Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

LA SOCIETA’

 

QUARTA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

LA SOCIETA’

INDICE PRIMA PARTE

 

AUSPICI, RICORDI E GLI ANNIVERSARI.

Gli Auspici per il 2021.

Le profezie per il 2021.

2020. Un anno di Pandemia.

Cosa resta dell’anno passato. I Fatti.

Cosa resta dell’anno passato. Le Cazzate.

Cosa resta dell’anno passato. I Morti Illustri.

Perché febbraio ha 28 giorni ed è il mese più corto dell’anno?

109 anni dall’affondamento del Titanic.

84 anni dal Disastro dell’Hindenburg.

21 anni dalla fine del Concorde.

75 anni dalla nascita del Bikini.

75 anni dalla nascita della Vespa.

70 anni dalla nascita del Totocalcio.

60 anni dalla nascita di Diabolik.

200 anni dalla morte di Napoleone Bonaparte.

100 anni dalla morte di Enrico Caruso.

72 anni dalla morte del grande Torino.

66 anni dalla morte di James Dean.

61 anni dalla morte di Fred Buscaglione.

52 anni dalla morte di Rocky Marciano.

51 anni dalla morte di Jimi Hendrix.

50 anni dalla morte di Jim Morrison.

50 anni dalla morte di Fernadel.

50 anni dalla morte di Coco Chanel.

46 anni dalla morte di Joséphine Baker.

44 anni dalla morte di Charlie Chaplin.

44 anni dalla morte di Maria Callas.

44 anni dalla morte di Elvis Presley.

41 anni dall’uscita di “The Blues Brothers”.

40 anni dalla morte di Natalie Wood.

40 anni dalla morte di Rino Gaetano.

40 anni dalla morte di Alfredino Rampi.

39 anni dalla morte di Romy Schneider.

37 anni dalla morte di Truman Capote.

33 anni dalla morte di Christa Paffgen, in arte: Nico.

31 anni dalla morte di Sergio Corbucci.

31 anni dalla morte di Ugo Tognazzi. 

30 anni dalla morte di Pier Vittorio Tondelli.

30 anni dalla morte di Yves Montand.

30 anni dalla morte di Dino Viola.

30 anni dalla morte di Walter Chiari.

29 anni dalla morte di Astor Piazzolla.

28 anni dalla morte di Sun Ra.

28 anni dalla morte di Albert Sabin.

27 anni dalla morte di Ayrton Senna.

27 anni dalla morte di Moana Pozzi.

27 anni dalla morte di Giulietta Masina.

27 anni dalla morte di Massimo Troisi.

27 anni dalla morte di Domenico Modugno.

25 anni dalla morte di Marcello Mastroianni.

25 anni dalla morte di Dario Bellezza.

24 anni dalla morte di Ivan Graziani.

24 anni dalla morte di Gianni Versace.

24 anni dalla morte di Renzo Montagnani.

23 anni dalla morte di Frank Sinatra.

21 anni dalla morte di Nicola Arigliano.

20 anni dalla morte di Ferruccio Amendola.

17 anni dalla morte e 100 anni dalla nascita di Nino Manfredi. 

17 anni dalla morte di Michele Profeta.

15 anni dalla morte di Mario Merola.

15 anni dalla morte di James Brown.

15 anni dalla morte di Oriana Fallaci.

14 anni dalla morte di Ingmar Bergman.

14 anni dalla morte di Guido Nicheli.

13 anni dalla morte di Paul Newman.

13 anni dalla morte di Heath Ledger.

10 anni dalla morte di Giorgio Bocca.

10 anni dalla morte di Amy Winehouse.

9 anni dalla morte di Marie Colvin.

9 anni dalla morte di Lucio Dalla.

9 anni dalla morte di Donna Summer.

8 anni dalla morte di Little Tony.

8 anni dalla morte di Ottavio Missoni.

6 anni dalla morte e 100 anni dalla nascita d Mario Cervi.

6 anni dalla morte di Anita Ekberg.

6 anni dalla morte di Laura Antonelli.

5 anni dalla morte di Prince.

5 anni dalla morte di Silvana Pampanini.

4 anni dalla morte di Hugh Hefner.

4 anni dalla morte di Jake La Motta.

4 anni dalla morte di Pasquale Squitieri.

4 anni dalla morte di Paolo Villaggio.

3 anni dalla morte di Bernardo Bertolucci.

3 anni dalla morte di Fabrizio Frizzi.

3 anni dalla morte di Marina Ripa di Meana. 

3 anni dalla morte di Davide Astori.

2 anni dalla morte di Luciano De Crescenzo.

2 anni dalla morte di Jeffrey Epstein.

2 anni dalla morte di Mattia Torre.

1 anno dalla morte di Gigi Proietti.

1 anno dalla morte di Paolo Rossi.

1 anno dalla morte di Diego Maradona. 

1 anno dalla morte di Stefano D'Orazio.

1 anno dalla morte di Ezio Bosso.

1 anno dalla morte di Roberto Gervaso.

1 anno dalla morte di Ennio Morricone.   

1 anno dalla morte di Kobe Bryant.

Le Frecce Tricolori.

Chi erano Stanlio e Ollio.

I Queen.

I Beatles.

Gli ABBA.

Dire Straits.

Spice Girls.

La Notte di San Lorenzo.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Avvocato.

L’Operazione Stellantis.

John Elkann.

Lapo Elkann.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Famiglie Reali.

Lo stile dei reali inglesi.

Presagi nefasti.

La Regina Vittoria.

Elisabetta.

Filippo.

Carlo.

Diana.

William e Kate.

Harry e Meghan.

Andrea.

Sarah Ferguson.

 

INDICE TERZA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

L'Apocalisse.

La linea piatta del fine vita.

Sesto Senso: sentire i morti.

Coscioni ed il diritto a morire.

La razzia delle tombe.

La morte sociale: gli Eremiti.

La Successione.

Le morti “del cazzo”.

I Morti del 2021.

È morto l’attore James Michael Tyler.

E’ morto il rapper svedese Yasin.

Morto il grande direttore d'orchestra Bernard Haitink.

È morto il compositore Leslie Bricusse.

E’ morto il jazzista Franco Cerri.

E’ morto l'ex segretario di Stato Usa Colin Powell.

E’ morto il fumettista Robin Wood.

Morto Angelo Licheri, “l’uomo ragno” che si calò nel pozzo del Vermicino per salvare Alfredino Rampi.

È morto il pittore Achille Perilli.

E’ morto il giornalista Gianluigi Gualtieri.

E’ morto lo scienziato Abdul Qadeer Khan.

È morto l’attore Elio Pandolfi.

E’ morto il filosofo ultra comunista Salvatore Veca.

E’ morta l’attrice Luisa Mattioli.

Morto il rugbista Lucas Pierazzoli.

E’ morto il calciatore Daniel Leone.

Morto lo scrittore Antonio Debenedetti.

È morto Bernard Tapie.

E’ morto l’ex ministro Agostino Gambino.

Muore lo scrittore Takao Saito.

E’ morta la giornalista Marida Lombardo Pijola.

E’ morto l’attore Basil Hoffman.

Morto il pilota Nino Vaccarella.

E’ morto l’attore Robert Fyfe.

E’ morto il calciatore Romanino Fogli.

È morto l’attore Willie Garson.

E’ morto Carlo Vichi, il fondatore della Mivar.

Morto il compositore Sylvano Bussotti.

È morto l’inventore Clive Sinclair.

E’ morto l’ex presidente dell’Algeria Abdelaziz Bouteflika.

È morto l’editore Tullio Pironti.

Morto l’attore Art Metrano.

È morto il terrorista Abimael Guzmán.

E’ morto l’attore Carlo Alighiero. 

È morto l’attore Michael Constantine.

Morto l’attore Nino Castelnuovo.

Morto l’ex calciatore Jean-Pierre Adams.

E’ morto l’attore Michael K. Williams.

È morto l’attore Jean-Paul Belmondo.

È morta la cantante Sarah Harding.

E’ morta la giornalista Anna Cataldi.

Morto lo scrittore Daniele Del Giudice.

Morto il musicista Theodorakis. 

E' morto l’artista Paolo Ramundo.

E' morto l’ex calciatore Francesco Morini.

Morto il giornalista Gianfranco Giubilo.

Morto il cantante Lee “Scratch” Perry.

È morto l’attore Ed Asner.

E’ morto il giornalista sportivo  Mario Pennacchia.

E’ Morto Fritz McIntyre, tastierista dei Simply Red.

E’ Morto Charlie Watts, il batterista dei Rolling Stones.

E' morto il poeta rivoluzionario Jack Hirschman.

Morto Luca Silvestrin, storico pivot della Reyer Venezia.

È morta Nicoletta Orsomando, storica signorina buonasera.

È morto l'attore Nino D'Agata.

È morto l’atleta Albert Rienzo.

È morto l’atleta Giovanni Di Lauro.

È morto il senatore Paolo Saviane.

E’ morta la giornalista e scrittrice Gaia Servadio.

E’ morto l’avvocato Luca Petrucci.

E’ morto l’attore Sonny Chiba.

E’ morto il youtuber Omar Palermo.

E’ morto il calciatore Gerd Muller.

Morto il comico Gianfranco D'Angelo.

E’ morto il giornalista Ranieri Polese.

E’ morta l’attrice Piera Degli Esposti.

E’ morto Enzo Facciolo, il disegnatore di Diabolik.

E’ morto Gino Strada.

E’ morta Patricia Alma Hitchcock, figlia di Alfred.

E’ morto il doppiatore Giorgio Lopez.

È morto Nadir Tedeschi, ex esponente delle DC.

È morto il musicista Dennis "Dee Tee" Thomas, il leader di Kool & The Gang.

E’ morta l’editrice Laura Lepetit.

È morta «Mamma Ebe» Gigliola Giorgini.

È morto lo scrittore Antonio Pennacchi.

Morto il batterista Charles Connor.

È morta l’atleta cubana Alegna Osorio.

E’ morto Roberto Calasso, scrittore ed editore di Adelphi.

E’ morto il bassista degli ZZ top Dusty Hill.

E’ morto l’attore Jean-Francois Stevenin.

E’ Morto il cantante Gianni Nazzaro.

Morto Giuseppe De Donno, curò Covid con plasma iperimmune.

Morto l’attore Dieter Brummer.

Addio a Nicola Tranfaglia.  Storico, giornalista e politico.

E’ morta l’artista Sabrina Querci.

È morto il fisico Miguel Virasoro.

E’ morto lo scrittore Christian La Fauci.

E’ morta l’attrice Joyce MacKenzie: fu Jane in Tarzan.

È morto Kurt Westergaard, il fumettista danese della famosa vignetta su Charlie Hebdo.

E’ morto il sarto Mario Caraceni.

E’ morto il giornalista antimafia Peter de Vries.

E’ morto il fotoreporter Danish Siddiqui.

E’ morta l’ambientalista Joannah Stutchbury.

E’ morto l’attore Libero De Rienzo.

E’ morto l’ex presidente della Corte Costituzionale e dell’Antitrust Giuseppe Tesauro.

E' morto il pilota automobilistico Carlos Reutemann.

È morto il regista Richard Donner.  

Addio a Raffaella Carrà: la signora della tv.

E’ morto il regista Paolo Beldì.

È morto Donald Rumsfeld, ex segretario della Difesa USA.

E’ morto lo stilista Pino Cordella.

E’ morto il giornalista Giangavino Sulas.

E’ morto l’attore Antonio Salines.

E’ morto John McAfee, pioniere degli antivirus.

Morta la giornalista Diana De Feo, moglie di Emilio Fede.  

E’ morto l’editore Egidio Gavazzi.

E’ morto il pilota acrobatico Alex Harvill.

E' morto Paolo Armando, ex concorrente di MasterChef Italia.

E' morto Giampiero Boniperti.

Morta l’attrice Lisa Banes.

E’ morta la pornostar Dakota Skye.

E’ morto il fumettista Andrea Paggiaro in arte Tuono Pettinato.

Addio al giornalista Livio Caputo.

E’ morto l’attore Ned Beatty.

E’ morta l’atleta Paola Pigni.

E’ morto il politico e sindacalista Guglielmo Epifani.

E’ morto il cantante Michele Merlo.

E’ morto Angelo Piovano: l’uomo più tatuato d’Italia.

È morto Daniele Durante, della pizzica salentina.

E’ morto l’allenatore Loris Dominissini.

E’ morto il calciatore Seid Visin.

Morto il calciatore Silvio Francesconi.

Morto l’attore Robert Hogan.

E’ morto Amedeo Savoia d’Aosta.

È morto il regista Peter Del Monte.

E’ morto l’attore Joe Lara.

Morto l’attore Gavin MacLeod.

E’ morto l’attore Kevin Clark.

E’ morta Luciana Novaro, la più giovane étoile della Scala.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

E’ morto l'attore Paolo Calissano.  

E’ morto l’attore Renato Scarpa.

E’ morto Franco Ziliani.

E’ morta Assunta Maresca, detta Pupetta.

È morto Desmond Tutu.

E’ morto il regista e produttore Jean-Marc Vallée.

E’ morta la scrittrice Joan Didion.

È morta l’avvocato abortista Sarah Weddington

Morto il meccanico della tv Emanuele Sabatino. 

E' morta Lina Wertmuller.

Addio al giornalista Rai Demetrio Volcic.

È morto il cantante Toni Santagata.

E’ morto l’attore aborigeno David Gulpilil.

E’ morto il manager di F1 Frank Williams.

E’ morta la scrittrice Almudena Grandes

E’ morto il direttore creativo di moda Virgil Abloh.

E’ morta l’attrice Arlene Dahl.

Addio alla contessa Olghina di Robilant. 

È morto il compositore Stephen Sondheim. 

E’ morto il banchiere Ennio Doris.

Addio al cantautore Paolo Pietrangeli.

È morto lo scrittore Wilbur Smith.

E’ morto il giornalista Giampiero Galeazzi.

E’ morto il fotografo ritrattista Dino Pedriali.

È morto l’imprenditore Glen de Vries.

E’ morto l’ex presidente e premio Nobel Frederik de Klerk.

Morto il tronista Riccardo Ravalli.

E’ morto l’attore Dean Stockwell.

E’ morto il giornalista Enrico Fierro. 

E’ morto l’industriale Gianfranco Castiglioni.

E’ morto lo 007 Paolo Samoggia. 

Morto l’architetto Carlo Melograni.

È morta l’attrice Joanna Cameron.

È morto il cantante Terence Wilson.

E’ morta la stilista Federica Cavenati.

E' morta la cofondatrice di Italia Nostra Desideria Pasolini.

Morto il pasticciere Ado Campeol.

E’ morto Rossano Rubicondi.

E’ morto lo chef Alessio Madeddu.

E’ morta la modella Ivy Nicholson.

E’ morta l’attrice e doppiatrice Ludovica Modugno.

E’ morto l’industriale Renzo Salvarani.

E’ morto il sarto Ciro Paone.

E’ morta Carla Fracci.

E’ morta l’attrice Isabella De Bernardi.

E’ morto il calciatore Tarcisio Burgnich.

Morto Max Mosley, ex "Re" della Formula 1.

E’ morto l’attore René Cardona III rip.

E’ morto il calciatore Filippo Viscido.

E’ morto il fantino del Palio Andrea Mari.

E’ morto il cantautore Franco Battiato.

E’ Morto Alessandro Talotti, campione del salto in alto.

E’ morto Neil Connery rip.

E’ morto il serial killer Michel Fourniret.

E’ morta Beryl Cunningham, l’attrice, modella e cantante giamaicana.

E' morto il modello e cantante britannico Nick Kamen.

E’ morta la giornalista Rita di Giovacchino.

È morta Olympia Dukakis, premio Oscar per "Stregata dalla luna".

E’ morto il compositore Shunsuke Kikuchi.

È morto Filippo Mondelli, campione del mondo di canottaggio.

E’ morto Giulio Biasin, l'ultimo corazziere del Re.

Addio a Michael Collins, fu uno dei tre astronauti dell’Apollo 11.

E’ morta Milva.

E’ morta la star di burlesque Annie Blanche Banks.

E’ morto il regista Monte Hellman.

E’ morto il ballerino Liam Scarlett.

E’ morto lo l’inventore del pdf Charles Geschke.

E’ morta l’attrice Helen McCrory.

E’ morto l’attore Lee Aaker di Rin-Tin-Tin.

E’ morto il finanziere Bernie Madoff.

E' morto il truccatore Giannetto De Rossi.

E' morto il cartellonista cinematografico Enzo Sciotti.

E’ morto l’attore-cantante Harold Bradley.

E’ morto il regista Richard Rush.

E’ morto il filosofo Ernesto Paolozzi.

E’ morto il rugbista Marco Bollesan.

E’ morto il rugbista Massimo Cuttitta.

E’ morto il rapper Earl Simmons.

E’ morta la stilista Fiorella Mancini.

È morto il campione di pallavolo Michele Pasinato.

È morto il teologo Hans Küng.

E’ morto il Nobel economista Robert Mundell.

È morto Roland Thoeni, ex campione di sci.

E’ morto Gabriele Nobile, giornalista sportivo.

E’ morto Luca Villoresi, giornalista.

È morto il giornalista Rocco Di Blasi.

E’ morto il cantante Patrick Juvet.

E’ morto l’autore tv Enrico Vaime.

E’ morto lo sceneggiatore Larry McMurtry, rip.

E’ morto il regista Bertrand Tavernier.

E' morto l'attore George Segal.

E’ morto Moraldo Rossi, amico di Fellini.

E’ morto il musicista Pasquale Terracciano.

E’ morta la pilota Sabine Schmitz.

E’ morta Elsa Peretti, designer.

E’ morto il giornalista Mario Sarzanini.

E’ morto James Levine, direttore d'orchestra.

Addio a Ombretta Fumagalli Carulli.

E’ morto Bruno Tinti.

E’ morto Marco Bogarelli.

E’ morto l’attore Yaphet Kotto.

E’ morto Marvin Hagler.

È morto Raul Casadei.

E’ morto il fotografo Giovanni Gastel.

E’ morto il regista Marco Sciaccaluga.

E’ morta va l’attrice Isela Vega.

E’ morto Lodewijk Frederik Ottens, delle musicassette.

E’ morto Carlo Tognoli, l’ ex sindaco di Milano e ministro.

E' morto Bunny Wailer, leggenda del reggae.

È morto il dj Claudio Coccoluto.

Si è ucciso Antonio Catricalà.

E’ morto Lawrence Ferlinghetti, poeta della Beat Generation.

E’ morto il sociologo Franco Cassano.

E’ morta la giornalista Fiammetta La Guidara.

E’ morto il regista Giancarlo Santi.

E’ morto Fausto Gresini.

E’ morto l’attore Sandro Dori.

E’ morto il paroliere Luigi Albertelli.

E’ morto Mauro Bellugi.

E' morto lo scultore Arturo Di Modica.

E’ morto Gianni Corsolini, uno dei padri fondatori del basket in Italia.

E’ morto l'attore e doppiatore Claudio Sorrentino.

E’ morto l’attore Reginald Bernie Lewis.

E’ morto Johnny Pacheco, il musicista.

Morto l'ex presidente dell'Argentina Carlos Menem.

E’ morto Erriquez, il frontman della Bandabardò.

E’ morto Marco Dimitri dei “Bambini di Satana”.

E’ morto Maurizio Liverani.

E’ morto il critico musicale Paolo Isotta.

È morto Chick Corea, leggenda del jazz.

E’ morto il re del porno Larry Flynt.

E’ morto il politico George Shultz.

E’ morto lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière.

E’ morta la cantante Mary Wilson.

E’ morto l’ex presidente del Senato Franco Marini.

E’ morto Giuseppe Rotunno.

E’ morto Leon Spinks.

E’ morta l’attrice Haya Harareet.

Addio all’artista Felice Botta.

E’ morto l’attore Christopher Plummer.

È morta Tiana Tola, campionessa italiana di Judo.

E’ morta Nori Corbucci, moglie del grande regista Sergio.

E’ morto l’investigatore privato Jack Palladino.

E' morto l’attore Dustin Diamond.

E’ morta l’attrice Cicely Tyson.

E’ morta l’attrice Cloris Leachman.

Morto Francesco Cavallari.

E’ morto Michele Fusco.

E’ morto il produttore Alberto Grimaldi.

E’ morto Rémy Julienne. il più grande cascatore del mondo.

E’ morto Walter Bernstein, leggendario sceneggiatore americano.

È scomparso il re dei cristalli, Gernot Langes-Swarovski.

E' morto Larry King.

Morto l’attore Roberto Brivio dei “Gufi”.

E’ morta Francine Canovas, ossia: Nathalie Delon.

E’ morto l’alpinista Cesare Maestri.

Morto Emanuele Macaluso.

E’ morto lo storico produttore musicale Phil Spector.

E’ morto il ballerino di tango Juan Carlos Copes.

E’ morto il pianista/raider Adriano Urso.

È morto il senatore Romano Misserville.

E’ morto l’attore Antonio Sabato.

E’ morto il giornalista Giuseppe Turani.

E’ morto il sensitivo Paolo Bucinelli, in arte Solange.

E' morta l’attrice Tanya Roberts?

E’ morto Ernesto Gismondi.

 

 

 

 

 

LA SOCIETA’

QUARTA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

E’ morto l'attore Paolo Calissano.  

(ANSA il 31 dicembre 2021) - L'attore Paolo Calissano, trovato morto in casa nella tarda serata di ieri a Roma, era probabilmente deceduto da almeno un paio di giorni. E' quanto si ipotizza dopo i primi accertamenti. Sarà comunque l'autopsia a stabilirlo con esattezza. L'esame autoptico, che verrà effettuato al Gemelli, chiarirà anche le cause della morte. Al momento gli investigatori ipotizzano un abuso di psicofarmaci. I carabinieri, intervenuti sul posto, ne hanno trovate in casa diverse scatole.

Calissano: D'Urso, le tue fragilità hanno preso il sopravvento. (ANSA il 31 dicembre 2021) - "Ciao Paolo… Abbiamo lavorato tanti mesi insieme… Poi le tue fragilità hanno preso il sopravvento e ti sei perso… Nei miei ricordi sei il ragazzone gentile che sul set aveva sempre un sorriso per tutti #dottoressagio". Barbara D'Urso ricorda così su Twitter Paolo Calissano, l'attore trovato morto in casa a Roma nella tarda serata di ieri, con cui aveva condiviso il set della fiction 'La dottoressa Giò'. La conduttrice aveva ospitato l'attore nel 2014 a Domenica Live: nell'intervista, Calissano aveva raccontato la sua vita complicata e la sua voglia di riscatto. 

L'attore Paolo Calissano "era morto da giorni". AGI il 31 dicembre 2021.  E' stato trovato morto nella sua casa a Roma l'attore genovese Paolo Calissano, celebre volto soprattutto in serie tv di successo negli anni '90-2000, dalla 'Dottoressa Gio'' a 'Linda e il Brigadiere', fino a 'Vivere'. Secondo quanto si apprende, in casa sono state ritrovate, sia in flaconi che sparse per terra, numerose pillole di psicofarmaci. Gli inquirenti ipotizzano che il decesso sia dovuto a un'overdose di farmaci, ancora da accertare se fortuita o volontaria.

Calissano, 54 anni, era finito coinvolto nel 2005 in una drammatica vicenda di droga: una donna brasiliana morta nell'appartamento dell'attore a Genova per un'overdose di cocaina. Calissano era stato arrestato con l'accusa di averle ceduto la droga, venendo condannato a quattro anni di reclusione. Nel 2008 era di nuovo finito sulle pagine dei giornali per un incidente stradale a seguito del quale era stato trovato positivo alla cocaina.

Figlio di un ufficiale dell'aeronautica militare e di una nobile, Mercedes Galeotti dè Teasti dei conti di Mantova, Calissano inizia a lavorare negli anni '80 in uno spot televisivo, per poi perfezionare la tecnica di recitazione nel 1990 alla School of Arts dell'Università di Boston. Dopo alcune esperienze d'attore di fotoromanzi debutta nel cinema e in televisione. L'esperienza professionale cinematografica è molto ricca. In televisione lavora per diversi programmi, quali Giochi senza frontiere (1993-1994) per la TSI e Divieto d'entrata su Rete 4, insieme a Natalia Estrada.

Nel 1995-1996 è su Italia 1 al fianco di Samantha de Grenet, con il programma di video amatoriali 8 mm. è noto per aver recitato nelle due stagioni della serie televisiva La dottoressa Gio', nella miniserie televisiva Per amore, nella soap opera Vivere, e nelle due stagioni della serie televisiva Vento di ponente. Nel 2000 è stato protagonista del videoclip Mi amor di Ivana Spagna. Nel 2004 ha partecipato al reality show L'isola dei famosi, ma ha abbandonato volontariamente il programma prima del tempo a causa di un infortunio al ginocchio.

Dopo il tragico caso del 2005 che lo vede coinvolto, la morte in casa sua della brasiliana Ana Lucia Bandeira Bezerra per un'overdose di cocaina, l'attore viene condannato a 4 anni, che sconta nella Comunità per tossicodipendenti "Fermata d'Autobus" di Trofarello. Libero grazie all'indulto nel 2007, ritorna a recitare, debuttando al Teatro Brancaccio di Roma con il musical A un passo dal sogno, scritto da Maurizio Costanzo ed Enrico Vaime e ispirato dal romanzo di Chicco Sfondrini e Luca Zanforlin, ma la sua partecipazione viene interrotta improvvisamente nel febbraio del 2008 per un malessere. 

Nel 2014 ritorna in televisione dopo quattro anni in occasione di un'intervista di Barbara D'Urso durante il programma Pomeriggio Cinque. Nel 2008 torna sulle pagine di cronaca dopo un incidente automobilistico. Viene ricoverato nella divisione psichiatrica dell'ospedale San Martino di Genova con sintomi quali sudorazione fredda e dolore al petto. I primi accertamenti tossicologici evidenziano ancora tracce di cocaina nel suo organismo. Dai test clinici svolti nei giorni successivi emerge che Calissano era giunto in ospedale in stato di alterazione psicofisica per uso di allucinogeni ed era in possesso di una modica quantità di cocaina. 

Paolo Calissano morto a Roma: «L’attore ucciso da un mix di farmaci». Rinaldo Frignani e Fabio Postiglione su Il Corriere della Sera il 31 dicembre 2021. L’allarme lanciato dalla compagna. Accertamenti ancora in corso. L’attore, 54 anni, nato a Genova, aveva lavorato in numerose fiction televisive. Aveva precedenti per droga. È stato trovato senza vita disteso sul letto del suo appartamento alla Balduina a Roma. Sul comodino aveva due scatole di psicofarmaci. Le pillole erano a terra, altre sparse in cucina. L’ex attore Paolo Calissano, 54 anni, era morto da due giorni, probabilmente per un mix letale di quei farmaci che assumeva a causa di una forte depressione per la quale era in cura da mesi. È questa l’ipotesi sulla quale stanno lavorando i carabinieri che ritengono che Calissano possa aver assunto volontariamente i medicinali ed essersi tolto la vita.

Sul corpo non ci sono segni evidenti di violenza e la casa era in ordine. A dare l’allarme è stata la compagna che non avendo sue notizie, preoccupata, ha avvisato le forze dell’ordine. Calissano non rispondeva al cellulare, che dopo alcune ore ha anche smesso di suonare. In casa sembrava non esserci nulla fuori posto: finestre sbarrate, porta chiusa a doppia mandata, non aveva lasciato tracce, non aveva avvisato amici, parenti. Nessun messaggio, neanche una telefonata. Nessuno lo sentiva da diversi giorni. La compagna ha provato a contattarlo tutta la giornata senza riuscirci. Ieri notte dopo le 23 la tragica scoperta. Per Calissano non c’è stato nulla da fare.

La salma è stata sequestrata ed è stata disposta l’autopsia che chiarirà le cause della morte. L’ex attore era caduto in rovina dopo le vicende giudiziarie che lo hanno travolto nel 2005 quando fu arrestato per spaccio di sostanze stupefacenti e per la morte di una ballerina brasiliana di 31 anni, madre di due figli, stroncata da un infarto dopo l’assunzione di una dose di cocaina presa nella casa dell’attore, che all’epoca dei fatti viveva a Genova.

Chi era Paolo Calissano. L’attore era molto amato dal pubblico femminile. Una laurea in Economia alla Boston University, ha avuto numerose esperienze cinematografiche, tra cui una parte in «Palermo-Milano solo andata». Il successo è arrivato però grazie alla fiction tv. Ha partecipato infatti alla serie americana «General Hospital» e poi ha recitato nella serie «La dottoressa Giò» con Barbara D’Urso su Retequattro. Poi la partecipazione alla soap opera «Vivere», in onda su Canale 5, lo ha consacrato al grande pubblico fino ad arrivare all’«Isola dei famosi».

Paolo Calissano: gli esordi, l’arresto, la fidanzata e l’incontro con Matilde Brandi. Chi era il celebre volto tv. Laura Zangarini su Il Corriere della Sera il 31 dicembre 2021. Figlio di un ufficiale dell’aeronautica militare e di una nobile, l’attore aveva esordito in uno spot televisivo. Poi gli studi di perfezionamento in recitazione alla School of Arts di Boston.  

Era morto da almeno due giorni l’attore genovese Paolo Calissano , trovato senza vita nel suo appartamento nel quartiere romano della Balduina. 

Paolo Calissano, 54 anni, era un volto celebre di serie tv di successo negli anni ‘90-2000, dalla «Dottoressa Giò» a «Linda e il Brigadiere», fino a «Vivere», ma anche finito alla ribalta della cronaca per vicende di droga e per gli amori turbolenti.

La carriera e la famiglia

Figlio di un ufficiale dell’aeronautica militare e di una nobile, Mercedes Galeotti de’ Teasti dei conti di Mantova, Calissano ha un fratello maggiore di nome Roberto. L’attore inizia a lavorare negli anni ‘80 in uno spot televisivo, per poi perfezionare la tecnica di recitazione nel 1990 alla School of Arts dell’Università di Boston. Dopo alcune esperienze nei fotoromanzi, debutta nel cinema e in televisione. L’esperienza professionale cinematografica è molto ricca. In televisione lavora per diversi programmi, su tutti «Giochi senza frontiere» (1993-1994) per la TSI e «Divieto d’entrata» su Rete 4, insieme a Natalia Estrada. Nel 1995-1996 è su Italia 1 al fianco di Samantha de Grenet, con il programma di video amatoriali 8 mm. Calissano è noto per aver recitato nelle due stagioni della serie televisiva «La dottoressa Giò», nella miniserie televisiva «Per amore», nella soap opera «Vivere» (dove interpretava il personaggio di Bruno De Carolis) , e nelle due stagioni della serie televisiva «Vento di ponente» ambientata nella sua Liguria.

Gli anni Duemila

Nel 2000 è stato protagonista del videoclip «Mi amor» di Ivana Spagna. Nel 2004 ha partecipato al reality show «L’isola dei famosi», ma ha abbandonato volontariamente il programma prima del tempo a causa di un infortunio al ginocchio. Dopo il tragico caso del 2005 che lo vede coinvolto, la morte in casa sua della brasiliana Ana Lucia Bandeira Bezerra per un’overdose di cocaina , l’attore viene condannato a 4 anni, che sconta nella Comunità per tossicodipendenti «Fermata d’Autobus» di Trofarello. Libero grazie all’indulto nel 2007, ritorna a recitare, debuttando al Teatro Brancaccio di Roma con il musical «A un passo dal sogno», scritto da Maurizio Costanzo ed Enrico Vaime e ispirato dal romanzo di Chicco Sfondrini e Luca Zanforlin, ma la sua partecipazione viene interrotta improvvisamente nel febbraio del 2008 per un malessere. Nel 2014 ritorna in televisione dopo quattro anni in occasione di un’intervista di Barbara D’Urso durante il programma «Pomeriggio Cinque». Nel 2008 era tornato sulle pagine di cronaca dopo un incidente automobilistico a seguito del quale venne ricoverato nella divisione psichiatrica dell’ospedale San Martino di Genova con sudorazione fredda e dolore al petto dovuti all’uso di cocaina.

Gli amori e la fidanzata Fabiana Palese

La storia d’amore più nota di Paolo Calissano è quella con Matilde Brandi, la soubrette e ballerina alla quale fu legato nel 2002. Quando si incontrarono lei era la prima ballerina nello show di Panariello «Torno Sabato» ed era, come Calissano, già impegnata (con Mirko Sandoni, mentre Calissano frequentava la modella Giulia Salvemini): decisero di lasciare i rispettivi partner per vivere liberamente il loro amore. Una storia tormentata durata poco più di un anno. Calissano aveva avuto poi altri amori più o meno inquieti. L'ultimo legame con Fabiana Palese, nata nel 1978, che gestisce un B&B – Fabiola’s Home – situato nel Quartiere Prati, a due passi da Piazza San Pietro. Su Instagram, in occasione dell’ultimo compleanno dell’attore lo scorso 18 febbraio Fabiana aveva scritto: «Felice 54° compleanno… L’uomo che mi è stato accanto per tanti e difficili anni, con cui ho condiviso gioie e dolori e che oggi è il mio migliore amico… ti auguro tutto ciò che desidera il tuo cuore… perché te lo meriti tanto». Appreso della morte di Calissano, sui social Palese ha inveito contro il clamore mediatico suscitato dalla scomparsa del compagno: «Lasciatelo in pace almeno adesso!».

L'attore Paolo Calissano trovato morto in casa a Roma: "Ucciso da overdose di psicofarmaci". La Repubblica il 31 dicembre 2021. Genovese, aveva 54 anni. Gli inquirenti hanno trovato diverse confezioni di medicinali. Secondo i primi accertamenti il decesso risale a due giorni prima del ritrovamento.  E' stato trovato morto nella sua casa a Roma l'attore genovese Paolo Calissano, volto celebre delle fiction di successo negli anni '90-2000, dalla 'Dottoressa Gio" a 'Linda e il Brigadiere', a 'Vivere'. Secondo le prime informazioni circolate, nell'abitazione nel quartiere Balduina, sono state ritrovate diverse confezioni di medicinali, psicofarmaci che l'attore assumeva. Le pillole erano in camera, sul comodino accanto al letto, per terra e anche sparse n cucina. Gli inquirenti ipotizzano che il decesso sia dovuto a un'overdose di farmaci, ancora da accertare se fortuita o volontaria. Secondo i primi accertamenti, risalirebbe a due giorni prima del ritrovamento.

Il corpo senza vita del popolare attore è stato trovato dopo le 23 dalle forze dell'ordine, arrivate dopo una segnalazione al 112, pare della compagna. Nessun segno di effrazione o violenza sul corpo. La casa sembrava in ordine. Sul posto sono intervenuti i carabinieri e il medico legale. Sarà l'autopsia ad accertare con esattezza le cause della morte. La salma è stata portata all'obitorio del Gemelli per un'ispezione cadaverica.

Calissano, 54 anni, era stato coinvolto nel 2005 in una drammatica vicenda di droga: una donna, Ana Lucia Bandeira, ballerina brasiliana madre di due figli, morì nell'appartamento dell'attore a Genova per un'overdose di cocaina. Calissano era stato arrestato con l'accusa di averle ceduto la droga, e fu condannato a quattro anni di reclusione. Nel 2008 era di nuovo finito sulle pagine dei giornali per un incidente stradale a seguito del quale era stato trovato positivo alla cocaina.

Paolo Calissano era nato a Genova il 18 febbraio 1967. Figlio di un ufficiale dell'aeronautica militare e di una nobile, Mercedes Galeotti de' Teasti dei conti di Mantova, aveva iniziato a lavorare negli anni '80 in uno spot televisivo, per poi perfezionare la tecnica di recitazione nel '90 alla School of Arts dell'Università di Boston. Dopo alcune esperienze con i fotoromanzi debuttò nel cinema ("Palermo-Milano solo andata") e in televisione. Diventò popolare grazie alle fiction: la serie americana 'General Hospital', "La dottoressa Gio" con Barbara D'Urso, le soap opera italiane "Vivere" e "Vento di ponente", girata proprio nella sua città. Nel 2004 partecipò anche alla seconda edizione dell'"Isola dei famosi", ritirandosi però a causa di un infortunio al ginocchio.

Negli ultimi anni il suo nome è stato legato ai fatti di cronaca. Per la morte di Ana Lucia Bandeira, l'attore scontò la condanna nella Comunità per tossicodipendenti "Fermata d'Autobus" di Trofarello. Libero grazie all'indulto nel 2007, tornò a recitare al Teatro Brancaccio di Roma nel musical "A un passo dal sogno", che lasciò per motivi di salute. Poi incidente automobilistico e ancora la cocaina, della quale in seguito Calissano parlò in diverse occasioni, raccontando il suo tormento e la voglia di riscatto.

Trovato morto in casa l'attore Paolo Calissano: "Ucciso da un mix di psicofarmaci". Valentina Dardari il 31 Dicembre 2021 su Il Giornale. Nell’abitazione sono state rinvenute diverse pillole di psicofarmaci. Il 54enne soffriva di depressione. L’attore genovese Paolo Calissano è stato trovato morto nella sua abitazione romana alla Balduina. Il corpo senza vita del celebre volto televisivo era disteso sul letto e sul comodino c’erano due scatole di psicofarmaci. Diverse pillole erano anche per terra, mentre altre erano sparse in cucina. La causa della morte, ancora da accertare, è stata probabilmente un mix letale di farmaci che l’attore assumeva per curare una forte depressione. Calissano era infatti in cura da mesi. Al momento sarebbe questa l’ipotesi più accreditata sulla quale stanno indagando gli investigatori. Non si esclude un gesto volontario estremo.

Calissano soffriva di depressione

Da quanto emerso fino a questo momento i carabinieri non hanno rinvenuto segni evidenti di lotta sul corpo e l’abitazione era in ordine. A chiamare le forze dell’ordine è stata la fidanzata di Calissano preoccupata perché non era riuscita per tutta la giornata a mettersi in contatto con il compagno. Il cellulare del 54enne che prima suonava a vuoto, improvvisamente aveva smesso di squillare, probabilmente si era scaricata la batteria. Nessun biglietto sarebbe stato trovato sul luogo del decesso e l’attore non aveva telefonato a conoscenti prima di morire. Erano giorni che non aveva contatti con amici o parenti. Il corpo senza vita di Calissano è stato scoperto nella tarda serata di ieri, giovedì 30 dicembre, verso le 23, ma ormai non vi era più nulla da fare. La salma è stata sequestrata e solo l’esame autoptico potrà dare delle risposte certe sull’orario e la causa della morte.

Una vita segnata dalla droga

Il celebre volto di molte serie tv di successo risalenti alla fine degli anni ‘90, dalla 'Dottoressa Giò’ a 'Linda e il Brigadiere’, fino a ‘Vivere’, nel 2005 era stato coinvolto in una tragica vicenda di droga: una donna brasiliana di 31 anni era infatti morta per overdose di cocaina nell'appartamento genovese dell'attore. Calissano era stato arrestato con l'accusa di averle ceduto la droga ed era stato condannato a quattro anni di reclusione. Nel 2008 era nuovamente finito sulle pagine dei giornali per un incidente stradale a seguito del quale era stato trovato positivo alla cocaina. Il 54enne, che era figlio di un ufficiale dell'aeronautica militare e di una nobile, Mercedes Galeotti dè Teasti dei conti di Mantova, aveva iniziato a lavorare negli anni '80 in uno spot televisivo, per poi perfezionare la tecnica di recitazione nel 1990 alla School of Arts dell'Università di Boston. Dopo alcune esperienze come attore di fotoromanzi aveva debuttato nel cinema e in televisione. Aveva anche conseguito una laurea in Economia alla Boston University.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

Paolo Calissano, morto da giorni. "Corpo in decomposizione", come lo hanno ritrovato. Libero Quotidiano il 31 dicembre 2021. Paolo Calissano, trovato senza vita nel suo appartamento nel quartiere romano della Balduina, era morto da almeno due giorni. Il cadavere era infatti in stato di decomposizione, secondo quanto riportano le agenzie di stampa citando fonti investigative. A uccidere l'attore genovese, 54 anni, celebre volto di molte serie tv di successo negli anni '90-2000 - dalla Dottoressa Gio a Linda e il Brigadiere fino a Vivere - potrebbe essere stato un mix letale di psicofarmaci che assumeva per combattere la depressione. Sulla vicenda indagano i carabinieri di Medaglie d'oro, coordinati dalla procura di Roma.

Calissano, che aveva 54 anni, è stato trovato senza vita nel suo letto. I carabinieri, chiamati dopo la segnalazione della sua compagna che non riusciva a mettersi in contatto con lui, hanno rinvenuto delle scatolette di psicofarmaci sul comodino. Dai primi accertamenti il decesso sarebbe avvenuto proprio per un abuso di medicinali. Indagini dei carabinieri sono in corso e non è ancora chiaro se la morte sia avvenuta o meno per un gesto volontario dell'attore. La salma è stata quindi portata all'obitorio del Policlinico Gemelli di Roma per effettuare una ispezione cadaverica. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma per tutti i rilievi del caso. 

Paolo Calissano trovato morto in casa. Roma, choc nella notte: la tragica parabola del divo tv. Libero Quotidiano il 31 dicembre 2021. Paolo Calissano, attore di molte fiction, è stato trovato morto in casa nella tarda serata di ieri 30 dicembre nel sua casa nel quartiere Balduina a Roma. I carabinieri della stazione Medaglie d'Oro e i sanitari del 118 sono intervenuti nella casa dell'attore, dopo una segnalazione arrivata al 112, probabilmente della sua compagna. 

Calissano, che aveva 54 anni, è stato trovato senza vita nel suo letto. I carabinieri hanno rinvenuto delle scatolette di psicofarmaci. Dai primi accertamenti il decesso sarebbe avvenuto proprio per un abuso di psicofarmaci. Indagini dei carabinieri sono in corso e non è ancora chiaro se la morte sia avvenuta o meno per un gesto volontario. La salma è stata portata all'obitorio del Policlinico Gemelli per un'ispezione cadaverica. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma per i rilievi.

Figlio di un ufficiale dell'aeronautica militare e di una nobile, Mercedes Galeotti de' Teasti dei conti di Mantova, Calissano inizia a lavorare negli anni '80 in uno spot televisivo, per poi perfezionare la tecnica di recitazione nel 1990 alla School of Arts dell'Università di Boston. Dopo alcune esperienze d'attore di fotoromanzi debutta nel cinema e in televisione. L'esperienza professionale cinematografica è molto ricca. In televisione lavora per diversi programmi, quali Giochi senza frontiere (1993-1994) per la TSI e Divieto d'entrata su Rete 4, insieme a Natalia Estrada. Nel 1995-1996 e' su Italia 1 al fianco di Samantha de Grenet, con il programma di video amatoriali 8 mm. E' noto per aver recitato nelle due stagioni della serie televisiva La dottoressa Giò nella miniserie televisiva Per amore, nella soap opera Vivere, e nelle due stagioni della serie televisiva Vento di ponente. Nel 2000 è stato protagonista del videoclip Mi amor di Ivana Spagna. Nel 2004 ha partecipato al reality show L'isola dei famosi, ma ha abbandonato volontariamente il programma prima del tempo a causa di un infortunio al ginocchio. Dopo il tragico caso del 2005 che lo vede coinvolto, la morte in casa sua della brasiliana Ana Lucia Bandeira Bezerra per un'overdose di cocaina, l'attore viene condannato a 4 anni, che sconta nella Comunità per tossicodipendenti "Fermata d'Autobus" di Trofarello.

Libero grazie all'indulto nel 2007, ritorna a recitare, debuttando al Teatro Brancaccio di Roma con il musical A un passo dal sogno, scritto da Maurizio Costanzo ed Enrico Vaime e ispirato dal romanzo di Chicco Sfondrini e Luca Zanforlin, ma la sua partecipazione viene interrotta improvvisamente nel febbraio del 2008 per un malessere. Nel 2014 ritorna in televisione dopo quattro anni in occasione di un'intervista di Barbara D'Urso durante il programma Pomeriggio Cinque. Nel 2008 torna sulle pagine di cronaca dopo un incidente automobilistico. Viene ricoverato nella divisione psichiatrica dell'ospedale San Martino di Genova con sintomi quali sudorazione fredda e dolore al petto. I primi accertamenti tossicologici evidenziano ancora tracce di cocaina nel suo organismo. Dai test clinici svolti nei giorni successivi emerge che Calissano era giunto in ospedale in stato di alterazione psicofisica per uso di allucinogeni ed era in possesso di una modica quantità di cocaina. 

Paolo Calissano morto, "che cosa lo ha ucciso". Un dramma privato. Libero Quotidiano il 31 dicembre 2021. Era caduto in disgrazia nel 2005, Paolo Calissano, quando rimane coinvolto in una drammatica vicenda di droga: una ballerina brasiliana, madre di due figli, Ana Lucia Bandeira Bezerra, muore infatti nell'appartamento dell'attore a Genova per un'overdose di cocaina. Calissano viene arrestato con l'accusa di averle ceduto la droga, venendo condannato a quattro anni di reclusione. Libero grazie all'indulto nel 2007, nel 2008 finisce di nuovo sulle pagine dei giornali per un incidente stradale a seguito del quale viene trovato positivo alla cocaina. Viene ricoverato nella divisione psichiatrica dell'ospedale San Martino di Genova con sintomi quali sudorazione fredda e dolore al petto. I primi accertamenti tossicologici evidenziano ancora tracce di cocaina nel suo organismo. Dai test clinici svolti nei giorni successivi emerge che Calissano era giunto in ospedale in stato di alterazione psicofisica per uso di allucinogeni ed era in possesso di una modica quantità di cocaina.  

L'attore genovese è morto probabilmente per un mix letale di psicofarmaci che assumeva per curare una forte depressione per cui era in cura da mesi. È questa l'ipotesi sulla quale stanno lavorando i carabinieri, secondo quanto riporta il Corriere della Sera. Si pensa che Calissano possa aver assunto volontariamente una dose massiccia di medicinali per togliersi la vita. Sul suo corpo non sono stati riscontrati segni evidenti di violenza. L'attore non ha lasciato alcun messaggio. 

L'attore probabilmente era deceduto da un paio di giorni. Chi è la compagna di Paolo Calissano, Fabiola Palese e lo sfogo sui social: “Sciacalli, lasciatelo in pace”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 31 Dicembre 2021. Sono ore di grande dolore per amici, parenti e fan di Paolo Calissano, 54 anni, l’attore trovato morto nel suo appartamento romano. A far scattare l’allarme è stata la compagna. Aveva provato più volte a contattarlo al telefono ma senza riuscire a parlare con lui. Nessuno aveva più sue notizie da giorni e così ha allertato i carabinieri. Poi, intorno alle 23 la terribile scoperta del corpo senza vita dell’attore disteso sul letto. Secondo le prime ipotesi. Calissano avrebbe assunto un mix letale di psicofarmaci.

Nella notte la notizia è diventata pubblica e per Fabiola Palese, compagna o ex dell’attore, al dolore per la perdita si è unita anche la rabbia: “Siete degli sciacalli, lasciatelo in pace almeno adesso”, ha scritto su Instagram. Estetista, 43enne, secondo quanto riportato dall’Agi, sarebbe l’ultima compagna di Calissano che da qualche tempo era completamente scomparso dai radar. Potrebbe essere lei la donna che ha fatto scattare l’allarme.

Su Instagram da tempo la donna non pubblicava foto con Calissano ma i due erano ancora legati. Lo scorso 18 febbraio aveva fatto gli auguri a Calissano per il suo compleanno definendolo “l’uomo che mi è stato accanto per tanti e difficili anni, con cui ho condiviso gioie e dolori e che oggi è il mio migliore amico”. “Ti auguro tutto ciò che desidera il tuo cuore perchè te lo meriti tanto”, aveva aggiunto Fabiola.

L’attore Paolo Calissano, trovato morto in casa nella tarda serata di ieri a Roma, era probabilmente deceduto da almeno un paio di giorni. È quanto si ipotizza dopo i primi accertamenti. Sarà comunque l’autopsia a stabilirlo con esattezza. L’esame autoptico, che verrà effettuato al Gemelli, chiarirà anche le cause della morte. Al momento gli investigatori ipotizzano un abuso di psicofarmaci. I carabinieri, intervenuti sul posto, ne hanno trovate in casa diverse scatole.

Intanto sui social in tanti ricordano l’attore tanto amato soprattutto dal pubblico femminile. Famoso per la sua partecipazione a diverse soap opera come “Vivere” e “La dottoressa Giò” aveva preso parte anche a “L’Isola dei famosi”. Poi era svanito nel nulla. Dopo la notizia della sua morte sono tanti i fan che lo hanno ricordato con affetto.

Tra questi anche Barbara D’Urso. “Ciao Paolo… Abbiamo lavorato tanti mesi insieme… Poi le tue fragilità hanno preso il sopravvento e ti sei perso… Nei miei ricordi sei il ragazzone gentile che sul set aveva sempre un sorriso per tutti #dottoressagio”. La show girl ricorda così su Twitter Paolo Calissano con cui aveva condiviso il set della fiction ‘La dottoressa Gio”. La conduttrice aveva ospitato l’attore nel 2014 a Domenica Live: nell’intervista, Calissano aveva raccontato la sua vita complicata e la sua voglia di riscatto.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi. 

·        E’ morto l’attore Renato Scarpa.

Marco Giusti per Dagospia il 30 dicembre 2021. L’ultima volta che avevo visto, anzi intravisto Renato Scarpa, scomparso improvvisamente oggi a 83 anni, fu alla mega-reunion di un anno fa al Palo della Morte, anzi ar Palo della Morte, assieme a Carlo Verdone per ricordare il primo film cultissimo film di Carlo, “Un sacco bello”, dove lui e Renato, nel ruolo dell’amico Sergio, si dovevano vedere per andare a rimorchiare all’Est.

Inutile dire che Sergio si sente subito male, e invece che all’Est finisce al Fatebenefratelli tra i portantini coatti. Devo dire che quel giorno, ar Palo della Morte, evento voluto e costruito da Christian Raimo, tra caldo e Covid, fu un bel rischioso bagno di folla, ma anche d’affetto vero, alla faccia del Covid, del pubblico romano sia per Carlo che per Renato.

Che fu tra i pochi in grado di reggere l’impatto dei nuovi grandi capocomici degli anni ’80, da Verdone al Troisi di “Ricomincio da tre” e de “Il postino”, ma anche del più serioso e drammatico Nanni Moretti, che ha incontrato tardi, con “La stanza del figlio” e poi con “Habemus Papam”, dove è in pratica il coprotagonista di Michel Piccoli, e “Mia madre”. 

Ma oltre a saper reggere l’impatto con un partner forte come Verdone o Troisi, Renato Scarpa sapeva rispondere a qualsiasi situazione con una umanità, un calore, un’umiltà che pochi attori pur considerati maggiori e superpremiati, a differenza sua, possiedono. 

Una umanità e un’umiltà che aveva anche nella vita, e che lo ha premiato con qualcosa come 160 titoli, tra film e tv, titoli anche importanti e internazionali, dove la sua partecipazione non è mai stata banale o facile. 

Del resto era tra i pochissimi attori considerati alti o drammatici, capaci di passare dai film dei Fratelli Taviani, Marco Bellocchio, Giuliano Montaldo, Liliana Cavani o da serissimi ruoli di prete, frate, cardinale, persino Papa, farmacista, medico, psichiatra a partner dei nostri Nuovi Comici degli anni ’80, perfino dei primi Giancattivi o di Jerry Calà. Nonché presenza fissa dei film all-neapolitans di Luciano De Crescenzo come milanese doc nel ruolo del Dottor Cazzaniga.

Nato a Milano nel 1939, inizia il cinema a trent’anni con film forti come “Sotto il segno dello scorpione” dei Taviani a fianco di Gian Maria Volonté, seguito poi da “Nel nome del padre” di Bellocchio nel ruolo di padre Corazza, “San Michele aveva un gallo” dei Taviani come Battistrada, “Giordano Bruno” di Montaldo come Frate Tragagliolo. 

Interrompe la catena di preti e frati il ruolo da ispettore nel bellissimo horror di Nicolaes Roeg “A Venezia un dicembre rosso shocking”. Non bello, non particolarmente caratteristico, gira di tutto, dal dottore della fabbrica in “Delitto d’amore” di Luigi Comencini al farmacista di “La poliziotta” di Steno con Mariangela Melato a poliziotto in “Piedone a Hong Kong” di Steno a fianco di Bud Spencer e Cannavale.

Passa da un ruolo minore, il fratello di Erode ne “Il Messia” di Roberto Rossellini a protagonista, in un ruolo da bello, in “I giorni della chimera” di Franco Corona, tipico, tristissimo esordio da film italiano dell’Italnoleggio, che non gli cambia certo la vita. 

Meglio trovarlo come professor Verdegast in “Suspiria” di Dario Argento, uno dei pochi ruoli maschili, o in “Un borghese piccolo, piccolo” di Mario Monicelli o “Al di là del bene e del male” della Cavani.

Le cose cambiano quando lo vediamo a fianco di Carlo Verdone in un episodio di “Un sacco bello” nel 1980 e subito dopo come Robertino a fianco di Massimo Troisi in “Ricomincio da tre”. A quel punto lo troviamo in tutti i film dei nuovi comici, da “Ad ovest di Paperino” di Alessandro Benvenuti a “Vado a vivere da solo” di Marco Risi con Jerry Calà. E con “Così parlò Bellavista” inizia il suo legame nei film di Luciano De Crescenzo come il “milanese” dottor Cazzanuga.

Un percorso che lo porterà a “Il postino”, il suo capolavoro da attore, perché riesce a risolvere tutte le scene di un Troisi già malato con una classe e un’amicizia davvero rari. Nel 2000, dopo tanta tv, lo chiama Nanni Moretti per “La stanza del figlio”, ma è come cardinale in “Habemus Papam” che avrà il suo ruolo migliore. Lo troveremo anche in “Diaz” di Daniele Vicari, dove ha un grosso ruolo di testimone della mattanza della polizia, mentre nel televisivo “Trilussa” arriverà a interpretare Papa Pio XI. Attivo fino a pochissimo, lo abbiamo visto in “Rocco Schiavone”, ma anche nella recente commedia di Paolo Costella “Per tutta la vita” e in quello che dovrebbe essere il suo ultimo film, “After the War” di Gavin J. Chalcraft con Giancarlo Giannini.

 Da leggo.it il 30 dicembre 2021. E' morto Renato Scarpa, l'attore entrato nel cuore degli italiani interpretando il ruolo di Sergio, l'amico di Verdone in "Un sacco bello", restio a partire con il protagonista per le vacanze di ferragosto improvvisate in Polonia. Ad annunciarlo è stato il Messaggero. Secondo quanto scrive il quotidiano romano "Renato Scarpa è morto nella sua casa a Roma, nel quartiere Monteverde".

Scarpa era un attore caratterista, aveva esordito sul grande schermo alla fine degli anni '70; con Trooisi aveva recitato nel ruolo di Robertino nel film "Ricomincio da tre". 

Da quanto ricostruito Scarpa si è sentito male nel primo pomeriggio; i familiari hanno chiamato subito un'ambulanza del 118. Sul posto sono arrivati anche i carabinieri. La morte è attribuita a cause naturali.

La carriera di Scarpa, però, non è riducibile a due - seppur importanti - film. Nella sua carriera ha lavorato in tantissimi film apprezzatissimi  e con molti registi importanti.

È il severo padre Corazza nel grottesco Nel nome del padre (1972) di Marco Bellocchio, l'inflessibile padre domenicano Alberto Tragagliolo nel Giordano Bruno di Giuliano Montaldo (1973), il misterioso professor Verdegast nell'inquietante Suspiria (1977) di Dario Argento, il direttore dell’ufficio postale superiore e amico del protagonista ne Il postino (l'ultimo film di Troisi) di Michael Radford; il prete alle prese con la quotidianità nell'agrodolce Ad ovest di Paperino (1982) di Alessandro Benvenuti, il dottor Cazzaniga in Così parlò Bellavista (1984) e in Il mistero di Bellavista (1985), entrambi di Luciano De Crescenzo.

Interpreta inoltre il padre apprensivo del protagonista nel divertente Stefano Quantestorie (1993) di Maurizio Nichetti, il compito preside nel drammatico La stanza del figlio (2001) di Nanni Moretti, il bancario con problemi gastroenterologici nella commedia culinaria partenopea Ribelli per caso (2001) di Vincenzo Terracciano, e il cardinal decano Gregori nel film Habemus Papam di Nanni Moretti (2011).

Carlo Verdone e il post più triste. Come ricorda l'attore Renato Scarpa: "Quella scena al palo della morte..." Il Tempo il 30 dicembre 2021. Renato Scarpa, volto conosciuto del cinema italiano di genere, è morto a 82 anni nella sua casa in zona Bravetta, a Roma. Si ipotizza la morte per cause naturali. A chiamare il 118 sarebbero stati i vicini di casa che non vedevano da qualche giorno l’82enne. Scarpa è stato il Robertino di Ricomincio da tre di Massimo Troisi ma il grande pubblico lo conosceva anche per la parte in Un sacco bello insieme a Carlo Verdone che lo ha ricordato con un post su Facebook. "Cari amici, chi ha amato Un Sacco Bello non potrà non esser triste per la scomparsa di Renato Scarpa per un improvviso malore. Aveva anche lavorato con Massimo Troisi in Ricomincio da tre, e con  tanti altri registi. Affettuoso, dotato di gran talento, aveva il dono della "misura", cosa che non tutti gli attori hanno. In questa scena tentavo di convincerlo a partire per Cracovia con le calze di seta e le penne a biro" scrive Verdone postando un fotogramma del film cult. "Fantastico compagno di lavoro lo ringrazio ancora per esser venuto il giorno dell'inaugurazione di una targa al 'Palo della morte' in Via Giovanni Conti (zona Val Melaina) a Roma, targa che celebrava quel film. Fummo molto orgogliosi perché non ci aspettavamo il grande bagno di folla che ci fu. Ringrazio ancora questo caro amico che mi ha aiutato nella mia opera prima con garbo, affetto e talento.  Persone così umili e gentili nel loro grande talento non ci sono più. Resterà  sempre nei miei più bei ricordi.  E credo anche, se avete amato quella pellicola, nella vostra memoria" scrive il regista e attore romano. 

Il decesso per cause naturali. È morto Renato Scarpa, addio al Robertino di ‘Ricomincio da Tre’ e Sergio di ‘Un sacco bello’. Redazione su Il Riformista il 30 Dicembre 2021. Ha prestato il volto a Robertino in “Ricomincio da Tre”, opera prima di Massimo Troisi. Ma anche a Sergio in “Un sacco bello” di Carlo Verdone e al Dottor Cazzaniga nei due film “Così parlò Bellavista” “Il mistero di Bellavista” di Luciano De Crescenzo.

Renato Scarpa, attore e cabarettista, è morto oggi a 82 anni nella sua casa a Roma, nel quartiere Monteverde, come riferito da Il Messaggero. Era nato a Milano il 14 settembre 1939. Scarpa si è sentito male nel primo pomeriggio: i familiari hanno chiamato subito un’ambulanza del 118. Sul posto sono arrivati anche i carabinieri. La morte è stata attribuita a cause naturali.

La carriera

Lunga la filmografia dell’attore, che aveva esordito alla fine degli anni ‘60. Ha recitato in circa un centinaio di film e in diverse serie tv lavorando, tra gli altri, anche con Maurizio Nichetti e Nanni Moretti.

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I romani lo ricordano in particolare per il suo ruolo nel film di Carlo Verdone “Un sacco bello”, quando in un caldo giorno di Ferragosto Enzo, interpretato dallo stesso Verdone, dà appuntamento a Sergio (ossia Renato Scarpa) per partire per la Polonia. Il luogo in cui i due si incontrano nella pellicola, il ‘palo della morte’ a Vigne Nuove, è ricordato da una targa del III Municipio: qui i fan del film si ritrovano il 15 agosto.

Il ricordo di Carlo Verdone: “Aveva il dono della misura”

“Cari amici, chi ha amato “Un Sacco Bello” non potrà non esser triste per la scomparsa di Renato Scarpa per un improvviso malore” scrive l’attore e regista Carlo Verdone sui social. “Aveva anche lavorato con Massimo Troisi in “Ricomincio da tre”, e con tanti altri registi. Affettuoso, dotato di gran talento, aveva il dono della “misura”, cosa che non tutti gli attori hanno”.

“In questa scena tentavo di convincerlo a partire per Cracovia con le calze di seta e le penne a biro. Fantastico compagno di lavoro lo ringrazio ancora per esser venuto il giorno dell’inaugurazione di una targa al “Palo della morte” in Via Giovanni Conti (zona Val Melaina) a Roma, targa che celebrava quel film. Fummo molto orgogliosi – aggiunge – perché non ci aspettavamo il grande bagno di folla che ci fu”.

“Ringrazio ancora questo caro amico che mi ha aiutato nella mia opera prima con garbo, affetto e talento. Persone così umili e gentili nel loro grande talento non ci sono più. Resterà sempre nei miei più bei ricordi. E credo anche, se avete amato quella pellicola, nella vostra memoria”.

·        E’ morto Franco Ziliani.

Da ansa.it il 26 dicembre 2021. È morto all'età di 90 anni Franco Ziliani, enologo e creatore nel 1961 insieme a Guido Berlucchi delle cantine Berlucchi di Borgonato, nel Bresciano. Marchio conosciuto in tutto in mondo, nel 2021 la cantina della Franciacorta ha celebrato i 60 anni di storia. Nel 2022 Berlucchi è stata premiata "cantina dell'anno" dalla guida Gambero Rosso. Le esequie di Franco Ziliani, pioniere e creatore del Franciacorta, fondatore della Guido Berlucchi, si terranno martedì 28 dicembre alle 11e 30 nella Parrocchia di Paratico (Brescia). Ziliani è considerato uno dei "padri" della moderna enologia italiana ed è scomparso, ricorda l'Azienda Berlucchi, nell'anno che ha celebrato il 60° anniversario dalla prima bottiglia di Franciacorta da lui creata. Franco Ziliani, il 90enne imprenditore che ha rivoluzionato le sorti di un'intera regione vinicola, creando i moderni vini di Franciacorta e dando così un nuovo destino al territorio delle colline intorno al Lago d'Iseo, era enologo determinato e imprenditore vulcanico. "Ziliani - ricorda la Cantina Berlucchi - ha vissuto la sua vita realizzando il sogno di creare vini spumanti italiani di qualità, che potessero essere al livello della grande tradizione francese. Fu così che nel 1955, giovane enologo chiamato dal conte Guido Berlucchi a Palazzo Lana in Borgonato (Brescia) per risolvere problemi di stabilità dei vini allora prodotti nella tenuta, propose la rivoluzionaria idea di "spumantizzare" quei vini, che non mostravano sufficiente "personalità'". Molti tentativi più tardi, finalmente nel 1961 nacquero le prime 3.300 bottiglie di "Pinot di Franciacorta", il "germe" di quello che sarebbe diventato in seguito uno dei "nuovi" territori enologici di qualità italiana più importanti e del successo odierno del Franciacorta DOCG.

Morto Franco Ziliani, fondatore della Cantina Berlucchi. Aveva 90 anni. Luciano Ferraro su Il Corriere della Sera il 26 dicembre 2021. Franco Ziliani è morto a 90 anni. Enologo e «fondatore di un sogno», nel 1961 ha lanciato le prime bottiglie di Franciacorta. Di recente il Gambero Rosso ha assegnato all’azienda il titolo di Cantina dell’anno 2022.

È morto a 90 anni, nel Natale in cui ha visto compiere la sua missione. Franco Ziliani è stato l’uomo che ha acceso i motori della Franciacorta del vino, «il padre fondatore di un sogno, creare spumanti italiani alla pari dei francesi», ricorda la sua famiglia. 

Il conte Guido Berlucchi nel 1958 gli chiese di migliorare il suo bianco e Franco, enologo già affermato, gli rispose che era arrivato il momento di seguire la strada dei francesi.

Nel 1961 nacque così il Franciacorta. Tutto quello per cui Franco Ziliani ha lottato, da uomo tenace e arguto qual era, si è pienamente realizzato: la Franciacorta è diventata una delle denominazioni più note nell’Europa degli spumanti. L’azienda Berlucchi ha una quota di mercato rilevante e una qualità che le ha fatto ottenere dal Gambero rosso il titolo di cantina dell’anno 2022; i figli Arturo, Cristina e Paolo hanno preso il posto del padre al comando. 

Anche nell’occasione del passaggio generazionale, Franco Ziliani ha lasciato il segno, con un l’insieme di forza, lucidità e tenerezza che lo ha accompagnato tutta la vita. Invece di trasferire le quote di Berlucchi all’ultima generazione, le ha vendute. «Perché dovete sentire il bruciore che si prova quando si gestisce un’azienda», ha detto ai figli.

Negli ultimi tempi, a chi lo incontrava, diceva di ricordare ancora il gusto dei vini bevuti da ragazzo, «quando ogni annata era riconoscibile, mentre adesso la qualità è migliorata ma i vini sembrano spesso tutti uguali». Ricordava che, agli inizi della sua carriera, non c’erano mezzi e tecniche di adesso, ma lui riusciva ugualmente a rendere limpidi i bianchi. Per questo venne chiamato da Berlucchi (che poi gli cedette la cantina), per togliere l’opacità al suo Pinot del Castello, un bianco fermo.

Ziliani, una vita (appassionata) per le bollicine

Ziliani aveva imparato i rudimenti del mestiere alla scuola enologica di Alba. La passione per le bollicine era iniziata presto: «Prima del diploma — ci aveva raccontato — mio padre a Natale aprì una bottiglia di Champagne. Mi innamorai». Poco prima di compiere 90 anni era tornato nella regione dello Champagne, con i soliti amici. «Mi sono fermato a parlare 4 ore con un vigneron incontrato per caso— rideva — : abbiamo bevuto di tutto». 

Il suo racconto sulla nascita del Franciacorta era pieno di aneddoti e di personaggi spesso scomparsi. «Non funzionò subito, per tre anni abbiamo sbagliato. Il vino non rifermentava in bottiglia, oppure il fondo dei lieviti si cristallizzava. Non avevamo le attrezzature. Ho costruito un cassone di metallo per immergere le bottiglie nel ghiaccio prima del degorgement, ma la temperatura era sempre sbagliata. Avevamo tappi orribili».

I tappi: una storia nella storia

«Anni dopo ne trovai di favolosi sulla mensola del caminetto, li aveva lasciati un rappresentante. Partii subito per la Francia, con l’auto di Guido. La riempii di sacchi con migliaia di tappi. Anche sul portapacchi. I sacchi si ruppero, i tappi invasero la strada, i camionisti ci aiutarono. Guidai con i finestrini aperti, quel sughero era esplosivo. Alla dogana piansi per evitare il sequestro, perché non c’erano i sacchi indicati nelle fatture». 

Tutto è iniziato con 3.300 bottiglie. «Vendute a 1.200 lire, sei volte più del Pinot del Castello che ne costava 200. Non tutti ci credevano. Beppe, il cameriere tuttofare di Guido Berlucchi, vedendo le prime 20 mila bottiglie mi disse: ci vorranno 20 anni per venderle. Ci rimasi male. Perché Beppe era anche il venditore. Con un’Ape portava il vino ai primi clienti, come il «Bar Piccolo» di Bergamo che restituiva sempre le bottiglie vuote chiedendo uno sconto».

Decennio dopo decennio, l’intuizione del pioniere Franco si è realizzata, l’azienda è ancorata con determinazione ai sui 135 ettari: nel 1970 la cantina Guido Berlucchi vendeva 120 mila bottiglie, nel 1980 un milione. «Ora vendiamo 4,2 milioni di bottiglie», aveva con orgoglio sorriso Franco Ziliani agli amici nei giorni della festa per l’anniversario della prima bottiglia di Franciacorta.

Addio a Franco Ziliani, l'uomo che ha osato sfidare lo Champagne. Andrea Cuomo il 27 Dicembre 2021 su Il Giornale. Morto a 90 anni l'enologo che nel 1961 creò il primo Franciacorta per Berlucchi. «Il maggiordomo mi scortò nel salotto di Palazzo Lana Berlucchi. Le note di Georgia on my mind vibravano nell'aria: Guido Berlucchi era al pianoforte. Il conte richiuse il piano, mi salutò con calore e iniziò a interrogare me, giovane enologo, sugli accorgimenti per migliorare quel suo vino bianco poco stabile. Risposi senza esitazione alle sue domande, e nel salutarlo osai: e se facessimo anche uno spumante alla maniera dei francesi?». Ecco come nacque uno dei grandi vini italiani, il Franciacorta, nel racconto forse leggermente romanzato di chi ne fu l'ideatore. Quel Franco Ziliani, di professione enologo e poi imprenditore, che è morto ieri in uno degli ultimi giorni dell'anno che in azienda, la Guido Berlucchi, era stato speciale per due anniversari: i sessant'anni della prima bottiglia di Franciacorta (che all'epoca nemmeno si chiamava così), celebrata da una collana di vini (la Berlucchi '61); e i novant'anni di Franco, uomo molto conosciuto e amato nel mondo del vino italiano, con cui ormai l'azienda si identificava quasi totalmente.

Ziliani era nato il 21 giugno 1931 a Travagliato. Formatosi alla scuola enologica di Alba, si era presto appassionato delle bollicine, scoperte un lontano Natale, giorno che era ben scolpito nel suo destino, quando suo padre gli fece assaggiare uno Champagne. Da allora fu ossessionato dall'idea di ricreare anche in Italia un vino prodotto con quel metodo e con le stesse caratteristiche di eleganza, potenza e freschezza. Una visione, una sfida, una follia. Che prese corpo quando negli anni Cinquanta conobbe Guido Berlucchi e gli propose di provare a realizzare grandi bollicine in quella terra della Lombardia orientale, tra l'Oglio, il lago di Iseo e le propaggini meridionali delle Alpi Retiche, che non aveva ancora una precisa identità enologica e che però sembrava prestarsi all'impresa per le caratteristiche morfologiche e climatiche. Per quello che insomma oggi si definisce terroir.

Raccontava Franco che la faccenda non era stata semplice. Non è che il Franciacorta si fosse fatto da solo. Un pugno di anni zeppi di inciampi, ideologici e tecnici: il vino non rifermentava in bottiglia, come deve accadere nel metodo classico, oppure qualcos'altro andava storto. Eppoi c'era la questione dei tappi, Ziliani non riusciva proprio a trovare quelli giusti finché, quando imbroccò il tipo che faceva al suo caso decise, come raccontò qualche mese fa al collega Maurizio Bertera in un'intervista per il suo novantennale, di importarli in maniera quasi illegale dalla Francia. Tutto per chiudere in modo corretto le prime 3.300 bottiglie di quello che venne chiamato Pinot di Franciacorta (il prezzo? 1.200 lire), e che sarebbe diventato Franciacorta doc nel 1967 e Franciacorta docg nel 1995.

Ziliani è uno di quegli uomini che può vantarsi di avere letteralmente «inventato» un vino che è probabilmente oggi il più noto e blasonato metodo classico italiano, anche se - per fortuna - ormai non si parla più di Champagne italiana, definizione che ha fatto più male che bene a quel territorio. Ma di questi equivoci Ziliani non si curava. Lui fece leivitare la sua azienda a braccetto con la crescita di tutto il movimento vinicolo del Franciacorta e con il rimpinguarsi della cultura enologica degli italiani. Quando venne il momento di lasciare, Franco non si fece pregare e passò il testimone a i tre figli Cristina, Arturo e Paolo, che portarono l'azienda sulla strada della sostenibilità totale e lanciarono le linee '61, Berlucchi '61 Nature e Palazzo Lana Riserva. Oggi la Guido Berlucchi produce 4,5 milioni di bottiglie l'anno e conta su 135 ettari di vigneti. E oggi nella carta dei vini Berlucchi c'è anche una Riserva dedicata a Ziliani, uno Chardonnay in purezza proveniente dal vigneto Arzelle con altissima densità d'impianto. Un 2008 da collezione, ancora di più oggi che Franco se n'è andato.

Che poi per lasciarci Franco ha scelto i giorni delle feste, quelli in cui le bollicine diventano protagoniste. Io tra qualche giorno, per salutare il 2022, stapperò un Berlucchi (magari un '61 Nature Blanc de Blancs) dedicando un pensiero a chi ha immaginato quel vino e con esso cambiato il destino di un intero territorio. Andrea Cuomo

·        E’ morta Assunta Maresca, detta Pupetta.

Jacopo Iacoboni per lastampa.it il 30 dicembre 2021. oche donne hanno infranto il codice non scritto della mala (le donne a casa) come Assunta Maresca, detta Pupetta, morta ieri sera nella sua casa di Castellammare di Stabia, a 86 anni. Una donna che si trovò nel fuoco di due delle più spaventose guerre di camorra che la storia di Napoli ricordi, fu amata, odiata, disprezzata, lusingata.

Sposa del boss Pasquale Simonetti, detto Pascalone ‘e Nola, era incinta quando suo marito fu ammazzato da un uomo che era stato il loro testimone di nozze, Orlando Carlo Gaetano, mandato da Antonio Esposito, detto Totonno ‘e Pomigliano. Era il 15 luglio del 1955. 

Il 4 ottobre, pochi mesi dopo – quando Pupetta era incinta al sesto mese – andò lei stessa a ammazzare a sua volta per vendetta Esposito. Venne condannata a 13 anni e 4 mesi, anche se la corte le riconobbe come attenuante la «provocazione» dell’assassinio del giovane marito. 

L’opinione pubblica, napoletana e non solo, si divise. Pupetta rimandava un’immagine di Napoli totalmente stereotipata e adatta al clichè, ma era anche una donna, bella, in primo piano, che aveva ucciso forse per vendetta, si pensò all’inizio. 

Divenne una leggenda nera, un archetipo di donna camorrista che fu in seguito fronteggiato da poche altre figure, forse Rosetta Cutolo. Ma la sorella di Cutolo non aveva sovvertito così potentemente il codice della malavita entrando direttamente lei nella scena di un omicidio. Rosetta stava a casa, e comandava da dietro le quinte, Pupetta scendeva nel teatro dell’azione. 

Dieci anni dopo, Maresca ricevette la grazia. Era una donna molto bella, ancora giovane. Il cinema s’interessò a lei, con un mix di attrazione e pruderie che riassumeva quelle dell’Italia verso di lei, e certo non contribuì a darle una vita normale, del resto Pupetta Maresca non sembrava fatta per la normalità, come molte sue scelte successive confermarono.

La prima: sposare un criminale sanguinario della camorra, Umberto Ammaturo, detto ‘o Pazzo, che fu poi sospettato – la certezza non si ebbe mai – di averle ucciso il primo figlio, avuto dal boss Simonetti, un ragazzo che sparì in maniera misteriosa. A quel punto la scelta camorrista di Pupetta era stata fatta, e lei rimase in quella vita. 

Nella prima metà degli anni ottanta, quando Napoli era scossa dalla più grave guerra di camorra che la storia ricordi, con un morto ammazzato al giorno, e lo scontro truculento tra la Nuova Camorra di Raffaele Cutolo, e i clan napoletani che – coalizzatisi – cercavano di fermare il boss di Ottaviano, Pupetta Maresca divenne una delle più spietate nemiche di Cutolo. C’è chi dice fosse lei la capa, ma è leggenda, e la “Nuova Famiglia” non lo avrebbe consentito.

Certo è che poche volte si assistette a una rivendicazione così esplicita e lampante di camorrìa come quella che fece Pupetta Maresca, accusata (anche qui, la certezza non fu trovata) di aver ammazzato Ciro Galli, uno dei luogotenenti di Cutolo. Le chiesero, in un’incredibile conferenza stampa, se lei si sentiva parte della Nuova Famiglia. Rispose: «Sentite, se voi per Nuova Famiglia dite tutta quella gente che si difende dallo strapotere di quest'uomo (Cutolo, nda.), allora mi ritengo affiliata». 

Forse piaceva, a Pupetta Maresca, essere a un tempo personaggio noir, criminale, ma anche da rotocalco. Da anziana aveva concesso a Mediaset di fare una fiction che andò in onda nel 2013, in cui lei era interpretata da Manuela Arcuri.

Ci furono polemiche perché una criminale, con quel volto affascinante, facilmente finiva a sembrare un'eroina, per chi ormai nulla sapeva della sua storia (per capirci, Maresca invece disse che “Gomorra”, tratto dal libro di Roberto Saviano, era «una fiction diseducativa». 

Le piaceva finire su Mediaset, non la camorra ricostruita da Saviano). Molto fedele alla sua vita era stato invece “Il caso Pupetta Maresca”, di Marisa Malfatti e Riccardo Tortora, un film dell’82 che però fu visto solo quindici anni dopo, quando cadde la censura e i tagli che aveva subito. 

Lei stessa era stata attrice, in un film degli anni sessanta, “Delitto a Posillipo”, in cui c’è una scena in cui lei stessa canta una canzone di cui fu autrice, 'O bbene mio. Il crimine, la retorica di “o’ vasc”, la canzone napoletana, fusi insieme in un mix truffaldino e indistinguibile, che faceva di Napoli, sempre e per sempre, quella cosa lì. Una ribelle che, paradossalmente, inchiodava l’immagine della città ai suoi più triti clichè: la bella donna, la camorra, o sang.

Forse la psicologia della boss fu capita solo da Francesco Rosi, a caldo dopo l’omicidio di Esposito. Ma Maresca ebbe ancora una lunga e attiva carriera, dopo. Non ammise mai di aver avuto piacere nella sua vita criminale. Disse di aver ucciso solo perché era costretta: «Lui venne con una pistola, ma anch’io cominciai a girare armata, perché mi minacciava da tempo. Si avvicinò allo sportello della macchina per farmi scendere dall’auto e farmi uccidere dai suoi killer. Cosa avrei dovuto fare? Mi sono difesa, né più né meno. Potevo morire anch’io, ma sparai sei volte con una pistola calibro 7,65 che portavo nella mia borsetta piccola».

BIOGRAFIA DI PUPETTA MARESCA

Da cinquantamila.it - La storia raccontata da Giorgio Dell’Arti 

(Assunta) Castellammare di Stabia (Napoli) 27 aprile 1935. Camorrista. Almeno a stare a quanto disse lei, quando sfidò pubblicamente Raffaele Cutolo, dichiarando in una conferenza stampa: «Se per Nuova Famiglia si intende tutta quella gente che si difende dallo strapotere di quest’uomo, allora mi ritengo affiliata a questa organizzazione».

Da parte di padre discendente dei Lampetielli, così chiamati perché veloci come il lampo nelle decisioni e negli affari. In famiglia si festeggiava ogni anno la Madonna di Pompei, per celebrare il giorno in cui il padre di Pupetta, Alberto, era evaso di prigione calandosi con un lenzuolo dal finestrino di una latrina (la madre, per ricordare il fatto, organizzava un banchetto di cento coperti, con tanto di complesso musicale, e a fine serata mandava i figli a sparare i fuochi davanti all’immagine della Madonna esposta al lato della porta di casa). 

Era proprio bella (vinse un concorso di miss locale), quando si innamorò di lei Pasquale Simonetti (detto Pascalone ’e Nola per la sua mole). I Lampetielli benedissero il fidanzamento il giorno della Madonna di Pompei del 1954. Unico ostacolo al loro amore, Pascalone aveva una piccola condanna da scontare e Pupetta rifiutava di sposarlo se prima non si costituiva (lo accompagnò fino all’ingresso in caserma a Napoli, e lì rimase tutto il giorno per poterlo scorgere dietro le sbarre di una finestra della guardina ogni volta che la porta si apriva).

Ad aprile dell’anno successivo, quando si sposarono, lei era già incinta. Il giorno stesso si recarono al santuario della Madonna di Pompei, dove Pascalone si levò di tasca la pistola facendola scivolare nelle mani di Pupetta, con la promessa solenne che avrebbe cambiato vita. Invece tre mesi dopo (17 luglio 1955), venne sparato per ordine di Antonio Esposito, detto Totonno ’e Pomigliano, un contrabbandiere di sigarette. Portato agli Incurabili, prima di spirare fece in tempo a sussurrare all’orecchio della moglie il nome di Totonno. 

Pupetta andò a San Giovanni Rotondo a parlare con padre Pio e giurò vendetta. Il 4 ottobre 1955, vestita a lutto, noleggiò un tassì e, accompagnata dal fratello Ciro, andò dritta al bar “Grandone”, zona stazione di Napoli, dove ammazzò Totonno a pistolettate. Prima ancora di pensare a nascondersi si recò al santuario della Madonna di Pompei, che non ascoltò le sue preghiere: il 13 ottobre l’arresto, e poche settimane dopo il parto, nell’infermeria del carcere (nasce Pasquale junior, detto subito “ Pascolino ’o Pascalotto”).

Condannata a 13 anni e 4 mesi (con l’attenuante della provocazione), fu graziata e scarcerata il 17 aprile 1965, giorno di Pasqua.

Provò a rifarsi una vita. Sull’onda della celebrità nel 1967 interpretò se stessa nel film Delitto a Posillipo, trasposizione della sua biografia. Chiusa la parentesi cinematografica, si dedicò a due negozi di abbigliamento a Napoli, mentre riscopriva l’amore con il camorrista Umberto Ammaturo (ebbero due gemelli, Roberto e Antonella, ma lei non accettò mai di sposarlo).

Il 2 gennaio Pasqualino (che per emulare il padre aveva intrapreso la via della malavita) scomparve nel nulla. Pupetta ebbe a dire: «Il lavoro per me è una ragione di vita. Mi aiuta a non pensare, a cercare di non capire. Di Pasqualino non so più niente. Mi facessero sapere con una telefonata o con una lettera anonima. Se per mio marito ho trascorso undici anni in una cella, per vendicare mio figlio affronterei trent’anni di reclusione». Ma Pasqualino non comparve mai più. Si incrinò anche il rapporto con Umberto Ammaturo, quando fu incarcerato con l’accusa dell’omicidio del figliastro (nell’aprile del 1975 l’assoluzione, per insufficienza di prove).

Pupetta finì di nuovo in carcere, accusata in concorso con Ammaturo dell’omicidio di Ciro Galli (uomo di Cutolo) e dell’omicidio di Aldo Semerari, lo psichiatra che aveva fatto dichiarare pazzo Cutolo e lo stesso Ammaturo. Ma fu assolta, così anche dalle successive accuse di tentata estorsione (ad una banca), traffico di stupefacenti e associazione camorristica.

Quando Ammaturo fu arrestato in Perù, in compagnia della sua bellissima e ricca fidanzata, Yohanna Valdez: «Per me Umberto non esiste più, è morto; resta solo il padre dei miei figli che gli vogliono bene e lo rispettano come è loro dovere».

Chiusi i negozi di Napoli (per i continui furti e devastazioni), si ritirò a Castellammare, per aprire un nuovo esercizio commerciale, e stare più vicina ai figli (soprattutto alla figlia, cardiopatica).

La sua storia ispirò i registi Francesco Rosi (1958, La Sfida), Marisa Malfatti e Riccardo Tortora (1982, Pupetta Maresca, cronaca di un delitto: bloccato dal pretore su istanza dei legali della stessa Pupetta, che si riteneva lesa nella propria onorabilità, andò in onda sulla Rai solo nel 1994, attrice protagonista Alessandra Mussolini).

Nel 2013 anche Canale 5 ha prodotto una fiction ispirata alla sua storia (spettatori della prima puntata, 5 milioni). Pupetta: «Ho ritrovato nella Arcuri la mia tempra. Vorrei che la gente capisca chi ero al di là dell’immagine pubblica che mi è stata cucita addosso. Prima di arrivare a impugnare quella pistola, avevo denunciato più volte il mandante dell’omicidio di mio marito».

Il commento spietato di Aldo Grasso: «“Pupetta” è un racconto ultrapop, piace ai semplici per eccesso di sentimentalismo e piace anche ai più avvertiti perché permette loro meta-risate ironiche, un piacere proibito. Però, l’interpretazione di Manuela vale la serata. Per chi è affascinato dall’abisso. O dal comico» [Cds 8/6/2013].

Ha un fiore tatuato sul polpaccio destro. 

E' morta a 86 anni. Il figlio scomparso da 40 anni: "Mi farei 30 anni per lui". Pupetta Maresca, storia di Madame camorra: l’omicidio per vendicare il marito, il parto in carcere e la sfida a Cutolo. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 30 Dicembre 2021. Dall’omicidio per vendicare il marito, quando aveva appena 20 anni, al parto nel carcere di Poggioreale pochi mesi dopo. Dal cinema alla relazione con il boss dei due mondi, Umberto Ammaturo,  alla scomparsa del figlio per lupara bianca alla sfida a Raffaele Cutolo e al suo esercito mentre gestiva dei negozi di abbigliamento a Napoli.

La vita di Pupetta Maresca, all’anagrafe Assunta, ma ribattezzata così in senso affettivo dai familiari (Pupetta sta per bambola), è stata fonte d’ispirazione per scrittori e registi. Madame camorra, come è stata ribattezzata dai francesi di Le Figaro, è morta nella serata del 29 dicembre nella sua abitazione di Castellammare di Stabia, sua città natale. Era malata da tempo. A nulla sono valsi i soccorsi dei sanitari del 118. Il prossimo 19 gennaio avrebbe compiuto 87 anni. Su di lei fu prodotta anche una fiction con Manuela Arcuri protagonista. Da ragazza aveva anche vinto un titolo a un concorso di bellezza.

Nata in una famiglia di contrabbandieri, soprannominata Lampetielli, Pupetta è stata protagonista fin dalla giovane età di episodi eclatanti. Nel 1955 sposò Pasquale Simonetti, detto Pascalone ‘e Nola per la sua stazza. Era uno dei guappi del mercato ortofrutticolo di Napoli che all’epoca fruttava guadagni vertiginosi. All’Ippodromo di Agnano arrivò anche a schiaffeggiare pubblicamente, senza alcuna conseguenza, Lucky Luciano, rappresentante della mafia italo-americana a Napoli in quegli anni. Al matrimonio, celebrato in pompa magna il 27 aprile 1955, partecipò come testimone anche Antonio Esposito, detto Totonno ‘e Pomigliano, che sarà poi il mandate appena 80 giorni dopo (15 luglio) dell’omicidio di Pascalone, ammazzato in corso Novara a Napoli.

Prima di morire Pascalone riferì alla giovane moglie il nome di Esposito in qualità di mandante e il 4 ottobre successivo, altri 80 giorni dopo, Pupetta consumò la sua vendetta sempre nei pressi della stazione centrale di Napoli dove arrivò a bordo di un taxi in compagnia del fratello Ciro, all’epoca 14enne. In quella circostanza Maresca ha raccontato che Esposito si avvicinò armato verso l’auto. “Io avevo ucciso per amore, cioè per vendicare il mio uomo, e per non essere ammazzata, non soltanto io, ma anche il bambino che portavo in grembo. Cioè, avevo sparato per legittima difesa” ha raccontato la donna in una recente intervista a Giovanni Terzi su Libero. “Sul corpo di Esposito furono trovati altri colpi di pistola oltre a quelli che avevo sparato io. Chi furono quelli che gli spararono? Non è stato mai provato che fu proprio la mia pistola ad ucciderlo“.

Per quell’omicidio Pupetta venne arrestata pochi giorni dopo e a gennaio partorì in carcere Pasqualino (poi scomparso negli anni ’70). Doveva scontare una condanna di 13 anni e 4 mesi (con l’attenuante della provocazione) più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici ma fu graziata dopo oltre dieci anni di detenzione. Nel 1967 ebbe un’esperienza come attrice cinematografica interpretando il ruolo della protagonista nel film Delitto a Posillipo, diretto da Renato Parravicini, vagamente ispirato alla sua vita ed in particolare alla vicenda giudiziaria che l’aveva resa nota e portata in carcere. Nel film è doppiata da Rita Savagnone, ma canta con la propria voce la canzone ‘O bbene mio’, scritta da lei. Anche il regista Francesco Rosi si ispirò a lei nel film “La Sfida” (1958).

La storia con il boss dei due mondi

Chiusa la parentesi cinematografica, che per la verità non ottenne molto successo, si dedicò a due negozi di abbigliamento a Napoli, e nel 1970 si innamorò di Umberto Ammaturo, dal quale ebbe due gemelli, Roberto e Antonella. Ammaturo ‘o pazzo, perché riuscì a ottenere l’infermità mentale più volte scappando successivamente da relativi manicomi, diventò uno dei più grandi narcotrafficanti in quegli anni avendo creato un canale diretto con il Perù per la cocaina.

La scomparsa per lupara bianca del figlio: “Per vendicarlo mi farei 30 anni”

Ma la relazione con Pupetta non era approvata dal figlio Pasqualino che nel 1974 sparì nel nulla: il suo corpo non venne mai ritrovato (secondo alcuni, venne rapito, legato ad un sasso e gettato in mare). Pasquale non aveva accettato la relazione della madre con Ammaturo e più volte lo aveva minacciato. Dell’omicidio fu subito sospettato Ammaturo, ma Pupetta non accettò mai del tutto questa ipotesi. Lo stesso Ammaturo fu incarcerato, ma nell’aprile del 1975 fu assolto per insufficienza di prove; ciononostante il rapporto tra i due s’incrinò. Quando Ammaturo fu arrestato in Perù, in compagnia di una nuova bellissima e ricca fidanzata, Yohanna Valdez, la Maresca disse: “Per me Umberto non esiste più; resta solo il padre dei miei figli, che gli vogliono bene e lo rispettano come è loro dovere”.

Pupetta sulla scomparsa del figlio disse: “Di Pasqualino non so più niente. Mi facessero sapere con una telefonata o con una lettera anonima. Se per mio marito ho trascorso undici anni in una cella, per vendicare mio figlio affronterei trent’anni di reclusione“. Oltre 40 anni dopo, nella recente intervista a Libero, alla domanda “cosa desidererebbe oggi?”, rispose: “Che i miei ragazzi siano felici. E sapere la verità su chi uccise mio figlio Pascalino”.

La sfida a Cutolo e la conferenza stampa al circolo dei giornalisti

In quegli anni viveva a Napoli e gestiva negozi di abbigliamento. Era il periodo dello strapotere della Nuova Camorra Organizzata e Pupetta, la cui famiglia era legata all’organizzazione rivale (Nuova Famiglia), indisse una conferenza stampa al circolo della Stampa nella villa Comunale di Napoli nel corso della quale sfidò apertamente Raffaele Cutolo: “Se per Nuova Famiglia si intende tutta quella gente che si difende dallo strapotere di quest’uomo, allora mi ritengo affiliata a questa organizzazione”.

Di recente ha precisato: “Desidero chiarire che, in quell’occasione, non dissi, rivolta a Cutolo: “Io ti ammazzo!”, ma dissi: “Se tocchi i mei fratellini io faccio la stessa cosa a te”. La mattina dopo, il telefono di casa mia prese a squillare. Alzavo la cornetta ed erano continue minacce di morte: “Devi morire!”, “Maledetta!”. Incominciai a rispondere per le rime: “Io alle nove, ogni mattina, vado ad aprire il mio negozio di abbigliamento. Ti aspetto là. O muoio io, o muori tu”. Non venne mai nessuno”.

“Non appartengo a nessun clan”

Pur ribadendo anche nel corso dei processi giudiziarie la sua estraneità ai clan di camorra, Pupetta venne condannata perché legata alla criminalità organizzata e alcuni beni (case e negozi tra Napoli e Caserta) vennero sequestrati. Nell’appartamento di 300 metri quadri, su tre livelli (con terrazzi e balconi), presente in via Leopardi a Fuorigrotta, hanno trovato ospitalità negli scorsi anni diversi migranti. L’immobile è gestito dal Comune di Napoli e da associazioni del terzo settore.

Fu accusata di aver ordinato l’omicidio di Aldo Semerari, il criminologo e psichiatra che aveva dichiarato pazzo Cutolo ma venne in seguito fu assolta. Fu assolta anche dalle successive accuse di tentata estorsione ad una banca e di traffico di stupefacenti.

In un’intervista del maggio 2010, Ammaturo, pentitosi agli inizi degli anni Novanta, confessò di aver ucciso Semerari e di aver successivamente depositato la sua testa mozzata davanti al castello di Cutolo: “Gli tagliai io la testa (…) perché si era impegnato con noi della Nuova Famiglia a seguire le nostre cose, ed era ben remunerato da me personalmente, ma Cutolo fece ammazzare uno giù alle camere di sicurezza del tribunale e Semerari gli fece una perizia falsa per farlo assolvere. Era un traditore, chi prende un accordo e non lo mantiene è un traditore”.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Aveva 86 anni, una vita da film. Chi era Pupetta Maresca, lady camorra che sfidò Cutolo. Viviana Lanza su Il Riformista il 31 Dicembre 2021. La vita l’aveva messa più volte davanti a un bivio. Aveva la bellezza e la prorompenza per fare l’attrice. Gli amori, le scelte fatte, il contesto in cui ha vissuto l’hanno resa invece un’icona della camorra. Pupetta Maresca è la figura più controversa della storia della criminalità napoletana. Ha incarnato un po’ tutte le contraddizioni del suo tempo: i valori confusi con l’opportunismo, l’onore scambiato per rispetto camorrista, il senso di giustizia tradito dalle istituzioni e spinto fino al gesto estremo di far da sé.

«Avevo denunciato quella persona una ventina di volte ma appena uscivo dalla Questura lui veniva a saperlo e mi mandava a minacciare. Il giorno che lo incontrai venne verso di me armato, si avvicinò allo sportello della macchina per aprirlo. Mi difesi con la piccola pistola che avevo nella borsetta. Dio ha voluto che a morire fosse lui, ma avrei potuto morire anch’io. Lui esplose dodici colpi, io solo sei». Così Pupetta Maresca ricordava uno dei momenti che più di altri aveva segnato la sua vita. Era giovane, bella e al quinto mese di gravidanza: si ritrovò precocemente vedova. Vide morire tra le sue braccia l’amato Pasquale Simonetti, detto Pascalone ‘e Nola, e si convinse che ad ucciderlo fosse stato Antonio Esposito, Totonno ‘e Pomigliano, loro testimone di nozze. Lo denunciò ma non servì. E undici settimane dopo, lo uccise. Fu condannata e ottenne la grazia. In carcere partorì e scontò dieci anni di reclusione.

Pupetta si era innamorata di Pascalone ‘e Nola che era poco più che una ragazzina. A diciotto anni, il 27 aprile 1955, lo sposò. Un matrimonio sfarzoso, un corteo di trecento invitati, la cerimonia nell’antica chiesa subito dopo Castellammare, il banchetto sulle colline di Pozzano con vista golfo, vino di Gragnano e piatti a base di pesce fresco. E poi la musica napoletana e gli ospiti d’onore, due sindaci e un deputato. Erano gli anni in cui la guerra era alle spalle e grandi opportunità si profilavano all’orizzonte. Anni in cui i confini tra lecito e illecito, tra politica e ambienti criminali, non erano poi così netti, un po’ come adesso. Nei paesi di provincia dell’hinterland napoletano (e Nola lo era), i guappi si conquistavano il rispetto della gente sostituendosi a Stato e istituzioni assenti, si cimentavano anche in questioni politiche e diventavano boss lanciandosi nel contrabbando di sigarette e nel controllo di qualunque cosa potesse creare commercio. Pascalone ‘e Nola puntò al mercato della frutta, arrivando a monopolizzarlo. Il potere, però, attirò presto i contrasti con altri guappi e aspiranti boss della zona, e la mattina del 16 luglio 1955 Pascalone fu ucciso in un agguato. Prima di spirare confidò a Pupetta chi aveva decretato la sua morte.

La donna riferì alla polizia le confidenze del marito ma, senza prove, le sue rimasero solo parole. Fu così che una mattina, mentre andava al cimitero sulla tomba del marito, Pupetta si fece giustizia da sola. Affrontò il processo senza negare le sue responsabilità: «Signor Presidente, sono sfinita. Non posso più lottare. Ho ucciso Esposito per amore di mio marito, perché lo aveva fatto assassinare. Se Pascalone ritornasse a vivere, se lo uccidessero un’altra volta, non potrei agire diversamente», ammise. Fu costretta a partorire il figlio Pasqualino in carcere e per tre anni la casa sua e del suo bambino fu una cella della sezione femminile di Poggioreale. Quando nel 1965 ottenne la grazia, poté riabbracciare il figlio che nel frattempo era cresciuto con la nonna. La vita le offrì a quel punto un’opportunità diversa. Nel 1967 ebbe un ruolo da protagonista nel film Delitto a Posillipo di Renato Parravicini, già nel 1958 Francesco Rosi lavorando a La Sfida si ispirò a lei e alla sua vita. Ma il futuro di Pupetta non era né su un palcoscenico né davanti a una macchina da presa. L’amore la legò ancora una volta, a filo doppio, alla camorra. Si innamorò, infatti, di Umberto Ammaturo, giovane camorrista che trafficava in armi e droga.

Da quella relazione nacquero due gemelli, ma fu un amore travagliato, attraversato e interrotto dal mistero della scomparsa di Pasqualino, il figlio che Pupetta aveva partorito in carcere, scomparso nel gennaio del 1974 dopo un appuntamento con lo stesso Ammaturo. Il suo corpo non fu mai trovato: caso di lupara bianca. Ammaturo fu processato e assolto. Pupetta non lo accusò mai ma lo lasciò, provando a ricominciare da imprenditrice con negozi di abbigliamento aperti nella sua Castellammare di Stabia. Mentre tutti continuavano a evocarla come lady camorra, lei convocò una conferenza nel circolo della stampa di Napoli per dire ai giornalisti e al mondo che non aveva paura di Raffaele Cutolo, allora potente capo della Nuova camorra organizzata che imponeva la tangente su tutto. Era il 13 febbraio 1982, la camorra a Napoli e provincia era divisa tra Nuova Famiglia e Nco. «Se Cutolo tocca qualcuno della mia famiglia, faccio ammazzare senza pietà i suoi killer, i suoi scagnozzi, le donne e i bambini in culla. La Campania è soffocata da un potere occulto, ma presente a tutti i livelli» tuonò Pupetta avvolta nella sua pelliccia di volpe nera. «Se per Nuova Famiglia si intende tutta quella gente che si difende dallo strapotere di quest’uomo, allora mi ritengo affiliata a questa organizzazione» disse col suo fare sfrontato. Poco dopo fu arrestata con l’accusa di aver ordinato l’omicidio di Aldo Semerari, il criminologo e psichiatra che aveva dichiarato pazzo Cutolo, accusa dalla quale fu poi assolta. Ed era stata già assolta dall’accusa di essere la mandante del delitto di Ciro Galli, un fedelissimo di Cutolo ucciso nel 1981 per una vendetta trasversale.

Nel 1986 la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Napoli stabilì che Pupetta Maresca apparteneva alla camorra come affiliata alla Nuova Famiglia. Qualche anno prima, nel 1982, la Rai aveva prodotto una serie ispirata alla sua vita e trasmessa solo dopo dodici anni di contenziosi giudiziari tra la Maresca e la produzione (Il caso Pupetta Maresca). La popolarità di Pupetta tornò in tv, nel 2013 su Canale 5, con la minifiction Pupetta-Il coraggio e la passione, con Manuela Arcuri nei panni di lady camorra. Il giorno dopo la messa in onda della prima puntata Pupetta raccontò: «Ho pagato con lacrime e affanno le mie scelte. La prima volta perché l’uomo a cui sparai avrebbe fatto lo stesso con me. Ma – aggiunse – la reclusione che mi ha fatto veramente male è stata quella legata al secondo arresto, quando finii in carcere per aver parlato di Cutolo, che a quei tempi uccideva tutti i giorni, e per aver detto che era sostenuto dalla politica. È vero, l’avevo minacciato di morte, ma lui minacciava i miei fratelli e io, davanti agli occhi, avevo mio padre che piangeva. Crede che la camorra avrebbe mandato una donna a fare minacce in pubblico? Il mio è stato un impeto di rabbia che ho pagato amaramente. Desidero ancora una carezza da mia madre, una carezza che – concluse – non ho mai avuto».

Pupetta Maresca è morta l’altra sera a 86 anni, stroncata da un arresto cardiaco nella sua casa a Castellammare. In una delle sue ultime interviste si rammaricava per come la politica avesse gettato nel degrado la sua amata provincia. «Ma uno che deve fare per vivere nella propria città con dignità?», si chiedeva. E poi il rimorso di sempre: «L’errore mio è aver ucciso, ma se non lo avessi fatto non sarei qui a parlarne».

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Morta Pupetta Maresca, lady camorra che lanciò la sfida a Cutolo  di Titti Beneduce. Aveva 86 anni e viveva nella sua dimora a Castellammare di Stabia. Il romanzo della sua vita tra criminalità e anche cinema. Titti Beneduce su Il Corriere della Sera il 30 dicembre 2021. morta ieri sera nella sua abitazione di Castellammare di Stabia, Pupetta Maresca. Aveva 86 anni. Malata del tempo, la donna non ha retto all’attacco cardiaco nonostante il soccorso dei medici dell’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia. I funerali si svolgeranno domani. Una vita da romanzo, la sua nel bene e nel male. Da spietata criminale ad attrice di cinema nel film “Delitto a Posillipo”, ispirato alla sua vita. Vedova del boss Pasquale Simonetti, stata protagonista della storia della camorra degli anni ‘80. Lanci la sfida a Raffaele Cutolo quando nel 1955, incinta al sesto mese di gravidanza, uccise a colpi di pistola Antonio Esposito, presunto mandante dell’omicidio del marito. Arrestata e condannata a 13 anni e 4 mesi, in carcere partor il primo figlio, Pasquale, ucciso in un agguato nel 1974. Quando usc spos Umberto Ammaturo, detto ‘o Pazzo, uno dei pi pericolosi criminali italiani di tutti i tempi. Nonostante i due figli avuti dall’uomo, il primo figlio Pasquale, nato da Simonetti, non ebbe mai buoni rapporti con Ammaturo. E quando il giovane spar in circostanze misteriose, tutti gli indizi portavano proprio al patrigno, sebbene prove non ne furono mai trovate. L’uomo fugg poi in Per dove si rifece una vita con una nuova compagna. 

La sfida a Cutolo

Pupetta Maresca manifest apertamente di essere rivale di Raffaele Cutolo e la sua camorra organizzata. Accusata dell’omicidio di Ciro Galli, uomo di fiducia di Cutolo dichiar: Se per Nuova Famiglia si intende tutta quella gente che si difende dallo strapotere di quest’uomo, allora mi ritengo affiliata a questa organizzazione. Nel 1986 venne arrestata nuovamente per affiliazione alla Nuova Famiglia, e i suoi beni vennero sequestrati. Una volta libera ritornata a vivere a Castellammare di Stabia.

I film sulla sua storia

Assunta, detta Pupetta, era la figlia di Alberto Maresca un pericoloso contrabbandiere. Gi da ragazzina si comportava con piglio e personalit: a scuola aggred una sua compagna di classe e fu incriminata per lesioni gravi. La vittima in seguito ritir la denuncia e lei non venne condannata. Da ragazza aveva anche vinto un titolo di Miss. A Napoli aveva due negozi di abbigliamento. Nel 1967 ebbe un’esperienza come attrice cinematografica interpretando il ruolo della protagonista nel film Delitto a Posillipo, diretto da Renato Parravicini, ispirato alla sua vita. Alla sua storia, sono stati dedicati anche diversi film. Fra tutti, “La sfida” di Francesco Rosi (1958), “Il caso Pupetta Maresca” di Marisa Malfatti e Riccardo Tortora (1982, ma trasmesso integralmente solo nel 1994, quando il Tribunale civile di Roma stabil che la trasmissione non dovesse subire tagli e censure perch il film non era “lesivo della reputazione della protagonista”), ed infine “Pupetta – Il coraggio e la passione”, di Luciano Odorisio (2013), fiction di 4 puntate nel quale Pupetta Maresca venne interpretata da Manuela Arcuri.

Pupetta Maresca, la miss che si fece camorrista. Roberto Saviano su Il Corriere della Sera il 30 dicembre 2021. Dal delitto del killer del marito alla parte in un film, la parabola della prima donna boss che sfidò Cutolo. Pupetta Maresca è probabilmente la prima figura criminale che più d’ogni altra ha incarnato in pieno tutti gli elementi mediatici in grado di attirare sulla sua storia una curiosità appassionata e morbosa. Innanzitutto era molto bella, e con “bella” intendo dire che il suo viso e il suo corpo coincidevano con il canone imposto dalle aziende di moda dell’epoca, dagli sceneggiati televisivi, dalla cartellonistica pubblicitaria: aveva il viso gentile della brava ragazza, un corpo minuto che veniva raccontato; era descritta dai rotocalchi come la donna napoletana selvaggia e assassina, ma la sua era violenza per amore, l’amore che vendica il marito con in grembo il frutto di quell’amore. Una giovane sposa e mamma vendicatrice: il melodramma perfetto per gli italiani.

Riscatto protofemminista

In realtà la storia di Pupetta Maresca non incuriosì solo l’immenso pubblico da rotocalco, ma anche una parte di società civile che vedeva in lei una sorta di riscatto protofemminista. Non si era fatta proteggere o vendicare da alcun uomo: padre, fratello, marito, ma anzi aveva protetto suo figlio e vendicato suo marito con le sue stesse mani. Eppure, lungi dall’essere protofemminista, il suo comportamento era in perfetta coerenza con la logica del patriarcato mafioso, della faida di potere e della vendetta. Ne aveva solo cambiato il segno (sostituendo la mano femminile a quella maschile) non modificandone la struttura.

La famiglia dei «lampetielli»

Ma andiamo con ordine. Fu proprio la sua bellezza a darle il soprannome: Assunta Maresca, detta “Pupetta”, che significa “bambolina”. Nasce nel 1935 in un contesto criminale: la sua famiglia è soprannominata “I lampetielli”, piccoli fulmini, perché erano bravi a tirare coltellate. Tutto cambia quando ragazzina vince Miss Rovigliano, un concorso di bellezza a Torre Annunziata, comune vicino Napoli. Li la nota Pasquale Simonetti, camorrista conosciuto come Pascalone ’e Nola. Inizia il corteggiamento, ma quando Pascalone vuole sposare Pupetta, ha un debito in sospeso con la legge. Una condanna non andata in esecuzione. Pupetta conosce bene il ruolo delle donne nel mondo criminale, non vuole passare la vita a fare la vedova bianca, avere un marito che non c’è mai, aspettarlo anni mentre sta in carcere. Prima di sposarlo gli chiede di scontare la pena detentiva - sei mesi - che aveva in sospeso, e darle la prova che dopo non continuerà sulla strada che l’avrebbe tenuto continuamente in carcere.

Il matrimonio

Pascalone accetta, nel 1955 sposa Pupetta al Santuario di Pompei e consegna, con gesto solenne, la sua pistola ai piedi della Madonna, dando così il messaggio di voler diventare altro. Diventare un piccolo proprietario terriero e sottrarsi al crimine. Il suo testimone di nozze è Antonio Esposito, detto Tonino ’e Pomigliano, socio di Pascalone e camorrista al servizio dei latifondisti campani. Pasquale Simonetti aveva un ruolo determinante nella camorra agraria degli anni ’50, gestiva il mercato dei prodotti agricoli della Campania dal Vesuviano al Salernitano. Sostanzialmente, imponeva i prezzi delle patate, dei meloni, dei pomodori, della frutta, dei fiori, delle verdure tutte. Ottanta giorni dopo le nozze di Pupetta e Pasquale, il loro testimone dà l’ordine di morte e fa ammazzare Pascalone ’e Nola. Il killer spara un solo colpo, al polso dove qualsiasi fasciatura è impossibile per frenare l’emorragia. Morirà dissanguato. Antonio Esposito, “Tonino ’e Pomigliano”, fece uccidere il suo compare per tutelare le nuove grandi compagnie di import-export, che mal sopportavano i prezzi tenuti alti sul mercato da Pascalone, e farsi garante presso di loro.

Una vedova assetata di vendetta

Poche settimane dopo il matrimonio, quindi, Pupetta Maresca rimane vedova. Tutti sanno chi è il mandante, ma Antonio Esposito non viene arrestato. Pupetta, incinta di sei mesi, insieme a suo fratello Ciro, all’epoca quattordicenne, in pieno giorno entra nel bar e scarica addosso a Tonino ’e Pomigliano un intero caricatore di Smith&Wesson, quella stessa pistola che, dopo aver deposto ai piedi della Madonna, Pascalone aveva rimesso nel fodero. È dopo questo omicidio che nasce l’epopea: nel 1959 inizia il processo, c’è il New York Times, ci sono i giornali tedeschi e tutta la stampa francese, per la prima volta vengono messi i microfoni nel tribunale di Napoli per far ascoltare bene la voce di Pupetta Maresca. L’opinione pubblica si divide tra “Pupettisti”, secondo i quali l’omicidio era da considerarsi passionale e quindi propendevano per l’assoluzione, e “Antipupettisti”, per i quali era tutta una questione di criminalità.

Un processo mediatico

Pupetta nelle dichiarazioni spontanee del processo dichiarerà: «Ho ucciso per amore, ma anche perché volevano uccidermi. Se mio marito fosse tornato in vita e l’avessero ucciso di nuovo, avrei fatto la stessa cosa». Pronunciando queste parole, Pupetta afferma di stare, quindi, in una logica di camorra, uccidere per non essere uccisi. Veniva da una famiglia criminale, avrebbe potuto mandare chiunque ad attuare quell’esecuzione, ma volle invece farsene carico lei stessa. E qui c’è la peculiarità della camorra rispetto ad altre organizzazioni criminali i cui affiliati credono che, sottraendosi all’arresto, rimanendo impuniti proclamano il proprio potere. Per la camorra le cose stanno diversamente: per Pupetta l’essere arrestata, l’andare in galera, è prova di potere, è prova di coraggio. È la prova provata che sia stata proprio lei a commettere l’omicidio, e questo le dà il merito e la forza. Verrà condannata a diciotto anni, mentre suo fratello, minorenne, a dodici.

La nascita del mito

Dopo questa storia nasce il mito di Pupetta. Viene graziata dopo dieci anni di carcere e parteciperà a un film, oltre che a infinite interviste a pagamento. Il film si chiama Delitto a Posillipo: una pellicola modesta, del 1967, con la regia di Renato Parravicini, dove c’è Pupetta Maresca che canta in carcere una canzone che ha scritto lei. Hans Magnus Enzerberger scriverà delle pagine importantissime, raccolte nel saggio Politica e crimine, Bollati Boringhieri, sulle vicende di Pupetta Maresca, donna che si emancipa, laddove, mentre le donne borghesi attendono che i diritti concedano loro di fare cose, lei prende a due mani il suo destino e spara, con la violenza si prende il suo ruolo. Ma l’attenzione internazionale per Pupetta non finisce qui: una delle maggiori studiose di crimini al mondo, Clare Longrigg del Guardian, ne ha scritto in un libro, Mafia Women: la maggior parte delle informazioni più accreditate le abbiamo da lei, che l’ha incontrata e a lungo intervistata.

Il legame col mondo criminale

Che Pupetta fosse completamente interna al mondo criminale e che l’omicidio di Tonino ’e Pomigliano c’entrasse poco con una difesa unicamente sentimentale, lo mostra il fatto che, uscita dal carcere, si lega a un uomo che nelle storie di camorra ha avuto un grande spessore: Umberto Ammaturo. Ammaturo, detto Umbertino la volpe, per la sua infinita furbizia, non era un camorrista classico.

Il rapporto con Ammaturo

Anche in questo caso, Pupetta si lega a una figura del tutto particolare, che per ragioni di guerra si troverà contro Raffaele Cutolo: era infatti membro negli anni Ottanta del cartello nemico del boss, la Nuova Famiglia. Ma in fondo, più che un camorrista classico, Umberto Ammaturo è un narcotrafficante. In diverse documentazioni di quegli anni dell’Fbi e della DEA, viene considerato addirittura il maggiore importatore di cocaina; probabilmente, prima dell’egemonia calabrese, Ammaturo è l’ultimo napoletano ad avere il ruolo di re e monopolista dell’importazione di cocaina. È stato una figura potentissima. Per comprendere il valore di Ammaturo, basta dire che Francesco Schiavone, che poi diverrà il capo del clan dei Casalesi, gli è vicinissimo; Schiavone, a vent’anni, fa da autista ad Ammaturo, e fare da autista significa godere della piena fiducia del capo, sia per una questione di protezione militare, sia soprattutto perché si conoscono tutti gli spostamenti, non è un ruolo secondario. Il futuro capoclan si farà le ossa come autista di Umberto Ammaturo. Pupetta e Ammaturo non si sposeranno mai, ma avranno due gemelli. Invece il figlio, Pasqualino, avuto con Pascalone ’e Nola, sparirà nel gennaio del 1974: aveva intrapreso anche lui la via criminale. Pupetta sospetterà che sia coinvolto Umberto Ammaturo in questa sparizione perché Pasquale non aveva mai accettato di vedere il padre sostituito da Umbertino a’ volp. Per la giustizia italiana, Ammaturo fu assolto circa l’omicidio del figliastro, e Pupetta disse: »Ho sempre pensato che Pasqualino dava fastidio a Umberto, era troppo simile a suo padre». ma aggiunse che, se Umberto Ammaturo le avesse confessato l’omicidio, « lo avrei ucciso senza esitare».

Lo scontro con Cutolo

Dopo questo episodio, le cose andarono sempre peggio, e i due si separarono definitivamente nel 1982. Quello che fu l’errore più grande, comunicativamente, di Pupetta Maresca, avvenne proprio in quell’anno: sfrutta la sua fama mediatica per convocare i giornalisti al Circolo della Stampa di Napoli, il 13 febbraio 1982. In un bellissimo luogo, nella Villa Comunale di Napoli, fa una dichiarazione di guerra: «Se Cutolo mi tocca qualcuno della mia famiglia, faccio ammazzare senza pietà i suoi killer, i suoi scagnozzi, le donne e pure i bambini in culla. La Campania è soffocata dal potere occulto di Raffaele Cutolo». Questa dichiarazione non spaventò affatto l’NCO di Raffaele Cutolo, ma mostrò tutta la vulnerabilità in cui si trovava Pupetta, che non si sentiva più protetta da Umberto Ammaturo e si trovava a metà strada tra cutoliani e la Nuova famiglia: non era della Nuova Famiglia ed era allo stesso tempo nemica dichiarata di Cutolo. Pensò forse che quella dichiarazione potesse dare uno scudo mediatico a lei e i suoi fratelli, invece cambiò per sempre la percezione della sua figura: perse il romanticismo di cui si era ammantata sui rotocalchi e divenne una classica camorrista.

L’omicidio di Aldo Semerari

Molti pentiti, negli anni, la accusarono. Dopo la conferenza stampa, un giornalista intervenne dicendo: «Ci avete convocati per dare messaggi di morte. Noi abbiamo delle regole, rispettiamo la giustizia». Lei rispose: «Io e la giustizia non siamo mai stati grandi amici». Intendeva dire chiaramente che lei era stata vessata dalla vita, era stata sfortunata, e che quindi aveva tutto il diritto di gestirsela lei, la giustizia, e non di vederla gestita da altri. Questa mossa improvvisa ebbe conseguenze giudiziarie: fu arrestata per l’omicidio di Aldo Semerari, un criminologo psichiatra. Fu poi assolta, e venne in seguito indagata e assolta per estorsione a una banca, poi per traffico di stupefacenti... Sostanzialmente, dopo la dichiarazione in conferenza stampa, molti pentiti hanno avuto agio di accusarla. Venne accusata anche per l’omicidio di Ciro Galli, un uomo di Raffaele Cutolo. La condanna effettiva che ebbe fu la confisca dei beni, perché il Tribunale di Napoli dichiarò che era un’affiliata della Nuova Famiglia, e che in fondo, nello scacchiere tra NCO e Nuova Famiglia, anche per il legame con Ammaturo, che fu di fatto un anticutoliano, anche Pupetta apparteneva, anche se solo simbolicamente, a quella fazione.

Figura-simbolo

Pupetta Maresca ha così appassionato le cronache perché sembrava una figura da feuilleton, in grado di tenere dentro la contraddizione della giustizia, che attira il lettore sin dalla notte dei tempi. Una donna che, certo, commette ingiustizia, ma lo fa in nome di una giustizia che l’istituzione, l’apparato, non riconosce, soprattutto verso i deboli. Lei si frappone tra la povertà ignorata dalle istituzioni e il mondo criminale, tra l’ingiustizia di genere, la donna che subisce la perdita del marito, e il riscatto di genere, la donna che non aspetta tribunali o fratelli che la vadano a vendicare, ma si vendica con le sue mani. È lì che si crea il fascino, dove l’individuo si fa eroe caricandosi di un comportamento illegale per un fine presentato o percepito come giusto. Questa è stata la leggenda, mentre in realtà lei, la sua famiglia, il figlio scomparso, sono sempre stati dei criminali immersi in logiche di profitto criminale.

La sua antipatia per «Gomorra»

Ha avuto una vita lunga, Pupetta, è morta a ottantasei anni nel suo paese, a Castellammare di Stabia, coccolata e raccontata al punto che le è stato dedicato uno sceneggiato ( assai modesto) televisivo con Manuela Arcuri che ne fece una vera apologia. Mi ha sempre stupito che poco prima di morire avesse con disgusto guardato Gomorra, accodandosi a una vulgata, per la verità più borghese che popolare, di un’esaltazione del crimine, proprio lei che in realtà aveva dichiarato pubblicamente che avrebbe ucciso persino bambini in culla come vendetta, proprio lei che aveva ricevuto una celebrazione con una fiction da prima serata, proprio lei accusava il racconto del crimine come un modo per affascinare e creare nuove leve. Vecchia e consumata storia. Pupetta porta con sé tutta la tragedia della recente storia napoletana: il crimine visto come escrescenza della miseria, con la punta di fascino che piace alla borghesia consentendole di osservare, con lo stesso sguardo che si dedica al folklore, una terra irrorata di sangue. Pupetta con la sua bellezza e il suo coraggio era riuscita ad appassionare anche e soprattutto la Napoli ( e non solo) non criminale. Un modo consolatorio per sentirsi estranei alle dinamiche criminali, guardarle con fascino... E invece Pupetta Maresca è stata decisamente altro, è la disperazione di una terra costretta sempre a essere raccontata con codardia, brandendo la bellezza del golfo contro chiunque ne racconti il sangue, pensando che descrivere una faida sia ignorare le sue chiese e i suoi Decumani. Tutt’altro: descrivere le faide significa invece onorare le sue chiese e i suoi Decumani, e ricordare che sono state costruite sul sangue. Non c’è verità, se la bellezza non viene raccontata nel profondo delle sue contraddizioni, se non si rifugge la tentazione di descrivere una cartolina inesistente, se non ci si impegna a cercare una traccia di verità.

Estratto del libro “Un giorno di questi” di Marco Ciriello - la memoria è di Francesco Palmieri il 30 dicembre 2021. «Ognuno si costruisce la sua sorte, la mia è di sofferenza. Guardi, guardi le mie rughe sono tutte di tristezza». E indica la fronte, sotto i capelli rosso fuoco. Le parole caricate con forza, la sento parlare e me la ricordo alla conferenza stampa del 13 febbraio ’82 quando Assunta Maresca, Pupetta, rese pubblica la sua ostilità a Raffaele Cutolo e alla NCO (la nuova camorra organizzata). 

Lanciò accuse contro i sicari, aveva paura per il fratello Ciro, forse quella conferenza-comizio gli salvò la vita, fu una grande intuizione, che le costò una mazzetta di ordini di cattura e comunicazioni giudiziarie. «Parlare mi è costato caro, per questo me ne sono stata zitta per quasi cinque anni, avevo bisogno di riflettere e pensare. Sapevo che dopo quella parlata dovevo aspettarmi conseguenze. Ma bisognava farla. E poi, chi deve morire muore, anche se rimane zitto».

Ha lavorato duro, almeno così racconta: «Sono in grado di trattare una compravendita perfino per telefono. Mi sono dedicata al commercio con più impegno di prima. Il lavoro costruito col tempo non poteva andare distrutto in questi tre anni di carcere. E poi la boutique mi fa vendere, soprattutto mi mantiene a contatto col pubblico». Quando le chiesi di parlare – andando nel suo negozio di abbigliamento uomo, donna, bambino, in via Leopardi a Fuorigrotta – prima disse no, poi sì, poi ancora no, e infine riuscimmo a sederci intorno a un tavolo per fare l’intervista, due giorni prima di Natale.

Mi ricevette in cucina, sempre cucine, come negli altri posti, pur avendo una bella casa. Non so se ricevere le persone in cucina significava dare una maggiore intimità o tagliarle fuori dalle altre stanze, di sicuro aveva un salotto. Andare a casa di queste persone significava andare nella loro cucina, anche i Bonanno nella loro casa sciatta mi ricevevano in cucina. Era quella la loro scena. 

E in mezzo una donna che emana potenza, una potenza della terra, che però la condanna a dominare, controllare quelli che le stanno intorno, essere sempre in testa. Mi appare come una cavalla imbizzarrita che però non commette errori, sa sempre cosa fare, anche se lo fa con l’intuito e non con la ragione. Sarà che quando le stai di fronte non puoi fare a meno di pensare che è la donna che a vent’anni uccise Antonio Esposito per vendicare la morte di Pascalone ’e Nola: «Ho pagato per questo, dieci anni di carcere. Ho sempre pagato ogni mia scelta. Anche per Ammaturo ho ricevuto molti fastidi».

Ammaturo è Umberto, boss. «Lo conobbi nel ’66 quando uscii dal carcere. Avemmo due gemelli, ed è finita lì. Lui ora è solo il padre dei miei figli. È di dominio pubblico il suo attuale rapporto con una donna di colore. Non c’ho mai vissuto insieme e mi meraviglia che qualunque cosa faccia Ammaturo la gente si rivolga a me. Io sto con i miei figli e basta, conduco vita appartata. Non vado a cinema né a teatro. E la sera per le nove sto a letto. Eppure, io voglio bene alla gente, sento il richiamo umano degli altri. Purtroppo pochi la pensano come me e ricambiano. E questo mi sconvolge». 

È il racconto di una donna che vuole mostrare che è dura, che è risorta, nonostante tutto, e che non ha paura mai: «Ho pellegrinato da un carcere all’altro, senza pace. Dopo le dichiarazioni, dopo quella parlata contro Cutolo su di me si è abbattuta la bufera. Ma era l’unico modo di salvare la vita dei miei fratelli. E in quelle condizioni, lo rifarei anche oggi, ora, domani. Non fu una passerella, come hanno detto. Volevo sollecitare magistratura, polizia e opinione pubblica a intervenire per porre fine a quella lotta sanguinosa, tante persone ammazzate senza motivo. Lo feci anche per loro». E la camorra? «La leggo dai giornali, penso che sia esistita sempre. Ma adesso si esagera. Oggi tutto fa camorra. Pure lo scippatore, i medici che rubano. Conviene così, fa più notizia».

Donna che poteva indossare molte maschere, non voleva sottolineare in alcun modo la sua valenza femminile, ma semplicemente si poneva al di là del sesso per le cose che diceva. Ha perso un figlio, quello di Pascalone. «Sono stati crudeli, dovevano tenere conto della sua giovane età, e che aveva una madre». 

Quasi che la camorra attraverso la morte dell’uomo che amava e del figlio avuto da lui le avesse sfilato tutto il legame con quella sua vita precedente. C’è una doppia Pupetta, forse tripla addirittura. Si porta dietro l’eredità dell’orgoglio di aver vendicato la prima delle due morti, e la rabbia di non poter replicare alla seconda, che diventa coraggio e rivendicazione verbale.

«Fui sposata con lui ottanta giorni. Meravigliosi. Poi il buio della cella. Era un gigante buono, l’uomo dei miei sogni. Ancora desidero le cose migliori, come se non fossero mai venute. Ero troppo giovane quando le ho vissute». Si sente la sua ricerca della spensieratezza, mentre parliamo penso che non mostra sensualità, nemmeno elementi di seduzione, è presa dalla missione principale: «Voglio essere scagionata. Non sono la Madame Camorra che hanno dipinto. Chi è innocente non può rassegnarsi. Amo disperatamente i carcerati, chiunque siano. Perché c’è chi non ha la forza o la possibilità di reagire come ho fatto io, e magari resta dentro anche l’innocente. Ho girato tanti istituti di pena. Orribili. Solo a Nisida e Avellino ho trovato rispetto per i detenuti».

E Napoli? «Forse la lascerò, non lo so. Prima non l’avrei abbandonata. Mi sembra che stia perdendo la solidarietà umana. Oggi si ammazzano gli uni con gli altri e nessuno interviene. Manca il coraggio: io darei la vita per uno sconosciuto. Sono un’istintiva, non condivido questa apatia. È come se anche il sole e la luna di Napoli non fossero più quelli che amavo». È davvero sola? «Sì, ma mi sento forte. Sono credente. È come se un esercito invisibile si schierasse con me».

Giovanni Terzi per “Libero quotidiano” l'1 novembre dicembre 2021.

"Le Figaro" l'aveva chiamata "Madame Camorra"; Manuela Arcuri la interpretò in una fiction. Lei, Pupetta Maresca, si descrive come una donna che amava cantare, vivere e che, se ha ucciso , l'ha fatto solo per senso di giustizia. 

Certo è che della vita di Pupetta Maresca rimangono saldi alcuni avvenimenti storici. Un matrimonio lampo con Pasquale Simonetti, boss del mercato di Napoll e amico di Lucky Luciano, freddato per motivi di controllo del territorio.

Un omicidio commesso per "giustizia " da Pupetta nei confronti di chi le portò via l'amore . Un secondo matrimonio con Umberto Ammaturo, boss della camorra e affiliato alla parte degli stabiesi, oltre che alleato con Escobar nel traffico internazionale di armi. 

Pupetta ha vissuto in prima persona la guerra tra clan a Napoli che in soli tre anni fece più di 1.500 morti all'inizio degli anni Novanta ed oggi, malata, racconta qualche stralcio di una vita vissuta sempre al limite ma, come dice lei, sempre con passione.

Parlando con Pupetta Maresca si comprende un pezzo di cultura della criminalità organizzata degli anni Ottanta e Novanta. Un pezzo di storia italiana, che sarebbe assur-do dimenticare. 

«Gomorra è diseducativa per i bambini. Ho visto una puntata, ma di fronte a certe scene anch' io ho spento la tv». A parlare è Pupetta Maresca, la donna della camorra che osò sfidare il capo della criminalità organizzata di Napoli Raffaele Cutolo negli anni Ottanta. 

Oggi Pupetta, una storia da film, non sta bene. La incontro nella sua casa di Castellammare di Stabia, all'ultimo piano di uno stabile che ha visto combattere i clan della Nuova Camorra Organizzata, quella di Cutolo, contro quelli della Nuova Famiglia, dei Giuliano, Bardellino e Ammaturo. 

Nonostante la malattia Pupetta è sempre una bella donna, la cui vita è passata dal carcere al cinema per terminare con le fiction. «Sono nata il 19 gennaio 1935 a Castellammare di Stabia, in via Tavernola 29. Eravamo sette figli: quattro maschi e tre femmine. Delle femmine, io ero la più grande. Due maschi erano più grandi me, gli altri due più piccoli»

Che tipo di famiglia eravate, Pupetta?

«Una famiglia agiata, la nostra, e un padre padrone. Anche la mamma, per dire la verità, non scherzava. Era autoritaria. Ma la severità di papà era unica. Se arrivava a casa una persona con la quale lui doveva parlare a quattr' occhi, bastava un suo sguardo e dovevamo scomparire tutte quante noi donne. Altrimenti, botte».

Cosa faceva tuo padre?

«Avevamo una salumeria molto avviata e, poco distante, la macelleria. Io tutte le mattine, alle sei in punto, prendevo servizio alla macelleria, per poi rientrare a casa per occuparmi delle faccende domestiche: fare i letti, lavare, stirare. Cantavo ad alta voce le canzoncine che andavano di moda e la gente passava davanti al negozio e mi ascoltava sorridendo. Eravamo in piena guerra e anche noi, a Castellammare, dovevamo subire i bombardamenti aerei americani». 

Che ricordi hai della Seconda guerra mondiale?

«Ero piccolina, ma ne ho tanti stampati nella mia memoria. Ricordo dopo l'8 settembre del 1943, il giorno dell'armistizio, arrivarono i tedeschi con i mitra spianati. La sera salivano sul monte a piedi e ci guardavano con occhi feroci. Una mattina, dal balcone di casa mia, vidi i tedeschi catturare i maschi ad uno ad uno per portarli nei lager. Feci in tempo ad urlare a papà: "Scappa! Scappa! Fùi, fùi, fùi". E si salvò. Avevo paura del buio...». 

Che ricordo hai degli americani?

«Tedeschi e fascisti avevano perso la guerra e gli americani erano simpatici, molto carini. Cantavano, ci rifornivano di cioccolato e di ogni altro cibo. C'era da mangiare per tutti. Si cominciava ad essere felici. Gli anni del dopoguerra furono gli anni che videro l'inizio della mia adolescenza. Ricordo con nostalgia il rock». 

...e il tuo primo amore?

«Un ragazzo tedesco, figlio di un esperto contabile che lavorava a Napoli, presso la direzione della flotta dell'armatore Achille Lauro, e che a Napoli aveva trasferito tutta la famiglia: la moglie e i quattro figli: Laura, Anna e Mattia. Del quarto non ricordo il nome.

Ma il mio primo ragazzo fu Mattia, che si era innamorato di me. Suo padre, durante l'occupazione, collaborava con i nazisti e faceva loro da guida quando si recavano ad arrestare i militari italiani che si erano nascosti con l'intenzione di resistere all'occupazione». 

E tu?

«Quando venni a saperlo, lo rinfacciai a Mattia, gli diedi del traditore. Non volli più saperne di lui. Poi ebbi un flirt con un ragazzo di circa diciott' anni, Bruno. Famiglia benestante, proprietaria di un importante caseificio. 

A Bruno piacevano le canzoni, come a me, e le cantavamo assieme. Ma lui era un po' violento. Troppo, per me. Una sera picchiò a sangue una ragazza che ci aveva molestato. Lo lasciai. Mi accadrà poi di incontrarlo casualmente alcune volte, a Napoli, in compagnia della moglie e della loro figlia. E finalmente conobbi Pasquale Simonetti...». 

Pascalone O' Nola.

«Pochi giorni dopo esserci conosciuti mi disse che ero bella, che gli piacevo, che mi voleva sposare. Non potei resistere più di sei mesi. E ci sposammo. Per poco tempo riuscimmo ad essere felici assieme. Perché e affiliato alla parte degli stabiesi, oltre che alleato con Escobar nel traffico internazionale di armi. me lo ammazzarono».

Come accadde?

«La macchina, a volte la guidava l'autista, a volte Pascalone, e ricordo come fosse ieri la mattina in cui un'automobile prese a inseguirci. Pascalone era al volante e appena se ne rese conto frenò bloccando l'inseguitore, scese, aprì la sua portiera e lo tirò fuori come se fosse una borsa. Io ebbi paura e lo supplicai di lasciarlo andare. Così lo lasciò andare.

Era il primo segnale del conflitto che stava aprendosi tra Pascalone e Antonio Esposito, "Totonno 'e Pomigliano", per il controllo del mercato ortofrutticolo. Il conflitto riguardava il prezzo delle patate. 

Esposito voleva abbassare i prezzi. Pascalone era di parere opposto: li voleva più altio. Due punti di vista, e due personalità, inconciliabili. Finchè si giunse a quel terribile 16 luglio 1955, esattamente ottanta giorni dopo il nostro sì matrimoniale». 

Lei era già incinta?

«Sì. Ottanta giorni erano trascorsi tra le nostre nozze e l'assassinio di Pascalone. E ottanta esatti ne trascorsero tra la morte del mio amato marito e la mia vendetta, anzi giustizia, che si concretizzò con l'uccisione, a colpi di pistola, di colui che aveva ordinato di uccidere Pascalone. Non capivo niente.

Ero una ragazza che voleva andare a ballare, che voleva essere felice. Sul corpo di Esposito furono trovati altri colpi di pistola oltre a quelli che avevo sparato io. Chi furono quelli che gli spararono? Non è stato mai provato che fu proprio la mia pistola ad ucciderlo». 

Perché uccise?

«Io avevo ucciso per amore, cioè per vendicare il mio uomo, e per non essere ammazzata, non soltanto io, ma anche il bambino che portavo in grembo. Cioè, avevo sparato per legittima difesa». 

Lei andò in carcere, e lì nacque Pascalino, il figlio del suo marito assassinato.

«Pascalino nacque a gennaio e per me fu un momento bellissimo, di grande gioia, anche se già immaginavo il dolore che mi avrebbe aggredito quando, dopo il periodo di allattamento, avrei dovuto separarmi da lui».

La sua fama divenne internazionale, addirittura ricevette in regalo abiti per suo figlio dalla regina di Persia.

«Fu così, un gesto molto bello che ricordo con affetto». 

Uscita dal carcere si fidanzò con Ammaturo, uno dei boss della camorra. Come andò?

«Umberto lo avevo conosciuto a casa di una mia amica, poco tempo dopo essere tornata in libertà. Mi sentivo sola. Avvertivo di essere incompresa anche da parte dei miei genitori. Una sera venne a prendermi e mi portò a cena a Pompei. Poi, correttissimo, mi riportò a casa. Mi corteggiava, mi telefonava con insistenza. Ci sposammo e dal nostro amore nacquero due figli». 

Ammaturo poi si è pentito e ha dichiarato che è stato lui a uccidere Semeraro, tagliandogli la testa perché aveva tradito.

«Se lo ha detto lui... Quel periodo fu terribile, e in tre anni ci furono più di 1500 esecuzioni nella lotta tra Cutolo e la Nuova Famiglia». 

E la sua conferenza stampa contro Cutolo al circolo della stampa di Napoli?

«C'era in palio la mia vita. Se avessi taciuto, sarei morta nel silenzio e nell'indifferenza generale. Desidero però chiarire che, in quell'occasione, non dissi, rivolta a Cutolo: "Io ti ammazzo!", ma dissi: "Se tocchi i mei fratellini io faccio la stessa cosa a te". 

La mattina dopo, il telefono di casa mia prese a squillare. Alzavo la cornetta ed erano continue minacce di morte: "Devi morire!", "Maledetta!". Incominciai a rispondere per le rime: "Io alle nove, ogni mattina, vado ad aprire il mio negozio di abbigliamento. Ti aspetto là. O muoio io, o muori tu". Non venne mai nessuno.

E tuttavia trascorsi giorni di tensione, di paura, soprattutto pensando alla tutela dei miei due figli gemelli, allora dodicenni, che frequentavano le medie e ogni mattina dovevano recarsi na scuola». 

I giornalisti, la stampa, l'avevano idealizzata, era diventata una "tagliatrice di teste": nacque il mito di Pupetta. Oggi Pupetta cosa desidererebbe?

«Che i miei ragazzi siano felici. E sapere la verità su chi uccise mio figlio Pascalino».

·        È morto Desmond Tutu.

Da open.online il 26 dicembre 2021. L’arcivescovo Desmond Mpilo Tutu, famoso oppositore dell’apartheid in Sudafrica, è morto all’età di 90 anni. Primo arcivescovo di colore a Città del Capo, Tutu vinse il premio Nobel per la pace nel 1984. Ha coniato la famosa espressione «Rainbow Nation» per riferirsi al suo paese d’origine poi ripresa da Nelson Mandela. Ha superato una diagnosi di cancro alla prostata nel 1996. La sua visione politica era ispirata al concetto africano di ubuntu, ovvero quello di una società senza divisioni e nella quale ciascuna persona ha un ruolo. Dopo la fine dell’apartheid guidò la Commissione per la verità e la riconciliazione, si è battuto anche contro le discriminazioni dei gay nella chiesa e si è detto favorevole all’eutanasia. In suo onore Miles Davis chiamò “Tutu” il suo album pubblicato nel 1996, mentre gli U2 lo citarono espressamente nella canzone Silver and Gold, polemizzando con le nazioni che non volevano appoggiare il boicottaggio economico del Sudafrica all’epoca dell’apartheid.

È morto Desmond Tutu, l’arcivescovo che sconfisse l’apartheid in Sudafrica. Carlo Baroni su Il Corriere della Sera il 26 Dicembre 2021. Desmond Tutu è morto oggi all’età di 90 anni: con lui si chiude il capitolo più importante della storia del Sudafrica. È stato il volto sorridente nella lotta contro l’apartheid. Ha demolito il razzismo con la forza delle sue parole. Alle quali non sapevi controbattere. Desmond Tutu è morto oggi, 26 dicembre, a Cape Town. Aveva 90 anni. E con lui si chiude il capitolo più importante della storia del Sudafrica. 

«Il presidente Cyril Ramaphosa esprime, a nome di tutti i sudafricani, la sua profonda tristezza per la morte dell’Arcivescovo emerito Desmond Mpilo Tutu», si legge in una nota della presidenza della Repubblica sudafricana. «La sua scomparsa è un altro capitolo del lutto della nostra nazione: diamo l’addio a una generazione di formidabili concittadini che hanno contribuito a lasciarci in eredità un Sudafrica libero». 

Come religioso, Tutu aveva potuto esporsi di più. Ma anche le responsabilità erano aumentate. La sua voce era il megafono di una sofferenza che non si poteva urlare. 

Veniva da una famiglia povera, ma non indigente, dell’etnia Xhosa, la stessa di Nelson Mandela. Studi in Inghilterra ed esperienze in giro per il mondo. Aveva capito che il sistema di segregazione razziale non si poteva abbattere con la violenza, anzi il terrorismo dei gruppi armati giustificava la repressione. Ma comprendeva la rabbia di chi veniva oppresso. «Se siete neutrali in situazioni di ingiustizia, avete scelto la parte dell’oppressore. Se un elefante ha la zampa sulla coda di un topo e voi dite che siete neutrali, il topo non apprezzerà la vostra neutralità». 

La comunità internazionale aveva colto nei gesti di questo piccolo vescovo i germi di un cambiamento che sembrava impossibile a tutti gli analisti politici. 

Nel 1984 gli era stato conferito il premio Nobel per la Pace. Un avvertimento per gli architetti dell’apartheid. 

Ma la firma indelebile di Desmond Tutu sarà quella scritta sulle pagine del dopo apartheid. Quando era il momento di provare a lacerare le ferite e a non permettere che i nuovi padroni diventassero a loro volta oppressori. 

L’intuizione geniale della Commissione per la Verità e la Riconciliazione metterà vittime e carnefici intorno allo stesso tavolo. Gli uni a chiedere un perdono che non lavava via le macchie del passato ma era pur sempre una ripartenza, gli altri ad accettare di rinunciare a una vendetta più che comprensibili secondo i canoni umani. 

In questo Desmond Tutu è stato grande.

È morto Desmond Tutu, l’arcivescovo che lottò contro l’apartheid in Sudafrica. Primo vescovo nero di Johannesburg e premio Nobel per la pace, Tutu ha sempre lottato per difendere gli oppressi. Aveva 90 anni. Il Dubbio il 26 dicembre 2021. È morto all’età di 90 anni l’arcivescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu, icona della lotta contro l’apartheid e premio Nobel per la pace. Ad annunciarlo in una nota è il presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, esprimendo «una profonda tristezza a nome di tutti i sudafricani». «La scomparsa dell’arcivescovo emerito Desmond Tutu – ha detto – è un altro capitolo del lutto nell’addio della nostra nazione a una generazione di eccezionali sudafricani che ci hanno lasciato in eredità un Sudafrica liberato». Primo arcivescovo anglicano nero di città del Capo, Tutu ha sempre lottato per difendere gli oppressi e coloro che non avevano diritti. Sono diverse le sue iniziative politiche rivolte ad abbattere le differenze tra bianchi e neri nel Paese che lo hanno portato a ricevere il Nobel per la Pace nel 1984. È stato anche presidente della commissione Truth and Reconciliation Commission che aveva il compito di indagare sulla violazione dei diritti umani. Suoi gli scritti Crying in the wilderness (1982) e Hope and suffering (1983), No future without forgiveness (1999) e God has a dream: a vision of hope for our time (2004). Sarebbe stata coniata da lui la frase Rainbow Nation, nazione arcobaleno, per descrivere il suo paese. Nemico giurato dell’apartheid, Tutu ha lavorato instancabilmente, in modo non violento, per la sua sconfitta. Il prelato dalla voce schietta usò il suo pulpito come primo vescovo nero di Johannesburg e in seguito arcivescovo di Città del Capo, nonché frequenti manifestazioni, per galvanizzare l’opinione pubblica contro l’iniquità razziale sia in patria che a livello globale. Desmond Mpilo Tutu è nato il 7 ottobre 1931 a Klerksdorp, una città a ovest di Johannesburg, ed è diventato insegnante prima di entrare al St. Peter’s Theological College di Rosetenville nel 1958 per la formazione sacerdotale. Fu ordinato sacerdote nel 1961 e sei anni dopo divenne cappellano dell’Università di Fort Hare. Si trasferisce nel minuscolo regno dell’Africa meridionale del Lesotho e di nuovo in Gran Bretagna, con Tutu che torna a casa nel 1975. Diventa vescovo del Lesotho, presidente del South African Council of Churches e, nel 1986, primo arcivescovo anglicano nero di Cape Town. Tutu fu arrestato nel 1980 per aver preso parte a una protesta e in seguito gli fu confiscato il passaporto per la prima volta. Ha recuperato il documento per effettuare viaggi negli Stati Uniti e in Europa, dove ha tenuto colloqui con il segretario generale delle Nazioni Unite, il Papa e altri leader della chiesa. 

Aveva 90 anni. E’ morto Desmond Tutu, il premio Nobel per la pace che ha lottato contro l’apartheid in Sudafrica. Redazione su Il Riformista il 26 Dicembre 2021. Il Sudafrica e il mondo intero piange la scomparsa di un’icona della lotta contro l’apartheid. È morto all’età di 90anni l’arcivescovo anglicano del Sudafrica Desmond Tutu, che vinse il premio Nobel per la Pace nel 1984 per la sua opposizione non violenta al governo razzista della minoranza bianca in Sudafrica.

Ad annunciarlo in una nota è il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, esprimendo “una profonda tristezza a nome di tutti i sudafricani”. Ramaphosa lo ha descritto come “un patriota senza eguali; un leader di principio e pragmatismo che ha dato significato all’intuizione biblica che la fede senza le opere è morta”.

“Il decesso dell’arcivescovo emerito Desmond Tutu è un altro capitolo di lutto nell’addio della nostra nazione a una generazione di sudafricani eccezionali che ci hanno lasciato in eredità un Sudafrica liberato”, ha aggiunto il leader del Sudafrica.

Il prelato, soprannominato ‘the Arch’, era malato da mesi. Non parlava più in pubblico, ma sorrideva ancora alle telecamere che lo seguivano nei suoi spostamenti, come quando è andato a ricevere il vaccino anti-Covid in un ospedale del Paese.

La morte di Tutu arriva poche settimane dopo quella dell’ultimo presidente sudafricano dell’era dell’apartheid, FW de Clerk, morto all’età di 85 anni.

L’impegno nella lotta contro il razzismo

Il prelato dalla voce schietta usò il suo pulpito come primo vescovo nero di Johannesburg e in seguito arcivescovo di Città del Capo, nonché frequenti manifestazioni, per galvanizzare l’opinione pubblica contro l’iniquità razziale sia in patria che a livello globale.

Con la fine della triste parentesi dell’apartheid, dopo che Nelson Mandela era stato eletto presidente del nuovo Sudafrica, Tutu ideò e presiedette la Truth and Reconciliation Commission, creata nel 1995 con il compito di indagare sulla violazione dei diritti umani.

La commissione, impegnata in un doloroso e drammatico processo di pacificazione fra le due parti della società sudafricana, mise in luce la verità sulle atrocità commesse durante i decenni di repressione da parte dei bianchi. Il perdono fu accordato a chi, fra i responsabili di quelle atrocità commesse avesse pienamente confessato: una forma di riparazione morale anche nei confronti dei familiari delle vittime.

Il percorso religioso

Nato il 7 ottobre 1931 a Klerksdorp, una città a ovest di Johannesburg, Tutu è diventato insegnante prima di entrare al St. Peter’s Theological College di Rosetenville nel 1958 per la formazione sacerdotale. Ordinato sacerdote nel 1961, sei anni dopo diventa cappellano dell’Università di Fort Hare. Poi il suo impegno tra Sudafrica e Regno Unito. Si trasferisce prima nel minuscolo regno dell’Africa meridionale del Lesotho e poi di nuovo in Gran Bretagna. Ritorna nuovamente a Lesotho nel 1975, dove diventa vescovo e presidente del South African Council of Churches. Nel 1986 è il primo arcivescovo anglicano nero di Cape Town.

Tutu fu arrestato nel 1980 per aver preso parte a una protesta e in seguito gli fu confiscato il passaporto per la prima volta. Ha recuperato il documento per effettuare viaggi negli Stati Uniti e in Europa, dove ha tenuto colloqui con il segretario generale delle Nazioni Unite, il Papa e altri leader della chiesa.

Autore di numerosi scritti con cui ha divulgato la sua idea di lotta non violenta contro il razzismo, Tutu avrebbe coniato la frase Rainbow Nation, nazione arcobaleno, per descrivere il suo paese.

·        E’ morto il regista e produttore Jean-Marc Vallée.

Jean-Marc Vallée rip. Marco Giusti per Dagospia il 27 dicembre 2021. Ci ha fatto piangere con “Dallas Buyers Club”, e ha dirette le migliori serie al femminile degli ultimi tempi, “Sharp Objects” e “Big Little Lies”. Ha diretto grandi attori, da Laura Dern a Nicole Kidman, da Jake Gyllenhaal a Naomi Watts, dando nuova vita alle carriere di Matthew McConaughey e Jared Leto, entrambi premiati con l’Oscar, per le loro interpretazioni in “Dallas Buyers Club”. Se ne va a 58 anni il regista e produttore canadese Jean-Marc Vallée, un talento unico nella direzione degli attori e nella costruzione di personaggi problematici. Nato a Montreal nel Quebec nel 1963, aveva studiato cinema all’Università del Quebec e aveva esordito girando una serie di videoclip di successo nei primi anni ’90. Dirige il suo primo film in Canada, “Liste noire”, ma si sposta presto in America per il curioso western “Posse II” con Mario Van Peebles, seguito da “Loser Love”. Ma il film che lo segnala all’attenzione del cinema internazionale è “C.R.A.Z.Y”, ritratto di un giovane franco-canadese, interpretato da Marc-André Grondin, che nei primi anni ’60, cerca di crescere da omosessuale in un paese ancora represso e cattolico. Passa a tutt'altro genere con il ricco “The Young Victoria”, filmone inglese scritto da Julian Fellowes e interpretato da Emily Blunt nei panni della giovane Regina Vittoria, Rupert Friend come Principe Albert, Paul Bettany come Lord Melbourne, Miranda Richardson come Lady Kent, che vince un Oscar per i costumi di Sandy Powell. E’ un film d’amore molto riuscito il successivo “Café de Floré” con Vanessa Paradis, ma il vero successo arriva solo nel 2013 con “Dallas Buyers Club”, 6 nominations agli Oscar e 3 vinti, potente ritratto di Ron Woodroof, semplice elettricista che nel 1985 lotta per far riconoscere i diritti dei malati di Aids e poter disporre delle medicine per curarsi. Con “Wild”, interpretato da Reese Witherspoon e scritto da Nick Hornby, due nomination, mette in scena il viaggio in solitaria per 1500 miglia di una donna che deve riprendersi da una vita di merda, un padre alcolista che menava, una madre morta di cancro, un marito molliccio che ha tradito con tutti, brutte abitudini di crack e di eroina. Anche in questo caso tutto ruota attorno alla caduta e al recupero di un personaggio che deve rivedere la propria vita e trovare la propria dignità. Sarà il tema anche del suo ultimo film, “Demolition” con Jake Gyllenhaal, dove un uomo di successo, distrutto dalla morte della moglie in un incidente stradale, reagisce facendo a pezzi la propria casa. Questo sarà di fatto l’ultimo film di Jean Marc Vallée. Dopo aver lavorato per un paio di anni a un progetto sulla vita di Janis Joplin, che doveva essere interpretata da Amy Adams, Vallée passerà alla regia di due serie di grande successo, “Big Little Lies” con Nicole Kidman, Reese Witherspoon, Laura Dern, Shailene Woodley nel 2017 e “Sharp Objects” con Amy Adams e Patricia Clarkson nel 2018. Al centro delle due serie sono complesse figure femminili. Ma molto del personaggio autodistruttivo di Janis Joplin si può ritrovare nella figura della reporter, interpretato da Amy Adams in “Sharp Objects”, che si confronta con il proprio passato e con un recente delitto in un ritorno a casa per nulla facile. 

·        E’ morta la scrittrice Joan Didion.

Morta la scrittrice Joan Didion: il suo stile nitido sulle orme di Hemingway. Matteo Persivale su Il Corriere della Sera il 23 dicembre 2021. Vinse il National Book Award nel 2005 per la saggistica con L’anno del pensiero magico. Un suo articolo di crudele franchezza mandò su tutte le furie la first lady Nacy Reagan. Da bambina ricopiava i racconti di Hemingway in cerca del segreto che nessuno era mai riuscito a rubare, la magia della sintesi fulminante e del linguaggio trasparente che avevano cambiato la letteratura americana. Da grande dimostrò al mondo che quel segreto a lei era stato svelato. Il gigante con i baffi di Oak Park, Illinois, si era reincarnato nella minuta ragazza-bene di Sacramento, California. Joan Didion, morta ieri a New York pochi giorni dopo il suo ottantasettesimo compleanno e dieci anni dopo l’uscita del suo ultimo libro, Blue Nights, uno dei capolavori di terribile bellezza e infinito dolore della sua vecchiaia, soffriva da tempo del morbo di Parkinson (un bel documentario-lettera d’amore a lei dedicato dal nipote attore Griffin Dunne ce la mostrò su Netflix quattro anni fa senza fare sconti al declino fisico, sempre più sottile nel corpo e nella voce).

Come Hemingway, Didion ha preso la lingua inglese degli americani e l’ha portata su un piano diverso, nel quale la chiarezza dello stile illumina ogni cosa: i personaggi, i dettagli, le idee dell’autore. Superando anche il maestro in materia di analisi politica, che a lui non interessava (troppo preso da caccia e pesca e dall’inseguimento della sua idea di mascolinità) e alla quale lei ha dedicato alcune delle sue pagine più strabilianti, passando ai raggi X gli uomini di potere di Washington degli ultimi quarant’anni (un suo articolo di devastante, crudele franchezza provocò nell’allora first lady della California Nancy Reagan un odio per i giornalisti che non la abbandonò mai più).

Didion è stata giornalista e narratrice fondendo le tecniche e le regole dei due mestieri proprio come Hemingway prima di lei, e applicando un senso dell’osservazione quieto e spietato. Leggendo Didion si prova la stessa sensazione che si prova, da miopi o da presbiti, infilando gli occhiali: tutto diventa improvvisamente, finalmente, nitido. La ragazza che sognava di fare la giornalista vinse un concorso di «Vogue» e dalla natìa California andò a New York a scrivere didascalie di moda (palestra fondamentale: Didion ci insegna, tra le tante cose, che per capire una donna non si può non considerare anche come si veste e come si trucca).

Una foto famosa — gli scrittori americani hanno chissà perché il dono della fotogenia: ottantenne, fu testimonial di Céline — la ritrae ragazza chic in giacca cerata inglese da caccia e foulard Hermès accerchiata dai fricchettoni della San Francisco della Summer of Love, l’estate dell’amore (e soprattutto dell’Lsd). Più avanti, eccola con la tunica fluente nella casa Malibu con la sua Stingray coupé. E nella bella cucina luminosa con la figlia adoratissima Quintana Roo e il marito-mentore John Gregory Dunne, bravo romanziere e critico sagace che molto la fece soffrire ma senza il quale, come vedremo, non poteva vivere.

Strutturalmente incapace di sentimentalismo e proprio per questo ancora più emozionante, come il cinema di Michelangelo Antonioni, Didion nel 1970 pubblicò un romanzo — Prendila così, tradotto in Italia da Bompiani e poi da Il Saggiatore — che ha lanciato, oltre alla sua, anche la carriera di una generazione di scrittori americani dopo di lei (il giovane Bret Easton Ellis la idolatrava, ricopiandone i testi come lei faceva con Hemingway), e la cui scena più famosa è quella, terrificante, di un aborto (allora ancora illegale).

Doveroso ricordare Didion come la creatrice di frasi indimenticabili e molto citate — «È facile vedere l’inizio delle cose, più difficile vederne la fine», «raccontiamo storie a noi stessi per vivere», «la vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita», «questa città che svanisce rapidamente nell’abisso tra la sua vita reale e le sue narrazioni preferite», riferendosi a New York — ma in lei lo stile lapidario e difficilissimo da tradurre (per fortuna in Italia abbiamo Vincenzo Mantovani e Delfina Vezzoli) è sempre lo strumento per raccontarci senza fronzoli la verità. I politici? Pupazzi, cinicissimi, spiazzati dagli eventi. A volte in buona fede, altre meno. La sua California? Rievocata senza nostalgie, con la bravura con la quale descrive le sue spaventose emicranie.

Gli articoli di Verso Betlemme e The White Album e Nel paese del Re pescatore (Il Saggiatore) prendono a prestito le tecniche della narrativa e i suoi romanzi come Miami sono prodigi di giornalismo. Lavorò, con John, anche per il cinema ma Hollywood, nella sua inevitabile volgarità, ne capiva a fatica la sottigliezza e non riuscì a tradurla davvero sullo schermo per commercializzarla: lei non se ne dolse.

Gli ultimi anni, quelli della vecchiaia, sono aperti e chiusi da due libri brevi e devastanti, nei quali la profondità assoluta dello sguardo didioniano si rivolge all’immagine dello specchio, l’autrice e la sua vita. Sono due racconti di perdite irrimediabili: L’anno del pensiero magico (Il Saggiatore) è quello della morte improvvisa di John, a cena, una sera come tante, lui che si accascia, lei all’ospedale (Didion viene descritta al medico come «un osso abbastanza duro»), e dopo la morte del marito la malattia della figlia Quintana, un calvario che la porterà alla morte in giovanissima età raccontato nel libro finale della carriera di Didion (le uscite successive furono raccolte e riedizioni), Blue nights (edito dal Saggiatore).

Adesso che non c’è più, adesso che la grande casa sulla Settantunesima est a pochi passi dal parco è vuota, è giusto ricordare Joan Didion con le ultime parole del suo ultimo libro: «So cos’è la fragilità, so cos’è la paura. La paura non è per ciò che è andato perso. Ciò che è andato perso è già murato in una parete. Ciò che è andato perso è già chiuso dietro porte sbarrate. La paura è per ciò che c’è ancora da perdere. Potreste dire che non vedete cosa ci sia ancora da perdere. Eppure non c’è giorno della sua vita in cui io non la veda».

L’anno del pensiero magico, d’ora in poi, sarà ogni anno nel quale crederemo di vedere uno scrittore simile a Joan Didion. 

Mario Platero per “Robinson - la Repubblica” il 23 dicembre 2021. Cominciamo con una premessa: prima di essere la più grande scrittrice americana del nostro tempo, Joan Didion è stata una donna che dal suo debutto, alla fine degli anni Cinquanta ha bruciato le tappe dell' emancipazione femminile in un mondo occupato da uomini. Lo ha fatto in modo originale, solitario, determinato, efficace. Le chiedo quanto fosse decisa a farcela in questo mondo dominato dai maschi, se si rendeva conto di aprire con la sua opera, con la sua vita, nuove frontiere per le donne: «Non avevo coscienza di essere una donna che apriva nuove strade per altre donne, non pensavo a me stessa in quell' ottica», mi dice in un' intervista a New York dalla sua casa sulla 71 East dove è in prudente lockdown dall' inizio della pandemia e da dove si concede al massimo una puntata a Central Park. Mi torna in mente una sua frase in una delle sue prime collezioni di saggi, ‘’Verso Betlemme’’ (riuscito in Italia, come gli altri titoli, da il Saggiatore): «Sono così piccola fisicamente, così discreta per temperamento e così nevroticamente inarticolata che la gente tende a dimenticare che la mia presenza va contro i loro migliori interessi». È un tema ricorrente. Lo ripropone in uno dei saggi del suo ultimo libro e quando le chiedo di commentare mi conferma: «La mia apparente fragilità era davvero la mia arma segreta». Dietro questa fragilità solo apparente, fisica, di allora, c'erano anche incertezze, insicurezze, disperazione, sentimenti ricorrenti nella sua opera e nei suoi umori. Ma su tutto, sul lutto, sulle paure, sul senso di vuoto, hanno sempre prevalso la tenacia, il carattere, la precisione, il metodo. Anche per questo - pur provata fisicamente come è oggi - Joan Didion è riuscita a darci a 86 anni questo altro libro, Let Me Tell You What I Mean, pubblicato a New York da Knopf appena poche settimane fa, una collezione di saggi scritti fra il 1968 e il 2000. I più vecchi, quelli del 1968, ci portano a un passato remoto denso di nostalgia per il lettore di oggi. In "Pretty Nancy" nella cornice di un' intervista con Nancy Reagan, quando Ronald era ancora governatore della California, c' è una descrizione puntuale dell' America contemporanea di allora, che non esiste più. In "Non essere scelta dall' università preferita" c' è il ricordo, umiliante e deprimente, della lettera con cui veniva respinta la sua domanda di ammissione a Stanford. Fu poi ammessa a Berkeley e, come ci racconta, andò anche meglio. In " Why I Write" confessa che ci volle del tempo, anche all' università, per capire che la sua era una vocazione da scrittore. Solo dopo, dopo le raccolte di saggi, a partire da White Album ci avrebbe dato alcuni capolavori. Penso a ‘’L' anno del pensiero magico’’ del 2005. È scrivendo il Pensiero magico che Joan riesce a superare la disperazione per la perdita improvvisa nel 2003 di suo marito John Gregory Dunne, del compagno della sua vita, dello scrittore amico, irascibile, con cui confrontare opere e pensieri. Proprio nel 2005 muore anche sua figlia Quintana Roo a 39 anni. Un altro immenso dolore. A Quintana, unica figlia, adottata a Hollywood, dedica un altro libro, Blue Nights. Ma è con ‘’L' anno del pensiero magico’’ che ha vinto il National Book Award ed è intuitivo pensare che questa sua opera sia adatta a questo momento terribile per l' America, travolta dal più grande lutto collettivo della sua storia. La fuga nel "pensiero magico" potrebbe aiutare, ma di questo nella nostra intervista Joan non ne vuole parlare, non vuole fare confronti o collegamenti tra il suo libro e questa tragedia contemporanea. Piuttosto, come spesso le succede (pensiamo a quante anticipazioni ci sono nella sua opera!) preferisce guardare in avanti, al dopo, e, pensando al futuro, non può fare a meno di essere angustiata: «Sono preoccupata per quel che succederà quando il Covid sarà superato - mi dice - lo sono per quel che, per molti, potrà essere la conseguenza in termini di stabilità mentale » . Se ne parla ovviamente, quanto del nostro equilibrio pre Covid resterà intatto nel post Covid? La domanda è profonda e spaventosa allo stesso tempo. E per ora non abbiamo risposte. Quella con Joan non è stata un' intervista facile. Già, in generale, tutto avviene a distanza, via Zoom o al telefono. Ma con Joan neppure Zoom è possibile. È oltremodo affaticata. Parla pochissimo. Le sue frasi sono brevissime, spesso monosillabiche. L' ultima volta che la vidi, un paio di anni fa, la sua fragilità era preoccupante. Oggi è ancora più magra, sembra un fuscello pronto a volare con un soffio di vento. È di nuovo un' apparenza, perché poi, come abbiamo visto, lavora e pubblica ancora. Il suo pensiero, come mi sono accorto dall' interazione su domande e risposte, è arguto e selettivo. Alla fine, con l' aiuto della sua editor storica, Shelley Wanger di Knopf, siamo arrivati all' unica soluzione possibile, quella di contattarci via mail. Mi dispiaceva non ascoltare la sua voce esitante ma chiara, non sorprendermi per la sua risata gioiosa e improvvisa o non seguire il suo gesticolare teatrale e complementare al movimento del suo pensiero. Lo avevo seguito in altre occasioni. Ci si vedeva, ormai molti anni fa a casa di Camilla e Earl McGrath, sulla 57esima West, proprio davanti alla Carnegie Hall. Era uno dei grandi salotti intellettuali di una New York di un altro tempo. Oltre a John Dunne e Joan Didion c'erano il fratello di John, Nick e suo figlio Griffin. Griffin è un regista, alcuni anni fa ha girato uno splendido e commovente documentario su Joan che potete trovare su Netflix. C' erano Ahmet Ertegun, di origine turca, il leggendario raffinatissimo fondatore della Atlantic record - che lanciò tra gli altri Ray Charles e i Rolling Stones in America - e sua moglie Mica; artisti come Larry Rivers o Cy Twombly, se era di passaggio a New York. Editori come Sonny Mehta e molti altri. Earl, un mercante d' arte, era un amico da sempre, dai tempi della California, nella seconda metà degli anni Sessanta, ben prima del ritorno a New York. Joan lo ricorda più volte nell' Anno. E pensando al momento difficile che stiamo passando mi concede due riflessioni, una sull' amicizia e l' altra sulla nostalgia che diventano elementi chiave per il conforto e per la fuga mentale in questi lunghi momenti di isolamento. « L' amicizia o la famiglia sono un pilastro quando si affronta una perdita - dice Joan - se penso a Earl penso a un' ancora, lo stesso vale per Harrison». Harrison è Harrison Ford, il grandissimo attore. Prima della sua orbita fra le stelle di Hollywood, faceva il falegname. Come racconta lui stesso in varie occasioni, andò a vivere con John e Joan per ampliare la loro casa. Erano già celebrità, lui, invece, uno sconosciuto. Ma lo invitavano con la moglie e i figli alle feste comandate. E lui andava con riconoscenza. Il rapporto, dopo, non è mai più cambiato. Chiedo a Joan se un balzo nostalgico nel passato può aiutare, se può essere un balsamo per i momenti di sconforto, anche quelli dal lockdown pandemico. « Non so se la nostalgia sia un balsamo per curare lo spirito quando sei giù - risponde, confermando quanto la sua concezione di nostalgia sia avulsa dal rischio di cadere in un romanticismo sdolcinato - ma so che per me le cose importanti nella nostalgia sono l' insieme del ricordo di un posto, di un umore, di una luce, di un singolo momento particolare, di una interazione con amici o con altra gente » . Al momento nostalgico non poteva mancare la sua città, New York. Le manca la città di un tempo? La ritroveremo nel post Covid? « Certo che mi manca New York come la conoscevo prima della pandemia. E sì, credo che New York ce la farà, tornerà alla sua grandezza come ha fatto in passato » . Qui Joan risponde indirettamente anche a un editoriale di Peggy Noonan uscito giorni fa sul che definisce New York come una città finita. Ma Joan con questa città ha intrecciato un rapporto creativo e di vita indimenticabile: pensare a una sconfitta non è possibile. E c' è da capirla, basta leggere il ricordo del suo arrivo a Manhattan dopo aver vinto un concorso di il Prix de Paris, che la portava a lavorare al più importante mensile "intelligente" per la donna. Scrive: « Arrivando avevo vent' anni, sentivo l' aria calda dell' estate e un qualche istinto programmato da tutti i film che avevo visto, da ogni canzone che avevo sentito cantare e da ogni storia che avevo letto su New York, mi informava che niente sarebbe stato davvero più lo stesso. E infatti nulla poi è più stato lo stesso». Didion viene risucchiata dal vortice di energia della città e dal lavoro. È a New York che incontra John alla fine degli anni Cinquanta. È a New York che capita per caso la svolta letteraria: manca un articolo di copertina e lo affidano a lei. Titolo "Il rispetto di sé: la sua origine, il suo potere". Esce il 1° agosto 1961. Per le donne lettrici di scrive: « Coloro che hanno rispetto di sé mostrano una certa durezza, un certo coraggio mortale, esibiscono quello che una volta si chiamava carattere, una qualità che, sebbene sia apprezzata in astratto, a volte perde terreno rispetto ad altre virtù più negoziabili. Eppure, il carattere, la volontà di prendersi la responsabilità della propria vita, è la fonte da cui sprizza il rispetto di sé » . Joan diventa un autore di cui si parla. È il momento in cui, « senza averne coscienza » come mi ha detto, si inserisce in un mondo di uomini. Gli scrittori del suo tempo erano presenze forti: Norman Mailer, Truman Capote, Tom Wolfe, Philip Roth, Hunter Thompson. Ma in quello spazio occupa una casella importante. Con John si sposano nel 1964 e decidono di trasferirsi in California. E quasi subito lei viene intervistata da un giovanissimo Tom Brokaw per la rete Nbc sulla meravigliosa terrazza della casa di Hollywood, su Franklin Avenue. Vediamo Joan giovane, bella, capelli al vento, occhialoni neri da sole anni Sessanta. Non sempre tutto è facile sul piano personale. Il suo percorso continua con una riflessione sulla sua condizione di donna, di moglie di un "irlandese" con "temperamento", di madre di una bambina di tre anni, Quintana Roo, adottata a Hollywood: nel 2005, dopo L' anno del pensiero magico, Didion perderà improvvisamente anche lei. Ma intanto, negli anni Sessanta, Joan vive in bilico all' interno di un rapporto matrimoniale che si è fatto difficile e scrive: «Voglio che tu sappia che cosa ho in mente. Voglio che tu capisca quello che hai, hai una donna che per qualche tempo si è sentita separata in modo radicale da gran parte delle idee che sembrano interessare le altre persone. Hai una donna che a un certo punto lungo il cammino ha perduto quel poco di fiducia che poteva avere nel contratto sociale, nei principi per migliorare, nel complessivo grande modello dell' avventura umana». Nel saggio "Nelle isole", incluso nel suo libro Didion racconta il posto dov' erano in vacanza, il Royal Hawaiian Hotel: le onde e il vento che fanno da cornice al momento: «Siamo qui, in quest' isola nel mezzo del Pacifico - annota - invece di chiedere il divorzio». Poi, anni dopo, tornano a New York. Le chiedo di alcune sue immagini del periodo californiano, del servizio fotografico di Julian Wasser. Nella foto è in piedi, sigaretta in mano, appoggiata alla sua Corvette Stingray giallo Daytona, un elemento scenografico normalmente maschile. Lei è molto cool. C' è un' aria di sfida. Forse, senza quella foto, Thelma & Louise, che viene girato 23 anni dopo, non sarebbe stato possibile. Il suo vestito, una tunica lunga, leggera, morbida, attillata, rivela una flessuosità inaspettata per una donna che dice di essere piccola fisicamente, discreta per temperamento e nevroticamente inarticolata. Le chiedo perché ha comprato la Corvette: « I just loved it » , risponde. Le chiedo se gli stilisti avevano organizzato la foto e il vestito: «Quello era il mio vestito - dice - l' ho scelto io».

Goodbye to all that. Joan Didion era una figa pazzesca che scriveva di sé e per sé. Guia Soncini su L'Inkiesta il 24 Dicembre 2021. Raccontava i momenti più intensi della sua vita con gelido autocontrollo. Sapeva trasformare in prosa le sue tragedie e indossava con brillantezza il fatto di essere più brava del marito. Scrivere è un atto ostile. Lo diceva Joan Didion, che è morta ieri, tre settimane dopo aver compiuto 87 anni, dopo una vita di atti ostili. E dopo aver obbedito all’altro suo comandamento: in caso di problemi, rivolgiti alla scrittura.

Non è poi un così fitto mistero la ragione per cui «è tutto materiale» sia concetto del quale continuiamo a ritenere incarnazione Nora Ephron, che della propria vita si era limitata a usare come materiale il divorzio (pubblico, d’alto profilo, burrascoso, ma pur sempre solo un divorzio); e non Joan Didion, che fece racconto di tutto: del coma della figlia, del marito che durante quel coma muore, della figlia che si risveglia orfana e poi si riammala e muore anche lei.

Se c’è stata una che non ha mai vissuto una tragedia troppo tragica per farne prosa è stata Joan Didion, santa protettrice di tutte noialtre che eravamo assenti il giorno in cui è stato distribuito il ritegno.

La ragione per cui, quando parliamo di rilegare le nostre vite e ricavarne diritti d’autore, parliamo di Ephron e non di Didion è che Ephron ci spaventa meno: era meno gelida nell’esposizione, e soprattutto era bruttina. Didion era una figa pazzesca, che è una frase che avrebbe dovuto aprire quest’articolo: Didion era clamorosa persino a ottant’anni, quando venne fotografata per la campagna pubblicitaria di Celine.

Ed era una figa pazzesca quando, poco più che ventenne, era una redattrice di Vogue, e su un set il fotografo – un tizio di nome Irving Penn, magari ne avete sentito parlare – le chiese di prestare il suo vestito di lino blu alla modella. Ed era una figa pazzesca in posa davanti alla Corvette nella sua foto più famosa, ed era una figa pazzesca in dolcevita nero nella pubblicità di Gap per cui posò negli anni Ottanta – cinquantacinquenne con cui qualunque trentenne avrebbe fatto a cambio – assieme alla figlia.

Se pensate che lo stia dicendo perché era una donna, se siete convinti di credere davvero che l’aspetto d’uno scrittore o d’un intellettuale sia irrilevante, cercate per favore di rendervi conto che state mentendo a voi stessi. Lo dico per voi: non vorrete davvero credere che “Il vecchio e il mare” valga più della foto di Hemingway che ha appena pescato quel colosso ittico assieme a Inge Feltrinelli. Su. Siamo seri.

Il fatto è che, prima, essere una strafiga che gelidamente riversa le sue tragedie nella scrittura faceva di te un pezzo di storia della letteratura; adesso fa di te una cui tocca essere un po’ meno gelida altrimenti il pubblico di Instagram non empatizza.

Se invece pensate che l’autobiografismo sia limitativo e che di Didion vadano citati i reportage a Cuba o a El Salvador, vi prego nuovamente di smetterla di raccontare a voi stessi stronzate che vi fanno sentire persone colte che badano ai contenuti e non all’ombelico dell’autore. Oriana Fallaci avrebbe potuto scrivere altri cento testi sullo scontro di civiltà, e sarebbe sempre e comunque rimasta quella della quale ricordavamo che aveva abortito e che quello stronzo d’un greco le aveva spezzato il cuore. Volevamo sapere i fatti degli autori anche prima dei social, solo che allora non li valutavamo misurandoli a cuoricini, solo che allora distinguevamo tra quelli che sapevano farne letteratura e quelli che sapevano farne solo lagna.

C’è stato un tempo, e Didion ha avuto la fortuna d’abitarlo, in cui non tutto era sentimentalismo, anche l’intelletto; in cui tutto era intelletto, anche i sentimenti. Stroncando Manhattan, il film di Woody Allen, in un articolo del 1979, Didion notava che nell’elenco che il protagonista fa di cose per cui valga la pena vivere c’è L’educazione sentimentale di Flaubert. Ne traeva una precisissima conclusione su Allen, e sul suo pubblico, e forse su di sé: gente terrorizzata di scoprire che ha sbagliato tutto, nella vita, preferendo Madame Bovary. 

Poiché la vita è sceneggiatrice, Didion è morta nella settimana in cui è uscito “Being the Ricardos”, il film di Aaron Sorkin che viene malamente sintetizzato in un film su “I love Lucy”, forse il titolo più importante nella storia della tv americana, e sui suoi protagonisti. Ma in realtà è un film sul problema di Didion e Dunne, oltre che su quello di Lucille Ball e Desi Arnaz, oltre che su quello di Huma Abedin, e di Raffaella Carrà, e di Elsa Morante, e di Nicole Kidman: come sopravvive una coppia al fatto che lei abbia più successo, più talento, più mercato di lui?

Didion applicò il proprio precetto: aveva un problema, e lo risolse con la scrittura. Assieme al marito, John Gregory Dunne, scrisse due film in cui lei è molto più capace di lui, ma deve continuare a sbattere gli occhioni come un Giotto civettuolo, acciocché Cimabue non si senta superato e la sua virilità non venga meno.

Uno dei due film era un remake di “È nata una stella” (quello con Barbra Streisand), un altro s’intitolava “Qualcosa di personale”, e fu uno dei film che più mi fecero piangere da ragazza. Un turpe polpettone kitsch con tanto di canzone strappalacrime di Céline Dion, in cui alla fine Robert Redford moriva (inviato di guerra: l’avevo detto che bisognava stare sul divano a scrivere delle proprie disfunzioni erettili) e Michelle Pfeiffer faceva carriera come inviata.

Joan Didion è sopravvissuta a tutti: al marito, alla figlia, agli intervistatori. Nel 1978 la Paris Review le fece una di quelle meravigliose interviste lunghissime montate a botta e risposta.

Le risposte sono piene di meraviglie: lei scrive per sé, del lettore non gliene importa niente; voleva fare l’attrice, poi capì che era lo stesso mestiere, si trattava di far credere qualcosa a qualcuno; le frasi di Hemingway sono come acqua limpida che scorre sul granito; Anaïs Nin scriveva come un uomo che finga d’essere una donna; niente tempra la tua prosa come scrivere le didascalie per un giornale di moda, dove ogni virgola deve funzionare; il mito della sua fragilità era dovuto al suo aspetto gracile e al fatto che non le piaceva parlare con gli sconosciuti.

L’intervista ha una particolarità. L’introduzione l’ha scritta l’intervistata. L’intervistatrice è morta dopo aver trascritto le risposte, e prima di consegnarla. Joan Didion ha avuto altri quarantatré anni per dimostrare al mondo che, ecco, la notizia della sua fragilità non era proprio fondatissima.

La scrittrice aveva 87 anni. È morta Joan Didion, addio all’icona del New Journalism americano. Antonio Lamorte su Il Riformista il 23 Dicembre 2021. Joan Didion è morta, a 87 anni. Giornalista e scrittrice statunitense, era nata a Sacramento nel dicembre del 1934. Era diventata un’icona, anche pop, nota soprattutto per essere tra le firme più celebri del cosiddetto New Journalism. La sua casa editrice ha fatto sapere che da anni soffriva del morbo di Parkinson. “Non esiste davvero un modo per fare i conti con tutto ciò che perdiamo”, scriveva nel suo romanzo memoir Da dove vengo.

Didion ha scritto tra gli altri per Life, Esquire, il Saturday Evening Post, il New York Times e The New York Review of Books. Scriveva commenti politici, reportage sociali, teatro, cinema, e libri. Alcuni dei suoi titoli più famosi e noti: Verso Betlemme, Diglielo da parte mia, L’anno del pensiero magico, Prendila come viene, John Wayne: a Love Song e Blue Nights. Ha vinto nel 2005 il National Book Award for Nonfiction per The year of Magical Thinking, pubblicato in Italia da Il Saggiatore con il titolo L’anno del pensiero magico. Dall’allora presidente Barack Obama ricevette la National Medal of Arts and Humanities.

Didion diceva che la scrittura era un processo per scendere a patti con la meaningless, l’assenza di significato da cui si sentiva circondata. Per New Journalism si intende un movimento di grande intensità e richiamo globale che nel giornalismo, nei primi anni Settanta, introduceva la letteratura, o almeno suoi elementi narrativi: un’innovazione nel linguaggio, nella forma, nei contenuti tramite. Il termine venne coniato dal giornalista americano Tom Wolfe, il celebre autore Il Falò delle Vanità. Aveva sposato nel 1964 Dominick Dunne dal quale non si separò mai fino alla morte dell’uomo nel 2004. Era diventata anche icona di stile e di fashion grazie alle foto di una campagna di Céline diventata virale.

Cominciò a Vogue e si trasferì a New York. Si era laureata in Lettere all’Università di Berkeley nel 1956. Il primo romanzo, Run, River, nel 1963 seguito da Verso Betlemme, la prima raccolta di saggi. Con il marito adottò la figlia Quintana. L’uomo e la figlia morirono nel giro di due anni, una cesura lacerante nella sua vita.

Alla sua vita e alla sua attività era stato dedicato il documentario Joan Didion: il Centro non reggerà di Netflix. Scritto e girato dal nipote Griffin Dunne. Ricordava la scrittrice e amica Susanna Moore: “Veniva in cucina la mattina tardi […] Prendeva una bottiglia di Coca Cola dal frigorifero e indossava gli occhiali da sole. Era silenziosa”. Nel suo libro Da dove vengo, edito da Il Saggiatore, scriveva: “Questo libro è una ricerca sui miei equivoci circa il luogo e il modo in cui sono cresciuta, equivoci che riguardano l’America così come la California, fraintendimenti e malintesi a tal punto insiti nella persona che sono diventata che ancora oggi mi riesce di affrontarli solo per vie indirette”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

·        È morta l’avvocato abortista Sarah Weddington

Monica Ricci Sargentini per il Corriere della Sera il 28 dicembre 2021. È morta nel sonno a 76 anni Sarah Weddington, l'avvocata texana che nel 1973, quando aveva 28 anni, vinse la celebre causa Roe v. Wade che rese di fatto legale l'interruzione di gravidanza negli Stati Uniti. La notizia della sua scomparsa arriva proprio mentre i giudici della Corte Suprema, che oggi sono in maggioranza conservatori, stanno esaminando i ricorsi contro i divieti alle interruzioni di gravidanza varati dal Texas e dal Mississippi e il loro pronunciamento, previsto per giugno, potrebbe ribaltare o intaccare proprio Roe v. Wade. Un evento che l'avvocata ha sempre considerato nel novero delle possibilità: nel 1998 paragonò la sentenza «ad una casa in riva a una spiaggia che rischia di essere invasa dall'acqua». E quando nel 2017 Donald Trump nominò Neil Gorsuch alla Corte disse: «Se la sua nomina verrà confermata, l'aborto non diventerà illegale il giorno successivo perché un giudice non fa la differenza. Ma due o tre giudici potrebbero farla». Detto, fatto. Nel 2018 è arrivato Brett Kavanaugh e nel 2020 Amy Coney Barrett.

A Sarah Weddington sono sempre piaciute molto le sfide, a 18 anni aveva scelto di studiare legge all'università perché avevano tentato di scoraggiarla dicendo che per una donna sarebbe stata una carriera troppo difficile. Quando nel 1965 si iscrisse alla University of Texas law school le studentesse erano 40 su 1600 alunni. E a laurearsi insieme a lei furono solo in quattro. 

Ma nei primi anni 70 gli studi legali assumevano solo maschi così la giovane avvocata si trovò con molto tempo libero e tanta voglia di fare. Incontrò un gruppo di neo-laureate che collaboravano con il giornale «underground» The Rag. Furono loro a chiederle se non si sarebbe potuto impugnare in una corte federale la legge del Texas che proibiva l'aborto.

Weddington, che aveva avuto un aborto clandestino in Messico nel 1967, si sentì subito attratta dall'impresa impossibile: sfidare il procuratore distrettuale di Dallas su una materia così delicata. Così chiamò Linda Coffee, una sua ex compagna di classe all'università, che era stata assistente di un giudice federale nella capitale texana. Le due si misero alla ricerca di una ricorrente. La trovarono nel 1969: Norma McCorvey, incinta, stava tentando di abortire ma la legge vigente in Texas consentiva l'interruzione di gravidanza solo per salvare la vita della madre.

Nel marzo del 1970 McCorvey, assistita da Weddington e da Coffee, presentò un'azione legale contro il procuratore di Dallas Henry Wade. L'identità della ricorrente fu protetta e per tutti diventò Jane Roe. Nel 1971 la Corte Suprema accettò di ascoltare il caso una prima volta. La giovanissima Weddington, emozionata, descrisse così al Guardian la sua esperienza: «Era come camminare in una strada senza luci ma non c'era altro da fare e io non avevo alcuna nozione preconcetta che non avrei vinto». 

E, infatti, nel 1972 ci fu una nuova udienza e i suoi argomenti portarono alla sentenza che, con 7 voti favorevoli e 2 contrari, ha legalizzato l'aborto in tutto il Paese. Weddington è stata la legale più giovane della storia americana a vincere un caso davanti alla Corte Suprema ma lei si è sempre schernita. «Non c'è una persona che abbia vinto la Roe v. Wade. La sentenza è il risultato dello sforzo di tantissime donne. Io ero in prima fila ma se non ci fossi stata io ci sarebbe stata qualcun'altra».

La sua è stata una lunga carriera: deputata per tre legislature in Texas è stata assistente di Jimmy Carter dal 1978 al 1981. Poi si è dedicata all'università dove ha insegnato corsi sulla leadership e le discriminazioni di genere. Ma lei lo sapeva benissimo: «Qualsiasi cosa farò nella mia vita, il titolo del mio necrologio sarà sempre "l'avvocata della Roe v. Wade è morta"». E così è stato.

·        Morto il meccanico della tv Emanuele Sabatino. 

Morto Emanuele Sabatino, il meccanico star del web. Redazione Tgcom24 il 10 dicembre 2021. E' stato trovato morto, nella sua officina di Broni (Pavia), Emanuele Sabatino, 45 anni, noto al grande pubblico come "Ema Motorsport". Sabatino, youtuber di successo e anche conduttore televisivo, era diventato il meccanico più famoso d'Italia grazie ai suoi video. Aveva superato un periodo di difficoltà economiche grazie a video legati al mondo dei motori. Secondo una prima ipotesi investigativa, si tratterebbe di un suicidio. Sabatino aveva pubblicato il suo ultimo video su YouTube (un canale con oltre 270mila iscritti) l'8 dicembre, dal titolo "Idrogeno, lavaggio iniettori e lavaggio olio motore in un colpo solo". "Esprimiamo il nostro profondo cordoglio per la prematura scomparsa di Ema, collega e amico prezioso per tutti noi. La sua storia e le sue iniziative lo hanno portato a diventare un riferimento nel web amato e stimato da milioni di persone - si legge in un post pubblicato sulla pagina "Ema Motorsport". Ciononostante, il successo non lo ha cambiato: Ema è sempre rimasto un uomo dal cuore grande, un amico prezioso che si è preso cura di tutti noi senza pretendere nulla in cambio". I funerali si terranno lunedì 13 dicembre alle 11 presso la chiesa di San Francesco in Siziano, nel Pavese. 

Morto Emanuele Sabatino, il meccanico youtuber star di internet. L'annuncio sui social. È stato trovato nella sua officina di Broni, nel Pavese. Si ipotizza un gesto volontario. La Stampa l'11 Dicembre 2021. Ema Motorsport, il nome da youtuber di Emanuele Sabatino, che nei suoi video parlava con passione di meccanica e di automobili, è stato trovato morto ieri nella sua officina di Broni (Pavia). Lo ha reso noto la moglie attraverso i social. «Nel pomeriggio di ieri - si legge nel post - si è spento improvvisamente Ema. Ne danno il triste annuncio la moglie, i figli e il team di EmaMotorsport. I funerali si terranno lunedì 13 dicembre alle 11 presso la chiesa di San Francesco in Siziano». Sabatino aveva 45 anni. Era seguito da centinaia di migliaia di persone sui suoi canali social dove parlava di meccanica e automobili. Secondo le prime informazioni, si sarebbe tolto la vita. Aveva pubblicato il suo ultimo video su YouTube (un canale con oltre 270mila iscritti) l'8 dicembre scorso, dal titolo "Idrogeno, lavaggio iniettori e lavaggio olio motore in un colpo solo". Tantissimi i messaggi di cordoglio da parte di chi lo seguiva con affetto e passione. «Ema rimarrai sempre nei nostri cuori, sei stato fonte di ispirazione e di alimentazione per la passione che accomunava tutti noi» scrive Beker. «Ci mettevi sempre tanta passione in quello che facevi e sembravi sempre felice» commenta Luca Mazzalai. «Spero che lassù tu potrai viaggiare come non lo hai mai fatto» scrive Lorenzo Pagliai. 

Morto Emamotorsport, il meccanico star del web Emanuele Sabatino: «Un uomo dal cuore grande». Davide Maniaci su Il Corriere della Sera il 10 dicembre 2021. Morto nella sua officina di Broni (Pavia) Emanuele Sabatino detto Emamotorsport, l’influencer dei motori. Onda di commozione sui social network. Emanuele Sabatino, noto al grande pubblico come Emamotorsport, è stato trovato morto nella sua officina nel pomeriggio del 9 dicembre. Era il meccanico (social) più seguito d’Italia. A dare l’annuncio, sul suo sito web e sui profili online, la moglie, i tre figli e il team. Sabatino, pavese di Broni, aveva 45 anni.

La sua storia

Dalla tuta blu sporca d’olio a meccanico star del web. Milioni di visualizzazioni su Youtube. Comparsate e programmi in tv. Da «In officina con Ema» a «Cortesie per l’auto». Nel giro di pochi anni Sabatino era passato dal fallimento della sua officina ad essere protagonista di tre programmi televisivi, diventando l’influencer dei motori. «Ho iniziato a riparare auto all’età di 21 anni — aveva raccontato al Corriere —. Avevo aperto un’officina a Melegnano in cui preparavo auto sportive. Una serie di circostanze non si sono incastrate e, complice la crisi, il castello di carta è crollato». L’attività chiusa, il conto in rosso, l’officina allagata, il danno insostenibile. Tutto da rifare.

La seconda fase

A quel punto, Ema si era buttato nel ciclismo, aprendo un negozio di bici da corsa ed e-bike. Altro sogno spezzato. «Mi svaligiarono. Non mi rimase nulla. Mio padre trovò un capannone abbandonato a Broni, sulle prime colline pavesi». La vita di Sabatino era ripartita così. A fatica. Con i fornitori e le banche a chiedere soldi. «Non mi sono fermato — ha raccontato al Corriere — Il mio mantra è: fai tutte le cose che non faresti. Così ho seguito corsi di marketing e di comunicazione, e ho fatto il mio esordio sui social». Da lì in poi, successi e popolarità: «Comprendi con facilità gli straordinari funzionamenti meccanici della tua auto, scopri il loro funzionamento e viaggia sempre sereno», il suo slogan. Qualcosa, forse, negli ultimi tempi era andato storto nella vita privata di Sabatino. Ema è stato trovato morto in officina.

Gli amici e i funerali

I funerali si svolgeranno lunedì 15 dicembre nella chiesa di San Francesco in Siziano (Pavia). I familiari: «Ringraziamo tutti per il rispetto del ricordo di Ema e del dolore dei suoi cari». La squadra: «La sua storia e le sue iniziative lo hanno portato a diventare un riferimento nel web amato e stimato da milioni di persone. Ciononostante il successo non lo ha cambiato: Ema è sempre rimasto un uomo dal cuore grande, un amico prezioso che si è preso cura di tutti noi senza pretendere nulla in cambio». Sono centinaia i messaggi di cordoglio su Facebook. «Non ci sono parole. Una persona fantastica. Un genio. Profonde condoglianze alla famiglia», scrive tra gli altri Marco Camisani Calzolari. Così Justin Pinolo: «Una sconfitta per tutti gli appassionati del settore... Mi dispiace moltissimo, era una brava persona. Che possa trovare la pace che merita».

Morto Ema Motorsport, lo youtuber mago dei motori: aveva 45 anni. E' stato trovato nella sua officina di Broni, nel Pavese. Si ipotizza un gesto volontario. A comunicarlo la sua famiglia e il suo team: "Era un uomo dal cuore grande, il successo non lo aveva cambiato". La Repubblica il 10 Dicembre 2021. Era conosciuto come Ema Motorsport, youtuber seguito da centinaia di migliaia di persone sui suoi canali social dove parlava di meccanica e automobili: Emanuele Sabatino, questo il suo nome, è stato trovato morto ieri pomeriggio nella sua officina di Broni, in provincia di Pavia. Aveva 45 anni e, da quanto si è saputo, si è tolto la vita. A comunicarlo la sua famiglia - la moglie e i tre figli - e i suoi amici, con un comunicato sui canali social. "Esprimiamo il nostro profondo cordoglio per la prematura scomparsa di Ema, collega e amico prezioso per tutti noi. La sua  storia e le sue iniziative lo hanno portato a diventare un riferimento nel web amato e stimato da milioni di persone. Ciononostante, il successo non lo ha cambiato: Ema è sempre rimasto un uomo dal cuore grande, un amico prezioso che si è preso cura di tutti noi senza pretendere nulla in cambio. Il suo sorriso e la sua vicinanza hanno saputo ristorarci ogni volta che abbiamo avuto bisogno". Sul posto oggi i carabinieri, che hanno eseguito i rilievi e che adesso dovranno ricostruire quanto accaduto. I funerali si svolgeranno lunedì 13 dicembre alle 10,30 a Siziano, nella chiesa di San Francesco, sempre in provincia di Pavia. Emanuele Sabatino era nato a Milano nel 1976 e aveva portato la sua passione per la meccanica su Youtube, con un canale seguito da quasi 270mila persone, e su Facebook, con oltre 700mila persone sulla sua pagina. Un successo che lo aveva portato anche in tv con programmi su canali dedicati ai motori.

·        E' morta Lina Wertmuller.

(ANSA il 9 dicembre 2021) - E' morta Lina Wertmuller. La grande regista che aveva 93 anni si è spenta nella notte a Roma. Era nata il 14 agosto 1928 ed aveva firmato film come Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto, Pasqualino settebellezze, Mimì metallurgico segnando la storia della commedia italiana. 

Da cinquantamila.it

• (Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Espanol von Braucich) Roma 14 agosto 1926. Regista. Tra i suoi film (su cui vedi anche più avanti), Pasqualino Settebellezze ebbe nel 1976 la nomination all’Oscar per la regia e la sceneggiatura. Nel 2007 ha curato la regia lirica de Le nozze di Figaro di Mozart a Viterbo (una decina d’anni dopo la Carmen al San Carlo di Napoli). Nel 2008 ha diretto in teatro La vedova scaltra di Goldoni. Nel 2010 ha ricevuto il David alla carriera. «Se in Paradiso si dovesse stare da soli, preferisco non andarci». 

• Discendente da una nobile famiglia svizzera, figlia di Federico, giornalista nato a Palazzolo San Gervasio (Potenza) costretto a cambiar mestiere per le sue idee antifasciste (divenne avvocato). Madre romana. Infanzia nella capitale, quartiere borghese di Prati, fu cacciata da undici scuole per cattiva condotta. Trascinata da Miriam Mafai, s’infiammò alle manifestazioni politiche degli anni Quaranta: «Eravamo delle ragazzine, leggevamo tanto. La mia prima volta, al processo di Sasà Bentivegna, partigiano dei Gap, imputato davanti al tribunale militare, urlavamo» (a Barbara Palombelli). Al liceo Cicerone incontrò Flora Carabella, futura moglie di Marcello Mastroianni con cui s’iscrisse all’Accademia teatrale diretta da Pietro Scharoff. 

• Già animatrice e regista degli spettacoli dei burattini di Maria Signorelli, fu aiuto regista di Fellini per Otto e mezzo, nel 1963 fece il suo esordio dietro la macchina da presa con I basilischi (premiato al Festival di Locarno), nel 1964 diresse per la tv il Giamburrasca con Rita Pavone. Poi Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972), Film d’amore e d’anarchia: ovvero stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza (1973), Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) ecc. 

• Sull’abitudine (poi in parte abbandonata) di dare ai suoi film titoli lunghissimi: «I produttori volevano titoli brevi perché secondo loro funzionavano di più, e io invece glieli facevo lunghi. Per uno scherzo quasi ottocentesco; mi divertiva che non se li ricordassero tutti» (da un’intervista di Silvana Mazzocchi).

• Dopo una serie di film di non grande risonanza (tra questi nel 1984 Sotto... sotto... strapazzato da anomala passione, su cui vedi Veronica Berlusconi), nel 1990 diresse Sabato, domenica e lunedì, con Sophia Loren, che ottenne un grande successo. Poi Io speriamo che me la cavo (1992), dall’omonimo libro di Marcello Dell’Orta, che fu accusato di dare un’immagine del Sud distorta e da terzo mondo: «In alcune zone del Napoletano dove l’ignoranza invece, è una cosa seria, vorrebbero linciare scrittore e regista con crudele piacere» (Pietrangelo Buttafuoco). Seguono Ninfa plebea (1996) e Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica (1996). 

• Comunista fino al 1956, dopo i fatti d’Ungheria si allontanò dal Pci. «Essere di sinistra era, ed è stata per cinquant’anni, una moda culturale, ma anche una necessità per fare parte del giro giusto». Già craxiana, non le dispiace Berlusconi. Gli americani la idolatrano, per Henry Miller come regista era meglio di qualsiasi uomo. Goffredo Fofi definì molti suoi film «bidoni pieni d’immondizia» (la regista gli chiese un risarcimento miliardario, poi archiviato perché la querela fu presentata dopo i tre mesi previsti dalla legge). Tullio Kezich ha inserito I basilischi tra i film della sua vita. Per Lietta Tornabuoni «Wertmüller è una dei rari registi nostri che abbiano il senso e l’amore della bellezza d’Italia».

• Nel 2004 il suo Peperoni ripieni e pesci in faccia, con Sophia Loren, ottenne il contributo più alto mai versato dallo Stato a un film: 3 milioni e 718 mila euro. Al botteghino, nell’estate 2005, ne incassò 6 mila 567. 

• Vedova del pittore, scenografo e scrittore Enrico Job (1934-2008, stavano insieme dal 1965): «Ho avuto il dono di stare con lui 44 anni, siamo stati due compagni di gioco». «All’epoca (del matrimonio, ndr) circolò la battuta “per sposare Lina ci voleva la pazienza di Job”, ma a sorpresa l’unione tra queste due persone immerse in una sorta di ammirazione reciproca riuscì felicissima pur nella diversità di gusti e abitudini» (Kezich).

• Una figlia, Maria Zulima (Marsiglia 17 gennaio 1991), attrice in Francesca e Nunziata (interpretava un’orfanella).

• «Cambierei tutto di me: vorrei gambe lunghe, occhi azzurri. Insomma tutto diverso, tranne i piedi. Mi piacciono i miei piedi».

• Completando un precedente lavoro, nel 2006 pubblicò da Frassinelli la sua autobiografia, Arcangela Felice Assunta Job Wertmüller von Elgg Espanol von Braucich, cioè Lina Wertmuller, con cui vinse il premio Efebo d’oro (assegnato dai giornalisti cinematografici).

• Nel 2008 ha preso molto a cuore l’emergenza rifiuti a Napoli: «Ho chiamato il direttore del Tg1 Gianni Riotta e gli ho proposto di fare un documentario su questa storia tremenda (Monnezza e bellezza – ndr): un’analisi, non un processo, che parlasse sì della monnezza, ma anche della bellezza di Napoli. Due giorni dopo sono partita con Francesco Branchitella, del Tg1, e con il sociologo Domenico De Masi. Sono convinta che sia pericolosissimo come i media hanno trattato l’argomento, il danno d’immagine alla città è più grave di quello fatto dai rifiuti da soli» (da un’intervista di Rita Cirio). Sempre a Napoli è ambientato il suo film, Mannaggia alla miseria, girato nell’estate 2008. Nel 2013 ha recitato un cameo nel film Benvenuto Presidente, con Claudio Bisio, regia di Riccardo Milani.

Marco Giusti per Dagospia il 9 dicembre 2021. Da che parte stavamo e, soprattutto, da che parte stiamo oggi, con Lina Wertmuller o con Nanni Moretti? Perché ben ci ricordiamo, almeno quelli della mia generazione, la celebre scena di "Io sono un autarchico" dove Fabio Traversa spiega a un incredulo e appena svegliato Nanni Moretti "Lo sai che in America dall'università di Berkeley è stata offerta a Lina Wertmuller la cattedra si cinema?". E Moretti ironico: "Ma chi... quella di Mimi' metallurgico... di Travolti da un insolito destino... di Pasqualino Settebellezze?". E Traversa insiste... "Era ora, vedrai che finalmente il cinema italiano ha trovato il suo alfiere...". E intanto Nanni Moretti sbava, sbava...Rivista oggi questa scena ci riporta intatto il problema che non solo la critica italiana, ma un po' tutto il cinema italiano aveva con l'incredibile fortuna critica americana di Lina Wertmuller, prima donna a ricevere nel 1977, alla faccia di Moretti, una nomination all'Oscar come miglior regista della storia del cinema con Pasqualino Settebellezze, per il quale ebbe anche la nomination come sceneggiatrice. I critici americani la amavano, mentre qua ricordo che solo Adriano Apra' la apprezzava. Dopo tanti anni, temo che proprio il fatto di essere donna, anzi una delle poche donne registe italiane degli anni 60 e 70, pesasse negativamente su di lei. Che, inoltre, faceva un cinema molto legato a Fellini e alla commedia all'italiana che ci sembrava decisamente maschile, pieno di culi femminili esagerati e resi mostruosi, ricordate Elena Fiore? Pieni di Mimi', Pasqualini, interpretati da Giancarlo Giannini come risposta al supermacho del periodo, Lando Buzzanca, ma anche al super-attore della sinistra impegnata, Gian Maria Volonte'. E intanto costruiva, oltre alla grande carriera del suo protagonista Giannini, eterno meridionale,  quella di Mariangela Melato come prima star moderna, eterna settentrionale, capace di farci ridere come pochissime altre attrici. E allora, magari, ci stava soprattutto prendendo in giro, a noi spettatori maschi che riempivamo le proiezioni delle commedie sexy, con la parodia immediata dei nostri gusti e dei nostri supermachi. Forgiata militarmente dal teatro e dalle riviste di Garinei e Giovannino, alle quali aveva segretamente collaborato, ma anche alla scuola di Carosello, scrivendo anonimamente centinaia di sketch (me lo disse lei), bazzica il cinema negli anni 50 come assistente di un piccolo film musicale di Giacomo Rondinella, "E Napoli canta" diretto da Armando Grottaminarda per diventare nel 1960 terzo assistente di Fellini per "La dolce vita" per poi passare a "Otto e mezzo". E' Fellini, assieme a Garinei e Giivannini, che più la forma nella professione di regista. Decisamente anche più dei suoi colleghi della commedia all'italiana, che, almeno penso, non la vedevano esattamente come una di loro. Loro, i Montecelio Risi Scola, erano veramente un mondo chiuso e impenetrabile di maschi. La Wertmuller era un'altra cosa. Adatta alla televisione si disse subito. Perché il suo "Il giornalino di Gian Burrasca" con Rita Pavone e le musiche di Nino Rota fu una pagina clamorosa della RAI. Non c'era un bambino che non cantasse "W la pappa-pappa-pappa col po-po-po-pomodoro". E se sorvoliamo sui suoi esordi, l'opera prima felliniana "I basilischi , la prima commedia costruita come anti-scoliana, "Questa volta parliamo di uomini", i due musicarelli che firmò col nome di Giorgio O'Brien (solo oggi mi è chiaro il gioco di allusione con  Giorgia O'Brien, trans con due voci...), o sul suo quasi western  "The Belle Star Story", firmato Nathan Witch, cioè Strega, il suo vero cinema nasce davvero solo con  Mimi' metallurgico" e con l'invenzione della coppia Giannini - Melato e tutto quel che ne  segue. Un cinema cioè che prende di punta la commedia maschile dei maestri, la commedia sexy buzzanchiana, il grottesco alla Petri e li trita in un modello Wertmuller da esportazione. Un cinema così maschile come il nostro e una critica così maschile come era la nostra non riuscivano a vedere quella che era la realtà del cinema grottesco e antimaschilista della Wertmuller. Pauline Kael, la più celebre critica americana del tempo, odiava il cinema macho di Clint e amava il grotesque vaudeville show di Pasqualino Settebellezze di Lina. Moretti, che allora era in piena sintonia con  i suoi spettatori e la sua generazione  di critici la detestava non capendo perché gli americani fossero così ottusi. E noi, ahimè, gli andavamo dietro. Non vorrei dire quello che penso, che cioè c'era del razzismo nei confronti della regista donna da parte di tutti noi maschi, giovani e vecchi. Potrei rifugiarmi nell'odio per il grottesco alla Petri, che c'era, o nell'odio per queste costruzioni barocche con primi piani, trucco pesante, sederoni subfelliniani. Ma ripeto. Temo che il problema fosse che, allora, ci dava noia che in America venisse candidata all'Oscar una regista donna. Punto e basta. Anche se, ammetto, andando avanti negli anni seguitavo a aver non pochi problemi col cinema della Wertmuller. Così eccessivo, con punte trashissime... "Sotto sotto...", "Un complicato intrigo" mi sembravano e mi sembrano ancora film terrificanti. Quello che credo l'avesse capita meglio era Ciro Ippolito che da produttore le fece fare un film di grande successo come "Io speriamo che me la cavo" che non aveva nulla di grottesco wertmulleriano e esaltava Paolo Villaggio fuori da ogni macchiettismo. Detto questo credo che il suo cinema vada rivisto e riletto. Soprattutto in chiave critica. E ci sarà da chiedere scusa. 

Marco Giusti per Dagospia il 12 dicembre 2021. Torno a parlare di Lina Wertmuller perché ieri notte ho visto “Pasqualino Settebellezze”, che non avevo mai osato vedere. Quattro nomination all’Oscar, fra le quali quella di miglior regista, che però non diventarono premi. E la nascita di un vero e proprio caso Wertmuller, più in America che in Italia, dove non era davvero molto amata, che non conoscevo abbastanza. Così, oltre a guardare il film, mi sono riletto parecchia stampa americana per cercare di capirci qualcosa. Siamo a metà degli anni ’70. Una critica importante come Pauline Kael del New Yorker fa il bello e il cattivo tempo sulla scena americana. Ha la capacità di rendere un film che ha molto amato, come “Taxi Driver” o “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci, un successo globale. Certo, come sostiene Mel Brooks, riesce a far questo con i film d’arte stranieri o coi piccoli film indipendenti. “Mi piacerebbe avere una buona critica da lei”, sostiene, “ma non smuoverebbe per un mio film molto più di una rozza critica di mio fratello Bernie, che non c’entra niente col cinema”. Beh. La raffinata e potente Pauline Kael del New Yorker ha in realtà scatenato una faida che ha coinvolto tutti o quasi i critici americani. In molti hanno scoperto di essere innamorati pazzi dei film di Lina Wertmuller, da “Mimì metallurgico” a “Travolti da un insolito destino” a “Pasqualino Settebellezze”. John Simon, critico del New York Times, le ha dedicato la copertina del giornale e l’ha descritta come “Il più importante regista dai tempi di Ingmar Bergman”. Boom! Scrive di lei che è una vera artista e una umanista. La Kael, al contrario, la vede come una misogina e una misantropa che si crogiola nel disgustoso. La definisce “hopeless”, senza speranza. E scrive: “Non farà mai un buon film”. E anche: “E’ terribile. I suoi film sono molto reazionari o brutalmente antifemministi”. Certo, la Kael non è nuova a queste stroncature forti. Ha definito John Wayne “un clown”, Clint Eastwood “L’attore più ridicolo che abbiamo. Un uomo vuoto”. Ma la battaglia va avanti non solo sulle pagine del New Yorker e del New York Times, ma su tutti i giornali del paese e si diffonde, guarda un po’, nei salotti newyorkesi più alla moda. Un sofisticato raccontino di uno scrittore americano, Gerard Nachnam descrive una delle tante serate degli intellettuali newyorkesi trascorsi a parlare dei film della Wertmuller. Quando lo scrittore rivela alla ragazza che ha puntato che non gli piace “Travolti” che ha finalmente visto per poterne parlare ai cocktail, lei gli risponde che non può amare un uomo che non gli piacciono i film di Lina Wertmuller. Ma ne parla benissimo un critico importante come Rex Reed. E sia Kevin Kelly del Boston Globe che Vince Canby del New York Times inseriscono “Travolti” tra i dieci migliori film del 1974. Canby lo preferisce perfino a “Professione reporter” di Michelangelo Antonioni con Jack Nicholson. “Non dico che lei sia superiore a Antonioni come regista”, scrive Canby, “ma per un paio di ragioni del tutto arbitrarie preferisco il suo film a quello di Antonioni”. Come è possibile, si dirà? A molti critici piace molto il fatto che il film unisca farsa politica e farsa sul sesso, che la sottomissione della ricca borghese al tanghero proletario sia una commedia. Nessun regista americano ha mai osato trattare così sesso e politica. Per gli stessi motivi, però, “Travolti” è percepito da alcuni critici come uno dei film più sessisti e misogini mai realizzati, e il fatto che regista sia una donna è visto come uno schiaffo al dilagante movimento femminista del tempo. “Io non sono una donna”, dirà ai giornali americani quando arriverà di persona insieme ai suoi attori, “Io sono un essere umano. Le femministe non mi piacciono”. E ancora: “Il film è un servizio sociale, non un un’arte aristocratica. Io faccio film per le masse, ma qui in America i miei film sono mostrati nei cinema d’arte con i sottotitoli. Mentre aspetto che si vedano doppiati, come da noi, dove doppiamo tutto”. Lei sogna, insomma, di diventare come Fellini non come Bertolucci o come Antonioni. Mentre Lina concede interviste a una stampa affamata, confonde ulteriormente i critici con alcune delle sue opinioni che sembrano contraddittorie o essere decisamente in contrasto con quel che dicono i suoi film. Un suo storico sostenitore come Vince Canby, osserva che forse Lina Wertmüller potrebbe non capire i suoi stessi film. "Ha sabotato con successo i suoi sostenitori e confermato le opinioni dei peggiori dei suoi detrattori, dando un'interpretazione dei suoi film che aveva poco o nulla a che fare con quello che pensavamo di aver visto". Le cose non solo non migliorano, ma esplodono proprio un anno dopo con “Pasqualino Settebellezze”, il suo film più controverso, dove non solo non c’è commedia, ma il sesso è sempre grottesco, perturbante. Il personaggio di Giancarlo Giannini, rinchiuso in un campo di concentramento nazista, se vuole salvarsi la vita, deve soddisfare sessualmente un’aguzzina tedesca di un quintale e mezzo. Il fatto che il film, così duro e così estremo, riceva non solo quattro nomination, ma in assoluto la prima nomination all'Oscar come miglior regista assegnata a una donna, cosa non concessa né a Ida Lupino né a Dorothy Azner, fa ancor di più esplodere il conflitto che da qualche anno andava avanti. Il critico Lou Cedrone se la sbriga così: “E’ ovvio che sua stata influenzata da Fellini e nel modo peggiore”. Ma William Mootz scriverà di “Pasqualino Settebellezze”, che è “sorprendente. Nessun altro film ha mostrato così da vicino il male del regime nazista”. In tutto questo Lina Wertmuller e i suoi occhiali bianchi diventano un personaggio da parodiare in tv. Lo farà negli anni ’70 Laraine Newman rendendola ancora più popolare. E gli italiani in tutto questo? Sappiamo bene come la pensava Nanni Moretti a riguardo. Bernardo Bertolucci non è meglio. Quando arriva in America mentre sta preparando “900”, gli chiedono che ne pensa dei film di Lina Wertmuller e risponde che non ha mai visto un film di Lina Wertmuller. Un facile modo per non entrare nella polemica o una sincera risposta di un intellettuale italiano? Va detto che da noi non esisteva un vero caso Wertmuller come in America. Da molti era vista esattamente come voleva lei, cioè come una regista che non faceva film d’arte da mostrare nei cineclub, ma film popolari per le masse. Intanto gli americani, forti dell’esperienza di “Pasqualino Settebellezze” vorrebbero che lei girasse il già folle e provocatorio “Caligola” scritto da Gore Vidal. Alla fine ci penserà Brass. Ma è evidente che la percezione che avevano di lei gli americani e gli italiani non è mai stata la stessa. Tutto questo, inoltre, va avanti fino a quando Lina Wertmuller non gira in inglese con Candice Bergen e Giancarlo Giannini il suo primo film “americano”. Lui è un giornalista comunista… lei è una fotografa femminista americana. C’è un gran bel cast di amici e di intellettuali, Il grande gallerista napoletano Lucio Amelio, la moglie di Dustin Hoffman, la moglie di Furio Colombo, perfino Lilli Carati in una particina. Agli americani non piace. E tutta questo amore per Lina Wertmuller finisce un po’ lì, visto che non verrà più né paragonata a Bergman né riportata agli Oscar. Quanto a “Pasqualino Settebellezze” che devo dire? Sono rimasto sbalordito, perché è davvero un film eccessivo e grottesco.  Super-super-super stracult. In anni, però, dove l’eccessivo e il grottesco erano di casa in Italia, a cominciare proprio da “900” di Bernardo Bertolucci che non piacque a molti critici italiani per gli stessi motivi di violenza, disgusto e sessualità spinta. Ma le scene con la aguzzina tedesca, la Shirley Stoler già protagonista di “I killer della luna di miele”, sono terrificanti, per non parlare dell’uso delle canzoni di Enzo Jannacci (i titoli con Hitler e Mussolini commentati da “Quelli che…”) o delle sub-fellinate improvvise, il numero di avanspettacolo di Elena Fiore, il bordello, l’omicidio del guappo, il gigantesco caratterista Variano Ginesi nudo col pisello di fuori, Fernando Rey che si uccide nella merda, l’eccessivo uso del primo piano sugli occhi di Giannini che è davvero qualcosa di strano. Qualcosa di così eccessivo lo troviamo nel cinema di Nando Cicero e di Tinto Brass, pensiamo a “Salon Kitty”, oggi ritenuto il più brutto film italiano di sempre da parte di Tarantino, che non è però meno efferato di “La caduta degli dei” del maestro Visconti. Credo che il cinema della Wertmuller vada riletto all’interno di tutta la follia del cinema italiano degli anni ’70, così libero e così estremo, così ammalato di sesso e di politica. Certo. Non credo che oggi un film così potrebbe finire con quattro nomination agli Oscar. Ma, nel bene e nel male, non esiste più un tipo di cinema così libero oggi in Italia. E la libertà di Paolo Sorrentino, diciamo, è qualcosa che spesso dà noia alla critica. La depista. Diventa un non-rigore. E, allora, la non comprensione della critica e della industria italiana nei confronti del cinema di Lina Wertmuller diventa una non comprensione spiegabile all’interno di una logica assolutamente misogina di tutto il nostro cinema. Ma si trasforma in un grande momento di interesse quando esce da ogni problema di femminismo e antifemminismo, di maschio/femmina, perché vedo nel suo anarchismo anni ’70, che nessuno di noi critici amava particolarmente, qualcosa che invece unisce nell’eccesso, nell’osare, tutto il cinema italiano del periodo, da Cicero a Fellini, da Fulci a Bertolucci, da Visconti a Cavani, che osava provocare con il suo “Portiere di notte”, dove si dava spazio ai rapporti d’amore sadomaso tra carnefice e vittima, cosa oggi, credo, impossibile. Temo, inoltre, che l’orrore dell’Italia e del mondo descritto dalla Wertmuller, ahimé, fosse molto più realistico di quanto si pensasse allora o di quanto oggi ci appare conturbante. Un orrore di un paese che tira a campà e non vuole accorgersi di niente.

Giampiero Mughini per Dagospia l'11 dicembre 2021. Caro Dago, a mio giudizio il Nanni Moretti degli esordi aveva tutto il diritto _ fra i suoi tanti eccessi _ di condannare all’inferno la Lina Wertmuller che non gli andava a genio. Ciascun creatore ha un suo Corano, una sua lista tanto dei peccatori quanto degli eletti. E’ un suo diritto, è la vita, è così che si svolge la storia della cultura e la lotta delle idee che le è consustanziale. Io ho immensamente amato quel Moretti lì, con il quale per un tempo sono stato un amico fraterno. Se il suo giudizio inficiasse di un ette il fatto che io da spettatore cinematografico avevo adorato quella meraviglia che è il film della Wertmuller in cui Giannini e la Melato si strapazzano a vicenda su una barca? Ma nemmeno di un ette, quel film era un capolavoro. E del resto quando ero il presidente del Centro Universitario Cinematografico nella Catania dei Sessanta, figuratevi se non c’era “I basilischi” fra i film che abbiamo amorosamente proiettato. Se la sentivo diffusa una qual certa puzza sotto il naso nei confronti della filmografia della Wertmuller da parte di qualche imbecille che si sentiva troppo snob nei confronti di quei film pur talmente rifulgenti di intelligenza e di ironia? Forse sì, e di quello snobismo italiota mi ci pulivo le scarpe. Chi ama il cinema, chi corre a vedere i film che lo attraggono, lo percepiva a pelle il valore di quei film. Lo percepiva a pelle il rango che quella donna geniale ha nel cinema italiano di questi ultimi quarant’anni. Ho incontrato in tutto e per tutto un paio di volte la Wertmuller, con la quale oltretutto ho condiviso per un certo periodo di tempo una montatura degli occhiali quanto di più bianca. Io che dopo i miei anni acerbi non ho quasi mai più scritto di cinema, le ho sorriso alla grande quelle due volte. A ringraziarla di quanto mi fossi divertito ai suoi film, di cui non finivo di infischiarmene del fatto che qualcuno li sottovalutasse. Quanto a Nanni, non possiamo certo rimproverarlo di essere stato Nanni, con tutti quei suoi eccessi e spigoli acuti. A sua volta un genio della nostra cinematografia. La Wertmuller ha raccontato che nemmeno la salutava quando la incontrava? Anche in fatto di “stronzaggine” Nanni ha sempre toccato vertici elevatissimi.

Wertmüller & the City. Lina se ne va, e a noi restano i telefilm corretti di un’epoca imbecille. Sono lontani i tempi in cui Giancarlo Giannini poteva prendere per i capelli Mariangela Melato insultandola: adesso ci sono le varie Miranda e Charlotte alle prese con i problemi di questo secolo ridicolo. Marco Cantile su L'Inkiesta il 10 dicembre 2021. Ieri mattina, quando è arrivata la notizia della sua morte, stavo pensando a Lina Wertmüller, anche se non lo sapevo. Stavo guardando le nuove puntate del nuovo “Sex and the City”, quello che non è come mi aspettavo, quello che somiglia a noialtre del Novecento: che non lo vogliamo dire, che questo è proprio un secolo ridicolo, ma si vede che lo pensiamo. Stavo pensando: beate noi. Beata Lina Wertmüller, che ha avuto più o meno l’età che ho io adesso in anni in cui poteva far prendere per i capelli l’odiata industriale dal marinaio rabbioso senza venire accusata di rappresentare un modello negativo di dialettica tra i sessi, che poteva farle dare della bottana socialdemocratica senza finire travolta dal femminismo instagrammatico che l’accusa d’usare un linguaggio che non permette alle donne d’emanciparsi. Cioè: senza che andasse come andrebbe oggi.

Tempo fa Lena Dunham aveva messo su una newsletter, faceva fare editoriali e interviste a trentenni emancipate del mondo dello spettacolo americano. Insomma: a una versione del nostro femminismo da Instagram, ma con commercialisti più indaffarati.

A intervistare Lina Wertmüller mandò una regista, nata nel 1985, l’incipit del cui articolo, mi viene da piangere mentre lo trascrivo, è questo: «Ho studiato teoria filmica alla triennale e poi nel mio corso di specializzazione. Scrivo e dirigo film. Mi piace anche pensare che ne so molto di, nello specifico, cinema europeo degli anni Settanta. Ma non avevo mai sentito il nome della prolifica signora del cinema italiano, l’icona nominata all’Oscar Lina Wertmüller, finché non mi hanno chiesto d’intervistarla».

La seconda cosa cui penso leggendo quest’incipit è la generazione nun-sape-mai-nu-cazz’ non si smentisce mai. La prima cosa cui penso è la ragazza protagonista di “Un giorno di pioggia a New York”, la studentessa di cinema che Woody Allen manda da un regista a dirgli «ho una passione per il cinema europeo, specialmente Kurosawa». Chissà se Woody leggeva la newsletter di Lena.

La seconda domanda che quell’augusta rappresentante di quella derelitta generazione (che non è la peggiore di tutti i tempi perché la peggiore di tutti i tempi è la mia, che ha prodotto ventenni e trentenni che hanno enciclopedie d’ogni settore in tasca e tuttavia resistono con ogni forza alla possibilità d’emanciparsi dal non sapere un cazzo), la seconda domanda che la tapina trentaequalcosenne fa alla Wertmüller fa così: «Tu non giudichi i tuoi personaggi, sono esseri umani imperfetti. Ho provato a farlo anch’io, ma mi sembra che si venga messe in stato d’accusa se si rappresentano personaggi femminili negativi, mi sembra che in quanto regista donna IO DEBBA sempre far fare bella figura alle donne». Maiuscole nell’originale. Non è dato sapere se Wertmüller avesse pensato «ma chi m’avete mandato, ma per forza poi fate dei film inutili», ma le rispose che era una regista, mica «una regista donna».

La tapina, sentendosi probabilmente coraggiosissima, le diceva che in effetti per lei – lei la tapina – rappresentare donne che sbagliano era un gesto femminista, ma invece come la facevano sentire (come facevano sentire lei Wertmüller) le accuse d’antifemminismo? W rispondeva che a lei del femminismo non fregava niente. (Lo dico sempre che le interviste migliori sono quelle con domande imbecilli). Che invidia: «Del femminismo non me ne frega niente» è una frase che possono dire quelle della generazione che ha fatto i fatti, invece di perder tempo con gli slogan.

Guardavo il nuovo “Sex and the City” in cui Miranda si copre di ridicolo cercando di far capire in tutti i modi a una docente universitaria nera che lei non è affatto razzista, anzi si è iscritta al suo corso proprio perché è nera, no cioè volevo dire, e più spiegava a giustificarsi e più quella alzava il sopracciglio, «Si è iscritta perché sono nera?», e più io pensavo a “Scappa”, il film di quattro anni fa in cui il suocero bianco usa come significante d’antirazzismo «Se si fosse potuto, avrei votato per Obama una terza volta», e poi è un mostro che i ragazzi neri in effetti li uccide, acciocché il messaggio sia che se ci tieni troppo a far sapere che non sei razzista sei come minimo del Ku Klux Klan; e se cerchi di dire le cose giuste ti tirano le pietre, se dici quelle sbagliate ti tirano le pietre, poi per forza parliamo del tempo (che inverno freddo).

Guardavo il nuovo “Sex and the City” (che è su Sky in contemporanea con l’America, mentre “Scappa” si trova su varie piattaforme e “Travolti da un insolito destino” su nessuna, acciocché i giovani d’oggi non si turbino a sentire Giannini dare della bottana industriale alla Melato); lo guardavo e pensavo che a parte Charlotte – che è la solita imbecille e l’amica da incubo che crea problemi invece di risolverli, l’amica che tutte le donne sensate temono di essere e le altre disinvoltamente sono – sono tutte cresciute. Si trovano tutte in un secolo in cui la gente ha pretese assurde – che una ascolti i podcast, che specifichi quaranta volte che non voleva offenderti per ogni parola usata, che si ricordi perché qualcuno le ha messo il muso anni fa – e non è il loro secolo, ma non è per questo che sembra imbecille: è che è un secolo imbecille in un modo speciale.

A un certo punto delle riprese di questo “Sex and the City” senile è arrivata la notizia della morte dell’attore che fa Stanford, che nelle prime puntate è presentissimo, e io guardavo le puntate e pensavo tantissimo alla morte, che è una cosa che succede con l’età (morire, ma soprattutto pensarci: «È andata un po’ tanto in fretta, cazzo», scriveva Martin Amis nella “Vedova incinta”), e sullo schermo moriva un personaggio, e io sfogliavo un prontuario di “Sex and the City” che uscì nel 2002 e «the men», gli uomini della serie, sono tutti accorpati in un unico capitolo, c’è Stanford e c’è Big e ci sono tutti, è vent’anni fa e sono tutti vivi, e poi non rimase nessuno.

E intanto moriva Lina Wertmüller e non trovavo il dvd in cui sì, Gennarino Carunchio che ti maltratta è divertente da naufraga, ma alla fine torni col marito ricco perché ti piace scopare con gli stronzi ma mica far la vita da proletaria, e sospiravo «Pensa oggi», e pensavo meno male che è morta, Lina, pensa se finiva a dover fare i giri di parole e dover chieder scusa ogni due per tre come le povere adulte di “Sex and the City”, e pensavo al mio cardiologo, che mi dice «Lei ha un’obesità di tipo 1» e poi, terrorizzato, s’affretta a specificare «è un termine medico, non un insulto», e pensavo che non quanto la Wertmüller ma un po’ sono stata fortunata anch’io: la fortuna d’aver vissuto prima di adesso, di questo tempo fragile, di questa scemenza collettiva.

Una vita d'amore e anarchia come i titoli dei suoi film. Stefano Giani il 10 Dicembre 2021 su Il Giornale. Da allieva regista di Fellini all'Oscar alla carriera. Leggendari i suoi scontri con la Vitti e De Crescenzo. «Quando guardo verso il futuro mi dico solo. Boh». Eppure Lina Wertmüller, mancata ieri nella sua casa di Roma a 93 anni, di idee e progetti ne aveva eccome. Una conferma Giancarlino, come lo chiamava lei. Quel Giannini, forse la più importante delle sue creature: «Mi ha telefonato ultimamente, dicendo che presto avremmo iniziato un altro film insieme. Ho accettato senza nemmeno sapere di che cosa si trattasse. A un genio non vanno chiesti troppi dettagli. E, senza di lei, io non sarei stato niente. Ero solo l'esecutore della sua creatività». Fervida e brillante. Sempre sul filo di un'ironia pungente e raffinata che è stata la cifra stilistica del suo personaggio, anche quando, nel 2020 targato covid e lockdown, Hollywood le ha reso omaggio con un Oscar onorario alla carriera e una stella sulla Walk of fame «per il suo provocatorio scardinare con coraggio le regole politiche e sociali attraverso la sua arma preferita: la cinepresa».

«Bisognerebbe chiamarla Anna, questa statuetta. O, se proprio volete, Oscarina. Perché un nome maschile e pure brutto». Parole che oggi suonano come autodeterminazione rosa ma con le femministe ebbe il suo bel dire. Anzi il suo bel fare. La elessero a simbolo e, alla prima riunione, lei chiese chi avesse visto il suo Questa volta parliamo di uomini. Nessuna alzò la mano così si alzò e se ne andò. Un bel caratterino, deciso e severo, che Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich, nome e cognome lunghi come i titoli di alcuni suoi film, aveva forse ereditato da papà, potentino di Palazzo San Gervasio ma di remote origini aristocratiche svizzere.

Coincidenza di opposti. Serietà e sarcasmo. Austerità monella. L'ex ragazzina che aveva collezionato espulsioni scolastiche, arrivando a undici, era la stessa ad aver indicato «passione e pazienza» come ricetta per il successo a quella platea di Los Angeles che, a 92 anni, la premiava ma nel '77 le aveva rifiutato il riconoscimento, lasciandola con la sola candidatura, seppur sotto forma di poker (regia, film straniero, sceneggiatura e recitazione maschile a Giannini). Non portò a casa niente. Pasqualino settebellezze, il guappo finito nel lager diventato kapò e sbattuto faccia a faccia con il compromesso, non ce l'aveva fatta ma anche quella sera, la bizzarra Lina fece uno scherzo dei suoi. E, sulla poltrona riservatale dall'Academy mandò Lella Kezich con il risultato che ogni inquadratura televisiva era sulla persona sbagliata. Ci fu chi disse che l'Oscar le sfuggì per questo ma lei non diede mai troppo peso.

L'allieva di Fellini - era stata aiuto regista per La dolce vita e Otto e mezzo - non aveva superato il Maestro che lei stessa definì inarrivabile. Però fu la consacrazione. L'affermazione a Locarno per I basilischi, opera di esordio con cui fu acclamata «nuovo genio del cinema» precedeva cult come Mimì metallurgico ferito nell'onore, Film d'amore e d'anarchia - Ovvero Stamattina alle 10 in via dei fiori nella nota casa di tolleranza. Era il 1973 e, oltre alla collaudatissima coppia Mariangela Melato - Giancarlo Giannini, era nata l'era dei titoli sterminati con i quali andava controcorrente a un sistema che voleva in cartellone sempre meno parole.

La Wertmüller ci rideva sopra, come suo costume. E proseguì imperterrita. Vennero La fine del mondo nel nostro letto in una notte piena di pioggia, Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto con l'indimenticabile «Puttana industriale» icona di uno scontro Nord-Sud. E soprattutto Fatto di sangue tra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici. Nel cast un mostro sacro e un amico. Mastroianni altri non era se non il marito di Flora Carabella, la ragazza con cui Lina recitava poesie sul terrazzo. A 16 anni. Finendo sedotte dalla recitazione. Quando i sogni sembrano a portata di mano e, nel suo caso, lo furono.

Il suo carattere schietto ma senza arroganza fece capolino a chi le domandò il solito consiglio per fare il suo mestiere. «Se si ha talento lo si fa, altrimenti». Lei di numeri ne aveva fin troppi e sconfinò. S'inventò Rita Pavone, protagonista maschile en travesti nel televisivo Giornalino di Giamburrasca. Scrisse i testi di uno dei successi di Mina, Mi sei scoppiato dentro il cuore. Firmato con il maestro Bruno Canfora che compose le musiche. Non si sottrasse al doppiaggio, prestando la voce a Nonna Fa in Mulan. Si permise un due di picche a Woody Allen al quale mandò un paio di suoi occhiali in regalo. Fece teatro e si scontrò con Monica Vitti che, al contrario di tutto il cast, fece a pezzi la tuta per indossare uno splendido abito azzurro. Finì che la Wertmüller ridusse a brandelli il vestito e ordinò rammendi alla divisa sportiva. Poi esplose: «Mettiti questa, Ceciarelli, altrimenti ti spacco la faccia» chiamando la musa di Antonioni per cognome. Quello vero, però. A Luciano De Crescenzo morse un dito sul set di Sabato, domenica e lunedì. «L'avevo avvisato di non sottolineare le battute con quell'indice alzato e alla quarta volta rimediai da sola».

A sconfiggerla è stata solo la vedovanza. Non l'accettò mai, lei che per amore del marito adottò la figlia illegittima di lui. «È nata da Enrico, quindi è figlia mia» rispose a chi le chiese lumi, insinuando stranezze perché Lina aveva 62 anni. E questo è forse il senso della vita. E della sua vita. La definì «una grande festa. E allora festeggiamola». Stefano Giani

Adriana Marmiroli per "la Stampa" il 10 dicembre 2021. «Se non ci fosse stata lei non sarei qui. La sua morte è per me un grande dolore». Giancarlo Giannini ha parole appassionate, per non dire devote, per l'amica Lina Wertmüller . «È lei che mi ha costruito. Sono stati i suoi primi piani, in cui era maestra assoluta, ad avermi reso quello che sono.A lei devo un Oscar, una Palma d'Oro, e pure la stella sulla Walk of Fame». 

Pochi sodalizi nel cinema sono stati così duraturi. Eravate giovanissimi quando vi incontraste I basilischi. Che ricorda di quel periodo?

«Avevo poco più di vent' anni, avevo fatto l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico e qualche spettacolo teatrale. Lei mi vide a un saggio e mi cercò per Gian Burrasca. Poi vennero i film, i musicarelli, come Rita la zanzara. Mi ha insegnato tutto del cinema: a stare davanti a una macchina da presa. Li girammo in una ventina di giorni, durante l'estate, mentre io recitavo a teatro. Ci lavoravano attori straordinari: Giulietta Masina, Romolo Valli, Peppino De Filippo, Rita Pavone...». 

Ma è soprattutto la stagione a metà Anni 70, che tutti ricordano. Cosa ricorda di Mimì, il capostipite?

«Avevo fatto "Dramma della gelosia" con Scola. Mi chiamò dicendomi: "Nessuno lo vuol fare". Le dissi che io lo volevo fare assolutamente. Coinvolsi Mariangela Melato, anche lei attrice teatrale, che non aveva mai fatto nulla di simile. È lì che nacque il trio Wertmüller/Melato/Giannini.  Per Pasqualino invece accadde il contrario: fui io a convincerla a raccontare quella storia, la storia vera di un signore di Cinecittà. Lo vedevo come una specie di Pulcinella tragico». 

In tutto avete fatto 9 film. L'ultimo Francesca e Nunziata, nel 2001. Mai pensato di fare ancora qualcosa insieme?

«Continuava a fare progetti. L'ultima volta che l'ho sentita, qualche mese fa, mi disse con la sua vocina: "Giancarlino, sto scrivendo una sceneggiatura, la fai con me?" Le risposi subito di sì».

In Italia è stata una regista di successo, commerciale, e quindi sottovalutata. Per gli americani era invece un genio. Come mai?

«Gli americani l'hanno capita: è stata la prima donna a ricevere una nomination agli Oscar. E nel 2020 le hanno dato un meritatissimo l'Oscar alla carriera. Quando siamo stati a Cannes nel 2019, Di Caprio ha fatto carte false per sedersi con lei e conoscerla: da non crederci. Allen, Coppola, la adoravano. È grazie a lei se ho conosciuto Warhol. In Italia invece non è stata così apprezzata: premiavano sempre me e lei veniva messa da parte. È vero, da noi non l'hanno capita, l'hanno snobbata». 

Che persona (e che regista) era?

«Viveva in simbiosi con la macchina da scrivere: sceneggiature per il cinema, per il teatro alcune commedie musicali, scrisse persino delle canzoni. Come regista era decisa, brava con gli attori e ancora di più con i non-attori. Io facevo tutto quello che mi diceva. Aveva un'inventiva straordinaria, una fantasia pazzesca e coraggiosa, le sue storie erano bellissime: fece grandi commedie all'italiana, ma intinte nel grottesco e molto politiche. Era dotata di un grandissimo senso dell'umorismo. Se lavorare con lei era un piacere e ci si divertiva sempre, non era però un gioco, era anzi molto faticoso: come tutti i grandi aveva una cura maniacale per ogni cosa. Era capace di tenerti sul set fino a notte fonda per ottenere quello che voleva. Abbiamo viaggiato insieme in un momento bellissimo per il nostro cinema. Che purtroppo non c'è più. Come lei. Ma sono stato fortunato a conoscerla».

Gloria Satta per “il Messaggero” il 10 dicembre 2021. Ha la voce rotta, Sofia Loren, quando parla della scomparsa di Lina Wertmüller, regista di 4 suoi film e da mezzo secolo amica nella vita, complice, quasi una sorella. «Sono addoloratissima», sussurra al telefono dalla sua casa di Ginevra, «è come se fosse morto un mio familiare». A 87 anni, due Oscar e una carriera leggendaria alle spalle, la grande attrice è stata diretta dalla regista in 4 film: per il cinema Fatto di sangue tra due uomini per causa di una vedova - si sospettano moventi politici (1978), Sabato domenica e lunedì (1990), Peperoni ripieni e pesci in faccia (2004, ultima regia) e, per Canale 5, Francesca e Nunziata (2002). Ed è stata proprio Sofia che il 27 ottobre 2019, a Los Angeles, ha consegnato a Lina l'Oscar onorario alla carriera. 

Cosa ricorda di quella serata?

«Un'emozione che mi accompagnerà finché sono in vita. Lina, una donna di solito molto spiritosa, sul palco della Ray Dolby Ballroom appariva molto commossa. E lo ero anch' io che ho dovuto fare il discorso davanti al gotha di Hollywood. C'erano tra gli altri Quentin Tarantino, Leonardo Di Caprio, Isabella Rossellini, Harvey Keitel...». 

E cosa ha pensato quando la regista ha proposto di chiamare la statuetta Anna?

«Quell'uscita fu un'espressione della sua ironia e della sua intelligenza. Lina era una donna piena di vita, accogliente, dotata di una memoria prodigiosa: le piaceva raccontare storie e incontri legati alla sua vita nel cinema. Insieme abbiamo lavorato con impegno ma ci siamo anche fatte tante risate». 

Quando vi siete incontrate?

«A metà degli anni Settanta mi arrivò il copione di Fatto di sangue, una commedia ambientata negli anni Venti in Sicilia. A me era destinato il ruolo di una vedova napoletana divisa tra due uomini interpretati da Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini.  Rimasi folgorata e dissi a mio marito Carlo Ponti: Questo film devo assolutamente farlo. Lina, reduce dai trionfi di Mimì Metallurgico, Travolti da un insolito destino e Pasqualino Settebellezze, per me era un mito, quasi un'immagine sacra». 

Aveva mai lavorato con una regista?

«Mai prima di allora. E in tutta la mia carriera Lina è rimasta l'unica. Negli ultimi tempi mi confessava il desiderio di girare un altro film con me. Avrei accettato senza esitare».

E farsi dirigere da una donna le è sembrata un'esperienza diversa dalle altre?

«Senza alcun dubbio. Sul set, con Lina si creava ogni volta un rapporto più intimo, ravvicinato. Lavoravamo seriamente ma c'era anche spazio per parlare di cose di donne come la bellezza, i vestiti, la famiglia. E, perché no, ci concedevamo anche il piacere di qualche pettegolezzo». 

È vero che sul set era autoritaria?

«Con me non è mai stata aggressiva, per carità, abbiamo sempre lavorato in piena sintonia. Certo, era una regista esigente e pretendeva il massimo. Ma anche Vittorio De Sica lo era, come tutti i grandi».

Cosa amava di lei, al di là del talento cinematografico?

«La sua intelligenza, la sua sensibilità fuori del comune, il suo gusto per il lato comico della vita. In fondo i suoi film erano delle tragedie, ma di ogni storia Lina riusciva a mettere in evidenza l'aspetto esilarante, addirittura grottesco. Non ti faceva mai pesare il suo talento, la sua cultura. Aveva sempre voglia di divertirsi. Ed era sempre con te: accanto a lei io non mi sono mai sentita sola». 

L'ultima immagine che conserva di Lina?

«La sua gioia nella notte dell'Oscar. Quasi non credeva di aver conquistato quel riconoscimento a 91 anni. Ma nessuno come lei l'ha mai meritato. E ora mi mancherà moltissimo». 

Lina Wertmüller, il ricordo di Rita Pavone: “Era la mia mamma artistica, sono distrutta”. Debora Faravelli l'11/12/2021 su Notizie.it. Distrutta per la scomparsa di Lina Wertmüller, Rita Pavone ha raccontato quello che la regista ha rappresentato per lei. Sono tantissimi i messaggi di cordoglio condivisi dopo la morte Lina Wertmüller, regista e scrittrice italiana scomparsa giovedì 9 dicembre 2021 all’età di 93 anni: tra questi quello di Rita Pavone, che ha parlato di un dolore enorme e ha definito la donna definita una seconda mamma. Intervistata dall’AdnKronos poco dopo la triste notizia, la cantante ha raccontato di aver incontrato Lina a casa sua a novembre: “Le avevo telefonato per dirle che ero a Roma e lei mi ha risposto che per me la porta era sempre aperta“. Stava benissimo, ha spiegato, ed era in forma sul suo divano. Legatissima alla regista romana sia dal punto di vista umano che professionale, ha parlato di lei come di una mamma artistica con la quale ha iniziato la sua carriera. Tra le tante collaborazioni, la Wertmüller la diresse nel Gianburrasca televisivo del 1964 e l’aveva anche inclusa nel docufilm di Valerio Ruiz sulla sua vita, Dietro gli occhiali bianchi. Nel trasmettere tutto il so affetto alla figlia Zulima, la Pavone ha infine ricordato che la regista è stata la prima donna ad aver ricevuto una nomination agli Oscar nella categoria di miglior regia (Pasqualino Settebellezze, 1977).

“E’ stata un caposaldo: aveva un’intelligenza, una simpatia, un umorismo e nello stesso tempo era romantica e sentimentale“, ha concluso.

Morte di Lina Wertmuller, il ricordo di Fausto Bertinotti: “Nei suoi film la lotta di classe”. Federico Fumagalli su Il Riformista il 10 Dicembre 2021. «Diamoci “del tu”. Ti va?». Chiede Fausto Bertinotti al telefono, mentre si trova «in campagna, a guardare la pioggia». Abbatte i formalismi l’ex Presidente della Camera, firma del Riformista. Anche quando alla domanda «possiamo parlare della signora Wertmuller?», Bertinotti risponde: «Se fosse viva e ci avesse sentito chiamarla “signora”, Lina di certo ci avrebbe riso su». Verissimo. Le etichette non facevano per lei. Può dimostrarlo chiunque l’abbia incontrata, intervistata, conosciuta più o meno bene. Lui la conosceva bene: «Eravamo amici – spiega Bertinotti –. Insieme a mia moglie Lella, sono stato spesso a casa sua. Non ci vedevamo da un po’, sapevo fosse molto provata. Ma – continua – facciamola ridere ancora, anche adesso che non c’è più. Continuiamo a chiamarla “signora Wertmuller”».

Parafrasiamo il titolo di un recente e fortunato film, “Qui rido io” di Mario Martone. Qui ride (ancora) Lina.

La risata di Lina contagiava anche la sua opera. Pensiamo, ad esempio, a Pasqualino Settebellezze. Racconta una storia drammatica (l’avventuroso peregrinare di un giovane proletario della Napoli fascista, che finisce in un lager tedesco ndr.). Ma se scavi un po’, avverti l’eco del ridere. Una reazione non consolatoria, né di fuga. È invece un distacco ironico dalla realtà.

A proposito di titoli. I suoi, interminabili, sono leggendari.

Titoli che non finiscono mai. Proprio come il suo nome (all’anagrafe: Arcangela Felice Assunta Wertmuller von Elgg Spanol von Braueich ndr.). Vale lo stesso per i personaggi dei suoi film. Rappresentano una natura doppia, o tripla. E così, riescono a mantenersi sempre a debita distanza dalle persone vere.

Vale lo stesso per gli attori, spesso grandissimi, che hanno interpretato i suoi film?

Certo. Giancarlo Giannini ad esempio, era fuori dai canoni tradizionali. Così diverso da Marcello Mastroianni, un interprete del tutto risolto. Forse è anche per questo che Lina, pur essendo ottimi amici, diresse poco Mastroianni (una sola volta, nel 1978, in coppia con la Loren per Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici, ndr.). Irrisolta, allo stesso modo di Giannini, era invece la gigantesca Mariangela Melato.

Giannini e Melato sono i protagonisti di “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”. Una commedia sulla lotta di classe, datata 1974.

In quel decennio, gli anni Settanta così segnati dalla divisione della società in classi, Lina guardava ai proletari e ai borghesi allo stesso modo. Con disincanto e critica.

Questo tipo di conflitto, oggi pare meno attuale. Lo sono anche i film di Wertmuller?

Il nostro è un mondo rovesciato, in cui anche la lotta di classe è alla rovescia. La combatte chi detiene il potere. In un’epoca che la sociologia definisce fluida, tanto cinema di Lina Wertmuller non avrebbe cittadinanza. E farebbe fatica a trovare una produzione.

L’essere donna è stata un’altra cifra importante, nella sua carriera cinematografica.

Una regista molto di confine. Non saprei dire se fosse femminista. Certo, resta famosa la sua battuta sul nuovo nome da dare all’Oscar. «Bisogna cambiare il nome a questa statuetta. Chiamiamola con uno di donna: Anna».

Parole pronunciate a Los Angeles, quando nel 2020 le viene assegnato l’Oscar onorario. Facendole visita a casa, ti è mai capitato di vedere il premio esposto?

Non ricordo di averlo visto. Magari l’aveva nascosto. Era solita spostare il campo di osservazione. Nel suo cinema, così come nel privato. Anche i suoi occhiali bianchi fungevano da schermo, secondo me. In questo modo, l’attenzione non cadeva su di lei ma su ciò che indossava.

Per farla meglio conoscere alle nuove generazioni, un titolo che – prima di altri – suggeriresti agli spettatori più giovani?

Dico Pasqualino Settebellezze. Non secondo una mia personale preferenza, ma perché ormai questo film è un classico.

Nel 1977, quando ebbe la candidatura come migliore regista per Pasqualino, fu Rocky a trionfare agli Oscar…

Non ricordavo. Questo un po’ fa ridere me…

Federico Fumagalli

Amata dalla critica e dal pubblico. Chi era Lina Wertmuller, una carriera iniziata come aiuto di Fellini. Federico Fumagalli su Il Riformista il 10 Dicembre 2021. È la vita. Passati i novant’anni può sembrare che la non mortalità si sia manifestata. Per la prima volta, stando alle cronache. È l’arte. Quando è stata grande, prepotente, premiata, popolare e di successo, continuerà a vivere. Diventata cristallo, è destinata a restare. E l’arte cinematografica, la più simile alla vita che filma e racconta, è il migliore fra gli elisir. Vale, eccome, per l’opera di Lina Wertmuller, la grande regista scomparsa ieri a novantatré anni, nella sua Roma. E nella capitale era nata, il 14 agosto del 1928, da una famiglia della borghesia benestante, con gocce di sangue nobile di discendenza svizzera. Gli occhialoni bianchi, distintivi e iconici, li avrebbe indossati presto. Nel 2015 il giovane regista Valerio Ruiz è partito proprio da lì, per il documentario biografico Dietro gli occhiali bianchi, che con affetto ha dedicato a lei e a chi ha amato il suo cinema. Tanti. Più il pubblico della critica? Falso. La lista dei riconoscimenti, molti alla carriera, dimostra il contrario. Allora, è vero l’opposto? Falso anche questo. Lina Wertmuller ha sempre avuto feeling con gli spettatori, di cinema e tv. I clamorosi successi forse non sono molti, ma fondamentali (Gian Burrasca, Mimì metallurgico, Film d’amore e d’anarchia, Travolti da un insolito destino, Pasqualino Settebellezze…). La coerenza del suo cinema, il suo graffio di autrice insieme profonda e popolare, è inattaccabile e imprescindibile. Anche quando l’esito, artistico e commerciale, non è di prima grandezza. Metalmeccanico e parrucchiera, in un turbine di sesso e politica, con Veronica Pivetti e Tullio Solenghi, nel 1996 sembrava essere uscito fuori tempo massimo dagli anni Settanta. Che, per materiale socioculturale, per Wertmuller rappresentano il gran decennio. Se nei primi Sessanta perde il treno dei signori colleghi maschi, che debuttano (come Bellocchio e Olmi, che le produce il suo film d’esordio, dall’inedito sapore neorealista: I basilischi del 1963, premiato a Locarno) o si consacrano (è stata aiuto regista di Federico Fellini, sui set di La dolce vita e 8 e mezzo), i Settanta le sono davvero congeniali.

Si trova benissimo con la coppia Giancarlo Giannini–Mariangela Melato. Dirigendo loro e altri colleghi (anche internazionali, come Harvey Keitel e Angela Molina in Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti del 1985), decide di mettere alla prova la memoria dei più incalliti cinefili, con titoli dalla lunghezza monstre. I già citati, ma stavolta (se lo meritano) in tutta la loro interezza titolistica: Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972), Film d’amore e d’anarchia – Ovvero Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza… (1973), Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto. E ancora, La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia (1978), Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano motivi politici (1978). Alla regista, interessano i conflitti: Nord vs Sud (Mimì), ricca borghesia vs proletariato (Travolti da un insolito destino. Epocale, al punto da spingere Madonna a farne un brutto remake quasi omonimo, Travolti dal destino nel 2002). E ama fare, a suo modo, i conti con la Storia non da molto passata e con il suo strascico: Film d’amore d’anarchia, che regala a Giannini il meritato premio a Cannes, come migliore attore.

Seguendo gli stessi principi di quel successone, e affidandosi al medesimo protagonista, tre anni dopo Wertmuller alza la posta. Pasqualino Settebellezze (1976) è un ottimo film. Ma, soprattutto, scrive statistiche immense per il cinema italiano nel mondo. Giannini ottiene la nomination all’Oscar, come migliore protagonista. Vince la statuetta, postuma, Peter Finch per Quinto potere (fra i candidati, anche De Niro in Taxi Driver e Stallone in Rocky). Il film è nominato come migliore pellicola straniera (e ancora ci si domanda come il dimenticato Bianco e nero a colori di Jean-Jacques Annaud, abbia potuto fare meglio). Ma è Wertmuller a fare l’impensabile. Due candidature: migliore sceneggiatura originale e, udite udite, migliore regia. Mai nessuna donna ci era riuscita prima. La seconda dopo di lei sarebbe stata Jane Campion, nel 1994, per Lezioni di piano. L’Oscar onorario, che doverosamente l’Academy le assegna nel 2020 (una delle ultimi luci dello spettacolo internazionale, prima dello scoppio della pandemia) non vale come risarcimento e non cancella la enormità di quanto successo più di quarant’anni prima.

L’ultimo film, nel 2004, è stato il dimenticabile (ma il titolo, ancora una volta è divertente) Pomodori ripieni e pesci in faccia con Sophia Loren (altra attrice di riferimento. Ma nella professione le due non si sono date il meglio, l’una all’altra). E in tv Mannaggia alla miseria, nel 2010, con Sergio Assisi e Gabriella Pession. Come passa il tempo, come cambiano gli attori. Proprio in televisione, Wertmuller ebbe il suo primo trionfale successo. Il giornalino di Gian Burrasca, da Vamba, con Rita Pavone. Gioiosissima preistoria. In quella occasione, per una giovane mamma Rai, la regista finì per bene adattarsi a qualcosa che negli anni non sarebbe più stato congeniale alla sua poetica. Da cui, almeno in parte, si discostano due capolavori della avanzata maturità. Il delicatissimo Io speriamo che me la cavo (1992), dal libro di Marcello D’Orta, con un prezioso Paolo Villaggio maestro elementare. E, divertentissimo, il doppiaggio italiano della nonna di Mulan, nell’omonimo cartoon Disney del 1998.

La vita privata è stata il più possibile riservata e di moltissimo amore. Per la figlia adottiva Maria Zulima ed Enrico Job. Marito e grande scenografo, anche dei film della moglie, scomparso nel 2008. Lina Wertmuller è scomparsa ieri, ultranovantenne, quando sembrava essere scesa a patti con l’immortalità. Resterà, immortale, tutta la sua opera e il suo cinema. In ricordo di una donna di talento, pioniera senza ribadirlo. Di esempio per tanti e, soprattutto, libera. Federico Fumagalli

Lina Wertmuller: sangue lucano, sguardo meridionale, talento internazionale. Paride Leporace su Il Quotidiano del Sud il 9 Dicembre 2021. Sangue basilisco, sguardo meridionale, fama e riconoscimento internazionale (prima donna candidata all’Oscar e Oscar alla carriera), tempra da cinematografara romana (ci dava con il linguaggio romanesco a sferzare le maestranze della capitale), una regista colonna del cinema italiano che spesso non ha ricevuto il rispetto critico che le si doveva in vita.

Lina Wertmuller è morta all’età di 93 anni. Ha molto contribuito nel modificare il cinema del Novecento, prima donna regista italiana ad imporsi in un mondo maschile e maschilista.

All’anagrafe si chiamava Arcangela Felice Assunta Wertmüller Von Elggspand Von Braucich, quasi a parafrasare quel marchio di fabbrica di molti titoli dei suoi film chilometrici e wertmulleriani per antonomasia, girati con gli occhialetti che aveva sempre sul naso a testimoniare un altro suo sigillo personale che ha sempre accompagnato uno stile registico molto originale.

Ha sempre scritto bene Lina, fin da giovane quando si cimentava con i copioni di Canzonissima. Galeotta fu la sua amica, Flora Carabella, moglie di Marcello Mastroianni, a presentarla a Federico Fellini e a darle l’opportunità di diventare aiuto del grande regista ne “La Dolce vita”, raro caso per il cinema dell’epoca.

L’esordio nel cinema di Lina è travolgente. “I basilischi” racconta l’immobilismo (si ipotizzò d’intitolarlo “Oblomov”) del Meridione interno di mezzo secolo fa. Il film non amato da tutti i lucani (per il dialetto pugliese e una certa visione nordista) si apre con un ordinario pranzo quotidiano prima della controra in cui tutti andranno a dormire. La carrellata morbida mostra le diverse bottiglie di vino sul tavolo nella silenziosa scena che scopre la tipica famiglia del ” Si vuo’ campà a luongo, mangia, vivi e ruormi”.

“I basilischi” nasce per caso. Lina Wertmuller, ha fatto da poco l’aiuto della “Dolce vita” ed ha conosciuto Tullio Kezich e insieme vanno in Sicilia sul set di Salvatore Giuliano di Francesco Rosi. Galeotta fu la sosta a Palazzo San Gervasio, paese originario di Lina, per far scoccare la scintilla di Kezich nel proporre la nascita del fortunato esordio wertmulleriano subito ben acclamato al festival di Locarno.

Si racconta che Lina scrisse il copione in una notte. Una sceneggiatura perfetta che cita anche Giustino Fortunato nel finale. E a quel tempo una buona idea diventava un film a basso costo di gran qualità. Girato tra Puglia e Basilicata; Minervino Murge, Spinazzola e Palazzo San Gervasio le location che con orgoglio ne rivendicano le genesi.

“I basilischi” prende il nome da certi lumaconi sempre fermi al sole, che daranno un neologismo lucano che ha persino ribattezzato la poco conosciuta mafia locale.

Con la sua brillante carriera Lina Wertmuller, figlia di un aristocratico professionista svizzero-tedesco, è diventata personaggio identitario lucano, spesso omaggiata dalla Basilicata e dalle sue istituzioni pubbliche e cinematografiche con affetto molto ricambiato in manifestazioni celebrative in ogni dove.

Romanissima per nascita e formazione ma molto coinvolta in un meridionalismo grottesco e audace. La Sicilia del Mimì Metallurgico rappresentata a Sud e Nord, lo scontro di classe tra la milanese capitalista e il siciliano comunista in splendidi luoghi della Sardegna, luogo molto amato per le vacanze da Lina Wertmuller, che non disdegnava di frequentare. Ma era anche solita trovare riposo a Ravello complice il suo amico antropologo De Masi, o a Scario dal senatore Lino Jannuzzi, ma anche a Sangineto in Calabria ospite di Giacomo Mancini.

Lina è stata un’intellettuale di area socialista (ha fatto parte dell’assemblea nazionale su designazione di Craxi) con spirito libertario e femminista. Trasformò Rita Pavone in Gian Burrasca in televisione e non esitò a salire sui palchi della campagna referendaria a favore del divorzio nel 1974. Tentò anche una riflessione ironica sulla tragedia del terrorismo con il film “Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante di strada” ma negli anni Ottanta non si sapeva ancora scherzare sulla lotta armata italiana.

È stata sorella più che amica di Piera Degli Esposti, sodale di Sophia Loren, Giancarlo Giannini e Mariangela Melato diventarono celebri negli Stati Uniti grazie ai suoi film. Ha diretto Paolo Villaggio in “Io speriamo che che me la cavo” fortunata trasposizione del best seller di Marcello D’Orta.

E l’anno prossimo un documentario “Noi che ce la siamo cavata” con gli ex bambini protagonisti del film celebreranno i vent’anni del film grazie ad Adriano Pantaleo, il protagonista, il regista lucano Giuseppe Marco Albano e l’allora esordiente sceneggiatore Andrej Longo che collaborò con la mitica coppia Benvenuti e De Bernardi.

Un rapporto intenso con Napoli a partire da “Pasqualino Settebellezze” e continuato con molti film e una serie che le sono valse anche una cittadinanza onoraria da parte della municipalità partenopea.

Ha realizzato opere liriche, ha lavorato per la televisione, è sempre stata autentica e vera nella sua estetica filmica. Dotata di enorme talento. Una grande donna italiana. Magnificamente travolta da un insolito destino: Lina Wertmuller.

F.C. per “la Stampa” l'11 dicembre 2021. Le rose della Loren, la «tua Sophia» come scritto sul nastro, riempiono il vuoto di un'assenza. Dalla camera ardente in Campidoglio, ieri, mancava una generazione di registi, attori e sceneggiatori italiani. Molto più giovani di Lina Wertmüller, ma comunque in una fascia d'età che esclude l'ipotesi di non-conoscenza. Magari saranno tutti presenti oggi, per il funerale, ma la latitanza di ieri fa pensare. Il nostro cinema, poco coeso e poco abituato a tifare unito per il successo di qualcuno, ha un debito nei confronti della Wertmüller. Un peccato originale, che si riallaccia allo stigma lanciato contro la regista da una parte della critica togata, e anche molto ideologizzata, quella che non le aveva mai riconosciuto la patente di autrice a tutto tondo. Il portabandiera di questo dissenso radical-chic fu il giovane Nanni Moretti e, in tanti, da allora, sentirono il bisogno di allinearsi, di ignorare il talento della regista venerata in Usa, di bollare le sue opere con il marchio, all'epoca infamante, del qualunquismo. La vena grottesca, il coraggio di porre le donne al centro di tutto lasciando gli uomini di sfondo, contribuirono a rafforzare giudizi frettolosi. Emessi in una stagione che, all'industria cinematografica, fece molto più male che bene.

Marco Ciriello per mexicanjournalist.wordpress.com l'11 dicembre 2021.  

1) Gli occhiali più belli del cinema italiano, a metà tra la montatura ironica di Woody Allen e la lente deformante di Federico Fellini. 

2) Una nave corsara: estranea e guerriera, intransigente sul set quanto empatica con i personaggi che ha creato, Lina Wertmüller è stata così diversa da non appartenere a nessuno.

3) Una lotta ad oltranza contro le domande del cavolo delle interviste, le impreparazioni dei giornalisti, le analisi senza aver visto i suoi film. Lina è come dovrebbe essere, tutto, ma voi vi accontentate. 

4) Doveva tutto alla sua compagna di banco, Flora Carabella, moglie di Marcello Mastroianni, che seguì per studiare insieme all’accademia teatrale diretta da Pietro Sharoff. E poi dite che in Italia la scuola non serve. 

5) Il carnevale di Martin Scorsese, la gioia del cinema per Harvey Keitel, la libertà che Hollywood non ha mai potuto permettersi per Henry Miller. Wertmüller nel suo corpo piccolo e all’apparenza fragile, conteneva la meraviglia di tanti mondi possibili.

6) Se Gesù baciò i piedi ai suoi apostoli, Robert Altman durante la cerimonia dei Golden Globe, fece tacere la sala e baciò i suoi. Non ci sarebbe da stupirsi per l’adorazione di un apostolo per la filmografia, ma Wertmüller si è solo inorgoglita dei suoi piedi bellissimi. 

7) Goffredo Fofi le diede dell’“artista dell’era di Craxi che mai pagherà per nessuna delle sue malefatte artistiche e morali”. E Wertmüller lo querelò, realizzando forse il suo capolavoro più grande: Goffredo attivista ferito nella critica. 

8 ) Per capirne la grandezza, basta prestarsi ad una rapida analisi: va bene Liliana Cavani, quasi sua coetanea, ma della nuova generazione di grandi registe, ne ricordate qualcuna? Ecco, vi siete dati una risposta. 

9) Ha diretto il miglior film sul terrorismo, chiudendo tutta la società italiana in una macchina, tra dc, brigatisti e ignavi, fino a farli soffocare, il miglior film sul sud, bocciando con sessant’anni di anticipo tutta la paesologia e il miglior film sulla borghesia italiana, regalandoci l’erotismo della donna più affascinante del cinema italiano, Mariangela Melato. 

10) È stata la prima in tante categorie, non solo come donna candidata all’Oscar e pioniera nel ridimensionamento dell’egemonia maschile nel lavoro e nell’arte, ma soprattutto per la filmografia sull’Olocausto, anticipando l’orrore di Claude Lanzmann e il tentativo di introdurre nel dramma la commedia, come Mel Brooks. 

11) Non era napoletana ma grazie al suo sguardo totale, che sapeva analizzare complessità, linguaggi e differenze, aveva capito bene Napoli senza dover rivendicare nulla. 

12) Libera e senza inganno, aristocratica senza bisogno di un kolossal ma mai sorda e cieca nei confronti del popolo, divertita dallo stereotipo e dalla banalità di chi non lo capisce.

13) Così femminista da non essere capita dalle femministe, così regista da non essere capita dai registi, così sceneggiatrice da non essere capita dagli sceneggiatori, così Lina da poter essere solo Wertmüller. 

14) Se gli operai erano condannati alla fatica della fabbrica e ai cineforum per la lotta di classe, lei seppe farli ridere e Mimì metallurgico divenne il loro eroe. 

15) Arcangela Felice Assunta Job Wertmüller von Elgg Esapañol von Brauchich. I suoi titoli, dannazione per generazioni di cartellonisti, erano anche biografia: condivideva con i film la disgrazia della firma all’anagrafe. 

16) A parte essere l’unica a saper dirigere Sophia Loren, dopo De Sica, proprio perché spogliata dello scudo oleografico della bellezza, con Giannini e Melato crea uno dei più bei tridenti della storia del calcio. 

17) Il cinema italiano di oggi non può ricordarla, se l’avesse vista e studiata oggi avremmo un altro cinema e per fortuna un’altra memoria da preservare per il futuro e di cui avere cura. 

18) Una colonna sonora che si regge sull’impalcatura melodica di uno fischio, meno celebre del classico Morricone – Leone, ma che lega Wertmüller al mondo epico del western e alla sua capacità di dipingere affreschi, esaltando con la macchina da presa ogni componente. 

19) Una che se n’è sempre fottuta, come diceva lei stessa, tanto da mordere il dito a Luciano De Crescenzo, mandare a fanculo Nanni Moretti e cambiare l’ordine dei posti a sedere durante la cerimonia degli Oscar. Perché l’unica cosa che conta sono il set e il talento, divertirsi e fare le cose a proprio modo. 

20) Grida, litigi e sfuriate durante le riprese per lasciare spazio alla tranquillità del quotidiano e alla costruzione di un amore per quarant’anni. Altrimenti non avrebbe potuto scrivere canzoni per Mina, soprattutto Mi sei scoppiato dentro al cuore all’improvviso, dopo aver conosciuto Enrico Job. 

21) Svizzera – Palermo, la linea degli alieni dal mondo intellettuale, di chi appartenendo al sud lo comprende senza superficialità e non si abbandona al conformismo. Sarà per questo che da svizzera di origine, divenne amica di Leonardo Sciascia. 

22) Non le avanzò tempo, tra sceneggiatura e regia, altrimenti come cantante avrebbe potuto essere Paolo Conte. Eppure la sua elegante leggerezza nella voce si trasfuse in Rita Pavone e Luis Bacalov, per diventare la voce narrante per eccellenza del novecento italiano. 

23) Lei era un fumetto, amava Flash Gordon di cui era figlia, e lo fa leggere al geometra Satta Flores ne “I basilischi”. 

24) La storia del passato ormai ce l’ha insegnato che un popolo affamato fa la rivoluzion ragion per cui affamati abbiamo combattuto perciò buon appetito facciamo colazion. Viva la pappa pappa col po po po po po po po mo do ro.

25) Ingrandire, deformare, tragedizzare la realtà per poi riderne. Con semplicità e soprattutto col sesso. Senza la furbizia di Fellini, la ridondanza del corpo di Pasolini, ma esibendo i culi di Brass, ridendo. 

26) Prima di uccidere Mussolini, tre giorni in un casino. Perché l’anarchia è un sogno senza speranza. 

27) Fece Adamo ed Eva molto meglio della Bibbia perché Adamo parlava siciliano ed Eva era bionda. Scopavano, litigavano, si picchiavano. Esattamente come a nostra immagine e somiglianza. 

28) Il più grande insegnamento della sua filmografia è che i ricchi ti fottono sempre. Non avrebbe mai immaginato che anche per le strade di San Francisco i tassisti, riconoscendola, l’avrebbero chiamata: bottana industriale. Aveva capito che tra il sesso e la televisione, l’uomo stava scegliendo la seconda, facendo iniziare a precipitare tutto. 

29) Pasqualino Settebellezze era odissea nell’orrore, e John Simon, l’uomo più incontentabile di Hollywood si perse dietro a questa Omero donna. Nacque Santa Lina da NY. 

30) Perché scopare una nazista, una kapó più inchiavabile della Merkel, è una delle più grandi vittorie dell’antifascismo. 

31) L’uomo nel disordine è l’unica speranza.

Alla Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo. Addio a Lina Wertmuller, applausi e lacrime al funerale per la “regista del popolo”. Redazione su Il Riformista l'11 Dicembre 2021. L’applauso dalla folla ha accompagnato l’arrivo del feretro di Lina Wertmuller nella Chiesa degli Artisti a Roma. Maria Zulima Job, figlia adottiva della regista scomparsa il 9 dicembre a 93 anni, è arrivata ai funerali della madre tenendosi per mano con i famigliari e gli amici più stretti. Tra i primi volti noti giunti per l’ultimo saluto alla grande artista, Giancarlo Giannini: “Una grande donna e una grande regista. Senza di lei non avrei fatto nulla io”. Anche Giuliana De Sio, regista Cinzia Torrini, Elisabetta Villaggio, figlia di Paolo, il professore Domenico De Masi alla produttrice Caterina D’Amico. In tantissimi hanno voluto salutare per l’ultima volta Lina Wertmüller, i cui funerali si sono svolti oggi nella chiesa degli Artisti di piazza del Popolo, a pochi passi dalla casa dove viveva la grande regista scomparsa.

Sulla bara c’è una foto ma ci sono anche un paio di grandi occhiali bianchi, come quelli che portava sempre Lina. “Si fa fatica a pensarla chiusa lì in una bara di legno, si sarà già rotta di restare chiusa lì dentro…”. Usa l’ironia, la stessa amata da Lina, l’attore Massimo Wertmuller nipote della regista, nell’elogio funebre pronunciato nella Chiesa degli Artisti a Roma, al termine della cerimonia religiosa. “Rendere pubblico un dolore così intimo un po’ lo inflaziona – confessa – quando ci lascia un maestro, come era Lina Wertmuller, si rimpiange il suo genio ma anche un modo di vivere e di essere da grande intellettuale: una figura che manca molto in questo periodo”.

Sul presbiterio sale anche una commossa Rita Pavone. “E’ stata la mia mamma artistica – dice la cantante -. Mi ha portato a fare cose che mai avrei pensato di poter fare. Era frizzante e spumeggiante con un carattere che adoravo” aggiunge, ricordando qualche aneddoto delle riprese de Il giornalino di Gian Burrasca. La cerimonia è stata celebrata da don Walter Insero, che era amico personale della regista: “Ha raccontato umili e oppressi, mettendosi sempre dalla loro parte, con intelligenza e ironia, ‘cantando per chi non aveva fortuna’, come recita il brano di ‘Film d’amore ed anarchia’. La sua straordinarietà era nel raccontare l’ordinarietà della gente comune. Ricordiamo una grande artista, una donna che esprimeva e comunicava la sua gioia di vivere, che si era definita ‘regista del buonumore’ e che amava Papa Francesco perché diceva che lui arrivava al cuore delle persone con la sua simpatia. Lei ha trasmesso simpatia attraverso le sue opere, anche con quegli occhiali bianchi che erano il suo segno distintivo”. Lina Wertmüller, ha continuato don Walter Insero, “aveva una naturale tendenza a camminare dal lato assolato della strada, come sottolineava parafrasando Louis Armstrong. Mi colpiva di lei il suo essere una donna semplice, nonostante il grande successo e i premi internazionali: non badava ai riconoscimenti pur apprezzandone il valore”. Don Walter osserva che “Lina ha conservato per tutta la sua vita la sua anima di scugnizza, non ha mai soffocato la bambina che era dentro di lei. Ricordava, citando Fellini, che la vita è una festa e va vissuta insieme. Diceva di non lasciare che sia la vita a giocare con te ma di giocare tu con la vita”.

Funerali di Lina Wertmüller, la commozione di Rita Pavone e la poesia di Giancarlo Giannini: “Che piccola cosa una vita…” di Agenzia Vista Alexander Jakhnagiev l'11 dicembre su Il fatto Quotidiano. Ecco la poesia scelta dall’attore Giancarlo Giannini per la cerimonia funebre di Lina Wertmüller alla Chiesa degli Artisti di Roma.

Che piccola cosa, una vita!

La mia, come tutte, è una goccia.

Voglio si perda in un mare d’amore,

perché è l’unica via, altrimenti

è una goccia sprecata: troppo piccola

per essere felice da sola, e troppo grande

per accontentarsi del nulla.

“Mamma Wertmuller? Una grande donna, con una genialità speciale e due palle così...” La figlia della regista: «Era curiosa di tutto, diceva sempre andiamo a informarci». Fulvia Caprara l'11 Dicembre 2021 su La Stampa. Quanto è difficile parlare della propria madre, a poche ore di distanza dalla scomparsa, accanto al feretro esposto al saluto della gente, nel clima ufficiale del Campidoglio, in una giornata di pioggia che sembra fatta apposta per piangere. Quanto è difficile accogliere gli amici, i parenti, i conoscenti, le celebrità come Mara Venier, Milena Vukotic, Veronica Pivetti, Leopoldo Mastelloni, le autorità come il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, l'assessore alla Cultura Miguel Gotor e il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini che parla di «una grande donna, regista coraggiosa, innovativa, sempre avanti rispetto ai tempi». 

Le tipiche statuine napoletane. Agenzia Vista / CorriereTv. Napoli, 11 dicembre 2021 Un omaggio alla regista Lina Wertmüller dai maestri del presepe di San Gregorio Armeno a Napoli: ecco la statuina del presepe e un messaggio: Ciao Lina.

Funerali Wertmuller, applausi e commozione nella Chiesa degli Artisti. Il Mattino Sabato 11 Dicembre 2021. (LaPresse) Lacrime e applausi alla chiesa degli artisti a Roma per i funerali di Lina Wertmuller, scomparsa giovedì all'età di 93 anni. In tanti hanno voluto portare l'ultimo saluto alla regista, da Giancarlo Giannini a Cinzia Th Torrini fino a Giuliana De Sio ed Elisabetta Villaggio, figlia di Paolo. Particolarmente commossa Maria Zulima Job, la figlia adottiva di Wertmuller. Sul feretro, oltre ai fiori, anche una foto e un paio di occhiali bianchi, segno distintivo della regista. Il rito funebre è stato celebrato da don Walter Insero, amico della donna.

Funerali Wertmuller, il racconto dell'ex collaboratrice: «Mi ha sempre aiutato». Il Mattino Sabato 11 Dicembre 2021 

(LaPresse) «Io vengo dal Marocco e lei mi ha sempre aiutato. Quando mia sorella si è ammalata di cancro ci è stata vicina, ci ha aiutato fino alla sua morte. Sempre carina, sempre gentile», così Zora, ex collaboratrice domestica di Lina Wertmuller arrivata in piazza del Popolo per dare l'ultimo saluto alla regista scomparsa giovedì a 93 anni. «Ho lavorato per lei per tre anni e mi ha sempre trattata come una di famiglia, mai come una domestica».

Lina Wertmüller, l'ultimo applauso. Folla alla Chiesa degli Artisti a Roma. Giannini: "Mi ha forgiato come il pongo".  Riccardo Caponetti su La Repubblica  Sabato 11 Dicembre 2021. Molti al funerale della regista in Piazza del Popolo. La famiglia è arrivata tenendosi per mano. Maria Zulima Job, la figlia adottiva, parenti, gli amici più stretti. De Sio: "Ha vissuto libera come ha voluto. Dobbiamo festeggiarla". Un lungo applauso, uno di quelli che hanno accompagnato le opere artistiche di Lina Wertmüller, ha accolto l'arrivo del feretro in piazza del Popolo a Roma e il suo ingresso nella Chiesa degli Artisti in piazza del Popolo a Roma. Il rito funebre della regista deceduta due giorni fa all'età di 93 anni, è cominciato in tarda mattinata, alle 11,30. 

Quando Virzì intervistò Lina Wertmuller: "Ero giovane e impertinente, mi travolse con la sua ironia". La Repubblica  Sabato 11 Dicembre 2021. Paolo Virzì & Lina Wertmuller. Un incontro tra un regista emergente, appena due film, e una cineasta affermata che aveva da poco consegnato al cinema 'Ninfa plebea'. Una intervista nell’ambito di una serie che Tele+ dedicava ai maestri del cinema, facendoli incontrare con i registi delle nuove generazioni.  “Era il ’96 e Lina Wertmuller volle incontrare me, le era piaciuto 'Ferie d’agosto', il mio secondo film - racconta oggi Virzì - andai, con tutta l’alterigia di chi pensa di mettere in difficoltà la cineasta potente e cinica, 'ricca e spietata'. Con l’impertinenza del 'giustiziere', anche se scherzoso: niente elogi e violini ma polemica canzonatura. Mi sentivo insomma investito dal compito di portare la voce della nuova generazione, polemica verso i cineasti dell’establishment. Ma lei mi travolse con la sua simpatia, mi irretì con la sua ironia affettuosa. Aveva intelligenza, profondità, mi disse cose che mi colpirono e commossero. Ne uscii frastornato, pensando 'ma che stronzi che siamo, lei è molto meglio di noi'”. L’operatore era Carlo Virzì, il montaggio di Jacopo Quadri. Il produttore, allora giovanissimo, era Cristiano Bortone.

L’intervista di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo a Lina Wertmüller per “il Fatto Quotidiano” pubblicata da Dagospia il 9 dicembre 2021.

Gli omaggi epistolari di Henry Miller a metà anni 70: "Cara Brenda, hai mai visto qualche film di questa regista italiana? Guardando Travolti da un insolito destino nell' azzurro mare d' agosto mi sono venuti in mente Tropico del Cancro e Sexus, umorismo e scopate a mucchi, una scorpacciata. Hollywood, con tutti i suoi divi, questa libertà non potrà mai permettersela". 

Quelli visivi di Martin Scorsese in un prezioso documentario di Valerio Ruiz: "Nei suoi racconti c' era sempre un carnevale, una festa, un'energia speciale: nessuno lavorava come lei". Il timbro di Mina in Mi sei scoppiato dentro il cuore, musica e parole di Bruno Canfora e Lina Wertmüller: " Era/ solamente ieri sera/ io parlavo con gli amici/ scherzavamo tra di noi". Gli applausi dell'Academy per la prima candidatura all' Oscar di una donna. 

E lei, Lina, con gli occhiali bianchi e le lenti appoggiate sui ricordi: "Una volta a San Francisco un tassista mi chiamò bottana industriale" indifferente a complimenti, indulgenze e tranelli della memoria: "Al successo non ho mai creduto". A 87 anni, circondata da vetri smerigliati, architetture liberty e divani, non si lamenta: "Tutto sommato mi trovo ancora a mio agio con la vita". Non vorrebbe sprecar tempo.

Di se stessa, in un'ora di conversazione, lascia qualche traccia. Il resto è curiosità. È tutto un "Quanti anni ciài?", un "Quanto vuoi campà?", " Ma quanto fumi?". Un' intervista a chi dovrebbe intervistarla perché domandare è più interessante che rispondere: "Che se dovremo di' poi di così importante?" 

Lei non fuma più?

Iniziai a 5 anni. Le prime cose che ho fumato erano le cocce, i gusci delle noccioline americane. I ragazzi di oggi che ne sanno? Sulle cocce delle noccioline hanno un vuoto culturale.

Come si sente a 87 anni?

So che un giorno o l'altro morirò e non mi preoccupo. Mal che vada mi farò un gran bel sonno. Me ne andrei da commensale sazio, comunque. 

Pensando al cognome del suo storico compagno, Enrico Job, Tullio Kezich giocava sul suo carattere difficile: "Per stare vicino a Lina, ci vuole la pazienza di Job".

Ma quando mai? Io sono un angelo, magari energico, ma sempre angelo resto. 

Come volò nel mondo dello spettacolo?

Grazie a Flora Carabella, la moglie di Marcello Mastroianni. Era poco più grande di me e diventammo amiche fraterne. Si iscrisse all' Accademia di Arte Drammatica e io mi ritrovai a seguirne le tracce. 

Si era iscritta all' Accademia anche lei?

Mi hanno cacciato da molte scuole, ma non da lì. All' Accademia non mi ero iscritta perché avevo 16 anni ed ero troppo piccola. Frequentai un'altra palestra teatrale, con Pietro Sharoff, un russo che si rifaceva al metodo Stanislavskij. 

Il cinema arrivò più tardi?

Il primo film in assoluto che vidi, nel 1942, fu Giarabub. Ci andai con mia nonna. Il cinema vero arrivò più tardi, con Fellini. Federico mi ingaggiò come assistente per 8 1/2. 

Era una brava assistente?

Pessima, però quell' esperienza fu importante. Imparai molte cose e mi divertii a riprendere Federico sul set durante le pause.

Nel bel documentario di Valerio Ruiz, "Dietro gli occhiali bianchi", le riprese in bianco e nero che lei rubò sul set mostrano l'affinità tra Mastroianni e Fellini.

Per descrivere il loro rapporto non c' è niente di meglio della frase che Marcello dice ad Anouk Aimèe quasi a fine film: 'La vita è una festa, viviamola insieme'. Non si prendevano mai troppo sul serio, Marcello e Federico. 

Ad Antonio Gnoli di Repubblica lei aveva detto altro: "Fellini dava sempre l'impressione di interessarsi a te, quando in realtà era solo lui il centro dell'attenzione".

Non la posso aver mai detta una cosa simile, Federico era 'n faro, ma quale egocentrico?

Insieme ci divertivamo. Dite a 'sto Gnoli che non dicesse fregnacce.

Fellini la aiutò a esordire ne “I Basilischi”

Mi diede dei suggerimenti: 'Adesso verranno tutti da te e ti tormenteranno con l'ossessione della tecnica, del posizionamento della macchina da presa, della luce. Tu lasciali perdere. La tecnica, senza personalità, è niente. Fai il tuo film e racconta la tua storia come se fossi con gli amici al bar'. 

Quindi le stette vicino?

Da lontano. Penso che in fondo del mio esordio a Federico non potesse fregare di meno. 

Lei aveva un suo Fellini preferito?

Forse La dolce vita, ma non so se è il più bello, a quest'ora del mattino non me vojo compromette. È difficile mettere insieme le immagini, i ricordi e le impressioni e ancora di più fare classifiche. A volte mi sembra che tutti gli anni della mia vita siano compressi in un solo anno. I ricordi si schiacciano e distinguerli è un'impresa. 

La troupe de I Basilischi era quasi interamente formata dalle stesse persone che avevano lavorato con Fellini su 8/2?

Mi seguirono per una sola ragione. 

Quale?

Ero simpatica. Come d' altronde era simpaticissimo anche Fellini per cui teatro e vita si confondevano. Gli veniva un'idea e la seguiva sul momento. Una volta andando a Cinecittà in taxi incrociamo un'altra macchina sul lato opposto della strada. C' è un semaforo. Lui si sporge e vede un volto che gli piace, ma ormai siamo arrivati a destinazione, così lui scende al volo e mi ordina di pedinare l'auto, scoprire chi sia a bordo e magari proporgli un provino. 

E lei che fece?

Diedi retta. Chi non ha sognato di dire a un tassista: 'Segua quella macchina' almeno una volta nella vita? 

Ubbidiva anche in teatro?

Certo. All'inizio si ubbidisce spesso, ma nell' ubbidienza non necessariamente cieca, si può imparare moltissimo. Avevo lavorato come 'negro' con i vari Bonucci e Salvini, per poi approdare alla scuola di De Lullo, di Garinei e di Giovannini. I detrattori dicevano: 'Ha scritto tutto Lina'. Non era vero. 

Il 'negro' scriveva senza firmare.

Da Un trapezio per Lisistrata a Rinaldo in campo mi è capitato tante volte. Sgobbavo senza gloria, ma consideravo comunque lavorare come 'negro' un privilegio. Era un mestiere d' oro. E pagavano in nero che - diciamolo - quando sei un ragazzo aiuta molto.

L' elogio del 'negro'. L' elogio del nero.

Vengo da una famiglia borghese, mio padre era avvocato e insomma, per mangiare si mangiava. Però cercavo qualcosa di mio. I soldi sono importanti, ma ho sempre pensato che fosse più importante non annoiarsi. Qualcosa nella vita dovevo pur fare. 

E fece la regista.

Tenendomi sempre sul doppio binario. Il registro drammatico e comico in continua alternanza. I Basilischi, il mio primo film, nacque per caso. Stavo raggiungendo Francesco Rosi sul set di Salvatore Giuliano e mi venne voglia di vedere il paese natìo di mio padre, Palazzo San Gervasio, in Basilicata. Gli sguardi degli uomini, quelli delle donne, l'immobilità del Sud di allora, il grande sonno del popolo. Il film si sarebbe dovuto intitolare, non a caso, Oblomov del sud.

Per fortuna cambiò idea.

Non sarebbe stato un gran titolo, è vero.

Per i suoi titoli lunghi lei è passata alla storia.

Li inventavo lunghi proprio perché così nessuno se li sarebbe ricordati. 

Lunghi come il suo nome. Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Espanol von Braucich.

Eh, ma io così me chiamo. Mi porto dietro un po' di eredità. 

Con lei ci si smarrisce. Eravamo ai Basilischi, premiato a Locarno nel 1963.

Venni assalita dall' atroce dubbio di essere incasellata per sempre tra i registi impegnati: io volevo diventare una regista capace di divertirsi, non una regista impegnata. 

I Basilischi fu girato anche in Puglia, oggi set inflazionato. A quell' epoca di Apulia Film Commission non si sentiva ancora parlare.

Se questi signori vogliono rimediare, accetto molto volentieri denaro fuori tempo massimo. Adesso mi direte che I Basilischi non ha perso la freschezza.

Esatto.

E lo sapevo. Che posso dirvi? Gli abitanti recitarono e si divertirono moltissimo. Tra i protagonisti c' erano Toni Petruzzi, un ricco, elegante ragazzo di Bari che non aveva nulla a che vedere con la realtà del paese arretrato messo in scena, ma era bello come il sole e Stefano Satta Flores. Di cosa è morto poverino? 

Di leucemia, a neanche 50 anni.

Ma dimme te, era un bravissimo attore e una persona molto in gamba. 

Dopo I Basilischi, tra il 1964 e il '65 girò Il giornalino di Gian Burrasca per la Rai. Come le venne l' idea?

Non mi ricordo un beneamato cazzo e ne ho diritto, come si fa a risalire alla genesi di un' idea di più di 50 anni fa? So' domande difficilissime, queste. Dovrei dire: 'Il 14 ottobre 1964...', ma come si fa? 

Non vuole sforzarsi?

Gian Burrasca era il libro preferito da mia madre e Giannino Stoppani divenne da subito un mio fedele compagno di giochi. 

“Rita la zanzara” con Rita Pavone, il film successivo, incassò quasi un miliardo di lire.

Erano film commissionati da Goffredo Lombardo, un vero gentleman con tanto di erre moscia, bisognoso di rifarsi del tracollo finanziario patito con Il Gattopardo. 

Ha conosciuto anche Visconti?

Ancora una volta per via di Mastroianni e di sua moglie Flora. Con Luchino diventammo amici. Lo vedevamo al di fuori della sua nutrita corte. Era abbastanza simpatico, molto ospitale e veramente signore. Passammo un capodanno in Marocco, per quel che posso ricordare, divertendoci. 

Come nacque “Travolti da un insolito destino”?

Da una vacanza. D' estate navigavamo al largo delle coste sarde. Eravamo un gruppetto affiatato: Francesco e Giancarla Rosi, Antonello Trombadori, Tonino Guerra, Enrico Job e io. Giancarla e Antonello litigavano sulla politica e deformate dal grottesco, nel film ci sono tante schegge di quei periodi di villeggiatura. 

In vacanza e sul lavoro, lei e Job avete diviso la vita per decenni.

Un grande artista e un uomo simpaticissimo di cui mi parlò per primo Piero Tosi. Con Enrico sono stati 40 anni di amore. Ho avuto fortuna. L' unica fregatura è che se ne sia andato troppo presto. 

Non c'è più neanche Mariangela Melato.

Un amore. Bella, brava, spiritosa. Non sembrava neanche italiana, Mariangela. Bionda, con gli occhi verdi e una faccia singolare. Mi disse che stava male sullo stesso divano su cui sono seduta ora e me lo disse sorridendo.

Si dice che sul set di Travolti da un insolito destino Melato e Giannini vennero messi in condizioni robinsoniane per meglio farli entrare nella parte. L' uomo, la donna, il bisogno. Il selvaggio e la sciùra milanese.

Sì, ma la domanda? 

Sul set lavorò per esasperarne i caratteri?

'Sta domanda mi sembra una grande stronzata. La prossima? 

Mariangela Melato e Monica Vitti si somigliavano?

Neanche per un pelo. Vitti era diversa, aveva il suo carattere, si circondava di persone che lavoravano alla sua immagine. Era bella, molto brava e naturalmente anche piena di sé. Sapeva calcolare e dal suo punto di vista faceva bene. Non credo si sia mai innamorata di un facchino però. 

Il rapporto con la critica?

Alterno. John Simon, feroce stroncatore del New York Magazine, scrisse dei miei film cose stupende. Incredibili. 

In Italia si è sentita sottovalutata?

I Vangeli parlavano chiaro. E come dicevano? Nemo propheta in patria. 

Poco dopo le 4 candidature all’Oscar per Pasqualino Settebellezze, Nanni Moretti la accarezzò in Io sono un autarchico. Fabio Traversa lo informa dell’assegnazione di una cattedra di cinema destinata “alla Wertmüller” a Berkeley. Moretti chiede se si tratti della stessa regista di “Mimì metallurgico, Travolti da un insolito destino e di Pasqualino Settebellezze” per poi schiumare dalla bocca un liquido verde in stile Linda Blair.   

A farmi arrabbiare non fu la battuta, ma un suo gesto successivo. Lo incontrai ai margini di un Festival, lo salutai ed essendo lui un gran cafone e un vero stronzo, neanche si voltò. Di Moretti comunque non ricordo tutti i titoli, vediamo: Ecce Bombo? 

È suo.

Poi ci sono Bianca, La Messa è finita, Caro Diario. Ha fatto tanti film, come mai ne ha fatti tanti? 

Perché sono piaciuti molto.

Come mai sono piaciuti molto? 

Cinica e spietata.

Cinica e spietata, sì, la definizione mi piace. 

Lo è stata anche con gli attori? In Sabato, domenica e lunedì staccò quasi un dito a Luciano De Crescenzo.

Glielo morsi. Recitava ogni scena con questo ditino a mezz' aria. Lo agitava. A certi attori napoletani, le mani andrebbero cucite. Avvertii Luciano un paio di volte. Poi mozzicai. 

Azzannò anche Veronica Lario? In Sotto... sotto... strapazzata da anomala pas sione, Lario è Ester, moglie di Oscar, falegname.

Arrivò con Marione Cecchi Gori che era amico di Berlusconi. Veronica non era per niente simpatica, ma bella e brava me pare de sì.

Ci litigò mai?

E perché? Mica me la dovevo sposà? Avremo avuto qualche discussione: il vaffanculo sul set parte, ma io non porto mai rancore. Lei invece era tra quelle che si offendevano. 

Craxi era un suo amico?

Non caro, anche se non ci sarebbe stato niente di male. Non erano gli artisti a inseguire i partiti, ma i partiti che volevano mettersi qualche fiore all' occhiello. 

Vota ancora?

Non lo so, forse non ho mai votato, non me ne frega niente. 

È vero che non legge i giornali?

Non è un vezzo, non li leggo proprio. Forse è la pigrizia, forse la noia, forse la televisione. 

I suoi amici?

Dudù La Capria, Piera Degli Esposti, Mimmo De Masi. Di certo non si va più da Rosati. 

Lì incontrava Laura Betti, Pasolini, Elsa Morante.

Elsa è stata la più grande scrittrice del '900. 

L' hanno colpita le celebrazioni per i 40 anni dall' addio a Pasolini?

Quando non puoi più difenderti fanno dite quello che vogliono. 

Ha mai creduto al complotto per assassinarlo?

Mai. Quella dell'Idroscalo è una storia di froci e quello delle marchette un mondo pericoloso. Non ci sono gentiluomini tra le marchette. 

A chi vuole veramente bene Lina Wertmüller?

A mia figlia Maria Zulima, è il mio cuore. Fa la skipper, sta per mare, non torna molto spesso. Naviga.

·        Addio al giornalista Rai Demetrio Volcic.

Addio al giornalista Rai Demetrio Volcic, raccontò l'Urss agli italiani. Il Quotidiano del Sud il 5 dicembre 2021. E’ morto a Gorizia all’età di 90 anni Demetrio Volcic, storico corrispondente da Mosca per la Rai durante la Guerra fredda ed ex direttore del Tg1. Nato a Lubiana, per un quarto di secolo aveva raccontato agli italiani il mondo oltre la Cortina di ferro con le sue corrispondenze da Praga, Vienna, Bonn e la capitale russa. Proverbiale la frase “fa freddo qui a Mosca” con cui apriva i suoi servizi. Volcic aveva iniziato a lavorare in Rai nel 1956 e nel 1964 era diventato inviato speciale da Trieste. Nel 1968 fu promosso a corrispondente dall’estero. Dal 1993 al 1994 guidò il tg della prima rete Rai. In seguito era entrato in politica ed era stato senatore dell’Ulivo dal 1997 al 2001 e poi eurodeputato dal 1999 al 2004. Tra i suoi tanti libri “Mosca, I giorni della fine”, “Sarajevo. Quando la storia uccide”, “Est. Andata e ritorni nei Paesi ex-comunisti”. “Il piccolo zar, 1956”, “Krusciov contro Stalin” e “1968, L’autunno di Praga”.

Dagospia il 5 dicembre 2021. Dal profilo facebook di Enrico Mentana. Quando cominciai a fare il giornalista, più di 40 anni fa, avevo un solo mito nell’informazione televisiva. Era Demetrio Volcic, che se ne è andato oggi. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui e di essergli amico. Era ed è restato inarrivabile, dalla Primavera di Praga all’Urss tra Breznev e Gorbaciov, dalla Polonia di Walesa alla Germania di Schmidt e Kohl, Demetrio ha raccontato la storia mentre si dispiegava con la passione, la brillantezza e la cultura che ammiravamo. È stato un grande, per me il più grande, e lo piango con tutti quelli che lo hanno conosciuto e amato

Da ansa.it il 5 dicembre 2021. E' morto a Gorizia Demetrio Volcic, giornalista, storico corrispondente da Mosca per la Rai. Aveva compiuto 90 anni il 22 novembre scorso. Dagli schermi della tv raccontò agli italiani quel mondo oltre la Cortina di ferro grazie alle corrispondenze da Praga, Vienna, Bonn e Mosca. Negli ultimi sei mesi le condizioni di salute di Volcic erano peggiorate. Ai problemi alla schiena che lo affliggevano da tempo, si erano aggiunti altre patologie. Storico corrispondente della RAI da Mosca, Volcic era nato a Lubiana da padre triestino e madre goriziana. La famiglia si era trasferita in Slovenia durante il fascismo, per poi rientrare in Italia alcuni anni più tardi. Uomo "di confine", dunque, Volcic aveva vissuto in varie città, tra cui Vienna e Parigi. Volcic fu anche direttore del Tg1, senatore venti anni fa circa eletto con il centrosinistra ed europarlamentare. Scrittore, aveva pubblicato numerosi libri di successo, l'ultimo dei quali uscito nel 2021, una sorta di collage di quanto aveva scritto in precedenza con capitoli inediti. È il primo e unico libro scritto in sloveno. Volcic lascia la moglie e un figlio, che vive a Mosca e una figlia che vive in Inghilterra. 

È morto Demetrio Volcic: raccontò agli italiani il mondo oltre la Cortina di ferro. Paolo Garimberti su La Repubblica il 5 dicembre 2021. Il giornalista, corrispondente da Praga, Vienna, Bonn e Mosca, è stato anche direttore del Tg1, senatore ed europarlamentare. Il giornalista Demetrio Volcic si è spento oggi a Gorizia. Era nato nel 1931. Dagli schermi della tv raccontò agli italiani il mondo oltre la Cortina di ferro come corrispondente da Praga, Vienna, Bonn e Mosca. Nel luglio del 1975 doveva tenersi a Praga il congresso del Partito comunista cecoslovacco. Era il secondo dopo la fine della Primavera di Dubcek, schiacciata dai carri armati del Patto di Varsavia nell'agosto 1968, e c'era molta attesa per capire, attraverso i nomi dei promossi nei ranghi alti del partito e la cancellazione degli epurati, fin dove si era spinta la normalizzazione di Gustav Husak, il proconsole di Breznev in procinto di aggiungere la presidenza della Repubblica alla carica di segretario...

Demetrio Volcic muore a 90 anni: addio allo storico corrispondente Rai da Mosca. Paolo Valentino su Il Corriere della Sera il 5 dicembre 2021. Con le sue corrispondenze da Praga, Vienna, Bonn e dalla capitale dell’allora Unione Sovietica, aveva raccontato agli italiani il mondo al di là della Cortina di Ferro. Proverbiale la sua apertura dei servizi: «Fa freddo qui a Mosca». È morto domenica a Gorizia il giornalista Demetrio Volcic, per molti anni inviato oltre la Cortina di Ferro e storico corrispondente da Mosca. Era nato nel 1931 e il 22 novembre aveva compiuto 90 anni. Nato a Lubiana, Volcic è stato per anni il volto dei collegamenti dei telegiornali Rai dai Paesi dell’Est, da Praga, poi Vienna, Bonn e in particolare da Mosca, allora capitale dell’Unione Sovietica. Proverbiale la sua apertura dei servizi: «Fa freddo qui a Mosca». Quella sera a Mosca, in partenza per Vienna poco prima di essere nominato direttore del TG1, mi raccontò di Sasha Bovin. Era la sua fonte al Cremlino negli anni brezneviani, poi caduto in disgrazia perché aveva osato dire a Breznev che doveva farsi tagliare le sopracciglia se voleva far colpo sulla signora Pompidou, per la quale il leader sovietico stravedeva. «La nostra amicizia era dovuta al Campari. Lo amava liscio. Veniva a casa mia alle 9, parlavamo mentre si scolava una bottiglia intera. Poi mi salutava dicendo: “Ubriaco al mattino, libero tutto il giorno”». Era così Demetrio Volcic, che se n’è andato in punta di piedi pochi giorni dopo aver compiuto 90 anni. Maestro del dettaglio che ti apriva un mondo, artista della battuta fulminante che valeva scorte di editoriali verbosi. Rigoroso e umano. Colto e profondo come sa esserlo solo un mitteleuropeo di confine, nato a Lubiana da padre triestino e madre goriziana. Ma ironico e disincantato come soltanto un lord inglese. Come quando prendeva in giro i colleghi che «a torto o a ragione si sentivano ascoltati», lui che il Kgb o i suoi gemellini dell’Est li aveva avuti sul serio alle calcagna, tanto che una volta a Praga gli consigliarono di smettere di far lavorare il dissidente Jiri Pelikan nella sede della Rai, «se non voleva finire come l’ambasciatore jugoslavo», spinto da un’auto in un burrone: «C’era chi non riusciva a fare sesso sapendo di essere ascoltato dal Kgb e allora partiva per Helsinki con la moglie di venerdì, faceva i propri doveri coniugali e tornava a Mosca il lunedì. Altri invece si eccitavano di questa cosa. Certo, un sesso troppo loquace non era consigliabile». È stato molte cose Demetrio: giornalista, accademico, autore di libri importanti e di successo, senatore della Repubblica, deputato europeo. Ma soprattutto è stato un grande testimone del suo tempo, il Novecento della Guerra Fredda che pochi come lui hanno saputo raccontare dall’una e dall’altra parte della Cortina di Ferro nelle sue indimenticabili corrispondenze da Praga, Varsavia, Vienna, Bonn e Mosca. Del mondo comunista conosceva gli arcani e le situazioni, i personaggi e le macchinazioni di palazzo, cremlinologo sembrava esserlo di nascita. Lo conobbi in Russia, nel 1990, e diventammo amici quando gli raccontai che da ragazzo a mia madre che chiedeva cosa volessi fare da grande, avevo risposto: voglio fare Volcic. Da quel momento, le telefonate con lui diventarono un rito, per me indispensabile a leggere cosa stesse succedendo nel caos creativo della Mosca di Gorbaciov. «Prima non sapevamo niente e capivamo tutto, oggi sappiamo tutto e non capiamo niente. Siamo stati qui decenni e non è successo nulla, siete arrivati voi e tutto è esploso», ripeteva affettuosamente burbero a me e Enrico Franceschini, che eravamo fra i più giovani del gruppo italiano. Demetrio era capace di riassumere il senso di una notizia in una battuta al fulmicotone. Come la sera del fallito golpe dell’ottobre 1993, già direttore del Tg1, quando iniziò il suo editoriale dicendo: «I capi della rivolta Rutskoi e Kashbulatov sono arrivati nella prigione di Matrosskaya Tishina alle 7 di sera. Troppo tardi, il rancio era già stato distribuito. Sono rimasti senza cena». Oppure rendere un’epopea con un tocco impressionista: «Quella sera, nel 1968, eravamo in un locale di Varsavia e c’erano tutti i leader dei Paesi fratelli. Il Pci aveva mandato Pajetta e i polacchi gli misero dietro la capitana. Ma Pajetta sapeva chi era e le disse tutto il male possibile dei suoi dirigenti. La ragazza allora si alzò e andò a sedersi al tavolo del bulgaro Jivkov. Ballò per tutta la sera con lui, che gli zompava sui piedi e guardava l’italiano con aria trionfante. Mentre Pajetta gli gridava: «Servo, figlio di puttana». La terra sia lieve a un maestro. Addio Demetrio. 

Addio a Volcic, storico giornalista Rai. Ci raccontò da Est la cortina di ferro. Redazione il 6 Dicembre 2021 su Il Giornale. È morto a Gorizia Demetrio Volcic, giornalista, storico corrispondente da Mosca per la Rai. È morto a Gorizia Demetrio Volcic, giornalista, storico corrispondente da Mosca per la Rai. Aveva compiuto 90 anni il 22 novembre scorso. Dagli schermi della tv raccontò agli italiani quel mondo oltre la Cortina di ferro grazie alle corrispondenze da Praga, Vienna, Bonn e Mosca. Era una figura a cui gli italiani tutti erano molo affezionati, per il suo modo garbato e professionale di parlare, e per quelle sue corrispondenze da Praga, Vienna e Bonn che aprivano una finestra su un mondo di cui si sapeva poco. Negli ultimi sei mesi le condizioni di salute di Volcic erano peggiorate. Ai problemi alla schiena che lo affliggevano da tempo, si erano aggiunti altre patologie. Storico corrispondente della Rai da Mosca, Volcic era nato a Lubiana da padre triestino e madre goriziana. La famiglia si era trasferita in Slovenia durante il fascismo, per poi rientrare in Italia alcuni anni più tardi. Uomo «di confine», dunque, Volcic aveva vissuto in varie città, tra cui Vienna e Parigi. Tra i suoi servizi più famosi si ricordano quelli realizzati nei giorni della cosiddetta Primavera di Praga a fine anni Sessanta, su cui scrisse anche il libro 1968. L'autunno di Praga. Volcic fu anche direttore del Tg1, senatore nel 1997 eletto con il centrosinistra ed europarlamentare dal 1999 al 2004. Scrittore, aveva pubblicato numerosi libri di successo, l'ultimo dei quali uscito nel 2021, collage di quanto aveva scritto in precedenza con capitoli inediti. È l'unico libro scritto in sloveno. Volcic lascia la moglie e un figlio, che vive a Mosca e una figlia che vive in Inghilterra. Vocic conosceva sei lingue ed era un abile giocatore di scacchi. 

·        È morto il cantante Toni Santagata.

Da corriere.it il 5 dicembre 2021. È morto improvvisamente Toni Santagata, cantante, cantautore, compositore, conduttore in radio e tv, popolarissimo negli anni ‘70 e ‘80, cabarettista famoso a Roma, protagonista di tante trasmissioni dell’epoca da A come agricoltura a Canzonissima. Tante le tournee’ anche all’estero. Aveva 85 anni, si chiamava Antonio Morese ed era nato a Sant’Agata di Puglia il 9 dicembre 1935).

È morto Toni Santagata, il cantautore aveva 85 anni. Chiara Maffioletti su Il Corriere della Sera il 5 dicembre 2021. È morto improvvisamente Toni Santagata, cantante, cantautore, compositore, conduttore in radio e tv, popolarissimo negli anni ‘70 e ‘80. È morto improvvisamente Toni Santagata. Cantante, cabarettista, attore, conduttore televisivo, autore oltre che promotore del cabaret italiano. Era tutto questo Toni Santagata, all’anagrafe Antonio Morese, morto ieri improvvisamente, a 85 anni. Ne avrebbe compiuti 86 il 9 dicembre. Originario di Sant’Agata di Puglia, si era trasferito a Roma, nel 1959. Nel 1964 viene pubblicato quello che resta tra i suoi brani più celebri, «Quant’è bello lu primm’ammore», come retro del singolo «Miezz’a la piazza». Il disco era stati subito censurato dalla Rai. Diede la sua impronta al cabaret iniziando per primo ad usare il dialetto pugliese sul palco, durante i suoi numeri. Nel 1971 la Rai lo aveva invitato a partecipare al programma «Speciale 3 milioni», dove era stato presente per 4 puntate su 5, come cantautore italiano e dove presenta: «Il gallo contestatore», «La pagnotta», «Un esercito di viole», «Il seminatore».

Carriera trasversale

Nel 1974 era stato invece Vittorio Salvetti a scritturarlo come cantautore/cabarettista nello spettacolo a tappe «Invito al sud» e sempre quell’anno aveva vinto «Canzonissima» nella inedita sezione Folk, con «Lu maritiello», sempre da lui scritta. Nell’apice della sua popolarità, Santagata aveva anche partecipato al Festival di Sanremo: era il 1973 e presentava «Via Garibaldi», che aveva ottenuto il premio per il miglior testo. Subito dopo la Rai gli aveva affidato il ruolo di Comandante nella trasmissione per ragazzi «Il dirigibile», prolifico autore delle sigle e di altre 40 canzoni cantate puntata dopo puntata. Ma dopo due edizioni, Santagata aveva lasciato il programma per iniziare il suo viaggio attraverso grandi tournée mondiali.

Il successo all’estero

Ecco però che era arrivata un’altra occasione imperdibile: la conduzione su Radio Rai di «Cabaret ovunque», di cui era autore e conduttore. Fu un successo, con la Rai obbligata a promuovere la trasmissione all’orario della domenica. A mezzogiorno. Cambia titolo, raddoppia il tempo e diventa «Cabaret di mezzogiorno». Ma il desiderio di farsi conoscere anche all’estero era rimasto: nel 1976 Santagata aveva tenuto così due concerti memorabili al Madison Square Garden di New York. Un trionfo. Da allora aveva poi condotto e scritto per Radio Rai le trasmissioni «Miramare», «Radio taxi», «Di riffa o di Raffa», «Radio Punk», di cui era anche autore delle sigle. Nel 1978 aveva poi inciso la sigla di «Golflash - Domenica Sprint», «Squadra grande squadra mia», che diventa l’inno dell’Italia campione del mondo 1982. Nel 1992 aveva condotto per Rai 1 il programma «Ciao Italia» assieme a Sydney Rome mentre nel 1994 aveva preso parte al Festival di Sanremo come membro della Squadra Italia con Una vecchia canzone italiana. Nel corso della sua carriera ha scritto 6 opere musicali moderne. La sua ultima apparizione televisiva lo scorso ottobre, a «Oggi è un altro giorno».

Morto Toni Santagata, ha portato il folklore pugliese al successo. La Repubblica il 5 dicembre 2021.Aveva 85 anni. Portò le canzoni popolari pugliesi ai livelli di hit, con canzoni come Quant'è bello lu primm'ammore, Lu maritiello. La sua canzone Padre Pio ho bisogno di te, è diventata la preghiera ufficiale dei fedeli del santo. E' morto improvvisamente Toni Santagata, cantante, cantautore, compositore, conduttore in radio e tv, popolarissimo negli anni '70 e '80, cabarettista famoso a Roma, protagonista di tante trasmissioni dell'epoca da A come agricoltura a Canzonissima. Tante le tournée anche all'estero. Aveva 85 anni, si chiamava Antonio Morese ed era nato a Sant'Agata di Puglia il 9 dicembre 1935 da cui aveva preso il nome d'arte. La ha comunicato la moglie Giovanna con cui aveva festeggiato 50 anni di matrimonio. Portò il folklore pugliese ai livelli di hit, con canzoni come Quant'è bello lu primm'ammore, in cui raccoglieva quelli che lui stesso aveva definito "stornelli pugliesi", o Lu maritiello, con cui vinse Canzonissima nel 1974. Era diventato molto noto negli anni Sessanta e Settanta. Si era trasferito a Roma alla fine degli anni Cinquanta e lì all'inizio dei Sessanta era stato tra i fondatori del Folkstudio a Trastevere, il celebre locale romano diventato cult grazie all'esibizioni di De Gregori, Venditti, Rosso, Locasciulli. Promotore del cabaret italiano, in tv condusse, tra l'altro, la trasmissione per ragazzi Il dirigibile, mentre per Radio Rai condusse e scrisse le trasmissioni Miramare, Radio taxi, Di riffa o di Raffa, Radio Punk. Tanti i concerti in Italia e all'estero, tra cui, memorabili, le due serate del 1976 al Madison Square Garden di New York. Nell'ottobre 1992 venne scritturato per un concerto in piazza S. Giovanni a Roma, ripreso da Rai 1, cui parteciparono 500.000 persone. Nel corso della sua carriera ha scritto 6 opere musicali moderne. La più nota è Padre Pio Santo della speranza, eseguita in Vaticano presso l'Aula Paolo VI la sera della canonizzazione del Santo. La canzone finale, Padre Pio ho bisogno di te, è diventata la preghiera ufficiale dei fedeli del santo. È stato inoltre tra i fondatori della Nazionale Attori, della quale è stato a lungo capocannoniere. L'ultima apparizione in video è avenuto il 22 ottobre scorso alla trasmissione tv di RaiDue Oggi è un altro giorno. Fu lui, tra l'altro, a ispirare il brano Lu primme ammore di Giorgio Gaber e Umberto Simonetta, che venna lanciata con successo da Ombretta Colli a Canzonissima nel 1971.

Toni Santagata si porta via un pezzo di folk italiano. Antonio Lodetti il 6 Dicembre 2021 su Il Giornale. È famoso soprattutto per l'allegra Quant'è bello lu primmo ammore (addirittura censurata dalla Rai) ed un simbolo del folk pugliese. È famoso soprattutto per l'allegra Quant'è bello lu primmo ammore (addirittura censurata dalla Rai) ed un simbolo del folk pugliese ma Toni Santagata (nome d'arte di Antonio Morese, nato appunto a Sant'Agata di Puglia) si è fatto conoscere come cantautore e cabarettista in tutta Italia e in mezzo mondo, con ciliegina sulla torta un concerto al Madison Square Garden di New York. Un mese fa aveva raccontato le sue avventure su Raiuno a Serena Bortone a Oggi è un altro giorno e ieri se n'è andato a 85 anni. Un pugliese molto noto anche a Milano, che nei primi anni Settanta lo vide protagonista - come cabarettista e foksinger - al mitico Derby Club da cui uscirono tanti giganti dello spettacolo. Scrisse e cantò tanto anche in italiano, ma ottenne i maggiori successi col dialetto, come per esempio la vittoria a Canzonissima 1974/75 nella speciale sezione folk con il brano Lu maritiello. L'anno prima però si era imposto al Festival di Sanremo con il pezzo Via Garibaldi, che vinse il premio della giuria per il miglior testo. Sfuggiva dunque a qualsiasi definizione Toni Santagata, che negli anni ha imperversato in tanti programmi televisivi e radiofonici come conduttore (era un animale da palcoscenico e un artista dotato di grande spirito) passando da programmi Rai come Il dirigibile (lo show per ragazzi in cui aveva il ruolo del comandante) a Cabaret di mezzogiorno per Radiorai. Ha partecipato a show musicali popolari come il Cantagiro addirittura come superospite e il Festivalbar sempre fuori gara, e fu l'unico cantante invitato al Teatro Politeama di Napoli scrivendo e cantando Carissimo Totò. Tra i suoi brani in italiano spiccano Il gallo contestatore, La pagnotta, Il seminatore, Austerity presentata a Canzonissima e inserita nella colonna sonora del film Pertini il combattente e scrisse anche (nel 1970) la sigla del programma televisivo A come agricoltura. Sempre legato alla sua Puglia, ha svolto la sua attività principalmente a Milano e Roma, dove viene ricordato oggi come cantante e uomo di spettacolo d'altri tempi di rara simpatia e professionalità. Antonio Lodetti

Nino Materi per il Giornale il 5 dicembre 2021. Quant’è bello il primo Toni Santagata, il secondo è più bello ancora. Oggi il rivoluzionario del sound italiano ha 85 anni, ma a vederlo così in forma le cifre potrebbero essere invertite: 58. Wikipedia, l’enciclopedia che tutto vede e a tutto provvede, gli appiccica l’etichetta di «cantautore, cabarettista e attore»; roba vera, ma limitativa: come definire Diego Maradona semplicemente «calciatore, riccioluto e argentino». Se vi azzardate a restringerlo nella stanza angusta del «Genere Folk», Toni butta giù le pareti a spallate: «Macché folk... Ho composto, oltre a mille altre cose, ben sei opere musicali moderne con tanto di recital nell’aula Paolo VI in Vaticano». Numeri da star, quelli del maestro Antonio Morese (il suo vero nome): 22 milioni di dischi venduti e 6.700 spettacoli. «Memorabili i 20 minuti di applausi nel mitico Madison Square Garden di New York», ricorda Santagata rinverdendo una vecchia cartolina del «periodo americano». Toni, inventore di uno stile che in 60 anni (sessanta!) di carriera ha shakerato l’umorismo del cabaret con l’originalità di rime esilaranti. Istrione e one man show, un visionario predisposto a giocare d’anticipo anche su temi seri e di attualità. Se poi la pizzica salentina è diventato un ballo global, il merito è anche del «cocktail Santagata», da gustare sorso a sorso, anzi strofa a strofa. Per averne la riprova, basta ascoltare quel capolavoro imitato ovunque, dal ritornello inconfondibile, che fa: «Quant’è bell’ lu primm’ammore» (rassicurante prima parte, subito smentita dall’ammiccante parte seconda: «lu secondo è chiù bell’ ancòr»). Motivetto mille volte remixato, dalle sagre di paese alle serate in discoteca, dove ogni chef aggiunge un ingrediente al piatto forte. Ma il cuoco-doc resta sempre lui: Toni, nato a Sant’Agata, il paese pugliese in provincia di Foggia che ne ha ispirato il nome di battaglia, ma che oggi vive di luce riflessa proprio per aver dato i natali all’«Aznavour italiano», come ai tempi d’oro era conosciuto in Francia, dove tra i suoi fan c’era l’intera famiglia Mitterrand con testa il presidente e il figlio ministro della Cultura. Ma sorpresi a canticchiare «Quant’è bell’ lu primm’amore», furono anche insospettabili ammiratori nostrani del calibro di Sandro Pertini, Renato Guttuso (che alla fine di un concerto gli donò un disegno), Pier Paolo Pasolini ed Eugenio Montale. Un’intera nazione stregata dallo stornello «scandalo» che fu subito censurato da quella stessa Rai che già proibiva alle gemelle Kessler la calzamaglia «color carne». Ma, dopo decenni di timori bacchettoni, la «Televisione di Stato» riabilitò il famigerato brano, pregando Santagata di presentarla a Canzonissima pur con qualche piccola modifica legata al numero di «corna» contenute nel testo originale. Una trama tragicomica, specchio di un’epoca che dal secondo dopoguerra arriva ad oggi.

Cominciamo da quel fatidico 1974 quando la Rai, dopo aver censurato per un decennio la sua canzone-simbolo composta nel 1964, la pregò di partecipare a Canzonissima.

«Un pezzo da novanta della Rai mi spiegò che in quella edizione di Canzonissima, presentata da Raffaella Carrà, avrebbero voluto puntare sulla valorizzazione della musica regionale». 

Lei accettò subito.

«Al contrario. Rifiutai, rimanendo un po’ offeso».

Addirittura. E perché?

«Primo perché non sono mai stato un cantautore regionale, ma un interprete che ha usato il dialetto unicamente per valorizzarlo in una chiave nazionale e internazionale. Secondo perché all’epoca ero già famoso e pieno di impegni». 

Cosa le fece cambiare idea?

«Decisi di consumare una mia piccola vendetta».

«Vendetta»?

«Dissi: Parteciperò solo a una condizione: cantare la canzone che mi avete sempre censurato». 

Ossia la famigerata Quant’è bell’ lu primm’amore».

«Proprio lei».

E il «pezzo grosso» della Rai che rispose?

«Ma tu vuoi farmi licenziare? Quello è un testo scandaloso».

Quindi?

«Replicai: Allora non se ne fa niente. Lo salutai e uscii dalla stanza. Ma mentre stavo per entrare nell’ascensore».

Cosa accadde?

«Sentii una mano sulla spalla. Era il super direttore. Che si arrendeva. Mi disse: Ok, hai vinto tu. Ma devi farmi un piacere».

Quale «piacere»?

«Nella canzone c’era quattro volte la parola corna. Lui mi chiese di ridurle a due per non urtare troppo la serenità familiare dei telespettatori». 

Accettò?

«Sì, anche se bluffai sul numero delle corna. Erano di più».

I telespettatori gradirono o rimasero choccati?

«Altroché se gradirono. Vinsi Canzonissima con 1.400.000 cartoline di preferenza spedite da casa. Un trionfo».

Ma, «corna» a parte, cosa c’era in quella poesia da creare tanto imbarazzo da parte di «tutori della morale pubblica»?

«Per la prima volta, in un’Italia profondamente cattolica e tradizionalista, una canzone rompeva il tabù di ruoli sociali cristallizzati da generazioni». 

Cioè?

«Si adombrava un adulterio, si descriveva la figura grottesca di un marito (di nome Bracalone) succube della moglie e privato dell’autorità del pater familias. Insomma, con largo anticipo sui tempi moderni, mettevo in discussione dogmi secolari». 

Ma «Bracalone» è un marito immaginario o un personaggio reale?

«In realtà era il padre di un mio compagno di scuola. Non si chiamava così ma le vicende raccontate nella canzone sono vere. E di alcune sono anche stato testimone». 

Come nel caso del «mazziatone» subìto dal povero Bracalone ad opera della moglie?

«Bracalone, quando incrociava la moglie, cercava sempre di porsi in una posizione strategica: riservandosi una via di fuga. Maria, la signora Bracalone, aveva infatti il vizietto di alzare le mani».

Inoltre, i piatti li faceva sempre lavare al coniuge.

«Ma Bracalone, per non perdere la status di uomo a parole e fatti, pretendeva che l’acqua per sciacquare i piatti fosse calda...». 

Nelle sue canzoni le interazioni coniugali seguono spesso dinamiche spiazzanti.

«Sono sempre stato aperto al nuovo, opponendomi a ogni tipo di stereotipo e pregiudizio. Vengo da una famiglia di vecchio stampo e, come si dice, dai sani principi. Genitori che si sono amati dal primo all’ultimo giorno. Un ottimo esempio di solidità matrimoniale. Anch’io ho seguito le loro orme, con una moglie meravigliosa, Giovanna, con cui condivido da sempre gioie e dolori».

Mamma e papà hanno aiutato il «piccolo Antonio» a diventare il «grande Toni Santagata»?

«Speravano, come tutti i genitori, che il figlio diventasse un serio professionista. In un Sud devastato da distruzione e povertà post-bellica ambire a diventare artista era pura utopia». 

Eppure Padre Pio le aveva predetto che il suo sogno si sarebbe realizzato.

«Giusto».

Racconti come andò.

Ero giovanissimo. Ma avevo dentro il fuoco inesauribile della passione. Decisi di andare a trovare quel frate miracoloso. Chiesi di incontrarlo e lui mi accolse. 

E cosa le disse Padre Pio?

«Uaglio’, tu tien la coccia tosta (Ragazzo, tu sei testardo), diventerai un bravo cantante. Ma, mi raccomando, studia». 

Ma lei, ai libri, preferiva gli spartiti?

«Non ho mai rinunciato alle soddisfazioni scolastiche, comprendendo l’importanza della cultura. Ero il primo della classe. Mi chiamavano il direttore. Ho fatto pure l’università a Napoli». 

Sgobbone?

«Mai. Un ragazzo sveglio. Davanti casa, nel 45, si esibiva un’orchestrina americana. Per me era attrazione irresistibile fatta di ritmi e sound affascinanti. Di lì cominciai a muovere i primi piccoli passi, che diventarono sempre grandi. Fino all’approdo a Roma». 

La Capitale. La consacrazione.

«Il successo giunse travolgente. A Roma venivano inaugurati locali alla moda solo per ospitare i miei concerti. E la fama aumentava anche fuori dall’Italia».

Sul suo sito ufficiale c’è una videogallery dedicata ai gol del «bomber Santagata» realizzati durante tante partite di beneficenza.

«Sono tra i fondatori della Nazionale Artisti e l’ideatore del Derby del cuore. Il calcio l’ho sempre amato. Anche se recentemente in una partita un colpo di testa mi ha causato un grave problema di salute che però, con l’aiuto del mio amico San Pio, ho risolto senza conseguenze.

Gli amanti del football ricordano le sue sigle dei programmi Golflash e Domenica Sprint.

«Nel cuore dei tifosi resta Squadra grande squadra mia, che divenne l’inno dell’Italia campione del mondo 1982».

Milano, altra tappa fondamentale per la scalata.

«Al Derby dovevo fare una sola serata. Dopo il successo del primo recital, ne feci 250 di seguito». 

Difficile rimanere umili quando la folla ti applaude.

«Non mi sono mai montato la testa. Neppure quando Charles Aznavour mi ospitò a un suo concerto e, alla fine, mi abbracciò solo per dimostrare al pubblico di essere mio amico».

Che pensò in quel momento?

«Avevo l’orgoglio di rappresentare, al meglio, l’Italia intera e, con essa, la mia regione, la Puglia, e tutto il Sud».

Un Sud sempre assetato di riscatto. Sociale, economico, culturale.

«Ricordo, nell’immediato dopoguerra, i miei compagni di scuola che venivano in classe scalzi. La povertà era assoluta. Il meridione era isolato dal Nord per la mancanza di collegamenti e trasporti». 

C’era un intero Paese da ricostruire.

«I genitori mi ripetevano: Figlio mio, impara bene a parlare l’Italiano. Altrimenti rimarrai sempre emarginato». 

Ed emarginazione faceva rima con emigrazione.

«Emigrante è una parola che ho sempre amato. Io stesso sono stato un emigrante e quando vedevo all’estero tanti connazionali era difficile non commuoversi. Aver regalato loro un attimo di gioia è stato emozionante. Il vero compito di un artista è donare al pubblico una parentesi di felicità. E ciò va fatto anche quando il nostro animo è amareggiato da vicende personali».

In questa prima estate post-Covid le regioni meridionali, con in testa la Puglia, sono tornate a essere meta dei turisti stranieri.

«Ed è merito anche di noi emigranti che abbiamo saputo esportare oltreconfine il meglio delle qualità nazionali. Ci siamo fatti apprezzare umanamente, poi la bellezza del territorio ha fatto il resto». 

La soddisfazione più grande?

«Avere esaltato il dialetto pugliese in un contesto di qualità artistica ai massimi livelli; con me hanno suonato infatti i più grandi musicisti. Senza contare la gioia di essere stato un punto di riferimento per una generazione di colleghi di valore assoluto». 

Il dolore più incancellabile?

«Aver perso mio figlio Francesco Saverio, portato via da una malattia improvvisa. Sono orgoglioso di lui, come lui era orgoglioso di me. L’amore ci terrà uniti. Per sempre».

C’è una fotografia che l’aiuta a scacciare la tristezza?

«Quella col mio nipotino Lorenzo che, dopo aver curato un gabbiano ferito, lo fa volare via. Libero, sul mare che brilla».

·        E’ morto l’attore aborigeno David Gulpilil.

Marco Giusti per Dagospia il 30 novembre 2021. "So come camminare attraverso la terra davanti a una macchina da presa, perché le appartengo". Un volto come quello di David Gulpilil, il più celebre attore-pittore-ballerino aborigeno australiano, ma davvero anche molto di più per il suo popolo e la sua terra, scomparso a 68 anni, una volta che lo hai visto non lo puoi dimenticare. Né lo puoi vedere in un contesto diverso. Perché davvero sembra scaturire, appartenere solo a quella terra. Nato nel 1953 a Maningrida, Arnhem Land, nel Territorio del Nord, come David Gulpilil Ridjimiraril Dalaithngu, impara l’inglese a orecchio, senza essere mai andato a scuola. E’ una scoperta quando lo vediamo, neanche ventenne in “Walkabout” di Nicolas Roeg nel 1971. Lo troveremo in molti altri film, importanti e misteriosi, come “L’ultima onda” di Peter Weir, anche di grande successo, come “Mr. Crocodile Dundee”, non limitandosi mai a fare solo il caratterista, l’aborigeno da esportazione, ma sempre allargando il suo ruolo a una testimonianza reale e sentita dell’essere aborigeno, di appartenere a quella terra. E di poter trasmettere sempre Come dimostrano i film di Rolf De Heer che lo vedono a più riprese protagonista, “Charlies’ County”, che gli fa vincere a Cannes, a Un Certain Regard, il premio per il Miglior Attore, o “The Tracker” o “10 canoe”, che lo portarono anche al Festival di Venezia.  Molto lo amò il grande cinema d’autore, come testimoniano “Fino alla fine del mondo” di Wim Wenders o “Uomini veri” di Philip Kaufman, ma la sua presenza diventa fondamentale anche in film kolossal sull’immaginario del paese come “Australia” di Baz Luhrman o rivelatori di orrori del razzismo e dello schiavismo come “Rabbit-Proof Fence” di Philip Noyce o innovativi come il western “La proposta” di John Hillcoat scritto emusicato da Nick Cave. Rolf De Heer è il regista che più lo ha aiutato a imporsi da protagonista, che ha più capito la sua grande umanità, e lo ha aiutato anche a riprendersi dopo un brutto periodo che lo portò addirittura in galera. Scrive oggi su di lui Baz Luhrman: “Una persona e un talento insostituibili. Hai dato un grande contributo non solo al cinema australiano, ma al cinema globale, permettendoci di entrare nel tuo mondo, spirito e narrazione. Non c'è mai stato nessuno come te. Non ci sarà mai nessuno come te”. Su di lui e sulla sua vita avventurosa è stato fatto anche un documentario diretto da Molly Reynolds. "Siamo tutti un solo sangue. Non importa da dove veniamo, siamo tutti un solo sangue, lo stesso."

·        E’ morto il manager di F1 Frank Williams.

(ANSA il 28 novembre 2021) - Se n'è andato a 79 anni Sir Frank Williams, uno dei nomi che hanno fatto la storia della Formula 1. Il fondatore dell'omonima scuderia, in sedia a rotelle dal 1986 a causa di un incidente stradale in Francia, era approdato nel mondo della velocità nel 1969, quando si fece prestare il telaio di una vecchia Brabham-Cosworth e mise alla guida della vettura il connazionale Piers Courage, scomparso l'anno dopo in gara a Zandvoort, una morte che lo segnò profondamente. Con il tecnico Patrick Head, Williams ha creato dal nulla uno dei più grandi team di Formula 1 di tutti i tempi, capace di vincere sette titoli piloti (l'ultimo con Jacques Villeneuve nel 1997) e nove tra i costruttori, che collocano la Williams seconda solo alla Ferrari. Francis Owen Garbett Williams era nato a South Shields, nel nord-est dell'Inghilterra, il 16 aprile 1942. Partito come rappresentante di zuppe Campbell che guadagnava 10 sterline la settimana, ha raggiunto l'apice nello splendido mondo della F1, con la Frank Williams Racing Cars che nacque nel 1966, gareggiando in F3 e F2 e F1. La morte di Courage, per quanto dolorosa, non spense però la passione per le quattro ruote. La prima vettura di F1 tutta Williams ebbe un inizio sfortunato quando, con Henri Pescarolo al volante, rimase distrutta in un incidente nel 1972. Con l'assillo di trovare finanziatori sempre presente e avendo perso il controllo della sua azienda, nel 1977 lasciò, con Head, per fondare la squadra che corre ancora oggi. Clay Regazzoni guidò una Williams con motore Cosworth fino al suo primo successo in F1, nel GP di Gran Bretagna, 1979. L'australiano Alan Jones vinse il primo titolo piloti della squadra la stagione seguente. La Williams ottenne anche il campionato costruttori quell'anno. Keke Rosberg conquistò il titolo 1982, cui seguirono altri cinque nel periodo d'oro tra il 1987 e il 1997. Ma prima la fretta per prendere un volo aveva cambiato per sempre la sua vita. "Credevo di essere in ritardo per un aereo, invece avevo confuso l'ora francese con quella inglese" ricordava anni dopo. Williams perse il controllo dell'auto a noleggio e finì in un campo a lato dell'autostrada, riportando una frattura tra la quarta e quinta vertebra. Al culmine della carriera Ayrton Senna, che aveva vinto tre titoli con la McLaren, salì a bordo della Williams per la stagione 1994, solo per morire in un terribile incidente a Imola. Williams aveva un profondo legame con il fuoriclasse brasiliano e non riuscì mai ad accettare completamente la sua scomparsa. "Frank era innamorato di Ayrton" raccontò sua figlia Claire, che in seguito avrebbe guidato la squadra, al quotidiano The Sun nel 2019. Ma nemmeno quest'ennesima tragedia era riuscita a piegare la determinazione del patron della Williams a portare al successo la scuderia che porta il suo nome. Così Damon Hill e Jacques Villeneuve conquistarono i campionati del mondo 1996 e 1997. È stato nominato cavaliere nel 1999 ed è diventato Sir Frank. "È stato un grande viaggio, che mi piacerebbe fare di nuovo se fossi più giovane. Non farei nulla di diverso se non cercare di evitare gli incidenti" confessò alla BBC nel 2010. A settembre dello scorso anno la sua famiglia ha posto fine a 43 anni di coinvolgimento nella squadra, cedendola a Dorilton Capital. Secondo l'ex capo della Formula 1 Bernie Ecclestone il team aveva perso la sua ragion d'essere con le dimissioni di Williams dal consiglio di amministrazione nel 2012

Giorgio Terruzzi per corriere.it il 29 novembre 2021. Un pezzo pregiato di storia motoristica. Questo è stato Sir Frank Williams, scomparso domenica ad anni 79 (South Shields, Inghilterra, 16 aprile 1942) al termine della sua terza vita, fatta di fatica e sofferenze, dopo quell’incidente stradale nel sud della Francia del 1986 che lo aveva paralizzato, relegandolo su una sedia a rotelle. Prima di allora, un’attività frenetica, impregnata di corse, velocità, olio ricinato. Tre vite, ecco. La prima aveva dentro il furore della passione giovanile. Fame e voglia di farcela non senza qualche giorno gramo. La seconda, iniziata nel 1977, segnata dal sodalizio con un tecnico geniale e illuminato, Patrick Head, coincise con la fondazione del team Williams Grand Prix Engineering destinato a vincere 7 titoli mondiali piloti e 9 titoli costruttori tra il 1980 e il 1997. Parlava un ottimo italiano, Frank. Imparato alla fine degli anni Sessanta quando andava e veniva dall’Inghilterra trasportando piccole monoposto, motori e ricambi destinati a chi, da queste parti, era pronto a tutto pur di saltar dentro una macchina, il gas a fondocorsa. Con Alejandro De Tomaso costruì una F1 senza fortuna. La guidava il suo amico Piers Courage, morto in pista, Zandvoort, Olanda, nel 1970; fu la Iso Rivolta a sostenerlo quando Williams era in lotta soprattutto con i debiti. Lui a utilizzare — racconta la leggenda — una cabina telefonica come base operativa della scuderia che avrebbe rilevato il petroliere Walter Wolf nel 1976. La prima sede di Williams Gp Engineering era un ex negozio di tappeti: la stoffa delle vetture risultò subito di ottima qualità. Prima vittoria nel 1979 a Silverstone con Clay Regazzoni; primo titolo piloti nel 1980 con Alan Jones. E poi Keke Rosberg campione due anni dopo, Piquet nell’87, Mansell nel ‘92, Prost nel ‘93, Damon Hill nel ‘96 e Jacques Villeneuve la stagione successiva. Numero di vittorie nei Gp: 114. L’ultima è un ricordo lontano, Spagna 2012 con quel mattacchione di Pastor Maldonado. Frank Williams aveva ceduto il timone del team alla figlia Claire, non proprio ispirata come il padre. La sua mancanza venne avvertita da tutti, insieme alla sensazione che il destino del team fosse compromesso, ben prima della cessione al fondo americano Dorilton nel 2020. Faticava a respirare ma cedeva alle richieste di interviste per raccontare e ricordare i giorni gioiosi, le furibonde lotte tra Mansell e Piquet, il dolore di fondo per la perdita di Senna a Imola, con quel penoso, inutile processo che ne seguì, una via crucis supplementare. Senna, al quale, per primo, aveva offerto una F1 per un test nel 1983, scoprendo i talenti di quel bimbo prodigio. Era un reduce, protagonista di un’epoca che vive nella memoria di vecchi innamorati. Due anni fa Hamilton lo portò a spasso a Silverstone su una Mercedes stradale in occasione del Gp. È quella l’ultima immagine che abbiamo di Frank Williams. Contiene il sorriso di chi non aveva smesso di considerare la velocità una avventura senza prezzo. «Mi hanno detto di andare piano» disse Lewis prima di partire. «Stai scherzando vero? — rispose —. Mi aspetto grandi cose». Dovevano fare un solo giro: «Facciamone un altro, per favore, questo per me è indimenticabile». Accontentato, ma certo, ma sì. Buon viaggio Sir Frank. 

·        E’ morta la scrittrice Almudena Grandes

 Francesco Olivo per “La Stampa” il 28 novembre 2021. Le grandi storie delle tragedie spagnole non sono state sempre materia per letterati. Qualcuno è arrivato per togliere da sotto il tappeto ipocrita l'odio e le passioni di una terra mai quieta. C'è un prima e un dopo l'arrivo sulla scena di Almudena Grandes, la scrittrice madrilena scomparsa ieri a soli 60 anni. Poliedrica, colta, simpatica, vitale, ha saputo spaziare dalla letteratura erotica, con Le età di Lulù, all'epopea del Novecento spagnolo, segnato senza rimedio dalle ferite della Guerra civile e dalla dittatura franchista, restituendo dignità agli sconfitti di un secolo impietoso. La sua Spagna era vista con un occhio da cronista mai neutrale, che le è valso il paragone con Benito Pérez Galdós, il grande narratore iberico degli inizi del XX secolo (ingiustamente poco conosciuto in Italia). Oltre alle Età di Lulù, portato al cinema da Bigas Luna, per un film con Francesca Neri e Javier Bardem, Grandes ha firmato decine di opere tradotte quasi sempre anche in Italia, Ti chiamerò Venerdì, Atlante di geografia umana, Gli anni difficili, Il cuore di ghiaccio e I pazienti del dottor Garcia. La voce di Almudena Grandes era qualcosa di familiare per gli spagnoli, nei dibattiti radiofonici alla Cadena Ser, nei banchetti a firmare libri nei festival letterari, nelle rubriche sul País. Lei c'è sempre stata, mai neutrale, schierata a sinistra, ed è molto doloroso dover aggiornare la definizione di «più grande scrittrice vivente» che le spettava, senza che lo facesse mai pesare. Non vive più Almudena, un cancro l'ha portata via ieri, lei ne aveva parlato e scritto nell'ultimo mese di vita, sperando di allontanare un destino ingiusto, abituata a raccontare il dolore. Il capo del governo Pedro Sánchez la celebra: «Perdiamo una delle scrittrici di riferimento». Gli amici la piangono: «Almudena ha rappresentato la continuità della rabbia per le conseguenze della guerra civile - ragiona, con il tono triste, Juan Cruz, mitico giornalista culturale spagnolo, che nei tanti anni trascorsi al País ha commissionato centinaia di pezzi a Grandes. «Almudena è stata la narratrice popolare di una devastazione - conclude Cruz -. Si è ribellata al tentativo di cancellare la memoria. Come Camus o Sciascia ha risvegliato una memoria dormiente». Difficile immaginare la Spagna senza che sia lei a raccontarla.

·        E’ morto il direttore creativo di moda Virgil Abloh.

Scomparso a 41 anni per un angiosarcoma cardiaco. Lutto nel mondo della moda, è morto Virgil Abloh: direttore artistico di Louis Vuitton. Antonio Lamorte su Il Riformista il 29 Novembre 2021. È morto dopo aver combattuto in segreto per anni contro un tumore. Virgil Abloh aveva 41 anni, era direttore creativo della linea uomo di Louis Vuitton, gruppo Lvmh e fondatore e amministratore delegato di Off-White, azienda d’abbigliamento di lusso italiana con sede a Milano. Abloh era considerato un talento: la sua nomina era stata storica, in quanto primo afroamericano a ricoprire quel ruolo centrale nella moda francese e nel lusso globale. È morto a causa di un angiosarcoma cardiaco. Era sposato con Shannon Abloh e aveva due figli, Lowe e Grey. A rendere nota la tragedia la famiglia del 41enne, tramite l’account Instagram dello stesso stilista, imprenditore, architetto, deejay, appassionato designer industriale. “Virgil ha combattuto coraggiosamente una forma di cancro rara e aggressiva, l’angiosarcoma cardiaco. Ha scelto di sopportare la sua battaglia in privato sin dalla sua diagnosi nel 2019, sottoponendosi a numerosi trattamenti impegnativi, il tutto mentre guidava diverse istituzioni significative che abbracciano moda, arte e cultura. In tutto questo, la sua etica del lavoro, la curiosità infinita e l’ottimismo non hanno mai vacillato. Virgil è stato guidato dalla sua dedizione al suo mestiere e alla sua missione di aprire le porte agli altri e creare percorsi per una maggiore uguaglianza nell’arte e nel design. Vi ringraziamo tutti per il vostro amore e supporto e chiediamo privacy per il nostro dolore”. Era nato nel 1980 a Rockford, Illinois, Stati Uniti. In una famiglia di origini ghanesi. Il 41enne aveva studiato all’Università del Wisconsin, si era laureato in Ingegneria Civile e aveva conosciuto Kanye West, il rapper e artista. I due sarebbero diventati amici. Prima di entrare nel mondo della moda internazionale aveva completato un master in Architettura all’Illinois Institute of Technology e aveva lavorato nella street fashion di Chicago. Le porte della moda internazionale si erano spalancate dopo uno stage presso Fendi nel 2009, proprio al fianco di Kanye West, con il quale avrebbe dato vita alla fondazione Off-White nel 2013. “Tutto quello che faccio, lo faccio per il me stesso 17enne”, diceva Abloh. Si era aggiudicato una nomination ai Grammy per Best Recording Package per il lavoro fatto con Watch the Throne, l’album di Jay-Z e Kanye West, era il 2011. Dal 2018 Abloh era il direttore artistico della linea uomo di Louis Vuitton. E in un’intervista a Liberi Tutti de Il Corriere della Sera diceva: “È bellissimo, mi dà speranza. Ma anche le speranze non durano molto. Devi capire i segni. Il mio è stato vedere che un giorno i designer sarebbero venuti da tutto il mondo. Un po’ come un turista che incontra un purista. Il secondo dice al primo: ‘Vivo nella moda: non conosci questo? Non sai di chi è questa giacca? Ma dove vuoi andare?’. Il turista gli risponde: ‘Anche a me piace la moda e voglio entrarci, ma non mi abbattere solo perché non so’. Ecco, io mi sento al centro di questa conversazione”. Per arrivare così in alto era diventato un purista, studiando tantissimo, e anche un turista, assorbendo da qualsiasi fonte, “che fossero lo skateboard, la moda, i graffiti, l’arte, i dj. Oggi sono ancora lo stesso affamato diciassettenne ottimista, che cerca ispirazioni ovunque. Non cercherò mai di essere superiore a quel ragazzo: è da lui che arriva la mia creatività”. La notizia della sua morte ha sconvolto il mondo della moda. “Siamo sotto choc – ha dichiarato il presidente di LVMH Bernard Arnault – Virgil non era solo un genio è un visionario ma era anche un uomo con una bella anima e di grande saggezza. La famiglia di LVMH si unisce a me in questo momento di grande dolore”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Infelicità da condividere. Nell’era esibizionista, l’eccezione è il famoso che non parla della propria malattia. Guia Soncini su L'Inkiesta il 30 novembre 2021. A quanta privacy hanno diritto le persone famose come Virgil Abloh? È ancora concesso non pubblicare sui social il proprio referto medico? Quando è arrivata la notizia della morte di Virgil Abloh, stavo illustrando a interlocutori troppo educati per zittirmi la teoria che ho sviluppato senza aver passato neanche un giorno nelle aule di medicina ma in compenso moltissimi a scorrere Instagram: non è possibile che le sinapsi di gente abituata a filmarsi da mane a sera, a vivere in diretta, a non potersi permettere una giornata non fotogenica, non è possibile che quelle sinapsi lì non siano mutate rispetto a quelle di noialtri che le saponette andiamo a pagarle alla cassa del supermercato invece di taggarne il produttore che così ce le omaggia. Morire a sorpresa fa impressione sempre, è un fatto cui seguono telefonate «ma tu lo sapevi?» anche tra gente che il defunto lo conosceva solo di nome (e che però si sente comunque esclusa: è morto senza dirlo a nessuno nessuno, o sono solo io la figlia della schifosa che non è stata informata?). L’impressione è maggiorata quando il defunto era famoso: i famosi – noi non famosi ne siamo convinti da sempre, forse persino da prima di Taylor&Burton – ci devono qualcosa. Devono pagare il fatto d’essere più ricchi, più belli, di vivere vite più comode delle nostre, e devono pagarlo con la scomodità massima: la rinuncia a ogni privatezza. Come si permettono d’ammalarsi di nascosto? Il famoso può morire a sorpresa solo se è un incidente: John Kennedy jr. sì, Nora Ephron no. Queste erano le regole d’ingaggio fino a un decennio fa. Avevamo superato i dieci anni di Grande Fratello e ancora vivere in diretta ci sembrava una perversione per pochi. C’era un pieno di persone normali convinte di non essere come quegli sciamannati della televisione, di non voler vivere su un set con le telecamere anche in bagno. Poi è arrivato Instagram, e le telecamere abbiamo iniziato a portarcele in bagno senza neanche che fossero imposte dalla produzione televisiva. Per esibizionismo in purezza, mica per contratto. L’anno prossimo sono dieci anni che Nora Ephron è morta di nascosto. Non sapevano che fosse malata neanche gli amici abbastanza cari da essere stati da lei precettati a tenere le orazioni funebri (come si riconosce una donna di carattere: non ti dice che sta morendo da viva, e t’impone di lodarla da morta). Forse la misura di quanto sei benvoluto è la disponibilità degli altri a tenere i tuoi segreti. Se sei famoso e neanche un medico, un infermiere, il parente d’un altro ricoverato, nessuno ti vende a un rotocalco, forse muori lo stesso, ma almeno riesci a non farti in pubblico l’anticamera della morte: già morire è una scocciatura, almeno la possibilità di farlo con discrezione dovrebbe essere garantita. A meno che, appunto, tu non faccia parte di quella mutazione per cui avviene davvero solo ciò che avviene in pubblico. La sorella di Chiara Ferragni ha di recente raccontato su Instagram d’avere un tumore della pelle. Poteva non raccontarlo? Forse no: se vivi fotografandoti, e ti asportano un bozzo dalla fronte, i punti di sutura devi in qualche modo spiegarli al tuo pubblico. Certo, potresti dirgli che ti sei fatta un bernoccolo inciampando. Ci crederebbe: il pubblico crede a tutto, specie quello che si sente abbastanza furbo da non credere a niente. Se vivi in pubblico sei tenuta a morire in pubblico? Se sei sana in pubblico sei tenuta ad ammalarti in pubblico? Se il tuo matrimonio è di pubblico dominio, quando finisce è tuo dovere informarne il pubblico? Come funzionano le nuove regole d’ingaggio? Quando già sapeva che sarebbe morta di lì a non moltissimo, Nora Ephron aveva pubblicato una raccolta di saggi intitolata “I remember nothing”. Uno dei capitoli era la lista delle cose che le sarebbero mancate. Avevamo tutti voluto credere che una settantenne che fa la lista delle cose che le mancheranno da morta fosse semplicemente una che fa i conti con l’età, mica una che è stata diagnosticata incurabile. Reginetta delle ottuse, io per quel libro la intervistai pure: le chiesi di Sarah Palin, mica se stesse per morire (non me l’avrebbe detto, ovviamente; mi avrebbe riso in faccia, ovviamente). Forse la ragione per cui ci fa tanta impressione che qualcuno tenga nascoste la malattia e la morte, anche se siamo gente di prima della mutazione e non ci piace l’esibizionismo, è che abbiamo questa bislacca idea che si possa essere felici da soli, ma che l’infelicità vada condivisa. Ogni volta che sento sospirare, di qualcuno che magari ha avuto un infarto ed è stato ritrovato il giorno dopo, «poverino, è morto da solo», mi chiedo che consolazione sia mai avere qualcuno intorno, mentre muori. Certo, se hai un infarto magari quel qualcuno è utile a rianimarti, ma se muori di qualcosa da cui la compagnia non può salvarti, com’è accaduto a Ephron e ad Abloh, a che ti serve convocare gente al tuo capezzale? A morire pensando «brutti stronzi, voi invece siete ancora vivi».

·        E’ morta l’attrice Arlene Dahl.

Arlene Dahl, morta la star di western e commedie degli anni 50. Redazione Spettacoli su Il Corriere della Sera il 29 novembre 2021. Arlene Dahl, l’attrice il cui fascino e i cui straordinari capelli rossi splendevano in film in technicolor degli anni ‘50 come «Viaggio al centro della terra» e «Tre piccole parole», è morta all’età di 96 anni. Il figlio di Dahl, l’attore Lorenzo Lamas, ha annunciato in post su Facebook e Instagram che la diva è mancata nella mattinata di lunedì 29 novembre a New York, senza però specificare le cause del decesso. «Ricorderò le sue risate, la sua gioia, la sua dignità mentre affrontava le sfide che le si presentavano — ha detto Lamas —. Era veramente una forza della natura». In «Viaggio al centro della terra» del 1959, un adattamento del classico di fantascienza di Jules Verne, Dahl interpretava la vedova di uno scienziato che si unisce ai co-protagonisti James Mason e Pat Boone in una straziante corsa al centro della terra. L’attrice aveva cantato e ballato in «Tre piccole parole» degli anni ‘50, un film biografico sui cantautori Bert Kalmar e Harry Ruby, nel ruolo della moglie di Ruby, Eileen Percy, al fianco del co-protagonista Red Skelton. Aveva inoltre recitato insieme a Bob Hope in «Arrivan le ragazze» del 1953, nuovamente al fianco di Skelton in «Prego sorrida!» (1950), e interpretato la fidanzata dell’eroe in film d’avventura come «L’oro dei Caraibi» del 1952 con John Payne, «Giamaica» del 1953 con Ray Milland e «I fucilieri del Bengala» del 1954 con Rock Hudson. Dahl era diventata famosa non solo per la sua carriera di attrice ma anche per i suoi sei matrimoni. La lista degli uomini che aveva sposato contava gli attori cinematografici Fernando Lamas e Lex Barker, l’erede del lievito di Fleischman Christopher Holmes, l’importatore di vino Alexis Lichine e l’investitore Rounsevelle Schaum. Negli ultimi 37 anni della sua vita Dahl era stata legata al businessman Marc Rosen. Quando si era ritirata dal mondo del cinema, era apparsa prevalentemente in televisione, incluso un periodo di tre anni nella soap «Una vita da vivere» a metà degli Ottanta. Era anche apparsa con frequenza nella serie «The Love Boat» negli anni ‘80; sul finire dei ‘90 aveva recitato come guest star nelle serie tv interpretata da suo figlio Lamas «Renegade» e «Air America». Si era poi dedicata con successo al settore «beauty», dando consigli di bellezza, firmando un profumo e disegnando indumenti intimi e da ginnastica. Negli anni ‘60, aveva anche scritto un libro: «Chiedi sempre a un uomo: la chiave della femminilità di Arlene Dahl». Il matrimonio con Barker era stato il suo primo; durò sette mesi. «Lex era il miglior uomo nudo che abbia mai conosciuto», aveva affermato con disarmante franchezza nel 1985 in una intervista alla rivista «People». Il matrimonio con Lamas finì dopo sette anni quando lui la lasciò per Esther Williams. Di origini norvegesi, Dahl era nata nel 1925 a Minneapolis, dove suo padre lavorava come concessionario Ford. «Folgorata» dal palcoscenico durante gli anni del liceo, si era unita a un gruppo teatrale e si era trasferita a New York, dove aveva lavorato come modella ed era apparsa in alcuni spettacoli di Broadway. Quindi aveva firmato un contratto con Warner Bros., facendo la sua prima apparizione nel musical del 1947 «My Wild Irish Rose». In seguito era passata alla MGM, per la quale aveva preso parte alla commedia «Un sudista del Nord» del 1948 con Skelton e al western «La carovana maledetta» con Joel McCrea.

·        Addio alla contessa Olghina di Robilant. 

Addio Olghina di Robilant, stella della Dolce Vita. Il Tempo il 27 novembre 2021. È morta, ad 87 anni, la contessa, giornalista e scrittrice italiana, Olghina di Robilant. La contessa era figlia del conte Carlo Nicolis di Robilant, primogenito dei cinque figli del conte Edmondo Nicolis di Robilant e di Valentina Mocenigo, e di Caroline Kent. Cresciuta a Venezia, si trasferì a Roma nel 1958 cominciando l’attività di giornalista pubblicista e divenendo una delle grandi protagoniste del jet set romano. Proprio il 5 novembre di quell’anno, giorno in cui la di Robilant compiva 24 anni, divenne celeberrima la sua festa di compleanno nel ristorante Rugantino di Trastevere. Nel corso della serata ebbe infatti luogo il famoso spogliarello della ballerina turca Aïché Nana, che divenne il primo "scandalo" della Dolce Vita romana e costituì lo spunto per il celebre film di Federico Fellini. Da tempo, Olghina di Robilant aveva lasciato la Capitale per trasferirsi in Toscana.

Morta Olghina di Robilant, protagonista della Dolce Vita: ospitò il celebre spogliarello di Aïché Nana. su La Repubblica il 27 Novembre 2021. La ballerina turca Aïché Nana durante lo spogliarello alla festa di compleanno dei 24 anni di Olghina de Robilant nel ristorante Rugantino di Trastevere.  L'episodio, avvenuto nel corso di una festa per il suo 24esimo compleanno, nel ristorante Rugantino di Trastevere, finì in un film di Fellini. Era scrittrice e giornalista.  

È morta, ad 87 anni, la contessa, giornalista e scrittrice italiana, Olghina de Robilant. La contessa era figlia del conte Carlo Nicolis di Robilant, primogenito dei cinque figli del conte Edmondo Nicolis di Robilant e di Valentina Mocenigo, e di Caroline Kent. Cresciuta a Venezia, si trasferì a Roma nel 1958 cominciando l`attività di giornalista pubblicista e divenendo una delle grandi protagoniste del jet set romano. Proprio il 5 novembre di quell'anno, giorno in cui la di Robilant compiva 24 anni, divenne celeberrima la sua festa di compleanno nel ristorante Rugantino di Trastevere. Nel corso della serata ebbe infatti luogo il famoso spogliarello della ballerina turca Aïché Nana, che divenne il primo "scandalo" della Dolce Vita romana e costituì lo spunto per il celebre film di Federico Fellini. La contessa Olghina di Robilant, protagonista anticonformista di una delle famiglie più illustri dell`aristocrazia italiana, ha sempre vissuto avventurosamente e in libertà. Durante l'esilio dei Savoia in Portogallo, ha diviso viaggi e divertimenti con re Umberto II e con le principesse sue coetanee, davanti alle quali non voleva fare la riverenza. I suoi ricordi si intrecciano con la vita dell'alta società di allora, che ha raccontato in articoli di giornali e libri con occhi critici e indiscreti: le amicizie e i viaggi del re, le case che abitò, i dissapori con Maria José, il tormentato rapporto col figlio Vittorio Emanuele, i flirt delle principesse, l'amicizia del sovrano con Amalia Rodriguez, l'incontro con Ernest Hemingway e il torero Dominguin.     Ha scritto per Lo Specchio, Momento Sera, People, Esquire, il Giornale d'Italia e ha tenuto rubriche anche per Kataweb (Olgopinions) e Dagospia. Fra i suoi libri l'autobiografia Sangue Blu per Mondadori, e Nobiltà e Snob per Mursia.

Da tempo si era trasferita in Toscana.

Olghina di Robilant e lo strip al Rugantino. Così ispirò la Dolce Vita romana. Marisa Fumagalli su Il Corriere della Sera il 27 Novembre 2021. Morta a 87 la giornalista e scrittrice. Nel 1958 la festa con spogliarello di Aïché Nana. La figlia: «Fino all’ultimo ha cercato di tenere vivo il suo blog, ma ormai non ce la faceva più». «Che noia, che barba, che noia! Basta con gli uomini dai capelli rasati sulle tempie e un ciuffo da mohicano al centro del cranio: chi ha deciso che sia bello? Basta con le ciocche sul naso o sull’occhio delle donne come piacciono tanto ai “trucco e parrucco” della TV…». Caustica, ironica, schietta, fustigatrice di costumi di oggi e di ieri («Fellini non capì un bel niente del suo tempo..»), dal «pulpito» del blog, «Oligopinions»: fiumi di parole, aneddoti, ricordi.

Mondanità

Se n’è andata a 87 anni Olghina di Robilant, contessa veneziana alle origini, poi passata alla mondanità della Capitale. Stroncata dalla malattia, un tempo definita «inguaribile». È deceduta nel pomeriggio di venerdì a Limido (Como) dove si era trasferita, dopo aver trascorso a Bolgheri, in Toscana, la prima parte della vecchiaia. Dice la figlia Valentina, che abita a Milano: «È spirata accanto alle sue cose e al suo adorato cane. Ora riposa in pace». Olghina — vita spericolata, amori avventurosi — ha un’altra figlia, Paola, che risiede in Inghilterra. A dare l’annuncio della sua morte, in anticipo, ci ha pensato Dagospia, al quale, tra l’altro, lei stessa in passato aveva collaborato. «Ha cercato fino all’ultimo di tenere vivo il suo blog — dice la figlia —. Chiuso un paio d’anni fa e poi riaperto, ma ormai non ce la faceva più». Su Olighina di Robilant si potrebbero raccontare numerosi aneddoti. Ma la sua «fama» è legata a doppio filo alla «Dolce Vita». O meglio: a due episodi cult del film di Federico Fellini: lo spogliarello di Aike Nanà, in un locale di Trastevere, e il bagno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi.

Le amicizie

Da chi e da che cosa il regista trasse ispirazione? In quel locale, quella sera del 1958, si festeggiava il venticinquesimo compleanno di Olghina. E lo scatto della spogliarellista, in bianco e nero, lo fece il reporter Tazio Secchiaroli. «La chiamarono l’orgia e ci inzupparono il pane i grandi editori, prima del film, facendo apparire Roma Sodoma e Gomorra e noi una banda di depravati», ci raccontò la contessa quando la incontrammo nel 2009. «La Nanà era un’imbucata — ebbe a precisare —. Comunque, quella foto mi ha cambiato la vita. Prima in peggio. Porte sbattute in faccia, cattiva fama. Ma il meglio venne dopo. Diventai un personaggio tra gli amici già noti di allora: Corrado Pani, Luca Ronconi, Pier Paolo Pasolini, Adriana Asti, Laura Betti, Franco Rossellini… Insomma, salii sulla cresta dell’onda, la mia firma di cronista mondana era e contesa dai giornali».

Fontana di Trevi

Il bagno notturno nella Fontana di Trevi? Prodezza di Olghina, per una scommessa da 10.000 lire. «Fatto sta che sia lo spogliarello del Rugantino, sia il mio bagno, finirono tra le scene del film di Fellini. In acqua, però, c’era la Ekberg». A proposito di Fellini e della «Dolce Vita», Olghina ebbe molto da criticare: «Lui non capì un bel niente del suo tempo, dei costumi e del clima spensierato di quella stagione. La decadenza rappresentata nella sua “Dolce Vita” non era quella del ’58. Cominciò dieci anni dopo, con le discoteche, i salotti, i palazzinari, la mafia e la cocaina che pioveva come borotalco, imbiancando anche i nasi più ingenui. Lo dissi a Federico, che si arrabbiò. Ma poi facemmo pace».

Stefano Lorenzetto per “Il Giornale” - 2004. Andare a casa di Olghina di Robilant, la dissipazione fatta persona, è come far visita a Norma Desmond di Viale del tramonto. Con la differenza che lei non è più Gloria Swanson e io non sono mai stato William Holden. «Mi raccomando: venga da solo, niente fotografi», aveva ordinato spicciativa al telefono. «Ho le rughe». Un tentativo di togliersele passando il ritratto nello scanner è crudelmente abortito. «Guardi qua che roba», mostra la fronte calcinata al computer, «ho pasticciato con lo sfumino del programma di fotoritocco». Non saprei dire se sia più donna o più giornalista, di sicuro a 69 anni compiuti la musa ispiratrice della Dolce Vita riesce ancora a trattare queste faccende da entrambi i punti di vista. L’ombra di quella che fu la spregiudicata, la provocante, la splendida Olghina di Robilant sembra aver finalmente raggiunto la quiete. Ha frequentato tutti gli uomini che desiderava: Ernest Hemingway, Tennessee Williams, Truman Capote, re Umberto, Luchino Visconti, Federico Fellini, gli armatori Niarchos e Onassis, Burt Lancaster, Tony Curtis. Ha sedotto tutti quelli che voleva: Juan Carlos di Borbone, Lorin Maazel,  Warren Beatty, Tony Franciosa, Alain Delon («un maschio solare, la virilità assoluta»), Antonio Gades («ti lasciava sulle labbra un sapore di fragola e violetta»), Maurizio Arena, financo Bobby Solo. Ha respinto i più insistenti nel corteggiarla, dallo Scià di Persia, che credeva di farla capitolare con fasci di rose rosse, a re Faruk d’Egitto, che vedendosi restituire un orologio granellato di diamanti e rubini cercò di farsi perdonare regalandole il suo panfilo: rifiutato anche quello. «Anni dopo ho incontrato l’ex sovrano vicino a Porta Pia mentre sorbiva un caffellatte. Era ancora indignato: “Quando un arabo ti fa un dono, devi accettarlo e basta, altrimenti lo offendi”». Ci fu lei, l’intemperante Olghina dai lunghi capelli biondi, all’origine del primo scandalo dell’Italia postbellica. A Roma correva l’anno 1958, mese di novembre, l’1 dedicato ai santi, il 2 ai morti, il 3 ai vivi, perché bisognava pur festeggiare degnamente la contessina veneziana nata in quel giorno, 24 anni prima, sul Canal Grande. Al Rugantino, ristorante di Trastevere, si ritrovò attorno a lei la corte di perdigiorno che Ennio Flaiano aveva stroncato con una delle sue fulminanti battute: «Ragazzi, stasera vado via presto perché domattina devo alzarmi tardi». D’improvviso, Aiché Nanà, prorompente ballerina insignita in patria del titolo di miss Bosforo, fece scivolare la cerniera lampo del vestito e rimase con le sole mutandine di pizzo nero a dimenarsi su un tappeto di giacche da uomo. Irruppe la polizia e mise «in istato di fermo i partecipanti al turpe festino». Tazio Secchiaroli, il principe dei paparazzi, portò le foto all’Espresso. Eugenio Scalfari, già allora molto sensibile alla deontologia («venderemo un sacco di copie, il che non fa male»), ne suggerì l’immediata pubblicazione al riluttante direttore Arrigo Benedetti. Titolo: «La turca desnuda». Malgrado le pecette nere collocate nei punti strategici, il settimanale fu subito sequestrato. In compenso i comunisti poterono scagliarsi contro i ricchi smidollati, i liberali invocare accertamenti fiscali sugli amici della festeggiata, i cattolici indignarsi per la profanazione della Città Sacra. Il viale del tramonto di Olghina di Robilant è quello carducciano, noblesse oblige, delimitato dai cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar. Si svolta su una strada sterrata, in fondo alla quale t’aspetteresti di entrare dentro una pagina patinata di Ville & Casali. Ma invece di una magione di mattoni rossi, con le botti di Sassicaia a riposare nelle cantine, ti ritrovi davanti un anonimo casermone di contadini, galleggiante sul fango, un cortiletto ingombro di bombole del gas, cucce schiodate e giocattoli stinti dal sole. «Di mio non ho più nulla, neanche la casa. Sto qui per gentile concessione dei marchesi Incisa della Rocchetta, che mi hanno offerto queste stanze in comodato gratuito. Mi restano cinque cani e le sigarette. Che dice, possono sequestrarmeli?». 

Non credo.

«Meno male. Ho solo la pensione sociale. Mi aiuta una delle mie due figlie. Ciò che vede è tutto suo, compreso il computer che mi serve per spedire i miei pezzulli al sito Dagospia».

Avesse sposato Juan Carlos, oggi sarebbe regina di Spagna.

«Non se lo poteva permettere. Doveva sposare la donna che avevano stabilito di dargli. A differenza del figlio Felipe, non ha mai preso una decisione personale. Quel pover’uomo vive una vita sua solo quando va in moto: s’infila il casco e nessuno lo riconosce». 

Quant’è durata?

«Un paio d’anni. Lui ne aveva 16, io 19. Mi sentivo la nave scuola». 

Le ha lasciato una figlia...

«Non è figlia di Juan Carlos». 

Sa almeno chi è il padre?

«Lo so ma non lo dico». 

A sua figlia l’ha detto?

«L’ho detto». 

È stata contenta?

«No. Si vede che in fatto di uomini non abbiamo gli stessi gusti». 

Pare che anche suo bisnonno, Carlo Felice di Robilant, fosse figlio naturale. Di re Carlo Alberto.

«Pare? È storia. Anche mio papà si chiamava Carlo Felice. Ufficiale di Marina, passò nell’Aeronautica e fu mandato a Tobruk col suo idrovolante».

E sua madre?

«Si chiamava Caroline Kent. Suo padre possedeva vaste tenute di cotone ad Asheville, North Carolina. Restò orfana. Erano cinque sorelle. La loro madre, per distrarle, le portò a Roma. Presero una suite all’hotel Byron di via Veneto. Fu lì che i miei genitori si conobbero. Il vecchio Kent, prima di morire, aveva raccomandato alla moglie: “Piuttosto che a dei nobili europei, meglio che le nostre figlie vadano a dei poveracci americani”. Per cui i miei dovettero sposarsi clandestinamente a Venezia. Non c’è un invito di nozze o un posacenere che ricordi il loro matrimonio». 

E a Venezia nacque lei.

«La mia nursery era nella camera di Palazzo Mocenigo in cui aveva soggiornato Lord Byron». 

A Palazzo Mocenigo era di casa Hemingway.

«Lo chiamavamo Papa. Lui e papà bevevano come due mascalzoni. Veniva spesso a trovarci anche a Cortina. Batteva a macchina stando in piedi, le pagine erano una vera schifezza, una riga su, una giù. Sul finire di un’estate mi regalò due racconti scritti per me, il primo su un leone che arriva a Venezia dall’Africa e s’ubriaca all’Harry’s Bar, il secondo su Ferdinando il toro che s’innamora dei fiori fino a perdere la sua potenza sessuale. Una parodia di se stesso». 

Perché dice così?

«Alle corride si nascondeva dietro il torero. Non aveva coraggio: io posso affermarlo perché ho toreato per davvero. Aveva un malanno a un rene. Si fermava a ogni cantone a far pipì. Con le donne non combinava un bel niente. Faceva solo finta. Portava in gondola la Adriana. Tutto lì». 

Adriana Ivancich, la ragazza che gli ispirò il personaggio di Renata in Di là dal fiume e tra gli alberi?

«L’unica donna che abbia veramente amato. Voleva sposarla: lo confidò a mia madre. “Tu sei pazzo”, lo rimproverò mamma, che diede manforte alla moglie del romanziere, Mary, per convincere Adriana a lasciarlo perdere». 

Perché una contessa decise di fare la giornalista?

«Perché dovevo mangiare. Da piccola chiedevo la luna e mi davano la luna. Poi un giorno mi dissero: “La luna è finita”. In una generazione avevano sperperato il patrimonio di famiglia. A 16 anni mia madre mi mandò fuori di casa. Vagabondavo per l’Europa con l’autostop. A 21 arrivai a Roma. Mi presero come segretaria alla Twa. Fellini raccontava che mi licenziarono in tronco per aver spedito a Bombay due indiani che volevano visitare Pompei». 

È vero?

«No. Cioè sì. È vero che i due passeggeri chiesero a me le informazioni sulla gita. Pompei... Bombay... Non è che l’inglese parlato dagli indiani sia molto chiaro. Io capii che volevano cambiare il biglietto aereo. Si accorsero dell’equivoco in volo. Ma non fui licenziata per questo. La Twa doveva tagliare il personale, il direttore della compagnia mi convocò: “Ho scelto lei. Una di Robilant non ha bisogno di lavorare”. Puro odio di classe». 

E lei si buttò sui giornali.

«Ugo Zatterin, che dirigeva Telesera, mi assunse con Marcello Mancini, un collega che veniva da un quotidiano cattolico. Ci affidò la rubrica Contessa azzurra. Essendo un quotidiano del pomeriggio, finivamo di scriverla alle 6 del mattino, mettendoci dentro i pettegolezzi sui party della sera prima. Piacque molto a Pier Francesco Pingitore». 

Il regista del Bagaglino?

«Allora era caporedattore del settimanale Lo Specchio. M’ingaggiò, assegnandomi la rubrica L’occhio di Milady. Mio padre, monarchico ma antifascista, si vergognava a morte che lavorassi per un periodico reazionario. Io manco me ne rendevo conto. Ero di un’ignoranza abissale: nelle case patrizie non si parlava mai di politica, un argomento considerato volgare. M’interessavano solo gli scoop mondani. Raccontavo i re in pantofole. E così pure i divi. Ero amica di Cole Porter, padrino di battesimo di mio cugino. Dalla nostra casa di Venezia passavano tutti: Errol Flynn, Alberto Sordi, Sophia Loren...».

È stata la Elsa Maxwell d’Italia.

«Per carità! Un donnino  disgustoso e invadente, un pozzo di malignità oscene. Allungava le mani. Ci ha provato anche con me.  Fece cadere tra le braccia di Onassis prima Maria Callas, che era la sua protetta, e poi Jacqueline Kennedy. Non ho mai perdonato a mia zia d’averle prestato per una festa mascherata il corno rosso del doge Mocenigo che tenevamo sotto una campana di vetro». 

Anche lei non scherzava, in fatto di malignità: sullo Specchio trafisse l’attore Helmut Berger definendolo «la marchetta tedesca che ha stregato Visconti».

«Non credo d’averlo scritto. Al massimo l’avrò detto. Mai preso una querela per un articolo». 

Poteva aspirare a Paris Match ed è finita al Gazzettino.

«Mi hanno assunto come collaboratrice cinque volte e cinque volte mi hanno fatto le scarpe». 

Chi?

«Capi e redattori. Non sono veneziani. È tutta gente di terraferma. Arrivisti che credono d’aver conquistato la città e usurpano il posto dei veneziani veri. Siccome non se la possono prendere con i leoni, cioè i politici e gli industriali, strapazzano i gatti, gli aristocratici, che sono quattro. Ma anche i loro direttori glieli raccomando. In tre mi hanno fissato un appuntamento e poi non si sono fatti trovare». 

Che gente.

«Anche a Momento sera, quotidiano romano del pomeriggio dov’ero diventata redattore capo, ne ho conosciuti di pessimi. A uno ho dato del cretino. Salvatore D’Agata, che poi avrebbe fatto carriera in Rai, mi tartassava per partito preso, non ho mai capito perché. Ero incinta e mi costringeva a passare ore in corridoio con la nausea a far niente». 

Chi è il giornalista più bravo?

«Giorgio Bocca». 

Lo conosce?

«È mio consuocero. Prima di cominciare questo mestiere mi piaceva Montanelli. Un po’ banderuola, come tutti i toscani». 

Il direttore d’orchestra Maazel l’ha paragonata a un leone. È davvero così selvaggia?

«Ho vissuto da selvatica, sì. Mi sono presa delle libertà che nessuna mia coetanea avrebbe osato prendersi a quel tempo. Ma non rimpiango nulla. Carpe diem. Non ho perso nessun treno, tranne quello del guadagno facile. Pensi se fossi arrivata alla mia età negandomi tutto quello che invece mi sono concessa, a cominciare dai bei tosi».

Ha avuto solo flirt o anche grandi amori?

«Gli uni e gli altri. Con Tony Franciosa ho avuto una storia lunga. Con Warren Beatty un accostamento. Con Lorin Maazel è andata avanti per un anno e mezzo. Mi mandava le poesie. Una sera, prima di un concerto alla Fenice, mentre cenavamo con Igor Stravinskij e Arthur Rubinstein, si mise a canticchiare L’uccello di fuoco per me. Stravinskij saltò su: “Come ti permetti? Questa musica l’ho composta io”. 

Voleva essere lui a offrirmela. Più tardi, a teatro, Lorin scandì rivolto verso il pubblico: “Dedico questo mio Uccello di fuoco a Olghina”. Sarei sprofondata sotto la poltrona». (Va a prendere una foto giovanile del maestro, corredata dalle note di Stravinskij riportate sul pentagramma e da questa dedica autografa: «Mentre il maestro dirigeva, l’uccello cantava». O Maazel non conosceva la lingua o era molto insistente). 

Alla fine s’è ridotta a Bobby Solo. Come ha potuto?

«Io avevo 31 anni, lui 22. Era un sentimentalone tremendo. Non gli andava bene nessuna. Ma se gli scombinavi il ciuffo, diventava carino. Aveva un bel fisico. Una volta ha sfondato l’abbaino e mi è entrato in casa dal tetto. Credeva che fossi chiusa dentro con un altro». 

C’è ancora qualche uomo che la fa impazzire?

«Tom Selleck. Ho registrato tutti i suoi film. Se George Clooney rifà davvero Magnum PI, come ha annunciato, lo picchio. Selleck ne vale tre di Clooney. E trovo molto attraente anche quello stupidotto che ha vinto all’Isola dei famosi, come si chiama?». 

Walter Nudo.

«Xe un bel toso. Gli occhi non sono ancora morti». 

Che cosa cercava negli uomini?

«Il sentimento. L’erotismo veniva dopo. Ho sempre scelto io. Mai avuto per casa orsi che mi sbuffano sul collo. C’erano lunghi preamboli prima di concludere. Si ballava. Non si faceva ginnastica come adesso. Cercavo personalità integre. Gigi Rizzi era un playboy, però dolce, buono. Ci siamo rivisti dopo vent’anni e ci siamo messi a piangere come due vitelli.  C’è stato molto dare e molto ricevere fra me e gli uomini. Detesto l’avarizia. Con un avaro non ti godi neppure un tramonto, perché è suo, non è nostro». 

Come mai li mollava con tanta facilità?

«Arrivava sempre qualcun altro. Sono molto libera. Quando subentra il possesso, scappo. Sono single per vocazione. Non riesco a vivere in una famiglia. Dopo due giorni che sto a casa di mia figlia, divento matta». 

Mi racconti del Rugantino. La verità.

«È un giallo irrisolto. Fu il mio amico Peter Howard Vanderbilt, un miliardario gay americano che mi mandava le orchidee dalle Bahamas, a insistere per offrirmi la festa di compleanno. C’erano tutti, anche Anita Ekberg. D’improvviso entrò in scena questo pappagallo di tutti i colori». 

Intende dire Aiché Nanà?

«Era stripteaser in un locale di infima categoria. Pittata fino alla punta di piedi, ballava facendo scivolare la spallina per i fotografi. La affrontai a muso duro: scusi, ma lei chi l’ha invitata? “Lo so io”, mi rispose. Il proprietario del locale non era stato, Peter non era stato. Lo scandalo fece il giro del mondo. La rottura con i miei diventò definitiva. L’unico a intercedere fu re Umberto, che da Cascais mi mandò Falcone Lucifero, il ministro della Real Casa, a chiedermi se poteva fare qualcosa per me».

Ma lei è monarchica?

«No. Però, vedendo che cosa produce la democrazia, provo un senso di compassione per i sovrani oberati di doveri e privi di diritti. Io sarei per una monarchia di sinistra. Come si può fare? Comunque re Umberto era un uomo di un’umiltà straordinaria, un prete». 

Stima anche suo figlio Vittorio Emanuele, Marina Doria e il principino Emanuele Filiberto?

«Loro sono soltanto grotteschi». 

Aiché Nanà ha raccontato che quella notte eravate tutti ubriachi.

«Fesserie». 

Non era brilla neppure la sera che si tuffò nella Fontana di Trevi?

«Manco per sogno. Uscivo da un ristorante dopo aver cenato con Franco Rossellini e Guidarino Guidi, l’aiuto regista di Fellini. Faceva un freddo becco. Siccome Guidi era uno spilorcio leggendario, lo provocai: scommetti diecimila lire che faccio il bagno nella fontana? 

Ero sicurissima che non avrebbe mai rischiato un centesimo. E invece lui mise i bigliettoni sul muretto: “Dai, buttati!”. Che dovevo fare? Mi tuffai. Guidi raccontò la scena a Fellini, che la ripeté tale e quale nella Dolce vita con Anita Ekberg e Marcello Mastroianni. M’avessero almeno pagato i diritti... Invece le diecimila lire servirono a saldare la multa “per inquinamento di acque pubbliche”».

Una persecuzione.

«Certo non la peggiore. A un certo punto dovetti nascondermi in un paesino vicino a Saint Tropez. Ero al nono mese di gravidanza. Ebbi una perdita e svenni per strada. Fortuna volle che passasse di lì il barone Jean Rothschild. Qualche giorno dopo raggiunsi Parigi in treno. Morivo di fame. 

Telefonai a mia zia Olga, che allertò Rubinstein per farmi ricoverare in una clinica. Ma io una sera me ne andai al cinema. Si ruppero le acque mentre guardavo il film. Non sapevo niente di queste cose, credevo d’essermi fatta la pipì addosso. La mattina dopo mi ritrovai in ospedale col celebre pianista e sua moglie al capezzale. S’erano messi in testa di adottare la bambina che stava per nascere». 

E lei?

«Non ci pensavo nemmeno a lasciargliela, ma scherziamo? Solo che poi, quando la piccola ebbe un anno, mia madre me la fece portar via dai carabinieri, dicendo che ero matta. Quando la riebbi, al termine di un lungo processo, aveva già 6 anni». 

Mi tolga un’ultima curiosità. Perché detesta tanto la principessa Alessandra Borghese, poveretta?

«Lei, Sibilla della Gherardesca, Lina Sotis... Perché non bisogna scrivere libri di bon ton. Ognuno ha diritto di avere la sua educazione. Io rispetto il contadino che a tavola mi augura “buon appetito”. E anche il re del Marocco che a tavola rutta: è il suo ton».

Dagospia il 27 novembre 2021. Olga di Robilant per olgopinions.blog.kataweb.it/2010/07/13/rugantino-la-verita/". Pubblicato il 13 luglio 2010. E va bene, cedo alle insistenze e narro per l'ennesima volta quanto stampa e colleghi rifiutano di ammettere, reiterando un falso che è diventato storico o quantomeno ‘storia di Roma'. Cercherò di essere chiara e semplice: 

1. NON vi fu scandalo di sorta la notte del Rugantino, ossia quel 5 novembre del 1958. Lo scandalo è stato e rimane un gigantesco pallone gonfiato e ideato dai mezzi di stampa. 

2. La Polizia NON fece irruzione nel locale interrompendo uno spogliarello.

3. La magistratura NON diede via ad indagini e processo a seguito di quel preciso evento, bensì 10 giorni più tardi, a seguito del clamore della stampa per chiarire la verità su quanto veniva asserito dai giornalisti ed uscendone poi a mani praticamente vuote.

Ecco i fatti:

1. Si trattò di una cena PRIVATA organizzata da Peter Howard Vanderbilt per il mio compleanno, il quale aveva requisito (pagandolo) l'intero locale insieme alla "Rome New Orleans jazz band" di Carletto Loffredo. Feci personalmente gli inviti insieme a Guidarino Guidi, assistente di Federico Fellini, il quale stava girando "La Dolce vita". Io e Peter Howard Vanderbilt davanti al Rugantino con i carabinieri, a nostra protezione e non per arrestarci... 

2. Invitai personalmente il Commissario del Commissariato di Polizia di Trastevere (quartiere che ospitava molta malavita), chiedendogli come favore di porre alcuni poliziotti in borghese vicino al guardaroba, al fine di evitare furti di pellicce. 

3. I fotografi NON erano invitati, bensì infiltrati al seguito di Anita Ekberg, probabilmente per pubblicizzare il film di Fellini (avevo invitato Fellini e la moglie, che non vennero e mandarono al posto loro la Ekberg, NON invitata da me...), e nascosero le macchine fotografiche nei loro cappotti. 

4. La turca Aichè Nanà e il suo compagno, signor Pastore, NON erano invitati bensì IMBUCATI; molto probabilmente su istigazione di qualche non invitato o di qualche burlone, forse addirittura pagati per portare scompiglio e scandalo.

5. Fu la Ekberg ad iniziare una specie di spogliarello, causando l'improvvisa invasione dei fotografi, i quali avevano recuperato le loro macchine fotografiche. Ma immediatamente apparve la turca che le fece concorrenza, spogliandosi davvero. 

6. Il Commissario di Polizia che era in piedi accanto a me disse subito che, essendo fotografi e spogliarellista elementi esterni, NON previsti o facenti parte della organizzazione, rendevano la serata pubblica, per cui andavano mandati via e lo show interrotto. Risposi che ci pensasse lui e che ritirasse subito i rullini dei fotografi. Lui eseguì. Spedì un cameriere acoprire le nudità della Nanà, pregandola al contempo di andarsene e si mise all'ingresso per ritirare i rullini, dopodichè tornò accanto a me con sorriso soddisfatto: "Ho sequestrato tutte le foto. L'incidente è chiuso, mi dispiace per lo scompiglio, restiamo nel privato". La serata così continuò con danze e amenità assolutamente decenti fino alle ore 7:00 del mattino. Vi sono foto eseguite per strada a quell'ora all'uscita dal locale che possono testimoniare tale dettaglio. 

7. Il Commissario non si era accorto che alcuni fotografi gli avevano consegnato dei rullini nuovi nascondendo quelli adoperati. Tra questi astuti signori figurava Tazio Secchiaroli che ne ha poi fatto il suo ‘cavallo di battaglia'. 

8. Lo scandalo, di dimensioni internazionali, scoppiò poche ore dopo le 7:00 del mattino, quando i quotidiani titolavano quelle foto "L'orgia dell'aristocrazia romana" a caratteri cubitali, con articoli inesatti e dettagli inventati. Inutile smentire, inutile qualsiasi azione per frenare tale esplosione che nel giro di 48 ore dilagò dagli USA al Giappone e dall'Australia al Canada; inutili anche le mie precisazioni, perché i tanti che cercavano pubblicità vi intinsero le loro penne dandosi lustro al negativo - ma sempre lustro era - con interviste e balle gonfiate oltremisura. 

9. La decisione della magistratura di aprire un'inchiesta sull'avvenimento 10 giorni più tardi NON fu una conseguenza diretta della serata, ma un riscontro/verifica riguardante foto e articoli.

10. Il giudice incaricato ebbe molte difficoltà, perché si evidenziava il fatto che stava operando fuori dai binari, fuori dai tempi, fuori dalla realtà. Concluse con un foglio di via per la Nanà, multando i signori che si erano tolti le giacche per offrirle un tappeto, invitando Peter Howard a lasciare la città e rifiutandosi categoricamente di ascoltare la sottoscritta, in quanto avrei dichiarato che il Commissario di Polizia era accanto a me quale invitato durante un ricevimento privato (e il Commissario poteva solo confermare quanto dicevo...). Preciso che mi recai tre volte al Palazzo di Giustizia per parlare col giudice e deporre. Non mi volle ricevere. In seguito quel giudice fu tolto di mezzo e spedito in una provincia in Sardegna (allora trattatavasi di una specie di punizione).

11. Qualora si fosse fatta luce sui fatti reali, l'intera faccenda avrebbe avuto risvolti ben diversi, se non addirittura al contrario. Si sarebbero dovuti imputare i fotografi che avevano invaso una privacy (se un fotografo entra in casa mia e mi fotografa mentre mi sto facendo il bagno, è lui che va perseguito, non io...). Si sarebbe dovuto condannare il Pastore e la Nanà per la stessa ragione. E si sarebbe dovuto condannare i giornali per calunnia e falso; la stessa parola "orgia" costituiva calunnia. Io però non avevo il denaro sufficiente per aprire un contenzioso, il che è stato molto utile ai colleghi e direttori di testate varie. 

A questo punto tengo anche a dire che ho spesso dichiarato e gridato su settimanali, quotidiani e radio (Bisiach) quanto sopra senza ottenere il minimo rilievo (ovviamente a protezione delle stesse testate che erano incorse in errore), meno una sola volta alcuni anni fa, allorchè precisai quanto sopra con l'Espresso, uno dei primi settimanali che aveva dato credito allo scandalo come era stato evidenziato all'epoca (grazie anche al fatto che Secchiaroli lavorava per il gruppo Espresso Repubblica), e l'Espresso ha dato giusto rilievo alla mia lettera pubblicandola sotto forma di articolo. Non solo, ma nella mia lettera dicevo che tra i miei ospiti al Rugantino figuravano parenti stretti dell'editore Carlo Caracciolo (editore de l'Espresso) come Meralda Caracciolo e Nicola Caracciolo - fratello di Carlo - i quali potevano, volendo, confermare quanto sostenevo. Il settimanale non ha cancellato il dettaglio. Ringrazio ancora l'Espresso per la correttezza. Tuttavia il pallone continua, annualmente, a volare via media con tutte le bugie a sostegno; soprattutto dando alla faccenda del Rugantino un posto storico. Cito anche il signor Bruno Vespa, che ha dato spazio alla Nanà nel suo Porta a Porta, la quale ha tratto linfa vitale da quelle menzogne a suo tempo e continua a farlo; Vespa oltretutto ha anche pesato in modo offensivo con la sottoscritta, consentendo ad un'impiegata della RAI di telefonarmi chiedendomi se potevo fornire il numero telefonico della Nanà, ossia di una tizia che mi ha rovinato la vita per un lungo periodo e che non ho mai conosciuto né ho idea di chi sia. L'unico che ha tratto vantaggio da quello tsunami pubblicitario è stato Federico Fellini, Con questo spero di aver chiarito la "Storia del Rugantino" una volta per tutte. 

LO SPOGLIARELLO AL RUGANTINO di Victor Ciuffa da "La dolce vita minuto per minuro" (Ciuffa Editore, 2010). Eletto il nuovo Papa, l'attenzione dei lettori dei giornali, in quell'avanzante autunno di 51 anni fa, era di nuovo attratta da argomenti e personaggi certamente più futili ma abbastanza divertenti: agli albori del boom economico degli anni Sessanta la massa non aveva ancora dimenticato le tristezze del dopoguerra per cui le imprese di dive, principesse, miliardarie, scatenavano l'entusiasmo dei fan. Esile, minuta ma graziosa, una specie di Venere tascabile, Novella Parigini monopolizzava con la propria vaghezza la curiosità; s'era creata una notorietà oltre il casalingo confine di Via Margutta e di Via del Babuino, epicentro dell'ancora freschissimo scandalo Montesi; nel 1954 era andata addirittura a perlustrare gli Stati Uniti in una stravagante ricerca del nudo maschile perfetto. Le serviva un modello da ritrarre, sosteneva, ma la gente l'immaginava intenta a misurare, girare e rigirare atletici fisici nudi. L'incontrai in Piazza di Spagna la sera del 5 novembre 1958, verso le nove. Faceva già fresco, si cominciava a gradire il caldo.

"Andiamo alla festa di Olghina - mi disse - stasera ci sono tutti».

Di aristocratica famiglia, Olghina di Robilant stava allargando rapidamente la cerchia delle proprie amicizie: non più e non soltanto blasonati rampolli nostrani ma anche i nuovi, rampanti protagonisti dell'emergente cafè society romana e internazionale; quindi anche giovani inglesi, francesi, americani, spesso per niente nobili ma certamente più danarosi. Era il caso di Peter Howard, dorato pargolo erede della favolosa fortuna dei Vanderbilt.

Una simpatia, un amore fra i due? Certo è che quel 5 novembre, giorno del 25simo compleanno della contessina romana, Peter volle offrirle una favolosa festa in Trastevere; locale prescelto un anonimo ristorante a pian terreno, il Rugantino, contrassegnato dai numeri civici 38, 39 e 40 di Piazza Sidney Sonnino, con pretese storico-folcloristico-turistiche ad uso esclusivo di stranieri; un secondo ambiente, nel piano interrato, ospitava occasionalmente il ballo.

La festa fu un successo.

Tutta la Roma notturna, cinematografica, aristocratica, mondana era invitata. Convennero i più celebrati nomi del momento. Nata a Malmoe in Svezia il 29 settembre 1931, la Ekberg, il cui nome completo era Kerstin Anita Marianne, a vent'anni era stata eletta Miss Svezia ed era venuta in Italia la prima volta nel 1956 per sostituire Arlene Dahl nel film Guerra e pace di King Vidor.

Nel maggio di quello stesso anno si era sposata, nella Sala Leone X di Palazzo Vecchio a Firenze, con l'attore Anthony Steel, impegnato in quei giorni nel film Posto di controllo girato in parte in Italia, sul Lago di Como e a Firenze. Li unì in matrimonio l'assessore Menotti Riccioli il quale, a causa dell'affluenza dei fotografi, mise a disposizione una sala più grande di quella solitamente riservata ai matrimoni. L'assessore regalò un mazzo di fiori alla sposa e una copia rilegata dei «Doveri dell'uomo» allo sposo. 

Nato a Londra, Steel aveva 36 anni ed era divorziato; la Ekberg, che aveva 24 anni, indossava un abito bianco ispirato ai modelli dell'antica Grecia, che lasciava una spalla completamente nuda e che per questo suscitò varie polemiche. La cerimonia era stata rinviata varie volte per il ritardato arrivo di alcuni documenti. Dopo le nozze, si svolse un rinfresco in un albergo sul Lungarno, quindi gli sposi partirono per Londra.

Affascinato dalla bellezza dell'attrice, Gaetano Afeltra la definì, in uno dei suoi lapidari titoli sul Corriere d'Informazione: «La sposa di maggio».

In quello stesso periodo, precisamente il 21 aprile, si era sposata negli Stati Uniti, con il giornalista del "New York Times" Clifton Daniel jr, Margaret Truman, figlia dell'ex presidente degli Stati Uniti Harry Truman, cantante e attrice.

Giunta in viaggio di nozze a Roma, la coppia era stata invitata a un pranzo dagli agenti cinematografici Kaufman e Lerner. Appreso che vi avrebbe partecipato anche Anita Ekberg, Margaret Truman disse: «Non mi va a genio l'idea di cenare con Miss Ekberg. Sono stati fatti troppi racconti scandalosi su di lei».

Lerner allora le aveva garantito che l'attrice era molto simpatica e che c'era in lei «un aspetto semplice e pudico» che la gente non conosceva. Margaret aveva accettato.

Anita, raccontarono poi i due agenti, «bellissima, vestita sobriamente tutta di nero, sedeva con una compostezza da educanda».

All'epoca della festa al "Rugantino" la Ekberg aveva già attirato l'attenzione di Federico Fellini, intento a studiare costumi e usi romani per un grande film che non aveva ancora bene in mente. Era stata protagonista anche di altro episodio al quale pure si vuole far risalire la nascita ufficiale della dolce vita intesa come «sagra della paparazzata».

Reduce da una notte trascorsa in locali notturni, all'alba di un giorno della primavera del 1958, dinanzi ai fotografi, era stata schiaffeggiata lungo tutto il percorso da Via Veneto alla Scalinata di Trinità dei Monti dal gelosissimo marito Anthony Steel.

Quella sera del 5 novembre 1958 Anita piombò al "Rugantino" con nordica foga, travolgendo il pur non copioso ritegno delle calde dive nostrane: ad un certo punto si tolse le scarpe e si mise a ballare a piedi nudi. Fu la miccia che incendiò gli animi.

Costituzionalmente più elegante e compassata, Linda Christian, vedova già di Tyrone Power, invano cercò di imitarla; Elsa Martinelli era ancora tenuta a freno dal marito conte Franco Mancinelli Scotti; la Parigini era arrivata al "Rugantino" in compagnia del principe Andrea Hercolani con il quale abbondantemente animava il baccanale.

Partecipavano alla festa i principi Giovanni Aldobrandini, Mario Ruspoli, Pierfrancesco Borghese, Nicola Caracciolo, Nicolò e Luciana Pignatelli, il direttore del cinegiornale "La Settimana Incom" Sandro Pallavicini con la moglie Gea, le attrici Eleonora Rossi Drago e Carla del Poggio, la cantante Laura Betti, l'attore Gérard Herter, il regista Eriprando Visconti.

Sergio Pastore, giornalista di un piccolo giornale di Napoli, si era recato alla festa insieme ad una sconosciuta ballerina turca di 18 anni, Aiché Nanà, aspirante attrice.

Scatenata dalle celebrità presenti, anche Aiché Nanà si mise a danzare a piedi nudi ma presto ritenne di poter superare le prodezze della Ekberg. 

Avviò uno strip professionale che fece subito largo; sola al centro della pista, Aiché continuava a spogliarsi, incitata dai nobili romani che le avevano fatto circolo intorno e predisposto in terra un tappeto di giacche da sera. Erano rimasti tutti in maniche di camicia.

Quando cadde il reggiseno e Novella Parigini cercò di strappare alla ballerina anche lo slip, il gestore del locale telefonò alla polizia e il 25esimo compleanno di 0lghina di Robilant divenne una data importante nel costume romano, anzi italiano: erano ancora i tempi in cui la polizia fermava le turiste in short in Piazza di Spagna, invitandole a coprirsi; nei night le esibizioni più audaci erano quelle di ballerine in due pezzi; il Concordato del 1929 tra lo Stato e la Santa Sede aveva attribuito a Roma, infatti, il carattere di città sacra per la presenza del Vaticano e le autorità italiane lo facevano rispettare. 

Il primo seno nudo romano non fu, quindi, esente dai rigori della legge. Dal Commissariato di Polizia di Trastevere partì una camionetta. Appena comparvero gli agenti, gli aristocratici spettatori scapparono in maniche di camicia. Erano le tre. Aiché Nanà fu sommariamente ricoperta con le giacche di focosi ammiratori. Ma la festa non era finita: la maggior parte dei partecipanti si ritrovarono subito dopo in Via Veneto, al "Cafè de Paris", ancora aperto. E commentando l'animata notte si passò dal whisky al cappuccino e alla brioche. Poi alle 6,30 del mattino andarono tutti a dormire.

Ma alle 6,45 io ero già nella redazione del Corriere d'Informazione, per il solito lavoro. Mi telefonò Sergio Spinelli, titolare dell'agenzia fotografica Roma Press Photo, situata in Via Gregoriana, offrendomi una foto della festa scattata da uno dei suoi fotografi, Tazio Secchiaroli. Telefonai al Commissariato per conoscere le decisioni della Polizia; mi rispose il piantone: «Non è successo niente - mi disse -. Se voi della stampa non ne parlate, non è successo niente». 

Io invece scrissi un ampio e dettagliato resoconto della calda notte, corredandolo con la fotografia che acquistai e trasmisi per telefoto.

Il "Corriere d'Informazione" giunse in edicola, a Milano, a mezzogiorno, quando i protagonisti della movimentata nottata erano ancora tutti a dormire; fu difficile, per i giornalisti dei giornali concorrenti, trovare subito una conferma, e questo accrebbe l'interesse per l'avvenimento.

In una delle foto Aiché Nanà appariva mentre, ballando in topless, lanciava una calza che si era appena sfilata alla platea dei maschi seduti in terra, dinanzi a lei; in primo piano, in camicia bianca, era il suo accompagnatore Sergio Pastore; in un'altra foto, vestita solo di uno slippino, appariva sdraiata sulle giacche dei nobili stese sul pavimento, intenta in realistiche contorsioni. 

Nei giorni seguenti quelle foto furono pubblicate dal settimanale "L'Espresso" il cui direttore fu incriminato, processato e condannato. Peter Howard fu dichiarato indesiderabile, accompagnato dalla Polizia fino al treno, alla Stazione Termini, e rispedito all'estero.

Ma chi era l'oscura eroina che aveva detronizzato per un'intera notte le conclamate dive del momento? Non era la prima volta che destava clamore: ad Istanbul dove viveva ed era una promettente nuotatrice, a 13 anni aveva vinto il concorso per l'elezione di Miss Bosforo; una sua foto in bikini era stata pubblicata da un settimanale sportivo e aveva suscitato uno scandalo; era il primo bikini, infatti, pubblicato nel suo Paese.

L'esibizione al "Rugantino" le fruttò la popolarità in Italia, l'ostracismo della tv dell'epoca e il 21 luglio 1961 una condanna a mesi di reclusione.

In seguito si sposò a San Marino con Pastore, passato dal giornalismo alla regia cinematografica, dal quale ebbe una figlia, Sara, destinata a diventare cantante soprano.

Più tardi, separatasi da Pastore, Aiché Nanà tornò allo spettacolo interpretando film e producendoli. Uno di Edipeon, il cui soggetto era stato scritto addirittura dal commediografo cattolico Diego Fabbri, era interpretato, oltre da lei, da Magali Noél e da Massimo Serato. Inoltre recita, stavolta con striptease integrali consentiti dai nuovi tempi, nel Piccolo di Roma, un teatrino situato nel cuore di Trastevere da lei stessa gestito.

Marisa Fumagalli per il “Corriere della Sera” il 28 novembre 2021. «Che noia, che barba, che noia! Basta con gli uomini dai capelli rasati sulle tempie e un ciuffo da mohicano al centro del cranio: chi ha deciso che sia bello? Basta con le ciocche sul naso o sull'occhio delle donne come piacciono tanto ai "trucco e parrucco" della TV...». Caustica, ironica, schietta, fustigatrice di costumi di oggi e di ieri («Fellini non capì un bel niente del suo tempo..»), dal «pulpito» del blog, «Oligopinions»: fiumi di parole, aneddoti, ricordi. Se n'è andata a 87 anni Olghina di Robilant, contessa veneziana alle origini, poi passata alla mondanità della Capitale. Stroncata dalla malattia, un tempo definita «inguaribile». È deceduta nel pomeriggio di venerdì a Limido (Como) dove si era trasferita, dopo aver trascorso a Bolgheri, in Toscana, la prima parte della vecchiaia. Dice la figlia Valentina, che abita a Milano: «È spirata accanto alle sue cose e al suo adorato cane. Ora riposa in pace». Olghina - vita spericolata, amori avventurosi - ha un'altra figlia, Paola, che risiede in Inghilterra. A dare l'annuncio della sua morte, in anticipo, ci ha pensato Dagospia , al quale, tra l'altro, lei stessa in passato aveva collaborato. «Ha cercato fino all'ultimo di tenere vivo il suo blog - dice la figlia -. Chiuso un paio d'anni fa e poi riaperto, ma ormai non ce la faceva più». Su Olighina di Robilant si potrebbero raccontare numerosi aneddoti. Ma la sua «fama» è legata a doppio filo alla «Dolce Vita». O meglio: a due episodi cult del film di Federico Fellini: lo spogliarello di Aïché Nana, in un locale di Trastevere, e il bagno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi. Da chi e da che cosa il regista trasse ispirazione? In quel locale, quella sera del 1958, si festeggiava il venticinquesimo compleanno di Olghina. E lo scatto della spogliarellista, in bianco e nero, lo fece il reporter Tazio Secchiaroli. «La chiamarono l'orgia e ci inzupparono il pane i grandi editori, prima del film, facendo apparire Roma Sodoma e Gomorra e noi una banda di depravati», ci raccontò la contessa quando la incontrammo nel 2009. «La Nana era un'imbucata - ebbe a precisare -. Comunque, quella foto mi ha cambiato la vita. Prima in peggio. Porte sbattute in faccia, cattiva fama. Ma il meglio venne dopo. Diventai un personaggio tra gli amici già noti di allora: Corrado Pani, Luca Ronconi, Pier Paolo Pasolini, Adriana Asti, Laura Betti, Franco Rossellini... Insomma, salii sulla cresta dell'onda, la mia firma di cronista mondana era e contesa dai giornali». Il bagno notturno nella Fontana di Trevi? Prodezza di Olghina, per una scommessa da 10.000 lire. «Fatto sta che sia lo spogliarello del Rugantino, sia il mio bagno, finirono tra le scene del film di Fellini. In acqua, però, c'era la Ekberg». A proposito di Fellini e della «Dolce Vita», Olghina ebbe molto da criticare: «Lui non capì un bel niente del suo tempo, dei costumi e del clima spensierato di quella stagione. La decadenza rappresentata nella sua "Dolce Vita" non era quella del '58. Cominciò dieci anni dopo, con le discoteche, i salotti, i palazzinari, la mafia e la cocaina che pioveva come borotalco, imbiancando anche i nasi più ingenui. Lo dissi a Federico, che si arrabbiò. Ma poi facemmo pace». 

Gloria Satta per “il Messaggero” il 28 novembre 2021. In Toscana, dove viveva da tempo, è morta a 87 anni Olghina di Robilant, contessa, scrittrice, giornalista, in gioventù fidanzata del futuro re Juan Carlos di Spagna, amica di intellettuali (dal 1966 al 1972 fu sposata con il pittore Antonello Aglioti) regina della mondanità e del bel mondo. Ma la sua fama internazionale era legata a un clamoroso episodio di cronaca che, nel 1958, avrebbe cambiato il costume italiano e innescato ufficialmente la Dolce Vita, quel periodo di edonismo sfrenato succeduto al dopoguerra e celebrato da Federico Fellini nel suo film capolavoro del 1960: proprio alla festa per il 24mo compleanno di Olghina, presso il ristorante Rugantino a Trastevere, la ballerina turca Aiché Nana improvvisò uno spogliarello e le sue foto bollenti scattate dal paparazzo Tazio Secchiaroli furono pubblicate prima sull'Espresso poi fecero il giro del mondo suscitando grande scandalo e provocando l'intervento della magistratura. Il sito Dagospia, che per primo ha dato la notizia della morte della nobildonna (fino a qualche anno fa collaboratrice del sito stesso), ha ricordato anche il suo rammarico: quella serata, non si stancava di ripetere Olghina da un sessantennio, era stata «ingigantita dai media». Non ci sarebbe stato alcuno scandalo, a sentir lei, Aiché Nana era una sconosciuta che si era imbucata alla festa e non è vero che la Polizia fece irruzione per coprire le nudità della svergognata, mentre la magistratura sarebbe intervenuta solo 10 giorni dopo, in seguito al clamore suscitato dall'episodio che alla festeggiata aveva addirittura «rovinato la vita». «Io c'ero e ricordo benissimo quella serata», racconta il press-agent Enrico Lucherini, 89 anni. «Quando Aiché Nana cominciò a spogliarsi per rubare la scena ad Anita Ekberg, semi-sdraiata sulle giacche gettate in terra dagli invitati, e Secchiaroli prese a scattare, qualcuno chiamò effettivamente le forze dell'ordine», afferma Enrico, «così il paparazzo mi lanciò i rullini da custodire. Io me li cacciai in tasca e glieli restituii quando le acque si furono calmate». Anche secondo Lucherini la contessa di Robilant si riteneva danneggiata da quell'episodio che aveva segnato la sua vita: «Qualcuno arrivò a dire che aveva architettato tutto lei per far pubblicità al Rugantino, locale deciso a rivaleggiare con i ristoranti blasonati di Via Veneto. Tutte falsità, Olghina era una gran signora, una donna coltissima e non aveva bisogno di ricorrere a questi espedienti». 

Roberto D'Agostino, fondatore e direttore di Dagospia, spiega di averle affidato una rubrica di costume, L'occhio di Olghina, «perché la contessa era la testimone di un'epoca straordinaria: nel 1958 l'episodio dionisiaco del Rugantino sancì il passaggio dell'Italia dal dopoguerra a una fase storica totalmente diversa che Fellini, abilissimo nel captare lo spirito del tempo, avrebbe celebrato nel film La Dolce Vita. Olghina era una protagonista, un pesce pilota del jet set che allora anticipava il cafonal». All'epoca facevano notizia anche gli amori della contessa: di Juan Carlos di Borbone, che in nome della ragion di stato avrebbe poi sposato Sofia di Grecia, si sussurrava nei salotti che fosse addirittura il padre segreto della prima figlia di Olghina, Paola. «Era simpatico, alla mano, portato allo scherzo, vivacissimo e disimpegnato in quanto tenuto al guinzaglio prima da suo padre, Don Juan di Borbone quindi dal Caudillo Franco», raccontava lei. Che ebbe un flirt anche con Maurizio Arena, l'attore fusto più tardi protagonista di un'incandescente love story con Maria Beatrice di Savoia. Dal marito Antonello Aglioti (che dopo il divorzio sarebbe stato il compagno del regista Memé Perlini), Olghina ebbe poi la seconda figlia Valentina. Negli anni Ottanta scrisse 11 libri di letteratura rosa, firmandoli con vari pseudonimi. Nel 1985 pubblicò con il suo nome il romanzo Alvise e Alessandra e nel 1991 l'autobiografia Sangue blu. «Era la regina della Dolce vita», la ricorda il King dei Paparazzi, Rino Barillari, «nemica della volgarità, degli eccessi e dei talk show: la invitavano ma non partecipava mai. Rispettava il lavoro di noi fotografi e aveva una gentilezza innata. Un personaggio come lei ci mancherà molto».

Dagospia 2 giugno 2014. “JUANITO” MEMORIES - OLGHINA DI ROBILANT RACCONTA JUAN CARLOS, DI CUI FU LA PRIMA FIDANZATA: “ERA SIMPATICO E VIVACE. SI INNAMORÒ DI MARIA GABRIELLA DI SAVOIA, MA POI IL CAUDILLO FRANCO GLI IMPOSE SOFIA DI GRECIA”. “L’abdicazione mi sembra una buona idea, ma non so se gli spagnoli siano pronti” - “All’epoca vivevamo in Portogallo e per uscire ci dovevamo portare dietro una vecchia megera come chaperon. Juanito poi si fissò con la più carina del pollaio regale europeo, la principessa di Savoia, ma fu organizzata la crociera sull’Agamemnon per farlo incontrare con Sofia”…

Dagospia 2 giugno 2014. Dal blog di Olghina di Robilant, olgopinions.blog.kataweb.it. Mi sembra una buona idea ma non so quanto e se gli spagnoli di Rajoy siano del mio stesso avviso. Qualche collega mi chiama per sentire cosa ho da dire. Che ne so? Io il re non lo conosco. Conoscevo un ragazzo che noi (gli amici) chiamavamo Juanito: era simpatico, alla mano, portato allo scherzo, vivacissimo e disimpegnato, in quanto tenuto al guinzaglio. Prima da suo padre, Don Juan di Borbone (un po’ birbone con le donne quel papà…) quindi dal Caudillo Franco: entrambi gli vietavano di sposare una ragazza che non fosse di famiglia Reale. Dapprima lui si era fissato con la più carina del pollaio regale europeo, Maria Gabriella di Savoia, ma poi gli vietarono anche lei. Arrivò per lui il servizio militare spagnolo, il che costituiva il preambolo del Caudillo alla eventualità (penso certezza) di dargli il trono spagnolo. Era un ragazzo adorabile che mi mandava foto in uniforme perché gli piaceva (penso gli piaccia tuttora) il codice d’onore dei militari. Mi scriveva che abbracciava un cuscino sull’amaca della Nave Scuola Juan Sebastian Elcano, pensando fossi io, poi cadeva dall’amaca e, con grande serietà… diceva lui… tornava alla sua realtà e i suoi doveri.

La famosa crociera sull’Agamemnon fu poi qualcosa tra divertimento e dovere che organizzò la regina Federica di Grecia per riunire tutti i ‘delfini’ e le ‘delfine’ dell’acquario regale europeo, sperando causassero unioni e fidanzamenti secondo le norme dinastiche monarchiche. E così fu, almeno per tre coppie: sua figlia Sofia con Juan Carlos, Maria Pia di Savoia con Alessandro Karageorgevic di Jugoslavia e suo fratello Costantino con Annamaria di Danimarca. Va ricordato che erano tempi duri per le monarchie europee, con tanti esiliati che avevano perlopiù scelto il Portogallo come residenza alternativa.

Perché? Per il fatto che costava poco (la pecunia mancava… ai re viziatelli), che erano protetti dall’allora dittatore portoghese Salazar grazie al quale mantenevano privilegi di tipo feudale, grazie al quale il Portogallo era rimasto neutrale durante la II guerra mondiale e pertanto non ne soffriva eccessivamente le conseguenze, grazie al quale finivano col convivere tutti in un tratto di paese ristretto al triangolo tra Estoril/Cascais (lungo la costa del mare… no, foce del Tago e Oceano Atlantico) e Sintra/Colares (il primo entroterra con tre palazzi Reali) ossia a circa 20 chilometri da Lisbona.

A quel tempo nessuna famiglia ricca e aristocratica portoghese risiedeva nella capitale ma nelle vicinanze, in ville che somigliavano a Fiesole, nei pressi di Firenze. A Lisbona solo le ambasciate.

Fu così che i rampolli delle Case Reali europee si frequentavano facilmente, mantenendo un treno di vita agiato e quasi condominiale. Preciso che questi ‘rampolli’ furono molto utili per i loro coetanei che seguivano ancora regole medievali e avevano codici di comportamento troppo restrittivi, per esempio: non potevano uscire nei ristoranti o locali senza una o un chaperon; sulla spiaggia dovevano indossare costumi interi, sia maschi che femmine; se si fidanzavano potevano al massimo tenersi per mano (guai a chi osava baciarsi!); era di rigore il consenso dei genitori anche solo per prendere un tè in case di amici  e, se ballavano, dovevano stare a distanza l’uno dall’altro.

“Ma è pura follia!” gridò Juanito quando dovette venire a Sintra per chiedere a mio padre e mia zia se poteva portarmi a cena senza chaperon. “Assolutamente no” fu la risposta e ci misero accanto una vecchia megera (che era stata dama di compagnia della regina Maria Pia del Portogallo)  come chaperon. Tutto si convertì in maggiore libertà proprio grazie ai ‘delfini’, che si ribellavano e portarono nel triangolo delle altezze reali usi e costumi della loro patrie. Incontravo Juanito soprattutto durante i fine settimana campestri con caccia alle pernici o, d’inverno, alle anatre e oche selvatiche.

Non era un gran fucile e nemmeno io, che amavo - e amo - gli animali. Si deve essere perfezionato nel tempo del “coraggio e del trono”, tanto da cacciare gli elefanti… pfui! Che schifezza…a mio dire. Resto comunque dell’opinione che gli spagnoli debbono molto alla reggenza di questo sovrano, il quale ha portato loro la democrazia dopo un lungo periodo dittatoriale assai diverso da quello portoghese. Franco è stato tiranno e amico dei tedeschi.

Salazar se ne stava rinchiuso nella torre di Belem cercando di aiutare il suo popolo, prevalentemente contadino, almeno fino alla rivoluzione dei fiori nel ‘74. Negli anni tra il ‘40 e il ‘50 i tassisti a Lisbona guidavano auto americane, scalzi e gridavano “eehpà… ohhpà…” quando dovevano frenare, ossia l’esclamazione usata dai campinos a cavallo nel tirare le redini.

Ma come spiegare in poche parole un paese ancora incontaminato, verde, magnifico, povero di abitanti, con tre sole città (Lisbona, Faro e Porto, ancora colonizzato dal potere economico inglese) e una miriade di paeselli bianchi e bestiame al pascolo?  Impossibile immaginarlo ai tempi nostri. Ma questa oasi piaceva molto ai sovrani esiliati che si potevano incontrare al mercato, al Chiado per fare compere un tantino più lussuose, in certi ristoranti per mangiare il caldo verde e le omelettes come il Pereira che ‘sosteneva’ andando un pochino controcorrente.

I gay finivano con l’essere spediti in colonie, il che li gratificava: “Vedessi che pezzi di maschioni ci sono in Mozambico!” esclamava un mio amico omosessuale rientrato in patria dopo la rivoluzione. Però a Juanito non piacevano tanto, lui partiva da insegnamenti maschilisti e ‘donnaioli’: chissà se adesso che in Spagna possono sposare tra omosessuali il re ha cambiato idea? O fa finta di essersi aggiornato? Non lo so. Come ho detto non conosco il re. Sono rimasta al ragazzo esuberante e bello che flirtava e giocava con la vita e gli amici. Mi diverte invece l’idea che diventi regina una giornalista, il perché mi sembra ovvio. Ma non vedo nel nuovo Felipe VI un personaggio simile a Juanito, il che evita invidie di qualsiasi genere. Lunga vita al re? Mah! Vedremo.

Dario Salvatori per Dagospia il 27 ottobre 2020. Accadde il 5 novembre del 1958.  Lo scandalo del “Rugantino”, il locale di Trastevere dove si spogliò la ballerina turca Aichè Nanà. Si festeggiava il compleanno di Olghina di Robilant, ventiquattrenne di sangue blu, che   proprio due sere prima si era tuffata nella Fontana di Trevi per una scommessa. Il suo amico Guidarino Guidi, assistente di Federico Fellini, passando accanto a quell’acqua gelida esclamò che non sarebbe entrato là dentro nemmeno con una pistola puntata alla tempia. “Io lo farei per diecimila lire”, disse la giovane nobildonna. Partì la scommessa, entrò in acqua tutta vestita e vinse le diecimila, che coprirono esattamente la multa elevata per “inquinamento di acque pubbliche”. Così ci si divertiva. Olghina usciva con il facoltosissimo Peter Howard Vanderbilt, estroso miliardario americano, gay e vanitoso,  che voleva regalarle un compleanno indimenticabile. Ci riuscì. La Robilant supponeva che sarebbe andato da Bulgari per scegliere qualche regalo prezioso che lei avrebbe immediatamente depositato al Monte di Pietà. Invece il Vanderbilt preferì donare un compleanno swing al “Rugantino”. Da quel momento la vita notturna romana non fu più la stessa. Guardando quelle foto storiche scattate nel basement del locale, riconosciamo Marcello Rosa, 85 anni, jazzista, trombonista, compositore, membro della Roman New Orleans Jazz Band e uno dei pochi sopravvissuti di quella serata.

Maestro Rosa, cosa ricorda di quella notte?

“Noi suonavano abitualmente al Rugantin- e quella sera ci dissero che ci sarebbe stata una festa privata, un compleanno. A quell’epoca il jazz piaceva alla Roma bene, alla nobiltà nera, alla Roma pariola.” 

Però all’ingresso trovaste i fotografi e un pubblico di vip: Luca Ronconi, Corrado Pani, il marchese Carlo Durazzo, i principi Andrea Hercolani e Pier Francesco Borghese, Marina Cicogna, il pittore Tomas Conceptiòn...

“Si, però quando arrivò Anita Ekberg capimmo che la serata avrebbe preso un’altra strada.” 

Però lei non si spogliò…

“No, però prese a ballare da sola a piedi nudi. Mentre suonavano mi si avvicinò una brunetta bonazza e mi disse in romanesco – ‘’Slacciame a guepiere e ‘a sottana, mo’ je faccio vedè io a quella’’- e si mise a ballare selvaggiamente. Era la ballerina turca Aichè Nanà.”

I clienti che cenavano al piano superiore scesero tutti, giusto?

“Si, io smisi di suonare perché avevo in mano la biancheria di Aichè. E quella fu la mia salvezza.” 

Perché?

“Perché tutti i musicisti furono condannati a tre anni con la condizionale. La sentenza fu chiara. Con i loro strumenti eccitavano la turca. Lei era in pieno parossismo e urlava. “Datemi il tappeto di Allah!”, voleva dire datemi giacche e cappotti.”

Insomma lei la svangò?

“Non tanto, perché dopo qualche giorno i giornali americani pubblicarono quelle foto di Tazio Secchiaroli. Siccome due giorni prima era salito al soglio pontificio Giovanni XXIII i giornali americani titolarono – Orgia in Vaticano!- Mi chiamò mio zio dall’America chiedendomi se avessi cambiato mestiere. In una foto ero con la corsetteria di Aichè in una mano e con l’altra il trombone e sullo sfondo la cupola di San Pietro.”. 

Altre complicazioni?

“Il locale era di Mario Crisciotti, proveniente da una famiglia di ristoratori. Lui se la cavò con una multa di tremila lire e i sigilli all’ingresso per qualche giorno. Però i turisti facevano la fila e ordinavano “Fettuccine allo spogliarello-“.

Si incuriosì anche Federico Fellini…

“Si, stava scrivendo “La dolce vita”, era stato invitato ma non venne, mandò la Ekberg. Voleva dimostrare come si divertivano i ricchi, come trasgredivano. Ci chiamò, ci fece un provino, noi arrivammo con le divise, suonammo un blues e una ballad, credo che si annoiò moltissimo visto che di trasgressivo non avevamo proprio nulla. Infatti chiamò Adriano Celentano, che nel 1958 era sicuramente più trasgressivo di noi.”

·        È morto il compositore Stephen Sondheim. 

Marco Giusti per Dagospia il 27 novembre 2021. Se ne va una leggenda, Stephen Sondheim, 91 anni, il più celebrato autore di musical e di canzoni di Broadway. “Un artista intellettualmente rigoroso che ha sempre cercato nuovi percorsi creativi, Mr. Sondheim è stato il compositore-paroliere più venerato e influente del teatro dell'ultima metà del 20 ° secolo, se non il più popolare”, scrive il New York Times. Un titano della musica e delle parole al pari di Irving Berlin e Cole Porter, insomma, A neanche trent’anni era già entrato nel mito scrivendo i testi di tutte le canzoni di “West Side Story” musicate da Leonard Bernstein e quelle per “Gipsy”, che ebbero delle strepitose e immediate versioni cinematografiche nei primi anni ’60. Senza scordare “Dolci vizi al foro”, il film che Richard Lester trasse dal suo musical, scritto e musicato da lui per la prima volta. Peccato che non potrà essere celebrato dall’arrivo della nuova versione di “West Side Story”, diretta da Steven Spielberg dove brilleranno ancora una volta le sue composizioni, “America”, “Maria”, “Jet Song”. Nella sua lunga carriera ha vinto un Oscar per “Dick Tracy”, ben sette Tony Awards, nel 1971 con “Company”, nel 1972 per “Follies”, nel 1973 per “A Little Night Music”, nel 1979 per il dark musical “Sweeney Todd”, nel 1988 per “Into the Woods”, nel 1994 per “Passion” e un Tony speciale nel 2008, e perfino un Pulitzer per il teatro con”Sunday in the Park” nel 1985. Fu un grande innovatore e cercò anche di andare controcorrente dando voce, in un musical come “Assassins”, agli uomini che ucisero o cercarono di uccidere i presidenti americani. Per non parlare di “Sweeney Todd”, il musical sul pasticcere assassino. Non ha composto molta musica da film, ricordiamo solo le colonne sonore di “Reds” per Warren Beatty e quella di “Stavisky” per Alain Resnais. Nato a New York nel 1930 e morto di cause naturali nella sua casa di Roxbury nel Connecticut dove si era ritirato per la pandemia, ha avuto come mentore Oscar Hammerstein, che abitava vicino a casa sua quando era ragazzo. Se non ci fosse stata la sua vicinanza, magari avrebbe fatto il matematico. A sua volta è stato lui il mentore dello sfortunato Jonathan Larson. Proprio in questi giorni potete vedere il biopic su Larson, “Tick, Tick… Boom!” di Lin Manuel Maranda, dove viene ben spiegato il rapporto tra Sondheim e il giovane Larson, che è un po’ lo stesso che aveva Hammerstein con lui. Dopo aver lavorato nei primi dieci anni di attività come librettista per altri musicisti, decise di lavorare solo per i suoi stessi musical, scritti e musicati da lui, e messi in scena da una ristretta rosa di collaboratori, il regista e produttore Hal Prince, il maestro d’orchestra Jonathan Tunick, il regista James Lapine. Si riporta che è morto all’improvviso. Il giorno prima aveva festeggiato il Thanksgiving tranquillamente.

È morto Stephen Sondheim, re di Broadway: scrisse West Side Story. È morto Stephen Sondheim, icona di Broadway, celebre paroliere e compositore americano, creatore tra tutti di West Side Story, riconosciuto come il musical più popolare della storia statunitense. A cura di Gennaro Marco Duello su Fanpage.it il 26 Novembre 2021. È morto Stephen Sondheim, icona di Broadway, celebre paroliere e compositore americano, creatore tra tutti di West Side Story, riconosciuto come il musical più popolare della storia statunitense. Aveva 91 anni. Il musical è in questi giorni in sala nella sua più recente versione cinematografica. Nonostante la veneranda età, la morte di Stephen Sondheim sarebbe sopraggiunta in una maniera del tutto inaspettata. 

La vita e la carriera di Stephen Sondheim 

Nato a New York da famiglia ebrea, Stephen Sondheim scrisse il suo primo musical poco più che ventenne: Saturday Night. Pochi anni dopo, nel 1957, scrisse i testi di West Side Story, il suo più grande successo. Tra gli altri lavori più significativi: Sweeney Todd ed Into the Woods. E ancora A Musical Fable. Stephen Sondheim ha scritto anche delle colonne sonore originali per i film Stavisky il grande truffatore (1974), Reds (1980) e Dick Tracy (1990), per cui scrisse la canzone "Sooner or Later" che gli valse l'Oscar alla migliore canzone nel 1991. Nel 1994 Sondheim ha scritto con Lapine il musical "Passion", tratto dal film "Passione d'amore" di Ettore Scola, a sua volta tratto dal romanzo di Igino Ugo Tarchetti Fosca. Passion, con Donna Murphy nel ruolo della protagonista, vinse il Tony Award al miglior musical. Nel 2019 il teatro del West End Queen's Theatre è stato ribattezzato Sondheim Theatre in suo onore. 

La vita privata di Stephen Sondheim

Stephen Sondheim era dichiaratamente omosessuale dagli anni settanta. Non ha mai convissuto con un uomo prima dell'età di 71 anni. È il 1991 quando annuncia la relazione con il drammaturgo Peter Jones, con cui ha convissuto fino al 1998. In precedenza, è stato coinvolto sentimentalmente con Anthony Perkins. Dal 2004 era impegnato in una relazione con Jeff Romley, di quarantotto anni più giovane. La coppia si è sposata nel 2017.

Stephen Sondheim morto a 91 anni, fu l’autore di West Side Story. Paolo Foschi su Il Corriere della Sera  il 26 Novembre 2021. È morto all’età di 91 ani Stephen Sondheim, leggendario compositore di Broadway autore di musical come West Side Story, andato in scena per la prima volta nel 1957 a New York e diventato uno dei più popolari musical di tutti i tempi. Artista molto amato dal grande pubblico e vincitore di importanti premi (fra cui un Oscar, 8 Tony Award, diversi Grammy Awards e il Pulitzer per la drammaturgia) e nel 2015 aveva ricevuto una Medaglia Presidenziale da Barack Obama alla Casa Bianca, come riconoscimento alla carriera. Sondheim vanta una immensa produzione di testi e musiche e aveva continuato a lavorare fino a pochi mesi fa. La notizia della morte è stata comunicata dal suo legale al New York Times. La morte di Sondheim, secondo quando riferito dal suo legale, è stata improvvisa ed è avvenuta nella sua casa di Roxbury, in Connecticut, dove aveva appena festeggiato la festività del Thanksgiving con alcuni amici. Compositore, paroliere, drammaturgo statunitense. Sondheim viene considerato uno dei più importanti autori nel panorama del teatro musicale del ventesimo secolo, soprattutto per il suo ruolo nello sviluppo del genere del musical moderno. Ha scritto anche colonne sonore originali per film come Dick Tracy (diretto da Warren Beatty), che gli valse l’Oscar per la migliore canzone nel 1991 con Sooner or Later, cantata da Madonna. Nel corso della carriera ha lavorato a una ventina di musical (come paroliere o compositore), ha scritto le colonne sonore di decine di film e opere teatrali. Ha anche avuto esperienza come sceneggiatore sia nel cinema sia in tv. Dopo essere stato legato sentimentalmente al drammaturgo Peter Jones, ebbe una relazione con Anthony Perkins e dal 2004 era legato a Jeff Romley, di 48 anni più giovane di lui, che sposò nel 2017. Numerosi i messaggi di cordoglio affidati ai social network da nomi illustri del mondo dello spettacolo, fra cui Barbra Streisand, che ha scritto: «Ringraziamo il Sigonore che ha fatto vivere Sondheim 91, così da permettergli di scrivere musica fantastica e grandi canzoni. Riposa in pace».

·        E’ morto il banchiere Ennio Doris.

Addio a Ennio Doris, è morto l'inventore di Banca Mediolanum. Berlusconi: "Ci lascia un grande italiano". Il Tempo il 24 novembre 2021. Si è spento questa notte alle due e dodici minuti, all'età di 81 anni, Ennio Doris, fondatore e presidente onorario di Banca Mediolanum. Lo hanno annunciato la moglie Lina Tombolato e i figli Sara e Massimo. Tutti i Family Banker, i dipendenti e i collaboratori di Banca Mediolanum si stringono uniti e partecipi attorno alla famiglia Doris e, con enorme commozione, rendono omaggio a Ennio Doris, grande uomo e straordinario imprenditore, si legge in una nota della Banca. In questi giorni di lutto la famiglia Doris desidera mantenere uno stretto riserbo che chiede di voler rispettare. "Ci ha lasciato Ennio Doris, un grande uomo, un grande imprenditore, un grande patriota un grande italiano. Un uomo generoso, altruista, sempre attento agli altri, sempre vicino a chi aveva bisogno. Un mio grande amico. Ci mancherà molto, mi mancherà moltissimo. A Massimo, a Sara, a Lina la mia vicinanza e tutto il mio affetto". Così Silvio Berlusconi ricorda in un post su Instagram il fondatore e presidente onorario di Banca Mediolanum.

Da repubblica.it il 24 novembre 2021. Si è spento alle due e 12 minuti di questa notte Ennio Doris, fondatore e presidente onorario di Banca Mediolanum. Lo annunciano la moglie Lina Tombolato e i figli Sara e Massimo, che "in questi giorni di lutto" desiderano "mantenere uno stretto riserbo", che chiedono a tutti di "voler rispettare". I dipendenti e i collaboratori del gruppo, si legge in una nota, "si stringono uniti e partecipi attorno alla famiglia Doris e, con enorme commozione, rendono omaggio a Ennio Doris, grande uomo e straordinario imprenditore".

Da tgcom24.mediaset.it il 24 novembre 2021. Si è spento questa notte, all’età di 81 anni, Ennio Doris, fondatore e presidente onorario di Banca Mediolanum. Lo hanno reso noto la moglie Lina Tombolato e i figli Sara e Massimo. Nato il 3 luglio del 1940, per oltre quarant’anni è stato indiscusso protagonista della grande finanza italiana nonché imprenditore, banchiere e fondatore di Banca Mediolanum, una delle più importanti realtà del panorama bancario nazionale. Sposato dal 1966 con Lina Tombolato, lascia due figli, Massimo e Sara,e sette nipoti: Agnese, Alberto, Anna, Aqua, Davide, Luna Chiara e Sara Viola. Nel 1992 gli viene conferita l’Onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e nel 2002 quella di Cavaliere del Lavoro. Sempre nel 2002 consegue il Master honoris causa in “Banca e Finanza” della Fondazione CUOA. Dal 2000 al 2012 ha ricoperto la carica di Consigliere in Mediobanca S.p.A. e di Banca Esperia S.p.A. Dal 1996 è stato Amministratore Delegato di Mediolanum S.p.A, holding del Gruppo, sino al 2015, anno della fusione per incorporazione in Banca Mediolanum. Fino a allo scorso 3 novembre 2021 Ennio Doris ha ricoperto la carica di Presidente di Banca Mediolanum, giorno nel quale è stato nominato, a seguito di delibera assembleare, Presidente Onorario. Ennio Doris ricopriva altresì la carica di Presidente Onorario di Fondazione Mediolanum Onlus. Una vita costellata di successi - Nel 1969 inizia l’attività nel campo della consulenza finanziaria presso Fideuram, occupandosi di gestione dei risparmi delle famiglie e, dal 1971 al 1981, in Dival (Gruppo Ras), dove 2 partito con un gruppetto di collaboratori, in pochi anni arriva a gestire oltre 700 professionisti. Nel febbraio 1982, dopo l’incontro a Portofino con Silvio Berlusconi e con il supporto imprenditoriale e logistico del Gruppo Fininvest, Ennio Doris fonda Programma Italia, la prima rete di consulenti globali nel settore del risparmio, con un’idea tanto semplice quanto potente e innovativa: “diventare il punto di riferimento della famiglia italiana per il risparmio”. Inventa così un nuovo modo di fare banca, avvicinando la finanza alle persone e creando un modello industriale precursore dei tempi. Nei primi anni Novanta “importa” dal Regno Unito l’idea di una banca senza sportelli, quando internet inizia a muovere i primi passi anche in Italia. Un’intuizione, anche questa, in cui scorge con lungimiranza le trasformazioni che ancora oggi investono profondamente il settore bancario. La sua è una scommessa sul futuro, un invito a non aver paura. Perché l’intelligenza e la capacità di costruire fiducia tra le persone resteranno al centro di tutto: “le filiali faranno la fine delle cabine telefoniche. Ma non sparirà la presenza umana” avrà modo di commentante negli anni successivi. Nella sua visione, infatti, questo innovativo modello di banca assegna un ruolo ancor più cruciale alle persone: “consulenti che guidano il cliente nelle scelte fondamentali della loro vita, in un mondo sempre più complesso”. Nel 1995 nasce Mediolanum S.p.A., la holding a cui fanno capo tutte le società del conglomerato del Gruppo, e questa riorganizzazione permette la quotazione in Borsa nel 1996 e, nel 1998, l’ingresso nel listino Mib30. Nel 1997 Programma Italia si trasforma in Banca Mediolanum, la più innovativa banca telematica d'Italia, nata senza sportelli, la prima a dare il servizio di home banking con telefono e il teletext con il televisore di casa, fondendo così le potenzialità dell’approccio tecnologico con la professionalità del 3 consulente finanziario.

Fabio Savelli e Fabrizio Massaro per il “Corriere della Sera” il 25 novembre 2021. (…) C'era anche Doris tra i fedelissimi che nel 1993 discussero con Berlusconi la sua discesa in campo; Ennio era tra i sostenitori del sì. Ma il banchiere fu anche uno degli artefici delle dimissioni del Cavaliere da Palazzo Chigi nel novembre 2011, con lo spread impazzito oltre quota 500 e la Borsa che scendeva in picchiata. Una telefonata tra Doris e Berlusconi fu decisiva: «Quello che chiedono il mercato e l'Europa è un governo di transizione con un presidente del Consiglio che abbia un grande prestigio sul mercato e non sia né di centrodestra né di centrosinistra. Questo dovrebbe essere lo sbocco della crisi», disse al premier. Poi il consiglio al socio d'affari: «Pensa alle aziende». E Berlusconi si dimise. (…)

Gianluca Paolucci per “La Stampa” il 25 novembre 2021. Un grande innovatore, capace di rivoluzionare il modo stesso di fare banca. Nel marketing («La banca costruita intorno a te»), nei processi, nelle basi del settore: la sua Mediolanum è la prima banca senza sportelli. La cui storia imprenditoriale è legata strettamente a quella di Silvio Berlusconi: «Come un fratello», dirà di lui in una delle ultime interviste a questo giornale. È questo forse il lascito principale di Ennio Doris, venuto a mancare a 81 anni dopo circa 40 trascorsi da protagonista della finanza italiana. Non male, per uno che da bambino sognava di fare il mediatore di bestiame - il mestiere del padre - e che solo a causa di una nefrite decide di concentrarsi sugli studi. Si fermerà al diploma, per iniziare la gavetta prima in banca poi nel settore allora agli albori del risparmio gestito. È in quei primi anni che inizia a pensare alla sua «rivoluzione», durante gli incontri con clienti che gli affidano il loro «denaro che viene dal sudore e dal sacrificio», ricordava lo stesso Doris. «Lì», raccontava, «ho capito quello che dovevo fare: aver successo non perché sono bravo a vendere qualcosa, ma perché sono utile alle persone. Per farlo, però, devo avere a disposizione tutti gli strumenti necessari, compresi quelli bancari». Di quegli anni di incontri con i clienti è rimasta anche la cortesia e disponibilità, anche con i giornalisti alla ricerca di indicazioni sugli equilibri dei soci Mediobanca o di una lettura autentica dei movimenti nella galassia berlusconiana. Le rivoluzioni hanno bisogno anche di colpi di fortuna e per Doris è la fortuna è un incontro. La sua strada incrocia quella di Berlusconi e il racconto di quell'episodio rimanda subito a un immaginario da favolosi Anni 80: rampanti, sfacciati e ricchi di opportunità. Si ricorda quando l'ha conosciuto, chiede il giornalista? «Momento per momento. Era un giovedì della primavera dell'81. Avevo letto la sua intervista su Capital che mi colpì. Diceva: "Pensa in grande". E invitava chi volesse fare l'imprenditore a contattarlo. Un giorno sono a Genova, nel pomeriggio, con mia moglie, passo da Portofino. Alle 6 del pomeriggio arrivo in piazzetta e lo riconosco per via della foto in copertina. "Ma quello è Berlusconi!". Lui si gira e io mi presento. Ne sono rimasto affascinato. Siamo partiti a lavorare insieme nel 1982, da allora abbiamo sempre fatto utili. La nostra è una storia di fratellanza, amicizia e grande affetto. In 40 anni mai un litigio, mai uno screzio». Da quell'incontro di Portofino, nel febbraio 1982, con il supporto del Gruppo Fininvest - che resterà socio fino ai giorni nostri -, Doris fonda Programma Italia, la prima rete di consulenti globali nel settore del risparmio, con un'idea tanto semplice quanto potente e innovativa: «Diventare il punto di riferimento della famiglia italiana per il risparmio». Inventa così un nuovo modo di fare banca, avvicinando la finanza alle persone e creando un modello industriale precursore dei tempi. Nei primi anni Novanta «importa» dal Regno Unito l'idea di una banca senza sportelli, quando internet inizia a muovere i primi passi anche in Italia. Nel 1995 nasce Mediolanum Spa, la holding a cui fanno capo tutte le società del Gruppo, e questa riorganizzazione permette la quotazione in Borsa nel 1996 e, nel 1998, l'ingresso nel listino Mib30. Nel 1997 Programma Italia si trasforma in Banca Mediolanum, la più innovativa banca telematica d'Italia, nata senza sportelli, la prima a dare il servizio di home banking con il telefono e il teletext con il televisore di casa, fondendo così le potenzialità dell'approccio tecnologico con la professionalità del consulente finanziario. Ma se la banca telematica è ancora un'utopia, molto più concreta è la nascita, nello stesso anno, della consociata irlandese: diventerà un comodo rifugio a bassa fiscalità per i patrimoni dei clienti Mediolanum. Nel 2000, Doris ed Enrico Cuccia siglano un'alleanza che si concretizza in un accordo di joint-venture e di scambio azionario fino al 2% tra Mediolanum e Mediobanca. Sempre nel 2000 il fondatore di Banca Mediolanum traccia un cerchio sulle sabbie di un lago salato per spiegare il suo nuovo modello di banca: quella «costruita intorno a te». Doris rompe gli schemi anche della comunicazione e si mette in gioco in prima persona divenendo testimonial della campagna pubblicitaria della banca affinché i clienti conoscano e vedano il volto del banchiere a cui affidano i loro risparmi. Dopo di lui lieviteranno gli imprenditori-attori, protagonisti degli spot dei propri marchi. Nel 2008 il testimone aziendale passa al figlio Massimo che da allora è alla guida di Banca Mediolanum come amministratore delegato. Anche il rapporto con Berlusconi si evolve, con Doris che non mancherà di criticare anche apertamente una serie di scelte del Berlusconi politico soprattutto durante l'ultimo governo del Cavaliere. L'impegno a ricercare sempre soluzioni innovative in grado di favorire la crescita delle imprese e del Paese è stata una costante nel percorso di Doris. La sua idea di sradicare il sistema bancocentrico e di creare collegamenti diretti tra il risparmio privato e l'economia reale gli fa individuare nei Piani Individuali di Risparmio uno strumento prezioso, una rivoluzione su cui decide di scommettere con decisione ed energia nel 2017 facendosi apripista e portavoce verso l'intero sistema del risparmio gestito italiano. Una rivoluzione questa mai decollata davvero. L'unica forse tra le imprese del grande innovatore rimasta a metà.

Ennio Doris, l’amore per il mare, lo yacht da 60 metri e le maxi ville. Diceva: «Il lusso? Un investimento». Diana Cavalcoli su Il Corriere della Sera il 24 Novembre 2021. La villa di Tombolo, quella di Porto Rotondo, il super yacht Seven da 60 metri, la tenuta di Tor Viscosa. Ennio Doris, il fondatore di Banca Mediolanum scomparso all’età di 81 anni, è stato un grande imprenditore italiano e un grande amante del lusso che considerava un investimento. Si definiva «il medico del risparmio» in riferimento alla sua attività di banchiere e uomo dei numeri. Ad oggi secondo Forbes la sua famiglia vanta un patrimonio di 3,4 miliardi di dollari. Ma in quali beni ha investito Doris negli anni? 

Yacht e lusso

Il patron di Banca Mediolanum amava le barche e il mare, unica via di fuga dal lavoro quotidiano. Ha posseduto per 15 anni un Perini da 42 metri, il “Principessa Vaivia” comprato usato da Silvio Berlusconi. A Pressmare raccontava in un’intervista due anni fa: «L’incontro con il mare attraverso la barca è stato casuale: Silvio Berlusconi mi mise a disposizione il suo ketch, Principessa Vaivia, per poter completare e seguire i lavori di ristrutturazione della mia villa a Porto Rotondo in Sardegna. Non avevo un’esperienza in fatto di barche: avevo fatto solo una crociera nel Tirreno con la famiglia. Ma quando ho navigato su Principessa Vaivia ho avuto un colpo di fulmine! Decisi di comprarla e feci la mia proposta a Berlusconi».

Nel 2018 Doris ha acquistato uno nuovo gioiello dei mari da 60 metri, il Seven, pensato per passare il tempo in famiglia. Non a caso 7 era il numero dei nipoti di Doris al tempo dell’acquisto e per l’imprenditore si trattava di un numero fortunato. Diceva: «Io credo nelle coincidenze. Ecco, la mia è una vita costellata di coincidenze fortunate». Costruito nel 2017 dai Cantieri Perini Navi, lo yacht conta 5 cabine e può ospitare fino a 12 persone. Dal valore di 35 milioni di dollari, si tratta di una super imbarcazione che può viaggiare ad una velocità massima di 15-16 nodi. 

Le ville e la tenuta

Ma non ci sono solo le barche. Doris, di origini umili, ha sempre considerato «il lusso un investimento» come ripeteva in alcune interviste. Le sue maxi ville ne sono un esempio lamante. La villa di Tombolo, suo paese natale nel padovano, è una maxi residenza che conta perfino l’hangar per l’elicottero. Una proprietà che si aggiunge a quella di Porto Rotondo in Sardegna che svetta nella parte alta di Punta Volpe. Senza dimenticare la tenuta di Tor Viscosa in Friuli-Venezia Giulia. Acquistata da Doris dopo la crisi della famiglia Ferruzzi, conta 3.800 ettari e 2mila mucche. Raccontava Doris al Giornale: «Per chi, come me, è nato a Tombolo, la terra è importante. Prima della Grande Guerra era il paese più povero del Veneto, su 600 famiglie erano pochissime quelle che potevano coltivare i loro campi. Si tenevano in stalla due mucche e il benessere di una casa si misurava dalla grandezza del letamaio. Tor Viscosa è un po’ un simbolo. Poi ci sono i momenti in cui ti senti ricco e quelli in cui mi sono sentito povero». 

Il concetto di ricchezza

Della sua ricchezza Doris però non si è mai vantato. Al giornalista del Giornale che nel 2017 gli chiedeva che effetto facesse essere miliardario rispondeva: «Guardi, nessuno. Oltre un certo tenore di vita dei soldi non te ne accorgi più. Anche perché dopo un po’ lavori per realizzare un progetto, per lasciare un segno. A me è sempre piaciuta la parabola dei talenti. E non mi riferisco solo alla necessità di far fruttare le doti che ti trovi, ma alle opportunità che la vita ti offre. Io ho cercato di mettere a frutto le situazioni in cui la vita mi ha messo».

Addio al patron di Mediolanum Ennio Doris. Francesco Curridori il 24 Novembre 2021 su Il Giornale. Ennio Doris è stato l’imprenditore e il banchiere che, con la sua Mediolanum, ha contribuito a cambiare il modo di fare finanza e nel 2018 Forbes lo ha collocato al 17esimo posto tra gli uomini più ricchi d’Italia. Ennio Doris, morto oggi all'età di 81 anni. è stato l’imprenditore e il banchiere che, con la sua Mediolanum, ha contribuito a cambiare il modo di fare finanza. Nel 2018 Forbes lo aveva collocato al 17esimo posto tra gli uomini più ricchi d’Italia. Doris, nasce a Tombolo, in provincia di Padova, nel 1940 in una famiglia di agricoltori. Da bambino nutriva il desiderio di diventare venditore di bestiame ma a 10 anni contrae una brutta nefrite che lo costringe a dedicarsi allo studio. Si diploma quindi in ragioneria e, poi, lavora per 8 anni come venditore porta a porta per la Banca Antoniana di Padova e Trieste (oggi Antonveneta). In seguito viene nominato direttore generale in un’azienda manifatturiera ma nel ’71 passa al settore della consulenza finanziaria lavorando a provvigione prima in Fideuram e poi in Dival dove, nel giro di dieci anni, ottiene la carica di divisional manager con 700 persone alle sue dipendenze. È in questo periodo che gli viene in mente di creare un’impresa che sia capace di offrire al cliente una consulenza finanziaria “globale” su titoli, polizze assicurative e fondi comuni. Tutto nasce da un incontro con un falegname che stacca a Doris un assegno da 10 milioni di lire e, mostrandogli i calli delle mani, gli dice: “Si ricordi che io sono una persona che non può permettersi di ammalarsi, altrimenti la mia famiglia non vive. Quindi se lei gestirà bene i 10 milioni tra 15 anni potrò avere una somma che mi consentirà di ammalarmi”. “Quella stessa sera mi ha permesso di comprendere cosa avrei voluto fare. Mi sono detto: voglio avere successo perché sono utile alle persone, non perché sono bravo. Voglio sedermi come un medico di fronte al paziente, esaminare i suoi problemi e dargli ciò che gli serve. Quindi devo avere a disposizione tutti i farmaci del mio settore: quelli della banca, quelli dell’assicurazione e quelli della finanza”, racconterà Ennio Doris in un’intervista a Panorama.

La svolta negli anni '80: l'incontro con Berlusconi

Nel 1981 arriva la svolta. Doris legge sul mensile Capital un’intervista a Silvio Berlusconi, patron di Canale 5, che dice: “Se qualcuno ha un’idea e vuole diventare imprenditore, mi venga a trovare. Non vada da Agnelli o De Benedetti perché tanto non lo riceveranno. Io sì. E se l’idea è buona, la realizziamo insieme”. Casualmente poco tempo dopo i due si incontrano a Portofino e Doris espone al Cavaliere la sua idea di creare una banca che risolva “tutti i problemi del cliente e della sua famiglia”, la family banker, ossia una banca familiare perché“il cliente – dirà- non ha bisogno di sapere solo come investire il denaro ma ha tante esigenze che sono legate alla sua sicurezza finanziaria”. Doris racconta che, una volta ottenuto un appuntamento ad Arcore, mostrò i suoi risultati ottenuti con la Dival e disse al Cavaliere che “si poteva fare molto di più con un istituto, che oltre i fondi, vendesse anche le assicurazioni. Come accadeva all'estero. E inoltre – aggiunge a Panorama - gli spiegai che questa rete commerciale avrebbe anche potuto piazzare gli immobili che a quel tempo Berlusconi costruiva, a Milano2, a Milano3 ...” Il progetto piace a Berlusconi che, tramite Fininvest, entra in affari al 50% (solo a partire dal 2013 la partecipazione scenderà al 36%)con la nuova società di Doris, la Programma Italia che nel 1995 prende il nome di Mediolanum spa. L’anno seguente arriva la quotazione in borsa e nel ’97 nasce Banca Mediolanum, la prima banca che sfrutterà le potenzialità offerte da internet per l’home banking e il trading online. Dal 1999 Doris diventa il testimonial pubblicitario della Banca e l’anno successivo Mediolanum acquisisce la spagnola Finbanc e col 2% entra in Mediobanca. Lo slogan “una banca intorno a te” entra nelle case degli italiani e nel 2002 Doris viene nominato Cavaliere del Lavoro.

La crisi finanziaria del 2008 e il passaggio del testimone col figlio

Nel 2008, dopo la grave crisi finanziaria, Doris capisce che deve intervenire. “In quel momento stavamo cercando di far capire al mercato che non eravamo una banca come le altre. Quella di Lehman Brothers era l’occasione per dimostrare che eravamo diversi, ma per esserlo bisognava mettersi le mani in tasca”, spiega Doris che decide di rimborsare i suoi clienti. Come fare? “Sono andato dal mio socio Silvio Berlusconi e gli ho detto: dobbiamo aiutare i nostri clienti. Però se la banca impiega 160 milioni utilizza quasi tutti gli utili e gli azionisti di minoranza avrebbero qualcosa da dire, perché noi per solidarietà possiamo spendere l’1, il 2, il 3% ma non certo il 90%. Dobbiamo pagare noi: il 40% era già a carico della mia famiglia e il 36% di Fininvest. Berlusconi mi ha detto sì subito, paghiamo noi il 100%”, spiegherà il banchiere di Tombolo. “Questo è lo spirito con cui abbiamo agito anche in altre occasioni. Per esempio - racconterà ancora - quando c’è stato il terremoto nel centro Italia, siamo stati subito presenti con risarcimenti danni a fondo perduto, distribuzione dei bancomat smarriti durante la catastrofe, sospensione dei pagamenti delle rate del mutuo e annullamento degli interessi”. Nel 2014 sarà il figlio Massimo a prendere il suo posto alla guida dell’azienda e anche negli spot pubblicitari. Di lui il padre ebbe sempre una grande stima:“È istintivo ed è convinto che ogni problema nasconda un’opportunità. Questo lo ha imparato da me. Poi però è bravo anche a passare all’attuazione pratica”. E ancora: “Di fronte a qualsiasi difficoltà io so che c’è Massimo che sa come fare. È la cosa che apprezzo di più anche perché colma una mia lacuna”. Una stima sempre ricambiata dal figlio che di Ennio disse: “È geniale, vede sempre prima degli altri e non si può copiare. Però ha una caratteristica che invece si può emulare. Succede qualcosa: non perde più di tre, quattro secondi a lamentarsi del problema. Si mette subito a cercare la soluzione e dieci secondi dopo ha già tentato di capire come volgere la situazione a suo favore”.

Ennio Doris e Silvio Berlusconi, il primo incontro a Portofino. "Perché mi invidiava". Libero Quotidiano il 24 novembre 2021. Il colpo di fulmine tra Ennio Doris e Silvio Berlusconi? In spiaggia, a Portofino. Il fondatore di Mediolanum banca, scomparso a 81 nella notte, lo aveva rivelato qualche mese in una strepitosa intervista di Stefano Lorenzetto sul Corriere della Sera. Il banchiere aveva in mente unna nuova avventura, Programma Italia, "ma servivano capitali enormi, che non avevo. Approfittai di un viaggio a Genova, dove incontrai il fiscalista Viktor Uckmar, per portare mia moglie a Portofino. E sul porticciolo chi vidi? Silvio Berlusconi. Parlava con un pescatore che stava riparando le reti". "Lo riconobbi - ricordava Doris - perché la sua foto era su Capital, a corredo di un’intervista in cui dichiarava: 'Chi ha una buona idea, si rivolga a me'. Gli dissi: la ammiro molto, posso stringerle la mano? Ne fu lusingato". Il primo incontro, rapidissimo, fu un successo: "Gli illustrai brevemente un progetto sugli immobili. Lui mi pose tre domande. Alla terza, dimostrò di aver capito il mio settore più di me. Non avevo mai conosciuto in vita mia una simile capacità d’impadronirsi di un argomento. Passati 15 giorni, mi convocò ad Arcore". Lì, sotto la veranda, l'affare fatto: "Mi ero presentato con un dossier che raccoglieva i profili di 3.000 clienti, giusto per dimostrargli che non partivo da zero. In quel momento mia madre mandò dal cielo un colpo di vento che sparse tutti quei fogli sul prato. Le pagine sembravano migliaia, anziché un centinaio. Di solito Berlusconi era abituato a incontrare interlocutori del genere: 'Guadagno tanto, quindi deve darmi di più'. Io gli dissi solo: da lei non voglio niente, facciamo una società al 50 per cento. Ci stringemmo la mano. Non servì altro". Non solo lavoro e business, il Cavaliere considerava Doris il suo più grande amico insieme a Fedele Confalonieri e Gianni Letta. "Silvio è sempre generoso, anche nei paragoni. Per lui l’amicizia ha un valore assoluto. Non la tradirà mai". Impossibile litigare con lui, "è troppo buono". Ma Berlusconi un po' di invidia per Doris la provava. Per il suo matrimonio solidissimo: "Hai trovato subito la donna giusta”. 

Imprenditore e banchiere. È morto Ennio Doris, il fondatore di Banca Mediolanum aveva 81 anni. Antonio Lamorte su Il Riformista il 24 Novembre 2021. È morto Ennio Doris. Il fondatore e presidente onorario di Banca Mediolanum aveva 81 anni. A dare l’annuncio la moglie Lina Tombolato e i figli Sara e Massimo. I familiari hanno fatto sapere che “in questi giorni di lutto” desiderano “mantenere uno stretto riserbo” che chiedono a tutti di “voler rispettare”. Dipendenti e collaboratori del gruppo “si stringono uniti e partecipi attorno alla famiglia Doris e, con enorme commozione, rendono omaggio a Ennio Doris, grande uomo e straordinario imprenditore”, si legge in una nota. Il cordoglio espresso in una nota anche da parte del fondatore e leader di Forza Italia Silvio Berlusconi: “Ci ha lasciato Ennio Doris. Un grande uomo, un grande imprenditore, un grande patriota, un grande italiano – ha scritto l’ex Presidente del Consiglio – Un uomo generoso, altruista, sempre attento agli altri, sempre vicino a chi aveva bisogno. Ci mancherà molto, mi mancherà moltissimo. A Massimo, a Sara, a Lina la mia vicinanza e tutto il mio affetto”. Doris era nato a Tombolo, in provincia di Padova, il 3 luglio del 1940. Aveva sposato Tombolato nel 1966. Aveva sette nipoti. Era stato premiato con l’onorificenza di ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica nel 1992 e nel 2002 aveva con l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro. L’imprenditore è stato dal 2000 al 2012 consigliere di amministrazione di Mediobanca e di Banca Esperia. Dal 1996 al 2015 era stato amministratore della holding Mediolanum, fino alla fusione per incorporazione in Banca Mediolanum. Era diventato presidente onorario nel novembre del 2012. Aveva fondato “Programma Italia”, prima rete di consulenti globali nel gruppo del risparmio nel 1982, dopo l’incontro con Silvio Berlusconi. Obiettivo della rete, fondata con il gruppo Fininvest di proprietà di Berlusconi, era “diventare il punto di riferimento della famiglia italiana per il risparmio”. Tre anni dopo la fondazione dell’holding Mediolanum spa cui fanno capo tutte le società del Gruppo. Nel 1997 la trasformazione di “Programma Italia” in Banca Mediolanum. Doris, nel 2018, si era classificato al 17esimo posto tra gli uomini più ricchi d’Italia secondo la rivista Forbes. Il suo patrimonio era stimato intorno ai tre miliardi di dollari. Nel 2019 Banca Mediolanum valeva oltre sei miliardi di euro e contava oltre ottomila dipendenti. Doris aveva donato nel marzo 2020 cinque milioni di euro alla Regione Veneto per sostenere la lotta alla pandemia da covid-19. Il figlio Massimo Antonio Doris è amministratore delegato di Banca Mediolanum S. p. A. La figlia Annalisa Sara Doris è presidente esecutivo della Fondazione Mediolanum Onlus e consigliere di Banca Mediolanum S.p.A. Pochi mesi fa, dopo aver compiuto 80 anni, Doris aveva annunciato il suo ritiro dalla gestione quotidiana del suo gruppo finanziario: “Superando la soglia degli 80 anni penso sia venuto il momento di ridurre almeno in parte il mio impegno quotidiano nella banca”, aveva dichiarato. Si legge in una nota: “Per oltre 40 anni è stato indiscusso protagonista della grande finanza italiana nonché imprenditore, banchiere e fondatore di Banca Mediolanum, una delle più importanti realtà del panorama bancario nazionale presente anche in Spagna, Germania e Irlanda”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Ennio Doris, i funerali a Tombolo: «Curò gli interessi altrui come i propri». Fabrizio Massaro su Il Corriere della Sera il 28 Novembre 2021. C’è un bel presepe verde all’inizio della navata di destra della piccola chiesa di Sant’Andrea Apostolo a Tombolo, il clima è già natalizio. Ma non ci sono addobbi, solo pochissimi fiori per l’addio a Ennio Doris, il fondatore di Mediolanum scomparso a 81 anni la notte tra martedì e mercoledì. Una scelta della famiglia, che ha chiesto piuttosto donazioni alla fondazione della banca. 

I big della finanza

Pur nella semplicità delle forme, sembrava un funerale di Stato in un paesino del profondo Veneto. La piccola piazza S. Pio X blindata e transennata, il saluto militare di poliziotti e finanzieri sul sagrato al passaggio del feretro, la diretta tv su Rete4, in sindaco in fascia tricolore, il flautista Andrea Graminelli sull’altare, il messaggio del cardinale Camillo Ruini, tanti big della finanza presenti come Alessandro Benetton, Marco Tronchetti Provera, Matteo Marzotto, Alberto Nagel, Saverio Vinci, Renzo Rosso, Davide Serra, Arnoldo Mosca Mondadori. E naturalmente — arrivato con la moglie di Doris, Lina Tombolato, i figli Massimo e Sara, i sette nipoti — l’amico di una vita e socio Silvio Berlusconi con la fidanzata Marta Fascina, il fratello Paolo, i figli Marina, Luigi e Eleonora.

Silvio Berlusconi commosso alla camera ardente di Ennio Doris

La piazza gremita

Davanti alla centenaria trattoria «Ai mediatori» — quello di mediatore di bestiame era il mestiere del padre di Doris, ed Ennio pensava che avrebbe seguito la stessa strada — è stato collocato uno dei cinque maxischermi che hanno consentito a migliaia di cittadini di seguire la messa funebre officiata dal parroco del paese, Bruno Caverzan. Di fronte all’entrata della chiesa — restaurata nel 2014 con il «significativo contributo dei Doris» —, una tensostruttura montata in tutta fretta per 152 banker di Mediolanum.

Le origini povere

Pur diventato multimiliardario, Doris era rimasto profondamente ancorato alla sua campagna, al suo territorio e anche alla casa d’origine, che aveva ricomprato. E quando aveva costruito la grande villa fuori dal paese — «cinquemila metri quadrati e oltre, pareva che dovessero fare un centro commerciale», ricorda qualcuno in piazza — aveva voluto allestire in una stanza il vecchio tinello dei genitori, per non dimenticare mai da dove era venuto. «Venivi da Rondiello, quartiere povero di un paese povero, una casa di sei stanze con quattro camere da letto per quindici persone e senza bagno, si usava il letamaio», ha ricordato commosso il figlio Massimo, che da tempo ha preso le redini della banca. «Il tuo impegno e la tua passione ci hanno regalato una vita fatta di scelte. E scegliere, non è un lusso consentito a molti», ha letto la nipote Aqua, figlia di Sara Doris e Oscar di Montigny.

Il ricordo di Ruini e di Zaia

«Ennio Doris è stato un banchiere speciale, capace di curare gli interessi degli altri come i propri», è il messaggio del cardinal Ruini. Religiosissimo, innanzitutto verso Tombolo è stato generoso: «Quando venni eletto mi disse “questo è il mio numero, se qualcuno ha bisogno io ci sono”» — ha ricordato il sindaco Christian Andretta — «ha dato una mano a tante persone che non potevano pagare le cure, trasporti in elicottero, donazioni a chi era in difficoltà». A Doris sarà presto dedicata una piazza o la biblioteca comunale. «Volle donare 5 milioni alla Regione; mi disse “fai in modo che i veneti non si ammalino”», ricorda il governatore Luca Zaia.

Quella "D" che spiega davvero chi era Ennio Doris. Evi Crotti il 28 Novembre 2021 su Il Giornale. La personalità del presidente di Banca Mediolanum recentemente scomparso. Mai l’aggressività è stata utilizzata nella sua vera accezione (adgredi = andare verso) in modo tanto produttivo come è avvenuto per Ennio Doris. Lo slancio nel sottolineare la lettera “D” mette in evidenza un desiderio di essere protagonista volendo incidere nella vita sociale. Infatti, almeno grafologicamente parlando, la firma evoca la paternità, legata quindi al desiderio, più o meno presente, di conquista e di realizzazione di sé. Inoltre, la notevole energia vitale che emerge dalla firma di Ennio Doris indica vigoria, produttività e uno stato di continua “immersione” nel voler essere sempre fecondo e produttivo per sottolineare il proprio valore. È persona che porta avanti anche la sua vita personale e affettiva in modo essenziale e senza fronzoli. Infatti, nel tracciato della firma si nota come il nome Ennio presenti una contrazione del gesto a rappresentare un’essenzialità di modi e di atteggiamenti dovuti ad un Io che non cede alle lusinghe del successo e che porta avanti, con la stessa intensità, il sociale e il privato, senza peraltro confonderli. Il nome Ennio, ossia l’individualità della persona, viene nettamente distinta dal cognome espressione della voglia di scalare e di imporsi nel sociale. È proprio nell’iniziale del cognome che si trova l’identificazione con la figura paterna nei confronti del quale egli ha sempre mantenuto un’ammirazione quasi sacrale che ha fatto da spinta e da motore alla sua scalata. Va anche detto che Ennio Denis non era affatto sprovveduto di mezzi e di strumenti per superare gli ostacoli della realtà lavorativa. In questo senso egli ha usato, in maniera intelligente e sottile, la furbizia di chi sa restare umile.

"Grazie da noi bimbi". Il saluto del banchiere rimpianto da tutti. Le lacrime dei figli: "Eri come Superman". Stefano Zurlo il 28 Novembre 2021 su Il Giornale. I funerali in Veneto, nel paese natale del fondatore di Mediolanum. Il cartello colorato preparato dai piccoli, il dolore della famiglia Berlusconi, l'omaggio dell'alta finanza Don Bruno: "Ha fatto del bene a tante persone". Tombolo (Pd). Su un muro, accanto all'ingresso della chiesa di Sant'Andrea Apostolo, c'è un cartello scritto con caratteri allegri e tremolanti: «Grazie Ennio da tutti i bambini di Tombolo». Sotto quel poster passano tutti i potenti che entrano nel tempio neoclassico, quasi una prosecuzione del paesaggio palladiano, e quelle parole danno la misura della giornata: quello di Ennio Doris è un funerale particolare. Niente sfarzo. Semplicità e coralità. Il paese e la comunità finanziaria stretti intorno al feretro di un uomo che era diventato famoso ma non aveva perso i colori della fiaba. Gli amici e i compaesani fanno grappolo davanti ai maxischermi, piazzati un po' ovunque fra le case e i capannoni, quel mix unico di città e campagna, di antico e contemporaneo che è il Veneto. Dentro ci sono i Berlusconi: Silvio, accompagnato da Marta Fascina, e i figli Marina col marito Maurizio Vanadia, Eleonora e Luigi; il fratello Paolo Berlusconi che è arrivato con la figlia Alessia. E poi il numero uno di Mediobanca Alberto Nagel, Alessandro Benetton, Renzo Rosso, Marco Tronchetti Provera, Matteo Marzotto, insomma un pezzo di miracolo italiano, ma sono presenze defilate, quasi in secondo piano. «Ennio è qui e non è qui», spiega come si può spiegare la morte don Bruno Caverzan, il parroco di Tombolo. E si capisce che aveva una grande confidenza con il banchiere che dava del tu ai grandi ma non aveva perso il filo diretto con il sacerdote. «Ennio - prosegue - mi diceva: Ma come farà un ricco ad entrare nel regno dei cieli se è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago?. La sua domanda - annota il reverendo - la teniamo aperta, ma lui ha risposto con i fatti. Ha fatto il bene, a tante persone, c'era sempre». E forse, c'è ancora: «Dolcissimo nonno - mormora al microfono la nipote, la venticinquenne Aqua di Montigny - questo viaggio verso il cielo non potevi che farlo tu per primo, perché Ennio Doris ha sempre visto più in là degli altri. Il tuo esempio di amore verso la nonna è stato sacro. Non ti preoccupare per lei, ce ne occupiamo noi». Lina, vestita di azzurro e ancora bellissima, sorride con cenni di approvazione quando le parole accorciano e quasi schiariscono il buio del mistero. Le telecamere di Rete 4 portano le immagini nelle case degli italiani, mentre Gianni, amico di una vita, piange appoggiato alla transenna, fra le mani un libro autografato da Ennio. Sara, oggi presidente della Fondazione Mediolanum, piange il padre con l'abbraccio che solo una figlia può dare: «Che dono incantevole che tu sia mio papà». Massimo, l'amministratore delegato del gruppo, commuove e si commuove: «I banchieri non godono di simpatie, ma tu eri amato». Ancora di più da chi raccoglie oggi il testimone: «Quando ero un bambino, papà tu per me eri Superman. Poi sono diventato grande, ma tu per me sei rimasto Superman». Gli oratori descrivono piccoli episodi di un uomo grande. E affiora tutto lo spessore di una personalità battezzata nell'ottimismo e nella fede della sua terra. Forse, sia detto senza retorica, ha ragione Fedele Confalonieri che a Vittorio Macioce del Giornale aveva detto: «Per me Doris è un santo. Laico, ma pur sempre santo». Si capisce che i preti impegnati nella celebrazione sono quasi imbarazzati, tanti sono gli episodi che potrebbero raccontare e si intuisce anche in filigrana che l'avventura di Mediolanum è figlia di quella cultura, di quella capacità di trattare il prossimo come uno di famiglia. «La settimana prima di morire - aggiunge don Bruno - Ennio mi ha fatto arrivare un messaggio che voleva far arrivare a tutti: Senza la fede è difficile, molto difficile superare le prove dell'esistenza, soprattutto le malattie. Ecco, io credo che questo sia il suo testamento spirituale». La fede e le opere. «Dall'Amazzonia all'Africa tante persone che lui ha aiutato oggi pregano con noi». Non è una festa, ma le esequie, così cariche di umanità, accendono una scintilla di eterno nel giorno in cui la biografia arriva all'ultima pagina. Il flauto di Andrea Griminelli accompagna il feretro all'uscita sulle melodie struggenti ed epiche di «Mission». La folla assiepata applaude, Silvio Berlusconi rientra nel furgone scuro stringendo la mano di Marta Fascina. Il governatore del Veneto Luca Zaia, quasi infastidito dalle telecamere, rivela: «Qualche tempo fa sono andato a trovare Doris all'ospedale di Castelfranco e sono rimasto con lui e Lina a lungo. Anche in quel letto di ospedale era sempre positivo». È stata la sua grande lezione. Rete 4 si congeda, un piccolo corteo accompagna la bara al cimitero del paese. Stefano Zurlo 

"Qui è scappato dalla povertà e tornava sempre per aiutare il paese". Stefano Zurlo il 28 Novembre 2021 su Il Giornale.  Viaggio a Tombolo, il centro contadino dove è nata la favola di Ennio Doris.

Tombolo (Pd). Gianni, l'amico con il berretto in testa e gli occhi che trattengono le lacrime, spiega tutto con una battuta: «La casa vecchia varrà sì e no cinquemila euro, quella nuova, la villa che Ennio si era costruito appena fuori dal paese, ci metti due ore per visitarla e ha un parco che non finisce più».

Tombolo, ottomila abitanti nella campagna piatta: da qui Ennio Doris è partito, qui tornava appena poteva. Un puntino sulla carta, a due passi dalle mura di Cittadella. La miseria che tutti i veneti hanno nello specchietto retrovisore. Ma anche la magia della gioventù che il banchiere non aveva mai abbandonato.

«Giovedì, il giorno dopo che è morto papà - racconta al microfono Massimo Doris - sono andato in ufficio a Milano3. Oggi abbiamo 3200 dipendenti e 5500 family banker, ma mio padre da bambino abitava a Tombolo, un paese povero, anzi a Rondiello, il quartiere povero di un paese povero». In quell'abitazione così modesta «c'erano sei stanze: quattro camere e due cucine, il bagno - aggiunge Massimo - non c'era perché si andava fuori sul letamaio. Dentro, ci vivevano in quindici o sedici».

Una vita contadina in un paese di mediatori di bestiame. L'odore degli animali che ti entra dentro. Un destino segnato e invece una malattia, la nefrite, dirotta Ennio verso lo studio e nuovi orizzonti. «Era ambizioso - spiega la signora Marina che lo conosceva bene - voleva tirarsi fuori da quella povertà e la ragioneria è stata la strada».

Il cordone ombelicale con Tombolo però non l'aveva mai reciso. Il fine settimana, appena c'era la possibilità, si materializzava in Veneto. «Giocavamo a briscola, anzi a briscolone, qui al bar Centrale, davanti alla chiesa - va avanti Gianni - Grandi partite, in sei, e ricordo una volta che ci fregò e poi pago il gelato a tutti a Cittadella».

Ognuno ha il suo aneddoto in un borgo che ha lasciato il vestito della povertà ma non ha perso la dimensione della porta accanto. «Lui veniva in sagrestia senza che io glielo chiedessi, sempre accompagnato da Lina - ricorda don Bruno, il parroco che officia la cerimonia funebre - e ad ogni spesa per restauri e lavori vari ripeteva sempre: Noi ci siamo, la famiglia è pronta a dare il suo aiuto. Ma una volta che avevano raccolto dei soldi e una bambina aveva dato tutti i suoi piccoli risparmi, lui aveva aggiunto: Vedi, quella bambina ha dato più di me».

Tombolo come unità di misura per affrontare le sabbie mobili della metropoli e della grande finanza, Tombolo ben più di un rifugio. Anche se poi c'era la geografia domestica a rassicurarlo: le cene al ristorante, al tavolo dei Mediatori, il baccalà mantecato e una bottiglia di Amarone. Altre volte gli chef proponevano i piatti della tradizione nella cornice domestica e d'altra parte lui era attaccato alle sue radici. In un modo quasi fisico.

Nella casa dove oggi i Doris si ritrovano c'è un tinello che ospita il tavolo e le sedie dell'infanzia. Cimeli custoditi gelosamente: quasi una ricostruzione storica, come se ne vedono nei musei. Un sancta sanctorum di famiglia, a mostrare che lì tanti anni fa era cominciato tutto. «Caro nonno - afferma la nipote Aqua - il tuo impegno e la tua passione ci hanno regalato una vita fatta di scelte. E scegliere non è un lusso consentito a molti».

Forse, è stata una delle conquiste di cui Ennio Doris andava più fiero: aver permesso ai due figli e a cascata ai sette nipoti, i «seven», di rompere il cerchio di esistenze tutte uguali e di poter esplorare il mondo. Ma senza mai allontanarsi troppo.

Ci sono molte storie imprenditoriali di successo nella generazione di Doris. Chi conosce per esempio la biografia di Ernesto Pellegrini, oggi a capo di un grande gruppo nella ristorazione, può leggere in controluce la stessa povertà contadina, parallela a quella del banchiere, solo ambientata in una cascina alla periferia di Milano, quasi ai bordi della pista di Linate.

Analogie sorprendenti, tenacia e fedeltà in cassaforte, nell'Italia che scalava le gerarchie dei Paesi industrializzati ed entrava nel club dei Paesi più avanzati. Ma molte dinastie da prima pagina hanno perso sui tornanti del benessere il legame con le origini. E la combinazione segreta di quei valori. Doris no. E a Tombolo è rientrato anche per l'ultimo viaggio. Stefano Zurlo 

"Senza fede non si supera nulla". L'ultimo messaggio di Doris. Valentina Dardari il 27 Novembre 2021 su Il Giornale. Ai funerali cinquemila persone, tra cui Berlusconi, Tronchetti Provera, Zaia e Benetton. Commovente il ricordo del figlio Massimo. “Il mondo a Tombolo non si era mai visto, Ennio ce l’ha portato. Non stiamo assistendo a un evento, ma partecipando a una celebrazione esequiale la dove completiamo l’umano e il divino che in questo rito si abbracciano insieme” ha asserito don Bruno Caverzan durante l’omelia per l’ultimo saluto a Ennio Doris, nella Chiesa Parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo, a Tombolo, comune in provincia di Padova. Le esequie sono state trasmesse in diretta televisiva su Rete 4. Alla funzione religiosa c’erano davvero tutti, anche il governatore del Veneto Luca Zaia. Ma non solo, anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, con i figli Marina e Piersilvio, Alberto Nagel, Marco Tronchetti Provera, Alessandro Benetton, Matteo Marzotto.

5mila persone per salutare Ennio Doris

In circa 5mila persone hanno accolto l’arrivo del feretro in chiesa con un lungo e commosso applauso per salutare Ennio Doris, fondatore di Banca Mediolanum, deceduto nella notte tra martedì e mercoledì scorsi a 81 anni. Un milanese d’adozione, che non aveva però mai dimenticato le proprie origini venete. Sembra infatti che Doris tornasse nel suo paese, Tombolo, ogni fine settimana. Sono stati allestiti 5 maxi schermi per proiettare le immagini all’esterno della chiesa. La bara è stata accolta alle 14.15 sulla porta dell'edificio sacro con la benedizione del parroco, don Bruno, e ha varcato la soglia accompagnata dalle note dell’Ave Maria di Schubert. Il figlio Massimo, la figlia Sara e la moglie Lina Tombolato hanno seguito la bara in legno chiaro.

Addio al patron di Mediolanum Ennio Doris

Il primo a ricordare Doris è stato Stefano Volpato, direttore commerciale di Banca Mediolanum: “Ciao Ennio, oggi siamo qui a Tombolo, la tua Tombolo, il tuo posto, la casa della tua famiglia. Quante volte mi chiedevano: ma davvero Ennio torna a Tombolo ogni fine settimana? Sì, amavi dire che l'uomo è come un albero e l'ampiezza dei suoi rami è direttamente proporzionale alla profondità delle sue ragioni. Qui hai scoperto i valori più veri, più profondi, cosa è giusto o sbagliato. Ma oggi non voglio parlare di te ma con te”. Dopo averlo ricordato come un esempio per tutti, Volpato ha aggiunto: “Grazie, grazie di cuore, è stato un privilegio viaggiare con te, ci hai mostrato scenari fantastici, che onore aver potuto far parte della tua vita”. Ha poi promesso che il suo sogno sarebbe continuato e cresciuto. È stato poi il turno di Giovanni Pirovano, presidente di Banca Mediolanum: “Da Tombolo è partito il tuo sogno, qui tutto parla di te. Oggi siamo nella tua chiesa testimoni della tua grande fede che potevamo vedere nella tua azione quotidiana. Mi hai voluto conoscere tanti anni fa per creare una banca a servizio della persona e subito ho compreso la tua grandezza, la tua intelligenza visionaria”.

Il ricordo commosso del figlio Massimo

Anche Pirovano ha voluto promettere a Doris che “tutti noi continueremo a far crescere banca Mediolanum nel rispetto dei tuoi valori per portarti sempre con noi vivo nei nostri cuori. E' un dono di Dio averti incontrato”. Poi ancora il ricordo dei suoi 7 nipoti e della figlia Sara, salita sul pulpito con il fratello Massimo. Quest’ultimo ha ricordato: “Giovedì, mentre preparavo la camera ardente, pensavo a quello che sei riuscito a creare partendo da nulla, da Tombolo da un quartiere povero di un paese povero, dove vivevate in una casa in quindici. Sei partito dal niente e hai costruito tutto questo. I banchieri non godono di simpatia, ma tu eri amato, basta vedere quante attestazioni di stime ci sono giunte, anche dai concorrenti. In Banca Fideuram 350 consulenti finanziari si sono alzati in piedi e ti hanno tributato un applauso. Sei stato un grandissimo papà. Per un bambino il papà è un supereroe, poi uno cresce e si rende conto che il papà è una persona come le altre. Beh, per me sei sempre rimasto Superman e sempre lo sarai. Buon viaggio papà” ,ha concluso con le lacrime agli occhi.

L'ultimo messaggio

Durante l'omelia è stato letto anche l'ultimo messaggio che Ennio Doris ha voluto lasciare come eredità: "Senza la fede è difficile, molto difficile superare qualsiasi cosa, soprattutto le malattie. Questo messaggio voglio farlo pubblicamente, in modo da far pensare anche a livello di fede". Poco dopo sono state le note della colonna sonora di "Mission", composta da Ennio Morricone a dare l'ultimo saluto al banchiere. Il feretro è poi stato portato fuori dalla chiesa ed è stato accompagnato, tra gli applausi di una folla commossa, nel piccolo cimitero di Tombolo. Al termine della cerimonia Silvio Berlusconi si è avvicinato alla moglie di Doris, Lina Tombolato, per porgere alla vedova le sue condoglianze. Un altro lungo applauso ha poi accompagnato l'uscita del feretro dalla chiesa.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni.  

Il visionario del risparmio. Augusto Minzolini il 25 Novembre 2021 su Il Giornale. I visionari sono quegli uomini rari, che guardando il presente immaginano il futuro. I visionari sono quegli uomini rari, che guardando il presente immaginano il futuro. Ennio Doris a suo modo è stato un visionario, un innovatore, per alcuni versi, un rivoluzionario perché ha creato una nuova idea di banca, precorrendo i tempi e rischiando come sanno fare solo i veri pionieri. Si può dire, visto che i due sono stati amici per una vita e hanno cominciato l'avventura di Mediolanum insieme, che Doris ha cambiato l'istituto del risparmio in questo Paese, come Silvio Berlusconi la politica. Ha prima sognato e poi realizzato istituti di credito a misura d'uomo, senza sportelli per cancellare la distanza con i clienti perché nella sua mente sono stati sempre loro, con i loro risparmi, la banca. Ha cancellato la nozione ottocentesca degli istituti di credito e ne ha riscritto i principi. Alcune sue frasi celebri, immaginifiche e profetiche, ricordano quelle di quei pensatori che hanno cambiato il mondo: «Le banche sono come le cabine telefoniche. Non ci entra più nessuno, per cui spariranno». Non è solo una «provocazione», ma il germe di un progetto ambizioso: creare un rapporto diretto tra risparmio privato ed economia reale. Appunto, il visionario pensa l'impossibile, mette in piedi una banca per superare la stessa idea di banca, per costruire qualcosa che ne sia la negazione e la sintesi. È come se un qualunque correntista, provando sulla propria pelle i limiti, i vizi, i difetti, le vessazioni degli istituti di credito tradizionali, ne abbia costruito uno a sua immagine e somiglianza. In fondo il messaggio contenuto in quella pubblicità rimasta storica, «la banca costruita intorno a te», sta a significare proprio questo. Ecco perché quella formula, «la banca etica», non è frutto di retorica, ma è l'approdo ideale di un self-made man che si è inventato una banca sui bisogni dei comuni cittadini, di quella classe media a cui apparteneva. Ed è stato coerente con quel sogno: quale banchiere avrebbe ridato i soldi indietro ai correntisti durante la crisi finanziaria della Lehman Brothers? Quale istituto di credito si sarebbe preso sulle spalle il peso di anticipare ai clienti i «ristori» stanziati dallo Stato per tenere in piedi la nostra economia durante la pandemia? In questo Paese purtroppo la politica, l'ideologia avvelenano, ma i meriti, specie se sono grandi, quando si arriva a fare il bilancio di una vita dovrebbero essere riconosciuti da tutti.

Stefano Lorenzetto per il Corriere della Sera pubblicato da Dagospia il 24 novembre 2021. Dicono che la sua arma migliore sia il sorriso con cui persuade i clienti, arrivati alla cifra record di 1,5 milioni. Ma forse il segreto di Ennio Doris, 80 anni compiuti venerdì scorso, è un altro: lo sguardo dei Rizzardi, gli zii di sua madre Agnese. Quello magnetico di Carlo, maestro elementare a Tombolo, nel Padovano, che ipnotizzò intere generazioni di bambini, 60 per volta, terza, quarta e quinta in un’unica classe. «Entrava in aula, la cagnara cessava di colpo e chi stava per dare un calcio al compagno restava pietrificato con il piede a mezz’aria», ricorda divertito Doris. Non che l’altro zio, Giovanni, fosse da meno: una sera a cena fissò il gatto che lo molestava e il felino, terrorizzato, balzò fuori dalla finestra rompendo il vetro. Per non parlare di mamma Agnese: «Le rare volte in cui discuteva con papà, lei a un certo punto lo trafiggeva con gli occhi e lui li distoglieva da sé gridando “fute, fute!”, le due paroline usate per far scappare il gatto». Alberto Doris, il padre, era un mediatore di bestiame. Lo chiamavano El Vai, storpiatura di Edelweiss, le sigarette preferite, quelle con la stella alpina sul pacchetto. Suo figlio Ennio divenne «el fiólo del Vai carne», la ragione sociale di famiglia nel soprannome. A 10 anni avrebbe voluto abbracciare lo stesso mestiere. Una nefrite lo costrinse a cambiare strada: ragioniere. Oggi il fondatore di Banca Mediolanum può dire che si trattò di un colpo di reni per fare gol nella vita. 

Però un po’ di stalla le toccò lo stesso.

«Per fortuna. Lì capii che il lavoro serve a dimostrare chi sei. Il venerdì alle 2 di notte davo alle vacche il bevarón, acqua e semola, che le gonfiava, facendole sembrare più pasciute. 

Poi le strigliavo ben bene e alle 4 del mattino le portavamo al mercato di Castelfranco Veneto. Difficile che qualcuna tornasse indietro». 

Come le venne in mente, nel 1998, di fondare una banca senza sportelli?

«Il porta a porta lo imparai nel 1960 all’Antoniana, da impiegato nell’agenzia di San Martino di Lupari. Di pomeriggio era chiusa e così consegnavo a domicilio gli assegni circolari. Pensai di applicare il metodo in Italia. Capivo che gli sportelli avrebbero fatto la fine delle cabine telefoniche, nonostante un’agenzia fosse arrivata a valere 8-10 milioni di euro». 

La molla era scattata 30 anni prima.

«Sì, il giorno in cui decisi di lasciare la banca e andare a lavorare per Dino Marchiorello, titolare delle Officine di Cittadella. Scesi dalla mia Fiat 850 con i tappetini di plastica e salii sulla sua Citroën Pallas. I piedi affondarono nella moquette. Pensai: ne avrò una uguale. Nel 1981, divenuto broker della Dival, gruppo Ras, guadagnavo 100 milioni al mese».  

Allora perché cercarsi altri affanni?

«Sono abituato a inseguire le cose in cui credo. Mi dia pure dell’incosciente. Nel 1969 avevo lasciato Marchiorello per vendere fondi d’investimento con Fideuram. A trascinarmi fu Gianfranco Cassol, un mio ex compagno di scuola. “Si lavora a provvigione”, mi spiegò. Formula magica, che di solito spaventa tutti. Il guadagno dipendeva solo da me. Mi alzavo alle 6 e cenavo dopo mezzanotte. Sabato compreso. La domenica mattina riunione con Cassol, il pomeriggio dedicato alla famiglia. Vivevo per i clienti». 

Mi ha persuaso: le do dell’incosciente.

«Il successo è solo statistica. Ogni tot persone, di sicuro una i soldi te li dà».

Uno dei primi fu un falegname.

«Esatto. Mi allungò un assegno da 10 milioni di lire e mi chiese: “Sa che cosa le ho dato?”. Sì, 10 milioni. “No, lei si sbaglia”. Controllai la cifra: era corretta. “Le ho dato questi”, e mi mostrò i calli mostruosi che aveva sui palmi delle mani. “Si ricordi che io non posso permettermi il lusso di ammalarmi, perché senza risparmi la mia famiglia morirebbe di fame”. Una pugnalata al cuore. Diventare altruista fu il mio modo di essere egoista. Dovevo trasformarmi nel medico del risparmio, dare alle persone i farmaci giusti per le loro esigenze: polizze infortuni, previdenza integrativa, assicurazioni, fondi comuni, servizi bancari, case». 

E così nacque Programma Italia, progenitrice del gruppo Mediolanum.

«Ma servivano capitali enormi, che non avevo. Approfittai di un viaggio a Genova, dove incontrai il fiscalista Viktor Uckmar, per portare mia moglie a Portofino. E sul porticciolo chi vidi? Silvio Berlusconi. Parlava con un pescatore che stava riparando le reti. Lo riconobbi perché la sua foto era su Capital, a corredo di un’intervista in cui dichiarava: “Chi ha una buona idea, si rivolga a me”. Gli dissi: la ammiro molto, posso stringerle la mano? Ne fu lusingato. Premettendo che raccoglievo 10 miliardi di lire al mese per Dival con una squadra di 800 persone, gli illustrai brevemente un progetto sugli immobili. Lui mi pose tre domande. Alla terza, dimostrò di aver capito il mio settore più di me. Non avevo mai conosciuto in vita mia una simile capacità d’impadronirsi di un argomento. Passati 15 giorni, mi convocò ad Arcore». 

Voleva saperne di più?

«Già. Mi ricevette in veranda. Mi ero presentato con un dossier che raccoglieva i profili di 3.000 clienti, giusto per dimostrargli che non partivo da zero. In quel momento mia madre mandò dal cielo un colpo di vento che sparse tutti quei fogli sul prato. Le pagine sembravano migliaia, anziché un centinaio. Di solito Berlusconi era abituato a incontrare interlocutori del genere: “Guadagno tanto, quindi deve darmi di più”. Io gli dissi solo: da lei non voglio niente, facciamo una società al 50 per cento. Ci stringemmo la mano. Non servì altro». 

Il suo socio ha scritto di lei: «Ennio con Fedele Confalonieri e Gianni Letta costituisce la mia trinità amicale». Quindi lei sarebbe lo Spirito Santo?

«Silvio è sempre generoso, anche nei paragoni. Per lui l’amicizia ha un valore assoluto. Non la tradirà mai». 

Avete litigato qualche volta?

«Impossibile. È troppo buono. Nel 1982 suo cugino Giancarlo Foscale, responsabile amministrativo di Fininvest, cacciò un dirigente che rubava. Silvio era negli Stati Uniti. Al suo ritorno, staccò un cospicuo assegno al licenziato. Foscale s’inalberò: “Ma come? È un ladro”. E lui: “No, è un malato. Ha il vizio del gioco d’azzardo. Ma ha anche due bambini”». 

Lei è monogamo, Berlusconi proprio no. Nessun contrasto su questo? 

«“Un po’ t’invidio”, mi ripete sempre. “Hai trovato subito la donna giusta”». 

Fantastico. Perciò la ricerca continua.

«La mia Lina aveva 15 anni. In una settimana ci fidanzammo. La sposai nel 1966. Resta uguale: eterea come Katharine Hepburn, bella come Sophia Loren».

In che modo conquista i clienti?

«Dimostrandogli che io per primo sono convinto. Puoi mentire con la parola, ma non con il corpo. Il mio maestro Cassol la chiamava “vendita verità”». 

Che garanzie può dare con un debito planetario che ha superato i 253.000 miliardi di dollari, il 322 per cento del Pil?

«Non esiste istituto al mondo in grado di garantire alcunché. Anche se ha la tripla A delle agenzie di rating, può fallire. Sopra i 100.000 euro i depositi bancari non hanno protezione. Con la deflazione i tassi d’interesse sono negativi o quasi. L’unica che può salvarci è l’economia reale. Ma le azioni sono rischiose per definizione. Se però lei possedesse per ipotesi quote di tutte le aziende del mondo, non perderebbe mai, perché le borse cresceranno sempre. Purtroppo i risparmiatori si fanno guidare dall’emotività, come insegna lo psicologo Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia». 

Quanto costò salvare quelli di Mediolanum dal crac Lehman Brothers?

«Alla mia famiglia 63,5 milioni, alla Fininvest 56,5. Il più bell’investimento di sempre, perché l’anno dopo la raccolta schizzò da 2,8 a 5,89 miliardi». 

Per Chiara Amirante, che si occupa di emarginati da quando guarì da un male che la stava rendendo cieca, lei è «una bellissima Dio-incidenza».

«Si sorprese perché, su suggerimento di mia moglie, la chiamai a parlare ai nostri 300 manager riuniti a Merano. È stata una benedizione di Dio incontrarla». 

Ne deduco che lei crede in Dio.

«Moltissimo. Sono nato nel paese dove da giovane fu curato il futuro san Pio X, appena ordinato prete. La parrocchia mi mandò a una scuola di formazione politica a Treviso affinché imparassi la differenza fra democrazia e comunismo. Infatti diventai assessore della Dc. I miei miti sono De Gasperi e don Sturzo. Veneravo Pio XII, così alto e magro da sembrare puro spirito. E Karol Wojtyla». 

«Non potete servire Dio e la ricchezza», ammonisce Gesù nel Vangelo.

«Tra Dio e mammona, ho sempre messo al primo posto Dio. Il denaro è solo un mezzo. Come il coltello: può uccidere o diventare il bisturi che salva». 

Ogni domenica va a Tombolo, ho letto.

«È vero. Ho bisogno dell’aria del mio paese, degli amici d’infanzia. Giocavamo a briscola da Giosuè e da Mea, ma hanno chiuso. Ora ci si trova al bar Centrale». 

Mi dicono che risolve i sudoku al volo.

«Sono numeri. Quando a inizio anno mi mostrano i budget, noto subito le cifre stonate: vedo quello che c’è dietro».

Quanti soldi ha in tasca?

«Non uso il portafoglio. Tengo le banconote con un fermaglio, ma è in cassaforte». (Chiama la moglie Lina, se lo fa portare e le conta). «Sono 980 euro». 

Mi confessa qualcosa che nessuno sa?

«Qualcosa che riguardi me? Le rivelo un segreto che da piccolo mi faceva molto soffrire. Per cena mi davano enormi scodelle di caffellatte, per cui di notte non facevo in tempo ad arrivare al gabinetto per la pipì. Abitavamo in tre famiglie, 18 persone, nella stessa casa. La mattina mia madre lavava il materasso e lo metteva ad asciugare sulla finestra. Tutti lo vedevano. Ecco, ripensandoci, non era neppure un segreto». 

·        Addio al cantautore Paolo Pietrangeli.

È morto Paolo Pietrangeli, l’autore di «Contessa»: aveva 76 anni. Matteo Cruccu su Il Corriere della Sera il 22 novembre 2021. «Ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato, nessuno più al mondo dev’essere sfruttato». C’è stato un tempo nel nostro Paese in cui non c’era manifestazione, anche quando il fuoco sacro della Contestazione e degli Anni Settanta si era ormai spento, dove queste parole non venissero prima cantate e poi ben scandite, a mò di slogan: «Ne-ss-uno-più- al-mon-do-de-ve-es-se-re-sfrut-ta-to». Già la fortuna di «Contessa» è durata a lunghissimo e ha rappresentato un pezzo di storia dei movimenti della sinistra italiana. L’aveva scritta Paolo Pietrangeli, captando l’elegante conversazione in un caffé del Quartiere Trieste, nella Roma bene («Che roba contessa/all’industria di Aldo. Han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti), nel 1966, due anni prima che esplodesse la bomba della Contestazione, di cui sarebbe subito diventata colonna sonora.

Il ricordo di Costanzo

Accompagnerà probabilmente anche il feretro di Pietrangeli, scomparso a 76 anni nella sua Roma dove aveva sempre vissuto e dove nella seconda parte della sua vita era diventato acclamato regista di Mediaset, lavorando prima con Maurizio Costanzo, colonna in regia del suo talk show e poi con Maria De Filippi. E il conduttore l’ha ricordato con parole molte sentite: «Più di vent’anni insieme al Maurizio Costanzo Show, poi una fiction che si chiamava `Orazio´ e c’era ugualmente lui. Va via un pezzo di vita. Mi rimarrà lo sguardo sornione e spiritoso e quel senso di tranquillità che mi dava quando stava in regia».

Le canzoni di protesta

Prima però Pietrangeli era stato il prototipo del cantautore impegnato. D’estrazione borghese, nato proprio in quel quartiere Trieste nel 1945, figlio di Antonio, affermato regista che avrebbe lavorato con Stefania Sandrelli e Claudia Cardinale e che con cui aveva avuto vari dissapori, dal 1966 aveva fatto parte del Nuovo Canzoniere Italiano: con Ivan Dalla Mea, Giovanna Marini e tanti altri si sarebbe dedicato alla riscoperta delle canzoni popolari e partigiani (fu grazie a loro se «Bella Ciao» divenne patrimonio di tutti) . E poi si mise in proprio: oltre a «Contessa» un altro brano sarebbe diventato un manifesto d’epoca «Valle Giulia», sugli scontri davanti alla facoltà di Architettura che di fatto avrebbero accesero la miccia della rivolta in quell’anno fatidico. Entrambe poi incise con la seconda voce appunto della Marini avrebbero appunto fatto da colonna sonora a centinaia di cortei a venire

In regia con Maria De Filippi

Poi era venuto il tempo del cinema. Nel 1974 aveva debutta come regista con un documentario di forte impatto politico: «Bianco e Nero», un viaggio nel mondo del neofascismo e una denuncia delle collusioni tra una parte dello Stato e settori eversivi dell’estrema destra. Nel 1977 avrebbero diretto «Porci con le ali», tratto dal celebre libello generazionale di Lidia Ravera. Nel 1980 sarebbe tornato alla regia per «I giorni cantati», con un Francesco Guccini interprete. E poi sarebbe cominciata la stagione della tv commerciale, con una virata professionale, anche se non avrebbe mai nascosto i suoi sentimenti. Sempre a sinistra. A chi gli chiedeva della distanza tra Mao-Tse Tung e Amici rispondeva: «La passione è una cosa e il lavoro un’altra, non potevo certo campare con quelle canzoni e da subito avevo scelto di puntare sulla regia: già cinquant’anni fa passavo la settimana come aiuto-regista di film più o meno degni, poi il sabato e la domenica cantavo. La dicotomia quindi c’è in me fin dagli esordi, però ho sempre dato tutto al mio lavoro. Anche se alcune ragioni di certi programmi televisivi le confesso che ancora non le trovo».

Guccini e Pietrangeli: «“Contessa”? Era un po’ retorica, meglio “Valle Giulia”. Anche se i giovani oggi ascoltano altro (e vale anche per me)». Matteo Cruccu su Il Corriere della Sera il 23 novembre 2021. Il Maestrone ricorda il cantautore scomparso: «Avevamo fatto un film insieme e ci legava un rapporto di stima reciproca. Erano due facce della stessa medaglia, anche se declinate in modo un po’ diverso: uno comunista militante, legato alla canzone politica tout-court, l’altro più anarchico e meno «retorico», certo più popolare a livello di pubblico, anche se la platea alla fine, per entrambi, era la stessa, quella impegnato degli anni 60 e 70. E in quella stagione il «comunista» Pietrangeli, scomparso lunedì all’età di 76 anni, e «l’anarchico» Guccini hanno più volte incrociato le loro strade, prima sui palchi dei concerti, poi addirittura su un set cinematografico. «Non ci sentivamo da tanto ma ci siamo sempre stimati a vicenda, sapevo che era logorato dal male, mi dispiace molto anche perché era più giovane di me» racconta l’81enne cantautore dal suo eremo di Pavana sull’Appennino toscoemiliano in cui dimora da tempo.

Come vi conosceste?

«Apriva i miei concerti negli anni 70, lui da solo con la chitarra. Nacque un’amicizia che culminò poi in un film “I giorni cantati”».

Come fu l’esperienza cinematografica?

«Facevo la parte di me stesso, c’erano anche Mariangela Melato e recitava e dirigeva lui. Un manifesto d’epoca, forse un po’ ingenuo, sulle speranze deluse di un cantautore. Mi han detto che aveva una piccola parte Roberto Benigni, non me lo ricordo...».

Si ricorda invece bene di «Contessa»..

«Sì, e sarò sincero: non era la mia preferita delle sue».

Perché?

«La trovavo un po’ retorica e per certi versi anche anacronistica. A mio parere, tirare in ballo contesse in quegli anni era fuori tempo massimo e dipingere quell’aristocrazia reazionaria come unico nemico di classe era irrealistico. Le destre erano già altra cosa, nel 1966-68. Molto meglio Valle Giulia».

Come mai?

«Perché é una cartolina autentica del clima esplosivo ma anche speranzoso di quel fatidico 1968. Io ero studente a Bologna e mi resi conto da subito che stava succedendo qualcosa d’ epocale, ma anche di strano, non sapevamo davvero cosa aspettarci».

Se non è «Contessa» la sua colonna sonora della Contestazione, qual è allora?

«Ho sempre preferito gli stranieri, Bob Dylan per dire, rappresentavano meglio quell’ansia di libertà. Anche perché, a dire il vero, i nostri «tuttopolitici» come Pietrangeli erano in realtà molto pochi».

A Pietrangeli molti avrebbero contestato poi la sua collaborazione con Mediaset, tra Costanzo e De Filippi, dal «nemico» Berlusconi.

«Mah, Paolo alla fine era un figlio d’arte, suo padre grande regista e quindi evidentemente quel lavoro ce l’aveva nel sangue. Certo, penso che. a volte, specialmente nei momenti del Berlusconi sceso in campo, si deve essere sentito molto in difficoltà».

Ma canzoni come «Contessa» hanno ancora senso oggi?

«Credo rappresentino una stagione antica della nostra storia, i giovani ascoltano altro. Del resto, ascoltano poco pure le mie, di canzoni...».

Da repubblica.it il 22 novembre 2021. Addio a Paolo Pietrangeli, cantautore, regista e voce della canzone di protesta. Nato a Roma, aveva 76 anni. Figlio del regista Antonio Pietrangeli e di Margherita Ferrone, negli anni Sessanta inizia a comporre canzoni a sfondo socio-politico, entrando nel Nuovo Canzoniere Italiano. Alcune delle sue composizioni divengono popolari all'interno dei movimenti giovanili di sinistra a partire dalle agitazioni del 1968. Due in particolare si trasformano in veri e propri 'inni', il cui successo perdurerà negli anni a seguire: Valle Giulia e, soprattutto, Contessa, entrambe incise con la seconda voce di Giovanna Marini, altra grande interprete delle canzoni di protesta. Lo scorso ottobre era stato premiato al premio Tenco e per l'occasione Altan gli aveva dedicato un disegno su Contessa.

Antonio Lodetti per "il Giornale" il 23 novembre 2021. «Caro Paolo, chi ha compagni non morirà». Così scrive Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista ricordando il cantautore Paolo Pietrangeli, artista militante scomparso ieri a 76 anni. Cantante impegnato come pochi altri, di lui si ricorda soprattutto Contessa, l'inno militante della sinistra rivoluzionaria che incitava minaccioso: «Compagni dai campi e dalle officine/ prendete la falce portate il martello/ scendete giù in piazza picchiate con quello/ scendete giù in piazza affossate il sistema». Parole dure, parole di battaglia che infuocarono gli studenti rivoluzionari del '69 e il movimento di lotta operaio. La canzone è rimasta un inno per la sinistra nostalgica ed è stata ripresa da numerosi artisti, celebre la versione «combat folk» dei Modena City Ramblers. Duro e puro, Pietrangeli veniva chiamato dagli amici il gigante buono, e ha diviso la sua carriera tra musica, impegno politico e civile e anche regia cinematografica e televisiva. Nonostante il suo credo, fu per anni regista alla Fininvest di programmi come il Maurizio Costanzo Show, per non farsi mancare niente, ma nessuno ha mai detto nulla sulla sua coerenza. Figlio d'arte (il papà è il regista Antonio Pietrangeli), già nel 1961 è attivo nella musica popolare militando nel Nuovo Canzoniere Italiano con brani folk e della tradizione popolare italiana. Pietrangeli si può definire il Woody Guthrie italiano, anche se non poteva vantare l'immenso repertorio del cantante americano che portava sulla sua chitarra la scritta «This machine kills fascists», questa macchina uccide i fascisti. Già prima di Contessa Pietrangeli si era impegnato nelle lotte studentesche partecipando attivamente al Movimento e scrivendo un brano, Valle Giulia, che documenta È morto il cantautore Paolo Pietrangeli. Lo annuncia in una nota Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea. Era i primi scontri tra studenti e polizia. Sono i tristemente famosi scontri dell'1 marzo 1968, quando, appunto a Valle Giulia, a Roma, si fronteggiarono studenti e poliziotti, dando il via al movimento rivoluzionario. «Non siam scappati più/ non siam scappati più» diceva trionfalmente il ritornello del pezzo che raccontava e preconizzava un lungo periodo di battaglie e di violenza. Pietrangeli ha composto numerosi brani tra cui l'inno di Rifondazione nato a Roma il 29 aprile del 1945. Le sue canzoni, come Contessa e Valle Giulia, sono state la colonna sonora del Sessantotto più intransigente. comunista, e se viene ricordato principalmente per Contessa che si può definire, per l'incedere armonico-ritmico, al di là dei contenuti, un classico della nostra canzone popolare, Pietrangeli ha scritto diversi album dai significativi titoli come Mio caro padrone domani ti sparo targato 1969 fino a sconfinare nel jazz nel 2015 con Paolo e Rita insieme alla pianista jazz Rita Marcotulli. Nel 2008 la casa editrice Ala Bianca - nota per le sue ricerche in ambito folk e popolare - pubblica una raccolta di Pietrangeli dal titolo Antologia che contiene una cinquantina di brani dell'artista con cinque inediti tra cui La questione meridionale e Dibattito sulle sorti della sinistra e mozioni contrapposte in una notte desolata. Sul finire degli anni Sessanta, grazie al suo impegno e alla sinistra imperante nel mondo culturale, si dedica anche al cinema diventando aiuto regista per personaggi quali Bolognini, Visconti e Fellini. Debutta come regista nel 1974 con il documentario Bianco e nero, che indaga sul mondo neofascista da lui tanto odiato. Tra i suoi film la versione cinematografica di Porci con le ali (1977) e I giorni cantati (1979) cui partecipa anche il suo amico Francesco Guccini, la cui rivoluzionaria La locomotiva è considerata dagli studiosi di musica popolare la più bella ballata folk italiana. Sempre attento alle questioni sociali, gira anche Genova per noi, indagine sui tragici fatti del G8. Progressivamente Pietrangeli abbandona musica e regia cinematografica e passa a quella televisiva, dedicandosi a programmi di intrattenimento come Maurizio Costanzo Show e persino il talent Amici di Maria De Filippi. Non dimentica però le sue origini e si candida due volte alla Camera con Rifondazione comunista (senza venire eletto) e ancora nel 2018 con Potere al popolo, dopo aver militato per un breve periodo in Sel di Nichi Vendola.

Striscia la Notizia, morte di Paolo Pietrangeli: le vecchie immagini che commuovono l'Italia. Libero Quotidiano il 23 novembre 2021. È morto Paolo Pietrangeli e Striscia la Notizia per ricordarlo ha mandato in onda alcune immagini dal passato. Nella puntata di lunedì 22 novembre il tg satirico di Canale 5 ha diffuso un filmato di Drive In che lo vede in uno dei suoi sketch nei panni di Bobo, un personaggio immaginario protagonista di una omonima serie di fumetti a strisce di genere satirico ideata da Sergio Staino nel 1979. Ma Pietrangeli era anche molto altro. Storico cantautore di sinistra, voce della canzone di protesta e del movimento operaio, di cui di fatto ha scritto "l'inno in note" Contessa, Paolo era figlio del regista Antonio Pietrangeli e di Margherita Ferrone. Dal padre Paolo ha imparato tutti i trucchi del mestiere, diventando un regista di successo, apprezzatissimo a Mediaset al fianco di Maurizio Costanzo e di Maria De Filippi in Amici. Proprio la regina del Biscione ha voluto ricordare l'amico con un lungo post sui social: "Paolo Pietrangeli è un amico, un collega, un poeta, un personaggio dalle mille meravigliose risorse e dalle mille inaspettate angolazioni caratteriali. Con lui abbiamo costruito e raccontato tanto. Oggi se n’è andato a modo suo, senza arrendersi ad una vita che lo avrebbe voluto morigerato, attento e prudente ossia tutto il contrario di quello che lui avrebbe voluto dalla vita. Perderlo è drammatico e tristissimo ma forse lui saprà obbligare alle sue regole il posto dove da oggi sarà". A farle eco ancora una volta Striscia, che prima del tributo ha voluto annunciare "un abbraccio" al regista da parte di tutto il programma. 

Il ricordo. Morte di Paolo Pietrangeli, il ricordo di Fausto Bertinotti. Fausto Bertinotti su Il Riformista il 23 Novembre 2021. Ci è stato tolto Paolo Pietrangeli. Un amico caro e un compagno prezioso e coraggioso. Sua è stata la colonna sonora del ’68 a cui è rimasto fedele fin qui, sempre sperimentando e ricercando forme d’arte e di comunicazione. Ha scritto, composto, suonato e cantato dentro una storia sconfitta. Non avremmo mai voluto salutarlo per sempre. Ci mancherà ogni giorno mentre ci accompagneranno le sue canzoni. A salutarlo con il dolore ci restano le parole di Franco Fortini che non ha mai abbandonato: “L’Internazionale fu vinta e vincerà”.

Ciao Paolo.

Fausto Bertinotti. Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.

La furia che ruppe la placidità borghese. Chi era Paolo Pietrangeli, il cantautore che inventò “Contessa”. Piero Sansonetti su Il Riformista il 23 Novembre 2021. Beh, prova a immaginare il sessantotto senza “Contessa”: mica ci riesci. “Se il vento fischiava ora fischia più forte, le idee di rivolta non sono mai morte…”. Comincia tutto lì. Da quella canzone. Dalla protesta degli operai dell’industria di Aldo, dalle manganellate della polizia al servizio del padrone, e il sangue sui muri, la falce, il martello. Qui a Roma il 68 arrivò con due anni di anticipo: nell’aprile del ‘66, quando durante uno scontro coi fascisti, davanti alla facoltà di Lettere, fu ucciso un ragazzino di 19 anni, socialista, che si chiamava Paolo Rossi. Gli studenti di sinistra occuparono l’Università, al funerale di Paolo accorsero decine di migliaia di persone, insieme a Nenni, a Parri, a Ingrao. Il rettore della Sapienza, che si chiamava Ugo Papi, fu cacciato via: grande vittoria degli studenti di sinistra. Iniziò la rivolta. Paolo Pietrangeli era un po’ più grande di noi. Aveva 21 anni. Però suo padre, che era un regista famoso, ed era anche comunista, lo educava col pugno di ferro, e spesso gli impediva di uscir di casa e di unirsi ai compagni del Pci. Prigioniero, e pieno di rabbia, in quella primavera del 1966, Paolo prese la penna e scrisse “Contessa”. Nel giro di un paio d’anni “Contessa” diventò, per la generazione del baby boom, una canzone più famosa della “Bambola” di Patty Pravo e di “Mi ritorni in mente “ di Battisti e Mogol. La conosceva pure mia nonna, monarchica convinta. Ogni tanto la beccavo mentre la canticchiava sottovoce. Certo se lo rileggi oggi, il testo di “Contessa”, ti spaventi. Violento, minaccioso. Eppure chi ha conosciuto Paolo Pietrangeli sa che tutto era, Paolo, meno che un tipo violento. Di aggressivo aveva solo quella voce roca, bassa, fantastica, che era la sola voce, insieme a quella di Giovanna Marini, che potesse cantare le sue canzoni dandogli un senso. È morto ieri, a 76 anni, ancora col suo faccione da ragazzo pacifico e ribelle. Dopo una vita intellettuale e professionale molto intensa. Cantautore, regista, scrittore, militante politico. Ancora alle ultime elezioni politiche decise di candidarsi, sapendo bene di avere possibilità zero di essere eletto. Lui concepiva le campagne elettorali come un’occasione per far politica, magari anche per far casino, non come una via per il Parlamento. Nel 2018 si candidò con Potere al Popolo. Gruppo di sinistra estrema che a me – ed evidentemente anche a lui – è sempre stato molto più simpatico degli altri gruppi di sinistra per due ragioni: la prima è tra i suoi fondatori c’è Giorgio Cremaschi – combattente indomito e sognante della classe operaia, che continua a combattere per la classe operaia come combatteva quando il movimento operaio esisteva ancora… – ; la seconda è che tra tutti i partiti e i partitini della sinistra Potere al Popolo è l’unico garantista e vuole svuotare le carceri e non riempirle. Pietrangeli era figlio di un regista famoso, che morì in modo tragicissimo nell’estate del mitico 1968. Si chiamava Antonio, non aveva neanche 50 anni, aveva rapporti tesi col figlio. Aveva lavorato con registi grandissimi, come Visconti (Ossessione), Fellini, Rossellini e aveva diretto anche diversi film di successo. In quel luglio del 1968 stava girando le ultime scene del suo ultimo film (Quando, Come, Perché) sulla spiaggia dell’Arenauta, vicino a Gaeta. Si era immerso nel mare con alcuni attori, per illustrare una certa scena. Il mare si ingrossò all’improvviso e un’ondata lo lanciò contro gli scogli, uccidendolo. Credo che Paolo abbia sempre subìto l’influenza di questo padre, burbero e geniale. Credo che l’amasse molto, e che molto lo imitasse. In quello che poi diventò il suo lavoro vero, la regia. Che lo portò di nuovo a grandi successi televisivi, stavolta, con Maurizio Costanzo e con Maria de Filippi. Di sicuro Paolo era un artista. Forse la parte migliore della sua arte la espresse proprio nelle canzoni che scrisse da ragazzo, e che magnificamente rappresentavano il furore, la rottura degli schemi, i torti e quindi tutte le ragioni del sessantotto. Ci sono tre canzoni, secondo me, che dicono tutto della sua furia visionaria. “Contessa” è quasi un manifesto. Un urlo feroce contro la borghesia rincoglionita, che si gode il miracolo economico, non lo capisce, è priva di cultura, di capacità di guida, di studio. È un richiamo alle armi, alla rottura. La crudezza della violenza che c’è, in questa canzone, è – secondo me – solo l’incitamento alla rottura, alla fine delle buone maniere, alla necessità di superare la critica blanda con la radicalità della contrapposizione. Il conflitto, il conflitto, il conflitto. Il sangue, i colpi di martello, la guerra, sono solo simboli di questa rottura. Il sessantotto, nella sua fase iniziale, fu esattamente questo: la capacità improvvisa, sovversiva, mostrata da una parte di quella generazione, di liberarsi delle tradizioni e della buona educazione e di rovesciarsi rabbiosa contro i padri, le madri, i professori, i preti, i politici, i banchieri, la placidità borghese. E dopo “Contessa” Paolo scrisse una canzone ancora più truculenta, che si intitolava “Caro padrone, stasera di sparo”, e che quasi quasi, se letta un po’ sbrigativamente, poteva essere considerata come l’appello alla lotta armata. Invece era il contrario. Era un appello alla lotta, alla lotta e alla denuncia. Con le parole che allora servivano a rompere vent’anni di sottomissione della gioventù, di militarizzazione. “Caro Padrone” è del 69, e dello stesso anno è la più dolce, la più struggente e la meno conosciuta delle canzoni di Pietrangeli. “Il vestito di Rossini”. Credo che parli dei morti di Reggio Emilia (cinque militanti del Pci, tra i quali due ragazzi, falciati dai mitra della polizia, a Reggio, durante uno sciopero: il capo dei carabinieri, quando vide quello scempio, ritirò i suoi uomini, e fu punito; i capi della polizia, responsabili della carneficina, furono tutti processati e assolti). La canzone racconta di un operaio, di nome Rossini, che viene catturato e sottoposto a un interrogatorio durissimo dal commissario, che vuole che confessi, ma lui non confessa.

Quel giorno aveva indossato il vestito della festa, il più bello che aveva, l’unico, perché così fanno gli operai. E la mattina presto aveva salutato la sua fidanzata, Giovanna, dicendole che doveva andare a difendere la democrazia, che sarebbe tornato a sera. Il commissario gli disse che c’erano i testimoni del suo delitto. “L’hanno visto con un sasso in mano / che difendeva un ragazzo già morto,/ ma quel che conta è che a uno di loro / un sampietrino la testa sfasciò. / Ed ha scontato vent’anni in prigione / perché un gendarme s’è rotto la testa; / ormai Giovanna ha tre figli, è in pensione,/ chissà se ha visto il vestito da festa…”. L’ho sentita mille volte questa canzone, quando ero ragazzo. Secondo me Paolo era questo qui. Rossini. Difendeva un compagno già morto.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

È morto Paolo Pietrangeli, mito della sinistra. Dall'inno del '68 "Contessa" alla regia per le reti di Silvio Berlusconi. Il Tempo il 22 novembre 2021. Cantautore amato dalla sinistra ma anche regista del Maurizio Costanzo Show e di Amici di Maria De Filippi. È morto all'età di 76 anni Paolo Pietrangeli. Cantautore, autore di canzoni simbolo del '68 da Contessa a Valle Giulia realizzate con la seconda voce di Giovanna Marini. Sono infatti del 1968 sia ’Contessa' che ’Valle Giulia': la prima incentrata sulle lotte operaie ("Compagni dai campi e dalle officine, prendete la falce, portate il martello, scendete giù in piazza, picchiate con quello..." cantava), la seconda sulle proteste studentesche, entrambi i brani simbolo del Sessantotto. È difficile scindere il Pietrangeli artista da quello politico. Era figlio del regista Antonio Pietrangeli e a vent’anni entra nel Nuovo Canzoniere Italiano per cui compone canzoni dal forte impegno politico e sociale. Negli anni Settanta si dedica alla sua attività di regista cinematografico prima e televisivo poi, firmando anche programmi come ’Maurizio Costanzo Show’ e ’Amici di Maria De Filippì per la Fininvest. E se Silvio Berlusconi entra in politica nel 1994 fondando Forza Italia e collocandola al centrodestra dello schieramento parlamentare, Paolo Pietrangeli si candida nel 1996 per Rifondazione comunista, senza essere eletto, per aderire poi a Sel, il movimento Sinistra Ecologia Libertà di Nichi Vendola e infine al partito Potere al popolo. "Con Paolo Pietrangeli scompare un grande autore della canzone d’autore italiana, il cui talento creativo si è espresso non solo nella musica ma anche nella regia cinematografica e televisiva. Le note della sua 'Contessa' hanno accompagnato l’impegno politico e scaldato i cuori di tanti e risuonano oggi nella testa di molti nel giorno della sua scomparsa", ha dichiarato il Ministro della Cultura, Dario Franceschini. "Ho appena saputo che Paolo Pietrangeli se ne è andato. È un grande dolore, ha affermato il segretario nazionale di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni. "Molte delle sue canzoni - prosegue il leader di SI - hanno accompagnato la mia infanzia, poi la formazione e i primi anni della mia militanza. Poi l’incontro negli anni di Rifondazione e la scoperta di una persona attenta e appassionata, ironica e generosa. Oggi piango un grande cantautore, un amico e un compagno". "Più di vent’anni insieme al Maurizio Costanzo Show, poi una fiction che si chiamava ’Orazio' e c’era ugualmente lui. Va via un pezzo di vita", ha commentato Maurizio Costanzo. "Mi rimarrà lo sguardo sornione e spiritoso - dice commosso Costanzo all'Adnkronos - e quel senso di tranquillità che mi dava quando stava in regia". Da molti anni, al Maurizio Costanzo Show era subentrato il primo cameramen di Pietrangeli, Valentino Tocco. "In assoluta continuità", osserva Costanzo, che aggiunge: "È una perdita anche umana, proprio della persona. Non pensavo mi dispiacesse tanto. Mi dispiace tanto".

"Compagni, dai campi e dalle officine prendete la falce". Morto Paolo Pietrangeli, addio alla voce del ’68 con la sua ‘Contessa’. Redazione su Il Riformista il 22 Novembre 2021. “Ci è stato tolto Paolo Pietrangeli” scrive Fausto Bertinotti in un ricordo personale affidato alla sua pagina Facebook. Cantautore, regista e voce della canzone di protesta, era nato a Roma, aveva 76 anni. Figlio del regista Antonio Pietrangeli e di Margherita Ferrone, negli anni Sessanta inizia a comporre canzoni a sfondo socio-politico, entrando nel Nuovo Canzoniere Italiano. Alcune delle sue composizioni divengono popolari all’interno dei movimenti giovanili di sinistra durante le proteste del ’68. Due in particolare si trasformano in veri e propri ‘inni’: Valle Giulia e, soprattutto, Contessa grazie a un testo che diceva: “Compagni, dai campi e dalle officine prendete la falce, portate il martello scendete giù in piazza, picchiate con quello scendete giù in piazza, affossate il sistema. Voi gente per bene che pace cercate la pace per far quello che voi volete ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra, vogliamo vedervi finir sotto terra ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato nessuno più al mondo dev’essere sfruttato”. Entrambe le canzoni furono incise con la seconda voce di Giovanna Marini, altra grande interprete delle canzoni di protesta. Lo scorso ottobre era stato premiato al premio Tenco e per l’occasione Altan gli aveva dedicato un disegno su Contessa. Famoso anche per essere stato un autore e regista televisivo di trasmissioni come il Maurizio Costanzo Show, C’è posta per te e Amici di Maria De Filippi. Bertinotti ha scritto: “Un amico caro e un compagno prezioso e coraggioso. Sua è stata la colonna sonora del ’68 a cui è rimasto fedele fin qui, sempre sperimentando e ricercando forme d’arte e di comunicazione. Ha scritto, composto, suonato e cantato dentro una storia sconfitta. Non avremmo mai voluto salutarlo per sempre. Ci mancherà ogni giorno mentre ci accompagneranno le sue canzoni. A salutalo con il dolore ci restano le parole di Franco Fortini che non ha mai abbandonato: ‘L’Internazionale fu vinta e vincerà’. Ciao Paolo”. Ancora “Ciao Paolo. Chi ha compagni non morirà”, scrive Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione Comunista- Sinistra Europea sul sito del partito dove si parla di ‘morte improvvisa’. Acerbo saluta “un compagno a cui non smetteremo mai di dire grazie per quello che ha rappresentato per la storia della cultura, dei movimenti, della sinistra e anche del nostro partito”. E aggiunge: “Con le sue canzoni Paolo ha dato voce al lungo sessantotto italiano e anche alla riflessione sulla sconfitta – prosegue -. La sua Contessa non è mai passata alla radio ma è diventata un inno cantato da milioni di studenti e operai. Aveva da tempo problemi di salute che gli impedivano di intervenire con la sua voce potente in iniziative che sosteneva e condivideva. Ma da gigante buono e sempre ironico tendeva sempre a non drammatizzare la situazione. Ogni volta che gli abbiamo chiesto di darci una mano con umiltà si metteva a disposizione. Sentiva il dovere di dare una mano a ricostruire una sinistra nuova nel nostro paese. Nel 1999 scrisse n bellissimo “Il canto per Rifondazione che comunista è l’impegno morale. Un impegno che Paolo con umanità generosa non ha mai dismesso”, conclude la nota.

Intervista di Malcom Pagani a Paolo Pietrangeli per ''il Fatto Quotidiano'' pubblicata da Dagospia il 22 novembre 2021. Ricordi di Paolo Pietrangeli alla lettera effe: “Fellini cambiava idea in continuazione e ci faceva impazzire. Ci incontravamo di mattina nel suo studio per decidere il da farsi e lui lasciava che a scegliere fosse il destino. Giocava con le monete, interrogava i segni, cercava la fortuna, agitava ritualmente il caffè. All’epoca in cui lavoravo da assistente per Roma, si era deciso da un momento all’altro che uno dei capitoli del racconto fosse sul Verano. Danilo Donati aveva ricostruito con fatica il cimitero e io mi ero scapicollato a trovare 300 persone per una scena di massa, forse un funerale, che il maestro aveva immaginato soltanto pochi giorni prima. Passò una settimana e in una di queste riunioni mattutine, alla fine della liturgia, un adombrato Federico buttò lì un ‘Il Verano non lo faccio”. Era tutto pronto per girare: ‘Come non lo fai?’, ‘Non si può, viene male’, ‘Non potevi pensarci prima?’, ‘Senti, non rompere i coglioni, anzi, fammi un favore, dillo tu al produttore’. Il delegato si sentì morire, abbandonò il set, sparì per due giorni, si rese irreperibile”. Con la barba, la tosse: “A forza di fumarmi qualunque cosa mi è venuto l’enfisema” e i settant’anni in un paio di jeans, certi registi Paolo Pietrangeli li conosceva bene. Suo padre Antonio: “Che da ragazzo trovavo poco rivoluzionario prima di capire -ma c’è voluto tempo- che la rivoluzione sta nelle cose che fai e non nelle enunciazioni”. Ettore Scola. Pier Paolo Pasolini: “Con me era freddo, scostante e antipatico. Veniva a casa a trovare papà e non mi degnava di uno sguardo. Alla terza visita andai a lamentarmi: ‘Ma chi è ‘sto frocio?’. E mi arrivò uno schiaffo così forte che l’aria si fermò”. La setta dei poeti estinti si ritrovava nella mansarda dell’appartamento romano di Antonio Pietrangeli per parlare, immaginare e mettere intorno al tavolo Maccari, Flaiano: “Un altro non proprio simpatico” Amidei, Tonino Guerra, Sonego e un cinema italiano che l’interprete di Contessa vide da vicino: “Origliando dietro la porta, subendone il fascino, augurandomi di poter partecipare presto alla festa”. Con molti documentari, qualche film, più di 15 album dal ’69: “Come cantante sono sempre stato una pippa, ma tanto tra un po’ i dischi non li compreranno più neanche i parenti”, un libro autobiografico “Una spremuta di vite” (edizioni Navarra) e un’impressionante somiglianza con il Saul di Homeland, Mandy Patinkin, Pietrangeli non ha rimpianti né terre promesse: “Se la nostalgia serve come motore per la scoperta è accettabile, se diventa riflessione sul passato si trasforma in una trappola. Ti ammazza. Ti deprime. E io non mi sento depresso, ma curioso”. 

Del passato non le manca nulla? 

Il ticchettio della macchina da scrivere. Un rumore straordinario. Un rumore che non c’è più.

Batteva a macchina suo padre? 

Non era un regista prolifico, girava un film ogni 2 o 3 anni. Il resto erano incontri, sessioni di sceneggiatura, pomeriggi di tasti battuti senza tregua. 

Suo padre è stato un grande regista.

Papà era onnisciente il che lo rendeva probabilmente antipatico ai più, molto interessante in assoluto e sicuramente palloso per un adolescente che in Grecia, mentre gli altri andavano al mare, girava per musei e rovine con un signore che le epigrafi greche le traduceva in tempo reale. 

Era pedante? 

Era colto, ma era anche molto spiritoso. 

Fantasmi a Roma, Adua e le compagne, La parmigiana, Io la conoscevo bene. Oggi suo padre è celebrato come merita. 

Oggi. Ieri era diverso. Il film uscivano in sala e le recensioni finivano per somigliarsi tutte. Quando andava bene, erano liquidatorie. I critici erano durissimi e papà ci rimaneva male. 

Suo padre morì girando il finale di Come, quando e perché. 

Il 12 luglio ‘68, annegando nel mare di Gaeta, vicino a Torre Scissura. Un posto con delle correnti del cazzo. Lui, il capo macchinista e tre attori erano in acqua, ci furono dei mulinelli, provarono tutti a tornare affannosamente a riva. Papà battè la testa su uno scoglio e andò sotto. Ci eravamo visti la mattina stessa, io tornavo da un concerto a Follonica, rincasai all’alba e lo trovai in cucina a bere un caffè: “Vuoi che ti accompagni?” proposi e lui guardandomi in faccia disse solo: “Ma hai visto come sei ridotto? Riposati, ci vediamo stasera”. 

Non vi vedeste più. 

Avevo dormito fino a sera e svegliandomi avevo trovato le luci accese e le stanze vuote perché- seppi dopo-erano corsi tutti a Gaeta. Era accesa anche la tv quella sera e fu così che scoprii della morte di papà. Da un notiziario. Avevamo appena fatto pace. 

Litigavate spesso? 

Avevo avuto una discussione forte perché dopo tre sofferti anni sui libri di Giurisprudenza che detestavo, senza dir nulla ai miei, avevo cambiato in corsa facoltà iscrivendomi a Filosofia. Loro si aspettavano la laurea e io avevo ricominciato da zero. Andai da una specie di medico di famiglia, uno psichiatra, a confessargli il mio disagio e a chiedergli consiglio. Lui fece il delatore a avvertì i miei.

Si arrabbiarono? 

Molto. Di solito accompagnavo mio padre nei sopralluoghi, ma quando papà lo venne a sapere successe un casino e per quelli de La picaresca, un film scritto con Scola e Maccari che non si fece mai, in Spagna, portò mio fratello. 

I suoi genitori erano opprimenti? 

Io e papà non avevamo questa enorme confidenza e per i permessi e per le mediazioni ricorrevo a mia madre, però l’oppressione no, non c’era. 

Le impedirono di occupare l'Università e lei per tutta risposta scrisse due delle canzoni politiche più note del '68: Valle Giulia e Contessa. 

Le scrissi prima del ’68 e Contessa comunque è nata da un senso di colpa. Avrei voluto essere in quelle aule a dormire e non potendoci stare fisicamente, mi chiusi in camera e scrissi canzoni.

Si è mai vergognato retrospettivamente di alcuni versi di quella canzone? 

E perché mai? 

Erano concetti duri, severi, ortodossi: “…Se c’è chi lo afferma non state a sentire/è uno che vuole soltanto tradire/ se c’è chi lo afferma sputategli addosso/ la bandiera rossa gettato ha in un fosso”.

Non mi sono mai vergognato di una mia sola canzone. Non mi sono vergognato ieri e non mi vergogno oggi. Ho scritto guardando sempre all’ironia e l’ironia c’era anche in Contessa. 

Chi le fece venire voglia di scrivere e cantare? 

Federico Zeri che frequentava casa nostra e con il quale mi divertivo a creare assonanze, rime, giochi di parole e prese in giro. 

Cantante, regista e prima ancora, aiuto regista.

Esordii con Franco Giraldi, un vero signore, ne La Bambolona con Ugo Tognazzi e Isabella Rei. Poi lavorai con Mauro Bolognini ne L’assoluto Naturale e prima di aiutare Fellini in Roma, feci da secondo aiuto regista in Morte a Venezia di Visconti.  

Come venne scelto?

Non mi ricordo se fui io a iniziare a rompere i coglioni agli amici di papà o al contrario, cominciò una gara virtuosa per stare vicino all’orfano. 

Morte a Venezia?

Luchino aveva un paio di fissazioni. Una era la politica, l’altra i Bersaglieri. Ne parlava sempre. Pierino Tosi, costumista straordinario, minimizzava: “Non dargli retta, questa cazzata la dice sempre e poi non accade niente”. Invece, un giorno, Luchino i bersaglieri li volle davvero. 

Toccò a lei cercarli?

E a chi altrimenti? Li cercai ovunque. Nelle associazioni a riposo e nelle bocciofile. Dovetti addestrarli io, che di marce militari non sapevo niente. Sul set le gerarchie erano molto chiare. Ero il secondo aiuto e il primo, il capo, era Albino Cocco. Capace, ma veramente insopportabile. Mi tendeva trappole assurde. Un giorno, al Des Bains, prendemmo accordi sul percorso del carrello dividendoci le quattro sale dell’albergo e strisciando ventre a terra accanto ai binari per dare indicazioni alle comparse in una scena di massa. 

Visconti iniziò a girare e mi accorsi che le indicazioni di Albino erano false. Lo affrontai: “Che cazzo mi ha detto prima?”, “Era solo per vedere se eri pronto”, “Mentre tu sperimenti io perdo il lavoro” risposi e mi accorsi in un istante che certe iniziazioni erano il prezzo da pagare per stare in una corte medievale.

I set di Visconti erano una corte medievale?

Certo, con i ruoli propri della corte medievale. Il buffone, il sicario, la spia. Tutti incasellati. C’era servilismo. Per mesi Luchino cercò Tadzio mentre io e gli altri preparavamo il film. 

La seconda fissazione di Visconti, ci diceva era la politica.

Durante le riprese si svolsero le elezioni amministrative. Luchino riunì la troupe e tenne il più bel comizio- e ne ho sentiti tanti- che abbia mai ascoltato in vita mia. Invitava tutti a votare Pci. Nella retorica non aveva rivali. 

Un topo nel formaggio.

I topi, anzi le pantegane, Visconti me le fece cercare davvero su un isolotto per esigenze di scena. In Morte a Venezia c’era il colera e le pantegane erano perfette. Ne catturai 150, ma non vivendo in cattività sul set resistettero poche ore. Girammo una scena con i toponi e ci assicurammo che fosse buona la prima: “Guarda Luchino che se scappano non le recuperiamo” lo avvertiamo. E lui: “Tranquilli, ne giriamo solo una”. Naturalmente volle la seconda e dovemmo rincorrere le pantegane fuggite. 

Gli attori?

Silvana Mangano non dava l’idea di essere la persona più allegra del pianeta, Bogarde era simpaticissimo.  

E Visconti?

Visconti era Visconti. Mi incaricò di cercare canzoni in voga nel 1911, l’anno in cui era ambientato il film. Andai all’emeroteca di Santa Cecilia, feci le fotocopie, tornai e mi chiesi, “Ma adesso come gliele faccio ascoltare?” Ebbi la malaugurata idea di rivelargli i miei dubbi e lui mi guardò come si guardano i pezzi di merda: “Io la musica la leggo sugli spartiti”. 

Morte a Venezia venne girato in piena spinta post-sessantottina. Cos’è stato il ’68?

Il consiglio migliore me l’ha dato Alberto Olivetti: “Se ti chiedono del ’68 tu dì che non ti ricordi niente”. 

Nel 1977 lei girò Porci con le ali.

Il libro di Ravera e Lombardo Radice uscì nel ’76 e anche grazie a un articolo di Giuliano Zincone- i giornali contavano ancora qualcosa-ebbe un enorme esito. Venne da me Giaime Pintor spiegandomi che Orfini, il produttore che aveva acquistato i diritti del libro era fermamente intenzionato a firmare da regista. Giaime mi spiegò l’idea: “Ingaggiamo Giovanna Cau, facciamo rinsavire Orfini e il film lo giri tu”. Giovanna Cau, intelligenza superba, riuscì nell’intento. La conoscevo. Mio padre era un gran puttaniere, saltava da una gonna all’altra e aveva avuto a che fare anche con Giovanna. 

Torniamo a Porci con le ali?

Le cose non andarono benissimo, c’erano riunioni di sceneggiatura in cui si parlava molto, si giocava e non si combinava un cazzo. Lombardo Radice se ne andò quasi subito.

Disse, per colpa della sua “preponderante presunzione”.

Io questa mia preponderante presunzione non me la ricordo. Mi ricordo invece che volevo raccontare come molte delle cose che erano state importanti un tempo- la politica, il sesso e il linguaggio- diventavano riti senza funzione. Non è che mi interessasse poi troppo se poi Rocco e Antonia trombavano o meno. 

Nel libro, sacrilego, c’erano passaggi forti. Questo, sulla sodomia, ad esempio: “Ipocrita: se mi devi inculare, sbrigati. Cerca di essere almeno brutale”.

La sodomia me la sono dimenticata, riscrivevo le scene di notte con l’aiuto di Giovanna Marini che non fosse altro che per essersi sottoposta a quella immane rottura di coglioni meriterebbe il mio ringraziamento eterno. 

Era un buon film o era una schifezza?

Era un ottimo film che venne massacrato-e non solo dalla censura-con premeditazione. Porci con le ali ebbe una lavorazione tormentata. Sia il produttore che Lombardo provarono a sostituirmi in corsa. Mi mandarono sotto un avvocato: “Lei non deve fare altro che mettersi da parte”, “Ma neanche per il cazzo” risposi. E resistetti. Il film in ogni caso costò 400 milioni di lire e incassò oltre 3 miliardi.

Dopo I giorni cantati, lei iniziò un lungo percorso con la televisione che la portò a essere per 23 anni consecutivi il regista del Maurizio Costanzo Show.

Avevo sempre il record dei film approvati e non realizzati a un certo punto mi stancai e feci tv. Prima Orazio, un sit comedy con Costanzo stesso nata da un’idea che avevo elaborato con Scola e Scarpelli e poi con lo show di Maurizio. 

Siete amici?

Con me si è comportato sempre benissimo e se dovessi individuare una sgradevolezza, resterei in silenzio. Amicizia forse no, ma di sicuro un rapporto professionale perfetto. 

Mai stato in imbarazzo per aver lavorato in una tv berlusconiana?

Mai. E a dire il vero neanche quelli che avevo intorno. Mi dissero di tagliarmi la barba e di non vestirmi di marrone, ignorai i consigli e non accadde niente. Ci lavoro ancora oggi in una tv berlusconiana, da regista di C’è posta per te. Maria De Filippi è bravissima, non stacca mai, lavora sempre, feste comprese. 

La musica è cambiata, in tutti i sensi. 

Per tutti. Se mi fossi dovuto sostenere con I dischi del sole avrei fatto la fame. Da parte non ho messo niente, ma mi sono divertito. 

Ha ancora senso la canzone politica?

Alla fine si è mischiato tutto, la canzone è cambiata e noi cantautori siamo rimasti come vecchi dinosauri sullo sfondo. 

In lei prevale l’allegria o il tono malinconico?

Non sono felice perché vedo merda montare da tutte le parti: il crollo delle ideologie ha creato mostri, ma per il resto non mi lamento. Canto ancora e ogni tanto mi svito la testa per fare anche l’altro lavoro, quello che mi dà da mangiare.

Nessuna. Sto sempre per conto mio. Lo vedo che mi guardano come uno un po’ strano e a nessuno viene in mente di dire passiamo qualche ora con Paolo.

E a lei dispiace?

Neanche per sogno. Da solo sto benissimo.

·        È morto lo scrittore Wilbur Smith.

Da “ANSA” il 14 novembre 2021. Wilbur Smith, uno degli autori più prolifici e famosi al mondo, è morto sabato 13 novembre a Cape Town, in Sudafrica. Aveva 88 anni. A darne notizia è stato il suo sito: ''Se n'è andato in modo inaspettato, dopo una mattinata di lettura e scrittura, con al fianco la moglie Niso''.''L'autore di bestseller globale Wilbur Smith è morto inaspettatamente questo pomeriggio nella sua casa di Città del Capo dopo una mattinata passata a leggere e scrivere con sua moglie Niso al suo fianco'', spiega il suo sito ufficiale. ''Maestro indiscusso e inimitabile della scrittura d'avventura, i romanzi di Wilbur Smith hanno catturato i lettori per oltre mezzo secolo, vendendo oltre 140 milioni di copie in tutto il mondo in più di trenta lingue. La sua serie più venduta Courtney, la più lunga nella storia dell'editoria, segue le avventure della famiglia Courtney in tutto il mondo, attraversando generazioni e tre secoli, attraverso periodi critici dall'alba dell'Africa coloniale alla guerra civile americana e all'era dell'apartheid in Sud Africa. Nei 49 romanzi che Smith ha pubblicato fino ad oggi, ha trasportato i suoi lettori nelle miniere d'oro in Sud Africa, pirateria nell'Oceano Indiano, tesori sepolti nelle isole tropicali, conflitto in Arabia e Khartoum, antico Egitto, Germania e Parigi della seconda guerra mondiale, L'India, le Americhe e l'Antartico, incontrando spietati commercianti di diamanti e schiavi e cacciatori di selvaggina grossa nelle giungle e nella boscaglia delle terre selvagge africane. Tuttavia, è stato con Taita, l'eroe della sua acclamata serie egiziana, che Wilbur si è maggiormente identificato, e River God rimane uno dei suoi romanzi più amati fino ad oggi'', si legge ancora nella nota che annuncia la sua morte. ''Il primissimo romanzo di Wilbur Smith When the Lion Feeds, pubblicato nel 1964, è stato un bestseller istantaneo e ciascuno dei suoi romanzi successivi è apparso nelle classifiche dei bestseller, spesso al numero uno, dando all'autore l'opportunità di viaggiare in lungo e in largo alla ricerca di ispirazione e avventura. Era un sostenitore della ricerca profonda, corroborando meticolosamente ogni fatto e aderendo al consiglio del suo primo editore, Charles Pick di William Heinemann, di "scrivere delle cose che conosci bene". Smith, esperto come boscimane, sopravvissuto e cacciatore di selvaggina grossa, ha ottenuto il brevetto di pilota, era un esperto subacqueo, un conservatore, gestiva la propria riserva di caccia e possedeva un'isola tropicale alle Seychelles. Ha anche usato le sue vaste esperienze al di fuori dell'Africa in luoghi come la Svizzera e la Russia rurale per aiutare a creare i suoi mondi immaginari. La sua vita, dettagliata nella sua autobiografia, On Leopard Rock, è stata commovente e piena di incidenti come tutti i suoi romanzi. Prende il nome da uno dei fratelli pionieri del volo aereo Wilbur Wright, Smith è nato il 9 gennaio 1933 nella Rhodesia del Nord, ora Zambia, nell'Africa centrale. Suo padre, Herbert Smith, era un lavoratore della lamiera e un rigoroso disciplina ed è stata sua madre più incline all'arte, Elfreda, che ha incoraggiato il giovane Wilbur a leggere artisti del calibro di CS Forester, Rider Haggard e John Buchan''

È morto Wilbur Smith. Carlo Baroni e Antonio Carioti su Il Corriere della Sera il 13 novembre 2021. Wilbur Smith, autore di culto che ha raccontato l’Africa al mondo, è morto a Cape Town, in Sudafrica; aveva 88 anni, e si è spento «inaspettatamente, con accanto la moglie Niso». Wilbur Smith, re dei romanzi di avventura, uno degli autori più prolifici e famosi al mondo, è morto sabato 13 novembre a Cape Town, in Sudafrica. Aveva 88 anni. A darne notizia è stato il suo sito: «Se n’è andato in modo inaspettato, dopo una mattinata di lettura e scrittura, con al fianco la moglie Niso». Smith, nato il 9 gennaio 1933 a Broken Hill, nella Rhodesia del Nord, l’attuale Zambia, era sopravvissuto alla malaria (contratta a 18 mesi) e alla poliomielite (quando aveva 16 anni). Dopo tre matrimoni, nel 2000 aveva sposato l’attuale moglie Mokhiniso Rakhimova. I suoi personaggi hanno raccontato il cammino di un continente martoriato. Gli anni dell’apartheid, le rivendicazioni della popolazione di colore. Con «I fuochi dell’ira» aveva anticipato il domani del Sudafrica con personaggi che anticipavano Nelson Mandela e i leader nazionalisti boeri. «Ho vissuto momenti duri e cattivi matrimoni, ho visto persone che amavo morirmi tra le braccia: ma tutto, in fin dei conti, ha contribuito a darmi una vita straordinariamente realizzata, e meravigliosa. Vorrei essere ricordato come qualcuno che è riuscito a regalare piacere a milioni di lettori», aveva scritto alla fine della sua autobiografia, «Leopard Rock, l’avventura della mia vita», pubblicata nel 2018. Sembrava nato apposta per narrare l’avventura, con un talento impressionante. Lo scrittore Wilbur Smith, scomparso all’età di 88 anni, aveva una sorta di tocco magico nel catturare l’affetto dei lettori, in particolare di quelli italiani, che lo seguivano con durevole assiduità. Si calcola che nel mondo i suoi oltre quaranta romanzi avessero venduto qualcosa come 140 milioni di copie, dei quali circa 24 nel nostro Paese. Produrre bestseller era il suo mestiere, sin dall’esordio nel 1964 con Il destino del leone (Longanesi, 1981; HarperCollins Italia, 2020). Il segreto di Smith? Una miscela d’ingredienti ben calibrati. Vicende appassionanti e drammatiche, personalità spiccate, sentimenti intensi, ambientazioni esotiche, a partire dall’Africa australe, dove l’autore era nato, per arrivare all’Egitto dei faraoni. La sua prosa afferrava il lettore e lo trascinava quasi di forza in un mondo pieno di suggestioni emozionanti, dal quale era impossibile staccarsi e che invogliava a conoscere altri passaggi delle sue lunghe saghe in diverse tappe. Aveva costituito anche una fondazione, intitolata a sé stesso e alla quarta moglie Niso, per promuovere la narrativa d’avventura con annesso un premio letterario. Smith sosteneva di essere stato accompagnato nella vita da una «fortuna sfacciata», ma aveva conosciuto anche momenti difficili prima di affermarsi come romanziere di successo negli anni Sessanta. Era nato il 9 gennaio 1933 a Broken Hill, oggi Kawbe, in quella che allora era la Rhodesia del Nord, protettorato britannico, e in seguito è diventata lo Stato indipendente dello Zambia. A diciotto mesi era stato colpito dalla malaria cerebrale, ma l’aveva superata. Diceva che però era rimasto «un po’ matto» e questo lo aveva aiutato nella carriera di romanziere. Il padre di Smith, tipico colonizzatore dell’epoca vittoriana, era un uomo severo, pronto a infliggere punizioni corporali al figlio per le sue marachelle. Allevava bestiame nella sua tenuta di 12 mila ettari, dove il piccolo Wilbur, che adorava il papà come un semidio, aveva trascorso anni di giochi nella boscaglia e piccole battute di caccia con la fionda insieme ai figli dei dipendenti neri dell’azienda. A otto anni aveva ricevuto in dono il primo fucile e aveva presto imparato a sparare. Dalla madre Elfreda Lawrence aveva invece mutuato l’amore per la narrativa. «Ogni sera — ricordava — mi leggeva storie della buonanotte». Smith aveva preso dimestichezza con i libri per ragazzi, poi con autori come Henry Rider Haggard, John Steinbeck, Rudyard Kipling. Era nata in lui l’aspirazione a scrivere, magari nella veste di giornalista, alimentata più tardi negli anni al collegio Cordwalles, in Sudafrica, grazie al sostegno di un insegnante d’inglese. Il padre di Smith riteneva però che ci si dovesse guadagnare la vita in altro modo e il giovane Wilbur, dopo la laurea in Scienze commerciali alla Rhodes University, aveva intrapreso il mestiere di contabile per il fisco britannico. Poi si era sposato, ma il suo primo matrimonio, da cui erano nati due figli, era rapidamente naufragato, lasciandolo in difficoltà economiche. Non aveva però abbandonato il sogno di diventare un narratore e aveva pubblicato i primi racconti, con un soddisfacente riscontro. Invece il romanzo The Gods First Made Mad («Gli dei prima ti fanno impazzire») era stato rifiutato da parecchi editori e non è mai uscito. Lo stesso Smith ne parlava in tono fortemente autocritico, ammettendo di aver commesso «tutti i grossi errori nei quali un giovane scrittore può incappare». Tutt’altra musica per Il destino del leone, un successo immediato che nel 1964 aveva proiettato l’autore verso la notorietà, consentendogli di diventare un romanziere a tempo pieno, anche se nel Sudafrica bigotto di allora era stato vietato. Le vicende drammatiche e strazianti dei fratelli Sean e Garrick Courtney, ambientate nel Natal ottocentesco, avevano affascinato una vasta platea di lettori e dato il via a una saga destinata a durare — coinvolgendo antenati e discendenti dei protagonisti — e a suddividersi in tre cicli che coprono un arco di tempo dal XVII secolo (Uccelli da preda, Longanesi, 1997) ai nostri giorni (Tempesta, HarperCollins Italia, 2021). Ai Courtney si sarebbero poi aggiunti, a cominciare dal romanzo Quando vola il falco (Longanesi, 1986), i Ballantyne: un’altra stirpe di avventurieri immersa nello scenario di un’Africa selvaggia e contesa lungo un periodo di circa un secolo. E infine le due famiglie si sarebbero incontrate in una ulteriore saga cominciata con Il trionfo del sole (Longanesi, 2006). Nel frattempo l’infaticabile Smith aveva prodotto dagli anni Novanta in poi la serie dei suoi romanzi egizi, che si dipanano nell’antica terra delle piramidi: un ciclo di alcuni libri nel quale spicca la figura dell’eunuco Taita, scriba, mago e generale. Altro personaggio al centro di una saga concepita da Smith è Hector Cross, ex ufficiale dei corpi speciali britannici, che ai giorni nostri diventa titolare di un’agenzia di sicurezza e affronta nemici spietati con la determinazione e la prestanza atletica di uno 007 aggiornato. La vita privata di Smith aveva attraversato diverse fasi. Dopo un secondo matrimonio andato a monte, aveva sposato nel 1971 Danielle Thomas, morta nel 1999 per un tumore al cervello, e quindi nel 2000 erano giunte le quarte nozze con la giovane tagika Mokhiniso Rakhimova, detta Niso. Aveva avuto dai primi due matrimoni una figlia e due figli, con cui i rapporti non erano stati facili. Ben saldo, come si è detto, era il legame di Smith con l’Italia, dove viaggiava spesso e le sue opere andavano a ruba. Con sincera gratitudine mista forse a un pizzico di adulazione, usava lodare l’eredità culturale dell’antica Roma e anche la missione civilizzatrice svolta dalle legioni nelle isole britanniche. Ma il suo primo amore restava ovviamente l’Africa. Grande ammiratore di Nelson Mandela, che definiva «eroe globale», auspicava che il continente riuscisse a difendere meglio il suo patrimonio naturale e a utilizzare in modo equo le tante risorse disponibili. Innamorato perdutamente del suo lavoro, Smith sosteneva di avere un gran numero di libri in testa «che chiedono a gran voce di essere scritti». In età avanzata continuava a lavorare con immutato entusiasmo, avvalendosi dell’assistenza di coautori ai quali riconosceva il loro ruolo: Giles Christian, Tom Harper, David Churchill, Tom Cain, Mark Chadbourn e altri. Con Chris Wakling aveva inaugurato una serie di libri per ragazzi. Nel 2018 aveva pubblicato il libro di ricordi Leopard Rock, soffermandosi in particolare sulle vicende più curiose e rocambolesche del periodo in cui trovava eccitante il pericolo. Ma la vocazione più imperiosa di Smith era sempre stata mettersi alla scrivania davanti a fogli da riempire. Sentirsi «creatore di mondi» lo rendeva felice. 

Morto lo scrittore Wilbur Smith: aveva 88 anni. Enrico Franceschini su La Repubblica il 13 novembre 2021. L'annuncio sul suo sito: "Se n'è andato in modo inaspettato dopo una mattinata di lettura e scrittura". Se n’è andato come un personaggio dei suoi romanzi: di colpo, inaspettatamente, dopo una giornata passata a leggere, scrivere e godere della compagnia della quarta moglie, la tagika Niso, colei a cui aveva appena dedicato l’ultimo libro, appena uscito in Italia. “Hai guarito il mio cuore e mi hai donato la forza di un esercito”, recita il messaggio all’amata consorte sulle prime pagine del volume, “grazie per avermi spinto a diventare il miglior scrittore possibile”. Resteranno forse queste le ultime parole di Wilbur Smith, il re dell’avventura, scomparso a 88 anni in Sud Africa, nel continente dove era nato, dove aveva quasi sempre vissuto e in cui aveva messo in scena le epiche storie che lo hanno reso, se non il “miglior scrittore possibile”, certamente uno degli autori più popolari e più ricchi del mondo. Quaranta titoli, suddivisi tra la saga sull’antico Egitto, di cui Il nuovo regno costituisce l’ultimo capitolo, preceduto da Il dio del fiume, Il settimo papiro e svariati altri, e quelle su dinastie di famiglie di bianchi come lui, cresciuto nella Rhodesia (oggi Zambia) dell’apartheid, regime che condannò aspramente, poi passate attraverso la fine del colonialismo e l’inizio di una nuova era all’insegna dell’eguaglianza razziale, come il ciclo dei Courtney e dei Ballantyne, iniziato con Il destino del leone, il fortunato esordio che lo fece scoprire e ne fece un campione di best-seller. Centoventi milioni di copie vendute, un sesto delle quali in Italia, uno dei paesi dove aveva più lettori. Il vero avventuriero era suo padre, un operaio dell’industria metallurgica che diventò padrone della fabbrica in cui lavorava, un ex-pugile “dalle braccia grosse così”, un cacciatore che in Rhodesia comprò una fattoria e si ritirò lì a coltivare la terra. Ma anche un uomo bianco con mentalità vecchio stampo, un colonialista: “Gli diedi retta finché ho compiuto vent’anni e poi ho cominciato a pensare con la mia testa”, lo ricordava Wilbur. “Non volevo perpetuare l’ingiustizia, così lasciai la Rhodesia e cercai di trovare da solo la mia strada”. Da ragazzo vuole fare il giornalista, il padre lo costringe a studiare da commercialista, ma a quel punto anche Wilbur ha la sua razione di avventure: “Ho ucciso il mio primo leone a 12 anni, per autodifesa, sono stato quasi ammazzato da un bufalo, ho visto uomini uccisi dagli elefanti e ho nuotato in mezzo agli squali”, come ha raccontato a Claudia Morgoglione in una intervista a Repubblica appena qualche mese fa. Da giovane lavora in una miniera in Sud Africa e poi si imbarca su una baleniera, anche se ne discende dopo un mese, avendo compreso che non è il suo mestiere. Per un po’ lavora per l’ufficio delle imposte sudafricano. Poi torna alla passione giovanile, scrivere: non per i giornali, però. Storie di fantasie, ispirate dall’Africa e dai suoi miti. Che si tratti del mago e scienziato Taita, protagonista della saga egiziana, o dei capostipiti dei Courtney e dei Ballantyne, i personaggi dei suoi romanzi sono il suo alter ego, come ammette per primo: gli eroi romantici che avrebbe voluto impersonare nella realtà. Il primo manoscritto viene rifiutato da venti editori. Ma quando viene pubblicato, il successo è travolgente e da allora non si ferma più. “Scrivi di ciò che conosci”, lo incoraggia l’editore. “E allora ho scritto di mio padre e mia madre”, dirà Smith, “della storia dell’Africa, dei bianchi e dei neri, della caccia grossa e delle miniere, di avventurieri e donne”. Al centro di Il destino del leone c’è un uomo che rammenta suo nonno, “cacciatore di elefanti, cercatore d’oro e comandate durante la guerra contro gli Zulu”: la sua fantasia fa il resto. Nell’ultimo decennio scriveva insieme a collaboratori scelti insieme al nuovo editore HarperCollins, che ora pubblica tutti i suoi libri anche in Italia: Wilbur pensava alla trama e abbozzava il testo, uno scrittore più giovane faceva le ricerche e la riscrittura. Ormai era un marchio di fabbrica e come un’azienda pubblicava uno o più romanzi l’anno. Non letteratura, nemmeno narrativa d’avanguardia, ma intrattenimento d’alta qualità, come testimoniano decine di milioni di fans. Anche la sua vita privata è stata un’avventura: quattro mogli e solo con l’ultima la felicità coniugale, “con la prima andavo d’accordo solo a letto, la seconda mi disprezzava, la terza ha sempre cercato di manipolarmi”. Poi l’incontro con Mokhiniso Rakhimova, una studentessa tagika dell’università di Mosca, di quasi 40 anni più giovane, che lo fa rinascere. I tre figli sono contrari al matrimonio, Wilbur la sposa lo stesso e rompe con i figli: “Sono una persona generosa”, diceva, “ma se qualcuno mi si rivolta contro, taglio ogni rapporto e per me è finita”. Fra gli scrittori che ammirava di più e considerava i suoi maestri c’erano Hemingway e Steinbeck. “Mi considero un uomo del 17esimo secolo”, affermava Wilbur Smith. “La tecnologia non mi interessa. Ho bisogno di annusare le rose e il letame di bufalo”. La sua Africa, dove ora sarà sepolto dall’amata Niso.

Le sue avventure hanno conquistato i lettori per oltre mezzo secolo, vendendo oltre 140 milioni di copie in tutto il mondo. Wilbur Smith è morto, aveva 88 anni: “Se n’è andato inaspettatamente, aveva accanto la moglie”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 13 Novembre 2021. Generazioni di lettori sono cresciute leggendo i suoi libri. Sognando le avventure che scriveva. Wilbur Smith, si è spento a 88 anni a Cape Town in Sudafrica. “L’autore di bestseller globale è morto inaspettatamente questo pomeriggio nella sua casa dopo una mattinata passata a leggere e scrivere con sua moglie Niso al suo fianco”. È l’annuncio che si legge sul sito web personale dello scrittore. “Maestro indiscusso e inimitabile della scrittura d’avventura, i romanzi di Wilbur Smith hanno conquistato i lettori per oltre mezzo secolo, vendendo oltre 140 milioni di copie in tutto il mondo in più di trenta lingue. La sua serie più venduta Courtney, la più lunga nella storia dell’editoria, segue le avventure della famiglia Courtney in tutto il mondo, attraversando generazioni e tre secoli, attraverso periodi critici dagli albori dell’Africa coloniale alla guerra civile americana e all’era dell’apartheid in Sud Africa – prosegue la nota -. Nei 49 romanzi che Smith ha pubblicato fino ad oggi, ha trasportato i suoi lettori nelle miniere d’oro in Sud Africa, pirateria nell’Oceano Indiano, tesori sepolti nelle isole tropicali, conflitto in Arabia e Khartoum, antico Egitto, Germania e Parigi della seconda guerra mondiale, India, Americhe e Antartide, incontrando spietati commercianti di diamanti e schiavi e cacciatori di grossa selvaggina nelle giungle e nella boscaglia delle terre selvagge africane. Tuttavia, è stato con Taita, l’eroe della sua acclamata serie egiziana, che Wilbur si è maggiormente identificato, e River God rimane uno dei suoi romanzi più amati fino ad oggi”. “Il primissimo romanzo di Wilbur Smith When the Lion Feeds , pubblicato nel 1964, è stato un bestseller istantaneo e ciascuno dei suoi romanzi successivi è apparso nelle classifiche dei bestseller, spesso al numero uno, guadagnando all’autore l’opportunità di viaggiare in lungo e in largo alla ricerca di ispirazione e avventura. Credeva nella ricerca profonda, confermando meticolosamente ogni fatto e aderendo al consiglio del suo primo editore, Charles Pick alla William Heinemann, di “scrivere delle cose che conosci bene”. Smith, esperto come boscimane, sopravvissuto e cacciatore di selvaggina grossa, ha ottenuto il brevetto di pilota, era un esperto subacqueo, un conservatore, gestiva la propria riserva di caccia e possedeva un’isola tropicale alle Seychelles. Ha anche usato le sue vaste esperienze al di fuori dell’Africa in luoghi come la Svizzera e la Russia rurale per aiutare a creare i suoi mondi immaginari. La sua vita, dettagliata nella sua autobiografia, On Leopard Rock, è stata commovente e piena di incidenti come tutti i suoi romanzi. Prende il nome da uno dei fratelli pionieri del volo aereo Wilbur Wright, Smith è nato il 9 gennaio 1933 nella Rhodesia settentrionale, ora Zambia, nell’Africa centrale. Suo padre, Herbert Smith, era un lavoratore della lamiera e un rigoroso disciplina ed è stata sua madre più incline all’arte, Elfreda, che ha incoraggiato il giovane Wilbur a leggere artisti del calibro di CS Forester, Rider Haggard e John Buchan”, si conclude la nota pubblicata dal sito web di Wilbur Smith.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

·        E’ morto il giornalista Giampiero Galeazzi.

È morto Giampiero Galeazzi, un'icona del giornalismo sportivo italiano. Il Quotidiano del Sud il 12 novembre 2021. Lutto non solo nel mondo del giornalismo ma nell’immaginario collettivo italiano: È morto a Roma il giornalista sportivo Giampiero Galeazzi. Aveva 75 anni ed era malato da tempo con problemi legati, come lui stesso aveva raccontato, al diabete. Galeazzi è stato uno storico telecronista e conduttore televisivo, ma anche un ex campione di canottaggio e proprio in questo sport (ma non solo) sono diventati indimenticabili le sue telecronache come quella alle Olimpiadi di Seul che ha raccontato la straordinaria vittoria dei fratelli Abbagnale nel “Due con” e dell’equipaggio del “Quattro di coppia”. Ma dal tennis al calcio, le sue telecronache hanno accompagnato milioni di tifosi. Entrato in Rai da giornalista sportivo, fu subito inviato alle Olimpiadi del ’72 a Monaco per poi passare in tv a occuparsi delle telecronache. Galeazzi fu anche inviato Rai per l’incontro di Reykjavik fra Gorbaciov e Reagan nel 1986 e passò poi a condurre trasmissioni storiche come “90° Minuto”, oltre a cimentarsi su altri palcoscenici, dal Festival di Sanremo a Domenica In, facendo anche da doppiatore per “Space Jam”, il film con protagonista Michael Jordan. Galeazzi, cui non è mai mancata una forte dose di autoironia, era anche noto con il soprannome di Bisteccone per la sua mole fisica di certo non trascurabile (nomignolo che gli fu dato dal giornalista Gilberto Evangelisti ma che ai più è noto per le battute che era solita fare Mara Venier durante Domenica in quando negli anni 90 aveva proprio Galeazzi tra i co-conduttori), all’anagrafe era Gian Piero Daniele Galeazzi. Nato a Roma il 18 maggio 1946 ma di origini piemontesi, si era laureato in Economia con una tesi in statistica. Fu un professionista del canottaggio: nel 1967 vinse il campionato italiano nel singolo e nel doppio con Giuliano Spingardi l’anno successivo mentre nel 1968 partecipò alle olimpiadi di Citta del Messico.

Quando Giampiero Galeazzi si emozionò riascoltando la telecronaca degli Abbagnale. Lacrime da Mara Venier. Il Tempo il 12 novembre 2021. Una pioggia di post e tweet d'affetto per Giampiero Galeazzi, il popolare "Bisteccone" dello sport in tv che ha raccontato per anni il calcio e tante altre discipline. Il giornalista è scomparso oggi, venerdì 12 novembre all'età di 75 anni. La sua voce imponente ed emozionata è legata a doppio filo alle imprese nel canottaggio dei fratelli Abbagnale, storici i suoi commenti delle vittorie del remo azzurro. Nell'ultima apparizione televisiva, a Domenica In, nel 2019 Galeazzi già provato nel fisico si emozionava riascoltando la storica telecronaca dell'oro olimpico degli Abbagnale: “C’ero anch’io lì sopra. Era un ‘tre con’”, diceva a Mara Venier (di seguito e a questo link il video). "Andiamo a vincere!". L’urlo liberatorio per celebrare l’impresa dei fratelli Abbagnale alle Olimpiadi di Seul ’88, dopo una telecronaca incalzante e ansimante, infatti sarà probabilmente il ricordo più vivido di Giampiero Galeazzi, morto oggi a 75 anni dopo una lunga malattia. Giornalista sportivo ma anche molto di più: conduttore, intrattenitore, telecronista, con un passato da giovane campione del canottaggio. Alto, corpulento, imponente, ’Bistecconè ha vissuto tante vite, e ognuna di successo: promettente canottiere, vinse il campionato italiano nel singolo nel 1967 (che gli valse la medaglia di bronzo al valore atletico) e nel doppio con Giuliano Spingardi nel 1968 e in quell’anno partecipò alle selezioni per le Olimpiadi del 1968 a Città del Messico. Poi la scelta del giornalismo, l’assunzione in Rai nei primi anni ’70, le prime Olimpiadi (Monaco 1972) dove esordì con la prima telecronaca del suo amato canottaggio. Negli anni ’80 arrivano la Domenica sportiva, Mercoledì sport, 90mo minuto, trasmissioni storiche con escursioni nell'intrattenimento e l'ingresso nel carosello dei volti tv più popolari di sempre. 

Aldo Grasso per corriere.it il 12 novembre 2021. È morto all'età di 75 anni Giampiero Galeazzi, storico giornalista sportivo. Era malato da tempo e da settimane era ricoverato in terapia intensiva al Policlinico Gemelli di Roma. È una domenica pomeriggio del 2018 e Giampiero Galeazzi si presenta a Domenica in, dalla sua amica Mara Venier, in carrozzina. Ha problemi di diabete, le gambe gonfie, lo studio è pieno di cavi e qualcuno gli consiglia di non rischiare. Qualche giorno dopo lui se ne rammarica, perché tutti pensano che stia molto male e un ex campione come lui non può congedarsi in questo modo: «Ho sbagliato a presentarmi in quel modo: sui social m’hanno già fatto il funerale. La verità è che sono reduce da un’operazione al ginocchio sinistro, mi muovo con le stampelle. La salute va su e giù, come sulle montagne russe. Ho sbalzi di pressione, gonfiore alle gambe. Quando mi emoziono, mi tremano le mani». Già, l’emozione, quel sentimento che lui per primo aveva introdotto nelle telecronache quando aveva accompagnato nl 1988 i fratelli Abbagnale all'oro olimpico di Seul: «Rinviene la Germania dell’Est, ma la prua è italiana. È la prima a vincere». Un’emozione a briglia sciolta, da far tremare i televisori, da rendere epico uno sport che fino ad allora era vissuto un po’ nell’ombra, un’emozione urlata con tutta la voce in corpo. Già, il corpo. Galeazzi era conosciuto anche con il soprannome di «Bisteccone» (Mara Venier si divertiva un mondo a chiamarlo così) affibbiatogli dal giornalista Gilberto Evangelisti, grazie al quale era stato assunto in Rai, alla radio. «Era il 1970, un giorno dovevo andare a giocare un doppio di tennis con Renato Venturini, che lavorava alla radio», aveva ricordato Galeazzi intervistato dalla Gazzetta dello Sport. «Andai a prenderlo nella sede di via del Babuino e mi presentò ai colleghi dello sport. Ero alto e massiccio, così Gilberto Evangelisti se ne uscì con la frase: “Renà, ma chi è ‘sto Bisteccone?”». Galeazzi si è occupato di tutti gli sport, dal calcio al tennis, dal ciclismo allo sci, ma il suo nome resta indissolubilmente legato al canottaggio. Merito degli Abbagnale se questo sport è diventato popolare, merito suo se lo ha reso popolare: «Partiti. L’importante per l’Italia è tenere il contatto con i battistrada. Giuseppe e Carmine hanno messo la loro prua davanti a tutte le altre. Partenza secca e asciutta dei fratelloni di Castellamare. Andiamo Giuseppe, andiamo Carmine. 37 i colpi in questo momento. Avanzano inesorabili con le loro pale a mannaia…». In gioventù, anche lui era stato campione italiano nel singolo nel 1967 e nel doppio con Giuliano Spingardi nel 1968, anno in cui partecipò alle selezioni per le Olimpiadi del 1968 a Città del Messico. Quando nel 1987 il Napoli vince lo scudetto, negli spogliatori passa il microfono a Maradona e lo reinventa intervistatore: uno show più che una cronaca. Era debordante in tutto, voglioso di nuove esperienze, anche nel mondo dello spettacolo: diventa inevitabilmente “personaggio”, oggetto persino di imitazioni. Dal 1994 si propone nelle inedite vesti di intrattenitore in Domenica In, incosciente delle insidie che lo aspettano (canzoni, sketch, balletti), incurante delle critiche. Gli bastava sorridere di tutto, manifestare autoironia. L’anno seguente torna alla conduzione di 90° minuto (che ha guidato da ‘92 al ’99). Nel 1996 Pippo Baudo lo vuole al 46º Festival di Sanremo 1996. Poi lo vediamo a fianco di Antonella Clerici, durante i mondiali calcio di Francia 1998. Non si fa mancare nulla: con Gaia De Laurentiis è protagonista di “Su e giù” e con Milly Carlucci di “Dove ti porta il cuore”. In occasione dei Mondiali di calcio del 2002 in Giappone e Corea del Sud, Galeazzi torna a condurre (con Marco Mazzocchi, Luisa Corna) la striscia quotidiana Notti Mondiali e, nel 2003, Stappa la tappa e La domenica sportiva. «Andiamo a vincere» era il suo grido di battaglia. Lo avrà certamente urlato anche in questa ultima.

Galeazzi, il ricordo di Sconcerti: il primo giornalista nazionalpopolare, i campioni si confidavano. Mario Sconcerti su Il Corriere della Sera il 12 novembre 2021. Improvvisava, il canovaccio era lui. Piaceva ai suoi interlocutori, ne diventava il confidente: era lui il colore, se non c’era significava che non era un grande evento. È morto all'età di 75 anni Giampiero Galeazzi, storico giornalista sportivo. Era malato da tempo e da settimane era ricoverato in terapia intensiva al Policlinico Gemelli di Roma. Che non stesse bene si sapeva da un pezzo e qualcosa di brutto ci si aspettava da molto prima. Aveva arrotondato all’inverosimile il suo fisico perfetto da campione di canotaggio esaurendolo in tante storie di eccessi in tutto il mondo. Ma se devo raccontare la prima cosa che mi viene in mente di Giampiero è il suo sorriso, anche di sé, quella lunga risata grassa, un po’ impostata da eroe televisivo, ma sincera, contagiosa. Era un giornalista da commedia dell’arte, improvvisava, il canovaccio era lui. E sapeva diventare subito un pezzo del mondo che doveva raccontare. Lui c’era sempre, nella calma di uno studio televisivo, nella fretta e nella lotta dei grandi spogliatoi di tutto il mondo, dove era necessario guadagnarsi il posto di battaglia migliore. Se eri in coda non sentivi niente. E quando intervistava in diretta sembrava avesse vinto lui, non l’altro. Aveva negli occhi la luce dell’impresa. Lo spettacolo per noi ragazzi di giornalismo era capire come avesse fatto Galeazzi ad arrivare lui, a trovarsi davanti a Maradona il giorno dello scudetto, a bere champagne con lui e Careca mentre noi eravamo ancora oltre la porta ad ascoltare una festa di altri. Così avevo imparato: quando lo vedevo muoversi in uno stadio, in un’Olimpiade, quando c’era profumo di impresa e lui cominciava a sgranchire la sua grande mole, io gli andavo dietro. Passavo i suoi stop quasi coperto dalle sue spalle. Lui era Bisteccone e io Sconcertino. «Vieni come me» mi diceva. Non c’è mai stata amicizia, c’era simpatia, il suo piacere di indicarmi il mestiere, di mostrarmi quello di cui era capace. Non ho mai capito realmente chi fosse, la sua vita raccontata era piene di cose straordinarie e contraddittorie. Così grande e grosso, così goloso, così popolare e romano, eppure laureato in Economia statistica, materia dottorale, profonda, scientifica, mentre Giampiero sembrava tutto fuorché uno scienziato. Era un uomo di tutti, felice di avere avuto tanto e poter restituire, felice del suo lavoro tutto di corsa, elementare come essere davanti a un albero e farlo parlare. Il grande cronista è uno che c’è sempre perché sa prima dove andare. Eppoi aveva qualcosa nei modi di porsi che avevo visto solo in Gianni Minà. Piaceva ai suoi interlocutori, ne diventava il confidente. Era facile parlare con Giampiero perché non ti tradiva, era rimasto atleta, sapeva cosa cogliere e cosa dimenticare. I suoi soggetti gli rimanevano fedeli come Maradona, Clay o Castro a Minà. Gianni più selettivo, più colto, più da film che da intervista rubata in uno spogliatoio, ma con lo stesso principio totale. Non credo che Giampiero sia diventato un maestro. È stato troppo unico per lasciare lezioni. Appariva improvvisamente dove lo sport contava, era come l’invitato d’onore a un matrimonio, il testimone del tempo. Se non c’era lui, non era un grande matrimonio. Non sono cose che puoi insegnare. Io infatti mi limitavo a seguire il suo corpaccione in movimento e a invidiarlo. Faceva domande normali, dirette, e tu sentivi che aveva un grande senso giornalistico anche quando diceva «come stai? Cosa si prova?». Faceva paesaggio, atmosfera, era lui che dava colore. Le avessi dette io col taccuino in mano sarebbero state patetiche. Lui con la sua altezza, il microfono, gli abitoni chiari e stirati, illuminava la scena e la puliva da qualunque banalità. Ci vuole una classe immensa per poterlo fare. No Galeazzi no party si direbbe ora. Ed era così vero da non essere nemmeno in discussione. Aveva una naturalezza fisica e mentale, era un assalto continuo, i campioni erano contenti di averlo intorno, si sentivano gratificati. Qualcosa di impensabile oggi. A volte mi sembrava eccedesse. Era diventato presenzialista, faceva forse troppe parti, mentre era soprattutto un giornalista sportivo, già lieve in partenza, e che per me deve rimanere sempre un po’ monaco. Ma lui amava piacere alla gente, credo abbia vissuto la vita e la professione come un lunghissimo banchetto, una tavola dove ci si prende in giro e si ricorda, non si creano problemi. Ed è arrivato ad essere tante cose diverse, forse il primo vero giornalista nazionalpopolare della Rai di Stagno e Barendson, i sacerdoti di un classicismo protetto allora da professionalità profonde, per questo con il bisogno continuo di uno che rompesse gli schemi per loro. L’estate ci ritrovavamo in un albergo del Circeo, da Giangi, un amico comune che metteva nel menu un pesce marinato alla Galeazzi. Credo ci sia ancora. In costume Giampiero sembrava un monumento di Botero. E quando si alzava dalla sdraio per tuffarsi in piscina, la gente si raccoglieva ai bordi come al risveglio di un vecchio amico che sorprenderà. Prendeva una breve rincorsa poi saltava. E una montagna d’acqua saliva da ogni parte. Poi metteva la testa fuori dall’acqua e aspettava l’applauso educato della gente. Anche per oggi aveva fatto il suo dovere di istrione.

Giancarlo Dotto per il “Corriere dello Sport” il 12 novembre 2021.

ATTO PRIMO. Immenso Giampiero, in tutti i sensi possibili. Il bisteccone più amato nella storia delle bistecche umane. Intervista in 3 round e 3 atti sulla scia dello stordente happening che accade in tempo reale a Tokyo. Mi parla dal divano di casa. Non lo vedo, ma è come se lo vedessi. Un’immagine lirica che infonde pace, anche oggi che è malato, con il suo diabete, la protesi al ginocchio, la difficoltà a camminare e i chili addosso che sono sempre tanti, troppi. La voce è quella che è, quella che resta, di un personaggio omerico. L’amabile orco faceva tremare le case degli italiani con la scusa dei fratelloni Abbagnale. Ci strappava di peso dalle case e ci portava dentro le cose. Che fossero gare, eventi, sketch, persone. Oggi i suoni si fanno largo a fatica. Qualche volta si spezzano lungo la strada. Ma la mente è più lucida che mai, i pensieri sferzanti. Lo slang romanesco traccia sintesi inesorabili. È come se fossi lì, sono lì, seduto al suo fianco, nella sua casa romana, a sbirciare i Giochi, tra l’avido e l’annoiato. Di questo Falstaff contemporaneo, che ha stravissuto, stramangiato, strabevuto, stragoduto, qualche volta straparlato. Gli sto accanto e sento di volergli bene, a questo smisurato omone, ostaggio di un mondo che aveva solo sapori e ora ha solo languori. 75 anni e non un solo giorno sprecato a contemplare ciò che era possibile vivere.   

Come te la passi Giampiero?

“Sto a pezzi, sto qui piegato in due sul divano, dopo la fisioterapia…”. 

Vuoi che rinviamo?

“Ma no, famola adesso, che poi devo stare con mio figlio…”. 

Li stai seguendo questi Giochi?

“Abbastanza. Sai, dovendo stare a letto tutto questo tempo. Ho difficoltà serie di deambulazione. Cammino a fatica. A giorni vado, altri no”. 

Come li stai vivendo?

 “Sono partiti a fari spenti con questo Covid. Mettiamoci al posto degli atleti. L’incertezza. Li fanno o no? Molto duro, dal punto di vista psicologico e della preparazione. Pensavo che li rimandassero. I giapponesi non li volevano” 

Giusto non rimandarli?

“Sarebbe stato meglio evitare tutto questo gigantismo. Se ne poteva fare a meno di tutte queste discipline da esibizione, lo skateboard, il surf, l’arrampicata. Hanno portato 340 persone. Sai quanti eravamo noi in Messico?”

No.

“Quasi la metà, 180. No, non mi sarei allargato così, viste le circostanze…”. 

Sei andato come riserva del canottaggio.

“Amo lo sport e lo odio per questo motivo. È stata la più grande delusione della mia vita. Meritavo di essere titolare”. 

Ti brucia ancora?

“Mi brucia più di prima. Se ci penso divento idrofobo. Una  delle più grandi ingiustizie sportive di sempre. Fosse stato oggi sarei andato in automatico e m’avrebbero portato le valigie. C’era un discorso politico sotto, il rapporto tra società e Coni. Se ero dell’Aniene andavo con la tromba” 

Tanti, forse troppi, a Tokyo, ma vincenti. E che vittorie!

“La vittoria di Jacobs sui 100 metri è tecnicamente la sorpresa maggiore. Un italiano sul podio più alto. Inimmaginabile. M’ha emozionato Tamberi. S’è portato il gambale dell’operazione come un totem e se l’è messo vicino all’asticella. Roba da pazzi. Solo l’assurdità dello sport può questo. Recuperi e vittorie miracolistiche”. 

Mai visto Giovanni Malagò così commosso.

“È un combattente, un uomo che non s’è mai tirato indietro. S’è messo sulle spalle tutto il mondo sportivo, contro i politici che non lo possono vedere”.

Malagò, bravo e fortunato

“C’ha un culo grande cosi, ma se lo merita tutto”. 

Vuole vincere ancora, è insaziabile.

“Ha imparato da Agnelli e da Montezemolo”. 

Che altro ti ha emozionato?

“Le medaglie di Paltrinieri e l’oro delle ragazze del canottaggio femminile. Queste sono due ragazzine di Varese hanno sfondato ogni pronostico. Hanno fatto una cosa straordinaria. Erano quarte ai 200 metri…”. 

Giampiero telecronista a Tokyo: cosa ti sarebbe piaciuto raccontare, canottaggio a parte?

“Famme pensa’…Io ho cambiato lo stile d’interpretare il racconto dello sport. L’atletica leggera non è nelle mie corde. Mi sarebbe piaciuto raccontare i tornei oscuri che nessuno guarda, quelli sulle pedane, i tappeti, la lotta, queste cose qua”. 

Il tennis?

“Il tennis non fa parte delle Olimpiadi. Lasciatelo a Wimbledon, Roland Garros. Quello è il suo mondo, la sua liturgia. Il tennis all’Olimpiade è uno sport clandestino” 

Più emozionato per i due ori in sequenza dell’atletica o la vittoria della Nazionale agli Europei?

“I due ori dell’atletica, senza dubbio alcuno”. 

Insinuazioni malevoli sulla vittoria di Jacobs.

“Quello che ci hanno fatto gli inglesi dopo il calcio era roba da chiudere le ambasciate. Hanno rifiutato le medaglie, ci hanno sputato in faccia. Noi italiani non siamo molto amati all’estero per la brutta nomea. Hai visto Cuomo?”.

Cuomo, il sindaco di New York?

“Lo stanno massacrando solo perché è italiano. Non contano nulla tutte le cose grandiose che ha fatto, prima da governatore, poi da sindaco”. 

Insomma, solo invidia e maldicenza su Jacobs?

“Non credo proprio che sia dopato. Questi poi stanno sempre sotto osservazione. Stiamo parlando di un italo-americano, un dna speciale. Ha vinto con una spontaneità impressionante. Noi, se togli Berruti e Mennea, certi ori dell’atletica l’abbiamo sempre visti dal buco della serratura”. 

Come ti sembra la copertura Rai dei Giochi?

 “Abbiamo una buona scuola di base. Abbiamo sempre fatto bene alle Olimpiadi. Il Migliore? Bragagna con l’atletica. Bene anche il nuoto. In altri sport ci siamo arrangiati con i tecnici, cui manca però il senso del racconto, cioè tutto. Mi sono piaciute le donne a Tokyo, nei commenti e nelle cronache”. 

Guardi al passato?

“Mai guardato al passato. Non ero mai stanco. Una furia. Adesso mi sono fermato. Torno indietro con la mente”. 

E?

“Mi pesa  il distacco dall’ambiente lavorativo. Mi manca quella cosa lì. Prima sei un ufficiale a cavallo, poi non sei nemmeno un fante pedestre”. 

Maradona era un tuo amico. La sua morte?

 “Era finito in brutte mani. Sfruttato da tutto l’ambiente, parenti e amici. Anche i medici. Si sono buttati addosso come le cavallette per aiutarlo, invece l’hanno ammazzato”. 

Hai avuto dalla Rai quello che meritavi?

“Mamma Rai ti dà e ti leva. Io sono stato fortunato perché a un certo punto ero come Baudo e Martellini messi insieme. Spettacolo e sport. Ho spinto troppo. Dovevo fermarmi prima e pensare un po’ alla carriera”. 

Invidia suscitata?

 “M’hanno fatto veramente di tutto. Puoi immaginare..”. 

La più difficile da sopportare?

“M’hanno tolto il canottaggio due anni prima, di andare in pensione. Un dispiacere enorme. Diceva Lello Bersani: tutto è permesso in Rai fuor che il successo, Ho pagato questo. Andavo tra la gente e sembravo l’apostolo. Sempre dritto come un treno, mai fregato niente dei detrattori. Trovo solo ingiusto che alcuni devono andare in pensione a una certa età e altri invece…”. 

Un esempio?

“Bruno Vespa.  Direttore megagalattico, per carità, ma non c’entra. Lo stesso Marzullo”.

Ha annunciato l’addio anche Paola Ferrari. Ne sentirai la mancanza?

“Non molto. Ci ho lavorato parecchio insieme. Ultimamente era molto migliorata. È sempre stata troppo invadente. Monopolizza lo spazio, ha prevaricato il suo ruolo. Prima non si preparava, ora aveva imparato a farlo”. 

Il tuo erede?

“Mah, dicono tutti questo Pardo. È intelligente, bravo, ma fa troppe cose, lo vedo ovunque, così si perde… Sentiamoci domani, respiro male”. 

Come va la gamba?

“Sto cercando di recuperare dopo l’operazione a Bologna di cinque anni fa. La protesi al ginocchio ha portato a mille tutte le mie problematiche, la pressione sanguigna alta, la glicemia alta, il diabete, l’aritmia cardiaca”. 

Hai vissuto troppo generosamente.

 “Il ginocchio è la mia croce, me lo so’ rotto a 25 anni. Me l’aveva detto Greco, il mitico massaggiatore del Coni: “Non te fa’ tocca mai...sfiammi, fai ginnastica, creme, massaggi”. 

Tornassi indietro?

“Non mi opererei di certo. Non mi fossi operato, oggi sarei salvo, pigliavo il bastone e chi se ne frega…”. M’ha dato più problemi che vantaggi questa protesi. E poi, ho fatto troppo sport…”.

Lo sport fa male a certi livelli.

“Non c’è dubbio. Pensavo che facendo più sport avrei tenuto al riparo la muscolatura, la circolazione. Sbagliavo. Devi preservare il tuo equilibrio interno”. 

Esempio?

 “Se fa il tennis non puoi fare il sollevamento pesi. Fa male assommare le cose. Io giocavo a pallone, a tennis, remavo, facevo la pallavolo, adesso il risultato è che sto piegato in due e sto respirando male”. 

Eccessi di cibo.

“Tu sai benissimo com’era la nostra vita in giro per il mondo. Tornando indietro, starei più attento non tanto al mangiare, ma a prendere più spazio per la mia vita privata. Per me e per la mia famiglia. Facevo tutto, andavo dovunque, mondiali calcio, tennis, motonautica, ciclismo”. 

Sei migliorato con il peso?

“Un po’ so sceso. Oggi sto sui 150 chili. Questo non m’aiuta”. 

La vita merita di essere vissuta?

“Assolutamente sì, sempre”. 

Spiegandola a un ragazzo che non la pensa così?

“Dietro ogni ostacolo che affronti, scopri cose nuove di te, nuove energie, nuova vita, senza mai spegnersi, sempre all’attacco”. 

Campioni che si ostinano. Ha annunciato l’addio Valentino Rossi

 “I grandi campioni sono immortali. Alcuni soffrono la mancanza di cultura, la scarsa capacità di adattamento. Guarda Totti, immenso in campo, il più grande calciatore italiano, ma fuori dal campo lo vedo in difficoltà”. 

Il più grande sportivo mai raccontato?

”Maradona, senza dubbio. Di Federer ho fatto in tempo a raccontare solo gli inizi”. 

Il più grande telecronista italiano di sempre?

“Paolo Rosi è stato il primo telecronista moderno. Ma il più grande di tutti è stato quello della televisione svizzera…adesso m’è passato di mente il nome”. 

Quando sei solo, il tempo che passa, gli acciacchi che aumentano, ha paura di quello che ci sarà o non ci sarà dopo?

“Non ancora. m’affaccio al balcone tranquillamente. Non mi butto di sotto”. 

Quando devi dire grazie a qualcuno

“A mia moglie Laura che per trent’anni ho visto poco per la mia vita esagerata, ma ha tenuto da sola in piedi la famiglia”.

ATTO SECONDO. Mi parla questa volta dalla terrazza di casa. Su una sedia di legno. In bermuda e dentro una canotta extralarge. Tre x. Prende il sole. Di ottimo umore. La voce è tornata bella e potente. Quella di sempre. Mi chiama.

“Aho, qui dovemo cambia’ tutta l’intervista.” 

Perché, che è successo?

“Ma come, non lo sai? Ma che stavi su Marte? Avemo appena vinto anche l’oro nella 4 x 100 uomini. Una pazzia. È come ave’ vinto la guerra”. 

Tornavo da Marte. Dici sul serio? Non ci credo.

“Incredibile. Qui piovono medaglie da tutte le parti. Tocca mettese l’elmetto…”.

Richiamami domattina alle 10 che dovemo cambia’ tutto”.

ATTO TERZO. La voce è tornata debole. Parla a fatica di prima mattina dal letto di casa.  “Ho dormito male. Non riuscivo a respirare bene”.

 Sono le notti difficili di chi ha troppa vita alle spalle e troppa carne addosso.

(qualcosa tra un grugnito e un sospiro)

Tornando all’ultima follia di questi Giochi, l’oro della 4x100.

 “Ci ho ripensato. L’immagine più bella dei Giochi? La corsa in ottava corsia di Filippo Tortu. Lui lì era al bivio della sua storia di atleta: se perdeva era la fine per lui. Ha vinto contro tutti, ha vinto pure contro Jacobs…Ho rivisto il Mennea di Mosca, la corsia era la stessa”. 

Ha vinto contro Jacobs?

“Jacobs l’aveva cancellato, l’aveva sportivamente ammazzato. E mi sa che tra i due c’è pure un po’ di freddo, non si prendono tanto. L’ho capito dalle interviste dopo l’oro. Filippo era un po’ sulle sue quando gli chiedevano di Jacobs…”. 

C’è stata poi la rosicante replica della vittoria sugli inglesi.

 “Lì per lì non c’ho pensato. Era un’impresa di portata mondiale. Poi ch’ho pensato e ho concluso che noi siamo veramente superiori agli inglesi…E comunque, mi raccomando, scrivi della frazione di Filippo Tortu. Tutto il resto è noia”. 

Il tuo podio finale?

“Sul gradino più alto ci metto l’oro sui centri metri, al secondo la staffetta 4 x 100, al terzo ex aequo Tamberi e le due ragazze del canottaggio. Se resta uno strapuntino gli ori della marcia”. 

Chi t’ha messo il nome “Bisteccone”?

“Gilberto Evangelisti. Al nord sarebbe considerata un’offesa, ma da noi è affettuoso”. 

Tornerai in tivù?

“La mia amica Mara m’aveva proposto una rubrica tipo “La posta degli innamorati”, ma le ho detto di no, non c’ho più lo spirito pe fa’ ‘ste cose. Io e lei eravamo una bomba in tivù. Funzionavamo sul piano fisico…”. 

S’è fatta pienotta anche lei.

“A Mara je piace magna, cucina bene, io ne so qualcosa. Sai, il fatto di abitare da tanti anni a Campo de Fiori aiuta, la pasta la fa bene”. 

Stavolta ci salutiamo davvero…

“Ah no, aspetta, me so ricordato il nome del telecronista più grande di sempre. Giuseppe Albertini, quello della televisione svizzera. Nessuno come lui.

Panatta ricorda Galeazzi: «Gli cucinavo durante la Coppa Davis, le nostre telecronache impensabili ora». Gaia Piccardi su Il Corriere della Sera il 12 novembre 2021. Il campione di tennis Adriano Panatta è stato per anni la spalla in tv del telecronista scomparso, ma i due erano anche molto amici: «Con lui solo momenti divertenti». La vibrazione della voce mantiene la solita ironia ma questa volta Adriano Panatta, indimenticato campione del nostro tennis (Roma, Parigi e la Coppa Davis nell’anno di grazia 1976), ricordando l’amico Giampiero Galeazzi non può nascondere un velo di tristezza. Adriano, un altro pezzo del suo passato che se ne va. «È così, purtroppo. Di Giampiero ero molto amico, con lui posso dire di aver passato soltanto momenti divertenti».

Sia da intervistato che da compagno di squadra nelle telecronache?

«Sempre. L’ho conosciuto come commentatore dei miei match, poi alla fine della mia carriera abbiamo lavorato insieme in Rai. Erano telecronache diverse, scanzonate, impensabili oggi». 

Racconti.

«Erano meno tecniche, meno schematiche, si chiacchierava lasciando trasparire il divertimento reciproco che era vero, nulla di impostato. Giampiero sul tennis era un professionista pazzesco: arrivava preparatissimo, sapeva tutto di tutti. Un bel vantaggio, per me: era come giocare il doppio con un compagno solido, su cui sapevi di poter fare affidamento. Io, a quel punto, potevo improvvisare, andare a braccio, svariare. Dicevo tutto quello che mi veniva in mente mentre Giampiero teneva la barra dritta della telecronaca».

Peppe Abbagnale: « A casa ho le cassette con le sue telecronache»

Chissà quante risate soffocate, in quella cabina di commento.

«Uh, non si contavano… Io gli tendevo tranelli in cui lui puntualmente cadeva. Tipo quando si lanciava in lunghe disquisizioni tecniche sul dritto di Lendl o la volée di rovescio di Edberg e io gli facevo gli occhiacci, dicevo no con la testa, come se stesse sbagliando tutto. Giampiero coglieva i cenni di dissenso e faceva marcia indietro, diceva tutto e il contrario di tutto, era un fuoriclasse anche nel rigirare la frittata! Poi, durante la pubblicità, ammettevo: era uno scherzo, Giampiero! E giù risate alle lacrime». 

Galeazzi era malato da anni. Vi siete sentiti, durante l’ultimo periodo? «Regolarmente, anche di recente. Lo sentivo sempre più affaticato, ma sempre Giampiero Galeazzi. Ironico, lucido, presente. Era chiaro che non stesse bene, la voce non era più la solita, però non ha mai perso lo spirito scanzonato».

Il vostro primo incontro?

«Eh, chi se lo ricorda… Giampiero cominciò a fare le telecronache dopo Guido Oddo, che era soprannominato “disguido Oddo”. E diede subito un altro passo al racconto dello sport». 

Oltre al tennis, vi legava una profonda e sentitissima romanità.

«Sì, certo. Le nostre telecronache erano un canto e un controcanto continuo, le nostre cene una battuta unica. C’erano l’ironia tipicamente romana e una grande sintonia, alla base di tutto». 

Erano tempi, quelli, in cui dal lavoro poteva nascere un’amicizia lunga una vita.

«Eccome! Ma come fate, oggi, con i tennisti (anche per colpa del Covid) così blindati, sempre nella bolla? Quando ero capitano di Coppa Davis capitava che la sera cucinassi una pasta in grazia di Dio per tutta la squadra. In India, in Corea, in quei posti dove mangiare decentemente all’italiana era impossibile. Beh, Giampiero era sempre ospite alla nostra tavola. Mi chiamava, arrivando: Adrià, butta un altro mezzo chilo ao’, tra dieci minuti sto lì». 

Ne parla con grande affetto, Adriano.

«Gli volevo molto bene, sì. Era nato un rapporto umano bello e speciale, tanto che quando giocavo facevo fatica a distinguere i ruoli: in spogliatoio, quando veniva a trovarmi prima o dopo un match, gli parlavo come se non fosse un giornalista». 

Il ricordo che si porterà dietro per sempre?

«San Francisco, finale di Coppa Davis, Stati Uniti contro Italia, 1979. Gli americani, con Vitas Gerulaitis e John McEnroe come singolaristi, ci danno una stesa epica: alla fine vincono 5-0. Giampiero intervista in diretta me e Paolo Bertolucci, abbiamo appena perso il doppio con Stan Smith e Bob Lutz. Beh, certo che potevate giocare meglio, ci dice. A Giampiè, sai che te dico, rispondo: ma vaffan… E me ne vado. Tutto in diretta internazionale. Poi la sera, a cena, abbiamo riso come pazzi».

E' morto Giampiero Galeazzi, storica voce dello sport italiano. Il popolare giornalista romano aveva 75 anni. Soprannominato 'Bisteccone', indimenticabili le sue telecronache di canottaggio con i trionfi olimpici dei fratelli Abbagnale. La Repubblica il 12 novembre 2021. Si è spento all'età di 75 anni Giampiero Galeazzi. Il popolare giornalista sportivo e conduttore Rai da anni combatteva contro una grave forma di diabete. La sua ultima apparizione in tv risale a tre anni fa, a 'Domenica In' dall'amica Mara Venier, in una lunga intervista fatta più di silenzi e di sguardi che di parole, conclusa con il pianto della conduttrice e un lungo abbraccio.

Dal titolo italiano nel canottaggio alla Rai

Nato a Roma il 18 maggio 1946, dopo la laurea in economia, Galeazzi divenne professionista nel canottaggio dove vinse il titolo italiano nel singolo nel 1967, successo che gli valse anche la medaglia di bronzo al valore atletico, e nel doppio con Giuliano Spingardi un anno dopo. Sempre nel 1968 partecipò alle selezioni per le Olimpiadi di Città del Messico. Poi la scelta del giornalismo, l'assunzione in Rai nei primi anni '70, le prime Olimpiadi (Monaco 1972) dove esordì con la prima telecronaca del suo amato canottaggio. Negli anni '80 arrivano la Domenica sportiva, Mercoledì sport, 90° minuto, trasmissioni storiche in cui l'innata spontaneità e affabilità di Galeazzi si sposa perfettamente con un calcio ancora antico, dove i giornalisti potevano scendere in campo subito dopo le partite: memorabili le sue interviste volanti agli eroi di quello che all'epoca era il campionato più bello del mondo, da Maradona a Platini, da Bruno Conti a Liedholm neo-campione d'Italia. Gli interlocutori, abbracciati e letteralmente sovrastati dal cronista, non potevano esimersi da rivelare a caldo le loro emozioni. E poi le Olimpiadi storiche. Di lui si ricordano le telecronache degli eventi sportivi come la mitica medaglia d'oro dei fratelli Giuseppe e Carmine Abbagnale ai Giochi di Seul nel 1988 e quella di Antonio Rossi e Beniamino Bonomi a Sydney 2000.

Star televisiva

Tra gli anni '90 e i 2000 il "personaggio" Galeazzi diventa una star televisiva a tutto tondo, dando prova di grande e divertita autoironia sulla sua proverbiale stazza: balletti a Domenica In con l'amica Mara Venier, canzoni, sketch, il doppiaggio del film Space Jam. E l'affettuosa imitazione di Nicola Savino, che diventa un cult con il suo Galeazzi chiamato a fare telecronache delle discipline più assurde, sempre rigorosamente con il crescendo del tono e dell'enfasi fino all'esplosione finale dell'"andiamo a vincere". Se ne va un modello inimitabile di cronista sportivo, capace di trasformare le gare in momenti epici, l'unico in grado di mettere in secondo piano, anche grazie a una solida competenza tecnica (da non dimenticare le impeccabili telecronache del tennis, spesso in coppia con l'amico Adriano Panatta), gli stessi atleti di cui esaltava le gesta.

Le reazioni

"La morte di Giampiero Galeazzi è una notizia sconvolgente, mi lascia senza parole" dice Giuseppe Abbagnale, presidente della Federcanottaggio. "Siamo stati con la figlia pochi giorni fa e avevamo parlato di lui, mi aveva lasciato molto felice il fatto che si stava riprendendo, invece arriva questa notizia. Se ne va la voce storica del canottaggio, nonché un amico e un personaggio preparato e coinvolgente". Adriano Panatta: "Ricordo che faceva le telecronache quando io ancora giocavo. Quando abbiamo iniziato a farle insieme forse erano meno tecniche e schematiche di quelle di oggi, sicuramente molto più umane, come lo era lui. Mi dispiace tantissimo, sapevo che non stava bene. Eravamo molto amici con Giampiero. Con lui ho solamente bei ricordi, tanto allegri, divertenti. Era un professionista pazzesco, veniva a fare le telecronache preparatissimo, sapeva tutto. Ogni tanto gli facevo qualche scherzo, si avventurava in una disquisizione tecnica, io allora gli facevo no con la testa apposta e lui, bravissimo, cambiava subito versione. Io poi gli dicevo che scherzavo, era molto divertente questa cosa". Antonio Rossi: "Sapevo che non stava bene, ma leggere la notizia mi ha lasciato veramente senza parole. Ho sempre pensato a lui come a una persona forte e indistruttibile. Ho fatto cinque olimpiadi e lui c'è sempre stato. Mi ha dato un sacco di consigli e con le sue telecronache ha fatto appassionare tanta gente alla canoa. Sapeva trasmettere con emozione, essendo stato lui anche un nazionale del canottaggio". Tanti i messaggi di cordoglio da parte del mondo dello sport, dai club di calcio alle istituzioni. "Ciao Giampiero! Grazie per aver vissuto lo sport da atleta prima e da giornalista poi. Alla tua voce, carica di entusiasmo e passione, sono legati i ricordi di tante emozioni azzurre. Sono certa che stasera anche lo Stadio Olimpico saprà ricordarti per come meriti" il post su twitter della sottosegretaria allo sport Valentina Vezzali. ''Se ne va un pezzo della mia vita, un fratello'' dice Mara Venier. La Lazio, la squadra di cui era tifoso, lo ricorda con una dichiarazione del presidente Lotito: "Una figura legata indissolubilmente allo sport italiano: prima da atleta vittorioso, poi da commentatore passionale e da giornalista acuto e competente. La fede laziale di Giampiero era nota a tutti, ma mai è stata fuori dalle righe. In una recente intervista alla Rai, stanco ma mai arreso alla malattia, disse una frase semplice e straordinaria: "Sotto lo stesso cielo, sotto la stessa bandiera. Forza Lazio". In quel cielo brilla una stella in più".

Morto Galeazzi, dal Circolo Canottieri a colleghi e artisti: l'omaggio di Roma. "Il Tevere che tu amavi tanto oggi piange con noi". Riccardo Caponetti su La Repubblica il 12 novembre 2021. Era nato a Roma il 18 maggio 1946 il grande giornalista, spostandosi attraverso antenne e schermi, scivolando sull'acqua ed entrando con la voce nelle case di tutta Italia. Dal sindaco Gualtieri, a Mara Venier, da Marco Mazzocchi o Adriano Panatta, ricordi, saluti e aneddoti dalla sua città. Foto in bianco e nero. Era nato a Roma il 18 maggio 1946, come Gian Piero Daniele Galeazzi ed a Roma è rimasto fino alla fine, spostandosi attraverso antenne e schermi, scivolando sull'acqua e entrando con la voce, nelle case di tutta Italia. Quel suo entusiasmo che in tanti hanno assorbito, ereditato. "ll Tevere, il fiume che amavi tanto, oggi piange con tutti noi", si legge sul profilo del Circolo Canottieri.

Galeazzi, il ricordo di Mara Venier: "Lo imposi contro tutto e tutti, e diventò uno showman. Se ne va un pezzo della mia vita". Silvia Fumarola su La Repubblica il 12 novembre 2021. La presentatrice ricorda il giornalista scomparso, con il quale formò una coppia riuscitissima a 'Domenica in': "Ci siamo divertiti come pazzi perché era nata un'amicizia forte, intensa, basata sul gioco e sull'ironia". "Mi mancherai tanto, Bisteccone mio". Mara Venier piange. "Gli ho voluto veramente bene", spiega  ricordando l'amicizia con Giampiero Galeazzi, che portò a Domenica in nel 1994 "contro tutto e contro tutti". L'ultima volta che era stato ospite da lei, nel 2019, gli aveva dedicato In ginocchio da te e non era riuscita a parlare per la commozione. 

Galeazzi, quelle urla 'scomposte' e perfette che aiutavano gli azzurri a vincere. Antonio Dipollina su La Repubblica il 12 novembre 2021. A differenza di altri miti della cronaca più compassati, lui era intrinseco all'evento e dava la sensazione di spingere gli atleti a dare qualcosa in più. Anni e anni passati a deprecare l'uso delle telecronache sportive gridate, delle urla scomposte per esaltare i momenti decisivi o l'attesa del risultato e del gesto spettacolare: e in tutti questi anni nessuno si è mai lamentato delle telecronache di Giampiero Galeazzi. Anzi, è stato usato molto di più il "Risentiamola ancora", da quei momenti è nata l'imitazione perfetta dello showman Nicola Savino - quando si confrontarono in tv fu un vero spasso - e sempre e ancora, ribadiamolo, senza mai far storcere il naso a nessuno.

Da cinquantamila.it – La Storia raccontata da Giorgio Dell’Arti. Giampiero Galeazzi (Gian Piero G.), nato a Roma il 18 maggio 1946 (73 anni). Giornalista. Telecronista sportivo. Conduttore televisivo. Ex canottiere. «Il calcio mi ha dato la popolarità, il tennis è stato lo sport che ho seguito di più, il canottaggio l’ho praticato: voglio bene a tutti e tre come si può voler bene a dei figli»

«Giampiero, tu sei romano di nascita, ma i tuoi genitori sono del Nord… “Questo è il motivo per il quale sono laziale, perché mio padre mi portava a vedere solo la Lazio, mentre a scuola erano tutti romanisti”. Dove hai studiato? “Al San Giuseppe De Merode e poi a Villa Flaminia”» (Mirta Lispi). 

«“Mio padre è stato campione di canottaggio. Vinse gli europei nel 1932, nel due senza. Poi continuò facendo l’allenatore alla Tevere Remo, e poi alla Canottieri Roma. Per cercare di curare un braccio che mi era rimasto bloccato dopo un incidente, mi fece fare canoa. E così divenni un fiumarolo. Stavo sempre in riva al Tevere. Ho imparato anche a nuotare, nel Tevere. […] Io cominciai con la canoa, poi passai al canottaggio perché ero troppo alto. Nel 1964 vinsi il campionato del mondo juniores. […] Sempre in barca. A scuola e in barca, in barca e a scuola. Sempre. Non avevo tempo per cazzeggiare dopo la campanella della fine delle lezioni. E la mattina, alle sei, andavo a correre due ore a Villa Borghese. E, la sera, palestra”. […] Rapporti col padre? “Lui campione, io campione. A casa gli portavo l’acqua con le orecchie, obbediente, ma in acqua ero abbastanza aggressivo e gli rispondevo. Ero un rompicoglioni”. Ti occupavi di politica? Era il ’68. “Io pensavo alle Olimpiadi. Non avevo certo in mente Capanna che faceva l’insurrezione all’Università. Che il mondo stava cambiando, lo leggevo sui giornali. Comunque politicamente ero uno di rottura, non sono mai stato conservatore”. […]Eri magro? “Ero uno stecchino”» (Claudio Sabelli Fioretti).

«Campione del mondo junior, olimpionico in Messico nel ’68. Cinque vittorie negli assoluti. Dovevo prende le medicine pe ingrassà. 1 e 93 per 90 chili. Ero trasparente». «Giocavi anche a pallone. “Naturalmente. Ma durante un torneo di squadre locali, a Maccarese, dove guadagnavo 200 mila lire a partita, mi sono rotto il ginocchio e non mi sono più ripreso. Ho dovuto finirla, con il canottaggio”. […] L’ultima gara? “A Parigi. Capii che non c’era più la gamba e non c’era più la testa. Meglio così. Se fossi stato competitivo sarei andato a Monaco alle Olimpiadi del 1972. E sarebbe cambiata la mia vita. A Monaco ci andai come radiocronista, con Guglielmo Moretti. Io l’ho presa come un segno del destino, questa gamba infortunata”» (Sabelli Fioretti). 

Nel frattempo, s’era laureato in Economia e commercio, con specializzazione in Statistica. «Titolo della tesi? “Metodo statistico applicato alle discipline sportive. Dovevo andare alla Doxa, ma non avevo voglia”» (Marco Cicala). 

«Per qualche mese ho lavorato all’ufficio marketing e pubblicità della Fiat. Ma il clima a Torino era pessimo, mi mancavano il sole di Roma, le mangiate con gli amici, le giornate al Circolo Canottieri, che era la mia casa». «“Era il 1970, un giorno dovevo andare a giocare un doppio di tennis con Renato Venturini, che lavorava alla radio. Andai a prenderlo nella sede di via del Babuino e mi presentò ai colleghi dello sport. Ero alto e massiccio, così Gilberto Evangelisti se ne uscì con la frase: Renà, ma chi è ‘sto Bisteccone?”. E così trovò anche lavoro. “Venturini raccontò che ero stato campione di canottaggio, così quelli della radio mi chiesero di portare i risultati delle gare, e piano piano mi inserirono in redazione. Lavoravo dalle 8 del mattino alle 8 di sera, portavo il cappuccino a Ciotti, leggevo i risultati della C la domenica. Insomma, feci la gavetta, al fianco di maestri come Guglielmo Moretti, il mio santo protettore, Enrico Ameri, lo stesso Ciotti, Rino Icardi, Claudio Ferretti”. Fino a quando si ritrovò all’Olimpiade di Monaco. “E per un altro colpo di fortuna feci la mia prima radiocronaca di canottaggio. Mirko Petternella era stato trattenuto al palazzetto per la scherma, e così debuttai io. Con questa frase: ‘Qui c’è molto vento, le bandiere sembrano di legno’. Pensi che cazzata… Dallo studio, Roberto Bortoluzzi disse: ‘Sì, Galeazzi, vai avanti’. Avrà pensato: se questo è l’inizio, annamo bene… Invece me la cavai”» (Roberto Pelucchi).

«“Seguivo il canottaggio, e poi quando ci fu l’attentato dei fedayn di Settembre Nero andavo in giro per il villaggio olimpico a raccogliere testimonianze sull’omicidio degli atleti israeliani. Una tragedia, ma io ero pieno d’euforia: me pagavano per fà quello che me piaceva: raccontare lo sport e i suoi protagonisti”. Racconti partecipati, narrati con voce calda e suadente, al punto da farlo promuovere alla televisione» (Massimiliano Castellani). 

«“Non volevo lasciare la radio, stavo da dio ed ero stato assunto. Un giorno, però, mentre facevo una radiocronaca di rugby a Rovigo, ricevetti una telefonata della segretaria di Emilio Rossi, nuovo direttore del Tg1. ‘Si presenti domani mattina’. Avevano bisogno di un redattore perché tutti gli altri erano passati al Tg2 con Maurizio Barendson. Tito Stagno, ‘l’uomo della Luna’ e capo dello sport, aveva fatto il mio nome al direttore, e così accettai”. Non senza problemi. “Moretti, mio capo alla radio, mi disse a brutto muso: ‘Il giorno che ti troverò sanguinante per strada, non ti soccorrerò’. Ameri, invece, fu più clemente: ‘Hai fatto bene: qui sei il 35°, al Tg1 potrai essere il numero uno’. In effetti, conducevo i notiziari, facevo ‘a modo mio’ i servizi per La Domenica Sportiva. Soprattutto potevo fare le telecronache di canottaggio e, con Guido Oddo, quelle di tennis, altro sport che conoscevo bene”. Proprio nel periodo di massimo splendore degli italiani, tra l’altro. “Stare nella ‘buca’ del Foro Italico durante gli Internazionali d’Italia è stata una grande palestra professionale. Peccato aver saltato la trasferta in Cile in occasione della vittoria azzurra in Coppa Davis nel 1976. La tv non mandò inviati – ma la radio sì – per protestare contro il regime di Pinochet, quindi Oddo e io facemmo le telecronache dal ‘tubo’. La sera della vittoria del doppio, però, durante la differita Guido vide che Panatta e gli altri azzurri alzavano la coppa e anticipò il risultato, rovinando la sorpresa. Apriti cielo: ricevemmo decine di telefonate di telespettatori imbufaliti”» (Pelucchi). 

«Le telecronache nel canottaggio l’hanno resa inconfondibile. “Gli Abbagnale, Rossi e Bonomi… non mollo mai il respiro. […] Era come se fossi in barca con loro, era un "tre con". Era un modo per salire anche io sul podio. Poi, dopo la telecronaca collassavo”. A Seul ’88 l’hanno anche buttata in acqua. “Un bacino freddo e fetido, ce l’avevano con questo pazzo che urlava per l’Italia”. […] La telecronaca degli Abbagnale ha rischiato di non esistere. “In Rai avevano proclamato sciopero generale. Quando l’ho saputo, ero a mangiare il solito tortellino, a Seul, e pensai: ci siamo fatti migliaia di km per venire a ubriacarci insieme a mignotte asiatiche e soldati americani. Tornai in albergo alle 6 del mattino e scoprii che mi cercavano, c’avevo du’ chili de bigliettini alla porta: sciopero rientrato. Nemmeno il tempo di lavarmi, saltai su un taxi e mi scordai anche il badge per entrare allo Stadio Olimpico. ‘E mò?’. Ma quella era la mia giornata: mi fecero entrare lo stesso. Arrivai in postazione senza manco il foglio partenti, ma tanto me li ricordavo a memoria”. […] Pure col calcio… pagine storiche. “Ogni domenica ero in giro per l’Italia. Facevo 2 minuti per La Domenica Sportiva, me dovevo fà un culo…”» (Tommaso Lorenzini).

«Voce e volto inconfondibile dallo stadio Olimpico di Roma per 90° minuto. “Una squadra irripetibile quella, guidata dal carisma di Paolo Valenti. La domenica memorabile? Quando sulla pista dell’Olimpico se materializzò un taxi giallo assieme alla pantera della polizia per arrestare i giocatori coinvolti nello scandalo del calcioscommesse. Scene assurde, che però, me pare, se vedono ancora no?”. Mai più rivista invece in video la “strana coppia”: Giampiero Galeazzi e Beppe Viola. […] “Io ce mettevo er fisico e la grinta de chi se buttava dentro un pullman in corsa per una dichiarazione de Bearzot. Beppe c’aveva la scrittura e le idee di uno di un’altra categoria: prendeva la stoffa grezza che je portavo e ce cuciva un abito perfetto, de classe”. Tandem vincente fino a Spagna ’82, poi il fuoriclasse Viola morì. Ma anche Galeazzi è stato un fuoriclasse delle esclusive. “Finita Italia-Germania 3-1, urlo ‘Campioni del mondo!’ direttamente dal campo, ché c’avevo già Paolo Rossi sotto l’ascella. I poliziotti spagnoli me manganellavano – ride di gusto –, pensavano che stavo a strangolà Pablito… E il giorno dello scudetto del Napoli?”» (Castellani). 

«Il Napoli sta pe vince il titolo, prima della fine me fo chiude negli spogliatoi da Carmando, il massaggiatore. Dopo la partita, fori, ce stavano 200 giornalisti da tutto il mondo: Sudamerica, Giappone, Congo Belga; ma dentro c’ero solo io. La genialata fu far fare a Maradona le interviste». Nel 1994 la sua carriera ebbe una svolta imprevista. «“Uscivo la sera con Mara Venier e Renzo Arbore all’epoca dei mondiali in America. Facevamo il giro delle buche jazz di New York. Ogni sera se cambiava buca, Arbore sentiva la musica, io magnavo e parlavo con Mara: le bistecche più grosse, la birra più buona. Un giorno, attraversando una strada in mezzo al traffico, Mara me fa, senza giri di parole: ‘Faresti Domenica in con me?’”. All’epoca presentavi 90° minuto. “Pensai che ’sta paracula de Mara se voleva impossessà dei dieci milioni di spettatori di 90°. Presi tempo. Due giorni dopo, me chiama Brando Giordani, direttore di rete. “Qui c’è ’na bionda che te vole a tutti i costi”. Era Mara. “Le ho presentato una lista de Hollywood, ma vole solo te: che devo fà, Bistecco’”?”. Fu subito trionfo di ascolti. “I duetti con Mara erano naturali. Niente testo. Guai a damme un testo, a me: io non so’ attore. Facevo er 40 de share con la scena del letto”. La scena del letto? “Me presentavo con la valigia, ballavo e me dimenavo. Partiva la sigla de 90° e stavo già da Mara che m’aspettava sul letto, tipo Fregoli. ‘Che m’hai portato oggi?’. ‘Ecco qua, bella bisteccona mia’, e dalla valigia uscivano salami e reggipetti. Un successo clamoroso. Acchiappavo tutti, ero una bomba a mano. All’italiano je tocchi er letto…”. Reazioni in famiglia? “I figli non mi salutavano più. Specie il maschio, Gianluca. “Ma papà, sei un grande giornalista sportivo, a scuola me prendono in giro”» (Giancarlo Dotto).

«Ne facevi di tutti i colori. Ti sei travestito da Tarzan, da tigre, da coniglio. “È stata una grande esperienza”. Una cosa che ti sei rifiutato di fare? “Vestirmi da donna. Mi sono rifiutato. Giucas Casella invece lo faceva, anche con i tacchi alti. E anche Luca Giurato si travestiva da donna”. I colleghi ti criticavano? “La rivista ufficiale della Rai, il Radiocorriere, mi definì il ‘giornalista giullare’. I colleghi dicevano che non ero più credibile come giornalista sportivo. Ma il pubblico reagiva positivamente. Quando vedevo Brando Giordani, il direttore di rete, gli chiedevo: ‘Ma che, faccio bene a fà ’sta cosa?’. E lui: ‘Ma che, sei matto? È un successo!’”. […] Poi l’avventura è finita. “L’ultima Domenica in, la feci con Magalli. Fu Bartoletti, il capo dello sport, a farmi la guerra”. […] Stavi andando a Mediaset. “C’è mancato poco che andassi con Mara Venier a Canale 5. Mi fermai proprio all’ultima firma. Mi avrebbero dato un sacco di soldi. Io volevo continuare a fare lo sport, e loro volevano che facessi solo lo spettacolo con Mara. Ogni discussione aumentavano i soldi. Un miliardo, un miliardo e mezzo, due miliardi. Alla fine, dissi di no. […] Io sono sempre stato aziendalista. Ma quando ho smesso di fare Domenica in mi sentivo un po’ spaesato. In redazione non avevo ’na stanza, ’na sedia, ’na scrivania. Mi avevano messo da parte. Era la vendetta del sistema”» (Sabelli Fioretti). Negli ultimi anni le apparizioni televisive di Galeazzi, per lo più in veste di commentatore od opinionista all’interno di trasmissioni sportive della Rai (90° minuto, Notti mondiali, Notti europee), si sono progressivamente diradate. Tra il dicembre 2018 e il gennaio 2019 è stato, in due occasioni, ospite di Mara Venier a Domenica in, apparendo notevolmente provato e indebolito, soprattutto nella sua prima apparizione, in sedia a rotelle. Lo stesso Galeazzi, intervistato da Roberto Pelucchi per la Gazzetta dello Sport, ha però voluto fornire precisazioni sulle sue effettive condizioni di salute. «“Sui social m’hanno già fatto il funerale.Ma io sono ancora vivo, eh. Ho sbagliato a presentarmi in quel modo. La verità è che sono reduce da un’operazione al ginocchio sinistro, mi muovo con le stampelle. Lo studio era pieno di cavi e, per non rischiare, un assistente ha pensato bene di mettermi su una carrozzina”. E la gente ha pensato che fosse malato seriamente. Anche perché lei ha detto: voglio vivere bene gli ultimi 500 metri della mia vita. “Non ho il Parkinson, ho problemi di diabete. La salute va su e giù, come sulle montagne russe. Ho sbalzi di pressione, gonfiore alle gambe. Quando mi emoziono mi tremano le mani, ma non sono messo così male. A 72 anni ho anche perso un po’ di chili”. Eppure è bastato vederla in quelle condizioni per scatenare grandi manifestazioni di affetto. “Inaspettate. Mi sono arrivate decine di messaggi, sono stato travolto dalle telefonate. C’è persino chi mi ha segnalato medici e specialisti. Incredibile”. Si può stare tranquilli? “Certo, anzi, questo ritorno di popolarità mi aiuta. Mi sono reso conto che la gente non mi ha dimenticato. Ho unito due tipologie diverse di pubblico: sono stato Pippo Baudo e Sandro Ciotti messi assieme, una bomba atomica. Mi piacerebbe tornare a lavorare in tv”. […] Dove si vedrebbe nella tv di oggi? “A costruire programmi. Mi piacerebbe rifare in chiave moderna 90° minuto. Adesso nelle trasmissioni calcistiche ci sono troppi tecnici che parlano e poca mediazione giornalistica”. Se Mediaset chiamasse? “Io sono marchiato Rai. Non cambio”»

Un’autobiografia pubblicata presso Rai Eri nel 2016, L’inviato non nasce per caso

Sposato; due figli, Gianluca (1975) e Susanna (1978), entrambi giornalisti, rispettivamente al TgLa7 e al Tg5

Grande tifoso della Lazio, al punto che il 14 maggio del 2000, nel mezzo della telecronaca di un incontro di tennis al Foro Italico, abbandonò la sua postazione per correre all’Olimpico, dove i biancocelesti stavano inaspettatamente conquistando lo scudetto. «Mi stavo addormentando in telecronaca per un match di due spagnoli anonimi, quando sento che la Juventus stava perdendo e la Lazio aveva già battuto la Reggina. Scappo allo stadio, salgo in tribuna Monte Mario e tutti che m’abbracciano… Non c’era un collega: stavano tutti a Perugia per lo scudetto della Juve, e invece lo scudetto era lì, della mia Lazio. E io feci l’unico servizio Rai». «Qual è la differenza tra un romanista e un laziale? “Se la Lazio a un quarto d’ora dalla fine perde 2 a 0, il laziale si alza e se ne va. Se la Roma verso fine partita perde 2 a 0, il romanista dice: ‘Vinceremo 3 a 2’. Il laziale è meno morboso, meno attaccato alla squadra. Un romanista è capace di dare al figlio il nome dei calciatori”» (Sabelli Fioretti)

«Mio padre era socialista, mia madre aveva i dischi coi discorsi di Mussolini. Andavo a scuola al San Giuseppe De Merode, ambiente di destra. Poi all’università sono diventato di sinistra. Dopo ho votato Dc. E una volta Berlusconi. Adesso [dichiarazione del febbraio 2016 – ndr] di nuovo sinistra»

«La buona tavola è una delle sue passioni. Ogni tanto […] si rinchiudeva in un centro benessere. I risultati si vedevano appena, e, quando ritornava in Rai, la gag era sempre la stessa. “A Bistecco’ dove sei stato?”. “Da Mességué”. “E che, te lo sei magnato?”. Nel 2005, a Torre del Greco, per Italia-Spagna di Coppa Davis, alla fine della giornata, incrociammo un cameriere che portava un gigantesco vassoio con una montagna di piatti in equilibrio precario. “Grazie: è per noi?”, scherzammo. “Ma no, questa è la cena del dottore Galeazzi”» (Roberto Perrone). «Ha detto: “Non sono mai stato un gran mangione”. Scherzava. “No. La letteratura ha superato le mie gesta. Certo, tendevo a ingrassare. M’hanno fregato gli anni di Domenica in”. A quanto è arrivato? “174”. […] La stazza l’ha aiutata. Secondo un sondaggio, vent’anni fa lei era il corpulento più popolare d’Italia dopo Costanzo e Magalli. “Sì, ma sono un metro e 93. Costanzo e Magalli non ci arrivano manco a cavacecio”. Di quale piatto non può far a meno? “La pasta”. Grosse mangiate con Panatta a Parigi durante i Roland Garros… “Nella prima settimana del torneo ordinavamo sogliola alla mugnaia, asparagi, un petit peu de vin… Ma non durava. Poi ce buttavamo nei ristoranti napoletani”» (Cicala). «M’hanno rovinato dieci anni di Domenica in. Magnavo la sera e non venivo più al circolo a fare la partitella. Me so’ ritrovato in poco tempo addosso un set de valigie de 50 chili»

«“Andiamo ragazzi, la prua è italiana!” (Seul 1988, oro di Carmine e Giuseppe Abbagnale e Peppino Di Capua, 2 con). “Vai, Antonio, sei il più forte del mondo, andiamo a vincere!” (Sydney 2000, oro di Antonio Rossi e Beniamino Bonomi, K2 1000). Come scandiva i colpi dei remi o le pagaiate Giampiero Galeazzi, […] non lo faceva nessuno. […] La sua voce partiva composta, scandita, proprio come l’azione degli atleti, e li accompagnava colpo dopo colpo, facendosi concitata, frenetica, asmatica, esattamente come il finale di una gara, quando si va avanti solo con nervi ed emozioni. “Il canottaggio era il mio sport, e gli eventi sportivi che ho avuto più piacere di raccontare sono questi”. Galeazzi telecronista e inviato storico della Rai è un personaggio del giornalismo sportivo di un tempo in cui molti atleti diventavano giornalisti. Giornalisti, non opinionisti. […] Galeazzi faceva parte di quella schiatta di grandi telecronisti che ti coinvolgevano con le emozioni. Di queste ti ricordi per sempre, del resto no. […] Per tutti è Bisteccone, il giornalista alto e grosso che braccava i campioni e i (sedicenti) vip. Prima, durante e dopo la gara. “Se non hai i campioni, non puoi raccontare nulla: io sono stato fortunato”: grande verità da grande giornalista. Allora non c’erano sbarramenti, interviste concordate, giocatori e dirigenti scortati da un elemento dell’ufficio stampa, piccola vedetta burocratica pronta a intervenire se le domande risultano insidiose o le risposte ardite. Giampiero era il campione di un giornalismo dove non esistevano messe cantate, zone miste e tabellone degli sponsor, ma ti dovevi conquistare una dichiarazione con scarpe e gomiti. […] Galeazzi […] affrontava qualsiasi clima e qualsiasi tipo di servizio. In Islanda per una partita andò a spintonare i colleghi per un servizio sullo storico vertice Reagan-Gorbaciov. […] A bordo campo, sotto la pioggia o la neve, innaffiato d’acqua e spumante a ballare con Diego Maradona nello spogliatoio del Napoli, campione d’Italia nel 1987, sull’asfalto innevato dell’anti-stadio di Torino, inseguendo una battuta dell’Avvocato Agnelli» (Perrone). 

«Le tue telecronache viscerali sono da culto: tutto il corpo che partecipa, cuore, fegato, budella, polmoni. “Quando vedo una barca italiana, me sento là dentro. M’hanno istruito a dare le sensazioni. Non me tengo niente. Sono l’ultimo della grande generazione di telecronisti. Paolo Rosi, il più moderno degli antichi, l’eleganza di Giubilo nell’ippica, il ritmo di Adriano De Zan, i tempi televisivi di Nando Martellini”» (Dotto)

«A quale telecronaca è rimasto più affezionato? “A quella dell’oro di Bonomi e Rossi nel K2 1000 metri all’Olimpiade di Sydney: ‘Si guarda a sinistra, si guarda a destra, vince l’Italia!’. Anche se il mio nome sarà legato per sempre ai fratelli Abbagnale”. […] I telecronisti “urlatori” si difendono così dalle critiche: lo faceva pure Galeazzi… “Sì, ma Galeazzi urlava per una finale olimpica o mondiale. Adesso si urla anche per un gol in una partitella di quartiere”. Meglio i servizi per la Ds oppure le telecronache? “Io nasco e muoio telecronista. Non ero estroso come il grande Beppe Viola, però conoscevo lo sport e le sue dinamiche. Con i calciatori c’era una libertà diversa rispetto ad ora. Io ho inventato le interviste prepartita, alla discesa dai pullman, e appena finita la gara prendevo i giocatori sotto braccio e li confessavo a bordo campo, prima di tutti. Per non parlare delle docce di champagne che mi hanno fatto negli spogliatoi durante le feste per gli scudetti”. […] C’è qualche telecronista di oggi che le piace? “Pierluigi Pardo ha fatto il mio stesso percorso sul piano della simpatia, poi è romano, un gaudente. Sandro Piccinini mi piaceva, ora mi sembra troppo fabbricato. Fabio Caressa sembra che a volte veda altre partite, però non dimentico che nel 2006 in Germania fu l’unico a stingermi la mano dicendo: ‘Grazie Gian Piero, lei è stato quello che ha aperto una nuova strada nella telecronaca sportiva’”. […] Lei è stato in Rai per 42 anni: come ha fatto a cavalcare l’onda così a lungo? “Con la mia professionalità, con il mio entusiasmo. Non ho avuto padrini politici, io. Sandro Petrucci, collega del Tg1, diceva che avevo tre anime: quella popolare degli stadi di calcio, quella aristocratica del tennis e quella romantica del canottaggio”» (Pelucchi). «C’è un detto in Rai: “Tutto è permesso fuorché il successo”. Appena cominci ad andar bene, c’è qualcuno che te vole fregà. È un fatto umano, di tipica radice aziendale». «Oggi la vita sedentaria le pesa? “Non ero mai stato a casa. L’ho scoperta”. Nell’ultimo capitolo [dell’autobiografia citata – ndr] scrive: “Mi sono risvegliato in mezzo alle macerie del castello che avevo costruito in una vita di lavoro”. Che cosa si rimprovera? “Avrei dovuto pensare di più alla salute. Alla carriera. Ho lasciato la Rai da caporedattore, ma oggi so’ tutti direttori”» (Cicala). 

«La mia vita è stata tutto un incrocio del destino: il mio e quello con i tanti campioni che ho incontrato facendo ’sto mestiere, il più bello che c’è».

Telecronache ma non solo: ecco perché era così amato. Matteo Sacchi il 13 Novembre 2021 su Il Giornale. Giampiero Galeazzi è entrato nell'immaginario collettivo per telecronache, come quelle del canottaggio alle Olimpiadi di Seul 1988, ma si è anche dimostrato un uomo di televisione e spettacolo a tutto tondo, un vero personaggio a partire dalla classe con cui portava il soprannome «Bisteccone» che altri non sarebbero stati in grado di reggere o rendere simpatico. Così poliedrico che le sue comparsate fuori dalle telecronache sono troppe per poterle sintetizzare in queste righe. Giusto per sommi capi. Nel 1994 iniziò ad essere mattatore fisso a Domenica In, mentre conduceva 90° minuto. Mara Venier glielo aveva proposto quasi per gioco. Ma fu un immediato successo anche se ci fu chi visse male quel suo rendersi meno serio, il fatto che si mettesse a ballare, finanche a travestirsi. Ma lui tirò dritto. Nel 1996 Pippo Baudo lo volle al 46º Festival di Sanremo, un successo. Nello stesso anno fu la voce di Mr. Swackhammer, antagonista principale del film di animazione Space Jam. Un amore del pubblico emerso tutto quando, sul finire del 2018, già malato, è tornato a Domenica In come ospite, sulla sedia a rotelle. Un profluvio di lettere, mail, telefonate. Esattamente come da ieri si susseguono le dichiarazioni dei tanti che sono stati stregati dalla sua professionalità e dal suo personaggio. A partire dall'attore e conduttore Nicola Savino che è diventato celebre anche grazie all'imitazione di Galeazzi. «Mi diceva Ahò! Tu me fai parlà romanesco ma io so' de Verbania... era molto competente e molto spiritoso: fu il primo, precedendo anche la Gialappa's, a capire che si poteva fare intrattenimento sullo sport e in particolare trattare un argomento come il calcio con leggerezza». E Pippo Baudo ricordando Sanremo: «Bucava lo schermo della tv ed entrava nelle case degli italiani. Era impossibile per un telespettatore cambiare canale mentre lui parlava». Per una affranta Mara Venier: «Bisteccone mio... se ne va un pezzo importante della mia vita...». E Adriano Panatta: «Faceva le telecronache quando io ancora giocavo. Quando abbiamo iniziato a farle insieme forse erano meno tecniche e schematiche di quelle di oggi, sicuramente molto più umane, come lo era lui».

Matteo Sacchi. Classe 1973, sono un giornalista della redazione Cultura e Spettacoli del Giornale e tenente del Corpo degli Alpini,  in congedo. Ho un dottorato in Storia delle Istituzioni politico-giuridiche medievali e moderne  e una laurea in Lettere a indirizzo Storico conseguita alla Statale di Milano. Il passato, gli archivi, e le serie televisive sono la mia passione. Tra i miei libri e le mie curatele gli ultimi sono: “Crudele morbo. Breve storia delle malattie che hanno plasmato il destino dell’uomo” e “La guerra delle macchine. Hacker, droni e androidi: perché i conflitti ad alta tecnologia potrebbero essere ingannevoli è terribilmente fatali”. Quando non scrivo è facile mi troviate su una ferrata, su una moto o a tirare con l’arco.  

Gli ultimi 500 metri della "Voce" che ha cantato l'epica dello sport italiano. Tony Damascelli il 13 Novembre 2021 su Il Giornale. È morto a 75 anni il cronista delle storiche vittorie azzurre, su tutte quella dei fratelli Abbagnale. Autoironico e senza fronzoli sapeva farsi intendere e amare da chiunque. I campioni muoiono all'alba, i campioni del giornalismo sportivo se ne vanno il giorno in cui gioca la nazionale di calcio. Così è stato per Giampiero Galeazzi che, in fondo, è stato un buon amico e una brava persona, in fondo ha saputo regalare frammenti di pace, quasi di liberazione, alla fine delle sue cronache sulfuree. Sono stati i suoi ultimi cinquecento metri. La voce di nuovo arrugginita, non più per la pazza gioia di una vittoria ma per la vita che si stava avvicinando al traguardo. L'ultimo. Gli occhi non avevano più luce, il corpo aveva smarrito ogni dimensione, la carrozzina, sulla quale ha vissuto la fine, il segno di una resa alla quale la malattia, il diabete, lo aveva trascinato, nel buio e nel silenzio. Ha concluso la sua gara lunga, prima bella, poi triste e solitaria, Giampiero Galeazzi di anni settantacinque, una fetta grande dello sport e del giornalismo raccontato alla radio e in televisione, atleta e personaggio, campione e caricatura, collega e amico, romano di quelli che non hai mai voglia di lasciare, caciarone mai volgare, sodale di notti e viaggi mille, pensando alla vita dolce del nostro mestiere. Gilberto Evangelisti lo volle in radio e ne intuì le doti pantagrueliche. Aveva competenza e passione, la scuola era quella del campo, la pratica della canoa e del canottaggio, per eredità paterna (suo padre aveva vinto l'europeo del due senza nel '32), gli era servita per alleviare la malformazione, al braccio e alla mano, dovuta a un incidente, il Tevere era il suo oceano, era un fiumarolo di origini padane, era diventato campione del mondo junior e poi le qualificazioni ai Giochi del 68 in Messico, cinque titoli assoluti, Giampiero si sentiva uno stecchino ma su quel metro e novantuno si portava addosso già novanta chili. Mai l'ho visto strafocare, però sì divertirsi con il cibo, mai l'ho sentito starnazzare come certi sodali contemporanei oppure sentenziare di tattica e tecnica, sapeva scaldarsi e scaldare, seguivi le sue telecronache come trovandoti a spingere con i remi e a sbuffare, a sudare, a soffrire, a battere da fondo campo a correre verso rete a provare il rovescio, poi, nelle interviste, il microfono era quasi un optional, un asterisco, scompariva durante il dialogo fresco, genuino, la comunicazione immediata, di pelle, mai costruita, poteva trattarsi di Gianni Agnelli o di Maradona, di Platini o Paolo Rossi, di Borg o Becker e gli Abbagnale erano una persona sola. In coppia con Panatta batteva il doppio di saggezza tennistica ma da nenia di cinema polacco Tommasi-Clerici, quando la Lazio, la sua Lazio, vinse lo scudetto, mollò la diretta e la tribunetta del Foro Italico per correre a fare festa in campo all'Olimpico, in mezzo al popolo biancazzurro. Non aveva nemici se non in casa Rai dove il successo plateale con lo spettacolo di Domenica In, accanto a Mara Venier, aveva provocato gelosie e invidie e boicottaggi nel rettilario di redazione. Gli avevano tolto scrivania e telefono, come fosse un appestato con la colpa di avere macchiato la professione mentre altri godevano di sponsor occulti e stavano e stanno nascosti nel canneto. Giampiero ha avuto una virtù esclusiva: tra tanti papaveri e papere, non si è mai preso sul serio, pur onorando il lavoro con un impegno professionale esemplare, aveva imparato a remare in tutti i sensi, usava l'ironia anche per deridere se stesso, le proprie gaffe lessicali («la bomba al nepal»), nonostante la scuola di lusso, San Giuseppe de Merode al sito di piazza di Spagna e Villa Flaminia, in totale docenza cattolica, eppoi la laurea in Economia e commercio, specializzazione in Statistica e tesi su Metodo statistico applicato alla disciplina sportiva, roba da traslocarlo negli uffici Fiat di Torino dai quali scappò per saudade del Tevere, del circolo Canottieri e del sole. Abbandonato il lavoro delle scrivanie e macchine per scrivere, Giampiero si ritrovò per caso nella redazione Rai di Roma, dove lo portò il suo collega di doppio Renato Venturini. Gilberto Evangelisti, che era il capo di quella truppa, quando si vide di fronte quel massiccio pupone domandò: «Ah Renà, ma chi è sto bisteccone?». La favola ha retto per tutta la carriera. Giampiero è stato un teatrante congenito, sarebbe stato attore protagonista di un qualunque film di Vanzina ma mai guitto o buffone come qualche malalingua, tra di noi, anche ultimamente, lo aveva ribattezzato per poi evitarlo o addirittura disprezzarlo, così spingendolo alla solitudine compatita. Giampiero ha saputo farsi intendere e amare da atleti di ogni etnia ricorrendo a un inglese approssimativo, a un francese precario, a uno spagnolo improvvisato, questo lo rendeva immediatamente umano e simpatico, grazie a quel monumento personale che gli permetteva di sovrastare chiunque. Ha vissuto l'epoca migliore del giornalismo non soltanto sportivo, Martellini, De Zan, Ameri, Ciotti, Viola, Brera, Arpino, Soldati, cronisti e narratori di discipline e storie varie, per indole e scelta non è stato un narratore aulico ma rispettava, per educazione, chi questa arte rara possedeva. La facile e superficiale letteratura lo ricorda per le battute alla Santi Bailor Nando Mericoni. Gli ultimi cinquecento metri restano la sua notte dei sogni, svaniti in una mattina di novembre, appena prima che i campioni d'Europa scendessero in campo a Roma. Un altro pezzo della nostra vita scivola via per farci sentire ancora più randagi. Tony Damascelli

(ANSA il 12 novembre 2021) "In questo momento sono triste: Giampiero ha accompagnato non solo la nostra vita sportiva in maniera intensa e totalizzante, ma nel tempo è diventato anche una persona di famiglia, con cui si era creato questo connubio. Un personaggio anche sui generis se vogliamo, ma con lui voce e impresa sportiva diventavano una cosa sola. E quella telecronaca è storia della tv". Giuseppe Abbagnale, col fratello Carmine, vinse l'oro olimpico del canottaggio a Seul '88 ma quell'impresa è tutt'uno con la telecronaca di Galeazzi. "Con lui - dice all'ANSA Abbagnale, attualmente presidente della federcanottaggio - ho sempre avuto un rapporto vero, leale. Con Giampiero c'è sempre stata empatia".

(ANSA il 12 novembre 2021) "Sono addolorato dalla sua morte: Galeazzi ha fatto conoscere noi e il canottaggio, ci ha spronati. E' stato un personaggio importante per noi, ci ha fatti conoscere al grande pubblico: era come se l'equipaggio fosse formato da quattro e non da tre elementi. Possiamo dire che era come un 'quattro senza': è stato molto, molto importante per noi. Ci è stato vicino per più di 20 anni". Così Peppiniello Di Capua, timoniere dei fratelli Carmine e Giuseppe Abbagnale, ricorda all'ANSA la figura di Giampiero Galeazzi. "Ci ha seguiti da sempre, quante cene assieme, era come un fratello per noi: lo stimavamo e gli volevamo bene", aggiunge. 

Dagospia il 12 novembre 2021. La nota di Maurizio Costanzo. “Con la morte di Giampiero Galeazzi perdo un caro amico. Mi rimangono i ricordi: numerosi, belli e sempre dettati da una vera amicizia. Abbiamo seguito insieme i mondiali del 2010 e ci siamo molto divertiti. L’ho sempre pensato e lo ricorderò con grande affetto.” La telecronaca a cui tengo di più? “La vittoria degli Abbagnale, con Peppiniello di Capua, quella non la dimenticherò mai”. Lo diceva a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, Giampiero Galeazzi, storico giornalista sportivo Rai, intervenuto nel gennaio del 2016 ai microfoni della trasmissione condotta da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari. Chi è il telecronista moderno che le piace di più? “Fabio Caressa, l'unico che mi ha ringraziato per il mio lavoro”. E quello che proprio non le piace? “Piccinini, perché è molto bravo ma molto costruito, non è nelle mie corde almeno”. Nel corso dell'intervista Galeazzi parlò anche del motivo per cui gli viene affibbiato il soprannome 'bisteccone'. “Perché quando entrai in redazione per la prima volta il capo di allora disse 'chi è sto bisteccone'?” Perché lei era un po' robusto? “No, anzi, ero alto, muscoloso, e sicuro di me. Un bisteccone - aveva detto ridendo - che piaceva anche molto alle donne”. 

Dagospia il 12 novembre 2021. Dal profilo facebook di Enrico Mentana. Quando Bisteccone discuteva con qualcuno che se la tirava troppo, poteva schiacciarlo con una frase definitiva: "Per te mica hanno suonato Fratelli d'Italia". Per lui invece l'avevano suonato eccome l'inno di Mameli: era stato giovane campione azzurro di canottaggio nel singolo (mi pare, con questi ricordi vado a memoria) e non vi dovete sorprendere, perché il romanissimo Galeazzi era nato sul lago Maggiore. Lo sentii per la prima volta alla radio nella prima parte degli anni Settanta, a fare il cronista sportivo. Poi approdò al tg1, fin dalla nascita, e quando lo conobbi, nel 1980, era già un personaggio, per la sua informalità, per la sua mole, per la sua vena popolaresca applicata alle interviste e agli interventi per Novantesimo minuto o la Domenica Sportiva, ma anche - meno evidente e non ostentata - per la sua competenza mai saccente. Era la punta della redazione sportiva guidata da Tito Stagno e Enzo Petrucci, il vero papà professionale dei giovani che, in quello stesso 1980 erano arrivati lì allo sport, Fabrizio Maffei e Claudio Icardi, e poi Marco Franzelli e Ugo Trani. Ci si preparava all'avventura che sarebbe stata indimenticabile, il Mundial di Spagna 1982, quello di Pablito, di Tardelli, di Bearzot e Pertini. E di Bisteccone. Da lì comincia la usa consacrazione. Eppure più di mille immagini di questi quarant'anni il ricordo mio come di tanti resta soprattutto per la sua voce indimenticabile, e se un momento vale una vita, quello è l'arrivo del due con di  canottaggio alle olimpiadi di Seul 1988, l'oro degli Abbagnale. Quell'immortale urlo "Non li prendono più, non li prendono più!". Addio amico  

Estratto dell’articolo di Francesco Persili per Dagospia del 10-04-2019. (…) Giampiero Galeazzi condivide con Dagospia i ricordi di una fuga clamorosa dal Foro Italico: “Per lo scudetto della Lazio nel 2000 mollai la diretta della finale degli Internazionali di tennis. La Juve stava perdendo a Perugia e questo voleva dire tricolore per i biancocelesti. Io non ce la feci più. Abbandonai la telecronaca e mi precipitai all’Olimpico. Presi la troupe del tennis. A uno dissi: "damme er microfono", e iniziammo. Mi buttai per strada, incrociai un frate a cui rivolsi una domanda a bruciapelo. “C’è un Dio allora?”. Un servizio storico. “Ho avuto fortuna, libertà e molta fantasia. Agli Internazionali, ebbi l’intuizione del villaggio del Foro, poi ripresa da Cino Marchese. Nelle tende vicino al campo si distribuivano vino rosso e panini. I vip, da Gassman a Tognazzi, si fermavano e così mi misi a fare le interviste. Risultato? Er villaggio era diventato più importante del torneo. Stavano tutti a magnà e nessuno andava più a prendere freddo al campo Centrale”. I servizi dagli spogliatoi e le interviste a Maradona, Dino Viola, Agnelli, Platini hanno fatto storia. “C’era maggiore familiarità e empatia con i grandi personaggi dello sport, con Rummenigge andavamo a cena insieme a Los Angeles. Oggi Federer mi sembra un po’ troppo sacrestano, ci vorrebbe un McEnroe. Djokovic? Ecco, lui è un bel personaggio, parla perfettamente l’italiano. Nel calcio sarei curioso di sapere se Ronaldo è quel professionista che raccontano che sia. Non solo in campo ma nel modo in cui si muove nel rapporto con i media”. Chi è il nuovo Galeazzi? "Di eredi non ne voglio parlare, perché non sono un imperatore – ride – ma faccio il tifo per i giornalisti Rai”.

Da leggo.it il 12 novembre 2021. Giampiero Galeazzi, storico telecronista sportivo e giornalista Rai, è morto oggi a 75 anni. Soprannominato 'bisteccone' per la sua mole, Galeazzi, ex atleta di grande livello (è stato un canottiere) per anni ha prestato la sua voce alle telecronache di grandissime imprese sportive, soprattutto alle Olimpiadi. Era malato da tempo. La notizia della scomparsa di Galeazzi è stata lanciata su Twitter da alcuni colleghi, in primis il direttore del Tg5 Clemente Mimun.

Da fanpage.it il 12 novembre 2021. A Fanpage.it Fabio Caressa ricorda il mito Giampiero Galeazzi, dagli aneddoti con Panatta al giornalismo sportivo con lui diventato popolare: “Un pioniere”. "L'ho conosciuto da ragazzino, nell'86-87. La zona era la Roma nord dei circoli e c'è tutta una mitologia legata a lui. C'è un famoso momento che ricorderà certamente Panatta, quando si incontrarono in un circolo e Galeazzi gli disse "Ammazza Adrià, non vedi come so' dimagrito? So' stato da Mességué (celebre dietologo, ndr)". "Sei stato da Mességué – rispose Panatta – e che te lo sei magnato Mességué?". "Molti benpensanti lo contestavano, ma a lui non fregava nulla e non gli interessavano nemmeno le critiche quando si mise in gioco facendo Domenica In. Ma i colleghi, in fondo avevano capito che regalava uno spazio diverso al giornalista sportivo, facendo fare un salto avanti di vent'anni a questa professione. Lo ha fatto anche da uomo di spettacolo quale era, rendendo i giornalisti sportivi popolari." "Ha portato l'emotività nella telecronaca, mettendo da parte i toni istituzionali e lasciandosi andare, riuscendo a restituire l'emozione pura senza filtrarla. Spesso si dice che i telecronisti che fanno così si mettono davanti all'evento, ma è proprio il contrario: non fanno i bravi giornalisti, ma cercano di trasmettere l'emozione diretta al pubblico. Ci vuole un gran coraggio e mica era facile urlare come faceva lui, per primo." "Ha aperto la strada a un nuovo modo di fare giornalismo. È stato un pioniere da quel punto di vista ed io ho sempre grande stima per queste persone che hanno un pensiero laterale, riuscendo a cambiare con coraggio le cose, portandole in una nuova dimensione. Secondo me lui ci è riuscito a pieno." 

Alisa Toaff per Adnkronos il 12 novembre 2021. "Galeazzi era un giornalista assolutamente fuori dagli schemi. E' l'unico che è stato capace di scherzare e prendersi in giro senza mai perdere un filo quella autorevolezza che aveva come giornalista e questo è molto difficile nel nostro ambiente. Riusciva a unire la professionalità al gioco che faceva, per esempio, a 'Domenica In' con Mara Venier. Non c'è riuscito nessun altro!". Così Paola Ferrari con l'Adnkronos ricorda Giampiero Galeazzi, scomparso oggi a 75 anni. "Giampiero aveva un carattere molto forte fuori delle telecamere - racconta la giornalista - noi abbiamo avuto uno scontro anche recentemente ma lui era così, era diretto e senza filtri. Abbiamo discusso e questo mi questo mi è dispiaciuto un po' ma dopo ci siamo sentito al telefono e ci siamo chiariti''. "Avendo avuto la fortuna di aver lavorato tanto con lui - prosegue la Ferrari - posso dire che quello che mi ha più colpito è che lui era scevro da ogni tipo di banalità. Riusciva in tutto quello che faceva, anche durante le partite meno importanti dove c'erano personaggi meno di spicco, a non dire mai banalità. Abbiamo condotto un Mondiale insieme con Maurizio Costanzo, io li chiamavo 'La strana coppia' - ricorda con nostalgia - e devo dire che era un giornalista unico. Aveva una grande sintonia con Costanzo, erano due persone così diverse ma entrambe geniali''. Quale era la trasmissione a cui era più legato Galeazzi? "Sicuramente '90° minuto' - risponde la Ferrari - mi ricordo che quando glielo tolsero ci rimase molto male ma poi quando è tornato anni dopo gli dissi: 'Vedi? Alla fine le cose tornano al loro posto'''. La Ferrari ricorda poi un aneddoto divertente: ''Una sera ci hanno tirato un gavettone. Era una finale di Coppa Italia, aveva vinto l'Inter e Materazzi ci arrivò alle spalle e ci tirò un gavettone, lui (Galeazzi, ndr) poverino prese molto freddo''. La giornalista infine conclude: "Anche se da tempo non stava bene, tutte le volte che partecipava a qualche trasmissione, notavo sempre in lui quella lucidità nell'esprimere i suoi concetti e quel suo non essere mai banale. Riusciva a dare sempre spunti di discussione e di riflessione. E' stato lucido e acuto fino alla fine, non si è mai lamentato per la sua malattia, con lui perdiamo un giornalista unico''.

Giampiero Galeozzi e la malattia segreta: i tremori e il diabete, un drammatico sospetto. Libero Quotidiano il 12 novembre 2021. Giampiero Galeazzi mancava da tempo dal piccolo schermo ed è morto a 75 anni. Era noto anche come “bisteccone” per la sua corporatura. Si era laureato in economia e commercio per diventare campione italiano nel singolo di canottaggio nel 1967. La svolta in Rai come giornalista sportivo e con la partecipazione a Domenica Sportiva e poi a Mercoledì Sport, regalando telecronache passate alla storia come la mitica medaglia d'oro dei fratelli Abbagnale a Seul. Galeazzi mancava già da diversi anni nel mondo della televisione, la sua ultima apparizione, infatti, risale a 3 anni fa quando fu ospite di Mara Venier a Domenica In. Le cause della sua morte sono ancora ignote, anche se si sa che da tempo soffriva per via di una malattia. Lo stesso giornalista lo aveva confessato nella sua ultima presenza in tv, il suo problema con il diabete: "Ho il diabete – aveva confidato – ma non soffro di l’Alzheimer". Aveva spaventato tutti tornando in tv nel 2018, ospite dell'amica Mara Venier a Domenica In, presentandosi in carrozzina. "Sono contento di quello che ho fatto nella mia vita, ora mi manca di fare bene gli ultimi 500 metri". Dopo qualche mese, una intervista molto più rassicurante alla Gazzetta dello sport: "Ho sbagliato a presentarmi in quel modo. La verità è che sono reduce da una operazione al ginocchio sinistro, mi muovo con le stampelle. Lo studio era pieno di cavi e per non rischiare, un assistente ha pensato bene di mettermi su una carrozzina". E riguardo ai tremori aveva aggiunto: "Il Parkinson? Non ce l'ho. Ho problemi di diabete. La salute va su e giù, come sulle montagne russe. Ho sbalzi di pressione, gonfiore alle gambe. Quando mi emoziono, mi tremano le mani, ma non sono messo così male". A fine 2019, era tornato ancora in tv, con tremori ancora più evidenti. 

Giampiero Galeazzi, la testimonianza di Zazzaroni: "Stava molto male. Non solo diabete, l'ultima volta che l'ho visto...". Libero Quotidiano il 12 novembre 2021. Ivan Zazzaroni è intervenuto in collegamento con Serena Bortone a Oggi è un altro giorno, la trasmissione in onda tutti i pomeriggi su Rai1. Argomento di discussione, la morte di Giampiero Galeazzi, venuto a mancare all’età di 75 anni a causa di una malattia legata a una forma grave di diabete. Il direttore del Corriere della Sera lo conosceva bene e ha quindi raccontato diversi aneddoti su un uomo che rappresenta un vero e proprio pezzo di storia sportiva di questo paese. Zazzaroni considerava Galeazzi un amico, prima ancora che un collega: “Abbiamo lavorato insieme alla Domenica Sportiva. Negli ultimi anni ci tenevamo in contatto ma non lo sentivo da due mesi e mezzo. Era un grande battutista, ma univa momenti ironici ad attimi di quasi ferocia. È il giornalista sportivo più popolare di sempre. Era molto divertente, ad agosto mi scrisse: ‘Non preoccupatevi della prova costume perché quest’anno sarà scritta’”. Tra l’altro Galeazzi non se l’è mai presa per il soprannome Bisteccone, anzi giocava lui stesso molto sul suo fisico: “Noi ricordiamo soprattutto la sua voce, imitata più volte anche da Nicola Savino. Stava molto male - ha svelato Zazzaroni - era molto sofferente per altre ragioni a parte il diabete, anche se molto lucido e inaspettatamente affettuoso. Strano perché i colleghi lui tendeva a tenerli a distanza perché lui era Galeazzi, icona del giornalismo. Ha gradito sempre di essere prestato al mondo dello spettacolo perché era una persona molto empatica e faceva presa sul pubblico”.

Giampiero Galeazzi, "perché Bisteccone è una cosa bella": tutta la verità sul soprannome (e la frase che spiega tutto). Libero Quotidiano il 12 novembre 2021. Lo sport italiano e non solo piange la scomparsa di Giampiero Galeazzi: era malato da tempo, pare di una grave forma di diabete, ed è venuto a mancare oggi - venerdì 12 novembre - all’età di 75 anni. Soprannominato “Bisteccone”, è stato un grande inviato e anche un grande telecronista: celebri le sue incursioni tra campo e spogliatoi negli anni del grande Napoli di Diego Maradona, così come sono diventate storia le telecronache delle imprese del canottaggio italiano alle Olimpiadi. Ma come era nato il soprannome “Bisteccone”? A raccontarlo era stato lui stesso in alcune interviste: glielo aveva affiliato Gilberto Evangelisti nei primi anni di carriera. “Ero alto e massiccio - aveva svelato a riguardo Galeazzi - lui mi vide e disse: ‘Ma chi è sto Bisteccone?’”. Da allora è entrato nell’immaginario comune con quel soprannome, mai volto ad offenderlo. “Mica è spregiativo - aveva dichiarato qualche anno fa in un’intervista - a Roma bisteccona è un complimento a una donna: roba bona, una bella ‘magnata’, capito?”. Tra l’altro a livello di popolarità per Galeazzi era stato molto speciale il sodalizio con Mara Venier: “Mi ha cambiato la vita. Eravamo a cena in un locale di New York con Arbore durante i Mondiali del ’94 quando mi chiese di partecipare a Domenica In. Mia moglie e i miei figli mi chiesero se ero diventato matto”.

Galeazzi, l’impeto del telecronista prima che diventasse una moda. Scompare a 75 anni la straordinaria voce della Rai. Creò dal nulla uno stile impetuoso di raccontare lo sport, dal canottaggio al tennis. Oggi è lo standard abituale. Ma quando Giampiero urlava nel microfono “forza Fratelloni Abbagnale” non c’erano gli sponsor a imporre lo spettacolo. Errico Novi su Il Dubbio il 12 novembre 2021. Rai Teche, il dipartimento della tv pubblica destinato alla conservazione dei beni prodotti da viale Mazzini, è uno straordinario luogo di conoscenza. Ci aiuta per esempio a capire com’è cambiato il giornalismo, anche il giornalismo sportivo. E chi volesse, potrebbe andarsi a guardare, per esempio, i servizi confezionati per la Domenica sportiva da un Giampiero Galeazzi giovane, rigoroso, asciutto, puntuale. Insomma, un professionista british. Poi sappiamo cosa è diventato l’inimitabile e purtroppo da oggi compianto telecronista Rai: un uragano, un amplificatore a diecimila watt della passione sportiva. Il suo capolavoro è la prima medaglia “mainstream” dei Fratelli Abbagnale nel canottaggio: Lucerna 1982. Un crescendo, davvero, la trama di una marcia trionfale. Ebbe talmente successo, quell’incredibile e impetuoso scandire dei colpi dei canottieri di Castellammare, che Galeazzi fu praticamente costretto a riproporre lo stesso stile e la stessa esaltante telecronaca in tutte le vittorie successive, non solo dei Fratelloni. Poi Galeazzi ha inventato un linguaggio alternativo, dimesso e ruggente, nel racconto del tennis: e chi li dimentica, i suoi pomeriggi a due voci con Adriano Panatta, la rivalità con i colleghi della tivù a pagamento Rino Tommasi e Gianni Clerici. Certo, col passare del tempo è diventato un’icona, con quel soprannome, “Bisteccone”, che prova a mettere insieme il suo fisico imponente con la forza della voce. Ed è vero che rispetto a quel sobrio cronista d’inizio carriera dev’essere stato folgorato da un’intuizione, oltre che da una sempre più assoluta padronanza del mezzo. Ma è impossibile resistere al paragone fra Galeazzi e la più recente generazione di telecronisti. In particolare quelli specializzati nel calcio, soprattutto se allenati alla scuola delle pay-tv, hanno a loro volta un’impostazione aggressiva, intensa, puntuale ma sempre modulata sui toni alti. È un tratto comune, adesso, in parte legato alla natura commerciale degli eventi. Galeazzi divenne il mattatore assoluto che oggi dobbiamo rimpiangere senza che nessuno glielo avesse chiesto. Inventò tutto da solo. Non aveva eguali alla Rai, non creò una scuola. Non perché le urla meravigliose a ogni colpo di remo facessero storcere il naso: semplicemente, era impossibile stargli dietro. Oggi l’enfasi va di moda, ma ci sono stati lustri in cui Giampiero Galeazzi è stato il solo a poter sfoggiare quello scintillante abito, che indossato da altri non avrebbe avuto senso. Ps: da tifoso del Napoli, sarò sempre grato a Giampiero per aver afferrato, il 10 maggio 1987, la sagoma impassibile di Ottavio Bianchi e urlato nel microfono: «17 e 47: Napoli Campione d’Italia, Bianchi! Napoli campione d’Italia!!!». Quegli istanti di gioia che mi accompagneranno per sempre sono ancora più belli anche grazie al maestro Galeazzi.

La scomparsa di un grande del giornalismo. Morto Giampiero Galeazzi, voce dello sport in tv: aveva 75 anni. Redazione su Il Riformista il 12 Novembre 2021. Giampiero Galeazzi è morto oggi all’età di 75 anni. Il celebre giornalista e opinionista sportivo è scomparso a Roma, dove era nato il 18 maggio del 1946, dopo una lunga malattia. Prima della carriera nel giornalismo Galeazzi è stato anche uno sportivo e professionista nel canottaggio: vinse il campionato italiano nel singolo nel 1967, nel doppio nel 1968 con Giuliano Spingardi e sempre quell’anno partecipò alle selezioni per le Olimpiadi di Città del Messico. A darne la notizia sono stati i colleghi su Twitter, dal direttore del Tg5 Clemente Mimun a Massimo Caputi. Quando non aveva ancora abbandonato la carriera sportiva fu assunto dalla Rai grazie a Gilberto Evangelisti, il giornalista che gli affibbiò il soprannome di ‘Bisteccone’. Con la tv pubblica su inviato alle Olimpiadi del 1972 a Monaco di Baviera e ‘grazie’ a un imprevisto di Mirko Petternella, bloccato nell’impianto di scherma, effettuò la sua prima radiocronaca nella sua disciplina, il canottaggio. Le sue telecronache nella disciplina tanto amata restano indimenticabili, in particolari quelle dei trionfi olimpici dei fratelli Abbagnale alle olimpiadi di Seoul 1988 e di Antonio Rossi e Beniamino Bonomi a Sydney 2000. Negli anni ottanta fu inviato della Domenica Sportiva negli incontri clou del campionato di calcio di serie A, alternandosi con le telecronace di tennis e canottaggio, mentre dal 1992 al 1999 condusse 90º minuto. Sempre della storica trasmissione Rai fu anche opinionista e commentatore negli anni seguenti. Nel 2010 e nel 2012 ha partecipato a Notti Mondiali e Notti Europee, entrambe trasmissioni Rai. Nella sua lunga carriera da giornalista non raccontò soltanto lo sport: nel 1986, come inviato Rai in Islanda per l’incontro di Coppa dei Campioni fra Valur e Juventus, raccontò dell’incontro tra Michail Gorbačëv e Ronald Reagan a Reykjavík. Galeazzi, laureato in Statistica, era notoriamente un tifosissimo della Lazio. Lascia due figli, entrambi giornalisti: Susanna, conduttrice del TG5, e Gianluca, giornalista nella redazione del tg di La7. Una notizia, quella della morte di Galeazzi, “sconvolgente, mi lascia senza parole”. E’ questo il commento di Giuseppe Abbagnale, presidente della Federcanottaggio, le cui gesta olimpiche sono state raccontate dal giornalista in telecronache rimaste nella storia. “Siamo stati con la figlia pochi giorni fa e avevamo parlato di lui, mi aveva lasciato molto felice il fatto che si stava riprendendo, invece arriva questa notizia. Se ne va la voce storica del canottaggio, nonché un amico e un personaggio preparato e coinvolgente”, ha commentato Abbagnale all’AdnKronos. “Ci sono tanti aneddoti perché abbiamo condiviso per anni il palcoscenico dello sport, del canottaggio, soprattutto in occasione dei Giochi Olimpici. Le sue interviste e i suoi sfottò veramente spaziavano dalla sua militanza all’interno del mondo remiero, ad atleta, a voce effettiva e indiscussa. Questa notizia mi ha lasciato veramente sconcertato, mi mancano le parole. Non avrei mai voluto ricevere questa notizia, appena possibile sentirò la famiglia per le condoglianze da parte mia e di tutto il mondo remiero”, ha aggiunto il presidente federale.

"Mi hanno già fatto il funerale ma io sono ancora vivo". Come è morto Giampiero Galeazzi, la malattia del giornalista raccontata in tv: “Rassicuro le mie ex fidanzate e mia moglie”. Redazione su Il Riformista il 12 Novembre 2021. Se ne è andato all’età di 75 anni un’icona della televisione italiana, soprattutto in ambito sportivo. L’Italia piange Giampiero Galeazzi, storico giornalista sportivo della Rai ed ex canottiere. Nato a Roma il 18 maggio 1946, “Bisteccone”, così come era soprannominato, era malato da tempo. Negli ultimi giorni era stato ricoverato all’ospedale Gemelli di Roma. Il 13 gennaio del 2019, ospite della sua amica Maria Venier a “Domenica In”, Galeazzi, in sedia a rotelle dopo l’operazione al ginocchio, parlò della sua malattia, una grave forma di diabete, utilizzando una metafora sportiva: “Gli ultimi 500 metri nel canottaggio sono l’ultima boa, in cui tu dai tutto e cerchi di battere l’avversario e io sto attraversando questa fase della mia vita, non intendevo dire altro”. Per anni in tanti hanno pensato che Galeazzi fosse affetto dal Parkinson, poi lo stesso giornalista chiarì tutto. “È stato un errore presentarmi a Domenica In  sulla sedia a rotelle. Sui social – raccontò – mi hanno già fatto il funerale ma io sono ancora vivo. Non ho il Parkinson, ho problemi di diabete. La salute va su e giù, come sulle montagne russe. Ho sbalzi di pressione, gonfiore alle gambe. Quando mi emoziono, mi tremano le mani, ma non sono messo così male. A 72 anni ho anche perso un po’ di chili”. In quella occasione, Galeazzi ironizzò sulle sue condizioni di salute con una battuta: “Rassicuro il direttore della banca, le mie ex fidanzate, se sono ancora tutte vive, e mia moglie. Sto bene”. “Non era facile tornare qui una seconda volta”, ammise Galeazzi, di casa in passato a Domenica In quando presentava “Novantesimo minuto”. “C’è chi ha provato a dissuadermi, ma io ho detto che questa è casa mia e allora sono tornato”. Maria Venier lo ha ricordato con un post sui social in cui ha pubblicato una foto durante il loro ultimo incontro in televisione: “Bisteccone mio se ne va un pezzo importante della mia vita”.

Ilaria Ravarino per “il Messaggero” il 13 novembre 2021. La notizia le è arrivata mentre era dal parrucchiere: «Sono scattata in piedi e sono uscita dal negozio con i capelli bagnati. Sapevo che stava male, non ci potevo credere». Accanto a Galeazzi - da lei ribattezzato Bisteccone - nella gloriosa stagione delle Domenica In anni Novanta, Mara Venier ieri riusciva a malapena a parlare, scossa dai singhiozzi per la scomparsa, prima che di un collega, «di un vero amico. Da 25 anni. Scusi, sono disperata». 

Come sta? 

«Distrutta. Io e Giampiero avevamo un legame molto forte, simile all'amore. Non c'è mai stato niente, ma la sensazione era quella: io potevo contare su di lui, lui su di me. Sempre».  

Continuavate a sentirvi? 

«Continuavano ad avere voglia di lavorare insieme. Poco tempo fa mi aveva proposto di scrivere un libro insieme, era pieno di idee. Mi mandava anche messaggi di notte. Io una volta gliel'ho detto: Bisteccò, così mi spaventi».

Come vi siete conosciuti? 

«No, questo non ce la faccio, scusi (piange, ndr)».  

Se la ricorda l'ultima volta in tv insieme? 

«È venuto da me due volte, di recente. E già non stava bene: gli autori erano andati personalmente a prenderlo a casa. Erano tutti molto amorevoli con lui. Era un uomo dolce, buono, non l'ho mai sentito parlare male di qualcuno». 

Mai un momento d'ombra? 

«Mai. Nemmeno quando fu criticato dalle testate sportive perché faceva gli sketch con me a Domenica In. Non si arrabbiò con loro, ma a me disse che non voleva più farli. Disse che lo sketch della valigia, quello in cui mi buttava sul letto, lo stava sputtanando. Io gli risposi: Ma non lo vedi che è tutta invidia?».  

E come finì? 

«Che il direttore di rete lo chiamò e gli disse la stessa cosa: Lo sai quanta gente vorrebbe essere al posto tuo? E lui rimase. Insieme, in quel programma, eravamo uniti e fortissimi come una famiglia: Bisteccone, Giucas, Mara, Masciarelli e Roncato. Un gruppo di matti».  

Diceva: Mara mi ha cambiato la vita. Vero? 

«Sì, ma diceva pure che gliel'avevo rovinata. L'ho fatto ingrassare: quando veniva a cena da me mica gli facevo il petto di pollo». 

Che gli cucinava? 

«Andavo sul pesante: carbonara, amatriciana. Me le ultime volte quel rituale non poteva più continuare». 

 Un ricordo privato di Bisteccone? 

«Lo voglio ricordare quando facevamo le prove di Domenica In il sabato mattina. Al momento di provare, lui spariva. Era sempre in mensa. E io gli facevo certi cazziatoni, l'ho rimproverato moltissimo. (si interrompe, non riesce a continuare, ndr)».  

Lo ricorderà in trasmissione, a Domenica In? 

«Tutta la prima parte sarà dedicata a lui. Non so come farò, sono frastornata. La gente mi sta mandando centinaia di messaggi di condoglianze. È un'ondata di affetto potente ma dolorosa». 

Con la famiglia è in contatto? 

«No, sono sempre stata solo amica sua. Giampiero era un solitario e la moglie molto riservata. Appariva poco, non veniva mai in trasmissione. Ho l'impressione che l'abbia anche rimproverato per gli sketch che faceva con me. Ma Giampiero è sempre stato un pezzo importante della mia vita. E come tutti i grandi amori, voglio pensare che ci sarà sempre». 

Angelo Di Marino per “la Stampa” il 13 novembre 2021. Il presidente federale Giuseppe Abbagnale è una leggenda del canottaggio. Come leggenda è la voce di Galeazzi e la vittoria del "due con" dei fratelloni di Pompei e del timoniere Di Capua alle Olimpiadi '88. «La gara di Seul e la telecronaca di Gian Piero sono un tutt' uno, un tormentone. E poi nell'immaginario collettivo la figura di Galeazzi veniva abbinata agli Abbagnale e gli Abbagnale alla voce di Galeazzi. Una simbiosi, un binomio praticamente indissolubili. Sarà per sempre così». Ha perso un amico. «Sì. Un amico, un grande amico che nel mio caso ha anche rappresentato la voce narrante di quello che abbiamo fatto e continuato a fare nel mondo del canottaggio». Lui che era stato canottiere. «Gian Piero nasceva come canottiere, aveva anche vestito l'azzurro in gare internazionali. Non era approdato a rappresentare l'Italia ai giochi di Città del Messico 1968, ma era bravo davvero». Seguiva ancora il canottaggio? «Ci seguiva sempre. E io attraverso la figlia, Susanna, mi informavo del suo percorso di riabilitazione fisica. Mi aveva lasciato impressioni molto favorevoli. Ahimè, purtroppo però se n'è andato». "Andiamo a vincere!" resterà l'urlo dello sport italiano. «Gian Piero lo urlerà ancora con la sua schiettezza, con la sua capacità empatica. Farà altri tipi di telecronache. Speriamo che lassù possano beneficiare della sua competenza».

Maurizio De Giovanni per “la Stampa” il 13 novembre 2021. Siamo fatti di memoria, questa è la verità. Pensiamo di lasciarci il passato alle spalle, immersi nel presente e tesi al futuro come siamo; ci illudiamo che quello che è stato è stato, e che i ricordi siano istantanee in una vecchia scatola di biscotti, da andare a pescare in caso di nostalgia o di necessità. E invece siamo fatti di memoria, e i pezzi del passato sono sempre presenti e forti, con colori e sapori, perché sono i mattoni che formano la nostra identità. E spesso i contorni sono più saporiti e profumati delle pietanze che contribuivano ad abbellire, e li ricordiamo con maggiore potenza, ed emergono sulla superficie della coscienza con una nitidezza che li rende immutabili nel tempo, per niente sbiaditi o ammuffiti. Ecco per quale motivo il valore di Gian Piero Galeazzi, per noi che c'eravamo, per noi che in quel tempo avevamo coscienza della grandezza degli eventi che ci riferiva, è forse ancora maggiore di chi c'era davanti ai suoi occhi ed era oggetto del suo arrochito racconto. Ricordiamo Galeazzi, più ancora delle prue eroiche degli Abbagnale che fendevano le acque olimpiche. Ricordiamo Galeazzi, più ancora della ressa attorno ai campioni circondati da microfoni perché non parlavano per contratto ma casualmente, colti nel pieno dell'adrenalina di bordocampo, senza sfondi sponsorizzati alle spalle, senza essersi pettinati nel frattempo. Ricordiamo Galeazzi, sommerso da spumante e gavettoni come fosse un compagno di squadra, che coglieva lacrime di gioia e scomposti cori a petto nudo nella sacralità di spogliatoi che oggi sembrano reparti di cliniche svizzere. Idealmente raccolti attorno al suo letto di morte, addolorati come fosse un cugino o uno zio di cui da tempo non sapevamo più niente, col vago colpevole rimpianto che sempre si prova quando si è forse trascurato un affetto, riflettiamo sul tempo che era e sul tempo di adesso; e un po' ci sentiamo anche in colpa verso i nostri figli, per quanto era bello allora e per quanto sia asettico e triste il racconto dell'epica sportiva, com' è diventato oggi. Se dovessimo spiegare la radice della tristezza che ci prende, alla notizia della scomparsa di questo gigantesco cronista delle imprese, se dovessimo far capire chi era e com' era, avremmo difficoltà. Perché ai ragazzi (non moltissimi) appassionati di sport dovremmo probabilmente costruire una creatura alla Mary Shelley, un po' qui e un po' lì, perché Bisteccone era enorme, non solo fisicamente ma per la personalità e l'ironia, per l'intelligenza e la sensibilità. E dovremmo spiegare ai ragazzi che non è la morte che santifica, non è il fascino della gioventù perduta né una senile tendenza a vedere un necessario degrado dei tempi che ce lo fa dire. Lui era un pezzo di bordocampista, con l'attitudine a leggere anche le gocce di sudore; ma anche un pezzo di telecronista, con una visione d'insieme profonda e competente; ma anche un pezzo di esperto di costume, con domande secche e intelligenti che consentivano di capire l'umanità dei campioni senza uno sgabello e un riflettore; ma anche un acuto