra loro, ed un protestante può aiutare l’uno a vincere l’altro. Accadde nell’Italia settentrionale, con il supporto francese alle forze svizzere in chiave antiaustriaca, ma anche negli attuali Paesi Bassi, con l’aiuto agli olandesi in chiave antispagnola, e con il regno di Svezia, alleato contro gli Asburgo. Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio – avere un controspionaggio personale e parallelo che veglia sugli organi spionistici ufficiali può risultare salvavita, permettendo di stanare doppiogiochisti e sventare intrighi di palazzo altrimenti impossibili da scoprire. Prevenire è meglio che curare – privando feudatari e piccoli nobili dei loro eserciti, e sguarnendo le loro fortezze, lo stratega con il rosario voleva impedire che proliferassero quinte colonne potenzialmente letali nei territori di Francia. La stessa strategia sarebbe stata impiegata nei confronti degli ugonotti, una minoranza protestante permeabile alle infiltrazioni esterne, specialmente inglesi, e dunque da monitorare e spogliare di alcune concessioni. Possedere lungimiranza – cercando di evitare l’unificazione dei territori tedeschi sotto un’unica bandiera, il cardinale avrebbe voluto impossibilitare l’emergere di una superpotenza nel cuore d’Europa, di gran lunga più pericolosa di Austria, Inghilterra e Spagna, e la storia successiva gli avrebbe dato ragione. L’imprevedibilità è un’arma – il cardinale Richelieu seppe sorprendere i rivali di Francia ricorrendo all’impiego di mercenari, ufficialmente sul libropaga inglese, per operare sabotaggi nelle terre tedesche. Ricostruire dalle fondamenta può essere più conveniente di un restauro – diffidente nei confronti del sistema Francia basato sul duopolio di alta borghesia e nobiltà feudale, l’eminenza grigia persuase il re della necessità di limitare il raggio d’azione politico-militare dei più abbienti, finanche privandoli dei loro eserciti, e creò un nuovo sistema di riscossione dei tributi basato sulle figure degli intendenti in sostituzione del precedente centrato sugli ufficiali locali, notoriamente corrotti e inaffidabili. L’importanza di trasmettere i sogni – trovando nel futuro cardinale Mazzarino il proprio erede, da Richelieu iniziato alle arti dell’inganno, della diplomazia, della guerra e dello statismo, la visione di una grande Francia concepita dal cardinale-stratega sarebbe sopravvissuta e avrebbe prosperato negli anni a venire. I suoi contemporanei lo avrebbero odiato, attentando più volte alla sua vita, ma la storia avrebbe dato ragione ai suoi sforzi: la Francia, alleandosi tatticamente con le forze protestanti durante la guerra dei trent’anni, sarebbe uscita dal conflitto come una grande potenza in ascesa. La dinastia Asburgo, condotta all’astenia finanziaria perché mirabilmente trasformata da accerchiatrice ad accerchiata, nel dopoguerra sarebbe entrata in un lungo periodo di declino. Altrettanto determinante si sarebbe rivelata l’agenda di Richelieu per gli affari interni, con il processo di accentramento e riorganizzazione funzionale alla costruzione della macchina burocratica più avanzata d’Europa e con l’avanguardistica rete spionistica utile per i successori a scovare quinte colonne e agenti stranieri e a completare la foggiatura del futuro Stato. Per i motivi di cui sopra, il cardinale Richelieu è ritenuto da alcuni storici il padre degli stati-nazione europei. L’eredità dell’eminenza grigia, però, è molto più vasta e tangibile. A lui è debitore la scuola del realismo politico – essendo stato un teoreta professante del muscolarismo, della ragion di Stato e dell’amoralità in politica –, a lui si deve la presenza del francese nell’America settentrionale – vide del potenziale nelle missioni dell’esploratore Samuel de Champlain, supportandolo nella fondazione della città di Québec, perciò ivi si trova un fiume che porta il suo nome – ed è sempre a lui, o meglio alla sua idea di una Germania frammentata per il bene dell’Europa, che pensarono Roosevelt e Stalin nel secondo dopoguerra, avallando la bipartizione dello stato tedesco – inizialmente diviso in quattro parti.

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it. Ha più di ottant'anni ma la grinta di un leone e, ancora una volta, l'anziano cardinale di Hong Kong, Zen Ze Kiun ha preso carta e penna per una lettera aperta al cardinale Robert Sarah e aprire un altro fronte. Minacciando di arrivare a Roma e incatenarsi davanti a Santa Marta per protesta. L'ennesima spina nel fianco per il Papa. «Dolore e indignazione invadono il mio cuore a sentire certe incredibili notizie: hanno proibito le messe private a San Pietro?» Zen fa riferimento al recente provvedimento emanato dalla Segreteria di Stato su ordine di Papa Francesco che, per rendere più ordinate le messe in basilica, ha permesso solo 4 celebrazioni giornaliere senza folla, per via del coronavirus, ma soprattutto ha vietato la prassi finora seguita da preti, missionari, vescovi, cardinali in transito a Roma di andare liberamente all'altare a celebrare una messa come è sempre stato per secoli e secoli. Del resto un luogo di culto nasce proprio per accogliere preghiere, celebrazioni, riti.

Zeh è a dir poco furioso: «Se non fosse per le restrizione imposte dal Covid io prenderei il primo volo per venire a Roma e mettermi in ginocchio davanti alla porta di Santa Marta finchè il Santo Padre faccia ritirare quell'editto». Zen ricorda che quando arrivava a Roma in passato di mattina preso entrava in baslica e celebrava la messa. «Qualche volta con le lacrime pregando per i nostri martiri viventi in Cina ora abbandonati e spinti nel seno della chiesa scismatica dalla Santa Sede, così si presentava quel documento del giugno 2020 (l'Accordo siglato con il governo di Pechino ndr) senza firme e senza la revisione della Congregazione per la Dottrina della Fede". Zen arriva alla conclusione che l'editto - come lo chiama lui - è segno di uno strapotere da parte della Segreteria di Stato. «Via le mani sacrileghe dalla casa comune di tutti i feeli del mondo. Si accontentino di giocare la diplomazia mondana con il padre della menzogna e facciano pure della Segreteria di Stato un covo di ladri ma lascino in pace il devoto popolo di Dio. Poi cita un passo del Vangelo di Giovanni. Due sole parole: "Era notte"».

Io, Parolin: il Vaticano secondo il numero due di papa Francesco. I passi in avanti con gli Usa e i contatti con Biden, le frenate della Cina e la nuova rottura sulle nomine dei vescovi. E poi l’incontro con Draghi e i suoi ministri sulle risorse alle scuole cattoliche. Gli scandali vaticani e i fondi tolti alla segreteria di Stato: "Noi non siamo sconfitti". Carlo Tecce su L'Espresso il 19 marzo 2021. Pietro Parolin nel 2013 è stato scelto da Bergoglio come segretario di Stato. Don Pietro Parolin era un viceparroco di Schio quando venne giù a Roma a studiare con addosso un marcato accento veneto. Orfano di padre, a dieci anni, per un incidente stradale. Entrò in seminario da ragazzino. La madre insegnante allevò il fratello e la sorella di otto mesi. Così era la provincia nel vicentino. «In valigia riposi aspettative più modeste. Oggi il mio è un servizio al Papa e alla Chiesa». Il suo destino è affidato a Jorge Mario Bergoglio. Se gli dice resta, resta. Se gli dice lascia, lascia. Il cardinale Pietro Parolin, il segretario di Stato, il primo ministro di Francesco, è la massima autorità diplomatica del Vaticano. Quasi da otto anni riceve i capi del mondo in una saletta alla Prima Loggia del palazzo apostolico. Quando il tempo sta per scadere osserva di sottecchi un orologio con pendolo da parete, di quegli esemplari antichi che vanno a molla e sferragliano in un modo che rende solenne le parole. Parolin era in un ristorante di Caracas con dei prelati venezuelani la sera del 13 marzo 2013 quando il cardinale Bergoglio si affacciò dal balcone di piazza San Pietro per presentarsi col nome di Francesco. Parolin era nunzio in Venezuela e pensò d’istinto, guardando il televisore nel trambusto di stoviglie, che Jorge l’avrebbe richiamato a Roma per un ufficio in Curia, poi rimase altri mesi in un Venezuela inquieto dopo la morte di Hugo Chavez e alla vigilia di una guerra civile. La seconda domenica di giugno, al solito, la nunziatura di Caracas aprì la chiesa per la messa. Cinque ragazzi con un sacco a pelo la occuparono. Erano contestatori di Nicolas Maduro, volevano discutere con Francesco. Il Papa aveva convocato a Roma tutti i diplomatici vaticani e Parolin fu costretto a posticipare il viaggio per trattare con i ragazzi. Ci fu uno scambio: io consegno una lettera a Francesco, voi lasciate la chiesa appena rientro. Parolin partì con un giorno di ritardo, sbarcato a Fiumicino si precipitò alla sala Clementina e si posizionò in fondo. Fu l’ultimo a salutare papa Bergoglio: e tu, chi sei? Non si ricorda: io sono Parolin. Mi avevano riferito che non saresti venuto. Meglio, dovrei parlarti. Ci vediamo nel pomeriggio nella mia stanza a Santa Marta. «La mia vita si è svolta all’insegna delle sorprese di Dio. Come per la richiesta del Santo Padre di essere il suo segretario di Stato». Con un motu proprio, lo scorso dicembre, Francesco ha sottratto alla segreteria di Stato la gestione dei fondi papali, inclusi gli immobili, e l’ha trasferita all’Apsa, la struttura che amministra il patrimonio vaticano. Altra conseguenza dello spericolato acquisto di un palazzo di Londra e di una caterva di milioni sperperati, scandali che hanno provocato indagini, rogatorie, perquisizioni, dimissioni più o meno spontanee. Come quelle di Angelo Becciu, già Sostituto agli Affari Generali, che ha perduto i galloni di prefetto, le prerogative cardinalizie e si prepara al processo: «Spero che il tribunale stabilisca la verità», ha ripetuto Parolin. Però la segreteria di Stato ne esce già monca. L’ordine di Francesco ha inciso senza lacerare. Lo si reputa coerente con le richieste dei cardinali nelle congregazioni tenutesi prima del conclave e con il disegno di Bergoglio per la segreteria di Stato dopo la stagione di Tarcisio Bertone. «Abbiamo vissuto la decisione del Papa con serenità e obbedienza, dispiaciuti soltanto che qualcuno - ha raccontato Parolin - ci abbia descritto come sconfitti. Non è vero. Siamo i primi a desiderare che tutto proceda con trasparenza e correttezza. La segreteria di Stato continuerà a essere il punto di riferimento delle nunziature apostoliche anche nella nuova situazione, per l’importante funzione che svolgono a beneficio delle Chiese locali, per la tutela della libertà religiosa e per la pace. Una funzione che il Papa sostiene e promuove». I finanziamenti per le nunziature, come garantito da Bergoglio, saranno predisposti dall’Apsa consultata la segreteria di Stato. La visione di Francesco non è mutata: la Chiesa è oltre la Curia. «Auri sacra fames», esecranda fame di oro. Anche Gesù aveva bisogno del denaro per i suoi discorsi itineranti, si fa notare in Vaticano, il problema della Chiesa è che sono mancati i controlli. Al clero vanno impedite le decisioni discrezionali. Perciò il Papa ha delegato la vigilanza proprio all’Istituto per le opere religiose, più noto con l’acronimo di Ior, l’organismo che ha innescato l’inchiesta sul palazzo di Londra. Quasi otto anni, quasi perché, dopo quel pomeriggio di giugno a Santa Marta, Parolin fu nominato il 31 agosto 2013 e si insediò, dopo un intervento chirurgico a Padova e con una messa concelebrata col Papa nella cappella di Santa Marta, il 18 novembre a 58 anni e 10 mesi, il più giovane dai tempi di Eugenio Pacelli, che fu papa Pio XII. Cosa si rimprovera dei quasi otto anni in segretaria di Stato? Nella stanza c’è un vivace e infingardo sole ancora invernale che abbaglia in combutta con la tappezzeria acquamarina. L’orologio con pendolo da parete fa più rumore di un attimo prima. «Mi interrogo spesso sul Venezuela e mi domando se si poteva fare di più». Il Venezuela non ha pace, la gente ha fame. Lì Parolin ha trascorso gli anni migliori, i più spensierati. Maduro arroccato, l’opposizione divisa. Il Vaticano ha mediato, invano. Non c’era una scelta precisa, e non ha scelto. La Cina l’ha scelta. Mike Pompeo, il segretario di Stato, l’emissario di Donald Trump, in campagna elettorale irruppe nel palazzo apostolico dopo che in una intervista intimò alla Santa Sede di non rinnovare l’accordo provvisorio con la Cina di Xi Jiping. Il Vaticano comprese che l’aggressione era un tentativo, bizzarro e disperato, di mobilitare il voto degli evangelici e dei conservatori cattolici contro Joe Biden. Pompeo ascoltò Parolin descrivere il posto del Vaticano nel pianeta: noi abbiamo altri mezzi e altri fini. Voi volete essere la prima potenza economica, noi dobbiamo essere la prima potenza morale. Il 22 ottobre 2020, con un comunicato disgiunto, l’ambasciata cinese a Roma e il Vaticano di papa Francesco hanno confermato la proroga biennale dell’accordo provvisorio. Il patto non riattiva le relazioni diplomatiche, interrotte col maoismo, tant’è che il Vaticano riconosce Taiwan, ma è di valore pastorale per superare, per esempio, la dicotomia fra la Chiesa cattolica o sotterranea perché clandestina e la Chiesa statale, detta patriottica. In passato i vescovi cinesi erano ordinati senza il consenso papale. Un atto da scomunica. Con il documento, sottoscritto per la prima volta tre anni fa, si è attribuita al Papa una sorta di accettazione finale. Non una cessione di sovranità di Pechino, ma una timida condivisione sulle questioni di fede. Seppur il testo sia segreto, pare che in ottobre il regime comunista abbia promesso il rispetto dei luoghi di culto dei cattolici, spesso devastati nelle zone più rurali. In Cina sono stimati 12 milioni di cattolici e una mole, inestimabile, di proprietà che furono requisite con Mao. Ogni spiraglio con la Cina è una vittoria per il gesuita Bergoglio, da sempre disponibile a incontrare Xi Jiping, e Parolin lo sa bene. I progressi cinesi, però, a volte sono lenti, altre si azzerano. Nella cattedrale di San Michele a Tsingtao, nella provincia di Shandong, il 23 novembre monsignor Thomas Chen Tianhao è stato consacrato vescovo davanti ai vertici dell’Associazione patriottica con la vecchia formula: il mandato conferito dal Consiglio nazionale senza menzionare né il Papa di Roma né la Santa Sede. Più di una provocazione: una sottile ritorsione dopo la condanna papale della persecuzione cinese del popolo musulmano degli uiguri. Però il Vaticano ha vidimato, anche come segno di distensione, l’investitura di Chen Tianhao e l’ha considerata in comunione con Francesco, ma il 22 dicembre si è celebrata un’identica cerimonia per Liu Genzhu nella piazza della contea di Hongdong. E la Santa Sede fin qui ha taciuto. Il peggio sta per arrivare. Un regolamento amministrativo, che sarà in vigore dal primo maggio, ridefinisce le nomine in Cina per le confessioni di qualsiasi religione e per i cattolici non si fa alcun cenno al ruolo del pontefice. La fronda contro papa Francesco si ciba anche dei complessi risvolti della vicenda cinese, dunque si evitano polemiche mediatiche, ma diverse clausole dell’accordo non sono applicate da Pechino. La Conferenza episcopale americana, fra le più agguerrite con Francesco, rimpiange Donald Trump e l’ha dimostrato nel giorno dell’insediamento alla Casa Bianca di Joe Biden, il secondo presidente cattolico dopo John Fitzgerald Kennedy. Mentre il Papa spediva il suo messaggio di congratulazioni, monsignor José Horacio Gomez, il capo dei vescovi americani, denunciava le pericolose ambiguità di Biden sui temi etici. In Vaticano, invece, hanno già avviato un dialogo informale con la Casa Bianca e il presidente ha assicurato che alla prima occasione in Europa farà tappa da Francesco (in giugno ci sarà il G7 in Cornovaglia). La Cina è sempre una rivale degli Stati Uniti, ma il Vaticano potrà agire con minori pressioni. «Con Pechino sono stati compiuti piccoli passi in avanti, anche se la pandemia - ha ammesso Parolin - ha rallentato un po’ i contatti. Era giusto iniziare e proseguire questo cammino». La ricorrenza dei Patti lateranensi con l’Italia cade l’11 febbraio. Quest’anno a Roma c’erano due governi quel giorno. Il premier Giuseppe Conte era in carica per il disbrigo degli affari correnti. Il premier Mario Draghi stava compilando la lista dei ministri. Il Vaticano ha atteso il nuovo esecutivo per cortesia e curiosità. Anche se Draghi ha rapporti diretti con papa Francesco e una rodata consuetudine con diversi porporati, Parolin l’ha conosciuto soltanto nella cerimonia posticipata del due marzo a palazzo Borromeo, l’ambasciata italiana presso la Santa Sede. Il protocollo imponeva la presenza del ministro degli Esteri e dunque il premier era accompagnato da Luigi Di Maio. Come forma di riguardo per i vescovi, però, Draghi ha portato con sé altri ministri - Roberto Speranza (Salute), Elena Bonetti (Famiglia) e Patrizio Bianchi (Istruzione) - per riprendere l’incendiario argomento delle scuole cattoliche impoverite dalla pandemia. La Conferenza episcopale italiana aveva protestato con inedita veemenza contro il governo Conte per ottenere più risorse degli oltre 300 milioni di euro stanziati per i 12.457 istituti paritari, di cui il 64 per cento sono cattolici con 570.000 alunni, in gran parte bambini. I genitori hanno smesso di pagare le rette poiché non esiste la didattica a distanza per la materna e i vescovi temono il collasso del sistema cattolico. In un decennio, e la pandemia non ha prodotto ancora i suoi danni, 1.416 scuole hanno chiuso. Draghi ha frequentato il liceo dei gesuiti di Roma. Non è un neofita. Il governo è disposto a reperire più denaro per gli istituti cattolici. Vale la libertà delle iniziative private, prescrive l’articolo 33 della Costituzione, ma «senza oneri per lo Stato». Il Vaticano suggerisce la distinzione fra le scuole paritarie che offrono un servizio pubblico (non profit) come le cattoliche e quelle che mirano pure al fatturato come le straniere. La ministra Bonetti, da sempre attenta alle esigenze della Chiesa, ha convinto l’uditorio vaticano. Il ministro Bianchi, da buon prodiano, l’ha stupito, si è mostrato generoso sottolineando che non c’è «differenza fra istituti statali e cattolici nel concetto di servizio pubblico». Parolin ha apprezzato il bilaterale con Draghi e i suoi ministri: «Mi ha colpito la sensibilità nei confronti della famiglia e dell’educazione, compresa la scuola cattolica». Palazzo Chigi ha fretta anche di organizzare il Giubileo del 2025, sono pronti già con comitati, progetti e tavoli. Gli appuntamenti storici a Bergoglio non piacciono molto, preferisce i momenti storici come quelli con l’Ayatollah Al Sistani in Iraq. Monsignor Rino Fisichella, esperto di eventi, ha confessato che l’obiettivo del 2025 sarà completare le opere incompiute del 2000. Parolin ha rammentato che nel 2033 comincia il terzo millennio dalla resurrezione di Gesù. Allora don Pietro sarà segretario di Stato, parroco alla Santissima Trinità di Schio o un Papa italiano dopo mezzo secolo? Le lancette dell’orologio con pendolo a parete si sovrappongono. Un frastuono. È il segnale che congeda l’ospite.

Filippo Di Giacomo per “Il Venerdì di Repubblica” l'8 marzo 2021. Le carte inedite del cardinale Carlo Maria Martini, l'indimenticabile arcivescovo di Milano scomparso nel 2012, presto saranno pubblicate. Usando fogli e agende scadute, il porporato prendeva nota e appunti di tutto ciò che faceva, ed era conosciuta l' abitudine di "revisionare" con accuratezza i suoi scritti e di bruciare quelli che non passavano il riesame. Ma questo rinnovato interesse per il pensiero di Carlo Maria Martini servirà a evitare che le sue intuizioni sulla Chiesa e la modernità cadano nell' oblìo? In un' intervista fatta dopo la sua morte, il cardinale Camillo Ruini negò di essere stato suo "antagonista", come si diceva: «Sarebbe un immiserirlo. È stata una grande personalità, un leader mondiale, con molti registri: spirituale, biblico, dialogico, pratico; Martini era anche uomo che sapeva governare in concreto. Innamorato di Cristo, del Vangelo e della Chiesa, oltre che dell' umanità». Tuttavia, persino a Milano dopo i successori Tettamanzi e (in parte) Scola, non sembra che al «leader mondiale con molti registri» vengano ricondotte le grandi domande culturali e pastorali sia della Chiesa ambrosiana sia di quella romana. A parte qualche citazione interpretativa sulla Parola di Dio, la comprensione della modernità e il rinnovamento da lui postulato per la Chiesa Cattolica non hanno interessato alcuno. Neanche papa Francesco verso il quale, nel conclave del 2005, Martini fece confluire i voti (una sessantina) che i cardinali elettori gli stavano attribuendo. Forse è riuscito a farsi ricordare, ma solo per la sua vita pubblica, il cardinale Ruini. Ha appena compiuto novant' anni: qualcuno si faccia insegnare da lui come si fa.

Camillo Ruini compie 90 anni: «Da sacerdote mi innamorai. Con sofferenza, ho resistito».  Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 19/2/2021. I 90 anni del cardinale ed ex presidente dei vescovi: «La Littizzetto? Mi divertiva. Draghi è una svolta positiva». Per i novant’anni del cardinale Camillo Ruini, «Rubbettino» pubblica a sua firma «Conversazioni sulla fede e sull’Italia», la raccolta delle sue interviste più significative. Nove di queste sono uscite in questi anni sul Corriere della Sera. Si muove con il girello, le gambe sono incerte, ma la testa sempre quella è. Camillo Ruini (Sassuolo, 19 febbraio 1931) compie novant’anni.

Cardinal Ruini, qual è il suo primo ricordo privato?

«Un prato, una palla, un filo spinato su cui la palla andò a finire; a Piandelagotti, sull’Appennino modenese, dove ero in villeggiatura con mia madre Iolanda. Avevo due anni e mezzo».

Qual è invece il suo primo ricordo pubblico?

«La guerra d’Etiopia. Dichiarata nel 1935, quando avevo quattro anni e mezzo. Abissinia, Negus... nomi che restano impressi».

Come ricorda la figura di Mussolini?

«Mussolini e il fascismo non mi piacevano; specialmente da quando l’Italia entrò in guerra. Dicevo ai miei compagni di scuola che l’avremmo perduta, e per questo un dirigente fascista di Sassuolo si lamentò con mio padre Francesco, che era favorevole al regime». 

Suo padre la rimproverò?

«Mi raccomandò di essere più prudente, ma non mi rimproverò. Aveva anche lui i suoi dubbi, aiutò gli ebrei che conosceva a mettersi in salvo dalle leggi razziali».

Come viveste, lei e la sua famiglia, durante la guerra civile?

«È stato il periodo peggiore. Da entrambe le parti si sono compiuti atti di inaudita crudeltà e ferocia. Per grazia di Dio, la mia famiglia è stata risparmiata, probabilmente perché mio padre era un medico molto stimato e generoso, che curava gratuitamente parecchi poveri. In quel periodo si è prodigato per curare i feriti delle due fazioni».

Lei si è mai innamorato o fidanzato?

«Fidanzato mai. Sono stato attratto fortemente da alcune donne, ma ho sempre cercato di resistere e, pur soffrendo, ci sono riuscito, con l’aiuto decisivo del Signore».

Attratto prima o dopo essere diventato sacerdote?

«Anche dopo. L’attrazione per le donne è inestirpabile nell’uomo e di per sé non è affatto un peccato».

Quando e perché decise di farsi prete?

«Ho deciso nell’ultimo anno di liceo, in modo molto rapido, pensando che mettermi al servizio di Dio fosse la cosa migliore».

È vero che i suoi genitori erano contrari?

«Erano profondamente contrari. Per loro fu un grande dolore. Ma non posero veti, anche se avrebbero potuto, dato che ero minorenne. Poi, vedendomi felice, furono felici anche loro».

Come ricorda Pio XII?

«Pio dodicesimo è stato il Papa della mia giovinezza e del mio sacerdozio. L’ho ammirato moltissimo, e l’ho difeso con tutte le mie forze dagli attacchi della sinistra politica e anche dai malumori interni alla Chiesa, che ho scoperto con sorpresa quando sono entrato in seminario a Roma».

È vero però che lei è stato un giovane prete «di sinistra»?

«Non direi proprio. È vero che alcuni lo pensavano, perché ero aperto alle nuove idee e al pensiero critico. In effetti è diffusa la convinzione che questi atteggiamenti possano ritrovarsi solo a sinistra».

Come visse il Concilio?

«Con gioia ed entusiasmo. E ho lavorato per farlo conoscere, invitando a Reggio Emilia alcuni protagonisti dei dibattiti conciliari».

L’esito del Concilio è stato tradito?

«No. Nel complesso il suo esito non è stato tradito, e viene progressivamente assimilato; anche se molto lavoro rimane da compiere. Tradiscono invece il Concilio sia i tradizionalisti, sia coloro per i quali il Concilio rappresenterebbe una novità radicale rispetto alla precedente tradizione della Chiesa».

Come ricorda il primo incontro con Giovanni Paolo II?

«Era l’autunno del 1984. L’invito a cena del Papa mi giunse del tutto inaspettato. Giovanni Paolo II mi rivolse tante domande; risposi con una franchezza che lui apprezzò molto. Da allora i nostri rapporti sono diventati sempre più intensi».

Come lo ricorda come persona?

«Misericordioso: perdonava tutti, anche quelli che gli facevano cattiverie. Grande senso dell’umorismo. Intelligenza sbalorditiva».

Ad esempio?

«In qualsiasi Paese andassimo, parlava la lingua: francese, spagnolo, portoghese, inglese, slovacco... Con Ratzinger parlava in tedesco. In Ucraina parlò fluentemente ucraino. Finalmente in Ungheria scoprimmo che pure lui non parlava il magiaro. Leggeva due libri contemporaneamente».

Come si fa a leggere due libri contemporaneamente?

«Leggeva quello difficile e si faceva leggere ad alta voce quello più facile, magari un classico della letteratura».

Di sinistra era considerato il cardinal Martini.

«Lo era, anche psicologicamente. L’ho sempre stimato molto: grande intellettuale, con grandi capacità di governo. Aveva un rapporto dialettico con Giovanni Paolo II, che però l’aveva voluto a Milano».

Lei è stato il presidente dei vescovi italiani per sedici anni. Che bilancio fa? C’è qualcosa che non rifarebbe?

«Il bilancio non spetta a me. Posso dire che ricordo quegli anni con grande piacere e gratitudine al Signore per i risultati ottenuti. Non cambierei la direzione di marcia che del resto, prima che da me, veniva dal Papa. In alcune occasioni temo di aver avuto la mano troppo pesante con chi si opponeva».

In quali occasioni?

«Quando vedevo che un nostro collaboratore prendeva decisamente una direzione diversa, lo sostituivo».

Qualcuno la rimprovera di aver sostenuto troppo Berlusconi. Cosa risponde?

«Non ho sostenuto Berlusconi o qualche altro politico come tale. Ho cercato di realizzare alcune cose; e in questo mi sono trovato non di rado in sintonia con Berlusconi».

Come sono oggi i rapporti con Prodi? Lei celebrò le sue nozze, ma ci fu la rottura sul referendum sulla fecondazione assistita: «Sono un cattolico adulto...» disse l’allora premier.

«Oggi i nostri rapporti sono scarsi ma buoni. Da giovane sacerdote a Reggio Emilia sono stato molto legato a lui e alla sua famiglia di origine. Le nostre strade si sono diversificate molto prima del referendum sulla procreazione assistita, quando la crisi della Dc diventò irreversibile e Romano si collocò a sinistra, diventando rapidamente il leader di quello schieramento. Che sosteneva posizioni etiche e antropologiche che non potevo condividere».

È vero che Cicchitto una volta le disse che avrebbe dovuto fare il segretario di Forza Italia?

«Cicchitto me l’ha detto non una ma parecchie volte (Ruini sorride). Pur avendo su alcuni temi idee assai diverse, siamo amici da anni e ne ho molta stima: lui più di me capisce di politica».

Quando Luciana Littizzetto la chiamava Eminenz, le dava fastidio o la divertiva?

«Decisamente mi divertiva. Irritava invece varie persone a me affezionate».

In morte di Welby non poteva comportarsi diversamente? Celebrare il funerale religioso?

«In coscienza non potevo agire diversamente. Welby ha deciso di porre fine alla sua vita con piena lucidità e consapevolezza. Mi rendevo conto che negargli il funerale religioso mi avrebbe attirato forti critiche, ma questo non mi ha mai spaventato. E soprattutto il funerale religioso è una cosa assai diversa dal giudizio di Dio. Per la salvezza eterna di Welby ho pregato molto».

Quando vide Wojtyla l’ultima volta?

«Il mattino prima che morisse. Non era più al Gemelli, era tornato in Vaticano. Chiesi la sua benedizione. Tracciò a fatica un segno di croce. Ho pregato un poco, poi sono uscito perché stava troppo male e non volevo affaticarlo ulteriormente».

Il Conclave cui lei partecipò fece la scelta giusta?

«È stato un conclave permeato dalla gioia e dalla gratitudine a Dio per il pontificato di Giovanni Paolo II e per l’apoteosi finale alla sua morte. L’elezione del cardinale Ratzinger è avvenuta rapidamente e con poche opposizioni. Riconoscevamo in lui il più qualificato collaboratore e continuatore del Pontefice defunto. Anche oggi ritengo che sia stata la scelta giusta».

Cosa provò quando Ratzinger si dimise?

«Ho provato totale sorpresa. Sconcerto. E dolore. Poi ho pensato che pochi giorni dopo sarebbe stato eletto il nuovo Papa, e così il trauma sarebbe stato superato».

Oggi lo vede ancora?

«Lo vedo un paio di volte all’anno, e il nostro legame affettivo è sempre più forte».

Che cosa pensa davvero lei di papa Francesco?

«Forse non ho con lui quella spontanea sintonia che avevo con Giovanni Paolo II e anche con Benedetto XVI. Ma di lui penso molto bene. Ammiro la sua dedizione alla Chiesa, ai poveri, alla fraternità tra tutti gli uomini e i popoli. In una parola, in Francesco riconosco il mio Papa, senza riserve».

La Chiesa italiana oggi è in declino? La sua autorevolezza, la sua influenza sulla società sono in declino?

«Purtroppo un certo declino è innegabile. Le cause sono molte. La principale è la forza della secolarizzazione, anzi della scristianizzazione che attraversa le società occidentali e si allarga anche oltre; ad esempio in America Latina. Non dobbiamo però rassegnarci, tanto meno disperare. Occorre insistere nell’evangelizzazione e prendere posizioni chiare, coraggiose e realistiche sui problemi che interessano alla gente. Soprattutto, dobbiamo aver fiducia nel Signore che non abbandona il suo popolo».

Ogni tanto qualcuno progetta un partito cattolico. C’è spazio oggi?

«Personalmente ritengo che lo spazio non ci sia, o sia tanto piccolo che occuparlo sarebbe ben poco significativo o persino controproducente».

Un anno e mezzo fa lei fu molto criticato quando disse che era giusto dialogare con Salvini, e che lui doveva maturare. È quello che è accaduto?

«Salvini nelle circostanze presenti ha agito con saggezza e determinazione, senza dare spazio alle molte provocazioni di cui è stato oggetto. Oggi è una risorsa importante, non solo per il suo partito».

Conosce Draghi? Come giudica la svolta del suo governo?

«Ho parlato con Draghi, se ben ricordo, una volta sola, parecchi anni fa. Ho di lui grande stima. Penso che la svolta del suo governo sia stata molto positiva per l’Italia e per il suo futuro».

Lei si è espresso contro il ritorno al proporzionale. Perché?

«Perché renderebbe l’Italia ancor meno governabile di quello che già non sia».

Alla fine non ci saranno preti sposati, tanto meno donne sacerdote. Ma come frenare allora il calo delle vocazioni?

«Il calo delle vocazioni è un fatto gravissimo, che può avere effetti devastanti sul radicamento della fede nella popolazione. Però è un’illusione pensare di porvi rimedio abolendo la regola del celibato, o aprendo alle donne il sacerdozio: nelle Chiese protestanti ciò è praticato da molto tempo, e la situazione è peggiore della nostra. La via perché nascano vocazioni passa attraverso la preghiera e la cura pastorale dei giovani e delle famiglie, perché considerino la chiamata di un figlio al sacerdozio non una disgrazia ma un dono di Dio».

La pedofilia non ha fatto molto male alla Chiesa?

«La pedofilia ha danneggiato terribilmente la Chiesa. Sarebbe sbagliato però collegare la pedofilia al celibato. La pedofilia è diffusa soprattutto all’interno delle famiglie e tra gli uomini sposati».

Pure in Vaticano gli scandali, anche finanziari, non sono finiti. Come mai?

«La Santa Sede sta cercando di farli finire. Ma una vittoria definitiva sul peccato, e in particolare sul grande male della corruzione, non è realizzabile in questo mondo, come ci ha detto chiaramente Gesù stesso».

Lei è stato anche presidente della Commissione di inchiesta su Medjugorje. Che idea si è fatto? È davvero la Madonna che parla?

«L’idea che ci siamo fatti è che all’inizio fossero autentiche apparizioni mariane. Poi potrebbero essere entrate in gioco dinamiche psicologiche, note agli studiosi. Comunque da Medjugorje continua a sgorgare un torrente di bene».

Si è mai imbattuto in un miracolo o comunque in una manifestazione soprannaturale, che la ragione non riusciva a spiegare?

«Mi è accaduto più volte. In questi giorni ho letto le relazioni dei due miracoli in base ai quali Giovanni Paolo II è stato proclamato beato e poi santo. Entrambi, e specialmente il secondo, sarebbero incredibili se non fossero documentati scientificamente al più alto livello. Così proprio il progresso delle conoscenze mediche non fa svanire la nostra conoscenza del soprannaturale; anzi, la consolida».

Qual è il secondo miracolo di Wojtyla?

«A una donna del Costarica, Florybeth Mora Díaz, si ruppe un aneurisma cerebrale. Aveva il cervello devastato dall’emorragia. La notte stessa dopo la beatificazione di Giovanni Paolo II la donna sentì una voce che le diceva: “Alzati”. Si alzò, e stava in piedi. I medici non ci credevano, pensavano di aver scambiato i referti con quelli di un’altra paziente. Dovettero constatare che era avvenuto qualcosa di inspiegabile, il cervello non era più devastato. Ora quella donna sta benissimo».

Lei ha paura del Covid? E della morte?

«Del Covid non ho avuto troppa paura, e sono già stato vaccinato...».

Dove?

«A casa mia, la settimana scorsa, da una dottoressa mandata dal Vaticano. Della morte ho certamente paura, e ancor più del giudizio di Dio. Mi affido alla sua misericordia. Prego. E cerco di essere un po’ più buono».

Come finirà la Storia? Gesù tornerà, e troverà ancora la fede sulla Terra? 

«La fede cristiana pone alla fine della Storia il ritorno di Cristo, la resurrezione dei morti e il giudizio universale. Riguardo al modo in cui tutto questo accadrà, dobbiamo essere molto sobri: potremo conoscerlo solo allora, quando ne faremo esperienza. Gesù ha lasciato aperta la domanda se al suo ritorno troverà ancora fede sulla Terra; tanto meno possiamo pretendere di dare noi la risposta. Possiamo e dobbiamo pregare e operare affinché la luce della fede non si spenga in noi e nei nostri fratelli».

Come immagina l’Aldilà? Non ha mai avuto dubbi sulla resurrezione dei corpi?

«Non possiamo immaginare l’Aldilà, perché non ne abbiamo esperienza e più radicalmente perché l’Aldilà è Dio stesso, a cui speriamo di essere uniti per sempre. Per la fede, la resurrezione dei corpi è qualcosa di assolutamente reale, ma non di “fisico”. Non è un ritorno alla vita di questo mondo. Su questa, come su altre verità della fede, ho sempre avuto delle tentazioni, dalle quali il Signore in questi ultimi mesi spero che mi stia liberando. Tentazioni, non dubbi».

Che differenza c’è?

«Il dubbio implica la sospensione dell’assenso di fede; e da questa il Signore mi ha preservato».

«Diceva Cardinal Martini, ogni uomo è un’infinita possibilità: anche i criminali». Il Dubbio il 17 Febbraio 2021. Pubblichiamo un estratto del libro “Un’altra storia inizia qui” che la nuova ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha scritto insieme ad Adolfo Ceretti. E così il percorso imprevedibile dei pensieri coraggiosi e lungimiranti di Carlo Maria Martini – descritti dall’amico Adolfo Ceretti in questo volume in modo raffinatissimo – ha raggiunto anche me. Quel pensiero profondo e innovativo sulla giustizia, sul male, sulla colpa, sulla pena, sul carcere, sulla riconciliazione mi ha raggiunta ora, anche se, inevitabilmente, mi ha lambita sin dagli anni della sua presenza a Milano: quelli sono anche gli anni dei miei studi giuridici e dei miei primi passi nella carriera accademica nel capoluogo lombardo, ma in quella fase i miei interessi erano rivolti altrove, professionalmente concentrati su altri rami del diritto. Non è sufficiente essere esposti a riflessioni pro fonde per esserne perturbati; occorre che il terreno sia preparato perché una parola, un’idea, un pensiero, pur sublimi, si radi chino e si accendano in chi ascolta. E per comprendere una riflessione sulla realtà dei delitti e delle pene “bisogna aver visto”, come osservava Piero Calamandrei in un celebre intervento sulla situazione del carcere pubblicato sulla rivista Il Ponte nel 1949 (CALAMANDREI, 1949). Anche per Carlo Maria Martini è iniziato così, dall’aver visto. Anzi: dall’aver visitato. Noto studioso e biblista, uomo di pensiero e di riflessione, Martini inizia la sua attività pastorale come arcivescovo di Milano scegliendo come luogo di elezione proprio il carcere di San Vittore, per il risuonare in lui Vangelo secondo Matteo che tante volte ha ripetuto nei suoi scritti e nei suoi interventi: «Ero in carcere e mi avete visitato». «Venendo a Milano, ho voluto iniziare la visita pastorale alla città e alla Diocesi cominciando proprio dal carcere di San Vittore, quale segno emblematico delle contraddizioni e delle sofferenze della società. Mi urgevano e mi urgono dentro le parole di Gesù: “Ero in carcere e mi avete visitato» (cfr. Matteo 25, 43). L’azione del visitare nel pensiero di Carlo Maria Martini ha una valenza umana e religiosa profondissima: lungi dalla formalità dell’atto di cortesia che talvolta il linguaggio comune evoca, descrive un rapporto coin volgente, come quello biblico di Dio che visita il suo popolo. «Il termine “visitare” va compreso naturalmente nel suo profondo e ricco significato biblico: Dio “visita” il suo popolo perché lo vuole incontrare, vuole stare con lui e condividerne la vita, vuole provvedere ai suoi bisogni e soccorrerlo nell’angoscia, vuole liberarlo dalla prigionia». Similmente: «Visitare i carcerati vuol dire prendersi cura di loro, recarsi nella casa dei prigio nieri, intrattenersi con loro per amicizia, offrire ad essi un possibile servizio, liberarli». È singolare notare che il verbo utilizzato dalla versione greca di Mt 25,36 e Mt 25,43, in corrispondenza del verbo latino visitare, è episkeptomai, verbo che, nella sua gamma semantica, include il “vedere con attenzione”. Da questa parola deriva il termine con cui ancora oggi si indica il munus episcopale del vescovo racchiude in sé, come suggerisce il verbo greco, le azioni di andare a vedere, visitare, ma anche aiutare i più deboli provvedendo ai loro bisogni. È di grande suggestione pensare che l’arcivescovo di Milano abbia iniziato la visita pastorale della città immedesimandosi fino in fondo con quel compito che sin dal nome che lo designa evoca, quasi letteralmente, l’atto di visitare piegandosi su chi soffre di più. È l’esperienza del carcere, ripetutamente e regolarmente visitato, la sorgente del suo pensiero così carico di idee nuove tanto nella sua dimensione teologica e biblica quanto in quella civile e sociale. È dal vedere che sorge l’idea. Idea viene dal greco idéin, che pure significa vedere. Quando ci si lascia coinvolgere dall’esperienza di ciò “che abbiamo udito, veduto, contemplato e toccato”, scrive Jean Vanier, sorgono le grandi domande. Sono soprattutto le “esperienze paradossali” di un “mondo sottosopra” a destare le domande e “le idee vengono quando ci si mette in ricerca, si fanno le domande” (VANIER, 2015, pp. 9- 24). Di qui la potenza creativa e innovativa del conoscere visitando. S i parva licet, anche noi giudici costituzionali, di recente, abbiamo visto, grazie a una encomiabile e inedita iniziativa della Corte costituzionale che ha preso avvio con una visita al carcere di Rebibbia il 4 ottobre 2018. Il viaggio della Corte costituzionale nelle carceri italiane (CORTE COSTITUZIONALE, 2018) ci ha portati in numerosi istituti di detenzione, dove abbiamo incontrato le persone ristrette, la Polizia penitenziaria, i direttori, gli educatori, i volontari. Abbiamo osservato i luoghi, abbiamo condiviso tempo ed esperienze, abbiamo dialogato e molto ascoltato. A chi scrive, il 15 ottobre 2018, è capita to di oltrepassare per la prima volta quella tante volte fu varcata dal cardinale Martini negli anni del suo episcopato. E così, avendo visto, è ora possibile rileggere con una consapevolezza accresciuta le parole e i pensieri di Carlo Maria Martini che, precorrendo i tempi con lungimiranza profetica, anticipava riflessioni che oggi incominciano a trovare accoglienza – benché ancora timida e incerta – nel dibattito pubblico sul carcere, sul senso della pena, sulle esigenze di sicurezza della società. Ciò che si scopre visitando il carcere è la consapevolezza che dietro le mura che recludono vive un mondo paradossale, un mondo sottosopra, per riprendere le espressioni di Jean Vanier; dove, per fermare la violenza, si deve compiere un atto di forza; dove, per tutelare i diritti, si debbono limitare i diritti; dove, per assicurare la libertà, si deve restringere la libertà; dove, per proteggere i deboli e gli indifesi, si devono rendere deboli e indifesi gli aggressori e i violenti. Il carcere è una realtà drammatica che costringe a fare verità [/ CAP3- 1] è lo specchio rovesciato di una società, lo spazio dove emergono tutte le contraddizioni e le sofferenze di una società malata. In seguito al primo incontro della Corte a San Vittore, è nato un rapporto con tante persone che abitano e animano quell’istituzione. Un gruppo di detenuti ha dato vita a un’iniziativa che è stata chiamata Costituzione viva: in questo ambito, dete nuti provenienti da ogni dove si trovano a riflettere con regolarità sui valori fondativi della nostra convivenza civile, guidati da alcuni docenti. (…). Il dramma del carcere non tollera formalità e finzioni, non sopporta discorsi di circostanza o richiami superficiali a buoni sentimenti. Visitare un carcere è una esperienza esigente: chiede una partecipazione integrale, di tutta la persona, con la sua professionalità e la sua umanità. Il carcere è un luogo dove accade che a ogni visita le domande che si destano sono assai più numerose e complesse delle risposte che si possono offrire. Significativo è che nel docufilm che racconta il viaggio in Italia della Corte costituzionale uno dei giudici, a un certo punto della sua visita, afferma: «Sento la drammaticità delle vostre domande e l’inevitabile inadeguatezza delle mie risposte». È dal senso di inadeguatezza rispetto ai problemi visti e dal lasciarsi inquietare dall’impatto con un frammento di realtà sconosciuta, contraddittoria e spiazzante che nascono nuovi interrogativi e di lì, for se, nuove idee: «Dopo gli incontri con i detenuti o in occasione degli scambi epistolari con loro, emerge ogni volta la domanda: è umano ciò che stanno vivendo? È efficace per un’adeguata tutela della giustizia? Serve davvero alla riabilitazione e al recupero dei detenuti? Cosa ci guadagna e cosa ci perde la società da un sistema del genere?» (MARTINI, 2003, pp. 10 e 80). La genesi dei “pensieri alti” di Martini – per attingere ancora una volta ad alcune felici espressioni di Adolfo Ceretti – si radica suo pensiero. Perciò, tra i moltissimi insegnamenti innovativi del cardinale, che hanno gene rato molti cambiamenti in Italia e altrove e che molto ancora potrebbero generare di fronte alla bruciante “domanda di giustizia” (MARTINI- ZAGREBELSKY, 2003) del nostro tempo, vorrei anzitutto insistere sul metodo che traspare dagli scritti che abbiamo la fortuna di poter leggere e meditare. I contributi di Carlo Maria Martini in materia di giustizia penale, oggi meritevolmente raccolti nel volume Non è giustizia (MARTINI, 2003), sono ricchi e numerosi e si contraddistinguono per la complessità della sua riflessione: mai esclusivamente giuridica, anche se mai priva di precisi riferimenti all’ordinamento vigente; mai meramente pragmatica, anche se contraddistinta da una conoscenza di prima mano di tante situazioni personali e istituzionali; mai esclusivamente teologica, anche se profondamente intrisa e pervasa dalla “Parola”, come Martini ama va ripetere. In ogni caso, dal punto di vista metodologico, il suo apporto al problema della giustizia non si esaurisce mai in una dimensione puramente intellettuale o speculativa. Del resto, il problema non può esse re affrontato in chiave teorico- speculativa: Martini lo afferma chiaramente nel suo dialogo con Gustavo Zagrebelsky, nell’edizione conclusiva della Cattedra dei non credenti del 29 maggio 2002, pubblicata in un prezioso volumetto dal titolo La domanda di giustizia. Invero è proprio Gustavo Zagrebelsky ad aprire le sue riflessioni con la constatazione che “giustizia” è un concetto inafferrabile, ineffabile, inattingibile sul piano concettuale (MARTINI ZAGREBELSKY, 2003, p. 4), anche se continuano a sovrabbondare gli studi che si testimonianza del bruciante bisogno e della “fame e sete di giustizia” che attraversano tutte le vite umane, personali e collettive (MARTINI ZAGREBELSKY, 2003, p. 12). Ogni tentativo di accostarsi al tema sul piano meramente speculativo è infecondo e destinato a fallire, perché la giustizia non è tanto un’idea che si colloca fuori di noi, ma “un’esigenza che postula un’esperienza personale: l’esperienza, per l’appunto, della giustizia o, meglio, dell’aspirazione alla giustizia che nasce dall’esperienza dell’ingiustizia e dal dolore che ne deriva” (MARTINI- ZAGREBELSKY, 2003, p. 16). Questa osservazione metodologica è la prima a essere ripresa e rilanciata dal cardinal Martini nella sua replica in quella medesima occasione (MARTINI- ZAGREBELSKY, 2003, p. 52), osservando che il senso della giustizia nasce paradossalmente da un’ingiustizia subita da noi o da chi ci è caro e che consideriamo parte di noi. Ed è lì, nell’ingiustizia subita, che mette le sue radici la regola aurea, di matrice biblica (Mt 7,12), del non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, (…) Il primo punto fermo del pensiero di Martini porta innanzitutto in primo piano una visione realistica della persona umana, una visione capace di guardare senza infingimenti al male che nasce dentro il cuore dell’uomo (MARTINI, 2003, p. 128), senza mai perdere la fiducia e la speranza nella possibilità di un cambiamento. Martini non smette di ribadire che l’uomo, ogni uomo, è peccatore e che “l’istinto del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza” (Gen 8,21); ma con altrettanta insistenza non smette neppure di ripetere che ogni persona è anche sempre recuperabile. Per questo, egli afferma, “Dio giudica il colpevole ma non lo fissa nella colpa identificandolo in essa” (MARTINI, 2003, p. 45). Dalla sapienza biblica, oltre che dalla sua conoscenza diretta e personale di tanti detenuti, egli trae la convinzione che “l’uomo vale, che l’uomo è educabile, che l’uomo può essere salvato”. E anche quando fosse colpevole, l’uomo «non è bestia da domare, bersaglio da colpire, delinquente da condannare, nemico da sconfiggere, mostro da abbattere, parassita da uccidere» ( MARTINI, 2003, p. 64). È sempre da stimare, da comprendere, da valorizzare, da responsabilizzare, perché l’uomo è sempre in divenire e non esiste nulla di irreversibile quando si parla di persona umana. È l’ammonimento rivolto, in forma poetica, da padre David Maria Turoldo nella poesia Salmodia contro la pena di morte, citata Non è giustizia (MARTINI, 2003, p. XVIII), come anche dal direttore della Casa di reclusione di Milano- Opera, Silvio Di Gregorio, nella sua Introduzione al catalogo della mostra fotografica di Margherita Lazzati Fotografie in carcere. Manifestazioni della libertà religiosa (LAZZATI, 2019, p. 5): Nessuno uccida la speranza neppure del più feroce assassino perché ogni uomo è una infinita possibilità. Da questo sguardo colmo di fiducia sulle potenzialità di recupero, sempre presenti, anche se spesso latenti, in ogni perso na quand’anche si fosse macchiata dei più ripugnanti delitti, consegue una concezione della pena radicata nella convinzione che chi sbaglia può sempre correggersi; sicché la pena deve guardare sempre al futuro, è chiamata a svolgere una funzione pedagogica ed educativa ed è volta a sostenere – con il tempo e con l’aiuto di presenze costruttive – un reale cambiamento della persona (ad esempio, MARTINI, 2003, pp. 32- 33 e 50- 51).

·        Gli Scismi Minacciati.

Chiesa, papa Ratzinger rompe il silenzio: «Deve demondanizzarsi e trasmettere la fede». Redazione lunedì 26 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. È durissima la reprimenda rivolta dal Pontefice emerito Benedetto XVI alla “sua” Chiesa, quella tedesca. Tanto più significativa poiché giunta ad interruzione di un lungo silenzio e messa nero su bianco in forma di risposta alla rivista Herder Korrespondenz. Papa Ratzinger non ha usato mezze parole né espressioni edulcorate per rivolgersi alle gerarchie cattoliche della Germania. Sbaglierebbe, tuttavia, chi vi intravedesse una implicita critica a Bergoglio. Tutt’altro: la Chiesa tedesca è da tempo sull’orlo di uno scisma su motivi di rilevante valore teologico e pratico, come la fine del celibato dei preti e l’apertura del sacerdozio alle donne. A dividerla da Roma è anche l’atteggiamento nei confronti delle unioni omosessuali.

Così Ratzinger alla rivista Herder Korrespondenz. Da qui l’esortazione di Ratzinger a dare vita ad una Chiesa che deve parlare «con il cuore e lo spirito». E che, soprattutto, sappia «demondanizzarsi». E qui le parole del Papa emerito si fanno amare. «Perché – spiega – finché nei testi ufficiali della Chiesa parleranno le funzioni, ma non il cuore e lo Spirito, il mondo continuerà ad allontanarsi dalla fede». Sullo sfondo, appunto, il cammino sinodale della Chiesa in Germania. Papa Ratzinger osserva che ci si attende «una vera e personale testimonianza di fede» degli operatori ecclesiastici. E critica duramente il fatto che negli ospedali, nelle scuole e nella Caritas «molte persone sono coinvolte in posizioni decisive che non supportano la missione della Chiesa. E spesso oscurano la testimonianza di questa istituzione».

La Chiesa tedesca nel mirino del Pontefice emerito. Addirittura micidiale la bordata finale. «I testi ufficiali della Chiesa in Germania – conclude infatti Benedetto XVI – sono in gran parte scritti da persone per le quali la fede è solo ufficiale». Nelle sue osservazioni, Ratzinger prende anche le distanze da un discorso tenuto nel 2011 a Friburgo. In quell’occasione parlò della necessità per la Chiesa di una “entweltlichte Kirche“, una Chiesa distaccata dal mondo. Una terminologia sulla quale ora il Papa esprime dubbi, sottolineando che quel termine non spiegava forse a sufficienza il carattere positivo di questa distanza dal mondo.

Una bufera scuote la Chiesa: cosa svela l'ordine del Papa. Francesco Boezi il 21 Luglio 2021 su Il Giornale. Tra tradizionalisti e progressisti, la Chiesa si trova di fronte a un'altra grande prova dopo la decisione del Papa sulla Messa in rito antico. Il ridimensionamento della Messa in latino è un caso e la bufera era prevedibile. La contesa non è solo liturgica: la Chiesa cattolica vive un momento in cui alcune distanze siderali, peraltro preesistenti, si manifestano continuamente e in maniera sempre più dura. Due visioni contrapposte, con tutte le loro sfumature, che possono essere notate anche solo a livello comunicativo. In realtà, i progressisti non stanno esultando più di tanto. Dopo la mossa del Papa, prevale il silenzio nella "sinistra ecclesiastica". Nessuno spumante stappato, insomma, ma un'esultanza strozzata che può avere comunque un suo particolare significato. Perché il sommerso attorno al rito antico, al netto degli atteggiamenti pubblici, è già tutto sulla scena e si è depositato in anni di polemiche ecclesiologiche. Traditionis Custodes - questo il nome del "Motu proprio" di Francesco - è per i tradizionalisti la più classica delle gocce capaci di far traboccare un vaso considerato ricolmo da tempo. Interpretare la reazione della "destra ecclesiastica" è più semplice. Per i conservatori è in atto ciò che le avvisaglie avevano raccontato con anticipo: più o meno da quando papa Francesco è stato eletto sul soglio di Pietro. Il tam-tam sulla imminente crisi del Messale romano ha origini pluriennali: questo - dicevano certi ambienti tradizionalisti - sarà il pontificato che depennerà la cosiddetta "Messa tridentina". O comunque la sconvolgerà - insistevano - per come la conosciamo. Da destra, sempre per semplificazione, erano anche certi che questi sarebbero stati gli anni della "Messa ecumenica", dell'ordinazione dei laici, delle diaconesse e così via. Forse la verità risiede nel mezzo. Il Papa non ha dato seguito alla rivoluzione in cui la sinistra ecclesiastica continua a sperare. Su questa storia del vetus ordo, tra chi legge la scelta del Pontefice come una legittima e necessaria limitazione e chi invece ne fa un dramma, ce ne passa. Ma la polarizzazione interessa tutta la Chiesa cattolica ed è risalente nel tempo.

Le reazioni. Il Summorum Pontificum di Benedetto XVI - Motu proprio diventato forse anche più rappresentativo delle sue iniziali intenzioni - era definito "sotto attacco" prima ancora che Jorge Mario Bergoglio ragionasse sulla normativa. Tanto che durante questo pontificato sono nate iniziative, blog ed eventi a vario titolo che sembravano mettere le mani avanti su un'imminente smobilitazione normativa. La fase odierna è quella in cui la "destra ecclesiastica" rivendica la ragione. Nel contempo, se i progressisti sorridono, lo fanno tacendo. Chissà perché. Poi si rincorrono le voci come quella rilanciata dal blog Campari e De Maistre secondo cui il Motu proprio di Bergoglio sarebbe opera di ambienti precisi: viene chiamata in causa l'ipotesi dell'Ateneo di Sant'Anselmo. I retroscena troveranno ulteriore spazio.

Cattolici, i tradizionalisti non conoscono crisi vocazionale. La querelle sul rito antico non è certo finita. Il mantra tradizionalista è che il Motu proprio dell'Emerito deve essere difeso. E anche se l'ondata dei contrari alla mossa del Papa non è ancora stata organizzata, non possono essere escluse iniziative plateali. C'è chi pensa anche a una maggiore partecipazione, con qualche forma di protesta, al pellegrinaggio annuale del Summorum Pontificum che ha caratura internazionale. Nel comunicato del coordinamento nazionale si legge la parola "resistenza". Ce ne sono tanti altri, ma quel termine può raccontare un obiettivo, che poi è quello di non riporre nel dimenticatoio il rito antico. Di fare in modo, insomma, che la mossa del Papa non significhi "cancellazione", come tanti critici scrivono in queste ore.

I perché della mossa di Francesco. Molti si interrogano su cosa abbia spinto Sua Santità a muoversi in questo modo. C'è chi pensa che Francesco abbia fatto bene. E che dunque sarebbe giusta la riforma della possibilità di celebrare secondo il Messale romano, estendendo le facoltà decisionali dei vescovi ed introducendo l'obbligo di costituire parrocchie ad hoc. È il caso del religioso Rosario Vitale, che sostiene che Bergoglio abbia agito con giudizio per almeno due ragioni: "La prima perché ritengo sia giusto che la Chiesa abbia un rito unitario, che faccia risaltare, per citare le parole del Santo Padre, 'la comunione anche nell'unità di un solo Rito'". Dopodiché - annota Vitale - è la ratio stessa del Summorum Pontificum del papa emerito che sarebbe ormai passata in secondo piano: "Non sussiste più la ragione per cui Giovanni Paolo II con il documento Ecclesia Dei e Benedetto XVI con il Summorum Pontificum avevano permesso il ritorno al vetus ordo, che come sappiamo era quello di arginare lo scisma messo in atto da monsignor Lefebvre all'indomani del Concilio. Per cui - conclude il religioso - la decisione del Santo Padre mi trova pienamente d'accordo".

Quella scure di papa Francesco Chiuso l'istituto tradizionalista. Insomma, la questione dei lefebvriani - cui Francesco era sembrato persino vicino durante alcune fasi di questo pontificato - non sarebbe più di attualità secondo alcuni sostenitori della mossa del Papa. Dunque ben venga il nuovo Motu Proprio, tenendo conto dell'ubbidienza che chi è consacrato deve sempre perseguire nei confronti del Santo Padre.

Le "distorsioni" su cui è intervenuto papa Francesco. Francesco, nel normare il vetus ordo, ha anche citato alcune "distorsioni" liturgiche. Chi e come ha distorto le indicazioni sulla Messa antica dettate dal pontefice polacco e da quello tedesco? Perché Bergoglio nel presentare Traditionis Custodes cita quelle "distorsioni"? Vitale sul punto è lapidario: "Non possiamo parlare di errori liturgici perché l’uso del messale edito nel 1962 è stato permesso dai documenti che prima ho citato - premette - , tuttavia c’è da dire che la facoltà che nacque con lo scopo di ricucire uno scisma venne ben presto interpretata da molti come possibilità per tornare a rispolverare il vetus ordo. Vi fu certamente un errore di valutazione, e anche sotto questo punto di vista un abuso". San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avrebbero dunque assecondato l'utilizzo del Messale romano con il fine esclusivo di evitare eccessive fughe verso la Fraternità San Pio X. Non solo: il terzultimo ed il penultimo pontefice avrebbero, con l'Ecclesia Dei e con il Summorum Pontificum, tentato di costruire un "ponte" con i lefebvriani. Quasi come se la Messa antica costituisse un segno imperituro di dialogo verso chi aveva deciso di percorrere strade alternative dopo il Concilio Vaticano II.

Un membro Cei attacca la Messa di Ratzinger. L'ex pontefice non è intervenuto sul punto. E sarebbe stato clamoroso il contrario. Hanno tuttavia detto la loro due cardinali considerati "conservatori", ossia il cardinal Raymond Leo Burke e l'ex prefetto della Dottrina della Fede, Gherard Ludwig Mueller. Il porporato americano, come si legge sul blog di Aldo Maria Valli, ha parlato di "durezza" in relazione al Motu proprio di Francesco. Il "principe della Chiesa" teutonico, come si apprende da Katolisch.de, sarebbe parso invece critico nei confronti della riforma del Papa gesuita. È la dimostrazione di come la preoccupazione di quei fedeli che si sbracciano dopo l'annuncio della rivoluzione sia condivisa anche da alcuni alti-ecclesiastici.

Quelle "ferite riaperte" dal Motu proprio di Francesco. Padre Federico Pozza dell'Istituto Cristo Re di Firenze premette di aver letto il Motu proprio soltanto due volte. Questo però consente comunque al monsignore di notare come Traditiones custodes intervenga "per disciplinare la celebrazione della Santa Messa secondo il Messale del 1962 da parte dei sacerdoti diocesani che hanno scoperto l'uso più antico del Rito Romano dopo il Motu proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI". La riforma sanerebbe dunque una sorta di gap normativo. "L'intervento del 2007 - spiega però don Pozza - poneva fine ad un'inutile guerra liturgica in seno alla Chiesa, e questo nuovo provvedimento potrebbe riaprire ferite che si stavano risolvendo". Le ferite che, secondo alcuni, Joseph Ratzinger aveva risanato proprio attraverso il suo di Motu sulla cosiddetta tridentina.

Perché oggi tutti riscoprono la grandezza di Ratzinger. Ma oggi Benedetto XVI non è più il vertice della Chiesa cattolica. E Traditionis Custodes ha suscitato i commenti più disparati. Tra questi, appunto quello del cardinal Burke, che ha parlato di "durezza". Cosa ne pensa monsignor Federico Pozza? "Dal tenore del Motu proprio e dalla lettera che lo accompagna - afferma l'ecclesiastico- , effettivamente il nuovo testo normativo parte da una visione molto pessimistica dei cattolici legati a questa legittima e mai abrogata espressione liturgica". Il dato secondo cui la riforma di Bergoglio intervenga con estrema decisione è dunque condiviso. Poi la speranza, almeno tra coloro che vorrebbero continuare a celebrare secondo il vetus ordo: "L'esperienza, in generale, di questi ultimi 14 anni è stata ricca di bei frutti spirituali e pastorali. Certamente - chiosa Pozza - è auspicabile che le Congregazioni romane tengano conto di questi frutti e che non mortifichino i fedeli che con spirito di reale comunione ecclesiale hanno scoperto i tesori spirituali dei libri liturgici anteriori alla riforma del 1970". La sensazione è che in tanti, pur tenendo conto delle indicazioni del Santo Padre, continueranno a celebrare il rito antico.

Chi è il cardinale Mueller, l’ultimo ratzingeriano. Francesco Boezi su Inside Over il 29 agosto 2021. Il cardinale Gherard Ludwig Mueller è un conservatore. L’affermazione può sembrare superflua, ma nell’attuale contesto dell’assemblea cardinalizia non lo è affatto. Se non altro perché i cardinali conservatori, nel prossimo Conclave, dovrebbero rappresentare una conclamata minoranza. Forse si conteranno con le dita di una mano.Il porporato teutonico era stato scelto da papa Francesco per guidare la Congregazione per la Dottrina della Fede. Poi, dopo cinque anni di mandato, Jorge Mario Bergoglio non ha rinnovato l’incarico all’alto-ecclesiastico tedesco, preferendo il gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer: il Papa ha impiegato qualche tempo per procedere con la successione. Comunque sia, dal momento della “cacciata” in poi, Mueller è entrato di diritto in un elenco: quello composto da coloro che qualcuno ha chiamato cardinali “misericordiati”, ossia i porporati che sono stati ridimensionati dalle scelte dell’ex arcivescovo di Buenos Aires. Si pensi al cardinale Raymond Leo Burke o, in misura diversa, al cardinal Antonio Canizares Llovera. In questa fase, il cardinale Mueller, che è un ratzingeriano, si sta distinguendo per la critica a Traditionis Custodes, il Motu proprio tramite cui il Santo Padre ha limitato le facoltà di celebrare la Messa antica, disponendo che saranno i vescovi a decidere se autorizzarne o meno la celebrazione. Secondo quanto riportato dal blog di Sabino Paciolla, il cardinale, su Traditionis Custodes, ha scritto quanto segue, all’interno di una sua riflessione: “Invece di apprezzare l’odore delle pecore, il pastore qui le colpisce duramente con il suo bastone”. Sono toni di chi non ha paura di diffondere la sua opinione, al netto della gerarchia curiale. Mueller ritiene, come tanti altri, che la Messa antica sia attualissima e magari anche foriera di frutti vocazionali. Tra i vari episodi di cui è stato protagonista nei confronti del Santo Padre e delle polemiche che hanno riguardato la sua azione, ci si ricorderà del cardinale per un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera. In quella circostanza, Mueller ha segnalato l’esistenza di una “fronda” di curiali disposti ad organizzare un’ opposizione al Papa, creando un “gruppo” ad hoc. Questi ecclesiastici avrebbero voluto proprio il cardinale teutonico come referente, ha rivelato l’interessato. Ma, facendo emergere quel tentativo, che avrebbe portato ad una frattura interna semi-ufficiale, Mueller ha di fatto ribadito la sua assoluta fedeltà al Santo Padre. 

Le origini e la formazione. Il cardinale Gherard Ludwig Mueller è nato nel 1947 ed è originario di Magonza. Come altri suoi colleghi cardinali, Mueller ha una formazione teologico-filosofica. Per un prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sarebbe stato strano il contrario. Il porporato tedesco è un allievo del cardinale Karl Lehmann, che, durante gli anni di San Giovanni Paolo II (ma non solo durante quelli), è stato spesso annoverato tra i critici progressisti dell’operato del Papa polacco. Lehmann è stato considerato uno dei “grandi elettori” dell’odierno pontefice. Storico presidente della Conferenza episcopale della Germania, Lehmann è noto alle cronache pure per essere stato associato al gruppo della “mafia di San Gallo”. Almeno così è stato definito dal cardinale belga Godrfried Danneels. Si tratterebbe di un gruppo di porporati impegnato a far passare battaglie dottrinali progressiste, in specie tra i vertici della Chiesa cattolica. Poi, certe teorie del complotto o simili, hanno addirittura sparato più in alto, parlando di “mafia di San Gallo” in relazione a strategie elettorali riguardanti il soglio di Pietro. Ma si tratta di suggestioni mai dimostrate. Anche perché non ci si potrebbe mettere d’accordo, magari in modo vincolante, tra gruppi, per eleggere il successore di Pietro, peraltro prima del Conclave. Fatto sta che, considerando le battaglie portate avanti da Mueller in questi anni, viene naturale chiedersi cosa c’entri con gli insegnamenti di Lehman, che ha fatto anche da controcanto a Joseph Ratzinger. Bene, Mueller è un uomo che ha fatto del dialogo una cifra stilistica. Nessuno può mettere in discussione l’ortodossia dottrinale del cardinale. Ma il porporato di Magonza è spesso stato un “ponte” tra le teorie teologiche progressisti e quelle conservatrici. Per intenderci: Mueller ha avuto modo di apprendere molto anche dal peruviano Gustavo Gutierrez, che ha contribuito alla fondazione della teologia della liberazione. E forse è proprio per questa sua caratteristica che Bergoglio lo aveva selezionato tra tanti “candidati” come traghettatore tra l’impostazione ratzingeriana e quella che poi, nel tempo, sarebbe divenuta l’impronta bergogliana dell’ex Sant’Uffizio. Ma se dovessimo nominare un solo maestro del porporato teutonico, nomineremmo Joseph Ratzinger. Una curiosità: Mueller è stato arcivescovo di Ratisbona, la città da cui Benedetto XVI ha pronunciato la nota “lezione” sull’islam.

La strana "cacciata" dall'ex Sant'Uffizio. La particolarità della “cacciata” di Mueller non riguarda tanto la “rimozione” di in sé, perché capita nelle logiche curiali che un cardinale non venga confermato da un Papa. La “stranezza”, per così dire, è relativa alle tempistiche. In molti, infatti, si stupirono che papa Francesco avesse evitato di assegnare un secondo mandato ad un ecclesiastico cui aveva affidato un incarico centrale per la Chiesa cattolica. Difficile, per la tradizione della Santa Sede, che un prefetto dell’ex Sant’Uffizio svolga quel ruolo per soli cinque anni, senza almeno un secondo mandato. Ma l’esperienza di Mueller nella prefettura che fu di Joseph Ratzinger è stata breve. Non si è mai ben capito il perché della scelta del Papa, considerando pure come il cardinale tedesco non abbia mai agito attraverso fughe in avanti o critiche feroci rispetto alla linea del pontefice. Qualche ricostruzione giornalistica ha chiamato in causa delle divergenze d’impostazione tra Mueller ed il primo pontefice gesuita della storia: si sarebbe trattato di una disputa sulle modalità di gestire la battaglia contro gli abusi. L’ex Sant’Uffizio ha un ruolo decisivo in quell’ambito. Ma, in specie tra i tradizionalisti, ha prevalso la versione secondo cui il cardinale non sarebbe stato riconfermato per divergenze dottrinali. Certo, Mueller – come abbiamo già ribadito – proviene dalla scuola ratzingeriana. E su alcune questioni dottrinali che sono state aperte durante questo pontificato non ha voluto tacere. Tuttavia il porporato tedesco, ad esempio, non aveva sottoscritto i Dubia su Amoris Laetitia né intrapreso azioni plateali, magari di contrasto, durante la sua permanenza all’ex Sant’Uffizio. Almeno per quello che è emerso al livello pubblico.

La linea intransigente. Presentare una carrellata delle posizioni espresse dal cardinale Gherard Ludwig Mueller, significa immergersi nel conservatorismo ecclesiastico. Il cardinale sembra temere ad esempio che la Chiesa cattolica si stia trasformando in una Ong. In relazione a questa affermazione, il porporato tedesco non ha esitato nel criticare la possibilità che le benedizioni alle coppie vengano estese pure a quelle omosessuali. Più in generale, Mueller non si è risparmiato nel criticare alcune intenzioni del Sinodo biennale della Conferenza episcopale tedesca. In quadro come quello tedesco, che è sempre più “protestantizzato”, Mueller rappresenta un’eccezione, significativa, ma pure sempre un’eccezione. I critici del Sinodo, come nel caso dei cardinali conservatori presente in assemblea cardinalizia, si contano sulle dita di una mano in Curia. Ma Mueller è arrivato ad etichettare il “Concilio biennale” dei teutonici come privo di “legittimazione”. Attenzione, poi, alle idee di Mueller in materia di dialogo con le altre confessioni religiose. Si discute molto di quanto Bergoglio abbia gerarchicamente equiparato il cattolicesimo all’islam attraverso più di una dichiarazione formale. Prescindendo se l’operazione di Francesco corrisponda o no al vero, Mueller ha sostenuto pubblicamente che i cristiani non hanno la facoltà di pregare alla maniera dei musulmani, perché “i fedeli dell’Islam non sono figli adottivi di Dio per mezzo della grazia di Cristo, ma solo suoi sudditi”. L’intervento rientra nel più complesso macro-argomento del multiculturalismo, che l’alto ecclesiastico ha affrontato più volte. Il cardinale è un conservatore pure in bioetica. Infine, nel 2019, il nativo di Magonza ha reso noto un “Manifesto della fede”, che è stato scritto per reagire nei confronti di una “confusione” tanto imperante quanto persistente nei contesti ecclesiastici. Qualcuno ha interpretato quel documento come una mossa diretta a Bergoglio.

La mano tesa di papa Francesco. Siamo nel febbraio 2020. Lo scontro tra progressisti e conservatori procede, com’è spesso accaduto durante il pontificato dell’argentino, a fasi alterne. Esistono momenti di picco e momenti in cui la battaglia tra “schieramenti” sembra assopirsi. Mueller all’epoca è già un ex prefetto. Papa Francesco compie un passo inaspettato. Con il Sinodo sull’Amazzonia alle spalle, Bergoglio comunica al cardinale, peraltro attraverso una lettera pubblicata pure dalla stampa, di aver letto con interesse un altro documento che Mueller aveva scritto, proprio in funzione dell’appuntamento sinodale che avrebbe potuto discutere pure di abolizione del celibato. Curioso notare come il cardinale non fosse affatto allineato con chi, nel corso del Sinodo, avrebbe voluto approvare tutta una serie di modifiche dottrinali che poi sarebbero state riproposte, in larga parte, con il Sinodo tedesco. In quei mesi, si è discusso abbastanza di come papa Francesco avesse forse perso l’appoggio dei progressisti, cercando di tendere la mano dei confronti del mondo conservatore, che Gherard Ludwig Mueller ben sintetizza. 

La battaglia di Burke: il "principe" dei conservatori. Francesco Boezi il 22 Agosto 2021 su Il Giornale. Il cardinale è al centro delle cronache per aver contratto il Covid. In questi anni, il porporato si è distinto per numerose battaglie che gli hanno assegnato il ruolo di guida dei conservatori. Il cardinale Raymond Leo Burke è al centro delle cronache per via del Covid-19. Il porporato ha contratto l'infezione ed è stato ricoverato negli Stati Uniti, dove è costretto anche all'ausilio del respiratore. Proprio nella giornata di ieri, però, è arrivato un aggiornamento importante: l'alto ecclesiastico americano è uscito dalla terapia intensiva, così come riportato da molti media cattolici. Buona parte della stampa progressista si è soffermata sulle recenti posizioni di Burke in materia di vaccini. E una parte del mondo cattolico ha criticato la linea scelta da alcuni mezzi d'informazione. Almeno di quelli che, nel dare la notizia della malattia del consacrato, hanno posto l'accento sul pensiero del "principe della Chiesa" riguardo le vaccinazioni. I cattolici più vicini a Burke stanno lanciando iniziative di preghiera per l'alto ecclesiastico. Preghiere che peraltro lo stesso cardinale ha richiesto. Tutto questo però dimostra che si è innescato un meccanismo mediatico simile a quello riservato a Boris Johnson all'epoca del ricovero. Qualcosa che è valso pure per Donald Trump e Jair Bolsonaro. C'è un punto che forse va chiarito. La linea della Chiesa cattolica sui vaccini non è espressa dal porporato americano ma dal Papa, che proprio in questi giorni ha dichiarato che "vaccinarci è un modo semplice di promuovere il bene comune e di prenderci cura gli uni degli altri, specialmente dei più vulnerabili", così come si legge pure su @pontifex, ossia l'account pontificio su Twitter. Jorge Mario Bergoglio è anche in prima linea per la liberalizzazione dei brevetti vaccinali, in funzione dell'estensione dell'accessibilità dei vaccini alle periferie del mondo. Insomma, non esistono dubbi su quale sia la posizione del Vaticano sulle misure da prendere per contrastare la pandemia.

Il cardinale conservatore. Per comprendere chi sia il cardinal Burke, più che rimarcare le sue dichiarazioni sui vaccini, conviene guardare alle battaglie portate avanti in tutti questi anni. Anzitutto Burke è uno dei quattro membri dell'assemblea cardinalizia che ha firmato i "dubia" su Amoris Laetitia, l'esortazione apostolica che ha aperto dottrinalmente alla comunione per i divorziati risposati. Una sottoscrizione che ha contribuito a sviluppare la fama di "conservatore" del patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta. Per quanto non sia mai esistita una vera e propria "opposizione" a Bergoglio, Burke è di certo associabile a quella parte di Chiesa cattolica che ha preso posizione in senso critico su alcuni provvedimenti presi durante questo pontificato. In ambito politico, Burke si è distinto durante la campagna elettorale americana per la sua rigidità, dove ad esempio ha espresso parere contrario sul "diritto alla comunione" di Biden. Il neo presidente Usa è favorevole all'aborto, e dunque per il cardinale statunitense non dovrebbe ricevere l'eucaristia. Il punto è stato discusso anche ai livelli apicali dell'assemblea vescovile americana, mentre la Santa Sede ha frenato le velleità dei vescovi conservatori.

Burke, in ambito "politico", è stato considerato un "trumpiano". In realtà, più che per le simpatie verso l'ex presidente degli Usa, il cardinale si è sempre distinto per l'intransigenza in bioetica. Il che va di pari passo con le critiche al progressismo normativo e culturale di portata Dem.

Le battaglie sulla Messa e sul multiculturalismo. Di recente, l'alto ecclesiastico americano si è pronunciato su Traditionis Custodes, il Motu proprio di Francesco che disciplina sulla Messa antica. Sul vetus ordo e sul suo ruolo all'interno della tradizione cattolica, Burke ha scritto un documento in cui - come si legge sul blog di Sabino Paciolla - si fa presente pure che: "Uno spirito scismatico o uno scisma vero e proprio sono sempre gravemente malvagi, ma non c’è nulla nell’UA che favorisca lo scisma. Per quelli che hanno conosciuto l'UA (la Messa in rito antico secondo l'abbreviazione statunitense ndr) in passato, come me, si tratta di un atto di culto segnato da una bontà, verità e bellezza plurisecolari". Il cardinal Burke si è schierato con chi ritiene che la cosiddetta tridentina non debba essere messa in discussione. La voce del porporato non è stata l'unica a levarsi, ma è stata di sicuro tra le principali. Le battaglie affrontate da Burke sono molte ed è difficile procedere con un'elencazione esaustiva. Il cardinale è un critico del multiculturalismo, ad esempio. Ma, più in generale, la dottrina cristiano-cattolica ha rappresentato il principale terreno di scontro tra il consacrato statunitense e gli emisferi progressisti, in specie in contemporanea con questo pontificato. Il cardinale non è un teorico del dogma del dialogo con l'islam. E neppure un aperto simpatizzante della linea aperturista in materia di fenomeni migratori. Nel 2019, ha persino chiesto che venisse limitato "l'ingresso degli islamici". Tutte posizioni che hanno contribuito ad annoverare il cardinale tra gli elenchi della "destra ecclesiastica".

Il nodo vaccini. In merito ai vaccini, come ripercorso da Aska News, il porporato americano aveva dichiarato che "deve essere chiaro che la stessa vaccinazione non può essere imposta, in modo totalitario, ai cittadini". Non solo, perché Burke aveva assecondato il parere secondo cui i vaccini avrebbero potuto prevedere "una sorta di microchip che deve essere posto sotto la pelle di ogni persona, in modo che in qualsiasi momento possa essere controllata dallo Stato in merito alla salute e ad altre questioni che possiamo solo immaginare”. Inoltre, il cardinale si era soffermato sulla derivazione dei vaccini da linee cellulari provenienti da feti abortiti, manifestando contrarietà. Pure su questo aspetto, però, la Santa Sede è stata chiara, definendo gli ambiti di liceità.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta". Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju". Sono giornalista pubblicista.

Tutti contro tutti, tema: Sinodo in Germania. Fabrizio Mastrofini, Giornalista e saggista, su Il Riformista il 17 Giugno 2021. Tema: il Sinodo della Chiesa tedesca. Ultimo atto (per adesso), interviene il cardinale tedesco Walter Kasper, teologo di fama, ora in pensione, ed in una lunga intervista spiega il suo punto di vista assai critico verso quello che sta accadendo nella Chiesa in Germania, con il Sinodo in corso e le vagheggiate possibilità di “scisma”. A dire la verità, lo “scisma” piacerebbe tanto a molti giornalisti, che si troverebbero a “coprire” un evento di cui non hanno memoria, essendo accaduto 500 anni fa e loro purtroppo non erano lì! In ogni caso il cardinale Kasper non ha fatto i conti con l’acume e le analisi teologiche del prof. Andrea Grillo, che ne smonta le argomentazioni pezzo per pezzo. Nell’intervista – spiega Grillo – il cardinale Kasper “rispolvera il più classico degli argomenti dell’antimodernismo: ‘perché il Cammino sinodale…non ha esaminato le questioni critiche alla luce del Vangelo?”. Per quanto importanti possano essere le nozioni delle scienze umane “la norma è solo Gesù Cristo, nessuno può porre un altro fondamento”. Per quello che ho letto del Cammino sinodale, mi pare che il riferimento alla ‘norma Gesù Cristo’ non sia mai mancato. Che da un uomo così colto e così prudente possa venire un argomento così rozzo sembra quasi incredibile. Se ad un Sinodo, per di più di natura nazionale, si oppone l’obiezione di ‘non seguire il Vangelo’ e di non avere “Cristo come norma”, si solleva una questione talmente viscerale e pesante, da screditare l’intero fenomeno, senza alcuna possibilità di appello. Di fatto si cade nella logica di una accusa ‘di scisma/eresia’, basata però su un grave pregiudizio. La domanda giusta da sollevare dovrebbe essere ‘quale mediazione istituzionale’ deve essere posta dalla Chiesa perché Gesù Cristo resti la norma? Come è possibile che il card. Kasper abbia dimenticato che il “mondo”, con il suo sapere e le sue forme di vita, non è solo ‘perdizione’ per lo Spirito, ma anche luogo dello Spirito”.

Insomma il cardinale Kasper ne esce proprio malconcio. Ma è il segno di quanto i problemi sono seri, soprattutto tra chi vorrebbe ingessare la realtà e la Chiesa mentre la spinta della Storia non si può certo ignorare…

Mondo cattolico a diverse velocità. Fabrizio Mastrofini, Giornalista e saggista, su Il Riformista il 19 Giugno 2021. Gira proprio a diverse velocità (il mondo cattolico!). I vescovi Usa si intestardiscono sul tema della comunione e mandano a dire al Vaticano che non conta nulla. Il cardinale Ladaria manda una lettera dicendo che un documento sull’uso della comunione non è opportuno? E loro vescovi ieri a grande maggioranza (168 contro 55) votano per stilare un testo. La comunione diventa un tema politico? E ai vescovi sta bene. Ma a pensarci bene, se non dai a Biden cattolico la comunione, che cosa cambia? Nessuno lo sa, ma come al solito sarebbe una vittoria ideologica. Poi avrai dozzine di deputati fedifraghi, magari cornificatori di mogli e mariti, favorevoli alla pena di morte e alle armi, contro ogni riforma del sistema sanitario, ma li vedrai compatti tutti in fila a fare la comunione. E il Papa, alla fine, si trova una fronda piuttosto consistente e nessuno strumento di lavoro se non l’arma spuntata della “sinodalità”; molto suggestiva ma scarsa quanto a efficacia. Poi abbiamo un’altra velocità, del tutto diversa, data dai teologi dell’Appello Salviamo la Fraternità – Insieme, che sotto l’egida della Pontificia Accademia per la Vita, con l’arcivescovo Vincenzo Paglia e mons. Pierangelo Sequeri, chiedono che venga presa sul serio l’enciclica Fratelli Tutti e da qui parta un rinnovamento profondo della teologia. Dell’importanza del tema si è accorto il teologo Andrea Grillo che sul suo blog muove anche dei rilievi critici al documento, però nella sostanza comprende bene la centralità di un approccio nuovo ed inclusivo in teologia. E forse cominciamo a capire che sarebbe ora di tralasciare le “diverse” teologie – dogmatiche, fondamentali, morali… – e andare verso un approccio integrato. Scrive Grillo: questo appello a salvare la fraternità “può raggiungere diversi risultati, grazie alla sua impostazione formale. Può suscitare dialogo e confronto perché è già in sé frutto di questo dialogo e di questo confronto. Credo si possano individuare due obiettivi espliciti di un tale sviluppo, che mi sembrano del tutto condivisibili: – da un lato favorire un “lavoro teologico” chiaro, audace e paziente, “creativo e ospitale”, che sappia dialogare in modo davvero radicale con la cultura contemporanea, per rileggere la tradizione con un atto audace e paziente di “traduzione”; – dall’altro che abbia una incidenza ecclesiale capace di pensare e realizzare quelle riforme di cui la Chiesa confessa il bisogno da almeno 60 anni e la cui esecuzione non può non essere preparata da un “pensiero della fede” alla altezza della sfida. Per raggiungere questi due obiettivi, occorre aprire un dibattito, nella libertà e con rispetto, sulle tre parti qualificanti di questo testo, ossia sulla “descrizione della condizione ecclesiale e culturale” (SF 1-14), sull’appello ai Discepoli (SF 14-19) e sulla Lettera aperta ai Saggi (SF 19-23). A ciascuna di queste parti vorrei dedicare un commento specifico nei prossimi giorni”. Leggerò con interesse le prossime considerazioni di Grillo! E vediamo dove ci portano le due velocità!

Flavio Pompetti per “il Messaggero” il 19 giugno 2021. Niente più comunione per il presidente degli Usa Joe Biden, così come per gli altri personaggi pubblici di spicco che non aderiscono al dettame fondamentale della chiesa cattolica. La conferenza dei vescovi negli Stati Uniti ha deciso di definire con uno scritto quali devono essere le linee di «coerenza eucaristica» alle quali devono rispondere i fedeli più in vista nella comunità culturale, in quelle della politica e dello spettacolo, per continuare ad avere accesso al sacramento. Lo ha fatto nonostante il monito emesso dal Vaticano che incoraggiava ad evitare di esprimere un orientamento in materia, e al termine di tre giorni di dibattito acceso, e spesso rivelatore dei risvolti politici che la decisione implica. L' iniziativa di compilare il documento è stata votata dal 72% dei 433 prelati (155 contro 55, con 6 astenuti), tra quelli ancora in carica e quelli che sono in pensione. Se la stessa percentuale voterà lo scritto una volta compilato il prossimo novembre, la direttiva sarà adottata da tutte le diocesi degli Stati Uniti. Le disposizioni non saranno vincolanti. Quando la stessa questione fu proposta nel 2004, la conferenza a grande maggioranza (183 voti contro sei) decise di non decidere, e lasciò che fossero i singoli vescovi a scegliere caso per caso se e a chi continuare ad amministrare il sacramento. Il cardinale Wilton Gregory ad esempio, che è arcivescovo della comunità di Washington, ha già detto ripetute volte in passato che non intende negare la comunione a Joe Biden, uno dei più ferventi cattolici ad aver mai abitato la Casa Bianca. Ora che la questione è tornata in primo piano comunque, e con il dibattito destinato ad arroventarsi ulteriormente in vista del voto finale che si terrà a novembre, la spaccatura evidenziata dal confronto degli scorsi giorni continuerà ad approfondirsi, e avrà un’influenza determinante sul parallelo percorso politico in vista delle elezioni di metà mandato del 2024. Biden non è l'oggetto specifico del provvedimento. Ne è coinvolto per le posizioni a favore del diritto di scelta delle donne in caso di aborto che ha sempre patrocinato nel corso della sua carriera politica. La nuova composizione della corte Suprema, sbilanciata da una forte maggioranza di giudici conservatori, ha rinfocolato la speranza del movimento antiabortista che da decenni si batte per far revocare il parere espresso dalla consulta nel gennaio del 1973 in merito al processo «Roe contro Wade», quello che aprì al tempo le porte degli ospedali alla pratica dell'interruzione della gravidanza. Il movimento conservatore all' interno della chiesa statunitense ha appoggiato la campagna che sembra in grado di ricompattare le file dell'ortodossia religiosa, a loro giudizio compromessa da decenni di eccessivo permissivismo da parte delle autorità religiose, e negli ultimi anni minacciata dal liberismo ideologico che i conservatori attribuiscono a Papa Francesco. Il partito repubblicano che dopo la sconfitta di Trump è alla ricerca di una nuova leva per rilanciare l'immagine del partito, è ben felice di sposare la causa, e di chiedere sulla base dell'attacco finale all' aborto il consenso delle urne per il 2024. I risvolti politici sono emersi fin dall' inizio della discussione nel seno della conferenza episcopale, quando l'ex vescovo di San Angelo in Texas Michael Pfeipfer ha chiesto ai colleghi di concentrarsi sulle «iniziative a favore dell'aborto del nostro presidente, specialmente quella che riguarda l'infanticidio». Biden naturalmente non ha mai proposto o firmato provvedimenti che riguardano l'infanticidio, ma la bufala circola liberamente nei siti oltranzisti che alimentano il calore del dibattito. Il voto finale sulla questione il prossimo novembre non ha un esito scontato. Più probabile è la frattura che provocherà all' interno della comunità cattolica, la quale rappresenta un quarto dell'elettorato nazionale negli Stati Uniti.

Laura Zangarini per "corriere.it" il 15 giugno 2021. Il Vaticano ha ammonito i vescovi conservatori americani a frenare le loro pressioni per negare la comunione ai politici che sostengono i diritti all'aborto, tra cui il presidente Joe Biden, secondo leader alla Casa Bianca a essere cattolico praticante. Ciononostante, i vescovi americani insistono e si prevede che impongano un dibattito e forse un voto in materia in una conferenza virtuale che inizia mercoledì e che potrebbe scavare un solco tra la Santa Sede e la Chiesa cattolica Usa. Ne dà conto il «New York Times». La «crociata» è guidata da alcuni vescovi le cui priorità sono chiaramente allineate con quelle dell'ex presidente Donald Trump e che vogliono ribadire la centralità dell'opposizione all'aborto nella fede cattolica dettando una linea dura. Tra loro l'arcivescovo José Gomez di Los Angeles, presidente della conferenza episcopale Usa, che il pontefice non ha mai promosso al rango di cardinale. «La preoccupazione in Vaticano è di non usare l'accesso all'eucarestia come armapolitica», spiega al Nyt Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, gesuita molto vicino al Santo Padre. Papa Francesco ha detto questo mese che la comunione «non è la ricompensa dei santi ma il pane dei peccatori». E il cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, ha scritto una lettera ai vescovi americani avvisandoli che un voto su tale questione potrebbe «diventare una fonte di discordia piuttosto che unire l'episcopato e allargare la chiesa negli Stati Uniti».

Il Papa è accerchiato. Ora è "guerra" sul presidente Usa. Francesco Boezi il 16 Giugno 2021 su Il Giornale. I vescovi Usa vicini a vietare la comunione a Joe Biden per le sue posizioni. Dal Vaticano però fermano tutto. Papa Francesco si ritrova tra due fuochi. Dicono che il presidente Joe Biden non sia in procinto d'incontrare papa Francesco, ma che dal Vaticano abbiano comunque deciso di allungare una mano in sostegno del capo della Casa Bianca. Se dipendesse da certi vescovi statunitensi, a Joe Biden non spetterebbe la comunione. Il leader Dem è, infatti, un aperto sostenitore dell'aborto. Tanto basterebbe agli oltranzisti della dottrina per vietare la concessione di quel sacramento che è così centrale per la fede cattolica. Il cardinale conservatore Raymond Leo Burke aveva preso in considerazione la faccenda in tempi non sospetti, ossia quando era ancora in campagna elettorale. Per i conservatori - Burke compreso - non c'è troppo da discutere: non si può far finta di nulla. Non si può cioè evitare di constatare le posizioni anti-cattoliche di questo o di quel leader. Poi Biden ha vinto le presidenziali, e con i primi provvedimenti ha dimostrato che non avrebbe badato troppo alle inclinazioni idealistiche dei tradizionalisti. Le politiche pro life targate Donald Trump? Scardinate. Era solo l'inizio. Nel corso di questi giorni, il presidente Usa sta spingendo affinché il Senato americano approvi l'Equality Act, che i presuli a stelle e strisce vedono come fumo negli occhi. Il dibattito, anche per via dello spazio riservato alla questione dal New York Times, impazza. Il clima è per certi versi simili, anche se con i doverosi distinguo, a quello che in Italia si respira sul Ddl Zan. La Conferenza episcopale americana lo ha scritto nero su bianco sul proprio sito istituzionale:"Sebbene questo sia uno scopo degno (quello di combattere discriminazioni in materia di genere, ndr), l'Equality Act non lo serve. E invece di rispettare le differenze nelle credenze sul matrimonio e sulla sessualità, l'Equality Act discrimina le persone di fede proprio a causa di quei principi religiosi o culturali". Questo è solo l'ultimo capitolo di una ruggine creatasi sin dall'insediamento, con le prime scelte di Biden che non hanno soddisfatto le aspettative degli attenti vescovi americani. Allora i presuli si sono riuniti all'interno di una commissione ad hoc. Un organo tramite cui monitorare le mosse di Biden. Una delle ultime è l'Equality Act, che si pone nel campo giuridico di quelli che i ratzingeriani chiamano con preoccupazione "nuovi diritti". Com'è spesso capitato in questi anni, i cattolici si dividono in due fronti: coloro che la pensano come l'arcivescovo di Los Angeles José Gomez, che fa un po' da capofila, e coloro che propendono per l'arcivescovo Wilton Gregory, un ecclesiastico che di recente Bergoglio ha creato cardinale. Troppo facile dare a Gomez del conservatore e a Gregory del progressista: le sfumature sono sottili. Di sicuro esistono diverse sensibilità. La Congregazione per la Dottrina della Fede, comunque sia, si è pronunciata. E di certo non lo ha fatto senza badare alle direttive del Papa. Il cardinale Louis Ladaria, come ha riportato Aska News, ha posto un freno alle intenzioni di Gomez e degli altri presuli che stanno ipotizzando d'intervenire sul diritto di Biden al sacramento della comunione. All'interno di questo passaggio, a ben vedere, c'è la mano allungata dal Vaticano in favore di un presidente che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto comportare il ritorno ad un dialogo pieno tra Santa Sede e Stati Uniti, dopo l'epoca del bilateralismo diplomatico dell'ex tycoon repubblicano. Ma quindi a Biden verrà negata la comunione? Esistono elementi per asserire il contrario. La scelta sarebbe troppo ingombrante. E la Chiesa cattolica darebbe prova di essere poco "misericordiosa", com'è invece previsto dalla impostazione del Papa e dalla sua pastorale. Il fatto è che con Joe Biden sarebbe dovuto tornare il cattolicesimo alla Casa Bianca dopo l'epoca Kennedy. Il pluralismo religioso, che è anche cattolico, ha reso tuttavia possibile nel tempo che un candidato presidente, poi Commander in Chief, si dica cattolico nonostante sostenga la liceità dell'aborto. Qualcuno la chiama incoerenza. Altri intravedono segni dei tempi e di secolarizzazione. In fin dei conti, cambia poco. Perché da Roma hanno già dettato la linea. E la linea di Roma, ossia quella del Papa, almeno sino allo sbandierato ritorno delle Chiese nazionali, è quella che conta.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento...

Filippo Di Giacomo per “il Venerdì di Repubblica” l'11 giugno 2021. Ai tempi di papa Francesco udire la parola "scisma" equivale a volgere rapidamente lo sguardo alla Germania e agli Stati Uniti. Le terre cattoliche germaniche sembrano nuovamente abitate da emuli di Lutero pronti come lui a scommettere che «se esiste l' inferno, Roma ci sta sopra». Non è vero, però di polemica in polemica, di mugugno in mugugno, è la Chiesa tedesca che cerca di porsi, agli occhi dei media internazionali, come il fronte avanzato del cattolicesimo moderno. In realtà, ha fatto notare il teologo Marcello Neri, le discussioni nella Chiesa tedesca dimostrano una sola cosa: lo stallo della strategia pastorale e culturale del cattolicesimo degli ultimi cinquant' anni. Esattamente ciò che papa Francesco cerca di spiegare al resto dei fedeli iniziando dai vescovi italiani, così occupati con sé stessi da non accorgersi che i riferimenti ai quali si richiamano sono diventati irrilevanti nel vissuto delle persone che dovrebbero ascoltarli. Anche la Chiesa americana, in apparenza sul fronte opposto di quella tedesca e più scaltra nell' utilizzo di termini politicamente corretti anche in ambito teologico, finge di coltivare uno scisma latente di stampo conservatore e irriga con i suoi ricchi mezzi tutti i rigagnoli che predicano una Chiesa alternativa a quella che segue l' attuale successore di Pietro. In realtà, in entrambi i casi è la diminuzione del sostegno economico (pubblico e fiscale in Germania, privato e fiscale negli Usa) ad animare i furori ideologici di destra e sinistra: la tassa per il culto non arriva, le donazioni diminuiscono. E chi potrà mai pensare ad uno "scisma" in Chiese dove vescovi e teologi si barcamenano tra una trovata mediatica e l' altra sapendo che a Roma un' autorità più liberale della loro li garantisce economicamente e li lascia sbandierare senza problemi e contraccolpi ogni tipo di dissenso?

Franca Giansoldati per “il Messaggero” l'11 giugno 2021. Scacco matto in due mosse. Il cardinale tedesco Reinhard Marx ha incassato ieri la piena e totale solidarietà del Papa: resterà a capo della sua ricca diocesi di Monaco di Baviera ancora più saldo e influente di prima. Le dimissioni che aveva presentato a Francesco una settimana fa protestando per la lentezza e l'immobilismo con i quali il Vaticano avanza sul terreno delle riforme in primis la lotta agli abusi sessuali e la richiesta trasparenza nei processi non solo sono rientrate ma lo hanno rafforzato ulteriormente. Questo significa che il processo sinodale che l' arcivescovo di Monaco ha promosso e avviato in Germania due anni fa quando era presidente della Conferenza Episcopale (in disaccordo con Roma) andrà avanti più spedito che mai nonostante l' opposizione di quei vescovi contrari ad annacquare il magistero tradizionale per fare spazio a temi tabù come la benedizione delle coppie gay, i preti sposati, le donne sacerdotesse, l' inter-comunione con i luterani, quest' ultima una bega che va avanti irrisolta dai tempi di Lutero. Ieri Papa Francesco ha preso carta e penna per trasmettere «all' amato fratello» Reinhard tutta la sua comprensione, la stima e il sostegno alle sue idee. Francesco ha naturalmente ammesso con dolore il totale fallimento della Chiesa sul fronte della pedofilia. La situazione del resto è sotto gli occhi di tutti, a fronte di leggi rigorose ci sono ancora conferenze episcopali molto tiepide nel metterle in pratica, creando una situazione mondiale non omogenea, a macchia di leopardo. Il Papa fa capire di essere sulla stessa lunghezza d' onda di Marx. Il che equivale ad un endorsement o, come qualcuno azzarda esagerando, una investitura per un prossimo conclave. Il cardinale super progressista aveva denunciato che la Chiesa è arrivata ad un punto morto. Francesco nella lettera gli fa eco dicendo che la politica dello struzzo non porta a nulla. «Il mea culpa davanti a tanti errori storici del passato lo abbiamo fatto più di una volta dinanzi a molte situazioni anche se non abbiamo partecipato di persona a quella congiuntura storica. E questo stesso atteggiamento ci viene chiesto oggi. Ci viene chiesta una riforma, che in questo caso non consiste in parole, ma in atteggiamenti che abbiano il coraggio di entrare in crisi, di accettare la realtà qualunque sia la conseguenza». La lettera in spagnolo e tradotta in tedesco non entra (volutamente) troppo nei dettagli, si limita però a fornire alcune indicazioni importanti e dare un orientamento politico generale non secondario per lo scenario futuro che la Chiesa in Germania dovrà affrontare a breve: come gestire il rivoluzionario cammino sinodale che, ovviamente, non si baserà solo sulla piaga degli abusi. In questi due anni la base cattolica tedesca si è espressa a favore di tutto quello che Roma non vuole: abolizione del celibato, sacerdozio femminile, benedizione di coppie gay.

L'ombra tra America e Vaticano: esplode il "caso Biden". Francesco Boezi il 16 Maggio 2021 su Il Giornale. Il Vaticano spegne le velleità dei vescovi conservatori sulla comunione a Biden. Ma tra Santa Sede ed episcopato americano esiste un problema sulla figura del presidente. Joe Biden, il cattolico, non ha mai dato segni di nervosismo per questa storia della comunione. Però negli Stati Uniti se ne discute. Tanti, in specie i conservatori che operano presso l'episcopato americano, pensano che l'eucarestia non possa essere concessa a chi si dice pro aborto e pro eutanasia. Il caso è di scuola. Da quando Donald Trump ha salutato la Casa Bianca, i vescovi americani hanno iniziato a monitorare Biden e le sue politiche. Il fatto che abbia destrutturato passo passo le disposizioni pro life del predecessore può non aver aiutato. Comunque è nata una commissione vescovile, la cosiddetta "commissione Biden", che si è proposta anche lo scopo di studiare a fondo gli indirizzi politici del presidente Dem. Cattolico significa universale, ma non nel senso che tutto va bene. Poi dev'essere successo qualcosa. O comunque la commissione deve aver manifestato volontà di impedire la comunione al successore di The Donald. Al termine dei primi lavori era trapelata una riflessione in corso. I toni comunque non erano stati proprio concilianti. Non si spiega altrimenti la presa di posizione della Congregazione per la Dottrina della Fede che, dopo aver tuonato contro le benedizioni alle coppie omosessuali dei vescovi tedeschi, ha deciso che era il caso d'intervenire sulla querelle presidenziale e dottrinale americana. Negli Usa prevalso (o comunque ha fatto capolino con una certa incidenza) la linea rigida dell'episcopato americano. E l'ex Sant'Uffizio ha subito spento le fiamme, Il cardinal Ladaria, come riporta la rivista gesuitica America Magazine, è stato chiaro, ammonendo i vescovi sui loro compiti. Per il cardinale i presuli "dovrebbero raggiungere e impegnarsi in un dialogo con i politici cattolici all’interno delle loro giurisdizioni che adottano una posizione pro-choice riguardo alla legislazione sull’aborto, l’eutanasia o altri mali morali, come mezzo per capire la natura delle loro posizioni e la loro comprensione dell’insegnamento cattolico", come si legge sul blog di Sabino Paciolla, che ha affrontato la questione con tutti i particolari del caso. Il porporato che Bergoglio ha scelto per guidare la Congregazione che fu di Joseph Ratzinger, pur lasciando qualche margine alle decisioni dei vescovi degli States, ha anche aggiunto che "sarebbe fuorviante se una tale dichiarazione desse l’impressione che l’aborto e l’eutanasia da soli costituiscano le uniche questioni gravi dell’insegnamento morale e sociale cattolico che richiedono il massimo livello di responsabilità da parte dei cattolici". Significa che i presuli a stelle e strisce non sono nella facoltà di "scomunicare" Joe Biden. Se Ladaria, nel caso delle benedizioni alle coppie gay dei vescovi tedeschi, era apparso a favore dei conservatori, oggi dal Vaticano arriva una voce che guarda alla bioetica con uno sguardo meno monolitico. Equilibrio è forse la parola chiave per spiegare le recenti prese di posizione di una delle Congregazioni essenziali della Santa Sede (non che le altre non lo siano). Per ora non è arrivata una vera e propria reazione dei vescovi conservatori, ma è possibile che qualcuno abbia storto il naso. Biden, per la destra ecclesiastica, è il fautore di quella "colonizzazione ideologica" che lo stesso papa Francesco contesta. Ma insomma la lettera di Ladaria eviterà possibili incidenti diplomatici o imbarazzi liturgici: si pensi al presidente degli Stati Uniti d'America che non riceve la comunione durante una Messa per avere il quadro completo della discussione. Ci si sbraccerà in ogni caso. Il fatto che aperture su eutanasia e aborto non vengano considerate condizioni sufficienti per non accedere alla comunione susciterà le critiche della base dei conservatori. Non sarà strano assistere a commenti sull'"ennesimo" attacco alla dottrina del corso bergogliano. La materia è complessa e Ladaria ha lasciato intendere che il primo compito è dialogare. I tradizionalisti direbbero che il "dogma" del dialogo vuole superare in gerarchia la verità delle scritture e che non può. Emerge una forte polarizzazione: l'era Trump non è finita. O meglio, l'ex presidente può non abitare più presso la Casa Bianca, ma il dibattito americano è fortemente animato da spirito di contrapposizione. E forse è anche per questo che il cardinal Luis Francisco Ladaria, che comunque motiva dottrinalmente il suo, che non è un semplice punto di vista, ha evitato di fornire supporto alla via oltranzista.

La Germania “sfida” Roma. Lorenzo Vita su Inside Over il 9 maggio 2021. Potenza internazionale e impero universale. Germania e Vaticano tornano a incrociare i loro destini e a farlo con i toni dello scontro. Non una novità nella storia della Chiesa cattolica. Ma oggi la rivolta assume connotati diversi, che si inseriscono nel quadro di una guerra tra chiese all’interno della Chiesa, cambiamenti culturali e una lotta tra mondo progressista e conservatore che travalica la questione dottrinale per ergersi a problema di natura transnazionale e sociale.

La Chiesa tedesca e la spinta progressista. Da molto tempo una larga fetta della Chiesa tedesca si è imposta come alfiere delle visioni più moderniste. Una scelta di molti cardinali tedeschi, fra le quali spiccano eminenti personalità, in cui si inquadra l’idea della benedizione per le coppie omosessuali organizzata a partire da lunedì 10 in alcune diocesi. La presa di coscienza della parte più ribelle del clero tedesco arriva in una fase storica di profonda crisi e trasformazione della Chiesa, che rischia di perdere completamente la linfa vitale nella grande “patria” europea. Un percorso che si va a intersecare tra l’altro con un pontificato considerato da più parti come profondamente innovativo rispetto a quelli precedenti anche sui temi come quelli dei diritti civili. Il regno di Francesco è stato per certi versi anche sovraesposto in questa narrazione da gran parte dei media. Molto spesso con l’interesse di portare il Papa dalla propria parte politica piuttosto che per un’attenta analisi delle affermazioni del pontefice. La domanda, in ogni caso, sorge spontanea: perché proprio durante il pontificato che si è mostrato più aperto sulle tematiche sociali e dei nuovi diritti, una parte della Germania cattolica preme per avere nuove e rivoluzionarie aperture, a partire dalla “sfida” della benedizione delle coppie omosessuali? C’è solo un voler sfruttare i tempi?

Una potenza economica. Escludendo da questa analisi il dibattito dottrinale, la risposta può essere trovata sotto il profilo politico. La Chiesa tedesca è una delle grandi potenze della cristianità europea e mondiale. La sua forza non deriva soltanto dal legame con un Paese che rappresenta ancora oggi la locomotiva d’Europa, ma anche per una precisa questione di natura finanziaria. Croce e delizia della cattolicità tedesca, il finanziamento della Chiesa teutonica deriva, infatti, dall’imposta ecclesiastica. In pratica, le istituzioni religiose riconosciute come corporazioni di diritto pubblico hanno il potere di imporre ai fedeli che si dichiarano appartenenti a quella religione una sovrattassa sull’imposta sul reddito delle persone fisiche che sarà incassata dagli Stati federali e poi versata alle varie Chiese. Il sistema così studiato ha portato a due effetti: da un lato all’aumento esponenziale delle ricchezze (molto superiori a quelle della Chiesa italiana, per esempio); dall’altro alla perdita di fedeli che non avevano più intenzione di pagare questo surplus di tasse e che possono evitarlo solo abbandonando formalmente la Chiesa. Questa vera e propria potenza finanziaria della Chiesa ha spesso creato non pochi imbarazzi. Lo stesso Benedetto XVI, figlio della Germania cattolica, aveva manifestato un certo dissenso per questa imposizione fiscale. Ma il sistema è rimasto invariato continuando a riversare miliardi in una formazione che si è così resa non solo sempre più indipendente economicamente da Roma, ma anche politicamente. E oggi, il frutto di questa forza economica e politica è anche nella scelta di imporre continuamente un pressing sul Vaticano su temi particolarmente delicati e su cui sta invece puntando la parte ultraprogressista della Chiesa tedesca che si erge a tutela non solo delle coppie omosessuali nella cattolicità, ma anche di una serie di fenomeni sociali e culturali che sono sempre più simili alla new left mondiale.

Una sfida anche geopolitica? Il connubio tra potenza economica, visione culturale progressista e convergenza con una certa leadership politica, in particolare della nuova amministrazione americana, è interessante anche dal punto di vista geopolitico. La Germania di oggi sembra potersi ergere, sia con l’avvento dei Verdi come potenziale partito leader, sia con l’avvento di una visione progressista, come nuovo modello. Un nuovo paradigma europeo che piace all’America di Joe Biden e che si contrappone a tutto quel cosmo conservatore più affine ai rivali dei democratici ma anche ai rivali strategici degli Stati Uniti. La svolta ecclesiastica non può essere considerata decisiva, né estremamente repentina. Anche parlare di scisma per quanto riguarda la benedizione delle coppie omosessuali in alcune parrocchie rischia di essere frutto di una sopravvalutazione. Tuttavia, è abbastanza evidente che dalla Chiesa cattolica tedesca sia partito un input da non sottovalutare anche in funzione di un nuovo assetto culturale europeo e della stessa cristianità nel Vecchio Continente. L’apertura a nuovi modelli culturali e ai temi dei diritti civili può essere considerata, da alcuni, come un modo di aprirsi a un cambiamento in atto nella società per cercare di fermare l’emorragia di fedeli. Ma non va sottovalutato anche il piano più pragmaticamente politico: con l’evoluzione nel campo progressista, il clero tedesco, forte anche finanziariamente, diventa anche il simbolo di una nuova Ecclesia. E la nuova Ecclesia può simboleggiare un cambiamento anche politico della Germania, e quindi dell’Europa. L’impero universale della Santa Sede rischia dunque di trasformarsi nel teatro di una sfida ben più complessa e articolata del puro dibattito di dottrina sulle persone omosessuali.

C'è un pericolo di "scisma"? Il vento che spaventa la Chiesa. Francesco Boezi l'11 Maggio 2021 su Il Giornale. La spinta propulsiva della Chiesa tedesca anima il dibattito. E ora la parola "scisma" non è più un tabù persino tra alcuni ecclesiastici. Un pericolo che viene ventilato da tempo ma che mai come oggi era stato dibattuto in pubblico. Scisma - abbiamo già avuto modo di scriverlo - non è una parola da usare con nonchalance. Per la Chiesa cattolica, ogni divisione può essere, e anzi è, drammatica. Lo dice spesso anche il Papa che il verbo greco diaballo, cioè separare o dividere, è l'attività propria del demonio. I cattolici dunque non scorporano, semmai universalizzano, unendo. Da un po' di tempo a questa parte, però, sono stati gli stessi ecclesiastici a supporre la declinazione pratica di quel termine, disegnando prospettive che nessuno tra i consacrati e i fedeli si augura. Capiamoci: ad oggi non esistono le condizioni per ipotizzare che uno scisma sia sull'uscio della storia o che uno scisma risieda nei piani e nelle strategie di questo o di quell'attore ecclesiastico. Esiste una dialettica pubblica che spesso coinvolge quella espressione. E bisogna prenderne atto in termini di cronaca "vaticana". Per ultimo è stato il cardinal Camillo Ruini, che ha scelto le pagine de Il Foglio per avvertire quantomeno di un "rischio". In pochi, qualche mese fa, si sarebbero aspettati che la modifica dottrinale attorno cui potrebbe ruotare l'unità della Chiesa universale per il futuro verta dalle parti delle "benedizioni per le coppie omosessuali". Quello è l'obiettivo divenuto mainstream in queste ultime settimane. E utilizziamo "obiettivo" perché è la Chiesa progressista, in specie quella tedesca, che sta premendo affinché quella tipologia di benedizione venga concessa in via ufficiale. Roma, nel senso del Vaticano, si è già espressa. Ma dagli ambienti ecclesiastici teutonici non è pervenuta un'accettazione senza polemiche della posizione diffusa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Anzi, sembra che parte della Chiesa tedesca, al netto dei suoi vertici, abbia promosso per il 10 di maggio una sorta di controffensiva, con una benedizione collettiva. Non esattamente quello che in gergo si chiama segnale di distensione, in questo caso non politico nel senso laico ma dottrinale sì. Prima di Ruini, era stato il cardinal Gualtiero Bassetti, odierno presidente della Conferenza episcopale italiana, a parlare di "altre strade", rivolgendosi a coloro che usano criticare l'azione di papa Francesco. ma la Chiesa tedesca non fa parte dei critici di Jorge Mario Bergoglio. Lo "scisma", che sarebbe dovuto provenire dalle rivendicazioni della "destra ecclesiastica", potrebbe trovare spazio nelle velleità della sinistra ultraprogressista. Dalle benedizioni alle coppie omosessuali si potrebbe passare ad ulteriori richieste. Tra quelle di una parte della Chiesa tedesca, possono essere annoverate: l'abolizione del celibato sacerdotale, la creazione di "sacerdotesse", la progressiva laicizzazione della gestione delle parrocchie, con possibile estensione della facoltà di distribuire sacramenti in favore dei laici, e dunque la creazione di "viri probati", e così via. Il cattolicesimo non sarebbe più quello che abbiamo conosciuto. Il Papa, che viene tirato in ballo dagli opposti "schieramenti", per ora non ha mosso ciglio, se non appellandosi al senso di unità. Ripercorrendo i fatti di questi otto anni di pontificato, è possibile notare come, a parte le aperture contenute in Amoris Laetita e le frasi favorevoli alle leggi che introducono nei sistemi giuridici delle leggi sulle unioni civili, il Papa non abbia per ora assecondato le spinte culturali dei progressisti senza freni. Qualcuno può sostenere che Francesco certo non abbia sposato le istanze e la narrativa dei conservatori, soprattutto su multiculturalismo e politiche migratorie. Tuttavia, a conti fatti, e almeno sino a questo momento, alcune battaglie dei progressisti che operano all'interno della Chiesa non sembrano essersi imbattute in difese piazzate male. Anche per questo motivo, è divenuto quasi più semplice dibattere di uno "scisma" proveniente da sinistra, mentre l'ipotesi dello "scisma" di destra ha perso nel tempo in sostanza. Molto di quello che accade di questi tempi lascia intendere che lo strappo - nel caso dovesse davvero verificarsi - possa compiersi per via di volontà progressiste. Ma è anche possibile che tutto questo processo faccia parte, in modo più banale, di un fenomeno di scosse di assestamento dovute ad un'istituzione immutabile che è in evoluzione. In questo secondo caso, però, sarebbero i cosiddetti tradizionalisti e i conservatori a poter decidere di percorrere di "altre strade". Nessuno tra i cattolici - è bene ribadirlo - può sperare in uno "scisma". Bisogna limitarsi a sottolineare quanto questa parola venga utilizzata di questi tempi da alcuni attori istituzionali (o ex istituzionali) della Chiesa cattolica. Un termine che, tuttavia, se si è cattolici non può non essere accostato al "rischio".

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento.

Così la Chiesa tedesca ha "tradito" Ratzinger. Francesco Boezi l'11 Maggio 2021 su Il Giornale. La Germania ha del tutto abbandonato la "dottrina Ratzinger". Sacche di resistenza del conservatorismo provano ad evitare il trionfo progressista. Dicono che con Joseph Ratzinger sul soglio di Pietro la Chiesa avrebbe affrontato l'avvento del progressismo con un atteggiamento diverso. Lo dicono, certo, ma forse sono i tempi a dettare l'agenda di tutti. Persino a una istituzione così granitica come la Chiesa cattolica, che è costretta oggi a porsi problemi culturali e dottrinali poco immaginabili sino a qualche decennio fa: cambiamenti di paradigmi complessivi che presentano concetti innovativi e "nuovi diritti", in un contesto dove la cultura occidentale non è più quella considerata tradizionale. Per dirla meglio: forse Benedetto XVI, che dell'avvento dei "nuovi diritti" e del progressismo esasperato aveva iniziato a parlare molto tempo fa, aveva previsto il calendario culturale del futuro. E allora si spiega meglio il perché della rinuncia: il "mite professore" di Tubinga potrebbe aver scelto di fare un passo indietro, per consentire ad energie nuove di affrontare l'avvento effettivo dei suoi pronostici. Altri, in maniera più ideologica, si limitano a constatare come l'avvento del laicismo e della secolarizzazione sia ormai un fatto compiuto. Sono tutte suggestioni, ma magari neanche troppo. Certo fa specie pensare che molte delle richieste di cambiamento interne alla Chiesa, buona parte dell'alleanza stipulata tra quel progressismo e certe velleità ecclesiastiche, provengano dalla Germania. Non che Ratzinger non si sia mai confrontato in punta di dottrina con i suoi compatrioti ecclesiastici, anzi. Basti ricordare i raffronti con il cardinale Walter Kasper. Ora però la strada sembra libera. Comunque in Germania esistono ancora coloro che si definiscono "ratzingeriani". Per quanto la definizione in questione possa prestarsi male ed essere frutto di semplificazioni. Chi si oppone al "Sinodo biennale" - quello tramite cui la Conferenza episcopale tedesca potrebbe arrivare ad adottare tutta una serie di cambiamenti in barda alle indicazioni del Vaticano - può essere definito "ratzingeriano". Se non altro perché il fronte conservatore è tuttora composto, sulla scia del pensiero dell'emerito ma non solo, da persone contrarie all'abolizione del celibato sacerdotale, alla concessione della benedizione per le coppie omosessuali e così via. Al netto di ogni singolo punto sollevato, è la tendenza generale degli episcopati tedeschi ad aver preso le distanze dal "ratzingerismo". L'elenco delle cose cui sono contrari i "ratzingeriani" è lo stesso che contiene le modifiche in cui spera chi ratzingeriano non è (e forse non è mai stato). Del resto lo aveva messo nero su bianco lo stesso pontefice emerito: "Lo spettacolo delle reazioni della teologia tedesca è così sciocco e così cattivo che è meglio non parlarne. I veri motivi per cui vogliono silenziare la mia voce non voglio analizzarli". Il virgolettato - come riporta Aska News - è contenuto in Benedikt XVI.- Ein Leben (Benedetto XVI – Una vita), l'ultima opera biografica di Peeter Seewald. Ratzinger ha continuato a scrivere, dunque a dire la sua, anche dopo aver rinunciato al soglio di Pietro, e forse questo non è andato a genio a tutti. Poi c'è la versione di chi sostiene che la Germania progressista sia la favorita di Francesco: i fatti ad oggi dicono che nessuna delle richieste derivate dalla dialettica interna al "Sinodo biennale" è stata approvata dal pontefice regnante. Vedremo alla fine del "Concilio", cioè quando i tedeschi riuniti comunicheranno di aver preso decisioni, che potranno essere "vincolanti" o no. Dipende dalle possibili marce indietro rispetto alle intenzioni, che pure di "vincoli" si erano occupate. Certo la Chiesa immaginata oggi dal progressismo teutonico, dalle benedizioni per le coppie omosessuali alla laicizzazione della gestione parrocchiale, passando soprattutto per l'abolizione del celibato sacerdotale, non è quella che i conservatori vorrebbero. E se è vero che Ratzinger è stato uno strenuo difensore del conservatorismo dottrinale, allora il sillogismo diviene elementare. Più in generale, la Chiesa teutonica sembra intenzionata all'abbraccio al mondo, mentre Benedetto XVI pareva convinto della possibilità di traghettare il cattolicesimo oltre il guado del relativismo anche mettendo in discussione l'influenza sul globo dell'Ecclesia. Che il "relativismo" secondo categorie ratzingeriane sarebbe arrivato era chiaro. Le differenze dipendono dalle modalità di ricezione.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta". Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju". Sono giornalista pubblicista.

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 25 aprile 2021. In Germania (sull'orlo dello scisma) si stanno fortemente radicalizzando le posizioni tra coloro che sono favorevoli alle riforme per un maggiore ruolo delle donne nella Chiesa e coloro che vorrebbero, invece, evitare il sacerdozio femminile. Da un paio d'anni in qua, da quando è stato avviato dai vescovi un cammino sinodale che potrebbe sfociare nell'adozione di misure contrarie al Magistero, il tema della questione femminile sta diventando sempre più macroscopico, fino a tirare in ballo la libertà di stampa. L'agenzia dei vescovi Kna ha sintetizzato la partita in gioco mettendo in evidenza la bufera che ne è scaturita, partendo dalla analisi di una autorevole teologa, Johanna Rahner la quale ha sentenziato: «chiunque non voglia cambiamenti non è altro che un razzista». L'accusa di razzismo nemmeno troppo velata che ha rivolto a cardinali e vescovi che avanzano con il freno a mano tirato e che aderiscono alla dottrina classica della Chiesa ha scatenato un putiferio. Il vescovo di Passau, Stefan Oster, è stato uno dei primi a scagliarsi contro l'accusa di razzismo. «Ciò che è grottesco è che noi vescovi, ai quali spetta la speciale responsabilità di difendere la dottrina, permettiamo pure il finanziamento (con i soldi della Chiesa) di certi media cattolici ai quali forniamo così un grande palcoscenico per essere definiti 'razzisti'». Il vescovo Oster ha così aperto senza volerlo un altro fronte, in seno alla Chiesa tedesca, a proposito della libertà accademica e della libertà di stampa. Naturalmente acuendo ancora di più la battaglia. La teologa non si è data per vinta e parlando a una conferenza di donne la scorsa settimana ha formulato una tesi. Partendo dal presupposto che «occorre parlare della discriminazione in atto contro le donne e che le donne nella Chiesa non sono quelle che possono cambiare le cose» ne consegue che gli uomini avrebbero dovuto «fare della questione della giustizia di genere la loro questione». Secondo la teologa gli uomini di Chiesa avrebbero però bisogno di «uscire dall'indifferenza verso i loro privilegi e dalla zona di comfort». Ecco perchè «chiunque non voglia cambiare non è altro che un razzista». Le parole della teologa e la successiva presa di posizione del vescovo Olster per limitare la libertà di stampa nella Chiesa ha fatto divampare l'incendio. L'Associazione della stampa cattolica tedesca (GKP) in primis ha messo in luce: "Coloro che affermano che la diffusione di contenuti impopolari sono una ragione per mettere in discussione il finanziamento dei media della chiesa rivelano una comprensione premoderna, autoritaria e dirigista della comunicazione". Il gruppo cattolico di riforma "Wir sind Kirche" ("Noi siamo la Chiesa"), ancora più duro, ha aggiunto che è «rivelatore che il vescovo di Passau, nel mezzo del processo del Cammino sinodale in Germania, rivolga minacce contro i teologi che la pensano diversamente e anche contro i media cattolici che sono disposti a impegnarsi nel dialogo». Infine il potente gruppo di riforma "Maria 2.0" ha dato manforte parlando di una «intollerabile invasione della libertà di pensiero e di parola» e di una mancanza di rispetto per la libertà di stampa e di espressione nella Chiesa. A gettare acqua sul fuoco è dovuto intervenire il presidente dei vescovi tedeschi, l'arcivescovo di Limburg, Baetzing chiedendo alla illustre teologa di moderare un po' i termini perchè la questione, posta in quel modo, «non porterebbe frutti».

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 6 aprile 2021. «Lo scisma in Germania? Di fatto è già iniziato. Tecnicamente possiamo parlare di scisma quando è in atto un processo che porta a distaccarsi dalla comunione gerarchica, dal Papa». Il cardinale Walter Brandmuller, presidente emerito del Pontificio comitato di Scienze storiche, grande conoscitore delle dinamiche della Chiesa, ha pochi dubbi su quello che sta accadendo. «Lo scisma, in parole povere, è la negazione della comunione gerarchica al vescovo o al Papa, cosa che sta succedendo sotto i nostri occhi, basta vedere anche le dichiarazioni o le prese di posizioni di tanti vescovi tedeschi».

Da tempo ci sono richieste di riforme sostanziali per esempio sul fronte del celibato sacerdotale, dell'ordinazione femminile e anche, ultimamente, la benedizione delle coppie gay...

«La domanda più pressante di queste riforme nasce soprattutto dai funzionari del cattolicesimo organizzato, dai movimenti, dal Comitato centrale dei cattolici tedeschi che poi sono per la stragrande maggioranza dipendenti delle strutture ecclesiastiche perché, non dimentichiamo, che la Chiesa cattolica è il secondo datore di lavoro dopo lo Stato in Germania. Per tornare allo scisma bisogna stare attenti a non confondere due aspetti, lo scisma e il dissenso sul piano dottrinale a proposito della dottrina, perché in questo caso si tratta di eresia. Nel caso tedesco abbiamo entrambi questi aspetti».

Magari è solo una fase di crisi passeggera...

«La situazione in Germania a mio parere è compromessa perché non solo vi è la negazione della comunione gerarchica, ma vi è anche dissenso sul piano magisteriale. A volte ci possono essere dei dissensi che non necessariamente implicano uno scisma. Questo caso, invece, è tutto nuovo e a mio parere preoccupante».

La distanza con Roma si potrebbe amplificare ulteriormente?

«Come le dicevo: in questo caso abbiamo anche il dissenso a livello dogmatico sulle verità di fede. Cosa che implica il delitto di eresia. Quello che accade in Germania è sia scisma che eresia sotto il profilo dogmatico».

Perché sono arrivati a tanto secondo lei?

«Chiedono da tempo il sacerdozio femminile, la comunione ai risposati divorziati, la accettazione dell'omosessualità, la benedizione delle coppie gay. E' uno scivolamento sulle posizioni protestanti, forse vogliono una Chiesa unita con i protestanti».

E la questione sul celibato sacerdotale?

«Pur non trattandosi di una questione dottrinale si tratta sempre di tradizione apostolica. Inaccettabile».

Secondo lei chi si unirà a questo scisma?

«Non saprei con precisione. Posso però affermare con certezza che la maggioranza dei cattolici tedeschi è indifferente a tutto questo. Abbiamo una società altamente secolarizzata, la partecipazione alla messa domenicale riguarda al massimo il 10 per cento delle persone. Chi aderisce alle tesi progressiste sono persone legate al Comitato Centrale cattolico ma la maggioranza dei fedeli è indifferente, mi creda. Il secolarismo galoppa veloce e la distanza dei fedeli dalla Chiesa è aumentata».

Tecnicamente quando viene avviato uno scisma?

«E' un processo. Non c'è un atto singolo. Gli scismi storici si sono concretizzati con il tempo partendo dal fatto che si non riconoscevano più l'autorità del Papa e della gerarchia. L'inizio di un atto scismatico è questo, poi le forme si realizzano in modo diverso. Per esempio il grande scisma di occidente nel 1054 non è stato il frutto di un unico momento. Non si è cristallizzato in una certa data ma piuttosto è stato un processo formalizzato poi nel XII secolo».

E poi c'è stato anche Lutero...

«Quella era una eresia, più che uno scisma. Lutero negava dogmi fondamentali, egli rifiutava i sacramenti eccezion fatta per il battesimo e l'eucarestia. In ogni caso è difficile contare gli scismi nella storia. Nella Chiesa antica per esempio sono stati tanti e poi coi secoli sono andati diminuendo».

E lo scisma di Lefebvre?

«I lefebvriani sono molto fedeli ma non riconoscono negli sviluppi del Vaticano II che, secondo me, è stato mal interpretato nel senso che non distinguono tra il valore dogmatico e vincolante delle quattro costituzioni dogmatiche e di quei testi di contenuto disciplinare pratico che sono di carattere pastorale giuridico e che perciò sono sottomessi al cambio della storia».

Ma lei non pensa che sia giusto assegnare alle donne nella Chiesa un peso maggiore rispetto a quello che hanno sempre avuto finora, cioè quasi zero?

«In futuro le donne possono avere un ruolo di grande importanza. Possono essere responsabili delle finanze della Chiesa, per esempio. Possono dirigere lo Ior ma non possono ricoprire un ruolo di Segretario di Stato o un prefetto di congregazione perchè è indispensabile l'ordinazione sacerdotale. Possono avere ruoli di vertice in tutti i ruoli dove si tratta di una conseguenza dell'ordine sacro».

La Chiesa continuerà a essere sempre così maschilista?

«La Chiesa ha due livelli, il dogma dei sacramenti e la sua posizione nella società odierna. La donna potrà avere ruoli di vertice nel secondo campo, senza alcun problema. Ma non potrà mai fare il prete, il vescovo...»

Nemmeno la cardinalessa?

«C'è un dibattito. Ma l'elezione del papa nel conclave è un atto di altissimo ministero pastorale legato al sacramento dell'ordine».

Povere donne, sempre ai margini...

«Siamo molto più poveri noi uomini, pensi che noi non riusciremo mai a partorire...»

·        Il Vaticano e l’Italia.

"Per i cristiani la politica è un campo minato. Identità cattolica a rischio: servono risposte forti". Serena Sartini il 31 Agosto 2021 su Il Giornale. Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario personale di Benedetto XVI, interviene sui temi etici sollevati da Berlusconi: "Senza il cristianesimo non esisterebbe la libertà e neppure il liberalismo". «La politica è un campo minato per un cristiano» ma resta «la più alta forma di carità», come diceva Paolo VI. Per questo, «è necessario che i cristiani siano presenti nella politica con le loro convinzioni e con la loro testimonianza». In tal senso, «non esiste una politica cristiana, ma solo politici cristiani». Sul dibattito in tema di identità cristiana sollevato da Silvio Berlusconi, interviene monsignor Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare del Papa emerito, Benedetto XVI. «Fare politica con convinzioni cristiane - osserva l'arcivescovo - è la forma più raccomandabile e anche desiderabile nei nostri giorni». Parla delle radici cristiane, del laicismo e del relativismo, di una identità cristiana a rischio. E citando Benedetto Croce («Non possiamo non dirci cristiani») afferma: «Il suo messaggio è attualissimo».

Il tema dei valori non negoziabili è stato un cavallo di battaglia del Papa emerito Benedetto XVI. Lei lo ha accompagnato in tutti questi anni. Quali sono i valori che esprimono l'identità di un autentico cristiano?

«Rispondo con una controdomanda: oggi si conosce ancora il significato più profondo dell'espressione valori non negoziabili? Si sa cosa essa significhi? Quali siano questi valori? Comunque sia, in fin dei conti, non dipende tanto dall'espressione in sé, che può cambiare o variare, piacere o non piacere, quanto invece dal suo contenuto: questo è ciò che conta. Vale a dire, certamente anche e anzitutto nella nostra epoca i valori cristiani sono da difendere e da vivere: ma vivere con e per i valori cristiani è il punto più importante, fondante. Essi restano parola morta se non vengono incarnati nella propria vita e nella propria realtà quotidiana. In termini concreti, i valori cristiani danno al nostro essere una dignità incancellabile, una grandezza unica e un senso profondo».

In una società, come quella italiana ed europea, segnata da laicismo, dall'individualismo, dall'edonismo, quanto è difficile esprimere e testimoniare la propria identità cristiana?

«L'identità di tutto il continente europeo non si comprende senza il cristianesimo, ciò vale in particolar modo nel caso dell'Italia. La fede cristiana ha formato la sua cultura, ha permeato la sua storia in un legame quasi indissolubile. Indubbiamente, la fede cristiana è un fatto personale e intimo, non può e non vuole avere corsie preferenziali, ma è un fatto che ha segnato e segna il cuore anche dell'uomo contemporaneo. Se si abolissero i valori cristiani, si abolirebbe nello stesso tempo anche il valore sociale dell'amicizia, della solidarietà, del sostegno reciproco, che sono gli elementi fondanti dell'esistenza personale ed individuale e della costituzione della società. La fede è propriamente legame, fiducia e affidamento. È la decisione di seguire e di essere fedele, riconoscendo una verità in cui la propria vita è data, accettata e compresa. La fede è un antidoto efficace a tutti questi ismi, nella loro accezione negativa».

Come è possibile, per un vero cristiano, testimoniare la propria fede nella politica, nella dimensione economica e sociale?

«Paolo VI affermava: La politica è la più alta forma di carità. Questa espressione ed il suo contenuto essenziale sono stati ripetuti e fatti propri successivamente da tutti i Papi, fino a Papa Francesco. Tuttavia, è anche vero che la politica, per diversi motivi, è un campo minato per un cristiano. Ma proprio per questa infida motivazione è necessario che i cristiani siano presenti nella politica con le loro convinzioni, con la loro testimonianza, con un'ortoprassi conseguenziale. Lì s'incontrano opinioni, idee, ideologie, atteggiamenti ed esperienze diverse, a volte opposti e ostili. La politica è nient'altro che una fotografia realistica della società in cui viviamo. Non possiamo cercare, tanto meno creare isole felici per fare una politica cristiana. D'altronde, non esiste neanche una politica cristiana, esistono solo politici cristiani, cioè uomini e donne che hanno una formazione, una educazione cristiana e di conseguenza, una convinzione e una coscienza cristiana, che sono il fondamento per il loro agire in politica. Qui si dovrebbe notare la differenza. La propria fede nell'uomo politico si manifesta nel contenuto del suo agire, nel comportamento personale, nelle decisioni per le quali si impegna e lotta. Fare politica con convinzioni cristiane è la forma più raccomandabile e anche desiderabile nei nostri giorni. E ciò vale per tutti i campi della politica: economia, finanza, cultura, vita sociale, sport...».

L'identità cristiana è oggi a rischio?

«Dalla domanda sul laicismo risulta chiaramente che l'identità cristiana è a rischio. Ma lamentarsi non serve, non cambia niente. Questa constatazione deve piuttosto dare un impulso, un incentivo forte a fare tutto il possibile perché il rischio trovi risposte adeguate, chiare, coraggiose e forti. È una sfida che va vissuta nella quotidianità, con coraggio: si deve combattere, ma soprattutto testimoniare pur nell'incontro e nel confronto dialogico con realtà differenti ed antitetiche».

Il tema delle radici cristiane in Europa è ancora attuale?

«Attualissimo, direi! Per sincerità e completezza dobbiamo però affermare che non sono solo le radici cristiane, ma le radici giudaico-cristiane che hanno formato il nostro continente e anche l'Italia. Senza il cristianesimo non esisterebbe la libertà, neanche il Liberalismo. Il cristianesimo ha in sé la premessa per i più importanti dei nostri valori: l'uomo come immagine di Dio è il fondamento per la dignità umana, la libertà, l'uguaglianza, la tolleranza, la solidarietà, il rispetto. Non dimentichiamo che il nostro corretto comportamento nei confronti degli altri, indipendente dallo stato personale, dall'origine, dalla razza, dalla pelle, dalla cultura, dalla religione, dalle idee politiche, dipende dalla rivoluzione cristiana. E non è mai utile né produttivo recidere le radici dalle quali siamo cresciuti».

Quale è la strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano?

«Non è opportuno e neanche necessario creare in modo esplicito una strategia per i cristiani. Cadremmo in forme di integralismo. Sembra banale e semplicistico, ma non lo è: basta vivere e praticare la fede. Chi vive la fede in modo intelligente, convincente e con un senso dell'umorismo è un testimone silenzioso ma molto efficace. I contemporanei sono ipersensibili per questa forma di evangelizzazione silenziosa, afona, ma reale. Conta l'esempio personale senza grandi parole e gesti. Ci vuole poco, ci vogliono una formazione robusta ed una prassi abitudinaria e costante ispirata della fede. Sarà da esse che susciteremo negli altri domande e quesiti di carattere ontologico. L'esempio personale è la strategia, voglio usare il suo termine, da proporre e da applicare!».

Benedetto Croce scrisse il volume «Perché non possiamo non dirci cristiani». È ancora attuale questa citazione?

«Penso proprio di sì. È attualissimo e quanto mai opportuno riproporlo alla meditazione condivisa!» Serena Sartini

DAGOREPORT il 9 febbraio 2021. La storiella del “Vaticano prima sponsor di Conte” è una sacra balla. Del resto, pur essendo devoto di Padre Pio nonché allievo di Villa Nazareth, piccola fucina di élite cattoliche (progressiste) che fu del cardinale Achille Silvestrini, durante ben due governi da lui presieduti Conte non è mai stato ricevuto da Bergoglio in “udienza ufficiale” ma ha incontrato il pontefice solo in udienza privata. Inoltre, tradizione vuole che il premier uscente da Palazzo Chigi vada a salutare il Papa, la cosiddetta “visita di cortesia”. Sul perché del mancato feeling tra Conte e il Pontefice argentino, le voci sono varie e avariate tra le quali ci sarebbe il suo rapporto con padre Antonio Spadaro, direttore gesuita della rivista "La Civiltà Cattolica’’, collaboratore de “Il Fattoquotidiano” e sponsor di Conte, aggiungere la rete di potere del suo mentore Guido Alpa malvista nella sacre stanze e infine si sussurra tra gli addetti ai livori anche di un misterioso atto riservato presso un tribunale della Santa Sede. Infatti il Draghi allievo dell’istituto Massimiliano Massimo, rigoroso liceo dei gesuiti, non ha nulla a che vedere con il “partito di Spadaro”, attuale direttore de ‘’La Civiltà Cattolica’’, lo storico quindicinale che una volta era la voce della segreteria di stato per trasformarsi poi in una rivista di politica che aborre il salvinismo e ha visto nell’Avvocato di Pio(tutto) il messia. Oggi, tra il gesuita Bergoglio che conosce bene Draghi per averlo nominato membro dell'Accademia delle Scienze Sociali, e il gesuita Spadaro, corre il black-out. Del resto, il  mondo gesuita di riferimento di Draghi era piuttosto quello di padre Bartolomeo Sorge, padre Roberto Tucci e soprattutto di padre Gianpaolo Salvini che per oltre un quarto di secolo è stato alla guida di “La Civiltà Cattolica” per poi finire nelle mani liquidatorie di Spadaro. Quindi oggi dietro le Sacre Mura, il cerchio magico di Papa Francesco è ben felice del Conte Trombato e del prossimo arrivo di San Mario Draghi.

Francesco, i gesuiti e Draghi: spunta l'"ombra" di Ratzinger. Il Papa e il premier hanno molte visioni in comune, a partire dalla crisi economica. Ed è un asse che parte da lontano. Francesco Boezi, Giovedì 18/02/2021 su Il Giornale.  Non sarà una perestrojka nel senso letterale del termine, ma è chiaro che una riorganizzazione complessiva è percepita come necessaria. Il Recovery Fund è l'opportunità concessa all'Italia (e non solo) per ripensare il sistema economico-lavorativo. Se ne parlerà per qualche anno, mentre gli effetti delle scelte che il nuovo esecutivo sta per prendere saranno quantomeno trentennali. La politica si è affidata a Mario Draghi, che ha una visione piuttosto nota: meno sussidi, più investimenti. Un po' sul modello di Keynes. L'esecutivo presieduto dall'ex presidente della Banca centrale europea, in specie per mezzo dei ministri tecnici, gestirà e destinerà i fondi messi a disposizione dall' Unione europea. Il Papa, dal canto suo, parla volentieri della sua visione del mondo, anche in materia economia, in termini di prospettiva generale. Sono due attori del panorama geopolitico continentale e, per certi versi, sembrano avere parecchie idee in comune. Non solo: Jorge Mario Bergoglio ha reso Mario Draghi un membro ordinario dell'Accademia delle Scienze sociali. Era il luglio del 2020. Che il Vaticano sia in grado di anticipare tempi e temi della politica non è poi una così grossa novità. Ma la Santa Sede, in questi ultimi anni, era apparsa particolarmente vicina alla figura del premier Giuseppe Conte, soprattutto durante la seconda fase: il cosiddetto Conte bis. La Chiesa cattolica però non scende nell'agone della politica, almeno non nel senso tradizionale del termine. Al netto delle reazioni non sempre entusiastiche dei commentatori filo-Bergoglio all'avvento del governo Draghi, è probabile che l'esecutivo italiano e le istituzioni del Vaticano continuino a collaborare nella maniera di sempre (se non di più). Se è vero che esiste un rischio spaccatura su Draghi tra gli ambienti ecclesiastici, è vero pure che è stato lo stesso Francesco ad introdurre Draghi come laico di riferimento in Vaticano con la nomina. I due, insomma, non possono essere in conflitto (e non lo sono). Ma qualche differenza di fondo sembra persistere. Per quanto Draghi - come ricordato più o meno da tutti i quotidiani nazionali - sia stato formato in un collegio gesuitico.  C'è un "però": quando l'ex arcivescovo di Buenos Aires si riferisce al mondo che verrà, sembra propendere per l'ambientalismo, la redistribuzione delle ricchezze, i popoli periferici come quelli amazzonici, la critica al neo-liberismo, quindi una sorta di solidarismo economico, la fratellanza universale, che si declina pure in chiave economica con la redditualità universale, e così via. Un mondo, dunque, frutto di una rivoluzione copernicana. Vale anche per l'economia, come ha fatto notare Fox News per la diffusione dei vaccini anti-Covid19 su scala globale: Bergoglio vuole che tutti abbiano diritto all'accesso alle cure, a prescindere dalle zone del mondo in cui si risiede. Sono elementi compatibili con quelli che ha in mente Mario Draghi? Bergoglio ragiona su scala globale, ma è chiaro che la strada che papa Francesco vorrebbe tracciare guarda anche all'Italia. Il premier ha lanciato un messaggio preciso: l'istituzione di un ministero per la Transizione ecologica verte dalle parte delle idee di papa Francesco. E "ambientalismo" è già una delle parole chiave ripetuta in più circostanze di questi primi giorni di nuovo corso a Palazzo Chigi. L'economia solidale di papa Francesco deve dunque confrontarsi con il "neo-liberismo" di Draghi. Bergoglio è il vescovo di Roma. Il successore di Pietro non può che pensare al mondo intero, ma l'Italia costituisce un banco di prova per la Chiesa cattolica, che non a caso sta per organizzare un Sinodo italiano: il Santo Padre sembra intenzionato a sconvolgere alcune logiche acquisite degli ambienti clericali italiani. Può la "rivoluzione copernicana" invocata dal Santo Padre non attecchire proprio nel cuore pulsante del cattolicesimo? Ovviamente no. Ecco perché diventa utile chiedersi su quali basi possa poggiare la dialettica tra il pontefice e l'economista chiamato a guidare l'Italia fuori dal guado di una crisi che rischia di cronicizzarsi. Ettore Gotti Tedeschi è l'uomo giusto con cui parlarne. Banchiere, economista ed ex presidente dello Ior: il professore esordisce subito chiarendo che la teoria, in questa fase, è destinata ad occupare un ruolo secondario. I fondamentali economici registrati di questi tempi non prevedono che si discorra troppo. Sul rapporto tra il pontefice e l'ex presidente della Bce, Gotti Tedeschi afferma che "sarà, o diverrà, un rapporto pragmatico, riferito cioè alla concreta soluzione dei problemi, senza pregiudizi ideologici. Per fare solidarismo e distribuire ricchezza , bisogna prima crearla. Son convinto, anzi non ho dubbi, che Draghi farà anzitutto il bene del Paese nelle complesse circostanze in cui si trova ad operare". Prima di aiutare i poveri, in poche parole, è necessario creare le condizioni per poterlo fare. Poi c'è un dettaglio, che non è sfuggito ad alcuni osservatori. Come ha fatto notare Andrea Muratore su InsideOver, la "dottrina Draghi" comprende pure un commento a Caritas in Veritate. Un'enclica cui Ettore Gotti Tedeschi ha contribuito. L'economista è convinto che Draghi possa basarsi in economia sulle tesi ratzingeriane: "Ne son certo perché sono tesi razionalissime. Per Benedetto XVI - continua Gotti Tedeschi -, l’economia è solo uno strumento in mano all’uomo, è l’uomo che, dando senso all’uso dello strumento, lo trasforma in un mezzo per realizzare il bene comune. Benedetto XVI in Caritas in Veritate sollecita l’uomo a imparare a gestire gli strumenti a sua disposizione. Altrimenti saranno gli strumenti a gestire l’uomo, prendendo 'autonomia morale'. Ed è evidente - chiosa l'ex presidente dello Ior - che uno strumento non possa avere autonomia morale. Il messaggio finale di Benedetto XVI - chiosa il banchiere -, con cui conclude Caritas in Veritate, è che una crisi come quella attuale non si risolve cambiando gli strumenti, ma anzitutto cambiando il "cuore", l’intento morale dell’uomo che li usa", Dobbiamo aspettarci un Draghi ratzingeriano. Si tratta comunque del confronto tra due visioni: una centrata sull'assistenzialismo (o solidarietà) alle "periferie economico-esistenziali", in pieno stile sudamericano, l'altro sull'occidentalismo, che potrebbe anche basarsi su paradigmi tradizionali, che al Papa non sono mai piaciuti troppo. Ma Gotti Tedeschi sgombra il campo dai dubbi sul ventilato "scontro", che non ci sarà: "Io credo che Draghi sappia perfettamente che nel mondo globale negli ultimi decenni sono cambiate le 'regole del gioco' e sappia perfettamente cosa significhi il nuovo multilateralismo indispensabile, pertanto quale ruolo l’Europa, e quindi l’Italia, possa avere , e come, nel contesto globale. Non credo ci sia un disaccordo di principio fra le due visioni, anzi credo che debbano venir ben pianificate e attuate insieme , in modo adeguato". La possibilità di una sintesi è dunque dietro l'angolo. E tutto questo al netto di quelle che sono apparse come critiche provenienti da ecclesiastici o laici vicini alla "Chiesa in uscita": "Io sono certo che I promotori dell’iniziativa di Assisi non stiamo minimamente pensando di influenzare, se non con indicazioni di carattere morale, quello che verrà deciso dal professor Draghi", chiosa Ettore Gotti Tedeschi. Pragmatismo, è bene ribadirlo ancora, è l'obiettivo comune, la parola, che farà da collante. Una congruenza notata pure da Benedetto Delle Site, che rintraccia ulteriori congruenze: "Non dimentichiamo - annota il giovane imprenditore romano -, che il Prof. Mario Draghi si è formato alla scuola di Federico Caffè, economista e accademico italiano ammiratore del modello delle socialdemocrazie scandinave. Oggi quel modello è superato, tuttavia proprio Draghi lo scorso marzo scrivendo sul Financial Times è tornato a sostenere la necessità del ricorso ad un debito produttivo per affrontare la pandemia, mentre Papa Francesco di lì a poco avrebbe lanciato un appello all’Europa di un tenore non dissimile". Una similitudine che investe tanto i toni quanto i programmi: Francesco e Draghi hanno già esposto le soluzioni teoriche al problema. Rimedi molto simili, magari declinati attraverso toni e contesti diversi, com'è normale che sia: "Forse - fa presente l'imprenditore noto anche per il suo impegno come animatore di iniziative ispirate alla Dottrina sociale della Chiesa - un punto di accordo potrebbe essere questo: entrambi ritengono i sussidi e l’assistenzialismo dannosi, ma sono favorevoli a politiche pubbliche in sostegno dell’economia reale e delle nuove generazioni, affinché queste ultime siano in grado di esprimere e accrescere i loro talenti. In questo senso, potremmo dire che entrambi reputano fondamentale che le risorse del Next Generation EU non vadano sprecate alimentando spese di breve periodo in vista dei prossimi appuntamenti elettorali". Giovani, occupazione, ambiente: a pensarci bene, questo potrebbe essere il trittico in grado di accomunare i programmi di Draghi e Bergoglio. Il Recovery Fund sarà gestito dalle mani del governo Draghi, ma il placet del Vaticano, dinanzi a certi investimenti, potrebbe assecondare il disegno politico-economico delle istituzioni laiche. Il Santo Padre è considerato, per certi versi, un "populista di sinistra". Bergoglio ha di sicuro combattuto il "sovranismo" di destra per mezzo di avvertimenti e dichiarazioni. Draghi, in parole povere, è soprattutto un uomo del fare. Il perno - come osservato da Delle Site - potrebbe essere fornito proprio dalle considerazioni economiche ratzingeriane: "Le tesi ratzingeriane sull’economia - ha argomentato il vicepresidente dell'Ucid che, attraverso il dirigente del Coordinamento Giovani Donne, Simona Mulè, ha già chiesto al nuovo governo l'apertura di un tavolo affinché i fondi strutturali siano impiegati di concerto con le maggiori organizzazioni imprenditoriali giovanili - sono un tesoro prezioso per le nostre classi dirigenti, perché non restano nel perimetro dell’economia ma affrontano la dimensione antropologica e ontologica della crisi in atto. Da qui anche l’accento sui pericoli della tecnocrazia, ultimo stadio del naturalismo, che va riducendo il governo dell’umanità ai suoi soli aspetti materiali. La dottrina sociale della Chiesa non offre soluzioni specifiche, ma princìpi e criteri di orientamento che ognuno mette in pratica diversamente, con la propria responsabilità". Potrebbe essere Benedetto XVI a mettere d'accordo le visioni di due uomini, che comunque hanno già in comune la radice gesuitica e non solo.

Dai gesuiti al Papa, il tifo del Vaticano. Sostegno da Oltretevere per l'incarico: "Saprà unire la politica". Serena Sartini, Venerdì 05/02/2021 su Il Giornale. Già quando si era aperta la crisi di governo, in Vaticano si faceva il nome di Mario Draghi. Una scelta che avrebbe unito il Paese, persona che gode di stima in Italia e all'estero, e che sicuramente, riferiscono dalle sacre stanze, «saprà spendere al meglio le risorse del Recovery Plan». La notizia dell'incarico affidato da Sergio Mattarella a Mario Draghi di formare un nuovo esecutivo è stata accolta «positivamente» Oltretevere. In primis dal Papa che proprio lo scorso luglio aveva nominato l'ex governatore della Bce membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, il think tank vaticano che Draghi aveva già frequentato negli anni passati. «Un economista esperto, proprio quella personalità di alto profilo invocata da Mattarella e che saprà unire le forze politiche per il bene del Paese», assicurano dal Vaticano. Lo stesso Bergoglio, nella recente intervista al Tg5 aveva rivolto un invito all'unità. «La lotta politica è una cosa nobile, i partiti sono gli strumenti. Quello che vale è l'intenzione di fare crescere il Paese. Ma se i politici sottolineano più l'interesse personale che l'interesse comune, rovinano le cose». Il rapporto di Draghi con la Chiesa, e in particolare con i gesuiti, è forte. L'economista non ha mai interrotto il filo che lo lega al mondo cattolico romano. Draghi ha frequentato il prestigioso Liceo Massimiliano Massimo all'Eur, a Roma, e ha mantenuto diverse relazioni con religiosi della Compagnia di Gesù. In un momento di crisi sociale ed economica legata alla pandemia serve unità, per poi «andare oltre» e formare un governo politico, auspica padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore de La Civiltà Cattolica, persona molto vicina al Papa. «Quello a cui abbiamo assistito - dice - è stato un momento di crisi non solo di governo ma della politica. L'Italia sta vivendo un momento difficile e per uscire da questo pantano in cui ci siamo trovati, Mattarella ha fatto ricorso a una risorsa importante della nostra democrazia. Una persona che ha tanta stima sia nel nostro Paese che in Europa, persona molto seria, capace di aggregare anche forze politiche diverse sulla base di un progetto. L'ideale per la nostra Italia è avere un governo politico - prosegue Spadaro - viviamo una fase di crisi della politica e anche dei singoli partiti. Forse, però, questa fase risulta essere necessaria per poi andare oltre. E Draghi credo rappresenti una certezza capace di affrontare le grandi questioni attuali: vincere la pandemia, completare la campagna vaccinale, rispondere alle esigenze dei cittadini e rilanciare il Paese». Draghi è «una speranza certificata dalle sue competenze e dalla sua storia di vita» ma «anche le rocce dei giganti si possono sgretolare se i partiti non ritroveranno un'unità nazionale e faranno un passo indietro», gli fa eco padre Francesco Occhetta, grande esperto di politica italiana. «Per i gesuiti - spiega - è un orgoglio averlo avuto come studente e riconoscerlo attento alla nostra tradizione che coniuga giustizia sociale e competenze». D'accordo anche padre Giovanni La Manna, attuale rettore dell'Istituto Massimo. «Draghi è stato capace di interiorizzare uno degli obiettivi del nostro percorso: individuare il bene non solo a livello personale ma anche a livello comunitario».

La Chiesa e Draghi: perché ora rischia la spaccatura. Francesco Boezi su Inside Over il 7 febbraio 2021. Da una parte gli scettici, dall’altra quelli che intravedono una rinnovata sincronia tra i sacri palazzi e le istituzioni: Mario Draghi sta suscitando reazioni miste. Vale per gli ambienti politici, ma anche per quelli cattolici, ecclesiastici o meno che siano. Non sono solo i tradizionalisti ad essere preoccupati per via della presunta aderenza dell’ex presidente della Bce alla stigmatizzata Unione europea. Anche i più progressisti – almeno quelli che hanno guardato con favore alle triangolazioni tra la Chiesa, i giallorossi e l’Oriente – stanno esprimendo più di qualche perplessità. In ottica di diplomazia vaticana, un governo Draghi significa soprattutto atlantismo. Questo almeno è quello che si può evincere dal curriculum di un uomo legato agli Stati Uniti e all’Unione europea. Un atteggiamento che può non essere condiviso da chi aveva visto con favore lo spostamento dell’asse in direzione della Repubblica popolare cinese, almeno in una parte del Vaticano. E sono almeno due, quindi, i fronti agitati per via del nuovo corso che si sta per aprire a Palazzo Chigi. C’è chi palesa una preoccupazione diversa ma comunque pronunciata rispetto a quella mostrata per Conte, e chi naviga sulle ali dell’ottimismo, confidando che Draghi sia sinonimo di normalizzazione diplomatica. L’ex maggioranza sembrava preferire le nuove vie della seta ai tradizionali canali economico-politici con Washington. E anche il Vaticano, almeno finché a presiedere gli Stati Uniti è stato Donald Trump, era posizionato in questi termini, come dimostrato dalle aperture verso Pechino e la rigidità sul nuovo corso in Usa. Poi Donald Trump ha perso le elezioni, e il multilateralismo diplomatico targato cardinale Pietro Parolin ha dovuto prendere atto del “ritorno” degli Stati Uniti, con tutto quello che la centralità degli Usa può comportare. Un tema che chiaramente ha già spaccato la Chiesa, diviso sul sostegno a Trump e al mondo liberal. E che adesso rischia di dividersi non solo sulla nuova diplomazia romana, ma anche sulla stessa figura dell’ex presidente della Bce e su cosa vorrà o sarà in grado di fare. Come ha fatto notare La Verità, su Famiglia Cristiana è apparso più di qualche virgolettato che può essere soggetto ad interpretazione. Uno, su tutti, sembra essere particolarmente scettico sul presidente incaricato, che dovrebbe sciogliere la riserva entro la fine della seconda settimana di febbraio, e lo ha scritto il teologo della Lateranense Pino Lorizio. Nel suo articolo, che torna sul legame tra Draghi e la Chiesa Cattolica, si legge: “Né possiamo dimenticare che la formazione in un collegio dei gesuiti non è certo garanzia di fedeltà al Vangelo”. Una frase che unita al richiamo ai “poteri non buoni” e al rito della candela nell’elezione papale (spenta davanti la nuovo pontefice mentre si diceva “sic transit gloria mundi”) sembra quasi voler provocare un bagno d’umiltà al nuovo premier incaricato ma anche a spegnere i facili entusiasmi.  Anche certi ambienti ecclesiastici, dunque, aspettano le declinazioni sul piano pratico prima di prendere posizione. In termini di “schieramenti vaticani”, si potrebbe dire che siamo alle solite, con gli ultra-progressisti ed i conservatori a sgomitare per occupare lati di campo diametralmente opposti, mentre la maggioranza silenziosa attende impassibile, e magari con una certa dose di ottimismo, l’esito dei processi politici. Papa Francesco ha nominato Mario Draghi come membro ordinario dell’Accademia delle Scienze sociali nel luglio del 2020: qualcuno ha interpretato la mossa come una sorta d’anticipazione. Ma non conviene poi molto basarsi sui retroscenismi. Di sicuro Draghi è un laico cui Bergoglio guarda con favore. Gli ecclesiastici, sino a questo momento, si sono espressi con parsimonia. Nessuna fuga in avanti e indietro o quasi. Tra i fautori del governo Draghi, può essere annoverato con certezza padre Antonio Spadaro, che si è espresso con favore, sottolineando pure come il Papa abbia avvisato in tempi non sospetti, ossia nel 2014, la classe dirigente che si sarebbe “allontanata dal popolo”. Un assist ai tecnici, insomma, con l’ex presidente della Bce in testa. Non sarà sfuggito, poi, che è stato Mario Draghi ad aprire il quarantesimo meeting di Rimini, rimarcando la necessità di porre un freno ai sussidi e di sostenere le politiche lavorative giovanili. Insomma, la Chiesa cattolica non può definirsi distante dal premier incaricato. Sì, Mario Draghi è stato formato dai gesuiti, ma per certi ecclesiastici non basta a certificare la patente di prossimità alla sinistra ecclesiastica. Anzi, Draghi è stato più volte accostato al centrodestra liberale, moderato e cattolico nel corso della sua carriera tecnico-istituzionale. E forse è per questo che i cattolici progressisti non hanno reagito con quei facili entusiasmi cui eravamo abituati in questa convulsa fase giallo-rossa. Chi non ha proprio dubbi sul da farsi abita nel campo tradizionalista: il fatto che Draghi abbia svolto il ruolo apicale di vertice della Banca centrale europea è, per l’ultra-destra cattolica, sinonimo di criticità. Perché il cattolicesimo e la sua dottrina non possono assecondare una forma così pronunciata di capitalismo monetario. Per questo, non è difficile imbattersi in analisi critiche su Draghi promosse a mezzo blog dalla destra cattolica. Sono gli stessi che hanno simpatizzato per Trump. Ma anche in quella famiglia, a ben vedere, è registrabile più di qualche parere difforme. I pro life, ad esempio, sperano che l’agenda di Conte e dei giallorossi – quella tagliata pure sulla Zan-Scalfarotto – venga riposta nel dimenticatoio. C’è attendismo. Ma la speranza è che Draghi non si dimostri laicista rispetto ai “valori non negoziabili”. La Chiesa cattolica e i cattolici – com’è normale che sia – discutono sull’uomo chiamato a guidare la “salvezza nazionale”.

I gesuiti, Keynes e la Bce: lo strano caso del liberal un po’ socialista. Ezio Menzione su Il Dubbio il 4 febbraio 2021. Abbiamo davanti un socialista liberal o un liberal di tendenze socialiste, allievo di Federico Caffè, il brillante economista misteriosamente scomparso. I profili sono come i coccodrilli, in genere i giornali li hanno già pronti da tempo. Così è per il Presidente del Consiglio neoincaricato, Mario Draghi, i cui profili impazzano su ogni giornale: centoni che dicono più o meno le stesse cose. Qui interessa sottolineare due elementi che, a mio avviso, caratterizzano il personaggio: il primo è l’avere studiato dai gesuiti (non in collegio, ma in un liceo laico il Massimiliano Massimo di Roma, liceo per ricchi). I gesuiti sembrano avergli dato il loro inprint in termini di coerenza e pragmatismo, termini contraddittori solo per chi non sa guardare più in alto (nel caso dei gesuiti) e più avanti (nel caso di Draghi). Questo profumo di gesuitismo non poteva non colpire anche Papa Bergoglio, che infatti lo ha chiamato all’interno del board di un’importante istituzione vaticana, la Pontificia Accademia di Scienze Sociali (sociali, si badi, e non solo economiche). E c’è chi dice che sia proprio Draghi l’occulto consigliere del repulisti economico- finanziario in cui Bergoglio è da molto tempo impegnato, con alterni esiti, ma, speriamo, buone prospettive. Il secondo elemento caratterizzante è l’essere stato allievo di Federico Caffè, il brillante economista misteriosamente scomparso, considerato il teorico introduttore in Italia delle politiche keynesiane, collaboratore del Manifesto, che ne ha curato anche l’edizione post mortem di alcuni scritti: strano connubio quello di un economista sostanzialmente liberal e di un quotidiano comunista all’epoca, ma proprio comunista che più comunista non si può. Fu lo stesso Caffè dopo la laurea ad affidarlo ad altro economista, Modigliani, dell’MIT di Boston, attento alla finanza sì, ma anche ai problemi sociali. E’ dunque questo doppio aspetto ( economia e finanza da una parte e attenzione ai problemi sociali dall’altra) che colpisce in Draghi, soprattutto quando sale al vertice della BCE. Per arginare l’Europa dall’assalto della speculazione finanziaria, in controcorrente col pensiero e le politiche allora come ancor oggi dominanti, non esitò ad attaccare l’austerity per immettere nuova moneta e pensare all’espansione dell’economia invece che alla contrazione del debito. Posizione diametralmente opposta a quella di Monti, vero e proprio Quintino Sella della “lésina”, costasse quel che costasse purché a pagare fossero i ceti meno abbienti. Monti e Draghi sono ambedue passati per la banca d’affari Goldman Sachs: beh, nessuno è perfetto! Con la differenza che Draghi c’è giustappunto passato per pochissimo tempo, quando i danni peggiori erano già stati combinati, ma si è sbarazzato del controllo delle relative azioni in suo possesso non appena salì al vertice della Banca d’Italia. Anche lo stile ha la sua importanza. Dunque abbiamo davanti un socialista liberal o un liberal di tendenze socialiste: merce rara in Italia, esponente di una cultura in cui forse pochi, ma fra i migliori potrebbero specchiarsi. Certo, vedremo come intende il suo “incarico istituzionale”: svincolato dal parlamento e dalla politica? O capace di misurarsi con essa senza cadere nelle bassezze cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Vogliamo essere ottimisti e augurarci che possa farcela e farcela bene: “whatever it takes”. Attenzione, però, caro Draghi, le imboscate sono all’ordine del giorno e i nemici tanti e si annidano anche laddove tu non pensi. E tu lo sai bene.

Ritratto di Mario Draghi, il figlioccio dei gesuiti che dovrà salvare l’Italia. Piero Sansonetti su Il Riformista il 27 Marzo 2020. “Lib-lab”, se siete giovani, è una sigla – una parolina – che probabilmente non avete mai sentito. In Italia è arrivata dalla Gran Bretagna negli anni Ottanta. Vuol dire Liberal-Laburista. Lib-lab fu il tentativo di mettere insieme le idee liberali anglosassoni con le idee socialiste. Da noi il leader di questa tendenza, che non diventò mai partito e che ebbe scarsa fortuna, fu Claudio Martelli, il numero due di Craxi. Martelli riuscì a riunire attorno a sé un numero consistente di giovani intellettuali, in parte di origini sessantottine, e a elaborare alcune teorie, anche sofisticate, come quella – che godette di una certa celebrità – “dei meriti e dei bisogni”, che puntava a rielaborare le aspirazioni egualitarie e a combinarle con la meritocrazia. Non andò bene. Il Psi, che era il partito sul quale tutto ciò si incardinava, fu spazzato via dai giudici. E lo spazio Lib-lab fu occupato da Berlusconi, che però, francamente, di socialista aveva poco.  Il “Lib-lab” era in sostanza un tentativo di ricreare il riformismo. E come sapete bene, il riformismo, in Italia, non ha mai avuto molta fortuna. Ogni volta che ha alzato la testa, ha finito con l’essere schiacciato tra le tendenze reazionarie, sempre forti e spesso autoritarie della destra, e le idee della sinistra, sempre forti e spesso autoritarie. (No, non è una ripetizione casuale: è proprio così. Destra e sinistra, in questi loro aspetti anti-riformisti e un po’ totalitari, si sono sempre assomigliate). Beh, oggi è rimasta una sola personalità nel mondo politico italiano che – credo – si definisce ancora Lib-lab. È Mario Draghi. E proprio lui, Lib-lab della prima ora, viene chiamato oggi a salvare la patria. Lo vuole la destra, che sa di non avere personalità in grado di affrontare questa crisi, e tantomeno il dopo crisi. E lo vuole la sinistra, che sa di non avere personalità in grado di affrontare questa crisi, e tantomeno il dopo crisi (neanche questa è una ripetizione casuale: è proprio così. Anche in questo, destra e sinistra si assomigliano molto). Draghi è un signore di 72 anni, molto serio, molto preparato, con idee nette, competenza e anche carisma. Forse è l’unico (diciamo sotto gli ottanta…) ad avere il carisma e la solidità necessari a guidare il Paese. Non è affatto detto che glielo affideranno. E non è affatto detto che lui accetti.  È nato a Roma nel 1947, da papà veneto e mamma campana. È nato a settembre, mentre la Costituente stava decidendo gli ultimi ritocchi alla Costituzione della Repubblica. Il padre di Mario, che si chiamava Carlo, si occupava anche lui di economia ed era un allievo di Donato Menichella, che è stato il governatore della Banca d’Italia negli anni della ricostruzione, dal 1947 fino al 1960. Mario viene mandato a scuola dai gesuiti, al Massimo, che è considerata la migliore scuola di Roma. L’ho conosciuto in quegli anni, perché andavo al Massimo anch’io, anche se andavo alle medie e lui al ginnasio. Credo che stesse in classe con Luca Cordero, cioè con Montezemolo, ma forse era una classe avanti. Sto parlando dei primi anni Sessanta, quando il Massimo, che in origine era di fronte a piazza Esedra, in pieno centro, si spostò in un modernissimo complesso a più edifici all’Eur, con una grande chiesa di cemento armato, i campi di calcio, le palestre. Per me quelli furono anni molto belli. Per lui credo di no. Nel 1962, quando faceva il quinto ginnasio, perse prima il papà e poi la mamma. Non so immaginare come un ragazzino sportivo e studioso di quindici anni possa reagire psicologicamente a una frustata di questo genere. Lui reagì. Probabilmente ebbero un peso i gesuiti, perché i gesuiti, ve lo assicuro, sono quel tipo di comunità che non ti molla, ti prende, ti assorbe, ti arruola e un segno comunque te lo lascia. So che Draghi è molto cattolico, credente autentico. Io non penso che sia quel ghiacciolo cinico che a volte può sembrare.  Lo ho incontrato una sola volta, da adulto. Quando era governatore della Banca d’Italia. Io dirigevo Liberazione, il giornale di Rifondazione comunista, e Rifondazione comunista era al governo, e Bertinotti era presidente della Camera. Io però mi divertivo ad attaccare spessissimo Draghi. Non so perché, un po’, forse, anche per goliardia, un po’ perché mi pareva che lui fosse proprio il simbolo della borghesia moderata e antioperaia. Un giorno mi telefonò la sua segretaria, mi disse che Draghi avrebbe voluto incontrarmi, e mi diede un appuntamento. Andai in Banca d’Italia, e mi colpì la sua schiettezza. Disse che si ricordava di me da ragazzino, ma non era vero, perché lui diceva che ero fortissimo a pallone mentre io, purtroppo, non sono mai stato fortissimo. E mi spiegò che non dovevo pensare che lui e Montezemolo fossero la stessa cosa. In effetti io attaccavo sempre lui e Montezemolo come fossero una coppia. Montezemolo – mi disse – era un uomo Fiat e di socialista non aveva nulla. Era un imprenditore, non un uomo di governo. Lui, Draghi, era un’altra cosa. Era un allievo di Caffè.Insistette molto su questo, mi raccontò del rapporto molto stretto che aveva avuto con il professor Caffè, e di quanto il pensiero di Caffè l’avesse influenzato. Io conoscevo bene Caffè, non solo perché – torno sempre agli anni Sessanta – suo fratello Alfonso, sempre al Massimo, era stato il mio professore di lettere alle medie; ma perché poi lui, Federico Caffè, celebre economista, aveva collaborato con l’Unità (oltre che con il manifesto) quando io lavoravo all’Unità come caporedattore, e cioè negli ultimi anni della sua vita conclusa clamorosamente, nella primavera del 1987, con la sua misteriosa scomparsa. Nessuno ha mai saputo che fine avesse fatto Caffè, come nessuno mai seppe dove era finito Majorana. Due suicidi studiati, pensati, sceneggiati, costruiti con sapienza e accompagnati dalla scomparsa del corpo. Caffè era un economista Lib-lab? Direi di no, direi che era spostato molto più a sinistra. Poteva essere forse definito socialista, ma era un socialista radicale, difensore accesissimo dello Stato sociale e dell’intervento dello Stato in Economia. Probabilmente nell’articolo scritto da Draghi l’altro giorno per il Financial Times c’è parecchio del professor Caffè. Sapete come sono le cose, per quasi tutti: in vecchiaia tornano le vecchie idee, i vecchi maestri. Draghi studiò con Caffè, poi andò in America, studiò con Modigliani (che era più lib, sicuramente, di Caffè) diventò professore ordinario di economia a poco più di trent’anni, ebbe incarichi prestigiosissimi in molto istituti pubblici e privati, e agli inizi degli anni Ottanta iniziò quella che può essere considerata la sua carriera politica: fu chiamato a fare il direttore generale del Tesoro dall’allora ministro Giovanni Goria, quando il premier era Craxi (anche lui lib-lab, ovviamente). È curioso ripensarci oggi. Allora Goria era considerato il meno carismatico dei leader democristiani dell’epoca. Era giovane, lo prendevano in giro perché aveva poca storia, Forattini (re dei disegnatori satirici) lo disegnava con la barba (Goria aveva la barba sessantottina, credo che sia stato il primo ministro e poi premier con la barba nera e jeans) ma senza volto. Senza naso, bocca, occhi. Bianco. Per dire: chi è questo? Con il metro di oggi, se uno paragona Goria a quelli di adesso – chessò: Di Maio o Conte, o Bonafede…- sembra di mettere un gigante a paragone con dei nanetti scialbi. Allora però il problema era che non ti paragonavano a Conte ma a Moro o a Fanfani. Comunque il volo politico di Draghi inizia lì. Mentre tanti suoi compagni di studi assumevano posizioni importanti in vari settori della macchina politica e dello Stato, per esempio Ezio Tarantelli, che era anche lui un ragazzo di Caffè e che due anni dopo, nel 1985, fu abbattuto neanche quarantenne da una raffica folle delle Brigate Rosse. Anche lui, Tarantelli, era un lib-lab. Draghi è rimasto al Tesoro per tantissimi anni. Attraversando partiti e maggioranze, dalla Dc e dal Psi, al Pd erede del Pci, a Berlusconi a Prodi. Era inamovibile. Poi approdò a Bankitalia, nel 2005, e infine fu chiamato in Europa, nel 2011, a dirigere l’economia europea. Oggi Draghi è una delle pochissime personalità europee ancora in piedi. Merkel è a fine corsa, Macron non sembra un gigante, gli inglesi e gli italiani boccheggiano, Sanchez al massimo vale Goria. Lui è il numero 1. In Italia piace davvero? Draghi è l’uomo che può ricomporre la borghesia italiana, spaccata in due, negli anni Novanta, quando Berlusconi scippò lo scettro ad Agnelli e aprì una frattura che non si è mai ricomposta. E che ha prodotto un grande indebolirsi della borghesia italiana, delle sue capacità economiche e di egemonia. Draghi è in grado di ricomporla e di riportarla alla guida, anche morale, del Paese? Probabilmente sì. E per questo non è affatto detto che sia gradito. Proprio il vecchio ceppo agnellino non vede di buonocchio questo giovane settantenne e il suo lib-labismo. E anche a Cairo non piace molto. Già, lui me l’aveva detto: “Guarda che io non sono come Luca”. Diceva Luca per dire Montezemolo.

Maria Antonietta Calabrò per huffingtonpost.it il 5 febbraio 2021. Quando la stesura dell’ultima enciclica sociale della Chiesa, la Caritas in Veritate (29 giugno 2009) era ormai quasi pronta, Benedetto XVI chiese all’allora Segretario di Stato Tarcisio Bertone che fosse Mario Draghi a rileggerla prima della pubblicazione. Draghi, che era Governatore della Banca d’Italia lesse quindi quell’Enciclica in anteprima. In un week end. E diede l’ultimo “disco verde” alla pubblicazione. Benedetto, infatti, volle che il testo accuratamente elaborato già dal 2008 , con il contributo principale di Stefano Zamagni, professore di economia politica all’università di Bologna, visto che nel frattempo si era fatta particolarmente scottante la crisi economica che aveva investito il mondo intero e di cui un’Enciclica di carattere sociale non poteva non tenere conto in maniera esplicita, volle che il testo ormai completato fosse sottoposto ad una rilettura e per la formulazione di eventuali aggiunte o cambiamenti che tenessero conto degli aspetti più attinenti all’economia, da sottoporre al suo giudizio. E questo appunto fece Draghi, che in seguito il 9 luglio del 2009, scrisse un ampio commento sull’Enciclica sull’Osservatore Romano. Ma il rapporto per Draghi con la Santa Sede non è finito lì. Anzi. Draghi e Francesco si sono incontrati più volte. Cattolico praticante, come il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, nel 2013 fu ricevuto in udienza con la famiglia. Nel 2016 sedeva accanto ad Angela Merkel quando a Francesco fu conferito il premio Carlo Magno. Ma quando il 26 maggio 2020 Papa Francesco lo ha nominato membro ordinario, quindi non un consulente sia pur di altissimo livello, ma proprio incardinato nella Pontificia Accademia delle Scienze sociali, il cui cancelliere è l’argentino Marcelo Sanchez Sorondo, il mondo politico italiano ha colto subito in questo una “benedizione “ e quasi un’investitura vaticana tanto che il ministro degli Ester di Conte, Luigi Di Maio, fece sapere di aver incontrato Draghi di recente e corse a dichiarare che Draghi gli aveva fatto “un’ottima impressione”. L’ultimo incontro tra Francesco e Conte del resto, quello del 30 marzo 2020, in occasione della Pasqua, al di là della narrazione di Palazzo Chigi (clima molto cordiale… eccetera) in realtà non era andato molto bene. Sull’incontro aveva pesato e molto la gestione della pandemia e l’ecatombe di morti che si era avuta in Italia, già nella prima ondata. Tanto che il 26 aprile 2020 ci fu un forte altolà della Cei, presieduta dal cardinale Gualtiero Bassetti , presa di posizione concordata con Francesco, come già scrisse all’epoca Huffpost, contro il dpcm di Conte che imbrigliava del tutto la liturgia, cattolica senza prevedere protocolli specifici di sicurezza (come invece per le attività economiche), per rendere possibile - in sicurezza - messe e sacramenti (svuotando il cristianesimo e rendendolo “senza Cristo”, come ha affermato ieri Francesco durante l’Udienza generale di ieri mattina. Conte inoltre ha raggiunto un poco invidiabile primato con il Vaticano: è stato l’unico premier italiano che non è stato ricevuto in forma ufficiale da un Papa. È stata del tutto un inedito per un capo di Governo di Roma la visita” privata “di 45 minuti, o “di cortesia” come la definì il protocollo vaticano, resa il 15 dicembre 2018 (Conte 1) a papa Francesco dall’ex presidente del Consiglio. Evidente è la differenza rispetto alle “normali “udienze papali ai capi di Stato o di Governo di qualsiasi Paese, che - oltre ad essere annunciate in precedenza, e non la mattina stessa (sic!) come in questo caso - avvengono sempre con il consueto corollario di delegazioni composte da altri membri dell’esecutivo e da “grand commis” dello Stato, di una presenza per quanto limitata di giornalisti accreditati tramite “pool”, e del classico comunicato finale che rende conto dei colloqui del politico di turno col Papa e col cardinale segretario di Stato. Non è un mistero che la politica antimigranti imboccata dal governo giallo-verde non è mai piaciuta a Francesco. Successivamente, il Papa e Conte si erano visti brevemente, il 30 agosto 2019, il giorno dopo che Conte aveva ricevuto l’incarico di formare il governo Conte 2 (giallo rosso), alla fine delle esequie del cardinale Achille Silvestrini, mentore della Villa Nazareth, dove l’ex premier ha studiato. E proprio alla storia di Villa Nazareth ha riattinto a piene mani la macchina di propaganda, nel momento della recente crisi di governo, quando filtrava da Palazzo Chigi che cardinali si erano mossi a favore di Conte. In realtà Conte ha potuto fare affidamento solo sul cardinale Pietro Parolin, però, fortemente indebolito dalla crisi dello scandalo dei fondi della segreteria di Stato (peraltro era in Africa nei giorni clou della crisi). E anche il direttore della “Civiltà cattolica” Antonio Spadaro (che svolse un ruolo importante nel ridimensionare l’intervento del presidente della Cei , Bassetti, contro il dpcm), assiduo di anticipazioni della rivista sul “FattoQuotidiano”, ha dovuto “lasciare” Conte al suo destino, sperando in un ripescaggio. Significativo che ieri abbia dichiarato di aver “avvertito una disconnessione tra le esigenze della gente e la politica…Conte è strato in grado di mediare istanze differenze. Potrebbe essere una risorsa nel quadro politico che si andrà a delineare”. Sempre ieri mercoledì 3 febbraio, nelle stesse ore dell’incarico a Draghi da parte del Presidente della Repubblica, l’ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Pietro Sebastiani, ha confermato per mail che la cerimonia ufficiale di ricordo della firma dei Patti Lateranensi avverrà anche quest’ anno, l’11 febbraio a Palazzo Borromeo. Salterà il ricevimento, causa Covid. Chissà se per la prossima settimana, magari il nuovo governo ci sarà.

·        I Giornalisti di Dio.

Marco Leardi per davidemaggio.it il 10 dicembre 2021. Dalla messa in onda, quella dei programmi Rai di cui è stato conduttore, alla Santa Messa. Fabrizio Gatta ha cambiato davvero vita e ora è don Fabrizio. Il giornalista, noto al pubblico televisivo per aver guidato programmi come “Linea Verde” e “Lineablu“, è stato ordinato sacerdote. La consacrazione, avvenuta martedì scorso 7 dicembre nella Concattedrale di Sanremo, è stata per Gatta il coronamento di un cammino spirituale e di studi iniziato otto anni fa, dopo un percorso di discernimento durato altri tre anni. Nato a Roma, oggi 58enne, don Fabrizio Gatta aveva iniziato il proprio percorso di fede con una missione di strada assieme ai Missionari del Preziosissimo Sangue, poi, confrontandosi con un direttore spirituale, aveva scelto la via del sacerdozio nella diocesi del ponente ligure. “Nella mia vita precedente avevo tutto quello che molti oggi vorrebbero: un buon lavoro, soddisfazioni, una posizione economica buona, visibilità e notorietà. Eppure dentro di me progressivamente è apparsa un’inquietudine che mi ha portato a riflettere. Nessuna conversione improvvisa, bensì una consapevolezza cresciuta piano piano“ ha raccontato ad Avvenire l’ex conduttore televisivo, che aveva iniziato la sua carriera in Rai nel 1996 presentando per otto edizioni il Concerto dell’Epifania assieme a Lorena Bianchetti, Annalisa Mandolini, Ilaria Moscato e Annalisa Manduca. Nel 2000, con Monica Leofreddi, aveva curato i collegamenti di Domenica In. Nel 2001, aveva presentato le esterne di “Torno Sabato” con Giorgio Panariello, per poi assumere la conduzione di Lineabianca con Manuela Di Centa. Sempre su Rai1 era stato tra i volti di Tutto benessere, Uno mattina, e Raiuno spot con Tania Zamparo. Dal 2002 al 2012 era stato alla conduzione di Lineablu, con Donatella Bianchi. Sempre su Raiuno, nel 2010 con Elisa Isoardi, e poi dal 2011 con Eleonora Daniele, conduce Lineaverde. “Ho compreso come Dio mi abbia sempre parlato attraverso i bei luoghi che ho visitato per le trasmissioni televisive, o attraverso le persone che ho incontrato in quelle occasioni. Una bellezza del nostro Paese, del Creato, che ho raccontato in televisione e che ora porto con me“ ha testimoniato il novello sacerdote, ricordando anche la vicinanza di alcuni colleghi alla sua decisione di intraprendere una vita più spirituale. Tra tutti, ha citato Fabrizio Frizzi:

“Ho sentito rispetto e vicinanza per questa scelta. Tra tutti vorrei ricordare Fabrizio Frizzi che mi ha seguito nel cammino di discernimento e con il quale siamo sempre stati in contatto“.

I 160 anni dell’Osservatore “il giornale di partito”. Paolo Rodari su La Repubblica il 30 giugno 2021. E il Papa lo celebra: “Lo leggo tutti i giorni, la domenica non c’è e mi manca qualcosa”. Cinque numeri speciali con gli articoli dei direttori dei grandi giornali italiani e internazionali e, per la prima volta, la meditazione settimanale del Vangelo affidata alle donne. L’Osservatore Romano celebra oggi l’anniversario dei suoi 160 anni. E per l’occasione pubblica anche un testo inedito del Papa che rivela: «Io lo leggo tutti i giorni e, quando non esce la domenica, mi manca qualcosa».

Giuseppe Candela per Dagospia il 14 giugno 2021. Ricordate Fabrizio Gatta? Volto di Rai1 per quasi vent'anni, passato dalla conduzione di Linea Blu a Linea Verde fino a Unomattina Weekend. Da qualche anno il giornalista ha salutato il piccolo schermo per dedicarsi al prossimo, si è laureato in Teologia ed è diventato sacerdote. Don Fabrizio Gatta "esercita" nella città di Sanremo.

Patrizia Albanese per ilsecoloxix.it il 15 giugno 2021. Don Fabrizio Gatta? «Sono io, sì». Il tempo di presentarsi, al telefono della chiesa di San Siro a Sanremo e all’ex giornalista - in Rai per vent’anni - parte una risatina. Par di vederlo, mentre mormora scuotendo la testa: «Dagospia, Dagospia... Da quando l’ha scritto, il telefono...». Be’, in effetti in periodo di crisi di vocazioni, un religioso non più giovanissimo fa notizia. Figurarsi poi se a infilarsi la tonaca è un brillante giornalista Rai di lungo corso. Passato da Miss Italia con l’indimenticato Fabrizio Frizzi a Lineablu e decine di altri programmi: lascia le telecamere per il sacerdozio. Assegnato a Sanremo, per di più. In cerca di anime tra Festival e Casinò? Padre spirituale dello show business? «Di tutte le persone che il Signore mi metterà sulla strada, assetate e in ricerca» replica sereno questo giornalista di Dio. Quanto al Casinò... «Da lì, parte la mia storia». 

Scusi, in che senso?

«La mia famiglia materna è di Sanremo. Il mio bisnonno, Adriano Garassino, era direttore della Casa da gioco, negli Anni Venti. Quando ci andava Toscanini. I miei erano vicini di ombrellone di Carlo Dapporto, che abitava di fronte a noi, in corso Orazio Raimondo. Davanti ai Bagni. Da casa, la bambinaia - una signora austroungarica, che fumava il sigaro - sventolava l’asciugamano per chiamare a pranzo mia nonna e gli altri 8 fratelli. Attraversavano il casello ed erano a casa».

Lei invece è nato 57 anni fa a Roma, dov’è cresciuto e s’è laureato in Sociologia, prima della recentissima laurea in Teologia, preceduta da due anni di Filosofia.

«La bisnonna, vedova, si trasferì a Roma. In via Lima, ai Parioli - racconta don Fabrizio - Mia madre, al liceo Tasso conobbe mio padre. Non si sono più lasciati». 

Per lei, studi dove?

«Dai preti. Maristi». 

Be’, una bella partenza...  

«Abbastanza, sì» se la ride il diacono, che sarà ordinato sacerdote il prossimo 7 dicembre. Puntualizza serio: «Però, questa è un’intervista. E non posso, senza prima l’autorizzazione del vescovo. Tra i voti, c’è l’obbedienza». 

Soltanto un colloquio. E poi anche il vescovo sarà contento, dai. Per una volta, niente scandali ma una cosa bella. Da bambino, che voleva fare da grande?

«Pippo Baudo» snocciola allegro. Ricordando: «Ero chierichetto a Messa. Nella parrocchia dei Maristi, certo». 

Con la Fede, rapporto altalenante?

«Momenti di lontananza. Normale, durante l’adolescenza. Le crisi servono per essere superate. Giusto così. È una crescita». 

Però, mai avrebbe pensato di farsi prete.

«No, mai». 

E poi accade, che...

«Che non ti basta più. Che quello che fai, deve avere un senso. Il successo, i soldi, lo share, l’applauso non ti bastano più. E allora, cerchi di fare del bene. Di impegnarti. Di fare un’adozione a distanza. Cerchi di capire il Mistero. E ti metti in gioco». 

 Fino alla Chiamata.

 «Non è San Paolo, che poi non è mai caduto da cavallo, sulla via di Damasco. È più la vocazione del San Matteo di Caravaggio. L’ uomo con una mano sui soldi colpito da una lama di luce, da cui appare Gesù. San Matteo si indica il petto, come dire: sei sicuro? Vuoi proprio me? È un cammino di lacerazione. Serve un padre spirituale. Rileggi tutta la tua vita...». 

Pausa.

«Non è una passeggiata di salute» sbotta schietto il giornalista. Che come don Fabrizio prosegue: «Devi essere sostenuto dallo Spirito Santo. Devi essere aiutato. Entri in seminario, per anni di convivi con persone molto più giovani di te. Non facilissimo. Però, una volta messo mano all’aratro, non mi sono più voltato indietro. L’animo me lo riscalda Lui». 

Reazioni in famiglia? Sconcertati?

«Uuuh - se la ride di cuore - Mia mamma prendeva le gocce per dormire... Il conduttore coi soldi, le auto potenti, abituato alla bella vita, che lascia tutto...». 

Amori?

 «Non c’è stato quello della vita, del per sempre. Doveva arrivare un Incontro più importante. L’amore che ti cambia la vita per sempre, è quello per Dio. Ho lasciato tutto per Lui. E Nostro Signore mi ha davvero cambiato la vita. 

La gioia di annunciare Cristo, con l’entusiasmo e l’energia di un ragazzino. Mi piace parlare di Gesù. E inventare modi nuovi per comunicare un messaggio di 2000 anni, ma sempre nuovo». 

Il suo entusiasmo è coinvolgente.

 «Dio ha sconvolto la mia vita» afferma con gioia. E riflette: «Come diceva Padre Puglisi: “Venti, 40, 60, 80 anni quella è la vita. Ma se sbagli direzione, a che ti serve? Che hai vissuto a fare?”. Mettersi in ascolto serve a questo. Ti dà la percezione di aver vissuto la vita giusta.

Chi segue Gesù sono le persone che non si sentono a posto. I feriti dalla realtà che si mettono in discussione tutti i giorni. Io mi metto in discussione tutti i giorni. La vita con me ha agito per sottrazione». Scusi, che significa? «Bisogna togliere le sovrastrutture che ci ha dato la vita». 

Don Fabrizio, perché proprio Sanremo? Ci resterà?

«Fino al 7 dicembre, sono ancora diacono: è l’ordine del servizio. Col grembiule, come il Signore quando asciuga i piedi. Sanremo, per tornare alle origini. Ho conosciuto il vescovo, Antonio Suett. Per me un fratello. Molto vicino ai suoi preti. Il vero pastore che cura le pecore. Ho grande ammirazione per lui. Conoscerlo è stata un’illuminazione. 

Senti che ti parla con le parole di Dio. Ti parla di vangelo. Di esperienza di Cristo vissuta in prima persona. Come diceva il Beato Rosario Livatino: “Non ci verrà chiesto quanto siamo stati credenti, ma quanto siamo stati credibili”. Sanremo è la mia terra, la mia casa. La mia chiesa».

Estratto dell’articolo di Sandro Magister per “L’Espresso”, pubblicato da “La Verità” il 7 giugno 2021. L' 1 marzo, su due pagine intere de L' Osservatore Romano Paolo Ruffini tracciava un bilancio esaltante dei sei anni di vita del dicastero per la comunicazione di cui è prefetto. [...] Ma da Francesco non è arrivato il minimo grazie né a lui né agli altri comprimari del dicastero: da Andrea Tornielli, direttore editoriale, ad Andrea Monda, direttore de L' Osservatore Romano. Il 24 maggio il papa si è recato in visita nel palazzo che ospita i media vaticani. Ma invece di celebrare i 160 anni dello storico quotidiano pontificio ha avuto per esso solo parole di rimprovero. Il giornale a cui Jorge Mario Bergoglio ha preferito far festa è stato La Gazzetta dello Sport, [...] venduto in edicola con in omaggio il libro Lo sport secondo papa Francesco. [...]. Quello stesso 31 maggio Francesco ha ricevuto in udienza ufficiale Monda, e due giorni prima Tornielli. Ma non devono essere stati colloqui distesi. Troppo fresca era l' umiliazione inferta ad entrambi e a Ruffini dalla visita papale del 24 maggio al loro quartier generale. Tutto bello, aveva detto loro il papa, ma la domanda è quest' altra: «quanti ascoltano la Radio, e quanti leggono L' Osservatore Romano?». Voi siete come «la montagna che partorisce il topolino». [...] [3 giugno 2021]

Parole a vanvera dei vaticanisti Socci e Messori, orfani di Trump tra dietrologie e scivoloni. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 5 Marzo 2021. “Quanti fantasmi ci attraversano la strada” cantava Battiato tanti anni fa. Oggi è una vera folla e servono misure urgenti per dirigere il traffico! Mettiamo allora un po’ d’ordine nel via vai di opinioni buttate lì a caso, su papa, papi, pati, lezioni di catechismo non richieste e “vanverate” cioè opinioni a vanvera Il colloquio con papa Ratzinger pubblicato dal Corriere della Sera lunedì, addirittura per due pagine, ha provocato ulteriori fiumi di inchiostro. Così leggendo Antonio Socci scopriamo che il “Corrierone” ha ribadito delle ovvietà: mi sono dimesso spontaneamente, di papa ce ne è uno solo (ma, obietta Socci, cosa costava a Ratzinger aggiungere il nome del papa attuale, per maggiore precisione? E già, diciamo noi, perché: quanti papi regnanti ci sono?). La colpa del quotidiano è di avere occultato la vera notizia contenuta in quel colloquio. Cioè che papa Ratzinger dica di Biden: «Come presidente tende a presentarsi in continuità con la linea del Partito Democratico» (una linea abortista). Inoltre, ha aggiunto Ratzinger, «sulla politica gender non abbiamo ancora capito bene quale sia la sua posizione». Qui per Socci c’è una vera notizia, perché papa Francesco sarebbe invece sostenitore di Biden mentre il predecessore sconfessa Biden e appoggia la linea di quella parte dell’episcopato Usa critico verso il presidente. Ora, ammesso e non concesso sia vero, a Roma si direbbe: e a noi? Che ce ne importa? Sapere quale sarà mai la posizione di Biden sulla politica gender potrà cambiare la nostra vita e visione del mondo? E poi: davvero Papa Francesco appoggia Biden? Da che si capisce: da un telegramma di congratulazioni? Sembra davvero una posizione voluta a tutti i costi. E dunque ecco Battiato: quanti fantasmi ci attraversano la strada! L’appoggio dei papi a presidenti e capi di stato è sempre più supposto che reale. E del resto basta guardare i primi atti di Biden per capire quanto la sua politica manchi di fantasia e di spunti diversi. Ad esempio il tanto “nuovo” e celebrato presidente Usa che cosa fa con la Russia? Impone sanzioni! Ovvero mette in campo una risposta talmente vecchia, inutile, scontata, irragionevole, che si autodefinisce esponente di una prassi politica oramai senza storia. Invece per noi è molto più comodo discettare di papi e antipapi in versione moderna. Papa Ratzinger da un lato si sarebbe dimesso, dall’altro non avrebbe abbandonato aspetti effettivi delle prerogative papali e quindi sarebbe anche in qualche modo ancora in carica. Qui Socci tocca un problema vero e insieme dimentica l’esistenza di una “cosa” che si chiama logica. Andiamo per gradi. Il problema vero riguarda l’indefinito statuto di “papa emerito” o “dimissionario”. Del resto non ne abbiamo uno dai tempi di Celestino V, ed era appena il 1294. Mentre di antipapi ne abbiamo avuti tanti e nell’insieme si sa come trattarli (basta convocare un Concilio e deporli, semplice no?), un papa dimissionario non ha figura giuridica nel diritto canonico. Certo in questi anni di papa Francesco – otto di pontificato al 19 marzo – si potevano trovare dei canonisti di buona volontà e risolvere la questione. Magari papa Ratzinger avrebbe dato volentieri un contributo. Comunque staremo a vedere. Ma a me la vera questione sembra un’altra. Che appartiene alla logica (in questo caso va d’accordo con la fede, scusate se è poco!). Va dato atto a papa Ratzinger di avere percorso una strada coraggiosa. Come ho scritto qualche giorno fa sul mio blog sul sito internet de Il Riformista, se non si fosse dimesso oggi sarebbe il Papa regnante, a 93 anni, 94 ad aprile. Ma davvero qualcuno sano di mente pensa che si possa governare una struttura complessa a questa età? Per chi crede, è sempre all’opera l’assistenza dello Spirito Santo; tuttavia ci saranno pure dei limiti a una “certa età”. O no? O la realtà non la dobbiamo chiamare per nome? Eppure nelle due lunghe pagine del Corriere della Sera le condizioni fisiche precarie di papa Ratzinger vengono descritte bene. Nei commenti alla Socci, stupisce l’incapacità di non voler vedere a tutti i costi una realtà sotto gli occhi di tutti e cioè che le strutture complesse hanno bisogno di leaders in forze, attivi, propositivi, capaci di viaggiare per il mondo cattolico per motivare i fedeli e tenere alta la fiamma spirituale. E qui entra in gioco un aspetto ulteriore: a che serve versare fiumi di inchiostro e domande sul perché e percome di una dimissione che lo stesso protagonista ha spiegato in lungo e largo? A che serve evocare il fantasma, appunto, di un Papa regnante che non sia legittimo? Ecco la risposta: serve a sviare i problemi e vendere fumo. Fa lo stesso la lunga intervista con Vittorio Messori di mercoledì (stesso “Corrierone”), quando pontifica sul compito che dovrebbe avere la Chiesa (ecco un altro che la sa lunga più di tutti). E la dice semplice, semplice: «La vita eterna è l’unico tema. La Chiesa oggi è una succursale dell’Onu, non ne parla. Questa è riduzione al mondo. Ma Vangelo significa buona notizia, in greco. Gesù non si occupò di politica, nella sua predicazione non condannò neppure la schiavitù. Venne a schiuderci le porte del paradiso». Teologia sui generis, dunque. Per chi crede, la presenza di Dio opera nella storia di oggi, mica nella vita eterna di chissà quando. La fede senza le opere è morta dice la Lettera di Giacomo, poi c’è San Paolo con la “carità”, quindi la parabola evangelica del Samaritano, poi i discorsi infiniti su evangelizzazione e promozione umana che vanno di pari passo in un binomio indissolubile. Basta per far capire che è stata scritta una sonora sciocchezza? Il cattolicesimo si distingue dal protestantesimo di radice evangelical perché il primo opera attivamente sul piano della giustizia sociale ispirata dall’idea che siamo tutti figli di Dio, dunque fratelli e sorelle tra di noi (l’enciclica Fratelli tutti dice qualcosa o no?). Il protestantesimo di radice evangelical dice che se sei schiavo è colpa tua e se sei ricco allora vuol dire che lo hai meritato, la società non c’entra affatto. Gesù non ha mai condannato la schiavitù, però il Vecchio Testamento ci fa sapere che nell’anno del Giubileo gli schiavi venivano liberati. Scusate se è poco, e andrebbe spiegato ai supremastisti e razzisti bianchi di stampo Usa. La Bibbia detta prassi molto precise sui comportamenti da tenere per ottemperare alla volontà di Dio: proteggere l’orfano e la vedova, ad esempio, cioè le categorie fragili di quel tempo e di tutti i tempi. E senza scordare quel passaggio del Vangelo che delinea le opere di misericordia corporale e spirituale (secondo le definizioni del catechismo di un tempo). Leggere Messori appartiene a quell’opera di misericordia spirituale che recita: sopportare pazientemente le persone moleste. Pazientemente non significa starsene zitti. Soprattutto di questi tempi, in cui siamo tutti sfidati da questioni epocali di giustizia sociale: sui temi dell’ambiente, sui limiti di politiche che guardano soltanto a interessi particolari e dimenticano che ognuno di noi ha una sola vita da vivere e un solo pianeta in cui vivere. Pensiamo alla vita eterna senza dimenticare la vita dei nostri figli, per dare loro un futuro e soprattutto un pianeta in cui ci siano risorse e non macerie e detriti. Qui non si tratta di uno scontro tra “cristianesimi” ma tra visioni lungimiranti e visioni miopi. Papa Francesco va in Iraq, nonostante tutte le difficoltà, a portare una parola di speranza e di pace a quelle popolazioni. E magari intende far capire a tutti noi rimasti comodi a casa nostra che esiste una realtà più larga, più ampia, e dobbiamo interessarci alle persone e prenderci cura degli altri. Un Samaritano moderno, e attualissimo, e scusate se è poco!

Vittorio Messori. Stefano Lorenzetto per il "Corriere della Sera" il 3 marzo 2021. Lasciando la direzione del Foglio, Giuliano Ferrara spiegò che «a 63 anni bisogna imparare a morire». Vittorio Messori si è portato avanti con i compiti da quando ne aveva 41 ed è prossimo a compierne 80 in questo 2021. «Problemi al cuore. Ma va bene così. Sono crollato proprio qua», si lascia sfuggire elusivo, e non vuole aggiungere una sola parola. «Qua» è il suo pensatoio dentro l'abbazia benedettina di Maguzzano, affacciata dal IX secolo sul lago di Garda, in cui visse Merlin Cocai, alias Teofilo Folengo. Lo scrittore è certo che le due stanzette, intasate da 15.000 libri, gli furono concesse in comodato d'uso grazie all'intercessione celeste di don Giovanni Calabria, un prete ritenuto matto perché confidava solo nella divina provvidenza, e infatti fu sottoposto a quattro sedute di elettroshock. Invece era santo, come sancì Giovanni Paolo II nel 1999. Messori anticipò il precetto ferrariano con Scommessa sulla morte, uscito nel 1982 sull'onda del successo (1 milione di copie, 26 traduzioni) di Ipotesi su Gesù, scritto dopo la conversione al cattolicesimo. «Ora che si avvicina il momento di passare all' altra vita, ho deciso di donare questa biblioteca e quella di casa a un'associazione di teologia. Ho già dettato l'iscrizione per la lapide sulla tomba».

Il tema non mi sembra di attualità.

«Lo è sempre. Nome, cognome, data di nascita, data di morte. E "Scio cui credidi", so in chi ho creduto, come scrive Paolo nella Seconda lettera a Timoteo».

Mi confidò che vorrebbe essere sepolto in questo complesso monastico.

«Sì, unico laico fra i religiosi dell'Opera Don Calabria. Due semplici pietre in un angolino, una per me e l'altra per mia moglie con la frase "Cor ad cor loquitur", il cuore parla al cuore, motto cardinalizio di san John Henry Newman. Ma i parenti di Rosanna ci vorrebbero nella cappella di famiglia, nel cimitero di Treviglio».

Vabbé, passiamo ad altro.

«E perché? "Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti". Salmo 90. La vita eterna è l'unico tema. La Chiesa oggi è una succursale dell' Onu, non ne parla. Questa è riduzione al mondo. Ma Vangelo significa buona notizia, in greco. Gesù non si occupò di politica, nella sua predicazione non condannò neppure la schiavitù. Venne a schiuderci le porte del paradiso. Prima lo sheol per gli ebrei era il regno dei morti, del buio».

Quel giorno chi le verrà incontro per primo? Un angelo? San Pietro? Dio?

«Non posso prevederlo. So che bisogna dimenticare la Divina Commedia».

L'aldilà non è la parodia dell'aldiquà.

«Per la Chiesa è paradiso, purgatorio o inferno. Preghiamo perché ai nostri cari sia accorciata la permanenza nel secondo, ma nell'aldilà non esiste il tempo».

E se lei finisse all'inferno?

«I santi c'insegnano che ci va solo chi lo vuole, chi rinnega coscientemente Dio. Hans Urs von Balthasar disse, o gli fecero dire, che "l'inferno esiste, ma è vuoto". Sarà. Tuttavia non intendo diventare il primo inquilino che lo inaugura».

Boccaccio confessò: «Spero che la morte mi colga mentre sono intento a leggere o a scrivere o, se a Dio piacerà, mentre prego e piango». Lei cosa spera?

«Parlava così per farsi perdonare il Decameron. Io prego perché la morte mi trovi vivo. E perché mi sia risparmiato un decesso improvviso: vorrei congedarmi con il conforto dei sacramenti».

Ha un animale domestico?

«Un tempo ero gattolico praticante. Ho avuto Micetto e Micetta. Il maschio tornava a casa ferito, ma farlo castrare mi sembrava una crudeltà. Alla fine ho inventato Baratto e Malvagio, gatti immaginari. Aiutano a evitare i litigi fra coniugi. Diamo a loro la colpa di tutto».

Paolo VI consolò un bimbo che piangeva la morte del suo cane, dicendogli che l' avrebbe rivisto in paradiso. È così?

«Non è un dogma. Ma credo che tutto ciò che abbiamo amato sarà salvato».

Questa sì che è fede.

«Ero l' allievo prediletto di Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone e Luigi Firpo, la trimurti del laicismo. Non avevo alcuna intenzione di diventare cristiano, meno che mai cattolico. Ma cascai dentro una sorta di buco bianco».

Come e quando?

«Nell' estate del 1200, pardon, che lapsus linguae! Del 1964, la più calda del secolo scorso. I miei genitori, entrambi mangiapreti, erano in vacanza. Stavo controllando una citazione nel Vangelo, che non avevo mai aperto in vita mia. Non so che mi accadde. Cercai di resistere, ma non vi fu niente da fare. Quando scoprì la conversione, mia madre voleva farmi visitare da uno psichiatra. Galante Garrone mi diseredò moralmente sulla prima pagina della Stampa . Se ora lei mi puntasse una pistola alla tempia e m' ingiungesse di affermare che il Vangelo è una bufala, le direi: spari pure».

Dovette cambiare radicalmente vita.

«Da universitario mi mantenevo facendo il centralinista di notte alla Stipel, la compagnia telefonica di Torino, con altri giovanotti aitanti. Lo sport preferito delle signore sole era di chiamarci, invitandoci ad andarle a trovare di giorno. Divenuto credente, stracciai l'agendina con i loro numeri e gli indirizzi. Quella fu l'unica volta che scoppiai a piangere».

Nel 1971 le nozze, che durarono poco.

«Con la sorella del mio miglior amico, oggi diventata testimone di Geova. Mi circuì mentre ero ricoverato in ospedale, in stato di costrizione psicologica, come testimoniò davanti alla Sacra Rota».

Ne seguì una lunga causa di nullità.

«Conobbi Rosanna Brichetti alla Pro Civitate Christiana di Assisi. Ci sposammo quando lei aveva 57 anni e io 55. Per 30 abbiamo vissuto come fratello e sorella, in case separate. Il cardinale Joseph Ratzinger convinse papa Wojtyla a riaprire il fascicolo sull' unica persona che aveva scritto saggi con entrambi. Fui minacciato di morte dopo che pubblicai Rapporto sulla fede con l' allora prefetto dell' ex Sant' Uffizio: dovetti nascondermi in un convento dei barnabiti. Fino a quel momento la Congregazione per la dottrina della fede si era sempre espressa con due sole formule: "licet" o "non licet"».

Lei compirà 80 anni il 16 aprile, quando Benedetto XVI ne festeggerà 94.

«Sì, abbiamo in comune il dies natalis di santa Bernadette Soubirous, il giorno della sua nascita al cielo. Per anni ho trascorso le mie vacanze estive a Lourdes. Il rettore del santuario voleva che mi ci trasferissi come capo dell' ufficio stampa».

A Medjugorje c'è mai stato?

«Dopo le prime apparizioni. Lavoravo per Jesus . La polizia mi fece spogliare, dovetti togliermi persino le mutande».

E che conclusioni ne trasse?

«Il codice di diritto canonico stabilisce che solo i vescovi locali possano giudicare questi eventi. Il Vaticano non si è mai espresso né su Lourdes né su Medjugorje. Il presule di Mostar era scettico, ostile. Ma Gesù insegna che dai frutti si riconosce l'albero. Ebbene il paradosso è che l'albero di Medjugorje lascerà magari a desiderare, ma i frutti sono eccellenti: i pellegrini tornano da là tutti migliori».

Saprebbe dirmi per quale motivo la Madonna appare ovunque e Gesù mai?

«Gesù è anche Dio. Maria è solo donna, fa parte dell' umanità. È il trait d' union fra la terra e il cielo».

Incontra ancora il Papa emerito?

«Non oserei mai disturbarlo. Un giorno mi telefonò il suo segretario Georg Gänswein: "Sua Santità la rivedrebbe volentieri, ma lei dovrà dimenticarsi di essere un giornalista". Peccato, perché fece commenti sulla situazione della Chiesa che erano da prima pagina. Sulla scrivania teneva solo due giornali, il Corriere della Sera e la Süddeutsche Zeitung».

Che cosa pensa di quei cattolici convinti che il «vero» papa sia ancora lui?

«Non li seguo. Osservo solo che ha voluto restare vicino a Pietro».

Sente la mancanza dei figli?

«A me piacciono i bambini degli altri. Non avevo la vocazione alla paternità».

Sua moglie è laureata in sociologia con una tesi sul femminismo, ha lavorato al Censis, ha girato l' Italia a raccogliere pareri sulla legge Basaglia. Non sembrerebbe una messoriana.

«È laureata anche in giurisprudenza e in teologia. Di quella tesi ancora si vergogna. Fu una vittima del '68. L'ho guarita».

Ma perché passa per reazionario?

«Lo ignoro, ho sempre cercato di essere solo cattolico. Mi considero un uomo del Concilio Vaticano II. Non ho mai partecipato a una messa in latino. Anzi, sarei stato a disagio nella Chiesa di prima».

Che rapporti ha con l'Opus Dei?

«Di amicizia, come con Comunione e liberazione. Ma non ne faccio parte».

Il Vangelo non parla di peccati mortali e veniali. Lei crede a questa distinzione?

«Mah, insomma... Dopo la morte ci attende un tribunale. E i giudici irrogano le pene secondo la gravità delle colpe».

Se il sesso serve solo a procreare, quale peccato commette un marito il quale abbia già avuto figli e vi ricorra fuori dal matrimonio qualora la moglie si rifiuti di avere rapporti coniugali?

«Non ho una risposta. La lascio ai confessori. Guardi, quando iniziai a fare l'apologeta, decisi di astenermi da tre attività: dichiarare per quale squadra tifo, parlare di politica, trattare di morale. Sono argomenti che dividono. La Chiesa fa la moralista. Ma la morale cristiana senza essere cristiani appare disumana».

Non si è mai occupato di temi etici.

«È vero. E mi sono attirato diffidenze, se non rimproveri, per questa assenza. Che vuole mai, è la sindrome del convertito. Ciò che m' interessa è la fede, la possibilità stessa di credere, di scommettere sulla verità del Vangelo. Il resto è solo una conseguenza. Etica, società, lavoro, politica... Tutto necessario ma assurdo, se prima non si saggia l' esistenza e la resistenza del chiodo che deve reggere ogni cosa. E quel chiodo è Gesù».

·        Il Vaticano non evade l’Imu.

Luca Monticelli per "La Stampa"l'1 dicembre 2021. Trattative estenuanti sulle riformulazioni degli emendamenti, riunioni fiume, sedute notturne e toni sopra le righe. La discussione sul decreto fiscale al Senato, un provvedimento di fatto a costo zero, accende lo scontro politico non solo con l'opposizione ma anche dentro la maggioranza. Se il decreto fiscale rappresenta l'antipasto della manovra, il governo farebbe bene a preoccuparsi. Le votazioni sono proseguite durante tutta la notte, però su alcuni temi la variegata e litigiosa maggioranza è riuscita comunque a trovare un'intesa con il Mef. Oggi il provvedimento approderà in aula a Palazzo Madama. Il Pd è riuscito a far passare un emendamento che esenta dal pagamento della tassa sui rifiuti (la Tari) le basiliche di San Giovanni in Laterano, di Santa Maria Maggiore, di San Paolo e altri immobili compresi nel Trattato lateranense. Tra questi: il palazzo pontificio di Castel Gandolfo, l'Università Gregoriana, i due edifici di Sant'Apollinare e la Casa degli esercizi per il clero di San Giovanni e Paolo. Tutti edifici per i quali la Chiesa già non pagava. Ma una sentenza della Cassazione di alcuni mesi fa aveva sancito l'inversione di rotta. Ora l'emendamento consente di non pagare. Via libera alla proroga al 9 dicembre per il pagamento della rottamazione-ter e del saldo e stralcio che secondo il calendario dell'Agenzia delle entrate doveva essere perfezionato ieri. Con i cinque giorni di "tolleranza" che si applicano sempre ai termini fiscali, il rinvio arriverà al 14 dicembre. Fratelli d'Italia, che aveva indicato un differimento al 2022, parla di «vergogna», ma la materia sarà affrontata ancora in legge di bilancio, dove ci sono parecchi emendamenti. Luce verde pure a un altro emendamento che assicura più tempo per pagare le cartelle sospese durante l'emergenza Covid. Sono quegli atti che la Riscossione a settembre ha ricominciato a inviare ai contribuenti. I versamenti vengono estesi da 150 a 180 giorni. Niente intesa sul Patent box (la detassazione sui brevetti), che nella sua nuova versione aveva fatto insorgere Confindustria. L'impegno è trovare un punto di caduta in legge di bilancio. Dovrebbe rimanere fuori il testo del senatore dem Tommaso Nannicini che abolisce le agevolazioni alle società sportive che ingaggiano atleti provenienti dall'estero. Una misura del vecchio Decreto Crescita utilizzata soprattutto dalle squadre di calcio per far tornare in Italia i giocatori risparmiando sull'ingaggio.

Lo strappo sul Concordato e gli attacchi alla Chiesa. Fedez contro il Vaticano, ma la Chiesa si difende: “Non siamo evasori”. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 24 Giugno 2021. Qualcuno lo vede in Vaticano come un intervento a gamba tesa, altri come una occasione per riaprire il dialogo tra i vari fronti opposti sulla questione, altri ancora come un boomerang. La Santa Sede ha ufficialmente chiesto al governo italiano di ripensare, “rimodulare” è la parola usata, il ddl Zan perché, così com’è ora, potrebbe configurare una violazione del Concordato, mettendo a rischio “la piena libertà” della Chiesa cattolica. Sta di fatto, comunque, che è la prima volta che il Vaticano si appella al Concordato per chiedere un intervento su una legge dello Stato. La preoccupazione è che la libertà di espressione venga compressa dalle nuove norme e che “non si possa più svolgere liberamente l’azione pastorale, educativa, sociale”. Ieri alla fine la stessa fonte che ha fatto uscire la Nota, cioè il Corriere della Sera, ne ha pubblicato il testo integrale. Si tratta di due pagine in cui in sostanza si ribadisce che alcuni contenuti dell’iniziativa legislativa — particolarmente nella parte sulla criminalizzazione delle condotte discriminatorie per motivi «fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere» — inciderebbero negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario. Ci sono espressioni della Sacra Scrittura e della Tradizione e del Magistero, che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa Rivelazione divina. In pratica si vuol dire che un parroco o un vescovo o un insegnante di religione, non dovrebbero correre il rischio di incappare in sanzioni spiegando in termini magari forti la dottrina cattolica. Tutto qui. In realtà la Nota da parte della Santa Sede è uno strumento diplomatico consolidato, anche se usato praticamente mai dalla Revisione del 1984 (epoca Craxi). Ed ha lo scopo di realizzare un intervento di più alto livello, rispetto a quello che possono fare i vescovi italiani, i quali nell’ultimo anno in due occasioni hanno fatto sentire il loro parere negativo e a favore di una revisione della legge, per mezzo del cardinale Bassetti, presidente della Cei. Sul piede di guerra adesso ci sono le associazioni Lgbt: «Il tentativo esplicito e brutale è quello di sottrarre al Parlamento il dibattito sulla legge e trasformare la questione in una crisi diplomatica, mettendola nella mani del Governo Draghi per far si che tutto venga congelato», denuncia l’Arcigay. Franco Grillini, ex parlamentare e storico esponente del movimento gay italiano, chiede invece di “abolire definitivamente” proprio il Concordato, «questo retaggio fascista. La pretesa vaticana di dettare legge all’Italia interferendo con la sua attività legislativa è irricevibile». In realtà si sprecano le opposte interpretazioni: chi dice che la segreteria di stato ha una linea difforme da Papa Francesco e chi torna all’attacco contro i privilegi della Chiesa, come scrivono Fedez e anche la Murgia, mettendo tutto sullo stesso piano: Vaticano e Concordato, Chiesa italiana, questioni fiscali, esenzioni e tasse, nel calderone dove tutto diventa uguale a tutto. Qui un sonoro non ci sto viene dal presidente dell’Apsa, mons. Nunzio Galantino. Dal suo osservatorio dove gestisce i beni immobili della Chiesa, ribadisce che nel 2020, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa, appunto) ha pagato per imposte: € 5,95mln per Imu e € 2,88mln per Ires. A queste vanno aggiunte le imposte pagate da Governatorato, Propaganda fide, Vicariato di Roma, Conferenza Episcopale italiana e singoli enti religiosi. E poco più di un anno fa in una dettagliata ricostruzione dei pagamenti e del rispetto delle norme, osservava a proposito del “mito della Chiesa che non paga le tasse sugli immobili”: «Bisogna ribadire che sugli immobili dati in affitto, quelli cioè che rendono davvero – aggiunge – da sempre le imposte vengono pagate senza sconti o riduzioni». Ricordando le polemiche alimentate in passato perché l’Ici prevedeva l’esenzione per gli immobili degli enti senza scopo di lucro, integralmente utilizzati per finalità socialmente rilevanti, mons. Galantino evidenziava che «questo tipo di esenzione non riguarda solo gli enti appartenenti alla Chiesa cattolica». Ma ne hanno «sempre beneficiato e beneficiano tutte le altre Confessioni religiose, tutti i partiti, tutti i sindacati e tutte le realtà che realizzano le condizioni previste dalla legge». Cosa accadrà adesso? Dal Vaticano tutto assolutamente tace e si aspetta la risposta del governo, chiamato a sbrogliare una complessa matassa politica perché la nota verbale ha dato il via al balletto della politica: Cinquestelle e sinistra a difesa del ddl Zan, mentre da destra si sta con il Vaticano. Una convergenza che fa scrivere ad Avvenire, il quotidiano dei vescovi: “Dal dibattito sul Concordato lo spunto per il dialogo”. Quello che aveva chiesto il presidente della Cei, il cardinale Bassetti, anche sfidando l’anima più conservatrice della Chiesa italiana che ha fatto del ddl Zan un totem da abbattere.

Fabrizio Mastrofini. Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).

"Fedez ha detto fesserie. Il Vaticano paga le tasse, ecco le cifre". Fabio Marchese Ragona il 24 Giugno 2021 su Il Giornale. Il presidente dell'Apsa smentisce il rapper: "È disinformato, nel 2020 oltre 5 milioni di Imu". Nella polemica sul Concordato tra Italia e Santa Sede, con il Vaticano che ha chiesto al Governo la rimodulazione del testo Zan, si è inserito anche il rapper Fedez che da tempo sostiene pubblicamente il ddl. Il re del tormentone estivo, ha lanciato dal suo profilo Instagram, che conta 12,6 milioni di followers, accuse al Vaticano sul tema degli immobili. «Amici», ha chiesto con ironia il cantante ai suoi seguaci, «voi avevate concordato qualcosa? Non avevamo concordato, amici del Vaticano, che ci davate delle tasse arretrate sugli immobili e che l'Unione Europea ha stimato in cinque miliardini o forse di più? In realtà non si sa, perché avete perso il conto degli immobili, ne avete troppi». Affermazioni che non vanno giù a monsignor Nunzio Galantino, presidente dell'Apsa, l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica che gestisce gli immobili della Santa Sede.

Monsignor Galantino che cosa risponde a Fedez?

«L'unica risposta che si può dare a una persona disinformata sono le carte, i fatti. Non so se lo faccia per ignoranza o per malafede. Non ci sono alternative. A fronte di affermazioni che lui non può documentare, io posso invece documentare che il Dicastero che presiedo paga».

Avete pagato?

«Nel 2020 l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha pagato 5,95 milioni di euro per l'Imu e 2,88 milioni di euro per l'Ires. A queste vanno aggiunte le imposte pagate da Governatorato, Propaganda Fide, Vicariato di Roma, Conferenza Episcopale italiana e singoli enti religiosi. Nel 2019 abbiamo pagato oltre 9 milioni e 300 mila euro. Ed è tutto documentato! Poi se si vuole andare in processione con Fedez, si vada pure. Il problema è che qualcuno, pur sapendo queste cose, continua a dire che la Chiesa non paga...»

Fedez parla di miliardi di euro di arretrati...

«Chi dice che il Vaticano ha evaso 5 miliardi di Imu allo Stato non offre nessun dato che permetta di verificare questa affermazione. Da chi denuncia la rilevante somma che il Vaticano avrebbe evaso bisognerebbe farsi dire: in base a quale legge, su quali immobili e in riferimento a quale periodo è stato quantificato il debito del Vaticano? Bisogna ribadire che sugli immobili dati in affitto quelli che rendono davvero da sempre le imposte vengono pagate senza sconti o riduzioni. In passato, le polemiche furono alimentate perché l'Ici prevedeva l'esenzione per gli immobili degli enti senza scopo di lucro, integralmente utilizzati per finalità socialmente rilevanti (come scuole, mense per i poveri o centri culturali). È da sapere che l'esenzione non riguarda solo la Chiesa, ma tutte le Confessioni religiose, i partiti, i sindacati ecc. Ho persino chiesto a coloro che fossero a conoscenza di evasione da parte di enti ecclesiastici, di denunciarli subito alle competenti autorità, assicurando il mio appoggio».

Perché secondo lei Fedez ha fatto queste affermazioni?

«Bisognerebbe chiedere a lui, è difficile dare spiegazioni, io non lo conosco nemmeno, non so chi sia, lui può fare quello che vuole, ma chi lo ascolta deve sapere che almeno su questo argomento ha detto cose che, nella migliore delle ipotesi, non conosce. Perché a fronte delle mie parole ci sono dei fatti e ho le prove per smentirlo. La gente decida se vale più un documento o la parola di Fedez...»

La questione degli immobili vaticani è terreno fertile per chi vuol fare polemica...

«A metà luglio pubblicheremo il bilancio dove ci sarà elencato il numero degli immobili, in Italia, all'estero, ecc. e così saranno serviti anche questi benpensanti».

Forse il problema è che in passato la Chiesa non rendeva tutto pubblico?

«La responsabilità è anche nostra che talvolta, all'epoca, non abbiamo fatto buona o sufficiente comunicazione...».

Adesso con Papa Francesco le cose son cambiate?

«Dobbiamo riconoscerlo, oggi posso dire tu hai detto una fesseria e parli di cose che non conosci. O lo fai in malafede o perché lo ignori. Io ti aiuto a superare la tua ignoranza, se lo accetti o non lo accetti sono problemi tuoi. Grazie a Dio, il tempo del silenzio è finito!». Fabio Marchese Ragona

Ddl Zan, suor Anna Monica Alfieri replica a Fedez: "Inesattezze sul Vaticano, riprenda in mano i libri". Libero quotidiano il 25 giugno 2021. Basta Anna Monica Alfieri, la suora di Quarta Repubblica, per sistemare Fedez sul ddl Zan. Il cantante si è scagliato contro il Vaticano che ha chiesto modifiche al disegno di legge che limita la libertà di espressione dei fedeli. "Immagino - premette la religiosa del programma di Nicola Porro in una lettera aperta al rapper -, data la sua giovane età, che lei sia fresco di studi e che a scuola, sia alla Secondaria di Primo che alla Secondaria di Secondo Grado, i suoi insegnanti di Storia le abbiano presentato (e Lei poi a casa, nel pomeriggio, abbia studiato) il Concordato Lateranense del 1929 e la sua Revisione del 1984. Certo, lei mi dirà: il Concordato del 1929 fu firmato da Mussolini. Concordo. Quello del 1984 fu però firmato, per lo Stato italiano, da Bettino Craxi, un socialista doc, non certo un amico del Vaticano e delle sue presunte logiche di potere. Spero, quindi, che, prima di fare certe affermazioni, abbia ripreso in mano quei libri, sempre che li abbia conservati e non li abbia venduti alla fine dell’anno. Cosa lecita, ci mancherebbe, qualche soldino in più per aiutare in famiglia o da dare in beneficenza fa sempre bene!". Insomma, in modo del tutto garbato suor Anna invita Fedez a studiare. Anche sulle tasse che il Vaticano deve dalla religiosa arriva una vera e propria lezione. Fedez infatti aveva accusato la Chiesa di non pagare quanto dovuto. E proprio su questo suor Anna vuole fare chiarezza: "In merito alla sua preoccupazione dei danari (una preoccupazione davvero di alto profilo morale e, soprattutto, coerente con il suo stile di vita, sempre così sobrio e morigerato), la informo che, in merito alla sua affermazione ’Il Vaticano non paga le tasse immobiliari e l’Italia sta violando il Concordato’, nel 2020, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha pagato per imposte € 5,95 mln per IMU e € 2,88 mln per IRES. A queste vanno aggiunte le imposte pagate da Governatorato". Poche precisazioni che hanno però smentito le tesi del rapper, ormai paladino dei più deboli. Basta pensare agli attacchi dal palco del Concertone del primo maggio alla Lega.

IMU ed immobili delle parrocchie. Da finanzaterritoriale.it. Ai fini dell’esenzione ICI/IMU/TASI per le attività di religione e di culto, la normativa IMU riproduce quella precedente dell’ICI. Con l’ICI (art. 7 commi d, i dlgs 504/1992) e poi con l’IMU (art. 9 co. 8 Dlgs 23/2011) si e’ sempre prevista l’esenzione – tra gli altri – per i fabbricati e pertinenze destinati esclusivamente all’esercizio del culto ed alle attività di cui all’art. 16 lett. “a” L 222/1985. Il legislatore e’ poi intervenuto per definire la tassazione ed i criteri di esenzione in base a criteri di proporzionalità (DM 200/2012) per gli enti non commerciali (anche religiosi) che svolgono queste attività (art. 7 comma i, decr.legisl. n. 504/1992). Le esenzioni previste ai fini IMU/TASI quindi si applicano per i fabbricati e per le loro pertinenze destinati esclusivamente all’esercizio del culto e alla cura per le anime, alla formazione del clero e dei religiosi a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana (art. 7, c. 1, lett. d decr.legisl. 504 /1992, comma 8 dell’articolo 9 del decr. Legisl. n. 23 del 2011).. Nello specifico, tale esenzione vale per: – la CHIESA (E07) – la CASA CANONICA. Per la casa canonica ovviamente non esiste alcuna disposizione di legge che ne indichi l’esenzione. […]

Esenzioni Imu (Ici, Tares, Tasi). € 620.000.000. Inchiesta UAAR - Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti su icostidellachiesa.it/esenzioni-imu. L’Imu (Imposta Municipale Propria) dal 2012 ha preso il posto dell’Ici, che era stata a sua volta istituita con il Dlgs n. 504/1992. L’articolo 7 ne disciplinava le esenzioni. Con la sentenza n. 4645 dell’8 marzo 2004 la Cassazione, chiamata a pronunciarsi sull’uso quale casa di cura e pensionato di alcuni immobili di proprietà dell’Istituto Religioso del Sacro Cuore, ribadì autorevolmente che, trattandosi di attività «oggettivamente commerciali», gli immobili oggetto del contenzioso non potevano rientrare nell’ambito dell’esenzione. Nel quadro del Decreto Fiscale collegato alla Legge Finanziaria 2006, il parlamento decise di andare contro la sentenza della Cassazione ed estese l’esenzione Ici anche agli immobili di proprietà ecclesiastica adibiti a scopi commerciali. Il decreto legge n. 223/2006 successivamente eliminò l’esenzione totale, stabilendo che la stessa «si intende applicabile alle attività che non abbiano esclusivamente natura commerciale»: in pratica, era sufficiente che all’interno dell’immobile destinato ad attività commerciale si mantenesse anche solo una piccola struttura destinata ad attività religiose per garantire l’esenzione dall’Ici all’intero edificio. Una decisione che non piacque alla Commissione Europea la quale, in seguito a una denuncia dei radicali, aprì un’inchiesta contro il governo italiano per sospetti «aiuti di Stato» alla Chiesa e violazione delle norme comunitarie sulla concorrenza, inchiesta terminata nel 2016 con un nulla di fatto, facendo risparmiare alla Chiesa cattolica tra i 4 e i 5 miliardi di euro. Secondo le stime dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani, diffuse nel settembre 2005, il provvedimento relativo alla finanziaria 2006 avrebbe comportato un ammanco nelle casse comunali di circa 200-300 milioni di euro, 20-25 soltanto a Roma (25,5 secondo lo stesso Comune di Roma, scriveva L’Espresso dell’8 settembre 2011). Maltese, a p. 62, scrive che alla stima Anci vanno aggiunti «gli immobili considerati unilateralmente esenti da sempre e mai dichiarati ai Comuni, per giungere a un mancato gettito complessivo valutato per difetto intorno a 1 miliardo di euro l’anno». Folena, a p. 42, replica così all’articolo di Maltese pubblicato su Repubblica che ha costituito l’origine di questo passaggio ne La questua: «Unilateralmente? Assurdo: sarebbe come se ciascuno di noi, persona fisica, decidesse di ritenersi “unilateralmente esente” dall’Irpef e così non pagasse le tasse. Tanto assurdo che questo passaggio nel libro scompare». Non è vero, come si può notare. E ovviamente era possibile evadere totalmente l’Ici, perché era sufficiente non aver cominciato a pagarla a suo tempo sulla base della legge del 1992, cambiare l’uso dell’edificio in senso commerciale, e non comunicare tale modifica. La legge, scrivevano i giuristi, non rendeva del resto facile stabilire quali condizioni debbano ricorrere affinché un edificio di culto non debba più essere considerato tale. A p. 41 Folena sostiene che «gli alberghi pagano, e se ciò non avviene, li si induca senza remissione a pagare: senza alcuna incertezza», confermando quindi che non esiste alcun controllo ecclesiastico ‘superiore’ che verifichi la correttezza tributaria dei vari enti ecclesiastici proprietari di edifici in cui si pratica l’attività alberghiera. Lo stesso Folena, a p. 48, scrive del resto che «quella delle “celebri” Orsoline [menzionate da Maltese a mo’ di esempio di attività alberghiera esente] è in realtà una scuola. D’estate vengono messe a disposizione le stanze delle studentesse: 80 euro pensione completa in alta stagione, sconti per famiglie, i bambini pagano la metà». Ma 80 euro sono, per l’appunto, una tariffa di mercato, anzi: condizioni più care di quanto praticato sul mercato da non professionisti. E la stessa scuola probabilmente applica, nel resto dell’anno, condizioni di mercato. Una ‘Casa del clero’ che offre stanze a persone comuni è stata inoltre individuata dal segretario radicale Mario Staderini insieme a tre pensionati per studenti (cfr. sito de L’Espresso): esiti simili per un servizio di Striscia la notizia. Sul Fatto Quotidiano del 20 agosto 2011, che si sofferma in particolare sulla tassazione degli alberghi, è peraltro riportato questo passaggio: «A pagare, secondo l’Associazione nazionale dei comuni italiani, sono meno del 10 per cento di chi dovrebbe farlo, con un danno erariale di circa 500 milioni l’anno». Come lo stesso Folena ricorda (p. 42) i rapporti tra vescovi e i vertici dell’Anci sono cordiali, tanto che il segretario generale dell’associazione Angelo Rughetti ha invitato gli amministratori locali a partecipare al Congresso Eucaristico (cfr. Ultimissima dell’11 agosto 2011). Ed è del resto noto che, pur se la Cassazione è di diverso avviso (cfr. sentenza n. 17399/2011), nei rari casi in cui il mancato pagamento dell’Ici da parte di un ente religioso veniva esaminato da una commissione tributaria, l’ente tendeva a giustificare le proprie ragioni con semplici autocertificazioni e l’esito gli era generalmente favorevole: si veda il caso di una casa per ferie “scagionata” perché l’immobile «era al servizio di una comunità religiosa per attività ricettiva-assistenziale, senza fini di lucro, che veniva svolta con lo spirito apostolico proprio della Congregazione» (cfr. il sito del Sole 24 Ore). L’“assoluzione” da parte delle commissioni tributarie richiederebbe del resto un ulteriore intervento in Cassazione, che non sempre ha luogo (cfr. Ultimissima del 10 novembre 2011). E, ancora, sebbene la locazione di un appartamento sia sempre stata gravata da ICI, sono invece esenti le canoniche e le abitazioni di residenza dei vescovi (cfr. Cassazione n. 6316/2005), così come quelle dei parroci, e persino quelle dei sagrestani. Infine, si ricorda che secondo stime non smentite effettuate dal Gruppo RE (che sostiene di operare sul mercato immobiliare «adottando canoni di comportamento deontologico rispettosi dell’Etica, interpretata secondo la Morale Cattolica»), pubblicate sul settimanale Il Mondo nel maggio 2007, il patrimonio immobiliare di proprietà della Chiesa e delle sue varie articolazioni rappresenta tra il 22 e il 25% del valore dell’intero patrimonio immobiliare italiano. Quantomeno 115.000 immobili, ha reso noto il quotidiano conservatore Il Tempo, di cui 25.000 nella sola Roma. In attesa dell’intervento del governo, nel febbraio 2012 l’Anci diffuse una nuova stima, definita «prudenziale», che valutava tra i 500 e i 600 milioni l’entità dell’esenzione Ici-Imu. Va anche ricordato che le modifiche concordatarie del 1984, all’articolo 19, stabiliscono che «agli effetti tributari gli enti ecclesiastici aventi fine di religione o di culto, come pure le attività dirette a tale scopo, sono equiparati a quelli aventi fine di beneficenza o di istruzione. Le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte dagli enti ecclesiastici, sono soggette, nel rispetto della struttura e delle finalità di tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività e al regime tributario previsto per le medesime»: pertanto, con l’introduzione e la generalizzazione delle esenzioni Ici-Imu, come ha notato per primo il prof. Piero Bellini dell’università La Sapienza di Roma, si è in presenza di «una modifica del Concordato da parte dello Stato, peraltro in favore della Chiesa, che avviene nelle forme non previste dallo stesso Concordato. Il quale, essendo “protetto” dalla Costituzione, non può essere modificato se non nelle forme previste dalla Costituzione stessa, cioè attraverso un accordo tra le parti». Un capitolo ancora a parte è quello delle chiese – non soggette a tassazione – dove tuttavia si fa pagare un biglietto d’ingresso in considerazione del valore artistico delle stesse: perché non dovrebbero essere colpite da imposta? L’introduzione dell’Imu, nel 2012, non è stata immediatamente estesa alle proprietà ecclesiastiche: il governo Monti ha infatti preso tempo per stabilire le linee guida, e il Consiglio di Stato ha persino rispedito al mittente la prima bozza elaborata dall’esecutivo. In seguito è stato elaborato un nuovo regolamento che contiene luci e ombre, tanto da far parlare di «mini Imu» o addirittura di «bluff», visto che la nuova normativa si presta a mille interpretazioni: a partire dall’assunto che per modalità non commerciale va intesa quella che manca del fine di lucro e stabilendo, caso per caso, quando si ritiene che manchi il fine di lucro (la corresponsione di una retta simbolica, la non redistribuzione di eventuali utili, il regime in convezione con lo Stato) sulla base dell’esame dello statuto dell’ente, che poteva comunque essere adeguato entro il 31 dicembre 2012 per rispondere ai requisiti richiesti. Nel dicembre 2016 la Corte di Cassazione ha stabilito che, se gli enti religiosi godono di una tassazione agevolata, allora devono anche applicare rette «significativamente ridotte». Nel dicembre 2012 la Commissione Europea dava il via libera al regolamento Imu, rilevando nel contempo come la precedente normativa fosse illegittima: nello stesso tempo l’ha tuttavia “condonata”, ritenendo «oggettivamente impossibile», sulla sola base delle dichiarazioni del governo italiano, stabilire quanta parte degli immobili era da considerarsi commerciale e quindi non coperta dall’esenzione Ici. Il danno complessivo per le casse pubbliche nel periodo 2006-2012 è stato stimato tra i due e i tre miliardi di euro. Per fortuna la questione è ancora aperta: stando all’avvocato generale della Corte Europea, Melchior Wathelet, la Chiesa è tenuta a pagare quanto “evaso”. Nel frattempo, come ha notato anche il periodico cattolico Adista, parlando di “imbroglio”, le nuove regole sono lungi dall’introitare, come previsto, le centinaia di milioni annui che la normativa precedente consentiva di non pagare. Non avendo nemmeno alcun riscontro di un’entrata in vigore delle nuove regole e di un’applicazione delle stesse, mentre si continua ad aver notizia di organizzazioni cattoliche soccombenti nei ricorsi per Ici non pagata negli anni precedenti, nel settembre 2013 l’Uaar ha scritto al Vice-Presidente della Commissione Europea, Joaquin Almunia, e alla Rappresentanza della Commissione europea in Italia, per denunciare come “i governi succedutisi nel nostro paese non intendono dunque in alcun modo intervenire sul trattamento di favore fiscale assicurato ai beni di proprietà della Chiesa cattolica”. Un decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, emanato il 26 giugno 2014, ha infine introdotto per scuole paritarie e cliniche private un regime agevolato, esentandole di fatto dal pagamento dell’Imu e della Tasi. Il Ministero ha infatti stabilito che sono esenti dal pagamento le scuole paritarie che esigono una retta media per studente inferiore al costo medio per studente della scuola pubblica e le strutture ospedaliere private purché convenzionate. Nel novembre 2014, la Corte di Giustizia del Lussemburgo ha però riaperto la questione, ammettendo un ricorso radicale contro le decisioni della Commissione Europea: nel 2018 è arrivata la sentenza, che ha in sostanza “sdoganato” la nuova normativa, stabilendo però che le strutture ecclesiastiche devono pagare l’arretrato, stimato in circa cinque miliardi. Il “governo del cambiamento” guidato da Giuseppe Conte non sembra però intenzionato a recuperare tale enorme somma. Nel frattempo, nel luglio 2015 la Corte di Cassazione ha dato ragione al Comune di Livorno, che aveva presentato ricorso contro il mancato pagamento delle tasse sugli immobili da parte di due scuole gestite da enti religiosi (concetto ribadito con un’ulteriore ordinanza favorevole al Comune di Orvieto contro un istituto religioso e, nel 2017, al Comune di Cagliari contro un altro istituto religioso). Mostrando così platealmente quanto estesa sia l’area di evasione. A Roma, ha scritto il Corriere della Sera, un albergo su quattro è di proprietà ecclesiastica, ma solo il 40% vi paga le relative tasse: non solo quelle sulla proprietà e i rifiuti, ma persino quelle di soggiorno. Tutto questo nonostante gli elevati prezzi praticati, come confermato da testate politicamente agli antipodi quali Left e Il Tempo. L’arretrato per tali beni, secondo l’Agenzia delle Entrate, nella capitale ammonta a diciannove milioni di euro. Il fenomeno è talmente diffuso da aver dato lo spunto per il soggetto di una commedia cinematografica, Io c’è. Riteniamo pertanto legittimo, in attesa di un’effettiva applicazione di imposte sui beni ecclesiastici a destinazione parzialmente commerciale o, più probabilmente, dell’avvio di una nuova fase di contenzioso tra amministrazioni locali ed enti ecclesiastici, continuare a stimare l’area di imposizione in almeno 600 milioni di euro di mancati introiti per le casse pubbliche. Dal 2014 è inoltre entrata in vigore la Tasi, che affianca a sua volta l’Imu. A essa è stata accorpata la tassa sui rifiuti (Tari), e l’esenzione che era a discrezione dei comuni è diventata quindi legge nazionale, il cui beneficio aggiuntivo è stimabile in almeno venti milioni.

Imu e Chiesa: facciamo un po' di chiarezza. La Chiesa, che significa le parrocchie, gli istituti ecclesiastici, gli ordini religiosi, ha sempre pagato l’Ici, ora Imu. Quindi, dove sta tutto questo clamore? Sergio Criveller il 29/11/2018 su lavitadelpopolo.it. Imu e Chiesa, tema che ci mancava. “La Chiesa pagherà l’Imu sui propri immobili”, questo si è letto nei giorni scorsi su diversi quotidiani. Ma sugli immobili in cui si svolgono attività esclusivamente commerciali (un negozio, un bar, un hotel…), la Chiesa, che significa le parrocchie, gli istituti ecclesiastici, gli ordini religiosi, ha sempre pagato l’Ici, ora Imu. Quindi, dove sta tutto questo clamore? Facciamo chiarezza. Ai fini dell’esenzione Ici-Imu-Tasi per le attività di religione e di culto, la normativa Imu riproduce quella precedente dell’Ici. Con l’Ici (art. 7 commi d, i D.L. 504/1992) e poi con l’Imu (art. 9 comma 8 D.L. 23/2011) si è sempre prevista l’esenzione per gli immobili destinati esclusivamente all’esercizio del culto e della religione. Si è, poi, intervenuti per definire l’esenzione in base a criteri di proporzionalità (DM 200/2012) per gli enti non commerciali (anche religiosi) che svolgono attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive (art. 7 comma i, D.L. 504/1992). Le esenzioni previste ai fini Imu-Tasi, quindi, si applicano per gli immobili destinati esclusivamente all’esercizio del culto e alla cura per le anime, alla formazione del clero e dei religiosi a scopi missionari, alla catechesi, all’educazione cristiana (art. 7, c. 1, lett. d D.L. 504 /1992, comma 8 dell’articolo 9 del D.L. n. 23 del 2011). Problemi di interpretazione sono nati, però, nel 2005 quando il governo Berlusconi ampliò l’esenzione, allargandola anche agli immobili che svolgono attività fiscalmente qualificate come “economiche/commerciali”, cioè le attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative, sportive. Ma quando un’attività è considerata economica? La scuola materna parrocchiale, per esempio, è un’attività economica solo per il fatto che c’è la partita Iva? Con l’Ici c’era la possibilità di “interpretare”, invece con l’Imu le cose sono molto più chiare. Comunque, la sostanza non cambia: la scuola materna giustamente non pagava l’Ici, come ora non paga l’Imu. L’Unione europea affermava che il “sistema italiano di esenzioni all’Ici verso gli enti non commerciali per scopi specifici tra il 2006 e il 2011 era incompatibile con le regole Ue sugli aiuti di Stato”, in quanto conferiva, di fatto, un vantaggio selettivo alle attività commerciali svolte negli immobili di proprietà di questi enti e quindi anche della Chiesa, rispetto a quelle portate avanti da altri operatori. La Commissione Ue nel 2012 e il Tribunale Ue nel 2016 comunque avevano sancito “l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà organizzative”. Oggi, invece, la Corte di Giustizia Ue si è pronunciata ribaltando quanto precedentemente disposto; in particolare, ha spiegato che affinché possa archiviarsi l’aiuto di Stato, non è sufficiente prendere atto dell’impossibilità di recupero dichiarata dallo Stato italiano. E’ necessario invece accertare con un “esame minuzioso” l’inesistenza di “modalità alternative” per provare a incassare almeno in parte i soldi andati persi. Quindi, auguri e buon lavoro! Solo gli enti della Chiesa sono oltre 40 mila, per non parlare, poi, di tutti gli altri enti… ma chissà perché poi alla fine si parla solo di Chiesa… o di Vaticano. Sulle attività commerciali si sono sempre pagate Ici e Imu. Dove non c’è profitto, è corretto non pagare l’Imu. Comunque, il ricorso accolto dalla Corte Ue è sull’Ici. Quello sull’Imu è stato respinto, per cui la Chiesa continua a essere esentata dal pagamento per gli immobili con le caratteristiche sopra elencate.

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OGGI LA CHIESA PAGA L’IMU, MA NON HA ANCORA RESTITUITO CINQUE ANNI DI TASSE NON VERSATE. NOTIZIA INFONDATA! Da facta.news il 24 giugno 2021. Il 23 giugno 2021 la redazione di Facta ha ricevuto una segnalazione che chiedeva di verificare l’informazione secondo cui la Chiesa cattolica non pagherebbe l’Imu, l’imposta comunale unica italiana sul possesso dei beni immobili istituita con il d.lgs. 14 marzo 2011 n. 23.

Si tratta di una notizia imprecisa.

Attualmente la Chiesa cattolica paga quanto dovuto allo Stato italiano per i suoi immobili: secondo i dati diffusi da Apsa (l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, l’ente che gestisce materialmente gli edifici), l’esborso per l’anno 2018 è stato di 9,2 milioni di euro, cifra calata a 5,7 milioni nel 2019 e a 5,9 milioni nel 2020.

Il Vaticano ha insomma sicuramente pagato diversi milioni Imu negli ultimi anni, ma non è sempre stato così. Prima che esistesse l’Imu, l’imposta sugli immobili era l’Ici (imposta comunale sugli immobili). Il regime di esenzione per alcuni edifici, tra cui quelli della Chiesa, previsto (art. 7) dalla legge che disciplinava l’Ici era particolarmente complesso e originava spesso contenziosi giudiziari. Nel 2004 la Cassazione diede infine un’interpretazione restrittiva della legge, non dando l’esenzione a quei beni immobili che avessero avuto natura «oggettivamente commerciale». Nel 2005 il governo Berlusconi III modificò la legge, per dare l’esenzione anche a tutti quegli edifici che non avessero «esclusivamente natura commerciale». In base a tale modifica, come hanno spiegato nel 2019 i colleghi di Pagella Politica, praticamente qualsiasi attività commerciale gestita da religiosi avrebbe avuto diritto all’esenzione dall’imposta, anche se nata con il fine di generare profitto. La disciplina – che continuava a causare numerosi ricorsi nei tribunali – fu modificata solo nel 2012 dal governo Monti, che limitò l’esenzione alle attività non commerciali (decreto-legge n.1 del 24 gennaio 2012). I vari ricorsi causati dalla normativa del 2005 avevano alla fine portato a un intervento dell’Unione europea, che nel 2012 ha stabilito che la modifica voluta da Berlusconi rappresentasse un illegittimo aiuto di Stato, ma che la somma dovuta dal Vaticano all’Italia non fosse quantificabile e quindi non andasse recuperata. L’ultima parola è però arrivata nel 2018 dalla Corte di Giustizia Ue –  l’organo che si occupa di garantire che il diritto dell’Unione europea venga interpretato e applicato allo stesso modo in ogni Paese europeo – che con una sentenza del 6 novembre ha stabilito che l’Italia non avesse dimostrato sufficientemente di non poter recuperare il dovuto e dunque che quei soldi andassero riscossi. In base a questa sentenza, nel 2019 la Commissione europea ha chiesto all’Italia di recuperare il totale dovuto tra il 2006 e il 2011 (gli anni dell’esenzione votata dal governo Berlusconi III), suggerendo alcune strategie per calcolare la cifra non riscossa, come ad esempio imporre a tutti gli interessati un «obbligo di autocertificazione» oppure prevedere un sistema di «controlli in loco tramite gli organi ispettivi» Come hanno spiegato i colleghi di Pagella Politica, ad oggi lo Stato italiano non è ancora riuscito a quantificare l’Ici arretrata, che resta dunque una pendenza della Santa Sede nei confronti dell’Italia.

·        Vaticano e Bilanci.

Ecco i numeri che fanno tremare la Chiesa. Francesco Boezi il 15 Agosto 2021 su Il Giornale. Con il crollo dell'otto per mille, la Chiesa cattolica perde milioni di "scelte". E c'è un rimbalzo statistico che riguarda lo Stato italiano. Otto per mille fa rima con fiducia dal basso. Quella che alla Chiesa cattolica non è mai mancata. I dati hanno tuttavia iniziato a raccontare di una contrazione. La casistica è chiara: c'è una progressiva diminuzione dei dichiaranti che optano per la "donazione" annuale, per usare un termine improprio, alla Chiesa. Capirne le cause, non è un'operazione semplice. Si può per lo più sospettare. Tra chi si interroga sui perché del calo, che ad esempio può essere dovuto pure al clima culturale, e chi invece ritiene che il tutto rientri in una fluttuazione naturale, le istituzioni ecclesiastiche per ora non si sbracciano affatto. Si tratta pur sempre di denaro. E la linea di papa Francesco è chiara: in quel campo, la battaglia è per la trasparenza, non certo per il quantum. Di dichiarazioni pubbliche, insomma, non ce ne sono state. E a pensarci bene sarebbe strano se il Vaticano si esprimesse su una questione che è per lo più materiale. Comunque sia, interpretando i numeri delle statistiche, può essere presentata una riflessione sul relativismo. Si tratta di uno spauracchio sbandierato da tempo, da Joseph Ratzinger in poi, che certo può influire sull'otto per mille. Capiamoci, non esiste una bussola precisa per comprendere come stia procedendo l'avanzata del "relativismo" e quanto quell'offensiva svolga un ruolo sulle "donazioni". Ma forse qualche forma di collegamento c'è. Perché più quell' "ismo" procede spediti nel mondo e meno la Chiesa cattolica conta. Questo, almeno, è vero secondo buona parte degli avvertimenti sulla fine o sul ridimensionamento del cattolicesimo. Un’analisi sull'affezione che i fedeli provano nei confronti della Chiesa, quindi della confessione religiosa cristiano-cattolica, può passare pure dalla disamina su coloro che destinano o non destinato quella quota di reddito. Del resto, quando la secolarizzazione monta, un'elargizione favorevole all'Ecclesia può essere percepita in misura differente. E quando l'ex pontefice Benedetto XVI profetizzava su come la Chiesa avrebbe perso "potere", forse si riferiva anche a questioni come questa. Com'è ovvio, poi, il relativismo non è il solo motivo che inficia sulla flessione. Ma la semplicità con cui anni fa veniva compiuta quella scelta può essere venuta meno, in parte, per quel fenomeno culturale. Veniamo ai numeri ed alla loro freddezza. La statistica, sul lungo periodo, registra una discesa costante: Il Messaggero ha immortalato una contrazione pari a "tre milioni e mezzo" nell'arco di un novennio. Non sono euro, ma "scelte". Analizzando le cifre pubblicate sul sito del Ministero delle Finanze, ci si può sbizzarrire. Per quel che concerne il 2021, le "scelte espresse valide" sono state 17.223.272, mentre l'anno scorso erano state 17.357.043. Il che potrebbe confondere sull'andazzo generale. Ma poi il sentiero intrapreso si palesa. Perché nel 2019 erano 17.592.274, nel 2018 17.777.621, nel 2017 18.688.601, nel 2016 18.817.796, nel 2015 18.929.936 e così via. Ricette per risalire la china non se ne leggono. E forse si tratterà soltanto di abituarsi alle nuove medie, che comunque restano alte e non configurano chissà quale dramma. Abbiamo accennato al "clima culturale". Basta riavvolgere il nastro di qualche settimana, per rammentare quanto spazio abbiano avuto le polemiche attorno al Ddl Zan, dopo la nota diplomatica della Segreteria di Stato. Quel "chi ha concordato il Concordato" pronunciato da Fedez può essere la spia di una problematica generazionale. Quanti, tra le nuove generazioni, percepiranno come normale il rapporto esistente tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica? É un caso - questo un altro quesito - che alcune delle persone (un milione) che hanno smesso di scegliere l'otto per mille - così come segnalato dal quotidiano sopracitato - abbiano iniziato a preferire lo Stato come destinatario? É una domanda che sembra riguardare più l'avvenire che l'oggi, ma che sta divenendo di stretta attualità. E anche l'avvenire dell'otto per mille può dipendere dalla risposta.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna.

L. Ci. Per "il Messaggero" il 10 agosto 2021. Circa tre milioni e mezzo di scelte in meno negli ultimi nove anni, di cui un milione solo tra il 2019 e il 2020. Continua a calare il numero dei contribuenti che riservano alla Chiesa cattolica il proprio otto per mille Irpef nella dichiarazione dei redditi. Ma i dati appena resi disponibili dal Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia evidenziano anche un fenomeno nuovo: il sostanziale travaso di preferenze (appunto un milione circa) tra la Chiesa e lo Stato, con tutta probabilità dovuto ad una specifica novità introdotta a partire dalle dichiarazioni dello scorso anno, relative ai redditi del 2019: la possibilità per i cittadini di scegliere direttamente tra cinque opzioni l'ambito di utilizzo dell'otto per mille devoluto allo Stato, con in più la garanzia che le risorse destinate alla scuola non saranno in nessun caso spostate su altre finalità. Dunque una fetta consistente di contribuenti avrebbe apprezzato la possibilità di decidere in prima persona l'utilizzo della quota delle proprie imposte, accordando fiducia all'istituzione statale. Va ricordato che l'otto per mille non prevede un prelievo aggiuntivo, ma semplicemente il trasferimento di questa frazione dell'Ifpef versata dai cittadini alle confessioni religiose oppure allo Stato per finalità specifiche. La scelta non è obbligatoria ed in effetti sono meno della metà del totale i contribuenti che la fanno: lo scorso anno 16,8 milioni su 41,5. La Chiesta cattolica, a differenza di altre confessioni, ha aderito alla possibilità di percepire anche la quota di otto per mille lasciata inoptata, sempre in proporzione alla percentuale di preferenze effettivamente espresse. Questo è il motivo per cui il finanziamento effettivo ottenuto è rimasto sostanzialmente costante negli ultimi tempi nonostante il calo delle preferenze: circa un miliardo l'anno (pur a fronte di un gettito Irpef in leggero aumento). Le norme prevedono che i fondi siano distribuiti con tre anni di ritardo: così ad esempio quelli relativi ai redditi del 2019, formalizzati nella dichiarazione dell'anno successivo, saranno ripartiti tra gli aventi diritto nel 2023. LO SMOTTAMENTO Dieci anni fa, con la dichiarazione sui redditi 2010, la Chiesa aveva totalizzato circa 15,6 milioni di scelte, pari all'82,2 per cento dei contribuenti che si erano espressi e al 37,6 di quelli totali. Per i redditi del 2018 il numero assoluto di scelte era sceso a 13,2 milioni, con percentuali rispettivamente del 77,2 e del 31,8. In un anno c'è stato uno smottamento, con 12,1 milioni di preferenze espresse, ovvero il 71,7 per cento del totale, e il 29 dei contribuenti complessivi. Contemporaneamente i cittadini che hanno preferito lo Stato sono aumentati da 2,8 a 3,8 milioni, pari al 22,6% delle indicazioni. Le altre confessioni sono tutte staccatissime nella graduatoria, con i valdesi al terzo posto (2,9% delle scelte).

LA GARANZIA Come si diceva, dallo scorso anno c'è la possibilità di precisare la destinazione dell'8 per mille statali tra i cinque diversi ambiti beneficiari: fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione dei beni culturali e ristrutturazione e messa in sicurezza degli edifici scolastici. Probabilmente quest'ultima finalità è stata sentita particolarmente vicina dai contribuenti. Per di più ora la legge garantisce quest'ultima voce dai dirottamenti contabili che i vari governi hanno costantemente praticato in nome dell'emergenza finanziaria, inserendo apposite deroghe nei vari provvedimenti d'urgenza: l'Irpef destinata alla scuola invece sarà utilizzata esclusivamente per questo obiettivo, che comprende anche i lavori di adeguamento anti-sismico e di efficientamento energetico.

Leonardo Di Paco per lastampa.it il 24 luglio 2021. Gli effetti della crisi da Covid non risparmiano niente e nessuno, nemmeno il forziere del Vaticano. Per la prima volta viene pubblicato il bilancio dell'Apsa (l’amministrazione patrimonio Sede apostolica), relativo all'esercizio 2020, da cui emerge un risultato gestionale di 21,99 milioni di euro, in calo di 51,2 milioni rispetto al 2019 (era di 73,21 milioni). La gestione mobiliare ha prodotto un risultato di 15,29 milioni (-27,1 rispetto al 2019), la gestione immobiliare 15,25 milioni (-8,3), le altre attività un disavanzo di 8,56 milioni (con un calo di 15,8 mln sul 2019).  Malgrado i «ridotti risultati economici», dovuti in gran parte alla pandemia, l'Apsa ha contribuito alla copertura del deficit della Curia per 20,6 milioni.

Cresce il deficit. «Il deficit dell'anno scorso era di 11,1 milioni di euro e quello di quest'anno è di 66,3 milioni, tutto sommato meglio di quanto ci aspettassimo» ha sottolineato il prefetto vaticano per l'Economia, Guerrero Alves. «Non posso dire che sia stato un buon anno. Ma date le circostanze, posso dire che per il 2020, prima della pandemia, avevamo previsto a budget un deficit di 53 milioni di euro. Quando è apparso il Covid, le previsioni di deficit che abbiamo fatto nel migliore scenario sarebbero state di 68 milioni di euro e nel peggiore di 146 milioni di euro. Nello scenario medio il deficit si prevedeva di 97 milioni di euro. Così abbiamo rivisto il bilancio in marzo accettando un deficit di 82 milioni di euro. Il risultato che si è invece verificato, con un deficit di 66,3 milioni di euro, è stato leggermente migliore del migliore degli scenari ipotizzati, e decisamente migliore di quanto avevamo previsto nel bilancio rivisto in marzo». Secondo Alves «la buona notizia è che, grazie agli sforzi fatti, i risultati si avvicinano molto a quelli di un anno normale. Il deficit ordinario è inferiore di 14,4 milioni di euro rispetto al 2019: 64,8 milioni di euro nel 2020, rispetto ai 79,2 milioni di euro del 2019».

Il patrimonio immobiliare. Sono 4.051 unità le immobiliari gestite in Italia, delle quali il 92% delle superfici degli immobili è localizzato nella Provincia di Roma, il 2% è collocato nelle province di Viterbo, Rieti e Frosinone, il restante 6% è collocato al di fuori del Lazio. Per quanto riguarda Roma, la maggiore concentrazione riguarda le zone immediatamente adiacenti lo Stato Città del Vaticano con il 64% delle superfici che si trova nei rioni centrali, il 19% nei quartieri limitrofi ed il 17% nei quartieri periferici. Circa 1.200 unità immobiliari sono gestite all’estero (Londra, Parigi, Ginevra e Losanna) ed in Italia dalle società partecipate. L’Apsa, si legge, in termini di imposte per la gestione e il possesso degli immobili sul territorio italiano per l’anno 2020 ha versato 5,95 miliardi per Imu e 2,88 miliardi per Ires. 

«Non siamo un’azienda». L’amministrazione delle risorse della Sede Apostolica, viene spiegato nel documento, «non è paragonabile a quella di un’azienda e nemmeno a quella di uno Stato: non esistono entrate sicure derivanti dalle tasse, né debito pubblico». L’adempimento della missione della Santa Sede, «quindi, dipende esclusivamente dalle donazioni e dai rendimenti dei beni». 

Ecco quanto guadagna il Papa (e i cardinali, i vescovi, i preti e le suore). Marco Trabucchi su Vanityfaire.it l'11/4/2021. Quanto guadagnano vescovi, arcivescovi e sacerdoti sono in molti, fedeli e non, a chiederselo. L’aspetto economico – al di là dei singoli stipendi – ha sempre caratterizzato le grandi religioni, che sono da sempre una macchina da soldi. Nel corso degli ultimi secoli le scelte religiose hanno condizionato i valori e i comportamenti di milioni di persone, e influito sulla produzione di ricchezza e sulla diffusione del benessere in molte aree del mondo. Un rapporto, quello tra fede ed economia, simbiotico, illustrato anche da Rachel McCleary e Robert J. Barro, docenti all’Università di Harvard e autori del saggio La Ricchezza delle religioni, L’economia della fede e delle chiese (Egea, Egea – Bocconi Editori).

GLI STIPENDI DELLA CHIESA, COME SONO CALCOLATI. Nel mondo ecclesiastico esistono ruoli, responsabilità e gerarchie come in qualsiasi altro settore lavorativo. La posizione, l‘anzianità maturata nel ruolo e il prestigio conquistato nella scala gerarchica determinano anche il compenso che l’ecclesiastico in questione riuscirà a percepire, calcolato in maniera precisa. Il sistema ideato dal Vaticano si basa su una sorta di punteggio, per così dire, che corrisponde di fatto all’anzianità del prelato preso in considerazione. Questi e altri fattori definiscono lo stipendio medio di ciascun religioso e i loro guadagni. Ovvio però che la curiosità popolare riguardi soprattutto il Papa Bergoglio ha da sempre predicato sobrietà, invitando non solo al risparmio ma soprattutto a una gestione trasparente dei conti, così da poter contrastare l’operato irregolare di pochi. Partiamo proprio da lui.

QUANTO GUADAGNA IL PAPA. Papa Francesco appena insediatosi ha rinunciato a uno stipendio fisso. Un gesto simbolico segnale di un cambiamento di rotta, sperando che le alte gerarchie ecclesiastiche seguissero il suo esempio. Prima di lui, Papa Ratzinger, percepiva 2.500 euro di mensilità. Pur non ricevendo uno stipendio però, Papa Francesco ha comunque la possibilità d’attingere liberamente all’Obolo di San Pietro, ovvero un fondo presso lo Ior, che raccoglie le donazioni allo scopo di sponsorizzare i progetti benefici previsti della Chiesa (nel 2012 la quota era 65 milioni di euro circa).

QUANTO GUADAGNA UN PRETE. La chiamata è sicuramente un dono, ma il sacerdozio è un professione, seppur caricata da significati religiosi e caritatevoli. E in quanto tale genera dei guadagni. Un prete può contare su uno stipendio fisso che si aggira intorno dai 1.000 ai 1.200 euro al mese per i parroci che hanno più responsabilità. Naturalmente anche i preti possono far carriera e ambire al posto di vescovo, arcivescovo, cardinale e monsignore.

QUANTO GUADAGNANO SUORE E FRATI. Per le suore non è previsto un vero e proprio stipendio a meno che non svolgano precisi compiti e lavori all’interno della comunità ecclesiastica. Ci sono, ad esempio, suore che percepiscono un guadagno fisso mensile perché impegnate come insegnati, educatrici, infermiere o altro. In questo caso l’entità dello stipendio è stabilita da contratto nazionale a seconda della categoria lavorativa afferente. Un po’ come le suore, anche i frati non hanno stipendio. Per loro vige il voto di povertà, castità e obbedienza che ogni frate deve fare prima di accedere all’ordine o all’istituto religioso. Gesuiti, francescani, domenicani, carmelitani vivono in conventi costituiti come comunità o famiglie a tutti gli effetti e il loro sostentamento dipende in gran parte dalle donazioni dei fedeli. Per le suore non è previsto un vero e proprio stipendio a meno che non svolgano precisi compiti e lavori all’interno della comunità ecclesiastica. Ci sono, per esempio, suore che percepiscono un guadagno fisso mensile perché impegnate come insegnati, educatrici, infermiere o altro. In questo caso l’entità dello stipendio è stabilita da contratto nazionale a seconda della categoria lavorativa afferente. Un po’ come le suore, anche i frati non hanno stipendio. Per loro vige il voto di povertà, castità e obbedienza che ogni frate deve fare prima di accedere all’ordine o all’istituto religioso. Gesuiti, francescani, domenicani, carmelitani vivono in conventi costituiti come comunità o famiglie a tutti gli effetti e il loro sostentamento dipende in gran parte dalle donazioni dei fedeli.

QUANTO GUADAGNANO CARIDNALI E VESCOVI. Esiste un tetto massimo da non poter sforare e, per quanto concerne il mondo dei vescovi, questo è posto a 3.000 euro circa. Se alla quota dovessero affiancarsi altre entrate, frutto di incarichi lavorativi o rendite di qualsiasi sorta, l’Istituto dovrà versare unicamente la quota mancante al raggiungimento del tetto relativo all’età. Più in alto sono posti gli arcivescovi, capi di dicastero o di pontifici consigli. Per loro la soglia sale decisamente, arrivando a stipendi che da 3mila euro possono arrivare a 5mila euro per i cardinali. Le somme possono aumentare ulteriormente grazie alle eventuali offerte ricevute.

COSA CAMBIA CON LA RIFORMA DI PAPA FRANCESCO. Anche il Vaticano non è scevro da crisi e il papa ha deciso di contenere le spese, intervenendo secondo criteri di proporzionalità e progressività con dei ritocchi che riguardano gli stipendi di chierici, dei religiosi e i livelli più alti. Il Motu con il quale Papa Francesco ha deciso di tagliare proporzionalmente e a tempo indeterminato gli stipendi di tutto il personale sono così suddivisi: cardinali (10 per cento), dei capi dicastero e dei segretari (8%), e di tutti i sacerdoti, i religiosi e le religiose in servizio presso la Santa Sede (3 per cento). Inoltre, tutti i dipendenti vedranno bloccato lo scatto di anzianità fino al 2023 (eccetto i dipendenti laici dal primo al terzo livello). La decisione papale è stata motivata, si legge nel Motu, la lettera apostolica, dal «disavanzo che da diversi anni caratterizza la gestione economica della Santa Sede» e, soprattutto, dalla situazione venutasi a creare a causa della pandemia, «che ha inciso negativamente su tutte le fonti di ricavo della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano».

CHI PAGA GLI STIPENDI DELLA CHIESA. Gli stipendi di preti e sacerdoti sono coperti fondamentalmente da tre istituti: le donazioni, che coprono il 10% delle necessità economiche dei preti; da redditi diversi da quelli religiosi per altro titolo (ad esempio gli insegnanti di religione nelle scuole) e l’8 per mille dei contribuenti.

Dal “Corriere della Sera” il 13 marzo 2021. Le spese previste dalla Santa Sede per il 2021 sono le più basse da diversi anni, ma il bilancio vaticano dovrebbe egualmente far registrare un deficit di 50 milioni di euro (80 se non ci fosse l'Obolo di San Pietro). La causa è anche qui la pandemia, così padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Segreteria per l'Economia si appella ai fedeli: «C'è bisogno del loro sostegno».

Da lastampa.it il 20 maggio 2021. Una petizione a Papa Francesco, dopo i tagli agli stipendi dei dipendenti vaticani. E’ quella inviata dai lavoratori della Santa Sede che dichiarano la loro «amarezza» per le modalità del provvedimento e chiedono a Bergoglio di incontrare una loro delegazione, non senza aver prima evidenziato «le enormi criticità che caratterizzano l'intero sistema e che lo inducono a sprecare molto denaro» e la necessità di un «rigido inquadramento salariale dei dirigenti laici entro limiti ben precisi, coerenti con lo spirito di servizio e sacrificio cui ci si appella sempre rivolgendosi a noi impiegati». «Per cosa stiamo pagando, Santità? Per le casse dell'Obolo destinato ai poveri, per aumentare gli stipendi ai dirigenti laici o per le costosissime consulenze esterne di cui si servono regolarmente?», è la domanda posta dai dipendenti vaticani, che puntano il dito contro i «vantaggi eccezionali» su cui invece a loro dire possono contare i manager laici: «Occupano splendidi appartamenti dell'Apsa, posizionati nelle zone più prestigiose di Roma, senza corrispondere alcun affitto all'Amministrazione in questione (si potrebbe fare un calcolo delle mancate entrate da affitti per gli immobili occupati per 'privilegio') e senza farsi carico di alcuna spesa di ristrutturazione, contrariamente a noi impiegati che paghiamo tutto - si legge nella petizione - Oltre alla gratuità dell'affitto vorremmo menzionare macchine per uso privato, sconti sugli acquisti, segretari ad essi dedicati, rimborsi spese di varia natura». «Il vero problema è che il Vaticano è basato su un sistema di privilegi che risultano deleteri sia a livello economico che reputazionale", si sottolinea del documento evidenziando come ad esempio i contratti ''fuori parametro'' dei manager laici "non smettono di destare stupore, variando dai 6.000 ai 10.000 fino ai 25.000 euro mensili. Troppo, per un sistema come il nostro, che dovrebbe basarsi sullo spirito di 'servizio alla Chiesa'". "A nostro parere, occorrerebbe un approfondimento in merito ed eventualmente una riforma -si sottolinea - Ciò che è più grave, in riferimento al Motu Proprio, è l'esclusione delle categorie più agiate dalla decurtazione degli stipendi nonostante il riferimento, all'interno della lettera apostolica, a criteri di proporzionalità e progressività»

Da tgcom24.mediaset.it il 24 marzo 2021. Papa Francesco, a causa della crisi finanziaria, aggravata dalla pandemia, ha deciso il contenimento della spesa per il personale della Santa Sede, del governatorato del Vaticano e di altri enti. "Con la finalità di salvaguardare gli attuali posti di lavoro", il Pontefice ha tagliato le retribuzioni dei cardinali del 10% e, a scendere, degli altri superiori e ecclesiastici. Per queste figure apicali vengono sospesi anche gli scatti di anzianità. Le motivazioni - "Un futuro sostenibile economicamente richiede oggi, fra altre decisioni, di adottare anche misure riguardanti le retribuzioni del personale" del Vaticano, sottolinea Papa Francesco nel Motu proprio. "Considerato il disavanzo che da diversi anni caratterizza la gestione economica della Santa Sede" e "considerato l'aggravamento di tale situazione a seguito dell'emergenza sanitaria determinata dalla diffusione del Covid-19, che ha inciso negativamente su tutte le fonti di ricavo della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano", il Papa assume una decisione drastica, ma proporzionale e progressiva, sui costi per il personale che "costituiscono - come il Pontefice stesso ricorda - una rilevante voce di spesa nel bilancio della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano". Le misure - Quindi a decorrere dal primo aprile 2021 la retribuzione, comunque denominata, corrisposta dalla Santa Sede ai cardinali è ridotta del 10%. La retribuzione degli altri Superiori, inquadrati nei livelli retributivi C e C1, è ridotta dell'8%. I salari di ecclesiastici e religiosi, inquadrati nei livelli retributivi C2 e C3 e nei dieci livelli funzionali non dirigenziali, sono ridotte del 3%. Questi tagli non sono applicati "qualora l'interessato documenti che gli sia impossibile far fronte a spese fisse connesse allo stato di salute proprio o di parenti entro il secondo grado". Vengono poi sospesi per tutti fino ad aprile 2023 gli scatti di anzianità: oltre ai cardinali, ai superiori, agli ecclesiastici e ai religiosi, interessati dal taglio dello stipendio, la norma si applica anche al "personale con contratto di livello funzionale dal 4 al 10, entrambi inclusi, della Santa Sede, del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e degli Enti le cui retribuzioni siano corrisposte dalla Santa Sede o dallo Stato della Città del Vaticano". Le disposizioni "si applicano anche al Vicariato di Roma, ai Capitoli delle Basiliche Papali Vaticana, Lateranense e Liberiana, alla Fabbrica di San Pietro e alla Basilica di San Paolo fuori le mura".

Franca Giansoldati per "il Messaggero" il 25 marzo 2021. A partire dal primo aprile (ma stavolta non è un pesce d' aprile) i cardinali di curia, una quarantina in tutto compreso i pensionati, si ritroveranno con lo stipendio più leggero. Il loro piatto cardinalizio così viene chiamato il loro compenso - che si aggira attorno ai 5 mila euro verrà decurtato del 10 per cento. Tagli in vista anche per i capi dicastero e delle varie amministrazioni: anche se per loro la scure è un po' meno pesante, solo l' 8 per cento. La spending review in corso non risparmia nemmeno le buste paga degli oltre 4 mila dipendenti ai quali sono stati congelati gli scatti biennali di anzianità fino al 2023, anno in cui si prevede un ritorno graduale alla normalità economica dopo la micidiale batosta alle finanze vaticane causata dal Covid.

IL RISPARMIO. La sforbiciata alle retribuzioni è stata annunciata dal Papa con un Motu Proprio e ha avuto l' effetto di una doccia fredda. Nessuno se l' aspettava anche perché, stando ai tecnici, questa mossa non sarà risolutiva dal punto di vista contabile. Il risparmio complessivo dovrebbe aggirarsi attorno al milione di euro. Troppo poco per incidere davvero.

PERSONALE. Il fatto è che i conti da diversi anni non vanno bene e questa spending review non tocca il problema principale che giace sul tappeto: il costo del personale, una specie di tabù che si presenta ciclicamente alla approvazione annuale del bilancio per poi essere accantonato. «Nessun taglio al personale» ripete Papa Bergoglio ai suoi collaboratori. Il bilancio preventivo sottoposto al Papa la scorsa settimana mostrava entrate per 260,4 milioni di euro a fronte di 310,1 milioni di euro di uscite, con un deficit previsto di 49,7 milioni di euro. E' chiaro che i tempi delle vacche magre provocati dalla pandemia si fanno sentire ovunque e che l' andamento negativo ha costretto ad intaccare anche le riserve di sicurezza, compreso l' utilizzo dell' Obolo di San Pietro, la raccolta annuale che viene promossa soprattutto per fini caritativi e che anche stavolta servirà a coprire parzialmente gli altissimi costi di gestione. Far quadrare i conti di questi tempi in Vaticano è quasi un miracolo. Il prefetto dell' Economia, il gesuita padre Guerrero Alves, poco tempo fa spiegava che quest' anno la riduzione delle spese è stata dell' 8 per cento, a fronte di un costo del personale che dal 2019 al 2020 è cresciuto del 2 per cento. «Per il Vaticano si tratta di fare in modo che almeno a breve termine il 50% della spesa non diventi flessibile». Alves sottolineava che a causa della diminuzione delle entrate, non solo di quelle relative all' Obolo, si prevede per il 2021 una ulteriore contrazione delle riserve. Così anche queste si vanno assottigliando sempre di più. «E' molto probabile che nel 2022 si dovrà ricorrere in qualche misura al patrimonio dell' Apsa» aveva annunciato, senza specificare altro a Vatican News. I dati diffusi sui dicasteri di curia più costosi mettono al primo posto il polo della comunicazione con una proiezione di spesa di 41 milioni di euro. Comprende Radio Vaticana, Vatican News, il Centro Televisivo, l'Osservatore Romano e assieme impiegano un totale di più di 400 dipendenti. Nella lista dei dicasteri più costosi seguono l'Evangelizzazione dei Popoli e le Chiese orientali (15 milioni di euro), la Libreria vaticana, (9 milioni) e l'università del Laterano per 6 milioni di euro. Il dicastero di curia che viene a costare meno sul bilancio pontificio è quello dei Santi, con 2 milioni di euro.

DIBATTITI. Un apparato burocratico ritenuto piuttosto pesante che già all' inizio del pontificato era stato al centro di infuocati dibattiti tra i cardinali. Ma a chi chiedeva a Papa Francesco di mettere mano ai licenziamenti, ha sempre risposto che non ne voleva sapere. Il Covid e la conseguente chiusura dei Musei Vaticani, la principale fonte di introiti, hanno fatto riaffiorare il tema tabù. Un anziano cardinale in pensione ieri suggeriva di riprendere la vendita di sigari e sigarette ai magazzini: una attività vietata da Papa Bergoglio 4 anni fa che però faceva entrare nelle casse vaticane 12 milioni l'anno.

·        Gli Scandali Vaticani.

Da fanpage.it il 17 Dicembre 2021. Dopo aver richiesto e ottenuto la semi infermità mentale per il loro assistito, ora i difensori di don Euro, al secolo Luca Morini, hanno richiesto anche l'assoluzione piena dalle accuse che vengono mosse all'ex parroco della diocesi di Massa, finito al centro di uno scandalo per la sua partecipazione a festini con escort gay, droga e vita di lusso a spese dei parrocchiani che elargivano denaro credendo servissero per opere di bene. "E’ una vittima di tutta questa vicenda" hanno dichiarato gli avvocati nell'arringa difensiva che ha chiuso il processo contro Morini in attesa della sentenza definitiva che arriverà ai primi di febbraio del prossimo anno. Il collegio presieduto dal giudice Ermanno De Mattia, come riportato oggi dall'edizione locale de La Nazione, infatti ha rinviato il processo al 2 febbraio, per le repliche. Per Don Euro che è alla sbarra per i reati di estorsione, autoriciclaggio, detenzione di droga e sostituzione di persona, la Procura di Massa Carrara, che sostiene l'accusa, ha chiesto invece otto anni e 6 mesi di reclusione confermando l'impianto accusatorio emerso dalle indagini a carico dell'ex sacerdote. Ricostruendo in aula la vicenda dell'allora sacerdote, ribattezzato dagli stessi parrocchiani Don Euro per le frequenti richieste di somme di denaro per aiutare la Chiesa, la pm Giulia Giancola ha ribadito che è chiara la responsabilità dell'imputato sia per il reato di estorsione nei confronti del vescovo e di uno dei ragazzi che frequentava, sia per il reato di autoriciclaggio per l’acquisto di diamanti. A Don Euro infine contestato anche il reato di sostituzione di persona in quanto spesso si spacciava come magistrato e medico davanti ai ragazzi che frequentava ostentando soldi e lusso. Chiesta l'assoluzione invece per l'uso e la cessione di droga. Lo scandalo che ha travolto Luca Morini scoppiò quando un giovane che frequentava svelò a diverse testate giornalistiche di aver avuto spesso rapporti sessuali con il parroco in festini a base di droga e alcol in cui si spacciava per altra persona. Da quel momento in tanti hanno denunciato di aver sovvenzionato per anni quel sacerdote che chiedeva continuamente e "in maniera insistente" offerte in denaro, fino all'arrivo della magistratura e a processo in corso.

Niccolò Magnani per ilsussidiario.net il 22 dicembre 2021. Richard Daschbach, ex missionario americano, è stato condannato a 12 anni di carcere a Timor Est con l’accusa gravissima di abusi sessuali su minori, pornografia infantile e violenza domestica: si tratta di una decisione storica in quanto primo processo del genere nello stato cattolico del Sud-est asiatico. Il processo contro il sacerdote Usa “sconsacrato” era cominciato a febbraio ma era stato più volte rinviato fino alla sentenza giunta negli scorsi giorni: come riportano le fonti di LaPresse, Daschbach – oggi 84enne – all’età di 64 anni giunse da Chicago fino a Timor Est in missione. Qui fondò un rifugio e una comunità per bambini orfani e disagiati che ha ospitato negli anni diverse centinaia di minori: negli anni, con grande coraggio, circa una dozzina di donne hanno denunciato gli abusi commessi dal sacerdote. Solo 9 di loro sono state ammesse al procedimento iniziato nel febbraio 2021. Come dimostrano le immagini in arrivo dal Timor Est, l’ex sacerdote è in realtà una figura ancora molto amata nel Paese tanto che diverse persone hanno fatto irruzione dopo la sentenza piangendo per la condanna comminata a Richard Daschbach. Tra i sostenitori del sacerdote “spretato” c’era anche l’ex presidente Xanana Gusmao, che ha partecipato alla sua festa di compleanno a gennaio: durante il processo invece le 9 vittime denunzianti hanno lamentato minacce e attacchi online dalla popolazione. Timor Est non solo è considerato il luogo più cattolico al di fuori del Vaticano, ma lo stesso Daschbach è stata una figura chiave nella lotta per l’indipendenza della piccola nazione del sud-est asiatico. L’84enne è stato espulso dalla sua congregazione cattolica nel 2019 dopo aver ammesso di aver subito abusi sessuali su minori: è però considerato comunque un eroe locale per aver fondato centri di accoglienza e aiutato la popolazione a ribellarsi per l’indipendenza. 

Da lastampa.it il 20 giugno 2021. Papa Francesco ha deciso di aprire una indagine sulle accuse di pedofilia contro la Chiesa spagnola dopo aver ricevuto un dossier di 385 pagine riguardo a 251 nuovi casi di abusi su minori da parte del clero e di alcuni laici di istituzioni religiose in Spagna. Lo ha rivelato El Pais. L'indagine è senza precedenti. A consegnare il rapporto al Pontefice, il corrispondente a Roma di El Pais, Daniel Verdu', durante il volo papale che ha condotto Francesco a Cipro e in Grecia. Il quotidiano spagnolo che ha impiegato tre anni di lavoro per verificare tutte le accuse contro la Chiesa in Spagna, spiega che al ritorno dal viaggio Papa Francesco «si è mosso rapidamente», inviando il dossier alla Congregazione per la Dottrina della Fede. El Pais ha anche consegnato lo studio al presidente della Conferenza episcopale spagnola (Cee), il cardinale Juan Jose' Omella, arcivescovo di Barcellona. Il caso più antico del dossier risale al 1943 e il più recente al 2018. Tutti, afferma El Pais, sono inediti, tranne 13 già pubblicati, che sono stati inclusi perché sono sorte nuove denunce. «La maggior parte dei resoconti - scrive ancora il quotidiano spagnolo - parla di pedofili che abusano di dozzine di bambini e comportamenti che erano un 'segreto aperto'. Un caso comune è quello degli insegnanti che hanno aggredito sessualmente l'intera classe, con diversi corsi a loro carico e che sono stati per anni in una o più scuole. Stime come quelle utilizzate dagli esperti negli studi di commissioni indipendenti di altri paesi moltiplicherebbero la cifra a diverse migliaia». Una volta conosciuto il dossier di El Pais, Papa Francesco ha parlato con il presidente della Conferenza episcopale spagnola (Cee) Omella. Il Vaticano, come di solito fa quando le denunce sono così numerose e non appartengono a un solo ordine, diocesi o specifico abusatore, supervisionerà attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede l'intero processo svolto dalla Cee. El Pais specifica anche che la stragrande maggioranza dei casi, il 77%, riguarda gli ordini religiosi, che non sono sotto l'autorità dei vescovi e le principali congregazioni, venute a conoscenza delle denunce, hanno già aperto un'indagine.

Vaticano, Angelo Becciu perde la causa contro il suo ex braccio destro. Massimiliano Coccia su L'Espresso il 15 Dicembre 2021. Il Tribunale di Como, respinge la richiesta di danni (500 mila euro) del porporato contro Alberto Perlasca. Intanto il processo per lo scandalo delle finanze della Santa Sede va avanti: il 25 gennaio prevista l’ultima udienza preliminare. Nella giornata di ieri, martedì 14 dicembre, si è svolta una nuova udienza preliminare del processo in Vaticano che vede coinvolti tra gli altri l’ex Sostituto agli Affari Generali della Segreteria di Stato, Angelo Becciu che insieme a dieci imputati si dividono i capi di imputazione di appropriazione indebita, abuso d’ufficio, frode e riciclaggio. Nelle scorse settimane le difese avevano sollevato numerose criticità nei confronti dei Promotori di giustizia, tra cui gli errori procedurali che riguardavano la deposizione delle testimonianze del super teste Monsignor Alberto Perlasca (che non erano state rese disponibili contestualmente al rilascio degli atti) e le modalità di formulazione delle accuse e di rinvio a giudizio.

Il Presidente del Tribunale Vaticano, Giuseppe Pignatone, nell’udienza ha comunicato alle difese di aver dato mandato agli uffici per la trascrizione delle testimonianze di Perlasca, non pronunciandosi ancora in merito alle parti omesse che riguarderebbero altri procedimenti penali collegati di cui sono ancora in corso le inchieste. Su questo si dovrebbe giungere un pronunciamento definitivo nell’udienza del prossimo 25 gennaio, tecnicamente l’ultima prima dell’inizio del dibattimento vero e proprio infatti sempre per gennaio sono stati fissati i termini per la riformulazione dei rinvii a giudizio per quattro imputati e l’accoglimento delle rituali deposizioni (ad oggi ne è stata raccolta solamente una).

La macchina giudiziaria della Santa Sede sta quindi uscendo dalle secche procedurali che hanno contraddistinto le prime udienze, complice un panorama normativo nuovo e un processo inedito per le stanze vaticane, su cui hanno giocato in questa prima parte le difese degli imputati. Ma l’atteggiamento di cautela e la convinzione della necessità di un giusto processo da parte sia della parte inquirente che di quella giudicante hanno evitato una Caporetto del dibattimento che avrebbe vanificato anni di inchieste e di collaborazione giudiziaria internazionale. Un colpo a una strategia anche comunicativa che ha visto anche il fiorire di cause civili con richieste economiche stratosferiche da parte dell’ex porporato e dei famigliari coinvolti nelle indagini contro quei soggetti che hanno testimoniato contro di lui o che hanno scritto delle indagini a suo carico (come il caso dell’Espresso). Anche qui è giunta una brutta notizia per il prelato di Pattada, il tribunale civile di Como, ha infatti respinto la sua richiesta di risarcimento formulata contro Monsignor Alberto Perlasca.

Becciu aveva chiesto al suo ex collaboratore 500 mila euro come risarcimento per i danni di immagine e di salute in seguito alle rivelazioni che Perlasca ha reso alle autorità vaticane sugli affari illeciti consumati durante gli anni che hanno portato, in ultima istanza al buco di 400 milioni di euro per l’acquisto del palazzo di Sloane Avenue a Londra. Il giudice Lorenzo Azzi ha determinato che da parte di Perlasca “non esiste nessun comportamento lesivo nei confronti di Becciu e che le pretese di danno mancano del tutto di una quantificazione oggettiva, seppur approssimativa”. In sostanza secondo la seconda sezione civile del Tribunale di Como, la rivelazione di condotte inappropriate e la deposizione delle stesse presso i promotori di giustizia non sono lesive della reputazione di Becciu ma fanno parte di un’azione processuale legittima tesa ad identificare le condotte irregolari dei suoi uffici. 

In attesa che il dibattimento Vaticano continui, negli altri Paesi coinvolti (Svizzera, Usa e Regno Unito) continuano le indagini sui molteplici attori coinvolti nelle trame economiche della Segreteria di Stato. E c’è l’impressione che i vari dibattimenti possano a un certo punto sommarsi.

Papa Francesco accusato in tribunale da monsignor Perlasca: "Non può dire queste cose", i pm sbiancano. Libero Quotidiano il 03 dicembre 2021. "Non può dire queste cose". Monsignor Alberto Perlasca, figura chiave dell'inchiesta in Vaticano sull'affare immobiliare a Londra con i soldi dell'obolo di San Pietro, accusa Papa Francesco in persona e i magistrati saltano sulla sedia. Il retroscena del Corriere della Sera sulle deposizioni del monsignore è una scossa di terremoto proprio sotto la Santa Sede. Si parla di ore di tensione, di confronti drammatici avvenuti tra primavera 2020 e inizio 2021. Fino al 2018 Perlasca è stato a capo per un decennio dell'ufficio che gestiva in piena autonomia i 600-700 milioni della cassa dell'Obolo. In ballo c'è soprattutto il cardinale Angelo Giovanni Becciu, diretto superiore di Perlasca e Sostituto alla Segreteria di Stato. "Ovvero, il numero tre del Vaticano", sottolinea sempre il Corsera. Come noto i reati ipotizzati sono pesantissimi: truffa, estorsione, appropriazione indebita, riciclaggio. Gli avvocati difensori contestano all'accusa molti vizi di forma e proprio questo potrebbe far crollare l'impianto dei promotori di giustizia Gian Piero Milano e Alessando Diddi. Tra queste sbavature, il fatto che i video degli interrogatori non siano stati depositati, e per questo hanno ottenuto dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone l'annullamento del rinvio a giudizio. I giornalisti del Corsera hanno però visto quei video. Tra questi c'è l'interrogatorio di Perlasca, torchiato per 7 ore il 29 aprile dello scorso anno. Quando i magistrati gli chiedono di un giro di tangenti, il monsignore si difende sostenendo che l'affarista che ha gestito l'affare londinese Mincione "ci ha stregati, è un incantatore". Quando l'affare va male, Perlasca firma un contratto capestro con lo sconosciuto broker Gianluigi Torzi, che "si impossessa di fatto dell'immobile". "Io ero per la denuncia - spiega Perlasca, difendendosi  -. L'indicazione dall'alto era di trattare". L'alto è proprio il Pontefice. "Gli inquirenti insorgono, fanno scudo - riporta il Corsera -. 'Non può dire queste cose, siamo andati dal Santo Padre e gli abbiamo chiesto che cosa è accaduto e di tutti posso dubitare fuorché del Santo Padre! Il Santo Padre è stato tirato in mezzo!'". Uno scontro durissimo, a toni di voce altissimi. Dopo 4 mesi, Perlasca deciderà di ricomparire davanti agli inquirenti senza avvocato e collaborare. 

Vaticano, i video della deposizione di monsignor Perlasca: «Quel finanziere ci ha stregati». Mario Gerevini e Fabrizio Massaro Il Corriere della Sera il 3 dicembre 2021. Un monsignore di alto rango, un tavolaccio da caserma, un armadio a vetro pieno di fucili. Siamo dentro la Città del Vaticano, in una stanza della Gendarmeria e il grande pentito si sta «confessando». Alberto Perlasca è la figura centrale dello scandalo che ha scosso la Chiesa Cattolica, quello sui soldi dell’Obolo di San Pietro. Il Corriere è riuscito a ottenere documenti esclusivi: i video delle deposizioni del monsignore davanti ai magistrati del Papa. Sono ore e ore di confronto, anche drammatico all’inizio.

Dieci anni di segreti sulle finanze vaticane

È il testimone chiave, l’accusatore numero uno nell’inchiesta sul palazzo di Londra e sulle spericolate operazioni della Segreteria di Stato. In gran riservatezza negli uffici della Gendarmeria tra la primavera 2020 e i primi mesi del 2021, Perlasca racconta la sua versione su anni di segreti della finanza vaticana. È stato per un decennio, fino al 2018, il capo dell’ufficio che gestiva, fuori da ogni controllo, i 600-700 milioni della cassa dell’Obolo. Di quei soldi sa tutto. Il monsignore è l’arma legale, insieme a una montagna di carte, che i promotori di giustizia utilizzeranno per chiedere il rinvio a giudizio di dieci tra laici ed ecclesiastici, compreso il cardinal Angelo Giovanni Becciu, che è stato suo diretto superiore e Sostituto alla Segreteria di Stato; ovvero, il numero tre del Vaticano. Nell’inchiesta si ipotizzano i reati di truffa, estorsione, appropriazione indebita, riciclaggio.

Processo accidentato

Il processo si è aperto a luglio. Ma le difese sono agguerrite e l’impianto accusatorio fatica a reggere l’urto. Lo snodo chiave è proprio la deposizione di Perlasca, di cui finora si conoscevano solo pochi stralci di verbalizzazione sintetica scritta. Gli avvocati hanno ottenuto dal presidente del tribunale, Giuseppe Pignatone, l’annullamento dei rinvii a giudizio, perché, tra l’altro, i video degli interrogatori non erano stati depositati. I promotori di giustizia Gian Piero Milano e Alessandro Diddi hanno cercato di resistere; poi hanno obbedito al giudice, depositando le registrazioni con alcuni minuti coperti da omissis. I legali hanno ribadito l’esigenza di avere gli atti integrali. Prossima udienza il 14 dicembre.

I filmati esclusivi

Il Corriere ha visto i filmati e una sintesi è da oggi disponibile su Corriere.it. Nei file c’è il disarmante racconto di come venivano gestiti gli affari in Segreteria di Stato: ingenuità, incapacità, ignoranza tecnica e forse (lo dirà il processo) malversazioni, tangenti, soldi rubati. Ma c’è anche altro. Per esempio la storia delle 12 mila medaglie d’oro, d’argento e di bronzo trasferite dai sotterranei dell’Apsa in armadi incustoditi della Segreteria di Stato. 

«Tutti sapevano dov’erano le chiavi». 

Ma ci sono anche passaggi estremamente delicati: il riferimento a Papa Francesco che secondo Perlasca, sul punto rintuzzato dal magistrato che confuta la sua ricostruzione, avrebbe dato via libera alla trattativa con Gianluigi Torzi, il broker accusato dagli inquirenti vaticani, tra l’altro, di estorsione. È andata davvero così? Torniamo dunque a poche decine di metri da San Pietro, nella stanza della Gendarmeria con le armi in vetrina che un po’ inquietano.

Gli affari con Raffaele Mincione

È il 29 aprile 2020. Per sette ore Perlasca, assistito da un legale, viene torchiato dagli inquirenti. Il suo racconto parte da lontano. Il Vaticano nel 2013-2014 entra in affari con un finanziere spregiudicato, Raffaele Mincione. Becciu e Perlasca gli affidano 200 milioni di dollari, metà dei quali usati per investire in un palazzo nel centro di Londra, al 60 di Sloane Avenue. I magistrati sospettano un giro di tangenti: «Nella maniera più assoluta!», si difende Perlasca. «Mincione ci ha stregati, è un incantatore…».

La trattativa con il broker Gianluigi Torzi

L’affare del palazzo va male, la Santa Sede vuole rompere con Mincione. Siamo a novembre-dicembre 2018. A chi si affida? Allo sconosciuto broker Gianluigi Torzi che con un contratto capestro — secondo l’accusa —, firmato da Perlasca, si impossessa di fatto dell’immobile. Il monsignore, ritenuto responsabile del pasticcio, viene allontanato da Edgar Pena Parra, succeduto a Becciu. E con Torzi parte una trattativa che porterà a liquidare il broker con 15 milioni. «Io ero per la denuncia», si difende Perlasca. E poi alza il braccio con l’indice puntato all’insù: «L’indicazione dall’alto era di trattare». Il riferimento è al Papa. Gli inquirenti insorgono, fanno scudo: «Non può dire queste cose, siamo andati dal Santo Padre e gli abbiamo chiesto che cosa è accaduto e di tutti posso dubitare fuorché del Santo Padre! Il Santo Padre è stato tirato in mezzo!». Sono minuti drammatici, il magistrato alza la voce, Perlasca abbozza: «Io ero per denunciare, la mia posizione era più intransigente». Anche più del Papa, sembra intendere.

Senza avvocato

Passano quattro mesi. A fine agosto Perlasca ricompare davanti agli inquirenti. Sceglie di deporre senza avvocato. È l’inizio della collaborazione. Racconta ogni dettaglio e respinge i dubbi sulla sua onestà: «I regali di Crasso? Eccoli, li ho portati». E dallo zaino tira fuori una penna Parker, un Ipad ,«una borsa per pc che il computer neanche ci entra», uno swatch «pronto a essere riciclato come regalo». E due biglietti per l’Arena di Verona. Come a dire: corrotto con così poco?

Il cardinale Becciu e i bonifici a Cecilia Marogna

E Becciu? Il potente cardinale, ex dominus della Segreteria, è l’imputato eccellente. Il Papa l’ha defenestrato a settembre 2020. Perlasca racconta dei soldi dati alla sedicente agente segreta Cecilia Marogna. «Io non sapevo neppure che fosse una donna, l’ho saputo qui. Per me quella persona era un numero di conto!». Il cardinale — racconta Perlasca — era molto prudente nelle comunicazioni. «Un giorno mi disse: scarica Signal». È una chat criptata, anti-intercettazioni.

(ANSA il 22 dicembre 2021) - Il card. Angelo Becciu ha scritto una lettera aperta al card. George Pell "perché ormai costretto dai Suoi numerosi interventi (...) che hanno a più riprese riguardato, purtroppo, la mia persona, con argomenti che ho sentito offensivi della mia dignità personale e del servizio ecclesiale che, con entusiasmo, obbedienza e fedeltà ho cercato di offrire, nei decenni, al Santo Padre e alla Chiesa". Becciu attribuisce a Pell "ricostruzioni, la cui infondatezza è manifesta: vincoli di profondissimo rispetto per la Santa Sede (...), così come la dignità cardinalizia che rivestiamo, dovrebbero impedire queste pubbliche provocazioni".

Becciu, lettera aperta a Pell: «Da lei parole offensive, basta provocazioni». Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera il 22 Dicembre 2021. Polemica tra i due cardinali sull’uso dei fondi del Vaticano: «Lei più di ogni altro conosce i dolori di un’accusa ingiusta». Il cardinale Angelo Becciu ha scritto una «lettera aperta» al cardinale George Pell «perché ormai costretto dai suoi numerosi interventi su molti mezzi d’informazione che hanno a più riprese riguardato, purtroppo, la mia persona, con argomenti che ho sentito offensivi della mia dignità personale». La lettera, diffusa attraverso il legale di Becciu, prosegue una polemica tra i due cardinali che dura da tempo.

Pell era fino a giugno 2017 il potente prefetto della Segreteria per l’Economia, incaricato di rendere trasparenti le finanze vaticane, nel periodo in cui Becciu era Sostituto della Segreteria di Stato. Già allora la situazione era tesa. Poi il cardinale australiano fu accusato di pedofilia e processato in Australia, dove ha passato tredici mesi in carcere fino all’assoluzione definitiva, l’anno scorso, prosciolto all’unanimità dall’Alta Corte australiana. Nel frattempo Becciu è finito a processo per la vicenda degli investimenti con i fondi della Segreteria di Stato, al centro l’acquisto palazzo di Sloane Avenue a Londra.

Motivo della polemica sono i soldi che, mentre Pell era accusato e a processo, sarebbero stati mandati dal Vaticano in Australia. Per incastrare Pell? «Alcuni parlano di una connessione possibile tra i problemi nel mondo delle finanze qui e i miei problemi in Australia, ma non abbiamo prove. Sappiamo che del denaro è andato dal Vaticano in Australia, due milioni e 230 mila dollari, ma finora nessuno ha spiegato perché», aveva detto Pell all’inizio di novembre. E di recente ha ribadito il concetto in una conversazione con il National Catholic Register: «Ho una domanda per il cardinale Becciu. Può dirci per cosa è stato inviato il denaro?». Nella sua lettera, Becciu scrive di «ricostruzioni la cui infondatezza è manifesta» , osserva: «Lei più di ogni altro sa e conosce i dolori di un’accusa ingiusta ed i patimenti che un innocente — quale, non meno di lei, io sono — deve sopportare durante un processo». E aggiunge: «Vincoli di profondissimo rispetto per la Santa Sede che abbiamo rappresentato, così come la dignità cardinalizia che rivestiamo, dovrebbero impedire queste pubbliche provocazioni, poco comprensibili ai nostri fedeli e a quanti si aspetterebbero ben altro atteggiamento da uomini di Chiesa». Così conclude: «Proprio per l’assoluto rispetto che nutro verso il Tribunale, forte e vivo in me, non le risponderò pubblicamente, ma attenderò il momento appropriato, davanti al giudice terzo ed imparziale, per replicare punto su punto e far apprezzare alle Istituzioni giudiziarie vaticane l’assoluta infondatezza delle accuse nei miei confronti. Fino ad allora, confido che questo mio pubblico richiamo, esteso comunque con senso di fraternità e comunione ecclesiale, possa meglio consigliarla ad un diverso atteggiamento, astenendosi dal coinvolgermi ulteriormente nel pubblico discorso».

Intervista al cardinale Pell: «La Segreteria di Stato impedì i controlli finanziari. Avremmo evitato scandali». Gian Guido Vecchi su Il Corriere della Sera il 3 novembre 2021. Il cardinale ex prefetto per l’Economia racconta l’esperienza del carcere, tredici mesi fino all’assoluzione: in uscita il suo libro «Diario di prigionia». «Quando ho iniziato a lavorare alla segreteria dell’Economia, abbiamo scoperto un miliardo e 300 mila euro qua e là negli uffici...» «Anche il cardinale Becciu diceva che il Revisore dei conti non aveva autorità di entrare in Segreteria di Stato. Questo era assolutamente falso. Era scritto che il Revisore aveva autorità, anche noi avevamo l’autorità di controllare come Segreteria per l’Economia. Ma c’era sempre resistenza. Se il Revisore o noi avessimo potuto entrare prima, avremmo salvato tanto, tanti denari a Londra e in altri posti». Il cardinale australiano George Pell, 80 anni, misura le parole nel suo appartamento vicino a piazza San Pietro. Fino a giugno 2017 era il potente prefetto della Segreteria per l’Economia, incaricato di rendere trasparenti le finanze vaticane. Poi le accuse di pedofilia, il processo in Australia, la condanna in primo grado e tredici mesi di carcere fino all’assoluzione definitiva, l’anno scorso, prosciolto all’unanimità dall’Alta Corte australiana. Oggi pomeriggio al Senato sarà presentato il suo libro Diario di prigionia (Cantagalli). Alla vigilia ha incontrato alcuni giornalisti. 

Eminenza, durante il processo una donna le gridò: brucerai all’inferno. Cosa le direbbe se la vedesse ora?

«Le chiederei: che cosa ho fatto, quale peccato ho commesso? Del resto non era l’unica. Ricordo altri uomini, pieni di rabbia. Molto triste. Era un gruppo organizzato. Ho pensato: Dio mio». 

Come sopportava un’accusa così infamante?

«Qual era l’alternativa?». 

Quando ha preso in mano la Segreteria dell’Economia, com’era la situazione?

«In qualche maniera i metodi erano ancora quelli del vecchio mondo. Noi abbiamo introdotto la metodologia di controllo che oggi tutto il mondo utilizza. Abbiamo scoperto un miliardo e 300 mila euro qua e là negli uffici. Abbiamo preparato per la prima volta un budget prima dell’inizio dell’anno finanziario. Sono cose fondamentali». 

È vero che la Segreteria di Stato fece una forte opposizione ai controlli?

«Sì, questo è pubblico. Avevamo l’autorità di entrare ma ce lo hanno impedito». 

Avreste salvato il Vaticano dal «buco » milionario ?

«Forse non tutto, alcune cose erano iniziate prima, ma in qualche altra situazione lo abbiamo fatto. Il Santo Padre mi ha detto: lei aveva detto tante cose giuste». 

Francesco ha parlato con lei della sua vicenda?

«Mi aveva mandato un messaggio di incoraggiamento, sono stato molto grato di questo. Quando sono tornato, mi ha ricevuto e abbiamo parlato 40-45 minuti. Era molto simpatico». 

Perché è finito in carcere? Qualcuno può averla incastrata?

«Ci sono tante possibilità. Ovviamente la crisi degli abusi sessuali è stata grande, sia per i crimini sia per il modo in cui i vescovi l’hanno trattata. E poi nel mondo anglosassone ci sono le “guerre culturali”, io sono un conservatore, l’opposizione più forte alla secolarizzazione viene da noi, e questo era un altro elemento di difficoltà... Alcuni parlano di una connessione possibile tra i problemi nel mondo delle finanze qui e i miei problemi in Australia, ma non abbiamo prove. Sappiamo che del denaro è andato dal Vaticano in Australia, due milioni e 230 mila dollari, ma finora nessuno ha spiegato perché». 

Si è sentito tradito?

«Non posso dire questo perché non ho prove di niente. Ma ho qualche domanda, che non ha risposta». 

Che cosa pensa oggi del cardinale Becciu?

«Lui ha diritto a un giusto processo. Vedremo». 

Come vive questo processo sugli scandali finanziari?

«Vanno avanti, ma piano piano. C’è qualche progresso. Non ho idea di come procederà, ma sappiamo come hanno perso un sacco di sterline a Londra e almeno questo è un progresso, qualcosa che c’è». 

Sogna le notti in carcere?

«No, mai. Non è stato un tempo bruttissimo, certamente un tempo duro. Ma non c’era ostilità particolare da parte dei poliziotti. Ero in isolamento. Gli ultimi quattro mesi era diverso, c’erano quattro uomini con me in cella ed erano molto simpatici, due erano musulmani». 

Ora che programmi ha ?

«Preghiera e penitenza. Passo il mio tempo metà qui e metà in Australia. Messe, qualche predica. Vedo tanta gente, scrivo, cerco di aiutare qualche vittima di abusi sessuali». 

Tornasse indietro, riprenderebbe quel ruolo?

«Sarebbe difficile. Sono contento di non essere rientrato. Ma c’è ancora da fare».

(ANSA il 12 novembre 2021) - Migliaia di file dai contenuti definiti "raccapriccianti" dagli inquirenti, che in alcuni casi ritraevano vere e proprie violenze sessuali in danno di bambini in tenera età, sono stati sequestrati dalla polizia postale nell'ambito dell'operazione “meet up” diretta dalla procura di Torino che ha portato all'arresto, tra gli altri, del direttore della Caritas diocesana di Benevento, Don Nicola De Blasio. Con il prete sono stati arrestati anche un tecnico informatico 37enne residente in Piemonte e il creatore di un canale a pagamento che, sfruttando una nota piattaforma di messaggistica, veniva utilizzata per diffondere il materiale. 

Piero Rossano per corriere.it il 12 novembre 2021. Emergono anche particolari che gli stessi investigatori non esitano a definire «raccapriccianti», come violenze e abusi sessuali su neonati, dalle indagini alla base della vasta operazione degli agenti del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Torino contro la diffusione di materiale pedopornografico online che è sfociata in tre arresti e in 26 perquisizioni domiciliari in molte regioni. Si tratta della stessa indagine che ha visto il coinvolgimento e l’arresto di un sacerdote della Diocesi di Benevento, don Nicola De Blasio, direttore della Caritas locale e ai domiciliari dalla scorsa settimana. Il sacerdote si è poi dimesso dalla carica ed ha lasciato la parrocchia. Le perquisizioni e i sequestri di materiale pedopornografico, migliaia di file e contenuti multimediali, oltre che in Piemonte sono avvenute anche in Campania, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto. Ventisei, in totale, i decreti di perquisizione domiciliare nei confronti di altrettante persone emessi dal Gruppo Criminalità Organizzata e Reati Informatici del tribunale di Torino.

I canali di messaggistica

Già dallo scorso mese di febbraio i poliziotti avevano attivato un servizio di monitoraggio su una piattaforma di messaggistica che vantava garanzie di ampio anonimato per gli utilizzatori, concentrando la propria attenzione su alcuni canali aperti, frequentati prevalentemente da utenti italiani. Agenti “infiltrati” nel perverso meccanismo scoperto hanno instaurato un rapporto di fiducia con gli interlocutori che di volta in volta si mostravano interessati allo scambio di materiale. Quindi gli investigatori hanno lavorato sulle tracce informatiche lasciate in rete dagli internauti, che hanno consentito la loro identificazione. Il materiale illegale sequestrato, altamente diversificato per categorie, conteneva - come detto - anche contenuti «raccapriccianti» ritraenti vere e proprie violenze sessuali in danno soprattutto di neonati. 

La «mente» era un minorenne pugliese

Oltre che nei confronti del sacerdote della Diocesi di Benevento, nel cui domicilio è stato rinvenuto materiale definito «copioso», le misure cautelari sono scattate nei confronti di un tecnico informatico di 37 anni residente in Piemonte e di un cittadino pugliese di 18 anni, ritenuto il creatore del canale a pagamento oggetto dei primi accertamenti e all’epoca dei fatti ancora minorenne. È uno studente della provincia di Bari, finito in carcere con l’accusa di detenzione e diffusione di ingente quantità di materiale pedopornografico. L’indagine ha infatti individuato un ambiente chiuso, pubblicizzato dal proprio promotore, in cui veniva divulgato materiale pedopornografico previo pagamento di una somma di denaro che abilitava all'iscrizione al canale. Il ragazzo pugliese, dagli accertamenti svolti in collaborazione con i colleghi della Polizia postale di Bari, è risultato essere il gestore di questo canale attraverso il quale, su richiesta degli utenti, si procurava dal dark web materiale pedopornografico per poi rivenderlo, facendosi pagare l'iscrizione al canale e anche il singolo materiale.

Domenico Agasso per "La Stampa" il 26 novembre 2021. Mentre nella Chiesa francese imperversa la bufera-pedofilia, dopo il report da cui sono emersi 330mila abusati in 70 anni, il Papa accoglie Emmanuel Macron. E il presidente oggi «affronterà con il Santo Padre la vicenda», informano dall'Eliseo. Nel frattempo Francesco ha ricevuto una lettera di una vittima (di cui per riservatezza non è nota la nazionalità). E ha voluto diffondere la missiva ai preti e seminaristi, per «mostrare la via del servizio a beneficio dei vulnerabili», ha spiegato il cardinale O' Malley. Pubblichiamo qui la testimonianza. «Mi chiamo... e per anni sono stata maltrattata da un prete che avrei dovuto chiamare "fratellino" ed io ero sua "sorellina". Sono venuta qui perché vorrei che vincesse la "verità amabile". Sono qui anche nel nome delle altre vittime... dei bambini che sono stati profondamente feriti, a cui hanno rubato la loro infanzia, purezza e rispetto... che erano traditi e hanno approfittato della loro fiducia sconfinata... dei bambini dei quali i cuori battono che respirano vivono... ma li hanno uccisi una volta (due, più volte)... le loro anime sono fatte a piccoli pezzi insanguinati. Sono qui perché la Chiesa è mia Madre e mi fa tanto male quando è ferita quando è sporca. Gli adulti che hanno sperimentato questa ipocrisia da bambini non potranno mai cancellarla dalle loro vite. Potrebbero dimenticarsene per un po', provare a perdonare, provare a vivere una vita piena, ma le cicatrici rimarranno sulle loro anime, non scompariranno. Cerco di sopravvivere, di provare gioia, ma in realtà è una lotta incredibilmente difficile... Ho un disturbo dissociativo dell'identità, un grave disturbo post-traumatico complesso (PTSD), depressione, ansie, paura delle persone, e non dormo, e se riesco ad addormentarmi in tal caso, ho sempre gli incubi. A volte ho degli stati, quando sono "fuori", non percepisco "qui" e "ora". Il mio corpo ricorda ogni singolo tocco... Ho paura dei preti, di stare nella loro vicinanza. Ultimamente non posso andare alla Santa Messa. Mi fa molto male... Chiesa, quello spazio sacro era la mia seconda casa e lui me l'ha tolta. Ho una gran voglia di sentirmi al sicuro in chiesa, di riuscire a non aver paura, ma il mio corpo, le emozioni reagiscono in modo completamente diverso... Vorrei chiedervi di proteggere la Chiesa, corpo di Cristo! Quello che è tutto pieno di ferite e cicatrici. Per favore, non permettete che quelle ferite siano ancora più profonde e che se ne verifichino di nuove! Siete uomini giovani e forti. Chiamati! Uomini chiamati da Dio, a servire Dio, e per mezzo di lui alle persone... Dio vi ha chiamati a essere il suo strumento tra gli uomini. Avete una grande responsabilità! Una responsabilità che non è un peso, ma un dono! Per favore, trattatelo secondo l'esempio di Gesù con l'umiltà e l'amore! Per favore non spazziamo le cose sotto il tappeto, perché poi inizieranno a puzzare, marcire, e il tappeto stesso si decomporrà Rendiamoci conto che se nascondiamo questi fatti, quando ne tacciamo, nascondiamo lo sporco e diventiamo così un cooperatore. Se vogliamo vivere la verità, non possiamo chiudere gli occhi! Vivere nella verità è vivere secondo Gesù, vedere le cose attraverso i suoi occhi. Ed Egli non chiudeva i suoi occhi davanti al peccato davanti al peccato e al peccatore, ma viveva la verità con l'amore Con la verità amabile ha indicato il peccato e il peccatore. Per favore, rendetevi conto che avete ricevuto un regalo enorme. Il dono di essere un "alter Christus", di essere l'incarnazione di Cristo qui nel mondo. Le persone, e specialmente i bambini, non vedono in voi una persona, ma Cristo, Gesù, di cui confidano comunque senza limiti. È qualcosa di enorme e forte, ma anche molto fragile e vulnerabile. Per favore sii un buon sacerdote!». 

Da ansa.it il 26 novembre 2021. L'arcivescovo di Parigi, Michel Aupetit, ha offerto le sue dimissioni a papa Francesco, in seguito alle rivelazioni del settimanale Le Point su una sua presunta love story con una donna nel 2012. La diocesi di Parigi riconosce che l'alto prelato ebbe all'epoca un "comportamento ambiguo" con una donna. Nella missiva al Papa, che secondo Le Figaro sarebbe giunta ieri a Roma, Aupetit propone "al Papa di rassegnare le dimissioni". Solo il Pontefice può decidere se accettarle o meno.

Mauro Zanon per “Libero quotidiano” l'11 dicembre 2021. L'affaire Aupetit, dal nome dell'ex arcivescovo di Parigi Michel Aupetit, ha conosciuto giovedì un nuovo coup de théâtre. A una settimana esatta dall'accettazione delle dimissioni da parte del Papa, in seguito alle rivelazioni del magazine Le Point su una presunta relazione tra l'alto prelato e una donna, Paris Match ha pubblicato un articolo intitolato "Aupetit perso per amore", con tanto di foto che mostrano l'ex arcivescovo vestito in borghese in compagnia di un'altra donna. Sugli scatti rubati dal settimanale parigino lunedì 6 dicembre, Michel Aupetit, jeans neri, cappotto nero, berretto nero e sciarpa rossa, passeggia per le strade di Viroflay, nel dipartimento delle Yvelines, e in seguito nella foresta di Meudon, accanto a Laetitia Calmeyn, 46 anni, vergine consacrata, brillante teologa belga e insegnante presso il prestigioso Collège des Bernardins, lì dove il presidente Macron, nel 2018, pronunciò il suo celebre discorso sulla necessità di "riparare" il legame lacerato tra Stato francese e Chiesa. Nell'articolo di Paris Match, firmato da Caroline Pigozzi, non solo si rivela che è stato lo stesso Aupetit a far nominare Laetitia Calmeyn insegnante di Teologia morale al Collège des Bernardins, ma anche che tra i due non ci sarebbe soltanto un rapporto di amicizia spirituale e intellettuale, bensì una liaison amorosa. «Nessun perdono all'arcivescovo di Parigi, avrebbe mentito al Papa», scrive il settimanale parigino, assicurando che Aupetit «avrebbe omesso i suoi legami femminili» al Santo Padre, «passando sotto silenzio» la sua «prossimità» con questa teologa. Insomma, non c'era soltanto Colette (così si chiama secondo le informazioni di Paris Match), la ragazza con cui Aupetit avrebbe avuto una relazione nel 2012, quando era vicario generale di Parigi, ma anche un'altra donna, forse addirittura più importante. «Monsignor Aupetit smentisce con forza le accuse menzognere e deplora con vigore le insinuazioni malevoli contenute in questa pubblicazione», ha dichiarato l'avvocato di Aupetit, Jean Reinhart. L'ex arcivescovo rimprovera a Paris Match il modo in cui sono stato scattate le foto, «con un teleobiettivo per suggerire l'idea di una relazione», parlando di «metodi calunniosi e nauseabondi» e dicendosi pronto a trascinare il settimanale in tribunale. Lo scoop di Paris Match esplode a due giorni dalla conferenza stampa data da Papa Francesco nell'aereo che lo riportava a Roma dopo il suo viaggio a Cipro e in Grecia. Rispondendo alle domande della stampa sul caso Aupetit, ha parlato di «piccole carezze e massaggi» che l'ex arcivescovo avrebbe prodigato, prima di esortare i giornalisti a «indagare» sull'affare e di spiegare di «aver accettato le dimissioni non sull'altare della verità, ma sull'altare dell'ipocrisia». Insomma, è la menzogna per omissione di Aupetit che avrebbe spinto il Papa a prendere la decisione di sollevarlo dall'incarico così rapidamente, secondo Paris Match. Le Figaro, dal canto suo, evoca invece la comunicazione fumosa dell'ex arcivescovo dopo le prime rivelazioni del Point e in particolare il suo rifiuto di spiegarsi «pubblicamente in maniera chiara». Infermiera di formazione, Laetitia Calmeyn, secondo Paris Match, era talmente influente che «alcuni, nell'entourage di Aupetit, la considerano responsabile delle loro difficoltà a essere ascoltati dal vescovo» dimissionario. Nella primavera del 2018, tra l'altro, Calmeyn è stata nominata dal Papa consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma. Sollecitato dal Parisien sull'amicizia tra Aupetit e la teologa belga, l'entourage del primo ha risposto con queste parole: «È un'amicizia di lunga data. Niente di più». Il Pontefice, scrive Paris Match, è «stanco» di tutto quello che sta accadendo in Francia: «La "figlia primogenita della Chiesa" è diventata maledetta per Roma? Incendio di Notre-Dame de Paris nell'aprile 2019, rapporto Sauvé sugli abusi sessuali nell'ottobre del 2021 e in dicembre una nuova burrasca». In riferimento, appunto, a Aupetit, che ieri, alla Chiesa di Saint-Sulpice, a Parigi, ha celebrato la sua messa di addio all'arcidiocesi.

Da tgcom24.mediaset.it il 26 novembre 2021. "Quando mi incontrava, anche se era vestito, aveva l'abitudine di spingere la mia testa verso le sue parti intime". È la testimonianza a "Fuori dal Coro" di Michelle, ex suora che vive nella periferia di Parigi. La donna ha parlato degli abusi subiti da un sacerdote, nel periodo in cui lei stava prendendo i voti: "Ho iniziato a soddisfare le sue voglie - ha detto - e piano piano il disgusto ha lasciato spazio all'abitudine". Michelle è solo una delle 330mila vittime degli abusi da parte dei circa 3mila preti compiuti negli ultimi sessant'anni: "Mi sentivo obbligata a dargli piacere fisico, la cosa è durata per vent'anni - prosegue nel suo racconto - dopo un po' dai primi incontri mi ha presentato suo fratello e anche lui era un prete e anche lui abusava di me. Mi manipolava, era grasso e puzzava e sentivo il peso del suo corpo su di me: era angosciante, mi sentivo trattata come una prostituta". 

Domenico Agasso per "La Stampa" il 9 novembre 2021. Dalla Francia alla Germania, dalla Polonia all'Irlanda, fino agli Stati Uniti, al Cile, al Messico e alla lontana Australia, per citare i casi più clamorosi: la piaga della pedofilia nelle Sacre Stanze ha gravemente infettato decine di Stati e migliaia di diocesi e parrocchie nel corso dei decenni. La geografia degli orrori della Chiesa continua ad allargarsi. E, tra silenzi e omertà, oltre a devastare la vita dei ragazzini abusati e dei loro familiari, provoca danni di immagine e di credibilità all'istituzione ecclesiastica. E anche ingenti perdite economiche per risarcire le vittime, costringendo spesso a vendere parti del patrimonio parrocchiale o diocesano e a chiedere prestiti, come sta per accadere in Francia. Anche se in questo momento è impossibile avere una stima di quanto la Chiesa nel mondo sborserà nei prossimi mesi e anni, dato che la stragrande maggioranza delle cause sono ancora in corso, resta certo che la più grande somma sborsata è stata nell'arcidiocesi di Boston, nell'ambito del celebre «caso Spotlight», titolo del film del 2015 che ripercorre l'inchiesta giornalistica del The Boston Globe - Premio Pulitzer - sugli abusi sessuali compiuti su minori: 660 milioni di dollari elargiti a 508 vittime. Furono 89 i sacerdoti accusati e 55 quelli rimossi dall'incarico per l'infame crimine, coperti dall'influentissimo cardinale Bernard Francis Law, morto nel 2017. Quel terremoto, nel 2002, travolse la Chiesa americana ma scosse anche il Vaticano: niente sarebbe stato più come prima. È stato papa Benedetto XVI ad affrontare per primo la situazione ormai deflagrante nei Sacri Palazzi, con due azioni simbolo: la rimozione e la messa in stato di isolamento di un simbolo del male, il potente fondatore dei Legionari di Cristo, il predatore sessuale seriale messicano Marcial Maciel Degollado; il viaggio in Usa nel 2008, durante il quale chiederà perdono alle vittime (mai accaduto prima). La rivelazione di migliaia di abusi su minori contraddistingue l'ultima parte del suo pontificato: il più dirompente nella cattolicissima Irlanda, dove saranno cacciati vescovi e otre 100 preti. Papa Francesco accelera la lotta contro la pedofilia avviata dal suo predecessore, e deve affrontare l'esplosione della gerarchia ecclesiale cilena, prendendo una decisione senza precedenti: nel 2018 convoca a Roma tutti i vescovi, e li fa dimettere. A marzo di quest'anno un altro scandalo devasta la Germania. Il report di un'indagine indipendente nell'arcidiocesi di Colonia fornisce numeri agghiaccianti: 202 i responsabili e 314 le vittime di violenze avvenute tra il 1975 e il 2018. E per il 63% i colpevoli sono appartenenti al clero. In Germania i presuli hanno preso due provvedimenti per ciò che riguarda i risarcimenti agli abusati: uno che stabilisce - attraverso una commissione indipendente - le procedure per arrivare alla definizione della cifra da corrispondere; e poi hanno istituito anche un «fondo di solidarietà». Ecco poi la Polonia, dove la Conferenza episcopale ha denunciato numeri terrificanti: da luglio 2018 a dicembre 2020, a diocesi e ordini religiosi sono arrivate 368 denunce di abusi su minori, per i quali sono accusati 292 preti. Le segnalazioni riguardano il periodo tra il 1958 e il 2020. Tra chi ha recentemente indagato c'è anche il cardinale Angelo Bagnasco. Mentre vari vescovi stanno già «saltando» per coperture e omissioni, sotto accusa c'è pure il porporato Stanislaw Dziwisz, già segretario di papa Giovanni Paolo II. Trasferendosi dall'altra parte del pianeta, una vittima in Australia ha ricevuto da parte della Chiesa un maxi-risarcimento di 1,5 milioni di dollari australiani, circa un milione di euro, poco prima dell'inizio del processo, ad aprile. L'uomo, oggi 58enne, era «bersaglio» anche del prete predatore padre Gerald Ridsdale, della diocesi di Ballarat, ora in carcere. È uno tra le centinaia di vittime che in Australia stanno chiedendo indennizzi alla Chiesa. Il più cospicuo finora è stato dato alla fine di gennaio di quest'anno a un 52enne: 2,45 milioni di dollari australiani, più di un milione e mezzo di euro, per gli abusi subiti dal suo insegnante, il sacerdote Bertram Adderley. L'affaire pedofilia in Australia aveva portato a un'inchiesta nazionale, in cui furono raccolte le deposizioni di 15mila persone e ascoltate a porte chiuse 8mila vittime, e aveva fatto parlare nel 2017 di «tragedia nazionale».

Lucetta Scaraffia per “La Stampa” l'11 novembre 2021. Come mai nel nostro Paese la Chiesa - unica fra le Chiese cattoliche europee, insieme con quella spagnola - non ha avviato alcuna indagine né indipendente né interna sugli abusi del clero? In questi giorni in cui si fa un gran parlare della situazione francese molti se lo domandano e immagino siano ben pochi quelli che pensano che il motivo stia in un comportamento particolarmente virtuoso del clero italiano. Dobbiamo ricordare che in nessun caso negli altri Paesi queste indagini sono nate da esigenze interne all'istituzione stessa, ma sono state effetto di pressioni esterne, cioè di pressioni pesanti della stampa che ha aperto il coperchio che teneva nascosti i molti scandali. In Italia la stampa - fino a oggi - non si è mai impegnata in ricerche del genere: le notizie degli abusi compaiono soprattutto sui giornali locali, e scompaiono rapidamente. Perfino in Spagna, dove la conferenza episcopale ha ammesso di non conservare dossier sugli abusi del clero, e quindi di non potere rispondere a domande a riguardo, il più importante quotidiano nazionale, il País - sulle orme del Boston Globe - ha avviato un'indagine indipendente, creando il primo database sulla pedofilia della Chiesa spagnola. Il bilancio per ora è di 816 vittime in 306 casi riconosciuti attraverso condanne e media, ma i numeri sono in costante aumento perché le vittime denunciano spesso solo quando vedono altre vittime farlo. Qui in Italia, niente. Anche se padre Zollner, il gesuita che consiglia papa Francesco sugli abusi, in una intervista sulla Repubblica subito dopo che è stata reso noto il risultato dell'inchiesta francese, ha detto che «le Chiese cattoliche di altri Paesi dovrebbero ora avere lo stesso coraggio della Chiesa francese. Spero che anche l'Italia si attivi. L'unico modo è quello della verità e dell'onestà». Niente sui giornali - a parte ovviamente la lodevole eccezione di quello sul quale scrivo - niente da parte dei fedeli, da parte di quel popolo di credenti ancora abbastanza numeroso che frequenta le parrocchie. Non penso ahimè che questo silenzio sia una prova della fedeltà degli italiani all'istituzione, né una fiducia nella qualità del clero italiano: basta avviare questo discorso con qualcuno e si capisce subito che anzi è un sintomo di sfiducia totale verso le gerarchie, e soprattutto di qualcosa di ancora più negativo, di indifferenza, di disinteresse. Noi cattolici italiani non abbiamo più un forte senso di partecipazione alla comunità di cui facciamo parte, non siamo desiderosi di contribuire a migliorarla, non pensiamo che sapere la verità su una vicenda che comporta vittime e sofferenze sia un dovere cristiano. Non pensiamo che la cappa di silenzio sui crimini avvelena tutta la Chiesa. Se ci sentissimo veramente parte di questa comunità saremmo pronti a combattere affinché - a cominciare dalle gerarchie - tutti ci avvicinassimo sempre di più a quello che deve essere una comunità cristiana. Non lasceremmo che le critiche e gli scandali arrivassero tutti dall'esterno, da persone che possono essere considerate a priori nemiche della Chiesa. Non lasceremmo che oggi, in Italia, se qualcuno vuole informarsi sulla questione degli abusi del clero debba rivolgersi a un sito privato, la Rete L'abuso, fondato e gestito da Francesco Zanardi, persona certo meritevole ma così coinvolto personalmente - lui stesso vittima di abusi di un prete nell'infanzia - da indurre molti a mettere in dubbio le sue informazioni. Comunque, è Zanardi che rappresenta l'Italia nelle riunioni internazionali di abusati dal clero, anche in quelle organizzate dalle Nazioni Unite. Se non vogliamo prendere sul serio le cifre sul numero degli abusati che il sito propone, sappiamo però che ci sono casi gravissimi, come gli abusi sui piccoli sordomuti dell'associazione Provolo di Verona, il cui procedimento è ancora in corso dopo anni, come se queste vittime non avessero bisogno di giustizia, come se ci fossero ancora dei dubbi sulla colpevolezza di seviziatori che non hanno insegnato alle piccole vittime il linguaggio dei segni perché non potessero smascherarli. Una inchiesta seria e imparziale è indispensabile per fare chiarezza, per restituire credibilità vera alla Chiesa italiana, per rompere quel clima di indifferenza che è l'ultima tappa prima dell'allontanamento definitivo, per vivere veramente la compassione umana, il cui compito è soccorrere gli sventurati, come ha chiesto il Padre che è nei cieli che ha affidato la Terra alla cura degli esseri umani. 

Da huffingtonpost.it il 12 ottobre 2021. La Corte europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo ha rigettato oggi il ricorso di 24 persone che avevano citato in giudizio il Vaticano dinanzi ai tribunali belgi senza successo per atti di pedofilia commessi da preti cattolici. La Cedu ha invocato in particolare “l’immunità” della Santa Sede riconosciuta dai “principi di diritto internazionale”. I ricorrenti, di nazionalità belga, francese e olandese, erano stati respinti dai tribunali belgi, che avevano invocato l’immunità giurisdizionale della Santa Sede. La Corte, che si esprime per la prima volta su questo tema, si è pronunciata a favore dei tribunali belgi.

Domenico Agasso per “La Stampa” il 13 ottobre 2021. Mentre la piaga della pedofilia del clero flagella e scuote la Chiesa francese dopo quella tedesca (per stare agli ultimi casi), la Corte europea nega il diritto a denunciare il Vaticano per gli abusi sessuali dei preti. È stata riconosciuta l'«immunità» della Santa Sede. Città del Vaticano e Santa Sede non possono dunque essere chiamati in giudizio per i casi di violenze commesse da sacerdoti. Lo ha stabilito la Corte europea dei Diritti dell'uomo (Cedu) di Strasburgo, che ha così rigettato 24 querelanti - di nazionalità belga, francese e olandese - che avevano citato in giudizio - senza successo - i Sacri Palazzi presso tribunali del Belgio. La Cedu ha richiesto in particolare «l'immunità» della Santa Sede riconosciuta dai «principi di diritto internazionale». È la prima volta che si esprime su questo spinoso argomento. Sentenze analoghe o simili a quella di ieri si erano registrate negli anni passati anche negli Stati Uniti, sempre dopo denunce presentate da vittime di abusatori ecclesiastici rivolte contro il Vaticano o addirittura il Pontefice. La Corte «ritiene che il rigetto non abbia deviato dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti in materia di immunità dello Stato» e che si applicano al Vaticano. Il tribunale di Strasburgo ha quindi dedotto che non vi era stata violazione delle disposizioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo sul «diritto di accesso a un tribunale» invocate dai ricorrenti, che hanno sostenuto di essere stati impediti dal fare valere in sede civile i loro reclami, rimostranze e contestazioni contro la Santa Sede. Tutto era iniziato dieci anni fa, con un'azione civile collettiva intentata al tribunale di primo grado di Gand: comprendeva una pretesa di risarcimento dal Vaticano, dalle gerarchie ecclesiastiche locali e dalle associazioni cattoliche. Il motivo della domanda di riparazione economica era il «danno causato dal modo strutturalmente carente in cui la Chiesa avrebbe affrontato il problema degli abusi sessuali al suo interno». In pratica, si chiedeva il riconoscimento della responsabilità in solido per i danni subiti e un risarcimento anche in considerazione della politica dei silenzi sulla questione abusi. Ma il Vaticano «ha caratteristiche paragonabili a quelle di uno Stato», notano i giudici europei, i quali ritengono che la giustizia belga avesse quindi il diritto di «dedurre da queste caratteristiche che la Santa Sede era un ente sovrano straniero, con gli stessi diritti e doveri di uno Stato». La decisione di Strasburgo giunge pochi giorni dopo la pubblicazione dell'inchiesta nella Chiesa di Francia, dalla quale è emerso che 330.000 minori sono stati vittime di aggressori religiosi o laici in ambito ecclesiale. Ieri monsignor Eric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale, ha incontrato Gerald Darmanin, ministro dell'Interno incaricato del culto. Il Vescovo ha evidenziato che in 17 diocesi sono stati stipulati protocolli con le rispettive procure «al fine di facilitare e velocizzare il trattamento delle segnalazioni per ogni fatto denunciato».  

Giuseppe China per "La Verità" il 5 novembre 2021. È finito agli arresti domiciliari con un'accusa particolarmente pesante, detenzione di materiale pedopornografico, il parroco e direttore della Caritas di Benevento, don Nicola De Blasio. Oggi l'indagato, insieme ai suoi legali Massimiliano Cornacchione ed Alessandro Cefalo, dovrebbe essere ascoltato dal gip Gelsomina Palmieri per l'udienza di convalida dell'arresto, chiesto dal sostituto Marilia Capitanio. Durante la perquisizione presso l'abitazione di De Blasio (svoltasi 48 ore fa) gli agenti della polizia postale avrebbero trovato nei suoi dispositivi, cellulare e computer fisso e portatile, immagini e video di adolescenti e bambini impegnati in atti sessuali. Dalle prime indiscrezioni il nome di De Blasio, 55 anni, non sarebbe il solo presente nelle carte dell'inchiesta coordinata dalla Procura di Torino, affidata al pubblico ministero Valentina Sellaroli che ha appunto ordinato la perquisizione dell'abitazione del parroco. Nonostante le indagini siano iniziate nel capoluogo piemontese, la competenza sull'eventuale conferma della misura cautelare a carico del parroco spetta al gip di Benevento, dato che la richiesta di arresto è stata firmata dai togati sanniti. La comunità della chiesa di San Modesto, nel complesso quartiere Libertà, area nella quale il sacerdote è impegnato da più di due decenni, per la precisione 25 anni, si è schierata a fianco del suo pastore. Il quale è stato il principale fautore dell'iniziativa di market solidale, progetto in favore delle famiglie più bisognose. La maggior parte dei fedeli è rimasta basita al diffondersi della notizia: «Non ci credo neanche se lo vedo con i miei occhi» e «neanche sotto tortura ci crederei». Altri, invece, si sono spinti oltre e non hanno escluso l'ipotesi di una «vendetta» proprio nei confronti di De Blasio. Netta la presa di posizione del presidente del consorzio Sale della terra, Angelo Moretti: «Ho visto e vedo ancora da dieci anni il bene che fa e come lo fa. La sua casa è da sempre luogo di accoglienza e di comunità. Ora si trova nel Jetsemani, molti lo hanno già condannato e altri sono pronti a sputargli in faccia, gli stessi che gli chiedevano aiuto. Ma don Nicola», ha scritto Moretti su Facebook, «sa che questa è la strada che tocca a persone controcorrente. Siamo in tanti a gridare "forza don Nik"». Ha mostrato, invece, maggiore equidistanza rispetto ai fatti contestati e alla figura di De Blasio, il vescovo di Benevento Felice Accrocca: «Solidarietà alle famiglie dei minori oggetto di criminoso sfruttamento ripresi nei video e nelle foto e piena collaborazione perché venga chiarita la posizione di don Nicola». E ancora: «Con il senso di responsabilità e di servizio che hanno contraddistinto la sua missione ecclesiale, sicuramente collaborerà con gli inquirenti per chiarire ogni aspetto del suo coinvolgimento in questa triste vicenda». Caso che in parte ricorda la storia di monsignor Carlo Alberto Capella, ex consigliere della nunziatura a Washington, condannato nel 2018 dal Tribunale Vaticano a cinque anni di reclusione e 5.000 euro di multa per divulgazione, trasmissione, offerta e detenzione di materiale pedopornografico.

Paola Pellai per "Libero Quotidiano" il 10 ottobre 2021. Cari lettori, qui l'affare s'ingrossa. Scusate il gioco di parole che può sembrare blasfemo ma, vi assicuro, la meno blasfema sono io. Dopo essermi imbattuta in una chat cattolica a luci rosse, mi sono infilata in un abito talare e ho fatto tappa nel sito pretigay.it. Da questo momento in poi sono don Pao. Innanzitutto ho scoperto che qualche sacerdote non ha ancora digerito la chiusura di due siti gay a loro riservati, Venerabilis e Reverendis, fermati non dal Vaticano ma da una campagna mediatica contro. In forma anonima resiste il Reverendo Moderatore di Venerabilis: «Sia lodato Gesù Cristo. Lasciami la tua mail, riprenderemo contatto conte». A chi lo sollecita il Reverendo spiega che sta studiando come fare per riaprire una chat ma «devo farlo fuori da una sede per maggiore sicurezza». E con altrettanta sincerità ammette che «la comunità Venerabilis è ben viva ed attiva anche dopo la chiusura del sito web». Adesso per chi non vuole restare in odore di santità (e castità) c'è pretigay.it, rinforzato da una pagina Facebook che ha una copertina eccitante: un prete gnocco che ti invita ad ascoltare «il tuo istinto» spalancando il suo abito talare su addominali da paura. A dir la verità ad implorarti a mani giunte c'è pure un altro prete, molto meno figo e con la veste abbottonata. L'home page del sito ci tiene a mettere in chiaro: «Questo non è un sito di perdizione. Ci piacerebbe vivere in un mondo in cui l'omosessualità venisse compresa ed accettata, anche dai religiosi. L'orientamento sessuale di una persona non può essere motivo di discriminazione e le istituzioni, incluse quelle religiose, dovrebbero capirlo. L'amore è amore. Sempre. In qualsiasi forma». Oddio, procediamo. «Questo sito - spiegano- è dedicato agli uomini di chiesa che nascondono la propria omosessualità, a coloro che la vivono come un peso e che vogliono trovare altri con cui parlarne, per trovare conforto ed appoggio, senza paura di essere giudicati». Per tutelarti puoi usare un nickname. «I preti gay ci sono sempre stati. Sono tra di voi. In certi casi siete voi. Qual è il problema? Questo spazio libero è per uomini che vogliono sentirsi liberi, ma che purtroppo non possono andare oltre il virtuale».

SCAMBIO DI OPINIONI Nella home del sito non si parla mai né di valori cristiani né di attaccamento alla fede. Niente doveri, ma un diritto: l'orgoglio gay. Pur, a volte, tra mille timidezze. Come il giovane prete della comunità Pio X: «Sono omosessuale, ma non ho mai accettato questa mia condizione. Cerco sacerdoti gay per scambiare opinioni». Anche Menzoom74 sembra in stato confusionale, forse per questo i preti li cerca «maturi, per scambiarci momenti di sana intimità spirituale e belle parole». Ci sono pure quelli non più verginelli come Camillo74: «Cerco a Bologna un prete che abbia voglia di sperimentare qualcosa di nuovo. Sono carino, discreto e maschile». Poi c'è il 50enne di Roma che sottolinea di aver «già avuto esperienze spirituali (le chiama così, ndr) e non solo con preti (forse allude a monsignori e vescovi, ndr). Sto cercando sacerdoti per ripetere l'esperienza». L'iscrizione al sito è gratuita ma se non vuoi restare "passivo" a vita devi per forza sottoscrivere un abbonamento per accedere a posta, bacheca annunci, video-chat e pure video-charme. Senza carta di credito non fai nulla, ma proprio perché il servizio ha un costo «permette di evitare che s'iscrivano troppo curiosi, ma solo utenti interessati. In questo modo aumenta la qualità degli incontri». Proprio perché sei tu, anzi io, don Pao, mi mettono a disposizione abbonamenti mensili super scontati: oro (33 euro), argento (32 euro) e bronzo (50 euro, ovviamente per convincerti che quello oro è un'offerta imperdibile), differenziati per la quantità dei servizi proposti. Oro, argento e bronzo, come il podio olimpico. Come succede quando compri vestiti o scarpe su internet, vale la formula "soddisfatti o rimborsati". Ma vista la sfilata dei tipi vicino al banner in questione, sai in partenza che sarai soddisfatto. Molto soddisfatto. Quello più vestito ha solo l'orologio al polso.

L'ISCRIZIONE Detto, fatto. M'iscrivo. Sono don Pao, ho 28 anni. Non metto foto, ma mi presento: «Sono un prete, giovanile ed avventuroso. Credo nella mia missione, ma mi manca una componente importante per sentirmi completo. Sono pronto a mettermi in gioco ma non a giocare». Da regolamento la richiesta dovrebbe essere vagliata da non so quale comitato etico, in realtà il mio profilo è approvato subito e la conferma mi arriva via mail da due occhi azzurri come il cielo e un fisico divino. Mi dà il benvenuto ed apre la serie di chi bussa al mio confessionale. Marco, 29 anni, da Milano, mi chiede se voglio flirtare con lui. Risposta secca: sì o no. 65slash, 56 anni, da Lecce, capelli brizzolati e occhi marrone mi manda un kiss. E poi ancora truzz89, 31 anni, da Verona, Mister_o, 32 anni, da Torino, Paviachristi75, 18 anni, da Vogogna (Vb), Enrico, 26 anni, da Sesto Calende (Va)... mi riempiono di messaggi. L'algoritmo del sito indica il mio profilo come debole, perché non ho messo indicazioni fisiche e neppure patrimoniali (come indicato).

Abusi, mea culpa del Papa. "È il tempo della vergogna". Serena Sartini il 7 Ottobre 2021 su Il Giornale. All'Udienza generale Francesco chiede perdono alle vittime delle violenze. "Non succeda mai più". «É il momento della vergogna, la mia, la nostra vergogna»: il Papa chiede scusa alle vittime di abusi sessuali commessi da sacerdoti nella chiesa francese, all'indomani di un rapporto choc che ha registrato, negli ultimi 70 anni, almeno 216mila vittime e oltre 3mila preti e religiosi coinvolti in crimini di pedofilia. Il mea-culpa di Bergoglio arriva nel corso dell'udienza generale del mercoledì, nel saluto ai fedeli di lingua francofona, subito dopo una lunga riflessione sulla libertà e sulla verità, commentando la Lettera ai Galati. «Vergogna», una parola che il Papa ripete cinque volte in meno di un minuto. Atto di espiazione, grido di perdono. Per gli atti commessi dalla chiesa francese, ma anche in Germania, negli Stati Uniti, in Cile. «La libertà è un tesoro che si apprezza realmente solo quando la si perde. Per molti di noi, abituati a vivere nella libertà, spesso appare più come un diritto acquisito che come un dono e un'eredità da custodire. Quanti fraintendimenti intorno al tema della libertà - ha ammonito il Pontefice - e quante visioni differenti si sono scontrate nel corso dei secoli!». E allora, se la verità rende liberi, non bisogna fuggire. E Bergoglio affronta a viso aperto la cruda verità della piaga degli abusi nella chiesa francese. «Desidero esprimere alle vittime la mia tristezza e dolore per i traumi che hanno subito. E anche la mia vergogna - ha sottolineato il Papa argentino che fin dall'inizio del suo pontificato ha dato avvio a un'operazione pulizia e trasparenza nella lotta ai casi di pedofilia e abusi all'interno della Chiesa - la nostra vergogna, la mia vergogna per la troppo lunga incapacità della Chiesa di metterle al centro delle sue preoccupazioni assicurando loro la mia preghiera». «Prego e preghiamo insieme tutti: a te Signore la gloria, a noi la vergogna. Questo è il momento della vergogna. Incoraggio i vescovi e voi cari fratelli che siete venuti qui a condividere questo momento. Incoraggio vescovi e superiori e religiosi a continuare a compiere tutti gli sforzi affinché drammi simili non si ripetano». Si tratta ora di affrontare «una prova dura ma salutare». I cattolici francesi sono chiamati adesso ad «assumere le loro responsabilità per garantire che la chiesa sia una casa sicura per tutti». Anche Francesco è rimasto scioccato dal dato presente nel dossier: «Ne risultano purtroppo numeri considerevoli». L'indagine è stata assegnata da vescovi e superiori religiosi ad una Commissione indipendente ed ha registrato, tra il 1950 e il 2020, almeno 216 mila vittime e tra i 2.900 e 3.200 sacerdoti e religiosi coinvolti in crimini di pedofilia. Prima di iniziare l'udienza generale, Jorge Mario Bergoglio ha incontrato quattro vescovi francesi e con loro ha pregato in silenzio. «Ha ragione il Papa, questo è il momento della vergogna. Ora è il tempo della preghiera, della conversione, di chiedere perdono e fare di tutto perché questa vergogna non si ripeta mai più», ha detto profondamente commosso monsignor Emmanuel Gobilliard, vescovo ausiliare di Lyon all'Osservatore Romano. Il Rapporto insiste molto «sull'aspetto sistemico degli abusi, sul fatto che sono anche la conseguenza di un modo di esercitare l'autorità che può portare nella direzione degli abusi», ha osservato padre Federico Lombardi, gesuita ed ex portavoce vaticano, in una intervista a Vatican News. Nel funzionamento della struttura della Chiesa, «uno spazio maggiore di responsabilità e di presenza attiva dei laici» diventa «determinante per fare dei passi in avanti». Nella lotta contro gli abusi, nell'ascolto delle vittime e nella prevenzione, le donne in particolare «devono avere un posto molto maggiore di quello che hanno». Serena Sartini

Francia, abusi, Chiesa: nessuno sa più cosa fare. Fabrizio Mastrofini, Giornalista e saggista, su Il Riformista il 6 Ottobre 2021. Dopo giorni di anticipazioni e indiscrezioni, ora da mezzogiorno del 5 ottobre conosciamo le cifre shock degli abusi sessuali compiuti in Francia, nella Chiesa. Ora sappiamo che sono circa 216mila le vittime di abusi sessuali da parte di preti cattolici in Francia dal 1950 ad oggi. I dati sono contenuti nel rapporto della commissione d’inchiesta voluta dai vescovi e guidata da Jean-March Sauvé. Sauvé ha parlato di un fenomeno “di natura sistemica” ed ha confermato che circa l’80% sono vittime di sesso maschile. “Le conseguenze sono molto gravi – ha detto Sauvé -. Circa il 60% degli uomini e delle donne che hanno subito abusi sessuali incontra rilevanti problemi nella vita sentimentale o sessuale”. La Chiesa non ha saputo vedere, non ha saputo sentire, non ha saputo captare i segnali e le vittime, quando parlavano, sono state criminalizzate e intimidite a loro volta. Entra totalmente in crisi un modello di sacerdozio che riguarda sia i preti formati e ordinati prima del Concilio Vaticano II sia quelli formati dopo il 1965. Inoltre la sessualità del clero si rivela per quello che è: un problema irrisolto. E di fronte al calo delle vocazioni, è facile immaginare che le debolezze o i problemi di personalità dei candidati vengano giudicati o valutati con condiscendenza per non perdere una “vocazione” quando ce ne sono già poche. Al momento però non c’è un altro modello perché la teologia del dopo-Concilio si è essa stessa incartata – vedere il Codice di Diritto Canonico – su un modello clericale, giustificato in tutte le maniere. Riconoscere l’errore o quanto meno l’esagerazione, sarà non solo doloroso, ma foriero di tendenze scismatiche o scissioniste. Un bel problema di fronte al quale soluzioni precostituite non esistono. Un po’ come sta accadendo per il “Sinodo” e per la “sinodalità”. Due parole magiche per dire che ci vuole una corresponsabilità e partecipazione a tutti i livelli, ma se alla fine l’ultima parola spetta ai vescovi e ai sacerdoti, non si capisce a cosa serva. Papa Francesco apre una strada, però nessuno ha ancora capito come percorrerla, con quali tempi e modi. Non cosa, si badi bene, ma “come fare” perché andrebbero scrostate tutte le incrostazioni clericali di piccolo e grande livello che impediscono la partecipazione, il parlare chiaro, le decisioni coraggiose di fronte ad una crisi di credibilità così ampia. Del resto la luce in fondo al tunnel non c’è. La formazione dei sacerdoti non è stata rinnovata, la psicologia entra nei seminari solo a piccole dosi e un eventuale altolà dello psicologo verso un candidato può venire tranquillamente superato dal parere del vescovo o del superiore religioso. E la “crisi sistemica” è destinata a proseguire. Intanto stiamo a guardare cosa accadrà in Francia a partire da oggi. A novembre i vescovi si riuniranno in assemblea plenaria anche per discutere dei risultati della Commissione d’inchiesta. Ma un fatto è già sicuro: nessun cambiamento potrà avvenire a livello di procedure di selezione e formazione, se prima non c’è l’approvazione della Santa Sede. E abbiamo una Chiesa che gira a tre velocità: quella del Papa che pure – forse – vorrebbe se non accelerare, almeno – come dice lui – “avviare processi di cambiamento”.  I quali se pure avviati, devono fare i conti con la velocità o la sordina degli uffici della Curia romana perché le Congregazioni sono competenti su tutte le decisioni concrete da attuare (o far fallire quelle che non piacciono). E poi la terza velocità riguarda i vescovi, nominati in base a criteri a volte niente affatto chiari e comunque capaci di rallentare, ritardare, oppure accelerare. Ma in quest’ultimo caso le conferenze episcopali possono entrare in conflitto con la Curia romana, come accaduto un po’ ovunque nel mondo. E così si ritorna al punto di partenza di un infinito gioco dell’oca. A quanto pare ben pochi si rendono conto che tutte le soluzioni tentate non portano a risultati. La crisi è “sistemica” ma nessuno dei nostri protagonisti sembra aver mai letto von Bertalanffy (che ha studiato, appunto, la “teoria dei sistemi”) e von Glasersfeld che ha fatto toccare con mano come ci si costruisca una propria immagine della realtà (costruttivismo) e se non si usa il pensiero critico, si scambia la propria immagine o desiderio della realtà, per la realtà stessa, con conseguenze disastrose (come qui). Come uscirne senza studiare, senza decisioni coraggiose, senza un gruppo deciso a intervenire e non un papa da solo o al massimo con uno sparuto gruppo di otto consiglieri? Risposta facile: insistendo negli errori, non se ne esce!

I preti pedofili francesi fanno a pezzi la Chiesa: 70 anni, 330mila vittime. Francesco De Remigis il 6 Ottobre 2021 su Il Giornale. Rapporto choc rivela: "Crimini sistematici". Il clero chiede perdono. Ma nessuno pagherà. Nella campagna per le presidenziali francesi, irrompe un dato choc: dal 1950 al 2020, in Francia sono stati 330 mila i minori vittime di abusi sessuali compiuti da sacerdoti, religiosi o laici in missione ecclesiale. Due terzi dei quali, 216mila, a opera del clero. Crolla dunque un argomento tabù, quello della pedofilia nella chiesa d'Oltralpe, già sollevato nel 2019 dal film di François Ozon, Grâce à Dieu, su cui s'erano scagliate accuse di portare al cinema tesi senza garantismo. Ora arrivano invece certezze «granitiche» su 70 anni di «crimini», per cui ha espresso la sua «vergogna, terrore, determinazione ad agire» monsignor Éric de Moulins-Beaufort, presidente della conferenza episcopale francese: «Conosco il nome di qualche vittima, chiedo perdono». A definire i fatti di carattere «sistemico» è stata ieri la Commissione indipendente sugli abusi nella Chiesa (Ciase) guidata dal 72enne Jean-Marc Sauvé e incaricata di far chiarezza. Il report conclusivo ha generato uno tsunami emotivo a 360°, perché la «terribile realtà» stima tra i 2.900 e i 3.200 preti e funzionari cattolici coinvolti. Prove, testimonianze, nomi e cognomi. Tutto documentato in 485 pagine e 2.500 allegati con cifre, resoconti agghiaccianti e raccomandazioni per riformare la Chiesa e porre fine alle violenze sessuali in sagrestie, colonie estive, scuole cattoliche. La montagna di carte è arrivata fino in Vaticano. Papa Francesco ha espresso dolore per le vittime e «gratitudine per il loro coraggio». I vescovi francesi, che avevano commissionato il rapporto, ipotizzano dall'anno prossimo risarcimenti: l'80 per cento delle vittime aveva tra i 10 e i 13 anni, erano maschi. Gli abusi riguardano diocesi grandi e piccole, città e paesini: 13 casi al giorno. Dai social ai media tradizionali, si parla si crepa nella fiducia nelle istituzioni ecclesiastiche, in un Paese in cui più di un francese su due non crede più in Dio (il 51%, stando al sondaggio Ifop di agosto). Quasi tutti i fatti nel rapporto Sauvé sono caduti in prescrizione, o i colpevoli sono morti. Tuttavia ci sono stati «22 rinvii al pubblico ministero» per abusi ancora perseguibili. «Abbiamo anche riferito più di 40 casi ai vescovi per informarli dei reati prescritti il cui autore è ancora vivo», ha spiegato Sauvé, tracciando le tappe del percorso che ieri ha portato la Chiesa al mea culpa immediato dopo anni di «silenzi e mancanze».

Teologi, magistrati, psichiatri: 21 membri hanno «attraversato» storie di dolore e vergogna. Due anni e mezzo di lavoro. Nei primi 17 mesi, 6.500 testimonianze; poi 250 audizioni e colloqui. Presentando il Rapporto, corredato da ricerche negli archivi della Chiesa, del ministero della Giustizia e dell'Interno e ritagli di giornale, ieri Sauvé ha denunciato la mentalità corporativista che ha a lungo cercato di coprire gli abusi. Già membro del Consiglio di Stato e della Corte di Giustizia Ue, dal 13 novembre 2018 guida l'indagine: il momento più difficile è stato «l'incontro con le vittime» in cui ha misurato «il potere distruttivo di quanto accaduto». «Ci siamo confrontati con il mistero del Male». A nome degli abusati ieri ha parlato François Devaux, cofondatore dell'associazione La Parole libérée, creata nel 2015 a Lione dalle vittime di padre Bernard Preynat. «È dall'inferno che voi, membri della Commissione, siete tornati». Francesco De Remigis

Il dossier dal 1950 a oggi. Pedofilia nella Chiesa, Francia sconvolta dal report dei vescovi: “Più di 330mila bambini abusati”. Antonio Lamorte su Il Riformista il  5 Ottobre 2021. Sconvolgono e indignano i numeri del rapporto della Ciase (Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa) incaricata dalla Conferenza episcopale e quindi dai vescovi di Francia. Dal 1950 a oggi sarebbero state 216mila le vittime di pedofilia nella Chiesa francese e tra 2.900 e 3.200 i preti e i religiosi cattolici colpevoli di violenze sessuali ai danni di minori. Il Presidente della Commissione indipendente Jean-Marc Sauvé ha dichiarato in occasione della diffusione del rapporto che da parte della chiesa “fino all’inizio degli anni 2000 un’indifferenza profonda ed anche crudele” sarebbe stata manifestata “nei confronti delle vittime”. Nessuno avrebbe prestato ascolto alle vittime nei decenni successivi che anzi “si ritiene abbiano un po’ contribuito a quello che è loro accaduto”. Il numero delle vittime sale a “330.000 se vi si aggiungono gli aggressori laici (ovvero sagrestani, insegnanti nelle scuole cattoliche, responsabili di movimenti giovanili, ndr) che lavorano nelle istituzioni della chiesa cattolica”, ha aggiunto Sauvé, alto dirigente francese già membro del Consiglio di Stato e della Corte di Giustizia Ue, illustrando ai giornalisti le conclusioni della commissione da lui presieduta. Le vittime sarebbero state nell’80% dei casi maschi. I numeri terribili, senza specifiche di accuse o di altre prove, minacciano di gettare un discredito senza precedenti sulla Chiesa francese. A prescindere dalle accuse nello specifico, e dalla presunzione di innocenza che verso ogni caso va rispettata, l’“affaire” aperto dal rapporto di 2.500 pagine può diventare un punto di non ritorno, di svolta. La fine della percezione del fenomeno come casi isolati e più come un fenomeno di massa. Ma come ha ottenuto questi numeri la Commissione? Il lavoro è durato due anni e mezzo. La Commissione era stata istituita su mandato della Conferenza dei vescovi francesi (Cef) e della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref). I risultati del dossieraggio è il risultato di una stima statistica comprendente un margine di circa 50mila persone e delle informazioni contenute negli archivi.  “Voglio esprimere la nostra gratitudine alle vittime che si sono rese disponibili a collaborare con la nostra commissione – ha aggiunto Sauvé – senza le quali non avremmo potuto fare nulla. Pensiamo anche a coloro che non hanno potuto incontrarci. Sono senza dubbio quelle che soffrono di più, ed è con loro che voglio terminare”. Sauvé durante la conferenza stampa ha definito per l’appunto “sistemico” il carattere dei presunti atti di pedofilia e di insabbiamento. Quindi la presunta specificità all’interno della Chiesa del fenomeno delittuoso. Secondo il rapporto i minori rischiano nel mondo religioso due volte in più di essere vittime di abusi rispetto ad altri ambiti. Due terzi dei presunti pedofili sarebbero stati appartenenti al clero. La Chiesa francese ora potrebbe essere oggetto di un grande lavoro di pulizia e di ricostruzione e potrebbe anche affrontare il problema dei risarcimenti. Il presidente della Conferenza episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort, ha espresso “vergogna” e “spavento” chiedendo “perdono” alle vittime. “Il mio desidero, oggi, è di chiedervi perdono, perdono ad ognuna ed ognuno di voi”, ha dichiarato Moulins-Beaufort davanti alla stampa, aggiungendo che la voce delle vittime “ci sconvolge, il loro numero ci devasta”. Il portavoce vaticano Matteo Bruni ha riportato la riflessione di Papa Francesco dopo la visione della relazione francese: “Il suo pensiero va anzitutto alle vittime, con immenso dolore per le loro ferite e gratitudine per il loro coraggio di denunciare, e alla chiesa di Francia perché unita alla sofferenza del Signore per i suoi figli più vulnerabili, possa intraprendere una via di redenzione”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Il dossier dei vescovi. Abusi su minori nella Chiesa, in Francia 216 mila bambini vittime. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 6 Ottobre 2021. Dopo giorni di anticipazioni e indiscrezioni, ora da mezzogiorno del 5 ottobre conosciamo le cifre shock degli abusi sessuali compiuti in Francia, nella Chiesa. Ora sappiamo che sono circa 216mila le vittime di abusi sessuali da parte di preti cattolici in Francia dal 1950 ad oggi. I dati sono contenuti nel rapporto della commissione d’inchiesta voluta dai vescovi e guidata da Jean-Marc Sauvé. Quest’ultimo, in videoconferenza, ha spiegato che il numero delle vittime potrebbe salire a 330mila se si includono gli abusi commessi dai laici. Il rapporto si basa sugli archivi della Chiesa, dei tribunali e della polizia, nonché sulle interviste alle vittime, e afferma che circa 3.000 pedofili, due terzi dei quali sacerdoti, hanno lavorato nelle strutture ecclesiastiche in quel periodo. L’inchiesta è stata commissionata dalla stessa Conferenza episcopale nel 2018 a seguito di una serie di scandali in altri paesi, per verificare cosa fosse accaduto Oltralpe. Sauvé ha parlato di un fenomeno “di natura sistemica” e ha confermato che circa l’80% sono vittime di sesso maschile. «Le conseguenze sono molto gravi – ha detto Sauvé -. Circa il 60% degli uomini e delle donne che hanno subito abusi sessuali incontra rilevanti problemi nella vita sentimentale o sessuale». Il presidente della Conferenza episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort, ha dichiarato: «Siamo allibiti, le loro voci ci stanno scuotendo, il loro numero ci affligge. Desidero chiedere perdono, perdono a ciascuno di voi». Tuttavia, al di là della questione dei risarcimenti alle vittime, pure presente, c’è un ulteriore aspetto rilevante, cioè la conclusione praticamente unanime della Commissione: la Chiesa non ha saputo vedere, non ha saputo sentire, non ha saputo captare i segnali e le vittime, quando parlavano, sono state criminalizzate e intimidite a loro volta. Lo scandalo era già nell’aria da tempo. A marzo di quest’anno la giornalista francese Celine Hoyeau, caporedattore del quotidiano cattolico La Croix, ha pubblicato una dettagliata ricostruzione del sistema di abusi di potere – non solo abusi sessuali – attuato in diverse “nuove comunità”.  Espressione con cui si intendono le congregazioni religiose o i movimenti laicali approvati, nati dopo il Concilio Vaticano II per rispondere in modo aggiornato al desiderio di spiritualità e di una presenza significativa nel mondo. Non a caso il libro di Celine Hoyeau si intitola Il tradimento dei padri, cioè quei fondatori (“padri fondatori”), molti dei quali ancora in vita, capaci di soggiogare le persone usando forme di manipolazione (abuso spirituale) su adepti in questo caso già adulti. Ma non per questo forme meno gravi, in quanto diverse comunità sono state commissariate o sciolte. La Francia si rivela un altro paese in cui l’emergere degli abusi provoca una grave crisi di credibilità nei confronti dell’istituzione ecclesiastica. I metodi per insabbiare il fenomeno sono sempre gli stessi: spostare i sacerdoti da una diocesi all’altra o da una parrocchia all’altra, tacitare o colpevolizzare le vittime, denigrarle per minarne la credibilità, lasciar trascorrere il tempo per scoraggiare qualunque azione legale o giudiziaria. In Francia i casi attestati riguardano non solo ragazzi ma anche ragazze, seppure in una misura minoritaria ma non per questo meno significativa. Tuttavia se pensiamo alla Polonia, agli Usa, alla Francia, alla Germania, a qualche vicenda ancora sporadica in Italia, e se guardiamo al lavoro della Commissione vaticana sugli abusi, si deve notare che il fenomeno è praticamente inarrestabile e sarà facile prevedere una valanga di situazioni per i prossimi anni. Non a caso Sauvé parla di “crisi sistemica”. E la crisi è davvero tale. Entra totalmente in crisi un modello di sacerdozio che riguarda sia i preti formati e ordinati prima del Concilio Vaticano II sia quelli formati dopo il 1965. Inoltre la sessualità del clero si rivela per quello che è: un problema irrisolto. E di fronte al calo delle vocazioni, è facile immaginare che le debolezze o i problemi di personalità dei candidati vengano giudicati o valutati con condiscendenza per non perdere una “vocazione” quando ce ne sono già poche. Il modello di Chiesa costruito dopo il Concilio fa perno sulla figura del sacerdote. Il laico, nonostante i proclami, può fare poco o nulla ed è “suddito” del sacerdote. Il quale a sua volta è formato per avere sempre ragione e per avere sempre l’ultima parola anche sulle questioni organizzative. Questo modello non funziona più, visti i risultati. Al momento però non c’è un altro modello perché la teologia del dopo-Concilio si è essa stessa incartata – vedere il Codice di Diritto Canonico – su un modello clericale, giustificato in tutte le maniere. Riconoscere l’errore o quanto meno l’esagerazione, sarà non solo doloroso, ma foriero di tendenze scismatiche o scissioniste. Un bel problema di fronte al quale soluzioni precostituite non esistono. Un po’ come sta accadendo per il “Sinodo” e per la “sinodalità”. Due parole magiche per dire che ci vuole una corresponsabilità e partecipazione a tutti i livelli, ma se alla fine l’ultima parola spetta ai vescovi e ai sacerdoti, non si capisce a cosa serva. Papa Francesco apre una strada, però nessuno ha ancora capito come percorrerla, con quali tempi e modi. Non cosa, si badi bene, ma “come fare” perché andrebbero cancellate tutte le incrostazioni clericali di piccolo e grande livello che impediscono la partecipazione, il parlare chiaro, le decisioni coraggiose di fronte a una crisi di credibilità così ampia. Del resto la luce in fondo al tunnel non c’è. La formazione dei sacerdoti non è stata rinnovata, la psicologia entra nei seminari solo a piccole dosi e un eventuale altolà dello psicologo verso un candidato può venire tranquillamente superato dal parere del vescovo o del superiore religioso. E la “crisi sistemica” è destinata a proseguire. Intanto stiamo a guardare cosa accadrà in Francia a partire da oggi. A novembre i vescovi si riuniranno in assemblea plenaria anche per discutere dei risultati della Commissione d’inchiesta. Ma un fatto è già sicuro: nessun cambiamento potrà avvenire a livello di procedure di selezione e formazione, se prima non c’è l’approvazione della Santa Sede. E abbiamo una Chiesa che gira a tre velocità: quella del Papa che pure – forse – vorrebbe se non accelerare, almeno – come dice lui – “avviare processi di cambiamento”. I quali se pure avviati, devono fare i conti con la velocità o la sordina degli uffici della Curia romana perché le Congregazioni sono competenti su tutte le decisioni concrete da attuare (o far fallire quelle che non piacciono). E poi la terza velocità riguarda i vescovi, nominati in base a criteri a volte niente affatto chiari e comunque capaci di rallentare, ritardare, oppure accelerare. Ma in quest’ultimo caso le conferenze episcopali possono entrare in conflitto con la Curia romana, come accaduto un po’ ovunque nel mondo. E così si ritorna al punto di partenza di un infinito gioco dell’oca. Tanto ne va di mezzo la credibilità e a quanto pare ben pochi si rendono conto che tutte le soluzioni tentate non portano a risultati. La crisi è “sistemica” ma nessuno dei nostri protagonisti sembra aver mai letto von Bertalanffy (che ha studiato, appunto, la “teoria dei sistemi”) e von Glasersfeld che ha fatto toccare con mano come ci si costruisca una propria immagine della realtà (costruttivismo) e se non si usa il pensiero critico, si scambia la propria immagine o desiderio della realtà, per la realtà stessa, con conseguenze disastrose (come qui). Come uscirne senza studiare, senza decisioni coraggiose, senza un gruppo deciso a intervenire – non un papa da solo e neppure con uno sparuto gruppo di otto consiglieri?

Fabrizio Mastrofini. Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).

Franca Giansoldati per "il Messaggero" il 4 ottobre 2021. In Francia la Chiesa trema e si prepara ad accusare l'onda d'urto della imminente pubblicazione del mastodontico dossier sulla pedofilia, frutto di due anni e mezzo di lavoro da parte di una commissione indipendente (finanziata dall'episcopato). Dalle carte esaminate sarebbero emersi tra 2.900 e 3.200 preti pedofili, per un periodo che va dal 1950 ad oggi, ha affermato Jean-Marc Sauvé, il presidente della commissione che indaga sugli abusi sessuali. Una indiscrezione che testimonia la grande preoccupazione dell'episcopato d'Oltralpe per le conseguenze sulla immagine della Chiesa che potrebbero rivelarsi disastrose. Tema decisamente scottante e al centro di un lungo faccia-faccia tra Papa Francesco e i vertici dell'episcopato tre giorni fa. «È una stima minima» basata sul censimento e sull'analisi incrociata degli archivi della Chiesa, della magistratura, della polizia giudiziaria e della stampa, così come sulle testimonianze raccolte dalla commissione, ha aggiunto Sauvè, l'autorevole magistrato e presidente dell'organismo che ha firmato il dossier di 2.500 pagine. La cifra si riferisce a una popolazione totale di 115.000 tra sacerdoti e religiosi, conteggiata nel corso degli ultimi 70 anni. La Chiesa francese sotto la spinta dell'opinione pubblica tre anni fa aveva autorizzato l'apertura dei propri archivi dando modo ad un gruppo di esperti (giuristi, sociologi, storici) di ricostruire il quadro completo del fenomeno e aiutare a comparare la violenza sessuale nella Chiesa con quella individuata in altre istituzioni, per esempio le associazioni sportive, le scuole e le violenze maturate nell'ambito familiare. Il lavoro della commissione si è spinto anche a formulare una serie di percorsi per arginare questa piaga. «Le vittime non sono facili da ascoltare, le storie che ci hanno raccontato sono spesso raccapriccianti, durissime, impensabili. Parlano di sesso, di abusi, di sacro, di morte. E' stato davvero un ascolto sconvolgente per noi tutti» ha spiegato Antoine Garapon, uno dei membri della commissione. Tra giugno 2019 e ottobre 2020 sono state ascoltate 6.500 persone. Le vittime potrebbero essere state circa 10 mila. La pubblicazione di questo rapporto - prevista per domani - fa affiorare il progressivo cammino di trasparenza intrapreso in questi anni da diverse conferenze episcopali (Francia, Austria, Germania, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Stati Uniti, Canada, Polonia). Un sentiero difficile ma considerato necessario da Papa Francesco. «Credo che i cattolici francesi ne saranno scioccati come tutti, anche se bisogna fare capire che non è una perversione specifica del clero cattolico» è stato il commento di monsignor Roland Minnerath, arcivescovo di Digione. Contrariamente alle iniziative improntate alla trasparenza dei vescovi francesi o tedeschi quelle della Chiesa italiana finora sono state decisamente insufficienti. Secondo l'associazione Rete L'Abuso la Cei è ancora restia ad aprire i propri archivi e fare luce sui vescovi che in passato hanno insabbiato casi di abuso e protetto sacerdoti. La scorsa settimana si è concluso un incontro internazionale in Svizzera tra decine di gruppi di vittime di tutta Europa. Da questa iniziativa partirà a breve una mozione al Consiglio d'Europa affinché i casi di abuso vengano affrontati a livello paneuropeo. In quel contesto è stato ricordato che in Italia l'argomento resta ancora tabù, persino sotto il profilo politico. L'unica interrogazione parlamentare che sia mai stata fatta in materia risale al 2017 e ad oggi non ha mai avuto risposte. Venne promossa dal deputato grillino Mantero che chiedeva al premier, ai ministri dell'Interno, della Giustizia, degli Esteri quali iniziative volessero prendere per prevenire e reprimere il fenomeno. Chiedeva, inoltre, di estendere l'obbligo del cosiddetto certificato antipedofilia per tutte le categorie oggi esenti che vengono a contatto con minori, compreso i sacerdoti. Inoltre domandava di avere elementi statistici sui procedimenti ancora pendenti nelle procure che vedono indagati o imputati ministri di culto, e di istituire un fondo per i risarcimenti a favore delle vittime.

Preti pedofili, per la Chiesa francese in arrivo un rapporto-choc. Anais Ginori su La Repubblica il 4 ottobre 2021. Si avvicina il giorno del Giudizio per la Chiesa francese. Tra poche ore sarà pubblicato il rapporto-choc della commissione che da oltre due anni indaga sui preti pedofili: un numero compreso tra i 2.900 e i 3.200, dal 1950 a oggi, secondo i primi calcoli non ancora ufficiali. Sul numero di vittime accertate invece c’è massimo riserbo, non circolano neppure indiscrezioni. La Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa è stata lanciata sulla scia di quanto fatto in altri paesi, dagli Stati Uniti all'Irlanda, alla Germania. Promossa dalla Conferenza episcopale francese e dalla Conferenza dei religiosi degli istituti e delle congregazioni, ha raccolto 6.500 chiamate di vittime e parenti, e ha anche scavato in numerosi archivi dell’ultimo mezzo secolo, da quelli ecclesiastici a quelli dei ministeri o della stampa.

"Come una bomba"

A guidare i lavori è stato Jean-Marc Sauvé, cattolico ex vicepresidente del Consiglio di Stato, insieme a una ventina di esperti di varie discipline come teologi, avvocati, medici, psichiatri. Il sociologo Philippe Portier, che ha partecipato ai lavori della commissione, promette un verdetto intransigente e senza concessioni. Il vescovo Eric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale, ha inviato un messaggio ai sacerdoti e alle parrocchie per le messe del fine settimana. Bisogna attendersi, ha spiegato, “cifre spaventose”. "Sarà una prova, un momento duro" ha proseguito l’alto prelato invitando i fedeli a "un atteggiamento di verità e compassione". Per le associazioni delle vittime, presenti alla conferenza stampa in cui sarà presentato il rapporto, è l’atteso appuntamento con la verità. Un modo forse di ristabilire un senso di giustizia laddove la maggior parte dei reati cade sotto la prescrizione. Olivier Savignac, del collettivo “Parler et Revivre”, è convinto che il documento sarà “come una bomba” per la comunità cattolica francese. La commissione ha cercato di capire la prevalenza della violenza sessuale nella Chiesa rispetto a quella individuata in altre istituzioni come associazioni sportive, scuole o nella cerchia familiare. Gli esperti sono stati portati a studiare i meccanismi istituzionali e culturali che possono aver favorito la pedocriminalità.

45 raccomandazioni

Nel rapporto sono contenute anche 45 raccomandazioni, dalla prevenzione, alla formazione dei sacerdoti, alla trasformazione del governo della Chiesa. Intanto l'episcopato ha promesso alle vittime dei risarcimenti attraverso "contributi" finanziari, una soluzione che non piace a tutte le associazioni. Il rapporto Sauvé sarà esaminato a Roma, dove la questione è stata sollevata da Papa Francesco e da alcuni vescovi francesi in visita in Vaticano a settembre. È probabile che i lavori della commissione saranno al centro anche del colloquio previsto il 18 ottobre tra il Pontefice e il capo del governo francese, Jean Castex.

Marina Lucchin per ilgazzettino.it il 30 ottobre 2021. È partita da Padova l'indagine che ha portato all'arresto di don Francesco Spagnesi, il parroco di Prato coinvolto nello scandalo dei festini gay a base di droga dello stupro e cocaina. È finito in manette il 14 settembre scorso durante un'operazione della Squadra Mobile del capoluogo toscano, ma gli investigatori pratesi devono tutto ai colleghi padovani, coordinati dal sostituto procuratore Benedetto Roberti, che all'inizio del 2020 avevano chiuso l'Operazione G con nove indagati, tra le province di Padova, Vicenza e Treviso, finiti nei guai in parte per aver importato il Gbl dall'Olanda, nota anche come droga dello stupro, per poi rivenderla ai propri clienti, in parte per la cessione senza autorizzazione di medicinali, in particolare Cialis. Nell'ambiente la chiamavano Ciliegina, Fantasy o Filtro d'amore. Nomi che facevano sembrare innocuo quello che in realtà è un pericoloso stupefacente sintetico: la droga dello stupro. La squadra Mobile di Padova nell'ottobre 2019 ne aveva trovato un litro e mezzo nell'abitazione dell'imprenditore di Fossò (Venezia), Vanni Fornasiero, che di sera si trasformava in un organizzatore di eventi eleganti e trasgressivi in ville d'epoca o ambientazioni glamour. Feste rivolte principalmente al mondo gay, alcune in stile Eyes wide shut con tanto di obbligo di maschera sul viso. Il veneziano è stato arrestato per detenzione ai fini di spaccio. Oltre ai flaconi di Gbl, il 60enne aveva in casa anche diverse dosi di mefedrone, uno psicoattivo eccitante con effetti simili alla cocaina. Si tratta di una metanfetamina sintetica facilmente reperibile sul web. Con lui nei guai finirono anche Gabriele Sbrilli e l'architetto Federico Lucchin, di Noventa, di 46 e 51 anni, Nicolò Burughel, 35enne trevigiano, il vicentino 59enne Maurizio Vandello, il padovano Alessandro Pertile, 45enne, che gestisce un sexy shop all'Arcella, e ul 38enne albanese Sokol Haderaj. Sbrilli e Lucchin si sono rivelati veri e propri soci in affari per l'acquisto e spaccio di droga. L'uno col compito di ricevere i clienti nella loro abitazione di Noventa, l'altro, invece, col compito di reperire, a qualsiasi ora del giorno e della notte, non solo Gbl ma anche cocaina e mefedrone. Grazie al monitoraggio dei telefoni della coppia, ben presto la Mobile ha ricostruito la rete di clientela legata alla loro attività di spaccio di G o prosecco (la droga dello stupro), mefedrone (M), e di medicinali, quali Cialis, Viagra, Kamagra, in assenza di qualsivoglia autorizzazione, così come pure ai loro canali di rifornimento. I medicinali sono stati ritrovati anche nel sexy shop dell'Arcella. Sbrilli, Lucchin, Fornasiero e Brughel hanno patteggiato la pena in momenti diversi. Haderaj, Petrile e Vandello sono stati condannati, invece, con rito abbreviato. Da qui poi il ministero degli Interni ha richiesto alla polizia olandese, dove gli spacciatori si approvvigionavano, di avere i nomi di tutti gli italiani che compravano la droga dello stupro nei Paesi Bassi (ne compravano un litro a 100 euro e lo rivendevano a 1 euro al millilitro, guadagnando 900 euro). Essendo, infatti, un solvente che si usa nelle carrozzerie, bastava, infatti, acquistarla con un una partita Iva, anche fasulla. E qui c'è stata la scoperta: a settembre la polizia olandese ha fornito il malloppo di nomi. Durante le indagini, dunque, è finito nel mirino pure il parroco pratese. Il sacerdote è indagato anche per tentate lesioni gravissime visto che non avrebbe informato i suoi partner della sua sieropositività.

Gabriella Mazzeo per fanpage.it il 28 ottobre 2021. Ha chiesto il patteggiamento per una pena di 3 anni e 8 mesi Don Francesco Spagnesi, ex parroco della chiesa dell'Annunciazione di Castellina, a Prato. La procura di Prato ha dato il consenso tenendo conto del fatto che Spagnesi ha collaborato con gli inquirenti. Il prete è stato arrestato lo scorso 14 settembre dalla squadra mobile pratese per aver sottratto denaro al conto della sua parrocchia e ai fedeli col fine di acquistare stupefacenti tra cui la droga dello stupro. La richiesta passerà ora al vaglio del giudice per le indagini preliminari tenendo conto del parere favorevole della Procura. Se la richiesta sarà accolta, non vi sarà un processo pubblico sulla vicenda riguardante la comunità religiosa pratese e la Diocesi. Di tutte le accuse a carico del parroco, soltanto quella per tentate lesioni gravi è tramontata dal punto di vista penale. Secondo l'accusa, infatti, Spagnesi era consapevole di essere sieropositivo e aveva avuto rapporti, anche non protetti, con il compagno e con diversi partner sessuali ignari. L'accusa però è caduta dopo che il compagno del parroco si è sottoposto ad accertamenti che hanno confermato la sua negatività all'Hiv. Tutte le altre accuse a suo carico, invece, restano confermate: nelle scorse settimane la Diocesi di Prato ha presentato denuncia per appropriazione indebita per un valore di 130-150mila euro.

I festini a base di droga

Spagnesi ha ammesso subito la sua responsabilità sui reati riguardanti la droga. Ha chiarito di aver acquistato gli stupefacenti per uso personale durante festini con il compagno. Allo stesso modo ha confermato l'addebito per i reati che riguardano il denaro. L'attenuante da considerare è però la sua immediata disponibilità a collaborare con gli investigatori. Ai 5 anni e 2 mesi di base dovuti anche alla considerazione delle attenuanti bisogna aggiungere uno sconto di un terzo dovuto al fatto che si tratta di un patteggiamento in corso di indagine. Anche il compagno dell'ex parroco, accusato in concorso di spaccio e traffico internazionale di stupefacenti potrà patteggiare a 2 anni e 1 mese. Don Francesco potrà richiedere l'affidamento ai servizi sociali, oltre che in una comunità per curare la sua dipendenza.

Da ilfattoquotidiano.it il 25 ottobre 2021. Il prete arrestato a Prato per droga e appropriazione indebita, don Francesco Spagnesi, è indagato anche per tentate lesioni gravissime. La nuova ipotesi di reato formulata dalla Procura è legata alla sieropositività del parroco: il prete – viene ipotizzato dai pm – non avrebbe fatto menzione della sua condizione con alcuni dei partner dei festini che avrebbe organizzato assieme al suo compagno. Quest’ultimo, pure lui ai domiciliari, potrebbe essere la prima eventuale parte offesa della nuova contestazione. Nell’abitazione del compagno – dove viveva stabilmente il prete da due anni – c’è stata anche una perquisizione della squadra mobile disposta nei confronti del religioso dopo le nuove accuse.

Da "il Messaggero" l’1 ottobre 2021. Un altro prete trovato dalla polizia con cocaina in Toscana. L'aveva appena comprata in piena notte in una pineta. Stavolta però non ci sono reati rispetto ai casi eclatanti di altri sacerdoti toscani dove la cocaina si è intrecciata per vari motivi e in situazioni distinte con le loro vicende personali di indagati don Luca Morini, detto pure don Euro, a Massa (processo in corso), e don Francesco Spagnesi, arrestato a Prato pochi giorni fa per un giro di festini a base di droghe comprate con le offerte dei fedeli. Ora la nuova storia ha profili più contenuti e coinvolge un prete, 45enne, titolare di una parrocchia in Versilia. Agenti della Polstrada gli hanno trovato addosso una bustina di coca, giusto la quantità minima per l'uso personale. Niente denuncia penale dunque, tuttavia è scattata la segnalazione alla prefettura come assuntore.

Prete arrestato a Prato per droga e festini, il vescovo disse: “Meglio non mettere tutto in piazza”. Luca Serranò La Repubblica il 15 settembre 2021. In una intercettazione il vescovo Nerbini suggerisce a don Francesco Spagnesi di prendere un anno sabbatico giustificandolo con generici motivi di salute perché è necessario a "custodire" la vicenda. La diocesi sapeva della droga già da aprile. Prima di ogni altra cosa "il mantenimento dell'immagine". Sarebbe stata questa, secondo il gip di Prato, la strategia della diocesi per gestire il caso Don Francesco Spagnesi dopo le prime notizie, nell'agosto scorso, di un suo coinvolgimento in un traffico di Gbl. Il religioso si era infatti autosospeso per un "anno sabbatico", poco dopo la denuncia, adducendo motivi di salute. 

Giorgio Bernardini per corriere.it il 29 settembre 2021. «All’inizio si faceva chiamare Luca. Non avevo capito che era un parroco, non è certo la prima cosa che vai a pensare. Lui e il suo compagno mi hanno iniziato alla “droga dello stupro”. L’ho provata le prime volte nel loro appartamento dopo che avevamo fumato il crack in compagnia. Era un periodo della mia vita molto difficile, da cui sono uscito grazie ad una persona che mi vuole bene, che mi ha letteralmente tirato fuori dalle dipendenze». Otto volte in due anni, tra il 2018 e il 2019, questa persona è stata invitata nell’appartamento di Figline di Prato in cui si svolgevano i festini con don Francesco Spagnesi, il prete arrestato lo scorso 14 settembre e accusato di spaccio, traffico internazionale di droga, appropriazione indebita, truffa e tentate lesioni gravi. Franco – nome di fantasia - ha 40 anni ed è pratese. «La prima volta mi hanno contattato su grindr», l’app di incontri e chat della comunità gay. 

Chi, esattamente, l’ha contattata? Con quale profilo, con che modalità?

«È stato il compagno del prete, mi ha chiesto gentilmente se ci potevamo vedere una sera».

Quindi il parroco non lo sapeva?

«Certo che lo sapeva. Loro due condividevano tutto e volevano che io andassi da loro, nell’appartamento. La dinamica era chiara: piacevo al suo compagno, che voleva condividere comunque questa fantasia con il parroco, che si presentò come ‘Luca’ ». 

Cosa ha pensato la prima volta che ha incontrato questa coppia, cosa succedeva nell’appartamento?

«Loro volevano che si arrivasse sempre dopo l’una di notte: offrivano la droga, il resto dipendeva dalla volontà di chi partecipava a questi incontri. Non feci sesso con nessuno di loro. Anche le volte seguenti, quando sono andato lì, eravamo sempre e solo noi tre. Arrivavo che erano già su di giri, mi dicevano che avevano appena iniziato a fumare la coca, ma si vedeva che non era così. Si andava avanti nella notte». 

Lei era abituato a questi festini?

«Assolutamente no. La cocaina l’avevo solo e sempre tirata (inalata, ndr), mai fumata: è tutto diverso. Mi ero appena lasciato dal mio fidanzato, era un periodo molto buio. Volevo solo buttarmi via e loro lo sapevano. Ma sono sempre stati gentili. Anche se una volta, la seconda o la terza che andavo nell’appartamento, mi sono arrabbiato e ho smesso di frequentarli per un po’ ». 

Come mai?

«Perché sono stato male. Mi hanno dato la gbl, che chiamano droga dello stupro, senza che io me ne accorgessi. Ho avuto delle ore di black out, mi sono spaventato molto. Non so cosa sia successo in quei momenti ma escludo che abbiano abusato di me. Mi sono risentito. Però poi…». 

Cosa l’ha riavvicinata a loro?

«La droga. Quella sensazione che ti rimane sempre in testa quando fumi il crack, quel sapore che ti rimane in mente per giorni. E persino la Gbl, che ho ripreso dopo quella volta in alcune discoteche e a casa loro ogni volta che sono tornato». 

Ma non si era sentito male?

«Fa parte del gioco, abbassa la tensione, non ci sente sempre male. Anche Francesco (il prete, ndr) correva questo rischio e si sentiva male spesso. Non la gestiva, al contrario del suo compagno che era in qualche modo sempre vigile: lui era l’unico che non crollava mai».

Quand’è che Francesco le ha detto di essere un parroco?

«Mai. L’ho scoperto da solo, ho fatto due più due su alcune situazioni che mi parevano evidenti. Poi lui sapeva che io sapevo, perché gli facevo certe battute. Gli dicevo che la Bibbia era un libro fantascientifico e lui rideva, pareva essere d’accordo con me...». 

Quindi lei pensa che don Spagnesi non credesse davvero in Dio.

«Non mi pareva una persona con una doppia personalità. Mi sembrava solo un tossico che ogni tanto metteva la tonaca, soprattutto per motivi economici. Una persona debole, molto attaccata al suo compagno». 

Poco fa lei spiegava che ai festini il prete “si sentiva male spesso”. In che modo lo manifestava?

«Durante queste serate cominciava a essere sempre più agitato. A un certo punto cominciava sempre a graffiarsi da solo, soprattutto sul petto, spesso sino a far uscire il sangue. A volte perdeva completamente il controllo; un’altra volta è completamente svenuto: l’ho messo io sotto la doccia e gli ho infilato un limone in bocca per farlo riprendere». 

Come mai ha smesso di andare ai festini?

«Mi sono fidanzato con un uomo che mi vuole bene e che mi ha tirato fuori da questo tipo di vita. Loro, il prete e il suo compagno, mi hanno ricontattato molte volte, anche quest’estate. Ma io declinavo».

Sapeva di altri frequentatori dell’appartamento?

«Sì, erano loro stessi che me ne avevano parlato. Ricordo confusamente che si vantavano di aver immortalato un uomo eterosessuale nudo in bagno in un momento di svenimento, il prete mi fece vedere anche lo scatto in questione sul suo telefonino». 

Quando ha saputo che questa vicenda era divenuta oggetto di un’indagine si è spaventato?

«Per nulla. Mi sono spaventato quando ho sentito della sieropositività di Francesco».

Non lo sapeva? Lui non l’aveva avvisata?

«Non lo sapeva nemmeno sua madre, credo. Detto questo, io, con lui, non ho mai avuto rapporti sessuali. Però mi sono fatto subito il test, grazie al cielo sono negativo».

Marco Gasperetti per il "Corriere della Sera" il 15 settembre 2021. A fine messa don Francesco confidava sempre nella generosità dei fedeli, molti dei quali facoltosi. «La messa è finita, andate in pace e contribuite mi raccomando con le vostre offerte, al benessere della parrocchia», diceva spesso. Alla Provvidenza, invece, neppure ci pensava. E faceva bene perché mai e poi mai il Cielo lo avrebbe potuto aiutare a far ingigantire l'obolo. Quei soldi, infatti, non servivano per dare conforto ai poveri e ai diseredati, ma per acquistare la droga dello stupro e organizzare festini orgiastici ai quali partecipavano professionisti affermati (medici, manager, bancari e imprenditori) che il parroco reclutava anche via Internet. E siccome i soldi non bastavano mai e non c'era verso di moltiplicarli come i pani e i pesci, il prete aveva anche preso d'assalto le casse della diocesi riuscendo ad accaparrarsi un bottino pare di centomila euro. «Servono a persone bisognose della parrocchia», si giustificava il presule. Ieri don Francesco Spagnesi, 40 anni, pratese, è finito agli arresti domiciliari con l'accusa di spaccio e importazione internazionale di droga. Per i soldi sottratti alla diocesi (reato di appropriazione indebita) la Procura attende una querela di parte che ancora non è arrivata. Le accuse, per il sacerdote, per ora sono solo ipotesi e vale dunque la presunzione di innocenza anche se il parroco, da 12 anni alla guida dell'Annunciazione della Castellina, quartiere altolocato di Prato lungo il fiume Bisenzio e a due passi dal centro storico, pare abbia confessato tutti i suoi peccati. Agli arresti è finito anche il compagno del sacerdote. Alessio Regina, anche lui 40enne, che ad agosto era stato fermato dalla squadra mobile mentre in auto trasportava un cospicuo quantitativo di Gbl, nota come droga dello stupro. Le successive indagini hanno fatto scattare le manette ai polsi anche del sacerdote. Secondo la Procura di Prato, diretta da Giuseppe Nicolosi, il commercio di droga e l'organizzazione dei festini durava da tempo. Le riunioni venivano organizzate per pochi intimi, ma erano frequenti tanto che si calcola abbiano partecipato almeno 200 persone. I parrocchiani, che per anni avevano apprezzato il loro «pastore», giovane e dinamico, avevano notato negli ultimi tempi un radicale cambiamento. «Era nervoso, schivo e assente, non amava organizzare battesimi, comunioni, cresime e matrimoni», racconta una fedele. Sotto choc la diocesi di Prato. Il vescovo, Giovanni Nerbini, ha espresso «dolore e sgomento» per ciò che è accaduto. Monsignor Nerbini in una nota ha spiegato di essere stato da tempo a «conoscenza di un forte stato di sofferenza fisica e psicologica del sacerdote ma nessuno avrebbe mai potuto immaginare che avesse problemi di tossicodipendenza». Poi ad aprile, don Francesco aveva confessato l'uso di droghe e il vescovo gli aveva imposto di andare da uno psicoterapeuta. Il vescovo ha spiegato che quando alla diocesi si sono accorti di movimenti sospetti sui conti della parrocchia, «ho provveduto a ritirare il potere di firma del parroco». Infine, ai primi di settembre il sollevamento dall'incarico e ieri l'arresto. Il gip ha disposto che don Spagnesi sia posto ai domiciliari.

Giorgio Bernardini per "corriere.it" il 16 settembre 2021. Quando il 27 agosto gli agenti della squadra mobile entrano per la prima volta nell’appartamento dei festini, quello in cui don Francesco Spagnesi convive da anni con Alessio Regina, rilevano la presenza di «due bottiglie d’acqua modificate». Si tratta delle «boccette» per fumare il crack, segno inequivocabile di un consumo assiduo di cocaina. Nell’ordinanza di arresto firmata dal gip Francesca Scarlatti paiono chiari due aspetti: il prete 40enne non solo consumava e finanziava l’acquisto di droga, ma era direttamente lui — spesso — «a recarsi materialmente a reperire lo stupefacente», secondo tre canali di rifornimento; il consumo di droga era sconfinato totalmente nell’abuso e i due compagni cercavano sulle applicazioni di incontri per adulti «ogni sette dieci giorni» una persona, «preferibilmente omosessuale e propensa all’uso di droga», per farla partecipare a questi festini. Don Francesco pareva volersi liberare, in qualche modo, del peso della doppia vita. È lui che rende spontaneamente la sua confessione dopo che la polizia coglie il suo compagno nell’intento di ritirare la droga dello stupro importata dall’Olanda. «Minimizza», rileva il gip. Ma racconta che le cose, in quella casa al quinto piano di uno stabile di Figline, le facevano insieme. Le descrizioni dei frequentatori degli appuntamenti in questa prima fase dell’indagine fanno emergere il profilo di un tossicodipendente più che quello di uno spacciatore, reato di cui peraltro l’ex parroco della Castellina è accusato assieme al suo compagno. È vero che Don Spagnesi «chiedeva agli ospiti un piccolo rimborso per la benzina» che faceva sottintendere una partecipazione alla spesa per l’acquisto della droga, ma è altrettanto palese la mancanza di una volontà di guadagnare dalla cessione degli stupefacenti. Il profilo della «tossicodipendenza» si manifesta anche nei comportamenti: il contabile della diocesi lo rimprovera su WhatsApp «di aver notato ingenti ammanchi dal conto corrente della Curia e spese non giustificate», fra cui «prelievi da 40 mila euro in soli due mesi» e «pagamenti presso Pos per 75 mila euro», cifre a cui si somma un ammanco di 20 mila euro su cui sta indagando la Misericordia pratese, di cui il prete era Correttore. Ad aprile il vescovo Nerbini gli revoca il potere di firma per l’operatività bancaria e don Francesco comincia a rivolgersi ai parrocchiani con messaggi personali. Dopo poco tempo, non riuscendo a reperire il denaro che gli serviva, scrive alla maggior parte dei suoi conoscenti con lo stesso intento. 

Claudia Guasco per “il Messaggero” il 22 settembre 2021. Sperperava i soldi dei suoi parrocchiani per comprare cocaina e Gbl, la droga dello stupro. Sostanze con le quali don Francesco Spagnesi, l'ex parroco quarantenne della chiesa dell'Annunciazione alla Castellina, a Prato, agli arresti domiciliari con le accuse di spaccio e traffico internazionale di stupefacenti oltre che di appropriazione indebita, animava i festini ai quali, come ha raccontato nell'interrogatorio di garanzia, «partecipavano venti, trenta persone». Ma a nessuno don Spagnesi ha mai rivelato di essere sieropositivo e ora è indagato anche per tentate lesioni gravissime. Ieri gli investigatori hanno perquisito l'appartamento nel quale l'ex parroco abitava con il compagno Alessio Regina, estraneo alla nuova contestazione e anzi potenziale parte offesa.

MINACCIA SOCIALE Regina ha accettato di sottoporsi al test per l'Hiv ed è in attesa dell'esito, mentre almeno altre due persone che partecipavano abitualmente agli incontri a base di droga e sesso avrebbero già fatto sapere di essere risultati positivi all'esame. Anche la pericolosità sociale del comportamento del prete ha spinto la Procura ad aggiungere il quarto capo d'accusa, per il quale è prevista una pena tra i sei e i dodici anni. Due giorni fa, nell'interrogatorio davanti al gip, Spagnesi ha ammesso tutto: il Gbl acquistato dall'Olanda con il compagno, il cui arresto a fine agosto per importazione di droga ha spalancato uno squarcio sulla doppia vita del prete, i soldi sottratti alla parrocchia. Ma della sua sieropositività non ha fatto cenno, mettendo così a rischio la vita del compagno e degli habitué dei festini, anche se secondo il suo legale «era un fatto noto». La dipendenza dalle droghe «era così forte che lui agiva di conseguenza, aveva bisogno continuamente di denaro», hanno spiegato i suoi avvocati, riferendo che il prete «ha manifestato il suo pentimento ma ha riconosciuto che c'era una forza interiore a cui negli ultimi due anni del rapporto con Regina non riusciva a resistere: è stato sommerso da questa grave dipendenza». Con freddezza e lucidità il prete ha messo in fila le ingenti cifre di cui si è appropriato: 150.000 euro sottratti dal conto della parrocchia, più 10.000 euro estorti direttamente ai fedeli. Una «confessione piena» durante la quale ha fatto nomi e cognomi delle persone truffate con la scusa di essere alla ricerca di fondi da destinare al sostentamento delle famiglie in difficoltà. Non solo. L'ex parroco avrebbe sperperato un'intera eredità destinata alla chiesa della Castellina, circa 230 mila euro, lasciati nelle sue disposizioni testamentarie da una fedele prima di morire, circa due anni fa.

L'AVVERTIMENTO Tutto bruciato in cocaina e droga dello stupro. Il depauperamento di risorse, naturalmente, non è passato inosservato. «Non sto facendo una bella figura, abbiamo preso un impegno», scriveva a don Spagnesi il membro del Consiglio affari economici della parrocchia appena sette mesi fa. E lo avvertiva, in una situazione che appariva già compromessa: «Ti volevo informare che sul conto corrente sono rimasti circa 120.000 euro. Tieni presente che nel 2020 la parrocchia ha incassato oltre 200.000 euro solo da vendite degli appartamenti: con questo ritmo di prelievi il conto sarà azzerato prima della fine dell'anno». Il prete era stato messo in guardia ma le cose, se possibile, peggiorarono nei giorni seguenti con «prelievi giornalieri» sino alla fine di aprile quando il vescovo gli ha revocato il potere di firma per le operazioni sul conto. L'ultimo, terribile segreto dell'ex parroco era la sua sieropositività e ora anche l'ultima menzogna è caduta.

Marco Gasperetti per il "Corriere della Sera" il 23 settembre 2021.

Chi è davvero don Francesco, il giovane parroco laureato, colto e brillante destinato a scalare i vertici ecclesiastici? Che cosa è diventato?

«Non lo so neppure io. Non mi riconosco più, il vortice della cocaina mi ha inghiottito - dice in lacrime il sacerdote davanti ai suoi avvocati -. La droga mi ha fatto tradire i miei parrocchiani, mi ha spinto a raccontare menzogne, mi ha fatto compiere azioni delle quali mi vergogno. Adesso sono sieropositivo all'Aids. Chiedo a tutti perdono». 

Poi, Francesco Spagnesi, 40 anni, pratese di buona famiglia con madre, padre e due fratelli dalla moralità irreprensibile e molto religiosi, ha quasi un sussulto. E promette: «Restituirò i soldi che per acquistare la droga ho sottratto alla curia e alla carità dei miei parrocchiani. Saranno rimborsati. Venderò tutto quello che è di mia proprietà, anche la casa di montagna».

Insieme ai suoi legali ha iniziato a redigere un elenco dei parrocchiani che hanno fatto le donazioni. Tanti nomi, seguiti dalle cifre, spesso importanti, che dovevano servire per poveri e bisognosi. Non sarà un'impresa facile. L'ex parroco dell'Annunciazione della Castellina, quartiere altolocato di Prato, arrestato insieme al fidanzato, Alessio Regina 40 anni, per spaccio e importazione internazionale di droga e accusato di appropriazione indebita. E da ieri anche di truffa. A quanto pare i soldi dei fedeli li girava sul suo conto corrente. Complessivamente dovrà restituire almeno 200 mila euro (forse 300 mila), perché in anni di tossicodipendenza e di crisi di astinenza sempre più forti, di denaro ne ha speso tanto. 

Raccontando di giorno ai fedeli che sarebbe servito per opere pie e poi, di notte, utilizzandolo per acquistare la cocaina ma anche Gbl (la droga dello stupro) per organizzare orge insieme al compagno e partner insospettabili quali medici, manager, bancari e imprenditori contattati via Internet. Già, i festini. Che sono costati al sacerdote un'ultima accusa, la più pesante, formalizzata poco prima dell'interrogatorio di garanzia: quella di tentate lesioni gravissime.

La Procura di Prato sospetta che il sacerdote possa aver infettato più persone (tra cui il fidanzato che martedì si è sottoposto a un test Hiv ma pare sia risultato negativo) senza avvertirle, della sua sieropositività, prima dei rapporti. «Non ho detto niente - ha confermato Spagnesi - perché ero in cura, prendevo dei medicinali anti virali e dunque non ero contagioso anche se per alcuni mesi ho interrotta la terapia». «Ma anche in questo caso - precisa l'avvocato Febbo - il mio cliente probabilmente non era contagioso perché l'effetto immunizzante cessa soltanto dopo diversi mesi». Nell'agenda del presule c'erano 300 contatti, ma i rapporti intimi durante i festini pare abbiano interessato una trentina di persone. Don Francesco (da ieri in cura al Sert di Prato) racconta di avere avuto una scissione: «Volevo essere il pastore dei miei fedeli, guidarli verso le vie del Signore e sono finito nel vizio e nella perdizione».

E ancora: «Ho iniziato a drogarmi saltuariamente una decina di anni fa quando mi sono innamorato del mio compagno. Poi sono entrato nel gorgo della tossicodipendenza. E i soldi non bastavano mai. Così è iniziato il mio calvario e quello degli altri». Eppure i primi anni di sacerdozio di Spagnesi erano stati straordinari. «Colto, era uno dei preti più stimati, lo consideravano un enfant prodige, era stato nominato correttore dell'Arciconfraternita della Misericordia, un ruolo molto prestigioso - racconta l'avvocato Febbo -. Una mente brillante, molto carismatica. Caduta nel baratro della cocaina».

(ANSA il 15 luglio 2021) - L'Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria vaticana nel 2020 ha inviato 16 rapporti all'autorità giudiziaria della Santa Sede, a fronte delle 89 segnalazioni ricevute. E' quanto si legge nel rapporto annuale. "Nel 2020 ha trovato conferma il trend crescente nella proporzione tra rapporti inviati all'Ufficio del Promotore di giustizia e segnalazioni ricevute, a dimostrazione del costante miglioramento nella qualità delle segnalazioni. In particolare, sono state ricevute dall'Asif 89 segnalazioni di attività sospetta e sono stati inviati all'Upg 16 rapporti", informa una nota del Vaticano. In merito alla Vigilanza, nel 2020 - si legge nel Rapporto dell'Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria vaticana- "in ambito prudenziale è stata condotta un'ispezione generale presso lo Ior". E' stata poi svolta una attività di formazione e supporto a tutti gli Enti della Santa Sede/Stato della Città del Vaticano (Autorità Pubbliche, Enti senza scopo di lucro, altre Persone Giuridiche), anche con "l'avvio di processi di autovalutazione degli Enti tramite questionari appositamente predisposti, l'analisi dettagliata dei questionati per consentire una visione d'insieme sulle minacce e vulnerabilità dei settori e dei singoli soggetti, la stesura di 'linee guida' per supportare gli enti nella predisposizione di proporzionali ed adeguata misure di mitigazione dei rischi, la conduzione delle prime ispezioni in loco". Nel 2020 sono state scambiate 49 richieste di informazioni con altre Autorità vaticane, riguardanti 124 soggetti. "Si registra quindi un'importante crescita rispetto all'anno precedente, che conferma le notevoli sinergie che si sono create - sottolinea il Vaticano - tra le istituzioni della Santa Sede e dello Stato Città del Vaticano nel contrasto alle attività criminose. Del pari, significativa è stata l'attività svolta in ambito internazionale, corroborata dalla sottoscrizione di due nuovi protocolli d'intesa. L'Asif ha infatti scambiato 58 richieste di informazioni con Uif estere su 196 soggetti e ha inviato 19 comunicazioni spontanee riguardanti 104 soggetti. Ciò ha anche consentito all'Asif di collaborare attivamente con le forze di indagine vaticane, nell'ambito dei protocolli d'intesa in essere", conclude la nota.

Nicolò Delvecchio per tag43.it il 16 luglio 2021. Bastano 130 mila dollari per diventare cittadini di Vanuatu, una delle più belle isole del Pacifico. Si fa la richiesta, si paga il dovuto e si aspetta, normalmente poco più di un mese, senza bisogno di vivere nel Paese oceanico. Anzi, non serve nemmeno visitarlo: il passaporto si può ottenere senza aver mai messo piede nell’isola, e fornisce una serie di vantaggi non da poco. Per esempio, i cittadini di Vanuatu possono entrare in 130 Stati al mondo senza bisogno di visto, compresi tutti i Paesi dell’Unione europea e il Regno Unito. E vale anche per sfruttare i vantaggi economici dell’isola, un paradiso fiscale senza imposte su reddito, società o patrimonio. 

Il passaporto di Vanuatu e i suoi vantaggi

Una vera miniera d’oro, per tutti: per lo Stato, che nel 2020 ha riscosso 116 milioni di dollari grazie alla cessione di passaporti, il 42 per cento delle entrate annuali. E per chi li richiede, spesso – ma non sempre – imprenditori caduti in disgrazia o ricercati dalla polizia internazionale, che grazie al passaporto verde possono aggirare sanzioni e restrizioni a loro carico. Il Guardian, che ha condotto l’inchiesta e ottenuto l’accesso a documenti riservati, ha rivelato che più di duemila persone, nel 2020, hanno richiesto e ottenuto la cittadinanza di Vanuatu. Tra questi anche Gianluigi Torzi, imprenditore italiano accusato di false fatture, evasione fiscale e riciclaggio di denaro nell’ambito dell’acquisto di una proprietà di lusso per conto del Vaticano, arrestato a Londra a maggio dopo un periodo di latitanza. Ma anche un manager siriano sottoposto a sanzioni da parte degli Usa, dei fratelli sudafricani accusati di un furto di criptovaluta da 3,6 miliardi di dollari e tanti altri. 

La “cittadinanza di investimento” e i suoi rischi

La cittadinanza da investimento (così si chiama il sistema) non è illegale, e sono molti gli Stati che offrono programmi del genere: si può richiedere per ottenere una maggiore libertà di movimento, o anche per godere di alcuni privilegi bancari. Alcuni analisti, però, ritengono che lo schema adottato da Vanuatu sia troppo facile da sfruttare, e che crei non solo una sorta di “porta sul retro” per l’accesso in molti Paesi, ma anche una base d’appoggio per i criminali internazionali che, grazie alle leggi fiscali dell’isola, possono procedere più facilmente al riciclaggio di denaro. Degli oltre duemila passaporti rilasciati da Vanuatu nel 2020, circa 1.200 erano per cittadini cinesi, poi molti nigeriani, russi, libanesi, iraniani, libici (tra cui l’ex Presidente riconosciuto dall’Onu, Fayez al-Serraj), siriani e afgani. Tra coloro che hanno presentato domanda c’erano anche venti persone dagli Stati Uniti, sei australiani e qualche europeo. 

Vanuatu, centro di traffici criminali?

«Il Pacifico, in questo modo, rischia di diventare sempre più uno snodo centrale per il traffico di droga», ha affermato Jose Sousa-Santos, un ricercatore di politica del Pacifico presso l’Australian Pacific Security College. «Perché le leggi sui semi-paradisi fiscali di Vanuatu lo rendono molto attraente per il riciclaggio di denaro». Ma non solo, perché dopo aver ottenuto la cittadinanza si possono anche avviare le pratiche per cambiare legalmente il proprio nome, ottenendo di fatto una nuova identità: «È uno dei rischi», ha continuato Santos. «Una volta ottenuta la cittadinanza di Vanuatu si può cambiare il nome e, naturalmente, ottenere l’accesso in Paesi in cui la fedina penale non lo permetterebbe». In risposta a queste preoccupazioni, Ronald Warsal, presidente dell’Ufficio e della Commissione per la cittadinanza di Vanuatu, ha dichiarato: «Vanuatu è firmatario della maggior parte dei trattati penali a livello internazionale, e negli ultimi anni ha ratificato accordi che vietano alle organizzazioni criminali internazionali di operare all’interno della nostra giurisdizione. Per questo, è difficile per queste organizzazioni stabilire una base a Vanuatu». Ha anche affermato che il paese richiede dei controlli prima di consentire un cambio legale di nome. Vanuatu è una delle nazioni più povere del mondo, con la Banca Mondiale che ha fissato il Pil pro capite a 2.780 dollari. Il Paese è fortemente indebitato, in gran parte a causa dei disastri naturali che lo hanno colpito, come il tornado del 2014 che ne ha fatto crollare l’economia. Nel giugno 2021, nonostante la pandemia, il governo ha registrato un avanzo di bilancio in gran parte grazie alle numerose richieste di cittadinanza, e ha utilizzato questi profitti per pagare i debiti.

(ANSA l'8 novembre 2021) - "Il Vaticano perderà 100 milioni di sterline con la vendita del lussuoso edificio, situato a Londra, ora al centro di un'inchiesta penale internazionale". Lo scrive il Financial Times in prima pagina nella sua edizione europea, precisando che "il Vaticano è nelle fasi finali della vendita dell'edificio situato a 60 Sloane Avenue, nel quartiere londinese di Knightsbridge", per una somma pari a "circa 200 milioni di sterline al gruppo di private equity Bain Capital, secondo diverse persone che hanno familiarità con il dossier. Bain Capital e Savills, che gestisce la vendita, hanno entrambi rifiutato di commentare". Secondo il quotidiano finanziario britannico "la Santa Sede ha investito sul palazzo, tra il 2014 e il 2018, 300 milioni di sterline, il che significa che la vendita dovrebbe confermare una perdita di circa 100 milioni di sterline" Il giornale della City ricorda che "lo scandalo legato all'acquisto dell'edificio ha condotto il procuratore della Santa Sede ad aprire un procedimento nei confronti dell'ex banchiere Raffaele Mincione e di altri, tra cui un Cardinale" e "alla fine dello scorso anno papa Francesco ha privato il potente ufficio dell'amministrazione centrale del Vaticano di un portafoglio di investimenti del valore di centinaia di milioni di euro costituito da donazioni dei cattolici".

Ca.Mar. per il "Sole 24 Ore" il 18 Novembre 2021. Ad un certo punto, nel processo in Vaticano sullo scandalo finanziario legato alla compravendita del palazzo londinese di Sloane Avenue – che tra l’altro è prossimo alla vendita, con maxi-perdita – spunta addirittura una “versione del Papa”. Nel corso della quarta udienza del processo (la prossima il 1° dicembre) – inchiodato su questioni procedurali e contestazioni della difesa dei sei imputati, dai dieci iniziali (resta il cardinale Angelo Becciu), sugli omissis del materiale depositato – un avvocato afferma che il Papa sarebbe stato ascoltato dai pm come testimone. Una convinzione che il legale ha maturato sulla base dell’audio-video di monsignor Alberto Perlasca, il “pentito” del processo. Il pm ha subito smentito che il Papa sia stato mai sentito, spiegando che le cose dette da Francesco e riferite nella fase istruttoria erano tratte da una sua dichiarazione pubblica in aereo nel 2019. Ma l’avvocato della difesa non ci sta: «Rivedete il video». Insomma, per l’avvio del dibattimento tempi ancora lunghi.

Serena Sartini per "il Giornale" il 18 Novembre 2021. La difesa batte come un martello pneumatico: «Gli audio video depositati sono stati tagliati, oscurati, mutilati, sbianchettati, falcidiati». Le citazioni a giudizio sono nulle. Quarto atto del processo sugli immobili di Londra che vede coinvolto, tra gli altri, il cardinale Angelo Becciu. Non decolla il processo davanti al Tribunale Vaticano, si allungano i tempi, l'udienza viene aggiornata al primo dicembre, la difesa torna a chiedere la nullità del procedimento. Ma c'è una novità, emersa nell'udienza di ieri, la quarta appunto, che ha visto presente in Aula - tra gli imputati - solo il cardinale Becciu. Ed è «giallo». Perché viene menzionata una deposizione del Papa in persona che, secondo gli avvocati di Becciu, sarebbe stato ascoltato. Tuttavia non si ha traccia del verbale della deposizione. É stato l'avvocato Carlo Panella, difensore del finanziere Enrico Crasso, a far ascoltare un passaggio della registrazione di monsignor Alberto Perlasca, relativa all'interrogatorio del 29 aprile 2020, mentre si parlava della presunta estorsione di 15 milioni di euro alla Santa Sede sull'acquisto del palazzo di Sloane Avenue a Londra. A un certo punto il promotore di giustizia interrompe il teste dicendo: «Monsignore, questo che dice non c'entra niente. Noi siamo andati dal Santo Padre e gli abbiamo chiesto ciò che è accaduto». Panella ne deduce che «hanno sentito come testimone il Santo Padre», e denuncia: «Di questo non abbiamo nessun verbale». La mancanza di un verbale della presunta deposizione del Pontefice, per l'avvocato Panella, configurerebbe la nullità della citazione a giudizio, così come gli «omissis» posti su numerose parti delle registrazioni, le «criticità» riscontrate sulla durata delle registrazioni e la presunta mancanza di parti consistenti, l'incompletezza dei verbali cartacei, e il tempo ridotto per esaminare l'ingente materiale. Diddi ribatte: «Questo ufficio non ha mai sentito a verbale il Santo Padre. Perlasca stava raccontando delle cose, ma soprattutto di quello che il Papa aveva detto in tempi non sospetti» cioè quanto affermato da Bergoglio durante la conferenza stampa in aereo il 26 novembre 2019, nel volo dalla Thailandia al Giappone, quando spiegò che aveva autorizzato le perquisizioni perché «sebbene ci sia la presunzione di innocenza, ci sono capitali che non sono amministrati bene, anche con corruzione».

Papa Francesco "interrogato dai pm", ma il verbale è sparito: sul Vaticano una bomba senza precedenti. Libero Quotidiano il 18 novembre 2021. Nuovo giallo Vaticano. Anche Papa Francesco è stato ascoltato dai pm? Il Sole 24 ore riporta un retroscena su quanto accaduto in aula nel corso della quarta udienza del processo sullo scandalo finanziario relativo alla compravendita del palazzo londinese di Sloane Avenue. Uno degli avvocati difensori dei sei imputati rimasti sui 10 iniziali, tra cui c'è ancora il cardinale Angelo Becciu, avrebbe fatto esplicito riferimento a una clamorosa apparizione di Bergoglio davanti agli inquirenti, fatto senza precedenti per un Pontefice. Il legale Carlo Panella, difensore del finanziere Enrico Crasso, battaglia coi pm su questioni procedurali e omissis del materiale depositato e afferma di essere sicuro che anche il Santo Padre sia stato già ascoltato. "Una convinzione - spiega il Sole 24 ore - che ha maturato sulla base dell’audio-video di monsignor Alberto Perlasca, il 'pentito' del processo". L'interrogatorio di Perlasca risale al 29 aprile 2020: si parla della presunta estorsione di 15 milioni di euro alla Santa Sede. "Questo ufficio non ha mai sentito a verbale il Santo Padre - replica il promotore di giustizia Diddi -. Perlasca stava raccontando delle cose, ma soprattutto di quello che il Papa aveva detto in tempi non sospetti". Secondo il pm, le frasi attribuite a Francesco sarebbero state pronunciate dal Papa nel corso di una dichiarazione pubblica in aereo nel 2019, di fronte a varie persone, il 26 novembre 2019 nel volo dalla Thailandia al Giappone (il Papa spiegò di aver autorizzato le perquisizioni perché "sebbene ci sia la presunzione di innocenza, ci sono capitali che non sono amministrati bene, anche con corruzione"). Anche di fronte alla smentita, l'avvocato difensore ha però ribadito la propria versione: "Rivedete il video". Nell'audio dell'interrogatorio di Perlasca gli inquirenti spiegano: "Monsignore, questo che dice non c'entra niente. Noi siamo andati dal Santo Padre e gli abbiamo chiesto ciò che è accaduto". Frase che secondo Panella testimonierebbe l'interrogatorio del Pontefice. "Di questo - denuncia l'avvocato - non abbiamo nessun verbale". La prossima udienza è stata fissata per l'1 dicembre, ma il clima se possibile è ancora più infuocato. La difesa accusa: "Gli audio-video depositati sono stati tagliati, oscurati, mutilati, sbianchettati, falcidiati", e chiede per questo la nullità del procedimento.

C’è del marcio in Vaticano. Il cardinale Becciu, i monsignori, i finanzieri e i faccendieri. Ma nel sistema che ha svuotato le casse vaticane spuntano anche ex ministri ed ex sottosegretari. E per tentare di riparare il buco creato dall’acquisto del palazzo di Londra spunta l’offerta di una società che ha nel board Franco Frattini e Giovanni Castellaneta. Massimiliano Coccia su L'Espresso il 9 luglio 2021. Non è solo un processo che riguarda la Santa Sede e un affare finito male intorno a un investimento immobiliare a Londra. È anche e soprattutto la fotografia nitida di una rete di corruzione che ha predato le finanze vaticane e si estende in Italia e a livello internazionale. L’inchiesta più difficile nella Storia dello Stato più piccolo del mondo si è chiusa con l’atto di accusa di 500 pagine redatte dai Promotori di Giustizia Alessandro Diddi, Giampiero Milano e l’aggiunto Gianluca Perrone. Nel processo che inizierà il 27 luglio sono stati rinviati a giudizio il Cardinale Angelo Becciu, monsignor Mauro Carlino, Enrico Crasso, Tommaso Di Ruzza, Cecilia Marogna, Raffaele Mincione, Nicola Squillace, Fabrizio Tirabassi, Gianluigi Torzi e René Brülhart, per vari reati: truffa, peculato, abuso d’ufficio, appropriazione indebita, riciclaggio ed autoriciclaggio, corruzione, estorsione, falso materiale in atto pubblico e quello in scrittura privata e pubblicazione di documenti interni alla Santa Sede coperti dal segreto. I colletti bianchi in questa inchiesta si mescolano alle talari, il rosso porpora delle vesti cardinalizie diventa il colore di sfondo della storia di un gruppo che tenta la scalata al cielo non passando per gli altari ma per i palazzi, le filiali di banche svizzere, di paradisi fiscali e società off-shore. Una giungla di connessioni con vecchi e nuovi attori della politica nazionale e con una infinita sequela di tornaconti personali, famigliari addirittura. Il dominus della vicenda, come avevamo raccontato su queste pagine a partire dal settembre scorso, è il cardinale Angelo Becciu, ex potente Sostituto agli affari Generali della Segreteria di Stato, e “allievo prediletto” del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano con papa Ratzinger dal 2006 al 2013. Altro collaboratore stretto di Bertone è monsignor Alberto Perlasca, braccio destro e delfino di monsignor Gianfranco Piovano, e più volte descritto, con qualche eccessiva semplificazione, come il “pentito” dell’inchiesta. Il comasco Perlasca entra in segreteria di Stato voluto da Bertone ed eredita da Piovano la cosiddetta “terza banca”, un collettore di finanziamenti raccolti a partire dagli anni ’70, sotto il pontificato di Paolo VI, tra pezzi dell’imprenditoria e della finanza milanese, autonomo dallo Ior del Cardinale Marcinkus e dall’Apsa. Una sorta di cassa di emergenza del pontefice, messa a disposizione dei pontefici regnanti, usata come fondo discrezionale per molteplici operazioni fuori dai regolamenti vaticani. L’ammontare dei fondi della “terza banca” era stimato intorno ai 400 milioni di dollari. Soldi che erano stati utilizzati, ad esempio, per risarcire gli azionisti del banco Ambrosiano dopo il crack di Roberto Calvi. Secondo le accuse, anche per questa approfondita conoscenza delle finanze vaticane, monsignor Perlasca è stato più volte messo sotto pressione da Becciu durante l’inchiesta. Il cardinale lo ha istruito sugli interrogatori, lo ha terrorizzato psicologicamente ha e cercato di farlo allontanare da Santa Marta. Becciu sosteneva con Perlasca che il processo non si sarebbe mai celebrato e avrebbe fatto intervenire il vescovo di Como, Oscar Cantoni, per convincerlo a ritrattare quanto aveva già consegnato alle memorie dei magistrati. Una cappa di pressione psicologica che Becciu, secondo quanto si legge, avrebbe esteso ad ampi settori della Curia. Secondo gli inquirenti «sarebbe stato in grado di indirizzare» i mezzi di informazione del Vaticano, anche grazie alle deleghe esercitate in precedenza in qualità di Sostituto agli Affari Generali. Prima della riforma dei media vaticani, intratteneva ufficialmente relazioni con la Sala Stampa e con le diverse testate, tra cui TV2000. Nella ragnatela di intrecci che conducono fuori dalle Mura Leonine, un ruolo centrale spetta a Enrico Crasso, ex Credit Suisse, gestore delle finanze della segreteria di Stato e in rapporti con la Santa Sede dal 1993, per volere sempre di Monsignor Piovano. A lui arriva Perlasca per gestire il primo affare del “metodo Becciu” ovvero l’acquisizione e la rivendita di petrolio dall’imprenditore angolano António Mosquito. Un affare incerto, su cui pendeva la scure dalla magistratura portoghese e anche per questo fatto saltare da Crasso. Qui entra in gioco la figura di Raffaele Mincione che quell’affare africano avrebbe dovuto gestire. L’affare del petrolio angolano non decolla, troppo rischioso, troppe segnalazioni sui due angolani, si rischierebbe l’esposizione pubblica per pochi milioni di euro. Meglio investire sul mattone e Mincione, garbato e affabile, rifila alla Santa Sede gli ex magazzini di Harrods a Londra, appena comprati con i soldi che Enasarco gli ha affidato e che userà per le sue scalate finite male a Banca Carige e a Popolare Milano. Enrico Crasso non vede di buon occhio Mincione, che entra troppo nelle grazie di monsignor Alberto Perlasca, troppo in confidenza di Becciu. A Londra la sua reputazione è discussa, in Italia lo stesso, tanto che la Gendarmeria vaticana invierà un report in cui sconsiglia di fare affari con lui. Disatteso. Intanto la segreteria di Becciu si riduce da 17 membri a 9. Rimangono i più fidati. Tra questi Fabrizio Tirabassi e monsignor Mauro Carlino, che si muovono più come amministratori delegati di una multinazionale che come dipendenti della Santa Sede. Gli affari per un po’ vanno a gonfie vele perché fino a quando a decidere sono Becciu e i suoi uomini Perlasca, Carlino e Tirabassi, tutto va liscio senza troppi disturbi. Crasso, che nel frattempo si è congedato dal Credit Suisse, crea la So.genel, una società di diritto maltese, che gestirà un pezzo delle finanze della Segreteria di Stato, comprando obbligazioni e facendo investimenti nelle società in cui lo stesso Crasso rivestiva ruoli direttivi: dalle acque minerali al film di Elton John passando per gli occhiali di Lapo Elkann arrivando ai Giochi di Enrico Preziosi. Tutti investimenti in settori lontani anni luce dalle direttive vaticane e in palese conflitto di interesse. Conflitto che riguarda anche il cardinale e i suoi familiari. C’è il mobilio commissionato alla falegnameria di Francesco Becciu, fratello del porporato, da varie nunziature, con la complicità di monsignor Bruno Musarò, per un giro di affari di oltre 100 mila euro. Ci sono i finanziamenti a pioggia dati dalla Segreteria di Stato e dalla Conferenza Episcopale Italiana della cooperativa Spes di un altro fratello, Antonino. C’è l’acquisto di una casa a Roma per una nipote. Ci sono i soldi versati da António Mosquito a un altro fratello, Mario, per la creazione del progetto “Birra Pollicina”. Un «sistema marcio» lo definiscono i promotori Diddi e Milano, che fanno notare anche la disinvoltura e la totale impunità con la quale la “banda Becciu” agisce tra le mura vaticane. Un sistema che fa gola anche alle vecchie glorie della politica italiana. Due su tutti: Giancarlo Innocenzi Botti e Franco Frattini, nessuno dei due indagato dalla magistratura vaticana, ma, con ruoli diversi, entrambi coinvolti nella seconda parte della vicenda. Il primo, alla ricerca di un lavoro redditizio, viene convogliato da Raffaele Mincione alla corte di Gianluigi Torzi, broker molisano, su cui pende un ordine di cattura internazionale per truffa, peculato, estorsione e falso, che entrerà nell’affare come risolutore della complessa vicenda dell’affare del palazzo londinese. Torzi crea società di diritto inglese in quantità quasi industriale, una miriade in cui è difficile scorgere un disegno chiaro. Tra queste società c’è la Jci ltd, che ha nel suo board tra gli altri Innocenzi Botti, Frattini e l’ex ambasciatore Giovanni Castellaneta. Società che dovrebbe occuparsi di relazioni internazionali ma che si rivela pronta a preparare una proposta di acquisto sempre per il palazzo di Sloane Avenue a Londra. Infatti Innocenzi Botti, d’accordo col faccendiere Marco Simeon, in una strategia condivisa e progettata col cardinale Becciu - scrivono gli inquirenti - tentano con la medesima cassa di comprare l’immobile londinese dopo che Torzi è stato indagato ed interrogato. Innocenzi Botti viene delegato, con una lettera di Becciu che però già da parecchi mesi non ha più potere decisionale in Segreteria di Stato, a risolvere la questione londinese. Botti agisce insieme a Torzi, Simeon e Castellaneta che mette a disposizione la società Jci di cui è socio per completare l’affare. Il board “istituzionale” viene utilizzato come paravento, secondo gli inquirenti, e Frattini non si fa troppe domande sulle società di Torzi che gli bonificano 30 mila euro per consulenze di geopolitica. Tutta l’operazione, secondo gli inquirenti, sarebbe stata organizzata per riportare in sella Becciu, cioè per farlo apparire agli occhi di Papa Francesco come colui che aveva risolto il problema della perdita finanziaria creata dall’acquisto del palazzo londinese. Nel frattempo però non solo la magistratura vaticana aveva iniziato la sua opera di indagine. Si sono mossi anche la procura di Roma, quella di Milano e il Tribunale Federale elvetico. Qui è in atto un ulteriore approfondimento investigativo che parte da Enrico Crasso e arriva al pagamento di tangenti agli oligarchi venezuelani, sempre con i soldi della cassa della Segreteria di Stato. Per gli inquirenti svizzeri esisterebbe un piano di riciclaggio di soldi di origine criminale: sotto la lente di ingrandimento ci sono i rapporti di Crasso con Lorenzo Vangelisti e Alessandro Noceti di Valeur e poi gli investimenti finanziari di Becciu per finire con i rapporti tra figure come Frattini, Castellaneta e lo stesso Torzi. Per questo motivo il dibattimento che inizierà il prossimo 27 luglio non sarà un semplice processo vaticano contro il “metodo Becciu” ma costituirà una pietra angolare per la più vasta inchiesta anticorruzione in atto in quattro paesi. I pool investigativi infatti hanno ancora molte domande a cui rispondere. Il ruolo di Cecilia Marogna, la presunta esperta di intelligence, che ha dormito negli appartamenti di Becciu in due occasioni e che ha avuto centinaia di migliaia di euro per non precisate attività, presentata a Becciu da Lorenzo Cesa. Ancora, i rapporti tra un pezzo di ancien régime della politica italiana e Marco Simeon, l’uomo ombra prima di Bertone poi di Becciu. A fare da sfondo c’è anche l’imponente partita sulla sanità, che questa inchiesta ha attraversato per la vendita e la gestione dei crediti sanitari. Un altro “pentito”, oltre a monsignor Perlasca, è Giuseppe Milanese, della Cooperativa Osa, un tempo molto vicino a Papa Francesco (il pontefice scrisse anche la prefazione al libro di poesie del figlio) e diventato testimone chiave di alcuni affari e movimenti economici operati dalla segreteria di Becciu. Ora i mercanti che erano nel tempio andranno a processo, mentre le indagini proseguono e, anzi, sono appena all’inizio.

Gianluigi Nuzzi per "la Stampa" il 6 luglio 2021.  Infondo, a pensarci bene, è tutta una questione di sorrisi. E di soldi. Il sorriso di Bergoglio non è così lontano da quello luminoso e disarmante di papa Albino Luciani. Anzi, proprio i loro sorrisi si stagliano nei corridoi dei sacri palazzi, irradiano luce nel buio, contagiano di forza e coraggio chi vuole cacciare i mercanti dal tempio. Se non ci fosse stato il primo, mai avremmo avuto il secondo: insieme hanno rotto l'incantesimo nero di una curia immutabile, sovrastante il pontificato stesso con i beni temporali ridotti a scempio di una fiducia tradita. Solo che Giovanni Paolo I sorrideva schiacciato in una mortale solitudine, amato sì da tutti ma solo fuori le mura leonine, lasciato lì ad affrontare Paul Casimir Marcinkus, la sua protervia, la sua ragnatela velenosa, armato solo con la Fede. «Non si amministra la Chiesa con le Ave Maria», gli urlava come una furia l'arcivescovo alla guida dello Ior dei Gelli, dei Calvi e dei Sindona. E proprio in quegli anni era appena nato in segreteria di stato un fondo occulto, che rappresenta oggi, in una clamorosa ruota del contrappasso, la cerniera simbolica tra i due pontificati. Infatti, proprio questo fondo ancor più riservato e discreto dello Ior, venne creato per mettere al riparo il pontefice dal cataclisma Marcinkus, per tutelare le riserve dello Stato e i fondi riservati del papa dall' orda di quegli anni di bancarotte, assassini vestiti da suicidi e narcodollari che infestavano i forzieri vaticani. Proprio da lì, ad esempio, erano partiti i 406 milioni di dollari destinati ai piccoli risparmiatori dell'Ambrosiano pur di chiudere quell' incubo. Era stato monsignor Gianfranco Piovano, diplomatico, a gestire l'invisibile struttura, facendola crescere anno dopo anno. E così quando nel 2009 Bertone lo sostituì con monsignor Alberto Perlasca, ormai quella creatura finanziaria aveva un portafoglio e un'autonomia impressionante, capace di raccogliere e coordinare parte delle contabilità parallele, dei fuori bilancio. La missione della sezione finanziaria era sfuggita di mano. Il papa non aveva più contezza di quanto accadeva in quegli uffici, imminente regno del sardo di Pattada, dell'abilissimo Angelo Becciu, divenuto sostituto - terza carica nello Stato - nel 2011. E se è vero che papa Francesco fin dai primi giorni di pontificato ha cercato di destrutturare la curia, da buon gesuita ha capito subito che quell' entità andava affrontata per ultima. Per non fallire, di perdere come purtroppo era accaduto a papa Luciani, morto anzitempo. A Bergoglio non era infatti sfuggita la gelida risposta che proprio Perlasca aveva inviato agli ispettori del pontefice quando nel dicembre del 2013 chiedevano i conti della struttura e la contabilità dell'obolo di san Pietro, beneficenza raccolta in nome del santo padre: «Si vedrà se e come rispondere». Messo nero su bianco non era una frase indice di arroganza ma della certezza che quel fortino mai sarebbe stato espugnato. E così Bergoglio ha riformato e bonificato tutte le altre strutture per tornare poi all' assalto nella primavera del 2018 con una serie di mosse implacabili: prima il trasferimento di Becciu, elevato cardinale, alla congregazione dei santi e beati, quindi il bisturi del controllo dei conti. Gli uffici erano però zeppi di suoi fedelissimi - gli stessi che troviamo oggi con il rinvio a giudizio per lo scandalo di Londra - a resistere, trovando sponda in diversi anziani porporati curiali. E il 17 luglio 2018 il cardinale Agostino Vallini provava a resistere all' onda della trasparenza, a chi voleva i bilanci, ricordando in una riunione riservata che insomma certi forzieri era meglio non aprirli, alludendo persino alle disponibilità del pontefice: «Non vi nascondo fratelli cardinali- esortava il porporato - qualche importante riserva() non ci devono sfuggire tutte le possibili implicazioni che verrebbero a determinarsi, in particolare quelle legate alla tutela della riservatezza di quei fondi che il santo padre ha diritto di utilizzare a propria discrezione». Ma ormai l'offensiva di Bergoglio era inarrestabile. Per dirne solo alcune: era caduta l'Apsa, la banca centrale dello Stato, erano cambiate le contabilità generali, revisionato il governatorato, rivisti i musei vaticani. E la prova regina si legge ora nelle carte di questo nuovo clamoroso processo che partirà a fine mese contro Becciu e i suoi presunti sodali: a riempire le pagine dell'accusa, a fornire chiavi e formidabili dettagli e proprio monsignor Perlasca, sì quello scelto da Bertone e oggi supertestimone dell'inchiesta che certamente segna la fase processuale più intensa della giustizia del vaticano degli ultimi secoli. Ma chi si aspetta una tangentopoli in quel piccolo stato rimarrà deluso perché la giustizia di Dio viene prima di quella degli uomini. O, almeno, dovrebbe. 

(ANSA l'1 settembre 2021) Il cardinale Angelo Becciu "va processato secondo la legge vaticana. Un tempo i giudici dei cardinali non erano i giudici di Stato come lo sono oggi, ma il capo dello Stato. Desidero con tutto il cuore che sia innocente. Inoltre, è stato un mio collaboratore e mi ha aiutato molto. È una persona di cui ho una certa stima come persona, cioè il mio desiderio è che ne esca bene. Ma è un modo affettivo di presumere l'innocenza, dai. Oltre alla presunzione di innocenza, non vedo l'ora che ne esca bene. Ora, sarà la giustizia a decidere". Lo dice papa Francesco nell'intervista alla radio spagnola Cope, oggi trasmessa in versione integrale. Alla domanda del giornalista Carlos Herrera su come prevenire in Vaticano il 'peccato intrinseco' della corruzione, il Pontefice risponde che "bisogna mettere in atto tutti i mezzi per evitarlo, ma è una vecchia storia. Guardando indietro, abbiamo la storia di Marcinkus, che ricordiamo bene; la storia di Danzi, la storia di Szoka… È una malattia recidivante". "Credo che oggi si siano fatti progressi nel consolidamento della giustizia dello Stato Vaticano - prosegue Francesco -. Da tre anni si fanno progressi in modo che la giustizia sia più indipendente, con mezzi tecnici, anche con le deposizioni di testimoni registrati, le cose tecniche attuali, le nomine dei nuovi giudici, il nuovo pubblico ministero... e questo sta portando avanti le cose. E ha aiutato".  "La struttura - sottolinea il Papa, a proposito del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato vaticana - ha aiutato ad affrontare questa situazione che sembrava che non fosse mai esistita. E tutto è iniziato con due denunce di persone che lavorano in Vaticano e che nelle loro mansioni hanno visto un'irregolarità. Hanno fatto una denuncia e mi hanno chiesto cosa fare. Gli ho detto: se volete andare avanti dovete presentarla al pubblico ministero". "È stato un po' impegnativo - aggiunge Francesco -, ma sono due brave persone, erano un po' intimidite e poi come per incoraggiarli ho messo la mia firma sotto la loro. Per dire: questa è la strada, non ho paura della trasparenza né della verità". "A volte fa male, e molto, ma la verità è ciò che ci rende liberi - osserva il Papa -. Quindi è stato semplicemente così. Ora, tra qualche anno ne apparirà un altro... Speriamo che questi passi che stiamo facendo nella giustizia vaticana aiutino a far sì che sempre meno accadano questi eventi che... Sì, ha usato la parola corruzione e in questo caso ovviamente, almeno a prima vista, sembra che ci sia".

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 2 settembre 2021. Il caso Becciu si arricchisce di una dichiarazione molto importante del Papa. È accaduto su Radio Cope, l'antenna dei vescovi spagnoli. Giornalista: «Cosa teme di più? Che (Becciu) sia dichiarato colpevole o non colpevole, visto che lei stesso ha dato il permesso di metterlo sotto processo?». Francesco: «Va sotto processo secondo la legge vaticana. Un tempo, i giudici dei cardinali non erano i giudici di Stato come oggi, ma il Capo dello Stato. Spero con tutto il cuore che sia innocente. Inoltre, è stato un mio collaboratore e mi ha aiutato molto. È una persona di cui ho una certa stima come persona, quindi il mio augurio è che ne esca bene. Ma è una forma affettiva della presunzione d'innocenza, andiamo. Oltre alla presunzione di innocenza, voglio che ne esca bene. Ora spetta ai tribunali decidere». Presunzione di innocenza, come principio inderogabile. Rinuncia alle prerogative di Capo dello Stato, che in Vaticano vuol dire Monarca Assoluto, nella amministrazione della giustizia. Tutto questo è bellissimo. E allora perché ha consentito e anche in questo preciso momento sta consentendo che proprio il processo Becciu proceda con regole che ricordano i regimi degli ayatollah? Perché c'è questa distanza paurosa tra le affermazioni pubbliche, e di certo sincere, e le disposizioni da lui firmate che fanno a pugni con qualsiasi minimo sindacale di parvenza di giustizia? Presto o tardi le organizzazioni internazionali chiederanno conto della incompatibilità delle procedure processuali dello Stato Vaticano con gli standard della civiltà. Il rischio per il suo regno mondano (quello rinchiuso in meno di mezzo chilometro quadrato) è il totale isolamento, con l'esclusione dal circuito dei Paesi con cui siano consentite transazioni finanziarie. Non possono esserci collaborazioni in campo giuridico con uno Stato dove i tre poteri coincidano con la "suprema potestà" di una sola persona. La quale con la dichiarazione radiofonica di cui sopra sconfessa l'esercizio della giustizia nei propri domini, dove ha cambiato a sua discrezione le regole, e annullato l'habeas corpus, vale a dire l'insieme dei principi elementari che tutelano libertà e inviolabilità di chi è accusato. Di questo si tratta infatti nel cosiddetto processo Becciu, al di là delle intenzioni cristalline che finiscono per lastricare l'inferno del diritto. Ho ammirazione per Francesco. Da ateo ho simpatia per lui. Ha sulle spalle un carico immenso. Ma stanno accadendo non nella Chiesa in generale (dove sta lottando con vigore contro la pedofilia del clero), ma nello staterello di cui è Monarca Assoluto, cose non dico turche ma talebane. Era stato Marco Pannella, per altro da Bergoglio molto lodato, a innalzare con Daniele Capezzone il cartello in piazza San Pietro «Vatican-Taliban». Siccome questo Papa ci ha abituato a gesti sorprendenti, mi aspetto atti sovversivi di Francesco versus il Papa Re, del Papa contro il Re. Come? Mi affido all'inventiva che ha consentito alla Chiesa di reggere, con tutti i suoi guai, per duemila anni. Non sto scrivendo per sensazioni, ma basandomi su atti, verbali e relative omissioni. Panorama, nel senso del noto settimanale, ha provveduto in queste settimane a togliere a Libero un'esclusiva. Meglio così. Non siamo più soli nell'udire cigolii da antiche macchine della tortura in Vaticano nella vicenda che ha portato, con inchini unanimi della stampa italiana, prima alla «crocefissione cautelare» del cardinale Angelo Becciu e ora al processo in corso contro di lui e altri nove imputati, in un frusciare di tonache e toghe dove il diritto alla difesa è calpestato con una cura che, se non ci fosse di mezzo il Papa (il cui «dolore» è citato dall'ex Guardasigilli italiana Paola Severino per giustificare gli abusi giuridici), direi diabolica. A partire dal 24 settembre del 2020 con la condanna urlata sui tetti con l'indagato consegnato al dileggio della folla e punito con i galloni ecclesiastici strappati mentre se ne sta inerme ad ascoltare una sentenza preventiva. Da novembre in poi abbiamo sviluppato una contro-inchiesta che non ha avuto alcuna risposta decente. Ed ecco Panorama che sulla copertina ha prima denunciato: «Il mistero del video fantasma» e poi: la «Tempesta di spie in Vaticano» (riprendendo anche documenti da noi scoperti e resi pubblici dopo che erano stati occultati dagli accusatori). Carlo Cambi ha raccontato come i pubblici ministeri vaticani (chiamati qui promotori di giustizia) abbiano tranquillamente disobbedito al loro stesso Tribunale, che aveva ordinato di depositare gli interrogatori video-registrati di monsignor Alberto Perlasca. Costui da principale indagato è passato in un battibaleno a vittima e grande accusatore pentito e quindi prosciolto da ogni accusa circa l'uso allegro dei denari della Santa Sede nell'acquisto del famoso palazzo londinese di Chelsea, costato tra i 200 e i 400 milioni di euro. Il prelato di curia si era ritrovato angelicato grazie a ore e ore di dichiarazioni in cui aveva demonizzato, senza contraddittorio, superiori (a cominciare dal cardinale Becciu), colleghi e consulenti, e pure in assenza dell'avvocato difensore - pur essendo in quel momento accusato - il 31 agosto del 2020. E poi ancora e ancora...  Il 3 luglio del 2021 ecco il rinvio a giudizio in 500 pagine di requisitoria e 29mila fogli di documenti. In tutto questo mare di carte e chiavette Usb gli avvocati si sono accorti che mancava proprio la prova regina. Nessuna trascrizione letterale. Solo la sintesi a cura dei pm. Soprattutto niente video. In prima udienza il 27 luglio i difensori hanno sollevato il caso. Il pm (pardon, promotore di giustizia), professor Alessandro Diddi si è scusato, ha garantito che avrebbe rimediato. A questo punto il presidente del Tribunale, il dottor Giuseppe Pignatone, ha stabilito che entro il 10 agosto questo materiale probatorio fosse messo a disposizione della difesa. Sorpresa. Arriva la data ultimativa stabilita dal giudice. E i pm si rifiutano di farlo. Non intendono far acquisire al fascicolo del dibattimento le videoregistrazioni di Perlasca senza difensore, per evitare la «divulgazione» della sua immagine. Posso dirlo? È il colmo. Prima hanno tranquillamente consentito che la reputazione del cardinale sia vilipesa senza adottare alcuna indagine sulla fuga di documenti accusatori dal loro fascicolo su Espresso e Corriere della Sera, con accuse ignominiose. Dopo di che temono che gli avvocati consegnino a qualche televisione o sito internet la prova regina che si vorrebbe far valere come una pistola fumante? Non solo, e questo Panorama non lo scrive, ma in quello stesso documento agostano i promotori di giustizia confermano che i quattro rescripta, cioè gli atti firmati dal Papa nel 2020, coi quali autorizza i pm a derogare dalle leggi vigenti, sono «provvedimenti sovrani», emessi senza richiesta scritta: pietre tombali del diritto, olé. Questo è il punto gravissimo, e che contrasta con l'affermazione del Papa sulla presunzione di innocenza. Il Santo Padre ha infatti emanato negli anni quattro testi che consentono di trascurare la legge, e di saltare il controllo che un giudice in qualsiasi Paese civile deve effettuare su atti che entrano nell'intimità o addirittura privano della libertà l'indagato. Il Papa ha detto che non c'è bisogno di alcun vaglio di un giudice (in Italia il Gip). Ma com'è stato possibile questo obbrobrio? Semplice. Pur essendo in deroga a qualsiasi legge vigente, quei rescripta papali sono intangibili in quanto emanazione di diritto divino. È questa la risposta data in aula il 27 luglio, tra lo stupore degli avvocati (e il silenzio dei giornalisti vatican-taliban presenti) il procuratore capo, professor Gian Piero Milano: «Sedes Prima a nemine iudicatur», cioè, traducendo in volgare dantesco: «Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare» (Canti III e V dell'Inferno). Ma noi, non essendo ancora stati traghettati oltre lo Stige da Caronte, ci permettiamo di auspicare da parte del grande scienziato cattolico Antonino Zichichi la pronta consegna della «macchina del tempo» a codesti Illustrissimi Signori. P.S. Per ora il Tribunale Vaticano non ha sollevato di peso i promotori di giustizia chiedendo loro di obbedire alle sue ordinanze. Del resto, per come vanno le cose da quelle parti, Milano e Diddi potrebbero benissimo sottoporre al Papa un altro rescriptum dove si consenta loro pure questa deroga. O Francesco terrà conto delle sue dichiarazioni evangeliche?

Vittorio Feltri per "Libero Quotidiano" l'8 luglio 2021. Avevo anticipato che oggi mi sarei occupato del caso Becciu a partire da una strana faccenda. È chiaro come il sole che il processo che sta per partire il 27 luglio e che vede dieci imputati, tra cui il cardinale Angelo Becciu, si regge non tanto su dati di fatto accertati, ma sulle dichiarazioni di un pentito. Non due, tre, quattro anzi 24 pentiti come capitò a Giulio Andreotti, ma a uno solo, come già accadde a Enzo Tortora. Da che cosa lo deduciamo? Dalla sparizione di un monsignore, Alberto Perlasca, scagionato a priori senza alcuna spiegazione, tirato fuori immacolato dai presunti turpi affari del palazzo di Londra, di cui era stato per sua stessa ammissione un protagonista. Che sia lui il perno di tutto, una persona trasformata in pistola fumante, lo si comprende non solo dall'uso che delle sue dichiarazioni fanno i pm vaticani ma dal trattamento eccezionale riservatogli. Come se fosse stato prelevato in elicottero nottetempo dalle guardie svizzere per ragioni che non appartengono al codice conosciuto, dato che in Vaticano non esiste alcuna legislazione che premi il pentito divenuto collaboratore di giustizia. Vedremo a processo se reggerà il contraddittorio. Intanto la domanda che riguarda ogni pentito che si rispetti, secondo il metodo Falcone, è se sia credibile, riscontrabile, se abbia davvero detto tutto, o si sia ritagliato verità su misura. Be'. Tutti i quotidiani e i tg italiani hanno succhiato come il latte dalla mammella materna le conclusioni colpevoliste dell'ordinanza diffusa sabato scorso in Vaticano, ma quel latte è avvelenato. E il volume delle 488 pagine di accuse porta nel suo seno un vulnus che lo smonta in origine. Il fatto è che a Londra c'è già stato un processo che ha ridotto in polvere le argomentazioni basate su Perlasca. Lo scorso marzo il giudice di Londra che ha dovuto pronunciarsi sulla richiesta di arresti e sequestri chiesta alla giustizia di Sua Maestà dai procuratori vaticani è stato addirittura irridente. Senza mai nominare nelle sue 47 pagine Becciu, che secondo lui non c'entra proprio nulla con questo pasticcio, parla di indagini caratterizzate da «omissioni», elementi «distorti» e dal «chiaro travisamento» dei fatti. Scrive Sua Onorabilità Baumgartner: «Il professor avvocato Alessandro Diddi dice che monsignor Perlasca era incapace e inetto. Anche se questo può essere vero, agire come un cospiratore disonesto è un'altra cosa». Forse è scemo il tuo Perlasca, ma delle due l'una: o è un povero inetto o è un geniale cospiratore, devi deciderti, e provare le accuse, senza nascondermi le carte, caro Diddi. Perché hai nascosto - aggiunge il giudice Baumgartner - le lettere da cui risulta che il successore di Becciu, l'arcivescovo Edgar Peña Parra, aveva autorizzato l'operazione incriminata, a sua volta con il consenso del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e non li accusi di nulla? Insomma: Perlasca è una pasta plasmata per la bisogna dai pm, i quali modellano il monsignore per il comodo dell'accusa, come un gettone da infilare nel juke box e poi schiacciare il bottone affinché suoni la musica desiderata. Credibile Perlasca? Mica tanto. Alle 42 pagine di Baumgartner (46 in italiano), e ai suoi rilievi fattuali e di pura logica empirica, per mesi il Vaticano non ha dato risposta. Non ha fatto appello a istanze giudiziarie superiori. Bisogna saper aspettare il momento giusto, quando tutti si inchineranno alla volontà purificatrice delle toghe papaline. Ed è arrivato il 3 luglio. Ci sono sette pagine dedicate a Baumgartner, tra le 488 pagine della requisitoria. Le tesi divergenti rispetto a quelle maturate all'ombra del Cupolone vengono stracciate con i denti, prese a calci come un topo morto collocato sul tappeto rosso della propria gloria. Ma non dicevano i magistrati che le sentenze si rispettano, specie quelle definitive e non appellate? Ovvio: solo quelle dove si danno ragione tra loro come Cip e Ciop. Ma Londra non ama le camarille. E allora i pm vaticani si lasciano travolgere dall'ira, usano concetti privi dell'ironia con cui li aveva sculacciati Baumgartner. Normalmente in Italia siamo animati da una certa invidia verso l'imparzialità insieme austera e carica di humor dei giudici di Sua Maestà britannica. Tanto più che è proprio sulla contesa del palazzo di Londra trattata dalla corte inglese che si è costruita la poderosa ghigliottina, la quale - si dà per scontato - taglierà la testa al cardinale Angelo Becciu. Stavolta nulla. Tutti, ma proprio tutti, si sono inchinati all'unisono davanti alle considerazioni di Alessandro Diddi, promotore di giustizia (pm) della Città-Stato, ignorando le disinteressate lezioni di Baumgartner. Hanno consentito che in questa disfida a menare sia solo il Vaticano. A proposito di giornalismo laico. E che fa Diddi? Usa un aggettivo da sfida a duello, accusa il giudice di aver vergato nella sua sentenza «aberranti conclusioni». Chi è Diddi? Baumgarntner lo chiama «professor avvocato». Infatti è avvocato del foro di Roma, e in questa veste ora difende un tipetto del clan Casamonica, e in contemporanea fa il pm in Vaticano. E questo è solo uno degli strani intrecci esistenti tra giustizia d'Oltretevere e quella di qua dal Tevere. Giovanni Spadolini auspicava un Tevere più largo. Si dà il caso che avvocati e procuratori si spostino dai palazzi di giustizia italiani, o addirittura dal ministero della Giustizia (l'ex guardasigilli Paola Severino è stata ingaggiata come avvocato di parte civile della Segreteria di Stato), camminando tranquillamente sulle acque come a suo tempo il Nazareno. Miracoli di cui francamente avremmo fatto a meno per la trasparenza che dovrebbe valere ovunque ci sia di mezzo un qualsiasi essere umano che rischia la ghirba. Cose curiose avvengono nel giornalismo italiano. Nessuno ha sollevato il problema del conflitto di interessi che attraversano questo tribunale vaticano. Si noti che nella medievale procedura giudiziaria dello Stato del Papa non esiste il gip. La requisitoria dei pm (nel nostro caso Diddi) è una sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio, e avallata per tale nel nostro caso da Giuseppe Pignatone, che del Tribunale vaticano è presidente. Londra digerirà un simile documento vaticano di portata mondiale contro una deliberazione della sua giustizia. Se fosse stato un tribunale cinese contro un vescovo clandestino neanche un monsignoruccio qualsiasi avrebbe parlato di «aberranti conclusioni». E qui siamo a Tribunale contro Tribunale. Si noti il groviglio. Pignatone fino a un paio d'anni fa era procuratore capo di Roma, e reggeva l'accusa nel processo Mafia capitale contro Emanuele Buzzi, nell'occasione difeso da Diddi. Oggi si trovano a reggere la medesima pigna di carte, e giudicheranno un tale a cui il Papa ha già mozzato le orecchie dieci mesi prima di un regolare processo. Che non parte proprio con l'idea di essere un monumento alla trasparenza.

Dal Vaticano ai crack bancari, ecco il filo rosso che lega tre scandali costati oltre 6 miliardi ai risparmiatori italiani. Le indagini sul cardinale Angelo Becciu scoperchiano una rete di affaristi e finanzieri che compaiono anche nelle vicende che hanno portato al dissesto di Popolare Vicenza, Popolare Bari e Carige. Il ruolo di Raffaele Mincione e Gianluigi Torzi, tra fondi lussemburghesi, operazioni nei paradisi fiscali e manovre in Borsa. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 14 luglio 2021. L’assalto al tesoro del Papa e il crack della Popolare Vicenza, le manovre sulla banca genovese Carige e il dissesto della Popolare di Bari. C’è un filo rosso che collega queste storie in apparenza così lontane tra loro. Tutto si tiene, nelle 500 pagine dell’atto d’accusa dei promotori di giustizia vaticani che ha mandato a processo presunti mandanti ed esecutori di un progetto criminale che ha sistematicamente spogliato le finanze della Santa Sede affidate al cardinale Angelo Becciu, il primo della lista degli imputati. E così, dalle trame della curia romana si arriva alle vicende bancarie che tra il 2015 e il 2019 hanno distrutto i risparmi di almeno duecentomila famiglie. Un buco che in totale può essere stimato in oltre sei miliardi, di cui almeno la metà provocato dal naufragio della Popolare Vicenza. È una trama complicata, un racconto a metà strada tra il giallo finanziario e la commedia all’italiana. Alla fine, però, nomi, cifre e documenti illuminano un mondo di mezzo dove si incrociano le manovre di faccendieri, tonache, ex ministri, finanzieri e presunti tali. Partiamo da Gianluigi Torzi, accusato di un’estorsione milionaria ai danni della Santa Sede, che nel 2019 cercava di recuperare il palazzo londinese su cui aveva incautamente investito 100 milioni di dollari quattro anni prima. Negli atti dell’inchiesta vaticana si legge che il 2 luglio 2019 Torzi ha versato poco più di 20 mila euro da un suo conto inglese alla società Kant capital di Girolamo Stabile, un finanziere che ricorre spesso nell’inchiesta giudiziaria sui dissesti della Popolare di Vicenza e della Popolare di Bari. Nel settembre scorso Stabile è stato arrestato per la bancarotta delle due società Fimco e Maiora controllate dalla famiglia Fusillo a suo tempo generosamente finanziate dall’istituto pugliese. A Vicenza invece troviamo Stabile nel ruolo di dirigente del fondo lussemburghese Optimum in cui la Popolare veneta all’epoca presieduta da Gianni Zonin investì 250 milioni di euro impiegati nell’acquisto di azioni della banca e di altri titoli, compresi i bond emessi proprio da Fimco e Maiora. Alla fine del 2014, quando il castello di carte di Zonin stava per crollare, Stabile si mise in proprio con la neonata Kant capital. Non è chiaro per quale motivo Torzi abbia mandato dei soldi al finanziere già in affari con Vicenza. Dagli atti dell’indagine sulla banca veneta emerge però che la società londinese Jci capital, riferibile a Torzi, nel 2013 aveva comprato il 7,5 per cento delle quote di uno dei fondi Optimum, mentre il restante 92,5 per cento del capitale era stato sottoscritto dalla Popolare di Zonin. È quindi molto probabile che già nel 2013, tramite Optimum, Torzi abbia avuto a che fare con Stabile, che gestiva i soldi investiti dalla Popolare di Vicenza. In quel periodo i manager dell’istituto berico facevano letteralmente i salti mortali per puntellare un bilancio sempre più pericolante. Fu allora che si fece avanti anche Raffaele Mincione. Proprio lui, il finanziere con base a Londra tra i principali protagonisti dello scandalo vaticano, accusato, tra l’altro, di truffa e appropriazione indebita. Ebbene, nel gennaio del 2013 la Popolare Vicenza investì 100 milioni di euro nei fondi Athena di Mincione, denaro che, come già nel caso Optimum, ritornò in parte al mittente: fu infatti parte impiegato per comprare azioni della banca finanziatrice. Un copione simile si è ripetuto anche in Vaticano. È infatti ancora in corso una controversia giudiziaria che vede opposti da una parte lo Ior, la banca della Santa Sede, e dall’altra i gestori di Optimum. Al centro della contesa un investimento di 17 milioni che risale al 2013. Il primo atto di questa complessa vicenda risale però a qualche anno prima, quando Enasarco, l’istituto di previdenza degli agenti di commercio, un colosso con un patrimonio di oltre 7 miliardi di euro, affidò oltre 200 milioni in gestione ad Athena e ad Optimum. Il rapporto con Enasarco si chiude bruscamente nel 2012 con uno strascico di vertenze giudiziarie e a quel punto è il Vaticano a riempire le casse sofferenti delle due scuderie di fondi, che poi, come detto, continueranno a fare corsa parallela anche a Vicenza. Torzi entra in scena in un secondo tempo, quando a novembre 2018 prende il posto di Mincione nella gestione del palazzo londinese di Sloane avenue e diventa socio del Vaticano tramite la società lussemburghese Gutt. A quell’epoca il nuovo fiduciario della Santa Sede era pressoché sconosciuto alle cronache, ma le indagini sul sistema Becciu hanno alzato il velo su un intreccio impressionante di affari e relazioni. Un intreccio che, ancora una volta, rimanda agli scandali delle tre banche, Popolare Vicenza, Popolare Bari e Carige, naufragate negli anni scorsi. Adesso, dall’atto d’accusa del Vaticano si scopre che Torzi nelle ultime settimane del 2018 aveva cercato di sedersi anche al tavolo dell’istituto pugliese, già in forte crisi. L’operazione prospettata dall’allora amministratore delegato della Popolare, Vicenzo De Bustis prevedeva la sottoscrizione di un prestito obbligazionario dell’istituto di credito da parte di una minuscola società con base a Malta con soli 1.200 euro di capitale, la Muse service, riconducibile proprio a Torzi. L’operazione non è mai andata in porto ed è finita nel gran calderone dell’inchiesta giudiziaria sul crack della Popolare Bari, per decenni di fatto controllata dalla famiglia Jacobini. La vicenda però conferma che mentre trattava con la Santa Sede per l’acquisto del palazzo londinese, Torzi già si muoveva sul fronte bancario. Nel 2018 appare consolidato anche il rapporto con Mincione che a gennaio di quell’anno viene finanziato per alcune decine di milioni, almeno 26, proprio da Torzi per comprare azioni Carige. Da dove arrivano quei soldi? Le carte vaticane affermano che il denaro era stato fornito dal miliardario Gabriele Volpi, che in quelle settimane stava cercando di scalare l’istituto genovese. I prestiti viaggiano estero su estero, con passaggi di denaro che transitano dai conti di società con base a Panama, Londra e il Lussemburgo. Anche Carige però arriva presto al capolinea. Nel gennaio 2019, con il capitale azzerato e commissariata dalla Bce, la banca è stata salvata con l’intervento dello Stato che per evitare il peggio stanzia fino a 3 miliardi di euro a titolo di garanzia. Di lì a qualche mese Torzi, fino ad allora omaggiato e riverito nelle sacre stanze, entra in rotta di collisione con Il Vaticano per il controllo del palazzo di Londra e presto finirà nel mirino dell’inchiesta giudiziaria che ha scoperchiato il sistema Becciu. Per effetto delle indagini crolla anche la rete di relazioni ad alto livello tessuta da Torzi. L’advisory board della società londinese Jci capital controllata dal finanziere grondava nomi altisonanti come gli ex ministri berlusconiani Giulio Tremonti e Franco Frattini, Giancarlo Innocenzi Botti, già sottosegretario alle telecomunicazioni in quota Forza Italia tra il 2001 e il 2005, l’ex ambasciatore negli Stati Uniti, Giovanni Castellaneta e il presidente della Croce Rossa italiana, Francesco Rocca. Del gruppo faceva parte anche Patrizio Messina, l’avvocato d’affari, legato anche a Mincione, che in un’immagine agli atti dell’indagine su Becciu appare in compagnia di Torzi, Frattini, Innocenzi Botti e altri commensali durante una cena in un ristorante londinese del giugno 2019. Rocca, non indagato nell’inchiesta della Santa Sede, è lo stesso legale che a suo tempo curò numerose importanti operazioni per conto della banca Popolare di Vicenza di Zonin. Ancora una volta tutto si tiene: dalle banche fino allo scandalo vaticano.

Tutti gli affari (con i soldi del Papa) del raider Raffaele Mincione: dalle scalate bancarie all'accordo con Conad. Secondo i documenti, il finanziere ora accusato di peculato e truffa era diventato il "dominus delle finanze della segreteria di Stato vaticana". Oltre 200 milioni della Santa Sede investiti in società quotate in Borsa e altre iniziative, molto spesso per favorire sé stesso. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 9 luglio 2021. Ai bei tempi, quando passava da un raid di Borsa all’altro, Raffaele Mincione amava raccontarsi come un uomo d’affari che aveva fatto fortuna a Londra grazie ad «alcuni investimenti personali andati bene». E alle domande sui finanziatori di scalate clamorose come quelle su Popolare Milano, Mps e Carige, il golden boy della City, come con scarsa fantasia era stato etichettato, spiegava che «i clienti chiedono riservatezza». Adesso, le carte dell’accusa vaticana, un faldone di 500 pagine che condensa i risultati di due anni di indagini sulla malagestio del tesoro della Chiesa, descrivono Mincione come «l’indiscusso dominus, a partire dal mese di luglio del 2014, di una parte considerevole delle finanze della Segreteria di Stato» all’epoca diretta dal cardinale Angelo Becciu. I soldi, insomma, erano quelli della Chiesa. I capitali che per anni, almeno dal 2013 al 2019, hanno alimentato una girandola infernale di acquisti, vendite, prestiti, pegni e garanzie, arrivavano direttamente dalla Santa Sede che aveva investito almeno 200 milioni di euro nei fondi di Mincione con il marchio Athena. Il denaro rimbalzava tra società con base in paradisi fiscali come Lussemburgo, Jersey, Malta, isole Mauritius per finire almeno in parte nei conti bancari del finanziere italiano con base a Londra e domicilio in Svizzera, a Silvaplana, poco distante da Sankt Moritz. «Le somme della Segreteria di Stato», si legge nel documento d’accusa, «venivano utilizzate anche per finanziare soggetti giuridici facenti capo allo stesso Raffaele Mincione, il quale, mentre da un lato era il gestore del fondo (remunerato con generose commissioni) dall’altro poteva utilizzare le risorse finanziarie per sostenere proprie iniziative». Non solo banche, quindi. Nell’elenco degli investimenti finanziati dal Vaticano ci sono anche obbligazioni per 16 milioni di dollari emesse da Time and Life, la holding lussemburghese di Mincione, e poi azioni di società quotate in Borsa come Retelit, a cui fanno capo più di 12 mila chilometri di fibra ottica. Per gestire quest’ultima operazione, nell’aprile del 2018 la holding Fiber 4.0 controllata dal finanziere ora sotto accusa arruolò come avvocato anche Giuseppe Conte, destinato di lì a poco a diventare presidente del Consiglio nel governo tra Cinque Stelle e Lega. Conte, che ha negato di aver mai incontrato di persona Mincione, venne ingaggiato per redigere un parere sull’applicabilità a Retelit della norma sul cosiddetto golden power, con cui il governo può porre il veto al passaggio di proprietà di aziende che operano in settori ritenuti strategici. Una questione particolarmente delicata, visto che Retelit ha anche lo stato libico come azionista di rilievo. Sei mesi dopo quell’episodio, quando entra nel vivo la battaglia in Borsa per il controllo di Carige, un’altra scalata finanziata con i soldi del Vaticano, tra i consulenti legali dell’Athena fund di Mincione troviamo in prima fila Guido Alpa, che di Conte, nel frattempo approdato a Palazzo Chigi, è stato maestro, mentore e partner in numerose iniziative accademiche e professionali. È la conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che Mincione sapeva bene come muoversi su entrambe le sponde del Tevere, nella Curia vaticana come nelle stanze del potere romano, tra politica e alta burocrazia. Difficile spiegare altrimenti il rapporto strettissimo con l’ex capo del governo Lamberto Dini, che nel 2013 accettò di guidare, come presidente in pectore, la lista dei candidati per il consiglio di amministrazione della Popolare di Milano presentata da Athena fund. Quella scalata venne inizialmente finanziata grazie ai capitali generosamente elargiti da Enasarco, il fondo previdenziale degli agenti di commercio le cui alterne vicende si intrecciano da sempre con partiti e sindacati. Quando però Enasarco, dopo un traumatico ribaltone al vertice, decise di tagliare i ponti con Mincione, messo sotto accusa per i conflitti d’interesse e i pessimi risultati della sua gestione, a salvare la situazione fu proprio l’intervento di Becciu. Nel 2013, il gestore in difficoltà trovò quindi nella Segreteria di Stato il «polmone finanziario da cui attingere ossigeno per saldare i conti con Enasarco», recita l’atto d’accusa dei magistrati vaticani. Il cambio di cavallo non è però stato immediato. Per passare dalle parole ai fatti e sancire una volta per tutte il divorzio da Enasarco sono andate in scena numerose e complesse operazioni finanziarie nell’arco di un paio di anni. Nel luglio, la Segreteria di Stato investì circa 100 milioni di dollari nel palazzo londinese di Sloane Avenue. L’affare andò in porto sulla base di una valutazione - sostiene l’accusa - «del tutto ingiustificata». Nell’estate del 2019, proprio da questo affare sospetto è partita l’indagine dei magistrati vaticani sulla gestione dei fondi dell’Obolo di San Pietro. Un’indagine che per Mincione si è conclusa nei giorni scorsi con il rinvio a giudizio per peculato, truffa, appropriazione indebita e abuso d’ufficio. L’inchiesta penale e la conseguente pubblicità negativa non hanno però impedito al finanziere di continuare a macinare affari. Il più importante di tutti, un paio di anni fa, è stato concluso insieme a Conad, leader nazionale dei supermercati. Mincione si è messo in società con il colosso della grande distribuzione per gestire il patrimonio immobiliare ceduto dalla filiale italiana della francese Auchan, assorbita da Conad. La società comune si chiama Bdc Italia e vede i fondi Athena al 49 per cento con il partner al 51. Come rivelato dall’Espresso un anno fa, nell’operazione è stata coinvolta anche una vecchia conoscenza di Mincione come Carlo Felice Maggi, già direttore generale di Enasarco quando l’ente previdenziale affidò 185 milioni in gestione al finanziere con risultati disastrosi. Maggi è stato nominato consigliere di amministrazione di Margherita distribuzione, controllata da Bdc Italia. Adesso le carte dell’inchiesta vaticana confermano le rivelazioni dell’Espresso con l’aggiunta di un particolare illuminante. L’ex manager Enasarco ha infatti ricevuto almeno 500 mila euro da una società offshore di Mincione a Jersey. Un pagamento che secondo l’accusa farebbe parte di un più complesso accordo (Termination agreement) tra i due sodali per un valore complessivo di 5 milioni, soldi anche questi provenienti dalle casse del Vaticano e affidati in gestione al finanziere. Nel gennaio del 2020, contattato dall’Espresso, Maggi spiegò di «non avere nessun rapporto personale con Mincione», salvo rassegnare le dimissioni dal consiglio di Margherita distribuzione poco dopo l’uscita dell’articolo che lo riguardava.

Vittorio Feltri, Becciu e il documento "dimenticato" che lo scagiona: "Papa Francesco lo sapeva?" Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 15 luglio 2021. C'è una carta-bomba firmata dal cardinale Pietro Parolin, numero due del Papa, che assolve il cardinale Angelo Becciu, il numero 3. Dice che Becciu poteva spendere dove, come e quanto volesse i denari depositati. Una totale liberatoria. Fa cascare la colonna portante dell'accusa. E che cioè Becciu avesse ingannato il Papa, il povero Parolin (che infatti si è costituito parte civile) e soprattutto i poveri per i bisogni immediati dei quali doveva essere speso il tesoretto della Segreteria di Stato dove confluisce l'Obolo di San Pietro che raccoglie le elemosine dei fedeli. In una solenne dichiarazione alla direzione del Crédit Suisse, dove giacevano i fondi, il Segretario di Stato, primo ministro della Santa Sede, citando espressamente Becciu, scrive il 21 dicembre 2016: «Non sussiste limitazione alcuna per quanto attiene all'utilizzo del credito summenzionato». Insomma: va bene quindi investirli per il palazzo di Londra... I promotori di giustizia (pm) del Vaticano l'hanno avuta tra le mani, ma invece di benedirla, usarla come arma di accusa contro Parolin, se mai avesse tradito il Numero 1, o quale prova di buona fede di Becciu, l'hanno sepolta. Libero l'ha ritrovata tra le 29mila pagine degli atti depositati in vista del processo del 27 luglio, il primo nella storia della Città-Stato che veda alla sbarra un principe della Chiesa. 

TOGHE E OMISSIONI - I magistrati inquirenti, tanto più quelli che in questa storiaccia adempiono anche al ruolo di giudici istruttori, avrebbero l'obbligo di valorizzare non solo quel che giova all'accusa ma anche quel che rischia di smontarla, perché il loro scopo dovrebbe essere la ricerca della verità. Ma forsesono un po' tradizionalista, per la Chiesa del nuovo millennio. Magari come il giudice Baumgartner di Londra, il quale aveva avvisato il mondo che le toghe della Santa Sede in quest' inchiesta stavano procedendo inanellando «omissioni», «distorsioni» e «travisamenti» pur di averla vinta. E dunque, com' è potuto accadere che di quella carta firmata e timbrata non ci sia sentore nel poderoso e pignolo mattone di circa 500 pagine dal quale ogni giorno i vari giornali estraggono carinerie contro Becciu? Distrazione? Negligenza? Malizia? Ci sarà pure qualcuno che possa dare spiegazioni. Per capire la portata clamorosa della pagina vidimata in alto loco, è necessario riferire per estrema sintesi i capi d'accusa (e le argomentazioni per sostenerli) contenuti nelle 488 pagine della sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio (in vaticanese «richiesta di citazione») nei confronti del prelato detto don Angelino, nativo di Pattada, diocesi di Ozieri, Sardegna. I crimini dei quali si sarebbe macchiato il porporato, defenestrato da papa Bergoglio il 24 settembre del 2020, sono peculato e abuso di ufficio. La vicenda cardine è, come noto, quella del palazzo di Sloane Avenue 60 a Chelsea (Londra). Non sto a discutere se l'investimento in questo immobile sia stato un affare o no, non capisco lo stracciarsi le vesti però: constato che puntare sul mattone è una tradizione ecclesiastica. Il Vaticano, secondo dati ufficiali forniti dall'Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), possiede 4.041 tra appartamenti, terreni, palazzi e, suppongo, garage. Becciu avrebbe illegalmente disposto dei denari giacenti sui conti vaticani. Erano, secondo i pm, destinati esclusivamente ai bisognosi. Invece il Sostituto della Segreteria di Stato (vice primo ministro e ministro dell'Interno) ci avrebbe voluto speculare, comprando una dimora lussuosa del valore di centinaia di milioni di sterline. Per rubare? Questa l'ipotesi successiva dei pm. Ma sono rimasti con ragnatele e pinzillacchere in mano. Infatti, pur avendo esplorato in lungo ein largo, i segugi della Gendarmeria papale coadiuvati dalla Guardia di finanza italiana non hanno trovato un soldo riferibile al cardinale in alcun anfratto bancario del mondo. Hanno perciò dovuto ripiegare sulle quisquilie, inchiodando maldestramente Becciu ad alcuni lavori di falegnameria affidati al fratello artigiano per sedi delicate quali le nunziature dell'Angola e di Cuba, ed eccependo su versamenti a dei poveri sì, ma con il torto di essere sardi e pure della diocesi di origine di don Angelino, dove la Caritas conta tra i suoi collaboratori un altro suo fratello. Ed ecco che l'impianto accusatorio si liquefà, dato che si regge sulla colonna che Parolin con la sua dichiarazione demolisce. Infatti tutto nasce dalla denuncia del revisore generale dei conti del Vaticano, Alessandro Cassinis Righini, in sostanza il capo dell'anticorruzione d'Oltretevere, secondo cui il peccato originale di Becciu sta nell'aver usato i soldi dell'Obolo di San Pietro senza rispettare il «vincolo di destinazione» di quei soldi in opere caritatevoli. Falso. Attestato nero su bianco dallo stesso Parolin. Che poi ci sia stato del marcio in quella storia di Londra è un'altra questione, anch' essa tutta da provare.

ILLEGALITÀ CONCLAMATA - E qui c'è un altro problema. C'è un'affermazione incredibile, una specie di confessione pubblica di illegalità conclamata, nelle 488 pagine firmate dai promotori di giustizia (?). A pagina 29 si legge: «Con l'avvio dell'indagine, stante la sua complessità, il Santo Padre, con apposito provvedimento in data 5-7-2020, autorizza l'Ufficio del Promotore di Giustizia ad adottare, sino alla conclusione delle indagini, le forme della istruzione formalee ad assumere, ove necessario anche in deroga alla disposizioni vigenti, qualunque tipo di provvedimento di natura cautelare nelle attività di accertamento dei fatti collegati alle denunce dello Iore del Revisore Generale». Riscrivo perché non ci credo: il Papa autorizza «in deroga alla disposizioni vigenti, qualunque tipo di provvedimento di natura cautelare». Cioè ha dato «carta bianca» agli inquisitori, in deroga a tutto il diritto codificato. Non credo sia mai accaduto nella storia, nemmeno ai tempi della Santa Inquisizione. È un unicum che pone la giurisdizione vaticana in contrasto con i più elementari principi di certezza del diritto. Quando i magistrati italiani e inglesi e i nostri finanzieri hanno agito, sono stati informati dell'abrogazione dell'habeas corpus deciso dal Papa? Ma - soprattutto - il Papa lo sapeva?

Truffa al Vaticano, Marogna si difende: "Non ho sperperato i fondi e solo fango sulla notte da Becciu".  Floriana Bulfon su La Repubblica il 6 luglio 2021. La consulente del cardinale e della Santa Sede è tra gli indagati e si difende dalle accuse dei pm d'Oltretevere. "I bonifici mi servivano a proteggere nunziature e missioni da rischi ambientali e da cellule terroristiche". "I bonifici ricevuti vennero tutti autorizzati dalla Segreteria di Stato e financo da papa Francesco". Parola di Cecilia Marogna. La consulente con la passione per l'intelligence e lo shopping di lusso, riuscita a infilarsi nei palazzi del Vaticano entrando nelle grazie del cardinale Angelo Becciu, anche dopo il rinvio a giudizio si professa innocente. E, attraverso Riccardo Sindoca, procuratore e coordinatore del collegio difensivo, non smette di mandare messaggi.

Da adnkronos.com il 16 luglio 2021. Ci sono anche il cardinale di Stato Pietro Parolin, l’ex capo della security di Telecom, Giuliano Tavaroli, ed ex 007 tra i testi che, a quanto apprende l'Adnkronos, la manager cagliaritana Cecilia Marogna intende chiamare a deporre nel processo che si aprirà il 27 luglio prossimo in Vaticano. Divenuta nota alle cronache come "dama del cardinale" per il rapporto fiduciario che la lega all'ex numero due della Segreteria di Stato Angelo Becciu, la Marogna è accusata dai giudici d'Oltretevere di peculato in concorso con l'ex Sostituto in relazione ai 575mila euro versati alla sua società Logsic Doo dalla segreteria di Stato per attività di intelligence (tra l'altro la liberazione di una suora colombiana rapita) e che, secondo i magistrati vaticani, sarebbero stati invece spesi in beni di lusso. Sulla vicenda è stato opposto il segreto di Stato, come emerge dal decreto del Tribunale vaticano, con Becciu che il 17 novembre 2017 sottoscrisse un documento, su carta intestata della Segreteria di Stato, in cui affermava “di conoscere la Signora Cecilia Marogna e di riporre in Lei fiducia e stima per la serietà della Sua vita e della Sua professione” attestando che la manager cagliaritana prestava "servizio professionale come analista geopolitico e consulente relazioni esterne per la Segreteria di Stato – Sezione Affari Generali”. Ora la Marogna, chiamando a testimoniare personaggi del calibro di Parolin - a sostegno della documentazione prodotta dal suo collegio difensivo - intende evidentemente dimostrare che la sua attività era conosciuta sia in ambito vaticano che nell'intelligence. In particolare, in una mail inviata il 20 dicembre 2018 a Parolin (Becciu aveva lasciato l'incarico alla Segreteria di Stato nel giugno precedente), Marogna scrive al segretario di Stato a proposito di Padre Pier Luigi Maccalli, il missionario rapito il 17 settembre 2018 in Niger e liberato due anni dopo in Mali. "Buon giorno Eminenza, Mi spiace non aver avuto l'opportunità di sentirla e incontrarla malgrado le e-mail e le telefonate con oggetto altamente sensibile e importante - scrive la donna nell'email che l'Adnkronos ha potuto visionare - Avrei necessità almeno di sentirla per telefono e chiederle un piccolo supporto per il caso Maccalli, oltre a comprendere meglio il responso su quanto abbiamo parlato in seduta di incontro". Due mesi prima, il 23 ottobre 2018, Marogna aveva mandato una mail ai servizi, con oggetto "Analisi Maccalli" in cui tra l'altro si collegava il caso del missionario con il sequestro della suora colombiana Gloria Cecilia Narvaez Argoti, rapita il 7 febbraio 2017 nel sud del Mali. "Come da statistica dei casi di sequestro gestiti nell’area, si presume che anche la richiesta di riscatto per Maccalli non arriverà nell’immediato da parte dei sequestratori, in quanto sono più propensi a tempi lunghi - scriveva la Marogna - Per questa ragione credo si possa strutturare una joint venture strategica con l’organizzazione filantropica che da qualche mese sta conducendo una trattativa per il rilascio della religiosa colombiana". E aggiungeva: "A tal riguardo, le mie fonti accreditate, suggeriscono di avanzare una proposta economica per il rilascio di Maccalli in linea con quella attualmente presentata per la sorella colombiana. Credo sia opportuno costruire un canale parallelo che possa entrare in contatto con l’unico negoziatore specializzato e autorizzato alla mediazione tra le parti, dai gruppi jihadisti dell’area del Sahel. La struttura filantropica ha da diverso tempo consolidato il rapporto con il negoziatore che si occupa di prendere in consegna e recapitare i messaggi direttamente ai gruppi terroristici, pertanto, non esiste una filiera che disperde o lucra ulteriormente sulla negoziazione del rilascio. Siamo ormai certi che nel sistema dei sequestri siano collusi funzionari governativi e militari dei vari paesi africani interessati, tanto da avere ormai a che fare con una vera e propria holding del sequestro di persona". Un'altra email sull'argomento che secondo il collegio difensivo della Marogna, coordinato dall'esperto di diritto internazionale Riccardo Sindoca, sarebbe rilevante ai fini della posizione della manager è quella inviata a Parolin il 7 ottobre 2020, nei giorni immediatamente successivi alle prime rivelazioni delle Iene sul caso Becciu. "Gent.ma Eminenza, spero stia bene e che possa leggere presto questa e-mail - scriveva la manager - Prendo solo adesso iniziativa di scriverla perché una persona di mia conoscenza, e, come da lui stesso sollecitatomi in questi ultimi giorni, è discretamente vicina a un componente del suo entourage, per tanto, gli è stato affidato compito di consegnarmi la sua richiesta di volermi incontrare per parlare direttamente in merito all'operazione da me impiantata, svolta e portata al raggiungimento dell'obiettivo, riguardante le 3 persone trattenute nel Sahel. Mi ha anche specificato che sia Lei che Sua Santità siete al corrente del lavoro da me svolto, e anche del fatto che sono per l'appunto giunta alla fase ultima della situazione: vale a dire: costi vari esclusivamente contestuali al recupero delle persone per il viaggio di ritorno a casa". "Questi giorni sono stata investita da un polverone innalzatomi contro per ragioni che non mi appartengono, in quanto, proprio le righe sopra riportate, qualificano come ho gestito gli strumenti per poter svolgere il processo funzionale nell'area di interesse", proseguiva la donna nella mail al Segretario di Stato, nella quale rivendicava di aver "raggiunto la definizione della risoluzione pacifica delle 3 persone l'ultima decade di agosto", e spiegava di aver "immediatamente informato della fase ultima" i vertici dei servizi segreti, "non avendo avuto più notizie". "Non vorrei pensare a un tentativo di boicottaggio, considerato l'arco temporale che proprio in quel periodo ha presto sollevato la seconda parte del polverone", sottolineava la Marogna, concludendo: "Detto ciò, le confermo la mia disponibilità ad incontrarla per confrontarci in merito alla gestione della fase ultima della risoluzione africana". Nella risposta dell'11 ottobre successivo, Parolin però prendeva tempo: "Gentile Sig.ra Marogna, La ringrazio per la Sua e-mail del 7 ottobre u.s., della quale ho preso nota con ogni attenzione. Circa la Sua richiesta di incontro, tuttavia, non sono in grado per il momento di venirLe incontro". 

Estratto dell'articolo di Floriana Bulfon per “la Repubblica” il 7 luglio 2021. «I bonifici ricevuti vennero tutti autorizzati dalla Segreteria di Stato e financo da papa Francesco». Parola di Cecilia Marogna. (…)  Sul suo incarico da esperta in geopolitica mantiene il riserbo da 007, anche se sostiene di «aver reso un ampio verbale al Ros dei carabinieri, coperto da Segreto, che è anche al vaglio della magistratura italiana. Ma di sicuro non ha nulla a che vedere con le manovre finanziarie e immobiliari». La questione che la riguarda appare laterale rispetto allo scandalo del palazzo di Londra e ai giri milionari che stavano mettendo in piedi i protagonisti di questa inchiesta. E Marogna si sente come un vaso di coccio tra vasi di ferro, tanto da chiedersi: «Non è che per caso servisse a qualcuno cercare di deviare l'attenzione su ben altre situazioni di ben altro spessore? Forse il cardinal Becciu era scomodo a qualche altro illustre personaggio della stessa Segreteria?» Domande a cui lei stessa risponde con un nome: «Il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin». (…) Non solleva alcun dubbio, invece, su Becciu: «Rimane immutato l'affetto e serio dispiacere per la gogna mediatica che lo sta attanagliando, certa che non conosca mala fede in qualsivoglia sua azione e/o pensiero». Ed è per questo che non accetta insinuazioni. Gli inquirenti vaticani hanno documentato che trascorse un'intera notte nel settembre 2020 nel palazzo del Sant' Uffizio dove c' è anche l'abitazione privata di Becciu, sottolineando: "L' atteggiamento della donna, immortalata nel momento in cui faceva ingresso nel palazzo con una valigia, fanno intendere un rapporto tra il porporato e la sedicente esperta di geopolitica ben consolidato e rimasto inalterato anche dopo che mons. Alberto Perlasca, dopo l'interrogatorio del 29 aprile 2020, aveva informato il porporato dei sospetti che all' epoca gli inquirenti avanzavano sulla donna". Come ribatte Marogna? «Solo gossip, vile e disgustoso posto che è una Degna Madre (precisa per lei il procuratore, ndr ) oltre che una credente fedele». Perché quella «era una location ove era solita altresì lavorare». Perché il suo compito era occuparsi di intelligence in aree di crisi e per i sequestri di persona al servizio della Segreteria di Stato. E per questo «ha avuto rapporti e collaborazioni, tutte documentate, sia con il generale Luciano Carta, così come ha avuto anche il piacere di aver conosciuto il generale Caravelli», rispettivamente ex ed attuale direttore dell'Aise. (…)

Da iltempo.it il 6 luglio 2021. Come nelle più romanzate spy story Cecilia Marogna, la misteriosa dama bianca dell'ultimo Vatican-gate, un minuto dopo il tramonto del sole quatta quatta il 16 settembre dell'anno scorso entrò con una valigiona nell'appartamento privato dell'ex cardinale Angelo Becciu nel palazzo del Sant'Uffizio e da lì è uscita solo il pomeriggio successivo con una busta di mille euro in contanti versati subito sul proprio conto corrente a Intesa San Paolo nello sportello automatico della filiale di Porta Angelica. L'episodio è raccontato nelle 487 pagine di citazione a giudizio dell'ex cardinale Becciu scritte dai promotori di giustizia del Vaticano secondo cui testimonierebbe la scelta dell'alto prelato di mantenere anche a suo rischio e pericolo i rapporti con la misteriosa dama bianca perfino dopo che era venuta alla luce la vicenda giudiziaria e un mese prima dell'arresto della stessa Marogna. Il 16 settembre 2020 il sole tramonta alle 19,17 ed esattamente un minuto dopo la dama bianca varca nella prima penombra della sera il portone del Sant'Uffizio. Scrivono i promotori di giustizia: “Dalla ricostruzione degli eventi effettuata dal Corpo della Gendarmeria attraverso l'analisi delle registrazioni del sistema di video sorveglianza di questo Stato relative al 16 e 17-09-2020 è emerso che la signora Cecilia Marogna si è intrattenuta nel palazzo del Sant'Uffizio ove è ubicato l'appartamento del Cardinale dalle ore 19:18 del 16-9-2020 alle ore 16:18 del 17-9-2020”.

Fabrizio Massaro e Mario Gerevini per il "Corriere della Sera" il 6 luglio 2021. Magistrati vaticani contro giudici inglesi. È un capitolo di sette pagine, dai toni durissimi, «dedicato» alla Crown Court di Southwark (Londra) e in particolare al giudice Tony Baumgartner. Siamo «dentro» le quasi 500 pagine dell'inchiesta sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato con le argomentatissime richieste di citazione in giudizio per il cardinale Angelo Giovanni Becciu, i finanzieri Gianlugi Torzi, Raffaele Mincione, Enrico Crasso & C. Ma, appunto, a sorpresa a pagina 300 ci si imbatte in questa lunga parentesi, quasi uno sfogo. Per esempio, a proposito di un documento che il giudice inglese ha ritenuto «probante», i promotori di giustizia del Papa scrivono che «è davvero inquietante che detto documento () abbia fatto il giro di mezza Europa per approdare nel fascicolo del giudice inglese, con le aberranti conclusioni da lui formulate». Ma che c' entra una corte di Londra in questa storia? E perché ha così irritato i magistrati d' Oltretevere? Rewind di tre mesi. Verso fine marzo, quando già l'inchiesta vaticana avviata nell' estate 2019 era in dirittura d' arrivo, piomba sugli uffici giudiziari della Santa Sede un provvedimento firmato Baumgartner che boccia la richiesta di sequestro avanzata dal Vaticano sui conti del broker Torzi, che ha casa e ufficio non lontano da Buckingham Palace. Il giudice inglese lo fa entrando nel merito dei fatti e formulando ai colleghi della Santa Sede domande solo apparentemente banali. Chiede, per esempio, «perché se la Segreteria - si legge nel fascicolo di Londra - era di fronte a un truffatore (Torzi secondo l'accusa, ndr ) gli è stato procurato un incontro con il Papa? E perché era trattato con cortesia?». Per la cronaca, Torzi - che a novembre 2018 avrebbe prese il controllo di Sloane Avenue con l'inganno secondo il Vaticano - il 26 dicembre fu ammesso in udienza privata da Francesco. «Per ammorbidirlo», è la risposta dei giudici vaticani. E poi: perché il Sostituto Edgar Peña Parra ha pagato 15 milioni a Torzi per lasciare il controllo del palazzo, che era formalmente del Vaticano? «Per non esporre la Segreteria di Stato ai media sull' operazione», la replica. Su monsignor Alberto Perlasca, capo degli investimenti nell' era Becciu, non rinviato a giudizio, «il Prof. Avv. Alessandro Diddi - scrive Baumgartner - dice che era incapace e inetto». È una pronuncia su uno spicchio del giallo vaticano che però sembra smontare parti importanti dell'inchiesta, perché ha dato ragione alla difesa di Torzi. Ma i magistrati del Papa si prendono una sorta di rivincita: lamentandosi «di aver sempre evaso - non sempre ricambiati - con piena lealtà (...) quanto richiesto» scrivono che la corte britannica è «completamente ignara della organizzazione della Segreteria» e che quindi «è doveroso dare contezza delle gravi imprecisioni contenute nella decisione» di Baumgartner e delle «inconfutabili contraddizioni» rispetto alle «risultanze processuali acquisite». E respingono la critica di aver presentato deposizioni generiche «sul sentito dire»: «Questo Ufficio ha cercato di riscontrare il narrato di chiunque con dati di prova materiale». Tra i documenti depositati a Londra, spunta una mail inviata dall' arcivescovo Peña Parra a Torzi il 22 gennaio 2019 per trovare un accordo sulla buonuscita al broker, che chiede 20 milioni a fronte di un'offerta di 5,5. «Caro signor Gianluigi Torzi - scrive Peña - (.) io sono dell'opinione che questo importo è adeguato e congruo a condizione che nessun problema sia evidenziato dalle due parti. Come abbiamo già concordato, vogliamo concludere la questione nel più breve tempo possibile e quindi faccio pieno affidamento sulla vostra collaborazione. Cordiali saluti». Per il giudice inglese da questa mail traspare «una trattativa commerciale tra due parti indipendenti». Per i magistrati vaticani, invece, si colloca in una fase di altissima tensione «e piuttosto che una lettera cordiale sembra essere una supplica della Segreteria a Torzi». Il quale, subito dopo, scrive su WhatsApp ai suoi avvocati: «Sì sì possono con rispetto andare serenamente a fan... :)». I magistrati d' Oltretevere chiosano con l'ultima stoccata al collega d' Oltremanica: «Sembrano, a questo punto, superflui commenti ulteriori sul significato della mail così tanto valorizzata dal giudice Baumgartner». 

(ANSA il 3 luglio 2021) - Con decreto in data odierna, il Presidente del Tribunale Vaticano ha disposto la citazione a giudizio degli imputati nell'ambito della vicenda legata agli investimenti finanziari della Segreteria di Stato a Londra. Il processo avrà inizio all'udienza del prossimo 27 luglio. La richiesta di citazione a giudizio è stata presentata nei giorni scorsi e riguarda personale ecclesiastico e laico della Segreteria di Stato e figure apicali dell'allora Autorità di Informazione Finanziaria, nonché personaggi esterni, attivi nel mondo della finanza internazionale: in tutto si tratta di 10 persone, compreso il card. Angelo Becciu, e 4 società. A chiedere i rinvii a giudizio, tramite emissione del decreto di citazione, sono stati il promotore di giustizia Gian Piero Milano, l'aggiunto Alessandro Diddi e l'applicato Gianluca Perone.

Il processo che si aprirà il 27 luglio riguarderà quindi: René Brülhart, al quale l'accusa contesta il reato di abuso d'ufficio; Mauro mons. Carlino, al quale l'accusa contesta i reati di estorsione e abuso di ufficio; Enrico Crasso, al quale l'accusa contesta i reati di peculato, corruzione, estorsione, riciclaggio ed autoriciclaggio, truffa, abuso d'ufficio, falso materiale di atto pubblico commesso dal privato e falso in scrittura privata; Tommaso Di Ruzza, al quale l'accusa contesta i reati di peculato, abuso d'ufficio e violazione del segreto d'ufficio; Cecilia Marogna, alla quale l'accusa contesta il reato di peculato; Raffaele Mincione, al quale l'accusa contesta i reati di peculato, truffa, abuso d'ufficio, appropriazione indebita e autoriciclaggio; Nicola Squillace, al quale l'accusa contesta i reati di truffa, appropriazione indebita, riciclaggio ed autoriciclaggio; Fabrizio Tirabassi, al quale l'accusa contesta i reati di corruzione, estorsione, peculato, truffa e abuso d'ufficio; Gianluigi Torzi, al quale l'accusa contesta i reati di estorsione, peculato, truffa, appropriazione indebita, riciclaggio ed autoriciclaggio.

E le società: HP Finance LLC, riferibile ad Enrico Crasso, alla quale l'accusa contesta il reato di truffa; Logsic Humanitarne Dejavnosti, D.O.O., riferibile a Cecilia Marogna, alla quale l'accusa contesta il reato di peculato; Prestige Family Office SA, riferibile ad Enrico Crasso, alla quale l'accusa contesta il reato di truffa; Sogenel Capital Investment, riferibile ad Enrico Crasso, alla quale l'accusa contesta il reato di truffa. Taluni dei reati vengono contestati anche "in concorso". Sono emersi elementi anche a carico del card. Giovanni Angelo Becciu, nei cui confronti si procede, come normativamente previsto, per i reati di peculato ed abuso d'ufficio anche in concorso, nonché di subornazione. "Le indagini, avviate nel luglio 2019 su denuncia dell'Istituto per le Opere di Religione e dell'Ufficio del Revisore Generale, hanno visto piena sinergia tra l'Ufficio del Promotore e la sezione di Polizia giudiziaria del Corpo della Gendarmeria - spiega un comunicato della Sala stampa della Santa Sede -. Le attività istruttorie sono state compiute altresì in stretta e proficua collaborazione con la Procura di Roma ed il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Roma. Apprezzabile anche la cooperazione con le Procure di Milano, Bari, Trento, Cagliari e Sassari e le rispettive sezioni di polizia giudiziaria".

(ANSA il 3 luglio 2021) - Le attività istruttorie sui fondi della Segreteria di Stato, che hanno portato oggi al rinvio a giudizio di 10 persone e 4 società, svolte anche con commissioni rogatoriali in numerosi altri paesi stranieri (Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Jersey, Lussemburgo Slovenia, Svizzera), "hanno consentito di portare alla luce una vasta rete di relazioni con operatori dei mercati finanziari che hanno generato consistenti perdite per le finanze vaticane, avendo attinto anche alle risorse, destinate alle opere di carità personale del Santo Padre". Lo spiega il comunicato della Sala stampa della Santa Sede. "L'iniziativa giudiziaria è direttamente collegabile alle indicazioni e alle riforme di Sua Santità Papa Francesco, nell'opera di trasparenza e risanamento delle finanze vaticane - sottolinea ancora la Sala stampa vaticana -; opera che, secondo l'ipotesi accusatoria, è stata contrastata da attività speculative illecite e pregiudizievoli sul piano reputazionale nei termini indicati nella richiesta di citazione a giudizio".

Scandali in Vaticano, Becciu a processo con altri nove. Raffaello Binelli il 3 Luglio 2021 su Il Giornale. Il processo avrà inizio il 27 luglio. Accuse di truffa, peculato e abuso di ufficio. Sui rapporti con Cecilia Marogna, a cui la segreteria di Stato avrebbe versato 575mila euro, agli inquirenti Becciu ha opposto il "segreto di Stato". Il cardinale Angelo Becciu, ex potentissimo sostituto alla Segreteria di Stato della Santa Sede, dovrà affrontare un processo per lo scandalo relativo all'investimento del Vaticano su un palazzo di Londra. Otto i capi di imputazione cui è chiamato a rispondere, tra cui peculato, abuso d'ufficio e subornazione di teste. Coinvolte insieme a lui, con altre ipotesi di reato come truffa ed estorsione, altre nove persone: Cecilia Marogna, Fabrizio Tirabassi (funzionario della Segreteria di Stato), gli uomini d'affari Gianluigi Torzi e Enrico Crasso, monsignor Mauro Carlino (che reggeva l'ufficio documentazione della segreteria), Raffaele Mincione, finanziere italo-svizzero che gli inquirenti non esitano ad indicare come il "dominus indiscusso delle politiche di investimento di una parte considerevole delle finanze della Segreteria di Stato". Dovrà difendersi in aula anche Tommaso di Ruzza, già direttore dell'Aif, come anche Renè Brulhart, che dell'Autorità di supervisione finanziaria del Vaticano è arrivato ad essere presidente. Oltre a loro l'avvocato Nicola Squillace. Le indagini, svolte anche con rogatorie in paesi come Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Jersey, Lussemburgo Slovenia e Svizzera, hanno fatto emergere una vasta rete di relazioni con operatori dei mercati finanziari che avrebbero generato forti perdite per le finanze vaticane, avendo attinto anche alle risorse destinate alle opere di carità personale del Santo Padre. L'iniziativa giudiziaria è direttamente collegabile alle indicazioni e alle riforme di Papa Francesco volte alla trasparenza e al risanamento delle finanze vaticane; opera che, secondo l'ipotesi accusatoria, sarebbe stata fortemente contrastata da attività speculative illecite e pregiudizievoli sul piano reputazionale. Per il processo a Becciu la segreteria di Stato del Vaticano si costituirà parte civile, a rappresentarla sarà l'avvocato Paola Severino.

L'accusa: "Interferì nelle indagini prima di essere indagato". Stando a quanto scrive l'Ufficio del promotore di Giustizia vaticano nella richiesta di citazione a giudizio, Becciu avrebbe interferito nel procedimento penale prima ancora di esserne coinvolto. A supporto di questa ipotesi viene riportato un sms di Becciu all'allora gestore delle finanze vaticane, Enrico Crasso, risalente al 23 gennaio 2020: "Al momento giusto - scrive il cardinale - bisognerà fare una bella campagna stampa!! Anzi lei potrebbe farla subito. Chieda al suo avvocato se è il caso di sburgiardare subito i nostri magistrati!".

Becciu: "Gogna mediatica senza pari". "In questi lunghi mesi - scrive in una nota il cardinale - si è inventato di tutto sulla mia persona, esponendomi ad una gogna mediatica senza pari al cui gioco non mi sono prestato, soffrendo in silenzio, anche per il rispetto e la tutela della Chiesa, a cui ho dedicato la mia intera vita. Solo considerando questa grande ingiustizia come una prova di fede riesco a trovare la forza per combattere questa battaglia di verità... Sono vittima di una macchinazione ordita ai miei danni, e attendevo da tempo di conoscere le eventuali accuse nei miei confronti, per permettermi prontamente di smentirle e dimostrare al mondo la mia assoluta innocenza".

Segreto di Stato sui rapporti con Marogna. Becciu si è trincerato dietro il segreto di Stato, chiamando in causa anche il Papa, di fronte alla richiesta degli inquirenti vaticani di fare chiarezza sui rapporti con Cecilia Marogna, in relazione ai 575mila euro che la segreteria di Stato le ha versato e che, a detta dell'accusa, sarebbero stati spesi in beni di lusso. In una dichiarazione riportata nella richiesta di citazione a giudizio dell'Ufficio del promotore di Giustizia vaticano, Becciu spiega: "Negando categoricamente di aver mai, contrariamente a quanto contestato, sottratto, appropriandomene e convertendola in profitto, la somma di 575.000 euro contestata (o, per vero, qualsiasi altra), ritengo, ai sensi dell'art. 248, c. 2, c.p.p., e soprattutto in coscienza, di non poter essere interrogato su questi fatti e circostanze e sulle decisioni assunte, peraltro concordati con il Santo Padre, perché costituenti segreto politico concernente la sicurezza dello Stato". Ai giornalisti di Report Marongia aveva raccontato di essere stata "incaricata dal Cardinale di svolgere attività di dossieraggio, su figure interne al Vaticano, a mo' di servizio segreto parallelo". Raffaello Binelli

Vaticano, il Cardinale Angelo Becciu rinviato a giudizio per peculato e abuso d’ufficio. Massimiliano Coccia il 3 luglio 2021 su L'Espresso.  Insieme al porporato dovranno andare a processo altre 8 persone per la vicenda degli investimenti della Segreteria di Stato usati per la compravendita del palazzo di Sloane Avenue a Londra. Speculazioni che hanno portato a 400 milioni di perdite. Questa mattina, il Presidente del Tribunale Vaticano, Giuseppe Pignatone, ha disposto la citazione a giudizio degli imputati nell’ambito della vicenda legata agli investimenti della Segreteria di Stato a Londra, in particolare sulla compravendita del palazzo di Sloane Avenue decidendo di rimandare a giudizio per i reati di peculato, abuso d’ufficio in concorso e subordinazione il cardinale Angelo Becciu. Nelle cinquecento pagine che accompagnano la citazione a giudizio presentata nei giorni scorsi dall’Ufficio del Promotore di Giustizia composto da Gian Piero Milano, Alessandro Diddi e Gianluca Perone, gli inquirenti hanno ricostruito la ragnatela di relazioni, affari, investimenti che hanno portato la Santa Sede a perdere circa 400 milioni di euro. Tra i rinviati a giudizio compaiono tutti i protagonisti della vicenda da René Brülhart, già presidente dell’Autorità Finanziaria Vaticana, al quale l’accusa contesta il reato di abuso d’ufficio, Monsignor Mauro Carlino, membro della segreteria di Becciu, al quale si contestano i reati di estorsione e abuso d’ufficio, Enrico Crasso (con le sue tre società Sogenel,Prestige e HP Finance) accusato di peculato, corruzione, estorsione, riciclaggio ed autoriciclaggio, truffa, abuso d’ufficio, falso materiale di atto pubblico commesso dal privato e falso in scrittura privata, Tommaso Di Ruzza, già direttore dell’Autorità finanziaria vaticana che aveva il compito specifico di sorvegliare sulle materie di riciclaggio, Cecilia Marogna (con la sua società Logsic Humanitarne Dejavnosti, D.O.O), la presunta esperta di intelligence a cui il cardinale Becciu, secondo l’accusa ha fatto planare risorse per non meglio specificate attività di intelligence accusata di peculato, Raffaele Mincione, finanziere di Pomezia, accusato di peculato, truffa, abuso d’ufficio, appropriazione indebita e autoriciclaggio e Gianluigi Torzi, già arrestato dalla Gendarmerie Vaticana e su cui pende un mandato di cattura internazionale, accusato dai Promotori di giustizia dei reati di estorsione, peculato, truffa, appropriazione indebita, riciclaggio ed autoriciclaggio. Dovrà affrontare il processo anche Fabrizio Tirabassi, membro della segreteria di Angelo Becciu, che da semplice impiegato ha accumulato per gli uffici paralleli messi su dal “sistema di drenaggio dei denari” un giro di denaro enorme, anche lui è accusato di corruzione, estorsione, peculato, truffa e abuso d’ufficio. Anche l’avvocato milanese Nicola Squillace va a processo per i reati di truffa, appropriazione indebita, riciclaggio ed autoriciclaggio. Rimangono fuori dal processo, per aver collaborato con le autorità, altri due personaggi centrali nella storia dell’acquisizione del Palazzo di Sloane Avenue, Monsignor Alberto Perlasca (membro della segreteria di Becciu) e Giuseppe Milanese, della cooperativa OSA. Entrambi in misura diversa e con diversi gradi di protagonismo, hanno fornito elementi centrali alla ricostruzione dei giri di affari e di corruttela che gravitano nell’ufficio degli Affari Generali guidato dal presule sardo. L’inchiesta che con questo atto si chiude è senza dubbio la più difficile della storia della Santa Sede, un lavoro investigativo portato avanti in modo accurato dalla sezione di Polizia Giudiziaria del Corpo della Gendarmeria Vaticana e con la collaborazione della Procura di Roma ed il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria – G.I.C.E.F. della Guardia di Finanza di Roma e che ha visto una quantità enorme di richieste rogatoriali dagli Emirati Arabi, passando per la Gran Bretagna, la Svizzera, Jersey, Lussemburgo, Slovenia, che come abbiamo raccontato in precedenza ha permesso di fare piena luce sul giro di affari milionari che la Segreteria di Stato ai tempi di Angelo Becciu aveva messo in piedi, un sistema affaristico non più compatibile con la volontà di una Chiesa trasparente, etica e risanata nelle finanze voluta da Papa Francesco che si è premurato lunedì scorso di incontrare di persona il Cardinale Becciu per informarlo del suo rinvio a giudizio. Il processo inizierà il 27 luglio per poi riprendere dopo la pausa estiva di agosto e si ha l’impressione, vedendo la mole delle accuse, che le sorprese saranno molte.

Preghiere per gli acquisti: l’inchiesta Becciu al giro di boa. La rete del cardinale nel crac che ha terremotato il sistema bancario. Il Risiko di Mincione e Torzi dall’affaire sul palazzo di Londra alle speculazioni all’ombra della Chiesa che coinvolgono familiari e amici del prelato. Massimiliano Coccia il 25 maggio 2021 su L'Espresso. Quelle che si stanno consumando in questi giorni sono le ultime battute dell’inchiesta giudiziaria più complessa che la Città del Vaticano abbia affrontato negli ultimi decenni. Un’inchiesta partita dal prosciugamento dell’Obolo di San Pietro e del conto personale di Papa Francesco per acquisire il famigerato palazzo al 60 di Sloane Avenue a Londra e che è giunta, col passare dei mesi, a far emergere tutte le contraddizioni che alimentavano la gestione della macchina economica della Chiesa prima dell’avvento di Papa Francesco. Tre anni di indagini che hanno scavato in profondità tra le pieghe di conti offshore e investimenti irregolari e sono diventate il simbolo della lotta contro la corruzione di Bergoglio, che oltre ai vari magisteri spirituali, ha raccolto il testimone di Benedetto XVI per rifondare la credibilità dello Stato vaticano. Una mole di indizi, di conti cifrati, di società, di nomi e numeri, portata alla luce con meticolosità dai promotori di giustizia Alessandro Diddi e Giampiero Milano, in una gincana che ha coinvolto vari Paesi (Italia, Svizzera, Regno Unito, Lussemburgo e Malta). Diverse procure della Repubblica in questi giorni hanno richiesto alla Gendarmeria Vaticana gli atti dell’inchiesta e delle rogatorie per dipanare altri rebus: processi su scandali finanziari riguardanti numerosi istituti bancari. L’attività investigativa vaticana potrebbe risultare utile alle procure di Siena per il caso Monte dei Paschi, a quelle di Bari e Milano per le indagini sul crac della Popolare di Bari e di Vicenza, a Genova per la scalata Carige. Tutti dossier che hanno come protagonisti i «gemelli diversi» della compravendita del palazzo di Londra, Raffaele Mincione e Gianluigi Torzi, quest’ultimo arrestato a Londra e in attesa dell’estradizione chiesta dai pm di Roma per false fatturazioni e autoriciclaggio. Mincione e Torzi, stili antitetici, il primo di Pomezia e il secondo di Guardalfiera in provincia di Campobasso, sono uniti dalla passione per le operazioni rischiose, muovendo soldi di enti e fondi creati ad hoc in un gioco delle tre carte dove alla fine a perdere è sempre qualche investitore (come nel caso del Vaticano). I due fingono di non conoscersi ma fanno affari insieme, come racconta una sentenza dell’Alta Corte inglese che ha condannato Gianluigi Torzi al pagamento di 10 milioni di sterline alla compagnia assicurativa italiana Net Insurance per la vicenda dell’appropriazione indebita di quote azionarie per 26 milioni di euro. Torzi, secondo i giudici, ha utilizzato le quote di Net Insurance con la sua società Sunset Financial Ltd, sede a Malta, per rifornire una linea di credito alla società Pop 12 di Mincione, con sede in Lussemburgo. I fondi sarebbero stati poi utilizzati da quest’ultimo per la scalata a Banca Carige nel 2018. Il broker molisano è amministratore delegato di società di diritto inglese e lussemburghese, attive in vari campi e utili per speculazioni in tantissimi ambiti, dalle comunicazioni al food passando per l’arte e fino agli investimenti immobiliari. Una giungla di sigle sulla quale Torzi ha fatto arrivare i proventi di quella che secondo l’ipotesi dei promotori di giustizia vaticani è stata una estorsione ai danni della Santa Sede, maturata con la complicità dell’ufficio dell’ex Sostituto agli Affari Generali, Angelo Becciu. Nella cronologia della spoliazione del palazzo di Londra, Torzi arriva ultimo in lista, introdotto da Giuseppe Milanese, della Cooperativa Osa, come risolutore dell’acquisizione dell’edificio. Il playmaker del meccanismo corrutivo, secondo gli inquirenti vaticani, è Fabrizio Tirabassi, impiegato, fedelissimo di Becciu, che diventa anche consigliere di amministrazione della società Gutt Sa di Torzi. Gestisce il riacquisto dell’immobile londinese, è indagato per peculato e truffa dalla magistratura vaticana e, nel corso degli anni di lavoro negli uffici di Becciu, avrebbe incamerato un patrimonio complessivo di 14 milioni di euro. Soldi che ovviamente non provengono dal suo stipendio alle dipendenze della Santa Sede ma da consulenze e ripartizioni legate agli affari trattati dal suo ufficio, trasformato, nel corso degli anni, in una centrale operativa degli investimenti più disparati, come dimostra la rogatoria di Roma che ha portato all’arresto del molisano. Tra i vari faldoni emergono alcuni contratti di consulenza che la Cooperativa Osa di Giuseppe Milanese avrebbe stipulato con Fabrizio Tirabassi e il finanziere Enrico Crasso, allo scopo di perfezionare la cessione dei propri crediti sanitari in un primo momento proprio alla Sunset ltd di Torzi. La cooperativa Osa, inoltre, caso unico nel bilancio della segreteria di Stato, ha usufruito di un prestito obbligazionario: Enrico Crasso dà il via libera all’investimento da parte della Santa Sede, ma contemporaneamente – in corrispondenze emerse negli atti - sconsiglia di fare altrettanto a Monsignor Mauro Carlino (altro impiegato dell’ufficio di Becciu), che vorrebbe investire nello stesso modo i propri denari. Ma la generosità nei confronti della cooperativa di Milanese non si ferma qui perché la Segreteria di Stato finanzia con centinaia di migliaia di euro altre iniziative di natura assistenziale e sanitaria. Un modus operandi che svela come la funzione pubblica di impiegati e gestori delle casse vaticane abbia intrecciato utilità private, dentro un meccanismo consolidato che vede i protagonisti legati a doppio filo in un crescendo di intrecci, consulenze e reciproche omissioni. Fino all’ultimo, Tirabassi ha incassato cospicue somme di denaro da Torzi che ricevette i complimenti di Raffaele Mincione per aver chiuso una operazione che avrebbe permesso al gruppo di continuare il giro speculativo per altri mesi ancora. Torzi, per festeggiare l’impresa, acquistò, con i proventi delle false fatturazioni emesse per servizi mai erogati alla Santa Sede, uno yacht, battente bandiera maltese, che al momento è parcheggiato nelle acque del porto de La Valletta. Paradossale oggi immaginare che mentre la Chiesa di Papa Francesco si prodiga per il soccorso dei migranti nelle acque del Mediterraneo qualcuno, lucrando i soldi delle offerte abbia comprato proprio una barca di lusso nella generale omertà, nonostante le innumerevoli segnalazioni della Gendarmeria vaticana. È in questo clima che nel corso del tempo gli Affari Generali, guidati dal cardinale Angelo Becciu, assumono le funzioni di una sorta di dicastero delle finanze. In questo contesto vanno collocati i privilegi di cui la famiglia del cardinale Becciu ha usufruito nel corso di questi anni. Secondo gli inquirenti, modalità non in linea con i regolamenti della Santa Sede sarebbero quelle con cui sono stati gestiti i fondi anche in favore di enti terzi, come la Diocesi di Ozieri. Come raccontato in precedenza, è la diocesi a far da ponte per far arrivare alla cooperativa Spes, gestita dal fratello di Angelo Becciu, Tonino, circa 800 mila euro della Conferenza episcopale italiana e della Segreteria di Stato. Di contatti e pubbliche utilità è invece la natura del progetto Birra Pollicina dell’altro fratello del cardinale, Mario Becciu, docente di psicologia alla Pontificia università salesiana, che, come racconta il report sulle finalità del progetto, aveva intenzione di coinvolgere, oltre alla Caritas di Roma per il co-marketing della birra, l’ospedale Bambino Gesù per la realizzazione del progetto pilota sull’inserimento dei ragazzi con spettro autistico, le abbazie per la produzione di birre di tipo abbaziale, il Cnos dei salesiani per la formazione professionale. Fanno parte del progetto anche il figlio Francesco Maria Becciu e il cognato Francesco Colasanti. Il tutto finanziato dalla generosità di Antony Mosquito, tycoon angolano, amico del cardinale Becciu e di conseguenza amico anche di Mario. L’amicizia e il “tengo famiglia” non sono reati ma tutti gli attori di questo progetto incrociano i vari ambiti degli affari della Segreteria di Stato. Quel «metodo Becciu» di cui il presule sardo non è l’ideatore ma che ha saputo ben collaudare. La conclusione dell’inchiesta non dipanerà tutte le domande intorno all’indotto economico generato dai protagonisti di questa vicenda poiché le autorità svizzere ancora non hanno liberato tutta la documentazione intorno ai conti correnti degli indagati. Il via libera potrebbe giungere però anche durante il dibattimento. Il panorama di corruttela emerso da questa inchiesta ha generato una serie di “motu proprio” sulla giustizia di Papa Francesco. A novembre aveva già spostato la cassa della Segreteria di Stato sotto la giurisdizione dell’Apsa e ha poi abrogato la norma dell’ordinamento giudiziario vaticano per cui solamente la Cassazione, previo assenso dello stesso Pontefice, poteva processare vescovi e cardinali nelle cause penali e ha varato una nuova legge contro la corruzione per dirigenti e amministrativi vaticani che devono essere incensurati, dichiarare di non avere condanne o indagini in corso per terrorismo, riciclaggio, evasione fiscale, non avere beni nei paradisi fiscali o investire in aziende che operano contro la dottrina della Chiesa. Anche i dipendenti non potranno ricevere doni per un valore superiore ai 40 euro. A prescindere dai processi, sembra comunque finito il tempo delle ombre nella Chiesa di Roma, che ha elevato agli altari due settimane fa il magistrato martire di mafia Rosario Livatino, istituendo anche un gruppo di studio per la «scomunica alle mafie». La barca di Gianluigi Torzi non solcherà i mari, ma quella di Pietro continuerà la rotta «senza né oro né argento». Nonostante le burrasche.

I mercanti nel tempio e il dovere del giornalismo. Marco Damilano il 3 luglio 2021 su L'Espresso. Il rinvio a giudizio del cardinale Angelo Becciu conferma lo scrupolo del lavoro fatto dall’Espresso che per primo rivelò gli scandali della finanza vaticana il settembre scorso. Finendo al centro di un attacco tra richieste di risarcimenti milionari e macchine del fango sui suoi cronisti. «L'iniziativa giudiziaria è direttamente collegabile alle indicazioni e alle riforme di Sua Santità Papa Francesco, nell'opera di trasparenza e di risanamento delle finanze vaticane; opera che, secondo l'ipotesi accusatoria, è stata contrastata da attività speculative illecite e pregiudizievoli...». Più ancora che la storica richiesta di rinvio a giudizio per il cardinale Giovanni Angelo Becciu, per la prima volta un cardinale va a processo in Vaticano per peculato, abuso d'ufficio anche in concorso e perfino subornazione, colpiscono le righe finali della nota con cui la Santa Sede ha comunicato la decisione. L'accusa di aver ostacolato e contrastato l'azione di rinnovamento di papa Francesco a carico di un personaggio di spicco della gerarchia vaticana, fino al 2017 il numero tre, e di una conventicola di monsignori collaboratori del cardinale (con l'eccezione rilevante di monsignor Alberto Perlasca che non figura tra i rinviati a giudizio), funzionari, affaristi, con una «vasta rete di relazioni che hanno generato consistenti perdite nelle finanze vaticane, avendo attinto anche alle risorse destinate alle opere di carità personale del Santo Padre». Un cardinale potente e influente, fino al 2017 numero tre della gerarchia vaticana, viene accusato non solo di peculato ma anche di aver cospirato contro il papa per bloccarne l'azione. Siamo solo all'inizio, il processo comincerà il 27 luglio. E il cardinale avrà modo di dimostrare la sua innocenza, se riuscirà. Ma già da oggi va fissato qualche punto fermo. I lettori dell'Espresso conoscono bene questa vicenda. Nel numero in edicola domenica 27 settembre pubblicammo la prima puntata dell'inchiesta firmata da Massimiliano Coccia e la copertina con l'immagine di papa Francesco e il titolo «Fuori i mercanti dal tempio», il numero che avevamo chiuso in redazione nel tardo pomeriggio di mercoledì 23 settembre. Ma il caso esplose il giorno dopo, perché la sera di giovedì 24 il cardinale Becciu fu ricevuto dal papa e privato delle prerogative dovute alla dignità cardinalizia, prima fra tutte il diritto di partecipare a un futuro conclave per scegliere il papa da elettore del Sacro Collegio. Il giorno dopo, in una scomposta conferenza stampa, Becciu attribuì la cacciata a una inchiesta per peculato. Confermata oggi. Mai l'Espresso fu citato in quella sede. Nelle settimane successive, però, il cardinale ha preferito dimenticarsi di quanto da lui stesso affermato. E ha scelto di indicare un colpevole per la sua disavventura giudiziaria: il nostro giornale, la nostra redazione, il nostro lavoro, il nostro cronista. Ha chiesto dieci milioni di euro di danni con almeno due motivazioni sorprendenti. La prima: nella decisione di estrometterlo il papa sarebbe stato fortemente influenzato, se non addirittura manipolato, dalla lettura dell'Espresso, la cui copia avrebbe ricevuto in anticipo. La seconda: Becciu si è sentito danneggiato nella sua scalata, si sentiva infatti tra i papabili del prossimo conclave e l'inchiesta dell'Espresso lo avrebbe ostacolato nell'ascesa al papato, evidentemente quantificato in dieci milioni di euro: tanto vale il soglio di Pietro, la successione al Pescatore scelto duemila anni fa da Gesù come suo Vicario in terra. Ho già avuto modo di scrivere che il signor Becciu, cittadino italiano, ha tutto il diritto di difendersi se si è sentito diffamato: il procedimento è in corso. Ma un cardinale che ha giurato fedeltà al papa “usque effusionem sanguinis”, fino alla morte, non può dichiarare che il Pontefice si fa manipolare da un'inchiesta giornalistica. In questi mesi è stata scatenata anche una campagna giornalistica contro l'Espresso, da parte di qualche anziana firma che già era scivolata in passato sulle patacche vaticane, oggi in difficoltà nella propria testata, e da qualche personaggio uso più a servizi e servigi che all'informazione. Per salvare Becciu e i suoi, gli esperti della macchina del fango hanno provato a intimidire il nostro giornale e hanno rovesciato contro il giornalista Massimiliano Coccia un carico di accuse sul piano personale che nulla avevano a che fare con l'inchiesta. Rilanciati, poi, dal branco online degli anti-Bergoglio che per mesi hanno previsto un perdono papale per il cardinale, addirittura ipotizzato un rilancio della sua carriera di funzionario di Dio. Il rinvio a giudizio di oggi conferma lo scrupolo del nostro lavoro. A noi non spettano condanne e assoluzioni, né su un piano penale, né tantomeno su un piano umano o cristiano. A noi spetta la ricerca della verità. Il mestiere del giornalista è una umile, paziente ricostruzione di dati, fatti, vicende che sono utili per l'opinione pubblica per sapere e per capire quanto accade. In questo caso, uno scontro di potere gigantesco nel cuore della Chiesa cattolica, il tradimento del messaggio di rinnovamento di papa Francesco, il tentativo di un gruppo di sodali di impossessarsi di quanto c'è più caro ai fedeli. Una settimana fa, domenica 27 giugno, mi è capitato di assistere a una messa estiva di fine pomeriggio con pochi fedeli e un prete anziano. Si raccoglievano le offerte per il papa, in vista della festa del 29 giugno, i santi Pietro e Paolo. Poche monete infilate in un cestino. Ho pensato in quel momento che anche quegli sparuti fedeli coraggiosi nella calura estiva hanno il diritto di sapere se quei pochi centesimi sono destinati ai poveri oppure a qualche finanziere svizzero o a qualche prelato arraffone o a principe della Chiesa che ha tradito la sua missione. Per questo valeva la pena scriverne e continuare a ripeterlo oggi con la certezza di aver svolto il nostro lavoro di informare. Fuori i mercanti dal tempio.

Becciu: «I magistrati? Porci». E a Perlasca disse: «Scarica Signal, cancella i messaggi». L'accusa: «Marcio sistema predatorio». Fabrizio Massaro e Gian Guido Vecchi il 3 luglio 2021 su Il Corriere della Sera. Perlasca (che non sarà processato): «Non chiesi spiegazioni sui soldi alla coop. Ci hanno insegnato così: se il superiore non ti dice, tu non devi sapere né domandare». L’idea di «sbugiardare» sulla stampa i promotori. La difesa: una macchinazione. «Porci». Così il cardinale Angelo Giovanni Becciu avrebbe appellato i magistrati vaticani che indagavano sugli investimenti della Segreteria di Stato da lui diretta, parlando con il suo ex braccio destro, monsignor Alberto Perlasca, secondo quanto lo stesso monsignore ha riferito agli inquirenti. Lo avrebbe detto dopo aver saputo proprio da Perlasca che in un suo interrogatorio si era accennato ai soldi fatti avere dal cardinale alla sedicente agente segreta Cecilia Marogna, anche lei imputata nell’inchiesta vaticana. C’è anche questo nei quasi 500 pagine della richiesta di citazione a giudizio presentata dai magistrati il 1 luglio. Emerge fra l’altro che Becciu per tutelarsi maggiormente nelle conversazioni utilizzava anche la chat criptata Signal, che suggerì anche a Perlasca di scaricare. Becciu, imputato è imputato per peculato, abuso d’ufficio e subornazione, cioè l’istigazione nei confronti di monsignor Alberto Perlasca — per anni il suo braccio destro nella Sezione affari generali della Segreteria di Stato, a dire falsa testimonianza.

Il memoriale di Perlasca. Perlasca lo riferisce nel memoriale che ha presentato ai promotori di giustizia. Il caso Marogna arriva sul tavolo dei magistrati dopo una segnalazione nell’aprile 2020 da parte della Nunziatura di Lubiana relativa alla manager cagliaritana e alla sua società Logsic, pochi giorni prima che Perlasca venisse sentito dai promotori. «Due giorni dopo l’interrogatorio – scrive Perlasca — andai dal Card. Becciu e gli riferii tutto quello che mi aveva detto il magistrato. Lui rimase molto turbato che si fosse parlato di questo argomento (disse: che porci!), e mi rimproverò aspramente per aver mantenuto nel telefonino i messaggi che lui mi aveva inviato e che avrei invece dovuto cancellarli. Io gli dissi che non ne vedevo il motivo, dal momento che lui mi aveva detto che l’operazione era stata voluta dal Santo Padre e quindi io pensavo di agire correttamente. In quella circostanza, mi disse di conoscere quella donna, che era del Dis. Mi disse di sapere che sarebbe stata costituita una società, ma che non sapeva che era stata costituita in Slovenia».

Le chat su Signal. In un interrogatorio successivo, Perlasca racconta che quando riferì a Becciu delle domande «sulla vicenda della Slovenia, egli effettivamente rimase molto contrariato (…) Mi fece scaricare l’applicazione Signal precisandomi che attraverso tale applicativo le chat si autodistruggono in maniera indelebile dopo poco tempo. Poi quando gli dissi di aver appreso che gli inquirenti avevano accertato che le somme inviate per la liberazione della suora erano andate almeno parzialmente per spese voluttuarie, egli rispose che l’indomani avrebbe telefonata alla signora affinché reintegrasse quanto prelevato indebitamente». Quanto riferito da Perlasca, sottolineano gli inquirenti vaticani, «è particolarmente significativo se si considera che all’epoca, fine mese di aprile 2020, Angelo Becciu, come evidenziato, non era nemmeno sospettato di aver avuto concorso nella commissione di alcun reato».

L’intervento del cardinale. Sottolineano gli inquirenti che Becciu, dal 2011 al 2018 Sostituto alla Segreteria di Stato, di fatto il numero tre della gerarchia vaticana, non entra subito nell’inchiesta. sugli investimenti finanziari della Segreteria di Stato. L’indagine è stata portata avanti dai promotori a partire dall’estate 2018 in seguito a una doppia denuncia dello Ior e del Revisore generale della Santa Sede. Il ruolo del cardinale comincia a delinearsi a maggio 2020, come «autore di gravissime iniziative di interferenza con le indagini in corso in concomitanza con momenti delicatissimi delle stesse», scrivono i promotori Gian Piero Milano, Alessandro Diddi e Gianluca Perone nella richiesta di citazione a giudizio.

Le pressioni attraverso il vescovo di Como. Perlasca — che era inizialmente indagato ma non è tra i rinviati a giudizio — avrebbe subito da Becciu pressioni per ritrattare facendo leva sull’autorità del superiore di Perlasca, il vescovo di Como Oscar Cantoni. A far scattare la contestazione è una lettera inviata il 10 marzo 2021 da Perlasca agli inquirenti vaticani nella quale «denunciava, sostanzialmente, la gravissima pressione subita per il tramite del Vescovo di Como, Oscar Cantoni», per indurlo, «paventando condanne per falsa testimonianza, a ritrattare quanto da lui dichiarato ai magistrati». Perlasca ha detto «di essere certo che il vescovo di Como avesse ricevuto la richiesta del Cardinale» in tal senso. «Il messaggio che mi è stato fatto pervenire — spiega Perlasca nell’interrogatorio - è che se non ritratto io posso essere condannato ad una pena di almeno sei mesi perché tutto ciò che ho dichiarato è una menzogna». Alla domanda se fosse certo che il vescovo di Como avesse ricevuto indicazioni da Becciu sul punto, il prelato risponde: «Non ho motivi di dubitare della sincerità di ciò che Sua Eccellenza Cantoni mi ha riportato».

Il vincolo di obbedienza. Ascoltato dagli inquirenti ad aprile scorso, Cantoni avrebbe poi confermato la circostanza riferita da Perlasca. «Non può sfuggire la particolare gravità dell’accaduto oltre che per le ricadute sulla genuinità della prova, anche per lo strumento impiegato da Becciu il quale, al fine di indurre Mons. Alberto Perlasca a ritrattare le sue dichiarazioni, ha tentato di utilizzare le leve dei doveri di obbedienza gerarchica», sottolineano i magistrati vaticani, richiamando le dichiarazioni dello stesso Perlasca sul punto: «Voglio specificare che il Cardinale Becciu si è rivolto a sua Eccellenza Cantoni perché nei miei confronti esiste un rapporto di tipo gerarchico e di obbedienza ed è proprio per questa ragione che ho ritenuto di informare l’Autorità Giudiziaria di ciò che è successo. Non oso pensare in quale imbarazzo mi sarei trovato laddove Sua Eccellenza Cantoni anziché riportarmi il messaggio proveniente dal Cardinale Becciu nei termini in cui sono stati da me rappresentati, mi avesse imposto una ritrattazione».

Il bonifico alla coop: «Mi hanno insegnato a non chiedere spiegazioni». Perlasca mette inoltre a verbale il 30 agosto 2020 che Becciu gli aveva chiesto di fare un bonifico da 100 mila euro a una cooperativa in Sardegna, perché era in difficoltà: «Dal momento che non mi aveva detto nulla, era segno che io non dovevo sapere. A noi hanno insegnato così: se il superiore non ti dice, è segno che tu non devi sapere (né domandare)». Per aggirare i controlli antiriciclaggio, Becciu stesso — racconta Perlasca — propose di trasmettere l’importo alla Caritas di Ozieri con causale «opere di carità del Santo Padre». Perlasca dice che non sapeva che servissero per la fabbrica di birra del fratello di Becciu. Il cardinale inoltre avrebbe «caldeggiato» anche il concerto di beneficenza offerto da Claudio Baglioni, scrivono i magistrati.

I giornalisti «compiacenti». Inoltre — evidenziano i promotori — Perlasca ha sottolineato la particolare abilità del superiore nel gestire la comunicazione per veicolare notizie verso giornalisti compiacenti». C’è un episodio che pare confermarlo: «Al momento giusto bisognerà fare una bella campagna stampa!!», scrive a gennaio 2020 Becciu in un messaggio inviato a Enrico Crasso, il gestore segreto delle finanze vaticane «Anzi lei potrebbe farla subito. Chieda al suo avvocato se è il caso di sbugiardare subito i nostri magistrati!».

La difesa del cardinale: una macchinazione ai miei danni. «Sono vittima di una macchinazione ordita ai miei danni, e attendevo da tempo di conoscere le eventuali accuse nei miei confronti, per permettermi prontamente di smentirle e dimostrare al mondo la mia assoluta innocenza». Si difende così pubblicamente il cardinale Becciu dopo la notizia del rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta legata allo scandalo del palazzo londinese. «In questi lunghi mesi — scrive il cardinale attraverso il legale Fabio Viglione — si è inventato di tutto sulla mia persona, esponendomi ad una gogna mediatica senza pari al cui gioco non mi sono prestato, soffrendo in silenzio, anche per il rispetto e la tutela della Chiesa, a cui ho dedicato la mia intera vita. Solo considerando questa grande ingiustizia come una prova di fede riesco a trovare la forza per combattere questa battaglia di verità. Finalmente — dice Becciu — sta arrivando il momento del chiarimento, ed il tribunale potrà riscontrare l’assoluta falsità delle accuse nei miei confronti e le trame oscure che evidentemente le hanno sostenute e alimentate».

Quali sono gli investimenti dell’«era Becciu» nel mirino degli inquirenti in Vaticano. Fabrizio Massaro il 3 luglio 2021 su Il Corriere della Sera. L’inchiesta del Vaticano che ha portato sabato 3 luglio al rinvio a giudizio di dieci persone, con in testa il cardinale Angelo Giovanni Becciu, ha al centro «investimenti finanziari della Segreteria di Stato a Londra», utilizzando i fondi dell’Obolo di San Pietro, ovvero le donazioni dei fedeli di tutto il mondo al Papa.

Il palazzo di Londra, comprato tre volte. È il famoso palazzo al 60 di Sloane Avenue, ex magazzino di Harrods, che la Segreteria di Stato ha di fatto acquistato tre volte: la prima, nel 2013-2014 quando l’ufficio guidato dall’allora Sostituto alla Segreteria — di fatto il numero tre del Vaticano — Becciu decide di investire 200 milioni di dollari nel fondo Athena di Raffaele Mincione, dopo aver accantonato l’iniziale ipotesi di entrare nello sviluppo di una piattaforma petrolifera offshore in Angola. La seconda volta quando, a novembre 2018, la sezione affari generali della Segreteria — guidata da un mese e mezzo dal successore di Becciu, monsignor Edgar Peña Parra — decise di sciogliere i legami con Mincione uscendo dal fondo Athena in forte perdita; in quell’occasione la Segreteria verserà al finanziere 40 milioni di sterline (44 milioni di euro) per comprare il 45% dell’immobile che ancora non possedeva, ma a una valutazione che i promotori di giustizia (i pm vaticani) ritengono eccessiva. La terza volta nel maggio 2019 quando verserà altri 15 milioni di euro al broker Gianluigi Torzi, al quale si era affidata per subentrare a Mincione nella proprietà dell’immobile. In totale, il Vaticano avrà investito nel palazzo più di 300 milioni di euro, con una perdita stimata dal monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa, fra 73 e 166 milioni di euro.

Il cardinale a processo. Ma nell’inchiesta è finito — ed è clamoroso, perché è la prima volta che accade — il cardinale Becciu, che sarà processato da un tribunale comune vaticano, al pari dei laici, e non dai suoi pari come accade per i cardinali. Lo ha deciso Papa Francesco con un motu proprio. A Becciu verrebbe contestato il versamento di oltre 500 mila euro alla sedicente agente segreta Cecilia Marogna, sulla società slovena Logsic Humanitarne Dejavnosti, D.O.O. I reati ipotizzati per il cardinale sono peculato, abuso d’ufficio in concorso ma c’è anche la «subornazione», un reato che si compie quando viene ostacolata la giustizia inducendo monsignor Alberto Perlasca — prima indagato, poi diventato un testimone chiave — a dire falsa testimonianza ritrattando le sue dichiarazioni sugli affari della Segreteria di Stato. Un reato quanto mai grave per la giustizia, un peccato mortale per un cristiano.

Le altre operazioni: la Sardegna e di nuovo Londra. Ci sono poi le contestazioni sui soldi fatti avere in Sardegna alla Caritas di Ozieri per finanziare la cooperativa Spes del fratello di Becciu che produce birra e gli appalti al fratello falegname per la fornitura di finestre ad alcune nunziature all’estero, l’intervento per far rivendere il palazzo di Londra ad alcuni fondi immobiliari con l’intermediazione fra gli altri dell’ex sottosegretario Giancarlo Innocenzi Botti e dell’imprenditore Marco Simeon. E c’è anche un altro grande investimento a Londra, appartamenti sempre nel centro della città attraverso il fondo Sloane & Cadogan con la partecipazione del finanziere Alessandro Noceti.

Perlasca fuori dall’inchiesta. La richiesta di processo del Promotore di giustizia a carico di dieci persone e quattro società nell’ambito della vicenda della compravendita dell’immobile consegna già un primo responso: esce di scena monsignor Alberto Perlasca, ex braccio destro di Angelo Becciu. All’epoca in cui era Sostituto agli Affari generali come capo ufficio amministrativo della prima sezione della Segreteria di Stato, era finito anche lui tra gli indagati per lo scandalo legato al palazzo di Londra: indicato come la figura chiave per scoperchiare gli intrecci finanziari della Santa Sede, il suo nome non compare tra coloro che devono essere giudicati, dunque, dall’inchiesta non sono emerse responsabilità nei suoi confronti. Perlasca è stato il responsabile degli investimenti finanziari della Segreteria dal 2009 ed è stato colui ha avviato i rapporti con Mincione e continuato quelli con il banchiere segreto del Vaticano, Enrico Crasso, anch’egli tra gli imputati per più ipotesi di reato tra le quali corruzione, truffa, peculato. Coinvolte per truffa anche le società finanziarie di Crasso Sogenel Capital Investment, Prestige Family Office SA e HP Finance LLC ma non il fondo maltese Centurion, che aveva usato 60 milioni in gestione dalla Segreteria di Stato per investimenti speculativi, compreso l’ingresso in Italia Independent di Lapo Elkann e il finanziamento del film biografico su Elton John, Rocketman.

Anche gli ex vertici dell’Aif. Il processo avrà inizio all’udienza del prossimo 27 luglio. La richiesta di citazione a giudizio è stata presentata nei giorni scorsi dall’Ufficio del Promotore di Giustizia, nelle persone del Promotore Gian Piero Milano, dell’Aggiunto Alessandro Diddi e dell’Applicato Gianluca Perone e riguarda personale ecclesiastico e laico della Segreteria di Stato e figure apicali dell’allora Autorità di Informazione Finanziaria (Aif, osa Asif) come l’ex presidente René Brülhart (finora mai emerso come nome) e l’ex direttore generale Tommaso Di Ruzza, perché avrebbero aiutato ad aggirare i controlli antiriciclaggio per consentire al Vaticano di pagare i 15 milioni a Torzi.

«Un marcio sistema predatorio e lucrativo». Commentano alla fine gli inquirenti che dalle carte «emerge un intreccio quasi inestricabile tra persone fisiche e giuridiche, fondi di investimento, titoli finanziari» che sono protagonisti di «vicende ordinate appositamente e variamente interessate ad attingere alle risorse economiche della Santa Sede, spesso senza alcuna considerazione delle finalità e dell’indole della realtà ecclesiale». Insomma, un «marcio sistema predatorio e lucrativo» di «soggetti estranei alla natura ecclesiale» ma «talora reso possibile grazie a limitate ma assai incisive complicità e connivenze interne». Niente di più lontano «dai correnti standard internazionali seguiti dalle attività a contenuto economico-finanziario» della Santa Sede. Ed inoltre «questo sconfortante esito appare ulteriormente aggravato» dalla circostanza che tutto ciò sia avvenuto «drenando ingenti quantità di denaro e somme raccolte nell’Obolo di San Pietro, che nel corso dei secoli ha attinto ai più intimi impulsi della comunità ecclesiale». Quelli della carità cristiana.

Il caso degli investimenti finanziari. Scandalo Vaticano, a processo il cardinale Becciu e altri 9: accusati di truffa, peculato e abuso d’ufficio. Redazione su Il Riformista il 3 Luglio 2021. Dieci persone sono state rinviate a giudizio per la vicenda legata agli investimenti finanziari della Segreteria di Stato vaticana a Londra. Tra le persone finite a processo ci sono: il cardinale Giovanni Angelo Becciu, nei cui confronti si procede per i reati di peculato ed abuso d’ufficio anche in concorso, nonché di subornazione; René Brülhart, al quale l’accusa contesta il reato di abuso d’ufficio; monsignor Mauro Carlino, al quale l’accusa contesta i reati di estorsione e abuso di ufficio; Enrico Crasso, al quale l’accusa contesta i reati di peculato, corruzione, estorsione, riciclaggio ed autoriciclaggio, truffa, abuso d’ufficio, falso materiale di atto pubblico commesso dal privato e falso in scrittura privata; Tommaso Di Ruzza, al quale l’accusa contesta i reati di peculato, abuso d’ufficio e violazione del segreto d’ufficio; Cecilia Marogna, alla quale l’accusa contesta il reato di peculato; Raffaele Mincione, al quale l’accusa contesta i reati di peculato, truffa, abuso d’ufficio, appropriazione indebita e autoriciclaggio; Nicola Squillace, al quale l’accusa contesta i reati di truffa, appropriazione indebita, riciclaggio ed autoriciclaggio; Fabrizio Tirabassi, al quale l’accusa contesta i reati di corruzione, estorsione, peculato, truffa e abuso d’ufficio; Gianluigi Torzi, al quale l’accusa contesta i reati di estorsione, peculato, truffa, appropriazione indebita, riciclaggio ed autoriciclaggio. La richiesta di citazione a giudizio riguarda anche HP Finance LLC, riferibile ad Enrico Crasso, alla quale l’accusa contesta il reato di truffa; Logsic Humanitarne Dejavnosti, D.O.O., riferibile a Cecilia Marogna, alla quale l’accusa contesta il reato di peculato; Prestige Family Office SA, riferibile ad Enrico Crasso, alla quale l’accusa contesta il reato di truffa; e Sogenel Capital Investment, riferibile ad Enrico Crasso, alla quale l’accusa contesta il reato di truffa.  Il processo avrà inizio all’udienza del prossimo 27 luglio. La richiesta di citazione a giudizio è stata presentata nei giorni scorsi dall’Ufficio del Promotore di Giustizia, nelle persone del Promotore Gian Piero Milano, dell’Aggiunto Alessandro Diddi e dell’Applicato Gianluca Perone. Le attività istruttorie, svolte anche con commissioni rogatoriali in numerosi altri paesi stranieri (Emirati Arabi Uniti, Gran Bretagna, Jersey, Lussemburgo Slovenia, Svizzera), hanno consentito di portare alla luce una vasta rete di relazioni con operatori dei mercati finanziari che hanno generato consistenti perdite per le finanze vaticane, avendo attinto anche alle risorse, destinate alle opere di carità personale di Papa Francesco. “Le indagini, avviate nel luglio 2019 su denuncia dell’Istituto per le Opere di Religione e dell’Ufficio del Revisore Generale, hanno visto piena sinergia tra l’Ufficio del Promotore e la sezione di Polizia giudiziaria del Corpo della Gendarmeria – spiega un comunicato della Sala stampa della Santa Sede -. Le attività istruttorie sono state compiute altresì in stretta e proficua collaborazione con la Procura di Roma ed il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Roma. Apprezzabile anche la cooperazione con le Procure di Milano, Bari, Trento, Cagliari e Sassari e le rispettive sezioni di polizia giudiziaria”. La Segreteria di Stato del Vaticano si costituirà parte civile nel processo che verrà celebrato nei confronti del cardinale Angelo Becciu e di altri nove rinviati a giudizio nell’ambito dell’inchiesta legata allo scandalo del palazzo londinese. A rappresentarla sarà l’avvocato Paola Severino.

LA DIFESA DI BECCIU – “Sono vittima di una macchinazione ordita ai miei danni, e attendevo da tempo di conoscere le eventuali accuse nei miei confronti, per permettermi prontamente di smentirle e dimostrare al mondo la mia assoluta innocenza”. E’ quanto afferma in una nota il cardinale Giovanni Angelo Becciu, dopo il rinvio a giudizio nell’inchiesta sui fondi della Segreteria di Stato. “In questi lunghi mesi si è inventato di tutto sulla mia persona, esponendomi ad una gogna mediatica senza pari al cui gioco non mi sono prestato, soffrendo in silenzio, anche per il rispetto e la tutela della Chiesa, a cui ho dedicato la mia intera vita. Solo considerando questa grande ingiustizia come una prova di fede riesco a trovare la forza per combattere questa battaglia di verità” – conclude – “In questi lunghi mesi si è inventato di tutto sulla mia persona, esponendomi ad una gogna mediatica senza pari al cui gioco non mi sono prestato, soffrendo in silenzio, anche per il rispetto e la tutela della Chiesa, a cui ho dedicato la mia intera vita. Solo considerando questa grande ingiustizia come una prova di fede riesco a trovare la forza per combattere questa battaglia di verità”. 

D.A. per “la Repubblica” il 4 luglio 2021. «Sono vittima di una macchinazione ordita ai miei danni. Attendevo da tempo di conoscere le eventuali accuse nei miei confronti, per dimostrare al mondo la mia innocenza». Questo il commento di Angelo Becciu alla richiesta di essere sottoposto al processo che inizierà il 27 luglio presso il Tribunale vaticano. «In questi lunghi mesi - ha aggiunto Becciu - si è inventato tutto sulla mia persona, esponendomi a una gogna mediatica senza pari al cui gioco non mi sono prestato, soffrendo in silenzio... ma considero questa grande ingiustizia come una prova di fede». Alla reazione di Becciu si aggiunge quella dei legali del broker Gianluigi Torzi. «Trovo inaccettabile - ha dichiarato l'avvocato Ambra Giovene - che si fissi un processo il 27 luglio perché non ci viene dato il tempo di organizzare una difesa seria». Anche Cecilia Marogna respinge le accuse e per bocca del suo legale, Riccardo Sindona, si dice estranea «a chi ha operato sul fronte londinese in acquisizioni a vario titolo su cui non è mai stata chiamata ad esprimersi dalla Segreteria di Stato». È convinto della sua innocenza («un abbaglio processuale») anche René Brülhart, l'ex-presidente dell' Autorità di informazione finanziaria del Vaticano accusato di abuso d' ufficio, perché - insieme all' ex-direttore dell' Aif Tommaso Di Ruzza - avrebbe favorito il pagamento dei 15 milioni richiesti da Gianluigi Zorzi.

Gianluca Paolucci per “la Stampa” il 4 luglio 2021. Una serie di personaggi «spesso improbabili se non improponibili», protagonisti «di un marcio sistema predatorio e lucrativo» che aveva lo scopo di drenare «ingenti quantità di somme raccolte nell’Obolo di San Pietro» che per secoli «ha attinto ai più intimi impulsi della comunità ecclesiale, sollecitata all’assolvimento del precetto della carità e assistenza al prossimo». Le quasi 500 pagine della richiesta di rinvio a giudizio redatta dalla procura vaticana al termine di due anni d’indagine vanno ben oltre il palazzo di Sloane Avenue a Londra diventato il simbolo di questa storia. E raccontano dettagliatamente quasi dieci anni di finanza opaca e spregiudicata, di corrotti e corruttori, alti prelati, ex ministri e faccendieri, di spoliazione sistematica di risorse altrui - come quelle di Enasarco, una vicenda che in qualche modo è la genesi dello scandalo del palazzo di Londra, di bonifici milionari in conti nei paradisi fiscali - da Dubai alla Repubblica Dominicana - per finire nelle disponibilità dei protagonisti delle malefatte. E più tradizionali mazzette di banconote passate di mano ai tavoli di un bar. Come quelli che Gianluigi Torzi, uno dei personaggi centrali della storia, manda a prendere a Milano dal suo autista Michelino: partenza di buon mattino dalla capitale e fugace incontro in stazione con uno dei soci di Torzi per tornare a Roma entro l’ora di pranzo, in modo da poter effettuare la consegna del denaro come pattuito (nel caso specifico a Fabrizio Tirabassi, secondo la procura vaticana, ex funzionario della Segreteria, risultato molto più ricco di quanto gli inquirenti ritengano legittimo). Dello stesso Torzi è la frase più emblematica di come l’attività predatoria non conosca limiti, né barriere di sorta, tanto meno quelle imposte dalla fede. Mette allo stesso tavolo l’ex ministro Franco Frattini, un avvocato d’affari, un professore legato al vaticano e l’ex vice primo ministro libico Ahmed Maiteg. Scatta una foto dell’allegra tavolata e la invia a un amico con il seguente commento: «La f... unisce tutte le religioni». Maiteg rappresenta la Libyan Investment Authority, socia di Retelit e oggetto delle attenzioni di Torzi e di Raffaele Mincione, l’altro finanziere di questa storia. A Maiteg, Torzi pagherà una vacanza in Sardegna, 50.400 euro per 4 notti nel luglio del 2018, mentre cerca di convincere i libici di far assumere la presidenza di Retelit a Mincione, che a sua volta aveva la scalato la società di telecomunicazioni con i soldi dell’Obolo e assunto Giuseppe Conte, quando ancora era solo un avvocato, come consulente. A Frattini - che era nell’advisory board di una società di Torzi, con l’ex ministro Giulio Tremonti e l’ex ambasciatore Giovanni Castellaneta - finisce anche un bonifico da 30 mila euro da una società di Torzi, solo che la causale fa riferimento a una prestazione che sarebbe stata svolta da un’altra società. C’è il retroscena della scalata di Mincione a Carige, fatta secondo la ricostruzione di questa indagine anche con i soldi di Gabriele Volpi, petroliere ed ex patron dello Spezia calcio, da questo «girati» a Torzi tramite un acquisito di azioni a prezzo maggiorato e da questo prestati a Mincione per contrastare la famiglia Malacalza, allora primo socio della banca genovese. E tutti gli investimenti spericolati compiuti con i soldi dell’Obolo: dal fondo specializzato in variabili geopolitiche alle quote d’improbabili società, dal trasporto di petrolio via fiume in Sudamerica fino ai palazzi dalle valutazioni strabilianti in acquisto e molto più ragionevoli in vendita. C’è poi il cardinale Becciu e gli affari suoi e dei suoi familiari. Le finestre delle nunziature vaticane in Egitto, Angola e Cuba rifatte tutte da una piccola falegnameria sarda. Quella del fratello del Cardinale. Ci sono gli investimenti nella birreria di famiglia e i milioni di euro partiti dalle casse vaticane e arrivati alla Coop Spes di Ozieri, che riferimento ad un altro fratello del prelato, Antonino. Solo che siccome avrebbe dato nell’occhio, i fondi passano attraverso un conto intestato alla Caritas di Ozieri con la causale «opere di carità del Santo Padre». È proprio Becciu che trova la soluzione per evitare troppi controlli, racconta Monsignor Perlasca a verbale. Lo stesso Becciu che chiama «porci» i magistrati che stanno indagando sui fondi della Segreteria di Stato e chiede a Perlasca di cancellare le chat e di installare Signal, un’app di messaggistica, perché più sicura. Da Becciu arrivano anche i soldi a Cecilia Marogna: dovevano servire, nelle giustificazioni fornite, per liberare ostaggi in giro per il mondo: sono stati utilizzati in viaggi e beni di lusso, per i quali risultano 120 pagamenti. In un caso - una vacanza in montagna - la Marogna ha postato la foto sui social e poi pagato il conto con i fondi arrivati dal Vaticano alla sua società in Slovenia. In un caso, i soldi vengono sollecitati da Becciu alla struttura vaticana per liberare una suora prigioniera in Colombia.

Daniele Autieri per “la Repubblica - Edizione Roma” il 4 luglio 2021. Dalla maxi inchiesta vaticana che ha portato alla richiesta della citazione a giudizio per 10 imputati, tra cui anche il cardinale Angelo Becciu, spunta adesso il Fatebefratelli. Nel mirino dell'Ufficio del promotore di giustizia del tribunale vaticano ci sarebbero alcune operazioni di cartolarizzazione dei crediti sanitari portate a termine dalla cricca dei finanzieri coinvolti nell' acquisto del palazzo di Londra da parte della Segreteria di Stato della Santa Sede. Una storia intricata che è bene spiegare partendo dall' antefatto. Tra il gennaio e il maggio del 2018 l'ospedale dell'isola Tiberina firma tre contratti per cedere i crediti vantati nei confronti della Asl Roma 1. Il sistema è semplice e consolidato: l'ospedale deve recuperare diversi milioni di euro dal sistema sanitario regionale e invece di attendere il pagamento, cede quel diritto a un soggetto terzo, generalmente un fondo, che in cambio riconosce già al momento della stipula del contratto una parte di quella cifra. Pochi, maledetti e subito, verrebbe da dire. La prima cessione dei crediti è alla società inglese Beaumont Invest Services. L' ospedale cede crediti per 18,5 milioni, il fondo gliene riconosce subito 14,8, ma l'ospedale incassa solo 11,2 milioni perché 3,6 vengono girati alla Odikon Service a titolo di commissione. Un discorso analogo avviene con la seconda cessione, ad un'altra società inglese (la Sunset Enterprise). In questo caso il corrispettivo totale sono 20 milioni, 16 per l'ospedale e 4 milioni di commissione. L' ultima parte del credito, da 36 milioni di euro, viene acquistata dalla Sierra One Spv al prezzo di 28,7 milioni. Stavolta le commissioni sono più alte che mai: 7,2 milioni, pari al 20% del valore del credito. «È del tutto evidente - scrivono i promotori di giustizia del Vaticano - come le varie commissioni corrisposte alla Odikon e alla Sunset siano prive di alcuna plausibile ragione economica visto che si tratta di schermi giuridici che in realtà hanno mediato con se stessi». E infatti gli inquirenti scoprono che tanto la Odikon quanto la Sunset Enterprise sono di fatto controllate da Gianluigi Torzi. Torzi, il broker italiano di base a Londra, è accusato nell' ambito della vendita del palazzo di Londra alla Santa Sede di estorsione, peculato, truffa, appropriazione indebita, riciclaggio e autoriciclaggio. Secondo gli inquirenti il finanziere avrebbe estorto alla Segreteria di Stato vaticana 15 milioni di euro pur di cedere le quote di controllo del fondo proprietario del palazzo per cui la Santa Sede aveva investito oltre 100 milioni di euro. Forte dei suoi legami con il cardinale Angelo Becciu e con gli uomini della Segreteria di Stato, Torzi è divenuto un anello centrale per la distrazione dei fondi della Santa Sede, oltre che uno degli uomini che - secondo gli inquirenti - assicuravano il pagamento delle tangenti ad alcuni funzionari della Segreteria di Stato. Non è ancora chiaro quali rapporti presso la Santa Sede abbiano condotto Torzi fino alle porte del Fatebenefratelli. L' evidenza che emerge, mentre si attendono gli ulteriori sviluppi sulla vicenda, è che l'ospedale, già a un passo dal fallimento, in pieno concordato preventivo e alla ricerca di un acquirente che possa salvarlo, ha pagato milioni di euro di commissioni «senza alcuna plausibile ragione economica». 

Il cardinale Becciu a processo, rinviata a giudizio anche “la dama” Cecilia Marogna. Le Iene News il 05 luglio 2021. Il cardinale Angelo Becciu andrà a processo in Vaticano il 27 luglio per investimenti che avrebbero portato un danno alla Santa Sede di 400 milioni di euro. Altre 9 persone rinviate a giudizio. Tra queste c’è anche Cecilia Marogna: proprio del suo caso vi abbiamo parlato con Gaetano Pecoraro. Il caso continua a scuotere molti corridoi del Vaticano. È quello del cardinale Angelo Becciu, appena rinviato a giudizio per i reati di peculato, abuso d’ufficio in concorso e subordinazione. Altre 9 persone andranno a processo e tra queste c’è anche, per il reato di peculato, Cecilia Marogna di cui ci siamo occupati nel servizio di Gaetano Pecoraro che vedete qui sopra. L’inchiesta si è concentrata su una serie di investimenti, legati soprattutto all’acquisto di un immobile di lusso a Londra quando Becciu era sostituto alla Segreteria di Stato della Santa Sede, che avrebbero portato il Vaticano a perdere circa 400 milioni di euro. Il processo inizierà il 27 luglio per poi riprendere dopo la pausa di agosto. Papa Francesco aveva accettato nel settembre 2020, in mezzo a una bufera mediatica globale, le dimissioni di Becciu dall’incarico di Prefetto della Congregazione delle cause dei santi e dai diritti connessi al cardinalato (pur rimanendo cardinale non potrà più partecipare al Conclave e prendere parte al Concistoro). “Il Papa mi dice che non ha più fiducia in me perché gli è venuta la segnalazione che avrei commesso atti di peculato”, aveva raccontato in settembre Becciu, definendo quell’accusa “surreale”. Gaetano Pecoraro, come potete vedere nel servizio qui sopra, aveva indagato sul caso della “dama”, come è stata ribattezzata da tutti i giornali, Cecilia Marogna finendo fino in Slovenia e parlando anche con la donna nel servizio successivo. Al centro dell’attenzione, partendo da un documento esclusivo arrivatoci in una fonte anonima, c’erano 500mila euro del Vaticano che sarebbero stati destinati a una società umanitaria in Slovenia posseduta e amministrata da Marongia, che da altri documenti in nostro possesso risulterebbe legata da un rapporto fiduciario all'ex cardinale Becciu. Duecentomila di questi euro sarebbero stati spesi in più volte però per acquistare borse di grandi marchi e altri beni di lusso e non per le missioni umanitarie a cui sarebbero stati destinati. Cecilia Marogna fa sapere oggi all’Adnkronos dopo il rinvio giudizio, attraverso il suo procuratore in atti Riccardo Sindoca, che "non avendo nulla da dover nascondere ed occultare per quanto attesta il rapporto fiduciario intercorso tra la stessa e Becciu e il servizio svolto nell’esclusivo interesse della Segreteria di Stato e della Santa Sede, non ha e non ha mai avuto alcun motivo dal dover prendere distanze sia formali che sostanziali dall’allora Sua Eccellenza Reverendissima Cardinale Angelo Becciu avverso il quale immutato permane l’affetto nutrito".

Vaticano, con i soldi per i poveri anche un appartamento per la nipote del cardinale Angelo Becciu. Nuovi dettagli dall’inchiesta sull’uso dei fondi della Segreteria di Stato che ha portato al rinvio a giudizio del porporato e di altre nove persone. Massimiliano Coccia su L'Espresso il 5 luglio 2021. È senza alcun ombra di dubbio l’inchiesta più lunga e complessa della storia della Santa Sede quella condotta dal Promotore di Giustizia Gian Piero Milano, dall’aggiunto Alessandro Diddi e dall’applicato Gianluca Perrone che ha visto l’epilogo col rinvio a giudizio del Cardinale Angelo Becciu, monsignor Mauro Carlino, Enrico Crasso, Tommaso Di Ruzza, Cecilia Marogna, Raffaele Mincione, Nicola Squillace , Fabrizio Tirabassi, Gianluigi Torzi e René Brülhart (già presidente dell’AIF). Un lavoro investigativo minuzioso che ha interessato tre livelli di approfondimento: finanziario, ecclesiastico e sanitario. Ci sono la truffa, il peculato, l’abuso d’ufficio, l’appropriazione indebita, il riciclaggio e autoriciclaggio, la corruzione, l’estorsione, il falso materiale in atto pubblico e quello in scrittura privata, la pubblicazione di documenti interni alla Santa Sede coperti dal segreto nelle motivazioni del rinvio a giudizio della magistratura vaticana, una lista di accuse che si snodano attraverso varie direttrici che gli stessi inquirenti si sono trovati a sintetizzare anche per evitare che la mole di vie secondarie prese dai denari vaticani potesse portare ad una inchiesta infinita. Il livello degli investimenti, il suo punto di caduta nei conti correnti bancari esterni alla Santa Sede, i portafogli delle società di gestione sono gli indizi iniziali che nell’estate del 2019 hanno portato lo Ior (Istituto per le Opere di Religione) e l’Ufficio del Revisore Generale  a presentare due denunce in cui in relazione alla compravendita del palazzo di Sloane Avenue a Londra ravvedano i reati di truffa ed altre frodi che successivamente sarebbero state validate come visto dagli inquirenti. L’inchiesta nasce come noto dal buco di 400 milioni di euro generato dalla volontà di acquisto dell’immobile sito al 60 di Sloane Avenue a Londra, ma nella complessità delle 500 pagine che sintetizzano un lavoro lungo tre anni emerge uno spaccato corruttivo che travalica le Mura Vaticane e coinvolge il nuovo modus operandi della criminalità finanziaria internazionale. La Gendarmeria vaticana guidata dal Comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti si è trovata a dover ricostruire i passaggi economici di circa 200 società utilizzate con maestria dai rinviati a giudizio per nascondere, camuffare e far planare in altri conti, le risorse che secondo i regolamenti vaticani non sarebbero mai potuti essere investiti. Uno spaccato che è anche un racconto della Chiesa pre-Bergoglio, dove la discrezionalità dei fondi e del loro utilizzo, la scarsa regolamentazione delle finanze e il disordine gestionale che ha creato varie strutture predatorie erano all’ordine del giorno. La vera svolta dell’inchiesta c’è stata quando Monsignor Alberto Perlasca, già membro dello staff di Angelo Becciu presso la Segreteria di Stato, ha iniziato a collaborare con gli inquirenti, uscendo come racconta in molte deposizioni da una condizione di subordinazione psicologica indotta dal presule sardo, al fine di condizionare la sua tenuta mentale durante le fasi dell’inchiesta. Perlasca racconterà agli inquirenti della ragnatela di relazioni di Becciu, del ruolo di primo piano che il collega di segreteria, Fabrizio Tirabassi avrà in tutta la vicenda, divenendo una sorta di amministratore delegato ombra delle commesse e delle estorsioni maturate ai danni della Santa Sede. Ma Perlasca racconta anche il doppio volto di Becciu, da un lato quello affabile e cordiale, alle volte brusco nei modi come un curato di campagna e dall’altro di intenso tessitore di interessi atti ad alimentare un conflitto di interessi personale enorme. A settembre in esclusiva sull’Espresso raccontammo come bonifici della Segreteria di Stato e della Conferenza Episcopale Italiana planarono sulla Cooperativa Spes del fratello del cardinale Antonino Becciu, 600.000 euro in totale dati in regime di assoluta discrezionalità, che come si legge nell’ordinanza “le donazioni provenienti dalla Segreteria di Stato contrariamente alle tesi difensive di Becciu, sarebbero state ampiamente utilizzate per finalità diverse da quelle caritatevoli cui erano destinate”. Una larga parte sarebbe stata utilizzata per secondi fini personali e famigliari, tra cui anche prestiti ad una nipote, Maria Luisa Zambrano per l’acquisto di una casa a Roma. Le carte degli inquirenti confermano anche i lavori svolti nelle varie nunziature apostoliche da parte della falegnameria di un altro fratello, Francesco Becciu, grazie anche alla complicità di Monsignor Bruno Musarò legato da uno stretto rapporto con i Becciu e che fu spostato abbastanza a sorpresa da Papa Francesco lo scorso anno dalla nunziatura in Egitto e spedito in Costa Rica. I lavori affidati al fratello falegname superano i 100 mila euro e per gli investigatori anche se non rappresentano un reato raccontano il metodo di Becciu. Questioni famigliari che Becciu ha sempre tenuto in primo piano nello svolgere la sua funzione pubblica come dimostrano i messaggi indirizzati al faccendiere Marco Simeon, a cui chiede di interessarsi al progetto della “Birra Pollicina” dell’altro fratello, il professor Mario Becciu, finanziato dal magnate angolano Antony Mosquito, amico del cardinale e al centro del primo affare a cui la cricca vaticana aveva rivolto le attenzioni e poi non andato in porto del petrolio angolano. Dagli atti della magistratura emerge anche una grande capacità di Becciu di veicolare le notizie sugli organi di informazione e di essere sicuro di riuscire ad indirizzare anche il racconto pubblico dell’inchiesta sul palazzo di Londra. Va ricordato che prima della riforma voluta da Bergoglio, il cardinale era anche responsabile dei media vaticani, tra cui TV2000 in cui troviamo negli organigrammi Antonella Becciu, sua nipote. Tante le circostanze da chiarire tra cui il ruolo di Cecilia Marogna, l’esperta di relazioni internazionali che ha speso quasi tutto quello che sarebbe dovuto servire per liberare ostaggi in negozi di Prada e altri marchi di alta moda e ha trascorso due notti negli appartamenti di Becciu. Va ricordata infine la manovra che cercò di mettere in atto in fase finale con Marco Simeon per riscattare il palazzo di Londra, mesi dopo non essere più Sostituto. Una manovra che vide coinvolti gli stessi uomini Mincione e Torzi che a piene mani specularono sugli affari e le illecite condotte dentro la Segreteria di Stato. Tutte circostanze che Becciu spiegherà ai giudici del Tribunale vaticano a partire dal 27 luglio, primo atto del maxiprocesso alla corruzione vaticana che cambierà la Chiesa che verrà.

Fabrizio Massaro e Mario Gerevini per il "Corriere della Sera" il 5 luglio 2021. Ora in Vaticano parte la caccia ai soldi. Gli investigatori del papa - i promotori di giustizia e la Gendarmeria - hanno inseguito in giro per il mondo i conti dei protagonisti dell'assalto all' Obolo di San Pietro riuscendo a far sequestrare in totale 64 milioni di euro. Soldi congelati per il momento in banche e società in Svizzera, Lussemburgo, Gran Bretagna ma anche presso lo Ior, in vista di una loro confisca in caso di condanna degli imputati. Non basteranno a coprire le perdite subite con gli investimenti realizzati sotto la gestione del cardinale Angelo Giovanni Becciu, Sostituto alla Segreteria, di monsignor Alberto Perlasca, a capo della sezione amministrativa e del laico Fabrizio Tirabassi uomo della finanza. Ma certamente serviranno a un Vaticano in crisi di liquidità e donazioni: nel 2020 l'Obolo ha raccolto appena 44 milioni, metà di quanto i fedeli inviavano solo qualche anno fa. Dei capitali sequestrati, ben 48 milioni sono di Raffaele Mincione, l'uomo a cui otto anni fa furono affidati 200 milioni di dollari da investire e che lui indirizzò per la metà verso il famoso palazzo di Londra (che era già suo) e per il resto in operazioni più che altro speculative, anche in Borsa. Altri 9,6 milioni sono stati sequestrati a Gianluigi Torzi, che nel novembre fu ingaggiato dalla Segreteria per rompere il rapporto con Mincione, con cui per altro era in rapporti d' affari. Poi 3,6 milioni del gestore Enrico Crasso, banchiere di fiducia dagli anni Novanta. L' elenco comprende anche circa 2 milioni di Fabrizio Tirabassi, e - presso lo Ior -308 mila euro di monsignor Mauro Carlino oltre a 242 mila euro di Perlasca, che però non è stato rinviato a giudizio. I sequestri mostrano chi - secondo i promotori di giustizia Gian Piero Milano, Alessandro Diddi e Gianluca Perone - avrebbe maggiormente approfittato delle ingenti (ma poco sorvegliate) disponibilità della Segreteria. Nelle 487 pagine della richiesta di citazione a giudizio ci si perde tra mille rivoli e decine di mani che hanno ricevuto parte dei denari destinati alla carità del Papa. La gestione Becciu - scrivono i magistrati - ha consentito che si creasse un sistema «marcio» in Segreteria. Direttamente all'allora arcivescovo viene attribuito, per esempio, il via libera a un investimento immobiliare speculativo, sempre a Londra, con la società Sloane & Cadogan, nonostante il divieto imposto dalla Segreteria per l'Economia: un affare costato decine di milioni e una provvigione da 700 mila sterline a un banker ex Credit Suisse, Alessandro Noceti, ritenuta «senza causale». Sarebbe stato proprio Noceti (non indagato) a far introdurre il finanziere Mincione in Segreteria. Nacque così l'investimento nel palazzo al 60 Sloane Avenue a Londra nel 2013-2014. Solo che al Vaticano il finanziere ne vendette circa metà a un valore «del tutto ingiustificato» di 230 milioni di sterline (per il 100%) contro una valutazione poco precedente di 129 milioni». Ma chi avrebbe dovuto controllare che i valori esposti fossero corretti? Crasso, il quale, attraverso Noceti, chiese che Sloane & Cadogan preparasse «una stima/parere (ovviamente molto positivo)». Anche l'arrivo in scena di Torzi, nel 2018, sebbene raccontato come «frutto di una serie di casuali coincidenze», ai magistrati «pare piuttosto una manovra ben organizzata per realizzare una leva attraverso la quale far uscire somme di denaro dalle casse della Segreteria di Stato». Tutto nasce dalla scommessa fatale su Banca Carige, poi commissariata a inizio 2019. In alleanza con Gabriele Volpi, allora secondo socio dell'istituto, Mincione scalò Carige usando il fondo Athena - dove era investito il Vaticano - ma anche 26,4 milioni che gli aveva prestato Torzi. A sua volta il broker quei soldi li aveva avuti da Volpi, al quale aveva venduto azioni di una minuscola società immobiliare quotata, Imvest, a un prezzo di 8 milioni sopra il valore di Borsa. Con Carige in agonia, Mincione doveva restituire il denaro: sarebbe questa la ragione dell'arrivo di Torzi. Per creare liquidità il palazzo di Sloane Avenue sarebbe stato molto generosamente valutato. Il 23 novembre 2018, dopo la firma dei contratti con la Segreteria, Mincione e Torzi pranzano a Roma al ristorante «I due ladroni». Più tardi il broker manda un whatsapp al suo commensale: «Oh sui numeri gli abbiamo fatto un abracadabra che dopo tre gg ancora si riaccapezza». Con tre faccini sorridenti. 

Gianluca Paolucci per "la Stampa" il 5 luglio 2021. Raffaele Mincione e Gianluigi Torzi, i due finanzieri al centro dello scandalo dei fondi del Vaticano, prevedevano di gestire insieme il palazzo di Sloane Avenue a Londra anche dopo l'accordo per il passaggio di proprietà alla Santa Sede. È quanto emerge dalla ricostruzione dell'Ufficio del promotore di giustizia - la Procura vaticana - nelle 500 pagine di richiesta di processo a carico dei due finanzieri e altre otto persone per vari reati relativi alla gestione dei fondi dell'Obolo di San Pietro. Un elemento questo che secondo l'accusa conferma «l'inganno perpetrato ai danni della Segreteria di Stato». In particolare, agli atti c' è una lettera del dicembre 2018 - dopo il formale passaggio del palazzo alla Gutt sa, formalmente del Vaticano ma in realtà controllata da Torzi - dove gli staff dei due finanzieri fissano un incontro «per definire insieme una strategia di gestione» del palazzo e «per valutare insieme quali interventi debbano essere realizzati», con l'obiettivo anche di «condividere quanto prima una nuova strategia per la locazione degli spazi». Secondo la ricostruzione della procura vaticana, la genesi dell'accordo tra Torzi e Mincione va cercato nella vicenda Carige. Tra settembre e ottobre del 2018, quanto Torzi arriva come «mediatore» tra Mincione e la Santa Sede, arrivava al suo epilogo il tentativo di scalata di Banca Carige da parte di Mincione, con il titolo sceso a picco in Borsa e Banca d' Italia che aveva acceso un faro sugli accordi tra Mincione e altri due soci di peso dell'istituto: l'imprenditore del petrolio Gabriele Volpi e l'ex patron di Genoa e Livorno Aldo Spinelli. Fin dal gennaio dello stesso anno, proprio Volpi avrebbe finanziato Torzi, tramite l'acquisto a prezzo maggiorato di un pacchetto di azioni della Imvest, all' epoca quotata. La maggiorazione avrebbe costituito parte del prestito effettuato da Torzi a Mincione per comprare azioni Carige. Un accordo nascosto al mercato - l'intesa fra i tre sarà resa nota solo nei mesi successivi, tramite un patto di sindacato - che aveva lo scopo di contrastare la famiglia Malacalza, all' epoca primo socio. Ma la scalata fallisce e proprio nell' autunno 2018 - annotano gli inquirenti vaticani - aumenta la pressione su Mincione per restituire i fondi. Di lì l'arrivo del «mediatore» Torzi nella trattativa londinese. Un immobile che Torzi conosceva bene, dato che lo stesso aveva, sempre nel gennaio 2018, avanzato una proposta di acquisto e valorizzazione a Mincione. Gli affari e gli interessi tra i due non si limitano però alle scalate bancarie. Altra partita di grande interesse è quella di Retelit. Anche in questo caso, come per Carige, Mincione utilizza i fondi della Segreteria vaticana per la scalata alla società di tlc. Torzi, ricostruisce la procura, si adopera per far nominare lo stesso Mincione alla presidenza, convincendo - anche con una vacanza in Sardegna da 50 mila euro per quattro notti - l'uomo della Libyan Investment Authority, Ahmed Maiteg. Della mediazione si occupa anche Giancarlo Innocenzi Botti, ex manager Mediaset, ex parlamentare di Forza Italia, ex sottosegretario del governo Berlusconi II nonché socio di Torzi. È lui che nel luglio del 2018 scrive a Torzi di aver comunicato ai libici che Mincione, ovvero colui che figurava come il titolare della partecipazione in Retelit tramite i suoi fondi, «è un uomo di Torzi».

Mario Gerevini e Fabrizio Massaro per il “Corriere della Sera” l'1 luglio 2021. L'alto funzionario del Vaticano Fabrizio Tirabassi è stato per anni retribuito dalla banca svizzera Ubs mentre era dipendente della Santa Sede. Gli sarebbero state pagate commissioni sulle operazioni finanziarie effettuate dalla Segreteria di Stato, presso la quale lavorava, e anche per la presentazione di nuovi clienti. Ubs assieme al Credit Suisse e alla defunta Bsi è uno degli istituti storici di riferimento del Vaticano. Fino a pochi mesi fa proprio presso Ubs era domiciliato, tra l'altro, il conto riservato della Segreteria intestato a Papa Francesco. Tirabassi era uno dei dipendenti laici più influenti del più potente dicastero della curia romana, indirizzava e gestiva gli investimenti finanziari, che nel tempo hanno superato i 600 milioni di euro. Negli ultimi dieci anni è stato il braccio destro di monsignor Alberto Perlasca e del suo superiore diretto, cardinale Giovanni Angelo Becciu, e, prima di Perlasca, di monsignor Gianfranco Piovano, fino al 2009 mente finanziaria della Segreteria. Sospeso dal servizio l'anno scorso, Tirabassi è tra gli indagati dell'inchiesta vaticana sulla gestione dei fondi delle donazioni. Secondo documenti consultati dal Corriere, Ubs ha avuto formalmente sotto contratto Tirabassi fin dal 2004, garantendogli una commissione (« fee» ) dello 0,5% annuo sull' ammontare dei patrimoni depositati in conti Ubs e sui nuovi clienti. Il rapporto è continuato a lungo, quantomeno ancora nel 2016, quando il funzionario vaticano risultava titolare del conto cifrato CQUE 666-439 CIDMAN presso la Ubs di Lugano con un milione di euro in deposito. Una «Nota informativa sul cliente-scopo della relazione d' affari» fa riferimento a «una finder fee (0,5%) accordata al cliente per new money confluito presso due altre relazioni presso di noi». I magistrati sospettano corruzione. La difesa di Tirabassi (gli avvocati Cataldo Intrieri e Massimo Bassi) ribatte che tutto era conosciuto e autorizzato dai superiori, come una sorta di «fringe benefit»: avrebbe incassato fee da Ubs per le operazioni effettuate sui conti della Segreteria, sui quali aveva la procura a operare. Inoltre svolgeva, sempre autorizzato dal Vaticano, anche un'attività privata di commercialista. Comunque siano andate le cose, questo mostra quanta confusione di ruoli, competenze e interessi regnasse nel cuore finanziario della Santa Sede e da chissà quanto tempo. L'avvocato Fabio Viglione, che assiste Becciu, precisa che Tirabassi era lì da ben prima che l'allora arcivescovo arrivasse in Segreteria nel 2011 e che Becciu «mai fu edotto di un suo contratto specifico». Ora potrebbe trovare nuovi spunti l'indagine, partita dall' investimento nel palazzo di Sloane Avenue a Londra, che vede coinvolti il fondo Centurion del gestore svizzero Enrico Crasso, i finanzieri Raffaele Mincione e Gianluigi Torzi e lo stesso Becciu per i finanziamenti alla sedicente agente segreta Cecilia Marogna. Il contratto di Tirabassi con Ubs potrebbe portare indietro le lancette della ricostruzione dei fatti e sollevare dubbi su chi «stipendiava» dipendenti vaticani. Solo Ubs? Solo Tirabassi? Testimonianze agli atti dell'inchiesta vaticana attribuirebbero al commercialista provvigioni indirette anche dal Credit Suisse. Da oltre trent' anni dipendente vaticano, stipendio medio di 2.500 euro, Tirabassi, con Perlasca, è stato il custode dell'Obolo di San Pietro, in buona parte bruciato in investimenti speculativi e costi professionali (consulenti, provvigioni) fuori controllo. Dalle pieghe dell'inchiesta spuntano nuove operazioni, di cui finora nulla era filtrato. Anche queste promosse o favorite da Tirabassi. A ottobre 2017 fu deciso di sottoscrivere prodotti finanziari di Astaldi, società romana di costruzioni che lottava per sopravvivere, liquidando titoli Commerzbank. A un passo dal crac, Astaldi è stata assorbita da Salini Impregilo (ora WeBuild). E la Segreteria ha portato a casa una perdita del 70% in meno di un anno. Inoltre gli uomini di Pietro Parolin, numero due del Vaticano, hanno investito 20 milioni su Hearth Ethical fund lanciato nel febbraio 2018 da Valori AM. Tirabassi avrebbe proposto l'investimento (adeguato al profilo della Segreteria, almeno per la denominazione «etica») ad altri soggetti legati alla curia. Guadagnando anche lì delle commissioni. Il funzionario ha consegnato ai magistrati vaticani una memoria in cui fra l' altro spiega che non aveva poteri di firma e che ogni investimento veniva deciso e concluso dai suoi superiori. E Ubs? Laconicamente, risponde «no comment».

Francesco Specchia per “Libero Quotidiano” il 28 giugno 2021. A Londra, nella sciccosa Sloane Avenue, s' erge un palazzotto, un ex magazzino di Harrod's, un groviglio di mattoni e acciaio che fa molto spietati squali della city. Invece, acquistato per 300 milioni da un finanziere italo -inglese, Raffaele Mincione, quel palazzotto, di proprietà della Chiesa, rappresenta l'altare laico dell'incompetenza finanziaria del Vaticano. «Se sapesse che abbiamo fatto l'operazione così delicata senza un'assistenza legale siamo attaccabilissimi. Faremmo un altro guaio. Cerchiamo di prendere un'altra settimana di tempo». «Noto che rinunciamo a qualsiasi azione futura, ma non sappiamo come stanno le cose, come sono gli affitti, come sono i contratti sottostanti». Così, in uno scambio inedito di WhatsApp, monsignor Alberto Perlasca, una sorta di direttore generale del Tesoro della Santa Sede, esprime i suoi dubbi a Fabrizio Tirabassi, il suo impiegato accusato di corruzione sull'operazione finanziaria che ha fatto saltare vertici del Vaticano, infuriare il Papa. Questo e molti altri documenti - tratti da interviste, scambi epistolari disarmanti, gole profonde col turibolo - sono la base su cui è costruito il libro - inchiesta I mercanti nel tempio (Solferino pp 258, euro 17) scritto da Mauro Gerevini e Fabrizio Massaro. I quali forniscono particolari inediti su come il Vaticano sia riuscito a bruciare la metà del famoso "obolo di San Pietro" in uno sconcertante crescendo di sprechi e incompetenze che parte dall'impenetrabile "Sezione affari generali della Segreteria di Stato" guidata per anni dal cardinale Angelo Giovanni Becciu e arriva fino al conto personale del Papa. L'obolo di San Pietro - la cui raccolta è iniziata domenica e finisce domani non è soltanto un simbolo di carità cristiana, «l'aiuto economico che i 1,2 miliardi di fedeli, ogni anno offrono al Santo Padre, come segno di adesione alla sollecitudine del Successore di Pietro» per le molteplici necessità della Chiesa universale e per le opere di carità in favore dei più bisognosi. Non è solo questo. È anche, laicamente, lo strumento finanziario con cui il Vaticano ripiana, ogni anno, il suo debito strutturale. Si parla, secondo Gerevini e Massaro di 308 milioni (-90 milioni solo nel 2020, -50 quest' anno, finora).

I PALAZZI. Nel 2019 la raccolta dell'Obolo è stata di 53,86 milioni di euro; nel 2020 è calata a 44,1 milioni di euro, secondo la comunicazione ufficiale del Prefetto della Segreteria per l'Economia, il gesuita Juan Antonio Guerrero Alves. La Santa Sede ne ha spesi 300 milioni, e il resto dell'obolo è bloccato, di fatto, in palazzi dalla proprietà incerta e di cui non si conosce la possibilità di vendita. Considerato che il Vaticano è lo Stato che più al mondo, vivendo di solo turismo, ha sofferto la crisi da Covid; be', il fatto che la raccolta straordinaria dell'obolo oggi renda solo 44 milioni e si assottigli sempre più (la Germania, per esempio offre sempre meno alla casse papali, non a torto) potrebbe costringere il Papa a metter mano ad altri gioielli di famiglia. E tutto per il danno reputazionale dovuto non solo al palazzotto londinese; ma anche ad investimenti sbagliati e bizzarri. Come gli affari con Lapo Elkann o il finanziamento del film su Elton John Rocketman, 1 milione di euro, e al diavolo il punto etico su omosessualità e diritti civili...), i fondi a Malta come Centurion (3 milioni nella produzione del film «Men in Black: International», un flop al botteghino), il salvataggio di una università in Giordania. Il Vaticano, insomma, si è profuso in una fervente attività economica per tramite uno sconosciuto finanziere che passava di lì per caso, tal Gianluigi Torzi che per anni ha tenuto sotto scacco, attraverso un veicolo finanziario lussemburghese, gli addetti della tesoreria papale. Senza che Papa Francesco ne fosse a conoscenza.

I RETROSCENA. Ma la miccia che ha fatto esplodere lo scandalo è proprio il palazzotto di Sloane Avenue che il Vaticano ha comprato tre volte. Gerevini e Massaro svelano retroscena inediti come gli scambi epistolari tra i magistrati vaticani e i giudici inglesi (scrivono i magistrati di Sua Maestà: «Se Perlasca e Tirabassi erano cospiratori, come potete dire che hanno agito in buona fede nelle trattativa?» «Perché avere pagato?», «Perché se eravate di fronte ad truffatore gli è stato procurato un incontro di quel livello?» riferito all'incontro di Torzi col Papa). Si scopre l'ingenuità dello stesso segretario di Stato vaticano Parolin che benedice le operazioni fidandosi dei suoi senza analisi preventiva di documenti (che spesso non ci sono), prima dell'arrivo del nuovo, sospettoso addetto all'Obolo, l'arcivescovo venezuelano Edgar Pena Parra, che comincerà a porsi domande. In un capitolo involontariamente ironico viene descritto perfino, dopo la vendita del Palazzo e l'euforia del gruppo di negoziatori, un pranzo di festeggiamento tra il venditore dell'immobile Mincione e il compratore per la Santa Sede Torzi, in un ristorante romano dal nome fatale: I due ladroni. Da questa sarabanda di business spregiudicati, di monsignori perlomeno irresponsabili, di funzionari incapaci se non corrotti ne esce un ritratto del cuore malato dell'economia pontificia. E il suddetto groviglio vischioso dei bilanci vaticani trova conferma nel rapporto recentissimo di Moneyval sull'adeguamento del Vaticano alle norme antiriciclaggio. Laddove, a fronte di un buon giudizio sull'azione antiriciclaggio esterna, si riscontrano buchi e difficoltà sul controllo "insider", quello interno; il rapporto fa notare che la Santa Sede non solo lì non ha controlli, ma mancano perfino i controllori ossia i magistrati permanentemente preposti. Il Presidente dell'ASIF (l'Autorità di Supervisione e Informazione Finanziaria) Carmelo Barbagallo, che ha guidato la delegazione vaticana durante il processo di valutazione, commenta dicendo, in pratica: è andata bene, ma possiamo fare meglio. E su questo, dai tempi dello Ior, non c'è alcun dubbio. Il problema sarà spiegare ai fedeli che le loro offerte sono andate sperperate, tra gli altri investimenti, in un anonimo edificio inglese pagato quanto la reggia di Versailles…

Chiesa polacca, ora lo scandalo pedofilia rischia di travolgere tutto. Francesco Boezi su Inside Over il 3 luglio 2021. La Chiesa polacca, se possibile soprattutto durante il regno di papa Francesco, si è contraddistinta per rappresentare una sorta di baluardo del tradizionalismo. Un elemento caratterizzante – questo dell’ortodossia dottrinale -, che qualche commentatore ha scambiato per un segno oppositivo al pontificato del primo pontefice gesuita della storia. Quasi come se in Polonia non tutti i cattolici avessero abbandonato il binomio Wojtyla-Ratzinger. Emblema di questa contesto, che è anche socio-culturale, è stato forse il “rosario ai confini”, una manifestazione che ha mischiato messaggio religioso ed istanze politiche, trovando peraltro la contrarietà di buona parte dell’episcopato nazionale. Questo, in estrema sintesi, era quello di cui si ragionava di questi tempi, quando la Polonia veniva citata dalle cronache religiose. Da qualche settimana a questa parte, però, uno scandalo rischia di travolgere tutto, compreso il giudizio su un pezzo di storia che polacchi e non hanno considerato decisivo per il cattolicesimo contemporaneo. La Santa Sede ha inviato come visitatore apostolico il cardinale Angelo Bagnasco. Lo scopo della missione, come avviene di consueto in casi come questo, era quello d’indagare sulle accuse relative al cardinal Stanislao Dzwisz, ex arcivescovo di Cracovia e, soprattutto, segretario particolare di San Giovanni Paolo II. Non una figura periferica della storia recente della Santa Sede, quindi, ma un consacrato centrale per l’intera durata del regno del pontefice che ha contribuito alla definitiva sconfitta del comunismo. Dzwisz è stato tirato in ballo (ha fatto molto discutere un documentario televisivo) per presunti insabbiamenti relativi ad abusi. Il cardinale polacco si è sempre detto innocente, e questo va rimarcato. L’ex arcivescovo di Genova, come peraltro raccontato dall’Adnkronos, ha il compito di stilare un documento ufficiale su quanto scoperto, dopo una visita densa di verifiche. Più di qualche commentatore vicino alla cosiddetta “destra ecclesiastica” ritiene che dietro alle accuse a Dzwisz esista un disegno volto a screditare, per vie indirette, il pontificato di San Giovanni Paolo II, che è il pontefice delle radici, dell’identità e della memoria patriottica: tutti concetti che soddisfano poco le esigenze della sinistra della Chiesa cattolica, cioè dei progressisti. Si tratta di una lettura politicizzata, che tuttavia circola in certi ambienti. Al contrario, c’è chi pensa che, durante il pontificato del pontefice polacco, le gerarchie alto-ecclesiastiche, in specie durante le ultime fasi della malattia di Karol Wojtyla, abbiano fatto il bello ed il cattivo tempo, pure in materia d’insabbiamenti relativi agli abusi. Anche questo tipo di lettura può presentare più di qualche semplificazione. I fatti ad oggi narrano che Dzwisz deve rispondere di accuse per cui il Vaticano sta indagando, com’è prassi. La vicenda richiama l’attenzione delle cronache internazionali anche per via del ruolo ricoperto dall’accusato: Dzwisz è una figura simbolo della gestione vaticana degli anni che hanno preceduto l’elezione di Benedetto XVI, che ha messo in campo una serie di riforme restrittive in materia di abusi e coperture. Poi Francesco, che ha continuato l’azione del predecessore, inasprendo in talune circostanze la legislazione esistente ed introducendo novità in materia di lotta alla pedofilia ed agli insabbiamenti. Possibile e anzi probabile che, dopo la relazione del cardinal Angelo Bagnasco, più di qualcosa emerga al livello pubblico. A quel punto, la ricostruzione dei fatti e delle accuse diventerà quantomeno più chiara. Per l’Ecclesia non è un buon periodo in relazione agli scandali legati alle accuse di abusi compiuti da ecclesiastici. La Chiesa cattolica sta già affrontando l’annoso caso dell’Arcidiocesi di Colonia, in un quadro – quello tedesco – peraltro segnato anche dal dibattito attorno al futuro dottrinale ed organizzativo promosso dal Sinodo biennale. Ma l’episcopato polacco, che già non poteva contare su un particolare peso in termini di forza politica durante questo regno, rischia di subire un duro colpo, oltre che una crisi di credibilità. Si dice che Jorge Mario Bergoglio possa procedere a breve con un repulisti.

Filippo Di Giacomo per “il Venerdì di Repubblica” il 25 luglio 2021. Quando nel giugno del 2005 papa Benedetto lo nominò arcivescovo di Cracovia, al suo ingresso in diocesi parteciparono 150 vip romani, politici imprenditori e giornalisti, portati in Polonia con un volo speciale organizzato dall'Opera Romana Pellegrinaggi. Per anni, dopo il rientro in patria, l'arcivescovo Stanisaw Dziwisz si è recato a Roma ogni mese per una settimana alloggiando nella Dom Polski Jana Pawla II della via Cassia, una ex casa religiosa trasformata in hotel (chissà con quali fondi) e nel cui seminterrato (si favoleggia) dovrebbe trovarsi il portentoso archivio che l'ex segretario-assistente-factotum di Karol Wojtyla si è organizzato durante i tre decenni di permanenza nel palazzo apostolico. Rispondendo alle insistenti accuse sempre più argomentate che gli vengono rivolte in patria, Stanisaw Dziwisz nega di aver «ricevuto denaro in cambio di partecipazione alle Messe papali, per nascondere atti o fatti destinati all'attenzione del Santo Padre, per favorire persone indegne per qualche perversa logica di baratto». In altre parole, non è vero che dal backstage dell'epopea wojtylana vendeva il vendibile, dalle visite al Papa alle nomine, alle coperture per comportamenti infami e al favoreggiamento di una certa lobby clericale. Che sia vero o meno verrà stabilito dalla speciale commissione istituita da papa Francesco e presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco. Di questa inchiesta sapevamo che era iniziata in sordina, senza fughe di notizie e senza comunicazioni alla Chiesa polacca. Quando la notizia è stata divulgata, si è però appreso che era stata chiesta al Papa, che l'ha fatta sua, da una parte dell'episcopato polacco. E mentre il cardinale Bagnasco indaga, Francesco "sfronda" il terreno rimandando a casa sette vescovi. Per ora.

Gian Guido Vecchi per il "Corriere della Sera" il 30 giugno 2021. Forse bisognerebbe risalire al 2004, quando a Roma trovava riparo il cardinale di Boston Bernard Law, in fuga da decenni di insabbiamento sistematico dei preti pedofili, lo scandalo «Spotlight» che devastò la Chiesa Usa. Proprio nel 2004, il 30 novembre, in Vaticano si festeggiavano con tutti gli onori i 60 anni di sacerdozio di padre Marcial Maciel Degollado, fondatore messicano dei Legionari di Cristo, un criminale pedofilo che andò avanti per decenni ma era prodigo di finanziamenti e «molto ben coperto», come disse Benedetto XVI, che da cardinale fu bloccato della Curia - Ratzinger fu l'unico a disertare la festa - e infine intervenne appena eletto Papa. Nel crepuscolo del pontificato di Wojtyla, sempre più fragile, l'uomo forte in Curia era il suo segretario Stanislaw Dziwisz, buon amico di Maciel. Ed ora è proprio il cardinale Dziwisz, che pure si protesta innocente, il simbolo della tempesta che, come una nemesi, sta investendo la Chiesa nella sua cattolicissima Polonia. La settimana scorsa il cardinale Angelo Bagnasco, inviato dal Papa, ha concluso una «visita apostolica» iniziata il 17 giugno, dieci giorni per indagare sulle accuse di insabbiamenti al cardinale «durante lo svolgimento del suo ufficio di arcivescovo di Cracovia (2005-2016)». Bagnasco presenterà una relazione al Papa. Si parla di una commissione vaticana analoga a quella che ha spazzato le gerarchie della Chiesa cilena, e come in Cile sono già saltate le prime teste. Del resto in Polonia parlano i numeri dell'ultimo rapporto della conferenza episcopale: solo da luglio 2018 a dicembre 2020, a diocesi e ordini religiosi sono arrivate 368 denunce di abusi su minori, maschi e femmine, per i quali sono accusati 292 preti: 58 sono indagati per più crimini. Le denunce riguardano il periodo tra il 1958 e il 2020. Delle vittime, 173 avevano meno di 15 anni. Soprattutto, 65 segnalazioni si riferiscono agli ultimi tre anni, quando lo scandalo era scoppiato da tempo. Due anni fa, la stessa conferenza episcopale aveva pubblicato un dossier che elencava 382 casi di preti e anche suore che tra il 1990 e il 2018 hanno abusato di 625 minori. Un quadro che sembra destinato ad ampliarsi, un'epitome di ciò che Francesco vede all'origine dello scandalo planetario: clericalismo, elitismo, «difesa» dell'istituzione, abuso di potere. È come se oggi la Polonia si trovasse a fare i conti con il lato oscuro di quella «Chiesa del silenzio» eroica che nel '78 ritrovò voce con l'elezione di Wojtyla e negli anni Ottanta, facendo sponda a Solidarnosc, fu protagonista della liberazione dal regime comunista. Del resto, si tratta del lato oscuro del pontificato di Giovanni Paolo II. Molti storici hanno notato che il Papa polacco veniva da un regime che usava l'accusa di pedofilia per screditare i preti oppositori e quindi tendeva a sospettare delle denunce. In Curia spesso facevano filtro ai potenti, che fossero conservatori «difensori della dottrina» come Maciel o il cileno Karadima, oppure progressisti come l'allora arcivescovo di Washington Theodore McCarrick. Due anni fa, un documentario della tv polacca TVN24, D on Stanislaw, accusò Dziwisz: «Nascose al Papa le accuse». In Polonia, Francesco sta nominando una nuova gerarchia. Il Paese è sospeso tra richiesta di trasparenza e sconcerto. L' ultimo vescovo, Zbigniew Kiernikowski, ha dovuto dimettersi lunedì per aver coperto un parroco. A marzo il Vaticano ha allontanato l'ex vescovo di Kalisz, Edward Janiak, e l'ex arcivescovo di Danzica Leszek Slavoj Glodz: che nel frattempo, violando il diritto canonico, si è candidato a sindaco a Piaski, un paesino a Nordest, ed è stato eletto.

(ANSA il 29 luglio 2021) L'ex cardinale americano Theodore McCarrick è stato incriminato per pedofilia in Massachusetts. E' il più alto prelato negli Usa che finisce nei guai con la giustizia per un caso di abusi sessuali su un minore. Lo riporta il Boston Globe. (ANSA).

Giuseppe Sarcina per il "Corriere della Sera" il 30 luglio 2021. Nessuno sconto all'ex cardinale Theodore McCarrick, 91 anni. Ieri è stato incriminato per aver abusato sessualmente di un ragazzo di 16. Dovrà rispondere a tre capi di imputazione (molestie, assalto, violenza) davanti alla Corte del Dedham District, capoluogo della contea di Norfolk nello Stato del Massachusetts. La prima udienza è fissata per il prossimo 26 agosto. È l'atto finale, ormai inatteso, di una lunga vicenda che ha scosso per anni il Vaticano e la Chiesa cattolica negli Stati Uniti. McCarrick è stato una figura di primo piano: nel 2000 fu nominato arcivescovo di Washington e, l'anno successivo, diventò cardinale. Ma la sua ascesa è stata accompagnata da voci e sospetti, alimentati dai racconti di seminaristi, preti e giovani studenti. Il prelato, in realtà, era un predatore sessuale. McCarrick ha resistito, continuando a navigare nelle alte gerarchie ecclesiastiche, anche dopo essere andato formalmente in pensione nel 2006. Due Pontefici, Wojtyla e Ratzinger, non presero alcun provvedimento. Un rapporto del Vaticano, pubblicato nel novembre 2020, mette in fila una lunga serie di errori, sottovalutazioni e forse vere coperture nella Curia che hanno garantito l'impunità a un violentatore seriale. Fino alla svolta clamorosa del 27 luglio 2018, quando Papa Francesco costrinse McCarrick a dimettersi dal collegio cardinalizio. Poi, il 16 febbraio 2019, gli interdì «lo stato clericale», cioè gli tolse la tonaca di prete. La mossa della Procura e della Corte del Massachusetts ha colto di sorpresa i giuristi e i media americani. McCarrick è la figura più potente della Chiesa che sia mai andata a processo negli Usa. In pochi si aspettavano la sua incriminazione: è un uomo di 91 anni che vive isolato nel Missouri. Le accuse risalgono addirittura al 1974, quando l'allora sacerdote era il segretario del cardinale di New York, Terence Cooke. In quell'anno McCarrick partecipò a una festa di matrimonio nel Wellesley College in Massachusetts. Il rapporto della polizia locale, depositato in tribunale e recuperato dal «Washington Post», ricostruisce l'incontro tra il prete e un sedicenne, di cui, almeno per il momento, viene occultata l'identità. Il futuro cardinale era in stretto contatto con i genitori della vittima. Avvicinò il ragazzo in questo modo: «Tuo padre mi ha chiesto di parlarti». Lo condusse in una stanza appartata nell'università e chiuse le imposte. Cominciò con una ramanzina perché l'adolescente non andava a messa e finì con il mettergli le mani sui genitali. Lo congedò assegnandogli tre Pater noster e tre Ave Maria come penitenza, «per redimerlo dai peccati». Un modello che McCarrick ha poi replicato nei suoi spostamenti tra le diocesi Usa. Dal New York al New Jersey al Massachusetts. Adesso la giustizia gli presenta il conto.

Fra.Gia. per "il Messaggero" il 29 giugno 2021. Il sistema aveva vistose falle. Tendeva a proteggere più la Chiesa e il suo buon nome che non le vittime, spesso adolescenti profanati da preti orchi che godevano di parecchie protezioni in alto. Chissà cosa avrebbe detto San Giovanni Paolo II davanti ai dati mostruosi che stanno saltando fuori nella sua patria, la cattolicissima Polonia, dove dagli archivi delle varie diocesi, da Danzica a Varsavia, solo negli ultimi due anni, dal primo luglio 2018 al 2020, sono arrivate 368 denunce di abusi su minori per un totale di 292 preti accusati. Il Libro Nero della vergogna è il frutto di una incalzante campagna mediatica sotto la fortissima pressione dell'opinione pubblica che da tempo invoca trasparenza, giustizia, affidabilità. Qualità che sembrano essere mancate a tanti vescovi. A Roma, davanti ad accuse tanto circostanziate e all' immagine della Chiesa fortemente compromessa, da un anno a questa parte sono iniziati i siluri che hanno fatto rotolare tante teste. L' ultimo prelato dimissionato in fretta e furia risale a ieri. Si tratta del vescovo Kiernikowski ritenuto responsabile di non avere agito davanti all' abuso di un minore da parte di un parroco. Prima di lui, analoghi provvedimenti hanno colpito altri quattro vescovi, compreso Slawoj Glodz di Danzica, che dopo essere stato punito con l'interdizione a non celebrare più in pubblico, si è candidato a sindaco in un paesino ed è stato eletto a maggioranza.

Paolo Rodari per repubblica.it il 25 giugno 2021. Da giorni il cardinale Angelo Bagnasco, ex presidente dei vescovi italiani, si trova in Polonia. Fonti confermano che sarebbe lì per conto di Francesco, per indagare sulle coperture concesse negli anni da alcuni vescovi ai preti pedofili. Secondo la stampa polacca, Bagnasco si trova alla guida di una Commissione vera e propria in stile a quella istituita tempo fa per gli abusi in Cile. Le investigazioni riguarderebbero anche il cardinale Stanislaw Dziwisz, lo storico segretario di Giovanni Paolo II, che recentemente è apparso in tv negando ogni addebito e in particolare sostenendo di non essersi mai accorto della doppia vita del fondatore dei Legionari di Cristo Maciel Degollado, vicino a Wojtyla e uomo potente di quel pontificato. In un docufilm, che ha fatto scalpore in Polonia, si è puntato il dito proprio contro Dziwisz, accusato da vittime di aver coperto alcuni fatti. La Commissione, comunque, è stata chiesta anche dallo stesso porporato polacco al fine di fare chiarezza sui fatti da lui sempre respinti come "calunnie". C'è nell'episcopato polacco una parte che non è per la trasparenza e che resiste alla volontà di pulizia del Papa. Francesco recentemente ha cambiato diversi vescovi cercando di portare al comando una nuova gerarchia. La situazione ricorda quanto avvenuto in Cile con i vescovi che arrivarono a mentire al Papa pur di non ammettere le proprie colpe. Toccare il tema della pedofilia in Polonia significa entrare in un pontificato, quello di Giovanni Paolo II, nel quale le coperture non sono state poche. A motivo di queste vi fu nella Chiesa chi pose obiezioni alla sua canonizzazione avvenuta a tempo di record.

Franca Giansoldati per il Messaggero il 27 giugno 2021.

IL CASO CITTÀ DEL VATICANO L' inchiesta in corso è pesantissima. Così come le accuse. L' ombra di aver coperto i preti orchi si allunga persino sullo storico segretario di San Giovanni Paolo II, don Stanislao, divenuto cardinale sotto Benedetto XVI e destinato alla diocesi di Cracovia. Dopo mesi di martellanti inchieste giornalistiche, testimonianze scomode, documenti imbarazzanti e alcune teste di vescovi polacchi che, nel frattempo, sono state fatte rotolare per aver ignorato le vittime e non avere punito i pedofili, ha iniziato a lavorare in sordina una commissione del Vaticano per ricostruire le falle del sistema e capire se effettivamente anche il cardinale Dziwisz ha nascosto le denunce che gli arrivavano. Papa Francesco ha affidato la patata bollente al cardinale Angelo Bagnasco, ex arcivescovo di Genova, ex presidente della Cei e, tra l' altro, buon amico dello stesso Stanislao Dziwisz, il quale fino a qualche settimana fa continuava a smentire di avere mai insabbiato denunce giunte sul suo tavolo dal 2005 al 2016. 

LA SVOLTA La conferma di questa clamorosa svolta è arrivata dalla nunziatura di Varsavia che, dopo fortissime pressioni, si è trovata costretta a confermare che effettivamente Bagnasco era stato spedito a Varsavia dal Papa a indagare sulla veridicità o meno delle tante voci che circolano. Toccare don Stanislao è un po' come toccare Karol Wojtyla, visto che lo ha accompagnato come un figlio per tutta la durata del lunghissimo pontificato di Giovanni Paolo II. «Lo scopo di questa inchiesta fatta su richiesta della Santa Sede è di verificare le negligenze attribuite al cardinale Dziwisz durante il suo mandato di arcivescovo metropolita di Cracovia». Bagnasco avrebbe già preso visione della documentazione riservata conservata in nunziatura e ha già raccolto diverse dichiarazioni giurate da parte di testimoni chiave. «Siamo di fronte ad una mentalità omertosa che esiste nella Chiesa polacca da almeno 30 anni, dopo la caduta del comunismo. Naturalmente spetterà alla Santa Sede giudicare questo o quel prete ma finché prevarrà la mentalità di tacere e non si arriverà alla trasparenza necessaria (visto che l' episcopato non vuole consegnare documenti ad una commissione statale) non usciremo mai da questa impasse» ha raccontato alla tv polacca padre Tadeusz Isakowicz-Zaleski, uno dei principali accusatori di Dziwisz, e fondatore di una associazione chiamata Fratel Alberto, tra le più attive realtà che aiutano i disabili fisici o mentali. Zaleski ha anche detto che quando ha ricevuto la convocazione ha subito pensato ad «uno scherzo». «Si è trattato di una conversazione molto professionale che ha richiesto parecchio tempo. Naturalmente ho deposto mettendo per iscritto tutto quello che sapevo. Non ho potuto rispondere ad alcune domande perché di alcuni casi non avevo mai sentito parlare prima. Non c' è solo un caso». 

LA LISTA DELLE VITTIME Il verbale in via di preparazione include anche la lista completa delle vittime che si erano rivolte alle istituzioni cattoliche polacche ed erano state ignorate dai vescovi. A Dziwisz viene imputato di non avere dato seguito alla lettera di una vittima, Janusz Szymik, abusata da un sacerdote, padre Jan Wodniak. In questi mesi il cardinale Dziwisz si è difeso con forza dicendo di non avere mai avuto questa lettera tra le mani anche se un prete di Cracovia ha confermato di avergliela consegnata nelle mani nel 2012. Il lavoro di Bagnasco richiederà settimane e servirà a redigere un rapporto per Papa Francesco. Inutile dire che la materia - già di per sé scottante - stavolta potrebbe risultare semplicemente esplosiva poiché riguarda uno dei cardinali senior più influenti, collaboratore chiave del pontificato di un santo e, successivamente, di Benedetto XVI.

Cardinale Marx, mica ti puoi dimettere! Fabrizio Mastrofini, Giornalista e saggista, su Il Riformista il 10 Giugno 2021. Papa Francesco respinge le dimissioni del cardinale Marx, annunciate il 4 giugno.  Lo fa con una lunga lettera, pubblicata dalla Sala Stampa vaticana in spagnolo e tedesco. In sostanza, dice Papa Francesco, la crisi è veramente forte, senza precedenti, è stata provocata dallo scandalo degli abusi ed è un terremoto. Ma – ecco il punto – andarsene non serve. “Toda la Iglesia está en crisis a causa del asunto de los abusos; más aún, la Iglesia hoy no puede dar un paso adelante sin asumir esta crisis. La política del avestruz no lleva a nada, y la crisis tiene que ser asumida desde nuestra fe pascual. Los sociologismos, los psicologismos, no sirven. Asumir la crisis, personal y comunitariamente, es el único camino fecundo porque de una crisis no se sale solo sino en comunidad y además debemos tener en cuenta que de una crisis se sale o mejor o peor, pero nunca igual“. Niente “politica dello struzzo”, niente tentazioni di gettare la spugna, perché da crisi come queste si esce stando uniti.

In buona sostanza niente dimissioni, non voglio neppure sentirne parlare. Continuerai a lavorare per la Chiesa facendo l’arcivescovo, dice Papa Francesco al termine della lettera. E guarda a San Pietro: ha avuto la tentazione di lasciare? Sicuramente sì, come dice il Vangelo di Giovanni al capitolo 21, quando ha ricevuto il preciso mandato: se mi ami, se stai dalla mia parte, allora “pascola le mie pecore”. La risposta del Papa è interessante, perché a questo punto servono misure strutturali per intervenire. Avrà la possibilità di farlo? Nel testo non c’è traccia di questa intenzione.

Il Papa e lo stop a Marx: "Dobbiamo chiedere la grazia della vergogna". Fabio Marchese Ragona l'11 Giugno 2021 su Il Giornale. Respinte le dimissioni del cardinale tedesco: "Non si esce da soli da una crisi, ora riforme". «Caro fratello, vai avanti come arcivescovo di Monaco e Frisinga, non accetto le tue dimissioni». Un invito a continuare sulla strada delle riforme per superare la piaga della pedofilia e un'amara riflessione sul fatto che tutta la Chiesa sia in crisi. Papa Francesco risponde con una lunga lettera scritta in spagnolo al cardinale tedesco Reinhard Marx, ultra-progressista 67enne, suo stretto collaboratore, che lo scorso maggio nel corso di un'udienza privata aveva offerto al Pontefice le sue dimissioni dalla guida della diocesi. Una mossa politica, ponderata, un «gesto di corresponsabilità» per lanciare un forte segnale d'insofferenza su come la Chiesa tedesca sta gestendo la piaga degli abusi su minori, con sacerdoti e vescovi che non si assumono le proprie responsabilità, fedeli delusi e riforme rimaste al palo. «Mi dici che stai attraversando un momento di crisi», scrive Bergoglio al porporato che guida anche il Consiglio per l'Economia della Santa Sede, «non solo tu ma tutta la chiesa in Germania lo sta vivendo. Tutta la Chiesa è in crisi per il problema degli abusi. E da soli non se ne esce, ma solo in comunità. La politica dello struzzo - continua Francesco - non porta a nulla; di più ancora, la Chiesa oggi non può fare un passo avanti senza farsi carico di questa crisi. Dobbiamo chiedere la grazia della vergogna». Il Papa ringrazia Marx per «il coraggio cristiano che non teme la Croce» e insiste sul tema della riforma, che sia «non a parole ma in atteggiamenti che hanno il coraggio di affrontare la crisi», soprattutto in quella Germania dove l'arcivescovo, già Presidente della Conferenza Episcopale, con un sinodo nazionale biennale ancora in corso, ha aperto una discussione su celibato sacerdotale, unioni gay e donne. È stato sempre il porporato a denunciare nella sua lettera al Papa del 21 maggio la mancanza di coraggio da parte delle autorità ecclesiastiche tedesche, parlando addirittura di Chiesa cattolica «a un punto morto», di «fallimento istituzionale e sistemico», con la stima nei confronti dei vescovi da parte dei fedeli crollata ai minimi termini. «Il Cardinale parla di un punto morto' che la Chiesa avrebbe raggiunto», commenta a Il Giornale il cardinale tedesco Walter Brandmüller. «Ma è vero? Ci sono fuori dall'Europa centrale continenti in cui la Chiesa pur povera e perseguitata cresce e sta in fioritura. È la Chiesa in Germania che nonostante la sua ricchezza e il mastodontico apparato amministrativo vede chiese vuote, tante chiese vendute, distrutte per mancanza di fedeli. Tutto ciò - continua il porporato - non è la prima conseguenza degli scandali sessuali, ma della perdita della fede. Finalmente si parla della stima verso i vescovi. Bene. Ma questo dipende da ogni vescovo. Quanto più chiara e sostanziosa è la presa di posizione sul campo della dottrina, della fede e della morale, tanto più un vescovo troverà ascolto e stima!». Marx, ancora lontano dal pensionamento, previsto a 75 anni, dovrà adesso accettare la decisione del Papa e continuare a guidare il suo gregge; lo stesso Francesco, nel concludere la lettera ha voluto chiarire: «Se sei tentato di pensare che, nel confermare la tua missione e nel non accettare la tua rinuncia, questo Vescovo di Roma (tuo fratello che ti ama) non ti capisca, pensa quello che ha provato Pietro davanti al Signore quando, a suo modo, gli presentò la sua rinuncia: Stammi lontano che sono un peccatore, e ascolta la risposta: Pasci le mie pecore». Fabio Marchese Ragona

Le dure parole del cardinale. Perché Reinhard Marx si è dimesso: la decisione del fedelissimo di Papa Francesco. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 5 Giugno 2021. Mi dimetto non perché sono responsabile ma perché sento di essere “corresponsabile” nel fallimento della Chiesa sul tema degli abusi. Lo scrive il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, in una lettera a Papa Francesco che sta facendo molto rumore. Un lungo testo, pubblicato integralmente in Germania e diffuso dal sito della diocesi, raccoglie un’articolata analisi del porporato. «Sostanzialmente per me si tratta di assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni. Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale che errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico”. Le polemiche e discussioni più recenti hanno dimostrato che alcuni rappresentanti della Chiesa non vogliono accettare questa corresponsabilità e pertanto anche la co-colpa dell’Istituzione. Di conseguenza rifiutano qualsiasi tipo di riforma e innovazione per quanto riguarda la crisi legata all’abuso sessuale. La vedo decisamente in modo diverso. Due sono gli elementi che non si possono perdere di vista: errori personali e fallimento istituzionale che richiedono cambiamenti e una riforma della Chiesa. Un punto di svolta per uscire da questa crisi può essere, secondo me, unicamente quella della “via sinodale”, una via che davvero permette il “discernimento degli spiriti”, così come Lei (il Papa, ndr) ha sempre sottolineato e scritto nella Sua lettera alla Chiesa in Germania». Nella parte finale, il cardinale chiarisce ancora di più il senso della sua presa di posizione. «(…) ho affermato che abbiamo fallito, ma chi è questo “noi”? Certamente vi faccio parte anch’io. E questo significa che devo trarre delle conseguenze personali. Questo mi è sempre più chiaro. Credo che una possibilità per esprimere la mia disponibilità ad assumermi delle responsabilità sia quella delle mie dimissioni. In tal modo probabilmente potrò porre un segnale personale per nuovi inizi, per una nuova ripartenza della Chiesa e non soltanto in Germania. Voglio dimostrare che non è l’incarico ad essere in primo piano, ma la missione del Vangelo. Anche questo fa parte della cura pastorale. Pertanto, La prego vivamente di accettare le mie dimissioni. Continuerò con piacere ad essere prete e vescovo di questa Chiesa e continuerò ad impegnarmi a livello pastorale sempre e comunque Io riterrà sensato ed opportuno. Vorrei dedicare gli anni futuri del mio servizio in maniera più intensa alla cura pastorale e impegnarmi per un rinnovamento spirituale della Chiesa, così come Lei instancabilmente ammonisce». Il cardinale Marx ha 67 anni, è vescovo dal 1996, arcivescovo di Monaco dal 2007 e nel 2010 Benedetto XVI lo volle nel collegio cardinalizio. Con Papa Francesco ha assunto dei ruoli di particolare rilievo, in quanto fa parte del “consiglio dei cardinali” per la Riforma della Curia. Da notare nella sua lunga lettera (testo integrale: erzbistum-muenchen. de anche in italiano) due passaggi fondamentali. Il primo riguarda la crisi sistematica della Chiesa e il secondo l’appoggio al cammino sinodale. Oramai si capisce come il binomio sia davvero inscindibile. La crisi degli abusi ha messo in dubbio un modello organizzativo e formativo, svelando resistenze, reticenze, coperture, al punto tale che non si può andare avanti. In ogni caso il punto nodale è la formazione del clero: segna il passo e non si è ancora proceduto a rinnovare criteri di scelta, selezione e modalità formative, al passo con le esigenze di oggi. I vescovi italiani, ad esempio, stanno ancora discutendo della nuova Ratio per la formazione dei seminaristi e ci vorrà molto tempo prima che entri in vigore. D’altra parte di fronte al calo numerico dei sacerdoti, alle difficoltà economiche, alla perdita di colpi della teologia nel dire qualcosa di significativo, il Papa ha risposto proponendo un cambio di percorso che si chiama cammino sinodale, cioè il coinvolgimento dal basso di tutti i livelli per arrivare fi no al clero e ai vescovi e cardinali. Anche qui le resistenze sono molte e chi si oppone, come in Germania, invoca lo spettro di uno scisma che sarebbe in atto, aumentando una polarizzazione ecclesiale che sembra diventata ingovernabile. Dunque siamo davanti ad una crisi davvero sistematica e sarà da vedere in che modo si potranno trovare soluzioni e strade percorribili per una ricomposizione ordinata.

Fabrizio Mastrofini. Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).

Fabio Marchese Ragona per “il Giornale” il 5 giugno 2021. Un gesto simbolico, perché tutti vedano che il cristianesimo e la fede in Germania hanno bisogno di un nuovo inizio, non soltanto sul tema della pedofilia ma sui grandi temi che da anni vengono discussi, tra scontri e polemiche. Con l'offerta di dimissioni al Papa dalla guida della diocesi di Monaco e Frisinga, il 68enne cardinale Reinhard Marx scatena un nuovo terremoto nella Chiesa perché, questa volta, la bomba non arriva certo da un fermo «oppositore» del Papa argentino ma da un suo uomo di fiducia, dal porporato che Francesco ha voluto nel ristretto consiglio dei cardinali che lo aiuta per la riforma della Curia e che ha messo a capo del Consiglio per l'Economia della Santa Sede. Un vescovo d' impronta fortemente progressista, come del resto la maggioranza dei presuli del suo Paese, che, mostrando chiari segni di delusione, ha provato negli ultimi anni a cambiare la Chiesa tedesca lanciando nel marzo del 2019 un sinodo nazionale biennale, con l'obiettivo di «aggiornare» la dottrina su morale, celibato, sesso, donne e famiglia, provando a riconquistare la fiducia dei cattolici tedeschi feriti dalla piaga della pedofilia. Tema, quello degli abusi sui minori, sul quale Marx ha basato quasi interamente la sua lettera consegnata a Francesco il 21 di maggio. Ma è chiaro che la missiva con tanto di dimissioni, che arriva in uno dei momenti più difficili nei rapporti tra Vaticano e Chiesa tedesca, nasconde un'insofferenza di fondo per delle mancate aperture di Bergoglio che in Germania attendono da diverso tempo. L' ultima sfida lanciata al Vaticano risale a meno di un mese fa quando i sacerdoti di circa 100 chiese cattoliche tedesche hanno benedetto centinaia di coppie gay, nonostante la Santa Sede abbia definito ufficialmente «illecita» questa pratica. Iniziativa «pro-arcobaleno» dalla quale i vescovi tedeschi hanno preso ufficialmente le distanze, anche se il presidente della Conferenza Episcopale e vescovo di Limburg, monsignor Baetzing, qualche mese prima aveva affermato che «le persone in unioni omosessuali vogliono la benedizione della Chiesa, dobbiamo affrontare questo desiderio, abbiamo bisogno di un confronto intenso, dobbiamo valutare in modo nuovo l'omosessualità e le unioni di vita fuori dal matrimonio». Questa è solo la punta dell'iceberg perché le frizioni, che secondo molti analisti cattolici potrebbero sfociare in un drammatico scisma, vanno avanti da diverso tempo: il cardinale Marx, che dal 2014 ha guidato la Conferenza Episcopale Tedesca fino al termine del suo mandato nel 2020, non si era ricandidato, rimarcando la sua delusione per la mancata apertura del Papa sul tema del celibato sacerdotale dopo il Sinodo sull' Amazzonia. Ma il porporato aveva già fatto la voce grossa in passato dicendo sin da subito che il sinodo della Chiesa tedesca sarebbe stato «un processo vincolante». Affermazioni che avevano ricevuto però uno stop proprio dal Vaticano, in particolare con due lettere ufficiali del cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi e di monsignor Filippo Iannone, Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, che avevano bollato l'iniziativa come «ecclesiologicamente non valida», che «viola le norme canoniche» e che di fatto è rea di «alterare le norme universali e dottrinali della Chiesa». Un evento, ancora in corso, che effettivamente si attesta su posizioni sempre più distanti dal magistero cattolico e in cui i laici hanno diritto di voto al pari dei vescovi e degli arcivescovi.

Luca Lippera per ilmattino.it il 13 settembre 2021. Un sacerdote argentino è stato condannato a 17 anni di carcere per abusi sessuali su due seminaristi commessi in Patagonia, nel sud del Paese sudamericano, tra il 2009 e il 2012. La notizia viene riportata in grande risalto dal quotidiano "Buenos Aires Times" il quale aggiunge che le vittime erano minori. Il sacerdote, Nicolàs Parma, della Congregazione dei Discepoli di Gesù e di San Giovanni Battista, svolgeva l'ufficio in una parrocchia di Puerto Santa Cruz. Il religioso, ascoltata la sentenza da remoto, ha annunciato attraverso l'avvocato che farà ricorso. Una delle vittime, che studiava da sacerdote, ha raccontato al quotidiano "La Nacion": «Non potevo parlare con nessuno. Non avevo né telefono né soldi e ci era proibito dire cosa stava succedendo all'interno della congregazione». L'altro seminarista testimone nel processo ha aggiunto: «Io e l'altra vittima siamo i volti visibili di queste accuse, ma sono sicuro che altri sono stati abusati. Abbiamo vissuto orrori. Eravamo prigionieri moralmente, non potevamo pensare, era impossibile andarsene e pensavo al suicidio». Jonatan Alustiza, uno dei giovani seminaristi, ha detto ai giudici di aver rivelato anni dopo gli abusi al capo della Congregazione il quale gli avrebbe suggerito di «perdonare e dimenticare, trattandosi solo di debolezze da parte di un confratello».

Abusi sessuali, il cardinale Marx scrive al Papa: "Mi dimetto, la Chiesa è arrivata a un punto morto". Paolo Rodari su La Repubblica il 4 giugno 2021. Nella lettera l'arcivescovo di Monaco e Frisinga riconosce le sue responsabilità gli errori compiuti nel "plasmare" la Chiesa cattolica: "Anche io ho fallito". L'arcivescovo di Monaco e Frisinga, il cardinale Reinhard Marx, ha chiesto a Papa Francesco di essere sollevato dall'incarico, mettendosi a disposizione del Pontefice. In una lettera datata al 21 maggio scorso, come riferisce oggi il quotidiano Sueddeutsche Zeitung, Marx ha affermato: "In sostanza, per me si tratta di condividere la responsabilità per la catastrofe degli abusi sessuali da parte dei membri della Chiesa negli ultimi decenni". Il porporato ha aggiunto che le inchieste sulla questione gli hanno costantemente mostrato i suoi "molti fallimenti personali ed errori amministrativi". A questi si aggiungono "fallimenti istituzionali o sistemici". Per Marx, la Chiesa cattolica ha raggiunto "un punto morto". Il cardinale ha quindi auspicato che la sua rinuncia alla guida dell'arcidiocesi di Monaco e Frisinga possa essere "un segno per nuovi inizi, per un nuovo risveglio della Chiesa". Al riguardo, Marx ha evidenziato: "Voglio mostrare che non è l'ufficio a essere in primo piano, ma la missione del Vangelo. ll porporato ricopre ruoli di responsabilità importanti. Per alcuni anni è stato a capo della Conferenza episcopale tedesca mentre in Vaticano è membro del C7, il Consiglio dei cardinali che aiuta il Papa nel governo della Chiesa. Sugli abusi è sempre stato allineato a Francesco nel non tollerare le coperture. Eppure, anche il suo lavoro non ha ottenuto i risultati sperati. Di qui le dimissioni che suonano come un segnale importante per una Chiesa, quella tedesca, che chiede da tempo riforme a Roma senza successo. Ha spiegato ancora Marx: "Sono pronto ad assumermi la responsabilità personale, non solo per i miei errori, ma per la Chiesa come istituzione, che ho contribuito a plasmare per decenni". Le dimissioni di Marx arrivano poco dopo una riforma proprio sugli abusi voluta dal Papa. Per volere di Francesco, infatti, l’abuso di minori è stato inquadrato come crimine contro la dignità della persona. Il Pontefice ha cambiato il Diritto penale vaticano. Con la costituzione apostolica "Pascite Gregem Dei", ha nei giorni scorsi riformato il libro VI del Codice di Diritto canonico che riguarda la disciplina penale e la sua osservanza. La riforma, ha sottolineato Francesco, risponde a una «concreta ed irrinunciabile esigenza di carità non solo nei confronti della Chiesa, della comunità cristiana e delle eventuali vittime, ma anche nei confronti di chi ha commesso un delitto, che ha bisogno all'un tempo della misericordia che della correzione da parte della Chiesa». Il Papa ha aggiunto che il ricorso al sistema penale sostiene «il ripristino delle esigenze della giustizia, l'emendamento del reo e la riparazione degli scandali». Negli ultimi anni in merito c’è stata troppa «rilassatezza». Di qui il cambiamento.

Cardinale Marx: la crisi è sistematica e mi dimetto. E adesso? Fabrizio Mastrofini, Giornalista e saggista, su Il Riformista il 4 Giugno 2021. Mi dimetto non perché sono responsabile ma perché sento di essere “corresponsabile” nel fallimento della Chiesa sul tema degli abusi. Lo scrive il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, in una lettera a Papa Francesco che sta facendo molto rumore. Un vero fulmine arrivato venerdì 4 giugno. Un lungo testo, pubblicato integralmente in Germania e diffuso dal sito della diocesi, raccoglie un’articolata analisi del porporato.  «Sostanzialmente per me si tratta di assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni. Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni mi dimostrano costantemente che ci sono sati sia dei fallimenti a livello personale che errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico”. Le polemiche e discussioni più recenti hanno dimostrato che alcuni rappresentanti della Chiesa non vogliono accettare questa corresponsabilità e pertanto anche la co-colpa dell’Istituzione. Di conseguenza rifiutano qualsiasi tipo di riforma e innovazione per quanto riguarda la crisi legata all’abuso sessuale. La vedo decisamente in modo diverso. Due sono gli elementi che non si possono perdere di vista: errori personali e fallimento istituzionale che richiedono cambiamenti e una riforma della Chiesa. Un punto di svolta per uscire da questa crisi può essere, secondo me, unicamente quella della “via sinodale”, una via che davvero permette il “discernimento degli spiriti”, così come Lei (il Papa, ndr) ha sempre sottolineato e scritto nella Sua lettera alla Chiesa in Germania». Il cardinale Marx ha 67 anni, è vescovo dal 1996, arcivescovo di Monaco dal 2007 e nel 2010 Benedetto XVI lo volle nel collegio cardinalizio. Con Papa Francesco ha assunto dei ruoli di particolare rilievo, in quanto fa parte del “consiglio dei cardinali” per la Riforma della Curia. Due passaggi fondamentali. Il primo riguarda la crisi sistematica della Chiesa e il secondo l’appoggio al cammino sinodale. Oramai si capisce come il binomio sia davvero inscindibile. La crisi degli abusi ha messo in dubbio un modello organizzativo e formativo, svelando resistenze, reticenze, coperture, al punto tale che non si può andare avanti. In ogni caso il punto nodale è la formazione del clero: segna il passo e non si è ancora proceduto a rinnovare criteri di scelta, selezione e modalità formative, al passo con le esigenze di oggi. I vescovi italiani, ad esempio, stanno ancora discutendo della nuova Ratio per la formazione dei seminaristi e ci vorrà molto tempo prima che entri in vigore. D’altra parte di fronte al calo numerico dei sacerdoti, alle difficoltà economiche, alla perdita di colpi della teologia nel dire qualcosa di significativo, il Papa ha risposto proponendo un cambio di percorso che si chiama cammino sinodale, cioè il coinvolgimento dal basso di tutti i livelli per arrivare fino al clero e ai vescovi e cardinali. Anche qui le resistenze sono molte e chi si oppone, come in Germania, invoca lo spettro di uno scisma che sarebbe in atto, aumentando una polarizzazione ecclesiale che sembra diventata ingovernabile. Dunque siamo davanti ad una crisi davvero sistematica e sarà da vedere in che modo si potranno trovare soluzioni e strade percorribili per una ricomposizione ordinata.

Chiesa, crisi sistemica? Ve l’avevo detto! Fabrizio Mastrofini, Giornalista e saggista, su Il Riformista il 5 Giugno 2021. Ve l’avevo detto!!!!!! Per una volta il Lettore e la Lettrice mi consentiranno di parlare in prima persona? Prendo spunto dalle annunciate dimissioni del cardinale Marx che nel suo comunicato parla di “crisi sistematica” nella Chiesa nella mancata/carente risposta agli abusi. E il suo conterraneo gesuita Zollner, iper-esperto di abusi, su “La Repubblica” si fa intervistare e parla di gesto coraggioso del cardinale che denuncia una crisi “sistemica”. “Sistematica”, “sistemica”, piccole differenze ma siamo lì. Intanto: io lo avevo detto. E soprattutto: ho le prove di quanto avevo detto, sottoforma di un piccolo libro pubblicato su Amazon in versione e-book otto anni fa. Otto anni fa, mica poco. Perché i segnali ci sono tutti, c’erano già tutti, bastava prendere coraggio e leggerli. Invece si continua come nulla fosse: problemi strutturali non si affrontano, la crisi delle vocazioni non comporta un maggiore spazio ai laici, la leadership è sempre per scelta dall’alto e le capacità reali non si valutano né valorizzano. Anzi, al contrario, si clericalizza ancor di più perché essere prete è una garanzia (usato sicuro…)!! Tra chiese locali e Vaticano le incomprensioni aumentano e il dialogo non c’è. La formazione del clero è rimasta a 50 anni fa. Gli abusi che esplodono non vengono presi sul serio, sembrano incidenti di percorso, ci si arrovella su cambiamenti canonici piuttosto bizantini invece di dire chiaro e tondo che si tratta di crimini da perseguire. Le giurisdizioni – canonica e tribunale civile – si sovrappongono, si confondono, non si capisce bene chi debba fare cosa. Scrivevo, in Riformulare la Chiesa, che la crisi è “sistemica” per l’incapacità di coinvolgere le persone nelle scelte e nelle decisioni di governo; tutto arriva dall’alto. Si sbaglia la scelta delle persone perché i criteri sono opachi. Un bravo prete che dirigeva una importante struttura una volta mi disse che aveva scelto una persona in un poso di responsabilità perché “ha un buon carattere”. Un buon carattere!!!! Ma a dirigere altre persone servono competenze e capacità, non “buon carattere”. Così si va solo a rotoli. E infatti ci si va! Prima di finirla qui – leggersi “Riformulare”, è anche gratis! – dico che avevo usato “sistemica” con piena cognizione di causa, cioè in riferimento alla teoria dei sistemi che attraversa diverse discipline fino ad arrivare alla psicologia. E va integrata con il costruttivismo cioè con la raffinata analisi dei modi in cui costruiamo la nostra realtà e visione del mondo. Se i preti venissero a conoscenza di questi aspetti – Zollner per primo dovrebbe saperlo, in una Facoltà di Psicologia come quella della Gregoriana in cui lavora – forse si comincerebbe ad avere strumenti per riflettere ed intervenire.

Maria Antonietta Calabrò per huffingtonpost.it il 3 giugno 2021. Mai più “rilassatezze” nell’applicazione delle sanzioni penali nella Chiesa. La misericordia non può essere esercitata a detrimento del diritto e della tutela delle vittime. Nei casi di pedofilia, certamente . Ma anche nell’amministrazione dei beni ecclesiastici, nella mala gestio dei soldi, dei beni e degli investimenti e nei casi di violazione del segreto pontificio (come avvenne nei casi Vatileaks). Gli ecclesiastici coinvolti, ma anche i laici che svolgano funzioni nella Chiesa, (su tutto il pianeta e in Vaticano) rischiano lo stipendio o la pensione che potrà essere ridotta fino a garantire la pura sussistenza. Mentre i vescovi avranno l’obbligo di denuncia in relazione a tutti i reati di cui vengono a conoscenza, pena gravi sanzioni. Non l’aveva fatto Giovanni Paolo II, Benedetto XVI aveva solo iniziato, adesso Francesco porta a compimento la revisione del libro VI del Codice di diritto canonico: quello appunto che riguarda le sanzioni e le pene. “Negli ultimi anni, come è stato evidenziato da più parti durante il lavoro di revisione dell’apparato normativo, il rapporto di compenetrazione tra giustizia e misericordia, ha subito, talvolta, un’erronea interpretazione, che ha alimentato un clima di eccessiva rilassatezza nell’applicazione della legge penale, - ha osservato monsignor Filippo Iannone, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi - in nome di una infondata contrapposizione tra pastorale e diritto, e diritto penale in particolare”. “La presenza all’interno delle comunità di alcune situazioni irregolari - ha continuato - ma soprattutto i recenti scandali, emersi dagli sconcertanti e gravissimi episodi di pedofilia, hanno, però, fatto maturare l’esigenza di rinvigorire il diritto penale canonico, integrandolo con puntuali riforme legislative; si ”è avvertita l’esigenza - spiega in conferenza stampa - di riscoprire il diritto penale, di utilizzarlo con maggior frequenza, di migliorarne le possibilità di concreta applicazione”, per meglio definire “un quadro sistematico e aggiornato della realtà in continua evoluzione”. Questa riforma, necessaria e da lungo tempo attesa, ha lo scopo di rendere le norme penali universali sempre più adatte alla tutela del bene comune e dei singoli fedeli, più congruenti alle esigenze della giustizia e più efficaci e adeguate all’odierno contesto ecclesiale, evidentemente differente da quello degli anni ’70 del secolo scorso, epoca in cui vennero redatti i canoni del libro VI, ora abrogati”. Monsignor Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru, segretario dello stesso Pontificio Consiglio, ha spiegato i criteri adottati. Innanzitutto una maggiore precisione e determinatezza sia dei reati, sia delle sanzioni e delle pene, che prima erano lasciate troppo alla discrezionalità dei vescovi (ed era per questo che in materia di pedofilia, la Santa Sede sede aveva dovuto avocare a sé i giudizi, stante le pesanti lacune di procedimenti nelle singole Diocesi). Il secondo criterio è la protezione della comunità dei fedeli e l’attenzione alla riparazione dello scandalo e al risarcimento del danno. Sono stati inseriti nel codice di diritto canonico reati che durante il Pontificato di Giovanni Paolo II erano rimasti fuori come la corruzione in atti d’ufficio, oppure nuovi reati come: l’omissione dell’obbligo di eseguire una sentenza penale e appunto l’omissione dell’obbligo di dare notizia della commissione di un reato. Tra i delitti puniti anche la tentata ordinazione sacerdotale di donne. Quanto alla pedofilia i reati saranno catalogati sotto la voce dei reati contro gli obblighi speciali dei sacerdoti, ma come reati contro la dignità della persona. E potranno essere perseguiti anche nei confronti dei religiosi non sacerdoti e di laici che occupano ruoli nella Chiesa. Verranno puniti anche gli abusi sessuali contro persone adulte, commessi con violenza o abuso di autorità. Il Papa ha promulgato il nuovo testo nella forma di una Costituzione apostolica “Pascite gregge Dei” e entrerà in vigore l’8 dicembre prossimo. Per i reati commessi prima dell’entrata in vigore, varranno le leggi più favorevoli al reo, di cui si ribadisce l’innocenza fino alla condanna. Mentre si sollecitano i giudici a processi rapidi. Intanto l’Aula giudiziaria grande allestita nella Sala polifunzionale dei Musei Vaticani è ultimata. Entrerà in funzione per le ultime battute del processo per i presunti abusi sessuali che si sarebbero svolti nel preseminario Pio X ad opera di seminari. Sarà quella la sede del processo ( o dei processi) che riguardano l’ultimo scandalo finanziario: la compravendita del palazzo di Sloane Ave 60 a Londra che a settembre è costato il posto e la berretta ad Angelo Becciu. 

Domenico Agasso per "lastampa.it" l'1 giugno 2021. L’abuso di minori è ora inquadrato come crimine contro la dignità della persona. Tra i nuovi reati ci sono la violazione del segreto, la mala gestione dei beni, la tentata ordinazione delle donne e la registrazione delle confessioni. Tra le nuove pene la privazione della remunerazione ecclesiastica. Il Pontefice cambia il Diritto penale nelle Sacre Stanze. Papa Francesco, con la costituzione apostolica Pascite Gregem Dei, riforma il libro VI del Codice di Diritto canonico. Riguarda la disciplina penale e la sua osservanza risponde a una «concreta ed irrinunciabile esigenza di carità non solo nei confronti della Chiesa, della comunità cristiana e delle eventuali vittime, ma anche nei confronti di chi ha commesso un delitto, che ha bisogno all'un tempo della misericordia che della correzione da parte della Chiesa». Lo sottolinea il Vescovo di Roma aggiungendo che il ricorso al sistema penale sostiene «il ripristino delle esigenze della giustizia, l'emendamento del reo e la riparazione degli scandali». Monsignor Iannone, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, evidenzia che negli ultimi anni c’è stata troppa «rilassatezza». Affinché tutti «possano agevolmente comprendere a fondo le disposizioni di cui si tratta, stabilisco che questa revisione del Libro VI del Codice di Diritto Canonico venga promulgata mediante la pubblicazione su L'Osservatore Romano, entri in vigore a partire dal giorno 8 dicembre 2021 e sia successivamente inserito nel Commentario ufficiale Acta Apostolicae Sedis», precisa. Tra le novità della riforma della disciplina penale varata dal Papa, il reato di abuso di minori è ora inquadrato non all'interno dei reati contro gli obblighi speciali dei chierici, bensì come reato commesso contro la dignità della persona. Sono comprese le azioni compiute non solo da parte dei chierici ma anche i reati di questo tipo commessi da religiosi non chierici e da laici che occupano alcuni ruoli nella Chiesa, così come eventuali comportamenti del genere, con persone adulte, ma commessi con violenza o abuso di autorità. Arrivano fattispecie nuove, come per esempio la violazione del segreto pontificio; l'omissione dell'obbligo di eseguire una sentenza o decreto penale; l'omissione dell'obbligo di dare notizia della commissione di un reato; l'abbandono illegittimo del ministero. In modo particolare, spiega monsignor Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru, segretario del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi, «sono stati tipizzati reati di tipo patrimoniale come l'alienazione di beni ecclesiastici senza le prescritte consultazioni; o i reati patrimoniali commessi per grave colpa o grave negligenza nell'amministrazione. Inoltre, è stato tipizzato un nuovo reato previsto per il chierico o il religioso che “oltre ai casi già previsti dal diritto, commette un delitto in materia economica, anche in ambito civile, o viola gravemente le prescrizioni contenute nel can. 285 comma 4 che vieta ai chierici l'amministrazione di beni senza licenza del proprio Ordinario”». Illustra Filippo Iannone: nel riordino della disciplina penale del Codice di Diritto canonico, voluto da papa Francesco, «sono state previste nuove pene, quali l'ammenda, il risarcimento del danno, la privazione di tutta o parte della remunerazione ecclesiastica, secondo i regolamenti stabiliti dalle singole Conferenze episcopali, fermo restando l'obbligo, nel caso la pena sia inflitta ad un chierico, di provvedere che non gli manchi il necessario per un onesto sostentamento». Vengono incorporati nello stesso Codice «reati tipizzati in questi ultimi anni in leggi speciali, come la tentata ordinazione di donne; la registrazione delle confessioni; la consacrazione con fine sacrilego delle specie eucaristiche», prosegue Arrieta. Sono state «incorporate poi alcune fattispecie presenti nel Codex del 1917 che non vennero accolte nel 1983. Ad esempio, la corruzione in atti di ufficio, l'amministrazione di sacramenti a soggetti cui è proibito amministrarli; l'occultamento all'autorità legittima di eventuali irregolarità o censure in ordine alla ricezione degli ordini sacri». Negli ultimi anni il rapporto «di compenetrazione tra giustizia e misericordia - afferma Iannone - ha subito, talvolta, un'erronea interpretazione, che ha alimentato un clima di eccessiva rilassatezza nell'applicazione della legge penale, in nome di una infondata contrapposizione tra pastorale e diritto, e diritto penale in particolare». La presenza «all’interno delle comunità di alcune situazioni irregolari, ma soprattutto i recenti scandali, emersi dagli sconcertanti e gravissimi episodi di pedofilia, hanno, però, fatto maturare l'esigenza di rinvigorire il diritto penale canonico, integrandolo con puntuali riforme legislative; si è avvertita l'esigenza di riscoprire il diritto penale, di utilizzarlo con maggior frequenza, di migliorarne le possibilità di concreta applicazione, per meglio definire un quadro sistematico e aggiornato della realtà in continua evoluzione». Questa riforma, «che oggi viene presentata, quindi, necessaria e da lungo tempo attesa, ha lo scopo di rendere le norme penali universali sempre più adatte alla tutela del bene comune e dei singoli fedeli».

Presunti abusi sui chierichetti, il Papa trasferisce il Preseminario San Pio X fuori dal Vaticano. Le Iene News il 26 maggio 2021. Il Pontefice decide il trasferimento da settembre fuori dal Vaticano del Preseminario San Pio X. Qui si sarebbero consumati i presunti abusi sui “chierichetti del Papa” per cui è in corso un processo storico, il primo per abusi sessuali che sarebbero avvenuti dentro le mura vaticane. Noi de Le Iene siamo stati i primi a parlarvene nel 2017 con una notizia che ha fatto il giro del mondo. Papa Francesco accelera i tempi e non aspetta la fine del processo sui presunti abusi sui chierichetti del Vaticano. Ha deciso che il Preseminario San Pio X, che storicamente li ospita, venga trasferito da settembre fuori dal Vaticano. Il processo è quello partito dopo il primo servizio de Le Iene del 2017 con Gaetano Pecoraro ed è il primo della storia per presunti abusi sessuali che sarebbero avvenuti all’interno delle mura vaticane. Un processo che è stato possibile proprio perché il Pontefice ha modificato alcune procedure. Non ci saranno più dunque quei ragazzi che studiano e vivono in San Pietro. “Da tempo si stava studiando l’ipotesi di un trasferimento del Preseminario San Pio X al di fuori delle Mura Vaticane, anche per favorire la vicinanza dei giovani studenti ai luoghi dove svolgono i loro studi e praticano le loro attività ricreative”, spiega ufficialmente la Santa Sede. Del caso dei presunti abusi abbiamo iniziato a parlarvi per primi noi de Le Iene il 12 novembre 2017, con Gaetano Pecoraro, con un servizio e una notizia che hanno fatto il giro del mondo. Abbiamo continuato a seguirlo negli anni e qui sopra potete vedere l’ultimo servizio andato in onda un mese fa. In questo momento sono rinviati a giudizio di fronte alla giustizia vaticana e italiana il giovane sacerdote don Gabriele Martinelli, accusato di aver costretto un ragazzo a subire atti sessuali, e monsignor Enrico Radice, allora Rettore del Preseminario, accusato di aver insabbiato il tutto. “In una recente udienza, il Santo Padre Francesco ha comunicato al rettore, reverendo Don Angelo Magistrelli, la decisione che il Preseminario, a partire dal prossimo mese di settembre, sposti la sua sede all’esterno della Città del Vaticano, in luogo conveniente”, spiega la Santa Sede.

Gianluigi Nuzzi per "la Stampa" il 7 ottobre 2021. «Contraddizioni e illogicità» nelle accuse che il giovane seminarista muoveva contro il suo presunto aguzzino, don Gabriele Martinelli, tanto da spingere la corte presieduta da Giuseppe Pignatone ad assolvere l'imputato da ogni reato dopo un anno di udienze. In Vaticano si chiude con un colpo di scena il processo sulle presunte violenze a un chierichetto del Papa, L.G., tra il 2006 e il 2012, azzerando di fatto l'impalcatura che il promotore di giustizia aveva costruito dall'inverno del 2017 quando iniziò a indagare su quanto accadeva nel pre-seminario san Pio X che occupava due piani di palazzo san Carlo, uno degli edifici più prestigiosi del piccolo Stato. L'accusa aveva chiesto sei anni di reclusione per don Martinelli per atti di violenza carnale aggravata e atti di libidine aggravati e quattro anni per don Radice, all'epoca rettore della struttura, per favoreggiamento. Al contrario, secondo i giudici pur ritenendosi «accertati i rapporti sessuali, di varia natura ed intensità, tra l'imputato e la persona offesa, effettivamente protrattisi per l'intero arco ultraquinquennale, difetta la prova per affermare che la vittima sia stata costretta dall'imputato con la contestata violenza o minaccia». Per questo per i fatti contestati fino al 9 agosto 2008 don Gabriele non è punibile essendo all'epoca minore di sedici anni, mentre per quelli successivi è stato assolto per insufficienza di prove. Al contrario, però, il collegio ritiene che per quanto accaduto tra l'estate del 2008 e la successiva primavera si integri «comunque il reato di corruzione di minorenni che però è stato dichiarato estinto per prescrizione», maturata già nel 2014. Don Radice, invece, esce assolto perché il fatto non sussiste. Era accusato di aver scritto una lettera dalla firma apparente del vescovo di Como, monsignor Coletti, dal quale dipendeva il pre seminario ma per il collegio quella missiva «non risulta idonea a costituire alcun aiuto a eludere le indagini». La vicenda non è ancora chiusa perché bisogna vedere se il promotore di giustizia ricorrerà in appello. Senza dimenticare che un'inchiesta gemella è ancora aperta dalla procura di Roma con un fascicolo nel quale sono finite diverse informative dei carabinieri sugli stessi fatti. È anche vero che l'ufficio del promotore di giustizia ha vissuto ieri una delle peggiori giornate nel pontificato di Francesco. La sentenza infatti smentisce la prospettazione dell'accusa che contava su uno specifico intervento del Papa che aveva tolto la prescrizione per i reati sessuali pur di permettere di accertare la verità. Sempre ieri l'azzeramento del processo al cardinale Becciu, con il collegio che ha annullato il rinvio a giudizio per la compravendita del palazzo di Londra, è figlio di una censura dei giudici nei confronti dell'ufficio del promotore tanto da dover tornare indietro. Nei sacri palazzi c'è chi si interroga sulla compiutezza della riforma della giustizia vaticana che ha visto cambiamenti negli organigrammi, a iniziare dall'insediamento di Pignatone ma che forse non è stata così incisiva sull'ufficio del promotore. Senza sindacare ovviamente sulla riconosciuta competenza giuridica del professor Roberto Zanotti, a capo dell'accusa, e dell'avvocato Alessandro Diddi, suo primo collaboratore, ci si interroga sull'efficacia effettiva di un ufficio affidato a giuristi e non magistrati. Zanotti è infatti docente alla Lumsa mentre Diddi è un brillante penalista romano. Di certo la macchina giudiziaria in vaticano oggi non è paragonabile a quella del pontificato di Benedetto XVI nel corpo investigativo, in tribunale, e con tutti gli interventi legislativi introdotti, ma le bacchettate al promotore sono destinate, con ogni probabilità, a incidere sul futuro di quell'ufficio.

Dagospia il 13 maggio 2021. Come sono state gestite e dove sono finite le offerte al Papa dei fedeli di tutto il mondo? Perché il patrimonio dell'Obolo di San Pietro è stato inghiottito in fondi speculativi, in uno strapagato palazzo nel centro di Londra, arricchendo spregiudicati finanzieri? Da oggi è in libreria e negli store online il libro «I mercanti nel tempio» (Solferino) di Mario Gerevini e Fabrizio Massaro, di cui pubblichiamo un estratto. L'inchiesta «entra» nella cassaforte riservata della Segreteria di Stato, negli uffici di cardinali, monsignori e dei loro consulenti, nei conti svizzeri, compreso quello intestato al Papa. Racconta con fatti e documenti inediti come lo scandalo è stato affrontato da Francesco ma anche coperture e ambiguità ai vertici della Santa Sede. L' intrigo sull' immobile di Sloane Avenue, gli affari del fondo Centurion a Malta, un piccolo broker che per mesi tiene in scacco il Vaticano: una trama che sembra fiction.

Estratto del libro di Fabrizio Massaro e Mario Gerevini pubblicato dal "Corriere della Sera". Nella cassaforte della Segreteria di Stato c' è un altro segreto ben custodito: il fondo Centurion (...) Che ci fa il Vaticano con un fondo maltese? E come vengono investiti questi soldi delle offerte al papa? Saranno titoli di finanza verde, socialmente responsabile? Saranno forse prodotti di risparmio che rispondono ai criteri etici di finanza sostenibile, cosiddetti «Esg» (Environmental, Social e Governance)? Facciamo richiesta al registro maltese e con dieci euro recuperiamo i bilanci. Con altri quindici rintracciamo nuovi documenti aggiornati sulle più recenti operazioni in Italia. Spulciamo ulteriori carte per seguire le tracce del denaro. Leggere e ricostruire il puzzle di informazioni è tutto meno che noioso.(...). L' investimento più clamoroso del fondo di Malta è nel cinema: 3 milioni nella produzione del film Men in Black: International, di Gary Gray. Un flop al botteghino. Ben più redditizio è stato il milione di euro investito in Rocketman, il biopic di Dexter Fletcher su Elton John, un successo planetario che però ha destato scandalo per la scena di sesso gay estremamente esplicita. (...) Un investimento nato quasi per caso. Inizialmente i soldi della Segreteria erano destinati a contribuire al finanziamento di un film di Oliver Stone con Benicio del Toro protagonista. Secondo quanto ricostruito fu organizzata una cena-evento a Napoli nel 2018 alla quale vennero invitati una serie di money-manager, compreso Enrico Crasso, (il banchiere di fiducia della Segreteria di Stato, ndr ) in rappresentanza del fondo Centurion. Al tavolo con il grande regista americano vincitore di tre premi Oscar (Fuga di mezzanotte, Platoon, Nato il quattro luglio) e creatore del finanziere avido per eccellenza, Gordon Gekko, nel film Wall Street, sedevano anche i due giovani produttori cinematografici che avevano organizzato l' incontro: Italo e Tommaso Marzotto, nipoti di Umberto e Marta Marzotto. Insomma, i potenziali investitori potevano ascoltare direttamente dalla voce di un mito di Hollywood quale fosse il progetto cinematografico e il budget. C' era già un titolo: White Lies, un dramma familiare ambientato a New York. Per contribuire alla produzione, la proposta era di sottoscrivere un bond che avrebbe dato un minimo garantito e un bonus se l' incasso avesse superato i 30 milioni. Però, qualche mese dopo, nel novembre 2018, il film di Stone - secondo Crasso - subì un brusco stop per l' indisponibilità di Benicio del Toro. E così la storia prese una direzione diversa: i capitali raccolti dai due Marzotto vennero dirottati su altre produzioni in cui erano coinvolti. Una di queste era Rocketman ed è così, dunque, che Centurion, gestore di una fetta del patrimonio dell' Obolo, ha dato il suo interessato contributo al film sulla vita del grande artista gay. Nel marzo 2021 (...)s Elton John, 74 anni e sposato dal 2014 con il regista e produttore David Furnish, prenderà la palla al balzo: «Come può il Vaticano rifiutarsi di benedire le unioni gay perché "sono un peccato", ma allo stesso tempo trarre felicemente profitto dall' aver investito milioni in Rocketman - un film che celebra la felicità che ho raggiunto dal mio matrimonio con David??». Il post della star sui suoi canali social si chiude con l' hashtag #ipocrisia. La Congregazione per la dottrina della fede aveva appena decretato che «la Chiesa non dispone del potere di benedire unioni di persone dello stesso sesso, la Chiesa benedice il peccatore ma non benedice, né può benedire, il peccato». Di sicuro, dal punto di vista economico, sarebbe stato un peccato non aver investito: il film è costato 41 milioni, ne ha incassati 200 e la Santa Sede ha ottenuto un guadagno del 13,5 per cento. Forse il maggiore fra quelli a oggi venuti alla luce.

Filippo Di Giacomo per "il Venerdì - la Repubblica" il 3 magio 2021. Restando calmi e osservando i fatti, ma da dove nasce quell' invincibile pressapochismo che conduce i "superiori" vaticani, qualunque sia la cultura da cui provengono, ad affidarsi a "competenti" di provata e chiara inesperienza ogni volta che in ballo ci sono i soldi? Certamente da un fatto: ridotto alla sua essenza fisica, nonostante la sua articolata architettura politica, il Vaticano mantiene la primitiva forma di quartiere romano: un monsignore di media età e di normale forma fisica può percorrere l'intero territorio dello Stato, partendo e arrivando a Porta Sant' Anna, in quaranta minuti. Vista poi nella sua struttura socio-politica, tutta la "querelle" sui denari e i mali traffici della finanza con la tonaca si riduce a una elementare filosofia giuridica di stampo "familistico": lo Stato non riscuote le imposte, raccoglie contributi volontari e (in teoria) partecipa al bene comune con attività commerciali gestite in monopolio. In un certo senso, il Regno del Papa pratica (con identici e infausti esiti) lo stesso sistema socio-economico applicato nei kolchoz della defunta Urss. Se il Papa decidesse di abolire lo Ior (argomento trito e ritrito, ormai diventato arma di distrazione di massa) dovrebbe convincere i sudditi del suo Stato temporale (che accumulando due o più benefici percepiscono anche stipendi da 10.000 euro mensili) ad accettare una tassazione conforme agli Stati contemporanei. L'anagrafe papalina conta 194 "cittadini", di cui 150 residenti all' estero, per servizio diplomatico. Per trovare i contribuenti, al Papa basterebbe decidere di togliere ai circa 600 finti "residenti" l'alibi di scansare anche la tassazione italiana, limitata al 4 per cento per i redditi prodotti all' estero. Riforma dopo riforma, sono loro che continuano a godere dei privilegi di sempre, combinando tranquillamente i guai di sempre.

Vaticano, ora scoppia la "bufera" delle Messe a San Pietro. Dal divieto di Messe individuali al rito antico relegato nelle grotte. I conservatori chiedono al Papa delle regole nuove. Francesco Boezi - Dom, 04/04/2021 - su Il Giornale. La pandemia ha spento le polemiche nella Chiesa cattolica, ma gli alti ecclesiastici stanno dibattendo attorno ad una questione nuova. Il "divieto delle Messe individuali" presso la Basilica di San Pietro non è stato condiviso da quello che i retroscenisti chiamano "fronte conservatore", con l'aggiunta del cardinal Robert Sarah, che ha da poco terminato il suo incarico di prefetto presso la Congregazione per il Culto divino e per la Disciplina dei sacramenti. La disposizione della segreteria di Stato risale alla prima metà di marzo: da allora, all'interno della chiesa più importante del mondo, i sacerdoti non possono celebrare come prima. La seconda quaresima in pandemia costringe l'Ecclesia alla rivisitazione delle tradizioni: è un fatto noto. Tra gli alti prelati, però, c'è chi non è mai stato troppo propenso a concedere deroghe sulle consuetudini. Se i cardinali Raymond Leo Burke, Walter Brandmueller e Gherard Ludwig Mueller - i tre che hanno criticato in prima battuta la decisione sulle Messe individuali - si erano già distinti per "conservatorismo", il cardinal Sarah, almeno sino a questo momento, aveva espresso le sue tesi attraverso opere librarie e pochi calibrati interventi pubblici. Non si tratta certo di fare "opposizione" al Papa, ma semmai di difendere una certa impostazione normativa. Nell'intervento pubblicato sul blog di Sandro Magister, il cardinale africano prende una posizione chiara: "In sintesi: quando possibile, si preferisce la celebrazione comunitaria, ma la celebrazione individuale da parte di un sacerdote rimane opera di Cristo e della Chiesa. Il magistero non solo non la proibisce, ma la approva, e raccomanda ai sacerdoti di celebrare la Santa Messa ogni giorno, perché da ogni Messa sgorga una grande quantità di grazie per il mondo intero". La Messa è Messa sempre. Questa è l'interpretazione di fondo che Sarah registra a partire dalle fonti. Sino a questo momento, il Vaticano non ha replicato. E a San Pietro il divieto permane. Sarah, sulla scia delle considerazione degli altri porporati citati, chiosa domandando al Santo Padre una revisione della disposizione, che come premesso è del "ministero degli Esteri" della Santa Sede: "Supplico umilmente il Santo Padre - annota l'ex prefetto - di disporre il ritiro delle recenti norme emanate dalla segreteria di Stato, le quali mancano tanto di giustizia quanto di amore, non corrispondono alla verità né al diritto, non facilitano ma piuttosto mettono in pericolo il decoro della celebrazione, la partecipazione devota alla messa e la libertà dei figli di Dio". La cosiddetta "tridentina", poi, dovrebbe essere relegata soltanto alle grotte: un'altra diminutio di cui si parla meno, ma che potrebbe essere al centro dei pensieri dei cardinali conservatori. In questa storia esistono almeno due aspetti di fondo: uno è statistico e riguarda il numero delle Messe celebrate a San Pietro, l'altro è simbolico e attiene con ogni probabilità a vecchie ruggini, per così dire, sul valore attribuito alla Messa in vetus ordo. E la notizia risiede pure nella presa di posizione pubblica che quattro cardinali hanno deciso di manifestare in sincrono o quasi. Non siamo ai livelli dei "dubia" su Amoris Laetitia, ma le interpretazioni sulle spaccature si sprecano, in specie da parte dei cosiddetti "blog tradizionalisti". Il provvedimento - come detto - rileva pure per il rito antico, e per Sarah è "singolare" che sia così: "Da oggi in poi, essa – nel numero massimo di quattro celebrazioni quotidiane – è consentita esclusivamente nella Cappella Clementina delle Grotte vaticane ed è del tutto vietata su qualunque altro altare della basilica e delle Grotte". Un punto che può apparire secondario, ma che secondario non è. Se non altro perché sulla "tridentina" e sul suo ruolo per la prospettiva del cattolicesimo si discute in maniera animata ormai da anni.

Franca Giansoldati per “Il Messaggero” il 16 marzo 2021. Scoppia la guerra delle messe a San Pietro. Ormai in Vaticano sembra che ogni pretesto sia buono per litigare su tutto, persino sulle celebrazioni liturgiche nella basilica che è al centro della cristianità. Tutto è iniziato in sordina, con una lettera «anomala» e «preoccupante» proveniente dalla Prima Sezione della Segreteria di Stato, certamente avallata da Papa Francesco, che vieta a tutti i canonici e ai vescovi di celebrare messe individuali in basilica e ne stabilisce un limite giornaliero. Ma, soprattutto, sfratta definitivamente le messe in rito straordinario (quelle per intenderci che si celebrano rivolte all'altare, difese strenuamente dalle frange più tradizionaliste e ortodosse della Chiesa) relegandole alle Grotte Vaticane, evidentemente per non lasciarle "in vetrina". Un provvedimento ritenuto da molti anomalo anche perchè la Segreteria di Stato sembra sia intervenuta in una materia che esula dalle sue competenze, dando l'avvio alla miccia sotterranea dei mugugni, fino alla protesta aperta. 

Franca Giansoldati per "Il Messaggero" il 25 febbraio 2021. C'è un misterioso tesoretto sotto la Cupola di San Pietro. È contenuto in 50 casse ignifughe, di colore verde, di quelle che vengono utilizzate normalmente per mettere al riparo merce preziosa e opere d'arte da ogni tipo di danni durante i trasporti. Dentro ai contenitori di diverse dimensioni si trovano decine e decine di dipinti antichi, manufatti di varia fattura, sculture di marmo, pezzi di affreschi quattrocenteschi distaccati probabilmente da chiese e anche materiale archeologico. Il tesoretto è stato accumulato da un anziano canonico di San Pietro, don Michele Basso che già attorno agli anni Duemila era finito al centro di una inchiesta della Procura di Roma poi archiviata e finita nel nulla. Il tesoro d'opere d'arte dal notevole valore commerciale è stato stoccato senza fare troppa pubblicità in uno degli ambienti meno accessibili della basilica di San Pietro, in un locale sotto al cupolone, in una specie di sottotetto, al riparo da curiosi. Nessuno in Vaticano vorrebbe affrontare questo argomento. Si sa solo che le cinquanta casse sono stipate da un po' di tempo in un ambiente irraggiungibile, chiuso a chiave e sconosciuto ai più; una autentica fortuna sulla cui provenienza sono state avviate delle verifiche interne. Non si sa, infatti, se i beni facevano parte di collezioni, oppure acquisti fatti nel tempo, lasciti di conventi o istituti religiosi, eredità, regali ricevuti da benefattori o beni ecclesiastici non mai catalogati. Per il Vaticano di certo è una altra grana da risolvere in attesa che si insedi il nuovo arciprete della basilica. Spetterà al cardinale di Assisi, il francescano Mauro Gambetti, nominato dal Papa al posto di Angelo Comastri (che lascia l'incarico di arciprete per limiti d'età), il compito di sciogliere il giallo sulla provenienza di questi quadri. Naturalmente sia il Papa che la Segreteria di Stato sono a conoscenza dell'esistenza delle casse piene di quadri. Lo stesso cardinale Pietro Parolin, qualche mese fa, si era recato personalmente a svolgere una sorta di ispezione per valutare il da farsi. L'esame avrebbe fatto affiorare tele di rara fattura della scuola di Mattia Preti, diversi bozzetti di Pietro da Cortona, tavole lignee del Guercino, di Golzius, di Pasqualotto, oltre che sculture lignee del Seicento e persino una scultura in marmo bianca ispirata ai Prigioni di Michelangelo. Tele autentiche mescolate però anche a diversi falsi, realizzati evidentemente da falsari molto abili. Tra gli oggetti chiusi a chiave anche diverse copie di vasi etruschi, e romani contraffatti talmente bene da sembrare autentici compresa una copia del Vaso di Eufronio. Probabilmente sono stati prodotti a Roma verso la fine dell'Ottocento, quando era quasi una moda riprodurre manufatti romani o etruschi in ogni piccolo particolare. Si trattava di una abilità di alcuni maestri artigiani che ha dato vita a dei falsi talmente straordinari da avere anch'essi un mercato internazionale piuttosto fiorente. Resta in ogni caso insoluto come quella incredibile quantità di opere d'arte sia stata accumulata e perché sia stata messa dentro a queste casse. Doveva essere trasportata altrove? E perché è stata stoccata senza clamori sotto la Cupola di San Pietro? I quadri, alcuni dei quali autentici capolavori, provengono da depositi religiosi? Un giallo dai contorni per il momento sfilacciati che attende l'arrivo di padre Gambetti per essere risolto. L'anno scorso Papa Francesco aveva dato disposizioni di aprire una ispezione interna sulla gestione della Fabbrica di San Pietro affidandola ad un ecclesiastico di sua stretta fiducia. Il canonico don Michele Basso interpellato su questi quadri taglia corto: «Io ho donato tutto alla Fabbrica di San Pietro. Ora non sono più il proprietario. Non ne so più niente». Ma come ha fatto ad accumulare questo tesoro? Padre Michele Basso risponde affidandosi ad una immagine colorita. «È come ritrovarsi con tante scarpe nell'armadio. Alcune sono state comprate e altre sono state regalate».

Salvatore Cernuzio per lastampa.it il 30 marzo 2021. Da Colonia alla Polonia, l’eco degli scandali per gli abusi del clero si rinfocola nel cuore dell’Europa. Mentre in Germania, il Papa concede un «time out» al vescovo di Amburgo, Stefan Heße, dimessosi dopo la pubblicazione del report sugli abusi nell’Arcidiocesi di Colonia dal Dopoguerra in poi, nella vicina Polonia cala su due vescovi la punizione del Vaticano per aver occultato casi di pedofilia nelle loro diocesi. Un provvedimento, questo, che arriva dopo mesi di polemiche e indagini. I due vescovi in questione sono l’arcivescovo di Danzica, Leszek Slawoj Glódzie, e l’ex vescovo di Kalisz, Edward Janiak, nomi accompagnati da anni da un vespaio di critiche in Polonia per i comportamenti inappropriati non solo sui casi di abusi, ma anche per questioni legate all’amministrazione del ministero. Un comunicato presentato oggi dal nunzio in Polonia alla stampa - visionato da Vatican Insider -, informa che la Santa Sede, dopo aver ricevuto rapporti formali, ha condotto un procedimento per negligenza sulla base delle «disposizioni del Codice di Diritto canonico» e delle indicazioni del Motu proprio del 2019 «Vos estis Lux mundi» con il quale Papa Francesco ha stabilito nuove e universali norme procedurali circa l’«accountability» (la responsabilità) di vescovi. All’arcivescovo Glódzie è stato imposto l’ordine di risiedere fuori dall’arcidiocesi di Danzica, il divieto di partecipare a cerimonie o riunioni religiose pubbliche, l’obbligo di pagare con fondi personali un importo appropriato alla fondazione «Fundaja tow» che aiuta vittime di abusi. Il 13 agosto 2020 Francesco aveva accettato la rinuncia presentata a 75 anni da Glódz e nominato a Danzica un amministratore apostolico «ad nutum Sanctae Sedis» (fino a diverso provvedimento) nella persona di monsignor Jacek Jezierski. Quest’ultimo, coadiuvato da sacerdoti esterni alla diocesi, ha condotto le indagini sull’arcivescovo, circondato da critiche e contestazioni sin dagli Anni 80. L’accusa di aver coperto un prete abusatore - emersa anche nel documentario del maggio 2019 «Tylko nie mów nikomu» («Non dirlo a nessuno») dei fratelli Sekielski, lo «Spotlight» polacco - è infatti solo uno dei tanti addebiti contro Glódz, accusato da media della Polonia di essere un ex collaboratore dall’intelligence militare della Repubblica Popolare polacca, o di aver umiliato e intimidito i suoi collaboratori. Anzi, in un’inchiesta trasmessa sulla nota emittente TVN24, una dozzina di preti - sotto anonimato - affermava che Glódz maltrattasse regolarmente i propri sottoposti e offrisse incarichi ecclesiastici a pagamento, coi quali finanziava uno stile di vita lussuoso. Le stesse pene di Glódz sono state imposte a monsignor Janiak: quindi il divieto di vivere nella diocesi di Kalisz e di partecipare a cerimonie religiose pubbliche e l’obbligo di pagare di tasca propria una somma adeguata alla fondazione per le vittime. Janiak è accusato di aver coperto un prete della sua diocesi, padre Arkadiusz Hajdasz, spostato in varie parrocchie dove per oltre un quarto di secolo ha abusato di diversi minorenni, senza però mai essere punito. La vicenda era stata portata alla luce sempre dal docufilm dei Sekielski, che intervistavano due vittime di Hajdasz e affermavano che Janiak gli avesse garantito protezione. Sul caso era stata condotta un’indagine preliminare dall’arcivescovo di Poznan, Stanislaw Gadecki, ma il primate di Polonia, l’arcivescovo di Gniezno Wojciech Polak, delegato dell’Episcopato per la protezione dei minori, nell’estate 2020 aveva poi rimesso tutto nelle mani della Santa Sede inviando un appello formale per chiedere di «avviare procedure». Papa Francesco, il 25 giugno di quell’anno, aveva nominato a Kalisz un amministratore apostolico «sede plena», il metropolita di Lodz Grzegorz Rys, ordinando a Janiak (rimasto nominalmente ordinario) di rimanere fuori dalla diocesi per il tempo delle indagini sulla negligenza. Sempre in Polonia, neanche due settimane fa, era circolata la notizia che fosse in vista un provvedimento contro il cardinale Stanislaw Dziwisz, figura eminente della Chiesa polacca, per 39 anni segretario particolare di Giovanni Paolo II. Una commissione statale sembra accusare il famoso porporato di aver ignorato denunce di violenze sessuali di sacerdoti su minori dopo essere diventato arcivescovo di Cracovia nel 2005. Dziwisz ha sempre respinto tali addebiti, affermando di aver trascorso gli ultimi cinquant’anni della sua vita «al servizio della Chiesa, del Papa e della Polonia» e di avere fiducia in «un’indagine trasparente». Spostandosi al confine, gli scandali per la pedofilia del clero continuano a tormentare anche la Germania, dove il 18 marzo sono stati presentati i risultati di un’indagine indipendente sulla gestione degli abusi nell’Arcidiocesi di Colonia. Il report, realizzato dallo studio legale Gercke & Wollschläger su commissione del cardinale Rainer Maria Woelki, ha mostrato numeri drammatici: oltre 200 abusatori, 314 vittime, violenze avvenute dal 1975 al 2018 e il 63% per colpa del clero. Alcuni vescovi, dopo la pubblicazione, hanno presentato al Papa le dimissioni; tra questi il pastore di Amburgo, Stefan Heße, ex direttore del personale per l’arcidiocesi di Colonia e vicario generale dell’allora cardinale Joachim Meisner, scomparso nel 2017. A Heße, secondo il report, sono da ascrivere undici violazioni di obblighi d’ufficio (a Meisner, invece, ventiquattro, circa un terzo di tutti i casi esaminati). Heße si è dimesso il giorno stesso, pur affermando di non aver «mai partecipato a insabbiamenti»: «Sono pronto ad assumermi la mia parte di responsabilità per il guasto del sistema». Oggi il Papa ha offerto «una prima risposta» alla rinuncia del vescovo concedendogli «una pausa», senza specificarne la durata. Durante la sua assenza, il vicario generale Ansgar Thim si occuperà della «corretta amministrazione» della chiesa di Amburgo.

Da ilpost.it il 24 marzo 2021. I Legionari di Cristo, una congregazione interna alla Chiesa cattolica, hanno diffuso pubblicamente i nomi dei propri sacerdoti accusati di abusi sessuali dagli anni Quaranta, cioè dagli inizi della congregazione, fino al 2019. La serie di documenti è stata diffusa al termine di un percorso iniziato nel 2009 con cui la congregazione – nota anche per la spregiudicatezza con cui in passato ha gestito il proprio ingente patrimonio – ha affrontato insieme al Vaticano le estese accuse di abusi nei confronti dei propri leader, compreso il fondatore Marcial Maciel Degollado, morto nel 2008. Dopo anni di accuse, oggi i Legionari di Cristo hanno riconosciuto la loro omertà nei confronti dei propri sacerdoti e di Maciel Degollado – che la Chiesa aveva costretto a dimettersi da capo della congregazione nel 2005 – decidendo di compensare economicamente le persone abusate. Per evitare nuove violenze hanno messo in piedi una struttura per agevolare nuove eventuali denunce. I Legionari di Cristo nacquero in Messico negli anni Quaranta come una congregazione di missionari di idee piuttosto conservatrici, senza essere eccessivamente connotati politicamente. Furono riconosciuti quasi subito dalla Chiesa cattolica, e negli anni si espansero sia nel Sud America sia in Occidente. L’origine del loro nome non è chiarissima ma fa probabilmente riferimento a una zelante attività “sul campo”, dato che i legionari erano i soldati semplici dell’esercito romano. «La Congregazione si è impegnata a correggere i suoi errori e ha riconosciuto degli alleati nelle autorità civili ed ecclesiastiche, nella società, nei mezzi di comunicazione e negli organismi specializzati in prevenzione di abusi e riparazione della giustizia» si legge nel documento (PDF) in cui spiegano l’approccio degli ultimi anni. Anche la pubblicazione dei nomi dei sacerdoti coinvolti, si legge nel documento, «vuole contribuire alla creazione di percorsi con cui vogliamo fare verità, fare giustizia e contribuire a sanare le vittime e consolidare una cultura di abusi zero nella Congregazione e nella società». L’elenco si può leggere sul sito 0abusos.org nella sezione casos de abuso ed è diviso per paese dove sono stati attivi i sacerdoti coinvolti. Di tutti loro sono stati diffusi nomi e cognomi, a meno che la legislazione locale lo proibisca: in quel caso sono stati indicati col nome oppure con un numero. In Italia è stato attivo un sacerdote coinvolto, il messicano Vladimir Reséndiz Gutiérrez, che fra il 2003 e il 2008 visse a Novara, in Piemonte. Reséndiz Gutiérrez fu sospeso dal suo lavoro dopo le prime accuse, nel 2008, e nel 2013 la Chiesa lo espulse dal sacerdozio. In totale i sacerdoti responsabili di abusi sessuali sono 27, mentre le persone abusate sono circa 170, in buona parte maschi di età compresa fra 11 e 16 anni. Circa un terzo delle persone abusate ha ricevuto violenza proprio da Maciel Degollado, su cui circolavano moltissime accuse già negli anni Novanta. Nel 1999 però le accuse nei suoi confronti furono archiviate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, un organo interno al Vaticano guidato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, che poi diventò papa col nome di Benedetto XVI. I Legionari di Cristo ci tengono a sottolineare che le accuse riguardano soltanto il 2 per cento dei sacerdoti che hanno fatto parte della congregazione in tutta la sua storia, cioè 1.380. Dei 27 sacerdoti coinvolti, soltanto due sono stati condannati dalla giustizia penale, mentre 16 sono stati sanzionati dalle autorità del Vaticano e 8 risultano ancora sotto processo ecclesiastico. L’indagine interna ha anche individuato 60 novizi accusati di abusi, e che alla fine non sono mai diventati sacerdoti. Non è chiaro se anche le accuse nei loro confronti siano state segnalate alle autorità civili o ecclesiastiche. L’iniziativa dei Legionari di Cristo è stata presa in accordo col Vaticano, che però adotta standard meno rigorosi sui casi che riguardano tutti gli altri sacerdoti: ancora oggi, nonostante le nette prese di posizione di Papa Francesco, non sono rari i casi di sacerdoti accusati di abusi che vengono semplicemente sospesi o trasferiti dalle autorità ecclesiastiche, senza che il pubblico venga messo a conoscenza delle vicende.

Il Post giovedì 9 maggio 2019. Papa Francesco ha emesso una legge contro gli abusi sessuali nella Chiesa. Papa Francesco ha pubblicato una nuova legge valida per tutta la Chiesa cattolica che impone a vescovi, sacerdoti e chiunque assuma un ministero all’interno della Chiesa di segnalare gli abusi sessuali alle autorità ecclesiastiche. «I crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore – afferma il Papa nel proclama – causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli. Affinché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una conversione continua e profonda dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa». Il Papa ha anche stabilito che entro un anno dall’entrata in vigore della legge, tutte le diocesi debbano dotarsi di un sistema facilmente accessibile per permettere di segnalare abusi sessuali verso minori e persone vulnerabili; atti sessuali avvenuti «con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità»; la produzione e distribuzione di materiale pedopornografico; la copertura degli stessi abusi.

Vaticano, Papa Francesco e i libri che svelano lo scandalo: preti gay, squillo e notti brave. Sara Cariglia su Libero Quotidiano il21 marzo 2021. Il suo leitmotiv è il celibato, la sua cifra la castità. Nel decalogo della Chiesa episcopale romana "il primo comandamento" recita così, ma per amor di verità va detto che di voci fuori dal coro ce ne sono a iosa. Altro che i roghi degli eretici e delle streghe, la nuova mannaia che incombe come un coltello tutto lama sopra la testa dell'immacolata Casa Pontificia si intitola La casta dei casti, un saggio-inchiesta edito da Bompiani (2021) che fa vacillare persino le fondamenta della Chiesa cattolica di Cristo Gesù. Il "popolo di Dio" s' incammina verso la Santa Pasqua che, segnata dal flagello del Corona, sarà inevitabilmente chiamata a rispondere all'indagine choc del sociologo Marco Marzano. Il docente universitario, con la sua recente e sobillata "inquisizione", mette sotto scacco le notti brave di preti gay, gaudenti monsignori e vescovi viveur. Tra una provocazione e quella successiva, la penna di Marzano traccia l'identikit dei presenti e futuri "ministri di Cristo", frequentatori assidui di siti per incontri erotici, in particolare delle chat Grindr e Tinder. Un'assemblea di sacerdoti, sotto le copertine dei saggi «La casta dei casti» e «Giustizia divina» Le orde di "santi" perlustrate dal chiarissimo professore sarebbero perlopiù "uomini in sottana". La ragione è squisitamente matematica: «Nel collegio cardinalizio e in Vaticano l'omosessualità è la regola, l'eterosessualità l'eccezione. Un profondo conoscitore del mondo clericale e prete egli stesso, si è chiesto addirittura se quella clericale non stia per caso diventando una "gay profession"».

I TABÙ - In ogni caso bisogna sapere che il piacere gay non è legato solo al divertimento, chiarisce lo "spacciatore" dei più vieti tabù. In gioco c'è di più: «Ci sono potere e carriera». A questo riguardo, a suffragare i segreti del misterioso regno delle diocesi, è la "parabola" di Don Mario: «Il prete mi ha raccontato che nel suo seminario, come poi ha scoperto in quasi tutti, esiste una vera e propria lobby gay. Il punto è che tale lobby governa la diocesi. Decide tutti i posti, gode di una miriade di privilegi e il sesso è la via per reclutare nuovi membri». Pare inoltre che dietro la "magia" dei confessionali alberghi un universo altrettanto trash, fatto di ieratiche dee della perversione e della voluttà. "Madonne" in carne e ossa con le quali gli "aspiranti preti" sarebbero soliti intessere fuggevoli liaison: «L'impossibilità di avere una relazione libera induce alcuni seminaristi a ricorrere al sesso mercenario, all'incontro con le prostitute» confessa l'ordinario di sociologia. In definitiva in cima al novero delle compensazioni della vita claustrale vi sarebbe sua maestà il sesso: «Per la dottrina cattolica masturbarsi è un'attività peccaminosa; ciò malgrado i giovani seminaristi si masturbano e talvolta fanno sesso tra di loro con i superiori o con qualcuno all'esterno della istituzione. I capi seducono gli allievi che a loro volta si seducono l'un l'altro», tuona Marzano. Il disvelamento della verità? Non s' ha da fare, né ora né mai, conclude il cattedratico: «D'altra parte sesso e affettività sono i grandi segreti della Chiesa, le due interdizioni sacre sulle quali l'istituzione ecclesiastica desidera che non si faccia luce, pena il crollo della stessa». Ad aprire una breccia nel massiccio muro di omertà delle influenti congreghe ecclesiastiche sono pure Federico Tulli e Emanuela Provera, autori di Giustizia divina, la prima inchiesta sulle "comunità" in cui vengono nascosti i sacerdoti che imbarazzano la Chiesa. Il giornalista non fa mistero della percentuale di preti italiani affetti da malattie psichiatriche: «Parliamo di circa il 10 % dei consacrati. In altre parole almeno 3mila persone sarebbero affette da ludopatia, alcolismo, depressione o crisi vocazionali». Ma ci sono anche casi diversi, aggiunge Tulli: «Nei conventi e nelle parrocchie non troviamo solo il pedofilo in tonaca, ma la suora stalker, il parroco omicida, quello che scappa dopo aver provocato un incidente o il ladro che ruba i soldi delle offerte».

CHI È IN DIFFICOLTÀ - Una domanda sorge spontanea: chi si occupa dei "sacerdoti in difficoltà"? «Di loro si occupa la Chiesa. Come una "madre amorevole". Non è vero che il chiericato nasconde i preti pedofili, si sa benissimo dove si trovano» sottoscrive Tulli, mentre allude ai siti di espiazione e penitenza dei rei. «Si tratterebbe di luoghi di reclusione, ma senza sbarre e carcerieri. Ve ne sono anche in Italia, disseminati come piccole enclave vaticane lungo tutto lo Stivale. A oggi sono oltre venti». L'Oasi di Elim, la "clinica" per i preti "orchi" della diocesi di Roma, è probabilmente la più famosa. C'è chi come Tulli e Provera in queste "segrete stanze" ci si è addentrato, e ha scoperto che tra gli indagati e i condannati, molto pochi sono in carcere o sono passati per un carcere: «Possiamo sostenere senza incertezze che in queste dimore vengono indirizzati con garanzia di anonimato i sacerdoti protagonisti di episodi di abusi su minori che i vescovi del nostro Paese non hanno mai denunciato alla magistratura laica».Ma è sul finire della conversazione che il "sobillatore" delle potenti consorterie squarcia la coltre nera del perbenismo clericale e bigotto: «Fino a che la Chiesa vivrà nell'assurda convinzione di poter far guarire il cacciatore di bambini con preghiere e confessioni, e penserà che rubare un'ostia o violentare un fanciullo siano delitti posti sullo stesso piano, è difficile che qualcosa possa davvero cambiare».

Domenico Agasso per “la Stampa” il 19 marzo 2021. Uno scandalo pedofilia dalle proporzioni drammatiche diventa un terremoto che scuote le Sacre Stanze di Germania. Il report di un'indagine indipendente sulla gestione degli abusi sessuali nell'Arcidiocesi di Colonia, commissionata dall'arcivescovo, il cardinale Rainer Maria Woelki, fornisce numeri agghiaccianti: 202 i responsabili e 314 le vittime di violenze avvenute tra il 1975 e il 2018. E per il 63% i colpevoli sono appartenenti al clero. «Mi vergogno profondamente», dichiara Woelki, condannando anche «l'occultamento» dei crimini avvenuto in passato. Come prima immediata reazione alle oltre 800 pagine di dossier su 236 fascicoli degli orrori, realizzato dallo studio legale Gercke & Wollschläger, il porporato ha temporaneamente esonerato il vescovo ausiliare, monsignor Dominikus Schwaderlapp, e il vicario giudiziale, padre Günter Assenmacher, che sarebbero autori di violazioni di obblighi d'ufficio. Schwaderlapp chiede immediatamente a papa Francesco «il suo giudizio», offrendo al Pontefice la rinuncia all'incarico, perché «non posso essere giudice della mia stessa causa». Tra le altre figure ecclesiastiche che avrebbero compiuto omissioni o insabbiamenti ci sarebbero il pastore di Amburgo Stefan Hesse e l'ex vicario generale di Colonia Norbert Feldhoff, così come il cardinale arcivescovo già deceduto Joseph Höffner (1906-1987). Anche Hesse, che era stato a sua volta vicario generale a Colonia, ha subito offerto al Papa le dimissioni, chiedendo la rimozione dal proprio ruolo con effetto immediato. E non ne esce bene neanche il cardinale Joachim Meisner, morto nel 2017: la sua gestione degli abusi è stata definita «fallimentare» da Woelki. Considerato tra i presuli più vicini Benedetto XVI, Meisner spesso ha manifestato pareri e prodotto interventi apertamente critici verso Bergoglio, su tutti la firma dei celebri «dubia» sulla comunione ai divorziati risposati. Stando ai periti, invece, su Woelki non ci sono ombre. Una copia del rapporto è stata consegnata anche a Peter Bringmann-Henselder del consiglio consultivo per le vittime di abusi sessuali della diocesi: «Abbiamo dovuto aspettare a lungo, troppo a lungo come vittime, per questo importante passo di chiarimento. Ma oggi sono felice che almeno questa prima promessa sia stata mantenuta».

Chierichetti del Papa, il processo per i presunti abusi e i servizi de Le Iene. Le Iene News il 13 aprile 2021. Torniamo a parlarvi con Gaetano Pecoraro di un caso di cui noi de Le Iene vi abbiamo parlato per primi nel novembre 2017 con una notizia che ha fatto il giro del mondo. Si tratta dei presunti abusi sessuali sui “chierichetti del Papa” che sarebbero avvenuti in Vaticano nel Preseminario San Pio X. Oggi per questa vicenda due sacerdoti sono rinviati a giudizio, con l’accusa uno di abusi e uno di insabbiamento. Papa Francesco è intervenuto personalmente, modificando le procedure, per far celebrare questo processo, il primo del genere nella storia vaticana. Con Gaetano Pecoraro torniamo su una storia terribile e delicatissima, Abbiamo iniziato a parlarvene il 12 novembre 2017 con un servizio e una notizia che hanno fatto il giro del mondo. Si tratta dei presunti abusi sessuali che sarebbero avvenuti sui “chierichetti del Papa” all’interno del Preseminario San Pio X in Vaticano. Oggi, per questa vicenda, sono rinviati a giudizio di fronte alla giustizia vaticana e italiana il giovane sacerdote don Gabriele Martinelli, accusato di aver costretto un ragazzo a subire atti sessuali, e monsignor Enrico Radice, allora rettore del Preseminario, accusato di aver insabbiato il tutto. Papa Francesco è intervenuto personalmente modificando le procedure per permettere che si potesse celebrare questo processo, il primo nella storia per reati sessuali che sarebbero avvenuti dentro le mura vaticane. Nel servizio qui sopra potete vedere quello che Kamil, un ragazzo polacco, ha raccontato a Gaetano Pecoraro. Kamil ha frequentato a 15 anni il Premiseminario San Pio X e dice di aver assistito un centinaio di volte a delle molestie sessuali di un seminarista più grande, una figura di rilievo nella struttura (ovvero Gabriele Martinelli, che ha sempre negato tutto quanto riportato), sul suo compagno di stanza, anche lui al tempo minorenne, che chiameremo Marco. Parliamo anche con Marco, che sostiene come Kamil che altri le avrebbero subite e che ci racconta il suo incubo iniziato a 13 anni e durato per altri sei. “È stato il mio primo approccio al sesso, neanche capivo esattamente che cosa stesse succedendo”: nel servizio qui sopra potete sentire le parole di questo ragazzo, commosso e ancora angosciato. Sostiene addirittura che il seminarista più grande avrebbe provato a fare sesso con lui anche in un piccolo bagno dietro l’altare maggiore della Basilica di San Pietro durante una celebrazione. Kamil aveva deciso di raccontare tutto, dopo che Marco aveva lasciato il Preseminario, con il padre spirituale dell’istituto don Marco Granoli, che avrebbe fatto una sua indagine e che per questo nel 2013 avrebbe chiesto di interrompere il cammino verso il sacerdozio di Gabriele Martinelli. Non verranno presi provvedimenti, don Granoli verrà spostato ad altri incarichi e Martinelli ordinato sacerdote nel giugno 2017. Intanto Kamil viene mandato via. L’inchiesta di Gaetano Pecoraro prosegue indagando sui presunti insabbiamenti del caso, con personalità anche di alto livello che potrebbero essere coinvolte. La Iena cerca di fare alcune domande, come vedete tra molte difficoltà. Mentre raccogliamo la testimonianza anche di un altro ragazzo.

Roberto Canali per ilgiorno.it il 27 febbraio 2021. È stata e lunga e dettagliata la deposizione fornita dal vescovo di Como, monsignor Oscar Cantoni, ascoltato ieri in Vaticano come testimone al processo per le presunte violenze ai chierichetti del Papa, consumate all’interno del Preseminario San Pio X gestito dall’Opera don Folci che dipende proprio dalla diocesi. Una brutta storia di abusi, silenzi e complicità iniziata a settembre 2006 e proseguita fino al giugno nel 2012, quando a reggere la diocesi di Como c’era monsignor Diego Coletti, ma venuto alla luce solo più tardi grazie alla denuncia di una delle vittime e all’inchiesta compiuta dalla trasmissione tv "Le Iene". Tra i tanti aspetti ancora da chiarire i 20mila euro chiesti dal vescovo di Como a don Gabriele Martinelli, imputato per i presunti abusi, da corrispondere a titolo di risarcimento al ragazzo che ha denunciato le violenze. "Non una condanna perché il processo canonico non è mai iniziato – ha risposto monsignor Cantoni al collegio giudicante diretto dal magistrato Giuseppe Pignatone – Si tratta di una decisione presa al termine di un’indagine "votum episcopi" che diventerà esecutiva solo all’esito di questo processo". Il vescovo ha proseguito confermando che c’erano state segnalazioni su don Martinelli "per la sua condotta sessualmente inappropriata". "Una tendenza omosessuale transitoria legata all’adolescenza – ha spiegato – Don Martinelli da quando è a Como, prima come diacono poi come sacerdote, ha tenuto una condotta ineccepibile". Da chiarire anche la posizione di don Enrico Radice, rettore del collegio e anche lui imputato per aver coperto l’operato di don Martinelli. Una sorta di terra di nessuno il Preseminario, nel cuore stesso del Vaticano, ma fuori dalla giurisdizione della Santa Sede come ha avuto modo di chiarire il vescovo con il vicario generale monsignor Angelo Comastri e il Segretario di Stato, il cardinale Parolin. Per anni sotto l’esclusivo controllo di don Radice e dell’Opera don Folci ora commissariata. "La diocesi è responsabile non solo delle questioni economiche ma anche di quelle pedagogiche – ha concluso monsignor Cantoni - sono molto preoccupato".

Presunti abusi sui chierichetti del Papa, il vescovo di Como aveva deciso un risarcimento. Le Iene News il 26 febbraio 2021. Il caso dei presunti abusi sessuali avvenuti ai danni dei cosiddetti “chierichetti del Papa” nel Preseminario San Pio X in Vaticano è scoppiato dopo la nostra inchiesta con Gaetano Pecoraro. Tra i punti da chiarire c’è anche il risarcimento di 20mila euro di cui si è appena parlato in aula che il vescovo di Como Oscar Cantoni aveva proposto a don Gabrielli di corrispondere a uno degli accusatori. In aula sono intervenuti anche alcuni testimoni che descrivono quello del Preseminario come un “ambiente malsano” in cui sarebbero state "frequenti le battute a sfondo omosessuale". Continua in Vaticano il processo sui presunti abusi sui chierichetti del Papa, che sarebbero avvenuti nel Preseminario San Pio X, all’interno delle mura vaticane. Sul banco degli imputati ci sono due sacerdoti, don Gabriele Martinelli e don Enrico Radice, rettore del Preseminario all'epoca dei fatti nel 2012. Sono accusati uno di abusi, l'altro di favoreggiamento. Il caso è stato sollevato dalla nostra inchiesta con Gaetano Pecoraro di cui potete vedere qui sopra il servizio del 12 novembre 2017 (in basso trovate gli altri). Il processo è il primo di questo genere nella storia della Chiesa ed è stato reso possibile da un diretto intervento di Papa Francesco. In aula è stato appena ascoltato il vescovo di Como, monsignor Oscar Cantoni. Tra i tanti aspetti ancora da chiarire si è parlato dei 20mila euro che secondo il vescovo di Como don Gabriele Martinelli avrebbe potuto corrispondere a titolo di risarcimento a una presunta vittima. "Aspettiamo gli esiti di questo processo" ha detto Cantoni che nel 2017, dopo avere acquisito le informazioni dal Vaticano e dal Seminario francese in cui si era formato, aveva ordinato sacerdote don Martinelli perché ritenuto "idoneo al ministero". In aula sono intervenuti anche alcuni testimoni che hanno raccontato quello che sarebbe stato il Preseminario San Pio X, il collegio che accoglie i cosiddetti chierichetti del Papa dalla prima media fino alla fine del liceo parlando di “un ambiente malsano”, dove gli scherni reciproci, spesso a sfondo sessuale, erano all'ordine del giorno. E non solo: secondo le denunce, all’interno della struttura sarebbero anche state commessi abusi sessuali ai danni dei “chierichetti del Papa”, cioè gli studenti del Preseminario. A raccontare questo scenario da incubo sono stati tre ex studenti e un sacerdote della basilica di San Pietro, padre Pierre Paul, che nel 2017 decise di fare una segnalazione alla Commissione che si occupa degli abusi ai minori all'interno della Congregazione per la Dottrina della Fede. Al centro del procedimento ci sono le presunte violenze sessuali dell'imputato Gabriele Martinelli, ex allievo del Preseminario e oggi sacerdote, nei confronti di compagni più giovani. Queste sono state riferite da alcuni testimoni perché apprese da altri, e non per conoscenza diretta. Il nome ricorrente delle persone che riferivano questi fatti è quello di Kamil, il ragazzo che ha raccontato al nostro Gaetano Pecoraro quello che sarebbe accaduto. Ma non c’è solo la voce di Kamil: un testimone ha riferito davanti al tribunale, presieduto da Giuseppe Pignatone, di aver visto, "durante una lotta in una stanza", Martinelli "toccare le parti intime" di una vittima. Un altro testimone ha detto di aver visto "toccate" e "avances" da parte di Martinelli nei confronti degli allievi più piccoli. Il caso dei presunti abusi nel Preseminario San Pio X e le relative indagini sono iniziate nel 2017, dopo la nostra inchiesta con Gaetano Pecoraro. Vi abbiamo raccontato la storia di Kamil, chierichetto di Joseph Ratzinger e di Papa Francesco, che a Le Iene aveva sostenuto di essere stato testimone oculare di abusi sessuali che il compagno di stanza Marco, da ragazzino, avrebbe subìto al Preseminario, distante appena 200 metri dalla basilica di San Pietro.

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 19 febbraio 2021. Foto oscene, esplicite, provocanti. Un selfie scattato persino davanti alla statua di una Madonna, probabilmente in una chiesa. E' quello che circola sulle chat di incontri privati da Tinder a Grindr dove, dietro pseudonimi, si celano seminaristi o giovani sacerdoti in cerca di occasioni per liberare la propria sessualità. E' una analisi impietosa e brutale quella fatta dal sociologo Marco Marzano, ordinario di sociologia a Bergamo, in un libro che non mancherà di fare discutere: La casta dei casti, edito da Bompiani (263 pagine, 13). Attraverso un lavoro capillare condotto in diverse zone d'Italia, con questionari e interviste a campione, tra seminaristi e altri esponenti del clero, il sociologo ha tratteggiato una realtà fatta di luci e ombre, documentando soprattutto come il tema tabù del sesso nei seminari, sia «ampiamente presente». Tra le pagine affiora non solo il grande problema delle vocazioni che in Italia sono ormai al lumicino, ma anche la difficoltà ad accompagnare nella crescita, in modo equilibrato, i ragazzi delle generazioni Z all'interno di strutture ecclesiali evidentemente impreparate ad interfacciarsi con i cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni. Il libro documenta poi di come il sesso nei seminari sia ampiamente presente. Scrive Marzano: «I seminaristi si masturbano e talvolta fanno sesso tra di loro, con i superiori o con qualcuno all'esterno dell'istituzione. I capi seducono gli allievi, che a loro volta si seducono l'uno con l'altro. La preoccupazione autentica è che il giovane funzionario impari a nascondere quello che fa tra le lenzuola e a raccontarlo, questa volta nei dettagli, solo nell'intimità del confessionale. Cioè solo in un modo che serve alla stessa istituzione per capire di che pasta sia fatto l'apprendista funzionario, se sia il caso o meno di investire su di lui, come uomo di Dio. In definitiva l'unico effetto della repressione ideologica del sesso è quello di spingerlo nell'ombra, di confinarlo nel silenzio, di circondarlo con il segreto e la circospezione. Il divieto di farlo è pura apparenza, il divieto di parlarne è invece sostanza». Nello studio il sociologo passa a setaccio le varie chat di incontri, analizzando il contenuto delle conversazioni tra preti e giovani seminaristi, descrivendo conversazioni «di natura esplicitamente ed esclusivamente erotica ed è immancabilmente corredato da volgarità esplicite, di un linguaggio incredibilmente scurrile con foto di video immagini di corpi nudi, organi sessuali ma anche posteriori dei giovani sacerdoti in varie pose e in vari luoghi, persino davanti alla statua della Madonna». La tesi di questa analisi è che la centralità del sesso e dell'amore nella trama della vita organizzativa dei seminari è tutt'altro che qualcosa di marginale: «si evince in primo luogo dal fatto che questi temi nella vita dei futuri preti sono tabù assoluti, oggetti dei quali è di fatto del tutto proibito parlarne». Questo anche se l'omosessualità in seminario e poi nella vita clericale non sia affatto un problema per chi guida la chiesa cattolica. Quasi una contraddizione. Scrive ancora Marzano: «Al contrario un prete omosessuale è sempre stato nei fatti largamente preferibile per l'istituzione a uno eterosessuale, col primo l'organizzazione corre meno rischi di scandali, fughe e clamorosi abbandoni. Soprattutto la stigmatizzazione della omosessualità operata dalla dottrina cattolica ha concretamente consolidato la sottomissione dei sacerdoti gay, i quali, vuoi in ragione di una autosvalutante interiorizzazione della omofobia o semplicemente perchè più bisognosi della protezione accordatale dalla istituzione si sono tradizionalmente rivelati assai piu zelanti, conservatori, disciplinati e ortodossi di quelli etero».

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 25 febbraio 2021. È un quadro devastante quello che emerge dalle testimonianze rese oggi pomeriggio da alcuni sacerdoti ed ex allievi del Pre-seminario vaticano. Dalle testimonianze è così emerso che il collegio dove si formano i chierichetti del Papa era «un ambiente malsano» dove «si facevano continue battute a sfondo omosessuale e venivano dati soprannomi femminili». C'erano liti continue, gelosie, amicizie torbide, pressioni psicologiche. In questa cornice l’imputato Gabriele Martinelli è definito come la persona alla quale l’ex Rettore don Enrico Radice aveva delegato molti ruoli bypassando gli altri due sacerdoti che facevano parte dell’equipe formativa (don Marco Granoli e don Ambrogio Marinoni). Il processo va avanti per capire se all'interno delle mura del collegio, un edificio situato poche decine di metri dalla residenza del pontefice, si siano consumate violenze sessuali, come sostiene una presunta vittima L.G nei confronti di don Gabriele Martinelli. In particolare padre Pierre Paul, maestro della Cappella Giulia e sacerdote della Basilica di San Pietro, ha raccontato di avere ricevuto le confidenze della vittima e che tutti a San Pietro, compreso i vertici, sapevano di quello che accadeva. «Non mi ha mai detto esplicitamente che cosa non andava ma si capiva che erano problemi della sfera affettivo-sessuale». Anche monsignor Vittorio Lanzani, vice del cardinale Angelo Comastri alla Fabbrica di San Pietro, «sapeva di Kamil e di L.G.» Kamil è un altro ex seminarista, di nazionalità polacca, che aveva denunciato le presunte violenze, cambiando però nel corso del tempo la sua versione. Padre Paul ha raccontato inoltre che, ad un tratto, l'arcivescovo Lanzani gli chiese di non coinvolgere più L.G. nel servizio in basilica. Nel 2017 padre Paul si decise a fare una segnalazione alla Commissione per la Tutela dei minori nella Congregazione per la Dottrina della Fede. Avrebbe voluto farlo molto prima ma L.G. - la presunta vittima – glielo ha impedito perché voleva «mettere una pietra sopra» a tutta questa brutta storia. Padre Paul davanti ai magistrati vaticani ammette: «l’ho fatto lo stesso (di andare alla Congregazione della Fede), perché penso che un sacerdote che sa qualcosa e non parla diventa complice». «Un paio di volte» è andato alla Commissione per la tutela dei minori e gli è stato comunicato che sarebbe stato interrogato da Domenico Giani, capo della Gendarmeria. Cosa che non si sa se poi è avvenuta. Padre Pierre riferisce ancora che «si era arrabbiato» nel vedere anni dopo Martinelli ancora a gestire i servizi liturgici con i ragazzi perché «se qualcuno ha problemi di questo genere non lo si mette con i ragazzi». Le notizie delle presunte violenze sono riferite solo perché apprese da altri; il nome ricorrente delle persone che riferivano questi fatti è quello di Kamil, lo stesso giovane che fece esplodere il caso con il servizio delle Iene. Solo un testimone (Flaminio Ottaviani) dice di aver visto, «durante una lotta in una stanza», Martinelli «toccare le parti intime» di un altro allievo. Un altro testimone parla genericamente di aver visto «toccate» e «avance» da parte di Martinelli nei confronti degli allievi più piccoli (Andrea Spinato). Tutti sapevano e facevano finta di nulla. «Anche il cardinal Comastri sapeva tutto e non ha mai fatto niente» ha detto Ottaviani. Un altro testimone, Alessandro Flaminio Ottaviani, in preseminario dal settembre 2010 al giugno 2011, ha raccontato che scorreva l'odio tra Martinelli e L.G. Egli ha raccontato di non aver mai assistito a rapporti sessuali tra l’imputato e la presunta vittima, ma  che una volta era stato attirato dagli schiamazzi nella stanza di un altro ex preseminarista, Andrea Garzola, verso il quale Martinelli sembrava provare una forte attrazione: «Con L.G. era finita male, Garzola era una nuova preda». Arrivando nella stanza Ottaviani ha visto Martinelli rincorrere Garzola e altri due ragazzi e, alla fine del gioco, afferrare Garzola nelle parti intime «come richiesta implicita di un rapporto sessuale». Garzola aveva rifiutato l’avance e da allora «era caduto in disgrazia», «emarginato» e pressato psicologicamente al punto da dover abbandonare il San Pio X. Garzola è uno dei testimoni chiamati dal Promotore di Giustizia ma che oggi all'udienza non si è presentato. Inoltre, era la persona che Kamil ha raggiunto in Veneto quando ha lasciato il Preseminario affermando di essersi innamorato di lui.

Denis Barea per ilgazzettino.it il 18 febbraio 2021. «Non so come chiamarlo... l’imputato mi ha avvicinato durante il mio primo ricovero, nel 2010. Non ero lucido, non avevo i riflessi pronti, ma mi ha baciato e palpeggiato». È il racconto drammatico che fa uno dei 4 giovani, difesi dall’avvocato Jacopo Stefani e Stefania Vettorel, che sarebbero stati molestati da don Federico De Bianchi, l’ex parroco di S. Giustina e Val Lapisina, finito a processo per violenza sessuale a seguito di una denuncia sporta nel 2015. Si tratta di un ragazzo che al tempo dei fatti si trovava ricoverato nel reparto di psichiatria dell’Ospedale di Conegliano per effetto di un Tso. «Mi ha toccato sul pene... vicino a quella zona - dice il giovane - era lui, don Federico, lo riconosco. Credo che la ragione per cui si trovava là era che voleva aiutare, poi dopo quello che mi ha fatto non so più a cosa pensare». «Io mi trovavo nel reparto dove c’era anche lui, barcollavo per effetto degli psicofarmaci ma ero in piedi. E lui si è avvicinato a me e mi ha molesto. Era la prima volta che lo vedevo e lui mi ha baciato. Sulla bocca, si è avvicinato senza dire nulla e l’ha fatto. Ho capito che era un prete da come era vestito. Poi ha iniziato a palpeggiarmi, io ero in pigiama, non mi ricordo esattamente se fosse dentro o fuori i pantaloni ma per quello che mi ricordo era sotto. L’ha fatto due volte, la prima ero scioccato, ma non ce l’ho fatta a respingerlo, la seconda invece sì. È avvenuto tutto in pochi attimi, praticamente nello stesso momento. La prima volta è riuscito a baciarmi e a toccarmi, la seconda l’ho spinto via». Il giovane poi racconta la prima volta che ha fatto parola con qualcuno riguardo quello che è successo. «È stato con mia mamma, ma non ha dato peso a quello che ho detto, forse perché l’ho detto a messa. Poi ne ho parlato con due ragazzi che avevano detto di aver subito la stessa cosa. Ero in comunità, a Villa Delle Rose a Vittorio Veneto, una volta eravamo fuori a fumare una sigaretta parlando del più e del meno ed è uscita la storia». «Poi - insiste - ne ho parlato anche con un infermerie. Ero con altre persone della comunità e ho visto don Federico per strada, ho dato in escandescenze. Mi stavo arrabbiando e lui mi ha chiesto il perché». Ieri l’udienza è stata aggiornata a marzo per l’indisponibilità di uno dei testimoni della pubblica accusa, dato che lavora nel Regno Unito e dovrebbe sottoporsi a quarantena una volta rientrato nel nostro paese. Poi, a maggio, sarà la volta dei numerosi testi convocati dalla difesa, rappresentata dagli avvocati Stefano Trubian e Maurizio Paniz. De Bianchi, il “parroco social”, brillante e attivissimo su Facebook dove aveva raggiunto i cinquemila contatti, continua a dirsi innocente e ha voluto affrontare il processo senza la scorciatoia del rito alternativo per proclamare la sua innocenza.

Mariangela Garofano per ilgiornale.it il 17 febbraio 2021. La recente scoperta di casi di pedofilia all’interno dell’ordine dei Gesuiti in Spagna sta portando alla luce orrori coperti per anni. Dopo che la Società di Gesù ha riconosciuto al suo interno 81 vittime dal 1927 ad oggi, altri ordini hanno deciso di seguire il suo esempio. A parlarne sono state le stesse congreghe al quotidiano El Pais, che è entrato in contatto con dieci ordini religiosi. Sette di questi starebbero investigando sugli abusi commessi da prelati negli anni passati, e sono aperti a rifondare le vittime delle violenze. Le indagini, tuttavia, sono solo l’avanzamento di inchieste pre esistenti, finite nel dimenticatoio per anni. I casi denunciati non sono stati ancora resi pubblici, particolare che sottolinea come la Spagna sia ben lontana dall’ammettere i numeri reali dei casi di pedofilia nella Chiesa. Ben diversa è la situazione in Germania, dove sono stati denunciati circa 3677 casi di pedofilia da parte di membri del clero. Recentemente è stata scoperta una vicenda dai contorni atroci, riguardante delle suore che negli anni 60/70 vendevano bambini ai pedofil nella città di Speyer. A complicare le cose in Spagna è l’omertà che vige all’interno di alcuni ordini. Dieci di questi, tra cui L’ordine dei Fratelli Maristi, i Fratelli De la Salle e l’ordine di Sant’Agostino, infatti, si rifiutano di collaborare e di investigare circa gli abusi commessi da alcuni loro sacerdoti. I rimanenti sette hanno invece ammesso 61 casi di pedofilia messi in atto dai loro prelati, portando il numero di vittime ad un totale di 126, con i Gesuiti in testa per gli orrori compiuti, seguiti dai Salesiani con 26 casi. Nelle ultime settimane sono stati scoperchiati più casi che negli ultimi 35 anni, grazie all’indagine portata avanti da El Pais, che ha spinto affinché la Chiesa ammettesse le sue colpe. L’inchiesta del quotidiano spagnolo è iniziata ad ottobre 2018 e da quel momento il giornale ha ricevuto più di 200 email e pubblicato dettagli di più di 30 casi di indicibili violenze. “In Spagna nessuno fa niente”, ha dichiarato Juan Ignacio Cortés, autore di Lobos con Piel de Pastor , uno dei pochi libri pubblicati in Spagna riguardo alla pedofilia nella Chiesa cattolica. Le indagini sono solo la punta dell’iceberg di ciò che la Chiesa Cattolica spagnola, unitamente allo Stato, non vuole che venga alla luce. Ma sebbene la strada sia ancora lunga, l’inchiesta di El Pais è un piccolo grande passo verso la verità, per garantire alle tante vittime la giustizia che meritano.

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 13 febbraio 2021. Maxi risarcimento alle vittime della pedofilia: in una sola diocesi americana - Winona-Rochester nel Minnesota - è stato annunciato un accordo di 21,5 milioni di dollari per risarcire le 145 vittime che hanno subito abusi dal suo clero. Si tratta di una cifra mostruosa per le casse di questa piccola realtà, tanto che il vescovo ha dovuto dichiarare bancarotta. Ora l'accordo darà modo alla diocesi di presentare un piano di riorganizzazione finanziaria davanti al tribunale fallimentare degli Stati Uniti previa l'approvazione finale. «Non dobbiamo mai dimenticare il male fatto da individui che hanno abusato del loro potere e delle loro posizioni di autorità», ha detto il vescovo John Quinn di Winona-Rochester. «Dobbiamo rimanere vigili nel nostro incrollabile impegno a proteggere i giovani della nostra diocesi che si affidano a preti, diaconi, religiosi e laici. Dobbiamo tenerli al sicuro e provvedere alla loro cura spirituale». L'avvocato Jeff Anderson, che ha rappresentato molti dei sopravvissuti in America, ha detto che l'accordo includerà altri 6,5 milioni di dollari dagli assicuratori della diocesi. «E' una giornata importante per i sopravvissuti». Nel 2013 il Minnesota aveva approvato il Minnesota Child Victims Act che ha temporaneamente esteso i termini di prescrizione dei casi di abuso.

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it. «Sei interessato solo al pene delle persone». «Hai una perversione sessuale». L.G. la presunta vittima degli abusi sessuali avvenuti a cento metri da Santa Marta, dove vive il Pontefice, ha inviato questi messaggi a don Gabriele Martinelli, il giovane sacerdote accusato di molestie nell'inchiesta aperta da Bergoglio proprio per fare luce su quello che è effettivamente accaduto nel Preseminario San Pio X in Vaticano, l'istituto che recluta i “chierichetti del Papa”. Alla attenzione dei magistrati è spuntata anche una lettera dai toni drammatici scritta da L.G. al Pontefice per implorarlo a non ordinare sacerdote Martinelli, visto che di notte «si infilava nel mio letto e mi abbassava i pantaloni». L.G ha inviato quattro anni fa una disperata lettera a Francesco. E' datata 9 giugno 2017 e racconta di avere «subito violenze psicologiche e fisiche» da parte di Martinelli, all'epoca suo compagno di seminario. «Le violenze – si legge nella missiva anticipata dal Messaggero - avvenivano nella maggior parte dei casi di notte. Mi ritrovavo Martinelli sdraiato nel mio letto che mi abbassava i pantaloni del pigiama». «Alcune volte trovavo la forza di ribellarmi e lo cacciano con calci e pugni. Questo generava sempre una vendetta nei miei confronti. Subivo rimproveri o castighi». «L'influenza di Martinelli su monsignor Radice gli permetteva di agire indisturbato». Nella lettera al Pontefice la vittima, L.G. dice anche era «sfinito dalle mortificazioni» e che per questo ricorreva al vescovo di Como, Coletti per denunciare tutto. La stessa cosa ha fatto, sperando di trovare aiuto, andando a parlare a monsignor Vittorio Lanzani, attuale dirigente della Fabbrica di San Pietro il quale lo assicurò che avrebbe informato il cardinale Comastri. Poco tempo dopo però L.G. fu allontanato senza motivo dal coro della Cappella Giulia. «La sofferenza purtroppo con gli anni non è finita. Anche oggi soffro di incubi, disturbi del sonno e crisi di panico. Le violenze subite, abbinate al ricatto e all'indifferenza di preti, vescovi e cardinali mi hanno trasformato in una persona chiusa in se stessa e hanno abbassato la mia autostima». La lettera disperata termina così: «Sabato Martinelli verrà ordinato sacerdote e il pensiero che lui possa rovinare la vita di altri ragazzi come ha rovinato ha fatto con me mi fa» star male (…). Effettivamente Martinelli fu poi ordinato sacerdote. Nel corso dell’udienza di stamattina sono state lette in tribunale diversi messaggi su Messenger o WhatsApp tra L.G. e Martinelli, risalenti al periodo in cui entrambi avevano già lasciato il Preseminario. La presunta vittima accusava il sacerdote di avergli fatto sempre del male e di averlo messo in cattiva luce con gente, inclusi superiori, ai quali non aveva fatto niente. Ne esce il quadro di una amicizia morbosa. L.G. chiedeva di essere lasciato in pace e di non essere tempestato di telefonate. Martinelli, però, in aula, si è difeso dicendo che il linguaggio, seppur volgare, tipico dei ragazzi non significa nulla. Poi ha spiegato che mai e poi mai L.G gli ha mai rivolto per iscritto le accuse sulle violenze contenute nelle lettere inviate (in forma anonima) a più riprese a diversi prelati, al cardinale Comastri, arciprete di San Pietro e al Papa. Cosa sia effettivamente avvenuto dentro il Preseminario dove si sarebbero consumati una serie di episodi di violenza tra il 2010 e il 2012 è  da stabilire. Nel procedimento è coinvolto anche monsignore Enrico Radice, ex rettore del Preseminario, per concorso in violenza sessuale per non avere impedito gli atti illeciti e per non avere denunciato. Martinelli nella deposizione ha ribadito che si tratta di accuse non fondate, insistendo che in questo modo «si è voluto screditare» il Preseminario. Ha, infatti, spiegato, che le accuse sono state formulate in un passaggio cruciale: nel marzo 2013  quando è naufragato definitivamente il progetto di ampliare il Preseminario anche agli universitari. «Alla fine ci sono andato di mezzo io». «Una congiura nei suoi confronti?», gli ha chiesto il promotore di Giustizia Giampietro Milano, chiedendo il nesso tra queste divisioni interne e le accuse di abusi. Ha anche puntualizzato che al preseminario divideva la sua stanza con il suo accusatore - L. G. la presunta vittima - e con un altro ragazzo oggi sacerdote. Per Martinelli questo sistema impediva che si compissero abusi senza che nessuno se ne accorgesse. Come pure, ha assicurato che era impossibile avere rapporti sessuali (come affermato da L.G. in diverse lettere) all'interno del piccolo bagno collocato sotto l’Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro. Oltre che per le dimensioni del bagno anche e soprattutto per il fatto che alle messe feriali, secondo un sistema di turnazione basato anche sull’età dei seminaristi, c'è la presenza di un solo chierichetto. Solo nelle celebrazioni della domenica, ce n'erano circa nove o dieci: «Tutti se ne sarebbero accorti se mai fosse successo qualcosa».

Da huffingtonpost.it il 18 febbraio 2021. Enzo Bianchi non ha lasciato Bose, in Piemonte, per trasferirsi in Toscana secondo l’accordo che, secondo la Comunità, avrebbe posto fine alle tensioni interne. Un provvedimento, il trasferimento di Bianchi da Bose a Cellole, che era stato suggerito dal delegato del Papa. Il trasferimento doveva realizzarsi prima dell’inizio della Quaresima, cioè ieri. “Con profonda amarezza la Comunità - sottolinea una nota del monastero di Bose - ha dovuto prendere atto che fr. (frate, ndr) Enzo non si è recato a Cellole nei tempi indicatigli dal Decreto del Delegato Pontificio dello scorso 4 gennaio. Si trattava di una soluzione messa a punto in questi mesi con l’assenso ribadito per iscritto dallo stesso fr. Enzo e da alcuni fratelli e sorelle disposti a seguirlo per fornirgli tutta l’assistenza necessaria”. La Comunità aveva rinunciato alla sua Fraternità di Cellole “affinché fosse rispettata l’indicazione del Decreto singolare approvato in forma specifica dal Papa che prevedeva per fr. Enzo un allontanamento da Bose e dalle sue Fraternità. Agendo così la Comunità aveva cercato una modalità di osservanza del Decreto singolare che permettesse a fr. Enzo di andare a vivere in un luogo da lui amato, alla cui ristrutturazione aveva contribuito attivamente, arrivando a determinare anche la disposizione dei locali atti ad accoglierlo una volta dimessosi da priore”. La Comunità di Bose ribadisce che “lo spostamento di fr. Enzo a Cellole avrebbe contribuito ad allentare la tensione e la sofferenza di tutti e avrebbe facilitato il lento cammino di riconciliazione e comprensione reciproca”. “Purtroppo la mano tesa non è stata accolta e ora la Comunità dovrà anche affrontare l’impegnativo onere di far ripartire la Fraternità di Cellole, poiché la sua chiusura avrebbe prodotto piena efficacia solo a partire dall’arrivo di fr. Enzo alla Pieve”, conclude la Comunità ringraziando “la Santa Sede per come ci sta accompagnando e confermando”. “L’esercizio del silenzio è per tutti noi difficile e faticoso, ma viene l’ora nella quale la verità grida proprio con il silenzio: anche Gesù, secondo i Vangeli, ha taciuto davanti ad Erode, e non si è degnato di dargli una risposta. Dunque silenzio sì, assenso alla menzogna no!”, aveva scritto alcuni giorni fa in un tweet Bianchi. L’ex priore di Bose era stato chiamato a lasciare definitivamente la sua Comunità, entro mercoledì 17 febbraio.

Lorenzo Bertocchi per “la Verità” il 19 febbraio 2021. Qualche anno fa circolava sul Web un sito intitolato «Bose curiose», con riferimento esplicito e poco simpatetico alle cose che succedevano nella comunità fondata da fratel Enzo Bianchi, il ragioniere di 77 anni che nel 1965, terminati gli studi in Economia e commercio all'Università di Torino, si ritirava in una cascina a Bose, frazione di Magnano (Biella), e qui fondava appunto una comunità monastica ecumenica. Quel sito Web chiuse i battenti anche perché irritava non poco fratel Bianchi (non padre, perché non è sacerdote), ma oggi andrebbe forse rieditato viste le cose curiosissime che accadono in quel di Bose.È di ieri la nota della comunità che «con profonda amarezza» ha «dovuto prendere atto che fratel Enzo» ha disubbidito ancora al decreto del Vaticano, emanato con placet di papa Francesco, che gli intimava di lasciare la comunità da lui fondata e lo faceva decadere da ogni incarico. Il decreto, firmato dal Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, gli era stato notificato il 21 maggio 2020, lasciandogli dieci giorni di tempo per andarsene. Ma nulla di fatto, fratel Enzo, tra un tweet e l'altro, non aveva mollato di un millimetro. Così lo scorso 4 gennaio un altro decreto, firmato questa volta da padre Amedeo Cencini, delegato pontificio e già visitatore apostolico della stessa comunità, sanciva che era giunta l'ora per il signor Bianchi di trasferirsi in località Cellole di San Gimignano, nel Senese. Chiusa la comunità monastica che si trovava a Cellole, comunità appartenente alla galassia di Bose, si disponeva inoltre di «cedere in comodato d'uso gratuito il complesso di immobili di Cellole a fr. Enzo Bianchi», con l'indicazione di trasferirvisi «entro e non oltre martedì 16 febbraio p.v., avendo già dato il suo assenso al riguardo, assieme ad alcuni fratelli e sorelle che hanno manifestato la propria disponibilità ad andare con lui». Ma il 16 febbraio l'ex priore e fondatore della comunità di Bose è rimasto a Bose, mettendo in atto il suo nuovo niet in totale e perpetua disobbedienza a quanto approvato e disposto dalla Santa Sede. Eppure, si legge nel comunicato di ieri, «si trattava di una soluzione messa a punto in questi mesi con l'assenso ribadito per iscritto dallo stesso fr. Enzo». Nonostante le articolesse di intellettuali vicini al fondatore, già icona della meglio chiesa catto-dem italiana, e frequentatore assiduo di parrocchie e predicatore di prima scelta per taluni vescovi, non si comprende questa ostinata disobbedienza. Sulle cause del siluramento purtroppo non si hanno molte certezze, oltre a quella «situazione tesa e problematica» circa «l'esercizio dell'autorità del fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno», di cui si parlava in una nota della stessa comunità del maggio 2020. Bianchi ha guidato la sua comunità fino al 2017, quando ha lasciato le redini al successore, fratel Luciano Manicardi, e qui i problemi devono essersi acuiti ulteriormente. Si dice che la decisione per Francesco sia stata sofferta, vista la stima che ha più volte il Papa dimostrato nei confronti del Bianchi, ma i fatti devono aver fatto arrabbiare molto il Santo Padre, toccando uno dei suoi punti più sensibili. Probabilmente sono in ballo il tanto odiato clericalismo, che Francesco condanna senza posa, e il conseguente abuso di potere. Enzo Bianchi in questi mesi, soprattutto con i suoi cinguettii social, ha fatto intendere chiaramente che rimanda al mittente tutte le accuse e illazioni. Repubblica e La Stampa sono i giornali su cui Enzo Bianchi in questi decenni ha profuso il suo verbo con maggiore copiosità, quotidiani di solito sempre attenti alla questione abusi di potere, e a selezionare i nemici di papa Francesco, ma questa volta devono aver preso un po' male la vicenda. Sono saliti con rapidità inusuale sul carro del garantismo, poco frequentato in occasione di vicende analoghe riguardanti altri movimenti o fondatori cattolici. Con alcune capriole intellettuali, lo storico Alberto Melloni, che a Bianchi è legato da amicizia e collaborazioni (fratel Enzo è «membro a vita» del consiglio di amministrazione della bolognese Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII), ha scaricato tutto sul delegato papale Cencini. Qualora appunto Bianchi accettasse di andarsene, allora, dice Melloni, «la dottrina Cencini avrà vinto, a spese del Papa». Ancor più diretto è stato Massimo Recalcati su La Stampa, parlando apertis verbis di «scure mediovale» fatta calare sull'ex priore, ma anche lui distingue: «Nessun cristiano alza la sua voce a difendere l'inerme, il padre colpito al cuore dai suoi figli con la complicità invidiosa di padre Cencini? Papa Francesco è il solo ad avere l'autorità e il giusto sguardo per salvare Enzo Bianchi da una umiliazione che non merita». Insomma, Francesco che, lo ricordiamo, ha approvato il decreto di siluramento e allontanamento di Bianchi da Bose, sarebbe stato male informato e soprattutto manipolato da questo padre Cencini, che in alcune articolesse erudite sembra uscito direttamente dal film Il nome della rosa. Una volta c'erano i conservatori che nella Chiesa remavano contro Francesco accusandolo di avere intorno a sé maneggioni e cortigiani, ora anche tra le migliori intelligenze catto-dem sembra vada di moda lo stesso copione. È davvero il momento di rieditare quel vecchio sito Internet dal titolo «Bose curiose», perché la vicenda sembra non finire qua.

La Comunità di Bose come la Torre di Babele: ecco come finisce il sincretismo religioso. L'esperimento in vitro di Bose segna il destino per il sincretismo interreligioso massonico-mondialista. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 19 febbraio 2021.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

Da diversi mesi ormai, la Comunità pseudo-monastica e pseudo-cattolica di Bose è lacerata al suo interno da dissidi, correnti, fazioni che vedono il suo fondatore, il commercialista Enzo Bianchi, opporsi ai suoi successori e soprattutto a Bergoglio che gli ha ingiunto più volte – e duramente - di andarsene, ma finora senza successo. Una lotta che si sta facendo sempre più acida e grottesca, portando quella che doveva essere l’iperuranica oasi  di suprema spiritualità interreligiosa a livello dello scandalismo ecclesiastico più grossolano. Una prima cosa che colpisce è che Enzo Bianchi sia stato rimosso dal suo incarico, l’anno scorso, per beghe amministrative (quindi questioni di soldi) e non certo per aver ammannito nel corso di 30 anni di predicazione concetti di natura spaventosamente eretica del tipo che Maria non fu davvero vergine e madre (come da dogma cattolico). Secondo Bianchi, siccome già altre divinità come la assiro-babilonese Astarte, o la greca Artemide erano considerate tali, i cristiano-cattolici avrebbero mutuato il mito dai culti pagani. Tutta una leggenda, dunque. (Mica ha letto, da cattolico, in quelle antiche religioni una prefigurazione di ciò che sarebbe stato). Oppure, vale la pena ricordare quando, intervistato dal diversamente cristiano Gad Lerner, Bianchi dichiarò: «Gesù è nato uomo, completamente uomo. Chi lo deifica sulla terra sbaglia, lo deifica troppo presto». Buonanotte Cattolicesimo. L’autoproclamato priore di Bose è, da tempo, a favore delle unioni civili, posizione che, in modo inaudito (per la dottrina cattolica),  è stata sposata anche dal suo massimo superiore in tempi recenti. Eppure, nonostante le sue proposizioni, questo intellettuale  laico - dato che non ha mai preso i voti - nel 2018 ha addirittura presieduto il ritiro spirituale mondiale dei sacerdoti cattolici ad Ars, i suoi libri sono stati proposti per anni come testi base nei seminari e nelle università pontificie dove lui stesso veniva invitato a tenere conferenze. Si parlava anche di una berretta cardinalizia …Nessuno però ha colto nella Notte di San Bartolomeo che sta lacerando la comunità di Bose l’aspetto più interessante, ovvero il risultato finale di quello che è stato il più raffinato  ESPERIMENTO “IN VITRO” del sincretismo religioso modernista. La comunità nacque proprio il giorno della chiusura del Concilio vaticano II, come sua ideale emanazione, raccogliendo religiosi delle più varie confessioni cristiane, di ambo i sessi. Quello che si è voluto ricercare a Bose  è stato un ideale minimo comun denominatore che potesse accomunare le varie chiese cristiane, lasciando quindi da parte l’Eucaristia, il culto mariano, il Rosario, la Tradizione, i sette sacramenti e tutto ciò che poteva essere considerato cattolico-identitario e, quindi, inevitabilmente “divisivo”. A Bose si festeggia perfino un calendario tutto particolare, con personaggi di altre fedi mai canonizzati dalla Chiesa di Roma: c’è l’induista Gandhi, il luterano Charles Spurgeon, contrario al Battesimo per i bambini, l’eretico protestante Schmiedlein, nemico di S. ignazio, ”e moltissimi altri che non conobbero l’onore degli altari, ma che furono vittime della convinzione che l’intera verità fosse appannaggio di un solo gruppo sociale o ecclesiale“. Quindi, la Comunità, che da un lato tende a dirsi cattolica, ma dall’altro vuole essere ecumenica, alla fin fine ha poco a che spartire con il  Cattolicesimo che, per definizione, è graniticamente identitario e tradizionale. ED ECCO COME E’ FINITO L’ESPERIMENTO: con il fitto volo di stracci, veleni, colpi bassi, disubbidienze, commissariamenti, scandali pubblici, dure reprimende, divisioni interne. Un destino amarissimo per chi si è voluto ritenere più sapiente della Tradizione cattolica, più consapevole delle verità di fede, superiore a tutti i dogmi. UN TRAGICO VOLO DI ICARO per chi ha pensato di poter unire ciò che Dio aveva lasciato che si dividesse. Una sorte anche crudele, umanamente parlando, per il fondatore, ormai 77enne, cacciato dalla comunità da lui stesso fondata con quella “misericordia” improvvisa e imprevedibile tipica di Bergoglio . Adesso lo hanno mollato tutti: nessun vescovo si affanna più a cercarlo, men che mai il suo grande estimatore Mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo. “E tutto un sol giorno, cangiare poté”, come canta Rigoletto. A chi è credente, non può non tornare in mente la TORRE DI BABELE che Dio, nell’Antico Testamento, fece crollare miseramente per punire la superbia degli uomini,  poi irrimediabilmente divisi dall’incapacità di comprendersi l’un l’altro, proprio come accade a Bose. Ma oltre la visione religiosa, la questione può essere compresa anche da un punto di vista del tutto laico. Come avevamo già scritto qui, il Cattolicesimo romano tradizionale è una costruzione - al proprio interno - perfettamente LOGICA. Provate a dare un’occhiata al suo “Bignamino”, il Catechismo di San Pio X. Tutto è chiaro, consequenziale, semplice e diretto, ispirato alla frase evangelica: “Il vostro parlare sia sì sì , no no, tutto il resto viene dal Maligno”. Attenzione, non vogliamo affermare che il Cattolicesimo sia per forza VERO, dato che questo riguarda l’apertura emotiva (la fede) di ognuno, ma confermare come la sua dottrina sia costruita secondo un impianto razionale delicatissimo messo a punto per duemila anni. Se si sregola una rotellina di questo grande orologio si avviano dei meccanismi causa-effetto, dei corollari che in breve tempo inceppano tutto il macchinario portandolo all’implosione. Non per niente, durante i secoli la Chiesa ha combattuto gli eretici su questioni apparentemente di secondo piano, ma che, dal punto di vista di questo effetto-domino, avrebbero avuto un potere dirompente.Un esempio? Se non si crede che Maria ebbe un parto virginale e miracoloso (ne abbiamo scritto qui): chi può affermare che Cristo fosse realmente il Figlio di Dio? E se la cosa è dubbia, magari poteva essere un profeta, solo un uomo, come dice Enzo Bianchi: in tal caso, gli si può far dire quello che si vuole, dato che “all’epoca non c’erano registratori” come affermato dal generale dei Gesuiti, Padre Arturo Sosa. In nome di Cristo si potrebbero anche benedire le unioni gay, il cambiamento di sesso per i bambini, l’aborto al nono mese, l’immigrazionismo mondialista e tutte quelle contingenze che ci propone la modernità, dato che “la Chiesa si deve aprire al mondo”. (Non è un caso che i luterani, increduli rispetto alla verginità di Maria, siano già un pezzo avanti su questi temi). E così, ci si ritrova con una nuova religione che, alla fine, propone l’esatto contrario di quanto diceva Gesù Cristo. E sappiamo chi è che mette al rovescio l’insegnamento di Cristo, no? Ebbene, se il fallimento del sincretismo modernista si è verificato nel giro di pochi anni nella “provetta sterile” di Bose, dove sono stati mescolati elementi super raffinati e appartenenti più o meno all’orbita cristiana, figuriamoci quello che potrà succedere nel tentativo di creare una nuova religione mondialista – che Bergoglio ha messo in cantiere dopo Abu Dabi  - la quale accorpi, nel terreno di coltura contaminatissimo del mondo, in una fratellanza massonica e posticcia, reagenti diversi ed effervescenti come i vari monoteismi, lacerati da millenari dissidi, diversità teologiche insanabili, culture totalmente antitetiche le une con le altre. Altro che i bisticci e i le patetiche beghe che squassano Bose: sarà “l’esplosione del laboratorio dello scienziato pazzo” e gli effetti si faranno sentire ben oltre le antiche mura di chiese, moschee, sinagoghe. Fermatevi ora, finché siete in tempo.

La resa di Enzo Bianchi: addio alla comunità di Bose. Il suoi: «È un esilio». Marco Imarisio su Il Corriere della Sera il 21/2/2021.  MAGNANO (Biella) La cassa di cartone che il volontario carica su un furgone Iveco vale più di ogni conferma ufficiale. Fratel Enzo Bianchi sta lasciando l’eremo nel quale ha trascorso gli ultimi mesi, a poche decine di metri dalla sua creatura, la comunità che aveva fondato nel 1963, eppure mai così lontano, sempre più lontano. Fino a un punto che si sperava non arrivasse mai. Per nessuna delle parti coinvolte in una contesa cominciata ormai quattro anni fa e ancora oggi incomprensibile ai più.

La comunità di Bose. Cosa è o cosa è stata Bose lo sanno tutti, e tutti sanno che è difficile riassumere in poche righe. Una delle comunità più famose e visitate d’Italia e forse d’Europa, formata da monaci di entrambi i sessi che provengono da Chiese cristiane di diversa estrazione e votata al dialogo ecumenico con ogni forma di cristianità. Nasce nel 1963 a Torino, su impulso di un ex ragioniere divenuto monaco sull’onda del Concilio Vaticano II, che guida un gruppo di giovani cattolici e protestanti. Nel 1965 si trasferiscono sulle serre, le alture moreniche che separano la provincia di Torino da quella di Biella, a Bose, in una frazione di Magnano e subito iniziano gli incontri ecumenici. Superano indenni i veti dell’allora vescovo di Biella, e quando nel fatidico 1968 il cardinale di Torino Michele Pellegrino bussa alla porta di quello che all’epoca era solo un cascinale, la legittimazione del nuovo monastero diventa implicita ma reale.

Dopo quasi 60 anni. Sono passati quasi sessant’anni, duranti i quali tutto è diventato più grande, la comunità, che oggi conta più di cento persone, la fama, l’interesse, sono state aperte altre sedi in Italia e a Gerusalemme. Nel 2017 Enzo Bianchi rinuncia alla carica di priore, all’età di 74 anni, lasciandola al suo successore designato da tempo, Luciano Manicardi. Si sposta in un edificio all’esterno del perimetro della comunità, per non interferire. Poi succede qualcosa. All’inizio sono soltanto voci. Nel maggio 2020, in piena pandemia, un decreto della Santa Sede, firmato da papa Francesco, che in occasione del cinquantesimo anniversario della comunità, fissato per convenzione nel 1968, aveva scritto a Bianchi definendo la comunità «una feconda presenza nella Chiesa e nella società», ordina all’ex priore di allontanarsi in modo definitivo. Non è ancora dato sapere la ragione di un provvedimento così duro.

Il decreto. Il «decreto singolare» del Vaticano lasciava intuire una storia di divisioni interne. L’eredità del fondatore, che si era spostato in un eremo poco distante, la sua ombra e il suo carisma potevano essere una presenza incombente, potevano inibire e condizionare decisioni e comportamenti. Per questo era meglio che Bianchi si trasferisse «entro e non oltre dieci giorni dalla notifica» in un’altra sede di Bose, l’eremo di Cellole San Gimignano, in provincia di Siena. Non succede nulla. A gennaio di quest’anno la sede designata per fratel Enzo «con un passo sofferto» dismette la sua appartenenza alla comunità, e viene ceduta «in comodato d’uso» all’ex priore. Come se ci fosse bisogno di un taglio ancora più netto.

L’addio. Sabato le serre di Biella erano coperte della nebbia e dall’umidità. Il monastero era deserto, in tempi di epidemia i visitatori sono pochi. Da un anno non è più possibile ospitare nessuno per le settimane di meditazione. I frutti dell’enorme orto sono stati regalati alla Caritas, perché non c’era nessun turista a comprarli. La piccola comunità fa notizia solo per questo dissidio lacerante e doloroso. Nessun ospite è autorizzato a parlare. Abbiamo saputo che questo capitolo si chiude con l’addio di fratel Enzo ai suoi luoghi da monaci che raccomandavano l’anonimato, da persone vicine al diretto interessato, e da quelle poche cose in attesa di essere portate via. «Non è un trasferimento, si tratta di un esilio» dice amaro un suo ex collaboratore, che gli vuole bene, come gliene vogliono quasi tutti. Non sta a noi dare giudizi su una vicenda che ha coinvolto anche il Papa. Ma quale che sia la causa del conflitto, sappiamo che non è stato ben gestito, lasciando trapelare voci, illazioni, sospetti, generando tensioni ulteriori. Fino a questa frattura così definitiva. Non è scritto da nessuna parte che le cose belle come Bose possano durare per sempre.

Il teologo. Alla Comunità monastica di Bose non servono i «partiti». Massimo Faggioli sabato 20 febbraio 2021 su Avvenire.Sbagliato trasformare la crisi della comunità in un conflitto tra fazioni ecclesiali. L’autorità competente rimane il Papa. La visita apostolica e il decreto? Un’opportunità per ripartire. Nelle Comunità ecclesiali di nuova fondazione, il passaggio dal fondatore al primo successore in una posizione di autorità è naturalmente problematico. Vista la storia ancora giovane di queste comunità negli anni attorno al Vaticano II, questo tipo di transizione è uno degli elementi caratteristici del momento presente nella storia della Chiesa cattolica. Non è una questione totalmente nuova: siamo abituati a identificare l’idea di «scisma» nella Chiesa con lo scisma papale, ma la storia abbonda anche di scismi monastici. Proviamo ad andare al cuore di un dissidio complesso con l’analisi di un esperto, esponente di quella generazione che «ha riscoperto la fede e una ecclesialità riconciliata» grazie all’aiuto della fraternità ecumenica nel Biellese. La situazione della comunità di Bose però è diversa da quella di altre comunità ecclesiali e degli scismi monastici. È diversa per il ruolo importante che essa ha avuto nella Chiesa italiana ed europea negli ultimi cinquanta anni: l’ecumenismo, la recezione del Concilio Vaticano II, la riscoperta della Parola. Anche il sottoscritto appartiene alla «generazione Bose» – o meglio, a una delle tre o quattro generazioni di cattolici (e no) che grazie alla comunità fondata da Enzo Bianchi nel 1965 hanno riscoperto la fede cristiana, ma anche una ecclesialità riconciliata. La storia di Bose però è diversa anche per la personalità carismatica del fondatore sulla scena pubblica, diverso da ogni altro fondatore nell’epopea post-conciliare. Si potrebbe fare un parallelo con Thomas Merton: monachesimo, ecumenismo, successo come intellettuale pubblico. Però Merton non fondò una sua comunità e non dovette mai cimentarsi, a causa della morte a soli cinquantatré anni nel 1968, col problema della transizione e gestione della sua eredità spirituale (ma anche materiale). Chi andava e va a Bose, a contatto con i fratelli e le sorelle, da lungo tempo aveva avuto sentore e prove del deterioramento della situazione comunitaria. Quella scatenata dalle dimissioni di Enzo Bianchi non è la prima crisi nella storia di Bose. Ma negli ultimi anni la situazione si era aggravata per un problema di doppia autorità che si è posto in maniera drammatica, a causa della personalità del fondatore. Le dimissioni date dal priore Bianchi sono state interpretate dallo stesso in maniera nominalistica, come se non fossero mai avvenute, fino a delegittimare l’autorità non solo del nuovo priore, ma anche di tutte le altre cariche e della comunità stessa che lo aveva eletto. Anche qui, storia nota in molte comunità ecclesiali. La differenza in questo caso è la scelta di fare leva sulla notorietà pubblica del fondatore. Una scelta grave per ogni persona che sia diventata un punto di riferimento ecclesiale – ancora di più se monastico. La Chiesa rimane il punto di riferimento. Il rispetto dell’istituzione ecclesiale non è dovuto in maniera inversamente proporzionale alla notorietà personale. Dissenso è cosa diversa dalla ribellione. Qui ci sono due questioni di fondo. C’è una questione ecclesiale: per una comunità ecclesiale, in una situazione di eccezione, ci sono diversi tipi e gradi di autorità in grado e chiamati a decidere. Nel caso di Bose, non è mai stato in dubbio che l’autorità competente per Enzo Bianchi fosse la Chiesa cattolica e il Papa. Il fondatore è cattolico, così come la stragrande maggioranza dei membri. Il rispetto dell’istituzione non è dovuto in maniera inversamente proporzionale alla notorietà personale. Dissenso è cosa diversa dalla ribellione. Poi c’è una questione ermeneutica. La divisione nei giudizi resi in pubblico (tanto sui mass media quanto sui social media) sul caso Bose risente anche di due tipi diversi di identificazione. Ci sono quelli che a Bose ci sono andati, riconoscendo i grandi meriti del fondatore nell’ecumenismo, nell’editoria, nella diffusione della patristica e del cristianesimo orientale, ma conoscono anche i limiti di questa realtà monastica, e sperano e pregano che Bose possa storicizzare il fondatore e riformulare le sue intuizioni. Poi ci sono quelli che andavano a Bose attratti dalla personalità del fondatore a cui avevano attinto dai mass media. Ci sono qui due concezioni diverse di Chiesa e di comunità. Nessuno può toglie niente al fondatore, ai suoi meriti storici per la comunità che ha creato e per la Chiesa tutta. Il problema è quando si diventa incapaci di distinguere il fondatore dalla comunità, anche di fronte a gravi distorsioni nell’esercizio dell’autorità. Il problema è quando si fa, dall’esterno, della persona del fondatore il simbolo di un partito ecclesiale o politico da agitare contro una serie di bersagli ideologici: il Medioevo, il Vaticano, i vescovi, il monachesimo non abbastanza ecumenico, e così via. Sembra caduto nel vuoto quello che papa Francesco aveva detto al Sinodo dei vescovi del 2015 circa la necessità di abbandonare le ermeneutiche cospirative: un invito rivolto non solo al Sinodo. Dalla otto-novecentesca ermeneutica del sospetto ora la Chiesa deve fare i conti con una ermeneutica della diffidenza che è diventata dominante - ed evidentemente non solo tra i cosiddetti tradizionalisti che si oppongono a papa Francesco. In questo clima ecclesiale troveranno sempre applausi le prese di posizione contro il Vaticano, contro l’istituzione ecclesiastica. Nessuno può togliere a Enzo Bianchi i suoi meriti storici. Il problema è quando si diventa incapaci di distinguere il fondatore dalla Comunità, anche di fronte a gravi distorsioni nell’esercizio dell’autorità. Enzo Bianchi è stato per me maestro di ecclesialità e stupisce che attorno a lui si sia radunata la fronda del risentimento anti-istituzionale che vede dappertutto complotti orditi a danno del vero cristianesimo. È una falsa ecumenicità quella che si basa su una presa di distanza dal cattolicesimo costruita sul risentimento. Il monachesimo ha anche un aspetto istituzionale. La regola è istituzione che aiuta a darsi una forma di vita, in una concezione di autorità che libera, in cui il carisma non è fine, ma strumento al servizio della comunità e della Chiesa tutta. È evidente che a Bose negli ultimi anni l’esercizio istituzionale dell’autorità del fondatore aveva assunto aspetti fortemente problematici. La visita apostolica e il provvedimento erano l’opportunità per ripartire - anche per il fondatore. La fase di stallo attuale troverà una via di soluzione, a un certo momento. Ma il caso di Bose attende soluzioni anche a livello diffuso. La divisione in «partiti» attorno al caso di Bose dice molto di questo momento ecclesiale.

Massimo Faggioli è Storico della Teologia alla Villanova University, Stati Uniti.

Il caso Bose​. Il caso Bose è esploso alla fine del 2019, con la visita apostolica - sollecitata dalla stessa comunità - che si è svolta tra il 6 dicembre di quell’anno e il 6 gennaio 2020. La delegazione era composta da tre visitatori – l’abate Guillermo Leon Arboleda Tamayo, M.Anne Emmanuelle Devéche, abbadessa di Blauvac e padre Amedeo Cencini – che hanno ascoltato a lungo il fondatore, il nuovo priore Luciano Manicardi e tutti i membri della comunità, raccogliendo le loro opinioni su quanto capitato. Alla luce di quanto raccolto, il 13 maggio scorso è stato emanato il “decreto singolare” firmato dal segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, «approvato in forma specifica» da papa Francesco – quindi non è appellabile – che ha disposto per Enzo Bianchi il ritiro dalla comunità entro e non oltre dieci giorni dalla notifica (avvenuta il 21 maggio). Dopo quasi 9 mesi, di fronte a un nulla di fatto, il 4 gennaio è arrivata l’ingiunzione del delegato pontificio per il trasferimento di Bianchi a Cellole San Gimignano entro il 16 febbraio. Provvedimento che Bianchi ha scelto di non osservare. Il braccio di ferro continua.

I numeri.

1965 - L’anno di fondazione della comunità di Bose. Nel 1968 ci furono i primi ingressi

6 - Le sedi: Bose, Ostuni, Assisi, Cellole-San Gimignano, Civitella San Paolo, Gerusalemme

Cattolici contro, senza sapere il perché. Fabrizio Mastrofini, Giornalista e saggista, su Il Riformista il 21 Febbraio 2021. Domenica 21 febbraio è stata la Giornata Bose ed Enzo Bianchi. Su Avvenire  un lungo articolo di Massimo Faggioli ha fatto il punto su “carisma”, “carismi”, fondatori di monasteri, legame tra Chiesa istituzionale e Chiesa profetica. Con un passaggio centrale: “Il problema è quando si diventa incapaci di distinguere il fondatore dalla comunità, anche di fronte a gravi distorsioni nell’esercizio dell’autorità. Il problema è quando si fa, dall’esterno, della persona del fondatore il simbolo di un partito ecclesiale o politico da agitare contro una serie di bersagli ideologici: il Medioevo, il Vaticano, i vescovi, il monachesimo non abbastanza ecumenico, e così via”. Molto giusto, peccato subito sotto nel “taglio medio” della pagina ci sia la presa di posizione di un gruppo di sostenitori di Bose: soffriamo per gli attacchi e le polemiche che non rendono conto di quanto sia importante questa esperienza. Se finora abbiamo taciuto, fanno sapere, è solo per rispetto di un’esperienza di fede e di vita positiva per tanti. Insomma non dicono alcunché: occasione sprecata. Invece su Corriere della Sera abbiamo una pagina intera che racconta come Enzo Bianchi sarebbe andato via da Bose, in ottemperanza ai decreti del Delegato pontificio. Una pagina di letteratura, alla fine della quale non si capisce se Bianchi sia andato via davvero. Poi ci sono i siti cattolici. Da qualche giorno Settimananews, espressione della omonima rivista  settimanale – cattolica, edita dai Dehoniani – scomparsa e sostituita dl sito, ha pubblicato un articolo del benedettino Michael Davide Semeraro significativamente intitolato “La Pasqua di Bose” in cui troviamo la folgorante frase: “Se è vero che quanti si uniscono a un’avventura spirituale devono essere grati per chi ne ha permesso il fragile inizio con passione e dedizione, nondimeno chi è stato riconosciuto come ispiratore non dovrà mai dimenticare il debito con quanti gli hanno dato credito”. La Pasqua di Bose? Ma per favore…va bene siamo in Quaresima, però si potrebbe fare uno sforzo di chiarezza e non aggiungere confusione mentale! E stavolta arrivano i commenti: chi ringrazia il benedettino, chi sottolinea l’incomprensibilità di quanto sta accadendo. Più concreto è Riccardo Larini, ex di Bose, nel delineare delle ipotesi su quanto stia accadendo in quel microcosmo umano troppo umano dove le emozioni e i contrasti vengono spiritualizzati e l’altare della chiarezza è stato seppellito. Insomma Cattolici Contro. Da una parte il versante spiritualista, pro Vaticano (?), soddisfatto che Bose stia sprofondando; dall’altro i raffinati analisti che rispolverano concetti come la dialettica tra carisma e istituzione; dall’alta chi vorrebbe sapere e non sa nulla. Già perché nessuno ha risposto alla domanda piuttosto semplice: quale è il problema? Domanda non difficile da capire: quale è il problema? Soldi? Gestione economica? Potere? Passaggio dal fondatore al successore e problemi conseguenti di rivalità, gelosie, invidie? Qualcuno vorrebbe far cambiare natura a Bose istituzionalizzandola e dunque intervenendo sul tipo di esperienza? Quali sono i numeri di Bose: non i numeri economici ma quelli delle presenze e delle adesioni di monaci e monache? In calo? In crescita? Il "lockdown" ha azzerato convegni e iniziative e sta mettendo in difficoltà l’economia del gruppo? Non si sa, nessuno ce lo dice. In compenso ci sorbiamo lezioni di spiritualità dal benedettino prima citato, lezioni di teologia e i pareri non richiesti di chi non sa nulla mentre gli aficionados di Bose scrivono senza dire nulla. Eppure qualcosa si può dire, proprio partendo dalle aporie dei ragionamenti altrui. Da Bose ogni volta che parlano, nulla dicono sul problema reale che hanno, non riescono a chiamarlo con nome e cognome. Qui sta il punto: con impostazioni o approcci spiritualisti, i problemi non si risolvono. Invece serve trasparenza per dirimere i conflitti. E  i conflitti ideologici nascondono sempre dei conflitti relazionali. I francescani, ad esempio, lo sanno bene, avendo vissuto molti secoli fa la spaccatura proprio sull’eredità spirituale del fondatore: restare minori o istituzionalizzarsi? Conflitto di potere allo stato puro. Oggi dopo secoli dopo e dopo 121 anni di psicologia del profondo, bisognerebbe sapere quanto è difficile passare da un fondatore a dei successori, soprattutto nella ingessata chiesa italiana del terzo millennio. E comunque: o si tace e va bene cosi, oppure se si parla, allora Bianchi, Bose, Delegato, dovrebbero esprimersi con chiarezza. Se non lo fanno, sbagliano e avallano operazioni non trasparenti. 

La resistenza e le letture distorte. Caso Bose, la verità sul perché Enzo Bianchi deve lasciare la comunità. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista l'11 Febbraio 2021. Nel caso di Bose – il fondatore della famosa comunità monastica ha problemi con successore e confratelli, dunque va mandato via – la Chiesa scopre una volta di più l’acqua calda. In particolare per quel mondo particolare rappresentato dalle comunità monastiche, la riscoperta è dell’acqua caldissima. Cioè quando le litigate e gli interessi portano allo scoperto l’inutilità degli ideali sbandierati con tanto ardore, emerge il disastro dei rapporti umani. La relazione interpersonale ovunque, ma soprattutto nel mondo ecclesiastico, è realmente un problema. Perché nel mondo ecclesiastico la bontà è inserita nel “contratto di lavoro”: bisogna essere buoni e pazienti in quanto cristiani. Poi però siccome non ce la facciamo, allora a parole ci dichiariamo buoni e comunque peccatori, però nei fatti la facciamo pagare cara ai nostri oppositori o rivali. E sempre a mani giunte, facendo finta di fare il loro bene. Complicato? Irrealistico? Troppo dissacratorio? Bene, il caso di Bose è eclatante. Enzo Bianchi non si riesce a mandarlo via oramai da maggio 2020 e neanche l’autorità del Visitatore Apostolico produce effetto. Nonostante Bianchi abbia accettato di spostarsi altrove, è restato lì. Adesso l’ultimo decreto reso noto per merito del sito internet cattolico Settimananews (che ne ha dato notizia) è piuttosto bizantino. In sostanza Bianchi avrebbe accettato di andare a Cellole, vicino San Gimignano, in un altro degli eremi collegati a Bose. Il colpo di genio arriva subito dopo: Cellole accoglie Bianchi ed un gruppo di monaci che lo assistono (è anziano) ma la località smette di far parte dei monasteri di Bose. Viene ceduto in «comodato d’uso» (ma dove si è mai sentito?) e i monaci che erano lì, si trasferiscono altrove. Adesso aspettiamo che l’ex priore (però sempre fondatore), si trasferisca. Chissà se ci andrà davvero. Addirittura esce allo scoperto il Visitatore Apostolico e la sua decisione viene pubblicata dalla stampa cattolica con un certo rilievo. Il passaggio-chiave del decreto eccolo qui: «Dopo non pochi tentativi volti a rendere più agevole a Fr. Enzo Bianchi l’obbedienza (al decreto di maggio che prevedeva l’allontanamento, ndr.) (…) lo scorso 4 gennaio 2021 il Delegato Pontificio (…) ha emanato un Decreto (notificato l’8 gennaio) nel quale ha richiesto alla Comunità monastica di Bose di: interrompere a tempo indeterminato i legami con la Fraternità Monastica di Bose a Cellole, sita in località Cellole di San Gimignano (SI), la quale pertanto è stata chiusa e non può essere considerata come Fraternità della Comunità Monastica di Bose, fino a quando non si deciderà altrimenti». Seconda decisione: «Cedere in comodato d’uso gratuito il complesso di immobili di Cellole a Fr. Enzo Bianchi, che vi si trasferirà entro e non oltre martedì 16 febbraio p.v., avendo già dato il suo assenso al riguardo, assieme ad alcuni fratelli e sorelle che hanno manifestato la propria disponibilità ad andare con lui e si troveranno nella condizione di membri della Comunità Monastica di Bose extra domum». E dunque i monaci che lo seguono avranno un permesso speciale per continuare a far parte di Bose pur essendo altrove. È un capolavoro del “cerchiobottismo” che non ha confini ideologici o religiosi. Poi naturalmente abbiamo il solito pianto greco: ci dispiace, decisione sofferta, eccetera eccetera. Ma resta il fatto che i rapporti interpersonali qui hanno fatto emergere un fallimento ad altissimi livelli. Altro che fraternità di Bose (o di qualunque luogo); la diatriba ha alla base dei rapporti che hanno smesso di funzionare perché nessuno sa come mettervi ordine. E poco ha da sgolarsi il noto docente e commentatore Alberto Melloni dalle colonne di La Repubblica. La geo-politica cattolica non ha niente a che vedere con la vicenda. Avrebbe a che vedere se lo scontro o il dissidio fosse emerso sul tema generale dell’ecumenismo (argomento su cui Bose ha una grande tradizione) o su questioni specifiche del dialogo con ortodossi o con altre confessioni cristiane. No, qui siamo invece in tutt’altra vicenda: un fondatore che prima capisce la necessità di farsi da parte (è fondatore, mica può restare in eterno a comandare, vista l’età) e dopo qualche tempo si accorge che ha veramente una zero capacità a farsi per davvero da parte. Però in mezzo i suoi confratelli hanno nominato un altro priore – hanno preso sul serio la rinuncia – salvo scoprire che proprio non si riesce ad andare d’accordo. Certo farsi da parte quando hai fondato qualcosa di unico è difficile. Certo la colpa se la prende tutta Enzo Bianchi. Magari scopriremo in futuro che qualcuno avrà approfittato del suo lasciare la guida per fargli pagare qualche conto sospeso. Del resto non è chiaro come si entri a Bose e come si rimanga; non è chiaro quali siano i criteri di ammissione e se si metta in atto qualche valutazione di candidati e candidature. Il mondo cattolico (e non solo) è ben fornito di persone che desiderano cambiare il mondo – a parole – mentre nella realtà desiderano farsi largo e gestire il potere. Forse a Bose non ci sono i necessari contrappesi. Intendo sottolineare un’idea semplice e complessa. Per entrare in seminario è necessario sottostare a una prassi bene regolata (almeno sulla carta) e comunque esiste qualche criterio per accettare le persone oppure respingere chi abbia eccessive fragilità psicologiche. Per quanto riguarda Bose non si sa nulla dei criteri di ammissione e quindi possiamo legittimamente aspettarci una scarsa capacità di gestire i conflitti. Quei conflitti interpersonali che hanno la capacità di sfasciare e avvelenare qualunque realtà quando non vengono gestiti. Pertanto Melloni sbaglia quando legge la vicenda sullo sfondo di una complessa geopolitica ecclesiale. La complessità esiste però in tutt’altra direzione e riguarda la complessità relazionale; la situazione si poteva risolvere se fosse stata gestita meglio. Vanno sottolineati due aspetti del perché la Chiesa in generale non è capace di affrontare i conflitti relazionali. Prima di tutto perché li nega sempre e pensa che con il pentimento si risolva ogni problema. Non è così, tutt’altro. I conflitti si affrontano, rappresentano il sale delle relazioni umane. Non basta dire di appartenere alla stessa fede per andare d’accordo. L’accordo va cercato a fatica con pazienza e con metodo. Non va coperto dall’ideologia buonista del siamo tutti parte di una stessa Chiesa, per il semplice motivo che non è sufficiente dirlo, occorre vedere quali sono i comportamenti concreti e quali sentimenti negativi vengono negati mentre restano lì a distruggere rapporti. I sentimenti negativi di invidia, gelosia, avidità, odio, rancore, esistono e vanno gestiti mentre di solito si mimetizzano. Occorre smascherare la regola secondo cui nessuno sopporta qualcuno ma si fa finta di niente perché il qualcuno magari è il capo. E allora lo si boicotta nelle decisioni o si parla alle spalle. Quando smette di essere il capo, allora tutti a dargli addosso per sfogarsi. Vecchia storia ma nel terzo millennio un po’ triste e demodé. L’altra questione è relativa alla incapacità di attuare una sana psicologia, capace di aiutare in queste situazioni. Se il Visitatore Apostolico avesse qualche nozione di psicologia delle differenze individuali, forse avrebbe trovato il bandolo della matassa, invece di disquisire sulla “crisi di crescita” di Bose nel passaggio dall’anziano buon papà al giovane figliolo inesperto. È necessario decifrare la grammatica e la sintassi ed il significato delle relazioni e dei conflitti. Ma anche qui pur senza chiedere troppo, si poteva fare ricorso anche ad un’altra risorsa della psicologia: la psicologia relazionale di impostazione sistemica (in Italia, ad esempio, ha esponenti di rilievo, tutti laici però!) avrebbe sicuramente portato fuori dalle secche invece di allargare questa palude fino all’ingestibile. Se qualcuno pensa che si tratti di teorie con poco fondamento, possiamo riflettere su un ulteriore elemento: a parte termini come "frattura", "dolore", "scandalo" e via così, da Bose-comunità non è venuta una spiegazione chiara di quanto sta accadendo. Il confitto è tutto relazionale, dunque. E la Chiesa scopre l’acqua calda: al centro di ogni attività ci sono i rapporti interpersonali. Non basta pregare per risolvere ogni dissidio. Anzi, non serve. Bisognerà diventare capaci, una volta o l’altra, di sperimentare strategie e procedure per crescere dal punto di vista umano.

Da torino.repubblica.it il 5 marzo 2021. "Alla vigilia della partenza per il viaggio apostolico in Iraq, nel corso dell'udienza di ieri a padre Amedeo Cencini, delegato Pontificio  per la Comunità monastica di Bose, con il Priore della medesima, Fr. Luciano Manicardi, papa Francesco "ha manifestato la sua sollecitudine nell'accompagnare il cammino di conversione e di ripresa della Comunità secondo gli orientamenti e le modalità definite con chiarezza nel Decreto singolare del 13 maggio 2020, i cui contenuti il Papa ribadisce e dei quali chiede l'esecuzione", riferisce un comunicato della Santa Sede. Il Pontefice ha pertanto confermato che il fondatore Enzo Bianchi deve lasciare la Comunità. "Sua Santità ha voluto così esprimere al Priore e alla Comunità la sua vicinanza e il suo sostegno - prosegue la nota - in questa travagliata fase della sua vita, confermando il suo apprezzamento per la stessa e per la sua peculiarità di essere formata da fratelli e sorelle provenienti da Chiese cristiane diverse". Papa Francesco, "che fin dall'inizio ha seguito con particolare attenzione la vicenda, ha inoltre inteso confermare l'operato del Delegato Pontificio in questi mesi, ringraziandolo per aver agito in piena sintonia con la Santa Sede, nell'unico intento di alleviare le sofferenze sia dei singoli che della Comunità". "Il Santo Padre - conclude il comunicato - ha infine manifestato la sua sollecitudine nell'accompagnare il cammino di conversione e di ripresa della Comunità secondo gli orientamenti e le modalità definite con chiarezza nel Decreto singolare del 13 maggio 2020, i cui contenuti il Papa ribadisce e dei quali chiede l'esecuzione".

Bose, tutto confermato. Ora è tempo di obbedire. Fabrizio Mastrofini, Giornalista e saggista, su Il Riformista il 5 marzo 2021. Su Bose e la vicenda in corso, venerdì 5 marzo pomeriggio la Sala Stampa della Santa Sede diffonde il seguente comunicato (integrale):

“Giovedì 4 marzo 2021, alla vigilia della partenza per il viaggio apostolico in Iraq, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza il Rev.do P. Amedeo Cencini, FdCC, Delegato Pontificio ad nutum Sanctae Sedis per la Comunità monastica di Bose, con il Priore della medesima, Fr. Luciano Manicardi. Sua Santità ha voluto così esprimere al Priore e alla Comunità la sua vicinanza e il suo sostegno, in questa travagliata fase della sua vita, confermando il suo apprezzamento per la stessa e per la sua peculiarità di essere formata da fratelli e sorelle provenienti da Chiese cristiane diverse. Papa Francesco, che fin dall’inizio ha seguito con particolare attenzione la vicenda, ha inoltre inteso confermare l’operato del Delegato Pontificio in questi mesi, ringraziandolo per aver agito in piena sintonia con la Santa Sede, nell’unico intento di alleviare le sofferenze sia dei singoli che della Comunità. Il Santo Padre ha infine manifestato la sua sollecitudine nell’accompagnare il cammino di conversione e di ripresa della Comunità secondo gli orientamenti e le modalità definite con chiarezza nel Decreto singolare del 13 maggio 2020, i cui contenuti il Papa ribadisce e dei quali chiede l’esecuzione”. Questo dunque il testo integrale. Penso  che ora sia stato detto tutto. I problemi reali non sono mai stati chiamati con il loro nome e dunque solo il tempo darà risposte. Chi chiede un po’ di chiarezza e trasparenza, metterà l’animo in pace. Per il momento non si può avere. Certo fa un po’ strano la  giurisdizione della Chiesa cattolica su una comunità formata da persone di diverse chiese cristiane. Ma tant’è.

Da torino.repubblica.it il 7 marzo 2021. Il fondatore della Comunità di Bose Enzo Bianchi esce dal silenzio e in un lungo comunicato fa sapere che erano state poste per il suo trasferimento condizioni "disumane ed offensive della dignità" sua e dei confratelli che lo avrebbero accompagnato nella nuova destinazione di Cellole in Toscana. Il Papa, prima di partire per l'Iraq, aveva visto il delegato pontificio e il priore di Bose confermando la validità del loro operato e dunque la richiesta di allontanamento di Bianchi. Il decreto del delegato pontificio ingiungeva a Bianchi "di trasferirsi a Cellole senza sapere né identità né numero dei fratelli e delle sorelle che sarebbero andati a vivere con lui. Nel contratto di comodato - rende noto lo stesso Bianchi - si prevede che l'Associazione Monastero di Bose, nel suo rappresentante legale fratel Guido Dotti, può cacciare da Cellole in ogni momento, su semplice richiesta e senza motivarne le ragioni, fratel Enzo Bianchi e quanti vi risiedono con lui. Il contratto di comodato d'uso concede gli edifici del priorato di Cellole stralciando però intenzionalmente i terreni annessi all'edificio e necessari per la coltivazione, per l'orto e per la provvigione dell'acqua durante l'estate. Si dichiara che ai monaci e alle monache di Bose che vivranno a Cellole è vietato non solo fare riferimento a Bose, ma anche affermare di condurre vita monastica o cenobitica: potranno semplicemente definirsi come coloro che danno assistenza a fratel Enzo Bianchi, pertanto ridotti a meri "badanti"", denuncia ancora Bianchi spiegando le motivazioni per le quali è rimasto a Bose e definendo queste condizioni "disumane". Bianchi scrive anche: "Dall'inizio di febbraio, ho ricominciato la ricerca di una dimora in cui poter vivere la vita monastica e praticare l'ospitalità come sempre ho fatto tutta la mia vita a Bose: alla mia vocazione non intendo rinunciare. Non ho nulla in più da comunicare almeno per ora. Giudicate voi!".

Comunità di Bose verso la scissione: crescono i favorevoli a Enzo Bianchi contro la "svolta autoritaria" del nuovo priore. Francesco Antonioli su La Repubblica il 9 marzo 2021. Diplomazia al lavoro per il più delicato dei dossier di Papa Francesco. Nel monastero appare l'avviso "Ordine e disciplina" che minaccia punizioni per chi “urla e grida”. Obiezioni e richieste vanno presentate a un nuovo organo, il "Discretorio". Si fa tesissima la situazione della Comunità di Bose. È uno dei dossier più delicati che Papa Francesco ha sulla scrivania dopo la visita storica in Iraq. Il fondatore Enzo Bianchi, pochi giorni fa, ha rotto il silenzio con un comunicato in cui afferma di non accettare le menzogne. È uscito allo scoperto, dal suo eremo-fortino mai abbandonato, dopo la nota della Santa Sede a margine dell'udienza di Bergoglio del 5 marzo con l'attuale priore Luciano Manicardi e del delegato pontificio padre Amedeo Cencini. In quel testo anche Bergoglio chiede l'esecuzione del decreto del 13 maggio 2020. E cioè l'allontanamento obbligato sia di Bianchi sia di altri tre monaci: Lino Breda, Antonella Casiraghi e Goffredo Boselli. In queste ore ci sono diplomazie sotterranee al lavoro, ecclesiastiche e no, per trovare una soluzione. Quale? La più probabile, soprattutto per evitare l'incancrenirsi dei cattivi rapporti, è una scissione consensuale, che potrebbe vedere l'uscita dal monastero di Magnano, nel Biellese, di almeno una decina di fratelli e sorelle ancora adesso più vicini al fondatore. Ognuno per la sua strada, insomma, cercando di lenire con il tempo le ferite. Il luogo non esiste ancora, ma lo si sta cercando in varie zone d'Italia. A maggior ragione dopo che è sfumata l'ipotesi di Cellole, in diocesi di Volterra, dove Bianchi e gli altri tre avrebbero dovuto vivere nella precarietà di un comodato d'uso in mano a Bose e senza poter praticare la vita monastica. "Non si può voler stravincere umiliando le persone", taglia corto Riccardo Larini, 47mo monaco nella storia della Comunità di Bose, che ha lasciato il saio nel 2005. È uno dei più attivi nell'attuale, delicatissima tessitura diplomatica. Lo fa da Tallin, in Estonia, dove ha una società che si occupa di formazione. Sul suo blog non le manda a dire, neppure a Enzo Bianchi, cui fin da subito aveva rimproverato di non essersi spostato da Bose per non creare cortocircuiti. "È palese - così gli si rivolge Larini - che è soprattutto a causa tua (il che non vuol dire per colpa tua) che si sono riversati anche sugli altri l'odio e la furia dei talebani che hanno preso in mano i destini della comunità che tu hai fondato, supportati da un'istituzione ecclesiale che sembra aver dimenticato ormai del tutto il Vangelo e che ha optato palesemente per il ricorso a strumenti totalitari, degni dei peggiori regimi al mondo". E incalza: "Il tutto sotto gli occhi compiacenti e in larga misura complici di una stampa cattolica che conferma l'attuale abbandono della traiettoria conciliare da parte della Chiesa italiana". A dire il vero, fin da quando è esploso il caso lo scorso anno, Enzo Bianchi ha sempre raccomandato ai molti amici sgomenti - intellettuali come lo psicoanalista Massimo Recalcati, i filosofi Massimo Cacciari e Salvatore Natoli, come pure molti alti prelati - di non fare nulla e di non sottoscrivere appelli già pronti e in più versioni: "Non si fa nulla contro il Papa, aspettiamo". Ma la "chiusura" sulla ipotesi di Cellole, quando sembrava che lo stesso Papa Francesco stesse lavorando per una soluzione più morbida, ha cambiato la prospettiva. Tant'è che in molti stanno chiedendo a Enzo Bianchi di pubblicare il decreto inappellabile che lo riguarda (i decreti in realtà sono quattro, uno per monaco espulso) giusto per rompere la cortina di ambiguità che lo stesso Vaticano ha creato. "Bose è di tutti, non la si può liquidare così, senza spiegazioni e senza che nessuno possa capire", si limita a dire, con grande amarezza, l'ex sindaco di Torino Valentino Castellani, ora ottantenne, ma da sempre frequentatore della comunità, come tantissimi altri della "generazione Bose". Il punto è che a motivo del duro e inappellabile intervento vaticano non vi sono abusi sessuali, deviazioni dottrinali o chissà quali altre nefandezze. Bensì rapporti e relazioni mal gestite, con sovraccarichi di rancori e non detti: un Vietnam della fraternità. Il canonista dell'Università di Pisa Pierluigi Consorti è molto netto: "Questa vicenda - a prescindere da come e se finirà - lascia l'amaro in bocca. Bose è stata per molti un riferimento spirituale importante. Segno di freschezza evangelica e rinnovata presenza monastica nel mondo. Nessuno si scandalizza se il cammino di questi fratelli e sorelle è affaticato, sofferente e bisognoso di conversione. La libertà evangelica di Bose, la sua liturgia, la vita monastica di fratelli e sorelle battezzati in Cristo ha testimoniato l'adesione alla regola evangelica (di altre regole? non si sa) senza bisogno di ricorrere al potere". "Purtroppo - continua Consorti -  oggi Bose ci fa invece scontrare con le strettoie antiche dell'uso autoritativo del potere clericale. Essa si fa forte della forma contro la sostanza. Domanda obbedienza cieca mentre nasconde la verità dei fatti. E anche il Papa a questo punto si trova vittima dell'esercizio di un potere apparentemente senza limiti, che sfugge persino alle regole del diritto canonico. Roma locuta, causa finita ("Roma ha parlato, la causa è definitivamente chiusa") non è una sentenza, ma una tentazione ricorrente di cui ci si dovrebbe liberare. Essa si presenta come una coperta sulla trasparenza. Oscura persino il coraggio di un viaggio apostolico senza precedenti. Verrebbe voglia di non sapere. Di fare finta di niente. Di minimizzare. Di lasciare Bose al suo destino. Ma bisogna avere invece il coraggio di gridare sui tetti, di fare entrare la luce, di discutere di diritti e di doveri reciproci". Anche a Bose, peraltro, non stanno niente bene. Il Priore Manicardi ha inasprito regole e disciplina (lo si vede da un cartello apparso nei giorni scorsi, che vieta persino "urla e grida"): nessuno parli con l'esterno e neppure nei momenti comunitari. Eventuali richieste vanno indirizzate al "Discretorio", inquietante organismo gestionale introdotto dallo stesso Manicardi. Chi è vicino a lui fa filtrare commenti acidi, segno che ormai non c'è possibilità alcuna di riconciliazione: "Noi per ora continuiamo a fare silenzio. Ma anche senza veline un giornalista può chiedersi chi mente tra la Santa Sede che dice che tutto è avvenuto d'intesa tra delegato pontificio, Segreteria di Stato e Papa oppure Enzo che dice che delegato, Priore ed economo hanno agito in contrasto con il Segretario di Stato. E sempre senza veline ci si può chiedere la coerenza della cifra di 500mila euro con i prezzi di mercato per l'abitazione di due persone (Enzo e chi lo assiste). Il tutto semplicemente a partire da due comunicati, di cui uno risalente a un mese fa e reso pubblico solo ora". Non se ne esce. Mentre non si contano gli inutili commenti partigiani ("Enzo è impazzito", "No, sono pazzi gli altri") c'è chi sta male seriamente ed è molto preoccupato. Su tutti, per esempio, i cardinali Gianfranco Ravasi e Matteo Maria Zuppi, solo per citarne alcuni. Cosicché, lo scenario di un futuro prossimo, auspicato da molti, è proprio quello suggerito da Riccardo Larini: via, scuotendo la terra dai vostri calzari, come dice il Vangelo. "Posso solo ricordarvi, umilmente, come vostro fratello - scrive Larini agli espulsi ex confratelli Breda, Casiraghi e Boselli - ciò che Enzo stesso ci ha insegnato e ha spesso ripetuto, e cioè che nessuno può impedirci di vivere il Vangelo, neppure la Chiesa. Voglio perciò innanzitutto ringraziarvi pubblicamente per avere cercato un dialogo, da veri cristiani, con chi vi colpiva in maniera potenzialmente mortale. La ragione, infatti, non sta mai da una parte sola, e pur compiendo anche voi i vostri errori sono pienamente cosciente della vostra costante ricerca e attesa di soluzioni più umane e cristiane alla crisi profonda che ha colpito la vostra (oso dire "nostra") comunità". "Voglio ringraziarvi - prosegue Larini - per avere cercato una ricomposizione, in primo luogo, per vie ecclesiali e non per tribunali. Si tratta di una scelta per nulla scontata. Il diritto a un processo equo è infatti uno dei capisaldi della Dichiarazione Fondamentale dei Diritti Umani del 1948, e il diritto canonico contiene (e fa uso di) strumenti in chiarissimo contrasto con questo documento fondamentale dell'umanità. La vostra decisione è ancor più degna di rispetto perché sicuramente, in sede civile, risulterebbe impossibile privarvi di ciò che avete largamente contribuito a realizzare sul piano materiale. E aggiungo che se anche decideste di appellarvi in futuro ai tribunali secolari, compirete un atto legittimo che non cambierà certamente la mia considerazione per voi". Un invito, neppure troppo velato, a chi è ancora a Bose e vorrebbe andarsene. Le vie legali, invece, aprirebbero scenari terribili: ma che nessuno, al momento, sembra voler praticare.

Strani movimenti in Vaticano: perché è saltato Enzo Bianchi. Il diritto canonico non ammette deroghe: la volontà del Papa va rispettata. Ecco perché padre Enzo Bianchi deve lasciare la Comunità di Bose. Francesco Boezi - Gio, 11/03/2021 - su Il Giornale. Lo stupore provato a maggio dell'anno scorso può essere rinnovato: il caso di Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose, continua a far discutere. Qualche giorno fa, fratel Bianchi ha deciso di spiegare in pubblico i perché del suo mancato trasferimento dalla realtà che ha fondato. L'ormai ex priore ha elencato una serie di motivazioni per cui non si è ancora trasferito. C'è del particolare in questa vicenda. Se non altro perché il Papa avrebbe deciso. Ci si aspetta, dunque, che la volontà del pontefice argentino, che nel frattempo è impegnato in uno storico viaggio in Iraq in piena pandemia, venga rispettata. E che padre Bianchi si rechi dunque in Toscana, dove dovrebbe andare secondo le disposizioni della Santa Sede. Certo, Bianchi è un esponente del cosiddetto "campo progressista". Il che potrebbe aver suscitato qualche perplessità rispetto alla decisione del Santo Padre, che in molti assegnano proprio a quell'emisfero culturale. Ma Jorge Mario Bergoglio ha dimostrato più volte non poter essere banalizzato, tanto nella sua azione quanto nel suo pensiero. Niente per cui stupirsi, dunque, visto che il Papa ha già dimostrato di essere molto meno "politico" di come viene raccontato da certe frange. La Chiesa di papa Francesco è sì "in uscita", ma di certo non propagandistica e schiacciata su logiche di appartenenza a quella o a questa corrente dottrinale. Non è mai stata e non può essere una questione di "magliette". In queste ore, peraltro, un articolo pubblicato su Repubblica ha ventilato un'ipotesi di scissione: possibile che il "caso" Enzo Bianchi possa comportare questo? Bergoglio si è occupato della vicenda dell'allontanamento di padre Bianchi poco prima di partire per l'Iraq. Francesco, dopo l'udienza con padre Amedeo Cencini, che è l'ecclesiastico scelto quale delegato dello stesso pontefice per la Comunità di Bose, ha di nuovo ribadito la sua volontà - come vertice assoluto della Chiesa - attraverso un comunicato stampa della Santa Sede. Nel comunicato, viene ribadita la "sollecitudine nell’accompagnare il cammino di conversione e di ripresa della comunità secondo gli orientamenti e le modalità definite con chiarezza nel decreto". E cioè padre Bianchi deve, per volontà del vescovo di Roma, abbandonare la comunità monastica che ha fondato durante la metà degli anni 60'. Vale la pena sottolineare come all'udienza con il Papa fosse presente anche Luciano Manicardi, il nuovo priore di Bose verso cui il Papa nutre piena fiducia. Come premesso, fratel Bianchi ha parlato. Il fondatore di Bose ha voluto fornire le motivazioni del perché non abbia ancora assecondato la volontà del Papa. Già nella premessa, può essere notato un tono polemico: "Nel Decreto del Segretario di Stato consegnatoci il 21 maggio 2020, - ha fatto sapere Enzo Bianchi - veniva chiesto a me, a due fratelli e a una sorella l'allontanamento da Bose a causa di comportamenti a noi mai indicati e spiegati che avrebbero intralciato l'esercizio del ministero del priore di Bose, fr. Luciano Manicardi. Pur non avvallando le calunnie espresse nel Decreto, coscienti che non ci era consentito l'esercizio del diritto fondamentale alla difesa (come sancito dalla Carta dei diritti umani e dalla Convenzione europea) abbiamo obbedito al Decreto". Insomma, il Vaticano non avrebbe chiarito i motivi per cui è stato richiesto un allontamento. Poi - come riportato dall'Andkronos - l'ex priore ha voluto specificare: "E a seguito di questa situazione e non per altre ragioni, - continua il fratel - che non ho potuto lasciare l'eremo nel quale vivo da più di quindici anni e si trova dietro alla collina della Comunità di Bose. Alla consegna del Decreto ho da subito interrotto ogni rapporto con i membri della Comunità, incontrando soltanto un fratello incaricato dal priore per la mia assistenza quotidiana. Pertanto, l'allontanamento concreto l'ho realizzato ma non abbastanza lontano come indicato dal Decreto". Al netto delle rimarcate difficoltà nel cercare un'altra sistemazione per via delle condizioni di salute, della situazione legata al Covid-19, per i prezzi delle case e così via, Bianchi si sarebbe allontanato de facto. Mancherebbe solo il trasferimento per obbedire alle disposizioni. Solo che il fulcro del Decreto è proprio quello. Peraltro l'ex priore ha parlato pure di condizioni "disumane ed offensive" legate al trasferimento. Attorno a questa vicenda esistono almeno due elementi di discussione: uno correlato alla disobbedienza di Bianchi nei confronti dell'atto dell' ex arcivescovo di Buenos Aires ed un altro relativo invece al contesto in cui tutto questo sta avvenendo. Bose non è una comunità come un'altra, perché può rappresentare meglio di altre quel concetto di "Chiesa in uscita" che Bergoglio ha introdotto e che ora potrebbe essere rinnovato pure in Italia tramite l'organizzazione di un vero e proprio Sinodo dell'episcopato. Ma il fatto che l'ex priore di Bose non se ne sia andato come Bergoglio ha deciso può aver distrutto parte delle certezze tra gli opinionisti. Almeno tra quelli sicuri che Francesco e Bianchi non avrebbero mai potuto non essere in sincronia. La faccenda - com'è stato fatto notare da più parti - interessa soprattutto commentatori ed ambienti progressisti. Tra coloro che si stanno distinguendo per la difesa di Bianchi, ad esempio, c'è il professor Massimo Recalcati. L'altro fattore è appunto la disobbedienza nei confronti del Sovrano pontefice. Ma come stanno le cose di questa "cacciata"? Quali sono i fatti da tenere in considerazione per arrivare ad avere un'opinione in merito? E perché, in ultimo, sulla base del diritto canonico, Enzo Bianchi dovrebbe banalmente accettare quanto scritto sul decreto? L'avvocato Vito Livadia, canonista, fotografa il quadro di partenza: "Sappiamo che Papa Francesco ha inviato alcuni visitatori presso la comunità di Bose nei primi mesi del 2020, i quali hanno redatto una “Charta Visitationis”, alla quale ha fatto seguito un Decreto singolare emanato dal Papa il 13 maggio 2020 firmato dal Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin". Si deduce subito come l'atto sia direttamente del Papa, dunque, come chiarisce l'esperto che abbiamo voluto interpellare per ilGiornale.it. Il canonista continua: "Di fronte ad un decreto singolare il priore di Bose è tenuto ad obbedire ed uniformarsi al dettato normativo in esso contenuto, poiché le due norme da leggersi in combinato disposto ossia il canone 35 CIC ed il canone 333 § 3, mettono in evidenza un quadro normativo ben chiaro e cioè che l'atto amministrativo singolare ha un destinatario concreto, nel caso in esame il priore di Bose". Il priore, come detto, adesso è un altro. Quindi, anche per via di una successione ormai avvenuta (e magari per evitare sovrapposizione di "poteri"), il Papa si è mosso con un decreto singolare, che per Livadia "è distinto dalla legge, dalla consuetudine, dai decreti generali e dalle istruzioni che invece hanno valore generale; soprattutto è emesso da chi nella Chiesa ha potestà esecutiva". E fin qui è tutto chiaro. Ma può Enzo Bianchi non adempiere alle volontà papali? "...il Romano Pontefice - spiega il canonista -, godendo di potestà ordinaria, suprema, piena, immediata ed universale su tutta la Chiesa che può esercitare liberamente, in forza del disposto del canone 333 § 3 CIC, una volta esercitata tale potestà a mezzo degli atti ritenuti opportuni per la singola fattispecie, contro tali atti che siano sentenze o decreti del Romano pontefice, non è ammessa, come sancisce espressamente la norma, né l'interposizione dell'appello né si dà facoltà di proporre ricorso", chiosa l'avvocato Livadia.

Bose: sempre peggio. Chi ha ordinato il Codice Rosso? Fabrizio Mastrofini, Giornalista e saggista, su Il Riformista il 18 Marzo 2021. La telenovela su Bose si arricchisce di un altro passaggio. Il Delegato pontificio risponde a Enzo Bianchi e gli dà del bugiardo. No, mi correggo, così è troppo. Bianchi giorni fa aveva smentito le ricostruzioni sui suoi due mancati trasferimenti (disobbedire agli ordini) e ora il Delegato smentisce le ricostruzioni di Bianchi. Va meglio così? Nessuno è bugiardo, si tratta di una dissonanza cognitiva. Non si capiscono, ovvero ognuno capisce a modo suo e si stupisce che l’altro non capisca. I lettori non si alterino: non li sto prendendo in giro. Sto cercando di mostrarvi che il punto non è la cortina di fumo dei punti di vista diversi. In realtà nessuno sa quale sia il nodo del problema. Però il dubbio, a questo punto, è che neanche i protagonisti lo sappiano più. Ad esempio il Delegato pontificio nella lunga e puntigliosa ricostruzione che vuole smentire Bianchi, ad un certo punto si esprime così: “auspico che queste precisazioni aiutino a una lettura corretta…”. Purtroppo è esattamente il contrario. I toni si sono esacerbati, comprensione, dialogo e misericordia sono scomparsi (non so se ci sono mai stati…). E’ la dimostrazione che anche nelle realtà ecclesiali, alla fine, i problemi si risolvono a colpi di decreti e vie legali. Certo si poteva evitare, facendo ricorso a strumenti diversi, alla comprensione, al dialogo, al chiaro riconoscimento dei veri motivi del dissidio. Come sanno bene gli psicologi del profondo (ma anche gli psicologi dinamici, i cognitivisti, i terapisti sistemici…), nei conflitti i veri motivi non vanno cercati nelle contrapposizioni ideologiche teoriche ma nei vissuti affettivi, nei sentimenti, nelle motivazioni, nei desideri anche inconsci di venire accolti, riconosciuti e perfino (soprattutto?) nel desiderio del potere. Qui ci sono dei vissuti molto forti e profondi, tutti inespressi, ed è triste vedere che non se ne parla mai. Sta diventando una diatriba tra chi vuole avere ragione a tutti i costi, come tra fidanzati o coniugi esacerbati dove ognuno vuole prevalere sull’altro e alla fine gli sconfitti sono tutti e due. Un’altra occasione perduta, annegata nel mancato rispetto e nel dialogo diventato inevitabilmente tra sordi. Si poteva evitare. Chi ha ordinato l’estromissione di Bianchi e l’impossibilità di qualsiasi dialogo? Mi sembra azzeccato ricordare il  colonnello Jessep (un eccezionale Jack Nicholson) alla fine del film. Nel processo per l’uccisione del marine Santiago, vittima di “codice rosso” cioè una pratica punitiva tollerata e anzi incoraggiata verso i soldati poco capaci nella base Guantanamo a Cuba, dice: “Io ho responsabilità più grandi di quello che voi possiate mai intuire. Voi piangete per Santiago e maledite i Marines. Potete permettervi questo lusso. Vi permettete il lusso di non sapere quello che so io: che la morte di Santiago nella sua tragicità probabilmente ha salvato delle vite, e la mia stessa esistenza, sebbene grottesca e incomprensibile ai vostri occhi, salva delle vite! Voi non volete la verità perché è nei vostri desideri più profondi che in società non si nominano, voi mi volete su quel muro, io vi servo in cima a quel muro. Noi usiamo parole come onore, codice, fedeltà: usiamo queste parole come spina dorsale di una vita spesa per difendere qualcosa. Per voi non sono altro che una barzelletta. Io non ho né il tempo né la voglia di venire qui a spiegare me stesso a un uomo che passa la sua vita a dormire sotto la coperta di quella libertà che io gli fornisco e poi contesta il modo in cui gliela fornisco. Preferirei che mi dicesse la ringrazio e se ne andasse per la sua strada; altrimenti gli suggerirei di prendere un fucile e di mettersi di sentinella. In un modo o nell’altro io me ne sbatto altamente di quelli che lei ritiene siano i suoi diritti!” Tradotto in ecclesialese. I priori di Bose, i Delegati pontifici, tutto l’ambaradan sta dicendo a noi poveri mortali: che ne volete sapere o capire di quel che accade. Noi estromettiamo Bianchi che si estromette da solo, noi siamo i paladini della libertà e di quella Chiesa che voi frequentate e dunque non dovete criticare. Invece i punti critici sono tanti e per una volta si potevano chiarire: lo statuto ecclesiale di Bose, la normativa canonica ed i limiti di applicazione, i criteri di selezione dei monaci e delle monache, i limiti all’autorità del priore. Vista la risonanza che ha Bose, una discussione o un dibattito poteva venire avviato e tutta la Chiesa avrebbe guadagnato in trasparenza. Personalmente non difendo Bianchi e neppure critico il Delegato. Cerco di dire qualcosa di diverso. Questa baldoria si poteva e doveva trattare in modo diverso. Adesso tutti i protagonisti si sono cacciati in un vicolo cieco, cioè vogliono far vedere che hanno ragione. E’ una diatriba senza sbocco e rovinosa. Occasione perduta di trasparenza e dialogo. Cosa ci sarà dietro? Semplice semplice: desiderio di potere, desiderio di fare i conti con rancori, gelosie e via dicendo. Tutto umano, troppo umano. Torniamo al colonnello Jessep: “Il nostro mestiere consiste nel salvare vite umane, Tenente Colonnello Markinson. Non devi discutere i miei ordini davanti a un altro ufficiale”. Qui qualcuno è convinto di avere la ricetta per salvare Bose. Non si deve discutere, neanche quando vedi che il rimedio sta uccidendo il malato.

La soap di Bose continua. Il Papa e il Priore, guerra a oltranza tra errori e opacità. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 19 Marzo 2021. Papa Francesco in persona interviene su Bose. Lo fa con una lettera al Priore e alla comunità, pubblicata ieri, in cui si dice consapevole delle difficoltà che si sono “purtroppo accresciute” a causa del “prolungato ritardo” nell’applicare le misure decise dalla Santa Sede, cioè allontanare Enzo Bianchi, fondatore ed ex-priore. E aggiunge: «Non lasciatevi turbare da voci che mirano a gettare discordia tra voi: il bene dell’autentica comunione fraterna va custodito anche quando è alto il prezzo da pagare! Così come la fedeltà in tali momenti consente di cogliere ancor più la voce di Colui che chiama e dà la forza di seguirlo». La lettera segue l’udienza concessa al Delegato pontificio e al Priore il 4 marzo. Già allora la Sala Stampa vaticana aveva parlato di “vicinanza e sostegno” del Papa. Il Delegato a sua volta aveva risposto il 17 marzo, l’altro ieri, alle precisazioni di Enzo Bianchi che il 6 marzo in un lungo comunicato aveva smontato uno per uno i pezzi della ricostruzione del Delegato stesso. Bianchi dice che non è mai stato d’accordo a trasferirsi e soprattutto l’ultima soluzione, a Cellole vicino San Gimignano, non soddisfaceva le condizioni minime richieste di autonomia economica, operativa e vita monastica. A leggere e rileggere Bianchi il 6 marzo e il Delegato l’altro ieri, ci si accorge che a vicenda dicono all’altro di mentire. I fatti certi sono questi: il Papa è dalla parte del Delegato pontificio; Bianchi non è mai stato ascoltato dal Papa; la comunità di Bose sembra spaccata al suo interno e si affastellano le voci di una scissione e provvedimenti disciplinari contro i monaci non allineati all’attuale Priore. Ieri l’autorevole quotidiano francese La Croix ha dedicato due pagine a Bose, parlando di crisi di crescita e dei problemi collegati alla prova della maturità, nel passaggio dal fondatore al successore, tanto più difficile quando il primo è ancora in vita e ben presente nelle dinamiche della comunità. Il pasticcio è molto grande e a vederlo da fuori non si capisce più niente. Anche se, a dirla tutta, nulla si è capito fin dall’inizio. Infatti su un aspetto tutti i protagonisti vanno super d’accordo: non dire quale sia il nodo del contendere. Problemi economici e gestionali? Questioni di potere, gelosie e rivalità da resa dei conti tra fondatore e successore? Cambiamento di linea di Bose rispetto all’ecumenismo e alla vita comunitaria di un gruppo di monaci e monache che sono dei laici? Desiderio di clericalizzare l’esperienza? Non si sa, nessuno lo vuole dire. Nel frattempo “volano gli stracci” con una sorta di opinione pubblica di Bose schierata chi a difesa di Bianchi, chi a difesa dell’attuale Priore. In mezzo ci sono gruppi di irriducibili secondo cui i panni sporchi non si lavano in pubblico e noi, anche de Il Riformista, dovremmo tacere perché non sappiamo un bel niente. I panni sporchi si lavano in casa a patto che chi la abita stia zitto, mentre qui tutti si affannano a opinare e anche via social troviamo i provvedimenti restrittivi dell’attuale Priore fotografati e pubblicati. Se poi si doveva tacere per chissà quale rispetto delle parti in causa e dell’esperienza di Bose, allora nessuno doveva comunicare, neanche la Santa Sede che invece a più riprese è intervenuta. Che poi non si sappia un bel niente non è vero, perché il silenzio sui motivi del dissidio ci fanno capire molto. Tra l’altro il Delegato pontificio nella lunga e puntigliosa ricostruzione del 17 marzo che vuole smentire Bianchi, a un certo punto si esprime così: «Auspico che queste precisazioni aiutino a una lettura corretta…». Purtroppo è esattamente il contrario. I toni si sono esacerbati, comprensione, dialogo e misericordia sono scomparsi (non so se ci sono mai stati…). È la dimostrazione che anche nelle realtà ecclesiali, alla fine, i problemi si risolvono a colpi di decreti e vie legali. Certo si poteva evitare, facendo ricorso a strumenti diversi, alla comprensione, al dialogo, al chiaro riconoscimento dei veri motivi del dissidio. Come sanno bene gli psicologi del profondo (ma anche psicologi dinamici, cognitivisti, terapisti sistemici…), nei conflitti i veri motivi non vanno cercati nelle contrapposizioni ideologiche teoriche ma nei vissuti affettivi, nei sentimenti, nelle motivazioni, nei desideri anche inconsci di venire accolti, riconosciuti e perfino (soprattutto?) nel desiderio del potere. Qui ci sono dei vissuti molto forti e profondi, tutti inespressi, ed è triste vedere che non se ne parla mai. Sta diventando una diatriba tra chi vuole avere ragione a tutti i costi, come tra fidanzati o coniugi esacerbati dove ognuno vuole prevalere sull’altro e alla fine gli sconfitti sono tutti e due. Un’altra occasione perduta, annegata nel mancato rispetto e nel dialogo diventato inevitabilmente tra sordi. Si poteva evitare. Vista la risonanza che ha Bose, una discussione o un dibattito poteva venire avviato e tutta la Chiesa avrebbe guadagnato in trasparenza.

Stefano Filippi per "la Verità" il 30 marzo 2021. Il braccio di ferro è terminato. Dopo avere resistito agli ordini del Vaticano per quasi un anno, attorno a Pasqua fratel Enzo Bianchi lascerà la comunità di Bose, che lui stesso aveva fondato, per trasferirsi a Torino. La notizia viene dalle colonne amiche di Repubblica, giornale su cui ogni lunedì Bianchi pubblica una riflessione religiosa. L'ingiunzione di lasciare la comunità monastica del Biellese, datata 13 maggio 2020, era firmata dal segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, e approvata esplicitamente dal Papa: una decisione definitiva e inappellabile che imponeva al monaco laico di «trasferirsi in altro luogo, decadendo da tutti gli incarichi attualmente detenuti», con altri due monaci e una monaca, entro pochi giorni. Bianchi, 78 anni, è persona stimata da Francesco, che l'ha nominato, tra il 2014 e il 2019, consultore del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani e nel 2018 l'ha voluto come uditore, con possibilità di intervento, al sinodo sui giovani. In Vaticano nel 2017 era anche circolata la voce che Francesco avrebbe voluto nominarlo cardinale in un concistoro con appena 5 porpore, benché Bianchi non sia nemmeno prete e abbia detto di no a due vescovi che gli avevano proposto l'ordinazione: aveva rifiutato perché voleva restare «un semplice cristiano, laico come lo sono i monaci». Se il Papa decide di punire un uomo di sua fiducia, significa che le ragioni sono gravissime. I motivi non sono mai stati resi noti: per Bianchi, si tratta di «comportamenti a noi mai indicati e spiegati che avrebbero intralciato l'esercizio del ministero del priore di Bose». La vicenda è stata così liquidata come un fatto personale con il nuovo priore, Luciano Manicardi, subentrato al fondatore nel 2017. Uno scontro di caratteri diversi, con incomprensioni legate alla successione che si sono radicalizzate. È davvero tutto qui? Francesco in questi anni ha dimostrato di non tollerare due cose nella Chiesa: la pedofilia nel clero e l'attaccamento al denaro. E per capire la crisi di Bose bisogna seguire questa seconda pista. «Follow the money». Che alla base dello scontro ci siano questioni di soldi, lo si intuisce leggendo gli ultimi scritti dei fronti opposti. Sul suo blog, Bianchi ha raccontato di aver «immediatamente iniziato la ricerca di un'abitazione adatta a me e alla persona che mi assiste, dove poter anche trasferire la vasta biblioteca necessaria al mio lavoro e l'ampio archivio personale. Dopo mesi di ricerca condotta anche da agenzie specializzate, ricerca complicata altresì dall'emergenza sanitaria del Covid-19, non ho trovato nulla di confacente alle mie esigenze. I costi per l'acquisto di una casa in campagna (sempre superiore a 500.000 euro) o di un affitto di un alloggio in città restavano eccessivamente elevati rispetto alle mie possibilità economiche e alla scelta di una vita sobria che ho sempre condotto». L'umile monaco che non volle farsi prete non si accontentava di un bilocale più servizi, ma voleva un casale con biblioteca, studio, stanze per gli assistenti e per gli ospiti. Per questo non poteva lasciare il monastero, dove gli era stata riservata un'ala separata dal resto della comunità. A ottobre il cardinale Parolin gli ha proposto di trasferirsi a Cellole, vicino a San Gimignano, in un monastero di cui la comunità di Bose si sarebbe privata per darlo in comodato d'uso gratuito a Bianchi. Il quale però ha fatto sapere che nemmeno questa soluzione a costo zero gli andava bene, perché gli venivano concessi gli edifici senza i terreni annessi. E soprattutto senza un assegno di mantenimento. A stretto giro gli ha risposto padre Amedeo Cencini, mandato dal Papa per comporre la questione. «Il comodatario», scrive Cencini in una nota riferendosi a Bianchi, «dispone di adeguati mezzi di sussistenza personali, come da me appurato nel corso del mio operato», sufficienti per coprire i costi di Cellole, cioè bollette, manutenzione, spese personali. Par di capire che l'ex priore abbia un bel gruzzolo messo da parte per la pensione. «Mezzi personali», sottolinea il delegato pontificio, non della comunità. Tutto questo non è piaciuto a Francesco, fautore di una «Chiesa povera per i poveri», che in tutti questi mesi e anche negli ultimi giorni ha sempre mostrato di stare da una parte sola, quella di Manicardi. Ma la questione finanziaria non riguarda solo la coda più recente della vicenda. All'origine dello scontro ci sarebbe altro. La comunità di Bose si è sempre sostenuta grazie agli introiti garantiti da Bianchi, che è scrittore, saggista, teologo, conferenziere. Tutte le principali case editrici italiane hanno pubblicato suoi libri, che sono tradotti in 21 lingue compreso il cinese e il gallego: si tratta quasi sempre non solo di bestseller ma di longseller, ristampati più volte nel corso degli anni. Aggiungiamo gli articoli per una decina tra quotidiani e riviste più i finanziamenti giunti da vari benefattori. È stato il carisma di Bianchi a fare la fortuna del monastero e il fondatore si aspettava maggiore riconoscenza per il fiume di denaro che ha fatto arrivare. O almeno, se proprio le loro strade dovevano separarsi, che si dividessero del tutto, anche sotto l'aspetto economico. Se Bose non vuole Bianchi, non merita nemmeno i suoi soldi. Che i monaci si siano trovati in difficoltà dopo il passaggio di consegne tra il fondatore e il nuovo priore, lo si capisce da un articolo che Repubblica ha confinato nella cronaca di Torino in cui i responsabili del monastero vengono accusati di avere contraffatto lo statuto della comunità per fare credere ai finanziatori che Bianchi avesse ancora voce in capitolo. Bose avrebbe speso il suo nome per favorire la generosità di Fondazione Cariplo, Regione Piemonte e Fondazione Cassa di risparmio di Torino ai quali si era rivolta per sostenere i convegni internazionali ecumenici di spiritualità ortodossa. Agli sponsor sarebbe giunta una copia dello statuto con una norma transitoria riguardante l'ex priore che invece non comparirebbe nell'originale depositato alla diocesi di Biella. Il giallo di Bianchi, dunque, rimane. «Follow the money»: segui i soldi e avrai altre sorprese.

Francesco Boezi per ilgiornale.it il 14 maggio 2021. La novità sostanziale è una: il decreto con cui fratel Enzo Bianchi è stato "cacciato" dalla comunità che ha fondato è divenuto pubblico. E siccome Bianchi è, senza dubbio, una figura di spicco del cattolicesimo contemporaneo, in specie per e tra gli ambienti considerati progressisti, il testo ha fatto notizia e clamore. Il cortocircuito narrativo alla base di questa storia riguarda l'impostazione stessa di Bose: modalità organizzative e pastorale non sembrano troppo distanti dal Bergoglio pensiero. Questo, almeno, è il sentore di coloro che appartengono al cosiddetto "fronte tradizionale". Eppure, fratel Enzo Bianchi, il laico che papa Francesco avrebbe dovuto creare cardinale (questo era vero secondo alcune ricostruzioni poi smentite dai fatti) non è più il priore di Bose. Eravamo rimasti con Enzo Bianchi che replicava in qualche modo alla Santa Sede. Dubbi, se c'erano, erano legati al o ai perché del provvedimento della Santa Sede. Nel corso di queste settimane, i retroscena, alcuni dei quali da prendere con le pinze, si sono sprecati. Dalla ipotesi "scissione" - quella secondo cui alcuni membri di Bose avessero intenzione di abbandonare l'attuale corso del priore che è succeduto a Bianchi, e cioè Luciano Manicardi, per seguire Bianchi in una nuova avventura comunitaria - , al presunto isolamento che fratel Bianchi starebbe vivendo all'interno della realtà che ha fondato. La storia dell'allontanamento è forse divenuta mainstream, come si usa dire, per via del rumor che voleva Bianchi in Conclave. Non è successo. Si è trattato di un'altra circostanza in cui papa Francesco avrebbe dovuto, stando alla vulgata, irrompere su "un'altra" regola dottrinale e tradizionale, ma così non è stato. Ad oggi, nessun laico siede in assemblea cardinalizia. Forse la vicenda ha suscitato clamore, insomma, perché il "modello Bianchi" avrebbe dovuto rappresentare, per disamine ed opinioni varie, una tipologia di "ricetta" per traghettare il cattolicesimo oltre la modernità, sulla base delle indicazioni e della impostazione di questo Papa. Vero o no, è noto che il Vaticano ha preso provvedimenti. Il che contribuisce a smentire certe semplificazioni. Francesco ha dimostrato in più di una circostanza di non seguire, e anzi di ripudiare, logiche correntizie che appartengono per lo più alla cronaca politica e non alla Chiesa cattolica. Quante volte, in questi otto anni, l'ex arcivescovo di Buenos Aires ha ammonito su divisioni e schieramenti curiali o ecclesiastici? Dicevamo del decreto e delle cause. Come si legge su Domani Editoriale, nel testo si legge che fratel Bianchi "ha mostrato di non aver rinunciato effettivamente al governo". E ancora: "Si è posto - si legge nel decreto - al di sopra della regola della comunità e delle esigenze evangeliche da esse richieste, esercitando la propria autorità morale in mondo improprio, irrispettoso e sconveniente nei confronti dei fratelli della comunità, provocando lo scandalo. Un precedente tentativo mirante a ristabilire pace e concordia attraverso indicazioni spirituali ed esortazioni morali - viene annotato - non ha dato purtroppo i risultati sperati, anzi la situazione si è progressivamente aggravata". Dal Vaticano sono stati chiari. Di riflessioni se ne potrebbero fare tante. Che il Papa non faccia sconti è ormai chiaro a chi si occupa di cronache delle mura leonine. Non c'è logica ideologica che tenga nelle scelte di Bergoglio, che spesso ha stupito, come quando per la Segreteria per l'Economia ha scelto un consacrato che non dovrebbe neppure essere nominato vescovo prima della fine del suo incarico. O come quando, per l'arcivescovato di Parigi, ha preferito nominare un conservatore doc, come monsignor Michel Aupetit. Il caso della comunità di Bose è diverso ma attiene in ogni caso alla qualità, diremmo alla tipologia, di "potere" esercitato dal primo Papa gesuita della storia e dal "suo" Vaticano. Mentre scriviamo, sembrerebbe che fratel Bianchi non abbia ancora abbandonato Bose.

Il Sigillo per tag43.it il 14 giugno 2021. Continua il calvario della Sanità vaticana, martoriata da scandali e spesso preda di gestioni economicamente compromesse. Dopo lo stop alle trattative per la vendita del Fatebenefratelli al gruppo milanese San Donato della famiglia Rotelli, nel caos è un altro storico presidio sanitario, l’Idi di Roma (Istituto dermopatico dell’Immacolata) che proprio Papa Francesco aveva voluto salvare all’inizio del suo pontificato. L’Istituto dermatologico di fama mondiale fu già messo in sicurezza dal cardinal Tarcisio Bertone, dopo un fallimento dovuto alla gestione dei frati che tra debiti e perdite era costato più di 600 milioni di euro. Il governo italiano decise di mettere la struttura in amministrazione straordinaria. Con la Santa Sede venne concordato un piano di pagamenti di oltre 50 milioni di euro da restituire ai creditori dell’ospedale. Con l’arrivo di monsignor Pietro Parolin alla Segreteria di Stato si decise di decapitare la governance della struttura entrando in una sorta di Sanitopoli che in pochi anni ha visto succedersi diversi presidenti, ma soprattutto bruciare i 50 milioni messi originariamente a disposizione da Bergoglio, Nonché altri 20 donati dalla Papal Foundation. Risorse che hanno ripianato le perdite di gestione, ma che non hanno permesso di rispettare le scadenze debitorie con lo Stato italiano. Ora che l’Idi è nuovamente sull’orlo di una crisi finanziaria, Parolin ha chiesto un intervento per ridurre il debito a carico dell’ospedale del 50%, scontando ai frati oltre 25 milioni di euro che verrebbero sottratti alla procedura straordinaria e ai creditori che persero molti soldi già all’epoca del salvataggio. Per tentare questa strada un consigliere del Segretario di Stato ha pensato di convocare Alessandra Todde, viceministra grillina del ministero dello Sviluppo economico, legata ai frati attraverso l’amicizia di un consulente laico, il manager Antonio Macciotta, che nel 2013 aveva patteggiato tre anni per il fallimento del Policlinico Città di Quartu. L’incontro, avvenuto al palazzo apostolico, è andato bene per la Segreteria di Stato. Infatti Todde ha dato garanzie di attenzione e di disponibilità al taglio dei debiti dell’Idi, che sarebbe stato sostenuto anche dai commissari responsabili della procedura fallimentare. Cosa che avrà fatto girare nella tomba Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro che impose alla Santa Sede di pagare i debiti del fallito Banco Ambrosiano. Tutto risolto dunque? Mica tanto. Manca infatti l’approvazione del ministro competente, ovvero Giancarlo Giorgetti. Il quale però era all’oscuro di tutto, anche dell’intromissione della sua viceministra pentastellata in temi e relazioni che hanno sempre caratterizzato la sua leadership. Resta chiaro che in presenza di una riduzione del debito ingiustificata, a scopi elettorali, i creditori potranno senz’altro ricorrere alle sedi giudiziarie per evitare danni che hanno già portato all’arresto e condanna di religiosi colpevoli di aver sottratto e distorto risorse dall’ospedale, destinate ad acquisti di ville e beni di lusso sequestrati dal tribunale di Roma. Sembra proprio che i cardinali non vogliano capire che la linea di Francesco è cambiata e che non si può nascondere al Papa la verità tentando soluzioni maldestre che vengono prima o poi a galla provocando, oltre che la sua ira, conseguenze che non saranno affatto piacevoli. Intanto in Idi gira già il documento di 18 pagine che al punto 5, paragrafo 4, determina la riduzione del debito con una operazione saldo stralcio e un risultato di esercizio in utile. In barba alla considerazione che i debiti non sono stati pagati, e che se fossero stati mantenuti gli impegni l’ospedale avrebbe registrato una netta perdita.

La svolta di papa Francesco sulla sanità vaticana: gestione centralizzata e basta speculazioni.  Massimiliano Coccia su L’Espresso il 28 settembre 2021. Una riforma radicale voluta da Bergoglio e Parolin per togliere potere agli ordini responsabili della malagestione. E mettere alla porta il duo Kamel Ghribi-Angelino Alfano che puntava al Fatebenefratelli. Per Papa Francesco, quello in corso è stato un anno sicuramente complesso. Oltre allo scandalo Becciu, ha dovuto subire a luglio l’operazione chirurgica per una diverticolite. La sua opera di riforma della Chiesa prosegue contando su pochi uomini fidati, mentre i settori della Curia che resistono al cambio di passo diffondono “fake news” sul suo stato di salute o su una sua volontà di dimettersi, cui si aggiungono strampalate teorie complottistiche. Ma Bergoglio è deciso a dimostrare che la riforma della Chiesa è irreversibile. Per mettere il sigillo sulle voci di dismissioni nel comparto sanitario del Vaticano, lo scorso 11 luglio, ha usato l’Angelus dal balcone della sua stanza al Policlinico Gemelli: «Nella Chiesa succede a volte», ha detto Bergoglio, «che qualche istituzione sanitaria, per una non buona gestione, non va bene economicamente e il primo pensiero è venderla. La tua vocazione, Chiesa, non è avere quattrini, ma fare il servizio: salvare l’istituzione gratuita». In poche parole ha così accompagnato di fatto alla porta il duo Kamel Ghribi-Angelino Alfano con le mire espansionistiche sull’Ospedale Fatebenefratelli di Roma e sulla Casa Sollievo della Sofferenza in Puglia. Ha mandato anche un messaggio agli ordini religiosi e ai loro commercialisti che sistematicamente provano a vendere al miglior offerente mura e servizi sanitari. E ha spronato la macchina vaticana a trovare soluzioni idonee alla dottrina “dell’ospedale da campo” del proprio pontificato. Per Casa Sollievo della Sofferenza, la diplomazia vaticana capitanata dal cardinale Pietro Parolin ha trovato un accordo con la Regione Puglia per salvare il nosocomio di Padre Pio. È un argine importante alle speculazioni e alle infiltrazioni predatorie determinate dalla cattiva gestione amministrativa che aveva prodotto una voragine nei conti della Fondazione, caratterizzati da voci di spesa poco trasparenti, assunzioni a valanga e tentativi di infiltrazioni mafiose che sono al vaglio degli inquirenti. Una soluzione ponte voluta da Parolin per salvaguardare posti di lavoro e togliere dal mercato un centro ospedaliero importante per tutto il Mezzogiorno, ma comunque una soluzione emergenziale che non sarà applicata anche per il Fatebenefratelli. Sull’antico ospedale che sorge sull’Isola Tiberina, la culla di tanti romani, si è deciso di procedere a un trust inedito che coinvolgerà per il risanamento e il rilancio enti no-profit che determineranno una governance improntata sull’incremento dei servizi di eccellenza, una messa in sicurezza del personale a cui progressivamente sarà normalizzata la situazione amministrativa. Il modello sarà il capofila di un nuovo modo di gestire i beni sanitari. Sta per essere ufficializzata la creazione di una commissione nella Segreteria di Stato che avrà il compito di coordinare il processo di riforma della sanità vaticana, agendo sulle aree di crisi aziendali. L’intenzione è quella di centralizzare la gestione dei crediti economici che le aziende vantano nei confronti dello Stato e creare un registro di società certificate per l’acquisto dei crediti sanitari, per evitare il ripetersi di episodi del recente passato in cui gli stessi predatori dell’Obolo di San Pietro hanno creato voragini rilevando e non pagando per intero i crediti sanitari. La commissione si occuperà anche di stendere un censimento delle strutture sanitarie gestite dagli ordini religiosi, che, come nel caso del Fatebenefratelli, hanno trattato operazioni di vendita e di natura speculativa senza confrontarsi con la Santa Sede. Per Papa Francesco, i beni in possesso dei vari enti religiosi non sono proprietà privata, ma sono in tutto e per tutto beni integrali della Chiesa e come tali vanno gestiti secondo i valori economici e finanziari comuni. Su questo spirito sarà orientata la commissione che vedrà protagonisti esperti internazionali di gestione sanitaria, finanza etica e gestione amministrativa. Una cabina di regia che collaborerà con gli Enti Locali dove si trovano i nosocomi e il Governo italiano che col Pnrr ha deciso di investire in modo ingente sulla sanità ospedaliera e sulle cure domiciliari. Proprio sulla diversificazione dell’offerta si baserà l’idea di sanità vaticana che punta così, come avviene per il sociale, all’offerta territoriale a chilometro zero, settore in cui invece la sanità pubblica italiana durante l’emergenza Covid-19 ha mostrato tutti i suoi limiti storici. Bergoglio e Parolin vogliono una sanità meno clericale e più manageriale perché, così come avvenuto nei settori economici, la scarsa preparazione del clero e dei religiosi in materia economica e gestionale ha aperto la porta agli speculatori e ai truffatori. Insomma, fuori i mercanti dal tempio e dentro le migliori professionalità. La Chiesa di Francesco non si può più permettere gli errori del passato e non li vuole più permettere.

Il Vaticano ci ripensa: gli ospedali non si vendono più. Le manovre intorno al Fatebenefratelli preda del duo Ghribi-Alfano, alla testa del gruppo San Donato, cambia le strategie della Santa Sede. Che ora punta a una riforma della gestione degli ordini. Massimiliano Coccia su La Repubblica il 15 giugno 2021. La Santa Sede ha deciso di togliere dal mercato i suoi asset sanitari, preziose strutture disseminate in tutto il territorio nazionale, gestite da enti e ordini religiosi, un tempo eccellenze in campo medico e assistenziale, trasformatesi in pozzi debitori senza fine. Una decisione maturata dopo aver assistito al tentativo del gruppo San Donato, capitanato dalla coppia composta dall’imprenditore tunisino con passaporto svizzero Kamel Ghribi e dall’ex ministro Angelino Alfano, di acquisire il Fatebenefratelli di Roma, sull’Isola Tiberina. Un ospedale centrale nella gestione della sanità romana e simbolicamente importante per la storia della città. Un affare che il gruppo privato aveva pianificato con il benestare dell’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio, che gestisce la struttura. A curare la trattativa per conto dei religiosi, lo studio legale Bonelli Erede Pappalardo di Milano. Studio prestigioso, di validissimi professionisti che annovera lo stesso Angelino Alfano tra i soci. L’ex ministro ha recitato così due parti in commedia: da un lato nel board della holding della famiglia Rotelli, possibile acquirente del nosocomio, e dell’altro avvocato della parte cedente. Da quanto si apprende in Vaticano, è stato sufficiente rilevare il conflitto di interessi per indurre le autorità della Santa Sede a commissariare l’ordine religioso. Le porte al duo Alfano-Ghribi sarebbero state chiuse anche per evitare che un unico soggetto arrivasse in poco tempo ad avere una posizione dominante in un campo, quello della sanità, fondamentale anche nella definizione di equilibri geopolitici. Pesa il ruolo di Kamel Ghribi, il cui patrimonio (qualcuno parla di 14 miliardi di euro), è tuttora incerto. Proviene dalla permuta dei fondi libici che si è trovato a gestire dopo la caduta di Gheddafi. Ghribi ha investito negli asset sanitari, muovendosi nello scacchiere finanziario come una sorta di ambasciatore ombra di Libia, Qatar e Tunisia. Di recente ha fatto da guida alla ministra degli Esteri libica Najla el Mangoush, comparendo anche in numerosi scatti assieme al ministro Luigi Di Maio. Anche grazie ai buoni uffici di Ghribi, costantemente, molti militari libici sono stati assistiti nel nostro Paese, negli ospedali del gruppo San Donato e di Italcliniche. Flussi alimentati dalle relazioni di Ghribi. Rapporti, alleanze, scambi di favori che avvengono sul territorio italiano ma che puntano a rinsaldare le intese nell’area mediorientale con piani di investimento del gruppo San Donato in Qatar e in Arabia Saudita. In Libia le aspettative di un massiccio intervento nella ricostruzione sono appese al ritorno al governo di un pezzo della classe politica libica vicina a Gheddafi, come l’attuale primo ministro Abdul Dbeibeh, imprenditore di Misurata e sodale di Ghribi. Promesse rinsaldate in occasione della visita romana di Dbeibeh. La campagna di acquisizioni del gruppo milanese oltre al Fatebenefratelli riguarda anche altre importanti strutture capitoline come il policlinico Gemelli, l’Idi, la Villa Albani di Anzio e l’Istituto di ricerca clinica Santa Lucia, rimasto orfano del suo storico proprietario e direttore generale Luigi Amodio e ora guidato dalla sorella, Maria Adriana, e dal nipote Edoardo Alesse. Un disegno di acquisizioni per cui è stata già immaginata una governance. Per il gruppo San Donato, Roma non è solo terreno di caccia della sanità sotto l’egida religiosa, ma può divenire il luogo dell’alleanza con la famiglia Angelucci, divisa tra sanità privata romana ed editoria con Il Tempo e Libero. Dopo aver annunciato un piano di ammodernamento delle proprie testate col gruppo Tosinvest, il gruppo Angelucci starebbe progettando la scalata al Corriere della Sera, complice la sconfitta di Rcs nella controversia sul prezzo di vendita all’americana Blackstone della sede storica di via Solferino. Una grana che rischia di costare cara all’editore del Corriere, Urbano Cairo, su cui pende una richiesta di risarcimento da 600 milioni di euro. Nella partita per il controllo del quotidiano, il gruppo Rotelli garantirebbe oltre che una pioggia di denaro anche il radicamento milanese dell’acquisizione, aprendo nuovi orizzonti per alleanze in campo sanitario. L’attivismo si dispiega in più ambiti. Anche geografici. In Puglia, a San Giovanni Rotondo, la Casa sollievo della sofferenza, creata da Padre Pio vive un futuro incerto per la situazione debitoria che ha portato all’insediamento dei commissari Gino Gumirato, Angelo Danese e Piero Grassi. I tre non hanno ancora preso alcuna decisione per segnare una discontinuità col recente passato. Ma intanto, prima dell’insediamento dei commissari, la direzione sanitaria si è prodotta in una infornata di nomine, promuovendo a ruoli apicali medici con titoli a dir poco dubbi. Sul destino della Casa il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano è intenzionato a giocare un ruolo. Dietro ai suoi molti «sulla questione c’è massimo riserbo» si cela infatti la tentazione di utilizzare la questione del contenzioso sui crediti sanitari non ancora rimborsati per acquisire la struttura. In questo modo in una sola mossa l’ospedale sarebbe tolto dal mercato e dalla gestione della Santa Sede. Il Vaticano, del resto, si è smarcato dal governatore e dal gruppo San Donato, respingendo al mittente l’acquisto totale del debito da parte di Ghribi e soci e riaffermando la volontà di non marginalizzare la struttura che soffre la concorrenza degli ospedali Riuniti di Foggia. Una partita nella quale entrano anche le indagini della magistratura su presunte infiltrazioni mafiose nel nosocomio, sotto forma di finanziamenti non tracciati alla struttura immaginata da Padre Pio. L’operazione ruota intorno a Carmela Lascala, la donna di Manfredonia che avrebbe proposto a diversi dirigenti della struttura ospedaliera ingenti somme di denaro liquido per salvare l’ospedale a patto di non cederlo a terzi. Sospetti che hanno contribuito a convincere la Santa Sede della necessità di porre mano a una riforma radicale della sanità religiosa, ultimo pezzo di un indotto enorme rimasto per troppo tempo fuori controllo. Gli ordini religiosi che gestiscono gli ospedali non sono sottoposti al momento a nessuna regolamentazione etica interna circa la natura degli investimenti, la partecipazione di soggetti terzi alla vita aziendale e all’eticità delle donazioni ricevute. Non esiste nessun ente di controllo centralizzato della spesa e dei rimborsi richiesti alle istituzioni regionali. Un regime non più tollerabile per il Vaticano. Una volta completata la riforma della giustizia vaticana, si concentrerà sulla stabilizzazione dell’ingente patrimonio sanitario che nel corso dei decenni ha goduto di agevolazioni da parte dello Stato italiano e che rappresenta una bomba ad orologeria. Ciclicamente, infatti, si aprono nuove crisi occupazionali arginate con interventi improvvisati. Con il rischio di fare ponti d’oro ad avventurieri in cerca di asset da utilizzare come vettori di capitali, salvo poi disinvestire alla prima occasione utile. L’emergenza Covid-19 ha portato con drammatica urgenza anche in Segreteria di Stato il tema globale della sostenibilità della spesa medica, affidata al controllo di vescovi e ordini religiosi con una una gestione economica indiretta della Santa Sede. Un comparto che nel corso degli ultimi anni ha generato enormi sacche di sperpero. Sarebbe allo studio la creazione di una cabina di regia per censire le aree di crisi e proporre delle soluzioni compatibili con il mandato politico di papa Francesco che ha sempre messo al centro del suo magistero la cura dei fragili, dei vulnerabili e l’idea di una sanità accogliente e non speculativa. Come scrisse nel dicembre del 2018 per la Giornata internazionale del malato, «occorre preservare gli ospedali cattolici dal rischio dell’aziendalismo, che in tutto il mondo cerca di far entrare la cura della salute nell’ambito del mercato, finendo per scartare i poveri». Chissà se Bergoglio riuscirà nell’impresa di rendere la sanità vaticana efficiente, arginando le speculazioni e gli interessi geopolitici che dopo la pandemia passano sempre di più per corsie e camici bianchi.

Una fondazione per gli ospedali della Chiesa: il Papa frena la svendita ai privati. Stop all’autonomia degli enti religiosi che controllano le strutture ospedaliere. L’obiettivo? Ripristinare l’antica vocazione di assistenza e frenare le gestioni meno trasparenti. Massimiliano Coccia su L'Espresso il 3 novembre 2021. Dopo aver rivoluzionato le istituzioni finanziarie e l’ordinamento giudiziario, nella lotta ai guasti interni è venuto il turno degli ordini religiosi, della sanità e dei movimenti carismatici. C’è un fronte di crisi variegato e interconnesso nel quale gli affari e la gestione del potere hanno sostituito da tempo la vocazione evangelica che portò nei secoli scorsi gli ordini ospedalieri a supplire in modo strutturale alle assenze delle istituzioni temporali nella cura degli infermi. È il motivo per cui papa Francesco ha deciso di invertire una tendenza millenaria di sostanziale indipendenza gestionale delle strutture ospedaliere gestite dagli ordini religiosi dalla Santa Sede che, ciclicamente, interveniva per dirimere crisi aziendali e per gestire le criticità con gli enti locali. Una riforma divenuta operativa con la creazione della Fondazione per la sanità cattolica. Papa Francesco, come ha scritto nel suo chirografo del 29 settembre, ha voluto accogliere «la supplica che mi proviene da più parti di un intervento diretto della Santa Sede a sostegno e supporto degli enti canonici che operano con il solo scopo di migliorare la salute degli infermi e di alleviarne le sofferenze, anche con la collaborazione di benefattori che hanno particolarmente a cuore la sollecitudine della Chiesa verso i più fragili e bisognosi», istituendo la Fondazione che avrà il compito «ove ve ne siano le condizioni di offrire sostegno economico alle strutture sanitarie della Chiesa, perché sia conservato il carisma dei fondatori, l’inserimento all’interno della rete di analoghe e benemerite strutture della Chiesa e con ciò il loro scopo esclusivamente benefico secondo i dettami della dottrina sociale della Chiesa». Contestualmente ha poi nominato presidente della nuova istituzione Nunzio Galantino e consiglieri di amministrazione Fabio Gasperini, Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù che diverrà presidente anche della nuova società di gestione della sanità vaticana, Sergio Alfieri, ordinario di Chirurgia all’università Cattolica, e Chiara Gibertoni, direttore generale del policlinico Sant’Orsola. Nomine che hanno una chiara valenza politica poiché Bergoglio ha incardinato gli ospedali e la sanità vaticana alla gestione del patrimonio apostolico di cui monsignor Galantino è presidente, inviando un messaggio di chiara discontinuità al mondo ecclesiastico e religioso, togliendo dal potenziale mercato immobiliare e sanitario gli asset più pregiati della Santa Sede, e incassando anche la donazione di 75 milioni di euro di Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, da tempo vicino al Santo Padre. Per la Chiesa, discontinuità col passato significa anche frenare la disarticolazione del proprio patrimonio immobiliare e sanitario. Secondo l’ultimo rapporto del Centro di ricerche e studi in management sanitario (Cerismas) del 2018, le strutture sanitarie religiose rappresentano l’8,5 per cento delle strutture di ricovero accreditate censite dal ministero della Salute: 93 istituti, attivi in 16 regioni e 43 province, con una forte presenza (23 per cento dei posti letto totali) nel sottoinsieme costituito da 15 Irccs (Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico) e due policlinici universitari. I professionisti impiegati sono 78 mila. Un dato che non va disgiunto dall’incidenza geografica, infatti le strutture ospedaliere operano soprattutto in zone dove lo Stato non può garantire dei livelli di assistenza sanitaria adeguati o, come nel caso del Bambino Gesù, rappresentano delle eccellenze riconosciute a livello mondiale. Moltissimi di questi istituti non navigano in buone acque e l’emergenza Covid-19 ha accentuato i deficit di bilancio. Passivi imputabili alle gestioni degli ordini religiosi tra politiche occupazionali clientelari, disordine nei conti, affidamento dei crediti sanitari a entità talvolta fittizie fino alla scarsa capacità di resistere alla concorrenza degli ospedali privati. Non avendo obblighi di natura assistenziale, le cliniche del profit scelgono quali prestazioni erogare, prediligendo interventi più onerosi, e generando profitti che si riflettono sui costi del personale medico che matura stipendi ed indennità più redditizie. Il caso più emblematico delle difficoltà che attraversano la sanità della Chiesa è rappresentato dall’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio, che gestisce le strutture del Fatebenefratelli, rette da tre diverse amministrazioni: la Curia generalizia che controlla il nosocomio sull’Isola Tiberina; la Provincia Lombarda che deteneva il San Giuseppe a Milano, venduto al gruppo Multimedica che disdettò il contratto con i medici e vendette poi le mura all’Enpam, il Sant’Orsola a Brescia, venduto alla Fondazione Poliambulanza e subito chiuso, un piccolo nosocomio a Venezia, il San Raffaele Arcangelo, venduto, il Fatebenefratelli di Erba; e infine la Provincia romana, che risulta essere ben amministrata e che detiene la gestione degli ospedali di Napoli, Palermo, Benevento e il nosocomio romano Fatebenefratelli - Ospedale San Pietro. Proprio la Provincia romana, con un prestito da 40 milioni di euro, cercò di salvare dal fallimento l’Isola Tiberina. Soldi che molto probabilmente non vedrà mai più e che ora pesano sulla gestione, così come la mancata erogazione da parte della Regione Campania del 50 per cento del rinnovo contrattuale del comparto non medico. Una frammentazione invisa a Papa Francesco che riconduce a questo il rischio di un indebolimento dell’interesse a mantenere il profilo pubblico della sanità cattolica, favorendo la vendita ai privati. Come in Lombardia, dove, grazie allo schema sanitario adottato da Roberto Formigoni e ancora in auge, liberalizzando l’erogazione delle prestazioni di ricovero e accreditando tutta l’offerta ospedaliera privata, i bilanci di alcuni gruppi sono cresciuti a dismisura, consentendogli di giocare a risiko con i nosocomi religiosi, acquistandoli talvolta anche solo per chiuderli. Il quadro è quello di un mercato sbilanciato nel quale chi meno offre in termini di policy sanitaria pubblica più riceve. Il modello è quello di Comunione e Liberazione che ha orientato gli investimenti verso le prestazioni chirurgiche particolarmente esose e non di primo soccorso. Sarà forse anche per questo motivo che il nuovo assetto della sanità vaticana appare in sintonia con il commissariamento di Memores Domini, l’associazione laicale di Comunione e Liberazione che ha tra i suoi esponenti proprio l’ex governatore Formigoni e che vive con riluttanza l’impostazione più spirituale e meno imprenditoriale di don Julian Carron, succeduto al fondatore don Luigi Giussani. Ufficialmente commissariata per l’incapacità di stendere uno statuto condiviso e regole certe sull’elezione degli organi di rappresentanza, Memores Domini è il centro di potere più ampio della galassia Cl e la scelta di una guida come monsignor Filippo Santoro, titolare della diocesi di Taranto, appare una indicazione chiara di riconversione del movimento. In linea con quanto previsto dal decreto pontificio emesso a settembre che indica un massimo di 10 anni consecutivi per le cariche delle associazioni internazionali di fedeli, private e pubbliche, e «la necessaria rappresentatività dei membri al processo di elezione dell’organo di governo internazionale». In questo senso, potrebbe arrivare un ulteriore decreto sugli ordini religiosi che non ne sminuisca l’autonomia carismatica e spirituale ma che li tenga ben ancorati ai nuovi valori che animano l’economia vaticana. La memoria va a padre Franco Decaminada dei Figli dell’Immacolata Concezione che fu uno dei presunti protagonisti del crac dell’Istituto dermatologico italiano di Roma, accusato di aver sottratto fondi al nosocomio per comprare una villa in Toscana, o ancora alla recente vicenda che ha visto gli Oblati di Maria Vergine mettere alla porta di punto in bianco la cooperativa Auxilium nella gestione del centro per migranti Mondo migliore, fortemente sostenuto dal Papa e dal presidente della Cei, Gualtiero Bassetti e visitato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Dal primo ottobre la gestione del centro è affidata alla Croce rossa italiana e agli Oblati che però non hanno garantito i livelli occupazionali precedenti, lasciando a casa ventitré lavoratori. Bergoglio ha inoltre previsto per le prossime settimane cambiamenti importanti alla guida di alcuni dicasteri vaticani, una sorta di rimpasto di governo necessario alla terza fase della riforma della Curia. Un ulteriore tassello della conflittualità sotterranea con la quale Papa Francesco è costretto a misurarsi.  

A chi fa gola la sanità gestita dal Vaticano. Massimiliano Coccia su L'Espresso il 14 aprile 2021. Dall’ospedale romano Fatebenefratelli alla Casa del Sollievo fondata da Padre Pio, la malagestione trasforma le strutture cattoliche in terreno di scorribande. Fino a qualche decennio fa le strutture gestite dal Vaticano tramite una miriade di congregazioni e ordini religiosi erano un fiore all’occhiello di efficienza. E di fatto colmavano anche i vuoti dalla sanità pubblica italiana, che da Nord a Sud ha sofferto di carenze strutturali. Ma da qualche tempo, travolti da scandali, mala gestione e l’incapacità dei religiosi di trovare una governance adeguata, i nosocomi privati “made in Vaticano” sono diventati fonte di preoccupazione per la Santa Sede e rischiano, per salvaguardare indotto e posti di lavoro, di passare di mano, come nel caso dell’ospedale romano “Fatebenefratelli”, o di pesare sulle casse pubbliche in misura ingente come la “Casa sollievo della sofferenza” di San Giovanni Rotondo in Puglia. Due realtà distanti ma che raccontano una crisi generalizzata del sistema, due ospedali con una storia strettamente intrecciata a quella del territorio di appartenenza, dove sono diventati simboli identitari. L’ospedale Fatebenefratelli, gestito dall’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio, sorge sull’Isola Tiberina (nucleo originario di Roma) sui resti del tempio del Dio Esculapio, da sempre è l’ospedale dei romani. Ma il “Fatebenefratelli”, nonostante le eccellenze storiche e sanitarie, ha dovuto accedere nel 2014 alla procedura di concordato preventivo dal Tribunale di Roma, per sventare il fallimento e permettere una linea di pagamento di un debito che ammontava a 270 milioni di euro. Secondo la relazione di monitoraggio depositata lo scorso 15 marzo da Fra Pascal Koame Ahodegnon, direttore generale dell’ospedale, e da Giuseppe De Lillo, direttore amministrativo, il piano di risanamento è in piena stagnazione, sotto gli standard previsti dal concordato raggiunto, con un blocco della vendita degli immobili e un credito di oltre 15 milioni di euro di cui la società non riesce a rientrare in possesso. Soldi della Beaumont Invest Services Ltd di Gianluigi Torzi, già indagato da varie procure italiane e arrestato dalla Gendarmeria vaticana per lo scandalo dell’acquisizione del palazzo di Sloane Avenue che ha portato alle dimissioni del cardinale Angelo Becciu: oltre 15 milioni di euro di cartolarizzazione di crediti sanitari, che la società di Torzi aveva acquistato negli anni precedenti. Torzi non ha rispettato l’accordo di concordato con il “Fatebenefratelli” (ha versato poco più di 200 mila euro) e il nosocomio ha avviato da tempo le procedure per recuperare i fondi. Impresa ardua se non impossibile, viste le traversie aziendali che il broker molisano sta attraversando in questi mesi. Questa progressione infausta di eventi ha reso il “Fatebenefratelli” un soggetto scalabile. Sembra che nelle ultime settimane il Gruppo San Donato, corazzata della sanità privata lombarda, che annovera come presidente l’ex ministro Angelino Alfano, abbia messo gli occhi sull’ospedale. L’ipotesi ha fatto storcere il naso dentro le Mura Vaticane, perché in termini politici significherebbe una manifesta resa della capacità gestionale della Santa Sede sul suo patrimonio sanitario. E soprattutto perché preoccupano le relazioni del vicepresidente del gruppo, Kamel Ghribi. Tunisino con base a Lugano, uomo-ponte tra Oriente e Occidente, nelle sue frequentazioni ha incrociato spesso la traiettoria di numerosi nemici della Santa Sede. Vista l’esperienza negativa degli investimenti sanitari di fondi arabi nel nostro Paese, i vertici della Santa Sede preferirebbero evitare di affidare la guida del nosocomio a un gruppo indubbiamente forte e in espansione, ma che potrebbe un domani disimpegnare i propri asset e andare a investire altrove. Le zone d’ombra nella biografia di Ghribi non favoriscono la fiducia del Vaticano, che memore delle recenti esperienze in campo di investimenti si muove con estrema cautela. Kamel Ghribi risiede in Svizzera, dove ha la sede anche la sua società Gk Investment Holding Group, ed è stato al centro di un intricato caso diplomatico che ha visto numerosi militari libici trasferiti presso l’Ospedale San Donato e il San Raffaele di Milano, di proprietà del Gruppo San Donato. Ghribi, durante la dittatura di Gheddafi, era una cerniera tra il defunto dittatore e gli investitori occidentali. Fu lui, in diverse occasioni, ad accompagnare personalità statunitensi per tutelare gli affari di Tripoli e garantire un giro di investimenti in Europa. In particolare gestì per il Colonnello la delicata trattativa tra Usa e Libia sul reintegro del pease mediterraneo nello scacchiere energetico in cambio di un risarcimento danni alle vittime dell’attentato di Lockerbie che causò 259 morti. Il magnate-filantropo Ghribi, sposato con Nicoletta Mettel, già campionessa di nuoto, in passato in Svizzera ha lasciato cattivi ricordi facendo fallire la squadra di basket “Ab Vacallo” (e vent’anni fa è sfumato anche il tentativo di entrare nella gloriosa Olimpia Milano), così come chiuse i battenti in fretta e furia la società petrolifera “Winnington Associates Limited”. Destino simile a quello di un’altra impresa dove Ghibri era vicepresidente e suo cognato Paolo Andrea Mettel presidente: il cotonificio Olcese, condotto alla dichiarazione dello stato di insolvenza. Una serie di insuccessi che non hanno scalfito la notorietà e i giri di affari di Ghribi, forte del sodalizio con Muhammad al-Huwayj, uomo forte di Tripoli, dal 2004 al 2009 Ministro delle finanze e in precedenza capo della Li