Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

LE RELIGIONI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

     

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

 

LE RELIGIONI

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli Dei.

Il Nome di Dio.

Dio è morto.

L’ultima Religione.

Chi odia Gesù.

I Miracoli.  

Miracoli ed affari.

Comunione e Liberazione.

I Vizi Capitali.

Il Diavolo e l’Esorcismo.

L’inquisizione.

La Blasfemia.

Il Sacramento della Confessione.

Chi ha paura dei simboli cristiani?

La Mattanza dei Cristiani.

Il Vaticano ed il Covid.

Il Papa Santo.

Il Papa Emerito.

Il Papa Comunista.

I Cristiani ed i Comunisti.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

La Democrazia Vaticana: I Conclavi.

I Preti.

I Cardinali.

Gli Scismi Minacciati.

Il Vaticano e l’Italia.

I Giornalisti di Dio.

Il Vaticano non evade l’Imu.

Vaticano e Bilanci.

Gli Scandali Vaticani.

Il Vaticano e la Giustizia.

Il Vaticano e la Mafia.

Vaticano e Massoneria.

Il Papa e l’Immigrazione.

Vaticano e Gay.

Vaticano e Gender.

Vaticano e donne.

La Chiesa ed il Matrimonio.

Le Suore.

Vaticano ed Ecologia.

Il Concilio tra i cristiani.

Il Sovrano Militare Ordine di Malta.

La Chiesa Ortodossa.

Le chiese evangeliche.

I Mormoni.

Le Sette.

Scientology.

Confucio.

Buddha.

Il Vaticano e gli Ebrei.

Il Vaticano e la Cina.

Il Papa e l’Islam.

L’Islam e le donne.

L’Islam ed il Terrore.

L’Islam e la Musica.

 

 

  

 

 

 

LE RELIGIONI

PRIMA PARTE

 

·        Gli Dei.

L'uomo non sogna più la potenza di Prometeo. Giuseppe Conte il 12 Ottobre 2021 su Il Giornale. Divinità ed eroi sono raffigurazioni delle passioni e dei flussi di energia che percorrono l'anima umana. Da sempre è insita nell'anima umana una pulsione a modificare la natura a proprio uso e consumo, a occuparne gli spazi, a creare strumenti per farlo più agevolmente e radicalmente, a edificare dove erano soltanto praterie e foreste. Questo è un movimento umano antichissimo, preistorico, che ha aiutato i nostri antenati primitivi a muovere i primi passi verso la civiltà. Tutto comincia da quando il fuoco celeste fu rubato e portato sulla terra, a cuocere i cibi, a scaldare la caverna e a rendere incandescenti i metalli per forgiarli. Allora nasce il rapporto controverso tra anima e natura. L'anima è natura, ma qualcosa di potente e contraddittorio la spinge a domare la natura in sé e fuori di sé, a costruire baluardi, templi, castelli, strade e poi palazzi, piazze, officine, metropoli con i loro grattacieli sempre più alti. Si riduce lo spazio del selvatico, dell'erotico, del meraviglioso a favore del civilizzato, del pratico, dell'utile. È un processo che ha raggiunto il massimo di potenza nella civiltà industriale occidentale: è grazie ad esso, sostanzialmente alla tecnica, che i bianchi hanno dominato il mondo. Il dio che presiede a tutto questo è Prometeo, il Titano, il ribelle che ruba a Zeus il fuoco celeste per farne dono agli uomini, candidandosi così a diventare, come scrisse Marx, il primo santo di un calendario comunista (neppure il materialismo scientifico fu immune da riferimenti al mito!): prometeica è l'industria pesante con il suo paesaggio di ciminiere fumanti, prometeiche le grandi infrastrutture, le trivelle per estrarre petrolio dal fondo del mare, le gigantesche navi portacontainer, i gazometri, i metanodotti. Ma nel XXI secolo, con la natura avvelenata e ferita, le foreste che bruciano, i mari che si impestano di plastica, l'aria che si ammorba di polveri sottili, il clima che cambia rovinosamente, le specie animali che sopravvivono a stento e la nostra specie sempre più insidiata da nuove, sconosciute pandemie, il rapporto dell'anima con la sua forza prometeica è cambiato. L'anima riprende a scorrere, ad essere soffio vitale, dimentica o mette sotto accusa Prometeo. Vuole che il fuoco torni sacro, vede lì la sua salvezza, e che tornino sacre le onde, le foreste, le nuvole. Quello che dei grandi costruttori mitici agisce oggi nell'anima non è tanto il senso del potere, della sfida alla natura, ma quello della condivisione e della salvezza. Il figlio di Prometeo, Deucalione, costruisce l'arca per salvarsi dal diluvio, in uno strano parallelo con il Noè della Bibbia, e far rinascere il genere umano. E altri grandi costruttori sono Dedalo, che a Creta è al servizio della lussuria di Pasifae, della potenza di Minosse, ma che soprattutto è il costruttore delle ali per sé e per il figlio Icaro in vista della fuga dall'isola; ma anche Pigmalione, cipriota, che costruisce una statua d'avorio, la coltiva e ama come fosse umana. L'anima vuole donare sé stessa, volare, creare, costruire vita anche dove sembra impossibile.

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Prometeo è un eroe che il XIX secolo, per la sua aspirazione al progresso, per la sua inquietudine romantica, per il suo spirito filantropico, visse come una specie di ossessione. Ne scrissero i maggiori poeti dell'Occidente, Goethe gli prestò la voce in un canto di rivendicazione e di rivolta contro la miseria e l'apatia degli dei: «Qui sto io, plasmo uomini/ a mia immagine,/ una stirpe che mi somigli/ nel soffrire, nel piangere/ che goda e si rallegri». Shelley ne fece il protagonista di un intero poema drammatico, Prometeo liberato, in cui l'eroe della sfida al Potere, diventato vittima del Potere più cupo, si riconnette con la parte orientale, femminile di sé, con la natura, la magia, la contemplazione. Nel XXI secolo si è capito che la forza superiore a cui Prometeo si è ribellato è la natura: lui ed Eracle con le sue fatiche sono i protagonisti iniziatori di quel processo che prima doma, poi imbriglia, poi usa, poi distrugge la natura e tutto ciò che è natura. Il fuoco celeste rubato e dato all'uomo è diventato ormai quello che ha martoriato Hiroshima, che ha fatto inabissare uccelli in mare, volare pesci sugli alberi, mutare la materia e le sue regole interne per provocare distruzione totale e morte. Prometeo oggi costruirebbe sempre più aeroporti, autostrade, acciaierie, grattacieli. È un nobile eroe, ma del passato. La natura e il pianeta Terra hanno bisogno oggi di dei ed eroi che nell'anima umana suscitino nuovi desideri, verso nuovi assetti della società e nuove forme di convivenza tra gli uomini e con il cosmo. Prometeo è un Titano, figlio dell'Oceanina Climene e di Giapeto, nome così simile allo Jafet biblico, figlio di Noè. Ha per fratelli Atlante e Menezio, ma soprattutto quell'Epimeteo che sin dal nome sembra il suo doppio sciocco, controfigura comica dell'eroe. Prometeo vuol dire «che vede prima», Epimeteo «che vede dopo». Il primo è previdente, accorto, coraggioso, quando occorre astuto. Il secondo è un pasticcione, un confusionario, un buono a nulla che arriva sempre in ritardo sulle cose. Quando i Titani alleati di Crono si ribellano a Zeus e insidiano l'ordine olimpico, Atlante e Menezio si mettono dalla loro parte, e pagano cara la sconfitta: il primo è condannato a reggere il cielo sulle spalle, il secondo è folgorato da Zeus. Prometeo, e con lui Epimeteo, la cui indole è scimmiottarlo, si schiera invece dalla parte di Zeus. Lui, che viene dal mondo primordiale e brutale dei Titani, sceglie il luminoso ordine del nuovo potere olimpico e dei suoi dei. È il più intelligente dei Titani, e stringe un legame forte con Atena, la più intelligente tra le nuove divinità. Ma non tarderà a entrare in contrasto con Zeus, è il suo fato, quel fato a cui né dei né Titani possono opporsi. Prometeo, si dice, ha creato i primi uomini. Li ha impastati modellando terra mescolata ad acqua, che poi ha solidificato con il calore del fuoco, e ha chiesto ad Atena di soffiare in queste creature di argilla l'alito di vento dell'anima, della vita. Data da allora la sua benevolenza verso il genere umano. Lo vede così fragile, così in balia delle forze soverchianti della natura che desidera con sincera, disinteressata passione, aiutarlo a sopravvivere. È lui che mostra come accendere il fuoco, è lui che impara da Atena l'architettura, l'astronomia, l'arte di lavorare i metalli, l'arte di navigare, e poi trasferisce agli uomini tutto questo bagaglio di conoscenze perché possano farne buon uso. A Prometeo, il potere di Zeus sugli umani deve sembrare troppo oppressivo ed esigente. Quando si tratta di decidere quali parti di un toro sacrificato deve andare agli dei e quale agli uomini, Prometeo, che per la sua prontezza e intelligenza è chiamato a fare da giudice, elabora uno stratagemma a danno di Zeus. Del toro sacrificato, prende lo stomaco, la parte meno appetibile, e ne fa una sacca che riempie di tagli di carne succulenta e di appetitose frattaglie, poi prende le ossa e le rifascia con un bello strato di grasso bianco e sugoso. Prometeo invita Zeus a scegliere, e il signore degli dei si lascia ingannare dalle apparenze, abbagliare da quel biancore così morbido. Quando si accorge che contiene soltanto ossa, ha un violento moto d'ira, e decide di punire Prometeo attraverso i suoi protetti, gli uomini. Toglie loro il fuoco: che non possano più illuminare la notte, riscaldare i rifugi, e che si mangino cruda tutta quella carne prelibata che Prometeo ha destinato loro, ogni volta che sacrificano agli dei. La privazione del fuoco mette in ginocchio gli uomini, che regrediscono a quello stato selvaggio da cui Prometeo li ha tratti con tutti i suoi insegnamenti. Giuseppe Conte 

Così Euripide assolse Elena, la seduttrice più innocente. Giuseppe Conte il 15 Luglio 2021 su Il Giornale. La nuova traduzione della tragedia ci mette di fronte all'incarnazione della passione amorosa. Elena figlia di Leda e del Cigno nelle cui 9forme si nascondeva Zeus, fu la donna più bella al mondo, suscitatrice dei più infuocati desideri: per lei, dopo che Paride la portò via al marito Menelao, scoppiò la guerra di Troia e trovarono la morte tanti eroi. Pari a lei, per fama e per incidenza sull'immaginario dei posteri, c'è soltanto Ulisse. Che quando a Sparta furono convocati tutti i principi pretendenti alla mano di Elena, era tra loro. Ma ancora una volta fu il più scaltro, e si ritirò senza portare alcun dono appena seppe che a chiederla in sposa per il fratello sarebbe stato il più potente e ricco degli Achei, Agamennone. La bellezza, di cui Elena è emblema supremo, si accoppia con la potenza. Ma sacrifica a Eros. Elena non è statica nella gloria delle sue forme perfette, è in continuo divenire, contraddittoria, dolcissima e feroce. È vittima ma è anche carnefice, è colpevole ma anche innocente, è splendore ma anche rovina. Nella sua ottima introduzione alla Elena di Euripide (Mondadori, pagg. 383, euro 50) Barbara Castiglioni, che ne è anche traduttrice, mostra in quante opere Elena di Troia sia stata protagonista e su quanti autori abbia esercitato in diversi modi il suo fascino. In un raggio che copre tutta la letteratura e la civiltà occidentale. Elena è intanto un personaggio omerico, e nelle vicende dell'Iliade mostra, lei traditrice e ormai principessa troiana, tratti di sconcertante ambiguità filogreca. E se in Omero resta una colpevole, ci pensa Gorgia il sofista, fedele ai suoi metodi, a tesserne un Encomio e a mostrarne con un esercizio di alta retorica la sostanziale innocenza. Personalmente, sono affascinato da una celebre poesia lirica di Saffo dove Elena ricorre in quanto esempio: c'è chi sostiene che la cosa più bella al mondo sia una torma di cavalieri, chi di fanti, chi una flotta di navi. Saffo invece sostiene che la cosa più bella al mondo è «ciò che si ama». Capovolge l'ordine dei valori: in cima non ci sono guerra e potere. C'è l'amore. E per mostrare la potenza di Eros, ecco che «la donna più bella del mondo,/ Elena, abbandonò/ il marito (era un prode) e fuggì /verso Troia, per mare./ E non ebbe un pensiero per sua figlia,/ per i cari parenti: la travolse/ Cipride nella brama». Elena è qui il modello di ogni trasgressione amorosa, di ogni passione terribile, inevitabile: gioia e disastro nello stesso tempo. Troveremo Elena negli autori latini, con la versione mondana che ne dà Ovidio nelle Heroides, negli autori medievali devoti all'amore cortese, come Benoit de Sainte Maure col suo Roman de Troie, in Dante, nei drammaturghi elisabettiani, in Goethe, dove diventa , nell'immenso affresco simbolico del Faust, «l'incarnazione vera e propria dell'eterno Elemento femminile». E, più vicino a noi, c'è la Elena di William Butler Yeats reincarnata nella rivoluzionaria irlandese Maud Gonne, di cui il poeta fu sempre e vanamente innamorato. In Maia, il suo vero capolavoro, D'Annunzio preferì dipingerci una Elena mendicante, superstite nella vecchiezza e nella vergogna: i secoli le hanno incanutito i capelli, sfatto la bocca vorace, smunto il seno infecondo, curvato il dorso di belva, e le hanno lasciato un solo occhio socchiuso e senza ciglia. È una epifania potente e misteriosa. «Aedo hai dato la dramma/ a Elena, figlia del Cigno/ che fatta è serva millenne/ d'una meretrice di Pirgo». Più tardi, anche a Ghiannis Ritsos, superbo poeta erotico neogreco, Elena apparve in un simile degrado e sfacelo. Scrive Barbara Castiglioni che «tra tutti gli oltraggi mitologici compiuti da Euripide, il più clamoroso è senza dubbio il rovesciamento del mito di Elena». Ed è vero. Euripide fa sua la versione di una Elena del tutto innocente e vittima. E sposta l'azione lontano sia da Sparta sia da Troia, nell'Egitto che per i Greci ha la voce straordinaria di Erodoto. Che cosa è accaduto perché il mito potesse così capovolgersi? Per capirlo, bisogna introdurre il tema del doppio e del fantasma. Già ricorre nelle vicende di Era e di Zeus. Quando Issione, figlio del re dei Lapiti, invitato al banchetto degli Dei osò mettere gli occhi su Era e tentare di sedurla, Zeus, prima di punirlo, lo beffò , costruì con la sostanza eterea delle nubi un doppio della moglie, gli diede le sue fattezze del volto e le sue forme, e Issione ingannato possedette quello. Da quel coito, nacque la stirpe dei Centauri. Per sottrarre Elena al tradimento e alla vergogna, gli dei ne mandarono a Sparta un fantasma: costruito anch'esso di aria e di nuvole, ma talmente somigliante da indurre Paride a crederla la vera Elena: così fece innamorare e portò con sé a Troia un'ombra. E la Elena in carne ed ossa, con tutta la sua irresistibile bellezza, fu portata in Egitto presso la corte del più casto dei Re, Proteo, l'unico che poteva vedersela vicino senza cominciare a smaniare di desiderio. Quando il dramma di Euripide inizia, il re è morto ed è succeduto a lui Teoclimeno, che invece comincia a desiderare follemente e a insidiare Elena. E Menelao, reduce da Troia, arriverà naufrago proprio su quelle sponde. La tragedia prende toni più da commedia, che il lieto fine potenzia: e si legge bene in questa nuova freschissima traduzione tra dialoghi serrati e alati spunti lirici. Elena ne esce completamente redenta: donna eccellente, virtuosa, dal nobile animo. Perché, come sentenzia il coro: «Molte sono le forme del divino, / e incomprensibili le decisioni degli Dei». Giuseppe Conte

·        Il Nome di Dio.

 Il nome Geova in letteratura: da Carducci a Verdi, da Montanelli alla Morante. Roberto Guidotti il 24/6/2021 su La Notizia.net. Dopo il nostro articolo sul Tetragramma composto dalle quattro consonanti YHWH del nome di Dio, reso sia Yahweh che Geova in alcune versioni della Bibbia, alcuni nostri lettori ci hanno chiesto riferimenti più precisi sul nome Geova nelle opere letterarie italiane citate.  La grafia “Geova” è diffusa da diversi secoli nella cultura europea e italiana. Già utilizzata in opere letterarie e musicali celebri come quelle ideate da Giosuè Carducci, Nicolò Tommasseo, Giuseppe Verdi, l’espressione compare anche in numerose riviste, saggi e libri di vario genere, solitamente per identificare il Dio degli Ebrei o della Bibbia. Alcune curiosità storiche: il nome Geova compare in alcune citazioni della Civiltà Cattolica, la storica rivista dei Gesuiti, negli atti documentari dell’ottavo Congresso Cattolico tenuto a Lodi nel 1890 e addirittura negli Atti parlamentari del Senato del Regno nel 1872.

Ma che dire dei riferimenti più vicini a noi a livello temporale, al quale facevano riferimento alcuni lettori?

Indro Montanelli e Roberto Gervaso utilizzano la forma Jeovah nell’Italia della Controriforma, uno dei 22 volumi della monumentale Storia d’Italia, opera che traccia la storia del Belpaese dal crollo dell’Impero Romano d’Occidente al 1997. Il volume è del 1968 ma è andato in ristampa decine e decine di volte, visto il successo dell’intera opera.

Altra citazione letteraria quella della scrittrice Elsa Morante nel romanzo La storia del 1974. Il romanzo è una delle opere più conosciute e più discusse della scrittrice, oltre che di grande successo commerciale. Uno dei personaggi elenca Allah, Budda e Geova.

Umberto Eco cita Geova nel celeberrimo Il nome della Rosa del 1980 all’interno del dialogo tra il frate Jeorge e Guglielmo da Baskerville. Lo stesso Eco avrebbe usato qualche anno dopo (1988) la grafia Iehova nella citazione di un Salmo da parte di uno dei protagonisti del Pendolo di Foucault, altro successo letterario del semiologo e linguista di Alessandria.

Negli ultimi anni altri scrittori, storici, critici letterari e italianisti come Giuseppe Pittano, Francesco Tateo, Giovanni Macchia, Mario Ghildelli, Eugenio Bucciol, Francesco Totaro, Adriano Pessina, hanno adoperato la forma Geova in contesti intellettuali eterogenei, confermando la notorietà del nome Geova nella lingua italiana, specialmente in ambito storico/culturale. Roberto Guidotti La-Notizia.net

Da “Popotus - Avvenire” il 16 marzo 2021. Per i musulmani Allah è il nome di Dio, ma il nome di Allah può essere usato anche dai fedeli di altre religioni? La questione chiama in causa le convinzioni più profonde dell'islam, per le quali l'uomo non può mai conoscere fino in fondo la natura divina. Nel Corano si elencano novantanove nomi di Dio, ma il centesimo, il più misterioso di tutti, è rivelato solo a pochi eletti. Gli altri sono invitati a pregare secondo le formule consuete, tra le quali figura un rosario che, non per niente, ha novantanove grani più uno. Sì, un rosario, proprio come quello che i cattolici adoperano per invocare l'intercessione della Madonna. Questa è una delle tante analogie tra le due fedi (un'altra è appunto la devozione riservata a Maria). Il problema è soprattutto linguistico: per i cristiani che parlano il malese, l'unico modo per dire Dio è... Allah. In Malaysia, però, una legge del 1986 proibisce espressamente l'utilizzo di questo nome da parte dei non musulmani. Adesso, dopo numerosi casi che hanno sollevato le proteste dei cristiani, l'Alta Corte di quel Paese (nel quale l' islam è religione di Stato, ma la libertà degli altri credenti è comunque garantita) ha dichiarato che la norma è ingiusta e che va superata e che anche i cristiani possono usare la parola Allah per definire il proprio Dio in testi e pubblicazioni di tipo educativo. Non tutti sono d' accordo, ma si tratta comunque di un passo molto importante.

·        Dio è morto.

Francia, l’agonia del cristianesimo. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 16 agosto 2021. Il recente assassinio nella Vandea di un anziano prete, Olivier Maire, da parte di un cittadino ruandese già noto alle cronache e agli inquirenti per atti cristofobici – il rogo della cattedrale di Nantes – ha riacceso i riflettori sulla situazione drammatica che sta attraversando il Cristianesimo in Francia. Perché qui, nella fu figlia prediletta della Chiesa, era dai tempi della Rivoluzione che i cristiani non si sentivano così insicuri e minacciati, che non erano così bistrattati e aggrediti psicologicamente e fisicamente. Numeri alla mano, invero, la Francia è la prima nazione d’Europa per quantità di crimini d’odio di stampo cristofobico – essendo la sede di un terzo di tutti gli attacchi di questo genere che hanno annualmente luogo nel continente. Crimini, quelli che stanno accelerando e accompagnando la scristianizzazione della Francia, che vengono consumati da una variegata anonima dell’odio – composta principalmente da islamisti, anarchici, femministe, satanisti e neonazisti – i cui membri sono impegnati in una quotidiana battaglia contro la Croce a base di profanazioni, aggressioni, incendi e, talvolta, omicidi.

Maire e gli altri. Vandea, storico fortino del Cattolicesimo francese, 9 agosto 2021: la gendarmeria trova il corpo senza vita di Olivier Maire, un provinciale superiore appartenente alla Congregazione della Casa dei Frati Missionari Monfortani. Il religioso, sessant’anni, è stato ucciso. Parte la caccia all’uomo: gli investigatori desiderano risolvere il caso in tempi rapidi, perché la piccola comunità di Saint-Laurent-sur-Sèvre è sotto choc ed un pericolo assassino è a piede libero. La caccia, per la fortuna degli inquirenti, dura molto meno del previsto: un uomo si costituisce, si addossa la responsabilità dell’uccisione. Quell’uomo è Emmanuel Abayisenga, un rifugiato ruandese accolto nella comunità monfortana proprio da padre Maire e che negli ambienti investigativi d’Oltralpe è conosciuto in qualità di unico imputato per il rogo della cattedrale dei santi Pietro e Paolo di Nantes. Nonostante il presunto ruolo nell’incendio della cattedrale di Nantes, e la minaccia posta alla sicurezza pubblica – era stato costretto a seguire un trattamento psichiatrico –, Abayisenga era a piede libero. Aveva terminato le cure lo scorso mese, cioè a luglio, e avrebbe dovuto essere sorvegliato in conformità con un ordine di controllo giudiziario. Uscito dall’istituto, però, il rifugiato si era allontanato dalla lente degli investigatori e aveva trovato riparo presso la Casa dei Frati Missionari Monfortani, dove era entrato grazie all’aiuto di padre Maire. L’assassinio dell’anziano provinciale superiore, che ha riacceso i riflettori sulla situazione drammatica in cui versa il Cristianesimo in Francia, non è un caso isolato. Maire, invero, è soltanto l’ultima vittima di quell’anonima dell’odio che combatte quotidianamente contro tutto ciò che rappresenta e simboleggia il messaggio di Cristo, dal clero ai luoghi di culto e dai cimiteri alle croci. Perché prima di lui, lo scorso ottobre, un terrorista islamista uccise due fedeli e un sagrestano nella basilica di Nostra Signora di Nizza. E prima ancora di quel mini-attentato, il 26 luglio 2016, due soldati dello Stato Islamico sgozzarono padre Jacques Hamel nella piccola chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray.

L’assalto alla Cristianità. I numeri della guerra alla Cristianità mossa dall’anonima dell’odio – che, di nuovo, è estremamente variegata e multiforme, perché composta da attori molto diversi tra loro, come i satanisti e gli islamisti – sono magniloquenti, espressivi ed autoesplicativi. Sono numeri che parlano di una mattanza silenziosa, che avviene nell’indifferenza delle autorità e della stessa società – oramai ampiamente secolarizzata – e che, se dovesse proseguire al ritmo attuale, nel prossimo futuro potrebbe portare ad un significativo ridimensionamento del patrimonio cristiano di Francia. Numeri che hanno portato taluni a parlare di “cattolicesimo in fase terminale” e che sono i seguenti:

Fra il 2008 e il 2019 gli attacchi di stampo cristofobico sono quadruplicati, aumentando costantemente e regolarmente su base annua.

Nel 2019 hanno avuto luogo 1.052 attacchi cristofobici (1.063 secondo altre stime) – in entrambi i casi si tratta di una media di quasi 3 al giorno –, in aumento rispetto agli 877 dell’anno precedente.

I numeri di cui sopra rendono la Francia la culla della cristofobia d’Europa, essendo la sede di un terzo di tutti gli attacchi di questo tipo che sono stati consumati nel continente nel 2019: 1.052 su circa 3.000.

Il 40% delle profanazioni dei luoghi sacri del Cristianesimo, secondo un’indagine di Libération, sarebbe attribuibile a musulmani radicalizzati e/o terroristi islamisti.

Il restante 60% delle profanazioni, invece, sarebbe opera di militanti di estrema sinistra (anarchici, femministe, attivisti omosessuali), neonazisti, satanisti e, in minor parte, persone con disturbi psichici.

Ogni anno, secondo l’Osservatorio per il patrimonio religioso, almeno “una ventina” di chiese viene danneggiata o distrutta dalle fiamme dei roghi dolosi. Alcuni anni, però, quella media viene superata: nel 2018, ad esempio, le autorità hanno registrato 32 episodi di carbonizzazione intenzionale.

Due terzi degli incendi che compromettono o causano il crollo delle chiese cattoliche sono di origine dolosa, ovvero appiccati da piromani, ma nella stragrande maggioranza dei casi restano impuniti, senza colpevole.

Soltanto 15mila chiese su oltre 45mila godono di qualche forma di tutela e/o protezione statale – sorveglianza inclusa –, il che significa che due luoghi di culto cristiani su tre sono esposti ai rischi delle profanazioni, dei vandalismi e dei roghi.

Una mattanza silenziosa. Roghi di interi edifici, danneggiamenti di arredi, altari e pitture, profanazioni sacrileghe di luoghi come i cimiteri e, a volte, persino omicidi di chierici e fedeli; tanto lunga è la lista dei crimini in odium fidei compiuti dall’anonima anticristiana operante in Francia. Crimini che, il più delle volte, rimangono irrisolti. Crimini diffusi, molecolari e capillari, che non danno tregua né agli inquirenti né ai fedeli e che, non di rado, obbligano uomini di Stato e di Fede a prendere atto dell’antieconomicità di una manutenzione perenne e a convivere con la scelta più dolorosa: quella di lasciare croci, statue, monumenti, chiese e cimiteri al loro tragico destino, che, molto spesso, corrisponde ad una probabile distruzione o ad una certa dissacrazione. Un caso recente di istituzioni che hanno sventolato bandiera bianca, arrendendosi in maniera incondizionata all’anonima anticristiana, è costituito dalla questione delle croci di vette nei Pirenei orientali. Al termine di uno sciame inarrestabile di attacchi durato quattro anni – dal 2014 al 2019 – e manifestatosi nelle forme di furti, danneggiamenti e/o abbattimenti, il Consiglio Dipartimentale dei Pirenei orientali, nel settembre di due anni or sono, si arrese ai distruttori delle croci di vette, comunicando a residenti e alpinisti che avrebbe smesso sia di installarne di nuove sia di riparare quelle danneggiate. E in Francia, come nei Pirenei orientali, il Cristianesimo sembra essere giunto oramai al capolinea, prossimo a quell’estinzione violenta che sognavano e intravedevano i padrini del giacobinismo radicale all’epoca della Rivoluzione e dell’instaurazione del culto dell’Essere Supremo. Abbandonato a se stesso tanto dalla politica quanto dalla società, e testimone del concomitante declino delle chiese sorelle nel resto d’Europa, il Cattolicesimo francese va addentrandosi nell’oscurità di quella lunga notte alla quale, sembra, non farà seguito alcuna nuova alba.

La lunga marcia della Polonia verso la secolarizzazione. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 25 giugno 2021. Il 2020 verrà ricordato dai posteri come l’anno in cui la Polonia ha scoperto di non essere (più) lo Scutum saldissimum et antemurale Christianitatis del Vecchio Continente. Perché l’insorgenza intermittente che ha caratterizzato e accompagnato quasi ogni singolo mese dell’anno passato, fra tumulti di piazza legati alla questione aborto, mobilitazioni da parte della comunità arcobaleno e attacchi cristianofobici, sembra suggerire che la Polonia sia prossima a cedere lo scettro di colonna portante del conservatorismo europeo e ad entrare a far parte del club delle nazioni secolarizzate e postcristiane.

I numeri della crisi. Il 2020 è stato un anno da dimenticare (o da ricordare?) per la Chiesa cattolica di Polonia, il potere celeste fatto istituzione che ha protetto i figli e i confini della nazione nel corso dei secoli e che ha guidato e reso possibile la Rivoluzione del 1989, sorreggendo Solidarność e producendo martiri coraggiosi come Jerzy Popiełuszko. A trentuno anni dalla vittoria della Croce nella lotta contro la Falce e il martello, la Chiesa cattolica di Polonia sta sperimentando un’emorragia di consensi senza precedenti storici, la cui andatura va di pari passo con l’implementazione dell’agenda conservatrice di PiS. I numeri della crisi del cattolicesimo polacco sono indicativi della celerità, della profondità e della drammaticità del cambio di paradigma socio-religioso in corso. Perché, in quello che pare essere un caso unico al mondo, la società polacca sta curiosamente transitando dalla religiosità all’irreligiosità senza aver attraversato un previo processo di secolarizzazione durevole e tangibile. Le cifre descrivono un momento di grande tribolazione per la Chiesa polacca, intriso di violenze, sfiducia e acredine, e possono esplicare ciò che alle parole non riesce:

I crimini d’odio anticattolico sono quadruplicati dal 2019 al 2020, passando da 72 a 280;

Quasi un polacco su due (il 46%) ha un’opinione negativa della Chiesa e meno di uno su due (il 43%) ne approva l’operato attuale (marzo 2021);

La fascia anagrafica 18–29 mostra e manifesta gli indici più elevati di avversione e disaffezione verso la Chiesa, vista negativamente dal 47%, in maniera neutra dal 44% e positivamente da un risibile 9% (novembre 2020);

Il tasso di frequenza dell’ora di religione è diminuito di un quinto fra il 2010 e il 2019, scendendo dal 93% al 70%, ma il fenomeno varia notevolmente da città a città e fra aree urbane e aree urbali – nelle scuole superiori di Cracovia e Łódź, ad esempio, soltanto uno studente su due frequentava l’ora di religione nel 2019; una percentuale che scendeva al 40% a Varsavia e Poznan;

I diplomandi dichiaratamente cattolici si sono ridotti di quasi un quinto fra il 2010 e il 2019, passando dall’81% al 63% dell’intera popolazione scolastica;

Il neonato portale Apostazja (let. “apostasia”) ha conteggiato 5.135 dichiarazioni di sbattezzo ufficiali fra novembre 2020 e giugno 2021, alle quali andrebbero affiancati gli oltre trentamila moduli di sbattezzo che gli internauti hanno scaricato dal sito nello stesso periodo.

Un futuro già segnato?

Personaggi pubblici come il politico Robert Biedron, fondatore del partito liberal-progressista Primavera (Wiosna), l’attivista transgenere Margot e il cantante Nergal, voce della controversa banda black metal dei Behemoth, sono stati gli insoliti capifila dei moti anticattolici e antigovernativi che hanno scosso la Polonia nella seconda parte del 2020. A trarre vantaggio dai disordini, però, non è stato il nuovo-ma-già-vecchio Primavera, ma Polonia 2050: un partito liberale (e anticlericale) nato all’acme dei tumulti pro-aborto e che, in brevissimo tempo, stando ai sondaggi, avrebbe superato Piattaforma Civica, divenendo la seconda forza politica del Paese. L’evolvere della situazione risulterà rivelatorio al fine della comprensione del reale significato del 2020: annus horribilis anomalo e a sé stante o preludio alla scristianizzazione (inevitabile?) della Polonia. Noi, ad ogni modo, avevamo scritto in tempi non sospetti – ossia dapprima che iniziassero i disordini e che si instaurasse un clima apertamente ostile nei confronti del cattolicesimo – che “nonostante i grandi numeri [su partecipazione alla messa domenicale e nuove ordinazioni sacerdotali], la secolarizzazione è arrivata anche in Polonia” e che “un fenomeno che sta prendendo piede in maniera preoccupante è quello degli attacchi anticattolici, che si sono intensificati in concomitanza con l’entrata ufficiale della Chiesa nella guerra del governo all’ideologia di genere”.

I fatti successivi ci hanno dato ragione, perché l’episodico è divenuto routinario, ma questo non significa che il destino della millenaria Chiesa polacca sia segnato. Perché questa istituzione, per quanto sia oggi attraversata da una grave crisi di legittimità, contrariamente alle omologhe europee, ha una storia di incredibile resistenza ai tentativi di annichilimento ed emarginazione dalla vita pubblica. Spiegato in altri termini, il destino del cattolicesimo polacco potrebbe essere differente da quello delle controparti morenti di Portogallo, Germania o Francia: a fedeli e chierici l’onere di fermare i processi di secolarizzazione e scristianizzazione.

Michele Magno per startmag.it l'8 maggio 2021. “La parola Dio per me non è altro che l’espressione e il prodotto della debolezza umana, e la Bibbia una collezione di venerabili ma nonostante tutto piuttosto primitive leggende. Nessuna interpretazione, di nessun genere, può cambiare questo (per me)”. E ancora: “Per me la religione ebraica è, come tutte le altre religioni, l’incarnazione di una superstizione primitiva. E il popolo ebraico, al quale sono fiero di appartenere e con il quale ho un’affinità profonda, non ha una forma di dignità diversa rispetto ad altri popoli”. Sono due passi centrali della “Lettera su Dio” che Albert Einstein scrisse il 3 gennaio 1954 (morirà l’anno seguente) su carta intestata dell’Università di Princeton. Era indirizzata a Eric Gutkind, il filosofo ebreo tedesco autore del libro Scegli la Vita: la chiamata biblica alla rivolta. Nel 2018 la lettera è stata venduta all’asta da Christie’s a New York per quasi tre milioni di dollari, tasse comprese. Ma già nel 1940, in un articolo pubblicato sulla rivista Nature, il grande fisico aveva illustrato la sua celebre affermazione “Non credo in un Dio personale”. In esso spiegava di non ignorare “l’impronta sublime e l’ordine mirabile che si rivelano nella natura e nel mondo del pensiero”. Aggiungeva che non rinunciava neppure all’idea di dio (con la d minuscola), che tuttavia non è, e non può essere quello della Bibbia. Quella di Einstein, quindi, è una religiosità scomoda, razionale, “cosmica”. Una religiosità che “non conosce dogmi né dèi concepiti a immagine dell’uomo. Non vi può essere alcuna Chiesa che fondi su di essa la propria dottrina. È perciò tra gli eretici di tutti i tempi che noi troviamo uomini penetrati di questa superiore religiosità”. Queste affermazioni provocarono una pioggia di reazioni sdegnate, citate nel saggio del 1999 di Max Jammer Einstein and Religion. Physics and Theology (in italiano se ne può trovare un’ampia sintesi nel volume di Francesco Agnoli Filosofia, religione e politica in Albert Einstein, Edizioni Studio Domenicano 2015). Un avvocato cattolico statunitense, che lavorava per un’associazione ecumenica, scrisse allo scienziato: “Siamo profondamente rammaricati che abbia fatto una dichiarazione […] in cui ridicolizza l’idea di un Dio personale. Nulla di quanto si è detto negli ultimi dieci anni era mai riuscito a insinuare l’idea che Hitler avesse qualche ragione di espellere gli ebrei dalla Germania. Pur riconoscendole il diritto di parlare liberamente, le assicuro che quanto ha affermato fa di lei una delle maggiori fonti di discordia in America”. Non meno violenta è una lettera che gli indirizzò il fondatore della “Calvary Tabernacle Association dell’Oklahoma”: “Professor Einstein, penso che tutti i cristiani d’America le risponderanno: Noi non rinunceremo alla nostra fede in Dio e nel suo figliolo Gesù Cristo, ma se lei non crede nel Dio del popolo di questa nazione, la invitiamo a tornare nel suo paese. Ho cercato in tutti i modi di essere una benedizione per Israele, ed ecco che arriva lei e con una sola frase della sua lingua blasfema nuoce alla causa del suo popolo proprio nel momento in cui i cristiani che amano Israele si sforzano di eliminare l’antisemitismo da questa terra. Professor Einstein, tutti i cristiani d’America sono pronti a dirle: Prenda la sua folle e falsa teoria dell’evoluzione e torni in Germania, da dove è venuto, oppure la pianti di cercare di spezzare la fede di un popolo che l’ha accolta quando è stato costretto a fuggire dalla sua terra natale». Dal canto suo, un professore della “Catholic University of America”, il reverendo Fulton J. Sheen, lo attaccò chiedendosi sarcasticamente chi mai sarebbe stato disposto a sacrificare la vita per la Via Lattea, per concludere: “La sua religione cosmica ha un unico difetto: una "s" in più”. Insomma, cos’era Einstein? Un ateo, un agnostico, un deista o un panteista? L’ateo è colui che e nega in modo assoluto l’esistenza di qualsiasi entità trascendente. L’agnostico non si esprime, dice di non sapere e di non poter arrivare alla conoscenza, poiché la divinità è qualcosa di intangibile e non percepibile dall’uomo. Il teista crede in un’intelligenza soprannaturale che, oltre ad avere creato l’universo, continua a sorvegliare e influenzare le vicende della propria creazione. In molti sistemi teistici, la divinità è strettamente coinvolta nelle questioni umane: ascolta le preghiere, perdona o punisce i peccati, interviene nel mondo compiendo miracoli, si preoccupa delle azioni buone o cattive e sa quando vengono compiute (o anche solo pensate). Anche il deista crede in un’intelligenza soprannaturale, il cui compito però è limitato a stabilire le leggi che governano l’universo. Il Dio deista non interviene mai e certo non si interessa alle vicende umane. I panteisti non credono in un Dio soprannaturale, ma usano il termine Dio come sinonimo non soprannaturale di Natura o di universo o di leggi che governano l’universo. Diversamente da quello dei teisti, il Dio dei deisti non ascolta o esaudisce preghiere, non si cura di peccati o confessioni di peccati, non legge nel pensiero e non compie miracoli secondo il suo capriccio. Quanto alla differenza tra deisti e panteisti, il Dio deista è una sorta di intelligenza cosmica, anziché il sinonimo poetico o metaforico con cui il panteista designa le leggi dell’universo. Il panteismo è “un ateismo ornato”, il deismo è un “teismo annacquato” (Richard Dawkins, L’illusione di Dio, Mondadori, 2017). Poiché Einstein dichiarò “Credo nel Dio di Spinoza, che si rivela nell’ordine armonioso della natura, non in un Dio che si cura dei destini e delle azioni umane”, ci sono buone ragioni per sostenere che i suoi famosi aforismi, come “Dio è sottile, ma non malizioso”, “Dio non gioca a dadi” o “Dio aveva scelta quando creò l’universo?”,  siano panteistici. Se è così, “Dio non gioca a dadi” andrebbe tradotto con “la casualità non è l’essenza di tutte le cose”; “Dio aveva scelta quando creò l’universo?” significa “L’universo sarebbe potuto cominciare in un altro modo?”. Einstein, cioè, usava il termine Dio in un’accezione puramente poetica e metaforica. Non può pertanto essere confuso con il Dio delle Sacre Scritture. Chi provasse a farlo, commetterebbe un reato di tradimento intellettuale.

DAGOTRADUZIONE DA axios.com l'8 aprile 2021. Alcuni nuovi sondaggi mostrano che l'aderenza a comunità religiose da parte degli americani è declinata rapidamente negli ultimi anni, con meno del 50% della popolazione che appartiene a una chiesa, sinagoga o moschea.

Perché è importante. La tendenza di un’America sempre più laica rappresenta un cambiamento fondamentale a livello di identità nazionale, che potrebbe avere importanti ramificazioni per la politica e persino per la coesione sociale.

I numeri. Un sondaggio Gallup pubblicato la scorsa settimana ha rivelato che soltanto il 47% degli americani ha ammesso di appartenere a un luogo di culto, rispetto al 50% del 2018 e addirittura il 70% nel 1999. L’allontanamento dalla religione organizzata è un fenomeno del 21esimo secolo. L’appartenenza religiosa degli Stati Uniti era del 73% quando Gallup la misurò per la prima volta nel 1937 ed è sempre rimasta sopra al 70% nei successivi sei decenni.

Il contesto. Il calo dei culti religiosi è principalmente guidato da un forte incremento dei “non” – ovvero coloro che non esprimono preferenze religiose. La percentuale di americani che non si identificano con alcuna religione è passata dall’8% nel periodo tra il 1998 e il 2000, al 21% negli ultimi tre anni.

Il quadro generale. La storia di un’America più laica è principalmente, anche se non del tutto, una storia di cambio generazionale. L’appartenenza a luoghi di culto è correlata all’età: è molto più probabile che un americano più anziano sia membro di una chiesa piuttosto che un giovane. Mentre l’appartenenza a istituzioni religiose è inferiore tra le generazioni più giovani, il calo è particolarmente netto tra i millenial e la generazione Z: vi sono infatti circa 30 punti percentuali di differenza rispetto agli americani nati prima del 1946, in contrasto agli 8 punti e 16 punti rispettivamente per i baby boomer e la generazione X. I bambini che crescono senza un credo religioso hanno meno probabilità di entrare a far parte di una religione quando diventeranno adulti, quindi è logico pensare che la tendenza alla secolarizzazione si aumenterà in futuro, salvo importanti cambiamenti demografici o culturali. Anche gli americani più anziani hanno visto un leggero aumento della percentuale di laici, mentre il 20% della generazione X non dichiara alcuna affiliazione religiosa, rispetto all'11% del 1999.

Dettagli. Qualunque siano le loro pratiche religiose, gli americani rifiutano sempre più molti dei precetti morali che si trovano nella maggior parte delle principali religioni. Un sondaggio Gallup del 2017 ha rilevato che una maggioranza significativa degli americani crede che pratiche come l’uso di contraccettivi, il divorzio, il sesso extraconiugale e le relazioni gay e lesbiche siano tutte moralmente accettabili. In un articolo dello scorso anno per Foreign Affairs, il politologo Ronald F. Inglehart ha sostenuto che quando i tassi di natalità sono diminuiti a causa dell’uso di contraccettivi e alla diminuzione della mortalità infantile, le società moderne sono diventate meno attente “perché non hanno più bisogno di sostenere i tipi di norme sessuali e di genere che le principali religioni del mondo hanno instillato per secoli.”

Il problema. Solo perché la pratica religiosa convenzionale è in declino non significa che gli americani non avranno bisogno di riempire quello che il giornalista Murtaza Hussain chiama il "buco a forma di Dio" del paese. Mentre le prime fasi del movimento per i diritti civili sono state costruite sulla forza della chiesa nera, oggi molti giovani si stanno riversando in campagne come Black Lives Matter, che anche se non sono di natura religiosa, spesso adottano il linguaggio della religione, della spiritualità e della giustizia. "I dibattiti politici su ciò che l'America dovrebbe significare hanno assunto le caratteristiche dei dibattiti sulla teologia", ha scritto in un recente saggio sull'Atlantico Shadi Hamid, un membro anziano della Brookings Institution. "Questo è l'aspetto della religione senza religione."

Progetti per il futuro. Man mano che la religione diventa sempre meno praticata dagli americani, potrebbe invece diventare un'altra forma di identità nelle guerre culturali che attualmente sono in corso. La tendenza potrebbe anche scuotere l'elettorato. Il giornalista Matt Yglesias ha osservato che quando una persona bianca passa dall'essere cristiano a non affiliato, è più probabile che diventi un democratico, "Ma quando una persona nera fa lo stesso passaggio, la correlazione va nella direzione opposta". Ciò potrebbe aiutare a spiegare il parziale successo di Donald Trump, abbastanza secolare, nell'aumentare la quota del partito repubblicano nel voto dei non bianchi nel 2020 .

In conclusione. Gli Stati Uniti rimangono un paese insolitamente religioso, con più di sette americani su 10 ancora affiliati a qualche religione organizzata, secondo il sondaggio Gallup. Ma il potere della religione convenzionale è in declino, e potrebbe volerci un miracolo per cambiare.

Franca Giansoldati per ilmessaggero.it il 30 marzo 2021. Dilaga in tutta Europa la protesta strisciante contro il Vaticano per il divieto di benedire le coppie gay, anche se il problema maggiore (e plateale), relativo a un dissenso crescente resta circoscritto alla Germania. Lì, nella patria di Lutero, lo scontento sta producendo smottamenti significativi. Sia da parte di alcuni vescovi ormai apertamente disobbedienti, sia da parte dei fedeli. Un sondaggio ha mostrato una massiccia perdita di credibilità della Chiesa cattolica: un cattolico su quattro sta pensando di lasciare la Chiesa. A questo si aggiungono 7 persone su 10 che ritengono il celibato obbligatorio "fuori moda". Sono numeri molto alti che hanno spaventato i vescovi tedeschi alle prese da due anni con un percorso di riforme radicali, condotto in autonomia rispetto a Roma. Le ragioni citate per l'abbandono sono state la «gestione non trasparente sugli abusi» pari al 39 per cento, «certe idee della chiesa sulla moralità e la società, compreso la benedizione per i gay» (38 per cento), lo «spreco delle risorse» (30 per cento). Un vescovo tedesco, Helmut Dieser ha definito il "no" di Roma alla benedizione delle unioni omosessuali un atto che gli causa «fastidio e irritazione». Mai nessun vescovo si era spinto pubblicamente a tanto. La vicepresidente della Federazione delle donne cattoliche tedesche (KDFB) Birgit Mock è andata oltre: ha definito la dichiarazione di Roma incompatibile con «l'immagine di uomo e di Dio» e ha chiesto - come ha già fatto il vescovo Georg Bätzing (presidente della conferenza episcopale) – il bisogno di una presa di posizione chiara e netta dai precedenti insegnamenti della Chiesa. Insomma, la disobbedienza da Roma. Nel frattempo la raccolta di firme di religiosi, parroci, monaci, suore dissenzienti ha già raggiunto le 2.600 firme. Naturalmente tutti a favore di una benedizione delle unioni omosessuali. La lista delle firme è stata presentata nei giorni scorsi sotto le bandiere del movimento LGBT da due sacerdoti impegnati nel movimento: Padre Burkhard Hose e padre Bend Mönkebüscher. A questo si sono aggiunte le spinte di alcuni vescovi, tra cui quello di Mainz, Kohlgraf, disposti a chiedere a Roma di cambiare il Catechismo della Chiesa cattolica nella parte che riguarda gli omosessuali poiché per la dottrina l'inclinazione omosessuale prevede che sia vissuta in modo casto, mentre a loro parere la Chiesa dovrebbe modificare la dottrina e permettere anche ai gay di vivere in modo pieno la propria sessualità. La Congregazione per la Dottrina della Fede aveva già dichiarato nel 2003: «Secondo l'insegnamento della Chiesa, il rispetto delle persone omosessuali non può in alcun modo portare all'approvazione di comportamenti omosessuali o al riconoscimento legale di unioni omosessuali». Anche in Italia un parroco ligure si è ribellato: «ha provocato tanto dolore tra le persone Lgbt della comunità cattolica e anche in me". A Bonassola,  al termine della celebrazione delle Palme, ha raccontato ai fedeli di essersi commosso davanti a tante famiglie gay cheda tempo vivono assieme. "Mi è sembrato giusto schierarmi accanto alle persone omosessuali. Per abbracciare la loro sofferenza che è anche la mia. Per Gesù vengono prima le persone ma quando ho sentito quelle parole così dure ho pensato si dovesse fare qualcosa». Il gesto di don Giulio vuole essere anche un monito alla Chiesa: «Lo ho fatto per amore alla Chiesa perché non sono le persone omosessuali a rimetterci perché loro sono benedette da Dio. Chi ci rimette è la Chiesa. Come non accorgersene».

Un uomo provò a "sfidare" Dio: ecco cosa sappiamo su Babele. Quello della torre di Babele e del sovrano della città punita da Dio, Nimrod, è un mito senza tempo. Che grazie alla casa editrice "L'Ippocampo" rivive in forma di graphic novel. Andrea Muratore - Dom, 21/03/2021 - su Il Giornale. Un sovrano, la sua città, un monumento all’ambizione umana, una punizione divina. Il topos che unisce questi elementi è comune a molti miti e leggende dell’antichità, che hanno nella storia biblica della Torre di Babele il loro esempio classico. Babele, che nella Bibbia non è altro che la mitica Babilonia, è al centro di un racconto narrato nell’undicesimo libro della Genesi: “Tutta la terra”, narrano le Scritture, aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro: "Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco". Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra". Contravvenendo così all’imperativo ordine di Dio, che cacciando Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre aveva imposto a loro e ai successori di disperdersi per il mondo. Nella città, Babele, gli uomini tentarono di ergersi al livello di Dio, con un vero e proprio “assalto al Cielo” la cui materializzazione fu l’edificazione della mitica Torre di Babele, che provocò la risposta diretta del creatore: “Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro". Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città”. Dio divise i popoli, le lingue, le culture per punire la hybris, la tracotanza di una stirpe che aveva osato sfidare i suoi imperativi. La Genesi non fa riferimenti diretti al nome dell’uomo che guidò l’impresa, ma nel Talmud babilonese, il nome di uno dei figli di Cam, e dunque membro della stirpe di Noè, chiamato Nimrod è così commentato: "Perché, allora, fu chiamato Nimrod? Perché istigò il mondo intero a ribellarsi (himrid) alla Sua sovranità [di Dio]". La Genesi, nel capitolo 10, cita Babele tra le città interne al regno di Nimrod. E per questo la tradizione ha associato la sua figura a quella della mitica città che osò sfidare Dio. Un racconto vivo nella memoria collettiva della civiltà plasmata dalla cultura ebraica e cristiana che, recentemente, è stato riproposto anche in forma grafica: Re e Regine di Babele è il titolo di un recente album illustrato realizzato da François Place per la casa editrice “L’Ippocampo” che si apre proprio col riferimento alla figura di Nimrod. Nimrod, scrive Place, nella storia a tavole guida i suoi seguaci in un bosco all’inseguimento di un cervo bianco e, giunto su una scogliera a picco sul mare, la usa come bastione attorno a cui edificare una torre e, incardinata sulle sue rocce, una città. Quella torre e quella città altro non sono che la mitica Babele, e il racconto prosegue con le nozze di Nimrod con una principessa, Zelia, e la nascita di una dinastia di sovrani che avrebbero governato a lungo la città. Immersi in un’atmosfera fuori dal tempo, con guerrieri, stendardi e cinte murarie che richiamano la foggia medievale sulla scia del racconto di stampo biblico. Profonda fascinazione del mitico “C’era una volta” che proietta fuori dal tempo e dallo spazio le storie, creando il mito. Un mito che, quando si parla di Babele, inevitabilmente attrae. Forse perché nato alle sorgenti della civiltà, da cui sono iniziati a scorrere fiumi giunti, carsicamente, fino ai giorni nostri, attraverso la creazione di una comune costellazione di riferimenti culturali, valoriali, religiosi, un’accumulazione di archetipi e punti di riferimento. Forse perché prova a dare una risposta al mistero profondo della diversità tra popoli e stirpi. Forse perché la civiltà a cui fa riferimento non è solo quella degli antichi israeliti in seno alla quale videro la luce le scritture ma anche la lunga progenie della stirpe mesopotamica. E non è un caso che i riferimenti archeologici identifichino la Torre di Babele con Etemenanki, la grande ziggurat di Babilonia dedicata al Dio Marduk che la tradizione ritiene edificata dal sovrano Hammurabi nel II millennio a.C, rasa al suolo dal feroce conquistatore assiro Sennacherib nel 689 a.C., ricostruita dal figlio Esarhaddon e portata alla sua forma definitiva da Nabucodonosor II, il biblico Nabucco che a Babilonia deportò gli israeliti dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme. La grande ziggurat, di cui anche Erodoto parlò nelle Store, era dedicata a Marduk, re degli Dei nella cosmologia babilonese. Una figura a sua volta carica di mito e mistero, inserita in una mitologia complessa che si evolse sulla scia degli sconvolgimenti militari e politici della Mesopotamia: Marduk, figlio di Ea (Enki in sumero) e Damkina, raccolse non solo metaforicamente il “testimone” dall’antico dio primordiale, Anu, sulla scia dello slittamento del centro politico della regione da Uruk a Babilonia. A lui è associato il ruolo di ordinatore dell’universo contro la forza del caos, la dea Tiamat, da lui combattuta in un duello cosmico in cui gli studiosi della storia e della religione mesopotamica (notevoli gli studi del nostro connazionale Luigi Cagni) hanno letto una dialettica destinata a diventare comune alle grandi religioni del mondo antico. La stirpe di Nimrod, dunque, persa al confine tra storia e mitologia, è punto d’incontro tra civiltà, lingue, tradizioni religiose. Place nella sua opera ne immagina le traiettorie, le discendenze, la continuità, ridando vita a una terra che per la sua natura di crocevia di popoli e lingue ben si predisponeva a essere carica di riferimenti culturali e mitologici. Babele in fin dei conti rappresenta la volontà umana di ricondurre a unità il complesso, un tentativo spesso frustrato da stimoli e interventi esterni, di cui l’azione di Dio nella Genesi è il più classico degli esempi. Rappresenta anche la tracotanza uniformatrice di chi, nelle sue intenzioni, mira a sostituirsi a Dio (o agli dei) nell’ordinare e indirizzare le attività umane. Entrambe queste pulsioni sono state più volte fatte proprie dalla reale “stirpe di Nimrod”, la lunga serie di sovrani alternatisi tra Babilonia e le altre città della Mesopotamia perennemente attratti dall’ambizione di dominare la culla della civiltà umana. Ordine contro caos, Dio contro gli uomini, Marduk contro Tiamat: la filigrana comune è il vero trait d’union tra la realtà e il mito.

Portogallo, il cattolicesimo è arrivato al capolinea. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 14 febbraio 2021. Lo studio delle società secolarizzate è utile per una serie di ragioni, prima fra tutte la confutazione dei falsi miti. Le chiese cristiane, da quella cattolica a quella ortodossa, per lungo tempo hanno misurato la religiosità dei fedeli, veri o presunti tali, sulla base di indicatori imperfetti quali battesimo e matrimonio, ignorando e/o trascurando l’importanza di rilevatori–rivelatori quali l’osservanza dei precetti, l’adesione ai dogmi e la partecipazione alla vita di comunità e alle funzioni. Questo modus cogitandi et agendi fallace ha impedito alle chiese del Vecchio Continente, in particolare dell’Europa occidentale, di cogliere la vastità e la storicità dei processi di secolarizzazione e, quindi, di agire tempestivamente per fermarli e/o frenarli. Conseguenza naturale e ineluttabile di una simile miopia è stata la graduale trasformazione dell’anima, dell’identità e del volto dell’Europa, da culla della cristianità a continente ateo. Spesso, ma non sempre, le chiese si accorgono della secolarizzazione in occasione di consultazioni referendarie riguardanti temi etici e legati al diritto della famiglia, ovverosia su temi come interruzione volontaria di gravidanza, eutanasia, divorzio e matrimoni arcobaleno, mentre altre volte vengono coartate ad accettare la realtà dei fatti da eventi traumatici, come gli sciami di violenza irreligiosa, o aggressioni culturali, come la scristianizzazione dei vocabolari. L’Italia, ad esempio, si è scoperta secolarizzata in occasione del referendum abrogativo sul divorzio del 1974; la Francia a causa dei livelli di partecipazione alle messe che rasentano lo zero e degli attacchi cristianofobi in aumento su base annua; e la Polonia, molto più recentemente, a seguito degli accadimenti che hanno scosso l’ultimo quarto del 2020. Similmente ai casi soprascritti, la Chiesa cattolica del Portogallo, patria dei Reis Fidelissimos e storico esportatore del Vangelo, si è accorta di aver perduto prestigio, presa e influenza, tanto nella società quanto nella politica, fallendo nel rallentare l’avanzata dell’ideologia liberal nella sfera culturale e nell’impedire la legalizzazione di aborto, matrimoni (e adozioni) omosessuali ed eutanasia.

Un Paese a maggioranza cattolica? La grande sorpresa delle ultime presidenziali portoghese, stravinte da Marcelo Rebelo de Sousa (il favorito in ogni pronostico), è stato il neonato partito di destra conservatrice Chega di André Ventura. Ventura ha terminato la corsa alla presidenza in terza posizione (11,9% delle preferenze, ovvero 497.746 voti), piaggiando a brevissima distanza da Ana Gomes del Partito Socialista (13%, ossia 540.823), un risultato più che ragguardevole in considerazione delle origini recenti, della carenza di appoggi nella politica tradizionale e dell’antagonismo della grande stampa. La prestazione di Chega, unica forza politica apertamente conservatrice e mirante alla difesa della famiglia naturale e al recupero dei valori sociali e culturali di ispirazione cristiana, è stata letta come l’evidenza che la Chiesa cattolica e il cattolicesimo non sono (ancora) morti nella patria di Vasco da Gama e Pedro Alvares Cabral. Nel dopo-elezioni, però, la legalizzazione dell’eutanasia ha riaperto il dibattito su cosa permanga dell’idea cattolica in Portogallo. La grande stampa ha descritto gli accadimenti che stanno avendo luogo nel Paese iberico, dall’ascesa di Chega all’eutanasia, in termini di realtà a maggioranza cattolica che sta scontrandosi con la secolarizzazione e con la modernità. Si tratta di letture che, tuttavia, non reggono alla prova dei fatti e che, soprattutto, palesano una profonda ignoranza sul Portogallo. Come avevamo scritto sulle nostre colonne nell’ante-presidenziali, Chega avrebbe avuto soltanto un modo per ampliare la propria base elettorale e migliorare le proprie prestazioni, sino ad allora oscillanti fra l’1% e il 5%: diluire la retorica conservatrice con elementi tipici delle forze antisistema, ovverosia la lotta agli sprechi, alla corruzione e alla gerontocrazia. La terza–quasi–seconda posizione è stata conquistata più per merito del cambio di strategia, qui illustrato ed effettivamente avvenuto, che per il programma simil-estadonovista propugnato da Ventura. Del resto, se il cattolicesimo fosse realmente la forza motrice descritta dai censimenti (religione dell’81% della popolazione, dati 2011), partiti che strizzano l’occhio ai valori evangelici, come Chega, non alternerebbero prestazioni fra l’1 e il 5% – aumentabili solo a condizione di eterogeneizzare e laicizzare i loro obiettivi programmatici –, e la politica tradizionale non sarebbe egemonizzata da alcune delle forze progressiste più avanguardistiche d’Occidente.

Una nazione scristianizzata. Sebbene la maggioranza della popolazione continui a dichiararsi cattolica – l’81%, secondo il censimento del 2011 –, i numeri descrivono una realtà postcristiana: il consenso popolare verso il matrimonio omosessuale è al 74% (Eurobarometer, 2019) e verso l’eutanasia è al 50,5% (Istituto Universitario Egaz Moniz, 2020), mentre la legalizzazione dell’aborto è avvenuta a mezzo referendum nel 2007 con il 59,3% delle preferenze. In nessuno dei casi soprascritti, dai matrimoni omosessuali all’eutanasia, la Chiesa cattolica è mai riuscita a concretizzare un’opposizione tanto largheggiante da condizionare ed oscurare i propositi della dirigenza politica. Come accaduto anni or sono per la questione aborto, nei mesi scorsi l’esigua minoranza cattolica aveva chiesto all’esecutivo di sottoporre il fascicolo eutanasia al volere popolare: i risultati di un eventuale referendum, però, avrebbero potuto essere deludenti, anche alla luce dei sondaggi. Se non bastassero i risultati referendari e le magre prestazioni del conservatorismo a decostruire la falsa immagine sul Portogallo che la stampa continua a veicolare e perpetuare, altri dati potrebbero essere utilizzati per corroborare e validare definitivamente la tesi della scristianizzazione. Ad esempio, di quell’81% della popolazione teoricamente cattolico – 83%, secondo il Pew Research Center –, soltanto il 35% frequenterebbe in maniera regolare la messa, ovvero uno su tre. Inoltre, i numeri su affiliazione e osservanza decrescono in maniera inversamente proporzionale all’età, sulla falsariga di una tendenza comune al resto del continente: secondo un recente studio (2018) dell’università Saint Mary di Twickenham, la gioventù lusitana (16–29 anni) sarebbe sostanzialmente divisa tra non credenti (il 42%) e non praticanti (tra coloro che si dichiarano cattolici, il 27% frequenta regolarmente la messa domenicale e il 17% non vi partecipa mai). Dati e fatti alla mano, si può concludere che il Portogallo è una nazione estesamente scristianizzata, dove la religione viene vissuta più per cultura che per fede – il fenomeno dell’appartenenza senza credenza – e, invero, ha cessato di incidere in maniera rilevante nella politica e nella società da oltre una decade. In conclusione, e in assenza di studi approfonditi sull’argomento, su origini e ragioni della decattolicizzazione repentina e multilivello si possono soltanto elaborare congetture basate su ragionamenti intuitivi e deduttivi. Un’ipotesi è che la scristianizzazione sia stata, e sia, la risposta fisiologica di una società che ha sperimentato un quarantennio di conservatorismo imposto coercitivamente dall’alto durante l’Estado Novo (1933–1974) e che, con la fine di un’epoca, ha voluto sposare in toto ogni riforma implementata nel nome del liberalismo e del progressismo per troncare con un passato scomodo e gettato nella damnatio memoriae.

La defenestrazione di Dio da Praga. Emanuel Pietrobon su su Inside Over il 10 gennaio 2021. La Repubblica Ceca è il luogo in cui ha avuto inizio uno dei capitoli più importanti e sanguinosi della storia europea, che ha cambiato per sempre il volto e l’identità del Vecchio Continente. Il 23 maggio 1618, al culmine di una stagione di tensioni fra cattolici e protestanti, il conte Thurn diede ordine di lanciare da una finestra del Castello di Hradcany tre rappresentanti del Sacro Romano Impero, un evento passato alla storia come la “defenestrazione di Praga”. Quel giorno, senza saperlo, il conte Thurn avrebbe messo in moto una catena di eventi dall’epilogo tragico: la guerra dei trent’anni. Nel 1648, dopo tre decenni di battaglie e fra i sette e gli undici milioni di morti, le potenze europee si riunirono nella Vestfalia per scrivere l’immagine della nuova Europa, gettando le basi della modernità: gli stati-nazione. A Praga, culla della tremenda guerra di religione, accadde un fenomeno curioso ma prevedibile – l’interiorizzazione in perpetuum del trauma – che, con lo scorrere del tempo, ha condotto alla defenestrazione del sentimento religioso dalla memoria e dall’identità del popolo ceco.

Cechi, i più atei del mondo. Sondaggi di opinione e dati sull’osservanza religiosa concordano: il popolo ceco troneggia nella classifica dell’ateismo in Europa – anche se il primato sta venendo minacciato dalla crescita straordinaria dell’irreligiosità in Svezia, Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Belgio – ma, tenendo in considerazione i numeri sulla rivoluzione cristiana che sta travolgendo la Cina, potrebbe essere detentore della prima posizione anche a livello planetario. I numeri sono eloquenti: il 72% dei cechi non si identifica in alcun gruppo religioso, il 66% non crede nell’esistenza di Dio, il 68% non prega mai e il 55% non partecipa mai ad una funzione religiosa (Pew Research Center, 2017). Inoltre, un terzo (29%) di coloro che vengono cresciuti con un’educazione religiosa, in primis il cattolicesimo, si allontana dall’istituzione-chiesa in età adulta rientrando nella categoria dei “non affiliati”, l’apripista per la perdita totale della fede. Come osserva il Pew Research Center, i numeri sulla religione si riflettono e trovano riscontro nella vasta e generalizzata adesione a valori, convinzioni e idee di stampo liberale; cosa che rende la Repubblica Ceca un caso-studio sui generis nel panorama dell’Europa centro-orientale. Nel Paese, infatti, si registrano i più alti livelli di accettazione dell’aborto (84%) e del matrimonio omosessuale (65%) dell’intero ex patto di Varsavia. I numeri sulla Cechia risaltano ulteriormente in comparazione alla Slovacchia, alla luce di un matrimonio durato settantaquattro anni: il 69% degli slovacchi crede in Dio ed il 63% si identifica nel cattolicesimo. I cechi che si autodefiniscono cattolici, invece, sono dimezzati dal 1991 al 2017, passando dal 44% al 21% della popolazione totale. Quel 21%, nel prossimo futuro, potrebbe scendere ulteriormente e condurre il cattolicesimo all’estinzione letterale. Secondo un sondaggio del 2018 sulla religiosità dei giovani europei, i cechi fra i 16 e i 29 anni sono più atei dei genitori: il 91% dichiara di non riconoscersi in nessuna religione.

Il ritorno alla superstizione. Il connubio scristianizzazione-ateizzazione non ha comportato l’avvento di una società scientista, votata anima e corpo al razionalismo, perché i sociologi concordano sul fatto che “l’apparente mancanza di interesse nelle forme tradizionali di cristianità è accompagnata dalla popolarità di massa di religioni invisibili ed alternative, che potrebbero essere meglio descritte come credenza nella magia”. Come si può leggere nell’articolo di commento sul sondaggio riguardante la fede dei giovani cechi, “potrebbero anche non essere degli entusiasti frequentatori di chiese, ma molti di loro accettano facilmente l’idea che i chiromanti possano predire il futuro, che gli amuleti possano portare buona fortuna o che le stelle possano influenzare le loro vite”.

Le ragioni dell’ateizzazione di massa. Gli storici cechi concordano nel ricondurre le origini della defenestrazione di Dio alla guerra dei trent’anni. L’interiorizzazione del trauma ha giocato un ruolo determinante, spianando la strada ad un rigetto silenzioso e quasi automatico del religioso dapprima nel campo delle idee e dopo nella dimensione reale, ma è stato l’avvento del comunismo, trapiantato in Cecoslovacchia nel 1948, a cristallizzare ed istituzionalizzare la tendenza. Il comunismo ha potuto trovare terreno fertile in Cecoslovacchia, quantomeno dal punto di vista del progetto di ateizzazione della società, perché ha attecchito su una realtà che si era incamminata verso il rifiuto del divino da almeno tre secoli. Da non trascurare, inoltre, il ruolo del nazionalismo romantico ceco ottocentesco, autore di una rielaborazione ex novo dell’identità nazionale marcatamente ostile al cattolicesimo, ritenuto un’importazione culturale dell’Austria asburgica. La Repubblica Ceca di oggi è figlia degli eventi storici di un passato che, per quanto lontano, è quanto mai vivo e presente. Il trauma bellico è stato interiorizzato in perpetuum e continua a plasmare l’immaginario collettivo, anche se invisibilmente e impercettibilmente, ed è altamente probabile che esaurirà la propria funzione storica e ragion d’essere soltanto a scristianizzazione completata.

Stefano Lorenzetto per il "Corriere della Sera" il 31 dicembre 2020. Nell'ultimo quarto di secolo l'Italia si è allontanata da Dio. Solo 75 cittadini su 100 credono nell' esistenza di un «Essere superiore», prima erano 82; solo 65 pensano che la religione aiuti a trovare il senso profondo della vita, prima erano 80; solo 22 non mancano mai alla messa domenicale, prima erano 30. E poi 38 sono dubbiosi, prima erano 30; 23 ritengono che la fede riguardi le persone più ingenue e sprovvedute, prima erano 5; 76 si dichiarano cattolici, prima erano 88; 30 si ritengono attivi nell' apostolato, prima erano 41. Il sociologo Franco Garelli ha l'hobby della fotografia. Ama immortalare i volti. «Se andassi allo stadio, guarderei più i tifosi che i gol», dice. Il ritratto uscito dalla sua indagine Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell'Italia incerta di Dio (Il Mulino) è talmente dettagliato che la Cei ha deciso di contribuirvi con 100.000 euro, un parziale rimborso ai ricercatori coinvolti. Anche se molte immagini restano nel cassetto. Per esempio, durante la messa nella chiesa della Gran Madre di Dio, a Torino, Garelli si è accorto che uno dei presenti registrava l' omelia di don Paolo Fini, parroco di frontiera applaudito anche per gli strali lanciati contro il sindaco Chiara Appendino. «Alla fine una signora s' è avvicinata al fedele e gli ha chiesto: "Scusi, ma perché usa il magnetofono?". L'altro ha risposto: "Così poi a casa riascolto e medito". E l'anziana: "Ah, non lo fa per cambiare vita!"».

Una condizione che riguarda il Paese.

«Negli ultimi 25 anni i non credenti sono cresciuti del 30%, mentre le altre fedi sono passate dal 2 all' 8%. È un cattolicesimo stanco. Già nel 1998 il cardinale Carlo Maria Martini distingueva i cristiani in quattro gruppi: della linfa, del tronco, della corteccia, del muschio. I primi, convinti e attivi, rappresentano il 22%; i secondi, non sempre attivi, il 30%; i terzi, attaccati all' albero per tradizione e cultura, sono la maggioranza, il 44%. Infine vi è un 4% di critici che si riconoscono soltanto in alcune idee del cattolicesimo».

Comunque c'è l'avanzata degli atei.

«Ma non come in altri Paesi, dove ormai costituiscono la metà della popolazione. Da noi prevale una religiosità fai da te e si ricorre alla Chiesa nei momenti clou dell' esistenza. Fatto curioso, perché non viviamo più in un mondo di destino bensì in un mondo di scelte».

Che cos' è accaduto negli ultimi cinque lustri per giustificare questa situazione?

«È diminuita la pratica religiosa. I riti sono ritenuti facoltativi. La preghiera assidua, che un tempo coinvolgeva il 60% della popolazione, oggi riguarda il 40%».

Lei è cattolico, giusto?

«Da bambino servivo messa. Fui ricevuto in udienza a Castel Gandolfo da Giovanni Paolo II nel 1996. Trascinava i piedi con una tenacia incredibile. E quei due occhi... Folgoranti. Il sacro fragile».

Lo chiedo al cattolico: si può essere credenti senza messa e senza preghiera?

«Come nutri la fede? C'è un cammino di ricerca o non c'è nulla? Oggi il bisogno religioso è più un'intenzione che un' esperienza, questo ci dice l'indagine».

Però non mi ha risposto.

«Un cristiano va a messa e prega, certo. Ma le persone danno molta più rilevanza alla condizione soggettiva».

Per loro la messa è un rito ripetitivo.

«È il limite della religione di maggioranza. Basterebbe cercare la temperatura alta nelle parrocchie di elezione, nei luoghi di riflessione, carità, volontariato».

Avete interpellato più di 3.200 persone tra i 18 e gli 80 anni. Gli italiani in questa fascia di età sono 42 milioni. Un campione dello 0,0076% è rappresentativo?

«Dal punto di vista statistico è un valore elevatissimo. Potevamo sceglierne appena 500, come fanno altri. Con l'Ipsos ho deciso di tenere i numeri molto alti per identificare meglio i sottogruppi».

Tanto poi, come mi raccontò Antonio Golini, docente di demografia, «serve sempre "una manaccia" che combini i dati e dia loro robustezza», così sosteneva il suo maestro, Giuseppe Pompilj, che insegnava calcolo delle probabilità.

«Il compianto cardinale Anastasio Ballestrero, arcivescovo di Torino, veniva alle mie conferenze. Ero fortunato a non annoiarlo: altrove a metà relazione si metteva a sfogliare un giornale. Alla fine si complimentava con me: "Bravo! Solo che per voi sociologi è tutto facile. Quando un dato non vi piace, lo correggete". C'è chi sostiene che la Chiesa non teme le statistiche, ma fa di tutto per cambiarle».

Quanto è durata l'indagine?

«Un anno e mezzo, lavorandoci in tre».

Non desta sospetto che a finanziarla sia stata la Conferenza episcopale?

«Capisco l'obiezione, ma l' aiuto di enti o fondazioni è prassi comune. Il vescovo Nunzio Galantino, all'epoca segretario della Cei, l'ha vista come una sfida. Alla fine non era affatto meravigliato dai dati. I preti stessi mi descrivono una situazione persino peggiore di quella emersa».

Tre quarti degli italiani credono. Allora perché quel titolo, «Gente di poca fede», che riecheggia un'ammonizione di Gesù nel Vangelo di Luca?

«Non è uno stigma. Segnala semplicemente che nelle religioni oggi prevale più un'attenzione culturale che spirituale. C'è un dato significativo: il 69% ritiene che non sia anacronistico credere in Dio. Non esiste un muro a separarci dalla fede. La chiamerei accettazione della biodiversità religiosa. Difficile scorgere in giro non credenti granitici».

È ciò che mi disse 15 anni fa monsignor Gianfranco Ravasi: «Mancano gli atei autentici, per i quali non credere, alla Nietzsche, o anche seguire la via del male, alla Sartre, era pur sempre una scelta lacerante, sofferta».

«Chi crede sa che è faticoso credere. Chi non crede sa che è faticoso non credere. Un riconoscimento reciproco».

Fin dalla seconda riga del suo saggio lei pone l'accento sulla crescita dell' ateismo e dell' agnosticismo tra i giovani.

«Fra i 18 e i 34 anni si riscontra la quota più alta, dal 35 al 40%, di coloro che si dichiarano senza Dio, senza preghiera, senza culto, senza vita spirituale».

Non credono in Dio, però fra di loro le bestemmie sono diventate interiezioni.

«Un modo per far colpo, accentuare le differenze, dichiararsi al di sopra delle regole. Sono esasperazioni della generazione "senza", in larga parte anche senza lavoro e senza prospettive di futuro».

Questo, secondo lei, «getta una luce sinistra sulle sorti del cristianesimo».

«Si guardi attorno: è una Chiesa stanca, composta più da corpi lenti che da corpi freschi e tatuati, più da teste bianche o calve che da teste folte o rasate. Le liturgie del clero anziano sono in sintonia con gli adagi della vita anziché con gli allegri. Ma se i preti inventano proposte vivaci, i giovani impegnati arrivano».

I matrimoni con rito religioso a partire dal 2018 risultano meno di quelli celebrati in Comune. Sono circa il 50%, mentre negli anni Novanta erano l' 80%.

«È la crisi del matrimonio tout court, aggravata dal prurito verso qualsivoglia impegno pubblico. Si pensa che sia sufficiente suggellare il vincolo in privato».

Il 46% degli intervistati è contrario all'8 per mille alla Chiesa cattolica.

«Un dato inedito, acuito dalla crisi del welfare. Si accusa la Chiesa di essere ricca e si vorrebbe che lo Stato destinasse questo miliardo di gettito ad altri bisogni. In compenso 50 su 100 sono favorevoli all' ora di religione a scuola e 70 su 100 al crocifisso negli uffici pubblici».

E 40 su 100 sono «cattolici culturali».

«Il gruppo cresciuto di più negli ultimi 20 anni. Anziché tagliare il cordone ombelicale, si mettono in stand by. Ma se individuano una figura significativa, si attivano. Sono stato preside nella facoltà che fu di Norberto Bobbio e fra i doveri di rappresentanza vi erano i funerali, ai quali talvolta arrivavo in ritardo. Finivo così tra il popolo delle colonne, in fondo alla chiesa. E lì trovavo facce non proprio da sacrestia che all' omelia mi stupivano: "Zitto, fammi ascoltare"».

Solo il 20% degli italiani nega la liceità morale dell' aborto in qualsiasi caso.

«L' 83% lo accetta se vi sono gravi rischi per la salute della madre, il 78% se sussistono probabilità di malformazioni, il 70% se la gravidanza è conseguenza di uno stupro. Il diritto all' obiezione di coscienza del personale medico, riconosciuto dal 59% dieci anni fa, ora è ammesso solo dal 36%».

Il 63% è favorevole all' eutanasia.

«Una percentuale raddoppiata e assai vistosa, considerato che 76 su 100 si dichiarano cattolici. Un segno dei tempi. Significa che la questione interpella nell' intimo le persone, le famiglie. Prevale invece la cautela su altre frontiere della bioetica, come l' utero in affitto, accettato solo dal 20% del campione».

L' eclissi del sacro non sarà uno dei tanti malesseri provocati dal benessere?

«Senz'altro. Eppure, come 25 anni fa, 60 su 100 sentono che Dio li protegge».

La secolarizzazione deriva da 75 anni di pace? Il vescovo castrense Angelo Bartolomasi pronunciò nel 1915 una frase oggi attribuita per errore a Marcello Marchesi: «In trincea non ci sono atei».

«Siamo in guerra contro la pandemia. Ho svolto un' altra indagine a fine marzo: il 20% ha dichiarato che prega di più».

La sua fede non ha mai vacillato?

«Peter Berger avrebbe detto che è ricca di dubbi. Però mi apre vasti orizzonti».

All' Università di Torino era rispettato?

«Sono allievo di un grande laico, Luciano Gallino, che dopo la tesi di laurea su giovani e religione m' invitò a rimanere al suo fianco. Gli obiettai: ma qui si studia la lotta di classe. E lui mi rispose: "Vedrà che fra qualche anno i suoi temi diventeranno di stretta attualità"».

Dove si sente d' essere più vicino a Dio?

«In montagna, a Mandriou, sopra Champoluc. Lì il tempo è scandito da una meridiana del Settecento che reca questa scritta: "Je decline vers l' éternité"».

·        L’ultima Religione.

Se l’ambientalismo diventa ideologia la citta va fuorispista. Antonio Ruzzo il 20 giugno 2021 su Il Giornale.  C’è un filo sottile che separa l’ambientalismo dall’ideologia, dalla convinzione che le sorti del Pianeta possano essere interamente nelle mani dell’uomo. Così non è, ovviamente, ed è un attimo che quel filo si spezzi. Sembra un po’ quello che sta accadendo in città, dove la «crociata» ambientalista del sindaco Sala e di alcuni suoi assessori rischia di portare Palazzo Marino su posizioni lontanissime dalla realtà milanese, in una città «parallela» che ignora proteste, disagi, difficoltà economiche esigenze che il post pandemia impone per una ripartenza economica che dire incerta è essere ottimisti. E quando l’ambientalismo diventa ideologia cancella soprattutto il buonsenso. Le piste ciclabili di per sè non sono un problema. É sacrosanto che una città organizzi la sua mobilità al meglio possibile e le bici sono un’ottima alternativa. Un’ottima alternativa, appunto. Non l’unica soluzione possibile. A parte che non tutti possono o sono in grado di pedalare, una città come Milano per muoversi, lavorare, trasportare ha bisogno di un piano di mobilità concreto e non ideologico che metta mano, ad esempio, all’organizzazione del trasporto pubblico che durante l’emergenza ha mostrato qualche limite e che riveda, altro esempio, gli orari di consegna delle merci, che ipotizzi un carico-scarico notturno magari utilizzando anche le metropolitane, che immagini la possibilità di creare hub di smistamento fuori dalle circonvallazioni per camion e furgoni con navette elettriche che poi entrano in città per consegnare porta a porta. Cose concrete, ma non se ne parla. La deriva ideologica di Palazzo Marino è di andare avanti sommando chilometri e chilometri di ciclabili senza dubbi e senza sentir ragioni investendo un sacco di danè che magari sarebbero più utili per rimodernare una rete elettrica «antica» che in questi giorni di caldo e di condizionatori accesi non tiene botta. Una deriva che ha portato a una politica fatta di annunci che sogna una città libera e felice dove l’urbanistica è solo «tattica», dove le periferie sono «green e friendly», dove non ci sono auto nè parcheggi (perchè se non ci sono le auto non servono) e dove in strada non si può più neppure fumare una sigaretta. Dalla viabilità all’ambiente alla sicurezza è un furbo «zigzagare» alla ricerca del consenso inseguito con la scorciatoia degli slogan che alla lunga però finisce per scavare un solco profondo con le esigenze di chi si ritrova a fine mese con un negozio che non incassa, con gli stipendi da pagare, con le bollette sulla scrivania. E in questi casi per far tornare i conti l’ideologia serve a poco. Sarebbe meglio, molto meglio, un buon amministratore di condominio…

Se permettete parliamo di calcio: religione vera, profana e senza dei. Augé è stato il primo a individuare il carattere sacrale simile a una fede. Umberto Pagano su Il Quotidiano del Sud il 20 giugno 2021. Marc Augé, il famoso antropologo “padre” dei non-luoghi – categoria abusata che pure ha avuto il merito di stimolare il dibattito sullo sfilacciamento identitario e di radicamento storico sociale degli spazi e delle relazioni nell’epoca post-industiale – in un suo breve saggio proponeva di interpretare il calcio alla stregua di un fenomeno religioso (Augé M., Il Calcio come fenomeno religioso, EDB, 2016). Degli ipotetici etnologi extraterrestri – fantastica Augé – osservando dinamiche e rituali del fenomeno calcistico umano, senz’altro avanzerebbero l’ipotesi che si tratti di una peculiare religione degli umani, una religione senza Dei, ma pur sempre una religione. Ad essere chiamata in causa è la visione durkheimiana della religione come proiezione delle caratteristiche della comunità su un apparato simbolico-rituale condiviso che consente rappresentazioni collettive e celebrazioni che consolidano i legami sociali, i valori e l’armonia del gruppo. È una prospettiva affascinante quella di Augé, ancorché non del tutto convincente. Per Durkheim la religione attiene al sacro e si separa nettamente da ciò che è profano. Il calcio è invece profondamente intrecciato agli aspetti quotidiani e profani. Invece, all’opposto, si potrebbe affermare che il brodo rimedializzato della imagosfera in cui siamo immersi mischiando e “contaminando” ogni cosa, continuamente, erode il concetto stesso di sacro. Scimmiottando la stessa celebre locuzione di Augé, potremmo perfino dire che andiamo sempre più verso un depotenziamento e una diluizione del sacro, verso una società del non-sacro. Ma religioso o non religioso, il fenomeno calcio ha senz’altro una forte dimensione ritualistica, sprigiona una strapotente energia di generazione di un NOI, di un qualcosa di collettivo, di condiviso. Basti pensare alla Nazionale e a come ricchi e poveri, giovani e anziani, borghesi e proletari (per i nostalgici marxisti), guardie e ladri, destra e sinistra, carnivori e vegani, Nord e Sud, fiorentini e juventini… improvvisamente e “magicamente” si fondano in una unità pronta a vibrare all’unisono per un’accelerazione di Chiesa (giusto per rimanere in ambito religioso…) o per un goal di Immobile. Su una cosa Augé ha ragione: il calcio costituisce un fatto sociale totale. Sia perché finisce per riguardare una molteplicità di dimensioni, eventi, istituzioni, dinamiche, soggetti, business etc., sia perché è particolarmente permeabile all’analisi sociologica da diverse e interessanti prospettive. Tanto per cominciare è, in sé stesso, “doppio”: spettacolo di massa e pratica. Come forma spettacolare, inoltre, vede germogliare al suo interno una ulteriore dualità, in quanto gli spettatori e i tifosi sono parte dello spettacolo stesso e contribuiscono a co-generarlo. Come “pratica” dilettantistica, invece, esso è sufficientemente diffuso da essere classificato e analizzato come fenomeno di massa. Se ci pensate, non accade per molti altri fatti sociali. Dal mio punto di vista, l’aspetto più affascinante del calcio è che, a vari livelli e con dinamiche curiosamente sincretistiche (es. i tifosi di squadre fortemente antagoniste che improvvisamente si ritrovano a soffrire e gioire per la Nazionale che li accomuna), esso è fonte di una emotività forte, convergente e plateale. Nell’ambito di una società che progressivamente ha represso le dinamiche di espressività incontrollata, perché fattore di destabilizzazione dell’ordine costituito, il fenomeno calcistico costituisce – per usare le parole di Alessandro Cavalli – “una sorta di enclave in cui è socialmente consentito, a certe condizioni, conservare un comportamento moderatamente eccitato”; insomma un “controllato decontrollo dei controlli”, come sintetizzò magnificamente Norbert Elias. Maurizio De Giovanni è più noto come giallista che come esperto di calcio (è il creatore del Commissario Ricciardi e dei Bastardi di Pizzofalcone), ma uno dei suoi libri più interessanti è dedicato al calcio, al tifo e, ovviamente, al “suo” Napoli (Il resto della settimana, BUR, 2016). È un meta-testo sulla gestazione di un testo, in cui si narra di un professore universitario appena pensionato che decide di scrivere un saggio divulgativo sul tifo calcistico, a partire dalla raccolta delle “chiacchiere da bar” (bar e pub sono da sempre luoghi chiave di celebrazione dei rituali dialettico-calcistici) e delle narrazioni di tifosi di ogni età e ceto. Vuole finalmente capire il professore, andare a fondo, superare la sua incapacità di comprendere a pieno il senso del tifo, il suo scetticismo agnostico e un po’ snob nei confronti del coinvolgimento viscerale dei tifosi, del loro subbuglio emotivo di fronte a cose in fondo banali, come una vittoria o una sconfitta in una partita di pallone. In una delle sue conversazioni col proprietario del bar che ha scelto per la sua indagine il professore dirà: «Io una cosa continuo a non capire. Molti di questi sono colti, raffinati (i tifosi, N.d.A.). Gente intelligente, che fa lavori impegnativi e di alta responsabilità. Non possono non rendersi conto di quanto non valga la pena di soffrire tanto, nel tessuto di un’esistenza che riserva comunque avversità nella professione, nei rapporti sociali, nelle relazioni familiari. Il passatempo, perché di passatempo si tratta, dovrebbe essere un’isola felice, un luogo dell’anima in cui ci si rifugia proprio per non soffrire. Ma perché offrirsi a qualcosa che ti può far stare male?».

E Peppe, il barista, dopo averci pensato un po’ risponde: «Ma tu, Professo’, proprio tu che hai tanto studiato le persone e quello che provano, non puoi sottovalutare la passione».

«In che senso?».

«Nel senso che secondo me è sbagliata la prospettiva. Tu non devi guardare quello che la gente ha nella vita, quindi i dolori, le avversità, le sofferenze, ma quello che non ha. O che non ha abbastanza».

«Cioè?».

«L’entusiasmo. Lo scoppio di una gioia imprevista e improvvisa. E soprattutto la condivisione: abbracciarsi urlando, saltellare tenendosi per mano, inveire insieme, perfino scoppiare a piangere uno sulla spalla dell’altro. Tu citami quante volte, nella normale vita di un adulto contemporaneo, ti può capitare, se escludi il pallone».

Bill Shankly, il leggendario allenatore del Liverpool degli anni ’60, disse una volta: “Alcune persone credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Sono basito da questa cosa. Posso assicurarvi che il calcio è molto molto di più di questo”.

Covid, Chiesa sottomessa alla nuova religione terapeutica. Diego Fusaro su Affari Italiani il 15/4/2021. Così leggiamo su "La Repubblica", rotocalco turbomondialista, voce del padronato cosmopolitico e ultimamente anche grancassa del nuovo Leviatano terapeutico: "Il prete no-mask di Vanzago trasferito: invitava a non usare la mascherina e criticava le norme anti-Covid" (13.4.2021). È la triste storia di Don Diego Minoni, parroco della chiesa dei Santi Ippolito e Cassiano, colpevole di non essersi piegato al nuovo ordine terapeutico e, di più, di aver esortato i suoi fedeli alla disobbedienza civile e a non barattare la libertà per la sicurezza del bios. Quel che colpisce in questa vicenda è il fatto che ad aver, per così dire, sanzionato il prete è stata direttamente la Chiesa, non il potere mondano: Chiesa la quale, trattando don Diego come un eretico, ha dunque, ancora una volta, preso apertamente posizione a sostegno del nuovo ordine pandemico e della nuova modalità di governo delle cose e delle persone. La vicenda mi pare istruttiva, giacché avvalora la tesi a suo tempo formulata da Ernst Bloch in "Ateismo nel cristianesimo". Secondo Bloch, esisterebbero due correnti diverse e anzi opposte interne al cristianesimo: da un lato, la corrente calda, che nel nome del regno dei cieli si oppone alle storture del regno terreno e arriva perfino a battersi per il rovesciamento del potere; dall'altro, la corrente fredda, che in maniera diametralmente opposta fa da stampella per il potere, scomunicando chiunque osi ad esso contrapporsi. Ebbene, la vicenda di Don Diego mostra in modo adamantino la compresenza, nella medesima istituzione e nel medesimo tempo, di entrambe le correnti. Che quella di Bergoglio e della Chiesa di Roma sia incontrovertibilmente la corrente fredda del Cristianesimo, in specie in relazione al nuovo ordine terapeutico (ma poi anche in connessione con il globalismo del blocco oligarchico neoliberale), lo suffraga il trattamento riservato a don Diego, colpevole di non essersi piegato al potere egemonico che si nasconde oggi dietro il lessico medico-scientifico. Insomma, rivendicare dall'altare la non sacrificabilità delle libertà e dei diritti in nome della salute è assai più grave, a quanto pare, che svuotare dall'interno il cristianesimo in nome dell'ideologia del global-capitalismo e della ovunque imperante dittatura del relativismo. Come più volte ho evidenziato, fin dalla epifania del coronavirus la Chiesa di Bergoglio è divenuta pavida ancella della nuova religione terapeutica: religione che promette la salvezza del corpo e che in nome di essa chiede di sacrificare tutto il resto. Messe via streaming, accettazione dell'ordinaria disumanità del distanziamento sociale, sospensione della estrema unzione per i malati di covid, acquasantiere di gel sanificante all'ingresso delle chiese, aperta tematizzazione da parte del sommo pontefice della obbedienza alle norme del governo. I virologi hanno esautorato i teologi, con la conseguenza che ove ancora si diano preti che credono in Dio più che nella religione terapeutica, subito vengono puniti dai nuovi adepti del culto sanitario. Se Gesù Cristo sanava i lebbrosi e se San Francesco li abbracciava addirittura, la Chiesa di Bergoglio ha scelto di adeguarsi al nuovo noli me tangere della contactless society propria dell'ordine terapeutico del distanziamento sociale, del controllo biopolitico totale e del culto del Sacro Dogma medico-scientifico.

Diego Fusaro (Torino 1983) insegna storia della filosofia presso lo IASSP di Milano (Istituto Alti Studi Strategici e Politici) ed è fondatore dell'associazione Interesse Nazionale (interessenazionale.net). Tra i suoi libri più fortunati, "Bentornato Marx!" (Bompiani 2009), "Il futuro è nostro" (Bompiani 2009), "Pensare altrimenti" (Einaudi 2017).

Jacques Ellul con la Bibbia e contro lo Stato-diavolo. Le Scritture (quelle non edulcorate) condannano sempre la dominazione dell'uomo sull'uomo. La Chiesa invece...Camillo Langone - Gio, 25/03/2021 - su Il Giornale. «Il Dio della Bibbia è prima di tutto colui che libera l'uomo da tutte le schiavitù» scrive Jacques Ellul in Anarchia e cristianesimo (Eleuthera) precisando che libera l'uomo perfino dallo Stato. Ma come, era un antistatalista il signore dalla barba bianca che sul Sinai impresse col proprio potentissimo dito le Tavole della Legge? Secondo Ellul, teologo protestante francese morto nel 1994, sì. Chiaro che questo saggio è una boccata d'ossigeno al tempo dell'asfissiante alleanza Governo italiano-Cei, e di un Papa in campagna elettorale permanente a favore dei socialisti di tutto il mondo. A un simile testo il tempo ha giovato: nel 1988, anno della prima pubblicazione, a Roma c'era un Giovanni Paolo II dei totalitarismi nemicissimo, e non poteva apparire indispensabile come appare oggi...Il conflitto tra Gesù e il potere è noto, se non altro perché fu il potere a metterlo in croce. Ma il bello di Anarchia e cristianesimo è l'individuazione di una vena di libertà che scorre senza interruzioni dalla prima all'ultima pagina della Bibbia. Si sa che i nemici della fede sono soliti enfatizzare le differenze fra Antico e Nuovo Testamento, cercando di mettere il Figlio, dipinto come ribelle, contro il Padre, presentato come tiranno amico dei tiranni. Ellul confuta questi maliziosi, o maligni, con citazioni scritturistiche che dimostrano «una straordinaria costanza del sentimento antimonarchico, se non addirittura antistatale». Mosè, Sansone, Debora, Gedeone erano profeti e non re, non capi di Stato. E i profeti non facevano che criticare i sovrani, perfino Davide, perfino Salomone che «inizia bene il suo regno: ma poi il potere lo stordirà proprio come gli altri». Il versetto capace di mandare in visibilio il devoto libertario è Giudici 17,6: «In quel tempo non c'era un re in Israele; ognuno faceva quello che gli pareva meglio». Dev'essere uno dei tanti versetti biblici silenziati, ci voleva Ellul per ridargli voce e farlo cantare a dovere. Il Libro dei Giudici non sono sicuro di averlo letto per intero ma l'Ecclesiaste lo leggo, lo compulso, lo sottolineo da decenni, eppure non ricordavo il versetto 8,9. Perché il testo Cei 1974 (la consumatissima Bibbia in mio possesso) risulta stranamente blando rispetto al testo Cei 2008. Che invece, verifico su internet, dice così: «Un uomo domina sull'altro per rovinarlo». Il teologo francese adotta una versione ancora più icastica: «L'uomo domina sull'altro uomo per renderlo infelice». Ecco svelata l'essenza del potere, grazie alla Parola di Dio che smantella un secolo abbondante di panzane circa l'impegno dei cattolici nelle istituzioni, e smentisce addirittura Papa Paolo VI che, non cristianamente bensì democristianamente, si spinse a definire la politica «la forma più alta di carità» (io ancor prima di leggere Anarchia e cristianesimo mi attenevo alla formula «né eletti né elettori» coniata da don Giacomo Margotti nel lontano, ma solo all'apparenza, 1861). Il passaggio definitivo sulla negatività dello Stato lo troviamo nel Vangelo, quando nel deserto il diavolo promette a Gesù, in cambio della soggezione, tutti i regni del mondo. Pertanto, fa notare Ellul senza possibilità di replica, «coloro che detengono un potere politico l'hanno ricevuto dal demonio e dipendono da lui!». Potrei concludere qui ma sarebbe un peccato tralasciare l'Apocalisse con la visione dei relativi mostri: per l'autore anarco-cristiano la Bestia della terra rappresenta il potere politico e la Bestia del mare la propaganda. Insomma sono il Leviatano di Hobbes con in più la prefigurazione del pensiero unico capillarmente diffuso attraverso internet, e imposto dalla censura dei social. Ma allora come mai «tutte le Chiese hanno scrupolosamente rispettato e spesso sostenuto l'autorità dello Stato, hanno fatto del conformismo una virtù maggiore, hanno trasformato un messaggio libero e liberatorio in una morale»? Tutta colpa di Costantino che fece della religione cristiana un instrumentum regni. Dimentichi della Parola di Dio, Trono e Altare si allearono. O meglio: l'Altare, in cambio di privilegi e quieto vivere, si fece strumentalizzare dal Trono. Nel giro di un solo anno il cristianesimo si ribalta: ancora nel 313 il sinodo di Elvira vieta a tutti coloro che hanno un incarico pubblico, ancorché pacifico, di partecipare alla messa, già nel 314 il concilio di Arles, convocato guarda caso dall'imperatore, scomunica i soldati che disubbidiscono ai superiori. Diciassette secoli dopo i vertici della Chiesa continuano a raccomandare l'ubbidienza allo Stato (perfino allo Stato cinese, vedi accordo Pechino-Vaticano sulla nomina dei vescovi), e un cristiano deve leggere questo libro per ricordarsi che Cristo il potere lo ha «considerato con disprezzo, rifiutandogli ogni autorità».

L’era dell’ultima religione: dall’eugenetica alla pandemia. Cristiano Puglisi il 23 dicembre 2020 su Il Giornale. C’è un filo sottile che collega certo ecologismo ideologico, ben rappresentato dalla più recente icona del progressismo liberal, Greta Thunberg, e una forma di cieca e assoluta fiducia nella tecnologia e nella scienza, che permane anche quando queste ultime non riescono a dare certezze, come è avvenuto, purtroppo, durante la pandemia globale di Coronavirus tutt’ora in corso. Ambientalismo e scientismo acritico sembrano infatti presentarsi, anche e paradossalmente in un’epoca segnata, più che dalla laicità, da un diffuso atteggiamento laicista, come due tra i molteplici aspetti di una nuova forma di pseudo-religiosità, caratterizzata, come le vere religioni, da un approccio assolutamente fideistico. È quella che due autori di grande competenza nei rispettivi campi, come il saggista ed esperto di religioni orientali Gianluca Marletta e il medico e saggista Paolo Gulisano, cultore di Storia della medicina, hanno definito, nel loro ultimo saggio, edito da Giubilei Regnani – Historica Edizioni, “L’ultima religione”. Tale definizione, peraltro, è anche il titolo del saggio. Che va letto partendo da un presupposto: quello che, come spiega Marletta, “l’uomo a-religioso non esiste. Può esistere chi non crede nel ‘trascendente’ ma non chi non crede a nulla. Le ideologie della modernità, in larga misura atee, sono state delle ‘religioni’ a tutti gli effetti. C’è chi non crede in un Principio superiore ma, al contempo, crede fermamente in un Caso onnipotente che può generare la vita, l’intelligenza e l’uomo per pura ‘fortuna’. Ogni atto della vita, in qualche misura, è un ‘atto di fede’. Peraltro, nel mondo attuale, il materialismo ateo modello ottocentesco è ormai passato abbastanza di moda: il ‘mondo nuovo’ che da qualche parte si ha in progetto di creare non sarà assolutamente a-religioso, benché potrà rifiutare le Religioni intese in senso tradizionale. Per questo abbiamo definito Ultima Religione l’ideologia oggi imposta globalmente: una religione coi suoi dogmi, i suoi precetti validi per le masse, i suoi ‘prodigi’ e persino, come vedremo, con una sua apocalittica ed una sua escatologia”. “L’ultima religione – aggiunge Paolo Gulisano – è una forma di idolatria: un mix di buonismo, di ecologismo, di Cristianesimo senza Cristo. Ma non solo: in un mondo che non crede più in Dio, cosa rimane? I dogmi dello scientismo. Non è Dio che salva, ma un farmaco prescelto e annunciato dallo stesso Nuovo Ordine Mondiale. Ciò perchè tra i nuovi idoli c’è la Dea Salute. Una divinità alla quale si è pronti a sacrificare tutto, a partire dalle libertà”. Le origini di questa moderna pseudo-religione vengono individuate dai due autori in una circostanza storica ben definita: quella dell’Impero Britannico del XIX secolo. “L’ideologia dominante del mondo odierno – spiega infatti Marletta- è "malthusiana" ma molti punti di vista: denatalismo, dissoluzione dei legami familiari, controllo della popolazione, sono tutti concetti che derivano da Malthus. Naturalmente, si tratta di un malthusianesimo 2.0, colorato d’arcobaleno, riverniciato a volte della retorica sentimentale dei ‘diritti’ e della ‘difesa dell’ambiente’, purificato dai più indigesti presupposti razzisti e classisti che andavano di moda nell’800 inglese… ma della stessa ideologia stiamo parlando”. “Ormai da più di mezzo secolo – prosegue Gulisano – si sta diffondendo e imponendo nella cultura una mentalità ossessionata dal problema della sovrapopolazione. Dal Club di Roma ai giorni nostri questa ideologia ha sostenuto la necessità di una drastica riduzione delle nascite. Qualcuno pensa che la stessa epidemia e i mezzi utilizzati per affrontarla non siano altro che la soluzione finale a questo ‘problema’. Le virgolette sono d’obbligo, perché in realtà se nel mondo ci sono ampie sacche di miseria, la causa non è certo nel fatto che “siamo in troppi”, ma nel fatto che le risorse non sono distribuite secondo giustizia. Anzichè ridurre i commensali a tavola, occorrerebbe aumentare le portate”. Se, però, la rivoluzione industriale che determinò l’egemonia di quel Regno Unito dell’Ottocento nel cui seno fu partorito il pensiero malthusiano contribuì in maniera determinante all’eclisse del sacro, in futuro “il ‘mondo nuovo’ propugnato dalle elìte – come spiega ancora Marletta –  non sarà necessariamente anti-religioso (non stiamo più nell’800 o nella prima metà del 900): l’importante è che le Religioni tradizionali vengano svuotate di contenuto, ‘purificate’ da intralci dottrinali o etici, dal riferimento al Principio divino – possiamo parlare più di uno psichismo che di uno spiritualismo – rese liquide per essere colate nello stampo anodino e sincretico dell’Ultima Religione. Da questo punto di vista, anche alcune autorità religiose ‘tradizionali’ sembra stiano lavorando alacremente…”. “Nel corso della storia – sostiene inoltre Gulisano – è avvenuto spesso che alcune religioni diventassero Instrumenta Regni, delle organizzazioni poste al servizio della politica, braccia armate del potere. Oggi si vorrebbe che ciò diventasse la norma. Il Cristianesimo fin dalle origini si è posto come radicalmente alternativo al mondo. Oggi purtroppo assistiamo ad un appiattimento della Chiesa Cattolica – la Chiesa 2.0, la New Church, o addirittura Fake Church come viene definita da qualcuno- sul mondo, sulle sue parole d’ordine, sulle sue agende. Gesù Cristo duemila anni fa disse ai suoi discepoli: Voi siete nel mondo, ma non siete del mondo. Oggi sembra che i vertici ecclesistici se ne siano dimenticati”. Nel libro non mancano diversi riferimenti al Coronavirus. Un evento che certe elité hanno accolto più come un’opportunità che come una drammatica catastrofe… “Come é stato ribadito per decenni da numerosi "uomini di spicco" – commenta Gianluca Marletta – i grandi cambiamenti necessitano di grandi crisi. Da questo punto di vista, è persino secondario chiedersi se il Covid sia stato una "fatalità" naturale o non piuttosto un evento indotto (anche se sul libro ci siamo posti anche questa domanda). L’importante è l’effetto prodotto: un’accelerazione straordinaria verso il Great Reset, un passo decisivo verso il "mondo nuovo"“. “L’arrivo del virus- sulla cui origine ci sono ancora molti misteri irrisolti- ha rappresentato – gli fa eco Gulisano – l’occasione a lungo attesa per iniziare una rivoluzione economica, sociale, politica, e perfino antropologica. Non si vuole solo cambiare le società: si vuole anche cambiare l’uomo. E’ la minaccia inquietante del Transumanesimo. Uno scenario che certamente ricorda le più spaventose distopie letterarie del ‘900. E quel che preoccupa di più è la debolezza dell’antagonismo a questo disegno, che sembra avanzare come in una guerra-lampo trovando scarsa resistenza”. Nel libro gli autori parlano, al riguardo, di “apocalisse atea”. “L’ideologia dominante al giorno d’oggi – spiega al riguardo Marletta – ha una coloritura fortemente apocalittica, pur non avendo un riferimento specifico al Trascendente. Basti vedere quanti continui allarmi globali (anche prima del Covid) caratterizzano gli ultimi anni (allarme clima, catastrofe climatica imminente, ecc.) con tanto di previsioni precise sul punto di non ritorno dell’umanità che sarebbero degne di un veggente… L’Ultima Religione non manca della sua apocalittica, come abbiamo detto. Anzi: ha un’impostazione escatologica piuttosto evidente e prorompente”. “Il nostro libro – conclude Paolo Gulisano – si propone di aprire gli occhi ai lettori sullo scenario inquietante che si sta profilando. In questo momento storico occorre avere una mente libera, occorre avere delle coscienze salde. E bisogna aver chiaro che di fronte alla marea montante di questa rivoluzione occorre salvare il seme, cioè l’essenziale, la verità sull’uomo. Poi, passata la tempesta, bisognerà tornare a seminare…”.

·        Chi odia Gesù.

"La sessualità di Cristo": perché il fallo di Dio è stato ostentato e poi nascosto per secoli. La Repubblica il 4 ottobre 2021. Tra il 1400 e il 1600 centinaia di opere di pietà religiosa esibiscono il fallo di Gesù, ma tutto questo è passato sotto silenzio per cinque secoli. Così la pensava lo storico dell'arte Leo Steinberg quando scrisse il saggio "La sessualità di Cristo" (il Saggiatore, 1986) e analizzò oltre 120 opere per scavare nelle radici mitiche di questa sessualità ostentata. Affondano nell'umanità di Cristo. Perché siamo umani? Perché siamo mortali e ci riproduciamo. Così doveva apparire il figlio di Dio incarnato.

Un racconto umano che ci emoziona. La rivoluzione di Gesù vista dagli occhi dei bambini. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 9 Settembre 2021. La “guardia reale”, gli angeli, i “guerrieri dello spirito”, dall’alto della loro fortezza nei cieli sorvegliano le “cose” umane. Soprattutto obbediscono agli ordini ricevuti e uno di loro si precipita ad annunciare a Maria e Giuseppe una realtà e un futuro sorprendenti. Ma anche sorvegliano, sovrintendono il percorso terreno di Gesù. Storditi un poco, nella misura in cui non capiscono bene che cosa stia accadendo. Quando Gesù è nel deserto, tentato dal diavolo, cercano di intervenire per sottrarlo e proteggerlo ma comprendono che un intervento non è necessario. Angeli: un po’ adulti, un po’ bambini, strapazzati dalle guerre quando erano sulla terra, sofferenti per le ingiustizie del mondo ma comunque ascesi a un nobile compito. Scendono continuamente sulla terra, per ogni bambino che nasce, anche adesso, anche mentre sto scrivendo, anche mentre qualcuno sta leggendo, per non lasciare nessun bambino da solo. E qui ho copiato Affinati, perché la rilettura e riscrittura dei quattro Vangeli da parte di Eraldo Affinati inizia da queste figure silenziose, magiche nel senso positivo del termine, semplici; dentro e dietro le quali ognuno di noi può metterci figure protettive conosciute in qualche momento dell’esistenza. Dentro e dietro le quali ci sono le domande di ognuno. Sarà davvero Gesù? Sarà davvero Dio? Sarà, soprattutto, una storia davvero accaduta? Il Vangelo degli Angeli di Eraldo Affinati (Harper Collins Italia, 2021, 498 pagine, euro 19,50) alle domande non risponde perché il lettore saprà farlo. Imposta la storia in tutt’altro modo, anzi nell’unico modo possibile: come un racconto umano, molto umano, dove campeggiano i sentimenti dei diversi protagonisti. Questo sembra essere un aspetto molto ben riuscito del lavoro: scavare nelle emozioni. Al di là dello scarno dettato evangelico, nella lingua essenziale e grammaticalmente semplice dei testi (a proposito: c’è un libro prezioso e oramai introvabile – mai più ristampato – di Rosa Calzecchi Onesti, Leggo Marco e imparo il greco, per dire quanto ci si può accostare all’altrimenti ostica lingua classica), Affinati innesta un’operazione tutt’altro che semplice. Vuole proiettare e guidare con mano il lettore in un’altra dimensione: l’immedesimazione per comprendere. In proposito c’è una pagina particolarmente felice alla fine del racconto, quando Gesù è morto ed è anche risuscitato, ma gli apostoli ancora non sanno cosa fare della loro vita. Pietro è fotografato a riprendere il lavoro di pescatore sul lago di Tiberiade. «Reti da tirare in barca, esche da preparare, pulizie, controlli. Il solito giro. Era tornato a casa dalla moglie e dai figli che l’avevano accolto come un malato mentale improvvisamente guarito dalle proprie ossessioni. Gli assilli, i tormenti, le angosce che gli erano stati inculcati da quel fantastico rabbi parevano essere oramai acqua passata. Papà, rieccoti finalmente tra noi. Marito sempre amato, ora non andare più via. Non ci lasciare soli. La stagione esaltante appena trascorsa sembrava cancellata. Tutto, incredibilmente, finito. Svanito come un temporale di giugno. E le folle che ci seguivano entusiaste? Eclissate. I nostri compagni? Scomparsi. Anche loro hanno intrapreso il sentiero del ritorno? La lunga strada impolverata degli eserciti sconfitti? Abbiamo gettato le bandiere nei rigagnoli. Ci siamo tolti l’uniforme. Soprattutto ci chiediamo dove sia andato lui. Aveva promesso che non ci avrebbe abbandonati. Ma adesso siamo rimasti da soli, proprio come temevamo». In poche pennellate, Affinati ci prende per mano dentro i dubbi di Pietro, dei suoi amici, di suo fratello. Finché Gesù ricompare di nuovo sulla riva del lago di Tiberiade, come la prima volta dice: gettate le reti; e la pesca diventa un evento grandioso. E la Storia si rimette in moto nella triplice domanda di Gesù a Pietro: mi ami tu? Tre volte Pietro lo aveva rinnegato pochi giorni prima; tre volte ora professa la fede incondizionata che lo porta a muoversi sulle strade della Galilea e dell’Impero Romano, cambiando il mondo. Questo sì, questo è il fatto accertato. Il mondo è cambiato con il cristianesimo. La Storia è cambiata. Gli Angeli descritti da Affinati forse stanno ancora chiedendosi perché e come mai. Intanto il motore della Storia ha fatto una giravolta e ha preso una direzione fino ad arrivare a noi. C’è ancora qualcosa da annotare, per invogliare ad acquistare e leggere il libro tutto di un fiato. Una ritraduzione del testo originale è particolarmente azzeccata quando si descrive l’incontro di Gesù con l’adultera che i sacri custodi della legge vorrebbero lapidare. Quanto tutti i lapidatori scompaiono (in risposta alla semplice osservazione: chi è senza peccato scagli la prima pietra), nel Vangelo di Giovanni, Gesù dice: «Neanch’io ti condanno; vai e d’ora in poi non peccare più». Affinati esplicita in modo molto efficace, dando un colore ai sentimenti e fa dire a Gesù: «I peccati di questa donna sono molti, ma io la perdono in virtù del suo amore riconoscente». Efficace, intenso. Un altro passaggio da annotare riguarda una sorta di “attualizzazione” con i costumi fuori da quel tempo storico. Non stona l’immagine del diavolo, tentatore di Gesù nel deserto, descritto come un mercante con «barba e baffi ben curati, scialle, cappello e panciotto. Si esprimeva con una certa eleganza. È sempre così, quando arriva il demonio: si presenta travestito da persona di riguardo, un poco altezzosa». C’è un salto nel vestire e un salto temporale: in fondo i “tentatori” di ogni tempo sono sempre ben curati, per apparire diversi e fare presa. C’è un aspetto da non sottovalutare in questa rilettura del Vangelo di Affinati, che lo collega a un filone che andrebbe valorizzato. Lo sforzo, cioè, di presentare i 4 Vangeli secondo il filo conduttore di una lettura unica, integrandoli l’uno con l’altro e con un linguaggio adeguato e comprensibile, con l’attenzione alla sensibilità del lettore e dei protagonisti. Al punto che alla fine della lettura puoi pensare: sì, probabilmente è andata così. I sentimenti degli apostoli, di Giuseppe e Maria, i dubbi, le asperità mentali dei custodi della legge, la vita di Lazzaro dopo la risurrezione (già, che fine avrà fatto?) e Giovanni Battista, sono sicuramente azzeccati. Sarebbe potuta andare così, anzi forse è andata proprio così. Qualche esperimento riuscito lo abbiamo avuto. Mi riferisco al Nuovo Testamento in “lingua corrente”, operazione interconfessionale filologicamente accurata della fine del secolo scorso e poco valorizzata. Oppure alla versione di Silvia Giacomoni (La Nuova Bibbia Salani, del 2004) dell’Antico Testamento, lodata dal cardinale Martini, e seguita poi dal Vangelo di Matteo nel 2007. Opere che avvicinano. Manca invece una riscrittura dei Vangeli da parte dei nostri biblisti ed è un peccato perché ne abbiamo di molti e assai competenti, in Italia e non solo. L’auspicio è che Affinati apra la strada ad una stagione del Vangelo, non confinato negli ambiti degli specialisti. Magari si potrebbe pensare ad una lettura fresca, godibile, filologicamente corretta, capace di scavare dentro il testo per darci, insieme – perché no? – un’idea dei luoghi e di come potevano essere. Un Vangelo in cui si riportino gli aggiornamenti delle scoperte esegetiche più notevoli, spazzando via qualche stereotipo (tipo nascere a Betlemme: i biblisti hanno paura a dirlo?) per farsi leggere tutto d’un fiato come un avvincente opera non solo di fede ma come ricostruzione di una vicenda anche umana e di straordinaria formazione interiore e comunitaria. Chi raccoglierà la sfida?

Fabrizio Mastrofini. Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).

Riccardo Galli per "blitzquotidiano.it" l'1 giugno 2021. Che Gesù Cristo, Yehoshua ben Yosef, non fosse con ogni probabilità biondo essendo nato nell’attuale Betlemme è un fatto che, iconografia a parte, sembra essere ormai accettato. Ma c’è un altro errore nella carta d’identità del figlio di Dio, un errore decisamente più grave e gravido di conseguenze: la data di nascita e quella di morte non sono corrette. Il classico segreto di Pulcinella visto che gli studiosi, e anche il Vaticano, sanno benissimo che così è e, al massimo, si discute su quando collocare esattamente nascita e morte del "Re dei Giudei". Non aveva 33 anni quando fu crocifisso, non nacque il 25 dicembre e non venne al mondo 2021 anni fa. Quello che tutti o quasi diamo per scontato, e cioè che Gesù vide la luce nell’anno che consideriamo l’anno 0 e che venne giustiziato 33 anni dopo, non è vero. Colpa di racconti tramandati, calcoli sbagliati e di una matematica ancora approssimativa.

Quando è nato Gesù? La vera data di nascita. Partiamo dalla data di nascita. I quattro Vangeli, le ‘biografie’ di Gesù, non indicano né questa né la data di morte del Cristo. Sappiamo però da fonti storiche certe e provate che Erode, il re di Giudea, avendo saputo della nascita di un bambino che si annunciava come ‘Re dei Giudei’ e che ordinò che tutti i piccoli dai 2 anni in giù fossero per questo giustiziati, morì nell’anno che secondo la datazione corrente corrisponde al 4 avanti Cristo. Quindi Gesù non può essere nato più tardi e anzi la datazione più accreditata per la sua genesi è fissata tra il 6 e il 7 avanti Cristo. Poi la data di morte. Quella considerata più probabile è fissata al 7 aprile dell’anno 30, con un Gesù quindi 36 o 37enne e non 33enne. Errore, quello sulla data di morte, figlio del primo errore, quello sulla nascita.

Il calcolo sulla data di morte di Gesù seguendo il Vangelo secondo Giovanni. Seguendo la cronologia del Vangelo di Giovanni, che appare la più corretta, Gesù e i discepoli si riuniscono per l’Ultima Cena la sera del giovedì, all’inizio del 14 di Nisan, il giorno di preparazione della Pasqua nel rituale ebraico. Il calendario ebraico calcola il ciclo lunare e la data della Pesach non è in un giorno fisso della settimana, come la domenica per la Pasqua cristiana. La Pasqua ebraica quell’anno cadeva di sabato. Considerato che Gesù è morto dopo i trent’anni, le date possibili sono soltanto due, corrispondenti ai due anni intorno al terzo decennio dopo Cristo nei quali Pesach era di sabato: 30 o 33. Quando ancora non ci si era accorti dell’errore nel calcolare la nascita, si è optato per il 33 pensando che il 30 Gesù sarebbe stato troppo giovane. Ma ricalcolando la data di nascita, il 33 risulta invece troppo in là, con Gesù che avrebbe avuto 40 anni o poco meno mentre, più precisa, risulta la datazione che fissa la crocifissione all’anno 30, con un Gesù di 36 o 37 anni.

Di chi è la colpa del calcolo sbagliato dell’età di Gesù? Ma com’è possibile che ci si sia sbagliati sulla nascita? La colpa va con ogni probabilità ascritta ad monaco non a tutti noto ma che condiziona la nostra vita da sempre, a partire dalla data che legiamo sul nostro certificato di nascita. Dionigi il Piccolo, l’uomo che cinque secoli dopo la morte di Gesù propose di calcolare gli anni non dalla fondazione di Roma, ma dalla nascita di Gesù Cristo. Ad incolparlo anche San Giovanni Paolo II che, durante un’udienza generale del mercoledì, il 14 gennaio 1987, riconobbe: “Per quanto riguarda la data precisa della nascita di Gesù, i pareri degli esperti non sono concordi. Si ammette comunemente che il monaco Dionigi il Piccolo sia caduto in errore”.

L’errore di traduzione di Dionigi il Piccolo. Un errore banale, di traduzione dal greco antico, lingua dalle mille sfumature come sanno bene gli studenti di ieri e di oggi, ma che letteralmente fa sentire la sua eco nei millenni. “Nel quindicesimo anno di governo di Tiberio Cesare”, Giovanni comincia a battezzare nel Giordano. Gesù lo raggiunge, viene battezzato e comincia il suo ministero pubblico, si legge nel versetto 23 del Vangelo di Luca, l’indicazione cronologica più precisa dei Vangeli, quando archómenos hosèi etôn triákonta, aveva “circa” (hosèi) trent’anni. Dionigi tradusse come se fossero trent’anni o quasi trent’anni, secondo le interpretazioni, e in base alla cronologia romana di Tiberio calcolò come data di nascita il 25 dicembre del 753 dalla fondazione di Roma, fissando come anno 1 dell’era cristiana il 754. Sbagliava. In greco l’espressione “osei eton triakonta” indica un trentenne, non trent’anni precisi: e infatti, calcolano gli studiosi, Giovanni Battista inizia a battezzare nella regione del Giordano tra la fine dell’anno 27 e l’inizio del 28, e a quel tempo Gesù avrebbe avuto trentatré o trentaquattro anni. Il 25 dicembre poi, com’è noto, altro non è che la cooptazione di un’antica festa pagana, il "il sol invictus", il sole invitto, festività legata al riallungarsi delle giornate, all’aumentare delle ore di luce che inizia proprio in quel periodo dell’anno successivo al solstizio d’inverno. A complicare la faccenda, e a far ballare un altro anno, la mancanza dello 0. Il concetto di 0 arrivò infatti in Europa dopo il lavoro di Dionigi il Piccolo, circa 7 secoli dopo, quando nel 1202 fu introdotto in Occidente dal Liber abbaci del grande matematico pisano Leonardo Fibonacci. Quindi, nel conto, balla un altro anno, perché nel calcolo fatto da Dionigi si passa direttamente dall’1 avanti Cristo all’1 dopo Cristo.

Quando è nato e quando è morto Gesù?/ Date e studi: non è stato crocifisso a 33 anni? Alessandro Nidi il  30.05.2021 su ilsussidiario.net/news. Gesù, quando è nato e quando è morto? Errore di calcolo sulla nascita e sulla crocifissione: ecco le date più probabili secondo gli studiosi. Quando è nato e quando è morto Gesù? Un quesito soltanto in apparenza agevole da risolvere, perché le date e le ricerche degli studiosi dicono altro rispetto a ciò che fino a oggi si sa: Gesù non è stato crocifisso nell’anno 33 e non spirò all’età di 33 anni. In particolare, l’ipotesi più accreditata per la crocifissione coincide con venerdì 7 aprile dell’anno 30. Se così fosse, Gesù quando morì avrebbe avuto 36 anni e non 33 come viene ripetutamente raccontato. No, nessun errore di calcolo: abbiamo detto 36 e non 30 perché anche la nascita di Gesù non coinciderebbe con l’anno 0 e proprio qui risiede il vero problema, visto che, sbagliando i calcoli sulla venuta al mondo, sono stati conseguentemente sbagliati quelli sulla dipartita. Ad approfondire la questione sulle sue colonne è “Il Corriere della Sera”, che spiega come i quattro Vangeli non indichino alcuna data, ma si sa che il re di Giudea, Erode il Grande, morì nel 4 avanti Cristo. Ed è qui che sorge la prima controversia storica: Gesù non può essere venuto alla luce più tardi ed è dunque nato avanti Cristo, o meglio, avanti se stesso. Infatti, nel racconto di Matteo si dice che Erode, venuto a conoscenza della nascita di quel bambino per bocca dei Magi, ordinò lo sterminio di tutti i bambini dai due anni in giù.

GESÙ, QUANDO È NATO E QUANDO È MORTO? Alla luce di tutte queste elucubrazioni, la maggior parte degli studiosi sostiene convintamente che Gesù sia nato attorno agli anni 6-7 avanti Cristo. La Chiesa, per giunta, secondo “Il Corriere della Sera” è consapevole dell’errore, come affermò Papa Giovanni Paolo II nel 1987: “Si ammette comunemente che il monaco Dionigi il Piccolo, quando nell’anno 533 propose di calcolare gli anni non dalla fondazione di Roma, ma dalla nascita di Gesù Cristo, sia caduto in errore. Fino a qualche tempo fa si riteneva che si trattasse di uno sbaglio di circa quattro anni, ma la questione è tutt’altro che risolta”. Se non ci sono certezze sulla nascita, ancor meno ve ne sono sulla morte: essendo stato crocifisso dopo i trent’anni, bisogna scoprire quando Pesach era di sabato e ci sono due opzioni, l’anno 30 e l’anno 33. Inizialmente si propendeva per quest’ultima data, ma, se Cristo è nato tra il 6 e il 7 avanti Cristo, avrebbe avuto quasi quarant’anni. Ecco dunque che la teoria dell’anno 30 sembra essere la migliore e la più credibile.

Daniel Mosseri per ''Libero Quotidiano'' il 29 dicembre 2020. Più il mondo arabo si avvicina a Israele e più l'Europa si lascia abbagliare dalla narrativa antisionista palestinese. È un curioso strabismo politico e culturale. In questi giorni l' Arabia Saudita ha messo in circolazione nuovi libri di testo depurati dagli appelli a uccidere gli ebrei, e il Marocco ha incluso nei propri la storia della comunità ebraica marocchina. Nel frattempo in due trasmissioni radiofoniche la BBC ha affermato che Gesù era palestinese. Lo ha spiegato per primo il conduttore Robert Beckford durante una puntata di "Heart and Soul", programma dedicato alla spiritualità. Beckford ha raccontato come nel corso dei secoli l' iconografia occidentale abbia raffigurato Gesù, uomo o bambinello, come bianco «nonostante sia più realistico ritenere quale ebreo palestinese del primo secolo che Gesù fosse di pelle scura». E per chi non lo avesse capito, più avanti il conduttore ha ribadito che «quale ebreo palestinese del primo secolo era di colore scuro». Bontà sua Beckford si è almeno ricordato che Gesù era ebreo. Per i suoi colleghi di "Sunday Morning", trasmissione di BBC Radio Scotland, il Nazareno era «un palestinese di pelle scura», punto e basta. Dobbiamo credere a un semplice (doppio) lapsus dovuto alla scarsa preparazione dei conduttori della BBC? Camera, acronimo del "Comitato (britannico) per la precisione sulle notizie e le analisi sul Medio Oriente", la pensa diversamente. La BBC, spiega, presenta Beckford come «uno dei più importanti teologi neri del Regno Unito». Una persona che ha certamente studiato i Vangeli e che meglio di altri dovrebbe sapere che il territorio dove Gesù è nato si chiamava Giudea. Il nome Syria Palaestina fu imposto dai Romani alla regione non prima del 135 d.C. In quell' anno il militare Giulio Severo schiacciò nel sangue la rivolta del condottiero ebreo Bar Kokhba mettendo fine alla terza guerra giudaica. L' imperatore Adriano, che aveva vietato agli ebrei di circoncidere i propri figli maschi, de-giudeizzò quella terra a partire dal nome e fece divieto agli ebrei di risiedere a Gerusalemme. Il sospetto che quello di Beckford sia un progetto di revisionismo culturale non è campato per aria. Il teologo non spiega come Gesù fosse uno dei maestri ebrei dell' epoca ma lo descrive come «una figura di spicco nella lotta contro il razzismo e la discriminazione» nonché «un rifugiato la cui famiglia dovette fuggire a causa delle persecuzioni: era uno degli oppressi dai colonizzatori del suo tempo». Le parole di Beckford ricordano le vignette propalestinesi natalizie che raffigurano Gesù, Giuseppe e Maria quali palestinesi umiliati ai posti di blocco israeliani fra Betlemme e Nazareth. La BBC, in altre parole, ha abbracciato la teologia della sostituzione che vuole Gesù non ebreo ma arabo. Nulla di nuovo sotto al sole. Si tratta di una delle tante appropriazioni culturali degli antisionisti per criticare o delegittimare Israele: alcune di queste hanno fatto breccia qua e là in Europa - come nel caso della BBC - altre hanno fatto carriera arrivando anche all' Onu. Fra le più scandalose si ricorda la risoluzione Unesco del 2016 secondo cui il Muro del Pianto di Gerusalemme, il luogo più sacro per l'ebraismo, andrebbe chiamato solo con il suo nome arabo di Haram al-Sharif.

Andrea Cionci per liberoquotidiano.it il 20 aprile 2021. C’era una volta la Chiesa cattolica che si occupava della salute delle anime. Oggi, messi in soffitta Inferno, Paradiso ma soprattutto il PURGATORIO (ne sentite parlare ancora?), la neo-chiesa bergogliana si occupa principalmente della salute del corpo. L’ultima evidenza emerge con la Quinta Conferenza Internazionale Vaticana 2021  prevista per il 6-8 maggio. La prima cosa che lascia perplessi è la scelta della locandina: una parodia della Creazione di Adamo, il capolavoro dei capolavori sacri: accanto alle chiavi di San Pietro insieme al logo arcobaleno (un caso?) della Fondazione Cura campeggiano due mani con guanto di lattice che accostano le dita come nell’affresco della Sistina. (Peraltro un braccio è pure di colore, in ottemperanza ai comandamenti politicamente corretti). A questo punto, perché non mettere la mascherina al Cristo risorto di Piero della Francesca? O una siringa in mano alla Madonna della Seggiola di Raffaello? Chissà cosa ha spinto il card. Ravasi – lo stesso della “Lettera ai cari fratelli massoni” (2016) – oggi  presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, ad approvare una scelta del genere. Ma questo è solo l’inizio: a riepilogare efficacemente gli ospiti del “webinar” internazionale, il mensile (ancora cattolico) Il Timone: “Tra gli oltre 100 relatori indicati nel programma spiccano il guru della New Age Deepak Chopra, «pioniere di fama mondiale nella medicina integrativa e nella trasformazione personale»; Dame Jane Goodall, famosa ambientalista ed esperta di scimpanzé, che sostiene che la popolazione mondiale dovrebbe ridursi a quello che era 500 anni fa; CHELSEA CLINTON, la figlia di Bill e Hillary, che ha conseguito un master in sanità pubblica, ma che è convinta che non sarebbe cristiano vietare l’aborto legalizzato; Joe Perry, chitarrista e cofondatore del gruppo rock degli Aerosmith e fondatore di Rock stars of science. Non poteva mancare quindi il guru americano dell’epidemia da Sars-Cov2 Anthony Fauci e con lui l’esperto italiano Walter Ricciardi. Quindi Stéphane Bancel e Albert Bourla, rispettivamente i Ceo delle Big pharma Moderna e Pfizer, produttori dei vaccini anti COVID-19. Tra gli altri poi David Feinberg che guida Google Health e che sta lavorando sull’intelligenza artificiale (AI) per la salute pubblica; quindi anche un tocco di bellezza femminile con Cindy Crawford. Per il dialogo interreligioso sarà presente l’imam Shaykh Asim Yousuf”. Praticamente una premiata ditta di personaggi simbolo del progressismo globalista-sincretista da Nuovo Ordine Mondiale. Ma le sorprese non sono finite: se cliccando sui contenuti si prova a cercare  la parola “Gesù”, “Cristo”e “Maria”, su 26.000 battute di testo, compaiono ZERO risultati. In compenso si possono trovare “Segreti di vita sana e come essere al top per la salute, la bellezza e il fitness dall'interno verso l'esterno”. E ancora, sempre sulla scia di Men’s Health, consigli per “Vivere in salute fino a 120 anni e oltre: gli scienziati guardano al futuro, analizzando la genetica della longevità […] Guardiamo a come possiamo estendere la durata della vita umana sana e persino invertire il processo di invecchiamento”. Relatore, il dott. Faust? Si prosegue con riferimenti new age sull’empatia, (provate a empatizzare con uno psicotico, vedrete i vantaggi)  o sulla “compassione” di matrice buddista e su altre cose che non hanno praticamente nulla a che vedere con la Cristianità. Su Stilum Curiae, del vaticanista Marco Tosatti, hanno scritto esplicitamente di una conferenza "un po' demoniaca”   forse individuandovi quel FALSO UMANESIMO ANTICRISTICO in salsa gnostico-scientista di cui parlava pochi anni fa il Papa Benedetto XVI. Si tratterebbe dell’apoteosi dell’”uomo che si fa dio”, (magari per dominare il mondo) seguendo un processo del tutto invertito e rovesciato rispetto a coloro che venerano il  “Dio che si è fatto uomo”. Si comprenderebbe perché alcuni sacerdoti si sono fatti scomunicare pur di rimanere in comunione col papa Benedetto XVI e con la sana dottrina cattolica. La Chiesa, in effetti, non è nata per renderci più sani o più belli, per quello c’è Rosanna Lambertucci. Né per farci campare fino a 120 anni, come promette Adriano Panzironi. La Chiesa vera, quella di Gesù Cristo, deve insegnare a morire bene, in modo che l’anima si salvi, evitando il destino più orribile e grave in assoluto: la dannazione eterna. Cosa volete che gliene importi ai cattolici della cellulite o delle rughe per pochi decenni di vita terrena se poi la loro anima deve sopravvivere eternamente? Purtroppo, nonostante la “disinformatja” degli ultimi anni, per la vera fede cattolica non esiste nessun “6 politico” escatologico. Non si va tutti in Paradiso e la misericordia divina non può prevaricare la libertà dell’uomo di rifiutare Dio anche dopo la morte, restando così all’inferno. Se siete credenti, bisogna stare attenti perché non si può tornare indietro: la dannazione si produce quando l’uomo, allontanandosi da Dio, sviluppa un eccesso di attaccamento al mondo materiale, al potere, al successo, alla gloria, al denaro, alla bellezza, al sesso, anche alla salute, insomma a tutto ciò che dopo la morte non sarà altro che cenere. Se in vita ha sviluppato questo eccessivo attaccamento - col conseguente rifiuto di Dio - l’anima dell’individuo rimane IRREVERSIBILMENTE in un luogo e in una condizione dimensionali di enorme sofferenza, chiamato inferno. Questo è, almeno, ciò che dice il Catechismo all’art. 1035: La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, « il fuoco eterno ». La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira. In pratica la neochiesa bergogliana sorvola sulla salute eterna concentrando gli sforzi sulla salute temporanea. Capite bene che è un rovesciamento di prospettiva non da poco. E inquietante.

·        I Miracoli.  

Pentole e aureole. Storie prodigiose di cibo e di santi. Daniela Guaiti su L'Inkiesta l'1 Novembre 2021. Da Ambrogio a Francesco, da Colombano a Domenico sono moltissime le figure venerate dalla Chiesa che hanno compiuto miracoli legati agli alimenti che sono stati poi tramandati attraverso i secoli grazie alla cultura popolare e alla devozione. Sud-ovest di Milano, nel pieno della Pianura Padana, a una decina di chilometri dal Ticino, 32.600 abitanti: è Abbiategrasso. Bella cittadina, nome curioso. Gli storici lo fanno risalire alla toponomastica celtica. Gli studiosi di etimologia propendono per una radice latina. La leggenda dà un’altra spiegazione. Più o meno intorno al 380, Ambrogio, vescovo eletto dal popolo (era un laico, funzionario imperiale) viene chiamato a Roma dal Papa. Pare che il problema fosse una questione di tasse che i milanesi tardavano a versare. Accolto nel palazzo del Pontefice, il vescovo viene invitato ad attendere e fatto accomodare, si fa per dire, in uno stanzino spoglio, privo anche di un semplice attaccapanni dove appendere il mantello, che il sant’uomo, accaldato, vorrebbe togliersi. Così, senza scomporsi, Ambrogio decide di appendere l’indumento a un raggio di sole che filtra dalla finestra e che si mostra perfettamente adatto alla bisogna. A notare la situazione, a dire poco insolita, è il collaboratore del Papa, che corre a chiamare il Pontefice. A quel punto il problema dei balzelli viene risolto rapidamente, anche perché Ambrogio ha premura. In sua assenza – spiega – i milanesi si stanno perdendo il Carnevale: in ansia per il responso sulle tasse, hanno sospeso ogni festeggiamento e rischiano di infilarsi direttamente in Quaresima senza aver goduto di quella breve vigilia di allegria. E il vescovo vuole raggiungerli al più presto. Il Papa si mostra comprensivo e concede ad Ambrogio e ai suoi fedeli una deroga: a Milano il Carnevale non terminerà al giovedì, come nel resto del mondo cristiano, ma proseguirà fino al sabato. Una bella notizia, che il vescovo porta di persona ai milanesi che gli sono venuti incontro sulla strada per Pavia: «Habeatis grassum», dice ai concittadini festanti, che potranno mangiare carne fino al sabato. Così, nella località dell’incontro sorgerà un borgo con quel nome. Leggenda, ovviamente. Ma sta di fatto che ancora oggi il Carnevale Ambrosiano arriva al suo culmine quando il resto della Cristianità è già in Quaresima e, forse per un mantello miracolosamente appeso a un raggio di sole, i milanesi possono festeggiare con carne e dolciumi quando gli altri sono già alle prese con il magro quaresimale. Quello tra i Santi e il cibo è un rapporto stretto, che continua nei secoli: e se il miracolo di Sant’Ambrogio è stata la chiave per garantire carne e festeggiamenti ai milanesi, altri santi hanno operato miracoli direttamente… nel piatto.

Il potere della fede tra colombe e polli

Bisogna spostarsi ancora di poco da Milano, e avere a che fare con un santo, una regina e qualche piccione ben arrostito per spiegare la nascita della colomba come dolce simbolo della Pasqua. E bisogna spostarsi nei giorni precedenti la Pasqua del 612. Proprio allora San Colombano, nel suo lungo peregrinare per strade e città d’Europa, approdò in terra longobarda. L’abate irlandese, accompagnato dai suoi monaci e già circonfuso da un’aura di santità, venne ricevuto con tutti gli onori alla corte della regina Teodolinda che gli offrì un succulento pranzo.

Il menu, come prevedevano le abitudini del tempo, proponeva grande abbondanza di selvaggina arrostita. Si era però in periodo di Quaresima e la faccenda rappresentava un problema non da poco per i religiosi. Così Colombano e i suoi spiegarono alla regina che, pur allettati dalle appetitose portate, non potevano proprio mangiare quelle carni. Il rifiuto non piacque a Teodolinda, che ci rimase decisamente male. Il sant’uomo lo capì e propose una mediazione diplomatica: i monaci – disse – avrebbero mangiato la selvaggina soltanto dopo la sua benedizione. E così fu: Colombano alzò la destra nel segno della Croce e le carni si trasformarono miracolosamente in bianche colombe di pane, candide come le vesti dell’abate e dei suoi confratelli. Un prodigio evidentemente miracoloso che sbalordì la sovrana e le confermò le doti di santità del suo ospite, tanto da spingerla, in segno di devozione, a donare a Colombano il territorio di Bobbio, dove sorse l’abbazia che ancora oggi porta il nome del santo irlandese. Ma non solo. Da quel giorno prese il via la tradizione di festeggiare la Pasqua offrendo colombe di pane, che presto diventarono il dolce simbolo della giornata più importante della fede cristiana. Un effetto simile ebbe la benedizione di San Nicola da Tolentino, che trasformò due quaglie ben cucinate in due svolazzanti e vivissimi uccellini: questo perché il frate non voleva contravvenire la sua strettissima astinenza, nemmeno dietro ordine del suo superiore che, preoccupato per la salute del sant’uomo, desiderava che mangiasse un po’ di carne. Per assistere a un’altra resurrezione di volatile occorre restare in età medievale, spostandosi però fuori dall’Italia, lungo il Camino de Santiago. Molti pellegrini diretti in Galizia facevano tappa nel borgo di Santo Domingo de la Calzada, nella Rioja. La figlia di un oste della piccola cittadina si innamorò di un giovane pellegrino tedesco, Hugonel; non ricambiata, la fanciulla pensò di vendicarsi, nascondendo nel bagaglio di lui un vaso d’argento, per denunciarne il furto alla partenza del ragazzo. Questo, secondo le leggi dell’epoca, venne condannato a morte e impiccato. Giunsero i genitori per vedere la salma di Hugonel, ma quando giunsero sul luogo dell’esecuzione udirono la voce del figlio annunciare loro un miracolo: Santo Domingo aveva salvato la sua vita innocente. I due si recarono allora a casa del governatore della città e gli riferirono l’accaduto, ma la risposta che ottennero fu a dir poco ironica; il “sindaco”, seduto a cenare, riteneva che il loro figlio fosse ancora vivo esattamente quanto il gallo e la gallina che lui aveva nel piatto. Ed ecco, in quello stesso istante, i due polli balzarono fuori del piatto e presero a cantare. Ancora oggi nella cattedrale di Santo Domingo, in ricordo del prodigio, un piccolo pollaio in legno ospita un gallo e una gallina bianchi, vivi, che rompono l’austero silenzio della chiesa con le loro squillanti voci. E la città si presenta al visitatore con il motto Santo Domingo de la Calzada donde cantó la gallina después de asada, dove cantò la gallina già arrostita.

L’impossibile in pentola

La devozione popolare è pervasa di racconti miracolosi riguardanti il cibo. Ne è un esempio su tutti il miracolo delle noci, che Fra Galdino racconta nei “Promessi sposi”: «Oh! dovete dunque sapere che, in quel convento, c’era un nostro padre, il quale era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un giorno d’inverno, passando per una viottola, in un campo d’un nostro benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre Macario vide questo benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini, con le zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per metterle le radici al sole. “Che fate voi a quella povera pianta?” domandò il padre Macario. “Eh! padre, son anni e anni che la non mi vuol far noci; e io ne faccio legna”. “Lasciatela stare, disse il padre: sappiate che, quest’anno, la farà più noci che foglie”.  Il benefattore, che sapeva chi era colui che aveva detta quella parola, ordinò subito ai lavoratori, che gettassero di nuovo la terra sulle radici; e, chiamato il padre, che continuava la sua strada: “Padre Macario, gli disse, la metà della raccolta sarà per il convento”. Si sparse la voce della predizione; e tutti correvano a guardare il noce. In fatti, a primavera, fiori a bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle; perché andò, prima della raccolta, a ricevere il premio della sua carità. Ma il miracolo fu tanto più grande, come sentirete. Quel brav’uomo aveva lasciato un figliuolo di stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò per riscotere la metà ch’era dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non aveva mai sentito dire che i cappuccini sapessero far noci. Sapete ora cosa avvenne? Un giorno, (sentite questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi amici dello stesso pelo, e, gozzovigliando, raccontava la storia del noce, e rideva de’ frati. Que’ giovinastri ebber voglia d’andar a vedere quello sterminato mucchio di noci; e lui li mena su in granaio. Ma sentite: apre l’uscio, va verso il cantuccio dov’era stato riposto il gran mucchio, e mentre dice: guardate, guarda egli stesso e vede… che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di noce». Il racconto del Manzoni dice l’importanza del cibo, anche del più umile, in un mondo in cui non c’era certo abbondanza di prelibatezze da mangiare. E neanche da bere: celebre in questo senso è la storia di Giovanni, primo abate del convento di San Giovanni Evangelista di Parma. Siamo intorno all’anno Mille e il frate, avendo ricevuto in regalo un piccolo orcio di vino, vuole dividerlo con i suoi confratelli: in sedici ne bevvero, ma il fiasco rimase sempre pieno. Cibo e santità si incontrano spesso nella cornice della natura, quasi a sottolineare come solo il rispetto per il creato sia la chiave per un’alimentazione sostenibile: San Biagio restituì a una donna, sano e salvo, il maiale che un lupo le aveva rubato, e quella, riconoscente, gliene offrì delle porzioni ben cucinate; San Francesco ributtò subito in acqua una tinca appena pescata che un pescatore gli aveva regalato: questa per la gioia di non essere stata mangiata, iniziò a seguirlo mentre il frate cantava le lodi del Signore, e se ne andò solo quando Francesco l’ebbe congedata; San vito fu nutrito da un’aquila che gli portava da mangiare durante un viaggio in mare. Infine San Gerardo: il santo monzese, in una gelida sera di gennaio, volle andare in Duomo per raccogliersi in preghiera come sua abitudine. Il sagrestano aveva però già sprangato il portone, e non volle aprire nemmeno dietro le insistenze del sant’uomo: «Sarei disposto ad aprirti di notte», disse, «solo se mi portassi un cesto di ciliegie». Cosa ovviamente impossibile in pieno inverno. Ma non per Gerardo, che il giorno dopo si presentò con abbondanza di dolcissimi frutti rossi per i custodi della cattedrale. Perché i santi sanno portare il profumo della primavera anche quando intorno ci sono solo nebbia e neve.

La Chiesa celebra San Pio: un libro racconta le apparizioni e le tentazioni del diavolo. Il Quotidiano del Sud il 23 settembre 2021. QUELLA di San Pio da Pietrelcina è una delle figure più imponenti del Cristianesimo moderno. La Chiesa oggi, 23 settembre, ne celebra la memoria liturgica, ricordando l’anniversario della morte avvenuta nel 1968. È stato destinatario, ancora in vita, di una venerazione popolare di imponenti proporzioni, anche in seguito alla fama di taumaturgo attribuitagli dai devoti, e l’attenzione che ha sempre suscitato è stata fonte di ispirazione per studi, libri, cinema e televisione. Proprio nei giorni scorsi sono stati resi noti ulteriori particolari sul rapporto che San Pio ebbe col diavolo, fatto di frequenti apparizioni e tentazioni che si manifestarono già in giovane età. Nel libro “L’universo demoniaco. I mistici ci illuminano su una realtà oscura”, scritto da Marcello Stanzione e pubblicato nei giorni scorsi da Sugarco edizioni, sono descritti diversi episodi citando come fonte il diario che tenne il confratello Padre Agostino. Quando nel 1911, a soli 24 anni Padre Pio si trasferì nel convento di Venafro (Isernia), Padre Agostino si accorse della feroce battaglia che il confratello teneva contro il demonio: “Le estasi – scriveva Padre Agostino – erano sempre precedute o seguite da apparizioni diaboliche. Da principio [il demonio] gli apparì sotto forma di un gatto nero e brutto. La seconda volta sotto forma di giovanette ignude che lascivamente ballavano. La terza volta, senza apparirgli, gli sputava in faccia. La quarta volta, anche senza apparirgli, lo straziava con rumori assordanti. La quinta volta gli apparì in forma di carnefice che lo flagellò. La sesta volta in forma di Crocifisso. La settima volta sotto forma di un giovane, amico dei frati, che poco prima era stato a visitarlo. L’ottava volta sotto forma del padre spirituale. La nona volta sotto la figura del padre provinciale. La decima volta sotto la forma di Pio X. Altre volte sotto forma del suo angelo custode, di San Francesco, di Maria Santissima… Finalmente nelle sue vere fattezze, orribili, con un esercito di spiriti infernali”.  Un ulteriore testimonianza, questa, di quando fosse difficile per San Pio la battaglia contro il suo tentatore e di come questo rapporto ebbe a nascere e a svilupparsi fin dalla più tenera età.

Lourdes, il video autenticato di un fenomeno inspiegabile del 1999: la levitazione dell'Ostia. La levitazione dell'Ostia si verificò durante una messa solenne a Lourdes. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 10 settembre 2021. 

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Ieri abbiamo scritto QUI del grande interesse che in questo ultimo periodo riscuotono i dischi volanti. C’è un video, però, di un altro “disco volante”, se vogliamo, che non ha avuto la minima risonanza mediatica: un’Ostia consacrata che, a quanto si vede in un video ripreso da varie angolazioni, si solleva e rimane sospesa in aria durante la consacrazione. Il fatto inspiegabile risale al 7 novembre 1999 durante una messa, a Lourdes, per la ricorrenza di San Pio. Il fenomeno si verificò alla presenza di circa 120 Vescovi francesi, riuniti in Conferenza Episcopale con altri vescovi ospiti, oltre a circa 650 giovani sacerdoti e a tutti gli Abati e Priori dei monasteri trappisti del mondo. Fu ripreso dalle telecamere, ma in Italia non ne parlò nessuno, forse anche perché si attendevano gli esami sull’autenticità del video. Dopo 18 anni di indagini quel fatto è stato mostrato, nel 2018, all’allora Prefetto del Culto card. Robert Sarah che ne rimase impressionato. Merito di un frate trappista che in tutti questi anni ha prodotto una documentazione scientifica e teologica solida. La Nuova Bussola Quotidiana lo ha intervistato. Ora, come vedrete nel FILMATO INGRANDITO, durante la consacrazione, l'Ostia si solleva improvvisamente, con un piccolo scatto, e rimane levitante in aria, sospesa sopra la patena. 

Qui la ripresa originale:

Visto che, come si legge nell'intervista sopra linkata, dopo vari studi si sono escluse manipolazioni del video o fenomeni di illusione ottica, i casi possibili, in via puramente teorica, dovrebbero essere non più di tre:

1) i vescovi che celebravano dovrebbero aver elaborato un trucco da prestigiatori per sollevare l'Ostia oppure essere stati complici dell’artefice.

2) Le energie psichiche dei presenti hanno realizzato un fenomeno di psicocinesi.

3) Si tratta di un evento realmente miracoloso. 

In tutti e tre, il fatto dovrebbe risultare di un certo interesse, non credete?

Nel primo caso, se si potesse dimostrare l’ipotesi più diffidente, sarebbe gravissimo che degli ecclesiastici di quel rango avessero organizzato o approvato una truffa del genere.

Nel secondo si tratterebbe di una straordinaria testimonianza dei poteri della mente umana.

Nell’ultimo caso sarebbe uno dei più straordinari e documentati miracoli eucaristici del secolo.

Laici o credenti che si sia, il fatto c’è e meriterebbe uno studio, magari anche con il contributo del CICAP.

Voi che ne pensate?

Eva Carducci per ilmessaggero.it il 25 aprile 2021. Don Davide Banzato si racconta a Verissimo. Quarant'anni, ha scritto un libro con una confessione profonda: «Volevo raccontare l'esperienza che ho vissuto con Dio, in modo che potesse essere utile anche a altre persone. In questo tempo presente, una tempesta come l'ha definito il Papa, può essere utile ragionare su chi vogliamo veramente essere».

L'intervista a Verissimo. Missionario dei tempi moderni ha saputo utilizzare il suo linguaggio, semplice e diretto, per arrivare al cuore di tante persone: «Il mio mito era Indiana Jones da bambino, e volevo fare l'egittologo. Siamo quattro fratelli, io ero quello che dava più problemi. L'incontro con Dio è avvenuto quando avevo nove anni. Ero in un campo scout e non avevo mai avuto un'esperienza personale con Dio, anzi, ero anche sbruffone verso alcuni compagni. A fine Messa però ho sentito di fermarmi, e ho sentito pronunciare il mio nome da una presenza femminile. Ero preso dal panico, non c'era nessuno, era una voce interiore, che ha sentito anche il mio compagno di scout Stefano. Ero combattuto se raccontare questo episodio o meno, perché mi ha cambiato tanto. Ho fatto digiuno e sono stato messo in punizione, perché non volevo raccontarne il motivo. Ho rinunciato anche al tiramisù, e io sono goloso ancora oggi. In seminario ho fatto esperienze belle, ma anche altre che mi hanno segnato in negativo. Sicuramente il nonnismo che ho dovuto subire, il distacco dalla famiglia, la privazione dalla libertà e una costrizione che stride con il mio animo libero e ribelle. Sono rimasto con la testa sottacqua e sono esploso. Ho pensato e gridato per anni: Tutto ma mai prete. Le ferite del seminario mi hanno scosso. Non ho potuto partecipare al cinquantesimo anniversario di matrimonio con i miei nonni. Non ho più voluto festeggiare i compleanni. Nessuna violenza fisica però, ma esisto violenze psicologiche e pesanti che uno può subire. Io ho subito episodi forti, alcuni li ho raccontati, altri li porto ancora dentro».

«Ho detto no alla cocaina». Poi è arrivato il cambiamento: «Ho avuto la cocaina davanti a me, nei festini con i miei amici, ma grazie a Dio non l'ho mai toccata. Alcuni amici sono finiti per strada per colpa dell'eroina. Questo dopo essere uscito dal seminario. Avevo tutto, ma dentro ero morto. In due momenti ho anche pensato al suicidio. Poi è arrivata la seconda chiamata della mia vita. Non ho sentito voci, ma è stata una spinta interiore che mi ha detto "fai questo, questa è la strada per te". Quel giorno, in cui sono diventato prete, è morta una parte di me, ma è nata una gioia, che non mi abbandona. Non rimpiango nulla e rifarei tutto, ma non è una vita semplice. Ogni scelta è una vocazione, che devi confermare tutti i giorni, anche diventare padre, o madre, o marito. Bisogna lottare ogni giorno. Anche i miei genitori non hanno accettato subito la mia vocazione, ma alla fine erano commossi, contenti, e mi hanno aiutato sempre. Papà adesso non c'è più, dopo quattro anni difficili, in cui ero in missione, ma ho sempre cercato di essergli vicino il più possibile. Ho tanti rimpianti da questo punto di vista, ma ho avuto l'onore di poterlo confessare per l'ultima volta. Prima di andarsene mi ha detto di non dire cavolate durante il funerale, che avrei celebrato. Era ironico, sempre, anche in situazioni del genere. Ho capito il grande valore dell'uomo che è stato, adesso che l'ho perso. Nel libro mi sono messo a nudo davvero, ho raccontato questo e anche altri momenti difficili della mia vita, come il calvario vissuto a causa delle minacce che ho ricevuto dalla mafia bosniaca. Una volta al mese sono dai Carabinieri per furto d'identità digitale, e potrebbero essere le conseguenze di questa cosa. La paura si nutre di paura, adesso cerco di fregarmene, e fare solo del bene».

Verissimo, la sconvolgente storia di don Davide Banzato: "Nonnismo, la testa sott'acqua, la cocaina e il suicido". Libero Quotidiano il 25 aprile 2021. A Verissimo arriva la toccante e singolare storia di Don Davide Banzato, che si racconta a Silvia Toffanin, nelle puntata trasmessa su Canale 5 sabato 24 aprile. Quarant'anni, ha infatti scritto un libro in cui ha raccontato la sua strana parabola: "Volevo raccontare l'esperienza che ho vissuto con Dio, in modo che potesse essere utile anche a altre persone. In questo tempo presente, una tempesta come l'ha definito il Papa, può essere utile ragionare su chi vogliamo veramente essere", ha spiegato. Missionario dei tempi moderni, ha aggiunto: "Il mio mito era Indiana Jones da bambino, e volevo fare l'egittologo. Siamo quattro fratelli, io ero quello che dava più problemi. L'incontro con Dio è avvenuto quando avevo nove anni. Ero in un campo scout e non avevo mai avuto un'esperienza personale con Dio, anzi, ero anche sbruffone verso alcuni compagni. A fine Messa però ho sentito di fermarmi, e ho sentito pronunciare il mio nome da una presenza femminile. Ero preso dal panico, non c'era nessuno, era una voce interiore, che ha sentito anche il mio compagno di scout Stefano. Ero combattuto se raccontare questo episodio o meno, perché mi ha cambiato tanto". E ancora, don Davide Banzato spiega il suo tormento: "Ho fatto digiuno e sono stato messo in punizione, perché non volevo raccontarne il motivo. Ho rinunciato anche al tiramisù, e io sono goloso ancora oggi. In seminario ho fatto esperienze belle, ma anche altre che mi hanno segnato in negativo. Sicuramente il nonnismo che ho dovuto subire, il distacco dalla famiglia, la privazione dalla libertà e una costrizione che stride con il mio animo libero e ribelle. Sono rimasto con la testa sottacqua e sono esploso. Ho pensato e gridato per anni: Tutto ma mai prete. Le ferite del seminario mi hanno scosso. Non ho potuto partecipare al cinquantesimo anniversario di matrimonio con i miei nonni. Non ho più voluto festeggiare i compleanni. Nessuna violenza fisica però, ma esisto violenze psicologiche e pesanti che uno può subire. Io ho subito episodi forti, alcuni li ho raccontati, altri li porto ancora dentro". Una parabola sorprendente. Anche perché ha visto la droga da molto vicino: "Ho avuto la cocaina davanti a me, nei festini con i miei amici, ma grazie a Dio non l'ho mai toccata. Alcuni amici sono finiti per strada per colpa dell'eroina. Questo dopo essere uscito dal seminario. Avevo tutto, ma dentro ero morto. In due momenti ho anche pensato al suicidio. Poi è arrivata la seconda chiamata della mia vita. Non ho sentito voci, ma è stata una spinta interiore che mi ha detto "fai questo, questa è la strada per te". Dunque la conversione, il giorno in cui diventa prete: "Lì è morta una parte di me, ma è nata una gioia", conclude don Davide Banzato. Una storia davvero singolare e da cui c'è molto da imparare.

Così la fede di Wojtyla vinse i proiettili di Agca. Matteo Sacchi il 21 Aprile 2021 su Il Giornale. In "Il Papa doveva morire" Antonio Preziosi ricostruisce l'agguato al pontefice nei dettagli. Tredici maggio del 1981, mercoledì pomeriggio. Sono le 17 e 30 circa, una ambulanza con la sirena rotta cerca a fatica di farsi strada nel traffico caotico di Roma. L'autista suona il clacson. Accanto a lui un infermiere si sbraccia a più non posso. Alla fine riesce a farsi largo tra le auto, verso il policlinico Gemelli. Nessuno dall'esterno potrebbe immaginare che sdraiato sulla barella all'interno c'è un uomo vestito di bianco ma macchiato di sangue: è Giovanni Paolo II. Pochi minuti prima, alle 17 e 17, mentre attraversava piazza San Pietro sulla «Papa mobile» è stato bersagliato dai proiettili di Mehmet Ali Agca, che ha aperto il fuoco contro di lui con una Browning Hp calibro 9 Parabellum, arma famosa per affidabilità e letalità. È proprio mentre viaggia su quell'ambulanza che la vita del pontefice appare legata al filo più sottile. Ma, alla fine, gli sforzi umani, o la divina provvidenza per chi è credente, riusciranno ad aver ragione dell'insano progetto di morte che ha condotto Agca sino a Roma. Il Papa polacco, uomo dalla tempra fisica e morale adamantina, si salverà e l'attentato diventerà per lui una ulteriore occasione per dar forza al suo pontificato.

Parte proprio dalla corsa verso il policlinico Gemelli il saggio di Antonio Preziosi che, a quasi quarant'anni di distanza, ricostruisce con grande precisione quegli eventi: Il Papa doveva morire. La storia dell'attentato a Giovanni Paolo II (San Paolo, pagg. 240, euro 22). Preziosi, giornalista radiotelevisivo (è direttore di Rai Parlamento), molto attento alle vicende vaticane, ha il merito in questo testo di inserire la narrazione della cronaca in un contesto molto più ampio. Il saggio, con la prefazione di Monsignor Rino Fisichella, rende ben chiaro al lettore, anche a quello troppo giovane per averne memoria diretta, la dinamica del fatto. Dalla maniacale determinazione di Agca a sparare al pontefice, maturata sin dalla visita di quest'ultimo in Turchia, sino ai dettagli del disperato intervento chirurgico iniziato sfondando la porta bloccata della sala operatoria, passando dall'incredibile coraggio della suora (o delle suore, questo è uno dei misteri della vicenda) che si lanciarono contro l'attentatore bloccandolo. Ma la parte più interessante del lavoro è quella in cui, attraverso moltissime testimonianze, Preziosi ricostruisce il percorso di fede che Wojtyla ha approfondito a partire dal momento stesso in cui è stato colpito. Ancora a bordo dell'ambulanza, e quasi moribondo, il Papa parlando al suo segretario don Stanislao, ma rivolgendosi al suo attentatore di cui non sapeva ancora nulla, disse: «Io ti perdono ed offro tutto questo che mi è capitato per la Chiesa e per il mondo». Su questa vocazione al perdono, legata al culto mariano, si è poi innestata una profonda riflessione sul terzo segreto di Fatima che Wojtyla ha deciso di rendere pubblico nel Duemila. Insomma, Preziosi offre a chi compulsa il volume la lettura specifica che di quell'episodio dette colui che ne fu protagonista e vittima, san Giovanni Paolo II, che «non cessò mai di dare di quell'episodio una lettura mistica e spirituale coerente con il suo pensiero e la sua fede». Il Papa polacco associò immediatamente all'attentato, avvenuto nell'anniversario della prima apparizione a Fatima nel 1917, l'adempimento del terzo segreto rivelato dalla Madonna e attribuì la sua salvezza all'intervento diretto della Vergine, alla quale fin da giovane si era sempre rivolto con l'espressione latina «totus tuus». Il libro ovviamente fornisce anche al lettore tutte le informazioni necessarie a valutare bene anche quello che Wojtyla definì, parlando con Montanelli, il «garbuglio» relativo a come e perché Agca arrivò in piazza San Pietro e se fosse solo. Nel corso degli anni il killer turco ha fornito un numero impressionante di versioni contrastanti. Preziosi da professionista dell'informazione qual è non si mette a fare inutili sensazionalismi, a quelli ci ha pensato già Agca che ha cambiato versione sull'attentato 52 volte. Nei suoi deliri ha accusato come mandante persino Khomeyni (ha anche sostenuto di essere Gesù). Preziosi semplicemente segnala le zone d'ombra e le prove che gli inquirenti hanno trovato su quella che è apparsa come la pista più ragionevole: quella bulgara. Alla fine anche in questo caso Wojtyla si disinteressò rapidamente delle indagini. Pensava fosse in atto una grande lotta mistica tra il bene e il male e in quel contesto il killer da lui perdonato, e poi personalmente incontrato in carcere, fosse solo «un poveretto» bisognoso di grande pietà cristiana. Pietà che dal pontefice Agca ricevette ma non chiese, pare che ad ossessionarlo fosse solo il fatto di non spiegarsi come avesse fallito, lui che si riteneva il killer perfetto. Del resto non fu il solo tentativo di uccidere Wojtyla andato a vuoto, contro il pontefice si ricordano almeno 5 veri e propri attentati e svariate aggressioni di mitomani. In più di un caso si trattava di attacchi pensati con cariche esplosive, come in Bosnia nel 1997. Che sia stata fortuna o divina provvidenza non sta a noi dirlo. Wojtyla aveva però a riguardo un'idea precisa.

La resurrezione? Senza le donne non ci sarebbe mai stata. Quando tutto è (o, comunque, sembra) concluso quando i cuori di donne e uomini si arrendono alla paura, giunge l’alba di un nuovo giorno. Luigi Mariano Guzzo su Il Quotidiano del Sud il 5 aprile 2021. La grande novità dell’annuncio cristiano è la resurrezione. In realtà, nell’antica Grecia, già Platone aveva parlato di immortalità dell’anima. Ma la promessa di Gesù di Nazareth va ben oltre: è una resurrezione del corpo, dei corpi. Il corpo, mortale, è chiamato a risorgere, ad essere immortale. In una forma gloriosa, ovviamente, che trascende le dimensioni spaziali e temporali, uno stato metafisico che le nostre (limitate) facoltà mentali neanche riescono ad immaginare. Un corpo che è carne “glorificata”, libera dagli affanni e dai pesi del dolore, in cui le ferite sono trasformate in feritoie di luce e di speranza. Quanta strada abbiamo percorso dal Mercoledì delle Ceneri, con l’inizio del cammino quaresimale, ad oggi, domenica di Pasqua! Siamo partiti ricordando la condizione di finitudine: cenere siamo e cenere ritorneremo, ci siamo detti nella liturgia. Abbiamo attraversato, prima, il deserto, la solitudine, l’isolamento e, poi, la delusione, il tradimento, la passione, fino ad arrivare alla morte in croce, di un uomo, Gesù, che si era definito “re” – anche se di un regno non di questo mondo – e che alcune delle persone a lui più vicine avevano riconosciuto come “il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. La morte in croce è un fallimento non soltanto di un’esistenza individuale, ma, ancor di più, di un progetto collettivo. Sogni, prospettive, attese, tutto diventa fumo. O meglio, cenere. Se quell’uomo fosse stato realmente il figlio di Dio avrebbe potuto chiamare degli angeli a liberarlo dal legno della morte. E, invece, quell’uomo, sopra la cui testa era stato scritto “re dei giudei”, a mo’ di beffa, inchiodato sulla croce, lamenta di essere stato abbandonato persino dal Padre. È la fine. Siamo ai titoli di coda di una “piccola” rivoluzione sociale e religiosa che ha coinvolto una Palestina soggiogata all’impero romano. Un moto rivoluzionario, sedato grazie all’intervento delle locali autorità ebraiche che, per pochi denari, riescono a corrompere un “discepolo” di Gesù. E ora, nell’ultima ora, Gesù, tradito da uno dei “suoi”, e lì che esala l’ultimo respiro davanti a Maria, una madre trafitta dal dolore, in preda alla disperazione per la morte dell’unico figlio. I “suoi” compagni, che soleva chiamare fratelli, ormai lo hanno abbandonato, per il timore di fare la stessa fine. C’è chi lo rinnega (e non uno qualunque, ma proprio Pietro, al quale era stata affidata una sorta di “leadership” del gruppo). Ma ecco che, quando tutto è (o, comunque, sembra) concluso, quando i cuori delle donne e degli uomini si arrendono ormai alla paura, alla rassegnazione e all’angoscia, quando cala la notte della sofferenza, giunge l’alba di un nuovo giorno, di un nuovo inizio. Ecco, la resurrezione. No che nulla era concluso, tutto era semmai “compiuto”, biblicamente parlando. La cenere è tornata ad essere corpo, per l’eternità! La morte è un fatto storico, la resurrezione dei corpi è un evento meta-storico, che scardina le consueti leggi naturali, di cui tutti noi facciamo quotidianamente esperienza. La resurrezione, quindi, non può essere compresa in un discorso strettamente razionale, ma soltanto accolta come dono. È per tutti. Anche se non da tutti accolta allo stesso modo. È il salto dalla storia alla fede, di una fede che i cristiani tramandano ormai da due millenni, di generazione in generazione. Se è relativamente semplice capire la croce, è davvero complicato credere nella resurrezione. In effetti, la croce può essere verificata e sperimentata, pur nella paradossale logica dell’amore di un uomo che si sacrifica per l’umanità intera, mentre la resurrezione deve essere creduta, alla luce della fede, di un’esperienza soprannaturale. Non ci può essere, in altre parole, una resurrezione “materiale”, in quanto va al di là della materia. E neanche può concepirsi una resurrezione “laica”. Ci troviamo dinnanzi ad un messaggio che è essenzialmente religioso. Anzi, siamo di fronte al mistero, all’unico messaggio di cui il cristianesimo si fa autenticamente promotore. Eppure, ciò non significa che il discorso sulla resurrezione debba essere per forza circoscritto in un ambito puramente confessionale. Può darsi un significato “laico” dell’evento-resurrezione, un significato alla portata di tutti, credenti e non credenti. Innanzitutto, è resurrezione dei corpi, che esalta e valorizza, insomma, la dimensione della corporeità. Che è il centro delle relazioni, delle espressioni di emozioni e di sentimenti. Il fine della Chiesa è la salvezza delle anime, che diventa salute dei corpi. Non è la carne un accidente da demonizzare. È, al contrario, una possibilità di conoscenza, di esplorazione del mondo, di sensazioni positive, di emozioni, che è parte integrante del progetto di salvezza. Ci salveremo con tutta la nostra carne! La resurrezione è motivo di riscatto, personale e sociale. Non è semplice trovare la forza di schiodarsi dalle proprie difficoltà, di andare oltre al male inflitto, di vincere l’odio. E, invece, la resurrezione ci riporta alla forza di soverchiare la “tomba” della propria esistenza, superando i rancori, le debolezze, le difficoltà che attanagliano la vita di tutti i giorni. Un discorso, questo, diametralmente opposto alle tentazioni della depressione, della stanchezza, della fatica, del lassismo. È più facile rimanere inchiodati sulle nostre croci, piangersela un po’ addosso, morire con il proprio dolore. Mentre, risorgere è questione difficile. Ma necessaria. Lo sanno bene le donne. Parlo di loro perché è alle donne che – come raccontano i Vangeli – è affidato l’annuncio della resurrezione. Sì, le donne che, all’epoca, non potevano neanche testimoniare ai processi e che oggi, nelle liturgie cattoliche o ortodosse, non possono ancora proclamare la parola di Dio e spezzare il pane eucaristico e che, nelle società civili, rimangono vittime di violenza e di emarginazione, sono le depositarie di un messaggio che sconvolge il corso ordinario degli eventi: Gesù è risorto, è davvero risorto! Gli uomini, i discepoli, sono chiusi nel cenacolo, impauriti, mentre le donne, nella tenerezza e nella premura dei piccoli gesti, trovano il sepolcro vuoto, ascoltano la voce del cuore (dell’angelo, ci dicono le Scritture) e comprendono che non può essere cercato tra i morti Colui che è vivo. Corrono subìto ad annunciarlo agli uomini. Inizia da qui, il cristianesimo. Da un passaparola avviato dalle donne. Senza le donne oggi non sapremmo nulla della resurrezione. Ed è dalle donne che il mondo, con le nostre chiese, può finalmente risorgere.

Manuel De Nicolò. Il Giornale di Putignano Mercoledì 18 Novembre 2009.  Alcune settimane fa, Joshua, un bambino di 33 mesi dopo tante cure e di chemio presso l’oncologico pediatrico di San Giovanni Rotondo, ha fatto ritorno a casa sua a  Putignano. I medici gli avevano dato poche speranze di vita forse questione di  mesi, i genitori erano in preda a una disperazione nera. Amici e parenti, per il ritorno a casa  del piccolo bambino, però per sdrammatizzare gli eventi, hanno organizzato una festa di “benvenuto”. Un lungo striscione era sospeso sotto casa nel quartiere di San Filippo Neri  e una piccola festa con i compagni della scuola materna è stata organizzata presso il Conservatorio S. Maria degli Angeli a cura della dott.ssa Paola Troilo e della maestra Marianna, dove il piccolo ha  frequentato la sezione Primavera. Una festa “triste”, sembrava l’ultimo addio a questo sfortunato bambino. I giorni sono passati e la vita quotidiana ha ripreso il suo cammino. La scorsa settimana il telegiornale di RAI 3, ha dato la notizia che un bambino di Putignano aveva ricevuto una Grazia di guarigione dopo un pellegrinaggio a Medjugorje. “Il bambino che a seguito del tumore non poteva camminare,  giunto nel paesino della Bosnia, appena sceso dal pullman ha iniziato a correre con grande meraviglia dei genitori. - racconta il cronista -  In seguito sono state eseguiti degli esami clinici che hanno evidenziato una riduzione della massa tumorale da 7,5 cm e 3 cm e la cicatrizzazione delle metastasi alle ossa.” Un caso unico che ha fatto gridare al miracolo. Il bambino che ha ricevuto la “Grazia” dalla Madonna è Joshua De Nicolò, figlio di Manuel (famoso attore della sit com “Family very strong”)  e della putignanese Elisabetta de Venere. La notizia giornalistica ha creato stupore e meraviglia tra tutti i cittadini che erano a conoscenza della “via crucis” di questo piccolo figlio di Dio, anche perché Manuel e Betta non sono dei cattolici praticanti, ma dei “Cristiani fai da te” che fino a ieri hanno seguito per tradizione la fede cristiana. La famiglia De Nicolò nel suo viaggio a Medjugorje ha conosciuto il famoso giornalista Paolo Brosio ed ha incontrato la veggente Mirjana. Paolo Brosio ha voluto inserire un capitolo sulla storia di Joshua nel suo libro “A un passo dal Baratro” che sarà in vendita nelle edicole il prossimo 17 novembre e che gli introiti saranno devoluti a favore di un orfanotrofio e una casa per anziani del posto. Paolo Brosio, per testimoniare la sua esperienza di vita, è già stato il 25 ottobre a un raduno di fedeli ad Andria (12 mila presenze). Brosio, è disposto anche a venire a Putignano ospite della famiglia de Nicolò per presentare il suo libro e essere testimone di fede. Per realizzare questo evento si chiederà  la collaborazione organizzativa  della clinica Giovanni Paolo II di S. P. Piturno che dispone di una ampia sala congressi, del sindaco de Miccolis e dell’associazione Polis dell’avv.ssa Elisabetta Console.

Ma come mai questa famiglia è andata in pellegrinaggio a Medjugorje, santuario mariano poco conosciuto ai “cristiani sbadati”?

“Dopo tante disavventure mediche e preso dalla disperazione avevo pensato di portare Joshua a Lourdes – racconta Manuel al Giornale di Putignano -. L’unico santuario Mariano che conoscevo. Ma un giorno mentre ero a San Giovanni Rotondo, mi recai nella cripta di Padre Pio e  in un momento di disperazione gli chiesi a muso duro: “Perché proprio a mio figlio? Dammi un segno per tornare a sperare”. Dopo l’incontro con Padre Pio tornai all’ospedale e mentre camminavo per il corridoio del reparto si accese un totem di un computer dove mi apparve il viso della Madonna. E’ stato un flash che mi ha turbato. Quando sono entrato in camera ho trovato mia moglie che mi ha raccontato che Joshua non voleva dormire e che grazie a delle canzoni mariane aveva trovato serenità e calma. Ci informammo sulle musiche che avevano fatto riaddormentare nostro figlio. Erano canzoni dedicate alla Madonna di Medjugurie.  Non sapevamo neanche dell’esistenza di un paese chiamato Medjugorie. Ma la Madonna ci chiamava e ci ha dato un altro segno. Tra le riviste sparse nella sala d’attesa dell’ospedale c’era uno speciale di “Oggi” in cui parlava della Madonna che era apparsa a 6 veggenti bosniaci nel 1981 e dei suoi miracoli di guarigione. Dopo aver letto questo articolo abbiamo deciso di partire immediatamente. I medici ci sconsigliavo questo viaggio perché Joshua aveva le piastrine sanguigne molto basse (5.000), ma noi eravamo fortemente decisi. Il giorno che siamo partiti misteriosamente le piastrine di nostro figlio sono arrivate a 160.000.”

Ad ascoltare il racconto di Manuel, mi rendo conto che la Madonna di Medjugorje aveva già fatto un altro grande miracolo. Aveva ridato la speranza e la gioia di non essere più soli nella disgrazia a questi due genitori .

LA MADONNA PARLA CON MANUEL - Manuel, con fervore cristiano racconta il suo incontro con la Madre di Dio: “Mi viene spesso a trovare e gli parlo. Sono stato pure perseguitato dal demonio. Ma io ho resistito. Pensavo di avere delle allucinazioni ed ho chiesto alla Madonna di farmi vedere un Santo per provare che Lei non era una mia allucinazione. La Madonna mi ha mandato in visione San Michele Arcangelo. Alcuni giorni dopo questa apparizione sono stato chiamato ad uno spettacolo di beneficenza a Foggia. Il sindaco della città nel ringraziarmi della partecipazione gratuita mi ha donato una statua di San Michele. In quel momento ho pensato: Allora è vero!!! La Madonna mi parla e mi consiglia.”

Questi racconti di fede e conversione spesso lasciano increduli anche i fedeli praticanti e a volte si rischia di cadere in eccessi di fanatismo religioso. Manuel non è l’unico che crede di vedere la Madonna o i Santi. Ci sono fedeli che hanno queste stesse visioni, ma per paura di essere presi per pazzi o visionari, tacciono.

Non hai paura che ti prendono per un pazzo con queste storie delle visioni della Madonna?

“No!!! Ne parlo pubblicamente perché la Madonna mi ha chiesto di dare testimonianza delle Grazie che mi ha donato. Anche Paolo Brosio e Mirjana mi hanno consigliato di seguire gli insegnamenti della Madonna e di rendere pubblica testimonianza. Anche Paolo Brosio all’inizio temeva di essere preso per un fanatico o per un pazzo. Ma la fiducia nella Madre di Dio è immensa e perciò ha scritto un libro “A un passo dal baratro” per aiutare chi si trova nel dolore e si sente solo.”

Hai visto il diavolo, cosa è successo?

“E’ accaduto dopo che mi sono arrabbiato con padre Pio a San Giovanni Rotondo. La sera quando sono andato a letto, mentre stavo per addormentarmi ho sentito un peso sul mio letto. Mi sono voltato è ho visto un saio con il cappuccio che saltava.  Terrorizzato ho guardato quel saio e ho notato che all’interno non c’era nessuno. All’improvviso mi è saltato addosso e mi ha fatto “nuovo, nuovo”. Non ho mai avuto paura in vita mia, ma quella sera me la sono fatta addosso. Il giorno dopo sono andato da un  frate francescano della chiesa per raccontare il fatto e lui mi ha detto che era il diavolo che mi perseguitava perché non voleva che mi convertirsi e chi mi avvicinassi a Gesù e alla Madonna. Mi stava perdendo. Per protezione contro il demonio mi ha regalato un rosario con cui recito le Ave Maria.”

Hai una grande devozione per San Padre Pio?

“Si, perché io e Betta abbiamo sempre pensato che Joshua parlasse con Padre Pio da quando aveva 8 mesi. Un giorno è  successo  che con lo sguardo perso nel vuoto parlava come se avesse un interlocutore. Gli chiedemmo con chi parli? E lui sorridente disse “Pa Pio” indicando un quadro che era appeso nella nostra casa. Quando abbiamo scoperto che il bambino aveva un tumore è stato il giorno 23, giorno in cui è morto Padre Pio. E’ stato un segno. Quando siamo andati a Medjugorje, io povero cristiano poco esperto di cose della Chiesa,  avevo paura che San Padre Pio fosse geloso di questo pellegrinaggio. I frati, invece, mi dissero, che Padre Pio voleva che noi ci rivolgessimo alla Madre di Dio e di Gesù. San Padre Pio non fa miracoli, intercede per noi presso Nostro Signore. A Medjugorje abbiamo incontrato  la veggente Mirjana a cui la Madonna ha chiesto di pregare principalmente per i non credenti e per chi frequenta la Chiesa per tradizione e non per fede. Lei ci ha detto che non siamo soli e di testimoniare sempre la nostra esperienza per  aiutare il prossimo che ha perso la speranza.”

Un uomo misterioso e una donna sconosciuta consigliano l’operazione a Firenze.

“Il 17 novembre Joshua, si recherà a Firenze per sottoporsi a un difficile intervento chirurgico per togliere il “neuroblastoma mediastinico tra il cuore e i polmoni, con infiltrazione midollare e  metastasi scheletriche”. Una operazione difficilissima che i medici di San Giovanni Rotondo o di Milano non hanno voluto effettuare. Anche questo evento, racconta Manuel, è nato da un segno ricevuto dalla Madonna, infatti: “Avevo perso la speranza di poter operare mio figlio, ma un giorno mi sono recato a Canosa. Ho avuto problemi ad una gomma dell’auto e sono andato da un gommista. Mentre ero in attesa della riparazione si è avvicinato un uomo che non avevo mai visto prima in vita mia e mi ha detto: “Come sta Joshua?”.

Gli ho spiegato che non trovavo dei medici disposti ad operarlo. L’uomo mi ha detto di seguirlo e mi ha presentato una signora a cui ha raccontato la mia storia. La donna, che aveva vissuto una storia simile con suo fratello di 17 anni, ci ha consigliato di rivolgerci all’ospedale di Firenze. E mi ha ringraziato per avergli dato la possibilità di sciogliere il voto che aveva fatto alla Madonna di aiutare altre persone che si trovano nelle sue stesse difficoltà”. Manuel e Betta sono fiduciosi che tutto andrà bene perché la Madonna li protegge… “Il buon Dio sa di cosa abbiamo bisogno e sa ascoltare”. Speriamo che questa storia abbia un lieto fine. Di certo, per Manuel e Betta la gioia di questi eventi “sopranaturali” ha scacciato il dolore per la malattia del figlio. Manuel, che per professione fa l’attore comico, si è tolta la maschera di Pulcinella e dal suo viso è uscita una lacrima di gioia e di dolore. Una storia che ci ha commosso profondamente e di cui abbiamo solo tracciato qualche spigolatura, ma che ci lascia molto turbati … Ognuno di noi ha La sua “croce” e spesso si sente solo e abbandonato. Poi accade qualcosa che non ti aspetti e torna la gioia nella vita grazie alla Misericordia di Dio. E  anche i non credenti si fermano un momento a meditare su questi fatti misteriosi! Il Giornale di Putignano

Coraggiosi, Storie. Betta: “La nostra forza? La fede". Cinzia Ficco su magazine.tipitosti.it. Sono stati molto tosti.  Hanno sofferto parecchio, ma sempre con grande dignità. E alla fine, hanno avuto un miracolo. Il loro bambino, Joshua, che significa “Dio è la mia salvezza” , nato a Putignano, nel Barese,  il 9 febbraio di cinque anni fa, dato dopo i primi mesi di vita per spacciato, è guarito. Lo desideravano molto questo figlio, Elisabetta, Betta per gli amici, e Manuel De Nicolò. Insieme da tredici anni, lui un attore di sit-com, lei, figlia di sordomuti, di cui si è presa cura fin da quando era una bambina. Ad aiutarla, nella sua crescita, tre zii con lo stesso handicap. Il bimbo quando nasce non è sordomuto, come aveva temuto la mamma. Ma presenta qualche problema. La prima diagnosi parla di «sospetta cromosomopatia e plagiocefalia». Si ipotizza che il neonato sia down e affetto da un torcicollo congenito che lo porta a inclinare la testa verso sinistra. Pochi giorni dopo, nella famiglia torna il sorriso: il bambino sta bene, il problema al collo è forse dovuto a «ipoplasia dello sternocleidomastoideo del  muscolo sinistro del collo», e quell’occhio semiaperto e gonfio, di cui si sono accorti, è solo un raffreddore. Ma tutto falso. Una delle palpebre non si apre, né si chiude del tutto a causa della sindrome di Horner. Dietro quell’occhio c’è già una massa tumorale: cellule maligne hanno invaso il corpicino fin dalla nascita, colpendo anche i linfonodi del collo. Ma come fa notare Betta, da parte sua e di suo marito, c’era tanta ansia di sapere. Da parte dei medici, molta superficialità. «Se in quei primi giorni avessero effettuato una Tac o una radiografia – dice-  e non una semplice ecografia, si sarebbe arrivati subito a una diagnosi corretta, e le terapie necessarie sarebbero iniziate allora”. Dopo cure palliative,  i genitori si rivolgono ad un ospedale di Bari, al reparto di ortopedia e traumatologia. E ad un fisiatra di Noci. I medici dicono che la testa del bambino tende a piegarsi verso sinistra per una postura da parto. Ma il 23 dicembre del 2008, sulla tempia sinistra del piccolo Joshua compare una pallina non più grande di un nocciolo. Sarà questo episodio a salvare la vita del piccolo. Il 29 dicembre, il bambino viene visitato privatamente e sottoposto a ecografia:  Referto: si tratta di una cisti sebacea, un banale accumulo di grasso, che potrà essere asportato al quinto anno di età da un dermatologo. Ma mamma Betta non si sente tranquilla. Per niente. Solo quindici giorni dopo, nel gennaio 2009, la tumefazione dell’occhio sinistro aumenta e Betta e Manuel cominciano a temere per la vita del loro bambino. Si recano all’Ospedale di San Giovanni Rotondo, la struttura sanitaria realizzata da Padre Pio. Ma per una strana coincidenza hanno i genitori la possibilità di far visitare Joshua direttamente dal Professor  Saverio La Dogana, primario del reparto di Oncoematologia, al quale basta sentire i sintomi che il bambino accusa, occhio semiaperto e bozzo alla tempia, per capire. Dopo la Tac, la diagnosi che spezza ogni speranza: quella dei medici di San Giovanni Rotondo. Joshua ha solo cinque giorni di vita. È affetto da neuroblastoma mediastinico al quarto stadio S, con infiltrazione midollare e metastasi allo scheletro. Il tumore ha attaccato le ossa del bacino, il midollo, le ossa del cranio, il retro dell’occhio sinistro, i linfonodi del collo e stava penetrando nella parte sinistra del cervello, ed è questo, purtroppo, che spiega la posizione della testa inclinata fin dalla nascita. Dietro al polmone sinistro c’è una formazione tumorale grande sette centimetri e mezzo. Si comincia subito  con una terapia d’attacco, un vero e proprio bombardamento: chemioterapia, autotrapianto e radioterapia. Una battaglia contro il tumore lunga otto mesi. Inutile  parlare dell’angoscia, della disperazione di Betta e Manuel. Ma dei due Betta non riesce a versare lacrime. E’ come impietrita. E ai medici un giorno dice solo: “Affido a voi e a Dio mio figlio”». Manuel e Betta si trasferiscono a San Giovanni Rotondo, prendono un appartamento in affitto, ma la casa di Joshua e della sua mamma sarà per mesi l’ospedale.  In isolamento per tre mesi. Paura, dolore, una tristezza infinita. Nel frattempo Manuel, che di mestiere fa il comico, deve tornare al lavoro. Betta si chiede il perché di tanto dolore. «Perché a me? Si ripeteva. “Ma con i giorni – fa capire – invece di essere arrabbiata,  imparo a farmi accarezzare, abbracciare da Dio.  E tutto in un ambiente, in cui vedi morire quasi ogni giorno dei bambini. Ho conosciuto Rosa, una mamma straordinaria, che ha trascorso dai 21 ai 35 anni in “via oncologia”, come chiamava lei il nostro reparto.  Assisteva sua figlia Benedetta, una quattordicenne dolcissima, che era diventata grande amica di Joshua. A marzo, Benny è morta. E il mio bambino, non vedendola più, per giorni mi ha chiesto sussurrando: “mamma, Benetta dov’è? Che dolore!” Rosa, nonostante la sua tragedia, è stata molto vicina a Betta. Intanto Joshua comincia a rispondere in modo positivo alle cure. Dopo otto cicli di chemioterapia e l’autotrapianto del midollo, a giugno di tre anni fa il piccolo viene dimesso  dall’ospedale. “Ci torneremo – racconta Betta-  ad agosto.  Allora sarà sottoposto a diciassette radioterapie, tutte in anestesia generale, rischiando la tiroide e il polmone sinistro. Ma quando venti giorni dopo viene dimesso, la malattia ha cominciato la sua lenta ritirata”. Oggi Joshua, è un bambino vivacissimo.  E’ completamente guarito.  Un miracolo? “Sì – fa capire Betta –  E qualche segno che qualcosa di grande ed inspiegabile, ci sarebbe capitato, lo abbiamo avuto un giorno. Joshua aveva appena otto mesi ed era seduto sul nostro letto. Ad un certo punto, lo sento parlottare, come se avesse davanti un  interlocutore. Joshua con chi parli?” –  gli chiedo, e lui, sorridente, si gira verso il quadro di Padre Pio, che avevamo sul letto e me lo indica con la sua manina. Un’altra volta, ancora durante il primo ricovero, il bambino si sveglia improvvisamente e guardando verso la porta della stanza, mi dice: “Mamma hai visto Pa Pio? Lui bacio mano casa”. Aveva visto il Santo, che gli aveva dato un segno: era accanto a lui e lo avrebbe portato fuori dall’ ospedale guarendolo». Oggi Betta ed Emanuel sono devoti della Madonna di Medjugorje, dove sono stati a luglio del 2009, quando Joshua aveva 29 mesi ed era stato dimesso da poco dall’ospedale di San Giovanni  Rotondo. “Prima di partire – racconta Betta-  il bambino non riusciva a camminare bene, i medici mi tranquillizzavano, dicendo che era dovuto alla terapia e al fatto che fosse stato per un mese a letto. Invece, appena arrivato a Medjugorje, mio figlio correva, sgambettava felice senza problemi.» «Prima dell’autotrapianto – aggiunge –  mio figlio aveva metastasi ossee,  linfonodi profondi alla gola, alla tempia e al femore, e una massa mediastinica di 5-6 cmdi diametro dietro al polmone. Quando siamo tornati dal pellegrinaggio, la Tac ci diceva che la massa tumorale si era ridotta a poco più di tre centimetri e che il resto era scomparso. Si era miracolosamente cicatrizzato tutto”. Restava il tumore nascosto dietro al polmone, che viene operato, a Firenze. Tanti  i rischi. È il 27 novembre del 2009. I medici avevano previsto un intervento che sarebbe potuto durare anche sei ore, oltre ai quattro giorni in rianimazione. Va tutto per il meglio. “In rianimazione – dice la mamma-  è rimasto per due ore, a scopo precauzionale. Quando ha riaperto gli occhi era felice, e mi ha sussurrato di aver visto una luce bianca, le nuvole, che era stato in cielo con Gesù, che avevano riso insieme, chela Madonnavegliava in lontananza. Infine, che aveva ricevuto un regalo “grande grande”. Joshua resta sempre sotto controllo. L’ultima terapia di mantenimento, durata sei mesi, è terminata il 20 giugno 2010 e quest’ultimo traguardo  è stata festeggiato con un bagno al mare. A un anno esatto dal primo pellegrinaggio, nel luglio del 2010, la famiglia è tornata a Medjiugorie. Per ringraziare. Oggi vive serena, sapendo che a vigilare sul suo bambino c’è sempre il frate di Pietrelcina. Tra breve costruiranno una statua dedicata al santo, vicino la casa dei De Nicolò. A giocare con Joshua oggi c’è  una splendida bambina. Sana.  Cinzia Ficco

Emanuele De Nicolo. Nicola Pignataro su teatropurgatorio.it. “Quando il gioco si fa duro, i duri scendono in campo”. E’ una massima molto cara agli americani. La usano, quando mettono da parte fronzoli e sentimentalismi e sono costretti, da quel popolo pragmatico che è, a vedere le cose che sono così come sono e non come vorremmo che fossero. Bene, cosa centra questo incipit con l’anima in questione? Bè, centra, carissimi amici del Purgatorio, perché vi dirò che del De Nicolò avrei preferito non occuparmene, e ciò per una serie di ragioni che posso riassumere nel fatto che si tratta di un’anima certo non traboccante di fascino per il sottoscritto. Non voglio però essere frainteso: lo reputo un comico, un cabarettista che non riscuote affatto la mia simpatia, ma ciò non riguarda un giudizio di valore sulla persona, né tanto meno implica la minima offesa nei suoi riguardi. Ma come è giusto che sia, snoccioliamo gli antefatti.  Ho conosciuto il De Nicolò attraverso la mediazione di Franco Scaramuzzi, un impresario che evidentemente credeva molto in lui tanto da essere disponibile a finanziargli una serie di serate. Il Nostro mi si presentò un pomeriggio in compagnia di Alfredo Navarra, sua spalla di allora. Pimpante e ottimista si disse convinto che avrebbe riempito  il Teatro. Ma la prima sera nonché le successive,  le poltrone rimasero desolatamente vuote. Ciò naturalmente spiacque sia a lui che allo Scaramuzzi, che imputarono il fiasco alla sfiga ed ad altre entità metafisiche.  Da parte mia analizzai senza difficoltà l’insuccesso. Il Duo pur avendo nel suo novero qualche apprezzabile spunto comico aveva qualcosa che non andava (c’è sempre qualcosa che non va quando l’omino del botteghino sta lì a  rigirarsi i pollici); qualcosa insomma che non convinceva il pubblico barese (uno dei pubblici più marpioni e scaltri d’Italia) a sborsare il prezzo del biglietto: e questo qualcosa era a mio avviso una professionalità ancora acerba, un bagaglio di conoscenza e di tecnica ancora da affinare, da maturare. Dopo, averci dunque rimesso qualche soldarello, Scaramuzzi se la defilò e il Nostro ricominciò ramingo a cercare la sua grande occasione. Tra un numero e l’altro di Charlot, imitazione che costituiva il suo numero forte, esercitava per sbarcare il lunario  la professione di imbianchino. Un giorno mi si ripresentò in Teatro con sua moglie Chicca, dicendosi nuovamente  sicuro di poter far accorrere le masse. Bè, duole dirlo ma ancora una volta anziché lo scrosciare degli applausi si udirono volare le mosche.. Al ché fu piuttosto imbarazzante per me, quando si avvicinò il momento del rendiconto. Infatti, a rivoltarlo a testa in giù il Nostro non avrebbe fatto tintinnare sul pavimento nemmeno l’ombra di un centesimo. Si ripagò, devo dire, onorevolmente, dandomi una rinfrescata agli intonaci del mio ufficio. Dopo quella doppia quanto infelice parentesi, scomparve per qualche tempo, fino a quando intorno al 1996 non  lo rividi negli studi di Telebari, dove io ero impegnato a condurre il gioco a premi “Fave di Quiz”. Lui stava  allestendo  la prima serie della “Very Strong Family”. Tra gli attori che aveva reclutato figurava Franco De Giglio, che doveva riscuotere poi un enorme consenso di pubblico come “Nonno Ciccio”. Che dire? Il successo della serie, inutile nasconderlo, fu eclatante, e certo non sarò certo io a disconoscerlo. Fatto sta che lui, cominciò come dire a sentirsi una sorta di Buster Keaton spiegato ai baresi. Mi capitò di incontrarlo per strada e di ricevere in cambio del saluto che meritavo, un’alzata di ciglio piuttosto altezzosa. Ah, cara la mia schifiltosa quanto ingenua anima. Non so perché avevi la sicumera che avresti potuto sempre guardarmi dall’alto verso il basso. L’ultima volta, in verità, ho constatato che il saluto ti è ridiventato come dire più umile e sentito. Bravo, l’umiltà è una gran bella cosa! Vedi me, per esempio: sono oltre trentacinque anni  che godo il favore del pubblico ( e non solo di quello barese), ma non ho mai dimenticato la massima biblica sul fatto che tutti un giorno, esimio Emanuele De Nicolò, siamo stati schiavi in Egitto. Per gli anni a venire,  fai quindi tesoro del mio consiglio. Cerca di non dimenticare mai chi eri e da dove vieni.

Manuel e Kicca si sono lasciati.

Il Matrimonio della piccola Vanessa della Very Strong Family. Redazione Teleregionecolor.com il 6 ottobre 2018. Il matrimonio: un giorno speciale in cui coronare il sogno d’amore. Una data che viene impressa indelebile nella memoria. Un evento, soprattutto se a convolare a giuste nozze, è un volto noto di chi nel tempo ha saputo entrare nelle case con un sorriso e tanto divertimento. Nella basilica di San Nicola a Bari il giorno speciale di vanessa de Nicolò della Very Strong Family, ora cantante affermata di una band musicale. Una commedia che nel passato ha allietato per tantissimo tempo le giornate dei pugliesi, che non si lasciavano scappare l’appuntamento della sit com in onda su teleregione. lei, la piccola di casa, aveva solo 11 anni, ora e’ diventata una donna. Ad attenderla sul sagrato il fratello lino, in arte Piolino. Ad accompagnarla sull’altare Kikka, mamma nella vita oltre che sugli schermi. Ad attenderla per il sì Lorenzo Gentile, tutti bellissimi e sorridenti, per chi ha fatto della gioia di vivere il proprio marchio di fabbrica. Abito bianco e lungo velo ad accarezzare la bella vanessa che guarda ora al futuro con un rinnovato ottimismo.

Umberto Sardella. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Umberto Sardella (Binetto, 15 agosto 1956) è un attore e comico italiano. È noto al pubblico per la sitcom Mudù in onda su Telenorba e Teledue. Nel 1995 insieme a Manuel De Nicolò e Donata Frisini, in arte Manuel & Kikka, partecipa alla prima serie della Very Strong Family su Teleregione, che ottiene un ottimo successo, Umberto fa la parte del cugino gay del protagonista Manuel. L'anno successivo partecipa nel sequel Very Strong Family 2 su Teleregione.

·        Miracoli ed affari.

Medjugorie.

“Miracoli e guarigioni” a Medjugorie: dal profumo di rose alle lacrime di sangue. Le Iene News il 09 aprile 2021. In questo terzo appuntamento Gaston Zama ci presenta e approfondisce i presunti miracoli accaduti tra le colline di Medjugorje: dalle gocce che sgorgano dalla statua di Gesù Cristo al profumo di rose fino a chi dice di piangere sangue come Ludovico Pedone o chi si è alzato dalla sedia a rotelle nonostante fosse infermo. Incontriamo anche chi vive nella fortezza di Tomislav Vlasic, dove si parla di ufo ed extraterrestri. Dopo averci parlato dei 6 veggenti e del loro rapporto con il denaro, in questo terzo appuntamento Gaston Zama ci presenta i presunti miracoli accaduti tra le colline di Medjugorje. Uno di questi miracoli sarebbero le presunte lacrime che sgorgano da una statua di Gesù Cristo. Le abbiamo viste assieme a Paolo Brosio e alla sua fidanzata Marialaura De Vitis durante il primo capitolo della nostra Missione Medjugorje. “Sono le lacrime del paradiso che scendono sulla Terra”, così le spiegava Brosio. “Invece mi lascia perplessa la frequenza di questo fenomeno”, si chiede Marialaura. Se quelle gocce non si creano in superficie, ma da dentro, l’acqua da dove arriva? “Alla base della statua c’è un basamento che funge da serbatoio dell’acqua piovana”, spiega Lorenzo Tosi, ricercatore in Biotecnologie. “Ma quando piove non si riempie perché ci sono i buchi dei chiodi che Cristo ha nelle mani”. L’acqua piovana entrerebbe da qui e riempierebbe il basamento. “Con il calore del sole, evaporizzando, risalirebbero nella statua che all’interno è vuota. È un tipico delle sculture in bronzo”. I presunti miracoli vengono spesso ricollegati anche ad altrettante presunte guarigioni. “Tante persone sono guarite con i fazzolettini intrisi di quest’acqua”, ci aveva detto Brosio.  A Medjugorje ci sarebbe un altro presunto miracolo: quello del sole pulsante. Sulla collina si vedrebbero strani movimenti solari intermittenti. “Il sole ha iniziato a ruotare fortissimo venendo verso la Terra, liberando nel cielo i colori dell’iride. A un certo punto ho sentito gridare Raffaella che urlava di non vedere più dagli occhi”, dice Brosio che avrebbe assistito a questo fenomeno. La donna che nomina sarebbe una non vedente certificata da un occhio che si trovava lì in pellegrinaggio. “Dopo questo fenomeno ha fatto degli esercizi. Si è messa a piangere finché non ha iniziato a vedere da entrambi gli occhi”. Raffaella ne ha parlato anche in tv di questo fenomeno, ma dal Vaticano non arriverebbero conferme. A provocare la guarigione di Raffaella sarebbe stato il fenomeno del sole pulsante. C’è chi ha voluto studiare questo fenomeno. “Per riuscire a vederlo nei suoi comportamenti reali ho allestito una videocamera in modo che fosse in grado di resistere all’intensità luminosa del sole. Con dei filtri solari ho fatto delle riprese riscontrando comportamenti regolari”, spiega Valerio Rossi Albertini, fisico del Consiglio nazionale delle ricerche. Come mai allora c’è chi ha ripreso il sole che sembra pulsare? “La telecamera del telefonino non è un apparecchio idoneo a queste riprese. L’intensità luminosa è troppo grande”. Ci sarebbe un altro filmato incredibile registrato sulla collina delle apparizioni. Ha come protagonista Ludovico Pedone “che lacrima sangue dagli occhi”, dice Brosio. Nella clip non si vede il momento iniziale di questo fenomeno, ma solo la parte finale dove la sua faccia è intrisa di rosso che sembra sangue. Nel filmato Pedone giace davanti alla statua della Madonna. Brosio ha conosciuto Pedone a Forte dei Marmi. E anche in quell’occasione sarebbe avvenuto un fenomeno simile. “Mentre camminava ha iniziato a lacrimare sangue. Non voleva che chiamassi un’ambulanza perché diceva che gli succedeva sempre”, dice Brosio. A Valenzano in Puglia è sorto il Cenacolo, un tempio accanto alla casa in cui vive Pedone. Gaston Zama lo incontra: “Da quando mi è successo non prendo più i farmaci della malattia che avevo”, ci racconta Pedone. “Mi davano due mesi di vita, ero terminale. Mi portarono a Medjugorje e mentre pregavo ho iniziato a piangere sangue. Pensavo che stavo morendo”. Si parla anche di persone che misteriosamente si sarebbero alzate dalle loro sedie a rotelle. Un fenomeno che sarebbe successo nel santuario di Pedone, ma anche a Medjugorje. “Non ho mai parlato di miracolo”, dice. Porta delle bende alle mani e ai polsi, “perché ci sono delle ferite”. Sostiene di avere cicatrici anche ai piedi. Ferite che ricorderebbero le stigmate di Gesù Cristo. Sulle colline di Medjugorje ci sarebbe un altro miracolo che nessuno ha mai visto, ma che verrebbe solo odorato: il profumo di rose che sarebbe dovuto dalla vicinanza della Madonna. A Medjugorje c’è anche la fortezza dell’Immacolata, un’associazione creata da Tomislav Vlasic, ex padre spirituale dei veggenti. Un frate francescano che seguì fin dall’inizio i sei veggenti e che poi fu accusato di averli indotti a inventarsi le apparizioni della Madonna. Venne scomunicato dalla Chiesa per aver avuto rapporti sessuali con una suora. Oggi si sarebbe messo in proprio creando la sua fortezza dove parla di ufo ed extraterrestri. Il vescovo Hoser da poco amministra la parrocchia di Medjugorje durante una recente omelia ha detto che c’è un altro universo che aleggia tra quelle colline: “Qui si è infiltrata la mafia napoletana pronta a fare profitti”. Di questo e molto altro parleremo nella prossima puntata. 

Missione Medjugorje: i veggenti, le ville e il rapporto con il denaro. Le Iene News il 26 marzo 2021. Il rapporto con il denaro, l’estasi e oltre 50mila apparizioni di cui però solo 7 sembrano validate dalla Chiesa. Ecco il secondo appuntamento della “Missione Medjugorje”. Gaston Zama, nel suo viaggio con Paolo Brosio e la sua fidanzata Marialaura Devitis, ci racconta gli esperimenti e i tanti punti interrogativi ancora senza risposta attorno ai sei veggenti che dicono di vedere la Madonna. Il rapporto con il denaro, l’estasi e oltre 50mila apparizioni di cui però solo 7 sembrano validate dalla Chiesa. In questa secondo appuntamento della “Missione Medjugorje” parliamo dei sei veggenti che dicono di vedere la Madonna. Con Gaston Zama abbiamo vissuto un lungo e incredibile cammino in compagnia di Paolo Brosio e della sua fidanzata Marialaura De Vitis: un’esperienza in due mondi paralleli ma distanti anni luce l'uno dall'altro, un tentativo di dialogo tra la galassia di chi non ha fede e chi invece crede nell'esistenza di Dio, di Gesù e della Madonna (qui il primo servizio). Alcuni dei sei veggenti avrebbero un rapporto ambiguo con il denaro. Sono infatti titolari o proprietari di strutture ricettive che accolgono ogni anno i pellegrini. Molti però si chiedono quale mestiere facciano esattamente. Un’ambiguità che viene sottolineata anche nella relazione del cardinal Ruini e che potrebbe indurre qualcuno a pensare che si guadagnino da vivere grazie al fatto che la Madonna appaia loro da 40 anni. “Uno di loro ha un albergo con 54 camere e 120 posti letto”, dice Marco Corvaglia, autore, scrittore e studioso di Medjugorje. Un edificio poco distante dalla collina delle apparizioni di proprietà di Marija Pavlovic. Anche online il Magnificat è indicizzato come hotel, ma sul sito ufficiale questa parola non compare nonostante sia in tutto e per tutto un albergo. Abbiamo provato a contattare Marija Pavlovic, ma non siamo riusciti a parlarle. Le avremmo voluto chiedere approfondimenti su una sua frase detta a Tele Belgrado. “Fin dal principio la Madonna ci ha detto di non prendere del denaro…”, diceva in origine. E allora perché molti anni dopo ha invece organizzato cene benefiche per raccogliere fondi per un centro preghiera? E soprattutto questo centro preghiera è una parte di quello che oggi viene chiamato Magnificat? A Medjugorje tutto ruota attorno alla Madonna dai negozi di souvenir alle agenzie viaggio a ristoranti e alberghi. Tutto quanto il lavoro è legato alla Gospa, come la chiamano. “Questo benessere ha arricchito non solo i veggenti, ma tutti in egual misura”, dice Brosio. “Se hanno come fine solo il denaro dimenticandosi della gente, allora bisogna stare in guardia”, aggiunge Padre Angelo Epis, missionario monfortano. E l’ambiguità di alcuni veggenti era già stata affrontata anche dal cardinal Ruini che sembra mettere in guardia in particolare verso uno di loro: Ivan Dragičević. Dopo aver conosciuto Laureen Murphy, Miss Massachusetts del 1990, si trasferisce a Boston dove vive in una villa. “Non è una colpa, è un destino. Questa è la casa della moglie, che è di una famiglia di avvocati”, spiega Brosio. A scatenare altre polemiche sui veggenti c’è un’ulteriore dimora sull’isola di Hvar in Croazia. Per molti giornalisti sarebbe di proprietà della famiglia della veggente Mirjana Dragicevic Soldo. Si tratta di un’abitazione a pochi metri dal mare con piscina, patio e giardino. “Ma Soldo è il marito che ha una famiglia con alcune proprietà”, ipotizza Brosio. Fuori da questa villa come sostengono alcuni giornalisti locali, ci sarebbe stato un abuso edilizio: un pezzo di scogliera è stato cementificato “senza il permesso demaniale”, sostiene lo studioso Marco Corvaglia. L’abuso sembra sia stato fatto per mettere lettini e ombrelloni. Anche gli altri due veggenti Jakov e Ivanka sarebbero proprietari di strutture ricettive a Medjugorje. Infine Vicka sembrerebbe più discreta e riservata rispetto agli altri. “Lei vive in una villa grandissima a quattro chilometri da Medjugorje”, dice Corvaglia. E la sua bibliografia è abbastanza ampia. “Ho scritto la vita della Madonna e aspetto che lei mi dica di pubblicarla”, raccontava qualche anno fa. Ma non le avrebbe ancora detto quando farlo. “I veggenti erano molto legati ai frati francescani”, dice Padre Angelo. Il loro padre spirituale Tomislav Vlasic qualche anno fa è stato scomunicato. Avrebbe avuto rapporti sessuali e un figlio con una suora della zona di Medjugorje. Dietro la sua scomunica vengono addotte anche diffusione di dubbia dottrina, manipolazione delle coscienze, sospetto misticismo. Oggi sarebbe a capo della fortezza Immacolata, una specie di santuario non riconosciuto allestita nel bresciano dove il frate parlerebbe di ufo ed extraterrestri. Anche la commissione Ruini ritiene credibili le prime sette apparizioni, ma le altre le definisce un problema. In tutti questi anni i veggenti ne avrebbero totalizzate almeno 50mila, che hanno diviso il mondo della Chiesa. “Perché un’apparizione è riconosciuta e l’altra no?”, si chiede Maria Laura. Per stabilire se i veggenti fossero finiti davvero in estasi sono state istituite commissioni che hanno fatto alcuni test specifici. “È stato stabilito che questi veggenti qualcosa hanno visto, ma che fossero in estasi è tutt’altro che provato”, dice Francesco D’Alpa, neurofisiopatologo clinico. C’è un video curioso che riprende i veggenti mentre avrebbero avuto un’apparizione e quindi sarebbero stati in estasi. Una persona si dirige verso la Vicka, con un gesto fulmineo scaglia il suo dito indice verso il volto della veggente che clamorosamente arretra per schivarlo. Nonostante il suo spirito si dovesse trovare altrove, scorge l’avanzare del dito. Lei darà una spiegazione: “Per evitare la caduta di Gesù Bambino dalle braccia della Madonna lei è arretrata con quel gesto”, dice Corvaglia. “Può essere che la fase dell’estasi non fosse ancora in piena realizzazione”, aggiunge Padre Angelo. Ma è stato fatto anche un altro esperimento. Poco prima delle 17.40, orario in cui la Madonna apparirebbe ai veggenti, un’équipe li ha divisi. Ivan e Marija finiscono in due stanze differenti, in ognuna c’era un orologio che però segnava orari diversi. Loro non potevano saperlo e le apparizioni sarebbero avvenute in due momenti differenti. Attorno a Medjugorje ruota un altro volto che noi conosciamo bene, un uomo che ci bazzicava spesso e volentieri e che spesso si vedeva accanto a una veggente: don Barone. 

Missione Medjugorje: il cammino tra due mondi paralleli con Paolo Brosio e la sua fidanzata Marialaura. Le Iene News il 12 marzo 2021. Il nostro Gaston Zama ci porta in un lungo e incredibile cammino in compagnia di Paolo Brosio e della sua fidanzata Marialaura De Vitis. Inizia da qui "Missione Medjugorje": un’esperienza in due mondi paralleli ma distanti anni luce l'uno dall'altro, un tentativo di dialogo tra la galassia di chi non ha fede e chi invece crede nell'esistenza di Dio, di Gesù e della Madonna. Gaston Zama ci accompagna in un cammino in due mondi paralleli ma distanti anni luce l’uno dall’altro. Un tentativo di dialogo tra la galassia di chi non ha fede e chi invece crede nell’esistenza di Dio, di Gesù e della Madonna: è la Missione Medjugorje. I protagonisti sono Paolo Brosio e la sua fidanzata Marialaura De Vitis. Brosio, giornalista, scrittore e conduttore televisivo, nonché icona della tv anni ‘90 e della bella vita, si fece prendere la mano precipitando nel vizio più estremo: sesso, droga e alcol. Dipendenze che lo inghiottirono fin giù nell’abisso, poi però Dio gli tese la mano e Paolo si dimenticò della depravazione aprendosi alla devozione più assoluta, specie verso la Madonna di Medjugorje. Questo lungo e incredibile cammino ha avuto inizio da una telefonata. “In questo momento sono fidanzato con una ragazza che si chiama Maria… Diciamo che non crede molto, è scettica”, ci dice. Un particolare della sua Topolina - 41 anni di differenza - che non lo fa dormire la notte. “Le ho parlato di Medjugorje mille volte e mi piaceva portarla lì…”. Iniziano così i nostri 1.000 chilometri attraverso tre stati. Dopo 5 ore, la prima tappa è al santuario mariano del Grisa che Paolo vuole mostrare a Marialaura in questo cammino verso la fede. “Non ci credo, c’è la messa ora…”, dice. Per lui è un segno inequivocabile. La seconda tappa del nostro pellegrinaggio è invece vicino a Spalato dove c’è una sorgente d’acqua che a dir di Paolo sarebbe miracolosa: “Tante malattie che la scienza non riesce a curare, qui invece ci sono stati miracoli...”, sostiene. “Stai attenta Maria a tutto quello che ti accadrà dopo questo viaggio, ne sono sicuro”, dice alla sua fidanzata. “Per me è una gioia portare Maria da Maria perché Medjugorje è la scintilla che ti fa innamorare di Dio”. Dopo 35 ore di traversata, eccoci. Paolo scoppia in un pianto liberatorio. Con lui andiamo sulla collina Podbrdo dove sarebbe apparsa la Madonna: “Qui sono nati i veggenti, tutti i giorni alle 17.40 appare loro ovunque si trovino”. Ora spera che la fede di Marialaura possa fare un balzo in avanti. Lo fa mostrandole la statua del Gesù risorto da cui si formano gocce come se fossero lacrime (“c’è gente che è guarita con queste”) e poi con un altro fenomeno “il profumo intenso di rose che si sente su questa collina”. Per alcuni questa essenza è sinonimo di santità e della presenza della Beata Vergine e quindi è associata alla vicinanza della Madonna. Ma le visioni di Topolino e Topolina sono divergenti anche a proposito dell’aborto. “La nascita di un essere umano è un progetto di Dio, se tu lo impedisci vai contro Dio”, dice lui. “Il corpo è nostro e siamo libere di fare le nostre scelte. Una donna può subire uno stupro e il feto è solo il risultato di questo trauma”, replica lei. Posizioni che gettano Paolo nello sconforto che ribadisce: “È Dio che dà la vita, non l’uomo”. “Ma è lo Stato che fa la legge. E lo Stato non è la Chiesa”, aggiunge lei. Paolo ci parla anche di eutanasia e famiglia naturale: “Dove un uomo e una donna fanno l’amore e nasce un figlio”. Ma anche in questo Marialaura ha un’altra visione: “Può anche essere una coppia omosessuale a casa mia oppure una donna con un gatto. Famiglia significa amore”. Durante il nostro cammino incontriamo Ivo, un caro amico di Paolo, che ha qualcosa da raccontare a Marialaura. Lui era una giovane promessa del basket. “Ma sono rimasto senza gamba per un tumore”, dice. In base a quello che dice lui, l’arto gli è stato amputato perché il male non si fermava: “Mi avevano dato pochi mesi di vita”. Ed è così che si affida a Vicka, una delle veggenti più carismatiche di Medjugorje. Ivo le chiede di parlare del suo caso alla Madonna durante una delle sue apparizioni delle 17.40. “La Madonna tramite Vicka mi ha fatto sapere che sono un suo figlio prediletto e che sarei completamente guarito”, sostiene Ivo. Per lui il tumore sarebbe guarito e addirittura scomparso. Ma sarebbe successo un altro fatto straordinario: “Mi ricordo che Vicka ha preso la mia mano e mi ha fatto toccare la testa della Madonna. Al contatto ho sentito come una piccola scossa”. C’è un altro aspetto del tutto incredibile: “Subito dopo ricevo la mia gamba”. Questo racconto fa sorgere in Marialaura una curiosità: “Non credo assolutamente a questa cosa, ma vorrei sapere se lui crede che pelle, ossa e muscolo possano crescere così?”, gli chiede. “So cosa vuol dire non credere, anch’io ero come te. A molte cose non credevo, ma pregherò per te finché Dio ti darà la fede”. Topolina conserva il suo scetticismo e Paolo spinge per rientrare a Milano. La nostra missione Medjugorje volge al termine ed è il momento di fare un bilancio con i suoi protagonisti. “Ho fatto piccole cose dopo il ritorno a casa, erano 5 anni che non andavo a trovare mio padre al cimitero e ci sono andata. Ammetto che ho aperto la porta a questa entità”, ci dice Marialaura. “E poi quando ero sola ho pregato davanti alla statua della Madonna. Sono piccoli cambiamenti che per me sono grandi”. Dopo questo viaggio Marialaura conserva comunque il suo scetticismo. Oltre alle questioni di fede, ce n’è un'altra che rimane irrisolta attorno alla collina dove apparirebbe la Madonna, un fatto accaduto quasi 6 anni fa. Il 2 agosto 2015 poco dopo un’apparizione a una veggente è scomparso da lì padre Luciano Ciciarelli. Da quel giorno non si è più saputo nulla.

Lourdes.

Mario Giordano per la Verità il 4 aprile 2018. En marche. Con le sedie a rotelle. E le stampelle in spalla. Il presidente Emmanuel Macron mostra finalmente il volto nuovo dell'Europa solidale: infatti ha fermato i treni degli invalidi diretti a Lourdes. Sui binari francesi possono passare i convogli ad alta velocità, non quelli dell'Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati a Lourdes e santuari internazionali). Ma si capisce: che vogliono questi malati? La prossima volta imparino la lezione: anziché presentarsi con quelle bende bianche che non sono per nulla chic, si mettano un bel completo grigio di Yves Saint Laurent. Invece dell'acqua benedetta si facciano portare champagne. E quando alla frontiera qualcuno chiederà «dove state andando?», dimentichino la grotta della Vergine e rispondano a una voce: «A chiedere il miracolo a Bruxelles». Vedrete che Macron sarà molto più conciliante. Del resto lui è fatto così: moderno, elegante, alla moda, un figo che piace alla gente che piace, insomma, il simbolo europeo del bene: può forse mescolarsi con chi sta male? Le flebo, si sa, non s' intonano con le copertine di Vanity fair, i cerotti stridono con il bacio a Brigitte. E dunque basta con questi pellegrini che, pensate un po', aspirano a inginocchiarsi davanti alla Madonna. Anziché inginocchiarsi davanti ad Angela Merkel, come europeismo oblige. Voi pensate che stiamo esagerando? Macché. È stata proprio l'Unitalsi a denunciare il blocco dell'invalido alla frontiera di Mentone, la dura reazione di Parigi di fronte al pericoloso assalto delle Brigate Pannolone. Il tradizionale pellegrinaggio da Verona (quasi mille persone) doveva partire il giorno di Pasquetta. Ma, sapendo che ci sarebbero stati degli scioperi, gli organizzatori hanno anticipato tutto alla sera di Pasqua. «Così eviteremo l'intoppo», hanno pensato. Illusi. Lo spostamento organizzativo è stato inutile. Le Ferrovie francesi non hanno avuto pietà. Per salvaguardare la clientela più pregiata, hanno deciso di limitare comunque le corse sui binari francesi: avanti i treni ad alta velocità, fermi gli altri. Compresi i malati diretti a Lourdes. Che per poter giungere a destinazione sono stati obbligati a trasbordare su pullman, tre dei quali attrezzati per malati gravi. Un disagio, simile a una deportazione, che avrebbe irritato anche i partecipanti a una gita scolastica. «Ce l'abbiamo fatta», ha invece commentato con soddisfazione Raffaello Ferrari, presidente di Unitalsi Verona, «malgrado le molte difficoltà. C' è stata un po' di preoccupazione, ma poi tutto si è risolto». Nella splendida visione della nuova Europa di Macron, evidentemente, non c' è spazio per gli invalidi e tanto meno per le loro preghiere. Non è la prima volta, infatti, che si verificano disagi di questo genere. Al punto che i dirigenti dell'Unitalsi ora stanno pensando di abbandonare per sempre il tradizionale mezzo di trasporto su rotaia: troppi ostacoli, troppe discriminazioni. Una volta si andava a Lourdes sperando nel miracolo, adesso bisogna sperare nel miracolo per arrivarci. Non è esagerato? E così il presidente Macron potrebbe aggiungere al suo curriculum costruito in laboratorio un altro titolo di merito: da oltre 100 anni i treni Unitalsi solcano la Francia. Nessun altro è mai andato così vicino a eliminarli. En marche, ma non troppo. Un altro motivo per continuare a ammirare questo bell' esemplare di europeista à la page, non vi pare? Dopo aver chiuso le frontiere di Ventimiglia, trattando l'Italia come un'appendice dell'Africa, considerandola in pratica la succursale della Libia; dopo aver cercato di fregarci un pezzo di territorio nazionale con il gioco delle tre cartine; dopo averci dichiarato guerra sui cantieri navali e, da ultimo, dopo avere invaso bellamente i nostri confini senza chiedere permesso né scusa, adesso scatena l'offensiva finale contro i malati diretti a Lourdes. Ci resta soltanto che vieti agli studenti italiani di salire sulla tour Eiffel a meno che non accettino di scendere con il paracadute e che se la pigli con la Gioconda prendendola a scudisciate sulla pubblica piazza («così impara a sorridere meglio di me») e poi lo potremo definitivamente proclamare santo protettore della nuova Europa unita e solidale. Dalla grotta di Lourdes al grottesco di Macron, il miracolo è servito. E pazienza se i malati Unitalsi non ci potranno più sperare nella guarigione. Del resto loro, per quanto sofferenti, in tutta questa storia sembrano essere i più sani.

Da ansa.it il 3 settembre 2018. Si è spogliata nel santuario di Lourdes, rimanendo nuda con solo un velo azzurro sul capo e le spalle. Un gruppo di pellegrini ha cercato di coprirla e ha chiamato la polizia che l'ha fermata. Deborah de Robertis, artista franco-lussemburghese già nota per altre simili performance in musei di Parigi, sarà processata a maggio per "esibizionismo sessuale". Lo riferisce il Journal du Dimanche, precisando che la vicenda risale a venerdì. L'artista, 34 anni, ex membro delle Femen che la sostengono con un tweet, è già finita sul banco degli imputati in passato. Lo scorso anno posò nuda e a gambe aperte davanti alla Gioconda al Louvre: il tribunale di Parigi la condannò a 35 ore di lavoro socialmente utile per aver morso il braccio di un guardiano, ricorda anche il Jdd, ma fu assolta per il reato di esibizionismo. Nel 2014, De Robertis aveva posato senza veli anche al Musée d'Orsay e al Musée des Arts décoratifs. Anche il quel caso la donna fu prosciolta perché il giudice riconobbe il carattere artistico dei blitz. 

Manuela Tulli e Francesco Gerace per ansa.it il 23 novembre 2018. Più depressi e meno disabili, più carrozzelle motorizzate e meno accompagnatori, più voli charter e meno treni "bianchi", più pellegrini dall'Asia e meno dall'Europa. I miracoli più richiesti ai piedi della grotta? Un lavoro o la ricomposizione del matrimonio in frantumi. Si prega anche per liberarsi dal gioco d'azzardo o dal bullismo. Lourdes ha celebrato nel 2018 i suoi 160 anni: 70 i miracoli riconosciuti, alcuni milioni i pellegrini l'anno. Ma qualcosa è cambiato in questo secolo e mezzo. Viaggio nel santuario mariano che si difende dalle difficoltà economiche, dalle minacce del terrorismo ma soprattutto dalla crisi di fede. 

La metamorfosi

Alla grotta della Madonna il silenzio della preghiera è interrotto solo dai ‘bip’ delle carrozzelle per disabili automatizzate che fanno manovra per spostarsi. E’ questa la ‘fotografia’ del nuovo pellegrino di Lourdes: indipendente, tecnologico ma un po’ più solo. I disabili si muovono nel santuario con le loro vetture, i pellegrini scelgono il volo low-cost in solitaria piuttosto che l’affollata comitiva della parrocchia. Ma non è l’unico cambiamento: i pellegrini europei, e anche italiani, fa anni hanno dirottato i loro viaggi di fede altrove. Verso Medjugorje che è più economica. O verso Fatima che è più sicura. E allora oggi il santuario dei Pirenei parla asiatico con un afflusso senza precedenti di cristiani dall’India, dal Pakistan o dal Bangladesh. Anche i negozi della cittadina francese hanno insegne che vengono da lontano e che pian piano soppiantano gli antichi negozi dedicati a Padre Pio. Lo storico Hotel Amabassadeurs, uno dei più vicini alla Esplanade dove si svolgono le tradizionali processioni con le fiaccole, ha chiuso i battenti per passare ad un imprenditore asiatico. Dentro fervono i lavori per ristrutturare l’albergo a misura dei nuovi pellegrini. Ma i lavori di ristrutturazione sono in corso anche dentro le mura del santuario, alla Accueil, l’antica casa dei pellegrini che da oltre un secolo ospita chi si reca a pregare la Madonna. “Una volta c’erano gli stanzoni a dodici letti, poi abbiamo dimezzato le stanze che sono diventate a sei posti. Ma questo, oggi, non basta più e stiamo rifacendo ancora le stanze, che diventeranno a due o tre letti per dare alle persone e alle famiglie più privacy”, riferisce il Rettore del Santuario, padre Andres Cabes, spiegando che la crisi immobiliare e alberghiera oggi è legata anche all’eccessivo boom del passato. Tutti guardavano a Lourdes un po’ come la gallina dalle uova d’oro e sono sorti alberghi e negozi in una concentrazione che non ha pari in Francia. Non avevano fatto i conti con il terrorismo, la crisi economica e anche la crisi della fede. E ora gli alberghi a fine ottobre chiudono, quasi tutti, i battenti, per riaprire a Pasqua. Anche il santuario, con il calo dei pellegrini, ne ha risentito. Ad aggravare la situazione anche un paio di alluvioni, la più grave nel 2013, che hanno dissestato gli edifici più importanti e che hanno richiesto risorse per il loro ripristino. Gli introiti si aggirano intorno ai 20 milioni di euro l’anno ma ci sono 110 costruzioni da mantenere e 300 dipendenti ai quali dare lo stipendio ogni mese. Per questo nel 2017 è arrivato un ex manager della Renault, Guillaume de Vulpian. Il deficit da ripianare era di 2,8 milioni di euro. “La situazione finanziaria è in miglioramento”, si limita a rispondere il Rettore alla domanda se il ‘buco’ delle entrate sia stato ripianato. La strada scelta è stata quella di rinnovare il sito, dotarlo di wi-fi, proporre più cose commerciali, dai gadget in vendita in quella che una volta era solo una libreria ai ceri per le devozioni. Ma qualcuno storce il naso di fonte a questa strategia di marketing, molto 2.0 ma che poco ha a che fare con la fede, in una Lourdes diventata troppo tecnologica e un po’ più elitaria, dove anche le fontane per l’acqua (uno dei gesti più popolari dei pellegrini era riportare dal santuario l’acqua miracolosa) sono state nascoste. C’è anche il nodo delle richieste di offerte alle grandi organizzazioni, un ‘tot’ a pellegrino, perché basarsi sulla generosità spontanea non basta più. 

Le nuove patologie

Gli assistenti dei malati che si recano al santuario mariano di Lourdes, in Francia, si chiamano da sempre 'barellieri' ma a chiedere la grazia della guarigione, o semplicemente a fare una esperienza di fede sui Pirenei francesi, c'è sempre meno gente 'barellata', ovvero incapace di muoversi senza aiuto di altri. Si affacciano infatti nuove patologie, prima su tutti la depressione. Quasi tutti i malati hanno più di una malattia e uno su due è cardiopatico. Sono alcuni dei dati di una ricerca dell'Unitalsi che ha analizzato i dati pervenuti dai pellegrinaggi, nell'ultimo anno i malati che si sono recati nel santuario francese erano per il 54% affetti da malattie cardiovascolari, il 33% da malattie neurologiche, un altro 33% da malattie del tessuto connettivo e il 27% è affetto da malattie psichiatriche. "Il dato riguardante i disagi psichici è quello più nuovo, che deve fare riflettere, che richiama ancora di più il valore dell'accoglienza", spiega Federico Baiocco, responsabile nazionale dei medici che fanno volontariato nell'Unitalsi. La depressione colpisce anche le fasce giovanili: se nel complesso dei malati trasportati a Lourdes dalla organizzazione italiana solo l'8% ha meno di 34 anni, nel caso delle sole malattie legate alla psiche la percentuale degli under-34 sale al 12%. Quello del disagio psichico dei giovani è un tema che è all'attenzione non solo dei sanitari ma da qualche anno anche del volontariato cattolico. 

La grotta dei miracoli

Alessandro De Franciscis, medico con un passato da politico, è da dieci anni alla guida del Bureau des Constatations Medicales di Lourdes. E' l'ufficio, unico al mondo per un santuario cristiano, che riceve, accoglie, ascolta chi ha una storia di guarigione da raccontare, legata al suo pellegrinaggio al santuario mariano sui Pirenei francesi. Da lì parte l'iter che verifica in anni, "ma a Lourdes non abbiamo fretta", dice, e con accurate verifiche scientifiche, se una guarigione possa essere chiamata "miracolo". "Noi ci limitiamo a constatare se siamo di fronte ad una guarigione improvvisa, inattesa, completa, durevole e inspiegata secondo le nostre conoscenze mediche. Ma la scelta di dire se sia un miracolo o no spetta ad un vescovo, è una scelta pastorale", spiega il dottor De Franciscis. Ora "i dossier che procedono sono una dozzina", un paio di casi francesi, uno italiano, e tra le varie nazionalità anche gli Stati Uniti. Casi di guarigione che sono dunque sotto la lente del 'giudice'. "Ma io credo che qui vengano a raccontare le loro storie solo il dieci per cento delle persone che ritengono di avere ricevuto il dono della guarigione. Per non parlare delle patologie più diffuse, i tumori, che hanno dei precisi protocolli medici e in questi casi è veramente difficile arrivare a parlare di guarigioni inspiegate" e quindi di miracoli. Napoletano, un passato di politico, prima in Parlamento poi come Presidente della Provincia di Caserta, De Franciscis è il quindicesimo 'medico permanente' del Bureau Medical di Lourdes, il primo italiano. "Il primo non francese", precisa con un sorriso. Nella cittadina francese lo chiamano il 'dottore della Grotta'. Tutto cominciò con il suo primo pellegrinaggio, nel 1973, come barelliere dell'Unitalsi. Una esperienza che a lui, allora studente del liceo, cambiò la vita. La scelta di fare il medico, il pediatra, e allo stesso tempo il volontario nei viaggi della speranza. Ora la sua porta è sempre aperta: l'ufficio è nel bel mezzo di un corridoio. Chi passa per un saluto, chi per scambiare due chiacchiere; il telefono squilla in continuazione. Ma soprattutto ci sono quel centinaio di persone che ogni anno vengono dal medico italiano per raccontare la loro storia di fede e di guarigione. "Io ricevo e ascolto tutti, dando loro tutto il tempo di cui hanno bisogno". Ha tolto anche l'orologio dal polso per mettere a loro agio le persone che entrano qui per una esperienza che è fuori da ogni dimensione di tempo e spazio. "Certo, arriva di tutto. I millantatori? Sono un buon numero". Ma da qui sono passati anche 70 miracoli riconosciuti solennemente dalla Chiesa, l'ultimo dal vescovo di Bayonne lo scorso 11 febbraio e riguarda la guarigione di suor Bernadette Moriau. “Ma per favore – conclude – non chiamatemi ‘giudice’ dei miracoli, sono solo un testimone, grato di esserlo”. 

L’ultima miracolata

I flash dei fotografi non fanno per lei. Sorride ma si vede che non vede l'ora di andarsene. Anzi, con simpatia e franchezza, lo ammette: "Meno male che vado via presto, i fotografi, la televisione, i giornalisti..." e fa il gesto con le mani intorno alla testa come se questo fosse solo una grande confusione. Suor Bernardette Moriau è la settantesima persona in 160 anni, l'ultima in ordine di arrivo, per la quale è stato dichiarato ufficialmente dalla Chiesa che è stata guarita a Lourdes grazie ad un "miracolo". E' schiva, eviterebbe volentieri riflettori, "ma so che è importante raccontare la mia esperienza". Sessantanove anni compiuti il 23 settembre, decide di farsi suora a 19 nella congregazione delle Francescane Oblate, un ordine di infermiere ma a 27 anni i primi dolori per una sindrome di 'cauda equina' che si rivelerà invalidante. A luglio 2008 partecipa al pellegrinaggio a Lourdes della sua diocesi ma poi fa ritorno a casa "nelle stesse condizioni, anzi, forse con un po' più di stanchezza a causa del viaggio", dice. E' l'11 dello stesso mese di luglio quando nella cappella del suo convento prega: "In quel momento ho rivissuto quanto avevo sentito qualche giorno prima nella basilica di San Pio X a Lourdes, nella benedizione dei malati". Una sensazione di pace, libertà, e un invito che veniva da dentro a liberarsi dei corsetti e degli altri ausili. "Tutti i disturbi erano spariti" ma "io non avevo mai pregato per la mia guarigione", aggiunge spiegando che è stato "un dono". Alcune Testimonianze dei miracolati di Lourdes sono state raccolte in un libro di recente pubblicazione: “I misteri di Lourdes” di Filippo Anastasi (Effatà Editrice). Un viaggio dentro il mistero del miracolo che neanche chi lo vive ha ben chiaro. “Tante volte mi sono chiesta, e più che altro gli altri mi hanno chiesto, perché il Signore ha scelto te rispetto a tanti altri ammalati? E’ la domanda delle domande alla quale non so rispondere”, racconta al giornalista Elisa Aloi che, nell’annuario del Bureau, è la miracolata n. 61. Di Patti (Messina), nata nel 1931, è guarita da un ‘tumore bianco’, una tubercolosi osteo-articolare. “La cosa che conta – dice, tra le testimonianze raccolte nello stesso libro, un’altra ‘miracolata’. Delizia Cirolli, guarita da un sarcoma di Ewing – è cercare di vivere nella normalità – essere sé stessi”. Parla di pettegolezzi e di sacerdoti che la guardavano con scetticismo Danila Castelli, guarita, senza che nessun medico possa spiegare come, da un tumore endocrino devastante. 

L'odissea dei treni e i charter della fede

La storia di Lourdes è legata a quella dei ‘treni bianchi’, i convogli che sono degli ospedali viaggianti. Malati, medici e volontari da oltre un secolo condividono ore di viaggio, dall’Italia al Sud della Francia. Ma da qualche anno si scelgono altri mezzi: dai voli charter ai bus. Gli storici treni vivono una involuzione con la tabella di marcia che si allunga di anno in anno, invece che accorciarsi. Di recente preoccupazione per le sempre più difficoltose condizioni dei collegamenti ferroviari con Lourdes sono state espresse dal Cnpi (Coordinamento Nazionale Pellegrinaggi Italiani) che raggruppa le associazioni che organizzano viaggi religiosi per i malati e i loro parenti. "Tempi di viaggio paurosi, anche 10 ore più del previsto, fermate per ore e ore in stazioni secondarie francesi o in piena campagna transalpina sotto il sole cocente, aumenti costanti delle tariffe – denunciano gli organizzatori dei pellegrinaggi - mettono da anni a dura prova le organizzazioni dei viaggi, senza contare gli scioperi continui dei ferrovieri francesi con treni bloccati alla frontiera e rispediti indietro senza alcun rispetto delle persone che viaggiavano nel 2018. Tutto questo – fanno presente con rabbia – sulla pelle dei più deboli, i malati, persone sofferenti, spesso allettate, che escono una volta all'anno dai loro istituti e case e che sono costrette a vivere un autentico calvario". "Per capirsi negli Anni '80, ad esempio, da Milano si arrivava a Lourdes in 15 o 16 ore - racconta un volontario - oggi ce ne vogliono 24, come negli Anni '50". Come se non bastasse è ventilata anche l’ipotesi di un taglio dei convogli dei malati. Trenitalia però ha smentito assicurando “la propria volontà di proseguire nell'offerta di un servizio che, unica compagnia ferroviaria in Europa, gestisce con impegno da anni giovandosi di una flotta specificamente dedicata". Intanto, quest’anno, a causa anche di ondate di maltempo eccezionale, un ‘treno bianco’ partito da Roma, lo scorso ottobre, invece di arrivare a Lourdes è approdato nella stazione della ‘ville lumiere’. Proprio a Parigi, 830 chilometri a nord della cittadina mariana. Non era mai accaduto nella storia dei treni bianchi. "Fortunatamente è andato tutto benissimo. I pellegrini e i malati hanno capito la situazione ed è stata gestita molto tranquillamente", racconta uno dei volontari dell'Unitalsi che era bordo su quel treno, Maurizio Tassi. Il viaggio è durato 38 ore, oltre dieci in più di quelle che normalmente occorrono ad un 'treno bianco' per raggiungere Lourdes da Roma. "E pensare che invece in passato arrivavamo al santuario francese, partendo da Roma, con sole 18 ore", commenta. I treni sempre più lenti e la crisi dell'Alitalia, che aveva deciso di sospendere qualche anno fa i suoi collegamenti diretti con Lourdes, ha creato nuovi spazi. I viaggiatori della fede hanno cominciato a frequentare low-cost e charter. Ci sono anche compagnie, come la spagnola Albastar, che ha deciso di specializzarsi non solo offrendo i voli diretti ma anche formando il suo personale a bordo presso ospedali specializzati per la cura e l'assistenza di persone con mobilità ridotta.

Un futuro a sorpresa: i giovani

Nel corso del Sinodo sui giovani di ottobre in Vaticano sono state consegnate a Papa Francesco oltre 1.500 cartoline di giovani francesi che avevano partecipato a un incontro pre-sinodale a Lourdes, il santuario mariano sui Pirenei. "Sono stati diversi i mini-sinodi che si sono svolti qui, nella città mariana di Francia. Da qui sono nate tante proposte da consegnare ai vescovi in vista dell'incontro con i vescovi a Roma", riferisce padre André Cabes, rettore del santuario di Lourdes. "Aumentano i giovani pellegrini, di anno in anno sono sempre di più". Il santuario sui Pirenei da qualche anno sta infatti cambiando pelle: "I pellegrinaggi delle grandi organizzazioni sono in calo, aumenta invece la gente che viene da sola o in piccoli gruppi. Ma sorprendente è l'aumento dei giovani, cattolici ma anche non credenti, che vengono qui, ai piedi della Grotta in cerca di una risposta alle loro domande". "Ma la vera sorpresa di Lourdes - continua padre Cabes - è che i giovani hanno bisogno di esercitare la loro generosità. Tutti, nessuno escluso, abbiamo le nostre debolezze, i nostri handicap. Avere premura per i malati ci incoraggia". E' per questo che nei mesi scorsi, proprio in vista del Sinodo dei giovani voluto da Papa Francesco, sono stati oltre 10mila i ragazzi, calcolando solo i pellegrinaggi francesi, che si sono ritrovati a Lourdes per confrontarsi sull'evento, ma allo stesso tempo per assistere i malati. "Questa estate sono arrivati in tanti, mi ha colpito in particolare un gruppo che arrivava dalla periferia di Parigi, così contenti - ricorda il Rettore - di mostrare anche i simboli della fede, il rosario, la croce, di fare confusione per far sentire la loro gioia di credere" in un Paese in cui invece la religione è spesso ritenuta un fatto privato. Parlando di giovani e Chiesa, padre Cabes non si sottrae alle domande sulla piaga della pedofilia. Riferisce che nel santuario non ci sono mai stati casi ma che comunque si presta sempre più attenzione. Padre Cabes però crede che si possa superare questa situazione: "Qui a Lourdes sotto il fango Bernadette trovò l'acqua pura e io ritengo che potrà essere cosi anche per la Chiesa". Anche dall’Italia partono verso Lourdes tanti giovani: scout, volontari ma nel 2018 si sono mescolati ai pellegrini anche 250 ragazzi per l'alternanza scuola-lavoro. "Da quest'anno abbiamo dato il via a questa esperienza che si aggiunge a quella, già consolidata, del coinvolgimento dei giovani nel servizio civile presso la nostra organizzazione", spiega il presidente nazionale dell'Unitalsi, Antonio Diella. I 250 studenti hanno svolto un servizio presso le sezioni territoriali dell'associazione italiana che da oltre un secolo sostiene disabili, ammalati, anziani soli e famiglie in difficoltà. L'esperienza si è conclusa per tutti con un pellegrinaggio a Lourdes. Anche i giovani del servizio civile trascorrono un periodo a Lourdes, nel loro caso un intero anno, proprio per assistere le persone non autosufficienti. Tutti, prima del servizio, affrontano un periodo di formazione, con i medici per il primo soccorso e con gli psicologi per affrontare meglio il compito di accoglienza. Tra loro c'è Fabiana Macaluso, 21 anni, laureata in Scienza dell'educazione. "Non avevo mai provato un'esperienza del genere, completamente diversa dalla vita che facciamo tutti i giorni. Certo, stare accanto ai disabili e ammalati richiede pazienza, coraggio. Io, dopo nove mesi qui a Lourdes, ho ancora paura di sbagliare. Si dà tanto ma si riceve anche tanto", è la sua testimonianza. Giorgio Dragoni invece ha 20 anni, è di Teramo, e ha scelto il servizio civile non appena terminato le superiori.  "Facciamo soprattutto accoglienza. Le difficoltà ci sono ma io sono contento, affronto le giornate con serenità. Che è poi quello che noi giovani cerchiamo di trasmettere a chi viene qui ed è meno fortunato".

Serena Sartini per “Il Giornale” il 2 luglio 2020. Il primo pellegrinaggio online mondiale, anzi il primo e-pellegrinaggio, è ai nastri di partenza. A promuoverlo è il Santuario Internazionale di Lourdes che, per far fronte al buco economico di 8 milioni di euro e in seguito alle numerose cancellazioni dei pellegrinaggi, organizza «Lourdes United», il 16 luglio, anniversario della diciottesima e ultima apparizione della Madonna a Bernadette: una maratona di preghiera virtuale, accompagnata da una raccolta fondi. Il santuario alle pendici dei Pirenei lancia la sfida e invita i fedeli del Pianeta intero ad unirsi on line per un pellegrinaggio straordinario, una prima storica, che si terrà in diretta dalla Grotta delle Apparizioni, rimasta chiusa per quasi tre mesi. Quindici ore di diretta, 10 lingue rappresentate, celebrazioni, processioni, rosari, preghiere. Tutto in Rete, ma come se fosse un pellegrinaggio vero e proprio. «Quest' anno i pellegrinaggi a Lourdes sono stati tutti cancellati dice al Giornale il rettore del santuario, monsignor Olivier Ribadeau Dumas e per noi è molto importante riunire i pellegrini di tutto il mondo per un momento di preghiera comune, per riaccendere la speranza dopo il periodo del Covid. Sarà un pellegrinaggio spirituale che ha l'obiettivo di far vedere a tutti che Lourdes è un segno di pace, di fede e di speranza per il mondo intero». Dirette televisive, radio e social, con testimonianze di religiosi e laici, medici, giornalisti, politici, credenti e non, per raccontare cosa ha rappresentato Lourdes nella loro vita. Numerosi interventi anche sui temi della solidarietà, della fraternità, dell'impegno, del volontariato, si alterneranno alla messa in onda di reportage, video d'archivio, ma anche a musica dal vivo, che completerà la maratona di preghiera. Una giornata multiculturale e interreligiosa che «riunirà tutti coloro che, da ogni angolo del mondo, vedono Lourdes come un faro di fede, di condivisione e di speranza», si legge sul portale del santuario. In occasione del primo e-pellegrinaggio della storia, il santuario invocherà la generosità di tutti coloro che vogliono aiutare Lourdes a rinascere. Otto milioni di euro di perdita non sono pochi. «Per noi Lourdes United rappresenta anche un'occasione per chiedere a tutti di contribuire per far rinascere Lourdes che sta vivendo una crisi catastrofica. Si potrà donare sul sito del santuario o con sms dal telefono», spiega ancora il rettore Dumas. Chiuso da quasi tre mesi, per la prima volta nella sua storia, il Santuario è stato costretto a cancellare tutti i pellegrinaggi. E ora, nonostante la sua parziale riapertura, può accogliere un numero molto limitato di fedeli, secondo un rigoroso protocollo sanitario. «Circa 3mila fedeli sono una briciola in confronto a migliaia di pellegrini a cui eravamo abituati», conclude il rettore. Il Papa invierà un messaggio? «Verrà un cardinale a lui molto vicino, in rappresentanza del Pontefice e della Santa Sede», risponde Dumas, dando appuntamento al 16 luglio.

Maurizio Stefanini per “Libero Quotidiano” il 2 luglio 2020. Domanda: cosa hanno in comune un circo, un santuario, una pizza e un sistema di estrazione del petrolio? Semplice: il Covid li sta mandando in rovina tutti assieme. L'ultimo allarme arriva da Lourdes, che per la pandemia ha dovuto chiudere ai pellegrinaggi per la prima volta nella storia. E senza precedenti è appunto il buco che si è creato: ben 8 milioni di euro. E sì che appena lo scorso anno presentando il bilancio relativo al 2018 i responsabili del santuario avevano annunciato con orgoglio l'uscita da un "rosso" di 2 milioni - su un bilancio complessivo di circa 30 milioni. Adesso non solo lo sforzo è stato cancellato, ma il buco è quadruplicato. «Lourdes senza pellegrini è una Lourdes senza risorse per svolgere la sua missione, per mantenere l'intero sito, per garantire la sua durata e il lavoro dei suoi 320 dipendenti», è il tono dell'allarme. Per questo è stata lanciata una iniziativa senza precedenti: il pellegrinaggio online "Lourdes United", attraverso il quale il 16 luglio nell'anniversario dell'ultima apparizione della Madonna a Bernadette il santuario invocherà la generosità dei fedeli. in terra santa Non solo Lourdes si trova in questi guai, peraltro. Sempre sul fronte santuari, l'Ordine del Santo Sepolcro, del cardinale Fernando Filoni ha lanciato un appello per un Fondo straordinario, in modo da salvare dalla miseria le molte famiglie cristiane che in Terra Santa vivevano dell'indotto. E non solo sono i santuari. Una bancarotta controllata per salvare l'azienda è stata chiesta anche dal Cirque du Soleil, cui l'annullamenti di 44 spettacoli aveva creato un buco da 900 milioni di dollari. Oltre 100 volte più di Lourdes! Già a marzo «il più grande franchising del divertimento al mondo», come lo ha definito il New York Times, aveva dovuto licenziare 4000 dipendenti: il 95% del personale. Anche qui c'erano stati in realtà problemi pregressi, cui però il Covid ha dato una botta da ko. Forse non finale, nel senso che ai creditori sta venendo offerto in saldo il 45% di una nuova società da costituire. Se non funzionerà, sarebbe un finale triste per lo spettacolo che era stato creato 36 anni fa apposta con l'idea di liberare definitivamente il circo da un atavico alone di tristezza a base di pagliacci che devono ridere anche quando stanno soffrendo, acrobati dalla vita pericolosa, polemiche sull'uso degli animali. energia e cibO La bancarotta controllata è stata pure richiesta da Chesapeake Energy, che 22 anni fa era stata pioniera del fracking. Il sistema di pompare liquido per creare fratture nelle rocce in modo da estrarre petrolio o gas in giacimenti non convenzionali come quelli carboniferi o le rocce bituminose è stato contestato dagli ambientalisti, ma ha dallo scorso ottobre permesso agli Stati Uniti di ridiventare non solo autosufficiente ma esportatore di greggio per la prima volta dal 1948, Il fracking è però conveniente solo se i prezzi sono alti, e invece con l'arresto dell'economia mondiale sono crollati. Sede in Oklahoma, al suo apice contava su 175 impianti operativi, con operazioni in tutti gli Stati Uniti. Va detto che anch' essa aveva sbagliato nel fare investimenti ingenti con l'aspettativa che i prezzi sarebbero rimasti alti, e prima ancora che per il Covid aveva iniziato ad avere problemi per la guerra commerciale dell'Arabia Saudita, che ha buttato apposta sul mercato ingenti quantità di petrolio al costo di litigare con i soci Opec. Dopo 60 anni, per il Covid ha dichiarato bancarotta anche Pizza Hut: un colosso da 18.000 ristoranti in 100 Paesi, ma che soprattutto aveva contribuito a rendere la pizza popolare negli Usa. «Non scegliete noi solo per la pizza italiana ma per il nostro modo di essere, perché noi rendiamo felici le persone», era lo slogan. Con Pizza Hut chiuderà anche l'altra catena di ristoranti del gruppo: Wendy' s. Anche qui c'erano problemi pregressi, e in un deficit da un miliardo di dollari il Covid ha dato solo il toco finale.

Gianluca Veneziani per Libero Quotidiano il 24 agosto 2020. Ci vorrebbe un miracolo o un autunno della madonna per far riprendere Lourdes, una delle mete di pellegrinaggio cristiano più celebri al mondo, a dir poco azzoppata dall'emergenza Covid, che ha portato via fedeli, turisti, e quindi anche soldi, business e lavoro. È il paradosso di un luogo di culto dove da sempre ci si reca nella speranza di guarire dalle malattie; e che ora invece è stato disertato proprio per via di una malattia globale. I numeri rendono bene lo stato di sofferenza della cittadina francese, che in tempi normali è il secondo centro turistico di Francia e la seconda località transalpina per capienza alberghiera. Ogni anno, in questo paese di 14mila residenti, si recano in media circa 6 milioni di visitatori, tra pellegrini e turisti. Quest' anno invece, come fa notare Italia Oggi, dei 137 alberghi presenti in città solo 4 erano aperti a luglio. Anche il santuario, che durante il lockdown è stato costretto a chiudere i cancelli, ha i conti in rosso al punto che il suo rettore, mons. Olivier Ribadeau Dumas, stima un deficit di circa 8 milioni di euro. Il numero dei visitatori a sua volta rischia di essere molto più che dimezzato, se è vero che fino a metà maggio il flusso di pellegrini è stato nullo e anche ora il santuario può accogliere un numero limitatissimo di fedeli, in obbedienza a un rigoroso protocollo sanitario. Iniziative per attrarre di nuovo l'attenzione del mondo su Lourdes non sono mancate: il 16 luglio, ricorrenza dell'ultima apparizione della Vergine a Bernadette, il santuario ha ospitato un pellegrinaggio online mondiale con celebrazioni, processioni e rosari in 10 lingue. Ma le preghiere virtuali, si sa, possono far bene allo spirito di chi le pratica, molto meno alle casse del santuario e delle strutture ricettive del luogo. Qualche beneficio in più apporterà la ripresa dei pellegrinaggi a partire dall'Italia. Ha cominciato dal 14 al 17 agosto l'Oftal (Opera Federativa Trasporto Ammalati a Lourdes) che, come ricorda Vita.it, già nel 1947 fu la prima organizzazione di pellegrinaggi italiana a tornare al santuario dopo la seconda guerra mondiale. VOLONTARIATO Dal 18 agosto è stata poi la volta dell'Unitalsi che ha già fissato un dettagliato calendario di partenze fino all'8 dicembre, giorno di chiusura della stagione dei pellegrinaggi. Ma il contributo pure prezioso dei fedeli e lo sforzo delle associazioni di volontariato non bastano. Cosicché il rettore del santuario è stato costretto a chiedere direttamente l'aiuto dello Stato francese: «Il governo non può lasciare che Lourdes muoia. Sa che il motore dello sviluppo di Lourdes è il santuario. Quindi, lavoriamo insieme per adottare un'azione comune», ha detto mons. Ribadeau Dumas. Naturalmente la sua richiesta ha indignato i difensori della laicità in Francia, in cui la distinzione tra sfera temporale e sfera spirituale è molto più rigida che da noi. E sono malvisti favori di Stato a questa o a quella religione. Tuttavia i rappresentanti del governo francese, a cominciare dal presidente Emmanuel Macron, sanno bene che Lourdes non è soltanto fonte di consolazione fisica e metafisica per malati e credenti, ma è anche centro attrattivo di turismo e biglietto da visita della Francia nel mondo. E, in quanto tale, va incoraggiato e sostenuto, anche economicamente. Affinché ci si possa continuare a salvare anima e corpo nei pressi della Grotta, bisogna prima salvare Lourdes e risanarne i conti. D'altronde, i credenti avrebbero a loro volta un paio di moventi intimi per far tappa a Lourdes, a maggior ragione in questo periodo. Innanzitutto, al fine di scongiurare una nuova ondata di epidemia, una preghiera alla Vergine, davanti alla Grotta dove Ella apparve, non guasterebbe. La corona del rosario e un appello alla Madonna con la sua corona di stelle potrebbero essere una buona risorsa spirituale per fronteggiare il Corona. E poi, dopo aver chiesto tanti favori e miracoli alla Vergine, forse sarebbe il caso per loro di sdebitarsi, portando un po' di soldini nel suo santuario. Anche in tempo di Covid, insomma, Lourdes val bene un pellegrinaggio. 

Giulio De Santis per il "Corriere della Sera - Edizione Roma" il 13 settembre 2021. Anziché destinare i soldi ai bisognosi per il pagamento dei pellegrinaggi a Lourdes, si sono appropriati dal 2009 fino al 2016 di un milione e 800mila euro dell'Unitalsi (Unione ammalati trasporto a Lourdes e santuari internazionali). Denaro utilizzato per comprare una villa in Sardegna e per pagare la governante. Con questa accusa la procura ha chiesto il rinvio a giudizio per appropriazione indebita di Alessandro Pinna e Emanuele Trancalini, succedutisi alla guida come presidenti della sottosezione dell'associazione di Chiesa in via degli Embrici. Pinna ne è stato al vertice dal 2009 al 2015, per poi essere sostituito da Trancalini che è rimasto presidente nel biennio 2015-2016. Nel corso degli otto anni, i due, secondo l'accusa, hanno sempre programmato insieme ogni passo della depredazione dei conti dai bilanci della sottosezione. A fine 2016, l'Unitalsi - costituitasi parte civile attraverso gli avvocati Raffaele Bava e Roberto Afeltra - ha interrotto i rapporti con i due (ex) presidenti. Il «sacco», secondo la pm Mariarosaria Guglielmi, non si sarebbe realizzato senza l'apporto decisivo di tre collaboratrici di Pinna e Trancalini. Si tratta di Cristina Maddaluni e Elisa Rabatti, dipendenti della Unitalsi, mentre la terza imputata, Francesca Tommasi, è impiegata presso lo studio di commercialista di Pinna. Sono state loro in molti casi a incassare assegni dell'Unitalsi, per poi girare il denaro ai due principali imputati. Prima di procedere al racconto dell'inchiesta bisogna ricordare la centralità dell'Unitalsi nel mondo cattolico. L'associazione è, infatti, operativa dal 1903 e il suo statuto viene approvato dalla Cei (la Conferenza episcopale italiana). Semplice il sistema ideato per intascare i soldi, secondo l'informativa del nucleo investigativo dei carabinieri. Ogni mese sarebbero stati prelevati i soldi attraverso assegni intestati Unitalsi - se ne contano 1.251 in otto anni - i cui beneficiari sono stati i due ex presidenti o persone a loro vicine. Il capitolo più spinoso è l'acquisto della villa in Sardegna. Nel 2009 Trancalini e la moglie di Pinna stipulano un mutuo per comprare villa «Torre delle Stelle» nel comune di Sinnai. La cifra chiesta per l'immobile è di 430mila. Per saldare la compravendita, secondo l'accusa, i due avrebbero impiegato 205mila euro proveniente dalle casse dell'Unitalsi. La gestione della villa - per il pm - è stata affidata ad una signora, conosciuta dagli imputati durante un pellegrinaggio a Lourdes. La donna, ignara della provenienza del denaro, è stata retribuita con 37mila euro, sempre soldi dell'Unitalsi, per cucinare, stirare, lavare e tagliare l'erba del giardino. In numerose occasioni prima di partire per le vacanze in Sardegna, la «coppia» Pinna-Trancalini, secondo l'accusa, ha fatto ritirare dalle collaboratrici tra i duemila e i cinque mila euro ancora dai conti dell'Unitalsi. Oltre all'acquisito della casa in Sardegna, il denaro dai due principali imputati è stato utilizzato anche per stipulare una personale polizza vita. I soldi hanno infine ingrossato il portafoglio della moglie e quello delle sorelle di Pinna, nonché di tre suoi amici. Quest' ultimi ignari della provenienza del denaro, non essendo stati indagati. 

Giulio De Santis per il “Corriere della Sera - ed. Roma” il 27 settembre 2021. «Effettivamente Alessandro Pinna e Emanuele Trancalini avevano un tenore di vita molto alto. Oltre alla villa acquistata in Sardegna dove spesso si recavano per ferie estive, vestivano sempre con abiti firmati, avevano orologi di marca ed effettuavano viaggi in località esclusive come è successo più volte a Dubai e ai Caraibi». A riferire le impressioni «sul tenore di vita molto alto» tenuto dai due ex presidenti della sottosezione romana dell'Unitalsi (Unione trasporto ammalati a Lourdes e santuari internazionali), è Cristiana Maddaluni, 50 anni, segretaria della divisione guidata tra il 2008 e il 2016 da Pinna e Trancalini. Entrambi sono accusati di essersi appropriati di un milione e ottocento mila euro sottraendoli alle casse dell'organizzazione. Soldi che avrebbero utilizzato, tra l'altro, per comprare una villa in Sardegna. È il 17 ottobre del 2018 il giorno in cui il Maddaluni esprime agli inquirenti le sue osservazioni e le sue valutazioni sul tenore di vita dei due ex presidenti. In quella data la signora è sentita come persona informata sui fatti. Solo in un secondo momento sarà imputata con l'accusa di riciclaggio per aver versato gli assegni intestati Unitalsi sul proprio conto, ritirandovi poi il denaro da girare a Pinna. Tra i soldi consegnati all'ex superiore, la Maddaluni sottolinea agli investigatori come alcuni prelievi siano avvenuti in un periodo dell'anno preciso: «In diverse occasioni il Pinna, spesso prima di partire per le ferie in Sardegna, mi faceva prendere del denaro contante dalla cassaforte della sottosezione, ammontante a seconda delle volte dai 2mila e 500 ai 5mila e 500 euro, per poi effettuare un bonifico sul conto corrente di Trancalini o a favore di una finanziaria per pagare un mutuo acceso dalla madre di Pinna». Perché la Maddaluni si è prestata a queste operazioni? «Effettuavo tutto quello che Pinna mi chiedeva in quanto avevo totale fiducia in lui avendomi aiutato nei momenti difficili della mia vita», ha spiegato la segretaria. Che, una volta indagata, ha scaricato l'ex presidente: «Ora ho capito che il senso di queste operazioni per Pinna era di appropriarsi dei soldi». I legami con i due ex presidenti la Maddaluni li ha chiusi: «Interrotti dopo il furto avvenuto nel 2017 nella sede della sottosezione dell'Unitalsi perché ho capito che mi stavo trovando, anche a causa loro, in una situazione di difficoltà». Il furto in via Embrici, il 20 marzo del 2017, è stato il giorno in cui ha cominciato a essere aperto il vaso di Pandora sulla gestione dei due ex presidenti. A processo Dario Fiorini, 52 anni, accusato di aver rubato 100mila euro. Dalle modalità del furto sembra che il ladro si sia mosso all'interno della sottosezione come se già sapesse dove andare. Le due inchieste - quella sul furto e quella sull'appropriazione - non sono collegate. Oggi si terrà l'udienza preliminare per decidere sul rinvio a giudizio dei due ex presidenti. Nella stessa udienza sono imputate per riciclaggio anche la Maddaluni, Francesca Tommasi ed Elisa Rabatti, tutte accusate di riciclaggio.

La banda dei miracoli. Report Rai PUNTATA DEL 25/10/2021 di Daniele Autieri collaborazione di Federico Marconi. Il 4 ottobre scorso il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma rinvia a giudizio quattro persone e ne condanna una quinta a poco meno di due anni di reclusione. Le accuse vanno dall’appropriazione indebita al riciclaggio, ma quello che più colpisce sono le vittime di questa vicenda: i malati, i pellegrini, i volontari, i fedeli di Lourdes, tutti quelli che,negli ultimi dieci anni, si sono affidati all’Unitalsi, la più importante associazione cattolica che da oltre un secolo organizza i viaggi dei malati nel Santuario francese. I principali accusati sono Alessandro Pinna e Emanuele Trancalini, per anni presidenti della sezione romana di Unitalsi, rinviati a giudizio per aver distratto dalle casse dell’Associazione quasi 2 milioni di euro, parte dei quali, secondo l'accusa, sarebbero stati riutilizzati per acquistare una villa in Sardegna, attraverso centinaia di assegni girati su conti correnti di amici, parenti, collaboratori e complici. Intorno ai due uomini emerge una rete di silenzi, tradimenti, connivenze e complicità: chi sapeva e non ha denunciato, chi ha tentato una mediazione invece di denunciare, e chi ha provato a nascondere l’intera vicenda per evitare che un nuovo scandalo colpisse un pilastro dell’associazionismo cattolico.

LA BANDA DEI MIRACOLI Report Rai di Daniele Autieri collaborazione di Federico Marconi immagini di Dario D’India, Alfredo Farina e Ahmed Bahaddou montaggio di Andrea Masella grafica di Michele Ventrone.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Ora passiamo a uno scandalo che sta turbando i sonni di un’importante associazione cattolica

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nella notte di Lourdes ogni candela accesa è un voto alla Madonna. Pellegrini e malati visitano la grotta dove Maria si è mostrata alla piccola Bernadette, e si immergono nelle acque gelate alla ricerca della grazia. Lourdes, un tempo la seconda meta turistica della Francia, di giorno si presenta con le serrande abbassate e le strade sono ancora deserte. Il Covid sembra aver rotto l’incantesimo della perla dei Pirenei e per chi vive qui il ritorno dei pellegrini è atteso come l’ultimo dei miracoli.

DANIELE AUTIERI Vedere Lourdes senza pellegrini che effetto fa?

GIOVANNI - COMMERCIANTE Chi come me ha visto le strade piene dove bisognava spostare la gente per passare fa una sensazione strana e triste.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO A oggi sono 70 i miracoli riconosciuti dalla Chiesa. Il primo nel 1858, l’ultimo nel 2018. Alessandro De Franciscis viene da Caserta. È lui il primo medico non francese chiamato a guidare il Bureau des Constatations Médicales, l’ufficio incaricato di vagliare le guarigioni miracolose.

ALESSANDRO DE FRANCISCIS – CAPO BUREAU DES CONSTATATIONS MEDICALES Il vero miracolo di Lourdes non sono le 70 guarigioni miracolose. Lourdes è il luogo dove tu istintivamente impari a dare una mano all’altro. Questo è il miracolo di Lourdes.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il dottor De Franciscis è un membro dell’Unitalsi, l’Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali che dal 1903 organizza i treni bianchi, pellegrinaggi delle persone con disabilità, malate, anziane, bisognose di aiuto. Anche quest’anno l’associazione ha portato migliaia di persone al santuario. Tra loro c’è anche Teresa, arrivata in camper insieme a suo marito e ai suoi tre figli.

TERESA TRIVIGNO - PELLEGRINA Il bambino più grande, di circa 12 anni, ha fatto un sogno. Ha sognato… Mi ha detto: “Mamma ho sognato una santa, vestita di azzurro con un mantello bianco e mi ha detto: immergete… mettete Marisol in una scatolina, immergetela in quest’acqua”.

DANIELE AUTIERI Scusi, sua figlia che malattia ha?

TERESA TRIVIGNO - PELLEGRINA Marisol è affetta da una patologia genetica rara. Al di là della scelta di venire a Lourdes per chiedere magari una grazia, la forza per affrontare la quotidianità con tutte le problematiche annesse alla patologia.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Teresa è arrivata in camper, ma c’è chi paga fino a 700 euro per arrivare a Lourdes. Ecco, si vola in genere con dei voli charter, perché adesso c’è il virus. Ma prima si arrivava con i treni bianchi, dei vagoni attrezzati per trasportare dei malati anche per 24 ore, tanto ci vuole per arrivare attraverso delle linee particolari a Lourdes. A organizzare i viaggi è un colosso dell’associazionismo cattolico, Unitalsi, da oltre 100 anni. Solo che oggi c’è chi avrebbe distratto milioni di euro per comprare ville in Sardegna, auto di lusso, elargire benefit ai familiari. Sono soldi dei pellegrini e dei volontari. E poi in questa storia si innesta anche un furto misterioso e un filmino a luci rosse.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Bentornati, allora parliamo dei viaggi dei pellegrini a Lourdes. Da 100 anni e oltre li organizza una potente associazione cattolica: Unitalsi. Ai tempi d'oro riusciva anche a far viaggiare in un unico pellegrinaggio 24mila persone. E poi se ne svolge uno ogni mese. E ogni regione ha il suo. Perché sotto il grande ombrello di Unitalsi Nazionale, ci sono poi le sezioni regionali, le sottosezioni provinciali e quelle cittadine. In totale parliamo di circa 300, con 48.000 soci, 22.000 volontari e 50 dipendenti. Ecco, la sezione più influente e anche quella più ricca è quella di Roma. Che ha avuto a lungo come presidenti Alessandro Pinna ed Emanuele Trancalini. Ora gli inquirenti in questi anni li hanno accusati di appropriazione indebita. Avrebbero sottratto milioni di europer acquistare ville in Sardegna, auto di lusso ed elargire benefit alla famiglia. Ora come è possibile che tutto questo si sia svolto per lunghi sette anni nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse? Questa che racconteremo questa sera è una storia di tradimenti, di connivenze dove si innesta anche un misterioso furto in un caveau ed è spuntato anche un filmino a luci rosse. L’unico modo per raccontare questa storia è partire da quella grotta dove la madonna è apparsa a santa Bernadette e dove il silenzio vale più delle parole. Il nostro Daniele Autieri.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’ultima settimana di settembre si tiene a Lourdes il pellegrinaggio dell’Unitalsi. È il primo pellegrinaggio nazionale dopo il Covid guidato dal presidente nazionale Antonio Diella. Diella è un magistrato e dal santuario lancia un messaggio ai malati, dopo la notizia del rinvio a giudizio di alcuni componenti dell’associazione.

ANTONIO DIELLA - PRESIDENTE NAZIONALE UNITALSI Chi sceglie questa associazione sa e deve sapere sempre che questo è l’ordinario della nostra esperienza. E nessuna brutta notizia potrà fermare questa vita, perché questa vita non la può fermare nessuno, perché questa è la vita che dona Dio.

DANIELE AUTIERI Come vi ha colto sapere che era accaduto tutto questo?

GISELLA MOLINA – COMITATO DIRETTIVO UNITALSI Siamo rimasti increduli e sgomenti però come già abbiamo detto c’è veramente questo sentimento di certezza e piena fiducia nella magistratura e soprattutto di essere consci e consapevoli di quella che è l’opera che l’associazione praticamente svolge e i nostri 50mila soci svolgono quotidianamente sul nostro territorio.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La prima a denunciare i misfatti della “banda dei miracoli” è una donna minuta, una dama che da oltre 30 anni presta il suo servizio per l’associazione. Insieme al suo tesoriere si accorge che i conti non tornano e il 20 marzo del 2018 bussa alla porta del Nucleo investigativo dei carabinieri di Roma.

PREZIOSA TERRINONI – PRESIDENTE SEZIONE LAZIO UNITALSI Avevo visto che c’erano delle irregolarità sulla prima nota, dei versamenti dei soldi dei pellegrinaggi.

DANIELE AUTIERI Quindi non corrispondevano…

PREZIOSA TERRINONI – PRESIDENTE SEZIONE LAZIO UNITALSI No, non corrispondevano.

DANIELE AUTIERI Voi a un certo punto guardate sui conti e vedete che i soldi non ci sono?

PREZIOSA TERRINONI – PRESIDENTE SEZIONE LAZIO UNITALSI No, mancavano i versamenti.

DANIELE AUTIERI Loro praticamente che facevano? Prendevano gli assegni intestati all’Unitalsi, se li giravano, li giravano ad altre persone e poi li incassavano?

PREZIOSA TERRINONI – PRESIDENTE SEZIONE LAZIO UNITALSI Veniva versato il contante e poi gli assegni che venivano fatti venivano poi distribuiti sui vari conti.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Ed ecco i primi assegni che balzano agli occhi di Preziosa Terrinoni e del suo tesoriere. Assegni dai conti Unitalsi intestati a Pinna o a persone e società a lui vicine.

DANIELE AUTIERI Era durata a lungo questa cosa?

PREZIOSA TERRINONI – PRESIDENTE SEZIONE LAZIO UNITALSI Beh, io quando me ne sono accorta…

DANIELE AUTIERI Che anno era?

PREZIOSA TERRINONI – PRESIDENTE SEZIONE LAZIO UNITALSI 2016 esattamente sì.

DANIELE AUTIERI Ma voi avete cercato un confronto con loro?

PREZIOSA TERRINONI – PRESIDENTE SEZIONE LAZIO UNITALSI Sì... DANIELE AUTIERI La giustificazione quale è stata?

PREZIOSA TERRINONI – PRESIDENTE SEZIONE LAZIO UNITALSI Che loro avevano sostenuto delle spese però poi altro non sapevano.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Pochi mesi dopo questo confronto, la sezione romana dell’UNITALSI guidata da Trancalini, e prima di lui da Pinna, subisce un furto anomalo, esattamente il giorno dopo la chiusura della giornata nazionale di vendita delle piantine nelle piazze, quando la cassaforte è gonfia di contanti. La prima persona che si accorge del furto si chiama Cristiana Maddaluni, un’ex segretaria dell’Unitalsi coinvolta nell’inchiesta e condannata a quasi due anni per riciclaggio dopo aver patteggiato la pena.

CRISTIANA MADDALUNI – EX SEGRETARIA UNITALSI La mattina dopo io alle 8,30 ho aperto l’ufficio. Entro in ufficio, vedo il cassetto mio aperto, però c’erano stati loro la sera prima e dico: “vedi?”! Vabbè, ho rimesso a posto e ho chiuso il cassetto. Vado nella stanza dove stava la cassaforte per prendere la cassa e la cassaforte era completamente divelta e lì ho alzato il telefono presa dal panico. E ho chiamato.

DANIELE AUTIERI E quanti soldi hanno portato via?

CRISTIANA MADDALUNI – EX SEGRETARIA UNITALSI Dai conti che mi ero fatta, intorno ai 100, 150mila euro.

DANIELE AUTIERI Lei non ha avuto alcun sospetto su questo furto, che fosse un furto un po’ anomalo?

CRISTIANA MADDALUNI – EX SEGRETARIA UNITALSI No, la prima domanda che mi sono fatta è stata: “ma tu dimmi te proprio nel giorno della chiusura degli ulivi”…

DANIELE AUTIERI Quando c’erano tutti questi soldi, no?

CRISTIANA MADDALUNI – EX-SEGRETARIA UNITALSI Sì. E ho detto: “c’è stata una soffiata”.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Quel furto avviene dopo che qualcuno si era già reso conto che i conti non tornavano. Ed ecco come ricostruisce quegli eventi un altro testimone di quella strana notte in via degli Embrici.

TESTIMONE UNITALSI Parallelamente a questo furto, ho scoperto anche una contabilità poco regolare. Però nel momento in cui tu sai che sei stato scoperto, cerchi di traccheggiare e mandare avanti e in questo mandare avanti succede un episodio di questo tipo…

DANIELE AUTIERI Perché voi lo avevate scoperto prima?

TESTIMONE UNITALSI Non ti nascondo Danie’ che prima del furto avevamo già notato qualcosa di strano, avevamo fatto presente a questi signori di Roma che c’era qualcosa che non andava, abbiamo informato il presidente nazionale il quale diciamo che a suo dire bisogna aspettare, bisognava vedere, bisognava verificare. Ci sono stati degli incontri con queste persone che comunque non hanno portato a niente. La paura è che in tutti questi anni se questo era un sistema che noi siamo riusciti a sollevare… da quanto andava in giro? Quante altre persone ci stanno in mezzo?

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Per il furto a via degli Embrici viene rinviato a giudizio solo un ladro professionista di nome Dario Fiorini. L’inchiesta sui fondi distratti all’associazione cammina invece parallela e i carabinieri scoprono che molti assegni intestati all’Unitalsi sono stati girati a persone vicine ad Alessandro Pinna: le sorelle, la madre, gli amici, le collaboratrici. Una di loro è la segretaria dello studio Pinna, oggi rinviata a giudizio per riciclaggio.

DANIELE AUTIERI Le contestano che lei abbia fatto da tramite per il versamento e poi il prelievo di alcuni assegni intestati a Unitalsi. È vero?

EX SEGRETARIA STUDIO PINNA Sì, io però ero solo una segretaria, per me Unitalsi era un cliente come un altro.

DANIELE AUTIERI Come funzionava? Pinna le dava un assegno, lo girava e le diceva: lo puoi incassare, prelevi e mi porti i contanti?

EX SEGRETARIA STUDIO PINNA Sì, nello specifico magari dovevo andare in banca per fare tutta una serie di cose e magari mi chiedeva, “puoi fare anche questo?”.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Torre delle Stelle è una piccola gemma nel paradiso di Villa Simius, a pochi chilometri da Cagliari. Il 23 dicembre del 2008 Pinna e Trancalini aprono un conto cointestato dove viene dirottata parte dei soldi dei malati di Lourdes. Soldi che servono per pagare un mutuo da 430mila euro, necessario per realizzare il loro sogno: comprare una villa in Sardegna. I soldi dell’Unitalsi non servono solo per pagare il mutuo, ma anche per saldare i compensi dei domestici della villa.

MARITO DI UNA COLLABORATRICE DOMESTICA Lei può immaginare, uno che va a fare pulizie non fa tante domande.

DANIELE AUTIERI Certo, quelli pagavano con assegni e finiva là.

MARITO DI UNA COLLABORATRICE DOMESTICA Magari le pulizie duravano un mese.

DANIELE AUTIERI Certo.

MARITO DI UNA COLLABORATRICE DOMESTICA Dopo che siamo andati dai carabinieri, che mi hanno chiamato, perché io non volevo rompimento d’anima da nessuno sinceramente… e basta

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nella villa in Sardegna c’è stata come ospite anche Cristiana Maddaluni, la dipendente che insieme a Francesca Tommasi si è prestata a cambiare gli assegni di Pinna. Lei è l’unica tra gli indagati che a processo ha ammesso la colpa e chiesto il patteggiamento.

DANIELE AUTIERI Pinna le dava degli assegni e le diceva di incassarli per lui…

CRISTIANA MADDALUNI – EX-SEGRETARIA UNITALSI Sì, mentre stavo magari sulla porta mi diceva: “senti poi fammi un favore: passi davanti alla banca, cambiami st’assegno al volo che così sabato e domenica se finisce la colla o la gomma piuma c’ho i contanti per andare da Leroy Merlin e prenderla.

DANIELE AUTIERI Quindi erano assegni intestati all’Unitalsi che lui girava a lei e lei andava alla sua banca…

CRISTIANA MADDALUNI – EX-SEGRETARIA UNITALSI Erano assegni dell’Unitalsi, quindi dal conto corrente dell’Unitalsi intestati a me; io versavo sul mio conto e li monetizzavo. A me era come se me lo chiedesse mio fratello.

DANIELE AUTIERI Lei non si è mai messa in tasca un euro…

CRISTIANA MADDALUNI – EX-SEGRETARIA UNITALSI Assolutamente no.

DANIELE AUTIERI Le manca Lourdes?

CRISTIANA MADDALUNI – EX-SEGRETARIA UNITALSI Da morire… ti prego…

DANIELE AUTIERI Va bene, cambiamo discorso…

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Nel segreto di Lourdes tutti si chiedono come sia possibile che, per tanti anni, nessuno si sia accorto di niente. Anche perché, nella loro informativa, i carabinieri scrivono che “Pinna e Trancalini hanno architettato i continui passaggi di denaro tra conti al fine di sviare le pur blande e quantomeno “distratte” attività di verifica”.

VOLONTARIA UNITALSI Per me loro sono pesci piccoli e c’è il marcio dietro sopra. Perché appena tu versi loro sul conto prelevano subito quello che è pellegrinaggi, quote associative. Noi adesso siamo partiti; già ci hanno chiesto dal nazionale l’acconto di tutto il pellegrinaggio e quando torniamo dobbiamo fare il saldo.

DANIELE AUTIERI Quindi voi, comunque, siete controllati?

VOLONTARIA UNITALSI Altroché! Se io ho 120 soci loro mi prendono l’importo di 120 soci, se un socio, 20 soci, 100 soci non pagano ce li rimetto io. Quindi io mi chiedo: per sette anni com’è che a questa gente non avete chiesto questi versamenti?

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO I controlli ci sono ma non sono uguali per tutti. Mentre la Presidenza Dell’Unitalsi usava la mano di piuma con la sottosezione di Roma, ricorreva a quella di ferro nei confronti delle altre 300 sottosezioni e gruppi sparsi in tutta Italia. Un trattamento di favore che viene negato da Alessandro Pinna.

ALESSANDRO PINNA – EX PRESIDENTE SEZIONE ROMA UNITALSI Lei l’ha letta bene la denuncia? Che cosa dice?

DANIELE AUTIERI Che non corrispondevano.

ALESSANDRO PINNA – EX PRESIDENTE SEZIONE ROMA UNITALSI Poi che cosa dice? Poi Presidenza nazionale riversava…

 DANIELE AUTIERI Lei dice che lei anticipava e dopo…

ALESSANDRO PINNA – EX PRESIDENTE SEZIONE ROMA UNITALSI Sì, anticipavo e servivano anche per… ma nulla, neanche un centesimo è stato distratto. Neanche un centesimo. Il problema è che le invidie e le gelosie soprattutto in questo mondo di merda cattolico che è peggio di quello della politica… vabbè. Purtroppo qui ci sono un gruppetto di persone, e non faccio nomi figurati, che da sempre e poi soprattutto uno che sta un po’ in vista e ha la possibilità di replicare… Scusami ma, manco a Buscetta gli fanno un articolo al giorno, voglio dire… qualcuno che mi ferma mi dice: Alessa’, ma veramente?

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Sotto lo sguardo della Madonna di Lourdes l’associazione si spacca in due: chi attacca gli accusati e chi preferisce tenere un profilo basso. È questa la linea del presidente Antonio Diella, un magistrato di lungo corso che oggi presiede una delle sezioni del tribunale di Bari.

DANIELE AUTIERI Viene da chiedersi come sia possibile che nessuno si sia fatto delle domande.

EX SEGRETARIA STUDIO PINNA Sì, esatto, tanto più che comunque l’Unitalsi continua a essere cliente. Quindi fa un po’ strano, ecco.

DANIELE AUTIERI L’Unitalsi era un cliente di Pinna? Figurava tra i clienti dello studio?

EX SEGRETARIA STUDIO PINNA Sì, figurava tra i clienti, pagavano gli F24. Sicuramente fino al luglio scorso.

DANIELE AUTIERI Quindi questo anche quando Pinna era sotto inchiesta diciamo, quando già gli venivano contestati questi reati di appropriazione indebita, l’Unitalsi era comunque cliente del suo studio?

EX SEGRETARIA STUDIO PINNA Sì, sì… continuava a essere cliente.

DANIELE AUTIERI Si fidavano di lui.

EX SEGRETARIA STUDIO PINNA Sì.

ALESSANDRO PINNA – EX PRESIDENTE SEZIONE ROMA UNITALSI Presidenza nazionale che ci fa fare le pratiche degli F24 tutti i mesi… io quello che vorrei… che dovrebbe anche il giudice…

 DANIELE AUTIERI Che se lo fai vuol dire che…

ALESSANDRO PINNA – EX PRESIDENTE SEZIONE ROMA UNITALSI Che sei deficiente? Tu mi hai rubato e poi mi fido di te? Eh, questo è! Perché Presidenza nazionale non ha mai? Che è l’unica autorizzata che approva i bilanci, che fa le cose a dirmi mai: c’è un problema?

DANIELE AUTIERI A me hanno detto, non so se è vero, che avevano provato una… avevano tentato di fare un accordo.

ALESSANDRO PINNA – EX PRESIDENTE SEZIONE ROMA UNITALSI Chi gliel’ha detto?

DANIELE AUTIERI Alcune persone del servizio Unitalsi, che lei avrebbe restituito dei soldi, una parte dei soldi e finiva là diciamo. Poi i regionali si sono opposti, hanno detto: no, dobbiamo denunciare.

ALESSANDRO PINNA – EX PRESIDENTE SEZIONE ROMA UNITALSI Se a lei hanno detto questo sarà così.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO La Presidenza nazionale dell’Unitalsi smentisce di aver cercato un accordo con Pinna e Trancalini, senza però spiegare come sia stato possibile che nessuno, per anni, si sia accorto di nulla.

DANIELE AUTIERI Nel processo l’Associazione si costituisce parte civile. Perché?

GISELLA MOLINA – COMITATO DIRETTIVO UNITALSI Perché siamo praticamente parte lesa, nel senso che il maggiore danno l’ha subito l’associazione.

DANIELE AUTIERI Se è vero che sono stati sottratti quasi due milioni di euro in un po’ di anni con un sistema che sembra a quanto pare abbastanza oliato, non è strano che non ci si sia accorti di niente?

GISELLA MOLINA – COMITATO DIRETTIVO UNITALSI A questa non ti rispondo…

DANIELE AUTIERI Non mi rispondi?

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’unico che potrebbe rispondere è il Presidente Diella. Lo incontriamo dopo che ha preferito evitarci per l’intera durata del pellegrinaggio.

DANIELE AUTIERI Presidente, presidente… sono Daniele Autieri di Report. La volevo giusto salutare perché domani…

ANTONIO DIELLA – PRESIDENTE UNITALSI NAZIONALE Grazie

DANIELE AUTIERI Ho sentito il suo discorso oggi… capisco che è una cosa che addolora. Io sinceramente mi sono chiesto solo come sia stato possibile che nessuno se ne fosse accorto?

ANTONIO DIELLA – PRESIDENTE UNITALSI NAZIONALE È una domanda anche per noi, ci stiamo riflettendo anche noi. D’altronde è partita da noi questa iniziativa.

DANIELE AUTIERI Vi state dando da fare per capire

ANTONIO DIELLA – PRESIDENTE UNITALSI NAZIONALE Sì sì però è partita da noi, già questo… insomma…

DANIELE AUTIERI Vuol dire molto ANTONIO DIELLA – PRESIDENTE UNITALSI NAZIONALE Vuol dire molto! Però mi fa piacere che le sia piaciuta Lourdes.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Ci sono piaciuti moltissimo soprattutto i volti puliti dei volontari che aiutano l’associazione. Ci è piaciuto un po’ meno invece sapere che la denuncia per questi fatti sia stata presentata da una sezione locale, non dalla presidenza nazionale Unitalsi, anche se aveva a capo un magistrato. Insomma Antonio Diella oggi è a capo di una delle sezioni del tribunale di Bari. Ma doveva fidarsi abbastanza di Alessandro Pinna, se è vero che anche dopo che è stato indagato ha lasciato che il suo studio si occupasse degli F24 di Unitalsi. È un pò se ci lascia l’espressione è come lasciare l'orso sul barattolo del miele. E poi potrebbe anche consumarsi un paradosso giudiziario: oggi Trancalini e Pinna sono accusati di appropriazione indebita, un reato che potrebbe prescriversi tra due anni. Mentre la segretaria che andava a cambiare gli assegni è accusata di riciclaggio. Un reato che si prescrive molto più a lungo. Potrebbe cioè rimanere alla sbarra colei che non ha toccato un euro in questa vicenda. E poi sorprende anche il fatto che per distrarre i soldi Pinna avrebbe utilizzato gli assegni. Insomma, è in buonafede? O è talmente sprovveduto da non sapere che gli assegni lasciano traccia, oppure era certo di godere di una certa impunità? E secondo gli inquirenti il reato lo avrebbe anche replicato quando è stato a capo di alcune associazioni. Avrebbe anche sporcato un progetto molto bello, quello di aiutare i genitori dei bambini malati di tumore, e anche quello quando è stato presidente di un’associazione che avrebbe dovuto recuperare dei detenuti. E qui spunta un filmino a luci rosse.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Il Progetto Bambini, oggi progetto dei Piccoli, viene creato nel 2012 dal presidente dell’Unitalsi Antonio Diella e finanziato direttamente dalla Presidenza Nazionale.

CARMEN TREPICCIONE – DIPENDENTE UNITALSI Il progetto dei piccoli è un progetto di carità assoluta perché noi in Italia abbiamo delle case di accoglienza dove ospitiamo dei bambini che sono ammalati dal punto di vista oncologico e che hanno bisogno di essere vicini ai luoghi pediatrici di eccellenza.

 DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Pinna e Trancalini erano i responsabili nazionali del Progetto Bambini e sfruttando la loro posizione dominante si sarebbero appropriati di 1,2 milioni di euro dai conti del Progetto, alimentati dalle casse di Unitalsi. Il meccanismo è sempre lo stesso: assegni intestati ad amici e parenti, poi trasformati in contanti. Lo stesso accade con un’altra associazione di cui Pinna è presidente fino al 2020: l’Isola Solidale, una struttura in grado di ospitare 40 detenuti che devono scontare le misure alternative per il fine pena, oggi diretta dal compagno della sorella di Pinna. Attraversi Pinna i soldi dell’Unitalsi finiscono anche all’Isola Solidale che in questi anni non avrebbe neanche pagato l’affitto dei terreni di proprietà della Fondazione Opera del Divino Redentore.

DANIELE AUTIERI Lui vi ha mai pagato l’affitto?

GIUSEPPE MARINO - AVVOCATO OPERA DIVINO REDENTORE Mai! L’affitto c’è stato un tentativo di pagamento soltanto lo scorso anno a novembre, quando c’era già odore di richiesta di sfratto da parte nostra.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO L’Isola Solidale svolge le sue attività su un terreno di 32mila metri quadrati e dal 2016 avrebbe dovuto pagare alla Fondazione un affitto irrisorio di mille euro all’anno. Non solo non pagano, ma trovano anche il modo di guadagnarci.

DANIELE AUTIERI L’Isola Solidale non si limita a non pagarvi l’affitto, fa qualcosa di più, cioè subaffitta una porzione di quel terreno.

GIUSEPPE MARINO - AVVOCATO OPERA DIVINO REDENTORE Il subaffitto non gli era vietato. Però l’articolo 7 prevedeva la preventiva autorizzazione della Fondazione che non è mai stata né richiesta né rilasciata.

DANIELE AUTIERI Siete in grado di calcolare quanto incassa l’Isola Solidale per le sublocazioni?

GIUSEPPE MARINO - AVVOCATO OPERA DIVINO REDENTORE Abbiamo appurato che solo da una società che occupava metà della struttura percepiva 10mila euro al mese.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Insomma, nella gestione dei terreni, la Onlus Isola Solidale guidata da Pinna è stata solidale soprattutto con sé stessa. A questo però si aggiunge un altro episodio che riguarda personalmente Alessandro Pinna nel suo ruolo di presidente dell’Isola e di garante del recupero dei detenuti stessi. DANIELE AUTIERI A voi arriva una lettera anonima, giusto?

GIUSEPPE MARINO - AVVOCATO OPERA DIVINO REDENTORE Certamente, alla sede legale della Fondazione arriva questa lettera

DANIELE AUTIERI Che c’era scritto?

GIUSEPPE MARINO - AVVOCATO OPERA DIVINO REDENTORE Conteneva un esposto anonimo anche di contenuto molto forte, oserei dire anche imbarazzante, che narrava di vicende immorali che venivano, che si sviluppavano all’interno dell’Isola Solidale. Un esposto così granitico ci ha imposto di depositarlo in Procura della Repubblica a Roma.

DANIELE AUTIERI FUORI CAMPO Ma alla Fondazione, dopo la lettera anonima arriva anche un video che ritrae Alessandro Pinna in atteggiamenti intimi con uno dei detenuti che avrebbe dovuto fare un percorso di recupero.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO È superfluo sottolineare che noi di Report non ficchiamo il naso nella vita privata altrui. Tuttavia questo non è un fatto privato: ci troviamo davanti a un presidente di un’associazione che deve valutare il percorso di recupero dei detenuti e con uno dei detenuti ha una relazione. E il giudizio di Pinna peserà sulle decisioni del magistrato di sorveglianza. È un giudizio obiettivo? Inoltre, quel filmato che è stato registrato a sua insaputa, lo rende ricattabile da parte di altri ospiti della struttura? Poi c’è anche un’aggravante: che Pinna da presidente dell’Isola Solidale ha utilizzato la associazione per recuperare i detenuti per sottrarre soldi all’Unitalsi. Insomma il destino, adesso la palla di tutta questa vicenda è in mano alla magistratura. Ma anche a quella che è l’unica vittima di questa vicenda: Unitalsi. Che è un patrimonio assoluto del nostro paese. Quello che grazie ai volontari si replica nel tempo: quel miracolo di Lourdes, quello di chi tende la mano a chi è in difficoltà.

·                        Comunione e Liberazione.

 

La strategia del Papa. Cosa c’è dietro il terremoto in Comunione e Liberazione, dopo Bose le comunità messe alla prova. Fabrizio Mastrofini su Il Riformista il 17 Novembre 2021. Cosa significano le dimissioni di don Julian Carron da Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione (Cl)? Apparentemente la decisione rispetta un decreto del Dicastero Laici Famiglia e Vita che da qualche mese ha introdotto il limite di due mandati per i presidenti delle associazioni e dei movimenti cattolici. In realtà è il segnale di un fenomeno più ampio di cui al momento si vedono alcuni contorni e dobbiamo analizzarlo per capire dove porterà. Come sappiamo, Papa Francesco ama dire che il suo compito è “avviare processi” di cambiamento. In questo caso il decreto del giugno 2021 ha innescato un profondo cambiamento, è arrivato a segnare la data di inizio di una vera e propria rivoluzione. Il contesto è facile da comprendere. Il Dicastero vaticano per i Laici Famiglia Vita, che vigila su 120 tra movimenti e associazioni cattoliche, ha stabilito – con la specifica approvazione di Papa Francesco – un limite di due mandati quinquennali, per i presidenti. Contestualmente sono stati fissati 24 mesi di tempo per la prima applicazione della norma. Bruciando i tempi, che scadono nel 2023, il successore di don Giussani alla guida di Cl si è dimesso subito. Gli aspetti da rilevare sono almeno due, uno relativo a Cl e l’altro più generale sulla vasta galassia di quello che si chiama il laicato cattolico. Per quanto riguarda Cl l’arrivo di Carron nel 2005, primo e immediato successore di don Giussani, fondatore di Cl, ha segnato un certo cambio di rotta. Con Giussani, Cl ha avuto periodi di contiguità con la politica partitica, con l’elezione in posti di responsabilità di alcuni esponenti (valga per tutti l’esempio di Formigoni) e con una visibilità spesso molto discussa quando qualcuno finiva nel mirino della magistratura. Dal 2005 in poi, con don Carron, inizia un progressivo sganciamento dalla politica attiva, per ritornare alle origini di una formazione civica e spirituale, e non mancano incidenti di percorso quando emergono situazioni opache. Le stesse che hanno portato Papa Francesco, a settembre, a decidere per il “commissariamento” dei Memores Domini, l’associazione laicale di Comunione e Liberazione i cui aderenti si impegnano a praticare castità, povertà e obbedienza e spesso vivono secondo uno stile monastico. Il Papa due mesi fa ha azzerato i vertici e nominato come suo «delegato speciale» monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, e a suo tempo discepolo di don Giussani. E qui si innesta il secondo aspetto, di più vasta portata. In questione non è solo Cl o Memores Domini. È in atto un vasto sommovimento che sta portando alla luce episodi oscuri proprio all’interno di associazioni e movimenti, soprattutto quelli nati negli anni seguenti al Concilio Vaticano II. In Francia Jean Vanier e la sua associazione per i poveri – L’Arché – è stata messa sotto indagine per abusi sessuali e di potere commessi all’ombra del fondatore o da lui stesso. E stiamo parlando di un movimento internazionale diffuso in 37 paesi e fondato nel 1964. Sempre in Francia diverse associazioni avviate da sacerdoti, approvate da vescovi, seguite da tantissimi laici, sono salite alla ribalta delle cronache giudiziarie per le medesime accuse. Su Il Riformista ne avevo parlato ad aprile presentando un libro molto documentato e dettagliato, della giornalista Céline Hoyeau, intitolato La Trahison des Pères. Libro che parla di una categoria particolare di “abusatori”: non “semplici” sacerdoti, ma sacerdoti con la caratteristica specifica di essere o essere stati fondatori di comunità religiose o consulenti dei fondatori stessi. Si tratta di gruppi formati da aderenti sia uomini che donne – dunque abusi nei confronti degli uni e delle altre – che appartengono a quelle che dopo il Vaticano II si sono definite le “nuove comunità religiose”. Termine con cui si identificano le esperienze di vita religiosa avviate negli anni precedenti e successivi al Concilio Vaticano II, in cui sembrava che le “tradizionali” congregazioni e ordini religiosi avessero spento la loro forza propulsiva. Per l’Italia, negli ultimi due anni, è esemplificativa di questo percorso problematico la vicenda della Comunità di Bose. Però il terremoto della trasparenza sta facendo venire allo scoperto situazioni difficili e diffuse, come ad esempio all’interno del movimento dei Focolari fondato da Chiara Lubich e che conta due milioni di aderenti e una miriade di sigle e settori che investono la vita sociale e produttiva in senso ampio. Le testimonianze e le difficoltà che vive il movimento dei Focolari sono ora raccolte in un ampio e documentato volume di Ferruccio Pinotti (La setta divina, Piemme) dove vengono alla luce gli abusi di potere, il fanatismo, la sottrazione di beni personali, soprattutto i retroscena oscuri di un impero economico e spirituale e le coperture di cui gode tra cardinali, arcivescovi e vescovi. Come è possibile il ripetersi di tali situazioni? Il motivo “teologico” va cercato nella confusione tra “foro interno” e “foro esterno”, come spesso ha fatto notare Papa Francesco. Cioè stiamo parlando di quel sistema di potere e di controllo individuale basato sul fatto che le informazioni personali acquisite attraverso la confessione, vengono usate dai responsabili di associazioni e movimenti per dirigere la vita degli aderenti, di cui conoscono i pensieri più profondi e le difficoltà più intime. Con l’introduzione del mandato rinnovabile non più di una volta, si introduce un elemento correttivo. O almeno così spera papa Francesco. Ora si vedrà se la nuova norma verrà rispettata oppure se le eccezioni saranno più numerose della regola. Per la Chiesa le eccezioni non fanno problema. Nelle congregazioni religiose, soprattutto femminili, in molti casi la superiora generale veniva rieletta molte volte (spesso in passato, un po’ meno oggi), per decenni di seguito, in barba agli statuti, grazie a deroghe prontamente richieste e concesse. Mentre le congregazioni religiose sono realtà strutturate e solide, associazioni e movimenti sono di natura più “liquida”, soprattutto quelli nati dopo il Concilio che ora attraversano la prova della seconda generazione. Qui infatti si apre un problema di “tenuta”: saranno capaci di resistere una volta che il “fondatore” non è più in vita oppure si ritira per questioni legate all’età? La Chiesa di papa Francesco vuole introdurre dei criteri di trasparenza gestionale e funzionale. Allo stesso tempo sottopone tutta la Chiesa a uno “stress-test” di ampia portata. E al momento nessuno può dire come andrà a finire.

Fabrizio Mastrofini. Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).

Gian Guido Vecchi per "corriere.it" il 25 settembre 2021. Un anno e mezzo fa il Papa nominò un suo «delegato», il confratello gesuita Gianfranco Ghirlanda, già rettore della Gregoriana, per «accompagnare» la «riforma dello statuto» e «la modifica di alcune norme del direttorio», come aveva chiesto invano due anni prima. Non è successo nulla, evidentemente ci sono state delle resistenze interne. E così Francesco ha deciso il commissariamento dei «Memores Domini», l’associazione laicale di Comunione e liberazione i cui membri si impegnano a praticare castità, povertà e obbedienza e spesso vivono nelle «case» del movimento in stile monastico: delle 1.600 persone hanno fatto questa scelta in 32 Paesi del mondo, soprattutto donne, le più conosciute sono le Memores che da anni vivono accanto e aiutano Benedetto XVI, tra gli altri ne ha fatto parte anche Roberto Formigoni. Nel comunicato della Santa Sede, si dice che «il Santo Padre Francesco, avendo a cuore l’esperienza dei Memores Domini e riconoscendone nel carisma una manifestazione della grazia di Dio, ha disposto un cambiamento nella conduzione dell’associazione». Il Papa ha azzerato i vertici e nominato come suo «delegato speciale» monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, che conosce bene Comunione e Liberazione: è cresciuto nel movimento e nell’84 fu mandato dal fondatore, don Luigi Giussani, come missionario in Brasile, fino a diventare, dall’88 al ‘96, responsabile del movimento in America Latina. Ora monsignor Santoro «assumerà temporaneamente, ad nutum della Sede Apostolica, con pieni poteri, il governo dell’Associazione, al fine di custodirne il carisma e preservare l’unità dei membri», spiega la Santa Sede: «Simultaneamente, decade l’attuale governo generale dell’associazione». Nel frattempo, padre Ghirlanda è stato nominato «assistente pontificio per le questioni canoniche relative alla medesima associazione». La Santa Sede, nel chiedere la revisione degli Statuti, aveva detto di «aver ricevuto segnalazioni da parte di membri» dell’associazione e messo in guardia dal «rischio dell’autoreferenzialità» e quindi di chiusura, come spesso accade nei movimenti. Si parlava di «contestazioni in tema di libertà personale, di diritto alla riservatezza» e «più in generale» di «buon governo». In più c’era un problema di conduzione: il presidente della Fraternità di Cl, don Julián Carrón, ha ereditato gli incarichi del fondatore e quindi si trovava ad essere anche il consigliere ecclesiastico dell’associazione laicale, finora guidata da Antonella Frongillo. Insomma, il Vaticano voleva modificare una serie di «disposizioni che pregiudicano la necessaria distinzione tra ambito di governo dell’associazione e ambito della coscienza dei suoi membri». In questi anni, sotto la guida di Carrón e il pontificato di Francesco, Comunione e Liberazione, non senza conflitti interni, ha assunto un profilo sempre più spirituale e meno politico. Ora i Memores Domini dovranno cambiare, nel senso indicato da Francesco a Cl il 7 marzo 2015: «Fedeltà alla tradizione significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri» 

 (ANSA il 23 novembre 2021) - Con una lettera, inviata a tutti i membri della Fraternità di Cl, la Diaconia centrale della Fraternità di Comunione e Liberazione esprime "una gratitudine senza confine per quello che ha rappresentato in questi anni" a don Julian Carron dimessosi in ottemperanza alle direttive del Decreto vaticano che disciplina l'esercizio del governo nelle associazioni internazionali di fedeli. La stessa Diaconia - riferisce il Sir - si è riunita sabato scorso per prendere atto delle dimissioni e per l'affronto di alcune tematiche relative alla vita della Fraternità, fra cui una prima condivisione della bozza di revisione dello Statuto. "Da presidente della Fraternità - si legge nel testo - ci ha accompagnato a immedesimarci con l'esperienza viva di don Giussani e con il suo metodo di educazione alla fede - che la Chiesa ha riconosciuto come strada alla santità -, vivendo 'una obbedienza di cuore a quella forma di insegnamento alla quale siamo stati consegnati' (J. Ratzinger)". Ricordando l'insegnamento di don Giussani, la Diaconia ribadisce di voler "accogliere fino in fondo l'invito contenuto nella lettera di don Carron: vivere questa circostanza come occasione di crescita della nostra autocoscienza ecclesiale. Domandiamo allo Spirito Santo di rinnovare in noi l'esperienza della grazia del carisma che ci ha investito attirandoci a Cristo, dentro la vita della Chiesa nostra madre e seguendo Pietro, per essere collaboratori attivi della volontà del Padre all'opera nell'oggi della storia". 

Gian Guido Vecchi per il “Corriere della Sera” il 23 novembre 2021. La «Diaconia centrale» di Comunione e Liberazione, l'organo di governo della Fraternità, si è riunita ieri a Milano «per prendere atto delle dimissioni irrevocabili del presidente, don Julián Carrón», ma non ha potuto eleggere il successore perché il vicepresidente, Davide Prosperi, ha informato «di essere stato convocato dal Dicastero per i Laici per un colloquio nei prossimi giorni». Su Cl, insomma, è intervenuto di nuovo il Vaticano, anche perché si tratta di risolvere il groviglio giuridico nato con le dimissioni anticipate di Carrón, lunedì scorso. Ora si tratta di capire se si troverà una soluzione oppure se la Fraternità rischia il commissariamento come già accaduto al ramo dei «Memores Domini». Da giorni i responsabili di Cl ne discutevano: e adesso che si fa? Perché, prima ancora di pensare al nome del successore di Carrón, si trattava di capire come si potrebbe nominarlo, o nominarla: lo statuto di Cl non pone vincoli, non dev' essere per forza un sacerdote, anche un laico o una laica possono guidare il movimento. Di per sé, però, lo statuto non prevede le dimissioni del presidente. E in ogni caso lo statuto andrà rivisto, e sottoposto al Dicastero della Santa Sede, perché sia coerente con le disposizioni del decreto approvato da Francesco che l'11 giugno ha imposto un limite al governo di tutte le associazioni internazionali di fedeli laici: non più di cinque anni di mandato e al massimo dieci anni consecutivi. Per questo don Carrón, che era stato indicato dal fondatore don Luigi Giussani e guidava la Fraternità dal 2005, si è dimesso. Ma questo ha creato un problema giuridico che Cl dovrà risolvere col Vaticano. Secondo il decreto, la Fraternità dovrà definire un nuovo Statuto, sottoporlo alla valutazione della Santa Sede e, ottenuta l'approvazione, eleggere il presidente. «Un lavoro di mesi se non di oltre un anno», si riflette in Cl. E nel frattempo? Può la Fraternità restare senza un presidente? E la Diaconia, una trentina di persone, avrebbe il potere di eleggerlo anche «pro tempore»? Oppure gli organi di governo, dimesso il presidente, decadono? Si attende l'incontro in Vaticano, Cl scrive: «La deliberazione circa la carica di Presidente è stata rinviata a una nuova riunione della Diaconia che si svolgerà immediatamente dopo il colloquio».

·        I Vizi Capitali.

Estratto dell'articolo di Gian Guido Vecchi per il "Corriere della Sera" il 7 dicembre 2021. Il volo A34994 da Atene è decollato da mezz' ora quando Papa Francesco arriva in fondo all'aereo e risponde alle domande dei giornalisti che lo hanno seguito nei cinque giorni di viaggio tra Cipro e la Grecia. 

Santità, perché ha accettato la rinuncia dell'arcivescovo di Parigi, Michel Aupetit?

«Io mi domando: ma cosa ha fatto di così grave da dover dare le dimissioni? Qualcuno lo sa? È stato condannato? E chi lo ha condannato? L'opinione pubblica, il chiacchiericcio...È stata una sua mancanza, contro il sesto comandamento, ma non totale. Le piccole carezze, i massaggi che faceva alla segretaria, così sta la cosa... E questo è un peccato, ma non è dei peccati più gravi. I più gravi sono quelli che hanno più "angelicalità" (hanno più a che fare con lo spirito, ndr), la superbia, l'odio... I peccati della carne non sono i più gravi. Così Aupetit è un peccatore come lo sono io, come è stato Pietro, il vescovo su cui Gesù ha fondato la Chiesa. Come mai la comunità del tempo aveva accettato un vescovo peccatore, che aveva rinnegato Cristo? Perché era una Chiesa normale, abituata a sentirsi peccatrice sempre, tutti, una Chiesa umile. Si vede che la nostra Chiesa non è abituata ad avere un vescovo peccatore, facciamo finta a dire: è un santo il mio vescovo, con questo cappelluccio rosso... No, tutti siamo peccatori. Ma il chiacchiericcio cresce e toglie la fama e un uomo al quale hanno tolto la fama così non può governare. Questa è una ingiustizia. Per questo ho accettato la rinuncia di Aupetit: non sull'altare della verità, ma sull'altare dell'ipocrisia». […]

Luigi Accattoli per il "Corriere della Sera" il 7 dicembre 2021. «I peccati della carne non sono i più gravi» diceva ieri Francesco sull'aereo: il popolo l'ha sempre saputo e ci sono pure i proverbi ad attestarlo. I moralisti tuttavia fino a ieri alzavano la voce e sostenevano che il peccato di sesso è sempre grave. Da qualche tempo le classifiche sono state riviste ma Francesco è il primo a dirlo da Papa. Non è tuttavia la prima volta che lo dice e mettendo insieme i suoi accenni in materia si ottengono indicazioni su quali siano, per lui, i peccati più gravi. Ieri ha detto la superbia e l'odio. Un'altra volta aveva accennato alla vanità. Tante volte ha indicato come gravissimi il commercio delle armi, le guerre, la tratta degli esseri umani, l'appartenenza alle mafie. Una volta ha detto che la pedofilia è un sacrilegio. Quanto alla gravità del peccato sessuale in un'occasione Francesco era giunto a rovesciare la classifica tradizionale dicendo a Dominique Wolton (nel volume Dio è un poeta , pagina 154) che «i peccati più lievi sono quelli della carne». In ciò avvicinandosi a Miguel de Unamuno che nella Vita di Don Chisciotte e di Sancho (1905) affermava della prostituta Maritornes che «si può dire a stento che pecchi». De Unamuno a sua volta seguiva il popolo, che ha sempre tenuto conto della debolezza della carne. «Pecài de mona Dio li perdona, pecài de pantaeòn pronta assoiussiòn»: asserisce un proverbio veneto che non fa differenze tra i peccatori maschi e femmine e tutti li vuole assolti. La paura del sesso è stata forte nelle Chiese cristiane degli ultimi secoli. Ma non fu sempre così. Dante mette i lussuriosi nel secondo girone dell'Inferno, subito dopo il limbo: cioè considera peggiori tutti gli altri peccati. Questo il suo ordine di gravità: golosi, avari e prodighi, iracondi e accidiosi, eretici, violenti, fraudolenti, traditori. Dunque possiamo dire che con Francesco torniamo a Dante, ovvero alla Scolastica, a Tommaso d'Aquino. La voce grossa contro la sessualità - per quanto riguarda la Chiesa Cattolica - l'ha fatta la manualistica per confessori, che per secoli ha affermato come nelle cose dell'amore non si dia materia lieve: «In re venerea non datur parvitas materiae». È a motivo del celibato dei consacrati che il rigore contro la corporeità è salito, nei secoli della controriforma, a note acute.

Tra Lutero e l'usuraio Scrovegni, cambiano "i sette vizi" nel programma di Francesco. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 22 gennaio 2021.

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore.

Domandina facile, di cultura generale: “Quali sono i sette vizi?”.

Molti di voi lettori sapranno la risposta: Superbia, Avarizia, Lussuria, Invidia, Gola, Ira, Accidia.

Vi sbagliate. A parte uno, sono cambiati anche quelli: Disperazione, Incostanza, Gelosia, Infedeltà, Ingiustizia, Stoltezza, Ira.

A presentarli come “i 7 vizi” è proprio il sito Vaticannews che annuncia l’inizio di una trasmissione con Bergoglio e don Marco Pozza: “È proprio il delicato rapporto – scrive il sito - che intercorre tra i 7 vizi (Ira, Disperazione, Incostanza, Gelosia, Infedeltà, Ingiustizia, Stoltezza) e le 7 virtù (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza, Fede, Speranza e Carità) il motivo conduttore del dialogo tra Papa Francesco e il sacerdote”. In realtà, quelli citati sono sette vizi non canonici che Giotto, dietro suggerimento del committente, il ricco usuraio Enrico degli Scrovegni, figlio di Riccardo - messo all’inferno da Dante - aveva opportunamente scelto per opporli alle corrette 3 virtù teologali e alle 4 cardinali del suo ciclo di affreschi nella Cappella di famiglia a Firenze. Questo tipo di confronto tra bene e male in modo speculare compare nella Psycomachia di Prudenzio del V secolo, che presentava generici vizi combattenti contro generiche virtù. Ma già allora non si trattava dei Sette vizi capitali canonici, né delle tre Virtù teologali e delle quattro Virtù cardinali. Il fatto che Vaticannews, pure avendo citando il riferimento al capolavoro giottesco, non specifichi che non si tratterà dei "Sette vizi capitali", ma semmai di “sette vizi opposti alle Virtù” può essere fomite di confusione. Presentare quindi “i sette vizi” è come dire “i dieci comandamenti” e se invece gli stessi sono diversi da quelli che Dio consegnò a Mosé, si fa un’opera di disinformazione religiosa. E infatti, non a caso, alcune agenzie e persino vari siti cattolici hanno riportato la notizia citando che nella trasmissione si parlerà dei “sette vizi capitali”.

Un piccolo disastro. Stupiscono, poi le parole di Francesco riportate nel video di presentazione: “Siamo caduti nella cultura dell’aggettivo, ci siamo dimenticati dei sostantivi. Non ci dimentichiamo che sei una persona, tu sei un uomo, sei una donna. È più importante essere uomo o donna che non avere questi vizi e virtù. Dio non ama l’aggettivazione della persona, ama la persona, come è”. Più importante essere uomo o donna che non avere vizi? Parrebbe un concetto luterano secondo cui le opere dell’uomo, i suoi meriti e il suo impegno non contano nulla ai fini della sua salvezza. “Pecca fortiter, sed crede fortius!”  - “Pecca pure fortemente, ma sii ancora più forte nella tua Fede!” raccomandava Martin Lutero del quale Bergoglio fece portare la statua in Vaticano nel 2016. L’eretico tedesco, acerrimo nemico del Cattolicesimo romano, credeva infatti, con cupo pessimismo, che l’uomo non avesse alcuna possibilità di evitare il peccato e potesse solo sperare nella misericordia di Dio. “Il vizio è essenzialmente parassitario” dice ancora Bergoglio, presentandolo - se le parole hanno un peso - come se fosse qualcosa di esterno, di estraneo all’uomo. Una visione abbastanza diversa, almeno da come si desume da questo breve stralcio, da quanto c’è riporta la dottrina cattolica, secondo cui il vizio è, invece, "una cattiva disposizione dell'animo a fuggire il bene e a fare il male, causata dal frequente ripetersi degli atti cattivi”. Quindi qualcosa che fa parte integrante dell’animo umano, non certo qualcosa di esterno come potrebbe esserlo un parassita. Insomma, già da questa breve presentazione, il programma promette scintille. Staremo a vedere.

·        Il Diavolo e l’Esorcismo.

Da leggo.it l'8 dicembre 2021. Quattro frati dell'Ordine dei Servi di Maria del Santuario di Monte Berico, a Vicenza, avrebbero eseguito un rito di esorcismo nei riguardi di una giovane ragazza che avrebbe assalito uno di loro durante una Confessione, con urla e bestemmie. L'episodio sarebbe avvenuto domenica mattina. Il rito sarebbe durato diverse ore, con i frati che dapprima hanno allontanato i fedeli dalla sala della «penitenzieria»; sul posto sono intervenuti anche agenti delle forze dell'ordine e operatori del 118. Alla fine, la presunta indemoniata, proveniente da una località fuori della provincia di Vicenza, è svenuta ed è stata riportata a casa. Secondo quanto ricostruito, la madre della giovane l'avrebbe portata al santuario mariano vicentino dopo che aveva dato segni di squilibrio, con comportamenti violenti e frasi blasfeme. Al momento dell'aggressione, assieme ai genitori era presente anche il fratello della ragazza. Il confessore ha chiesto l'aiuto dei confratelli, che hanno dapprima allontanato gli altri fedeli nella penitenzieria, e quindi hanno iniziato il rito dell'esorcismo. Nel frattempo sono stati chiamati la Questura, la Polizia locale e il Suem, i cui operatori però sono però rimasti fuori dalla penitenzieria. Attorno alle 20.30 la ragazza si sarebbe addormentata di colpo, stremata.

Andrea Priante per corrieredelveneto.corriere.it il 10 dicembre 2021. L’esorcismo eseguito domenica nel Santuario di Vicenza, ha visto protagonista una 28enne che ha aggredito il confessore e, secondo alcuni testimoni, bestemmiava, gridava e parlava in latino. Con lei c’era la madre, molto devota e convinta che la figlia fosse vittima del demonio. La stessa opinione dei frati che per nove ore l’hanno sottoposta al rito di liberazione che si è concluso in serata, quando è crollata, esausta. Più cauto appare invece don Silvio Zonin, della Diocesi di Verona, autore di libri come «Discesa agli inferi. Esperienze di un esorcista».

Cosa ne pensa di quanto avvenuto a Vicenza?

«Domenica sono stato contattato dai frati di Vicenza che volevano confrontarsi su quanto stava accadendo. Questo perché conosco quella giovane: negli ultimi mesi è venuta tre volte a chiedermi aiuto. È una brava ragazza ma con un vissuto difficile e dei rapporti intrafamiliari non sempre semplici. L’idea che mi sono fatto è che il demonio abbia a che fare col suo comportamento, ma non sia l’unico fattore: questo caso dimostra come all’azione del sacerdote andrebbe sempre affiancata quella di uno psicoterapeuta».

Lei si fa aiutare?

«Certo: collaboro con uno psicoterapeuta e mi avvalgo della consulenza di uno psichiatra. È molto importante: spesso il demonio trova “terreno” fertile in chi è vittima di uno squilibrio interiore». 

Quante persone si rivolgono a lei?

«Incontro circa 800 persone l’anno». 

Un numero altissimo...

«Sì. Se consideriamo che in Veneto sono una quarantina gli esorcisti autorizzati, possiamo dire che migliaia di persone, nella nostra regione, sospettano di essere finite nel mirino del diavolo».

Secondo lei, è così?

«Delle 800 che si rivolgono a me, appena 5 o 6 sono vittime di una vera e propria possessione, contro la quale devo intervenire con “pesanti” esorcismi». 

E il resto?

«Circa un terzo ha problemi personali che nulla hanno a che vedere con il male. Un altro 30 per cento presenta quello che io definisco “il graffio del maligno”: avvertono delle presenze in casa, dei malesseri legati all’ambiente in cui vivono, ma il loro agire non è condizionato dal demonio. Poi c’è un 30 per cento che ha direttamente a che fare con il Male, e ad esempio vomita se comincio a pregare. Infine ci sono i posseduti che, come dicevo, sono molto rari. Percentuali a parte, ciò che voglio dire è che non sempre è colpa del diavolo».

Un esempio?

«Poco tempo fa ho incontrato un ragazzo convinto di essere posseduto da Satana: soffre di schizofrenia».

Usa, i satanisti avanzano. E ora fanno paura. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 12 novembre 2021. Stupore e incredulità sono stati i sentimenti degli americani che, ad Halloween, hanno assistito alla proiezione in mondovisione di una scena tanto inverosimile da risultare incredibile. Perché quel giorno, che ogni anno cade alla vigilia della cristianissima ricorrenza di Ognissanti, il mostro sacro della scena rap nordamericana Ye (ex Kanye West) ha organizzato un evento suggestivo: una sessione di canti sacri, inni e lodi al Dio cristiano attraverso la quale ridurre apotropaicamente gli influssi negativi del paganeggiante Halloween. L’evento, che ha visto la partecipazione di un gruppo gospel, il Sunday Service Choir, e del cantante di fama mondiale Justin Bieber – che come l’omologo afroamericano è rinato nel protestantesimo evangelico -, sarebbe passato quasi inosservato se non fosse stato per la presenza di un ospite insospettabile: Marilyn Manson.

Manson è stato, ed è tuttora, l’uomo-icona del satanismo nordamericano contemporaneo, un cantante tanto carismatico quanto controverso che ha rivoluzionato il modo di fare la musica e che, soprattutto, ha esercitato una potente influenza culturale sulla società statunitense. Un cantante che, per i servigi incommensurabili resi alla causa del Principe delle Tenebre, nel 1994 fu insignito del titolo di reverendo onorario della Chiesa di Satana da Anton LaVey, il Papa nero a cui noi posteri dobbiamo il ritorno in auge del satanismo nel mondo. Travolto da una serie di scandali, contestualizzabili all’interno della campagna del Me Too, Manson era scomparso dalla luce dei riflettori nei tempi recenti e non è da escludere che il duro periodo di isolamento e caccia alle streghe lo abbia incoraggiato a fare un lavoro introspettivo, trovando nel supporto dei colleghi, come Ye e Bieber, una via di fuga e un modo per rinascere.

Perché sia importante scrivere e parlare dell’accaduto è oltremodo evidente, perlomeno a chi segue da vicino il panorama culturale e sociale dell’America: è la prova che, oramai, i cristiani evangelici hanno cominciato a fare proselitismo nella tana del lupo, cioè tra i satanisti, nella consapevolezza che trattasi di una forza in ascesa, ben organizzata e dotata di un elevato potere mediatico, culturale e finanche politico.

Satanismo, la nuova religione d’America

La bizzarra triade Ye-Bieber-Manson parla dell’America di oggi, di ieri e di sempre. Un’America fondata da un gruppo di puritani visionari, i Padri pellegrini, temprata dal Vangelo e che sin dagli albori non ha avuto dubbi sul proprio essere e sul proprio mandato. Essere Città sulla collina, Nuova terra promessa e Impero della libertà. E avere il mandato, di origine divina, di convertire il mondo alla pace e alla fede a mezzo di una violenza redentrice. Quell’idea messianica di America, però, è sempre più in bilico.

Dinamiche demografiche e cambiamenti sociali, in primis l’attecchimento definitivo della secolarizzazione, stanno riscrivendo il volto e l’anima della più grande democrazia multirazziale e multireligiosa del pianeta, e il crescendo di tensioni dell’ultimo decennio non è che un riflesso, una conseguenza inevitabile di questo mutamento paradigmatico. Paradigmatico perché rivoluzionario negli esiti, di cui i più considerevoli sono (saranno) la progressiva scomparsa dell’egemonia WASP, l’ispanizzazione, la scristianizzazione e, non meno importante, il sorpasso dei liberal sui conservatori.

Il cambiamento dell’America sembra ineluttabile, come mostrano e dimostrato i numeri sulla de-waspizzazione – i cristiani sono diminuiti dal 77% al 65% della popolazione totale dal 2009 al 2019, mentre atei e agnostici sono passati dal 17% al 26% nello stesso periodo –, e un ruolo-chiave all’interno di questo processo sta venendo giocato da una forza insospettabile: i satanisti.

Non è dato sapere quanti siano con esattezza i seguaci dell’Antico avversario a Jesusland, quel che conta realmente è il potere di condizionamento culturale e politico di cui dispongono. E quel potere, numeri e fatti alla mano, è enorme, riguarda una vasta gamma di settori e va crescendo di anno in anno. Un potere che, non a caso, le ale più oltranziste del Partito democratico hanno cominciato a sfruttare a proprio vantaggio da diversi anni, in particolare durante l’era Trump.

Prima di procedere con la disamina urge una premessa: il satanismo non è un blocco monolitico, ragion per cui non possiede una struttura univoca, non ha un’organizzazione verticistica e presenta una costellazione di chiese, spesso e volentieri in contrasto e competizione tra loro. Vi sono satanisti teistici, ovvero che credono nell’esistenza fisica di Satana, e satanisti non teistici, che lo venerano come simbolo di ribellione. E vi sono, ancora, satanisti bafomettiani e luciferiani, i crowleyani e gli acidi, e via dicendo.

Il satanista di Harvard che combatte i repubblicani

I primi e principali attori del satanismo nordamericano sono due: la Chiesa di Satana di Anton LaVey e il Tempio satanico di Lucien Greaves.

La prima, che è più antica, sin dalla fondazione – avvenuta nel 1966 – ha prediletto il proselitismo nei salotti buoni, focalizzando le campagne di reclutamento nei mondi della musica e dell’intrattenimento, ed è nota al volgo per aver istruito Rolling Stones e Led Zeppelin e per aver battezzato nel nome del Diavolo, oltre il famigerato Marilyn Manson, l’attrice Jayne Mansfield e il cantante Sammy Davis Jr.

Il Tempio satanico ha origini più recenti, essendo stato costituito nel 2013, ed è la realtà satanica più politica dell’intero panorama nazionale. È la realtà che sta aiutando i Dem a combattere Repubblicani e destra religiosa ovunque e comunque possibile: stampa, internet, scuole, intrattenimento e tribunali. Fondato da un bambino prodigio rispondente al nome di Douglas Mesner (Lucien Greaves è uno pseudonimo), laureatosi in neuroscienze ad Harvard, il Tempio satanico ha sede a Salem, la famigerata città delle streghe, ha distaccamenti ufficiali (i “capitoli”) in ventuno stati federati e vanta un diritto che gli sta permettendo di sfidare le leggi a firma repubblicana in ogni tribunale: è una chiesa a tutti gli effetti.

In qualità di chiesa ufficialmente riconosciuta, esenzione fiscale a parte, il Tempio satanico ha potuto fare e sta facendo ciò che ai laveyani e agli altri correligiosi non è mai stato concesso: difendere gli interessi dei seguaci di Satana in sede pubblica. Irriverenti, persuasivi e onnipresenti, i satanisti di Greaves sono ormai una presenza fissa sui principali media anglofoni – in particolare The Huffington Post, The Usa Today, Bbc, The Guardian e Daily Mail -, gli sono stati dedicati documentari celebrativi – Hail Satan? è stato il fenomeno del Sundance Film Festival 2019 – e sono diventati un punto di riferimento per la minoranza arcobaleno – anche perché il 50% di loro si identifica nella sigla lgbt+ -, nonché un importante alleato delle cause Dem.

In sella a cavalli di battaglia quali la giustizia sociale, la separazione tra Stato e Chiesa e la superiorità dell’individuo sulla comunità, i membri del Tempio satanico si sono rivelati degli aiutanti più che validi per i Dem, avendo mostrato in più occasioni di poter sabotare efficacemente le agende sociali e culturali dei rivali Repubblicani e della loro spalla: la destra religiosa. Perché quelli che la Bbc ha descritto come i combattenti per la libertà religiosa, che l’Irish Times ha presentato come dei difensori della democrazia e della dignità umana nell’epoca del trumpismo, e che il The Guardian ha definito “i bravi ragazzi nella lotta contro la destra evangelica”, vanno ottenendo più vittorie che sconfitte in quasi ogni stato federato, specie per quanto concerne l’elasticizzazione del diritto all’aborto, le rappresentazioni giudeo-cristiane negli spazi aperti e la parità di trattamento nel sistema scolastico.

Tra le gesta più eclatanti e i successi più considerevoli del Tempio satanico, la maggior parte dei quali risalgono al periodo della grande mobilitazione contro Trump, figurano e risaltano l’installazione provvisoria nel 2018 di un Bafometto accanto ai Dieci Comandamenti del Campidoglio di Little Rock (Oklahoma) – costruito grazie ad una raccolta fondi terminata in tempi record -, l’introduzione dei cosiddetti doposcuola satanici in un numero crescente di istituti e l’utilizzo del concetto di “aborto rituale” per sfidare nei tribunali le leggi più restrittive in materia di interruzione volontaria di gravidanza.

Il diavolo è nei dettagli

The Conversation aveva preannunciato l’anno scorso che il Tempio satanico “non può più essere bollato come una truffa”, perché sta obbligando gli americani “a riflettere un po’ di più su cosa sia la religione”. E Usa Today, in maniera simile, nel 2019 aveva invitato i lettori “ad aprire le porte a Satana” per il bene “della libertà religiosa nello spazio pubblico”, vedendo il proprio appello rilanciato dal The Huffington Post dopo la morte del giudice Ruth Bader Ginsburg. Tre articoli, quelli di cui sopra, pubblicati allo zenit della saga Trump e che non erano stati concepiti per finire nell’oblio, per acchiappare clic, quanto per preconizzare ciò che sarebbe accaduto nel nuovo decennio: l’emancipazione del satanismo dalla nicchia, il suo divenire una “religione liberal” a tutti gli effetti.

Non è un caso che l’onere-onore della battaglia alla legge texana sull’aborto abbia voluto autoassumerselo il Tempio satanico, i cui legali stanno preparando le carte da presentare in tribunale proprio in questi giorni. E non è un caso che la stampa statunitense, grande e piccola – dal Boston Globe a Fox –, stia seguendo la vicenda con attenzione, mentre l’opinione pubblica si chiede chi sarà il vincitore di questo capitolo-chiave della guerra culturale tra liberal e conservatori per l’anima dell’America.

Dagotraduzione da Vice.com l'11 novembre 2021. Un ex vescovo spagnolo è stato accusato di essere "posseduto" dopo aver lasciato il clero per legarsi a una scrittrice di narrativa erotica e per aver iniziato a lavorare in un'azienda che esporta semi di maiale. Xavier Novell, l'ex vescovo emerito di Solsona, ha fatto notizia a settembre dopo che i media spagnoli hanno raccontato che si era innamorato di Silvia Caballol, psicologa e scrittrice erotica. Caballol è autrice dei libri "The Hell of Gabriel's Lust" e "Amnesia Trilogy", su Amazon descritto con la domanda: «Cosa succede quando l'attrazione è più forte di qualsiasi codice etico o norma sociale?». Secondo i media spagnoli, Novell era ampiamente considerato una figura in ascesa all'interno della Chiesa cattolica spagnola, dove eseguiva esorcismi. Ha anche promosso (e secondo quanto riferito ha subito) una dannosa terapia di "conversione gay" descritta dalle vittime come «aggressiva e distruttiva». Dopo le dimissioni, Novell è scomparso dalla vista del pubblico e non è apparso sui media. La scorsa settimana, Novell si è ritrovato di nuovo a fare notizia perché i media spagnoli hanno riferito che ha iniziato a lavorare con Semen Cardona, un'azienda che produce ed esporta seme di suino di alta qualità in oltre 20 paesi in Europa, America, Asia e Africa. «Prepariamo e distribuiamo seme suino ad alto valore genetico», afferma il sito web dell'azienda, «da dosi fresche e congelate delle migliori genetiche mondiali e con le massime garanzie di qualità, prolificità e di biosicurezza». Alcuni degli ex colleghi di Novell avrebbero criticato la sua decisione di lasciare la chiesa, così come la sua nuova occupazione. Citando conversazioni con membri della diocesi di Solsona, il quotidiano nazionale spagnolo ABC ha scritto che alcuni sacerdoti pensavano che fosse «posseduto dal diavolo». Parlando del suo nuovo lavoro, un prete che secondo quanto riferito conosce Novell ha paragonato le sue azioni alla parabola del figliol prodigo, in cui un figlio sperpera i soldi di suo padre. «È come la parabola del figliol prodigo nel Vangelo di Luca, il figlio che ha abbandonato il Padre per condurre una vita dissoluta, e ha finito per desiderare di mangiare carne di maiale», secondo quanto riferito il sacerdote ha detto all'ABC. «Ma in questo caso è la bestia/diavolo, perché li masturba». Dissoluto o no, Novell sembra continuare la sua vita per ora e, secondo il quotidiano regionale Regio7, questa settimana sposerà Caballol. La diocesi di Solsona non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento.

Roberto D'Agostino per "Vanity Fair" l'11 novembre 2021. Farsi possedere dal Diavolo è oggi un segno di grande disponibilità, un modo di stare al mondo all'insegna dell'apertura e della reversibilità del comportamento; un trionfo dell'innocentismo e dello scetticismo, un rendersi pronti a tutte le esperienze, ad un mondo dove tutto può succedere. E forse anche un modo per sottrarsi alla banalità, all'omologazione. Soprattutto in una città che si autodefinisce Eterna come Roma, che assomiglia a una folata di vento che trasporta Storia, polvere, gioia di vivere, disinvolta ignoranza, cinismo senza limitismo e anche una materia imponderabile, preziosa: la stessa vita. E’ quello che deve aver cogitato Karol Wojtyla. Il 16 ottobre 1978 era salito al soglio pontificio con il nome Giovanni Paolo II. Con la sua figura franca e ironica, i modi pacati e solenni del suo ruolo, le sue orazioni simili a frustate, voce baritonale e dizione biblica, il primo Papa slavo della storia cominciò subito a sbuffare impazienza e insofferenza: gli impegni straripavano sulla sua scrivania. Durante una tediosa riunione di carattere amministrativo, Karol incontrò un alto prelato polacco. Monsignor Stanislaw Dziwisz era suo sodale collaboratore fin dai tempi in cui il futuro Papa era arcivescovo di Cracovia. La sorpresa fu tanta: “Che ci fai tu qui?”, disse il Papa rivolgendosi al suo connazionale, il quale rispose: “Che ci fai tu qui?”. Rimasero soli a chiacchierare lungamente, ricordando i vecchi tempi in cui nuotavano e sciavano insieme. Wojtyla disse di esser stato tentato di assumere il nome di Stanislao I, ma il Segretario di Stato e vari cardinali italiani, fecero notare che quel nome non possedeva nulla di “romano, santo e apostolico” e quindi andava cambiato. Si fece sera e quel diavoletto chiamato Roma entrò in azione: i due decisero che era già scoccata l’ora di godersi l’ottobrata capitolina pappandosi una buona pizza. Indossarono un discretissimo clergyman e saltando ogni protocollo di sicurezza decisero di uscire dal Vaticano. Dziwisz propose una trattoria trasteverina a lui nota. Siccome la questione non è mai stata approfondita, rimane il dubbio se si trattasse di “Santino”, in via S. Francesco a Ripa o “La Piccola Montecarlo”, in via Dandolo, angolo viale Glorioso. Curiosamente la prima era nella strada dove nacque Ennio Morricone (1928), la seconda dove venne alla luce Sergio Leone (1929). Consumata con abbondanti libagioni di birra la gastro-bisboccia, la zingarata papale si complicò. I due trovarono tutti i varchi chiusi e persino alla carraia di Porta Sant’Anna – nonostante gli sforzi del Dziwisz nell’affermare che il sacerdote accanto a lui era Giovanni Paolo II - le guardie svizzere non riconobbero il neoeletto Pontefice e sbarrarono il passo ai due birbanti (la gendarmeria dello Stato pontificio ha la stessa fama dei carabinieri delle barzellette). Mortificati, ma non troppo grazie alla quantità di alcol in corpo, i nostri eroi si recarono al Commissariato di Borgo, dove Dziwisz poteva vantare qualche amicizia. Al racconto, l’agente rimase perplesso: ‘’Ma se sei tu il Papa, non hai le chiavi di casa?”. Fu il commissario in persona, che aveva letto i giornali, ad accompagnare i due “fuggitivi” all’ingresso di Porta Sant’Anna testimoniando la vera identità del sacerdote cinquantottenne. Un “papocchio”, dove lo spirito di Roma si sposa con lo Spirito Santo, che prefigurò lo choc vivacissimo e oltre-oceanico del "fenomeno Wojtyla". Non si era mai visto, in passato, un sovrano cattolico capace di catturare laici e laidi, intellettuali e rivoluzionari, e tenere prigionieri la carta stampata e la comunicazione televisiva, il diavolo e l’acqua santa, senza rovesciare protocolli secolari e tirando avanti come se, niente niente, fosse un mito. Nel senso greco del termine: "mythos" come parola, discorso, narrazione, quindi fonte di emozione e monito di conoscenza, dunque metafora del mondo. Nel bene e nel male.

Alessandro Rico per “La Verità” il 2 Novembre 2021. C'è chi dice che il diavolo non sia brutto come lo si dipinge. Chi ci ha costruito fortune letterarie o cinematografiche. C'è chi nemmeno crede che esista. E poi c'è chi, Lucifero, lo combatte. Tanto da aver appena inaugurato, a Roma, la quindicesima edizione del corso su esorcismo e preghiera di liberazione dell'Ateneo pontificio Regina apostolorum. Dove la metà degli iscritti - sorpresa - è composta da laici. I segreti di Lucifero ce li rivela il coordinatore dell'iniziativa, padre Luis Ramirez. 

In che consiste il corso?

«C'è una parte teologica, biblica, liturgica e di diritto canonico. E poi c'è la parte interdisciplinare: sociologica, medica, terapeutica, psicologica».

Già, perché prima di esorcizzare qualcuno, bisogna escludere che sia semplicemente affetto da una patologia psichiatrica. Come si fa?

«Anzitutto, osservando i segni, i "sintomi". Si chiama "discernimento"». 

E quali sono, questi segni?

«Una persona può sentire voci interiori, o dire che vede ombre, sente suoni Se non siamo di fronte a un malessere psicologico, bensì all'azione straordinaria del demonio, la persona, dall'essere completamente sana, improvvisamente cade in una trance. E dopo la trance, torna perfettamente sana». 

Basta questo?

«No: ci sono dei segni essenziali che la persona posseduta presenta».

Ce li dica.

«Può dimostrare di possedere conoscenze del tutto estranee al suo livello d'istruzione».

Ad esempio?

«Una delle cose più frequenti è che, durante la trance, si metta a parlare in una lingua che non aveva mai studiato». 

È vero, allora, che i posseduti parlano in aramaico?

«Possono parlare qualsiasi lingua. Una volta mi trovavo con una missione in una giungla dell'America latina. C'era un posseduto, che viveva in una casetta piccolissima e assolutamente non era istruito: si mise a parlare in francese con un sacerdote. Propriamente, però, è il demonio a parlare attraverso di loro».

Perciò avviene il cambio di voce, che si vede in tanti film?

«Quello capita, ma sono casi rari. Hollywood inscena i casi estremi, ma ordinariamente, un esorcista non si trova di fronte a soggetti che presentano tutte queste caratteristiche». 

E la forza soprannaturale?

«Succede. Ma è anche vero che molte persone, che si trovano sotto stress pesante, a volte manifestano una forza sorprendente. È anche per questo che al sacerdote serve il discernimento».

Senza dubbio.

«Come le dicevo, il punto è che, a differenza di quello che si vede nei film, i posseduti quasi mai presentano tutti insieme questi segni: una volta il soggetto presenta la forza straordinaria, un'altra volta ha una voce di uomo anche se è una donna, un'altra volta ancora manifesta conoscenze inspiegabili». 

Alcuni resoconti descrivono individui che arrivano letteralmente a sputare fuori degli animali. Ma perché il diavolo produce questi fenomeni? Per spaventare l'esorcista?

«Il demonio cerca di mostrarsi come uno che ha molto potere. Bisogna ricordarsi, però, che è Dio l'unico onnipotente». 

Come si misura l'«intensità» della possessione?

«Il sacerdote a volte è in grado di percepire, ad esempio dalla voce, una particolare rabbia nel posseduto. Magari perché quella persona, che aveva già un passato di irascibilità, ha subito un malocchio, un artificio di magia nera ed è finita sotto possessione».

Si può finire posseduti anche in seguito a una «macumba»?

«Sì». 

Ma allora, che difesa abbiamo? Il diavolo non ha bisogno del nostro assenso?

«Chiariamo: sono pochissimi quelli che in modo pienamente libero e cosciente consegnano il proprio corpo al demonio. Tante persone si trovano in questa situazione perché, incoscientemente, hanno frequentato certi ambienti, certe pratiche». 

Di che tipo?

«Contesti in cui si pratica la magia con le carte, si leggono i tarocchi, o si organizzano sedute spiritiche».

Se, anche per gioco, si partecipa a una seduta spiritica, si apre una porta che non si doveva aprire?

«Esatto. Magari non succede niente. Dipende dalla disposizione del cuore della persona». 

Si spieghi.

«C'è chi vuole interrogare il mondo dei morti, approfondire certe questioni della storia della propria famiglia, perché porta dentro una ferita: allora, lì si apre una fessura e, nel tempo, se la persona non cura quella ferita interiore, la breccia può crescere, alimentata da altri sentimenti cattivi. Questo è il tipo di persona che, poi, ha un'alta possibilità di essere posseduta». 

I medium, se non sono solo dei ciarlatani, sono pericolosi?

«Capiamo che cos' è un medium. Nessuna persona, di per sé, ha questa capacità soprannaturale. Il medium arriva ad avere certi tipi di comunicazione perché qualche spirito maligno sta lavorando dentro di lui».

Anche il medium può essere un posseduto?

«Esatto. Non ci sono medium puri e semplici; ci sono i posseduti». 

E se costui mi mette in comunicazione con un caro defunto, cosa devo pensare? Sto parlando davvero con lui, o con un demonio sotto mentite spoglie?

«Non le posso dare una risposta univoca. Una cosa, però, noi cattolici la sappiamo».

Quale?

«Per i defunti si prega e se si cerca di parlare con loro, sicuramente si finisce a interloquire con uno spirito demoniaco. Per questo la Chiesa lo vieta - e nella Bibbia c'è scritto di lasciare in pace i defunti, affidando le loro anime alla misericordia di Dio, tramite la preghiera». 

Oltre a Lucifero, esistono altri demoni?

«L'Apocalisse dice che, con Lucifero, è partito da Dio un terzo della schiera degli angeli». 

E nella possessione, chi interviene? Lucifero stesso, o i suoi subordinati?

«Può intervenire un singolo demonio, o più di uno. Anche nel Vangelo, Cristo libera un posseduto da una "legione" di demoni». 

La gravità della possessione dipende dalla potenza del singolo demonio?

«Dipende anche dalla disposizione della persona: come è arrivata in quella condizione? Che finestre ha aperto? Con che sentimento e che grado di consenso?». 

Se il sacerdote rivolge una domanda al demonio, quello è obbligato a rispondere?

«Questa è un'altra scena che si vede spesso nei film, ma non dovrebbe succedere: anche secondo l'ultima edizione del rituale, l'esorcista non deve entrare in dialogo con il demonio». 

Perché?

«Perché il demonio è il padre della menzogna e può indurre in errore, ingannare, distrarre dalla preghiera l'esorcista». 

È facile far venire a galla il Maligno? Se il suo scopo è tenere la persona sotto il suo giogo, per lui sarebbe più logico cercare di non farsi scoprire

«Qui si entra davvero nel mistero. La possessione è pur sempre un evento che Dio, in qualche modo, permette. Non lo vuole, ma lo permette, perché ci ha fatti liberi: se non potessimo scegliere il male, non potremmo nemmeno amare. Uno che è costretto ad amare Dio, non ama autenticamente. Così, a volte, Dio permette che la persona non venga liberata subito». 

C'è una spiegazione logica?

«Sa, a volte, dopo una lunga possessione, una famiglia ricostruisce la propria unità, o ritorna a Dio, dopo anni di lontananza dalla messa. Da quell'esperienza, derivano tantissimi benefici spirituali». 

Insomma, Dio trae del bene da queste situazioni?

«Proprio così».

È capitato che qualcuno non sia mai stato liberato?

«Non ho mai sentito una cosa del genere, sinceramente. Ma conosco casi di possessione durati anche 10-15 anni». 

Se Dio trae del bene dalle possessioni, paradossalmente, per un'anima sono più pericolose le piccole tentazioni quotidiane, no?

«È corretto. E infatti, la possessione la chiamiamo azione "straordinaria" del demonio. Poi, c'è l'azione "ordinaria", cioè la tentazione sottile, silenziosa, portata, come dice papa Francesco, da questi demòni eleganti, che suonano alla porta della nostra anima. Noi pensiamo che non siano così cattivi, e crediamo di poterci concedere un piccolo peccato veniale».

Ci sono persone che dicono: credo in Dio, credo in Gesù, ma non nell'esistenza del diavolo.

«Non vogliono andare a dormire con la paura del diavolo, forse. Ma cos' ha fatto Gesù sulla croce, se non liberarci dal male? Non credere nell'esistenza del demonio significa eliminare il senso della morte in croce di Gesù». 

Le cause delle possessioni sono identiche ovunque?

«Ovviamente no. Nel contesto italiano, ad esempio, so che purtroppo c'è ancora una forte diffusione di gruppi satanisti». 

Ah.

«In America latina, invece, sono frequenti certi culti afroamericani o sciamanici. E nelle Filippine, pur essendo il Paese con più cattolici in Asia, sono ancora diffusi tantissimi riti pagani, risalenti a prima della dominazione spagnola». 

Se ne deve dedurre che gli antichi greci e gli antichi romani, che erano pagani, potevano cadere vittime di possessioni?

«Be', cercavano di conoscere il futuro, di parlare con i defunti Il Maligno, alla fine, rivolge all'uomo da sempre la stessa "promessa"». 

Ovvero?

«"Se mangerai di questo frutto, diventerai come Dio". E cos'è che fa Dio? Conosce tutto, può tutto. È questa la più grande tentazione del demonio». 

Satana, però, alla fine dei tempi, perderà: perché, allora, fa quello che fa? Perché combatte?

«Perché il suo scopo non è di vincere, ma di prendersi più anime possibili. Non per averle dalla sua parte, ma per toglierle a Dio. Affinché non si salvino mai».

Dagotraduzione dal Daily Beast il 29 ottobre 2021. La pandemia è stata dura per tutti, con i lockdown e le restrizioni, ma sembra sia stata particolarmente difficile per chi è posseduto da un demone. Gli esorcisti cattolici di tutto il mondo non sono stati in grado di svolgere il loro lavoro di persona, creando l’ambiente ideale per i demoni e i loro incantesimi. E così alla quindicesima conferenza annuale sull’esorcismo, che si è svolta questa settimana dopo un anno di pausa a causa del Covid, gli esorcisti di tutto il mondo hanno sollevato ogni tipo di problema legato alla pandemia. Durante i cinque giorni di conferenze, ospitate dall’università pontificia di proprietà del Vaticano, i partecipanti hanno condiviso storie sull’aumento delle chiamate ricevute nell’ultimo anno. «Ci è stato chiesto in modo schiacciante di esorcizzare il Covid da persone che erano malate» ha detto padre Miguel Martin, esorcista spagnolo. «Ma ci è stato vietato di eseguire riti su pazienti Covid». Quest’anno il convegno, che si chiama ufficialmente Corso di Esorcismo e Preghiera di Liberazione, è incentrato su angeli e demoni nella Sacra Scrittura e nel Magistero, oltre a offrire seminari sul mondo asiatico nell’ambito dei riti magici afro-brasiliani, che non sono in linea con l’insegnamento cattolico. Per la prima volta in assoluto, il convegno è stato aperto anche ai laici, in particolare ai cattolici devoti che lavorano nella salute mentale, che sono spesso chiamati ad aiutare a capire se qualcuno ha un problema psichiatrico o è davvero una pedina del diavolo. L'istruttrice Fernanda Alfieri, che insegna le connessioni tra scienza e religione all'Università di Bologna, studia da anni l'esorcismo. Dice che la convention di quest'anno è stata particolarmente importante a causa della pandemia e della paura che così tante persone hanno avuto riguardo all'ignoto. «Il compito di uno psichiatra all'interno del gruppo di ausiliari di un esorcista sarà approfondito», ha detto. «Si discute anche dell'alterazione dello stato mentale e della diagnosi differenziale tra i disturbi psicopatologici e l'azione straordinaria del diavolo». Ha detto che l'aumento delle richieste di esorcismi durante la pandemia non è stata una sorpresa. Ha fatto riferimento a padre Ronaldo Ablong delle Filippine, che ha inviato esorcisti nella parrocchia con acqua santa per eseguire esorcismi sui pazienti COVID mentre il virus si diffondeva in varie comunità. Ha attirato il disprezzo da alcuni a Roma per aver oltrepassato i confini tra la salute fisica e la vera possessione demoniaca, come definito dalla Chiesa cattolica. «La pratica esorcistica agisce su un'area di confine tra il corporeo e lo spirituale», ha detto Alfieri. «E ciò richiede quindi un'attenzione anche al punto di vista della medicina, come era chiaro anche in passato». Infatti, durante gli antichi attacchi di peste, i sacerdoti cattolici visitavano le case con i medici per amministrare gli ultimi riti o esorcismi quando si presentava la necessità. Padre Michel de Certeau, sacerdote, antropologo, linguista e storico francese che scrisse di un monastero in Francia dove un'epidemia di polmonite fu trattata come una possessione diabolica di massa negli anni '30 dell'Ottocento, afferma che invece di presumere che il COVID sia opera del diavolo, egli crede che le persone che hanno perso i propri cari, i mezzi di sussistenza e sono state isolate si siano aperte alla possessione diabolica, rendendo essenzialmente facile la possessione. «Il problema si fa più acuto con le crisi sociali e agisce come una sorta di espressione sintomatica di disagio che non ha altro modo di esprimersi se non attraverso il possesso», ha detto. Padre Cesare Truqui, un organizzatore, afferma che l'aumento delle richieste di esorcismo è stato alimentato in parte anche dal fatto che le persone non potevano partecipare alla messa di persona. «Ci sono molti casi di persone che non abbiamo potuto vedere a causa delle restrizioni per il COVID e che ora si rivolge a noi», ha spiegato nella sessione di apertura. La conferenza si chiuderà con una sessione speciale su Internet e pedopornografia legata ai riti satanici, che ha lo scopo di aiutare a preparare gli esorcisti per quello che molti nel campo credono sarà un problema dopo la pandemia. Negli anni passati, papi come Benedetto XVI non si riferivano al diavolo come forza del male, ma piuttosto si concentravano sul male come un concetto che sfidava molti cattolici. Ma papa Francesco si è fatto una specie di avvocato del diavolo, riferendosi spesso al diavolo in modo quasi umano. «Il diavolo vuole che noi falliamo», ha detto più volte Francesco, «non dobbiamo mai entrare in dialogo con lui». Questo, dicono gli organizzatori, ha spinto molti a partecipare alla conferenza.

Sintesi dell'articolo di Adnkronos realizzato da "la Verità" il 25 ottobre 2021. Comincia oggi a Roma il primo corso al mondo per esorcisti. Si svolge all'ateneo Regina Apostolorum e affronterà gli aspetti antropologici, fenomenologici, sociali, teologici, liturgici, canonici, pastorali, spirituali, medici, neuroscientifici, farmacologici, simbolici, criminologici, legali e giuridici del ministero dell'esorcismo e della preghiera di liberazione. L'attività degli esorcisti sta tornando alla normalità dopo i vari lockdown quando, come ricorda padre Cesare Truqui, «gli incontri erano quasi nulli». Ora invece i cacciatori di demoni sono alle prese con un superlavoro perché oltre ai casi nuovi devono recuperare l'arretrato.

Ma solo la metà sono preti. Laici a caccia di Satana, riparte il corso per diventare esorcisti: boom di iscrizioni. Gianni Emili su Il Riformista il 26 Ottobre 2021. Dietro i banchi, carta e penna in mano, per dare la caccia al Maligno. Dopo lo stop delle frequentazioni in presenza dovuto alla pandemia, ha registrato un boom di iscrizioni il corso sull’esorcismo e la preghiera di liberazione organizzato dall’Istituto Sacerdos dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum in Roma e dal Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa (Gris). Giunto ormai alla 15esima edizione, si terrà fino al 30 ottobre prossimo, è il primo al mondo nel suo genere. Gli organizzatori raccontano che il corso “propone una ricerca accademica attenta e multidisciplinare sul ministero dell’esorcismo e della preghiera di liberazione. Una risposta concreta, approfondita e professionale a questa tematica attuale e spesso ancora poco ben conosciuta”. Tra le principali novità dell’edizione 2021, ci saranno la presentazione di un’importante ricerca sull’esorcismo realizzata da Sacerdos in collaborazione con il Gris e l’Università di Bologna, una tavola rotonda tra esorcisti di diverse confessioni cristiane e, inoltre, l’intervento di un sacerdote francese, don Olivier Rolland, esperto in preghiera di guarigione. Il corso è in italiano con traduzione simultanea in inglese e spagnolo. Dopo i lockdown le iscrizioni sono aumentate notevolmente. Dei 100 iscritti in presenza e dei 37 che seguiranno le lezioni online, circa la metà sono laici, anche di altre confessioni cristiane, ha spiegato il coordinatore del corso, padre Luis Ramirez. Secondo il sacerdote in questi anni si è registrata una partecipazione sempre crescente, inizialmente di vescovi e sacerdoti, per lo più esorcisti, e successivamente anche di numerosi laici. Padre Ramirez ha spiegato l’importanza della presenza e della formazione dei laici proprio perché spesso affiancano un esorcista e partecipano al rito “con un ruolo di sostegno alla preghiera, ai familiari o anche, se si tratta di medici, con un supporto medico-scientifico”. Il sacerdote ha, inoltre, spiegato, che “con la pandemia non sono aumentate le richieste di esorcismi, ma di aiuti e sostegni psicologici. Oggi, rispetto per esempio agli anni Novanta, nella Chiesa in generale, sia da parte dei vescovi, sia dei laici, si è diffusa una maggiore coscienza di questa tematica”. Papa Francesco ha recentemente parlato dell’argomento: “Quando si avvicina il seduttore la tentazione è di dialogare con lui, come ha fatto Eva, e se noi entriamo in dialogo con il diavolo saremo sconfitti. Mettetevi questo nella testa e nel cuore: con il diavolo mai si dialoga, non c’è dialogo possibile”. E ha spiegato: “Il demonio, quando prende possesso del cuore di una persona, rimane lì, come a casa sua e non vuole uscirne. Per favore, non facciamo affari con il demonio”. Gianni Emili

Di politici, re, chiromanti e stregoni. Emanuel Pietrobon su Inside Over il 9 ottobre 2021. È dall’alba dei tempi e del primo uomo, Adam Qadmon, che gli abitanti della Terra sono intrigati, e al tempo stesso impauriti, da ciò che non conoscono e non riescono a comprendere. E anche laddove scienza, positivismo, razionalismo e scientismo riescono a imporsi su fede e superstizione, comunque, l’ignoto non perde mai del tutto né fascino né seguaci. Il caso della Repubblica Ceca è eloquente a proposito della presa sempiterna dell’arcano sulle genti. Perché questa piccola nazione, che è la più scristianizzata del Vecchio Continente e tra le più atee del mondo, è un semenzaio di nuovi movimenti religiosi e culti New Age al cui interno prosperano la superstizione e il mercato dell’occulto. Praga e il 21esimo secolo, comunque, non sono né l’unico luogo e né l’unico tempo dove la defenestrazione del Dio abramitico, più che alla capillarizzazione del pensiero ateistico stricto sensu, ha condotto all’entrata in scena di forme nere di magia, esoterismo, misticismo ed occultismo. Perché è dall’Età moderna che le Bibbie vengono sostituite dai Grimori, i preti dai maghi e le croci dai talismani. Sostituzioni che, sin dal Cinquecento, lungi dal riguardare semplicemente l’uomo comune, interessano in maniera speciale i salotti letterari, i caffé filosofici, i circoli aristocratici e le corti dei re.

I condottieri e l’occulto

L’eminenza grigia è il consigliere per antonomasia, una persona che, essendo più realista del re, spesso e volentieri può combaciare con o sovrapporsi ad altre figure simili, quali sono il potere dietro al trono e il grande burattinaio. Ogni capo di Stato che si rispetti ha una o più eminenze grigie: loschi ma preparati figuri, battezzati alle arti sacre della guerra e della diplomazia, che sanno come muoversi nel mondo, che conoscono le leggi del bellum omnium contra omnes e che aiutano i loro re Davide ad affrontare e vincere i Golia di turno. Historia homines docet che cambiano le epoche, differiscono i contesti e mutano i regimi, ma le eminenze grigie sono una costante inamovibile e onnipresente: ieri le hanno avute gli imperatori, oggi le hanno i presidenti. Pragmatici, lungimiranti, geniali e diabolici, questi poteri dietro al trono, a volte, non rispondono al canone comune e stereotipato dello stratega in giacca e cravatta, freddo, calcolatore, razionale e spietato. Al contrario, non sono rari i casi di chiromanti, oracoli, occultisti e maghi, più legati al cielo che alla terra, che hanno sussurrato all’orecchio di re, imperatori, presidenti e dittatori. L’elenco dei condottieri che allo stratega formatosi nelle scuole diplomatiche hanno preferito uno stregone dalle origini nebulose è piuttosto lungo. E questi stregoni, lungi dall’aver provocato la rovina dei loro capi, in alcuni casi hanno cambiato il corso della storia. Tra i più importanti occultisti al servizio del potere si ricordano:

John Dee. Alchimista, cabalista e chiromante, fu il consigliere per la politica estera di Elisabetta I, alla quale suggerì di fondare delle colonie nell’America settentrionale e per la quale delineò un piano per la trasformazione del regno in una talassocrazia transcontinentale basato su espansione della Marina, controllo di isole-chiave e sviluppo del commercio. Fu il coniatore, inoltre, del termine “Impero britannico”.

Cosimo Ruggieri. Astrologo e negromante, fu l’uomo della famiglia De Medici alla corte del re di Francia.

Julia. Chiaroveggente, fu la consigliera di Cristina di Svezia.

Ulrica Arfvidsson. Indovina errante, veniva consultata da Gustavo III prima delle campagne belliche e dell’assunzione di decisioni in materia di politica domestica.

Clotilde-Suzanne Courcelles de Labrousse. Medium, era l’eminenza grigia di Robespierre.

Henrietta Zofia z Puszetów Lullier. Divinatrice francese di stanza a Varsavia, fu la consulente per la politica estera di re Stanislao II Augusto di Polonia.

Grigorij Rasputin. Mistico ortodosso, fu il consigliere privato della famiglia Romanov prima e durante la prima guerra mondiale.

Erik Jan Hanussen. Chiaroveggente e occultista, fu tra i mentori di Adolf Hitler.

Karl Maria Wiligut. Esoterista, fu il precettore di Heinrich Himmler.

Wolf Messing. Veggente e telepata, durante la seconda guerra mondiale fu trasferito segretamente dalla Germania all’Unione Sovietica su ordine di Stalin, del quale diventò confidente.

Il fascino dell’arcano

Da John Dee a Wolf Messing, passando per il celeberrimo Rasputin, sono vari gli elementi che accomunano le eminenze nere: il carisma, l’arrivismo, la previdenza, l’intelligenza superiore, il fascino e l’aura misterica. Elementi che li hanno trasformati in strateghi infallibili e veraci agli occhi di condottieri a volte deboli, come Nicola II, e a volte semplicemente suggestionabili, come Stalin.

Alcuni, come Hitler e Himmler, nell’operato di mistici, veggenti, sensitivi, occultisti e stregoni avrebbero intravisto qualcosa di estremamente utile ai fini del comando e del controllo delle masse. Perché l’arcano, nell’ottica nazista, poteva essere utilizzato per creare una nuova religione, nuovi miti e nuove credenze, e dunque un nuovo popolo. E quell’arcano, difatti, sarebbe stato usato per legittimare la nascita dell’Ahnenerbe, le ricerche esoteriche di Otto Rahn e le adunate orfiche delle SS nel castello di Wewelsburg.

I fatti, anche se è poco noto, avrebbero dato ragione a Hitler. Perché l’internazionale dell’occulto, nel dietro le quinte del palcoscenico mondiale, avrebbe lavorato duramente affinché la causa nazista superasse la prova del fuoco, cioè la seconda guerra mondiale, riscrivendo l’Uomo e il Mondo ad immagine e somiglianza di quelle teorie metafisiche e mefistofeliche propagate dalla scuola esoterica inglese, dall’ariosofia e dalla teosofia. Per quella causa, infatti, avrebbero lottato il negromante più famoso del Novecento, Aleister Crowley, e il gerarca nazista Rudolf Hess, che partì alla volta della Scozia (anche) per convincere la massoneria britannica a facilitare la fine delle ostilità tra Londra e Berlino.

Così Satana arrivò ad Hollywood. Jesùs Palacio il 12 Luglio 2021 su Il Giornale. Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto di Satana a Hollywood di Jesùs Palacios (Edizioni Npe). Immaginate un volto scolpito secondo i dettami di una ben definita fisionomia demoniaca: testa totalmente rasata, sguardo penetrante, baffi e pizzetto mefistofelico. Sono le fattezze che per molti americani benpensanti rappresentano il male allo stato puro, mentre per altri non meno benpensanti sono il ricordo di un’era libertaria, fatta di filosofie neopagane, amore libero e promesse per il futuro: gli anni Sessanta. Tuttavia, ci sono persone che pensano che Anton Szandor LaVey, autoproclamatosi Papa Nero, fondatore della Chiesa di Satana e autore di una vera e propria Bibbia Satanica, sia semplicemente un altro membro dell’esotica e funambolesca fauna californiana di Hollywood. Una bestia forse, non quella del 666, ma semmai una bestia dello show business e della spettacolare commercializzazione dell’esoterismo e del satanismo. Howard Stanton Levey (questo il suo vero nome) nacque l’11 aprile del 1930 a Chicago, senza che nessun altro fenomeno che non fosse stato il Proibizionismo, con tutti i suoi gangster e le sparatorie al seguito, facesse presagire l’arrivo dell’Anticristo. Sul finire degli anni Quaranta la sua famiglia si trasferì a San Francisco; LaVey passò da un lavoro all’altro fino a quando, terminati i suoi studi in criminologia, iniziò a lavorare come fotografo della polizia nel 1952, un lavoro che, secondo lui, lo avrebbe reso insensibile alla morte e alla condizione umana. Dopo essere stato organista in vari night club, la notte di Valpurga del 1966, ovvero il 30 aprile, Anton LaVey annunciò ai suoi scagnozzi che l’Era di Satana era giunta. All’inizio del decennio, LaVey aveva trasformato la sua casa, al numero 6114 di California Street a San Francisco, in un centro di riunioni occultiste, tenendo seminari nelle notti del venerdì, ai quali erano soliti partecipare illustri esponenti della società californiana: avvocati, medici, militari, dirigenti e persino agenti ell’fbi. Naturalmente, alle riunioni prendevano parte anche molte celebrità provenienti dalla vicina zona di Los Angeles. Tra queste troviamo Sammy Davis Jr. e il veterano Keenan Wynn, che intraprendevano una volta alla settimana la comoda peregrinazione verso San Francisco per incontrare LaVey, e apprendere i suoi insegnamenti magici. Fu esattamente quello che fece anche la stupenda Jayne Mansfield nel 1966, dando inizio a una delle leggende più popolari e sinistre della storia della Hollywood satanica. Quando la dea bionda del sesso arrivò alla dimora di LaVey, aveva solo 33 anni, tenuti benissimo, ma aveva già commosso il mondo dello spettacolo e le riviste di gossip con tre matrimoni alle spalle (il primo con Paul J. Mansfield a 14 anni; il secondo con Mr. Universo Mickey Hargitay, e il terzo col regista italiano di serie Z Matt Cimber), una carriera piena di episodi leggendari (violentata in adolescenza, Miss Photoflash 1952, il falso rapimento...), i seni più noti e spettacolari di Hollywood e un interesse piuttosto singolare per la religione, l’astrologia e le perversioni sessuali, argomenti che per lei non rappresentarono mai un tabù davanti alla stampa, confessando tanto il suo piacere per il sadomasochismo, quanto la sua idea, meno paradossale di quanto si pensi, di convertirsi al cattolicesimo. Nel novembre del 1966, durante la celebrazione del San Francisco Film Festival, Jayne Mansfield e il suo compagno, l’avvocato Sam Brody, un gran bel furfante, che per tutto il corso di quel decennio prodigioso si fece i fatti propri all’interno di nient’altro che uno squallido melodramma, andarono in visita alla dimora di Anton LaVey, nel frattempo diventata un’attrazione turistica: un pochino museo, un pochino teatro Grand Guignol, un pochino tempio, un tantino spettacolo circense, in cui si celebravano matrimoni e battesimi satanici, così come qualche funerale. Sin dal primo momento LaVey e Jayne Mansfield si sentirono attratti l’uno dall’altra... con enorme disappunto da parte di Brody, che, oltre a essere l’amante dell’attrice, considerava falso e ridicolo tutto quell’armamentario occultista, utile solo per fare pubblicità gratuita alla sua stella. Il rapporto di Brody e Jayne era tutto fuorché normale. Il legale aveva il controllo totale sulla vita dell’incantevole attrice, con tanto di ricatti (Brody di tanto in tanto minacciava di rendere pubbliche alcune foto che ritraevano Jayne Mansfield nuda… Foto che lui stesso aveva scattato dopo averla fatta ubriacare), la potestà quasi totale sul denaro e le proprietà dell’attrice (alla quale faceva continui regali costosi, pagati con assegni intestati a lei) e una serie di tormentati rapporti sessuali, che comprendevano il sadomasochismo, il feticismo e altri -ismi erotici più pericolosi. Nel giugno del 1967 la figlia maggiore di Jayne, Jayne Marie, abbandonò la casa materna e si rivolse alle autorità, affermando di subire abusi disonesti da parte di Brody e della sua stessa madre. Avendo una natura tanto possessiva quanto ambiziosa, non c’è da stupirsi che Brody provò un immediato antagonismo nei confronti del nuovo guru che era appena entrato nella vita di Jayne. Non gli mancavano di certo i motivi per essere geloso. Anche se all’inizio l’interesse dell’attrice verso LaVey non era altro che pura curiosità, tempo dopo confessò che la sua attrazione per il satanista era anche sessuale: rimase immediatamente affascinata dalle sue vesti sacerdotali nere, le sue conoscenze di magia nera e il suo animale domestico preferito, un leone di cinquecento chili. A quanto pare, lo stesso LaVey arrivò a proporle, senza clamore, di sposarla, anche se lei rifiutò l’offerta, non arrivando mai a prenderla sul serio. Se quel giorno Brody prese coscienza dell’attrazione sessuale tra la sua protetta e il satanista, di sicuro la cosa influì sul suo comportamento durante il primo tour di possessioni di LaVey, e sul corso (o forse dovrei dire Curse?) che presero gli avvenimenti. Mentre il mago mostrava ai suoi visitatori la sua collezione di oggetti magici, libri e amuleti, spiegandone i diversi utilizzi e la relativa filosofia satanista, l’avvocato non smise in alcun momento di fare commenti impertinenti, burlandosi delle parole di LaVey. Quando li condusse al suo altare privato, avvenne il sacrilegio che, finalmente, fece andare su tutte le furie il paziente occultista. Secondo la versione più conosciuta dei fatti, confermata dal principale biografo di Mansfield, May Mann, LaVey mostrò ai suoi ospiti i ceri neri dell’altare che, come spiegò loro, possedevano un potere letale in grado di lanciare una maledizione ineludibile verso tutti coloro che li avessero usati senza permesso, visto che solo il Diavolo in persona, o il suo appresentante in terra (lo stesso LaVey) potevano toccarli senza temerne le conseguenze. Niente di più semplice per irritare lo stregone se non accenderli quando questi era distratto, ed è proprio quello che fece Brody, suscitando l’indignazione del suo anfitrione. LaVey guardò l’avvocato con il fuoco negli occhi e predisse che sarebbe morto nel corso di quello stesso anno, vittima della maledizione di Satana. In disparte, disse a Jayne di stare alla larga dall’avvocato, visto che sarebbe morto in un incidente d’auto, e la stessa sorte sarebbe toccata a chiunque viaggiasse con lui in quel momento. Non si sa se la maledizione fosse semplicemente un discorso melodrammatico prodotto dalla gelosia di LaVey e dai suoi desideri inconfessabili di dividere la coppia di amanti, in modo da avere la strada spianata per approfondire la conoscenza con l’attrice, o se fosse solo un avvertimento sincero. Nessuno lo saprà mai, mentre si conosce perfettamente il destino terribile che sarebbe capitato a Jayne Mansfield e al suo amante, e diavolo personale, Sam Brody. Alcune versioni dell’episodio si prodigano in dettagli macabri, che includono teschi umani e un calice proibito, sul quale Brody avrebbe posato le sue mani empie. Poco importa. I dettagli cambiano, le leggende di Hollywood vanno a mano a mano arricchendosi dei loro tipici fronzoli barocchi, e il tutto si permea di quel sentore sciropposo e sinistramente dolce già sentito in quelle pellicole di serie B dove la Mansfield, rinchiusa nella trappola del suo fisico, aveva recitato nel corso della sua carriera col Diavolo, destinata a terminare con una morte spettacolare e alquanto raccapricciante, i cui dettagli reali non solo superano la leggenda difficilmente comprovabile che li circonda, ma sembrano presi, ancora una volta, da un romanzo horror pulp o da uno di quei film da due soldi di Roger Corman. Jesùs Palacio

Dagotraduzione dal Sun il 9 luglio 2021. Una visita all’inferno e ritorno. Così Bill Wiese ha descritto i 23 minuti di quel pomeriggio del 1998, quando ha vissuto la sua prima esperienza extracorporea. L’uomo, che in quel lasso di tempo sostiene di essere morto e poi tornato alla vita, ha scritto un libro raccontando quello che gli è successo. È stato «trascinato nelle profondità dell’inferno» e qui «ha visto una fossa di corpi in fiamme». L’esperienza è iniziata quando si è svegliato nel cuore della notte per bere un bicchiere di acqua. A quel punto è stato tirato fuori dal suo corpo e «trascinato nelle profondità dell’inferno» attraverso un lungo tunnel buio. «Faceva sempre più caldo e sono arrivato su un pavimento di pietra in una prigione dell’inferno». «C’erano muri di pietra, sbarre, era simile a una prigione, sporca, puzzolente e piena di fumo». «Il caldo era così insopportabile, che mi chiedevo come potessi essere vivo. Perché sono qui, come sono arrivato qui?» Ma Bill non era solo: ha detto di aver incontrato due enormi demoni dal «contegno feroce» nella cella della prigione che stavano camminando su e giù e bestemmiando. Ha spiegato: «E poi hanno diretto verso di me questo odio che avevano verso Dio. Un demone mi ha preso e mi ha gettato sul muro di questa cella di prigione. Mi sentivo come se le ossa si fossero rotte». «Mi chiedevo perché fossi ancora vivo nonostante tutto questo. L'altro demone ha conficcato i suoi artigli nel mio petto e ha squarciato la carne. Stava realmente accadendo». Ha poi raccontato che la cella della prigione si è poi illuminata, da ciò che credeva essere Dio, prima che fosse nuovamente immersa nell'oscurità. Ha poi visto in una fossa di fuoco «migliaia di persone, urlanti e in fiamme», aggiungendo che sembravano scheletri. Secondo Bill c'erano vari gradi o punizioni e lui era tenuto in isolamento, aggiungendo che «il fetore dell'inferno è un odore fetido, putrido, disgustoso». Altri si sono fatti avanti per condividere le loro esperienze su Reddit. Un utente ha scritto: «Stavo facendo un angiogramma, ero completamente sveglio e stavo guardando lo schermo e parlando con il dottore. Gli allarmi hanno iniziato a suonare e tutti sono andati nel panico. Il mio mondo è diventato morbido e nebbioso e tutto è sbiadito nel nero. La cosa successiva che ricordo è stata quando ho aperto gli occhi e ho sentito un dottore dire 'lo abbiamo riportato indietro'. È stata davvero una sensazione di pace più di ogni altra cosa». Un altro utente ha scritto: «Ho avuto overdose, e sfortunatamente tutto ciò che ricordo era pura oscurità. Solo oscurità senza fine. Forse non sono stato via abbastanza a lungo per arrivare completamente dall'altra parte, ma è tutto quello che ho visto. Dovrei anche dire che il tempo non funziona allo stesso modo quando sei vicino alla morte. Mi sembrava di essere stato via per poche ore ma erano passati solo 5 minuti».

Dagotraduzione dal New York Post il 6 luglio 2021. Monsignor Stephen Rossetti, esorcista americano, combatte da sempre contro le forze demoniache. Per cinque anni in due parrocchie di Siracusa, e oggi a Washington DC dove, lui e il suo team, eseguono fino a 20 esorcismi a settimana liberando case e persone da ciò che definiscono «demoni e male satanico». Secondo il sacerdote cattolico, gli esorcismi sono «cresciuti in modo esponenziale» negli ultimi dieci anni. Gli Stati Uniti, dilaniati dal conflitto e da una crisi morale, sono «demoniacamente oppressi». «Prima di migliorare, peggiorerà, e di molto» ha profetizzato Rossetti. Psicologo e professore associato di ricerca presso la Catholic University of America, Rossetti ha raccontato i suoi 13 anni di esperienze nel suo libro “Diary of an American Exorcist. Demons, Possession, and the Modern-Day Battle Against Ancient Evil” (Sophia Institute Press). Il sacerdote ha visto parecchi demoni all’opera: sbattono porte, accendono e spengono televisioni, fanno ululare i cani in modo incontrollato, parlano attraverso le vittime in lingue antiche a loro sconosciute o li inducono a vomitare oggetti estranei come dadi e bulloni. «Ci sono cose incredibili che accadono e che sono umanamente impossibili» ha detto. Il prete, anche presidente e fondatore del St. Michael Center For Spiritual Renewal, un'organizzazione cattolica senza scopo di lucro che supervisiona le sessioni di esorcismo nell'area di Washington, ha sostenuto di non aver ancora visto nessuna vittima levitare o girare la testa come nel film "L'esorcista" o nel nuovo "The Conjuring – Per ordine del diavolo". Ma ha assistito regolarmente al male diabolico. Ricorda per esempio l’esorcismo con cui liberò una donna dal suo demone. Iniziò ordinandogli «di andarsene. La donna posseduta scuoteva il dito e la testa, per dire “No!”». Allora il sacerdote si avvicinò e, spruzzando sulla donna acqua santa, gridò in latino: «Ecce crucem Domino: fugite partes adversae» (Ecco la croce del signore, fuggite, o potenze ostili). Dopo alcuni spasmi la vittima fu liberata. «In un esorcismo, i demoni sono inghiottiti in una santa tortura che crediamo sia peggiore dei fuochi dell'inferno», scrive Rossetti. «Si contorceva dal dolore». Alcune volte, i demoni gli causano male fisico. Nel suo libro Rossetti ricorda il caso di un uomo di mezza età lievemente posseduto. «Ho sentito subito la nausea salire e la sensazione di malessere si è diffusa rapidamente alla mia testa e al resto del mio corpo. Tutto il mio essere si è sentito spiritualmente preso a pugni durante la sessione». Un’altra volta, una giovane donna chiese il suo aiuto perché sulla spalla le era apparsa una bruciatura a forma di croce rovesciata. Non solo. Suo padre riceveva messaggi sarcastici dai demoni sul suo cellulare. «I testi erano un tipico sproloquio demoniaco: “Lei appartiene a noi”» ha raccontato Rossetti. Anche se i testi sembravano provenire dal cellulare della donna, secondo il sacerdote non c’erano prove che fosse stata lei a inviarli. «Diversi esorcisti hanno avuto la stessa esperienza: hanno ricevuto messaggi dai demoni. E perché no?» dice il prete. «In passato hanno pasticciato con l’elettricità: Tv e luci che si accendono e si spengono da soli. Adesso giocano con i cellulari». Ma i messaggi erano l’ultima preoccupazione della vittima. Da bambina il padre l’aveva dedicata a Satana. «Se qualcuno è abbastanza pervertito da unirsi a un culto satanico, allora non è una forzatura immaginarlo offrire i proprio figli al suo “Dio”». Quando la giovane donna è cresciuta, ha trovato la sua strada nella fede cattolica. «Ai demoni non piaceva. E l’hanno reclamata bruciandole quella croce sulla spalla. Così è iniziata la battaglia spirituale». La lotta è durata sei mesi e Rossetti si è fatto aiutare da un altro sacerdote e da diversi fedeli per vincerla. «Per fortuna, questa donna è stata recentemente liberata dal potere di Cristo», ha detto Rossetti. «È stata una brutta lotta e non voglio riviverla». Rossetti è stato nominato esorcista diocesano dal suo vescovo a Washington. Si è formato a Roma e negli Stati Uniti sotto un anziano esorcista, ed è stato coinvolto in centinaia di liberazioni sin dal 1999. Per ogni vittima indossa i suoi abiti clericali con una stola viola sulle spalle. «I demoni odiano la stola e continuano a dirmi di toglierla». Brandisce anche un crocefisso benedettino decorato con una formula esorcista: “Vade retro Satana”. Anche l’acqua santa è essenziale. «Usiamo una bottiglia grande e la spruzziamo addosso alle vittime» ha spiegato Rossetti. L’effetto? Gli indemoniati spesso vomitano schiuma bianca non appena vengono toccati dall’acqua. L’unico modo per proteggersi, secondo il sacerdote è «mettere crocifissi in casa, tenere acqua santa, circondarsi di statue religiose e recitare il rosario. Questa è la protezione».

Chi era Padre Amorth, l’esorcista nato il I maggio del 1925. Giampiero Casoni il 02/05/2021 su Notizie.it. Chi era Padre Amorth, l’esorcista nato il I maggio del 1925. Da giovane partigiano cattolico a combattente, a volte troppo irreprensibile, contro il Male. Chi era Padre Amorth, l’esorcita nato il I maggio del 1925? Per molti era un simbolo assoluto della lotta contro il male, per altri un prete talmente concentrato nella battaglia contro Satana da vederlo forse in un pò troppe cose e persone. Una cosa è certa, la figura di Gabriele Pietro Amorth, presbitero, esorcista della Diocesi di Roma e scrittore, è stata talmente netta nella sua caratterizzazione da risultare divisiva perfino all’interno della Chiesa. Gabriele nasce a Modena il I maggio del 1925 e muore a Roma il 16 settembre del 2016. 

Chi era Padre Amorth, il partigiano cattolico “Alberto”. La sua famiglia ha radici cattoliche marcatissime, tanto che Gabriele si iscrive subito alla Fuci e fa la sua parte nella Liberazione dell’Italia dai nazi fascista come effettivo partigiano della brigata Italia di Gorrieri. Il suo nom de guerre è “Alberto” e si distingue per carisma e coraggio, tanto da meritarsi la nomina a capo piazza di Modena e a comandante del III Battaglione. Si laurea in giurisprudenza, entra nella società San Paolo e diventa presbitero a fine gennaio del 1954. 

Chi era Padre Amorth: la nomina ad esorcista di Roma. La svolta della sua vita sta tutta nelle pieghe di quegli anni. Il vescovo Roatta lo indirizza alla pubblicistica con Famiglia Cristiana e in quel periodo Gabriele mette a fuoco la sua “vocazione” di combattente attivo contro Satana, come esorcista. Nel 1986 Ugo Poletti, cardinale ortodosso profondamente convinto della sustanzialità del Maligno, lo nomina esorcista della Diocesi di Roma. Diventa allievo di Candido Amantini, l’esorcista capitolino per antonomasia e nel 1990 fonda l’Associazione Internazionale degli Esorcisti, presieduta da lui fino al 2000. 

Chi era Padre Amorth, i giudizi su personaggi pubblici. E di esorcismi padre Amorth ne ha presieduti davvero tanti, molti dei quali in aperta controversia con la comunità scientifica, altri in endorsement con il mondo della psichiatria di matrice cattolica. Memorabili alcune sue “uscite” in merito al mondo della televisione, della politica, della società e dello spettacolo: per lui erano messaggeri del Demonio Belle Fiorello, Maurizio Costanzo e Nichi Vendola. Le sue posizioni ortodosse all’interno del dogma della chiesa furono palesi anche quando individuò in Beppino Englaro, padre di Eluana, la ragazzina coinvolta nella vicenda sul fine vita più iconica di inizio millennio, un nuncio di Satana. Su omosessualità, fine vita ed altri temi di forte impatto sociale Padre Amorth fu irreprensibile, a volte duro in maniera ingiustificata perché in quei fenomeni non vedeva una società che evolveva, magari non in linea con la dottrina cattolica, ma le varie epifanie di Satana. Per questo venne amato da moltissimi ma anche avversato da tanti. Altri membri dello show bitz finirono addirittura per usarlo come icona ed iperbole delle loro stramberie.

Chi era Padre Amorth, il prete che faceva paura a Satana. Diede dell’invasato a Giorgio Napolitano, asserì che Maometto era stato posseduto e che Mario Monti era manovrato da Satana, giungendo ad affermare che l’omosessualità sarebbe contronatura. Padre Amorth ebbe anche a dire che il caso di Emanuela Orlandi era stato innescato da orge tenutesi in Vaticano. mise sempre al centro delle sue “diagnosi” l’intervento diretto di intermediari di Satana, persone cioè in grado di scatenare malefici rivolgendosi a maghi ed occultisti legati all’Avversario. Insomma, dove il mondo vedeva grulli, lui ci vide soldati del Maligno. Di lui probabilmente resterà quella frase con cui rispose ad una domanda precisa durante un’intervista. “Io paura di Satana? E’ lui che deve avere paura di me”. 

Giampiero Casoni. Giampiero Casoni è nato a San Vittore del Lazio nel 1968. Dopo gli studi classici, ha intrapreso la carriera giornalistica con le alterne vicende tipiche della stampa locale e di un carattere che lui stesso definisce "refrattario alla lima". Responsabile della cronaca giudiziaria di quotidiani come Ciociaria Oggi e La Provincia e dei primi free press del territorio per oltre 15 anni, appassionato di storia e dei fenomeni malavitosi. Nei primi anni del nuovo millennio ha esordito anche come scrittore e ha iniziato a collaborare con agenzie di stampa e testate online a carattere nazionale, sempre come corrispondente di cronaca nera e giudiziaria.

Dagotraduzione dal Times il 13 aprile 2021. La Chiesa ortodossa russa ha redatto una serie di regolamenti su quali sono le procedure per espellere i demoni dal corpo. I religiosi hanno deciso di preparare questo manuale per via degli incidenti, a volte mortali, causati dagli esorcismi fai da te. Nel 2019 sono morte almeno due persone per via degli esorcismi: un bambino di nove anni, imbavagliato e frustato dal padre per “scacciare un demone”, e un uomo di mezza età, soffocato dalla madre per essersi avvicinato all’occulto. Altri casi: una donna di 26 anni, a Voronezh, morta nel 2011 dopo essere stata costretta dai genitori a bere 5 litri di acqua santa (erano convinti che il marito fosse il diavolo); un bambino di dieci anni, di cui è circolato il video, esorcizzato a colpi di aglio e acqua santa. Il vescovo Hilarion, un alto funzionario della Chiesa ortodossa russa, ha detto che il documento, che deve ancora essere reso pubblico, fornirà un insieme di regole "unificanti" per l’esorcismo. La Chiesa ortodossa ha messo in guardia i russi dal tentare di scacciare i demoni senza l'aiuto di sacerdoti qualificati. Secondo il patriarca Kirill di Mosca, capo della chiesa, solo il clero “spiritualmente forte” dovrebbe eseguire esorcismi. L'esorcismo ha guadagnato popolarità negli anni '90 dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Uno degli esorcisti più famosi è stato Sergei Romanov, ex poliziotto e assassino, poi convertito al cristianesimo. Romanov, 65 anni, è stato arrestato quest'anno dopo che lui e i suoi seguaci hanno preso il controllo di un convento negli Urali. È stato scomunicato dalla chiesa.

Salvatore Cernuzio per lastampa.it il 22 febbraio 2021. Mai, mai e poi mai dialogare con il diavolo: è un «nemico astuto, interessato alla nostra condanna eterna, al nostro fallimento», dobbiamo «combatterlo» non dialogarci, altrimenti «saremo sconfitti». Nell’Angelus della prima domenica di Quaresima, affacciato dal Palazzo Apostolico in una Piazza San Pietro assolata come un giorno di primavera, Papa Francesco rievoca il «duello» tra Gesù e Satana, durante i quaranta giorni vissuti da Cristo nel deserto. In questo luogo di «solitudine» ma anche di «tentazione», inizia una lotta che si concluderà con la morte del Figlio di Dio in Croce: «L’ultimo “deserto” da attraversare per sconfiggere definitivamente Satana e liberare tutti noi dal suo potere». Potere che, da soli con le nostre forze, non siamo in grado di contrastare. «Al diavolo è concessa la possibilità di agire anche su di noi con le tentazioni», ammonisce Francesco. Bisogna pertanto «essere consapevoli della presenza di questo nemico astuto, interessato alla nostra condanna eterna, al nostro fallimento, e prepararci a difenderci da lui e a combatterlo», dice nella sua catechesi. «Il tentatore seduce», ammonisce il Papa a braccio, ma «la grazia di Dio ci assicura, con la fede, la preghiera e la penitenza, la vittoria sul nemico». «Tutto il ministero di Cristo è una lotta contro il Maligno nelle sue molteplici manifestazioni: guarigioni dalle malattie, esorcismi sugli indemoniati, perdono dei peccati», evidenzia il Pontefice. «Dopo la prima fase in cui Gesù dimostra di parlare e agire con la potenza di Dio, sembra che il diavolo abbia la meglio, quando il Figlio di Dio viene rifiutato, abbandonato e, infine, catturato e condannato a morte. Ha vinto il diavolo, sembra. Sembra che il vincitore è lui». Invece proprio il «combattimento contro lo spirito del male, ci mostra che Gesù ha affrontato volontariamente il Tentatore e lo ha vinto». Attenzione, però: «Nelle tentazioni, Gesù mai dialoga col diavolo. Mai!», sottolinea Papa Francesco a braccio. «Nella sua vita Gesù mai ha fatto un dialogo col diavolo, mai! Lo scaccia via, lo condanna, fa vedere la sua malizia. Ma mai un dialogo… E anche nel deserto sembra che c’è un dialogo, perché il diavolo fa tre proposte e Gesù risponde. Ma mai Gesù risponde con le sue parole, risponde con la Parola di Dio, con tre passi della Scrittura». Questo serva da lezione a tutti: «Quando si avvicina il seduttore, e inizia a sedurre “pensa quello, fai questo”, la tentazione è di dialogare con lui, come ha fatto Eva… Se noi entriamo in dialogo, saremo sconfitti. Mettete questo nella testa e nel cuore: col diavolo mai si dialoga. Non c’è dialogo possibile, soltanto la parola di Dio». In questo tempo di Quaresima, conclude il Pontefice, tutti noi siamo spinti ad «entrare nel deserto» che non si tratta di un luogo fisico, ma di «una dimensione esistenziale in cui fare silenzio, metterci in ascolto della parola di Dio». «Non avere paura del deserto - esorta il Papa - cerchiamo momenti di preghiera, di silenzio, di entrare dentro di noi. Non avere paura… Siamo chiamati a camminare sui sentieri di Dio, rinnovando le promesse del nostro Battesimo: rinunciare a Satana, a tutte le sue opere e a tutte le sue seduzioni. Il nemico è lì accovacciato, ma mai dialogare con lui». Dopo l’Angelus, Papa Francesco saluta i fedeli polacchi presenti a San Pietro e dice: «Oggi il mio pensiero va al Santuario di Plock, in Polonia, dove 90 anni fa il Signore Gesù si manifestò a Santa Faustina Kowalska affidandole uno speciale messaggio della Divina Misericordia. Mediante San Giovanni Paolo II quel messaggio è giunto al mondo intero e non è altro che il Vangelo di Cristo morto e risorto che ci dona la misericordia del Padre. Apriamogli il cuore dicendo con fede: “Gesù confido in te”». Jorge Mario Bergoglio saluta anche i giovani del gruppo “Talita Khum” della parrocchia romana di San Giovanni dei Fiorentini: «Grazie della vostra presenza e avanti con gioia nei vostri progetti di bene». Infine si congeda augurando a tutti una «buona» e «bella domenica, bella c’è il sole!».

Sodoma e Gomorra, il racconto biblico ispirato dall’impatto di un asteroide: trovate le tracce. Paolo Virtuani su Il Corriere della Sera 21 settembre 2021. Testimonianze di un impatto stellare a Tall el-Hamman che sarebbe all’origine del racconto biblico di Sodoma e Gomorra: ci fu un’onda d’urto fortissima. Quando apparve l'alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: «Prendi tua moglie e le tue figlie che hai qui ed esci per non essere travolto nel castigo della città»... ...Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo.Genesi, 19

Lo studio. Uno studio pubblicato sulla rivista Nature collega il racconto biblico della punizione di Sodoma e Gomorra (e forse anche la distruzione delle mura di Gerico) con la distruzione di un villaggio a nord del mar Morto a causa di un oggetto piovuto dal cielo, un piccolo asteroide o più probabilmente una cometa o un suo frammento, avvenuto intorno al 1.600 a. C. nella cittadina che ora è conosciuta come Tall el-Hammam, in Giordania. Dopo 15 anni di scavi, un gruppo di 21 scienziati di Stati Uniti, Canada e Rep. Ceca sono giunti a una conclusione supportata da dati consistenti: Tall el-Hamman fu distrutta in modo rapido da un oggetto arrivato dallo spazio, simile a quello che nel 1908 provocò una grande devastazione nell’area della Tunguska, in Siberia.

I dati. Archeologi, geologi, geochimici, geomorfologi, mineralogi, paleobotanici, sedimentologi, esperti di impatti cosmici e medici si sono trovati di fronte a evidenze che non sono spiegabili con incendi, eruzioni vulcaniche o terremoti. In uno strato di 1,50 metri di spessore ci sono evidenze di ceneri, resti carbonizzati, di metalli, ceramica e mattoni liquefatti: nessun incendio, nemmeno il più terribile, è in grado di portare a fusione i mattoni, a meno che non si raggiungano temperature di 1.500 gradi. Oltre a questo sono stati trovati microdiamanti, sferule vetrificate e granuli di quarzo con strutture dovute a grandi pressioni, tipiche di aree che sono state colpite da intense onde d’urto.

La distruzione

L’ipotesi è che un giorno il villaggio venne investito dall’onda urto provocata dall’esplosione di un oggetto a 4 chilometri d’altezza che entrò nell’atmosfera a una velocità di 61 mila chilometri all’ora. La potenza dell’esplosione è pari a quella di mille bombe atomiche come quella di Hiroshima. Chiunque in quel momento stava guardando nella direzione dell’esplosione venne accecato all’istante dal lampo. La città fu investita da un’onda d’urto che viaggiava a 1.200 chilometri all’ora e provocò una pressione di 50 tonnellate al centimetro quadrato, la temperature salì rapidamente a 2 mila gradi. Tutto prese fuoco: metalli e mattoni si sciolsero in pochi minuti. L’intera città venne distrutta, difficilmente qualcuno dei suoi 8 mila abitanti riuscì a salvarsi. Pochi minuti dopo l’onda d’urto arrivò a Gerico, distante solo 22 chilometri, e potrebbe aver danneggiato o distrutto le sue famose mura. Tall el-Hammam e un centinaio di siti vicini furono abbandonati per secoli, forse perché l’onda d’urto sollevò i sali dei sedimenti intorno al mar Morto, che resero la zona sterile per circa 600 anni.

La Bibbia. Tutto ciò richiama da vicino la distruzione biblica di Sodoma e Gomorra. Gli autori dello studio ipotizzano che il racconto di coloro che si trovavano nei dintorni di Tall el-Hammam abbiano tramandato negli anni la devastazione che osservarono in diretta e che poi la tradizione orale fu trasposta nel racconto biblico.

·        L’inquisizione.

Dagotraduzione dal Guardian il 17 ottobre 2021. Il mago ufficiale della Nuova Zelanda, forse l’unico mago nominato dallo Stato al mondo, è stato licenziato dopo 23 anni di attività. The Wizard (appunto “Il Mago”), il cui vero nome è Ian Brackenbury Channell, 88 anni, era stato incaricato dal consiglio comunale di Christchurch di promuovere la città attraverso «atti di magia e altri servizi simili offerti dai maghi» al costo di 16.000 dollari all’anno. In tutto ha incassato 368.000 dollari. Channell, nato in Inghilterra, ha iniziato a compiere atti di magia e intrattenimento negli spazi pubblici poco dopo il suo arrivo in Nuova Zelanda nel 1976. Quando il consiglio cercò di fermarlo, il pubblico protestò. Nel 1982, la New Zealand Art Gallery Directors Association lo definì un’opera d’arte vivente e nel 1990 l’allora primo ministro Mike Moore gli chiese di prendere in considerazione l’idea di diventare il Mago della Nuova Zelanda. «Sono preoccupato che la tua magia non sia a disposizione dell’intera nazione» scrisse Moore sulla carta intestata ufficiale del governo. «Suggerisco quindi che dovresti considerare urgentemente il mio consiglio di diventare il Mago della Nuova Zelanda, dell’Antartide e della aree offshore rilevanti… senza dubbio ci saranno implicazioni nell’area di incantesimi, benedizioni, maledizioni e altre questioni soprannaturali che sono al di là della competenza dei meri Primi Ministri». Da allora The Wizard si è esibito a Christchurch, ha ballato sotto la pioggia della Nuova Zelanda e dell’Australia durante i periodi di siccità, ed è stato insignito della Queen's Service Medal nel Queen's Birthday Honours del 2009. Ma è andato incontro anche a critiche e polemiche, soprattutto per le sue battute sulle donne. Il mago ha detto che il consiglio aveva deciso di smettere di pagarlo perché non si adattava alle "vibrazioni" della città. Ha detto che era un provocatore. «Sono noioso e vecchio, ma non c'è nessun altro come me a Christchurch». Il mago è un volto noto ai residenti di Christchurch, ma negli ultimi anni la sua presenza è diminuita e gli avvistamenti sono diventati rari. Lui sostiene che è stato il consiglio a renderlo invisibile. Il mago ha detto che avrebbe continuato le sue apparizioni regolari al Christchurch's Arts Centre, chiacchierando con i turisti e la gente del posto. Il centro ospita questo mese una mostra sulla sua vita, che è sostenuta dal consiglio. Quando gli è stato chiesto se avrebbe maledetto il consiglio per la sua decisione, ha detto che preferiva dare benedizioni. «Offro ai bambini sogni felici, buona salute generale e voglio che i burocrati diventino più umani».

Francesca Pierantozzi per "il Messaggero" il 19 ottobre 2021. Il Mago ha assicurato che no, non farà la fattura alle autorità neozelandesi che l'hanno licenziato su due piedi, dopo trent'anni di malocchi, benedizioni e profezie sulla pubblica piazza di Christchurch. La giunta cittadina ha ufficialmente messo fine al contratto di lavoro con Ian Brackenbury Channell, 88 anni, che prevedeva un compenso annuo di circa 10 mila euro per le sue prestazioni di Mago Ufficiale della Nuova Zelanda. Il fatto che la stregoneria «non corrisponde più all'immagine di una città dinamica e moderna» e magari anche qualche sua dichiarazione ispirata a formule più sessiste che magiche, hanno convinto il Consiglio di Christchurch a chiudere il rapporto di collaborazione con lo stregone, diventato con gli anni una sorta di Gandalf o Silente: mantello nero, cappello a punta, barba bianca, e pulpito davanti alla cattedrale.

IL CONFERIMENTO Era stato l'ex premier Mike Moore nel 1990 a conferirgli l'incarico di mago ufficiale della Nuova Zelanda considerando all'epoca che «avrebbe potuto dare il suo contributo nel settore degli incantesimi, benedizioni, malocchi e altre questioni sovrannaturali che esulano dalle semplici competenze di un primo ministro». In trent'anni, il mago Brackenbury ha gettato incantesimi (spesso e volentieri sulle squadre di rugby avversarie di Christchurch), inscenato danze della pioggia (in occasione di periodi di particolare siccità ha anche operato in trasferta in Australia), e soprattutto predicato sul sagrato davanti ala cattedrale della città, fustigando anche le autorità quando riteneva che stessero snaturando l'anima della comunità, per esempio cambiando il colore delle cabine telefoniche. «Sono soltanto una banda di burocrati senza un minimo d'immaginazione» ha commentato mago Brackenbury alla notizia del suo licenziamento: «Non capiscono che potrebbero continuare ad approfittare della mia fama mondiale, sono molto, molto deluso». Ma alla domanda inevitabile sull'intenzione di usare i poteri speciali per vendicarsi, Brackenbury ha evitato minacce di ritorsioni con uso di magia nera o altri malocchi e ha detto che nel corso della sua carriera ha sempre preferito puntare sulle benedizioni: «preferisco regalare ai bambini salute e sogni felici. Al limite vorrei solo che i burocrati fossero un po' più umani». Figura popolare di Christchurch, menzionato nelle guide turistiche e protagonista di cartoline, il Mago si era un po' messo da parte da solo negli ultimi anni. Il mancato effetto di una fattura contro una squadra avversaria di rugby lo aveva portato a gettare il cappello a punta e a ritirarsi per qualche tempo con la compagna a Oamaru, cittadina neozelandese diventata rifugio di artisti. 

L'ADDIO Allora il consiglio comunale lo aveva pregato di tornare. Ad aprile si era invece distinto per dichiarazioni poco magiche sulle donne: «Mi piacciono le donne, perdono loro qualsiasi cosa, non ne ho mai picchiata una finora. Vi consiglio di evitare di picchiarle, perché hanno facilmente dei lividi e poi vanno in giro a dirlo a tutti e rischiate di avere problemi grossi». «Rifletteremo ad altri modi per mettere in valore Christchurch, una città dinamica, inclusiva e moderna» ha dichiarato la vicesindaca Lynn McClelland. Nato a Londra, ex pilota della Royal Air Force, Brackenbury ha una laurea in psicologia e un'altra in sociologia. Già all'università di Sydney, dove era arrivato all'inizio degli anni '70, era riuscito a farsi nominare mago del campus, dopo aver proclamato la Fun Revolution, la rivoluzione dello spasso.

Francesca Pierantozzi per "Il Messaggero" il 29 settembre 2021. Le notizie arrivano un po' in ritardo dal Sud-Kivu, vasta provincia collinosa a est del Congo. Questa volta sono stati alcuni abitanti dei villaggi di Cihira e Kanyunyo, sulle sponde del grande lago al confine con il Ruanda, a raccontare i fatti alle autorità del Governo provinciale: a metà agosto una ventina di donne sono state accusate di stregoneria. La caccia alle streghe sarebbe stata ordinata da una Bajakazi ed è stata condotta da un gruppo di uomini. Sono andate a cercarle casa per casa, molte sono riuscite a fuggire, alcune sono state punite, prese a bastonate, altre cacciate per sempre dal villaggio, ma una, la più anziana, Nyabadeux, ultranovantenne, aveva deciso di non scappare, l'hanno presa, picchiata, poi cosparsa di benzina e bruciata viva, davanti agli abitanti, ai vicini, alla famiglia. È la prima volta che il nome di una strega arriva alle cronache, ma nel Sud-Kivu i roghi contro le donne accusate di malefici, di aver mangiato bambini o altri membri della famiglia, di aver procurato carestie o disgrazie nel villaggio sono aumentati negli ultimi mesi. Complice anche la pandemia, con le autorità più occupate sul fronte sanitario, la caccia alle streghe è tornata a funestare queste regioni dell'Africa centrale e in particolare i villaggi del Sud-Kivu. «Soltanto nel periodo che va da giugno a settembre abbiamo registrato 324 accuse di stregoneria», ha dichiarato alla France Presse Nelly Adidja, militante dell'Associazione Donne e Media del Sud Kivu. Solo nel territorio di Kalehe, cinque donne sono state bruciate vive nelle ultime settimane. Il fenomeno non è nuovo e riguarda diversi paesi dell'Africa Subsahariana. Spesso sono donne anziane, che magari hanno perso il marito e non si sono mai risposate, un peso per la comunità. Secondo un recente sondaggio, il 95 per cento della popolazione della Costa d'Avorio sostiene di credere nella stregoneria, in Ghana, Congo e Tanzania, è circa il 70 per cento. Ma è in particolare nella regione del Sud-Kivu, dove le donne continuano a essere vittime anche della violenza delle milizie ruandesi, che la caccia alle streghe è tornata a diffondersi con maggiore accanimento e il potere delle Bajakazi a imporsi nonostante la legge. Nel 2014 il governo provinciale aveva tentato di arginarle emanando un editto che «vietava il ricorso alla giustizia popolare». «Ma la legge è rimasta quasi senza effetto» commenta oggi Thadée Miderho, amministratore del territorio di Kabare, dove, dall'inizio dell'anno, sono almeno sei le donne bruciate o lapidate, perché considerate streghe: «erano praticamente tutte di oltre sessant' anni». Due anni fa, dopo una (rara) denuncia arrivata al procuratore di Kavumu, municipalità nel nord della Provincia, undici Bajakazi erano state arrestate e condannate a sei mesi di carcere, «ma molte hanno ricominciato a emettere le loro sentenze appena uscite» assicura Miderho.

Individuarle è quasi impossibile, perché in caso di un'esecuzione per stregoneria «i capi dei villaggi dicono che è stata la popolazione a decidere, e non fanno mai nomi». Shasha Rubenga, insegnante e giovane militante in un'Associazione per i diritti umani, è stato uno dei testimoni della morte di Nyabadeux e della terribile caccia alle streghe all'alba del 16 agosto. «Era un lunedì, non lo dimenticherò mai ha raccontato all'Afp alle cinque del mattino ho visto dei giovani aggirarsi per il villaggio di Cifunzi con una lista in cui figuravano i nomi di 19 donne. Tutte avevamo più di 65 anni. Una profetessa le aveva designate come streghe. La maggior parte di quelle donne sono riuscite a scappare, le loro case sono state distrutte. Qualcuna è stata salvata da militari che hanno sparato dei colpi in aria. Ma poi li ho visti acciuffare questa donna, Nyabadeux, l'hanno colpita, picchiata mentre era già a terra, poi l'hanno cosparsa di benzina le hanno dato fuoco, in mezzo al villaggio. C'erano anche bambini. Ne ho visto uno, piccolissimo, che scuoteva con un bastone il corpo carbonizzato».

L’inquisizione a Milano: la strage delle STREGHE. Da milanocittastato il 25/06/2018. La caccia alle streghe si apre ufficialmente nel 1327, con la Bolla “Super illius specula” di papa Giovanni XXII con la quale viene conferita validità universale alla lotta alla stregoneria tramite l’Inquisizione. La prima strega giustiziata a Milano in realtà era uno stregone. Si trattava di Gaspare Grassi da Valenza che venne accusato di essere un “pubblico negromante, incantatore di demoni, uomo di eretica pravità e relapso nella abiurata eresia”. La sua esecuzione avvenne il 16 settembre del 1385 davanti a una grande folla. Il 26 maggio 1390 fu condannata al rogo per stregoneria Sibillia Zanni, seguita due mesi dopo da Pierina de’ Bugatis che confessa di aver partecipato al “gioco di Diana”, che si trattava di un corteo di streghe, stregoni e spiriti infernali, meglio conosciuto come “sabba”, in cui si celebravano riti orgiastici. La condanna viene eseguita nel Broletto Nuovo.

Nel 1484 il papa Innocenzo VIII intensifica la lotta alle streghe e fa redigere il Malleus maleficarum, il più autorevole manuale contro le streghe ad uso degli inquisitori.

Il 13 settembre del 1490 viene bruciata al Broletto Antonia da Pallanza.

Il 13 febbraio 1515 viene bruciata in S. Eustorgio una certa Giovannina.

Il 4 agosto 1517 vengono bruciate sette streghe giudicate colpevoli di aver provocato una terribile tempesta di pioggia su Milano.

Il 24 luglio del 1519 in S. Eustorgio viene bruciata Simona Ostera e nella stessa sede viene bruciata Lucia da Lissono il 21 ottobre del 1542. 

Nel 1558 il tribunale dell’Inquisizione di Milano viene trasferito da S. Eustorgio a S. Maria delle Grazie. Con la nomina ad arcivescovo di Carlo Borromeo, le cose non andarono meglio. Nel corso del primo Concilio Provinciale indetto nel 1568 da Carlo Borromeo viene approvato il decreto De magicis artibus, veneficiis divinationibusque prohibitis e il nuovo arcivescovo chiede la cattura di Domenica di Scappi, “denontiata al offitio della sanctissima Inquisitione per stria notoria”.

L’anno seguente in un processo contro 9 presunte streghe Borromeo lottò col senato milanese per farle condannare, ma non ci riuscì.

Ma il periodo peggiore arrivò con l’insediamento di Federico Borromeo nel 1594. Durante il suo episcopato, tra il 1595 e il 1631 a Milano furono bruciate 9 streghe e uno stregone. Il luogo delle esecuzioni era Piazza Vetra. Prima di essere arse sul rogo, le macapitate venivano torturate fino a che non confessavano i loro crimini. Una strega confessò di aver banchettato con il diavolo: «I cibi non erano amari né tanto sgradevoli, ma proprio non avevano quel sapore naturale che sentiamo mangiando comunemente, e che infine ne seguiva disgusto e nausea».

Il 12 novembre 1641 vengono bruciate alla Vetra Anna Maria Pamolea, padrona, e Margarita Martignona, sua serva. Sono le ultime due streghe condannate a Milano.

Nel 1692 nella cittadina di Salem, nella Nuova Inghilterra, si scatena l’ultima grande caccia alle streghe. Si conclude con la condanna a morte di 19 persone.

Nel 1749 col libro di Girolamo Tartarotti “Congresso notturno delle Lammie” e con gli scritti di Scipione Maffei si definisce il fenomeno della caccia alle streghe come “una credenza fantastica, opera di cervelli pazzi e teste strambe”.

Ma c’è ancora un rogo che viene fatto a Milano. Tra giugno e agosto del 1788 vengono bruciati nel chiostro di S. Maria delle Grazie, per volere dell’imperatore Giuseppe II, i documenti relativi all’Inquisizione di Milano, che coprivano il periodo dal 1314 al 1764.

Fonte: storiadimilano.it.

Alberto Fraja per "Libero quotidiano" il 21 settembre 2021. Questa storia delle torture inferte dagli inquisitori di Santa Romana Chiesa, per dire. Ne hanno dette e scritte di ogni. Mentendo sapendo di mentire. Centinaia di libri e di riviste grondano di racconti truculenti in cui si descrivono nei minimi particolari sevizie le più crudeli e tecniche le più efferate utilizzate per estorcere confessioni, abiure o più semplicemente sottomissioni. E vere e proprie manifestazioni grandguignolesche ditali bufale storiche sono i cosiddetti musei della tortura. Hanno riaperto i battenti lo scorso 6 agosto dopo circa due anni di chiusura causa virus cinese. Con grande successo di pubblico, a quanto pare e nonostante l'odiato green pass. Pali, seghe, gabbie, asce, funi, chiodi, ruote, carrucole: la narrazione inventata della tortura, in quei luoghi tocca lo zenit. Una macabra esposizione di attrezzi che fanno assomigliare ridicolmente il boia a un fabbro o a un falegname. Monumenti al falso che oltretutto riescono ad ottenere patrocini regionali, del FAI e addirittura di ONG piuttosto famose. E sono loro, i musei quelli che più fanno gioco sulle leggende nere che riguardano il medioevo e l'Inquisizione. E meno male che a smontare certe messe in scena farlocche ci pensa, ogni tanto, qualche persona dotata di senno ma soprattutto di rigore documentaristico. Come il sito di apologetica Il Cammino dei Tre Sentieri, per esempio, peraltro in buona compagnia considerando gli studi fatti in materia da medievisti di valore come Franco Cardini, Arturo Colombo e Marina Montesano. I redattori del sito non hanno dubbi: nessuno degli strumenti di sevizia esibiti nei musei delle torture sopravvivrebbe a una seria valutazione storica. Essenzialmente, esclusi gli strumenti di condanna capitale, gli altri sono tutti falsi storici del XVII e XIX secolo creati ad hoc per sostanziare la Leyenda Negra sulla Inquisizione senza, oltretutto, mai specificare di quale Inquisizione si tratti. Di esempi di consimili sòle, per dirla alla romana, ce n'è in quantità industriali. Cogliamo fior da fiore. Uno dei più famosi è la cosiddetta «Vergine di ferro» o «Vergine di Norimberga». Si tratta di un sarcofago antropomorfo a due ante e con aculei all'interno il cui scopo era quello di straziare, con la chiusura delle ante medesime, il corpo della vittima. C'è poi la cosiddetta «Forcella dell'Eretico», una sorta di doppia forchetta legata al collo, con le punte rivolte sotto il mento e al petto. Il sito de Il Museo della Tortura, gestito dalla Inquisizione s.r.l. (sic), lo definisce così: «Con le quattro punte acutissime conficcate profondamente nella carne sotto il mento e sopra lo sterno veniva impedito qualsiasi movimento della testa: la vittima poteva soltanto bisbigliare abiuro». «Ci si aspetterebbe di trovare almeno una menzione della Vergine di Norimberga o della Forcella dell'Eretico nel Philippi a Limborch Historia inquisitionis scritto da Philippus van Limborch nel 1692, un teologo protestante fortemente critico della Chiesa» contestano ai Tre Sentieri. Ma di tutto ciò, nel volume di van Limborch, non v' è traccia. La più divertente, però, è la «Pera Vaginale», marchingegno concepito per dilaniare vagine e orifizi anali di streghe e seguaci del demonio (ma non sarà stato un semplice e rudimentale sex toy avant lettre?). Anche in questo caso della pera non v' è l'ombra in documenti seri come, ad esempio, A history of the Inquisition of the Middle Ages, redatto dallo storico statunitense Henry Charles Lea e pubblicato a partire dal 1887. E che dire della «Sedia Inquisitoria»? Il torturato vi veniva fatto sedere - si racconta totalmente biotto. Alcune cinghie lo stringevano lentamente, in modo che gli aculei di cui la sedia era irta gli penetrassero nelle carni. L'interrogatorio - dicono sempre - poteva essere acuito mediante dondolio e percosse sugli arti. Il pianale era spesso tutto di ferro e poteva essere arroventato a mezzo di braciere o di fiaccola. Ebbene, c'è un piccolo particolare. Per costruire una diavoleria del genere si sarebbe reso necessario un quantitativo di metallo e di chiodi insufficiente anche per assemblare un trattore. Materiale, peraltro, nel medioevo raro come l'oro. L'ultima balla: la «Culla di Giuda». Il condannato sarebbe stato tenuto sospeso al di sopra di un cavalletto al cui culmine era posta una piramide sulla quale, attraverso un sistema di corde, sarebbe stato mosso in modo che la punta penetrasse nei suoi genitali o nell'ano.  Una cavolata demenziale, vista oltretutto l'impossibilità di mantenere in equilibrio l'imputato.

·        La Blasfemia.

Filippo Di Giacomo per “il Venerdì di Repubblica” l'8 aprile 2021. Nelle lettere alla mamma, don Lorenzo Milano racconta un episodio avvenuto nella parrocchia di San Lorenzo di Calenzano mentre celebrava i funerali di una giovane donna, moglie di un dirigente comunista della locale casa del popolo. Al momento dell'Elevazione, il marito in lutto alzando il pugno verso l'ostia, gridò: «questa non me la dovevi fare» e giù un bestemmione. Commentava don Lorenzo: «e poi dicono che la gente non crede più in Dio». Se questo è vero, il fiume di bestemmie che circola in ogni ambiente dovrebbe avvertirci che nella società secolarizzata il sacro ci si trova bene. Padre Antonio MariaTava ritiene invece le bestemmie vere nefandezze e ha scritto un apposito manuale pratico-teorico intitolato Come smettere di bestemmiare. È un libro da leggere. Se non altro serve, come annota Giorgia Sallusti in una recensione online, a comprendere che ascoltare Radio Maria (e i laudatores compulsivi, aggiungiamo) senza bestemmiare richiede una preparazione di livello più avanzato di quello proposto da Tava. Il quale, dopo una disamina sulle situazioni in cui le bestemmie sembrano galleggiare a proprio agio (tradizione, sessismo, potere, denaro e altre) si concentra su quella che più coinvolge i giovani (e le giovani): la bestemmia divertente, quella che dà perniciosa e radicata dipendenza. Perché, scrive l'autore, loro «credendo che insultare il nome di Dio sia divertente, non ne ravvedono il soffio del maligno». Come evitarlo? Iniziando a utilizzare affermazioni eufemistiche come «dio campanaro, dio pop, massaia la madonna, madama la madonna». Oppure operare variazioni, navigando nell'oceano della fantasia, per produrre locuzioni efficaci ma non blasfeme, come insegnano Elio e Le storie Tese coni loro ortobio, pornodivo, bioparco, diporto. Perché, attesta il metodo Tava, «sperimentato dall'autore prima su se stesso, poi su una cerchia sempre più ampia, oggi più di sei milioni di persone in tutto il mondo hanno definitivamente smesso di bestemmiare anche grazie a questo manuale». Tutto sta a far schioccare la glottide, quella parte della laringe che comprende le pliche vocali. Perché ogni volta che l'aria esce dai polmoni e le pliche sono serrate, si verificano delle piccole, e piacevoli, esplosioni di sonorità. Che queste siano causate da una bestemmia o da qualcosa di immaginifico, la glottide non lo sa e gode allo stesso modo. Vero? Falso? Esiste davvero padre Tava «religioso, filantropo, manicheo, traduttore, esperto di tossicodipendenza e paura di volare»? Meglio non chiederselo, perché in questa seconda edizione, dopo averci avvertito di non commettere «la bestialità di comprare» una copia in versione ebook, ci invita a procurarcene una cartacea che stretta tra le mani ci potrà sottrarre «alla depravata corruzione del Maligno». Quindi leggere e sorridere, please!

Come smettere definitivamente di bestemmiare. Lucia Esposito su Libero Quotidiano l'01 aprile 2021.

Lucia Esposito. Da grande volevo fare la giornalista e così, diversi anni fa, da Napoli sono arrivata a Milano per uno stage di due mesi. Non sono più tornata. Responsabile Cultura di Libero, accumulatrice seriale e compulsiva di libri e pensieri. Profondamente inquieta, alla ricerca costante di orizzonti in cui ritrovarmi (o perdermi).

Il miglior modo per smettere di bestemmiare è bestemmiare tantissimo. Per un giorno intero, fino a non poterne più. La redenzione dalla blasfemia passa da un’ingordigia profana. Sembra un paradosso, invece è il primo dei tanti consigli di padre Alfonso Maria Tava che ha dedicato la vita a studiare le bestemmie in tutte le forme e declinazioni: le ha suddivise per categorie, classificate per aree geografiche e ha inventato un metodo per trasformare i più incalliti, feroci e impenitenti blasfemi in forbiti damerini che commentano perfino l’arrivo dell’ennesima cartella esattoriale con un timido e sussurrato “perbacco”. Il metodo - che pare abbia già convertito più di sei milioni di bestemmiatori seriali - è raccolto nel libro Come smettere di bestemmiare Il Saggiatore, pagg.176, euro 9,90) in libreria da giovedì.  Il religioso non giudica chi invoca invano il nome di Dio: anzi, avendo studiato il fenomeno della bestemmia, riconosce che la vita è un cabaret di sfighe multiformi che ci viene servito ogni giorno e ci induce in tentazione. Dalla batteria del cellulare all’uno per cento proprio mentre aspetti la telefonata che può cambiarti la vita, all’automobilista che ti taglia la strada, dal politico che riduce le pensioni, all’herpes che lievita sul labbro nel giorno del primo appuntamento, fino al computer che si impalla quando non hai ancora salvato il lavoro. ]Infinite sono le ragioni che spingono all’eresia linguistica: c’è chi lo fa per avere consenso (soprattutto i giovani), chi per conquistare una donna (ma il più delle volte la strategia fallisce) e c’è pure chi […]calpesta tutti i santi del paradiso per riempire i silenzi. Siccome la conversazione langue, si sciorina una bestemmia per dare verve al discorso e risollevare l’umore. C’è chi bestemmia per stupire e per divertire e chi per regionalismo e per folclore. I veneti, si sa, sono «campioni intergalattici di bestemmia» infatti, tra i tanti consigli di padre Alfonso c’è anche quello di stare lontani da un gruppo di anziani veneti che parlano di sport al bar perché «un bestemmiatore ha la potenzialità di rendere bestemmiatori almeno altre 4 persone (indice di contagiosità RB4), e costoro a loro volta potranno spandere il morbo ad altre, e così via, con il rischio di gravissime e incontrollate pandemie di empietà». Se per veneti e toscani la bestemmia è un intercalare, per i tifosi di calcio diventa una litania, una specie di mantra per esorcizzare il dolore di un gol subito e inveire contro l’arbitro che sì, è cornuto, ma a volte affibbiargli solo un paio di corna non è sufficiente e allora giù con le imprecazioni. Un capitolo a parte è dedicato alle bestemmie «barocche», quelle degli insospettabili signori dei salotti buoni che usano un linguaggio blasfemo per sfoggiare la propria erudizione, o gli avvocati che «vengono corrotti dal tirocinio professionale, se non addirittura dalla preparazione dell’esame di diritto privato (arcinoto l’adagio “diritto privato mezzo avvocato, io non ci credo che non hai bestemmiato”»). Legali, ma anche commercialisti, agenti del fisco, amministratori delegati, dentisti e idraulici che peraltro, osserva l’autore, hanno l’eccezionale capacità di trasformare in bestemmiatori convinti anche i clienti. Per togliersi il vizio della bestemmia bisogna, come dicevamo, passare un giorno intero a inveire contro il paradiso. Ma prima conviene coinvolgere amici e parenti, informarli di questo percorso di purificazione del linguaggio che intendete intraprendere. Ricordatevi di tenere un diario: ogni sera bisogna annotare su un foglio tutte le bestemmie proferite e la causa scatenante. La settimana successiva dovrete rileggere a ritroso gli appunti: vi renderete conto che i motivi delle imprecazioni non erano poi così gravi e che potevate cavarvela con esclamazioni innocue come “accidenti”, “accipicchia”, “mannaggia” se non addirittura sconfinare nel collegiale “perdindirindina”. Le prime settimane il bestemmiatore può farsi aiutare dalle «alterazioni eufemistiche», può cioè ricorrere a un’espressione che sembra una bestemmia ma non lo è. Come massaia la madonna, o porcamadosca, bioparco, pornodivo, Cris....toforo. Insomma, deve trovare mille scappatoie linguistiche per schivare il terreno minato della bestemmia. Il programma di redenzione dura dalle quattro alle otto settimane e prevede anche degli «stress test», esercizi che mettono a dura prova le buone intenzioni del bestemmiatore pentito. Tipo: programmare un fine settimana a casa dei suoceri, provare a perdere quattro tram di fila, farsi una doccia ghiacciata, bere un aperitivo in un bar veneto (e non lasciarsi contagiare dai bestemmiatori che vi circondano), sintonizzarsi su una frequenza diversa da Radio Maria e pesarsi dopo pranzo. La seconda settimana gli esercizi diventano ancora più difficili: è previsto il montaggio di un mobile Ikea dopo aver buttato le istruzioni e seguire la messa sul canale facebook di Paolo Brosio. La terza settimana dovrete rivedere la finale Italia‑Francia degli europei del 2000 e la semifinale Italia‑Argentina dei mondiali del 1990 senza lasciarvi andare alla blasfemia. Ma potrete considerarvi definitivamente guariti dal vizio solo se riuscirete a non bestemmiare guardando Italia-Corea del Sud del 2002, se davanti alla faccia bronzea dell’arbitro Byron Moreno, ai suoi gialli inesistenti, all’annullamento del gol di Damiano Tommasi, all’espulsione di Francesco Totti e alla rete del coreano Ahn Jung-hwan lascerete in pace dio, santi e madonne. Se non ce la fate, dovete ricominciare dall’inizio. Senza bestemmiare...

·        Il Sacramento della Confessione.

Franca Giansoldati per “il Messaggero” il 20 novembre 2021. «Il sigillo del sacramento della confessione è sacro e inviolabile. Un punto che rimarrà fermo e irrinunciabile; per difenderlo sono disposto a metterci tutto il mio peso magisteriale». Con queste parole il Papa, durante l'ultima riunione dei capi dicastero, ha fatto scendere nella stanza dove era riunito con i suoi più stretti collaboratori di curia, un clima grave. Francesco riassumeva a cardinali e vescovi presenti l'ultimo scontro in atto. Un argomento delicatissimo che stavolta vede contrapposta la Santa Sede e la Francia, anche se la Francia è solo l'ultimo paese in cui è affiorato un movimento popolare favorevole alla cancellazione del segreto confessionale. C'è chi pensa, infatti, che senza il segreto confessionale a cui sono vincolati i consacrati, pena la loro scomunica, preti e vescovi potrebbero denunciare alle autorità civili con maggiore facilità di quanto non accada oggi, gli episodi di pedofilia venuti a conoscenza durante la confessione. 

INDAGINE La pubblicazione dello choccante rapporto sugli abusi sessuali nella Chiesa francese ha fatto esplodere il caso. Davanti alle stime devastanti di circa 330 mila vittime in un arco di tempo di 70 anni, persino il magistrato che ha guidato la commissione di indagine indipendente, il giudice Jean Marc Sauvè ha indicato ai vescovi che la strada per arginare la piaga degli abusi passa anche dall'abolizione del segreto confessionale. Argomento dibattutissimo e all'origine di una bufera senza precedenti, tanto da aver indotto il primo ministro francese Jean Castex, l'8 ottobre scorso, a parlarne durante il colloquio privato con il pontefice. Ma anche in quella occasione Francesco ha fatto presente all'ospite che la questione si poteva chiudere anche subito, la Chiesa non avrebbe mai acconsentito un passo simile. Rompere il sigillo sacramentale è un atto sacrilego, anche perché la confessione non è affatto comparabile al segreto professionale, ma qualcosa che attiene alla fede e al rapporto istitutivo tra Dio e la Chiesa. Insomma, il muro contro muro. Prima della Francia altre nazioni sotto choc per la pubblicazione di rapporti sulla pedofilia avevano inoltrato richieste simili alla Chiesa. Australia, Irlanda, Stati Uniti. La domanda era sostanzialmente la stessa: se per caso un ministro di culto viene a conoscenza di violenze su un minore durante una confessione non dovrebbe andare dritto da un magistrato o in commissariato a denunciare? Secondo giuristi e canonisti cattolici fare pressing per la rimozione del sigillo della confessione, solleverebbe inevitabilmente la questione della libertà di religione e di coscienza. Il diritto canonico, al canone 983, impone al ministro di culto un comportamento chiarissimo: l'inviolabilità («E' assolutamente proibito tradire il penitente in qualsiasi modo, con la parola e per qualsiasi motivo»). Ne consegue che nessun prete, per la Chiesa, potrà mai rompere il sigillo, nemmeno per salvare la propria vita, proteggere il proprio buon nome, salvare la vita di chiunque o entrare in un processo, altrimenti si incorre nella immediata scomunica.

COLLABORAZIONE Per capire la determinazione del Vaticano a difendere la linea della fermezza, sarebbe bastato ascoltare - tempo fa - il cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, che seduto di fronte all'inchiesta indipendente sugli abusi, aveva tagliato corto: «I preti preferirebbero morire o andare in galera piuttosto che rompere il segreto della confessione». Nel luglio di tre anni fa una nota della Penitenzieria Apostolica scriveva che il sacramento della confessione è intangibile. Posizione poi ribadita dai vescovi australiani che alla Royal Commission assicuravano la più ampia collaborazione a snidare pedofili facendo però salvo l'impegno assoluto di proteggere il carattere sacro del sacramento. In questi giorni il presidente dei vescovi francesi, l'arcivescovo Eric de Moulins-Beaufort, dopo la pubblicazione del rapporto choc, ha detto che ora bisogna lavorare per conciliare la natura della confessione con la necessità di proteggere i bambini. Intanto è stato fissato per il 26 novembre l'udienza tra il Papa e il presidente Macron. Chissà se si riparlerà di questo tema scottante.

·        Chi ha paura dei simboli cristiani?

Dagotraduzione dall’AFP il 23 dicembre 2021. I ricercatori israeliani mercoledì hanno mostrato un anello d'oro di epoca romana con un simbolo paleocristiano di Gesù inciso nella sua pietra preziosa, trovato in un naufragio al largo dell'antico porto di Cesarea. Lo spesso anello ottagonale d'oro con la sua gemma verde portava la figura del "Buon Pastore" nelle sembianze di un giovane pastorello in tunica con un montone o una pecora sulle spalle. L'anello è stato trovato tra un tesoro di monete romane del terzo secolo, insieme a una figurina di un'aquila di bronzo, campane per allontanare gli spiriti maligni, ceramiche e una figurina romana di pantomimus in una maschera comica. Nelle acque relativamente basse è stata anche trovata una pietra preziosa rossa con l'incisione di una lira, così come i resti dello scafo in legno della nave, ha detto l'autorità. Cesarea era la capitale locale dell'impero romano nel terzo secolo e il suo porto era un fulcro fondamentale per l'attività di Roma, secondo Helena Sokolov, curatrice del dipartimento monetario dell'IAA che ha studiato l'anello del Buon Pastore. Sokolov ha spiegato che mentre l'immagine è presente nel primo simbolismo cristiano, a rappresentare Gesù come un pastore premuroso, che si prende cura del suo gregge e guida i bisognosi, è molto raro trovarla su un anello. La presenza di questo simbolo su un anello probabilmente posseduto da un romano operante a Cesarea o nei dintorni aveva senso, data la natura etnicamente e religiosamente eterogenea del porto nel III secolo, quando fu uno dei primi centri della cristianità. «Era un periodo in cui il cristianesimo era solo agli inizi, ma decisamente in crescita e sviluppo, specialmente in città miste come Cesarea», ha detto ad AFP, notando che l'anello stesso era piccolo, il che implica che potrebbe essere appartenuto a una donna. E anche se all'epoca il cristianesimo veniva praticato nei forum "sotterranei", l'impero romano era relativamente tollerante nei confronti di nuove forme di culto, compresa la figura di Gesù, rendendo ragionevole per un ricco cittadino dell'impero indossare un anello simile. Oltre ai reperti di epoca romana, i subacquei IAA hanno scoperto anche un secondo relitto vicino a un tesoro di circa 560 monete di epoca mamelucca risalenti al XIV secolo.

DAGONEWS il 25 dicembre 2021. Siete sicuri che Babbo Natale sia sempre stata una figura rassicurante? Se credete di sì, dovete ricredervi. Lo dimostrano alcuni ritratti del diciannovesimo secolo che lo raffigurano con un vecchietto ricurvo e infelice. L’immagine del nonnetto panciuto è sostanzialmente moderna: i bambini di oggi non riuscirebbero mai a pensare a una figura diversa da quella dell’anziano dalle guance rosse, con la pancia contenuta da una cintura e con il sorriso sempre acceso sul viso. In realtà i bambini del 1880, ad esempio, non dovevano essere rassicurati dall’immagine di quell’uomo magro e col bastone. Men che meno quelli del 1890 che, come mostrano alcune cartoline, vedevano questo Babbo Natale come una figura spettrale. Agli inizi del ‘900 i pargoli erano terrorizzati da Krampus, un personaggio simile al diavolo che percuoteva e trascinava i bimbi cattivi all’inferno (altro che elfi e renne di babbo Natale). Solo negli anni '20 Babbo Natale è diventato l’uomo grassoccio che tutti conosciamo e dobbiamo ringraziare sostanzialmente la Coca-Cola: per la pubblicità il marchio aveva bisogno di un personaggio allegro, grassoccio e rassicurante. Detto, fatto. Solo da allora Santa Claus è quel nonnetto di cui non si può fare a meno a Natale.

Enrico Pirondini per blitzquotidiano.it il 20 dicembre 2021. La pandemia ha sollecitato di tutto, fantasia ed estrosità in testa. E anche stupide provocazioni. Alcuni hanno sbroccato, molti hanno osato. Certo, la capacità di creare stupore è essenziale nel processo creativo. E sognando di offrire  meraviglia e sconcerto, magari anche sbigottimento, gli italiani si sono superati. Da Nord a Sud. Ne è uscita una galleria di presepi che ci colloca sul tetto d’Europa. D’altronde la rappresentazione della nascita di Gesù è una usanza tipicamente italiana che ha origine da tradizioni antiche, medioevali. Oggi l’usanza del Presepe per Natale è diffusa in tutti i paesi cattolici del mondo. Abbiamo fatto scuola. La più antica raffigurazione di Maria con Gesù Bambino la troviamo di nelle catacombe di Priscilla sulla via Salaria a Roma, di fronte a Villa Ada. Ignoto l’autore. Sempre a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore (sul Colle Cispio, una delle tre alture dell’Esquilino) c’è il primo presepe scultoreo. Lo ha realizzato il toscano Arnoldo di Cambio (1245-1310 circa), artista di buona fama. Sua ad esempio la statua bronzea di San Pietro nella omonima Basilica della Città del Vaticano. Giotto è stato il primo a raffigurare una Natività più realistica (Padova, Cappella degli Scrovegni). Poi è stato seguito da un poker di eccelsi pittori: Botticelli, Lippi, Piero della Francesca, Correggio. Ma l’usanza del presepe, così come lo intendiamo oggi,  ebbe origine all’epoca di  San Francesco che lo realizzò a Greccio (Rieti),  su autorizzazione di papà Onorio terzo. Da allora il Natale molto è cambiato. Non la tenerezza della maternità, l’importanza della Sacra Famiglia, i doni dei Magi. Però oggi si vedono presepi alternativi, financo provocatori. Segno dei tempi. A Bassano del Grappa hanno costruito una Natività tra  la spazzatura. A Piacenza hanno allestito un presepe “gay friendly: due Giuseppe e Maria in soffitta. Furibonda la Lega. A Napoli a San Gregorio Armeno è spuntato addirittura Adolf Hitler in mezzo ai pastori con la mano tesa nel saluto nazista. A Firenze hanno dedicato il presepe alle vittime del crollo del ponte Morandi (in mostra al Rivoli Boutique Hotel). Ma i parenti dei morti nel disastro non hanno gradito  per niente. E in Vaticano? è comparsa una Natività futuristica, opera degli allievi della scuola d’arte di Castelli, paesino in provincia di Teramo.  Una scelta contestata anche dall’autorevole New York Times. Per favore, lasciamo fuori dalla Politica e dalle stupide provocazioni il presepe. Se anche i presepisti cedono all’andazzo, siamo fritti

Per li ramiVita e miracoli (senza morte) dell’albero di Natale. Dario Ronzoni su L'inkiesta il 24 dicembre 2021. Da antica tradizione invernale per la fertilità a simbolo di una magia a buon mercato che ognuno può portarsi in casa. La sua diffusione, ormai planetaria, ha accompagnato l’ascesa americana nel mondo e continua, anche oggi, a essere segno di speranza.

Il fascino dell’albero di Natale funziona grazie a un semplice trucco. È una cosa fuori posto – un albero dentro a una casa – cui si può attribuire diversi significati. Come spiega l’Economist, è allo stesso tempo «rudimentale e magico» e nel corso dei secoli si è caricato di simboli e virtù a seconda del periodo e del luogo, andando dagli antichi rituali di fertilità pre-cristiani fino al ringraziamento con cui la Norvegia, ogni anno, onora l’Inghilterra per l’aiuto dato durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’albero è questo, ed è anche altro. Simbolo globale del Natale, punto di riferimento dei cenoni e dei pranzi, luogo privilegiato per depositare i regali ancora incartati. Addobbarlo significa rinnovare un appuntamento annuale, misurando così il tempo che passa e riscoprendo ogni volta gli stessi ricordi. È un deposito di storie private, certo. Ma ne ha anche una propria.

Lasciando da parte le leggende – quella dell’albero di Thor, sacro per la popolazione germanica dei Catti, e abbattuto da San Bonifacio per dimostrare la superiorità del cristianesimo rispetto agli dèi pagani, oppure quella di Martin Lutero, che avrebbe decorato un abete di candele per rispetto delle stelle – sembra che la sua origine sia antica. L’impiego di sempreverdi nel periodo invernale era ancora più antico. Risale ai druidi, ai romani, agli egizi. Il significato, come sempre in questi casi, è quello della rigenerazione e della fertilità, cioè promessa del ritorno della primavera durante l’inverno. L’idea dell’albero interno, da tagliare e portare in casa per la decorazione, sarebbe venuta dopo.

Secondo la storica e giornalista inglese Judith Flanders risalga all’albero del Paradiso che compariva nelle commedie medievali, che nella Germania del XV secolo fu adottato in forma reale dalle congregazioni, poi dai ricchi e infine dalle masse. Da qui venne trasportato negli Stati Uniti, dove divenne un ornamento stabile di ogni 25 dicembre. Il suo successo planetario discende da qui: l’albero accompagna l’ascesa dell’America come potenza. Il presidente Coolidge ne accende uno a Washington nel 1923, come segno di progresso e come mezzo per pubblicizzare l’elettricità. Pochi anni dopo, l’albero collocato nel Rockefeller Center a New York veniva invece a simboleggiare la speranza, in mezzo alla Depressione.

Ogni Paese esprime così, attraverso questo segno, la sua ambizione. L’albero di Natale svetta a Rio de Janeiro (forse la meo natalizia delle località possibili), vicino alla Laguna de Freitas. Madrid lo colloca alla Puerta del Sol. In Germania è celebre quello davanti alla Porta di Brandeburgo a Berlino. A Roma, invece, nel 2017 si era arrivati fino al povero Spelacchio, simbolo (in)volontario della Roma governata da Virginia Raggi, a metà tra il pauperismo anti-Olimpiade e la strutturale incapacità organizzativa. Tempi passati, per fortuna. Quello di Gualtieri ha convinto tutti, anche gli americani del New York Times.

Da semplice decorazione natalizia a campo di competizione politica. L’albero di Natale è pronto ad acquisire significati. E in quest’epoca rabbuiata dall’incertezza della pandemia, la sua salda tradizione è un punto di riferimento. Le sue illuminazioni, per quanto plastificate e a buon mercato, una luce di speranza: come sempre, la primavera ritornerà. 

MATTEO MATZUZZI  per ilfoglio.it il 9 dicembre 2021. La scrittrice osserva che "in fondo, a scegliere Giuseppe, a dispetto dei racconti apocrifi, non è stato Dio. E’ stata Maria”. Ne loda il silenzio ("Non apre mai bocca") a differenza della Madonna, che parla "contrariamente alla vulgata predicatoria". Ma quale? L’Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede, nel suo inserto mensile “Donne Chiesa Mondo”, ha riesumato qualche giorno fa un brano di Michela Murgia, la scrittrice attenta alle forme e alla lingua, che preferisce usare la schwa perché è ora di finirla con tutte queste desinenze maschili. Argomento: san Giuseppe. Il titolo scelto dal quotidiano diretto da Andrea Monda, docente di Religione, è: “Scelto da Maria fuori dalle norme del patriarcato”. Occhiello: “Sguardi diversi”. E già qui un brivido per il prosieguo s’insinua con forza. Murgia, novella teologa e anche un po’ biblista, scrive che “non comanda sulla moglie, non comanda sul figlio, a differenza di Maria non induce Gesù a compiere uno straccio di miracolo e per tutta la storia della cristianità sarà marchiato da quell’aggettivo terribile – putativo – che nel sentire comune non ha mai voluto dire altro che finto”. Eppure – riconosce la giacobina che combatte ogni forma di potere maschile (sia un articolo determinativo, sia una “o” a conclusione d’un nome) – “è grazie a lui che Maria non è stata uccisa a causa di una gravidanza difficile da spiegare a un paese intero già con le pietre in mano”. Quindi, scrive Murgia sempre nel testo ripreso dall’Osservatore Romano, “è grazie a lui che il Figlio di Dio ha avuto un’infanzia e un’adolescenza talmente serene da non offrire, in quella banale felicità da villaggio, manco mezzo appiglio narrativo agli evangelisti”. Insomma, il povero Giuseppe ha offerto poco materiale alla narrazione di Marco, Matteo, Luca e Giovanni. Poi, la prosa si fa oscura: “Il punto dolente è che Giuseppe è maschio in un modo che col maschilismo (e quindi con i maschilisti) non c’entra niente, perché in lui il “perché” e il “per chi” coincidono in modo esatto. Non è Ulisse che sogna l’altrove. Non è Enea che fugge perdente da Troia in fiamme, ma solo per fondare un’altra città. Non è Artù che unisce con la spada le contraddizioni della Britannia. E non è nemmeno, per restare agli Atti, un più spirituale Paolo di Tarso, così eloquente da convertire i pagani alla fede più distante di tutte dalla loro”. Però alla Murgia, Giuseppe tutto sommato piace, e non solo perché “non apre mai bocca”, dato che “è lui il vero custode del santo silenzio, non Maria, che invece nei vangeli, contrariamente alla vulgata predicatoria (e chi l’ha mai detto?, ndr), prende parola ben più di una volta”. Lo si capisce anche quando osserva che “la maschilità del presente e del futuro potrebbe trovare ampio spunto in una figura così difficile da collocare nelle categorie della dominanza e del possesso, uno che dentro la logica del branco strutturata dal patriarcato nascerebbe reietto per essere e restare un maschio beta”. Che dire, “per riconoscere valore a un uomo capace di agire così fuori dagli schemi del sistema normativo dei generi non è possibile a prescindere da una rinnovata specularità dei ruoli, e dunque è indispensabile che vi siano donne disposte a rompere a loro volta quelli già esausti, prima di tutto per se stesse. Per questo forse non è inutile ricordare in questo discorso che, in fondo, a scegliere Giuseppe, a dispetto dei racconti apocrifi, non è stato Dio. E’ stata Maria”. Tutto questo sul mensile dell’Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede. Unicuique suum, a ciascuno il suo.

Giovanni Sallusti per Dagospia, autore del libro ''Politicamente Corretto - la dittatura democratica'' - Giubilei Regnani editore, il 7 dicembre 2021.

Caro Dago, perbacco, qui siamo di fronte a un temerario caso di provocazione intellettuale, a qualcuno che azzarda il contropelo alla contemporaneità, a un libertinaggio mentale tanto estremo quanto affascinante. Pensa, nell’anno 2021 dopo Cristo (chiedo scusa, non mi sono ancora giunte voci su una modalità più inclusiva e multiculti di contare le ere, nel caso mi correggerei subito), c’è qualcuno che ha l’ardire, in Europa, di sfidare Maria Vergine e la Natività. Ci vuole davvero molto coraggio, nel continente il cui Politburo voleva mettere al bando le celebrazioni e la parola stessa del Natale, oltre che appunto i nomi dei genitori terreni di Gesù (orridi e volgari reazionari all’addiaccio in una grotta plebea), a rappresentare una Madonna transessuale, con tanto di barba e baffi folti, tatuaggi in vista e orgoglio Lgbt ostentato (sì, poi in braccio ci sarebbe anche lui, il Bambino, ma ormai è un’appendice secondaria del 25 dicembre eurocratico). E difatti tale coraggio l’ha sfoggiato nientepopodimenoche che Riccardo Simonetti, attivista arcobaleno tedesco ma di origine italiana (sempre che “origine” si possa dire, o non implichi un pericoloso etnocentrismo) e soprattutto ambasciatore speciale dell’Unione Europea per i diritti Lgbt, sulla copertina del mensile queer (qualunque cosa significhi) Siegessäule. Tra le perle filosofico-teologiche del nostro: “Se ignoriamo il fatto che Gesù non era bianco, potremmo credere che la Vergine Maria avesse la barba. Perché no?”. Massì, perché no, perché non sputazzare un po’ sulla Sacra Famiglia, è un guizzo pop che non impegna (il Simonetti si autodichiara appartenente alla “cultura pop”, chiediamo scusa per lui ad Andy Warhol) e anzi, nell’Europa più che secolarizzata, de-cristianizzata (o relativizzata, direbbe Benedetto XVI, un tedesco che per il pensiero continentale ha fatto persino più del Simonetti) è un segnale di riconoscimento, il timbro sulla tessera del club degli arguti, dei buoni, degli illuminati. Ora, l’influencer (pare in Germania lo sia, e ogni giorno che passa capiamo perché Angela Merkel ha confessato di provare invidia per l’Italia) non è solo illuminato, è un intrepido philosophe illuminista in lotta contro le cappe teocratiche, un Voltaire postmoderno all’assalto di qualunque confessione dogmatica e para-omofoba (o transofoba, o come cacchio pretende lo stupidario politically correct aggiornato a mezzogiorno di oggi), quindi a breve tendiamo a credere, anzi siamo sicuri, che ci sforni un’altra performance delle sue, magari, azzardiamo un esempio (non) a caso, un Maometto transgender, o drag queen, o appartenente a uno dei 54 generi eccedenti la preistorica distinzione maschio/femmina codificati dall’agorà odierna di Facebook, magari intento a brandire piume di struzzo piuttosto della spada con cui diffondeva le proprie convinzioni (perdonate, riflesso ratizingeriano). Lo farai vero, Riccardo? Altrimenti, rischi l’iscrizione d’ufficio al cinquantacinquesimo genere, quello dei quaquaraquà.

Antonello Piroso per la Verità il 5 dicembre 2021. Lasciatemi nel medioevo della mia infanzia, ve ne prego. Quel magico eldorado anagrafico in cui Babbo Natale era asessuato, quel piccolo mondo antico in cui le tradizioni venivano omaggiate per quello che erano, riti condivisi in cui tutti erano accettati e accolti. Perché se per essere alla moda, up to date, devo trovare geniale la provocazione delle Poste norvegesi, che in occasione del cinquantesimo anniversario della depenalizzazione dell'omosessualità hanno deciso di girare uno spot in cui Babbo Natale si bacia con un altro uomo (che a uno, già così, verrebbe da domandare: «Dovendo genufletterci davanti al totem della modernità, a quando una bella ammucchiata nel presepe all'ombra della stella cometa?»).Perché se per non apparire un reazionario conservatore devo gioire per l'iniziativa presa a Modena, issare in una delle piazze principali una maxistatua di Papà Noel, o di Santa Claus, fate voi, però rigorosamente in tutù. Ecco, se per venire applaudito come contemporaneo evoluto devo dire di sì a queste, come ad altre manifestazioni del movimento di liberazione 3.0, la mia educata risposta è: grazie, ma anche no. Pronto a ripeterlo anche di fronte ad altre iniziative che finiscono con l'incenerire l'innocenza della mia giovinezza, quando le tempeste ormonali erano scatenate da donne maestre nel gioco del «vedo e non vedo», e il massimo dell'eccitazione si raggiungeva sbirciando il reggicalze che Laura Antonelli lasciava intravedere salendo su una scala nel film Malizia di Salvatore Samperi. Perché se per non farmi appiccicare la lettera scarlatta di retrogrado oscurantista devo cadere in deliquio davanti ad Alessia Marcuzzi, persona piacevole e ironica, che su Instagram esibisce il suo privato scrigno di sex toys, «vi porto nel mio arsenale». Con Marina La Rosa, l'ex «gatta morta» - e quindi vivissima - del primo Grande Fratello, la quale interpellata: «Che ne pensi del tabù sfatato da Marcuzzi?», ha elegantemente sghignazzato: "Ma quale tabù? Tutti noi abbiamo a casa dei sex toys. E menomale!», postando anche lei l'immagine del suo compagno di giochi. E dopo che l'ormai ex attrice Gwyneth Paltrow ha messo in vendita la candela «che profuma come la mia vagina» (sold out in poche ore, a conferma del vecchio adagio per cui la madre dei followers è sempre incinta), ebbene, di nuovo: grazie, ma anche no. Intendiamoci: qui non si sta sindacando la libertà del singolo di organizzare il proprio Natale, la propria sessualità, l'intera sua esistenza, come caspita più gli aggrada, ci mancherebbe pure altro. Ma non può accadere neppure che, in ossequio a una visione a senso unico della tolleranza, io arrivi a rinnegare la (o rinunciare alla) mia, d'identità: antropologica, sessuale, religiosa. Una società che abdichi ai propri valori prevalenti non è né più democratica né più «aperta», come l'avrebbe definita Karl Popper. Perché se non ci deve essere la prevaricazione del gruppo sull'individuo, non può neppure avvenire il contrario. Il tentativo è in corso. In nome di una legittima richiesta di rispetto delle minoranze o di categorie considerate in via presuntiva più deboli (personalmente ho sempre ritenuto che il sesso caratterialmente davvero forte sia quello femminile, anche se le leve del potere sono quasi sempre in mano di uomini e ominicchi), l'esplicita rivendicazione a muso duro «così è, se vi pare» cerca di mettere la mordacchia alla maggioranza, di cui si vorrebbe conculcare il diritto di esprimere il proprio punto di vista, antagonista o indifferente che sia. Un magnifico ossimoro, a ben guardare, un paradosso nel paradosso. Perché una maggioranza ridotta al silenzio si trasforma, in concreto, in una minoranza. Così, perseguendo ossessivamente l'inclusione (altro mantra che ha portato al lunare documento della commissione europea sull'uguaglianza ad uso dei funzionari della Ue, linee guida - poi ritirate - atte a non urtare la suscettibilità di chi non è cristiano, e che di fatto abolivano l'espressione «Buon Natale»), si tende all'esclusione dei dissidenti. Un gulag alla rovescia, a voler enfaticamente esagerare. Quello per cui poi si prova un sempre maggiore fastidio è l'esibizionismo di ritorno di persone che ti sbattono in faccia il loro status (compresi i maschi alfa, che ci tengono a farti sapere di essersi accoppiati con centinaia di donne, riducendole a tacche da segnare sul calcio del fucile: «almeno 700», evocando una datata autocertificazione contabile di Antonio Cassano, che però sportivamente aggiungeva: «Ma ai tempi chi cuccava più di tutti era Francesco Totti», alè), senza che tu abbia avvertito alcuna necessità di avere lumi al riguardo. Vedi da ultimo l'attrice Eliana Miglio, che, segnala il sito Dagospia, «sorprende con un libro autobiografico sul proprio disordine erotico, tra fluidità dei sensi e ambivalenza dei desideri», e vai con il coming out tendenza lesbo senza margini per l'immaginazione: «Mi tuffo dentro di lei, la sento ansimare sotto di me, vorrei fare l'amore facendole un po' male». Il dibattito e la critica è consentito solo tra simili, e tanti saluti alla crescita garantita dalla dialettica degli opposti, tesi-antitesi-sintesi. Gay che si confrontano con gay, donne con donne, neri con neri, perché tu bianco, tu maschio, tu etero, tu insomma «diverso» ma da sempre «privilegiato», che ne puoi sapere? Sicché, l'altra sera quel marpione di Maurizio Costanzo ha apparecchiato una puntata del suo show con un duello tra un reduce del Grande Fratello, Tommaso Zorzi, e il mai allineato Maurizio Coruzzi in arte Platinette, con il primo a riecheggiare la cultura del piagnisteo, «Noi (gay) per anni siamo stati vittime di un sistema eterocentrico», e il secondo a rintuzzare facendo ondeggiare il parruccone: «Ma se la televisione è piena di f**ci! Quale visione eterocentrica! Basta con questo vittimismo! Siamo ovunque!».Per chiudere: pensatela come più vi garba, ma non rubateci i nostri usi e consuetudini. La banale visione del mondo delle anime semplici: gli uomini, le donne, Babbo Natale e la Befana, il mistero del sesso e della vita. Soprattutto per i nostri figli, che avranno, si spera, tutto il tempo per scoprire che quell'anziano con la barba bianca, che dispensa doni viaggiando su una slitta trainata da renne, è una leggenda. Che quello tra il papà e la mamma, o - se preferite - tra un maschio e una femmina, non è l'unica forma di amore, fisico e spirituale, che esiste. E che i bambini non li portano le cicogne. Ma neppure una provetta. 

Francesco Moscatelli per "La Stampa" il 3 dicembre 2021. Tutù di aghi di pino con lucine, canottiera rossa (con peli delle ascelle bianchi in pendant con la barba), scaldapolpacci in pelo di simil-renna, occhi chiusi vagamente sognanti e mani alzate sopra la testa che stringono un cuore rosso. Basta inserire un euro e partono a rotazione cinque versioni di Jingle Bells - metal, honky tonk, disco anni '80, techno e carillon - mentre il pupazzone di poliuretano alto tre metri ruota su se stesso per un minuto e mezzo. Che non ci siano più i babbi natali di una volta è cosa nota. Anzi, a essere pignoli, la questione stessa dell'esistenza di un Babbo Natale autentico è ontologicamente controversa fin dai tempi in cui la Coca Cola dipinse di rosso l'abito del bisnipote di San Nicola. Il Babbo Ballerino installato in piazza XX Settembre a Modena, però, a due passi dallo storico mercato coperto Albinelli, ha fatto fare un salto ulteriore alle mai sopite polemiche fra progressisti e conservatori. Quella che poteva risolversi in una legittima e genuina disputa estetica, sul modello della discussione andata in scena ieri pomeriggio in piazza fra i titolari della polleria Vaccari - «È un po' imbarazzante vederlo così» - e il neo-ingegnere ambientale Luca Carini, intento a scattarsi un selfie instagrammabile insieme agli amici con la corona d'alloro ancora in testa, sta diventando materia di polemica politica. A lanciare il sasso è stato il senatore di Forza Italia Enrico Aimi: «È un'icona arcobaleno, per adulti ideologizzati, mezzo babbo e mezza babba. Qui non si smette mai di fare politica, nemmeno di fronte ai bambini che meriterebbero solo di essere lasciati in santa pace, in preparazione all'evento più bello e sacro dell'anno». «Viste le sue recenti battaglie e l'odio per le nostre tradizioni forse la sinistra ha trovato finalmente il suo simbolo natalizio, un bel Babbo Natale in calzamaglia», ha rincarato la dose Ferdinando Pulitanò, presidente provinciale di Fdi. C'è chi ha fatto spallucce, ricordando che il centrodestra a Modena si è sempre aggrappato a qualunque cosa pur di sfidare il monopolio del centrosinistra (che governa ininterrottamente il Comune dal 1946 e in anni recenti è andato al ballottaggio solo nel 2014, e contro i Cinque Stelle), e chi l'ha presa quasi sul personale. Maria Carafoli, responsabile della società di promozione territoriale Modenamoremio, madrina dell'iniziativa, si presenta in piazza con il dépliant che illustra le altre manifestazioni previste durante le feste: «L'idea era solo quella di donare un po' di divertimento e serenità ai bambini. E comunque non vengano a spiegare a me cosa sono le tradizioni» dice, mostrando sullo smartphone una foto scattata mentre dona un presepe a papa Francesco. Lorenzo Lunati, lo scenografo che ha realizzato l'opera insieme alla moglie, si aggira fra le telecamere dei programmi del pomeriggio con l'aria spaesata. Non si capacita che dopo il Babbo Natale capottato con renne e slitta del 2018, quello che sbucava dal centro della terra del 2019 - «La gente pensava avessi davvero rotto la pavimentazione» - oggi debba difendere pure quello in tutù. «Volevo dare un segno di leggerezza in questi mesi che si preannunciano ancora difficili - racconta -. Mi sono ispirato a mia figlia la prima volta che ha messo le punte e ha iniziato a volteggiare per casa. Sognava quel momento e per lei è stata una gioia incredibile». Il sindaco Gian Carlo Muzzarelli, esponente di primo piano del Pd emiliano e grande organizzatore di eventi (c'era lui dietro il concerto-evento di Vasco Rossi del 2017), non trattiene un sorriso prima di entrare in consiglio comunale: «L'unica cosa che mi auguro per questo Natale sono vaccini, tempo da trascorrere con i propri cari e la possibilità di godersi il nostro bellissimo centro storico. Natale è vita, non divisione. Non educhiamo i ragazzi a cercare il male dove non c'è». Nella città del Festival della Filosofia, però, c'è anche chi prende lo spunto per una riflessione amara. «Nell'incapacità di fare politica di oggi - ragiona Carlo Galli, ordinario di Storia delle dottrine politiche a Bologna, modenese doc - si fanno grandi discorsi su temi che una volta avremmo definito sovrastrutturali. Siamo in mezzo a una pandemia, con la disoccupazione giovanile al 30% e una crisi economica all'orizzonte: è un errore punzecchiarsi su questi diversivi». Davanti al Babbo Ballerino, intanto, la gente continua a fermarsi. Sono stati già raccolti 500 euro che, come spiega un cartello, verranno devoluti all'Ail di Modena-sezione Luciano Pavarotti. «L'importante è che porti gente - ammette con grande realpolitik Giuseppe Pierro, che gestisce la tigelleria Sosta Emiliana, affacciata proprio sulla piazza -. Per quanto mi riguarda potrebbe essere anche nudo». 

E adesso anche Google "censura" il Natale. Domenico Ferrara il 6 Dicembre 2021 su Il Giornale. Addobbato il doodle del motore di ricerca. Ma con la voce "festività stagionali 2021". Sapevate che dal 3 dicembre scorso sono iniziate le festività stagionali? Nemmeno noi. Eppure secondo Google sì. E a giudicare dalle palline colorate che animano il Doodle del motore di ricerca dovremmo pure esserne felici. Questa volta l'azienda di Mountain View ha dato il meglio di sé: si potrebbe dire che abbia fatto un upgrade coniando una nuova denominazione per non pronunciare o per non scrivere la pericolosissima parola «Natale». Insomma, ci risiamo: al politicamente corretto non c'è mai fine. Se incontrate qualcuno in questi giorni, augurategli dunque «Buone festività stagionali 2021». Se poi vi prende per scemo o vi chiede spiegazioni ditegli pure che è una questione di inclusività, di rispetto verso le altre religioni e che l'ha detto zio Google. D'altronde, non è la prima volta che il colosso del web intraprende la strada dell'oscuramento della nascita di Cristo. Da quando è nata, Google non risulta che abbia mai dedicato un Doodle al Natale (ne ha creati oltre 4mila). O meglio: magari lo ha fatto ma quasi di nascosto senza mai scrivere la parola dannata. Basti pensare, per fare giusto un esempio, che il 25 dicembre 2017 ha scelto il semplice augurio di «Buone Feste». All'epoca eravamo ancora alla formula asettica e non si erano raggiunti i livelli di oggi con una frase che sembra più un geroglifico, una delle peggiori formule burocratiche o un astruso testo di un manuale di istruzioni scritto male. D'altronde, si sa, la multinazionale ha sempre messo in pratica un laicismo imperante privilegiando quella che oggi si definisce cancel culture in nome di una parvenza di inclusività e di rispetto ecumenico. Uno specchietto per le allodole che rischia di celare un appiattimento per non dire altro di tutte le identità con l'effetto boomerang di escluderle tutte. Ma non sia mai che si turbi qualche non cristiano che naviga in rete. E quest'anno, con la dicitura «Festività stagionali», Google non dovrebbe correre questo pericolo. Semmai, potrebbe accadere che chi legge questa strana frase pensi che abbiano inserito qualche nuovo numero rosso nel calendario o che venga celebrata la festa dei lavoratori del turismo o dei braccianti agricoli, i cosiddetti stagionali appunto. Il Doodle arriva a pochi giorni dalla polemica, raccontata in esclusiva dal Giornale, sulle linee guida della Commissione Europea per una «comunicazione inclusiva» da impartire ai suoi membri. Linee guida che prevedevano, tra le altre cose, di non utilizzare la parola «Natale» e i «nomi cristiani di Maria e Giuseppe». Per fortuna, dopo il vespaio sollevatosi, Bruxelles ha fatto retromarcia porgendo le sue scuse. Google invece scommettiamo che tirerà dritta per la sua strada. Eppure, il sospetto che il colosso di Mountain View si sia ispirato alla Ue è presente così come potrebbe anche darsi che abbia voluto privilegiare la linea statunitense dove da tempo al posto di Merry Christmas si è fatta largo l'espressione Season's Greetings, che per gli americani significa «Saluti della stagione», una formula neutra che fa accapponare la pelle. Con tanti saluti al Natale. Anzi, scusate, alle «festività stagionali».

Domenico Ferrara. Palermitano fiero, romano per cinque anni, milanese per scelta. Sono nato nel capoluogo siciliano il 9 gennaio del 1984. Amo la Spagna, in particolare Madrid. Sono stato un mancato tennista, un mancato giocatore di biliardo, un mancato calciatore, o forse preferisco pensarlo...Dal 2015 sono viceresponsabile del sito de il Giornale e responsabile dei collaboratori esterni. Ho scritto "Il metodo Salvini", edito da Sperling & Kupfer e "La donna s'è destra. L'altra storia della cultura e della politica femminile italiana", edito da Giubilei Regnani. Per la collana Fuori dal coro del Giornale ho pubblicato: "Gli estremisti delle nostre vite"; "La sinistra dei fratelli coltelli" e "Tutte le boldrinate dalla A alla Z". Mi esaltano la genialità di Saramago, l'essenzialità di Hemingway e la bellezza di Dostoevskij, consapevole però di non capirli fino in fondo. Ho una sola passione vera: il Palermo. Non so resistere alle tentazioni culinarie sicule né a quella di tornare in Sicilia dalla "famigghia".

Retromarcia Ue sulla censura. Salvi "Maria" e "Buon Natale". È la vittoria dei moderati. Francesco Giubilei l'1 Dicembre 2021 su Il Giornale. Almeno per quest'anno il Natale è salvo. Possono tirare un sospiro di sollievo i migliaia di cittadini europei che si sono indignati di fronte alle "linee guida per una comunicazione inclusiva". Almeno per quest'anno il Natale è salvo. Possono tirare un sospiro di sollievo i migliaia di cittadini europei che si sono indignati di fronte alle «linee guida per una comunicazione inclusiva» redatte dalla Commissione europea e scoperte da Il Giornale con uno scoop che ha fatto il giro dell'Europa. La storia è ormai nota: in un documento nato per circolazione interna alla Commissione, si invitava a non utilizzare la parola Natale o i nomi Maria e Giovanni perché di origine cristiana per non offendere le minoranze, a non iniziare una conferenza con la consueta formula «signori e signore» fino a non usare la frase «colonizzare Marte» ma «inviare umani su Marte» vista la connotazione negativa della parola colonizzazione. Un vero e proprio vademecum del politicamente corretto infarcito con una serie di raccomandazioni paradossali (quando non ridicole) ma purtroppo per noi estremamente serie provenendo da una delle principali istituzioni europee. Ieri la commissione è stata costretta a fare marcia indietro dopo la pressione mediatica e politica e lo sdegno di tanti cittadini. La commissaria europea alla Parità Helena Dalli ha spiegato: «La mia iniziativa di elaborare linee guida come documento interno per la comunicazione da parte del personale della Commissione nelle sue funzioni aveva lo scopo di raggiungere un obiettivo importante: illustrare la diversità della cultura europea e mostrare la natura inclusiva della Commissione europea verso tutti i ceti sociali e le credenze dei cittadini europei» aggiungendo: «Tuttavia, la versione delle linee guida pubblicata non serve adeguatamente questo scopo. Non è un documento maturo e non soddisfa tutti gli standard di qualità della Commissione. Le linee guida richiedono chiaramente più lavoro. Ritiro quindi le linee guida e lavorerò ulteriormente su questo documento». Una decisione che ha suscitato il plauso dei leader e dei partiti di centrodestra. Antonio Tajani ha affermato: «Grazie anche all'azione di Forza Italia, la Commissione europea ritira le linee guida sul linguaggio inclusivo che chiedevano di togliere riferimenti a feste e a nomi cristiani. Viva il Natale. Viva l'Europa del buonsenso». Il leader della Lega Matteo Salvini parla invece di una vittoria: «Grazie alle migliaia di persone che hanno reagito e hanno portato al ritiro di questa porcheria. Continueremo a vigilare, grazie! Viva il Santo Natale» mentre gli europarlamentari Zanni e Camponesi (presidente gruppo ID e capo delegazione Lega) esprimono soddisfazione annunciando la necessità di mantenere «alta l'attenzione su ogni tentativo di eliminare e sostituire i nostri simboli, la nostra cultura, i nostri valori, nel nome del pensiero unico del politicamente corretto e della cancel culture». Parole di soddisfazione anche da parte di Giorgia Meloni: «La Commissione europea batte in ritirata e stralcia il documento interno che prevedeva l'eliminazione della parola 'Natale perché considerata poco inclusiva. Abbiamo fermato la vulgata del politicamente corretto. Occorre continuare a battersi per un'Europa che sia orgogliosa delle proprie radici e della propria identità e che non solo eviti di cancellarle ma che sia in grado di celebrarle e ricordarle». «Bene così. Si trattava di un documento assurdo e sbagliato. Una comunità non ha paura delle proprie radici. E l'identità culturale è un valore, non una minaccia» scrive Renzi su Twitter. Anche l'eurodeputata Patrizia Toia del gruppo dei Socialisti e democratici, si domanda: «La Commissione ritiene che vi sia rispetto del pluralismo e si negano le parole che ricordano l'identità e storia di uno dei patrimoni religiosi che ha fondato, con altri, il bagaglio culturale e ideale dell'Europa?». Per concludere: «Quel testo divide, non include».

FRANCESCO GIUBILEI, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università Giustino Fortunato di Benevento e Presidente della Fondazione Tatarella. Collabora con “Il Giornale” e ha pubblicato otto libri (tradotti negli Stati Uniti, in Serbia e in Ungheria), l’ultimo Conservare la

Le radici del crollo nel "No" a Wojtyla. Gli ultrà europei torneranno alla carica. Gian Micalessin l'1 Dicembre 2021 su Il Giornale. Da 20 anni l'apparato burocratico di un'Unione neo positivista cerca di decristianizzare il continente. Il dietrofront è solo tattica. Per individuare la «linea d'ombra» di un'Europa pronta a cancellare il Natale e i valori cristiani bisogna tornare a quella Convenzione Europea - guidata dall'ex- presidente francese Valery Giscard d'Estaing - che tra il 2001 e il 2003 tentò di stillare i principi di una Costituzione Europea. In quell'inconcludente biennio l'Unione voltò definitivamente le spalle all'«Europa delle cattedrali», la visione con cui Robert Schuman, e altri padri nobili del pensiero unitario, evocavano una comune civiltà cristiana. Una visione definitivamente smantellata nell'ultimo ventennio per compiacere l'apparato burocratico di un'Unione de-cristianizzata e piegata al neo-positivismo anti-cristiano. In tutto questo un ruolo fondamentale lo giocò Giscard d'Estaing, l'ex-presidente francese sotto il cui mandato passarono - oltre alle leggi su divorzio e aborto - anche quei provvedimenti sul ricongiungimento familiare all'origine del grande fenomeno migratorio d'Oltralpe. Un'opera di revisione valoriale e sociale continuata all'interno della Convenzione Europea. Quell'opera, come rivelato nel 2015 dall'arcivescovo Monsignor Rino Fisichella, toccò lil suo «nadir» quando il Presidente della Convenzione rifiutò una lettera indirizzatagli da Papa Giovanni Paolo II e affidata a un politico italiano. «É bene che la tenga in tasca e non me la consegni - sbotto d'Estaing consapevole di come la lettera contenesse un' esortazione del Pontefice ad inserire un riferimento alle radici giudaico-cristiane dell'Unione. Quel «gran rifiuto» era il simbolo di un'intolleranza neo-laicista che rifiutava non solo di comprendere, ma persino di misurarsi con le ragioni del Cristianesimo. Quel diniego ha aperto la botola del precipizio che in 20 anni ha trasformato Bruxelles e palazzo Berlaymont in un laboratorio del politicamente corretto. Un laboratorio in cui mancando riferimenti a identità e valori condivisi hanno fatto breccia le prassi esposte dalla Commissaria all'Uguaglianza Helena Dalli nel suo triste e grigio abbecedario della neo-lingua. Ma non illudiamoci, il ritiro del documento, annunciato ieri, è semplice tatticismo indispensabile per sopire il fragore provocato dalla pubblicazione su Il Giornale di quel manifesto della sottomissione. «Sono vent'anni che Bruxelles sforna documenti con quei contenuti - spiega a Il Giornale l'ex- ministro della Difesa Mario Mauro ricordando i 14 anni passati in un Parlamento Europeo di cui è stato vice presidente. «Non lasciamoci ingannare il politicamente corretto - continua Mauro - non è un innocuo galateo, ma l'ideologia e lo strumento di una sinistra transitata dal desueto linguaggio della lotta di classe alla teoria dei nuovi diritti. Nella Genesi l'uomo s'appropria della realtà quando Dio ordina di dare un nome alle cose. Un principio applicato da tutte le rivoluzioni e sancito per la prima volta dal Pcus sovietico che definì «politicamente corretto» ogni atto in linea con i suoi dettami. Un secolo dopo il politicamente corretto è lo strumento usato della sinistra radicale americana e da quella europea per cambiare la realtà. Non a caso la «cancel culture» prevede di cambiare il corso della storia e trasformare i vinti in vincitori attraverso operazioni semantiche». Una maestrina di queste operazioni è, senza dubbio, la signora Dalli. Una Commissaria solerte nel raccomandare l'oblio del Natale nel nome dell'inclusione, ma altrettanto sollecita, il 23 aprile scorso, nell'indirizzare un tweet di buon Ramadan a tutti i musulmani d'Europa. Che tanto i cristiani da quest'Europa si possono pure escludere. 

Gian Micalessin. Sono giornalista di guerra dal 1983, quando fondo – con Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo – l’Albatross Press Agency e inizio la mia carriera seguendo i mujaheddin afghani in lotta con l’Armata Rossa sovietica. Da allora ho raccontato più di 40 conflitti dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e alla Siria passando per le guerre della Ex Jugoslavia, del Sud Est asiatico, dell’Africa edell’America centrale. Oltre agli articoli per “Il Giornale” – per cui lavoro dal 1988 – ho scritto per le più importanti testate nazionali ed internazionali (Panorama, Corriere della Sera,Liberation, Der Spiegel, El Mundo, L’Express, Far Eastern Economic Review). Sono anche documentarista ed autore televisivo. I miei reportage e documentari sono stati trasmessi dai più importanti network nazionali ed internazionali (Cbs, Nbc, Channel 4, France 2, Tf1, Ndr, Tsi, Canale 5, Rai 1, Rai2, Mtv). Ho diretto i video giornalisti di “SeiMilano” la tv che ha lanciato il videogiornalismo in Italia. Ho lavorato come autore e regista alle prime puntate de “La Macchina del Tempo” di Mediaset. Ho lavorato come autore di “Pianeta7”, un programma di reportage esteri de “La 7”. Nel 2011 ho vinto il “Premio Ilaria Alpi” per il miglior documentario con un film prodotto da Mtv sulla rivolta dei giovani di Bengasi in Libia. Nel 2012 ho vinto il premio giornalistico Enzo Baldoni della Provincia di Milano.

C'è una speranza contro chi taglia radici. Luigi Mascheroni l'1 Dicembre 2021 su Il Giornale. La Commissione europea ha ritirato il decalogo che vuole dettare le parole corrette, eliminare riferimenti alla religione e al genere, fare sparire persino il semplice "Signore e signori". La Commissione europea ha ritirato il decalogo che vuole dettare le parole corrette, eliminare riferimenti alla religione e al genere, fare sparire persino il semplice «Signore e signori». I burocrati della lingua, che la Storia ha insegnato essere i più pericolosi, hanno accettato di fare un passo indietro. Riscriveranno un documento ambiguo che pretendendo di garantire «il diritto di ogni persona ad essere trattata in maniera uguale» finisce per negare la possibilità di ognuno a manifestare la propria diversità. Quando l'ossessione per l'inclusione si trasforma in una miope cancellazione. Una battaglia è vinta, ma la guerra è ancora lunga. Dobbiamo saperlo. Non sarà facile preservare le tradizioni, poter dire «padre» e «madre» al posto di «genitore 1» e «genitore 2», salvaguardare il Natale o continuare a scrivere senza asterischi. Visti i tempi, la tutela delle supposte minoranze potrebbe alla fine travolgere la maggioranza. Dio non voglia. Ammesso che si possa usare la parola «Dio». L'onda lunga del «parlare corretto», l'incubo della discriminazione e la volontà di uniformare gusti e tendenze sono fenomeni violenti che si alimentano di fanatismo e stupidità, che oggi abbondano. Per fortuna però gli europei (che non sono esattamente i «cittadini della Comunità europea») hanno un vantaggio rispetto al mondo anglosassone, Stati Uniti in primis, dove il combinato disposto politically correct, cancel culture, ideologia Woke e #MeToo ha scatenato una crociata di cui non si riesce a vedere la fine. Noi europei, e noi italiani in particolare, siamo più cauti e disincantati. Mediamente i nostri conservatori sono meno rigidi dei repubblicani e i progressisti meno intolleranti dei liberal. È probabile che proprio la millenaria tradizione giudaico-cristiana alla fine ci salvi dai peggiori estremismi. Educati a rispettare le giuste differenze, eviteremo di distruggere la persona in nome dell'Ideologia. La speranza, come sempre, sono i giovani. E la paura semmai è che proprio i ragazzi, intesi come ragazzi e ragazze, siano invece i più deboli di fronte a quanti, volendo includere a tutti i costi, finiscono col generare le peggiori discriminazioni. La chiamano «generazione snowflake», «fiocco di neve», e sono i giovani, nati fra gli anni '90 e i Duemila, troppo fragili e sensibili davanti alle durezze del mondo per accettare critiche e difendere valori, principi e radici. Così spaventati di offendere qualcuno, che non parlano più di niente. Non leggono i libri scorretti, non vedono i film scandalosi, non guardano i quadri spudorati. Così rischiano di sciogliersi nel peggiore dei mondi omologati. No ragazzi: non siate neutrali. Non è il momento.

Luigi Mascheroni lavora al Giornale dal 2001, dopo aver scritto per le pagine culturali del Sole24Ore e del Foglio. Si occupa di cultura, costume e spettacoli. Insegna Teoria e tecniche dell'informazione culturale all’Università Cattolica di Milano. Tra i suoi libri, il dizionario sui luoghi comuni dei salotti intellettuali "Manuale della cultura italiana" (Excelsior 1881, 2010);  "Elogio del plagio. Storia, tra scandali e processi, della sottile arte di copiare da Marziale al web" (Aragno, 2015); I libri non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge) (Oligo, 2021). 

Un enigma d'amore chiamato Gesù. Eugenio Scalfari su La Repubblica il 30 novembre 2021. Il fondatore di "Repubblica" parte dal mistero dell’uomo venuto da Nazareth per ricordarci la necessità di avere cura della Terra

L'ascolto è riservato agli abbonati. Negli ultimi tempi mi è capitato (non credo soltanto a me) di ragionare di Gesù di Nazareth: il fascino che questa figura ancora esercita è fortissimo. Così come potenti sono il mistero e gli interrogativi che la sua vita, la sua morte e la successiva nascita della Chiesa pongono. Una serie di riflessioni che torno ad affrontare adesso, mentre riguardo il mio libro Il Dio unico e la società moderna.

Non solo Natale. Federica Bianchi su L'Espresso l'1 dicembre 2021. La Commissione propone (e poi ritira) delle linee guida per un linguaggio istituzionale più inclusivo. Che tenga conto delle sensibilità della nuova società europea. In cui l’Italia fa ancora fatica a riconoscersi. Alla fine, con un gesto tra il prudenziale e il pavido, la Commissione europea ha ritirato le linee guida sviluppate per la comunicazione istituzionale dei suoi funzionari. Si trattava per la verità di pagine a uso interno che qualcuno strumentalmente ha deciso di fare trapelare in prossimità delle festività. E difatti in Italia, e tra tutti i 27 Paesi europei, solo in Italia, è scoppiata la polemica. Che nei giorni scorsi è finita sulle prime pagine di tutti i giornali. Ma perché tanto clamore? Nelle linee guida per una comunicazione europea che rispecchi la composizione sociale, i credi religiosi e gli orientamenti sessuali di tutti i cittadini dell'Unione di oggi - e non quella del secolo scorso - la Commissione europea, tra tantissimi consigli ai suoi burocrati, aveva tra le varie cose suggerito di non dire automaticamente nelle comunicazioni istituzionali Buon Natale ma Buone Feste. Il termine "feste" comprende tutte le festività religiose di questo periodo (Hannuka, Natale e Ramadan) e, soprattutto, rende contenti tutti, cattolici, cattolici ortodossi, ebrei e musulmani, perché in quella parola generica ognuno può ritrovare l'augurio per la celebrazione del suo credo, senza nulla togliere agli altri. Lo scandalo è scattato anche a proposito del suggerimento di utilizzare negli esempi ipotetici fatti per illustrare una situazione non solo nomi della Vecchia Europa come Maria e John ma anche quelli in uso nell'Europa orientale, come Malika, o nomi dei nuovi europei, come Mohammed. Negli Stati Uniti, dove la realtà di una società composita e variegata esiste da oltre un secolo, saranno almeno 20 anni che l'augurio di Buon Natale è stato sostituito con quello di Buone feste. Ormai non ci fa caso più nessuno. E se a quel tempo l'Italia non aveva ancora fatto i conti con la sua trasformazione in una società multiculturale e multietnica, ormai siamo consapevoli di non essere più una società omogenea. Non più soltanto bianchi, cattolici, maschilisti. Il linguaggio deve cambiare per includerci tutti. E lo deve fare non per buonismo o perché "fa progressista" ma perché se il linguaggio non cambia, e da rappresentativo finisce per diventare escludente, sarà difficile costruire una nuova società coesa di cui abbiamo molto bisogno. Si rischiano conflitti e frammentazioni che solo chi trae vantaggio dal caos può auspicare. Sul Natale noi italiani siamo particolarmente sensibili. È la nostra festa annuale per eccellenza. Quella che, lo sappiamo fin da piccoli, credenti o meno, ci ricorda le nostre radici europee, la festività che ci caratterizza rispetto al resto del mondo, che magari la festeggia anche, almeno per il coté godereccio, ma che non dimentica di averla importata dalla culla del cristianesimo, dall'Europa. E dunque il Natale per noi, che il Vaticano lo abbiamo in casa, non è solo una festività religiosa ma soprattutto un simbolo identitario. Ci dice chi siamo, da dove veniamo. In un mondo in rapida trasformazione è la nostra certezza. Censurare la parola Natale, anche se solo in una comunicazione istituzionale, nell'immaginario collettivo equivale a censurare noi stessi. Discorso simile vale per i nomi propri, ovviamente. E non è un caso che l'esempio criticato, Maria, sia il nome della Madonna, ampiamente diffuso. Ma la realtà, che ancora in Italia facciamo fatica a sentire nostra, è che l'identità dell'Europa moderna non è più legata alle sue radici cristiane. Quelle non le eradicherà nessuno per definizione perché sono ancorate nel passato. Ma non sono più indispensabili per considerarci europei. Per renderci europei. La nostra Unione oggi è fondata su un costrutto giuridico-legale unico: lo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani. L'Europa, in un mondo sempre più dominato dai regimi autoritari, si differenzia con il suo abbraccio della democrazia e dei diritti, con le sue libertà commerciali, sociali, religiose, di movimento. Essere europeo vuol dire avere la certezza di vedere tutelata la propria libertà con l'unica limitazione del rispetto di quella altrui e del collettivo sociale, che è poi il grande lascito dell'insegnamento cattolico. Tutti i fili spinati del mondo non ci proteggeranno dalla realtà che il 1900 è finito. Che la nostra società è colorata. Ma ieri come oggi non ci sarà coesione, che è poi la forza di qualsiasi democrazia, senza la consapevolezza che la sensibilità dell'uno finisce lì dove inizia quella dell'altro. Ed è per questo che anziché battere velocemente in ritirata, per paura di scatenare un ennesimo polverone ancora una volta legato alla questione “immigrazione”, la Commissione avrebbe fatto meglio a cogliere l’occasione per spiegare il senso delle sue linee guida e ad affermare senza pudore il legame tra cultura, educazione e linguaggio. 

Se la sinistra abbandona il Natale alla destra. Francesco Merlo su La Repubblica il 30 novembre 2021. Perché il documento della Ue, subito ritirato, sulla festa cristiana politicamente corretta, è un’altra occasione mancata per i laici. Forse perché quasi tutti i suoi leader, a partire dai germanici Enrico e Goffredo, non hanno nomi ebreo-cristiani, la sinistra italiana si è concessa la miseria politica di regalare alla destra di Salvini e Meloni, ai loro sberleffi e alla loro esibita devozione non solo la difesa del Natale ma addirittura la difesa dell'onomastica ebreo-cristiana, a scorno di tutti i Maria, Giovanni, Luca, Giuseppe e ovviamente pure Matteo (tié).

Francesco Merlo per “la Repubblica”l'1 dicembre 2021. Forse perché quasi tutti i suoi leader, a partire dai germanici Enrico e Goffredo, non hanno nomi ebreo-cristiani, la sinistra italiana si è concessa la miseria politica di regalare alla destra di Salvini e Meloni, ai loro sberleffi e alla loro esibita devozione non solo la difesa del Natale ma addirittura la difesa dell'onomastica ebreo-cristiana, a scorno di tutti i Maria, Giovanni, Luca, Giuseppe e ovviamente pure Matteo (tié). (...) Ed eccoci tornati all'inizio e alla sinistra che non si è sentita offesa neppure per l'inclusiva esclusione di Mattarella, che porta il nome di Sergio di Radone, patrono di Russia, il santo più amato dai cristiani ortodossi. E allora - scherzi a parte, si dice - persino l'Iran, che è la teocrazia forse più intollerante, festeggia una tradizione preislamica che nessun ayatollah ha avuto mai il coraggio di proibire, il Capodanno zoroastriano (lo stesso Zarathustra che in Nietzsche diventa metafora). Ecco, forse stiamo pian piano creando, nel cuore dell'Europa, gli ayatollah del politicamente corretto se è vero che a Natale, in Italia, in sintonia con la presidente Dilla ogni anno c'è chi veste i pastorelli con la kefiah, chi sostituisce la recita di Betlemme con quella di Cappuccetto Rosso, chi vuole la Madonna con il chador, chi vieta Tu scendi dalle stelle. Si scatena, purtroppo a sinistra, il gioco infantile dell'etnologo dilettante, del siamo tutti Lévi-Strauss, del falso rispetto, della festa religiosa scaricata come il peso di un facchino o la soma di un somaro, con l'idea arrendevole che per onorare le altrui identità bisogna perdere di vista o rinunciare alla propria. Non è questo il relativismo. Ma i laici, che non sono orfani di assoluto, di assolutezze e di assolutismi, dovrebbero irridere e smontare lo sbracato politicamente corretto: il black tree in omaggio al black people, il Gesù nero, la colomba nera della pace, arlecchinate come un'ostia di pane nero. Ecco perché è un peccato mortale lasciare a Salvini e Meloni la difesa del Natale e dell'onomastica ebreo-cristiana, non certo perché davvero quasi tutti i leader a sinistra non hanno nomi cristiani, non solo Letta e Bettini: D'Alema è latino, Bersani è un composto latino-francone, Vendola e Fratoianni sono greci, Boldrini è latina. I solo cristiani ('mazza) sono Conte e Grillo, due Giuseppe. E se fosse per questo che non siamo messi tanto bene? 

Da repubblica.it il 29 novembre 2021. "Ogni persona in Ue ha il diritto di essere trattato in maniera eguale" senza riferimenti di "genere, etnia, razza, religione, disabilità e orientamento sessuale". Così - scrive Bruxelles nelle sue nuove linee guida - devono sparire "Miss o Mrs" (signorine e signore) sostituite da un più generico "Ms". E anche le festività non dovranno più essere riferite a connotazioni religiose, come il Natale, ma citate in maniera generica: si dovrà dire, ad esempio, le "festività sono stressanti" e non più "il Natale è stressante", si legge nel documento per una "corretta comunicazione" fornita dalla Commissione dal titolo "Union of Equality". Le linee guida contengono diversi capitoli in cui il trattamento egualitario della persona, secondo l'esecutivo Ue, va preso in considerazione. Nel decalogo della Commissione ci sono alcune raccomandazioni da usare sempre: "Non usare nomi o pronomi che siano legati al genere del soggetto; mantenere un equilibrio tra generi nell'organizzazione di ogni panel; se si utilizza un contenuto audiovisivo o testimonianze, assicurarsi la diversità sia rappresentata in ogni suo aspetto; non rivolgersi alla platea con le parole 'ladies' o 'gentleman' ma utilizzare un generico 'dear colleagues'; quando si parla di transessuali identificarli secondo la loro indicazione; non usare la parola 'elderly' (gli anziani) ma 'older people' (la popolazione più adulta, ndr); parlare di persone con disabilità con riferimento prioritario alla persona (ad esempio al posto di 'Mario Rossi è disabile' va utilizzato 'Mario Rossi ha una disabilità')". Nelle linee guida ci sono anche riferimenti ad una "corretta" comunicazione in merito alle religioni. Ad esempio nel testo si consiglia, in qualsiasi contenuto comunicativo, di "non usare nomi propri tipici di una specifica religione". In merito alle festività la commissione chiede di "evitare di dare per scontato che tutti siano cristiani". Con tanto di esempi: al posto di dire o scrivere "Natale è stressante" l'esecutivo europeo invita ad utilizzare le parole: 'Le festività sono stressanti'". Immediata la reazione del centrodestra italiano. Antonio Tajani e Forza Italia, in un'interrogazione scritta alla Commissione Ue, chiedono che il riferimento al Natale nelle linee guida venga modificato, "nel rispetto delle radici cristiane dell'Unione europea". E la Lega attacca: "Dietro una comunicazione formalmente anti-discriminatoria e neutrale, si nasconde la violenza del pensiero unico, che l'Ue ha ormai sposato appieno. La volontà sempre quella di riscrivere l'idea di società, di famiglia, di natura, di vita. La tecnica è ormai nota: si cambiano le parole, si rovesciano i significati, si introduce una neo-lingua che cambia il modo di pensare dei cittadini. Siamo orgogliosi dei nostri valori e delle nostre tradizioni. Non ci faremo uniformare dall'Ue. Mi sono già attivata per presentare un'interrogazione alla Commissione Europea, perché quando si perde la battaglia delle parole, si perde la battaglia delle idee". Lo dichiara Simona Baldassarre, europarlamentare e responsabile del Dipartimento Famiglia della Lega.

In Europa vietato dire "Natale" e perfino chiamarsi Maria. Francesco Giubilei il 28 Novembre 2021 su Il Giornale. Il documento interno della Commissione: no all'uso di "Miss o Msr", basta riferimenti religiosi e nomi cristiani. Se ce lo avessero raccontato e non lo avessimo letto nero su bianco in una comunicazione ufficiale della Commissione europea, non ci avremmo creduto perché i contenuti delle nuove linee guida per una «comunicazione inclusiva» hanno dell'incredibile. In un documento per circolazione interna di cui Il Giornale è entrato in possesso in esclusiva intitolato #UnionOfEquality. European Commission Guidelines for Inclusive Communication, vengono indicati i criteri da adottare per i dipendenti della Commissione nella comunicazione esterna ed interna. Come scrive nella premessa il Commissario per l'uguaglianza Helena Dalli «dobbiamo sempre offrire una comunicazione inclusiva, garantendo così che tutti siano apprezzati e riconosciuti in tutto il nostro materiale indipendentemente dal sesso, razza o origine etnica, religione o credo, disabilità, età o orientamento sessuale». Per farlo la Commissione europea indica una serie di regole che non solo cancellano convenzioni e parole usate da sempre ma contraddicono il buon senso. Vietato utilizzare nomi di genere come «operai o poliziotti» o usare il pronome maschile come pronome predefinito, vietato organizzare discussioni con un solo genere rappresentato (solo uomini o solo donne) e ancora, vietato utilizzare «Miss o Mrs» a meno che non sia il destinatario della comunicazione a esplicitarlo. Ma non è finita: non si può iniziare una conferenza rivolgendosi al pubblico con la consueta espressione «Signori e signore» ma occorre utilizzare la formula neutra «cari colleghi». Il documento si sofferma su ambiti specifici come il «gender», «Lgbtiq», i temi «razziali ed etnici» o le «culture, stili di vita e credenze» con una tabella che indica cosa si può o meno fare basata sulla pretesa di regolamentare tutto creando una nuova lingua che non ammette la spontaneità: «Fai attenzione a non menzionare sempre prima lo stesso sesso nell'ordine delle parole, o a rivolgerti a uomini e donne in modo diverso (ad esempio un uomo per cognome, una donna per nome)»; e ancora «quando scegli le immagini per accompagnare la tua comunicazione, assicurarsi che le donne e le ragazze non siano rappresentate in ambito domestico o in ruoli passivi mentre gli uomini sono attivi e avventurosi». Una volontà di cancellazione del genere maschile e femminile che raggiunge livelli paradossali quando la Commissione scrive che bisogna evitare di usare espressioni come «il fuoco è la più grande invenzione dell'uomo» ma è giusto dire «il fuoco è la più grande invenzione dell'umanità». È evidente che dietro la ridefinizione del linguaggio si celi la volontà di cambiare la società europea, le nostre usanze e tradizioni come emerge dal capitolo dedicato alle «culture, stili di vita o credenze». La Commissione europea ci tiene a sottolineare di «evitare di considerare che chiunque sia cristiano» perciò «non tutti celebrano le vacanze natalizie (...) bisogna essere sensibili al fatto che le persone abbiano differenti tradizioni religiose». C'è però un'enorme differenza tra il rispetto di tutte le religioni e vergognarsi o cancellare le radici cristiane che sono alla base dell'Europa e della nostra identità. In nome dell'inclusività la Commissione europea arriva a cancellare il Natale invitando a non utilizzare la frase «il periodo natalizio può essere stressante» ma dire «il periodo delle vacanze può essere stressante». Una volontà di eliminare il cristianesimo che si spinge oltre con la raccomandazione di usare nomi generici invece di «nomi cristiani» perciò, invece di «Maria e Giovanni sono una coppia internazionale», bisogna dire «Malika e Giulio sono una coppia internazionale». Fino ad arrivare allo sprezzo del ridicolo che impone di contrastare la connotazione negativa di parole come colonialismo: vietato dire «colonizzazione di Marte» o «insediamento umano su Marte», meglio affermare «inviare umani su Marte». Quando la tragedia lascia lo spazio alla farsa.

Bufera sulla censura Ue. "Cancella la nostra storia". Francesco Giubilei il 29 Novembre 2021 su Il Giornale. Spagna, Polonia e Ungheria contro il documento che "purifica" il linguaggio. Salvini: "Una follia". La scoperta da parte del Giornale di un documento della Commissione europea nato per circolazione interna con le «linee guida per una comunicazione inclusiva» sta facendo discutere a causa delle indicazioni che vietano di utilizzare il termine Natale, i nomi cristiani come Maria e Giovanni, l'espressione «signori e signore» arrivando a divieti paradossali come «colonizzare Marte» (la formula corretta dovrebbe essere «inviare umani su Marte»). Un vero e proprio vademecum del politicamente corretto che ha suscitato reazioni di sdegno da parte del mondo politico italiano. Se la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni ha affermato senza giri di parole: «Ora basta: la nostra storia e la nostra identità non si cancellano», il segretario della Lega Matteo Salvini l'ha definita «una follia» e il vicesegretario federale Lorenzo Fontana ha rincarato la dose: «Quanto avviene in questa Europa dove si impone una deriva antropologica e sociale dei nostri costumi e tradizioni, è un qualcosa di mostruoso. Dobbiamo combattere con tutte le nostre forze, perché questo non accada». Sulla stessa linea Marco Zanni, presidente al Parlamento europeo del gruppo Identity and democracy e il capo delegazione Lega Marco Campomenosi che in una nota congiunta hanno scritto: «È preoccupante che questo modo di ragionare sia fatto proprio dalle istituzioni europee: vorremmo che l'Europa usasse meglio i soldi dei cittadini, per risolvere questioni ben più concrete e urgenti. Non ci renderemo complici: continueremo a difendere i valori giudaico-cristiani dell'Europa e la sacrosanta libertà di espressione dei cittadini». Unanime la condanna anche in seno al gruppo dell'Ecr dove, se Carlo Fidanza ha affermato che «siamo alla follia! Un altro piccolo passo verso il nulla», l'europarlamentare spagnolo Jorge Buxadé, vicepresidente di Vox, non usa giri di parole per condannare il documento: «I barbari sono dentro». Uno sdegno che ha travalicato i confini dell'Italia, dalla Spagna alla Polonia fino all'Ungheria dove Rodrigo Ballester, capo del Centro per gli Studi Europei dell'MCC di Budapest (principale collegio universitario ungherese), ha scritto un tweet per esprimere la sua disapprovazione. Eppure le follie della «comunicazione inclusiva» della Commissione europea non si fermano al Natale e all'abolizione dell'uomo e della donna ma abbracciano a trecentosessanta gradi ogni ambito della società mettendo in discussione principi come l'appartenenza nazionale e la famiglia. Nel documento si mette in guardia dall'offendere «persone apolidi o immigrati» invitando a evitare l'utilizzo del termine «cittadino» perché «non tutti nell'Ue sono cittadini», vietato perciò dire «tutti i cittadini hanno il diritto di essere sicuri». Non poteva infine mancare un attacco alla famiglia con l'invito a non descrivere le persone come sposate o single ed «evitare di legare il concetto di famiglia a uno status legale». Vale il principio che nessuno deve sentirsi offeso tranne i cristiani, chi crede nel valore della famiglia e nel rispetto della propria nazione, verso di loro tutto è concesso, anche cancellare millenni di storia.

Rivolta contro Bruxelles. Così in due anni è nato il bavaglio buonista. Francesco Giubilei il 30 Novembre 2021 su Il Giornale. È bufera sulle "linee guida Ue" del linguaggio inclusivo. Interrogazione di Tajani: lesa la libertà. Chissà cosa direbbero gli artefici dell'idea europea Schuman, De Gasperi e Adenauer se leggessero le linee guida della Commissione europea per una «comunicazione inclusiva» in cui si cancella il riferimento al Natale, ai nomi cristiani come Maria e Giovanni e alla differenza tra uomo e donna. Sembrano passati secoli dalla firma del Trattato di Roma nel 1957 intriso di valori cristiani con cui si posero le basi per la cooperazione europea eppure, confrontando il documento diffuso dalla Commissione con un testo analogo realizzato dal Parlamento europeo nel 2019, le differenze sono notevoli. In soli due anni è avvenuta un'accelerazione senza precedenti per ridefinire il linguaggio e cancellare espressioni, modi di dire e concetti che da sempre hanno fatto parte della nostra storia. Le «linee guida per la comunicazione inclusiva» redatte nel 2019 nascono per «garantire la parità di rappresentanza tra donne e uomini» e una «efficace sensibilizzazione e impegno per mettere le donne e gli uomini sullo stesso piano» poiché «la parità tra donne e uomini è un valore europeo saldamente radicato nei trattati». Nel 2019 si dà per implicita l'esistenza dei sessi uomo e donna e si aggiunge che le linee guida mirano a «riconoscere che gruppi target ampiamente definiti (giovani, dirigenti, ecc...) hanno segmenti diversi al loro interno, per esempio donne, uomini, persone identificate come lgbti, persone con disabilità, persone di diversa origine sociale o etnica, ecc. Pertanto, queste raccomandazioni mirano a riconoscere la piena diversità del pubblico definito e fare sforzi per garantire che nessuno venga respinto». Obiettivo delle linee guida del 2019 è assicurare il bilanciamento dei sessi tra i relatori negli eventi ed evitare di utilizzare espressioni o parole offensive verso i disabili. Si tratta di indicazioni ragionevoli e di buon senso e di tutt'altro tenore rispetto al documento «#UnionofEquality» scoperto da Il Giornale con una volontà di regolamentare e normare ogni discorso definendo quali parole si possono usare e quali no. Non a caso l'europarlamentare e coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani, ha presentato un'interrogazione alla Commissione europea chiedendo se linee guida per la comunicazione inclusiva «rispettino l'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo sul principio della libertà di espressione, che include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza ingerenza da parte delle autorità pubbliche?» aggiungendo: «Nel rispetto del principio di inclusività, quali misure intende adottare per rispettare la sensibilità della maggioranza dei dipendenti della Commissione europea? Intende modificare queste linee guida, nel rispetto delle radici cristiane dell'Unione europea?». Un'interrogazione presentata anche dell'europarlamentare Nicola Procaccini del gruppo Ecr per chiedere spiegazioni sul documento che, più che promuovere una comunicazione inclusiva, sembra voler escludere cristiani e cittadini di buon senso.

FRANCESCO GIUBILEI, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università Giustino Fortunato di Benevento e Presidente della Fondazione Tatarella. Collabora con “Il Giornale” e ha pubblicato otto libri (tradotti negli Stati Uniti, in Serbia e in Ungheria), l’ultimo Conservare la natura. Perché l’ambiente è un tema caro alla destra e ai conservatori. Nel 2017 ha fondato l’associazione Nazione Futura, membro del comitato scientifico di alcune fondazioni, fa parte degli Aspen Junior Fellows. È stato inserito da “Forbes” tra i 100 giovani under 30 più influenti d’Italia.

Chiara Baldi per "la Stampa" il 29 novembre 2021. A distanza di quattro giorni Martino Mora, professore di ruolo di storia e filosofia al liceo Scientifico Bottoni di Milano, ne è ancora convinto: «Quel vestiario era inaccettabile, totalmente inadeguato al contesto. E avrei avuto la stessa reazione se fossero venuti vestiti da clown o da Babbo Natale». L'abbigliamento «inaccettabile» è quello che tre studenti della terza D hanno indossato lo scorso 25 novembre, in occasione della Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne: un abito lungo («che era quello che mi ha dato più fastidio di tutti», dice Mora) e un tutù da ballerina («che ho visto solo dopo perché era seduto al banco»). Un terzo, poi, si era dipinto le unghie di rosso. Un gesto di solidarietà che al professore - che sul suo profilo Facebook esterna spesso con toni non proprio benevoli su donne, omosessuali, chiesa, giornali e vaccini - non è piaciuto. «Per solidarizzare con le donne - commenta - non c'è bisogno di vestirsi da donne. Io - prosegue - a scuola vado in giacca e cravatta non perché voglio fare l'elegantone ma perché considero la scuola un santuario di cultura e educazione che merita un vestiario adeguato. E voglio che gli alunni facciano lo stesso: non siamo al Carnevale di Viareggio». E così, i tre sono stati invitati a uscire dalla classe e, dopo essersi rivolti alla preside Giovanna Mezzatesta, è stato il professor Mora a essere cacciato. «La dottoressa Mezzatesta ha dato un ordine che non poteva dare, quello di allontanarmi da scuola, sono quindi io la parte lesa», rincara la dose l'insegnante. La vicenda però non si è conclusa giovedì ma ha avuto degli strascichi: sabato, infatti, gli studenti di due altre classi - la quarta e la quinta della sezione D - sono usciti dall'aula durante l'ora del professor Mora, in segno di protesta. «Ci siamo rifiutati di seguire la sua lezione per difendere le nostre idee», hanno scritto sul profilo Instagram dell'istituto, raccogliendo quasi 6 mila like. E anche il commento di un altro professore della scuola, Lorenzo Mazzi, che ha proposto una mozione in favore degli studenti e già firmata da buona parte degli altri insegnanti. «I docenti del Bottoni sono orgogliosi del vostro coraggio e del vostro impegno, avete tutto il nostro sostegno!», ha scritto Mazzi sotto al post su Instagram. La dirigente scolastica Mezzatesta, intanto, ha preso in mano la situazione: «Sto redigendo la relazione con i fatti accaduti, che sono due: il fatto che Mora non abbia assolto al compito di vigilanza poiché ha cacciato dalla classe tre alunni e, poi, che si sia rifiutato di fare lezione. Aggiungerò anche le varie schifezze che ha scritto su Facebook contro di me e contro la scuola. E appena sarà pronta la consegnerò all'ufficio scolastico provinciale, che prenderà provvedimenti nei suoi confronti», spiega. Per Mora è quasi certa la sospensione che potrebbe arrivare prima di Natale. Intanto, in queste ore, sono molti gli episodi «sgradevoli» che vengono riportati e che coinvolgono proprio il professore. Come quando un anno fa disse a una studentessa «prova a leggere questo testo, ammesso che voi donne sappiate leggere». Oppure quando, in occasione di una lezione in dad con la senatrice a vita Liliana Segre, il docente si fece scappare un «uff, della Segre non se ne può più!».

Natale salvo, sinistra triste: l'Unione europea ci ripensa, che amarezza per i compagni. Renato Farina su Libero Quotidiano l'1 dicembre 2021. Suonino le campane, si muovano gli zampognari. Va bé, non si usa più. Ma se non ora, quando? Il governo dell'Europa si è ritirato disordinatamente, magari nel castello di Erode dei nostri vecchi presepi. Si è arreso, alza le mani. Aveva ingaggiato la battaglia contro il Natale e contro i nomi di Maria e Giovanni perché troppo evocatori di Vangelo. Un po' come Ataturk aveva reinventato la lingua turca negli anni 30, omogeneizzando con la neo -lingua i neo -cervelli dei popoli dell'ex impero ottomano, così la commissaria europea alla Parità, Helena Dalli, aveva emesso con la dovuta solennità delle rivoluzioni epocali le "linee guida sulla comunicazione inclusiva". Era convinta di piantare le sue bandiere con serena facilità. Ha fatto male i suoi conti. Da ogni parte - più nell'opinione pubblica laica che in quella della ormai cedevole minoranza di credenti - si è alzato un no corale. Si trattava di un diktat con cui si vietava nelle comunicazioni dell'Unione Europea, perché facesse scuola ovunque, di citare l'evento di Betlemme e i suoi protagonisti su cui si è retta la nostra civiltà per duemila anni. La commissaria esigeva di sostituire il Natale con un generico riferimento alle Feste, e di sostituire Maria e Giovanni (ma forse intendevano Giuseppe) con la coppia internazionale Malika e Julio (sul serio!). La ministra Dalli ha preso atto della disfatta. «La mia iniziativa aveva lo scopo di raggiungere un obiettivo importante: illustrare la diversità della cultura europea e mostrare la natura inclusiva della Commissione europea verso tutti i ceti sociali e le credenze dei cittadini europei». Ahi ahi, è costretta a costatare: «Non è un documento maturo. Lo ritiro. Lavorerò ulteriormente su questo documento». Insomma, ci riproverà. Li conosciamo. Intanto però l'Europa per la prima volta in questo millennio deve posare a terra le insegne del progressismo post -cristiano, e deve rinunciare a imporre la rinuncia della propria identità simbolica alle nazioni. La marcia che pareva irresistibile dei devastatori della memoria ha subito così un altolà. Le truppe del politicamente corretto sono state costrette a una precipitosa ritirata, con tanto di pive nel sacco. La vicenda è densa di insegnamenti. Vuol dire che rassegnarsi è sbagliato, e opporsi a chi vuol finire il lavoro di estirpare le radici cristiane persino dal linguaggio. è vincente. La prossima mossa sarebbe stata quella di smetterla di contare gli anni a partire dal Natale, visto che si voleva vietarne il ricordo. Come è potuto accadere questo stop? Non è un fatto isolato. In Italia, per nostro piccolo, c'è stato un segnale analogo con l'affossamento del ddl Zan: rispettare le differenze, condannare le discriminazioni non deve e non può coincidere con il cedimento all'ideologia del gender e obbligo di professarla. Allo stesso modo rispettare i diversi credo religiosi e le varie tradizioni, non può voler dire vergognarsi della propria anima. Qualche volta la storia inaspettatamente si avvita su sé stessa. Chi pretendeva di dirigerne il corso come fossero le rapide del Nilo Bianco inciampa nella strana capacità dei popoli di fiutare i totalitarismi , e quello linguistico ne è una specie subdola, e di reagire. Il nome delle cose e la scelta di quelle importanti appartiene alla libertà di essere sé stessi. Forse il politicamente corretto ha raggiunto il suo culmine. Poi si scende. E chi credeva di guidare il destino della gente galoppando sul cavallo bianco verso un mondo dove tutto è banalmente uguale, una sorta di nulla dove tutti anneghiamo nel caramello, senza bandiere, senza differenze sessuali, senza latino, senza Gesù Cristo, bé, è andato a sbattere contro il tram. Così Helena Dalli fa il verso a quel «contrordine compagni» inventato da Giovannino Guareschi onde descrivere le istruttive vicende dei trinariciuti. Ricordate? La vittoria del comunismo pareva una cuccagna da acchiappare al volo. Il Colosso è crollato sui suoi piedi di argilla (anche se non in Italia, dove camaleonticamente ha cambiato pelle ma non palle). Ora la partita si gioca su un altro fronte. Non c'è il Muro di Berlino, ma un muro linguistico in cui rinchiudere i popoli, a cui si gettano come nutrimento cacchette di parole dolci e suadenti, dotate del sacro sigillo della parità di genere e della fluidità delle fedi. Linguaggi che promettono pace, e invece sono lapidi di cimiteri senza luna. Ecco, quanto accaduto ieri ci dice che forse non finirà così. Ai guardiani del lager si è inceppato il fucile.

Natale salvo, sinistra triste: l'Unione europea ci ripensa, che amarezza per i compagni. Renato Farina su Libero Quotidiano l'1 dicembre 2021. Suonino le campane, si muovano gli zampognari. Va bé, non si usa più. Ma se non ora, quando? Il governo dell'Europa si è ritirato disordinatamente, magari nel castello di Erode dei nostri vecchi presepi. Si è arreso, alza le mani. Aveva ingaggiato la battaglia contro il Natale e contro i nomi di Maria e Giovanni perché troppo evocatori di Vangelo. Un po' come Ataturk aveva reinventato la lingua turca negli anni 30, omogeneizzando con la neo -lingua i neo -cervelli dei popoli dell'ex impero ottomano, così la commissaria europea alla Parità, Helena Dalli, aveva emesso con la dovuta solennità delle rivoluzioni epocali le "linee guida sulla comunicazione inclusiva". Era convinta di piantare le sue bandiere con serena facilità. Ha fatto male i suoi conti. Da ogni parte - più nell'opinione pubblica laica che in quella della ormai cedevole minoranza di credenti - si è alzato un no corale. Si trattava di un diktat con cui si vietava nelle comunicazioni dell'Unione Europea, perché facesse scuola ovunque, di citare l'evento di Betlemme e i suoi protagonisti su cui si è retta la nostra civiltà per duemila anni. La commissaria esigeva di sostituire il Natale con un generico riferimento alle Feste, e di sostituire Maria e Giovanni (ma forse intendevano Giuseppe) con la coppia internazionale Malika e Julio (sul serio!). La ministra Dalli ha preso atto della disfatta. «La mia iniziativa aveva lo scopo di raggiungere un obiettivo importante: illustrare la diversità della cultura europea e mostrare la natura inclusiva della Commissione europea verso tutti i ceti sociali e le credenze dei cittadini europei». Ahi ahi, è costretta a costatare: «Non è un documento maturo. Lo ritiro. Lavorerò ulteriormente su questo documento». Insomma, ci riproverà. Li conosciamo. Intanto però l'Europa per la prima volta in questo millennio deve posare a terra le insegne del progressismo post -cristiano, e deve rinunciare a imporre la rinuncia della propria identità simbolica alle nazioni. La marcia che pareva irresistibile dei devastatori della memoria ha subito così un altolà. Le truppe del politicamente corretto sono state costrette a una precipitosa ritirata, con tanto di pive nel sacco. La vicenda è densa di insegnamenti. Vuol dire che rassegnarsi è sbagliato, e opporsi a chi vuol finire il lavoro di estirpare le radici cristiane persino dal linguaggio. è vincente. La prossima mossa sarebbe stata quella di smetterla di contare gli anni a partire dal Natale, visto che si voleva vietarne il ricordo. Come è potuto accadere questo stop? Non è un fatto isolato. In Italia, per nostro piccolo, c'è stato un segnale analogo con l'affossamento del ddl Zan: rispettare le differenze, condannare le discriminazioni non deve e non può coincidere con il cedimento all'ideologia del gender e obbligo di professarla. Allo stesso modo rispettare i diversi credo religiosi e le varie tradizioni, non può voler dire vergognarsi della propria anima. Qualche volta la storia inaspettatamente si avvita su sé stessa. Chi pretendeva di dirigerne il corso come fossero le rapide del Nilo Bianco inciampa nella strana capacità dei popoli di fiutare i totalitarismi , e quello linguistico ne è una specie subdola, e di reagire. Il nome delle cose e la scelta di quelle importanti appartiene alla libertà di essere sé stessi. Forse il politicamente corretto ha raggiunto il suo culmine. Poi si scende. E chi credeva di guidare il destino della gente galoppando sul cavallo bianco verso un mondo dove tutto è banalmente uguale, una sorta di nulla dove tutti anneghiamo nel caramello, senza bandiere, senza differenze sessuali, senza latino, senza Gesù Cristo, bé, è andato a sbattere contro il tram. Così Helena Dalli fa il verso a quel «contrordine compagni» inventato da Giovannino Guareschi onde descrivere le istruttive vicende dei trinariciuti. Ricordate? La vittoria del comunismo pareva una cuccagna da acchiappare al volo. Il Colosso è crollato sui suoi piedi di argilla (anche se non in Italia, dove camaleonticamente ha cambiato pelle ma non palle). Ora la partita si gioca su un altro fronte. Non c'è il Muro di Berlino, ma un muro linguistico in cui rinchiudere i popoli, a cui si gettano come nutrimento cacchette di parole dolci e suadenti, dotate del sacro sigillo della parità di genere e della fluidità delle fedi. Linguaggi che promettono pace, e invece sono lapidi di cimiteri senza luna. Ecco, quanto accaduto ieri ci dice che forse non finirà così. Ai guardiani del lager si è inceppato il fucile.

Il docente rischia la sospensione. Professore rifiuta di fare lezione agli studenti in gonna: la storia della ‘rivolta’ di alunni e dirigente del ‘Bottoni’ di Milano. Carmine Di Niro su Il Riformista il 29 Novembre 2021. È stato avviato un provvedimento disciplinare, col rischio di sospensione dal lavoro, per Martino Mora, professore del liceo scientifico Bottoni a Milano che venerdì 25 novembre, nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne e di genere, aveva rifiutato di fare lezione nella sua classe a causa di due studenti ‘colpevoli’ di indossare una gonna come gesto di solidarietà. Troppo, evidentemente, per il professore di storia, che prima ha chiesto di uscire dall’aula e poi si è rifiutato di continuare la sua lezione. La risposta al suo gesto è arrivata il giorno seguente anche da altre classi dell’istituto milanese: gli studenti della classe 4D sono usciti dall’aula rifiutandosi di ascoltare la lezione “per difendere le loro idee”, sedendosi in corridoio studiando per l’ora successiva. Una vicenda che ha aperto uno scontro senza precedenti tra il professor Mora e la dirigente scolastica del liceo Bottoni, Giovanna Mezzatesta. Intervista dal Fatto Quotidiano, la dirigente ha fornito la sua versione dei fatti: “Alla prima ora quando il professore ha cacciato fuori dall’aula i ragazzi vestiti da donna, la mia collaboratrice l’ha invitato a farli rientrare. Quando sono arrivata a scuola è venuto nel mio ufficio dicendomi che non avrebbe fatto lezione con “dei travestiti”. A quel punto l’ho invitato a tornare in classe perché in quel modo avrebbe violato il diritto allo studio degli studenti”. Da parte sua Mora avrebbe proposto di restare a disposizione della scuola in sala insegnanti senza rientrare in classe, soluzione rifiutata però dalla dirigente: “Non potevo certo chiamare un supplente perché il professore non voleva far lezione ai ragazzi in gonna. Ho detto che o tornava ad insegnare o sarebbe dovuto andare a casa”, cosa poi accaduta. Diversa, e non poteva essere altrimenti, la versione raccontata su Facebook dal professore nel giorno stesso in cui è avvenuto l’episodio: “La preside del liceo dove insegno mi ha cacciato da scuola. Stamattina. Mi ha cacciato poiché le avevo detto che non intendevo fare lezione in presenza di un allievo maschio che si è presentato travestito da donna dalla testa ai piedi. A questo punto la “signora” in questione mi ha messo brutalmente e arbitrariamente di fronte all’aut aut: o avrei fatto lezione facendo finta di nulla, o avrei dovuto lasciare immediatamente la scuola. Alla mia risposta che mi sembrava molto più onorevole la seconda possibilità, ella mi ha cacciato”. Posizioni inconciliabili, come evidente. La dirigente Mezzatesta è pronta però ad andare fino in fondo alla storia e sta preparando una relazione su quanto accaduto: “Mora non ha assolto al compito di vigilanza poiché ha cacciato dalla classe tre alunni e, poi, si è rifiutato di fare lezione. Appena sarà pronta la consegnerò all’ufficio scolastico provinciale, che prenderà provvedimenti nei suoi confronti”, ha spiegato a La Stampa la dirigente. CHI E’ MORA – Il professore da parte sua si dice pronto a pagare “il prezzo dell’isolamento e dell’ingiustizia”, annunciando una forma di martirio contro quella che definisce “paccottiglia sub-culturale anglosassone e politicamente corretta che sta prendendo il sopravvento anche qui”. Ma il suo profilo Facebook, aperto al pubblico, si possono notare altre posizioni ‘borderline’ su altri temi: da Draghi al vaccino, dal ddl Zan al suicidio assistito, fino ai giornalisti. Draghi, per esempio, viene definito in un post “sacerdote del dio denaro, il banchiere dei banchieri, il delegato di Wall Strett, l’amico di Big Pharma, l’uomo di fiducia degli strozzini globali, il mandatario degli usurai”. Il potere dei media è invece gestito, secondo Mora, da “uomini di tale profonda, luceferina malvagità, da lasciare sgomenti”, il tutto perché i grandi giornali “criminalizzano i renitenti al siero magico della multinazionali del farmaco, che trattano come untori e potenziali assassini”. 

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Valeria Braghieri per “il Giornale” il 27 ottobre 2020. Già la moglie ci procurava una punta di fastidio. Sensazione irrazionale e ingenerosa, per carità. Ma ci è sempre apparsa un po' superflua tra renne, elfi, campanellini, pacchetti e notti di consegne. E infatti il massimo che le sia mai stato concesso, nell'immaginario comune quanto nei libri e nei film, è stato preparare una cioccolata calda al marito prima della partenza in slitta, o scaldargli i piedi sotto le coperte una volta di rientro, al Polo Nord. Voluminosa come lui, vestita di rosso come lui... ma insomma diciamocelo, la moglie di Babbo Natale, non ha mai aggiunto nulla. E anche ai fini dell'atmosfera di magia non è mai servita un granché. Adesso, dopo non aver mai digerito fino in fondo la legittima consorte, il servizio di Poste norvegese, Posten, ci chiede di immaginare Babbo Natale in compagnia di un amante. Maschio. Per celebrare i cinquant'anni dal giorno in cui il Paese ha reso legale amare chi si vuole, l'azienda ha realizzato uno spot in cui, di anno in anno, Santa Claus, coltiva un romantico sentimento nei confronti di un aitante cinquantenne, tale Harry. I due si incontrano solo il 25 dicembre, in occasione della consegna natalizia. Babbo Natale si cala dal camino, si aggira nel soggiorno e il padrone di casa lo sorprende. I due si siedono sul divano, sorseggiano qualcosa, si guardano negli occhi... Si comprende subito che tra loro è amore al primo punch. Ma avere un solo giorno di approcci all'anno rende la faccenda un tantino sfinente. Ad ogni incontro qualche nuova ruga e qualche capello bianco in più. Così nello spot si va «avanti veloci» fino all'happy end: un bacio sulle labbra davanti all'albero addobbato. Un'atmosfera rarefatta, il camino acceso, il mondo fuori, che pare aver messo il silenziatore, un Babbo Natale innamorato e un amante impaziente. Ecco come, da oggi, i bambini norvegesi potranno immaginarsi Santa Claus e i suoi magici viaggi. Aspettando regali che evidentemente lui non avrà mai il tempo di consegnare…Per noi Babbo Natale andava benissimo completamente asessuato com'era. Una moglie, un amante, i piedi freddi, il punch caldo... tutta roba che serve solo a rovinare le favole. 

Luigi Ferrarella per corriere.it il 3 novembre 2021. La I Corte d’Appello penale di Milano ha assolto, ribaltando la condanna di primo grado, il fotografo Oliviero Toscani dall’accusa di vilipendio della religione cattolica, per la quale il Tribunale gli aveva invece inflitto una multa di 4 mila euro. Nella trasmissione radiofonica «La Zanzara» del 2 maggio 2014 su Radio 24, interpellato dai conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo sulla pedofilia nella Chiesa, Toscani aveva immaginato di essere un marziano atterrato in una chiesa e, in questa chiave, si era lanciato in paradossi sull’iconografia religiosa: «Vedi uno inchiodato alla croce, un altare con bambini nudi che volano… Poi quell’altro sanguinante... la Chiesa sembra un club sadomaso». E aveva poi lamentato che «Papa Bergoglio dice cose banali», e che «fanno santo Wojtyla che era contro il preservativo in Africa, un assassino».

La querela delle associazioni Pro vita

Cattivo gusto, forse, ma anche vilipendio per il pm Stefano Civardi che aveva istruito il processo, nel quale le associazioni querelanti, «Giuristi per la vita» e «Pro vita», avevano chiesto 100 mila euro l’una di danni, ottenendo 500 euro dal giudice Ambrogio Moccia. «Io sono credente, a modo mio. Sono religiosamente laico, ma soprattutto sono per la libertà di pensiero, di critica. Mi offende — aveva protestato Toscani all’epoca — ritrovarmi condannato per vilipendio della religione e dei Papi, quando ho fatto solo critiche estetiche o di scelte politiche, non certo in materia religiosa. La verità è che noi in Italia non siamo ancora un paese laico, anzi siamo tornati indietro di decenni. Ma non mi arrendo: farò appello con il mio avvocato Caterina Malavenda». E ora l’Appello (motivazione fra 60 giorni) l’ha assolto, aderendo peraltro alla non scontata richiesta di assoluzione formulata anche dal sostituto procuratore generale Cuno Tarfusser.

Giorgio Gandola per “La Verità” il 29 ottobre 2021. Le vette imbarazzanti del presepe di Guerre Stellari non si raggiungeranno e Darth Vader, il principe nero della forza oscura che nel dicembre scorso vagava fra le sacre statuine, è rientrato fra gli jedi. È l'unica buona notizia in arrivo da San Pietro, dove neppure quest'anno si torna alla tradizione: il presepe del 2021 sarà una rappresentazione andina e Gesù Bambino avrà le sembianze di un indio Hilipuska, avvolto dalla tipica coperta huancavelica, legato con un «chumpi», la caratteristica cintura intrecciata. Nulla si sa (e molto si teme) su un'eventuale colonna sonora degli Inti Illimani. In piena sintonia con il terzomondismo spinto di papa Francesco, la natività si preannuncia ancora una volta alternativa; i 30 pezzi realizzati in ceramica, legno di agave e vetroresina, saranno a grandezza naturale, addobbati con i tipici costumi peruviani. Anche l'arcangelo Gabriele si prende una pausa; la nascita del Salvatore verrà annunciata da un angioletto che suonerà il wajrapuco, antico strumento a fiato. Lo specifica una nota vaticana con dettagli da Garabombo: ci saranno animali della fauna locale (alpaca, vigogne, lama, il condor andino) e nelle bisacce dei Re Magi spunteranno alimenti caratteristici come quinoa, canihua, kiwicha, ormai noti anche sulla tavola dell'annoiato Occidente globalista. «Il presepe peruviano vuole ricordare» sottolinea il comunicato, «i 200 anni dell'indipendenza del Perù, riprodurre uno spaccato di vita dei popoli delle Ande e simboleggiare la chiamata universale alla salvezza». Senza quest'ultima allegoria potrebbe essere uno spot laico da Emergency, da circolo Arci o da agenzia di viaggi con mete sudamericane da proporre, più proiettato verso gli idoli e la teologia della liberazione che al messaggio evangelico. L'allestimento sarà pronto per il 15 dicembre ed è destinato a suscitare polemiche negli ambienti ecclesiastici ancorati alla tradizione, ancora una volta sorpresi da un messaggio che conferma la decadenza della cattolicità vittima del modernismo e la spinta verso una Chiesa new age. Due anni fa, durante il sinodo dell'Amazzonia, statuette pagane esposte nella chiesa di Santa Maria Traspontina furono gettate nel Tevere per protesta da fedeli ultraconservatori. Da qualche tempo davanti a San Pietro va in scena una corsa al ribasso sui temi dell'esotismo e dell'eccentricità. Niente di male, ma con questi presupposti sarà ancora una volta difficile far comprendere ai fedeli il significato più intimo e religioso dell'Evento. L'anno scorso neppure il papa andò all'inaugurazione del presepe modernista, e dall'Angelus nella domenica prima di Natale invitò i pellegrini a visitare la mostra dei 100 presepi allestita sotto il colonnato ma non quello in piazza. L'ultima natività rispettosa della tradizione fu nel 2019, con lo stupendo presepe di legno della Valsugana, ma la tendenza francescana è stupire. Nessuno ha ancora dimenticato il presepe di sabbia del 2018, un bassorilievo con granelli della spiaggia di Jesolo modellati da tre scultori (un olandese, un russo e un ceco) partendo da una piramide che faceva tanto antico Egitto. Nel 2017 altro exploit: il presepe Lgbt composto da statuine ambigue come il pastore seminudo dai muscoli scolpiti che giaceva lascivo, il cadavere con un braccio che penzolava da una barella, l'arcangelo Gabriele con ghirlanda arcobaleno e la cupola di San Pietro semidistrutta. Più che un'opera di spiritualità sembrava la sua negazione. Allora l'ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò disse con severo realismo: «Il brutto non è altro che la faccia estetica del male».  

Religione o civiltà? Non togliete quel crocifisso è il segno del dolore umano. Natalia Ginzburg su Il Riformista il 21 Settembre 2021. Dicono che il crocifisso deve essere tolto dalle aule della scuola. Il nostro è uno stato laico che non ha diritto di imporre che nelle aule ci sia il crocifisso. La signora Maria Vittoria Montagnana, insegnante a Cuneo, aveva tolto il crocefisso dalle pareti della sua classe. Le autorità scolastiche le hanno imposto di riappenderlo. Ora si sta battendo per poterlo togliere di nuovo, e perché lo tolgano da tutte le classi nel nostro Paese. Per quanto riguarda la sua propria classe, ha pienamente ragione. Però a me dispiace che il crocifisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita. Tutte o quasi tutte le persone che conosco dicono che va tolto. Altre dicono che è una cosa di nessuna importanza. I problemi sono tanti e drammatici, nella scuola e altrove, e questo è un problema da nulla. È vero. Pure, a me dispiace che il crocifisso scompaia. Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non venisse toccato. Ogni imposizione delle autorità è orrenda, per quanto riguarda il crocefisso sulle pareti. Non può essere obbligatorio appenderlo. Però secondo me non può nemmeno essere obbligatorio toglierlo. Un insegnante deve poterlo appendere, se lo vuole, e toglierlo se non vuole. Dovrebbe essere una libera scelta. Sarebbe giusto anche consigliarsi con i bambini. Se uno solo dei bambini lo volesse, dargli ascolto e ubbidire. A un bambino che desidera un crocefisso appeso al muro, nella sua classe, bisogna ubbidire. Il crocifisso in classe non può essere altro che l’espressione di un desiderio. I desideri, quando sono innocenti, vanno rispettati. L’ora di religione è una prepotenza politica. È una lezione. Vi si spendono delle parole. La scuola è di tutti, cattolici e non cattolici. Perché vi si deve insegnare la religione cattolica? Ma il crocifisso non insegna nulla. Tace. L’ora di religione genera una discriminazione fra cattolici e non cattolici, fra quelli che restano nella classe in quell’ora e quelli che si alzano e se ne vanno. Ma il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo forse smettere di dire così? Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. È muto e silenzioso. C’è stato sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente, una parte del muro. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un solo bambino, può essere qualcosa dì particolare, che suscita pensieri contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati. Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo, cancella l’idea di Dio ma conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini. E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici. Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade. Si parla tanto di pace, ma che cosa dire, a proposito della pace, oltre a queste semplici parole? Sono l’esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo. Ci pensiamo sempre, trovando esattamente difficile amare noi stessi e amare il prossimo più difficile ancora, o anzi forse completamente impossibile, e tuttavia sentendo che là è la chiave di tutto. Il crocifisso queste parole non le evoca, perché siamo abituati a veder quel piccolo segno appeso, e tante volte ci sembra non altro che una parte dei muro. Ma se ci viene di pensare che a dirle è stato Cristo, ci dispiace troppo che debba sparire dal muro quel piccolo segno. Cristo ha detto anche: “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”. Quando e dove saranno saziati? In cielo, dicono i credenti. Gli altri invece non sanno né quando né dove, ma queste parole fanno, chissà perché, sentire la fame e la sete di giustizia più severe, più ardenti e più forti. Cristo ha scacciato i mercanti dal Tempio. Se fosse qui oggi non farebbe che scacciare mercanti. Per i veri cattolici, deve essere arduo e doloroso muoversi nel cattolicesimo quale è oggi, muoversi in questa poltiglia schiumosa che è diventato il cattolicesimo, dove politica e religione sono sinistramente mischiate. Deve essere arduo e doloroso, per loro, districare da questa poltiglia l’integrità e la sincerità della propria fede. lo credo che i laici dovrebbero pensare più spesso ai veri cattolici. Semplicemente per ricordarsi che esistono, e studiarsi di riconoscerli, nella schiumosa poltiglia che è oggi il mondo cattolico e che essi giustamente odiano. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. I modi di guardarlo e non guardarlo sono, come abbiamo detto, molti. Oltre ai credenti e non credenti, ai cattolici falsi e veri, esistono anche quelli che credono qualche volta sì e qualche volta no. Essi sanno bene una cosa sola, che il credere, e il non credere vanno e vengono come le onde dei mare. Hanno le idee, in genere, piuttosto confuse e incerte. Soffrono di cose di cui nessuno soffre. Amano magari il crocifisso e non sanno perché. Amano vederlo sulla parete. Certe volte non credono a nulla. È tolleranza consentire a ognuno di costruire intorno a un crocifisso i più incerti e contrastanti pensieri. Natalia Ginzburg

Il professore "no crocifisso" è anche un No Pass. Redazione l'11 Settembre 2021 su Il Giornale. No crocifisso, ma anche no green pass. Franco Coppoli, il professore che ha scatenato il bailamme sull'opportunità che il crocifisso stia nelle classi scolastiche si oppone anche al passaporto vaccinale. No crocifisso, ma anche no green pass. Franco Coppoli, il professore che ha scatenato il bailamme sull'opportunità che il crocifisso stia nelle classi scolastiche, ha «celebrato» la sentenza della Cassazione sulla sua vicenda nel corso di una riunione sindacale al cui ordine del giorno c'era l'opposizione al passaporto vaccinale. Giovedì, quando la suprema corte si è espressa sul suo caso, era impegnato in una tempestosa assemblea per il no green pass. Malgrado ciò ha trovato il tempo per affidare il suo sentimento all'Uaar, l'unione degli atei e degli agnostici: «Una sentenza importante che finalmente annulla la sanzione disciplinare e definisce illegittimi l'ordine di servizio e la circolare del dirigente scolastico che imponevano il crocifisso in classe». Diciamo che il professor Coppoli ha interpretato il giudizio della Cassazione in modo a dir poco soggettivo. Guardando il bicchiere mezzo pieno, quando a essere obiettivi per lui era per tre quarti vuoto. La Suprema Corte giovedì infatti ha stabilito con la sentenza numero 24414, che il crocifisso a scuola non è un atto di discriminazione se questo viene affisso sul muro della classe durante le lezioni di un docente che non lo vuole, ma ha invitato le scuole a trovare una soluzione condivisa che rispetti anche il punto di vista dell'«obiettore». E infatti la Cassazione, pur se ha annullato la sanzione disciplinare a carico del professore, non gli ha riconosciuto il risarcimento da lui richiesto. La crociata di Coppoli contro il crocifisso in classe parte nel 2009, quando il professore ogni volta che entrava in classe per la lezione, smontava il crocifisso dal muro per poi rimetterlo a suo posto durante le sue lezioni e rimettendolo al suo posto quando aveva finito. Un comportamento che gli era costato una sospensione di trenta giorni senza stipendio, una denuncia alla Procura della Repubblica e un deferimento davanti all'organo di disciplina del Consiglio nazionale della pubblica istruzione, con il rischio del licenziamento. Poi, nel 2015, aveva preso a coprire il crocifisso con la Costituzione: altri 30 giorni di stop.

Orlando Sacchelli per ilgiornale.it il 9 settembre 2021. Il crocifisso, simbolo della cristianità e, nel corso della storia, vittima di oppressioni e violenze, non discrimina nessuno. Lo ha stabilito la Cassazione in una sentenza in cui afferma che ad esso "si legano, in un Paese come l’Italia, l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo", ribadendo che "non costituisce un atto di discriminazione del docente dissenziente per causa di religione”. La sentenza delle sezioni unite civili della Suprema Corte, depositata oggi, riguardava un ricorso contro l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. Il simbolo religioso non discrimina, dicono i giudici, che invitano tuttavia la comunità scolastica a cercare una soluzione condivisa. Non viene esclusa la presenza di altri simboli religiosi. L’aula "può accogliere" la presenza del crocifisso, si legge nella sentemza, quando la comunità scolastica interessata "valuti e decida in autonomia di esporlo" (deve essere, quindi, una scelta autonoma, non imposta), eventualmente "accompagnandolo con i simboli di altre confessioni presenti nella classe" e in ogni caso ricercando un "ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi". 

Il caso in una scuola di Terni. La questione esaminata dai giudici riguardava l’ordine di esporre il crocifisso - impartito dal dirigente scolastico di un istituto professionale statale di Terni, tenendo conto di una delibera assunta a maggioranza dall’assemblea di classe degli studenti - e la libertà di coscienza di un docente che desiderava fare le sue lezioni senza il simbolo religioso appeso alla parete. Secondo la Corte il regolamento che disciplina la materia, risalente agli anni venti del Novecento, è suscettibile di essere interpretata in senso conforme alla Costituzione. L’aula può decidere sulla presenza o meno del crocifisso mentre il docente non ha un potere di veto o di interdizione. La scuola deve comunque cercare di trovare una soluzione che tenga conto anche del punto di vista del docente e che rispetti la sua "libertà negativa di religione”. Per questo, la circolare del dirigente scolastico, che si limitava a ordinare l'affissione, è stata ritenuta dalla Corte "non conforme al modello e al metodo di una comunità scolastica dialogante che ricerca una soluzione condivisa nel rispetto delle diverse sensibilità" e per questo è stata annullata la sanzione disciplinare (sospensione per 30 giorni) che era stata inflitta al professore.

L'obbligo di esporlo è incostituzionale. Benedetto Croce, filosofo liberale, in un breve saggio spiegò perché "non possiamo non dirci cristiani". Per lui, profondamente laico, la storia dimostrava cioè che era stato il successo storico del Cristianesimo più che il suo messaggio religioso a imporsi nelle coscienze. Ma se non possiamo non dirci cristiani, culturalmente parlando, in base alla Costituzione italiana l'affissione obbligatoria del simbolo religioso non è consentita. "L’articolo 118 del regio decreto 965 del 1924 - si legge nella sentenza - che comprende il crocifisso tra gli arredi scolastici, deve essere interpretato in conformità alla Costituzione e alla legislazione che dei principi costituzionali costituisce svolgimento ed attuazione, nel senso che la comunità scolastica può decidere se esporre il crocifisso in aula con valutazione del fatto che sia frutto del rispetto delle convinzioni di tutti i componenti della medesima comunità, ricercando un ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi”. Ai ragazzi e ai loro insegnanti il compito di trovare un accordo, che non preveda imposizioni ma neanche - ci permettiamo di ricordare - nessuna rinuncia all'insegna del "volemose bene" e cancelliamo la nostra storia, tradizione e cultura. Quest'ultimo, forse, sarebbe il male maggiore. 

Sdegno Santanchè, la sentenza Ue vieta crocifisso e velo islamico in azienda: come se fossero la stessa cosa. Bianca Conte martedì 20 Luglio 2021 su Il Secolo d'Italia. Daniela Santanchè è fuori di sé. La sentenza Ue vieta crocifisso e velo islamico in azienda: «Come se fossero la stessa cosa». E in tweet esprime tutta la sua indignazione. «L’Unione europea ha deciso di vietare il velo islamico in azienda, simbolo di sottomissione e portato come vessillo dagli Stati che non firmano la convenzione sui diritti umani. Come contraltare però cosa ha deciso l’Ue? Di vietare anche il crocifisso al collo, come se fosse la stessa cosa. Sono matti!». Eloquente il tweet della senatrice di Fratelli d’Italia, Daniela Santanchè che riassume (ed al tempo stesso commenta) quanto decretato dalla Corte di giustizia dell’Ue con una sentenza finita nella bufera. Con le associazioni in difesa delle donne musulmane, in testa a tutti, sul piede di guerra. Non ci stanno: «Decisione islamofoba». E noi cristiani? La prima a farsi sentire e irrompere nel dibattito è appunto Daniela Santanchè, una donna e una esponente politica da sempre particolarmente sensibile sull’argomento. La prima, a sottolineare la non congruità di equiparare crocifisso e velo islamico «come se fossero la stessa cosa». E a scagliarsi contro un erroneo principio di omogeneizzazione che la sentenza legittimerebbe motivando con la sentenza l’esigenza di «presentarsi in modo neutrale nei confronti dei clienti o di prevenire conflitti sociali». Già, perché i giudici di Lussemburgo non ne fanno una questione particolare: al contrario, mescolano in un unico calderone giuridico. Sociale. Culturale e religioso, per stabilire il principio generale che mira a riconoscere la liceità del divieto di indossare in ufficio «qualsiasi forma visibile di espressione delle convinzioni politiche, filosofiche o religiose». Dunque, stando al verdetto Ue: che si tratti di velo islamico, crocifisso, simbolo del partito per cui si vota, è sempre la stessa cosa. E, messi sullo stesso piano, c’è la possibilità che il datore di lavoro possa impedire di indossare il velo. Portare al collo una collanina col crocifisso. Una spilla con il logo di un partito. E via discorrendo…Un provvedimento che applica improvvidamente il principio del «o tutti, o nessuno» che strizza all’occhio a una politica di neutralità declinata all’impresa – oltre che di  omogeneizzazione dei costumi sociali e religiosi – che nel cercare di salvare il dogma del politicamente corretto e far sì che non creino, in sostanza, discriminazioni di sorta, in realtà discrimina proprio mettendo sullo stesso piano il velo islamico e il crocifisso. E stabilendo che lo stop «deve limitarsi allo stretto necessario», ma deve scattare per tutti i “simboli” altrimenti si creerebbe una discriminazione di fatto.

Un verdetto che omogeneizza in un solo calderone simboli e indicatori sociali, sacro e profano. E così, nella loro decisione, i giudici hanno stabilito che, stando ai precedenti, «non costituisce una discriminazione diretta» il divieto di simboli ove questo «riguardi indifferentemente qualsiasi manifestazione di tali convinzioni» religiose o filosofiche. E laddove «tratti in maniera identica tutti i dipendenti dell’impresa. Imponendo loro, in maniera generale ed indiscriminata, una neutralità di abbigliamento che osta al fatto di indossare tali segni». Una soluzione che, nell’ecumenismo che prova a perseguire, omologa e ferisce sensibilità diverse messe sullo stesso piano. Come in un unico minestrone finiscono velo islamico e crocifisso. Simboli e indicatori sociali. Sacro e profano...

Vogliono toglierci pure il crocifisso dalle scuole. Francesco Boezi il 29 Giugno 2021 su Il Giornale. La Cassazione chiamata a pronunciarsi sul ricorso di un insegnante contrario al crocifisso nelle aule. I cattolici temono l'effetto domino. É un singolo episodio concreto, ma per qualcuno il vero rischio è l'effetto domino. Quello che può succedere dal giorno dopo. La presenza del crocifisso nelle aule scolastiche italiane è stato spesso al centro di discussioni politico-culturali.

Certa sinistra ha sempre riproposto la questione, specie quando altri cavalli di battaglia perdono in significato. A fasi alterne, insomma, ma con continuità. Si tratta di una polemica sempre verde. Le Sezioni unite della Corte di cassazione dovrebbero riunirsi nella prima metà di luglio per decidere sul ricorso di un docente che è incaricato in Umbria. Non è un periodo semplice per le identità in generale, figurarsi per quelle religiose. Lo sappiamo. Forse è anche per questo che il Centro Studi Rosario Livatino ha iniziato a puntare i riflettori sulla vicenda. Succede, secondo quanto raccontato a IlGiornale.it dal professor Filippo Vari, vice presidente del Livatino e professore ordinario di Diritto costituzionale presso l'Università Europea di Roma, che "un professore, vicino alla Unione Atei Agnostici Razionalisti" inizia a rimuovere durante le prime fasi delle sue lezioni "il crocifisso dal muro, contro la volontà espressa dagli studenti e contro un provvedimento del dirigente scolastico che chiedeva di rispettare tale volontà". A questo punto, sempre stando al racconto del costituzionalista, la "mancata osservanza del provvedimento" comporta la sospensione di trenta giorni delle funzioni e dello stipendio del docente. La faccenda però non passa in sordina, e il professore, dopo aver perso in primo grado ed in Appello, presenta ricorso in Cassazione. Arriviamo così ai giorni nostri, ossia in prossimità di una decisione che può fare notizia. Sono tempi, questi, in cui si fa un gran parlare della libertà d'espressione e, più in generale, del concetto stesso di libertà. Da un punto di vista culturale, attorno al crocifisso le posizioni sono cristalizzate da decenni: c'è chi lo percepisce proprio come un simbolo di libertà e che invece interpreta la presenza del Cristo sui muri delle aule scolastiche come una intollerabile imposizione nel contesto di uno Stato, che è laico. Gli anni trascorrono, ma i fronti restano in campo e più o meno ripetono sempre le consuete motivazioni. Anche per questo c'è curiosità per la pronuncia della Corte di cassazione. Un mesetto fa è intervenuto pure padre Federico Lombardi, che ha detto la sua su La Civiltà Cattolica. Ecclesiastici ed ambienti cattolici non possono che sperare che l'orientamento sia quello favorevole alla persistenza del crocifisso. Padre Lombardi ha parlato di "simbolo di prezioso contributo alla costruzione di una società fraterna". La Chiesa non può che fare la Chiesa. Un po', con le dovute proporzioni, come nel caso dei dubbi posti sul Ddl Zan. Il professor Vari dice che, con una sentenza favorevole alle istanze del professore, la Cassazione "finirebbe per affermare che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche dia vita a una discriminazione nel mondo del lavoro a carico dei non credenti, vietata dalla normativa antidiscriminatoria in vigore". L'effetto domino, appunto. "Facile immaginare - aggiunge il costituzionalista - che di fronte a una decisione delle Sezioni Unite della Cassazione si aprirebbe un dibattito pubblico sulle ragioni o sulla opportunità della esposizione dei simboli religiosi nelle scuole, nei tribunali, nei locali pubblici. Non è pensabile che su questi temi la parola definitiva sia ancora una volta quella del giudice, per quanto autorevolissimo". Il sottotesto è che la palla dovrebbe essere tra i piedi della politica. Che il legislatore dovrebbe farsi carico, forse una volta per tutte, di una preminenza in materia d'identità. Poi ci vengono esposti una serie di precedenti che potrebbero essere tenuti in considerazione dalle Sezioni unite: la compatibilità dell'esposizione del crocifisso con la CEDU dichiarata dalla Corte d'Europea - sottolinea sempre il professor Vari - e le pronunce in merito del Tar e del Consiglio di Stato. La giurisprudenza, ci pare di capire, non è contraria al crocifisso sui muri delle scuole italiane, tutt'altro. Qualche giorno ancora e sapremo. L'udienza dovrebbe essere fissata per il prossimo sei luglio. Poi sapremo se sarà polemica. 

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta".

Dagotraduzione dal Daily Best il 4 maggio 2021. Nel Medioevo ogni cristiano non poteva entrare in chiesa senza ascoltare la storia delle reliquie che vi erano custodite. Tutti amavano le reliquie e c'era una feroce competizione per il possesso delle spoglie di coloro che erano più vicini a Gesù. Dato che Cristo era asceso al cielo, i più vicini dovevano essere o suoi parenti o suoi seguaci, giusto? Non esattamente. C'era un pezzetto piuttosto importante del corpo di Gesù che alcuni credevano fosse rimasto sulla Terra: il suo prepuzio. Gesù era ebreo. Predicò nelle sinagoghe, fu chiamato rabbino e, come altri uomini ebrei, fu circonciso otto giorni dopo la sua nascita (Luca 2:21). Niente di strano, lo impone la legge tramandata da Dio ad Abramo nella Genesi 17. Tuttavia, l'apostolo Paolo non chiese ai suoi seguaci di circoncidersi per unirsi al cristianesimo, al contrario. Fu così che a un certo punto «i cristiani si trovarono a dover capire come e perché (e anche se) il loro salvatore aveva questo marchio ebraico sul suo corpo», racconta Andrew Jacobs del Center for the Study of World Religions presso la Harvard Divinity School e autore di «Christ Circumcised: A Study in Early Christian History and Difference». Le difficoltà sono aumentate quando i teologi cristiani hanno iniziato a sottolineare che «anche da bambino Cristo dovesse essere consapevole e avere il controllo di ciò che accadeva al suo corpo». Ma allora perché il bambino Gesù si è lasciato circoncidere? Nel Medioevo i cristiani avevano elaborato argomenti sofisticati per spiegare perché la circoncisione di Gesù non riguardava la sua ebraicità. Dissero che era stato circonciso per dimostrare che era effettivamente un essere umano; per porre fine alla legge adempiendola una volta per tutte (un'idea simile sul sacrificio si trova nell'Epistola agli Ebrei); o anche perché la sua circoncisione confermava la sua mascolinità. Il bestseller medievale «The Golden Legend» ha anche sostenuto l'idea che il giorno della circoncisione ha una funzione salvifica poiché è il giorno in cui Gesù inizia a versare sangue per l'umanità. È, dice Jacobs, «tutt'altro che una concessione alla legge ebraica!». Questa manovra teologica ha permesso ai cristiani di reclamare il prepuzio di Gesù come sacra reliquia. Ma c'era ancora un problema da superare: dov'era? La Bibbia non ce lo dice, ma per i cristiani medievali che erano affascinati dal potere e dall'intimità delle reliquie, l'idea che un pezzo del corpo di Gesù fosse ancora sulla Terra era piena di potenziale. Racconta una storia apocrifa del secondo secolo conosciuta come il «Vangelo dell'infanzia di Tommaso», che il prepuzio (e il cordone ombelicale) fu portato via da una «vecchia ebrea» e conservato in una scatola di olio di alabastro. Secondo la tradizione è poi finito in qualche modo nella bottiglia di profumo che la donna peccatrice usava per ungere il corpo di Gesù prima della sua morte (Marco 14). Come per tutte le reliquie, il santo prepuzio iniziò a moltiplicarsi. Il primo esempio si presentò all'inizio del IX secolo quando Carlo Magno, l'imperatore del Sacro Romano Impero, ne presentò uno a papa Leone III. Secondo santa Brigida, la Vergine Maria conservò il prepuzio di Gesù in una borsa di cuoio per poi lasciarlo in eredità all'apostolo Giovanni. Languì per 700 anni prima di finire nelle mani di Carlo Magno. Nel XIII secolo era in mostra in Vaticano. La reliquia di Carlo Magno non era l'unica; durante il Medioevo se ne potevano trovare, nelle chiese europee, almeno 12. Un famoso esempio include un santo prepuzio francese che fu posto nel letto matrimoniale di Enrico V d'Inghilterra e Caterina di Valois durante la loro prima notte di nozze come incantesimo di fertilità. Nel corso dei secoli, tuttavia, molti dei sacri prepuzi sono scomparsi o sono stati rubati. L'ultimo esempio noto è stato rubato da una chiesa a Calcata, in Italia, nel 1983. È interessante notare che il vescovo locale non ha tentato di recuperarlo e ha lasciato che l'intera faccenda scivolasse via. Alcuni hanno ipotizzato che lo stesso Vaticano avesse rubato la reliquia per impedire alla gente di parlare del pene di Gesù. In quanto reliquia, il santo prepuzio era oggetto di venerazione religiosa. La suora svedese Santa Brigida registrò una visione in cui mangiava il santo prepuzio allora millenario. Il capitolo 37 delle sue «Revelationes» descrive l'esperienza: «Ora sento sulla sua lingua una piccola membrana, come la membrana di un uovo, piena di una dolcezza sovrabbondante, e l'ho inghiottita… E ho fatto lo stesso forse centinaia di volte. Quando l'ho toccata con il dito, la membrana è andata giù per la gola». Anche se questo potrebbe sembrare un po' estremo, l'accademico di Harvard Marc Shell scrive che assaggiare il prepuzio di Gesù era uno dei pochi modi per testare l'autenticità di un santo prepuzio. Mentre noi possiamo eseguire test di datazione al carbonio, i medici antichi assaggiavano la «pelle raggrinzita per determinare se fosse interamente o parzialmente pelle umana». Shell osserva che il prepuzio era solo uno dei tanti scarti di Gesù. Fecero la loro apparizione infatti il sudore del Giardino di Getsemani, i denti da latte persi, il latte materno della Vergine Maria e persino l'urina. Il monaco cistercense del XII secolo San Bernardo era famoso per aver bevuto il latte materno della Vergine. Molti cristiani, tuttavia, erano scettici riguardo alle affermazioni sul prepuzio di Gesù. Nel sesto secolo, Severo di Antiochia fu il primo, dice Jacobs, a sostenere quella che in seguito sarebbe diventata la visione standard: che il prepuzio è salito con Gesù alla risurrezione e ora è in cielo. Questo punto di vista non riguarda solo la protezione dell'integrità della risurrezione di Gesù, ma anche la risurrezione di tutti gli altri. I primi cristiani si preoccupavano degli effetti estetici delle persone che lasciavano pezzi di sé stessi dopo il Giorno del Giudizio. Volevano assicurarsi che arti amputati, capelli persi a causa della calvizie maschile e così via si dirigessero verso il paradiso. Lasciare pezzi di te dietro presenta un problema filosofico: «tu» sei davvero risorto se il tuo corpo - nella sua interezza - non è risorto? Anche seguendo questa versione, il santo prepuzio ha suscitato più di una giusta dose di umorismo e critica. Una teoria piuttosto comica è quella del teologo Leone Allazio, secondo cui il prepuzio di Gesù lasciò la Terra per espandersi e formare una delle bande di Saturno. Nel corso del tempo, quindi, la chiesa cattolica romana si è preoccupata. Nel 1900 il Vaticano ha emesso una sentenza secondo cui chiunque si riferisse alla «vera carne sacra» poteva essere soggetto a scomunica. Durante i i 2.000 anni della sua storia, il prepuzio di Gesù è stato un detrito biologico, poi un controverso indicatore di identità, una reliquia e, infine, un sacro tabù. Il viaggio culturale di questo piccolo pezzo di pelle segna il passaggio del cristianesimo da setta ebraica a potenza socioeconomica medievale fino alla religione moderna.

DAGONEWS DA dailystar.co.uk il 6 aprile 2021. La scorsa settimana il gruppo Regavim, dedicato alla protezione delle risorse nazionale d’Israele, ha lanciato una petizione per spingere la città di Gerusalemme a chiudere i tunnel sotto la basilica della Dormizione di Maria, sul monte Sion. Il collettivo sostiene che ci sia una serie di passaggi segreti lunga 600 metri e larga 1,5 metri. Il gruppo Regavim sostiene che circa 12 anni fa le autorità cristiane abbiano completato i lavori per la costruzione del tunnel che parte dall’abbazia e arriva ai dormitori del clero nel quartiere di Beit Moshav. Inoltre, il gruppo afferma che il passaggio segreto sia stato costruito senza permessi e potrebbe aver danneggiato numerosi artefatti archeologici durante gli scavi non autorizzati. Il Rabbino Daniel Asor dell’Istituto Yanar, uno dei leader spirituali del gruppo Regavim, è convinto che il motivo degli scavi del tunnel sia ancora più sinistro di quanto si pensi: lui crede che il tunnel sia stato costruito per permettere ai membri della chiesa della Dormizione di riesumare i resti del Davide, il re di’Israele noto per aver ucciso il gigante Golia, seppelliti sul monte Sion. Sempre secondo Asor, la chiesa sta agendo per volere del Vaticano, il quale vorrebbe ottenere del DNA dai resti per clonare un essere umano e tentare di illudere i credenti del ritorno del Messia. Infatti, una delle differenze chiave tra il Cristianesimo e il Giudaismo è la fede nel ritorno del Messia. Mentre i cristiani sostengono che Gesù Cristo sia stato il Messia nonché figlio di Dio, venuto in terra per salvare il mondo dai peccati, secondo la fede ebraica Gesù non era il figlio di Dio e sono ancora in attesa dell’arrivo del Messia. La Israel Antiquities Authority ha negato l’esistenza del tunnel sotto alla chiesa, ma il comune di Gerusalemme ha ammesso di recente la presenza di un “vecchio tunnel” sotterraneo. La documentazione ufficiale rivela che il tunnel lungo 150 metri racchiuda numerose stanze sotterranee contenenti artefatti antichi. Nonostante questi ritrovamenti, il municipio non ha ancora esortato la chiesa a pagare le ammende per gli scavi illegali.

Domenica delle Palme 2021, la storia e perché si celebra. Il Corriere della Sera il 28/3/2021. Il 28 marzo 2021 si celebra la Domenica delle Palme, la ricorrenza che ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, in sella a un’asina, e viene accolto e acclamato come Messia. La data di questa festività — che precede la Pasqua — cambia di anno in anno: si tratta del giorno che dà inizio alla Settimana Santa, quella che conduce alla più importante festività del calendario cristiano: la celebrazione della Passione, morte e Resurrezione di Cristo. La Domenica delle Palme è celebrata da cattolici, ortodossi e in alcune chiese protestanti.

Rami, palme e mantelli. Nella tradizione cattolica, la Domenica delle Palme deve il suo nome al racconto dell’ingresso di Cristo a Gerusalemme, presente in tutti e quattro i Vangeli, anche se in modi differenti. Mentre in Matteo e Marco si narra che la gente sventolò rami di alberi, o fronde prese dai campi, Luca non accenna all’episodio, mentre solo Giovanni parla di palme. In particolare, nel Vangelo di Matteo si legge: «I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via. La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro, gridava: Osanna al figlio di Davide!» (21,1-11). In Marco, si legge: «E molti stendevano i propri mantelli sulla strada e altri delle fronde, che avevano tagliate dai campi...» (11, 1-11). In Luca, si legge: «Via via che egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada...» (19,28-44). In Giovanni, si legge: «Il giorno seguente, la gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna!..» (12,12-19).

La festa ebraica di Sukkot. L’episodio rimanda — poi — alla celebrazione della festività ebraica di Sukkot, la cosiddetta «festa delle Capanne», in occasione della quale i fedeli si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme e salivano al tempio in processione. La tradizione vuole che ogni fedele sventolasse il Lulav, un piccolo mazzo composto dai rami di alcune piante: palma, mirto, cedro e salice.

Le indicazioni della Cei in tempo di pandemia. Come già avvenuto nel 2020, anche quest’anno la Domenica delle Palme e la Settimana Santa cadono durante la pandemia e con molte regioni in zona rossa. Per questa ragione la Conferenza Episcopale Italiana (Cei) ha comunicato una serie di indicazioni sui comportamenti da adottare. A differenza dello scorso anno, i riti potranno avvenire in presenza dei fedeli, ma «nel rispetto dei decreti governativi riguardanti gli spostamenti sul territorio e delle misure precauzionali» (distanziamento, mascherine, divieto di processioni, ...).

La paternità di Giuseppe. Non ci sono padri naturali e padri adottivi. Per la Chiesa cattolica il 2021 è l'anno "giuseppino". Se è riuscito lui ad amare nella carne corrotta dal peccato originale, al pari delle nostre stesse carni, perché non lo possiamo fare anche noi? Luigi Mariano Guzzo su Il Quotidiano del Sud il 14 marzo 2021. Quella di Maria è una maternità divina. Theotòkos, in greco, significa Madre di Dio. Un titolo la cui verità teologica è stabilita dal Concilio di Efeso, nel 431. E che generazioni e generazioni di cristiani, a diverse latitudini, nei secoli, sin dalla più tenera età, hanno ribadito e continuano a ribadire in una delle più conosciute preghiere: l’Ave Maria (ricordate: “…Santa Maria, Madre di Dio…”?). È Madre di Dio perché ne ha generato il Figlio, Gesù, vero uomo e vero Dio. Quella di Giuseppe è, invece, una paternità pienamente umana. Giuseppe è il padre di Gesù, nell’umanità della carne. Per la fede non è il padre biologico: com’è noto, Colei che è stata concepita senza peccato originale, Maria, ha concepito verginalmente il figlio Gesù (il dogma dell’immacolato concepimento di Maria deve essere tenuto distinto dal dogma del concepimento verginale di Gesù). Eppure, Giuseppe, è padre nel senso più profondo del termine. Lo è umanamente parlando. E tutto ciò rende la sua testimonianza ancora più sfidante. Ci toglie ogni alibi: se è riuscito lui, Giuseppe, ad amare nella carne corrotta dal peccato originale, al pari delle nostre stesse carni, perché non lo possiamo fare anche noi? Perché non possiamo anche noi essere padri alla maniera di Giuseppe, con una donazione completa, aperta, libera? Sia chiaro: non è una paternità superflua quella di Giuseppe. È vero: Maria per diventare la Madre di Dio non ha avuto necessità di un uomo; o meglio, di “conoscere uomo” come dicono le Scritture. Ma, per essere madre di uomo, per fare la madre nella vita di tutti i giorni, Maria trova nel marito Giuseppe sostegno e supporto. Una paternità può esserci come, per diversi motivi, non esserci, lo sappiamo bene. Molte donne lo sanno ancora meglio. E, anzi, in una paternità rinnegata, drammaticamente rinnegata, si celano spesso forme di sopraffazione e di violenza di genere. Tanto che quando Olympe de Gouges nel 1791 scrive la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” interpreta la libertà di opinione alla luce di una specifica esigenza femminile: che le donne non abbiano di che vergognarsi nel rivendicare il diritto di vedere attribuita la paternità a figli nati fuori dal matrimonio (ahinoi, due anni dopo Olympe finirà ghigliottinata, nel bel mezzo della Rivoluzione francese che mette al centro l’uomo, meglio se maschio, borghese, bianco). Ma quando la paternità c’è, quando la paternità è vissuta, sperimentata, consumata nell’amore, questa non è, e non può mai essere, un di più. Non è insomma una paternità accessoria, quella di Giuseppe. Essa assume un ruolo centrale nella storia della salvezza, al punto da esaltare la dimensione umana di Gesù, anche nel rapporto con Maria. Giuseppe è un uomo che rispetta la donna, le donne. Quando viene a conoscenza della gravidanza di Maria si preoccupa, in un primo tempo, di cosa comporterebbe un ripudio pubblico per la sua promessa sposa. Anche nel momento in cui potrebbe lasciare Maria in balìa del suo destino, ha cura di lei. E alla fine, comunque, ha fiducia nelle emozioni che avverte, nei sentimenti che prova, nella voce del cuore (in quella dell’angelo, leggiamo nelle Scritture). Si affida all’amore. Accetta di essere padre. La paternità di Giuseppe permette di liberarci da stereotipi, equivoci e preconcetti che destrutturano il ruolo del padre per presentarlo quale paradigma di modelli sociali deformati e deformanti, non a caso definiti “patriarcali”. In tali concezioni il padre è pater familias, cioè padrone, al quale devono essere sottomessi la moglie, i figli, gli schiavi e (eventualmente) le nuore. La paternità coincide con la capacità generativa, secondo l’assioma che riduce la mascolinità a virilità, biologicamente intesa. Mentre nella paternità di Giuseppe non vi è nulla di tutto ciò. Egli non si sente padrone della famiglia. È consapevole che quando il figlio Gesù, adolescente, gli dice di doversi occupare delle “cose del Padre mio”, quel “Padre” non è lui. Persino in quell’occasione, Giuseppe rimane pienamente padre. Cade l’ultimo tabù, probabilmente il più granitico, sulla paternità: essa non è questione di generatività o di biologia. È semplicemente questione di amore. Non ci sono padri naturali e padri adottivi. Ci sono padri e basta, senza aggettivi. Per la Chiesa cattolica il 2021 è l’anno “giuseppino”, secondo quanto deciso da Papa Francesco. Chissà che non sia l’occasione per purificare la mascolinità e la paternità dai numerosi residui “patriarcali” che le contamino. Alla scuola di Giuseppe, padre per eccellenza, impariamo che si è maschi e padri, in senso proprio, soltanto nella verità di relazioni vissute con amore e rispetto. E così in questo 19 marzo, nella festa di San Giuseppe, l’augurio è che i padri, tutti i padri, acquisiscano finalmente consapevolezza di ciò. Solo così sarà una buona festa dei papà, per davvero.

Da huffingtonpost.it il 3 marzo 2021. “Era un po’ tutto concordato. Amadeus, che è un professionista, non il primo che capita, e la regia del Festival di Sanremo, hanno voluto inserire quel gesto, e in questo senso a me sembra davvero poco opportuno. Mi chiedo: come sarebbe stata presentata la stessa situazione se anziché fare il segno della croce, Amadeus avesse esposto la nostra tessera in mondovisione? Probabilmente ci sarebbero state delle proteste, dicendo che Amadeus aveva occupato lo spazio pubblico promuovendo la sua concezione del mondo. E questo è ciò è successo”. A dirlo all’AdnKronos è il segretario nazionale dell’Uaar, l’Unione atei agnostici razionalisti, Roberto Grendene, commentando il segno della croce che ieri Amadeus si è fatto all’inizio della prima puntata del Festival di Sanremo, un attimo prima di scendere le scale del Teatro Ariston. Non è dello stesso parere l’Imam di Catania Abdelhafid Kheit, che parla sempre all’AdnKronos: “Come uomo di Dio e di religione, affidando tutto al nostro creatore, è sempre un gesto gradevole e bello. Esprime la propria fede in un momento di difficoltà dove la pandemia che oltre a creare vittime e problemi in tutto il pianeta, sta pure cambiando tante abitudini, come in questo caso, il festival di Sanremo, che per l’Italia rappresenta un momento importante per il mondo dello spettacolo e della musica”. “Io non giudico le intenzioni delle persone - conclude l’Imam di Catania- ma ribadisco come quello del conduttore, sia stato un bel gesto perché, oggi più che mai, abbiamo bisogno della preghiera e della spiritualità, in privato e in pubblico, per accompagnare e supportare ogni gesto quotidiano in un periodo di grande difficoltà come quello che investe il mondo”. “Credo che vadano rispettate le sensibilità religiose dei singoli e dei cittadini italiani” dice invece Yahya Pallavicini, presidente della Coreis (Comunità Religiosa Islamica Italiana), “A mio avviso non bisogna avere un atteggiamento puritano nei confronti di un istinto di sensibilità religiosa. Inviterei, dunque, a moderare i termini e a rispettare le sensibilità religiose spontanee, perché fanno parte della natura dell’uomo che crede. Perciò, rispetto per il gesto di Amadeus. Stiamo attenti, però, a non esasperare neanche le ostentazioni identitarie. In altre parole, occorre trovare con intelligenza e sensibilità la misura giusta fra libertà e dignità di culto e il voler fare dell’ostentazione, dello spettacolo religioso o del formalismo bigotto, e penso al Rosario dell’ex ministro dell’Interno”.

Vilipendio alla statua di Cristo Salvini: "Insulto a nostra storia". La statua del Cristo Ligneo di Cosseria vandalizzata da ignoti. Immediata la reazione di Matteo Salvini: "Un attacco alla nostra storia". Rosa Scognamiglio - Dom, 21/03/2021 - su Il Giornale. Orrore. Non c'è altra parola per definire lo scempio avvenuto la scorsa notte a Cosseria, località in provincia di Savona, dove la statua del Cristo Ligneo è stata barbaramente oltraggiata da ignoti. Un atto inglorioso, e a dir poco spregievole, che ha profondamente indignato i Cosseriesi e tutta la comunità religiosa locale. A raccontare l'accaduto su Facebook è stato il leader della Lega Matteo Salvini rassicurando, nel tardo pomeriggio di oggi, che l'opera sarà risanata da un artigiano locale. "I parlamentari della Lega, Sara Foscolo e Paolo Ripamonti sono andati subito oggi a Cosseria (Savona) a portare solidarietà al sindaco Roberto Molinaro, alla sua comunità e a tutta la Valbormida, profondamente turbata per l’orribile sfregio del Cristo ligneo - scrive il leader del Carroccio -È già partita una colletta spontanea anche nei comuni vicini per il restauro e per fare un’opera ancora più bella, rappresentativa di un patrimonio di storia, cultura, identità e simboli che unisce tutti, credenti e non credenti. È bello e commovente vedere che a questo atto ignobile (di qualcuno che speriamo venga individuato) sia nato in risposta un grande moto di sdegno e concreta vicinanza, ci sono valori che ancora muovono le coscienze, appassionano e uniscono".

La statua oltraggiata. "Amputato e impalato". È così che, stando a quanto riferisce la testata online IVG.it, gli abitanti di Cosseria avrebbero ritrovato la statua del Cristo Ligneo, opera d'arte esposta tra i boschi della Valbormida, nel Savonese. A dare l'allarme della vandalizzazione, nel primo pomeriggio di sabato, sono stati alcuni bikers che transitavano in zona. Il gruppo di ciclisti ha immortalato lo scempio con lo smartphone provvedendo ad allertare immediatamente il sindaco della piccola cittadina. "Un gesto orribile, ingiustificabile e assurdo - ha commentato il primo cittadino di Cosseria Roberto Molinaro - Non ha spiegazioni qui a Cosseria, non mi viene in mente nessuno che possa anche solo immaginare un gesto del genere. Non è sicuramente qualcosa che riguarda la fede, dato che tra le comunità delle varie religioni qui i rapporti sono ottimi. E' un gesto inquietante, che non ha spiegazioni. Non mi darò pace finché non avremo trovato il responsabile: credo che abbia bisogno di cure, oltre che di una pena severa".

Le indagini. Il sospetto degli inquirenti è che la profanazione sia ben altro da una disdicevole bravata. Secondo quanto si apprende, infatti, ulteriori atti vandalici sarebbero stati commessi anche nell'area del castello, dove alcune lapidi in memoria dei caduti della Seconda Guerra Mondiale e della battaglia napoleonica sono state divelte. Ad ogni modo, il Cristo è stato rimosso ed è a disposizione della magistratura che ha incaricato i carabinieri delle indagini.

Salvini: "Atto ignobile, attacco alla nostra cultura". Sulla vicenda si espresso il leader della Lega Matteo Salvini che non ha mancato di esprimere profonda vicinanza ai Cosseresi per l'oltraggio subito. "Un atto vergognoso, orribile, avvenuto a Cosseria (Savona). - ha scritto su Facebook ieri - Come si può arrivare a questo? Un insulto alla nostra storia, alla nostra cultura, alla Fede di tante persone passate di lì a recitare una preghiera o a inviare un pensiero a una persona cara. Spero che i vandali criminali vengano individuati e puniti severamente". Solidarietà anche dalla leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni: "Un altro insensato e vergognoso attacco ai simboli della cristianità. - si legge in un post pubblicato ieri -A Cosseria (Savona) un crocefisso è stato vandalizzato: gli sono state tagliate le gambe e una di queste è stata infilzata nel petto". "Vandalizzare un crocifisso è un gesto ignobile che offende la fede di un'intera comunità. Voglio esprimere la mia solidarietà ai cittadini di Cosseria, provincia di Savona. Mi auguro che i responsabili vengano consegnati alla giustizia e che il Cristo torni presto al suo posto", ha scritto su Facebook il vicepresidente e coordinatore di Forza Italia Antonio Tjani. Tra le altre personalità politiche di spicco che hanno espresso vicinanza agli abitanti di Cosseria anche il governatore della Liguria Giovanni Toti che si è detto "profondamente indignato" per l'accaduto. Non sono mancate nemmeno le offerte di aiuto economico sia per ripristinare la statua, sia per realizzare un altare e ampliare così quello che potrebbe diventare un santuario dedicato alla risurrezione di Cristo.

Vogliono annientare i simboli cristiani, ma la cultura può salvarci. Elisabetta De Luca il 19 Febbraio 2021 su culturaidentita.it. Che l’ondata di becera globalizzazione modernista stia ormai attanagliando il mondo fino a stritolarlo, corrodendo ogni aspetto delle esistenze individuali è un innegabile dato di fatto: chi non lo accetta è omertoso complice della distruzione in corso. Bersaglio preferito delle vessazioni incessanti del web e della stessa società sembrano essere divenuti i Cristiani, verso cui vilipendi e ingiurie sono all’ordine del giorno. Basta una sola occhiata ai social per rimanere esterrefatti: esprimere liberamente la propria appartenenza alla religione cattolica procura ormai automaticamente accuse di idolatria, di promozione di odio e discriminazione sociale. Più si manifesta la propria fede, più piovono abominevoli blasfemie, da parte di utenti inferociti e logorati dall’odio: sembra non essere più rimasto un solo post in rete che non rechi una forma di bestemmia nei commenti sottostanti o che non contenga un riferimento offensivo al sempre più debole e vessato popolo cristiano. Sembra che il rispetto e il buoncostume siano più che decaduti, nell’apparente trionfo di ingiurie diventate ormai inestirpabili e ossessivi intercalari, giustificate freddamente e spaventosamente dietro la schiavitù dell’abitudine: la bestemmia è quasi una forma di saluto, di cui soprattutto i giovani, anche spesso involontariamente, non riescono più a fare a meno. Complice ne è anche il sistema scolastico: sembra venga ormai quasi insegnato che essere cristiani inibisca la regolare analisi critica di una problematica, finanche l’esercizio di una propria logica di pensiero. Chi crede è automaticamente quasi emarginato, definito necessariamente bigotto, additato come retrogrado e incapace di prendere decisioni svincolate dalla fede stessa. In un’epoca che sembra voler spazzare via ogni precetto morale cristiano in nome di una modernista e progressista secolarizzazione, la cultura è l’unica arma che può salvarci. Ci sovvengano dunque le parole dei Santi Agostino, Anselmo, Tommaso (chissà perché, delle volte, scartati dai programmi didattici dei licei per sedicente mancanza di tempo) finanche dello stesso Dante e di qualsiasi altro uomo di vera fede, da Galilei a Pascal, da Plotino a Manzoni, da Seneca a Leibniz, che da sempre hanno innalzato e coniugato la filosofia, l’arte, la scienza, la letteratura, la matematica, con la più preziosa e costante ricerca di Dio, come se Fede e Scienza fossero davvero due ali di uno stesso corpo che vola nella stessa direzione, quella della Verità, vibranti all’unisono, l’una in funzione dell’altra. In tempi così duri, affidare a Dio le proprie angosce e innalzare i vessilliferi segni della propria fede diventa sinonimo di un incendiario amore e si configura come la più tortuosa delle ambagi, la più ardua delle missioni. In un mondo irrimediabilmente svuotato della presenza di Dio, ravvisare la mano della Sua creazione in ogni creatura sembra essere ormai un pensiero ribelle e rivoluzionario. Ci ingabbiano gli intenti di turpe laicizzazione forzata di ogni tradizione e istituzione, fino al materialismo e al meccanicismo più crudi. In un mondo che demonizza chi crede, ritenendo la fede stessa un valore atavico e superato, continuare a professare la propria religione assurge alla più alta forma di libertà raggiungibile in un secolo di oppressione come questo. Fa riflettere e lascia attoniti l’eclatante e terrificante pretesa dell’Università di Torino di nascondere crocifissi, altarini, santini e medagliette durante le sessioni di esami a distanza. Intimerebbero mai a una ragazza islamica di non indossare il suo hijab durante l’esame? O chiederebbero mai a un ragazzo ebraico di non portare il suo copricapo a lezione? E se allora l’annientamento dei simboli cristiani non fosse stato concepito in nome di una millantata e livellante uguaglianza, bensì finalizzato all’esclusiva eradicazione della religione cattolica dal cuore dell’Italia?

Chi erano i Re Magi: la storia di chi ha seguito la stella. La storia dei magi, che la Chiesa cattolica celebra il 6 gennaio, è stata attualizzata dagli ultimi pontefici. Ecco il significato dell'avventura dei tre re. Francesco Boezi, Mercoledì 06/01/2021 su Il Giornale. Disastro significa privo di stelle. I re magi, che le stelle invece le desideravano, ne hanno seguite e studiante tante. Una è davvero singolare: la storia cristiano-cattolica la chiama cometa. Tra fonti approvate dalla Chiesa cattolica e leggende, la storia dei magi si inserisce a pieno titolo nel filone del conflitto tra disastro e desiderio, una dicotomia che accompagna spesso i racconti. Il modo in cui la vicenda dei Magi incarna quella contrapposizione è davvero calzante. Se disastro si riferisce ad una situazione non accompagnata da buoni auspici o legata ad una stella nefasta, dunque non propizia per chi scruta il cielo, desiderio ha un significato simile, ma al contempo opposto: percepire la mancanza di stelle - che è appunto la chiave etimologica di "desiderio" - è la condizione preliminare per muoversi verso astri nascosti. Traslato, si direbbe assecondare una vocazione. In pratica, dare seguito ad una speranza. La letteratura è piena di viaggiatori che fanno rotta da Oriente. Nel caso dei magi, i punti di partenza differiscono ma la meta è la stessa per tutti e tre. La stella di Betlemme, quella che Giotto dipinge nella padovana cappella degli Scrovegni, ha un significato religioso, ma anche esistenziale: è lì a dimostrare la luminosità della perseveranza in una visione. Jorge Mario Bergoglio crea un termine per spiegare la particolare forma di desiderio provata dai tre: "nostalgiosi di Dio". I magi hanno quindi percepito Dio, ma ne provavno nostalgia. Forse perché non l'hanno ancora visto. E per questo s'incamminano: "Raffigurano - ha detto il Papa ormai tre anni fa - il credente 'nostalgioso' che spinto dalla sua fede va in cerca di Dio, come i magi, nei luoghi più reconditi della storia". I sapienti - magi sta per "sapienti" prima ancora che per "re" - non accettano lo status quo del disastro - di un panorama senza cielo stellato - disegnano mappe nuove e partono. Qualche millennio dopo, alcuni astronomi ammettono la contemporaneità di una singolare congiunzione astrale e la nascita di Gesù Cristo. Quello dei magi è un episodio evangelico, ma pure un'avventura che stimola l'immaginario. La loro è una scommessa. Il 7 a.C è forse quello della congiunzione astrale che ha mosso i tre. E i magi scommettono sulla venuta del Messia, tanto da comunicarlo ad Erode, prima tappa del loro arrivo a Betlemme. A raccontarlo è Matteo nel suo Vangelo, al netto delle interpretazioni che seguiranno. All'epoca non c'era evidentemente troppa preoccupazione per il diffondersi dell'esclusive prima del tempo previsto. L'evangelista scrive di magi, senza fornire contezza sulla cifra esatta. Poiché ci troviamo dinanzi ad oro, incenso e mirra in qualità di doni, allora la tradizione decide di schierarne tre. I nomi sono quelli che conosciamo, anche se le fonti in merito possono non essere prese alla lettera. Pure Benedetto XVI, in uno dei discorsi pronunciati alla Gm di Colonia, presenta la sua spiegazione: "Siete giunti - argomenta a braccio il tedesco parlando ai tanti giovani che hanno animato quella edizione - da varie parti della Germania, dell’Europa, del mondo, facendovi pellegrini al seguito dei magi. Seguendo le loro orme voi volete scoprire Gesù. Avete accettato di mettervi in cammino per giungere anche voi a contemplare in modo personale e insieme comunitario, il volto di Dio svelato nel bambino del presepio". Il pontefice tedesco pone poi gli accenti sulle difficoltà superate dai sapienti per arrivare al cospetto di Dio: "Ora che erano vicini alla meta, non avevano da porre altra domanda che questa. Anche noi siamo venuti a Colonia perché sentivamo urgere nel cuore, sebbene in forma diversa, la stessa domanda che spingeva gli uomini dall’Oriente a mettersi in cammino". La domanda cui l'ex Papa si riferisce è ingombrante: "dov'è il re dei giudei che è nato?". Lo stesso quesito accompagna chi si mette in viaggio di questi tempi. Un po' come nel caso di Melchiorre, Gasparre e Baldassarre, domandarsi oggi dove sia il re dei giudei significa per la teologia ratzingeriana evitare il disastro di un'esistenza terrena senza stella. Intraprendere un cammino, anche complesso e denso d'ostacoli, pur di poter rivolgere la domanda che fornisce il tutto al senso.

·        La Mattanza dei Cristiani.

La scomparsa delle croci. I cristiani in Medioriente sono sempre di meno. Dario Ronzoni su L'Inkiesta il 23 Dicembre 2021. Dall’Egitto all’Iraq (tranne ovviamente Israele) sono perseguitati, messi in disparte dalle autorità, presi come bersaglio. Una presenza decimata negli anni e che, in futuro, rischia di essere azzerata. In Iraq erano mezzo milione, adesso – ma le stime sono più complicate – soltanto 15mila. In Siria sono in calo da anni, a causa della guerra e della repressione, mentre in Egitto sono sottoposti a discriminazioni ed esclusioni specifiche. A Gaza, dove un tempo erano totalità, sono soltanto 800. I Cristiani in Medioriente sono sempre di meno. Scompaiono, spiega la scrittrice, giornalista e reporter di guerra Janine Di Giovanni, senior fellow del Jackson Institute for Global Affairs della Yale University e soprattutto autrice di “The Vanishing”, libro che documenta la diminuzione progressiva della presenza cristiana in aree dove sono presenti da duemila anni.

Come spiega al podcast di Haaretz, «È un declino evidente e rapido», che ha potuto riscontrare con i suoi viaggi e la sua frequentazione delle comunità cristiane mediorientali. «In Iraq è difficile avere cifre chiare, a causa dei danni dello Stato Islamico. Ma l’ultimo censimento è stato fatto 30 anni fa». Si tratta di popolazioni che, soprattutto con l’Isis sono state colpite con durezza. Venivano obbligate ad andarsene (ma adesso cercano di riprendersi i villaggi) oppure a convertirsi all’Islam. «Molti hanno scelto di non farlo, anche se l’alternativa era la morte. Per loro la fede è un tratto fondamentale, importantissimo per la loro identità». Anche più della vita stessa. In Siria la popolazione cristiana è quasi dimezzata dall’inizio della guerra. I più colpiti sono stati gli armeni. «Sono stati presi a bersaglio dai raid turchi, che li considerano nemici. Molti di loro sono dovuti scappare, hanno abbandonato Aleppo, la città in cui sono più numerosi, per andare in Armenia. Un Paese in cui, nonostante la tradizione, tanti non sono nemmeno mai stati». In Egitto i copti hanno una lunga storia di persecuzioni e discriminazioni, punteggiati da scontri ed episodi di violenza. Solo nel 2021 un monaco è stato giustiziato senza processo e un copto è stato ucciso da alcuni militanti Isis nel Sinai. Ma anche le autorità non vanno per il sottile, tanto che nel 2018, a causa di un litigio, due copti erano stati uccisi da un poliziotto a guardia di una chiesa. «In generale, ai copti non è permesso ottenere ruoli apicali nel governo né nell’esercito», ricorda. A Gaza, «la situazione è drammatica. I cristiani sono 800, al centro degli attacchi di Hamas (e pensare che una volta erano maggioranza, come dimostrano le chiese e la storia, ricca di santi provenienti da quest’area). La maggior parte sono laureati, professionisti. Dentisti e ingegneri, medici, affossati dalla disoccupazione». Perché, ricorda, lo scontro etnico-geopolitico non è l’unica causa della decimazione della popolazione cristiana in Medioriente. Un’altra è l’economia, che spinge i giovani a spostarsi, soprattutto in Europa o in America, in cerca di prospettive migliori, «soprattutto quelli che hanno una laurea e di conseguenza possibilità migliori». E la terza è il cambiamento climatico, che riduce gli spazi coltivabili. «Anche se queste sono cause più generali», puntualizza. Il trend delineato però è chiaro. Il calo è costante e sembra inarrestabile e le autorità internazionali, a parte report e documentazioni, «fanno poco». Colpisce soprattutto come il tema preoccupi poco «le comunità evangeliche americane, più attente a questioni come eutanasia e aborto che allo stato dei loro fratelli cristiani in Medioriente. Questo argomento è più trattato nei Paesi cattolici». Il viaggio del Papa in Iraq, in questo senso, «è stato un messaggio chiaro: al mondo e alle comunità cristiane dell’area. Sapere che il loro dramma è conosciuto è, per loro, la cosa più importante di tutte». Se non cambia nulla, tra 100 anni i cristiani in Iraq non ci saranno più. Il libro di Di Giovanni, in questo senso, è una sorta di viaggio pre-archeologico, uno studio di popolazioni che presto saranno estinte: insieme a loro scomparirà una tradizione più che millenaria di riti, culti e credenze. Mentre il Medioriente diventerà – ed è una disgrazia – più omogeneo e povero.

India, violenze contro i cristiani: «Noi nel mirino di estremisti e autorità». Alessandra Muglia su Il Corriere della Sera il 28 Dicembre 2021. Chiese e congregazioni accusate di fare proselitismo. Bloccati i conti della congregazione fondata da madre Teresa di Calcutta. Tra gli ultimi a finire in manette un prete cattolico e un pastore. La polizia li ha prelevati la sera di Santo Stefano dalla loro casa, in un villaggio del Madhya Pradesh, Stato tra i più arretrati dell’India, dove oltre un abitante su tre vive sotto la soglia di povertà. Padre Jam Singh Dindore e l’evangelico Ansingh Ninama sono stati arrestati con l’accusa di aver attirato nell’orbita del cristianesimo la gente delle aree tribali offrendo istruzione e cure gratuite nelle scuole e negli ospedali gestiti dai missionari. Tempi duri per i cristiani in India. Sotto Natale gruppi di estremisti indù hanno intensificato gli attacchi alle comunità. Irruzioni durante le messe, scuole assaltate, statue distrutte, effigi bruciate, preti aggrediti e vessati. Violenze giustificate come la risposta ai tentativi dei cristiani di usare le festività per costringere gli indù a convertirsi.

Gli autori sono gruppi dell’ultra destra indù che puntano a trasformare l’India da Paese laico multireligioso in nazione indù «ripulita» da cristiani e musulmani. Violenze alimentate dalle leggi anti conversioni già in vigore in sette Stati indiani, che prevedono fino a 10 anni di carcere per chiunque sia giudicato colpevole di convertire qualcun altro «con la forza», con «metodi fraudolenti» o con il matrimonio.

Questo Natale nel mirino sono finite anche le Missionarie della carità di madre Teresa. Il governo indiano guidato dal partito nazionalista indù del premier Narendra Modi ha di fatto bloccato i conti bancari della congregazione: il 25 dicembre non ha approvato il rinnovo della licenza per poter beneficiare dei contributi esteri. «Senza questi fondi il gruppo fondato dal premio Nobel madre Teresa non avrà soldi per funzionare: non sarà in grado di pagare le migliaia di collaboratori che lavorano negli orfanotrofi e nelle case per anziani di tutto il Paese» dice al Corriere da New Delhi John Dayal, già presidente dell’All India Catholic Union, che rappresenta 16 milioni di cristiani del Paese.

Tra le prime reazioni di sdegno quella di Mamata Banerjee, alias Didi, la «grande sorella», come viene chiamata la governatrice del West Bengala, lo stato di Calcutta, dove c’è la sede principale della congregazione. «I loro 22 mila assistiti e collaboratori vengono lasciati senza cibo e medicine» ha twittato ieri la donna che, al terzo mandato, resiste all’ondata «zafferano». «Un crudele dono di Natale ai più poveri tra i poveri» ha tuonato padre Dominic Gomes, dell’arcidiocesi di Calcutta.

Delhi motiva il rifiuto per non meglio precisati «input negativi». La mossa arriva a poche settimane da un altro attacco alle suore di madre Teresa: il 12 dicembre erano state accusate di fare proselitismo in Gujarat, uno degli Stati indiani in cui è in vigore la legge anti conversioni. Un provvedimento pensato per colpire sia i musulmani che una delle comunità cristiane più antiche e numerose dell’Asia: quasi 30 milioni, seppur rappresentino in India una piccola minoranza — appena il 2% della popolazione, in un Paese a stragrande maggioranza indù. Il 60% dei cristiani d’India sono dalit, senza casta, intoccabili.

Incursioni e abusi sono più marcati nell’India centrale e settentrionale, controllate dal Bjp. Unica eccezione lo Stato meridionale di Bangalore, il Karnataka, l’ultimo ad aver approvato, alla vigilia di Natale, la legge anti conversione. Nello stesso giorno qui la chiesa di San Giuseppe è stata vandalizzata. È il quarantesimo attacco nel 2021 in questo Stato. Ci sono stati sacerdoti aggrediti o finiti in prigione. Come il pastore Somu Avaradhi. Una domenica di ottobre aveva trovato la sua chiesa «piena di persone che cantavano canzoni religiose indù e gridavano slogan». Ha chiamato la polizia, ma quando gli agenti sono arrivati, i manifestanti lo hanno accusato di aver costretto un uomo indù a convertirsi. E alla fine è stato lui ad essere arrestato.

L'epopea delle Crociate come non l'avete mai vista. Matteo Sacchi il 4 Novembre 2021 su Il Giornale. Il nuovo saggio di Christopher Tyerman racconta le guerre di religione a colpi di oggetti e iconografia. Prendere la croce. Ottenere la remissione dei peccati. Combattere in nome di Cristo in una scintillante armatura da cavaliere. Oppure semplicemente fare il carpentiere, ben pagato per costruire macchine d'assedio per conquistare Damietta. Oppure essere una donna che, coinvolta negli scontri feroci contro i musulmani, si ritaglia un ruolo che in altre circostanze sarebbe stato impensabile: come la crucisegnata Margaret di Beverley che, accorsa a difendere Gerusalemme nel 1187, combatte come una virago in armatura maschile e vive mille avventure contro i turchi. Sono soltanto alcune delle possibilità, degli infiniti ruoli - che vanno dal traduttore al ladro di reliquie - che si sono sviluppati attorno a quel complesso fenomeno che furono le crociate. Elemento fondante della storia medievale, e non solo, l'idea di crociata ha caratterizzato fenomeni ed epifenomeni molto diversi che spaziano dalle scorrerie dei cavalieri teutonici nel grande Nord agli accordi sottobanco tra cristiani e musulmani per cercare di trovare un equilibrio in Terrasanta. Una bella sintesi di come sia nata e cresciuta questa complessissima idea di guerra santa (all'occidentale) arriva adesso in libreria per Einaudi a firma dello storico oxoniense Christopher Tyerman: Il mondo delle crociate. Una storia illustrata (pagg. 500, euro 95). Tyerman, che del tema è uno dei massimi specialisti a livello mondiale, ha realizzato un testo incredibile a partire anche dalla documentazione fotografica e dalle schede a tema che lo accompagnano. La storiografia ha spesso oscillato tra la laicizzazione di questi conflitti - trasformando il movente religioso nella triste foglia di fico dell'espansionismo della rissosa nobiltà feudale europea - e l'apologetica empatica verso il modo di pensare dei nostri antenati della fine dell'XI secolo. Il volume non fa nessuna delle due cose e si muove in mirabile equilibrio per fornire uno strumento d'approfondimento di livello. Per usare la sintesi dello stesso Tyerman: «Il coinvolgimento dei crociati poteva essere fervido o forzato, frutto di una libera scelta o delle necessità legate al lavoro, entusiasta, indifferente o risentito. Le crociate furono guerre combattute sotto il vessillo della fede religiosa, e sono inspiegabili se non si riconosce questo dato. Tuttavia sono anche qualcosa di più e di meno: di più perché rientravano in uno schema più ampio di aggressione culturale e territoriale; di meno perché in quanto guerre, venivano combattute come tutte le altre, ed erano una faccenda di soldi e di uomini, di tattica e di tecnologia, di castelli e di carpenteria». E le schede ricche di immagini del volume aiutano proprio a mantenere collegati questi livelli. Una croce in metallo della prima crociata è il punto di partenza per raccontare tutto il complesso percorso simbolico che dava via al viaggio bellico verso la Terrasanta che solo molto tardi iniziò a essere chiamato «Crociata». A partire da Urbano II nacque proprio un rituale della partenza che culminava nel posizionare una croce ben visibile sul partente. Chiunque poteva prenderla a condizione di essere libero. Il crucisegnatus da quel momento aveva un nuovo stato con obblighi e privilegi precisi. Privilegi che potevano fare molto comodo: per dirla come una formula liturgica inglese, la croce sul mantello diventava «uno strumento speciale di assistenza, un sostegno della fede... una protezione e salvaguardia contro i dardi feroci di tutti i suoi nemici». Il così detto Sudario di San Josse è invece il punto di partenza per parlare di bottino, altro tema di grande importanza nelle guerre in nome della fede. Tra il salvataggio di una reliquia e la caccia alle altrui ricchezze spesso il confine era molto labile. Ci fu chi come l'abate Baldrico di Bourgueil arrivò a teorizzarlo con chiarezza, sostenendo che erano offerti ai crociati «i beni dei vostri nemici... perché saccheggerete i loro tesori». Certo il saccheggio poteva avere un prezzo molto alto, lo provano le belle immagini provenienti dalla fortezza di Ateret dove all'alba del 29 agosto 1179, dopo un assedio di cinque giorni, il Saladino riuscì ad irrompere con le sue truppe nella fortezza che gli uomini di re Baldovino IV stavano costruendo per difendere il così detto Guado di Giacobbe. Il forte distrutto si è trasformato in una capsula del tempo che ci ha consegnato un resoconto archeologico perfetto di una battaglia del XII secolo. Ma, se ci sono i resti cruenti degli scontri, il libro ci ricorda anche quanto spesso si procedesse sul filo della diplomazia e il nemico islamico di ieri potesse diventare l'amico di oggi contro un altro potentato islamico o anche contro un ex alleato cristiano. Molto belle anche le pagine che raccontano, anche in questo caso a colpi di immagini, come l'idea delle crociate sia arrivata - trasfigurata - sino ai giorni nostri trasformandosi in un meme duraturo della cultura occidentale e non solo. Esiste un'idea di crociata che ha fatto la sua strada sino alla Prima guerra mondiale quando i soldati americani venuti a combattere in Europa vennero definiti, a torto o a ragione, i «Pershing's Crusaders». E un'idea di crociata che ha fatto di Saladino un eroe ancora presente in forma di statua nelle città islamiche. Ma proprio nel misurare la distanza tra queste idee e i fatti del Medioevo diventa utile lo studio della Storia. 

Matteo Sacchi. Classe 1973, sono un giornalista della redazione Cultura e Spettacoli del Giornale e tenente del Corpo degli Alpini,  in congedo. Ho un dottorato in Storia delle Istituzioni politico-giuridiche medievali e moderne  e una laurea in Lettere a indirizzo Storico conseguita alla Statale di Milano.

Marta Serafini per corriere.it il 7 dicembre 2021. È iniziata - e terminata rapidamente dopo qualche minuto - stamattina a Mansura, in Egitto sul delta del Nilo, la terza udienza del processo a carico di Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’università di Bologna sotto accusa per diffusione di false informazioni attraverso articoli giornalistici e detenuto in carcere esattamente da 22 mesi. Quando lo hanno portato velocemente in aula, non era ammanettato. Era vestito di bianco come altre volte. Ha detto «sto bene», ma era agitato. Due secondi al volo per parlare con la mamma e poi l’hanno portato via. Si è appreso che uno dei due diplomatici italiani presenti in tribunale ha potuto parlagli brevemente per rappresentargli la vicinanza delle istituzioni italiane e Patrick ha ringraziato per quello che l’Italia e l’Ambasciata stanno facendo per lui. Il diplomatico italiano si era intrattenuto anche con i genitori di Patrick poco prima. La legale di Patrick Zaki, Hoda Nasrallah, ha chiesto l’acquisizione di altri atti per dimostrare sia una presunta illegalità durante l’arresto del 7 febbraio 2020 e sia la correttezza dell’articolo sui copti alla base del processo. L’udienza, dopo l’intervento del legale, è stata sospesa dopo appena 4 minuti. Al Tribunale non circolano ipotesi accreditabili circa la possibile durata dell’interruzione.

Marta Serafini per corriere.it il 7 dicembre 2021. Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna in carcere da quasi due anni con l’accusa di diffusione di notizie false, è formalmente libero. Il giovane «non è stato assolto», ma verrà rilasciato dal carcere nelle prossime ore e dovrà apparire davanti alla corte di nuovo il 1 febbraio. L’ordine di scarcerazione — secondo fonti legali vicine a Zaki — è stato già firmato. Hoda Nasrallah, la legale di Zaki, ha confermato al Corriere che il rilascio dovrebbe avvenire a breve dal carcere di Tora al Cairo. Lobna Darwish di Eipr, la Ong con cui collaborava Zaki e che si occupa della sua difesa legale, ha confermato al Corriere che Zaki a breve verrà trasferito al Cairo. L’annuncio è stato accolto con un urlo di gioia nel tribunale di Mansoura, dove oggi si è svolta una nuova udienza del processo. Alla base del procedimento contro Zaki — che al momento dell’arresto aveva 28 anni, e ne ha compiuti 30 in una cella egiziana — c’erano tre articoli giornalistici sulla persecuzione dei cristiani copti in Egitto. L’Italia, nei mesi scorsi, aveva trattato e ricevuto assicurazioni per ottenere che la condanna corrispondesse al tempo che Zaki aveva già trascorso in carcere. «Primo obiettivo raggiunto: Patrick Zaki non è più in carcere», ha scritto su Facebook il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. «Adesso continuiamo a lavorare silenziosamente, con costanza e impegno. Un doveroso ringraziamento al nostro corpo diplomatico». «Quando lo hanno arrestato nel febbraio 2020 abbiamo aspettato per ore all’aeroporto del Cairo sperando di vederlo arrivare, aveva appena passato i controlli, “tutto bene mamma”, mi ha detto per telefono. Poi lo hanno fermato», ha detto la madre di Zaki nei giorni scorsi al Corriere. «Diceva sempre così Patrick. “Tutto bene”». Il 20 novembre a Zaki è stato riconosciuto il premio Cutuli. «Mi piacerebbe scrivere presto per il Corriere della Sera», aveva fatto sapere il ricercatore attraverso la sorella Marise in occasione della premiazione. Il Corriere, come promesso, si augura presto di poter pubblicare il suo articolo.

Patrick Zaki sarà scarcerato, le mani gelate della sorella e poi l’urlo liberatorio del papà: «Grazie Italia». Marta Serafini su Il Corriere della Sera il 7 Dicembre 2021. MANSOURA — Una giornata che sono cento. E che cambia temperatura come le mani di Marise, la sorella di Patrick. Fredde come il ghiaccio mentre il giudice si prende il suo tempo per deliberare. «Grazie, grazie, per quello che state facendo per lui». E Marise si tormenta la manica del maglione blu mentre gli occhi non smettono di correre in giro. Vedere il fratello durante la prima parte dell’udienza, anche solo per pochi minuti, ha portato un po’ di caldo nelle vene. Ma è durato poco, troppo poco, dopo 22 mesi di angoscia. «È riuscito a salutare la mamma era tanto che non si vedevano, almeno un mese», sussurra. E lui è ancora lì, dietro le sbarre. Poi tutti fuori dall’aula, in mezzo ai parenti degli altri detenuti. Una guardia con la pistola viene a controllare i documenti. Le voci iniziano a rimbalzare. «Ci sarà un rinvio». Si rientra. Marise e mamma Hala in prima fila si stringono l’una all’altra. Le mani sono calde ora, il sangue circola più veloce. Nell’altro banco Hoda Nasrallah, l’avvocata della Eipr, la ong con cui Patrick collaborava, sta ferma immobile con la schiena dritta, nei banchi dietro di lei, tutti gli attivisti e i compagni della Eipr. Poi i rappresentati diplomatici della delegazione di osservatori voluta dall’ambasciata italiana. Entrambi che non smettono di andare avanti e indietro. «L’ho visto bene, dai, meno nervoso delle altre volte». In ultima fila papà George. C’è tempo per due parole. «Io non dico niente. Solo pensarlo a casa mi pare impossibile, un sogno. Ma grazie, grazie davvero». Nella gabbia c’è un detenuto «comune», un uomo che ha firmato un assegno in bianco. «Il giudice ora ordinerà il suo rilascio», dice qualcuno. E di nuovo le mani di Marise sono di ghiaccio. Rientra il giudice, c’è via vai con il banco. Mr. Salim, l’avvocato dell’ambasciata italiana, che tutti conosce e tutto sa sussurra piano, «buon segno, buon segno». Il magistrato dà la notizia all’avvocata: Patrick sarà liberato . Ecco l’urlo di Hala e Marise. «Mabrouk, mabrouk» congratulazioni, come per una nascita. «Tamem, tamem», va tutto bene, va tutto bene, la frase che Patrick ripete sempre alla mamma. I funzionari del tribunale fanno allontanare tutti. In strada Hoda e Lobna Darwish, dirigente della Eipr che fin qui è rimasta ferma in mezzo alla tempesta, si abbracciano stretto. Lacrime, sorrisi, pacche sulle spalle. Da Bologna arriva il messaggio della professoressa Rita Monticelli, del master. «Lo aspetto, aspetto qui». Marise e Hala si precipitano a cercare del cibo. Patrick non mangia da domenica. «Ma dov’è Patrick ora? Dove lo portano?». Forse lo rilasciano già oggi, forse no. Forse prima lo riportano a Tora. Forse esce qui a Mansoura. Forse. C’è chi salta in auto e parte per il Cairo, chi resta. Poi cala il silenzio. E restano i clacson incessanti della città. Iniziano a rimbalzare le notizie. «Marise dov’è Patrick ora? L’hanno rilasciato?». «Non sappiamo niente di certo. Non l’abbiamo ancora visto». Il sole cala sulla casa dove Patrick è cresciuto e dove lo aspettano. Le mani tornano ad essere fredde. Lobna della Eipr paziente risponde a tutti. «Dovrebbero avergli fatto firmare dei documenti». Marise va al commissariato a verificare se hanno portato lì Patrick. «No, niente». Anche all’ambasciata italiana aspettano. I telefoni accesi fino a tardi. Papà George spera ancora sia per oggi. Ma alla stazione di polizia dove Patrick dovrebbe essere portato dalla prigione di Mansoura sono chiari. «Non è ancora qui. Forse è al dipartimento della Nsa, l’intelligence egiziana». Ed è di nuovo freddo. Sudore ghiacciato sul palmo delle mani. Patrick non è ancora fuori.

Patrick Zaki sarà scarcerato, ma non assolto. Albert Voncina su L'Espresso l'8 Dicembre 2021. Il ricercatore egiziano dell’università di Bologna potrà uscire dal carcere dopo 22 mesi di reclusione. La prossima udienza è prevista il primo febbraio. Rilasciato, ma non assolto. Il ricercatore dell’università di Bologna Patrick Zaki potrà finalmente uscire dal carcere, dove è rinchiuso dal 7 febbraio 2020, e potrà attendere la prossima udienza prevista il prossimo primo febbraio lontano dalle sbarre che lo hanno circondato per 22 mesi. Lo ha stabilito oggi la corte di Mansoura, dove Zaki è stato trasferito nei giorni scorsi dal carcere cairota di Tora, in cui aveva trascorso quasi tutta la sua custodia cautelare. Lo studente egiziano sarà dunque libero, «anche se non è stato assolto» dalle accuse, come riferito da alcuni avvocati al termine dell’udienza. Ad attendere all’esterno dell’aula del tribunale la sentenza su Patrick - vestito di bianco, colore simbolo degli imputati - c’erano il padre George, la madre Hela, la sorella Marise, gli amici e alcuni attivisti. Oltre ai legali di Zaki in tribunale erano presenti anche due diplomatici italiani. Alla loro domanda su come stesse, lo studente ha risposto: «Bene, bene, grazie». Zaki potrebbe essere liberato già nelle prossime ore, anche se per il momento non c’è alcuna conferma ufficiale. A Patrick, secondo quanto si apprende, non è stato imposto l’obbligo di firma in vista della prossima udienza, fissata il primo febbraio. «Abbiamo appreso che la decisione è la rimessa in libertà ma non abbiamo altri dettagli al momento», ha spiegato la legale Hoda Nasrallah all'Ansa. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha espresso con una nota di Palazzo Chigi soddisfazione per la scarcerazione di Zaki, la cui vicenda è stata e sarà seguita con la massima attenzione da parte del Governo italiano. Immediata anche la reazione del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. «Primo obiettivo raggiunto: Patrick Zaki non è più in carcere. Adesso continuiamo a lavorare silenziosamente, con costanza e impegno. Un doveroso ringraziamento al nostro corpo diplomatico», ha scritto Di Maio su Twitter. «Un enorme sospiro di sollievo perché finisce il tunnel di 22 mesi di carcere e speriamo che questo sia il primo passo per arrivare poi ad un provvedimento di assoluzione. L'idea che Patrick possa trascorrere dopo 22 mesi una notte in un luogo diverso dalla prigione ci emoziona e ci riempie di gioia. In oltre dieci piazze italiane questa sera scenderemo con uno stato d'animo diverso dal solito e più ottimista», commenta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. «La notizia che tanto aspettavamo. Patrick Zaki sarà scarcerato. Speriamo presto di poterlo riabbracciare qui a Bologna», ha invece esultato il sindaco di Bologna Matteo Lepore. Una sentenza, quella emessa durante la terza udienza a carico dello studente 30enne, tutt’altro che scontata. Contro Patrick ci sono diversi capi di accusa, per cui rischia fino a cinque anni di carcere. Il mandato di cattura contiene le accuse di minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento a manifestazione illegale, sovversione, diffusione di notizie false e propaganda per il terrorismo.

Lo studente 30enne detenuto da 22 mesi per “diffusione di notizie false”. Patrick Zaki scarcerato ma non assolto, la svolta all’udienza in Egitto. Antonio Lamorte su Il Riformista il 7 Dicembre 2021. Patrick George Zaki sarà scarcerato ma non assolto. È quanto fa sapere l’Ansa da Mansoura, in Egitto, dove lo studente è detenuto e dove stamane al Palazzo di Giustizia si è tenuta la terza udienza sul caso. Il 30enne, ricercatore e studente all’Università di Bologna è in carcere da 22 mesi, dal febbraio 2020, con l’accusa di “diffusione di notizie false”. La notizia è stata confermata da alcuni avvocati all’esterno del Palazzo di Giustizia. Non è ancora stato chiarito ma la scarcerazione potrebbe avvenire già tra oggi e domani. L’ordine sarebbe stato comunque già firmato. La decisione è stata accolta con urla di giubilo all’interno del tribunale. Zaki dovrà ricomparire davanti alla Corte il prossimo 1 febbraio. “Sto bene, grazie Italia”, le parole del 30enne, in una cella nel Palazzo di Giustizia di Mansoura dove si è tenuta l’udienza, a un diplomatico italiano come riportato dall’Ansa. Presenti, come nelle precedenti udienze, due diplomatici italiani, su richiesta dell’Ambasciata italiana anche funzionari di altri Paesi (USA, Spagna, Canada), un avvocato della Delegazione dell’Unione Europea e un legale di fiducia della rappresentanza diplomatica italiana al Cairo. Tutti per monitorare il processo come prima avevano fatto per tutte le sessioni di rinnovo della custodia cautelare. Zaki non era ammanettato ed era vestito di bianco quando è arrivato in aula. Da poco è stato trasferito dalla prigione di Tora, nei pressi de Il Cairo, a quella di Mansoura, vicino casa sua. “In carcere ha freddo, nemmeno una coperta, ha ancora fortissimi dolori alla schiena. Non gli lasciano i libri per continuare a studiare”, ha detto a Il Corriere della Sera la madre Hala, intervistata nella casa dove lo studente è cresciuto. “Non gli fanno avere né acqua né cibo”, ha aggiunto il padre George. A soli quattro minuti dall’inizio l’udienza era stata sospesa: la legale del ragazzo, Hoda Nasrallah, ha chiesto l’acquisizione di altri atti per dimostrare sia una presunta illegalità durante l’arresto del 7 febbraio 2020 e sia la correttezza dell’articolo sui copti alla base del processo. Articolo che era comparso sul sito Darj. Zaki è accusato di propaganda sovversiva per alcuni post sui social network e per alcuni articoli sulle persecuzione ai danni dei cristiani copti. È stato arrestato il 7 febbraio 2020, appena atterrato per una vacanza in Egitto. Da allora la sua custodia in carcere è stata puntualmente rinnovata. Il rinvio a giudizio è arrivato per “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese” sulla base di un articolo scritto dallo stesso studente. Zaki era arrivato a Bologna dopo aver vinto una Borsa di Studio per un master Gemma dedicato agli studi di genere e delle donne. La nota della Presidenza del Consiglio: “Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, esprime soddisfazione per la scarcerazione di Patrick Zaki, la cui vicenda è stata e sarà seguita con la massima attenzione da parte del Governo italiano”. La giornalista di Rai3 e del quotidiano Domani ha fatto sapere di aver “appena parlato al padre di Patrick. Dovrebbe uscire alle 18. È molto contento e ringrazia tutti”. 

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Zaki ritrova la libertà: "Grazie Italia". Chiara Clausi su Il Giornale l'8 dicembre 2021. Un abbraccio e un pianto liberatorio. È stato quello tra la sorella di Patrick Zaki, Marise, e la madre, Hala, dopo una notizia attesa da quasi due anni. Patrick, il ricercatore egiziano di 30 anni, che frequentava un master in Studi di Genere all'Università di Bologna in carcere da 669 giorni, è stato liberato. Non è ancora stato assolto però, e dovrà apparire davanti alla corte di nuovo il primo febbraio. Patrick, durante i 4 minuti in cui è stato in aula fuori dalla gabbia, era vestito di bianco, colore simbolo degli imputati, portava una mascherina nera calata sul mento, codino, occhiali rotondi. Come sempre. Fuori dall'aula del tribunale insieme alla madre e alla sorella, c'erano anche il padre e gli amici. Lo studente invece non era in aula al momento dell'annuncio. Ma poco prima dell'inizio dell'udienza aveva detto «grazie, grazie sto bene» alzando il pollice. Il padre di Patrick, George, dopo la decisione, ha abbracciato i due diplomatici italiani presenti all'udienza e ha detto: «Vi siamo molto grati per tutto quello che avete fatto». Zaki era stato da poco trasferito dal carcere cairota di Tora, dove ha trascorso quasi tutta la sua custodia cautelare, dove dormiva per terra, a una prigione di Mansura, la sua città natale. Immediatamente dopo l'arresto, aveva raccontato il suo avvocato, Patrick era stato torturato. Picchiato, spogliato, bendato, sottoposto a scosse elettriche sulla schiena e sull'addome, insultato verbalmente. Per molti mesi gli era stata negata la possibilità di comunicare con l'esterno e di ricevere visite dalla famiglia, anche se ufficialmente era stato detto a causa dell'emergenza coronavirus. Ma non finisce qui. C'erano state gravi polemiche sul fatto che le autorità egiziane gli stessero negando le cure mediche. Patrick soffre di asma, oltre che di ansia e depressione. Il suo dolore alla schiena si era aggravato ed era molto dimagrito negli ultimi tempi. Ma la partita non è conclusa. In tribunale, la legale, Hoda Nasrallah, ha chiesto l'acquisizione di altri atti per dimostrare sia una presunta illegalità durante l'arresto avvenuto il 7 febbraio 2020 all'aeroporto del Cairo che la correttezza dell'articolo sui copti alla base del processo. I capi d'accusa menzionati nel mandato di arresto sono minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di notizie false, propaganda per il terrorismo. Inoltre, Patrick avrebbe compiuto propaganda sovversiva attraverso alcuni post pubblicati su Facebook. Il rinvio a giudizio è avvenuto invece per «diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese» sulla base di tre articoli scritti da Zaki. In particolare ne spicca uno, scritto nel 2019, sul giornale Daraj, sui cristiani copti in Egitto perseguitati dallo Stato Islamico, e discriminati da alcuni segmenti della società musulmana. Tema caro a Zaki perché anche lui appartiene alla comunità copta egiziana. Subito dopo la sentenza è arrivato il commento di Riccardo Noury portavoce di Amnesty International Italia: «È un enorme sospiro di sollievo perché finisce il tunnel di 22 mesi di carcere e speriamo che questo sia il primo passo per arrivare a un provvedimento di assoluzione», ha dichiarato. «Non me l'aspettavo. Non siamo abituati a ricevere buone notizie sul processo, ma oggi sono molto contento per lui, la sua famiglia e per tutti quelli che hanno portato avanti la campagna per la libertà di Patrick». ha raccontato Rafael Garrido Alvarez, amico prima di tutto ma anche ex compagno di studi di Patrick Zaki, quando frequentava il master in studi di genere all'Università Alma Mater di Bologna.

Free PatrickZaki è libero, ma l’Egitto continuerà il suo assurdo processo politico. Futura D’Aprile su L'Inkiesta.it il 7 dicembre 2021. Il giovane egiziano è stato scarcerato dopo 22 mesi di detenzione, ma la prossima udienza del primo febbraio 2022 potrebbe concludersi con una condanna definitiva. Rischia fino a 5 anni di carcere a causa di un articolo in cui si denunciavano i mancati provvedimenti del regime di al-Sisi per garantire la sicurezza della minoranza dei cristiani copti. Dopo ventidue mesi di carcere, Patrick Zaki è tornato libero,  per ora. Il 7 dicembre il tribunale egiziano ha ordinato la scarcerazione del giovane studente iscritto all’Università di Bologna e detenuto in Egitto dal febbraio 2020 con l’accusa di “diffusione di notizie false dentro e fuori il paese”. Il caso Zaki però non può dirsi ancora concluso. Le accuse contro il giovane sono ancora in piedi e il primo febbraio 2022 si attende la nuova udienza. Lo studente rischia fino a 5 anni di carcere per diffusione di false informazioni a causa di un articolo in cui si denunciavano i mancati provvedimenti del regime di Abdel Fattah al-Sisi per garantire la sicurezza della minoranza dei cristiani copti, a cui lo stesso Zaki appartiene. Nonostante ciò, la notizia della scarcerazione è stata accolta con grande gioia all’interno dell’aula, dove erano presenti i parenti del giovane oltre alla delegazione dell’Unione europea, due diplomatici italiani e alcuni funzionari delle ambasciate di Stati Uniti, Spagna e Canada. I legali di Zaki temevano l’ennesimo prolungamento della detenzione preventiva, a cui il giovane è stato sottoposto negli ultimi ventidue mesi. Le udienze tenutesi fino a ieri si sono sempre concluse con un nulla di fatto e con un rinnovo della detenzione del giovane, trasferito tra l’altro dal carcere di Mansura, sua città natale, a quello di Tora al Cairo, noto per la durezza dei trattamenti riservati ai detenuti. Per più di cinque mesi gli è stato anche negato il diritto a ricevere visite familiari, ufficialmente a causa delle restrizioni imposte dal governo per contenere i contagi da coronavirus. 

La difesa

L’udienza in cui si è decisa la scarcerazione di Zaki è stata breve. La sospensione è arrivata dopo soli quattro minuti, dopo che il capo del team della difesa, Hoda Nasrallah, aveva chiesto di aver accesso a tutte le prove a carica del suo cliente, facendo specifico riferimento alle immagini delle telecamere di sicurezza dell’aeroporto del Cairo. Zaki è stato fermato il 7 febbraio durante il controllo passaporti e portato in un edificio della National security agency dove, secondo i suoi avvocati, sarebbe stato picchiato, torturato con scosse elettriche, abusato verbalmente e minacciato di stupro. 

Nelle carte delle indagini, però, è riportato che il giovane è stato arrestato l’8 febbraio a Mansura, mentre era nell’abitazione della sua famiglia. Tramite le registrazioni dell’aeroporto, la difesa vuole invece dimostrare che Zaki è stato prelevato appena atterrato in Egitto e che il suo arresto è stato formalizzato solo 24 ore dopo. Gli avvocati hanno anche richiesto l’accesso al verbale redatto dal funzionario della Sicurezza nazionale riportante l’arresto al Cairo e a quello in cui viene ufficialmente registrato il fermo a Mansura del giovane. La difesa ha anche chiesto di poter ascoltare la testimonianza del fratello di un soldato cristiano ucciso da terroristi islamici, per dimostrare che quanto riportato da Zaki nell’articolo uscito nel 2019 sul portale el-Daraj corrisponde al vero. 

La stampa egiziana 

La notizia dalla scarcerazione di Zaki ha riempito i media italiani, ma ha invece trovato poco spazio in Egitto. Alcuni giornali online indipendenti in lingua inglese e che sfuggono alle maglie della censura hanno dato la notizia della sentenza emessa ieri dal giudice, ma la questione è passata abbastanza sotto traccia nel paese nordafricano. Il tema d’altronde è piuttosto delicato. Zaki è ufficialmente accusato di diffusione di notizie false, ma le motivazioni hanno una forte connotazione politica e riguardano sia il trattamento riservato nel paese alla minoranza copta, quanto (più indirettamente) il lavoro svolto dal giovane a Bologna all’interno della comunità Lgbt. 

I rapporti con il Cairo

Eppure i rapporti tra Egitto e Italia in questi ventidue mesi non hanno subito alcuna modifica. I due paesi continuano ad avere normali rapporti diplomatici e commerciali, come dimostra anche la recente partecipazione delle maggiori aziende dalla Difesa all’Expo militare tenutosi al Cairo. D’altronde nemmeno l’omicidio del ricercatore Giulio Regeni e i continui depistaggi operati dai servizi di intelligence e di sicurezza sono stati sufficienti perché il governo italiano facesse le dovute pressioni alla controparte egiziana. Per quanto riguarda quest’ultima vicenda, si attende adesso la data del 10 gennaio, quando si terrà una nuova udienza davanti dal Gup di Roma dopo la pubblicazione della relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte del giovane ricercatore. Una data vicina a quella della prossima udienza di Patrick Zaki, che potrebbe concludersi con una condanna definitiva e senza appello.

Da ansa.it l'8 dicembre 2021. Patrick Zaki è stato scarcerato da un commissariato di Mansura. Appena uscito, lo studente egiziano dell'Università di Bologna, in carcere da 22 mesi, ha abbracciato la madre. "Tutto bene": queste le prime parole che Patrick Zaki ha pronunciato, parlando in italiano, appena rilasciato. L'abbraccio è avvenuto in una stretta via su cui affaccia il commissariato, fra transenne della polizia del traffico e un camion con rimorchio. Per abbracciare la madre Patrick ha lasciato a terra un sacco bianco di plastica che portava assieme a una borsa nera.

"Un abbraccio che vale più di tante parole. 

Bentornato Patrick!". Lo scrive su Fb il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, postando una foto dell'abbraccio tra Zaki e la sorella all'uscita dal carcere. 

"Aspettavamo di vedere quell'abbraccio da 22 mesi e quell'abbraccio arriva dall'Italia, da tutte le persone, tutti i gruppi e gli enti locali, l'università, i parlamentari che hanno fatto sì che quell'abbraccio arrivasse". 

Così all'ANSA Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia commenta la notizia del rilascio di Zaki. "Un abbraccio - dice Noury - soprattutto ai mezzi di informazione che hanno tenuto alta l'attenzione per questi 22 mesi. Ora che abbiamo visto quell'abbraccio aspettiamo che questa libertà non sia provvisoria ma sia permanente. E con questo auspicio arriveremo al primo febbraio, udienza prossima".

Carlo Verdelli per il “Corriere della Sera” l'8 dicembre 2021. Nei giorni del naufragio della civiltà, appena denunciati con forza disperata da papa Francesco, una notizia finalmente diversa, controcorrente, di gioia invece che di ripetuto dolore. Un sommerso che invece si salva, torna libero, si riguadagna un pezzo inatteso di futuro. Preparati a lasciare la tua cella, Patrick Zaki, figlio sgradito d'Egitto, fratello di tanti studenti italiani che ti hanno adottato. Questione di ore, massimo di giorni, e l'incubo senza fine dove eri precipitato svanirà. O almeno dovrebbe, condizionale d'obbligo quando si ha a che fare con Paesi che non praticano la democrazia ma il suo contrario. Hai nelle ossa, nei polmoni, negli occhi l'enormità di 670 giorni di carcere infame, senza materasso per dormire, senza medicine per curarti l'asma, senza una colpa da cui difenderti né una ragione per sopportare il fatto che di colpo, un giorno, il 7 febbraio 2020, a neanche 29 anni, ti hanno tolto all'improvviso la libertà. Ma tu hai resistito a tutto. Ti sei aggrappato come un naufrago alla speranza che da qualche parte, specialmente in quell'Italia dove eri stato studente per un master a Bologna, non si erano dimenticati di te. E forse questo ha contato nell'esito clamoroso di queste ore. Forse la mobilitazione di movimenti, università, città, instancabile nonostante le frustrazioni dei ripetuti prolungamenti della tua detenzione preventiva (45 giorni più altri 45 più altri 45), qualcosa ha smosso nei meccanismi ineluttabili e perversi del potere. Forse la richiesta di cittadinanza italiana, avanzata all'unanimità dalla maggioranza del Parlamento che sostiene il nostro governo, ha aiutato una diplomazia impigrita da una ragion di Stato che, in nome degli affari e delle convenienze strategiche, è spesso capace di chiudere un occhio, e anche tutti e due. Forse hanno avuto un peso le parole di Liliana Segre, quando si è spinta fino in Senato a Roma per sostenerti: «Sono qui come nonna di Zaki, e come lui so che cosa vuole dire la porta chiusa di una cella e l'angoscia che possa succedere di peggio quando si apre». E forse, da ultimo, non è stata inutile anche la pressione di alcuni giornali, e il Corriere della Sera è tra questi quando ancora ieri raccontava il tormento dei tuoi genitori e di tua sorella, in attesa come tutto il mondo libero di quello che ti sarebbe successo all'indomani, udienza importante del tuo irreale calvario giudiziario. I fari tenuti accesi sul buio della tua prigione hanno magari impedito che quel buio diventasse impenetrabile. Vero che non è finita. Non è quasi mai finita quando c'è di mezzo un regime che si considera arbitro e padrone delle vite degli altri, dei suoi cittadini, dei sudditi. Dovrai ripresentarti davanti a una Corte egiziana il primo febbraio, perché sarai anche libero ma non ancora assolto (da quale accusa, chissà). Potrebbero decidere di tornare a rovinarti l'esistenza in qualsiasi momento. Ma intanto sei praticamente fuori, potrai dormire prestissimo, una delle prossime notti, nella tua casa di Mansoura, con la famiglia che ti ha aspettato ogni secondo di questi 22 mesi, o magari anche tornare a studiare in quella Bologna, dove in ogni tua lettera dal carcere bestiale di Tora, al Cairo, chiedevi di poter ripartire dopo il tunnel dove ti avevano cacciato. «Riportatemi in piazza Maggiore. Grazie alla città, alle bandiere gialle. Io combatterò per questo». Combattere e vedere riconosciuto, in un giorno di festa, che non è impossibile, che non è tutto inutile, è un segno che pretende un seguito. Le pressioni delle piazze, della società civile, e l'effetto domino che determinano sulle attenzioni di un Paese come l'Italia, possono davvero cambiare il corso delle cose, anche per gli ultimi, le vittime più incolpevoli della perdita di qualsiasi valore per il rispetto dei diritti fondamentali dell'essere umano. Salvato, per adesso, il soldato Zaki, arruolato in una guerra di inciviltà che non lo ha mai riguardato, diventa ancora più urgente proseguire con convinzione sulla stessa strada. È evidente che il prossimo passo, nei confronti dell'Egitto, non può che avere a che fare con la riapertura del processo sulla fine ignobile di Giulio Regeni. Quella vita meravigliosa non si può più salvare. Ma almeno tutta la verità sulla sua esecuzione e i suoi assassini, ecco, quello è un obiettivo non contrattabile, non più rinviabile, irrinunciabile. La liberazione di Patrick è benedetta ma si completa soltanto con la fine dell'omertà sullo studente Giulio, italiano del mondo. 

Patrick Zaki è libero, ma le accuse non sono cadute: «Grazie a chi mi ha sostenuto. Avete tenuto accesa la luce». Marta Serafini su Il Corriere della Sera il 9 dicembre 2021.Intervista a Zaki, scarcerato dopo 22 mesi: «In cella leggevo quel che potevo, il mio libro preferito è “L’amica geniale”. E scrivevo, quando mi era permesso. Vorrei pubblicare i miei diari. In carcere una delle cose che ti fa più soffrire è il pensiero del dolore che provochi a chi ti vuol bene. Ora vorrei andare a Napoli. E conoscere Liliana Segre»

«Sono ancora un po’ confuso, tutto sta andando velocemente. Ma ora sono felice, sono qui con la mia famiglia, con tutte le persone che amo. Tutto qui». 

Non indossa più la tuta bianca dei detenuti in attesa di giudizio, Patrick Zaki. È seduto nel salotto della sua casa di infanzia a Mansoura. Alle sue spalle un arazzo di spugna che raffigura Cristo. È il più calmo di tutti, nella stanza. Intorno a lui, il magico «dream team» di donne. La sorella Marise, la fidanzata, un’amica, mamma Hala che, dopo 22 mesi di lontananza, angoscia e paura, ora non lo perdono di vista un attimo. C’erano loro ad aspettarlo fuori dal commissariato di polizia di Mansoura da cui è stato rilasciato ieri dopo 670 giorni di detenzione. E ci sono loro mentre Patrick entra nell’appartamento dove è cresciuto e sull’auto verso il Cairo. In salotto, intanto, papà George non smette di sorridere un attimo. Zaki ha cambiato montatura di occhiali («l’altra l’ho persa durante un trasferimento da una cella all’altra»). La barba è lunga, il sorriso quello delle fotografie di prima dell’arresto. Sotto il maglione scuro, la maglietta dell’Università di Bologna. Poi i jeans preferiti. I palmi della mani, neri al momento del rilascio, ora sono puliti. Intorno, la cagnetta Julie scodinzola felice.

Patrick, innanzitutto ben trovato. Quando hai capito che stavi per tornare libero?

«Non mi hanno annunciato che sarei stato rilasciato. All’improvviso mi hanno portato al commissariato, e hanno iniziato a prendermi le impronte. Non capivo cosa stesse succedendo, non c’erano segnali che mi stessero per scarcerare. Ero confuso. Non posso dire tutti i dettagli e preferisco non parlare delle condizioni di detenzione. Ma poi ho capito che c’era una speranza. È la speranza, sai, la cosa più difficile da tenere in vita quando ti tolgono la libertà».

Hai abbracciato prima tua mamma, poi la tua fidanzata e infine tua sorella Marise. Qual è stata la prima cosa che hai detto a questo gruppo di donne che lotta per te da 22 mesi, insieme a tuo padre e tutto lo staff della Eipr?

«Ho detto grazie. E poi “Temam”: va tutto bene».

Patrick ride, si interrompe.

La frase che hai sempre ripetuto a tua madre fin da quando lei stava in angoscia nel 2011 ai tempi della rivoluzione e tu ti eri trasferito a vivere al Cairo…

«Già. Una delle cose che più ti fa soffrire quando sei in carcere è il pensiero del dolore che provochi alle persone cui vuoi bene. Io devo solo dire grazie, grazie all’Italia per essere stata vicina a me e alla mia famiglia. Grazie a tutti quelli che hanno tenuto accesa la luce. E l’elenco è lunghissimo».

Abbiamo tempo, ora.

«Gli amici in ogni parte del mondo, che si sono dati da fare per me. Ma anche la vostra delegazione diplomatica che è venuta alle udienze. Poi l’università di Bologna. Tutti i compagni di master, ma in particolare c’è una persona».

Chi è?

«La professoressa Rita Monticelli. È la mia mentore al master Gemma a Bologna (quando Patrick è stato arrestato nel 2020 stava frequentando il primo semestre). Una persona che mi ha trattato come un figlio. E non mi ha trasmesso solo conoscenza ma anche valori. L’empatia, il rispetto. E l’ascolto. E poi mia sorella Marise. Ma sicuramente così faccio arrabbiare qualcuno, mi fermo qui».

L’Italia si è adoperata per il tuo rilascio a più livelli. Il premier Mario Draghi ha seguito costantemente il tuo caso. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ti ha dedicato un abbraccio pubblico. L’ambasciatore Quaroni ti ha chiamato al telefono.

«Vedere in aula i vostri rappresentanti diplomatici durante le udienze mi ha dato forza. E sono sicuro che ci sono decine e decine di altre persone cui dovrò stringere la mano».

Anche la società civile ha avuto un ruolo fondamentale. «Aspettavamo di vedere quell’abbraccio da 22 mesi», ha commentato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

«Non dimenticherò mai tutte le volte in cui durante le visite mi venivano raccontato delle manifestazioni, delle piazze. E di tutte le iniziative organizzate per chiedere il mio rilascio in questi quasi due anni».

La senatrice Liliana Segre ha votato per la richiesta di cittadinanza dicendo di essere in Aula idealmente come tua nonna, come persona che sa cosa vuole dire stare chiusa dentro stanza da cui non si può uscire. Vuoi dirle qualcosa?

«Mi ha riempito di orgoglio sapere che una persona del suo livello e della sua statura morale si sia interessata a me. Voglio conoscerla. Assolutamente. Spero che questo avvenga quanto prima».

Patrick ora sei libero ma le accuse a tuo carico non sono cadute. Il giudice ha fissato un’udienza all’inizio di febbraio come dice la tua legale Hoda Nasrallah. Pensi di poter tornare in Italia un giorno?

«Spero, ovviamente, che questo avvenga presto. Non so se ci sia un’interdizione per viaggiare all’estero. Per ora so che posso tornare al Cairo».

Dalle tue lettere traspariva grande dolore per il master in studi di parità di genere dell’Università di Bologna che non hai potuto finire. Lo riprenderai?

«Spero davvero presto. Il prima possibile. Non vedo l’ora di poter riabbracciare i miei compagni, i miei professori. E c’è un posto dove vorrei andare prima o poi, in Italia».

Qual è?

«Napoli. Non ci sono mai stato. La mia bisnonna Adel veniva da Napoli. Non parlo così bene l’italiano, ma l’accento di quella parte del Paese mi ha sempre affascinato. Amo molto gli autori napoletani».

Hai potuto leggere in carcere?

«Sì. Dostoevskij, Saramago. E poi L’amica geniale di Elena Ferrante. Il mio preferito, forse. I libri dell’Università invece erano più complicati da avere. Ho provato anche a scrivere qualche volta ma non sempre mi era permesso tenere il blocco».

Già, scrivere… Ti piace?

«Permette di rielaborare, di processare l’accaduto. Una persona a me vicino mi ha insegnato questo».

Alza lo sguardo Patrick, e in cambio gli arriva un sorriso di rimando indietro. Ma in quegli occhi c’è anche un rimprovero, dolce. Basta parlare con gli altri. Prenditi il tuo tempo, Patrick. Ricordati cosa ti hanno fatto, sembrano dire quegli occhi.

Dal Corriere il 20 novembre scorso hai ricevuto un premio che speriamo di poterti consegnare molto presto di persona, il premio alla memoria di Maria Grazia Cutuli, l’inviata uccisa in Afghanistan nel 2001…

«Sì, mia sorella mi ha detto. Maria Grazia… questo premio significa tanto per me. Non lo merito, ci sono eroi là fuori che combattono, in Egitto, più di me, molto più di me. Ma è un premio per cui ringrazio di cuore, Maria Grazia è molto molto importante per me, e questo riconoscimento rappresenta un grande sostegno che ho ricevuto dal Corriere, come istituzione. E presto spero di scrivere i miei diari, quello che ho passato, sul Corriere. Aspettatemi!».

Uscito dal commissariato di Mansura ha abbracciato la madre. Le sue prime parole sono state in italiano. Di Maio: «Bentornato Patrick». La Repubblica l'8 dicembre 2021. Patrick Zaki è stato scarcerato da un commissariato di Mansura. Appena uscito, lo studente egiziano dell'Università di Bologna, in carcere da 22 mesi, ha abbracciato la madre. "Tutto bene": queste le prime parole che Patrick Zaki ha pronunciato, parlando in italiano, appena rilasciato. L'abbraccio è avvenuto in una stretta via su cui affaccia il commissariato, fra transenne della polizia del traffico e un camion con rimorchio.

Per abbracciare la madre Patrick ha lasciato a terra un sacco bianco di plastica che portava assieme a una borsa nera.

"Un abbraccio che vale più di tante parole. Bentornato Patrick!". Lo scrive su Fb il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, postando una foto dell'abbraccio tra Zaki e la sorella all'uscita dal carcere.

"Aspettavamo di vedere quell'abbraccio da 22 mesi e quell'abbraccio arriva dall'Italia, da tutte le persone, tutti i gruppi e gli enti locali, l'università, i parlamentari che hanno fatto sì che quell'abbraccio arrivasse". Così all'ANSA Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia commenta la notizia del rilascio di Zaki. "Un abbraccio - dice Noury - soprattutto ai mezzi di informazione che hanno tenuto alta l'attenzione per questi 22 mesi. Ora che abbiamo visto quell'abbraccio aspettiamo che questa libertà non sia provvisoria ma sia permanente. E con questo auspicio arriveremo al primo febbraio, udienza prossima".

Giu. Sca. per "il Messaggero" il 9 dicembre 2021. Per adesso Patrick Zaki non potrà venire in Italia. Il rientro nella città che l'ha adottato, Bologna, è solo rinviato. Anche se occorre prudenza. Le reazioni del regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi sono imprevedibili. Zaki è, infatti, considerato un problema locale. La sua storia va vista nella più ampia condizione dei cristiani Copti in Egitto. Una minoranza costantemente perseguitata, cittadini di serie b rispetto al resto della popolazione musulmana. La colpa di Zaki, per la locale magistratura, è quella di aver avuto, da cristiano, il coraggio di scrivere articoli a difesa dei cristiani nel 2019. Una lunga ricostruzione in cui il 30enne denunciava una serie di vessazioni patite dai Copti che poi gli è valsa l'arresto, la detenzione lunga 22 mesi con annesse torture. Come scrive in una relazione la Onlus Porte Aperte «nella società egiziana, i cristiani sono considerati cittadini di seconda classe dalla maggioranza islamica. Una minoranza svantaggiata nella sfera politica e nei rapporti con lo Stato. In tale contesto, il Governo è restio a rispettare e fare rispettare i loro diritti». E ancora, si legge sempre sul sito di Porte Aperte, «lo Stato sembra concedere poca attenzione ai diritti umani fondamentali e al pluralismo democratico. Il livello di violenza contro i cristiani rimane estremamente elevato». Una minoranza ampia, di 16 milioni di persone, in una popolazione di 100 milioni. Nella visione del regime non deve assolutamente passare il messaggio che la pressione internazionale possa avere contribuito alla scarcerazione del 30enne. Sarebbe un segno di debolezza che il Cairo non vuole proiettare al proprio interno. E sebbene le richieste incessanti dell'Italia, con il sostegno degli Usa, siano andate avanti nei 22 mesi di carcerazione, il principale motivo che ha spinto l'Egitto a concedere la liberazione (il processo continuerà) di un suo cittadino è collegato all'assassinio di Giulio Regeni. Lo studente italiano ammazzato dai servizi di sicurezza locali tra gennaio e febbraio del 2016. Il messaggio che il Cairo manda sotto voce a Roma è quella di una sorta di compensazione, una comunicazione cinica. Sull'omicidio Regeni gli egiziani non vogliono che venga fatta giustizia né in Patria né in Italia. È quindi difficile che dall'altra sponda del Mediterraneo collaborino per la notifica dell'avviso di garanzia dell'inchiesta che il pm Sergio Colaiocco ha condotto dalla Capitale per individuare i responsabili delle torture culminate con l'omicidio di Regeni. E senza la notifica dell'atto della richiesta di rinvio a giudizio, in Italia non si può processare nessuno. Ecco allora che Zaki viene liberato come una concessione rispetto a un muro che il Cairo solleva sul brutale assassinio dello studente di Cambridge. È in quest' ottica che negli ambienti di governo italiano si legge la scarcerazione di Zaki. Occorre sempre ricordare che sulla testa del 30enne pende la spada di Damocle del processo. In qualsiasi momento le autorità locali possono ritornare sui loro passi. La Farnesina che ha lavorato a fari spenti lo sa bene. E nessuno, negli ambienti diplomatici, vuole urtare la sensibilità egiziana ben sapendo quale possa essere la reazione. Nessuno vuole che la macchina di repressione inghiottisca lo studente egiziano dell'Università di Bologna come è accaduto allo studente italiano dell'Università di Cambridge.

Da striscialanotizia.mediaset.it il 9 dicembre 2021. L’8 dicembre è stato finalmente rilasciato il 30enne Patrick Zaki, l’attivista e studente egiziano dell’Università di Bologna in carcere in Egitto da 22 mesi e ancora sotto processo. I media italiani hanno dato grande risalto alla notizia, peccato che i due corrispondenti Rai al Cairo, Giuseppe Bonavolontà e Leonardo Sgura (stipendio: oltre 220.000 l’anno, come pubblicato sul sito della Rai), non fossero presenti nel momento della scarcerazione (15 ora locale, le 14 in Italia). I principali tg della tv di Stato sono stati costretti a riutilizzare immagini e interviste del Corriere della Sera e la Repubblica, nonostante nella capitale egiziana la Rai abbia un ufficio di corrispondenza. Cosa sarà successo? Le ipotesi di Pinuccio stasera a “Rai Scoglio 24”. Il servizio completo questa sera a Striscia la notizia (Canale 5, ore 20.35).

Filippo Facci per “Libero quotidiano” l'11 dicembre 2021. Poi Patrick Zaki ha aperto bocca a margine delle tremila interviste rilasciate dopo la sua liberazione: e si è visto che non parla una parola d’italiano. Tutti di sale, ma guai a dirlo. Rispondeva in inglese. Cioè: «Zaki uno di noi», «cittadino italiano», le luci dei municipi accese, le candele alle finestre, centinaia di comuni a conferirgli la cittadinanza onoraria, una mozione in Senato per dargli la cittadinanza italiana, la richiesta al Governo di motivarla con «meriti speciali», quasi 300mila firme, l’appello della conferenza dei rettori, 26 europarlamentari e una lettera all’ambasciata del Cairo, una risoluzione a Bruxelles, studenti mobilitati, Patrick «affamato di conoscenza», appassionato di «letteratura napoletana, «Zaki il bolognese», la maglietta della «sua» università recapitata dall’Ateneo, la borsa di studio per lui «sempre teso alla condivisione, quell’ansia di conoscere e di sapere», il master frequentato nella «sua» Bologna: anche se non è chiaro in che lingua. Poi capisci che l’unica cosa che conta è che abbiano liberato un detenuto per un reato di opinione, anche se è accaduto in Egitto con un detenuto egiziano. Andrea Costantino e Marco Zennaro, invece, accusati di reati indefiniti, sono due detenuti incarcerati rispettivamente negli Emirati Arabi e in Sudan, ma, dopo il caso Regeni, sono solo italiani e non egiziani. 

Dalla rubrica delle lettere de “la Repubblica” l'11 dicembre 2021. Caro Merlo, il tunisino Wissem Ben Abdel, morto a 26 anni al San Camillo, secondo la famiglia e tre testimoni è stato picchiato dalla polizia nel Centro di accoglienza, il Pm è stato avvisato tardi e l'autopsia è stata fatta senza avvocati. La Tunisia protesta e nelle strade manifestano chiedendo giustizia. Lo abbiamo ucciso di botte! Pietà l'è morta. Ada Bolognesi - Roma

Risposta di Francesco Merlo

È morto legato a un letto, vedremo se di botte. L'Italia che aveva sognato si è rivelata una trappola di disumanità e i tunisini pretendono la trasparenza che noi pretendiamo dall'Egitto per Zaky e Regeni. Non ci si può indignare contro le violenze degli altri e balbettare quando di violenza siamo accusati noi.

Patrick Zaki, Nicola Porro: "Sapete come funziona la giustizia in Italia?", quello che i giornali non dicono. Libero Quotidiano il 9 dicembre 2021. "Oggi c’è solo Patrick Zaki, la più ridicola è la Stampa con quattro pezzi che partono in prima pagina": Nicola Porro, nella sua consueta rassegna stampa della mattina, annota gli articoli e gli argomenti più importanti della giornata. Oggi in primo piano c'era, appunto, la scarcerazione dello studente egiziano, dopo 22 mesi di detenzione. Il giornalista, però, ha voluto far notare un dettaglio, che molti giornali non hanno riportato: "Nel frattempo in Italia arrestano come se non ci fosse un domani. Sul Riformista Tiziana Maiolo avverte che nel nostro Paese è peggio che in Egitto con il caso Pittella, arrestato per la terza volta, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, uno di quei reati difficilmente dimostrabili". "La cosa straordinaria - continua Porro - è che l'hanno arrestato perché ha scritto una lettera a Mara Carfagna. Così avrebbe violato i suoi arresti domiciliari". Parlando della ministra per il Sud, il giornalista ha chiarito: "Sono certo che Carfagna non abbia fatto altro che dare questa lettera alla polizia perché preoccupata". Anche se poi ha aggiunto: "Maiolo fa notare però che non è vietato mandare lettere se si è agli arresti domiciliari, perfino se sei al 41bis". E' un discorso di giustizia e garantismo quello fatto da Porro, che poi sull'argomento chiosa in questo modo: "Giusta l'indignazione nei confronti di Zaki, ma poi in Italia arrestiamo per tre volte Pittella". Specificando: "Che nemmeno conosco". 

Patrick Zaki, Nicola Porro e il paradosso della giustizia in Italia: "Quello che non viene scritto". Il Tempo il 09 dicembre 2021. Dopo 22 mesi di detenzione, il tribunale egiziano di Mansura ha ordinato il rilascio, in attesa del processo, per Patrick Zaki, l'attivista per i diritti umani e studente incarcerato a febbraio 2020. La prossima udienza si terrà il 1 febbraio, ma mentre difesa e pubblici ministeri prepareranno le loro argomentazioni finalmente Zaki sarà libero, probabilmente da mercoledì o nei giorni seguenti. Zaki, studente dell'Università di Bologna oggi 30enne, è stato arrestato nel febbraio 2020 poco dopo essere atterrato al Cairo per un breve viaggio di ritorno dall'Italia. Da allora è stato detenuto e accusato di aver diffuso notizie false sull'Egitto a livello nazionale e all'estero. Le accuse derivano da articoli di opinione scritti da Zaki nel 2019 e che parlano della discriminazione contro i cristiani copti in Egitto.  Nicola Porro, nella sua rassegna stampa mattutina segnala gli articoli più importanti della giornata evidenziando che su tutti i quotidiani c'è solo la notizia di Zaki fuori dal carcere dopo mesi di apprensione e di interessamento da parte dell'Italia: "Oggi c’è solo Patrick Zaki, la più ridicola è la Stampa con quattro pezzi che partono in prima pagina" commenta il giornalista che evidenzia un particolare di cui invece pochi parlano: "Nel frattempo in Italia arrestano come se non ci fosse un domani. Sul Riformista Tiziana Maiolo avverte che nel nostro Paese è peggio che in Egitto con il caso Pittella, arrestato per la terza volta, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, uno di quei reati difficilmente dimostrabili". "La cosa straordinaria - continua Porro - è che l'hanno arrestato perché ha scritto una lettera a Mara Carfagna. Così avrebbe violato i suoi arresti domiciliari". Parlando della ministra per il Sud, il giornalista ha chiarito: "Sono certo che Carfagna non abbia fatto altro che dare questa lettera alla polizia perché preoccupata". Anche se poi ha aggiunto: "Maiolo fa notare però che non è vietato mandare lettere se si è agli arresti domiciliari, perfino se sei al 41bis". Porro ritiene "giusta l'indignazione nei confronti di Zaki ma poi - evidenzia - in Italia arrestiamo per tre volte Pittella". "La cosa straordinaria - spiega Porro - è che l'hanno arrestato perché ha scritto una lettera a Mara Carfagna. Così avrebbe violato i suoi arresti domiciliari". 

Il sistema giudiziario italiano come quello egiziano. Il caso Pittelli è come quello Zaky, l’Anm si infuria con il Riformista. Tiziana Maiolo su Il Riformista l'11 Dicembre 2021. Il sindacato dei magistrati, quello così ben descritto nelle sue trame politiche nel libro Il Sistema di Palamara e Sallusti, se la prende con il Riformista. Perché abbiamo paragonato il sistema giudiziario italiano a quello egiziano e il caso di Giancarlo Pittelli a quello di Patrick Zaki. E anche perché abbiamo ironicamente qualificato come “malizia politica” e anche “stupore” le parole delle tre giudici del tribunale di Vibo che ha riportato in carcere l’avvocato calabrese, quando affermano che «Pittelli manifesta la volontà di instaurare contatti con la precipua finalità di incidere sul regolare svolgimento del processo». Se qualcuno si fosse aspettato una bella vigorosa lavata di capo da parte di un sindacato forte e con voce in capitolo, un ruggito alla Landini con le sue bandiere rosse, dobbiamo subito deluderlo. Anzi, possiamo persino buttarla in ironia, anche se chi indossa la toga, forse per deformazione professionale, in genere ne ha un po’ pochina. Pare quasi che nella sede centrale dell’ Anm, il sindacato dei magistrati, esistano delle schede prestampate a schema fisso, con scritto “autonomia e indipendenza” (quella da tutelare) e poi “finalità politiche”, quelle che gli altri attribuiscono alle toghe suscitando la loro indignazione. Come se non ci fosse più, nell’era post-Palamara, qualcuno in grado di elaborare un pensiero, non dico originale, ma almeno alfabetizzato. Mai una volta, per esempio, che il sindacato dei giudici e dei pm parli, oltre che di indipendenza e autonomia della magistratura anche dell’imparzialità, al pari degli altri due, valore costituzionale. Avrebbero potuto, i sindacalisti dell’Anm, descrivere le tre giudici del tribunale di Lamezia come “imparziali” soprattutto, visto anche che lo stesso avvocato Pittelli, nella lettera a Mara Carfagna che gli è costata la sua terza carcerazione, affermava che in Calabria esiste una giurisdizione “asservita” al volere del potente procuratore Nicola Gratteri. Noi stessi, che siamo maliziosi e non abbiamo reputazione di essere amici delle toghe, abbiamo avanzato dubbi sul fatto che la sciagurata contiguità tutta italiana tra giudice e accusatore sia sempre anche complicità. A maggior ragione dai vertici del sindacato impegnati nella difesa (un po’ anomala, perché mettono insieme il procuratore e i giudici) dei colleghi, ci si aspetterebbero parole del tipo: come vi permettete, voi del Riformista, di insinuare che le nostre giudici di Vibo non siano imparziali? Sarebbe stato un argomento –in questo caso sbagliato, perché noi non l’abbiamo messo in dubbio- ma in qualche modo sensato. Ma a chi pensate possa interessare invece la loro “autonomia e indipendenza”? Soprattutto affiancata a quella del procuratore Gratteri? E veniamo così all’indignazione più politica, quella che prende spunto dal paragone fatto dal Riformista tra il sistema giudiziario egiziano e quello italiano. Brucia, certo, è comprensibile. Ma brucia soprattutto a noi cittadini di uno Stato democratico, ogni volta che dobbiamo constatare quanto arretrata e contraddittoria e ingiusta sia la pratica quotidiana del nostro sistema processuale penale. La custodia cautelare, prima di tutto. Abbiamo scritto e riscritto gli articoli 273 e 274 del codice di procedura penale (mi permetto di dire “abbiamo” perché mi ci sono impegnata da presidente della commissione giustizia della Camera), ma il legislatore poco può fare di fronte al modo con cui la norma viene poi applicata. La verità è che nella testa di gran parte della magistratura, e in particolare dei pubblici ministeri, alberga ben poco il concetto del principio di non colpevolezza previsto dall’articolo 27 della Costituzione. E anche del fatto che per misura cautelare non debba necessariamente intendersi la detenzione in carcere. Prendiamo l’onorevole Pittelli, per esempio. È da Stato democratico o da regime totalitario il fatto che due anni fa, dopo il glorioso blitz del procuratore Gratteri, l’avvocato sia stato sbattuto (sì, sbattuto, non trovo altri termini che definiscano meglio) nel carcere speciale di Bad ‘e Carros, lontano dalla famiglia e dai difensori ma soprattutto dal suo giudice naturale e lì ristretto per quasi un anno? Stiamo parlando di un cittadino innocente secondo la Costituzione, e stiamo parlando di custodia cautelare. Siamo sicuri che il regime di detenzione di Patrick Zaki sia stato peggiore? Inoltre: nel frattempo i reati specifici per i quali l’avvocato Pittelli era stato arrestato, sia l’abuso d’ufficio che la rivelazione di atti d’ufficio e infine quello di essere una sorta di “capo” esterno dall’organizzazione mafiosa, erano caduti. È rimasta un’unica imputazione, il concorso esterno in associazione mafiosa. Il reato che non c’è nel codice penale italiano, e probabilmente neanche in quello egiziano. Un reato molto più evanescente rispetto a quelli d’opinione contestati a Zaki, accusato, oltre che di propaganda sovversiva anche di aver diffuso notizie false. Dando per scontato che siano comunque contestazioni infondate, hanno pur sempre in sé una concretezza maggiore rispetto a quelle su cui si basano le accuse contro l’avvocato calabrese. E questa è solo la fase uno della storia giudiziaria di Giancarlo Pittelli. Con la fase due si entra nel paradossale, perché la procura di Reggio Calabria arresta a sua volta e dopo Catanzaro l’avvocato –che nel frattempo era infine, dopo un anno, approdato alla detenzione domiciliare- con un’altra accusa. E porta in carcere una persona già in custodia cautelare, che il tribunale del riesame poi rispedisce, come un bel pacco postale, ai domiciliari. Ma c’è un intoppo: il vecchio braccialetto elettronico dell’avvocato nel frattempo è stato assegnato a un altro detenuto e per lui non ce ne sono più. Così l’onorevole Pittelli subisce anche l’umiliazione di restare quattro giorni in carcere più del dovuto nell’attesa di un nuovo braccialetto. Se la fase due è paradossale, la tre è semplicemente ridicola. È il terzo arresto, per “trasgressione alle prescrizioni imposte”, articolo 276 del codice di procedura penale. Quello che viene usato in genere nei confronti di quei detenuti che si allontanano dal domicilio coatto, o che comunque comunicano in modo diretto con persone estranee a quelle conviventi. Giancarlo Pittelli non è scappato, non ha neanche fatto un salto al bar per riassaporare un caffè ben fatto, e non ha neanche comunicato in forma diretta con nessuno, non ha telefonato, per esempio. Ha scritto una lettera. Ma la lettera non è un’interlocuzione, una forma immediata e diretta di dialogo, di conversazione, di rapporto con un’altra persona. È un foglio che viene imbucato e cui il ricevente può, se vuole, rispondere in modo diciamo sfasato rispetto a chi lo ha scritto e spedito. In che modo quindi Giancarlo Pittelli avrebbe comunicato con la ministra Carfagna destinataria della lettera? In nessuno, anche se lei gli avesse risposto. Cosa che non ha fatto, preferendo consegnare la missiva alla polizia. Con ciò sottraendosi anche all’ipotesi un po’ ridicola e ingenua, avanzata dal tribunale, che l’intervento di una vecchia amica e collega di partito avrebbe potuto turbare lo svolgimento regolare del processo. Questa è la storia. Ma un’ultima precisazione va fatta e ribadita. Giancarlo Pittelli non è solo un cittadino trattato da uno Stato democratico alla stessa maniera degli Stati totalitari, è anche e soprattutto un avvocato. Un penalista che svolge la propria professione in una regione del sud d’Italia dove, se non vuoi occuparti solo di furti d’appartamento, incontri facilmente persone imputate di associazione mafiosa. Vien quindi da domandarsi –e ne ha parlato diffusamente il presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza– se dietro la persecuzione subìta da Giancarlo Puttelli non ci sia anche un pregiudizio di procuratori e giudici che porta a far coincidere la reputazione dell’avvocato con quella del suo assistito. E quindi, in definitiva anche con il reato. Mafioso l’assistito e mafioso chi lo difende. In questo l’Italia non è seconda a nessun altro Stato, democratico o totalitario che sia.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Scarcerazione Patrick Zaki, Roberto D'Agostino: "Sono intervenuti i servizi segreti americani, non certo i nostri..." La7.tv l'08/12/2021

Un appello (e gli aiuti): Usa decisivi. Fausto Biloslavo il 9 Dicembre 2021 su Il Giornale. Lettera di 56 deputati Usa. E ora si complica l'affaire Regeni. La lista Usa dei prigionieri da rilasciare, centinaia di milioni di dollari di aiuti militari in ballo e lo stop in punta di diritto al processo Regeni hanno dato il via libera alla liberazione di Patrick Zaki. «È un'operazione americana spinta dal Congresso e negoziata dalla Casa Bianca per ottenere delle concessioni nel campo dei diritti umani - rivela una fonte del Giornale - A livello politico siamo ai ferri corti con l'Egitto dopo la decisione del governo di costituirsi parte civile nel processo sul caso Regeni».

Otto mesi dopo l'arresto al Cairo dello studente egiziano dell'università di Bologna, 56 membri democratici del Congresso di Washington hanno inviato al presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi una lettera di una pagina e mezza. Nella missiva su carta intestata del Congresso i parlamentari chiedono la liberazione di sedici attivisti compreso «Patrick George Zaki». I rappresentanti americani vanno dritti al punto: «La esortiamo a rilasciare immediatamente e incondizionatamente i prigionieri che abbiamo citato (...). Queste sono persone che non avrebbero mai dovuto essere incarcerate», si legge nella lettera.

Una volta insediato alla Casa Bianca il presidente americano Joe Biden ha usato il bastone e la carota con l'Egitto per ottenere un'apertura sui diritti umani. «Gli Stati Uniti garantiscono 1,3 miliardi di dollari all'anno di aiuti militari al Cairo - fa notare la fonte del Giornale che conosce il tema - Gli egiziani devono anche ammodernare i loro F-16 e Biden ha congelato qualche fondo sbloccando altri. Ottenendo alla fine un gesto distensivo soprattutto nei confronti della richiesta del Congresso».

Il 15 settembre la Casa Bianca ha concesso il via libera a 170 milioni di dollari di aiuti militari e ne ha congelati altri 130. La cifra fa parte del pacchetto di 300 milioni che il Congresso lega al rispetto dei diritti umani. Non è un caso che all'udienza che ha concesso la libertà vigilata a Zaki era presente pure un inviato Usa assieme ai diplomatici della nostra ambasciata al Cairo e rappresentanti di Canada e Spagna.

La mossa americana sarebbe stata caldeggiata dall'ambasciatore italiano in Egitto Cairo Giampaolo Cantini, Al Cairo fino ad agosto, e poi seguita dalla nuova feluca Michele Quaroni. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio solo da settembre a oggi ha discusso di Zaki con il suo pari grado egiziano alla media di una volta al mese.

Gli Stati Uniti hanno blandito il presidente al Sisi anche in campi non militari, come l'assegnazione al Cairo della Cop 27 del prossimo anno sui cambiamenti climatici. Ad annunciarlo ci ha pensato il 3 ottobre l'inviato Usa sul clima, John Kerry, proprio alla pre-Cop di Milano. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, «esprime soddisfazione per la scarcerazione di Patrick Zaki, la cui vicenda è stata e sarà seguita con la massima attenzione da parte del Governo italiano». Nelle stesse ore del vittorioso comunicato di Palazzo Chigi, il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani metteva il dito sulla piaga della Cop 27 in Egitto e l'impunito omicidio di Giulio Regeni. «Andiamo lì - dice il ministro - e che facciamo? Facciamo finta di nulla. Per me questo è un grosso problema».

Oltre alle mosse americane gli egiziani hanno liberato Zaki dopo lo stop al processo ai funzionari dei servizi segreti del Cairo per il brutale omicidio deciso dalla Corte d'Assise a causa di cavilli legati alla notifica degli atti.

Il rischio adesso è che la liberazione di Zaki allontani sempre più qualsiasi spiraglio sul caso Regeni con al Sisi che pensa di avere fatto abbastanza. Non solo: lo studente egiziano è libero, ma con una spada di Damocle sulla testa. Il primo febbraio dovrà tornare in tribunale per la sentenza sulle accuse che lo hanno già tenuto in galera 688 giorni. All'Italia conviene mantenere, almeno per ora, un profilo basso sul suo caso e su Regeni.

Fausto Biloslavo. Girare il mondo, sbarcare il lunario scrivendo articoli e la ricerca dell'avventura hanno spinto Fausto Biloslavo a diventare giornalista di guerra. Classe 1961, il suo battesimo del fuoco è un reportage durante l'invasione israeliana del Libano nel 1982. Negli anni ottanta copre le guerre dimenticate dall'Afghanistan, all'Africa fino all'Estremo Oriente. Nel 1987 viene catturato e tenuto prigioniero a Kabul per sette mesi. Nell’ex Jugoslavia racconta tutte le guerre dalla Croazia, alla Bosnia, fino all'intervento della Nato in Kosovo. Biloslavo è il primo giornalista italiano ad entrare a Kabul liberata dai talebani dopo l’11 settembre. Nel 2003 si infila nel deserto al seguito dell'invasione alleata che abbatte Saddam Hussein. Nel 2011 è l'ultimo italiano ad intervistare il colonnello Gheddafi durante la rivolta. Negli ultimi anni ha documentato la nascita e caduta delle tre “capitali” dell’Isis: Sirte (Libia), Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria). Dal 2017 realizza inchieste controcorrente sulle Ong e il fenomeno dei migranti. E ha affrontato il Covid 19 come una “guerra” da raccontare contro un nemico invisibile. Biloslavo lavora per Il Giornale e collabora con Panorama e Mediaset. Sui reportage di guerra Biloslavo ha pubblicato “Prigioniero in Afghanistan”, “Le lacrime di Allah”,  il libro fotografico “Gli occhi della guerra”, il libro illustrato “Libia kaputt”, “Guerra, guerra guerra” oltre ai libri di inchiesta giornalistica “I nostri marò” e “Verità infoibate”. In 39 anni sui fronti più caldi del mondo ha scritto quasi 7000 articoli accompagnati da foto e video per le maggiori testate italiane e internazionali. E vissuto tante guerre da apprezzare la fortuna di vivere in pace. 

Fausto Biloslavo per “il Giornale” il 10 dicembre 2021. Patrick Zaki è libero, dopo 22 mesi, meno che a metà. Lo studente egiziano potrebbe tornare in carcere soprattutto se i media, la politica e i suoi fan non manterranno un rigoroso basso profilo, fino a quando non tornerà in Italia. Non solo: il silenzio tombale sul caso Regeni rischia di trasformarsi in definitivo epitaffio, ma giustamente la famiglia e la sua battagliera legale, pur felici per la liberazione di Zaki, non intendono fare buon viso a cattivo gioco. E oggi mamma Paola, papà Claudio e l'avvocato Alessandra Ballerini, in un evento pubblico a Genova, potrebbero non essere teneri con il governo e le mosse egiziane. Zaki è formalmente in libertà cautelare fino alla prossima udienza del 1° febbraio. Lo sa bene la stessa Amnesty international che si è battuta per la sua scarcerazione. E lo sa ancora meglio il governo e soprattutto l'ambasciata italiana al Cairo, guidata da Michele Quaroni, che segue la linea del «silenzio operativo». Non è un caso che l'ambasciatore non avrebbe preso contatti diretti con la famiglia Regeni. Il 1° febbraio è difficile che Zaki venga prosciolto dalle accuse con una conclusione a tarallucci e vino. Ben più probabile che per il reato «di diffusione di notizie false» si becchi una multa, che in Egitto significa praticamente la grazia oppure una pena equivalente ai 22 mesi già passati in carcere. I nostri servizi avevano informalmente lavorato in tal senso. Però il reato è punibile fino a cinque anni di carcere, una bella spada di Damocle sulla testa dello studente copto. Ed esiste anche una seconda fantomatica accusa, apparentemente sospesa, di «associazione terroristica», comune ai detenuti politici in Egitto, che prevede 12 anni di carcere. Mohamed Hazem, attivista e caro amico di Zaki, ha dichiarato ieri con chiarezza che «dobbiamo rimanere focalizzati sul processo, la battaglia non è ancora finita». Lo sanno bene le «amazzoni» che circondano lo studente egiziano dall'avvocato Hoda Nasrallah, alla sorella e fidanzata di Zaki. Proprio loro si sono prodigate per farlo parlare il meno possibile con la stampa italiana se non su banalità come la maglietta del Bologna calcio. Niente, ovviamente, sui maltrattamenti che avrebbe subito al momento dell'arresto. Una parola in più potrebbe costargli caro, ma non tutti in Italia vogliono rendersi conto della realtà egiziana. I rinnovati appelli da sinistra sulla cittadinanza auspicata dal Parlamento rendono la libertà di Zaki sempre più provvisoria. Sul fronte del caso Regeni l'attesa scarcerazione dello studente che frequentava l'università di Bologna rischia di favorire lo stallo. Il processo è fermo fino a quando l'ambasciatore Quaroni non trova il domicilio dei funzionari dei servizi egiziani imputati della morte di Giulio. Una missione praticamente impossibile. L'ipotesi di arbitrato internazionale, che allungherebbe i tempi, non è vista di buon occhio dai familiari. Alla spiacevole sensazione che gli egiziani abbiano mollato Zaki per non fare alcuna concessione su Regeni si aggiungono i paragoni con altri casi di serie B. Vicende giudiziarie che riguardano cittadini italiani, non egiziani, «prigionieri del silenzio», che non hanno la fortuna dei riflettori accesi come è avvenuto con il Cairo. Primo fra tutti Chico Forti, che secondo il ministro Luigi Di Maio, doveva tornare in Italia un anno fa dopo quasi un quarto di secolo in carcere negli Usa, forse innocente. Per non parlare delle tante, clamorose, vicende dimenticate fra i 2.024 detenuti italiani all'estero, che non sono prigionieri di al Sisi.

Zaki, la libertà pagata a caro prezzo. In cambio silenzio e lo stop su Regeni. Fausto Biloslavo il 10 Dicembre 2021 su Il Giornale. Chi tiene alle sorti dello studente sa che non ha senso esultare. E il caso dell'italiano ucciso potrebbe impantanarsi per sempre. Patrick Zaki è libero, dopo 22 mesi, meno che a metà. Lo studente egiziano potrebbe tornare in carcere soprattutto se i media, la politica e i suoi fan non manterranno un rigoroso basso profilo, fino a quando non tornerà in Italia. Non solo: il silenzio tombale sul caso Regeni rischia di trasformarsi in definitivo epitaffio, ma giustamente la famiglia e la sua battagliera legale, pur felici per la liberazione di Zaki, non intendono fare buon viso a cattivo gioco. E oggi mamma Paola, papà Claudio e l'avvocato Alessandra Ballerini, in un evento pubblico a Genova, potrebbero non essere teneri con il governo e le mosse egiziane.

Zaki è formalmente in libertà cautelare fino alla prossima udienza del 1° febbraio. Lo sa bene la stessa Amnesty international che si è battuta per la sua scarcerazione. E lo sa ancora meglio il governo e soprattutto l'ambasciata italiana al Cairo, guidata da Michele Quaroni, che segue la linea del «silenzio operativo». Non è un caso che l'ambasciatore non avrebbe preso contatti diretti con la famiglia Regeni.

Il 1° febbraio è difficile che Zaki venga prosciolto dalle accuse con una conclusione a tarallucci e vino. Ben più probabile che per il reato «di diffusione di notizie false» si becchi una multa, che in Egitto significa praticamente la grazia oppure una pena equivalente ai 22 mesi già passati in carcere. I nostri servizi avevano informalmente lavorato in tal senso. Però il reato è punibile fino a cinque anni di carcere, una bella spada di Damocle sulla testa dello studente copto. Ed esiste anche una seconda fantomatica accusa, apparentemente sospesa, di «associazione terroristica», comune ai detenuti politici in Egitto, che prevede 12 anni di carcere. Mohamed Hazem, attivista e caro amico di Zaki, ha dichiarato ieri con chiarezza che «dobbiamo rimanere focalizzati sul processo, la battaglia non è ancora finita». Lo sanno bene le «amazzoni» che circondano lo studente egiziano dall'avvocato Hoda Nasrallah, alla sorella e fidanzata di Zaki. Proprio loro si sono prodigate per farlo parlare il meno possibile con la stampa italiana se non su banalità come la maglietta del Bologna calcio. Niente, ovviamente, sui maltrattamenti che avrebbe subito al momento dell'arresto. Una parola in più potrebbe costargli caro, ma non tutti in Italia vogliono rendersi conto della realtà egiziana. I rinnovati appelli da sinistra sulla cittadinanza auspicata dal Parlamento rendono la libertà di Zaki sempre più provvisoria.

Sul fronte del caso Regeni l'attesa scarcerazione dello studente che frequentava l'università di Bologna rischia di favorire lo stallo. Il processo è fermo fino a quando l'ambasciatore Quaroni non trova il domicilio dei funzionari dei servizi egiziani imputati della morte di Giulio. Una missione praticamente impossibile. L'ipotesi di arbitrato internazionale, che allungherebbe i tempi, non è vista di buon occhio dai familiari.

Alla spiacevole sensazione che gli egiziani abbiano mollato Zaki per non fare alcuna concessione su Regeni si aggiungono i paragoni con altri casi di serie B. Vicende giudiziarie che riguardano cittadini italiani, non egiziani, «prigionieri del silenzio», che non hanno la fortuna dei riflettori accesi come è avvenuto con il Cairo. Primo fra tutti Chico Forti, che secondo il ministro Luigi Di Maio, doveva tornare in Italia un anno fa dopo quasi un quarto di secolo in carcere negli Usa, forse innocente. Per non parlare delle tante, clamorose, vicende dimenticate fra i 2.024 detenuti italiani all'estero, che non sono prigionieri di al Sisi.

Patrick Zaki, il primo politico seguito dopo il carcere? Foto clamorosa: trionfo nel centrodestra. Libero Quotidiano il 10 dicembre 2021. Patrick Zaki, finalmente scarcerato ma ancora sotto processo in Egitto, ha appena aperto un suo account su Twitter. Il suo primo messaggio è stato: "Libertà, libertà, libertà". Un concetto semplice ma forte allo stesso tempo. A corredo una foto in cui si mostra sorridente e con un'etichetta del Bologna calcio tra le mani. Lo studente, infatti, si trovava a Bologna prima di finire in carcere. Lì frequentava un master, dove adesso - come detto da lui stesso - spera di tornare. Impossibile non notare che per il momento Zaki segue solo due persone su Twitter. Uno è l'account ufficiale di Google. L'altro invece è il profilo di Antonio Tajani, ex presidente del Parlamento europeo e numero due di Forza Italia. Un riconoscimento non di poco conto per il partito di Silvio Berlusconi e, in generale, per tutto il centrodestra. I follower, invece, per il momento sono circa 600. Tanti i commenti sotto il suo primo post. "Torna preso in Italia, ti aspettiamo", ha scritto un utente. Un altro invece: "Bellissimo vederti sorridente e libero". Nonostante la scarcerazione, però, il 30enne non è ancora stato assolto dalle accuse di aver diffuso notizie false "dentro e fuori" il suo Paese d'origine. La prossima udienza, infatti, si terrà il primo febbraio 2022. Zaki è stato rinviato a giudizio alla fine della scorsa estate, ma la sua permanenza in carcere, da febbraio 2020, era stata rinnovata di volta in volta sulla base di ordinanze di custodia cautelare.Sapete come funziona la giustizia in Italia?"

Patrick Zaki, ecco l’articolo sui cristiani copti per cui l’Egitto accusa lo studente. Patrick Zaki su Il Corriere della Sera il 14 settembre 2021. L’incriminazione: «diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese». Pubblicato nel 2019 sul sito web Daraj, l’articolo è una sorta di diario delle persecuzioni cui sono sottoposti nel Paese musulmano i copti, minoranza a cui il giovane appartiene. Non passa un mese senza che si verifichino incresciosi atti di violenza contro i copti egiziani, dai tentativi di trasferimento forzato nell’alto Egitto fino ai sequestri di persona, chiusura delle chiese o attentati dinamitardi. Questo articolo si propone il semplice scopo di seguire gli avvenimenti di un’unica settimana, come annotati nei diari dei cristiani d’Egitto. Il primo giorno dell’ultimo Eid al-Fitr, l’Egitto è stato colpito da un gravissimo attacco terroristico che ha reclamato la vita di quattordici effettivi tra le forze armate e la polizia egiziana, di vario ordine e rango. Poiché non sono state menzionate vittime cristiane tra le reclute, siamo rimasti sorpresi nel ricevere la notizia di un funerale militare tenutosi nella cittadina natale di uno dei soldati cristiani, Abanoub Marzouk, proveniente da Bani Qurra, e dal centro di addestramento Qusiya di Assiut. Ho diffuso la notizia sul mio blog, nel quale chiedevo come mai si era taciuto il nome di Abanoub. Mi sono visto piombare addosso una valanga di critiche dagli utenti delle reti social, come pure da parte di certi giornalisti egiziani, i quali mi hanno confermato che cose del genere sono «normali», in quanto le forze armate non pubblicano mai i nomi delle vittime degli attacchi terroristici nel Sinai per motivi di sicurezza e per non deprimere il morale delle truppe stazionate in quei luoghi. Tutte queste pressioni mi hanno convinto a cancellare il mio post. Ho aggiunto che forse mi ero sbagliato e non si era trattato di un atto di discriminazione e ho chiesto scusa ai miei colleghi. Qualche ora più tardi, si è diffusa la notizia di scontri e violenze nella cittadina natale della recluta Abanoub Marzouk, poiché l’esercito voleva intitolare una scuola a suo nome e la popolazione locale si era violentemente opposta alla decisione, in quanto la recluta era «cristiana». I media egiziani si sono guardati bene dal far luce sulla vicenda, ma alcuni giornalisti e attivisti cristiani hanno sollevato obiezione. Nader Shukri, un reporter che tratta di affari cristiani in Egitto, ha scritto: «Il governatore della provincia ha consigliato a Abanoub Naheb, fratello della vittima, che se qualcuno lo invita a un matrimonio, e offre agli sposi dieci sterline, l’altro non vada in giro a dire che doveva offrirgliene cento. Questo in risposta al rifiuto del fratello di mettere il nome del martire su un ponte, che è un semplice attraversamento di un canale, «facendo inoltre notare che una targa del genere non è assolutamente indicata a onorare il sacrificio di un soldato morto in un attacco terroristico». Successivamente Ishaq Ibrahim, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per la tutela dei diritti della persona, ha commentato su Facebook: “Coloro che hanno rifiutato di dare il nome di Abanoub a una scuola non fanno parte né dei fratelli musulmani, né dei salafiti, né degli integralisti. Siamo coraggiosi e diciamo chiaramente che la decisione è stata presa da un funzionario dello stato per motivi discriminatori. Dare la colpa ai gruppi religiosi equivale a uno scaricabarile delle responsabilità». Per poi aggiungere: «Il governatore di Assiut, dopo aver criticato il funzionario per non aver dato il nome di Abanoub a una scuola, ha fatto sistemare una targa commemorativa su un ponticello della sua città natale, che scavalca un canale, malgrado l’opposizione della famiglia del defunto! Con questa soluzione, il governatore ha pensato da un lato di accontentare tutti, dando formalmente il nome della vittima a “qualcosa”, e dall’altro di scansare ogni seccatura che gliene verrebbe se avesse dato il nome a una scuola. Tra l’altro, il nome di ponti e strade nei piccoli centri non ha nessuna importanza, perché non viene nemmeno registrato nel piano urbanistico, né utilizzato dai residenti». Ibrahim ha rimarcato, nel suo post, l’assenza del ruolo dello stato e la totale indifferenza davanti al razzismo sistematico praticato dagli abitanti del luogo, mai affrontato dai funzionari statali, che hanno ceduto alle pressioni e non hanno intitolato una scuola alla giovane vittima. Il governo egiziano ha fatto prova di estrema passività in questa vicenda, rifiutandosi di adottare misure decisive per impedire la sistemazione della targa commemorativa di Abanoub Marzouk su un ponticello. Il governatore della provincia è intervenuto allora per risolvere il problema e ho scoperto che aveva dato il nome di Abanoub Marzouk a uno dei ponti in costruzione all’ingresso della cittadina natale della vittima. E così almeno uno, tra i tanti problemi che affliggono i cristiani d’Egitto, è stato risolto grazie a un «ponte»! Indagando sui modi più comuni per onorare ufficiali e militari morti in servizio, ho scoperto che il governo ha dedicato un certo numero di strade, scuole e piazze principali alla memoria delle vittime del Sinai, dal 2013 a oggi. Questo mi spinge a sollevare non poche domande su come il governo abbia gestito il caso di Abanoub Marzouk, la recluta cristiana, che i suoi concittadini hanno rifiutato di onorare intitolandogli una scuola, con il beneplacito del governatore, per timore dei militanti islamici più estremisti. Il figlio maschio eredita la quota di due figlie femmine, anche se sono cristiani! «Nella legge egiziana, non è stabilito da nessuna parte che al maschio spetti la quota di eredità di due femmine». È così che si è espresso il giudice, nella dichiarazione del tribunale, in risposta alla relazione pubblicata di recente dall’avvocata per i diritti umani Hoda Nasrallah. Dopo la morte del padre, Hoda ha deciso di proseguire la battaglia da sola, ma non a suo esclusivo beneficio, bensì a tutela di tutte le donne cristiane. Il terzo articolo della costituzione del 2014 dichiara che «i principi contenuti nelle sacre scritture dei cristiani e degli ebrei d’Egitto rappresentano la fonte legislativa principale nel dirimere ogni questione relativa al loro statuto personale, affari religiosi e la scelta dei loro capi spirituali». L’articolo 245 dell’Ordinamento copto ortodosso, varato nel 1938, afferma nel terzo capitolo, per quanto riguarda l’eredità e il diritto di ciascun erede, che «i discendenti diretti avranno la precedenza sugli altri familiari, pertanto riceveranno tutta l’eredità o quanto resta dopo aver attribuito la quota legale al marito o alla moglie. Nel caso di più eredi, con il medesimo grado di parentela, l’eredità verrà suddivisa tra di loro in parti uguali, senza alcuna differenza tra eredi maschi ed eredi femmine». Hoda ha respinto la proposta dei due fratelli, quando hanno chiesto che venisse seguito l’iter stabilito dalle autorità giudiziarie secondo la normativa vigente, promettendo tuttavia di suddividere successivamente l’eredità in parti uguali. Ma Hoda mirava a un obiettivo più alto, ben al di là del suo caso personale, e cioè all’introduzione di normative che in futuro avrebbero cancellato le ingiustizie patite dalle donne cristiane attraverso la legge egiziana sul diritto di famiglia, dalle questioni delle separazioni fino all’eredità. Molti maschi cristiani approfittano della legge egiziana che non riconosce i diritti dei cristiani nella normativa sull’eredità e si accaparrano più di quanto a loro spettante, grazie alle sentenze dei tribunali e all’esecuzione delle stesse. La legge pertanto diventa un ostacolo per tutte le donne, impedendo loro di accedere ai loro diritti, specie nel caso delle donne cristiane.

È una battaglia che si traduce in una forma di persecuzione contro le donne cristiane sotto la legge islamica, benché la religione cristiana non sottoscriva queste idee né tuttavia le abbia mai affrontate, né da vicino né da lontano: le ingiustizie della società patriarcale sono tendenzialmente sostenute e giustificate dalla legge.

«Non accettiamo la tua testimonianza perché sei un cristiano!»

Un post di questo tenore ha raggiunto una diffusione inverosimile su Facebook qualche settimana fa, e si riferisce a quanto accaduto al padre di un dottore, Mark Estefanos, coperto d’insulti in tribunale. Tutto ciò in seguito a lunga storia del padre, ingegnere e dipendente statale per 35 anni. Il padre doveva recarsi in tribunale per testimoniare in una vertenza riguardante un collega, ma il giudice ha respinto la testimonianza dell’ingegner Makarios perché cristiano. «Un copto non avrà mai nessuna autorità su un musulmano». Il padre e il figlio, dottore, sono rimasti sbalorditi, e quest’ultimo ha pubblicato un post per riferire che a causa di situazioni come queste sta pensando di lasciare l’Egitto, perché non gode degli stessi diritti dei suoi connazionali.

Questo problema fu sollevato per la prima volta nel 2008, quando Ahmed Shafiq, cittadino musulmano, chiese la testimonianza del suo vicino di casa cristiano, Sami Farag, in una questione ereditaria, caso 1824 del 2008, ma il tribunale di Shubra El-Kheima respinse le dichiarazioni di un cittadino cristiano, in quanto la sua testimonianza non era ritenuta ammissibile, sotto il profilo legale nonché religioso, contro un musulmano.

Il tribunale costrinse Shafiq a reperire un testimone musulmano. Per tornare alla costituzione… scopriamo che esiste una palese contraddizione sul diritto alla testimonianza e la sua normativa, visto che nel secondo articolo si dichiara che «l’Islam è la religione di stato, l’arabo la sua lingua ufficiale, e i principi della Sharia islamica sono alla base della legislazione», mentre l’articolo 53 recita che «i cittadini sono uguali davanti alla legge e godono di uguali diritti, libertà e doveri pubblici, e non esiste discriminazione tra di loro in base a fede religiosa, credenze, genere, origine, razza, colore, lingua, disabilità, classe sociale, appartenenza politica o geografica, o qualunque altra ragione. La discriminazione e l’incitamento all’odio costituiscono un crimine, punito dalla legge. Lo Stato ha l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie per eliminare ogni forma di discriminazione e a tal scopo la legge regola la nomina di una commissione indipendente». D’altro canto, la Sharia islamica respinge la testimonianza di un non musulmano in più di un testo. «Nel diritto in materia di assunzione di prove, non si trova nulla che faccia distinzione tra cristiani e musulmani e impedisca di accogliere la testimonianza di qualsiasi cittadino», con queste parole si è espresso l’avvocato Reda Bakir dell’Iniziativa egiziana per i diritti della persona. Facendo riferimento al diritto sull’assunzione delle prove, è chiaro che non esiste alcun articolo legale che imponga di respingere la testimonianza di un non musulmano.

Muhammad Hassan, ex avvocato dei diritti umani e ricercatore in campo giudiziario, tuttavia conferma: «Sono propenso all’applicazione della legge islamica per tutto ciò che riguarda questioni religiose incontestabili. Non si tratta di essere al di sopra della legge o altro. Ma l’esercizio dell’autorità è riservato ai musulmani, e l’Egitto è la patria dell’Islam, mentre il dhimmi (non musulmano) paga la jizya (tasse) per agevolare le sue istanze».

Basta questa semplice osservazione per spiegare quello che la comunità cristiana in Egitto è costretta a sopportare in una sola settimana! (Traduzione Rita Baldassare)

«Il calvario dei cristiani copti in Egitto», l’articolo per cui Zaki è incriminato. Da editorialedomani.it il 14 settembre 2021.

Pubblichiamo in versione integrale l’articolo di Patrick Zaki del 2019 per cui i pm egiziani accusano lo studente di diffusione di notizie false. «Questo articolo è un semplice tentativo di seguire gli eventi» scriveva Zaki. Traduzione di Monica Fava

Pubblichiamo in versione integrale l’articolo di Patrick Zaki del 2019 per cui i pubblici ministeri egiziani accusano lo studente di diffusione di notizie false. Patrick è in carcere da febbraio del 2020, il processo è partito il 14 settembre 2021. Traduzione di Monica Fava.

Non passa mese senza che si verifichino incidenti dolorosi contro i copti egiziani, dai tentativi di sfollamento nell’alto Egitto, ai rapimenti, alla chiusura di chiese o ad altri attentati. Questo articolo è un semplice tentativo di seguire gli eventi di una settimana della vita quotidiana di cristiani egiziani…

Non passa un mese per i cristiani in Egitto senza 8 o 10 incidenti dolorosi, dai tentativi di sfollarli nell’alto Egitto, ai rapimenti, alla chiusura di una chiesa o qualcosa che viene fatto saltare in aria, all’uccisione di un cristiano, la conclusione è sempre «disturbo mentale».

Questo articolo è un semplice tentativo di seguire gli eventi di una settimana dai diari dei cristiani d’Egitto, una settimana è sufficiente per rendersi conto della portata del calvario che vivono.

Il giorno seguente la fine dello scorso Ramadan, nella festa di Eid al-Fitr, l’Egitto è stato vittima di un enorme attacco terroristico che ha causato la morte di quattordici membri delle forze egiziane, di diversi ranghi della polizia e dell’esercito. Poiché non era stato fatto il nome di alcun soldato cristiano, ci ha sorpreso la notizia di un funerale militare nella città natale di uno dei soldati cristiani egiziani, Abanoub Marzouk del villaggio di Bani Qurra, affiliato al Centro Qusiya di Assiut.

UN POST

Ho scritto un post sul blog per chiedere le ragioni di questo blackout sul nome di Abanoub. Ho ricevuto una serie di attacchi da utenti di social network e anche da giornalisti egiziani che confermavano che queste cose sono “normali”, perché le forze armate non pubblicano i nomi di chi muore martire negli attentati terroristici in Sinai, per ragioni di sicurezza e per il morale delle truppe che si trovano là. Tutte queste pressioni mi hanno indotto a cancellare il post. Ho detto che forse mi ero sbagliato, che non era un atto di discriminazione, e mi sono scusato con i colleghi.

Alcune ore dopo, si è diffusa la notizia dell’insorgere di gravi problemi nel paese natale del soldato, Abanoub Marzouk, al cui nome le forze armate avevano deciso di intitolare una scuola: la gente della città si era opposta con decisione perché il soldato era un “cristiano”. I media egiziani non hanno fatto abbastanza luce sulla questione, ma diversi giornalisti e attivisti cristiani hanno espresso le loro obiezioni.

Nader Shukri, un giornalista che segue le vicende dei cristiani in Egitto, ha scritto: «Un governatore dice al fratello del martire Abanoub Naheh: “Se andassi a un matrimonio e regalassi agli sposi 10 sterline, non mi dire che avrei dovuto regalargli 100 sterline”. Questa è la sua risposta al rifiuto di un fratello del martire a farsi intitolare un ponte, quando si tratta solo di un passaggio sopra un canale”, sottolineando che quella dedica non è commisurata al valore di onorare un soldato caduto in un attentato terroristico.

Poi Ishaq Ibrahim, un ricercatore dell’Egyptian Initiative for Personal Rights, ha commentato su Facebook. “Quelli che hanno rifiutato di intitolare ad Abanoub una scuola non appartengono ai Fratelli musulmani, non sono salafiti, non sono estremisti o altro. Abbiate il coraggio di dire che è stato un pubblico funzionario che ha preso questa decisione lasciandosi influenzare dai suoi pregiudizi. Qualsiasi tentativo di addossare la colpa a gruppi religiosi è un modo per annacquare le proprie responsabilità”. Poi ha aggiunto: “Il governatorato di Assiut, dopo aver criticato la sua decisione di non intitolare al martire Abanoub una scuola, ha messo il suo nome accanto a un piccolo ponte sopra uno dei canali nel suo villaggio, nonostante i familiari del defunto si fossero opposti!! In questa maniera il governatorato ha voluto accontentare tutti: gli ha formalmente intitolato ‘qualcosa’ e, al tempo stesso, si è tirato fuori dalle polemiche nate dopo la decisione di dedicargli una scuola. Peraltro, i nomi dei ponti e delle strade nei villaggi non sono importanti, perché non sono registrati nei documenti ufficiali e spesso non sono utilizzati dalla gente comune”.

Nel suo post Ibrahim ha messo in evidenza l’assenza del ruolo dello stato e il condono del razzismo sistematico della gente del villaggio, che le autorità hanno deciso di non affrontare, cedendo alle pressioni e rinunciando all’idea di dedicare la scuola ad Abanoub.

IL GOVERNO EGIZIANO

Il governo egiziano non ha reagito e non ha preso alcuna nessuna misura decisa per impedire di intitolare la scuola ad Abanoub Marzouk, così è intervenuto il governatore a risolvere il problema. Quando ho cercato di capire in che modo il governatore avesse risolto problema, ho scoperto che aveva dedicato a Abanoub Marzouk il ponte in costruzione all’ingresso del villaggio. Insomma, il problema, come tutti i problemi dei cristiani in Egitto, è stato risolto con un “ponte”!

Quando abbiamo cercato come fosse stato reso omaggio ad altri ufficiali o altre reclute morti nello stesso attentato o in altri, abbiamo scoperto che il governo in generale ha dedicato un buon numero di strade, scuole e piazze frequentate a molti dei soldati che sono caduti in Sinai dall’inizio del 2013 a oggi. Questo ci spinge a fare domande sulle ragioni per cui il governo ha gestito in questo modo il caso di Abanoub Marzouk, il soldato cristiano a cui i compaesani hanno rifiutato di intitolare la scuola del villaggio, cosa che il governatore ha accettato temendo l’ira dei militanti.

Un uomo riceve un’eredità pari a quella di due donne, anche nel caso dei cristiani!

«Nel diritto egiziano non c’è questa cosa che un uomo riceve una quota di eredità pari a quella di due donne». Così ha stabilito un giudice e così dice la relazione del tribunale dopo la dichiarazione sull’eredità dell’avvocata per i diritti umani Huda Nasrallah (che oggi difende Zaki, ndr), di recente pubblicazione. Huda ha dichiarato che, dopo la morte del padre, ha deciso di combattere la sua battaglia da sola, ma non solo per sé, bensì in nome di tutte le donne cristiane.

Il terzo articolo della Costituzione del 2014 afferma che “i principi delle scritture dei cristiani e degli ebrei egiziani sono la fonte legislativa principale per regolare lo statuto personale, gli affari religiosi e la selezione delle guide spirituali”.

L’articolo 245 del Regolamento della Chiesa ortodossa copta, pubblicato nel 1938, afferma nel terzo capitolo, riguardo agli eredi e al diritto di ciascuno di loro all’eredità, che «i discendenti dell’erede hanno la priorità sugli altri parenti sull’eredità, pertanto ricevono tutta l’eredità o quello che ne resta dopo che il marito o la moglie hanno ricevuto la loro parte. Nel caso ci siano eredi multipli con lo stesso grado di parentela con il defunto, le proprietà saranno divise tra di loro in parti uguali, senza differenza fra uomini e donne».

Huda ha rifiutato la proposta dei suoi due fratelli, quando hanno chiesto che il processo si svolgesse nel modo solito in cui le autorità giudiziarie sono solite procedere e che la dichiarazione di eredità fosse ricevuta in qualsiasi forma, e poi l’eredità divisa tra loro in parti uguali. Hoda aveva un obiettivo più ambizioso, ben oltre il suo caso personale, e cioè di istituire provvedimenti che fossero applicati anche in seguito, per far fronte alle ingiustizie che subiscono le donne egiziane riguardo al diritto della persona, dai casi di separazione all’eredità. Molti cristiani uomini approfittano del fatto che i tribunali non riconoscono la religione cristiana nelle sue norme sull’eredità e prendono più di ciò che gli spetterebbe per diritto secondo la loro religione, perché lo ha ordinato il tribunale e devono rispettarlo. Di conseguenza la legge è diventata un ostacolo per le donne nell’ottenere i propri diritti, specialmente per le donne cristiane.

Questa battaglia dimostra una forma di persecuzione contro le donne cristiane in base al diritto islamico, anche se la religione cristiana non afferma questi concetti e non li ha affrontati, né da vicino né da lontano. Tuttavia, i mali della società patriarcale sono sostanzialmente supportati e giustificati dalla legge.

«Non accettiamo la sua deposizione perché è un cristiano!»

Questo post è stato diffuso ampiamente su Facebook qualche settimana fa e racconta che cosa è successo al padre del dottor Mark Estefanos e degli insulti che ha ricevuto in tribunale. Questo dopo una lunga vicenda del padre, un ingegnere che ha lavorato in un’istituzione pubblica per 35 anni. Il padre doveva presentarsi in tribunale per testimoniare di fronte al giudice su un caso riguardante un collega, ma il giudice ha rifiutato la deposizione dell’ingegner Makarios perché cristiano. «Non c’è tutela legale per un copto rispetto a un musulmano». Il padre e suo figlio, un medico, sono rimasti estremamente turbati e quest’ultimo ha pubblicato il post, sottolineando che episodi così lo inducono sempre a pensare di andarsene dall’Egitto, perché non gode degli stessi diritti degli altri.

Il problema è stato sollevato per la prima volta nel 2008, quando Ahmed Shafiq, un cittadino musulmano, richiese la testimonianza del suo vicino cristiano, Sami Farag, nel caso di dichiarazione d’eredità 1824/2008, ma il tribunale di Shubra el-Kheima rifiutò la deposizione di un cittadino cristiano adducendo il motivo che la deposizione di un cristiano non era legalmente/religiosamente consentita contro un musulmano. Il tribunale obbligò Shafiq a portare un testimone musulmano.

Tornando alla costituzione...

C’è una chiara incoerenza sul diritto a testimoniare e la sua applicazione, poichè il secondo articolo afferma che «l’islam è la religione di stato, l’arabo è la lingua ufficiale e i principi della shari’a islamica sono la principale fonte legislativa».

L’articolo 53 afferma che «i cittadini sono uguali di fronte alla legge e hanno gli stessi diritti, libertà e doveri pubblici, non c’è discriminazione fra di essi sulla base della religione, delle convinzioni, del genere, dell’origine, della razza, del colore, della lingua, della disabilità, della condizione sociale, dell’affiliazione politica o geografica, o di qualsiasi altra ragione. La discriminazione e l’incitamento all’odio costituiscono un reato perseguibile dalla legge. Lo stato è obbligato a prendere le misure necessarie per eliminare tutte le forme di discriminazione e la legge regola l’istituzione di una commissione indipendente a tale scopo».

D’altro canto, la shari’a in più di un testo non accetta la deposizione di un non musulmano. «Non c’è nulla nel diritto procedurale che distingua fra cristiani e musulmani e impedisca di accettare la deposizione di un qualsiasi cittadino», ha dichiarato l’avvocato Reda Bakir dell’Egyptian Initiative for Personal Rights. Facendo riferimento al diritto procedurale è già evidente che non esiste nessuna disposizione di legge che impedisca di accettare la testimonianza di un non musulmano.

Muhammad Hassan, un ex avvocato per i diritti umani e ricercatore giuridico, ha confermato: «Sono incline alla legge islamica in questioni relative a costanti religiose che non sono in discussione. Non si tratta di legge o cose del genere. La tutela è nella casa dei musulmani, dato che l’Egitto è dimora dell’Islam e il dhimmi (non-musulmano) paga le jizya (tasse) per facilitare i suoi affari».

Questa era una semplice osservazione di quello che può succedere alla comunità cristiana in Egitto solo in una settimana!

Il cuore antico del cristianesimo in Medio Oriente. Mauro Indelicato su Inside Over il 7 dicembre 2021. “Nel mondo milioni di cristiani continuano a vivere emarginati, in povertà, ma soprattutto discriminati e in pericolo. Dopo due anni di pandemia vogliamo tenere acceso un faro su questa oppressione e aiutare Aiuto alla Chiesa che Soffre Onlus a portare conforto e sostegno ai fedeli di tutto il mondo: in particolare coloro che vivono in Libano, Siria e India“. Il Libano, rispetto ai vicini arabi, ha una particolarità: è l’unico Paese del mondo arabo ad essere a maggioranza cristiana. O almeno così era fino all’immediato secondo dopoguerra. L’afflusso di profughi palestinesi prima e siriani poi, ha rivoluzionato il mosaico demografico. Tuttavia la presenza di cristiani è ancora molto significativa. I censimenti nel Paese dei cedri si fanno oramai a bassa voce, non esistono statistiche ufficiali, ma la comunità dovrebbe rappresentare circa il 40% della popolazione. Ed è questo il dato principale. Perché dona al Libano, quando si parla di cristianità in medio oriente, un ruolo politico, storico e sociale fondamentale.

Il ruolo dei maroniti

La diffusione del cristianesimo nell’area libanese la si deve soprattutto alla Chiesa cosiddetta “maronita“, sviluppatasi intorno al V secolo. Il suo nome deriva dal fondatore San Marone, un asceta vissuto in Siria e morto nel 452. I suoi discepoli hanno dato vita a una comunità che nel corso dei decenni ha considerato l’odierno Libano come sua base principale. Inizialmente la chiesa maronita ha seguito il Patriarca di Antiochia. Successivamente si è dotata di maggiore autonoma, pur rimanendo comunque all’interno dell’alveo romano. I maroniti infatti hanno sempre riconosciuto l’autorità papale. Dunque oggi è possibile considerare la Chiesa maronita come pienamente organica alla Chiesa cattolica. Una sorta di “dualismo identitario” sancito ufficialmente nel sinodo maronita nel 2004. Qui i vescovi maroniti hanno approvato i cinque elementi distintivi della comunità. Gli ultimi due riguardano proprio la fedeltà alla Cattedra di San Pietro e il suo radicamento nella storia del Libano. Per questo ancora oggi sono proprio i maroniti a costituire il numero più rappresentativo dei fedeli cristiani nel Paese. Una circostanza ben rintracciabile a livello politico. Quando nel 1943 il Libano ha optato per l’indipendenza dalla Francia, è stato stilato un “patto nazionale“, valevole ancora oggi, con il quale si è sancita la divisione delle più importanti cariche politiche. Ai cristiano maroniti è stata affidata la nomina del presidente della Repubblica. Da allora fino ad oggi i capi di Stato libanesi sono sempre stati maroniti. L’afflusso di profughi dalla Palestina dopo la prima guerra arabo-israeliana del 1948 ha determinato non poche tensioni. Gli equilibri tra le varie comunità etniche e religiose in Libano sono stati messi pesantemente in discussione. L’ingresso dell’Olp, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, i disagi economici avvertiti dalla popolazione sciita e i timori dei maroniti di perdere la maggioranza, hanno esasperato il clima. Tutto questo ha portato al periodo più buio della storia recente libanese, culminato con la grande crisi del 1958 e la guerra civile iniziata nel 1975. A livello politico, i partiti rappresentanti i maroniti sono confluiti nelle Falangi e nelle Forze Libanesi, queste ultime vere e proprie milizie sciolte poi soltanto negli anni ’90. In questa fase la sicurezza è rimasta precaria per tutti i vari cittadini libanesi, tanto cristiani quanto musulmani. Le ferite aperte durante il conflitto ancora oggi non sono state del tutto rimarginate.

I cristiani nel Libano di oggi

Quella maronita non è comunque l’unica comunità cristiana libanese. Fino al 1932 il 10% della popolazione professava la religione ortodossa. Una percentuale oggi inferiore e non meglio precisata. Gli ortodossi libanesi in gran parte appartengono alla comunità greco-ortodossa. Sono presenti, con percentuali inferiori al 10%, i cattolici romani e in minor misura i cattolici di rito armeno. Poco meno del 2% invece appartiene alla famiglia protestante. Più o meno tutte le varie comunità cristiane sono rappresentate da partiti politici. I maroniti hanno come riferimento soprattutto le Falangi e le Forze Libanesi, ma dal 2005 sulla scena parlamentare si è affacciato anche il Movimento Patriottico Libero di Michel Aoun, attuale presidente della Repubblica. In parlamento sono presenti anche membri di partiti armeni e indipendenti appartenenti alle altre confessioni cristiane. Il punto di equilibrio, in un sistema che privilegia la suddivisione su base settaria degli incarichi, è stato raggiunto con gli accordi di Taif del 1989. Con quel documento, che ha sancito la fine della guerra civile, ai cristiani è stata riservata la metà dei seggi in parlamento, mentre l’altra metà è suddivisa tra sciiti, sunniti e drusi. Un compromesso che, unito alla conferma dell’attribuzione ai maroniti del ruolo di presidente della Repubblica, ha contribuito a far diminuire le tensioni. Ma i problemi non mancano. I cristiani, al pari del resto della popolazione, stanno patendo gli effetti di una lunga e deleteria crisi economica. Oggi a Beirut e in tutte le altre principali città del Paese, i principali servizi sono a rischio: manca il carburante, l’elettricità viene erogata per poche ore al giorno, il prezzo dei beni di prima necessità è alle stelle. Crisi politiche e mancanza di riforme hanno lasciato sul lastrico il Libano e questo, tra le altre cose, sta facendo sorgere il timore di nuovi scontri tra le varie comunità. I cristiani libanesi hanno quindi due sfide davanti a loro. Da un lato respingere le tensioni e, dall’altro, contribuire alla rinascita del Paese dei cedri. Obiettivi non semplici, anche considerato il mai domato spettro del terrorismo jihadista.

L’India e il cristianesimo: una storia antica e profonda. Andrea Muratore su Inside Over il 9 dicembre 2021. “Nel mondo milioni di cristiani continuano a vivere emarginati, in povertà, ma soprattutto discriminati e in pericolo. Dopo due anni di pandemia vogliamo tenere acceso un faro su questa oppressione e aiutare Aiuto alla Chiesa che Soffre Onlus a portare conforto e sostegno ai fedeli di tutto il mondo: in particolare coloro che vivono in Libano, Siria e India“.  La storia del cristianesimo in India è antica quasi quanto quella del cristianesimo stesso. Nella valle dell’Indo, da millenni, tutte le principali religioni dell’Eurasia hanno avuto modo di diffondersi, svilupparsi e influenzarsi reciprocamente, e la presenza cristiana risale ai tempi della predicazione dei primi discepoli di Gesù. Come in altri casi di predicazione la tradizione cristiana assegna un ruolo da apripista del cristianesimo in India a San Bartolomeo, che negli anni successivi all’Ascensione di Cristo avrebbe portato la parola di Gesù fino al subcontinente, e secondo Eusebio di Cesarea avrebbe lasciato in India copie del Vangelo di Matteo. Così come in altre tradizioni che indicano in Bartolomeo il primo predicatore cristiano in altre terre (Armenia, Etiopia, Mesopotamia), anche in questo caso la tradizione si mescola a fatti storicamente accertati. Nell’anno 52 dopo Cristo, meno di trent’anni dopo la morte di Gesù, uno degli apostoli, San Tommaso, avrebbe messo piede in India sbarcando a Kodungallur, dando vita a una predicazione che lo avrebbe portato al martirio presso l’attuale Chennai. Dunque, il cristianesimo si è stabilito in India persino prima che alcune nazioni europee divenissero cristiane. Diverse città della costa occidentale dell’India, principalmente nell’attuale Kerala, divennero sede episcopale. Kodugallore, Palayoor, Kottacave, Kokamangalam, Niranam, Chayal, Kollam furono solo alcune delle città in cui in India prese piede una versione particolare del cristianesimo siriaco. Essa si sviluppò in forma pressoché autonoma rispetto alle comunità che prendevano piede in Europa dall’età romana in avanti, pur aprendosi la strada sulla scia delle antiche rotte commerciali tra l’Impero Romano e l’India.

Come racconta Peter Frankopan nel saggio Le vie della seta, l’India fu una delle terre, assieme all’Asia centrale, in cui per secoli si strutturò una forma di cristianesimo totalmente ignorato nel Vecchio Continente, con comunità basate su diocesi, agapi e riti autonomi, il cui richiamo lontano portato da mercanti e viaggiatori alimentò in Europa leggende come quella del Prete Gianni, il misterioso sovrano cristiano d’Oriente associato a diversi regnanti nell’era medievale. L’unica certezza era che la tomba dell’apostolo Tommaso si trovasse in India, tanto che nell’883 Alfredo il Grande re del Sussex inviò doni e omaggi per commemorarlo.

Quando i portoghesi, in seguito all’impresa di Vasco da Gama, iniziarono a raggiungere l’India a fine XV secolo furono sorpresi di trovare sulle sue terre una comunità cristiana minoritaria a livello collettivo ma influente nelle comunità locali. Dopo aver subito persecuzioni ai tempi dell’invasione di Tamerlano e pur trovandosi in una posizione precaria sotto l’arbitrio dei raja di Calcutta e delle altre città i “cristiani di San Tommaso” risultavano influenti nello strategico commercio delle spezie che interessava fortemente i mercanti e gli esploratori al servizio di Lisbona.

Nei secoli, l’arrivo degli europei sedimentò una serie di evangelizzazioni profonde: dapprima i cattolici, con i Gesuiti di Francesco Saverio in prima linea nel XVI secolo assieme a Francescani e Domenicani, a cui dal Settecento fecero seguito i protestanti e, con l’arrivo degli inglesi, gli anglicani. A inizio Novecento anche diverse confessioni di orientamento statunitense, dai metodisti agli evangelici, inviarono missionari. 

Senza aver mai dato i propri crismi a nessuna delle dinastie o degli Stati che hanno dominato il subcontinente, il cristianesimo in India è da tempo la terza religione maggiormente professata dopo l’induismo e l’Islam. Il 2,30% della popolazione indiana, oltre 27 milioni di persone, nel 2011 si è dichiarato cristiano nel censimento nazionale, e i cristiani erano la maggioranza in tre Stati: Meghalaya (87.93%), Mizoram (87.16%) e Nagaland (74.59%), risultando inoltre il 20% in Kerala, lo Stato indiano coi più alti indici di sviluppo. Significativo il caso del Meghalaya, lo “Stato tra le nuvole” confinante con il Bangladesh nel quale, come ha scritto La Voce di New York, “da quando i missionari protestanti e cattolici hanno cominciato ad arrivare, spesso a rischio per la propria vita, il cristianesimo ha spesso preso il posto dell’antica religione monoteistica che privilegiava lo stretto rapporto tra la divinità e la natura, la lingua, da orale, è diventata scritta grazie all’aiuto del missionario gallese Thomas Jones”. Ma al contempo, la proliferazione del cristianesimo è stata fonte di valorizzazione delle culture locali: ” Nel 2000, ad esempio, l’ordine dei Salesiani ha aperto a Shillong il Museo Don Bosco della cultura indigena, che ha una splendida collezione di artefatti, strumenti originali e costumi delle varie tribù”.

L’India è una nazione con una storia profonda, complessa, millenaria. Una storia che affonda le sue radici nel mito e nella tradizione. Una storia, in ogni caso, plurale e articolata, in cui anche i cristiani hanno sempre potuto giocare un ruolo fondamentale. Il ruolo di pontieri, di edificatori di comunità plurali, di antidoto contro ogni fanatismo. Un ruolo pluralista, dunque, come plurale è la natura delle confessioni, che dalle formazioni di stampo europeo si allarga a una versione nazionale e antica della fede cristiana, che getta le sue radici nella storia stessa dei seguaci di Gesù. Tale insieme di tradizioni è innervato nella storia stessa dell’India e va preservato ad ogni costo. Per permettere all’India di mantenere intatta un’identità nel cui cuore profondo c’è spazio importante per il cristianesimo.

Persecuzioni in India: trecento attacchi contro i cristiani. Redazione Esteri Avvenire il 30 ottobre 2021. Oggi, alle 8.30, papa Francesco riceverà il premier indiano Narendra Modi, come confermato dalla Sala stampa della Santa Sede. Alla vigilia dell’incontro e dell’avvio del G20, diverse Ong cristiane hanno diffuso un rapporto che registra l’aumento delle violenze contro i fedeli durante il governo del partito nazionalista Bharatiya Janata (Bjp), vicino al radicalismo indù. Da gennaio, gli attacchi contro la minoranza sono stati oltre trecento, secondo quanto riferisce Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs). A favorire l’intolleranza, sostengono gli attivisti, contribuiscono le cosiddette leggi anti-conversione varate in otto dei 28 Stati indiani che puniscono con pene fino a 10 anni di cella la scelta di abbandonare l’induismo per un’altra religione. Le accuse di proselitismo nei confronti di sacerdoti sono spesso impiegate come strumento di repressione. A volte, perfino quelle di terrorismo, come dimostra il caso di padre Stan Swamy, morto il 4 luglio dopo 233 giorni di reclusione nel carcere di Taloja di Mumbai nonostante gli 84 anni e la grave forma di Parkinson. Insieme a sedici intellettuali e artisti – tutti difensori per i diritti umani –, padre Stan era stato arrestato con una sfilza di accuse palesemente false. A dar fastidio a proprietari terrieri e autorità la difesa degli indigeni Adivasi.

"Europa meretrice dell'islam". Spuntano gli inediti di Oriana Fallaci. Francesco Boezi il 6 Settembre 2021 su Il Giornale. Dalla disamina sull'Europa alle critiche feroci all'islam: stanno per essere pubblicate alcune riflessioni inedite di Oriana Fallaci. E sono attuali. Critica all'Occidente e disamina senza giri di parole sull'islam. Sappiamo quanto il pensiero di Oriana Fallaci, nell'ultima fase della sua opera letteraria, si sia concentrato su questi aspetti. E quelle due direttrici, accomunate da una visione strutturata e comune, hanno spesso viaggiato in parallelo nelle opere fallaciane. Senza alcuno conto, s'intende. Adesso, con alcuni scritti inediti che iniziano a balzare sulle cronache, le disamine della giornalista possono essere attualizzate con modalità e sottolineature più incisive. Perché è il mondo, con la crisi afghana e gli effetti che quella tragedia sta portando in dote, oltre alla crisi del cristianesimo e della civiltà occidentale che permea un po'tutto il contesto contemporaneo, ad offrire ai ragionamenti della Fallaci assist continui e prolifici sotto il profilo delle previsioni. Quelle che possono essere considerate come azzeccate. Il tutto tramite una pubblicazione che è prevista per il prossimo anno. Per qualcuno, a farla breve, siamo nel campo delle "profezie" o comunque delle letture previsionali. L'opera è intitolata "Oriana Fallaci inedita", mentre l'autore è il francescano Francesco Alfieri, che la Fallaci l'ha conosciuta eccome. Oltre il tumore che ha accomunato tanto esistenza del frate quanto quella della giornalista, si può intravedere una linea continua che passa dal rapporto che la scrittrice ha avuto con il cristianesimo nelle ultime fasi della sua esistenza. Non da credente, ma da aperta sostenitrice della necessità di tutelare l'identità cristiana-cattolica d'Europa. In un certo senso, da "ratzingeriana" convinta. Non ci si stupisce poi molto, dunque, leggendo gli estratti del testo inedito che sono stati riportati su Libero nella mattinata odierna. Oggi, in virtù del disastro occidentale in Afghanistan, si fa un gran parlare della necessità d'instaurare un dialogo con i talebani, mentre la Fallaci, con ogni probabilità, avrebbe ricusato ogni ipotesi in merito e magari si sarebbe scandalizzata per le modalità del ritiro, oltre che per l'abbandono di quel popolo. "Voi - annotata la storica inviata fiorentina - siete un'offesa alla logica, voi siete un'offesa alla Ragione, voi siete un'offesa alla Verità, voi siete un'offesa alla Vita. Voi siete i veri sostenitori del culto della morte". Il riferimento è all'islam in maniera generalizzata. Ma la feroce critica, come premesso, è concatenata a quella sul declino occidentale. Infatti la Fallaci, sempre in relazione alla religione islamica ed all'avvenire europeo, parlava di una "Europa vendutasi come una meretrice ai sultani, ai califfi, ai visir, ai lanzichenecchi del nuovo Impero Ottomano. Insomma l'Eurabia". Sono toni duri che la Fallaci dell'ultimo periodo ha spesso utilizzato. E giù pure con una serie di critiche dirette al dogma della dialettica obbligata che viene spesso ascritta alla gestione vaticana odierna, passando per le istituzioni sovranazionali, per l'"ecumenismo", per il "pacifismo", e per "l'umanitarismo". Parole di fuoco che avrebbero potuto incendiare, se pronunciate oggi, il dibattito attorno allo stato di salute del Vecchio continente, ma pure attorno quello degli Stati Uniti d'America. La fiorentina - questo è il succo della possibile attualizzazione - avrebbe tuonato con enfasi sulla fase odierna occidentale, che non avrebbe usufruito di troppi sconti, ad essere eufemistici. Poi la parte "ecclesiologica" degli inediti, per così dire, tramite cui la Fallaci diagnosticava alla Chiesa cattolica una debolezza insita nelle opzioni culturali e strategiche preferite da i "preti". "Voi - annotava la giornalista in chiave storico-culturale - chiedete scusa per il Medioevo". E ancora: "Chiedete scusa per le Crociate. Il Medioevo fu un'epoca luminosa, un'epoca che sostenne e sviluppò la nostra civiltà, sia in campo culturale, artistico, filosofico, religioso. Le Crociate furono la risposta ai loro 11 settembre, alle loro invasioni". Insomma, invece di presentare una rivalutazione di se stessa e delle proprie conquiste, la Chiesa cattolica, attratta dal pensiero debole, avrebbe finito per negare la propria storia. La frase che forse meglio riassume quale fosse la visione della Fallaci in materia di salute fideistica è questa: "In Italia i primi a vendere il cristianesimo sono stati i preti (salvo eroiche eccezioni)". Non sarebbe stata l'unica a pensarla così.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna.

Dal corriere.it l'8 novembre 2021. Un uomo ha ferito con un coltello tre persone, due delle quali in maniera grave, su un treno in Germania che collega la Ratisbona a quella Norimberga, nello Stato federale della Baviera. L’aggressore è stato arrestato dalla polizia e identificato come un uomo di 27 anni con problemi di salute mentale, ed è stato da subito escluso un movente terroristico del gesto. Secondo quanto riferisce il quotidiano tedesco «Bild», che attribuisce all’uomo «origine araba», l’attacco è avvenuto intorno alle 9: le forze dell’ordine sono potute intervenire subito perché due camionette delle forze speciali stavano andando verso Ratisbona per una partita di calcio. Il treno Intercity trasportava circa 300 passeggeri al momento dell’attacco. L’aggressore è stato trasferito in una stazione di polizia presso il comune di Seubersdorf, a sud-est di Norimberga. La polizia distrettuale dell’Alto Palatinato, che sta conducendo le indagini, ha confermato l’arresto nell’incidente ma non ha ancora confermato il numero dei feriti - che per la «Bild» sono tre - né ha rivelato il loro stato di salute. L’operatore ferroviario tedesco Deutsche Bahn ha chiuso temporaneamente la linea tra Norimberga e Ratisbona e la stazione di Seubersdorf, dove attualmente il treno è fermo.

Gb: Liverpool, comitato Cobra eleva allerta terrorismo. (ANSA il 16 novembre 2021) - Il comitato di emergenza Cobra, convocato oggi a Londra sotto la presidenza del premier Boris Johnson, ha elevato l'allerta terrorismo nel Regno Unito in seguito all'attentato di ieri a Liverpool. La minaccia passa da 'sostanziale' ad 'altamente probabile', come rende noto il governo britannico. L'indicazione è stata data a margine della riunione del comitato Cobra dall'organismo preposto, il Joint Terrorism Analysis Centre, o Jtac, ha spiegato ai giornalisti Priti Patel, ministra dell'Interno del governo Johnson. La decisione è legata ai due attentati dell'ultimo mese per i quali è stata indicata una matrice terroristica: l'uccisione a ottobre nel sud dell'Inghilterra di David Amess, deputato della maggioranza Tory alla Camera dei Comuni massacrato a coltellate mentre riceveva i suoi elettori da un giovane britannico di origini familiare somale, additato dalle indagini come un cane sciolto ispirato dal jihadismo islamico; e l'esplosione ieri in un taxi a Liverpool dell'ordigno artigianale che ha ucciso solo il presunto attentatore grazie alla prontezza di riflessi di un "tassista eroe". "Il Jtac ha ora innalzato il livello di minaccia (legata al terrorismo) da 'sostanziale' a 'grave' poiché quello di ieri è stato il secondo incidente in un mese" nel Regno, ha detto Patel. Il livello 'grave' (in inglese 'severe') è il quarto più alto in una scala di 5 e presuppone un rischio di attentati "altamente probabile". 

Gb: Johnson non ci faremo intimidire dal terrorismo. (ANSA il 16 novembre 2021) - I britannici "non si lasceranno intimidire" dal terrorismo. Lo ha detto il premier Boris Johnson reagendo a margine di un briefing sui vaccini anti Covid a Downing Street all'attentato di ieri a Liverpool. Johnson ha detto di non poter commentare l'accaduto a indagini in corso, ma ha confermato l'indicazione della polizia sulla matrice e la decisione d'innalzare l'allerta terrore nel Regno Unito da 'sostanziale' a 'grave', con minaccia "altamente probabile". Ha poi definito poi "esecrabile" l'esplosione avvenuta a Liverpool a bordo di un taxi, parlandone come di un monito al Paese a "restare vigile". 

Gb: moglie tassista Liverpool, 'fortunato ad essere vivo'. (ANSA il 16 novembre 2021) - "Circolano molte voci sul fatto che mio marito sia stato un eroe bloccando il passeggero nell'auto ma la verità è, senza ombra di dubbio, che è fortunato ad essere vivo". E' quanto si legge sul profilo Facebook attribuito a Rachel Perry, moglie di David Perry, il tassista rimasto lievemente ferito nell'attentato avvenuto ieri davanti ad un ospedale di Liverpool. Secondo alcuni media britannici, Perry avrebbe bloccato le portiere del suo veicolo per lasciarvi chiuso dentro l'attentatore giusto in tempo prima dell'esplosione, in teoria evitando che il presunto terrorista potesse uscire dal taxi e colpire all'interno dell'ospedale. Per questo è stato definito un "eroe" e anche le autorità del Regno Unito hanno encomiato la sua presunta azione coraggiosa. "L'esplosione è avvenuta mentre lui si trovava nell'auto e come sia riuscito a scappare è un assoluto miracolo. Aveva di sicuro qualche angelo custode che vegliava su di lui", si legge ancora sul post. Perry dopo le dimissioni dall'ospedale si sta riprendendo a casa dalle ferite lievi riportate e dallo shock subito. 

Da today.it il 16 novembre 2021. Nessun pian coordinato, "solo" l'azione di uno sbandato solitario, di origine araba ma senza alcun legame con il terrorismo internazionale, e anzi apparentemente psicolabile. Questa in sintesi la vicenda dell'attentato compiuto domenica a Liverpool, dove un uomo, Emad Al Swealmeen, di 32 anni, ha fatto esplodere un ordigno che aveva con sé all'interno di un taxi, perdendo la vita lui solo e ferendo il coraggioso tassista David Perry in modo non grave. Sono stati rilasciati senza alcuna accusa quattro giovani, tra 20 e 29 anni di età, fermati inizialmente come potenziali fiancheggiatori. Non esisteva nessuna cellula terroristica. 

Chi era Emad Al Swealmeen (detto Enzo)

Al Swealmeen è un giordano rifugiato da diverso tempo nel Regno Unito: in passato aveva tentato di farsi passare per siriano per ottenere asilo politico. In passato aveva minacciato dei passanti per strada con un coltello, nell'ambito di un episodio addebitato ai suoi disturbi mentali a quanto raccontato al Sun da Malcolm ed Elizabeth Hitchott, la coppia - un ex militare e sua moglie, impegnati in un'organizzazione caritativa cristiana. - che per un certo periodo l'aveva preso sotto tutela. Forse lo scorso weekend Emad si è voluto vendicare per la mancata concessione dell'asilo: obiettivo per il quale si era pure convertito - almeno formalmente - dall'Islam alla fede anglicana, nel 2017. Si è del resto saputo che il rifugiato giordano - passato durante l'infanzia in Iraq, terra di nascita della madre - aveva anche cercato di allontanare da sé le tracce delle proprie origini mediorientali fino al punto da farsi chiamare sui social media o in giro per Liverpool con un nome di sapore italiano: Enzo Almeni, scelto in onore di Enzo Ferrari. Era un grande fan delle auto veloci. Malcolm ed Elizabeth Hitchcott raccontano ai tabloid di "un giovane cosi' adorabile". "Voglio dire, ha vissuto qui per otto mesi, e noi vivevamo fianco a fianco. Non c'e' mai stato qualcosa che ci abbia fatto pensare male", ha raccontato ancora Hitchcott. "Era venuto per la prima volta in cattedrale nell'agosto 2015 e voleva convertirsi al cristianesimo: ha seguito un corso Alpha, che spiega la fede cristiana, e lo ha completato nel novembre di quell'anno. Ha potuto cosi' fare una scelta informata, e' passato dall'Islam al cristianesimo ed e' stato confermato ccristiano nel marzo 2017, poco prima di venire a vivere con noi. Era indigente in quel momento e lo abbiamo accolto". Ufficialmente le autorità non si sbilanciano sulle motivazioni del gesto.

Monica Ricci Sargentini per corriere.it il 15 novembre 2021. Mentre il Regno Unito commemorava solennemente i Caduti, a Liverpool un uomo si faceva esplodere in un taxi di fronte al Liverpool Women’s Hospital e non lontano dalla Cattedrale dove, di fronte a duemila persone, stavano per iniziare i due minuti di silenzio di rito. La Merseyside Police aveva inizialmente escluso una matrice a politica o religiosa ma oggi «l’incidente», come viene definito dagli investigatori, è stato dichiarato di natura terroristica anche se il movente è ancora sconosciuto. Ieri sera tre giovani uomini di 29, 26 e 21anni sono stati arrestati dalla polizia a Liverpool per violazione della legge britannica sul terrorismo (Terrorism Act). E un quarto è stato fermato questa mattina. Russ Jackson, capo dell’Antiterrorismo nell’Inghilterra del nordovest ha detto che l’ordigno usato era improvvisato: «Le indagini ora dovranno accertare come è stato costruito e se c’erano altre persone coinvolte». Ad evitare una strage sarebbe stato l’autista del taxi, Dave Perry, che è riuscito ad uscire in tempo dalla vettura e a chiudere il presunto kamikaze in macchina pochi secondi prima dell’esplosione. L’autista è stato dimesso poche ore dopo il ricovero per le ferite lievi riportate mentre il presunto attentatore è l’unica vittima. Perry ha raccontato che il passeggero era salito a Sefton Park ed era rimasto in silenzio fino all’arrivo davanti all’ospedale quanto l’autista ha notato che stava armeggiando con qualcosa e si è insospettito. Sui social il tassista è diventato rapidamente un eroe. Anche la sindaca della città Joanne Anderson ha voluto lodare il suo comportamento: «Coi suoi sforzi eroici è riuscito a evitare quello che avrebbe potuto essere qualcosa di terribile per l’ospedale. I nostri ringraziamenti vanno a lui e ai nostri servizi di emergenza». Per la Gran Bretagna è il secondo segnale d’allarme in poco tempo. Soltanto un mese fa il deputato conservatore Sir David Amess veniva ucciso in Essex per mano di un presunto sostenitore dell’Isis. Proprio mentre esplodeva quel taxi all’ospedale di Liverpool, a Londra al «Cenotaph» di Whitehall, l’intero establishment della politica e della monarchia britannica, con Boris Johnson e il Principe Carlo in prima fila, ricordava gli eroi delle guerre mondiali tra infinite corone di tradizionali papaveri rossi, simbolo della memoria e indossati dagli inglesi in questi giorni. Non può essere una casualità anche se Priti Patel, ministra dell’Interno del governo britannico di Boris Johnson, non si è sbilanciata sul potenziale movente dell’accaduto. «La polizia e i servizi di emergenza stanno lavorando duramente per stabilire cosa sia successo e dobbiamo dare loro il tempo e lo spazio necessari» a indagare, ha tagliato corto. «Siamo consapevoli del fatto che vi fossero in corso eventi del Remembrance Day a poca distanza, non possiamo al momento trarre conclusioni, ma è una linea d’indagine che stiamo seguendo», ha detto Jackson. L’ospedale e la zona dell’incidente restano transennati, con una forte presenza di polizia e di vigili del fuoco. Una dirigente della Merseyside Police ha precisato che la vittima è in via d’identificazione e che l’accesso al nosocomio rimane «ristretto fino a nuovo ordine». Ha inoltre invitato la cittadinanza a essere «calma, ma vigile». 

Ecco chi è l'attentatore di Liverpool. Federico Garau su Il Giornale il 15 novembre 2021. Occhi puntati su Liverpool (Inghilterra), dove da domenica mattina si è tornati a parlare di terrorismo. Dopo aver inizialmente pensato ad un incidente, le autorità locali hanno infatti rapidamente ricostruito le dinamiche di quanto accaduto dinanzi al Women's Hospital, e sarebbe già stato fatto il nome del presunto attentatore, tale Emad Al Swealmeen. Il 32enne, che viaggiava all'interno del taxi esploso, ha perso la vita in seguito alla deflagrazione.

Chi è il presunto attentatore

Nato da padre siriano e madre irachena, Emad Jamil Al-Swealmeen aveva trascorso gran parte della sua vita in Iraq, prima di arrivare nel Regno Unito. Il soggetto, a quanto pare, aveva addirittura cambiato nome, facendosi chiamare Enzo Almeni. Alcuni suoi amici, secondo quanto riferito dal DailyMail, hanno parlato di suoi problemi mentali. Arrivato nel Regno Unito da richiedente asilo, Al-Swealmeen aveva ricevuto il sostegno di alcuni volontari cristiani, poi, nel 2014, sarebbe stato arrestato e sanzionato dalla polizia per essere stato trovato in possesso di un coltello. Tutto è ancora da verificare, e l'ispettore capo Andrew Meeks si è rivolto alla popolazione nella speranza che qualcuno in possesso di informazioni possa parlare con la polizia. Al momento sappiamo solo che Al-Swealmeen non era un soggetto già controllato dalle autorità.

Che cosa è successo

L'allarme è scattato domenica mattina, intorno alle 11, quando un taxi posteggiato proprio davanti al Women's Hospital di Liverpool è esploso, provocando il panico. Poco prima della deflagrazione, il conducente del mezzo, evidentemente insospettito dal comportamento del passeggero, è riuscito ad uscire, salvandosi la vita. L'autista, un uomo di nome Dave Perry, è stato già dimesso dall'ospedale presso cui si trovava ricoverato a causa delle ferite. Le sue condizioni, infatti, non sono preoccupati. Scartata presto l'ipotesi dell'incidente, questa mattina le autorità locali hanno provveduto ad arrestare quattro persone considerate sospette - un 20enne, un 21enne, un 26enne ed un 29enne – servendosi della Terrorism Act (TA), una legge che permette alla polizia inglese di fermare e perquisire un individuo sospetto nel caso in cui sussista un ragionevole dubbio circa il suo coinvolgimento in attività terroristiche. Il racconto di Dave Perry, ha poi fatto maggiore chiarezza. L'autista del taxi ha infatti raccontato che il suo passeggero era salito a bordo della vettura all'altezza di Sefton Park, per poi chiudersi in un inquietante silenzio fino all'arrivo di fronte all'ospedale. Qui, il 32enne aveva cominciato ad armeggiare con qualcosa: comportamento che ha spinto il taxista ad uscire in fretta dal veicolo e rinchiudervi all'interno il personaggio sospetto. A seguito della terribile esplosione, una persona, oltre al presunto attentatore, ha perso la vita, mentre un'altra si trova in ospedale.

Enzo Almeni, ecco chi era il kamikaze di Liverpool: l'islam non c'entra? La più terrificante delle piste. Libero Quotidiano il 16 novembre 2021. Prende sempre più corpo l'ipotesi che l'uomo che ha compiuto l'attentato a Liverpool - dove è rimasto ferito il coraggioso tassista David Perry - fosse uno sbandato, uno psicolabile, un solitario e che non avesse legami con il terrorismo internazionale. Anche perché Emad Al Swealmeen, di 32 anni, si era convertito al cristianesimo e si faceva chiamare Enzo. I suoi presunti "fiancheggiatori", quattro uomini tra 20 e 29 anni, sono stati rilasciati. E alla fine è morto solo lui. La verità sembra essere questa. Emad Al Swalmeen era un rifugiato di origine giordana che da tempo viveva nel Regno Unito. Aveva cercato di farsi passare per siriano per ottenere asilo politico ma le autorità, scoperto presto l'inganno, glielo hanno quindi negato. E probabilmente "Enzo" ha compiuto l'attentato proprio per vendicarsi della mancata concessione dell'asilo. Per ottenerlo si era convertito  alla fede anglicana, nel 2017. L'uomo, che aveva passato l'infanzia in Iraq, terra di nascita della madre, aveva fatto di tutto per mascherare le tracce delle proprie origini mediorientali fino al punto da farsi chiamare sui social media o in giro per Liverpool con un nome italiano: Enzo Almeni, scelto in onore di Enzo Ferrari e per la passione delle auto sportive.

"Allah akbar" poi le coltellate all'agente: a Cannes assalitore con permesso di soggiorno italiano. Ignazio Riccio l'8 Novembre 2021 su Il Giornale. L’episodio è accaduto questa mattina, intorno alle ore 6.30, a Cannes, davanti a un commissariato di pubblica sicurezza. Ha invocato il profeta Maometto prima di accoltellare un poliziotto, ma non ha fatto in tempo a portare a termine il suo disegno criminale, poiché è stato ferito gravemente da un altro agente di polizia. L’episodio è accaduto questa mattina, intorno alle ore 6.30, a Cannes, in Francia, davanti a un commissariato di pubblica sicurezza. L’attentatore, secondo le prime ricostruzioni, è spuntato improvvisamente dal nulla, ha aperto la portiera della vettura delle forze dell’ordine e ha aggredito uno dei poliziotti. In macchina erano presenti in tutto tre agenti, uno dei quali ha reagito sparando alcuni colpi di pistola all’indirizzo del criminale, ferendolo gravemente. Adesso l’uomo è in pericolo di vita ricoverato in ospedale. Si tratterebbe, come riporta il quotidiano Le Figaro, di un algerino si 37 anni e con permesso di soggiorno italiano, identificato come Lakhdar B. L'assalitore sarebbe entrato legalmente in Francia nel 2020 attraverso l'aeroporto di Nizza. Era sconosciuto alle forze dell'ordine. Non era seguito perché non considerato a rischio per la sicurezza dello Stato. L’agente accoltellato, invece, è stato salvato dal giubbotto antiproiettile, grazie al quale ha riportato leggere ferite. La notizia è stata resa pubblica dal ministro dell’Interno francese Gerald Darmanin che ha scritto di Twitter: “L'aggressore è stato neutralizzato. Mi reco immediatamente sul posto questa mattina è garantisco tutto il mio sostegno alla polizia e alla città di Cannes”. Per l'attacco all'arma bianca contro il poliziotto, per il momento, si ipotizza la pista terroristica. Il sindaco della città, David Lisnard, ha specificato che l'attentato è avvenuto nei pressi della stazione di polizia centrale. Sull’episodio è intervenuto anche il primo cittadino di Nizza Christian Estrosi, il quale ha espresso la sua solidarietà agli agenti di Cannes. “In Francia c'è attualmente una banalizzazione del terrorismo”, ha affermato ai microfoni dell'emittente televisiva BfmTv la leader del Rassemblement National e candidata alle prossime elezioni presidenziali Marine Le Pen, commentando l'attentato di questa mattina. "Nel Paese – ha continuato l’esponente della destra –ci sono regolarmente dei tentativi di attentati, ma le persone schedate come sospette islamiste non sono espulse dalla Francia in modo sistematico".

Ignazio Riccio. Sono nato a Caserta il 5 aprile del 1970. Giornalista dal 1997, nel corso degli anni ho accumulato una notevole esperienza nel settore della comunicazione, del marketing e dell’editoria. Scrivo per ilGiornale.it dal 2018. Nel 2017 è uscito il mio primo libro, il memoir Senza maschere

Da quotidiano.net l'8 novembre 2021. Avrebbe un permesso di soggiorno italiano l'uomo che questa mattina ha accoltellato un poliziotto a Cannes, in Francia. Secondo i media francesi si tratta di un algerino di 37 anni, Lakhdar B, domiciliato in città. "Sarebbe arrivato legalmente in Francia nel gennaio 2016 - scrive Le Figaro - e successivamente sarebbe andato a vivere in Italia, dove ha ottenuto diversi permessi di soggiorno di seguito".  Avventandosi contro l'agente avrebbe affermato di agire "in nome del Profeta". Si indaga per terrorismo. I fatti sono avvenuti questa mattina intorno alle 6.30. L'uomo ha aperto la portiera della volante fingendo di chiedere informazioni e ha aggredito con un coltello il poliziotto seduto al posto di guida, colpendolo al torace tre volte: l'agente si è salvato grazie al giubbotto antiproiettile. L'aggressore, sconosciuto alle forze dell'ordine, ha poi tentato di attaccare anche il collega seduto a fianco ma a quel punto l'agente ferito ha aperto il fuoco raggiungendolo con due proiettili alla schiena. Ha lesioni gravi. La notizia che arriva da Oltralpe si presta alla polemica politica. "Chiediamo chiarezza immediata da parte del Viminale - incalza il leader della Lega Matteo Salvini - soprattutto perché è ancora vivo il ricordo dell'attentatore di Nizza di un anno fa e che era sbarcato poche settimane prima a Lampedusa". Gli fanno eco da Fratelli d'Italia, con la deputata Ylenja Lucaselli: "È doveroso che il nostro governo, nello specifico il ministro Lamorgese, chiarisca tutti gli elementi del caso, coinvolgendo le forze politiche". 

I precedenti

In passato è già accaduto che i terroristi che hanno colpito in Francia o in altri Paesi europei avessero legami con l'Italia. E' accaduto, in particolare, con l'attentato al mercatino di Natale a Berlino, nel dicembre 2016, e con l'attacco nella cattedrale di Nizza nell'ottobre 2020. Nel primo caso si trattava del tunisino Anis Amri, che aveva trascorso diversi anni nel Belpaese, anche come detenuto in carcere; nel secondo caso l'autore era Brahim Aoussaoui, sempre tunisino, arrivato con i barchini a Lampedusa.

Dal corriere.it il 15 ottobre 2021. David Amess, parlamentare conservatore britannico, è stato accoltellato «ripetutamente» mentre stava incontrando gli elettori della sua circoscrizione in una chiesa nell’Essex, la Belfairs Methodist Church di Leigh-on-Sea. Secondo le prime notizie, rilanciate dall’agenzia Reuters, il parlamentare sarebbe stato accoltellato da un uomo che è entrato all’incontro e lo ha attaccato. Amess si trova in questo momento sottoposto a cure mediche sul luogo dell’accoltellamento. Le sue condizioni non sono al momento note. «È ancora all’interno della chiesa, non ci fanno entrare per vederlo. Sembra una situazione molto seria», ha detto il rappresentante dei Tories John Lamb. L’accoltellatore è stato arrestato, e la Polizia ha affermato di «non essere alla ricerca di altri sospetti». L’area intorno alla chiesa è stata circondata dalle forze dell’ordine. Amess, 69 anni, era stato eletto per la prima volta in Parlamento nel 1983. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, il parlamentare sul suo sito indica tra i suoi interessi «il benessere degli animali e le tematiche pro-life». Nel 2010 il parlamentare del Labour Stephen Times era sopravvissuto a un accoltellamento avvenuto durante un incontro con i suoi elettori. Nel 2016 Jo Cox, sempre del Labour, fu uccisa a pochi giorni dal referendum sulla Brexit.

Sir David Amess è stato ucciso «per terrorismo»: chi è il killer. Il Corriere della Sera il 16 Ottobre 2021. La polizia che indaga sulla morte del parlamentare conservatore David Amess parla di «una matrice potenziale legata all’estremismo islamico»: l’uomo arrestato, 25 anni, è un cittadino britannico di origini somale. L’indagine sulla morte di Sir David Amess, il parlamentare conservatore britannico ucciso venerdì 15 ottobre, a coltellate, mentre incontrava i suoi elettori in una chiesa metodista di Leigh-on-Sea, nell’Essex, è nelle mani delle forze antiterrorismo di Londra. Secondo quanto rivelato dalla Metropolitan Police in una nota emessa nelle prime ore di sabato, quello contro Amess è stato un attentato terroristico, e «le prime risultanze dell’indagine hanno rivelato una matrice potenzialmente legata all’estremismo islamico». L’uomo arrestato per l’omicidio è un 25enne che, secondo quanto rivelato da SkyNews e riportato dalle agenzie di stampa internazionali, sarebbe un cittadino britannico di origini somale. L’identità dell’arrestato non è al momento nota. Secondo quanto rivelato da alcune fonti al Guardian, l’uomo sarebbe stato in qualche misura già noto alle forze dell’ordine: il suo nome potrebbe essere nel database del Prevent scheme, il programma che raccoglie informazioni su soggetti considerati a rischio di radicalizzazione. La polizia britannica non sta dando la caccia a possibili complici del 25enne, ma nella mattinata di sabato sono state effettuate perquisizioni in due abitazioni a Londra. L’arma con cui Amess — 69 anni, cattolico, sposato e con 5 figli, parlamentare dal 1983, volto familiare della politica britannica nonostante non avesse mai avuto ruoli di governo, sostenitore della Brexit e dei diritti degli animali, antiabortista — è stato ucciso era stata recuperata subito dopo l’accoltellamento, che si è svolto in pochi secondi attorno al mezzogiorno di venerdì. Sir David si stava intrattenendo con i concittadini quando il killer è stato visto entrare di corsa nella chiesa, brandendo un coltello: l’uomo si è avventato contro di lui e lo ha colpito più volte. Inutili, benché immediati, i soccorsi: Amess è spirato prima che potesse essere trasportato in ospedale.

Luigi Ippolito per il "Corriere della Sera" il 18 ottobre 2021. Non si è trattato di un gesto folle scattato all'ultimo momento: l'assassinio di David Amess, il deputato conservatore ucciso venerdì a coltellate in una chiesa dell'Essex, è stato pianificato con almeno una settimana di anticipo. Infatti l'attentatore, il 25enne britannico di origine somala Ali Harbi Ali, si era prenotato per tempo per partecipare all'incontro con gli elettori organizzato dal politico nella sua circoscrizione di Leigh-on-Sea. E Ali ha preso un treno da Londra, dove abitava, per raggiungere il suo obiettivo. L'omicida, si è scoperto, è il figlio di un ex consigliere per la comunicazione del primo ministro della Somalia: «Sono traumatizzato - ha detto il padre al Sunday Times - ma tutto ciò non ha nulla a che fare col mio lavoro per il governo somalo». Ali viveva a Londra col padre nel quartiere benestante di Kentish Town, in una strada alberata fatta di case vittoriane che valgono anche due milioni e mezzo di euro: a poca distanza abita il leader laburista Keir Starmer, che è anche il deputato locale, e tra gli altri vicini c'è l'ex direttore del Guardian Alan Rusbridger e prima ci viveva pure la defunta ministra laburista Tessa Jowell, moglie dell'ex avvocato di Berlusconi. Insomma, l'epicentro londinese della sinistra intellettual-chic. Prima di trasferirsi lì da adolescente con la famiglia, Ali era cresciuto a Croydon, un sobborgo a sud di Londra, dove aveva frequentato la locale scuola anglicana. Pare anche avesse lavorato per il servizio sanitario. Gli investigatori ritengono che il killer sia un «lupo solitario» che si è radicalizzato da solo, probabilmente durante i lunghi mesi del lockdown, e che non abbia agito in complicità con altri. La polizia britannica è convinta che durante la pandemia molti soggetti vulnerabili, confinati nelle mura di casa, siano diventati facile preda della propaganda online. Tuttavia Ali, in passato, era già stato indirizzato al programma governativo volontario di prevenzione dell'estremismo noto come «Prevent»: l'anno scorso sono state 6 mila le persone raccomandate per «Prevent», di solito dopo che hanno postato commenti incendiari sul web. Ali non era comunque nel radar dei servizi segreti, che monitora attivamente oltre 3 mila persone in Gran Bretagna che si teme possano preparare attentati. Ma il suo gesto è stato qualificato ufficialmente come atto terroristico e la polizia ha scoperto «una potenziale motivazione legata all'estremismo islamico»: e c'è chi sospetta che Amess possa essere stato scelto come bersaglio per la sua proclamata fede cattolica. Ora gli investigatori passeranno al setaccio telefoni e computer del giovane Ali, oltre che esaminare eventuali viaggi all'estero. Anche se negli ultimi anni l'Isis ha ispirato (e rivendicato) attacchi ai quattro angoli del mondo, i servizi di intelligence ritengono che al momento le «filiali» di Al Qaeda in Africa - tra cui la Somalia - siano la maggiore fonte di reclutamento per aspiranti terroristi sul suolo britannico.

Deputato ucciso in chiesa da un somalo di 25 anni. Indaga l'antiterrorismo. Erica Orsini il 16 ottobre 2021 su Il Giornale. Londra. Il suo omicida l'ha colpito decine di volte prima di lasciarlo a terra in fin di vita. Sir David Amess, parlamentare eletto tra le file dei Conservatori nel collegio elettorale di Southend West, era impegnato in uno dei tanti incontri con i cittadini nella cittadina di Leigh-on-Sea, in Essex, quando un uomo ha iniziato a colpirlo con un pugnale. Gli agenti sono stati chiamati nella Chiesa Metodista dove si teneva la riunione poco dopo mezzogiorno. I paramedici dell'ambulanza arrivata nello stesso momento hanno tentato di fare il possibile per salvarlo, ma il parlamentare è morto prima ancora che si potesse trasportarlo all'ospedale. Al momento si sa che il presunto omicida è un uomo di 25 anni, somalo, arrestato immediatamente dopo l'arrivo della polizia, che ha anche recuperato l'arma del delitto. Ecco perché la guida dell'indagine, pur avvenendo in collaborazione con gli uomini della sede locale, è passata adesso all'anti-terrorismo. Secondo fonti ben informate del quotidiano Independent dietro l'omicidio c'è l'ipotesi di una matrice islamista. Al momento non è stato escluso alcun movente né che l'azione possa essere stata dettata da problemi psichiatrici dell'accoltellatore. Anthony Finch, un testimone sentito dai giornalisti televisivi di Sky News, ha raccontato che stava lavorando nell'edificio adiacente quando ha sentito una signora particolarmente turbata chiamare al telefono qualcuno e dire: «Dovete venire, presto. È ancora qui». Poi Finch ha visto arrivare degli agenti armati, un elicottero della polizia e un’aeroambulanza. La notizia ha lasciato una città sotto choc e il mondo politico fortemente turbato. Ieri, le bandiere del Parlamento e di Downing Street sono state abbassate a mezz'asta. Sir David aveva 69 anni e lascia una moglie e cinque figli. Nato a Londra, nel quartiere di Plaistow, prima di entrare in politica aveva lavorato come consulente nel settore del reclutamento di personale. Era un politico di lungo corso, con una carriera di 38 anni alle spalle, iniziata a Basildon nel 1983, prima di venir eletto rappresentante dei Tories per il Southend West nel 1997. Allevato nella fede cattolica, politicamente era noto come un conservatore sociale e un fervido anti-abortista. Si era a lungo impegnato nella difesa dei diritti degli animali e a favore della messa al bando della caccia. Era anche un promotore della Brexit e, sebbene non sia mai diventato ministro, faceva parte di numerose commissioni ministeriali, inclusa quella della Sanità e dell'Assistenza Sociale e quella degli Affari. «I nostri cuori sono pieni di sgomento e tristezza - ha detto ieri il premier Boris Johnson - Sir David era una delle persone migliori del mondo della politica. Oggi perdiamo un ottimo servitore del popolo, un amico e un amato collega». Secondo il leader laburista Sir Keir Starmer «aveva un profondo senso del servizio pubblico ed era rispettato e amato da ogni parte politica all'interno del Parlamento». «Oggi è un giorno particolarmente cupo, soprattutto perché ci siamo già passati - ha dichiarato Starmer, alludendo all'omicidio della collega di partito Jo Cox, avvenuto cinque anni fa in circostanze molto simili. Anche per questo si è riaperto il dibattito sulla sicurezza dei membri del Parlamento, che dispongono di una protezione adeguata a Westminster, mentre rimangono totalmente scoperti quando operano nei loro collegi elettorali.

L'omicidio che scuote l'Inghilterra. Chi era David Amess, il deputato inglese ucciso in chiesa a coltellate. Carmine Di Niro su Il Riformista il 15 Ottobre 2021. Il primo ministro inglese Boris Johnson lo ha ricordato come “una delle persone più gentili e cordiali in politica”, un uomo “che credeva con passione in questo Paese e nel suo futuro”. Era questo, per il numero uno di Downing Street, il deputato conservatore David Amess, il 69enne ucciso oggi mentre era all’interno di una chiesa metodista di Leigh-on-Sea, nell’Essex, sud-est dell’Inghilterra. Amess, veterano della politica e del Parlamento, era diventato deputato nel lontano 1983 e rappresentava il collegio elettorale di Southend West dal 1997. Pur non avendo mai avuto ruoli di governo, Amess è stato protagonista della campagna pro Brexit e autore di campagne anti-aborto e animaliste. Sposato e padre di cinque figli, David Amess è stato ucciso mentre era impegnato in un incontro con i suoi elettori, una cosiddetta “constituency surgery”. Ad accoltellarlo a morte è stato un 25enne, che secondo alcuni media britannici sarebbe di origini somale. Nelle indagini sull’omicidio è coinvolta anche la polizia antiterrorismo, anche se l’inchiesta al momento continua ad essere condotta dalle forze di polizia dell’Essex: una prassi, quella del coinvolgimento dell’antiterrorismo, almeno fino a quando non emergerà un movente estraneo a fatti di terrorismo. Le sue posizioni politiche erano vicine all’ala più radicale dei Tory: tra i più ferventi sostenitori della Brexit, la sua fede cattolica lo aveva spinto su posizioni anti abortiste e contro ogni estensione dei diritti nei confronti di gay, lesbiche e trans, tanto da scontrarsi su questo con la maggiore delle cinque figlie, l’attrice Katie. Amess aveva anche espresso posizioni favorevoli al ripristino della pena capitale, mentre era forte il suo impegno in favore di campagne animaliste. La morte di Amess arriva a soli cinque anni da quella di Jo Cox, deputata laburista uccisa nel 2016. L’esponente del Labour venne uccisa il 15 giugno di cinque anni da Thomas Miar, arrestato dalla polizia poco dopo l’omicidio: Cox venne aggredita in strada al termine di un incontro elettorale, col 52enne estremista che le sparò e la ferì ripetutamente con un coltello. L’omicidio del deputato conservatore ha anche riaperto il dibattito in Inghilterra sulla protezione in favore dei parlamentari. La ministra degli Affari interni britannica Priti Patel ha detto che fornirà un aggiornamento sulla questione della sicurezza dei membri del governo del Regno Unito e dei suoi parlamentari. In un post su Twitter, unendosi al cordoglio dei politici per la morte di Amess, Patel ha aggiunto: “Mi stanno arrivando domande sulla sicurezza dei nostri rappresentanti di governo e provvederò a dare al più presto le dovute risposte”.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Il silenzio su Sir Amess e il solito doppiopesismo dei commentatori. Francesco Boezi il 16 Ottobre 2021 su Il Giornale. Pochissimi interventi sulla morte di Sir David Amess. I grandi opinion maker restano in silenzio, ma in altri casi non è stato così. Perché? L'uccisione di Sir David Amess ha prodotto un quantum d'inchiostro giornalistico rivedibile. Si direbbe una forma di silenzio. Sull' omicidio di Jo Cox, ai tempi, sono invece intervenuti tutti. Sono episodi simili, ma fanno notizia in modo diverso. E pure in questo caso, purtroppo, il pregiudizio sembra riguardare l'appartenenza politica di questo o di quell'esponente, oltre che la narrativa maggioritaria presente sui media del Belpaese. Sir David Ammess era solo un conservatore, quindi il fatto che sia stato trucidato può passare con scioltezza in secondo piano. Non era accaduto, e non sarebbe potuto accadere, per la morte di Jo Cox, cui è stato giustamente dedicato uno spazio importante dei commenti dell'epoca. Certo però che queste forme di doppiopesismo possono infastidire e soprattutto lasciano pensare. Un po' perché le aggressioni omicide sono aggressioni omicide e basta ed andrebbero trattate al netto del segno politico che possono caratterizzarle. E un po' perché la notizia di un politico morto "per matrice terroristica legata al terrorismo islamico" - come riportato dalle agenzie - peraltro all'interno di un contesto che riguarda una chiesa, non dovrebbe trasformarsi in un trafiletto o in una registrazione redazionale di passaggio. Un fenomeno - questo - che non può essere accettato da chi intravede dilagare il "due pesi e due misure" come regola fissa nel nostro Paese. Su Sir David Amess, ne siamo abbastanza certi, non si esprimeranno i grandi costruttori dell'opinione nazionale né assisteremo a speciali televisivi e ad iniziative simili. In fin dei conti, a morire, è stato solo un conservatore. E qualche battuta tra un silenzio ed un altro basta e avanza. Se la grande stampa se ne dimentica o quasi, ci pensa la base a rimettere a posto le cose: "Mentre #sindacati e @EnricoLetta perdono tempo a parlare di #Fascismo, l'omicidio di #SirDavidAmess ci ricorda che il nemico principale delle democrazie occidentali resta l'Islam che si espande nel Pianeta con ferocia e mire di conquista", ha scritto un utente su Twitter. Uno che non sarà Roberto Saviano, per citare qualche opinionista di grido, ma che ci tiene comunque a dire la sua. Un altro parla di cittadinanza consegnata agli islamici e della necessità di buttare la chiave. Non saranno pensieri profondi, e saranno magari conditi da qualche errore interpretativo e da qualche semplificazione, ma sono tra le poche voci italiane che si leggono in relazione a questa vicenda sulla piattaforma dei cinguettii. La stessa su cui i commentatori tendono a divampare, tracciando le rotte delle priorità politiche peraltro. Eppure, di elementi per un vero e proprio choc occidentale, ce ne sarebbero: la matrice ed il contesto, appunto. Per non parlare dell'attacco sferrato nei confronti di un esponente che rappresentava un'istituzione. Oriana Fallaci sì: lei sarebbe, con ogni probabilità, intervenuta in modo deciso sull'episodio tragico, scuotendo la coscienza italiana e pure quella occidentale. Ricordando a tutti quali e quanti pericoli derivino da un'integrazione che non presenta più filtri. Ma la Fallaci non c'è più e dobbiamo procedere con molta più umiltà a segnalare quanto possa essere pericoloso un accoltellamento raccontato in sordina. La Gran Bretagna non è poi così distante e questa è una di quelle circostanze in cui dovremmo essere tutti chiamati a raccolta per una riflessione condivisa. Ma a dominare, in Italia, se non è il silenzio è qualcosa che gli somiglia molto: Sir David Amess è morto accoltellato da un terrorista e a pochi sembra interessare per davvero.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. Oggi vivo in Lombardia. Sono laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Sapienza di Roma. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017, mi occupo e scrivo soprattutto di Vaticano, ma tento spesso delle sortite sulle pagine di politica interna. Per InsideOver seguo per lo più le competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione int

Chi è il somalo che ha ucciso Amess Ritorna la paura dei lupi solitari. Affari Italiani il 17 ottobre 2021. Si chiama Ali Harbi Ali, l'uomo arrestato per l'uccisione di Sir David Amess, il deputato conservatore ucciso venerdì mentre incontrava i suoi elettori in una chiesa, la Belfairs Methodist Church a Leigh-on-Sea, vicino a Southend. Gli inquirenti potranno trattenerlo per interrogarlo fino al 22 ottobre ai sensi del Terrorism Act. Si tratta di un 25enne britannico di origine somale il cui padre, secondo il Daily Mail, è un ex membro del governo somalo. Ali avrebbe vissuto nel passato nel collegio elettorale di Sir David, Southend West, nell'Essex, ma più di recente si sarebbe trasferito a Londra, in un quartiere residenziale, dove le case costano fino a 2 milioni di sterline. Il 25enne era noto all'antiterrorismo, inserito alcuni anni fa in Prevent, il programma de-radicalizzazione del governo. Per gli inquirenti si tratta di un 'lupo solitario': ha agito da solo magari ispirato dai jihadisti di al-Shabaab, il gruppo terroristico nato da una costola di al-Qaeda e che opera tra Somalia e Kenya. Si sta anche valutando se possa essersi radicalizzato online durante il lockdown. Le moschee della località inglese di Southend, che era rappresentata da Amess, hanno definito il suo omicidio  un'"atrocità indifendibile".  In una nota congiunta, i leader religiosi hanno denunciato l'aggressione "brutale e senza senso", ricordando che il parlamentare 69enne era un "grande amico della comunità musulmana". I firmatari hanno raccontato che Amess, cattolico praticante, usava partecipare a eventi come matrimoni, aperture di moschee, persino il lancio del primo gruppo scout musulmano della cittadina; ed era "un pilastro" della comunità locale. "L'omicidio di 'Sir' David è un'atrocità indifendibile, commessa all'interno di un tempio, e noi la condanniamo nei termini più duri possibili", si legge nella nota. "Questo atto è stato commesso in nome dell'odio cieco e vogliamo che l'autore sia assicurato alla giustizia".    Intanto nel Ragno Unito il lutto per l'omicidio riunisce maggioranza e opposizione. Il primo ministro Boris Johnson e il leader dell’opposizione laburista, Kier Starmer, sono arrivati insieme sul luogo del delitto. Seguiti a poca distanza del ministro dell’Interno Priti Patel, hanno deposto dei fiori e osservato, uno di fianco all’altro, un minuto di silenzio. Nel Paese inoltre il dibattito sulla sicurezza dei parlamentari è all’ordine del giorno. Se da una parte ci si interroga sull’opportunità di continuare a esercitare, in questo clima, la cosiddetta attività di constituency surgery, e cioè i periodici incontri faccia a faccia con i cittadini del proprio collegio elettorale, dall’altra sono in tanti i parlamentari che desiderano portarla avanti. Ad esempio, Robert Largan e Alec Shelbrooke, deputati conservatori, hanno entrambi incontrato i loro elettori. Quest’ultimo ha twittato: “Non possiamo lasciare che eventi come questo riducano la profonda relazione che abbiamo con i nostri elettori. È una relazione veramente importante e desidero che i miei concittadini, che mi abbiano votato o meno, possano avvicinarmi per le strade, nei pub, al supermercato o in una delle mie surgery”.

Se l'ammazzato è conservatore allora vale meno. Una vita è sempre una vita e contro il terrorismo non si accettano compromessi. Gian Micalessin su Il Giornale il 17 ottobre 2021. Una vita è sempre una vita e contro il terrorismo non si accettano compromessi. Belle parole. Anzi, principi immortali. Peccato che nei notiziari televisivi e sulle pagine dei giornali anche vita e morte, al pari di indifferenza e indignazione, finiscano poi con l'adeguarsi al metro del politicamente corretto. Così, quando a finire ammazzata dalla pistola e dal coltello di un fanatico nazionalista inglese è stata la deputata laburista Jo Cox, caustica avversaria della no-Brexit e coraggiosa esponente del pensiero progressista inglese, lo sdegno ha subito coinvolto e sconvolto, i media di tutto il mondo. E, nel giro di qualche ora, quel delitto è diventato apertura obbligata per telegiornali e quotidiani. Quando, invece, il terrorismo è tornato a metter piede in Gran Bretagna colpendo un autorevole deputato conservatore e cattolico ammazzato nell'alveo, già di per sé simbolico e sacrilego, di una chiesa, il mondo mediatico è sembrato tentennare. Come se alla prova dei fatti il corpo straziato di un conservatore di destra non valesse quanto quello di una donna laburista e di sinistra. Così, fino a quando alla notizia dell'uccisione di Sir David Amess non si è aggiunta la certezza di una connotazione terroristica tutto è sembrato restare sotto tono, quasi ignorabile. O, perlomeno, ridimensionabile. Come se, in base a principi e valori correnti, la vita di un politico fastidiosamente conservatore, vetustamente religioso e troppo sollecito nel difendere gli animali anziché i migranti, fosse ideologicamente meno rilevante, umanamente meno significativa e giornalisticamente meno importante. Per restituire dignità a quella morte, indignazione al sangue versato sul sagrato e peso alla notizia c'è voluta l'aggravante del terrorismo. La mano assassina era quella di un integralista islamico di origini somale, radicalizzato, ma pare non ancora attenzionato da Scotland Yard. Però nel mondo largamente «liberal» dei media anche esecrazione e condanna hanno i loro tempi. Sono immediate e quasi istintive se l'assassino, spinto da trumpiane pulsioni, affonda il coltello urlando «England first». Vanno valutate, soppesate ed elaborate, sforzandosi di non offendere l'islam, quando l'assassino ulula «Allah è grande». Ma attenzione, l'indignazione a comando, sensibile solo alle luci verdi del politicamente corretto, è assai pericolosa. Soprattutto quando si applica alle vittime di un terrorismo che non fa distinzioni e considera eliminabili tutti gli «infedeli» colpevoli di non credere alla predicazione di Maometto. Anche perché, come tende volentieri a dimenticare chi teme di offendere il mondo musulmano, le vittime preferite del «politicamente corretto» islamista, di moda non solo nell'Emirato talebano, ma anche in tanti Paesi islamici, restano le donne, gli omosessuali e le minoranze etniche e religiose. 

Stefano Piazza per "la Verità" il 19 ottobre 2021. L'indagine sulla morte di sir David Amess, il parlamentare conservatore britannico ucciso venerdì 15 ottobre con 17 coltellate mentre incontrava i suoi elettori in una chiesa metodista di Leigh-on-Sea, nell'Essex, è ora di competenza dell'antiterrorismo di Londra. L'uomo arrestato per l'omicidio è Ali Harbi Ali, un venticinquenne britannico di origine somala arrivato con la famiglia nel Regno Unito dalla Somalia negli anni Novanta, già noto alle autorità come persona radicalizzata e da tempo inserito nella lista Prevent violent extremism che ha «lo scopo di impedire che le persone diventino terroristi o sostengano il terrorismo». L'uomo è figlio di Harbi Ali Kullane, un ex portavoce del primo ministro della Somalia che divide il suo tempo tra Londra e Nairobi, il quale ha confermato che suo figlio era sotto custodia della polizia dopo l'accoltellamento e si è detto «traumatizzato dall'arresto». Ali Harbi Ali è cresciuto con la famiglia in un quartiere lussuoso fatto di case a tre piani che costano in media 2 milioni di sterline e dove i vicini sono una serie di personaggi noti della televisione britannica. Allo stato attuale la polizia inglese avrebbe escluso l'intervento di eventuali complici, anche se nella giornata di sabato 16 ottobre sono state perquisite tre case a Londra, mentre l'arma con la quale è stato ucciso sir David Amess, 69 anni, parlamentare dal 1983, già segretario onorario dei Conservative friends of Israel dal 1998 e descritto come un sostenitore della comunità ebraica britannica, è stata recuperata nella chiesa accanto a Ali Harbi Ali. Il giovane, invece di darsi alla fuga dopo l'attacco pianificato da una settimana, si è seduto e ha aspettato con calma l'arrivo della polizia. Il ministro degli Interni, Priti Patel, dopo l'assassinio ha chiesto a tutte le forze di polizia di rivedere le disposizioni di sicurezza per i parlamentari «con effetto immediato». Difficile però proteggersi dalla furia degli islamisti, specie quando agiscono da soli in un Paese dove l'islam radicale dilaga ormai da decenni e dove spuntano di continuo moschee e associazioni che finiscono sotto il controllo della Fratellanza musulmana e di molte altre sigle estremiste, tra le quali c'è anche la pericolosissima setta dei Deobandi. Di quest' ultima fanno parte anche i talebani afghani, che in Inghilterra controllano almeno 738 delle 1.600 moschee presenti. I musulmani nel Regno Unito sono ormai più di tre milioni secondo la rilevazione del 2020 dell'Office for national dtatistics (Ons). La maggioranza dei musulmani britannici è pacifica e religiosamente osservante e la comunità cresce continuamente di numero anche grazie alle conversioni, che sono triplicate negli ultimi dieci anni, raggiungendo quota 100.000, con una media di 5.200 all'anno (dati 2019). La città che da tempo registra il maggior numero di conversioni alla religione maomettana è Londra, dove ogni anno 1.400 persone scelgono l'islam. Per capire le ragioni di questa esplosione occorre osservare l'andamento demografico: il censimento 2011 ha rivelato che l'età media dei musulmani è di 25 anni, mentre quella dei cristiani è di 45. Come spiegarlo? Semplice: i musulmani fanno più figli, molti più dei cristiani. Va inoltre aggiunto che la politica d'immigrazione e d'integrazione britannica negli ultimi anni ha favorito un vero e proprio boom degli arrivi dai Paesi musulmani, in particolare dal Pakistan. È evidente che, se questo trend dovesse essere mantenuto, tra meno di dieci anni la maggioranza dei cittadini britannici sarà di fede musulmana, e di questi l'80% sarà nato da immigrati. Già oggi i fedeli musulmani sono più numerosi degli anglicani: ogni settimana la preghiera islamica del venerdì riunisce quasi un milione di musulmani, mentre, secondo le più recenti statistiche della Chiesa d'Inghilterra, sarebbero solo 938.000 gli anglicani che partecipano alla messa domenicale. Le moschee a Londra sono più di cento e sono in continuo aumento le richieste per costruirne di nuove. Chi le finanzia? Arabia Saudita e Qatar. Come la Moschea centrale, che è stata costruita con finanziamenti diretti della famiglia reale saudita. L'Inghilterra però si è accorta solo dopo molto tempo di dover fare i conti anche con l'estremismo islamico salafita, cresciuto grazie a predicatori del male come Anjem Choudary, avvocato di origine pakistana e allievo prediletto dell'ex predicatore della moschea di Finsbury Park, Abu Hamza Al Masri, che sconta negli Usa due ergastoli e altri 100 anni per nove capi di terrorismo, senza possibilità di libertà condizionale. Choudary, fondatore di quasi tutti i gruppi islamisti inglesi tra i i quali Al-Muhajiroun e Islam4Uk, ha organizzato per decenni manifestazioni di protesta che avevano come fine ultimo la richiesta di imporre la sharia nel Paese. Inoltre ha incoraggiato e ha dato supporto ai giovani che volevano partire per la Siria e l'Iraq, ed esulta pubblicamente a ogni attentato, giustificando le stragi dell'11 settembre 2001 fino a quelle di Londra del 2005 e altre ancora. Oggi, dopo l'ennesimo soggiorno in carcere (è uscito nel 2019), si è fatto più cauto a livello mediatico ma non ha certo rinunciato alle sue idee. Con lui sono cresciute figure come Mizanur Rahman, Yasser Al-Sirri, Abu Haleema alias Shakil Chapra, Mohammed Shamsuddin, Abu Qatada Al-Filastini, Omar Bakri Muhammad, Abdullah El-Faisal e molti altri.L'intelligence britannica attualmente sta monitorando più 30.000 persone, delle quali circa 3.500 sono ritenute essere estremisti islamici pronti a compiere attacchi nel Regno Unito. L'Mi5, il servizio interno, stima che più di 800 cittadini britannici sono andati a combattere nel «Siraq»: molti di loro sono diventati star della propaganda islamista. Ma l'intelligence non si fornisce le cifre di coloro che sono rientrati. A proposito di numeri: dei trentamila che rappresentano una minaccia terroristica per lo Stato, oltre il 10% sarebbe pronto all'atto di forza. A fomentarli di continuo sono centinaia di «predicatori del male» liberi di spargere l'odio nelle strade della Gran Bretagna, sul Web, nelle tv e radio islamiche e nelle carceri, dove i casi di radicalizzazione non si contano più, così come gli attentati sventati. L'emblema del fallimento inglese però è rappresentato dalle «Sharia Court», le Corti islamiche che ammontano ormai a un centinaio nel Paese. Le principali si trovano a Londra, Birmingham, Bradford, Manchester e Nuneaton. Mentre sono già iniziati i lavori per istituirne di nuove a Leeds, Luton, Blackburn, Stoke e Glasgow. Fino a poco tempo fa queste Corti erano un mistero per gli stessi britannici; solo nel 2013 la Bbc (con un documentario dal titolo The secrets of Sharia courts) ha rivelato al grande pubblico l'esistenza di questo sistema legale parallelo al quale fanno riferimento sempre più musulmani britannici e, cosa ancora più sorprendente, anche cittadini britannici che ritengono la sharia un sistema giuridico sbrigativo ed efficace. Il primo tribunale islamico in Gran Bretagna fu creato nel 1982 a Leyton (est di Londra) con il nome di Consiglio della sharia islamica. Tutto si svolge nella riservatezza più totale. Le Corti analizzano e giudicano molte materie, tra le quali la poligamia, il ripudio della moglie (talaq), l'eredità, l'affidamento dei bambini e molti altri aspetti della vita di un musulmano. Si attivano anche nel caso di matrimoni misti, atto ritenuto gravissimo a meno che non vi sia un'immediata conversione all'islam del coniuge appartenente a un'altra religione. Intervengono e legiferano anche su questioni inerenti temi in cui le donne sono gravemente discriminate. A sovraintendere il lavoro dei tribunali della sharia è Suhaib Hasan, decano e segretario generale delle Corti islamiche britanniche, nonché membro del Cerf (Consiglio europeo della fatwa e della ricerca) diretto dal religioso Yusuf Qaradawi, membro dei Fratelli musulmani al quale in passato le autorità britanniche hanno negato il permesso di entrare nel Paese. Nel suo statuto, il Cerf sancisce che la sharia non può essere emendata per conformarsi all'evoluzione dei valori e dei comportamenti.La denominazione macchiettistica «Londonistan» è riduttiva rispetto alla realtà di certi quartieri della capitale, così come a quella di molte altre città britanniche dove è forte la presenza dell'islam radicale. In alcune zone si trovano cartelli o adesivi sui lampioni che mettono in guardia chi entra: «Stai entrando in un'area controllata dalla sharia». Simili segnali allarmanti si trovano a Liverpool, Manchester, Leeds, Birmingham, Derby, Bradford, Dewsbury, Leicester, Luton e Sheffield. Senza dimenticare Waltham Forest, a Nord di Londra, e Tower Hamlets, nella parte più orientale della capitale britannica. Si tratta d'intere aeree nelle quali il martellante lavoro dei predicatori salafiti con la loro dawaa al jihad, ovvero «chiamata al combattimento», ha fatto breccia. Essendo quartieri finiti sotto il controllo della sharia, guai ad attraversarli senza velo e vestiti castigatissimi se si è donne. E guai agli uomini sorpresi con bottiglia di birra o sigaretta in mano: si rischia di esser circondati dalla «sharia police» che, tra insulti e minacce, farà passare ai malcapitati un brutto quarto d'ora. Ma è il multiculturalismo bellezza.

Il parlamentare ucciso da un terrorista islamico "Ora tutelate i politici". Erica Orsini Il Giornale il 17 ottobre 2021. Londra. Un vero gentleman inglese, cortese con chiunque, e uno dei più grandi difensori dei diritti degli animali. Così viene descritto il deputato conservatore David Amess, il parlamentare britannico ucciso venerdì da un uomo in quello che viene considerato da Scotland Yard un attacco terroristico riconducibile all'estremismo islamico. L'aggressione è avvenuta a Southend-on-Sea, un piccolo paese dell'Essex, nella costituente di Southend West che Amess ha rappresentato in Parlamento dal 1983 fino alla sua morte. Il deputato stava incontrando i cittadini quando è stato ripetutamente pugnalato da un cittadino britannico di origini somale, che l'ha lasciato agonizzante a terra ed è stato arrestato subito dopo dalla polizia senza opporre resistenza. Il ragazzo, la cui identità non è ancora stata resa nota, si trova attualmente in custodia e, secondo quanto rivelava ieri il Guardian, gli inquirenti avrebbero deciso di collegare il suo gesto all'estremismo islamico da alcune dichiarazioni che avrebbe fatto mentre lo stavano portando via. Si sta vagliando ogni movente possibile del terribile atto. La polizia non sta cercando nessun altro complice, anche se ieri ha perquisito due abitazioni private a Londra e al momento non sono pervenute reazioni significative da parte del mondo jihadista. Non sembra neppure che il nome dell'uomo fosse inserito nella lista delle persone i cui movimenti vengono costantemente monitorati dalla polizia in quanto a rischio di radicalizzazione. Al vaglio anche le condizioni di salute mentale in quanto una delle ipotesi più accreditate rimane quella del cane sciolto, con un disagio mentale pregresso. Ieri sul luogo dell'incidente si sono recati il Premier Britannico Johnson, il ministro degli Interni Piri Patel, il leader laburista Sir Keir Starmer e la Speaker della Camera Sir Lindsay Hoyle. Patel, che era amica personale di Amess, ha richiesto alle forze dell'ordine una revisione immediata di tutte le misure di sicurezza annunciando che altre verranno attivate «per consentire ai parlamentari di svolgere il proprio lavoro». Su questo punto, l'omicidio di Amess, avvenuto a cinque anni da quello della collega laburista Jo Cox, che venne ammazzata a Londra a colpi di machete in una situazione identica, ha riaperto un dibattito molto sentito. «Nei prossimi giorni dovremo parlare in Parlamento di quali misure di protezione debbano essere prese», ha dichiarato ieri la Speaker Hyole, ma non sarà così semplice. Soprattutto nei piccoli paesi come Southend-on-Sea, i politici preferiscono avere un contatto diretto con i cittadini, non filtrato da controlli di polizia che possano scoraggiare le relazioni tra politica e gente comune. Così, mentre da una parte alcuni come l'ex ministro conservatore Tobias Elwood raccomandano ai colleghi di limitarsi a contatti via Zoom, altri sono determinati a continuare a lavorare come ha sempre fatto lo stesso Amess, rimanendo a fianco di chi rappresenta in Parlamento. Ieri una folla si è recata a deporre dei fiori, a raccontare episodi, ad abbracciarsi, davanti alla Chiesa Metodista di Belfairs dove David è stato ucciso. «Lui piaceva a tutti, indipendentemente dal colore politico», ha raccontato al Guardian Robert, un abitante dell'area - era estremamente presente nella comunità, un uomo caritatevole e attento che si sforzava di essere sempre presente ai nostri incontri». Per anni, Amess ha portato avanti le sue campagne locali, come quella sulla promozione a città del collegio elettorale di Southend-on-Sea, una battaglia che probabilmente vincerà adesso, da morto. E mentre tutti si stringono solidali attorno alla moglie e ai suoi cinque figli, il livello di allerta nel Paese riguardo a eventuali possibili attentati rimane, per ora, invariato.

Da Corriere.it il 9 novembre 2021. Un uomo a torso nudo ha cercato di aggredire alcune persone con un coltello nella zona di Bislett, a Oslo , ed è stato ucciso dagli agenti. Lo ha detto il direttore delle operazioni di polizia, Tore Solberg, alla Norwegian Broadcasting (Nrk). L’aggressore è stato portato all’ospedale di Ulleval dopo che la polizia gli ha sparato ed è morto per le ferite riportate. Solo un agente sarebbe rimasto ferito, in modo non grave. «Una pattuglia era vicina» al luogo dell’aggressione e per questo è riuscita a fermare l’uomo, ha detto il capo della polizia Torgeir Brenden citato dai media norvegesi. «All’inizio gli agenti hanno cercato di investirlo quando ha cercato di accoltellare una persona», ma «l’auto della polizia si è scontrata con un muro ed è in questo frangente che gli agenti sono stati aggrediti dall’uomo». «Non escludiamo alcun motivo, ma in questa fase non c’è nulla che indichi che si tratti di un attacco terroristico», ha detto ai giornalisti l’ispettore di polizia Egil Jorgen Brekke. Secondo alcuni testimoni l’aggressore avrebbe urlato «Allahu Akbar» durante l’attacco. Ma si tratta di dichiarazioni da verificare. Secondo il quotidiano norvegese Verdens Gangè, l’aggressore sarebbe un russo sulla trentina che è stato obbligato, nel dicembre 2020, a sottoporsi a cure psichiatriche dopo un attacco con un coltello compiuto un anno prima, sempre a Oslo. I video dei testimoni diffusi sui social media mostrano il sospetto a torso nudo e armato di un grosso coltello. Meno di un mese fa, a Kongsberg, nel sud della Norvegia, un 37enne armato di arco e frecce aveva ucciso quattro donne e un uomo.

Coltellate ai passanti in nome di Allah: ancora terrore a Oslo. Ignazio Riccio il 9 Novembre 2021 su Il Giornale. Il blitz delle forze dell’ordine in Norvegia è stato decisivo per evitare una nuova strage come accaduto un mese fa. Dopo l’episodio di ieri a Cannes, in Francia, dove Lakhdar Benrabah, un algerino di 37 anni con regolare permesso di soggiorno italiano ha aggredito alcuni poliziotti nel nome del profeta Maometto, questa mattina un nuovo atto di violenza si è consumato a Oslo, in Norvegia. Un uomo di 33 anni si è scagliato contro i passanti e la polizia, con in mano un coltello da cucina, urlando“Allahu Akbar” durante il suo raid. Alcuni organi di informazione norvegesi hanno pubblicato un video in cui è ripreso il presunto aggressore nudo dalla cintola in su e scalzo. Nessuna persona avvicinata dall'uomo in preda a un raptus è rimasta ferita, solo uno degli agenti di polizia ha riportato leggere escoriazioni. L’intervento delle forze dell’ordine è stato risolutivo e ha evitato una strage. In un primo momento, come riporta il giornale norvegese Nettavisen, i poliziotti hanno tentato più volte di investire l'aggressore con la loro auto, ma l'uomo è riuscito a scappare. I testimoni hanno affermato di aver visto la volante seguire il fuggitivo e poi di aver udito sei spari di pistola. In precedenza, il facinoroso si era avvicinato minaccioso a una donna, che è riuscita a ripararsi in una macchina, e ad altre persone, senza però riuscire a colpirle. Il 33enne era noto alle forze dell'ordine. Nel giugno del 2019, infatti, aveva cercato di aggredire, sempre con un coltello, alcune persone a Ankerbroe. Da qui la decisione del tribunale distrettuale di Oslo, nel dicembre del 2020, di sottoporre l'uomo a cure psichiatriche obbligatorie. La polizia norvegese, comunque, ha confermato che un'auto di pattuglia nel quartiere di Bislett, a nord di Oslo, è entrata in un edificio per fermare l'aggressore. “Diversi colpi sono stati sparati contro l'uomo”, ha aggiunto il portavoce della polizia Torgeir Brenden, spiegando che l'autore dell'attacco è stato portato d'urgenza in un vicino ospedale dove è morto. In un primo momento era stato escluso il movente terroristico, ma gli inquirenti stanno seguendo tutte le piste e dopo la testimonianza di alcuni cittadini, i quali hanno sentito l’aggressore inneggiare ad Allah, ritorna forte il sospetto che si tratti di un atto estremista. Già il mese scorso, un uomo armato di arco, frecce e coltello aveva ucciso cinque persone in una piccola cittadina a sud-ovest di Oslo, a Kongsberg. Una notte di follia quella del 13 ottobre scorso, quando l'uomo iniziò a colpire i suoi obiettivi partendo da un supermercato. L'arciere killer, come è diventato noto ai media, fu arrestato quella stessa notte dopo aver ucciso quattro donne e un uomo al termine di uno scontro con la polizia. Il servizio di intelligence norvegese (Pst) descrisse l'attacco come "atto di terrorismo". Sui social, l'uomo aveva annunciato e spiegato la sua conversione all'Islam. Più volte in contatto con il servizio sanitario, era noto alle forze dell'ordine per precedenti per droga e intimidazioni alla famiglia. Nel 2020 aveva minacciato di uccidere il padre e per questo era stato sottoposto ad un ordine di restrizione di sei mesi.

Ignazio Riccio. Sono nato a Caserta il 5 aprile del 1970. Giornalista dal 1997, nel corso degli anni ho accumulato una notevole esperienza nel settore della comunicazione, del marketing e dell’editoria. Scrivo per ilGiornale.it dal 2018. Nel 2017 è uscito il mio primo libro, il memoir Senza maschere

Cani sciolti in azione, perché torna l’allerta terrorismo. Mauro Indelicato su Inside Over il 9 novembre 2021. A distanza di meno di un mese dall’episodio di Kongsberg la Norvegia nelle scorse ore è ripiombata nell’incubo del terrorismo. Nella capitale Oslo un uomo armato di coltello ha aggredito alcuni passanti nel quartiere di Bislett. La polizia è riuscita a neutralizzare l’aggressore e si contano solo pochi feriti. Alcuni testimoni hanno riferito ai media locali che l’uomo, mentre aveva in mano il coltello, avrebbe più volte urlato “Allah Akbar“. La polizia norvegese ha escluso il movente terroristico e ha parlato di azione isolata. Ma l’episodio, sia per la vicinanza con i fatti di Kongsberg che con quelli accaduti a Cannes lunedì, è significativo per valutare l’attuale allerta terrorismo.

Dalla Norvegia alla Francia, quei segnali da non sottovalutare

Per mesi gli allarmi sui pericoli derivanti dalle attività jihadiste sono stati in secondo piano. A livello mediatico, anche buona parte del 2021 è stata monopolizzata dalle allerte sul coronavirus. Questo i terroristi lo sanno bene. Del resto i loro attentati hanno, tra gli obiettivi primari, quello di richiamare attenzione. Se le telecamere sono puntate su altri fronti, ai gruppi islamisti non conviene compiere attacchi. Non è un caso che soltanto ora, con la pandemia parzialmente alle spalle o comunque non più seguita come prima, si è tornati a parlare di jihad. Da ottobre ad oggi sono tre gli attacchi sospetti. Il primo riguarda quello di Kongsberg del 15 ottobre. In quell’occasione nella cittadina norvegese un uomo di 37 anni armato di balestra ha ucciso cinque persone. In alcuni video recenti l’aggressore, di origine danese, ha parlato della sua conversione all’Islam. Piantonato in un reparto psichiatrico, l’attentatore era già noto alla polizia anche per altri reati e per problemi psichiatrici.

Rimanendo in ambito norvegese, l’attentatore di Oslo di questo martedì avrebbe urlato secondo molti testimoni la tipica frase pronunciata dai miliziani jihadisti, ossia Allah Akbar. Un segnale che farebbe propendere per la catalogazione di questo episodio tra gli attentati di matrice islamista. La polizia non ha confermato e ha parlato di un soggetto già noto per problemi psichici. Inoltre è molto probabile che il gesto, a prescindere dal movente, sia isolato. Come del resto è da considerarsi isolato l’attacco di lunedì a Cannes, in Francia. Un uomo di origine algerina, sbarcato in Italia nel 2008, ha aggredito con un coltello un agente di polizia prima di essere arrestato. Gli inquirenti avevano già segnalazioni sulla radicalizzazione dell’aggressore e la matrice in questo caso è apparsa subito chiara. Dalla Norvegia alla Francia comunque, i casi isolati nell’ultimo mese costituiscono motivo di allarme. Che si tratti di soggetti organici a gruppi terroristici oppure animati da propri problemi mentali o da “semplice” fanatismo, chiunque ha intenzione di creare problemi sul fronte della sicurezza è ben cosciente di poter colpire adesso. E di poter soprattutto ricevere quell’attenzione mediatica impensabile fino a pochi mesi fa.

Le similitudini con il 2020

A conferma delle possibili allerte terrorismo in questi ultimi mesi dell’anno vi sono le tragiche assonanze con il 2020. Durante i primi lockdown lo scorso anno non si sono registrati attacchi jihadisti. Dunque tra marzo e giugno sul fronte della sicurezza in Europa la situazione è stata piuttosto tranquilla. In estate le prime avvisaglie, ma i veri episodi terroristici sono iniziati poi tra ottobre e novembre. Il 29 ottobre il primo grave attacco, quello di Nizza. A portarlo a termine il tunisino Aouissaoui Brahim, sbarcato a Lampedusa un mese prima. Armato di coltello, il giovane terrorista ha decapitato tre persone all’interno della cattedrale della città francese. Pochi giorni dopo a Vienna un altro attentato ha causato la morte di 4 innocenti. Un altro cane sciolto probabilmente, ma ben consapevole anch’egli della possibilità di avere maggiore attenzione mediatica con l’affievolirsi dell’emergenza pandemica. Quanto accaduto nel 2020 quindi si starebbe ripetendo anche in questo 2021. I terroristi potrebbero aver scelto l’ultima parte dell’anno per i propri tragici propositi. E adesso in tutta Europa, da qui al prossimo Natale, potrebbe crescere l’allerta sulla sicurezza.

Dall’arciere killer al sangue di Oslo: quella follia che inquieta la Norvegia. Lorenzo Vita su Inside Over il 9 novembre 2021. Meno di un mese fa, la Norvegia fu sconvolta da un inquietante fatto di sangue. Espen Andersen Brathen, un 37enne danese, è uscito di casa con arco e frecce iniziando a colpire chiunque gli capitasse a tiro. Il bilancio è stato di cinque morti e due feriti. L’uomo si era appena convertito all’Islam ed era già noto alle forze dell’ordine come pericoloso e con un passato da tossicodipendente. Una notte di ordinaria follia che ha lasciato il Paese nello sgomento e con quel senso di angoscia di una popolazione che si è riscoperta fragile e con una violenza oscura e nascosta. Oggi un nuovo inquietante episodio a Oslo, nella capitale norvegese. Un uomo, armato di coltello, è uscito per strada minacciando i passanti e ferendone tre, tra cui un poliziotto in modo non grave. La polizia è intervenuta prima tentando di investirlo con una volante e poi colpendolo mentre si muoveva a torso nudo brandendo l’arma. I media locali si dividono sulla matrice e nessuno riesce a fornire un quadro particolarmente chiaro. Secondo le forze dell’ordine, sarebbe da escludere la pista del terrorismo, anche se qualcuno – tra testimonianze ancora da verificare-  ha detto di aver sentito urlare al potenziale assassino le parole “Allahu Akbar”. Indiscrezioni che però non hanno ancora ricevuto conferme da parte delle autorità. Il primo ministro norvegese, Jonas Gahr, ha detto di comprendere “molto bene” che i residenti ritengano l’episodio drammatico. Tuttavia, ha preferito calmare le acque ribadendo ai giornalisti che “se la paragonate ad altre città in Europa, Oslo è una città sicura”. Un monito che rappresenta forse la vera chiave di lettura di questi due tragici episodi che hanno terrorizzato la Norvegia e che adesso sembrano gettare un’ombra di paura su un Paese che spesso si trova a convivere con una violenza che serpeggia sul suo territorio e che affiora in questi episodi di terrore. I due fatti, apparentemente slegati l’un l’altro, che ha fatto pensare a un nuovo fatto di sangue come quello avvenuto ieri a Cannes contro una pattuglia di polizotti francesi, sembrano riportare al centro la follia, prima ancora che il terrorismo. Una forma di violenza pura e indefinibile, in cui la polizia, pur conoscendo i potenziali killer, non riesce a trovare un modo per frenare questa tendenza. In entrambi i casi le autorità norvegesi conoscevano il pericolo insito nella mente dell’autore del gesto. Eppure questo non è bastato a evitare che entrambi gli autori commettessero il loro folle piano di “vendetta”. Nel giugno del 2019, l’uomo che oggi ha ferito le persone con il coltello mentre camminavano per le vie di Oslo, aveva compiuto lo stesso gesto ad Ankerbroe. Il tribunale distrettuale di Oslo, preoccupato per quanto avvenuto, aveva anche disposto, a dicembre dell’anno scorso, che l’uomo fosse sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio e a cure psichiatriche. Mentre l’arciere killer era noto alle forze dell’ordine e aveva ricevuto già un ordine restrittivo per le minacce nei confronti dei familiari, oltre che una condanna per furto con scasso e acquisto di droghe. Aveva pubblicato sui social video della sua radicalizzazione, eppure nessuno aveva fermato prima che commettesse l’orrenda mattanza. La Norvegia ora fa i conti con questa nuove e inquietante forma di oscura violenza.

Mirko Molteni per “Libero Quotidiano” il 30 novembre 2021. Dopo il danno, la beffa. A oltre dieci anni dalla strage di Utøya, il criminale norvegese Anders Behring Breivik s'è messo a scrivere dal carcere lettere folli ai parenti delle sue vittime e ai sopravvissuti, non per chiedere perdono, ma per propinare i suoi deliri. In pratica rigira il coltello nella piaga e rinnova in tante famiglie il dolore straziante dei lutti. Il caso è stato segnalato dalla televisione norvegese NRK e fa discutere il Paese scandinavo. Come noto, il 22 luglio 2011 Breivik, uccise con esplosivi e fucili un totale di 77 persone fra Oslo e l'isola di Utøya, dove si teneva un raduno giovanile della sinistra. Poiché l'associazione dei famigliari delle vittime si chiama "Gruppo di sostegno 22 luglio", Breivik s'è permesso di intitolare le lettere col prepotente proclama «Caro Gruppo di sostegno, si prega di leggere e agire». Seguono frasi sconclusionate prese dalle sue «memorie» e dal suo «manifesto politico» in cui si fa tutta un'insalata di anticattolicesimo, antislamismo, antifemminismo, antimarxismo, senza capo né coda. La presidente dell'associazione delle vittime, Lisbeth Røyneland, commenta: «È del tutto insostenibile che un assassino di massa possa inviare lettere alle sue vittime. Immagino che lo faccia per farci reagire in modo da attirare l'attenzione. Lo descrivo come una molestia. Vuol farci sapere che è lì e vuole spaventarci, in un certo senso». La signora Røyneland ha perso una figlia per mano dell'assassino e non è l'unica ad aver ricevuto le sue missive. Fra i destinatari c'è un sopravvissuto, il giovane parlamentare del Partito Laburista norvegese Torbjørn Vereide, che a Utøya si salvò per miracolo mentre Breivik sparava sulla folla. Così descrive la sua reazione alla lettera: «Ho un nodo allo stomaco. C'è qualcosa di assurdo in qualcuno che ti ha puntato un'arma contro, ha sparato e ha cercato di ucciderti, e ora ti manda una lettera. Ho sentito che il mio cuore si è fermato e che la mia giornata è diventata pesante». Intervistato da NRK, che gli chiedeva cosa ne ha fatto della lettera, Vereide ha risposto: «Ho fatto quello che era giusto. Mi sono preso un momento di tranquillità dopo averla letta, poi l'ho messa nel tritacarte. E lì sta bene, a strisce e a pezzi». Da più parti si chiede di impedire a Breivik quella che qualcuno considera «libertà d'espressione». Ma il direttore del servizio carcerario Erling Fæste ribatte: «La legge sull'esecuzione delle sentenze stabilisce che i detenuti dovrebbero essere in grado di inviare lettere a meno che ciò non possa portare a nuovi reati penali». Le molestie epistolari alle vittime non sono l'unico aspetto controverso della gestione del caso Breivik da parte dello Stato norvegese. Fin dal processo, chiusosi nel 2021, si era polemizzato sul fatto che il mostro era stato condannato a soli 21 anni, laddove nella maggior parte dei Paesi del mondo, per una strage di tali dimensioni ed efferatezza, avrebbe avuto l'ergastolo o la pena di morte. Qualche anno fa gli fu negata, ma il suo avvocato, Øystein Storrvik, è ripartito alla carica e nel gennaio 2022 i giudici dovranno decidere di nuovo se rilasciarlo. Sembra improbabile dato che lui, ancora nel decimo anniversario del massacro, non si è mai pentito. In più, da tempo fa discutere che la sua detenzione, nel carcere di massima sicurezza di Skien, circa 120 km dalla capitale Oslo, assomigli di più a un soggiorno, per quanto blindato e in isolamento, in un albergo stellato. La sua non è infatti una cella da Alcatraz, bensì una linda camera ben ammobiliata con scrivania, libreria, computer, doccia. Eppure Storrvik, che del resto difende Breivik per mestiere, interpellato da NRK sul caso delle lettere e sulla richiesta di impedirgli di spedirle, ha sostenuto che il suo assistito «è già sottoposto a condizioni estremamente rigide». 

Il presunto autore è stato fermato. Strage in Norvegia, armato di arco e frecce uccide 5 persone: non si esclude il terrorismo. Redazione su Il Riformista il 14 Ottobre 2021. Una strage, forse di matrice terroristica, che ha ricordato sinistramente quella di Utoya in cui Anders Behring Breivik uccise 77 persone. È quella avvenuta ieri sera in Norvegia, a Kongsberg, nel sud-est del Paese, dove un uomo armato di arco e frecce ha ucciso cinque persone, tra cui un agente in borghese, prendendo di mira i passanti in diverse zone della cittadina. L’aggressore, il cui nome sarebbe un cittadino danese di 37 anni, ma la polizia non ha confermato l’identità, è stato arrestato dopo un breve scontro con le forze dell’ordine. L’uomo aveva anche altre armi con sé e avrebbe annunciato le sue intenzioni su un suo canale Youtube: nei video lo stragista si filmava mentre si allenava al tiro con l’arco. Per fermare la strage a Kongsberg sono intervenuti polizia, cani, artificieri, anche elicotteri con infrarossi per sorvegliare il fiume che passa in città. Secondo quanto emerso finora, l’uomo avrebbe agito da solo. L’attacco è iniziato intorno alle 18:30, con l’aggressore che si è spostato in più zone della città per colpire: la polizia ha infatti reso noto che si sono state “diverse scene del crimine”. In particolare l’attacco sarebbe partito da un supermercato della Coop Extra vicino a una zona residenziale e a un dormitorio per studenti. Prima di finire arrestato l’assalitore sarebbe anche riuscito a scappare da un primo ‘faccia a faccia’ con la polizia. Durante una conferenza stampa, il capo della polizia locale Øyvind Aas ha spiegato che l’uomo che ha compiuto l’attacco si è spostato in “una vasta area” di Kongsberg, comune di circa 28 mila abitanti. Quanto al movente dell’attacco, non è chiaro: “Abbiamo molti testimoni da interrogare e al momento non possiamo dare ulteriori informazioni”, ha aggiunto ancora Øyvind Aas. “E’ naturale considerare se si tratti di un atto di terrorismo. Ma l’uomo non è stato interrogato ed è troppo presto per giungere a conclusioni”, ha riferito ancora il capo della polizia di Kongsberg. In serata la prima ministra uscente norvegese, Erna Solberg, aveva parlato dell’attacco dicendo che i messaggi che arrivano da Kongsberg “sono raccapriccianti”.

Orrore in Norvegia, trentenne danese armato di arco e frecce uccide almeno cinque persone. Marta Serafini su Il Corriere della Sera il 13 ottobre 2021. È successo a Kongsberg, nel sudest del Paese. Non si esclude la matrice terroristica. Si è mostrato su YouTube qualche giorno prima di entrare in azione. Maglietta e pantaloni della tuta, ha impugnato arco e frecce per esercitarsi nel tiro al bersaglio. Poi ieri, dopo il tramonto, complice l’oscurità, ha iniziato a girare per la cittadina di Kongsberg, 68 chilometri a sud ovest di Oslo, e a scoccare le sue frecce. Per uccidere, questa volta. Da solo, è partito da un supermercato Coop Extra. Poi è andato avanti fino alle 18.30, quando la polizia norvegese ha ricevuto la prima chiamata. Una freccia e un’altra ancora. Gli agenti sono entrati immediatamente in azione. In campo sono stati schierati due elicotteri e 10 autoambulanze, una squadra di artificieri, mentre ai residenti veniva ordinato di restare chiusi in casa e ai poliziotti, che di norma in Norvegia non sono armati, veniva permesso di dotarsi di pistole e fucili. Poi, le manette e il trasferimento del sospettato, un trentenne danese, nella stazione della vicina Drammen. Molto prudenti, come da consuetudine gli agenti norvegesi. «Ci sono diversi morti e feriti», ha dichiarato alla stampa Oyvind Aas, capo della polizia di Kongsberg. Ma fino a ieri sera tarda, il bilancio dei morti non era confermato mentre la tv pubblica Nrk parlava di cinque morti, così come non erano chiare le condizioni dei feriti. «Potrebbe aver usato anche una pistola e un coltello», è l’ipotesi delle tv locali. Né confermate erano le motivazioni del killer, nonostante l’arresto. Non escluso il terrorismo ma nemmeno confermato. «Il tempo ci dirà di più», è stato l’asciutto commento. Passate un paio d’ore dalla strage e già sui social media circolava il nome del killer — Rainer Winklarson — così come il fermo immagine di un video postato su YouTube nei giorni precedenti all’attacco che lo mostra mentre si esercita con l’arco e le frecce. In un’altra immagine, seduto su una sedia impugna una pistola. «L’uomo che ha compiuto l’atto è stato arrestato dalla polizia, e non c’è nessuna ricerca attiva di altre persone. Sulla base delle informazioni che abbiamo, c’è una persona dietro a tutto questo», si è limitato a dire ancora Aas. Eppure, mentre ancora sono pochi i dettagli, è già grande lo choc in tutto il Paese. Perché immediatamente torna alla memoria il massacro di Utoya di dieci anni fa, quando, l’estremista di destra Anders Behring Breivik portò a termine il suo piano terroristico, provocando in totale 77 morti e centinaia di feriti . Travestito da agente di polizia, Breivik prima fece detonare un potente esplosivo all’interno di un’automobile nei pressi dei palazzi governativi di Oslo, poi si trasferì nella non lontana isola di Utoya, dove sparò per oltre un’ora contro giovani militanti del partito Laburista, lì riuniti per un campus estivo; a perdere la vita sull’isola furono 69 persone, circa metà delle quali non ancora maggiorenni. Da allora i seguaci di Breivik sono stati molti. Nuova Zelanda, il massacro di Christchurch. Ma soprattutto l’Europa, Italia compresa, che vede sempre più giovani radicalizzarsi. E, mentre ancora si cercano indizi per ricostruire il percorso che ha portato il killer di Kongsberg ad entrare in azione, resta l’orrore per «l’episodio più grave in Norvegia dopo la strage di Utoya», come già l’hanno definito i giornali norvegesi. «È una tragedia per tutte le persone colpite», ha dichiarato il sindaco Kari Anne Sand. «Il ministro della giustizia norvegese Monica Maeland è stato informato e sta monitorando da vicino la situazione», hanno twittato invece da Oslo.

Strage in Norvegia, si indaga per terrorismo. Killer convertito all’Islam e radicalizzato. Marta Serafini su Il Corriere della Sera il 13 ottobre 2021. Danese, 37 anni, aveva precedenti penali ed era in cura. I servizi: era sotto osservazione ma uscito dai radar. Nel nuovo governo di centro-sinistra due ministri sopravvissuti di Utoya. Quattro donne e un uomo uccisi, tutti tra i 50 e i 70 anni, di cui un agente di polizia colpito alla schiena. All’indomani della strage di Kongsberg, costata la vita a 5 persone, iniziano ad emergere i primi dettagli. «Le vittime sono state colpite in modo del tutto casuale», ha dichiarato la procuratrice regionale Svane Mathiassen che guida le indagini. Tra le armi utilizzate, sicuramente arco e frecce ma forse anche un coltello, dettaglio che deve essere però confermato dalle autopsie. E dopo le prime indiscrezioni poi smentite, inizia a delinearsi anche parte del profilo del killer di cui i media locali hanno diffuso un nome, però non confermato dalla polizia. Il sospettato è un cittadino danese di 37 anni, Espen Andersen Brathen, convertito all’Islam e già noto alla sicurezza di Oslo in quanto radicalizzato. «Aveva dato segnali, l’anno scorso era sotto osservazione, poi è uscito dai radar», ha spiegato Ole Bredrup Saeveru della polizia. Madre danese e padre norvegese, Brathen — che comparirà in tribunale oggi e che sarà sottoposto a perizia psichiatrica — aveva già ricevuto l’anno scorso un ordine restrittivo di sei mesi dopo avere minacciato di uccidere un suo familiare. Ma Brathen era anche stato condannato per furto con scasso e acquisto di piccole quantità di hashish nel 2012. Infine, secondo diversi media norvegesi, nel 2017 aveva pubblicato un video su YouTube — ora rimosso — nel quale annunciava la sua conversione all’Islam definendosi, con toni minacciosi, «un messaggero». Su Kongsberg, cittadina a una settantina di chilometri da Oslo, intanto è calata l’angoscia. Durante l’attacco, Brathen è entrato in un negozio spaventando il personale e i clienti ma senza ferire nessuno. Poi ha fatto irruzione in una serie di abitazioni private. «Qui tutti si conoscono, teniamo la porta aperta», ha spiegato alla Bbc Fiona Helberg, testimone e residente della cittadina. Inoltre, tra la prima allerta lanciata alla polizia e l’arresto, è trascorsa oltre mezz’ora e gli agenti hanno dovuto sparare diversi colpi in aria prima che il killer si arrendesse. La paura investe la Norvegia, che tenta però di non farsi prendere dal panico o di farsi trascinare nelle polemiche. «Sembra essere un atto di terrorismo», si legge nella nota dell’agenzia della sicurezza norvegese, Pst. A fronte della prudenza, è chiaro però come il killer abbia sfruttato delle «falle» del sistema. Archi e frecce non sono classificati come armi illegali in Norvegia. È consentito acquistarli e possederli, e i proprietari non sono tenuti a registrarli, sebbene debbano essere utilizzati nei poligoni di tiro con l’arco designati. E non solo. Al momento dell’attacco, gli agenti di polizia non indossavano le armi, come prevede la normativa norvegese, ed è solo dopo un episodio violento— come successo ieri — che viene ordinato il contrario. Segni dunque che l’allerta sale, sebbene la Pst si affretti a dichiarare «non vi è finora alcuna indicazione che vi sia un cambiamento nel livello di minaccia nazionale». «Siamo inorriditi dai tragici eventi di Kongsberg», ha detto re Harald V riassumendo il sentimento generale. L’attacco di Kongsberg, il più grave dalla strage di Utoya, arriva mentre si insedia il nuovo governo di centro sinistra guidato dal leader laburista Jonas Gahr che, oltre ad aver voluto un esecutivo a maggioranza femminile, ha chiamato in squadra proprio due sopravvissuti a Utoya, Tonje Brenna, 33 anni, cui è stata affidata la Pubblica Istruzione, e di Jan Christian Vestre, 35 anni, ministro del Commercio e l’Industria. Intanto su Kongsberg volano ancora gli elicotteri. E c’è chi, tra i passanti, non si trattiene e scuote il capo: «Sembra di essere a Kabul».

L'assassino con l'arco è un convertito all'islam. Perquisite le moschee. Luigi Guelpa il 15 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il killer è Espen Andersen Brathen, 37 anni. Nel nuovo governo 2 sopravvissuti di Utoya. Si chiama Espen Andersen Brathen, il 37enne originario della Danimarca che mercoledì sera ha fatto rivivere l'incubo di Utoya a 5 milioni di norvegesi. L'uomo, armato di arco e frecce, ha seminato il panico a Kongsberg, cittadina di 27mila abitanti a 70 chilometri a sud ovest di Oslo, tenendo per un'ora in scacco la polizia, uccidendo 5 persone (1 uomo e 4 donne) e ferendone tre (una è finita in terapia intensiva) prima di essere arrestato. Le forze dell'ordine hanno tenuto per ore nascosta l'identità dell'aggressore, giusto il tempo di far sparire dalla rete i suoi profili social; a quanto pare pieni di proclami farneticanti inneggianti all'islam più estremo. Brathen infatti aveva abbracciato il culto islamico dal 2017, radicalizzandosi nel corso degli ultimi mesi. «Non era un frequentatore abituale della nostra moschea», ha spiegato alla tv norvegese l'imam Osama Tlili. Eppure, anche se dalle prime indagini risulta che l'uomo abbia agito da solo, la radicalizzazione sarebbe avvenuta proprio in Norvegia e l'attentato dell'altra sera meditato con alcuni complici. Gli inquirenti ieri hanno iniziato a perquisire le moschee del Paese, cercando di trovare riscontri su una possibile affiliazione di Brathen con una cellula yemenita, attiva in Norvegia dal 2008. Il terrorista non era comunque estraneo alle forze dell'ordine. Due anni fa aveva minacciato il padre di morte puntandogli un coltello alla gola e per questo ricevuto un ordine restrittivo di sei mesi. Nel 2012 era inoltre finito davanti al giudice per spaccio e furti di vario genere. I vicini di casa lo descrivono come un uomo solitario e scontroso. In un'intervista al quotidiano Dagbladet, la 21enne Gudoon Hersi sostiene di aver dovuto lasciare abitazione al numero 23 di Kirkegata dopo essere stata importunata per parecchio tempo. «Mi diceva che ero una donna di malaffare e mi insultava per il colore della pelle». Il terrorista ha iniziato il suo assalto al centro commerciale Coop Extra, spostandosi poi in altre cinque zone della città. Uno dei tre feriti è un agente che era fuori servizio al momento dell'attacco, colpito alla schiena mentre stava facendo acquisti al supermercato. L'assalto, iniziato circa alle 18.15, si è concluso tre quarti d'ora dopo, quando Brathen è stato fermato dalla polizia, non prima però di ferire un agente con una freccia. La procura di Oslo non ha voluto al momento precisare se Brathen abbia ucciso le sue vittime con le frecce o con una pistola rinvenuta al momento dell'arresto. «Ci esprimeremo soltanto dopo le autopsie - ha spiegato il capo dell'intelligence di Oslo Sofie Nystrom - Gli eventi di Kongsberg appaiono al momento come un atto di terrorismo. L'inchiesta chiarirà più nel dettaglio le ragioni. Il livello di minaccia in Norvegia è ancora considerato moderato». Le autorità effettueranno una perizia psichiatrica sull'omicida, che già in giornata apparirà davanti al giudice Ann Iren Svane Mathiassen. Giovedì mattina, nel corso del primo interrogatorio al distretto di polizia, ha confessato di aver colpito in maniera casuale. Sull'onda emotiva, ieri nel nuovo esecutivo di Jonas Gahr Store, governo di coalizione a guida laburista, sono stati nominati ministri due giovani che si trovavano sull'isola di Utoya durante il massacro perpetrato nel 2011 da Breivik. Sono il 33enne ministro dell'Istruzione Tonje Brenna, e quello del Commercio e dell'Industria Jan Christian Vestre, 35 anni. Luigi Guelpa

Monica Perosino per "la Stampa" il 15 ottobre 2021. Si chiama Espen Andersen Bråthen l'uomo che mercoledì ha ucciso cinque persone con arco e frecce nella sonnolenta cittadina di Kongsberg. Una mattanza eseguita a sangue freddo da un ragazzone che ha sempre vissuto tra queste casette di legno e gli amici di una vita, che lo descrivevano «mite, gentile e per bene». Fino a quando, nella sua mente, qualcosa «si è rotto». Trentasette anni, madre danese e padre norvegese, da tempo viveva praticamente recluso in casa, senza vedere nessuno, e da almeno quattro anni si era convertito all'Islam. Il 29 maggio dell'anno scorso aveva provato a "incontrare" i genitori, a suo modo, facendo irruzione in casa con una pistola. Il risultato era stato un divieto di avvicinamento alla famiglia per le minacce di morte rivolte al padre. Non lavorava da anni, e la scorsa estate un vicino di casa preoccupato aveva chiamato la polizia perché Bråthen era solito brandire mazze, bastoni e manganelli in giardino, tutti i giorni, tranne quando faceva troppo freddo: «Era brutale, ho avuto una brutta sensazione, per questo ho chiamato la polizia», ha detto il giovane al quotidiano locale "Verdens Gang". «Era sempre solo. Dalla finestra della cucina potevo guardare nel suo appartamento. Era molto disordinato e c'era qualcosa di estremamente inquietante in quella casa». La segnalazione più preoccupante però risale già al 2017, quando il suo amico di infanzia avverte la polizia: Bråthen ha pubblicato un video in cui dichiara di essersi convertito all'Islam. Sostiene di essere «un messaggero» che porta «un avvertimento», e che «è arrivato il momento». L'amico è preoccupato, pensa che Bråthen sia malato, che debba essere curato, perché «una bomba a orologeria in grado di fare qualcosa di assolutamente terribile». Ieri la polizia ha confermato che Espen Andersen Bråthen lo conoscevano bene, ed erano in allerta «per il rischio di radicalizzazione», ma visto che nel 2021 non avevano ricevuto nessuna nuova segnalazione sul suo conto, era uscito dai radar. Intanto, la confusa dinamica dell'attacco si fa più chiara: le vittime sono 4 donne e un uomo, un agente in borghese, e sono state scelte a caso. Bråthen sarebbe prima entrato in un negozio senza ferire nessuno, poi avrebbe fatto irruzione in una serie di abitazioni private con arco, frecce e un coltello. Le vittime, tra i 50 e i 70 anni, sono state trovate parte in strada e parte all'interno delle abitazioni. Ma sui trenta minuti che hanno fatto precipitare la Norvegia nella paura, e cinque famiglie nel dolore, i dettagli non aiutano a comprendere. Il movente è «ancora da chiarire», l'attacco, potrebbe essere «terrorismo», intanto si procederà con una perizia psichiatrica. Nel Paese ancora sotto choc a prendere il testimone è toccato al neo premier , il laburista Jonas Gahr Store, che ieri ha presentato il suo governo. L'esecutivo, a maggioranza femminile, comprende due sopravvissuti della strage di Utøya, il peggior attacco terroristico mai avvenuto nel Paese.

Mauro Evangelisti per "il Messaggero" il 15 ottobre 2021. Potevano fermarlo. Espen Andersen Brathen, 37enne di origini danese convertito all'Islam, nel tardo pomeriggio di mercoledì ha ucciso cinque persone a Kongsberg, in Norvegia. Alle 18.18 viene raggiunto dalla polizia, è vicino al supermercato Coop-Extra, ha l'arco e le frecce, in molti hanno lanciato l'allarme, ma ancora non ha ammazzato nessuno. Gli agenti lo incrociano, sparano alcuni colpi di avvertimento in aria, ma Espen, un gigante con i capelli rasati, riesce a fuggire. Da quel momento, per mezz' ora, la polizia non lo trova, lui ha il tempo di uccidere con arco e frecce, ma anche con un coltello, quattro donne e un uomo, di età compresa tra i 50 e i 70 anni. Quando alle 18.47 lo arrestano è ormai tardi. Se il primo intervento degli agenti fosse stato più efficace e deciso oggi nessuno parlerebbe del danese convertito all'Islam che in Norvegia ha ucciso cinque persone scelte a caso per strada e all'interno di un'abitazione. Potevano fermarlo. Anche cinque anni fa era chiaro che Espen Andersen Brathen, con risaputi problemi psichiatrici, stava diventando pericoloso. 2017, sui social pubblica un video in cui spiega: «Mi sono convertito all'Islam, il mio è un avvertimento». Più di un amico lo vede, conosce il carattere instabile di Espen e avverte le forze dell'ordine: guardate che questa persona è pericolosa, intervenite. La polizia norvegese risponde: tranquilli, lo stiamo tenendo d'occhio. Racconta uno degli amici parlando con il quotidiano Aftenposten: «Ora è frustrante pensare che io e molti altri abbiamo saputo che era una bomba a orologeria, lo abbiamo segnalato, ma nessuno l'ha fermato». Intervistato dal giornale danese Bt un altro amico di infanzia dice: «Da bambino era molto gentile e aveva un buon carattere, ma a 17-18 anni ha iniziato ad avere problemi mentali. Anche suo nonno aveva un disturbo paranoico. Varie volte è stato ricoverato in ospedale, ma non voleva prendere le medicine. Con gli anni è divenuto sempre più violento. Improvvisamente è diventato musulmano anche se in realtà non sapeva nulla dell'Islam. Quando nel 2017 ho visto il video minaccioso, ho capito che era pericoloso e ho inviato una mail alla polizia. Loro mi hanno risposto che avevano la situazione sotto controllo». La conversione dovrebbe risalire a una decina di anni fa, anche se il video con le minacce è successivo. 

VIOLENTO Poteva essere fermato. Espen aveva spesso spaventato e insultato i vicini, anche con insulti razzisti. E aveva insospettito il presidente dell'unica moschea della città dove era andato per annunciare la sua conversione, «non lo abbiamo preso sul serio, non era credibile, ci ha detto che aveva ricevuto una rivelazione...». Espen aveva piccoli precedenti per furto con scasso e possesso di hashish, risalenti al 2012. Il 29 maggio scorso aveva minacciato i genitori, tentando di picchiare il padre, lasciò anche una pistola sul divano. Per questo il tribunale ha emesso una ordinanza che gli impediva di avvicinare i genitori per sei mesi. In Norvegia, dove proprio ieri è stato formato il nuovo governo a guida laburista, l'attacco che è costato la vita a cinque persone viene considerato di tipo terroristico o, quanto meno, non si esclude questa matrice. Il capo dell'Antiterrorismo norvegese, Arne Christian Haugstoyl, ha spiegato che ci sono centinaia di nomi per i quali arrivano segnalazioni di pericolosità come quella che riguardava Espen Brathen, «è difficile sapere chi passa dalle parole all'azione». Più volte la polizia era stata, anche di recente, nella sua casa per i comportamenti aggressivi nei confronti dei familiari e dei vicini. Espen in giardino si addestrava a combattere, usando mazze e bastoni, e mostrando di conoscere le arti marziali. In sintesi: violento, con problemi psichici, armato, autore di un video minaccioso in cui ribadiva la sua conversione all'Islam, segnalato da amici e familiari, incrociato dalla polizia subito dopo il suo primo assalto a un supermercato. Eppure, non lo hanno fermato e ha avuto il tempo per uccidere cinque persone con arco, frecce e un coltello. Tutto questo nel Paese che dieci anni prima aveva vissuto lo choc della strage di Uttaya. Ora in Norvegia resta alto il livello di attenzione: si temono emulazioni ma anche azioni di vendetta irrazionale contro cittadini di religione musulmana.

Bataclan, processo ai fantasmi. In aula vietato parlare di islam. Francesco De Remigis il 17 Novembre 2021 su Il Giornale. Fino a gennaio richiesto un linguaggio "eufemizzante". Il tribunale non vuole riferimenti a moschee e imam. Sebbene gli attacchi del 13 novembre 2015 a Parigi siano stati rivendicati dall'Isis, nelle udienze sul Bataclan il movente religioso è diventato il grande assente. L'estrema sinistra francese ha faticato a pronunciare la parola terrorismo anche nel ricordo delle vittime, sabato scorso: parlamentari della gauche sommersi di critiche su Twitter, perché incapaci di denunciare la matrice islamica del sangue. Ma sono soprattutto le «regole» del processo in corso a Parigi a lasciare più di un dubbio. Vietato parlare di islam in presenza degli imputati, per esempio; almeno nella recente fase che li ha visti alla sbarra. Per espressa volontà del presidente del tribunale speciale Jean-Louis Périès, e come da suo avvertimento del 2 novembre, le carte del processo iniziato a settembre sembrano via via scompaginarsi; come pure le aspettative su un procedimento che in nove mesi vedrà i giudici sentenziare sulle responsabilità dei venti a giudizio. Chiarito che non è ancora tempo di affrontare «i fatti», né tanto meno parlare di «religione», quindi di movente, il processo ha tirato il freno a mano, trasformando l'aula bunker in un magnete di polemiche e frustrazione per le parti civili: «Gli imputati si dipingono come banali sbandati», denuncia Theodora, la giovane ventenne che ha perso lo zio sulla terrazza del cafè La Bonne Bière. Lei come altri, è su tutte le furie: «Vogliamo sapere cosa li ha resi assassini...». Possibile che manchi il riferimento all'islam? Sì, perché dopo un mese e mezzo di atroci racconti dei superstiti, nei giorni scorsi è stato richiesto un linguaggio «eufemizzante» alle udienze-show concesse alla Salah Abdeslam e associati, con interruzioni censorie che hanno fatto sobbalzare dalle sedie sopravvissuti e accusa. Fuori luogo anche riferimenti a moschee o imam. Per giorni è stata celebrata la vita di quartiere di presunti assassini, più simile apparentemente alle immagini di un maxi-spot pubblicitario della Nike. In questa fase si cerca «solo» di tracciare i «profili» degli imputati: per parlare della religione che ha spinto a uccidere, embargo fino a gennaio. Interrogati sulla loro «personalità» e non sui fatti, i venti imputati per terrorismo sono diventati «personaggi». Libertà di sproloquio e di menzogna. Salah ha parlato della sua infanzia felice. Via, il volto truce dell'udienza di settembre, quando si dichiarò orgogliosamente un «combattente» di Daesh che compì quegli attentati per «vendetta» dopo i bombardamenti francesi in Siria. Gli avvocati difensori hanno sfruttato la timeline del processo e cambiato strategia: alla sbarra ci sono angeli di banlieue, fratelli benevoli con poche macchie sul curriculum, vittime di una Francia matrigna anziché indossatori di kalashnikov, proiettili da guerra e coltelli. «Vogliamo sapere il resto», gridano le famiglie dei morti e i sopravvissuti alla strage. Dopo il ridicolo show dei «santi subito», la lente del processo si sposta ora sulla rotta dei migranti che ha permesso all'Isis di trapiantare terroristi nel cuore dell'Europa. E sul flop dei Servizi francesi. Ieri, riprese le udienze dopo lo stop per le commemorazioni, è stato il turno delle spiegazioni di Bernard Bajolet e Patrick Calvar, allora rispettivamente capo della Direzione generale della Sicurezza esterna (DGSE) e della Sicurezza interna (DGSI). La maggior parte dei membri dei commando del 13 novembre era nota, ha ammesso il primo, ma «non sapevamo che avrebbero preso parte a operazioni in Europa». Il secondo ha puntato il dito sul flusso migratorio dell'estate 2015 di merkeliana maternità; profughi di cui vari jihadisti «hanno approfittato». Resta la reticenza a dare un nome all'ideologia che ha lasciato 130 morti e oltre 350 feriti. E il rischio paralisi prima del verdetto del 24 e 25 maggio. Il tribunale dei tabù ha chiamato ieri pure un professore, per facilitarsi la lettura dei fatti: di cui, però, potrà chieder conto ai ragazzotti diventati criminali apparentemente quasi per caso solo più avanti.

Strage al Bataclan, il ministro sapeva: perché quel bagno di sangue poteva essere evitato. Mauro Zanon su Libero Quotidiano il 16 novembre 2021. L'ex ministro dell'Interno e premier francese Manuel Valls sapeva che il Bataclan era uno dei principali obiettivi dei terroristi islamici. Di più: avrebbe rifiutato la lista di jihadisti francesi che gli era stata proposta dai servizi di sicurezza siriani. Le accuse, pesantissime, provengono da Bernard Squarcini, ex capo della Dcri (oggi Dgsi), ossia dell'intelligence interna di Parigi. Intervistato dal canale YouTube Thinkerview, l'ex boss degli 007 francesi sotto la presidenza Sarkozy ha rivelato che Ali Mamlouk, consigliere speciale per la sicurezza di Bashar al Assad, lo aveva chiamato nel 2013 per mettergli a disposizione la lista di jihadisti francesi presenti sul territorio siriano. Squarcini non era più al vertice dei servizi segreti, ma aveva comunque contattato il suo successore Patrick Calvar per informarlo. «Calvar ha detto che era interessante, Cazeneuve, ministro dell'Interno, era d'accordo, Valls, invece, ha detto no, perché "non si parla con i banditi"», racconta Squarcini. L'ex direttore della Dcri riporta in seguito che nel 2011 il terrorista franco-belga Farouk Ben Abbès, autore di un attentato al Cairo nel 2009, fu arrestato «grazie all'aiuto dei siriani» e che durante la prima audizione pronunciò queste parole: «Dovevo compiere un attacco anche al Bataclan». Squarcini, subito dopo, chiese ai suoi collaboratori di scrivere una nota sul rischio di un attentato nella sala concerti parigina. «Siamo nel 2011. Il Bataclan era un obiettivo. Il patron aveva attirato l'attenzione perché difendeva l'esercito israeliano. Attenzione, si è accesa la spia rossa, dissi», rivela Squarcini, accusando i suoi successori e il socialista Manuel Valls di aver sottovalutato le minacce.

Salah Abdeslam, il mostro del Bataclan. Pietro Emanueli su Inside Over il 12 novembre 2021. Un 13 novembre come oggi, ma del 2015, un feroce e altamente preparato commando legato allo Stato Islamico metteva a ferro e fuoco le strade, le piazze e i locali di Parigi, trasformando la capitale parigina in un inferno per un giorno, o meglio per una sera. La caccia al kāfir dei soldati dell’oramai defunto Abu Bakr al-Baghdadi sarebbe durata quasi quattro ore, dalle ventuno e mezza all’una, terminando in una mattanza con pochi pari nella storia del terrorismo islamista in Europa: 130 morti e 368 feriti. Soltanto i qaedisti di Madrid 2004 mieterono più vittime – 192 morti e 2.057 feriti. Sette membri del commando morirono quella sera di novembre – portando il bollettino a 137 deceduti –, mentre altri due furono uccisi cinque giorni più tardi, nel corso del celebre raid di Saint-Denis. Soltanto uno sarebbe sopravvissuto ai fatti del 13 novembre, uscendo indenne anche dal successivo pugno di ferro delle forze speciali. Quel superstite, il cui processo sta avendo luogo proprio in questi giorni, risponde al nome di Salah Abdeslam.

La vita prima del terrorismo

Salah Abdeslam nasce in quel di Bruxelles il 15 settembre 1989. Figlio di due francesi di origini marocchine, Abdeslam è cresciuto nel quartiere più difficile della capitale belga, il famigerato Molenbeek-Saint-Jean. Qui, data l’alta concentrazione di persone provenienti dal Maghreb – in particolare dal Marocco –, Abdeslam non avrebbe mai avuto l’opportunità di integrarsi realmente nel resto della società né di entrare in contatto con i belgi.

Nonostante la scarsità di prospettive di sviluppo, tanto umane quanto professionali, Abdeslam avrebbe vissuto all’occidentale almeno fino alla prima parte del 2014, frequentando locali notturni e facendo utilizzo di alcolici e droghe leggere. Al termine di una breve esperienza come meccanico presso le officine della Società di Trasporto Intercomunale di Bruxelles, durata dal 2009 al 2011, il giovane Abdeslam sarebbe entrato rapidamente in un circolo vizioso, autodistruttivo, fatto di droghe, prostitute, furti e rapine.

Il tentativo di rialzarsi, aprendo un bar nel cuore di Molenbeek, si sarebbe rivelato infruttuoso. Aperto nel dicembre 2013, il locale sarebbe stato chiuso poco dopo dalle autorità perché ritenuto un ricettacolo di spacciatori. Tornato nel mondo della microcriminalità, Abdeslam avrebbe trovato la “salvazione” grazie ad una vecchia conoscenza, un amico di infanzia con il quale era cresciuto a Molenbeek e con cui aveva commesso delle rapine negli anni passati: Abdelhamid Abaaoud.

La radicalizzazione

Abaaoud e Abdeslam si sarebbero incontrati ad un certo punto del 2014. Il primo era appena tornato dalla Siria, dove aveva combattuto nelle file dello Stato Islamico. Il secondo stava accumulando denunce per piccoli reati, cercando di combattere la depressione tra locali notturni e coffe shop. Il primo, tanto carismatico quanto fanatico, non avrebbe avuto difficoltà a convincere il secondo, abbattuto e rancoroso e, dunque, psicolabile, ad abbandonare quello stile di vita autodistruttivo, incoraggiandolo a tornare all’Islam.

L’Islam praticato da Abaaoud, ad ogni modo, nulla aveva a che fare con l’Islam vero, originale, di Maometto e dei Puri antenati. Perché tra una preghiera e l’altra, e dopo aver chiuso con ogni vizio – sigarette, alcolici, prostitute e droghe leggere –, Abdeslam, un giorno del 2015, avrebbe visto una nuova persona allo specchio: non uno sbandato senza meta, ma un aspirante terrorista.

A partire dalla metà del 2015, l’anno dell’avvenuta radicalizzazione, Abdeslam avrebbe cominciato a viaggiare in lungo e in largo per l’Europa, Italia inclusa, allo scopo di reperire armi, di procurarsi materiale utile alla preparazione di esplosivi, di fare proseliti e di stabilire alleanze con altre cellule.

I movimenti di Abdeslam non sarebbero passati inosservati agli inquirenti e ai servizi segreti del Vecchio Continente. Soltanto qualche settimana prima degli attacchi, infatti, il nome del giovane sarebbe apparso in un elenco preparato dall’intelligence belga avente come oggetto la conduzione di possibili attentati terroristici. Il contenuto allarmistico di quel documento, come è noto, sarebbe stato ignorato, permettendo ad Abdeslam e soci di muoversi liberamente, limare i dettagli del piano e, infine, portarlo a compimento.

La strage e la fuga

Il commando giunse a Parigi la sera dell’11 novembre, alloggiando in alcune stanze di un aparthotel sito ad Alfortville, nei pressi di Parigi. Abdeslam si era occupato di tutto: della prenotazione delle camere, dell’organizzazione del viaggio, del noleggio delle automobili. Con lui, in quei giorni, si trovava il fratello, Brahim, anch’egli radicalizzato e anch’egli pronto a compiere il volere di al-Baghdadi.

La sera del 13, pochi minuti prima dell’avvio della mattanza, Abdeslam comprò una carta sim. Compose un numero di telefono, avvisando l’interlocutore che tutto era andato come da programma e che a breve avrebbe avuto inizio il massacro. Quel numero, avrebbero poi scoperto gli investigatori, apparteneva ad Abdheila Chouaa, un commilitone che al momento della chiamata si trovava rinchiuso nella prigione belga di Namur. Chiusa la chiamata, avrebbe avuto inizio la strage, alla quale Salah, tuttavia, non avrebbe partecipato. Il fratello Brahim, invece, vi prese parte, e morì la stessa sera, facendosi esplodere all’interno del Comptoir Voltaire.

Raccolto alcune ore dopo da due complici – Hamza Attou e Mohammed Amri –, Salah fu riportato in Belgio in macchina. I tre, paradossalmente, furono fermati ad un posto di blocco nei pressi di Cambrai, a pochi chilometri dal confine, ma gli agenti, al termine degli accertamenti, permisero loro di proseguire.

Rientrato in Belgio, Abdeslam si sarebbe dato alla macchia, cercando di guadagnare tempo adottando un nuovo vestiario, cambiando pettinatura e cambiando continuamente nascondiglio. Le indagini hanno appurato la sua presenza in una pluralità di alloggi localizzati a Schaerbeek, un altro quartiere a composizione islamica di Bruxelles.

Dopo quattro mesi di ricerche incessanti, caratterizzati da raid improvvisi in luoghi di culto e abitazioni e dall’arresto di svariati complici della latitanza, fra il 15 e il 18 marzo 2016 ha finalmente avuto luogo la svolta. Il 15, nel corso di un’operazione alle porte di Bruxelles, viene scoperto un rifugio ancora fresco utilizzato da Abdeslam. Nel blitz, durante il quale gli agenti speravano di scovare il ricercato, verrà ucciso in una sparatoria uno dei tanti membri della cellula del terrore di Bruxelles: Mohamed Belkaid.

Il 18, infine, il fuggitivo più pericoloso d’Europa verrà individuato e tratto in arresto nel suo quartiere natale, Molenbeek, nel quale gli era stato offerto ricetto da una famiglia già indagata nei mesi precedenti. Nel corso dell’incursione, per via di un tentativo di aggressione ai poliziotti, riceverà un proiettile nella gamba.

Il processo

Abdeslam ha fatto parlare di sé sin dal trasferimento in carcere, prima in Belgio e poi in Francia, essendo divenuto l’oggetto di una devozione popolare dentro e fuori le sbarre. Dentro è stato ed è temuto e rispettato dagli altri detenuti, che in Francia lo accolsero tra gli applausi. Fuori, invece, ha stregato numerose donne, che gli scrivono lettere d’amore sin dal 2016.

Abdeslam non ha mai nascosto le proprie responsabilità, sebbene abbia cercato di minimizzarle. Ha ammesso sin dal primo interrogatorio di essersi occupato del noleggio auto, della prenotazione delle camere di albergo e di aver trasportato i tre attentatori suicidi che provarono a farsi esplodere allo Stade de France.

Secondo quanto dichiarato ai giudici, Abdeslam avrebbe dovuto partecipare agli attentati del 13 novembre. Il fratello, invero, gli avrebbe consegnato una cintura esplosiva. L’accusa, ad ogni modo, ha sempre parlato di dichiarazioni concepite allo scopo di ripulire la sua immagine attraverso il trasferimento del peso giudiziario su delle persone impossibilitate a difendersi.

Per quanto riguarda il movente, invece, Abdeslam è stato chiaro, conciso e spietatamente sincero sin dal principio: gli attacchi non sarebbero stati concepiti a causa di presunti sentimenti d’odio serbati nei confronti dei francesi, quanto per aggredire e punire la Francia come Stato, come governo.

Nel 2018 è stato condannato da un tribunale di Bruxelles a vent’anni di carcere per il tentato omicidio di un agente di polizia il giorno della cattura. Per la strage del 13 novembre 2016, invece, il processo si è aperto quest’anno, a inizio settembre. 

A che punto è il processo a Salah Abdeslam. Mauro Indelicato su Inside Over il 12 novembre 2021. Il processo è iniziato lo scorso 8 settembre. Lui, Salah Abdeslam, contro ogni pronostico ha iniziato a parlare. Dopo cinque anni di silenzio negli interrogatori, in aula è invece costantemente un fiume in piena. Non certo per spirito di collaborazione con i giudici. Né tanto meno per mostrare pentimento per le sue azioni. Al contrario, il processo sulla strage del Bataclan e sugli attacchi terroristici che hanno insanguinato il 13 novembre 2015 la città di Parigi si è trasformato per lui, più o meno inaspettatamente, in un palcoscenico perfetto. Abdeslam, che del commando jihadista in azione nella capitale francese è stato l’unico superstite, da due mesi sta raccontando di tutto. Dal perché dell’attacco ai motivi politici dietro l’uccisione di innocenti. Fino ad arrivare, come fatto nelle ultime ore, al racconto della sua vita e del momento della sua conversione. Uno show, quello dell’islamista, forse finalizzato a fare di lui uno dei leader jihadisti in Europa. Oppure, circostanza più temuta, a lanciare precisi segnali all’esterno.

Le indagini che hanno portato al processo

Mentre Parigi piangeva ancora le 130 vittime del massacro del 13 novembre, gli inquirenti notavano che non tutti gli aspiranti kamikaze erano morti. Nella scena dell’attacco è stata accertata la presenza anche di un giovane terrorista belga, riuscito a fuggire via dalla capitale francese. Si trattava per l’appunto di Salah Abdeslam, nato nel 1989 a Molenbeek, quartiere difficile di Bruxelles e negli anni fucina di aspiranti jihadisti. Ed è proprio tra le vie di questo grande rione della periferia belga che Abdeslam è stato catturato. Era il 18 marzo 2016. L’irruzione delle forze speciali è stata fulminea, l’obiettivo era catturare il terrorista vivo. Questo perché per la prima volta in un maxi processo su attentati islamisti, uno dei protagonisti avrebbe potuto parlare e dare precise indicazioni sull’universo jihadista in Europa. Le inchieste su Abdeslam hanno accertato connivenze e complicità da parte di un nutrito gruppo di persone a lui vicine. Grazie a questa rete il terrorista belga è potuto andare via da Parigi poche ore dopo gli attentati ed ha potuto gestire per diversi mesi una difficile latitanza.

Le indagini sulla strage sono durate a lungo e in parte ancora non sono terminate. Secondo gli inquirenti, ad agire è stata una cellula dell’Isis dispiegata tra la Francia e il Belgio. La regia degli attacchi è stata considerata in mano ad Abdelhamid Abaaoud, altro terrorista belga. Quest’ultimo è stato ucciso in un raid portato avanti dalla polizia francese il 19 novembre 2015. I rapporti dei servizi di intelligence hanno descritto Abaaoud come una personalità carismatica, in grado di fare proseliti nel mondo islamista. E sarebbe stato proprio lui infatti a spingere verso la guerra santa Salah Abdeslam, conosciuto in carcere nel 2010 mentre entrambi erano detenuti per reati minori. Dopo cinque anni di inchieste, l’8 settembre scorso è scattato il maxi processo al terrorista sopravvissuto la notte del Bataclan e a 14 presunti suoi fiancheggiatori. Un’occasione per la Francia di guardare in faccia i carnefici e fare i conti con la realtà.

“Abbiamo agito in nome di siriani e iracheni”

Prima del processo forse nemmeno gli stessi carcerieri conoscevano la sua voce. Ma una volta in aula Salah Abdeslam ha iniziato a parlare. In primo luogo ha rivendicato la sua azione. “Sono un combattente islamico”, ha dichiarato il belga quando il giudice formalmente gli ha chiesto la sua professione. In aula Abdeslam, che adesso ha 32 anni, si è presentato vestito di nero. Ha un fisico ben allenato, dal carcere in cui è detenuto hanno fatto sapere ai media francesi che quando non prega pensa soltanto a fare allenamenti. “Siamo degli esseri umani, ci trattate come dei cani”, ha poi rimarcato il terrorista al giudice. In aula erano presenti molti parenti delle vittime. In totale sono 1.800 le parti civili. Alcuni hanno inveito contro Abdeslam. Lui però non ha fatto una piega, né ha mostrato pentimento. “Abbiamo colpito la popolazione, ma non c’era nulla di personale – è il contenuto più significativo di una delle sue dichiarazioni fiume – Ha sbagliato Hollande: sapeva che la sua decisione di partecipare all’intervento militare avrebbe portato francesi incontro alla morte”.

Una rivendicazione in pieno stile. Proseguita anche nella seconda udienza. “Abbiamo agito – ha continuato – in nome dei cittadini siriani e iracheni. La nostra è stata una reazione ai bombardamenti francesi e americani. Le vittime in Siria e Iraq potranno parlare?” Più che una dichiarazione, è sembrato un vero e proprio manifesto politico. E anche un modo forse per accrescere la sua popolarità negli ambienti jihadisti.

“Vivevo da occidentale, da libertino”

La vera domanda adesso è chiedersi come mai Abdeslam abbia deciso di trasformare un maxi processo in un palcoscenico a sua disposizione. La mente va al recente caso di Anders Breivik, il terrorista norvegese autore della strage di Utoya del luglio 2011. Anche se in un contesto del tutto differente dal mondo jihadista, l’assonanza è possibile vederla nell’uso del processo come sede di rivendicazione politica e base di propaganda delle proprie idee. L’islamista belga vuole quindi accreditarsi come figura di riferimento della galassia islamista europea? Difficile al momento da dire. Tra gli inquirenti c’è chi sospetta che dietro la sua strategia difensiva non ci sia solo mera ambizione personale o propagandistica ma, al contrario, anche la volontà di lanciare precisi segnali all’esterno.

Intanto nella prima udienza di novembre, Abdeslam si è lasciato andare anche a toni quasi autobiografici. “Ero un tipo calmo, servizievole – ha dichiarato al giudice con riferimento al periodo antecedente alla sua adesione all’Islam radicale – ero amato dagli insegnanti. Vivevo impregnato dai valori occidentali, vivevo per come mi avete insegnato voi”. Poi è arrivato l’odio verso questa vita e verso l’occidente. “Vivere da occidentale – ha infatti proseguito – vuol dire vivere da libertini. Vivere da libertino vuol dire vivere senza preoccuparsi di Dio, fare ciò che si vuole, mangiare ciò che si vuole, bere ciò che si vuole”. 

Bataclan, sei anni dopo Molenbeek continua a far paura. Pietro Emanueli su Inside Over il 13 novembre 2021. Un 13 novembre come oggi, ma del 2015, un commando armato composto da nove persone, che avevano giurato fedeltà allo Stato Islamico, si infiltrava nei luoghi-chiave della vita notturna parigina per portare a compimento una strage che è entrata negli annali del terrorismo.

Quel giorno, o meglio quella sera, i soldati dello Stato Islamico avrebbero condotto il più sanguinoso attentato terroristico della storia francese, nonché il secondo per dimensioni mai effettuato in Europa – il primo resta Madrid 2004 –, assassinando 130 persone e ferendone 368. Sette jihadisti avrebbero trovato la morte quella stessa notte, portando il bollettino finale a 137 decessi, mentre altri due sarebbero stati uccisi nel corso del celebre “raid di Saint-Denis”, avvenuto cinque giorni dopo.

Per lo stupore dell’opinione pubblica, ma non degli investigatori, le indagini successive avrebbero appurato che la strage di Parigi del 13 novembre 2015 fu pianificata a Bruxelles, più precisamente tra i palazzi fatiscenti di Molenbeek-Saint-Jean, da una cellula capeggiata da Abdelhamid Abaaoud e formata da altri combattenti. E oggi, a distanza di sei anni da quei tremendi avvenimenti, è il momento giusto per tornare a Molenbeek e scoprire se qualcosa è cambiato, se il terrore continua ad annidarsi qui.

Lo spettro Molenbeek a sei anni dall’11/9 parigino

Sono passati sei anni dall’11/9 francese e l’unico superstite di quella cellula del terrore passata alla storia per aver messo a ferro e fuoco Parigi per una sera si trova dietro le sbarre, dove è in attesa di ricevere una condanna per quelle gesta brutali. Quel superstite risponde al nome di Salah Abdeslam e, parimenti ad alcuni dei defunti compagni di merende insanguinate, è cresciuto nel più celebre ghetto di Bruxelles e dell’intero Belgio: Molenbeek.

A sei anni da quella sera funerea e tragica sulla questione Molenbeek, questo ghetto dimenticato da Dio e dal Belgio, è calato il sipario. Ed è calato nonostante la storia recente parli di questo piccolo quartiere alle porte di Bruxelles come di uno dei più grandi semenzai di jihadismo della contemporaneità, essendo il luogo che ha dato i natali e/o ha allevato gli assassini di Ahmed Shah Massoud, Hassan el-Haski (Madrid 2004), Mehdi Nemmouche (Bruxelles 2014), Ayoub El Khazzani (Oignies 2015), Oussama Zariouch (Bruxelles 2017), che ha fornito le armi ad Amedy Coulibaly (Parigi 2015) e che soltanto quattro anni or sono risultava essere la casa di ben 51 associazioni legate al terrorismo islamista.

La domanda è lecita: come va interpretato questo silenzio tombale, quest’oblìo nel quale ha fatto ritorno Molenbeek una volta che i riflettori sono stati spenti? È un silenzio rassicurante, che è indicativo di un problema risolto dalle autorità, oppure è un silenzio ipocrita, che verrà squarciato dalla prossima tempesta? Alcuni eventi sembrano suggerire che la Molenbeek del 2021 non si discosti molto da quella che il mondo ebbe modo di conoscere nel 2015.

A ricordarsi della dimenticata Molenbeek, in occasione del sesto anniversario degli attentati di Parigi, è stato il celebre quotidiano francese Le Figaro, che qui si è recato per scattare una fotografia del luogo e dei suoi abitanti. Quell’istantanea racconta che qualcosa è cambiato dal 2015 ad oggi, come mostra la presenza in loco di un collettivo femminista (RWDM Girls), ma non è priva di dettagli inquietanti, di prove, più che di indizi, a supporto dell’ipotesi che qui stia regnando la classica pace prima della tempesta.

Testimoni, che hanno parlato coi giornalisti de Le Figaro a patto di restare anonimi, hanno raccontato che tra belgi e marocchini – la prima nazionalità di Molenbeek – non c’è dialogo, men che mai se l’argomento al centro della discussione è il terrorismo. E il clima non è migliore negli ambienti frequentati da operatori sociali, politici locali e inquirenti, i quali preferiscono non parlare né interferire eccessivamente negli affari di Molenbeek per paura di alimentare tensioni.

I numeri della paura

Oggi come ieri, nel 2021 come nel 2015, le autorità belghe non mettono piede a Molenbeek, se non per effettuare arresti e operazioni antiterrorismo, e questo impedisce loro di creare un legame con il territorio e di risolverne i problemi. Problemi come l’esclusione dal mercato del lavoro – il 40% dei residenti è disoccupato; il tasso più alto del Belgio –, la segregazione spaziale e la ghettizzazione che, mai risolti dallo Stato, favoriscono e facilitano l’operato di predicatori dell’odio e reclutatori di narco-bande.

I numeri danno ragione alle preoccupazioni dei cronisti del quotidiano francese: dei 640 affiliati ad un’organizzazione terroristica di stampo jihadista che risiedono nel territorio belga, 70 hanno la propria dimora a Molenbeek. Spiegato altrimenti, questo quartiere ai margini della capitale belga, che è al tempo stesso la capitale informale dell’Unione Europea, ospita l’11% dell’intera popolazione jihadista della nazione – una percentuale che non tiene in considerazione, però, i radicalizzati e i soggetti in fase di radicalizzazione.

Il quadro, già abbastanza cupo, presenta delle tinte persino più fosche se analizzato nella sua interezza. Perché il Belgio, invero, è costellato di realtà periferiche dove prosperano criminalità e radicalizzazione religiosa; realtà che circondano Bruxelles – come Molenbeek e Laeken –, Anderlecht e Anversa – quest’ultima, che da anni è la “porta d’accesso della cocaina all’Europa”, è un crocevia babelico in cui si incontrano islamisti e jihadisti di ognidove, finanche della Cecenia.

Meno sangue, più colonizzazione culturale

Sebbene il terrorismo belga sia entrato in stand-by da qualche tempo – gli ultimi atti eclatanti risalgono al 2016 –, inquirenti e politici invitano a tenere alta la guardia. Perché la minaccia, lungi dall’essere scomparsa, ha semplicemente mutato forma. Oggi, infatti, i predicatori dell’odio preferiscono il controllo territoriale e l’influenza culturale al fragore delle armi, nella consapevolezza che scommettere sull’islam politico e su un comunitarismo esclusivistico equivale ad ottenere un vantaggio sostanziale nel lungo e lunghissimo termine.

Dal parlamentare Georges Dallemagne all’esperta di terrorismo Fadila Maaroufi, tutti sembrano essere d’accordo su un fatto: la pace che regna sopra Bruxelles è chimerica, fittizia, perché “l’islam politico e il comunitarismo continuano a guadagnare terreno, [mentre] le influenze esterne – Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Egitto – pesano sempre di più”. E sempre qui, in un caso più unico che raro, i vari gruppi islamisti e jihadisti hanno siglato una sorta di cessate il fuoco, alternando collaborazione e competizione, guidati dal comune obiettivo di riuscire nell’impensabile e nell’impossibile: l’islamizzazione della città-simbolo dell’Europa.

Difficilmente l’internazionale dell’islam radicale – che in Belgio è capeggiata da Fratellanza Musulmana e salafiti di varie estrazioni – riuscirà nell’anelo di islamizzare il cuore pulsante del liberal-progressismo occidentale, ma un’altra tempesta, prima o poi, esploderà di nuovo. E fermarla, questa volta, potrebbe rivelarsi più arduo, perché, come ha denunciato la Maaroufi, “la verità è che Fratelli musulmani e salafiti hanno infiltrato i partiti e il tessuto associativo” e che la pandemia, almeno per loro, è stata una manna dal cielo in termini di propaganda ed evangelizzazione. Perché a Molenbeek e negli altri quartieri dimenticati dal Belgio, dove la crisi sanitaria ha colpito più duramente che altrove, ad aiutare disoccupati e malati sono stati i volontari delle associazioni islamiste. E finita la pandemia, che per i teologi dell’islam radicale è stata vissuta come una semina, giungerà il tempo del raccolto.

Marco Cicala per “Il Venerdì” il 6 settembre 2021. Il processo più atteso si aprirà nello storico Palazzo di giustizia sull'Île de la Cité. A pochi passi da Notre-Dame, è il posto dove vennero giudicati Maria Antonietta, Danton, Baudelaire per I fiori del male, Émile Zola per il J'accuse, il maresciallo Pétain per aver collaborato coi nazisti. Mercoledì 8 settembre toccherà a Salah Abdeslam, 31 anni, belga di famiglia marocchina. Alla sbarra, dovrà spiegare che cosa fece nella notte tra il 13 e il 14 novembre del 2015, insieme ai commando-kamikaze che a Parigi ammazzò 130 persone in una sala-concerti, il Bataclan, nei dehors di bar e ristoranti, e fuori dallo Stade de France, dove si stava per giocare un'amichevole tra Francia e Germania. Abdeslam è un enigma. È le dixième homme, il decimo uomo, l'unico terrorista sopravvissuto a quegli attacchi-suicidi targati Isis. Perché non si fece esplodere? Paura? O un inconfessabile attaccamento alla vita? Oppure era forse programmato che non si immolasse pur di continuare a servire da passeur, da autista degli jihadisti in giro per l'Europa, da Convoyeur de la mort, trasportatore di morte, come recita il titolo di un avvincente libro-inchiesta in uscita dalle edizioni francesi Équateurs Lo firma Etty Mansour, pseudonimo di una scrittrice-giornalista che ha provato a entrare nella testa del "kamikaze interruptus", immergendosi per quattro anni nel milieu da cui è sgorgato - Molenbeek, il quartiere islamizzato di Bruxelles - e interrogando amici, vicini, conoscenti. Più Nour, la fidanzata che non vorrebbe più sentir parlare di lui. «Ho lasciato la parola ai testimoni» spiega l'autrice al Venerdì. «Non era mia intenzione ergermi a giudice e consegnare al lettore una verità. Resterà sempre una parte di mistero nella mente di uno che decide di troncare i ponti con i propri simili. Ma ciò non ci autorizza a non cercare di capire». Salah Abdeslam è stato arrestato in Belgio e condannato a vent'anni per terrorismo. Qualunque sarà il verdetto parigino della Corte d'Assise speciale, la sua vita è già fottuta, incenerita, andata in malora. Mansour ricostruisce la traiettoria di un "jihadista della porta accanto" in parallelo con l'affermarsi del radicalismo islamico mondializzato: «Abdeslam ha la stessa età di Al-Qaeda». 

Sognando Scarface. Un padre ex-tranviere, una madre iperprotettiva, tre fratelli e una sorella, Salah non era poi partito così male. Ottenuto un diploma da perito elettrotecnico, viene assunto anche lui nei trasporti pubblici, come addetto alla manutenzione. Ma, tempo un anno, lo cacciano via per assenteismo. Il posto fisso gli va stretto. Tipetto sveglio, istrionico, seduttore, un po' sbruffone, preferisce la vita di espedienti: spaccio, rapine, furtarelli. Parla male l'arabo e del Corano non sa quasi nulla. Vuole fa' l'americano. Si sogna Scarface. Ma diverrà l'emblema desolante di una generazione perduta che l'Europa ha gettato via senza sapere che farsene, salvo poi accorgersi che esisteva quando le è scoppiata letteralmente in faccia. All'inizio, la religione non c'entra. L'unico movente di Salah è il denaro, i quattrini con cui le reti della lotta armata islamista accalappiano sbandati votandoli alla missione della grande revanche musulmana, al martirio. Prima dell'estremo sacrificio però piovono i benefit: gipponi, contanti da bruciarsi in feste, lupanari, casinò, bar gay dove Salah gioca al gigolò. Non si prostituisce: deruba i clienti dei documenti d'identità che verranno falsificati per la causa. Durante le giornate uggiose, Abdeslam e i goodfellas del quartiere si stordiscono di birra e canne, nelle sale interne dei bar guardano al computer i video delle decapitazioni come se fossero serie tv. Il califfato dell'Isis promette il gran salto: dal piccolo gangsterismo alla vita eterna. Il fratello di Abdeslam, Brahim - che si farà esplodere in un bar parigino - parte a combattere in Siria. Lui non lo segue. Gli va più a genio il lavoro di retroguardia, l'organizzazione logistica sul continente: trovare esplosivi, affittare covi per i compagni. Finché, nel 2015, il gioco non si fa duro. L'annus horribilis si apre con il massacro nella redazione parigina del settimanale satirico Charlie Hebdo. È il segnale che in Europa si sta preparando una campagna militare stragista. Quella culminata nell'ecatombe del Bataclan e dei bar della movida.

Mutismo e preghiere. Come racconta il libro, Parigi è vista dai guappi dell'islamismo con un misto di attrazione e rigetto. È la capitale del sesso, dello sballo, del peccato, che affascina, ma va punita. La storia di quella notte assassina non è ancora del tutto chiara. Abdeslam fu lo chauffeur dei kamikaze. Secondo i piani, avrebbe dovuto immolarsi anche lui. Ma sosterrà che la sua cintura esplosiva fece cilecca. Salah se ne libera e di straforo riesce a rientrare in Belgio, a Molenbeek, la sua tana. Ormai è in carcere da cinque anni. Dietro le sbarre si è radicalizzato. Stavolta davvero. Parla pochissimo. Prega o compulsa il Corano. «L'islamismo è la nuova maschera che ha indossato per far dimenticare il codardo» dice Etty Mansour. «Le prigioni sono incubatrici di radicalismo. E forse lui sente che ora la sua missione è il proselitismo tra i detenuti. Certo, si è islamizzato après coup, a cose fatte. Ma, nel suo caso, parlare di "radicalizzazione rapida" può essere fuorviante. Perché era già impregnato di jihad come cultura, immaginario, ideologia totalitaria, narrazione che deve compiersi in un obiettivo». La riconquista talebana in Afghanistan ridarà slanc