Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

FEMMINE E LGBTI

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

 

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FEMMINE E LGBTI.

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Discriminazione di Genere.

La cura maschilista.

Comandano Loro.

Donne e Sport.

Le Dominatrici.

La Rivoluzione Sessuale.

La Verginità.

Il Gang Bang.

Il Cinema Femmina.

San Valentino.

Il Femminismo.

Le Quote rosa.

Le donne di sinistra che odiano le donne.

I Transessuali.

Gli Omosessuali.

Le Lesbiche.

Gli Agender - “Non Binari”.

Il DDL Zan: la storia di una Ipocrisia. Cioè: “una presa per il culo”.

A morte i Maschi.

A morte i Padri.

Revenge Porn. Dagli al Maschio.

L’Odore.

Il Sudore.

Il Pelo.

I Capelli.

L’occhio vuole la sua parte.

Il trucco.

Il Reggiseno.

Il Bikini.

Le Strafatte.

Parliamo del Culo.

Mai dire...Porno.

Mai dire...prostituzione.

Cornuti/e e mazziati/e.

Essere Single.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Molestia.

Il Catcalling: la presunta molestia sulle donne.

Il Metoo.

Le Violenze di Genere: Maschicidi e femminicidi.

Il Delitto d'onore.

Lo Stupro.

Lo Stupro Emozionale.

Mai dire…Matrimonio. 

Mai dire …Mamma.

Mai dire…Figli. 

L’Aborto.

Il Figlicidio.

Le Feste: chi non lavora, non fa l’amore.

La cura chiamata Amore.

La Dieta del Sesso.

Il Sesso.

Dildo & Company: gli accessori del sesso.

La Virilità.

La Masturbazione.

Il Corteggiamento.

Durante il sesso.

Il Tradimento.

Il Priapismo: l’erezione involontaria.

Il Bacio.

Il Cunnilingus.

I Feticisti.

Durante la Menopausa.

L'Andropausa.

Il Sesso maturo.

Le Truffe Amorose.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FEMMINE E LGBTI

SECONDA PARTE

 

·        La Molestia.

Il caso del procuratore di Firenze. Perché Creazzo è stato condannato, le domande a cui Csm e Anm dovrebbero rispondere. Paolo Comi su Il Riformista il 24 Dicembre 2021. «Ho l’impressione che la magistratura ed il suo organo di autogoverno debbano fare ancora tanta strada prima di acquisire una maggiore consapevolezza del valore della dignità della donna nell’ambiente di lavoro e dell’adeguatezza della relativa tutela», aveva detto il professore Mario Serio, difensore della pm antimafia Alessia Sinatra, molestata sessualmente dal procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo a dicembre del 2015 nel corridoio di un albergo romano.

La Sezione disciplinare del Csm, al termine di un procedimento interamente a porte chiuse, aveva condannato Creazzo alla perdita di due mesi di anzianità per aver “leso la propria immagine e il prestigio della magistratura”, assolvendolo invece dall’aver violato “il dovere di correttezza ed equilibrio”, essendo la molestia “un fatto privato”. Anche la magistrata, però, era finita sotto disciplinare per “grave scorrettezza” nei riguardi del collega. La sua “colpa” era quella di aver definito “porco” Creazzo chattando nella primavera del 2019 con Luca Palamara, augurandosi poi che venisse bocciato nella corsa per diventare procuratore di Roma. La notizia della condanna di Creazzo era stata data solo dal Riformista e da pochissimi altri giornali. La grande stampa, infatti, aveva completamente ignorato l’accaduto. Essendo trascorsa una settimana dalla sentenza di condanna di Creazzo, pur non conoscendone le motivazioni, qualche domanda è d’obbligo.

1) Perché della vicenda non parla nessuno? 2) Perché gli scarni comunicati stampa hanno riportato solo le dichiarazioni di Creazzo che si professa innocente? 3) È stata avviata la procedura per il trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale del procuratore di Firenze da parte del Csm? 4) L’Associazione nazionale magistrati e l’Associazione donne magistrato, particolarmente sensibili alle violazioni dei diritti delle colleghe afghane da parte dei talebani, perché non hanno espresso solidarietà alla pm siciliana? 5) Perché il Csm ha sentito l’esigenza di spiegare in un comunicato stampa che l’episodio andava considerato un “fatto privato” fra colleghi? 6) Come mai il Csm, visto che si trattava di un “fatto privato”, non ha punito Creazzo, contraddicendo una consolidata giurisprudenza della Cassazione che pretende sempre la correttezza dei magistrati anche quando non indossano la toga? 7) Perché è stato deciso prima il procedimento nei confronti di Creazzo e non quello nei confronti della pm? 8) Può lo stesso Collegio disciplinare giudicare i due procedimenti basati sugli stessi fatti? 9) In base a quali criteri è stato composto questo Collegio, presieduto direttamente dal vice presidente del Csm David Ermini, e perché era presente una sola donna sui sei componenti? 10) In passato, in procedimenti disciplinari per molestie o violenze sessuali che sanzioni ha applicato il Csm?

Sarebbe importante se qualcuno da Palazzo dei Marescialli, la “casa di vetro” della magistratura, fornisse dei chiarimenti a queste domande. Conoscendo però l’ambiente di piazza Indipendenza si può essere certi che i quesiti rimarranno senza alcuna risposta. L’auspicio è che cali quanto prima l’oblio su questa vicenda. E che anche i pochi giornali che hanno dato la notizia si stanchino di raccontarla, accodandosi a tutti gli altri che hanno deciso di censurarla. Nascondendo i fatti non aumenta certo la fiducia dei cittadini nella magistratura, da tempo in caduta verticale (non per colpa delle trame di Palamara). Paolo Comi

(ANSA il 17 Dicembre 2021) - Perdita di due mesi di anzianità: è la sanzione che la Sezione disciplinare del Csm ha inflitto al procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, accusato da una collega, la pm di Palermo Alessia Sinatra, di averla molestata sessualmente nel 2015 in un hotel della capitale dove era in corso un'iniziativa della loro corrente, Unicost. Il procuratore è stato invece assolto da una seconda accusa: quella di aver violato con questo comportamento i doveri di correttezza propri di un magistrato nei confronti della collega. Il tribunale delle toghe ha escluso l'addebito, ritenendo - a quanto si è appreso- che la vicenda si possa circoscrivere a un evento tra privati. "Si tratta di una sentenza ingiusta perché sono innocente, è una decisione conforme alla condanna mediatica che avevo già subito allo scoppiare della notizia. Farò ricorso per Cassazione, dove confido che potrò avere finalmente giustizia". Così il procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo, dopo la decisione della sezione disciplinare del Csm che lo ha sanzionato con una perdita di due mesi di anzianità nell'ambito del procedimento che lo vedeva accusato da una collega, la pm di Palermo Alessia Sinatra, di averlo molestato sessualmente nel 2015 in un hotel romano. "Indipendentemente dal giudizio (che non spetta a noi) sulla pronuncia della Sezione disciplinare, e sulla congruità della sanzione inflitta con riguardo alla levatura del bene tutelato, in un procedimento soggettivamente autonomo ma obiettivamente e storicamente connesso a quello della magistrata Alessia Sinatra, resta forte e grave l'impressione che la Magistratura italiana e il suo organo di governo debbano proseguire ancora a lungo nella strada dell'acquisizione di una maggior consapevolezza del valore della dignità della donna nell'ambiente di lavoro giudiziario e dell'adeguatezza della relativa tutela". E' il commento del professor Mario Serio, difensore di Sinatra nel procedimento disciplinare a suo carico, dopo la sanzione disciplinare inflitta al procuratore Giuseppe Creazzo.

Sanzione disciplinare al procuratore Creazzo. Lui: “Sentenza ingiusta, sono innocente”. Il Dubbio il 17 dicembre 2021. Perdita di anzianità di due mesi: è questa la sanzione stabilita dal tribunale delle toghe per il procuratore di Firenze, accusato di aver molestato una collega nel 2015. Perdita di anzianità di due mesi: questa la sanzione decisa dalla sezione disciplinare del Csm nei confronti del procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo, nell’ambito del procedimento aperto davanti al “tribunale delle toghe” per le avances alla pm di Palermo Alessia Sinatra in un hotel della Capitale nel 2015. Il procedimento disciplinare – che aveva preso il via lo scorso maggio e che si è svolto interamente a porte chiuse – si è concluso ieri sera: la sanzione disciplinare è stata disposta relativamente al capo di incolpazione inerente le avances – che non sono state oggetto di azione penale per mancanza di querela della persona offesa -mentre riguardo la seconda incolpazione – anche questa mossa al capo dei pm di Firenze dalla procura generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare – inerente la «violazione del dovere di correttezza e di equilibrio» con il «comportamento gravemente scorretto» nei confronti della collega, la disciplinare ha escluso l’addebito, ritenendolo quale un fatto avvenuto “tra privati”, ed assolto Creazzo. Che dopo la decisione del Csm commenta: «Si tratta di una sentenza ingiusta perché sono innocente. È una decisione conforme alla condanna mediatica che avevo già subito allo scoppiare della notizia. Farò ricorso per Cassazione, dove confido che potrò avere finalmente giustizia»

Buffetto del Csm al pm molestatore. Luca Fazzo il 18 Dicembre 2021 su Il Giornale. Sanzione simbolica a Creazzo che palpeggià una collega. Infuria la polemica. E adesso chi glielo dice al tifoso fiorentino che per la palpata in diretta a una giornalista è finito giustamente sotto pubblico ludibrio e incriminato per violenza carnale? Come gli spiegheranno che il capo della Procura che indaga contro di lui ha anch' egli toccato senza preavviso e senza consenso il sedere di una donna, e che per questo il Consiglio superiore della magistratura lo ha punito con un buffetto quasi ridicolo, e continuerà tranquillamente a restare al suo posto di procuratore, perché in fondo quella smanacciata è una faccenda privata tra lui e la collega? Le cose, purtroppo, stanno esattamente così. Ieri il Csm chiude il procedimento disciplinare a carico di Giuseppe Creazzo, capo della Procura fiorentina, accusato da Alessia Sinatra, giovane e tosta pm palermitana, di avere allungato pesantemente le mani su di lei, quando si trovarono da soli nell'ascensore di un hotel romano. Il Csm apparentemente aveva due strade davanti a sé: assolvere Creazzo per mancanza di prove, visto che nessun altro aveva assistito alla scena, e quindi alla fine contro di lui c'era solo la parola della Sinatra; o punirlo con una pena esemplare, dimostrando che la gravità di certi comportamenti è identica, e semmai più grave, se a metterli in atto è un magistrato. Invece la sezione disciplinare del Csm sceglie una terza strada; ritiene provate le accuse contro Creazzo, ma lo punisce solo con una pena simbolica, due mesi di perdita di anzianità; e lo assolve dalla seconda accusa, quella di aver violato con questo comportamento i «doveri di correttezza propri di un magistrato». Secondo il Csm, i due non erano nell'esercizio delle loro funzioni, ma privati cittadini: nonostante, va ricordato, stessero rientrando in albergo da una riunione del direttivo centrale dell'Associazione nazionale magistrati. Erano magistrati o non erano magistrati? Boh. Per Creazzo l'inciampo si chiude qui, continuerà a guidare la Procura di Firenze, reati sessuali compresi. Conseguenze penali per la violenza alla Sinatra non ne ha mai rischiate, per il semplice motivo che la pm palermitana non lo ha mai denunciato: una scelta, ha spiegato a suo tempo la Sinatra, «sofferta e complessa»: «ci ho pensato a lungo, alla fine ha prevalso la scelta di non danneggiare l'istituzione cui appartengo e in cui credo». Il problema è che mentre Creazzo esce pressoché incolume dalla vicenda, ad andarci di mezzo rischia di essere proprio la sua vittima, Alessia Sinatra, che è finita anche lei sotto procedimento disciplinare, e che il prossimo 14 gennaio è attesa dalla sentenza del Csm. La sua colpa? Essersi sfogata chattando con Luca Palamara, allora leader della sua corrente, Unicost: e avere definito Creazzo «essere immondo e schifoso». Certo, ci si può augurare che il Csm dopo avere condannato il molestatore si senta ora in dovere di assolvere la sua vittima. Ma resta il fatto che la decisione di incriminarla per quello sfogo era stata vissuta assai male dalla Sinatra, che disse senza giri di parole di sentirsi «violentata un'altra volta». E resta anche il fatto che se non fosse stato per le chat di Palamara, di questa storia non si sarebbe mai saputo nulla: come di tante altre vicende che restano a girare sottovoce, nei corridoi delle procure e del Csm, senza che nessuno decida di portarle alla luce.

Luca Fazzo (Milano, 1959) si occupa di cronaca giudiziaria dalla fine degli anni Ottanta. È al Giornale dal 2007. Su Twitter è Fazzus.

La sanzione: persi due mesi di anzianità. Il caso Creazzo, il magistrato ‘punito’ con un buffetto dopo le molestie alla collega Sinatra. Paolo Comi su Il Riformista il 19 Dicembre 2021. Sanzione della perdita di due mesi di anzianità. Per chi non seguisse le vicende che riguardano la magistratura potrebbe sembrare una condanna irrisoria. Ed invece, considerati i precedenti su casi analoghi, è una sanzione molto pesante che può segnare la fine della carriera del procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo. La sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura lo ha ritenuto ieri colpevole di aver molestato sessualmente la pm dell’antimafia di Palermo Alessia Sinatra. L’episodio sarebbe accaduto alla fine di dicembre del 2015 in un albergo romano dove i due magistrati alloggiavano dopo aver partecipato a un convegno organizzato da Unicost, il gruppo di cui all’epoca Luca Palamara era il ras indiscusso. La magistrata non aveva mai denunciato la violenza subita. «Mi sembra tutto molto surreale, kafkiano direi. In questa storia sono sia vittima che colpevole: era meglio se non fossi stata creduta», disse in una intervista al Riformista la pm siciliana che fino a quel momento si era occupata di fasce deboli. «Dopo quello che è successo non riesco a occuparmi più di vittime di reati sessuali. Non sono più andata ai convegni, nelle scuole, io che avevo sempre incoraggiato le vittime di questi reati a fare denuncia», aggiunse la magistrata. Il procedimento disciplinare nei confronti di Creazzo, e inizialmente anche di Sinatra, aveva avuto una genesi molto particolare: le chat di Palamara. Quando esplose il Palamaragate, i pm di Perugia decisero di sequestrare il cellulare dell’ex zar delle nomine. Fra le migliaia e migliaia di messaggi che Palamara scambiava con i colleghi, spuntarono anche quelli con la magistrata. A differenza di tutti gli altri, però, la pm antimafia non chiedeva posti o incarichi ma cercava conforto. Il primo messaggio che balzò agli occhi degli inquirenti era dal contenuto inequivocabile: «Giurami che il porco cade subito». È il 23 maggio del 2019, la vigilia della nomina in Commissione del nuovo procuratore di Roma, e Creazzo è in pole per succedere a Giuseppe Pignatone. «Non mi dire che Creazzo ci crede?», scrive Sinatra a Palamara, «sono pronta a tutto e lo sai». «Io insieme a te. Sempre…», risponde Palamara. «Ma con te il porco ha parlato?», prosegue Sinatra. E Palamara: «Assolutamente no». «Porco mille volte», risponde la magistrata. E poi: «Sono inorridita. Sento kazzate su valori e principi fondanti ed elevatissimi. E su queste basi il gruppo per il quale io mi sono spesa stando nell’angolo, farà di tutto per mettere sulla poltrona di Roma un essere immondo e schifoso». «Io sono disposta a tutto», conclude Sinatra. I messaggi vennero trasmessi alla Procura generale della Cassazione che avviò gli accertamenti. Solo a quel punto si scoprì il segreto che la magistrata aveva rivelato a pochissimi amici, fra cui Palamara.

Quest’ultimo, da abile mediatore, gestiva lo sfogo di Sinatra e le richieste di Creazzo, con cui era in ottimi rapporti.

A settembre del 2017 Palamara scrive: «Caro Peppe se capiti a Roma in questi giorni ci prendiamo caffè?».

«Carissimo – gli risponde Creazzo – non ho in programma di venire almeno nelle prossime due settimane, se tuttavia ritieni posso venire a prescindere da altri impegni dimmi tu». «Non preoccuparti – lo rassicura Palamara – volevo fare il punto su alcune questioni ci sentiamo anche telefonicamente domani un abbraccio». Seguiranno messaggi per il posto di aggiunto a Firenze. Scrive Creazzo: «Carissimo Luca ho incontrato Cosimo Ferri che mi ha espressamente chiesto chi preferisco per il terzo aggiunto fra i due di Mi. Se la scelta si riduce a questa ristrettissima rosa secondo me Dominianni (pm di Mi, ndr) è meglio per profilo e attitudini e per la circostanza, che ritengo ancor più decisiva, che non appartiene già a questo ufficio al contrario dell’altro e dunque porterebbe un rinnovamento, cosa sempre positiva. Questo è il mio pensiero, per quel che vale, nell’ovvio rispetto di ogni decisione che verrete a prendere».

«Si tratta di una sentenza ingiusta, sono innocente. È una decisione conforme alla condanna mediatica che avevo già subito allo scoppiare della notizia», è stato il commento di Creazzo alla lettura della sentenza. Il provvedimento del Csm arriva in un momento delicato per la Procura di Firenze che sta conducendo molte indagini complesse: da quelle sulla Fondazione Open di Matteo Renzi, condotte dal procuratore aggiunto Luca Turco e dal pm Antonino Nastasi, noto alle cronache anche per il caso David Rossi, a quelle sulla fuga di notizie che ha caratterizzato l’indagine di Perugia a carico di Palamara. Ma a parte le indagini di grande risonanza, come potrà Creazzo, che ha presentato domanda per il posto di procuratore nazionale antimafia, coordinare o condurre personalmente i procedimenti per i reati di violenza sessuale dopo questa sentenza del Csm? Paolo Comi

Nasce la nuova giurisprudenza. Il procuratore Creazzo molestò una collega, ma per il Csm sono cose private: lievissima sanzione, “so’ cose da ragazzi…” Piero Sansonetti su Il Riformista il 18 Dicembre 2021. La commissione disciplinare del Csm ha esaminato le accuse rivolte da una magistrata di Palermo al procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo. Le accuse erano parecchio pesanti. Diciamo molestie sessuali, ma forse anche qualcosa di più. La legge mi pare che in questi casi dica che si tratta di vera e propria violenza sessuale. La magistrata siciliana, secondo la sua ricostruzione, fu nella sostanza aggredita dal dottor Creazzo. Nell’atto di incolpazione c’è scritto che Creazzo tentò di baciarla sulla bocca, armeggiò con la lingua, le mise le mani sul seno sinistro e sul sedere. Lei si difese e resistette. Lo scacciò, e non sporse denuncia penale. Naturalmente bisogna vedere se è vero tutto questo, visto che i procuratori della Repubblica hanno gli stessi diritti di difesa di uno scippatore di periferia. E il garantismo vale per loro come per tutti. Creazzo ancora ieri si è dichiarato innocente. Se fosse innocente sarebbero gravi le accuse contro di lui. Vedremo in Cassazione. La commissione disciplinare del Csm però (riunita in camera di consiglio e presieduta da David Ermini, vicepresidente del Consiglio superiore) ha preso la più folle delle decisioni che essere umano (o, peggio, gruppo di esseri umani) possa prendere: ha stabilito che le accuse della magistrata di Palermo sono vere, e ha condannato Creazzo a perdere due mesi di anzianità. Si, ragazzi, è inutile che ridiate: è così. Due mesi. Quando andrà in pensione, il dottor Creazzo, invece di avere, poniamo, una anzianità di 480 mesi, dovrà accontentarsi di una anzianità di 478 mesi. La perdita di retribuzione sarà dello 0,4 per cento. Nessuna pena accessoria, la conferma a procuratore di Firenze e l’assoluzione dalla seconda accusa: quella di avere violato (quando ha aggredito la collega) i doveri di correttezza propri di un magistrato. La commissione disciplinare del Csm ha escluso questo addebito, ritenendo (riferisce l’Ansa) che la vicenda possa “circoscriversi a evento tra privati”. Nasce una nuova giurisprudenza. Preottocentesca. Io non riesco a commentare. Le mani tremano (di incredulità, di sbigottimento, di rabbia…). Cioè è successo questo ieri, se ho ben capito: il massimo organismo di governo della magistratura italiana ha stabilito che quando un maschio aggredisce sessualmente una donna e le reca violenza, questo atto rientra nei rapporti privati tra loro. È giusto rimproverare il magistrato per il disagio che ha creato col suo comportamento, e per la sua evidente maleducazione, e concretizzare questo rimprovero con una pena simbolica, ma niente di più. Cerchiamo di riprenderci dallo stupore e di ragionare. Creazzo resta magistrato. Il Csm ha stabilito che l’autore di una violenza sessuale può fare il magistrato. Creazzo non subisce nessuna limitazione di carriera. Creazzo resta Procuratore di Firenze, cioè capo dei pubblici ministeri del capoluogo toscano che – oltretutto – in questi mesi hanno per le mani processi importantissimi. Mi chiedo: come potrà mai la Procura di Firenze, da questo momento, indagare su denunce per molestie sessuali o tentativi di aggressione sessuale? Qualunque imputato potrà difendersi spiegando che la questione che lo riguarda è una questione privata. Ma mi chiedo anche quale autorità morale potrà esercitare il procuratore di Firenze sui suoi sostituti, e i suoi sostituti, a loro volta, sulla cittadinanza. Quale opinione potrà avere, Firenze, della sua magistratura? Poi c’è un secondo ragionamento da fare. Io non ho una grande opinione – come ho scritto ieri proprio su questo giornale – dell’Ordine dei giornalisti, ma nemmeno di quello degli architetti, degli ingegneri, dei notai. E tuttavia penso che se una cosa del genere fosse avvenuta ad un architetto, o a un ingegnere, o a un notaio – o a maggior, maggior ragione a un avvocato o a un medico – gli Ordini rispettivi si sarebbero comportati in maniera assai più rigorosa.  Perché? Per un motivo semplicissimo: nella società italiana, anche nei piani alti del potere e dell’establishment, nessuno si considera onnipotente. E nessuno pretende il diritto all’impunità. I magistrati si. Si sentono onnipotenti, si sentono casta, difendono coi denti il loro diritto ad essere casta e ad essere l’unica casta. Di essere superiori alla società. Difendono i loro cuccioli dirazzati, li proteggono. Perché anche i cuccioli dirazzati fanno parte dell’incastro del loro potere. E nessuno, mai nessuno, da fuori, deve scalfire quel potere. Altrimenti – gridano – cade l’indipendenza della magistratura. Se nessuno avrà la forza, e l’audacia, e il coraggio di mettere le mani in questa follia, il potere della magistratura crescerà ancora. Diventerà puro arbitrio. Ci siamo vicini.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Il silenzio dei MeToo sul pm molestatore. Francesco Maria Del Vigo il 18 Dicembre 2021 su Il Giornale. Esiste un Paese a due velocità: quello di chi fa parte della casta della giustizia e quello dei comuni mortali. Al primo Paese è concesso tutto, proprio tutto: anche molestare una collega e venire condannato alla perdita di due mesi di anzianità. Reato per il quale un cittadino normale - in presenza di una denuncia - rischia anni di reclusione. Ma, al netto della stragrande maggioranza di giudici e pm per bene, toga non morde toga. La storia: Giuseppe Creazzo, capo della procura di Firenze - che tra le altre cose sta indagando su Matteo Renzi e il caso Open, quindi fascicoli politicamente rilevanti - nel 2015 fa delle avances alla collega Alessia Sinatra in un hotel di Roma. Lei non denuncia i fatti, ma se ne lamenta al telefono e il suo sfogo finisce nelle intercettazioni dell'ex numero uno dell'Anm, Luca Palamara. A questo punto la questione diventa pubblica e, obtorto collo, non si può più fare finta di nulla. Così ieri il Csm punisce Creazzo con la perdita di due mesi di anzianità. Una condanna - si fa per dire -, ridicola e offensiva nei confronti della vittima e di tutte le donne. In un Paese nel quale per dieci giorni l'attenzione pubblica è stata monopolizzata dalla scellerata pacca di un tifoso (che verrà processato per molestie sessuali proprio dalla procura di Firenze, quindi da Creazzo) a una giornalista in diretta tv, nessuno batte un ciglio se un uomo dello Stato molesta una sua collega. Ma oltre al danno, c'è la beffa. Che fine hanno fatto le paladine del #Metoo? Dov'è andata a nascondersi l'onda di solidarietà rosa che solitamente abbraccia chi è vittima di avances non gradite? Perché il mondo femminista non apre un lungo e fecondo dibattito sulla condizione della donna nella magistratura che, a giudicare da questi fatti, è ancora ferma ai tempi delle caverne? Attendiamo le solite - e giuste - prese di posizione indignate.

Francesco Maria Del Vigo è nato a La Spezia nel 1981, ha studiato a Parma e dal 2006 abita a Milano. E' vicedirettore del Giornale. In passato è stato responsabile del Giornale.it. Un libro su Grillo e uno sulla Lega di Matteo Salvini. Cura il blog Pensieri Spettinati.

Il silenzio della stampa. Molestie di Creazzo, i giornali censurano la notizia per ordine del partito delle Procure. Piero Sansonetti su Il Riformista il 21 Dicembre 2021. Il Csm – come voi sapete e pochi altri sanno, tra poco vedremo perché – ha riconosciuto il Procuratore di Firenze colpevole di violenza sessuale verso una sua collega. Il Csm ha inflitto al Procuratore di Firenze, per questa (diciamo così) malefatta, una pena che consiste in due mesi di perdita di anzianità. Il relatore nella sezione disciplinare che doveva giudicare e punire era Giuseppe Cascini, Torquemada contro i reati della pubblica amministrazione (tipo l’imperdonabile traffico di influenze). Il Presidente era David Ermini, cioè il capo del Csm. Il Csm ha dichiarato anche che l’aggressione del Procuratore di Firenze nei confronti di una sua collega è da considerare un “fatto privato”. Bene, non so se avete mai frequentato una scuola di giornalismo. Anche se non l’avete frequentata, capite bene che questa è una notizia clamorosa, se vera. Naturalmente aspettiamo la Cassazione prima di dare per certa la colpevolezza del Procuratore di Firenze. Però sappiamo per certo che il Csm ha giudicato “un fatto privato” l’incontro violento tra il Procuratore e la magistrata che avrebbe subito violenza sessuale. E di conseguenza il Csm ha stabilito che non era necessario nessun intervento sulla carriera del Procuratore, né tantomeno la sua rimozione, ma solo – così, proprio per non fare figuracce – la pena minima ipotizzabile. Questa dei due mesi tagliati via da una pensione che sarà ridotta circa del 0,4 per cento. Tutti i grandi giornali hanno considerato questa notizia una notizia da pagina 32, piccola piccola, infondo alla pagina (parlo del Corriere della Sera). Più o meno come si dà la notizia di un modesto furto in un supermercato, o di un ingorgo, o qualcosa del genere. L’esempio del Corriere è stato seguito dagli altri grandi giornali, Repubblica, il Messaggero, La Stampa.

Io però conosco i miei colleghi. Sanno fare il loro lavoro, almeno i più anziani lo sanno fare, lo hanno fatto per tanti anni e bene. A nessuno di loro può venire neppure in mente che quella notizia non fosse una clamorosa notizia da prima pagina. Sia per l’enormità del fatto che coinvolge un Procuratore della repubblica, cioè una delle massime autorità del paese (che, tra l’altro, sta indagando su Renzi e Berlusconi) sia per l’ignominia di un Csm che definisce “fatto personale” una molestia o una violenza sessuale, cosa che non avrebbe fatto neppure un pretore di campagna degli inizi del secolo scorso. Del resto il silenzio non ha riguardato solo la stampa: la politica ha fatto altrettanto. E allora, tutto questo come si spiega? In un solo modo: con la consapevolezza che oggi il sistema delle Procure, che purtroppo comprende anche il Csm, dispone di un controllo ferreo e inaggirabile sulla politica e sull’informazione. I grandi giornali sono tenuti ad obbedire, e obbediscono, come sotto giuramento. Mai un piccolo gesto di ribellione. Se Procuratore, o Csm comanda, giornalista obbedisce. Naturalmente non c’è nessuna possibilità, in queste condizioni, di parlare di libertà di informazione. La libertà d’informazione, in Italia, esiste su molti piani. Ma esclude la possibilità di critica al potere più grande. Cioè al potere giudiziario. Chi ha voglia di contrastare questa tendenza totalitaria – come noi, per esempio – deve convincersi che dovrà farlo più o meno dalla clandestinità, come facevano i nostri nonni che si opponevano al Minculpop.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Il caso del procuratore di Firenze. Csm femminista con le afghane, talebano con le italiane: le molestie di Creazzo “un fatto privato…”. Paolo Comi su Il Riformista il 21 Dicembre 2021. Lo scorso mese di agosto il Consiglio superiore della magistratura, all’indomani della presa di Kabul da parte dei terribili talebani, diramò un comunicato-appello dai toni drammatici. «Considerata – scrissero a Palazzo dei Marescialli – la condizione di criticità nella quale attualmente versa, in quel Paese, la garanzia della integrità dei diritti fondamentali, avuto particolarmente riguardo la condizione delle donne e dei minori» e «tenuto conto di quanto dettato dalla Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne alla quale ha aderito anche l’Afghanistan», «tutte le Istituzioni interne ed internazionali si attivino per quanto di rispettiva competenza al fine di garantire il rispetto dei diritti umani in quel Paese». È urgente, aggiunsero i consiglieri del Csm, «promuovere ogni azione necessaria o utile allo scopo» e bisogna vigilare «sulla effettiva efficacia di ogni intervento a tal fine diretto».

Dopo aver quindi manifestato «piena solidarietà alle donne afghane e in particolare alle donne magistrato», i componenti dell’organo di autogoverno delle toghe espressero «la più viva preoccupazione per l’evoluzione della situazione in Afghanistan auspicando che tutte le Istituzioni interne ed internazionali si attivino per quanto di rispettiva competenza al fine di garantire il rispetto dei diritti umani in quel Paese». La settimana scorsa, invece, sempre gli stessi componenti del Csm, per la precisione quelli della Sezione disciplinare, comminavano la sanzione della perdita di soli due mesi di anzianità al procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, reo di aver molestato sessualmente in un corridoio di un albergo romano, la collega Alessia Sinatra, pm alla Dda di Palermo.

Nella sentenza alcuni dei capi di incolpazione inizialmente a carico di Creazzo erano stati peraltro esclusi dal momento che “la vicenda si poteva ascrivere a un evento fra privati”. In attesa, comunque, di conoscere nel dettaglio le motivazioni di questa sentenza, relatore è il togato progressista Giuseppe Cascini, già procuratore aggiunto a Roma, è già possibile fare qualche considerazione. Ad esempio sulla composizione del collegio giudicante. Presieduto dal vice presidente del Csm David Ermini, su sei componenti cinque erano uomini.

Sarebbe interessante capire perché si sia deciso di comporre un collegio di soli uomini. Infatti, oltre alla togata Paola Maria Braggion che ha fatto compagnia ai cinque, al Csm ci sono altre magistrate. Per la precisione cinque. In ipotesi, dunque il collegio che ha giudicato Creazzo poteva essere composto di sole esponenti del gentil sesso. Ma a parte ciò, vale la pena di ricordare che in questi giorni la pm Sinatra non ha ricevuto la solidarietà dei colleghi. Anzi. Nei suoi confronti sono stati aperti due procedimenti: uno davanti ai probiviri dell’Associazione nazionale magistrati, ed uno davanti alla stessa sezione disciplinare del Csm che ha sanzionato Creazzo. Il motivo è riconducibile alle sue chat con Luca Palamara. Avendo detto che Creazzo era un “porco” e che doveva essere segato quanto prima nella corsa per la Procura di Roma, la magistrata avrebbe commesso una grave “scorrettezza”.

Secondo la Procura generale della Cassazione di questo Paese, lo sfogo di una donna magistrato che ha subito pesanti avances sessuali è passibile di sanzione disciplinare. La magistrata attende il verdetto nei suoi confronti il prossimo 14 gennaio. Ad assistere la pm antimafia è il professore siciliano Mario Serio, già componente laico del Csm. Sarebbe sorprendente se dopo la pronuncia “soft” nei confronti di Creazzo, pur a fronte della gravità del fatto (il procuratore di Firenze, da quanto si è potuto sapere, avrebbe palpeggiato le parti intime della magistrata), la dottoressa Sinatra venisse a sua volta sanzionata. Per il Csm, ed è il dato di fondo, è molto più grave se un magistrato chatta con Palamara che se molesta sessualmente una collega. Forse Sergio Mattarella, che è anche presidente del Csm, non ha tutti i torti quando parla della necessità di una “rigenerazione etica” in magistratura. Paolo Comi

«Molestie nello sport, la maggior parte dei casi resta nel silenzio». Chiara Sgreccia su L'Espresso il 21 dicembre 2021. Secondo Daniela Simonetti, presidente dell’organizzazione Il cavallo Rosa, lo sport è uno degli ambiti professionali in cui le donne sono più riluttanti nel denunciare le violenze perché vigono comportamenti di tipo omertoso. Anche le storie arrivate a #lavoromolesto mostrano la necessità di invertire la tendenza. Fabiola aveva 21 anni quando ha iniziato il tirocinio in un piccolo centro riabilitativo, nel modenese. Seguiva i pazienti durante le terapie in piscina, insieme al responsabile che, più o meno, aveva il doppio della sua età. «Usciamo stasera? Ti porto in un posto carino» chiedeva lui insistentemente, alla fine di quasi ogni turno. «Un giorno come tanti, dopo aver ricevuto l’ennesimo rifiuto, lui prende e mi tira una pacca sul sedere. Davanti a tutti i pazienti che sono rimasti lì a guardare. Nessuno ha detto niente, nemmeno io. Ero pietrificata ma sono morta dentro». Fabiola non ha mai più parlato dell’accaduto, dimenticato per non invalidare il tirocinio e perdere i crediti che le servivano per laurearsi. Un episodio simile ha segnato anche il suo secondo stage curriculare, l’anno successivo all’interno di una palestra. «Lo sport è uno degli ambiti professionali in cui le molestie finiscono troppo spesso nel silenzio» spiega Daniela Simonetti, presidente di Il Cavallo Rosa/ChangeTheGame, un’organizzazione di volontariato nata nel 2018, impegnata a proteggere atlete e atleti da violenze e abusi sessuali, emotivi e fisici. «Mentre, per fortuna, nella società civile si sta creando una coscienza solida che condanna gli autori delle violenze e spinge più donne a denunciare, nello sport la situazione in Italia è rimasta bloccata a oltre cinquant’anni fa. Le regole sono vecchie, il linguaggio cristallizzato, sussistono comportamenti di tipo omertoso che pongono denunciante e denunciato sullo stesso piano, e tante hanno timore di raccontare le molestie subite, per paura di essere costrette a interrompere la carriera. Questo vale soprattutto per le atlete ma anche per le operatrici del settore».

Un’indagine realizzata da DAZN in collaborazione con l’istituto di ricerca Blogmeter, resa pubblica lo scorso novembre, in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, ha mostrato come le differenze di genere siano discriminanti anche per le atlete e gli atleti più conosciuti. Dall’analisi delle conversazioni sul web e dei commenti ai post, circa 570 mila messaggi complessivi, tra il 2019 e il 2020, di una calciatrice, una pallavolista, una nuotatrice e un calciatore, un tennista e un pallavolista, è emerso che mediamente l’11 per cento dei commenti ai contenuti diffusi da atlete donne sono molesti. Percentuale che sale al 22 per cento, un commento su cinque, se il contenuto postato dall’atleta (donna) è un selfie, come un momento leggero e non legato allo sport. Per gli uomini, invece, i commenti volgari o offensivi costituiscono circa il 6 per cento del totale. A cui si deve aggiungere un altro 4 per cento di insulti rivolti ai familiari o alle persone care che fanno parte delle vite dei protagonisti, che di frequente sono donne, come madri, mogli, o fidanzate.

«Deve essere previsto un pacchetto di norme per tutelare le atlete che desiderano denunciare. - conclude Simonetti - In Italia i regolamenti delle federazioni sportive non prevedono esplicitamente di punire l’illecito di violenza sessuale o di abuso di minori. Quindi non c’è sanzione. È necessario fare formazione capillare e determinare un cambio culturale e normativo netto. Dopo l’indignazione è arrivato il momento di passare ai fatti».

Anche le forze dell’ordine non hanno preso seriamente la querela della ragazza. Foto di peni in chat, storia di Flavia e della sua denuncia impossibile: “Mi hanno riso tutti in faccia ma anche questa è violenza”. Rossella Grasso su Il Riformista l'1 Dicembre 2021. Pochi giorni sono passati dalla giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Panchine e scarpe rosse, lunghi monologhi, appelli e racconti di violenza fisica fino ai femminicidi: il 25 novembre è l’occasione per passare in rassegna tutto questo. Simboli forti, importanti, ma ci sono anche altre violenze sotto gli occhi di tutti e che purtroppo si ripetono tutti i giorni come se fosse una cosa “normale”. Una di queste è inviare la foto del pene in chat a donne sconosciute. Poche possono dire di non averne mai ricevuta una. Ed è questo che è successo anche a Flavia, 34enne napoletana, con la passione per il racconto sui social. Flavia in un pomeriggio qualunque ha ricevuto un messaggio privato su Instagram. Spesso i follower le chiedono consigli in privato e lei è ben lieta di rispondere. Così ha aperto il messaggio arrivato da un contatto sconosciuto e si è trovata davanti la testa rossa di un glande. Sotto il numero di telefono e frasi oscene. Il tutto ovviamente non richiesto. Disgustata per l’accaduto ha telefonato alla Polizia Postale per chiedere come fare a denunciare l’accaduto che è a tutti gli effetti una molestia sessuale proprio per via del carattere indesiderato e non richiesto. Il consenso è fondamentale, non solo nelle relazioni quotidiane, ma anche negli spazi digitali e il fatto che queste foto ricadano nella categoria del “non richiesto” le qualifica assolutamente come violenza. “Sono rimasta molto sorpresa quando la centralinista, una donna, mi ha risposto al telefono e ironizzato dicendo: ‘dica la verità? Vuole sapere a chi appartiene quel numero?’ – racconta Flavia – Io non ci ho trovato nulla da ridere. Comunque mi ha detto di recarmi al commissariato territoriale”. Flavia, decisa a segnalare quel numero per evitare che altre donne ricevessero la stessa foto o peggio, ha seguito le istruzioni ed è andata al commissariato vicino casa. “Quando sono arrivata il poliziotto che mi ha accolta era divertito dalla vicenda – continua il racconto – Mi ha detto che non avevano i moduli da farmi compilare per sporgere denuncia. Mi ha dato un facsimile dicendomi di tornare a casa, ricopiarlo al computer compilandolo. Perché poi non potevo avere lo stesso foglio da compilare? Poi dovevo anche allegare lo screenshot della chat e la foto del pene ricevuto”. “La cosa assurda è che c’era tanta gente in fila per denunce di vario tipo, che si possono fare anche online, ma perché per denunciare un reato informatico invece è tutto così difficile?”, si chiede Flavia. A ogni modo la 34enne non si è persa d’animo decisa a portare avanti quella denuncia legittima ma che fino ad ora quelli che aveva incontrato avevano sminuito e deriso. “Non avendo la stampante a casa sono anche dovuta andare dal cartolaio e chiedergli di stamparmi la foto del pene da allegare alla denuncia. Risate anche lì. Mi chiedo: ma se queste foto le avessero ricevuto le loro figlie? Avrebbero riso a crepapelle?” Insomma dopo telefonate, risate in faccia, persone che le hanno detto che “stai esagerando, per così poco” ed essere tornata per ben due volte in commissariato Flavia è riuscita a fare la sua denuncia. “Intanto l’uomo della chat continuava a mandarmi foto, frasi oscene e addirittura un video di lui che si masturba – continua Flavia – Io non sapendo come agire in queste situazioni non lo bloccavo per poter prima fare la denuncia. Ma intanto nessuno mi ha detto come gestire questa spiacevole situazione. Spero che adesso il suo contatto verrà bloccato e smetta di inviare molestie ad altre donne”. Il fenomeno delle molestie via chat, sotto forma di foto del pene o frasi volgari è molto comune. Molte donne derubricano la faccenda bloccando i contatti da cui arrivano le oscenità. Qualcuna ci ride su ma si tratta di una violenza a tutti gli effetti. Una sentenza della Cassazione ha stabilito che non si tratta di un reato. Ma è in ogni caso una pratica talmente diffusa da spingere la Rete della Conoscenza Milano, a lanciare una campagna molto chiara: “Il cazzo in chat, anche questa è violenza”. Si tratta di un network indipendente di studenti di cui fanno parte 4 organizzazioni che operano nelle scuole e nelle università pubbliche milanesi: Unione degli Studenti, nelle scuole superiori, Studenti Indipendenti Statale, Studenti Indipendenti Bicocca e Studenti Indipendenti Politecnico nei rispettivi atenei. Il manifesto divulgativo è molto chiaro e rimanda ad altre violenze “quotidiane” che sono spesso sottovalutate ma che sono violenze a tutti gli effetti. Tra queste c’è “ipersessualizzare una bambina”, “chiedermi se voglio avere figli a un colloquio di lavoro”, “sessualizzare (il mio corpo, la mia pelle, la mia cultura, la mia sessualità)” e “pagarmi meno di un uomo”. La lista continua: “Farmi dubitare di me stessa”, “’Ma hai il ciclo?’ Anche la mia rabbia è legittima”, “Non affidarmi un lavoro perché é da uomini”, “Impedirmi di abortire” e infine “5 mesi di maternità contro 10 giorni di paternità”. Dagli uomini che si appoggiano addosso approfittando della folla nei mezzi pubblici in poi, quante donne possono dire di non averne subita nemmeno una di queste? Il dramma è che se lo racconti ti ridono in faccia.

Rossella Grasso. Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

Elisa Messina per il "Corriere della Sera" il 29 novembre 2021. Nei casi di molestie e di violenza sessuale c'è sempre un colpevole dell'atto (o più di uno) ma, spesso, ci sono anche i «colpevoli» di indifferenza, quelli che fanno finta di non vedere o i professionisti della minimizzazione. A Greta Beccaglia, 27 anni, giornalista sportiva di Toscana Tv, ieri, sono capitati tutti e tre. Fuori dallo stadio di Empoli, alla fine di Empoli-Fiorentina, mentre era collegata in diretta tv per raccogliere gli umori del dopo-partita, un tifoso passa e le dà un violento schiaffo sul sedere. Passano altri due e le rivolgono frasi oscene. Dallo studio il conduttore la invita ad andare avanti e a «non prendersela». Il video di quei secondi tremendi diventa il caso della domenica suscitando un'onda di reazioni da parte del mondo politico: dall'ex premier Giuseppe Conte alla leader di Fdi, Giorgia Meloni, da Maria Elena Boschi (Italia viva) a Mara Carfagna (Fi), ministro per il Sud e la coesione sociale, dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli (Lega) al governatore della Liguria Giovanni Toti, fino a Valeria Valente, la presidente della commissione parlamentare sul femminicidio, sono state tante le dichiarazioni di solidarietà. 

Cosa le ha fatto più male?

«L'indifferenza intorno a me. Tutti vedevano, nessuno diceva niente. Ma vuole sapere la dinamica precisa? Prima quell'uomo si è sputato sulla mano e poi mi ha dato uno schiaffo sul sedere, violento, che ha fatto male anche fisicamente». 

Lei ha reagito con fermezza ma educazione al suo aggressore.

«Ero disorientata, sconvolta. Ma cercavo di mantenere un atteggiamento professionale per rispetto nei confronti dei telespettatori». 

Rispetto che nei suoi confronti non c'è stato.

«Sono stati due minuti e mezzo tremendi, dopo le prime molestie c'è stato anche un uomo incappucciato che si è avvicinato per toccarmi. E tutto proprio nel giorno in cui la serie A scendeva in campo con il segno rosso sul volto per sensibilizzare sul tema della violenza alle donne. Assurdo. Mi ha sconvolto lo sguardo di quei tifosi, erano sguardi feroci, da carnefici».

Come si spiega tanta aggressività?

«Non me la spiego. Io in quel momento sono diventata, per loro, un palo da prendere a calci, un oggetto su cui sfogare la rabbia. Mi sono anche sentita in colpa. Mi sono anche chiesta se avevo fatto qualcosa di sbagliato, mi sono detta che forse non dovevo mettere i jeans stretti... Nei commenti che sono comparsi sui social nelle ore successive c'è chi fa riferimento proprio ai miei jeans».

Purtroppo capita spesso nei casi di molestie e violenze: pensare che le vittime hanno una parte di responsabilità nell'aggressione subita. Anche l'atteggiamento del collega in studio, Giorgio Micheletti, che le diceva di non prendersela e di andare avanti è stato molto criticato. L'Ordine dei giornalisti l'ha definito «un comportamento incomprensibile». 

Lei come l'ha presa?

«Giorgio è un professionista serio. Credo che, lì per lì, non si sia reso conto di quello che stava accadendo. Nel video che circola si sentono solo quelle battute. Ma poi, in studio, si è scusato molte volte e mi ha invitata a raccontare l'accaduto e a denunciare»

Il «non rendersi conto» è una di quelle cose che devono cambiare, non le pare?

«Sicuramente. Quello che è successo a me, a telecamere accese, succede, purtroppo, a tante ragazze in circostanze diverse. Nei posti di lavoro, per strada. Io, nonostante tutto, sono fortunata. Posso far arrivare forte il messaggio per tutte. Ed è quello che sto facendo» Tornerà fuori dallo stadio? «Certamente. Altrimenti le cose non cambieranno mai davvero. Martedì, per la partita Fiorentina-Sampdoria, ci sarò».

Lorenzo Marucci per "la Stampa" il 29 novembre 2021. L'indignazione non è passata. Greta Beccaglia, la giornalista pratese di Toscana Tv, ha ancora tanta rabbia, anche il giorno dopo, a mente fredda. Sabato, subito dopo il derby Empoli-Fiorentina, stava effettuando dei collegamenti in diretta per ascoltare l'umore della gente all'uscita dal Castellani quando ha subito le molestie. «Sono psicologicamente provata - racconta Greta - la notte scorsa non ho quasi chiuso occhio. Se nel 2021 continuano ad esserci episodi del genere, significa che tante persone devono ancora capire molte cose. È inaccettabile, nessuno può permettersi di alzare le mani in questo modo, è intollerabile. Conosco tanti tifosi che mi hanno sempre rispettato ma ci sono anche soggetti di questo tipo. Tra l'altro, proprio nella giornata calcistica che si è da poco conclusa, il mondo del pallone si è mobilitato contro la violenza alle donne: i giocatori vengono spesso presi come punto di riferimento dai tifosi, ma in questo caso evidentemente occorre ancora lavorare parecchio e in profondità».

Ha ricevuto molti messaggi di solidarietà?

«Tantissimi. Quel gesto verso di me è stato davvero il più basso che potesse esserci. Mi hanno scritto molti calciatori e personaggi noti, vergognandosi loro stessi per quell'episodio e per quella persona. Devo dire grazie anche all'Ordine dei giornalisti che mi ha fatto sentire subito la propria vicinanza».

Ripensandoci ora che cosa le viene da dire?

«Nell'immediato ho reagito con educazione e compostezza, è il mio modo di essere. Ho preferito comportarmi così: ero in diretta, con tante persone che guardavano e che vanno rispettate. Non dimenticherò facilmente gli occhi di quella persona che si è resa protagonista di questo episodio così grave. Mi ha tirato una pacca sul sedere in modo molto violento. Per di più poi è accaduto anche che, dopo alcuni apprezzamenti osceni urlati da alcuni tifosi, un'altra persona, incappucciata, mi ha toccato le parti intime. Pure il cameraman che era con me mi ha detto di non aver mai visto una cosa simile in tanti anni di servizio. È stata un'esperienza che mi ha ferito molto. Credo che sia giusto parlarne per poter educare certe persone a non ripetere gesti che non vanno mai fatti». 

Ha colpito, durante la diretta televisiva, la frase troppo morbida del conduttore («non prendertela») anche se poi ha condannato con forza quanto successo...

«Ha colpito tutti quella frase nel video che è stato tagliato, ma io difendo Giorgio (Micheletti, storico ideatore negli anni Ottanta di "Qui Studio a voi stadio" ndr) perché in quel frangente non aveva ancora ben capito cosa stava realmente succedendo. Poi si è anche scusato e mi ha detto cose bellissime. E mi ha difeso con fermezza. Sul momento, ripeto, visto l'episodio improvviso e inatteso, ha detto quelle parole però non c'è assolutamente niente contro di lui». 

E adesso? Come si riparte?

«Tornando subito allo stadio, come sempre. Ora sarà importante riuscire a rintracciare la persona, ma io vado avanti a fare il mio mestiere». 

Nessun dubbio dunque. L'episodio non le toglie la voglia di proseguire?

«Non smetto, ci mancherebbe. Ripeto, domani sarò regolarmente al Franchi, per Fiorentina-Sampdoria. Nella speranza che questo diventi solo un bruttissimo isolato ricordo».

LE PAROLE DI GIORGIO MICHELETTI IN DIRETTA: Si cresce anche attraverso queste esperienze. Chiudiamola lì. Così per lo meno puoi reagire se vuoi, non in diretta. Determinati atteggiamenti meritano ogni tanto qualche sano schiaffone che se fosse stato dato da piccoli probabilmente li avrebbero fatti crescere più dritti.

Estratto dell'intervista di Elisa Messina per il "Corriere della Sera" il 29 novembre 2021. Purtroppo capita spesso nei casi di molestie e violenze: pensare che le vittime hanno una parte di responsabilità nell'aggressione subita. Anche l'atteggiamento del collega in studio, Giorgio Micheletti, che le diceva di non prendersela e di andare avanti è stato molto criticato. L'Ordine dei giornalisti l'ha definito «un comportamento incomprensibile». Lei come l'ha presa? «Giorgio è un professionista serio. Credo che, lì per lì, non si sia reso conto di quello che stava accadendo. Nel video che circola si sentono solo quelle battute. Ma poi, in studio, si è scusato molte volte e mi ha invitata a raccontare l'accaduto e a denunciare»

Greta Beccaglia, la giornalista molestata: «Macché goliardata: un gesto grave e lui non capisce». Elisa Messina su Il Corriere della Sera il 30 novembre 2021. La giornalista non accetta le giustificazioni del tifoso che l’ha molestata dopo Empoli-Fiorentina: «Le sue parole peggiorano le cose. Vado avanti perché le donne vanno tutelate». «Che giornata infinita e surreale! Mi viene da piangere. Per la stanchezza e per la commozione». E piange davvero Greta Beccaglia, la giornalista sportiva che, sabato sera, è stata molestata in diretta tv , fuori dallo stadio, dopo Empoli-Fiorentina: i giorni successivi a quel maledetto dopo-partita sono stati pieni di lacrime e di parole. «Davvero non mi aspettavo tutto questo: i messaggi di solidarietà, le dichiarazioni dei politici... Mi stanno chiamando in tantissimi. Mi dispiace non riuscire a rispondere a tutti. Ci sono messaggi che non ho ancora letto», ci dice quasi senza voce, mentre la aspettano per un collegamento con la Vita in Diretta. Il tifoso che l’ha molestata fuori dallo stadio di Empoli, ha parlato di una goliardata dicendo che vuole prima possibile incontrare la giornalista e chiederle scusa (ascolta l'intervista a La Zanzara ). Di un gesto compiuto in un momento di rabbia perché avevano perso la partita. Greta non era a conoscenza di queste dichiarazioni. Dopo averle lette, per i primi secondi è rimasta senza parole. Poi le ha trovate: «Pensa davvero di non aver fatto nulla di male? Una goliardata, dice. Giustificata dalla rabbia perché la Fiorentina aveva perso? Definire goliardia una molestia significa non aver capito la gravità di un atto. Sono dichiarazioni irricevibili. Mi pare che peggiorino tutto». Il tifoso in questione nella stessa dichiarazione ha anche lanciato una proposta di scuse ufficiali. «Scuse? Per adesso non ne so nulla. E comunque io, oggi, (ieri ndr) ho fatto la mia denuncia in Questura» dice la cronista. Una denuncia fatta pensando a tutte le donne che subiscono molestie senza la possibilità di avere la mobilitazione che si è creata in sua difesa della cronista: «Denunciare è importante, e spero che, vedendo me, altre lo facciano». Le scuse, anche se arriveranno, non fermeranno certo l’inchiesta appena partita in procura. «Nel caso dipenderà dalla sensibilità della mia assistita accettarle o meno», fa sapere il suo legale, Leonardo Masi. Ma c’è una cosa che, ancora ieri, la cronista di Toscana Tv ci teneva a sottolineare, una cosa che le è rimasta dentro e che non l’ha fatta dormire la notte: non si è trattato solo un singolo e del suo gesto, quello schiaffo sul sedere, c’era un branco, dietro e intorno a lui. Che vedendo quel gesto si è sentito autorizzato a rivolgerle parole oscene, a toccarla. Due minuti di oscenità che a lei sono sembrati infiniti. «Ho avuto paura davvero di quegli uomini. E ho denunciato. Ho denunciato tutto, non solo il tifoso, ma anche le parole e i gesti degli altri». Greta parla e la voce si rompe ancora: «Oltre ai tanti messaggi di affetto ci sono stati anche quelli di chi dice che io sto montando il mio caso solo guadagnare più follower sui social. Ma s’immagina? Quello che sto vivendo è faticoso e stressante emotivamente. Ma è anche bello, da un certo punto di vista. E voglio che serva davvero, perché le donne devono essere più tutelate». Ancora immersa nel frullatore mediatico Greta non ha avuto ancora il tempo di sentire la famiglia: «Sa con chi avrei avuto tanto bisogno di parlare di quello che è successo? Con mio padre. Che non c’è più, purtroppo. Perché io sono forte, è in questi giorni si è visto, ma avrei tanto voluto parlare con il babbo».

Striscia la notizia, Greta Bacchiglia palpeggiata e il fuorionda Mediaset: "Mi hai toccato il seno, infame!" Libero Quotidiano il 30 novembre 2021. Il caso di Greta Beccaglia, palpeggiata e molestata in diretta a Toscana Tv da un tifoso della Fiorentina dopo la partita di Empoli ha scosso tutta Italia. E Striscia la notizia, condannando il gesto volgare e spudorato del 45enne ristoratore di Ancona ("Mi scuso, era una goliardata", ha provato a difendersi lui peggiorando se possibile la situazione), ricorda qualche altro precedente illustre di assalti a tele-giornaliste. La Beccaglia, in collegamento con la trasmissione A tutto gol, ha reagito con invidiabile calma ("Scusami? Non puoi fare questo", ha detto al molestatore che si era già dato alla fuga). Decisamente più veemente la reazione di Cristina Bianchino, giornalista Mediaset che nel 2008 venne avvicinata da dietro dal noto disturbatore Gabriele Paolini. Al primo contatto fisico, il raptus più che motivato: "Non mi devi toccare! - urla la giornalista interrompendo il collegamento -. Io ti denuncio! Sono una donna, vattene! Lasciami stare, te ne devi andare, vai via! Tu mi hai toccato il seno, fai schifo, vai via, sei un pornografo. Vai via infame!". "Quando vi capitano situazioni come queste - è il consiglio di Striscia -, fate come certi vostri colleghi". Schiaffi in faccia e calci negli stinchi ai maleducati palpeggiatori. Alle telegiornaliste passa la paura, agli spudorati passerà la voglia di importunare.

(ANSA il 29 novembre 2021. ) - Sarebbe un 45enne residente in provincia di Ancona, secondo quanto appreso, l'uomo identificato dalla polizia come l'autore delle molestie alla giornalista di Toscana Tv Greta Beccaglia, avvenute mentre era in diretta per una trasmissione sportiva dopo la partita Empoli - Fiorentina del 27 novembre.  L'uomo, tifoso della Fiorentina, è stato individuato dagli agenti del commissariato di Empoli, che si sono avvalsi, tra l'altro, delle immagini riprese dalla stessa emittente e di quelle dell'impianto sportivo. Le telecamere hanno permesso di riprenderlo nel passaggio ai tornelli di uscita. (ANSA).

Da iene.mediaset.it il 29 novembre 2021. Alice Martinelli incontra il “palpeggiatore” di Greta Beccaglia, la giornalista al centro della cronaca di questi giorni per via della molestia subìta fuori dallo stadio Castellani di Empoli. L’inviata di Toscana Tv stava facendo un collegamento in diretta con lo studio per raccogliere le prime impressioni dei tifosi al termine della partita tra la squadra di casa e la Fiorentina, quando l’uomo, passando, le ha toccato il fondoschiena. Il servizio andrà in onda domani, martedì 30 novembre, in prima serata su Italia1.

Massimo Falcioni per tvblog.it il 29 novembre 2021. La premessa è doverosa: il caso non ha alcun legame con la vicenda riguardante Greta Beccaglia e neppure la minima possibilità di collegamento. Stiamo parlando dell’ospitata di Alvise Rigo a Domenica In nel blocco dedicato al commento dell’ultima puntata di Ballando con le Stelle. Ventinove anni a dicembre, 187 centimetri per 90 chilogrammi, Rigo è un ex rugbista e modello che nello show di Milly Carlucci sta ottenendo i prevedibili apprezzamenti del mondo femminile. Un gradimento ribadito pure domenica con le donne in studio che hanno fin da subito evidenziato la prestanza del ragazzo. “Voleva mettersi la camicia, io gli ho detto: ‘mettiti la t-shirt, è meglio per tutti’”, confida Rossella Erra, che anche a Ballando si mostra costantemente euforica alla vista di muscoli e pettorali. “Lui è davvero un bel toccare, Mara tocca, tocca”, è l’invito dell’opinionista alla conduttrice. La Venier sta al gioco e si lancia in ripetute palpate al lato b, avvantaggiate dai primi piani della regia. “È un bel toccare, porta bene. Lo faccio solo perché porta bene. Alla mia età posso fare tutto”. Rigo – va detto – sorride e si presta alla gag, a riprova di come il clima sia goliardico e assolutamente scherzoso. Ma c’è un ma: cosa sarebbe accaduto a parti, e sessi, inversi? Cosa sarebbe accaduto se certe parole e certi gesti fossero stati promossi da un padrone di casa con il doppio dell’età della sua ospite? Senza voler processare la Venier, che ha saputo regalare una parentesi simpatica e fuori dalle righe, è inevitabile porsi delle domande. Le palpatine e le allusioni sessuali risultano meno gravi e più accoglibili se il destinatario è un uomo? E soprattutto, non c’è il rischio che passi il messaggio che con un maschio si può osare perché tanto è scontato che l’uomo la butterà sul ridere?

Da ilmessaggero.it il 30 novembre 2021. Mara Venier è su tutte le furie. Dopo la puntata di ieri del talk della Rai su zia Mara sono piovute tantissime critiche. Ospiti di Domenica In ieri, come ogni domenica, c'erano i protagonisti di Ballando con le Stelle. Tra questi anche Alvise Rigo il 29enne ex rugbista che sta riscuotendo grande successo all'interno del programma di Milly Carlucci. L'apprezzamento per il modello è stato ribadito anche ieri in diretta da Rossella Erra, opinionista di Ballando, che ha detto: «Voleva mettersi la camicia, io gli ho detto "mettiti la tshirt che è meglio per tutti». Poi nel siparietto è stata messa in mezzo anche Mara Venier. «Lui è davvero un bel toccare, Mara tocca, tocca». La conduttrice, allora, stando al gioco lanciato dalla Erra, palpando il lato B di Alvise ha detto: «È un bel toccare, porta bene. Lo faccio solo perché porta bene. Alla mia età posso fare tutto».

Mara Venier pronta alla querela

Le risate in studio si sono sprecate e il rugbista stesso ci ha riso su. Fin qui tutto bene, se non fosse che un giornalista ha paragonato questa gag a quanto accaduto alla giornalista Greta Beccaglia, volto di Toscana Tv, molestata in diretta da un tifoso (che ora chiede scusa) dopo il match Empoli-Fiorentina. Questo non è proprio andato giù al volto di Rai 1 che ha lasciato le proprie dichiarazioni all'AdnKronos: «Vergognoso accostare il gesto goliardico fatto con simpatia e affetto in assoluta buona fede nei confronti di Alvise, mio concittadino veneziano, all’atto di molestia nei confronti della giornalista sportiva di Toscana Tv. Prima di scrivere un pezzo così un giornalista ci deve pensare molto bene. Non accetto di essere accostata alle molestie sessuali. Non mi va bene e sto valutando col mio avvocato un’azione legale» La regina della domenica ha aggiunto: «Le molestie sessuali sono una cosa. Una bottarella al sedere fatta ridendo è un’altra cosa. Ho mandato tutto al mio avvocato Carlo Longari e valuteremo se è il caso di querelare il giornalista. Non permetto a nessuno di mettere insieme queste vicende» 

Il commento di Alvise

Sulla questione si è espresso anche Alvise. Il  protagonista di Ballando è tranquillo a riguardo: «Se mi sono sentito molestato? Ma scherziamo? Mara è una zia per me. Il nostro era un gioco. Non è assolutamente accostabile una cosa così grave come quella accaduta alla giornalista sportiva Beccaglia a una cosa così simpatica e goliardica come quella fra Mara e me». 

"Lo ha palpato", "Non sono molestie": bufera sulla Venier. Novella Toloni il 30 Novembre 2021 su Il Giornale. Il gesto compiuto dalla conduttrice durante l'ultima Domenica In è stato paragonato alla molestia subita dalla giornalista Beccaglia. Sul web è esplosa la polemica e la Venier ora minaccia azioni legali. La palpatina di Mara Venier ad Alvise Rigo, durante l'ultima puntata di Domenica In, sta diventando un vero e proprio caso. Forse più grande di quello che ha visto protagonista Greta Beccaglia, la giornalista sportiva molestata fuori dallo stadio da un tifoso, che si è permesso di schiaffeggiarle il sedere in diretta tv. Contesti diversi, intenzioni diverse ma polemica simile. Il gesto della conduttrice, infatti, è stato duramente criticato da alcuni siti di informazione e da molti utenti del web, che su Twitter hanno attaccato la Venier per il suo gesto, paragonato proprio a quello del tifoso contro la Beccaglia. Nel corso dell'ultima diretta di Domenica In Mara Venier ha scherzato con Alvise Rigo, protagonista di Ballando con le stelle e ospite in studio per la consueta parentesi dedicata allo show del sabato sera di Rai Uno. Con la complicità di altri ospiti, Mara Venier ha scherzato sulla bellezza e sulla prestanza fisica dello sportivo, allungando le mani e palpeggiando scherzosamente il sedere di Rigo. Il gesto ha subito scatenato il popolo del web. In poco tempo su Twitter si sono moltiplicati i cinguettii di rimprovero per l'atteggiamento della Venier, paragonato a quello del tifoso che ha palpeggiato la giornalista Greta Beccaglia fuori dallo stadio. Decine di commenti critici che hanno aperto un vero e proprio caso e infiammato la polemica: "Oggi Mara Venier ha palpato il culo ad Alvise in diretta. Na bella palpata. Nessuno ha detto nulla. Invece hanno fatto un bello zoom con la telecamera Fosse successo il contrario scoppiava na baraonda", "Eh ma questa è goliardia giusto? Non è una mancanza di rispetto verso l'altro sesso, mentre a sessi invertiti diventa molestia e l'altro passa per un porco. OK". Interpellata dall'Adnkronos, però, Mara Venier ha rispedito al mittente le accuse, minacciando azioni legali: "Vergognoso accostare il gesto goliardico fatto con simpatia e affetto in assoluta buona fede nei confronti di Alvise, mio concittadino veneziano, all'atto di molestia nei confronti della giornalista sportiva di Toscana Tv. Non accetto di essere accostata alle molestie sessuali. Non mi va bene e sto valutando col mio avvocato un'azione legale. Le molestie sessuali sono una cosa. Una bottarella al sedere fatta ridendo è un'altra cosa. Non permetto a nessuno di mettere insieme queste vicende". Dopo le parole della conduttrice, sono arrivate anche le dichiarazioni di Alvise Rigo, sorpreso dalla polemica scatenatasi: "Se mi sono sentito molestato? Ma scherziamo? Mara è una zia per me. Il nostro era un gioco. Non è assolutamente accostabile una cosa così grave come quella accaduta alla giornalista sportiva Beccaglia, ad una cosa così simpatica e goliardica come quella fra Mara e me". Acqua sul fuoco di una polemica che stenta a placarsi e che potrebbe vedere fioccare querele.

Novella Toloni. Toscana Doc, 40 anni, cresco con il mito di "Piccole Donne" e del personaggio di Jo, inguaribile scrittrice devota a carta, penna e macchina da scrivere. Amo cucinare, viaggiare e non smetterò mai di sfogliare riviste perché amo le pagine che scorrono tra le dita. Appassionata di social media, curiosa per natura, il mio motto è "Vivi e lascia vivere", perché non c’è niente di più bello delle cose frivole e leggere che distolgono l’attenzione dai problemi

Da "Un Giorno da Pecora" il 29 novembre 2021. Le molestie a Greta Beccaglia? “Purtroppo sono successe anche a me fuori dagli stadi. Ti dicono di tutto, ma che ti mettano le mani addosso è ancora più grave: quando vedono una telecamera questi personaggi da branco, vigliacchi, si esaltano, specie quando ci sono delle donne”. A parlare, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è la giornalista Paola Ferrari, che ha commentato così il brutto episodio subito dall'inviata fuori dallo stadio dove si giocava Empoli-Fiorentina. Lei come avrebbe reagito alla molestia subita dalla sua collega? “Io avrei dato una bella borsettata a quel tifoso. Però devo anche dire che oggi è pericoloso farlo, rischi di trovare i violenti che poi ti mettono le mani addosso”. 

Dagospia il 29 novembre 2021. Dal profilo Facebook di Andrea Scanzi. Si sta parlando molto dell'aggressione a Greta Beccaglia. Giustamente, perché il tema è grave e racconta tutta l'inciviltà greve, sessista e ignorante della nostra società. Purtroppo però, quando il branco si muove e sbava sui social, nessuno fa più distinguo. Qua i piani di azione, e di discussione, sono due. Ben distinti e diversissimi tra loro. I "tifosi". Il primo piano è quello dei "tifosi" che hanno insultato e aggredito la ragazza. Quella gente lì fa schifo e incarna l'apice della frustrazione più sottosviluppata e sessista. Sono "uomini" incolti e violenti, che sicuramente si esaltano con gli slogan dei Salvini e delle Meloni (o peggio), che parlano sempre di sesso perché non lo fanno mai e che reputano la donna un “oggetto”. Gli stadi sono pieni di quel vomito lì e non solo gli stadi, ma pure il mondo reale e i social. E' la stessa gente che fa battute sui gay, sugli stranieri, sui "diversi". Rumenta mononeuronale. Chi ha toccato il sedere a Greta e chi l'ha insultata va fermato, indagato e condannato. E' gente vomitevole, rimasta all'età della pietra, che non serve a nulla: quando va bene fa schifo, quando va male è pure pericolosa. Monnezza morale. Il giornalista in studio. Tutt'altro discorso merita il povero giornalista in studio, vittima di uno shitstorm ottuso, violento e gratuito. Non conosco Giorgio Micheletti, e magari ha “precedenti” che ignoro, ma chi lo sta massacrando per quel "Non te la prendere" o è scemo, o è in malafede o insegue l'algoritmo e il like facile a qualsiasi costo. Ma stiamo scherzando? Ma l'avete visto e sentito (bene) il video? Micheletti non dice "Non te la prendere" nel senso di "Non farla lunga Greta, in fondo ti hanno solo toccato il culo!". Se così fosse, sarebbe da arresto. Il senso - e il tono - della sua frase è in realtà chiarissimo e del tutto opposto: "Non prendertela Greta, cerca di andare avanti, quelli lì sono dei sottosviluppati e sono pure violenti, loro sono in tanti e tu sei sola, cerca di andare avanti e poi li denunciamo". E' quello lì il senso, cazzo! La sta PROTEGGENDO, non sta certo minimizzando: da professionista navigato, sa bene che se Greta perde - comprensibilmente - la testa quelli lì possono persino aggredirla. A suffragare questa inattaccabile chiave di lettura c'è anche quel che dice Micheletti due minuti dopo, tornando sull'aggressione e denunciandola senza mezzi termini. Ma quella parte di video lì, "magicamente", è stata tolta dal video divenuto virale. E ha reso Micheletti ancora più capro espiatorio del branco infoiato. Quando una discussione importantissima diventa “sfogatoio”, si perde drammaticamente in lucidità. Qui i colpevoli sono gli uomini che oggettivizzano la donna e credono che sia normale tastarla, molestarla, aggredirla. Ne esistono a milioni. Sono loro i colpevoli, e tra di loro ci sono anche i minimizzatori (quelli che se la cavano con il solito "E che sarà mai?") e gli ipocriti (quelli che in privato fanno come i "tifosi" di cui è stata vittima Greta, però poi sui social fanno i fenomeni). Ma spalare merda sul giornalista in studio non solo non aiuta ad affrontare il tema, ma è pure un raro esempio di bullismo collettivo, unito a un livello pericolosamente elevato di analfabetismo funzionale. Un abbraccio a Greta. E solidarietà a Giorgio.

Greta Beccaglia molestata: Giorgio Micheletti sospeso da Toscana Tv. Massimo Galanto per tvblog.it il 30 novembre 2021. È stato sospeso dalla conduzione il giornalista Giorgio Micheletti, protagonista della diretta televisiva di sabato scorso su Toscana Tv durante la quale l’inviata Greta Beccaglia, fuori dallo stadio ‘Castellani’ di Empoli, al termine della partita Empoli-Fiorentina, è stata molestata da un tifoso viola. La sospensione è stata comunicata dalla direzione e dalla proprietà dell’emittente Toscana Tv. Volto noto dei programmi calcistici dei network privati (ma ha collaborato anche a Il Processo di Biscardi quando era in onda su La7), Micheletti paga il fatto di aver invitato a caldo la collega a “non prendersela” per ciò che era accaduto.

Greta Beccaglia e il “Non te la prendere” di Giorgio Micheletti: quando l’”espressione infelice” non viene più perdonata

Nel comunicato ufficiale diffuso da Toscana Tv si legge che “abbiamo condiviso con il giornalista Giorgio Micheletti di concedergli l’opportunità di un momento di riflessione e di pausa professionale nella conduzione del format ‘A Tutto Gol’, al fine di chiarire lo svolgimento dei fatti riservandoci di valutare eventuali provvedimenti disciplinari“.

L’emittente ha confermato il sostegno e la solidarietà alla Beccaglia, spiegando che “quello che è accaduto è una molestia“: Se Greta vorrà, saremo al suo fianco nella denuncia sporta e speriamo che quanto accaduto possa aiutare noi, il mondo dell’informazione e nella fattispecie il mondo del calcio parlato, a costruire un ‘discorso’ pubblico più rispettoso.

Micheletti, che all’AdnKronos si è detto “dispiaciuto” ma ha riconosciuto che “la decisione presa di comune accordo con l’emittente sia adesso la soluzione migliore“, nella giornata di oggi è intervenuto in alcune trasmissioni tv che si sono occupate del caso, da Pomeriggio Cinque con Barbara d’Urso a Che Succ3de? con Geppi Cucciari.

Dagospia l'1 dicembre 2021.  Da “La Zanzara - Radio24”. La sospensione, la gogna mediatica e le pesanti accuse del mondo social. Giorgio Micheletti, giornalista e conduttore di Toscana Tv, è ancora al centro di numerose polemiche dopo le molestie subite da Greta Beccaglia, aspirante giornalista della stessa emittente. Micheletti torna a parlare senza freni e si difende a La Zanzara su Radio 24.

“Scuse? Mi sono scusato perché così lo ha voluto l’azienda, il direttore in prima persona”.

“È stata una decisione condivisa - continua il giornalista - quella di fermarsi per un attimo, per permettere alla televisione di non avere eccessiva pressione mediatica e permettere a me di smettere di essere preso di mira. Questa è la filosofia proposta”.

Tornerai a lavorare per Toscana Tv?

"Non lo so, perché non so quanto dura la sospensione”. Poi ha ammesso di essere abbastanza incazzato “per come sono stato trattato in questa specifica cosa. Gli accordi erano che nel comunicato interno il punto fosse alla fine di “riflessione” e non ci fosse “in attesa di prendere provvedimenti disciplinari”. Se avessi saputo che sarebbe stata aggiunta questa frase, col cazzo che avrei fatto questo! Se stiamo su una barca, ci stiamo sempre, non è che mi ci fai salire e poi mi ci lasci da solo. Perché allora mi incazzo!”. Micheletti si è dichiarato “totalmente abbandonato, dall’inizio di questa faccenda, da parte gli organismi direttori della televisione”. “Quello che ha tirato la manata non c'entra più. Via! Sono solo io - dichiara ancora Micheletti - uno che conduce una trasmissione in diretta ha il tempo di capire che quell'episodio potrebbe essere foriero di un argomento di carattere nazionale, che quel tipo di atto non riguardava una sola persona ma un'intera categoria del genere umano e che nel contempo mentre parlavo con quattro ospiti in studio e cercavo di dare delle direttive alla regia, cercavo di preoccuparmi soprattutto di non mandare nel casino Greta anche dal punto di vista dell'incolumità fisica e dovevo anche avere la lucidità di sapere che cosa potevo fare!”. Il giornalista è poi tornato a parlare del fatto: “Il tutto è durato in totale 120 secondi e il momento in se' appena 3. Al primo impatto non ho nemmeno capito che fosse stata una manata sul sedere, ma avevo pensato a una strusciata. Sai quando fai il furbo e pigli dentro una persona che ti sta davanti con le spalle? Sai, quando fai il simpaticone... Mai nella vita mi sono accorto subito che era una palpata di sedere, mai nella vita. Ma poi me ne sono accorto perché ho visto la reazione di Greta e allora ho collegato, sempre rapidamente e sempre con quello spicchio di cervello che resta a uno che fa la diretta e che doveva capire tutto quello che capitava intorno”. Rispetto al suo comportamento, Micheletti ha spiegato: “Mi sono preoccupato di fare solo ed esclusivamente quello che, secondo me, in quel momento doveva essere fatto per il bene di Greta e per la sua incolumità fisica. Scusate se ricordo a quelli politically correct che Greta è una donna e che, se mi sono preoccupato della sua integrità fisica, automaticamente ho portato rispetto alla categoria. Ma l'avrei fatto anche se si fosse trattato di un uomo, perché quello è l'atteggiamento da tenere. Le ho detto che se a diretta chiusa voleva reagire con qualche ceffone avrebbe fatto bene, perché le mamme di questi signori non avendoglieli dati da piccoli li hanno fatti crescere 'storti'. E questo sarebbe minimizzare l'episodio? Poi sulle frasi contestate ha concluso: “Perché ho detto quello? E che ne so? Potevo dire 'Stai tranquilla'? Avrei sbagliato uguale! In quel momento mi è venuto in mente 'Non te la prendere'! Non so perché, ma voi forse sapete perché dite certe cose in un momento di concitazione?!”. 

Da ilrestodelcarlino.it il 29 novembre 2021. "Ho fatto una cavolata, mi descrivono come un violentatore ma io non sono così", si difende e si scusa Andrea Serrani, ristoratore di 45 anni di Chiaravalle che è accusato di avere molestato la giornalista Greta Beccaglia, 27 anni che ha una compagna e una figlia, che era in collegamento fuori dallo stadio al termine della partita Empoli - Fiorentina. Serrani - questa la ricostruzione delle forze dell'ordine - è passato alle spalle della giornalista e le ha mollato uno schiaffo sul sedere a favore di telecamere. Serrani era a Firenze proprio perché è un tifoso della Viola. "A casa mi hanno detto: come ti è venuto in mente? - ha spiegato alla Zanzara su Radio 24 - Me l'ha detto anche la mia compagna. Sanno che non sono una persona cattiva. Stiamo passando tutti i dispiaceri possibili del mondo. Uno lavora una vita, si crea una vita e poi guardate cosa succede". Ed è stato proprio il video della emittente Toscana Tv a rivelare il volto di Serrani. Che ora ammette e si scusa: "Sono pronto a incontrarla, non sono un delinquente", ripete. E l'avvocato dell'uomo, Roberto Sabatini, rincara: "Auspico una composizione bonaria. sarei felice se la dottoressa conoscesse Andrea, un imprenditore, una bravissima persona, padre di famiglia, che è sempre stato rispettoso verso le donne. Il suo gesto è inutile da commentare, mi sento però di dire che nel gesto di Serrani, quanto meno nelle sue intenzioni, non c'era alcuna connotazione di tipo sessuale". Niente da fare, per il momento. Greta Beccaglia ha fatto sapere di non essere disposta a ritirare la denuncia che ha presentato in Questura a Firenze. "Se si scusa, quell'uomo fa il minimo indispensabile. Ma le scuse in questi casi non bastano. La giustizia deve fare il suo corso e stabilire che quel gesto vergognoso è sbagliato", ha ribadito intervistata da RaiNews24.

Da liberoquotidiano.it il 30 novembre 2021. La molestia ai danni della giornalista Greta Beccaglia in diretta tv ha sollevato un'ondata di indignazione generale. L'inviata di Toscana Tv era fuori dallo stadio per raccogliere un po' di voci dopo la partita Empoli-Fiorentina, quando un tifoso le ha toccato il fondoschiena e poi è scappato via. L'uomo, stando a quanto trapelato finora, avrebbe 45 anni e sarebbe della provincia di Ancona. Il grave episodio, tra l'altro, è avvenuto durante un collegamento con lo studio. Proprio da lì la giornalista si è pure sentita dire: "Non te la prendere". A commentare l'accaduto adesso è anche Daniela Santanchè, senatrice di Fratelli d'Italia, che su Twitter si è sfogata scrivendo: "Io dico che questo sotto-uomo che molesta la giornalista Greta Beccaglia ce l’ha molto piccolo. Voi che dite?". Parole che hanno colpito molto i suoi follower. Uno infatti ha commentato: "Dimensioni intime proporzionate al quoziente intellettivo e al tasso di civiltà espresso". Tra le migliaia di persone che hanno espresso la massima vicinanza alla Baccaglia c'è anche Diletta Leotta. "Nella giornata in cui si ricordano le violenze sulle donne, voglio esprimere la mia solidarietà alla giornalista che è stata vittima di gesti intollerabili e riprovevoli. Ci siamo stancate tutte e tutti. Basta alla violenza sulle donne", ha detto l'inviata di Dazn in diretta dallo stadio Maradona prima della partita Napoli-Lazio. 

Dagospia il 30 novembre 2021. Da "Un giorno da pecora". Come mi sento? “Sono stanca, provata, sono tre giorni che non dormo e non mi fermo un secondo praticamente”. A parlare, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è Greta Beccaglia, la giornalista di Toscana Tv che è stata molestate in diretta da un tifoso dopo la partita Empoli-Fiorentina. “Il video dura 20 secondi, dove si vede il tifoso che mi dà una pacca sul sedere, coi tifosi intorno che restano indifferenti. Successivamente ho intervistato altri tifosi che non hanno avuto parole carine nei miei confronti, e ancora dopo un altro tifoso mi è venuto addosso sfiorandomi le parti intime. Sono stata sfortunata perché queste cose non devono accadere ma almeno ho avuto la possibilità, essendo in diretta, di testimoniare queste cose”, ha spiegato l'inviata a Un Giorno da Pecora. Le era già successo una cosa del genere? “No, parole o apprezzamenti non richiesti si, ma un gesto del genere mai”. Lei ha reagito in modo molto elegante. “In quel momento ho reagito con educazione, come sono fatta io, non volevo rispondere con violenza ad un gesto violento”. Andrea Serrani, l'uomo che si è comportato in questo modo, si è scusato. Lei cosa intende fare? “L'ho denunciato e non intendo incontrarlo. Ci penserà il legale e la giustizia a decidere cosa dovrà fare. Quel che ci tengo a dire è che il gesto non è accettabile”. Perché, a suo avviso, il tifoso fatto quel gesto? “Non so perché lui l'abbia fatto, forse quella persona ha pensato che fossi un oggetto lì”. Lei tornerà già oggi a fare dei collegamenti fuori dallo stadio? “Si, voglio andare assolutamente fuori dallo stadio per Fiorentina-Samp, voglio tornare il prima possibile alla normalità. Sono più arrabbiata che impaurita da quello che è successo – ha detto Beccaglia a Un Giorno da Pecora - voglio solo tornare alla normalità.”. Lei è tifosa della Fiorentina? “Sono tifosa della Viola, il giocatore che ho amato di più è stato Batistuta. Però simpatizzo anche per l’Inter, perché da tutta la mia famiglia era interista, ma poi ho scelto di tifare per i Viola”. Ha ricevuto solidarietà anche da parte dei calciatori? “Si, tanti calciatori sono stati molto carini, da El Sharawii della Roma a Torreira”, ha raccontato la giornalista a Rai Radio1.  

Elisa Messina per corriere.it il 30 novembre 2021. «Che giornata infinita e surreale! Mi viene da piangere. Per la stanchezza e per la commozione». E piange davvero Greta Beccaglia, la giornalista sportiva che, sabato sera, è stata molestata in diretta tv, fuori dallo stadio, dopo Empoli-Fiorentina: i giorni successivi a quel maledetto dopo-partita sono stati pieni di lacrime e di parole. «Davvero non mi aspettavo tutto questo: i messaggi di solidarietà, le dichiarazioni dei politici... Mi stanno chiamando in tantissimi. Mi dispiace non riuscire a rispondere a tutti. Ci sono messaggi che non ho ancora letto», ci dice quasi senza voce, mentre la aspettano per un collegamento con la Vita in Diretta. Il tifoso che l’ha molestata fuori dallo stadio di Empoli, ha parlato di una goliardata dicendo che vuole prima possibile incontrare la giornalista e chiederle scusa. Di un gesto compiuto in un momento di rabbia perché avevano perso la partita. Greta non era a conoscenza di queste dichiarazioni. Dopo averle lette, per i primi secondi è rimasta senza parole. Poi le ha trovate: «Pensa davvero di non aver fatto nulla di male? Una goliardata, dice. Giustificata dalla rabbia perché la Fiorentina aveva perso? Definire goliardia una molestia significa non aver capito la gravità di un atto. Sono dichiarazioni irricevibili. Mi pare che peggiorino tutto». Il tifoso in questione nella stessa dichiarazione ha anche lanciato una proposta di scuse ufficiali. «Scuse? Per adesso non ne so nulla. E comunque io, oggi, (ieri ndr) ho fatto la mia denuncia in Questura» dice la cronista. Una denuncia fatta pensando a tutte le donne che subiscono molestie senza la possibilità di avere la mobilitazione che si è creata in sua difesa della cronista: «Denunciare è importante, e spero che, vedendo me, altre lo facciano». Le scuse, anche se arriveranno, non fermeranno certo l’inchiesta appena partita in procura. «Nel caso dipenderà dalla sensibilità della mia assistita accettarle o meno», fa sapere il suo legale, Leonardo Masi. Ma c’è una cosa che, ancora ieri, la cronista di Toscana Tv ci teneva a sottolineare, una cosa che le è rimasta dentro e che non l’ha fatta dormire la notte: non si è trattato solo un singolo e del suo gesto, quello schiaffo sul sedere, c’era un branco, dietro e intorno a lui. Che vedendo quel gesto si è sentito autorizzato a rivolgerle parole oscene, a toccarla. Due minuti di oscenità che a lei sono sembrati infiniti. «Ho avuto paura davvero di quegli uomini. E ho denunciato. Ho denunciato tutto, non solo il tifoso, ma anche le parole e i gesti degli altri». Greta parla e la voce si rompe ancora: «Oltre ai tanti messaggi di affetto ci sono stati anche quelli di chi dice che io sto montando il mio caso solo guadagnare più follower sui social. Ma s’immagina? Quello che sto vivendo è faticoso e stressante emotivamente. Ma è anche bello, da un certo punto di vista. E voglio che serva davvero, perché le donne devono essere più tutelate». Ancora immersa nel frullatore mediatico Greta non ha avuto ancora il tempo di sentire la famiglia: «Sa con chi avrei avuto tanto bisogno di parlare di quello che è successo? Con mio padre. Che non c’è più, purtroppo. Perché io sono forte, è in questi giorni si è visto, ma avrei tanto voluto parlare con il babbo». 

Da adnkronos.com il 30 novembre 2021. "Io censuro completamente quanto accaduto alla giornalista fuori dallo stadio, quella ragazza ha ragione". Giancarlo Gentilini, già sindaco 'sceriffo' di Treviso, intervistato dall'AdnKronos non esita a mettersi dalla parte di Greta Beccaglia, la giornalista sportiva finita al centro della cronaca di queste ore per le molestie sessuali subite, mentre era nel corso di una diretta televisiva, al termine di un match di serie A di calcio. "Io - ricorda Gentilini - ho fatto il legale per 40 anni e per 10 il sindaco, non mi sono mai permesso di toccare a nessuno neanche un capello, io credo che al lavoro non siano permessi gesti di questo tipo, che sono contrari al mio vangelo che è 'Dio, patria e famiglia'". Nel 2012, a marzo, da vicesindaco a Treviso, Gentilini però si era attirato le ire delle femministe per aver minimizzato su un episodio analogo, quando una donna, nei pressi della stazione ferroviaria, era stata fatta oggetto di un gesto simile a quello subito dalla giornalista Beccaglia: "Non mi ricordo di aver detto che una semplice pacca sul sedere non è un atto di violenza sessuale", dice oggi Gentilini. Poi si spiega, facendo i suoi distinguo: "Se queste cose sono accettate dalla donna - aggiunge - allora, però, è un'altra cosa. Io voglio dire che se una donna sculetta davanti, e attira la voglia e la carica del maschio, allora siamo fuori dal tema" della violenza sessuale. "Se il gesto scurrile - precisa ancora l'ex leghista - viene fatto in altre situazioni, come nel caso di Empoli, è da censurare, non confondiamo ebrei e samaritani, dicevano i miei nonni". Poi dice la sua sul tema del covid. Spiegando di essere per il vaccino obbligatorio, non senza ricordare che anche il saluto romano avrebbe potuto dare una mano a fermare i contagi. "E' difficile obbligare gli italiani a vaccinarsi? Io - risponde - saprei come fare, come quando a Treviso ho messo la tassa sul celibato, chi non si sposava pagava una tassa". "Ecco - sottolinea - io farei pagare una multa da mille euro l'anno a chi non si vaccina contro il covid, così risaniamo pure le finanze italiane, perché quello di toccare il portafogli è l'unico argomento che può convincere chi non si vuole fare il siero". "Mussolini - ricorda - aveva poi scelto un saluto del passato, che non portava contagi, e forse, tanti contagi - dice ancora, riferendosi all'attualità del covid - sarebbero stati pure evitati se ci fosse ancora stato quel modo di salutarsi. Altro che i saluti della Roma attuale...".

(ANSA il 30 novembre 2021) Il questore di Firenze ha emesso un Daspo di 3 anni, senza altre prescrizioni, per tenere lontano da manifestazioni sportive il tifoso della Fiorentina di 45 anni accusato di aver molestato la giornalista Greta Beccaglia durante una diretta tv dall'esterno dello stadio di Empoli il 27 novembre. Il tifoso, un ristoratore della provincia di Ancona, è stato individuato con le immagini delle telecamere e la giornalista lo ha querelato per le molestie.

Stefano Rispoli per "il Messaggero" il 30 novembre 2021. Chiede scusa, il molestatore più famoso d'Italia. Avrebbe fatto volentieri a meno di tutta questa popolarità. Ma ad inchiodarlo sono state le telecamere che hanno immortalato il suo gesto inqualificabile, in diretta, dopo il derby perso dalla sua Fiorentina ad Empoli, sabato scorso: il ghigno sul volto, uno sputo sulla mano («era solo un colpo di tosse», dirà lui) la stessa che poi stampa sul fondoschiena di Greta Beccaglia, inviata dell'emittente Toscana Tv, che stava sondando pareri tra i tifosi nel dopo-partita. Intanto è stato sospeso dalla conduzione il giornalista Giorgio Micheletti, che era in studio durante il collegamento. 

LA QUERELA Era in diretta, la giornalista toscana che ha denunciato l'autore del gravissimo gesto. La polizia, grazie alle immagini, l'ha riconosciuto: è Andrea Serrani, 45 anni di Chiaravalle, dove gestisce la trattoria-pizzeria Il Ranocchiaro. Su di lui, il macigno di un'accusa pesantissima: violenza sessuale, almeno così ipotizzano gli investigatori del Commissariato di Empoli, che potrebbero indagare altri tifosi sospettati di aver molestato la giornalista. Serrani rischia anche il Daspo. Quando ha capito l'antifona, intuendo il probabile assedio di giornalisti sotto la sua abitazione, Serrani ha deciso di trasferirsi in un alloggio segreto. «Non merito la gogna mediatica che si è scatenata contro di me - si sfoga al telefono -. Non ho mai fatto male a nessuno e vivo la mia vita lavorando». Ha una figlia piccola, il ristoratore. E una compagna. Vuole tutelare le sue donne, ma anche chiedere scusa a quella che ha offeso in diretta tv, con il più deprecabile dei gesti: una pacca sul sedere. «Per me, in quel momento, era solo un gesto goliardico e invece si è scatenato il putiferio». Chissà cosa gli è passato per la testa negli attimi in cui, deluso dalla battuta d'arresto della Viola, lasciava lo stadio di Empoli. Il suo avvocato ha scritto alla giornalista a Greta e all'emittente, ma non ha avuto risposta. Dallo studio Micheletti, assistendo alla scena aveva commentato: «Non te la prendere. Si cresce anche attraverso queste esperienze. Chiudiamola lì. Così per lo meno puoi reagire se vuoi, non in diretta, così determinati atteggiamenti meritano ogni tanto qualche sano schiaffone che se fosse stato dato da piccolo probabilmente li avrebbe fatti crescere più diritti». Ma ora la tv valuta, riservandosi procedimenti disciplinari per il giornalista.

IL RACCONTO «Ero con un amico che avevo raggiunto a Firenze - racconta -. Eravamo amareggiati, in pochi minuti la nostra Fiorentina era passata dalla vittoria alla sconfitta. C'erano alcuni giornalisti che chiedevano commenti a caldo. Ho visto questa giornalista e le ho dato un buffetto sulle parti basse. Era solo un gesto goliardico». Come se palpeggiare una ragazza fosse uno scherzo. Il tutto, davanti a migliaia di telespettatori e all'indomani della settimana in cui si è celebrata la Giornata contro la violenza sulle donne. «Non ho mai fatto male a nessuno - si giustifica -, vivo amando mia figlia, curando i tanti rapporti di amicizia che ho a Chiaravalle e altrove, ho un locale avviato che ho aperto con tanti sacrifici. Quello che mi fa davvero temere sono le conseguenze che potrei subire riguardo a mia figlia. Mi fa piacere che qualche cliente mi abbia telefonato, rimproverandomi per il gesto, ma comprendendo il mio stato d'animo. Tutti sanno che non sono un violento». Ora è tempo del pentimento. «Porgo le mie scuse a Greta Beccaglia, sono pronto a farlo pubblicamente, anche in diretta tv se serve», è la richiesta di perdono del 45enne. Che ora gioca in difesa. «Non volevo offenderla o mancarle di rispetto. Nel mio locale lavorano diverse donne e possono testimoniare che ho profondo rispetto per loro, non ho mai dato fastidio a nessuno».

L'ACCUSA «Vorrei davvero incontrare la giornalista per chiederle pubblicamente scusa». Sa che rischia l'accusa di violenza sessuale. «È la cosa che mi fa più male - ammette Serrani -. So di aver sbagliato clamorosamente, ma di certo non volevo essere violento né causare traumi psicologici o fisici alla giornalista». Prova a ridimensionare l'accaduto. «Penso che chi vuol davvero abusare sessualmente di una persona si rende protagonista di ben altri gesti». Alla trasmissione La Zanzara ha poi ricostruito il palpeggiamento, negando di aver sputato sulla mano con cui ha toccato il fondoschiena della giornalista. «Stavo tossendo - ha precisato - A casa mi hanno detto: «Come ti è venuto in mente?». Me l'ha detto anche la mia compagna. Mi conoscono, sanno che non sono una persona cattiva. Stiamo passando tutti i dispiaceri possibili del mondo». La contrizione sa di disperazione. «Non sto bene. Guarda dov' è finita sta cosa per uno sbaglio. Uno lavora una vita, e guarda per una cosa così...»

Il bilancio è di due indagati per violenza sessuale. Molestie a Greta Beccaglia, Daspo per un secondo tifoso: “Sfiorate le parti intime”. Roberta Davi su Il Riformista il 30 Novembre 2021.  

C’è un secondo tifoso della Fiorentina denunciato da Greta Beccaglia, l’inviata di ToscanaTv molestata durante la diretta televisiva dall’esterno dello stadio di Empoli lo scorso 27 novembre. La Digos l’ha individuato oggi: è un 48enne della provincia di Firenze. Anche lui, proprio come Andrea Serrani, il 45enne ristoratore di Chiaravalle (Ancona) identificato ieri, è indagato per l’ipotesi di violenza sessuale.

Le molestie a fine diretta 

In base alla denuncia della giornalista, il 48enne fiorentino si sarebbe avvicinato a Greta Beccaglia a fine diretta, pochi minuti dopo aver subito le molestie da Serrani, e l’avrebbe sfiorata nelle parti intime attraverso un contatto fisico. Anche in questo caso esistono delle immagini di ToscanaTv. Per risalire a questo secondo molestatore il commissariato di Polizia di Empoli le ha acquisite e confrontate con quelle  delle telecamere dello stadio ‘Castellani’,  con un’attenzione particolare al momento in cui si vede il passaggio dei sostenitori viola nel luogo in cui si trovano i tornelli. Per lui il questore Filippo Santarelli ha già emesso un Daspo di due anni: un anno in meno rispetto a Serrani. Intanto prosegue l’attività investigativa per dare un nome agli altri tifosi responsabili di molestie verbali nei confronti della giornalista. 

“Sono tre giorni che non dormo”

Greta Beccaglia, intervenuta alla trasmissione ‘Un giorno da pecora’ su Rai Radio1, ha parlato di ciò che è successo la sera del derby tra Empoli e Fiorentina. “Sono stanca, provata, sono tre giorni che non dormo e non mi fermo un secondo -ha raccontato.- Il video dura 20 secondi dove si vede il tifoso che mi dà una pacca sul sedere, coi tifosi intorno che restano indifferenti. Successivamente ho intervistato altri tifosi che non hanno avuto parole carine nei miei confronti, e ancora dopo un altro tifoso mi è venuto addosso sfiorandomi le parti intime. Sono stata sfortunata perché queste cose non devono accadere ma almeno ho avuto la possibilità, essendo in diretta, di testimoniarle“. 

La giornalista ha poi sottolineato: “Non mi era mai successo. Parole o apprezzamenti non richiesti sì, ma un gesto del genere mai”.

Riguardo a Andrea Serrani, il tifoso querelato e che nel frattempo si è scusato– “Mi scuso per il gesto. Non riesco a spiegarlo. Ora vorrei contattare la giornalista e chiederle scusa”- Greta Beccaglia ha spiegato: “L’ho denunciato e non intendo incontrarlo. Ci penserà il legale e la giustizia a decidere cosa dovrà fare. Quel che ci tengo a dire è che il gesto non è accettabile. Non so perché  lui l’abbia fatto, forse quella persona ha pensato che fossi un oggetto lì.”

Il suo desiderio, ora, è solo quello di tornare alla normalità e al suo lavoro. “Voglio andare assolutamente fuori dallo stadio per Fiorentina-Samp. Sono più arrabbiata che impaurita da quello che è successo, voglio solo tornare alla normalità.” Roberta Davi

Gianluca Veneziani per “Libero quotidiano” il 30 novembre 2021. Ci manca solo che lo mettano alla gogna e lo frustino in pubblico. Intendiamoci: il tifoso che ha palpato il sedere della giornalista Greta Beccaglia ha commesso un atto becero e riprovevole. Ma la sacrosanta indignazione si sta trasformando in una caccia mediatica al mostro, oggettivamente sproporzionata.

Sgarbi, il palpeggiamento è stato più idiota, più volgare o più da sfigato?

«È un gesto da scemo, dotato di una gravità ludica che andrebbe però rovesciata, chiedendosi: cosa sarebbe accaduto se fosse stata una donna a toccare il culo a un maschio? Il problema non sarebbe neanche sorto. E questo dipende dal fatto che reati come lo stalking o la molestia vengono considerati solo se riguardano una donna, in quanto le donne godono di una specie di diritto aumentato. E invece, visto che per fortuna oggi le donne sono uguali agli uomini, toccare il culo a una donna dovrebbe avere lo stesso valore del toccare il culo a un uomo. La questione si sposta quindi dal piano politico e morale a quello di percezione personale. Chi si sente offeso dal palpeggiamento, che sia maschio o femmina, può denunciare. Se invece non ci sente offesi, il problema dovrebbe finire lì».

Il palpeggiatore è ora indagato per violenza sessuale, mentre molti politici chiedono per lui pene «senza esitazioni». Un appello giusto o esagerato?

«Io mi domando: cosa c'entrano il sesso e la violenza con una toccata di culo? Parliamo di un gesto maleducato, esecrabile, ma le violenze sessuali hanno a che fare con atti sessuali. In questo caso è solo una volgarità. Più che impiccare il trasgressore, come alcuni sembrano voler fare, mi limiterei a multarlo. Mille euro per ogni palpata. Così la prossima volta, anziché il culo di una donna, si toccherà le palle. Senza considerare il fatto che, continuando a demonizzarlo, si rischia di farne una vittima».

Alcuni obiettano: cominciando a minimizzare una toccata di sedere si finirà per minimizzare il femminicidio.

«È un errore logico. Sarebbe come dire che la toccata di un culo a un uomo è l'inizio di un potenziale omicidio». 

Nel mirino è finito anche il conduttore in studio, Giorgio Micheletti, colpevole secondo i censori di non aver difeso la collega e di averle detto «Non prendertela. Si cresce anche attraverso queste esperienze» (anche se lui ha poi invitato la Beccaglia a «reagire. Certi atteggiamenti si meritano qualche schiaffone» e, per ammissione della giornalista, si è scusato in studio). Micheletti ha sbagliato?

«Il conduttore ha usato il buon senso, cercando di sdrammatizzare. Magari poteva dire pubblicamente: "Quell'uomo è stato molto maleducato, va denunciato". Ma non facciamone il complice di una molestia». 

È un errore generalizzare, facendo passare quel tifoso come il prototipo del Maschio bruto, maiale e violento?

«Il maschio è generalmente un coglione e fa delle cose discutibili. Anzi, direi che i maschi sono tutti così, però alcuni si trattengono. L'unica vera soluzione per noi maschi sarebbe ignorare le donne, non guardarle più, creando una grande comunità omosessuale, in cui al massimo ci tocchiamo il culo tra noi. Allora le donne verranno a invocarci perché qualcuno le tocchi di nuovo». 

In alcuni celebri film italiani ci sono scene di pacche sul sedere. Penso a quella con Alberto Sordi e Franca Valeri ne "Il vedovo". Che facciamo, censuriamo?

«La cancel culture porterà a togliere ogni riferimento ad atteggiamenti come questi. Quello che allora era considerato ironico diventerà simbolo di un comportamento scorretto. E il film con Sordi verrà censurato». 

A Sgarbi è mai capitato di essere palpeggiato?

 «Dico di più, sono stato molestato e violentato da donne, ma non ho mai denunciato, sopportando in silenzio. Quanto alle pacche sul sedere, se una me la fa, le dico: “Continua, continua…”

Non è l'arena, Greta Beccaglia e il video al rallentatore: "Dove mi ha messo la mano", cosa non si era notato. Libero Quotidiano il 09 dicembre 2021. Greta Beccaglia, la giornalista molestata fuori dallo stadio durante la diretta tv, ospite di Massimo Giletti a Non è l'Arena, su La7, nella puntata dell'8 dicembre, racconta quei momenti. "Mi ha fatto paura, mi ha toccata", dice. Quindi il conduttore manda in onda gli ultimi secondi al rallentatore del video in cui si vede che viene palpeggiata e c'è un uomo col cappuccio che "l'ha toccata anche davanti". "Non c'è violenza sessuale, c'è maleducazione, ingiuria e mancanza di rispetto...", commenta Vittorio Sgarbi, anche lui ospite nello studio di Giletti. "Quando un omosessuale mi tocca le pa*** io non reagisco e sorrido, quando una donna mi tocca il c*** io non reagisco e sorrido".  In collegamento c'è la giornalista Francesca Brienza: "Non era una semplice toccata, sputarsi sulla mano e dare uno schiaffo sul sedere a una donna è una forma di violenza. E' un fatto grave", commenta. "Ero in mezzo a dei leoni. E nessuno è intervenuto. C'era una totale indifferenza. E questo non è normale", aggiunge Greta Beccaglia. Peggio ancora: "Dopo l'accaduto e dopo la denuncia ho ricevuto tanti messaggi di solidarietà ma anche messaggi negativi e minacce, che mi hanno ferita", conclude la giornalista, "ma mi hanno dato la forza per continuare". 

Da repubblica.it il 9 dicembre 2021. Trenta donne hanno partecipato alla cena di solidarietà in favore di Andrea Serrani, ristoratore di Chiaravalle (Ancona) indagato per il reato di violenza sessuale dopo aver molestato l'inviata di Toscana Tv Greta Beccaglia. Il ristorante il Ranocchio, di cui l’uomo è proprietario, ha ospitato la serata di sole donne. Da quando è scoppiato il caso, nel pieno delle polemiche, il locale era rimasto chiuso. A riaprirlo pochi giorni fa era stata la compagna di Serrani, Natascia Bigelli, in assenza di Andrea Serrani, che si era allontanato da Chiaravalle per qualche tempo. Intorno alle 21 di ieri, lunedì 6 dicembre, come annunciato sul gruppo Facebook ‘Amiche e amici di Andrea’, un gruppo di donne si è dato appuntamento nel locale per esprimere solidarietà all’uomo che quando ha fatto la sua comparsa nel ristorante, è stato accolto da un fragoroso applauso, come riportato da alcune testate locali. Gli amici e i conoscenti di Serrani gli rimproverano il gesto, ma dichiarano di stringersi attorno all’uomo per proteggerlo dalla gogna mediatica e dagli hater. Intanto in Toscana la Giunta regionale si costituirà parte civile a carico del responsabile delle molestie subite dall’inviata, se e quando sarà attivato un procedimento a suo carico. A presentare la mozione in aula, approvata all’unanimità, è stato il consigliere Marco Stella (Forza Italia): "Quanto successo a Empoli non possiamo derubricarlo come l'atteggiamento di uno stolto, ma va condannato con fermezza" ha dichiarato il consigliere. 

Massimo Falcioni per tvblog.it il 30 novembre 2021. Vittorio Sgarbi show a Quarta Repubblica. Nel talk di Nicola Porro è stata affrontata per qualche istante la vicenda riguardante Greta Beccaglia, la giornalista palpata sabato scorso da un tifoso in diretta tv fuori dallo stadio di Empoli dopo il match tra i padroni di casa e la Fiorentina. “Oggi sono stato insistentemente toccato da due donne che mi hanno sfiorato il culo e non ho denunciato”, ha detto il critico d’arte collegato con Nicola Porro. E ha aggiunto: “Gli omosessuali che incontro mi toccano sempre le palle e non ho mai detto niente”. Contestato da Paolo Cento, Sgarbi si è prima scagliato contro l’interlocutore (“vaffanc*lo, vaffanc*lo, vaffanc*lo, cogl**ne”), per poi proseguire con la sua valutazione: “Se un omosessuale mi tocca le palle lo prendo per una battuta e mi capita sempre. Una donna può stare al gioco, oppure può denunciare ed essere risarcita con 1000 euro. Fai una multa contro la maleducazione, non parli di violenza sessuale. Non è violenza, non è violenza, non è violenza”. Intanto, è stato sospeso dalla conduzione Giorgio Micheletti, che guidava dallo studio il live di Toscana Tv. Nel comunicato ufficiale l’emittente ha spiegato: “Abbiamo condiviso con il giornalista di concedergli l’opportunità di un momento di riflessione e di pausa professionale nella conduzione del format ‘A Tutto Gol’, al fine di chiarire lo svolgimento dei fatti riservandoci di valutare eventuali provvedimenti disciplinari“. Micheletti si è detto “dispiaciuto” per il provvedimento, tuttavia ha riconosciuto che “la decisione presa di comune accordo con l’emittente sia adesso la soluzione migliore”.

Dagospia l'1 dicembre 2021. FLASH! - FACEBOOK HA SOSPESO PER UNA SETTIMANA L'ACCOUNT DI FILIPPO FACCI. IL MOTIVO? UN POST CON FOTO DI GRETA BECCAGLIA E QUESTA DIDASCALIA: "UHEILA, COME VA? SONO TOPO GIGIO. E QUELLA NELLA FOTO È UNA VITTIMA DI MOLESTIE SESSUALI"

Filippo Facci per "Libero quotidiano" l'1 dicembre 2021. Sono sessista. Scrivo a titolo personale perché non voglio coinvolgere Libero. Ma sono sessista: faccio prima a metterla così, senza spiegare, senza farmi ricattare da questa pandemia di demenza a cui non voglio prostituire la mia ventura senilità. Il caso della giornalista che ha fatto una tragedia per la pacca sul sedere (cioè: la stiamo facendo noi giornalisti, la tragedia) mi paralizza, va oltre la mia capacità di argomentare, non ce la faccio, e allora dico: sono sessista. Ammiro Vittorio Feltri e Giuliano Ferrara e Vittorio Sgarbi che ancora riescono a metterci dell'intelligenza pedagogica, a sforzarsi, adeguarsi al nulla del tempo: ma non sono neanche riuscito a leggerli sino in fondo. Sento dire di violenza sessuale, processi, contrizioni, vedo dappertutto la foto della vittima in bikini: che lei, secondo me, dopo 'sto casino, di pacche sul culo ne vorrebbe una a settimana. Lo dico perché sono sessista. E sono pure escludente (esclusivo suona male) perché dirò Natale, anche se non ho un'identità cattolica, e userò i pronomi, dirò signore e signora, dirò disabile e anche di peggio (se voglio che s' intenda la disabilità) e scriverò «la» Boldrini per far capire che è una donna, nero o negro se non s' offende nessuno, e cieco, muto, sordo, interista, ciò che mi fa distinguere nelle pieghe dell'unico e disperato genere che conosco.

Da ilnapolista.it l'1 dicembre 2021. La tifoseria organizzata deve sempre distinguersi per la propria intelligenza, deve continuamente dimostrare di essere innovativa. Sono uno spaccato visionario della nostra società, lungimirante, avanti anni luce rispetto al resto del mondo. Un esempio lo hanno fornito i tifosi della Fiorentina che questa sera, in occasione di Fiorentina-Sampdoria, e dopo il caso del tifoso viola che ha palpeggiato la giornalista di Toscana Tv Greta Beccaglia impegnata nel post-partita di Empoli-Fiorentina, non hanno trovato di meglio che esporre uno striscione che qualifica – ove mai ce ne fosse bisogno – il loro quoziente intellettivo: “Prima razzisti, poi sessisti. Ma mai giornalisti”. Avrebbero potuto stupire con uno striscione in difesa delle donne ma ancora una volta i tifosi organizzati hanno voluto ribadire il loro livello culturale. Nello striscione c’è anche il riferimento agli insulti razzisti nei confronti di Koulibaly. Per fortuna ci ha pensato il presidente viola Rocco Commisso a scusarsi con la giornalista anche a nome del tifoso. Come ha ricordato la stessa Beccaglia: Commisso mi ha chiesto scusa a nome del tifoso, poi abbiamo parlato e fatto una foto. È stato molto carino e mi ha espresso tutta la sua solidarietà riguardo la situazione. Che effetto mi fa tornare allo stadio? Vorrei ricominciare subito a lavorare, per me l’obiettivo è quello di tornare alla normalità e spero che quello che è successo possa cambiare qualcosa”, le sue parole riportate da ‘Firenzeviola.it’. “Sono stata fortunata nella sfortuna, c’è stato un video, così c’è stata una testimonianza e ho potuto denunciare, spero che tante ragazze lo potranno fare. Penso che il Daspo sia la cosa sia più giusta, poi deciderà la giustizia.

Renato Franco per corriere.it l'1 dicembre 2021.

La prima riflessione?

«Che all’ignoranza e all’imbecillità non c’è mai fine. È triste, avvilente, che una donna possa ancora essere considerata come oggetto; è qualcosa di svilente, fuori contesto e fuori tempo». 

Giorgia Rossi ha il calcio nel dna, ha mosso i primi passi per Roma Channel, adesso è uno dei volti di punta di Dazn. La molestia a Greta Beccaglia, in diretta, nel dopo partita di Empoli-Fiorentina, «mi ha amareggiato tantissimo». 

Più facile con il senno di poi, ma lei come pensa avrebbe reagito?

«L’effetto sorpresa non è irrilevante, perché non ti aspetti un gesto di quel genere. La mia professione è una priorità, ma quando viene intaccata la sfera privata anche nel contesto professionale si può reagire. Io tendenzialmente sono molto istintiva e penso che il mio primo slancio sarebbe stato quello di andargli contro, di sfidarlo, dirgli che non poteva andarsene e passarla liscia. 

Poi capisco che è difficile, non sai cosa ti possa scattare in quei momenti. Comprendo anche la reazione della collega che è rimasta basita: è complicato gestire situazioni così in diretta. A me è sempre andata bene: non è mai successo, nessuna molestia né fisica né verbale».

Il conduttore Giorgio Micheletti è stato sospeso dal video per la sua frase inopportuna («Non te la prendere»), anche se poi durante la trasmissione ha detto che il molestatore meritava quattro schiaffoni...

«Il non te la prendere non è certo la frase più adatta, ma capisco anche che nella concitazione della diretta è facile distrarsi un attimo». 

Al molestatore è stato dato un Daspo di tre anni...

«Bisogna partire da queste punizioni. Le società oggi sono attente, stanno collaborando; anche negli episodi di razzismo l’individuazione dei colpevoli attraverso le telecamere è sempre più frequente. Ci siamo sviluppati tecnologicamente e gli strumenti che abbiamo vanno usati, anche questo deve servire. Punizioni di questo tipo sono le misure giuste da prendere, non può passare tutto sotto traccia; è giusto dare l’esempio e far riflettere chi ha commesso un gesto inaccettabile. La riflessione è il solo modo per mettersi in discussione».

A lei non è mai successo, ma forse qualche coro pesante sì.

«In realtà quando sono in diretta pre-evento tendo ad isolarmi e non ci faccio caso. Mi sono capitati cori, ma non di quel tipo. Finché dicono che sei una bella ragazza con toni coloriti va bene, stai al gioco; ma quando si esagera diventa un’offesa». 

Il mondo del calcio è soprattutto maschile, ha anche codici tribali: l’hanno fatta mai sentire un’intrusa in quanto donna?

«No, mai. È vero che il calcio è uno sport prettamente maschile, ma in questi anni sono entrate anche tante donne capaci. È ovvio, non siamo ipocrite, essere una bella ragazza ti può aiutare in un ambiente come quello televisivo, però credo che bisogna togliersi l’idea di fare sempre una distinzione costante tra uomo e donna. 

La distinzione è tra professionista e professionista, nel bene e nel male; critiche comprese. È giusto che le donne abbiano pari possibilità, ma è anche giusto che chi le ha sia seria, professionale e preparata. Tanto quanto gli stessi uomini».

Il calcio, ma la società in generale, è ancora indietro su questi temi. Le chiavi per uscirne?

«Sono due. Prevenire con l’educazione e i messaggi positivi. Reagire e rispondere quando succede: la replica deve essere dura, ferma, deve servire come monito per il futuro. È l’unico modo per arginare questo fenomeno. Quando avvengono cose così l’educazione non serve: a essere troppo educati si passa per fessi. La risposta deve essere efficace: tutti devono sapere che il rispetto è alla base, che nessuno deve approfittarsi della presenza di una donna. Non è giusto far passare tutto come goliardia».

Da corriere.it l'1 dicembre 2021. La giornalista vittima di molestia in diretta televisiva pochi giorni fa all'esterno dello stadio dell'Empoli, Greta Beccaglia, è tornata in collegamento con Toscana Tv fuori dall'Artemio Franchi di Firenze per presentare il match della 13° giornata di campionato tra Fiorentina e Sampdoria. «Non vedevo l'ora di fare questo collegamento. Avevo bisogno di tornare alla normalità, sono notti che non riesco a dormire per quello che è successo», ha dichiarato Greta Beccaglia in diretta. «Ho incontrato il presidente Commisso e mi ha fatto un discorso positivo ed espresso la sua solidarietà», ha dichiarato la giornalista di Toscana Tv.

Estratto dell’articolo di Federica Cocchi per gazzetta.it l'1 dicembre 2021. Quando ci risponde al telefono lo capiamo subito, è allo stadio: c'è Fiorentina-Samp. Greta Beccaglia è già tornata a raccontare il calcio con tutte le sue sfumature. Lei ha conosciuto anche le peggiori, il branco, il sentirsi indifesa di fronte all'aggressione fisica. Ferite che restano nella mente, nel cuore, ancora più che sul corpo. Il video dello schiaffo sul sedere ricevuto dalla giornalista 27enne di Toscana Tv fuori dallo stadio di Empoli ha fatto il giro del mondo, stigmatizzato a tutti livelli: sport, spettacolo, pure politica. Un video servito anche a identificare il colpevole di quel gesto vergognoso. È il 45enne Andrea Serrani che ora si duole per quel gesto e ha provato a contattare la Beccaglia per scusarsi. Respinto.

Claudia Osmetti per "Libero Quotidiano" il 2 dicembre 2021. Ha scatenato un pandemonio e adesso non riesce più a uscirne. «Non sono un mostro», continua a ripetere Andrea, «non merito la gogna mediatica». Andrea è Andrea Serrani, il ristoratore marchigiano di 45 anni che, sabato sera, è finito sui tigì di tutte le reti. È lui che, al termine della partita Empoli-Fiorentina, davanti allo stadio Castellani della cittadina toscana, in un attimo di leggerezza, o forse di euforia, o vai a sapere bene di cosa, ha dato una pacca sul sedere alla giornalista Greta Beccaglia. In diretta, davanti a chissà quanti telespettatori. Un secondo, un gesto solo e (chiariamo subito) sbagliatissimo. Che gli sta costando caro: Beccaglia l'ha denunciato e si è ritrovato indagato (assieme a un altro tifoso) per violenza sessuale. L'accusa è stata formalizzata giusto ieri sera dalla procura di Firenze: adesso, rischia una condanna al carcere che oscilla tra i sei e i dodici anni. Così ha chiuso il locale che gestisce, ha un Daspo della validità di tre anni già in tasca ed è "scappato" precipitosamente da casa. Nel senso che la pressione che gli è scivolata sul capo, Andrea proprio non la regge. Quindi ha fatto i bagagli e si è trasferito in un "alloggio segreto" con l'intenzione di evitare i giornalisti che gli stazionano in giardino. «Non merito questa gogna che si è scaricata contro di me», racconta al quotidiano Il Messaggero, «non ho mai fatto male a nessuno e vivo la mia vita lavorando. Ero con un amico che avevo raggiunto a Firenze. Eravamo amareggiati, in pochi minuti la quadra era passata dalla vittoria alla sconfitta. C'erano alcuni giornalisti che chiedevano commenti a caldo. È stato solo un gesto goliardico. Non ho mai fatto male a nessuno». Ha un chiodo fisso, Andrea: la sua bambina, «temo le conseguenze che potrei subire riguardo a lei». Sui social, nel frattempo, si ammassano le reazioni. Due su tre sono insulti e offese, indirizzati non solo a lui, ma anche ai suoi famigliari e a quell'attività di ristorazione che (siamo onesti) c'entra un tubo con questa faccenda. «Se vengo a cena dai una sculacciata anche ame?», scrive qualcuno su Instagram. «Questo è un posto gestito da un molestatore seriale», recensisce (si fa per dire) qualcun altro su internet. Le sue difese le prende l'avvocato Roberto Sabbatini che, d'accordo, è di parte nel vero senso della parola (cioè, è stato ingaggiato da Andrea), ma che lo dice papale: «Il gesto del mio assistito è stato grave e lui si è perfettamente reso conto dell'imperdonabile errore che ha commesso. Ma questo linciaggio mediatico è esagerato. Anzi, è vergognoso». Non è il solo Sabbatini a voler raccontare di un altro Andrea. Uno «dolce e rispettoso, sempre presente nelle difficoltà di chi ha vicino». Sono le parole di Natascia Bigelli, la sua compagna. Lei lo chiama «Andy». «Andy», racconta sulle pagine anconetane de Il Resto del Carlino, «è un grand uomo, un papà speciale, un amico di tutti. È solo un burlone. Ci stiamo facendo forza a vicenda per quello che ci sta capitando siamo su tutte le tivù e su tutti i giornali». Non ce ne è uno (e anche questo va puntualizzato) in casa Serrani che provi minimamente a scusare quella pacca. «Non si fa, lo sappiamo», continua Natascia, «ma far passare Andrea da maniaco a violentatore è un fatto che ammazza». Sono diversi i messaggi di solidarietà che arrivano da amici e conoscenti. Intanto il ristorante di Chiaravalle (Ancona) resta chiuso e riaprirà solo nel fine settimana e a casa Andrea non ci torna. «Valuteremo quali decisione prendere anche in merito al Daspo», aggiunge l'avvocato Sabbatini, «al momento la pena di tre anni ci sembra spropositata. Ma non è, chiaramente, questo l'aspetto che ora turba maggiormente. Purtroppo non sono riuscito a parlare con il collega che difende la dottoressa Beccaglia, proverò a ricontattarlo tra qualche giorno, quando il clamore mediatico intorno a questo episodio si sarà placato». Dal canto suo la vittima, Greta Beccaglia, non le manda a dire: «Non dormo da tre giorni», dichiara, «ma per me l'obiettivo era tornare il prima possibile alla normalità e a fare il mio lavoro. Spero che quello che è successo possa cambiare qualcosa. Nella sfortuna sono stata fortunata perché le telecamere hanno ripreso tutto e quel video è una testimonianza». 

Sui social si moltiplicano gli insulti. Caso Greta Beccaglia, il tifoso costretto a scappare in un luogo segreto: “Linciaggio vergognoso”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 2 Dicembre 2021. Ha fatto un casino, un gesto sbagliato e per cui pagherà davanti alla giustizia trovandosi indagato per violenza sessuale e col rischio di una condanna che oscilla dai sei ai dodici anni. Ma nei confronti di Andrea Serrani, il ristoratore marchigiano di 45 anni che sabato sera ha avuto la malsana pensata di dare una pacca sul sedere della giornalista Greta Beccaglia, quella che sta avvenendo è una vera e propria gogna.

Non parliamo solo dei media, dei quali lo stesso Serrani ha fatto uso nel tentativo di chiedere scusa all’inviata di Toscana Tv, ma anche da ‘privati cittadini’.

E le ripercussioni sono state tali da spingere il ristoratore a fare i bagagli e a trasferirsi in una località segreta per evitare le orde di giornalisti che stazionano davanti casa, dove Serrani vive con figlia e compagna.

“Non merito la gogna mediatica che si è scatenata contro di me – ha dichiarato al Messaggero Serrani -, non ho mai fatto male a nessuno e vivo la mia vita lavorando”.

“Posto gestito da un molestatore seriale“, scrive invece un utente tra le recensioni del suo ristorante “Il Ranocchiaro”. Parole devastanti per la famiglia, con la compagna Natascia che prova a difenderlo, senza provare a giustificare il comportamento del fidanzato: “Non si fa, lo sappiamo, ma far passare Andrea da maniaco a violentatore è un fatto che ammazza”, aveva spiegato a Il Resto del Carlino.

Tra tanti messaggi di odio chi non ha lasciato solo Andrea sono i suoi amici, che si sono riuniti anche online in un gruppo lanciato su Facebook. Una scelta per mostrare solidarietà al 45enne di Chiaravalle perché, pur condannando il gesto, si debba reagire contro la gogna mediatica che si è venuta a creare.

Per ‘alleggerire’ il clima non sono bastate neanche le parole ai microfoni de ‘Le Iene’ del ristoratore: “Mi scuso per il gesto. Non riesco a spiegarlo. Ora vorrei contattare la giornalista e chiederle scusa – aveva spiegato il 45enne – A casa mi hanno detto ‘come ti è venuto in mente’, me l’ha detto anche la mia compagna. Sanno che non sono una persona cattiva, stiamo passando tutti i dispiaceri possibili del mondo. Non sto bene. Uno lavora una vita, crea una vita, e guarda per una cosa così”, aveva detto Serrani nei giorni scorsi.

Una situazione complicata confermata anche dall’avvocato del 45enne marchigiano, Roberto Sabatini, che ha sottolineato come Andrea sia “scosso e molto provato. Il suo gesto è stato grave e lui si è perfettamente reso conto dell’imperdonabile errore che ha commesso. Nessuno di noi intende minimizzare l’accaduto e tutti siamo molto sensibili al tema della violenza sulle donne ma mi sento di dire che il linciaggio mediatico a cui è sottoposto il mio assistito è esagerato, anzi, vergognoso”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

SARA FERRERI per ilrestodelcarlino.it il 3 dicembre 2021. "Un flash mob per Andrea che non ha mai usato violenza e anzi ha sempre rispettato le donne". Ieri sera ha riaperto la trattoria pizzeria "Il Ranocchiaro" di Andrea Serrani, il 45enne chiaravallese finito sotto i riflettori di tutto il mondo per la palpata alla giornalista tv, Greta Beccaglia, che stava svolgendo il suo lavoro davanti alla telecamera. A riaprire (era rimasto chiuso dopo il clamore mediatico attorno alla vicenda) il locale di viale Rinascita è la compagna di Andrea Serrani, Natascia Bigelli che abbraccia amici e clienti che hanno organizzato ieri sera un flash mob senza striscioni né slogan, ma solo "in segno di solidarietà e vicinanza" ad Andrea e alla sua famiglia allargata. Durante il flash mob la chiamata in diretta ad Andrea, con una standing ovation per il ristoratore chiaravallese, che ha ringraziato tutti per l’affetto. Lo hanno pregato di andare al locale ma lui ha preferito restare a casa con la sua figlioletta, ancora lontano dai riflettori. Lei, Natascia Bigelli, è ancora provata, ha appena chiuso la chiamata con un signore che voleva ordinare "due molestie". "Chiediamo solo di tornare a una vita normale – spiega Bigelli – fatta di lavoro e di affetti in una piccola realtà com’è Chiaravalle. In questi giorni sta arrivando di tutto via social, spuntano minacce anche verso i nostri figli e accuse gratuite. Il mio compagno ha sicuramente sbagliato, ha fatto una cosa che non si fa e se n’è reso conto. Dopo l’accaduto mi ha chiamato dicendo di aver sbagliato e ha subito chiesto scusa a tutti. Io avrei dovuto raggiungerlo per fare una piccola vacanza a Firenze ma ci è piombato addosso il mondo. Lui risponderà in tribunale di quel gesto e pagherà, anche se non può essere equiparato a un violentatore – sottolinea ancora la compagna di Serrani –. Sono arrivati anche commenti pesanti e telefonici a mio figlio maggiore oltreché a noi. Un vero linciaggio. Parole davvero irripetibili e che mai avrei immaginato nei nostri confronti. Spero che questo incubo finisca presto". Nadia Imberti racconta: "Andrea mi è stato molto vicino dopo il mio divorzio. Ha preso a cuore me e mio figlio quando eravamo in difficoltà. Ci portava anche la pizza gratis. Una persona che di fronte alla sofferenza apre il suo cuore. Lui è un burlone, ma ha rispetto per tutti. Mi aspettavo che la giornalista non lo denunciasse valutando che è stata più una burla, una cosa fatta senza pensarci ma non con cattiveria. La molestia è ben altro. Lui ha chiesto scusa e cercato di avere il suo perdono". "Andry ha chiesto scusa – le fa eco Roberta – si è reso conto di aver sbagliato, ma questo non ha avuto nessun effetto. Mi auguro che questa storia venga rivalutata dalla giornalista: è stato un gesto istintivo, spontaneo e burlone come lui, che tutto questo casino non se lo merita proprio". 

(ANSA l'1 dicembre 2021) - Insulti all'inviata della Vita in diretta - "giornalisti infami" - durante il collegamento da Chiaravalle (Ancona) dove risiede l'uomo accusato di aver palpeggiato la giornalista Greta Beccaglia mentre era in diretta nei pressi dello stadio di Empoli dopo la partita Empoli-Fiorentina. È l'Ordine dei Giornalisti delle Marche a intervenire per stigmatizzare quanto accaduto ieri a Chiaravalle. L'Odg Marche "stigmatizza e condanna le aggressioni verbali delle quali è stata fatta oggetto la giornalista Ilenia Petracalvina in collegamento da Chiaravalle con la Vita in diretta". "Dopo il deplorevole episodio in Toscana ai danni della collega Greta Beccaglia, - lamenta l'Ordine dei giornalisti marchigiani - ancora segni di inciviltà con insulti questa volta diretti a tutta la categoria dei giornalisti, solo perché si cerca di capire e far capire raccontando i fatti accaduti. Quando i servizi sono scomodi si alza la barriera contro l'informazione, considerando infami i giornalisti. In altre occasioni invece li si lusingano". "È il solito discorso - conclude l'Odg Marche -: molti vogliono vedere i giornalisti come cani da salotto, invece dovranno abituarsi a considerarli sempre più cani da guardia e interpreti dei diritti costituzionali, bilanciando quelli individuali con quelli collettivi, senza spettacolarizzare né strumentalizzare i fatti".

Concita De Gregorio per invececoncita.blogautore.repubblica.it l'1 dicembre 2021. Posto che la bellezza:

1) E’ un dono, non un merito né una colpa.

2) Risponde a canoni variabili, discende dall’epoca e dal luogo. Grassezza, magrezza, pallore, abbronzatura, volumi di singole parti sono pregi o difetti a seconda del secolo, del continente, delle divinità di riferimento, dello stile di vita.

3) E’, certo, negli occhi di chi guarda. Sollecita ciò che siamo.

4) Non ha nessuna relazione con l’intelligenza, la spiritualità, il talento e altre categorie legate al carattere e alle capacità eventualmente sviluppate con disciplina. Esistono persone belle e idiote, belle e geniali, belle e corrotte, belle e premio Nobel per la pace e via combinando. 

5) Nel caso in cui sia esibita, non è mai un invito a toccare. Che si tratti della Gioconda appesa al muro o della ragazza al bancone del bar. Per essere toccata deve esserne lieta (la ragazza, dico. La Gioconda mai, del resto non può chiederlo). 6) Chi tocca senza il consenso della toccata esercita violenza. Deve essere perciò punito e prima ancora considerato dalla comunità un minus habens. Chi ride o sminuisce la violenza la legittima. 7) L’abbigliamento non rileva. Coperta da velo o in tanga a fare lap dance: no è no. 

Detto questo mi domando se nel giornalismo televisivo sportivo la ricorrenza di conduttrici e croniste con fisico da pin up (possibili talenti, come detto al punto 4) sia una casuale ricorrenza statistica, cioè se le pin up proliferino lì più numerose che in natura o se sia invece un criterio di selezione adottato da chi ha il potere di scegliere - editori, direttori, capiredattori - con la speranza di sollevare, si dice, l’audience. Perché se così fosse - ma è solo un dubbio - sarebbe questo, credo, il punto.

Da “La Zanzara - Radio24” l'1 dicembre 2021. “Greta? È tutto esagerato. Il gesto che ha fatto quel tizio è di una cafoneria insopportabile, io non lo farei mai. È un imbecille, ma non è un’aggressione, è uno schiaffetto sul culo. Fare passare questa cosa come una violenza sessuale mi sembra un’esagerazione insopportabile”. Così Vittorio Feltri a La Zanzara su Radio 24 sul caso di Greta Beccaglia, la giornalista di Toscana Tv molestata in diretta sabato scorso. “Lui – prosegue Feltri - deve chiedere scusa, ma quando sento che si propongono dai sei ai dodici anni per una palpata di culo mi sembra eccessivo. Poi pensatela come volete”. “È una molestia – dice ancora Feltri - ma la violenza è altra cosa. È chiaro che se stai facendo la tua trasmissione e ti toccano il culo ti scoccia. È stato un raptus, le ha toccato il culo non è che glielo ha sfondato. È uno scemo, un minorato. Non è avvenuto altro, è stata una cafonata, una cosa schifosa che va condannata. Ma da lì a passare come violenza, dai… Non è violenza. Non è durata dieci minuti, è una pacca sul culo, non l’ha presa e sbattuta… ma quale aggressione su…”. Ma la violenza è anche questa, ribatte David Parenzo: “Ma una bottarella sul culo non è un pugno in faccia. Non è violenza, impara l’italiano”. E il conduttore Micheletti è stato accusato per una frase estrapolata ed è stato sospeso: “Questa è una mascalzonata”.

Natalia Aspesi per “la Repubblica” l'1 dicembre 2021. (...) Ho voluto rivedere più volte gli attimi, meno di un secondo, delle immagini incriminate e ho visto: una ragazza carina con microfono, jeans e giubbino, raccontare la fine della partita Empoli-Fiorentina all'uscita, un gruppo di tifosi maschi come sempre eccitati correre via, e il più arrabbiato, immagino io, per la sconfitta della sua squadra ha sfiorato con la mano sinistra la natica destra della giovane cronista che, sorpresa per un secondo, da brava professionista ha continuato il suo lavoro. Bisognerebbe anche ricordare che il tifoso non è solitamente maestro di bon ton, e ne fa anche di molto peggio: e al massimo gli fanno una sgridatina e via. Io sto ovviamente con la collega, ma non col clamore che ha suscitato, non meno indignato (ma mi auguro più brevemente) di quando un reporter viene ucciso sul suo lavoro, come purtroppo capita. Ho letto e sentito i soliti sfregi all'italiano, per esempio definire schiaffo (che si riferisce solo al volto) la manata sul sedere, chiamare "parti intime" le natiche valorizzate dai jeans quindi non particolarmente occultate, definire "palpeggiamento" un tocco veloce e paragonarlo a un "crimine". C'è chi mi ha scritto come uomo "di sentire il dovere di proteggere le sue donne" (non so le altre), guai se capitasse loro una cosa così, saprebbero cosa fare! A parte che le donne sono in grado di difendersi, malgrado la moda, del resto già alla fine, del vittimismo: decenni fa quando ventenni sui tram affollati una mano o altro sul sedere era abituale, ci eravamo allenate con un famoso colpo di fianco che provocava mugolii al malcapitato villano e stroncava ogni suo maldestro tentativo di sopruso. Forse eravamo più forti, forse più cattive, forse persino più allegre. Per cui mi dispiace io, e spero non solo io, oggi voglio fare la differenza tra offesa e crimine e penso che una mano sul sedere esiga delle scuse ma non meriti l'ergastolo, anche perché penso che nel tempo del fattaccio tre persone morivano sul lavoro. Tutti ad occuparsi di quel sedere, nessuno di quei tre morti. Quindi grazie Repubblica, che non sempre mi piaci, per aver osato ricordarcelo e farci provare vergogna.

Lucia Esposito per “Libero quotidiano” il 3 dicembre 2021. «Di sicuro il passare degli anni non le giova». «Ha pestato una m...», «Ultimamente la Natalia Aspesi, giornalista straordinaria che stimo, sta perdendo colpi secondo me è scoccata l'ora di lasciare spazio ai giovani». Da giorni i social vomitano offese e insulti contro di lei, ma la giornalista di Repubblica non si scompone. «È ovvio che mi attacchino, ben vengano gli attacchi anche perché se non ti attaccano non esisti. Adesso sto scrivendo un altro articolo sulla vicenda...». La vicenda è la stessa da giorni: la pacca sul sedere della giornalista toscana Greta Beccaglia e il daspo di tre anni con cui il tifoso della Fiorentina dalla mano morta (ma lesta) è stato punito. La Aspesi, femminista storica, ha scritto quello che pensa: «Credo che una mano sul sedere esiga delle scuse ma non meriti l'ergastolo, anche perché penso che nel frattempo tre persone morivano sul lavoro». L'onda anomala di una marea livida si è alzata contro di lei, incontrollabile come sempre quando nei social si riversa tutto l'odio di chi non ammette un pensiero divergente rispetto a quello dominante, di chi non tollera che un'opinione segua una direzione contraria e pretende di ricompattare tutto sotto l'insegna del pensiero unico. Ma la signora del giornalismo non si ritira di un millimetro, anzi fa un passo avanti: «Pensiamo a cose serie. Se diamo tutta questa importanza a una vicenda come questa, vuol dire che siamo davvero caduti in basso. Domenica scorsa mentre tutti inorridivano per la molestia davanti allo stadio, tre persone morivano sul lavoro. Tutti si occupavano di quel sedere, nessuno di quei tre morti. Adesso la saluto perché devo andare a scrivere». La giornalista non ci concede altro tempo, ma il suo pensiero è chiarissimo: condanna senza sconti della molestia, solidarietà alla collega, ma diamo agli eventi il peso che meritano. Impariamo a non omologare i fatti: la notizia di tre persone che perdono la vita mentre lavorano è molto più grave di una mano sul sedere che è un atto da condannare ma non è un crimine. Certamente il suo pensiero è tutt' altro che omologato sia rispetto al giornale per cui scrive sia nei confronti delle battaglie del movimento femminista. Diverse e lontane da quelle lotte per cui lei stessa in passato si è battuta in prima fila. La Aspesi ha preso le distanze dalle novel le femministe che inorridiscono se un uomo osa fare dei complimenti, che considerano molestia anche il fischio di un ammiratore e che si attaccano alle desinenze delle parole credendo che sia una "a" a riequilibrare le differenze di genere. Ha seppellito senza rimpianti perfino il metoo quando in un'intervista a Vanity Fair ha detto che il movimento americano «ha parlato soltanto di donne famose, che se non la davano al produttore di turno al massimo perdevano lo status di diva. Ha ignorato le operaie, le commesse, le segretarie, quelle donne che rischiano di perdere il lavoro e non mangiare più». Ed ora, dopo giorni di discettazioni sociologiche e filosofiche su un uomo che tocca il sedere a una donna in diretta tv, Natalia Aspesi dice che no, quella palpata non è un crimine. E per questo finisce alla gogna. Ma nell'articolo la Aspesi sostiene un'altra cosa su cui tutte noi dovremmo davvero riflettere. Scrive: «A parte che le donne sono in grado di difendersi, malgrado la moda, del resto già alla fine, del vittimismo: decenni fa, quando sui tram affollati una mano o altro sul sedere era abituale, ci eravamo allenate con un famoso colpo di fianco che provocava mugolii al malcapitato villano e stroncava ogni suo maldestro tentativo di sopruso. Forse eravamo più forti, più cattive e perfino più allegre». E se davvero, fosse così? Se davvero fossimo diventate più deboli, più buone e anche più tristi rispetto alle nostre mamme che lottavano per l'aborto e il divorzio invece che per una "a" al posto della "o" alla fine di una parola? 

NATALIA ASPESI per la Repubblica il 5 dicembre 2021. Pacca sul sedere numero 2. Per la pacca sul sedere numero 1 ( Repubblica 1 dicembre 2021) le reazioni sono state: maschi dolenti ma zitti; signore a cui per età a nessuno verrebbe in mente di sfiorarle perché nonna è ancora più sacra di mamma, abbastanza d'accordo con me, che forse avventatamente giudichiamo peggio morire stritolata da una macchina tessile che beccarsi una toccata là, persino là là; invece per le ragazze anche di giovinezza molto prolungata nei decenni, somma indignazione, quella mano veloce su jeans molto spessi, gronda violenza, patriarcato e buttiamo via la chiave. Naturalmente i maschi di casa nostra, tutti i nostri maschi sono mondi da queste turpitudini, come penso lo siano per le loro donne i toccanti delle altre, e quindi riassumendo, più o meno tutti gli uomini del mondo almeno una volta nella vita avranno peccato di toccamento: padri, figli, mariti, amanti, l'ortolano, il confessore, il politico di riferimento, della nostra e dell'altrui vita, anche perché questo toccator diabolico non ha caratteristiche particolari, fisiche, mentali, professionali, sociali, di censo. Non è una malattia, non è un vizio, non è un tic nervoso, non è una stortura psicologica, non è ereditaria né di una particolare etnia. È testosterone ribelle, è lesione dell'altrui spazio (questo non lo dico io ma i sapienti del ramo), è una massima villanata: ma se c'è qualcosa che tutti abbiamo perso è la buona educazione, il rispetto per gli altri, l'idea che minacciare di gola tagliata chiunque divaghi dal messaggio obbligatorio sia del tutto necessaria. E offrendo il petto ai pugnali delle assetate di giustizia, oso persino dire che se è vergognoso toccare un sedere, forse lo è anche chiedere per il colpevole il carcere duro. Noi che veniamo dal pleistocene femminista ci chiediamo, smarrite, ma se ne abbiamo fatte di tutti i colori per liberarci da una subordinazione davvero crudele che le femministe della generazione * neanche se la possono immaginare, siamo ancora qui, idealmente intoccabili ma barbaramente toccate? Dunque e lo dico pescando a caso nell'enorme riserva di brutture destinate alle donne, se nel passato (ancora negli anni '50) si riuscì a cancellare per sempre la consuetudine per cui, in caso di parto drammatico, era l'uomo a decidere chi doveva sopravvivere, la moglie o il figlio, e quasi sempre era il bambino, perché poi di donne ce ne erano tante a disposizione, come mai noi, voi, non siamo riuscite a educare i nostri zoticoni non solo a lavarsi le loro mutande, ma anche a non toccare il sedere ad anima viva a qualsiasi binario appartenga? Sia con mano morta che veloce colpetto? Certo il toccatore è un satanasso da individuare (guai se non ci fossero le telecamere ovunque, non ci sarebbero nemmeno i thriller), arrestare, processare, condannare, chiudere in galera e la sua famiglia si arrangi, ma non si poteva con la pazienza o la bastonata necessaria, far capire che se una donna può diventare presidente della Repubblica, bisognerebbe cominciare col non toccarla se non su richiesta esplicita? Mentre alle signore fuori di sé per l'accadimento delittuoso, vorrei dire: se la parità di genere, di carriera, di abbigliamento, di gabinetto, non vi ha insegnato a impedire che vi tocchino, anche voi avete sbagliato qualcosa: perché i toccatori non vivono in un'altra galassia ma attorno a voi, non sono degli alieni invasori, sono vicino a voi da sempre, alcuni anche dalla loro nascita e voi li avete fatti uomini, allevati ed educati, blanditi e protetti, corteggiati, amati, sposati. E poi perché attribuite a voi la fragilità e a loro la forza, a voi la purezza e a loro il peccato? Se non sapete fermarli, e basta un fuggevole tocco per non farvi dormire più notti (noi dormivamo anche sotto i bombardamenti) perché non li ricambiate? Perché non li toccate voi, così per dispetto, per minaccia, per prenderli in giro? Post Scriptum pacca sul sedere numero 2: in questo momento ho avuto una illuminazione e dovrei chiedere scusa alle indignate, però non tanto: per voi la pacca sul sedere è il massimo dell'affronto perché gli altri, quelli che ci impedivano di vivere (per favore, se non lo avete già fatto, leggete Dalla parte di lei di Alba de Cespedes, 1949, ripubblicato mesi fa), sono stati in parte risolti dalla generazione che si risvegliò negli anni '70. Una pacca sul sedere era così niente al confronto, che ne ridevamo. Ma se vi guardate attorno, oltre all'umiliante toccamento, il patriarcato domina ancora, sempre pronto a fregarvi, a togliervi i diritti. Quindi ricominciate a guardare oltre. 

Amabili like. L’isteria da pacca sul culo, il vittimismo fotogenico e le verità che non ci piacciono. Guia Soncini su L'Inkiesta il 2 Dicembre 2021. Come dimostra la vicenda dell’uomo ingiustamente accusato dello stupro di Alice Sebold, bisogna smettere d'illudersi: il mondo non lo cambieranno gli indignati in servizio permanente, ma le persone che indagano a fondo, non accontentandosi di credere alla versione che fa prendere più cuoricini su Instagram. Forse la domanda non è più solo «ci sono discriminazioni di cui sia più conveniente essere vittime»: forse la domanda è se ci siano reati le cui vittime siano più ascoltate di altre. E non dipende dal loro essere i reati peggiori: solo quelli più di moda. In questi ultimi anni, ve ne sarete accorti se eravate sì su Marte ma col wifi, vanno di moda i reati sessuali. Sono gli unici cui c’interessiamo, gli unici ai cui colpevoli non concediamo il beneficio del dubbio, gli unici – che il dio delle parole mi perdoni – notiziabili.

Abbiamo per il sesso (inteso sia come avance sessuale sia come genere sessuale) un interesse così morboso che sembriamo usciti da un convento l’altroieri. E, sempre come chi scopra il mondo senza essere preparato ad affrontarlo, perdiamo completamente il senso delle proporzioni.

In questi giorni la cosa più grave successa in questo secolo non è più che qualcuno abbia notato che una serie parlata in romano è effettivamente parlata in romano, come ci sembrava la settimana scorsa, quando lo scandalo della romanità incomprensibile ad alcuni infelici pochi aveva superato l’11 settembre, il Bataclan, e persino il MeToo nella notiziabilità locale.

Il sesso è tornato a spadroneggiare: la cosa più grave successa in questo secolo è che un tizio abbia dato una pacca sul culo a una tizia. Oddio, “sesso”: un culo vestito è così poco oggetto sessuale che Instagram nemmeno te lo censura.

Ma non importa, perché la pacca è stata data davanti alle telecamere, fornendoci – oltre che una struggente prova di fessaggine del tizio – indignazione così pronta che sarebbe stato uno spreco non approfittarne.

E quindi ecco i penalisti amatoriali disquisire sui social di come quella sia violenza sessuale e il tizio verrà condannato a una pena tra i sei e i dodici anni. Ma, benedetti figlioli, posto che in confronto a me Travaglio è Cesare Beccaria e io vi manderei tutti in galera senza passare dal via ancor prima che tocchiate un culo, già solo perché andate allo stadio; ecco, premessa la premessite, se per una pacca sul culo condannassero a sei anni, per uno stupro quanti dovrebbero darne: seicento?

Ma non è dell’isteria da pacca sul culo che voglio parlare, e neanche del fatto che una pacca sul culo vi sembri più grave delle morti sul lavoro (come saggiamente notò mesi fa Natalia Aspesi, persino il tizio che fischia per strada vi sembra più grave di quel fenomeno per niente portatore di cuoricini su Instagram che è l’operaio che casca dall’impalcatura).

Voglio parlare di Alice Sebold, di cui avete probabilmente letto Amabili resti (o avete visto il film). Quando aveva diciott’anni, la scrittrice venne violentata. L’uomo che vide per strada e credette di riconoscere e identificò in tribunale si fece diciott’anni di carcere.

Su quella storia, la Sebold scrisse un libro, Lucky (in Italia lo pubblica e/o), il cui titolo viene dal poliziotto che le disse che era stata fortunata. Come il conduttore la cui inviata viene palpeggiata e che non ha la prontezza di riflessi di declamare Carla Lonzi in diretta, così il poliziotto che usa l’aggettivo sbagliato diventa immediatamente il cattivo della situazione, il simbolo di tutto ciò che non va, l’oggetto del nostro sdegno. Anche se era, la proporzione del poliziotto, inattaccabile: Sebold era stata in effetti fortunata rispetto alla ragazza che nello stesso posto era stata uccisa e smembrata.

Quattr’anni fa, Sebold ripubblica Lucky con una prefazione a sdegno garantito: «Sono passati trentasei anni da quando sono stata violentata, diciotto dalla prima edizione di Lucky, e solo due mesi da quando un molestatore seriale nonché orgoglioso palpeggiatore di figa è stato eletto quarantacinquesimo presidente di questi Stati Uniti». Sai quanti cuoricini assicurati, a dire che Trump è brutto e cattivo.

Nel frattempo l’accusato (da Sebold) era uscito di galera da un paio di decenni, trascorsi – come quelli precedenti – a proclamare invano la propria innocenza. Poi arriva l’antieroico eroe. Timothy Mucciante (che nome favoloso, sembra inventato da Puzo). Uno che non s’accontenta di schierarsi col vittimismo più fotogenico.

Mucciante doveva produrre il film tratto da Lucky. Nota delle incongruenze nella storia. Approfondisce. Dubita. Lo cacciano dalla produzione del film: alle donne si crede, le donne sono ontologicamente vittime, come osi dubitare, fascista e probabilmente maniaco sessuale che non sei altro. Mucciante s’incaponisce. Assolda un investigatore. Il tizio che i diciott’anni di galera se li è ormai fatti viene scagionato. Alice Sebold si scusa: le dispiace che a essere vittima del sistema giudiziario (un po’ anche della sua confusione mentale, che è legittima ma letale: siamo proprio sicuri di volerci basare sui ricordi che abbiamo dei nostri traumi?) sia stato l’ennesimo nero. Fosse stato bianco, la contrizione dell’accusatrice per errore sarebbe stata meno fotogenica.

Conviene non farsi rapinare: se qualcuno invece di derubarti ti tocca il culo, le forze dell’ordine lo identificano con molta più urgenza. Ma conviene anche smettere d’illudersi che il mondo lo cambieranno gli indignati in servizio permanente effettivo, quelli sempre pronti alla morte per la causa del giorno purché sia a presa rapida, i militanti della pruderie e i negazionisti delle gerarchie (gerarchie di tutto: di reati, di risorse, d’attenzione, di traumi, di gravità).

Conviene sperare in molti Mucciante disposti a essere la liceale più impopolare della classe e a ristabilire verità che non ci piacciono, ma che forse sono più importanti dei cuoricini.

(Il non colpevole si chiama Anthony Broadwater, aveva 22 anni quando fu condannato nel 1982. Si è detto «grato» delle scuse di Sebold. Lucky, il film, non si farà più. Di Lucky, il libro, l’editore americano ha detto che lo ritirerà dal commercio).

Filippo Facci per "Libero quotidiano" il 7 dicembre 2021. Troppo ego in questa rubrica: ma voglio solo ammettere un errore e lanciare un piccolo messaggio. L'errore è stato farmi intrappolare dal caso di Greta Baccaglia (pacca sul sedere) dopo aver accusato un sistema mediatico di cui alla fine ho fatto pienamente parte: ho scritto per dire di non scrivere, ho giudicato nel dire di non giudicare, ho incolpato per dire di non incolpare. Persino questa ammissione, ora, suona come un'escogitazione per allungare il brodo. Ma il caso di Greta Beccaglia resta una cronaca minore scappata di mano: perché non si può partire da una pacca sul sedere per azzardare una seria battaglia sulla violenza sessuale, non si può cacciare di casa un paccatore alla «Amici miei» per imputarlo di un reato da galera, e la signorina Beccaglia non vorrà, credo, vincolare la sua carriera a uno sgradevole incidente professionale a cui tutto sommato è sopravvissuta, come ha testimoniato in trecento trasmissioni tv. Che non sono finite: ieri sera c'è stato un talkshow serale sul tema, mercoledì ce ne sarà un altro. Ecco, voglio solo dire che mi hanno invitato (gentilmente, sul serio) ma che ho declinato. Vale poco: soprattutto se, come faccio da un paio d'anni, rifiuto inviti senza che lo sappia nessuno. Questa volta lo dico, perché da qualche parte bisogna pur cominciare. Non ci vado, fine. Se un tema è una cazzata, non si va in tv a dire che è una cazzata. Si fa altro.

Davide Giri e Greta Beccaglia, se un omicidio razzista indigna meno della pacca sul sedere. Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 6 dicembre 2021. Ma non siete un po' indignati, arrabbiati, addolorati, no eh? Non c'è nulla che vi porti, per solidarietà, battaglia civile o reazione ideale, a inginocchiarvi o a scrivere un tweet sulla morte di Davide Giri a New York e sull'aggressione dell'altro italiano Roberto Malaspina per mano dell'afroamericano Vincent Pinkney? Ennò, perché la cancel culture ha davvero cancellato tutto, non solo la storia fatta da quei cattivoni di bianchi, ma anche il principio dell'equità di giudizio, a seconda di chi siano il criminale e la vittima, e soprattutto il sentimento elementare della pietà umana. La morte di Giri, accoltellato a New York senza alcuna buona ragione che non fosse verosimilmente il suo colore di pelle, si può considerare l'esito più tragico della cancel culture, cioè di quell'accanimento contro tutto ciò che ha a che fare con la presenza dei bianchi e il loro ruolo nella storia. Se fosse confermata la tesi del papà dell'altro ragazzo aggredito, per cui Pinkney sarebbe «un fanatico razzista che odia i bianchi. Mio figlio ha tutte le caratteristiche per essere bersaglio di uno così, pelle e capelli chiari», non si tratterebbe solo di un caso di criminalità, posto che l'aggressore non è uno stinco di santo, ma membro di una gang. Né sarebbe solo un episodico e sanguinoso caso di razzismo al contrario. Ma la tragedia si potrebbe giudicare il prodotto estremo di una (in)cultura che intende sbarazzarsi dei bianchi, cancellandone le tracce del passato (da cui l'abbattimento di statue), cambiando loro i connotati nei film (vedi il fenomeno del blackwashing, per cui personaggi bianchi vengono interpretati da afroamericani) e, in fin dei conti, colpevolizzando i bianchi di essere tali. Rei per statuto ontologico, antropologico e cromatico. E quindi degni di essere eliminati, anche fisicamente. Così, in menti criminali come quella di Pinkney, dall'assalto alle statue si arriva all'aggressione agli individui, dal vandalismo all'omicidio. Di fronte a episodi simili in un Paese normale ti aspetteresti una levata di scudi, un'inginocchiata collettiva come quella dopo l'uccisione di George Floyd, lenzuolate di commenti sui giornaloni ed esternazioni sdegnate a mezzo social da parte dei principali intellettuali e politici. E soprattutto ti aspetteresti un minimo di vicinanza ai familiari della vittima e all'altro ragazzo ferito. E invece, eccetto sparuti casi, il nulla. Dove sono le Boldrini e gli Zan che si genuflettevano in Parlamento per manifestare solidarietà alla comunità afroamericana vessata dai bianchi? Dove sono le conduttrici tv che credevano sacrosanto dichiarare la propria adesione alla causa del Black Lives Matter e gli scrittori (o meglio, scrittor*) alla Murgia e Saviano che vedono xenofobia ovunque? E dove sono i calciatori che si mettono ginocchia a terra prima delle partite per denunciare la dilagante minaccia razzista? Potrebbero farlo anche ora, visto che anche Davide giocava a calcio ed è stato aggredito mortalmente proprio dopo un allenamento. Perché nessuno di loro lancia una campagna #WhiteLivesMatter? Forse perché si considera quasi normale e non notiziabile che un nero uccida un bianco per motivi razziali. Al più si riduce la tragedia a un fatto di violenza, di degrado, di marginalità, né si fa mai cenno al fatto che l'aggressore fosse un nero (ieri Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano sono riusciti nell'impresa). 

Muti sull'italiano ucciso a NY, scatenati per la pacca sul sedere: Pietro Senaldi, che vergogna i nostri politici

Basti pensare a cosa sarebbe accaduto a parti invertite, e cioè se un afroamericano fosse stato ucciso da un ragazzo bianco, fanatico razzista. Tg e giornali avrebbero aperto su quello, le più alte istituzioni dello Stato avrebbero lanciato sermoni sull'allarme discriminazione, i leader di partito si sarebbe sentiti in dovere di condannare l'episodio, cospargendosi il volto di nero. In questo caso, invece, non ne vale la pena... Ma che volete farci, ultimamente presidenti di Camera, capi politici e intellò sono troppo impegnati ad aggiungersi al coro contro la violenza del secolo: la palpata a Greta Beccaglia. Quando si tratta di una toccatina di culo hanno il tweet facile, quando viene ucciso un ragazzo bianco chissenefrega. 

Pacca sul sedere: è reato se la mano rimane sul lato B. Marina Crisafi su StudioCataldi.it il 26 ago 2016. Per la Cassazione, è violenza sessuale la permanenza della mano sulla zona erogena per un apprezzabile lasso di tempo. La pacca sul sedere se la mano rimane sulla zona un apprezzabile lasso di tempo integra violenza sessuale. Ad affermarlo è la Cassazione, con la sentenza n. 35473/2016 depositata oggi e qui sotto allegata, tornando su un tema controverso in giurisprudenza. La mano "lesta" sul lato B se "isolata e repentina" e priva di concupiscenza non sempre era stata considerata reato, ma con la sentenza di oggi la Suprema Corte ha fatto dietrofront confermando la condanna nei confronti di un carabiniere per la toccata fuggevole ai glutei. Dichiarando il ricorso inammissibile, il Palazzaccio ha ritenuto la motivazione contenuta nella sentenza impugnata (della Corte d'appello di Perugia) dotata di una stringente e completa capacità persuasiva, con una puntuale argomentazione circa le circostanze di tempo e di luogo nel quale i fatti si erano verificati con specifico riguardo alle condizioni psicologiche della vittima. Ad inchiodare il militare era stata la stessa donna che una volta uscita dalla stazione dei Carabinieri aveva raccontato immediatamente tutto al proprio fidanzato. Inutile per lo stesso sostenere che ad entrare in contatto con il gluteo della donna sarebbe stata la fondina della pistola di ordinanza. La vittima infatti si era proprio resa conto che si trattava della pressione della mano "mantenuta per un tempo apprezzabile". Sicchè il giudice di appello non ha avuto dubbi sulla sussistenza dell'elemento soggettivo del reato contestato, in conformità con la costante giurisprudenza secondo la quale: "in tema di violenza sessuale vanno considerati atti sessuali quelli che siano idonei a compromettere la libera determinazione della sessualità della persona o ad invadere la sfera sessuale con modalità connotate dalla costrizione, sostituzione ingannevole di persona, abuso di inferiorità fisica o psichica, in essi potendosi comprendere anche quelli insidiosi e rapidi, che riguardino zone erogene su persona non consenziente (come, ad es., palpamenti, sfregamenti, baci, tra le molte Cass. 42871/2013). E per gli Ermellini non c'è storia: non può crearsi confusione, la palpata è reato. Cassazione, sentenza n. 35473/2016

Da ANSA il 30 novembre 2021. Il 63% delle parlamentari australiane a livello federale ha subito molestie sessuali, così come un terzo di tutti i dipendenti del Parlamento del Paese, tra staff e parlamentari: è quanto emerge da un atteso rapporto commissionato nei mesi scorsi dopo la denuncia - lo scorso febbraio - di uno stupro avvenuto due anni fa proprio in un ufficio del Parlamento. Lo riportano i media internazionali. A denunciare lo stupro era stata Brittany Higgins, oggi ex dipendente del governo, che aveva raccontato di essere stata violentata da un collega nelle stanze dell'allora vice ministro della Difesa dopo una serata con un gruppo di colleghi del Partito Liberale. Un episodio che aveva scioccato il mondo politico australiano. Commentando il rapporto, la Commissaria per la discriminazione sessuale, Kate Jenkins, ha detto che la grande maggioranza delle vittime di abusi sono donne. Lo studio indica infatti che il 63% delle parlamentari ha subito questo tipo di molestie contro il 24% dei loro colleghi maschi e una media nazionale per le donne del 39%. Nel complesso, il 51% di tutti i dipendenti del Parlamento del Paese (parlamentari inclusi) ha subito almeno un caso di bullismo, di molestia sessuale o di tentata aggressione sessuale. Inoltre, poco più di un quarto delle persone che hanno subito molestie sessuali hanno puntato il dito contro un membro del Parlamento. "Queste esperienze lasciano una scia di devastazione per gli individui e le loro squadre e minano le prestazioni del nostro Parlamento a danno della nazione", ha detto Jenkins, autrice del rapporto. Da parte sua, il premier Scott Morrison ha definito "spaventosi" i risultati del sondaggio, per il quale sono state intervistate 1.723 persone e 33 organizzazioni.

Da striscialanotizia.mediaset.it il 2 dicembre 2021. La notizia di Franco Di Mare condannato per aver diffamato il comandante della Polizia Locale di Verona ha fatto clamore, tanto siamo abituati che la faccia franca. Un esempio? I due pesi e due misure usati nei suoi confronti, nonostante le palpate alle colleghe, rispetto a quanto accaduto al giornalista di Toscana Tv che ha minimizzato le molestie subite da Greta Beccaglia

Dagospia il 2 dicembre 2021. Dall’account Twitter di Barbara Carfagna. Ci siamo difese da direttori che ci sbattevano al muro, in uffici chiusi. Quella di oggi mi sembra  una situazione più semplice e una battaglia che si vincerà anche grazie al consenso sociale. La solidarietà andrebbe più al passato che alle future generazioni

Da "Anteprima. La spremuta di giornali di Giorgio Dell'Arti" il 2 dicembre 2021. Cinzia Fiorato, giornalista televisiva Rai ed ex conduttrice del Tg l , ha scritto un lungo post su Facebook a partire dalla molestia subita sabato scorso in diretta tv da Greta Beccaglia, al termine di Empoli-Fiorentina. Fiorato racconta le molestie, le discriminazioni e il sessismo che ha vissuto in Rai e non solo in oltre trent'anni di carriera. Parla delle poche colleghe della sua generazione che sono state «funzionali» a un sistema che, nella sostanza, per molto tempo non è cambiato e dice, alla fine, che ci sono stati dei miglioramenti, anche se «il pericolo di procedere con un passo avanti e due indietro è sempre in agguato». «Ho incontrato molti colleghi che hanno cercato di ricattarmi sessualmente nella mia vita professionale, ho avuto diverse "pacche" non gradite, commenti volgari, parole sussurrate, avvicinamenti arbitrari, sguardi invasivi e invadenti. Non mi è arrivato tutto solo dai colleghi e nemmeno solo dai miei superiori, il mondo della televisione è arricchito da diverse categorie i lavoratori, ci sono stati molti tecnici, molti impiegati, molti operai che si sono permessi cose che non si dovevano permettere, gravi e meno gravi. Una volta stavo aspettando in silenzio l'arrivo di alcune immagini dall'estero, a un certo punto, non si sa perché, il tecnico ha preso una cassetta betacam e mi ci ha dato con forza una pacca sul sedere facendomi male. Non lo avevo mai visto prima in vita mia. Gli ho urlato tutta la mia rabbia, certo, ma mi sono resa conto subito che eravamo soli nella stanza e la mia parola sarebbe stata contro la sua» (dal post su Facebook di Cinzia Fiorato). 

Dagonews il 13 dicembre 2021. Quando a “toccare” le giornaliste in tv non erano i tifosi ma i piloti. Dopo il caso di Greta Beccaglia, la cronista molestata in diretta all’uscita dallo stadio, si è tornati a parlare di sessismo in tv. Sui social furoreggia un video del ’95 di "Mai dire gol" in cui la giornalista Claudia Peroni intervista i due piloti della Ferrari Gerhard Berger e Jean Alesi che si divertono a palpeggiarla. Una clip che, ai giorni nostri, susciterebbe un vespaio di polemiche. “Nel ’95 il mondo girava in un’altra maniera, era anche più maschilista. Se questa cosa fosse successa oggi, la mia reazione sarebbe stata diversa. Sono anche più esperta. Non glielo avrei permesso”, confessa Claudia Peroni, giornalista Mediaset ed ex pilota di rally. “Sono d’accordo con il pensiero di Sgarbi: “Quel che ha fatto Benigni con la Carrà nella celebre puntata di Fantastico, oggi non sarebbe più possibile. Così allo stesso modo anche quel siparietto con Berger e Alesi ai giorni nostri non sarebbe proponibile”. Nel video “incriminato” la Peroni cerca di stemperare: “Sarei sembrata ridicola se mi fossi offesa. In diretta devi imparare a gestire le situazioni. Il caso di Greta Beccaglia è diverso, nessuno è intervenuto in difesa della ragazza, non è stato gestito bene”. Secondo Cinzia Fiorato, ex conduttrice del Tg1, negli anni ’90 “se ti mostravi mortificata per queste cose ti dicevano che eri una psicolabile”. “Non condivido – ribatte Claudia Peroni – erano situazioni di lavoro che dovevi saper gestire autonomamente. All’epoca andai ospite in una puntata del Maurizio Costanzo Show dedicata alle donne che fanno lavori da uomini e dissi che noi donne dobbiamo imparare a difenderci e a rafforzarci”. Su questo la giornalista la pensa come Natalia Aspesi che su Repubblica ha scritto: “Decenni fa quando sui tram affollati una mano o altro sul sedere era abituale, ci eravamo allenate con un famoso colpo di fianco che stroncava ogni suo maldestro tentativo di sopruso”. Ma oggi la Peroni avrebbe preso a calci Berger e Alesi? “No, erano due abituati a scherzare e io avevo molta confidenza con loro. Ma sicuramente oggi li avrei messi a posto in maniera diversa…”

Striscia la notizia, Massimo Giletti e la palpata in diretta al seno di Rita Dalla Chiesa. Libero Quotidiano l'11 dicembre 2021. La tirata di Massimo Giletti contro le molestie sessuali a Greta Beccaglia non convince Striscia la notizia. Il conduttore di La7, nell'ultima puntata di Non è l'arena, aveva stigmatizzato l'aggressione subita dalla giovane giornalista di Toscana Tv fuori dallo stadio di Empoli: "Io concordo, questa è una molestia. Ma se continuiamo a sminuire quello che accade in certe situazioni poi rendiamo lecita qualsiasi cosa. Questa è una battaglia a un livello culturale becero, siamo rimasti quasi agli anni 50 ma almeno oggi se ne discute". Ma Antonio Ricci, fondatore e regista del tg satirico di Canale 5, ha la memoria lunga e rispolvera un vecchio video d'archivio datato 2012. Giletti è sul palco dello show Rai Penso che un sogno così dedicato a Domenico Modugno. Emma ha appena finito di cantare e il conduttore fa il galante: "A parte che sei bellissima...". E Striscia fa notare che "l'occhietto di Giletti si abbassa sulle gambe della ospite e poi la lingua si scioglie". "Stare da sola, stare single ti giova... Sei diventata bellissima". Emma in minigonna si aggiusta sullo sgabello e Giletti fa la battuta: "Mi raccomando chiudi bene che siamo su Rai1". Altro giro altro momento un po' piccante. Nel 1999 un giovanissimo Massimo abbraccia Stefania Orlando e la mano sale dal fianco fino al seno, costringendo la showgirl a togliergliela con nonchalance. Sempre a I fatti vostri, altra palpata a Rita Dalla Chiesa: "Le fa pure ballonzolare il seno!", sottolinea indignato Ezio Greggio nel video di Striscia dell'epoca. 

Greta Beccaglia, l'ex conduttrice del Tg1 Cinzia Fiorato: "Pacche e molestie, non solo da colleghi e capi". Libero Quotidiano il 03 dicembre 2021. Continua a tenere banco il caso di Greta Beccaglia, la giornalista che al termine di Empoli-Fiorentina ha ricevuto una pacca sul sedere in diretta televisiva da parte di un tifoso. Partendo da quanto accaduto alla collega, Cinzia Fiorato (ex conduttrice del Tg1) ha scritto un post su Facebook in cui ha denunciato le molestie, le discriminazioni e il sessismo che ha vissuto in Rai e non solo in oltre trent’anni di carriera. “Ho incontrato molti colleghi che hanno cercato di ricattarmi sessualmente nella mia vita professionale - ha scritto la Fiorato - ho avuto diverse ‘pacche’ non gradite, commenti volgari, parole sussurrate, avvicinamenti arbitrari, sguardi invasivi e invadenti. Non mi è arrivato tutto solo dai colleghi e nemmeno solo dai miei superiori, il mondo della televisione è arricchito da diverse categorie i lavoratori, ci sono stati molti tecnici, molti impiegati, molti operai che si sono permessi cose che non si dovevano permettere, gravi e men gravi”. “Per fortuna oggi è cambiato molto - ha evidenziato l’ex conduttrice del Tg1 - per fortuna oggi la gogna comincia a essere per il molestatore e non per la molestata, come fu per me. C’è ancora qualcuno che nicchia, che non si arrende e ripete fra i denti ‘e che sarà mai’, ma il suo è un sussurro, fortunatamente. C’è ancora tanto da fare e il pericolo di procedere ‘un passo avanti e due indietro’ è sempre in agguato, ma dobbiamo resistere e insistere. Io sto ancora aspettando giustizia e spero che Greta - ha chiosato la Fiorato - l’avrà un po’ anche per me”. 

Da tag43.it l'1 dicembre 2021. Mentre in Italia si continua a discutere della deprecabile vicenda di Greta Beccaglia, cronista di Toscana Tv molestata dopo il derby toscano Empoli-Fiorentina, in Francia accade il contrario: un ex giornalista di Canal+ è accusato di aver toccato il seno a una hostess durante il match Psg-Nantes. 

Nuove accuse per Ménès e l’indagine della procura di Parigi

Pierre Ménès, 58 anni, come ha riportato Le Parisien, è oggetto di una indagine preliminare aperta il 20 novembre per aggressione sessuale. Secondo fonti concordanti, durante la partita al Parc des Princes, Ménès in qualità di spettatore avrebbe toccato in maniera inappropriata il seno di una hostess. Sentita dalla polizia, la presunta vittima non ha voluto sporgere denuncia, ma di fronte alle prove la Procura di Parigi ha aperto ugualmente un’indagine preliminare per violenza sessuale. L’avvocato dell’ex giornalista ha contestato ogni accusa. «Pierre Mènes ha assistito alla partita ed è stato in compagnia di tre persone per tutta la sera. Non c’è stato alcun problema», ha spiegato il penalista rilanciando: «Il mio cliente sporgerà una denuncia per calunnia». Non sarebbe la prima volta che Ménès finisce nei guai. Lo scorso marzo ha lasciato Canal+ dopo la messa in onda da parte della stessa rete del documentario Je ne suis pas une salope, je suis une journaliste (dove salope sta per “troia”) che denunciava il sessismo nel mondo del giornalismo sportivo, dentro e fuori le redazioni. Il sito di notizie Les Jours aveva però rivelato che parte del documentario era stata tagliata dopo il montaggio. Le sequenze rimosse, si disse su richiesta della direzione sportiva del canale, riguardavano proprio Pierre Ménès. Il giornalista, che a luglio ha aperto una nuova piattaforma dedicata al calcio, era accusato dalla regista del documentario Maria Portolano di due aggressioni a sfondo sessuale: aver baciato con la forza e in onda la giornalista Isabelle Moreau nel 2011 e la collega Francesca Antoniotti nel 2016. Anche il ministero degli Interni francese espresse disappunto per questi comportamenti, accompagnati va detto da applausi e risate in studio, e in un tweet ricordò che «baciare di forza una donna in una trasmissione televisiva o in qualsiasi altro contesto è un’aggressione sessuale punita per legge con pene fino a 5 anni di prigione e 75mila euro di multa». 

Ranucci ha dichiarato di aver presentato denuncia. “Molestie sessuali e mobbing a Report, la Procura faccia chiarezza”, parla Michele Anzaldi. Riccardo Annibali su Il Riformista il 30 Novembre 2021. Sul caso del dossier anonimo inviato a luglio alla commissione di Vigilanza contenente accuse di presunti abusi sessuali, mobbing e servizi preconcetti, il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, ha dichiarato in prima serata su Rai3 di aver presentato denuncia alla Procura della Repubblica di Roma ben 4 mesi fa.

Michele Anzaldi, deputato di Italia Viva e segretario della commissione di Vigilanza Rai, quali sono i punti su cui è necessario fare chiarezza?

Come è possibile che dopo un tempo così lungo non si sappia ancora nulla sui contenuti e sull’origine di quel dossier? Come è possibile che la Procura non abbia fatto nulla? Oppure se, come è auspicabile, ha effettuato le dovute verifiche, perché non diffonde oggi subito un comunicato per dire cosa hanno appurato le indagini? Dopo che il caso è stato portato a conoscenza di milioni di italiani in prima serata sul servizio pubblico, è davvero doveroso e irrimandabile che venga fatta piena chiarezza, innanzitutto a tutela di una trasmissione come Report, che negli anni ha rappresentato il fiore all’occhiello dell’informazione pubblica italiana, ma anche a tutela delle stesse donne nominate nel dossier e della redazione intera. Ranucci è sotto scorta per aver subito pesantissime minacce di morte: se c’è un dossier che lo riguarda è doppiamente doveroso fare chiarezza, perché se si trattasse di un fake aprirebbe scenari non meno inquietanti del gravissimo scenario che vedesse quelle accuse confermate.

Il tema in questione è all’ordine del giorno e sempre più sentito, la convincono gli addebiti del dossier?

Parliamo di un caso, come quello di presunti abusi sessuali nei confronti delle donne, che dovrebbe avere massima precedenza proprio per la delicatezza di tali addebiti, che nel caso del dossier in questione appaiono circostanziati sebbene personalmente non mi abbiano convinto, tanto che da luglio non ho dato seguito pur essendo stato tra i destinatari dell’invio.

Il primo a chiedere chiarezza è stato lo stesso Ranucci in diretta tv, che aspettano i magistrati a chiarire?

Anche la Rai ha il dovere di fare la sua parte, sebbene in questi giorni sia apparsa, almeno pubblicamente, poco reattiva: avviare subito un’indagine dell’Audit interno, sentendo le persone coinvolte e verificando la fondatezza dello scenario contenuto in quella denuncia che sembrerebbe apparentemente avere le caratteristiche di un caso di whistleblowing. L’ad Fuortes si è impegnato ufficialmente in Vigilanza ad effettuare le dovute verifiche: passata una settimana dall’audizione, che verifiche sono state avviate? Riccardo Annibali

Violenza di genere e potere maschile, i casi Varriale e Ranucci. Sembra un paradosso, ma è esattamente quello che sta accadendo da giorni. Cos’hanno in comune Enrico Varriale e Sigfrido Ranucci, oltre ad essere entrambi giornalisti? Aurora Matteucci su Il Dubbio l'1 dicembre 2021. Sono al centro di una bufera mediatica che si è abbattuta con la consueta spietatezza prima ancora, more solito, che sui fatti di cui sono accusati, sia stato effettuato un accertamento pieno di responsabilità da parte di un Tribunale. Verrebbe quasi spontanea la battuta “chi di spada ferisce, di spada perisce” se non fosse che il garantismo a fasi alterne non appartiene a chi ha a cuore i principi costituzionali. 

Varriale è a giudizio per stalking e lesioni a carico della ex compagna – che ha già rilasciato la sua deposizione nelle aule del quotidiano “La Repubblica”; Ranucci destinatario di una lettera anonima che lo accusa di mobbing e avances sessuali. Lettera pubblicata da “Il Giornale” nella sua interezza. Sia chiaro: nessuno dubita che quei fatti, se accertati in un processo, meritino l’affermazione di responsabilità dei due. Una pena giusta, proporzionata alla gravità di quanto potrebbe eventualmente emergere, non certo esemplare. Sia altrettanto chiaro: l’unico strumento per accertare un fatto di reato è e resta il processo penale, con il suo corteo di regole (oggi purtroppo sempre più improntate alla riduzione delle garanzie per gli imputati accusati di certi reati), la sua liturgia, le sue forme che, “per quanto imperfette esse siano hanno il potere di proteggere” (B. Constant).

Proteggere da che cosa? E quali forme vorremmo vedere rispettate? Proteggere dalla protervia dei moderni supplizi mediatici, dalla semplificazione estrema della complessità, dalla narrazione in bianco e nero, priva di sfumature, con cui vengono corteggiati e irretiti i lettori dando in pasto verità assolute ancora da accertare. La verifica di attendibilità di una dichiarazione, nel processo penale, è presidiata da tali e tanti accorgimenti tecnici non riproducibili nelle sale televisive, men che meno nelle interviste- che servono ad evitare che un testimone possa essere condizionato da domande suggestive, nocive.

Le persone offese di violenza di genere, poi, se ritenute vulnerabili, sono accompagnate in un percorso di sostegno che tende ad evitare il ripetersi di audizioni per proteggerle dalla c. d. vittimizzazione secondaria e sottrarle, così, al fuoco incrociato delle domande delle parti. Una soluzione normativa, questa, che le migliori intenzioni hanno trasformato in un avvitamento per le garanzie della difesa, ma questa è un’altra storia. Quel che si vuol dire, limitandoci ad osservare questi ultimi due episodi di linciaggio mediatico, è che ancora una volta si tende ad affrontare il problema dall’angolatura sbagliata, facendo strame della presunzione di innocenza.

Poco importa, anche se è già qualcosa, che Repubblica descriva la donna che ha denunciato Varriale come presunta vittima, se poi si decide di sciorinare i dettagli del suo racconto sottraendo quella narrazione alle forme tipiche del processo penale, le uniche in grado di proteggere lei, l’accusato, la collettività da possibili inquinamenti esiziali per l’accertamento della verità: termine questo che può persino apparire altisonante ai più ma che costituisce, o almeno dovrebbe costituire, l’essenza stessa del processo penale. Una verità che chiamare solo “processuale”, per distinguerla da quella “reale” – quella che, veicolata anzitempo da una narrazione incentrata sui soli esiti delle indagini preliminari, impermeabile alle cadenze dell’aula processuale e alle prove della difesa – si ammanta di una rappresentazione forcaiola, innalza gli indici di gradimento per le sentenze di condanna e destituisce di attendibilità l’autonomia del potere giudiziario, quando gli esiti sono assolutori. Uno scandalo, un tradimento che la piazza non tollera.

Lo si è detto anche in questi giorni dedicati alla celebrazione della giornata internazionale contro la violenza maschile nei confronti delle donne: non è lo strumento penale la panacea di tutti i mali, non è l’aumento delle pene a poter rappresentare la soluzione di un fenomeno complesso che ha più a vedere con modelli sociali patriarcali, persino con la loro messa in crisi, con la resistenza di stereotipi culturali, lessicali, sociali che ancora sigillano una visione ancillare e subalterna della donna. Numeri ancora da capogiro quelli delle donne uccise o maltrattate per mano maschile, nonostante l’aumento delle pene: se è vero che il 34% degli uomini violenti uccide e si uccide, occorre ripensare con altri occhi al problema, privilegiare la prevenzione, l’educazione.

Interroghiamoci una buona volta sulle forme di manifestazione del potere maschile, sull’impoverimento delle relazioni uomo donna, sul mercimonio della sessualità ridotta, in alcuni casi, a controprestazione specie, ma non solo, sui luoghi di lavoro. Per carità, ben vengano nuove prese di (auto) coscienza, di (auto) determinazione, ma queste non dovrebbero tradursi nell’esclusivo ricorso allo strumento penale elevato a manifesto di istanze vendicative, repressive, normative, moralizzatrici.

Occupiamoci anche degli uomini, lavorando sulla loro partecipazione al problema della violenza, abbandonando la strada delle inutili e pericolose scorciatoie delle condanne mediatiche, buone solo come placebo per calmare frustrazioni sociali e per ridurre la soggettività politica delle donne al ruolo di vittima. Restituiamo la lettura di fenomeni complessi alla politica e lasciamo che il processo penale si occupi dei fatti storici, sgombrandolo da funzioni che non sono proprie di quel contesto, impreparato per definizione a rappresentare terreno di scontro simbolico tra bene e male.

«Ho tagliato i capelli, tolto i tacchi, nascosto il seno: per non subire molestie sono diventata invisibile». Le storie di Livia e Samuela, arrivate in redazione testimoniano l’estenuante lotta delle donne contro i pregiudizi nei luoghi di lavoro. Continuate a mandarci le vostre testimonianze di #lavoromolesto. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 3 dicembre 2021. La bellezza femminile è uno strumento per il successo. La pensa così il 63 per cento dei maschi adolescenti intervistati per una ricerca che Ipsos ha condotto con Save The Children, sulla percezione degli stereotipi di genere in Italia, nel 2020. Per Daniela Fatarella, direttrice generale dell’organizzazione internazionale che si batte per migliorare la vita dei bambini, i pregiudizi di genere sono fortemente condizionanti sin dall’infanzia, così si cementificano e confermano nell’età adulta. «Le ragazze crescono tra mille inviti a minimizzare. Mettere la vittima sul banco degli imputati, sottovalutare i comportamenti aggressivi, definire confini sempre più labili per la violenza sono azioni che servono a rendere accettabile l’inaccettabile». Ammettere che si tratti di molestia solo nei casi più gravi, con conseguenze fisiche evidenti, e non anche quando ci sono pressioni psicologiche, ricatti economici, altri tipi di vessazioni, fa prosperare i comportamenti violenti e consolida gli stereotipi fino a trasformali in normalità.

Come racconta Livia, che lavora da 21 anni, la lotta quotidiana di una donna contro i pregiudizi di genere può diventare estenuante. «Pago da tanto tempo lo scotto del mio non essere accondiscendente. Non sono forzatamente gentile, non accetto le avances dei colleghi. Ogni giorno mi batto contro i soprusi, rimandando al mittente lo schifo che ricevo».

Livia ha iniziato a lavorare a 26 anni, dopo un master, in una piccola banca del sud d’Italia. All’inizio filava tutto liscio, i problemi sono iniziati quando un istituto più grande ha acquisito l’azienda «i dirigenti, per cui ancora lavoro, hanno pensato di aver comprato anche le persone insieme alla banca. I capetti di turno hanno iniziato a  usarci per soddisfare il proprio ego e per svolgere quei compiti che loro non avevano voglia di fare. Ho capito subito che tipo di sistema maschilista stavano impostando e mi sono rifiutata di accettare le loro regole». Così Livia, certa di non voler scendere a compromessi, ha dovuto rinunciare a molti aspetti di se stessa per mantenere il lavoro. «Volevo rendermi invisibile, nonostante il mio aspetto fosse notevole. Ho smesso di indossare le gonne e i tacchi che tanto amavo. Ho tagliato i capelli e nascosto il mio seno prorompente». Per un lungo periodo ha anche rinunciato a ogni possibilità di avanzamento di carriera perché accadeva in continuazione che le venisse chiesto qualcosa in cambio. «In uno degli ultimi eventi pubblici prima del Covid - racconta - uno dei dirigenti mi ha sussurrato all’orecchio “non sai che ti farei”». Livia l’ha fulminato con lo sguardo senza bisogno di parole. «Che credi? - ha risposto il dirigente innervosito - C’è la fila di donne che mi aspettano fuori dalla porta». «Penso che sia la coda per il bagno» ha ribattuto lei prima di allontanarsi. «Tutto questo va avanti da anni. Mi chiedo se nelle aziende in cui il maschilismo è molto radicato ci sia una sorta di passaparola per torturare la malcapitata di turno».

Anche per Samuela gli ultimi due anni di lavoro sono stati un inferno. Vessazioni, offese, minacce e battute ambigue da sopportare ogni giorno, da parte di superiori e colleghi che non riuscivano ad accettare il suo ruolo di responsabilità. In particolare, uno le ha rovinato la vita, privata oltre che professionale «perché si sa che chi è frustrato per non aver ottenuto ciò che avrebbe voluto, può arrivare a raccontare anche storie inventate». Stefano si era avvicinato a Samuela facendole i complimenti per il suo aspetto. Poi è passato ai commenti provocanti, alle battutacce e, infine, alle offese «si sentiva in diritto di dire di tutto quando lo rifiutavo. Diventava aggressivo, mi screditava davanti ai colleghi, mi urlava “puttana”. A volte si permetteva di seguirmi fino a casa». Stanca, dopo due anni di sopportazione a denti stretti, Samuela si è rivolta al presidente dell’azienda, gli ha raccontato quello che stava succedendo e come si sentiva. «Nemmeno l’evidenza e le prove l’hanno costretto a darmi ascolto. Stefano era troppo amico del presidente per esser mandato via. Io, invece, ero solo una rompiscatole che non stava alla volontà di un uomo. Così ho perso il lavoro».

«Quelle mani addosso durante il mio tirocinio: ho sopportato in silenzio, ero troppo giovane». Chiara Sgreccia su L'Espresso l'1 dicembre 2021. Roberta, Mariella e Laura erano in stage quando hanno subito molestie pesantissime da parte dei loro responsabili. Come loro tante altre ragazze non hanno trovato il coraggio di denunciare per la paura di perdere un’opportunità «a 20 anni è diverso, ora saprei come comportarmi». «Quando ho iniziato lo stage in agenzia parte del mio lavoro consisteva nel sopportare le battute e gli sguardi del mio superiore - racconta Roberta -. Tante volte ho ricevuto avances esplicite e ogni volta che facevo capire di non avere interesse, il capo minimizzava, rideva, diceva che stava scherzando e mi dava della ragazza troppo seria, che non sa stare al gioco». Come Roberta, molte altre hanno scritto a #lavoromolesto, lo spazio anonimo di denuncia che abbiamo aperto con Cgil Piemonte e Umbria, per raccontare le molestie che hanno subito durante i mesi del tirocinio da colleghi e capi. Le loro esperienze dimostrano che troppe donne, giovani soprattutto, hanno creduto di dover sostenere il peso, da sole, di comportamenti aggressivi, battutacce, ricatti a sfondo sessuale, da parte dei superiori in azienda, in ufficio, in fabbrica perché «è così che funziona» e per paura di perdere un’opportunità di lavoro che tanto hanno aspettato, voluto, e che con difficoltà sarebbe ricapitata. «Non riuscivo più a muovermi, - ricorda Mariella - il mio sangue era gelato. Eravamo in auto e lui ha messo la sua mano tra le mie gambe. Non ho fatto nulla, sono rimasta ferma, con lo sguardo fisso in avanti anche se non vedevo più niente. Aspettavo che quel momento finisse, sperando che il tempo passasse più in fretta del solito». Non era la prima volta. In ufficio il titolare aveva già avvicinato Mariella: le si metteva accanto, la osservava lavorare, le accarezzava il collo da dietro. Qualche giorno dopo la vicenda dell’auto ha toccato il fondo. «Mi ha preso il braccio e con la forza mi ha spinto sopra le sue gambe. Mi schiacciava contro il suo corpo, voleva farmi sentire il suo pene in erezione. Ha messo le mani sotto la mia maglietta, ha iniziato a toccarmi il seno». Mariella è scappata senza girarsi, spaventata, sconvolta, imbarazzata e attonita per l’accaduto. «Non ho detto nulla ai colleghi, niente a nessuno se non al mio fidanzato che, però, non ha fatto niente. Volevo chiamare il supporto psicologico ma, mi dissero, sarebbe stata necessaria la prescrizione del medico. Io non l’avevo e non volevo raccontare ad altri quello era successo». Così Mariella strinse i denti e andò avanti da sola. Aveva vent’anni, pochi soldi e doveva finire il tirocinio necessario per l’abilitazione alla professione che ora svolge con soddisfazione, da un’altra parte. «Oggi di anni ne ho trenta e so come comportarmi. Allora, però, ero poco più che maggiorenne. Non sapevo cosa fare, a vent’anni ti vergogni, hai paura di perdere quel poco che hai e stai zitta». Anche Laura era in stage quando ha subito molestie dal suo capo. Aveva iniziato da poco, non voleva perdere ore di lavoro e così, dopo aver fatto un incidente in macchina, ha continuato andare in azienda, seppur indolenzita. Un giorno, però, in cui il suo ginocchio si è gonfiato molto più del solito, ha chiesto a Mauro, nome di fantasia per il direttore dell’ufficio, qualche ora libera per andare dal medico a farsi visitare. «Lui, invece, mi ha inviata ad avvicinarmi. Ha detto che voleva dare un’occhiata. Ero in piedi e si è accovacciato per toccarmi la gamba. Non potevo vederlo perché ero girata di spalle ma sentivo che mi palpeggiava insistentemente. I minuti passavano lentissimi e lui non smetteva». Laura non reagì, non aveva la forza. Sperava solo che le mani di Mauro non salissero troppo. «Quando quel momento terribile finalmente è finito mi sono girata e ho incrociato il suo sguardo. Lui ha abbassato il suo e se ne è andato senza dire una parola. Per molto tempo mi sono sentita come se avessi fatto qualcosa di sporco e sbagliato, non ne ho mai parlato con nessuno».

«Mi ha messo le mani addosso e mi ha licenziata». Storie di lavoro molesto. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 23 novembre 2021. «Alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, L’Espresso e la Cgil hanno raccolto le voci delle lavoratrici che hanno subito aggressioni, minacce, ricatti sessuali. E lanciano la campagna #lavoromolesto, per rompere il silenzio. «Faccio fatica a pensare alle parole ma ricordo molto bene la sua mano che scivola sulle mie gambe. “Ti fermi?”, sussurra mentre il suo viso si avvicina al mio orecchio. Mi volto per guardarlo negli occhi: “No”, rispondo secca, escludendo ogni indugio. Mi alzo decisa per andar via, cade il silenzio per qualche secondo. “Stai pure a casa, non è il caso che torni, sei licenziata”, dice. Ho preso la borsa e sono uscita, senza una lacrima, senza il tempo per la debolezza, perché così so fare». V. aveva ventun anni e lavorava da poco più di due settimane come segretaria in una piccola azienda che produce escavatori. Era nel suo ufficio, seduta alla scrivania, di fronte al pc, quando un giorno, poco prima della pausa pranzo, è arrivato «il padrone» della ditta e si è accomodato accanto a lei per rivedere il bilancio. «Mi ha messo le mani addosso e mi ha licenziata quando l’ho respinto», ha raccontato V. alla nonna. «Questa volta piangevo, perché con lei potevo lasciarmi andare, senza alcun timore di apparire debole. Lei era la mia forza, mi capiva, mi conosceva e mi appoggiava nelle mie battaglie». Il compagno di V. era in carcere dopo aver partecipato ad una manifestazione interrotta dalle cariche della polizia, la figlia di un anno a casa con i genitori e i nonni. Tutto era pronto per un pranzo che nessuno ha consumato. «La moglie del titolare ha telefonato a casa, voleva incontrare qualcuno della mia famiglia per spiegare perché ero stata mandata via senza preavviso. Ha detto che era colpa mia, avevo attentato alla virtù del povero marito, l’avevo provocato. E lui, così, era stato costretto ad allontanarmi e licenziarmi. Mio fratello e mia madre le hanno creduto: ero io la poco di buono». Era V., per i familiari, colpevole di aver perso un’occasione, di essersi comportata male con un uomo che, invece, aveva fatto tanto per lei, offrendole un lavoro. «Mia nonna mi stringeva forte le mani». V. non è sola. Secondo l’ultimo rapporto Istat, pubblicato nel 2018, il prossimo nel 2022, sono 1 milione e 404 mila le donne che hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro. Colleghi, superiori o altre persone che hanno provato a toccarle, accarezzarle, baciarle, fino ad arrivare al tentativo di utilizzare il loro corpo come merce, con la richiesta di prestazioni, rapporti o disponibilità sessuali in cambio di assunzioni, crescite professionali, accessi all’occupazione. Ha subito violenze di questo tipo l’8,9 per cento delle lavoratrici attuali o passate, incluse quelle in cerca di un impiego. Soltanto nei tre anni precedenti all’indagine, tra il 2013 e il 2016, sono 425 mila le vittime di molestie fisiche sul lavoro. Con una incidenza maggiore tra le più istruite e tra i 25 e i 44 anni. Mentre è in costante diminuzione il numero di donne che ha subito molestie sessuali nel corso della vita, a oggi almeno 8 milioni e 800 mila, non scende il dato di chi le subisce in ufficio o in fabbrica.  I ricatti e le molestie sul lavoro, cioè quei comportamenti indesiderati che hanno lo scopo o l’effetto di violare la dignità delle lavoratrici e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo, si verificano maggiormente nei centri delle aree metropolitane e nei comuni con oltre 50 mila abitanti. Prevalentemente si tratta di un ricatto sessuale per mantenere, ottenere il lavoro o un avanzamento di carriera. Per tre vittime su dieci si ripete più di una volta a settimana. La lavoratrice in questo modo si trova a essere in una condizione asimmetrica di potere rispetto all’autore della molestia e a subire ripercussioni sia fisiche, in quanto la molestia coinvolge il corpo e comporta un contatto non voluto, sia psicologiche, perché indipendentemente dall’atto, è volta a piegare la volontà della donna affinché, per timore, accetti le attenzioni indesiderate. Gli autori delle molestie a sfondo sessuale sono in larga prevalenza uomini. Questo vale per il 97 per cento delle vittime donne e per l’85,4 per cento delle vittime uomini. L’indagine Istat, infatti, per la prima volta stima che siano 3 milioni 754 mila gli uomini ad aver subito molestie sessuali nel corso della vita, incluse quelle fisiche, verbali, l’esibizionismo, il pedinamento, le telefonate oscene, l’invio di materiale pornografico, le molestie attraverso i social network e la sottrazione di identità. Per gli uomini e per le donne le molestie verbali sono la forma più diffusa.  «Che cosa posso fare oggi?», chiede A. al vicedirettore dopo essere entrata nella sua stanza. Era agosto, la filiale semivuota, il lavoro da svolgere scarso. A. era stata assunta da poco. «Potresti metterti sotto la scrivania», risponde lui prima di scoppiare in una fragorosa risata. A. racconta ai colleghi quanto è successo ma nessuno dà peso all’accaduto: «Non c’è da preoccuparsi, il vicedirettore è solo una simpatica canaglia». Al contrario di quanto ha scelto di fare A., sono pochissime le donne che parlano in azienda delle molestie subite. Quasi nessuna denuncia alle forze dell’ordine, anche se la maggioranza sa che si tratta di fatti gravi. Tante non ne parlano perché vengono considerati una consuetudine, la normalità e per paura di ritorsioni e conseguenze che potrebbero portare al deterioramento della carriera. Così spiega D. che lavora in un’industria tessile e ora fa parte della rappresentanza sindacale unitaria: «Altre volte, invece, capita di non dire niente per ignoranza, intesa come mancanza di informazione al riguardo. Io, ad esempio, non conoscevo i miei diritti, solo il dovere di lavorare bene e, per troppa dedizione, sono stata la prima a non mettere un argine alle richieste del mio responsabile, per me era come un padre». D. si è resa conto dell’ambiente malsano che aveva intorno quando ha comunicato ai colleghi la data del matrimonio: «Aspetta almeno una decina d’anni per rimanere incinta», le ha risposto il capo. E non  scherzava. Quando, invece, è accaduto, D. è stata demansionata. «Subito dopo essere rimasta incinta mi hanno spostata e non sono tornata più alla posizione lavorativa che avevo prima. Ero distrutta psicologicamente: negli anni mi avevano assegnato ruoli di rilievo che mi facevano sentire appagata, ma le responsabilità non erano mai state riconosciute dal contratto. Così ho capito che mi avevano soltanto usata». Come è scritto nell’articolo 1 della “Convenzione sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro”, redatta dall’Ilo (International labour organization), l’agenzia delle Nazioni Unite che promuove la giustizia sociale e i diritti umani in ambito lavorativo, ratificata da poco anche dall’Italia, la violenza o le molestie sul lavoro sono «un insieme di pratiche e comportamenti inaccettabili». Ma lo è anche solo «la minaccia di porli in essere, sia in un’unica occasione, sia ripetutamente». La stessa convenzione spiega che consistono in azioni che «possano comportare un danno fisico, psicologico, sessuale o economico, e includono la violenza e le molestie di genere». Rappresentano, quindi, una minaccia alle pari opportunità e sono incompatibili con il lavoro dignitoso, sano, sicuro, per tutti.  In un ambiente lavorativo in buona salute devono essere favorite le relazioni interpersonali basate su principi di eguaglianza e di reciproca correttezza. Le storie di V. A. e D., insieme ai racconti e le testimonianze di tante altre lavoratrici vittime di molestie, sono state raccolte dalla Cgil Piemonte e Umbria che dal 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, insieme a L’Espresso lancia la campagna #lavoromolesto al fine di dare una voce e un volto alla lotta contro la violenza di genere nei luoghi di lavoro. 

«Il mio capo mi ha chiusa in bagno per fare sesso. Mi sono odiata per non averlo denunciato».  Chiara Sgreccia su L'Espresso il 29 novembre 2021. Troppo spesso la vittima di molestie si sente in colpa. Come spiegano le storie di Alice e Valeria, tra le tante che ci stanno arrivando in questi giorni a #lavoromolesto. Denuncia anche tu se hai subito aggressioni, ricatti, minacce. Abbiamo creato uno spazio anonimo per raccontare quello che succede a tante donne, con l’obiettivo di costruire un fronte di resistenza. Alice (nome di fantasia), 26 anni. Ne aveva 18 quando il suo titolare, over 40, l’ha condotta in bagno, ha chiuso la porta e ha provato ad avere un rapporto sessuale con lei. Una collega, per sbaglio, è entrata nella stanza e ha interrotto la scena. Ma non ha dato peso a ciò che aveva visto, e neppure agli effetti che quella vicenda avrebbe creato in Alice. «Né lei né il titolare si sono chiesti se fossi stata consenziente e anche a me non importava. Ho normalizzato quello che è successo il più in fretta possibile perché credevo che nel “mondo reale” fosse una consuetudine avere a che fare con uomini così». Alice era alla sua seconda esperienza lavorativa, in uno stabilimento balneare del centro Italia. «Rifiutavo i suoi approcci ma non l’ho denunciato. Così le attenzioni, i commenti provocanti, i riferimenti a sfondo sessuale si sono trasformati in veri e propri insulti, offese e forme di frustrazione per me. Odiavo me stessa per non essermi rivolta alle forze dell’ordine». Alice cercava a ogni costo di dare una spiegazione all’accaduto, frugava tra i ricordi provando a isolare i comportamenti che aveva avuto, modi di fare che avrebbero potuto testimoniare le sue responsabilità, o legittimato il titolare ad arrivare a tanto. «Sono stata troppo permissiva? Ho fatto credere che fossi d’accordo senza rendermene conto? Perché non me ne sono andata subito da quel bagno? Perché, poi, ho sopportato per altri due mesi i suoi insulti?». Domande come queste hanno riempito a lungo la testa di Alice e fatto sì che si facesse carico di colpe che, invece, non sono affatto le sue. «Proprio questi pensieri sbagliati mi hanno spinta a non denunciare, a nascondere quello che era successo, a non raccontare a nessuno come mi sono sentita, a tenere solo per me le brutte sensazioni. Oggi so che i comportamenti sgradevoli non vanno sottovalutati: le parole possono diventare facilmente atti e le molestie sono intenzioni che si fanno azione». Un anno dopo l’accaduto, l’ex titolare di Alice è morto in un incidente d’auto. «Eppure neanche una piccola parte del malessere che provavo è svanito in me. Quando i confini di ciò che è giusto o sbagliato si confondono nella normalità, nella vita di tutti i giorni, l’unica soluzione è fidarsi delle proprie sensazioni, del proprio sistema di valori: nessuna influenza sociale può mettere in dubbio il rispetto che si deve avere verso se stessi». Anche Valeria, 21 anni, è stata molestata sul lavoro, da un uomo più grande di lei. «Non è stato il titolare ma il cognato di questo. Era spostato, aveva più di 40 anni e due figli. Quando veniva in azienda mi faceva battutine e diceva frasi a doppio senso. Poi è passato ai commenti espliciti sul mio viso e sul mio corpo. A un certo punto ha iniziato a chiedermi di uscire». Valeria ha sempre rifiutato gli inviti, chiesto a Marco (nome di fantasia come quello di Valeria) di smetterla, spiegato che la situazione non la faceva sentire bene, a proprio agio. Ma Marco non le ha dato ascolto «L’ultima volta mi ha seguita fino a casa, dietro di me con la sua macchina. Gli ho urlato di smettere, di andare via, di lasciarmi in pace. Gridavo che si stava comportando male». Dopo qualche settimana Valeria è stata licenziata, il suo atteggiamento nei confronti del lavoro da svolgere, a dire del titolare, non era più positivo come agli inizi.

Sono arrivate tante storie simili a quella di Alice e Valeria in questi giorni a #lavoromolesto, lo spazio anonimo di denuncia che abbiamo aperto con Cgil Piemonte e Umbria per invitare le donne a denunciare, a non stare zitte. Proprio con l’obiettivo di dare un contributo alla formazione di una nuova normalità che non identifichi più i comportamenti discriminatori come abitudine. Per fare in modo che nessuna possa pensare che la denuncia sia una vergogna o che il silenzio, la testa china, l’arrendevolezza siano soluzioni.

«Chi ti faresti?»: nelle chat dei capi la classifica a punti delle dipendenti. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 10 Dicembre 2021. Non soltanto aggressioni fisiche, anche le risatine, la battute a sfondo sessuale sono una forma di violenza. La denuncia di Cristina, tra le tante arrivate in redazione: «I colleghi uomini, commentano le caratteristiche fisiche di tutte le donne dell’azienda e organizzano veri e propri contest». Giovane, innovativa, digitale e smart. Così si presenta la società per cui lavora Cristina. Benefit per i dipendenti come convenzioni con ristoranti e la palestra, eventi di gruppo - cene, gite, attività sportive - organizzati per rafforzare la cooperazione e la coesione tra i lavoratori «ma poi non esiste un vero e proprio piano per il welfare aziendale. - racconta Cristina amareggiata - Non abbiamo flessibilità sugli orari di lavoro, è impossibile tornare a casa prima di cena, non sono previsti sostegni alla famiglia, né per la cura dei bambini, né per l’assistenza agli anziani. Le iniziative promosse per accrescere il benessere della società non sono il frutto di una strategia condivisa con i dipendenti ma il risultato di quanto il direttore, uomo, crede possa essere piacevole per tutti». La cosa che più fa innervosire Cristina, però, è un’altra: la sensazione di essere trattata come un oggetto, perché è donna. Nessuna molestia esplicita, non ci sono stati episodi di violenza fisica chiaramente circoscrivili. Si tratta di quel costante chiacchiericcio che sente alle spalle. Le risatine, i mormorii, i commenti e le battutine a doppio senso continue: ogni volta che si alza dalla scrivania, che fa un break per prendere il caffè, che partecipa ai meeting con i colleghi. Sono comportamenti che sembrano lievi, leggeri, facili da soprassedere ma che, giorno dopo giorno, stanno rendendo pesanti le ore lavorative. «Ho scoperto che ci sono delle chat, a cui partecipa anche il capo, in cui i colleghi, uomini, commentano le caratteristiche fisiche di tutte le donne dell’azienda, come ci vestiamo e come ci comportiamo. Quando c’è meno lavoro da fare, nei momenti più liberi, vengono anche organizzati dei veri e propri contest “Chi ha le chiappe più belle?, Chi il seno più grande? Chi accende maggiormente la tua energia sessuale?”. Una classifica a punti in cui le donne diventano oggetti da valutare asetticamente, di nascosto, per fare quattro risate e spezzare la routine. «Un clima simile a quello che avevo in classe alle scuole medie». Cristina è stanca di sopportare questa situazione di cui tutti sono al corrente ma che nessuno prova a interrompere. Anche nell’azienda in cui lavorava Angelica il clima era simile, soprattutto quando andavano in visita i dirigenti da Roma e Milano. «Alle impiegate veniva chiesto di mettersi le minigonne e scodinzolare davanti a loro, “Mi raccomando domani vestitevi in modo consono” ci ordinavano». Un giorno Angelica ha chiesto spiegazioni, «in che senso?» ha detto, almeno per rompere l’ambiguità su cui giocava il suo superiore. Per spingerlo ad assumersi le responsabilità di una richiesta insensata. «Vogliono che tu metta la gonna, corta sarebbe meglio». Lei ha risposto che i suoi abiti in lana pura, maglione e pantaloni, sarebbero andati benissimo. Costosi, eleganti, adatti per l’ambiente di lavoro, con cui si sarebbe sentita a suo agio. Non solo per questo ma anche perché sapeva che era buona pratica dei dirigenti «avere rapporti sessuali con le impiegate che non rifiutavano» Angelica ha cambiato lavoro alla scadenza del contratto.

Secondo il 3° Rapporto dell’”Osservatorio mercato del lavoro e competenze manageriali”, presentato a fine 2020 dall’associazione 4.Manager, solo il 18% delle donne, in Italia, ha un contratto da dirigente, percentuale che negli ultimi 10 anni è cresciuta appena, dello 0,3 per cento. Ed è proprio nei ruoli manageriali che emergono le maggiori differenze di retribuzione di genere. Le donne, già prima dell’emergenza sanitaria, guadagnavano in media il 16 per cento in meno all’ora rispetto agli uomini, per la combinazione di diversi fattori tra cui che la maggior parte delle donne lavora in settori in cui gli stipendi sono più bassi, come istruzione e assistenza, e la minore presenza in ruoli apicali.

Per Rita Chiesa, professoressa di psicologia del lavoro all’Università di Bologna, esistono due tipi di barriere che interferiscono nello sviluppo professionale di una donna: interne, cioè stereotipi di genere assimilati che fanno sì che le bambine, fin da piccole, siano portate a interessarsi all’assistenza e alla cura della persona. E barriere esterne cioè i preconcetti di chi seleziona il personale che, frequentemente, è convinto che le donne non siano adatte alle posizioni di leadership, modellate su una definizione di competitività tipicamente maschile. «In più - spiega la professoressa - in molti casi interviene anche il giudizio morale. Ci sono studi che testimoniano come le donne non vengano selezionate solo per le loro competenze e abilità specifiche ma anche per la loro attitudine alla collaborazione, molto più degli uomini, e per il modo di vestire».

«Il giorno dopo le molestie, c’era già un’altra pronta a prendere il mio posto. Un capo non si cambia, le lavoratrici sì». Secondo una ricerca internazionale coordinata dal dipartimento di Psicologia dell’Università Sapienza di Roma, le lavoratrici precarie sono più esposte alle molestie sessuali. La storia di Lara è una tra le tante che ci sono arrivate: continuate a scriverci. Chiara Sgreccia su L'Espresso il 15 Dicembre 2021. «Lavoravo come assistente alla poltrona in uno studio dentistico, facevo affiancamento ad una ragazza che se ne stava per andare. Soltanto dopo ho capito il perché» scrive Lara a #lavoromolesto, lo spazio anonimo di denuncia a cui, con Cgil Piemonte e Umbria, abbiamo dato vita per raccogliere le storie di violenze subite dalle donne in azienda, in ufficio, in fabbrica, durante l’orario di lavoro. Con l’obiettivo di dare forma a una nuova normalità in cui nessuna è più vittima.

«Il capo era molto invadente. - continua Lara - Un giorno sono rimasta da sola nello studio e si è avvicinato a me furtivamente. Non avevo idea di che cosa stesse per fare, così lo guardavo con aria perplessa, interrogativa. Ha fatto come per salutarmi, perché stava per uscire, e, invece, mi ha dato un bacio a stampo sulla bocca. Poi è corso via senza lasciarmi il modo di reagire o replicare». Il giorno dopo Lara va al lavoro con l’intenzione di parlare con il suo capo. Quello che è accaduto per lei è inammissibile. Lo affronta subito, diretta, senza giri di parole, un attimo dopo essere entrata. Lui sembra capire, non si scusa ma lascia intendere che niente di simile si sarebbe più ripetuto.

Passa una settimana. Tutto normale finché il capo non chiede a Lara di raggiungerlo nel suo ufficio. «Dovevo visionare dei nuovi materiali che erano arrivati in studio. Non mi ha neanche lasciato il tempo di entrare. Appena ho aperto la porta della sua stanza, ha preso le mie mani e stretto talmente forte che, per qualche secondo, non ho saputo come liberarmi. Mi tirava, mi schiacciava contro il suo corpo perché voleva che percepissi la sua eccitazione». Lara riesce rompere la presa. Si sgancia dalla stretta viscida di lui, si allontana. Va su tutte le furie ma poi, ancora una volta, passata la rabbia, si fida. Crede al capo quando le dice che non sarebbe successo di nuovo.

E, invece, qualche giorno dopo, mentre si stava cambiando, alla fine del turno, lui entra nello spogliatoio. «Spinge la porta e mi dice “perché non ci cambiamo insieme?” Riesco a malapena uscire in tempo». Trascorrono pochi secondi, neanche quelli necessari a prendere coscienza della situazione e Lara capisce che c’è qualcuno alle sue spalle. «Mi giro e vedo che ha il membro fuori dai pantaloni, mentre mi chiede di fare sesso. Scioccata non rispondo e scappo a casa. Dal giorno successivo una nuova ragazza ha iniziato affiancarmi durante i turni, pronta a sostituirmi nel lavoro». Lara non ha mai denunciato e per questo si sente in colpa, soprattutto perché suppone che quanto successo a lei potrebbe essere accaduto anche ad altre lavoratrici dello stesso studio.

Secondo una ricerca internazionale effettuata in 33 paesi appartenenti all’Unione europea, su un campione di oltre 60 mila lavoratori, coordinata dal Dipartimento di Psicologia della Università Sapienza di Roma, chi ha un impiego precario è più esposto, sul posto di lavoro, a comportamenti sessuali indesiderati e alle molestie, rispetto ai colleghi che hanno un impiego stabile. Le donne riportano di essere state oggetto di molestie sessuali con una frequenza tre volte maggiore degli uomini. In particolare, il rischio di violenza si alza, sia per gli uomini sia per le donne, quando il precariato è associato all’imprevedibilità degli orari e al fatto che i lavoratori debbano svolgere più incarichi contemporaneamente.

«La precarietà si accompagna quasi sempre a un rischio maggiore di perdita del lavoro - spiega Claudio Barbaranelli, uno dei professori di psicologia che ha realizzato la ricerca - per questo, il lavoratore può avere più esitazioni a denunciare le molestie sessuali, proprio per paura di perdere il posto. Inoltre, il livello più elevato di flessibilità e di turnover nel lavoro precario portano a un più alto grado di anonimato e al minor pericolo di essere scoperti in caso di molestie. Infatti, se la vittima è un dipendente precario o a tempo determinato, l’attuazione di molestie sessuali potrebbe essere percepita come meno rischiosa da parte del perpetratore».

Marinella Meroni per “Libero quotidiano” l'1 novembre 2021. I polpi sono così intelligenti da essere considerati dagli studiosi gli animali più ingegnosi del mare: sanno usare la memoria come l'uomo, hanno il senso dell'umorismo, riescono a svitare coperchi di barattoli (anche quelli con chiusure di sicurezza), sono curiosi e simpatici tanto da giocare con i sub e perfino farsi accarezzare. Ora i ricercatori hanno fatto una nuova rivoluzionaria scoperta: le femmine dei polpi "sparano" oggetti contro i maschi quando si sentono molestate. In pratica, si difendono dalle molestie insistenti dei corteggiatori lanciando intenzionalmente contro di loro degli oggetti, come conchiglie e fango. E la loro tattica è vincente, poiché i maschi poi si allontano frustrati. Una strategia difensiva nei confronti dei "molestatori" piuttosto rara nel regno animale, individuata finora solo in pochissime specie animali, come scimpanzè ed elefanti. A confermarlo i ricercatori australiani dell'Università di Sidney con lo studio "In the line of fire: debris throwing by wild octopuses" (Sulla linea di fuoco: detriti lanciati da polpi selvatici), pubblicato su New Scientist. Sono arrivati a queste conclusioni dopo aver visionato centinaia di video registrazioni che hanno fornito informazioni dettagliate. In pratica, si è visto che le femmine di polpo quando sono importunate con eccessivi e non graditi corteggiamenti, raccolgono con i loro otto tentacoli dal fondale marino fango, conchiglie o altri sedimenti per poi prendere bene la mira inclinando il corpo e lanciare gli oggetti con un agile movimento contro i maschi. Un comportamento che gli scienziati chiamano "lancio" e con il quale questi intelligenti cefalopodi di solito posizionano un oggetto nei loro tentacoli e lo "sparano" con un getto d'acqua.

POTENZA E PRECISIONE In proposito, dichiara Godfrey-Smith dell'Università di Sidney: «Sono le femmine a lanciare oggetti spesso ai maschi che tentano l'accoppiamento. Abbiamo osservato che quando una polpa lancia per colpire tende a farlo con più potenza e precisione prendendo la mira, e il maschio in nessun caso ha mai risposto al fuoco. Ad esempio, in un video si vede una femmina lanciare fango dieci volte al maschio che tentava di accoppiarsi con lei, colpendolo per ben cinque volte, e il maschio ha cercato di schivare il fango, tentando anche di anticipare le mosse della femmina, il che conduce a pensare che si trattasse di una qualche forma di combattimento. Al maschio rifiutato, poi, non è rimasto che lanciare una conchiglia nel vuoto, in quello che è sembrato un altrettanto evoluto segnale di frustrazione. In un altro video, invece, una femmina ha lanciato una conchiglia in "stile frisbee" con i tentacoli. Oggi è chiaro che il lancio di oggetti da parte dei polpi non soltanto è intenzionale, ma è anche chiaramente offensivo». I ricercatori hanno anche osservato e svelato il comportamento particolarmente curioso e la reazione dei maschi che cercavano di evitare di essere colpiti, schivando i vari lanci: alcuni si abbassavano poco prima che partisse il tiro, altri subito dopo il lancio, e in altri ancora li hanno visti alzare i tentacoli in direzione del lanciatore senza abbassarsi, proprio come fa un portiere di calcio quando si prepara a pare un tiro. Ma non è tutto: in alcuni casi questi comportamenti delle femmine si sono riscontrate anche quando devono difendere la loro tana o territorio da altri polpi intrusi. Una femmina "tosta", dunque, che sa tutelarsi da avances non gradite e proteggere il suo territorio, quasi avvertendo gli incauti: "Stai alla larga e non avvicinarti senza il mio permesso perché potresti prenderle di santa ragione".

Da liberoquotidiano.it l'11 settembre 2021. In Italia succede anche questo: masturbarsi in treno si può. Lo ha confermato la Sesta sezione penale della Cassazione, secondo cui fare autoerotismo davanti a una donna non è reato, perché "l'interno di un vagone ferroviario non può essere ritenuto un luogo abitualmente frequentato da minori". Quindi, come riporta il Fatto quotidiano, non può riscontrarsi nella fattispecie l'accusa di "atti osceni". Le motivazioni sono state depositate lo scorso 2 settembre e aprono scenari potenzialmente inquietanti e clamorosi. Per esempio, prosegue sempre il quotidiano diretto da Marco Travaglio, aprirebbe la strada al "via libera al sesso in automobile, in mezzo alla strada e senza cautelarsi coi fogli di giornale sui finestrini, purché avvenga in tardo orario: di notte i bambini dovrebbero stare a casa, a letto, non a fare i guardoni delle coppiette". Stesso discorso, sulla carta, anche per i cinema dove si proiettano film vietati ai minori di 18 anni o "in un'aula universitaria, altro luogo dove ragazzini non se ne vedono.  Magari in una pausa di una lezione di giurisprudenza, dove si forgiano i magistrati del domani, quelli che scriveranno sentenze come questa. Si ride per non piangere". Il fatto in questione risale al 2019, quando una passeggera segnalò "l'intemperanza" erotica di un vicino di seggiolino, che aveva pensato bene di toccarsi davanti ai suoi occhi. L'uomo venne arrestato dalla Polizia ferroviaria con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale e atti osceni, vista l'intenzione di "importunare la donna", come venne messo a verbale dagli agenti. Alla Cassazione si è finti per il presupposto che si poteva escludere "il pericolo che i minori assistessero alla condotta", passaggio ritenuto non vero dai magistrati di Cassazione secondo cui "per luogo abitualmente frequentato da minori non si intende un sito semplicemente aperto o esposto al pubblico dove si possa trovare un minore, bensì un luogo nel quale, sulla base di una attendibile valutazione statistica, la presenza di più soggetti minori di età ha carattere sistematico".

 Alberto Infelise per "Specchio - la Stampa" il 10 maggio 2021. Ci sono molte cose sbagliate che si possono fare quando si guarda a una tragedia come quella di uno stupro tra ragazzi: una di queste è giudicarlo con occhi lontani e raccontarlo con parole vecchie e inadeguate. Per questo, quando abbiamo deciso di parlare del caso di Ciro Grillo e di quel presunto stupro durante una serata che doveva essere di divertimento, abbiamo stabilito di non farlo "da genitori". Perché spesso la prospettiva dei genitori, degli adulti, è diversa da quella dei giovani. Undici tra ragazzi e ragazze hanno così scelto di essere la nostra finestra su un mondo che troppo spesso guardiamo senza conoscere. Chi di noi non ha avuto almeno una conversazione, con amici o in famiglia, su quella serata, sul ruolo dell'alcol, sul sesso e sul consenso, sui maschi e sulle femmine? «Di queste cose sentiamo sempre parlare i grandi, finalmente qualcuno lo chiede a noi», hanno detto i nostri undici. Ecco i loro pensieri. Serate e incontri Marta D. V. ha 20 anni, è di Venezia e non esita a rompere il ghiaccio: «Mi è capitato che una conoscente mi confessasse di aver subito una violenza. Non ho assistito all' evento, ma è stato molto forte che questa ragazza abbia deciso di confidarsi: ero molto giovane allora e più che altro ho cercato ti ascoltarla. È stato un racconto molto forte, mi sono chiesta come si fosse trovata in quella situazione». Giulia N. di anni ne ha 19 ed è di Padova: «Non mi è mai successo di assistere direttamente a una molestia durante una serata, fortunatamente, ma mi è molto chiaro che l'abuso di alcol e sostanze abbassano le barriere cognitive». La violenza può passare dal virtuale al reale. Lo spiega Delia S., 18 anni della provincia di Siracusa: «Pubblicare video dei rapporti tra due persone, anche occasionali, è violenza. Così, specie in un paese piccolo, la gente ne parla molto. Ho pensato molto male di chi l'ha pubblicato, la vittima di questo video non è più uscita di casa per mesi. È stata intaccata la sua dignità ed è stato un atto di violenza». Alcol e sostanze Come per tutti, giovani e meno, feste e serate possono essere condite dall' uso di alcol o sostanze, che può diventare abuso, cambiando le carte in tavola. Riccardo P., diciottenne di Pordenone, racconta di un amico, timido e riservato, che però una sera beve molto e perde i freni: «È diventato insistente e violento con una ragazza che da tempo aveva adocchiato, aveva una cotta per lei. Lui era timido e non si era mai buttato. Riparlandoci da sobrio ha negato di esser mai stato insistente o violento con la ragazza». Ma la questione delle molestie e delle violenze per i nostri undici non è legata a quello che si manda giù una sera. Il racconto di Letizia V., diciottenne aquilana, è molto forte e chiaro: «È frequente il caso che nei locali ci sia gente che ti tocca e tu non vorresti. Capita, e non è una cosa molto rara, che non va detta o che non conta. È talmente frequente che ormai si dà per scontata. A me non è mai piaciuto più di tanto andar in giro per locali perché sapevo che c'era la possibilità che queste cose succedessero. Se devo uscire e ritrovarmi con uno che passa dietro e mi tocca non mi piace, preferisco restare a casa». Paolo D., diciottenne siracusano, racconta del contesto di certe molestie: «Davanti a un mio amico un ragazzo si era spinto molto oltre il semplice contatto fisico con una ragazza. Quello che lo colpì fu l'indifferenza degli altri di fronte a scene simili, a una ragazza in difficoltà. Nessuno interveniva, nonostante la ragazza desse ampia dimostrazione del fatto di non volerne sapere. Il mio amico poi è intervenuto e ne è nata una rissa. Quando una persona è anche indebolita dal fatto di essere alterata, avere approcci sbagliati è ancora di più inaccettabile». Qui il discorso si fa molto chiaro: «Le sostanze allentano i freni inibitori, ma le sostanze non possono spingerti a fare cose che non sono già nella tua indole. Lo stupratore è uno stupratore, non lo diventa a causa dell'alcol o di altre sostanze», spiega Alessio P. 19 anni di Ascoli Piceno. Anche Lorenzo O., 17 anni di Ascoli, lo dice chiaramente: «Il problema in questi casi non è l'alcol. Io mi soffermerei sull'educazione. Esiste il problema dell'alcol, ma il vero problema è l'educazione». «Alla base di tutto - spiega Giulia C. 18 anni anche lei di Ascoli - oltre all' educazione, c' è anche l'indole della persona». Per Federico R., 20 anni di Milano, «l'alcol può sciogliere i vincoli ma non vuol dire che autorizzi a esagerare. L' alcol può essere un aiuto a lasciarti andare, ma questo non vuol dire che ti lasci andare alla molestia». «Non è giusto dire che sia colpa delle sostanze - spiega Riccardo F., 17 anni di Ascoli - Se sei una brava persona e sai dov' è il limite, lo sai anche da ubriaco». Su una cosa tutti i nostri undici sono d' accordo: in caso di molestie o violenze non bisogna stare zitti, bisogna cercare il confronto con gli altri e se possibile denunciare, anche se questo costa e fa sentire a rischio. Ma nessuna violenza o molestia può più essere tollerata impunemente. Le molestie quotidiane Ma sono le ragazze a raccontare della quotidianità delle molestie, della frequenza imbarazzante dei contatti e delle attenzioni non richieste. E qui alcol e sostanze non c' entrano proprio nulla: «A me è capitato di ricevere fischi per strada, sentire grida e schiamazzi al mio passaggio da parte di ragazzi o uomini che stavano in strada. Altre mie amiche sono state seguite in macchina fino a casa», racconta Giulia C. «Io - dice Letizia - mi chiedo se valga pena di farsi quattro ore in un locale per tornare a casa con un trauma. Non è che passano un attimo, ti toccano e se ne vanno. Stanno lì e insistono. E cosa dobbiamo sentire quando si fermano con la macchina, abbassano il finestrino e ti dicono qualcosa? Mi succede da quando sono piccola, da quando ho 14 anni. In certe occasioni preferisco non andare a una festa o a una serata piuttosto che dovermi trovare in situazioni spiacevoli». Marta avverte ancora: «Bisogna stare attenti a non mettersi in situazioni difficili. Non bisogna mettersi nella condizione di perdere il controllo. Bisogna chiedersi "cosa mi può succedere?". Ci deve essere un'educazione alla responsabilità». Come ci si può difendere in quelle situazioni? «Le ragazze non devono essere difese, ma tutelate», dice Alessio, e il concetto di tutela è condiviso anche dagli altri ragazzi: «Non deve esserci una protezione possessiva, ma la capacità di difendere con dolcezza la persona che in una situazione rischia di essere più vulnerabile: e non è detto che sia una ragazza». E forse ci sarà un giorno in cui «non dovremo fingere di essere arrivate in un locale col fidanzato per evitare di essere molestate dal primo che passa».

·        Il Catcalling: la presunta molestia sulle donne.

Perché si dice "catcalling": origine e significato del termine inglese. La Repubblica il 6 aprile 2021. Il termine è sempre più diffuso in Italia e nel mondo e per l’Accademia della crusca indica la "molestia sessuale, prevalentemente verbale, che avviene in strada". In origine, invece, il termine inglese indicava il lamento notturno dei gatti, un verso che nel Settecento veniva imitato dal pubblico in teatro e che serviva per criticare gli attori sgraditi. Sofia Gadici

Ottavio Cappellani per la Sicilia il 4 aprile 2021. Il “catcalling” non vuol dire “chiamare il gatto”, bensì “chiamare la micia”. Consiste nell’usanza diffusa di emettere suoni, per lo più gutturali, al fine di attirare l’attenzione di una ragazza che sta passando. Il catcalling, secondo coloro che lo praticano, farebbe in maniera che i suoni emessi, tipo grufolare, scatarrare, singultare, causino nel sesso femminile una sorta di arrapamento incontenibile. Dipende dal luogo. Se sei in una strada di un quartiere popolare, fai lo scippatore e sei seduto sul tuo motorino, il catcalling non si fa. Se sei nel privé di una discoteca, fai il calciatore, e hai le magnum di champagne sul tavolo, puoi mandare il tuo bodyguard a fare catcalling per conto tuo, di solito non si offendono moltissimo. A me fanno molto il catcalling, ma siccome sono maschio devo subire e quando torno a casa piango da solo nel bagno per non farmi sentire. Non abbiamo alcuna difesa contro il catcalling delle donne. Alcune mi toccano il culo e poi io penso che in fondo è stata colpa mia e mi colpevolizzo. Questo è ancora peggio della toccata in culo in sé. Molti sbagliano a fare catcalling perché non hanno i social, infatti nei social si vedono molti culi con le frasi poetiche. Se passa un culo e volete fare catcalling dovete recitare una poesia. Meglio se al tramonto. Però può capitare che si offendono anche così. Valle capire. Non puoi dire che non capisci le donne perché è sessismo. Se non le capisci fingi. Annuisci. Ci sono ragazze che nessuno gli fa il catcalling ma poi tornano a casa e fanno il video di denuncia lo stesso. Conosco una ragazza che Brad Pitt le ha fatto il catcalling e si è vantata con le amiche, ma le amiche si sono indignate e le hanno detto che non era una bella cosa, poi si sono picchiate e adesso non si parlano più. Un mio amico fa il catcalling alle vecchie all’uscita della chiesa, alcune lo prendono a borsettate altre gli offrono il fernet. Lo sguardo fisso per non essere catcalling non deve durare più di due secondi virgola otto. Una ragazza ha picchiato un ragazzo che l’ha guardata fissa per tre o quattro secondi, anche se quello aveva il bastone bianco e il cane pastore. Parlare di catcalling è pericolosissimo, non sai come muoverti e qualunque cosa dici sbagli sempre, ma a me ieri non mi venivano idee per la rubrica così ho rischiato. Dicono che fare sesso occasionale con gli sconosciuti sia molto eccitante. Ma visto che il catcalling è vietato devi mandare una raccomandata con la ricevuta di ritorno. Una delle maniere per non farsi accusare di catcalling è offrire la cocaina, ma ti viene a costare una cifra e commetti reato. Quando il catcalling era permesso io rimorchiavo un tot. Invitare una donna a cena è catcalling, lo sanno tutti che non la stai invitando a cena perché ti sembra denutrita. Alcuni per non incorrere nell’accusa di catcalling lavorano alla mensa della Caritas. “Suca” lo puoi dire solo da uomo a uomo, altrimenti è catcalling.

La denuncia. Catcalling, cos’è e perché si parla di questa forma di molestia nei confronti delle donne. Vito Califano su Il Riformista il 31 Marzo 2021. Si parla molto da qualche giorno in Italia di “cat calling”. Il dibattito è partito da una denuncia di Aurora Ramazzotti. La figlia del cantante Eros Ramazzotti e della showgirl Michelle Hunziker, classe 1996, ha denunciato questo fenomeno. Si definisce “cat calling” quel fenomeno di lanciare apprezzamenti, genericamente con allusioni di tipo sessuale, in strada con modi di dubbio o cattivo o pessimo gusto nei confronti di donne e ragazze. La denuncia in una stories sui social di Aurora Ramazzotti: “Ci rendiamo conto che nel 2021 succeda ancora, di frequente tra l’altro, il fenomeno del catcalling. Sono l’unica che ne è vittima costantemente nonostante sia anche una che si vesta un po’ da maschiaccio. Ma appena mi metto una gonna o, come in questo caso, mi tolgo la giacca sportiva, perché sto correndo e fa un cacchio di caldo, io debba sentire i fischi, i commenti sessisti, le schifezze. Mi fa schifo. E se sei una persona che lo fa, perché stati vedendo questa storia o ti arriva in qualche modo, sappi che fai schifo”. La parola “cat calling” è un prestito integrale dall’inglese. La prima attestazione risale al 1956, come ricorda l’Accademia della Crusca. Si forma dal verbo to catcall, documentato già a partire dalla seconda metà del Settecento per indicare i fischi di disapprovazione verso gli artisti a teatro. Il sostantivo catcall ha letteralmente il significato di “verso che i gatti fanno di notte”. E quindi si riferisce ai vari fischi, apprezzamenti, grida, commenti volgari nei confronti di ragazze e donne e del loro corpo. Il governo francese nel 2018 ha approvato una legge che dichiara punibile il cat calling su strade o mezzi di trasporto pubblico con multe fino a 750 euro, oltre a una mora per comportamenti perfino più aggressivi. Anche in altri Paesi il comportamento è punito. In Italia non esiste un reato per punire il cat calling. D’altronde sarebbe più opportuno agire sulla cultura nella quale nasce un atteggiamento offensivo piuttosto che aggiungere un’altra punizione senza alcun tipo di prevenzione.

Anais Ginori per la Repubblica il 19 aprile 2021. «Abbiamo tutte vissuto storie come questa che restano impresse nelle memoria». Marlène Schiappa ha raccontato l' altra sera in televisione di come sia stata avvicinata con battute volgari, fischiata in strada e di quando nei mezzi pubblici un uomo aveva cominciato a pedinarla. «Ho avuto una delle più grandi paure della mia vita», ha ricordato la ministra alla Cittadinanza, trentotto anni, origini corse e italiane (il cognome si pronuncia alla francese: Sciappà). È stata lei, quando era ministra per la Parità, a far approvare nel 2018 una legge che punisce "commenti o comportamenti con connotazioni sessuali o sessiste" nei luoghi pubblici, con multe da 90 a 1.500 euro in caso di circostanze aggravanti, per esempio quando la vittima ha meno di 15 anni. Tre anni dopo, il bilancio della legge contro il catcalling - termine inglese entrato anche nel dibattito italiano - è ancora modesto: solo 3mila infrazioni registrate dalla polizia. «È normale visto che bisogna cogliere in flagranza di reato i responsabili», si è giustificata Schiappa che però ora vuole andare avanti. Sulla base delle prime denunce, delle osservazioni della polizia e delle associazioni interessate, il governo vuole elaborare una mappa della Francia per identificare le "zone rosse" in cui ci sono più molestie in strada per le donne. E sulla base dei risultati mandare più poliziotti. «Duemila delle 10mila assunzioni di nuovi agenti saranno dedicati a questa missione», ha spiegato Schiappa che ora lavora nel dicastero dell' Interno. La ministra ha spiegato di voler creare "Qsr", quartiers sans relous , usando un gergo giovanile che si può tradurre in: quartieri liberi da molestatori. Di fronte a violenze fisiche e minacce ben più pesante di qualche fischio o battuta, c' è stata qualche critica. Schiappa ne fa una questione d' immagine femminile nella società. «Non possiamo dire alle donne: chiedi un aumento, imponiti nel mondo professionale, non autocensurarti. E poi lasciare che siano costrette a camminare con lo sguardo basso nello spazio pubblico ». Già nel 2018 la legge contro le molestie in strada era stata attaccata, ci fu un controverso testo firmato dall' attrice Catherine Deneuve e altre intellettuali femministe su Le Monde dal titolo: "Libere di essere importunate". Se in passato molte donne si sono abituate a sopportare questo tipo di "fastidio", le giovani sembrano meno disposte a far finta di niente. «Tutti i sondaggi dimostrano che molte ragazze non si sentono sicure e libere di muoversi nello spazio urbano», prosegue Schiappa. «Verbalizzare queste molestie è complicato, servono prove, testimonianze, la collaborazione di tutti. Ma lo Stato deve mettere nero su bianco che pedinare una donna, chiederle 10 volte il numero di telefono, fare commenti non richiesti sul suo fisico, è illegale». Al di là dei risultati concreti, la proposta di Schiappa si inserisce in una battaglia culturale di lungo termine. Nella patria di Simone de Beauvoir, il maschilismo è forse meno visibile ma ancora ben radicato. Fino a qualche anno fa Dominique Strauss-Kahn era considerato solo come un "libertino". Schiappa ha pubblicato numerosi saggi sulla conciliazione tra professione e famiglia, alcuni firmati insieme al marito Cédric Bruguière, con il quale ha avuto due figlie. È stata accusata di voler “americanizzare” la Francia, di fare facile moralismo. Come se le donne non fossero capaci di distinguere la frontiera tra molestia e seduzione. «Per me - risponde spesso la ministra che da piccola sognava di fare la gendarme - l' unico limite che vale è il consenso».

Da "video.corriere.it" il 31 marzo 2021. Aurora Ramazzotti si sfoga sui social dopo aver ricevuto fischi e commenti sessisti mentre faceva jogging per strada: «Chi fa queste cose mi fa schifo». La giovane è stata vittima dell'ennesimo episodio di Cat Calling e ha deciso di denunciare sui social attraverso delle storie su Instagram. «Possibile che nel 2021 succede ancora il fenomeno del Cat Calling?! Appena mi tolgo la giacca sportiva perché sto correndo e fa caldo devo sentire fischi, commenti sessisti e le altre schifezze. Mi fa schifo e se sei una persona che lo fa, mi fai schifo», ha detto Aurora Ramazzotti.

Da "today.it" il 31 marzo 2021. Non c'è mai fine al peggio, soprattutto sul web. Aurora Ramazzotti, che ieri ha detto di essere spesso vittima di catcalling - ovvero apprezzamenti e avances sgradite in strada, condite con termini sessisti - è stata travolta da una valanga di cattiverie sui social. Commenti velenosi - sotto un post che riportava le sue parole su questo fastidioso fenomeno - per certi versi ancora più pesanti delle molestie verbali subite, soprattutto perché molti provenivano proprio da donne. "Ma è la stessa che soffriva perché a scuola dicevano che era brutta? Ora si duole perché le dicono che è bona?" chiede sarcasticamente (e odiosamente) qualcuna, o ancora: "Ma chi la fischia?". E poi da "Neanche fossi Miss Mondo" a "Sarà peggio quando nessuno ti fischierà più", via così scroll su scroll.

La replica di Aurora Ramazzotti. Critiche che fanno inorridire, alle quali Aurora Ramazzotti ha replicato: "Non so perché ma questa volta fa più male del solito - spiega tra le storie Instagram - forse perché è un fenomeno che riguarda tantissime donne. Alcune lo vivono peggio di me, non escono più, non fanno certe strade, non si vestono più in un certo modo. Non sono neanche gli uomini che riducono tutto all'aspetto fisico. Addirittura sembra che ci siano dei requisiti per meritare il catcalling e che io non ce li abbia, perché in quanto cesso non me lo merito. Sono le donne che mi sconvolgono - continua l'influencer - Come fai a dirmi che piangevo da ragazzina perché ero brutta e ora mi lamento perché mi dicono che sono figa? Come fai? Ho letto quei commenti perché volevo capire come percepivano questo messaggio le persone che non mi seguono. Non mi aspettavo che si riducesse di nuovo tutto all'aspetto fisico. Io non mi sognerei nemmeno di pensarla una cosa del genere di un'altra donna. Mi rendo conto che non siamo pronti per l'avanzamento, non andiamo da nessuna parte. Se non ne posso neanche parlare io, che ho un seguito, di un fenomeno del genere, chi lo fa? Non è un'opinione mia, dovrebbe essere scritto in una legge che un uomo non può fischiarmi per strada come fossi un cane".

"Tua mamma così bella, tu brutta", Aurora Ramazzotti risponde all'hater. Aurora mette in evidenza uno dei tanti commenti ("Ma chi ti fischia?") e rincara la dose: "Visto che tu così stai ammettendo che non mi meritavo quei fischi, perché non sono figa, possiamo allora ammettere tutti insieme che siamo arrivati a un punto così basso che anche le cozze addirittura vengono fischiate e ricevono commenti sessisti. Quindi il problema merita di essere risolto, no?". Uno lungo sfogo che si conclude con la promessa di continuare a battersi per certi temi, ma soprattutto contro la cattiveria gratuita: "So che tra i miei follower ci sono tante persone intelligenti che riescono a vedere oltre e vi ringrazio per questo. Non perdo la voglia di parlare di certe cose, anzi, ho un sacco di idee in mente per fare sempre più bene".

Da liberoquotidiano.it il 12 aprile 2021. Una Luciana Littizzetto mai vista così dura. A Che tempo che fa, su Rai3, la storica spalla di Fabio Fazio si esibisce nella sua classica lettera-monologo diventata in brevissimo tempo un trending topic su Twitter, stra-condivisa da migliaia di donne. Il tema? Serissimo, quello del catcalling: il volgare apprezzamento in pubblico che in realtà rappresenta una violenza verbale e psicologica sulle ragazze, denunciata qualche giorno fa da Aurora Ramazzotti. "Pensa che ho letto che il 79% delle donne nella sua vita ha vissuto un’esperienza di catcalling. 79% è tanto, vuol dire quasi tutte. Non è un problema che riguarda solo le donne, ma tutta la società", spiega la comica torinese a Fazio. "Non dire: "Eh che cosa sarà mai il catcalling, quanto la fate lunga, è solo un complimento". E non mi dire: "è sempre stato così." Se l’hanno subito le nostre nonne e le nostre mamme noi non lo vogliamo più. Le nostre figlie non lo vogliono più". Poi si parte con le invettive, parole violentissime contro i maschi che hanno un solo modo di rapportarsi verso il genere femminile: "Ma quanto devi essere disperato per comportarti così? Ma quanta poca gnocca come la chiami tu hai visto, nella tua superflua vita? Caro cretino. Fischiatore solitario. Smanettatore di walter su panchina. Vuvuzela fastidiosa, bavoso schifosone che mi gridi: Ciao zo***a! mentre in pantaloncini corro al parco. Cosa pensi? Ammesso che pensi? Se è un complimento, allora dillo alla tua fidanzata all’altare e vediamo come finisce il matrimonio. Prova quando il prete dice: vuoi tu… Mimmo Catrama… prendere in sposa …. e tu aggiungi Chi? questa vac***a? A vedere come la prende tuo suocero". "Quindi per piacere amico - è la conclusione -: la prossima volta che senti il bisogno di urlare schifezze, fallo rivolto alla luna e se non sai tener ferma la lingua lecca il muro. Cordialmente, io e tantissime donne italiane". Come darle torto.

Sara Manfuso per "la Notizia". Nessuna preclusione aprioristica, nessuna convinzione che alcuni temi di utilità sociale debbano essere trattati da pochi eletti. Se fosse così, chissà, magari dovrei ben guardarmi anch’io dallo scriverne. Ben venga dunque che l’influencer di turno, o che qualche esponente della nutrita categoria dei “figli di” (sdoganata con soavità nell’ultima edizione del GFVip con i vari Oppini e Zenga), possa portare l’attenzione su questioni di una qualche rilevanza pubblica parlando a quei tanti giovani che la politica si è persa per strada. Allora, evviva Aurora Ramazzotti - tanto influencer quanto “figlia di” - che sul suo seguitissimo Instagram fa esplodere il caso “cat calling” con un post, che suona com’è uno sfogo troppo a lungo trattenuto, subito ripreso dalle maggiori testate nazionali.  Sembra davvero non poterne più, poverina. Infatti, scrive così: “Possibile che nel 2021 succede ancora il fenomeno del Cat Calling?! Appena mi tolgo la giacca sportiva perché sto correndo e fa caldo devo sentire fischi, commenti sessisti e le altre schifezze. Mi fa schifo e se sei una persona che lo fa, mi fai schifo”. Cat calling, espressione poco frequentata in Italia e che se tradotta alla lettera può essere altamente fuorviante (a me viene subito da pensare alla “gatta” - cat - cantata da Marcella Bella in “Nell’aria”, ma potrei dover subito respingere le accuse di sessismo per questa citazione canora) che si riferisce ai complimenti di cattivo gusto destinati a una donna per strada, o in altro luogo pubblico. In Francia, nel 2018, Macron ha approvato la legge contro gli “insulti da strada” arrivando a prevedere multe salate e, in taluni casi, un percorso di riabilitazione civica obbligatorio. La tesi di fondo femminile è: non sono un mero corpo, non c’è consenso della destinataria delle parole nell’udirle. Certo, non siamo solo un corpo. Ma siamo anche un corpo, fatto in un certo modo e non per caso. Non intendo scomodare i grandi padri della biologia ma le forme femminili - anche nella specie umana - rimandano alla sessualità, alla fertilità. Così come quelle maschili. Anche noi donne apprezziamo, eccome. Figuriamoci se queste forme si accompagnano anche alla bellezza (“canonica”, perché rispondente a determinati parametri culturali in un dato momento storico; “individuale”, ovvero vissuta come tale dalla sensibilità e dai modelli del singolo). Veniamo al consenso nell’ascolto di tali parole. Non intendo promuovere l’idea per cui le parole non siano importanti, ritengo infatti che queste possano essere armi estremamente acuminate. E fare male, molto male. Ma come facciamo con ciò a far diventare un fischio di apprezzamento, o il “Bambola!” un reato da sanzionare? Penso alle frasi dell’attrice Sofia Vergara che dichiara di essere preoccupata per quando non riceverà più fischi per strada, o alla nostra Alba Parietti che - non troppo tempo fa - con la schiettezza che la contraddistingue dichiara: “provateci voi a 54 anni!”, compiaciuta dei fischi e delle parole di un gruppo di ragazzotti sul volo Ciampino-Ibiza. Il tutto senza consenso, ovviamente. Qui emerge l’eterogeneità del mondo femminile nella reazione al tema. C’è chi vive male il fischio, mi chiedo quante siano; c’è “chi vive per il fischio” ovvero donne narcisiste e insicure che si sentono “confermate” nel loro valore solo attraverso l’approvazione maschile. Ce ne sono tante (troppe!) e non vanno condannate, ma aiutate. Poi, ci sono quelle a mio avviso “equilibrate” (sempre troppo poche!) che possono essere contente di un fischio pur non ritenendo se stesse strumento di gratificazione maschile e che, se il fischio occasionale non è gradito, sono capaci di ignorarlo. Come si fa con una cosa volgare. Non possiamo confondere il cattivo gusto con un reato. Piuttosto, infischiamocene del fischio.

Da adnkronos.com il 31 marzo 2021. "Er Faina mi fa pena, mi dispiace che non riesca a elaborare un ragionamento. Una donna non può essere ridotta ad un paio di gambe, non siamo più delle bestie". Tommaso Zorzi, vincitore del Gf Vip, dal proprio profilo Instagram stigmatizza così le parole di Er Faina, personaggio balzato tra le tendenze di Twitter per le proprie 'esternazioni' sul tema del catcalling e delle molestie. "Quello che mi dispiace è che lui sia seguito, questo lo rende pericoloso. Mi auguro che la gente possa capire", dice Zorzi su Instagram. Ma cosa ha spinto Er Faina tra le tendenze di Twitter? Seguito su Instagram da oltre 1 milione di persone, Er Faina -che sul social si presenta come comico e si definisce 'La Voce Di Chi Non Ha Voce- ha in sostanza derubricato a 'normale tecnica di rimorchio' gli atteggiamenti che vengono riassunti con il termine "catcalling", usato per indicare apprezzamenti inappropriati che per strada vengono rivolti alle donne e che sono in tutto e per tutto una forma di molestia. Il tema, nei giorni scorsi, era già stato affrontato da Aurora Ramazzotti.

Da "oggi.it" il 7 aprile 2021. OGGI, in edicola da domani, ospita la risposta che Michelle Hunziker ha voluto dare a una lettrice sul caso di «cat calling» (molestie per strada) denunciato dalla figlia Aurora. «Credo sia giusto prendere posizione di fronte a questo fenomeno, e dire chiaro e forte che non è né spiritoso né divertente, solo irrispettoso e volgare. Bisogna farlo soprattutto pensando alle ragazzine più giovani, alle più timide, che rischiano di esserne umiliate e impaurite». Spiega Michelle: «Non mi piace chi prova a spacciare il cat calling per un omaggio un po’… ruspante: penso che un uomo intelligente abbia frecce migliori al proprio arco per esprimere apprezzamento…Mi ha fatto molto piacere che Aurora abbia reagito con decisione: il senso della giustizia l’ha spinta a usare la sua consapevolezza e i suoi strumenti per mandare un segnale che può dare coraggio a chi ha un carattere meno forte del suo, e che forse farà riflettere chi non è tanto abituato farlo». Sul caso denunciato da Aurora Ramazzotti, OGGI, in edicola da domani, ha raccolto il parere di molte donne dello spettacolo. Tra le tante, Alba Parietti: «È giusta la polemica di Aurora… chiedere giustizia ancora oggi è come uscire disarmati davanti al plotone d’esecuzione e sì, lo ammetto, io non me la sono sentita… Però non esageriamo al contrario: un uomo non deve camminare muto e con gli occhi bassi, io non mi sento offesa da un fischio, mi fa sorridere». Martina Colombari: «Io, a 46 anni, tiro dritto e non me la prendo, ma capisco che può creare disagio… Piuttosto considero molesto l’atteggiamento di chi ci prova con me anche se sa che sono sposata, ho un figlio e non mostro interesse nei suoi confronti». Manuela Arcuri: «A me ha sempre spaventato il fischio o il commento per strada. Da ragazzina di più ma anche adesso mi fa sentire in ansia». Giulia Arena, attrice anche nel «Paradiso delle Signore»: «Mi sembra un modo goffo di mostrare la “criniera” e sentirsi autogratificati perché nella nostra cultura c’è ancora l’idea dell’uomo che così esprime virilità». E se Samanta Togni racconta: «Sono stata vittima di questi comportamenti e mi sono sentita offesa, anzi, indignata. Io spesso reagisco, non gliele mando a dire!», altre, come Iva Zanicchi si complimentano con Aurora perché «il complimento volgare va stigmatizzato» ma avvertono: «In generale, mi pare si stia esagerando, stiamo andando verso un mondo sterilizzato in cui un fischio passa per un’offesa mortale: se ne fa una questione di Stato, non si può più dire niente!». E Donatella Rettore ironizza: «Io mi domando seriamente dove sono finiti gli uomini che fanno i complimenti».

Maria Elena Barnabi per "cosmopolitan.com" l'8 aprile 2021. Care lettrici di Cosmopolitan, mi presento. Sono nata negli Anni Settanta, sono stata adolescente negli Anni Ottanta, ho iniziato l’Università nel 1991 (sì, mettevo i jeans a vita alta) quando probabilmente nessuna di voi manco era nata. Negli anni Duemila iniziavo la mia sfolgorante carriera nel mondo dell’editoria dei femminili. Insomma quando qualcuna di voi andava all’asilo nido, io avevo già smesso di bere non solo le varie vodka aromatizzate, ma anche alcune marche di champagne perché mi davano bruciori di stomaco. Tutto questo per dire che sì, sono più vecchia di voi. Non proprio vecchia tipo nonna, neanche tipo mamma (mio figlio ha 10 anni). Più vecchia tipo zia, ecco. E con la voglia amorevole della zia di passare antiche saggezze nate da esperienze dolorose ancorché necessarie (supportate da anni sul lettino a fare analisi) a diventare la donna che sono, mi accingo a dire la mia sul cat calling. Che in sostanza si può risolvere così: quando la piantiamo di lamentarci solo sui social e cominciamo a metterci la faccia anche nella vita vera?

Colpirne uno per educarne cento. Un bel vaffanculo detto al momento giusto, al tipo giusto e con il tono giusto fa più di mille storie instagram, credete alla zia. Del resto il “colpirne uno per educarne cento”, come diceva Mao Tse Tung, sta alla base della più grande rivoluzione culturale mai attuata nel mondo occidentale. Dico questo perché nei commenti che ho letto a corollario dei vari articoli, pezzi e storie instagram comparsi sull’argomento di recente, conseguenza della denuncia fatta da Aurora Ramazzotti (ha detto su ig “mi fate schifo” a quelli che le fischiavano per strada mentre lei correva, e si è scatenata la polemica), ho letto moltissime testimonianze di ragazze che si dicevano mortificate e umiliate dalle molestie di strada, in seguito alle quali erano state costrette a “cambiare strada”, “far finta di niente” eccetera. Ieri è anche uscito un articolo di Selvaggia Lucarelli che racconta della sua sofferenza di adolescente formosa, presa di mira dai commenti volgari delle reclute della caserma vicino casa sua ogni volta che doveva prendere la corriera. Del resto cosa può fare se non cambiare strada una quindicenne quando ci sono 30 ragazzi che additano le sue tette?

Non siamo tutte quindicenni. Il punto è che, a leggere i commenti sui social e nella blogosfera, sembra che siamo tutte quindicenni impacciate. Addirittura ho letto di una collega che dice di aver insegnato alle sue figlie femmine a “non mantenere lo sguardo”, perché, immagino, sarebbe atto di superbia o provocazione verso il maschio che fa cat calling. Questi commenti mi fanno andare il sangue al cervello. Ci professiamo femministe, poi insegniamo alle ragazze ad abbassare lo sguardo? Le mie nonne (che come tutte le donne della società agricola lombarda di 100 anni fa erano le vere capofamiglia, figurarsi se abbassavano lo sguardo davanti a un maschio) si sarebbero scandalizzate a sentire queste parole. Ci lamentiamo sui social del maschio arrogante e predatore, e quando ce lo troviamo davanti arretriamo o cambiamo strada? Ma che fine hanno fatto gli insegnamenti delle femministe che ci hanno cresciute, noi nate quarant’anni fa? Dove sta l’autoaffermazione delle donne? Ho una notizia: i maschi vanno affrontati e rimessi al loro posto. A muso duro. Sui social e nella vita vera, ogni giorno, senza farne passare una. Ovviamente non sto parlando di quelle forme di cat calling che sono molestie fisiche (inseguimenti, palpeggianti e altro: l’unica cosa da fare in questi casi è scappare e denunciare appena possibile), ma di quel cat calling più comune e diffuso, quello che a quanto pare il maschio italico fatica a catalogare come molestia: il commento volgare, lo sguardo insistente, l’approccio indesiderato.

Come rispondere al cat calling. Se uno ti urla una frase volgare per strada hai due alternative: far finta di niente e tirare dritta (che ti frega poi di un deficiente) oppure fermarti, girarti e ribattere (perché alla fine, poi, delle parole di quel deficiente un po' ti frega). Novanta su cento se ne andrà con la coda tra le gambe. I bulli non si aspettano la rivolta degli schiavi. Se c’è un gruppo di ragazzi su un marciapiede, è bellissimo passare in mezzo a loro e piantargli gli occhi nelle pupille. In genere non hanno mai il coraggio di fiatare. Se fiatano, basta controbattere con una battuta ugualmente volgare. Certo costa un po’ di fatica e di coraggio: di fronte ai bulli è normale avere paura. E se poi questi si arrabbiano? E se ti tirano un ceffone? E se poi ti violentano? In genere l’effetto sorpresa è paralizzante per tutti. E poi ci sono tanti piccoli accorgimenti per trovare il coraggio di controbattere la prima volta: farlo davanti a un sacco di gente, di giorno, con un’amica, mentre si porta in giro il cane. L’importante è farlo. Il misto di eccitazione, paura e onnipotenza che si prova è un friccico bellissimo di cui poi fatichi a fare a meno. Ricordo la mia prima volta, ero in seconda media e un bullo mi prese in giro per le tette, o qualcosa del genere. Gli risposi che aveva il cazzo piccolo e quello mi disse la classica frase da bullo: «Barnabi, ti aspetto fuori». In cima alle scale, cercai di rimandare il più possibile la mia condanna, ma insomma quando il bidello stava ormai spegnendo le luci della scuola, mi feci forza e uscii. Me ne diede un sacco, ma inspiegabilmente riuscii a dargli tanti calci negli stinchi. Ero piccola e veloce. Finimmo pari. Da quel giorno ebbi la certezza che sapevo difendermi. Crescendo mi resi conto che non potevo più fare a botte con i maschi: loro erano diventati più forti di me. Ma rimasi convinta di potermi sempre far valere. Come giustamente ha ricordato l'influencer e sex columnist Carlotta Vagnoli in un video su instagram visto quasi 1 milione e 500mila volte, il cat calling è una dimostrazione di potere del maschio sulla donna, che con i complimenti e il desiderio sessuale non c’entra nulla. In questi casi i bulli sono un po’ come i cani: hanno solo bisogno di capire chi è il padrone. E il padrone possiamo essere noi.

Da today.it il 31 marzo 2021. Damiano Coccia – youtuber romano da 1,1 milione di follower noto come Er Faina - ha affidato a svariate storie Instagram il proprio punto di vista sul dibattito riguardante il cosiddetto catcalling, ovvero la pratica di riservare per strada apprezzamenti e avances sgradite, anche con termini sessisti, soprattutto alle donne. In queste ore la questione trova ampio spazio in rete dopo che Aurora Ramazzotti ha lamentato di esserne spesso vittima, dicendosi schifata da chi è avvezzo al discutibile costume. Così Er Faina ha detto la sua: “Io posso capire se uno viene, ti insulta, ti rompe il ca*… Ma che c’è un manuale di rimorchio? Uno passa, vede due belle gambe… dici “Ah fantastica”. Mica t’ho detto ‘affanc*** brutto cess*”, ha affermato non prima di aver postato un riferimento proprio a quanto affermato dalla figlia di Eros e Michelle Hunziker. E ancora: “Il catcalling? Per due fischi? Io non so dove andremo a finire. Se qualcuno viene ti tocca, posso capire. Ma se uno fischia e ti dice ‘ah bella’…”. Poi la precisazione: “Ovviamente questo discorso vale per i ragazzi. Perché se a una ragazzi di 16 anni gli si affianca uno 60 e le dice ‘bella’ sono io che gli tiro uno scarpa...”, ha aggiunto lo youtuber che, in seguito, ha lamentato di essere stato destinatario di accuse e ingiurie da parte di chi non ha condiviso il suo pensiero. “Qualcuno mi ha detto che sono pericoloso, manco facessi parte del cartello di Pablo Escobar…”, ha detto ancora, allegando screenshot degli insulti ricevuti: “Io non posso dire quello che ho detto mentre loro politicamente corretti possono dirmi di tutto e di più… This is Italia”, ha chiosato.

Roberta Scorranese per il “Corriere della Sera” il 2 aprile 2021. È amareggiata? «Molto. Non mi aspettavo commenti così offensivi, specie da parte di donne». In un video diffuso sui social lei ha denunciato il cosiddetto «cat calling», quel fenomeno - purtroppo molto comune - per cui le donne vengono fischiate per strada e apostrofate con commenti sessisti. «Mi è sembrato giusto farlo perché tante donne non hanno la forza di reagire a quella che ormai è una prassi considerata normale. Ma quelli che fischiano, o che dicono di peggio, non sanno che cosa si prova. Paura, umiliazione». Aurora Ramazzotti lo ha detto chiaramente nel video, con quella spontaneità che veste abitualmente sui social network: «Possibile che nel 2021 succeda ancora il fenomeno del cat calling ? Appena mi tolgo la giacca sportiva perché sto correndo e fa caldo devo sentire fischi, commenti sessisti e altre schifezze. Mi fa schifo e se sei una persona che lo fa, mi fai schifo». E le risposte alle frasi della conduttrice ventiquattrenne, figlia di Eros Ramazzotti e Michelle Hunziker, sono state da brivido. Dalla più gentile («Ma chi ti vede?»), fino a scendere giù, nel fondo del repertorio degli «hater», che la prendono di mira da anni. In una delle «storie» che lei ha pubblicato su Instagram ammette che stavolta fa più male del solito.

«Intanto perché a intervenire sono state anche le donne. E poi perché alcuni commenti lasciano intendere che il cat calling "te lo devi meritare", che non sono abbastanza bella per un fischio per strada o un commento sessista».

Come se questa forma di molestia fosse un premio.

«Sì, lo trovo assurdo. Grazie all'attività di mia madre (Hunziker guida da anni la Fondazione Doppia Difesa assieme a Giulia Bongiorno, ndr ) sono cresciuta con una certa consapevolezza e so bene che ci sono delle donne che evitano persino di prendere i mezzi pubblici per paura delle molestie. Ci sono quelle che si rigirano le chiavi in mano mentre attraversano un parcheggio isolato di sera. Come si fa a rispondere che il cat calling richiede certi requisiti?».

Confondere la molestia con un apprezzamento gentile è molto comune?

«Sembrerebbe. Io penso di saper distinguere una frase gentile, un complimento, da una forma di molestia verbale. Certo, ci sono molestie molto più pesanti, per non parlare delle aggressioni e della violenza fisica, però io agli uomini dico: mettetevi nei panni di una donna che sta camminando da sola per strada o sta correndo in un parco deserto. Come pensate che possa reagire quando voi fischiate e richiamate la sua attenzione come se fosse un cane? Ci sono donne che hanno smesso di vestire come vogliono per non attirare sguardi imbarazzanti».

Se ne parla poco, perché?

«Temo che sia una prassi così normalizzata da risultare antipatico - per paradosso - un intervento come il mio». La risposta tipica, in questi casi, è: «Ora non vi si può più nemmeno fare un complimento».

Come replicare?

«Il complimento lo riconosci. Intanto perché non ti viene rivolto mentre sei da sola, per strada e stai facendo altro. Ti viene rivolto in altre situazioni, quando si entra in contatto con rispetto e si capisce che la donna si trova a proprio agio. Ma sa che cosa mi ha ferito di più?».

Che cosa?

«Che in tanti abbiano legato questo mio sfogo alla foto nella quale facevo vedere la mia pelle imperfetta, quella che ho diffuso qualche tempo fa. Il discorso è stato più o meno questo: prima si lamenta della pelle brutta e poi si lamenta se le fanno un complimento. Vuol dire non aver capito nulla, non aver colto né il primo né il secondo messaggio. Addirittura quando ho postato la foto con l'acne hanno detto che lo stavo facendo per farmi pubblicità».

Sua madre è stata vittima di stalking. Come si cresce con questa ombra persecutoria accanto?

«Si finisce per non essere mai da sole, ma sempre accompagnate da qualcuno».

Pensa che in questa fase sia necessario l'appoggio di quegli uomini che rispettano le donne e che non si riconoscono nella categoria dei «cat caller»?

«Importantissimo. La condanna da parte loro diventa un cambio di passo. Abbiamo bisogno degli uomini, non solo in questa battaglia ma anche in tante altre. Per esempio, quella per la parità salariale. Eppure anche io, che sono un'ottimista, di fronte a questa sfida mi deprimo. Cambiamo argomento».

·        Il Metoo.

Dagospia il 21 dicembre 2021. Da “La Zanzara - Radio24”.

D: Signora Reade, lei ha detto di essere stata molestata sessualmente da Joe Biden, attuale presidente degli Stati Uniti d’America 

Sì, ero parte del suo staff, ho lavorato per Joe Biden nel suo staff del Senato dal 1992 al 1993 e, quando ho lavorato lì, mi ha aggredito sessualmente. 

D: Quando è successo esattamente

Nel 1993, mi è stato chiesto di portargli la borsa della palestra e quando l’ho incontrato a Capitol Hill, mi ha spinto contro il muro e mi ha infilato le dita dentro, senza il mio permesso. 

D: E’ successo solo una volta?

Mi molestava sessualmente (“sexual harrassment”), nel senso che mi metteva le mani sulle spalla e nei capelli, ma la violenza è avvenuta solo una volta, quando mi ha spinto contro il muro, mi ha baciato, aveva le mani dentro la mia camicia e sotto la mia gonna 

D: Lei ha detto di essere stata penetrata con le dita, cosa accadde concretamente?

Sì, gli stavo porgendo la borsa della palestra, ha iniziato a baciarmi, chiedendomi di andare da qualche altra parte, ha detto che voleva scoparmi e poi ha messo le dita dentro di me. Ho cercato di allontanarmi da lui, ed ero scossa perché è stato tutto all'improvviso, non me l'aspettavo. Ed era il mio capo, aveva l'età di mio padre. E non volevo. 

D: La cosa è finita con quell’episodio?

Sì. E quello che è accaduto dopo è stato emotivamente forte per me perché avevo tanta paura. Sapevo che, dicendogli di no, la mia carriera sarebbe finita. 

D: Ed è quello che è successo?

Sì, dopo mi ha detto: e dai, pensavo ti piacessi. Poi ha agitato un dito, me lo ha puntato contro e mi ha detto: tu non sei niente per me, non sei niente. 

D: Perché non l’ha denunciato subito, ma solo dopo la sua candidatura alla presidenza? Questo lascia perplessi…

Per una serie di ragioni. Ho provato a farmi avanti nel 1993. Ho fatto una denuncia per molestie sessuali all’interno dello staff di Biden, ma un membro dello stesso staff mi disse: "Ti distruggeremo, cazzo". 

Avevo vent’anni, mi hanno messo a tacere. Poi quando altre sette donne si sono fatte avanti nel 2019, prima che Joe Biden fosse candidato ufficialmente alla Presidenza, mi sono fatta avanti anch’io, pensando che il movimento ‘Me Too’ mi avrebbe aiutato 

D: E invece?

No, loro stanno con i Democratici, con l’élite democratica

D: Lei ha votato per Trump alle ultime elezioni?

No, non sono mai stata una Repubblicana, sono sempre stata per i Democratici in tutta la mia vita da adulta. Ho lavorato per i Democratici, con Panetta e poi con Joe Biden. Ero una Democratica. 

Quando ho raccontato la verità su Biden loro hanno vissuto questa cosa come un tradimento. E hanno tentato di distruggere la mia vita 

D: Ripeto. Personalmente ho dei dubbi sulle denunce fatte tanti anni dopo i fatti. Lo stesso Biden ha chiesto scusa per alcuni atteggiamenti verso le donne

Biden non mi ha mai chiesto scusa e non è mai stato indagato.  Le sue scuse non hanno nulla a che fare con lo stupro. E comunque ho provato a denunciare nel 1993 e sono stata bloccata. Ho seguito il protocollo interno per gli uffici, ci sono dei files, dei documenti, ma Joe Biden non li renderà mai noti

D: Perché all’epoca non andò dalla polizia?

Mia madre mi ha pregato di andare alla polizia, ma avevo troppa paura. Avevo paura di quello che sarebbe successo se fossi andata in Polizia, perché succedono brutte cose alle donne che cercano di farsi avanti. Quindi ho cercato di stare attenta e sono passata prima attraverso il protocollo. 

D: Cosa c’è di nuovo oggi, si potrebbe riaprire il caso contro Biden?

Sì, potrebbe esserci un'indagine del Congresso, perché ora è emersa la corruzione di Cuomo e che Cuomo aveva parlato con Biden, lo staff di Cuomo avrebbero chiesto a Biden consigli su come  distruggere le vittime di molestie, ora è stato tutto reso pubblico dal procuratore generale. Quindi, se i Repubblicani vinceranno, potrebbe esserci un'indagine del Congresso 

D: Oltre al suo racconto che prove ci sono?

L’ho detto all'epoca dei fatti, c'è la denuncia per molestie sessuali che ho presentato ed è abbastanza per giustificare un'indagine. Non so quali saranno gli esiti, ovviamente, finché non ci sarà l’indagine, ma penso che permetterebbe ad altre donne di farsi avanti. E so che oltre alle sette che si sono fatte avanti, ce ne sono altre due che hanno paura di farsi avanti

D: Dunque lei considera Biden un molestatore seriale?

Secondo me Joe Biden è un predatore. Per la mia esperienza con lui. È la mia opinione. Ma ciò che è più preoccupante è che il Partito Democratico sta proteggendo i predatori: Clinton, Epstein, Cuomo, Biden. 

E incolpano i Repubblicani di tutto, e anche i Repubblicani hanno i loro problemi, come Trump. Ma quello che sta succedendo con i Democratici è che sventolano la bandiera del "Me Too", che è ipocrita perché protegge l'élite 

D: Però si tratta sempre della sua parola contro quella del Presidente, per fatti avvenuti tanti anni fa…Non c’è nulla di accertato

Ascoltate bene. Io volevo davvero, ero molto seria sulla mia carriera quando avevo vent'anni…volevo lavorare con Joe Biden e lo vedevo con rispetto. 

È stato scioccante vedere la mia vita distrutta...ed è stata distrutta... la mia carriera, non una, non due, ma ha distrutto la mia vita altre volte quando ho cercato di parlare.

Mi hanno chiamato “agente russo”, perché avevo detto pubblicamente che sostenevo la leadership russa di Vladimir Putin e non sostenevo la xenofobia. E ho detto che doveva esserci equilibrio nel mondo. E hanno usato questa contro di me, ma molto semplicemente non è vero: non sono un agente russo, sono un’americana che lavorava per il Governo americano, e che ci credeva (Piange, ndr) 

D: Come considera Joe Biden come uomo?

Penso che sia un predatore bugiardo, un misogino, che si è dimostrato una specie di razzista che si nasconde dietro le sue risorse e i suoi soldi. 

Non so perché lo sostengano, a questo punto è l’ombra di un uomo e ha problemi nel tenere in ordine il suo cervello. In ogni caso secondo me non credo che debba essere consentito a un predatore sessuale, a qualcuno che ha aggredito sessualmente qualcuno, di essere il leader del Paese

D: Lei davvero pensa che possa essere incriminato?

Non si tratta di incriminare Joe Biden. Si tratta di non avere stivali a schiacciare la gola. Le donne devono poter parlare quando succede loro qualcosa senza che la loro carriera sia rovinata. 

Ciò che proprio non va è che quell'aggressione è avvenuta, è stato un episodio isolato, traumatico. Ma rimetterci la mia carriera solo perché ho detto la verità, ecco questa è un’infamia.

D: Ogni tanto lei ripensa alle dita di Biden dentro di lei?

Oh, questa è una buona domanda. Perché, per molto tempo, ho cercato di non pensarci affatto. E poi, quando mi sono fatta avanti e l'ho raccontato, ho ricominciato ad avere gli incubi. Incubi con lui che mi afferra. E mi costringe. 

E ricordo il dolore delle mie ginocchia, di quando mi aprì le gambe con il ginocchio contro le mie rotule. E quindi, sì, ho ancora gli incubi. E di recente mi hanno minacciato via mail di spedirmi in prigione. Mi accusano di essere una spia russa. E questo è spaventoso, perché, sai, molta gente può pensare che io sia una traditrice

D: Grazie, signora Reade. Ci può ripetere bene in conclusione quello che avvenne nel 1993 nei corridoi del parlamento americano?

Lui mi metteva le mani sulle spalle, mi massaggiava le spalle, mi metteva le mani nei miei capelli. Una cosa molto strana, era il mio capo e non avevo mai parlato con lui... 

Un giorno mentre gli riportavo una borsa nei corridoi di Capitol Hill, all’improvviso mi ha spinto contro un muro, con il ginocchio mi ha allargato le gambe…è successo tutto all’improvviso…diceva che voleva scoparmi, di andare in un posto privato, mi ha infilato le mani sotto la camicetta e sotto la gonna…mi ha messo un dito dentro la vagina. Io non lo volevo, non lo volevo, ero molto spaventata e ho cercato di liberarmi

D: Continui…

“Quello stesso dito me lo ha puntato contro, quando l’ho rifiutato, e mi ha detto: tu non sei niente per me, non sei niente. E in quel momento il mondo si è chiuso dietro di me, sapevo che stava andando tutto a rotoli e che la mia carriera sarebbe finita. 

Non è stato solo l’assalto a essere orribile, è stato il tutto. Mi ricordo il freddo del muro, il suo odore, sapeva di lavasecco. L'ultima cosa che mi ricordo è che mi ha cinto le spalle col braccio dicendomi "va tutto bene", e poi se n’è andato via senza nemmeno guardare indietro. Io mi sono seduta sulle scale, tremavo e le mie gambe non reggevano. 

Ero molto spaventata. Quando sono arrivata a casa mia madre mi ha detto di andare dalla polizia ma io non volevo, ero troppo spaventata. E’ stata una delle cose peggiori che sono successe nella mia vita

Da “il Messaggero” il 17 Dicembre 2021. Il breve rientro nel reboot di Sex and the City' non ha portato fortuna a Chris Noth: l'attore è stato accusato da due donne di averle stuprate. Zoe, che oggi ha 40 anni, e Lily di 31 hanno detto che è stato proprio lo show a far scattare la molla che, separatamente e a mesi di distanza l'una dall'altra, le ha portate a contattare l'Hollywood Reporter con le accuse al vero Mr. Big. Rivederlo sul piccolo schermo, hanno detto Zoe e Lily (entrambi nomi di fantasia), ha riportato a galla memorie dolorose delle violenze subite rispettivamente a Los Angeles nel 2004 e a New York nel 2015. Noth respinge categoricamente le accuse, affermando che si tratta di falsità.

Estratto dell'articolo di Anna Lombardi per "la Repubblica" il 22 dicembre 2021. Che il Mister Big della serie tv Sex and The City non fosse certo un santo, Carrie e le sue amiche lo hanno sempre saputo. Ma le gravi accuse di violenza sessuale avanzate contro l'attore Chris Noth che da sempre lo interpreta, hanno lasciato sgomente le star dell'iconica serie appena tornata sul piccolo schermo dopo 17 anni col titolo And Just Like That . «Siamo profondamente rattristate dalle accuse contro di lui. Sosteniamo le donne che hanno condiviso le loro dolorose esperienze. Farlo non dev'essere stato facile e le lodiamo per questo», hanno dunque scritto condividendo lo stesso messaggio nelle storie dei loro rispettivi profili Instagram le protagoniste della saga: Sarah Jessica Parker, la Carrie per sei lunghe stagioni innamorata di Big, poi sposato in uno dei film successivi, salvo vederlo morire nella prima puntata della nuova saga; Cynthia Nixon, nella fiction l'avvocatessa Miranda Hobbes, ma nella realtà la candidata dem che nel 2018 perse la sfida contro l'ex governatore di New York Andrew Cuomo, poi costretto a dimettersi travolto da una serie di accuse di molestie; e infine Kristin Davis che veste i panni della raffinata Charlotte. Noth, 67 anni, aveva smentito le accuse da lui definite «categoricamente false», pur ammettendo di aver fatto sì, sesso con quelle signore (...) Impegnato nella serie The Equalizer prodotta da Cbs , dove indossava i panni di un ex direttore della Cia. Come ormai accade in questi casi - colpevole o innocente che sia - a Cbs non hanno perso tempo: lo hanno licenziato. E pure l'agenzia A3 Artist che lo rappresentava lo ha mollato. L'attore ha perso altri contratti importanti: quello da 12 milioni di dollari per una pubblicità di tequila. E quello con Peloton: la cyclette su cui pedala poco prima di morire in And Just Like That, per compensare i danni provocati dalla sua uscita di scena (le loro azioni crollate dell'11 per cento dopo la messa in onda) lo avevano coinvolto in uno spot dove si scopriva che non era morto ma scappato con un'avvenente allenatrice. Diavolo di un Big. Tutt' altro che un santo, nella fiction come nella realtà.

Mr Big (Chris Noth) di «Sex and the City» accusato di violenza sessuale. Maria Volpe su Il Corriere della Sera il il 16 dicembre 2021. L’attore che interpreta l’eterno amore di Carrie (Sarah Jessica Parker) avrebbe aggredito, anni fa, due donne che non si conoscono. Noth: «Accuse del tutto false». Il celebre Mr. Big di «Sex and The City», l’attore Chris Noth, è stato accusato da Zoe, ora 40enne, e Lily, ora 31enne, di averle aggredite sessualmente. Una notizia shock all’indomani del ritorno della celebre serie, che ora si intitola «And Just Like That» che vede tra i protagonisti proprio lui, Mister Big, eterno amore di Carrie (Sarah Jessica Parker). Le due donne che lo accusano, non si conoscono e hanno parlato separatamente, a distanza di mesi, con il sito The Hollywood Reporter, riferendo che proprio il ritorno della serie ha risvegliato in loro terribili e «dolorosi ricordi» di eventi che - dicono - si sarebbero verificati rispettivamente a Los Angeles nel 2004 e a New York nel 2015.

Protette per la privacy

Per proteggere la loro privacy, The Hollywood Reporter utilizza per entrambe degli pseudonimi. Lily, ora giornalista, ha contattato THR ad agosto. «Non sono sicura di come affrontare questo tipo di storia e di come si possano trovare le altre vittime», ha scritto in una e-mail. Il sito ha invece sentito Zoe in ottobre. Lavora ancora nell’industria dello spettacolo e teme le ripercussioni se la sua identità fosse nota. Ma «vedere che stava riprendendo il suo ruolo in Sex and the City ha fatto scattare qualcosa in me», ha dichiarato. «Per così tanti anni, l’ho seppellito». Ma ora ha deciso che era ora di «provare a rendere pubblico chi è» Chris Noth.

La difesa di Mr. Big

Contattato per un commento, Noth ha inviato una dichiarazione: «Le accuse contro di me, fatte da due persone che ho incontrato anni fa, anche decenni fa, sono categoricamente false. Queste storie potrebbero essere di 30 anni fa o 30 giorni fa, ma “no” significa sempre “no” e questa è una linea che non ho superato». L’attore sottolinea: «Gli incontri sono stati consensuali. È difficile non mettere in discussione il tempismo di uscita di queste storie — aggiunge l’attore, 67 anni — Non so per certo perché stanno emergendo ora, ma so questo: non ho aggredito queste donne».

"Sex & the City", l'attore Noth sotto accusa per due stupri. Redazione il 17 Dicembre 2021 su Il Giornale. Un altro big travolto da uno scandalo sessuale. Un altro big travolto da uno scandalo sessuale. Denunciato da Zoe, che oggi ha 40 anni, e Lily, che adesso ne ha 31. Affermano entrambe di essere state aggredite sessualmente dall'attore Chris Noth, il celebre Mr. Big di «Sex and The City», che rigetta le accuse, come in un copione già scritto. Le due donne - che non si conoscono e hanno parlato separatamente, a distanza di mesi, con il sito The Hollywood Reporter che riporta la notizia - riferiscono che il successo sulla stampa del sequel della serie di Hbo Max «Sex and the City And Just Like That», in cui Noth riprende il ruolo di Mr. Big, ha rievocato in loro «dolorosi ricordi» di eventi che dicono si siano verificati rispettivamente a Los Angeles nel 2004 e a New York nel 2015. Per proteggere la loro privacy, The Hollywood Reporter utilizza per entrambe degli pseudonimi.

Lily, ora giornalista, ha contattato THR ad agosto. «Non sono sicura di come affrontare questo tipo di storia e di come si possano trovare le altre vittime», ha scritto in una e-mail. Il sito ha invece sentito Zoe in ottobre. Lavora ancora nell'industria dello spettacolo e teme le ripercussioni se la sua identità fosse nota. Ma «vedere che stava riprendendo il suo ruolo in Sex and the City ha fatto scattare qualcosa in me», dice. «Per così tanti anni, l'ho seppellito». Ha deciso che era ora di «provare a rendere pubblico chi è» Chris Noth.

Contattato per un commento, Noth ha inviato una dichiarazione: «Le accuse contro di me fatte da due persone che ho incontrato anni fa, anche decenni fa, sono categoricamente false. Queste storie potrebbero essere di 30 anni fa o 30 giorni fa, ma no significa sempre no e questa è una linea che non ho superato». L'attore sottolinea: «Gli incontri sono stati consensuali. È difficile non mettere in discussione il tempismo di uscita di queste storie - aggiunge mettendo totalmente in discussione le denunce - Non so per certo perché stanno emergendo ora, ma so questo: non ho aggredito queste donne».

Dagotraduzione da Variety il 21 dicembre 2021. In questo racconto in prima persona, Blake Stuerman, 30 anni, descrive in dettaglio le sue esperienze nei suoi quattro anni con il regista Bryan Singer, che è diventato famoso dirigendo "I soliti sospetti" nel 1995 e poi diversi blockbuster, tra cui "X-Men", “Superman Returns” e, più recentemente, “Bohemian Rhapsody” nel 2018. Stuerman ha incontrato Singer nel 2009 a New York City quando aveva 18 anni, ed ha iniziato una relazione sessuale con lui poco dopo; Singer aveva 43 anni. Il loro tempo insieme è finito dopo che Stuerman è stato licenziato come assistente di Singer nel giugno 2013 nel film "X-Men: Days of Future Past", uscito l'anno successivo. Stuerman crede che la sua relazione con Singer sia stata violenta e traumatica. Dice di essere stato ulteriormente traumatizzato dall'essere stato testimone di un incidente nel 2012 in cui Singer avrebbe aggredito qualcuno. Variety ha confermato parti del racconto di Stuerman sulla sua vita con Singer attraverso documenti, fotografie, e-mail e messaggi di testo forniti da Stuerman e parlando con persone nelle orbite di Stuerman e Singer al momento di questi eventi. In totale, Variety ha intervistato 20 persone per questa storia, 18 delle quali hanno parlato con Variety in base a un accordo di anonimato al fine di proteggere le loro posizioni all'interno dell'industria o per timore di rappresaglie da parte di Singer, così come i genitori di Stuerman. L'accusa di aggressione di Stuerman è stata confermata da qualcuno che era presente. Quando è stato fornito un riassunto dettagliato di ciò che ha scritto Stuerman, l'avvocato di Singer, Andrew Brettler, ha risposto con una lettera di quattro pagine in cui ha definito le accuse di Stuerman "non corroborate, provocatorie e altamente diffamatorie" e che Stuerman "ha semplicemente un'ascia da macinare" contro Singer. Ma Brettler non ha contestato - né ha commentato - le accuse secondo cui Singer ha avuto rapporti sessuali con Stuerman a partire dall'età di 18 anni. Inoltre, non ha contestato o commentato l'affermazione secondo cui Singer ha aggredito qualcuno e Stuerman ne è stato testimone. La risposta di Singer è inclusa alla fine del pezzo. Singer è stato oggetto di polemiche per gran parte della sua carriera, a partire dalle accuse di cattiva condotta che coinvolgevano minori sul set del film del 1998 "Apt Pupil", esplose dopo che è stato accusato di aver stuprato un minore in una causa civile nel 2014 (poi ritratta). Nel 2019, Singer ha risolto una causa per 150.000 dollari in cui si sosteneva che avesse violentato un ragazzo di 17 anni nel 2003 (ha negato le accuse). Singer non è mai stato arrestato o accusato di un crimine correlato a queste accuse e ha negato tutte le accuse di cattiva condotta sessuale. Anche le sue abitudini professionali sono state oggetto di esame e alla fine del 2017 è stato licenziato da "Bohemian Rhapsody" dopo aver causato quello che l'Hollywood Reporter ha definito «caos sul set». Da allora non ha diretto nessun film. - Adam B. Vary e Kate Aurthur 

Ho compiuto 18 anni nel marzo del 2009. Pochi giorni dopo il mio compleanno, la mia vita sarebbe cambiata per sempre. 

Stavo lavorando a New York come assistente scenografo quando sono stato presentato a Bryan Singer. Bryan aveva sentito parlare di me tramite Gary Goddard, un suo amico, che stava producendo due degli spettacoli a cui stavo lavorando. Ero magro, selvaggiamente precoce e non dimostravo più di 15 anni. La definizione da manuale di un ragazzo. 

La prima sera che ho incontrato Bryan, sono stato invitato a cena tardi al Nobu 57. Gary mi ha chiamato, dicendomi di incontrare lui e i suoi amici per cena. Gli amici di Gary erano venuti in città per l'inaugurazione dei suoi spettacoli. Ha detto che il loro elicottero era appena atterrato ed erano in rotta. Mi ha seguito pochi minuti dopo per assicurarsi che stessi arrivando. Ho dovuto cercare su Google cosa fosse Nobu 57.

Dopo essere arrivato al ristorante, sono stato scortato a un grande tavolo di uomini. Erano passate le 23 e la sala da pranzo era quasi vuota. C'era solo un posto libero accanto a Gary. Bryan mi guardava dall'altra parte del tavolo mentre Gary spiegava con calma che Bryan era un famoso regista che aveva realizzato "X-Men" e "Superman Returns". Non avevo mai sentito parlare di lui prima, ma quei film mi erano ovviamente molto familiari. Ho armeggiato con le bacchette quando Bryan mi ha chiesto degli spettacoli a cui stavo lavorando e cosa volevo fare della mia carriera. Ogni volta che veniva servito un nuovo piatto di sashimi, l'assistente di Bryan mi diceva quanto fosse costoso. Ho dovuto dire a Gary che non potevo permettermi di dividere questo. Lo ha condiviso con il tavolo e tutti hanno riso. Era la prima volta che mi trovavo vicino alla vera ricchezza. 

Bryan ci ha invitato tutti nella sua ampia suite d'albergo. Ha chiesto di vedere la mia patente di guida perché non riusciva a credere che avessi effettivamente 18 anni. Ero abituato alle persone che mi chiedevano quanti anni avessi perché sembravo così giovane. Si stava facendo piuttosto tardi e dovevo prendere la metropolitana per tornare a casa. Bryan era chiaramente deluso dal fatto che dovessi andarmene e mi ha offerto da bere. Mi ha detto che se fossi rimasto, il suo autista mi avrebbe portato a casa. Ho rifiutato. Ha insistito per darmi i soldi per un taxi e mi ha invitato a passare la settimana con lui e i suoi amici.

Stavo subaffittando una piccola stanza in un appartamento nell'Upper West Side. Ho preso la metropolitana ovunque. Non potevo permettermi di prendere un taxi anche a pochi isolati. All'improvviso mi sono ritrovato a girare per tutta la città in un corteo di automobili. In un pomeriggio piovoso, siamo entrati in una galleria d'arte dove Bryan ha perso casualmente più di 10.000 dollari su un autoritratto di John Waters perché lo trovava divertente. 

Ad ogni pasto Bryan diceva: «Sono seduto qui. Blake è seduto accanto a me. Il resto di voi lo capisce». Alla maggior parte delle cene, Bryan beveva qualcosa in un bicchiere da martini. Non avevo mai bevuto un sorso di alcol o fatto uso di droghe prima di incontrarlo. Una sera a cena, mi ha chiesto perché non bevevo. Provalo. Va bene. Sei al sicuro. Ho ceduto e ho bevuto un sorso del suo drink. Mi ha bruciato la gola. Ha insistito che avessi il resto. E poi ne ha ordinato un altro.

Dopo cena ci ha invitato tutti nella sua suite d'albergo. Un leggendario attore teatrale e cinematografico è passato di lì mentre la serata si faceva tardi. Il gruppo ha lasciato la sua suite un po' alla volta finché non mi sono ritrovato solo con Bryan. 

Avevo appena 18 anni, solo in una suite d'albergo con un uomo ricco e famoso che mi stava dedicando tutta la sua attenzione, ed ero ubriaco per la prima volta nella mia vita. Il mio petto si stringe ora solo a pensarci. Puoi immaginare cosa è successo dopo. Non sapevo di poter dire di no. Non sapevo che l'alcol stesse influenzando la mia capacità decisionale. 

Il giorno dopo, mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto vedere Los Angeles. Non ero mai stato lì, e si stava offrendo di portarmi con sé sul suo aereo. Mi ha detto che avrei dovuto lavorare nel cinema, che è quello che sono "destinato a fare". Sentivo che mi capiva; Ho sempre saputo che dovevo raccontare storie. Bryan mi ha detto che se ero serio riguardo al mio futuro, dovevo trasferirmi a Los Angeles.

Così ho fatto. È stato allora che ho saputo che aveva la reputazione di amare gli uomini dall'aspetto molto giovane. 

Gli uomini più anziani portavano gruppi di ragazzi, come me, a casa di Bryan. Ci si aspettava che questi uomini avessero già controllato questi ragazzi per assicurarsi che fossero legali. Veniva fuori per un po', si assicurava che tutti bevessero, e poi sceglieva uno, due o più chi gli piaceva e li vedevamo un'ora o tre dopo. Ero spesso uno di loro. 

Volevo pensare di essere speciale, diverso da tutti gli altri. Ho fatto tutto il possibile per mettermi alla prova. Ho lavorato duramente e assicurato lavoro a contratto presso varie aziende e studi. Bryan mi ha detto che avevo talento. Mi stava facendo da mentore. Ero stato catturato dalla promessa di lavorare nel cinema. Mi sono trasferito in tutto il paese da solo. Ha detto che era quello che dovevo fare. Finché non faceva del male a nessuno, pensavo, andava bene. Voglio dire, ero stato un partecipante consenziente, giusto?

In questo periodo, Bryan è passato da ricco a fanculo, fanculo, fanculo ricco. Guadagnava decine di milioni all'anno, a volte milioni al mese, grazie allo show televisivo "House", su cui aveva un credito come produttore esecutivo. Sembrava considerarsi intoccabile. E ho pensato di essere così incredibilmente fortunato ad avere un uomo così talentuoso e potente come mio mentore. Mi ha invitato a set, sessioni di post-produzione, letture di sceneggiature, incontri di sviluppo, festival cinematografici, feste e cene. Pagava i pasti ed era estremamente generoso: mi ha persino portato a cena con Sir Elton John. Ha anche iniziato ad aspettarsi sesso più frequentemente. 

Mi invitava a guardare film fino a tardi ogni sera. L'ha chiamata la "Scuola di cinema di Bryan Singer". Di solito eravamo solo noi due, ma a volte altri si univano e poi se ne andavano nel momento in cui il film finiva. Poi ci si aspettava che facessimo sesso o, per lo meno, che mi masturbassi con lui. Le notti in cui non riusciva ad addormentarsi, mi leggeva David Sedaris. Si sarebbe molto frustrato se mi fossi addormentato prima che avesse finito.

Per molto tempo, anche fino a pochi anni fa, avrei difeso Bryan con veemenza. Non è come quello che senti! È molto generoso! No, non è mai stato inappropriato con me! Se fosse così orribile, pensi che sarei suo amico? 

Non volevo essere un altro dei ragazzi di Bryan che è stato usato e scartato. Volevo raccontare storie, è quello che devo fare. È quello che mi ha detto che avrei dovuto fare. Ho visto come poteva fare o distruggere una carriera per un capriccio. Poteva trasformare i suoi amici in milionari perché ne aveva voglia. È quello che continuava a promettere di fare per me. 

Man mano che ci avvicinavamo, si aspettava ancora di più. Se non trovava un ragazzo al bar quella sera, dovevo essere io il ragazzo. Se avessi opposto anche solo un po' di resistenza, si sarebbe arrabbiato. Perché buttare via il mio futuro? Se volevo andarmene sarei stato il benvenuto, ma non mi sarebbe stato permesso di tornare. Mi scriveva sul sesso: "Ragazzo cum yeahhhhhhhh!"

Nell'autunno del 2012, un piccolo gruppo di noi era seduto nel patio sul retro della casa di Bryan. Era mezzanotte passata e Bryan era già svenuto nella sua stanza. Sul lato opposto della proprietà, la festa infuriava ancora. Il battito del basso era implacabile.

Non avrei mai potuto prevedere cosa sarebbe successo dopo, è successo tutto così in fretta. Ho sentito un urlo forte venire verso di me. Quando mi sono girato, ho visto Bryan che ci stava caricando urlando molto arrabbiato. Ha aggredito violentemente uno degli ospiti vicino a me. Ho preso Bryan e l'ho riportato in casa. I suoi occhi erano selvaggi e pieni di rabbia. Non l'avevo mai visto così prima. Siamo andati in camera sua e lui ha sbattuto la porta. Ho trovato una lampada in frantumi sul pavimento e ho cominciato a raccogliere i pezzi. 

«Ti ammazzo cazzo se mi lasci». Quelle sono state le sue parole esatte. Non avevo mai assistito o sperimentato violenza fisica prima di incontrare Bryan. 

Mi sono reso conto di essere intrappolato da solo in una stanza con un uomo violentemente ubriaco. Il terrore è arrivato rapidamente. Che cosa era successo? Ho fatto del mio meglio per calmarlo. Ho scelto le mie parole il più attentamente possibile. Se avessi detto qualcosa si sarebbe arrabbiato? Non volevo scoprirlo. 

La stanza era buia e il rumore della piscina era diventato ancora più forte. Gli impediva di dormire. Si stava arrabbiando di nuovo. Se avessi dovuto gridare aiuto, nessuno mi avrebbe sentito.

Ho iniziato a inviare messaggi frenetici alle persone che stavano ancora festeggiando, dicendo loro di spegnere tutto. Continuava a dirmi di mettere via il telefono, il suo tono diventava sempre più aggressivo. Ho nascosto la luce del mio telefono dietro un bordo del piumino. Ho continuato a inviare messaggi nel modo più discreto possibile. Li ho implorati di dire a tutti di andare a dormire o di andarsene. Non era uno scherzo. I miei messaggi erano disperati. Ero disperato. 

Erano quasi le 6 del mattino quando sono riuscito a spegnere tutto. È stato allora che finalmente si è addormentato. Da quel momento in poi, ho vissuto nella paura che Bryan seguisse le sue minacce. 

Se Bryan avesse scoperto che ero uscito con qualcuno senza il suo permesso, senza invitarlo a partecipare, mi avrebbe rimproverato e mi avrebbe fatto penzolare il futuro davanti. Non mi è stato permesso di uscire con qualcuno. Non mi era permesso fare sesso con persone di mia scelta. Mi controllava.

Bryan apprezza la lealtà sopra ogni altra cosa, quindi sono diventato rapidamente un membro integrante della sua banda. Mi ha incluso in progetti che stava sviluppando e realizzando, come "Jack the Giant Slayer" del 2013 e mi ha dato un posto al tavolo. Ogni buona idea che ho avuto è stata una sua idea. Almeno gli piacevano le mie idee. Avevo solo bisogno di lavorare per lui per un anno o due, e poi potevo scappare. Potevo andare a lavorare per qualcun altro. Ancora un po', pensavo. Ora ero formalmente sul libro paga. Avevo una carta di credito. Avevamo essenzialmente vissuto insieme per mesi a questo punto, trascorrendo ogni momento insieme. Non avevo avuto una vita al di fuori di Bryan. I pochissimi amici che ho avuto avevano smesso di parlarmi perché non avevo il tempo di vederli. 

Durante la produzione di "X-Men: Days of Future Past" nella primavera del 2013 a Montreal, l'abuso mentale ed emotivo di Bryan mi provocava spesso attacchi di panico. Un attacco di panico è stato così grave che sono svenuto per l'iperventilazione e sono stato portato in ambulanza al pronto soccorso. Ero stato così esausto di non riuscire a dormire più di tre o quattro ore a notte che una volta mi sono addormentato seduto in posizione eretta, a metà boccone, con una forchetta in bocca a cena. 

Durante la produzione usciva quasi tutte le sere. Mi aspettavo di essere al suo fianco. Non sapevo che non fosse normale. Quando gli ho chiesto se andava bene se rimanevo sobrio, ha detto: «Non è divertente per me».

Poiché è diventato più irregolare e sotto pressione durante le riprese, sono stata la sua principale fonte di sollievo. È stata tutta colpa mia. Se non si è fatto scopare ieri sera? È stata colpa mia. Se ha pisciato a letto per aver bevuto troppo? In qualche modo, è stata colpa mia. Se è caduto in una pozzanghera, è stata colpa mia. Il sesso tra noi era diventato molto meno frequente, il che, col senno di poi, probabilmente si stava aggiungendo al suo comportamento nei miei confronti. 

Bryan faceva aspettare gli attori e la troupe mentre lavorava per tornare sobrio la mattina. Inventavamo delle scuse per guadagnare più tempo. Quando arrivavano chiamate per dirci che erano pronti, si scagliava contro di me. Una mattina, non potevo sopportare molto di più di quello che mi stava dicendo. Il mio corpo non poteva sopportare molto di più. Gli ho detto che era un alcolizzato e aveva bisogno di aiuto. È andato su tutte le furie e ha gridato di rimando: «Lo so che sono un fottuto alcolizzato! Hai appena fatto una cazzata, amico. Hai solo fatto una cazzata. VAI FUORI DAL CAZZO!».

Mi sono nascosto in una roulotte all'estremità del campo base per il resto della giornata. Mi sono sentito male allo stomaco. Ora la mia carriera era finita.

Qualcuno della produzione ha bussato alla porta ed è entrato e mi ha detto che succede. È normale. Dagli solo qualche ora e si calmerà. Ho detto che non sapevo se potevo continuare a farlo. Il loro tono è cambiato. Mi è stato chiesto cosa fosse necessario per andare avanti. Sono soldi? Vuoi più soldi? Questo è facile. Ho detto che dovevo pensarci. Mi ha fatto guadagnare un giorno e mezzo di pausa, che mi ha permesso di dormire un po'. Bryan si è calmato e ho deciso di restare. Non è passato molto tempo prima che tornasse allo stesso modo. 

Una domenica dell'estate del 2013, mentre continuava la produzione di "Days of Future Past", ho dormito troppo per sbaglio. Quel giorno non stavamo lavorando, ma dovevamo fare il brunch. Sono stato svegliato dalla sicurezza che entrava nel mio appartamento. Quando hanno confermato che ero vivo, mi è stato detto che dovevo fare i bagagli. Mi stavano rimandando a Los Angeles. Avevo meno di due ore per uscire. 

Per assicurarsi che tu sia leale e che non te ne andrai, Bryan ti dà un assaggio del non avere nulla. Ti insegna una lezione. La tua carta di credito è bloccata e devi pagare per tornare a casa. È come una pausa. Spaventa le persone e le fa capire cosa perderanno. Mi è stato detto di stare calmo e aspettare qualche giorno. Lascia che esploda. 

Ma avevo finito. Sono tornato a Los Angeles e non sapevo nemmeno chi fossi. Non avevo amici che non fossero anche suoi amici. Non sapevo di chi potevo fidarmi. Non sapevo nemmeno con chi potevo parlare. Ero stato avvertito che se me ne fossi andato, sarei stato fuori. Volevo così tanto finire il film o, almeno, arrivare alla fine delle riprese, ma a quel punto sapevo che nulla sarebbe cambiato.

Ho manifestato i miei sentimenti ed è stato stipulato un accordo di separazione, che prevedeva un pagamento finale a cinque cifre basso. Non sono stato incluso nei titoli di coda di "Days of Future Past". Mi è stato detto che era semplicemente «una svista». 

Mi è stato detto che ho fatto tutto questo per me stesso e non avevo nessun altro da incolpare. Ero convinto di aver fatto una cazzata e di non aver lavorato abbastanza. Pensavo di aver sprecato la mia unica possibilità di raccontare storie. Tutta la mia autostima era legata a ciò che facevo e a chi conoscevo. Adesso non ero niente. 

Poco prima dell'uscita di "Days of Future Past" nel 2014, Bryan è stato accusato pubblicamente di aggressione sessuale e stupro. Dato che ero nella sua orbita da così tanto tempo, la mia vita è stata analizzata, hackerata e venduta ai tabloid. Ero stato avvertito di non dire nulla. Incapace di difendermi pubblicamente e imbarazzato di essere stato licenziato, mi sono completamente ritirato e sono caduto in una grave depressione.

Ho dovuto trasferirmi a casa. I miei genitori mi hanno visto lottare per alzarmi dal letto ogni giorno per quasi due anni. Hanno guardato mentre affrontavo ripetutamente l'abuso di alcol e la dipendenza dai farmaci ansiolitici. Ho iniziato a vedere un terapeuta settimanalmente. Anche dopo anni di terapia, credo ancora istintivamente che tutto ciò che è andato storto sia stata colpa mia. Mi scuso così tanto che spesso mi viene chiesto per cosa mi sto scusando. Ho pensato a tutti quelli che sono venuti prima di me: in che condizioni erano? Si scopre che dipendenza, depressione grave, disturbo da stress post-traumatico e ansia sono tutti molto comuni tra quelli di noi che hanno sperimentato l'ira di Bryan. 

Gli studi hanno dimostrato che le vittime di abusi, in particolare quelli emotivi, spesso difendono il loro aggressore per un discreto periodo di tempo anche dopo la fine della relazione. Fino a qualche anno fa difendevo ancora Bryan in privato. Se qualcuno tirava fuori le voci sul suo presunto comportamento, le negavo. È stato solo quando ho iniziato a ricevere un trattamento specifico per l'abuso e il disturbo da stress post-traumatico che ho accettato ciò che era realmente accaduto. 

Sono vittima di abusi da parte di un uomo molto potente, molto ricco e molto malato. Sono una vittima di Bryan Singer. 

Nel 2019, Bryan è stato nuovamente accusato di violenza sessuale e stupro, questa volta in una storia pubblicata da The Atlantic. Leggendo il pezzo, ho visto me stesso nelle lotte che hanno cambiato la vita che le vittime hanno vissuto a causa delle loro presunte aggressioni. 

Anche se è improbabile che Bryan possa mai fare un altro film, starà bene. Ha più soldi di quanti ne sappia fare.

Scelgo di tornare nel settore alle mie condizioni. Non difenderò gli abusatori. Non permetterò a me stesso di essere abusato. 

Ma è possibile una carriera a Hollywood in questi termini? 

Voglio solo raccontare storie. È quello che devo fare. 

Finalmente sono pronto a dire la mia.

I cent’anni di Miss America, icona in crisi nell’era MeToo. Anna Lombardi su La Repubblica il 14 dicembre 2021. Sopravvissuto alle critiche di femministe e di gruppi per i diritti degli afroamericani, il concorso di bellezza è stato travolto dagli scandali. Miss America compie 100 anni: e li dimostra tutti. Il concorso di bellezza più famoso del mondo è in crisi. Lacerato da scandali e mutamenti di costume. Nato nel 1921 in quella Sin city, la città del peccato, che era allora Atlantic City, in un Paese dove le donne avevano ottenuto il diritto di voto da appena un anno, è stato a lungo il grande sogno delle ragazze americane.

L'ultima censura: non si può parlare degli errori del #MeToo. Roberto Vivaldelli per ilgiornale.it il 7 dicembre 2021. Guai a parlare male del #MeToo. Un dibattito organizzato da diverse settimane sul libro della filosofa Sabine Prokhoris, critica del movimento MeToo, è stato cancellato all'ultimo minuto da un'università francese. È accaduto lo scorso sabato, come riporta Marianne. "#MeToo: irragionevolezza collettiva, panico sessuale": questo era il titolo del dibattito che si sarebbe dovuto tenere sabato scorso in un anfiteatro della facoltà di Necker. Una discussione organizzata dallo psicoanalista Pierre Marie e dalla sua associazione, Psychanalyse en extension, attorno al libro della filosofa Sabine Prokhoris, Le Mirage #MeToo. Un tema evidentemente scomodo per l'università francese che ha deciso, all'ultimo minuto, di non concedere la sala dove tutto era stato organizzato da settimane. Una cancellazione considerata una "censura" da Sabine Prokhoris e dagli altri partecipanti: l'esperto psichiatra della Corte di Cassazione Paul Bensussan, l'avvocato penalista Sophie Obadia e François Rastier. L'Università francese si è difesa affermando che la conferenza non era stata autorizzata dall'amministrazione. Cédric Lemogne, preside della facoltà di Medicina, spiega di aver "appreso di questa conferenza solo all'ultimo momento". Qualsiasi evento che si tiene nei locali della Facoltà, qualunque sia il tema, afferma, "deve essere autorizzato dall'amministrazione". Ma il problema non è solo la forma, ma - soprattutto - la sostanza dell'incontro. Che il consiglio dell'università, da ciò che afferma Lemogne, non avrebbe mai autorizzato: "Il nostro istituto, come tutte le università, ha avviato da diversi anni una politica di prevenzione contro la violenza di ogni tipo, e principalmente contro la violenza sessuale. Il titolo di questo dibattito è privo di ogni sfumatura, e sembra incompatibile con questo processo" spiega Lemogne. E ancora: "Vogliamo che i nostri studenti si possano fidare dell'università se dovessero essere vittime di violenza. Non si tratta di censurare un dibattito, ma abbiamo ritenuto che permettere che si tenesse questa conferenza di cui non sapevamo nulla potesse costituire un messaggio ambiguo". Ma i partecipanti alla conferenza non ci stanno e si ribellano all'università piegata dall'ideologia woke, sempre più penetrante, anche in Europa, soprattutto negli atenei. "Questa decisione arbitraria non sorprende nessuno" riporta Marianne. "La dice lunga, tuttavia, sull'intimidazione esercitata dai gruppi militanti e sull'impossibilità di condurre dibattiti intellettuali nell'Università francese di oggi", protestano in un messaggio comune. Per Sabine Prokhoris, filosofa e critica del movimento #MeToo, non ci sono dubbi: "È una vera censura" racconta, sottolineando che avrebbe voluto dibattere sulle conseguenze della "rivoluzione purificatrice del #MeToo". Contattati da Marianne, anche gli altri partecipanti spiegano di volere solo una cosa, che dovrebbe essere garantita e stimolata in tutte le università: il confronto. "Si tratta solo di discutere, di parlare. Sarei venuto a difendere l'equilibrio giudiziario e la necessità del contraddittorio" afferma l'avvocato penalista Sophie Obadia. Gli organizzatori , a questo punto, dovranno trovare un luogo alternativo per recuperare questo interessante dibattito. Che purtroppo sarà sicuramente fuori dalle università, dove regna il pensiero unico.

Paola De Carolis per il “Corriere della Sera” il 12 dicembre 2021. Boris Johnson si è concesso il congedo paternità, ma mentre il premier si gode assieme alla moglie Carrie e al piccolo Wilfred l'arrivo della figlia nata giovedì, i problemi per il partito conservatore continuano: la nuova crisi, d'immagine, più che altro, visto che il diretto interessato ha ormai cessato di essere un deputato, riguarda Andrew Griffiths, dimessosi nel 2018 per aver mandato a diverse donne messaggi violenti ed espliciti. Circa duemila sms di natura sessuale, stando a quanto è emerso in tribunale. Grazie alle pressioni di due giornalisti, che per un anno si sono battuti per vie legali affinché si potessero conoscere gli intimi dettagli della causa, si apprende ora che Griffiths violentò ripetutamente la moglie nell'arco di un matrimonio brutale durante il quale arrivò a spingerla a terra durante la gravidanza. Vittima per diversi anni di un uomo possessivo e feroce, Kate Griffiths si è ricostruita una vita. Non solo ha divorziato: quando l'ex marito ha cercato di ricandidarsi in parlamento, è scesa in campo contro di lui. Il partito conservatore ha scelto lei e la signora ha, di fatto, rimpiazzato il marito a Westminster per il seggio di Burton upon Trent, nello Staffordshire. Considerando i precedenti dell'uomo, la donna gli ha quindi limitato l'accesso al figlio. La questione sarebbe morta lì, forse, se Griffiths non avesse fatto ricorso ai tribunali per ottenere di vedere il bambino più spesso. Kate Griffiths ha quindi optato di rinunciare all'anonimato cui hanno diritto le vittime di abusi sessuali e chiesto che i trascorsi del marito fossero resi pubblici. Una decisione coraggiosa, che in tanti hanno accolto con ammirazione: come Rosie Duffield, deputata laburista, lei stessa vittima di violenza domestica. «È una donna incredibilmente forte, non ho parole», ha detto. Anche la giudice preposta al caso ha voluto rendere omaggio alla deputata, sottolineando che «non è l'unica donna a essersi innamorata di un uomo e ad aver sopportato trattamenti umilianti e mortificanti. Mi sembra che Andrew Griffiths non abbia mai neanche preso in considerazione che la moglie non volesse prestarsi» alle sue attività sessuali. Griffiths, ha aggiunto, «è un uomo che tuttora non sembra riconoscere che il suo comportamento corrisponde ad abuso». Era solito violentare la moglie mentre dormiva, picchiarla, stringerle il collo con le mani, definirla agli amici «grassa e pigra». Se Kate Griffiths ha deciso, per il momento, di non denunciare l'ex marito alla polizia, è più che probabile che per l'ex deputato si profilino ulteriori guai giudiziari. Charlotte Proudman, l'avvocata che ha difeso la signora Griffiths, ha messo a fuoco alcuni punti cruciali della vicenda con un articolo sul Guardian: Kate non ha lasciato prima il marito perché lui le ha fatto pensare che nessuno le avrebbe creduto. Lui era un deputato, lei una casalinga. Il partito conservatore, inoltre, ha chiuso un occhio. Lo ha sospeso, per poi richiamarlo in servizio quando c'è stato bisogno dei voti in parlamento. Successivamente l'inchiesta interna lo ha assolto completamente di ogni misfatto. 

Cristina Marconi per “il Messaggero” il 16 luglio 2018. Quanto può ancora peggiorare l' estate di Theresa May, premier britannica alle prese con una strenua difesa della sua proposta di soft Brexit contro gli attacchi del fronte euroscettico dei Tories? La domanda se l' è posta The Guardian e effettivamente la situazione, a parte il fatto che per ora la May è ancora in sella, continua a peggiorare. La polvere sollevata dal passaggio del presidente statunitense Donald Trump nel Regno Unito non ha ancora finito di posarsi e già la premier se l' è dovuta vedere con un nuovo problema, ossia il fatto che il suo ex capo di gabinetto e ministro per le piccole imprese, Andrew Griffiths, di 47 anni, abbia dovuto fare un passo indietro per aver mandato duemila messaggi estremamente espliciti a due ragazze della sua circoscrizione, portando il numero di dimissioni nel governo a quattro nel giro di una settimana. Griffiths si è scusato, ma i precedenti degli scandali sessuali di Westminster dove ministri sono stati costretti a dimettersi per aver messo una mano sul ginocchio di una donna rende la sua posizione indifendibile. Tuttavia l'attenzione della May e' tutta sulla Brexit, su cui Trump le avrebbe dato un consiglio molto singolare, da lei disatteso con grande delusione dell'inquilino della Casa Bianca. «Mi disse che avrei dovuto fare causa all' Unione europea. Non andare al negoziato, ma fargli causa», ha riferito la premier durante uno dei programmi politici della domenica mattina, con quella che a tutti è apparsa come una piccola vendetta per il trattamento ricevuto sull' intervista al Sun in cui Trump ha criticato la May e elogiato l'ex ministro degli Esteri Boris Johnson. Il quale, a una sola settimana dalle dimissioni, sta per riprendere il suo lavoro di editorialista del Daily Telegraph, quotidiano conservatore dalle cui pagine potrà continuare ad essere una spina nel fianco per la premier, la quale deve vedersela con critiche da destra e da sinistra sulla sua piattaforma Brexit: da una parte perché renderebbe il Regno Unito uno «stato vassallo» della Ue, costretto a seguirne le regole senza poter decidere niente, dall' altra perché seppur morbido, rappresenta comunque una forma di Brexit. 

LA DIFESA

E proprio su quest' ultimo punto la May ha voluto insistere con i suoi detrattori: «Il mio messaggio al paese questo fine settimana è semplice: non dobbiamo perdere di vista il premio finale. Se non lo facciamo rischiamo che non ci sia nessuna Brexit e basta». Con i sondaggi che danno un vantaggio notevole, di 4 punti, al Labour rispetto ai Tories, e una miracolosa rinascita di Ukip, all' 8% dopo che era praticamente scomparso, la May sa di avere un argomento forte dalla sua parte tra i conservatori, ossia che una sfida alla sua leadership aprirebbe le porte a Jeremy Corbyn, il quale deve vedersela con una base sempre più contraria alla Brexit, visto che gli «hard Brexiteers» fanno molto rumore, ma non hanno una maggioranza. Prima o poi la posizione del partito potrebbe farsi più esplicita in materia di Europa, riaprendo i giochi. L' ex commissario europeo e esponente del New Labour Peter Mandelson ha definito la Brexit nei termini della May una «umiliazione nazionale», ma la premier ha fatto presente come sia l' unico compromesso possibile per tenere insieme tutte le esigenze emerse dal voto del 2016. Perché lei è debole per ragioni strutturali, non per mancanze personali, e questo lo sanno tutti.

Abusi su minore, nuotatore francese Agnel confessa. ANSA il 13 dicembre 2021. L'ex olimpionico di nuoto francese, Yannick Agnel, sotto inchiesta da sabato per stupro e violenze su una minorenne, "ha confessato i fatti contestati", ha annunciato la procuratrice della Repubblica di Mulhouse, nell'est della Francia, Edwige Roux-Morizot. Agnel ha detto di non aver avuto "la sensazione che ci fosse costrizione", secondo la procuratrice, ma "se i fatti si configurano come stupro o violenza sessuale, è perché esiste un'importante differenza di età fra la vittima, Naome Horter, figlia del suo allenatore di allora, Lionel Horter, che aveva 13 anni all'epoca dei fatti, nel 2016, e il nuotatore, che ne aveva 24. (ANSA).

Irene Soave per il “Corriere della Sera” l'11 dicembre 2021. Franceinfo, la radio dov'era opinionista, ha sospeso il suo contratto «finché ci sarà chiarezza». La Federazione nazionale di nuoto pesa le parole in una nota: «Non abbiamo competenze per pronunciarci». Sui social del «Mon Club d'e-Sports», il club di e-sport che lui stesso ha fondato, tre anni fa, non c'è per lui una riga di sostegno né di biasimo. La Francia è incredula di fronte all'arresto di Yannick Agnel: il miglior nuotatore che il Paese abbia mandato alle Olimpiadi, due ori olimpici, tre mondiali e tre europei, è ora accusato di avere violentato la figlia del suo ex allenatore, Lionel Horter, quando lei aveva appena tredici anni. Alto due metri, 50 di piede, soprannominato «lo Squalo» per la sua ferocia in vasca, il campione è stato arrestato giovedì, a Parigi. La denuncia è stata depositata quest' estate, ha fatto sapere la procuratrice Edwige Roux-Morizot, e nelle scorse settimane sono stati sentiti diversi compagni di squadra e giovani nuotatori che Agnel allenava. Nelle prime ore dopo l'arresto, la notizia che circolava era che la presunta vittima di Agnel fosse un ragazzino: il capo di imputazione è «violenza sessuale su un minore». La notizia che a denunciarlo sia stata invece una ragazza, oggi appena maggiorenne, è stata rivelata ieri dal quotidiano sportivo «L'Equipe». I fatti che si contestano ad Agnel risalgono al 2016: proprio in quel periodo Agnel, che oggi ha 29 anni, veniva cacciato senza spiegazioni note dal Mulhouse Olympic Natation, il club di nuoto alsaziano dove allenava giovanissimi campioni, tra cui la sua supposta vittima. Il presidente del club era il suo allenatore, Horter. Il declino di Agnel, iniziato l'anno precedente per una pleurite, era inesorabile, e ad agosto 2016, dopo una delusione alle Olimpiadi di Rio, il campione si sarebbe ritirato dal nuoto per sempre. Ma alcune vicende relative a quei mesi restano da chiarire. Il club Mulhouse Olympic Natation, allora presieduto dall'allenatore di Agnel e già sulla strada di campioni come Laure Manaudou (che detestò i suoi mesi a Mulhouse), è stato commissariato nel 2020 per frode fiscale, malversazione e ottenimento illecito di fondi pubblici: sotto accusa c'è la malagestione da parte della famiglia Horter, dinastia storica del nuoto francese, che è stata condannata a erogare a Yannick Agnel lo stipendio del suo ultimo anno da allenatore di giovani, 60mila euro mai saldati. Per ora però è la breve parabola agonistica del campione che sembra concludersi nel disdoro: «lo Squalo», che in patria era stato un eroe sportivo anche per essere l'unico rimasto fedele al costume classico, al posto delle tute tech dei suoi avversari, ora è definito sui media solo un «ancien nageur», «ex» (ma anche «vecchio») nuotatore. E il soprannome da predatore ha assunto un'ombra sinistra.

Giordano Stabile per “la Stampa” il 14 novembre 2021. Una prima condanna, certo limitata, quasi simbolica, ma destinata a restare nella storia della Tunisia. L'ha ottenuta il movimento globale, #MeToo in un Paese arabo, fra i più evoluti, ma dove maschilismo e patriarcato dominano ancora. Un deputato condannato a un anno di carcere per «aggressione sessuale», la vittima, studentessa liceale, che l'ha spuntata sui pregiudizi, in una causa che la vedeva opposta a un uomo, potente. Il parlamentare è Zouhair Makhlouf, del partito Qalb Tunis, cioè «Cuore della Tunisia». Ha cominciato a seguire e molestare una giovane donna, allora diciasettenne nel 2019. Una persecuzione che è culminata con l'esibizione di un atto sessuale davanti alla vittima, all'interno della sua auto. Ma la ragazza non si è limitata a subire. Ha tirato fuori il suo telefonino e ha fotografato il molestatore, poi l'ha denunciato. In questi due anni il caso è diventato la bandiera del movimento #MeToo. Makhluouf si è prima schermato dietro l'immunità parlamentare. Il presidente Kais Saied ha però «congelato» le immunità dei deputati e il processo ha potuto cominciare. In un primo tempo l'accusa è stata derubricata ad «atti indecenti» ma la sollevazione delle tunisine, con manifestazioni massicce davanti al tribunale e al Parlamento, ha convinto i giudici a ripristinare «l'aggressione sessuale», che nel nuovo codice approvato nel 2017 prevede fino a un anno di carcere. La difesa ha allora obiettato che l'imputato soffriva di diabete e in quel momento doveva urinare in una bottiglia e per questo si era sbottonato i pantaloni. Una linea che non ha convinto i giudici. Le attiviste del #MeToo, riunite davanti alla corte di Nabeul, a Sud di Tunisi, hanno festeggiato al canto «il mio corpo non è uno spazio pubblico». Una vittoria. Che segue quella della riforma del codice della famiglia, ora il più avanzato nel mondo arabo e che ha stabilito la parità fra donne e uomini per quanto riguarda divorzio, affidamento dei figli ed eredità. Sono forse questi i frutti migliori del processo di apertura cominciato con la rivoluzione dei gelsomini del 2011. Il presidente Saied ha anche nominato per la prima volta una donna come primo ministro, Najla Bouden Ramadhane. Non tutti i gelsomini però sono fioriti. Il colpo di mano di Saied, che a luglio ha sospeso il parlamento e ha arrogato a sé anche il potere legislativo e giudiziario, è una ferita alla nascente democrazia. Anche la condanna a Makhluouf, per quanto inappuntabile, va a colpire uno dei suoi avversari, il fondatore del partito Qalb Tunis, il miliardario e mogul dei media Nabil Karoui, avversario di Saied alle presidenziali e adesso in fuga all'estero. L'alto oppositore principale, il leader del partito islamista Ennahda, Rached Ghannochi, è sotto tiro e forse sarà costretto a dimettersi. Anche i sindacati, bastione della Tunisia laica e protagonisti assieme a Ennahda della cacciata dell'ex raiss Ben Ali, sono sul piede di guerra contro Saied e hanno annunciato uno sciopero generale dopo l'uccisione di un manifestante a Sfax. In un clima cupo per la crisi economica e istituzionale, le vittorie delle donne sono l'unico raggio di sole.

Leonardo Martinelli per “la Stampa” il 13 novembre 2021. Una giovane donna di 31 anni, soldatessa, si è presentata al commissariato dell'ottavo arrondissement, la mattina del 2 luglio scorso. Scossa, disperata: la notte precedente era stata vittima di uno stupro. Dove? Nel palazzo presidenziale, all'Eliseo. E alla fine di una festa alla quale aveva partecipato anche Emmanuel Macron. Una storia triste e davvero imbarazzante, tanto che in questi mesi niente era trapelato, nonostante un'inchiesta giudiziaria fosse stata subito avviata. È ancora in corso, forse uno scandalo in vista. La sera del primo luglio un ricevimento si era tenuto negli splendidi giardini dell'Eliseo. Alla festa, alcuni giovani soldati, tra cui la donna al centro della storia, che viveva e lavorava all'Eliseo. Macron arrivò per il brindisi di rito nei giardini. E la festa continuò a lungo, anche la notte. Gli invitati si trasferirono nei locali di rue de l'Elysée, adibiti allo Stato maggiore personale del Presidente, dove vengono trattati i dossier sensibili, relativi a crisi internazionali. È lì che la donna dice di essere stata violentata da un collega, un altro militare, apparentemente un superiore. I due si conoscevano, distaccati entrambi all'Eliseo, dove vivevano. Un'inchiesta è stata aperta e il sospetto violentatore si trova nello status di "testimone assistito", che è intermedio rispetto a quello di indagato. Solo ieri la brutta storia è stata segnalata dal quotidiano Libération e un portavoce dell'Eliseo ha dovuto commentare: «Non appena i fatti sono stati portati all'attenzione delle autorità - ha ricordato -, sono state adottate delle misure, tra sui l'ascolto e il sostegno della vittima e il trasferimento immediato della persona accusata lontano dall'Eliseo». Pure la donna non si trova più nel palazzo presidenziale.

Da corriere.it il 16 settembre 2021. Non ha trattenuto le lacrime, Simone Biles, nella sua audizione davanti la commissione Giustizia del Senato sulle negligenze dell’Fbi nell’indagine sulle accuse di abusi sessuali contro l’ex medico della nazionale, Larry Nassar. La star mondiale della ginnastica ha parlato di un «intero sistema che ha permesso e perpetuato» gli abusi sessuali commessi da Nassar. E le sue accuse sono state sostenute da altre tre ginnaste, Mckayla Maroney, Maggie Nichols e Aly Raisman. Il medico della nazionale è stato condannato nel 2018 a una pena compresa tra i 40 e i 175 anni di carcere per abusi sessuali su più di 150 ginnaste. Ma ora sotto processo sono i funzionari e le strutture federali che avrebbero dovuto impedire le violenze o comunque interromperle e punirne prima l’autore. Una prima denuncia fu presentata nel 2015, durante l’audizione di mercoledì al Senato è stata esaminata la gestione delle indagini da parte dell’Fbi. Tra i testimoni sono previsti anche il direttore del Bureau, Christopher Wray, e l’ispettore generale del dipartimento di Giustizia, Michael Horowitz. In un rapporto di luglio, Horowitz ha affermato che diverse violazioni dei protocolli hanno portato a mesi di ritardo e che mentre l’indagine era in stallo l’ex medico ha abusato di decine di altre vittime. I funzionari dell’Fbi «non hanno risposto alle accuse con la serietà e l’urgenza che avrebbero meritato e richiesto — si legge nel dossier —. Hanno commesso numerosi errori e violato molteplici regole del Bureau». «Hanno permesso a un molestatore di minori di rimanere libero per più di un anno e questa inazione ha consentito a Nassar di continuare con i suoi abusi», ha aggiunto la medaglia d’argento nel volteggio a Londra 2012 Mckayla Maroney, ascoltata in Senato: «Che senso ha denunciare un abuso se gli agenti dell’Fbi seppelliscono quel rapporto in un cassetto?». «Sembra davvero che l’Fbi abbia chiuso gli occhi su di noi», ha sottolineato invece Biles: «Deve essere inviato il messaggio che se permetti a un predatore di danneggiare dei minori, le conseguenze saranno rapide e gravi».  

Francesca Pierantozzi per "Il Messaggero" il 7 ottobre 2021. Non solo gli uomini: anche le donne possono odiare e far male - alle donne. Lo ha fatto sapere a tutti via Twitter Lisa De Vanna, 37 anni, l'ex centravanti della Fiorentina femminile e soprattutto delle Matildas, le nazionali australiane. È stato un tweet della collega star americana Megan Rapinoe sulle denunce di abusi sessuali nel mondo del calcio femminile Usa a farle tirare fuori quello che aveva dentro da almeno vent'anni, da quando, nemmeno diciassettenne, appena arrivata in nazionale, uscì dallo spogliatoio strisciando per terra e urlando. Alcune compagne di squadra avevano abusato di lei. «Pensavano fosse divertente», racconta oggi «dicevano che in fondo lo volevo anche io. Io avevo 17 anni, ero una ragazzina di Perth, non sapevo niente, non capivo niente, me la feci sotto. È successo altre volte». A Rapinoe, che il 30 settembre aveva puntato il dito contro «gli uomini che difendono uomini che abusano delle donne» De Vanna aveva risposto che ci sono anche «donne che proteggono le donne che maltrattano le donne», sollevando il coperchio su anni di abusi e violenze subite mentre era con le Matildas. E non era la sola. In un'intervista al Sydney Daily Telegraph, la calciatrice - 150 partite e 47 gol in 15 anni con la maglia della nazionale, esclusa dalla lista delle convocate alle Olimpiadi di Tokyo - ha raccontato le tante volte che ha dovuto far fronte ad aggressioni, violenze fisiche o psicologiche da parte delle compagne di squadra: «Pensavano che il problema fossi io e per questo ero isolata, messa a dormire in una stanza a parte». Ha raccontato del primo episodio, avvenuto nelle docce: «Mi afferrarono alle spalle, mi tirarono giù, erano più d'una...». «Sono stata molestata sessualmente? Sì. Sono stata vittima d'intimidazione? Sì? Messa al bando? Sì. Ho visto cose che mi hanno fatto stare male? Sì»: De Vanna punta il dito contro l'omertà e le istituzioni che preferiscono voltare lo sguardo altrove. In un'intervista rilasciata a News Ltd, la giocatrice, che ormai si è ritirata dal calcio, racconta di aver visto «problemi di comportamento a tutti i livelli durante gli anni, da parte di uomini e donne. Le ragazze che arrivano oggi devono essere coraggiose, così come devono esserlo le ragazze che hanno subito le violenze e che devono sapere di non essere sole». Dopo De Vanna, altre due ex calciatrici delle Matildas, Rhali Dobson e Elissia Carnavas hanno dichiarato di aver subito aggressioni nella squadra quando era più giovani. Dobson ha evocato «manipolazioni psicologiche a fini sessuali» da parte di compagne di squadra più grandi. La Federcalcio australiana ha detto di aver incontrato in questi giorni De Vanna per «discutere delle sue denunce», ha ricordato la «tolleranza zero per chiunque non rispetti le regole e i valori dello sport». «Se Lisa sceglierà di presentare una regolare denuncia attraverso i canali ufficiali allora potremo avviare un'inchiesta anche noi e agire di conseguenza», si legge in un comunicato. «In qualsiasi organizzazione sportiva, in qualsiasi ambiente, il bullismo, le violenze, i comportamenti non professionali mi fanno diventare pazza. Ero troppo giovane, e anche in quanto giocatrice non avevo strumenti per affrontare il problema, ma sono cose che continuano a succedere, a tutti i livelli: è arrivato il momento di parlarne», ha detto ancora De Vanna, che invece parla della sua stagione alla Fiorentina (nel 2019, interrotta poi dal Covid) come «una delle sue più belle esperienze sportive». Dopo l'America, dove le numerose denunce di aggressioni hanno portato alle dimissioni di diversi allenatori e anche di Lisa Baird, commissaria della Lega calcio Femminile, la NWSL, una rivolta è scoppiata anche in Venezuela, dove Denya Castellanos, attaccante dell'Atletico Madrid, ha preso la guida di un #metoo del calcio femminile. 

Caso Peng, tennista smentisce denunce di violenza sessuale il 20 giugno 2021. (ANSA) - Peng Shuai ha negato di aver mai accusato qualcuno di averla aggredita sessualmente, assicurando di essere sempre stata nella sua casa di Pechino senza che i suoi movimenti fossero limitati. La tennista cinese ha affrontato per la prima volta la questione di persona da quando è scomparsa dalla vista del pubblico all'inizio di novembre dopo che un post sul suo account Weibo verificato aveva accusato l'ex vicepremier Zhang Gaoli di abusi sessuali. Peng ha parlato in una breve intervista avuta ieri con il quotidiano di Singapore in lingua cinese Lianhe Zaobao, a un evento a Shanghai della Federazione internazionale di sci fondo. Peng ha anche aggiunto che l'e-mail inviata a Steve Simon, presidente della Women's Tennis Association (Wta, l'associazione del circuito professionistico femminile), per rassicurarlo sul suo stato era stata fatta "interamente di mia spontanea volontà".

Alla domanda sulle accuse fatte su Weibo (il Twitter cinese), cancellate dai censori di Internet del Great Firewall in pochi minuti, la tennista ha replicato: "In primo luogo, vorrei sottolineare un punto molto importante: non ho mai detto né scritto nulla che accusasse qualcuno di avermi aggredito sessualmente. Mi piace sottolineare questo punto molto chiaramente".

Peng, che nelle immagini indossa una maglietta rossa, pantaloni neri, scarpe da ginnastica bianche e un piumino scuro con la scritta "Cina", ha negato di essere sotto sorveglianza. Alla domanda specifica, infatti, ha risposto dopo una breve esitazione: "Perché dovrebbe essere così? Sono sempre stata molto libera". Ha aggiunto di aver scritto la versione cinese dell'e-mail alla Wta "interamente di mia spontanea volontà", ma il network statale Cgtn ne aveva pubblicato una versione tradotta in inglese ritenendo di non avere una sufficiente padronanza della lingua. "Ciò che è stato diffuso dalla Cgtn non era diverso da quello che intendevo trasmettere al presidente Simon", ha aggiunto.

Sulla videochiamata avuta con il capo del Comitato olimpico internazionale Thomas Bach, Peng ha confermato di averla tenuta "da casa mia a Pechino", aggiungendo di essergli grata per aver mostrato preoccupazione. Bach, tuttavia, era finito nella bufera delle critiche internazionali per non aver chiesto garanzie sulla sorte e lo stato della tennista durante il colloquio. Sempre ieri, prima che si diffondesse l'intervista del Lianhe Zaobao, una giornalista del Global Times, Chen Qingqing, aveva twittato un filmato (e una foto) non verificato ricevuto da un "amico" della durata di pochi secondi in cui Peng sembra parlare con l'icona del basket cinese Yao Ming, ex star dell'Nba. Nella foto, invece, l'ex numero uno del ranking mondiale di doppio è in posa con Yao, altre due figure sportive cinesi di primo piano, quali la campionessa olimpica di vela Xu Lijia e la star del ping-pong in pensione Wang Liqin. Peng, 35 anni, campionessa di doppio di Wimbledon e Open di Francia, è finita al centro di una tempesta mediatica globale dopo che il suo lungo post di denuncia è stato pubblicato su Weibo, accusando ldi abusi l'ex vicepremier Zhang Gaoli, 75 anni. La sua successiva scomparsa dal pubblico ha suscitato una diffusa preoccupazione internazionale, mobilitando anche Onu e Casa Bianca. 

Caso Peng, la Wta rinnova i timori sulla sua condizione. (ANSA il 20 giugno 2021) - La Women's Tennis Association (Wta), l'associazione del circuito professionistico del tennis femminile, rinnova i suoi timori sulla vicenda di Peng Shuai, a dispetto della sua ultima apparizione in un'intervista al quotidiano di Singapore Lianhe Zaobao, in cui ha negato di aver accusato chiunque di aggressione sessuale. "Queste apparizioni non alleviano o affrontano le significative preoccupazioni della Wta sul suo benessere e sulla sua capacità di comunicare senza censura o coercizione", ha detto l'organizzazione in una nota, ribadendo di volere ancora un'indagine "completa, equa e trasparente, e senza censura". "Rimaniamo fermi nella nostra richiesta di un'indagine completa, equa e trasparente, senza censura, sulla sua accusa di violenza sessuale, che è la questione che ha dato origine alla nostra.preoccupazione iniziale", ha affermato la Wta in una nota. "È stato bello vedere di nuovo Peng Shuai in un ambiente pubblico e speriamo certamente che stia bene", ma "come abbiamo costantemente affermato, queste apparizioni non alleviano o affrontano le preoccupazioni significative della Wta sul suo benessere e sulla sua capacità di comunicare senza censura o coercizione", ha aggiunto l'associazione. La Cina, che non ha commentato direttamente il post iniziale di denuncia di Peng, ha criticato la scelta della Wta di sospendere i tornei in Cina e a Hong Kong, opponendosi "alla politicizzazione dello sport". Peng, 35 anni, ha a inizio novembre postato la sua denuncia di abusi sessuali su Weibo, il Twitter in mandarino, contro l'ex vicepremier Zhang Gaoli, 75 anni, sparendo dalla dalla vista pubblica per quasi tre settimane. Nell'intervista di domenica allo Lianhe Zaobao, quotidiano in lingua cinese di Singapore, Peng ha affrontato la questione in pubblico, ritrattando le accuse e definendo il post "questione privata", su cui "le persone hanno avuto molti fraintendimenti", senza però approfondire.

Giulia Zonca per "la Stampa" il 6 dicembre 2021. Le accuse della tennista Peng Shuai non entreranno probabilmente mai in un tribunale e lo sport va in crisi perché non ha la forza di gestire un caso che non si può costruire, non si riesce a valutare, ma non deve per forza essere così. Se esistesse un'organizzazione anti abusi indipendente, le conseguenze delle accuse degli atleti non sarebbero più in mano a un singolo stato o a una specifica federazione e ci sono 172 pagine su cui costruire un'unità vittime speciali. Senza stare in un telefilm. La Fifa ha commissionato uno studio approfondito e si propone di contribuire alla creazione di questa entità già nel 2022, con il proposito di non farne parte. La necessità di un organo nuovo nasce da una esperienza diretta. Caso ragazze del calcio haitiano contro la federazione, le voci hanno iniziato a girare durante la pandemia e proprio come per Peng Shuai si è partiti da sfoghi social raccolti dai giornali. Con il Covid era impossibile mandare investigatori. I post sono spariti, le testimonianze hanno continuato a camminare e la Fifa da Zurigo ha organizzato un panel a distanza. Si sono appoggiati alle Nazioni Unite che avevano una agente in zona e a sua volta lei ha coinvolto una psicologa e un avvocato dell'Unicef. Insieme hanno costruito un dossier, passato poi nelle mani di Mario Gallavotti, avvocato, uomo chiave nella presidenza Infantino, spesso accusato di avere troppo potere e promotore dell'unità anti abusi. «Ci siamo ritrovati davanti a un'arbitra che aveva rifiutato volgari avances ed era stata estromessa e da lei siamo arrivati a tante giovani molestate, erano braccate». Trentaquattro dichiarazioni firmate, 14 con la denuncia contro l'allora capo del pallone ad Haiti Yves Jean-Bart, un signore radiato a vita dal calcio che non ha mai dovuto rendere conto alla giustizia ordinaria e vive libero a Santo Domingo. Per lo meno lontano da cariche che gli danno l'occasione di devastare vite. Da un contesto tanto truce sono emersi alcuni punti chiave: serve una rete locale per raccogliere informazioni, è l'unico modo di aprire un canale legale alternativo in Paesi che non hanno alcuna intenzione di garantire processi equi. Quella rete deve essere autonoma e «se il calcio ricco e organizzato si è trovato in una giungla di problemi, figurarsi che succede con altre discipline». Lo studio, commissionato a una società di Los Angeles specializzata in diritto sportivo, la Butler international, porta percentuali di vari sondaggi fatti in diverse nazioni, i dati non sono omologhi, toccano realtà differenti, ma danno l'idea che i casi conosciuti siano un nulla rispetto al sommerso. Il giro di pedofili scoperto in Argentina nel 2018, il 56 per cento delle donne tesserate per un qualsiasi sport in Turchia che dicono di aver subito violenza fisica o psicologica, i 3000 fascicoli aperti in situazioni dove a gestire l'attività sportiva era la chiesa cattolica. Non si omette nulla eppure resta difficile arrivare a statistiche che diano una reale foto e la sproporzione tra le denunce e i giudizi è avvilente. Per l'eclatante condanna contro l'ex medico della ginnastica Usa ci sono voluti quasi 30 anni e più di 500 adolescenti maltrattate. Nel 2019 la procura afghana ha aperto un provvedimento contro il capo della federcalcio e lo ha pure subito fatto cadere mentre la commissione etica della Fifa lo ha squalificato a vita. Altro caso passato da Gallavotti «e nemmeno io conosco i nomi delle ragazze, cinque di loro sono dovute scappare, prima del ritorno dei talebani, oggi sono in Svizzera. Possiamo garantire l'anonimato, possiamo forzare indagini che governi e istituzioni reticenti si rifiutano di affrontare, ma per farlo ovunque ci sia qualcuno tanto coraggiosa o coraggioso da farsi sentire serve un'unità che lavori come fa la Wada contro il doping. Più snella, meno costosa, ma altrettanto competente e sopra le parti». Nel report si parla di «fondi agili», di filantropi, di raccolte annuali, di budget da stanziare a seconda delle necessità. Sembra tutto molto precario, ma le possibilità ci sono e la struttura ha bisogno di essere riconosciuta, certo, però non approvata da tutti: il suo lavoro diventerebbe legge con il sostegno di molti stati e delle federazioni più grosse, del Comitato olimpico che almeno si leverebbe l'imbarazzo vissuto in questi giorni davanti a Peng Shuai. La proposta ha già incassato l'appoggio del Consiglio Europeo, i trattati internazionali utili non sono da inventare, solo da assimilare. Nel report si parla di inchieste in posti dove regna l'omertà, ma nell'Occidente democratico è difficile persino sentire denunce e purtroppo non perché non ci sono violenze.  Sapere che esiste un'unità con gli strumenti e le professionalità per trattare circostanze tanto infelici aiuterebbe. Da quelle percentuali, impossibili da maneggiare, non esce un quadro completo, ma il disagio è evidente, preme dietro un non detto che fa paura.

Peng Shuai e il diario proibito della tennista sparita: «Ero nel panico, ho ceduto al sesso con il vice premier». Peng Shuai su il Corriere della Sera il 6 Dicembre 2021. Il mese scorso la cinese ha rivelato sui social, in un post subito rimosso, di aver subito un’aggressione sessuale da parte di un alto funzionario. Da allora è scomparsa dalla scena pubblica. Il mese scorso, la celebre tennista cinese Peng Shuai ha rivelato sui social di aver subito un’aggressione sessuale da parte di un alto funzionario del governo. Subito dopo, è scomparsa dalla scena pubblica. Il suo post, su Weibo, è stato subito rimosso, ma non prima che diversi seguaci ne avessero già catturato la schermata. Ecco la traduzione completa del post di Peng Shuai.«Non è facile parlarne, ma voglio che venga fuori. Fino a che punto mi sento ipocrita. Confesso di non essere una brava ragazza, anzi, sono una cattiva, una pessima ragazza. Circa tre anni fa tu, vice premier Zhang Gaoli, sei andato in pensione e hai chiesto al dottor Liu, del Tianjin Tennis Centre, di contattarmi per fissare una partita di tennis con me, al Kangming Hotel di Pechino. Dopo aver giocato a tennis la mattina, tu e tua moglie Kang Jie mi avete condotto a casa vostra. Poi tu mi hai portato in una stanza e, proprio come a Tianjin più di dieci anni fa, mi hai detto che volevi fare sesso con me. Ero molto spaventata quel pomeriggio, non mi aspettavo che la cosa potesse accadere così, con una guardia fuori della porta, perché era impossibile far credere che tua moglie avrebbe acconsentito a una cosa del genere. Avevamo fatto sesso una volta, sette anni prima, e poi tu eri andato a Pechino per partecipare alla commissione permanente del partito comunista. Da molto tempo avevo sepolto la nostra storia nel mio cuore, visto che non avevi intenzione di accollarti nessuna responsabilità. Ma allora, perché sei venuto a cercarmi nuovamente, per portarmi a casa tua e costringermi a fare sesso con te? Non ho nessuna prova, ed è stato impossibile conservare qualunque traccia dell’accaduto. Quel pomeriggio, sulle prime ti ho detto di no e sono scoppiata a piangere. Ho cenato con te e tua moglie, Kang Jie. Hai continuato a parlare e a dire tante cose, per scacciare i pensieri dalla mia mente. Dopo cena, hai detto che non mi avevi mai dimenticata in quei sette anni, e che avrei dovuto essere carina con te, e via dicendo… Mi sentivo invadere dal panico, ma ho ceduto. Sì, abbiamo fatto sesso. Da quel giorno, ho sentito di nuovo sbocciare l’amore per te (...). 

LA STORIA

Cina, il primo caso di Me Too nel cuore del potere di Pechino

Anche a rischio della vita, voglio dire la verità su di te. La sera del 30 ottobre 2021 abbiamo litigato. Tu hai detto che saremmo andati a casa tua il pomeriggio del 2 novembre per chiarire ogni cosa. Oggi, a mezzogiorno, mi hai chiamato per dirmi che sei molto occupato e che ci sentiremo più avanti. E sei «sparito» nuovamente, come avevi fatto sette anni fa. Hai detto che non c’era nessun impegno tra di noi. Avevi sempre paura che avrei portato con me un registratore, per raccogliere prove. Non ho nulla per provare quanto è accaduto, né audio, né video, solo l’esperienza reale della mia vita stravolta.

Ma anche se rischio di disintegrarmi, come un uovo scagliato contro una roccia, sono pronta a dire la verità sul tuo conto. Negherai o passerai al contrattacco. Io sono una cattiva ragazza che non merita di diventare madre. Tu sei padre di un figlio e di una figlia. Dopo tutto quello che hai fatto in questa vita, saprai guardarli in faccia con la coscienza tranquilla?

Cina, è sparita la tennista Peng Shuai: aveva accusato di stupro l’ex vicepremier Zhang Gaoli. Guido Santevecchi su Il Corriere della Sera il 14 Novembre 2021. Il 2 novembre, con un post sul social Weibo, aveva raccontato lo stupro del politico, al tempo uno dei 7 uomini più potenti del partito, che poi la aveva obbligata a una relazione. Da allora, la campionessa 35enne è svanita nel nulla. Un caso #MeToo tocca il cuore del potere cinese. La bomba è stata lanciata da Peng Shuai, 35 anni, campionessa di tennis e nel 2014 numero 1 della classifica mondiale di doppio femminile, dopo aver vinto a Wimbledon e Parigi. Una gloria nazionale. Il 2 novembre la tennista ha pubblicato un post sul social Weibo accusando l’ex vicepremier ed ex membro del Comitato permanente del Politburo comunista Zhang Gaoli, oggi pensionato settantacinquenne, di averla costretta in passato a una relazione e di averla violentata. Un gesto disperato quello di Peng, perché dare dello stupratore a un politico che era stato tra i sette più potenti nella nomenklatura può portare a conseguenze «spiacevoli». Dal 2 novembre, la campionessa è sparita. E ora su Twitter, bloccato in Cina, è partito l’hashtag #WhereIsPengShuai: «Dov’è Peng? Sono preoccupata, dateci notizie», commenta l’americana Chris Evert, che negli Anni 70 ha trionfato in 18 Grand Slam. La Wta (Women’s Tennis Association) chiede un’inchiesta sul caso e la fine della censura. L’accusa di Peng Shuai non è verificata né verificabile. Lo ammette anche lei quando scrive di non avere le prove. «So che dato il tuo potere non hai paura di me, Zhang Gaoli, ma anche se sono sola, come un uovo che si scontra con una roccia, come una falena che si lancia verso una fiamma, dirò la verità su di te», ha detto nel post. Secondo Peng, la storia iniziò nel 2007, quando Zhang era capo del Partito a Tianjin, grande città portuale a Est di Pechino. Peng era tesserata per il tennis club di Tianjin e un pomeriggio il politico la convocò per una partita. «Ero molto spaventata, ma non mi aspettavo che lui si comportasse in quel modo». Peng aggiunge: «Sono una cattiva ragazza», perché dopo quel pomeriggio si piegò ad una relazione con il potente. Nel 2013 Zhang Gaoli fu eletto tra i sette membri del Comitato permanente del Politburo. Peng continuò la sua carriera, vincendo una ventina di tornei internazionali tra cui spiccano Wimbledon 2013 e Roland-Garros 2014. In quegli anni, Zhang troncò i contatti e nel post lei gli rinfaccia anche di averla usata come passatempo quando era a Tianjin e di essersi nascosto dopo essere stato chiamato a Zhongnanhai, la cittadella del potere a Pechino. Una storia complessa, che sarebbe ripresa nel 2018 quando lui fu pensionato. Peng sostiene che ci fu stupro: «Non volevo, entrai nel panico e piansi tutto il tempo», ha scritto. Il post è stato cancellato dal web nel giro di mezz’ora, il 2 novembre, ma qualcuno aveva fatto in tempo a copiarlo e far circolare lo screenshot. La censura ha fermato sul web le ricerche dei nomi della giocatrice e del politico, anche la parola tennis (wangqiu in mandarino) è stata fuori rete per ore. La legge del silenzio: è questo il punto più inquietante.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 12 novembre 2021. La settimana scorsa aveva denunciato sul suo account Weibo, l’equivalente cinese di Facebook, di essere stata abusata dall’ex vicepremier Zhang Gaoli. Da allora di Peng Shuai, 35 anni, tennista cinese, non si hanno più notizie. Anche se la Cina è già stata scossa dagli scandali del #Metoo, la denuncia di Peng Shuai è stata la prima a coinvolgere un membro di alto rango del Partito Comunista. Il suo post è stato subito cancellato insieme a tutti i contenuti recenti di Shuai, e, sul social network, la parola tennis (wangqiu) è stata censurata. Durante una conferenza stampa il 3 novembre, un portavoce del ministero degli Esteri di Pechino ha rifiutato di rispondere, dicendo seccamente: «Non ne ho sentito parlare e non è una questione diplomatica». Zhang è stato vicepremier e ha fatto parte del comitato permanente di sette membri del Politburo del partito al governo. Nel post di Pengu Shuai, la tennista aveva rivelato che lei e Zhang, che è sposato, hanno avuto una relazione nel 2011, dopo essersi incontrati nella città portuale di Tianjin. Il post descriveva in dettaglio come Peng sia andata a letto con Zhang una volta quell’anno, e una seconda prima che fosse promosso al Bureau e tagliasse ogni legame con lei. Ma ha poi riallacciato i rapporti nel 2018, dopo il suo ritiro dalla politica, invitando Peng a cena con sua moglie, dopo di che l’avrebbe spinta a fare sesso. Peng ha ricordato di aver “pianto” e rifiutato le avances di Zhang, prima di cedere. La relazione, definita da Peng “sgradevole”, è durata altri tre anni. Nel post Peng ha ammesso di non aver «nessuna prova» che la relazione abbia mai avuto luogo perché Zhang ha insistito per mantenerla segreta. Non è chiaro il motivo per cui Peng abbia deciso di rivelare la relazione ora, anche se il suo post chiudeva così:; «Hai detto che non hai paura. E come un uovo lanciato contro una roccia, o una falena contro una fiamma, dirò la verità con te». Il ministero degli Esteri cinese ha negato di essere a conoscenza della questione e Zhang non ha risposto alle richieste di commento. Lv Pin, un'attivista cinese per i diritti delle donne, ha twittato poco dopo il post di Peng: «Loro [il PCC] sono sempre stati marci e decadenti. Hanno sempre sfruttato le donne, solo che è stato fatto dietro tende nere».

«La sua rivelazione è molto importante, perché permette alle persone di avere un assaggio della vita reale dei più alti leader cinesi, del loro eccessivo abuso di potere, della corruzione e della loro paura dietro una facciata morale avvolta dal potere».

Giulia Zonca per “La Stampa” il 4 novembre 2021. Come una falena alla fiamma. Peng Shuai sa che il suo nome si brucerà nell'attimo esatto in cui pubblicherà il post con le accuse di molestie sessuali e lo fa comunque. La tennista non è la prima che denuncia un uomo potente in Cina, ma è l'unica che ha avuto il coraggio di accusare un pezzo grosso del partito comunista, un pezzo di governo, un ex vice primo ministro: Zhang Gaoli. Un tassello chiave del Politburo, quel monolite che è il regime di Pechino. Lei è la tennista bandiera, nel doppio è arrivata al primo posto della classifica Atp, un onore che nessun'altra sua connazionale ha vissuto. Ha vinto Wimbledon nel 2013 e il Roland Garros nel 2014, in singolo ha raggiunto la semifinale degli Us Open, vertice che solo tre donne cinesi hanno condiviso. Tutto ciò negli anni in cui Zhang era al massimo della carriera politica. I due si sono conosciuti prima e si sono frequentati in qualche contorto modo, che lei non spiega, tra il 2007 e il 2012. L'ombra di angoscia si è allungata tre anni fa quando lui l'ha invitata a casa sua a giocare a tennis, con la moglie. In quel pomeriggio Zhang l'avrebbe costretta a dei rapporti sessuali, l'avrebbe minacciata e convinta a riprendere una relazione malata con lui. Un incubo descritto così da Peng Shuai: «Non ero d'accordo e non ho fatto che piangere. So di non riuscire a spiegare e di non avere prove, ma è successo e lo voglio dire. Un uomo importante come lei, signor vice primo ministro Zhang Gaoli non ha paura, ma anche se sono solo io, un uovo contro una roccia, una falena intorno al fuoco che corteggia l'autodistrudizione, la denuncerò lo stesso». Le parole sono comparse su Weibo, il social più diffuso in Cina, e sono anche state eliminate dopo pochi minuti. Sparite eppure moltiplicate. Le foto di quel messaggio hanno continuato a circolare mentre a ogni ricerca Peng Shuai perde visibilità. Prima si sono bloccati i suoi profili, poi il suo nome si è smaterializzato ed è rimasto legato solo a risultati ormai datati e adesso persino la parola tennis si è bloccata. Via la sua identità e via il suo universo, ma non il coraggio. Dopo 16 titoli vinti in doppio, Peng Shuai si è sganciata dal sistema cinese, un affronto e una conquista. Ha rifiutato il tecnico assegnato dalla federazione, ha ottenuto il diritto di fare pubblicità e di tenersi gli introiti che di solito gli atleti devono girare al partito, ufficialmente per finanziare lo sport. Non solo, la maggioranza dei successi li ha firmati con Hsieh Su-wei, ragazza di Taiwan e insieme le due tenniste rappresentano anche un legame tra luoghi che vivono di cicliche tensioni. Come quelle di questi giorni. La denuncia quindi arriva da una donna considerata indipendente, una figura anomala che ora acquista forza in quei movimenti femministi perseguitati dal partito comunista. Di lei non si hanno più notizia, di certo dopo la fase cancellazione inizierà la denigrazione. Già ieri sera, oltre ai numerosi messaggi di sostegno, su account intenti a promuoversi come neutrali, circolavano penosi dubbi sull'intera carriera. Oltre alle foto di un suo traumatico ritiro agli Us Open, mentre esce dal campo in carrozzina. Sarà infangata, umiliata e purtroppo sarà in pericolo, ma quel post, subito copiato da decine di utenti e poi rimbalzato in milioni di copie resta un uovo tirato contro l'intera struttura retta da Xi Jinping. Il presidente alimenta la censura, indebolisce la libertà di espressione, stringe le viti di un autoritarismo che copre ogni abuso. E coprirà anche questo, di qualunque grado sia. Però quell'uovo stavolta lo hanno visto tutti. 

Wta minaccia di lasciare Cina, chiarezza su tennista Peng. (ANSA il 18 novembre 2021) - Il tennis professionistico femminile minaccia di lasciare la Cina in assenza di chiarimenti sulla vicenda della star Peng Shuai. "Siamo pienamente preparati a ritirare le nostre attività e ad affrontare tutte le complicazioni che ne seguiranno - ha affermato Steve Simon, numero uno della Wta, l'associazione che gestisce il circuito femminile a livello mondiale, parlando alla CNN -. Perché le accuse di stupro sono più importante degli affari". Peng, 35 anni, ha accusato sui social media a inizio novembre l'ex vicepremier Zhang Gaoli di averla costretta a una relazione sessuale tre anni fa, prima di farne la sua amante. Simon, che si è spinto oltre rispetto alla richiesta di un'indagine indipendente per far luce sul caso, ha detto al network di Atlanta che la Wta ha in programma dieci eventi in Cina per il 2022 per un valore di decine di milioni di dollari, ma che era disposto a ritirarli. "Siamo a un bivio nel nostro rapporto con la Cina e la nostra attività laggiù", ha osservato, aggiungendo che la Wta deve chiedere giustizia e non può scendere a compromessi: "le donne devono essere rispettate e non censurate". La Cina è stata al centro dell'aggressiva espansione dell'associazione del tennis professionistico femminile nell'ultimo decennio, ospitando nove tornei nella stagione 2019, l'ultima prima dell'interruzione della pandemia di Covid-19, con un montepremi totale di 30,4 milioni di dollari. Allo stesso tempo, la Cina è sotto pressione su una serie di questioni relative ai diritti umani, nel mezzo delle crescenti richieste di boicottaggio delle Olimpiadi invernali di Pechino 2022. La posizione della Wta su Peng, se dovesse essere confermata, andrebbe molto oltre rispetto ad altre organizzazioni sportive che hanno lottato per bilanciare le richieste di tifosi e giocatori di opporsi alle violazioni dei diritti umani con la loro dipendenza dal mercato cinese. Peng ha postato il 2 novembre sul suo account Weibo, il Twitter in mandarino, il post con le accuse, oscurato in pochissimo tempo. Da allora, la star cinese, ex numero uno del ranking mondiale per il doppio grazie alle vittorie di Wimbledon e Parigi, non ha più comunicato col mondo esterno né si è presentata in pubblico, mentre Zhang Gaoli, componente del Comitato permanete del Politburo del Pcc dal 2013 al 2018, non ha mai reagito alle accuse.Mercoledì, il canale in lingua inglese Cgtn, parte della statale Cctv, ha svelato uno screenshot di un'email attribuita a Peng che sarebbe stata mandata alla Wta. Alla CNN, Simon ha ribadito i suoi dubbi sull'autenticità del messaggio in cui la campionessa definisce "false" le sue accuse contro Zhang. "Non credo affatto sia la verità", ha rincarato, descrivendo l'email una "messa in scena. Se è stata costretta a scriverla, se qualcuno l'ha scritta per lei, non lo sappiamo, ma finché non le parleremo di persona non saremo rassicurati", ha concluso Simon.

Guido Santevecchi per il corriere.it il 18 novembre 2021. Dal 2 novembre, della campionessa cinese di tennis Peng Shuai resta solo uno screenshot, inseguito e cancellato sul web dalla censura di Pechino, con la sua accusa di violenza sessuale al signor Zhang Gaoli, settantacinquenne ex vicepremier ed ex membro del Politburo del partito comunista. Di fronte alla preoccupazione, alle richieste di notizie e di un’indagine trasparente avanzate dalla Wta (Women’s Tennis Association) e sostenute da molti colleghi stranieri e da chi le vuole bene, ieri il canale internazionale della tv cinese ha risposto con un altro screenshot. La copia di una email che Peng avrebbe mandato al presidente della WTA per dire di stare bene, di non essere sottoposta a restrizioni, di avere solo bisogno di riposo e per smentirsi: non avrebbe subito aggressioni. Il messaggio chiede all’Associazione delle tenniste di smettere di occuparsi della vicenda e afferma che «le notizie pubblicate, compresa quella sulla violenza sessuale, non sono vere». Il testo risulta poco credibile: se la stella che trionfò a Wimbledon e al Roland Garros fosse davvero libera, perché non compare in pubblico? Il destinatario dell’email, il presidente della Wta Steve Simon, dice che la dichiarazione pubblicata dalla tv cinese CGTN «accresce la mia preoccupazione sulla sua sicurezza, è difficile credere che Peng Shuali abbia davvero scritto l’email». Il dirigente internazionale conclude: «Peng deve poter parlare liberamente, dev’essere ascoltata, le sue accuse meritano un’inchiesta». In Cina il nome di Peng è stato oscurato sui social network, le ricerche sono bloccate. Dal 2 novembre è fermo il suo profilo su Weibo, sul quale aveva postato il suo atto d’accusa drammatico contro il potente politico, ammettendo di non avere prove della relazione e della violenza ma di voler andare avanti con la denuncia «anche a costo di finire come un uovo che si scontra con una roccia». Su Twitter (censurato per i cinesi) circola l’hashtag #WhereIsPengShuai. Alla campagna internazionale si sono unite ieri la stella giapponese Naomi Osaka e la mitica Billie Jean King; Novak Djokovic si è detto «scioccato» dalla vicenda e dal buio che la circonda. L’email attribuita a Peng Shuai è stata tirata fuori dalla CGTN, l’emittente in lingua inglese della tv statale di Pechino. I cinesi comuni non la guardano e il resto della stampa di Pechino non ha dato alcuna notizia su questa storia. Tace ed è inavvicinabile anche l’ex potente politico accusato da Peng della violenza (è in pensione dal 2018). I portavoce del ministero degli Esteri cinese, alle domande dei corrispondenti stranieri hanno risposto di «non essere informati del caso e che comunque non è una faccenda diplomatica». Il solito sistema del potere: il silenzio è la soluzione migliore per un problema imbarazzante. E se non basta, si può sempre aggiungere la disinformazione.

Cecilia Attanasio Ghezzi per "la Stampa" il 18 Novembre 2021. «Che fine ha fatto Peng Shuai?» Come una pallina da tennis, questa preoccupazione rimbalza tra gli atleti e le atlete di tutto il mondo. Ma nel divenire hashtag il suo rumore si fa sempre più sordo. Ultima, ma solo in ordine di tempo, l'ex numero uno Naomi Osaka, si dice «sotto choc» per la sua scomparsa. Ma prima c'erano stati Novak Djokovic, Chris Evert e Martina Navratilov e le federazioni internazionali dell'Atp e della Wta. E prima ancora le femministe cinesi che ne hanno fatto una campagna da proiettare sugli edifici di ogni angolo della Cina: «Che fine ha fatto Peng Shuai?», «Pretendiamo il suo ritorno», «Peng Shuai siamo al tuo fianco». Quattordicesima al mondo come massimo risultato nel ranking Wta del singolare, ex numero uno di doppio e già vincitrice di due titoli del Grande, il 2 novembre scorso Peng Shuai aveva pubblicato un lungo post personale su Weibo, un social cinese paragonabile al nostro Twitter. Raccontava di essere stata stuprata e costretta ad intrattenere una relazione segreta da Zhang Gaoli, vicepremier dal 2013 al 2018, all'epoca uno dei sette uomini più potenti della Cina e oggi in pensione. «Non ho registrazioni, non ho video, ho solo la mia storia». «So bene che tu, alto ufficiale Zhang Gaoli, non hai paura. Ma anche se è come scagliare un uovo su una montagna o come una falena che si lancia verso la fiamma, non posso fare a meno di raccontare la verità su di noi». Nessuno aveva mai osato accusare un politico così alto in grado. I due si sarebbero conosciuti e amati prima che lui diventasse vice premier, poi Zhao si sarebbe negato per tutta la durata del suo mandato fino a quando, andato in pensione nel 2018, non l'avrebbe ricontattata tramite la federazione di tennis per giocare un doppio con sua moglie. In quell'occasione l'avrebbe portata in camera sua dove lei l'avrebbe rifiutato, «senza riuscire a smettere di piangere». L'avrebbe poi costretta a una relazione segreta e malata, lasciandola umiliare da sua moglie in sua assenza. «Mi sentivo uno zombie, fingevo ogni giorno di essere una persona diversa. Non sapevo come ero arrivata a questo punto, e non avevo il coraggio di morire». Il suo, è il grido di una vittima di violenza e di abusi psicologici. Per questo suona ancora più assordante il silenzio che ne è seguito. Il post, censurato in poche decine di minuti, ha continuato a circolare online come screenshot, ma il suo nome, quello del politico e, per qualche ora, persino la parola tennis, impossibili da cercare sui motori di ricerca cinesi. Poi più nulla. Il portavoce del ministero degli Esteri ha negato di essere a conoscenza della situazione, l'account Weibo di Peng risulta attivo ma rifiuta commenti e messaggi diretti, e nessuno è più riuscito a mettersi in contatto con lei. È l'ennesimo tentativo di #metoo cinese, che vive solo - e brevemente - sui social. Il fenomeno purtroppo è talmente radicato nella cultura cinese, che si evita persino di affrontarlo. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2013, circa la metà degli uomini cinesi ha usato violenza psicologica o fisica sulla propria compagna. Numeri non troppo differenti da quelli di altre parti del mondo, certo. Ma particolarmente grave è che in Cina il 72 per cento degli uomini che hanno abusato di una donna non abbia subito nessuna conseguenza legale. Oggi le donne guadagnano in media il 40 per cento in meno degli uomini e faticano ad arrivare a ruoli di potere. C'è una sola donna tra i 25 membri del politburo e la moglie del Presidente, Peng Liyuan, ha dovuto abbandonare la sua carriera di cantante di successo per non far ombra al marito. Inoltre, come nell'epoca imperiale, a un uomo di potere non basta una sola moglie. Le concubine di oggi si chiamano ernai, letteralmente «seconda donna», e sono molte più di quanto si pensi. Il 60 per cento dei funzionari ne mantiene «almeno» una, secondo una ricerca dell'Università del popolo. «Gli uomini con più potere sono quelli che sanno controllare fisicamente ed emotivamente le proprie donne. Il massimo è privarle della loro libertà e poi abbandonarle», scrive la professoressa di antropologia culturale Zheng Tiantian. Peng Shuai ha avuto il coraggio di rompere il silenzio. Non sappiamo con che conseguenze.

Luigi Guelpa per “il Giornale” il 18 novembre 2021. Martina Navratilova e Chris Evert sono pronte a partire per Pechino, mentre Novak Djokovic chiede prove tangibili, ma in realtà è tutto il mondo, non solo sportivo, a porsi la stessa domanda: che fine ha fatto Peng Shuai? La sorte dell'ex campionessa cinese di tennis sta assumendo i contorni di un vero e proprio giallo. É scomparsa ormai da due settimane e se la sua storia fosse una serie tv qualcuno potrebbe sperare in un lieto fine, ma essendoci di mezzo Pechino può davvero accadere di tutto e il suo contrario. Lo scorso 2 novembre l'atleta denunciò di essere stata violentata dall'ex vicepremier Zhang Gaoli, uno dei politici più influenti del Paese. In un lungo post su Weibo, la versione cinese di Twitter, Peng aveva parlato di abusi e di una relazione insana che si trascinava da una decina d'anni, mentre lui era sposato. Peng raccontava di essere stata costretta ad avere rapporti sessuali anche in casa di Zhang, durante un invito a cena alla presenza della moglie. Nella confessione la tennista aveva manifestato rabbia e disgusto. Neppure mezz' ora dopo, il post di Peng veniva eliminato da Weibo, così come gli screenshot e i post sui social in cui era stato discusso l'argomento. Il profilo di Peng è regolarmente attivo, ma è stata interdetta la possibilità di lasciare commenti, così come è bloccata la ricerca del suo nome. Weibo ha oscurato persino il profilo di Naomi Osaka, fuoriclasse giapponese della racchetta, una delle prime a chiedere di far luce sulla scomparsa e sulle accuse della collega. Sì, perché proprio da quel 2 novembre dell'ex numero uno al mondo di doppio non si hanno più notizie. Ieri, a sorpresa, una mail attribuita a Peng è stata diffusa dal canale televisivo CcTv e inviata alla WTA, l'organizzazione internazionale del tennis femminile. Il testo non ha fatto altro che aumentare le preoccupazioni per la sorte e la sicurezza dell'atleta cinese. Peng, o chi ha scritto per lei, sostiene di star bene, ma soprattutto smentisce l'accaduto: «L'informazione, soprattutto per quanto riguarda l'accusa di violenza sessuale, è falsa. Non sono né scomparsa e neppure in pericolo. Sto solo riposando a casa, è tutto a posto. Vi chiedo di voler diffondere questa notizia». Il presidente della WTA, Steve Simon, dubita delle informazioni provenienti dalla Cina. «Faccio molta fatica a credere che abbia veramente scritto la mail che abbiamo ricevuto. Necessitiamo di una prova riscontrabile e indipendente che lei sia al sicuro. Ho cercato più volte di contattarla in varie maniere, ma senza fortuna». Per tutta risposta il governo cinese si è espresso sulla questione con le parole, apparse cariche di imbarazzo, di Wang Wenbin, portavoce di Xi Jinping: «Non ne ho sentito parlare, ma questa non è una questione diplomatica». La WTA e la sua controparte maschile, l'ATP avevano già invitato la Cina a indagare sulle accuse di Peng, e molti tra i colleghi e le colleghe del circuito hanno espresso il loro sostegno all'ex tennista cinese sui social attraverso l'hashtag #WhereIsPengShuai. «Serve un'indagine approfondita al più presto» dichiara da Torino, dove è impegnato nelle Atp finals, Novak Djokovic. «Stiamo facendo fronte comune tra tennisti. La Cina non può cavarsela con una lettera. Vogliamo vederla, quantomeno in video». Ancora più agguerrite due celebri colleghe di Peng, Martina Navratilova e Chris Evert, disposte anche a «viaggiare fino a Pechino per sincerarci sulle sue condizioni di salute». 

Da tgcom24.mediaset.it il 20 novembre 2021. Le ultime foto apparse sui social media della star del tennis cinese Peng Shuai rappresentano il "suo stato attuale". Così su Twitter Hu Xijin, direttore del Global Times. Della tennista cinese non si avevano più notizie dal 2 novembre dopo l'accusa di abusi sessuali contro l'ex vicepremier Zhang Gaoli. "Nei giorni scorsi, è rimasta a casa sua e non voleva essere disturbata. Si presenterà in pubblico e presto parteciperà ad alcune attività", ha aggiunto Hu. Al momento non è possibile verificare le affermazioni di Hu, né a quando risalgano le foto. Le immagini sono comparse dopo che la Wta ha minacciato di lasciare la Cina in assenza di chiarimenti su Pebg Shuai e, inoltre, a condividere le foto è stato un account Twitter etichettato dal social network come "media affiliato allo Stato cinese". 

Le foto di Peng Shuai 

Sono tre le foto apparse su Twitter: una mostra la giocatrice sorridente con un gatto in braccio in quella che sembra essere la sua casa. Sullo sfondo sono visibili peluche, un trofeo, una bandiera cinese e accrediti. Un'altra istantanea mostra un selfie di Peng Shuai con una figurina di Kung Fu Panda, film d'animazione per bambini. Sullo sfondo appare una cornice con un'immagine di Winnie the Pooh. Le foto sono accompagnate da una didascalia in inglese che spiega come le immagini siano state postate privatamente dalla giocatrice su Wechat per augurare "buon fine settimana" ai suoi contatti. 

Guido Santevecchi per il “Corriere della Sera” il 21 novembre 2021. Tre foto della campionessa che posa tra animaletti di peluche e il suo gatto, «scoperte» e diffuse venerdì da un cronista della tv statale cinese. E ieri sera due video di Peng Shuai a cena in un ristorante, con il suo allenatore (il quale informa che «è sabato»). Questi brevi filmati sono stati pubblicati da Hu Xijin, direttore del Global Times , quotidiano in inglese del Partito. Nessuna spiegazione su come siano spuntate le immagini. Il tutto lanciato via Twitter (oscurato in Cina), perché è questo al momento il campo della partita sulla sorte della stella del tennis messa a tacere dal 2 novembre, dopo che aveva sostenuto con un drammatico messaggio sul web di essere stata violentata, anni fa, da un ex membro del Politburo comunista. È il terreno del social network occidentale che a Pechino hanno scelto per giocare con la libertà della giovane donna e per proteggere (con il silenzio ufficiale) il politico in pensione ma evidentemente sempre potente Zhang Gaoli, che fino al 2018 era stato vicepremier e uno dei sette del Comitato permanente del Politburo, il cuore del Partito-Stato. Peng nel suo post, subito cancellato dalla censura, aveva raccontato di aver avuto una relazione con l'anziano mandarino, e che poi lui l'aveva costretta a un rapporto contro la sua volontà. La giocatrice ha ammesso di non avere prove, ma la censura, la scomparsa, ora la diffusione di foto e video per rassicurare gli stranieri tradiscono l'incertezza del potere cinese: il caso di Peng Shuai, che nel 2014 era stata N°1 del mondo vincendo Wimbledon e Roland Garros, è diventato una faccenda internazionale, a meno di tre mesi dalle Olimpiadi invernali di Pechino. Per rompere il muro di gomma costruito intorno a questo #MeToo in salsa mandarina si è coalizzato un fiume di proteste e pressioni mondiali. La Wta (Women's tennis association), minaccia di ritirarsi dal circuito cinese dei tornei «perché questa vicenda vale più degli affari»; stelle come Serena Williams e Naomi Osaka spingono la campagna perché Peng sia ascoltata in pubblico e rilanciano a milioni di follower su Twitter la protesta con l'hashtag #WhereIsPeng. Novak Djokovic appoggia l'ipotesi di boicottaggio tennistico: «Sarebbe strano andare a giocare in Cina senza che la questione fosse risolta». Roger Federer e Rafa Nadal dicono che «tutta la famiglia del tennis si è riunita attorno a lei». L'Onu, con l'Alto commissariato per i diritti umani, invoca «un'inchiesta trasparente sull'accusa di violenza sessuale». La Casa Bianca vuole dal governo cinese «la prova indipendente e verificabile» di dove si trovi Peng. Gli Stati Uniti hanno già in mente un boicottaggio diplomatico dei Giochi a Pechino, a causa delle violazioni dei diritti umani, e la vicenda di Peng potrebbe dare la motivazione finale. Subito dopo la presa di posizione di Washington, venerdì sono arrivate le foto di Peng «a casa che si riposa». Poi i due videoclip al ristorante, con la donna sempre muta. Ma fino a quando Peng Shuai non sarà libera (davvero) di raccontare la storia, questo caso non smetterà di turbare i sogni olimpici del potere cinese. Dick Pound, membro del Cio, avvocato e portavoce per l'etica sportiva, dice che la faccenda può sfuggire di mano e il Comitato olimpico potrebbe essere spinto a prendere una posizione dura su Pechino 2022.

Dagotraduzione dal Guardian il 22 novembre 2021. Il Comitato Olimpico Internazionale è stato accusato di aver intrapreso una “acrobazia pubblicitaria” sul benessere della tennista cinese Peng Shuai dopo la videochiamata che si è svolta ieri tra la campionessa e il presidente durante la quale avrebbe annunciato di essere «salva» e di «stare bene». Peng, che da ormai tre settimane non era stata più vista in pubblico dopo aver accusato l’ex vice presidente del Partito Comunista di averla aggredita sessualmente, è apparsa a una cena con gli amici sabato e a un torneo di tennis per bambini a Pechino domenica, come mostrano le foto e i video pubblicati dai giornalisti dei media statali cinesi e dagli organizzatori del torneo. Ma le assicurazioni hanno fatto ben poco per placare le preoccupazioni dei gruppi per i diritti umani e della WTA, la Women’s Tennis Association. «È stato bello vedere Peng Shuai nei video recenti, ma non alleviano o affrontano la preoccupazione della WTA per il suo benessere e la sua capacità di comunicare senza censura o coercizione» ha detto un portavoce dell’Associazione. «Questo video non cambia la nostra richiesta di un’indagine completa, equa e trasparente, senza censura, sulla sua accusa di violenza sessuale, che è la questione che ha dato origine alla nostra preoccupazione iniziale». Dopo la videochiamata di 30 minuti, alla quale hanno partecipato il presidente del Cio, Thomas bach, il rappresentante per la Cina Li Lingwei e il presidente della commissione degli atleti, Emma Terho, il Cio ha affermato che Peng era «salva e stava bene» ma vorrebbe «che la sua privacy fosse rispettata». «Ecco perché preferisce trascorrere il suo tempo con amici e familiari in questo momento» ha detto. «Ma continuerà a essere coinvolta nel tennis, lo sport che ama così tanto». Nikki Dryden, avvocato per i diritti umani ed ex nuotatore olimpico per il Canada, ha etichettato la gestione del caso Peng da parte del Cio come un «esercizio mediatico» progettato per alleviare le crescenti minacce di boicottaggio diplomatico mentre la Cina si prepara ad ospitare i Giochi invernali, a febbraio. Il CIO ha evitato di essere coinvolto nella situazione dei diritti umani del paese, su cui pesa il trattamento della minoranza musulmana uigura e la sua repressione politica a Hong Kong. «Sono così sollevato che sia viva, ma l'esecuzione di questo video è davvero preoccupante dal punto di vista della salvaguardia», ha detto Dryden. «Mi sembra molto politico che Bach svolto questa chiamata con il presidente della commissione degli atleti – e questo è probabilmente in qualche modo appropriato – e il membro del CIO dalla Cina. Non è affatto una chiamata di salvaguardia. Il tennis avrebbe dovuto essere in grado di ricevere quella chiamata, avrebbe dovuto essere un ufficiale di protezione a ricevere quella chiamata, non una trovata pubblicitaria». «Niente nel comunicato stampa del CIO mi fa sentire a mio agio sul fatto che sia al sicuro, che senta di non essere oggetto di ritorsioni o costrizione. Hanno preso il controllo di questo perché sono così preoccupati della narrativa intorno a Pechino [Olimpiadi invernali] che non volevano che qualcosa andasse storto in questo». Elaine Pearson, la direttrice australiana di Human Rights Watch, ha criticato il CIO per aver preso parte al video. «Francamente, è vergognoso vedere il CIO partecipare a questa farsa del governo cinese che tutto va bene ed è normale per Peng Shuai. Chiaramente non lo è, altrimenti perché il governo cinese dovrebbe censurare Peng Shuai da Internet in Cina e non permetterle di parlare liberamente ai media o al pubblico». L'attivista per i diritti umani Craig Foster, un ex calciatore internazionale australiano, ha affermato che laddove la WTA aveva dimostrato forza e ferma determinazione minacciando di ritirare i tornei dalla Cina, il CIO aveva «posto considerazioni politiche e commerciali davanti a trasparenza, responsabilità e giustizia». Ha detto: «La conversazione organizzata dal CIO con Peng Shuai non potrebbe essere più sorda in termini di diritti e protezioni delle donne e nel trattare con una sopravvissuta a un'aggressione sessuale». «Il concetto che una conversazione con Thomas Bach sia una risoluzione soddisfacente di una questione molto seria o che rappresenti una risposta adeguata alle accuse di abusi sessuale da parte di un’atleta che includono la censura e la probabile coercizione da parte di un membro del CIO, è emblematico del fallimento del concetto di Olimpiadi». Il 2 novembre, Peng ha scritto sui social media cinesi che l'ex vicepremier Zhang Gaoli l'aveva costretta a fare sesso e in seguito hanno avuto una relazione consensuale on-off. Il post è stato rapidamente cancellato e l'argomento è stato bloccato dalla discussione su Internet e pesantemente censurato in Cina. Né Zhang né il governo cinese hanno commentato le accuse di Peng. Il ministro degli Esteri francese ha chiesto domenica alle autorità cinesi di far parlare pubblicamente Peng. «Mi aspetto solo una cosa: che parli», ha detto Jean-Yves Le Drian alla televisione LCI, aggiungendo che potrebbero esserci conseguenze diplomatiche non specificate se la Cina non chiarisse la situazione. Il suo ufficio non ha risposto immediatamente a una richiesta di commento sulla dichiarazione del CIO. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno anche chiesto alla Cina di fornire prove del luogo in cui si trova Peng. Giocatori di tennis attuali ed ex, tra cui Naomi Osaka, Serena Williams e Billie Jean King , si sono uniti alle chiamate cercando di confermare che fosse al sicuro, usando l'hashtag dei social media #WhereIsPengShuai? Il numero 1 mondiale di singolare maschile Novak Djokovic ha detto che sarebbe strano organizzare tornei in Cina a meno che la situazione "orribile" non fosse risolta. 

Erminia Voccia per "il Messaggero" il 22 novembre 2021. «Sto bene e sono al sicuro». È stata Peng Shuai in persona, stavolta, a tentare di tranquillizzare il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Thomas Bach, provando disinnescare le tensioni internazionali causate dalla sua strana scomparsa. Domenica 21 novembre, durante una videochiamata durata 30 minuti, la star cinese del tennis mondiale è apparsa serena e con il viso rilassato davanti ai rappresentanti del Cio. Li ha ringraziati per essersi preoccupati per lei e ha spiegato di trovarsi a casa sua a Pechino. Nel comunicato ufficiale del Cio si legge che l'atleta vorrebbe un po' di privacy e che in questo momento preferisce trascorrere il tempo con gli affetti più cari. Non ha intenzione di lasciare il tennis, lo sport che ama così tanto. «Sono sollevata, le condizioni di salute di Peng erano la nostra preoccupazione principale. Le ho offerto il nostro supporto e le ho garantito che sarò a sua disposizione in qualsiasi momento voglia mettersi in contatto con me, un gesto di aiuto che mi pare abbia molto apprezzato», ha dichiarato l'ex hockeista Emma Terho, presidente della Commissione Atleti del Cio. Bach ha chiesto alla tennista di cenare insieme a gennaio, quando si recherà nella capitale cinese poco prima dell'inizio dei Giochi invernali. Un appuntamento sportivo che tanti attivisti pro diritti umani vorrebbero fosse boicottato. Peng ha accettato con piacere l'invito, ha spiegato il Cio. Le foto e poi i video diffusi negli ultimi giorni dai media cinesi non erano serviti a calmare i timori sulle sorti dell'atleta, sparita per quasi 3 settimane dopo aver accusato di violenza sessuale il 75enne Zhang Gaoli, ex vice premier ormai in pensione. In un video di 25 secondi, postato sui social da Hu Xijin, caporedattore del giornale cinese Global Times, si vede Peng sorridente in tuta da ginnastica e coda di cavallo. Saluta i bambini e autografa palline da tennis giganti per i piccoli fan riuniti a Pechino in occasione delle finali di un torneo di tennis giovanile, il Fila Kids Junior Tennis Challenger. Il Global Times è la voce del Partito Comunista Cinese, ne esprime il punto di vista, ma si rivolge alla platea internazionale. Anche le foto pubblicate su WeChat dall'organizzazione del torneo, China Open, mostrano Peng in tribuna. Sabato 20 novembre, invece, la donna sarebbe stata a cena in un noto ristorante del centro di Pechino, stando a un altro video postato da Hu Xijin. «Erano in 7 al tavolo, hanno ordinato noodles e germogli di bambù e si sono accomodati nell'area privata», ha raccontato a Reuters il gestore del ristorante, Zhou Hongmei. «Non hanno ordinato molto. Forse hanno parlato più che mangiato», ha precisato il ristoratore. Tutti comportamenti apparsi poco spontanei e ritenuti non sufficienti dalla Wta, l'associazione mondiale delle professioniste, a sciogliere i dubbi sulla coincidenza temporale tra la sparizione di Peng e l'accusa bomba di stupro lanciata a inizio mese, il caso più grave di #MeToo che la Repubblica Popolare abbia mai dovuto gestire. La Federazione Internazionale del Tennis (Itf) aveva affermato che non si sarebbe mai stancata di chiedere notizie. Il Ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, aveva minacciato non meglio precisate conseguenze per i rapporti diplomatici tra Parigi e Pechino se non ci fosse stato un chiarimento sulla vicenda. La Francia si univa a Stati Uniti e Regno Unito, già mobilitati a difesa della sportiva che ha ricoperto di onori la nazione cinese. Venerdì scorso, ancora i media locali avevano diffuso alcune bizzarre immagini della tennista a casa sua. Impossibile non pensare a un deliberato e goffo tentativo di depistaggio, ipotesi che la videochiamata ora vorrebbe allontanare. 

Da corriere.it il 22 novembre 2021. La star del tennis cinese Peng Shuai ha parlato in videoconferenza per trenta minuti con Thomas Bach, il presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio), rassicurandolo sulle sue condizioni («sto bene e sono al sicuro»), dopo giorni di preoccupazione per la sua scomparsa a seguito delle denunce di abusi sessuali nei confronti dell'ex vicepremier di Pechino, Zang Ghaoli. Lo riferisce una nota del Cio. Al presidente Bach, riporta Sky News, la tennista ha chiesto anche il «rispetto della privacy». «Posso confermare che sta bene, che era la nostra maggiore preoccupazione», la dichiarazione di Emma Terho, a capo della commissione degli atleti, che ha a sua volta partecipato alla call, assieme al cinese Li Lingwei, membro del Comitato olimpico. «Si trova nella sua casa di Pechino — racconta il comunicato —. È per questo che per adesso preferisce passare il tempo con gli amici e la famiglia. Nonostante ciò, continuerà a essere coinvolta nel tennis, lo sport che ama così tanto». Oggi Peng Shuai è anche apparsa in pubblico a un torneo giovanile a Pechino. Ma già nelle scorse ore i media cinesi avevano diffuso immagini e video che testimonierebbero il ritorno in pubblico di Peng. Una serie di testimonianze che non avevano però convinto del tutto, con i tennisti più forti del mondo che si erano mobilitati per chiedere «Where is Peng Shuai?», «Dov'è Peng Shuai?» e la Wta (l'associazione tennis donne) che aveva minacciato di sospendere i tornei in Cina in assenza di notizie certe.

(ANSA il 2 dicembre 2021) - Continua a destare preoccupazione e reazioni internazionali il caso della star del tennis cinese Peng Shuai, sparita per giorni dopo aver denunciato sui social gli abusi sessuali subiti da un alto papavero del partito comunista ritenuto molto vicino al presidente Ji Xin Ping. La Women's Tennis Association (Wta), l'associazione che rappresenta le giocatrici professioniste di tennis di tutto il mondo, ha deciso di sospendere tutti i tornei in Cina. Lo ha annunciato il presidente Steven Simon dopo aver manifestato nei giorni scorsi insoddisfazione per le rassicurazioni giunte da Pechino sulla sorte della tennista 35enne, compresa la sua videoconferenza con il presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio), Thomas Bach. Proprio ieri l'Ue aveva espresso "solidarietà" all'ex numero uno di doppio femminile chiedendo al governo di Pechino rassicurazioni e prove sul fatto che fosse "libera e non minacciata". L'Ue ha anche esortato le autorità cinesi a condurre un'indagine completa, equa e trasparente sulle sue accuse di violenza sessuale". La tennista è scomparsa per settimane dalla scena pubblica dopo che a inizio novembre aveva denunciato su Weibo, il Twitter cinese, di aver subito abusi sessuali da parte dell'ex vice premier Zhang Gaoli, di 40 anni più anziano di lei. Mai il 'Me Too' era giunto così vicino ai vertici del potere di Pechino. Le accuse erano sparite dopo poche ore sotto la tenaglia della censura di Stato, lasciando però inevitabili tracce sul web: migliaia di utenti avevano già condiviso il racconto, scatenando proteste e indignazione a livello globale per lo scandalo e il successivo oscuramento. A dirsi preoccupati per la sorte della tennista erano stati fan e colleghi illustri del circuito, da Naomi Osaka a Novak Djokovic e Roger Federer, mentre i giornali sportivi di mezzo mondo, dall'Equipe a Marca, le avevano dedicato la prima pagina con l'hashtag 'Dov'è Peng Shuai?'. Un allarme rilanciato dall'Onu e dai governi occidentali, fino all'appello del presidente Usa Joe Biden. Il 21 novembre, in una videochiamata di mezz'ora con il presidente del Cio Thomas Bach Peng Shuai era riapparsa assicurando: "Sto bene e sono al sicuro". Il Comitato in una nota aveva precisato che l'atleta "si trovava nella sua casa a Pechino" ma preferiva fosse rispettata la sua "privacy". Notizie che avevano rassicurato pochi. Ora la decisione della Wta. "In tutta coscienza non vedo come le nostre atlete possano competere quando Peng Shuai non è autorizzata a comunicare liberamente e ha subito pressioni per ritrattare le accuse di molestie sessuale", ha detto Simon

(ANSA-AFP il 2 dicembre 2021) - Il numero uno del tennis mondiale, Novak Djokovic, si è detto ieri sera d'accordo con la decisione della WTA di sospendere tutti i tornei in Cina a seguito del caso della tennista Peng Shuai. "Appoggio pienamente la posizione della WTA perché non abbiamo abbastanza informazioni su Peng Shuai e sulla sua salute", ha detto Djokovic a margine della Coppa Davis. "La sua salute è della massima importanza per il mondo del tennis - ha proseguito -. Non si tratta solo di lei, potrebbe essere chiunque, un giocatore o una giocatrice, una cosa del genere non deve accadere".

(ANSA il 2 dicembre 2021) - I media di Pechino contro la Wta, l'associazione del tennnis professionistico femminile mondiale, per lo stop a tutti i tornei in Cina e Hong Kong dopo il caso della star di casa Peng Shuai. "La Wta sta costringendo Peng Shuai a sostenere l'attacco dell'Occidente al sistema cinese, privando la libertà di espressione di Peng Shuai e chiedendo che la descrizione della sua situazione attuale soddisfi le loro aspettative", ha scritto su Twitter Hu Xijin, direttore del Global Times. La Wta si era detta insoddisfatta delle rassicurazioni di Pechino su Peng, autrice di una denuncia di abusi sessuali contro l'ex vice premier Zhang Gaoli.

Vittorio Macioce per "il Giornale" il 7 dicembre 2021. La paura arriva quando si spengono i riflettori. Non si sa dove sia Peng Shuai ma il tempo non è dalla sua parte. Il governo di Pechino sta risolvendo la storia della tennista «sconsiderata» a modo suo. La nasconde e attende che il clamore internazionale lasci, giorno dopo giorno, il posto al silenzio. È vero che il tennis femminile sospenderà i tornei in Cina, ma la Federazione internazionale ha già detto che non intende allinearsi. La denuncia di violenza sessuale va verificata e non è abbastanza per rinunciare ai soldi di un mercato così grande. È più semplice trovare un compromesso. Lo show deve andare avanti. Il colpo più forte lo batte Washington. Gli Stati Uniti boicottano le olimpiadi invernali di Pechino del prossimo anno. È una mossa diplomatica. Gli atleti ci saranno, ma senza la delegazione ufficiale politica. La Cina non rispetta i diritti umani. È stato recuperato il testo della lunga lettera di denuncia contro Zhang Gaoli, l'ex vicepresidente della Cina. Era apparsa su Weibo e poi subito cancellata dalla censura. A volte nascondere la realtà fa più chiasso di quanto ci si aspetti. La lettera di Peng Shuai svela le ferite di una donna fragile, vittima di un uomo di potere. È il 2 novembre e Peng Shuai racconta tutto. «Non è facile parlarne, ma voglio che venga fuori. Non so dirti fino a che punto mi sento ipocrita. Confesso di non essere una brava ragazza, anzi, sono una cattiva, una pessima ragazza. Dopo aver giocato a tennis la mattina, tu e tua moglie mi avete condotto a casa vostra. Poi mi hai portato in una stanza e, proprio come a Tianjin più di dieci anni fa, mi hai detto che volevi fare sesso con me. Non mi aspettavo che la cosa potesse accadere così, con una guardia fuori della porta. Non pensavo che tua moglie avrebbe acconsentito a una cosa del genere. Anche a rischio della vita voglio dire la verità su dite». Per Pechino questo è lo sfogo di una ragazza inaffidabile. È la parola con cui si prenderanno cura di lei. Lo hanno già fatto capire. Peng Shuai è malata e va recuperata. Si chiama rieducazione.

Carlo Nicolato per “Libero quotidiano” il 12 dicembre 2021. Peng Shuai non ha mai denunciato di sua spontanea volontà le violenze subite dall'alto politico cinese Zhang Gaoli. Anzi è piuttosto probabile che la nota tennista quelle violenze non le abbia mai subite, ma in quanto ex amante di uno degli uomini più potenti della Cina sia finita in un ingranaggio di lotte intestine al partito comunista, giochi di potere di cui noi lontani occidentali abbiamo ben poca contezza. Una cosa è sicura, niente in Cina capita per caso, secondo il dissidente Wei Jingsheng, ex membro del Pcc, autore della Quinta modernizzazione e padre di una Cina democratica mai palesatasi, neanche il C vid è nato per caso, ma è stato deliberatamente diffuso durante i Giochi militari internazionali tenutisi a Wuhan nell'ottobre del 2019. Wei Jingsheng è ora convinto che tutta la storia di Peng Shuai sia una montatura nel quale l'Occidente stesso ha avuto un suo involontario ruolo anche se a Pechino forse ci si aspettava una reazione meno energica. Nel Partito comunista, racconta l'oppositore in un articolo pubblicato da Asianews, tutti sapevano che Peng Shuai era stata l'amante dell'ex vicepremier Zhang Gaoli e lo stesso racconto della tennista, cioè il post originale su Weibo poi rimosso, lo conferma. La Shuai peraltro non si limita ad accusare il suo ex amante di violenza, ma fa un racconto articolato nel quale a un certo punto la tennista, costretta dalle circostanze, si ritrova in una stanza da sola con lui e una guardia fuori «perché era impossibile far credere che tua moglie avrebbe acconsentito a una cosa del genere». «Quel pomeriggio» prosegue «sulle prime ti ho detto di no e sono scoppiata a piangere... Dopo cena, hai detto che non mi avevi mai dimenticata in quei sette anni, e che avrei dovuto essere carina conte, e via dicendo... Mi sentivo invadere dal panico, ma ho ceduto. Sì, abbiamo fatto sesso». La Shuai dice di non avere le prove di quello che è successo ma che poi «da quel giorno, ho sentito di nuovo sbocciare l'amore per te», come dieci anni prima. Poi un presunto litigio e lui che si nega di nuovo, «e sei sparito nuovamente, come avevi fatto sette anni fa. Hai detto che non c'era nessun impegno tra di noi». Anche senza voler essere maliziosi il racconto fa acqua da tutte le parti, ma diventa ancora più surreale quando la tennista fa presente che lui aveva sempre paura che l'amante avrebbe portato con sé un registratore «per raccogliere prove», come se fosse quello il nodo di tutta la questione. Il messaggio decisivo però arriva nel finale e non è una ripicca morale da amante ferito come sembrerebbe, ma un avvertimento politico: «Tu sei padre di un figlio e di una figlia. Dopo tutto quello che hai fatto in questa vita, saprai guardarli in faccia con la coscienza tranquilla?». Tutto questo però avrebbe certamente meno senso se non si fa caso all'ordine cronologico delle accuse di Peng Shuai e dei fatti che seguono. L'incontro tra i due risalirebbe infatti alla fine di ottobre, il post della tennista rimosso dopo pochi minuti dalla censura, ma rimasto abbastanza perché fosse notato, è del 2 novembre. Una settimana dopo, tra l'8 e il 12 novembre si è tenuto il 6° Plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) che il più importante del ciclo di sette sessioni plenarie del Comitato tra un Congresso di partito e l'altro: rappresenta infatti l'ultima possibilità di dibattito prima che vengano prese le grandi decisioni al Congresso dell'anno successivo (il settimo Plenum serve invece a definirne l'agenda). Secondo Wei Jingsheng, nonostante le apparenze, Xi Jinping è arrivato al Plenum molto più debole di quanto non apparisse e soprattutto senza il sostegno necessario per una "terza risoluzione storica" di rottura che creasse una nuova tabella di marcia per il futuro come avrebbe voluto. Ne è risultata alla fine infatti una "risoluzione storica" che non è né carne né pesce, che imita le precedenti di Mao Zedong e di Deng Xiaoping ma non ci assomiglia. Per Xi l'operazione di è dimostrata una sconfitta, anche se all'esterno è stato detto ovviamente tutto il contrario (e i media occidentali l'hanno bevuta), dovuta principalmente alla fazione dell'ultranovantenne ex presidente Jiang Zemin, il cui uomo di punta è proprio il nostro Zhang Gaoli, secondo Jingsheng «l'unico uomo forte e sano» del gruppo. Far crollare la sua credibilità prima del Plenum era dunque una priorità per Xi. Avrebbe potuto accusarlo di corruzione, come si fa di solito, ma Zhang è molto potente e il presidente non aveva molto tempo a disposizione. Per cui si è giocata la carta dello scandalo sessuale utilizzando la vecchia e famosa amante. Fin troppo famosa però perché la cosa rimanesse nella cerchia del potere cinese e senza conseguenze esterne. Ne è venuto fuori un pasticcio in cui Xi ha dimostrato di essere solo una sbiadita fotocopia di ciò a cui ambisce. 

Torino, gemelle accusano di violenza i mariti con denunce fotocopia. Ma i magistrati non credono a nessuna delle due. Federica Cravero La Repubblica il 26 ottobre 2021. A destare sospetto è stata la dinamica degli episodi descritti dalle due donne: era pressoché identica. Aveva denunciato il marito da cui si era separata per maltrattamenti e violenza sessuale e per un anno e mezzo non gli ha fatto vedere la figlia. La donna, una quarantenne di origine romena, aveva raccontato ai carabinieri delle amanti di lui e delle percosse che lei riceveva quando lui tornava scontroso da casa dell'amante. Aveva ripetuto le ingiurie e le minacce subite.

Da “Ansa” il 26 ottobre 2021. L'Università degli Studi Aldo Moro di Bari ha sospeso per cinque anni dal servizio il docente di diritto privato del dipartimento di Giurisprudenza Fabrizio Volpe, 47 anni, a processo per concussione, tentata concussione e violenza sessuale aggravata nei confronti di una studentessa. Il procedimento disciplinare nei confronti del professore è stato avviato nell'aprile 2019, dopo la richiesta di rinvio a giudizio. Nel processo penale, che inizierà il 2 dicembre dinanzi al Tribunale di Bari, l'Università costituita parte civile. I fatti contestati al docente risalgono agli anni 2011-2015. Il professor Volpe, stando alle indagini coordinate dal procuratore Roberto Rossi e dal sostituto Marco D'Agostino, avrebbe chiesto, minacciando la presunta vittima, prestazioni sessuali e anche denaro per superare gli esami.  Il rettore, Stefano Bronzini, ha ritenuto la sospensione per la durata di cinque anni "la misura più idonea a salvaguardare l'interesse pubblico dell'Università per preservare la propria credibilità e autorevolezza". La sospensione, è precisato nel provvedimento, "perderà efficacia se per i fatti contestati in sede penale al professor Volpe sarà pronunciata sentenza di proscioglimento o di assoluzione anche non definitiva e, in ogni caso, decorso il termine di cinque anni, sempre che non intervenga sentenza di condanna definitiva". Al docente, per tutta la durata della sospensione dal servizio, sarà comunque corrisposta una indennità pari al 50% della retribuzione, oltre agli assegni familiari.

Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera" il 21 ottobre 2021. «Benzema è stato insistente, voleva a tutti i costi che io incontrassi questa persona. Non mi ha parlato di soldi, ma in cambio della distruzione del video quella gente non si aspettava certo biglietti per lo stadio. Benzema non ha voluto aiutarmi, mi diceva "stai attento, l'Euro sta arrivando..."». Ma all'Euro 2016 poi non hanno partecipato né Mathieu Valbuena né Karim Benzema. Il primo, vittima del ricatto, non ha messo più piede in nazionale, e il secondo ha atteso sei anni prima di essere riconvocato nei Bleus, pochi mesi fa. Il campione del Real Madrid Karim Benzema, 33 anni, che vive un momento di grazia ed è tra i candidati al Pallone d'Oro 2021, è sotto processo da ieri a Versailles per il caso del sextape dell'ex compagno di squadra Mathieu Valbuena. Benzema cercò di aiutare Valbuena, come lui sostiene, o stava piuttosto dalla parte di chi ricattava il giocatore, minacciando di rendere pubblico il video di una relazione sessuale tra Valbuena e la sua compagna? Dall'esito del processo dipende la futura carriera di Benzema, che rischia cinque anni di carcere e 75 mila euro di multa assieme ad altri quattro co-imputati. Il caso comincia nell'estate 2014, quando Mathieu Valbuena, all'epoca in forza all'Olympique de Marseille, cambia telefonino. Non ha voglia di occuparsi personalmente del trasferimento dei dati, e chiede di farlo a Axel Angot, una specie di tuttofare che gravita nel mondo del calcio marsigliese. Durante l'operazione Angot, che ha molti debiti, trova un video a sfondo sessuale di Valbuena, e pensa di cogliere l'occasione per migliorare la sua situazione finanziaria. Contando sulla «generosità di Valbuena», dirà più tardi durante gli interrogatori, spera di ricavare «almeno 25 mila euro». Angot copia il video su un hard disk esterno e poi contatta Karim Zenati, pregiudicato, amico d'infanzia e protetto del campione Karim Benzema. Zenati spera che Benzema convinca Valbuena a pagare, ma quest' ultimo presenta subito denuncia alla polizia, che mette sotto controllo i telefoni. Il 6 ottobre 2015, nel corso del ritiro prima della partita Francia-Armenia, Benzema parla a Valbuena. Spiega al compagno di squadra che può presentargli «un uomo di fiducia» in grado di aiutarlo a gestire la situazione. «Attento Math, è gente molto pericolosa», Benzema dice a Valbuena. Poi Benzema telefona all'amico di infanzia Zenati: «Valbuena non ci prende sul serio», gli dice, mettendosi quindi dalla parte dei ricattatori. Benzema e Zenati ridono di Valbuena, Benzema dice che «lo prenderanno a pomodori». Per Zenati «se non vuole il nostro aiuto se la vedrà con i piranhas». Il processo di Versailles rende più fragile la riappacificazione tra Benzema e l'équipe de France e indebolisce la sua immagine in vista del Pallone d'Oro (29 novembre). Il campione non si è presentato in tribunale, i suoi avvocati hanno evocato ragioni professionali: martedì Benzema ha giocato in Champions League in Ucraina con il Real Madrid contro lo Shaktar Donetsk (vittoria 5 a 0) e ora prepara il Clásico di domenica prossima contro il Barcellona. La sentenza entro venerdì.

Da leggo.it il 19 ottobre 2021. Aveva atteggiamenti inappropriati con le colleghe praticanti che poi venivano assunte e promosse, per questo motivo è stato licenziato dall'editore il direttore del tabloid tedesco Bild, Julian Reichelt. A dare la notizia è la stessa azienda Axel Springer in una nota in cui spiega di aver esonerato dalle sue funzioni con effetto immediato l'ormai ex numero uno del giornale. La decisione è arrivata dopo alcune rivelazioni apparse sul New York Times in cui si parlava di comportamenti inappropriati del direttore con delle colleghe. Diverse donne lo hanno accusato di abusi sessuali, accuse che gli erano già costate un primo procedimento disciplinare nella primavera scorsa. La situazione sembrava essere rientrata ma dopo l'articolo del Times la decisione è stata presa. Reichelt era stato accusato di aver abusato del suo ruolo avviando relazioni con colleghe che poi avrebbero avuto favoritismi sul lavoro. Una di loro aveva anche raccontato di essere stata invitata in un albergo e pagata in cambio del suo silenzio. L'azienda ha giustificato l'allontanamento parlando di un atteggiamento non consono spiegando che il direttore non era in grado di separare le sue vicende personali da quelle lavorative.

Molesta la sposa nel giorno delle nozze, testimone finisce a processo. L'uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di atti sessuali in seguito alla denuncia degli sposi. All'epoca dei fatti, lo scorso maggio, era diventato virale un video che ritraeva lo sposo aggredire il suo testimone. Il Dubbio il 19 ottobre 2021. È stato rinviato a giudizio con l’accusa di atti sessuali sulla sposa, un 26enne residente a Corigliano d’Otranto (Lecce), scelto dallo sposo come testimone. Il procedimento scaturisce dalla denuncia presentata dalla coppia. L’episodio al centro del processo sarebbe avvenuto il 29 maggio scorso in una sala ricevimento della provincia di Lecce. Secondo l’accusa, il 26enne avrebbe raggiunto la sposa al bar e le avrebbe palpato il seno. L’udienza preliminare si è svolta oggi davanti al gup del tribunale di Lecce, Michele Toriello, al quale il pubblico ministero Luigi Mastroianni ha chiesto il rinvio a giudizio. Il gup ha ammesso la costituzione di parte civile della sposa che ha chiesto il risarcimento dei danni quantificati in 50mila euro. Il difensore dell’imputato, Walter Gravante del foro di Lecce, ha chiesto e ottenuto l’ammissione al rito abbreviato condizionato, sia all’ascolto di due testimoni che alla produzione di alcuni video e documenti. «Il primo video è quello in cui si vede il testimone di nozze, imputato, aggredito selvaggiamente dallo sposo», spiega a LaPresse il penalista facendo riferimento al breve filmato che diventò virale sui social nell’immediatezza dei fatti. «Il testimone ha riportato la frattura di alcune vertebre con prognosi di 30 giorni, stando al primo referto medico», prosegue l’avvocato Gravante. «Il secondo video è quello in cui parla il titolare del ristorante ed esclude l’episodio contestato», va avanti. «Ci sono, poi, i messaggi tra la sposa e la moglie del testimone e la denuncia per lesioni aggravate presentata dallo stesso testimone nei confronti dello sposo», conclude. Prima udienza il prossimo 10 dicembre.

Da fanpage.it il 22 ottobre 2021. "Mentre ero girata di schiena si mise dietro le mie spalle appoggiando le sue parti intime su di me, e con le sue mani mi afferrò il seno, palpeggiandomelo". Ora deve rispondere di violenza sessuale, G.C., 26 anni, di Corigliano d’Otranto accusato di aver molestato la sposa che poco prima aveva promesso amore eterno proprio all’amico, di cui era testimone. I fatti risalgono allo scorso 29 maggio a Specchia (in Salento). La festa nuziale era degenerata in rissa fino all'arrivo dei carabinieri. Calci, pugni, grida, il tutto ripreso da uno smartphone con le immagini che fanno il giro dei social. 

Violenza sessuale al matrimonio, si va a processo

Ora sarà un processo a stabilire se il 26enne è colpevole di violenza sessuale. Lo ha stabilito questa mattina, il giudice Michele Toriello che, al termine dell’udienza preliminare per discutere la richiesta di rinvio a giudizio, ha accolto l’istanza del ragazzo di essere giudicato col rito abbreviato condizionato dall’ascolto di due testi e dalla documentazione prodotta dall’avvocato difensore Walter Gravante. La prima udienza è stata fissata al 10 dicembre. 

Il racconto della sposa

Grazie alle testimonianze fornite dai diretti interessati, le forze dell'ordine hanno ricostruito quanto accaduto quel giorno in un ristorante del comune salentino. Il 26enne avrebbe cinto il dorso della sposa con le braccia, e poi allungato le mani più volte sul suo seno. A raccontarlo è stata la stessa sposa: "Durante il pranzo nuziale, sono andata vicino al bancone per chiamare mio marito. Una volta arrivata al bancone il testimone, che già da tanto tempo stava lì a bere, mentre ero girata di schiena si mise dietro le mie spalle appoggiando le sue parti intime su di me, e con le sue mani mi afferrò il seno, palpeggiandomelo, a tal punto che non riuscivo a liberarmi nonostante io gli dicessi di togliersi. Mi lasciò solo nel momento in cui arrivò mio marito, facendo finta che non fosse successo nulla. Dopo tutto ciò, io e mio marito siamo tornati al nostro tavolo per aspettare la torta, mentre lui è rimasto lì a continuare a bere".

Claudio Tadicini per corriere.it l'11 dicembre 2021. Condannato per violenza sessuale ad un anno e otto mesi di reclusione: è la pena inflitta al testimone di nozze che, nel maggio 2021, palpeggiò la sposa durante il pranzo nuziale, facendo scoppiare il parapiglia in un ristorante del comune del Capo di Leuca, dov’era in corso il ricevimento. L’imputato, un ventiseienne di Corigliano d’Otranto, G.C. le sue iniziali, è stato condannato al termine del processo dal giudice leccese Michele Toriello, che nei giorni scorsi aveva accolto l’istanza di rito abbreviato, condizionato dall’ascolto di due testimoni e dall’acquisizione della documentazione prodotta dall’avvocato Walter Gravante, difensore del testimone. Il giovane, inoltre, dovrà risarcire marito e moglie in sede civile. In un’intervista la donna disse: «Altro che scuse, ho avuto solo minacce». 

La ricostruzione

I fatti si verificarono a Specchia, in provincia di Lecce, dove una coppia di novelli sposi denunciò il testimone di lui, accusato di avere palpeggiato più volte il seno della sposa ed essersi strusciato addosso alla donna, scatenando poi una scazzottata che - iniziata dentro al ristorante – proseguì in strada, diventando presto virale dopo essere stata immortalata con un cellulare. Alla rissa tra testimone e sposo, iniziata quando tutti i commensali avevano terminato il pranzo nuziale e si trovavano al bar del locale per consumare un drink, presto si aggiunsero anche altre persone e terminò solo all’arrivo dei carabinieri, che riuscirono a riportare la calma non senza difficoltà. Lo stesso testimone di nozze, a sua volta, nei mesi scorsi ha denunciato per lesioni gravi lo sposo, il fratello e il padre dell’uomo, per averlo aggredito – a suo dire – perché si rifiutava di bere, procurandogli ferite guaribili in 30 giorni alla colonna vertebrale. Ad essere aggredito sarebbe stato anche il fratello dell’imputato, pure lui costretto a ricorrere alle cure del pronto soccorso, dopo avere ricevuto una bottigliata in testa. Su questo fronte, però, le indagini sono ancora in corso. 

(ANSA il 15 ottobre 2021) - Un'altra donna fa causa per abusi sessuali all'83/enne attore afro-americano Bill Cosby, il 'Papa' d'America', dopo che in giugno la corte suprema della Pennsylvania ha ribaltato una condanna di due anni prima per irregolarità procedurali. A denunciarlo ora è la 57/enne artista di Los Angeles Lili Bernard, che lo accusa di averla drogata e stuprata in una stanza d'albergo di Atlantic City quando aveva 26 anni, dopo averle promesso di farle da mentore nel suo popolare show tv. La donna ha spiegato di essersi fatta avanti in parte per la recente scarcerazione di Cosby, prima che scadesse la finestra di due anni prevista dallo stato del New Jersey per denunciare vecchi abusi.

Dagospia il 9 ottobre 2021. IL SEXGATE DI CRISTIANO RONALDO: IL GIUDICE USA CHIEDE DI RESPINGERE L’ACCUSA DI VIOLENZA SESSUALE NEI CONFRONTI DI CR7 PER IRREGOLARITÀ – L’EX MODELLA KATHRYN MAYORGA AVEVA CHIESTO AL CALCIATORE UN RISARCIMENTO FINO A 200 MILIONI DI DOLLARI. LA DONNA HA RACCONTATO DI ESSERE STATA SODOMIZZATA CON LA FORZA DA CR7 (“RONALDO ENTRO' IN BAGNO CON IL SUO PENE CHE PENDEVA DAI PANTALONCINI. MI IMPLORO' DI SUCCHIARGLIELO”, POI... ) – CR7 HA SEMPRE NEGATO LO STUPRO

Da blitzquotidiano.it il 9 ottobre 2021. La denuncia nei confronti di Cristiano Ronaldo presentata dall’ex modella Kathryn Mayorga, che lo accusa di una violenza sessuale nel 2009, in un hotel di Las Vegas, deve essere respinta per irregolarità: è quanto ha chiesto il giudice incaricato nell’ambito della causa civile davanti alla corte federale del Nevada, causa in cui la donna, che oggi ha 37 anni, chiede al calciatore un risarcimento fino a 200 milioni di dollari. Per il magistrato Daniel Albregts l’accusa è in parte basata su documenti piratati di ‘Football leaks’ che non avrebbero dovuto essere in possesso della donna. Così il giudice accusa l’avvocato di Mayorga, Leslie Stovall, di aver agito in “malafede”. “L’archiviazione del caso di Mayorga a causa del comportamento scorretto del suo avvocato è grave. Ma purtroppo è l’unica sanzione appropriata per garantire l’integrità del processo giudiziario”, scrive Albregts. Infatti anche se Mayorga cambiasse legale, “la corte non sarebbe in grado di dire quanto del caso si basi solo sui suoi ricordi o se siano stati influenzati dai documenti di Football Leaks”. Ronaldo ha sempre negato le accuse di stupro, sostenendo di aver avuto una relazione “completamente consenziente”. La giustizia americana aveva annunciato nel luglio 2019 che queste accuse non potevano “essere provate oltre ogni ragionevole dubbio”, rinunciando quindi a perseguirlo. Nel giugno 2009 Mayorga aveva chiamato la polizia di Las Vegas per denunciare uno stupro, ma si era rifiutata di rivelare l’identità del presunto aggressore. Il caso era quindi stato chiuso. Nel 2010 era stata organizzata una transazione privata con i rappresentanti di Ronaldo: 375 mila dollari in cambio di assoluta riservatezza sui presunti fatti e sull’accordo, e la rinuncia ad ogni causa. Ma per gli attuali avvocati di Mayorga questo contratto è nullo a causa del disturbo psicologico che affliggeva la donna in quel momento e delle pressioni (di cui non c’è prova secondo il giudice Albregts) esercitate contro di lei. Di qui la richiesta fino a 200 milioni di dollari. Nell’agosto 2018 Mayorga aveva ripreso i contatti con la polizia di Las Vegas e chiesto la riapertura del suo caso, accusando pubblicamente Ronaldo per la prima volta.

Non è l'arena, Annamaria Bernardini De Pace: "Molestia sessuale a 12 anni". Una confessione sconvolgente. Libero Quotidiano il 07 ottobre 2021. A Non è l'arena di parla ancora di abusi sessuali e stupri. Dal caso che vede sotto inchiesta Ciro Grillo, figlio di Beppe Grillo, fino alla violenza di gruppo di 4 ragazzi napoletani su due turiste a Tempio Pausania, Massimo Giletti arriva al dramma privato di Annamaria Bernardini De Pace. Avvocato di grido, saggista, opinionista in tv, la De Pace racconta la propria esperienza: "Io ho subito una molestia pesante quando avevo 12 anni. Operata, ferita, con i punti, l'anestesista è venuto di me e ha cercato... ha fatto delle molestie, gravissime. Io mi sono messa a urlare, sono arrivate le suore, è stato denunciato, ha subito un processo ed è stato anche condannato. Questo è successo sessant'anni fa". "Cosa scatta nella mente di una ragazza che subisce uno stupro?", chiede Giletti. "L'orrore, una ragazza nell'età in cui sta sognando la coppia, l'amore, le carezze subire questa cosa significa sporcare fortemente il cuore. Non più tardi di 2 settimane fa, ho conosciuto una ragazza sedicenne.  Sua mamma voleva fare denuncia di stupro ma approfondendo il racconto di questa ragazza si è capito che voleva fortemente il rapporto, però il ragazzo incapace, probabilmente incapace dei preliminari, le ha fatto male. Lei voleva smettere per il dolore e ha raccontato poi tutto alla madre. Per lei lo stupro era dovuto al dolore non alla mancanza di consenso, quindi la denuncia non c'è stata".   

Dayane Mello stuprata al reality? "Ecco chi le ha impedito di lasciare il programma": una bomba in famiglia. Francesco Fredella su Libero Quotidiano il 27 ottobre 2021. Vi ricordate quello che è successo a Dayane Mello lo scorso anno? La morte improvvisa di suo fratello, avvenuta in Brasile a causa di un incidente stradale, ha lasciato tutti senza fiato. Ora, però, emerge un nuovo dettaglio legato alla scelta della modella, che decise di rimanere nella casa più spiata d'Italia generando un certo stupore. Durante il programma Bianco e Nero, andato in onda ieri sera 26 ottobre su Live Now, l’autore Gabriele Parpiglia è tornato sulla vicenda con nuovi retroscena. A convincere Dayane a non abbandonare la casa sarebbe stato l'altro suo fratello, che si chiama Juliano. Parpiglia, poi, ha detto che la modella in realtà, dopo aver ricevuto la notizia della morte di Lucas, avrebbe voluto abbandonare la casa. Ora, però, Dayane Mello è finita nel vortice del programma A Fazenda, dove è scoppiata la polemica per un presunto stupro che la giovane avrebbe subito proprio all'interno della casa. Non sono mancate critiche da parte della rete, che si è schierata subito a sua difesa. Dayane si trovava in uno stato di confusione e soltanto dopo un po' di giorni ha capito la gravità della situazione vissuta. Sempre secondo le ultime indiscrezioni, anche in questo caso, sarebbe stato suo fratello Juliano ad impedirle di lasciare la casa della Fazenda. Parpiglia ha raccontato che la Mello avrebbe minacciato e bloccato tutti i giornalisti italiani che si erano mossi per difenderla. Una situazione abbastanza strana, che ormai potrebbe essere sfuggita di mano.

Da "iene.mediaset.it" il 6 ottobre 2021. Il cantante Nego do Borel, superstar in Brasile, è indagato per il presunto stupro di Dayane Mello mentre era ubriaca durante il reality la Fazenda trasmesso dalla seconda rete più importante del Paese. La modella, molto famosa anche in Italia, non ricorda, non ha visto le immagini mentre lo show continua e lei non può abbandonarlo se non pagando una costosa penale. Con Roberta Rei siamo andati in Brasile per capire se possiamo aiutarla e ci siamo messi sulle tracce di Nego

Dayane Mello molestata in diretta tv? Andiamo in Brasile per aiutarla. Le Iene News il 07 ottobre 2021. Dayane Mello sarebbe stata vittima di uno stupro durante il reality show la Fazenda da parte di Nego do Borel. La modella, molto famosa anche in Italia, non ricorda nulla e non è uscita dallo show: con Roberta Rei siamo andati in Brasile per aiutarla e cercare il cantante, ora espulso dal reality e indagato dalla polizia. Dayane non ricorda, non ha visto le immagini, è ancora dentro il reality. Noi abbiano provato ad aiutarla volando in Brasile con Roberta Rei. La terribile storia di cui sarebbe stata vittima è quella dello stupro che avrebbe subito in diretta durante il reality show la Fazenda tramesso da Record Tv, la seconda tv brasiliana da parte del cantante Nego do Borel, una superstar nel suo Paese, ora espulso dal reality e indagato dalla polizia. Dayane Mello, modella molto famosa in Italia è invece ancora dentro al reality e, secondo quanto ci racconta il suo avvocato, non può uscirne se non pagando una costosa penale. Non ricorda niente delle molestie, o peggio, che avrebbe subito mentre era incosciente dopo aver bevuto troppo. Non ha potuto vedere nemmeno alcune delle immagini di quanto avvenuto che sono state trasmesse in diretta tv. Per questo siamo andati in Brasile con Roberta Rei, per cercare di aiutarla. E ci siamo messi anche sulle tracce di Nego do Borel, rintracciandolo e seguendolo grazie alle sue storie su Instagram. 

Elodie per Dayane Mello: “Non dobbiamo mai sentirci in colpa”. Le Iene News il 07 ottobre 2021. Elodie parla per Dayane Mello, che avrebbe subito uno stupro durante un reality show, e per tutte le donne: “Io sono libera di cambiare idea fino all’ultimo e dire: non mi va più”. “Molti uomini vogliono dominarci, controllarci o difenderci come se fossimo una loro proprietà. Io non voglio essere difesa voglio essere compresa, non voglio essere giudicata voglio essere ascoltata”. “Non dobbiamo mai sentirci in colpa. Non dobbiamo proteggere gli uomini perché gli uomini non sono i nostri figli e quando sbagliano è giusto che paghino”. Elodie, prima delle 10 nuove conduttrici de Le Iene, lo dice in diretta dopo il servizio su Dayane Mello, “alle mie amiche perché non devo e non posso spiegare niente a nessuno”. La storia, terribile, è quella della modella Dayane Mello che sarebbe stata vittima di uno stupro durante un reality show, come vi abbiamo raccontato con Roberta Rei. “Se quell’uomo ha davvero fatto sesso con una donna che non poteva intendere e volere perché era sotto effetto di alcol, deve pagare”, prosegue. “E Dayane deve essere trattare come una vittima perché lo è. Mi fa incazzare vedere una ragazza che non può dire no”. “Io sono libera di cambiare idea fino all’ultimo e dire: non mi va più”. “Molti uomini vogliono dominarci, controllarci o difenderci come se fossimo una loro proprietà”, continua. “Io non voglio essere difesa voglio essere compresa, non voglio essere giudicata voglio essere ascoltata”.

Dayane Mello e gli abusi sessuali, Nego do Borel scomparso: "Ritrovato, in condizioni disperate". Libero Quotidiano l'08 ottobre 2021. "In condizioni disastrose". Il caso Dayane Mello, la modella brasiliana famosissima in Italia per aver partecipato al Grande Fratello Vip, si arricchisce di un nuovo drammatico tassello. Dayane sarebbe stata vittima di un vero e proprio abuso sessuale sul set de La Fazenda, reality brasiliano corrispettivo della nostra La Fattoria. Protagonista della molestia, definibile un vero e proprio stupro, il cantante Nego do Borel, squalificato tra mille imbarazzi per aver approfittato sessualmente della Mello una sera in cui la modella era visibilmente incapace di intendere e di volere a causa del troppo alcool ingerito. Fuori dallo show, Nego ha respinto ogni accusa arrivando a minacciare di togliersi la vita per la vergogna. Qualche giorno fa ha fatto perdere le proprie tracce e solo nelle ultime ore è stato ritrovato vivo in una camera di un motel, sotto l'effetto di sonniferi. A denunciarle la scomparsa era stata la madre Roseli Viana, che alla polizia aveva detto come il figlio si trovasse in un profondo stato depressivo. Nego do Borel è stato ritrovato a Nord di Rio de Janeiro: per evitare l'assedio della stampa brasiliana, si era come detto imbottito di sonniferi in un disperato tentativo di dimenticare lo scandalo, almeno per qualche giorno. L'attenzione di tutti però è soprattutto per la Mello, ancora in gara a La Fazenda a causa, pare di una penale molto consistente in caso di abbandono volontario. "Quello che le è successo è folle - ha accusato intervistato da Le Iene l'avvocato della modella -. Se noi possiamo tirarla fuori da lì? Non è possibile: nel contratto c’è una penale che dovrebbe pagare se esce dal programma. Ed è molto costosa. È come se fosse in prigione. Dayane non ha visto nessun video, non ha una percezione reale di quanto accaduto, noi però abbiamo il dovere di raccontarle cosa abbiamo visto, perché lei non ricorda. Una donna prova paura a parlare di quanto ha passato, possono volerci anni prima che comprenda ed elaborare quello che è accaduto".

Francesca Pierantozzi per "Il Messaggero" il 7 ottobre 2021. Non solo gli uomini: anche le donne possono odiare e far male - alle donne. Lo ha fatto sapere a tutti via Twitter Lisa De Vanna, 37 anni, l'ex centravanti della Fiorentina femminile e soprattutto delle Matildas, le nazionali australiane. È stato un tweet della collega star americana Megan Rapinoe sulle denunce di abusi sessuali nel mondo del calcio femminile Usa a farle tirare fuori quello che aveva dentro da almeno vent'anni, da quando, nemmeno diciassettenne, appena arrivata in nazionale, uscì dallo spogliatoio strisciando per terra e urlando. Alcune compagne di squadra avevano abusato di lei. «Pensavano fosse divertente», racconta oggi «dicevano che in fondo lo volevo anche io. Io avevo 17 anni, ero una ragazzina di Perth, non sapevo niente, non capivo niente, me la feci sotto. È successo altre volte». A Rapinoe, che il 30 settembre aveva puntato il dito contro «gli uomini che difendono uomini che abusano delle donne» De Vanna aveva risposto che ci sono anche «donne che proteggono le donne che maltrattano le donne», sollevando il coperchio su anni di abusi e violenze subite mentre era con le Matildas.  E non era la sola. In un'intervista al Sydney Daily Telegraph, la calciatrice - 150 partite e 47 gol in 15 anni con la maglia della nazionale, esclusa dalla lista delle convocate alle Olimpiadi di Tokyo - ha raccontato le tante volte che ha dovuto far fronte ad aggressioni, violenze fisiche o psicologiche da parte delle compagne di squadra: «Pensavano che il problema fossi io e per questo ero isolata, messa a dormire in una stanza a parte». Ha raccontato del primo episodio, avvenuto nelle docce: «Mi afferrarono alle spalle, mi tirarono giù, erano più d'una...». «Sono stata molestata sessualmente? Sì. Sono stata vittima d'intimidazione? Sì? Messa al bando? Sì. Ho visto cose che mi hanno fatto stare male? Sì»: De Vanna punta il dito contro l'omertà e le istituzioni che preferiscono voltare lo sguardo altrove. In un'intervista rilasciata a News Ltd, la giocatrice, che ormai si è ritirata dal calcio, racconta di aver visto «problemi di comportamento a tutti i livelli durante gli anni, da parte di uomini e donne. Le ragazze che arrivano oggi devono essere coraggiose, così come devono esserlo le ragazze che hanno subito le violenze e che devono sapere di non essere sole». Dopo De Vanna, altre due ex calciatrici delle Matildas, Rhali Dobson e Elissia Carnavas hanno dichiarato di aver subito aggressioni nella squadra quando era più giovani. Dobson ha evocato «manipolazioni psicologiche a fini sessuali» da parte di compagne di squadra più grandi. La Federcalcio australiana ha detto di aver incontrato in questi giorni De Vanna per «discutere delle sue denunce», ha ricordato la «tolleranza zero per chiunque non rispetti le regole e i valori dello sport». «Se Lisa sceglierà di presentare una regolare denuncia attraverso i canali ufficiali allora potremo avviare un'inchiesta anche noi e agire di conseguenza», si legge in un comunicato. «In qualsiasi organizzazione sportiva, in qualsiasi ambiente, il bullismo, le violenze, i comportamenti non professionali mi fanno diventare pazza. Ero troppo giovane, e anche in quanto giocatrice non avevo strumenti per affrontare il problema, ma sono cose che continuano a succedere, a tutti i livelli: è arrivato il momento di parlarne», ha detto ancora De Vanna, che invece parla della sua stagione alla Fiorentina (nel 2019, interrotta poi dal Covid) come «una delle sue più belle esperienze sportive». Dopo l'America, dove le numerose denunce di aggressioni hanno portato alle dimissioni di diversi allenatori e anche di Lisa Baird, commissaria della Lega calcio Femminile, la NWSL, una rivolta è scoppiata anche in Venezuela, dove Denya Castellanos, attaccante dell'Atletico Madrid, ha preso la guida di un #metoo del calcio femminile.

Dagotraduzione da Dnyuz l'8 settembre 2021. Alla vigilia del mese della moda, sei donne, tutte ex modelle, sono arrivate a Parigi da tutto il mondo, non per sfilare sulle passerelle, ma per essere intervistate dall'unità di protezione dell'infanzia della polizia parigina. Le loro testimonianze, che saranno ascoltate il 7 settembre, includono accuse di stupro e cattiva condotta sessuale contro Gérald Marie, che per tre decenni è stato uno degli uomini più potenti dell'industria della moda. Ex direttore europeo dell'Elite Model Management, un matrimonio finito con Linda Evangelista e una casa a Ibiza, il signor Marie ha a lungo negato le accuse che sono montate contro di lui nel corso degli anni da almeno 24 donne. Ora, tuttavia, un anno dopo che i pubblici ministeri in Francia hanno aperto un'indagine sui presunti incidenti, che si dice siano avvenuti negli anni '80 e '90, è emerso un coro di voci nuove e di alto profilo per sostenere gli accusatori del signor Marie - e chiedere una regolamentazione del lavoro più solida per proteggere modelli giovani e spesso vulnerabili che vivono lontano da casa e da qualsiasi supervisione. «Basta, sto con Carré e gli altri sopravvissuti di Gérald Marie mentre vengono a Parigi per testimoniare contro il loro aggressore», ha detto Carla Bruni, una delle modelle più famose degli anni '90 ed ex first lady di Francia. Si riferiva a Carré Sutton, un'ex top model americana che guida il gruppo di donne che testimonieranno a Parigi. «Nessuna industria è immune dagli abusi sessuali», ha continuato la signora Bruni. «C'è così tanto lavoro da fare in Francia e nel mondo per garantire che le donne siano protette dalla violenza sessuale sul lavoro». Helena Christensen ha detto di essere stata con queste «donne coraggiose fino in fondo». Paulina Porizkova ha aggiunto che nei primi giorni della sua carriera, alle giovani modelle è stato insegnato a considerare «le molestie sessuali come un complimento». «Come modelle, non siamo stati pagate per il nostro talento», ha detto Porizkova. «Noi affittavamo il nostro corpo e il nostro viso. Il tuo corpo non era tuo». Ha applaudito le donne che avevano viaggiato a Parigi e che avrebbero, ha detto, «rivissuto alcuni ricordi dolorosi per difendere un'industria migliore e le donne che non sono state in grado di farsi avanti». La signora Bruni, la signora Christensen e la signora Porizkova hanno deciso di parlare su sollecitazione della Model Alliance, un gruppo senza scopo di lucro che difende i lavoratori della moda. L'organizzazione ha offerto risorse agli accusatori del signor Marie, inclusi incontri settimanali di Zoom in cui le donne hanno avuto accesso a consulenza legale. Il gruppo ha inoltre esercitato pressioni sull'industria affinché segua il suo programma RESPECT, una serie di standard completi e legalmente vincolanti sviluppati con il contributo di oltre 100 modelli per disciplinare il comportamento, i diritti, il pagamento e il ricorso, nonché un elenco dettagliato di conseguenze e processi nei casi di violazioni. Finora, tuttavia, le richieste ai conglomerati dell'industria della moda e ai boss di iscriversi – incluso l'attuale amministratore delegato dell'Elite World Group Julia Haart – sono andate a vuoto. «Miriamo a chiedere giustizia per i sopravvissuti, ma vogliamo anche un'industria della moda più sicura ed equa con una reale responsabilità», ha affermato Sara Ziff, fondatrice e direttrice esecutiva di Model Alliance. La signora Ziff ha anche lavorato a stretto contatto con la signora Sutton quando ha intentato una causa a New York il mese scorso ai sensi del Child Victims Act dello stato, che consente agli accusatori di abusi sessuali di intentare azioni legali contro i loro presunti aggressori, indipendentemente da quando si sono verificati gli incidenti segnalati. «Nonostante i movimenti #MeToo e #TimesUp, l'industria della moda è in gran parte sfuggita a qualsiasi serio controllo che costringa le persone in posizioni di potere a cambiare il modo in cui fanno affari», ha detto la signora Ziff. «Potrebbero esserci state cause legali e accordi e, a volte, regolamentazioni volontarie, ma non abbiamo ancora visto cambiamenti strutturali significativi che possano far rispettare legalmente gli standard e ritenere responsabili i cattivi attori o le istituzioni». Alle sue parole ha fatto eco la modella Karen Elson, che ha lanciato appelli per riformare il sistema delle agenzie abbandonandolo pubblicamente e rappresentandosi da sola dal 2017, e che ha esortato le aziende ad aderire al programma RESPECT. Così come l'attrice e modella Milla Jovovich, la cui figlia, Ever Anderson, 13 anni, sta intraprendendo una carriera simile a quella di sua madre. «Non ho mai subito gli abusi di cui molti altri hanno parlato», ha detto la signora Jovovich. «Come modella e madre con una figlia in arrivo in questo settore, ho visto come le istituzioni e i facilitatori proteggano gli autori di abusi e li isolino dalle conseguenze delle loro azioni. Quell'abuso è durato abbastanza a lungo». In Francia, ci sono state critiche alle autorità di polizia locali per la gestione delle indagini sulle aggressioni sessuali che coinvolgono minori dopo che diversi casi di alto profilo non sono stati perseguiti. La signora Sutton, un tempo volto di Calvin Klein e Guess, che ha sfilato con il nome di Carré Otis, ha detto che spera che la sua causa a New York e le testimonianze di alcuni degli accusatori del signor Marie a Parigi questa settimana incoraggino altre vittime a venire avanti e aprire la porta a ulteriori indagini penali. «Carré è stata violentata e trafficata da adolescente 30 anni fa, e so che abusi simili si verificano ancora oggi nel settore perché riceviamo notizie dai modelli attuali tramite la nostra linea di assistenza», ha detto la signora Ziff. «Si tratta dell'industria della moda, ma potrebbe anche avere implicazioni più ampie sul modo in cui pensiamo al lavoro delle donne. Se non possiamo ottenere protezioni contro il traffico sessuale di minori per alcune delle donne più privilegiate e visibili al mondo, allora più in generale che cosa potremmo fare?» 

Dagotraduzione da PageSix il 4 settembre 2021. Il leggendario fotografo di moda Bruce Weber ha trovato un accordo per mettere fine alla causa intentatagli da un gruppo di modelli che lo accusano di averli aggrediti sessualmente. Il fotografo, 75 anni, avrebbe cercato un approccio sessuale con gli uomini durante le sessioni fotografiche mentre fingeva di aiutarli con quelli che chiamava «esercizi di respirazione» e che loro hanno presto soprannominato «Brucified». Weber, che ha lavorato con testate come Vogue, ha negato le accuse. «Ho passato la mia carriera a catturare lo spirito umano attraverso le fotografie e sono fiducioso che, a tempo debito, la verità prevarrà». L’accordo non prevede nessuna ammissione di colpa di Weber, ma pone fine a una causa intentata congiuntamente dai modelli Josh Ardolf, Anthony Baldwin, Jacob Madden e Jnana Van Oijen. L’importo della transazione extragiudiziale non è stato reso noto. Il mese scorso Weber ha risolto un’altra causa simile da parte del modello Jason Boyce. Dopo le accuse, la direttrice di Vogue ha dichiarato di voler sospendere il suo rapporto con il fotografo. Ma il caso contro Weber non è stato esente da problemi. Nel giugno 2020 l’avvocato Lisa Bloom è stata condannata a pagare a Weber 28.000 dollari in spese legali perché il suo cliente, Boyce, si è rifiutato di rispondere ad alcune domande durante la sua deposizione. Un altro giudice ha respinto la causa di Kruegere contro Weber perché l’uomo aveva ricordi confusi. Mentre una fonte vicina a Weber ci ha detto: «Bruce ha scelto di lasciarsi questa faccenda alle spalle e andare avanti con la sua vita».

"Nirvana famosi per i genitali del bimbo". Francesca Galici il 27 Agosto 2021 su Il Giornale. Il giudice non ha deciso se ammettere la causa di Spencer Elden contro i Nirvana per la copertina di Nevermind, ma il legale crede nella possibile vittoria. Non si placano le polemiche sulla copertina dell'album Nevermind dei Nirvana, dopo che il protagonista ha deciso di fare causa alla band a distanza di 30 anni per "sfruttamento della pornografia infantile". Spencer Elden all'epoca era un neonato e nell'immagine entrata di diritto nell'iconografia musicale, nuota in una piscina tutto nudo. I suoi genitali non sono stati in alcun modo oscurati ma, anzi, come sostiene Maggie Mabie, avvocato dello studio Marsh Law Firm di New York, "la copertina di Nevermind era parte di una strategia studiata per vendere dischi, una tattica di marketing". Il legale difensore sostiene che i Nirvana "erano del tutto consapevoli quando l’hanno pianificata" e quindi, anche per questo motivo, "quella foto ha portato alla vendita di così tante copie dell’album". Spencer Elden ora ha 30 anni e per quella foto i suoi genitori hanno ricevuto 200 dollari, senza nemmeno un contratto che li impegnasse come ricopensa per l'utilizzo dell'immagine come cover di un album che ha venduto oltre 30 milioni di copie e che tutt'oggi è uno dei più amati. "Penso che il punto focale dell'immagine siano i genitali del bambino. E penso anche che prima che questo album fosse pubblicato, i Nirvana erano una band grunge del tutto sconosciuta", ha dichiarato Maggie Mabie. Per tutti questi motivi, il legale dello studio Marsh Law Firm di New York, uno dei più apprezzati per i casi di pedopornografia e reati sessuali sui minori, è convinta che l'istanza presentata da Spencer Elden non solo venga accolta dal giudice per la discussione ma che ci siano anche buoni margini per una vittoria. Mabie sostiene che "si trattò di sfruttamento sessuale di un bambino di 4 mesi che ha poi speso la sua vita cercando di fare i conti con quanto avvenuto nel suo passato". A essere chiamati in causa, oltre ai componenti dei Nirvana in vita e a Courtney Love, come esecutrice dell’eredità di Kurt Cobain, sono anche il fotografo Kirk Weddle, l'art director Robert Fisher e la casa discografica Geffen. La copertina si trova esposta al Museum of Modern Art e nacque da un'idea di Kurt Cobain. Come ha spiegato Robert Fisher tempo fa, "Kurt aveva pensato alla foto di un neonato appena partorito in acqua. Prima di Internet dovevi andare in libreria e cercare nei libri sui parti ma nessuna delle foto che avevamo visionato poteva adattarsi alla copertina. Allora pensammo di fotografare un bambino sott'acqua". Era il 1991, la banconota col dollaro è stata aggiunta in post produzione, "il lavoro di ideazione della foto fu del tutto organico, un elemento dopo l'altro, senza troppe discussioni o riflessioni approfondite". La corte deciderà prossimamente come affrontare il caso ma non manca chi sottolinea una certa incoerenza nel comportamento di Spencer Elden, che in più riprese non si è tirato indietro per le celebrazioni di quell'album e sfoggia anche un tatuaggio con la scritta Nevermind sul petto. L'avvocato, però, a queste accuse ribatte: "Ha sempre espresso sentimenti contrastanti rispetto a questo episodio in cui venne trascinato inconsapevole a soli 4 mesi. E il motivo per il quale ha presentato una denuncia soltanto ora è perché quando sei stato vittima di questo tipo di abusi della tua immagine ci vuole molto tempo affinché tu comprenda davvero come sei stato danneggiato". Sulle strategie legali, Maggie Mabie mantiene il massimo riserbo ma ci tiene a sottolineare che "quando il focus di una foto sono i genitali di un bambino è da considerarsi pornografia infantile. E in California, per esempio, anche i genitali o le aree pubiche parzialmente rivestite possono essere considerati pornografia infantile. Hanno posizionato la fotocamera in modo tale che i suoi genitali ne risultassero ingranditi e hanno reso il punto focale dell’immagine proprio i suoi genitali".

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio. 

Dal “Corriere della Sera” il 20 agosto 2021. La star della musica r&b R. Kelly è un predatore che ha attirato ragazze e ragazzi con la sua fama e li ha dominati fisicamente, sessualmente e psicologicamente: questa l'accusa formulata da un pubblico ministero del tribunale di Brooklyn, a New York, contro l'artista. È iniziato ieri il processo che prevede le testimonianze di diverse presunte vittime contro il cantante, 54 anni, la cui carriera è stata interrotta a causa di queste accuse. Jerhonda Pace, la prima testimone, ha detto che aveva 16 anni ed era vergine quando aveva ricevuto l'invito dell'artista, di cui era fan, nella sua villa: «Mi ha chiesto di togliermi i vestiti e dire a tutti che avevo 19 anni». L'assistente procuratore Maria Cruz Melendez, mentre illustrava le prove, ha detto: «Questo caso riguarda un predatore». Secondo l'accusa, il cantante era solito invitare alcuni suoi fan a volte a casa o in studio, dove poi «li dominava e controllava». Ma l'avvocato della star, Nicole Blank Becker, ha parlato di «un pasticcio di bugie», invitando i giurati a «non dare per scontato che tutti dicano la verità». 

Dagotraduzione dal Daily Mail il 31 agosto 2021. Secondo l’ultimo testimone che è stato ascoltato al processo contro R. Kelly, il cantante, che nel suo garage aveva fatto installare un ring, vi teneva sotto una donna a disposizione per i suoi desideri sessuali. In tribunale l’uomo, che ha usato lo pseudonimo di Louis testimoniare, ha raccontato di essere stato lui stesso vittima del musicista. Aveva conosciuto R. Kelly una sera del 2006 in cui era di turno al McDonald’s di Chicago. Kelly gli aveva passato il suo numero di telefono, e poi lo aveva invitato a una festa a casa sua. Quando si era presentato con i genitori – all’epoca aveva 17 anni – lo aveva preso da parte per dirgli che «forse sarebbe meglio se venissi alle feste da solo». Così un giorno Louis ha lo ha incontrato a casa sua. Kelly lo ha portato in garage, dove c’erano una palestra e un ring da boxe. «Mi ha chiesto cosa fossi disposto a fare per la musica» ha raccontato al giudice, e poi gli ha praticato sesso orale. Un’altra volta, insieme a una terza persona, Kelly «ha schioccato le dita» e da sotto il ring «è uscita una donna». «Si è avvicinata» e ha fatto sesso orale ad entrambi. Una mattina, dopo una notte di alcol, si è svegliato da solo con l’imputato senza ricordare cosa fosse successo. Louis ha raccontato poi che il cantante gli aveva chiesto di «mantenere tra me e lui» quello che era successo perché ormai «noi siamo una famiglia, siamo fratelli». Kelly voleva che lo chiamasse «papà», come hanno raccontato anche le altre testimoni. Louis non è tra le presunte vittime identificate nell’atto di accusa, ma è il primo testimone maschio a parlare con la giuria. La sua testimonianza è arrivata durante la terza settimana del processo. Finora i pubblici ministeri hanno presentato testimonianze scottanti che descrivono oltre due decenni di abusi fisici, sessuali ed emotivi da parte di R. Kelly. Il cantante ha negato tutte le accusa. Rischia dai 10 anni all’ergastolo se condannato per tutti i capi d’accusa: racket, sfruttamento di minori, rapimento, corruzione e lavoro forzato.

Da il 28 settembre 2021. È stato condannato per abusi e sfruttamento sessuale il cantante R. Kelly. La giuria di sette uomini e cinque donne ha stabilito che la star di R&B, famosa soprattutto per la canzone "I believe I can fly" del 1996, è colpevole al termine di un processo in cui è stato descritto come un predatore di giovani donne e ragazze afroamericane. Ora rischia l'ergastolo. Il 54enne cantante è stato infatti accusato di aver guidato per oltre due decenni un'organizzazione criminale a Chicago che reclutava le donne sottoponendole ad abusi sessuali e psicologici. Diverse vittime hanno testimoniato durante il processo di essere state sottoposte a questi abusi anche quando erano minorenni. Il cantante R&B è stato dichiarato colpevole di una lunga lista di reati, tra i quali abusi sessuali, abusi sessuali di minori, sfruttamento sessuale e racket. Comunque bisognerà aspettare il prossimo 4 maggio per la decisione del giudice sulla sentenza. Robert Sylvester Kelly, 13 anni fa era stato assolto da un tribunale dell'Illinois dalle accuse di pedopornografia. Le nuove accuse contro di lui sono emerse in un documentario del 2019, Surviving R Kelly, in cui si denunciava come un entourage di sostenitori per anni aveva protetto il cantante mettendo a tacere le vittime. Mesi dopo l'uscita del film, nel luglio del 2016, il cantante veniva arrestato accusato dalla magistratura federale di racket e di violazione del Mann Act, che proibisce lo sfruttamento sessuale.

Bob Dylan citato in giudizio per una presunta violenza del 1965 su una minorenne. La leggenda della musica Usa è accusato da una donna che a quasi sessant'anni di distanza denuncia di aver subito gravi danni psicologici. Il portavoce del cantautore nega tutto. La Repubblica il 17 agosto 2021.  Bob Dylan è stato citato in giudizio in un tribunale di New York da una donna che afferma che la leggenda del rock e del folk statunitense abusò sessualmente di lei quasi 60 anni fa, nel 1965, quando lei aveva 12 anni. Nella causa J.C. sostiene che la violenza avvenne per un periodo di sei settimane tra aprile e maggio 1965. Il presunto abuso avrebbe avuto luogo nell'appartamento di proprietà di Dylan nel famoso Chelsea Hotel di New York. In una dichiarazione a USA Today, il portavoce di Dylan afferma che "l'affermazione della ricorrente è falsa". L'accusatrice, che ora vive a Greenwich, nel Connecticut, afferma che Dylan le ha causato "gravi danni psicologici e traumi emotivi". La causa è stata intentata un giorno prima della chiusura della finestra per la presentazione di reclami ai sensi del Child Victims Act dello Stato di New York. L'atto consente alle vittime di abusi di citare in giudizio i loro presunti aggressori indipendentemente dai tempi di prescrizione.

Da "corriere.it" il 17 agosto 2021. Citato in giudizio. A oltre mezzo secolo dai fatti, Bob Dylan, il leggendario cantautore e premio Nobel per la letteratura Bob Dylan è stato citato in tribunale in una causa nella quale viene accusato di aver imbottito di droga e alcol una dodicenne e di averne abusato diverse volte, alcune anche nel suo appartamento al Chelsea Hotel, nel 1965. Lo riportano i media Usa. L’azione legale contro l’81enne star è stata promossa davanti alla corte suprema di Manhattan dalla presunta vittima, una donna ora di 68 anni identificata solo con le iniziali (J.C.), che sostiene di aver subito effetti emotivi permanenti e di essere ricorsa a cure mediche. La causa è stata depositata alla vigilia della scadenza dei termini previsti da una legge dello stato di New York, che consente alle vittime di abusi durante l’infanzia di costituirsi in giudizio contro i loro aggressori a prescindere da quanto vecchi sono i fatti denunciati. Un portavoce del cantautore ha replicato che «questa accusa vecchia di 56 anni è falsa e sarà vigorosamente contestata». Vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 2016 per «aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana», Bob Dylan è considerato il più grande cantautore di tutti i tempi. Tra le sue canzoni più famose ci sono «Blowin ‘in the Wind», «The Times They Are a-Changin’», o anche «Like A Rolling Stone». L’artista ottantenne ha colpito per la prima volta la scena folk di New York nei primi anni ‘60 e ha venduto oltre 125 milioni di album in tutto il mondo.

Paolo Mastrolilli per “la Stampa” il 18 agosto 2021. Bob Dylan? Che violenta una ragazzina di 12 anni, quando stava con Joan Baez ed era lanciato verso il successo planetario? Lui nega persino di esserci stato, nel luogo dove sarebbe avvenuto il fattaccio, ma la causa ormai è stata presentata e trascina il «menestrello del Minnesota», premio Pulitzer e premio Nobel per la letteratura, nel tritacarne del movimento #MeToo. Almeno fino a prova contraria. Il procedimento è stato avviato venerdì scorso presso la Manhattan Supreme Court di New York dagli avvocati Daniel Isaacs e Peter Gleason, a nome di una donna identificata solo con le iniziali J.C., che oggi ha 68 anni e vive a Greenwich, in Connecticut. I fatti risalgono al periodo tra aprile e maggio del 1965, e sarebbero avvenuti nell'Hotel Chelsea, famosa e famigerata residenza di molti artisti, dove nel 1978 sarebbe poi morta anche Nancy Spungen, fidanzata del bassista dei Sex Pistols Sid Vicious. Secondo l'accusa, «durante il corso di sei settimane il cantante aveva fatto amicizia e stabilito una connessione emotiva» con la sua vittima. Gli avvocati di J.C. sostengono che Dylan aveva preso di mira la loro cliente per «abbassare le sue inibizioni, con l'obiettivo di abusarne sessualmente, cosa che egli aveva fatto, aggiungendo la fornitura di droghe, alcool e le minacce di violenza fisica, lasciandola emotivamente ferita e psicologicamente danneggiata fino ad oggi». Le tredici pagine di documenti legali, pubblicati dal giornale Usa Today, affermano che Bob aveva usato la sua fama di musicista per «adescare J.C. allo scopo di conquistare la sua fiducia e ottenere il controllo su di lei». Quindi ne aveva abusato sessualmente, «in certe occasioni» nel suo appartamento all'Hotel Chelsea. Lei aveva sofferto «seri e severi problemi mentali, angoscia, umiliazione, imbarazzo, così come perdite di natura economica». Perciò chiede insieme la punizione giudiziaria di Dylan e la compensazione monetaria, anche perché i danni fisici subiti l'hanno costretta a cure mediche molto costose. Alla Cnn, che cercava dettagli più chiari sulle accuse, l'avvocato Isaacs ha risposto che «la causa parla da sola. Proveremo tutte le accuse in tribunale. Il procedimento è stato presentato dopo molte ricerche e verifiche, e non c'è dubbio che lei sia stata sua vittima all'Hotel Chelsea». La causa è stata avviata il giorno prima della scadenza del New York Child Victims Act, una legge varata nel 2019 proprio per concedere alle vittime di simili abusi una finestra di tempo per portare i loro aggressori davanti ai giudici, anche se i reati sarebbero ormai in prescrizione. Un portavoce di Dylan ha detto a Usa Today che «questa accusa vecchia di 56 anni non è vera, e ci difenderemo vigorosamente». I fan di Bob si sono subito mobilitati per smontare il procedimento, andando a guardare il calendario dei suoi impegni all'epoca delle presunte molestie. Così hanno scoperto che tra marzo e aprile del 1965 era con la fidanzata Joan Baez in Gran Bretagna, dove aveva concluso il tour con un concerto tenuto alla Royal Albert Hall il 10 maggio. Se le cose stanno effettivamente così, Dylan non sarebbe stato neppure presente a New York, durante il periodo delle violenze contro la minorenne J.C. Ai suoi avvocati quindi basterebbe dimostrare che tra aprile e maggio del 1965 era in un altro continente, e quindi di sicuro non poteva ospitare la sua vittima all'Hotel Chelsea per molestarla. Il clima creato dal movimento #MeToo ha però cambiato la dinamica di questi procedimenti, anche perché spesso in passato le donne che denunciavano abusi non venivano neppure ascoltate. Perciò Bob dovrà fare molta attenzione ai dettagli della sua difesa, per dimostrare la propria innocenza.

Michela Marzano per “la Stampa” il 18 agosto 2021. Era il 1965, pochi mesi prima dell'uscita di Like a Rolling Stone, una delle più belle canzoni di tutti i tempi. Era il 1965 e, se le accuse di JC (che aveva allora 12 anni) dovessero essere confermate, Bob Dylan, utilizzando alcool e droghe, molestava sessualmente una bambina. Certo, non sta a noi pronunciarci sulla veridicità o meno della denuncia depositata venerdì scorso dalla donna presso la Corte Suprema di New York - il portavoce di Dylan ha già fatto sapere alla BBC che si tratta di «un'accusa vecchia di 56 anni, falsa e che sarà rigorosamente contestata». Ma anche se non conosciamo i fatti, possiamo comunque interrogarci su una serie di questioni etiche che solleva questa brutta storia. Il fatto che le violenze risalirebbero al 1965 le rende meno gravi? Si può applicare la prescrizione a crimini come le molestie sessuali o la pedofilia? Ha senso lasciar correre perché l'accusato cambiò per sempre il corso della musica e, nel 2016, venne insignito del premio Nobel? Perché ci sono voluti così tanti anni prima che la donna rivelasse di essere stata stuprata? Proviamo a partire dal contesto. Negli anni Sessanta e Settanta, infatti, ci fu chi legittimò la pedofila in nome della liberazione sessuale. Anche grandi figure intellettuali dell'epoca si lasciarono andare a dichiarazioni che oggi farebbero venire la pelle d'oca a chiunque. Come le parole di una petizione, pubblicata sul quotidiano francese Le Monde - e firmata tra gli altri da Sartre, Althusser, Aragon, Deleuze e Sollers - in cui si chiedeva di abbassare la maggior età sessuale a 12 anni, e si avallava l'idea secondo cui la pedofilia fosse «una cultura volta a spezzare la tirannia borghese che fa degli amanti dei bambini dei mostri». Oggi, nessuno più si sognerebbe di affermare cose di questo genere. Ormai sono note le conseguenze terribili degli abusi sui più piccoli e sulle più piccole; abbiamo quasi tutti consapevolezza di cosa significhi, per un bambino o una bambina, abbandonarsi fiduciosi agli adulti e sentirsi traditi; conosciamo i sensi di colpa che ci si porta dentro quando si è stati abusati e la convinzione di essere all'origine di ogni male; sappiamo che l'identità personale si sbriciola e che il corpo perde i propri confini trasformandosi in un campo di battaglia. Prima no. Prima, lo scandalo era considerato un vezzo borghese. Prima, non si immaginava che una bambina violentata potesse «rotolare come una pietra» e ci si illudeva che il tempo cancellasse tutto. E quindi? Basta il contesto a giustificare molestie e pedofilia? E poi, di nuovo, perché JC denuncia Dylan solo adesso? Chiunque abbia subito una violenza sessuale sa che ci possono volere anni prima di rielaborare il trauma subito, trovare le parole giuste per raccontare il dolore, togliersi dalla testa l'idea di essere colpevole e iniziare a ricostruirsi. Poco importa, allora, se il criminale è un grande intellettuale o un brillante scrittore o un idolo della musica o un premio Nobel. Ci sono crimini imperdonabili e imprescrittibili, come scrive Vladimir Janckélévitch spiegando che gli esseri umani sono «irrimediabilmente precari» e, per questo, «infinitamente preziosi». Crimini che il tempo non cancella e non ripara, anche se di anni ne sono passati tantissimi, a volte troppi, e sembra assurdo tirar fuori dagli armadi scheletri di un'altra epoca. Tanto più che il contesto, se può spiegare determinati atteggiamenti e far capire all'interno di quale mondo una persona possa aver agito, non per questo giustifica o scusa. Soprattutto quando ci si trova di fronte a chi, abusando del proprio ruolo, della propria funzione, della propria aurea o del proprio potere, calpesta la fragilità di chi, infinitamente prezioso, dovrebbe essere protetto. How many roads must a man walk down, before you call him a man? «Quante strade deve percorrere un uomo per poter essere chiamato uomo?» cantava Bob Dylan, prima di chiedersi quante volte ci si può girare facendo finta di non vedere, e quante orecchie si dovrebbero avere per sentire piangere qualcuno. Parole bellissime di una canzone bellissima, come tante altre scritte e cantate da Dylan, e per le quali il leggendario cantautore meritava senz' altro un Nobel. Ma quante menzogne si possono raccontare prima che la verità venga a galla? Quante volte ancora dobbiamo assistere allo scempio della violenza sessuale e della pedofilia prima che sorgano dubbi sulla colpevolezza degli aguzzini? The answer is blowing in the wind, «la risposta se ne va nel vento». Anche perché, ammesso e non concesso che JC non menta - sarà la magistratura a stabilirlo - resta il dilemma della possibile separazione tra «autore» e «opera». Così come restano la rabbia, il dolore e l'impotenza di tutte coloro e tutti coloro che, proprio perché sono stati vittime di mostri sacri tanti anni fa, decidono di continuare a tacere.

Dagotraduzione dal Daily Mail l'8 settembre 2021. L’attore di film per adulti Ron Jeremy ha sfruttato la sua celebrità per incontrare e isolare le donne che ha violentato e aggredito sessualmente, usando le stesse tattiche per anni. È quanto hanno testimoniato al Gran Giurì le 21 donne che lo hanno denunciato per abusi. Una delle donne, identificata come Jane Doe 8, ha raccontato di aver incontrato Jeremy nel 2013 in un bar di West Hollywood e di aver detto all’amica che era con lei: «Non sarebbe divertente se ricevessimo una sua foto con un autografo?». Pochi minuti dopo Jeremy l’avrebbe aggredita sessualmente in bagno. Jane Doe 7 ha ricordato che era eccitata all’idea di conoscere una celebrità poco prima che si presentasse alla porta della sua stanza d’albergo. Ma qualche minuto dopo l’ha violentata. Ron Jeremy, 68 anni, si è dichiarato non colpevole delle 34 accuse di violenza sessuale formalizzate dal Gran Giurì, tra cui 12 per stupro. È stato arrestato nel 2020 e da allora è in prigione. Soprannominato “The Hedhehog”, Jeremy è stato a lungo uno degli artisti più noti e prolifici dell’industria del porno ed è arrivato al grande pubblico con i reality show, le apparizioni pubblice e i video musicali. Per i collezionisti di autografi e i malati di selfie, è diventato presto una vera calamita, ed è così che molte delle donne che lo accusano lo hanno incontrato. Una donna oggi 33enne, ma che all’epoca aveva 15 anni, ha raccontato di essersi avvicinata a lui durante un rave a Santa Clarita, in California. «Non sapevo chi fosse, ma tutti mi dicevano che era famoso ed ero entusiasta di incontrare una celebrità» ha detto la Jane Doe numero 5. Lui l’ha invitata nel backstage per farle vedere qualcosa di «interessante», poi l’ha presa in braccio, e ha messo la mano sotto la gonna e l’ha molestata. I luoghi delle violenze emersi dai racconti sono spesso gli stessi: il ristorante dove era solito mangiare e dove aveva il permesso di usare il bagno dei dipendenti, e il suo appartamento, descritto come sporco e infestato dagli animali. In particolare attirava le donne al Rainbow Bar and Grill sulla Sunset Strip di West Hollywood, e con la scusa di mostrare loro la cucina dove il ristorante preparava le sue famose pizze, o il bagno esclusivo a cui aveva accesso, le portava nello spazio angusto, chiudeva la porta e le stuprava. Diverse donne hanno raccontato anche che Jeremy le costringeva a descrivere la loro esperienza su un tovagliolo di carta e a volte dava loro dei soldi. Secondo i pubblici ministeri tentavi di tutelarsi e di ottenere prove di un rapporto consensuale. Una donna ha raccontato di aver incontrato Jeremy al Sunset Strip e di aver scattato una foto con lui, nonostante il fidanzato e il fratello l’avessero avvisata di starne lontano. Dopo averla violentata in bagno, le ha tirato 100 dollari: «Mi ha lanciato dei soldi dal nulla». Un’ora dopo la donna era alla polizia per denunciare la violenza, ma è stata una delle poche a farlo subito. «È una celebrità come attore porno, pensavo che nessuno mi avrebbe mai creduta, volevo solo uscire da lì e dimenticare tutto» ha detto Jane Doe 7. In difesa di Jeremy s’è schierato però Eliot Preschutti, a lungo gestore del famoso rock bar Rainbow Bar & Grill sulla Sunset Strip: «È vero, è un palpeggiatore, ma non uno stupratore». Preschutti ha raccontato che Jeremy andava nel suo bar quattro sere alla settimana: «Ho visto tutta la gente che gli veniva incontro, la gente che gli si accalcava intorno. Lo conosco molto più della maggior parte delle persone e anche se non posso parlare per nessuna delle situazioni di cui è accusato, credo che sia solo un altro tentativo di abbatterlo. Non sono il suo migliore amico, ma ho avuto ore e ore di conversazione con lui, dalle sette alle otto ore, quattro volte alla settimana, e ho osservato il suo comportamento. L’ho visto in azione: semplicemente non ha bisogno di violentare le donne. Ci sono un sacco di donne che si mettono a sua disposizione».

Dagotraduzione dal Guardian il 26 agosto 2021. Un gran giurì ha incriminato l’attore di film per adulti Ron Jeremy accusandolo di oltre 30 reati di aggressione sessuale che hanno coinvolto 21 donne e ragazze. Ieri, alla corte superiore di Los Angeles, Jeremy, 68 anni, si è dichiarato non colpevole di tutte le accuse, compresi i 12 stupri che gli sono stati addebitati. Le accuse riguardano un periodo che va dal 1996 al 2019, con vittime di età compresa tra i 15 e i 51 anni. I pubblici ministeri di Los Angeles hanno utilizzato, per questo caso, la stessa strategia impiegata nel caso di Harvey Weinstein: i procedimenti segreti del gran giurì per ottenere un atto d’accusa che sostituisse le accuse originali, consentendo loro di saltare un’udienza preliminare pubblica sulle prove e procedere al processo. L'avvocato difensore Stuart Goldfarb ha dichiarato in una e-mail che la «posizione di Jeremy è la stessa di quando è stata presentata la denuncia penale. È innocente da tutte le accuse». Jeremy è in carcere e il giudice ha fissato la cauzione a 6,6 milioni di dollari. Tra le violenze sessuali contestate a Jeremy, c’è quella su una donna durante un servizio fotografico (1996), su una 19enne in discoteca (2003), su una 17enne in casa (2008) e su una 15enne (2004). A ottobre si svolgerà l’udienza preliminare. Ron Jeremy è stato per decenni tra gli attori più noti e prolifici dell’industria pornografica, e ha partecipato a oltre cento film negli anni 70.

Dagotraduzione da Xbiz il 14 agosto 2021. L'udienza preliminare del processo a Los Angeles contro Ron Jeremy è stata rinviata un’altra volta, al 25 ottobre. L’ex star del porno è accusato di 35 capi di imputazione, da parte di 23 presunte vittime. Se condannato, rischia dai 330 anni all’ergastolo, da scontare nella prigione di Stato dove è rinchiuso da giugno 2020. L’avvocato di Jeremy, Stuart Goldfarb, e il procuratore distrettuale Paul Thompson avevano concordato a marzo di svolgere oggi l’udienza preliminare, ma poche settimane fa Goldfarb ha presentato una richiesta per un’altra proroga. Goldfarb infatti ha insistito per oltre un anno sul fatto di non potersi preparare adeguatamente per l'udienza preliminare senza avere accesso ai nomi e agli indirizzi delle 23 vittime e degli oltre 50 testimoni che l'ufficio del procuratore distrettuale intende produrre. I casi di aggressione sessuale hanno regole speciali progettate per proteggere la sicurezza delle vittime; la difesa chiede che queste regole speciali siano allentate per identificare le persone dietro le accuse di aggressione al fine di rispondere ad esse. Goldfarb ha presentato un appello per ottenere queste informazioni, ma non è stato accolto. Jeremy è stato arrestato e accusato la prima volta il 22 giugno 2020. Quella settimana è stato chiamato in giudizio e si è dichiarato «non colpevole». La sua cauzione è stata fissata a 6,6 milioni di dollari e da quella data è rimasto in carcere. Durante un'udienza di fine agosto 2020, il vice procuratore distrettuale Thompson della divisione crimini sessuali ha aggiunto altre 20 accuse alle otto originarie. Il 28 ottobre 2020, l'ufficio del procuratore distrettuale ha presentato sette ulteriori accuse di violenza sessuale che hanno coinvolto sei vittime aggiuntive e che riguardano il periodo dal 1996 al 2020. Il caso contro Jeremy è stato quindi modificato per aggiungere i capi d’imputazione: 11 capi di imputazione per stupro forzato, 8 conteggi di percosse sessuali per costrizione, 6 conteggi di copulazione orale forzata, 5 capi di imputazione per penetrazione forzata da parte di un corpo estraneo e 1 conteggio ciascuno di sodomia, aggressione con l'intento di commettere stupro, aggressione con l'intento di commettere una penetrazione digitale forzata, penetrazione di un oggetto estraneo su una vittima priva di sensi o addormentata e condotta oscena con una ragazza di 15 anni. Ron Jeremy, nato a New York nel 1953, è stato per anni uno dei pornodivi più quotati. Ha girato migliaia di film a luci rossi, tra cui “Cicciolina e Moana ai Mondiali” di Mario Bianchi nel 1990. Nel film, interpreta la parte di Diego Armando Maradona. Insieme a lui altre due pornostar tra le più note: il nostro Rocco Siffredi e l’americano Sean Michaels, che con tante di treccine alla Ruud Gullit, intrecciano un triangolo amoroso con Cicciolina e Moana Pozzi. Era così famoso che in Finlandia veniva distribuito un rum con il marchio “Ron de Jeremy”. Dopo l’arresto della star, l’azienda ha rinominato tutti i prodotti della serie in “Hell or High Water”.

Giuseppe Guastella per il "Corriere della Sera" l'11 agosto 2021. Novembre-dicembre 2017. Una lettera anonima arriva a Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo di Milano fino al 2019. Dice che il vice presidente Carlo Sangalli «aveva avuto rapporti non commendevoli» e «boccacceschi» con una dipendente della Confcommercio di cui lo stesso Sangalli è presidente da anni. L'inedito episodio si colloca nella vicenda delle presunte molestie sessuali riferite da Giovanna Venturini a carico di Sangalli, di cui è stata segretaria, che ha generato un procedimento penale in cui la stessa Venturini e l'ex direttore generale di Confcommercio Francesco Rivolta sono accusati di estorsione ai danni di Sangalli. A parlarne è Guzzetti testimoniando nel corso di un incidente probatorio chiesto dalle difese degli imputati. L'anonimo arriva 5 anni dopo che Venturini ha registrato un video in cui, dandogli del «lei», chiede a Sangalli di smetterla con le sue «attenzioni», che però la signora non denuncerà ufficialmente. Venturini ottenne il trasferimento alla segreteria di Rivolta, ma quando negli anni successivi le voci sulla vicenda presero a girare nei corridoi romani di Confcommercio, la donna si sentì emarginata e vittima di mobbing. Nel 2017 si confidò con i familiari. «Ero preoccupato per gli aspetti della Fondazione Cariplo», spiega Guzzetti il cui unico interesse era tutelare il «buon nome» della stessa Fondazione evitando che «fosse trascinata nello scandalo». Al gup di Roma Alessandro Arturi, dichiara che chiamò Sangalli: «In un primo tempo ha negato, ha detto "Non è vero niente, è una maldicenza", adducendo anche il suo aspetto etico, cattolico. Dice: "Vuoi che io commetta questi atti? Io ho famiglia, tu mi conosci"». Di fronte alle sue perplessità, Sangalli ammette che qualcosa c'è stato, ma «che era la signora che lo provocava, che era una procace». Guzzetti lo ammonisce: «Carluccio, occhio di non trascinare la Fondazione Cariplo in una vicenda di questo genere». Passa qualche settimana e Sangalli lo richiama per dirgli che la vicenda si sta complicando e la famiglia Venturini minaccia una denuncia e vuole che lui si dimetta, dice di essere «in grande difficoltà» e di voler «trovare una soluzione». Chiede a Guzzetti di intercedere con Rivolta, che ritiene l'unico che possa fare da mediatore. I tre sono amici da decenni, da quando erano esponenti di rilievo della Dc lombarda. Tempo dopo, continua Guzzetti, si rivedono: «Mi dice: "Guarda, finalmente abbiamo trovato una soluzione. Io ho convenuto di corrispondere una somma. Poi siccome loro dicono che io non posso fare più il presidente della Confcommercio ho anche dato a Rivolta una lettera di dimissioni, lascerò in data però da concordare con me"». Il pagamento di 216 mila euro avviene a gennaio 2018 con una donazione di fronte a un notaio. Le dimissioni non arriveranno mai. Guzzetti ricorda tre momenti in cui Sangalli gli chiese ancora di intervenire su Rivolta perché non formalizzasse la lettera di dimissioni che gli aveva affidato. La prima, perché erano vicine le elezioni politiche e le dimissioni avrebbero potuto generare complicazioni; la seconda, prima di una manifestazione di Confcommercio; la terza, quando si creò la possibilità per Sangalli di essere eletto alla presidenza di Unioncamere, cosa che avvenne a luglio 2018. Nella denuncia per estorsione, depositata nel novembre 2018, Sangalli afferma di aver capito solo successivamente che Rivolta (difeso dagli avvocati Claudia Ferri e Salvatore Scuto) non era stato un «amico e mediatore», ma il «regista occulto di una sorprendete macchinazione» seguita ai contrasti esplosi tra loro a settembre 2017, cioè un paio di mesi prima di rivolgersi a Guzzetti, secondo il racconto di quest' ultimo. Rispondendo all'avvocato Domenico Aiello, che assiste la parte civile Sangalli, l'ex banchiere dichiara di non aver mai chiesto aggiornamenti sulla questione né di aver commentato con Sangalli gli articoli usciti sulla vicenda a fine 2018. Interrogato nel dicembre 2018 dal pm Margherita Pinto, Sangalli non parla della relazione con la Venturini. Lo fa nel gennaio 2020 quando viene riconvocato dopo che la signora ha depositato il video: «Ci sono stati - mette a verbale - degli atti di intimità intorno al 2012-2013, consenzienti da parte di entrambi. Quando questa storia è finita, è terminata da parte di entrambi. Io non avevo intenzione di continuare nella maniera più assoluta». Spiega al pm di non averne parlato prima «perché non me lo ha chiesto e perché non la ritenevo una cosa rilevante. C'era stata questa simpatia perché lei era una donna esuberante che si proponeva ma se l'iniziativa c'è stata da una parte non era da parte mia». Ed il «lei»? «Mi dava del lei e questo non è cambiato neanche dopo la nostra intimità. Ciò dimostra che era una intimità fittizia nel senso che non era una cosa seria, ma solo fisica, senza coinvolgimento sentimentale». L'avvocato Paolo Gallinelli, che difende Venturini, ha chiesto con una memoria al giudice di prosciogliere la sua assistita per la «assoluta fragilità indiziaria» delle accuse dovuta all'inattendibilità della testimonianza della presunta vittima Sangalli.

L'accusa di molestie, la foto e il silenzio: così hanno incastrato il figlio della Regina. Francesca Rossi il 13 Agosto 2021 su Il Giornale. Virginia Giuffre ha accusato di pedofilia il principe Andrea. E se la Corona tace, la polizia inglese si dice pronta a collaborare. Se non è Harry a dare problemi, ci pensa il principe Andrea, ormai risucchiato nel buco nero dello scandalo Epstein. Stavolta, però, la ricchezza e il potere della royal family potrebbero non riuscire a salvare il figlio prediletto della sovrana. Virginia Giuffre, presunta vittima dell’imprenditore americano morto suicida in carcere nel 2019, ha denunciato il duca di York, muovendo contro di lui accuse ben precise e circostanziate che lo potrebbero incastrarlo una volta per tutte. Buckingham Palace tace di fronte a questo nuovo attacco alla monarchia, ma Sua Maestà potrebbe trovarsi presto davanti a un grosso scandalo. La royal family è a un bivio: aiutare il principe Andrea o salvare la Corona?

L’accusa di Virginia Giuffre. “[Il principe Andrea” abusò di me quando avevo 17 anni”, ha confessato Virginia Giuffre, aggiungendo: “Oggi il mio avvocato ha presentato una denuncia contro il principe Andrea per abusi sessuali su minori. Come spiega nel dettaglio la denuncia, sono stata ceduta a lui e ho subìto abusi sessuali da lui”. La Giuffre ha depositato la denuncia presso il tribunale di Manhattan, un’azione definitiva, pubblica, che avrà serie ripercussioni non solo sul principe Andrea ma, di riflesso, anche sulla royal family. Da anni la 38enne cerca di raccontare sui media la sua verità. Ora ha deciso di passare ai fatti, o, meglio, attraverso le aule del tribunale. La Giuffre rievoca con dovizia di particolari le violenze che avrebbe subìto. Tre in tutto, avvenute tra il 2001 e il 2002. La prima si sarebbe consumata il 10 marzo 2001 a Londra, nella casa di Ghislaine Maxwell, ovvero la donna che procacciava al “predatore” Epstein le sue vittime e che oggi è in carcere. La seconda sarebbe avvenuta a New York, a casa di Epstein, nel periodo della Pasqua 2001. Infine, la terza nell’isola di Little St. James (Isole Vergini) in un’altra residenza dell’imprenditore statunitense.

La difesa del principe Andrea. Nell’ormai tristemente celebre intervista alla Bbc del novembre 2019 il principe Andrea negò di aver avuto rapporti con la Giuffre. Addirittura sostenne di non conoscerla, ma ammise l’amicizia con Epstein. Peccato che i conti non tornino affatto. Il Daily Mail ricorda che esiste una foto in cui Virginia e Andrea sono ritratti uno accanto all’altra. Il principe addirittura abbraccia la giovane. Con loro posa anche la Maxwell. Non è finita: lo scatto risalirebbe al marzo 2001, quando sarebbe avvenuto lo stupro. Ed ecco che la difesa del duca di York crolla miseramente. Il figlio della Regina ha anche detto di non aver mai dormito nella casa di New York appartenuta a Jeffrey Epstein. Eppure a Pasqua del 2001 Andrea si è recato negli Stati Uniti. La prima notte ha dormito al consolato britannico, la seconda a Boston, la terza a quello che i giornali definiscono “un indirizzo privato”, ma che dalle ricostruzioni risulterebbe essere proprio la casa di Epstein. C’è pure la testimonianza di un agente di Scotland Yard, il quale sostiene che il principe Andrea sarebbe partito da New York in compagnia di Epstein e della Giuffre. Destinazione: Isole Vergini.

Il duca di York estradato negli Stati Uniti? Non è possibile. Il principe Andrea non gode dell’immunità diplomatica, privilegio riservato alla sovrana e al suo nucleo famigliare più stretto. Tuttavia l’estradizione non può essere contemplata nel caso del principe Andrea. Solo se quest’ultimo si recasse volontariamente negli Usa, il tribunale potrebbe costringerlo a testimoniare. Ipotesi che appare improbabile. C’è anche un altro motivo per cui il duca non rischia l’estradizione. Virginia Giuffre non ha intentato una causa penale, bensì civile. Al Daily Mail Edward Grange, esperto in materia, ha spiegato: “L’estradizione non può aver luogo finché il caso rimane all’interno della giurisdizione civile. Il principe Andrea sarebbe a rischio di estradizione solo se fosse accusato di un reato penale negli Stati Uniti che comporta una pena detentiva di 12 mesi o più. Anche in questo caso si potrebbe certo presentare richiesta di estradizione al Regno Unito, ma bisognerebbe riflettere attentamente sull’opportunità di un simile gesto” . Tradotto: non si rischia solo un incidente diplomatico tra Usa e UK, ma direttamente l’esplosione di una bomba politica.

La reazione della regina Elisabetta. Sua Maestà non si è mai esposta pubblicamente né a favore né contro il figlio. Al momento su Buckingham Palace regna il silenzio assoluto. Per la verità, dopo lo scandalo Epstein, lo status di Andrea nella royal family risulta abbastanza ambiguo. Perfino paradossale. La regina Elisabetta ha imposto al duca di York di ritirarsi a vita privata. Un esilio che potrebbe essere definitivo anche se Andrea riuscisse a dimostrare la sua estraneità ai fatti. Ormai la sua figura è compromessa e non più credibile al servizio della sovrana. Elisabetta II sa bene che l’unico modo per assicurare la sopravvivenza dell’istituzione monarchica è espellerne i membri impresentabili. Eppure non ha ancora tolto al suo secondogenito i titoli e i privilegi derivati dal suo ruolo a corte. Come spiegare questa contraddizione? I motivi possono essere due: nel primo scenario Elisabetta II vuole attendere la fine di questa brutta storia e, in base alla verità accertata dal tribunale, emettere la sua personale “sentenza”. Nel secondo scenario, invece, la sovrana sceglie di non agire contro il figlio in caso di un verdetto di colpevolezza, delegando quest’onere al principe Carlo, ma solo quando quest’ultimo sarà re. Un modo, forse, per non creare ulteriori crepe nella monarchia e all’interno della famiglia, benché pare che il principe di Galles sia disgustato dal comportamento di Andrea e deciso ad applicare una ferrea damnatio memoriae.

Il destino di Andrea. Cosa riserva la sorte al principe Andrea? Nulla di buono. Per prima cosa è necessario preparare una solida linea difensiva. Finora Andrea ha sempre evitato di collaborare con la giustizia, facendosi scudo dell’autorità dei Windsor. Ha schivato interrogatori e processi, ma ora, come afferma l’avvocato della Giuffre, David Boies, “Time’s up”. “Il tempo è scaduto”. Se il principe Andrea proverà di nuovo a nascondersi dietro alla Corona, per lui potrebbe arrivare una condanna “in absentia” e l’obbligo di un risarcimento milionario a Virginia Giuffre. Perfino Scotland Yard sta revisionando il suo caso. Il capo della polizia britannica, Cressida Dick, è stata molto chiara: "Nessuno è al di sopra della legge. Come conseguenza di ciò che sta accadendo ho chiesto al mio team di revisionare il materiale. Valuteremo di nuovo la nostra posizione”. Non si tratta, per il momento, di un'indagine ufficiale, ma di un semplice riesame dei documenti, che, però, non garantisce alcuna sicurezza al duca di York. La Dick è anche disposta a collaborare con l'Fbi e, a questo proposito, ha confermato: "Naturalmente siamo aperti alla collaborazione con le autorità oltreoceano, daremo assistenza, se ce la chiederanno, entro la legge, s’intende”. Il duca di York è solo. Gli è rimasta accanto solo Sarah Ferguson, convinta sostenitrice della sua innocenza. Ma non basta. Servono prove. Il destino di Andrea è nelle sue mani. Lo è sempre stato, ma forse non ha saputo crearsene uno buono.

Francesca Rossi. Sono nata a Roma, ma vivo a Latina. Sono laureata e specializzata in Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma (curriculum di lingua e letteratura araba). Ho vissuto in Egitto per approfondire lo studio della lingua araba. Per la casa editrice Genesis Publishing ho pubblicato due romanzi, "Livia e Laura", sull'assassinio della Baronessa di Carini e "Toussaint. Inganno a Mosca", la storia di una principessa araba detective. Ho un blog che affronta temi politici e culturali del mondo arabo su HuffingtonPost. Sono appassionata di archeologia, astronomia e dinastie reali nel mondo. 

"Siamo entrambi dipendenti seriali dal sesso": il legame segreto fra Epstein e il figlio della Regina. Mariangela Garofano l'11 Agosto 2021 su Il Giornale. Il principe Andrea è stato denunciato formalmente da una vittima di Jeffrey Epstein per abusi sessuali. Ma cosa legava un principe di sangue blu a un finanziere sociopatico? Due anni e un giorno fa il milionario Jeffrey Epstein viene trovato impiccato nella sua cella del Metropolitan Correctional Center di Manhattan da due guardie. “Thomas e Noel trovarono Epstein privo di conoscenza” , si legge in “A convenient Death: The Dismise of Jeffrey Epstein", “impiccato alla sbarra del letto, con delle lenzuola di carta arancione". Nel libro, scritto da Alana Goodman e Daniel Shalper, i due autori cercano di far luce su una delle morti più misteriose degli ultimi anni. Epstein era un ricchissimo magnate amico dei più potenti uomini al mondo, tra cui il principe Andrea d’Inghilterra, oggi denunciato da una delle vittime di Jeffrey per abusi sessuali su minore.

Cosa non torna nella morte di Epstein. Accusato di aver portato avanti un traffico di prostituzione minorile indisturbato per anni, il perverso finanziere newyorkese viene arrestato a luglio 2019 e posto nel braccio 9-South, dove viene sorvegliato 24 ore su 24, perché considerato un soggetto a rischio suicidio. Ma ciò che rivelano gli autori nel libro mette in risalto come Epstein, un soggetto “sociopatico”, avesse tutto fuorché intenzione di togliersi la vita. “Il 9 agosto Jeffrey incontrò i suoi legali nella sala delle conferenze per discutere la strategia per il processo”, si legge nel libro. E ancora: “Era deciso a lottare, dava ordini ed era contento al pensiero di andare avanti”. I legali di Epstein avevano inoltre fissato un un nuovo appello per chiedere l’uscita su cauzione del loro cliente il lunedì successivo. Ma altri particolari significativi non tornano: il compagno di cella del milionario viene improvvisamente trasferito senza una motivazione in un’altra prigione la mattina del suo decesso. Le due guardie addette alla sorveglianza notturna di Epstein si addormentano proprio quella notte, svegliandosi quando ormai il prigioniero si era già tolto la vita. Infine, secondo l’autopsia commissionata dai familiari del defunto, il collo di Epstein presentava diverse ossa rotte, tipici segni di strangolamento. Il mistero sulla sua morte rimarrà molto probabilmente tale, ma una cosa appare chiara: Jeffrey Epstein conosceva i più intimi segreti di personaggi del calibro di Bill Clinton, Muʿammar Gheddafi e il principe Andrea.

L'amicizia con il principe Andrea. La lunga amicizia tra Jeffrey Epstein e il principe Andrea d'Inghilterra nasce grazie ad un altro personaggio chiave nella vita del milionario, Ghislaine Maxwell. Figlia del barone dell’editoria britannica Robert Maxwell, Ghislaine frequenta fin da giovanissima l’alta società internazionale, diventando intima amica di Andrea e volando da un ricevimento esclusivo all’altro. Sono i primi anni '90 quando Ghislaine presenta Andrea ad Epstein, assetato di potere e ansioso di stringere alleanze con i più influenti uomini del pianeta. Ma cosa lega un uomo d’affari senza scrupoli e uno degli esponenti della più potente famiglia reale al mondo? La risposta arriva direttamente da Epstein, che intervistato dal giornalista investigativo sotto mentite spoglie Ian Halperin, ha raccontato candidamente del suo rapporto con il principe. “Il principe Andrea è il mio più intimo amico . Lo chiamo Air Mails Andy perché viaggia in continuazione. È un vero mondano. Alcuni dei momenti più divertenti della mia vita li ho passati in sua compagnia”. Ma è soltanto in seguito che il ricco brizzolato confessa sornione cosa lo legava davvero al figlio della regina Elisabetta. “Siamo molto simili, entrambi dipendenti seriali dal sesso”, ammette in tono confidenziale Epstein nel libro di Halperin, dal titolo "Controversy: Sex, Lies and Dirty Money By The World's Powerful Elite". “È l’unica persona che io conosca più ossessionato dalle donne e dal sesso di me. Abbiamo condiviso le stesse donne e da ciò che mi hanno raccontato, è davvero un pervertito a letto. Gli piacciono cose troppo strane anche per me, che sono il re dei pervertiti!”. Il tono compiaciuto con cui il magnate rivela i suoi più intimi segreti ad Halperin, il quale li riporterà nel suo libro solo dopo la morte di Epstein, non lascia dubbi riguardo a cosa accomunava il vizioso principe allo “squalo” di Wall Street.

Le accuse di abusi sessuali contro il principe. Il legame tra il multi milionario, accusato di essere un predatore sessuale già nei primi anni 2000 e Andrea di York, finisce su tutti i tabloid quando una vittima del magnate rivela di essere stata una delle sue “schiave sessuali”, pronta a soddisfare ogni più sordido desiderio di Epstein e di essere stata “trafficata” a molti suoi amici, tra cui il principe Andrea. Ma la rivelazione più scioccante è che la donna, all’epoca dei fatti era minorenne. Virginia Giuffre, una ragazza dal passato difficile, viene adescata da Ghislaine Maxwell, complice nel traffico di minorenni di Epstein, con la scusa dell'offerta di un lavoro da massaggiatrice. La 36enne sostiene di aver intrattenuto rapporti sessuali con il principe di casa Windsor in diverse occasioni, la prima delle quali all’età di 17 anni, nella dimora londinese della Maxwell, costretta da quest'ultima e da Epstein. Spuntano testimonianze che narrano di party sfrenati nella villa caraibica di Epstein, a cui partecipava anche il principe, che avrebbe abusato di Virginia con la complicità degli altri invitati. L’immagine di Andrea si disfa sotto gli occhi di una royal family impotente, che questa volta non lo perdona, e a novembre 2019 lo costringe a ritirarsi dalla vita pubblica. Sebbene il duca ammetta di essere stato amico di Jeffrey Epstein, durante un’intervista per la Bbc nega categoricamente di aver mai conosciuto Virginia Giuffre. Una mossa infelice che viene vista come un goffo tentativo di scagionarsi dall’accusa di essere andato a letto con una ragazza che all’epoca aveva la stessa età delle figlie. La Giuffre non arretra di un passo e lunedì 8 agosto 2021 ha depositato una denuncia contro di lui per abusi sessuali, presso un tribunale di New York. A questo punto l’era dei festini a porte chiuse in giro per il mondo è finita e Andrea dovrà fornire la sua versione dei fatti in tribunale. “Lui sa cosa ha fatto, io so cosa ha fatto”, ha affermato la Giuffre, che conclude: “E' tempo che Andrea dica la verità”. E questa volta, a decidere chi dei due mente saranno gli inquirenti, dai quali “Andy Miles” sarà interrogato sotto giuramento.

Mariangela Garofano. Il giornalismo è la mia passione fin dai tempi dell’università. Per ilGiornale.it scrivo di cronaca e spettacoli. Recensisco romanzi per alcuni blog letterari da diversi anni. Da sempre appassionata di scrittura e libri, ho svolto il lavoro di correttore di bozze. Per amore della lettura, ho gestito anche una...

Anna Guaita per "il Messaggero" l'11 agosto 2021. Aveva solo 17 anni, ma i suoi sfruttatori l'avevano addestrata alle «arti erotiche» e la «mettevano a disposizione» dei vip di turno. Virginia Giuffrè Roberts adesso chiede i risarcimenti a uno di quei potenti che abusarono sessualmente di lei nell'arco di tre anni, fra il 2001 e il 2003. L'uomo contro cui punta un dito accusatore, e contro cui ha aperto una causa per danni presso il tribunale di New York, è lo stesso che chiama in causa oramai da due anni, il principe Andrea, duca di York, e terzogenito della regina Elisabetta d'Inghilterra. Nel passato Virginia ha testimoniato sotto giuramento contro Andrew, ma lui ha sempre risposto negando di averla incontrata e tantomeno di aver avuto con lei incontri sessuali. Tuttavia il principe è molto esposto nell'ambito dello scandalo dello sfruttamento minorile che faceva capo al pedofilo miliardario Jeffrey Epstein e alla sua amica Ghislaine Maxwell, e una foto di lui che mette il braccio intorno alla vita della teen-ager, nell'appartamento londinese di Ghislaine, inficia almeno parte dei suoi dinieghi.

L'INCHIESTA Epstein è morto suicida in prigione il 10 agosto del 2019, proprio due giorni dopo che la testimonianza di Virginia davanti al procuratore distrettuale Geoffrey Berman era trapelata, rivelando gli oscuri segreti del giro di festini rosa di cui tante giovani erano state vittime. Dopo la morte di Epstein, il procuratore Berman decise di continuare comunque l'inchiesta, per rispetto verso tutte le donne che «avevano avuto il coraggio di farsi avanti e testimoniare». Un anno dopo, Maxwell veniva arrestata e incriminata per traffico di minorenni a scopo di sfruttamento sessuale. Varie delle donne che furono intrappolate nel giro di prostituzione minorile di Epstein hanno insistito che era stata proprio lei a contattarle, ad arruolarle, addirittura ad «addestrarle» nell'arte del «massaggio erotico». Ghislaine le andava a pescare all'uscita della scuola, 14enni, 15enni, giovanissime, inesperte. E una volta che le aveva allenate, le consegnava a Epstein, che le usava per il proprio piacere o le prestava a qualche amico vip in visita nella sua villa nell'isola privata ai Caraibi, o nella magione di New York, o nell'appartamento di Londra. Una di queste ragazze era proprio Virginia Giuffrè, assunta a 15 anni quando lavorava come guardarobiera nella villa di Donald Trump a Miami. Oggi sposata, 38enne e madre di tre bambini, Virginia vive in Australia, ma non ha voluto tacere sugli abusi subiti da ragazzina: «Venti anni fa - si legge nella causa per danni che ha sporto a New York contro il reale britannico - la ricchezza, il potere, la posizione e le connessioni del principe Andrea gli consentirono di abusare di una ragazzina spaventata e vulnerabile che non aveva nessuno che la proteggeva. È ora che ne risponda». Lo scandalo per la corte dei Windsor è sicuramente grave, e deve pesare sulle spalle della regina che ha appena subito il dolore di perdere il consorte, il principe Filippo. Ma è bene ricordare che quando si terrà il processo contro Ghislaine Maxwell probabilmente altri vip vedranno il proprio nome tirato in ballo. Documentazioni raccolte dalla stampa Usa rivelano numerosi contatti fra Epstein e due ex presidenti, Bill Clinton e Donald Trump, oltre a vari esponenti di spicco della società Usa, incluso Bill Gates. Quest' ultimo infatti ha sentito il bisogno di mettere le braccia avanti pubblicamente, dichiarando che aveva avuto contatti con Epstein solo nella speranza che volesse partecipare alle iniziative di beneficenza: «Quando capii che non c'era un reale interesse, i nostri rapporti finirono», ha dichiarato Gates. Il fondatore di Microsoft ha finalizzato il divorzio dalla moglie Melinda proprio in questi giorni. Il divorzio era stato richiesto da Melinda, e fra le cause c'erano anche i rapporti di eccessiva amicizia fra il marito e il noto pedofilo.

Matteo Persivale per il "Corriere della Sera" l'11 agosto 2021. "Vergogna a chi pensa male", honi soit quo mal y pense, recita la scritta sullo stemma reale del Regno Unito, ma le sgangherate vicende personali dei Windsor delle ultime generazioni rendono il motto del cavalleresco Ordine della Giarrettiera tristemente obsoleto. Tra l’altro, siccome piove sul bagnato anche nei palazzi nobiliari, il destino dimostra d’avere un senso dello humour forse poco inglese ma sicuramente molto crudele: la legge americana che ha appena consentito a Virginia Giuffre, 38 anni, di fare causa al principe Andrea d’Inghilterra che avrebbe abusato di lei ventun anni fa, quand’era minorenne, e stata fortemente voluta dal governatore di New York Andrew Cuomo fresco dimissionario per evitare l’impeachment e a rischio d’incriminazioni penali per molestie sessuali (il Child Victims Act dello Stato di New York e stato convertito in legge da Cuomo due anni fa e di fatto estende i limiti della prescrizione, per permettere ai sopravvissuti di abusi sessuali quand’erano minorenni di fare causa anche a distanza di decenni). Andrea, 61 anni, era finito nei guai due anni fa per l’amicizia con il miliardario americano (poi morto in carcere apparentemente suicida) Jeffrey Epstein, e dopo le accuse di Giuffre aveva rilasciato un’intervista disastrosa nella quale diceva di non ricordare la sua accusatrice (ci sono fotografie che li ritraggono insieme). Poi lo scandalo era entrato in una fase di relativa quiete mediatica, ma come si e visto ieri i legali di Giuffre non avevano mai smesso di lavorare, e ora sostengono che il principe e i suoi rappresentanti abbiano in questi anni respinto numerose richieste di fornire «fatti, spiegazioni, e possibili per- corsi alternativi alla risoluzione della controversia». E ovvio che Andrea non potrebbe mai, per ovvi motivi, accettare un ipotetico accordo extragiudiziale, cioè una transazione che in cambio di denaro otterrebbe si la fine del procedimento civile ma apparirebbe, al di la dei tecnicismi, un’ammissione di colpevolezza politicamente insostenibile per lui e per la monarchia. Andrea nel 2019 ha lasciato ogni carica ufficiale ritirandosi di fatto a vita privata, pensionato prima dei 60 anni: scelta gia di per se clamorosa visto che suo padre Filippo, scomparso tre mesi fa a 99 anni, si chiamo fuori dagli impegni di Stato soltanto a 97 anni e mezzo. Ora pero finisce impelagato in una causa complicatissima che umilia ancora una volta i Windsor ma entusiasma gli esperti americani di diritto: due anni fa, a Londra, ci si domandava se Andrea potrebbe contare o no sull’immunità diplomatica (la questione e spinosa, la risposta non e certa ma e più sì che no, e se gli americani volessero un giorno incriminarlo si aprirebbe un caso diplomatico senza precedenti). E una causa civile in un tribunale di New York apre altri interrogativi. Andrea può semplicemente ignorare il procedimento? Restare nel Regno Unito senza mai presentarsi in aula a New York? E se andasse negli Stati Uniti avrebbe comunque lo status di diplomatico con annessa immunità (i capi di Stato ce l’hanno ma lui e ormai lontanissimo dalla linea di successione della Regina che passa da Carlo a William ai figli di William)? Di sicuro le avventure dei reali inglesi cosi ben narrate dal serial «The Crown» si stanno rapidamente avvicinando ai tristi casi di un altro telefilm, questa volta americano, il poliziesco Law & Order magari nella sottoserie «Special Victims Unit» che si concentra sui casi di reati sessuali. L’avvocato di Giuffre e David Boies, veterano di casi clamorosi con clienti variegati da Al Gore alle case produttrici di sigarette, Harvey Weinstein, il Dipartimento di Giustizia nella epocale causa dell’antitrust nel 2001, insomma di tutto un po’. Come sempre quando si tratta di reali inglesi, l’eco mediatica globale non aiuta Andrea profeticamente soprannominato « », Andy l’arrazzato, dai tabloid anni ’80, prima di Face- book e Twitter, quando vigeva ancora il «contratto invisi- bile» tra reali e media, il baratto tra soffiate su temi superficiali e silenzio sui temi davvero caldi, patto scellerato ora in frantumi di cui ha parlato Harry, altro principe «di scorta» finito non benissimo. 

"Sono stata svenduta al figlio della Regina". Mariangela Garofano l'8 Agosto 2021 su Il Giornale.  Nuovi guai si stanno per abbattere sul principe Andrea. Virginia Giuffre sostiene di essere stata venduta da Jeffrey Epstein. Scoppia il caos a corte. Il principe Andrea di York potrebbe tornare nell’occhio del ciclone a causa della sua “poco reale” amicizia con il pedofilo Jeffrey Epstein. Secondo quanto riportato dal Daily Mail, la sua principale accusatrice, Virginia Giuffre, sarebbe in procinto di intentare una causa “multi milionaria” contro il duca, scatenando un vero e proprio tornado sulla royal family. Parlando con il tabloid britannico, il legale della Giuffre, David Boies, ha affermato che la sua cliente è decisa a portare il principe in tribunale “per essere stata svenduta al duca per sesso da Jeffrey Epstein, quando aveva diciassette anni”. Boies ha dichiarato inoltre che nella causa saranno incluse le accuse di “abusi sessuali impropri e stress fisico ed emotivo per i danni ricevuti”. “Il tempo è scaduto” per il preferito di Elisabetta, ha affermato il legale della Giuffre, che da anni si batte affinché Andrea voli negli Stati Uniti per essere interrogato dall’Fbi sugli abusi commessi dall’amico Epstein e ammetta di aver intrattenuto con lei rapporti intimi quando era minorenne.

"Io costretta a un'orgia con il principe Andrea". Virginia Giuffre ha accusato il finanziere morto suicida e la sua complice Ghislaine Maxwell, di averla “svenduta” ad Andrea in diverse occasioni, e di essere stata la “schiava sessuale” del perverso magnate per anni, prima di fuggire e rifarsi una vita. Dal canto suo il duca di York ha sempre negato di aver conosciuto la donna, affermando di non “ricordarsi” di aver avuto rapporti sessuali con lei. Nel novembre 2019, nel tentativo di scagionarsi dalle accuse, il principe ha rilasciato un’intervista alla Bbc, senza ottenere l’effetto sperato. Quello che apparve in televisione era un Andrea sicuro di sé, per nulla pentito e, secondo il pubblico, senza un briciolo di empatia per le vittime di Epstein. La disastrosa intervista costrinse “Andy Randy” a ritirarsi dalla vita pubblica, ed evitare alla royal family ulteriori scandali. Ma il danno ormai era fatto e l’immagine di Andrea era compromessa. La notizia della causa contro il duca arriva come un fulmine a ciel sereno nella famiglia reale, già oscurata dall’allontanamento di Harry e Meghan. Andrea sarebbe costretto ad essere interrogato sotto giuramento riguardo alla sua vita privata e a fornire sms, email e lettere private agli inquirenti. Una fonte anonima raggiunta dal Daily Mail ha aggiunto: “Questo sarebbe devastante per Andrea. Se decidesse di combattere le sue deposizioni diventerebbero pubbliche. Se al contrario, decidesse di ignorare la causa, verrebbe considerato colpevole in absentia, cosa che si rivelerebbe disastrosa”. Secondo il New York Child Victims Act, Virginia Giuffre avrebbe tempo un’altra settimana per procedere con la causa contro Andrea, il quale dovrebbe decidere se presentarsi in tribunale oppure no. Nel caso in cui il duca dovesse ignorare la causa e non comparire in tribunale, il processo si terrebbe senza di lui e la corte potrebbe decidere per un giudizio di inadempienza.

Mariangela Garofano. Il giornalismo è la mia passione fin dai tempi dell’università. Per ilGiornale.it scrivo di cronaca e spettacoli. Recensisco romanzi per alcuni blog letterari da diversi anni. Da sempre appassionata di scrittura e libri, ho svolto il lavoro di correttore di bozze. Per amore della lettura, ho gestito anche una libreria a Bologna

Howard Rubin, l'orrore del braccio destro di George Soros nella cantina delle torture: "Come le ha sfondato il seno". Libero Quotidiano il 04 agosto 2021. Howard Rubin, conosciuto come “Howie” negli ambienti di Wall Street, andrà a processo il prossimo novembre dopo essere stato accusato da sei ragazze di violenze fisiche e sessuali. Ex braccio destro di George Soros, il ricco 66enne sembrava avere una vita pressoché perfetta: guadagni milionari, una casa nell’Upper East Side di New York e un’altra di fronte al mare negli Hamptons. Una moglie da 36 anni (che adesso però ha chiesto il divorzio), tre figli. Peccato per quel “vizietto” delle pratiche sadomasochistiche che lo hanno fatto finire a processo: nessuno sapeva che Rubin aveva un attico segreto a Madison Avenue, attrezzato per le sue perversioni sessuali, con tanto di attrezzo che immobilizza il corpo con braccia e gambe divaricate. Qui il manager avrebbe ricevuto le sue “prede”, donne giovani pagate 5mila dollari per alcuni “giochi fetish blandi” che in realtà sarebbero stati delle vere e proprie torture, con le donne legate, imbavagliate e picchiate, oltre che violentate. Le presunte vittime hanno chiesto 18 milioni di dollari di risarcimento. Nei documenti presentati in tribunale si legge che una delle donne sarebbe stata picchiata così duramente sul seno che una delle protesi mammarie si è capovolta, con il suo chirurgo plastico che si è rifiutato di operarla perché ridotta troppo male. Un’altra donna addirittura ha testimoniato che mentre era legata Rubin le ha detto “ti violenterò come ho fatto con mia figlia”.

L’ex braccio destro di Soros accusato di violenza sessuale. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 5 agosto 2021. Bufera su Howard Rubin, ex braccio destro del magnate George Soros, accusato di violenza sessuale da sei donne. Il 66enne uomo d’affari anni aveva tutto ciò che un uomo potesse desiderare: ricchissimo, un matrimonio felice con tre figli, abitazioni nell’Upper East Side di New York e negli Hamptons, il tutto mentre si era guadagnato il rispetto dell’élite dedicandosi alla filantropia insieme alla ex moglie, Mary Henry. Come riporta il New York Post, dal 2015 al 2016 la coppia ha donato quasi 500.000 dollari in beneficenza, destinandoli a progetti filantropici come la New York Junior League e Hope for a Cure. L’uomo d’affari fra i più conosciuti a Wall Street, tuttavia, nascondeva alla moglie e a chi lo conosceva un segreto: possedeva un lussuoso attico nel centro di Manhattan dotato di poster di modelle di Playboy e, a quanto pare, di ogni sorta di accessorio per pratiche Bdsm. Una sorta di prigione sessuale dove portava le donne che ora lo accusano e vogliono da lui 18 milioni di dollari di risarcimento nell’ambito di un processo civile che si svolgerà a novembre.

L’ex braccio destro di Soros nei guai: accusato di violenza sessuale. Secondo la ricostruzione del New York Post, una delle ragazze è stata picchiata così duramente da Rubin che la sua protesi mammaria destra si è capovolta, tanto che il chirurgo plastico ha dichiarato di non essere in grado di operarla. Un’altra donna ha raccontato di essere stata violentata da Rubin, sostenendo che mentre era legata nella sua camera le disse: “Ti violenterò come violento mia figlia” prima di costringerla ad avere un rapporto sessuale. Howard Rubin avrebbe pagato le sue partner fino a 5000 dollari per ogni sessione di sesso Bdsm: tuttavia, secondo quanto dichiarano le sue presunte vittime, il finanziere sarebbe andato ben oltre quanto concordato. Fra le donne che lo accusano ci sono le modelle Emma Hopper e Amy Moore. I colleghi si dicono sorpresi delle accuse. “Pensavo fosse un bravo ragazzo. Era un ragazzo ebreo sbarazzino e assolutamente normale. Sono rimasto sorpreso di sentire che aveva quell’appartamento”, ha spiegato al New York Post un ex collega che ha lavorato con Rubin alla Soros Fund Management fondata dal finanziere George Soros. Altri, invece, parlano di una persona particolarmente irascibile e violenta anche sul posto di lavoro. “L’ho visto lanciare una sedia contro il suo computer” ha raccontato un ex collega al New York Post. “Disse di aver perso 50 milioni di dollari e lanciò la sedia. Poi tornò e la lanciò una seconda volta, ancora più forte”.

Chi è Howard “Howie” Rubin. “Howie”, come lo chiamano a Wall Street, è cresciuto in Massachusetts. Ha frequentato il Lafayette College e si è laureato in ingegneria chimica. Terminati gli studi, ha fatto da contatore di carte a Las Vegas, guadagnando migliaia e migliaia di dollari in poco tempo. Un’esperienza che forgerà tutta la sua successiva carriera di trader. Dopo essersi laureato ad Harvard, nel 1983 iniziò a lavorare per Salomon Brothers, dove diventò famoso nel mondo della finanza. Tutto sembrava filare liscio fino al 2017, quando piombarono su di lui le prime accuse di violenza sessuale da tre donne della Florida: Mia Lytell e Amy Moore, entrambe Playmate di Playboy, insieme alla ballerina Stephanie Caldwell. Secondo l’avvocato di Rubin, Edward McDonald, le donne firmarono dei rigidi accordi di non divulgazione, con sanzioni di almeno 500.000 dollari in caso di violazione, dove il sesso violento era ampiamente previsto. Ora la palla passa alla giustizia Usa, che dovrà decidere chi ha ragione fra le due parti.

Gabriele Rosana per "il Messaggero" il 3 agosto 2021. In Cina il movimento #MeToo non è finito. Accusato nelle scorse settimane sul web, Kris Wu, 30enne cantante, attore e modello sino-canadese con un patrimonio di oltre 50 milioni di follower online, è stato adesso arrestato dalla polizia del distretto di Chaoyang, nella capitale Pechino, per aver stuprato ripetutamente varie donne. Il suo profilo social è stato chiuso e gli sponsor che negli anni hanno associato i propri brand internazionali al volto della popstar - un esordio nel 2014 con la band coreana Exo, per poi intraprendere la carriera da solista - cominciano a ritirarsi.

ACCUSE SUI SOCIAL Le prime accuse contro Wu il vero nome è Wu Yifan, cittadino canadese ma originario del sud della Cina - hanno fatto capolino su Weibo, il social più usato nel gigante asiatico, una piattaforma di microblogging a cavallo tra Facebook e Twitter con più di mezzo miliardo di utenti attivi ogni mese. A decidere di uscire allo scoperto e parlare delle violenze a sfondo sessuale è stata una giovane donna, Du Meizhu, oggi 19enne ma all'epoca dei fatti minorenne. Du ha raccontato di un party a casa di Kris Wu, due anni fa, in presenza di vari membri dello staff della popstar e di altre ragazze. Studentessa di Scienze della Comunicazione, Du voleva incontrare il suo idolo per un'audizione e per tentare la strada nel mondo dello spettacolo: invitata nell'appartamento pechinese di Kris Wu, la giovane - nonostante i tentativi di lasciare la festa - racconta di esser stata spinta a bere alcolici e di essersi svegliata l'indomani nel letto del cantante. «Parlando con altre ragazze, ho saputo che quella era la loro tattica» per adescare giovani donne senza il loro consenso, ha riferito Du Meizhu, dopo esser stata contattata su Weibo da presunte vittime che avevano letto la sua confessione. Altre 24 ragazze, tra cui alcune minori, si sarebbero nel frattempo unite a lei denunciando le violenze sessuali da parte di Wu. 

LA DIFESA La star del K-pop - il pop coreano - però, nega ogni accusa (ricordando che in Cina l'età del consenso è 14 anni), mentre i suoi legali annunciano querele. «Se fosse successo davvero mi sarei chiuso da solo dietro le sbarre», aveva scritto Wu sul social network prima che il suo profilo che aveva già cominciato a perdere seguaci - venisse chiuso dalla polizia. Tante le multinazionali e case di moda che avevano concluso importanti contratti pubblicitari con Kris Wu e che adesso hanno troncato i rapporti o sospeso le campagne: tra queste, Bulgari, Porsche, L'Oréal, Louis Vuitton e Tuborg. Tre le aziende collegate alla celebrità che hanno chiuso dopo l'esplosione del caso, mentre secondo alcune stime Wu potrebbe dover pagare 65 milioni di dollari in indennizzi alle sue controparti contrattuali. L'impatto dell'arresto s' è fatto sentire anche in Borsa: i prezzi delle azioni di società legate alla produzione della serie tv The Golden Hairpin hanno fatto registrare perdite ieri, alla chiusura dei listini di Hong Kong; mentre le pagine ufficiali dello sceneggiato hanno eliminato ogni riferimento a Kris Wu dai loro post online.

IL PARTITO SI SCHIERA L'arresto della popstar, in un Paese in cui a fatica si provano a smascherare violenze e ricatti a sfondo sessuale nel mondo dello spettacolo e tra le personalità più in vista, è presto diventato materia politica, tre anni dopo i primi episodi del #MeToo cinese. Mentre sul web prendeva piede la campagna di sensibilizzazione #GirlsHelpGirls, anche la stampa statale, fedele al Partito comunista al potere in Cina, si è schierata dalla parte delle accusatrici di Wu. «Non importa quanto sei famoso; chi viola la legge viene punito di conseguenza», ha scritto il Quotidiano del Popolo; parole a cui ha fatto eco lo stesso account ufficiale del Partito, su Weibo: «In Cina bisogna rispettare la nostra legge, che non fa torti ma neppure sconti». E per il Global Times, «adesso occorre riflettere sull'adorazione delle star che basano il loro successo sull'immagine costruita sui social anziché sul talento artistico». 

Dagotraduzione dal Daily Mail il 27 luglio 2021. Il ricordo di quel giorno perseguita ancora Amy Jones. Incarcerata in una prigione femminile, credeva di essere al riparo dai predatori sessuali che fin dalla sua infanzia l’avevano afflitta. Ma la presenza che incombeva su di lei suggeriva altro. «Lo sguardo nei suoi occhi era spaventoso», dice Amy con voce calma ma decisa. «Mi ha guardato con disprezzo prima di lanciarsi in avanti e afferrarmi il seno con forza. Lo ha stretto e io ho gridato di dolore. Avevo il terrore che mi violentasse». La detenuta che ha aggredito sessualmente Amy - non possiamo identificarla legalmente, quindi la chiameremo J - è una donna transgender, con un certificato di riconoscimento di genere (GRC), e quindi indicata dal pronome femminile, ma con ancora genitali maschili. Amy era ben consapevole che J aveva ancora genitali maschili perché spesso intimidiva lei e le altre prigioniere dell'HMP Bronzefield ad Ashford, nel Middlesex, mostrandoli. Inoltre, J stava scontando una pena per una grave aggressione sessuale su un bambino ed era chiaramente un pericolo per le altre detenute. Eppure si era assicurata un ambito lavoro come addetta alle pulizie nella palestra della prigione dove lavorava anche Amy. Ed è stato mentre era nel blocco del bagno della palestra che, nel 2017, J l'ha aggredita. «Cosa pensavano gli ufficiali, lasciandole pulire i bagni in cui le donne sarebbero state svestite e sole? Perché c'era un molestatore sessuale su minori con un pene che puliva i bagni della palestra in una prigione femminile?». J aveva già affermato strenuamente il suo "diritto" di essere trattata esattamente come le altre donne prigioniere, anche se questo le terrorizzava chiaramente. «Quando J è andato a fare la doccia, la prigione ha messo un cartello sulla porta dicendo che nessun altro doveva entrare, perché sapevano che avrebbe potuto turbare le donne se l'avessero vista nuda, ma J si è opposto a questo e ha detto che era una violazione del i suoi diritti umani», dice Amy. «Ha detto: “Sono una donna e voglio fare la doccia con altre donne”. Poco prima di aggredirmi, è stata vista con la tenda della doccia aperta, i suoi genitali in piena vista delle altre donne». Amy, 38 anni, madre di una figlia, è una donna articolata; piccola di statura con folti capelli ramati e pelle bianco latte. Il giorno in cui ci incontriamo, in un bar, è stata scarcerata dopo aver scontato poco più della metà della sua condanna a nove anni iniziata per reati legati alla droga. È vestita elegantemente con una camicia nera e pantaloni color crema; arguta, intelligente per natura, ma anche molto arrabbiata. La ragione? Questo mese Amy ha appreso di aver fallito in una sfida di revisione giudiziaria alla politica del Ministero della Giustizia (MOJ) in relazione all'assegnazione di carceri femminili per transessuali ad alto rischio, compresi i reati sessuali come J. Amy ha anche intentato un'azione civile separata per danni contro Sodexo, la società che gestisce HMP Bronzefield, e il MOJ. Ha sostenuto, tramite i suoi avvocati, che la legge attualmente discrimina le donne detenute e che il governo non ha tenuto conto delle disposizioni dell'Equality Act che consentono determinate esenzioni per lo stesso sesso, consentendo a uomini e donne di utilizzare strutture separate in particolare circostanze delicate. Il caso, per il quale Amy non ha fornito prove, riguardava solo argomenti legali; né J ha affrontato alcuna indagine di polizia o accuse per la presunta aggressione. In una sentenza emessa via e-mail, Lord Justice Holroyde ha ammesso che Amy ha sollevato preoccupazioni reali e che «una parte sostanziale delle donne detenute è stata vittima di aggressioni sessuali e/o violenza domestica». Ha accettato che molti avrebbero potuto «soffrire di paura e ansia acuta se gli fosse stato richiesto di condividere l'alloggio e le strutture carcerarie con donne transgender con genitali maschili e condannate per reati sessuali e violenti contro le donne». Ha anche ammesso che le prove statistiche hanno mostrato che la percentuale di detenuti trans precedentemente condannati per reati sessuali era «sostanzialmente più alta» rispetto a detenuti uomini e donne non transgender. Tra il 2016 e il 2019, secondo la sentenza, sono state registrate 97 aggressioni sessuali nelle carceri femminili. Di queste, sembra che sette siano state commesse da prigionieri transgender senza GRC. Non è noto se siano state commesse da donne transgender con un GRC perché, a quanto pare, sono ignorate dalle cifre del governo. Ma il giudice ha detto che le statistiche «sono così basse di numero e così prive di dettagli da costituire una base non sicura per conclusioni generali». A marzo 2019, c'erano 34 donne transgender senza GRC assegnate a un carcere femminile. Si pensa che il numero di detenuti transgender con un certificato – come J – sia in cifre singole nell'intera popolazione carceraria. Prigionieri trans nati di sesso maschile sono stati autorizzati per la prima volta a richiedere un trasferimento nelle carceri femminili in Inghilterra e Galles nel 2016. Solo un anno dopo i rischi di questo tipo di politica sono stati chiariti quando uno stupratore condannato è stato trasferito nel carcere femminile HMP New Hall a Wakefield, West Yorkshire, e ha aggredito sessualmente due detenute. Karen White si è identificata come una donna ma era ancora legalmente un uomo e non aveva subito un intervento chirurgico. È stata incarcerata a vita nel 2018 da un giudice che l'ha bollata come predatrice «altamente manipolativa». Nonostante la storia di tali aggressioni, questo mese la corte ha deciso che, in definitiva, i diritti delle donne transessuali hanno prevalso sulle preoccupazioni delle detenute natali. Per Amy, a cui è stata data assistenza legale per perseguire il caso – di cui non ha beneficiato finanziariamente – la sentenza è profondamente ingiusta. Sostenendo che la legge deve essere cambiata, dice che l'equazione è semplice: «Se una donna trans provoca violenza contro le donne o reati sessuali contro donne o bambini, non dovrebbe essere in prigione con le donne». Le prigioniere transessuali erano già ospitate a Bronzefield quando Amy vi arrivò, subito dopo che la legge fu cambiata per ospitarle nelle carceri femminili. «È come mettere un drogato di crack in una casa di crack o un alcolizzato in un pub. Gli autori di reati sessuali non dovrebbero mai essere in prigione con le donne. La maggior parte delle donne ha subito abusi, violenze domestiche e stupri. E se qualcuno viene stuprato?». L'aggressione sessuale è avvenuta nei bagni della palestra, lasciati incustoditi e privi di telecamere. «Doveva essere il mio rifugio», dice Amy. «Mi sentivo così angosciata. La prigione è un posto orribile dove stare in qualsiasi circostanza, e questo ha reso le cose 100 volte peggiori».

Chiara Bruschi per "Il Messaggero" il 26 luglio 2021. Due terzi delle donne facenti parte delle forze armate britanniche hanno subito violenza sessuale, bullismo e molestie. Ovvero il 58% di quelle in servizio, percentuale che sale al 64% se si contano anche coloro che hanno lasciato la divisa. E l'esercito, dove a occupare le posizioni di potere sono principalmente gli uomini, ha fatto di tutto per non assicurare i responsabili alla giustizia, sminuire i reclami e le denunce delle vittime e nascondere l'accaduto. È il risultato sconvolgente del rapporto redatto dal Comitato sulle donne nelle forze armate, guidato dalla veterana Sarah Atherton membro del partito conservatore e parlamentare nella House of Commons. Quattromila le testimoni ascoltate durante l'inchiesta, alcune delle quali già in congedo. «Le storie che abbiamo raccolto dipingono un quadro difficile per le donne. Quando la vittima viene violentata nell'ambito militare spesso si trova a dover vivere e lavorare con il suo aguzzino, nella paura che raccontare l'accaduto possa rovinare per sempre la sua carriera», ha detto la deputata. Tra gli esempi «scioccanti», ci sono anche stupri di gruppo e richieste sessuali in cambio di promozione o avanzi di carriera. Alcune vittime hanno raccontato di essere state bullizzate per aver rifiutato le avances degli uomini. Altre hanno assistito alle aggressioni di gruppo subite dalle amiche ma si sono dette troppo spaventate per parlare. E per le soldatesse impegnate nelle zone di guerra l'ambiente diventa ancora più pericoloso. Rebecca è una delle soldatesse violentate che ha lasciato l'esercito, scrive la Bbc. Quando ha denunciato l'accaduto lo ha fatto non solo per ottenere giustizia ma anche per cambiare un sistema corrotto: «È un club di uomini e sai di essere in minoranza. Dicono che sei stata aggredita perché hai bevuto troppo. Dicono: questo è quello che sei e noi non ti crediamo». Sta continuando la sua battaglia con l'aiuto di una charity, il Centre for Military Justice, diretto da Emma Norton. Secondo quest'ultima chi ha il coraggio di formalizzare un reclamo va incontro alla fine della sua carriera e deve fare i conti con un cambiamento radicale nella propria vita. Sophia è stata un ufficiale della Royal Navy fino al 2017. È stata molestata e poi aggredita sessualmente dal suo capo ma i suoi tentativi di denuncia sono stati inutili, è stato come «andare contro un muro. L'esercito è un club per soli uomini», ha precisato, aggiungendo che un simile reclamo avvenuto sotto i loro occhi avrebbe rappresentato una «cattiva pubblicità per loro e per le loro carriere». Ha lasciato la marina militare e ha portato il suo aggressore in un tribunale civile. Una strada che il comitato responsabile dell'inchiesta ha inserito nelle conclusioni del rapporto, diretto al Ministero della Difesa. Togliere i casi di violenza e molestie sessuali dai tribunali militari e trasferirli in quelli civili dove la giustizia sembra essere molto più equa è infatti una delle soluzioni proposte: le condanne nell'ambito militare sono dalle 4 alle 6 volte inferiori rispetto al giudice civile. Insieme a questa raccomandazione, il comitato ha avanzato altre due richieste: che venga istituita un'autorità responsabile di gestire le accuse di bullismo, molestie e discriminazioni; e che alle donne vengano fornite uniformi e attrezzatura adeguate alla loro corporatura. Nel rapporto è infatti emerso che molte militari sono state mandate in combattimento con visiere e protezioni della misura sbagliata. Dettagli non da poco dal punto di vista della sicurezza e che avrebbe potuto costare loro la vita. Una grave mancanza, lamentano, che dimostra come il Ministero della Difesa non abbia ancora compiuto i passi necessari per migliorare l'accesso delle donne alla carriera militare. «Le soldatesse non stanno avendo giustizia. Ora ci è chiaro che i casi di violenza sessuale non possono essere giudicati dalla corte marziale - ha precisato la Atherton - Abbiamo ascoltato testimonianze di come gli ufficiali in alto grado abbiano nascosto le violenze e soprattutto i reclami per proteggere la loro stessa reputazione e carriera. Ci sono sicuramente anche altri ufficiali che vogliono fare la cosa giusta ma è evidente che il personale femminile è stato fortemente deluso da tutta la catena di comando». Uno scandalo che ricorda il MeToo del mondo del cinema. Con molte meno paillettes, ugualmente sconcertante. 

Da liberoquotidiano.it il 24 luglio 2021. Si chiude con un maxi-risarcimento la brutta storia di molestie sessuali che ha coinvolto Joe Bastianich e il suo socio in affari Mario Batali. La star di Masterchef pagherà 600mila dollari di danni a 20 persone tra uomini e donne che hanno denunciato di aver subito abusi e molestie all'interno di tre celebri ristoranti newyorkesi di proprietà proprio di Bastianich e Batali. I fattacci si sono verificati in tre "templi" dell'alta cucina della Grande Mela, il Babbo, il Lupa e il Del Posto. A rivelare l'entità del risarcimento, spiega il Quotidiano nazionale, è stata la procuratrice generale dello Stato di New York Letitia James, che ha deciso sul patteggiamento. Il giudice ha tratteggiato un quadro fosco in un "ambiente di lavoro permeato da una cultura sessuale e fatto da ricatti e ritorsioni in violazione delle leggi cittadine e statali a difesa dei diritti umani". Tra i protagonisti degli abusi e delle angherie a sfondo sessuale uno dei manager dei ristoranti, che avrebbe chiesto ad alcune cameriere di rifarsi il seno per migliorare il loro aspetto fisico, mentre diversi camerieri avrebbero chiesto alle colleghe di inginocchiarsi davanti a loro. A pagare sarà anche la società di Batali e Bastianich, il colosso della ristorazione Batali&Bastianich Hospitality Group. Proprio a causa dello scandalo sessuale e mediatico, lo scorso aprile i due chef-imprenditori erano stati costretti a chiudere definitivamente il loro locale-simbolo il Del Posto a Manhattan.

Guido Santevecchi per il "Corriere della Sera" il 22 luglio 2021. Festa nella casa di Pechino di Kris Wu, famoso cantante e attore. Si beve molto. Tra le tante ragazze invitate una minorenne, stordita dall'alcol, si risveglia il mattino dopo nel letto di lui. Dopo qualche mese la studentessa denuncia la violenza sessuale, escono dall'ombra altre 24 accusatrici che raccontano di aver subito nel corso degli anni lo stesso trattamento finito in stupro. Violenze e ricatti sessuali nel mondo delle celebrità in Cina di solito sono ancora coperti da omertà, connivenze e dubbi dalla stampa statale e dalle autorità: sono le vittime che osano parlare a finire nei guai, isolate socialmente, a volte portate in giudizio per diffamazione. Decine di militanti femministe sono finite in carcere in passato. Questo caso sembra aver finalmente aperto la diga. Sul web è partito l'hashtag GirlsHelpGirls, che sembra potersi imporre come la versione mandarina di MeToo. Lui è Kris Wu, 30 anni e 50 milioni di follower, esordio come cantante in una band coreana, poi solista, attore e modello. La serie di denunce ha portato nel giro di due giorni alla condanna mediatica dell'idolo. Una dozzina di brand internazionali e cinesi che usavano il volto di Kris Wu hanno troncato i contratti pubblicitari: Porsche, Bulgari, L'Oréal, la birra Tuborg, il colosso dei video Tencent; Louis Vuitton, che ha solo sospeso la sua campagna pubblicitaria in via precauzionale, è stata criticata per non averla cancellata definitivamente. La punizione commerciale dovrebbe costare a Wu 500 milioni di yuan, 65 milioni di euro, scrive la stampa di Pechino. La prima accusatrice, Du Meizhu, che ora ha compiuto 19 anni, dice che era stata invitata alla festa dall'agente di Wu con la promessa di un aiuto per la sua aspirazione di fare l'attrice: «Era una trappola, mi hanno dato molto da bere... poi mi sono ritrovata nel suo letto. In seguito, parlando con altre ragazze, ho saputo che quella era la loro tattica». «Lo odio per quello che mi ha fatto, lo odio tanto che digrigno i denti nel sonno, odio anche me stessa, al punto che in questi mesi ho pensato al suicidio». Lui nega. «Non c'è stato sesso forzato! Non c'erano minorenni! Rilassatevi, se fosse successo mi chiuderei da solo dietro le sbarre», ha scritto in un post su Weibo, giocando sul fatto che in Cina l'età del consenso è a 14 anni. Il fiume dei commenti però lo condanna: «Non c'era consenso». E, soprattutto, lo scomunica la stampa statale. Il Global Times del Partito comunista titola sulla campagna #GirlsHelpGirls (l'hashtag è nato in inglese), osserva che «la giustizia deve fare luce», ma osserva che 25 ragazze non possono essersi inventate l'accusa di stupro. Il giornale coglie l'occasione per mettere in guardia contro lo star system alimentato dai social network: «Ora bisogna anche riflettere sull'adorazione delle star che fondano il loro successo sull'immagine costruita sui social network piuttosto che sul talento artistico». La notizia è stata commentata in un editoriale sul sito della Tv statale, quindi con il timbro del Partito: «Prima di diventare artista, bisogna comportarsi da esseri umani. Per l'uomo la virtù viene prima di tutto, l'artista ha una responsabilità sociale. La vicenda di Wu Yifan (questo il nome all'anagrafe di Kris, ndr ) non è più solo gossip, ma un grosso caso giudiziario che impegna le autorità competenti a indagare in quel mondo, perché di recente delle celebrità dello spettacolo hanno seminato una scia di immoralità, consumo di droghe, violenze, sfruttamento della prostituzione». Toni da crociata, ma meglio del silenzio omertoso.

Andrea Marinelli per corriere.it il 4 luglio 2021. La scarcerazione di Bill Cosby, condannato per violenza sessuale aggravata nel 2018 e liberato il 30 giugno dalla Corte Suprema della Pennsylvania per vizi procedurali, pesa sul bilancio del movimento #MeToo. Da quando è cominciato, esplodendo sui social nell’ottobre 2017, migliaia di uomini — e qualche donna — sono stati accusati di reati sessuali: oltre 200 persone hanno perso il lavoro a causa dei propri comportamenti — l’ultimo è stato nei giorni scorsi l’ex Ad di Teneo, Declan Kelly — ma se le condanne pubbliche sono state senza appello, quelle in tribunale sono state pochissime. Sette per la precisione, una delle quali, quella di Cosby per l’appunto, è stata poi annullata.

Chi sono i condannati? La popolarità del movimento ha avuto origine dalle accuse contro il potentissimo produttore cinematografico Harvey Weinstein, 69 anni, che il 24 febbraio del 2020 a New York è stato condannato a 23 anni di carcere per stupro e violenza sessuale nei confronti di un’aspirante attrice (nel 2013) e della sua assistente di produzione (nel 2006). Weinstein deve ancora affrontare 11 capi d’accusi a Los Angeles, mentre decine delle sue accusatrici hanno sottoscritto un accordo da 25 milioni di dollari. Uno dei casi più noti è quello di Larry Nassar, oggi 57 anni, ex dottore della nazionale americana di ginnastica che è stato denunciato per abusi da oltre 260 donne e ragazzine, alcune delle quali famosissime a livello globale: Nassar è stato condannato ad almeno 125 anni di carcere e non potrà uscire prima del 30 gennaio 2068, quando avrà 104 anni. Con il medico della nazionale americana è stato condannato anche William Strampel, ex preside della scuola di osteopatia della Michigan State University, dove Nasser lavorava: Strampel, 73 anni, era il supervisore di Nasser e ad agosto 2019 ha ricevuto una condanna a un anno per aver coperto le denunce e per aver fatto commenti sessuali ad alcune studentesse. È stato scarcerato a marzo 2020, dopo 8 mesi di galera. Un altro caso celebre è quello del fotografo francese Jean-Claude Arnault, oggi 74 anni, condannato a due anni di reclusione per stupro nel 2018 da un tribunale svedese. Arnault era stato accusato da 18 donne di stupri o molestie compiute nell’arco di 20 anni. A causa dello scandalo che lo ha coinvolto fu cancellato il premio Nobel per la Letteratura del 2018, assegnato l’anno successivo a Olga Tokarczuk. Secondo i media locali, Arnault avrebbe anche molestato la principessa Vittoria a un evento legato all’accademia svedese nel 2006, mentre in carcere – una prigione di massima sicurezza per sex offender – avrebbe ricevuto sanzioni disciplinari per aver fatto commenti sessisti sulle detenute. Una condanna pesantissima è stata ricevuta da Keith Raniere, 60 anni, leader della setta Nxivm: un tribunale federale di Brooklyn lo ha condannato a 120 anni di carcere per sfruttamento della prostituzione, sfruttamento sessuale di bambini, associazione a delinquere, lavori forzati e possesso di materiale pedopornografico. Insieme a Raniere è stata condannata anche l’ex attrice di Smallville Allison Mack, 38 anni, che si è dichiarata colpevole di aver reclutato donne per il leader della setta di cui faceva parte: il 30 giugno ha ricevuto una condanna a tre anni di carcere. 

Gli altri casi. Il più importante è quello di Jeffrey Epstein, finanziere newyorkese e amico dei potenti — da Bill Gates a Bill Clinton, fino a Donald Trump — che il 10 agosto 2019, a 66 anni, si è suicidato in un carcere di New York dove era rinchiuso in attesa di processo per sfruttamento sessuale di minori. Epstein era già stato in prigione per 13 mesi in Florida, prima di essere rilasciato: con l’esplosione del #MeToo erano riemerse le accuse di 36 ragazze, alcune giovanissime, ed era tornato in carcere. In carcere è rinchiusa ancora Ghislaine Maxwell, ex fidanzata di Epstein per il quale procacciava ragazze minorenni. Ereditiera britannica, 59 anni, era fuggita al momento del mandato di arresto ed è stata fermata in New Hampshire il 2 luglio 2020. È detenuta senza cauzione — per evidente pericolo di fuga — nel carcere di Brooklyn, in attesa di due diversi processi in programma a novembre: uno per spergiuro e uno per sfruttamento sessuale. Rinchiuso in carcere senza cauzione dal luglio 2019 c’è anche il rapper R. Kelly, 54 anni, accusato di reati sessuali aggravati e di aver offerto tangenti a un funzionario del governo dell’Illinois affinché fornisse documenti falsi alla 15enne Aaliyah Haughton, prima che i due si sposassero. R. Kelly deve rispondere di 22 capi d’accusa per reati sessuali, traffico di esseri umani, associazione a delinquere, pedopornografia, rapimento, lavori forzati e ostruzione della giustizia. Numerosi, infine, i casi di accordo: da segnalare l’ultimo, quello da 2,2 milioni di dollari raggiunto il 30 giugno da James Franco, 43 anni, per chiudere una class action presentata da due studentesse. L’attore era accusato di aver obbligato i suoi studenti di cinema a girare scene esplicite di sesso davanti alla telecamera: Franco ha sempre negato le accuse, confermate da almeno cinque donne, ma ha accettato l’accordo che ora dovrà essere approvato dal giudice di Los Angeles.

Da "Il Giornale di Sicilia" il 30 giugno 2021. Bill Cosby esce di prigione. La Corte Suprema della Pennsylvania ha ribaltato la condanna per stupro dell’attore di 83enne che ha già scontato oltre due anni di reclusione. L’uscita dal carcere di Philadelphia dopo appena due anni di prigione è l’ultimo capitolo di quello che per tutti, prima delle accuse di stupro, era «Americàs Dad», il papà d’America. Si parla di un errore procedurale. Ottantatrè anni, condannato a dieci anni, in attesa di lasciare la prigione da un momento all’altro, Bill Cosby è famoso al grande pubblico soprattutto per la serie tv «I Robinson», da lui prodotta e ideata. Negli anni '80 fu la serie più seguita negli Stati Uniti. Tutti si erano appassionati alle disavventure del dottor Cliff Robinson e della sua ordinaria famiglia afroamericana. Dagli anni duemila però si era aperto un nuovo capitolo della vita del protagonista del famoso «Cosby Show»: più di cinquanta donne lo avevano accusato di stupro e abusi sessuali, reati che sarebbero cominciati fin dagli anni '60. Molte delle vittime raccontarono di essere state violentate dopo che l’attore e regista le aveva narcotizzate. Tre anni fa, dopo un primo processo concluso in un nulla di fatto, era arrivata la condanna, con una pena che va da tre a dieci anni. Lui non si era mai mostrato pentito, sostenendo invece di essere pronto a scontare tutta la pena in prigione. La scarcerazione non arriva perché Cosby non è stato ritenuto colpevole, ma per una questione tecnica: la Corte Suprema dello stato ha scoperto che l’ex attore aveva ottenuto da un procuratore la garanzia a non essere incriminato per le presunte molestie nei confronti dell’ex giocatrice di basket della nazionale canadese Andrea Constand, che nel 2005 diventò la principale accusatrice.

Giuseppe Sarcina per il "Corriere della Sera" l'1 luglio 2021. Bill Cosby torna in libertà. Ieri la Corte Suprema della Pennsylvania ha annullato la sentenza che il 26 aprile del 2018 lo aveva condannato per violenza sessuale aggravata, con una pena dai 3 ai 10 anni di carcere. La Corte, ultima istanza a livello statale ha accolto la richiesta degli avvocati di Cosby: il processo iniziato nel dicembre del 2015 dalla Procura di Montgomery County non è stato equo e corretto. Per due motivi. Primo: il sostituto procuratore Kevin Steele riaprì un'inchiesta che era stata chiusa dieci anni prima, con un accordo stragiudiziale e con la promessa dei magistrati di non incriminare l'attore. Secondo: il dibattimento in aula fu condizionato dalla testimonianza di altre vittime, estranee, però, al merito della causa. Cosby, 83 anni, una delle più popolari star di Hollywood negli anni Ottanta, in questi tre anni si è sempre proclamato innocente, rifiutando di partecipare ai programmi di recupero e quindi rinunciando alla possibilità di ottenere gli arresti domiciliari. I suoi guai giudiziari cominciano con la denuncia di Andrea Constand, un'ex impiegata dalla Temple University di Philadelphia. I fatti risalgono al 2004. Dagli atti del dibattimento emerge un ritratto di Cosby decisamente lontano dal «Signor Robinson», il buon padre di famiglia, attento e affettuoso, della celebre serie televisiva. Per anni l'attore, cantante, musicista, sceneggiatore e produttore dedicava le serate a organizzare cene e feste nella sua casa di Cheltenham Township, un sobborgo a Nord di Philadelphia. Cosby, sposato dal 1964, cinque figli, premiato nel 2002 con la presidenziale «Medal of Freedom», aveva commentato: «Sono sempre stato un incorreggibile playboy, ma non uno stupratore». Quella notte del 2004 preparò il campo per Andrea Constand, allora trentunenne, una conoscente che lavorava per la squadra di basket della Temple University. La donna sostiene di essere rimasta intrappolata: prima drogata e poi costretta a un rapporto sessuale. Cosby ha fatto mettere a verbale che sì, ci fu «un rapporto sessuale, ma con il pieno consenso» della giovane. Andrea denunciò subito l'aggressione. Lo showman rilasciò una lunga deposizione. Le parti raggiunsero un accordo rimasto riservato. E gli inquirenti garantirono a Cosby che non sarebbe stato perseguito. Senonché, dieci anni dopo, il sostituto procuratore Steele accolse la richiesta di avere copia del verbale, avanzata dai nuovi avvocati di Andrea Constand, che aveva deciso di uscire ancora allo scoperto. Steele fece riaprire il caso, violando, ha stabilito la Corte Suprema della Pennsylvania, l'intesa raggiunta da altri magistrati con l'imputato. Nel luglio del 2015 il documento finì sulla prima pagina del New York Times. A quel punto si fecero avanti altre 35 donne, con accuse di molestie sessuali più o meno pesanti nei confronti di Cosby. Sei di loro, tra le quali l'ex top model Janice Dickinson, accettarono di testimoniare in aula. I procuratori conclusero che Cosby fosse un predatore seriale. Ed è anche su questo aspetto che hanno fatto leva i difensori di Cosby: la giuria avrebbe dovuto giudicare solo i fatti denunciati da Constand, non uno schema di comportamento abituale (e criminale). Nel 2018 la condanna di Cosby fu la prima dell'era del movimento #MeToo. Oggi la sua scarcerazione sta già suscitando forti polemiche.

Micol Sarfatti per il "Corriere della Sera" il 17 giugno 2021. Una delle donne più ammirate di Francia non ha mai avuto una buona opinione di sé. Anne Sinclair, star tv, giornalista, scrittrice ed ex moglie del già presidente del Fondo Monetario Internazionale, e candidato all' Eliseo, Dominique Strauss-Kahn si confessa nell' intervista a Stefano Montefiori sulla copertina di 7, il magazine del Corriere da domani in edicola e su Digital Edition. Sinclair, in occasione dell'uscita dell'autobiografia Passé Composé, (Passato Prossimo), edita in Italia da Garzanti, ammette di essere sempre stata molto critica con sé stessa. «Per esempio non ho mai voluto riguardare una mia trasmissione, convinta che non mi sarebbe piaciuta», racconta. «Credo che dipenda anche dai rapporti non sempre semplici che ho avuto con mia madre. Era molto esigente, bisognava che io fossi perfetta ma non lo sono mai stata. Questo però mi ha dato molta voglia di battermi e di impegnarmi». Una dinamica ripetutasi anche nel matrimonio con Strauss-Kahn: «Ho sempre avuto questa difficoltà a dispiacere alle persone alle quali tengo, bastava che mia madre mi dicesse "stai male con i capelli così" e mi colpiva. Quindi, quando il mio marito di allora voleva andare a Washington per essere direttore del Fondo monetario internazionale, l'ho seguito anche se avrei preferito di no». Sinclair è rimasta al fianco di Strauss- Khan durante il processo per violenza sessuale che lo ha coinvolto nel 2011 a New York. Hanno divorziato nel 2013, oggi ha un nuovo compagno: Pierre Nora. «Dopo la vicenda Sofitel dovevo nascondermi per non farmi inseguire dai paparazzi. Poi un giorno quell' interesse morboso dei media è finito», conclude. «Sono tornata alla vita professionale. Alla famiglia, alla scrittura, all' amore». Poi un ricordo di Silvio Berlusconi: «Voleva a tutti costi strapparmi a Tf1 per portarmi alla Cinq, il canale che stava per lanciare in Francia. Mi invitò a pranzo vicino all' Arco di Trionfo a Parigi e fu una scena incredibile: al momento del dessert si mise in ginocchio, e fece tutto il giro del tavolo sempre in ginocchio per supplicarmi: "Le darò ciò che vuole! Una Ferrari? Le darò una Ferrari. Vuole dei milioni? Le darò i milioni". La sola volta in vita mia in cui ho avuto un uomo in ginocchio davanti a me». A seguire un intervento di Teresa Ciabatti. La scrittrice analizza come il caso di Strauss -Kahn sia stata la breccia che ha aperto la strada al movimento #MeToo , rompendo la rete di protezione. Poi riflette sulle difficoltà che affrontano le vittime per essere credute: «Le donne che hanno subito abusi sembrano non essere mai abbastanza credibili. Nessuna ha i requisiti della vittima: purezza, innocenza, camicette dal collo tondo, sguardo basso, niente trucco. È uno dei problemi nelle accuse di violenza sessuale: essere all'altezza del ruolo di vittima. Gli avvocati consigliano le assistite di adattare il tono di voce, piangere, magari menzionare figli e genitori, meglio se morti».

«Eccolo il cortocircuito ferocissimo - conclude Ciabatti - mentre la difesa degli uomini attacca l'attendibilità delle vittime, quella delle donne anziché rivendicare i fatti, pretendere di attenersi ai fatti, si piega al ricatto della rappresentazione, cercando di assecondare l'ideale di donna credibile dell'immaginario maschile».

Marina Valensise per “Il Messaggero” il 6 giugno 2021. Anne Sinclair è una star della tv famosa per i faccia a faccia con politici, artisti, intellettuali che ogni domenica sera dal 1984 al 1997 raccoglievano sei milioni di spettatori. È anche la nipote di Paul Rosenberg, il gallerista amico di Picasso e espatriato in America per sfuggire la persecuzione nazista. E soprattutto è stata la moglie di Dominique Strauss-Kahn, il direttore del Fondo Monetario Internazionale, candidato in pectore alle presidenziali del 2012, che ha visto precipitare da un giorno all'altro le sue ambizioni, quando, bloccato su un volo Air France in partenza per Parigi, è stato arrestato dalla polizia di New York e sbattuto a Rikers Island per la denuncia di una cameriera di colore che lo accusava di averla stuprata, poco prima, in una stanza del Sofitel. Ricorderete lo scandalo planetario, la muta di reporter in cerca di scoop, il sospetto di complotto. Quel giorno Anne Sinclair si vide crollare il mondo addosso. Vent'anni prima, conquistata da quel brillante universitario dagli occhi di brace, intelligentissimo e gran seduttore, patito di scacchi, giochi strategici, grandi viaggi, e padre di quattro figli, aveva lasciato il padre dei suoi due figli per convolare con lui. Quando poi DSK era diventato ministro del governo socialista di Lionel Jospin, aveva abbandonato il suo programma tv, per evitare il conflitto di interessi. E quando gli proposero la direzione del Fondo Monetario Internazionale, per compiacerlo e per evitare i sensi di colpa che lui abilissimamente instillava in lei, decise di seguirlo a Washington, rinunciando al suo lavoro per tuffarsi nella ristrutturazione della casa comprata a Georgetown e nella noia anonima della vita americana, che sarebbe saltata in aria per Nafissatou Diallo. Da allora, Anne Sinclair ha aspettato dieci anni per raccontare il dramma della sua vita e il perché fosse scritto nel suo destino. Lo ha fatto con un libro di memorie che respira la dolcezza della vecchiaia appagata. Redenta grazie all'amore senile e gioioso di Pierre Nora, grande editore e uomo di cultura, da nove anni suo compagno di vita, Anne Sinclair guarda con spassionato distacco il suo passato. Passato innanzitutto famigliare di figlia unica e viziata di un padre adorante e fiero e di una madre depressa, fredda, esigente e frustrata sino alla gelosia nei suoi confronti. Passato professionale della giornalista che scopre da bambina la passione per l'attualità, ascoltando alla radio le notizie della guerra d'Algeria, e della ragazza ostinata che con molta fortuna, tanto lavoro e non poco fascino s'avvia a diventare la gloria catodica nazionale da venerare come una santa. Infine, il passato coniugale che affronta con la pudicizia che merita il racconto della discesa agli inferi. Ci regala così un libro colorato e pieno di saggezza, da consigliare agli smaniosi della ribalta e ai tanti morti di fama che sebbene sia mutata la natura del giornalismo e dell'informazione, continuano a scambiare la notorietà per la credibilità, col rischio di precipitare nella depressione. In un capitolo da lei stessa definito «impossibile», rivela tutto quello che può rivelare una donna ferita, umiliata, fatta a pezzi dalla muta planetaria di reporter che assediavano il mostro stupratore del marito. «Non si lascia un uomo a terra», proclama fiera. E però, forte come una vittima redenta dall'amore, resiste alla tirannia della trasparenza, ammette di non scrivere tutto quello che ha vissuto (e infatti tace del processo conclusosi con un indennizzo), ma di scrivere solo la verità, e si dichiara ignara, respingendo le accuse di complicità, la brama di potere e l'ambizione mondana, sino alla catarsi di confessare le sue fragilità, come l'ansia, l'insicurezza, la dipendenza emotiva nei confronti dell'ex marito, al quale inconsciamente attribuiva lo stesso ruolo di sua madre, l'anaffettiva frustrata.

Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera" il 27 maggio 2021. Il 14 maggio 2011 Dominique Strauss-Kahn, direttore del Fondo monetario internazionale e grande favorito per l'elezione presidenziale francese del 2012, viene fatto scendere dall' aereo Air France che sta per riportarlo da New York a Parigi, poi viene arrestato e incarcerato con l'accusa di avere violentato Nafissatou Diallo, cameriera all' albergo Sofitel. Nei giorni della battaglia giudiziaria, che si concluderà con una transazione finanziaria, il mondo assiste alla dimostrazione di dignità e forza di Anne Sinclair, star del giornalismo francese, che nel momento più grave resta accanto al marito pagandogli l'appartamento degli arresti domiciliari e mostrandosi al suo fianco in tribunale. Dieci anni dopo, ormai divorziata da Dominique Strauss-Kahn (detto DSK) e sposata con lo storico Pierre Nora, Anne Sinclair parla per la prima volta del rapporto che aveva con l' ex marito e dei giorni drammatici che hanno cambiato la storia di Francia (all' Eliseo andò poi François Hollande) e la sua vita. «È dipeso forse da lui, ma forse anche da me: ho riprodotto lo schema della dipendenza che mi legava a mia madre - ha detto Sinclair al settimanale Elle -. Stavo con lui nel terrore del disaccordo e nella paura di deluderlo. Ero soggiogata? Non so, in ogni caso si trattava di sottomissione e accettazione». Una confidenza sorprendente, per una donna di grande successo e dalla personalità forte come Anne Sinclair. Suo nonno Paul Rosenberg fu il più grande mercante d'arte del XX secolo, costretto perché ebreo a fuggire a New York dove lei nacque Anne Schwartz, nel 1948, prima di essere naturalizzata in Francia come Sinclair. Da bambina Picasso la teneva sulle ginocchia, da adulta Anne Sinclair è stata la star del giornalismo francese di qualità, raccogliendo negli anni Ottanta e Novanta fino a 12 milioni di spettatori ogni domenica sera per le celebri interviste con i protagonisti della politica, tra i quali un giovane Dominique Strauss-Kahn. A pochi giorni dall' uscita nelle librerie del libro di memorie Passé composé (Grasset), Sinclair vuole chiarire due cose importanti a proposito dei fatti del 2011: «Contrariamente a tutto quello che è stato detto, io non avevo voglia di andare all' Eliseo come première dame, e neanche lui del resto». Poi, «voglio che si capisca che non sapevo niente dei comportamenti di mio marito». L' anno successivo allo scandalo del Sofitel, il caso dell'hotel Carlton di Lille mostrò uno Strauss-Kahn ossessionato dal sesso e dai tradimenti ai danni della moglie. «Non ne sapevo nulla. So che è molto difficile da accettare, e se me lo raccontassero altri io stessa non ci crederei, eppure è così». DSK «aveva un potere di persuasione molto forte», fino al processo di Lille, quando fu costretto a raccontare in aula dei numerosi incontri libertini con molte ragazze che ignorava, così sosteneva, fossero prostitute. «Lì ho capito che era finita, bastava così», dice ora l'ex moglie. Sinclair non si pente di avere aiutato Strauss-Kahn a New York: «Non si lascia cadere un uomo quando è a terra. Mi spiace solo che tra noi non ci sia mai stato un chiarimento di fondo».

"Violentata e abbandonata incinta in strada". Novella Toloni il 21 Maggio 2021 su Il Giornale. Nel primo episodio della docu-serie "The Me You Can't See", la popstar ha rivelato di essere stata stuprata da un produttore musicale quando aveva 19 anni e di aver subito un crollo psicologico devastante. "Mi disse 'togliti i vestiti'. Io dissi di no e me ne andai. Mi disse che avrebbe dato fuoco a tutta la mia musica. Avevo 19 anni". Queste le prime parole della toccante confessione che Lady Gaga ha fatto nel corso della prima puntata di The Me You Can't See, la docu-serie americana sulla salute mentale creata dal principe Harry e Oprah Winfrey. La popstar di origini italiane è una delle protagoniste della serie trasmessa su Apple TV+, prodotta dalla multinazionale in collaborazione con il principe Harry e la giornalista statunitense. Nel primo episodio Lady Germanotta ha rievocato, tra le lacrime e lo sconforto, il trauma vissuto quindici anni fa quando, agli esordi della sua carriera musicale, subì abusi sessuali dal suo produttore musicale di allora "violentata e l'ha lasciata incinta in un angolo di strada". Abusi, violenze e prevaricazioni che l'hanno portata ad un dramma più profondo e privato fatto di episodi di autolesionismo. "Sono diventata insensibile - ha raccontato Lady Gaga nel video - Provavo dolore, poi niente, quindi stavo male per settimane. Sai perché non fa bene tagliarsi? Sai perché non è giusto buttarsi contro il muro? Sai perché non fa bene l’autolesionismo? Perché ti fa stare peggio. Solo dopo ho capito che era lo stesso dolore che ho provato quando la persona che mi ha violentata mi ha lasciata incinta in un angolo, fuori da casa dei miei genitori perché non stavo bene e continuavo a vomitare". La cantante e attrice - che presto uscirà nelle sale con il suo nuovo film House of Gucci, dove interpreta Patrizia Reggiani - ha raccontato di aver avuto un "devastante crollo psicologico" dopo le violenze subite e di essere piombata in uno stato di "totale paranoia" durato per diversi anni. "Mi hanno fatto così tante risonanze magnetiche in cui non trovavano nulla. Ma il tuo corpo ricorda tutto", ha confessato nella prima puntata del programma. Ad aiutarla nel suo percorso di ricostruzione è stata anche la psicanalisi: "Sono stata rinchiusa in uno studio di uno psichiatra per mesi poi tutto ha iniziato a cambiare lentamente. Adesso le cose vanno meglio". Lady Gaga scelse la musica, scrivendo "Til It Happens to You" brano del 2015, per raccontare per la prima volta il trauma della violenza e degli abusi. Oggi, nonostante siano passati diversi anni, il ricordo fa ancora male e le lacrime versate nella docu-serie parlano da sole.

Da "leggo.it" il 21 maggio 2021. Lady Gaga choc.  La pop star americana ha rivelato di essere stata violentata a 19 anni da un produttore musicale che "l'ha lasciata incinta in un angolo" dopo mesi di abusi. La pop star e vincitrice dell'Oscar ha parlato tra le lacrime mentre rievocava il suo trauma durante un'apparizione in “The Me You Can't See” , una nuova docuserie sulla salute mentale interpretata e co-creata dal principe Harry e Oprah Winfrey . Nel primo episodio dello show, Gaga dice che era diventata autolesionista da quando era "molto giovane" e che molti dei suoi problemi derivavano da traumi che ha vissuto come aspirante musicista.

IL DRAMMATICO RACCONTO. “Avevo 19 anni e stavo muovendo i primi passi nel settore, e un produttore mi disse ‘togliti i vestiti’. Io dissi di no e me ne andai. Mi disse che avrebbe dato fuoco a tutta la mia musica", ha ricordato Lady Gaga nell’intervista parlando di un "dolore totale" lungo mesi: "Poi sono diventata insensibile. Successivamente ho capito che era lo stesso dolore che ho provato quando la persona che mi ha violentata mi ha lasciata incinta in un angolo, fuori da casa dei miei genitori perché non stavo bene e continuavo a vomitare. Perché avevo subito un abuso. Sono stata rinchiusa in uno studio per mesi". L’artista ha aggiunto di essere stata in preda a lungo di una totale crisi psicologica durata circa due anni: "Mi hanno fatto così tante risonanze magnetiche in cui non trovavano nulla. Ma il tuo corpo ricorda tutto", ha commentato ancora per poi rivelare di aver affrontato "un altro nemico, l’autolesionismo". "Sai perché non fa bene tagliarsi? Sai perché non è giusto buttarsi contro il muro? Sai perché non fa bene l’autolesionismo? Perché ti fa stare peggio. Pensi che ti sentirai meglio perché stai mostrando a qualcuno, ‘Guarda, sto soffrendo.’ Ma la verità è che non aiuta", il pensiero di Lady Gaga che ha spiegato, infine, la serenità di un presente frutto di un lungo lavoro su se stessa: "Tutto ha iniziato a cambiare lentamente. Adesso le cose vanno meglio".

R.Fra. per il "Corriere della Sera" il 18 maggio 2021. Dieci anni da incubo, fatti di abusi fisici, sessuali e psicologici. La vita di Mel B, star planetaria grazie al successo delle Spice Girls, assomigliava a un inferno: all'esterno si mostrava sfavillante per stile di vita - il successo, i soldi, i matrimoni (perché anche cambiarli è sinonimo di benessere) - e all'interno doveva soccombere alle continue sopraffazioni dell'uomo che in teoria doveva amarla, il produttore Stephen Belafonte con cui è stata sposata dal 2007 al 2017. Mel B ha raccontato al Guardian come la sua vita fosse diventata un castello di bugie mentre invece annunciava al mondo di non essere mai stata più felice che con Belafonte (che ha sempre negato le accuse). «Era mio dovere mentire perché nella mia mente non c'era via d'uscita. Vivi in un incubo, ma dici a tutti che va bene perché sei così imbarazzata, e piena di sensi di colpa, e preoccupata che nessuno ti creda». Mel B oggi ha 45 anni e tre figli con tre padri diversi. Per salvarsi è tornata a Leeds da sua madre. Se le cicatrici fisiche non hanno lasciato segni - si è anche fatta cancellare un tatuaggio dedicato al marito e si è impegnata in un video contro la violenza domestica - quelle psicologiche sono permanenti: «Quel tipo di traumi non si possono cancellare. Gli incubi? Prima era quasi ogni notte, ora sono due volte al mese».

Il "Me too" di Benedetta: "Ho chiesto alle donne di raccontarmi le molestie, in due ore mi hanno scritto in 83". Erica Manna su La Repubblica il 22 aprile 2021. Una 23enne di Genova dopo la violenza subita da un'amica ha deciso di scoperchiare il vaso di Pandora. Ad oggi le storie che ha raccolto sono più di 300,  21 firmate con nome e cognome. E la sua petizione su Change è già oltre le 12mila firme. Le è capitato, spesso. Fischi, frasi di apprezzamento urlate per strada: lei accelerava il passo. E poi sull'autobus: qualcuno che si avvicina troppo, che si struscia, e lei che cerca di convincersi che forse è un caso, il mezzo è affollato, si sta stretti. "Mi sono resa conto che avevo sempre cercato di rimuovere questi episodi.

Dagotraduzione dal Mailonline il 30 aprile 2021. Il premio televisivo Bafta ha sospeso il pluripremiato regista e attore britannico Noel Clarke dopo che 20 donne lo hanno accusato di molestie sessuali, palpeggiamenti e bullismo tra il 2004 e il 2019. Ritirato anche il premio che gli era stato consegnato qualche giorno fa alla Royal Albert Hall, durante la serata di premiazione. Una delle presunte vittime, che ha lavorato con Clarke tra il 2014 e il 2017, ha raccontato di aver subito palpeggiamenti durante un viaggio in ascensore. Inoltre, secondo diversi resoconti, Clarke ha mostrato ai suoi colleghi foto e video sessualmente espliciti. Altre donne hanno denunciato contatti fisici non desiderati, tra cui baci e carezze. Una in particolare, che da adolescente aveva recitato in Kidulthood, il film d'esordio di Clarke, ha detto che un giorno, verso l'inizio delle riprese, «mi ha messo la lingua in bocca» e in seguito l'avrebbe costantemente afferrata e avrebbe cercato di baciarla. La notizia, che è stata diffusa ieri sera poco prima che la tv inglese trasmettesse il nuovo crime Viewpoint in cui Clarke è protagonista, ha suscitato numerose polemiche. Secondo gli utenti lo spettacolo non andava trasmesso. Critiche sono arrivate anche per la decisione dei Bafta di premiare Clarke lo scorso 10 aprile: The Guardian ha infatti fatto sapere di aver informato delle accuse i responsabili ben 13 giorni prima la consegna dei premi. Intanto sui social è tornato a circolare un video del 2019 in cui l'attore usa il microfono come un pene durante un evento dedicato al Doctor Who. Clarke si è difeso dicendo che «in 20 anni di carriera ho messo l'inclusività e la diversità in prima linea nel mio lavoro e non ho mai avuto un reclamo contro di me. Se qualcuno che ha lavorato con me si è sentito a disagio o poco rispettato, mi scuso sinceramente. Nego con veemenza qualsiasi condotta sessuale scorretta o illecita e intendo difendermi da queste false accuse». L'attore e regista, 45 anni, sposato con l'ex truccatrice Iris Da Silva, tre figli, ha scritto e interpretato la trilogia cinematografica Kidulthood, Adulthood e Brotherhood, oltre ad aver partecipato a molti successi televisivi tra cui Doctor Who.

Usa, il biografo di Philip Roth accusato di molestie: stop al libro. La Repubblica il 22 aprile 2021. Diverse studentesse hanno accusato l'autore, Blake Bailey, di averle molestate o aggredite sessualmente. Fermate le consegne del volume sul grande scrittore americano scomparso tre anni fa. L'autore della biografia di Philip Roth, uno dei libri più attesi della scena letteraria Usa nel 2021, è accusato di molestie sessuali e la casa editrice ha deciso di sospenderne la promozione. Diverse donne hanno recentemente accusato l'autore, Blake Bailey, di averle molestate o aggredite sessualmente: le testimonianze contro Bailey, sono arrivate da ex studentesse dell'epoca in cui insegnava in un college di New Orleans negli anni '90. Tre donne hanno detto al quotidiano Times-Picayune, in Louisiana, di essere rimaste in contatto anche da adulte con Bailey, il quale avrebbe approfittato della fiducia stabilita per avviare avventure sessuali. Una di loro lo ha accusato di stupro. Altre testimonianze evocano comportamenti inappropriati sui social network. La sua agenzia, The Story Factory, ha confermato all'Afp "di aver smesso di rappresentarlo" subito dopo essere stata informata delle accuse contro Bailey, a partire da domenica. Ieri il suo editore, W. W. Norton, ha fatto sapere che le consegne del libro, intitolato semplicemente "Philip Roth: The Biography", pubblicato il 6 aprile, sarebbero state sospese. "Abbiamo deciso di sospendere le consegne e la promozione" della biografia, ha detto un portavoce dell'editore, che ha definito "gravi" le accuse, citate da diversi media americani. Ier il libro era ancora disponibile su Amazon e venduto nella categoria critica letteraria. Bailey, 57 anni, "ha negato categoricamente le accuse" contro di lui. La biografia del compianto Philip Roth, uno dei più grandi autori americani contemporanei, scomparso nel maggio 2018, è stata presentata come uno dei libri più attesi del 2021 e acclamata dalla critica americana. Il New York Times Book Review aveva in particolare qualificato il lavoro, di circa 900 pagine, come un "capolavoro narrativo". Già noto per i suoi lavori sugli scrittori John Cheever e Richard Yates, Blake Bailey aveva beneficiato della collaborazione di Philip Roth e di un accesso quasi illimitato ai suoi archivi personali.

Paolo Mastrolilli per "la Stampa" il 29 aprile 2021. Dunque finirà al macero, la biografia di Roth. Perché l'autore Blake Bailey, che tanto aveva indugiato sul complicato rapporto di Philip con le donne, è stato a sua volta accusato di averne molestate almeno due. Il che, senza nulla togliere alla gravità delle denunce, sta riaprendo la polemica sulla «cancel culture», ormai tracimata oltre la sacrosanta questione del movimento #MeToo. L' annuncio è stato fatto dalla W.W. Norton, casa editrice di Philip Roth: The Biography. La presidentessa Julia Reidhead ha detto che il libro «verrà messo fuori stampa in maniera permanente». Se vorrà, l'autore sarà libero di cercarsi un altro editore, ma non riceverà i compensi pattuiti, donati a organizzazioni che combattono gli abusi sessuali. Ciò perché «Norton dà ai suoi autori una piattaforma potente nello spazio civico. Con questo potere, viene la responsabilità di bilanciare i nostri impegni con gli scrittori, il riconoscimento del nostro ruolo pubblico, e la conoscenza del fallimento storico della nostra nazione nell' ascoltare adeguatamente e rispettare le voci delle donne e dei gruppi diversi». Bailey era stato scelto personalmente da Roth come suo biografo ufficiale, quando nel 2012 aveva licenziato l'amico Ross Miller. La missione che l'autore della Pastorale americana gli aveva affidato non era quella di farlo risplendere, ma piuttosto di renderlo interessante. Ciò aveva incluso svariate pagine dedicate alle relazioni con le donne, che avevano spinto il New York Times a titolare così la recensione della biografia: «La vita di un maestro della letteratura come playboy offeso». Offeso dalle ex mogli e fidanzate che lo tormentavano, dai loro figli, dal Rabbinical Council of America che lo accusava di antisemitismo, dai membri del Nobel Committe che gli avevano preferito Bob Dylan. Uscito il 6 aprile, il libro aveva attirato critiche e generato vendite. Norton ci puntava, tanto che aveva ordinato una stampa iniziale di 50.000 copie. A quel punto è emerso l'imprevisto, oppure l'incidente che la casa editrice doveva aspettarsi, essendone stata informata in anticipo. Due donne, tra cui Valentina Rice, avevano accusato Bailey di molestie sessuali, commesse quando insegnava inglese alla Lusher School della Louisiana. Reidhead ha ammesso di aver sottovalutato le denunce ricevute prima della pubblicazione, ma l'indagine condotta in seguito ha chiarito le colpe e resa necessaria la cancellazione del libro. L'avvocato dell'autore, Billy Gibbens, ha rimproverato a Norton di aver «preso la drastica decisione unilaterale di ritirare le copie della biografia sulla base di accuse false e infondate». Suzanne Nossel, capo di Pen America, ha commentato che capisce la necessità di «non premiare autori davanti a voci e rivelazioni orribili», però «pubblicare un libro dovrebbe significare che l'editore crede contenga qualcosa di edificante, elucidante e di valore. Ciò non dovrebbe essere visto come un appoggio delle idee, o della condotta personale dell'autore». Così torniamo alla polemica sulla «cancel culture», che ormai tormenta gli Usa e non riguarda solo #MeToo. Infatti, oltre ai libri di Woody Allen o Mark Halperin, ora è in dubbio anche quello di Mike Pence, screditato dal fatto di essere stato il vice di un presidente che ha incitato l'assalto al Congresso. In altre parole, se Bailey ha violato la legge merita di pagarne le conseguenze, ma questo è un motivo sufficiente per mandare al macero il suo libro? Il ruolo di Pence al fianco di Trump gli nega a prescindere il diritto di pubblicare le proprie idee? Il Primo emendamento della Costituzione risponde di no, ma quando gli effetti sono quelli del 6 gennaio, o la perpetuazione delle violenze contro le donne, non è giusto alzare le difese?

Catt. Soff. per “La Stampa” il 29 aprile 2021. Elisabetta Sgarbi, fondatrice e direttrice della Nave di Teseo, ha pubblicato in Italia l'autobiografia di Woody Allen, censurata negli Usa per l'accusa di molestie sessuali.

Come commenta la vicenda di Blake Bailey?

«Ci sono due ordini di considerazioni. La vicenda di Woody Allen si era conclusa con un non luogo a procedere. La giustizia americana aveva valutato le accuse e le aveva considerate non probanti. Quindi la vicenda di Woody Allen è frutto di una isteria, non certo di una vicenda giudiziaria. La domanda che mi ponevano era: se Woody Allen - che non è colpevole di nulla - fosse colpevole, pubblicherebbe lo stesso la sua autobiografia? La risposta allora e ora è: sì pubblicherei quel libro perché è un grande libro. E io devo giudicare il libro. Quanto alla vicenda della biografia di Philip Roth non posso che dire lo stesso. Se la biografia è valida, punirla perché l'autore si è macchiato di un reato lo trovo ingiusto. Semmai - giudiziariamente - va punito l'autore, non l'opera».

Sono precedenti pericolosi?

«E certo. Assurdo giudicare l'arte con criteri morali e giudiziari. E anche qualora un autore fosse colpevole di un crimine, la sua opera va giudicata alla luce di quello che è. E gli editori dovrebbero avere il diritto e il dovere - se l'opera lo merita, di pubblicarla. Arrivare al macero è assurdo. Direi che è un atto, questo sì, illegale, e immorale, forse».

Sarà la Nave di Teseo a pubblicare la biografia censurata?

«Mi pare che sia Einaudi a pubblicarla. Essendo Einaudi l'editore di Roth mi sembra naturale. Ma certamente la pubblicherei. Noi con la rivista Linus dedicheremo un numero a Philip Roth prossimamente».

Con il #Metoo gli americani stanno esagerando?

«Tanto più crescono l'immoralità e l' ignoranza, tanto più prosperano il moralismo e la censura».

Cosa pensa della «cancel culture»: è anch' essa una censura?

«Cancel e culture sono due termini che non possono stare insieme. La cultura è anzitutto rispetto della storia, di ogni storia. Anche le più dolorose. Cultura è memoria. La cancellazione è un processo complesso che avviene all' interno della cultura, ma non è una cancellazione, piuttosto un entrare in penombra di tratti di storia che possono riemergere grazie allo studio e all' intelligenza degli uomini». 

Andrea Carugati per "la Stampa" il 24 novembre 2021. «Ci sono due tipi di dolore, quello che ti rende forte e quello inutile», diceva, mentre con espressione impietosita tira il collo a un cane ferito agonizzante sulla strada, nel primo episodio di House of Cards. Oggi Kevin Spacey, da tempo in disgrazia e definitivamente rinnegato da Hollywood, ha incontrato anche un altro tipo di dolore, quello economico. L'attore premio Oscar per «I Soliti Sospetti» e «American Beauty», deve infatti versare trentuno milioni di dollari a causa della «sua condotta indecente». Un verdetto figlio di oltre due anni di battaglie legali tra l'attore e la Media Rights Capital, produttrice della popolarissima House of Cards, lanciata da Netflix nel 2013 dove Spacey vestiva i panni di Frank Underwood, spregiudicato politico che riesce a diventare presidente degli Stati Uniti. La sentenza condanna l'attore - già in passato più volte accusato di molestie sessuali - per avere «ripetutamente rotto gli obblighi contrattuali, violando i codici di condotta sul sexual harassment». Spacey era stato uno dei primi ad essere coinvolto nell'onda lunga creata dallo scandalo Harvey Weinstein. Nel 2017, dopo le accuse nei suoi confronti da parte dell'attore Anthony Rapp che sosteneva di essere stato molestato da Spacey quando era ancora minorenne, anche un nutrito gruppo di giovani uomini della crew della serie lo aveva denunciato. Poco dopo era stato allontanato dal set. Mrc e Netflix avevano infatti interrotto le riprese e avviato un'inchiesta interna al termine della quale Spacey era stato sospeso dal suo ruolo di protagonista e dal team di produzione. Nell'arbitrato, divenuto pubblico ieri perché la Mrc si era rivolta alla Superior Court di Los Angeles per imporre il pagamento della somma all'attore, si legge che «Mrc ha subito danni milionari per via della condotta del divo, tra cui la necessità di riscrivere completamente la sceneggiatura e abbreviare la sesta stagione da tredici a otto episodi». Nell'arbitrato erano inclusi oltre un milione di dollari in spese legali. Secondo alcune fonti giornalistiche Spacey aveva creato un ambiente tossico sul set di House of Cards, facendo commenti volgari e mettendo le mani addosso a ragazzi dello staff, episodi che avevano reso necessario il suo allontanamento. Spacey, seppure mai ritenuto colpevole di molestie da parte di un tribunale, è stato uno condannato immediatamente dall'opinione pubblica e dalla comunità hollywoodiana, in cerca di riscatto dopo anni di compiacenza. Così come accaduto con Weinstein, il cui comportamento era un vero e proprio segreto di Pulcinella, anche le abitudini di Spacey erano note ai professionisti del settore, tanto che, ben prima che scoppiasse lo scandalo, in un episodio di Family Guy (I Griffin) l'autore Seth Mac Farlane aveva inserito una scena in cui un bambino seminudo correva dentro un supermercato gridando: «Aiuto, aiuto sono scappato da un ripostiglio in cui mi teneva chiuso Kevin Spacey». Prima complici silenziosi e poi inflessibili carnefici a Hollywood hanno letteralmente cancellato Spacey. Il regista Ridley Scott ha eliminato le sue scene nel film «Tutti i soldi del mondo» dove aveva la parte del petroliere John P. Getty, ruolo che poi è stato precipitosamente affidato a Christopher Plummer premiato con una nomination agli Academy Awards. Solo di recente, rompendo per la prima volta il tabù, l'italiano Franco Nero ha affidato a Kevin Spacey un ruolo nel suo nuovo film: «L'uomo che disegnò Dio». Spacey, che si è sempre dichiarato innocente, pur senza negare i rapporti con i giovani uomini che ha definito consensuali, aveva provato a rilanciare: «Tutta questa presunzione ha portato a un finale così insoddisfacente, e pensare che avrebbe potuto essere un addio memorabile». Un addio comunque memorabile c'è stato, vale oltre trenta milioni di dollari e sicuramente avrà fatto soffrire l'attore, cui senza tante remore hanno tirato il collo.

Massimo Gramellini per il "Corriere della Sera" il 14 aprile 2021. Pietro Castellitto, il Totti televisivo ma non solo, è un giovane dal talento imprevedibile. Perciò mi ha sorpreso che nell' intervista al Corriere se ne sia uscito con un'affermazione un po' banale: «Se Kevin Spacey mi mette una mano sulla coscia, gliela sposto. Non gli rovino la vita chiedendogli pure dei soldi». È il pensiero della stragrande maggioranza, e ogni volta mi stupisco che si cerchi di farlo passare per coraggioso e anticonformista, mentre è quanto di più pigro e conservatore si possa immaginare. Fa parte di una lista di frasi fatte: la ragazza molestata che indossava la minigonna e dunque «se l'è andata a cercare», l'attrice ribaltata sul divano «ma rimanere lì è stata una sua scelta», e via semplificando, però sempre con l'aria di sfidare l'opinione dominante, che invece è esattamente quella: non sui giornali, forse, ma nella vita vera. In chi denuncia una sopraffazione sessuale Pietro Castellitto sostiene di vedere «la volontà di potenza che sfrutta questa crociata morale per ingrassarsi». Non ho studiato Nietzsche quanto lui, ma mi sembra ci sia più superomismo in un personaggio potente, lesto ad approfittarsi della sottoposta o del sottoposto, che non in questi ultimi. Anche Castellitto incorre in un errore di prospettiva: giudicare la vittima invece del carnefice. Il problema non è spostare la mano di Kevin Spacey. Il problema è spostare l'attenzione dalla questione principale: che quella mano Kevin Spacey non la deve proprio mettere.

F. C. per "la Stampa" il 25 maggio 2021. Il ritorno in scena di Kevin Spacey ha la firma del regista e attore Franco Nero, da sempre spirito libero, fuori dal coro, capace di sfidare cacce alle streghe e ottuse ricadute dell'imperante «politically correct». Per il suo nuovo film, basato su un progetto a cui lavorava da tempo, titolo L' uomo che disegnò Dio, Nero, stavolta nella doppia veste di regista e interprete, ha ingaggiato Spacey messo al bando dopo le accuse di molestie sessuali ricevute dall' attore Anthony Rapp, dal figlio di Richard Dreyfuss e da diverse altre persone. La notizia, cui seguirà comunicato ufficiale di Spacey, ha fatto il giro del mondo e, già da ore il regista Luis Nero, in questo caso produttore, racconta di essere travolto da richieste di interviste da ogni parte del mondo: «Aspettiamo la dichiarazione di Kevin, ci sembra più corretto, è giusto che sia lui a parlare del nuovo impegno». Il protagonista del film, basato su una storia vera avvenuta a Torino tra gli Anni '50 e '60, è Emanuele, un insegnante dell'Accademia, che a un certo punto della sua esistenza perde la vista conservando, però, la straordinaria capacità di ritrarre le persone ascoltando la loro voce: «Non c' è niente di fantascientifico o fiabesco - precisa Luis Nero - tutto viene da un episodio reale». Al redivivo Kevin Spacey sarà affidata la parte di un «detective che indaga su un fatto della vita di Emanuele». Un ruolo, precisa Nero, che «a differenza di quanto è stato scritto, non c' entra niente con la pedofilia. Per me Spacey è un grandissimo attore, uno dei migliori della sua generazione». Qualcuno ha anche fatto sapere che del cast farà parte Vanessa Redgrave, moglie di Franco Nero: «Hanno detto che Vanessa faceva la detective, ma a 91 anni non mi sembra possa affrontare una prova del genere. Franco la vorrebbe nel film, ma è sua moglie e si preoccupa della sua salute. E poi non sappiamo se sarà possibile farla venire perché dopo la Brexit l'Inghilterra ha leggi più restrittive di quelle americane». Il film, ambientato a Torino e in altre zone del Piemonte (la lavorazione dovrebbe concludersi a inizio luglio) «contiene un messaggio sociale perché il personaggio interpretato da Franco insegna in una scuola di persone con disagi». Nel ruolo della direttrice dell'Istituto recita Stefania Rocca: «Si chiama Pola, sarà lei a presentare a Emanuele una mamma e una figlia scampate a una guerra. Con loro Emanuele riscopre la dolcezza dell'amore. La madre diventerà per lui una specie di figlia e la bambina una nipote».

Francesco Borgonovo per "la Verità" il 6 agosto 2021. Condividono il cognome d'arte, però non sono parenti. A legarli, tuttavia, c'è un sodalizio umano e professionale che dura da tempo, e che li ha portati a compiere scelte coraggiose, piuttosto inusuali per il cinema contemporaneo. Franco Nero e Louis Nero hanno da poco ultimato, a Torino, le riprese di L'uomo che disegnò Dio, che Franco dirige e interpreta e Louis produce. Ma si sono già rimessi al lavoro su un nuovo lungometraggio, intitolato Milarepa, diretto da Louis e interpretato da Franco (entrambi sono coaudiuvati da Antonio Bellantoni, che si occupa della comunicazione e della ricerca di investitori). «L'uomo che disegnò Dio», ci racconta Franco Nero, «è un film molto delicato che affronta la vita di un non vedente e il suo allontanamento dal mondo, finché l'introduzione di una ragazzina (che lui considera come sua nipote) non lo fa rinascere nuovamente e lo fa tornare ad amare la vita». Ad avvicinare questa produzione a Milarepa (di cui ancora si sta definendo il cast) è proprio il lavoro sulla ricerca, sul percorso umano e spirituale dei protagonisti «Entrambi i film cercano un senso alla vita», dice Louis Nero. «L'uomo che Disegnò Dio è la ricerca di un uomo solo che ritrova la felicità nell'aiutare gli altri. Mila, la protagonista di Milarepa, è una ragazzina che deve superare le sue paure ed i preconcetti del mondo che la circonda per abbracciare la sua ricerca personale, che la conduce verso un mondo migliore». Già affrontare tematiche così profonde è una scelta che va in senso contrario al flusso dominante. Ma non è l'unico gesto anticonformista compiuto dai due Nero. Ha suscitato scalpore il fatto che, ne L'uomo che disegnò Dio, il regista e il produttore abbiano voluto sul set (a fianco di Faye Dunaway, Stefania Rocca e Robert Davi), anche Kevin Spacey. La vicenda del divo è tristemente nota ai più: nel 2017, in pieno Metoo, il due volte premio Oscar fu accusato di aver molestato sessualmente numerosi uomini. In tribunale i vari procedimenti a suo carico sono stati archiviati, ma nel frattempo Spacey è stato sostanzialmente bandito da Hollywood. Allontanato dalla serie House of Cards, addirittura cancellato nel film All the Money in the World, per cui aveva già girato numerose scene. Per quattro anni, è stato l'oblio totale. Il reietto Spacey non doveva nemmeno essere nominato: in un lampo, l'hanno espulso dal tetto del mondo e gettato nell'Averno della correttezza politica. Poi, i due Nero l'hanno riportato di fronte alle cineprese, nel ruolo di un detective che indaga sugli abusi di minori. «Non ci siamo nemmeno posti il problema delle polemiche», spiega Louis Nero. «Kevin Spacey è un grandissimo attore, ho sempre sognato di lavorare con lui. Lui conosceva Franco e lo stimava, e non vedeva l'ora di tornare al lavorare, perché per un attore recitare è tutto. Sul set infatti è stato amabile, non si è perso un minuto delle riprese, era presente anche quando non recitava». Certo, fare i conti con la damnatio memoriae a cui Spacey è stato condannato non è cosa semplice, ma Louis e Franco non si fanno problemi. «Spacey non è mai stato giudicato colpevole, è uscito indenne dai processi, non ha alcun carico pendente», dichiara Louis Nero. «Sono certo che nel giro di tre o quattro anni tornerà ad essere uno dei più importanti attori di Hollywood. Perché ne sono certo? Perché ha una caratteristica che molti altri non hanno: è un genio della recitazione. È veramente un fuoriclasse e io l'ho sperimentato sul set. Non è il primo premio Oscar con cui ho lavorato, ma vederlo recitare era straordinario: sul set l'ho visto totalmente nel suo elemento. Non tutti gli attori sono così, nemmeno alcuni grandi». Franco Nero, dal canto suo, mette fine alle polemiche ancora prima che inizino: «Abbiamo scelto insieme al produttore Kevin Spacey perché semplicemente è un grande attore, perfetto per la nostra parte. Gli altri giudizi li lascio alle persone che hanno più competenza di me in fatto di censura». La battuta è tagliante, e molto efficace. L'ingombrante questione del politically correct, in fondo, Franco Nero sembra averla risolta con semplicità: «Basta comportarsi come ci si sente, essere veri, e rispettare tutti e non credo ci possano essere dei problemi», dice. Certo è però che a Hollywood i parametri, da qualche anno, sono cambiati. È diventato difficile, ad esempio, trovare pellicole con protagonisti maschili forti, come quelli che Franco Nero ha più volte interpretato nel corso della carriera, e può sorgere il sospetto che, alla fine, ci toccherà fare a meno di questi eroi. Ma l'attore resta ottimista: «Il cinema ha ancora molto da dare», spiega. «Ci sono grandi progetti in cantiere e grandi ruoli da fare. Semplicemente la figura dell'eroe sta cambiando con i tempi, si sta adattando, e questo non è sempre un male». Già, gli eroi stanno cambiando, così come cambia il modo di accostarsi ai film. E non è detto che, nel tumultuoso futuro che ci attende, non troveremo Franco Nero pure in una serie tv: «Non amo molto la televisione», dice. «Però quando c'è un progetto di qualità sono sempre attento alle proposte che mi fanno e soprattutto alla qualità della sceneggiatura. La sceneggiatura è fondamentale, sia che si tratti di tv che di cinema». Quanto a sceneggiature, quella di Milarepa (a proposito di cambiamenti nella figura dell'eroe) prevede che la protagonista sia donna. «Questo film avrà un grande cast, con almeno tre attori provenienti da quella che si chiama "A list", cioè la prima fascia di Hollywood», dice orgoglioso Louis Nero. «Credo che avere una donna nel ruolo principale, in questo tipo di ruolo poi, sia molto importante. In passato non era semplice trovare protagoniste femminili attorno a cui ruotassero gli altri personaggi, oggi invece le cose stanno cambiando». Per fortuna, qualcosa è cambiato anche rispetto ai tempi del Metoo: grazie ai due Nero possiamo, tra le altre cose, tornare a goderci uno dei più grandi attori della storia del cinema. Non sarà una rivoluzione, ma ci si accontenta

DAGONEWS DA dailymail.co.uk il 14 aprile 2021. Venerdì scorso l’influencer Justine Paradise, 24 anni, ha condiviso un video di 20 minuti su YouTube dove ha dichiarato che nel luglio 2019 lo YouTuber e pugile 24enne Jake Paul l'avrebbe costretta a praticare del sesso orale su di lui a casa sua in California. Paradise ha affermato nel suo video di aver firmato un accordo di non divulgazione prima di entrare nella casa di Paul, motivo per cui non ha rivelato l'episodio prima d’ora. L'avvocato di Paul afferma che lo YouTuber intende smentire "in modo aggressivo" le accuse, oltre che intraprendere azioni legali. La star dei social media ha affermato di essere stata presentata per la prima volta a Paul nel giugno 2019 dopo che un amico comune l'aveva invitata a casa sua, dopodiché hanno iniziato a inviarsi messaggi e uscire insieme nelle settimane seguenti.

Ha condiviso: “Uno di quei giorni, ero in studio - alcune persone stavano registrando lì - e Jake mi ha trascinata in questa piccola zona all'angolo dello studio e ha iniziato a baciarmi. Mi andava bene così. Pensavo fosse carino.” Paradise ha anche espresso che Paul l'ha presa per mano conducendola nella sua camera da letto e hanno iniziato a ballare e baciarsi fino a quando "non l'ha portata a letto".

Paradise ha detto: "Ho pensato che sarebbe stato bello baciarlo, perché pensavo che si sarebbe fermato se non avessi voluto fare nient'altro."

L'influencer - che ha 524 mila follower - ha detto che le cose hanno iniziato a intensificarsi nonostante lei abbia detto “no” e afferma che Paul era salito sopra di lei quando presumibilmente l'ha costretta a fare sesso orale.

Ha detto: “Non ha chiesto il consenso o altro. Non va bene. A nessun livello va bene così.”

Paradise ha affermato di aver cercato di mettersi in contatto con lui "per parlargli e dirgli:" Ehi, non ho acconsentito per questo. Mi ha fatto sentire così male ". "Non ho mai ricevuto scuse o cose del genere", ha aggiunto. "Mi sarebbe piaciuto ricevere delle scuse perché ha sbagliato e non lo volevo." Paradise ha concluso il suo video di 20 minuti dicendo che condividendo pubblicamente il video, spera che Paul "Si renda conto di quello che ha fatto e che non lo faccia più".

Da rollingstone.it il 13 aprile 2021. Dopo le precedenti cause per molestie sessuali, oggi per James Franco arriva una nuova accusa di pedofilia, dopo le voci girate qualche anno fa. A muoverla è Charlyne Yi, attrice 35enne diretta dall’attore e regista in The Disaster Artist (2017). Lanciata nel 2007 da Molto incinta, Yi ha usato il suo profilo Instagram per sganciare questa nuova bomba contro la star di 127 ore e il collega Seth Rogen, amico e produttore di The Disaster Artist. Ed è proprio da lì che parte l’attrice: «Quando ho cercato di rescindere il mio contratto e lasciare il set perché James Franco è un predatore sessuale, loro hanno provato a “comprarmi” offrendomi un ruolo più grande», dichiara nel suo post. «Mi sono messa a piangere e ho detto che era l’esatto opposto di quello che volevo, e che non mi sentivo tranquilla a lavorare con un cazzo di predatore sessuale. Loro hanno minimizzato la cosa, hanno replicato che era roba risalente all’anno prima, e che ora James era cambiato: tutto questo quando avevo sentito di nuovi abusi perpetrati su altre donne proprio in quella settimana». Ma la rivelazione choc deve ancora arrivare. «Seth Rogen era uno dei produttori del film, perciò sapeva benissimo perché me ne volessi andare», continua Yi. «Aveva anche girato uno sketch con Franco per il Saturday Night Live in cui autorizzava lo stesso Franco a molestare minorenni». «Franco ha una lunga storia di predatore sessuale nei confronti di minorenni», aggiunge l’attrice. «È la punta delle leggi corrotte che proteggono i predatori sessuali stabilite da uomini bianchi e violenti. Negare o far passare le vittime per pazze è la tattica usata dai molestatori e dai loro complici, e ha effetti molto gravi: coloro che hanno subìto una violenza perdono il senso della realtà e l’idea di potersi proteggere dal diventare di nuovo un bersaglio, sviluppano sindrome da stress post-traumatico o pensieri suicidi». «I predatori sessuali», scrive inoltre nel post l’attrice, «useranno l’empatia e diranno che cambieranno: tutto ciò per proteggere sé stessi e continuare a fare del male. I complici sono tossici tanto quanto loro. Sono disgustata dagli uomini bianchi che scelgono di mantenere il proprio potere invece di proteggere donne e minorenni dai predatori sessuali». Quelle di Charlyne Yi restano tutte accuse da verificare.

Salvo Toscano per il “Corriere della Sera” il 9 aprile 2021. Da sempre Marcello Grasso predica e mette in pratica l' efficacia del teatro come strumento terapeutico per i suoi pazienti. Ma il neuropsichiatra conosciuto a Palermo, non solo per la sua parentela illustre, è finito nei guai per una storia che in qualche modo si lega proprio a quell' attività teatrale portata in scena con i suoi pazienti. In particolare, al centro dell' inchiesta che ha condotto all'arresto del medico 69enne il 30 marzo scorso, c'è un costume da burlesque fatto indossare a una giovane donna che il medico curava nel suo studio. A quello avrebbe fatto seguito un «massaggio», un contatto fisico che la paziente ha ritenuto di natura non esattamente terapeutica, denunciando il professionista fratello dell' ex presidente del Senato ed ex Procuratore nazionale Antimafia. È scattata così l' inchiesta della Procura per violenza sessuale aggravata, con una telecamera piazzata nello studio del medico. Gli investigatori della Mobile ritengono di avere trovato riscontri per l' ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Clelia Maltese, che ha accolto la richiesta del pool antiviolenze coordinato dal procuratore aggiunto Laura Vaccaro. Il medico non si è avvalso della facoltà di non rispondere e ha offerto spiegazioni ai magistrati, riferisce il suo avvocato difensore Vincenzo Lo Re. Che contesta la misura della custodia cautelare in carcere, contro la quale l' altro ieri ha fatto ricorso al Tribunale della libertà. «C'è una severità inspiegabile nei suoi confronti - commenta Lo Re - visto che lo stesso pool che indaga su questi reati procedendo per situazioni simili che coinvolgevano professionisti ha chiesto soltanto gli arresti domiciliari». Lo Re sottolinea come Grasso abbia un'esperienza professionale quarantennale in strutture pubbliche (il medico ha lavorato a lungo nei servizi per le tossicodipendenze) e private e «non c'è mai stata una paziente che ha riferito fatti del genere e questa è una cosa che dovrebbe far riflettere». Gli inquirenti hanno fatto evidentemente altre valutazioni e l'ipotesi della violenza sessuale aggravata ha convinto il gip. Le intercettazioni nello studio hanno registrato un dialogo tra il medico e un'altra paziente che avrebbe corroborato il teorema degli investigatori. La difesa sta svolgendo a sua volta delle indagini sentendo altre donne in cura da Grasso, che hanno spiegato che i travestimenti con costumi teatrali facevano parte di un percorso terapeutico. Anche qualche costume un po' succinto, visto che uno spettacolo portato in scena aveva tratto ispirazione dalle «Mille e una notte». Si chiamava «Fiaba d'Oriente», lo aveva scritto lo stesso medico e lo avevano rappresentato in un bagno turco. E quei costumi da principesse e maragià erano tutti lì, conservati nello studio nel centro di Palermo. Il loro scopo sarebbe stato quello di lasciare che le pazienti vedessero se stesse in una veste diversa dall' ordinario (il medico le fotografava commentando poi con loro le fotografie). E il contatto fisico? Il neuropsichiatra avrebbe spiegato che si trattava di un massaggio terapeutico, una tecnica di rilassamento che per la difesa era stata concordata con la paziente. Ma per la donna invece quel contatto fu una violenza sessuale. Versione contestata dalla difesa, mentre Grasso resta recluso in carcere a Palermo.

Violenza sessuale, nuove accuse per il fratello di Piero Grasso: altra paziente racconta abusi. La Repubblica il 16 aprile 2021. Grasso è stato arrestato nei giorni scorsi sulla base delle accuse di una paziente. Ora le  rivelazioni di una seconda donna che sostiene di aver subito violenza descrivendo episodi molto simili a quelli della prima vittima. Si complica la posizione del neuropsichiatra Marcello Grasso, 70 anni, fratello dell'ex presidente del Senato ed ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, arrestato con l'accusa di violenza sessuale. La Procura di Palermo ha individuato un altro caso di presunti abusi per il quale il gip, accogliendo l'stanza dei pm, ha disposto una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico del professionista. Il provvedimento gli è stato notificato. Grasso è stato arrestato nei giorni scorsi sulla base delle accuse di una paziente. Ora le  rivelazioni di una seconda donna che sostiene di aver subito violenza descrivendo episodi molto simili a quelli della prima vittima. Nel corso dell'interrogatorio di garanzia a Grasso sono state fatte le nuove contestazioni. L'accusa nei confronti del medico è di "violenza sessuale aggravata". L'inchiesta è  partita dalla denuncia della paziente e ruota attorno al metodo del neuropsichiatra che utilizza il teatro come terapia. La donna ha detto di avere indossato un costume di burlesque nello studio del medico dove sarebbero avvenuti gli abusi. Gli investigatori della squadra, dopo la denuncia, hanno anche piazzato una telecamera nello studio del professionista e stanno adesso convocando ex pazienti alla ricerca di riscontri.

Guai per il fratello di Grasso: "Un'altra violenza sessuale". Rosa Scognamiglio il 16 Aprile 2021 su Il Giornale. Il neuropsichiatra Marcello Grasso è stato arrestato con l'accusa di violenza sessuale. Due pazienti hanno denunciato i sospetti abusi nello studio medico del professionisti. Altri guai per il neuropsichiatra Marcello Grasso, 70 anni, fratello dell'ex presidente del Senato ed ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. La Procura di Palermo ha registrato un altro caso di presunto abuso su una paziente per il quale il Gip, accogliendo la richiesta del pm incaricato del caso, ha emesso una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico del professionista con l'accusa di violenza sessuale. Grasso era già stato arrestato nei giorni scorsi sulla base delle accuse rivoltegli da una paziente che sostiene di essere stata abusata dal 70enne.

Due casi di sospetto abuso sessuale. Marcello Grasso è finito in manette qualche giorno fa per via di un presunto caso di violenza sessuale. L'inchiesta è partita dalla segnalazione di una ex paziente che ha denunciato il noto neuropsichiatra per abusi sessuali durante le sedute terapeutiche di recitazione. La donna ha raccontato che, in una circostanza specifica, sarebbe stata invitata ad indossare un costume di burlesque nello studio del medico dove poi si sarebbe consumata la violenza. Gli investigatori della Squadra Mobile di Palermo, a seguito della denuncia, hanno piazzato una telecamera nello studio del professionista al fine di raccogliere riscontri. Contestualmente alla denuncia della prima vittima - o presunta tale - sarebbe spuntata anche la testimonianza di un'altra donna che avrebbe dichiarato di aver subito abusi sessuali dal medico con le stesse modalità della prima paziente. Per questo motivo, nella mattinata di venerdì 16 aprile, il Gip di Palermo ha emesso una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti del professionista. La misura gli è stata notificata questa mattina.

"Non violenza ma tecniche di relax". Durante l'interrogatorio in carcere, il neuropsichiatra si è difeso dalle pesantissime accuse sostenendo di "avere sempre utilizzato delle tecniche di rilassamento" con tutti i suoi pazienti. "Una tecnica utilizzata sia con uomini che con donne - ha precisato a La Repubblica Vincenzo Lo Re, legale di Marcello. Grasso - lo spiegheremo presto al tribunale della libertà, a cui ci siamo rivolti". Ci sono però delle intercettazioni sospette che andranno chiarite. In una di queste il medico parla con un suo paziente circa l'organizzazione di un incontro con una donna, anche lei in cura nello studio di via Pasquale Calvi. Il gip ha già chiesto chiarimenti al neuropsichiatra: "Lei organizzava incontri fra i pazienti?". Lui lo ha ammesso: "Non c'è niente di male".

ALL'INDICE. Dal "Corriere della Sera" l'1 aprile 2021. Eric Brion è stata la prima vittima del #MeToo francese. Il caso risale al 2012 quando lui, direttore di un canale tv, fa apprezzamenti sul seno della giornalista Sandra Muller. Nel 2017 la Muller lancia l'hashtag BalanceTonPorc indicando Brion come «porco molestatore». Lui la denuncia per diffamazione e dopo la vittoria in primo grado scrive «Balance ton père» in cui racconta il sollievo di poter guardare di nuovo negli occhi le sue figlie.

Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera" l'1 aprile 2021. «Sono sollevata, la mia buona fede è stata riconosciuta», dice Sandra Muller, che è stata assolta ieri in Corte d'appello dall'accusa di diffamazione. In primo grado, la giornalista iniziatrice in Francia del movimento #BalanceTonPorc era stata condannata a pagare 5.000 euro di spese legali e a risarcire con 15 mila Eric Brion, il primo «porco molestatore» indicato alla vendetta pubblica. Ma ieri la Corte, pur riconoscendo che le accuse di Muller contro Brion erano eccessive, ha sottolineato che si inscrivevano «in un dibattito di interesse generale sulla liberazione della voce delle donne» e quindi ha assolto la donna. Le considerazioni globali sulla necessità di incoraggiare le donne a denunciare i soprusi e scoraggiare gli uomini a commetterli hanno prevalso sulla circostanza, non da poco, che Eric Brion non era affatto un Harvey Weinstein francese: non aveva rapporti di lavoro con Muller, non era il suo capo, non la toccò, fece un'unica - «pesante, volgare, stupida», ha ammesso subito - avance verbale, fu rifiutato e chiese scusa. Ma la vita di Eric Brion è andata in rovina lo stesso, quando, alle 14 e 06 del 13 ottobre 2017, Sandra Muller scrive il tweet che lancia l'hashtag #BalanceTonPorc, la versione francese del #MeToo americano, invitando tutte le donne a fare i nomi dei molestatori. E denuncia - sul social media, non in tribunale - la vecchia conoscenza che cinque anni prima, durante una cena a due a Cannes, le aveva detto «Hai un gran seno, sei il mio tipo, ti farò godere tutta la notte». Secondo Muller, Brion l'aveva «molestata sessualmente e ripetutamente, in un quadro professionale» con quelle parole seguite poi da sms insistenti. Secondo Brion invece, «l'unico sms che le ho mandato è stato la mattina dopo, per scusarmi. Non abbiamo mai lavorato insieme, non è mai stata una mia dipendente, ci conosciamo perché siamo nello stesso ambiente dei media (Brion all'epoca era patron della rete tv Equidia, ndr ) e lei mi chiedeva di abbonarmi alla sua testata online Lettre de l'audiovisuel . Non ho mai insistito, non l'ho mai tormentata, non ho mai violentato né molestato nessuno. Riconosco di avere pronunciato quelle parole, me ne vergogno. Era tardi la sera, avevo un po' bevuto, mi sono comportato male. Ma non tanto da meritare l'inferno». In pochi giorni Brion ha conosciuto la morte civile. La compagna (che non conosceva all'epoca della serata con Muller) lo ha lasciato, gli amici sono spariti, ha perso i contratti che stava negoziando per l'agenzia di consulenza appena fondata. Ha desiderato di morire davvero. Poi ha deciso di denunciare la sua accusatrice, «per guardare di nuovo le mie figlie senza vergogna». Dopo tre anni di battaglia legale, ieri sera Brion ha sottolineato che anche la sentenza di appello glielo riconosce: «Non sono un molestatore». Ma «Twitter è più forte della giustizia», almeno fino al ricorso in Cassazione.

Francesco De Remigis per “il Giornale” il 29 marzo 2021. Dispute sulle violenze sessuali in ambito accademico, in Francia sono trending topic da giorni. In tv, sui social, nei partiti. Ciononostante, la recente accusa di pedofilia rivolta al re dei filosofi francesi è stata accuratamente evitata, scrive il settimanale francese Valeurs Actuelles. Perché aprirebbe un vaso di Pandora, ed equivarrebbe a mettere in piedi un processo alle élites del '68. Il tema sollevato da un illustre collega di Michel Foucault, Guy Sorman, sembra infatti non aver diritto di cittadinanza Oltralpe, nonostante una legge sulla pedofilia in discussione nelle due rami del Parlamento. I giornali francesi sviano, glissano o soprassiedono sull' emergere del passato del filosofo. Trova invece spazio Oltremanica, dove il Sunday Times ieri ha sfoderato una firma inattaccabile, per storia e competenze, per raccontare il non-detto sulle attitudini di Foucault: è stato un intellò-pedofilo. E certo non il solo dell' epoca. Scrive Matthew Campbell, quel che in Francia si tace: «Ha abusato di ragazzini in Tunisia». Nel mirino del giornale britannico c' è il cosiddetto Sessantotto dei pedofili in polo e dolcevita, esponenti del progressismo francese già sfruculiati in passato dal tedesco Der Spiegel ed ora presi di mira dalla Perfida Albione. Più che un regolamento di conti, un dovere di verità. Campbell cita Sorman, il quale rimprovera a «Re-Foucault» una sorta di colonialismo sessuale, e a se stesso di non averlo sputtanato per tempo: «Faceva sesso con ragazzini in Tunisia, ho sbagliato a non denunciarlo all' epoca. I media parigini sapevano, ma non scrissero nulla». Un j' accuse su cui l' intellighenzia d' Oltralpe tace, per non indagare su passaggi scottanti che riguardano anche altri. L'élite della Ville Lumière è già sotto choc per le rivelazioni di Camille Kouchner, oggi 46 anni: il suo patrigno Olivier Duhamel, intellettuale 70enne, eurodeputato socialista dal '97 al 2004 e presidente della prestigiosa Fondation nationale des sciences politiques, avrebbe abusato del gemello di Camille quando loro avevano dai 13 ai 14 anni. Ora la bufera-Foucault. Sorman, 77 anni, racconta d' aver fatto visita al collega in una vacanza di Pasqua nel villaggio di Sidi Bou Saïd, vicino Tunisi, dove Foucault era di casa nel '69. I bambini gli «correvano dietro dicendo prendi me, prendi me. Avevano 8, 9, 10 anni, lui lanciava loro dei soldi e diceva vediamoci alle dieci di sera al solito posto». Il cimitero locale: «Faceva l' amore lì, sulle lapidi, con i ragazzini. La questione del consenso non fu mai nemmeno sollevata». Sorman afferma che il «re» non avrebbe avuto il coraggio di farlo in Francia, paragonandolo a Paul Gauguin, il quale dipingeva a Tahiti donne giovanissime con cui aveva rapporti, o ad Andre Gide, il romanziere che predava ragazzini in Africa. Professore dal '70 al 2000 a Sciences-Po (economia e filosofia politica), Sorman si rammarica dei suoi silenzi di fronte ad atti «ignobili» e «moralmente riprovevoli». Ma oggi come ieri è solo: i media francesi sapevano. «C' erano giornalisti in quel viaggio, testimoni ma nessuno ne ha scritto». Perché? «Foucault era il re dei filosofi, il nostro dio in Francia». Dolcevita, testa calva e occhiali, figlio di un chirurgo, è stato uno dei primi intellettuali-star del XX secolo, noto anche per aver firmato nel '77 una petizione per legalizzare il sesso con i 13enni. Morto nel 1984 a 57 anni, la sua biografia The Passion of Michel Foucault di James Miller (1993) descriveva già il suo interesse per indirizzi sadomaso in America. Al culmine della fama, diventato apertamente «omo», parlava di «possibili relazioni polimorfe, variegate, individualmente modulate». È morto di Aids, ma nelle sue «bio» nessuno menziona mai le sue abitudini sessuali in Tunisia. Coperte dagli stessi intellò, che ieri lo veneravano e oggi difendono se stessi e il mito sessantottino da cui sono sbocciati.

Dagospia il 29 marzo 2021. RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO Lettera firmata: Gentile direttore a proposito delle rivelazioni su il filosofo Foucault e i suoi "amori" consumati nel terzo mondo. Che dire di Gide quando nel suo diario racconta di aver avuto sette orgasmi (dico sette) in una sola notte e sempre con lo stesso ragazzino mercenario? E che dire dei bambini che facevano la fila davanti alla porta dell’antimodernista Pier Paolo Pasolini durante il suo viaggio in India? Gide lo ha scritto, di Pasolini si sapeva e gli intellettuali ignoravano. Erano altri tempi.

Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera" il 24 marzo 2021. Il documentario che denuncia discriminazioni e molestie ai danni delle giornaliste sportive è andato in onda, sì, ma tagliato per proteggere (invano) uno dei volti più noti del calcio parlato francese, Pierre Ménès. Je ne suis pas une salope , «Non sono una str....», è la trasmissione diffusa domenica sera su Canal Plus nella quale la giornalista sportiva Marie Portolano ha voluto raccontare «le difficoltà che le donne incontrano a imporsi nel mondo del lavoro, in particolare nel mio, quello del giornalismo sportivo». L' idea le è venuta tre anni fa dopo avere visto Non sono una scimmia , un documentario sul razzismo nel calcio. «Ho pensato che sarebbe stato interessante fare la stessa cosa, ma parlando del sessismo nelle redazioni sportive». Portolano ha contattato decine di colleghe, che davanti alla telecamera le hanno raccontato una infinità di episodi: dalla frase «ora che sei incinta ingrasserai, hai il viso troppo tondo, mi sa che ti togliamo dal video», ai soliti commenti maschili, dai consigli di stile come «fallo vedere di più questo seno» ai pesanti apprezzamenti quotidiani su gambe e altro. Di diverso, rispetto ad altri ambienti di lavoro, c' è il pregiudizio ancora diffuso tra certi uomini (non la maggioranza, per fortuna) che nello sport e nel calcio in particolare le donne siano particolarmente meno brave e competenti. La celebre giornalista televisiva Nathalie Iannetta, conduttrice anni fa della trasmissione Le Journal du foot e poi consulente del presidente François Hollande per lo sport, racconta quel che le diceva il collega Thierry Gilardi che la affiancava nelle serate di coppe europee: «Se io faccio un errore in diretta, diranno che mi sono sbagliato, succede. Se l' errore lo fai tu, la gente penserà che è come pensavano, non sai niente. È ingiusto ma bisognerà che tu lavori il doppio». Niente di nuovo o di sconvolgente, purtroppo, ma il merito di Marie Portolano è di avere raccolto decine di testimonianze su piccole e grandi mancanze di rispetto: è il numero, la ripetizione all' infinito, che genera un clima spiacevole e un ambiente di lavoro malsano. «Non voglio generalizzare - afferma la giornalista -, non dico che tutti i colleghi maschi si comportino così. Ma spero che tutti, vedendo quante donne hanno deciso di parlarne a viso aperto, si pongano il problema. Quando vado a lavorare, non voglio più dovermi preoccupare di quelli che mi dicono che sono ingrassata o che ho un bel décolleté».

Fin qui, la programmazione di Je ne suis pas une salope suscitava poche polemiche: documentario utile e ben fatto. Ma il paradosso è che, come si è scoperto poi, la direzione di Canal Plus ha accettato di trasmetterlo tagliando due scene: quelle in cui il conduttore e opinionista star Pierre Ménès rivendica di avere sollevato la gonna alla stessa Marie Portolano davanti a tutti e dice «certo che lo rifarei», anche se lei si era sentita umiliata e aveva protestato, e l' altra in cui Ménès bacia sulla bocca la collega Isabelle Moreau, che non aveva affatto gradito. Dopo le proteste contro Canal Plus e altri video in cui Ménès bacia sulla bocca una seconda collega, Francesca Antoniotti, le scene tagliate sono andate in onda il giorno dopo sul canale C8 (stesso gruppo di Canal Plus , di proprietà di Vincent Bolloré), alla presenza dello stesso Ménès, che si è mostrato pentito ma non troppo. «Ormai non si può più dire o fare niente», è stata la linea di difesa, ormai consueta, mentre la portavoce del ministero dell' Interno avvisava con tempismo su Twitter che «baciare qualcuno di forza o a sorpresa è un' aggressione sessuale punita dalla legge con cinque anni di carcere».

Coach olistico, il racconto di Anna: “Mi ha toccato”. Le Iene News il 23 marzo 2021. Alberto Buzzo si presenta online come una sorta di psicoterapeuta e guida spirituale. Ma Anna ha raccontato a Veronica Ruggeri tutt’altra storia: “Ha iniziato a baciarmi sul collo, sul seno e là sotto. Mi diceva che avevo un blocco della paura”. “Aiuto le donne confuse e bloccate, senza una direzione precisa, a riprendere in mano la loro vita”. Alberto Buzzo si presenta così online. “Nella vita mi occupo di coaching olistico”, dice in uno dei tanti video con cui questo signore, che si presenta come una sorta di psicoterapeuta e guida spirituale, cerca clienti online. Ma una donna, che chiameremo Anna, ha raccontato a Veronica Ruggeri tutt’altra storia. Un giorno, racconta Anna, avrebbe ricevuto su Facebook un link “di una pagina che riguardava la liberazione emozionale”. “Non sapevo come risolvere tanti problemi che avevo in casa, quindi cercavo proprio questo. Lui mi ha detto di essere anche un fisioterapista, qualcuno che avesse la possibilità di sbloccarmi anche a livello muscolare”, ci racconta. Il costo della prima seduta? “90 minuti, 70 euro”, dice Anna. “Mi aspettavo uno studio, in realtà è un appartamento”, racconta la donna alla Iena. Lui avrebbe così iniziato a psicoanalizzarla e dopo mezz’ora l’avrebbe fatta salire al piano di sopra. “C’era un lettino per i massaggi. Mi dice ‘ se vuoi toglierti tutto c’è anche chi si toglie tutto’ io ho detto: no grazie”. Anna resta in intimo e si sdraia sul lettino. La prima seduta, racconta Anna, si sarebbe svolta esattamente come descritta nei video di presentazione. Ma al secondo incontro, racconta la donna, le cose sarebbero andate diversamente. “Mi distendo sul lettino, mi scrocchia il collo come da rito. Poi mi dice di girarmi a pancia in su e comincia a massaggiarmi la pancia. Va dentro con le mani”. Anna racconta alla Iena che l’uomo l’avrebbe penetrata con le mani: “Poi mi ha messo il braccio sul collo e  mi diceva "stai ferma, devi far uscire il piacere"”. “Ero pietrificata. Pensavo come faccio ad andare via da qua. Lui ha cominciato a baciarmi ma avevo la bocca serrata, così ha cominciato a baciarmi sul collo, sul seno e là sotto. Mi diceva che avevo un blocco della paura. A un certo punto mi ha preso la mano e l’ha messa sul suo pene per farmi sentire che lui era eccitato. Mi sono messa a piangere, avevo le convulsioni. Lì si è fermato, e ha detto "ognuna di voi ha i propri tempi e per oggi basta"”. “È un abuso, è una violenza, non soltanto fisica ma psicologica”, dice Anna alla Iena. “Avevo pensato di andare dai carabinieri però è la mia parola contro la sua”. Così Anna decide di tornare da lui registrando tutto. Noi intanto siamo in collegamento e vicini, pronti a intervenire. E quando Anna descrive all’uomo cosa sarebbe successo la volta precedente, lui risponde dicendo che “sono tutte zone erogene per portarti a scoprire il tuo corpo perché nessuno l’ha mai fatto così. È la mia missione aiutare le persone e nel caso delle donne me ne sono accorto quando arrivavano da me tutte persone bloccate in quel punto”. “Non porto mai una persona dove non vuole esser condotta”, dice ad Anna. “Tu desideri quella cosa lì ma la tua mente la rifiuta per i tuoi tabù”. “Io ho solo rievocato quella memoria”, continua l’uomo, riferendosi a un episodio raccontato da Anna. “Quando avevo 13 anni ho vissuta una cosa simile con un fisioterapista”, ci ha spiegato Anna. “Non è stata una violenza e non so di chi tu stia parlando in questo momento”, dice Buzzo a Veronica Ruggeri che è andata a parlare con lui. “Non sono andato contro a nessuna volontà”.  E quando la Iena gli dice che dovrebbe dire subito alle donne in cosa consisterebbe la sua pratica, risponde: “Se devo essere più esplicito ne sarò ben lieto”.

Matteo Persivale per il “Corriere della Sera” il 22 marzo 2021. «Questo è il fin di chi fa mal» cantano tutti i personaggi, riuniti, nel finale del secondo atto del «Don Giovanni» mozartiano per accompagnare la discesa agli inferi del Dissoluto punito per i suoi numerosi peccati. È buffo vedere adesso tanti Leporelli, Donne Elvire, Zerline e Masetti del mondo cultural-editoriale angloamericano unirsi in coro per consegnare l' anima di Roth alle fiamme eterne del #metoo: stanno per uscire in America due biografie (il 6 aprile «Philip Roth» di Blake Bailey, il 3 maggio «Philip Roth: A Counterlife» di Ira Nadel) e comincia il bombardamento. Sul Sunday Times londinese ecco il titolone «MeToo pronto a chiudere il caso sulla misoginia di Roth», e sullo stesso giornale - nelle recensioni - Claire Lowdon raddoppia con «Lo scrittore come maniaco sessuale arrabbiato». In generale, c'è consenso sulla qualità - altissima - del lavoro di Bailey: ottimo biografo di John Cheever (il suo capolavoro), di Richard Yates e Charles Jackson, Bailey riuscì a convincere Roth che «un Gentile dell' Oklahoma» potesse raccontare la vita di uno degli ebrei americani (del New Jersey) più famosi di sempre. Nadel definisce Roth «ossessionato dal sesso nella vita come lo era nei libri»; e poco importa che Bailey stesso abbia definito (post mortem) Roth come «la persona più corretta che ho conosciuto in vita mia», nel suo libro c'è materiale in abbondanza per chi ama grufolare tra le vite degli scrittori in cerca di materiale pruriginoso (Roth frequentava, quando viveva a Londra, case di tolleranza; disse «Dio, sono un fan dell' adulterio» prima di recarsi da una prostituta cinese; selezionava studentesse per i posti extra nei suoi seminari universitari - finivano regolarmente in overbooking - in base all' aspetto fisico). Roth, in vita, affrontò le accuse di misoginia con rassegnata esasperazione. È morto tre anni fa lasciando ai posteri l'ardua sentenza manzoniana sulla sua «vera gloria»; quanto alle accuse di presunto odio verso le donne, l' impressione è che tutto quello che aveva da dire sul tema ce l' abbia lasciato nella scena - esilarante - di «Inganno» (edito in Italia da Einaudi) in cui lo scrittore americano «Philip» viene orwellanamente processato per «discriminazione sessuale, misoginia, abuso delle donne, calunnia nei confronti delle donne, denigrazione delle donne, diffamazione delle donne e dongiovannismo sfrenato». Il divorzio infernale dall' attrice Claire Bloom fu funestato ulteriormente dal memoir di lei nel quale Roth emerge come un mostro di manipolazione e crudeltà, ritratto contestato da molti amici e che lui stesso - ferito - confutò in un saggio-requisitoria (in attesa di pubblicazione) che Bailey ha potuto consultare. Roth sapeva che non importava quante colleghe scrittrici - da Fay Weldon a Lisa Halliday a Zadie Smith che di lui, sul New Yorker , ha pubblicato un ricordo straordinario per bravura, sensibilità, e scarsa disponibilità a fare sconti al suo amico Philip - considerassero infondate le accuse di «discriminazione sessuale, etc» così sapientemente elencate in «Inganno»: su questo punto ci sarebbero sempre state polemiche. Roth lo prese come un dato di fatto, come l' evidente decisione dell' Accademia di non ritenerlo degno del Nobel (poco prima della sua morte assegnato a Bob Dylan, dopo la sua morte a Louise Gluck). Dagli anni 70 in poi - la prima cannonata la sparò Mary Allen che di Roth attaccò «l'enorme rabbia verso il genere femminile» - quella sul rapporto con le donne è stata una critica più o meno costante, sulla falsariga di Vivian Gornick che affondò così con un solo missile la duplice corazzata Bellow e quella Roth: «In Bellow la misoginia è gonfia di bile, in Roth è come lava che erutta da un vulcano», scrisse su Harpers. Alle polemiche Roth era abituato fin dall' inizio della carriera: nel 1959 il New Yorker pubblicò il suo racconto «Difensore della fede», più tardi incluso in «Goodbye Columbus», il suo primo libro. Esquire l'aveva rifiutato, William Shawn si prese il rischio e finì premiato da polemiche, insulti, rabbini furibondi, accuse di antisemitismo allo scrittore ragazzino e alla rivista che l' aveva lanciato. La prima di «Don Giovanni» a Vienna fu un insuccesso. L' imperatore, tramite l' autore del libretto Da Ponte, fece sapere a Mozart che «è opera divina ma non è pane per i denti dei viennesi». «Lasciamo loro il tempo di masticarlo», rispose Amadeus.

Marina Valensise per “Il Messaggero” il 22 marzo 2021. Il #MeToo, movimento planetario contro il maschio predatore sessuale, entra alla grande nella letteratura grazie a una sessantenne americana dall' acume sfolgorante. Ex adolescente in fuga, con esperienza di droga, abusi sessuali e prostituzione, Mary Gaitskill non è nuova a trattare temi tabù come i rapporti di dominio e sottomissione sadomaso o lo stupro visto senza vittimismo dalla parte di lei. In questo racconto uscito sul New Yorker e tradotto ora da Einaudi (purtroppo in un italiano un po' stopposo rispetto alla scioltezza dell' inglese) resta in equilibrio sul filo sottile che separa l' amicizia amorosa e la provocazione sessuale, l' innocuo flirtare e la violenza psicologica e morale, l' eccitazione che nasce dalla ricerca compulsiva di intimità tra sconosciuti e il livore prodotto dal risentimento che può distruggere la vita di una persona. La sua abilità consiste nel costruire una trama da una prospettiva aperta che alterna i piani narrativi, mettendo in scena ora un lui ora una lei che ripensano i loro comportamenti e quelli delle comparse che li circondano, e nel mantenere il giudizio in sospeso, senza decidere cosa è vero e cosa è falso, cosa è giusto o sbagliato. Il primo a comparire nei ricordi di lei è lui, il quarantenne inglese, editore a New York e figlio di un ricco banchiere. Quinslan M. Saunders rimorchia con una battuta gentile una signora a Central Park per il solo gusto di studiare il potenziale erotico di quell' ex bella donna cinquantenne e sola, che forse si farebbe picchiare volentieri, ma solo un po', perché «Questo è il piacere. E questo è il dolore». Subito dopo entra in scena la sua amica del cuore, Margot Berland, editor fortunata di Guarire la puttana interiore, che rivive la storiella del rimorchio per la quale aveva tanto riso, ma con un senso di colpa che la spinge all' introspezione autoaccusatoria. Cosa c' era da ridere? Cosa separa il piacere dal sopruso, la seduzione dall' inganno? Qui del resto ci aveva provato anche con lei che al primo colloqui era rimasta sconvolta quando lui le aveva chiesto quale fosse il suo punto forte, visto che evidentemente non lo era la voce. Lei poi aveva trovato lavoro altrove, ed era riuscita pure a soffiargli un libro. I due si erano rivisti e lui l' aveva invitata al ristorante: «Ora sì che la tua voce è più forte. Il tuo clitoride non le manda a dire», le aveva detto infilandole una mano tra le gambe. Ma lei per bloccarlo, gli aveva schiacciato il palmo della mano contro il naso, come sul muso di un cavallo. Ed era rimasta sorpresa dalla stupita obbedienza di lui, che le era parsa più fondata dell'allungare la mano. Strano però, ma solo in parte. Marito felice di una ventisettenne da schianto, un' argentina mezza coreana redattrice in una rivista di moda, e padre di una bambina iperdotata che una sera, infastidita dai suoi giochetti seduttivi, si mette a urlare prendendolo a pugni, Quin è tecnicamente un cascamorto, più che uno sciupafemmine. È uno che ci prova con tutte per il solo gusto di sentirsi vivo, entrando in intimità con la segretaria ambiziosa, assistendo nelle sue pene amorose la scrittrice esordiente, seguendo la nuova segretaria nel camerino di un negozio mentre si prova una maglietta e andando in estasi appena le sfiora il capezzolo. È uno che cerca di avvicinarsi a un limite, senza mai superarlo, e per questo riesce a darsi il ruolo di angelo custode, mentore, confidente, consigliere premuroso, pronto a mettersi in tasca rossetto e portafogli dell' amica del cuore, pur di vederla avvolta nell' aura di libertà mentre entra a un festa. Com' è possibile che un tipo simile passi per un violento, un predatore sessuale, e venga accusato dalle amiche di un tempo che ora sostengono di esserne state le vittime? A questo serve la letteratura, non a tranciare giudizi, ma a capire la vita vera attraverso la finzione.

Paolo Valentino per il "Corriere della Sera" il 18 marzo 2021. Da quando, tre anni fa, era arrivato alla guida della Volksbühne, uno dei teatri storici di Berlino, Klaus Dörr aveva rivoluzionato il cartellone, mandando in scena molte pièce femministe e mettendo sotto contratto registe e autrici fortemente concentrate su temi come i femminicidi, le discriminazioni contro le donne, la parità di genere. La sua reputazione era quella di un fautore delle donne. Ieri la maschera è caduta. Dörr è stato costretto a dimettersi da sovrintendente del teatro, travolto dalle gravissime accuse di dieci donne, tutte dipendenti della Volksbühne, che avrebbe molestato sessualmente in modo ripetuto e pesante. L' annuncio è stato dato da Klaus Lederer, senatore alla Cultura del Land Berlin, proprietario dell' istituzione. In una dichiarazione scritta, Dörr si è detto «dispiaciuto di aver ferito colleghe di lavoro con i miei comportamenti, parole o sguardi». A squarciare il velo su quanto succedeva dietro le quinte della Volksbühne è stata la Taz , il giornale che da sempre dà voce alla sinistra alternativa berlinese. In un' inchiesta dello scorso fine-settimana, il quotidiano ha raccolto le accuse delle dieci donne, che senza rivelare i loro nomi hanno deciso di parlare. A spingerle a questo passo è stata la lentezza con cui l' assessorato alla Cultura aveva reagito alle denunce presentate già in novembre al Themis, il consultorio fiduciario contro le molestie sessuali e la violenza sulle donne creato dopo il dibattito sul MeToo nel 2018. Le testimonianze alla Taz sono drammatiche. Le donne parlano di «vicinanza fisica, contatti stretti e intimi, osservazioni erotiche, pretese sessiste, battute allusive, richieste di indossare tacchi alti, sguardi bovini, occhi puntati sui seni, messaggi inappropriati». Non solo, Dörr sarebbe stato specialista in upskirting , cioè fotografare a sorpresa e senza il loro permesso le donne sotto la gonna con il cellulare. Inoltre, il sovrintendente le avrebbe discriminate in base all' età, creando un clima di lavoro «avvelenato». Lederer ha ammesso di aver ricevuto una lettera delle dieci donne già il 18 gennaio, a suo dire la prima volta in cui apprese di accuse concrete contro Dörr. Fino a quel momento, aveva sentito delle voci, ma che non costituivano per lui motivo di agire. Il 21 gennaio c' è stato un colloquio fra le dipendenti della Volksbühne, Lederer e un suo vice. Dörr è stato ascoltato per la prima volta ai primi di marzo: «Stiamo ancora valutando le sue dichiarazioni, la procedura non è ancora completata, violazioni della legge sulla parità di trattamento sono inaccettabili», ha detto Lederer, precisando che le dimissioni del sovrintendente sono la premessa per una credibile verifica delle singole accuse. Le verifiche riguardano anche la rilevanza penale di alcuni comportamenti. Ancora nel fine settimana, Dörr aveva respinto ogni addebito. Ma nel comunicato di lunedì ha cambiato tono, sia pure rimanendo ambiguo: «Mi dispiace di non essere riuscito a creare un clima aperto e sensibile alle discriminazioni, in grado di individuare per tempo i problemi e consentire alle colleghe di rivolgersi in modo confidenziale con le loro domande, lamentele e critiche ai posti demandati del nostro teatro». Dörr era sovrintendente ad interim della Volksbühne dal 2018, quando era stato chiamato in tutta fretta a gestire il teatro dopo il fiasco e la cacciata del suo predecessore, Chris Dercon, già direttore della Tate Gallery. Dercon aveva preso il posto del mitico regista Franz Castorf, ma era stato accolto dalle proteste della scena culturale berlinese, accusato di voler trasformare il tempio berlinese in una ribalta alla Broadway. Il teatro era stato anche occupato. Di suo, Dercon ci aveva messo una gestione economica velleitaria e disastrosa. Dörr sembrava aver trovato la quadra. Ma il suo Femwashing , la riscoperta dei temi delle donne per ragioni puramente commerciali, nascondeva un altro lato vergognoso e inconfessabile.

Flavio Pompetti per "Il Messaggero" il 4 marzo 2021. In ginocchio dopo lo scandalo per gli abusi sessuali ai danni di minori, e dissanguata dalla bancarotta, l'associazione dei Boy Scout statunitense è pronta a compiere un passo estremo: venderà all'asta l'intera collezione dei dipinti dei suoi giovani in divisa, eseguiti da Norman Rockwell. Il prolifico artista newyorkese ha avuto un sodalizio con l'associazione che ha accompagnato sessant'anni della sua carriera, da quando nel 1912 ricevette la richiesta di illustrare un libro sulle imprese montanare dei giovani esploratori con il cravattino verde. Da quel momento il rapporto non si è mai interrotto. I modelli dell'associazione hanno posato per lui nei tanti studi e nelle tante abitazioni che il pittore ha avuto negli anni nel Nord Est degli Stati Uniti. L'ultimo lavoro che ha come soggetto un adolescente in divisa kaki è una litografia del 1976, due anni prima della morte. Rockwell era divenuto nel tempo l'illustratore ufficiale dell'associazione: ha compilato interi calendari con i boy scout soggetto principale, e ha lavorato spesso su indicazione specifica del gruppo, che gli chiedeva di glorificare il concetto dell'appartenenza, come un rito di passaggio tra l'adolescenza e la maturità. La società sta al momento negoziando con il tribunale fallimentare, con la speranza che il giudice le permetta di chiudere pagina sulla vecchia struttura amministrativa e iniziare una nuova vita, cambiando almeno parzialmente nome. La parte più spinosa di questo passaggio sono le cause individuali e collettive intentate dagli ex membri che hanno subito molestie sessuali. Un'indagine interna commissionata dallo stesso gruppo dopo l'esplosione dello scandalo otto anni fa, scoprì l'evidenza di almeno 7.819 sospetti molestatori e di 12.254 vittime. Numeri enormi, che mostrano l'evidenza di una cultura della violazione sistematica, sulla quale la gerarchia deve perlomeno aver chiuso un occhio nel corso degli anni; ma che impallidiscono in confronto alle 92.000 denunce presentate nelle centrali di polizia e nei tribunali, e che attendono un dibattito in aula. Nell'incartamento fallimentare i legali hanno presentato l'offerta di costituire un fondo di più di 300 milioni di dollari per il risarcimento dei danni, e la proposta che il fondo sia finanziato con la vendita di oltre 60 illustrazioni di boy scout dipinte da Rockwell. Non è sicuro che la cifra possa essere raccolta con i proventi dell'asta, perché i pezzi riuniti nella collezione sono lavori secondari. Nove anni fa una sua tela dipinta nel 1951, dal titolo Saying Grace è stata venduta per 46 milioni di dollari, ma la quotazione di dipinti per cataloghi e poster è una frazione di quella cifra. I legali che rappresentano le vittime sono in ogni caso indignati dalla richiesta, perché temono che con essa l'associazione intenda porre un limite arbitrario ai risarcimenti. La ricchezza complessiva delle casse al momento dello scandalo era ben superiore, si avvicinava ai tre miliardi di dollari tra le proprietà immobiliari e quelle dei terreni dei campi estivi. Gli avvocati chiedono al giudice di rigettare la proposta, e mantenere aperto il tetto della responsabilità patrimoniale. La vicenda ha infine una nota di sinistra ironia. L'autorevole scrittrice Deborah Solomon ha ventilato l'ipotesi, nella biografia di Rockwell American Mirror pubblicata nel 2013, che il pittore sia stato un omosessuale non dichiarato, e che l'interesse per il soggetto dei giovani scout fosse un riflesso di una pedofilia latente, mai esplicitamente professata, che la famiglia ha sempre respinto con sdegno.

Dagospia il 4 marzo 2021. Estratto dal libro "Impunità di gregge" di Daniela Simonetti edito da Chiarelettere. "Chi abusa deve essere consapevole che ci saranno delle gravi conseguenze in seguito alle sue azioni criminali". Karl Wechselberger sarà ricordato per le sue inclinazioni perverse al limite della pedofilia, per le orecchie a sventola e l’espressione non particolarmente intelligente, e per essere stato un tempo amico di Alex Schwazer, il marciatore azzurro squalificato per doping fino al 2024. Un campione di equitazione, un istruttore, spesso capo équipe nelle competizioni internazionali di maggiore rilievo. Condannato per atti sessuali su minori a una pena di tre anni e otto mesi di reclusione, è stato arrestato la prima volta nel maggio del 2015, poi a ottobre del 2019 in virtù di una condanna definitiva. Nel 2016 è stato radiato dal Tribunale della Federazione italiana sport equestri (Fise), sentenza confermata anche dalla Corte federale d’appello, la quale ritiene fondati i motivi di incolpazione della Procura che aveva deferito Wechselberger per avere posto in essere più azioni preordinate ad abusare sessualmente della minore [omissis] nata il **/10/1999, sin dal giugno 2014 e aver consumato rapporti sessuali completi con la stessa dall’agosto. del 2014 al gennaio del 2015, nelle circostanze in cui la stessa gli era stata affidata per ragioni di istruzione e custodia, in quanto suo istruttore: per almeno tre volte alla settimana a Vipiteno, presso l’appartamento dello stesso istruttore, che si occupava di accompagnarla dal collegio ove la minore risiedeva, al circolo ove le impartiva le lezioni e riprenderla al ritorno; in due circostanze presso la stanza dell’albergo del centro ippico di Manerbio, dove la minore alloggiava in occasione di gare di equitazione ivi disputate, nel novembre del 2014 e nel gennaio del 2015; esercitato, nel medesimo periodo, sulla minore [omissis] una coercizione psicologica con connotati di vera e propria sopraffazione sulla volontà della stessa, tanto da indurla ad avere rapporti sessuali completi con lui e a intrattenere una vera e propria relazione sessuale. L’aria allampanata, la fama da campione, le frequentazioni con gente che conta lo hanno reso uno degli atleti e istruttori maggiormente ricercati, blanditi, coperti e omaggiati nella storia della Fise. È riuscito a trovare più di un posto al sole grazie ai suoi colleghi – almeno sei e mai sanzionati – che gli hanno permesso di lavorare nonostante la sentenza di radiazione e quasi fino all’arresto. Il Tribunale federale apre un fascicolo sugli «amici», poi archivia ma intima alla Procura federale di proseguire le indagini. Le indagini non sono mai proseguite o comunque non hanno avuto alcun esito. Nonostante sia già radiato in Italia, sono frequenti le sortite di Wechselberger in Austria dove la federazione, avvertita dei precedenti penali e della conseguente radiazione, fa spallucce e lo ospita in gara. Investita della vicenda anche la Fei, Federazione equestre internazionale. Il caso è da un paio d’anni all’attenzione del loro ufficio legale, che non ha mai dato alcuna risposta. Una lunga storia di disonore e opacità per tutto lo sport italiano. Nel 2013 il nome di Wechselberger fa capolino anche nell’inchiesta a carico di Schwazer, dalla quale esce indenne, sfuggendo all’accusa di connivenza. Resta negli archivi una incredibile intervista all’«Adige». Dai tabulati telefonici finiti negli atti giudiziari sono documentati contatti frequenti fra i due. Wechselberger risulta in possesso di una sim card intestata a un cuoco slovacco che all’epoca risiedeva in Germania. Come mai? «La carta», risponde, «l’ho trovata per terra davanti all’albergo di mio fratello a Vipiteno. Volevo restituirla ma poi si è rotto il mio cellulare e l’ho usata. Forse qui ho sbagliato. Ma ho scoperto solo dopo che era di uno slovacco, l’ho letto sui giornali». Wechselberger, classe 1970, originario della Val di Vizze, nato in Austria, cresciuto a Vipiteno, nel 2002 si classifica quinto in coppa del mondo a Mosca. Con la Nazionale azzurra, vince la coppa delle nazioni a Drammen, in Norvegia. Si aggiudica il Gran premio di Sofia. Mattatore del Gran premio di Wiesen nel 2004, nel 2006 e nel 2007. Nel 2012 diventa consigliere nel comitato provinciale Fise dell’Alto Adige. Nasce da una famiglia di agricoltori e piccoli albergatori. Il ragazzo si fa subito notare per il suo talento a cavallo, che va di pari passo con l’istinto di pedofilo e predatore: negli anni Novanta è uno dei pochi cavalieri di rilievo in Alto Adige, istruttore federale, vincitore di quasi tutti i concorsi della regione. Grazie a ottimi sponsor e alla rete di amicizie importanti che riesce a imbastire, ottiene budget sempre più cospicui e buoni cavalli per competere a livello nazionale e internazionale. In quegli anni accade l’incredibile: durante un concorso, una madre infuriata e disperata strappa il microfono allo speaker e accusa pubblicamente Wechselberger di essere un molestatore e un pervertito. Lui, già maggiorenne, aveva accalappiato la figlia, una bellissima ragazzina bionda, dai grandi occhi, poco sviluppata fisicamente e dall’aspetto ancora infantile. Questa ragazzina resta al suo fianco, presentata come la sua «fidanzata» mentre lui adocchia e insegue prede sempre più giovani. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, diventa l’istruttore più in voga e ricercato nella provincia. La scuderia si popola di allievi ma soprattutto di allieve. Le ragazzine vengono invitate a cena da Wechselberger, una donna del suo entourage promette ai genitori che sarà lei a riaccompagnarle a casa. Invece si offre lui stesso di farlo, con l’obiettivo di tentare approcci sconvenienti durante l’interminabile viaggio. Lo scenario e il modus operandi sono sempre uguali, un copione consolidato: le ragazze arrivano in scuderia, lui le sfiora, sussurra complimenti su come sono state brave alla lezione, si prodiga nel far credere loro di essere dei talenti in erba. Poi tutti a cena ed è sempre lui a riportare a casa la preda di turno. Le case delle ragazze non sono vicine, 50-80 chilometri di distanza. Piano piano, alcune abbandonano la scuderia, ufficialmente per motivi famigliari o scolastici e le voci diventano sempre più insistenti. Wechselberger lascia correre e tutto fila liscio fino al 2004, quando scatta la prima inchiesta. L’ipotesi di reato è atti sessuali con minori ma il caso si conclude con un’archiviazione nel novembre del 2005. Qualcosa va storto: la vicenda emerge in seguito a un’informativa dei carabinieri del posto che ascoltano sedici testimonianze senza dare previa comunicazione al pm, rendendo necessario un sostanziale rinnovo dell’attività investigativa che non darà i frutti sperati. Nell’atto di archiviazione, il pm Donatella Marchesini definisce gravemente censurabile il comportamento della locale stazione dei carabinieri. Successivamente, l’ufficiale al quale erano state affidate le indagini viene trasferito. Si parla apertamente di insabbiamento. A una a una, le vittime rinunciano all’azione giudiziaria. Per Karl Wechselberger la vita riprende col vento in poppa. Il 27 ottobre 2012 accede al comitato provinciale altoatesino della Fise con la cordata di Elisabetta Ticcò, che viene nominata presidente e appena eletta dichiara: «In Alto Adige c’è molto da fare in tutte le discipline con particolare riguardo ai giovani che sono la nostra forza». Per Wechselberger comincia una nuova primavera. Responsabile della disciplina del salto ostacoli e – con una coerenza diabolica da parte di chi lo nomina – del settore giovanile. Gira con un’altra allieva minorenne. Le polemiche vengono zittite e ignorate, nessuno ferma la sua carriera criminale fino al 2015, quando un padre trova il coraggio di denunciarlo e di mandarlo in galera per aver abusato della sua bambina quindicenne. Il resto è storia. Si iniziano a scrivere sentenze pesanti che il mondo equestre non ha mai preso sul serio e sostanzialmente ha ignorato e aggirato. «La cosa che non si legge da nessuna parte» conferma una vittima, oggi donna consapevole, «è che una buona parte dei centri altoatesini si sono stretti intorno a Wechselberger quando già le accuse di molestie e abusi erano di dominio pubblico. Vari istruttori sono andati a casa sua, nessuno dei genitori ha ritirato le proprie figlie. La colpa era della ragazzina che lo aveva sedotto. Lo dicevano in pubblico, lo scrivevano sui social. Ma come mai un’intera regione sapeva e ha taciuto? Chi ha avuto il coraggio di votarlo come consigliere Fise e chi ha avuto l’ardire di portarselo nella propria squadra pur sapendo delle sue tendenze? Con quale coraggio è stato nominato responsabile del settore giovanile altoatesino? Chi lo ha messo nella posizione di tecnico e capo équipe giovanile riesce a dormire la notte sapendo che sfruttava queste occasioni per approfittare di adolescenti e bambine innocenti?». Ma, almeno, una di queste vittime mostra il coraggio e la forza di andare fino in fondo. Dopo Wechselberger, questa ragazzina si rivolge a un’istruttrice per continuare ad andare a cavallo. Soffre di crisi di panico e spesso le chiede di essere tenuta in braccio. Poco dopo, abbandona lo sport che ama. Il padre vuole dimenticare. Non ha mai rilasciato dichiarazioni pubbliche. Karl Wechselberger impugna la sentenza della Corte d’appello di Bolzano davanti alla Corte di cassazione che il 12 settembre 2019 rigetta l’impugnazione dando un quadro dei guasti psicologici inflitti alla ragazzina e descrivendo le condotte criminali devastanti di cui è stata vittima. La Corte suprema richiama le sentenze precedenti, ne avalla la legittimità e scrive:

I giudici hanno fatto riferimento, tra l’altro:

– all’approfittamento dell’ingenuità della minore, affabulata dall’aura iconica dell’imputato, fondata sui suoi successi sportivi;

–  al perseguimento subdolo di personali scopi sessuali;

alla consumazione di ripetuti rapporti sessuali, impostati esclusivamente sul piacere personale dell’imputato;

– alla creazione di una realtà distorta, improntata su un’asserita quanto fallace «normalità» di relazioni sentimentali nel mondo dell’equitazione tra persone dal grande divario di età, con isolamento progressivo della minore;

– alla sottoposizione della p.o. [parte offesa, nda] a continue umiliazioni per la concomitante presenza della fidanzata dell’imputato;

– all’utilizzo della ragazza alla stregua di un oggetto sessuale;

– all’insensibilità rispetto al manifestato malessere della vittima, continuamente illusa con promesse amorose contestuali al mantenimento di interessi sessuali e sentimentali per altre persone, oltre che indotta a mantenere il segreto della relazione per puri calcoli personali;

– alla produzione di gravi danni psicologici a carico della p.o., privata di un’equilibrata crescita adolescenziale e pregiudicata nella valutazione dei rapporti sentimentali e sessuali.

Il Tribunale di sorveglianza di Bolzano con ordinanza del 5 novembre 2019 rigetta l’istanza di affidamento in prova ai sevizi sociali presentata dal legale di Wechselberger. Il 9 aprile 2020 la Corte di cassazione conferma la decisione.

Matteo Persivale per il "Corriere della Sera" il 3 marzo 2021. «Dopo lo show c'è l'after party / e dopo l' after party c' è l' atrio dell' albergo» cantava R. Kelly, mago del R&B da 75 milioni di copie vendute, da anni dentro e fuori i tribunali per una serie di accuse di molestie e violenze, e modello della campagna primavera/estate 2017 di Alexander Wang. L'after party è - o meglio era, nell' epoca pre Covid - una tradizione consolidata dopo i concerti e dopo le sfilate di moda serotine, e in quella vecchia campagna Wang (vecchia, sì: cinque anni sono un intero ciclo della moda, strano ma vero) Kelly appariva in discoteca, fotografato in bianco e nero con il flash, scatto finto amatoriale in realtà studiatissimo, il divo-dandy sul divano del privé con il sigarone acceso e la modella impellicciata al suo fianco. Rivedere adesso quelle fotografie fa un po' effetto, visto che tra le vittime imprevedibili di questo 2021 imprevedibile c' è anche l' after party. Le feste di per sé sono impensabili causa assembranti e Covid, ma soprattutto le foto fanno pensare perché lo stilista Alexander Wang è ora sotto accusa - soltanto sui social, non ci sono a oggi procedimenti civili né penali - proprio per fatti che sarebbero successi durante vari after party newyorchesi. Californiano di San Francisco, capelli lunghi sulle spalle, quasi sempre vestito di nero tra il minimale e l' hi-tech, Alexander Wang è diventato famoso a 24 anni vincendo il premio di Vogue per i giovani stilisti e bruciando le tappe canoniche di chi studia per arrivare alla moda che conta - passò una sola estate all' accademia St Martins e un rapido biennio, senza laurearsi, alla Parsons di New York - e adesso che ne ha solo 37, appena compiuti, la sua carriera vissuta sempre a tutta velocità per la prima volta si è fermata. Uno scandalo, partito settimane fa sui social e amplificato dal tam-tam digitale: accuse, ripetute, di avances non richieste, di palpeggiamenti e peggio, presunte bottigliette d' acqua «corrette» con sostanze psicotrope offerte a ragazzi conosciuti in discoteca, dal 2010 al 2019. Prima due, poi altri, all'inizio via TikTok poi su Instagram negli account @ShitModelMgmt e @Diet_Prada (che fanno le pulci a parte del mondo della moda, più mansueti invece con altri) e poi sui media tradizionali angloamericani, di moda e non di moda: Guardian , Business of Fashion, New York Times , Daily Mail . Undici accusatori, alla fine, secondo la rivista New York, si sono rivolti a un avvocato, Lisa Bloom. Wang, a differenza di altri accusati celebri che in passato facevano dei distinguo o definivano consensuali i contatti con gli accusatori, ha ribattuto con veemenza: «Accuse infondate e grottesche, amplificate scorrettamente da account social noti per diffondere materiale diffamatorio da fonti anonime o senza prove, e senza verifica dei fatti. Vedere queste bugie su di me perpetuarsi come verità è stato esasperante. Non ho mai avuto quei comportamenti atroci che sono stati descritti, e non mi comporterei mai in quel modo. Intendo andare a fondo di questa vicenda, e riterrò responsabile chiunque sia all' origine di queste affermazioni e della loro diffusione online». Gli amici famosi? Nessun commento da Zoë Kravitz, Bella Hadid, Kendall Jenner. Altre, in maniera allarmante per chi è familiare con la comunicazione digitale di questi anni, hanno «unfollowato» Wang, cioè non seguono più i suoi account di social media - Kylie Jenner, Nicki Minaj, Ashley Graham. Nulla da R. Kelly che peraltro - fu una scelta improvvida del bad-boy Wang, indipendente sempre e comunque - in questi casi non appare come l' alleato ideale.

Andrew Cuomo nel tritacarne del giustizialismo. Le accuse di molestie e il processo mediatico. Per ora l’unica vittima è l’ex Governatore di New York, Andrew Cuomo. Ecco la situazione giudiziaria. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 12 agosto 2021. Il crepuscolo politico di Andrew Cuomo sta tutto nella tragica dissolvenza incrociata tra l’eroe anti- pandemia adorato dai newyorkesi e il molestatore seriale emarginato dal suo partito. Un declino avvenuto in pochi mesi che si è consumato nel mesto messaggio di commiato rivolto ai suoi elettori con cui annuncia le dimissioni da governatore di New York: «Chiedo scusa e assumo le mie responsabilità, ho deciso di lasciare per le mie figlie». Denunciato da 11 donne che lo accusano di molestie sul luogo di lavoro, l’ex governatore non aveva nessuna intenzione di abbandonare la poltrona, fin dall’inizio ha denunciato «manovre politiche», dietro le inchieste, giurando di non aver mai passato il segno con le sue collaboratrici. Ma la bufera mediatica che si è abbattuta su di lui nel corso delle settimane è diventata insostenibile, con lo stesso presidente Joe Biden che gli ha chiesto di fare ufficialmente un passo indietro per non creare ulteriori imbarazzi ai democratici. La procuratrice generale di Letitia James ha pubblicato un nuovo rapporto che lo accusa di aver tenuto «comportamenti inappropriati» con alcune donne del suo staff. Per esempio la sua vecchia assistente Lindsey Boylan, alla quale avrebbe proposto «una partita di strip poker» a bordo del suo jet privato. O la collaboratrice Charlotte Bennet alla quale avrebbe chiesto se avesse mai avuto relazioni con uomini più anziani tentando di darle un bacio. Avrebbe tentato di baciare durante un matrimonio a cui erano invitati anche la conoscente Anna Ruch; i due sono anche stati fotografati e nelle immagini si vede l’ex governatore che appoggia una mano sulle spalle della donna, anche se lei lo ha denunciato per averle «toccato il fondoschiena». Tra le donne che lo hanno chiamato in causa c’è anche una poliziotta di servizio nel suo ufficio che sarebbe stata molestata in un ascensore: «Mi toccò il collo e la schiena, poi la pancia e il calcio della mia pistola», afferma l’agente di polizia. Denunce ritenute «inconsistenti» dai suoi avvocati ma che gli hanno alienato qualsiasi sostegno all’interno del partito, Nonostante i principali organi di informazione lo descrivano come una specie di maniaco, Cuomo per ora non è stato rinviato a giudizio ed è tecnicamente un presunto innocente. Almeno per il diritto penale, non per la vox populi e per il tritacarne mediatico che lo ha già condannato e impallinato prima del processo dall’ondata del metoo che mai era arrivata a colpire un politico così in vista. In attesa che la giustizia confermi o smonti le accuse, l’unica vittima sicura di tutto l’affaire è proprio Andrew Cuomo, costretto a terminare nella polvere la sua carriera politica. E dire che a inizio anno c’era anche chi parlava di lui come possibile candidato alla Casa Bianca. Ora sarà fortunato se gli americani si dimenticheranno di lui. C’è da dire che l’ex governatore ha gestito in modo catastrofico tutta la vicenda con dichiarazioni imbarazzanti, da autentico “boomer” come si dice oggi in gergo, che gli hanno praticamente scavato la fossa. «Non sono un molestatore, sono un uomo italo- americano che ha abbracciato e baciato in modo disinvolto», ha detto poche ore prima delle dimissioni sugli schermi di Fox news. Parole che in un sol colpo hanno fatto infuriare milioni di donne e milioni di italiani, equiparati a satiri dalla mano morta incapaci di trattenere i propri impulsi. Ma che non ne fanno un molestatore.

Francesco Semprini per "la Stampa" il 12 agosto 2021. Non solo i procedimenti giudiziari e l'annunciato esilio politico, ora Andrew Cuomo deve fare i conti con l'accanimento degli italiani. Certo il tentativo di spiegare la sua «affettuosità manifesta» sul posto di lavoro è stato piuttosto goffo, ma ad alcuni organi di informazione non è apparso vero coglierlo in fallo e assestargli il colpo del KO. Martedì l'ormai ex governatore di New York ha annunciato in diretta le sue dimissioni dopo le accuse di molestie sessuali avanzate da undici donne e un rapporto della procuratrice generale dello Stato, Letitia James, che sembrerebbe inchiodarlo alle sue responsabilità. «Date le circostanze, la cosa migliore che posso fare per aiutare è farmi da parte, per permettere al governo di tornare a governare», ha detto. Poi però si è avventurato in una spinosa interpretazione antropologica di alcuni dei gesti che gli vengono contestati, ad esempio il bacio sulla guancia, un braccio attorno al collo in posa per una foto e il «tesoro» detto per chiamare una collaboratrice. Ha così ammesso di essere stato sempre «troppo affettuoso con le persone» e che il suo senso dell'umorismo può essere stato «pesante e privo di tatto». «L'ho fatto per tutta la mia vita, è quello che sono da quando ho memoria di me stesso - ha aggiunto - nella mia mente non ho mai superato il limite con nessuno, ma non mi sono accorto che questo limite era stato ridisegnato». Ma è la chiosa che ha innescato il corto circuito: «Ci sono cambiamenti generazionali e culturali che non ho apprezzato appieno, e avrei dovuto». Probabilmente voleva intendere di non essere stato capace di adeguarsi ai cambiamenti che la cultura americana ha sviluppato rispetto a quella presunta italiana di decenni addietro. Andrew Cuomo è figlio di Mario Cuomo, storico governatore di New York ed esponente di spicco del partito democratico di origini campane, e di Matilda Raffa di origini siciliane. Le sue parole sono state così interpretate come un'accusa alle sue origini italiane per gli atteggiamenti inappropriati con le donne. A completare l'opera sono stati alcuni organi di informazione come Fox News, emittente di orientamento conservatore, che ha proposto un eloquente sottopancia a corredo dell'immagine del governatore: «Cuomo: non sono un pervertito, sono solo un italiano». La parafrasi - il termine italiano non è stato pronunciato dal governatore - ha scatenato l'offensiva sul web e sui social da parte di italiani, oriundi e simpatizzanti. Tra chi lo ha definito indegno di avere sangue tricolore e chi lo ha accusato di essere ignobile nel tentare di mascherare i suoi atteggiamenti da «predatore» come retaggi culturali. Per il 63enne democratico si tratta dell'affondo finale, costretto a uscire di scena con l'onta di aver tradito le sue origini. Sembrano lontanissimi i tempi del mito del «super Cuomo» costruito sulla brillante gestione dell'emergenza coronavirus. Lo stesso fratello Chris, volto noto di Cnn, lo ha caldeggiato nei giorni scorsi a dimettersi perché non sarebbe sopravvissuto alle ricadute del rapporto della procuratrice James. E così ieri a fare il suo esordio da governatrice ad interim è stata Kathy Hochul, che fra due settimane si insedierà ad Albany. Hochul, 62 anni, avvocatessa e già vice di Cuomo si è detta «pronta a guidare lo Stato di New York», dopo che aveva definito i comportamenti contestati al suo ex capo «disgustosi e fuorilegge».

ANDREW CUOMO SI DIMETTE IN DIRETTA TV. (ANSA il 10 agosto 2021) Andrew Cuomo ha annunciato le sue dimissioni in diretta tv. "Mi scuso profondamente se ho offeso qualcuno, sono stato troppo familiare con le persone, uomini e donne, ma non ho mai superato il limite con nessuno": così Andrew Cuomo si è rivolto in diretta tv ai newyorchesi, visibilmente scosso ma accusando il rapporto che lo accusa di molestie sessuali di "faziosità". "Quando c'è faziosità, attenzione, può colpire chiunque". "Accetto la piena responsabilità, sono scivolato, sono stato troppo familiare con i miei collaboratori". "Ma dietro alle accuse ci sono motivazioni politiche, e sono certo che i newyorchesi capiranno". Lo ha detto Andrew Cuomo tornando a difendersi in diretta tv. (ANSA).

Lo scandalo e le indagini sulle molestie: Cuomo si dimette. Orlando Sacchelli il 10 Agosto 2021 su Il Giornale. Il politico democratico ha annunciato in conferenza stampa le proprie dimissioni dopo essere stato accusato di aver molestato sessualmente 11 donne. Da giorni sulla graticola con l'accusa di aver molestato diverse donne, il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo ha deciso di fare un passo di lato, rassegnando le proprie dimissioni. Parlando ai newyorchesi in un discorso trasmesso in diretta ha rigettato le accuse affermando che il rapporto della procuratrice generale Letitia James che lo accusa di aver molestato 11 donne è falso. Poi ha chiesto scusa alle donne "offese" e ha detto che si assume la responsabilità delle proprie azioni: "Ho agito totalmente senza pensare, ho agito in modo irrispettoso e insensibile verso alcune persone e io mi scuso". Cuomo è oggetto di una procedura di impeachment da parte dell'assemblea statale, che eviterà grazie alle dimissioni. Pur uscendo di scena, con le dimissioni, Cuomo si è difeso strenuamente: "Un'inchiesta basata su fatti non veri - ha detto il governatore -. Ho chiamato le persone tesoro, ho dato loro baci e abbracci, ma stavo scherzando. Ho preso piena responsabilità per il mio comportamento, il mio senso dell'humor può essere apparso insensibile a uomini e donne, ma io non ho mai fatto nella mia vita... non ho mai superato il confine con nessuno. Ci sono stati cambiamenti generazionali che io non ho considerato". L'avvocato Rita Glavin, che difende Cuomo, ha attaccato Jon Kim, uno degli investigatori dello staff della procura federale, sottolineando che "ha cercato per anni prove contro il governatore". Sotto accusa anche la stessa procuratrice generale. "L'obiettivo dell'inchiesta del suo ufficio - ha spiegato Glavin - era costruire un caso contro il governatore, non un'analisi onesta e indipendente delle accuse". Nel rapporto di 165 pagine presentato la scorsa settimana, sottolinea l'avvocato Glavin, dalla procuratrice generale ci sarebbero "pregiudizi" e non prove contro Cuomo. Glavin prosegue affermando che Cuomo era "totalmente lontano" dall'aver cercato una relazione con una delle sue accusatrici, Charlotte Bennett, a cui si era rivolto per un altro motivo: come persona che aveva subito un'aggressione sessuale, la sua esperienza poteva essere utile al governatore, per gestire un caso di violenza che aveva coinvolto un suo stretto familiare. Sessantaquattro anni a dicembre, figlio dell'ex governatore italoamericano Mario Cuomo, Andrew aveva seguito le orme del padre, divenendo un esponente di spicco del Partito democratico ed entrando nei "giri che contano" dopo aver sposato una delle figlie di Bob Kennedy: da ministro alla Casa e allo sviluppo urbano con Clinto alla Casa Bianca, a procuratore generale di New York, e infine governatore, entrato in carica il 1° gennaio 2011. Nell'ultimo periodo della presidenza Trump aveva duramente polemizzato con la Casa Bianca, specie nella gestione del coronavirus. Polemiche durissime, vere e proprie sfide personali, che per un certo periodo avevano posto Cuomo come l'alternativa (o il maggior oppositore) di Trump. Poi però la sua leadership si era sgonfiata, a causa di uno scandalo legato ai numeri taroccati sui morti per coronavirus nelle case di riposo per anziani. Un'altra brutta pagina che ha macchiato l'esperienza politica del governatore democratico, prima dello scandalo sessuale.

La reazione della Casa Bianca. "Questa è una vicenda di donne coraggiose che hanno raccontato la loro storia", afferma Jen Psaki, portavoce della Casa Bianca. La Psaki ha precisato che Joe Biden - che la scorsa settimana aveva detto che Cuomo avrebbe dovuto dimettersi - da allora non ha parlato con il governatore democratico e che la Casa Bianca non era stata avvisata in anticipo della sua decisione di dimettersi.

Orlando Sacchelli. Laureato in Scienze Politiche, ho scritto per La Nazione e altri quotidiani. Dal dicembre 2006 lavoro al sito internet de il Giornale. Ho fondato L'Arno.it, un sito per i toscani e per chi ama la Toscana. 

(ANSA il 3 agosto 2021) Il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha molestato sessualmente diverse donne e si è vendicato di un dipendente che aveva provato a denunciare la situazione. Lo ha dichiarato la procuratrice generale dello stato di New York, Letitia James dopo che Cuomo giorni fa è stato interrogato per ben undici ore dagli investigatori. La procuratrice, nel corso di una conferenza stampa, ha spiegato come tra le donne molestate ci sono un'attuale dipendente ed una ex dipendente statale. James ha accusato Cuomo anche di aver creato nei suoi uffici un ambiente di lavoro pervaso da un clima di paura e di intimidazione, oltre che ostile nei confronti di diversi membri dello staff. James ha quindi definito "eroiche" le donne, alcune giovani, che hanno avuto il coraggio di denunciare.

Dagotraduzione dal Daily Mail il 4 agosto 2021. Il governatore Andrew Cuomo è stato formalmente accusato di molestie sessuali su undici donne dal procuratore generale di New Yor, Letitia James. Cuomo è stato accusato per la prima volta di cattiva condotta sessuale l'anno scorso, ma nella conferenza stampa di martedì sono state tirate in ballo diverse nuove vittime e sono stati resi noti i nove precedenti accusatori di Cuomo - le cui testimonianze sono risultare convincenti agli investigatori. Il governatore ha negato furiosamente la scorrettezza e ha rifiutato di dimettersi, nonostante il presidente Biden abbia aggiunto la sua voce alle richieste di Cuomo di lasciare l’incarico. Qui diamo uno sguardo dettagliato alle donne le cui affermazioni hanno innescato la più grande crisi della carriera di Cuomo, al terzo mandato.

Poliziotto di Stato n. 1. Cuomo è accusato di aver molestato sessualmente una poliziotta di stato, indicato nel rapporto come Trooper N. Il governatore avrebbe voluto la soldatessa senza nome nella sua cerchia ristretta nonostante avesse completato solo due anni di addestramento. Si dice che abbia chiesto a un membro anziano della sua scorta di sicurezza di aggiungerla alla squadra anche se non soddisfaceva i requisiti standard. «Ah ah, hanno cambiato il minimo da 3 anni a 2 solo per te», ha detto il membro senior della sicurezza al soldato in un'e-mail, inclusa nel rapporto del procuratore. Una volta entrata nella sua squadra, l'ha presumibilmente molestata in diverse occasioni, una volta le ha passato la mano sullo stomaco dall'ombelico all'anca destra mentre teneva la porta aperta per lui durante un evento. «Mi sono sentita... completamente violata perché per me... questo è tra il mio petto e le mie parti intime», ha detto il soldato, secondo Business Insider. È anche accusato di averle «passato un dito sulla schiena» mentre erano in ascensore insieme dicendo "hey tu", e baciandola sulla guancia di fronte a un altro soldato. «Ricordo di essermi sentiti ghiacciare, - pensavo, oh, come faccio a dire di no educatamente. E ora sono sulla cattiva lista», ha detto la soldatessa. Cuomo avrebbe anche chiesto a lei di aiutarlo a trovare una ragazza e ha detto che voleva qualcuno a cui «piacesse il dolore», e le ha chiesto perché volesse sposarsi, dicendo che così «il tuo desiderio sessuale diminuisce». «Il soldato n. 1 ha trovato queste interazioni con il governatore non solo offensive e scomode, ma notevolmente diverse dal modo in cui il governatore ha interagito con i membri del PSU che erano uomini, e ha comunicato questi incidenti ai colleghi», si legge nel rapporto. Il poliziotto ha detto che temeva di subire ritorsioni se si fosse ribellata.

Impiegato dell'ente statale n. 2. Un medico afferma di essere stata molestata sessualmente mentre somministrava a Cuomo un test COVID-19. La dottoressa che ha somministrato un test per il COVID-19 a Cuomo è stata molestata sessualmente durante l'incidente. Il 17 maggio 2020 Cuomo ha detto al medico, davanti alle telecamere «che piacere vederti dottore, fai sembrare bello quel vestito». Il medico, che si è presentato in completo DPI, non ha risposto al suo commento. Il rapporto afferma anche che prima del test, Cuomo le ha chiesto di non tamponarlo così forte da «colpirgli il cervello».  Lei ha risposto che sarebbe stata «gentile ma precisa» e lui ha detto «L'ho già sentito prima», che il dottore inteso come «riferito a qualcosa di natura sessuale». Il medico ha ritenuto che l'interazione fosse una molestia sessuale e gli investigatori hanno concordato. 

Un altro "impiegato dell'ente statale" senza nome n. 3. La dipendente non identificata, citata come "Dipendente dell'entità statale n. 1", ha affermato di aver partecipato a un evento con Cuomo nel settembre 2019. Dopo aver tenuto un discorso, si dice che Cuomo abbia posato per delle foto con lei. Mentre la foto veniva scattata, le «afferrava il sedere». «La dipendente è rimasta scioccata e ne ha discusso con un certo numero di amici, familiari e colleghi», afferma il rapporto. Ha anche «memorizzato il tocco inappropriato del Governatore» contemporaneamente, ma il rapporto non dice come.

"Assistente Esecutiva Uno" n. 4. Cuomo è accusato di aver palpeggiato una assistente esecutiva, la cui identità rimane anonima, in occasione di un evento lo scorso novembre, dopo aver regolarmente messo in atto uno schema di condotta improprio iniziato alla fine del 2019. Il rapporto afferma che Cuomo ha ripetutamente molestato sessualmente "L’Assistente Esecutiva Uno" quando lavorava per lui sottoponendola ad «abbracci stretti e intimi», «baci sulle guance e sulla fronte», «almeno un bacio sulle labbra» e «toccandole il culo». Si riferiva a lei e a un’altra assistente come «mamme miste» e le chiedeva ripetutamente se avrebbe mai tradito suo marito. Il 31 dicembre 2019, Cuomo le ha chiesto di farsi un selfie mentre lavoravano insieme nel suo ufficio all'Executive Mansion. Mentre sollevava la telecamera, Cuomo «ha mosso la mano per afferrarle il sedere e ha iniziato a strofinarlo» per almeno cinque secondi, sostiene il rapporto. L'assistente «tremava così tanto durante questa interazione» che le foto risultavano sfocate - e Cuomo ha suggerito ai due di sedersi per farne un'altra, dice il documento. Quella foto, che mostra Cuomo che sorride mentre si siede su un divano con l'assistente, è inclusa nel rapporto. Il governatore le avrebbe quindi detto di inviare lo snap a un'altra aiutante, Alyssa McGrath - che ha anche accusato Cuomo di molestie sessuali - e ha detto «di non condividere la fotografia con nessun altro». La donna ha detto di non aver denunciato l'accaduto perché terrorizzata. Cuomo ha ammesso che lui e lo staff hanno scattato una foto insieme, ma ha detto che è stata un'idea sua, perché "non gli piace fare selfie". Nel novembre 2020, avrebbe tentato di toccarle il seno all'Executive Mansion di Albany. «Per oltre tre mesi, l'assistente esecutiva n. 1 ha tenuto per sé questo incidente a tentoni e ha pianificato di portarlo "nella tomba", ma si è trovata a diventare emotiva (in un modo visibile ai suoi colleghi)». Il governatore ha dichiarato, in una conferenza stampa del 3 marzo 2021, di non aver mai «toccato nessuno in modo inappropriato». Si è poi confidata con alcuni dei suoi colleghi, che a loro volta hanno riferito le sue accuse al personale dirigente della Camera esecutiva, afferma il rapporto. L'assistente è stato convocato nella villa con il pretesto di dover assistere Cuomo con un problema tecnico che riguardava il suo telefono, secondo quanto riportato dal Times Union a marzo. I due erano soli insieme al secondo piano della residenza quando Cuomo avrebbe chiuso la porta, ha raggiunto sotto la camicetta della donna e ha iniziato ad accarezzarla. «Ci metterai nei guai», ha detto la donna e Cuomo le ha risposto: «Non mi interessa», secondo il rapporto. Il governatore poi «ha fatto scivolare la mano sulla sua camicetta e l'ha afferrata per il seno, mettendole il seno sopra il reggiseno», afferma il rapporto. Una fonte a conoscenza dell'incidente ha riferito al quotidiano che la vittima aveva chiesto a Cuomo di fermarsi. Questa è stata presumibilmente l'unica volta che l'ha toccata; tutti gli altri casi hanno comportato un comportamento civettuolo. 

Lindsey Boylan. Boylan, che è stata la prima accusatrice a parlare pubblicamente, ha affermato che Cuomo le ha fatto commenti inappropriati quando ha lavorato come capo dello staff per l'amministratore delegato dell'Empire State Development Corporation. Cuomo ha detto che la trovava attraente e che voleva giocare a strip poker. Ha anche detto che l'ha toccata fisicamente su varie parti del suo corpo, compresa la vita, le gambe e la schiena. Ha affermato che una volta denunciate le sue accuse, è stata vittima della sua squadra che ha condotto una campagna diffamatoria contro di lei mentre correva per la carica. Le presunte molestie sono avvenute tra il 2015 e il 2018.  I rapporti pubblicati all'inizio di quest'anno hanno rivelato che il principale aiutante di Cuomo ha cercato di screditare Boylan e avrebbe chiamato almeno sei ex dipendenti in cerca di notizie su di lei. 

Charlotte Bennett. Bennett ha lavorato brevemente per Cuomo come aiutante. Era una consulente per le politiche sanitarie nell'amministrazione del governatore di New York, assunta nella primavera del 2019 e rapidamente promossa a senior briefer e assistente esecutiva solo pochi mesi dopo. Il procuratore Letitia James ha confermato le sue accuse di molestie nei confronti di Cuomo. Tra le sue presunte osservazioni ci sono domande sul fatto che uscisse con uomini più anziani, chiedendole aiuto per trovare una ragazza e apparentemente interrogandola su un'aggressione sessuale che aveva subito. Bennett aveva una relazione amichevole con Cuomo grazie ai loro legami reciproci con la contea di Westchester e lo vedeva come un mentore. In un'intervista all'inizio di quest'anno, Bennett ha affermato che la sua prima conversazione imbarazzante con Cuomo è avvenuta il 15 maggio 2020. «Il governatore mi ha invitato a sollevare pesi con lui», ha scritto in un messaggio. «Mi ha sfidato a una gara di flessioni». Aveva detto ai suoi genitori quanto fosse stato sorpreso di apprendere che sollevava pesi e faceva boxe e che le aveva chiesto di fare flessioni in ufficio. In un'altra catena di testo ha detto che Cuomo «ha parlato della differenza di età nelle relazioni», definendo i suoi commenti «espliciti». Il rapporto includeva anche messaggi in cui Bennett dice a un confidente che era incredibilmente a disagio dopo un'interazione in ufficio. Bennett ha detto che stava «tremando» ed era «così sconvolta e così confusa». Nei messaggi a un altro aiutante, Bennett ha detto che Cuomo le ha ripetuto «più e più volte» che era stata «stuprata». Cuomo è stato anche registrato mentre cantava la famosa canzone d'amore degli anni '60 Do You Love Me?, dei Contours, a Bennett durante una telefonata nel 2019. Secondo il New York Post, Bennett ha avviato la telefonata dicendo: «Salve, governatore. Questa è Charlotte». Cuomo avrebbe risposto alla chiamata con «Sei pronto? Doo, doo, doo» e ha continuato a chiederle se conosceva la canzone. Cuomo avrebbe continuato a cantare: «Mi ami? Mi ami veramente? Mi ami? Ti importa?». 

Virginia Limmiatis. Virginia Limmiatis ha lavorato per National Grid e indossava una t-shirt con il nome dell'azienda scritto sul petto quando dice di aver incontrato Cuomo. Lui ha fatto scorrere le sue «due dita sul suo petto, premendo su ciascuna delle lettere mentre lo faceva e leggendo il nome dell'azienda mentre procedeva». Il rapporto dice che poi «si è sporto in avanti, con il viso vicino alla sua guancia, e ha detto "Dirò che vedo un ragno sulla tua spalla" prima di sfiorarle l'area tra la spalla e il seno». «SM. Limmiatis si è fatta avanti in questa indagine dopo aver sentito il governatore dichiarare, durante la conferenza stampa del 3 marzo 2021, di non aver mai toccato nessuno in modo inappropriato». «Come ci ha testimoniato la signora Limmiatis, “Sta mentendo di nuovo. Mi ha toccato in modo inappropriato. Sono costretta a farmi avanti per dire la verità... Non sapevo come riferire quello che mi ha fatto in quel momento ed ero gravata dalla vergogna, ma non farmi avanti adesso mi avrebbe reso complice della sua menzogna, e io non lo farò». 

Alyssa McGrath. McGrath, 35 anni, è stata la prima dipendente attuale ad accusare Cuomo e lavora come assistente esecutivo. «Nelle sue interazioni con un'altra assistente esecutiva, Alyssa McGrath, il Governatore ha fatto commenti inappropriati e si è impegnato in comportamenti molesti, tra cui: chiedere regolarmente informazioni sulla sua vita personale, compreso il suo stato civile e il divorzio; chiedere se la signora McGrath avrebbe detto all'assistente esecutivo n. 1 se avesse tradito suo marito - e se la stessa signora McGrath avesse pianificato di "mescolarsi" con gli uomini». Ha anche affermato che ha guardato la sua maglietta per complimentarsi con lei per la sua collana, le ha detto che è bellissima in italiano e l'ha baciata sulla fronte durante una festa di Natale in ufficio nel 2019. Il suo avvocato, Mariann Wang, ha detto martedì che McGrath e un altro accusatore che lei rappresenta, Virginia Limmiatis, sono stati sollevati. Le due donne «si sentono profondamente grate al team dell'AG per aver preso sul serio la questione e aver esaminato i loro rapporti in modo accurato». Wang ha continuato: «La misoginia e gli abusi di Cuomo non possono essere negati. Lo fa da anni, senza ripercussioni.  Non dovrebbe essere responsabile del nostro governo e non dovrebbe essere in alcuna posizione di potere su nessun altro». 

"Kaitlin". Kaitlin - il cui secondo nome non è pubblico - ha incontrato il governatore nel 2016 a un evento di raccolta fondi in cui sono stati fotografati insieme. In seguito, è stata assunta da lui in una posizione junior, ma le è stato dato uno stipendio di 120.000 solari - una cifra così alta che dice che è stata derisa nella sua intervista. Ana Liss. Liss, 35 anni, ha lavorato nella Camera esecutiva tra il 2013 e il 2015, durante i quali afferma che il governatore l'ha sottoposta a molestie sessuali che includevano l'essere chiamata «tesoro» e le ha messo una mano intorno alla vita. Le ha anche baciato le mani e la guancia, ha detto. Nonostante si senta a disagio, dice di non averli denunciati perché «nel suo ufficio le regole erano diverse». Ha aggiunto: "Era solo che dovresti vederlo come un complimento se il Governatore ti trova esteticamente abbastanza gradevole, se ti trova abbastanza interessante da porre domande del genere. «E così, anche se era strano, scomodo e tecnicamente non ammissibile in un tipico ambiente di lavoro, ero con questa mentalità che fosse la zona crepuscolare e... le regole tipiche non si applicassero». 

Anna Ruch. Ruch è stata ospite a un matrimonio, nel 2019 quando lei dice che ha messo le mani su una parte della sua schiena che era esposta da un taglio nel suo vestito. Ha afferrato il suo polso per allontanarlo e lui ha risposto dicendo «wow, sei aggressiva», secondo il rapporto. Cuomo poi le ha afferrato il viso con entrambe le mani e le ha detto «posso baciarti?». È stato raffigurato mentre le baciava la guancia. 

Karen Hinton. Karen Hinton, 62 anni, ha parlato al Washington Post di un incidente in cui Cuomo l'ha convocata nella sua stanza d'albergo «poco illuminata» e l'ha abbracciata dopo un evento di lavoro nel 2000.  Non era tra le 11 donne su cui il procuratore generale ha basato il suo rapporto. Hinton ha detto che ha cercato di allontanarsi da Cuomo, ma che lui l'ha tirata indietro e l'ha trattenuta prima che lei indietreggiasse e scappasse dalla stanza. Peter Ajemian, direttore delle comunicazioni di Cuomo, ha dichiarato al Post che Hinton è un «noto antagonista del Governatore che sta tentando di approfittare di questo momento per ottenere punti a buon mercato con accuse inventate di 21 anni fa». «Tutte le donne hanno il diritto di farsi avanti e raccontare la loro storia, tuttavia, è anche responsabilità della stampa considerare l'automotivazione. Questo è avventato», ha aggiunto. In risposta, Hinton ha detto al Post che «attaccare l'accusatore è il classico copione di uomini potenti che cercano di proteggersi» mentre ha detto che guardare la conferenza stampa di scuse di Cuomo «mi ha fatto impazzire». «Pensavo davvero che il flirt non riguardasse il sesso», ha detto Hinton. «Si trattava di controllare la relazione». Al momento del presunto incontro nella stanza d'albergo, Cuomo sarebbe stato a capo del Dipartimento per l'edilizia abitativa e lo sviluppo urbano degli Stati Uniti e Hinton era un consulente. Il Post riporta che Hinton e Cuomo hanno un passato conflittuale e che hanno avuto una grande discussione prima che lei lasciasse l'agenzia nel 1999, rimanendo come consulente.  Si era unita a Cuomo a Los Angeles per promuovere un programma HUD e in seguito aveva cenato nel suo hotel prima di ricevere una telefonata da lui che diceva: «Perché non vieni nella mia stanza e parliamo?».  Hinton ha detto che ha pensato fosse insolito perché Cuomo le aveva chiesto di evitare di essere vista da Clarence Day, il capo della sua sicurezza di lunga data.  «Ho fatto una pausa per un secondo», ha detto al Post per aver notato le luci basse nella stanza. «Perché le luci sono così basse? Non tiene mai le luci così basse». Hinton ha detto che si sono seduti su divani opposti e hanno parlato del loro lavoro all'HUD e che Cuomo le ha posto domande personali sulla sua vita e sul suo matrimonio, incluso se avrebbe lasciato suo marito. Afferma di essere diventata imbarazzata dopo aver parlato così tanto di se stessa e di essere andata via. «Mi alzo e dico: "Si sta facendo tardi, devo andare"» e ha descritto l'abbraccio che Cuomo le ha dato come "molto lungo, troppo lungo, troppo stretto, troppo intimo". «Mi tira indietro per un altro abbraccio intimo», ha detto. «Ho pensato che avrebbe potuto baciarmi, o fare altre cose, quindi mi sono allontanata di nuovo e me ne sono andata». Hinton ha detto al Post di aver visto la mossa come un «gioco di potere» per «manipolazione e controllo» e che la coppia non ha mai più discusso dell'incidente, sebbene siano rimasti in contatto. Ha elogiato pubblicamente Cuomo ed è stata critica, soprattutto quando ha lavorato come addetta stampa nel 2015 e nel 2016 per il sindaco di New York Bill de Blasio, con il quale il governatore ha un'intensa rivalità. Il Post ha parlato con due persone che hanno confermato che Hinton aveva parlato loro dell'incidente in hotel dopo che è successo.

Federico Rampini per “la Repubblica” il 14 marzo 2021. Era prevedibile, la sconfitta di Donald Trump trascina con sé una "caduta degli dèi" nel campo avverso. Eliminato il grande nemico, è iniziata la resa di conti dentro il Partito democratico. L' assedio al governatore di New York, Andrew Cuomo, è la storia più spettacolare: perché appartiene a una dinastia politico-mediatica (suo padre fu una star della sinistra, il fratello è un anchorman della Cnn), e perché ancora pochi mesi fa era idolatrato come il grande eroe di sinistra della lotta anti-covid. Ma sull' altra costa anche il governatore democratico della California Gavin Newsom è in difficoltà, esposto a un referendum popolare che lo vuole cacciare. Tutti e due sono finiti sotto accusa, prima di tutto, per una gestione tutt' altro che esemplare della pandemia. Ma Cuomo oltre a insabbiare i dati su una strage di anziani nelle case di cura, ha commesso un errore che è molto più grave nel contesto ideologico di oggi. Ha sottovalutato le accuse di ex collaboratrici sui suoi comportamenti allusivi o aggressivi. Si è illuso di potere reagire alle accuse chiedendo un'inchiesta regolare. Ha ignorato le nuove regole del gioco che valgono dalla nascita del movimento #MeToo. Per un politico della sua esperienza e sagacia, ha commesso un imperdonabile errore d' ingenuità, ha sottovalutato l'avversario. Su di lui si gioca infatti una battaglia per l'egemonia nel Partito democratico. La sinistra più radicale, che era uscita malconcia dal risultato elettorale di novembre - tanti seggi persi, e un presidente moderato - ha lanciato una controffensiva interna al partito e abbattere il centrista Cuomo sarebbe un trofeo ambito. La nuova sinistra non è quella del socialista Bernie Sanders, che non è riuscita a recuperare voti nella classe operaia. I nuovi movimenti che aspirano alla leadership sono quelli identitari legati a #MeToo e BlackLivesMatter. Biden spera di tenerli a bada offrendogli una manovra economica con un forte segno redistributivo, paragonabile alle riforme sociali di Lyndon Johnson (Great Society) e al New Deal di Franklin Roosevelt. Ma lo stesso Biden fatica a controllare le dinamiche di un partito sempre più eterogeneo. Il grosso delle truppe parlamentari, in particolare gli eletti che rappresentano il Midwest e l'America provinciale, sono moderati come lui. Ma sulle due fasce costiere, a New York come in California, domina la sinistra estrema delle università, del politically correct, della caccia alle streghe che scatena purghe nelle redazioni dei giornali, nei cataloghi delle case editrici. C' erano molte ragioni per sostituire Cuomo. Prima dello scandalo-covid, il malgoverno di New York era ben visibile da anni. Ma se cadrà sarà su un altro campo di battaglia.

Travolto dalle accuse. Perché si è dimesso Cuomo, il governatore dello Stato di New York in carica da 10 anni. Vittorio Ferla su Il Riformista l'11 Agosto 2021. Alla fine, Andrew M. Cuomo si dimette. Non sono bastati tre mandati come governatore di New York, né il credito accumulato nella lotta contro il coronavirus (e contro le mattane di Trump). Le accuse di molestie sessuali formulate da 11 donne e raccolte in una indagine dello stato di New York – insieme alla scoperta dei suoi tentativi di mettere a tacere, screditandola con la stampa, Lindsey Bolan, la prima delle sue accusatrici – sono state letali. «Sprecare energie in distrazioni è l’ultima cosa che il governo statale dovrebbe fare. E non posso esserne la causa», spiega Cuomo nel video in cui annuncia il passo indietro. «Date le circostanze, il modo migliore in cui posso aiutare ora è farmi da parte e lasciare che il governo torni a governare», conclude. Senza dubbio, una sconfitta schiacciante e disonorevole, ma una scelta necessaria per evitare l’impeachment che l’assemblea dello stato avrebbe avviato a breve e che lo avrebbe visto sicuramente capitolare. In questi mesi, Cuomo aveva cercato di difendersi dalle numerose accuse, negando di aver toccato le sue collaboratrici in modo improprio e giudicando l’accusa di molestie come una interpretazione errata di uno stile affettuoso e cameratesco. «Nella mia mente, non ho mai superato il limite con nessuno, ma non mi rendevo conto fino a che punto il confine fosse stato ridisegnato», spiega Cuomo. «Ci sono cambiamenti generazionali e culturali che non ho considerato fino in fondo e il mio comportamento non può avere scuse». La scelta di Cuomo è stata definitivamente presa dopo i suggerimenti del suo avvocato, Rita Glavin, e, soprattutto, costretta dall’isolamento politico in cui era precipitato: aveva perso il sostegno del presidente Biden, dei due senatori democratici dello stato e della maggior parte della delegazione del Congresso di New York. Allo stesso modo, ha pesato il clamoroso tonfo nei consensi. I sondaggi di questo mese della Quinnipiac University rivelano che il 70 percento degli elettori newyorchesi voleva le dimissioni del governatore, compreso il 57 percento dei democratici. Il 54% degli intervistati crede alle accuse delle donne molestate e ritiene Cuomo colpevole. «Penso che il governatore abbia fatto la cosa giusta», ha detto per esempio la senatrice Kirsten Gillibrand a Capitol Hill dopo il suo annuncio. «E voglio solo elogiare le donne coraggiose che si sono fatte avanti. Non è stata una cosa facile da fare». Il presidente della commissione giudiziaria dell’Assemblea di New York, Charles D. Lavine, ha dichiarato lunedì che potrebbero esserci motivi fondati per continuare l’iniziativa di impeachment contro Cuomo anche nel caso di dimissioni: in caso di impeachment, infatti, all’ormai ex governatore verrebbe negata ogni possibilità di ricoprire nuovamente la carica a New York. In ogni caso, le dimissioni saranno effettive tra 14 giorni. Per quella data sarà praticamente chiusa la carriera politica di questo vero e proprio “principe ereditario” di una importante dinastia politica americana. Andrew è infatti il figlio di Mario, già governatore di New York ai tempi di Ronald Reagan e faro della sinistra dell’East Coast. Cuomo sarà sostituito dalla vicegovernatrice Kathy Hochul che diventerà così la prima governatrice di New York e resterà in carica fino alla fine del mandato, nel novembre 2022. Vittorio Ferla

(ANSA l'11 agosto 2021) È stato Chris Cuomo a consigliare e a convincere il fratello Andrew a mollare e a dimettersi da governatore. Secondo il New York Times, il popolare anchor della Cnn ha parlato con il fratello maggiore al telefono spiegandogli che non sarebbe potuto comunque sopravvivere alle conseguenze legate alle accuse di molestie sessuali. Solo ieri, poco prima che il governatore gettasse la spugna annunciando le sue dimissioni i tv, il Washington Post aveva riferito che tra i pochi consiglieri rimasti al suo fianco dopo lo scandalo c'era ancora il fratello Chris. L'anchor della Cnn era finito già in mezzo alle polemiche a maggio, quando emerse che al tempo delle prime accuse di molestie sessuali (a marzo), aveva aiutato il fratello a mettere a punto una strategia per uscirne pulito attraverso una campagna di comunicazione creata ad arte. Una vicenda che ha sollevato dubbi sul ruolo dell'anchor e sulla trasparenza dell'emittente.

Viviana Mazza per il "Corriere della Sera" l'11 agosto 2021. Era inevitabile, eppure è successo così in fretta da sorprendere tutti. Dopo dieci anni al potere, il governatore di New York Andrew Cuomo si è dimesso ieri in diretta tv. La sua ascesa e caduta resteranno tra le più memorabili della politica americana e segnano la fine di una dinastia. All'inizio sembrava una conferenza stampa convocata per difendersi dalle accuse di molestie sessuali delle 11 donne intervistate nel rapporto della procuratrice Letitia James. Cuomo si è fatto precedere dall'avvocata che per 45 minuti ha demolito la credibilità di quelle donne.  Poi ha preso lui la parola, negando le molestie ma scusandosi se ha offeso qualcuno («errori» dovuti a «cambiamenti generazionali e culturali» che gli sono sfuggiti). Dopodiché ha definito le accuse «politicamente motivate». Solo a questo punto il tono è cambiato: «La cosa migliore che posso fare è farmi da parte». Figlio del governatore Mario Cuomo, un faro della sinistra negli anni di Ronald Reagan, Andrew era il principe di una dinastia che per New York rappresenta ciò che i Kennedy sono per l'America (e lui, di Kennedy, ne aveva sposata una). Lascia a 63 anni senza poter realizzare il sogno di superare i tre mandati del padre toccando i quattro di Nelson Rockefeller - e di arrivare anche più in alto. Fa la fine, invece, del suo predecessore Eliot Spitzer, che si dimise nel 2008 per uno scandalo di prostitute. Ex funzionario dell'amministrazione Clinton, poi procuratore di New York, Cuomo si è visto respingere dalla classe politica in cui è cresciuto e che a lungo ha dominato in modo machiavellico, come osserva Ross Barkan nel suo libro Il Principe. Lo scandalo sessuale, iniziato con le accuse di Lindsey Boylan a dicembre, non può essere disgiunto da quello per la gestione della pandemia: per il primo rischiava l'incriminazione, per entrambi l'impeachment. Dopo essere stato per mesi elogiato come un eroe nazionale per la leadership nella battaglia contro il Covid e contrapposto a Trump, dopo essere apparso sulla Cnn in siparietti con il fratellino «anchorman» Chris e la madre Matilda cui aveva intitolato una legge per la protezione degli anziani, si è scoperto che il governatore aveva intenzionalmente fornito numeri falsi sui morti nelle case di cura: il 50% in meno, secondo un rapporto della stessa procuratrice James. A febbraio l'Fbi ha aperto un'indagine, mettendolo nei guai come non succedeva dai tempi in cui il suo consigliere Joe Percoco finì in prigione per corruzione. «Da New York - ricorda Ross Barkan - vengono le dinastie che ispirano e tormentano la nazione: i Roosevelt, i Rockefeller, i Trump». Trump, da presidente, sapeva che sarebbe sfuggito all'impeachment grazie al sostegno dei repubblicani, Cuomo sapeva di essere rimasto solo. Il presidente Joe Biden e la speaker della Camera Nancy Pelosi lo hanno invitato a dimettersi. Anche la fidata consigliera Melissa DeRosa domenica lo ha abbandonato. Gli amici gli ripetevano che la ritirata era preferibile all'umiliazione d'essere il primo governatore newyorchese sotto impeachment in oltre un secolo. Tra 14 giorni passerà le consegne alla sua vice, Kathy Hochul, una donna felice, ora, di essere stata dimenticata nelle memorie scritte dal suo capo sfruttando lo staff pagato dallo Stato. Cuomo non ha mai cercato veri alleati o amici, preferiva essere temuto anziché amato, vedeva la politica in modo transazionale, arrivando al punto di aiutare i repubblicani al Senato perché non si fidava dei progressisti del suo partito. Conquiste come i matrimoni gay, l'aumento del salario minimo, si alternano alle ombre. Tutto nelle ore buie della pandemia sembrava dimenticato. Ma i toni paterni allora rassicuranti stonano oggi, anche quando spiega di aver ascoltato per settimane le accuse di molestie seduto sul divano con le tre figlie ventenni: «Lo sguardo nei loro occhi, l'espressione sul loro viso mi hanno fatto male». La pandemia è stata per Cuomo il palcoscenico che l'11 settembre fu per Rudy Giuliani. «Il nemico è atterrato nello Stato di New York. Il Covid lanciò qui l'attacco. Veniva dall'Europa, non ne avevamo idea. Un'imboscata. Eravamo soli, era una guerra». Così il principe ha annunciato che non combatterà, sapendo di avere già perso, ma proclamandosi vincitore. 

G.R. per "la Stampa" l'11 agosto 2021. Per capire Kathleen Courtney Hochul, Kathy in politica, che succederà ad Andrew Cuomo come prima donna governatrice dello Stato di New York, risalite le ultime 100 miglia del Canale di Erie, a nord, oltre Buffalo, acque color metallo che arrivano fino a Chicago e hanno reso ricche, prima di ferrovia e autostrade, agricoltura e industria locali. Là non dominano i democratici, come a New York città, han perso Obama e Clinton, Biden ha stentato, è terra di repubblicani, irlandesi, italiani, polacchi, poveri per generazioni, che detestano la viziosa Manhattan. Kathy Hochul, 63 anni il 27 agosto, conosce bene queste rive conservatrici, ha debuttato qui con il senatore Daniel Moynihan, leggendario intellettuale che ammoniva contro gli eccessi del welfare. All'università, Hochul partecipa al movimento contro l'apartheid in Sudafrica e i costi eccessivi della laurea, ma il mentore Moynihan le insegna a lavorare alle riforme, senza grilli per la testa. Cresciuta in una tradizionale famiglia irlandese, papà senza un cent arrivato a essere manager nelle Public Relations, mamma casalinga, Kathy Hochul non manca una riunione di donne, sindacato, attivisti, fa la spola tra Buffalo e New York, suadente, pronta a mediare, ad ascoltare. Cuomo, a differenza del padre Mario, governatore per tre volte dello Stato e filosofo cattolico adorato nel partito, ha stile rabbioso, le accuse delle donne, molestie sessuali e avances aggressive che lo costringono a, tardive, dimissioni, evocano violenza per tutti sul lavoro, anche i maschi sono insultati con bullismo, «mammoletta», «femminuccia». Quando, nel 2014, Cuomo le chiede di candidarsi da vicegovernatrice, Hochul è consapevole del clima tossico che il governatore impone e dello scarso peso della carica, ruolo cerimoniale che presiede comitati economici di consultazione, ma senza potere reale. Con il realismo di Erie District, Hochul però sa di aver in quel momento poche carte in mano. Aveva fatto un vero miracolo, farsi eleggere alla Camera, nel 2011, dai ruvidi agricoltori, strappando il seggio alla Camera ai veterani repubblicani, ma dura poco, già nel 2013 perderà contro Chris Collins, populista, poi trumpiano di ferro e travolto dagli scandali. Hochul accetta dunque l'incarico, ma si tiene lontana dal governatore e dalla sua corte di yesman e donne terrorizzate, con le calunnie pronte per chi, pian piano, supera il muro del silenzio. Nel 2020, quando l'epidemia Covid spazza New York, Cuomo appare ogni sera sulla rete Cnn, a far finta di litigare col fratello Chris, giornalista, che gli tira la volata «Hai chiamato mamma?», «Sono io il preferito», «No, io!», Joe Biden sembra in difficoltà nelle primarie democratiche e Trump si dice certo di rivincere. Cuomo sogna la Casa Bianca, cui suo padre rinunciò, ancora non si sa perché, nel 1992. L'occasione svanisce, ma in attesa del 2024, Cuomo pubblica un saggio di autoelogio per il contrasto alla pandemia, in realtà assai inefficace dapprima. Titolo «Crisi americana, lezioni di leadership», il saggio è scritto da ragazzi non pagati, il governatore incassa invece 5 milioni di dollari (4,27 milioni di euro) scalando la classifica best seller 2021. Ma le voci contro Cuomo si moltiplicano, i senatori di New York, e lo stesso Biden, ne chiedono le dimissioni, la ministra della Giustizia di NY Letitia James avvia l'impeachment. Tocca allo staff della Hochul, febbrilmente, scorrere le 279 pagine, una sola lode corriva potrebbe significare morte politica. Invece, a conferma del suo egocentrismo politico e dei rapporti freddi tra i due, Cuomo non la nomina mai, e Hochul è libera di schierarsi dalla parte delle donne. New York, che ha avuto senatori come Bob Kennedy e Hillary Clinton, sembra saper rinnovare la carica di governatore solo dopo gli scandali, Hochul, prima donna nominata per le vergognose dimissioni di Cuomo, nel 2008 David Paterson, primo nero in carica, ma solo dopo la storiaccia di prostitute che travolge Eliot Spitzer. Sconosciuta alla maggioranza degli elettori, Kathy Hochul resterà in carica fino al 2023, ma la corsa tra i democratici per darle filo da torcere alle primarie 2022 è in corso, da mesi, donne incluse stavolta. E Andrew Cuomo deve guardarsi dall'inchiesta di James che continua e dai tribunali che hanno in corso varie inchieste contro l'ex enfant prodige di New York.

Massimo Fini per Il Fattoquotidiano – Estratto l'11 agosto 2021. (Dopo il vaccino anti-Covid), la seconda intollerabile intransigenza è quella del cosiddetto #Metoo. Il reato di molestie sessuali è il solo, mi pare, che prevede un'immediata presunzione di colpevolezza invece della presunzione di innocenza che, dal punto di vista giuridico, è il caposaldo di ogni democrazia che voglia definirsi tale. Adesso sotto il torchio di #Metoo, ma è solo l'ultimo di moltissimi casi analoghi, c'è il governatore di New York, Andrew Cuomo, accusato di "comportamenti inopportuni" e pressioni da undici donne. Il presidente Joe Biden ne ha chiesto le immediate dimissioni e la stessa richiesta l'ha fatta in una conferenza stampa la procuratrice generale di NewYork, Letitia James, che è un pm non un giudice. Vogliamo almeno aspettare una sentenza? In questi casi, come ho già scritto, io consiglio una querela per diffamazione, perché secondo le regole del diritto è l'accusa a dover provare l'esistenza del reato, non la difesa del presunto colpevole a dover provare la propria innocenza. E poi le "molestie sessuali" hanno assunto contorni sempre più estesi e sempre meno definiti. Che cos' è infatti un "comportamento inopportuno"? Tutto può essere "inopportuno". Se io seduto sul mio divano abbraccio le spalle della donna che mi sta a fianco è un comportamento "inopportuno"? Se la guardo con troppa intensità è un comportamento "inopportuno"? Ma allora come faccio a farle capire che mi piace e che la desidero? Dovrò forse presentarle una richiesta scritta, come già si fa in America? In quanto a lei ha mille modi per farmi capire che la cosa non le va. Il primo, e il più eloquente, è alzarsi e prendere la porta di casa. Il direttore dell'Orchestra Reale di Amsterdam, l'italiano Daniele Gatti, nel 2018 è stato licenziato in tronco per "comportamenti inappropriati". Poi si sono aperte le cateratte che hanno investito, fra gli altri, Depardieu, poi assolto per "insufficienza di prove", Placido Domingo, Vittorio Grigolo e da ultimo Kevin Spacey eliminato brutalmente dal cast di un film di Ridley Scott, carriera finita. Al ministro gallese, Carl Sargeant, non è bastato dimettersi, investito da una campagna stampa si è suicidato a 46 anni. Fin dove vogliamo arrivare? Quando io ero giovane c'era tra noi ragazzi un codice non scritto. Faccio il solito esempio del ballo, "il ballo del mattone" come canta Rita Pavone. Se lei ti metteva il braccio sul petto voleva dire che era meglio lasciar perdere, se ti metteva la mano sulla spalla il segnale era neutro, se ti metteva il braccio attorno al collo era incoraggiante ma non aveva nulla di decisivo, sarebbero seguite altre schermaglie. Era l'eterno gioco della seduzione. Oggi pare che i sessi, o generi, chiamateli come vi pare, non siano più capaci di intendersi. E comincia a diventare sinistramente vera un'affermazione del solito Nietzsche: "L'amore? L'eterno odio tra i sessi".

Enrico Franceschini per "la Repubblica" l'11 agosto 2021. "Si fa campagna elettorale in poesia, si governa in prosa", diceva Mario Cuomo, con una battuta diventata un assioma della politica, non solo americana. Ma quale stile sarebbe più adatto, i versi o la narrativa, per descrivere il doppio scandalo di abusi sessuali che ieri ha accomunato suo figlio Andrew con il principe Andrea, sulle opposte sponde dell'Atlantico? A parte lo stesso nome di battesimo, i due non potrebbero essere più diversi: uno, il governatore di New York, celebrato come l'alternativa saggia a Donald Trump durante la prima fase della pandemia negli Stati Uniti e a lungo considerato, come del resto fu il padre (detto l'Amleto dell'Hudson per la sua indecisione a candidarsi), un potenziale aspirante alla Casa Bianca: l'altro, il terzogenito della regina Elisabetta, da sempre la pecora nera della famiglia reale britannica, invischiato in casi di corruzione, golpe falliti, relazioni inappropriate. Eppure le dimissioni di Cuomo junior dopo innumerevoli accuse di violenze sessuali e la citazione in giudizio negli Usa contro il duca di York da parte di Virginia Giuffré Roberts, la "schiava del sesso" del suo amico Jeffrey Epstein, il miliardario morto suicida in carcere, vedono entrambi cadere sotto la mannaia del #MeToo, la rivolta contro gli uomini potenti che si approfittano delle donne. Cuomo senior, scomparso nel 2015, resterebbe inorridito davanti al comportamento e alla sorte di Andrew. Simile orrore prova probabilmente Elisabetta II, di fronte alla voragine che si apre sotto i piedi del principe. Per i due Andrea vale la medesima massima, lirica e drammatica, dal Re Lear di Shakespeare: "Finché possiamo dire, "questo è il peggio", vuol dire che il peggio può ancora venire". E adesso è arrivato, a New York come a Londra.

Orlando Sacchelli per ilgiornale.it l'11 agosto 2021. È stato uno dei più strenui oppositori di Trump. Poi, quando non serviva più, i democratici gli hanno dato il benservito. I primi a scaricare Andrew Cuomo sono stati proprio loro, i compagni di partito. C'è chi lo ha fatto con più enfasi - vedi la pasionaria Alexandria Ocasio-Cortez - e chi, invece, semplicemente gli ha consigliato di farsi da parte (Biden). Alla fine per evitare l'impeachment Cuomo si è dimesso, annunciandolo ai newyorchesi in diretta tv. Erano mesi che Cuomo era sulla graticola, con l'accusa di molestie sessuali. Ma la sua caduta era iniziata prima, con lo scandalo, maldestramente occultato, sulla gestione delle case di riposo per anziani, e il numero di morti per Covid occultato. I suoi collaboratori avrebbero modificato il numero di vittime per coronavirus: si parla di circa 4mila persone, morte in ospedale ma contagiate nei ricoveri per anziani. Questo dato non sarebbe finito nel computo delle vittime nelle case di riposo. Per quale motivo? Come hanno amesso i collaboratori di Cuomo al fine di evitare un’inchiesta da parte del Dipartimento di Giustizia di Trump, in un momento in cui lo scontro tra il presidente e il governatore era a livelli altissimi. Di un altro aspetto bisogna tenere conto. Il Partito democratico è cambiato, non è più quello dei tempi di Clinton, o anche prima. Tra le nuove correnti c'è quella ultraliberal che si batte per le minoranze e strizza l'occhio al MeToo (il movimento femminista contro le molestie sessuali e la violenza sulle donne diffuso in modo virale a partire dall'ottobre 2017). Questa componente non poteva tollerare oltre i modi spicci e per certi versi arroganti di Cuomo. Stritolato uno dei protagonisti degli ultimi anni, i dem dovranno trovare un adeguato sostituto, in grado di tenere insieme i vari interessi forti che si erano stretti attorno a Cuomo: i grandi fondi finanziari, le società immobiliari e farmaceutiche, le banche, oltre alle minoranze in cerca di riscatto (vecchia anima della sinistra). Il mix tra il progressismo e il potere (economico) della Grande Mela è alla ricerca di un nuovo punto di equilibrio. Lo stesso discorso vale anche per gli Stati Uniti. Morto (politicamente) un Cuomo, se ne fa un altro...

La caduta di Cuomo.  Orlando Sacchelli il 4 marzo 2021 su Il Giornale. Il governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo, in un anno è passato dalle stelle alle stalle. Se dodici mesi fa molti lo vedevano come il possibile “salvatore” dei democratici, l’unico in grado di tenere in piedi il partito dell’asinello, oggi le accuse nei suoi confronti si moltiplicano, e non solo dai repubblicani. A metterlo nei guai i dati nascosti sui reali decessi per Covid nelle case di riposo (davvero una brutta storia), a cui si aggiungono alcune accuse di molestie sessuali (si tratterebbe solo di frasi) che gli hanno mosso due sue ex collaboratrici, Charlotte Bennett e Lindsey Boylan. Cuomo afferma che alcuni comportamenti con le donne che lo accusano sono stati “interpretati erroneamente” come avance “indesiderate” e si dice disposto a collaborare con un’indagine sulle molestie sessuali condotta dalla procuratrice generale dello Stato. Poi assicura di non aver mai toccato in modo inappropriato nessuno, ma riconosce di aver preso in giro le persone e di aver fatto battute sulle loro vite personali per cercare di essere spiritoso. “Ora capisco che le mie interazioni potrebbero essere state insensibili o troppo personali – ammette – e che alcuni dei miei commenti, data la mia posizione, hanno fatto sentire gli altri in modi che non avrei mai voluto. Riconosco che alcune delle cose che ho detto sono state interpretate erroneamente” e “mi dispiace davvero per questo”. Forte imbarazzo in casa dem. Silenzio da Kamala Harris a Nancy Pelosi, le due donne più in vista del partito democratico. Silenzio anche da Hillary Clinton e dalla senatrice Elizabeth Warren. Ha parlato invece il sindaco di New York, Bill de Blasio, chiedendo un’indagine sulle accuse nei confronti del governatore. E lo stesso fa la deputata Alexandria Ocasio Cortez, altri sette parlamentari nazionali e alcuni senatori dello stato di New York, tra cui Alessandra Biaggi, presidente della Commissione Etica e Governance: “Sei un mostro, te ne devi andare, subito”. Sessantatre anni, figlio dell’ex governatore Mario Cuomo (morto nel 2015), Andrew Cuomo aveva sposato la settima figlia di Bob Kennedy, Kerry, da cui ha avuto tre figlie. I due hanno divorziato nel 2005. Laureato in legge, ha alternato il lavoro di avvocato a quello di pubblico ministero. Ha collaborato con il padre, tra gli anni Ottanta e Novanta, occupandosi di senza tetto e politiche abitative. Dal 1997 al 2001 ha ricoperto l’incarico di segretario della Casa e allo Sviluppo Urbano nell’esecutivo di Bill Clinton. Procuratore generale di New York dal 1° gennaio 2007 al 31 dicembre 2010, dal 1° gennaio 2011 è governatore dello stato di New York.

Usa, altre due donne accusano Andrew Cuomo di molestie: il governatore dello Stato di New York sempre più nei guai.  Anna Lombardi su La Repubblica l'8 marzo 2021. Dopo le ultime rivelazioni, anche alcuni colleghi di partito ne chiedono le dimissioni. Il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo è sempre più isolato. Altre due donne hanno sostenuto di aver subito molestie da parte sua, o quanto meno di essere state oggetto di attenzioni “inopportune”. E ora anche i colleghi di partito, con la leader democratica del Senato locale Andrea Stewart-Cousins in testa, ne chiedono le dimissioni. A svelare altri atteggiamenti un po’ troppo intimi del tre volte potentissimo governatore, già nei guai per aver omesso l’effettivo numero di anziani morti di Covid nelle case di riposo, sono ora Ana Liss, 35 anni e Karen Hinton che di anni oggi ne ha 62. La prima ne ha parlato al Wall Street Journal svelando di essere stata inizialmente divertita dall’atteggiamento flirtante: ma di aver poi avuto l’impressione che lui la considerasse solo per “la gonna”. Chiedendole ripetutamente se avesse un fidanzato, chiamandola "tesoro" e baciandola sì, ma sulla mano: «Mi piacevano le sue politiche, il lavoro era interessante. Ma non mi prendeva sul serio». L’altra donna, invece, una ex portavoce di Cuomo, ha raccontato al Washington Post un episodio del 2000: quando il politico, all'epoca alla guida del dipartimento per l’urbanistica, durante un viaggio a Los Angeles la chiamò nella sua stanza d'albergo dopo un evento di lavoro e la abbraccio. Lei lo respinse e lui la strinse ancora più forte. I nuovi racconti si aggiungono a quelli di altre tre donne. Lindsey Boylan, 36 anni, già capo dell’ufficio economico dello stato (e ora in gara per la presidenza della circoscrizione di Manhattan) ha descritto per prima le attenzioni sgradite del governatore sul sito Medium.com: «Mi toccava la schiena e le gambe, una volta mi baciò senza consenso. Durante un volo propose “giochiamo a Strip Poker”. Nel suo ambiente le molestie sono tollerate e pretese: un modo per gratificarti. Chi parla, paga». Un racconto rafforzato da e Charlotte Bennett, 25 anni, ex assistente del politico: «Nei giorni dell’emergenza chiedeva in continuazione della mia vita privata, dicendo di essere aperto a una relazione con una donna giovane. Non mi toccò mai ma mi fece capire di voler venire a letto con me, mettendomi a disagio e facendomi temere per il mio lavoro». Cui poi si è aggiunta Anna Ruch, 33 anni lo ha accusato di aver tentato di baciarla a un matrimonio. E c’è anche la foto. In realtà lui le tiene soltanto le mani sulle guance pure se nella foto la ragazza è evidentemente esterrefatta. «Troverete centinaia di foto come quella, insiste il governatore. È un mio gesto, lo ripeto con donne, uomini, bambini. È il mio modo di salutare la gente. La tocco, ma mai in modo inappropriato», insiste Cuomo. Che ribadisce: «Mi scuso, ma non mi dimetto. No, nemmeno se altre donne dovessero farsi avanti. Posso aver agito in maniera involontariamente indelicata, ma non ho mai fatto nulla di inappropriato. Non ho mai avuto intenzione di ferire o offendere qualcuno. Nessuno mi ha mai detto che i miei comportamenti erano fastidiosi. Ho ancora da imparare e questa esperienza mi sta insegnando molto». 

Cuomo, se il #MeToo vale sono contro Trump. Roberto Vivaldelli su Inside Over il 6 marzo 2021. C’è tutta l’ipocrisia tipica del mondo progressista nello scandalo Cuomo. Nelle ultime settimane, infatti, la popolarità di Andrew Cuomo, democratico governatore dello Stato di New York, per mesi elevato a statista dai dem e dai media liberal e dipinto come l’antagonista “responsabile e competente” dell’ex Presidente Donald Trump per via della sua gestione del Covid-19 durante i primi mesi di pandemia, è caduta a picco. La prima tegola sulla sua credibilità politica era arrivata poche settimane fa : come riportato da IlGiornale.it, il New York Post diffuse un filmato di una videoconferenza con esponenti democratici durante la quale Melissa DeRosa, principale assistente di Cuomo, ammise che i suoi uffici nascosero il vero numero dei morti da Covid-19 delle case di riposo – circa 13 mila anziché 9.000 – temendo strumentalizzazioni da parte dei repubblicani e dell’ex Presidente Usa Donald Trump. Temevamo, spiega De Rosa, che quei numeri sarebbero stati “usati contro di noi” dai procuratori federali e per favorire la campagna elettorale del tycoon. Nelle ultime ore un nuovo rapporto questa volta pubblicato dal New York Times inchioda il governatore democratico: secondo le testimonianze, riporta l’agenzia Nova, i dati dei morti per Covid nelle case di riposo sono stati alterati per proteggere Cuomo dalle ricadute politiche delle incaute misure di profilassi sanitaria assunte dal governatore nelle prime e più concitate fasi dell’emergenza pandemica. SI tratta di un’accusa significativa: sino a questo momento, infatti, Cuomo e i suoi principali collaboratori hanno affermato che i dati erano stati omessi perché rilevanti ai fini di una indagine federale.

Bugie, omissioni e accuse di molestie sessuali. Dalle bugie sui morti per Covid nelle Rsa newyorkesi alle accuse di molestie sessuali. Già, perché ad affossare definitivamente la figura di Andrew Cuomo ci sono le testimonianze di tre donne sue ex collaboratrici che si sono fatte avanti per accusarlo di molestie sessuali, provocando le richieste di dimissioni anche da parte di molti democratici. Lo stesso sindaco di New York, il democratico Bill de Blasio, ha definito “grottesco”, “perverso” e “terrificante” il comportamento che Cuomo avrebbe avuto con le tre donne che lo accusano. “Se queste accuse sono vere, non può più governare”, ha anche affermato ai giornalisti. Piccata la risposta di Cuomo, che nega di aver assunto atteggiamenti inappropriati con le donne che ora lo accusano di molestie sessuali:  “Io non credo di aver mai fatto nella mia carriera politica qualcosa di cui i mi debba vergognare”, ha replicato alle accuse il governatore democratico. “Alcuni politici fanno sempre giochi politici – ha poi aggiunto – ma io non sono stato eletto dai politici, sono stato eletto dal popolo dello stato di New York”. La prima donna ad accusarlo è stata Lindsey Boylan – ex capo dello staff dell’agenzia statale per l’economia – che ha raccontato ai media di come il governatore l’abbia “toccata e baciata senza il suo consenso” durante un incontro privato.

L’ipocrisia dei democratici. De Blasio a parte, come nota Axios – testata non certo vicina ai repubblicani – la reazione (tardiva) dei democratici sullo scandalo Cuomo è stata tutto sommato piuttosto tiepida. Qualche condanna sì, ma esplicite richieste di dimissioni poche, quando il primo a pretenderle dovrebbe essere il presidente eletto Joe Biden. Molti democratici, infatti, ricorda Axios, hanno cavalcato l’onda del #MeToo e attaccato a suo tempo molto ferocemente l’ex Presidente Usa, Donald Trump, quando venne accusato di molestie sessuali formulate – tra gli altri – da Jessica Leeds e Rachel Crooks nel 2016 e poi dall’ex modella Amy Dorris. Le donne che accusano Cuomo sono forse meno credibili? Hillary Clinton, ad esempio, non ha proprio nulla da dire? Sul fronte della stampa più progressista, si registra un grande imbarazzo per lo scandalo che sta travolgendo il governatore. Molly Jong-Fast, caporedattrice del Daily Beast, una volta ha scritto un articolo circa la sua cotta per il governatore durante la pandemia. “All’improvviso, adoro il Governatore Cuomo, il suo rilassante accento del Queens, le sue storie su suo padre Mario”, ha scritto Jong-Fast nel marzo 2020. Ora è costretta a fare un’improbabile marcia indietro, giacché il suo ultimo pezzo di Jong-Fast è intitolato “‘La mia cotta per Cuomo si è rivelata essere la sindrome di Stoccolma”. Altri commentatori pro-dem, come il giornalista del New York Times Ben Smith, si sono addirittura messi a cancellare i vecchi tweet nei quali esaltava la figura politica di Andrew Cuomo.

DAGONEWS il 2 marzo 2021. Un video che mostra il governatore Andrew Cuomo che sfida una giornalista a "mangiare tutta la salsiccia" di fronte a lui alla New York State Fair 2016 è riemerso sui social media, scatenando l’indignazione del web dopo le accuse di molestie sessuali emerse contro il governatore. «Voglio vederti mangiare tutta la salsiccia» dice il governatore all'allora giornalista di NewsChannel 9 Beth Cefalu, mentre sua figlia Michaela siede in silenzio accanto a lui. «Non so se dovrei mangiare tutta la salsiccia di fronte a te, ma la mangerò sicuramente» risponde Cefalu scherzando. Cuomo quindi invita Cefalu - che si scatta un selfie con lui mentre alza il piatto - a sedersi al suo tavolo. «C'è troppa salsiccia in quella foto» dice Cuomo nello scambio imbarazzante, suscitando le risate degli altri commensali. Gli utenti hanno subito criticato Cuomo per le sue parole "inquietanti" e "imbarazzanti", ma è stata la stessa giornalista a difendere il governatore: «Non sono stata sotto pressione o molestata, eravamo due persone che si godevano l'unico evento - la fiera dello Stato di New York - che dà loro un po' più di libertà di essere informali - ha twittato Cefalu - È davvero triste che si sia stato trasformato in qualcosa di più». Il filmato è riemerso il giorno in cui Cuomo ha cercato di spiegare le accuse di molestie sessuali come "battute" che sono state interpretate erroneamente come "flirt indesiderati". Intanto dopo le accuse dell’ex membro del suo staff Lindsey Boylan, che sostiene che Cuomo l'abbia baciata sulle labbra senza preavviso, e di Charlotte Bennett, che sostiene che il governatore le abbia chiesto in via indiretta di andare a letto insieme, è emersa l’accusa di una terza donna: Anna Rouch, 33 anni, al "New York Times" ha raccontato che sarebbe stata oggetto di molestie da parte del governatore durante un matrimonio due anni fa.

Massimo Gaggi per corriere.it l'1 marzo 2021. Campane a morto per Andrew Cuomo, le cui dimissioni immediate vengono ormai chieste non solo dai repubblicani (per il caso dei dati nascosti sui morti da Covid nelle case di riposo), ma anche da molti democratici (per le accuse di molestie sessuali che gli vengono rivolte da due ex collaboratrici). Il governatore dello Stato di New York che un anno fa di questi tempi veniva invocato da molti progressisti come il leader capace, assai più di Biden, di battere Donald Trump alle presidenziali 2020, era già in caduta libera, come raccontato dal Corriere due settimane fa, per aver sottostimato (9.000 anziché 15 mila) il numero dei morti da coronavirus negli ospizi: numeri non dati — disse la sua assistente personale — temendo che venissero strumentalizzati da Trump contro i democratici. Quel caso aveva spinto molti democratici del Parlamento dello Stato a chiedere la revoca dei poteri straordinari per la pandemia a suo tempo conferiti a Cuomo. Del quale i repubblicani avevano, invece, chiesto l’impeachment. Ora i due casi a sfondo sessuale appena denunciati, anche se hanno contorni non del tutto definiti, stanno provocando una rivolta anti Cuomo nel suo stesso partito: il governatore è attaccato da almeno otto parlamentari nazionali (tra loro Alexandria Ocasio Cortez), dal sindaco di New York Bill De Blasio, e da molti senatori dello Stato, a partire dall’italoamericana Alessandra Biaggi, presidente della Commissione Etica e della Governance che già lo condanna: «Sei un mostro: te ne devi andare, subito». Il governatore cerca di difendersi negando gli abusi (baciata sulle labbra e invitata a giocare a strip-poker) denunciati da Lindsey Boylan, una ex assistente ora candidata alla guida amministrativa del distretto di Manhattan e ammettendo le conversazioni intime con Charlotte Bennett che, però, secondo lui erano paterne e non maliziose. Cuomo si mostra comunque rispettoso nei confronti delle donne che lo accusano e chiede di non essere giudicato (dalla politica e dall’opinione pubblica) fino a quando un’inchiesta non accerterà i fatti realmente accaduti.

Da ilmessaggero.it il 28 febbraio 2021. Nuovi guai per Andrew Cuomo. C'è un seconda donna, anche lei un'ex assistente del governatore di New York, che lo accusa di molestie sessuali, dicendo che il governatore ha fatto diverse domande sulla sua vita sessuale e l'ha fatta sentire «orribilmente a disagio e spaventata». Charlotte Bennett, che era una consulente per le politiche sanitarie e assistente esecutivo del governatore, ha fatto le accuse in un'intervista pubblicata dal New York Times. Bennett, 25 anni, ha detto al giornale che Cuomo le ha chiesto se avesse mai avuto una relazione con un uomo più anziano e se pensava che l'età facesse la differenza nelle relazioni. Il governatore avrebbe anche detto a Bennett al culmine della pandemia di Covid-19 che era solo e in cerca di una ragazza, che era aperto alle relazioni con donne sui vent'anni e le ha parlato della sua passata violenza sessuale in un modo che si sentiva come «qualcosa di un film dell'orrore». Bennett ha detto che Cuomo non l'ha mai toccata. Ma, ha detto al Times, «ho capito che il governatore voleva dormire con me... e mi chiedevo come avrei fatto a uscirne e ho pensato che fosse la fine del mio lavoro». In una dichiarazione Cuomo ha smentito tutto ed ha affermato che «la signora Bennett è stata un membro laborioso e stimato del nostro team durante il covid. Ha tutto il diritto di parlare». «Non ho mai nessun approccio nei confronti della signora Bennett né ho mai avuto intenzione di agire in alcun modo che fosse inappropriato», ha detto. «L'ultima cosa che avrei mai voluto era farle sentire le cose che vengono segnalate». Bennett ha detto che il suo disagio per la situazione è divampato nel tempo e ha deciso di parlare dopo aver visto un'altra ex aiutante di Cuomo, Lindsey Boylan, condividere la sua storia. Boylan, che ha lavorato come consigliere senior del governatore, ha detto che il più potente democratico di New York la toccava spesso in modo inappropriato, la metteva a disagio al lavoro e una volta l'ha baciata sulle labbra senza il suo consenso. L'ufficio di Cuomo ha definito le affermazioni «semplicemente false».

Dagotraduzione dal New York Post il 17 agosto 2021. Lunedì, Andrew Cuomo ha annunciato che entro il 27 settembre tutti gli operatori sanitari nello stato di New York devono essere vaccinati. L'annuncio è arrivato sei giorni dopo l’annuncio di Cuomo sulle sue dimissioni. Nel bel mezzo dei preparativi, ha imposto un mandato a 450.000 persone che entrerà in vigore un mese dopo la sua partenza dalla residenza del governatore. Cuomo è l'anatra più zoppa nella storia delle anatre zoppe. Ma non si comporta come tale. Dal punto di vista morale, non ha alcun diritto di stabilire regole unilaterali che entreranno in vigore 32 giorni dopo la sua fine. Ma soprattutto, non aveva alcun diritto di decidere unilateralmente che sarebbe rimasto governatore altre due settimane dopo le sue dimissioni. Robert Bentley, che si è dimesso da governatore dell'Alabama nel 2017 dopo un accordo che lo manlevasse, è uscito nel momento stesso in cui ha fatto il suo annuncio. Eric Greitens, che si è dimesso da governatore del Missouri nel 2018 nel bel mezzo di uno scandalo, si è dimesso martedì ed è uscito venerdì. Non il nostro Cuomo. Ha dato allo stato un preavviso di due settimane, come se fosse la nostra donna delle pulizie. Ma l'ha fatto? C’è qualcuno che ha visto una lettera formale di dimissioni di Cuomo con una firma in basso? Sicuramente un tale documento formale è legalmente necessario, data la natura dei poteri che Cuomo detiene come amministratore delegato dello stato di New York. Deve rinunciare al suo incarico per una questione di legge in modo che il seggio possa essere lasciato vacante prima che il suo successore, Kathy Hochul, presti giuramento. Le sue dimissioni dovrebbero entrare in vigore tra otto giorni. Dov'è la lettera? Potrebbe essere che Cuomo abbia uno schema da seguire? L'intera faccenda delle dimissioni potrebbe essere una specie di palloncino di prova - per vedere se le cose potrebbero cambiare così drasticamente a causa di circostanze impreviste che potrebbe avere motivo di revocare le sue dimissioni? David Paterson, a cui Cuomo è succeduto come governatore, lo ha detto la scorsa settimana: «È solo un po' sconcertante che volessero avere quella quantità di tempo... È sospetto, la metterò così». Questa idea ovviamente oltraggiosa potrebbe essere sembrata un po' meno oltraggiosa venerdì, quando il presidente dell'Assemblea Carl Heastie ha sospeso unilateralmente il procedimento di impeachment contro Cuomo. Una decisione presa perché le dimissioni di Cuomo avrebbero reso superflua qualsiasi indagine. Ma come l’avrà presa Cuomo, che quando non sembra psicopatico ha l’aria di delirare? Potrebbe pensare: «Bene, un proiettile è schivato. Forse ne eviterò ancora un po', e poi rimarrò nei paraggi». Di nuovo, proviamo a pensare come Cuomo. La marea si è definitivamente rivoltata contro di lui quando il presidente Biden ha detto che avrebbe dovuto dimettersi. Ora Biden è lui stesso in una crisi quasi senza precedenti dopo il disastro dell’Afghanistan. Se la prossima settimana Biden perde la fiducia del pubblico, Cuomo potrebbe credere di avere un buon motivo per restare…L'ordine di vaccinazione potrebbe essere il modo di Cuomo di provare a riaffermarsi come l'eroe del COVID che aveva finto essere l'anno scorso? Potrebbe pensare alle dimissioni di Al Franken dal Senato nel 2018 e a come i Democratici siano arrivati quasi immediatamente a pentirsi di aver insistito? Certo che potrebbe. Assolutamente potrebbe. E anche se così non fosse, anche se sa che se ne andrà tra una settimana, potrebbe passarla a prepararsi il terreno per le elezioni del prossimo anno? Certo che potrebbe. Assolutamente potrebbe. Greitens del Missouri, che ha lasciato il suo ufficio in disgrazia nel 2018, nel 2022 sarà  candidato al Senato nel suo stato d'origine. Perché Greitens dovrebbe divertirsi? Cuomo è seduto su 18,5 milioni di dollari in contanti come contributo per la campagna. Li spenderà. Su se stesso. A volte. Potremmo aver chiuso con Andrew Cuomo, ma lui potrebbe non aver ancora finito con noi.

Monica Ricci Sargentini per il "Corriere della Sera" il 25 febbraio 2021. Un' accusa di molestie sessuali nel British Council di Roma. La notizia, pubblicata ieri dal Times , ha mandato in subbuglio la comunità britannica della capitale. L' episodio sarebbe avvenuto nel dicembre del 2018 durante una festa nell' abitazione di Paul Sellers, allora direttore dell' ente britannico in Italia, e di sua moglie Isadora, storica dell' arte. Una dipendente dell' ambasciata ha raccontato che il padrone di casa l' avrebbe palpeggiata e baciata contro la sua volontà. La donna, il giorno dopo, si è confidata con l'ambasciatrice Jill Morris che ha ordinato un'inchiesta interna, alla fine della quale Sellers ha lasciato il suo incarico. Nessuna denuncia è mai stata presentata in Italia e il caso non sarebbe divenuto di pubblico dominio se lo stesso Sellers non avesse intentato una causa di diffamazione contro il capo del Foreign Office, Dominic Raab e il British Council. Sotto accusa un'email scritta da Ken O' Flaherty, vice capo missione dell'ambasciata fino a un anno fa, il funzionario che era stato incaricato di fare luce sull' accaduto. Nella lettera il diplomatico riporta la versione della donna, identificata solo con le iniziali ZZ, la quale racconta di essere stata aggredita mentre si preparava, intorno alle 16.30, a lasciare la festa. «Quando ha salutato Paul, lui si è avvicinato e l'ha baciata sulle labbra. Le ha messo le mani sul petto e l'ha palpeggiata in modo abbastanza deliberato. Lei è rimasta scioccata e si è sentita violata». Il vice ambasciatore riferisce che il giorno dopo la collega si è lamentata con l' ambasciatrice, nonostante temesse di diventare oggetto di pettegolezzo e che la sua carriera potesse risentirne. «ZZ ritiene che Paul fosse "abbastanza ubriaco" - scrive O' Flaherty -. Prima era stato visto ballare con una stagista, aveva detto con orgoglio "Non bevo caffè" quando gli era stato offerto». L'email è ricca di particolari: «Paul beve regolarmente agli eventi sociali professionali: non l'ho mai visto perdere il controllo, ma mostra gli effetti dell'alcol e beveva più di molti altri colleghi». E poi ancora: «Paul Sellers ha mostrato un atteggiamento erratico e un comportamento emotivo anomalo nei suoi rapporti con lo staff dell'ambasciata negli ultimi mesi. Il che ha indotto l' ambasciatrice a chiedersi se ci potesse essere un qualche problema di altro genere». Sellers ha passato 22 anni al British Council, l'ente che dipende direttamente dal ministero degli Esteri e che si occupa di diffondere la cultura britannica nel mondo. Prima di arrivare a Roma, nel 2014, aveva avuto incarichi di alto livello in India e negli Emirati Arabi Uniti. Dalla seconda metà del 2019 si hanno poche notizie di lui. Sul suo profilo Facebook dice che vive a Chennai in India. Vincerà la causa? Per ora a Londra, un giudice dell' Alta Corte gli ha dato torto, non rilevando intenti diffamatori nell' email di O' Flaherty che ha semplicemente riportato la denuncia di una terza persona senza implicare che i sospetti fossero fondati. L'ambasciata britannica e il British Council di Roma non hanno voluto rilasciare dichiarazioni.

Abusi su ginnaste minorenni: suicida l’ex allenatore olimpico degli Usa. Giuseppe Sarcina su Il Corriere della Sera il 26/2/2021. Si è tolto la vita, poche ore dopo essere stato formalmente incriminato con 20 capi di accusa: traffico di esseri umani, molestie e aggressioni sessuali, racket e altro. John Geddert, 63 anni, sposato, tre figli, è stato l’allenatore delle ginnaste americane che hanno partecipato alle Olimpiadi del 2012 a Londra. Era stato anche proprietario e preparatore atletico del «Twistars», un club di Dimondale, un sobborgo di Lansing, capitale amministrativa del Michigan. Nel pomeriggio di ieri la Procuratrice generale dello Stato, Dana Nassel, aveva convocato una conferenza stampa per annunciare il rinvio a giudizio di Geddert, descritto come «un criminale seriale che ha colpito non meno di 50 vittime e tutte minorenni»: vessate, terrorizzate, aggredite sessualmente per dieci anni, dal 2008 al 2018. L’atto d’accusa protegge l’identità delle persone, ma si fa riferimento a un attacco sessuale «criminale» su una ragazzina di età compresa tra i 13 e i 16 anni, avvenuto nel gennaio del 2012. «Molte ragazze sono ancora traumatizzate, dopo anni, dal comportamento del loro allenatore», ha spiegato la magistrata. Gli inquirenti hanno raccolto un’ingente quantità di prove, dopo aver sequestrato «dodici scatole di materiale e un grande numero di apparecchiature elettroniche» nell’abitazione e nella palestra di Geddert. L’inchiesta è, di fatto, la diramazione del grande scandalo che turbò l’America nel 2018. Si scoprì che le ginnaste erano state perseguitate in modo sistematico per anni, proprio nel Michigan. Il perno di quella che ora appare come una rete di spietati predatori era Larry Nasser, 56 anni, docente di Osteopatia all’Università del Michigan. Nel 1986 entrò a far parte del team dell’Usa Gymnastics e nel 1996 diventò il coordinatore dello staff medico. Con questo incarico partecipò a quattro spedizioni olimpiche, ad Atlanta (1996), Sidney (2000), Pechino (2008) e Londra (2012). Nel gennaio del 2018 fu condannato fino a 125 anni di carcere per aver abusato sessualmente di 156 atlete giovanissime. Nell’aula della Corte a Lansing molte donne confermarono i fatti, con racconti raccapriccianti. Nel gruppo c’erano anche le ginnaste vincitrici di medaglie olimpiche, come Jordyn Wieber, McKayla Maroney, Jamie Dantzscher, Aly Raisman e l’ultima celebrità, Simone Biles, quattro ori e un bronzo ai Giochi di Rio de Janeiro in Brasile nel 2016. Secondo la Procura di Lansing, l’allenatore Geddert sapeva chiaramente che cosa facesse «il dottor Larry» nel suo ambulatorio. Non fece mai nulla per proteggere le sue ragazze: il lavoro degli inquirenti offre una spiegazione. Rachel Denhollander, una delle prime ginnaste a denunciare il dottor Nassar, ieri ha commentato: «La verità è che gli abusi compiuti da Geddert non sono mai stati un segreto. Avrebbero dovuto fermarlo decine di anni fa».

Da corriere.it il 16 settembre 2021. Non ha trattenuto le lacrime, Simone Biles, nella sua audizione davanti la commissione Giustizia del Senato sulle negligenze dell’Fbi nell’indagine sulle accuse di abusi sessuali contro l’ex medico della nazionale, Larry Nassar. La star mondiale della ginnastica ha parlato di un «intero sistema che ha permesso e perpetuato» gli abusi sessuali commessi da Nassar. E le sue accuse sono state sostenute da altre tre ginnaste, Mckayla Maroney, Maggie Nichols e Aly Raisman. Il medico della nazionale è stato condannato nel 2018 a una pena compresa tra i 40 e i 175 anni di carcere per abusi sessuali su più di 150 ginnaste. Ma ora sotto processo sono i funzionari e le strutture federali che avrebbero dovuto impedire le violenze o comunque interromperle e punirne prima l’autore. Una prima denuncia fu presentata nel 2015, durante l’audizione di mercoledì al Senato è stata esaminata la gestione delle indagini da parte dell’Fbi. Tra i testimoni sono previsti anche il direttore del Bureau, Christopher Wray, e l’ispettore generale del dipartimento di Giustizia, Michael Horowitz. In un rapporto di luglio, Horowitz ha affermato che diverse violazioni dei protocolli hanno portato a mesi di ritardo e che mentre l’indagine era in stallo l’ex medico ha abusato di decine di altre vittime. I funzionari dell’Fbi «non hanno risposto alle accuse con la serietà e l’urgenza che avrebbero meritato e richiesto — si legge nel dossier —. Hanno commesso numerosi errori e violato molteplici regole del Bureau». «Hanno permesso a un molestatore di minori di rimanere libero per più di un anno e questa inazione ha consentito a Nassar di continuare con i suoi abusi», ha aggiunto la medaglia d’argento nel volteggio a Londra 2012 Mckayla Maroney, ascoltata in Senato: «Che senso ha denunciare un abuso se gli agenti dell’Fbi seppelliscono quel rapporto in un cassetto?». «Sembra davvero che l’Fbi abbia chiuso gli occhi su di noi», ha sottolineato invece Biles: «Deve essere inviato il messaggio che se permetti a un predatore di danneggiare dei minori, le conseguenze saranno rapide e gravi».

Usa, suicida il coach olimpico Geddert: era accusato di abusi sessuali sulle ginnaste. Massimo Basile su La Repubblica il 25 febbraio 2021. Si è tolto la vita in un'area di sosta, poche ore dopo la conferenza stampa in cui la procura federale del Michigan ne ha annunciato l'incriminazione. Avrebbe dovuto rispondere di reati che potevano costargli l'ergastolo. New York - L’ex allenatore della nazionale americana olimpica di ginnastica femminile, John Geddert, si è ucciso. Il corpo è stato trovato dalla polizia nel pomeriggio, in un’area di sosta lungo la Intestate 96, l’arteria che va da Detroit a Grand Rapids, in Michigan. Tre ore prima il l’ex coach olimpico era stato formalmente incriminato di ventiquattro capi d’accusa che andavano dal traffico di esseri umani agli abusi sessuali. “Questa è una tragedia finita in tragedia, per tutte le persone coinvolte”, ha commentato la procuratrice federale del Michigan, Dana Nessel, che solo poche ore prima aveva fatto una conferenza stampa per annunciare l’incriminazione. Stavolta è bastato un comunicato: “Al mio ufficio è stato notificato il ritrovamento del corpo di John Geddert, che questo pomeriggio si è tolto la vita”, ha scritto la procuratrice. Geddert, 63 anni, sposato, tre figli, si sarebbe dovuto presentare nel pomeriggio davanti al giudice, per rispondere di reati che gli potevano costare l’ergastolo. Ma la sua storia era già finita da tempo, da quando era emerso il suo coinvolgimento in quello che è stato uno degli scandali più agghiaccianti dello sport americano: anni di violenze, stupri, abusi, minacce, a spese di aspiranti ginnaste o giovani atlete della nazionale femminile. Geddert, carismatico allenatore della squadra olimpica a Londra 2012 dopo essere entrato nel giro della federazione all’inizio degli anni Duemila, era stato utilizzato per 25 anni dal medico della nazionale, Larry Nassar, per avvicinare le ragazzine attratte dalla prospettiva di guadagnare borse di studio con la ginnastica, per risucchiarle in un inferno fatto di violenze. Il primo scandalo era scoppiato con la storia di Nassar, 57 anni, medico ufficiale della federazione, condannato nel 2016 a 60 anni per pedopornografia, ma con la prospettiva di altri 175 anni di carcere per gli abusi e gli stupri su più di 150 atlete, tra cui anche bambine di meno di dieci anni. Tra i 24 capi d’accusa che hanno riguardato Geddert, solo uno era legato direttamente al suo rapporto con Nassar, un particolare che lascia emergere un aspetto agghiacciante: c’era un altro inferno oltre a quello creato dal medico, e ha visto al centro l’allenatore più famoso della ginnastica femminile americana degli anni duemila. L’inchiesta era partita nel febbraio del 2018. Dalle testimonianze era emerso che nel 2012, Geddert aveva penetrato, con le dita, una ginnasta dall’età compresa tra i 13 e i 16 anni, un dato anagrafico sfumato per non consentire l’identificazione della vittima. Decine di ragazzine, traumatizzate, sono finite nel tunnel della bulimia, dell’anoressia, alcune sono cadute in depressione, altre hanno tentato di togliersi la vita. Al centro dei loro incubi c’era quest’uomo dai capelli bianchi, i modi gentili, i gesti d’affetto ripresi dalle televisioni di tutto il mondo, quando a bordo pedana abbracciava le sue atlete per consolarle dopo una prova incerta, o per complimentarsi per la perfezione dell’esercizio. Il luogo dell’”orco”, secondo l’accusa, era la palestra gestita da Geddert, a Dimondale, in Michigan, il Twistars Usa Gymnastic Club, dove lo stesso Nassar aveva abusato delle giovani atlete durante i lunghi stage di allenamento. Geddert, secondo l’accusa, aveva fatto finta di niente, per poi diventare lui stesso il carnefice. L’uno avrebbe finito per coprire l’altro. Durante i Mondiali del 2011 a Tokyo, mentre erano in macchina per un trasferimento, l’ex atleta olimpica McKayla Maroney aveva mostrato al coach come era stata toccata dal medico la sera prima. Geddert non aveva reagito. Il racconto della ginnasta verrà confermato dalle compagne, che erano in auto. La federazione americana aveva sospeso il coach nel gennaio 2018, dopo una serie di denunce di ex atlete che avevano parlato dei suoi atteggiamenti troppo morbosi. Geddert annunciò il ritiro dall’attività e la messa in vendita della palestra, passata di mano proprio nelle scorse settimane. I nuovi proprietari hanno cambiato il nome, per chiudere con il passato. Rachael Denhollander, la prima ad accusare pubblicamente Nassar di abusi sessuali, ha commentato la morte di Geddert con un messaggio dedicato alle vittime degli abusi: “Per favore, abbiate cura di voi, qui siete amate e protette”. 

Da corriere.it il 23 febbraio 2021. L’attore Gérard Depardieu, 72 anni, è indagato per «stupro» e «violenza sessuale» nei confronti di una giovane attrice. I presunti reati risalirebbero all’agosto del 2018 e, secondo quanto riporta la stampa francese citando fonti giudiziarie, si sarebbero consumati nella casa parigina dell’attore. La presunta vittima ha ottenuto la scorsa estate la riapertura dell’indagine, che in un primo tempo era stata archiviata: aveva denunciato i fatti alla gendarmeria nell’agosto del 2018, spiegando di essere stata stuprata due volte nell’abitazione di Depardieu.

L’avvocato. L’avvocato dell’attore, Herve’ Temime, contattato da France Presse ha «deplorato» la fuga di notizie e ha affermato che il suo assistito «contesta totalmente i fatti di cui è accusato». Secondo una fonte ben informata, Depardieu è un amico della famiglia della donna, con la quale non avrebbe avuto nessuna relazione professionale. La giovane era riuscita a ottenere la riapertura dell’inchiesta lo scorso agosto costituendosi parte civile, il che ha consentito la nomina pressoché automatica di un magistrato che riavviasse le indagini.

Gerard Depardieu indagato per stupro: lo accusa un'attrice ventenne. Libero Quotidiano il 23 febbraio 2021. Gerard Depardieu è indagato per violenza sessuale e stupro, reati che avrebbe commesso nell’estate del 2018 ai danni di una giovane attrice di 20 anni.  Lo si apprende da fonti giudiziarie. Stando all’accusa, i fatti risalirebbero a quasi tre anni fa, il 7 e il 13 agosto 2018, e sarebbero avvenuti  nella casa parigina del popolare attore francese, una villa privata nel 6° arrondissement. La denuncia era arrivata subito, nell’agosto del 2018: la donna aveva spiegato alla gendarmeria di essere stata stuprata due volte nell’abitazione di Depardieu. In un primo tempo, però, l’indagine era stata archiviata: dopo un'istruttoria di nove mesi, la Procura della Repubblica di Parigi aveva fatto sapere che "le numerose indagini svolte" non avevano fatto emergere indizi sufficienti. La giovane è riuscita comunque a far riaprire l’inchiesta lo scorso agosto costituendosi parte civile, il che ha consentito la nomina praticamente automatica di un magistrato che riavviasse le indagini. L’avvocato dell’attore, Herve’ Temime, contattato da France Presse ha “deplorato” la fuga di notizie e ha affermato che il suo assistito “contesta totalmente i fatti di cui è accusato”. Stando a una fonte ben informata, inoltre, Depardieu è un amico della famiglia della donna, con la quale lui non avrebbe avuto nessuna relazione professionale.

DAGONEWS il 25 febbraio 2021. La star del cinema francese Gérard Depardieu è stato filmato mentre era impegnato in atti sessuali su una giovane attrice 22enne che dopo lo ha accusato di averla violentata all'interno della sua casa da 50 milioni di dollari a Parigi. Secondo fonti investigative citate dai media francesi, la vittima ha raccontato che era in uno stato di "diniego" quando è tornata a casa sua dopo la presunta aggressione e che è stata poi aggredita  una seconda volta. Il filmato è stato recuperato da agenti di polizia giudiziaria che indagavano su una serie di presunti stupri compiuti dall'attore 72enne nell'agosto 2018. Lui ha ammesso di aver avuto una "relazione consensuale" con la giovane, che non può essere nominata per motivi legali, ma nega con veemenza qualsiasi stupro. I pubblici ministeri di Parigi hanno confermato che Dépardieu è stato accusato di "stupro" e "abuso sessuale". «Nell'agosto 2018 Depardieu stava dando consigli alla denunciante sulla sua carriera di attrice e lei è andata a trovarlo nella sua casa di Parigi. Ci sono molti messaggi di testo tra i due: erano in contatto regolare, discutevano di tutto. Il 7 agosto la denunciante ha affermato di essere stata violentata per la prima volta. Le riprese video nella casa dell’accusato li mostrano seduti a parlare, e poi è stato filmato un atto sessuale. «I due si sono diretti al piano di sopra in una camera da letto, uno dopo l'altro, ma non c'erano telecamere all'interno della camera da letto». La denunciante ha detto alla polizia di essere "confusa" su ciò che stava accadendo e "in stato di diniego" ed è tornata a casa di Dépardieu il 13 agosto, quando avrebbe avuto luogo un secondo stupro. «Sono passate due settimane dopo che ha raccontato a sua madre quello che era successo, e poi è andata alla polizia» ha detto la fonte dell'inchiesta. L'indagine originale è stata archiviata per mancanza di prove dai pubblici ministeri di Parigi il 4 giugno 2019. Ma la ragazza ha presentato una seconda denuncia nell'agosto 2020, che ha portato all'incriminazione di Dépardieu lo scorso dicembre.

Mario Manca per "vanityfair.it" il 25 febbraio 2021. Stupro e violenza sessuale. Sono questi i capi d’accusa che pendono sulla testa di Gérard Depardieu, il celebre attore francese finito nell’occhio del ciclone nell’agosto del 2018, quando un’attrice rimasta anonima, che Le Parisien all’epoca definì come «una giovane comica e ballerina ventenne», lo ha denunciato per essere stata violentata due volte da Depardieu nel suo appartamento di Parigi. La denuncia era di pochi giorni successiva alle presunte violenze che, secondo l’attrice, sarebbero avvenute il 7 e il 13 agosto du tre anni fa. Secondo Bfm TV i due si sarebbero incontrati quando Depardieu ha tenuto una master-class nella sua scuola, circostanza che li avrebbe portati a frequentarsi «per ripetizioni informali per una pièce teatrale», come ha scritto Le Parisien. L’attrice ha sporto denuncia per la prima volta con i dettagli del presunto stupro nell’agosto 2018 nella città di Aix-en-Provence: presa in carico dagli investigatori di Parigi, l’indagine è stata, però, archiviata nel 2019 per mancanza di prove. Le autorità hanno, a distanza di un anno, rivalutato e riaperto il caso nell’estate del 2020, portando le autorità a denunciare formalmente Depardieu. A darne la notizia oggi è stata Agence France-Presse, che ha citato fonti giudiziarie spiegando che l’incriminazione risale a due mesi fa. L’avvocato dell’attore, Hervè Temime, contattato sempre da France Presse, ha «deplorato» la fuga di notizie e ha affermato che il suo assistito, oggi 72enne, «contesta totalmente i fatti di cui è accusato». Secondo una fonte ben informata Depardieu sarebbe, infatti, un amico della famiglia della donna, con la quale non avrebbe avuto nessuna relazione professionale. Dall’inizio dell’indagine, l’attore si è sempre dichiarato innocente.

DAGONEWS il 20 febbraio 2021. A più di tre anni dall'inizio dell'era #MeToo a Hollywood, che ha inaugurato una stagione di cesoie verso chi si macchia di tutti i tipi di comportamento scorretto, dall'insensibilità razziale alle accuse di stupro, il numero di casi di cattiva condotta segnalati ha avuto un’impennata. Tuttavia, rimane una frustrante mancanza di coerenza per quanto riguarda la risposta di Hollywood. Il 2 febbraio, la CAA ha abbandonato Marilyn Manson dopo che l'attrice Evan Rachel Wood ha affermato che il rocker aveva abusato di lei durante la loro relazione. Il giorno dopo la sua etichetta discografica, la Loma Vista Recordings, ha chiuso i rapporti mentre continuano a fioccare accuse su Manson. Ma la CAA non ha riservato lo stesso trattamento a Shia LaBeouf dopo che la sua ex fidanzata e co-protagonista di Honey Boy, la cantante FKA Twigs, l'11 dicembre ha presentato una causa esplosiva contro l’attore, accusandolo di violenza sessuale ed aggressione. Solo dopo che il caso è stato sollevato martedì scorso, CAA lo ha messo in pausa. «La sfortunata verità è che non ci sono criteri per il modo in cui le aziende, gli studi, le etichette o le agenzie determinano le conseguenze sui presunti autori di abusi - afferma l'avvocato Bryan Freedman, che rappresenta Twigs - Peggio ancora, spesso tutto sembra dipendere meno dalla veridicità o dalla gravità delle affermazioni, ma piuttosto da altri fattori come la razza, il sesso e, in definitiva, il denaro. Quando ciò accade, tutti perdono». Nonostante i casi di inerzia, alcune entità di Hollywood stanno assumendo una posizione più proattiva quando si tratta di accuse, anche se gli accusati si dichiarono innocenti. Il 5 febbraio, VH1 ha interrotto la produzione del suo reality show “T.I. & Tiny: Friends & Family Hustle” alla luce delle affermazioni che il rapper-attore Tip "T.I." Harris e sua moglie, Tameka “Tiny” Harris, trafficavano, drogavano e costringevano le donne a fare sesso. La coppia ha negato le affermazioni. A ottobre, il regista Alexander Payne è stato fatto fuori dalla miniserie della HBO Landscapers, una mossa che è arrivata sulla scia di Rose McGowan che accusava il regista di stupro. Attualmente la CAA continua a rappresentare Payne. Negli ultimi anni, l'industria è diventata più disposta a mollare le star quando vengono accusate di aver utilizzato un linguaggio razzista. Eppure gli standard variano. Quando TMZ ha pubblicato un video del cantante Morgan Wallen che usa la parola “negro” verso gli amici, è stato fatto fuori da WME, la sua musica è stata rimossa da iHeartRadio e la sua etichetta, la Big Loud Records, ha detto che avrebbe "sospeso" il suo contratto. Ma quando TMZ ha scodellato un video di Justin Bieber che a 15 anni usava la parola negro durante uno scherzo razzista nel 2014, la pop star è rimasta nella CAA. In un altro caso, Megyn Kelly è stata mollata dalla CAA e dalla NBC News nel 2018 dopo aver suggerito che la blackface era accettabile ad Halloween quando era bambina, ma la NBC ha assunto Julianne Hough come co-conduttrice di America's Got Talent nel 2019 nonostante sia stata pubblicamente criticata per la blackface nel 2013. Adesso la bufera sta spazzando via Armie Hammer dopo alcune chat in cui dice di essere un cannibale. Cosa succederà in futuro? Ah saperlo…

Duhamel, scandalo pedofilia nella sinistra francese. L'inquietante sospetto sul suicidio della star del cinema Marie-France Pisier. Libero Quotidiano il 20 febbraio 2021. Anche un suicidio sospetto nello scandalo pedofilia che ha sconvolto i salotti di sinistra e il mondo dello spettacolo francesi. L'indagine sugli abusi inflitti dal celebre e rispettatissimo politologo ed europarlamentare progressista Olivier Duhamel al figliastro Victor, quando quest'ultimo aveva solo 13 anni, potrebbe gettare una luce sinistra anche sul suicidio di Marie-France Pisier, attrice-simbolo della Nouvelle Vague lanciata da François Truffaut e star di decine di film con maestri come André Techiné e Jacques Rivette, morta in circostanze mai del tutto chiarite nel 2011. Marie-France era la sorella di Evelyne, professoressa, intellettuale e donna di riferimento della sinistra francese dagli anni Sessanta in poi, madre di Julier, Victor e la sua gemella Camille, avuti da Bernard Kouchner, medico e futuro ministro socialista. Un intreccio di personalità clamorosamente ingombranti a Parigi e dintorni. È stata proprio Camille, con un libro devastante, a svelare gli abusi subiti dal fratello gemello da parte di Duhamel, con cui Evelyne si era risposata negli anni Ottanta. Nella Francia che conta le voci su Duhamel si rincorrevano da tempo, ma nessuno aveva mai osato portare le accuse alla luce del sole. Proprio Marie-France avrebbe tentato in ogni modo di convincere la sorella a rivelare la verità, ma il senso di vergogna ha sempre avuto la meglio. Per questo l'attrice, "furibonda, rompe con la sorella, vuole farla pagare al cognato. Marie-France svergogna Duhamel nell'ampio giro di conoscenze parigine, finché la notte dell'aprile 2011 viene ritrovata inerte nella piscina della sua villa in Costa Azzurra, la testa incastrata in una sedia", sottolinea il Corriere della Sera. Ed è stato Julien Kouchner, fratello di Victor e Camille, a riaprire ora la ferita intervistato da Le Parisien: "Non ho mai creduto che mia zia Marie-France si sia suicidata, anche se non so come è morta. La mia unica certezza è che questa storia l'ha uccisa".

Michelangelo Cocco per "il Messaggero" il 16 febbraio 2021. Le loro giocate sono state decisive per la qualificazione della squadra di volley femminile della Corea del sud a Tokyo 2021. Chi poteva immaginare che la carriera delle gemelle Lee fosse stata accompagnata da atti inqualificabili, che fanno a pugni con i valori olimpici di amicizia e rispetto? Eppure dal passato delle ventiquattrenni Lee Jae-yeong e Lee Da-yeong è emersa una scia di violenze, bullismo e soprusi ai danni delle loro compagne, che ieri ha indotto la federazione a squalificarle dalla squadra nazionale, allenata dall' italiano Stefano Lavarini. LA SOSPENSIONE Addio Olimpiadi, e sospensione a tempo indeterminato anche dal loro club professionistico, le Heungkuk Life Pink Spiders. La caduta della schiacciatrice Jae-yeong e della palleggiatrice Da-yeong era iniziata la settimana scorsa, con un post anonimo su Internet. Una loro ex compagna le aveva accusate di continue violenze, fisiche e verbali, contro altre giocatrici ai tempi del liceo. Una delle vittime delle gemelle Lee era stata perfino minacciata con un coltello. Altre malcapitate erano state percosse e umiliate. Nel fine settimana si era aggiunta la denuncia di un' altra ex compagna, che ha raccontato che le gemelle terribili costringevano le ragazze più giovani a lavare i loro indumenti, picchiandole e insultandole. In un primo momento, Jae-yeong e Da-yeong hanno provato a giustificarsi: «Si tratta di atti compiuti in passato, eravamo ancora immature». Ma il caso ha suscitato enorme scalpore, perché la pallavolo in Corea del sud è uno degli sport più popolari e perché le gemelle Lee sono o, forse meglio, erano delle star, popolarissime sui social e contese dagli show televisivi. Alla fine hanno dovuto ammettere le loro colpe e fare atto di pubblica contrizione. «Voglio andarle a trovare per chiedere scusa se mi perdoneranno - ha scritto su Instagram Da-yeong - Avrò tempo per imparare ad autocontrollarmi e per riflettere». Per la federazione la squalifica penalizzerà la nazionale, ma è stata un atto dovuto «per la gravità delle contestazioni».

LA PETIZIONE. Una petizione online ora chiede punizioni severe per le gemelle Lee e un' inchiesta approfondita del ministero della Cultura, dello sport e del turismo. L' appello ieri era stato già accolto da oltre 100 mila firmatari. Le rivelazioni sulle violenze perpetrate dalle gemelle Lee hanno spinto altri giovani a uscire allo scoperto, e sul banco degli accusati sono finiti anche due pallavolisti maschi, Song Myung-geun e Sim Kyoung-sub. Per oggi è prevista una riunione straordinaria della federazione volley, per capire come fronteggiare una situazione che si fa via via più imbarazzante. Il fatto è che quello delle gemelle Lee è tutt' altro che un caso isolato. Un' inchiesta della Commissione nazionale per i diritti umani ha rivelato che l' anno scorso il 14,7% dei 60 mila sportivi delle scuole elementari, medie e superiori del paese dell' Asia orientale ha dichiarato di aver subìto violenze fisiche. Tanto che il presidente della Repubblica, Moon Jae-in, recentemente ha dichiarato che «lo sport ha accresciuto l'orgoglio di molte persone, ma è anche finito al centro di problemi relativi ai diritti umani, tra cui violenze, anche sessuali».

IL SUICIDIO. L' anno scorso la triatleta ventiduenne Choi Suk-hyeon si suicidò dopo aver denunciato al comitato olimpico sudcoreano violenze e abusi da parte dei suoi allenatori e aver chiesto invano un' indagine. Nel 2019, la campionessa olimpica di pattinaggio Shim Suk-hee riuscì a far condannare a dieci anni di carcere il suo ex coach, che l' aveva violentata ripetutamente. Alla base di queste violenze ci sarebbe la competizione spietata - radicata in diverse società dell' Asia orientale - che si riflette in tutti gli ambiti, compreso quello sportivo. «Il 99% degli sport in Corea del sud viene sacrificato per l' 1% di vincitori di medaglie - ha spiegato al Korea Herald Chung Yong-chul, docente di psicologia sportiva dell' Università Sogang - Così, finché portano a casa medaglie o danno il massimo, allenatori e giocatori possono esercitare un potere enorme, e le loro violenze vengono giustificate». Secondo Chung, Jae-yeong e Da-yeong non sono due mele marce, e fino a quando il Paese non rinuncerà a quella che il professore definisce «meritocrazia delle medaglie», casi come quelli delle gemelle Lee continueranno a spuntare come funghi.

Vittima del regista: “Mi faceva recitare per il suo piacere”. Le Iene News il 17 febbraio 2021. Alessandro Di Sarno ci racconta la testimonianza di Gabriela, un’aspirante attrice moldava. “Sono capitata in una scuola di recitazione. Il regista mi faceva recitare parti non per lavoro, ma per il suo piacere personale", sostiene la ragazza. Sarebbe passato anche ai fatti. Così organizziamo un incontro tra lei e il regista, lui non sa che ci sono anche le nostre microcamere…“Sono capitata in una scuola di recitazione. Il regista mi faceva recitare parti non per lavoro, ma per il suo piacere personale". Inizia da queste parole il racconto di Gabriela. Lei è una ragazza moldava che vive in Italia. Il suo sogno è quello di diventare attrice, per questo si è trasferita a Roma per iniziare la sua carriera. Ma qui ha incontrato delle cattive sorprese. “Una di queste è stato un regista che ho conosciuto al Festival del cinema di Salerno”, sostiene Gabriela. Per vedere se la ragazza fosse adatta l'avrebbe messa alla prova. “Mi ha chiesto di guardare tutti gli uomini negli occhi e di sfidarli come se stessi cacciando. Voleva capire se fossi adatta alla parte”. Lei però non si sarebbe sentita di troncare i contatti sperando che quella fosse davvero un’opportunità. In base al racconto della ragazza l'atteggiamento del regista sarebbe andato peggiorando: “Per essere pronta alla parte dovevo reagire ai suoi commenti e a domande assurde in materia sessuale. Lo voleva in maniera diretta, più volte al giorno, ma non era per la parte”, sostiene l'aspirante attrice. In alcune occasioni dalle frasi sarebbe passato a un approccio fisico. Così Gabriela accetta la nostra proposta di incontrare una nuova volta questo regista per farci vedere di quello che sta parlando. A quell’incontro ci siamo anche noi con le nostre microcamere che registrano tutto. “Cerca di tirare fuori tutto il tuo erotismo”, le dice per interpretare una parte. “Quando sei stimolata tu dai qualcosa in più”. La fa sedere sulle sue gambe, le lecca una mano e la palpeggia sotto la maglietta. La situazione sembra degenerare: lui la tocca, la prende per la gola, le mette le dita in bocca. Finché ha una richiesta: “Togliti il reggiseno”. A questo punto il regista capisce che Gabriela non ci sta e abbandona il colpo. Qualche giorno dopo è il nostro Alessandro Di Sarno che lo chiama con la scusa di voler fare lungometraggi con lui. Così gli mostriamo le immagini del suo incontro con Gabriela. “È una grande stupidata che ho fatto", dice il regista che sembra sincero ammettendo quello che ha fatto. "Nello stesso periodo è capitato a due ragazze differenti, una lei e un’altra. Ho avuto problemi a casa e cercavo qualcosa che mi potesse aiutare".

DAGONEWS da dailymail.co.uk l'1 aprile 2021. Lo scorso mercoledì sera Mia Farrow ha pubblicato su Twitter una lunga dichiarazione sulla morte di tre dei suoi figli, affrontando quelle che ha definito "accuse feroci" sulla sua famiglia. La Farrow ha twittato una lunga lettera dopo che è emersa online una foto dell’attrice in compagnia di Hillary Clinton dove sembrava che sua figlia Tam, deceduta nel 2000, fosse stata rimossa digitalmente.

DA vanityfair.it l'1 aprile 2021. L'attrice americana, madre di 14 ragazzi (di cui 10 adottati), zittisce le «crudeli indiscrezioni» e racconta «lo straziante dolore» per la perdita di Tam, Lark e Thaddeus: «Tragedie indescrivibili». La versione di Mia Farrow. L’attrice americana, dopo le recenti speculazioni sulla morte dei suoi tre figli, ha deciso di raccontare la verità in un lungo messaggio su Twitter. «Come mamma di 14 ragazzi (dieci adottati e quattro biologici, ndr), la famiglia significa tutto per me», si legge. «Seppur io abbia scelto un lavoro che mi mette al centro dell’arena pubblica, molti dei miei figli preferiscono la privacy. Rispetto le loro scelte e per questo sono molto selettiva nei miei post social». Nonostante la premessa, Mia stavolta ha scelto di aprire capitoli davvero intimi della sua vita, facendo chiarezza una volta per tutte. «Poche famiglie sono perfette, qualsiasi genitore abbia perso un figlio sa che il dolore è spietato e incessante. Nonostante ciò, sono apparse online alcune crudeli indiscrezioni sui miei tre figli (Tam, Lark e Thaddeus), basate su falsità. Scrivo questo post per onorare il loro ricordo, i loro figli e tutte le famiglie che hanno attraversato un simile strazio». «La mia amata Tam (una bambina vietnamita nata cieca) se n’è andata a 17 anni a causa di un sovradosaggio accidentale di farmaci prescritti per la sua tremenda emicrania, e del suo disturbo cardiaco». La star di Hollywood, in passato sposata con Frank Sinatra e André Previn, nonché storica compagna di Woody Allen, ha spostato poi il focus su Lark, scomparsa nel 2008 a 35 anni: «È stata una donna straordinaria, una meravigliosa figlia, sorella e madre. È morta per complicazioni dovute all’HIV/AIDS». «Lo aveva contratto da un precedente partner», ha spiegato Mia. «Nonostante la sua malattia, ha avuto una vita fruttuosa e piena d’amore. Se n’è andata all’improvviso, il giorno di Natale, tra le braccia del suo compagno». Infine la drammatica vicenda di Thaddeus, morto suicida nel 2016: «Il mio coraggioso figlio aveva una vita felice con la sua fidanzata, tutti ci aspettavamo il matrimonio. La relazione però si è interrotta bruscamente e lui si è tolto la vita. Sono tragedie indescrivibili». L’attrice californiana, 76 anni appena compiuti, ha concluso il messaggio dicendo che «qualsiasi altra speculazione riguardo la morte dei suoi figli, disonora la loro vita e quella delle loro persone care». «Sono grata di essere madre di 14 ragazzi che mi hanno benedetto con 16 nipoti. È vero, in famiglia conosciamo la sofferenza, ma le nostre vite oggi sono piene di amore e gioia. Ognuno ha le proprie battaglie da combattere e i propri dolori con cui fare i conti. Vi mando i miei migliori auguri». Firmato Mia Farrow.

Il ritorno al cinema del regista con "Rifkin's Festival". Woody Allen e le accuse di violenze sessuali: un calvario lungo 30 anni. Antonio Lamorte su Il Riformista il 6 Maggio 2021. Woody Allen torna al cinema. Da oggi esce nelle sale italiane Rifkin’s Festival, protagonista un ex professore di cinema, alter ego del regista. Bruttino e colto, che accompagna la moglie al Festival di San Sebastian, nei Paesi Baschi in Spagna. E quindi un giovane e sedicente impegnato e bel regista. Guai. Una storia di amore, equivoci e velleità. Al momento non esce negli Stati Uniti, il regista ha detto che potrebbe andare in sala e in streaming, ma si può leggere su più di una testata di boicottaggio. E questo perché il regista americano è da anni al centro di una polemica senza fine sulla sua vita privata. Si tratta di quasi trent’anni di accuse di molestie e violenze sessuali e pedofilia. Una questione sanguinosa. Sull’onda del #metoo la storia è riemersa; attori hanno smesso di lavorare con Allen, piattaforme di pubblicare i suoi film, case editrici non hanno pubblicato la sua autobiografia. “Presumo che per il resto della mia vita un gran numero di persone penserà che sono stato un predatore – ha osservato il regista – Qualunque cosa dica suona egoistica e difensiva, quindi è meglio se vado a modo mio e lavoro”. E infatti non si è mai fermato. Ha sempre girato i suoi film, molti di successo, nonostante tutto. Ha già annunciato, nelle interviste di promozione a Rifkin’s Festival, che il prossimo film sarà un nuovo Match Point: uno dei cult della sua filmografia con Scarlett Johansson tra gli attori. Allen non è comunque mai stato incriminato. Questa storia è intricatissima.

LA FAMIGLIA – Vicenda labirintica e intricata a partire dai protagonisti, ovvero dalla struttura delle famiglie e dai rapporti personali. La relazione tra Woody Allen e Mia Farrow è cominciata nel 1980. Tredici volte insieme sul set. Non sono mai stati sposati, hanno vissuto in case separate nell’Upper East Side, New York. Farrow, attrice molto quotata soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, era stata sposata con il cantante Frank Sinatra dal 1966 al 1968 e con il compositore e direttore d’orchestra André Previn dal 1970 al 1979. Con quest’ultimo aveva avuto tre figli biologici e quattro adottivi, tra cui Soon-Yi Previn. Dopo il divorzio da Previn ha adottato Moses Farrow. Quando già aveva una relazione con Allen, adottò Dylan Farrow. Dal regista ha avuto il figlio biologico Ronan Farrow. Allen ha infine adottato nel 1991 sia Dylan che Moses. Anche il regista aveva due matrimoni alle spalle.

IL CASO – La famiglia esplode quando Farrow, all’inizio del 1992, scopre la relazione di Allen con la figlia Soon Yi Previn, che aveva tra i 19 e i 22 anni – quando fu adottata in un orfanotrofio sudcoreano non era nota con precisione la sua data di nascita – e comunque più di trenta in meno rispetto al regista, 57enne. Si parlò di incesto, ma con imprecisione, non essendo la ragazza figlia biologica di Allen. I due comunque si sposarono nel 1997, adottarono due figlie, e Soon Yi Previn non ebbe più rapporti con né con Farrow né con il padre Previn. Cominciò così una lunga battaglia legale per l’affidamento di Moses, Dylan e Ronan, ovvero i figli adottivi che aveva riconosciuto Allen e il figlio biologico avuto dalla coppia. In questo contesto emerse l’accusa di molestia sessuale secondo la quale il 4 agosto 1992 Allen avrebbe abusato di Dylan. A denunciare la pediatra dei bambini, cui Dylan aveva raccontato le violenze. La piccola aveva sette anni. Le indagini della Clinica per gli abusi sessuali sui minori dell’Ospedale di Yale-New Haven e i servizi sociali infantili dello Stato di New York conclusero che non c’erano state delle molestie sessuali. L’indagine citava l’ambiente “disturbato” della famiglia che avrebbe influito su una bambina vulnerabile o l’influenza della madre. Su quel racconto nessun riscontro medico e giudiziario. A screditare in parte tale risultato Elliot Wilk, il giudice del processo per l’affido, che riconobbe la mancanza di prove sufficienti a sostegno dell’accusa di Dylan ma che assegnò a Farrow la custodia dei tre figli. Decisiva la testimonianza della psicologa infantile Susan Coates che aveva giudicato “inappropriato” l’atteggiamento del regista verso la bambina. Farrow diede a uno dei suoi figli, adottato negli anni Novanta, il nome del giudice e lo chiamò Thaddeus Wilk Farrow, che morì suicida nel 2016 a 27 anni.

LA LETTERA  – Dodici anni dopo, su un blog del New York Times, Dylan Farrow ha fornito la sua versione dei fatti raccontando in una lettera che “quando avevo sette anni, Woody Allen mi prese per mano e mi portò in una piccola soffitta al primo piano di casa nostra, mi disse di stendermi e di giocare con il trenino di mio fratello. Quindi abusò sessualmente di me, e mi parlò mentre lo faceva, sussurrandomi che ero una brava bambina, che questo sarebbe stato il nostro segreto, e mi promise che saremmo andati insieme a Parigi e io sarei stata una grande attrice nei suoi film. Ricordo che fissai quel trenino girare in tondo lì in soffitta, e ancora oggi mi viene difficile guardare i trenini”. Una lettera che fu seccamente smentita dall’entourage di Allen e che descriveva gli abusi come consuetudinari: “Queste cose succedevano così spesso, così normalmente, in modo così abilmente nascosto da una madre che mi avrebbe protetta se avesse saputo, che pensavo che fosse normale. Pensavo che fosse quello il modo in cui i padri si comportavano con le proprie figlie. Ma quello che mi fece in soffitta fu diverso. Non potevo più tenere il segreto”. LA DIFESA – Woody Allen ha sempre respinto le accuse. La sua tesi: Mia Farrow ha spinto la figlia Dylan a raccontare gli abusi. Convincendola. “Non penso che lo inventi, non penso che stia mentendo. Ritengo che lo creda”, ha detto. Una vendetta per la sua relazione con Soon-Yi Previn. A sostegno del regista le parole di Moses Farrow, che successivamente si allontanò dalla madre, raccontando che quel giorno di quell’agosto 1992 in casa c’erano almeno sei o sette persone e che nessuno si accorse di nulla. Woody Allen ha continuato a girare i suoi film per anni. Il caso ha attirato di nuovo l’attenzione dopo l’esplosione dello scandalo e le accuse di molestie contro il produttore cinematografico Harvey Weinstein. Allen allora ha diffuso un comunicato nel quale sosteneva che “nonostante la famiglia Farrow stia usando cinicamente l’opportunità presentatale dal movimento Time’s Up per rinnovare questa accusa screditata, essa non è più vera che in passato. Non ho mai molestato mia figlia, come tutte le indagini conclusero un quarto di secolo fa”. Tra i maggiori animatori del #metoo, per una sorta di plot twist, Satchel Ronan Farrow, che non ha mai avuto un buon rapporto con il padre, per il New Yorker. È stato tra i primi a raccogliere le testimonianze delle attrici contro Weinstein. E ha rispolverato le accuse contro il padre. Diversi attori hanno allontanato il regista. Piattaforme non hanno distribuito il film Un giorno di pioggia a New York. La casa editrice Hachette Book – la stessa che aveva pubblicato Catch and Kill di Ronan Farrow proprio sullo scandalo #metoo – ha rinunciato a pubblicare l’autobiografia del regista – A propos of nothing in Italia è stato pubblicato da La Nava di Teseo con il titolo A proposito di niente. Proprio il figlio giornalista avrebbe fatto pressioni sulla casa per non pubblicare le memorie del padre. Accuse e colpi bassi e stilettate incrociate si susseguono da una parte all’altra della famiglia. Ronan Farrow, quando gli viene chiesto se è figlio di Sinatra – con il quale la madre ha intrattenuto rapporti fino alla morte di “The Voice” – e non di Allen, risponde: “Può darsi”.

NIENTE FINALE – A inizio 2021 è uscito Allen vs Farrow, un documentario in quattro puntate diretto da Kirby Dick e Amy Ziering. Una serie girata “in gran segreto” e prodotta da HBO, che ha accordi di produzione e affari con Ronan Farrow. Allen ha replicato: “Un attacco feroce infarcito di falsità”. Come ha ribadito nella sua prima intervista in 30 anni, registrata nel luglio 2020 e pubblicata a fine marzo 2021, ai microfoni di Cbs News: “Non penso che lo inventi, non penso che stia mentendo. Ritengo che lo creda” e facendo riferimento alla sua relazione con Soon-Yi Previn che “non avrebbero dato due bimbe a una persona che ritenevano un pedofilo”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

S. N. per "la Stampa" il 30 marzo 2021. Il regista Woody Allen ha per l' ennesima volta negato le accuse di aver molestato la figlia adottiva dell' allora sua compagna Mia Farrow, Dylan, quando era bambina, definendole «assurde» e dichiarandosi «del tutto innocente». La Cbs ha mandato in onda un' intervista al regista, registrata nel luglio 2020, la prima che Allen ha rilasciato dopo 30 anni a una tv americana. L' intervista esce a quasi un mese dalla messa in onda della docuserie di Hbo «Allen vs Farrow», in cui Dylan Farrow rilancia le accuse nei confronti del regista, nonostante la giustizia si sia già pronunciata in favore di Allen. La Farrow ha accusato Allen di aver abusato sessualmente di lei nel 1992, quando aveva sette anni. Il regista ha sempre negato e nell' intervista rilasciata al giornalista della Cbs Lee Cowan, ha spiegato: «È così assurdo, eppure la macchia è rimasta e preferiscono ancora aggrapparsi, se non all' idea che ho molestato Dylan, alla possibilità che io l' abbia molestata». E ha aggiunto: «Niente di quello che ho fatto con Dylan in vita mia può essere interpretato in questo senso». Allen ha detto a Cowan riferendosi a Dylan: «Era una brava ragazza... credo che lo pensi. Non credo che si stia inventando tutto. Non sta mentendo. Sono convinto che ci creda». La carriera del regista è stata notevolmente danneggiata dalle accuse negli ultimi anni. Un editore ha deciso di annullare l' uscita della sua autobiografia, mentre Amazon ha ritirato l' uscita del suo film del 2018 Un giorno di pioggia a New York. Diversi attori hanno anche espresso pubblicamente rammarico per aver lavorato con Allen (tra questi Timothée Chalamet, Kate Winslet, Greta Gerwig, Colin Firth e molti altri). Alla domanda su questo durante l' intervista, il regista ha risposto: «Penso che siano stupidi. Hanno buone intenzioni, ma sono stupidi. Tutto quello che stanno facendo è perseguitare una persona perfettamente innocente».

Beatrice Pagan per "badtaste.it" l'1 marzo 2021. Dylan Farrow, prima della messa in onda sugli schermi americani del secondo episodio di Allen v Farrow, ha condiviso via Twitter la richiesta di provare ad affrontare quanto mostrato con empatia e comprensione. La puntata ha proposto un video che risale a quando aveva sette anni. Il filmato è stato girato il 5 agosto 1992 e ritrae la bambina mentre sostiene di essere stata abusata dal padre adottivo Woody Allen.

Su Twitter Dylan ha scritto: Sto scrivendo questo messaggio perché, per essere totalmente onesta, non sto dormendo e sono alle prese con l’ansia. L’episodio di stasera della docuserie Allen v. Farrow mostra un video che mostra quando ero una bambina di sette anni e parlo con mia madre degli abusi che ho subito.

La giovane ha proseguito sottolineando: Mia madre mi ha dato questo video quando sono diventata adulta per farne quello che volevo. Mi mostra come ero allora, una bambina giovane e vulnerabile. ‘La piccola Dylan’, che da allora ho sempre cercato di proteggere. Decidere di permettere che il video venga visto pubblicamente in questo modo non è stato semplice. Io stesso ho resistito evitando di vederlo fino a questo momento ed è rimasto a lungo chiuso in un armadio.

Dylan ha svelato: Ho quasi deciso di non offrirlo ai registi perché essere così vulnerabile in pubblico è per me assolutamente terrificante. La mia paura nel lasciar venire alla luce questo video è quella di mettere la piccola Dylan alle prese con i giudizi dell’opinione pubblica. La scrittrice sostiene che l’idea di dover sopportare i commenti rivolti al video di quando era bambina l’ha messa in crisi: Ma ho deciso di dare l’approvazione al fatto che lo condividessero nella speranza che la voce della piccola Dylan potesse aiutare altre persone che soffrono in silenzio a sentirsi ascoltate, capite e meno sole. E che la mia testimonianza possa inoltre aiutare genitori, parenti, amici, persone amate e il mondo in generale a capire come un bambino vittima di abusi potrebbe parlare e interpretare questi eventi orribili. C’è inoltre un terzo motivo. Personalmente ho, per decenni, allontanato la ‘Piccola Dylan’ come meccanismo di difesa. Quindi parte del mio obiettivo nel permetterle ora di parlare è inoltre quello di provare a trovare, e riuscirci, un qualche tipo di guarigione per me e la mia versione di quando ero bambina. Si tratta di un tentativo di essere finalmente completa, trovare pace e voltare pagina. Dylan Farrow ha inoltre ricordato da quando la notizia degli abusi è stata rivelata è stata al centro, insieme ai fratelli e alla madre, di commenti di ogni tipo, derisione e attacchi, situazione che l’ha portata a non pensare al passato come meccanismo di auto-difesa: L’ho nascosta in un armadio con quella videocassetta, nascosta, impaurita, triste e ferita. Se vedrete questo video, spero realmente che lo farete con empatia, compassione e una mente e un cuore aperti, e non lo userete come opportunità per attaccare, rifiutare, criticare, prendere in giro o ignorare ulteriormente la Piccola Dylan, e nel farlo far provare vergogna e silenziare milioni di bambini che hanno subito abusi e attualmente stanno soffrendo nel mondo. Questa è la parte più vulnerabile di chi sono. Woody Allen ha da anni respinto le accuse che gli sono state rivolte da parte della figlia adottiva e, dopo la messa in onda dell’episodio su HBO, non ha rilasciato commenti riguardanti il video mostrato per la prima volta.

Da "ilgazzettino.it" il 22 febbraio 2021. «Un attacco feroce infarcito di falsità». Questa la replica di Woody Allen alla docufiction "Allen contro Farrow" andata in onda sulla Hbo in cui viene ricostruite le presunte molestie e violenze sessuali nei confronti della figlia adottiva Dylan quando aveva sette anni. All'indomani della messa in onda l'attore e regisya e la moglie Soon-Yi Previn rompono il silenzio sulla nuova serie. I documentaristi Amy Ziering e Kirby Dick «non hanno alcun interesse nella verità», ha dichiarato la coppia all'Hollywood Reporter accusando gli autori di «aver collaborato con i Farrow e i loro facilitatori» mentre a Woody e Soon-Yi sono stati dato «solo pochi giorni» per offrire la loro versione. Nella prima di quattro puntate di un'ora, Dylan Farrow comincia a rievocare davanti alla macchina da presa le note accuse di incesto lanciate negli anni novanta contro Allen che era il compagno della madre quando lei era bambina.

La testimonianza della figlia Dylan. Dick e la Ziering costruiscono un quadro secondo cui il regista cominciò ad adescare Dylan fin da piccolissima. «Non importa quello che pensate di sapere: questa è solo la punta dell'iceberg», afferma lei, ormai donna di 35 anni. «Mi sentii in trappola. Mi diceva cose come: andremo a Parigi insieme. Sarai in tutti i miei film. E poi mi aggredì sessualmente. Mi concentrai a guardare i trenini di mio fratello. E poi... si fermò. Aveva finito. E scendemmo di sotto», prosegue evocando quanto, a suo dire, sarebbe successo nella soffitta della casa di Mia Farrow in Connecticut.

La replica. «Un attacco feroce infarcito di falsità». Così l'85enne Woody e Soon-Yi, che oggi ha 50 anni, hanno definito la nuova serie. «I documentaristi non hanno alcun interesse nella verità. Hanno passato anni collaborando furtivamente con i Farrow e i loro facilitatori». Allen e moglie sostengono di esser stati contattati meno di due mesi fa e che gli sono stati dati solo pochi giorni per rispondere: «Naturalmente si sono rifiutati», si legge nella dichiarazione che definisce «categoricamente false» le accuse e ricorda che «molteplici agenzie hanno indagato e scoperto che non c'è stato alcun abuso, a prescindere da quanto Dylan Farrow sia stata indotta a credere».

Il conflitto d'interesse. Woody e Soon-Yi insinuano poi un conflitto di interesse: «E triste, ma non ci deve sorprendere, che sia stato Hbo a mandare in onda il documentario visto che la rete ha un accordi di produzione e di affari con Ronan Farrow». L'unico figlio biologico di Allen e della Farrow, Ronan ha chiuso nel 2018 un accordo triennale con Hbo per produrre documentari investigativi. « Allen contro Farrow» non è tra questi, e il giornalista premio Pulitzer per l'inchiesta su Harvey Weinstein appare nella serie solo come testimone.

L'altro figlio adottivo che difende il papà. La Ziering e Dick hanno sostenuto di non aver mai avuto risposta da Woody, Soon Yi e da Moses, un altro figlio adottivo di Allen e della Farrow, che sta dalla parte del padre e accusa Mia di esser stata una pessima mamma. I documentaristi d'altra parte non hanno fatto mistero di aver operato una scelta di campo. Quasi troppo, secondo alcuni critici, che obiettano l'assenza di dettagli chiave tra cui il suicidio di due dei figli adottivi di Mia e la condanna per pedofilia del fratello dell'attrice, John Charles Viller-Farrow.

Paolo Travisi per "leggo.it" il 16 febbraio 2021. Negli anni Novanta, (1992) il celebre regista Woody Allen fu accusato di aver compiuto abusi sulla figlia Dylan, che Allen e la sua compagna, l'attrice Mia Farrow, avevano adottato. Accuse che provenivano proprio dalla presunta vittima e che hanno avviato un processo penale noto come Woody/Mia. Il regista di Manhattan è stato prosciolto dalle accuse, ma quella storia è finita al centro di un documentario, Allen vs Farrow, realizzato dalla HBO che dal 21 febbraio andrà in onda negli Stati Uniti, suddiviso in 4 puntate. Tutto ebbe inizio con la loro separazione nel 1992, anche se non erano sposati, in seguito alla scoperta da parte di Mia Farrow di alcune foto di nudo dell’allora 21enne, Soon-Yi Farrow Previn, scattate proprio da Allen. E durante quell'estate, Dylan, allora settenne, aveva accusato Woody, suo padre, di molestie. Il doc ripercorre il caso giudiziario, con materiali inediti della polizia, interviste, filmati casalinghi, documenti processuali e registrazioni audio mai ascoltate prima d’ora, gettando luce sulla storia e sulle accuse mosse da Mia Farrow, che per il suo ex-marito recitò come protagonista in 13 film. Nel trailer appare l'attrice che dice "non potevo crederci" e si sente la voce di Dylan, la figlia adottiva che dice "non importa quello che pensate di sapere: è solo la punta dell'iceberg", insomma, per chi ha già visto il documentario, sembra che l'opera sia sbilanciata in favore di Mia Farrow e della figlia Dylan, e non ci sia sufficiente spazio per tesi a favore di Woody Allen, ma su questo ci riserviamo il giudizio solo dopo averla potuta vedere. Ma le voci contenute nel documentario, realizzato in modo tradizionale, con interviste di stampo giornalistico sono molteplici, tra cui il figlio Satchel, (che ha cambiato il nome in Ronan dopo la rottura dei genitori), il giornalista che ha scritto gli articoli per il New Yorker che hanno sollevato il movimento MeToo e contribuito ad inchiodare il produttore Harvey Weinstein per i suoi reati sessuali. Non manca l’intervista all’avvocato dell’accusa, Frank Maco mentre, non sappiamo se sia stato interpellato o meno il legale di Woody Allen. Ma né Woody né l'attuale moglie Soon-Yi, figlia adottiva di Mia Farrow e dell'ex-marito di lei, André Previn, con cui il regista ha iniziato una relazione nei primi anni Novanta, hanno voluto partecipare alla serie, che rivaluta anche la sua intera opera filmica in considerazione di quelle accuse, anche se cadute. Dopo il caso MeToo, Hollywood ha iniziato a schierarsi e Woody Allen da molti suoi ex-colleghi è stato allontanato, tra cui Greta Gerwig, Colin Firth e Mira Sorvino che si sono impegnati a non lavorare più con lui, mentre Amazon ha rotto un accordo da 68 milioni di dollari dopo che il regista aveva definito l'inchiesta Weinstein, una "caccia alle streghe".

DAGONEWS il 28 febbraio 2021. Christina Engelhardt aveva solo 16 anni quando incontrò per la prima volta Woody Allen in un ristorante di New York. All'epoca era una studentessa bionda delle superiori con gli occhi verdi, una bellezza che le aveva fatto firmare alcuni contratti da modella e un sogno nel suo cuore di essere famosa. Ed è allora che incontrò Woody Allen, all’epoca 41enne, con cui ebbe una relazione durata 8 anni che divenne di ispirazione per il personaggio interpretato da Mariel Hemingway, che allora aveva 16 anni, in “Manhattan”. Ora Christina, 61enne divorziata a madre di due ragazze, dopo aver ricordato solo pochi anni fa con affetto e senza alcun rimpianto la sua relazione con Allen, ha deciso si sputtanarlo nel documentario di HBO “Farrow v. Allen” in cui dice di aver riflettuto sugli aspetti negativi di quella relazione. «Il film mi ha sempre ricordato come interpretava i personaggi nei suoi film e come giocava con me» dice Christina oggi. Perché dopo quel primo appuntamento al ristorante, afferma di aver continuato ad avere una relazione clandestina di otto anni con il regista di Hollywood, sotto il naso - e in effetti, dice, con la piena ma riluttante conoscenza - del suo partner di allora Mia Farrow. Ha raccontato che Allen all’epoca non fece mai riferimento alla loro differenza d’età (25 anni) e fin dall'inizio ha stabilito regole per cui non avrebbero discusso di lavoro e si sarebbero incontrati solo a casa sua visto che all’epoca era sposato con Mia Farrow. Ora, dopo aver rifiutato per anni di sentirsi vittima, Christina ricorda “la sua crudele relazione e come sia stata manipolata”: «Con la sua intelligenza mi faceva sentire un’adulta. Mi faceva domande ero entusiasta che volesse la mia opinione. Pensavo che tenesse alla mia mente oltre che al mio corpo. Ma non mi ha mai portato fuori a cena o a un appuntamento, nemmeno una volta». Secondo lei il fatto di narrare nei film relazione di giovani con uomini più maturi “rispecchia la sua inclinazione verso le giovani verso la vita reale”. «Non ho mai passato la notte con lui, non una volta. Era solo per un paio d'ore, sesso compreso. Un bicchiere di vino, una chiacchierata, una partita a scacchi e un po' di sesso». Allora adolescente dice che era ferita e confusa dalla natura segreta della loro relazione, dimostrata dal fatto che Allen non l'ha mai portata a mangiare fuori: «Gli ho dato un centinaio di opportunità per dire: "Ehi, andiamo a cena fuori" e penso che sia qui che entra in gioco la mia bassa autostima. Ho pensato che forse se fossi stata più interessante e realizzata, le cose sarebbero cambiate. Avevo solo 16 anni e mi sentivo lusingata che qualcuno di talento e spiritoso come Woody fosse interessato a me». Ci sono altri ricordi più tristi. Ricorda di essersi presentata, senza preavviso, al jazz club di New York dove Allen suonava una volta alla settimana: «Mi ha abbracciato come se fossi una buona amica. Non mi ha mai presentato come la sua ragazza». Da parte sua, Christina crede di essere rimasta coinvolta nel vortice sessuale di Allen perché ambiziosa e in soggezione nei suoi confronti: «I predatori vedono quella mancanza di fiducia nei giovani e ne approfittano. Pensavo di essere speciale per lui, ma ho finito per sentirmi come il suo giocattolo, ed è tutto quello che ero. Non era la persona che pensavo. Gli ho concesso il beneficio del dubbio perché pensavo fosse un genio». Quando ha visto Manhattan per la prima volta nel 1979, dice di aver pianto. La trama l'ha colta completamente di sorpresa: «Ho detto a Woody, più tardi," Wow mi assomiglia" e lui ha riso e ha detto: “Davvero?”. Mi sentivo come se avesse preso frammenti di me e li avesse inseriti nel film».  Quattro anni dopo l’inizio relazione, in uno dei viaggi di Christina a New York, Allen presentò Christina a Farrow: «Mi ha presentato  a Mia Farrow e ha detto: "Voglio che tu conosca la mia ragazza" e ricordo di aver pensato: "Non sono la tua ragazza". Allora ho capito che non ero niente [per lui] ma Mia era così gentile e meravigliosa.» La star del film del 1968 “Rosemary’s Baby” aveva 16 anni più di lei e le due donne sono finite per piacersi: «Eravamo le sue due ragazze preferite e lui era il regista in quella situazione. Penso che anche Mia fosse sotto il suo incantesimo. Se hai una relazione felice e sana, non devi coinvolgere una terza persona». L'ultima goccia per Christina è arrivata quando Allen ha rifiutato di aiutarla con la sua carriera di attrice. Ha lasciato gli Stati Uniti nel 1983 ed è andata a lavorare a Roma.

Articolo del 17 dicembre 2018 da “ilmessaggero.it”. Era il 1976 e Babi Christina Engelhardt aveva 16 anni. Fu lei a prendere l'iniziativa. Lasciò un biglietto sul tavolo di Woody Allen: «Dal momento che hai firmato abbastanza autografi eccoti il mio». C'era il numero di telefono e il regista, allora 41enne, la chiamò pochi giorni dopo. È il racconto, sull'Hollywood Reporter, di Babi Christina Engelhardt, ex modella che fra il 1976 e l'84 ebbe una relazione di otto anni con il regista newyorkese. Allora l'età della maturità sessuale era fissata a 17 anni ma Allen - racconta la donna - non chiese mai la sua età. «Però sapeva che andavo alle superiori», dice la Engelhardt che oggi ha 59 anni e che racconta di quella relazione sulla scia del movimento #Metoo, nato con lo scandalo Weinstein - lo scorso anno - e con le successive denunce a esponenti del mondo di Hollywood, una delle quali, pesantissima, coinvolse lo stesso Woody Allen, accusato dalla figlia adottiva Dylan Farrow di averla violentata. «È cambiato tutto ora, è come se improvvisamente gli altri si aspettassero da me di parlare male di lui». L'ex modella racconta che quello che fino a poco tempo prima era ancora il ricordo, dolce e melanconico, di una relazione positiva ma che ora, dopo il #Metoo, è diventato molto più scomodo. Il tempo, racconta la donna, ha modificato anche la percezione di quello che lei pensava fosse un non dichiarato monumento alla loro relazione: il film Manhattan, del 1979, che racconta della diciassettenne Tracy (interpretata da Mariel Hemingway che per questo ruolo fu nominata all'Oscar) che con entusiasmo decide di andare a letto con il personaggio interpretato da Allen, Isaac «Ike» Davis, di ben 42 anni. «Il film mi ricordava il perché ho sempre trovato così interessante quell'uomo. Il suo umorismo è magnetico». La relazione fra i due non era del tutto clandestina. L'articolo dell'Hollywood Reporter raccoglie anche le dichiarazioni di alcune persone che erano al corrente del rapporto fra i due, come il fotografo Andrew Unangst, e il fratello della donna, Mike, allora entusiasta della relazione fra la sorella e il suo regista preferito: «Avevo 12 anni ed ero un suo grande fan», dice l'uomo. La Engelhardt non si definisce vittima di quel rapporto: «Non voglio gettare fango su di lui, racconto una storia d'amore che mi ha fatto diventare chi sono. Non ho rimorsi», dice, anche se il divario di età e di potere fra i due potrebbero essere sufficienti per bollare come tossica quella relazione. Negli anni che seguirono la Engelhardt ebbe anche un rapporto artistico, del tutto professionale, con Federico Fellini. «Un giorno Allen telefonò a Fellini, a Roma, e risposi io. Mi disse: mi hai lasciato per Fellini? Meraviglioso!. Era scioccato che fossi in compagnia del suo mito». Oggi Christina Engelhardt è una donna divorziata, madre di due ragazze adolescenti, che vive in un bell'appartamento di Beverly Hills. «Non fraintendetemi, non ho raccontato questa storia per attaccarlo, ma per dare un punto di vista diverso anche al movimento #Metoo, per dare la mia prospettiva. Non voglio in alcun modo attaccare Woody Allen». Il regista ha negato un suo commento sulla vicenda.

Monica Ricci Sargentini per corriere.it il 16 febbraio 2021. Ha ricevuto le scuse del primo ministro australiano Scott Morrison l’ex addetta stampa del governo Brittany Higgins, che ha denunciato di essere stata stuprata due anni fa da un collega più anziano nell’ufficio della ministra della Difesa, Linda Reynolds, ma di essere stata convinta a non denunciare: «Non sarebbe dovuto succedere — ha detto il premier riferendosi a come è stata gestita la vicenda—, spero che questo episodio suoni a tutti come un campanello d’allarme». Per il movimento delle donne è l’ennesimo segnale di una cultura misogina fatta di commenti sessisti e bullismo nei confronti delle colleghe che ha spinto molte politiche fuori dalla coalizione di governo. Higgins ha raccontato, in un’intervista al sito web news.com.au , di aver subito violenza due anni fa quando aveva 24 anni ed era stata assunta da poche settimane come addetta stampa della ministra della Difesa. Dopo una serata passata con i colleghi in locale, uno di loro si era offerto di riaccompagnarla a casa. Ma l’uomo, più anziano di lei e molto stimato all’interno del partito Liberale, l’aveva invece portata nell’ufficio della ministra in Parlamento dove l’aveva violentata dopo che le si era addormentata su un divano. La ragazza, che ha ammesso di aver bevuto tanto quella sera, si sarebbe svegliata nel mezzo dello stupro chiedendo al suo assalitore di fermarsi. Cosa è successo dopo? La giovane ha detto di aver raccontato tutto alla ministra e ad altri membri del Parlamento, durante un incontro che si è incredibilmente tenuto nella stessa stanza in cui era avvenuto lo stupro, ma si era alla vigilia delle elezioni politiche e nessuno voleva rischiare uno scandalo in piena campagna elettorale. Così Higgins ha ritirato la denuncia che aveva presentato alla polizia: «Mi hanno fatto capire che avrei perso il lavoro — ha raccontato —, mi hanno voluto silenziare e penso che questo sia così sbagliato». Il governo, in un comunicato stampa, ha detto di «essere dispiaciuto che Higgins non si sia sentita appoggiata in questa vicenda». E anche la ministra Reynolds si è scusata pubblicamente. In Australia una donna su sei subisce violenza sessuale nel corso della sua vita, secondo le stime più recenti del Dipartimento di Statistica. Un dato in crescita negli ultimi dieci anni, forse anche perché è aumentato il numero di vittime che ha trovato il coraggio di denunciare.

Titti Beneduce per corriere.it il 5 febbraio 2021. Un anno fa, a Napoli, non si parlava d’altro: il caso del professore dell’Accademia di Belle arti accusato di abusi su un’allieva teneva banco su siti, televisioni, giornali. Un anno dopo (nel frattempo lui, sottoposto a un formidabile stress, si è dimesso) arriva la conferma di quello che i suoi avvocati hanno sempre sostenuto: non c’è stata alcuna violenza, si trattava di un rapporto tra persone adulte consenzienti. Quell’accusa di violenza sessuale nei confronti del professor Stefano Incerti (56 anni, regista e sceneggiatore pluripremiato) è stata archiviata. Per questo oggi, per la prima volta, il Corriere del Mezzogiorno fa il suo nome. Va detto che, approfondendo altre denunce sporte da studentesse dopo il clamore mediatico, il pm Cristina Curatoli, che indaga con il coordinamento dell’aggiunto Raffaello Falcone, ha ritenuto che Incerti si sia reso responsabile di violenza nei confronti di un’altra studentessa: l’avrebbe palpeggiata all’uscita di un’aula dopo una lezione; si tratta di un episodio che risale al 2015. Ad un altro docente, Salvatore Crimaldi, di 60 anni, viene mossa un’analoga contestazione nei confronti di un’altra allieva; l’avrebbe palpeggiata mentre realizzava un disegno durante la lezione di Arte. Ad entrambi è stato notificato nelle scorse ore un avviso di chiusura delle indagini preliminari. Gli avvocati Lucilla Longone e Maurizio Sica, che assistono Incerti, ritengono di riuscire, documenti alla mano, a dimostrare l’insussistenza delle accuse anche in questo caso.

«Additato come un mostro». Archiviata l’accusa che gli pesava addosso come un macigno, Incerti finalmente parla: «L’anno scorso ho subìto un attacco personale senza precedenti attraverso i social e la televisione. Sono stato additato come il mostro dell’Accademia. Il forte stress psicologico mi ha addirittura costretto a dimettermi, ingiustamente. Oggi si è finalmente scritta la verità: tutte quelle accuse di molestie verso le mie studentesse e di favori sessuali in cambio di esami, artatamente proposte e riproposte dai media, erano assolutamente infondate; così come si è rivelata falsa quella più grave e pesante di violenza sessuale. Quest’accusa pesantissima, più volte richiamata per screditare il mio lavoro, è stata definitivamente archiviata, grazie al lavoro dei miei difensori e della magistratura. Adesso che le indagini sono finalmente chiuse ed ho provato che di quelle tante accuse nessuna era vera, dimostrerò l’infondatezza anche di quest’ultimo episodio, riprendendomi finalmente la mia dignità di uomo, professore e regista». Un episodio, come detto, che risale al 2015, che tra breve sarà prescritto e a proposito del quale, secondo la difesa, a Incerti la Procura non ha dato la possibilità di riferire. Nei prossimi giorni gli avvocati torneranno alla carica per consegnare agli inquirenti documenti che, a loro avviso, potrebbero evitare il rinvio a giudizio.

Il clamore mediatico. Si sgonfia, dunque, il caso che tra febbraio e marzo dello scorso anno avvelenò l’Accademia di Belle arti: contro il professor Incerti furono organizzate manifestazioni di protesta e petizioni, furono affissi striscioni e proclamati scioperi. Tuttavia la studentessa che aveva denunciato la presunta violenza non in Procura, ma alla Consulta degli studenti, all’allora direttore Giuseppe Gaeta aveva ammesso che con Stefano Incerti intratteneva una relazione. Gaeta emise un richiamo formale nei confronti del docente, chiedendogli di avere un atteggiamento più adeguato e di evitare comunicazioni improprie con gli allievi. Dopo l’avvio dell’inchiesta e il clamore mediatico durato per settimane, gli avvocati difensori del docente esibirono in Procura numerosi messaggi di testo e audio, corredati da immagini e filmati, dai quali si evinceva appunto che tra il professore e la studentessa esisteva una relazione affettiva consolidata e che ciascuno dei due contattava l’altro per chiedere di incontrarsi. Solo in un secondo momento la giovane ritenne di avere subito atti di violenza.

Stefano Montefiori per il “Corriere della Sera” il 22 febbraio 2021. Il 5 gennaio scorso, quando cominciano a trapelare le rivelazioni imminenti del libro “La familia grande” destinato a rovinare vita e carriera del grande politologo - e pedofilo incestuoso - Olivier Duhamel, un uomo posta su Facebook l'icona dello champagne, la frase sibillina «Alla tua salute», e una splendida foto della madre, morta in circostanze poco chiare quasi dieci anni prima. Marie-France Pisier, l'attrice scoperta e amata da François Truffaut e poi protagonista di decine di film girati tra gli altri da André Téchiné e Jacques Rivette, è arrivata alla vittoria, sia pure postuma: fu l'unica a battersi perché il segreto di famiglia venisse infranto e tutti conoscessero gli abusi sessuali commessi dal cognato, Olivier Duhamel. Adesso, dopo lo scandalo provocato dal libro di Camille Kouchner, Duhamel vive nascosto e abbandonato, protetto dalla provvidenziale mascherina anti-Covid quando raramente si avventura fuori casa per accompagnare il cane, nel Quartiere Latino. Marie-France Pisier ha vinto, alla fine, e tornano i dubbi su quella strana morte del 24 aprile 2011, che portò la giustizia a interessarsi una prima volta alla «familia grande». Una famiglia per decenni al centro della vita sociale, politica e culturale della Francia, nella quale ministri, deputati, scrittori e grandi imprenditori ruotavano intorno alle due sorelle Pisier. Nate in Vietnam da un alto funzionario dell'Indocina francese e una militante femminista, rinchiuse da bambine per qualche mese in un campo di concentramento giapponese, Évelyne e la più piccola Marie-France sono sempre state diverse, e legatissime. Évelyne è una delle prime donne a ottenere la cattedra di diritto pubblico, alterna insegnamento e impegno politico a sinistra, tra Parigi e l'Avana dove per quattro anni vive una relazione con Fidel Castro. Marie-France è l'artista della famiglia, per qualche tempo fidanzata con Daniel Cohn-Bendit che dopo Maggio 68 farà scappare in Lussemburgo accompagnandolo con la sua decapottabile MG. Nel 1970 Évelyne sposa il medico e futuro ministro Bernard Kouchner, dal quale avrà tre figli: Julien e i gemelli Camille e «Victor». Tre anni dopo il divorzio, nel 1987 Évelyne si risposa con Olivier Duhamel, che promette di salvarla dalla depressione e di essere un nuovo padre per i suoi figli. Nel 1988 Duhamel comincia ad abusare di «Victor», allora tredicenne. Le violenze durano anni, il ragazzo si confida con la gemella Camille ma trova il coraggio di informare la madre Évelyne solo nel 2008. La donna preferisce il silenzio. Marie-France invece è furibonda, rompe con la sorella, vuole farla pagare al cognato. Marie-France Pisier svergogna Duhamel nell'ampio giro di conoscenze parigine, finché la notte dell'aprile 2011 viene ritrovata inerte nella piscina della sua villa in Costa Azzurra, la testa incastrata in una sedia. L'inchiesta, all'epoca, evoca il suicidio. Ma Julien Kouchner, fratello di «Victor» e Camille, non ci sta. «Non ho mai creduto che mia zia Marie-France si sia suicidata - dice ora al Parisien -, anche se non so come è morta. La mia unica certezza è che questa storia l'ha uccisa».

Anais Ginori per "la Repubblica" il 10 febbraio 2021. Si dimette Frédéric Mion, direttore della prestigiosa università parigina Sciences Po. È l' onda lunga dello scandalo provocato dal libro di Camille Kouchner, figlia dell' ex ministro, che ha accusato di incesto il patrigno, il costituzionalista Olivier Duhamel che fino a qualche settimana fa era alla guida della Fondazione di Sciences Po. Nel libro La familia grande Kouchner racconta gli abusi sul fratello gemello, avvenuti negli anni Ottanta, quando il ragazzo aveva 13 anni. Secondo l' avvocata e autrice della denuncia, le accuse di incesto che pesavano su Duhamel erano note da tempo a molte persone nell' entourage della famiglia e nei circoli politici parigini. Il costituzionalista a inizio di gennaio ha lasciato l' incarico alla prestigiosa università parigina e la presidenza del club della nomenclatura Le Siècle, rifiutandosi finora di commentare o rispondere alle accuse, mentre il ministro per l' Istruzione superiore Frédérique Vidal ha ordinato un' ispezione a Science Po per determinare se ci siano state omissioni e responsabilità. A gennaio, subito dopo le rivelazioni del libro di Kouchner, Mion aveva ammesso di essere stato informato di "voci" sui fatti di incesto nei quali era coinvolto Duhamel. Era stata nel 2018 l' ex ministra socialista Aurélie Filippetti a informarlo. Il direttore di Sciences aveva però sostenuto di avere ricevuto una smentita dall' avvocato del costituzionalista, decidendo di archiviare il tutto. Anche il prefetto Marc Guillaume, già nel gabinetto dell' ex premier Edouard Philippe, ha dovuto ammettere di essere stato informato. Con un effetto domino, lo scandalo Duhamel sta facendo tremare molti potenti che lo conoscevano e che avrebbero ignorato le denunce nel suo entourage. Le dimissioni di Mion fanno precipitare Sciences Po in un nuovo terremoto. La scuola di rue Saint-Guillaume, aveva già perso nel 2012 l' allora direttore Richard Descoings, morto in una stanza d' albergo a New York, lasciando un' eredità controversa di modernizzazione e apertura dell' università ma anche di spese folli ed eccessi. Mion, 51 anni, era stato nominato nel 2013 per ridare stabilità a Sciences Po. Nel 2018 era stato confermato per un secondo mandato che sarebbe dovuto finire l' anno prossimo. L' addio dell' alto funzionario, che parla perfettamente italiano, è stato accelerato dall' indagine interna chiesta dal governo. «Il rapporto - dice lo stesso Mion - evidenzia errori di giudizio da parte mia nel trattare le accuse nel 2018 e incoerenze nel modo in cui mi sono espresso su questo caso. Me ne assumo la piena responsabilità». La corsa alla successione è aperta. Non si esclude una persona esterna a Sciences Po, anche di livello internazionale. Tra i nomi di "casa" che invece circolano c' è anche quello di Enrico Letta, che dal 2015 guida la scuola di Affari Internazionali, o del professore francese di Economia Yann Algan. È ancora prematuro per fare previsioni e capire quale sarà la soluzione decisa per risolvere la grave crisi di governance.

 (ANSA il 4 febbraio 2021) Anche l'attore francese Richard Berry finisce nella bufera delle accuse di incesto, nel suo caso ad opera della figlia maggiore che lo accusa di stupro. Dopo il libro di Camille Kouchner che ha accusato il patrigno, il notissimo politologo Olivier Duhamel, di violenze sessuali su suo fratello gemello quando aveva 14 anni - negli anni Ottanta - l'ondata di denunce per incesto rimaste spesso sepolte per anni stanno invadendo i social. Un'inchiesta sui fatti è stata aperta dal 25 gennaio, dopo la denuncia di Coline Berry, 45 anni, per "stupri e violenze sessuali su minore di 15 anni". Figlia dell'attore e dell'attrice Catherine Hiegel, la donna non è stata ancora interrogata dalla polizia. Berry - protagonista di molti film ("Il rompiballe", "Quella strada chiamata paradiso") nega in blocco le accuse: "smentisco con tutte le mie forze e senza alcuna ambiguità queste immonde accuse", ha detto fin dal primo momento. Nega con decisione anche la compagna di Berry all'epoca dei presunti fatti, la cantante americana Jeane Manson, che parla di "regolamento di conti familiare". Coline Berry ribatte definendo la sua denuncia "un atto grave, pensato e ponderato". In un post su Instagram, afferma di essere stata "baciata sulla bocca con la lingua" dal padre e di aver "dovuto partecipare ai suoi giochi sessuali in un contesto di violenze coniugali ben note". (ANSA).

Da liberoquotidiano.it il 2 febbraio 2021. Una confessione mai fatta prima. Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata democratica più intransigente, ha raccontato su Instagram: "Ho subito un’aggressione sessuale e non ne ho parlato con molte persone nella mia vita ma quando subisci un trauma affiorano quelli passati". Nel filmato in cui rievoca il dolore, la Cortez si lascia andare e piange. "Le persone ci dicono di andare avanti, che non è un grosso problema, che dovremmo dimenticare quello che è successo, dicendoci persino che dovremmo scusarci. Queste sono le stesse tattiche che usano gli aggressori. Sono una sopravvissuta a una violenza sessuale e non l'ho detto a molte persone nella mia vita. Ma quando subiamo un trauma, il trauma si accumula". Da qui la decisione di aiutare chi ha passato quello che ha passato lei: "Non lascerò che accada di nuovo a me. Non lascerò che accada di nuovo alle altre persone". Poi un altro ricordo: l'assalto al Capitol Hill da parte dei sostenitori di Donald Trump. Questi hanno varcato le porte del Campidoglio americano durante la riunione per accertare la vittoria di Joe Biden, sorprendendo anche la Cortez. Per paura la giovane si è chiusa in bagno , mentre un uomo prendeva a pugni la porta urlando: "Lei dov’è? Lei dov’è?" A quel punto, spiega, "ho pensato che tutto fosse finito, ho pensato che sarei morta". Il filmato apparso sui social è arrivato in concomitanza con la polemica contro i parlamentari repubblicani, accusati dalla deputata di essere indirettamente responsabili dell’assalto al Congresso. "Mi hai quasi fatto uccidere tre settimane fa" ha gridato anche la scorsa settimana al senatore del Texas Ted Cruz. Accuse pesantissime ma sulle quali non ha alcuna intenzione di fare marcia indietro. "Non diventerò una vittima di nuovo, non lascerò che questo mi succeda ancora. Queste sono le tattiche che usano i maltrattanti con le loro vittime".

Dagotraduzione dal DailyMail il 19 maggio 2021. Ashley Walters, 37 anni, già assistente personale di Marilyn Manson, ha citato in giudizio il suo ex capo per violenza sessuale, percosse e molestie. Si aggiunge così alla lunga lista di donne - sono almeno 16 - che hanno accusato la star. Secondo il racconto della donna, gli abusi sono iniziati subito dopo il loro primo incontro, nel 2010. Manson ha cercato subito di aggredirla sessualmente, e tre mesi dopo le ha offerto di diventare la sua assistente. Nei 12 mesi in cui lo ha assistito, Walters ha spiegato di aver vissuto in un costante stato di paura per via del carattere violento della star, che l'ha costretta a lavorare anche 48 ore di seguito quando abusava di cocaina, le lanciava addosso i piatti e la spingeva contro il muro. Manson non è stato tenero neanche con l'ex moglie Evan Rachel Wood, 33 anni, e con l'ex compagna Esmé Bianco, che lo ha denunciato. Una volta ha inviato a Walters una foto della schiena di Bianco, dilaniata dalle frustate, con il messaggio: «Vedi cosa succede?». Inoltre Manson avrebbe costretto lei e altre sue collaboratrici a vestirsi con uniformi naziste in modo da lasciargli una «garanzia» che non avrebbe mai parlato di lui.

Marilyn Manson accusato via social di molestie, lo sceriffo di Los Angeles apre fascicolo. Elena Del Mastro su Il Riformista il 19 Febbraio 2021. “Il nome è Brian Warner. Ha cominciato ad adescarmi che ero ancora teenager e per anni ha orrendamente abusato di me”. Con queste parole l’attrice Evan Rachel Wood giorni fa su Instagram denunciò di aver subito molestie sessuali da parte di Merilyn Manson, alias appunto di Brian Warner. Così lo sceriffo della contea di Los Angeles ha aperto un fascicolo per vederci chiaro sulla vicenda. Le pesanti accuse social dell’attrice con cui ha avuto una relazione a partire dal 2007 al 2010, iniziata quando aveva 19 anni, sono immediatamente costate al cantante: la sua etichetta discografica lo ha infatti subito mollato. Ora le indagini ufficiali. L’attrice ha rivelato contemporaneamente sui social e in un’intervista a Variety che il cantante l’ha “adescata quando ero un’adolescente e ha mostruosamente abusato di me per anni. Mi ha fatto il lavaggio del cervello, mi ha manipolata per sottomettermi a lui”. L’attrice della serie tv Westworld ha aggiunto quindi di “accusare quest’uomo pericoloso e l’industria che l’ha sempre difeso e protetto, prima che possa rovinare altre vite. Sono dalla parte delle vittime che non vogliono più restare in silenzio”. Secondo quanto dichiarato dalle autorità si indaga in particolare su episodi avvenuti tra il 2009 e 2011 quando il cantante viveva a West West Hollywood. Anche la senatrice della California Susan Rubio ha chiesto all’FBI di indagare sulle accuse. Una vicenda tutta da chiarire. L’attrice, che iniziò la relazione con Manson quando quest’ultimo aveva 36 anni, disse nel 2016 di esser stata stuprata “da un ragazzo con cui stavo e, ancora, in un’altra occasione dal padrone di un bar. La prima volta non ero sicura che fosse stupro, dal momento che si trattava del mio partner e l’ho capito troppo tardi. E chi mi avrebbe creduto? La seconda volta ho pensato che fosse colpa mia, che avrei dovuto lottare di più, ma ho avuto paura”. Ma il cantante, oggi 52enne, ha risposto su Instagram alle accuse, negandole fermamente: “Naturalmente la mia arte e la mia vita sono state a lungo oggetto di controversia, ma queste recenti affermazioni su di me sono orribili distorsioni della realtà. Le mie relazioni intime sono sempre state del tutto consensuali con partner che la pensano allo stesso modo. Indipendentemente da come e perché altri scelgono di travisare il passato, questa è la verità”, ha scritto in un post su Instagram.

Da repubblica.it l'1 maggio 2021. Esmé Bianco, l’attrice inglese che nella pluripremiata serie televisiva Il Trono di Spade vestiva i panni di Ros, ha denunciato la rockstar americana Marilyn Manson per aggressione sessuale e percosse, costringendola con droghe, violenza e minacce. Manson è stato denunciato, assieme al suo ex manager Toni Ciulla, davanti alla corte distrettuale di Los Angeles, anche per aver infranto le leggi sul ‘traffico di persone’ per aver portato l’attrice da Londra a Los Angeles, sulla base di promesse di lavoro, un video musicale e un film, che non sono mai stati messi in produzione. Manson e i suoi legali hanno rigettato le accuse, frutto, dice il cantante, “di una orribile distorsione della realtà”. Manson all’inizio dell’anno era già stato accusato di comportamenti violenti da Evan Rachel Wood: la star di Westworld, per anni fidanzata di Manson, aveva pubblicamente accusato il musicista di aver subito da lui per anni violenze domestiche e abusi sessuali, accuse rigettate dal cantante ma che gli hanno causato il 'licenziamento' da parte sia della sua etichetta discografica, Loma Vista, che della sua agenzia manageriale, la CAA. La causa intentata da Esmé Bianco non è la prima azione legale contro Manson, accusato da altre quattro donne di comportamenti violenti e abusivi in interviste o in post su Instagram: già nel 2018, come riporta l’Hollywood Reporter, il musicista era stato accusato di abusi sessuali, ma i giudici avevano deciso di non procedere per mancanza di prove.

Da "corriere.it" l'1 febbraio 2021. Evan Rachel Wood, attrice e cantante, ha affermato che Marilyn Manson è la persona a cui si è riferita negli anni in cui ha parlato di essere una sopravvissuta alla violenza domestica. La relazione tra Wood e Manson è diventata pubblica nel 2007 quando lei aveva 19 anni e lui 38. Fidanzati nel 2010, si sono lasciati nello stesso anno. In un post su Instagram lunedì mattina e in una dichiarazione a «Vanity Fair», Wood ha dichiarato: «Il nome del mio aggressore è Brian Warner, noto anche al mondo come Marilyn Manson. Ha cominciato a usarmi violenza quando ero adolescente e ha abusato di me in modo orribile per anni. Sono stata sottoposta al lavaggio del cervello e manipolata fino alla sottomissione. Ho smesso di vivere nella paura di ritorsioni, calunnie o ricatti. Sono qui per smascherare quest’uomo pericoloso e chiamare a raccolta le molte industrie che gli hanno permesso, prima che rovini altre vite. Sono con le tante vittime che non staranno più zitte». Wood ha iniziato a parlare di essere sopravvissuta a stupro e violenza domestica in un articolo di «Rolling Stone» nel 2016 e ha concentrato il suo attivismo su questi temi. Nel 2019, Wood ha creato il Phoenix Act, un disegno di legge che estende il termine di prescrizione sulla violenza domestica da tre a cinque anni. Il governatore della California Gavin Newsom ha firmato il disegno di legge nell’ottobre del 2019 ed è entrato in vigore nel gennaio 2020. Wood ha testimoniato dinanzi al Senato della California, sostenendo che il suo aggressore le aveva nascosto la sua dipendenza da droga e alcol e «ha avuto attacchi di gelosia, estrema che spesso lo portava a distruggere la nostra casa, a mettermi alle strette in una stanza e a minacciarmi». «Ho raccolto il coraggio di andarmene diverse volte, ma lui chiamava casa mia incessantemente e minacciava di uccidersi», raccontò Wood all’epoca. «In un’occasione, sono tornata per cercare di disinnescare la situazione, mi ha messo all’angolo nella nostra camera da letto e mi ha chiesto di inginocchiarmi. Poi mi ha legato mani e piedi. Una volta che non potevo più muovermi, mi ha picchiato e ha scioccato parti sensibili del mio corpo con un dispositivo di tortura chiamato «violet wand». Il dolore era straziante. Mi sentivo come se avessi lasciato il mio corpo e una parte di me fosse morta quel giorno». In autunno, Wood ha raccontato a «Variety»: «Quando ho iniziato a fare l’attivista, mi sono davvero chiesta: da dove comincio? Quindi il luogo da cui di solito inizio, perché sento che farò il meglio, sono i luoghi di cui ho esperienza diretta. Penso che sia per questo che ho fatto così tanto sulla violenza domestica e sulle aggressioni sessuali». A causa dei commenti pubblici di Wood, che ha ridotto i tempi di questi presunti incidenti, i giornalisti e il pubblico si sono chiesti se fosse la persona di cui parlava Wood. «Perché nessuno parla del “Fantasy” di Marilyn Manson sull’uccisione di Evan Rachel Wood?» riportava un titolo di «Glamour» nel marzo 2018 — il pezzo sottolineava che in un’intervista del 2009 Manson aveva detto di Wood: «Ogni giorno ho fantasie sullo spaccarle il cranio con una mazza». E lo scorso autunno, Manson ha troncato un’intervista con la rivista musicale britannica «Metal Hammer» quando il giornalista ha fatto il nome di Wood. Successivamente, Manson ha rilasciato una lunga dichiarazione, negando qualsiasi illecito.

Da "rollingstone.it" il 9 febbraio 2021. Continuano ad arrivare accuse verso Marilyn Manson dalle fonti più disparate. Stavolta è una fotografa ad aver raccontato che una volta la star “ha costretto le fan a spogliarsi” come gioco sessuale dopo uno show. Erica Von Stein sostiene che Brian Hugh Warner – vero nome di Manson – ha anche riempito di alcol le ragazze prima di ordinare loro di togliersi le magliette. Parlando al The Mirror, la fotografa ha detto di essere stata scelta da una folla di ammiratrici dagli assistenti dell’artista e accompagnata al suo tour bus. “Ha detto che voleva vedere chi aveva le tette e il culo migliori. Tutte erano un po’ sorprese, ma lui era divertito. Era circondato da altri amici e si comportava in modo prepotente. In quel momento credo che nessuno avrebbe avuto il coraggio di dirgli di no”, ha dichiarato. L’episodio sarebbe avvenuto dopo un’esibizione al SECC di Glasgow. Il Mirror ha poi raccolto la testimonianza di altre due donne che erano sul tour bus: “Le ragazze sono state costrette a spogliarsi mentre erano ubriache. È stato un abuso di potere” hanno dichiarato. Accuse che arrivano nei confronti di Manson una settimana dopo che l’attrice Evan Rachel Wood e altre quattro donne lo avevano accusato di abusi e manipolazione psicologica. A rincarare la dose, anche suoi ex collaboratori o colleghi, tra cui Trent Reznor dei Nine Inch Nails e Wes Borland dei Limp Bizkit, hanno sostenuto la tesi delle ragazze che lo accusano. Dal canto suo, la star ha negato tutto attraverso un post su Instagram: “Le mie relazioni intime sono sempre state del tutto consensuali con partner che la pensano nel mio stesso modo. Indipendentemente da come e perché altri scelgono di travisare il passato, questa è la verità”. Il musicista, però, nel frattempo è stato abbandonato dalla sua etichetta discografica, la Loma Vista, e dal suo manager Tony Ciulla da quando sono emerse le prime accuse. Inoltre è stato anche escluso da alcuni progetti televisivi dove l’artista appariva: American Gods e l’antologia Creepshow.

DAGONEWS il 2 febbraio 2021. Non solo Evan Rachel Wood. Dopo le accuse lanciate dall’ex fidanzata, altre quattro donne si sono fatte avanti per denunciare le violenze subite da Marilyn Manson. La modella Ashley Lindsay Morgan ha raccontato che Manson le fece comprare cimeli nazisti per lui anche se lei è ebrea. La fotografa Ashley Walters ha rivelato che Manson era un violento e che lui l’ha "offerta" per "rapporti sessuali con i suoi collaboratori". La modella Sarah McNeilly ha raccontato che lui l'ha “attirata e conquistata con un bombardamento d'amore”, ma poi è diventato violento. In un’occasione l'ha scaraventata contro un muro, minacciata di picchiarla con una mazza da baseball e l'ha chiusa in una stanza. Una quarta donna, un’artista di nome Gabriella, ha raccontato che Manson l’ha costretta a drogarsi con lui mentre l’ex pornostar Jenna Jameson ha detto che Manson fantasticava di bruciarla viva e “amava morderla” mentre facevano sesso.

Alisa Toaff per "adnkronos.com" il 2 febbraio 2021. Dopo la rivelazione choc di Evan Rachel Wood che ieri su Instagram ha deciso di confessare i presunti ''mostruosi abusi'' che dice di aver subito dal suo ex fidanzato, il famoso cantante Marilyn Manson, scatenando l'indignazione di tantissime donne, famose e non, che sul profilo dell'attrice hanno voluto condividere le loro storie di violenze (poi ripostate dalla Wood sulle sue storie di Instagram), arriva finalmente la replica della star: ''Naturalmente, la mia arte e la mia vita hanno sempre attirato le controversie come calamite, ma queste recenti accuse sono un’orribile distorsione della realtà'', scrive Manson su Instagram. "Le mie relazioni intime sono sempre state del tutto consensuali e condivise con donne che avevano la stessa mentalità -prosegue il cantante- indipendentemente da come e perché gli altri scelgono di travisare il passato, questa è la verità''. Tra i commenti a sostegno della Wood spicca quello di un'altra ex fiamma di Manson, l'attrice e cantante Rose McGowan, fervida sostenitrice del movimento MeToo, che sul suo profilo Instagram scrive: "Sono profondamente dispiaciuta per coloro che hanno subito gli abusi e le torture mentali di Marilyn Manson. Quando dico che Hollywood è un culto, intendo che l'industria dell'intrattenimento, inclusa l'industria musicale, è un culto che protegge il marciume che c'è in alto. La loro è una malattia che deve essere fermata -denuncia l'attrice- Sono con Evan Rachel Wood e tutti coloro che si sono fatti avanti o si faranno avanti. E per favore, non tirare fuori la domanda: 'perché ci hanno messo così tanto tempo per farsi avanti che fa vergognare le vittime/sopravvissute e impedisce loro farsi avanti. E a tutti coloro che hanno coperto i mostri dico: vergognatevi!". Intanto Evan Rachel Wood, attraverso un altro post su Instagram, fa sapere che sul caso c'è in corso un'indagine dell'Fbi partita da un'interrogazione della senatrice della California Susan Rubio che scrive: "Le presunte vittime hanno indicato Marilyn Manson, noto anche come Brian Hugh Warner, come colui che ha perpetrato gli abusi -si legge nella lettera datata 21 gennaio 2021- Ho chiesto al Dipartimento di Giustizia di organizzare al più presto un incontro con le vittime e di indagare su queste accuse''. Anche la nota casa discografica Loma Vista ha deciso di prendere le distanze da Manson attraverso un post sui suoi canali social: "Alla luce delle accuse di abusi da parte di Evan Rachel Wood e altre donne contro Marilyn Manson la Loma Vista interrompe qualsiasi attività di promozione del suo album con effetto immediato -scrive la casa discografica- Considerati i preoccupanti sviluppi della vicenda, abbiamo anche deciso di non collaborare più con Marilyn Manson su progetti futuri''.

Daniel Kreps per "rollingstone.it" l'11 febbraio 2021. Dopo Evan Rachel Wood e Corey Feldman, anche l’attrice di Game of Thrones Esmé Bianco ha accusato Marilyn Manson di aver abusato di lei psicologicamente e fisicamente. L’attrice ne ha parlato al magazine The Cut: le violenze sarebbero avvenute nei mesi in cui hanno vissuto insieme, nel 2011. Bianco parla di tagli e bruciature che le hanno lasciato diverse cicatrici. In particolare, ha raccontato di essere stata colpita al torace da un coltello: «Ricordo di essere rimasta immobile, di non aver combattuto», ha detto. «È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Avevo perso ogni speranza e sicurezza».  Bianco è cresciuta ascoltando la musica di Manson. L’ha incontrato per la prima volta nel 2009, era stata scelta per partecipare a uno dei suoi video e conosceva la moglie Dita Von Teese attraverso la scena burlesque. La relazione col musicista non inizierà prima di due anni, dopo il divorzio tra i due. Nel 2011 Bianco era tornata negli Stati Uniti per partecipare a Phantasmagoria, il film di Manson ispirato alle opere di Lewis Carrol, e il suo visto era direttamente collegato al progetto. Qualche mese dopo, mentre l’attrice cercava di allontanarsi da lui, viveva nella paura che Manson potesse reagire cancellandolo. In questo periodo, mentre abitavano insieme (hanno convissuto per un mese), è andato in onda il primo episodio di Game of Thrones, in cui Bianco interpreta una prostituta. L’attrice dice che Manson faceva vedere la scena a tutti i suoi ospiti per umiliarla. «Inventavo scuse per lui», ha raccontato a The Cut. «Ero in modalità sopravvivenza, il mio cervello mi aveva insegnato a farmi piccola e accettare tutto». Il racconto di Bianco non è molto diverso da quello delle altre accusatrici del musicista. Manson era dispotico, diceva alle donne che frequentava come voleva che si vestissero, quando dormire, cosa mangiare. «In sostanza ero una prigioniera», ha detto Bianco. «Apparivo e scomparivo a suo piacimento. Controllava anche le persone con cui potevo parlare. Chiamavo la mia famiglia nascosta nell’armadio». Il “punto di rottura” è arrivato quando il musicista l’ha inseguita impugnando un’ascia. L’assistente di Manson dell’epoca ha confermato l’incidente a The Cut. In quell’occasione Bianco ha avuto un attacco di panico e poco dopo ha lasciato il musicista. L’ha fatto con una mail che ha inviato nell’estate del 2011. Nonostante siano passati quasi dieci anni, Bianco dice di soffrire ancora di stress post-traumatico. Nel 2019 ha incontrato Evan Rachel Wood e hanno iniziato a sostenere il Phoenix Act, la legge che allunga a cinque anni la prescrizione per i reati di violenza domestica. Come Wood, Bianco ha raccontato al senato della California degli abusi subiti, ma non ha fatto il nome di Manson. La legge è stata approvata nel 2010. «Il nome del mio abusatore è Brian Warner, conosciuto nel mondo come Marilyn Manson», ha scritto Evan Rachel Wood su Instagram qualche giorno fa, il primo di molti racconti di abusi e violenze. «Mi ha adescato quando ero una teenager e ha abusato di me per anni. Mi aveva fatto il lavaggio del cervello, manipolato per sottomettermi. Sono stanca di vivere nella paura di una ritorsione o di un ricatto. Sono qui per smascherare quest’uomo così pericoloso e accusare le aziende che gli hanno permesso di rovinare delle vite. Sono vicina tutte le vittime, ora non staranno più in silenzio». La scorsa settimana Manson ha risposto alle accuse, poi la sua etichetta Loma Vista ha deciso di interrompere ogni collaborazione. Lo stesso è successo con AMC Networks e con lo storico manager Tony Ciulla. 

Da "Ansa" il 3 febbraio 2021. Marilyn Manson all'indice: l'etichetta discografica Loma Vista che aveva distribuito i suoi ultimi album lo ha messo alla porta dopo che l'attrice di "Westworld" Evan Rachel Wood lo ha accusato di "orrendi" atti di violenza domestica. "Alla luce delle accuse della Wood e di altre donne smetteremo di promuovere il suo ultimo album e non avremo più rapporti con lui in futuro", ha detto un portavoce all'Hollywood Reporter. L'annuncio fa seguito a un post della Wood su Instagram in cui l'attrice ha raccontato che Manson ha abusato di lei per anni dopo averla "adescata" quando era ancora teen-ager: "Esco allo scoperto per mettere in guardia le molte industrie che lavorano con lui prima che rovini altre vite". Dopo l'attrice, candidata a un Golden Globe per "Westworld" nel 2017 e prima ancora, nel 2003, per "Thirteen", altre quattro donne si sono fatte avanti per accusare il cantante di "Tainted Love" di simili violenze e abusi. Dopo di loro, l'ex pornostar Jenna Jameson ha rivelato di aver mollato Manson perche' l'aveva morsa durante un rapporto sessuale e fantasticava di bruciarla viva. Intanto anche Rose McGowan, la star di "Charmed" protagonista dello scandalo Harvey Weinstein, si è unita nelle dichiarazioni di appoggio: "Sto con Evan e con le altre donne coraggiose che si sono fatte avanti", ha detto l'attrice che alla fine degli anni Novanta ha avuto una relazione di due anni con il cantante: "Ci vuole tempo per riprendersi dagli abusi. Che la verità venga a galla". Quanto a Manson, ha postato un messaggio su Instagram definendo le accuse contro di lui "orribili distorsioni della realtà". Il cantante - vero nome Brian Warner - ha detto che le sue relazioni intime sono sempre state "interamente consensuali con partner che la pensavano allo stesso modo".

Luca Ceccotti per cinema.everyeye.it il 5 febbraio 2021. A pochi giorni dalle pesantissime accuse mosse da Evan Rachel Wood (Westwood) ai danni dell'ex-compagno Marilyn Manson (vero nome Brian Hugh Warner), accompagnate da altre denunce di donne che lo hanno accusato di "abusi orribili", anche l'ex-amico e collaboratore di Manson, Trent Reznor, ha deciso di denunciarlo pubblicamente. In una dichiarazioni pubblicata su Pitchfork, il compositore Premio Oscar e leader dei Nine Inch Nails ha ricordato con disgusto un aneddoto riemerso recentemente e recuperato dal libro di memorie di Manson del 1998, in cui si affermava che il duo (Warner e Reznor) avesse aggredito sessualmente una donna praticamente incosciente.

Ha spiegato Reznor: "Ho parlato nel corso degli anni della mia avversione per Manson come persona, tanto da aver tagliato ogni legame con lui ormai quasi 25 anni fa. Come dissi all'epoca, quel passaggio del libro di memorie di Manson è pura invenzione. Già al tempo rimasi infuriato e offeso e lo sono ancora oggi". "Sto elaborando le notizie di lunedì su Marilyn Manson. A tutti coloro che hanno espresso preoccupazione per me, apprezzo la vostra gentilezza, ma sappiate che i dettagli che sono stati resi pubblici non corrispondono alla mia esperienza personale durante i nostri sette anni insieme, come coppia. Se così fosse stato, non lo avrei sposato nel dicembre 2005. Dopo dodici mesi andai via a causa dell'infedeltà e della tossicodipendenza", ha dichiarato di recente Dita von Teese, ex-moglie di Manson.

Da "rockol.it" il 5 febbraio 2021. Dopo che l'attrice statunitense Evan Rachel Wood ha accusato di molestie sessuali Marilyn Manson, successivamente denunciato anche da altre donne e scaricato pure dall'etichetta per la quale ha pubblicato i suoi ultimi due dischi, Phoebe Bridgers è intervenuta sul caso che ha per protagonista Brian Warner - questo il vero nome del cantante. Attraverso una serie di post pubblicati su Twitter la cantautrice statunitense ha raccontato di quando ha fatto visita a casa di Marilyn Manson e il Reverendo le ha parlato di una “stanza degli stupri”. “Quando ero adolescente sono stata a casa di Marilyn Manson insieme ad alcuni amici”, ha scritto la voce di “Motion sickness” all’inizio del suo tweet, riportato più avanti. Ha aggiunto: “Ero una sua grande fan. Ha fatto riferimento a una stanza della sua casa come la "stanza degli stupri". Ho pensato che avesse un pessimo senso dell’umorismo da confraternita. Ho smesso di essere sua fan. Sto dalla parte di chi si è fatto avanti”. In un altro messaggio, pubblicato sempre su Twitter, Phoebe Bridgers ha dichiarato: “L’etichetta discografica sapeva, il management sapeva, la band sapeva. Prendere le distanze adesso, fingendo d’essere scioccati e inorriditi è patetico”. Le dichiarazioni della cantautrice di “Punisher” fanno seguito al post condiviso ieri su Instagram dall’ex moglie di Marilyn Manson - il quale ha negato ogni accusa, sostenendo che "queste recenti accuse contro di me sono orribili distorsioni della realtà”. La nota ballerina di burlesque Dita Von Teese, che è stata legata in matrimonio con Brian Warner dal 2005 a 2007, ha fatto sapere che “i dettagli resi pubblici non corrispondono alla mia esperienza personale, durante i sette anni di relazione con lui”. Ha continuato: “Se ciò fosse successo, non l’avrei sposato nel dicembre del 2005. L’ho lasciato dopo poco più di dodici mesi a causa dei suoi tradimenti e della sua dipendenza dalle droghe”. Tra coloro che sono intervenuti sul caso, si sono espressi anche Wes Borland e Trent Reznor, che ha preso le distanze da Marilyn Manson. Il chitarrista dei Limp Bizkit, che è stato membro della band di Manson per meno di un anno nel 2008, sul Reverendo ha detto: “Marilyn Manson... sono stato nella band per nove mesi. Non è un bravo ragazzo. E ogni singola cosa che la gente ha detto di lui è fottutamente vera”.

Da "rainews.it" il 17 giugno 2021. Secondo la Bbc, il produttore cinematografico Harvey Weinstein può essere estradato in California per affrontare ulteriori accuse di violenza sessuale. Lo ha stabilito un giudice di New York. L'ex magnate e produttore di Hollywood sta scontando dallo scorso anno una pena detentiva di 23 anni a New York, dopo la sentenza di condanna per stupro e aggressione sessuale.  I suoi legali avevano chiesto con forza che il loro assistito restasse a New York per ricevere cure mediche adeguate, ma la richiesta è stata respinta e ora vorrebbero impugnare la sentenza. Weinstein non sta bene ed è "controllato da vicino", dicono. Ieri, il giudice della corte della contea di Erie, Kenneth Case, ha respinto le argomentazioni degli avvocati di Weinstein secondo cui i pubblici ministeri di Los Angeles non avrebbero presentato documenti in modo appropriato.  L'ex produttore, 69 anni, simbolo dello scandalo "Me Too" e figura tra le più potenti di Hollywood, ha sempre negato ogni accusa e sempre detto di avere avuto solo relazioni consensuali. Ora dovrebbe essere trasferito in California - dove tutto è cominciato - e dove entro la metà di luglio, Covid permettendo, Weinstein dovrà affrontare un processo con ben 11 capi d'accusa, tra cui le aggressioni sessuali su cinque donne avvenute a Los Angeles tra il 2004 e il 2013. L'avvocato difensore Mark Werksman ha dichiarato: "Siamo delusi dalla sentenza del giudice". Werksman ha affermato che la sua squadra ha presentato una petizione per impedire il trasporto di Weinstein "fino a quando non potrà ricevere le cure mediche di cui ha bisogno a New York". In programma ci sarebbero due interventi chirurgici proprio a New York a seguito di una serie di problemi di salute che non sono stati resi ancora pubblici. Tra le patologie i suoi avvocati avevano dichiarato anche la sopraggiunta cecità.  

Cinzia Romani per "il Giornale" il 17 giugno 2021. Il caso Harvey Weinstein, che ha fatto tremare Hollywood, dando luogo al movimento #MeToo, è venuto alla luce grazie a due giornaliste investigative del New York Times. E adesso il loro lavoro diventa un film, diretto dalla tedesca Maria Schrader. Era il 2019 quando le reporter Jodi Kantor e Megan Twohey si misero sulle tracce del produttore e dei suoi abusi sessuali, ai danni di parecchie stelle e stelline del Sunset Boulevard. Dalla mole di quei dati è nato anche un libro, She said («L' ha detto lei», frase difensiva preferita da Weinstein), divenuto ben presto un bestseller e portatore del Premio Pulitzer alle autrici. Ora quel titolo si trasforma in un film, prodotto dalla Universal Pictures: set aperto ad agosto. La regia è affidata a Maria Schrader, nota per la sua serie Netflix Unhortodox, grazie alla quale ha ricevuto un Emmy Award l'anno scorso. A sottolineare l'importanza del progetto, c' è Carey Mullighan nel ruolo principale, quale accusatrice del produttore portato alla sbarra, tra l'altro, dalla sua ex-amante Asia Argento. Di Carey Mulighan ricordiamo il dramma vittoriano Suffragette, dove l'attrice recitava insieme a Meryl Streep. E mentre in America si svigorisce il movimento #MeToo, anche per la crescente insofferenza globale verso il politicamente corretto, che vuole le donne vittime, pur se consenzienti - la scaltra Gwyneth Paltrow, che vende online candele al profumo della sua vagina, deve l'immeritato Oscar per Shakespeare in Love proprio ai suoi traffici con Weinstein, ex-potente «deus ex machina» della Miramax - , giova ricordare la vicenda del producer. Condannato nel 2020 a 23 anni di carcere, Weinstein ha fatto ricorso, ottenendo un nuovo avvio del processo a suo carico presso la corte di New York. Mentre a Los Angeles, sul suo capo pendono altre procedure per lo stesso motivo: sarebbero un centinaio le donne molestate dal tycoon. Nel frattempo, molti documentari e serie televisive si sono cimentati con lo scandalo Weinstein: dal film The Assistant alla serie The Morning Show. She said, però, è il primo lungometraggio sulla vicenda e farà discutere, anche per le difficoltà giuridiche da aggirare prima del ciak.

Dagospia il 27 gennaio 2021. NON CERCAVANO GIUSTIZIA, VOLEVANO I SOLDI - L'83% DELLE MOLESTATE DA WEINSTEIN E' DISPOSTA A CHIUDERE LA CAUSA INCASSANDO SUBITO I SOLDI DEL RISARCIMENTO

Da cdt.ch il 27 gennaio 2021. La giudice che sovrintende alla bancarotta della Weinstein Company ha dato luce verde a un piano che prevede 17 milioni di dollari di risarcimento per le vittime delle molestie sessuali dell’ex produttore Harvey Weinstein. «La giudice Mary Walrath ha approvato il piano dei risarcimenti», ha detto l’avvocato Paul Zumbro alla CNN spiegando che adesso «c’è un meccanismo in piedi che consentirà alle vittime di ricevere il compenso che loro spetta senza doversi sottoporre alle difficoltà e le incertezze di un procedimento giudiziario». Qualche settimana fa una quarantina delle accusatrici di Weinstein avevano accettato l’accordo in base al quale i 17 milioni di dollari saranno ripartiti sulla base di un sistema di punti. L’intesa include altri 8,4 milioni di dollari per debiti non legati alle molestie e una clausola che esonera da eventuali future pretese i membri del board della Weinstein Company tra cui Bob, il fratello ed ex socio di Harvey.

Da ilgiorno.it il 5 aprile 2021. Harvey Weinstein, l'ex re di Hollywood, presenta ricorso contro la sua condanna per stupro e chiede un nuovo processo. Weinstein è stato condannato lo scorso anno a 23 anni di carcere. Lo riportano i media americani. Il produttore americano, un anno fa era stato condannato per violenza sessuale dalla Corte Suprema dello Stato di New York. Dopo essere stato per anni il produttore più potente di Hollyvood era stato accusato da diverse attrici fra cui anche l'italiana Asia Argento. La procura distrettuale di New York aveva basato il caso sulle accuse di Miriam Haley e Jessica Mann.  Fra le attrici che avevano accusato il procuratore anche Annabella Sciorra.

DAGONEWS il 12 aprile 2021. Harvey Weinstein è stato accusato di stupro da un gran giurì a Los Angeles. Secondo un rapporto l'accusa sarebbe arrivata un paio di settimane fa e dovrebbe ulteriormente facilitare il trasferimento da New York del produttore cinematografico, dove sta già scontando una condanna a 23 anni per stupro e violenza sessuale. Il causa a Los Angeles contro Weinstein, 69 anni, è stata ritardata a causa della pandemia di coronavirus ma secondo quanto riferito l'ufficio del procuratore distrettuale non ha voluto aspettare oltre per procedere. Weinstein deve affrontare in California 11 capi d’accusa per stupri e violenze sessuali avvenuti tra il 2004 e il 2013. Se condannato, l'ex magnate di Hollywood rischierebbe fino a 140 anni di carcere. Weinstein, sta attualmente scontando la sua pena presso la struttura correttiva di Wende vicino a Buffalo, una prigione di massima sicurezza. Attraverso il suo avvocato, ha respinto tutte le accuse contro di lui. All'inizio di questo mese, Weinstein ha presentato appello, sostenendo di non aver avuto un processo equo e che gli incidenti erano "indiscutibilmente consensuali" e che molte delle donne che hanno testimoniato al suo processo pensano semplicemente che sia "odioso". I suoi avvocati hanno presentato un ricorso di 166 pagine a Manhattan il 5 aprile, in cui hanno affermato che il giudice ha ammesso troppe testimonianze basandosi sulla reputazione e il carattere di Weinstein.

Quel processo pruriginoso ad Asia Argento nel salotto di Vespa. Francesca Spasiano su Il Dubbio il 27 gennaio 2021. L’affare metoo manda in tilt il salottino assetato di “verità”: la testa di Asia per il riscatto di tutte le donne «perbene» – le vittime vere. «Lei – chiede Vespa – che rapporto ha con il sesso?» Siamo nel salotto di Bruno Vespa, Rai 1, ieri sera. All’ordine del giorno la crisi politica e la fantapolitica del dopo Conte dimissionario. Ospite in tarda serata l’ex magistrato Luca Palamara che assieme al giornalista Alessandro Sallusti presenta il libro-intervista “Il Sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana”. A seguire, l’ultima fascia: un ritratto di Asia Argento, che si presta in carne e ossa alle curiosità di Serena Bortone, conduttrice televisiva, e Concita Borrelli, giornalista. A metà dell’intervista, Bruno Vespa domanda: «E il sesso? Che ruolo ha avuto nella sua vita?». Lei, Asia, sgrana gli occhi e tace per un istante. Ma a scandalizzare l’attrice non è l’impudenza del conduttore – si suppone. È più probabile, a giudicare dalla reazione, che il suo sconcerto dipenda dal fatto che parlando di «sesso» Vespa intendesse parlare degli abusi e delle violenze denunciati con il movimento #metoo. «In questo caso non lo definirei sesso», protesta l’ospite. Poi la parola passa a Serena Bortone: «Mi ha molto colpito del libro il rapporto con sua madre, che però la picchiava?», sottolinea la giornalista accennando un tono dubitativo. Asia Argento protesta ancora una volta: «Non vorrei soffermarmi su questo». Siamo solo all’inizio di una lunga e incalzante udienza televisiva, che si trascina per oltre mezz’ora. L’occasione per gettare Asia Argento nella fossa dei leoni – come lei stessa contesta con la dovuta ironia – è la presentazione del suo ultimo libro: “Anatomia di un cuore selvaggio” (Piemme editore), un racconto autobiografico. «Perché lei è così bulimica nel parlare della sua vita?», domanda Concita Borrelli. «Bulimica», dice, ma «con affetto». E poi si appella al più modesto dei ragionamenti: se parli di te stessa pubblicamente, ho il diritto di criticarti. E di non crederti, che nel caso di Asia Argento – a dire la verità – è l’ultimo dei problemi. O almeno la questione di minore interesse. Perché ogni volta che la figlia d’arte per eccellenza si offre a un titolo di giornale strillato, di fronte a sé, Asia, ha sempre qualcuno che fa dell’onestà un precetto morale di basso catechismo. Era successo più di tre anni fa, quando il movimento metoo si era trasformato in una sorta di caccia alle streghe, un boomerang che era costato mesi di gogna a colei che in Italia quel movimento lo aveva importato: Asia Argento. Per ripercorrere l’intera vicenda non è sufficiente una pagina di giornale. Basti perciò ricordare l’obiezione che la tribuna di pubblico e social aveva mosso all’attrice: se i fatti stavano così come raccontava, perché ci aveva messo più di vent’anni a denunciare gli abusi del produttore Harvey Weinstein? Da qui parte anche Concita Borrelli, e non importa quante volte Asia Argento abbia spiegato le sue ragioni: «Non c’è prescrizione per il risveglio di una coscienza vittima di stupro», ribadisce l’attrice. Eppure, passato il clamore mediatico per quelle violenze e i ricatti messi “a sistema” dietro le quinte di Hollywood, restano le indiscrezioni – il gossip – sulla vita sessuale delle donne finite in quella spirale. Restano le ramanzine delle guardiane del femminismo 2.0 che non rinunciano mai a separare i buoni dai cattivi: da una parte chi favorisce la causa, dall’altra chi inquina “le prove” contro gli abusi del “patriarcato” mandando in malora – a loro dire – anni di lotte per l’emancipazione. Per la stessa ragione, l’affare metoo e il caso Weinstein mandano in tilt il salottino di Porta a Porta: la testa di Asia per il riscatto di tutte le donne “perbene” – le vittime vere. Che dovrebbe significare che ci sono anche le vittime false, quelle che lo sappiamo: sotto sotto «se la vanno a cercare». Oppure, nel caso di Asia Argento – secondo l’accusa – quelle che cavalcano l’ondata di indignazione per farsi notare. Il prezzo è fissato: alcune donne si “vendono” per il successo. Poco più tardi, Concita Borrelli parla di «scambio sessuale»: l’usanza che secondo l’esperta starebbe alla base del più grande scandalo che ha travolto il mondo dello spettacolo negli ultimi anni. Dove vuole andare a parare? Non è dato sapere. Così Bruno Vespa tenta il soccorso tra le rimostranze dei convitati. Ma noi crediamo alla bontà della giornalista che di certo non ha confuso un abuso con una transazione: anche se bisogna ammettere che un secondo di zapping sarebbe bastato per travisare.

Csm, molestie sulla pm Sinatra, un testimone racconta: "Lei si sentì tradita da Creazzo, era sconvolta". Conchita Sannino su La Repubblica il 22 aprile 2021. Cominciato il processo che vede la magistrata incolpata per dei messaggi con Palamara. Sotto processo anche il procuratore presunto molestatore, che ha sempre negato. “Mi confidó tutto. La dottoressa Sinatra mi raccontó che, dopo una cena di lavoro, era stata oggetto di un approccio fisico, intrusivo, da parte del dottor Creazzo, un collega che lei stimava. E dal quale, con quel gesto, si sentì improvvidamente tradita e umiliata. Ne fu sconvolta”. É cominciato con il racconto di un testimone, che ha confermato le molestie subite dalla pm Alessia Sinatra, il processo - dinanzi alla Sezione disciplinare del Csm -  a carico della stessa toga, sostituto procuratore a Palermo.

Luca Fazzo per “il Giornale” il 16 gennaio 2021. E adesso nel caso Palamara fa irruzione il #Metoo: la questione planetaria del sesso arrembante, delle molestie, del potere usato a fini di conquista. Perché, come era statisticamente inevitabile, nell'oceano di chat intercettate sul telefono dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, saltano fuori anche faccende che hanno poco a che fare con le nomine e le correnti. E investono la correttezza dei rapporti umani. Col risultato che nel mirino del Consiglio superiore della magistratura finiscono i protagonisti di una storia - per larghi aspetti ancora oscura - di presunte avances in ascensore: sono il presunto molestatore e la presunta molestata, entrambi nomi di spicco di Unicost, la stessa corrente di Luca Palamara. Lei è Alessia Sinatra, bionda e tosta pm di Palermo, una vita di inchieste in prima linea e di impegno nella corrente di centro delle toghe. Lui è un nome ancora più importante: Giuseppe Creazzo, procuratore della Repubblica a Firenze che ha condotto le indagini contro l'ex premier Matteo Renzi. Che nel periodo radiografato dall'inchiesta era in corsa per diventare capo della Procura di Roma, in quello scontro feroce tra correnti che alla fine ha portato all' incriminazione di Palamara. Sconfitto da Michele Prestipino, Creazzo non si è arreso e ha fatto ricorso al Tar, che non si è ancora pronunciato. Il trojan della Guardia di finanza racconta in diretta quella faida. Ma il 23 maggio intercetta anche un messaggio della Sinatra a Palamara: «Giurami che il porco cade subito». Il contesto dice chiaramente che il riferimento è a Creazzo: «il porco di Firenze», lo definisce ancora la Sinatra, e poi ancora «porco mille volte», «essere immondo e schifoso». Così quando la Procura di Perugia, che ha condotto l'inchiesta su Palamara, gira tutte le chat alla Procura generale della Cassazione perché valuti i procedimenti disciplinari contro i magistrati coinvolti, nell'elenco finisce anche la Sinatra, per le espressioni violente usate contro Creazzo. La Procura generale della Cassazione a settembre convoca la Sinatra e la interroga. E lei non si rimangia niente, anzi: «Ho reso le più ampie e complete spiegazioni liberatorie», racconta ieri la pm siciliana al Giornale. La cosa, dunque, non finisce lì. Il seguito è ancora avvolto dal segreto, ma qualcosa si riesce a ricostruire. Perché un fascicolo che ricostruisce tutta la vicenda approda sul tavolo della Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura. È la commissione che si occupa di trasferire i magistrati incompatibili con la funzione che ricoprono o il territorio in cui operano. Il fascicolo contiene il provvedimento di archiviazione di un procedimento penale aperto proprio a carico di Creazzo, il procuratore capo di Firenze. L'inchiesta su Creazzo, secondo quanto è dato capire, nasce proprio dalle intercettazioni della Sinatra. In quel fascicolo si spiega anche da dove scaturisce la sequela di insulti riservati dalla pm. Si parla di un incontro in ascensore durante il quale Creazzo avrebbe manifestato un trasporto decisamente inammissibile verso una giovane e bella collega. Perché il fascicolo a carico di Creazzo viene archiviato? Due ipotesi: o l'accusa si è rivelata inconsistente, o la presunta vittima ha scelto di non sporgere querela. Ma l'archiviazione dell'indagine penale non chiude la pratica davanti al Csm. Perché, querela o non querela, se i fatti sono avvenuti non si può fare finta di niente. Così la Prima commissione dovrà indagare, capire cosa è accaduto davvero, e decidere chi dei due magistrati sia incompatibile con la sua funzione. A meno che la Procura generale della Cassazione giochi d'anticipo, e ne metta uno o due sotto procedimento disciplinare.

La pm: molestie dal procuratore. Ma a finire sotto processo è lei. Alessia Sinatra si rivolse all'ex capo dell'Anm e ora si sfoga: "Vittima di violenza due volte". Liana Milella su La Repubblica il 4/2/2021. "Mi sento violata per la seconda volta. Non si può fare questo alla vittima di una violenza sessuale. Non lo auguro a nessuno. La mia amarezza è sconfinata. Ma domattina vado in udienza lo stesso". Bisogna cominciare da questo sfogo per raccontare l'ennesimo e incredibile capitolo dell'affaire Palamara. Lei è Alessia Sinatra, pm antimafia a Palermo. Alta. Bionda. Sempre elegante. Toga di Unicost. Il 23 maggio 2019, al telefono con il suo amico Luca Palamara, parla del "porco di Firenze ". E giù invettive, "giurami che il porco cade subito". E ancora: "Essere immondo e schifoso". Di più, "porco mille volte". Visto il contesto - il 26 maggio la commissione per gli incarichi direttivi del Csm deve scegliere il procuratore di Roma - si capisce subito che il "porco" è il capo della procura di Firenze Giuseppe Creazzo. Anche lui di Unicost. Quello a cui Palamara si è rivolto contestando una fuga di notizie da Perugia che lo manda a processo per corruzione. Ma quella chat, stavolta, svela un retroscena privatissimo - un episodio di "violenza sessuale " come lo definisce la vittima che però non lo ha denunciato - che ha un epilogo imprevisto, si trasforma in una "nuova violenza" come Sinatra dice a Repubblica. Perché sulla sua testa adesso pende una "incolpazione" disciplinare. La procura generale della Cassazione ha preso in mano la chat, ha convocata la pm a settembre, le ha chiesto perché parlava di un "porco" e perché invitava l'allora potente Palamara a non promuoverlo procuratore di Roma. Lei racconta tutto. La violenza subita - tuttora e senza incertezze la definisce così - in un corridoio di un albergo di Roma, l'hotel Isa di via Cicerone, quando lei e Creazzo erano lì nel 2015 per un convegno. Racconta di averne parlato subito con persone amiche. Ne indica i nomi. Palamara, anche lui di Unicost, era tra queste. Dice che non ha presentato una denuncia "per tutelare l'istituzione, ma è stata la decisione più difficile e sofferta della mia vita professionale". Attende fiduciosa che la procura generale comprenda e archivi tutto. Non finisce così. Ieri il suo avvocato Mario Serio, un ex Csm, ha ricevuto le tre pagine che aprono il procedimento disciplinare. Non ci sono dettagli pruriginosi, ma un'accusa precisa: Sinatra sarebbe colpevole "per aver tenuto un comportamento gravemente scorretto nei confronti di Creazzo in quanto coinvolgeva Palamara in una missione per condizionare negativamente il Csm". Insomma, quando Sinatra dice a Palamara "giurami che il porco cade subito" gli starebbe chiedendo di alterare il voto per Roma. Ma c'è un'altra frase che sconvolge la pm. Il passaggio in cui è scritto che lei parlava così a Palamara "per soddisfare la necessità di una giustizia riparativa, per ottenere una rivincita morale sul soggetto che nel 2015 aveva posto in essere una condotta abusante e in violazione della sua sfera di libertà sessuale". Sinatra adesso dice: "Mi sono sentita violata per la seconda volta, un trattamento da non riservare mai a nessuna vittima. Mi si sta negando di esprimere la mia sofferenza". Un sentimento che diventerà più forte quando dovrà sedersi davanti ai giudici della disciplinare che vorranno conoscere i particolari. Una violenza che "per senso istituzionale " non ha voluto denunciare. Tant'è che solo dopo la deposizione in Cassazione la storia arriva alla procura di Roma che, in assenza di una querela presentata entro sei mesi dal fatto, non può che archiviare. Adesso lei si augura che anche altre chat con Palamara, "un amico al quale sin da subito ho confidato il mio dolore", siano state recuperate. Il suo linguaggio era aggressivo? "Sono una donna violata, è naturale che parlando di quella persona le mie emozioni vengano sollecitate. Stavo male a incontrarlo, a volte però l'ho anche salutato, ma tutti avevano capito che c'era stato un allontanamento ". Creazzo nega tutto. Per lui non c'è un'azione disciplinare. C'è solo un fascicolo davanti alla prima commissione, quella che si occupa dei trasferimenti per incompatibilità ambientale. Ma poiché si può trasferire una toga solo se ha commesso un atto che compromette il suo lavoro nell'ufficio dove lavora, è improbabile che la storia possa avere conseguenze.

Luca Palamara, la chat con la pm Alessia Sinatra: "Giurami che il porco cade subito, essere immondo e schifoso". Libero Quotidiano il 04 febbraio 2021. “Mi sento violata per la seconda volta”: a parlare è Alessia Sinatra, pm antimafia a Palermo, e un’altra delle protagoniste dell’affaire Palamara. Per capire meglio di cosa si parla, bisogna fare un salto indietro al 23 maggio 2019. Quel giorno, la Sinatra scrive al suo amico Luca Palamara, parlando del “porco di Firenze”, con tanto di invettive: “Giurami che il porco cade subito. Essere immondo e schifoso, porco mille volte”. Il riferimento è al capo della procura di Firenze Giuseppe Creazzo, in lizza per la procura di Roma. La chat in questione rivela un retroscena molto privato, un episodio di violenza sessuale, come lo ha definito la vittima, che però non lo ha mai denunciato. Sulla testa della Sinatra pende adesso una “incolpazione” disciplinare. La procura generale della Cassazione, infatti, ha analizzato la chat, ha convocato la pm a settembre e le ha chiesto perché parlava di un “porco”, pregando Palamara di non promuoverlo procuratore di Roma. Lei allora ha raccontato tutto: la violenza subita in un hotel di Roma nel 2015. Ha spiegato anche il motivo per cui all’epoca decise di non presentare una denuncia: “Per tutelare l’istituzione, ma è stata la decisione più difficile e sofferta della mia vita professionale”. A quel punto, la Sinatra si aspetta che la procura archivi tutto. E invece non va così. Si apre, anzi, un procedimento disciplinare: Alessia Sinatra sarebbe colpevole “per aver tenuto un comportamento gravemente scorretto nei confronti di Creazzo