Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

LA SOCIETA’

 

TERZA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

LA SOCIETA’

INDICE PRIMA PARTE

 

AUSPICI, RICORDI E GLI ANNIVERSARI.

Gli Auspici per il 2021.

Le profezie per il 2021.

2020. Un anno di Pandemia.

Cosa resta dell’anno passato. I Fatti.

Cosa resta dell’anno passato. Le Cazzate.

Cosa resta dell’anno passato. I Morti Illustri.

Perché febbraio ha 28 giorni ed è il mese più corto dell’anno?

109 anni dall’affondamento del Titanic.

84 anni dal Disastro dell’Hindenburg.

21 anni dalla fine del Concorde.

75 anni dalla nascita del Bikini.

75 anni dalla nascita della Vespa.

70 anni dalla nascita del Totocalcio.

60 anni dalla nascita di Diabolik.

200 anni dalla morte di Napoleone Bonaparte.

100 anni dalla morte di Enrico Caruso.

72 anni dalla morte del grande Torino.

66 anni dalla morte di James Dean.

61 anni dalla morte di Fred Buscaglione.

52 anni dalla morte di Rocky Marciano.

51 anni dalla morte di Jimi Hendrix.

50 anni dalla morte di Jim Morrison.

50 anni dalla morte di Fernadel.

50 anni dalla morte di Coco Chanel.

46 anni dalla morte di Joséphine Baker.

44 anni dalla morte di Charlie Chaplin.

44 anni dalla morte di Maria Callas.

44 anni dalla morte di Elvis Presley.

41 anni dall’uscita di “The Blues Brothers”.

40 anni dalla morte di Natalie Wood.

40 anni dalla morte di Rino Gaetano.

40 anni dalla morte di Alfredino Rampi.

39 anni dalla morte di Romy Schneider.

37 anni dalla morte di Truman Capote.

33 anni dalla morte di Christa Paffgen, in arte: Nico.

31 anni dalla morte di Sergio Corbucci.

31 anni dalla morte di Ugo Tognazzi. 

30 anni dalla morte di Pier Vittorio Tondelli.

30 anni dalla morte di Yves Montand.

30 anni dalla morte di Dino Viola.

30 anni dalla morte di Walter Chiari.

29 anni dalla morte di Astor Piazzolla.

28 anni dalla morte di Sun Ra.

28 anni dalla morte di Albert Sabin.

27 anni dalla morte di Ayrton Senna.

27 anni dalla morte di Moana Pozzi.

27 anni dalla morte di Giulietta Masina.

27 anni dalla morte di Massimo Troisi.

27 anni dalla morte di Domenico Modugno.

25 anni dalla morte di Marcello Mastroianni.

25 anni dalla morte di Dario Bellezza.

24 anni dalla morte di Ivan Graziani.

24 anni dalla morte di Gianni Versace.

24 anni dalla morte di Renzo Montagnani.

23 anni dalla morte di Frank Sinatra.

21 anni dalla morte di Nicola Arigliano.

20 anni dalla morte di Ferruccio Amendola.

17 anni dalla morte e 100 anni dalla nascita di Nino Manfredi. 

17 anni dalla morte di Michele Profeta.

15 anni dalla morte di Mario Merola.

15 anni dalla morte di James Brown.

15 anni dalla morte di Oriana Fallaci.

14 anni dalla morte di Ingmar Bergman.

14 anni dalla morte di Guido Nicheli.

13 anni dalla morte di Paul Newman.

13 anni dalla morte di Heath Ledger.

10 anni dalla morte di Giorgio Bocca.

10 anni dalla morte di Amy Winehouse.

9 anni dalla morte di Marie Colvin.

9 anni dalla morte di Lucio Dalla.

9 anni dalla morte di Donna Summer.

8 anni dalla morte di Little Tony.

8 anni dalla morte di Ottavio Missoni.

6 anni dalla morte e 100 anni dalla nascita d Mario Cervi.

6 anni dalla morte di Anita Ekberg.

6 anni dalla morte di Laura Antonelli.

5 anni dalla morte di Prince.

5 anni dalla morte di Silvana Pampanini.

4 anni dalla morte di Hugh Hefner.

4 anni dalla morte di Jake La Motta.

4 anni dalla morte di Pasquale Squitieri.

4 anni dalla morte di Paolo Villaggio.

3 anni dalla morte di Bernardo Bertolucci.

3 anni dalla morte di Fabrizio Frizzi.

3 anni dalla morte di Marina Ripa di Meana. 

3 anni dalla morte di Davide Astori.

2 anni dalla morte di Luciano De Crescenzo.

2 anni dalla morte di Jeffrey Epstein.

2 anni dalla morte di Mattia Torre.

1 anno dalla morte di Gigi Proietti.

1 anno dalla morte di Paolo Rossi.

1 anno dalla morte di Diego Maradona. 

1 anno dalla morte di Stefano D'Orazio.

1 anno dalla morte di Ezio Bosso.

1 anno dalla morte di Roberto Gervaso.

1 anno dalla morte di Ennio Morricone.   

1 anno dalla morte di Kobe Bryant.

Le Frecce Tricolori.

Chi erano Stanlio e Ollio.

I Queen.

I Beatles.

Gli ABBA.

Dire Straits.

Spice Girls.

La Notte di San Lorenzo.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Avvocato.

L’Operazione Stellantis.

John Elkann.

Lapo Elkann.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Famiglie Reali.

Lo stile dei reali inglesi.

Presagi nefasti.

La Regina Vittoria.

Elisabetta.

Filippo.

Carlo.

Diana.

William e Kate.

Harry e Meghan.

Andrea.

Sarah Ferguson.

 

INDICE TERZA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

L'Apocalisse.

La linea piatta del fine vita.

Sesto Senso: sentire i morti.

Coscioni ed il diritto a morire.

La razzia delle tombe.

La morte sociale: gli Eremiti.

La Successione.

Le morti “del cazzo”.

I Morti del 2021.

È morto l’attore James Michael Tyler.

E’ morto il rapper svedese Yasin.

Morto il grande direttore d'orchestra Bernard Haitink.

È morto il compositore Leslie Bricusse.

E’ morto il jazzista Franco Cerri.

E’ morto l'ex segretario di Stato Usa Colin Powell.

E’ morto il fumettista Robin Wood.

Morto Angelo Licheri, “l’uomo ragno” che si calò nel pozzo del Vermicino per salvare Alfredino Rampi.

È morto il pittore Achille Perilli.

E’ morto il giornalista Gianluigi Gualtieri.

E’ morto lo scienziato Abdul Qadeer Khan.

È morto l’attore Elio Pandolfi.

E’ morto il filosofo ultra comunista Salvatore Veca.

E’ morta l’attrice Luisa Mattioli.

Morto il rugbista Lucas Pierazzoli.

E’ morto il calciatore Daniel Leone.

Morto lo scrittore Antonio Debenedetti.

È morto Bernard Tapie.

E’ morto l’ex ministro Agostino Gambino.

Muore lo scrittore Takao Saito.

E’ morta la giornalista Marida Lombardo Pijola.

E’ morto l’attore Basil Hoffman.

Morto il pilota Nino Vaccarella.

E’ morto l’attore Robert Fyfe.

E’ morto il calciatore Romanino Fogli.

È morto l’attore Willie Garson.

E’ morto Carlo Vichi, il fondatore della Mivar.

Morto il compositore Sylvano Bussotti.

È morto l’inventore Clive Sinclair.

E’ morto l’ex presidente dell’Algeria Abdelaziz Bouteflika.

È morto l’editore Tullio Pironti.

Morto l’attore Art Metrano.

È morto il terrorista Abimael Guzmán.

E’ morto l’attore Carlo Alighiero. 

È morto l’attore Michael Constantine.

Morto l’attore Nino Castelnuovo.

Morto l’ex calciatore Jean-Pierre Adams.

E’ morto l’attore Michael K. Williams.

È morto l’attore Jean-Paul Belmondo.

È morta la cantante Sarah Harding.

E’ morta la giornalista Anna Cataldi.

Morto lo scrittore Daniele Del Giudice.

Morto il musicista Theodorakis. 

E' morto l’artista Paolo Ramundo.

E' morto l’ex calciatore Francesco Morini.

Morto il giornalista Gianfranco Giubilo.

Morto il cantante Lee “Scratch” Perry.

È morto l’attore Ed Asner.

E’ morto il giornalista sportivo  Mario Pennacchia.

E’ Morto Fritz McIntyre, tastierista dei Simply Red.

E’ Morto Charlie Watts, il batterista dei Rolling Stones.

E' morto il poeta rivoluzionario Jack Hirschman.

Morto Luca Silvestrin, storico pivot della Reyer Venezia.

È morta Nicoletta Orsomando, storica signorina buonasera.

È morto l'attore Nino D'Agata.

È morto l’atleta Albert Rienzo.

È morto l’atleta Giovanni Di Lauro.

È morto il senatore Paolo Saviane.

E’ morta la giornalista e scrittrice Gaia Servadio.

E’ morto l’avvocato Luca Petrucci.

E’ morto l’attore Sonny Chiba.

E’ morto il youtuber Omar Palermo.

E’ morto il calciatore Gerd Muller.

Morto il comico Gianfranco D'Angelo.

E’ morto il giornalista Ranieri Polese.

E’ morta l’attrice Piera Degli Esposti.

E’ morto Enzo Facciolo, il disegnatore di Diabolik.

E’ morto Gino Strada.

E’ morta Patricia Alma Hitchcock, figlia di Alfred.

E’ morto il doppiatore Giorgio Lopez.

È morto Nadir Tedeschi, ex esponente delle DC.

È morto il musicista Dennis "Dee Tee" Thomas, il leader di Kool & The Gang.

E’ morta l’editrice Laura Lepetit.

È morta «Mamma Ebe» Gigliola Giorgini.

È morto lo scrittore Antonio Pennacchi.

Morto il batterista Charles Connor.

È morta l’atleta cubana Alegna Osorio.

E’ morto Roberto Calasso, scrittore ed editore di Adelphi.

E’ morto il bassista degli ZZ top Dusty Hill.

E’ morto l’attore Jean-Francois Stevenin.

E’ Morto il cantante Gianni Nazzaro.

Morto Giuseppe De Donno, curò Covid con plasma iperimmune.

Morto l’attore Dieter Brummer.

Addio a Nicola Tranfaglia.  Storico, giornalista e politico.

E’ morta l’artista Sabrina Querci.

È morto il fisico Miguel Virasoro.

E’ morto lo scrittore Christian La Fauci.

E’ morta l’attrice Joyce MacKenzie: fu Jane in Tarzan.

È morto Kurt Westergaard, il fumettista danese della famosa vignetta su Charlie Hebdo.

E’ morto il sarto Mario Caraceni.

E’ morto il giornalista antimafia Peter de Vries.

E’ morto il fotoreporter Danish Siddiqui.

E’ morta l’ambientalista Joannah Stutchbury.

E’ morto l’attore Libero De Rienzo.

E’ morto l’ex presidente della Corte Costituzionale e dell’Antitrust Giuseppe Tesauro.

E' morto il pilota automobilistico Carlos Reutemann.

È morto il regista Richard Donner.  

Addio a Raffaella Carrà: la signora della tv.

E’ morto il regista Paolo Beldì.

È morto Donald Rumsfeld, ex segretario della Difesa USA.

E’ morto lo stilista Pino Cordella.

E’ morto il giornalista Giangavino Sulas.

E’ morto l’attore Antonio Salines.

E’ morto John McAfee, pioniere degli antivirus.

Morta la giornalista Diana De Feo, moglie di Emilio Fede.  

E’ morto l’editore Egidio Gavazzi.

E’ morto il pilota acrobatico Alex Harvill.

E' morto Paolo Armando, ex concorrente di MasterChef Italia.

E' morto Giampiero Boniperti.

Morta l’attrice Lisa Banes.

E’ morta la pornostar Dakota Skye.

E’ morto il fumettista Andrea Paggiaro in arte Tuono Pettinato.

Addio al giornalista Livio Caputo.

E’ morto l’attore Ned Beatty.

E’ morta l’atleta Paola Pigni.

E’ morto il politico e sindacalista Guglielmo Epifani.

E’ morto il cantante Michele Merlo.

E’ morto Angelo Piovano: l’uomo più tatuato d’Italia.

È morto Daniele Durante, della pizzica salentina.

E’ morto l’allenatore Loris Dominissini.

E’ morto il calciatore Seid Visin.

Morto il calciatore Silvio Francesconi.

Morto l’attore Robert Hogan.

E’ morto Amedeo Savoia d’Aosta.

È morto il regista Peter Del Monte.

E’ morto l’attore Joe Lara.

Morto l’attore Gavin MacLeod.

E’ morto l’attore Kevin Clark.

E’ morta Luciana Novaro, la più giovane étoile della Scala.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

E’ morto l'attore Paolo Calissano.  

E’ morto l’attore Renato Scarpa.

E’ morto Franco Ziliani.

E’ morta Assunta Maresca, detta Pupetta.

È morto Desmond Tutu.

E’ morto il regista e produttore Jean-Marc Vallée.

E’ morta la scrittrice Joan Didion.

È morta l’avvocato abortista Sarah Weddington

Morto il meccanico della tv Emanuele Sabatino. 

E' morta Lina Wertmuller.

Addio al giornalista Rai Demetrio Volcic.

È morto il cantante Toni Santagata.

E’ morto l’attore aborigeno David Gulpilil.

E’ morto il manager di F1 Frank Williams.

E’ morta la scrittrice Almudena Grandes

E’ morto il direttore creativo di moda Virgil Abloh.

E’ morta l’attrice Arlene Dahl.

Addio alla contessa Olghina di Robilant. 

È morto il compositore Stephen Sondheim. 

E’ morto il banchiere Ennio Doris.

Addio al cantautore Paolo Pietrangeli.

È morto lo scrittore Wilbur Smith.

E’ morto il giornalista Giampiero Galeazzi.

E’ morto il fotografo ritrattista Dino Pedriali.

È morto l’imprenditore Glen de Vries.

E’ morto l’ex presidente e premio Nobel Frederik de Klerk.

Morto il tronista Riccardo Ravalli.

E’ morto l’attore Dean Stockwell.

E’ morto il giornalista Enrico Fierro. 

E’ morto l’industriale Gianfranco Castiglioni.

E’ morto lo 007 Paolo Samoggia. 

Morto l’architetto Carlo Melograni.

È morta l’attrice Joanna Cameron.

È morto il cantante Terence Wilson.

E’ morta la stilista Federica Cavenati.

E' morta la cofondatrice di Italia Nostra Desideria Pasolini.

Morto il pasticciere Ado Campeol.

E’ morto Rossano Rubicondi.

E’ morto lo chef Alessio Madeddu.

E’ morta la modella Ivy Nicholson.

E’ morta l’attrice e doppiatrice Ludovica Modugno.

E’ morto l’industriale Renzo Salvarani.

E’ morto il sarto Ciro Paone.

E’ morta Carla Fracci.

E’ morta l’attrice Isabella De Bernardi.

E’ morto il calciatore Tarcisio Burgnich.

Morto Max Mosley, ex "Re" della Formula 1.

E’ morto l’attore René Cardona III rip.

E’ morto il calciatore Filippo Viscido.

E’ morto il fantino del Palio Andrea Mari.

E’ morto il cantautore Franco Battiato.

E’ Morto Alessandro Talotti, campione del salto in alto.

E’ morto Neil Connery rip.

E’ morto il serial killer Michel Fourniret.

E’ morta Beryl Cunningham, l’attrice, modella e cantante giamaicana.

E' morto il modello e cantante britannico Nick Kamen.

E’ morta la giornalista Rita di Giovacchino.

È morta Olympia Dukakis, premio Oscar per "Stregata dalla luna".

E’ morto il compositore Shunsuke Kikuchi.

È morto Filippo Mondelli, campione del mondo di canottaggio.

E’ morto Giulio Biasin, l'ultimo corazziere del Re.

Addio a Michael Collins, fu uno dei tre astronauti dell’Apollo 11.

E’ morta Milva.

E’ morta la star di burlesque Annie Blanche Banks.

E’ morto il regista Monte Hellman.

E’ morto il ballerino Liam Scarlett.

E’ morto lo l’inventore del pdf Charles Geschke.

E’ morta l’attrice Helen McCrory.

E’ morto l’attore Lee Aaker di Rin-Tin-Tin.

E’ morto il finanziere Bernie Madoff.

E' morto il truccatore Giannetto De Rossi.

E' morto il cartellonista cinematografico Enzo Sciotti.

E’ morto l’attore-cantante Harold Bradley.

E’ morto il regista Richard Rush.

E’ morto il filosofo Ernesto Paolozzi.

E’ morto il rugbista Marco Bollesan.

E’ morto il rugbista Massimo Cuttitta.

E’ morto il rapper Earl Simmons.

E’ morta la stilista Fiorella Mancini.

È morto il campione di pallavolo Michele Pasinato.

È morto il teologo Hans Küng.

E’ morto il Nobel economista Robert Mundell.

È morto Roland Thoeni, ex campione di sci.

E’ morto Gabriele Nobile, giornalista sportivo.

E’ morto Luca Villoresi, giornalista.

È morto il giornalista Rocco Di Blasi.

E’ morto il cantante Patrick Juvet.

E’ morto l’autore tv Enrico Vaime.

E’ morto lo sceneggiatore Larry McMurtry, rip.

E’ morto il regista Bertrand Tavernier.

E' morto l'attore George Segal.

E’ morto Moraldo Rossi, amico di Fellini.

E’ morto il musicista Pasquale Terracciano.

E’ morta la pilota Sabine Schmitz.

E’ morta Elsa Peretti, designer.

E’ morto il giornalista Mario Sarzanini.

E’ morto James Levine, direttore d'orchestra.

Addio a Ombretta Fumagalli Carulli.

E’ morto Bruno Tinti.

E’ morto Marco Bogarelli.

E’ morto l’attore Yaphet Kotto.

E’ morto Marvin Hagler.

È morto Raul Casadei.

E’ morto il fotografo Giovanni Gastel.

E’ morto il regista Marco Sciaccaluga.

E’ morta va l’attrice Isela Vega.

E’ morto Lodewijk Frederik Ottens, delle musicassette.

E’ morto Carlo Tognoli, l’ ex sindaco di Milano e ministro.

E' morto Bunny Wailer, leggenda del reggae.

È morto il dj Claudio Coccoluto.

Si è ucciso Antonio Catricalà.

E’ morto Lawrence Ferlinghetti, poeta della Beat Generation.

E’ morto il sociologo Franco Cassano.

E’ morta la giornalista Fiammetta La Guidara.

E’ morto il regista Giancarlo Santi.

E’ morto Fausto Gresini.

E’ morto l’attore Sandro Dori.

E’ morto il paroliere Luigi Albertelli.

E’ morto Mauro Bellugi.

E' morto lo scultore Arturo Di Modica.

E’ morto Gianni Corsolini, uno dei padri fondatori del basket in Italia.

E’ morto l'attore e doppiatore Claudio Sorrentino.

E’ morto l’attore Reginald Bernie Lewis.

E’ morto Johnny Pacheco, il musicista.

Morto l'ex presidente dell'Argentina Carlos Menem.

E’ morto Erriquez, il frontman della Bandabardò.

E’ morto Marco Dimitri dei “Bambini di Satana”.

E’ morto Maurizio Liverani.

E’ morto il critico musicale Paolo Isotta.

È morto Chick Corea, leggenda del jazz.

E’ morto il re del porno Larry Flynt.

E’ morto il politico George Shultz.

E’ morto lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière.

E’ morta la cantante Mary Wilson.

E’ morto l’ex presidente del Senato Franco Marini.

E’ morto Giuseppe Rotunno.

E’ morto Leon Spinks.

E’ morta l’attrice Haya Harareet.

Addio all’artista Felice Botta.

E’ morto l’attore Christopher Plummer.

È morta Tiana Tola, campionessa italiana di Judo.

E’ morta Nori Corbucci, moglie del grande regista Sergio.

E’ morto l’investigatore privato Jack Palladino.

E' morto l’attore Dustin Diamond.

E’ morta l’attrice Cicely Tyson.

E’ morta l’attrice Cloris Leachman.

Morto Francesco Cavallari.

E’ morto Michele Fusco.

E’ morto il produttore Alberto Grimaldi.

E’ morto Rémy Julienne. il più grande cascatore del mondo.

E’ morto Walter Bernstein, leggendario sceneggiatore americano.

È scomparso il re dei cristalli, Gernot Langes-Swarovski.

E' morto Larry King.

Morto l’attore Roberto Brivio dei “Gufi”.

E’ morta Francine Canovas, ossia: Nathalie Delon.

E’ morto l’alpinista Cesare Maestri.

Morto Emanuele Macaluso.

E’ morto lo storico produttore musicale Phil Spector.

E’ morto il ballerino di tango Juan Carlos Copes.

E’ morto il pianista/raider Adriano Urso.

È morto il senatore Romano Misserville.

E’ morto l’attore Antonio Sabato.

E’ morto il giornalista Giuseppe Turani.

E’ morto il sensitivo Paolo Bucinelli, in arte Solange.

E' morta l’attrice Tanya Roberts?

E’ morto Ernesto Gismondi.

 

 

LA SOCIETA’

TERZA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

·        L'Apocalisse.

Se l'Apocalisse diventa lo specchio (oscuro) dell'inquieto presente. Geminello Alvi, analizzando il testo biblico, svela perché il libro di Giovanni parla a noi. Camillo Langone, Mercoledì 03/02/2021 su Il Giornale.  Adesso ci vorrebbe un commento del commento. Il commento all'Apocalisse scritto da Geminello Alvi (Necessità degli apocalittici, Marsilio) nonostante sia molto più lungo è poco meno denso del testo commentato. E non è particolarmente esplicativo, anzi lo è pochissimo, l'autore non fa né finge di fare divulgazione e mette subito in guardia il lettore definendo l'oggetto delle sue ricerche un «labirinto», un «libro senza esito», un testo «scritto per farci perdere nei suoi enigmi snervanti», insomma «di complicatissima lettura». Di complicatissima attribuzione, per giunta. Io pensavo e speravo che l'Apocalisse di Giovanni fosse per l'appunto di Giovanni ossia di San Giovanni Evangelista... Ingenuo che non sono altro, e poco aggiornato: molti studiosi, sulla base delle forti differenze stilistiche, pensano ora che il quarto vangelo e l'Apocalisse siano di due autori diversi, sebbene omonimi. Ma non voglio perdermi nella filologia, convinto che il papiro autografo con tanto di data, località e firma non lo troveranno mai (ammesso esista ancora in qualche grotta, sotto qualche sabbia), e se lo troveranno non sarà leggibile, e se sarà leggibile non offrirà risposta alla domanda: Giovanni chi? Meglio lanciarsi, da bieco giornalista, a caccia di riferimenti all'attualità. In questo «diario enciclopedico di quanto appreso durante tanti anni leggendo e rileggendo il libro dell'Apocalisse» non sono tantissimi ma in compenso, sparsi fra le 460 pagine, sono terribili. C'è il rogo di Notre Dame, «cielo squarciato», «rito scoperchiato», ovviamente «sintomo apocalittico». C'è internet, «bestialità omologante che riplasma in automatismo dispotico ogni umanità». C'è lo statalismo che ha trasformato lo Stato in «recita grottesca per la quale tutti ormai si industriano per vivere alle spese di tutti». Non poteva non esserci Papa Francesco a cui Alvi riserva definizioni talmente dure che, pur sospettando la validità delle medesime, e pur non nutrendo simpatia alcuna per l'uomo Bergoglio, sono tentato di omettere. Ma verrei meno al mio compito di servire il lettore. E allora tenetevi forte: «Papa facente funzione, di umore instabile e volentieri fuori fuso orario: il suo viso somiglia alla statua che Arnolfo di Cambio fece a Bonifacio VIII. Come lui profitta della rinuncia di un altro papa; e ha voluto il suo Giubileo, atona cantata senza solennità e fede». Tenetevi fortissimo: «Devoto a Giuda». E infine, se possibile, inchiodatevi alla sedia: «Il viso del papa arrabbiato, cupo, è lo stesso di Giuda prima di impiccarsi, che guarda per terra e al cielo non crede: barcolla, biascica sociologie, dalle quali non trae sollievo, tantomeno sa darne. Un volto disgustato certifica conclusi duemila anni di papato». Il bello è che simili affermazioni non provengono da un ateo, da un anticristiano, ma da un esegeta che scruta il più visionario dei libri biblici dal punto di vista della fede: «Senza la rivelazione di Cristo io direi sconsigliabile al lettore meditare le profezie apocalittiche». Alvi è un cristiano capace di turbarsi leggendo Teilhard de Chardin (fra gli apocalittici necessari del titolo) che negli anni Trenta si turbò a sua volta ascoltando queste parole di un vecchio missionario: «La storia stabilisce che nessuna religione si è potuta mantenere nel Mondo per più di due millenni. Passato questo tempo muoiono tutte. Ora per il Cristianesimo saranno presto due millenni». E mi turbo anch'io, buon ultimo, a leggere tale citazione che mi ricorda un pensiero di Sossio Giametta, il grande nicciologo: Nietzsche come fondatore-anticipatore di una nuova religione materialista destinata a soppiantare il cristianesimo allo scadere dei duemila anni fatali. Sembra che ci siamo e infatti Alvi, per una volta semplificando la sua prosa ipnotica, scrive: «L'Apocalisse è ora». Poteva mancare il virus famigerato in un libro come questo? Non poteva. L'ultimo capitolo ha il titolo più inquietante, «Provvisorio epilogo durante la prima epidemia», e qui i versetti sembrano intrecciarsi ai dpcm: «I governi sono evoluti a esplicito tramite provvidente della prima bestia dell'Apocalisse, per rinchiudere gli abitanti della terra in esistere di popolazione biologica, disciplinata...». Si sta parlando della Bestia con sette teste che gli esegeti del passato identificavano nell'impero romano mentre nelle pagine di Alvi ha le sembianze dell'attuale potere covidista, dell'arbitrio statale che esaltato dalle nuove tecnologie diviene dispotismo bio-informatico. Chiaramente è un libro per pochi, Necessità degli apocalittici, per noi felici pochi e dico felici, aggettivo all'apparenza del tutto incongruo, non per citare Shakespeare ma proprio per interpretare Alvi che è al contempo, miracolosamente, apocalittico e sereno: «Una calma mite e immensa, imperturbabile, emana fino a invadere ogni veridico lettore di Giovanni». Siccome «la beatitudine è la morte in Cristo e la fine del mondo».

·        La linea piatta del fine vita.

Vittorio Feltri, le indiscrezioni sul punto di non ritorno: "Ecco cosa si prova nell'istante prima di morire". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 12 aprile 2021. Un libro giunge a fagiolo, come si dice. Mi è stato omaggiato da qualcuno che vorrebbe morissi «più contento». Ha aggiunto, per evitare l'accusa di iettatore: «il più tardi possibile, ma soprattutto sereno». Lo considero un pensiero giudizioso. Non sono pagine facili da masticare, vanno dal filosofico allo scientifico, con alto tasso di difficoltà, ma salire su queste cime vale la fatica della scalata. Insegna che cos' è il dolore (fisico), che cos' è la sofferenza (morale, psichica), e come la scienza e la letteratura, l'umanesimo e insieme la cibernetica possano aiutare a non far essere la fine della vita qualcosa di ripugnante. Cioè senza disperazione né pene atroci. La solitudine è inevitabile. Come scrisse Martin Heidegger: «Si muore», non è un caffè in compagnia, non c'è zucchero, e il Vate della Foresta Nera è universalmente riconosciuto come il filosofo più grande degli ultimi cento anni. Perché questo argomento? Tutto è cominciato la domenica di Pasqua. Nel giorno dedicato dalla religione cristiana alla vittoria sulla morte, mi sono dichiarato alquanto sfiduciato sul tema. Dal mio sepolcro, o più probabilmente dal loculo del colombario, non salterà fuori alla fine dei tempi alcun Vittorio Feltri vispo e radioso. Non credo insomma né alla resurrezione della carne e neppure all'immortalità dell'anima o a qualsiasi forma di sopravvivenza. Il cimitero è l'ultima parola sulla vita. Punto e basta così. Anzi, pensavo bastasse. Invece no. Mi sono giunte domande di chiarimento e talune civili contestazioni non però sull'esistenza o meno dell'aldilà: ciascuno si tiene la propria convinzione, sempre colma di dubbi. Sono gli argomenti sui quali Alessia Ardesi ha intervistato cardinali, artisti e giornalisti, tra i quali - giusto a Pasqua - il sottoscritto. Ma non è sull'oltretomba e le mie idee in merito che alcuni vorrebbero ulteriori notizie. Ma i quesiti si riferiscono all'ultimo miglio, all'ultimo metro, centimetro, millimetro prima della morte. Cioè sul morire. Mi ha chiesto Alessia: «Pensa mai alla morte?». Ho risposto: «Una volta al giorno, tutti i giorni. Non la temo; temo il morire. Ho paura del modo in cui arriverà. Vorrei evitare la sofferenza fisica. Il dolore fisico mi agita. Quando fui ricoverato per una prostatite acuta, che rischiava di diventare qualcosa di più grave, ero molto spaventato. Un giorno provò anche a entrare nella mia stanza dell'ospedale un frate. Lo fermai sulla porta: "Lasci perdere". Lui se ne andò ridendo». Ho rimosso il frate, ma non ho rimosso quel bruciore e quella desolazione che avverto considerando l'ultima ora. Mi fa paura. Non mi vergogno di dirlo. Per questo mi sono sentito solidale con Laura Boldrini quando ha confessato questo sentimento mentre si accingeva a sottoporsi ad un'operazione chirurgica difficile.

SOLITUDINE. Detto questo non procedo in mie ulteriori considerazioni. Lascio spazio ai due autori, che sono una coppia che dialoga mettendo insieme competenze diversissime. Rizzi è presidente dell'Istituto Alti Studi Strategici Politici (Iassp) ed è docente di filosofia morale. Cetta è professore ordinario di medicina, docente presso l'Università San Raffaele di Milano. I due si protendono l'uno verso l'altro, mettendo a tema appunto «la solitudine del dolore», che è tale quando si sta morendo, negli hospice sempre più spesso, e questa condizione umana non può essere sdrammatizzata od occultata con eufemismi. Loro non lo fanno, e meritano gratitudine. Non serve mettere la testa sotto il lenzuolo (almeno finché si è vivi, poi ci penseranno mani pietose). Oggi, credendo di smorzarne la tragedia, si tende a igienizzare la fase terminale dell'esistenza, inserendola in un contesto disinfettato, con camici puliti, mentre gli altri la vivono tutti dall'esterno, partecipi sì, empatici fin quando si vuole, ma intanto a morire è un altro. E questa assoluta solitudine il morente la percepisce. E nutre invidia per i sopravviventi. In fondo pensa che meriterebbero di più di essere spacciati coloro che ti stanno intorno, anche se non vorrebbe pensarlo, ma non sfugge a queste riflessioni. Non mi sento di racchiudere in qualche frase la tesi di fondo del volume. Gli autori invocano la congiunzione di spiritualità e di tecnica. Non tenute separate come accade ora, e cioè con il medico che si preoccupa di eliminare la percezione del dolore, e con il prete o l'amico o la filosofia buddista che attenuano l'angoscia e consentono di sciogliere l'agonia in dolcezza. Figuriamoci. Prima di tutto bisogna accettare un limite insuperabile. «Non esiste un dolce morire... C'è poca memoria di persone amate o conosciute che non siano morte nel patimento e nella consunzione, né crediamo ci si possa ingannare rispetto a ciò che ci attende». Eppure è possibile aiutarsi a morire bene, anche se sembrano parole che fanno a pugni tra loro. È possibile almeno un poco spezzare la campana di vetro della solitudine. A questo tendiamo. Anche se pesa la sentenza di un altro grande filosofo, Edgar Morin: «L'uomo nasconde la sua morte come nasconde il suo sesso, come nasconde i suoi escrementi. Si presenta ben abbottonato e sembra ignori qualunque lordura. Lo si direbbe un angelo... Fa l'angelo per rifiutare la bestia. Si vergogna della sua specie: la trova oscena». Mi riconosco in questa visione, parola per parola.

BRIVIDO. Scrive Rizzi che chi è intorno si sforza di ridurre questa distanza, e vivere la morte di una persona amata porta con sé «il brivido dell'identico». Sappiamo che quel morire accadrà anche a noi, ma infine lo rifiutiamo. Ci ritiriamo. E lasciamo l'altro solo. Non è una vigliaccheria o mancanza d'amore. Siamo fatti così. Come scrisse Lev Tolstoj nell'immortale (immortale?) racconto de La morte di Ivan Il'ic, il protagonista dentro di sé aveva ammesso e ammetteva ancora, nel momento supremo, che Tizio o Caio essendo mortale era giusto morisse, ma lui proprio no, «per lui era un'altra cosa». Era pieno di sentimenti, di pensieri unici. «E non era possibile che dovesse morire. Sarebbe stato troppo spaventoso». La conclusione è che «esiste il morire, la morte non esiste più». Un po' come diceva Epicuro, invitando a non temere la morte. Se tu non esisti più, come puoi sperimentarla? E qui scopro di aver ragione io quando sostengo di aver paura del morire e non della morte. Come dice Tolstoj, il più grande scrittore di sempre: «La morte non è umana, lo è il morire».

UN SOGNO. Ho ripetuto ossessivamente questi lemmi con i relativi verbi: morte, morire, mortale. Ho voluto evitare i cosiddetti sinonimi, che sono dolcificazioni: trapasso, scomparsa, perdita, dipartita. Quali rimedi allora all'«angoscia mortale» al «cattivo morire»? Dal lavoro degli autori emerge che la scienza ormai è in grado di annullare o quasi il «dolore fisico» (non sapevo che il «dolore parossistico estremo» insiste sull'intestino retto, sull'occhio e sotto la mandibola, ma ce n'è di ogni tipo come le caramelle al mercato, ahimè). E lo sforzo congiunto di più discipline consente di sedare lasciando la possibilità di pensare, di avere coscienza. E c'è modo di insistere chimicamente su certe parti del cervello per indurre una visione più colorata della livida morte. Ma è giusto? E siamo sicuri che la sofferenza non ti afferri più in profondità? E che cos' è a quel punto la libertà di coscienza? Siccome non ci sono passato, non so dirlo. E quando ci sarò passato, non avrò modo di farlo sapere. Lazzaro che è tornato da là, non ci ha fatto sapere nulla.

Amanda Van Beinum e Sonny Dhanani per "it.businessinsider.com" il 14 marzo 2021. Quanto devono aspettare i dottori dopo che è apparsa la “linea piatta” prima di dichiarare la morte di una persona? Come fanno a essere certi che il cuore non riprenda a battere facendo circolare il sangue? Il modo più comune in cui muoiono le persone è in seguito a un arresto cardiaco. Però, non ci sono molte prove a supporto di quanto a lungo aspettare per determinare il decesso una volta che il cuore si è fermato. Questa informazione mancante ha ripercussioni sulla pratica clinica e sulla donazione di organi. Un principio fondamentale della donazione di organi è la regola del donatore morto: i donatori devono essere morti prima dell’espianto degli organi, e l’espianto degli organi non deve essere la causa della morte. Una mancanza di prove circa il tempo di attesa prima di dichiarare il decesso crea tensione: se i dottori aspettano troppo dopo che il cuore si è fermato, la qualità degli organi inizia a peggiorare. D’altro canto, non aspettare abbastanza introduce il rischio di procedere all’espianto degli organi prima che sia effettivamente avvenuto il decesso. Il nostro team interdisciplinare di dottori, bioingegneri ed esperti ricercatori clinici ha passato gli ultimi dieci anni studiando cosa succede quando una persona muore in seguito ad arresto cardiaco. Ci siamo concentrati sui pazienti dei reparti di terapia intensiva che sono morti in seguito allo spegnimento delle macchine, dato che questi pazienti possono essere anche idonei alla donazione di organi. In particolare, eravamo interessati a capire se è possibile che il cuore si riattiva da solo, senza alcun intervento quale rianimazione cardiopolmonare (RCP) o farmaci.

Uno sguardo più attento alla linea piatta di fine vita. Il nostro recente studio, pubblicato nel New England Journal of Medicine, presenta l’osservazione della morte di 631 pazienti tra Canada, Repubblica Ceca e Paesi Bassi, deceduti nei reparti di terapia intensiva. Le famiglie di tutti i pazienti avevano dato il consenso a partecipare alla ricerca. Oltre alla raccolta di informazioni mediche su ogni paziente, abbiamo realizzato un programma informatico per raccogliere e controllare battito cardiaco, pressione sanguigna, livello di ossigenazione del sangue e modelli respiratori direttamente dai monitor collegati alle macchine. Come risultato, siamo riusciti ad analizzare i modelli di linea piatta di fine vita di 480 pazienti su 631 — e anche a osservare se e quando ogni eventuale attività circolatoria o cardiaca riprendeva dopo essersi interrotta per almeno un minuto. Questo video mostra la pressione del sangue arterioso e i segnali dell’elettrocardiogramma fermarsi per 64 secondi prima di riprendere, e infine fermarsi dopo quasi tre minuti. Il video è accelerato otto volte.

Come si è capito, la classica linea piatta della morte non è così lineare. Abbiamo scoperto che l’attività cardiaca umana spesso s’interrompe per riprendere varie volte durante il processo che porta alla morte. Su 480 segnali di “linea piatta”, abbiamo scoperto uno schema di interruzione-e-riavvio in 67 (14 per cento). Il periodo più lungo in cui il cuore è rimasto inattivo prima di ripartire da solo è stato di quattro minuti e 20 secondi. Il periodo più lungo in cui l’attività cardiaca ha continuato in seguito alla ripresa è stato di 27 minuti, ma la maggior parte delle ripartenze è durata appena uno o due secondi. Nessuno dei pazienti che abbiamo seguito è sopravvissuto o ha riacquistato conoscenza. Abbiamo inoltre scoperto che era normale che il cuore continuasse a mostrare attività elettrica molto tempo dopo che il flusso sanguigno o i battiti si erano fermati. Il cuore umano funziona come risultato di una stimolazione elettrica dei nervi che provoca la contrazione del muscolo cardiaco e contribuisce alla circolazione del sangue — il battito che puoi sentire nelle tue arterie e nelle tue vene. Abbiamo scoperto che il ritmo cardiaco (la stimolazione elettrica causa il movimento del muscolo cardiaco) e il battito (movimento del sangue nelle vene) si fermavano insieme solo nel 19 per cento dei pazienti. In alcuni casi, l’attività elettrica del cuore proseguiva per oltre 30 minuti senza provocare alcuna circolazione del sangue.

Perché è importante capire la morte. I risultati del nostro studio sono importanti per alcune ragioni. Primo, l’osservazione che le interruzioni e le riprese dell’attività cardiaca e della circolazione fanno spesso parte del naturale processo di morte sarà rassicurante per dottori, infermieri e membri della famiglia al capezzale. A volte, segnali intermittenti sui monitor delle macchine possono allarmare se gli osservatori li interpretano come segnali di un inatteso ritorno della vita. Il nostro studio fornisce prove che interruzioni e riprese devono essere previste durante un normale processo di morte senza RCP (rianimazione cardio-polmonare), e che non portano a riprendere coscienza o alla sopravvivenza. Secondo, la nostra scoperta che la pausa più lunga prima della ripresa autonoma dell’attività cardiaca era di quattro minuti e 20 secondi supporta la pratica corrente di aspettare cinque minuti dopo che la circolazione si è fermata prima di dichiarare il decesso e procedere all’espianto degli organi. Ciò contribuisce a rassicurare le organizzazioni che si occupano di donazione degli organi su fatto che le pratiche volte a determinare il decesso sono sicure e adeguate. I nostri risultati saranno impiegati a livello internazionale per migliorare le pratiche informative e le linee guida per la pratica della donazione di organi. Affinché i sistemi di donazione funzionino, quando qualcuno è dichiarato morto, deve esserci la fiducia che la dichiarazione sia davvero veritiera. La fiducia permette alle famiglie di scegliere la donazione nel momento del dolore e consente alla comunità medica di assicurare cure di fine vita sicure e coerenti. Questo studio è importante anche perché migliora la nostra comprensione più ampia della storia naturale della morte. Abbiamo mostrato che forse non è così semplice capire quando un morto è davvero morto. Ci vogliono un’osservazione attenta e uno stretto monitoraggio fisiologico del paziente. È inoltre necessario comprendere che, proprio come la vita, il processo di morte può seguire molti schemi. Il nostro lavoro rappresenta un passo avanti verso l’apprezzamento della complessità del morire e indica che dobbiamo andare oltre l’idea di una semplice linea piatta che indichi quando è avvenuta la morte.

·        Sesto Senso: sentire i morti.

Un fantasma per coinquilino, le case più infestate da visitare o comprare. Valentina Ferlazzo su La Repubblica il 29 ottobre 2021. Arriva Halloween e se i luoghi abitati da oscure presenze sono la vostra passione, ecco una selezione di sinistre dimore sul mercato e non. Dalla tenuta che ha ispirato la saga horror The Conjuring all’insospettabile maniero del cantante Robbie Williams firmata dall’architetto Norman Foster. Nulla lascerebbe presagire che il maniero inglese di Robbie Williams nasconda un oscuro segreto. Eppure nella Compton Bassett House nel Wiltshire, appartenuta anche all’architetto Norman Foster che l’ha ampiamente modificata nei primi anni Novanta, «c’è una stanza di cui sono sospettoso, mi dà i brividi», ha dichiarato in una diretta Instagram il cantante. E così questa casa dei sogni è diventa un incubo tanto che oggi è tornata di nuovo sul mercato per 9,2 milioni di dollari dopo che l’ex Take That ha tentato di venderla anche nel 2010. Lo rivela il sito immobiliare TopTenRealEstateDeals.com che, in occasione di Halloween, ha fatto il giro del mondo per selezionare le case più spaventose. Alcune sono in vendita, altre sono state appena comprate, altre ancora sono in affitto a testimonianza di un mercato immobiliare attivo. Infatti come rivela anche un’indagine di Realtor.com non mancano di certo curiosi o coraggiosi pronti a sfruttare i prezzi molto appetibili: basti pensare che il 33 per cento degli intervistati ha risposto "sì" alla domanda compreresti una casa stregata?. Sempre in Europa si cerca un facoltoso acquirente per la Loftus Hall. Due milioni di dollari per vivere nella spettrale struttura irlandese con 22 camere da letto. La leggenda narra che alla fine del 1700 Anne Tottenham abbia accolto in casa il diavolo sotto mentite spoglie che, scoperto, fuggì in una sfera infuocata. Da allora si verificano strani fenomeni e angoscianti apparizioni tanto da attirare numerosi visitatori amanti del genere.Un interno della Loftus Hall: la leggenda narra che ospitò il diavolo in persona alla fine del 1700. Da allora si verificano paurosi avvenimenti (foto Top Ten Archives) Seppur a fatica ha trovato un proprietario Amityville, la casa in stile coloniale olandese di Long Island, New York, dove Ronald DeFeo Jr. nel 1974  si alzò nel cuore della notte per sterminare con un fucile la sua famiglia mentre dormiva. Dopo la strage, si sono verificati numerosi fenomeni paranormali tanto da ispirare molti registi e scrittori (si contano circa diciassette romanzi e tredici film dell’orrore). È stata venduta nel 2017 per soli 605mila dollari. La casa infestata di Amityville a Long Island, qui agli inizi degli anni Settanta Ronald DeFeo Jr. ha sterminato la sua famiglia. Anche oggi si registrano attività paranormali (foto Top Ten Archives) E a proposito di cinema si può affittare (a 595 dollari a notte) la casa di Buffalo Bill, tra i protagonisti de Il Silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, film culto del 1991: residenza di 7mila metri quadrati lungo il fiume Youghiogheny in Pennsylvania, lanciata sul mercato proprio a Halloween dello scorso anno e venduta pochi mesi dopo per 290mila dollari. Il nuovo proprietario ha deciso di trasformarla in una meta turistica, la sfida è riuscire a dormire nel macabro seminterrato dove il folle serial killer uccideva le sue vittime. Il nuovo proprietario dell'abitazione di Buffalo Bill, il serial killer protagonista de Il Silenzio degli innocenti, ha deciso di trasformarla in una meta turistica. Si può affittare a 595 dollari a notte È un B&B anche la Magnolia Mansion di New Orleans, una residenza in stile greco risalente al 1857 e finita nel 2011 nella classifica dei 20 migliori posti per dormire con un fantasma di USAToday.com. Tutti parlano di un’energia paranormale “buona” che si limita a giocare con le luci, ad aprire o chiudere le serrature delle porte, a vedere strane presenze riflesse negli specchi con gli ospiti che raccontano di avere la sensazione che qualcosa accarezzi la loro pelle. L’atmosfera è tutt'altro che da pelle d’oca. Eppure chi alloggia nella Magnolia Mansion di New Orleans rileva numerosi strani fenomeni (foto Top Ten Archives) Sempre a New Orleans, non a caso ribattezzata la città più infestata d’America per i suoi cimiteri spettrali e i legami con l'occulto, sorge la Gardette-LePrete Mansion. Un esempio di architettura creola classica che nel 1836 è stata protagonista di uno degli omicidi di massa più raccapriccianti nella storia americana. Diventata un appuntamento fisso del Tour dei fantasmi e dei misteri di New Orleans, poiché i residenti riferiscono di scricchiolii inspiegabili in tutta la villa. La Gardette-LePrete Mansion, famosa per essere il posto più infestato del quartiere francese di New Orleans (foto Top Ten Archives) Tra le ultime finite sul mercato c’è anche la tenuta che ha ispirato una delle saghe horror più apprezzate: The Conjuring. Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, per oltre un milione di dollari si può abitare a Burrillville, nel Rhode Island, inquietante magione del XIX secolo in cui gli ultimi proprietari, che avevano acquistato la casa solo nel 2019, hanno confessato di sentire «porte che si aprono e si chiudono da sole, passi, bussare e voci disincarnate». Non solo fantasmi. È stata venduta di recente la Boulder House, in Arizona, la casa progettata dall'architetto Charles Johnson nel 1980 particolare perché si fonde con il paesaggio desertico circostante essendo incastonata nei massi di granito risalenti a più di un miliardo di anni fa. All’equinozio di primavera e d’autunno, tra le rocce dell’abitazione si verifica un suggestivo gioco di luce che illumina un’antica incisione rupestre, in molti pensano possa essere un segnale per le creature spaziali.

Francesca Nunberg per “il Messaggero” il 31 ottobre 2021. Non guardare i film di paura, sviluppa la tua autostima, vai dallo psicanalista. Sono i consigli che internet elargisce a chi ha paura dei fantasmi. Ma anche: cerca delle spiegazioni logiche e riconosci il potere della suggestione. Esattamente il contrario di quello che ha fatto Giulio D'Antona, 36 anni, scrittore e produttore, che pur avendo una formazione scientifica, ha appena dato alle stampe per Bompiani il bellissimo Atlante dei luoghi infestati illustrato da Daria Petrilli, un giro del mondo in cerca di tutte le anime perse, ombre, ectoplasmi e presenze maledette attraverso le loro residenze. Nel libro sono raccolti cinquanta fra i luoghi più spaventosi del pianeta, dal Regno Unito a villaggi remoti dell'Africa e dell'Asia, fino all'Antartide: si gira per vecchi castelli, foreste, cimiteri e sanatori abbandonati, ma anche alberghi tuttora in uso e ville dell'800 finemente restaurate. Per alimentare, come dice l'autore, «il piacere dell'inquietudine» basta raggiungere il molo del Principato di Monaco, dove è attraccata la goletta infestata dal fantasma dell'attore Errol Flynn, che ancora beve, fuma e impartisce ordini dal cassero, mentre dalle acque dell'isola Sainte-Marie in Madagascar certe notti (e che notti) riemerge il vascello del leggendario corsaro William Kidd. «Se credo ai fantasmi? - dice D'Antona - Non ne ho mai visto nessuno: questo è il mio cruccio e la mia fortuna. Ma il metodo scientifico impone, fino a prova contraria, di tenere una finestra aperta ed è quello che ho fatto». Alla vigilia di Halloween, da quella finestra escono scheletri danzanti e fanciulle misteriose e l'Atlante diventa una guida turistica per viaggi da brividi. «Era il libro che avrei voluto avere quando ho cominciato a visitare i luoghi infestati - dice D'Antona - fin da piccolo sono stato attratto (e terrorizzato) dai fantasmi. Ho letto Giro di vite di Henry James e non ho dormito per giorni, poi Stephen King, poi La casa d'inferno di Richard Matheson e Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson. Sono cresciuto a Taino, sul Lago Maggiore, un posto pieno di boschi, leggende e ville abbandonate, e adesso in una di queste, col fantasma ovviamente, sono pure andato a vivere...». Le premesse c'erano tutte e il campionario è sterminato. Davanti ai resti del castello di Noisy in Belgio incontriamo il soldato sdentato che ogni notte fissa un cappio all'albero (tanto per saperlo, prima che lo demolissero, l'edificio venne usato per diversi film, ma le riprese audio erano sempre disturbate...), la ragazza che si getta dal tetto del Sanatorio di Nummela in Finlandia, ex ospedale per malati di Tbc, in Egitto si aggira per l'aere il faraone eretico Akhenaton con la sua collera eterna, in Louisiana lo spirito della schiava Cloe impiccata e gettata nel Mississippi con il turbante a coprire l'orecchio tagliato. In Pakistan c'è il Picco dei bambini perduti dove vivono tra giochi e risate gli spettri dei 40 figli di una donna abbandonati senza sepoltura, nel deserto di Atacama, in Cile, gli scheletri danzanti dei minatori morti nel pozzo di estrazione del salnitro. Incidenti sul lavoro, femminicidi, infanticidi: decisamente il mondo dei fantasmi è lo specchio del nostro. Due i luoghi italiani inseriti nell'Atlante, ma Giulio D'Antona si ripromette di dedicare il prossimo ai fantasmi nostrani. «Andrò a cercare quelli romani - dice - la Capitale è piena di spettri, da Villa Borghese all'Olgiata, molti sono gli spiriti dei cristiani che si aggirano nei luoghi delle persecuzioni o nascosti nelle catacombe». Per adesso in Italia possiamo incontrare il musicista senza pace magro come un chiodo che entra nella sua villa a Sesta Godano in provincia della Spezia senza aprire la porta, oppure ascoltare i pianti innocenti dei neonati illegittimi gettati nel pozzo di Palazzo Serbelloni a Taino, in provincia di Varese. Non bastassero i vagiti infantili, qui si materializza anche la marchesa morta negli anni Venti, con gli occhi opachi come quelli di un cieco che levando il suo dito rugoso si rivolge all'interlocutore chiedendo Chi sei?. Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Tra donne murate vive (come la sfortunata Celina di Dragsholm in Danimarca), processioni demoniache (nel castello di Chateaubriand in Francia), locande maledette (l'Ancient Ram Inn in Inghilterra, dove vivono le anime di streghe e impiccati vari e dove nell'800 si riunivano gli studenti del Ghost Club), impariamo a riconoscere un luogo abitato dai fantasmi. Segni sulle piastrelle, graffi sui muri, scalfitture nelle travi dei tetti, solchi nel verde: tracce lasciate da chi non è più tra i vivi, ma dall'altra parte non è riuscito a trovare dimora. Anche nelle nostre caotiche città: «Un giorno io e la mia compagna - racconta l'autore - siamo entrati nel Congress Plaza di Chicago, considerato tra gli hotel più infestati d'America, volevamo solo farci qualche risata esplorando le stanze con la nomea peggiore, come la 441, dove si narra che alla fine dell'800 una donna dai capelli rossi si gettò di sotto con i suoi bambini. E solo uno dei tre corpi venne ritrovato. Ma ci ha preso una sensazione di disagio e di terrore, senza motivo apparente, e siamo scappati a gambe levate». È vero o non è vero? Chi lo racconta c'è ancora. 

Da "tgcom24.mediaset.it" il 30 agosto 2021. Barbara Chiappini ha ancora un rapporto fortissimo con la mamma, morta quando lei era bambina. Un legame soprannaturale, tanto che dall'Aldilà la donna l'avrebbe salvata da un incidente stradale e avrebbe risolto la crisi matrimoniale. "Mi ha mandato un messaggio tramite mia cugina. Le ha detto: 'Devi dire a Barbara che lei e Carlo che devono stare insieme per amore dei figli", ha affermato la showgirl a "Dipiù". Lo scorso giugno la Chiappini era in crisi con il marito, il manager Carlo Marini Agostini. Una rottura tenuta nascosta a tutti, ma non alla mamma che dall'Oltretomba ha voluto mandare un messaggio alla figlia. La donna è infatti apparsa in sogno a sua cugina, per metterla in guardia. "Proprio in quei giorni, mio marito e io ci eravamo separati. Non lo sapeva nessuno, tantomeno mia cugina. Quando lei mi ha detto ciò che desiderava mamma per me, ho capito che stavo facendo un errore grandissimo", ha raccontato. "Era chiaro che mia madre volesse dirmi che stavamo facendo una stupidaggine, che le crisi sono normali e che vanno superate". Ma non è la prima volta che la madre la guida dall'Aldila. Qualche anno fa, infatti, sentì la sua presenza a fianco durante un incidente che le costò quasi la vita. "Mentre sbandavo e avevo perso il controllo, ebbi la sensazione che il tempo si fosse fermato. All’improvviso sentii una grande pace nel cuore e una voce che mi diceva: 'Barbara, non ti capiterà nulla'. Mia madre, che sentii accanto a me in quella macchina, mi salvò da morte certa". 

Francesco Santin per "tech.everyeye.it" il 24 gennaio 2021. Il mondo dello spiritismo, dottrina che ipotizza la possibilità di comunicare con gli spiriti durante sedute con persone definite “medium”, è sin dagli inizi criticato da scettici, filosofi e religiosi. Eppure, di recente, una ricerca scientifica ha cercato di spiegare se effettivamente queste persone riescono ad “ascoltare i morti”. Lo studio, tra l’altro il più grande studio scientifico sulle esperienze dei medium registrato fino a oggi, è stato condotto dalla Durham University e pubblicato sulla rivista Mental Health, Religion and Culture come parte di uno studio interdisciplinare chiamato “Hearing the Voice”. Attraverso tale indagine, che ha visto la partecipazione di 65 medium chiaroudenti della Spiritualists’ National Union inglese e 143 cittadini casuali, si è cercato di scoprire se esiste o meno una risposta scientifica-psicologica al fenomeno in questione. Per farlo, i ricercatori hanno raccolto descrizioni dettagliate del modo in cui i medium ascoltano le "voci" dello spirito e confrontato la predisposizione alle allucinazioni, aspetti dell'identità e credenza nel paranormale. I risultati mostrano che il 44,6% dei medium partecipanti sentirebbero le voci dei defunti su base giornaliera, con il 33,8% che le ha sentite nel giorno dell’indagine; ancora, il 79% ha affermato che queste esperienze venivano e vengono vissute come parte della vita quotidiana sia quando si trovano da soli, sia quando lavorano come medium per altre persone o frequentano chiese con altri medium. Inoltre, sebbene gli spiriti siano stati ascoltati principalmente all'interno della testa (65,1%), il 31,7% dei partecipanti spiritisti ha affermato di avere sentito voci spirituali provenienti sia dall'interno che dall'esterno della testa. Rispetto alla popolazione comune, gli spiritisti credono molto più fortemente nel paranormale e si preoccupano meno di ciò che le altre persone pensano di loro. Infine, non c'era alcuna differenza nei livelli di credenza superstiziosa o propensione alle allucinazioni visive tra i partecipanti spiritualisti e non spiritualisti. Ma non mancano dettagli interessanti riguardanti l’età e la memoria degli “incontri” con i defunti: gli spiritisti, infatti, hanno riferito di avere vissuto il primo contatto a un’età media di 21,7 anni, con il 71% di loro che non era entrato in conoscenza con il movimento religioso dello spiritismo prima delle loro prime esperienze. A livello scientifico, tutto ciò andrebbe ricondotto all’assorbimento, una delle manifestazioni dissociative più comuni dello stato di coscienza, ritenuta in molti casi benigna e non necessariamente correlata a disturbi psicopatologici di alcun tipo. Insomma, in parole povere, delle “disconnessioni” dalla realtà che ci portano in mondi immaginari per un tempo limitato. Il ricercatore capo Dr. Adam Powell del Dipartimento di Teologia e Religione ha affermato: “I nostri risultati dicono molto su 'apprendimento e desiderio'. Per i nostri partecipanti, tra i principi dello spiritualismo sembrano avere un senso le esperienze dell'infanzia, così come i frequenti fenomeni uditivi che sperimentano come medium praticanti. Ma tutte queste esperienze possono derivare più dall'avere certe tendenze o abilità precoci che dal semplice credere nella possibilità di contattare i morti”. Anche il co-autore dello studio Dr. Peter Moseley ha rilasciato un commento al riguardo: “Gli spiritualisti tendono a segnalare esperienze uditive insolite che sono positive, iniziano presto nella vita e che spesso sono poi in grado di controllare. Capire come si sviluppano è importante perché potrebbe aiutarci a capire di più sulle esperienze angoscianti o non controllabili del sentire le voci [dei defunti]”. I ricercatori di Durham sono ora impegnati in ulteriori indagini sulla realtà dei medium chiaroudenti, lavorando con i professionisti per ottenere un quadro più completo di cosa si prova a vivere queste esperienze insolite e significative. Intanto altre ricerche recenti nel mondo della psicologia hanno dimostrato che giocare ai videogiochi violenti non aumenta l’aggressività, ma anche che esistono davvero alcune canzoni che ci possono aiutare ad addormentarci rapidamente e avere un buon sonno.

Matteo Persivale per “il Corriere della Sera” il 25 gennaio 2021. Harry Houdini, il più grande mago del mondo, fece una promessa solenne alla moglie Bess: se gli fosse successo qualcosa durante una delle sue incredibili esibizioni, avrebbe fatto di tutto per mettersi in contatto con lei dopo la morte. Se non avesse ricevuto nessun segnale, spiegò l'artista della fuga, voleva semplicemente dire che non esiste un al di là dal quale poter scappare, almeno per un istante. Che Houdini, post mortem, non si sia mai fatto vivo con la moglie non rappresenta un ostacolo per il milionario di Las Vegas Robert Bigelow. Imprenditore di enorme successo nel campo degli affitti brevi low cost, creatore della startup aerospaziale Bigelow Aerospace che fornisce componenti a Nasa e a SpaceX di Elon Musk, intrepido finanziatore di numerose ricerche sulla vita extraterrestre e i fenomeni paranormali, Bigelow ha ammesso con il New York Times di aver finora speso circa 350 milioni di dollari per il suo insolito hobby. Bigelow ha ora offerto tre premi, con ricompense totali di un milione di dollari (820mila euro) a chiunque gli dimostri (i vincitori verranno annunciati il 1 novembre 2021) «la sopravvivenza della coscienza dopo la morte corporea permanente». Non è una boutade: Bigelow dirige e finanzia il Bigelow Institute for Consciousness Studies che ora ha interpellato scienziati, studiosi della religione, esperti di neuroscienze e chiunque altro possa fornire prove dell'esistenza di un aldilà. Il centro studi è stato formato «per cercare di condurre ricerche sulla possibilità di sopravvivenza della coscienza umana oltre la morte corporea», ha detto al sito Mystery Wire. Purtroppo però la vita di Bigelow non è materia da romanzo letterario di Don DeLillo o di genere popolare parafantascientifico cospiratorio tipo quelli, anni 70, dell'indimenticato Peter Kolosimo: è più simile a una tragedia shakespeariana. È una storia di fantasmi. Se la passione per le ricerche aerospaziali è sempre appartenuta al 75enne imprenditore, al quale i nonni raccontarono dell'incontro ravvicinato con un Ufo nel deserto del Nevada nel 1947, quando lui aveva due anni, l'interesse per l'al di là risale a un evento tragico: la morte, nel 1992, per suicidio, del suo figlio 24enne, Rod Lee, padre dell'allora neonato Rod II, anch' egli suicida, a vent' anni, nel 2011 (Bigelow ha un'altra figlia, Blair, che ha lavorato per il padre sia nel campo aerospaziale sia in quello immobiliare, la cassaforte di famiglia, e candidata alla successione). Dalla morte del figlio, e più ancora dopo quella del nipote (che aveva problemi di dipendenze) in poi, Bigelow ha ridotto le ricerche sulle forze interdimensionali (dice comunque che i suoi ricercatori abbiano una volta intercettato degli umanoidi e non nega di avere in suo possesso materiale di origine aliena). Da allora ha di frequente interpellato medium e altri personaggi che gli promettevano la possibilità di un contatto con i due ragazzi. Contatto mai avvenuto, ma Bigelow si è convinto che ci sia qualche margine nella sua ricerca. E ora che anche la moglie Diane, 72 anni, è scomparsa per un tumore, la ricerca di Bigelow assume i contorni di un'ossessione, la cognizione del dolore di un marito, padre, e nonno in cerca di risposte.

·        Coscioni ed il diritto a morire.

Dagotraduzione dal Daily Beast il 7 dicembre 2021. La Svizzera ha appena legalizzato un nuovo modo di morire con il suicidio assistito. Il comitato di revisione medica del paese ha autorizzato l'uso del “Sarco Suicide Pod”, una capsula portatile stampata in 3D simile a una bara, con finestre, che può essere trasportata in un luogo tranquillo per gli ultimi momenti di vita di una persona. I metodi convenzionali di suicidio assistito hanno generalmente coinvolto una sostanza chimica. L'inventore Philip Nitschke di Exit International ha dichiarato al sito Web SwissInfo.ch che il suo "baccello della morte" offre un approccio diverso. «Vogliamo rimuovere qualsiasi tipo di revisione psichiatrica dal processo e consentire all'individuo di controllare il metodo da solo», ha affermato. «Il nostro obiettivo è sviluppare un sistema di screening dell'intelligenza artificiale per stabilire la capacità mentale della persona. Naturalmente c'è molto scetticismo, soprattutto da parte degli psichiatri». Il pod può essere attivato dall'interno e può dare alla persona che intende morire varie opzioni per dove vuole essere per i suoi ultimi momenti. «La macchina può essere trainata ovunque per la morte», ha detto. «Può essere in un ambiente idilliaco all'aperto o nei locali di un'organizzazione di suicidio assistito, per esempio». Per qualificarsi ad usare il pod, la persona che vuole morire deve rispondere a un sondaggio online che ha lo scopo di dimostrare che la decisione è autonoma. Se il test viene superato, gli verrà comunicata la posizione del pod e gli verrà fornito un codice di accesso. Una volta dentro, la persona che intende porre fine alla propria vita dovrà rispondere a domande preregistrate e premere un pulsante che avvierà il processo di inondazione dell'interno con azoto, che ridurrà rapidamente il livello di ossigeno all'interno dal 21% all'1%. «La persona entrerà nella capsula e si sdraierà», ha detto, aggiungendo: «È molto comodo». Ha detto che la persona probabilmente si sentirà disorientata o euforica. «Il tutto dura circa 30 secondi», ha detto, «La morte avviene rispettivamente per ipossia e ipocapnia, privazione di ossigeno e anidride carbonica. Niente panico, niente soffocamento». Nel 2020, circa 1.300 persone sono morte per suicidio assistito in Svizzera, quasi tutte per ingestione di pentobarbital sodico liquido, che mette il paziente in un coma profondo prima di ucciderlo. Il suicidio assistito è legale anche nei Paesi Bassi, in Germania, Belgio, Lussemburgo e Canada. Il Sarco Suicide Pod dovrebbe essere operativo nel 2022. La società ha realizzato tre prototipi, ma uno non era «esteticamente gradevole», quindi non verrà utilizzato, afferma. La società non ha ancora annunciato quanto costerà utilizzare il servizio.

Federico Capurso per "la Stampa" il 23 novembre 2021. "Mario" è un nome di fantasia. Usato per difendere la privacy e la dignità di un uomo delle Marche, malato tetraplegico immobilizzato a letto da 10 anni. È stato usato per la prima volta sulle pagine di questo giornale, lo scorso agosto, in calce a una lettera in cui chiedeva alla politica di aiutarlo a vedere riconosciuto il suo diritto al suicidio assistito. Il ministro della Salute Roberto Speranza rispose, sempre dalle pagine di questo giornale, sostenendo le sue richieste. Poi qualcosa si è mosso. E oggi, finalmente, Mario ha vinto la sua battaglia: è il primo malato in Italia a ottenere il via libera al suicidio medicalmente assistito. «Mi sento più leggero, mi sono svuotato di tutta la tensione accumulata in questi anni», fa sapere. La strada per poter mettere fine alle sue sofferenze ha riservato tanti, troppi ostacoli da superare. Da oltre un anno Mario chiedeva all'azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute per poter accedere alla somministrazione di un farmaco letale. E aspettare un anno di tempo, per chi soffre ogni giorno, equivale a una vita. Si era rifiutato di andare a morire in Svizzera o in un altro Paese che riconoscesse il suicidio assistito, perché è suo diritto morire in Italia, nelle Marche. Per poter godere di questo suo diritto, nell'ultimo anno ha però dovuto fronteggiare un primo diniego dell'Azienda sanitaria unica regionale delle Marche (Asur), oltre a due decisioni definitive del tribunale di Ancona, ed è stato costretto a ricorrere a due diffide legali all'Asur. Dopo l'estate, dopo le lettere e l'aiuto sempre offerto dall'associazione Luca Coscioni, il Comitato etico si è mosso per verificare le sue condizioni, tramite la relazione di un gruppo di medici specialisti nominati dall'Asur, e ha confermato che Mario possiede i requisiti per l'accesso legale al suicidio assistito. Quattro condizioni essenziali, dettate nel 2019 dalla sentenza «Cappato-Dj Fabo» emessa dalla Corte Costituzionale: è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; è affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili; è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; non è sua intenzione avvalersi di altri trattamenti sanitari per il dolore e la sedazione profonda. La sentenza della Consulta ha a tutti gli effetti legalizzato il suicidio assistito, ma «nessun malato ha finora potuto beneficiarne, perché il servizio sanitario si nasconde dietro l'assenza di una legge che definisca le procedure», punta il dito Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni. La battaglia è così andata avanti tra le aule dei tribunali e sui media, fino a questa vittoria. Manca ancora, però, la definizione del processo di somministrazione del farmaco letale. Un percorso tortuoso dovuto alla paralisi del Parlamento che ancora, a tre anni dalla richiesta della Corte costituzionale, non riesce a votare una legge che stabilisca le procedure da seguire. «Il risultato di questo scaricabarile istituzionale - accusa Cappato - è che persone come Mario sono costrette a sostenere un calvario giudiziario, in aggiunta a quello fisico e psicologico dovuto dalla propria condizione». E di fronte a questo immobilismo, «per avere regole chiare che vadano oltre la questione dell'aiuto al suicidio e regolino l'eutanasia in senso più ampio sarà necessario l'intervento del popolo italiano, con il referendum che depenalizza parzialmente il reato di omicidio del consenziente». Anche per la Segretaria dell'associazione Coscioni, Filomena Gallo, «è molto grave che ci sia voluto tanto tempo». Su indicazione di Mario, si darà nei prossimi giorni una risposta all'Asur Marche e al comitato etico, per stabilire come Mario potrà morire. «Forniremo, in collaborazione con un esperto, il dettaglio delle modalità di auto-somministrazione del farmaco idoneo, in base alle sue condizioni», spiega Gallo. Un ultimo passaggio formale. Poi, il nome "Mario" potrà diventare qualcosa di più di un nome di fantasia. Un simbolo del diritto alla dignità del malato. Più alto della burocrazia e della lentezza della politica.

Da "la Stampa" il 23 novembre 2021. Mario ha scelto di ricorrere al suicidio assistito e lo ha fatto grazie al sostegno dell'Associazione Luca Coscioni. La battaglia giuridica per vedersi riconosciuto il diritto è stata costruita attorno alla sentenza della Corte Costituzionale che, alla fine del 2019 esprimendosi sul caso di Marco Cappato e la morte in una clinica svizzera di dj Fabo, aveva definito «non punibile» chi agevola l'esecuzione del suicidio. Quel pronunciamento ha aperto la breccia in un vuoto normativo enorme che finora aveva costretto i malati italiani come Mario a restare imprigionati nel dolore oppure a recarsi all'estero per porre fine alle loro esistenze. Con la sentenza 242/2019, i giudici della Consulta per la prima volta avevano messo nero su bianco i criteri per l'accesso al trattamento che porta alla morte volontaria: deve essere una «decisione autonoma e libera», deve riguardare pazienti che ricevono «trattamenti di sostegno vitale» quindi persone affette da «patologie irreversibili che sono fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili». E in ogni caso vanno considerati solo pazienti «pienamente capaci di prendere decisioni libere e consapevoli». Proprio il caso di Mario che però, ha impiegato molti mesi per vedersi riconoscere il diritto al suicidio assistito.

Suicidio assistito, arriva il primo sì. Ma scatta la guerra di ricorsi. Patricia Tagliaferri il 24 Novembre 2021 su Il Giornale. Il comitato etico dell'Azienda sanitaria delle Marche dà il via libera per un 43enne tetraplegico. La regione frena: decide il tribunale di Ancona. Battaglia sul farmaco Letale. I dubbi della Chiesa: meglio le cure palliative. È il primo malato ad ottenere il via libera al suicidio assistito in Italia. Dopo dieci anni costretto a vivere una vita che non è più vita, ma solo sopravvivenza, Mario (ma non è il suo vero nome) potrà decidere quando mettere fine alle sue sofferenze, così come stabilito dal Comitato etico dell'Azienda sanitaria Marche. «Mi sento più leggero, mi sono svuotato di tutta la tensione accumulata in questi anni», le sue prime parole.

Faceva il camionista quest'uomo di Pesaro di 43 anni che da tempo si batte con l'Associazione Coscioni per ottenere il diritto a morire con dignità. Da quando è diventato tetraplegico in seguito ad un devastante incidente stradale è immobile nel letto, stanco di soffrire. Può muovere solo un mignolo, quello con il quale potrà somministrarsi il farmaco scelto per morire, perché nessun medico lo potrà aiutare. È lucido e consapevole, ma è arrivato al limite e vuole sentirsi libero di andarsene, quando lo vorrà, in casa sua, circondato dagli affetti e non in una clinica Svizzera, dove pure aveva pensato di andare ad agosto, prima di cambiare idea per seguire la strada tracciata dalla Corte costituzionale. Un percorso ad ostacoli tra giudici e politica, con una legge bloccata in commissione alla Camera e un referendum che aspetta di essere ammesso. Da più di un anno Mario aveva chiesto all'azienda ospedaliera delle Marche di verificare le sue condizioni di salute per poter accedere legalmente ad un farmaco legale che ponesse fine alle sue pene. Dopo una serie di rinvii, dinieghi e diffide, la decisione è arrivata: nel suo caso ci sono le condizioni per decidere come morire, come stabilito dalla sentenza della Consulta Cappato/dj Fabo del 2019 che indica la non punibilità dell'aiuto al suicidio assistito. Il Comitato etico ha accertato la sussistenza dei quattro parametri richiesti dai giudici: Mario è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; è affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze che reputa intollerabili; è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli; non è sua intenzione avvalersi di altri trattamenti per il dolore e la sedazione profonda. «È molto grave che ci sia voluto tanto tempo, ma finalmente per la prima volta un Comitato etico ha confermato per una persona malata l'esistenza delle condizioni per il suicidio assistito», sostiene Filomena Gallo, co-difensore di Mario. La strada è ancora in salita. Ora ci sono da definire le modalità di autosomministrazione del farmaco, ma la Regione Marche, guidata dal centro-destra, ha già fatto sapere che sarà il Tribunale di Ancona a decidere se il paziente potrà avere diritto al suicidio assistito perché il Comitato etico non ha specificato come iniettare il medicinale. Solo «una trappola burocratica», per la Gallo e Marco Cappato, entrambi dell'Associazione Coscioni. «La responsabilità di definire le procedure tecniche non è del malato, ma del Servizio sanitario, che però si rifiuta di farlo», replicano. Una pagina comunque importante per l'Italia, quella scritta grazie alla battaglia di Mario. «Una piccola conquista in visione di quella che si spera diventi una futura legge», gioisce Valeria Imbrogno, la fidanzata di dj Fabo, che nel 2017 scelse di morire in una clinica svizzera, accompagnato da Cappato, che per questo fu processato e assolto in Cassazione. Cappato torna ora a denunciare la «paralisi del Parlamento» e a sollecitare il referendum: «La discussione sulla legge sta andando talmente per le lunghe che è superata dai fatti». «La proposta di legge sull'eutanasia giace da quattro anni a prendere polvere. Il problema è che non c'è volontà politica», osserva Emma Bonino. Il Vaticano sollecita invece riflessioni su una materia così controversa come il fine vita. Per la Pontificia accademia per la vita la strada più convincente è quella delle cure palliative, che «contemplano la possibilità di sospendere i trattamenti considerati sproporzionati dal paziente». Patricia Tagliaferri 

"Ok al suicidio assistito". Ma il magistrato smentisce: "Non è così". Francesco Boezi il 23 Novembre 2021 su Il Giornale. Alfredo Mantovano, vicepresidente del Livatino e magistrato, smentisce che il Comitato etico delle Marche abbia dato l'ok al suicidio assistito del signor "Mario". Dietro agli entusiasmi ci sarebbe il furore ideologico. Il primo caso di ok al suicidio assistito in Italia anima il dibattito in queste ore, ma c'è anche chi ritiene che non sia arrivato un vero e proprio "via libera" sul caso del signor "Mario", che non è il reale nome della persona interessata pure dalla decisione balzata oggi agli onori delle cronache. La questione è complessa ed Alfredo Mantovano, magistrato e vicepresidente del Centro studi Rosario Livatino, in punta di diritto, smentisce la ricostruzione che verte sulla sussistenza giuridica di un' autorizzazione. La premessa del ragionamento del giudice è tutta in questa frase: "Il parere del comitato etico - dichiara Mantovano - non dà alcun via libera. L'accanimento - aggiunge - è quello mediatico e politico". Il magistrato contraddice il taglio maggioritario dato alla notizia: "'Suicidio assistito, primo via libera ad un malato italiano', così titolano le testate che si occupano della vicenda di 'Mario', dopo il parere rilasciato dal Comitato etico regionale delle Marche. Ma è realmente così?". La risposta è diretta: "La versione integrale del parere non autorizza questa conclusione, intanto perché, nella confusione normativa attuale, se un qualsiasi Comitato etico avesse autorizzato un suicidio assistito avrebbe violato la legge, poiché sarebbe andato oltre le competenze che le varie disposizioni gli riconoscono". Dunque il Comitato etico delle Marche, per Alfredo Mantovano, non può dare l'ok di cui si fa un gran parlare. E questo, in buona sostanza, perché un Comitato etico non ha avrebbe facoltà giuridica di poter autorizzare un suicidio assistito. Il tema, semmai, è comprendere l'idoneità del farmaco che potrebbe essere previsto in circostanze come queste rispetto alle condizioni della persona, con l'ovvio riguardo relativo a quanto previsto dalla Corte Costituzionale. Ma la disamina del magistrato diviene è ancora più minuziosa di così. Il vicepresidente del Livatino, infatti, passa ad analizzare le motivazioni individuate dal Comitato etico delle Marche: "E poi perché - prosegue Mantovano - , chiamato dal Tribunale di Ancona a verificare la sussistenza nel caso specifico delle condizioni previste dalla Corte costituzionale con la cosiddetta sentenza Cappato, a proposito del requisito della sofferenza intollerabile, il Comitato parla di 'elemento soggettivo di difficile interpretazione', di difficoltà nel 'rilevare lo stato di non ulteriore sopportabilità di una sofferenza psichica', e di 'indisponibilità del soggetto ad accedere ad una terapia antidolorifica integrativa'". In estrema sintesi, l'organo chiamato ad esprimere un parere avrebbe presentato più di qualche dubbio all'interno di una disamina espressa per chiarie la presenza di una "sofferenza intollerabile" nella persona che avrebbe richiesto il suicidio assistito. E anche per questo non saremmo dinanzi ad un "via libera", mentre le felicitazioni espresse per il "primo ok al suicidio assistito", avrebbero soprattutto natura ideologica. Il magistrato chiude la sua riflessione, puntando proprio sulle spinte che avrebbero in qualche modo distorto quanto accaduto attorno alla vicenda del signor "Mario": "Confermato pertanto che il Comitato etico non ha autorizzato alcun suicidio assistito, resta lo sconcerto - sulla base della lettura del parere - della percezione di uno sforzo comune teso a togliere la vita a un grave disabile: la cui sofferenza di ordine psicologico merita aiuto e affiancamento, non l’individuazione della sostanza più idonea a ucciderlo", chiosa l'ex sottosegretario del ministero dell'Interno.

Francesco Boezi. Sono nato a Roma, dove vivo, il 30 ottobre del 1989, ma sono cresciuto ad Alatri, in Ciociaria. A ilGiornale.it dal gennaio del 2017,  seguo la politica dai "palazzi", ma sono anche l'animatore della rubrica domenicale sul Vaticano: "Fumata bianca". Per InsideOver mi occupo delle competizioni elettorali estere e la vita dei partiti fuori dall'Italia. Per la collana "Fuori dal Coro" de IlGiornale ho scritto due pamphlet: "Benedetti populisti" e "Ratzinger, il rivoluzionario incompreso". Per la casa editrice La Vela, invece, ho pubblicato un libro - interviste intitolato "Ratzinger, la rivoluzione interrotta", che è stato finalista al premio Voltaire. Nel 2020, per le edizioni Gondolin, ho pubblicato "Fenomeno Meloni, viaggio nella Generazione Atreju". 

LEGGE ANCORA IMPANTANATA, PASSA L'OBIEZIONE DI COSCIENZA. C.Gu. per "Il Messaggero" il 24 novembre 2021. Tre anni fa la Corte costituzionale ha squarciato il buio sul suicidio assistito, stabilendo la non punibilità (a determinate condizioni) di chi lo agevola. Ma ha detto anche che una materia così complessa non può essere lasciata al giudizio dei singoli Tribunali, sollecitando il Parlamento a intervenire e giudicando «indispensabile» una legge. Era il 22 novembre 2019 e la legge non c'è ancora. «Il governo, lo Stato, dopo la sentenza Cappato si sono eclissati. La commissione che discute il ddl procede per rinvii, prima c'erano altre urgenze, poi il Covid. La verità è che in tutto questo tempo non hanno preso posizione e ciò è politicamente molto grave, perché non hanno rispettato le direttive di un organo costituzionale», riflette Emilio Coveri, presidente di Exit Italia. L'associazione promuove il testamento biologico e segnala alle persone con patologie dichiarate incurabili quattro cliniche della Svizzera (Lugano, Basilea, Berna e Zurigo) dove il suicidio assistito è legale. Le richieste sono tante e danno la misura della necessità di una legge. «Ogni settimana ricevo novanta telefonate di persone disperate. Dei nostri associati, una quarantina ogni anno va in Svizzera a morire. A volte mi richiamano i parenti e mi dicono: Grazie, se ne è andato serenamente. Ha bevuto quel bicchierino di veleno con avidità, come una liberazione. Ricordiamoci sempre: se uno arriva a tanto, non ha più un futuro. Noi non contattiamo nessuno, consigliamo loro a chi appoggiarsi, per fortuna in Italia informare non è ancora un reato. Il nostro timore è che, se cade il governo, crolli tutto: non si farebbe più la legge sul suicidio assistito, né il referendum per l'eutanasia. Eppure un recente sondaggio Eurispes ha rivelato che 78,9% degli italiani è favorevole alla libera scelta sul fine vita», spiega Coveri. Dal 98 a oggi la Dignitas di Zurigo, che accompagna alla morte chi soffre per malattie irreversibili, ha dato accesso al suicidio assistito a 159 malati italiani, nel 2020 sono stati 14. Sempre nelle Marche, la regione che si occupa della tragica vicenda di Mario, c'è anche un secondo caso da un anno in attesa di una chiamata per la verifica delle condizioni: è Antonio, anche lui tetraplegico dopo un incidente stradale, avvenuto otto anni fa. E a Senigallia viveva Max Fanelli, malato di Sla e protagonista della battaglia per la legge sul fine vita, morto nel 2016. Nel 2013 aveva fatto ricorso al suicidio assistito, in Svizzera, l'ex assessore del Comune di Jesi Daniela Cesarini, che per andarsene aveva scelto la data emblematica del 25 aprile. A fronte di ciò, la legge va a rilento. Solo nelle scorse settimane il centrodestra ha accantonato l'ostruzionismo sul ddl e le commissioni Affari sociali e Giustizia della Camera hanno iniziato a votare gli emendamenti al testo. L'approdo in aula era previsto per il 25 ottobre, ma dopo un primo slittamento al 22 novembre c'è stato un ulteriore rinvio al 29 novembre. «L'esame del testo è a buon punto ma abbiamo dovuto bilanciare i tempi delle due commissioni dove sono all'ordine del giorno numerosi e non rinviabili provvedimenti. Riteniamo che ci sia il tempo adeguato per discutere e concludere i lavori nella più ampia garanzia del confronto», hanno riferito i presidenti. Il percorso però è messo in dubbio dal capogruppo della Lega Roberto Turri e da Fabiola Bologna di Coraggio Italia: «Rispettare la data del 29 novembre è oggettivamente impossibile. Dobbiamo ancora votare 380 emendamenti». Ieri intanto i relatori hanno accolto la richiesta del centrodestra di prevedere l'obiezione di coscienza per il personale sanitario. Il titolo del ddl è Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia. Ma di eutanasia non c'è traccia nel testo. La Cassazione prima e poi la Corte costituzionale dovranno pronunciarsi sull'ammissibilità del referendum sull'eutanasia legale, a sostegno del quale è stato presentato un milione di firme. Se ci sarà il via libera, si voterà l'anno prossimo in primavera.

Francesco Grignetti per "La Stampa" il 24 novembre 2021. Un grande passo c'è stato, con il comitato etico dell'Asur delle Marche che ha riconosciuto come Mario abbia diritto a mettere fine alle sue sofferenze. Ma non è mica finita qui. L'Asur, che è l'azienda sanitaria unica regionale delle Marche, ha già comunicato che ritiene concluso il suo compito. Il resto, cioè la decisione sul prodotto letale e la somministrazione, in assenza di una legge, spetta di nuovo al tribunale. Il comitato etico, peraltro, nel dare il suo giudizio positivo, ha messo una zeppa terribile al procedimento. «Ha sollevato dubbi - scrive la Regione - sulle modalità e sulla metodica del farmaco che il soggetto avrebbe chiesto (il tiopentone sodico nella quantità di 20 grammi, senza specificare come dovesse essere somministrato)». Ecco dunque che il braccio di ferro si sposta un po' più in là. «Non è ancora finita per Mario - spiega Marco Cappato dell'associazione Luca Coscioni - perché non hanno stabilito le modalità tecniche per l'autosomministrazione del suicidio. Per l'accompagnamento attivo bisognerà invece aspettare l'esito del referendum per abrogare il reato di omicidio del consenziente che permetterebbe ad un medico di fare ciò che già fanno medici in Olanda, Belgio, Spagna e Lussemburgo». Non è finita qui, dunque. È più di un anno, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2019, che Mario chiede all'Asur della sua regione di essere aiutato a morire. Dapprima ha ricevuto un diniego secco. Poi, un primo ricorso al tribunale di Ancona è stato rigettato nel marzo scorso. Ha avuto ragione invece al suo secondo ricorso, a giugno. Adesso Mario e i legali dell'associazione Coscioni non reclamano più un diritto all'assistenza al suicidio, ma il diritto alla morte e basta. Per arrivarci, mancando la legge, ma con la sentenza della Consulta alla mano, occorre che un Comitato etico del Servizio sanitario nazionale stabilisca che il ricorrente vive esclusivamente grazie alle macchine, che la sua patologia è irreversibile, che soffre dolori intollerabili sotto il profilo fisico e psichico, e che è lucido nel chiedere di finirla. Queste condizioni, nel caso di Mario, ci sono tutte e il Comitato etico lo ha messo per iscritto. C'era un quinto quesito, però, che il tribunale aveva indicato al Comitato etico: se la sostanza indicata da Mario, ovvero il tiopentone sodico nella quantità di 20 grammi, era idonea a garantirgli una morte rapida e indolore. E qui la risposta del Comitato etico aggiunge problemi a problemi. «L'interessato - ha scritto il Comitato al tribunale - non motiva quali siano i presupposti per i quali è stata richiesto il dosaggio indicato di 20 grammi, quantità non supportata da letteratura scientifica. Non spiega se e con quali modalità si debba procedere tecnicamente alla somministrazione e, se in via preventiva, per conculcare lo stato d'ansia derivante dall'operazione, si voglia avvalere di ansiolitici». Per concludere: «Il Comitato etico ritiene non essere di sua competenza l'eventuale individuazione di altre modalità». Ma qui l'associazione Coscioni insorge contro la Regione, che è governata dal centrodestra e ha un governatore di FdI, gridando alla «trappola burocratica che è stata tesa contro Mario da 14 mesi. Ciò che la Regione non dice è che la responsabilità di definire le procedure tecniche non è del malato, ovviamente, ma del Servizio sanitario, che però si rifiuta di farlo. Se necessario e se i tempi dovessero dilatarsi ancora, siamo pronti ad azionare tutti gli strumenti necessari per far rispettare il diritto di Mario a porre fine alle proprie sofferenze». Ricapitolando: la Regione Marche, l'Asur e il Comitato etico - che finora hanno fatto opposizione in tutte le sedi - girano la decisione fatale al tribunale di Ancona. Siano i magistrati a decidere se la sostanza è quella giusta, e quali debbano essere le modalità di somministrazione. «La verità è che manca la legge tanto auspicata - sospira l'assessore regionale alla Sanità, Filippo Saltamartini - e ormai ineludibile. È necessario che il Parlamento proceda». Anche la Corte costituzionale nella celebre sentenza del 2019 sul caso di dj Fabo, sollecitava il legislatore ad affrontare la materia. Ma poi in Parlamento la questione si è impaludata. Ora non resta che attendere il referendum.

Giusi Fasano per il "Corriere della Sera" il 24 novembre 2021. È strano sentire una persona che dice «mi sento contento, strafelice» mentre racconta di aver ottenuto, finalmente, il diritto di morire. Ma, come ha sempre detto lui, «a chi pensa che io stia sbagliando vorrei chiedere: vieni qui accanto a me per una settimana, una sola. Poi capirai». A volte il dolore può diventare così insopportabile che puoi anche sognare di morire. Mario non ha mai avuto dubbi: il Comitato etico non poteva negare che lui avesse i requisiti per accedere al suicidio assistito. Hanno capito che «non c'è stata nessuna bugia in tutto quello che ho raccontato. Ho messo in fila le parole, le sensazioni, i sentimenti assolutamente fedeli alla realtà. Sono una persona al limite della sopportazione». È tetraplegico, immobile in un letto nella sua stanzetta, con un pezzo di cielo sullo sfondo - sempre lo stesso pezzo - da 11 anni. La sofferenza è la sua più grande compagna di vita. Mangia se gli danno da mangiare, si lava se lo lavano, si veste se lo vestono...Ma l'incidente che l'ha ridotto così gli ha lasciato la parola, la vista, la lucidità, e un piccolo movimento del braccio destro che muove con sforzi inenarrabili: per esempio per far cadere il mignolo sul telecomando e accendere la tivù - almeno quello - senza l'aiuto di sua madre. «Come sto? Vado a giorni alterni. Ci sono giorni con più dolori e altri in cui soffro meno», racconta. Ma adesso tutti i suoi pensieri sono per questa «rivoluzione», così la chiama, «che sono riuscito a fare stando fermo. Il Comitato etico ha riconosciuto come vere tutte le cose che ho detto finora, da quello che raccontai agli amici dell'Associazione Coscioni quando ancora non mi conoscevano, a quel che ho detto alla commissione medica a settembre. E questo mi ha fatto un gran piacere. E poi hanno rilevato che sono pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, e ho la capacità di autodeterminarmi. Hanno riconosciuto che le mie sofferenze, fisiche e psicologiche, sono intollerabili, sennò non avrei raggiunto questo traguardo. Mi ha dato tanto orgoglio questo riconoscimento». Ad agosto del 2020 era pronto per andare a morire in Svizzera, oggi Mario sa che potrà farlo a casa sua, vicino a sua madre, a suo fratello, all'amico infermiere che si è preso cura di lui amorevolmente in questi anni. Insomma: alle persone più care. «Questo mi fa sentire contento, strafelice», dice a tutti da due giorni. Ma c'è un pensiero che solo adesso si fa largo fra gli altri: l'amarezza per il dolore che proveranno le persone care quando lui deciderà di andarsene. «Chi mi sta vicino comincia a rendersi conto... per loro, soprattutto per mia madre, cresce il dispiacere nel realizzare quello che farò, cioè schiacciare quel bottone e accedere al farmaco». Parole che valgono per sua madre più che per chiunque altro. Lei che si illumina e sorride ogni volta che guarda il suo Mario, che non si è mai lamentata una volta per le fatiche infinite di ogni giornata accanto a lui, che lo ha sempre sostenuto perché «ha ragione, vivere così che vita è?»...Lei l'altro giorno, quando ha saputo che adesso è tutto più concreto, più vicino, si è immaginata i giorni che verranno senza più quello spilungone nel letto, senza la sua voce squillante e allegra che riempie l'aria. E ha riflettuto che sì, «sono fiera e orgogliosa per quello che mio figlio ha saputo fare, ma adesso che è arrivato questo momento il pensiero mi fa soffrire perché so che lo perderò». Mai come in questi ultimi due giorni Mario ha sentito la forza della gratitudine verso Marco Cappato e il team dei legali che hanno seguito il suo caso, a cominciare da Filomena Gallo, avvocata, segretaria nazionale dell'Associazione Coscioni e, a questo punto, anche grande amica. «Insieme stiamo facendo la storia di questo Paese», dice lui. Che ora aspetta «l'ultimo passo che manca e che riguarda la scelta del farmaco. Sono fiducioso che non si perderà altro tempo. Mi sento rilassato, svuotato della tensione accumulata in 11 anni e diventata insopportabile in questi mesi. Sono orgoglioso di quello che ho fatto». Ne è passato di tempo da quella domenica pomeriggio in cui decise di voler morire. Era il 2015 «ed ero con babbo in cortile. Mi ha chiesto che intenzioni avessi per il futuro e gli ho risposto: finché riesco vado avanti, poi faccio di tutto per avere il suicidio assistito in Italia, se non riesco vado in Svizzera. Io so che lui ha capito. È morto l'anno dopo». Mario è già andato ben oltre quel «finché riesco vado avanti» che aveva immaginato allora. Ora è tempo di pensare ai saluti, a una data.

Nelle mani del padre. Francesco D’Agostino su Avvenire il 12 novembre 2021. Si ripropongono costantemente ipotesi di situazioni patologiche, tecnicamente non terminali, a carico di pazienti di ogni fascia di età (ma naturalmente i casi più patetici sono quelli che coinvolgono minori e/o neonati), che li fanno sprofondare in stati vegetativi dalla durata non prevedibile facendo perdere loro le normali capacità relazionali, soprattutto con il contesto familiare e amicale. Come gestire situazioni così tragiche? Una soluzione corretta ed equilibrata è sembrata, all’inizio, quella di avvalorare legalmente le cosiddette Dat, cioè le dichiarazioni anticipate di trattamento, che possono portare alla sospensione delle cure di sostegno vitale. Fino a quando, però, non ci si è resi conto che soltanto una piccola minoranza di cittadini ama sottoscrivere documenti così delicati oltre che di un’oggettiva complessità. Anche la scelta di affidare ai Comitati etici decisioni di vita e di morte sembra perdere continuamente di forza, e così prendono piede altre e diverse forme di appello, come quelle all’autorità giudiziaria.

E i giudici sembrano a loro volta sempre più smarriti di fronte a situazioni casistiche sovente non solo nuove, ma anche dottrinalmente fastidiosamente intricate: dico 'fastidiosamente' non perché non meritino rispetto, ma perché il rispetto che esse meritano richiede dai medici e dai bioeticisti che se ne occupano competenze sottili, che non sembrano essere, obiettivamente, alla portata di tutti. Il caso della trentenne Samantha D’Incà, emerso nelle ultime settimane, è esemplare: bloccata a letto per un’infezione contratta dopo un’operazione in ospedale, Samantha non ha lasciato dichiarazioni scritte, in previsione di eventi così tragici che avrebbero potuto colpirla, ma avrebbe più volte dichiarato ai familiari il suo deciso rifiuto a qualsiasi accanimento medico. È facile immaginare le divisioni e le controversie che si sono accese nel contesto religioso cui appartiene la famiglia di Samantha e ancor più in quello ospedaliero (peraltro prestigioso) nel quale la ragazza è stata accolta e ancor più le lacerazioni emotive, psicologiche, familiari che sono state attivate da questo 'caso'. Ma la situazione è divenuta ancora più incandescente quando, come per molti era inevitabile che accadesse, il caso è stato portato in un’aula giudiziaria. I magistrati hanno utilizzato, come criterio ultimo per risolvere la terribile questione, quello dell’attribuzione al padre della potestà decisionale in merito al proseguimento (o no) delle terapie di sopravvivenza vitale a favore di Samantha (come, per esempio, la ventilazione forzata). Questo criterio, dotato indubbiamente di una sua ragionevolezza, anzi di una sua forza, va inevitabilmente riconnesso all’idea che la tutela e la protezione della vita umana vadano alla fin fine riportate sotto l’ombrello di un 'potere' e in particolare di quel potere genitoriale che per secoli ha tolto alle generazioni più giovani la loro autonomia e soprattutto la loro dignità, collocando i figli nella più totale e spesso arbitraria disponibilità dei genitori. Ciò che si può dedurre da questa vicenda è che la questione dell’eutanasia, in molti casi, come in quello di Samantha, non dovrebbe essere riportata al superamento delle sofferenze dei malati terminali, spesso trattabili con efficacia attraverso raffinate tecniche palliative, ma a quella della dignità della fragilità assoluta (condizione che non è propria solo della vita morente), che non dovrebbe in nessun caso essere fatta gestire (per dir così) soltanto da singoli contesti familiari, sociali o spirituali. L’alleanza tra affetti, scienza e coscienza, anche qui, resta concetto e pratica essenziale. Non perché soffrono il disabile gravissimo o il malato terminale hanno una dignità, ma in quanto persone e perché solo attraverso la loro condizione noi siamo in grado di percepire quella sottile linea di confine che separa immanenza e trascendenza: cioè, da una parte, vita biologica e, dall’altra, quella misteriosa dimensione dell’esistenza che carica la vita biologica di senso. Al padre di Samantha spetta ora la decisione più tagliente che possa spettare a un padre, quella di individuare nel corpo della figlia trentenne questa dimensione di senso, che non può ridursi alle sole lacrime. Che Dio l’aiuti a prendere una decisione di cui non debba mai pentirsi.

Il dibattito sul green pass. Vaccino e eutanasia, il mio corpo è mio: fermiamoci a riflettere. Alberto Cisterna su Il Riformista il 17 Ottobre 2021. La battaglia sul, o meglio, per il Green pass potrebbe essere solo agli inizi. Gli assalti e gli scontri, le prese di posizione più o meno violente e strampalate in fondo rappresentano un piccolo microcosmo che si potrebbe anche ignorare, se non fosse che dietro le linee dei renitenti al vaccino sono asserragliati qualche milione di cittadini. Qualche milione, non le poche migliaia che strepitano, urlano, fanno a botte con la polizia. Occuparsi di questi è, tutto sommato, un gioco da ragazzi. Non appena la scure giudiziaria sarà piombata sui più violenti ed esagitati, tutto si placherà. Già l’operazione di polizia condotta alcune settimane or sono sulle reti social e il tintinnare di un’imputazione per terrorismo aveva sopito tanti bollori barricaderi; qualche arresto renderà più esplicito il messaggio. Però non ci sono solo facinorosi e violenti tra quei 5 milioni scarsi di italiani. Ci sono lavoratori, casalinghe, madri di famiglia, cittadini onesti e persone perbene, tutte racchiuse insieme in quella gigantesca bolla che si vorrebbe far esplodere con lo spillo del Green pass. Un’astuzia che sarà certo servita a convincere tanti ragazzi a vaccinarsi, tanti lavoratori a cedere, ma che da oggi inizia a mostrare tutti i segni della propria debolezza. Era uno stratagemma senza una strategia e oggi se ne coglie tutta la fragilità di fronte al ricatto che proviene dalle frange più agguerrite di un corporativismo che scavalca qualunque sindacato, e si fa beffe di ogni proclama o rassicurazione e pretende tamponi gratis per tutti.  Si inizia a cedere e sarà così nei prossimi giorni, sino a quando il fronte della fermezza dovrà fare i conti con l’impossibilità di privarsi di centinaia di migliaia di lavoratori in un sistema economico interconnesso che da un battito di ali nel porto di Trieste vede una tempesta abbattersi sulle industrie del Nord-est. Perché tutto questo abbia un senso bisognerebbe tenere distinte le pseudo ragioni scientifiche che alimentano i no vax, i loro discorsi, le loro chat, i loro ambigui canali social da quello che è, invece, il fondamento ultimo del loro dissenso. Finora è stato semplice irridere la protesta prendendo a pretesto le sciocchezze che vengono diffuse contro i vaccini o l’inconsistenza dei personaggi che dovrebbero alimentarne il retroterra scientifico. Ma di fronte a una solida e compatta falange di cittadini che non sono disponibili a mettere a disposizione il loro corpo per poter continuare a lavorare, che sono pronti a subire la sospensione dello stipendio per non ricevere il vaccino, sarebbe bene fermarsi a riflettere prima di passare alle maniere forti o di arrischiarsi in una disonorevole marcia indietro. Il corpo umano è intangibile. La fisicità di ciascun essere è al centro di complesse e tormentate discussioni; un crocevia denso di implicazione. A esempio, eutanasia e vaccino hanno un comune, non così labile, comune denominatore; in tutti e due i casi si discute del diritto che ciascun uomo ha di disporre del proprio corpo, della vita stessa che lo attraversa. Persino la donazione d’organi tra viventi è soggetta a regole rigidissime per evitare il mercimonio di pezzi dell’essere nella sua inarrivabile perfezione. Certamente ragioni sanitarie possono consentire di comprimere questo diritto, di agire sul corpo. All’infermo di mente che mette in pericolo se stesso o gli altri si possono applicare coercizioni (il Tso); così legittimamente si può imporre una vaccinazione di massa con una legge approvata dal Parlamento. Non si è scelto questa strada, si dice, per ragioni tutte politiche, ma la verità è che nessun vaccino ha veramente superato la fase sperimentale e può dirsi conosciuto in tutti i suoi effetti collaterali e, quindi, neppure per legge può imporsi a un’intera nazione di sottoporsi a un trattamento sanitario non interamente sotto controllo. Tutti quanti abbiamo optato per il vaccino lo abbiamo fatto consapevolmente, firmando un complicato e minuto modulo di consenso informato con cui siamo (anche) entrati formalmente in una gigantesca operazione di sperimentazione su larga scala; la più grande che si sia mai vista. In Israele la Pfizer ha negoziato con quel governo, addirittura, l’acquisizione di tutti i dati sanitari della propria popolazione. È tutto legittimo ed è tutto, purtroppo, necessario. Sicuramente i vaccini sono innocui e non ci saranno conseguenze su larga scala e nel medio periodo. Ma questo è un auspicio e non una certezza scientifica; una speranza non una rassicurazione che nessuno, infatti, ha finora esplicitamente dato; tant’è che si continuano a compilare i moduli di consenso informato che una vaccinazione obbligatoria, ovviamente, esclude per definizione.  In questo scenario non si tratta di irridere le idee dei no vax , non si tratta di garantire a costoro un’ovvia libertà di opinione, ma di comprendere che  la macchina statale si deve arrestare quando si arriva alle soglie del corpo di ciascun essere umano e della sua volontà di conservarlo intangibile, fosse pure da un ago. Alberto Cisterna

Assuntina Morresi per “Avvenire” il 9 ottobre 2021. L'impatto nel tempo delle normative che in vari Paesi hanno consentito la pratica Dai Paesi Bassi al Canada, dal Belgio all'Australia: in forte aumento i decessi provocati e i suicidi assistiti. Avanza l'idea di escludere i medici dalle valutazioni. In Olanda nel 2020 le segnalazioni di morti per eutanasia sono state 6.938, il più alto numero dal 2002 quando la legge è entrata in vigore, con un aumento del 9% rispetto all'anno precedente. Nel 2003 le uccisioni su richiesta erano state 1.815, pari all'1,28% dei decessi nella popolazione, mentre adesso sono il 4,5%, se si escludono quelli per Covid. Trasferendo il calcolo al nostro paese, è come se in Italia nel 2020 fosse stata procurata la morte legalmente a circa 30.000 persone. Basterebbe questo nudo numero per toccare con mano l'enormità del fenomeno, che si chiami eutanasia o con uno dei suoi tanti sinonimi: morte volontaria assistita, morte medicalmente assistita, suicidio razionale, suicidio assistito, morte pianificata, morte su richiesta, morte procurata. La differenza, quando c'è, è solo procedurale, non sostanziale: si fa morire una persona che lo chiede e dichiara di soffrire in modo intollerabile, e non è reato se lo si fa secondo modalità e limiti indicati in una legge, solitamente all'interno del servizio sanitario nazionale. È un evento che rientra nelle esperienze non più eccezionali ma possibili nella vita di comuni cittadini, e in quanto tale il ricorrervi sempre più diffusamente non fa notizia. Le morti assistite sono in aumento in tutti i paesi dove consentite, e la pandemia non sembra aver influenzato il trend. E d'altra parte, come osserva Jeroen Recourt, il Presidente della Rte, la Commissione olandese che verifica ex post la legalità dei decessi procurati «Sempre più generazioni vedono l'eutanasia come una soluzione per una sofferenza insopportabile... il pensiero che l'eutanasia sia un'opzione di fronte a una sofferenza senza speranza porta pace [a molte persone]». Se aumenta la domanda cresce anche l'offerta del "servizio" eutanasico: in Olanda, ad esempio, nel tempo si è sviluppata una rete di professionalità dedicate a chi vuole pianificare la propria morte. Nel 2012 è nata la End of Life Clinic, che nel settembre 2019 ha cambiato il nome in Expertisecentrum Euthanasie (Centro di Competenza per l'Eutanasia). È una organizzazione che conta circa 140 dottori e infermieri in tutto il paese, a cui ci si rivolge quando il proprio medico curante non può o non vuole accogliere la richiesta di eutanasia. La pandemia non ha modificato il trend in aumento delle domande a questo centro, che dal 1° settembre 2019 al 31 agosto 2020 ne ha ricevute 2.790 e ne ha accolte 848 (il 17% in più rispetto al 2018). Ma c'è anche chi vuole morire senza la presenza di terzi, in un momento e in un luogo a sua scelta, e allora può rivolgersi alla Coöperatie Laatste Wil (Cooperativa Ultimo Testamento) una organizzazione che si batte perché la morte assistita possa essere offerta legalmente anche da personale non medico. Nella home page del loro sito si legge: «L'autodeterminazione è un diritto e un punto di partenza. Molte persone vogliono decidere da sole come e quando porre fine alla loro vita. Senza che un medico, un consulente o chiunque altro possa bloccarlo. Perché solo noi possiamo determinare se la nostra vita è finita o quando la sofferenza è insopportabile. Insieme, possiamo assicurarci di avere il controllo della fine della vita e di avere a disposizione le informazioni e le risorse necessarie». Intanto nel luglio del 2020 la parlamentare olandese Pia Dijkstra ha presentato la proposta di legge per l'eutanasia per "vita completata", dopo che nel gennaio dello stesso anno il comitato presieduto da Els van Wijngaarden dell'Università per gli Studi Umanistici a Utrecht aveva consegnato al parlamento uno studio in merito. Anche nel vicino Belgio la legge che depenalizza l'eutanasia è in vigore dal 2002, con un aumento fino agli anni 2018/2019 - da 2.359 a 2.656 i casi, e una diminuzione in pandemia, nel 2020, quando ne sono stati segnalati 2.444. Molti esperti, però, denunciano da tempo che le cifre ufficiali sono sottodimensionate, e rappresentano il 60% delle morti realmente procurate. In Canada nel 2020 le eutanasie sono state 7.595: il 34% in più rispetto all'anno precedente, il 2,5% di tutti i decessi. Da metà 2016, quando è entrata in vigore la legge, le morti su richiesta sono state 21.589. La legge è già stata modificata rispetto al suo testo iniziale: dopo consultazioni che hanno coinvolto 300.000 cittadini e 120 esperti, a marzo di quest'anno l'accesso si è ampliato includendo anche coloro per cui la morte non è ragionevolmente prevedibile. Dal marzo 2023 la morte pianificata sarà possibile anche per chi soffre solo di malattie mentali, cioè di patologie psichiatriche: depressione e disordini della personalità (non le neurodegenerative). Lo scorso agosto il dibattito si è riacceso in Quebec per via della richiesta di eutanasia da parte della madre di un bambino di 4 anni affetto da una malattia rara incurabile. In Australia, lo stato di Victoria consente l'eutanasia dal giugno 2019: fino al 30 giugno 2021 le richieste sono state 836, accolte 597, eseguite 331. Anche durante la pandemia le domande di accesso alla morte procurata sono aumentate, insieme al numero di medici disponibili ad effettuarle. Nel più recente report relativo ai primi sei mesi del 2021, si legge: «Sono passati due anni da quando Victoria è diventato il primo stato in Australia a introdurre la morte assistita volontaria. Da allora, l'Australia occidentale ha attuato la propria legislazione, l'Australia meridionale e la Tasmania hanno approvato la propria legislazione, e il Queensland ha introdotto la propria legislazione in Parlamento e il Nuovo Galles del Sud inizierà presto il dibattito parlamentare. Non c'è dubbio che lo stato di Victoria abbia giocato un ruolo influente nell'ispirare la riforma legislativa in tutta l'Australia». Dalla abbondante casistica presentata dai report ufficiali emerge un'ulteriore tendenza: sono in crescita i casi di eutanasia per "polipatologia", in Belgio diventati la seconda motivazione dopo il cancro, pari al 17% delle richieste, mentre in Olanda nel 2020 la Rte ha ricevuto 235 segnalazioni di decessi pianificati di questo tipo, rispetto ai 172 dell'anno precedente. Si tratta di «un accumulo di disturbi legati all'età come disturbi della vista, dell'udito, osteoporosi, artrosi, problemi di equilibrio e declino cognitivo (diminuzione delle conoscenze e delle abilità) - può anche essere la causa di una sofferenza insopportabile e senza speranza. Queste condizioni, spesso degenerative, si verificano di solito in età avanzata e possono essere la somma di uno o più sintomi correlati. Portano a una sofferenza che, in combinazione con la storia della malattia, la biografia, la personalità, il sistema di valori e le capacità del paziente, può essere considerata senza speranza e insopportabile». È l'eutanasia della vecchiaia, quando di irreversibile non c'è una patologia ma solo l'età e le condizioni ad essa legate. Significativo a proposito il "caso tipico" di polipatologia, riportato come esempio nel report ufficiale olandese: una donna di oltre 90 anni, che vive in casa, indipendente e autosufficiente, senza alcuna forma di assistenza, cade, si rompe l'anca, si ricovera in ospedale per due mesi e quando ne esce deve andare in una casa di cura. Non può più stare in piedi, muoversi, camminare, e deve essere issata dentro e fuori il letto. Ha dolori all'anca, problemi di udito e di vista, incontinenza urinaria. «Nella struttura dove si è dovuta trasferire vive sola nella sua stanza. Il ricovero nella casa di cura e la completa dipendenza sono stati terribili per lei. La donna ha vissuto la sua sofferenza come insopportabile». Il dottore ritiene che la sofferenza della anziana donna sia «insopportabile e senza speranza. Non c'erano altre possibilità per la donna di alleviare le sue sofferenze che fossero accettabili per lei. Dal momento in cui la donna è stata ammessa nella casa di cura aveva discusso dell'eutanasia con il medico», e la morte è stata procurata quasi tre mesi dopo. Una storia semplice.

Dagospia il 23 settembre 2021. Comunicato stampa. "Dj Fabo disse: “se non mi aiuti trovo qualcuno che mi spari, non è un problema per me, al Giambellino conosco le persone giuste, non sto scherzando”". Così l'ex radicale e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni Marco Cappato, ospite della nuova stagione de La Confessione, in onda sul Nove da venerdì 24 settembre alle 22:45, ha raccontato al conduttore Peter Gomez il suo primo incontro con Fabiano Antoniani, noto a tutti come dj Fabo, il 40enne rimasto tetraplegico in seguito a un incidente stradale, che scelse di morire con il suicidio assistito in una clinica svizzera, il 27 febbraio del 2017. Con lui c’era proprio Marco Cappato che il giorno successivo si autodenunciò. La procura di Milano fu costretta ad accusarlo di aiuto al suicidio e per lui iniziò il processo, arrivato fino alla Consulta e conclusosi il 23 dicembre 2019 con l'assoluzione dell'attivista. "A un certo punto, Fabo ha smesso di nutrirsi, perché pensava che noi, in particolare Carmen, la mamma, e Valeria, la fidanzata, gli volessero impedire di fare quello che lui voleva, o che io magari gli stessi facendo perdere tempo - ha detto Cappato, promotore del referendum per l'eutanasia legale - Per cui, la sua determinazione su quella scelta era veramente ferrea e quelle sono state le sue testuali parole". "L'Italia sarà davvero un paese più civile quando le persone potranno decidere di morire?", ha chiesto ancora il direttore de Ilfattoquotidiano.it? "La Corte Costituzionale, sul mio processo, ha stabilito che anche il suicidio assistito è legale, a determinate condizioni. Quindi abbiamo fatto, secondo me, grandi passi avanti - ha risposto l'ex radicale - In quale direzione? Nell'idea che sulla vita di ciascuno, ciascuno decide. E non si può imporre una condizione di sofferenza insopportabile contro la volontà di una persona. Questo è il punto di fondo, che non dipende dalla tecnica, se mi attacchi e stacchi il respiratore, se è attiva o passiva, se lo fai tu da solo, o no, ma dipende dal rispetto della volontà individuale". "Io qui lo dico: sono molto d'accordo con lui, per quanto riguarda il referendum sull’eutanasia e anche quello sulla cannabis", ha chiosato Gomez. Domani sera in onda anche l'intervista a Rita Dalla Chiesa.

Impegnati, consapevoli, sensibili: i giovani della generazione Fabo che hanno spinto il referendum eutanasia. Poco più che ragazzi quando in Italia scoppiava il caso di Eluena Englaro, i millennials sono stati indispensabili per arrivare alle 750mila firme raccolte per il quesito radicale. Ecco chi sono. Marco Grieco L'Espresso il 6 settembre 2021. Ci sono vite compresse nella meccanica di un ventilatore polmonare, scandite dal suono di una macchina. Apparecchi salvavita suggerisce la scheda tecnica, che talvolta hanno il potere sinistro di trasformare la morte in un fallimento della medicina piuttosto che in un evento naturale. Per Fabiano Antoniani, andato a morire in una clinica in Svizzera, il fallimento sarebbe stato continuare a vivere dopo un incidente che nel 2015 lo aveva immobilizzato: «Da quel giorno vivo di quantità, non più di qualità», aveva detto a Le Iene, ricordando i due minuti di buio cerebrale sul ciglio della strada che avevano trasformato i due anni successivi in un inferno complesso per un ragazzo che desiderava soltanto una vita semplice, a partire dal suo nome: Fa-bo, due sillabe per un’esistenza lineare che la legge avrebbe complicato a lui e all’esponente dei Radicali, Marco Cappato, imputato per aiuto al suicidio, poi assolto in via definitiva nel febbraio 2018. Da questa storia nasce la “generazione Fabo”, un movimento di giovani cresciuti nella morsa di attentati mondiali con i volti delle vittime di un martirio che non ha nulla da spartire col fuoco purificatore dell’eroismo partigiano o l’autocoscienza, ma è solo l’ombra del fondamentalismo religioso. Sono loro oggi, poco più che ragazzi quando nel 2009 si concludeva la battaglia giudiziaria sulla sorte di Eluana Englaro, a credere che, per un mondo giusto, sia necessaria una legge che permetta a un malato di essere aiutato a morire, se la sua sofferenza è indicibile. È grazie a loro se, in un poco più di un mese, sono state raccolte oltre 750mila firme necessarie a chiedere un referendum sull’eutanasia, e cancellare così la parte dell’articolo 579 del codice penale che prevede 15 anni di carcere per il reato di omicidio del consenziente. A Torino neppure il caldo estivo ha fermato i giovani. Paola Stringa è una millennial di 35 anni, tra le prime avvocate autenticatrici in Italia: «Nel 2011 ho perso mio padre, poco prima di dare lo scritto dell’esame di avvocatura», ricorda con la voce rotta: «È mancato in un mese, mi sono spesa tanto perché nei suoi ultimi giorni non soffrisse». Anche se non hanno vissuto la sofferenza sulla propria pelle, tanti giovani lo fanno per senso civico: «A Santa Giulia, nel cuore della movida di Torino, un giovane è venuto a firmare a mezzanotte, non appena compiuti gli anni». I minorenni non possono firmare, ma tanti danno comunque una mano: «Sono sensibili a un concetto di giustizia trasversale in tutti i popoli. Sono gli stessi giovani che portano la borraccia per non impattare sul pianeta e sono sensibili al domani, specialmente in termini di diritti civili», spiega l’avvocata, che pone uno iato con altre generazioni: «I giovani di oggi firmano perché vivono la disabilità o la sofferenza e hanno un concetto di libertà diverso. Non dimentichiamo l’aspetto dei diritti: frequentano scuole composte da classi miste, sono abituati a convivere con compagni di banco a cui sono negati diritti, perché non hanno la cittadinanza italiana». Paola è tra le centinaia di volontari che hanno messo i moduli della raccolta firme nella borsa mare, oppure hanno deciso di rimandare le vacanze. «La sofferenza non va in vacanza, riposerò dopo, l’estate è l’ultimo dei miei problemi», spiega Grazia Coppola, coordinatrice di 25 anni della regione Lombardia: «Mi occupo delle province di Bergamo, Brescia, Lodi e Mantova» puntualizza aggiungendo che, per seguire le attività, a maggio ha lasciato la quiete della sua Bergamo per il fermento di porta Genova, dove sorge la cellula milanese della Luca Coscioni. «Al mattino è sede operativa, al pomeriggio raccogliamo le firme», spiega: «Avere una sede fisica è importante anche se, per la prima volta nella storia di un referendum, c’è la possibilità di firmare online: specialmente anziani e diversamente abili ci chiamano per sapere tempi e luoghi fisici dove raggiungerci». La sede di via Colombo è un andirivieni anche di giovani: «All’inizio ero sorpresa dei tanti diciottenni in fila. Poi ho parlato con molti di loro e la cosa bella è che, in larga parte, sapevano già per cosa avrebbero firmato», aggiunge. Per Grazia è riduttivo spiegare quest’affluenza con l’effetto Ferragnez: «Sarebbe limitante dire che li ha spinti un post di Chiara Ferragni. I giovanissimi utilizzano le piattaforme social anche per informarsi, poi il merito va all’attività di divulgazione e comunicazione che la Luca Coscioni sta facendo sui social». Lo spiegano Avy Candeli e Federica Nuzzo, direttore creativo e social strategist dell’associazione, e promotori del referendum Eutanasia legale: «Abbiamo fatto conoscere l’iniziativa ai giovanissimi sui social e le condivisioni sono state subito virali. Da una parte perché il tema politico era già noto, per storie importanti o esperienze personali. Dall’altra forse perché il concetto di libertà e di responsabilità, insieme alla possibilità concreata di contribuire a un mondo migliore o almeno più giusto, sono elementi che fanno sempre battere il cuore, in particolare ai più giovani», sottolineano. «Sono soddisfatto di come ha risposto l’Abruzzo», ammette Riccardo Varveri, 24 anni compiuti ad aprile, da luglio coordinatore della sua regione. «Due terzi dei votanti sono under 30 e ci sono tanti giovanissimi che chiedono di essere attivisti: è la risposta a chi ci bolla come gioventù bruciata», ironizza. La città più attiva? «L’Aquila, con oltre 2mila firme: dice tanto, per una città che vive sulla resilienza e conosce il valore della vita», spiega. Riccardo, che per la sua laurea ha destinato parte dei suoi risparmi alla Luca Coscioni, crede che questo referendum sia il campo di prova di una nuova politica: «La nostra generazione ha una visione diversa da chi ci governa, spesso plasmata da esperienze di malattia e sofferenze personali», aggiunge, menzionando quella di un suo amico, con il padre malato terminale: «Gli chiedeva di soffocarlo: un padre a un figlio, capisci? Quando ho letto la lettera di Piergiorgio Welby ho compreso quanto un male possa essere invasivo», spiega. Pensa che il referendum sia l’inizio di un nuovo modo di fare politica anche Feliciano Rossi, 25enne coordinatore dell’Emilia-Romagna, uno che la politica la respira da quando è maggiorenne: «Nella società di oggi, chiediamo che non ci sia più ambiguità sui diritti. Esistono posizioni divisive su temi così importanti, ma noi giovani le scavalchiamo, prescindiamo da una politica ambigua infestata di retorica spesso usata contro di noi. Lo dimostra la campagna di vaccinazione: noi giovani ci stiamo mostrando più responsabili degli adulti».

Assolti per il caso Trentini. Aiuto al suicidio, Cappato e Mina Welby assolti anche in Appello: “Precedente importante ma Parlamento silente”. Il Riformista il 28 Aprile 2021. Mina Welby e Marco Cappato, rispettivamente copresidente e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, sono stati assolti dai giudici della corte d’assise d’appello di Genova, che hanno confermato così la sentenza di primo grado. I due erano accusati di aiuto al suicidio offerto al 53enne Davide Trentini, malato di sclerosi multipla, deceduto in una clinica in Svizzera. Il procuratore generale Roberto Aniello aveva chiesto la conferma dell’assoluzione. Prima della sentenza di assoluzione Cappato aveva ribadito la richiesta di “regole certe di legalizzazione dell’eutanasia per le persone che adesso vivono questa urgenza. Il tribunale a Genova può stabilire un precedente importante sul diritto anche per le persone che non sono attaccate a una macchina, ma per la legge nell’inerzia del parlamento puntiamo a raccogliere le firme sul referendum e a quel punto saranno direttamente i cittadini italiani a scegliere. Oggi c’è in gioco la libertà delle persone di poter scegliere, alla fine della propria vita se in condizioni di sofferenza insopportabile di malattia, di terminare la propria sofferenza. Il parlamento italiano non si assume la responsabilità di una decisione e quindi l’unica aula dove si discute è quella del tribunale. Non si può attendere quattro anni e nove udienze per vedere affermato un diritto”. Una decisione che secondo Cappato “stabilisce un precedente importante cioè che non sia necessario essere attaccati ad una macchina per essere aiutati a morire se si è anche dipendenti da un trattamento di sostegno vitale. Ma ci sono voluti quattro anni e nove udienze per arrivare alla conferma di questo risultato”. Per Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini, segretario e tesoriera di Radicali Italiani, l’assoluzione di Mina Welby e Marco Cppato “è un’altra vittoria di civiltà dopo quella di ieri che ha assolto Walter De Benedetto dall’accusa di coltivazione di sostanza stupefacente. “Temi tradizionalmente radicali come la legalizzazione della cannabis e dell’eutanasia per ora si affrontano solo nei tribunali – che pure rispondono assolvendo – mentre il Parlamento continua a rimanere in silenzio. Quindici anni fa l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano disse a Piergiorgio Welby che in materia di fine vita ‘l’unico atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio’. Nel 2013 abbiamo raccolto insieme all’Associazione Luca Coscioni 70 mila firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare “EutanasiaLegale”. Ci sono state poi le storie, le lotte, tra cui quella di Davide Trentini, di DjFabo, dei loro famigliari e delle migliaia di persone che chiedono solo il diritto di morire con dignità'”, si legge in una nota dei Radicali..

Giancarlo Aimi per mowmag.com il 2 maggio 2021. È stato definito “il disobbediente tranquillo”, ma nonostante la mitezza sta portando avanti alcune delle battaglie civili più importanti degli ultimi anni. Difficile tenere il conto. Per rimanere a quelle recenti, è stato assolto (insieme a Mina Welby) dall'accusa di assistenza al suicidio offerto a Davide Trentini, malato di Sla e morto in una clinica in Svizzera nel 2017. Una sentenza storica, che ora apre la strada al referendum per il diritto all’eutanasia. Nel frattempo, si sta spendendo nella campagna Stop Global Warming, con la raccolta firme per chiedere all’Europa di fermare il climate change spostando le tasse dal lavoro alla CO2, idea supportata da 27 premi Nobel e oltre 5mila scienziati. Come se non bastasse, ha avviato anche in Italia Politici per caso, comitato promotore di un nuovo strumento di governance democratica: le assemblee di cittadini estratte a sorte per discutere di temi importanti, visto che è convinto non basti più esprimersi soltanto alle urne a distanza di anni. Tutto questo, Marco Cappato lo sta portando avanti senza ricoprire cariche istituzionali. Insomma, c’è vita oltre il Parlamento. E mentre tutti correvano a candidarsi, lui ha lasciato ogni carica rappresentativa e si è trasformato in un attivista puro attraverso l’associazione Luca Coscioni e il movimento Eumans ottenendo un risultato dopo l’altro. Lo abbiamo intervistato perché questo mese ricorrono due date importanti: il 19 maggio sono 5 anni dalla scomparsa di Marco Pannella, lo storico leader dei Radicali e suo padre spirituale. E il 25 “Marco il Giovane” – com’era chiamato quando iniziò a farsi strada nel partito – compirà 50 anni tondi tondi.

Cappato, partiamo dall’assoluzione di qualche giorno fa. Se la aspettava o ha temuto il peggio?

È stato un passo importante, più che per noi per tutti. Noi ci siamo autodenunciati, per cui non avevamo paura per l’esito finale. Però il precedente che è stato stabilito è che non è obbligatorio rimanere attaccati a una macchina per sopravvivere se non lo si ritiene più opportuno.

Ora sarà più facile arrivare a una legge sul diritto all’eutanasia?

È quello che vogliamo, ma il Parlamento avrebbe dovuto già rispondere alla Corte costituzionale che per due volte l’ha richiesta. Anche perché questa vicenda processuale è durata 4 anni e 9 udienze di tribunale fra primo e secondo grado. Non è immaginabile che un malato terminale debba ogni volta affrontare un iter così lungo. In assenza di una legge, attraverso il referendum vogliamo stabilire il principio fondamentale alla legalizzazione all’eutanasia.

Parallelamente sta portando avanti la campagna Stop Global Warming. Vi servono 1 milione di firme entro luglio. Perché è così importante anche per il nostro paese aderire?

Qui il problema è che, da un lato i governi sembrerebbero essersi resi conto della necessità di intervenire e sono stati fissati obiettivi molto ambiziosi sulla riduzione di emissioni di CO2 e sulla neutralità carbonica, ma quel che non è chiaro sono gli impegni vincolanti sul come arrivarci. Qui subentra la nostra proposta, cioè di far pagare un prezzo minimo per le emissioni, spostando le tasse dal lavoro, da tassare men, verso le emissioni da tassare sempre di più. Il tutto, utilizzando gli strumenti dell’economia di mercato per incentivare il risparmio energetico e l’uso di fonti rinnovabili.

Da qualche anno non fa più parte dei Radicali, non ricopre cariche elettive, non ha ruoli istituzionali. Ma chi è oggi Marco Cappato politicamente?

Faccio politica senza né elezioni né essere eletto da qualche parte, ma attivando gli strumenti della partecipazione civica e della non violenza. Non voglio ripudiare una storia o prendere le distanze dalle posizioni di questo o quel partito, semplicemente ritengo urgente oggi fare politica in modo diverso. Perché la politica elettorale è orientata al breve periodo, mentre i grandi problemi del nostro tempo, dai cambiamenti climatici alle conseguenze delle rivoluzioni digitale, scientifica e dell’intelligenza artificiale travalicano i confini degli stati nazionali e vanno governate con l’occhio al lungo periodo e non al consenso immediato del marketing della campagna elettorale. Sono quindi un attivista politico, con l’associazione Luca Coscioni e il movimento Eumans e utilizzo gli strumenti di partecipazione popolare.

La sanità è uno dei temi cardine, come ha dimostrato anche lei in alcune battaglie recenti. Ma lei ha fiducia nel ministro Speranza, che sulla pandemia è stato aspramente criticato?

Credo che sia difficile puntare il ditino di fronte a una tragedia enorme che nessuno aveva previsto. In realtà avrebbe dovuto esserci un piano prevenzione pandemica che molti governi precedenti non hanno mai rinnovato. Su quello c’è stata una responsabilità della politica. Oggi penso che il peggio sia stato dato nella gestione delle informazioni e dei dati. A 14 mesi di distanza non sono ancora stati messi a disposizione della comunità scientifica e sono ancora gestiti centralmente soltanto dal governo. Credo che diffonderli avrebbe contribuito positivamente sulle misure da prendere. E poi ci sarebbero le riforme…

A cosa si riferisce?

Le riforme strutturali più urgenti come sul potenziamento della ricerca scientifica e della medicina sul territorio, la telemedicina, la medicina a domicilio e l’assistenza psichiatrica, sulle quali purtroppo non mi sembra siano stati dati segnali concreti.

Mentre lei combatte battaglie su temi civili rischiando in prima persona e andando spesso e volentieri a processo, cosa prova a vedere Matteo Renzi che fa la spola tra l’Italia e l’Arabia Saudita e viene accusato di fare più gli interessi di un paese discutibile dal punto di vista dei diritti umani, rimanendo comunque senatore della Repubblica italiana?

In questi casi le regole sono più adeguate dei richiami alla moralità, perché se una commistione così forte tra interessi privati e ruoli istituzionali è possibile evidentemente è perché non si sono poste regole adeguate. Per esempio, per separare con un lasso di tempo adeguato l’assunzione di incarichi aziendali da ruoli politici. Renzi non è l’unico. Anche Minniti guida una Fondazione promossa da Leonardo e Padoan è entrato nel Cda di Unicredit. Per cui, invece di prendermela con il comportamento del singolo, sarebbe meglio avere delle norme che impediscono alla radice questo tipo di commistione di interessi.

Non mi dica che non le fa un certo effetto, quando entra in libreria, vedere l’autobiografia di Roberto Formigoni, proprio a lei che nel 2010 ne denunciò l’illegittimità di essere eletto per la quarta volta presidente della Lombardia…

Io con Formigoni ho vinto due cause per diffamazione con il pignoramento di una parte della sua liquidazione per avere ripagato il danno che non voleva pagare. Noi avevamo scoperto una truffa elettorale senza la quale non avrebbe potuto neanche candidarsi. Se la magistratura fosse intervenuta subito, non sarebbe diventato presidente per la quarta volta della regione Lombardia e gli avremmo evitato tanti guai. Su quell’ultimo mandato, infatti, si sono concentrate le inchieste e i processi per i quali è stato chiamato a pagare un pensante dazio. Di certo è una persona che ha esperienza e attraversato molte vicende interessanti, per cui non è un problema che abbia scritto un libro, ma che abbia potuto impunemente violare le leggi senza che le responsabilità siano state accertate in tempo utile.

Dopo il caso Palamara ogni giorni escono nuovi scandali che interessano la magistratura italiana. Ma si può ancora avere fiducia nella giustizia?

Bisogna vedere se si poteva già avere... Io non l’avevo già prima fiducia nel sistema giustizia. La maggior parte dei magistrati fanno un grande lavoro e mettono a rischio la propria incolumità, ma il sistema di governo della giustizia è gestito con logiche clientelari e spartitorie, questo da tempo. Il referendum di Enzo Tortora che chiedeva la responsabilità civile dei magistrati è degli anni ’80. E anche qui vale la stessa risposta per il conflitto di interessi: sono necessarie le regole. Non ci si può basare solo sui buoni magistrati. Il potere giudiziario oggi è fondamentalmente irresponsabile e governato da un sistema di correnti. Se non lo si aggredisce con responsabilità civile dei magistrati, con la separazione delle carriere e il rispetto dei diritti degli imputati e dei detenuti non si riforma la giustizia.

Il 19 maggio ricorrono i cinque anni della morte di Marco Pannella. Cosa le manca di più?

Pannella era riuscito a tenere insieme la lotta istituzionale con quella fuori dal palazzo, onorando le istituzioni ma attivando all’esterno tutti gli strumenti della non violenza politica. Credo sia l’insegnamento più forte che ha lasciato, perché è quello di cui ci sarebbe più bisogno oggi. Le istituzioni sono invece sempre più sconnesse dalla realtà e anche le organizzazioni sociali rinunciano troppo spesso a interagire con loro e con la politica. Questo impoverisce sia l’uno che l’altro fronte di iniziativa.

Invece lei, che al tempo dei Radicali veniva chiamato “Marco il Giovane”, il 25 maggio compirà 50 anni. Con che spirito arriva a questa data?

È un’ottima data per scherzarci sopra con gli amici. Però non ha per me un particolare significato.

Il prossimo sogno di Marco Cappato?

Proprio in questi giorni abbiamo posto una nuova questione molto importante, che sta prendendo piede in altri paesi europei. Mi riferisco alle assemblee di cittadini estratti a sorte sui temi più importanti. Credo sia un contributo decisivo per uscire dalla trappola del consenso immediato nella quale è costretta la politica elettorale. Lo stiamo facendo con la proposta di legge PoliticiPerCaso.it e spero che presto otterremo questo risultato.

Mauro Zanon per "il Giornale" il 7 aprile 2021.

«Tesi numero 1: nessuno ha voglia di morire. In generale, si preferisce una vita indebolita a un'assenza totale di vita; perché si può ancora beneficiare di piccole gioie. La vita, ad ogni modo, non è forse, e quasi per definizione, un processo di indebolimento? Ed esistono forse altre gioie al di fuori delle piccole gioie (questa cosa meriterebbe un approfondimento)?

Tesi numero 2: nessuno ha voglia di soffrire. Di soffrire fisicamente, intendo. La sofferenza morale ha un suo fascino, si può persino farne una materia estetica (e io non mi sono privato dal farlo). La sofferenza fisica, invece, non è altro che un vero e proprio inferno, svuotato di interesse così come di senso, da cui non si può trarre alcun insegnamento. La vita potrà anche essere stata descritta sommariamente (e ingannevolmente) come una ricerca del piacere; ma sicuramente è molto più un evitamento della sofferenza; e pressoché chiunque, posto dinanzi all'alternativa tra una sofferenza insostenibile e la morte, sceglie la morte.

Tesi numero 3, la più importante: la sofferenza fisica può essere eliminata. All'inizio del Diciannovesimo secolo: scoperta della morfina; da allora sono apparse un gran numero di molecole simili. Alla fine del Diciannovesimo secolo: riscoperta dell'ipnosi; continua a essere poco utilizzata in Francia. L'omissione di questi fatti può spiegare da sola i sondaggi sconcertanti in favore dell'eutanasia (96% di opinioni favorevoli, se mi ricordo bene)».

Inizia così l'intervento dello scrittore francese Michel Houellebecq sul tema dell'eutanasia, nella settimana in cui verrà discussa in Parlamento una proposta di legge che mira a legalizzarla. La presa di posizione di Houellebecq, apparsa ieri sulle pagine del Figaro, nasce dalla volontà di scuotere un'opinione pubblica assuefatta dal pensiero unico in materia bioetica. «I sostenitori dell'eutanasia fanno i gargarismi con parole di cui sviano il significato, a tal punto che non dovrebbero nemmeno più avere il diritto di pronunciarle. Nel caso della compassione, la menzogna è palpabile. Nel caso della dignità, siamo di fronte a qualcosa di più insidioso. Ci siamo seriamente allontanati dalla definizione kantiana di dignità sostituendo gradualmente l'essere morale (negando la nozione stessa di essere morale?) con l'essere fisico, rimpiazzando la capacità propriamente umana di agire per obbedienza all'imperativo categorico con la concezione, più animale e più piatta, di stato di salute, che è diventato una specie di condizione di possibilità della dignità umana, fino a rappresentarne l'unico vero significato», scrive lo scrittore francese. La litania secondo cui la Francia sarebbe «in ritardo» rispetto a «Paesi più civili» lo fa sorridere: «La motivazione del progetto di legge a favore dell'eutanasia che verrà presto depositato è comica a questo proposito: cercando i Paesi rispetto ai quali la Francia è in ritardo, si trovano il Belgio, l'Olanda e il Lussemburgo; non sono molto impressionato». Dietro il vento che soffia verso la legalizzazione dell'eutanasia, ci sono anche le «sordide ragioni» di alcuni economisti: «È stato Jacques Attali che, in un vecchio libro, ha insistito molto sul costo per la comunità di mantenere in vita persone molto anziane; e non c'è da stupirsi che Alain Minc, più recentemente, sia andato nella stessa direzione, Attali è solo un Minc più stupido». I cattolici proveranno a resistere «ma, triste a dirsi, ci siamo più o meno abituati al fatto che i cattolici perdano ogni volta», sottolinea Houellebecq, prima di aggiungere: «Rimangono i medici, sui quali avevo riposto poche speranze, probabilmente perché li conoscevo poco, ma è innegabile che alcuni di loro resistano e rifiutino ostinatamente di dare la morte ai loro pazienti, e forse rimarranno l'ultima barriera. Non so da dove provenga questo coraggio, forse è solo il rispetto del giuramento di Ippocrate». Per Houellebecq, la battaglia contro l'eutanasia non è solo una battaglia per salvare «l'onore di una civiltà» ma anche, dal punto di vista antropologico, «una questione di vita o di morte»: «Dovrò essere molto esplicito: quando un Paese una società, una civiltà arriva a legalizzare l'eutanasia, perde ai miei occhi ogni diritto al rispetto. Diventa allora non solo legittimo, ma auspicabile distruggerlo; in modo che qualcos' altro un altro Paese, un'altra società, un'altra civiltà abbia la possibilità di nascere».

Da tgcom24.it il 7 marzo 2021. E' morto nella clinica svizzera a cui si era rivolto per il suicidio assistito il 34enne sardo Roberto Sanna, malato di Sla da oltre un anno. Ad accompagnarlo nell'ultimo la madre, la fidanzata, il fratello e uno zio. "Per me è un momento di grande dolore per un fatto così privato e intimo di fronte al quale bisogna porsi con rispetto, senza pregiudizi né giudizi che non servono a nessuno. Penso solo che sia bene stare vicini alla famiglia con amore, pregare, comunque s'intenda la preghiera: è un momento molto difficile", aveva detto Carla Medau, sindaca di Pula, la città di Roberto, prima che il giovane morisse. La malattia - La diagnosi per Roberto è arrivata all'improvviso, quando la sclerosi laterale amiotrofica aveva già cominciato a minarne la mobilità. In un anno la malattia è progredita e Roberto ha sentito che non voleva proseguire una vita che non considerava più dignitosa. Consapevole che non avrebbe potuto scegliere il suicidio assistito in Italia, per l'assenza di una legge sul fine vita, il 34enne ha preso contatti, in autonomia, con un centro svizzero e anche con un'agenzia funebre della sua città, una volta che gli era apparsa chiara l'irreversibilità della sua condizione di salute.

15 anni fa la morte per Sla dell'attivista radicale. Luca Coscioni come Giordano Bruno, a 15 anni dalla morte il suo nome fa ancora paura. Maria Antonietta Farina Coscioni su Il Riformista il 20 Febbraio 2021. E infine, giunto allo stremo, a gran voce, grida: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni…», «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Un interrogativo angoscioso, quello che riporta Marco nel suo Vangelo (15, 34-35). Gesù il Nazareno lo sa che il suo sacrificio si inserisce in un disegno divino, di cui lui, consapevole e consenziente, è parte integrante. E tuttavia, quella disperata invocazione… Duemila anni dopo, che cosa possono invocare altri “sacrificati”, loro pure consapevoli ma non consenzienti? Luca Coscioni, piagato (ma non piegato) da una malattia che non lascia scampo, la Sclerosi Laterale Amiotrifica, quante volte, avrà lui pure gridato “dentro”, e chiesto ragione della sua condanna pur innocente… Mille volte me lo sono chiesta; ho cercato risposte senza trovarne, pur avendo vissuto con Luca, e per Luca, tutto il Golgota del suo martirio. Appartiene all’imperscrutabile: perché tra tanti, proprio lui; e perché un percorso prima della morte atroce, così doloroso, angoscioso e angosciante? Senza scomodare l’inconoscibile, perché la tremenda solitudine sua e di noi suoi familiari? Perché tanta indifferenza e perfino fastidio da parte di una società che a parole si dice solidale, partecipe, e fissa tra i suoi doveri, nelle sue leggi, quello di sostenere il debole? Perché questo è accaduto, ai tanti Luca Coscioni, prima che mio marito Luca rendesse “politica”, nel modo letterale e sostanziale, la sua malattia. E accade ancora. L’ho detto mille volte e mille volte lo ripeterò: non sono stati Marco Pannella e il Partito Radicale a strumentalizzarci. Piuttosto il contrario: Luca e io abbiamo strumentalizzato Marco e i radicali; li abbiamo deliberatamente usati, abbiamo imposto loro un fronte di lotta a cui non avevano pensato; siamo entrati nella loro casa, ma l’abbiamo abitata e vissuta, e imposto la nostra presenza.

8 febbraio 1600: Benedetto Mandina, Pietro Millini e Francesco Pietrasanta, cardinali inquisitori, condannano per eresia Giordano Bruno. Il 17 dello stesso mese Bruno è condotto in piazza Campo de’ Fiori a Roma, denudato, legato ad un palo, la lingua serrata da una mordacchia per impedirgli di parlare; arso vivo. Le sue ceneri disperse nel Tevere. Solo 289 anni dopo lo scultore Ettore Ferrari, sostenuto da eminenti personalità (Giosué Carducci, Victor Hugo, Henrik Ibsen, Ernest Renan, Herbert Spencer), può realizzare il monumento che sorge al centro della piazza, vincendo le resistenze e le opposizioni delle autorità ecclesiastiche di allora. E da allora quella statua è il simbolo del libero pensiero; della libertà di ricerca. Quella libertà che ancora oggi (e da quel rogo sono trascorsi 421 anni), minacciata, ostacolata, perseguitata. È una forzatura sostenere che i Giordano Bruno di oggi sono le persone che hanno condiviso il destino di Luca Coscioni? 421 anni fa, anche Luca sarebbe stato messo al rogo, colpevole di invocare quella dea che dovrebbe essere da tutti venerata e difesa: la libertà. Non lo hanno messo al rogo, ma la mordacchia, quella sì: hanno cercato in tutti i modi di impedirgli di fare e di “essere” politica. Le liste con il suo nome non ci dovevano essere, e non ci sono state. Sono saltati accordi politici con forze e partiti progressisti, timorosi di quel nome. Quel che è più grave, si sono frapposti mille e mille ostacoli a scienziati e ricercatori, cui si è impedito in ogni modo di poter fare ricerca: negando loro i fondi necessari, e costruendo attorno al loro “fare” selve e barriere sotto forma di leggi assurde e normative senza senso. Nessuno intende tirare il presidente del Consiglio Mario Draghi per la giacchetta, ma una eco di tutto ciò la si trova nel suo intervento programmatico al Senato. Il presidente Draghi ci esorta a chiederci se abbiamo davvero fatto tutto quello che è in nostro potere, per non deludere le future generazioni, e ci sprona a dare «risposte concrete e urgenti» per non costringerli a «emigrare da un Paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato un’effettiva parità di genere». E ancora: «Occorre investire adeguatamente nella ricerca, senza escludere la ricerca di base, puntando all’eccellenza, ovvero a una ricerca riconosciuta a livello internazionale, per l’impatto che produce sulla nuova conoscenza e sui nuovi modelli in tutti i campi scientifici». È quello che chiedeva Luca. Farlo, lavorare in queste direzioni è il modo migliore per ricordarlo, a quindici anni dalla sua morte; per erigere quel monumento a Luca che equivale a quello di Bruno; per aiutare i tanti Luca Coscioni senza volto e voce che vivono tra noi; perché non debbano più gridare anche loro: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni!”.

LA STORIA Luca Coscioni nasce il 16 luglio 1967 a Orvieto. È qui che parte il suo impegno politico quando nel 1995 viene eletto consigliere comunale. Lo stesso anno si ammala di sclerosi laterale amiotrofica e decide di dimettersi. Trascorre alcuni anni passando da un ospedale all’altro, da un ricovero a un altro, fino a quando gli viene definitivamente confermata la diagnosi iniziale. Nel 1999 decide di candidarsi alle elezioni amministrative. Questo è il momento in cui comincia a reagire veramente alla malattia e a ritrovare quella passione per la politica che aveva perso. Nel mese di luglio scopre il sito dei Radicali e comincia ad interessarsi alle iniziative e alla storia di questo partito. Nell’aprile 2000 si candida nella Lista Bonino alle elezioni regionali in Umbria. Nel mese di agosto del 2000 diventa membro del Comitato di Coordinamento dei radicali. È così che inizia la sua avventura politica con Marco Pannella e Emma Bonino. Durante i mesi di campagna elettorale 48 Premi Nobel e oltre 500 scienziati e ricercatori di tutto il mondo sostengono la sua candidatura. Luca Coscioni muore il 20 febbraio 2006: la triste notizia è stata data in diretta a Radio Radicale da Marco Pannella.

Maria Antonietta Farina Coscioni: «Io e Luca un unico corpo contro paure e grettezze di questo Paese. Maria Antonietta Farina Coscioni su Il Dubbio il 20 Feb 2021. A quindici anni dalla scomparsa di Luca Coscioni è ancora vivo il suo messaggio per la libertà di ricerca scientifica e dignità della vita. Il ” personale è politico”, si diceva un tempo. Luca Coscioni ed io, questo slogan che si scandiva nelle manifestazioni e nei convegni, lo abbiamo vissuto nel senso più letterale e autentico. Per Luca e per me “personale è politico” è stato una realtà vissuta per anni, ogni giorno: ora dopo ora, minuto secondo dopo minuto secondo. Immagino che molti lettori sappiano chi è stato, cosa ha fatto, che cosa ha rappresentato e rappresenta ancora, Luca Coscioni: il “maratoneta”. Tale era, quando l’ho conosciuto: sportivo appassionato, divideva il suo tempo tra l’insegnamento universitario, la passione per l’economia, lo sport e l’impegno politico e civile locale, nella sua Orvieto. Poi, un giorno, i primi sintomi della terribile malattia, la Sclerosi Laterale Amiotrofica. Una malattia che scolpisce in modo determinante il confine tra un “prima” e un “dopo”. Per lui; e per me, che accetto di sposarlo, di unire le nostre vite in un unico destino; ed è un tutt’uno lottare contro la malattia anche se nessuno di noi si fa illusioni: sappiamo bene che non concede scampo. Ma non ci diamo per vinti e Luca soprattutto è determinato, ostinato, caparbio. Vuole lottare e lotta per il suo diritto alla vita, per la sua dignità; accetta di essere “cavia” e sperimenta su se stesso possibili farmaci nella speranza di dare anche così un contributo perché un giorno la malattia che lo ha colpito possa essere contrastata e vinta. La speranza: non si limita a nutrirla, è lui stesso speranza, col suo “fare” e il suo “dire”; per lui e per migliaia di altri malati di cui nessuno sembra curarsi: la politica li ignora, non vuole conoscere la loro sofferenza, vuole ignorare il loro calvario. Incontriamo il Partito Radicale. Luca lo usa, non ne viene usato. Marco Pannella ha l’intelligenza e la lungimiranza di comprendere che Luca non è solo un corpo martoriato da una malattia. È, come dicevo, quel “personale” che si fa politica, nel senso più alto e nobile. Pannella lo comprende perché anche lui, come Luca, da sempre con il “corpo”, con la sua fisicità, fa politica; e accetta di farsi strumento della politica dettata da Luca. Il Partito Radicale fino a quel momento era digiuno di quelle tematiche che Luca impone e fa diventare un lessico comune: libertà di ricerca scientifica; dignità della vita, ma anche libertà e possibilità di poter decidere se, come e quando non la si ritiene più degna di essere vissuta. Per tutto il tempo che gli è restato da vivere Luca si è battuto per questo; e si può dire che sia riuscito, almeno in parte, nella sua “missione”: quei temi in un modo o nell’altro sono entrati nell’agenda politica. Se ne è presa coscienza e consapevolezza. Certo: Luca in vita ha patito una quantità di odiosi ostracismi. Il suo nome faceva paura al “Palazzo”. Centinaia di premi Nobel, scienziati e ricercatori di tutto il mondo, con il Partito Radicale, si sono mobilitati in suo sostegno e favore. La politica politicante di questo Paese è rimasta insensibile, arcigna e tetragona nelle sue stupide certezze, nelle sue grette paure. Ma siamo stati come la goccia che, instancabile, scava la roccia, non ci siamo arresi, è stata la malattia a vincere Luca, irriducibile sempre. Viviamo in un Paese il cui Parlamento è ancora timoroso di semplicemente discutere una legge sulla eutanasia; un Paese che non lascia libera la ricerca scientifica, e costringe i suoi scienziati e ricercatori ad emigrare; un paese dove ciclicamente accade che si accreditino le terapie più strampalate, che promettono miracolose guarigioni e sono in realtà odiose truffe ai danni di chi soffre e delle loro famiglie. Un Paese i cui codici e le cui leggi sono elenchi sterminati di divieti assurdi, e negano opportunità e facoltà. Con Luca ci siamo impegnati a fondo per liberare questo Paese dai retaggi ideologici da cui è ancora oppresso, e che non sa, non vuole, governare laicamente problemi e questioni che ognuno di noi vive ogni giorno. Luca non ha avuto la possibilità di vederlo, ma quel giorno, un giorno, verrà; e sarà anche per merito suo. Il cammino temo, è ancora lungo, la strada accidentata, tanti gli ostacoli, i trabocchetti. Ha dato tutto se stesso, fino all’ultimo. Il suo esempio ancora ci illumina: è una sorta di stella polare. Tanti sono i messaggi, i videomessaggi che sono arrivati e che stanno arrivando a quindici anni dalla sua scomparsa. A partire dalle 12 di oggi, da Radio Radicale, ricorderò Luca assieme al direttore Alessio Falconio, e con Rita Bernardini, Fausto Bertinotti, Edoardo Camurri, Maria Laura Cattinari, Fabrizio Cicchitto, Stefano Corradino, Stefania Craxi, Sergio D’Elia, Maria Antonietta Farina Coscioni, Lucilla Franchetti, Flavia Fratello, Carlo Fusi, Giuseppe Giulietti, Alessandro Grispini, Luca Landò, Carmen Lasorella, Simona Maggiorelli, Giampiero Mughini, Giuseppe Rossodivita, Mario Sabatelli, Irene Testa, Salvo Toscano, Maurizio Turco, Valter Vecellio, Guido Vitiello, Elisabetta Zamparutti. Le battaglie politiche per cui si è battuto Luca non le abbiamo ancora conquistate come avrebbe voluto e desiderato. Occorrerà fantasia e pragmatismo, flessibilità e determinazione; consapevolezza e volontà di dialogo e confronto.

·        La razzia delle tombe.

Adelaide Pierucci per "il Messaggero" il 26 novembre 2021. Il primo colpo di fulmine al Verano, 27 anni fa, era il 1994. Vede la foto di una ragazza fissata su una lapide e la ruba. Perché lo abbia fatto non lo sa spiegare, ma è certo che da quel momento il brivido di circondarsi di ceramiche con volti di giovani ragazze morte lo ha continuato ad attrarre come una droga. Marco C., l'ex elettricista di Portonaccio, divenuto noto alle cronache per aver rubato le ceneri di Elena Aubry recuperate dai carabinieri dopo settimane di ricerche, rischia di dover scontare con un secondo procedimento penale la sua mania di collezionare fotoceramiche di defunte, specie se belle. Il pm Laura Condemi, che gli ha già contestato la sottrazione di cadavere per il furto dell'urna della motociclista morta sull'Ostiense, gli imputa ora, nel filone di indagine relativo alle foto, il reato di ricettazione di 358 immagini, tutte di donne, morte giovani, e particolarmente avvenenti. Per il magistrato il necrofilo ruba-fotografie, infatti, non sempre avrebbe agito direttamente ossia smurando le immagini da lapidi e tombe, ma si sarebbe attivato anche comprando le fotoceramiche, frutto di due reati collaterali commessi da altri, il furto e la violazione di sepolcro. Il necrofilo dopo la chiusura dell'indagine per la ricettazione delle foto cimiteriali, rischia di finire a processo considerato che una perizia lo ha ritenuto sano di mente, escludendo incapacità processuali. La ricostruzione che lui stesso ha fatto della mania lugubre durante la perizia psichiatrica, infatti, è sembrata lucida e coerente. «Ho iniziato nel 1994», ha raccontato l'uomo, «prendendo, per motivi che non so precisare, una foto da una lapide del Verano. In seguito al primo furto ho sviluppato una vera e propria dipendenza. Non sono riuscito più a fermarmi...». «Le più belle - ha sottolineato l'indagato - le tenevo esposte, con le cornici. Per me erano sacre. Altre le nascondevo per non farne vedere troppe». La camera da letto trasformata in camposanto. E su un diario gli appunti dei nuovi acquisti con il giorno del nuovo accaparramento e i dati delle decedute. È così che i carabinieri scoprono anche il giorno del furto delle ceneri di Elena. Il 4 marzo 2020, all'indomani del lockdown: «4.3.20 Presa Elena Aubry Nata 28.10.1992 Morta 6.5.2018», annota il necrofilo nel suo diario. Il successivo aggiornamento è del 5 maggio 2020, alla riapertura del Verano, il giorno in cui Graziella Viviano la madre di Elena si accorge della sparizione delle ceneri della figlia. 'Presa Licia Perla'', morta nel 65 a trent' anni. E, stessa data, 'Presa Alberta Mostacci, 'nata 14.5.1939 morta 22.9.1970'', a 31 anni. L'elenco è lungo, lunghissimo, da brivido. Nell'ultima contestazione il pm conteggia «358 fotografie di donne riprodotte su fotoceramica per lapidi ma anche porzioni di lapidi cimiteriali tra cui quelle di Anna Frezza, Isabella Borsari, Iolanda Braconi», e tante altre ancora. L'indagato, difeso dall'avvocato Daniele Bocciolini, sarà presto interrogato

Nuove accuse al ladro di foto di donne morte. Alessandro Imperiali il 26 Novembre 2021 su Il Giornale. La prima volta al cimitero del Verano 27 anni fa. Non ha mai smesso e oggi è accusato di ricettazione per aver rubato 358 foto dalle tombe. Un ex elettricista di Portonaccio di nome Marco C., noto alle cronache per aver rubato le ceneri di Elena Aubry, rischia di dover subire un nuovo procedimento penale. Questa volta il reato che gli viene contestato è la ricettazione: hanno trovato a casa sua 358 immagini tutte di donne con in comune due cose: la bellezza e l'essere morte giovani. Il pm Laura Condemi, lo stesso che già gli ha contestato la sottrazione di cadavere per il furto della motociclista morta sull'Ostiense (fortunatamente le ceneri furono ritrovate dopo settimane di lavoro dai carabinieri) gli imputa anche il furto e la violazione di sepolcro. Il magistrato, stando a quanto riporta il Messaggero, ritiene che il necrofilo ruba-fotografie non abbia sempre agito da solo, smurando le immagini da lapidi e tombe, ma spesso le abbia comprate. L'uomo rischia di finire a processo dal momento che una perizia lo ha ritenuto sano di mente. La prima volta che l'uomo ha rubato una fotoceramica è successo al Verano nel 1994, ventisette anni fa. Osserva attentamente la foto di una ragazza fissata su una lapide e decide di rubarla. Da quel momento non è mai riuscito a smettere. Una mania lugubre anche se la perizia psichiatrica ha descritto la sua mente come lucida e coerente. "Ho iniziato nel 1994 - spiega l'uomo - prendendo, per motivi che non so precisare, una foto da una lapide del Verano. In seguito al primo furto ho sviluppato una vera e propria dipendenza. Non sono riuscito più a fermarmi". Nel suo racconto sottolinea: "Le più belle le tenevo esposte, con le cornici. Per me erano sacre. Altre le nascondevo per non farne vedere troppe". Senza dimenticare il diario dove scriveva cosa era riuscito ottenere quel giorno e i dati della vittima. Proprio così i carabinieri sono riusciti a scoprire il giorno del furto delle ceneri di Elena Aubry. Ma l'elenco è lunghissimo, dettagliato e da brividi: "4.3.20 Presa Elena Aubry Nata 28.10.1992 Morta 6.5.2018". Oppure "Presa Licia Perla'', morta nel 65 a trent' anni. Ancora, nello stesso giorno: "Presa Alberta Mostacci, 'nata 14.5.1939 morta 22.9.1970''. Stando alla contestazione del pm sono state conteggiate "358 fotografie di donne riprodotte su fotoceramica per lapidi ma anche porzioni di lapidi cimiteriali tra cui quelle di Anna Frezza, Isabella Borsari, Iolanda Braco". A breve verrà interrogato anche l'avvocato che difende l'uomo, Daniele Bocciolini.

Alessandro Imperiali.  Nato il 27 gennaio 2001, romano di nascita e di sangue. Studio Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza e ho preso la maturità classica al Liceo Massimiliano Massimo. Sono vicepresidente dell'Associazione Ex Alunni Istituto Massimo e responsabile di ciò che riguarda il terzo settore. Collaboro con ilGiornale.it da gennaio 2021 e con Rivista Contrasti. Ho tre credo nella vita: Dio, l’Italia e la Lazio.

Ospedale Sacco, soldi per entrare all'obitorio e in camera mortuaria: il caso sconvolge Milano, tre arresti. ". Libero Quotidiano il 30 settembre 2021. Smantellato un giro di corruzione all'obitorio dell'ospedale Sacco di Milano, dove in cambio di denaro veniva garantito a impresari delle onoranze funebri libero accesso alla camera mortuaria e alla documentazione relativa ai decessi. Stando a quanto riporta l'Adnkronos, l'indagine è partita da quattro esposti e ora il gip Stefania Donadeo ha emesso tre misure cautelari nei confronti di un operatore obitoriale dell'Asst Fatebenefratelli Sacco e di due dipendenti di onoranze di Milano e Baranzate. Per il primo è scattata la sospensione dall'esercizio del pubblico servizio, per i secondi il divieto di esercitare l'attività di impresario funebre. Con gli esposti si denunciavano in particolare atteggiamenti confidenziali tra impresari delle onoranze funebri e operatori obitoriali, i quali consentivano agli impresari stessi l'accesso alla camera mortuaria senza che vi fosse richiesta dei parenti del defunto. Non solo, perché veniva loro consegnata anche la documentazione sui cedessi in cambio di denaro. A partire da febbraio 2021 sono anche state intercettate delle conversazioni che per gli inquirenti sono state indicative di una diffusa pratica corruttiva. In particolare l'operatore sospeso era costante in queste condotte contro il regolamento aziendale per i decessi intraospedalieri e per l’accesso alle camere mortuarie dell’Asst, per le quali riceveva contanti dalle onoranze funebri. 

Cesare Giuzzi per corriere.it il 16 settembre 2021. La storia sembrava la trama di un film dell’orrore. Teschi umani nascosti dentro pacchi diretti all’estero e intercettati per caso dagli addetti alle spedizioni del corriere Ups di via Fantoli. Due pacchi indirizzati in Svizzera e a San Francisco negli Stati Uniti d’America. Uno spedito il 28 agosto e l’altro il 29, con all’interno addirittura tre teschi. Un mistero che per qualche giorno aveva fatto temere incredibili intrighi internazionali, macabri riti satanici e addirittura l’ombra di un serial killer. La realtà però è stata svelata in una settimana d’indagine dei carabinieri della compagnia Monforte che hanno ricostruito (almeno in parte) i contorni di questa vicenda e denunciato per traffico di resti umani tre persone tra Milano e il Piemonte. Si tratta di collezionisti che rivendevano le ossa attraverso i canali commerciali web di eBay e Facebook: un commercialista, un tecnico informatico e un ingegnere. Tutti e tre si sono definiti «appassionati» del genere e si sono giustificati sostenendo di non sapere che in Italia sia vietato detenere ossa umane per scopi non scientifici e soprattutto rivenderle. Tanto che avevano indicato nome e indirizzo del mittente sui pacchi. Una giustificazione però piuttosto improbabile visto che i tre — che pare in realtà non si conoscessero tra loro — avevano una rete internazionale di contatti che andava dagli Usa alla Svizzera, mentre i resti venivano acquistati dalla Repubblica Ceca. Non si sa ancora se attraverso venditori «leciti» o se sul mercato nero. Per capirlo bisognerà aspettare l’esito delle indagini per rogatoria disposte dal pm Francesco Cajani che ha anche ordinato approfondimenti sui canali di vendita via Internet agli investigatori del pool reati informatici della Procura. Quel che è certo è che i tre avevano una discreta disponibilità di ossa. I carabinieri, infatti, mercoledì hanno perquisito le loro case e hanno trovato parecchi reperti: 15 teschi, tibie, peroni, frammenti di ossa delle braccia e delle gambe con articolazioni complete e due scheletri intatti. Ossa che sono state affidate ai tecnici del Laboratorio di antropologia forense di Medicina legale, guidato dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo. A loro toccherà datare i reperti e tentare di individuarne la provenienza. Da un primo esame sembra che le ossa siano state disseppellite. Segno che potrebbe trattarsi di reperti trafugati da cimiteri dell’ex Cecoslovacchia. Le ossa, una volta in Italia, venivano messe «in vetrina» sul web e rivendute in tutto il mondo. Un teschio umano in buone condizioni veniva pagato 100 euro e rivenduto a oltre 600. Duecento euro, invece, il costo di un singolo osso. Un mercato macabro ma florido, che in passato aveva interessato soprattutto paesi asiatici. Ma vietato dalla legge in quasi tutti gli Stati.

Da liberoquotidiano.it il 16 agosto 2021. E' esplosa una bara nel loculario del cimitero dell'Aquila che di conseguenza non sarà accessibile per i prossimi giorni. "Il provvedimento si è reso necessario a seguito di un fenomeno particolarmente raro come l'esplosione di una bara all'interno di un loculo", ha spiegato il sindaco Pierluigi Biondi, che ha disposto l'ordinanza di chiusura. L'area dovrà essere ripulita e il feretro recuperato per poi essere nuovamente inumato. "Abbiamo immediatamente allertato l'Azienda sanitaria locale, che non potrà intervenire prima di lunedì mattina (16 agosto, ndr)", ha proseguito il sindaco. "Sino a quel momento, pertanto, l’accesso al loculario sarà interdetto a chiunque non sia autorizzato", ha ribadito l'amministrazione comunale. Il fenomeno è inquietante e raro ma del tutto naturale. Può dipendere da un difetto di funzionamento della valvola di sfiato delle bare che può incepparsi e quindi bloccare il lento defluire dei gas che si formano durante la decomposizione dei corpi. Alcune casse da morto possono essere difettose di loro oppure possono essere state costruite con materiali scadenti, valvole comprese. Non solo. Il caldo torrido di questi ultimi giorni può aver accelerato la decomposizione del corpo e di conseguenza l'innaturale fuoriuscita di gas può aver fatto scoppiare improvvisamente la bara.

"Esplodono le bare": è allarme al cimitero di Palermo. Valentina Dardari il 17 Agosto 2021 su Il Giornale. Nel cimitero dei Rotoli le bare accatastate sono quasi mille. La Lega ha annunciato una interrogazione parlamentare. Il cimitero dei Rotoli di Palermo è in piena emergenza. Sono infatti quasi mille le bare accatastate in attesa di essere interrate. Tutto ha avuto inizio nell’autunno del 2019 e da allora le bare hanno cominciato ad aumentare e, complici le alte temperature degli ultimi mesi, a diventare un "grave pericolo sanitario, perfino secondo il Comune di Palermo. Lo scandalo del cimitero Rotoli nel capoluogo siciliano, sarà oggetto di una interrogazione parlamentare del senatore Matteo Salvini che prossimamente intende fare un sopralluogo" ha fatto sapere l'ufficio stampa della Lega al Senato. Oggi, come riportato da il Giornale di Sicilia, il report di inizio agosto della Reset, partecipata del Comune di Palermo, registra 242 bare a terra e altre 733 sugli scaffali fino a esaurimento posti.

Il cimitero in emergenza dal 2019. Immagine terribile aggravata anche dal gran caldo che, provocando la rottura dei feretri, fa letteralmente “scoppiare” le bare. Il direttore del cimitero, Leonardo Cristofaro, ha spiegato che "senza fosse di inumazione o cassoni di zinco la situazione non potrà che ulteriormente peggiorare sino a diventare un pericolo sanitario grave”. Quello che sta accadendo al camposanto dei Rotoli è una situazione che si protrae dagli anni ’80 ma che dalla fine del 2019 è diventata sempre più preoccupante. Soluzioni tampone adottate negli scorsi anni non sono riuscite a risolvere il problema. Alcuni interventi sono stati programmati in passato, ma nessuno è stato mai fatto o comunque completato. Primo fra tutti quello riguardante le estumulazioni dei loculi a parete lungo l'asse che costeggia la via Papa Sergio, dove in questo modo si potrebbero utilizzare circa mille posti. Proprio il numero che servirebbe adesso. Nel 2020 il cimitero era finito alla cronaca anche per la compravendita illegale dei loculi con un presunto giro di mazzette. Erano stati indagati 8 dipendenti comunali e 2 medici, oltre ad alcune agenzie funerarie. Nel 1982 venne costruito un forno crematorio durante una preoccupante saturazione dei posti. Peccato però che il servizio in questione non funzioni da parecchio, costringendo coloro che vogliono cremare i propri defunti a rivolgersi a Reggio Calabria o a Messina. In progetto ci sarebbe un nuovo forno finanziato nel 2015 con una posta di bilancio di circa 3 milioni di euro, ma non è mai stato fatto. Si è provato anche a un gemellaggio con il cimitero di Sant'Orsola, sempre a Palermo, dove dirottare lentamente qualche decina di feretri. Ma anche questa soluzione non ha aiutato granchè.

Salvini farà un sopralluogo. Nelle ultime settimane la situazione è peggiorata ulteriormente. Prima di Ferragosto Cristofaro ha scritto al capo di gabinetto Sergio Pollicita, spiegando che "a causa della mancanza di fosse dove operare inumazioni, oltre alle elevate temperature, numerosi feretri hanno cominciato a percolare copiosamente. La situazione è ormai tale da imporre l'immediata inumazione o l'acquisto improcrastinabile e urgentissimo di un congruo numero di sovracasse di zinco destinate a contenerli". A intervenire è stato il leader della Lega Matteo Salvini che ha annunciato una interrogazione parlamentare. In una nota l’ufficio stampa del Carroccio ha sottolineato che vi sono bare accatastate da mesi e che adesso, complici le alte temperature, possono diventare un grave pericolo sanitario. “Lo scandalo del cimitero Rotoli nel capoluogo siciliano sarà oggetto di una interrogazione parlamentare del senatore Matteo Salvini che prossimamente intende fare un sopralluogo" è stato infine comunicato. 

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

Barbara Palombelli denuncia: "Mia zia morta e senza sepoltura". Ecco da quanto tempo: altro orrore a Roma. Libero Quotidiano il 29 aprile 2021. Dopo il duro sfogo del deputato del Pd Andrea Romano, che da mesi attende di seppellire il figlio 24enne morto, arriva quello di Barbara Palombelli. Ancora una volta si parla della Capitale a guida grillina: "Penso al caos dei cimiteri di Roma. A mia zia in attesa di sepoltura dal 5 marzo…a mio cugino addolorato… e mi chiedo cosa possiamo fare, a parte continuare a parlarne in tv". La conduttrice di Stasera Italia ha perso la zia quasi due mesi fa e ancora attende di poterle garantire una degna sepoltura. Come lei centinaia di cittadini che denunciano le condizioni in cui riversa Roma, gestita dalla sindaca Virginia Raggi. È stata proprio lei a intervenire in seguito allo scandalo fatto emergere da Romano. Per il dem non è bastata la morte del figlio per una grave malattia che aveva fin dalla nascita. Ad aggiungersi anche l'impossibilità, una volta cremato, di farlo tumulare nella tomba di famiglia nel cimitero del Verano. "Ciò che è accaduto alla famiglia di Andrea Romano e ad altre famiglie è ingiustificabile. Sono vicina a tutti loro – aveva dichiarato Raggi nei giorni scorsi – Posso solo immaginare lo strazio e il terribile dolore che stanno vivendo. Ho convocato Ama che mi ha assicurato di stare lavorando ad una soluzione per dare risposte ai cittadini in questo momento di emergenza coronavirus". Eppure sono migliaia le bare impilate all'interno dei depositi in attesa di essere cremate o tumulate. Una situazione che ha dell'assurdo. Tanto da spingere i dirigenti romani della Lega, Fabrizio Santori e Monica Picca, con  la portavoce del Comitato per la Tutela dei Cimiteri Flaminio Prima Porta Verano e Laurentino, Valeria Campana, a presentare un esposto presso la Procura della Repubblica con lo scopo di "esortare scelte congrue ed efficienti per trovare in tempi rapidi soluzione ad una situazione inammissibile con il fine di riportare rispetto e decoro nei cimiteri romani".  

Felice Cavallaro per corriere.it il 27 marzo 2021. Il dramma e la vergogna delle bare accatastate fra magazzini e tendoni di fortuna si consuma da anni in una Palermo dove sulla gestione dei cimiteri la procura della Repubblica ha aperto sei inchieste con arresti e incriminazioni. Periodicamente arrivano impegni e promesse per risolvere un problema che invece si amplifica. Appena due mesi fa il sindaco Leoluca Orlando, sostituito l’assessore al ramo, aveva detto di assumersi ogni responsabilità: «Comprese quelle non mie perché un cittadino non può tirarsi indietro». Ne parlò dopo Capodanno davanti all’imbarazzo di 600 bare ammucchiate al cimitero dei Rotoli. E adesso, più di due mesi dopo, abbiamo superato le 800 bare che un consigliere di opposizione, il leghista Igor Gelarda, ha filmato con il suo cellulare.

La concessione dei loculi. Un documento che, al di là di ogni contrapposizione politica o di ogni eventuale uso strumentale, costituisce una denuncia pesante. Orlando aveva detto a gennaio, con una certa soddisfazione, che su questa drammatica questione un po’ tutti stavano forse evitando speculazioni elettorali. E tanti hanno atteso i progetti annunciati. A cominciare dal reperimento di alcune centinaia di posti per procedere a una riduzione delle concessioni dei vecchi loculi da 50 a 30 anni, in modo da liberarne in prospettiva più di tremila. Seppure con disappunto di chi vorrebbe potere continuare a pregare i propri cari là dove riposano.

L’affare del forno crematorio. Devastante il quadro illustrato da Gelarda: «Ci sono 800 salme a deposito, molte per terra, fra tensostrutture e vari depositi disseminati all’interno cimitero». Nessuna notizia sull’annunciata sistemazione del vecchio forno crematorio. Altra vergogna che si trascina da anni con soddisfazione di chi offre costosissimi servizi trasportando le bare dalla Sicilia fino in Campania per le operazioni relative. E il nuovo forno crematorio tante volte annunciato? «Manca il collegamento con la rete fognaria, un grosso problema», hanno risposto i responsabili del cimitero a Gelarda che invoca date certe sul progetto del nuovo cimitero. Anche questo rimasto sulla carta in una città dove già si parla di trasferire alcune centinaia di salme in altre regioni. Senza pace per chi se ne va e per chi resta piangendo sotto un capannone.

Resti della figlia scomparsi dal cimitero, giudice condanna i genitori (che chiedevano risarcimento…). Viviana Lanza su Il Riformista il 6 Maggio 2021. «Il sentimento di pietà per i defunti, inteso quale diritto soggettivo degli attori ad esercitare il culto dei propri morti, non è di necessità automaticamente leso». Così i giudici della sezione civile della Corte di appello di Napoli hanno respinto il ricorso presentato da una coppia di coniugi di Pozzuoli che nel 2003 perse la figlioletta a poche ore dal parto e poche settimane dopo scoprì che i resti della piccola erano spariti dal cimitero della cittadina flegrea. In questi 17 anni i due genitori hanno cercato di avere giustizia, ritenendo di non doversi rassegnare al fatto di non avere una tomba per la loro bambina, e mai avrebbero pensato che a essere condannati sarebbero stati proprio loro: ebbene sì, i giudici li hanno condannati a pagare 9mila di spese legali in favore del Comune di Pozzuoli. «È allucinante», tuona l’avvocato Angelo Pisani che assiste la coppia, annunciando ricorso in Cassazione e alla Corte europea dei diritti dell’uomo. «Scriveremo anche a Papa Francesco», annuncia il legale. La vicenda sembra destinata a diventare un caso. Nei motivi della decisione i giudici sostengono che «i genitori potrebbero pur sempre continuare a praticare i riti tipici del culto dei defunti, contraddistinto da una spiritualità che si esprime in larga parte in preghiere, ricordi, pensieri, commozioni. Detti sentimenti non di necessità debbono mutare sol perché non vi è l’assoluta certezza che nella fossa contrassegnata dal numero o in area cimiteriale vicina a quella fossa vi siano i resti del feto comunque destinati a rapidissima distruzione per consunzione», si legge in uno dei passaggi della sentenza che la difesa dei coniugi è intenzionata a impugnare. «La legge 30 marzo 2001, numero 134, ad esempio – continuano i giudici – consente, in presenza di determinati presupposti, la dispersione delle ceneri dei cadaveri anche in mare, nei laghi e nei fiumi». Come a dire che la tomba non è necessaria. «In dottrina – si legge ancora nella sentenza – è stato osservato come in tali casi i congiunti eserciteranno pur sempre il culto dei loro cari defunti, le cui ceneri sono state disperse, invece che davanti a una tomba, con altre modalità ma certamente i loro sentimenti non cambieranno, rimarranno pur sempre i ricordi, i pensieri, le commozioni». I genitori di Pozzuoli, però, non avevano scelto di cremare la loro piccola e disperderne le ceneri in mare o altrove: avevano scelto di darle sepoltura in cimitero. Infatti, quando a luglio 2003 la piccola morì, il papà della neonata si recò personalmente al cimitero di Pozzuoli, consegnando tutti i documenti al personale amministrativo e il feretro agli operai inumatori. Fu assegnato un numero alla fossa e lì avvenne la sepoltura a cui il papà della piccola assistette assieme a un cognato. A poche settimane dalla tragedia, sulla tomba della piccola i due genitori notarono la presenza di fiori freschi diversi da quelli che abitualmente portavano e fu così che scoprirono che dinanzi alla stessa tomba pregava un’altra mamma che aveva prematuramente perso il suo bambino. Scattò quindi un’indagine e dalle verifiche emerse che nella fossa non erano più presenti i resti della figlia della coppia di Pozzuoli, ma solo quelli dell’altro bambino. «Tale incresciosa situazione era senza dubbio conseguenza diretta e immediata di un errore esclusivo del personale addetto ai servizi del cimitero di Pozzuoli che per negligenza, omissioni e gravi superficialità organizzative – si legge nel passaggio della sentenza in cui si ricostruiscono i fatti – aveva omesso di annotare le operazioni di sepoltura determinando la sepoltura di un altro bambino nella stessa fossa». In sede penale l’indagine fu archiviata per assenza del dolo. E per i genitori della piccola non ci sarà alcun ristoro, nessun diritto e nessun risarcimento per il danno subìto. Anzi, la sentenza dell’altro giorno in sede civile ha stabilito che quei genitori debbano pagare tutte le spese del processo e piangere la loro piccola a casa loro o dove vogliono, ma non al cimitero.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

 La paradossale vicenda di Pozzuoli. Resti della figlia scomparsi dal loculo, polemiche dopo sentenza choc: “Risparmiateci lezioncine sui sentimenti”. Salvatore Prisco su Il Riformista il 7 Maggio 2021. La vicenda sulla quale ha richiamato l’attenzione il Riformista nel suo numero di ieri si riepiloga in poche parole, dolorosamente semplici. A Pozzuoli, all’esito di una gravidanza all’evidenza problematica, nasce prematuramente una bambina. Viva, si badi, ancorché destinata a una rapidissima fine che purtroppo sopravviene. I genitori si attivano per una dignitosa sepoltura, o almeno credono di farlo, giacché – essendosi dopo qualche tempo proceduto all’esumazione del corpicino – constatano che, nel loculo in cui avrebbero dovuto trovare custodia e riposo, le spoglie non ci sono più e ce ne sono altre o forse nessuna. Ne nasce un giudizio civile contro il Comune e gli operatori dei servizi cimiteriali, che – dopo un primo grado – giunge alla cognizione della Corte d’Appello di Napoli, la quale con propria sentenza non solo disconosce la pretesa di una famiglia, ovvia in ogni Paese che voglia dirsi civile, ad avere un luogo certo in cui piangere il proprio caro, visto che alla custodia degli addetti i suoi resti erano stati pietosamente affidati, ma condanna financo alle spese i “temerari” appellanti. Sui profili giuridico-formali di questa decisione si è già dottamente intrattenuto, commentandola con la sua solita elegante penna, il collega Marco Plutino. Non su questo punto mi interessa oggi infatti ritornare, ma su un altro aspetto. Premetto che non sono solito commentare decisioni giudiziarie che non abbia letto e studiato e non intendo contraddirmi nemmeno adesso. Mi limito a qualche osservazione sul tenore dei passi della decisione che riporto di seguito: «I genitori potrebbero pur sempre continuare a praticare i riti tipici del culto dei defunti, contraddistinto da una spiritualità che si esprime in larga parte in preghiere, ricordi, pensieri, commozioni. Detti sentimenti non di necessità debbono mutare sol perché non vi è l’assoluta certezza che nella fossa contrassegnata dal numero o in area cimiteriale vicina a quella fossa vi siano i resti del feto comunque destinati a rapidissima distruzione per consunzione. La legge 30 marzo 2001, numero 134, ad esempio (…)  consente, in presenza di determinati presupposti, la dispersione delle ceneri dei cadaveri anche in mare, nei laghi e nei fiumi (…) In dottrina è stato osservato come in tali casi i congiunti eserciteranno pur sempre il culto dei loro cari defunti, le cui ceneri sono state disperse, invece che davanti a una tomba, con altre modalità ma certamente i loro sentimenti non cambieranno, rimarranno pur sempre i ricordi, i pensieri, le commozioni». Va ribadito innanzitutto che non si era di fronte al seppellimento di un feto in area cimiteriale, notorio cavallo di battaglia e bandiera di quanti hanno una sensibilità contraria all’aborto volontariamente praticato, ossia che si era inteso seppellire il cadaverino di un corpo nato vivo. Dobbiamo inoltre osservare che, essendo il giudizio che si richiama in appello, la storia si è verificata in epoca pre-pandemica. È stata infatti (come abbiamo tristemente constatato) l’epidemia che ci ha colpiti a imporre di congedarci dai nostri cari ammalati in primo luogo senza poter loro stringere la mano mentre si spegnevano, quindi privandoli e privandoci perfino di un ultimo abbraccio e di un sorriso, non potendoli nemmeno accompagnare al sepolcro e dovendosi cremare i cadaveri anche di chi non avesse disposto in tale senso dopo avere oltrepassato la soglia della vita terrena. In questo caso, tuttavia, il virus non si era ancora manifestato per nulla. Riteniamo che una sentenza del genere, se verrà impugnata, possa ragionevolmente defungere – è con amarezza il caso di dire – in Cassazione, perché non ricorre nella specie quell’eccezionalità  di cui siamo stati nell’anno passato testimoni né ci si trova in presenza di eventuali casi analoghi in cui si imponga la dispersione delle ceneri in mare o dall’alto di un monte, che qui non era stata richiesta da alcuno, ma a un caso di triste incuria, se (come pare) il dolo dei becchini andava escluso. Le frasi riportate – con la finale aggiunta, che suona beffarda, della condanna alle spese, quando in genere le si compensa per molto meno – segnalano, come si può facilmente comprendere leggendo sopra, qualcosa di più grave di un errore di motivazione: l’insopportabile lezioncina (nelle intenzioni dell’autore o dell’autrice dei passi richiamati perfino, forse, consolatoria nelle intenzioni, in fatto peraltro irridente) su come ciascuno possa e perfino debba piangere i propri affetti perduti. È singolare il fatto che a ricordarlo debba essere qualcuno che si professa agnostico, quanto a fede religiosa, come accade a chi sottoscrive queste righe. Una certa parte della magistratura italiana ha, in questo momento, molte rogne di cui grattarsi e la responsabilità di evitare le “supplenze” e invadenze ingombranti di cui si è negli anni nutrita. Potrebbe dunque almeno farsi e farci grazia dell’etica e della sensibilità religiosa di Stato, ma del resto non è che si possa poi pretendere l’impossibile: compassione umana, discrezione etica e raffinatezza culturale non sono “materie” il cui superamento sia richiesto in sede di concorso per uditore giudiziario. Salvatore Prisco

Claudia Osmetti per "Libero quotidiano" il 5 maggio 2021. Adesso razziano pure le tombe. Se n' è accorta subito, quando è andata a trovare il suo nipotino che riposa al camposanto di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno. Lei, la nonna, quel bambino venuto a mancare troppo presto (ad appena dieci anni) non l' ha mai dimenticato. Va a fargli visita spesso, pulisce la lapide, porta i fiori freschi: il dolore che col tempo non se ne va ma lascia spazio al ricordo che, alle volte, è l' unica cosa a cui ci si può aggrappare. Così entra nel cimitero comunale di Nocera, sono gesti quasi automatici ormai: percorre il viale alberato, forse in mano ha l' annaffiatoio di plastica. Si china per assicurarsi che non ci siano erbacce o foglie secche da rimuovere e resta sbigottita a fissare la piccola tomba. È vuota. Manca la statuetta di un angelo che aveva donato al bimbo un' associazione di assistenza per i malati di tumore. Mancano i fiori che, la donna ne è certa, erano stati portati giorni prima. Mancano altri oggetti. È l' ennesimo furto dentro un luogo sacro, l' ennesimo scippo al camposanto. La nonna non si perde d' animo, è stufa di quella storia: esce dal cimitero ed entra in un commissariato locale, sporge denuncia. Perché se son bravate son di cattivo gusto e se non lo sono, be', a maggior ragione: non si ruba al cimitero. C' è un limite a tutto. Sui social network parte il tam tam, l' indignazione cresce ed è un coro unanime di vergogna-vergogna. Però c' è persino di più: in mezzo alla gente disgustata, che chiede a gran voce controlli più stringenti, iniziano a farsi largo diversi altri commenti. Anche-a-me, è-capitato-lo-stesso, non-è-la-prima-volta. Già, non si tratta di un episodio (incivile e) isolato. A Cellino San Marco (Brindisi) la mamma di un ragazzo di 17anni tragicamente morto in un incidente d' auto, nei giorni scorsi, si accorge che dalla lampada votiva della tomba manca una rosa di cristallo: il valore materiale dell' oggetto è di circa 100 euro, quello emotivo non si può calcolare. Qualche mese fa le avevan portato via pure la foto della lapide. Ma quale riposo eterno, uno non sta in pace neanche al camposanto. Ché prima bisogna sudare sette camicie per scucire una degna sepoltura (vedi lo scandalo dei cimiteri romani, con le bare impilate e gli esposti in procura) e dopo tocca sperare di non incappare in quale mariolo più o meno organizzato. Ragazzate, si dirà. E comunque non ci sono scuse: mica si può sempre far spallucce e dar colpa alla noia. Oppure piani più elaborati, addirittura studiati: ad Andria, in Puglia, quella che sembra a tutti gli effetti essere una banda di malviventi ha approfittato delle recenti chiusure dovute alla zona arancione per intrufolarsi tra i loculi cittadini e scippare 3mila metri di cavi elettrici. Per ripulire l'intero camposanto han divelto numerosi pozzetti di smistamento, adesso indaga la polizia di stato. A Trento (chè il malcostume è quella cosa che si generalizza subito, non ci son differenze territoriali) l'amministrazione comunale ha deciso di comprare qualcosa come sessanta telecamere per vegliare sul riposo dei suoi defunti e per chetare i famigliari che non ne potevano più di portar loro i fiori alla mattina e di non ritrovarli la sera. Vasi, statuette, croci, busti commemorativi e drappelli: non si salva niente. Che siano di bronzo, d' oro, di marmo o di semplice pietra, poi, non c' è differenza: fan sempre gola. E il risultato è che rimangono solo quelle tombe spoglie, profanate e quindi offese. Assieme alla rabbia sconsolata dei parenti, ché va bene tutto e si può capire altrettanto: ma certi gesti lasciano l'amaro in bocca e basta. Cosenza, Forlì, Caltanissetta, Pesaro: è cronaca di questa settimana. A Jesi (metà aprile) i famigliari di una coppia a cui sparivano sempre i fiori hanno deciso di giocare d' astuzia e hanno piazzato una microcamera sulla lapide: hanno scovato il ladro in men che non si dica, era un signore di mezza età, stempiato e con la mascherina sulla bocca. A Carmagnola, in provincia di Torino, (fine aprile), il Comune ha spedito i vigilantes fin dentro il cimitero: i furti di rame son troppo frequenti, pare, l'ultimo è avvenuto in una tomba di famiglia scoperchiata dal tetto e ripulita da cima a fondo. Come a Pavia dove, poche settimane fa, han sradicato addirittura le grondaie della cappella, pur di portarsi via l'oro rosso.

·        La morte sociale: gli Eremiti.

Caterina Maniaci per "Libero quotidiano" il 26 luglio 2021. Non ne poteva più di un mondo cinico e ingiusto, in cui regnano sovrani il caos e il rumore. Meglio ritirarsi in una grotta nascosta, tra gli alberi e gli animali e vivere di cibo procacciato qua e là, digiuno, pane e acqua, e di preghiera. Fratel Biagio Conte, il laico fondatore della "Missione Speranza e Carità" che accoglie a Palermo centinaia di persone in difficoltà, ora ha deciso che la sua scelta deve essere più drastica, estrema e che deve anche diventare un grido di protesta. «Non posso più accettare una società che stravolge e manipola il Creato, gli uomini e le donne, che stravolge i valori, la morale, i costumi e le tradizioni. Per queste ingiustizie mi ritiro in montagna, in una grotta (in provincia di Palermo) in preghiera e in digiuno a pane e acqua», come ha spiegato lui stesso qualche giorno fa prima di ritirarsi nel suo nuovo eremo, per affidarsi completamente alla Divina Provvidenza. 

LE STORIE

La scelta di fratel Biagio è l'ultima, in ordine cronologico, ed è anche quella che ha avuto un certo clamore mediatico. Ma non è certo l'unica. Se risaliamo idealmente la Penisola e ci fermiamo in Calabria, possiamo imbatterci in un'altra storia straordinaria. Quella di Frederick Vermorel e dell'angolo di terra dalla storia antichissima in cui vive in romitaggio dal 2003, nel santuario di Sant' Ilarione, che con le sue mani ha restaurato. Seguendo un desiderio insopprimibile, quella dell'eremitaggio, che a prima vista appare anacronistico rispetto ai nostri tempi iperconnessi e extrasocial, senza contare la crisi delle vocazioni e il "deserto" in tante chiese, e che invece risulta essere ancora molto "praticata". Un'onda di fede e di desiderio di autenticità che, da grotte, cimiteri, chiese diroccate e rimesse in piedi, case costruite ai margini di boschi e paesi, piccoli appartamenti nel cuore delle città, si diffonde in questo nostro mondo smarrito. La storia della sua "trasformazione" Vermorel ora l'ha raccontato in un libro che è diario, racconto, guida spirituale, intitolato "Una solitudine ospitale. Diario di un eremita contemporaneo", pubblicato dalle edizioni Terra Santa e da pochi giorni in libreria. Nella sua vicenda si intrecciano la Francia delle sue origini, Le Mans, poi Parigi, dove si laurea in scienze politiche, tra la contestazione e l'impegno politico, la comunità di Taizé, il Sahara, il sacerdozio, gli studi di teologia, tanti viaggi, tante esperienze, tanta vita intensa, ma anche un senso di insoddisfazione. Fino all'approdo a Sant' Ilarione, nei pressi della frazione San Nicola del comune di Caulonia, il posto cercato da tanti anni, quello in cui si sono incarnate le tre parole decisive per la sua vita: preghiera, lavoro, accoglienza.  Sull'esempio dei monaci vissuti oltre mille anni fa.

Un fenomeno che si potrebbe definire in crescita, quello dell'eremitaggio contemporaneo, Ma chi sono questi nuovi eremiti? Perché persone che conducono vite normali e an zi, sono magari in carriera scelgono di ritirarsi dal mondo? Una sorta di censimento, che risale comunque già a qual che anno fa, in Italia ne aveva contato circa 200, un numero indicativo perché censirli è difficile. Uomini e donne, di età media sui 50-55 anni. I religiosi o consacrati seguono una Norma di vita approvata per ciascuno dal rispettivo vescovo in base al Codice di diritto canonico, che prevede silenzio e preghiera ma anche un rapporto con le comunità localie la diocesi. C'è anche chi ha scelto di vivere separato dal mondo, senza null'altro che non sia indispensabile non tanto per una spinta religiosa ma perché colpito al cuore dalla bellezza di un luogo e dal desiderio di farne quasi fisicamente parte.

Nella minuscola isola di Filicudi, in una grotta trasformata in spartana abitazione vive un ex capitano di navi da crociera, Gisbert Lippelt, noto a tutti come "l'eremita tedesco". Ultrasettantenne, Lippelt è nato in Germania da mamma architetto e papà giudice e dopo aver girato il mondo con le navi da crociera con il ruolo di secondo ufficiale, ha dato un taglio alla sua vita e ha realizzato la sua "casa" in un antro naturale di contrada Serro, a 400 metri sul livello del mare. La prima volta che Gisbert ha conosciuto le Eolie è stato nel 1968, navigando a bordo di uno yacht di amici. Da quasi cinquant' anni dunque passa le sue giornate senza luce, elettrodomestici, tv e acqua diretta, faccia a faccia con il mare, con il vento, con le rocce, le capre, qualche gatto, e gli abitanti dell'isola che lo hanno felicemente adottato. Per vivere in terra il suo "paradiso terrestre". La "mappa" della ricerca di questo "tesoro" che stravolge la vita è molto vasta, si dispiega dalle Eolie allo Yorkshire e Lincolnshire in Inghilterra, in grotte o in eremi in mezzo alla natura, in Francia, in Georgia, nell'India del Sud, nel deserto della California.

O dentro ad una città come Firenze, come ha scelto di fare Antonella Lumini da oltre trenta anni. Ha studiato filosofia, ha lavorato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze ed ha iniziato un percorso di silenzio e solitudine. Da quarant' anni vive in un appartamento nel centro di Firenze ispirandosi alla pustinia, vocazione al silenzio della tradizione ortodossa, una sorta di monachesimo interiorizzato. È conosciuta come eremita metropolitana ma preferisce definirsi semplice battezzata custode del silenzio. Scrive libri e partecipa a seminari e incontri, a lei si rivolgono in molti per chiedere un aiuto spirituale. Ma la sua esistenza più autentica si svolge tra le pareti del suo appartamento, in preghiera davanti ad una icona.

·        La Successione.

Prelievo dal conto di un defunto? Ecco cosa accade. Federico Garau il 16 Settembre 2021 su Il Giornale. L'istituto bancario non è tenuto ad informarsi sullo stato in vita del proprio correntista. Cosa può accadere al conto corrente di un contribuente dopo il suo decesso? La prima cosa da sapere è che la banca non è tenuta ad essere a conoscenza delle condizioni di salute del proprio correntista, specie nell'eventualità in cui, a seguito della morte, qualcuno decida di effettuare dei prelievi in modo non legittimo. È compito degli eredi inoltrare tale comunicazione all'istituto di credito, cosa che può essere fatta anche non di persona ma tramite Pec, oppure via fax o raccomandata A/R. Da questo momento in poi la banca ha il compito di bloccare il conto corrente, cosicché nessuno possa prelevare del denaro almeno fino al momento in cui non sarà stabilita definitivamente la successione. Una possibilità spesso concessa dall'istituto di credito, sempre che tutti gli eredi siano d'accordo, è quella di accedere al deposito per pagare le spese funebri. Sono autorizzati anche eventuali pagamenti domiciliati o periodici, come affitto, bollette ed abbonamenti a qualche servizio.

Blocco del conto. Tale procedura viene messa in atto per evitare che chiunque, anche colui il quale detiene la regolare delega per effettuare dei prelievi in vece del titolare del conto, possa accumulare del denaro prima della successione, sottraendolo di fatto agli altri eredi. Se ciò dovesse accadere e venire a galla, il responsabile dovrà rifondare la somma sottratta con gli interessi, ma la banca non sarà ritenuta responsabile, come stabilito dalla Cassazione, in quanto non tenuta ad informarsi sulle condizioni di salute del proprio correntista.

La procedura. Prima di poter prelevare da detto conto corrente occorre rispettare uno specifico iter. Dopo la comunicazione del decesso del congiunto, infatti, bisogna innanzitutto accettare l'eredità e stabilire chi sono gli aventi diritto. Si deve quindi presentare la dichiarazione di successione all'Agenzia delle entrate e portarne una copia in banca a seguito della registrazione ufficiale da parte del Fisco. Ultimo passo prima dello sblocco è quello di chiedere all'istituto di credito di produrre e mettere a disposizione dei legittimi eredi un documento riepilogativo con tanto di conteggio della somma di denaro conservata nel conto corrente.

Conto cointestato. Anche in questo caso resta il divieto per gli eredi di accedere al deposito prima della dichiarazione di successione. Una volta ottenuta questa, tuttavia, costoro potranno dividersi solo il 50% delle somme presenti sul conto, vale a dire la quota del defunto. Il restante 50%, infatti, resta al cointestatario, che non sempre può disporre subito del denaro. Se si tratta di un conto cointestato a firma congiunta, ogni operazione deve avere il consenso di entrambi i titolari: ecco perché in caso di morte di uno dei due la sua quota (50%) passa agli eredi ed il conto viene bloccato fino alla successione. In caso di conto cointestato a firma disgiunta, in teoria, il titolare rimasto in vita potrebbe operare sulla quota che gli spetta. In genere, per evitare problemi con gli eredi, la banca tende a bloccare l'intero conto, mossa che può essere contestata in tribunale. Federico Garau

·        Le morti “del cazzo”.

R. I. per "il Messaggero" il 13 dicembre 2021. La sua auto era finita fuori strada, dopo avere sbandato a causa di una via gelata. Il conducente è riuscito a uscire dall'abitacolo, illeso, nonostante la macchina fosse distrutta. La sua fortuna è durata il tempo di un paio di passi: a pochi metri di distanza è precipitato in un pozzo colmo d'acqua, la cui copertura era saltata proprio dall'incidente. È successo sull'Appennino reggiano nella notte tra sabato e domenica. A perdere la vita, un ragazzo di appena 20 anni: Federico Pellini, pizzaiolo a Toano, un comune montano di poco più di quattromila abitanti. Stava tornando a casa dopo una serata trascorsa in discoteca con gli amici. Federico era il guidatore della serata, responsabile di riaccompagnare gli altri. Gli amici che hanno trascorso con lui le ultime ore assicurano che non aveva bevuto. Il ventenne aveva appena salutato la fidanzata e si stava dirigendo verso casa. La sua Fiat Panda è uscita di strada verso le 4 di notte, in località Massa di Toano, e ha centrato in pieno una torretta di mattoni, messa a protezione del pozzo di raccolta acqua ad uso agricolo. Secondo le prime ricostruzioni, Federico sarebbe uscito indenne da dalla macchina distrutta ma, una volta fuori dall'auto, probabilmente a causa del buio, della scarsa visibilità e dello spavento, non si sarebbe accorto della presenza del pozzo scoperchiato e ci sarebbe caduto dentro. La vasca era distante pochi passi dal ciglio della strada e conteneva acqua profonda almeno quattro metri. Il ragazzo sarebbe quindi morto per annegamento, o per ipotermia. A chiamare i soccorsi è stato un agricoltore della zona che ha notato l'auto. Ma quando carabinieri e Croce rossa sono arrivati, per Federico non c'era nulla da fare. I Vigili del fuoco hanno poi recuperato il cadavere, con tecniche speleo-alpino-fluviali, dopo aver svuotato il serbatoio. L'operazione è terminata solo intorno alle 9 di domenica mattina. La salma del giovane è stata affidata ai genitori. Non saranno svolti gli esami tossicologici e nemmeno l'autopsia: la dinamica dell'incidente sembra chiara. La famiglia del giovane è molto conosciuta e benvoluta nel paese. Federico è stato descritto da tutti come il classico bravo ragazzo. «Siamo attoniti, è una tragedia - ha commentato il sindaco di Toano, Vincenzo Volpi - Un bravissimo ragazzo, conosco bene la sua famiglia, gli volevano tutti bene».

Jessica D'ercole per “La Verità” il 21 novembre 2021. Negli ultimi mesi tempeste di fulmini si sono abbattute su tutt'Italia, dalla Liguria alla Sicilia. Un fulmine ha danneggiato un campanile di Palermo, un altro ha mandato in tilt dei citofoni a Napoli e un altro, sulle montagne di Massa Carrara, ha sterminato un intero gregge di pecore - 47 capi morti in una manciata di secondi - e, più di recente, a Verona ha folgorato un operaio che stava lavorando su un traliccio. Secondo le statistiche mondiali, le probabilità per una persona di essere colpita da un fulmine sono remote. Nel 2020 si sono contati 441.211.344 lampi, di questi però 409.645.512 si sono sviluppati tra nuvola e nuvola e solo 31.549.740 si sono scaricati al suolo. Tuttavia, stando a uno studio dell'Università di Washington, questi numeri tra un secolo saranno raddoppiati. Gli scienziati hanno rilevato un aumento del 12% per ogni grado di rialzo della temperatura. L'esperimento è stato condotto nell'Artico che nell'ultimo decennio ha visto i termometri salire di ben 0,9 gradi centigradi e il numero di fulmini crescere da 35.000 nel 2010 a 240.000 nel 2020. Numeri impressionati che riportano a un pensiero di Seneca: «Noi riteniamo che i fulmini siano emessi perché le nubi entrano in collisione. Gli etruschi pensano che le nubi entrino in collisione apposta per emettere i fulmini. Poiché tutto quello che accade ha un significato, si tratta di interpretare i segni che il dio ci manda e adeguare il proprio comportamento». In Italia si contano in media un milione e 600.000 lampi che provocano ogni anno una quindicina di morti. Nel mondo la conta annuale dei morti folgorati sta aumentando. Se qualche anno fa si registravano un migliaio di vittime, nel primo trimestre del 2021 se ne contano già 4.000. A morire per un colpo di fulmine sono per la maggior parte contadini venezuelani, brasiliani e indiani che lavorano in mezzo a campi sterminati ma anche qualche sprovveduto turista in cerca del selfie perfetto. Fortunatamente, secondo il National Weather Service degli Stati Uniti, l'80-90% delle vittime di fulmini sopravvive. Alcuni però possono riportare danni a breve o a lungo termine, come aritmie cardiache, confusione, convulsioni, capogiri, dolori muscolari, sordità, mal di testa, perdite di memoria, problemi di attenzione, cambi di personalità, dolore cronico o ustioni. Lo sa bene Lucia Annunziata che ancora oggi ne paga le conseguenze. Aveva un anno appena quando un fulmine ha colpito la casa in cui abitava in Irpinia: «S' è propagato attraverso tutti i locali e una scheggia di fulmine mi ha colpito un occhio, bruciandolo per sempre. Vivere con un solo occhio ti abitua a un controllo delle tue risorse. Si è più attenti a quello che si fa». Anche l'attrice Sharon Stone ha vissuto quest' esperienza. Anche lei era in casa, stava riempiendo il serbatoio del ferro con l'acqua del rubinetto per stirare alcuni panni, «quando il pozzo è stato colpito da una saetta. La scarica è passata attraverso l'acqua con una potenza tale da sollevarmi da terra e sbalzarmi metri più in là, contro il frigorifero. Svenni». A soccorrerla per fortuna c'era la madre: «Mi ha schiaffeggiato per farmi rinvenire, poi mi ha portato in ospedale, dove i medici mi hanno praticato un elettrocardiogramma per valutare quanta elettricità avessi accumulato». Il record di uomo più colpito da saette appartiene a Roy Cleveland Sullivan, ranger forestale di Waynesboro, in Virginia, fulminato sette volte, tra il 1942 e il 1977. La prima volta, sorpreso sulla torre di guardia antincendio, perse un'unghia del piede sinistro. La seconda, nel 1969, venne colpito mentre guidava su una strada di montagna: svenne ma se la cavò con qualche ustione e la perdita delle sopracciglia. Il terzo fulmine gli danneggiò la spalla sinistra mentre stava nel suo giardino, il quarto gli bruciò i capelli, il quinto il cappello. La sesta volta, durante un picnic lo centrò all'anca. L'ultima, il 25 giugno 1977, fu costretto al ricovero. La saetta lo aveva colpito al bacino mentre era a pesca provocandogli forti bruciori allo stomaco. Morì suicida nel 1983, a 71 anni, per una delusione amorosa si sparò un colpo di pistola dritto nella tempia. Paradossalmente andata meglio a Melvin Roberts, un 68enne del Sud Carolina che sostiene di essere stato colpito da 11 fulmini: «È come sentirsi cotti, dentro e fuori. Non puoi mangiare nulla per 3 giorni, hai diverse ferite e problemi alla memoria e nel linguaggio, ma tutte le volte sono riuscito a sopravvivere e a ricominciare la mia vita di tutti i giorni». Tuttavia qualche anno fa il Guinness dei primati ha rifiutato la sua iscrizione nell'albo dei record per insufficienza di prove. Non avrà la gloria ma, almeno lui, la moglie ce l'ha ancora al suo fianco. È entrato invece di pieno diritto nel Guinness il fulmine che il 31 ottobre del 2018 s' è esteso per 709 chilometri - più o meno la distanza tra Milano e Napoli - tra il sud del Brasile e il nord-est dell'Argentina. Sempre in Argentina ma nel 2019, secondo la World Meteorological Organization, è scoccato il fulmine più lungo in termini di tempo: è durato 16,7 secondi. In entrambi i casi i lampi si sono verificati tra una nuvola e l'altra.La scarica elettrica sprigionata da un fulmine può arrivare a 1 milione di volt. Per capire la potenza basti pensare che i volt che passano nelle nostre prese sono 220 volt. Un lampo può originare una temperatura fino a 30.000 gradi celsius, cinque volte più calda della superficie del Sole. Con la sua energia una sola saetta potrebbe alimentare una lampadina da 100 watt per 3 mesi. La luce di lampo viaggia a 300.000 km/s, ovvero a una velocità 900.000 maggiore rispetto al suono che non percorre più di 330 m/s. Sin dalla notte dei tempi la potenza dei fulmini ha spaventato l'uomo. Gli antichi greci ritenevano che fossero il simbolo dell'ira di Zeus, nel medioevo si credeva che fossero un elemento della malasorte, tanto che per allontanarli ci si affidava a pozioni e pietre magiche. D'altronde pare che fu un lampo a convincere Martin Lutero a prendere i voti. Era il 2 luglio del 1505 quando, ritornando ad Erfurt dopo una visita ai genitori, incappò in un temporale e un fulmine s' abbatté a pochi metri da lui. In quel momento fece voto a Sant' Anna che se fosse sopravvissuto si sarebbe fatto monaco. Chissà che ne sarebbe stato del protestantesimo se fosse nato due secoli e mezzo dopo, quando a sfatare la spiritualità di un fulmine bastò un aquilone, o meglio, un cervo volante. Infatti nel giugno del 1752, qualche decennio prima di farsi padre fondatore dell'America, un giovane Benjamin Franklin scienziato, convinto i fulmini fossero «fuochi elettrici», decise di fare un esperimento durante un temporale a Philadelphia. Con l'aiuto del figlio, unì due bastoncini di legno, li ricoprì con un fazzoletto di seta e, all'estremità del suo cervo volante, pose una punta di ferro. A questa legò una fune di canapa - conduttrice - che terminava poi con un cordone di seta - non conduttore - lì dove si congiungevano i due cordoni pose una chiave metallica che legò, tramite un sottile filo di metallo, a una Bottiglia di Leida, il primo condensatore elettrico, inventato qualche anno prima dal fisico olandese Pieter van Musschenbroek. Dopo aver fatto volare il suo aquilone, la chiave iniziò a scintillare. Affascinato, tese la mano fino a toccarla e ne rimase folgorato. Senza danni, una scarica elettrica gli attraversò letteralmente il corpo. In un sol colpo aveva dimostrato la reale natura di un fulmine, trovato il modo per attirarlo e condurlo a terra. Inventò il parafulmine, una lunga asta di metallo a punta da porre sui tetti delle abitazioni, collegata a terra mediante un conduttore. Pochi mesi dopo a Torino, Gianni Battista Beccaria, un prete considerato da molti stregone per via dei suoi esperimenti scientifici, ripeté la prova del collega americano. Installò un parafulmine sopra il suo appartamento al civico 1 di via Po e, al primo temporale, lo strumento funzionò benissimo. Da allora intrattenne una fitta corrispondenza con lo scienziato americano e, dopo una lunga battaglia per far capire che non si trattava di magia ma di fisica, i parafulmini vennero montati sulla Basilica di San Marco a Venezia e sul Duomo di Milano. L'esperimento andò bene anche in Francia: fu il naturalista Georges-Louis Leclerc de Buffon a posizionarne uno sulla torre di Montbar. Andò peggio al collega russo Georg Wilhelm Richmann, che morì a San Pietroburgo «mentre cercava di quantificare la risposta di un'asta a una tempesta vicina» durante un esperimento sui fulmini globulari. La saetta lo colpì dritto in testa.

Filippo Limoncelli per blitzquotidiano.it il 5 dicembre 2021. Si è lasciato cadere nel vuoto da oltre venti metri ed è morto per salvare una turista rimasta bloccata lungo la teleferica. Joaquin Romero, un 34enne addetto a una teleferica nella riserva indiana di La Jolla, nella Pauma Valley, in California, è morto lunedì dopo due giorni di agonia in ospedale dove era arrivato in condizioni disperate a seguito della caduta. L’incidente è avvenuto sabato scorso. Per cause ancora da chiarire, la donna ha iniziato a scivolare lungo la teleferica senza imbracatura attaccata. A questo punto l’uomo ha afferrato la turista per impedirle di scivolare ma è stato trascinato sulla linea con lei ed entrambi sono rimasti penzolanti. Secondo quanto ricostituito dalla polizia, il 34enne ha prima agganciato la donna ma poi, quando si è reso conto che la struttura rischiava di cedere per il troppo peso (la teleferica in questione ha una capacità massima di 120 chilogrammi), si è lasciato cadere nel vuoto per evitare che la turista perdesse la vita. Dopo la caduta Joaquin Romero era ancora vivo ed è stato subito soccorso e trasportato in elicottero al più vicino ospedale dove però è arrivato in condizioni critiche. I medici hanno fatto di tutto per salvargli la vita. Lunedì purtroppo il suo cuore ha smesso di battere. L’azienda che gestisce la linea ha dichiarato di essere “distrutta” per la morte del 34enne e ha assicurato di aver avviato “un’indagine approfondita e completa, in coordinamento e cooperazione con le autorità federali e statali” per stabilire quanto accaduto.  

Killfie, i selfie in situazioni estreme che portano alla morte. In aumento l’inquietante fenomeno: sono quasi 380 le persone decedute mentre si scattavano una foto in condizioni di pericolo. Valeria Chichi su Il Quotidiano del Sud il 29 novembre 2021. Nell’agosto 2013 l’Oxford English Dictionary includeva per la prima volta la parola “selfie”, ovvero «una fotografia di sé stessi, tipicamente ripresa con uno smartphone o una webcam e caricata su un social network». Nell’ottobre dell’anno successivo il termine veniva introdotto anche nel vocabolario Zingarelli, anche se nelle nostre vite, il selfie, era entrato già molto prima, con l’avvento dei social network. I selfie ormai sono un’abitudine entrata nel nostro quotidiano. Ma quando il rapporto con i social diventa esasperato e il desiderio di attrarre l’attenzione e guadagnare like spinge a ignorare ogni rischio e a mettere a repentaglio la vita per realizzare scatti che possano generare interesse sui social, allora siamo di fronte al Killfie, il selfie scattato in situazioni estreme che diventa fatale. Il neologismo nasce dalla crasi del verbo to kill, uccidere con la parola selfie e rappresenta un fenomeno sempre più diffuso nel mondo, soprattutto tra i giovanissimi, e che dopo il lockdown ha registrato un’impennata. Se il selfie è quell’immagine da pubblicare online che ci coglie nella nostra vita quotidiana e che dovrebbe raccontare di noi agli altri, il killfie è la sua espressione paradossale, l’esigenza di mostrarci dotati di qualità straordinarie: più coraggiosi degli altri, più originali, dotati di una vita più interessante. Pur di ottenere quello scatto perfetto, capace di ottenere lo stupore e l’ammirazione altrui, ecco che si sottovalutano i rischi. Precipitati, investiti da treni in arrivo, sbranati da animali troppo vicini. Così si muore con killfie. Solo un mese fa in Lussemburgo, una donna di 33 anni, si è sporta eccessivamente per scattarsi una foto da un belvedere ed è precipitata con un volo di 30 metri nel fiume sottostante annegando, sotto lo sguardo impotente del marito. A luglio sull’Appennino tosco-emiliano è toccato a Andrea Cimbali, 29 anni: voleva immortalarsi con uno scorcio montano spettacolare, durante un’escursione, ma è precipitato nel vuoto per 200 metri e a nulla è servito il pronto intervento degli operatori del soccorso alpino e dell’elisoccorso. Lo scorso settembre in Zimbabwe, un uomo è stato calpestato da un elefante mentre cercava di scattarsi una foto accanto al pachiderma. L’uomo è morto, e anche l’elefante, giustiziato dai ranger.  Le statistiche parlano chiaro: sono quasi 380, a partire dal 2008, le persone decedute mentre si scattavano un selfie in condizioni estreme. È quanto emerge da uno studio spagnolo della iO Foundation. In base alla ricerca, sono almeno 379 le persone morte accidentalmente nel mondo tra il gennaio del 2008 e il luglio del 2021. Solamente dall’inizio del 2021 si sono verificati 31 incidenti mortali di questo tipo, con una chiara tendenza al rialzo. Un esame della casistica mostra che la maggior parte dei decessi (216) è dovuta a cadute, mentre le altre cause di morte sono legate ai mezzi di trasporto (incidenti stradali, incidenti ferroviari, ecc.) e ad annegamento. C’è poi un numero non irrilevante di incidenti dovuti ad un uso improprio di armi da fuoco (24), scariche elettriche e ad attacchi di animali selvatici (17). I dati sono comunque al ribasso. Per la realizzazione dello studio infatti, i ricercatori hanno tenuto conto solo degli episodi riportati dalla stampa a partire dal 2008, escludendo di fatto tutti quelle morti in cui non è stata individuata la causa killer nel selfie e quelli che non sono balzati agli onori della cronaca. La ricerca rileva inoltre che in un caso su tre il protagonista dell’incidente mortale era in viaggio. Mete esotiche scelte magari proprio perché instagrammabili, come si dice oggi per definire le mete gettonate perché particolarmente adatte ad essere immortalate sui social. Nella classifica dei Paesi dove si sono verificati il maggior numero di incidenti l’India è al primo posto con 100 morti dal 2008. Seguono gli Stati Uniti (39) e la Russia (33). «I dati per l’India si spiegano in parte con il fatto che molte persone nel Paese si fanno selfie mentre si sporgono dal finestrino o dalla porta dei treni», ha spiegato Cristina Juesas, una delle cofirmatarie dello studio. Juesas ha sottolineato che dai dati emerge chiaramente che i più esposti al rischio di incidenti sono i giovani, l’età media delle vittime si aggira infatti intorno ai 24 anni. Nel complesso, tra i decessi, il 41% sono sotto i 19 anni. Ma non è tutto: le morti per autoscatti in situazioni rischiose sono addirittura triplicate dalla fine del lockdown. Lo mette in evidenza un altro studio effettuato da una società di consulenza inglese il Rhino Safety che valuta il rischio e la sicurezza in vari ambiti. Se nel 2020 i decessi dovuti al tentativo di scattare un selfie in circostanze estreme sono stati sette, nei primi mesi del 2021 il numero sale a quota 24. Secondo i dati raccolti dalla Rhino Safety, al primo posto tra le cause principali si collocano le cadute, responsabili di un terzo degli incidenti mortali totali. Al secondo posto, gli annegamenti, causa della morte di un quinto delle vittime. Le statistiche fanno un bilancio anche in base al sesso: gli uomini sembrano avere una tendenza notevolmente maggiore al rischio: (64%) rispetto alle donne (30%). Simon Walter, direttore del Rhino Safety, nel far emergere l’aumento delle vittime per selfie incauti successivo al lockdown, mette in guardia sui rischi dovuti dalla somma di due fattori: l’allentamento delle misure restrittive contro il Covid e il timore di essere tenuti fuori dal flusso di informazioni che scorre lungo le homepage dei social (FOMO o fear of missing out). «Mentre le piattaforme di social media possono essere luoghi sorprendenti per costruire connessioni con le persone in tutto il mondo, la pressione per distinguersi può spingere le persone a correre rischi per creare contenuti ‘emozionanti’ che possono, purtroppo, trasformarsi in tragedie», ha dichiarato il direttore del Rhino Safety. «È importante, ora più che mai, riflettere sui rischi che siamo disposti a correre, e se vale davvero la pena di perdere la vita per un selfie», conclude Walter. In Italia il fenomeno dei selfie killer è finito sotto la lente di ingrandimento anche dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza che ha analizzato i dati degli incidenti, tra cui quelli mortali a causa di autoscatti in situazioni estreme in cui erano coinvolti i più giovani, andando ad analizzarne le cause. Secondo i dati dell’Osservatorio circa l’8% degli adolescenti è stato sfidato a fare un selfie estremo e 1 su 10 ha fatto un autoscatto mettendo a rischio la propria incolumità, per dimostrare il proprio coraggio. La percentuale sale nei più piccoli, dagli 11 ai 13 anni, raggiungendo il 12%. «Stiamo assistendo ad un numero sempre più in crescita di adolescenti che si fanno del male pur di scattare un selfie estremo, un’immagine al limite, arrivare dove gli altri non hanno il coraggio di arrivare e dimostrare al pubblico dei social ciò che si è riusciti a fare. In un certo senso, lo fanno per rinforzare il proprio ruolo social e sociale, dimostrare a se stessi il proprio valore, senza capire realmente la gravità di certe condotte e che si rischia anche di morire: da qui il nome di selfie killer». spiega la psicologa Maura Manca, Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza. Uno scatto inquietante, il suo, sugli effetti nefasti della corsa ad apparire sui social.

Simonetta Sciandivasci per "la Stampa" il 28 ottobre 2021. C'è almeno un grosso discrimine da fare tra le 379 persone che, negli ultimi tredici anni, sono morte con lo smartphone in mano, mentre si scattavano un selfie. C'è chi è morto per farsene uno, e questo dice forse qualcosa sul senso dell'impresa, oggi, e del modo in cui è slegata dall'avventura, e c'è chi è morto facendosene uno. In entrambi i casi, s' è trattato di un tragico errore, un calcolo sbagliato, un incidente, ma c'è differenza tra l'alpinista influencer che si arrampica su una sommità rocciosa per farsi una foto e, nel prendere il telefono, scivola, cade e muore, e la mamma che, per fotografarsi con la figlia neonata, sulle scale mobili, perde la presa della bambina, che precipita nel vuoto e muore. Conta valutare quella differenza, se l'esito è lo stesso? Sì, conta. Da una parte c'è un Icaro, dall'altra c'è un imbranato. Muoiono nello stesso modo e questo è solamente uno dei molti esempi di come il tragico sia diventato eminentemente grottesco. Ieri, molte agenzie hanno diffuso le rilevazioni dello studio di iO Foundation, un'organizzazione no profit che si occupa di diritti digitali che ha analizzato tutte quelle 379 morti per selfie: viene fuori che l'aumento dei casi è costante (e infatti se n'è parlato spesso, c'è un bollettino ogni anno), e che quindi si può ormai parlare di un fenomeno (sinistro, naturalmente, ma pure ridicolo); che il Paese con più vittime è l'India (100 di quei 379 sono indiani), seguito da Stati Uniti e Russia; che le vittime sono soprattutto giovani con meno di venticinque anni. Sono morti animalisti che si sono incautamente avvicinati a squali, orsi, leoni, naturalmente per fare una foto di gruppo; turisti che hanno messo il piede dove non avrebbero dovuto; acrobati; chef; youtuber disposti a un pericoloso show dei record pur di uscire dall'anonimato. Solo quest' anno, trentuno persone sono morte facendosi un selfie o per farsi un selfie. Sembra nulla, non è vero? Rispetto ai numeri enormi del Covid, tutto o quasi tutto è risibile. Tanti o pochi che siano, i morti per selfie esistono ed esisteranno: il selfie è ormai da considerare una delle cause di morte del nostro tempo, un rischio dal quale esistono infatti cartelli stradali, indicazioni e linee guida che ci mettono in guardia. Un tragicomico opuscolo distribuito in Russia alcuni anni fa, cerchiava in rosso omini stilizzati che si facevano una foto sui binari, su una gru, aggrappandosi a un'antenna della tv in terrazza (sì, davvero), dando un biscottino a un orso polare. In India, già dal 2015 - l'anno che il Guardian definì «the year of dangerous selfie» - sono state istituite le no selfies zone, in particolare vicino alla costa: grandi cartelli gialli sbarrano gli smartphone come se delimitassero un campo minato. Esiste persino una piattaforma online, #selfietodiefor, che offre informazioni e supporto per le vittime, tenta di fare prevenzione e tenta, soprattutto, di coinvolgere tutti nella sua campagna - in che modo? Per esempio, se hai un amico incauto, che è solito fotografarsi la faccia mentre guida a 220 all'ora sulla Bradanica, ti dice come farlo ragionare e disintossicarlo da quella sua abitudine andrenalinica. Sul sito, si legge che #selfietodiefor è «un movimento educativo»: vuole dirci non semplicemente quali rischi corriamo quando ci autoscattiamo una foto, ma pure creare massa critica, fare in modo che le persone non trovino accattivanti le foto mozzafiato e rischiose, così che chi le scatta non abbia più ragione di farle per cercare engagement. Se sia un intento ingenuo è difficile stabilirlo, tuttavia è piuttosto chiaro che chi scala un grattacielo per farsi una fotografia mentre barcolla in cima non è semplicemente a caccia di like. C'è qualcosa di più: c'è Icaro. C'è l'umanissimo tentativo di travalicare l'umano, che è ciò che rende pericoloso qualsiasi mezzo a nostra disposizione - ci ammazziamo con le automobili, con il cibo, con i vibratori, con i piercing, con il sesso. In Io e Annie, Woody Allen dice a un certo punto: «Tutto quello che prima faceva bene, ora fa male, come il latte». La funzione fa l'uso, l'uso fa l'abitudine, il rischio libera dall'abitudine. Poi ci sono gli sbadati, i goffi che non cercano impresa, né un antidoto alla pigrizia, e muoiono inciampando mentre si fanno una foto per puro caso: sarebbero potuti morire inciampando mentre calavano la pasta. A una giusta distanza tra i primi e i secondi, ci sono i morti per selfie che finiscono nelle classifiche del Darwin Awards, il riconoscimento per chi muore da fesso e «migliora il pool genetico umano rimuovendosi da esso in modo platealmente stupido». Tra gli insigniti della targa, i morti per selfie non sono i più grotteschi: una volta, ci è finito un poveretto morto saltando da un aereo per filmare dei paracadutisti, dimenticandosi però di indossare anche lui un paracadute. Le storie di chi perde la vita in modi tanto assurdi mostrano quanto è facile morire: basta la distrazione di un attimo. Basta la descrizione di un attimo: la foto, appunto.

Dagotraduzione dal Sun il 14 ottobre 2021. Mentre dormiva nel suo letto, Ruth Hamilton, residente a Golden, in Canada, è stata svegliata da un rumore improvviso. Si è così accorta che un meteorite aveva sfondato il tetto della sua casa ed era atterrato a pochi centimetri dalla sua testa. «Sono saltata su e ho acceso la luce, non riuscivo a capire cosa diavolo fosse successo» ha raccontato la donna. Quando però ha guardato il suo cuscino, si è resa conto che una roccia era caduta proprio vicino a dove posava il capo. La donna, in stato di shock, ha chiamato la polizia per capire se l’oggetto non provenisse da un cantiere lì vicino. «Abbiamo chiamato il progetto Canyon per vedere se stavano facendo esplosioni, ma ci hanno risposto di no. Ma avevano visto una luce brillare nel cielo, poi un’esplosione e qualche botto» ha raccontato Hamilton. «Quando è successo pensavo che qualcuno fosse entrato in casa o avesse sparato, o qualcosa del genere. È stato un sollievo quando ci siamo resi conto chela roccia poteva solo essere caduta dal cielo». E ha aggiunto: «Sono stupita dal fatto che sia il pezzo di una stella, che viene dal cielo e forse ha miliardi di anni». Ci sono miliardi di meteore che volano attraverso l’atmosfera terrestre, e possono essere osservate fino a 120 chilometri sopra la superficie terrestre e viaggiare alla velocità di 70 km al secondo.

Da blitzquotidiano.it il 12 ottobre 2021. Padova, nel tombino un cadavere incastrato a metà. Incastrato a metà dentro a un tombino, testa e busto sotto l’asfalto di via Palestro, gambe per aria. Lo hanno trovato così, morto, forse nel tentativo disperato di cercare qualcosa cui teneva chissà come scivolato laggiù in fondo. L’uomo ha un nome, Salvatore Masia, 55enne originario di Sassari, sembra fosse assiduo bevitore, viveva a Padova. Che fosse ubriaco appare al momento la giustificazione più plausibile per questa assurda morte. Dapprima lo sconcerto più totale. Alle 3 e mezza, una guardia giurata durante il suo solito giro notturno, avvista un cadavere, si vedono solo le gambe. Il resto del corpo è dentro il tombino. La guardia chiama subito la Polizia di Stato. Si capisce da subito che Salvatore Masia è morto per soffocamento. Era riuscito a rimuovere la lastra di ghisa, prima di affacciarsi pericolosamente nel buco e rimanere incastrato sopra un letto di fanghiglia. Il corpo è a disposizione dell’Autorità giudiziaria, sul caso indaga la squadra Volante della polizia.

Da "liberoquotidiano.it" il 12 ottobre 2021. Una tragedia sotto agli occhi dei figli. La 33enne Yevgenia Leontyeva è morta mentre faceva bungee jumping. La donna si è lanciata dal tetto di un hotel a Karaganda, in Kazakistan in un salto sportivo "a volo libero con la corda". A immortalare quanto accaduto un video, in cui si vede Yevgenia legata avanzare verso il bordo del tetto. Poi il salto. Ma una corda di supporto nn è stata adeguatamente fissata all'albero e la 33enne è precipitata per 25 metri. La donna sarebbe stata trascinata per qualche metro prima di sbattere contro un muro. Yevgenia, amante dell'avventura, una saltatrice esperta, è stata portata d'urgenza in ospedale dove è stata operata per gravi ferite alla testa, ma è morta poco dopo. Nel filmato che riprende l'accaduto si sentono anche le urla dei presenti e quelle di un'amica che avrebbe dovuto saltare dopo di lei. Al momento si cerca ancora di capire se la caduta è stata causata dalla corda non agganciata bene o se è stata provocata dall'impossibilità di questa di reggerla. In ogni caso, assicura chi c'era, il salto è stato autorizzato prima che un organizzatore avesse il tempo di fissare la corda su un albero." Poco prima del tragico evento Yevgenia e la sua amica si mostravano entusiaste dell'esperienza: Vivilo" e "Voleremo", dicevano in alcune storie pubblicate sui social. 

Da "Ansa" l'1 ottobre 2021. L'eritreo Natabay Tinsiew è morto all'età di 127 anni, come annunciato dalla sua famiglia che spera si guadagni un posto nel Guinness dei primati mondiali come persona vissuta più a lungo. Questa posizione, infatti, è attualmente occupata dalla francese Jeanne Calment, morta nel 1997 a 122 anni. "Pazienza, generosità e una vita gioiosa" sono stati i segreti del defunto, come ha detto suo nipote Zere Natabay alla Bbc. L'uomo è morto lunedì nel suo villaggio, Azefa, circondato da montagne e che ha una popolazione di circa 300 abitanti. Suo nipote ha detto che i registri della chiesa e il suo certificato di nascita mostrano l'anno di nascita, 1894, in cui fu battezzato, anche se la sua famiglia credeva che fosse nato nel 1884 e battezzato solo dieci anni dopo, quando nel loro villaggio arrivò un sacerdote. Padre Mentay, un prete cattolico che ha prestato servizio nel villaggio per sette anni, ha confermato che i documenti indicano la nascita di Natabay nel 1894, aggiungendo di aver partecipato alla festa del suo 120esimo compleanno nel 2014.

Usa, vince la lotteria ma muore annegato prima di incassare i soldi. Redazione Tgcom24 il 30 settembre 2021. Vince alla lotteria ma muore prima di incassare il biglietto vincente. E' successo negli Stati Uniti: Gregory Jarvis di Caseville è annegato il 24 settembre. Il suo corpo è stato ritrovato lungo una spiagga privata sulla baia di Saginaw in Michigan. L'uomo aveva in tasca il biglietto vincente della lotteria. Non era riuscito a riscuoterlo: il valore era di 45 mila dollari. Secondo la ricostruzione, la vittima aveva giocato alla lotteria al Club Keno al Dufty's Blue Water Inn a Caseville il 13 settembre. Aveva scoperto la vincita, ma non poteva riscuotere la somma non avendo rinnovato la tessera di previdenza sociale, requisito necessario per ricevere i soldi. Viste le diverse ferite alla testa, inizialmente la polizia aveva ipotizzato un'aggressione.  L'autopsia ha confermato l'annegamento ritenendo le ferite compatibili con la caduta dall'imbarcazione. "Aveva intenzione di prendere quei soldi - ha commentato uno dei suoi amici su come Jarvis voleva utilizzare la somma - desiderava andare a trovare sua sorella e suo padre in North Carolina". Adesso saranno i parenti dell'uomo a riscuotere il denaro.

Caterina Galloni per blitzquotidiano.it il 12 settembre 2021. Morire facendo l’amore ad alcune persone può sembrare il modo migliore di lasciare questa terra. In realtà, come riferisce il Sun, può avvenire in circostanze orribili. 

Morire facendo l’amore, i casi più strani e famosi.

In India un uomo che non aveva dietro un preservativo ha avuto la pessima idea di sigillare il pene con la colla, pensando così di avere un rapporto in sicurezza. Prima di fare sesso con la fidanzata in un hotel nel Gujarat, Salman Mirza, 25 anni, ha applicato l’adesivo sul pene. Sembra sia deceduto per insufficienza multiorgano. Ma è solo l’ultimo esempio di persone, anche note, morte mentre avevano un rapporto sessuale.

Nelson Rockefeller, vicepresidente degli USA all’epoca di Gerald Ford, nel 1979 ebbe un infarto mentre era in “compagnia” della giovane assistente. L’anno scorso, l’attore Matthew McConaughey ha rivelato che il padre è morto facendo l’amore con la madre.

Ma altri esempi sono davvero orribili: dagli attacchi dei leoni alle cadute mortali. L’atto sessuale in sé può essere pericoloso per la vita. Il Sun scrive che all’inizio del 2020, un uomo è morto dopo aver avuto quello che l’autopsia ha definito un “super orgasmo”. 

Charles Majawa, 35 anni, di Phalombe, in Malawi, dopo un incontro con una prostituta ha perso conoscenza. I poliziotti e un medico legale del Migowi Health Center hanno visto il corpo e hanno confermato che la causa della morte era dovuta a “un super orgasmo che ha provocato la rottura dei vasi sanguigni nel cervello”. 

Sbranato da un leone mentre fa l’amore in un bosco. Anche fare l’amore all’aperto, quando nelle vicinanze ci sono animali pericolosi, è stato motivo di morte.  

Nel 2013, un sito web di notizie dello Zimbabwe ha riferito che una coppia mentre faceva sesso in un bosco è stata aggredita un leone. Dopo aver interrotto il rapporto, il felino ha ucciso Sharai Mawera mentre l’amante, non identificata, è riuscita a scappare. 

Viagra tra le cause più frequenti. La pillola blu è stata collegata ad alcuni decessi scioccanti. In Thailandia, il turista britannico Michael Soden sembra sia morto per un attacco di cuore dopo aver assunto il farmaco e aver fatto sesso con una prostituta. 

Nel 2016, il 54enne è stato trovato morto nella sua stanza degli ospiti a Pattaya City. “Aveva ricevuto la ragazza nella sua stanza, aveva preso il Viagra e poi è morto”, aveva detto all’epoca l’ufficiale superiore Pitak Neonsaeng. “Pensiamo che dopo il rapporto sia andato in bagno dove poi è morto”. L’anno scorso il farmaco avrebbe provocato un altro decesso, sempre in Thailandia. Khun Thep , 44 anni, dopo aver assunto un cocktail di sostanze – incluso il Viagra – ha avuto un infarto ed è morto durante un’orgia. 

Soffocato dal seno dell’amante muore durante il rapporto. A Washington, USA, nel 2013 Donna Lange ha ucciso l’amante all’interno di un camper. La donna, in quel momento ubriaca, aveva affermato di non avere idea come fosse morto l’uomo, ma un testimone aveva riferito di averla vista schiacciare il seno contro il volto dell’uomo. Un anno prima, un avvocato tedesco aveva accusato la fidanzata di aver tentato di ucciderlo con il suo seno. La donna indossava la taglia XL di reggiseno. La presunta vittima aveva sostenuto che l’aggressione a sorpresa è avvenuta mentre erano in preda alla passione. Secondo quanto riportato dal Daily Mail, in tribunale Tim aveva testimoniato: “Improvvisamente mi ha afferrato la testa e l’ha spinta contro il seno con tutta la forza. Non riuscivo più a respirare, devo essere diventato blu. Non riuscivo a liberarmi e pensavo che sarei morto”.  Ma è riuscito a liberarsi e in seguito ha detto di aver fatto confessare la femme fatale. “Le ho chiesto perché volesse uccidermi con il seno e lei ha risposto: “Tesoro, volevo che la tua morte fosse il più piacevole possibile'”.

Si sente sola: la vincitrice di 31 milioni di euro alla lotteria si toglie la vita. Roberta Damiata il 13 Settembre 2021 su Il Giornale. Margaret Loughrey, meglio conosciuta come “Maggie Millions”, si è suicidata dopo aver vinto nel 2021, 31 milioni di euro alla lotteria. Aveva sempre dichiarato che quel Jackpot le aveva rovinato la vita. “Il denaro non mi ha portato altro che dolore”. Queste le parole pronunciate qualche tempo fa da Margaret Loughrey, conosciuta in Inghilterra con il nome di “Maggie Millions”, che dopo aver vissuto per anni con il sussidio dello Stato di 58 sterline a settimana, si era aggiudicata il primo premio dell’EuroMillions di oltre 26 milioni di sterline, circa 31 milioni di euro. Una vincita che avrebbe cambiato in meglio la vita di molti, ma non la sua. La donna di 56 anni è stata infatti trovata morta nel suo piccolo appartamento di Belfast, che non aveva mai cambiato nonostante il premio. Dai primi rilievi della Polizia accorsa sul posto, c'è la conferma che si tratta di suicidio. Margaret aveva acquistato il biglietto nel 2013, mentre tornava dall’ufficio di collocamento in cerca di lavoro. Aveva chiamato per primo suo fratello Paul, ma subito dopo aver incassato la vincita, lo aveva allontanato dalla sua vita, insieme agli altri quattro fratelli, pur donando ad ognuno di loro un milione di euro. In seguito però, aveva dichiarato spesso durante le interviste, che quell'enorme quantità di denaro, l’avevano distrutta. “Se c’è un inferno, ci sono stata. Mi pento di aver centrato il Jackpot. Prima ero una persona felice, ma la vincita ha rovinato la mia vita”. La donna non si era mai sposata e non aveva figli, e la maggior parte del denaro vinto lo aveva poi donato a istituti di beneficenza. Negli ultimi anni aveva anche acquistato un pub, un vecchio mulino, che aveva trasformato in un centro ricreativo, e anche un bungalow. Subito dopo la vittoria, probabilmente per la grande pressione, aveva cominciato ad avere problemi di salute e di alcolismo. Era stata poi condannata per aver aggredito un tassista, ed ed aveva svolto 150 ore di lavori per la comunità. Attualmente aveva ancora in suo possesso 5 milioni di euro, e il suicidio non è quindi da imputarsi alla mancanza di denaro, bensì alla solitudine di cui soffriva. "Non ha senso avere 31 milioni di euro ed essere sola. Questo non può rendermi felice, può farlo solo la felicità delle altre persone”. Forse per questo motivo, aveva deciso di donare molti dei suoi soldi in beneficenza. Margaret Loughrey, non è stata comunque la sola a cui tanto denaro non ha portato altrettanta felicità. Anche per il postino Adrian Bayford che aveva vinto ben 148 milioni di sterline alla lotteria, le cose non sono andate benissimo. Suo figlio Cameron di 13 anni, è uscito da poco dal coma dopo che il suo quad, un regalo di suo padre, si era schiantato il mese scorso, nella vasta tenuta di famiglia nel Suffolk. Un suo amico ha detto che Adrian: "Si sente consumato dal senso di colpa". Diverso invece il destino di un muratore inglese che ha vinto quasi 123 milioni di euro, ma ha deciso di continuare a lavorare perché come ha dichiarato: “Ho dei lavori da finire, e non posso abbandonare i miei clienti”.

Roberta Damiata. Sono nata a Palermo ma Roma mi ha adottato da piccola. Ho iniziato a scrivere mentre andavo ancora al liceo perché adoravo la British Invasion. Mi sono poi trasferita a Londra e da lì ho scritto di musica per vari anni. Sono tornata in Italia per dirigere un teen magazine e un paio di testate gossip. Amo la cronaca nera, il gossip, raccontare i personaggi e guardare sempre oltre la notizia. Il mio motto è "treat people with kindness", ma le mie grandi passioni sono i gatti e scrivere romanzi. 

 Da blitzquotidiano.it il 12 settembre 2021. In Irlanda del Nord, Margaret Loughrey, 56 anni, vincitrice di 31 milioni di euro alla lotteria, è stata trovata morta nella sua abitazione a Strabane, nella contea di Tyrone. La polizia afferma che il decesso non è sospetto, probabilmente si tratta di suicidio. Secondo quanto riportato dal Daily Mail, “Maggie Millions” così chiamata per il jackpot a EuroMillions otto anni fa, aveva più volte ammesso che la vincita aveva «distrutto la sua vita». La dea bendata l’aveva baciata quando ha comprato il biglietto che le ha fatto vincere l’enorme somma di denaro. Maggie stava tornando a casa dall’Agenzia di collocamento, viveva con un sussidio di sole 58 sterline a settimana, poco più di 61 euro. Dopo la vincita ha regalato 1 milione di sterline (circa 1 milione e 160mila euro) a ciascun familiare. Ha donato una considerevole fetta della somma in beneficenza e alla città di Strabane affinché venisse trasformata in una mèta turistica. Ha investito il denaro in un piccolo impero immobiliare, tra cui un bungalow, un pub e un ex mulino convertito in un centro ricreativo.  Ma quattro mesi dopo la vincita e anche in seguito ha così definito la vita da da multimilionaria: «Se esiste l’inferno ci sono stata. Il denaro mi ha portato solo dolore. Ha distrutto la mia vita». Loughrey aveva affermato che le persone le avevano “rubato milioni” e aggiunto: «Mi dispiace di aver vinto alla lotteria. Prima ero una persona felice». Di recente aveva detto che le erano rimasti solo 5 milioni di sterline. Paul Gallagher, vicino e consigliere locale ha rivelato che poco prima di morire Meggie aveva trasformato un fienile nella casa dei suoi sogni. Aveva acquistato Herdman’s Mill a Sion Mills nel 2014, ma era stata presa di mira da incendi e atti di vandalismo. Nel 2015 a Loughrey era stato ordinato di fare 150 ore di servizio alla comunità dopo essere stata condannata per aver aggredito un tassista. Nel 2018 fu condannata a pagare 30.000 sterline a un ex dipendente che aveva maltrattato, deriso per la fede religiosa e poi licenziato.

(ANSA il 28 agosto 2021) Due persone sono morte in un incidente durante il Rally dell'Appennino reggiano. È successo verso le 9 in località Riverzana, territorio comunale di Canossa (Reggio Emilia). Sul posto, la polizia locale Unione Val d'Enza e i carabinieri per ricostruire la dinamica di quanto successo, oltre all'elisoccorso del 118. Era in corso la prima prova speciale della giornata. In seguito all'incidente la manifestazione è stata sospesa. (ANSA).

Da ilrestodelcarlino.it il 28 agosto 2021. Due giovani, entrambi spettatori, sono morte durante il Rally dell'Appennino reggiano, un evento molto noto tra gli appassionati. Sull'accaduto è già aperta un'inchiesta. Dalle prime notizie, l'incidente è avvenuto in un tratto rettilineo del circuito in località Riverzana, nel comune di Canossa: l'equipaggio numero 42, una Peugeot 208 guidata dal duo Gubertini-Ialungo ha perso il controllo del mezzo che è uscita dal circuito. A causa della forte velocità e di un terrapieno che ha fatto da rampa, l'auto si è staccata dal suolo ed è precipitata su una collinetta dove si erta radunato il pubblico. L'auto è piombata sulla gente, travolgendo e uccidendo i due giovani. I due componenti l’equipaggio sono rimasti illesi, ma sono entrambi sotto choc. Immediati i soccorsi degli operatori sanitari in servizio sul percorso e, in un disperato tentativo di salvare la vita alle due persone, è stato fatto levare in volo anche l'elisoccorso dall'Ospedale Maggiore di Parma: purtroppo ogni soccorso è risultato vano. La polizia municipale della Unione Val d'Enza assieme ai carabinieri stanno ora ricostruendo la dinamica di quanto successo. Era in corso la prima prova speciale della giornata. In seguito all'incidente la manifestazione è stata sospesa. Stanotte, in provincia di Ferrara, due amici sono morti in un terribile incidente avvenuto a Codigoro: avevano 42 e 53 anni. Nello schianto sono rimaste ferite tre persone.

L'auto gli è piombata addosso dopo un salto. Davide e Andrea, i due giovani travolti durante la gara di rally. “Non c’erano barriere”. Riccardo Annibali su Il Riformista il 28 Agosto 2021. Le due vittime dell’incidente al Rally dell’Appennino sono il 21enne Davide Rabotti, reggiano, studente di ingegneria informatica all’Università di Modena e di Reggio Emilia e il 35enne Cristian Poggioli di Lama Mocogno in provincia di Modena. I ragazzi assistevano al noto evento motoristico sopra un terrapieno alto circa tre metri e sono morti travolti da un’auto che partecipava alla competizione e che è uscita di strada. Sull’incidente è già aperta un’inchiesta. “In quel punto – ha spiegato il sindaco di san Polo d’Enza (Reggio Emilia) Franco Palù – non c’erano barriere”. Secondo i testimoni e le prime ricostruzioni l’incidente è avvenuto in un tratto rettilineo del circuito in località Riverzana, nel comune di Canossa (Reggio Emilia). L’equipaggio numero 42 della Peugeot 208 guidata dal duo Claudio Gubertini e Alberto Ialungo, ha perso il controllo del mezzo e l’auto, a causa della forte velocità e di un terrapieno che ha fatto da rampa, si è staccata dal suolo ed è piombata proprio dove si trovavano Davide e Cristian, uccidendoli. I due componenti l’equipaggio sono rimasti illesi, ma sono entrambi sotto choc. Gli operatori sanitari in servizio sul percorso hanno effettuato un disperato tentativo di salvare la vita ai due ragazzi richiedendo anche l’arrivo dell’eliambulanza dell’Ospedale Maggiore di Parma, purtroppo ogni soccorso è risultato vano. La polizia municipale della Unione Val d’Enza assieme ai carabinieri stanno ora ricostruendo la dinamica di quanto successo. Era in corso la prima prova speciale dell’ultima giornata della competizione iniziata ieri. In seguito all’incidente la manifestazione è stata sospesa.

IL SINDACO – “Il punto in cui si trovavano i due ragazzi travolti e uccisi dalla vettura del Rally dell’Appennino reggiano era una specie di collinetta, un ‘montarotto’, alto 3-4 metri e distante una ventina di metri dalla strada, non c’erano barriere”. A dirlo all’Ansa è Franco Palù, il sindaco di San Polo d’Enza in provincia di Reggio Emilia, che si è recato sul posto dell’incidente. “È stato un incidente particolare – ha detto il sindaco – in una zona che di per sé non era pericolosissima, era al termine di un breve rettilineo in cui l’auto avrebbe dovuto girare a sinistra ma, non so per quale motivo, forse per una perdita di controllo dello sterzo, è finita sulla destra andando sul "montarotto" dove c’erano i due ragazzi deceduti. Che io sappia lì c’erano solo i due ragazzi e non altre persone”. Il Rally dell’Appennino reggiano è una manifestazione storica e seguita da molti appassionati della zona, “un classico del nostro Appennino” ha aggiunto il sindaco. Questa era l’edizione numero 41, tornata a disputarsi dopo un anno di stop per il Covid. Riccardo Annibali

Claudia Guasco per “Il Messaggero” il 27 agosto 2021. Una gita tra amici, una giornata spensierata nella natura. Fino a quando Simona Cavallaro, vent'anni, si incammina nel bosco in compagnia del fidanzato. All'improvviso si avventa su di lei una muta di cani randagi e per la giovane non c'è scampo, viene sbranata e uccisa. Sembra un film dell'orrore ciò che è accaduto ieri pomeriggio sulle montagne che circondano Satriano, comune sul versante ionico delle Serre calabresi in provincia di Catanzaro. La comunità di Soverato è sconvolta, perché al dolore per la scomparsa di una ragazza si aggiunge il dramma della morte terribile: mangiata viva dagli animali, più di dieci, senza poter fare nulla per difendersi. Simona Cavallaro era arrivata qualche ora prima con degli amici per una scampagnata nella zona di Monte Fiorino, nei pressi di un'area picnic. Poi insieme al fidanzato ha deciso di addentrarsi nei boschi circostanti per un sopralluogo, un luogo impervio dove avrebbero voluto organizzare una gita nei prossimi giorni. In lontananza i due ragazzi hanno visto avvicinarsi un gregge di pecore seguite da alcuni pastori maremmani. Il ragazzo impaurito dagli animali si è subito allontanato nascondendosi dietro a un capanno, mentre Simona ha iniziato a giocare con i cani. Accorgendosi, troppo tardi, che erano pericolosi. Così ha cercato di mettersi in salvo, ma è stata azzannata e subito dopo aggredita da almeno dieci cani spuntati all'improvviso. Il giovane, sconvolto, ha chiamato i soccorsi che hanno impiegato un po' di tempo per raggiungere la zona impervia. I primi ad arrivare sul posto sono stati i vigili urbani di Satriano: per allontanare i cani, che si stavano avventando anche su di loro, hanno dovuto sparare diversi colpi di pistola in aria. È toccato ai carabinieri il compito di informare della tragedia i familiari della ragazza. Sotto shock gli amici della vittima che erano partiti con lei per trascorrere qualche ora in spensieratezza. La notizia della morte della ventenne si è subito diffusa a Soverato dove la vittima viveva con la famiglia, conosciuta nella cittadina. La morte di Simona Cavallaro riporta purtroppo in primo piano l'emergenza randagismo in Calabria. Sono circa 15 mila i cani rinchiusi nei rifugi, di cui oltre 5.700 nella sola provincia di Crotone. Nel 2019 sono state effettuate 1.492 adozioni, circa 20 milioni di euro è invece la stima del costo annuo per il mantenimento dei cani nelle strutture e per i risarcimenti a carico delle aziende sanitarie per incidenti causati dai randagi. I dati del 2020 sul randagismo in Italia, condivisi dal ministero della Salute, registrano 76.192 ingressi in canili sanitari, 42.665 in canili rifugio e 42.360 adozioni di cani randagi. Ma il numero di quelli fuori dalle strutture sarebbe ben più alto: il dato del 2019 registra 500-700 mila cani randagi. Un fenomeno diffuso soprattutto in alcune regioni, dove prosperano colonie di animali vaganti e dove gli abbandoni di animali domestici si intensificano nel periodo estivo o in concomitanza con l'apertura della stagione di caccia. Le differenze tra regioni, tuttavia, sono marcate, con un profondo divario tra nord e sud. Il 67% dei cani rinchiusi è nel Mezzogiorno e il 43% dei canili è concentrato sempre al sud.

Da lastampa.it il 28 agosto 2021. E' stata attaccata dal branco alle spalle e alle gambe Simona Cavallaro, la ragazza di 20 anni di Soverato, uccisa giovedì scorso da alcuni cani nell'area picnic di località Monte Fiorino, nel comune di Satriano, mentre stava perlustrando la zona con un amico in previsione di un scampagnata da fare domenica prossima. E' il risultato dell'autopsia, durata 5 ore, eseguita dal medico legale Isabella Aquila su disposizione del pm di Catanzaro Irene Crea, alla presenza dei periti nominati dalla famiglia della ragazza e dell'indagato, un pastore di 44 anni, proprietario del gregge che i cani, tra maremmani e meticci, forse stavano custodendo. La ragazza, probabilmente stava cercando di fuggire e ha anche tentato di difendersi: sotto le sue unghie sono stati trovati peli di cane. Starà ora a un team di esperti stabilire a quali tra i 12 cani catturati appartengano i peli prelevati. Tra gli animali catturati solo uno aveva impiantato il microchip che consente di risalire al proprietario. Nelle ultime ore sono stati effettuati prelievi dal pelo degli animali, alcuni dei quali avevano il capo sporco di sangue. Sulla vicenda stanno indagando i carabinieri della compagnia di Soverato, agli ordini del tenente Luca Palladino, che per primi sono arrivati sul posto, lo scorso giovedì, allertati dall'amico che si trovava in compagnia di Simona. Al momento i militari, con l'aiuto dei veterinari, hanno catturato 12 animali, per otto dei quali si è resa necessaria la sedazione. Gli animali sono affidati in custodia al canile municipale mentre i carabinieri sono alla ricerca degli ultimi esemplari che mancano alla cattura. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, in un primo momento i due ragazzi si sarebbero rifugiati in una chiesetta in legno che si trova nell'area picnic. Solo in un secondo momento Simona, forse pensando che gli animali fossero andati via, ha cercato di raggiungere l'auto, ma è stata assalita dal branco. L'area è attualmente interdetta, dal momento che occorre capire se possano esservi altri cani in circolazione che potrebbero, eventualmente, creare ulteriori problemi. Sono stati attimi concitati, nei quali Simona Cavallaro e l'amico che si trovava con lei hanno dovuto prendere una decisione in pochi istanti. Il giovane ha iniziato a correre verso quel capanno, urlando ripetutamente il nome di Simona e invitandola a seguirlo. Lei, invece, terrorizzata, ha cercato probabilmente di raggiungere l'auto non molto distante. Ovviamente sono tutti racconti poco lucidi, visto il terrore che si è vissuto in quei momenti e su cui i carabinieri puntano a fare chiarezza.

Da catanzaro.gazzettadelsud.it il 28 agosto 2021. C'è un indagato per la morte assurda di Simona Cavallaro, la studentessa ventenne assalita ed uccisa da un branco di cani nelle vicinanze di un’area picnic in località Monte Fiorino nel territorio del comune di Satriano, nel catanzarese. Si tratta di un pastore 44enne di Satriano, Pietro Russomanno, che sarebbe stato individuato dai carabinieri come il proprietario del gregge di pecore che pascolava poco distante dal luogo dell’aggressione e a guardia del quale sarebbero stati almeno alcuni dei cani - in prevalenza pastori maremmani - che hanno aggredito la giovane. Il pastore, che sarà assistito dall'avvocato Vincenzo Cicìno, è stato iscritto nel registro degli indagati - con l'ipotesi di reato di omicidio colposo - anche a sua garanzia, per permettergli, cioè, di nominare un proprio perito in vista dell’autopsia disposta dal pm della Procura di Catanzaro Irene Crea che sarà effettuata oggi (28 agosto 2021). Ma solo al termine degli accertamenti in corso da parte dei carabinieri della Compagnia di Soverato e del Nucleo investigativo del Comando provinciale di Catanzaro, la posizione dell’uomo sarà definita.

Le indagini. Nella zona continuano le ricerche per catturare tutti gli animali, in tutto una quindicina, che si sono avventati sulla ventenne. Per adesso ne sono stati presi due, ancora sporchi di sangue, che sono adesso all’esame dei veterinari che dovranno accertare se hanno impiantato il chip di riconoscimento che permette di risalire al proprietario. Si tratta di cani che, hanno riferito gli investigatori, si presentavano particolarmente aggressivi. Tanto che, al loro arrivo, hanno anche tentato di assalire i carabinieri e la polizia locale. Militari ed agenti sono stati costretti a sparare alcuni colpi di pistola in aria per farli allontanare. Gli investigatori, oltre a dover stabilire se i cani che hanno aggredito Simona fossero del pastore, stanno anche valutando se il gregge di pecore fosse al pascolo in una zona consentita o meno. La morte della ragazza, infatti, è avvenuta vicino ad un’area picnic dove Simona ed un amico stavano facendo un sopralluogo in vista di una scampagnata in programma domenica con un gruppo di amici. Il ragazzo è riuscito a fuggire rifugiandosi in un capanno poco distante, mentre la ragazza non ce l’ha fatta. 

La testimonianza dell'amico. I morsi non avrebbero dato tregua alla ragazza che non sarebbe riuscita a divincolarsi e scappare. Neanche le urla di auto avrebbero fatto allontanare gli animali che invece l'hanno ferita in modo mortale. Il ragazzo che era con lei, invece, probabilmente fuggito nella direzione opposta, è riuscito miracolosamente a trovare riparo nelle vicinanze, all'interno di una baita, salvandosi così la vita. È stato lui a chiamare i soccorsi. Sul posto sono immediatamente accorsi i sanitari del 118, che non hanno potuto far altro che constatare il decesso e i carabinieri della Compagnia di Soverato, guidati dal tenente Luca Paladino, che hanno avvisato dell'accaduto i familiari della ragazza, oltre al magistrato di turno che è giunto sul posto per coordinare le indagini. Comprensibilmente sotto choc l'amico della ragazza che era andato con lei a trascorrere qualche ora in spensieratezza. Il ragazzo ha comunque fornito agli inquirenti elementi utili a ricostruire l'accaduto, per tracciare dinamica ed eventuali responsabilità. Ulteriori chiarimenti verranno dalle testimonianze di quanti, trovandosi nelle vicinanze, hanno potuto in qualche modo assistere ai fatti. Intanto la notizia si è sparsa in un baleno nella cittadina jonica, visto che la ragazza è figlia di un imprenditore locale, dove i conoscenti della famiglia sono rimasti sbigottiti e increduli quando hanno appreso la notizia.

Il dolore del padre. "La mia amata figlia Simona è venuta a mancare su questa vita terrena, il mio dolore è immenso come se avessero esportato metà del mio corpo. Simona, pura come l'acqua di fonte, solare come l'alba e il tramonto, sorridente e scherzosa come una bambina". In queste parole c'è tutto il dolore di un padre, Alfio Cavallaro, che su Facebook ha provato a tracciare un ricordo di sua figlia Simona, la 22enne sbranata ieri pomeriggio da un branco di cani pastore a Satriano. Alle parole, il noto gioielliere di Soverato, ha aggiunto le foto di Simona per ricordare "uno spaccato della sua poca vita vissuta nel pieno amore della famiglia e degli amici più cari". "Le nostre vite saranno distrutte". “Quanto avvenuto a Satriano lascia sgomenti. La giovane Simona Cavallaro ha perso la vita dopo essere stata aggredita da un branco di cani in una pineta attrezzata. Si fa davvero fatica a crederci. È una tragedia immane che poteva e doveva essere evitata. Non si può morire in questo modo, a vent’anni. Mi auguro che gli inquirenti, che hanno già avviato le indagini, facciano luce al più presto su quanto accaduto e riescano a individuare gli eventuali responsabili. A nome di tutta la Giunta regionale, mi unisco allo straziante dolore della famiglia di Simona ed esprimo il più sentito cordoglio a tutta la comunità di Soverato, sotto choc per un evento incomprensibile, inaccettabile”. È quanto afferma il presidente della Regione Calabria, Nino Spirlì.

Gli ultimi istanti di vita della giovane 20enne. Simona sbranata dai cani, il racconto dell’amico: “Urlavo il suo nome, siamo scappati in direzioni opposte”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 28 Agosto 2021. Era insieme a un amico Simona Cavallaro quando si è ritrovata di fronte un branco di una decina di cani che ha attaccato e sbranato la giovane ventenne nei boschi di Satriano, in provincia di Catanzaro. Gli inquirenti sono a lavoro sugli ultimi istanti di vita della giovane originaria di Soverato, morta giovedì 26 agosto. Sono stati attimi concitati quelli vissuti dalla coppia di amici nei boschi del Monte Fiorino. I due si erano staccati dal gruppo di coetanei per addentrarsi in altre zone: lì il branco di cani li ha circondati. A questo punto Simona e l’amico, anche lui ventenne, hanno preso decisioni opposte: quest’ultimo ha deciso di correre verso un capanno; lei invece verso l’autovettura con la quale avevano raggiunto la zona. Ma l’auto Simona non riuscirà a raggiungerla. A raccontare i dettagli degli ultimi istanti di vita della giovane è stato l’amico, ancora sotto choc. Agli inquirenti, secondo la ricostruzione dell’agenzia Agi, ha spiegato che si sono imbattuti prima nel passaggio del gregge di pecore, poi, poco dopo, si è palesato il branco di cani, oltre una decina. Qui l’amico di Simona ha iniziato a correre verso il capanno pronunciando più volte il nome della 20enne, nella speranza che lo seguisse. Lei invece, terrorizzata, ha provato a raggiungere l’autovettura che si trovava non molto distante. Ma è stata prima accerchiata dal branco di maremmani e meticci e poi aggredita dopo aver provato a riprendere la fuga. Un racconto ancora confuso sul quale sono in corso le indagini dei carabinieri. Intanto la notizia dell’orribile morte di Simona ha gettato nello sconforto l’intero comune di Soverato. Un paese in lutto che si stringe intorno al dolore dei familiari. A parlare il papà della 20enne, un gioielliere molto noto in città che in un post sui social ha scritto: “La mia amata figlia Simona è venuta a mancare su questa vita terrena, il mio dolore è immenso come se avessero esportato metà del mio corpo. Simona, pura come l’acqua di fonte, solare come l’alba e il tramonto, sorridente e scherzosa come una bambina”. Il sindaco di Soverato, Ernesto Alecci, ha detto: “Per un dolore di questo tipo non esistono parole di conforto adeguate”, quindi ha proclamato il lutto cittadino durante il giorno in cui si terranno le esequie, mentre ieri ha vietato qualsiasi attività musicale sul territorio comunale, anche durante la notte. Intanto è stata effettuata in giornata l’autopsia sul corpo di Simona da parte del medico legale dell’Università di Catanzaro, Isabella Aquila. Al momento l’unico indagato è un pastore, proprietario del branco di cani che ha ucciso la giovane. L’accusa è quella di omicidio colposo, un atto dovuto per completare gli accertamenti. Le ricerche dei carabinieri della Compagnia di Soverato proseguono serrate alla ricerca degli animali che hanno sbranato Simona. In due giorni, con l’ausilio dell’Azienda sanitaria provinciale, sono stati accalappiati dodici cani maremmani e meticci nella zona di Monte Fiorino. Molti degli animali catturati sono sporchi di sangue e saranno alcuni rilievi scientifici a ricostruire quanto accaduto nell’aggressione. Gli esperti hanno prelevato, infatti, alcuni campioni di peli per identificare con certezza gli animali che hanno effettivamente aggredito la ragazza.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.

Scozia, bambino annega nel lago. Anni dopo ricompare nelle foto di addio al nubilato. Valentina Mericio il 28/08/2021 su Notizie.it. In Scozia è accaduto un fatto curioso. Un bambino morto annegato nel lago è ricomparso anni dopo in alcune foto di addio al nubilato. Quando si parla di miti, fantasmi, esseri misteriosi che poco hanno a che fare con il mondo reale (pensiamo ad esempio agli extraterresti ndr), spesso ci viene da chiederci se una determinata cosa esista veramente. Questo potrebbe essere il caso dei fantasmi che sono stati raffigurati in numerosi modi e in diverse occasioni. Checché se ne dica, o ci si creda o meno alla loro esistenza, in Scozia è avvenuto un fatto alquanto curioso. Un bambino dichiarato morto anni addietro dopo essere annegato nel lago, è comparso misteriosamente in alcune foto di addio al nubilato. Un effetto dunque se possibile, incredibilmente inquietante.

Bimbo foto nubilato, la storia della misteriosa immagine. Correva l’anno 2017 e un gruppo di ragazze aveva prenotato un soggiorno presso il “The Coylet Inn”, una struttura particolarmente suggestiva che si affaccia sul lago Eck in Scozia. È stato proprio di fronte alle acque cristalline del lago che le dieci ragazze, comprese la sposa si sono messe in posa, pronte per essere immortalate nelle foto di gruppo. Proprio allora è successa una cosa inaspettata. In una delle foto è comparsa la figura di un bambino misterioso che guardava le ragazze. Una figura apparsa dal nulla che, secondo prime ricostruzioni sarebbe appartenuta a quella di un bambino morto alcuni anni prima.

Bimbo foto nubilato, l’identità del bambino misterioso. Ma chi era il bambino misterioso ritratto nella foto? Secondo quanto emerso dall’immagine il bambino apparso in basso sulla sinistra, non configurava tra i clienti dell’hotel, senza contare che la sua presenza è stata riscontrata soltanto in uno scatto. Alla vista di questa inquietante immagine le ragazze – riporta “the little things” – prese dalla sensazione di disagio hanno ritenuto di non prolungare ulteriormente il loro soggiorno e di partire prima del previsto.

Bimbo foto nubilato, la leggenda del “Blue Boy”. Leggenda o realtà? Questo è sicuramente uno dei nodi legati a questa storia. La figura del bambino è legata alla leggenda metropolitana del”Blue Boy”, secondo la quale un bambino di soli 4 anni che viveva con la madre presso l’hotel e colpito da sonnambulismo, morì annegato nelle acque del lago Loch Eck. A dare il nome alla storia, è stato il colore della pelle del giovane reso blu a causa del freddo delle acque.

Daniele Luttazzi per “il Fatto quotidiano” il 24 agosto 2021. Ritenere che stelle, pianeti e satelliti influenzino le vicende umane è pensiero magico: non c'è alcuna causa scientifica a collegare quelli a queste. Ciò non toglie che sia divertente leggere gli oroscopi a giornata conclusa, per vedere se ci hanno preso. Qualora piacciano anche a voi le coincidenze (c'è chi ne ricava un senso di ordine cosmico, e chi addirittura le ritiene la prova che dall'aldilà ci stanno comunicando che sono ancora vivi, poiché la probabilità di certi sincronismi è talmente remota che solo una volontà sovrannaturale può giustificarla), la lettura post hoc dell'oroscopo è un hobby che potete senz' altro perfezionare: per esempio, verificando quello dei vip pubblicato nel giorno del loro decesso.

Nicoletta Orsomando, Capricorno. Morta il 21 agosto. Branko: Sarai felice che un amico che pensavi perso comunichi con te, non solo per salutarti, ma per fare grandi proposte. Marco Pesatori: Vitalità e forza garantite. Paolo Fox: Tutto procede per il meglio e potresti risolvere molte incomprensioni.

Gianfranco D'Angelo, Leone. Morto il 15 agosto. Branko: Qualcosa potrebbe scuotere il terreno su cui ti trovi. Marco Pesatori: Quando c'è la Luna problematica come oggi, tutto diventa meno semplice. Paolo Fox: Giornata di luna opposta quindi potrebbe emergere un po' di tensione. 

Roberto Calasso, Gemelli. Morto il 29 luglio. Branko: Preparati, perché oggi sarà un viaggio particolarmente utile per pianificare tutti i desideri che hai desiderato nella tua vita. Sappi che presto sarai in grado di raggiungerli. Marco Pesatori: La Luna ti ama, ti accarezza, ti premia, ti solleva attorno ondate di simpatia, ti spiana la strada e ti toglie ogni genere di ostacolo davanti. Paolo Fox: Sul lavoro aspettatevi chiamate e novità. 

Raffaella Carrà, Gemelli. Mortail 5 luglio. Branko: Una persona cara può esprimere dispiacere per come stanno le cose. Marco Pesatori: Non sei di quelle che aspettano la soluzione dei problemi per l'eternità. Sei concentrata e pronta allo scatto rapido, efficace e anche inesorabile. Paolo Fox: È ideale questo periodo per cercare risposte. 

Carla Fracci, Leone. Morta il 27 maggio. Branko: I desideri di cambiamento diventeranno più forti. Marco Pesatori: Quando ti lasci andare sei irresistibile e in ogni duello non perdi mai. Paolo Fox: Sul lavoro questa giornata è ottimale per fare nuovi piani. 

Franco Battiato, Ariete. Morto il 18 maggio. Branko: Dovrai fare affidamento sulle tue capacità analitiche e sul tuo autocontrollo d'acciaio per navigare nei mari in tempesta in cui ti trovi oggi. E non c'è modo di sfuggire allo stress. Questa è un'opportunità per mettere alla prova la tua fiducia. Assicurati solo di passarlo. Marco Pesatori: Oggi carichi la vita a testa bassa. Paolo Fox: Sul lavoro potrebbe arrivare una bella notizia.

Milva, Cancro. Morta il 23 aprile. Branko: L'avventura del vostro 2021 inizia proprio oggi, alle 11e 50, con l'arrivo di Marte nel segno. Marco Pesatori: Benissimo. Ora sei proprio te stessa. Paolo Fox: Impegnatevi di più nelle cose che vi piacciono. Il resto, lasciatelo perdere. 

Raoul Casadei, Leone. Morto il 13 marzo. Branko: Hai una forza interiore in grado di gestire qualsiasi problema. Non abbassare le braccia, chiudi gli occhi e continua. Marco Pesatori: Marte ti spinge ad agire con la famosa zampata, che è decisione inesorabile. Paolo Fox: Godetevi questo bel periodo.

Rovigo, tragedia per un giovane pallanuotista. Come lo ha ucciso la civetta: una morte atroce. Libero Quotidiano il 17 agosto 2021. Una morte atroce, sconcertante. Un pallanuotista di Ariano Polesine, in provincia di Rovigo ha perso il controllo della moto su cui viaggiava dopo essere stato colpito sul casco da una civetta e si è schiantato perdendo la vita. La vittima è un giovane di 24 anni, Nico Duò, che ieri sera 16 agosto, attorno alle 20,30 in via Linea ad Ariano, guidava la sua Ducati quando è caduto a terra. Un incidente tragico che non gli ha lasciato scampo. Secondo i carabinieri, intervenuti sul posto per i rilievi del caso, il ragazzo è stato colpito sul casco da una civetta. Per le ferite riportate il 24enne è deceduto dopo essere stato portato d'urgenza in ospedale. "Non ci sono parole per commentare una tragedia simile, solo una profonda tristezza. La PN Padovanuoto è vicina ai familiari e agli amici di Nico in questo momento di dolore". Sono le parole con cui sui suoi profili social la PN Pallanuoto Padova ricorda Nico Duò. Come pallanuotista rivestiva il ruolo di “centroboa”. "Una terribile notizia sconvolge la PN Padovanuoto - conclude la società sportiva -. La PN Padovanuoto è vicina ai familiari e agli amici di Nico in questo momento di dolore".

Da "tgcom24.mediaset.it" il 16 agosto 2021. Una donna è morta a Buoncovento (Siena) cadendo da un'altezza di 10 metri dopo essere stata sbalzata fuori da una mongolfiera di cui era alla guida. E' accaduto intorno alle 7, sul posto, insieme ai carabinieri della compagnia di Montalcino, sono intervenuti per i soccorsi i sanitari del 118, ma al loro arrivo la donna era già deceduta. A perdere la vita una donna di 40 anni, pilota di mongolfiera. Dopo aver atterrato e fatto scendere i turisti che stava accompagnano per un tour panoramico nei cieli la donna era ancora a bordo quando, la dinamica e le cause sono ancora da chiarire, la mongolfiera si è improvvisamente rialzata in volo facendo cadere dall'alto l'operatrice che è deceduta sul colpo. La mongolfiera è stata posta sotto sequestro. A dare l'allarme, un'altra operatrice a bordo di una seconda mongolfiera. Incolumi tutti i turisti che erano da poco scesi. Anche l'Agenzia nazionale per la sicurezza del volo ha "aperto un'inchiesta di sicurezza ed inviato sul posto un proprio investigatore per svolgere sopralluogo operativo" a Buonconvento (Siena).

Mauro Giordano per il "Corriere della Sera" il 17 agosto 2021. «Volare mi fa sentire libera, in pace con il mondo. Stacco i piedi da terra e inizia la magia. Questo è quello che cerco di trasmettere a tutti coloro che vengono a volare con me». Elisa Agnoletti, 39enne di Cesena esperta pilota di mongolfiere raccontava così la sua passione per il volo: per anni ha studiato e vissuto in Romagna, negli ultimi tempi viveva in Toscana, a Prato. Un incidente avvenuto nel comune di Buonconvento, in provincia di Siena, ha purtroppo spezzato il suo sogno proprio durante l’attività che la giovane donna aveva scelto come attività e scopo per la vita: volare con la mongolfiera e fare appassionare gli altri a questa attività.

La passione per il volo e l’incidente. Per cause ancora in corso di accertamento è stata sbalzata fuori dal mezzo: un volo di alcune decine di metri, prima di schiantarsi al suolo. Aveva da poco finito un giro con dei turisti e si era rialzata in volo, ma qualcosa è andato storto. La «Mongolfiera di Iside» era la sigla con la quale svolgeva questa attività e sul sito della società, con un blog, la 39enne raccontava perché aveva deciso di fare la pilota e cosa provava tra le nuvole. «Secondo voi nella mia famiglia c’erano persone che volavano in mongolfiera? Assolutamente no – scriveva Elisa Agnoletti -. Anzi penso che ancora oggi, dopo tanto tempo, si chiedono come ci sia finita in questo mondo così lontano dal loro. Il mio primo pensiero è stato “io ci devo assolutamente salire”».

Una preparazione durata due anni. E così era iniziata l’avventura, la ricerca su internet per capire dove e come poter realizzare quel sogno. «Ma come ogni sogno che si vuole realizzare bisogna faticare e impegnarsi. Ci credereste se vi dico che per fare il mio primo volo ci sono voluti due anni?» ricordava la pilota ai suoi lettori: «E forse questo vi fa capire che volare in mongolfiera non è poi così semplice, ma vi fa capire anche che è una cosa straordinaria e che devi volerlo fortemente per riuscire a realizzare questo sogno». 

Il ricordo del primo volo: «Da subito ho amato questo mondo». Particolarmente emozionante il racconto del primo volo: «Il mio primo volo è stato folgorante! Ore 4 del mattino ero già presente sul campo di decollo, era ancora buio e non c’era nessuno. Ho trascorso quelle ore completamente assorta nella magia che mi circondava e quando ho rimesso i piedi per terra mi sono detta “devo conoscere di più di questo mondo incantato”». 

I rischi, quando diceva «bisogna studiare e essere prudenti». La pilota non nascondeva i rischi del mestiere. «La mongolfiera è complessa nella sua semplicità – spiegava -. Il vento è un fattore importantissimo, è indicatore di possibilità o meno di volare ed è anche lo strumento che ci guida durante il volo perché decide il nostro percorso. Ma non c’è solo il vento. La mongolfiera effettua un volo “a vista” così si chiama perché il pilota deve essere in grado di vedere dove va, quindi non ci deve essere nebbia e chiaramente non deve piovere».

Le indagini e il dolore del compagno. A nulla sono serviti i soccorsi del personale del 118, intervenuto su segnalazione del gruppo di turisti che aveva assistito alla scena. Anche il compagno di Elisa, a terra, ha visto tutto e ha urlato durante le drammatiche fasi dell’incidente. Sul posto sono intervenuti i carabinieri per svolgere accertamenti.  Anche l’Agenzia nazionale per la sicurezza del volo ha «aperto un’inchiesta di sicurezza ed inviato sul posto un proprio investigatore per svolgere sopralluogo operativo». Sull’accaduto indaga il pm di Siena Niccolò Ludovici che ha disposto l’autopsia sulla salma della donna. Tre le ipotesi al vaglio su cui si stanno concentrando gli inquirenti: errore umano, guasto tecnico alla mongolfiera oppure un inaspettato evento atmosferico. 

La morte di Elisa Agnoletti, sbalzata dalla sua mongolfiera. I suoi sogni: "Emozionarmi, liberarmi di tutto e volare libera". Trentanove anni, aveva trasformato una passione in lavoro, conducendo in volo i clienti nei cieli di Romagna e Toscana. Sull'incidente nel Senese che le è costato la vita è stata aperta un'inchiesta. La Repubblica il 17 agosto 2021. "Vivere di sogni , emozioni che restano nel cuore... volare in mongolfiera regala momenti unici". Il volo in mongolfiera era tutta la vita della cesenate Elisa Agnoletti, 39 anni: era un sogno che si era concretizzato e diventato un lavoro. Una passione che però ieri si è trasformata in tragedia: dopo aver sorvolato le terre senesi con alcuni clienti, che erano appena sbarcati a terra, la mongolfiera per cause ancora da accertare si è rialzata in volo e la donna è stata sbalzata fuori dal cestello, cadendo da alcune decine di metri, sotto gli occhi del compagno. L'impatto è stato fatale e i soccorsi, subito allertati, non hanno potuto fare nulla: Elisa era già morta. Il dramma è avvenuto a Buonconvento. Romagna e Toscana erano le terre più conosciute dallo staff de "La mongolfiera di Iside", la realtà creata da Elisa e l'ex marito: organizza voli liberi, voli vincolati, partecipa a raduni e balloon festival. C'è chi è salito a bordo con Elisa per festeggiare il compleanno, chi un addio al nubilato, chi ha voluto semplicemente provare l'emozione più grande: quella di volare, il grande desiderio che Elisa Agnoletti aveva realizzato. "Niente è impossibile, circondati di persone che credono in te. Io ho sognato in grande e questo è il risultato. Volare... sognare... emozionarmi ed emozionare", scriveva la donna pubblicando immagini della sua mongolfiera che volava sui campi e i paesi. "Liberarsi di tutto e volare liberi". Volare sopra le nuvole, toccare il cielo con un dito, nuotare in quel cielo. Ora resta il dolore. E restano i dubbi sul perché dell'incidente, capitato a un'operatrice esperta. La mongolfiera è stata sequestrata; l'Agenzia nazionale per la sicurezza del volo ha "aperto un'inchiesta di sicurezza ed inviato sul posto un proprio investigatore per svolgere sopralluogo operativo" a Buonconvento. Tre le ipotesi al momento vagliate: errore umano, guasto tecnico alla mongolfiera oppure un inaspettato evento atmosferico. I carabinieri stanno ascoltando i turisti, una decina (tutti incolumi), che hanno assistito all'accaduto dopo essere scesi dalla mongolfiera che ha ripreso il volo improvvisamente, e da un'altra rimasta a terra.

Caduti “in” guerra o “di” guerra? Risponde la Crusca. L'Inkiesta il 14/8/2021. Tratto dall’Accademia della Crusca. Un lettore ci chiede se sia corretto usare la parola caduti in mare (ormai diffusa nelle espressioni caduti in guerra, in mare, sul lavoro) anche per indicare gli annegati, che effettivamente non muoiono cadendo. Un altro, in occasione dell’inaugurazione a Riccione di un monumento ai caduti del mare, si domanda se sia meglio utilizzare la preposizione del o invece nel mare.

Risposta. Per rispondere alla prima domanda bisogna, almeno brevemente, riassumere che cosa si intende per “caduto” e in che rapporto questa parola sta con altre usate come sinonimi del sostantivo/aggettivo morto. La morte (come la malattia, il sesso, le funzioni corporali, ecc.) è un referente colpito da tabù linguistico, inteso come tendenza a evitare di far entrare nei discorsi le parole esplicite e dirette con cui tali concetti vengono nominati. Così le lingue hanno sviluppato strategie di sostituzione con sinonimi o con la creazione di metafore e forme eufemistiche per poter far riferimento a tali referenti, senza nominarli direttamente: restando nel campo semantico della morte e del morire basta pensare a espressioni come ultimo viaggio, passare a miglior vita, andare tra i più, mancare, ecc. Il sostantivo/aggettivo morto non fa eccezione e anche in questo caso abbiamo a disposizione alternative come defunto, scomparso, estinto (il caro estinto) e il più tecnico-burocratico deceduto. A questi sinonimi eufemistici va aggiunto anche caduto, che, a partire dai primi dell’Ottocento, si è specializzato per indicare ‘il morto in guerra, sul campo di battaglia o nell’adempimento del proprio dovere’: una parola che riproduce visivamente molto bene l’atto dell’andare a terra di qualcuno perché colpito, atterrato appunto, da un colpo nemico e che permette di evitare morto o ucciso, espressioni decisamente più crude e non nobilitanti. In effetti, proprio per dare dignità e grande considerazione pubblica ai moltissimi morti causati dalle guerre, tra Ottocento e Novecento in Europa si è formato il mito dei caduti (Cfr. George L. Mosse, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1998) e, con il concetto, si è diffusa e ha cominciato a circolare la parola. Si tratta di un processo che – come ha ben ricostruito Mosse – inizia dal 1813, con le guerre di liberazione: nella Germania protestante si cominciarono a commemorare i morti in guerra durante le regolari funzioni religiose (soprattutto venerdì santo e Pasqua) mettendo così in risalto il parallelo tra la morte dei caduti e il miracolo della resurrezione cristiana. Con gli inizi della guerra moderna e una nuova coscienza nazionale, i morti in guerra vennero assimilati ai martiri del cristianesimo o delle cause rivoluzionarie, sostituendo alla fede religiosa o laica, la nazione. Parallelamente cambiarono anche le strutture dei cimiteri, fino alla realizzazione dei sacrari di guerra intesi come templi del culto nazionale e poi all’istituzione dei monumenti ai caduti. Con la prima guerra mondiale e l’esperienza della morte di massa, nell’urgenza propagandistica di trascendere la morte in guerra, vengono alimentati “i simboli del Mito dell’Esperienza della Guerra” (Mosse, p. 54). Dal concetto di eroe/martire per la Nazione (in Francia e in Germania in primo luogo) si passa, soprattutto durante la Prima guerra mondiale, a costruire il mito del caduto in guerra, prima in forma personale, con il recupero dei corpi e le sepolture, e poi in forma collettiva con i cimiteri di guerra, i monumenti commemorativi e i parchi della rimembranza, fino all’istituzionalizzazione con i monumenti al milite ignoto che diventano il simbolo unitario nazionale per celebrare tutti i morti in guerra, senza più distinzione di status e di gerarchia militare. La lingua, anche in questo caso, segue le “necessità” della storia e degli eventi, tanto che l’uso di caduto come sostantivo per indicare il "morto in guerra, sul campo di battaglia o nell’adempimento del proprio dovere" è attestato, come detto sopra, a partire dai primi dell’Ottocento: lo utilizza Monti nella sua traduzione dell’Iliade (1810, “Sentì pietade del caduto il forte Asteropèo; e di zuffa desioso / si scagliò tra gli Achei”), e poi lo si trova in un esempio tratto dalla poesia di Tommaseo A Pio IX (1872, “Non io le membra de’ caduti in guerra / a’ piè nemici ed agli estivi ardori / empio esporrò, ma la dolente terra / ricoprirò di fiori”). Questo secondo esempio è davvero significativo perché mostra come lo stesso Tommaseo avvertisse uno iato tra l’uso a lui contemporaneo e la tradizione lessicografica: benché nella poesia utilizzi caduti come sostantivo (al plurale preceduto da preposizione articolata), nel suo vocabolario, il famoso Tommaseo-Bellini, caduto è registrato solo come aggettivo (dal part. pass. del verbo cadere) e prevalentemente riferito a cose, nei significati di ‘mancato’, ‘venuto meno’ (già peraltro presenti nel Vocabolario della Crusca); salvo poi inserire una brevissima osservazione alla voce cadere in cui lascia trapelare questa possibilità: “cadere, sottinteso ferito o morto”. Il GDLI, dopo queste due prime attestazioni (Monti e Tommaseo), elenca brani di autori otto-novecenteschi tratti da opere in cui si descrivono guerre, con toni più o meno celebrativi, da Guerrazzi (“Onore ai caduti!”), a Prati, Carducci, D’Annunzio fino a Pavese («Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: “E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?”»). Rimanendo ancora in ambito esclusivamente militare, i caduti in o di guerra non sono soltanto i morti sui campi di battaglia: la Marina militare e l’Aeronautica militare hanno dato un altissimo contributo di vite umane, perse in conflitti bellici o in disastri navali o aerei. La celebrazione dei caduti in guerra si estende così anche al ricordo dei marinai, a quei caduti del mare (questa la dizione ufficiale secondo l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia – ANMI, marinaiditalia.com) in memoria dei quali si innalzano in tutta Italia monumenti e cippi: il sito ufficiale dell’ANMI offre una rassegna di 562 tra monumenti, cippi, targhe e intitolazioni dedicati ai caduti del mare e distribuiti su tutto il territorio italiano. In rete, attraverso la consultazione di Google libri, si rintraccia però anche un’altra espressione (forse di più antica attestazione): caduti in mare nel significato di "morti in operazioni belliche di mare": si tratta di un articolo pubblicato nel 1914 sulla rivista “Patria e colonie” (uscita dal 1912 al 1918, Letture mensili sotto gli auspici della Società Nazionale Dante Alighieri, anno III, sem. I, p. 382), che riferisce appunto dell’inaugurazione di un monumento per i “caduti in mare”: Un monumento per i caduti in mare. Forse nessun monumento ha più alto significato di pietà di questo che fu recentemente innalzato alla memoria dei caduti in mare. Ogni volta che nel mondo si spande la notizia di un disastro marittimo, noi sentiamo ridestarsi nell’animo nostro tutti gli affetti che ci stringono alla umanità in un senso di solidarietà che è quasi sempre a noi stessi sconosciuto. Scompaiono le divisioni di razza, scompaiono i dissidi politici, e solo resta avanti a noi l’immensità della tragedia, la inanità degli sforzi umani, di fronte alla forza bruta ma possente e suprema della natura. Il monumento per i caduti in mare dice la nostra debolezza di fronte al destino, e la nostra pietà per le vittime dell’ineluttabile. Purtroppo non si precisa il luogo in cui è avvenuta l’inaugurazione, ma è una coincidenza abbastanza indicativa il fatto che a Napoli, proprio nel 1914, fu completato il famoso monumento della colonna spezzata (che però riporta la dicitura “Ai caduti combattendo sul mare”; corsivo mio), con il posizionamento di una colonna di epoca romana su un basamento che, già collocato nel 1867 e rimasto “orfano”, avrebbe dovuto sostenere una lapide in ricordo di tutti i caduti del mare durante la battaglia di Lissa del 1866. L’articolo citato sopra sembra però riferirsi a tragedie marittime non causate da guerre: doveva essere ancora vivo il trauma dei disastri del Titanic (1912) e del recentissimo (maggio 1914) Empress of Ireland con migliaia di morti (in questo anche molti italiani), caduti in mare “vittime dell’ineluttabile”. A prescindere dalla locuzione impiegata, caduti del/in mare, per rispondere quindi al lettore che ci chiede se sia corretto l’uso di caduto esteso anche a vittime non di guerra, si vede come il termine caduto abbia ampliato il suo spettro semantico fino a indicare "il morto da celebrare, da onorare" non solo, dunque ‘chi si è sacrificato in guerra (per terra o per mare che sia), ma anche “chi rimane vittima in un conflitto, in una lotta (anche ideale), o cade nell’adempimento del proprio dovere, ecc.: i c. per la libertà; i c. sul lavoro” (Vocabolario Treccani online). La metafora della battaglia/guerra che genera morti e lascia come unica consolazione la celebrazione dei suoi caduti è stata adattata a eventi storici e sociali tragici: dai naufragi accidentali, alle morti sul lavoro alle terribili stragi di migranti nel Mediterraneo. Ed è senza dubbio la metafora più utilizzata per raccontare le questioni migratorie degli ultimi decenni: non stupisce quindi che, per esprimere la volontà di tener viva la memoria della perdita di così tante vite umane, si ricorra al termine caduti. Un nuovo impulso alla diffusione della sequenza caduti del mare (che abbiamo visto essere la dizione ufficiale scelta dall’ANMI) si è avuto dopo l’istituzione, l’8 luglio 2014, della Prima Giornata internazionale del Mar Mediterraneo, promossa da Earth Day Italia, Ancislink (International No-Profit Association), Asc-Coni (Attività Sportive Conferederate) con il supporto della Marina Militare Italiana e dedicata ai “caduti del nostro mare. Tutti i caduti del mare: dai migranti ai pescatori, ai marinai, alle persone che nel mare avevano trovato il lavoro o inseguivano una speranza”. Scopo dalla giornata è quello di tenere alta l’attenzione internazionale sui problemi geo-politici dell’area mediterranea, promuovendo il ricordo dei migranti che hanno perso la vita nel Mar Mediterraneo. Nella denominazione di questa celebrazione, nata anche sull’onda dello sgomento di fronte alla strage di Lampedusa (3 ottobre 2013 con 368 morti; dal 2015 il 3 ottobre è la Giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione), ritorna la formula caduti del mare. Nelle diverse espressioni fin qui considerate, è evidente la presenza di varianti dovute all’alternanza delle preposizioni di (caduti di guerra), in (caduti in guerra/battaglia/mare), della/del (caduti della guerra/del mare/del lavoro), sul (caduti sul campo/lavoro). Per un quadro quantitativo delle occorrenze di ciascuna variante Google può offrire qualche dato anche se, in questo caso in particolare, sono necessarie alcune precisazioni. Si tratta di numeri da prendere con molta cautela perché la ricerca risente inevitabilmente di interferenze dovute a più fattori: 1) le moltissime occorrenze di caduti senza specificazione nel significato di "morti in guerra"; 2) le ancor più numerose occorrenze di caduti nel significato letterale di "cascati"; 3) in particolare per caduti in mare la sovrapposizione con le occorrenze in cui l’espressione si riferisca effettivamente a qualcosa o a qualcuno cascato accidentalmente da un’imbarcazione.

Dagotraduzione dal Sun il 5 agosto 2021. Diventare una star di Tik Tok è l’ultima frontiera della celebrità, eppure un buon numero di giovanissimi talenti emergenti dall’app sono morti in circostanze diverse.

L’ultimo in ordine cronologico a perdere la vita è stato Timbo the Redneck, ucciso da un camion che lo ha centrato mentre preparava delle ciambelle. Prima di lui avevano perso la vita Anthony Barajas, Ethan Peters, Dazharia Shaffer e Caitlyn Loane. Molti dei tanti utenti del social, cresciuto enormemente durante i mesi di pandemia, sono rimasti molto colpiti da queste morti improvvise. «Non può essere morto, aveva appena iniziato», ha detto un fan di Timbo questa settimana. «Ci mancherai e non dimenticherai mai», hanno aggiunto altri. Timbo the Redneck, vero nome Timothy Hall, 18 anni, è morto lo scorso fine settimana mentre eseguiva un’acrobazia con il suo pickup. Il ragazzo stava cercando di eseguire un donut, una manovra in cui il conducente gira intorno a un punto disegnando un cerchio mentre accelera. Ma il veicolo si è ribaltato, lui è «volato fuori dal finestrino e il mezzo è atterrato su di lui» ha raccontato il cognato Tony in un post. Sul camion insieme a Timbo c’era anche la sua ragazza, ma non è chiaro se sia rimasta ferita oppure no. Timbo aveva accumulato su Tik Tok oltre 2 milioni di “Mi piace” ed aveva 200.000 follower.

L’inflluencer Anthony Barajas, 19 anni, è stato ucciso da un criminale mentre era al cinema a vedere il film “Purge” insieme alla diciottenne Rylee Goodrich. A sparargli, a lui un colpo tra gli occhi, a lei alla testa, è stato Joseph Jiminez, arrestato per rapina e omicidio. Barajas è rimasto in rianimazione parecchi giorni, ma nonostante i tentavi di salvarlo è morto il 31 luglio. Secondo le autorità la sparatoria non è stata provocato e Jimenez non conosceva le sue vittime. Barajas aveva accumulato quasi 1 milione di follower su TikTok e aveva oltre 35 milioni di Mi piace sui video che pubblicava sulla piattaforma. Un GoFundme per l'influencer aveva già raccolto oltre 74.000 per coprire le spese mediche, superando il suo obiettivo. L'organizzatrice del fondo, Julia Barajas, ha scritto: «Anthony è stato la luce della vita di così tante persone [sic] e ci aspettano tempi difficili, ma abbiamo una famiglia e degli amici fantastici per superare tutto questo».

Il guru della bellezza Ethan is Supreme, vero nome Ethan Peters, è morto nel settembre 2020 all'età di 17 anni dopo aver presumibilmente perso la sua battaglia con le droghe e la tossicodipendenza. Peters era un famoso influencer di bellezza e make-up noto per il suo stile stravagante e i suoi eccentrici post sui social media. La sua amica Ava Louise ha annunciato la triste notizia su Twitter, dicendo che era «senza parole» per la morte dello YouTuber. Ha affermato che Ethan, che aveva raggiunto mezzo milione di follower su Instagram, stava combattendo contro la tossicodipendenza. Ha pubblicato su Twitter: «Circa un anno fa si è rivolto alla droga per affrontare la pressione di essere famoso in così giovane età. Di recente è diventato problematico a causa della mania indotta dalla droga. Ethan aveva una dipendenza e la dipendenza non dovrebbe essere una vergogna. Sto discutendo apertamente della sua causa di morte per salvare il prossimo ragazzo. «Era così brillante e così intelligente. Aveva bisogno di vivere». Nel suo ultimo messaggio sui social media, pubblicato il 5 settembre 2020, Ethan aveva condiviso questo testo: «Vorrei solo ringraziare tutti coloro che mi hanno maltrattato. Lo faccio una volta all'anno per vedere quanto sono cambiato e l'unica cosa che non è cambiata sono le occhiaie».

Il ballerino di TikTok Swavy è morto per una ferita da arma da fuoco in Delaware all'inizio di luglio. Il 5 luglio 2021, un amico di Swavy, Damaury Mikula, ha confermato per la prima volta la sua morte. In un video di YouTube intitolato "Rest up Bro", l’amico ha rivelato che gli hanno sparato, dicendo: «Gli hanno sparato e voglio solo farvi sapere che sto per prendere il posto per quella ****. Tutto quello che ha fatto è stato fare video, fratello. È vero come l'inferno». I poliziotti hanno detto che la star diciannovenne, il cui vero nome era Matima Miller, è stata portata d'urgenza in ospedale ma è deceduta per le ferite riportate. Il movente della sparatoria rimane sconosciuto e sono in corso le indagini. I fan hanno reso omaggio all'influencer, famoso per la pubblicazione di video comici e che vantava circa 98 milioni di Mi piace sui social media. «A nome della nostra famiglia, vorremmo ringraziarvi per il continuo supporto e amore per Matima Miller, noto anche come Swavy o Babyface», ha scritto la sua famiglia online. «Purtroppo, a causa dell’indagine, non siamo in grado di fornire molte informazioni sugli eventi che circondano la sua scomparsa. Tuttavia, la famiglia sta lavorando diligentemente per ottenere giustizia per Swavy». Swavy aveva più di 2,3 milioni di follower su TikTok e vantava oltre 350.000 fan su Instagram.

Il suo nome utente era @babyface.s. Più comunemente conosciuta con il suo nome utente @bxbygirldee, la diciottenne Dazharia Shaffer sarebbe morta suicida a febbraio. La sua morte è stata confermata il 9 febbraio da suo padre, Joseph Santiago. «Voglio solo ringraziare tutti per l’amore e supporto per mia figlia», ha scritto accanto a un montaggio TikTok di sue foto. «Purtroppo non è più con noi ed è andata in un posto migliore».

L'adolescente, di Baton Rouge, Louisiana, era una star di TikTok con 1,4 milioni di follower. Aveva anche una pagina YouTube in cui avrebbe vlogato la sua vita e tentato sfide virali. La star dei social media aveva anche appena aperto la sua linea di bellezza prima della sua morte. «Potrebbe sembrare molto facile, ma fidati di me non lo è particolarmente visto che sono l'unico lavoratore lol... devo fare così tante cose ma sono grata per questo!» aveva scritto.

La star del Maine TikTok, Rochelle Hager, è morta a marzo dopo che un albero le è caduto addosso durante uno strano incidente d'auto. Secondo le forze dell'ordine locali, la ragazza stava percorrendo una strada a Farmington quando i forti venti hanno fatto cadere un albero sul suo parabrezza mentre procedeva a più di 50 miglia orarie. La 31enne sarebbe stato ucciso sul colpo. Il capo della polizia Charles ha definito l'incidente «tragico e unico». «Non c'era niente che potesse fare per evitarlo», ha detto l'ufficiale a Press Herald in una nota. Nessun'altra persona è rimasta ferita nell'incidente che ha causato la chiusura delle strade per quasi due ore. La compagna di Hager e collega star di TikTok, Brittanie Lynn, ha pubblicato un tributo emotivo dopo che la sua morte è stata confermata. «Non riesco a mangiare o dormire. Tutto quello che posso fare è fare video e desiderare che tu sia qui con me #rip #myangel», ha scritto. Nell'ultimo anno, Hager ha guadagnato un ampio seguito sulla piattaforma di condivisione video. Ha raccolto oltre 1,2 milioni di Mi piace e ha avuto oltre 123.000 follower su TikTok.

L’australiana Caitlyn Loane, 19 anni, è morta suicida l'8 luglio. Era diventato famoso su TikTok per aver documentato la sua vita quotidiana lavorando nel settore agricolo della Tasmania settentrionale. Loane lavorava nella proprietà di 600 ettari della sua famiglia come allevatrice di bestiame ed era nota per la sua passione per il bestiame.Aveva pianificato di rilevare l'azienda di famiglia quando sarebbe diventata più grande. Parlando della loro perdita, il padre di Caitlyn, Phillip Loane, ha dichiarato: «Le parole non possono descrivere la nostra perdita. Era una giovane donna adorabile e pazza, un membro inestimabile della nostra famiglia».La madre di Loane, Richele, ha detto che il «sorriso di sua figlia ha illuminato la stanza» e che «non aveva paura di sporcarsi le mani». Pochi giorni prima, aveva pubblicato una clip finale inquietante per le sue decine di migliaia di follower. Il video mostrava un fotomontaggio della vita del contadino pioniere insieme a una canzone. Chiedeva: «Quanto lontano guideresti per la ragazza dei tuoi sogni?». Nella didascalia, aveva scritto: «Che ne dici della Tasmania?». La sua pagina TikTok aveva un seguito di oltre 50k persone e 700k Mi piace.

Siya Kakkar di Nuova Delhi, in India, è morta tragicamente suicida lo scorso giugno dopo che la sua famiglia aveva affermato di aver «ricevuto minacce». La notizia della sua morte è stata confermata dal suo manager Arjun Sarin, che ha gestito tutto il suo lavoro e le sue sponsorizzazioni. «Questo deve essere dovuto a qualcosa di personale... dal punto di vista lavorativo stava andando bene», ha detto in una dichiarazione all'epoca. «Ho parlato con lei la scorsa notte per un nuovo progetto e sembrava normale. Io e la mia azienda Fame Experts gestiamo molti artisti e Siya era un talento brillante. Sto andando a casa sua a Preet Vihar».  Kakkar era una ballerina appassionato ed è apparsa in vari video di coreografia sul canale YouTube "Fluid Dance Academy". Secondo quanto riportato, la famiglia della star 16enne di TikTok ha chiesto un'indagine dettagliata della polizia sulla sua morte. Kakkar aveva raccolto un grande seguito online prima della sua morte con 1 milione di fan di TikTok. Aveva anche oltre 104k follower su Instagram e aveva accumulato oltre 1,1 milioni di follower su TikTok.

L'influencer cinese Xiaoqiumei è morta dopo essere caduta da 50 metri mentre tentava un video da grandi altezza. Aveva ancora il telefono in mano quando si è schiantata a terra. Xiaoqiumei, che aveva più di 100.000 follower, condivideva regolarmente video della sua vita quotidiana e del suo lavoro alla guida di un’enorme gru. Secondo quanto riportato dai media locali, aveva 23 anni ed era madre di due bambini piccoli. Hanno aggiunto che era una professionista al lavoro e teneva il cellulare nella borsa durante l'orario di lavoro. Nonostante ciò, la sua famiglia ha confermato che è morta mentre rientrava da un turno di lavoro con la gru vicino a casa sua nella città di Quzhou, nella provincia di Zhejiang, nella Cina occidentale. I familiari hanno detto che è inciampata ed è caduta.

La star cinese dei social media Ram è morta nell'ottobre dello scorso anno: il suo ex marito le ha dato fuoco durante una trasmissione in diretta tv. È rimasta in coma un mese prima di morire. Il movente del delitto non è chiaro.

Francesco Gentile per "il Messaggero" il 2 agosto 2021. È morta in alta montagna per il desiderio romantico di catturare l'alba con una foto. Francesca Mirarchi, 19enne di Lissone vicino Milano, promessa dell'atletica leggera, è stata ritrovata venerdì in fondo a una scarpata di 15 metri. Aveva passato la notte in tenda con tre amici, una ragazza e due ragazzi, vicino ai Laghi Gemelli, una delle mete più famose del Parco delle Orobie Bergamasche, e verso le cinque e mezza si era allontanata da sola per fare una foto con lo smartphone. Si era alzata quando fuori faceva ancora buio, stando attenta a fare poco rumore per non svegliare la comitiva. Senza paura si è incamminata sui prati ancora bagnati di rugiada alla ricerca del punto migliore per immortalare l'alba. Quando i suoi compagni di escursione si sono svegliati hanno subito capito che qualcosa non andava. I quattro infatti erano rimasti d'accordo di scendere a valle di buon mattino perché le previsioni davano brutto. Verso le 9 sono arrivati due elicotteri e i cinofili dei vigili del fuoco e grazie all'aiuto di un drone i soccorsi hanno trovato il corpo della ragazza alla base di un salto di roccia. Una caduta di 15 metri che le è stata fatale e su cui l'autopsia toglierà ogni dubbio. Il timore dei compagni è che avrebbero potuto accorgersi prima della sua scomparsa e forse fare in tempo a salvarla. Uno di loro, in particolare, si sarebbe ricordato che Francesca aveva detto di voler vedere l'alba. Ora il mondo dell'atletica leggera è in lutto. Le condoglianze riempiono la pagina Facebook dell'Atletica Riccardi 1946, società sportiva milanese che la ragazza ha rappresentato dal 2017 al 2020, conquistando il titolo regionale Allieve della staffetta 4x400 nel 2018 e disputando i campionati italiani di categoria nello stesso anno sui 400 metri a ostacoli. Di «angelo chiamato in cielo» scrive Peppe; «che dolore per tutta la famiglia dell'atletica», lamenta Esther; e di «incidente incredibile» parla Franco, mentre tutti descrivono la ragazza come «estroversa, solare, educata e discreta».

GENITORI DISTRUTTI La stranezza è che i social di Francesca non sono pieni di foto, di pose e di panorami, come qualcuno sospettava, ma spogli, essenziali, quasi distratti. Può darsi che la giovane atleta volesse fare una foto per sé, o semplicemente cogliere il momento per due passi e pensieri, ma questo nessuno lo saprà mai. I genitori, distrutti, l'avevano cresciuta a pane e sport. Il padre Beppe è presidente della Cinisello Balsamo Atletica, realtà di riferimento dove Francesca aveva cominciato il servizio civile da maggio. «Era diventata la mascotte dell'ufficio - la ricorda l'assessora allo Sport Daniela Maggi. - Siamo tutti increduli, era una ragazza meravigliosa e si era subito inserita senza problemi in un ambiente in cui era la più giovane. Non ci si può pensare: l'avevo sentita qualche giorno fa per preparare l'open day dello sport in città. Stava formando un bel gruppo con gli altri ragazzi del servizio civile, qui in comune, che sono rimasti tutti sconvolti. Era educata, riservata, l'espressione della sua famiglia. Non si può morire così». «Una tragedia per cui non ci sono parole», chiosa il sindaco di Cinisello Giacomo Ghilardi. Cordoglio anche nella sua città, Lissone, dove la sindaca esprime «grande sgomento ed enorme tristezza, manifestando idealmente vicinanza sia alla famiglia sia agli amici che erano con lei». 

L'ULTIMO SALUTO Ieri alla casa funeraria Pirovano di Cinisello era una via vai di famigliari, amici e sportivi per un ultimo saluto a Francesca. I funerali si tengono oggi Lissone, nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo alle 14,30, e nonostante il generale agosto ci si aspetta la riunione del mondo dell'atletica milanese, colpito dal lutto di una ragazza che come emerge dalle foto pubblicate nelle ultime ore era bella, bionda, solare e pronta a dedicarsi agli altri in famiglia, con gli amici e nel servizio civile declinato, anche quello, in versione sportiva.

Tik Tok, 23enne balla su una gru e cade: le urla e il volo di 43 metri, raccapricciante tragedia in diretta. Libero Quotidiano il 27 luglio 2021. Una delle più conosciute Tik Toker della Cina è morta a soli 23 anni mentre registrava un video da pubblicare sulla nota piattaforma social. Si tratta di Xiao Qiumei, che è caduta da una gru mentre eseguiva alcuni passi di danza: il suo è stato un volo di circa 43 metri, per lei non vi è stata alcuna speranza. La tragedia avvenuta a Quzhou, nella provincia di Zhejiang, ha ovviamente scosso le decine di migliaia di suoi follower, ma non solo. La ragazza in questione era solita pubblicare contenuti social dalle gru, dove lavorava, ma stavolta il momento di pausa a 43 metri da terra è finito in tragedia: si stava fotografando e riprendendo in diretta quando improvvisamente è precipitata nel vuoto, con i fan che hanno sentito le urla e assistito loro malgrado a una parte della caduta. I testimoni hanno dichiarato che la 23enne aveva il telefono in mano al momento dell’incidente, quindi la sua morte potrebbe essere dipesa da una distrazione. Sul caso si è espresso anche Giovanni D’Agata, presidente dello Sportello dei Diritti, che ha parlato di una strage silenziosa da selfie: “Una messa in fila di vite sprecate, che davvero è difficile da decifrare con qualsiasi parametro riconducibile al buonsenso della persona umana. Una follia che, come rileva il Rapporto Italia 2019 di Eurispes, in sei anni, nel periodo compreso tra il mese di ottobre 2011 e quello di novembre 2017, ha contato ben 259 vittime, giovanissimi che hanno perso la vita nel tentativo di scattarsi un selfie pericoloso per poi condividerlo sui social”.

Marco Gasperetti per il "Corriere della Sera" il 26 luglio 2021. Yara era la sua amica del cuore. Compagna di banco al liceo linguistico, complice di tanti segreti. Stessa età, stessi valori, stessi sogni da adolescente. Identica voglia di vivere. «Sono disperata, ho la morte nel cuore», aveva confessato questa ragazzina agli amici dopo l'incidente accaduto a Yara che stava lottando tra la vita e la morte in un letto del reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Siena. E quando la morte è arrivata, dopo due giorni di agonia, Giovanna (nome di fantasia) ha visto il mondo crollarle addosso. Non riesce quasi più a parlare. Non si muove di casa, è distrutta dal dolore, non vuole vedere nessuno. È lei che, per uno sciagurato errore, ha ingranato la marcia sbagliata sulla Mini Minor di seconda mano che il nonno le aveva comprato. Le serviva a fare un po' di pratica nella corte privata della casa colonica dove abitava, ad Abbadia San Salvatore sulle montagne dell'Amiata, in attesa di prendere la patente. Quella macchina giovedì notte ha travolto l'amica Yara Gattavecchi, 17 anni a dicembre, e l'ha schiacciata contro un muro. Nel giorno della morte sarebbe dovuta partire con i genitori per le vacanze estive. «Anche l'amica di Yara è una vittima di questa tragedia - dice Luca Gattavecchi, fratello del babbo di Yara -. Non abbiamo rancore. I suoi genitori disperati sono venuti da noi qui a Montepulciano a farci le condoglianze, a chiedere scusa. Hanno abbracciato mio fratello Gionata, il babbo di Yara e la mamma Lilian». I Gattavecchi sono una famiglia storica di Montepulciano. Sono i proprietari di una delle cantine più blasonate del Vino Nobile e gestiscono anche un ristorante, annesso alla cantina, dove spesso Yara arrivava con la sua amica. «E accoglieva tutti con un sorriso contagioso - ricorda ancora lo zio -. Non ho mai conosciuto una ragazzina capace di sprigionare così tanta gioia». L'amica Giovanna sarebbe dovuta partire con i genitori in vacanza in Sicilia, ma poi aveva deciso di rimanere dai nonni e organizzare una festicciola nella sua casa. Quando arriva l'ambulanza della Misericordia, la stessa società di soccorso dove lavora il padre di Giovanna, medici e volontari capiscono che la situazione è tragica. Ma c'è ancora una flebile speranza. Che si spegne nella tarda mattinata di sabato. I genitori decidono di donare gli organi della figlia, mentre tutta Montepulciano partecipa al dolore della famiglia (Yara ha una sorella di 21 anni, Maria, e due fratelli, Yannik e Maurizio, nati dal precedente matrimonio della madre). Nel giorno del funerale il sindaco proclamerà il lutto cittadino. «Ho visto l'ultima volta Yara poche ore prima dell'incidente - ricorda lo zio Luca -. Mi ha accolto con un grande "ciao zio" e un sorriso luminosissimo. E con quel sorriso la voglio ricordare»

Dagotraduzione dal Daily Mail il 22 luglio 2021. Ashanti Smith aveva solo 18 anni. Eppure se ne sentiva addosso 144. Otto per ogni anno che aveva vissuto. La sindrome di Hutchinson-Gilford Progeria, la malattia descritta nel film “Benjamin Button”, non le ha dato scampo. Se n’è andata il 17 luglio, poche settimane dopo aver festeggiato il suo compleanno. Alla madre, che le stava vicino, ha detto: «Mamma ti amo, ma devi lasciarmi andare». Ashanti si è sentita male mentre passeggiava con le amiche. «L’abbiamo portata a casa perché voleva sua madre». Poi la situazione è degenerata – soffriva di artrite e insufficienza cardiaca – e ha smesso di respirare. Nonostante la sua condizione, la mamma, Phoebe Louise Smith, ha racconta che Ashanti non si è fatta fermare mai nella vita. «La vita di Ashanti è stata una gioia. La progeria ha influito sulla sua mobilità, ma su nient’altro. Non ha influenzato il suo cuore, la sua forza di volontà o il modo in cui si vedeva: si sentiva bella ogni giorno. Me ne sono assicurata ogni giorno». Ashanti si era recentemente goduta la sua prima serata tra ragazze dopo aver compiuto 18 anni e aveva sorseggiato il suo cocktail preferito, Sex on the Beach, con Phoebe e le sue amiche. Nonostante le sue gravi condizioni, era determinata a essere trattata come qualsiasi altra adolescente. «Aveva un’anca rotta, ma è uscita lo stesso per andare festeggiare». «Quando le chiedevi se voleva un drink, lei ti rispondeva: «Lo prendo – ma perché mi tratti in modo diverso?. La sindrome non ha influito sulla sua volontà. Ma sulla sua salute: aveva problemi di mobilità e malattie cardiache». Adesso i genitori di Ashanti stanno preparando il suo funerale. Vogliono che sia una grande festa, e hanno lanciato una raccolta fondi su JustGiving per organizzare «il più grande e brillante addio di sempre».

Francesca Pierantozzi per "il Messaggero" il 19 luglio 2021. A Mangaldan, nel nord delle Filippine, lo conoscevano tutti come Boy Ahas, l'uomo serpente. Bernardo Alvarez, 62 anni, non amava parlare troppo. Nonostante fosse un cacciatore di cobra («li addomestico, sono immune al loro veleno») non era un esibizionista. All'inviato di una tv che nel 2017 era venuto a trovarlo a casa sua, una specie di capanna in mezzo alle risaie della provincia di Pangasinan, aveva preferito mostrare i segni sulla pelle, piccole cicatrici scure sulle braccia e sulle gambe, tutti morsi di serpenti, con cui fin da piccolo aveva imparato a coabitare, in quelle piane piene di vegetazione patria dei cobra, quello reale, quello con gli occhiali. «Non mi fanno più niente, troppe volte mi hanno morso, il mio corpo si è abituato al veleno» ripeteva semplicemente. Per questo quando lo hanno visto stramazzare per terra, il pomeriggio del 9 luglio, quasi non ci hanno creduto, hanno aspettato un momento prima di cominciare a gridare, di chiamare i soccorsi. Boy Ahas è finito sui siti di mezzo mondo, l'uomo serpente ucciso dal morso del cobra che mille volte aveva provocato, girato intorno al collo, lasciato che gli mordesse le mani, le braccia, le gambe. Gli abitanti di Mangaldan lo amavano e lo rispettavano, un po' come un mago, un uomo dai poteri magici, un po' perché li aiutava a tenere lontani questi animali pericolosissimi.

VELENO MICIDIALE Il cobra che il 9 luglio lo ha ucciso era probabilmente un Naja Naja. Il suo veleno è terribile, è simile al curaro, colpisce i nervi e il cuore, paralizza e fa precipitare la pressione del sangue, in pochi secondi può bloccare tutto, spezzando il respiro. È quello che è accaduto a Bernardo mentre intorno la folla acclamava per l'ennesima volta il suo Boy Ahas: lui come al solito ha stretto la testa del serpente in una mano e se l'è avvicinata alla bocca, per un ultimo bacio. Ma è in quel momento, così hanno poi raccontato testimoni citati da diversi giornali locali, che il serpente è sfuggito alla presa e lo ha morso sulla lingua. L'effetto del veleno è stato folgorante. Bernardo è caduto in terra totalmente paralizzato. Inutili i soccorsi arrivati quasi subito. Le persone presenti non hanno potuto fare altro che omaggiarlo con una vendetta postuma: hanno catturato il serpente e lo hanno ucciso. Quando la notizia che l'Uomo serpente aveva dovuto arrendersi al veleno, quegli stessi medici che fino a poco tempo fa andavano in tv per spiegare il miracolo di un uomo che sembrava immune ai più terribili veleni («i tanti morsi hanno funzionato come un vaccino» dicevano) hanno ora spiegato che «il morso del cobra del nord può uccidere in pochi secondi, che spezza in un istante il respiro, arresta il fluire dell'ossigeno nell'organismo e colpisce dritto al cuore». Anche Tommy Wibowo, il medico che ha esaminato il corpo all'arrivo in ospedale, ha confermato che i poteri di Bernardo non erano abbastanza sovrannaturali: «I tanti morsi ricevuti durante la sua vita lo avevano in parte immunizzato, ma soltanto da piccole quantità di veleno. Il morso ricevuto in bocca è stato lungo, una grande quantità di sostanze tossiche sono entrate nell'organismo. Quel cobra secerne una sostanza composta da micotossine, cardiotossine, neurotossine e citotossine, un cocktail micidiale». Tra la folla che ha assistito alla morte di Bernardo c'era anche sua sorella, Teresa Oca. «Un poliziotto e un medico sono arrivati quasi subito, ci hanno detto che non sentivano più il polso, hanno tentato di rianimarlo, ma non c'è stato niente da fare. Era lì teso, tutti i muscoli paralizzati. È stato terribile, e adesso mi chiedo come faremo ad accettare quello che gli è successo».

FUNERALI DA EROE Soltanto tre giorni fa sono stati organizzati i funerali. È stata una grande cerimonia, che ancora dura, perché l'inumazione ci sarà questa settimana. I bambini della città lo celebrano come un eroe: lui c'era sempre quando occorreva catturare uno di quei serpenti che da subito devono imparare ad evitare. Il cobra che ha ucciso Boy Ahas era riuscito a infilarsi tra le strade di terra del paese. Per questo tutti lo avevano particolarmente acclamato quando si era avvolto attorno al collo quel serpente luccicante, per questo avevano applaudito quando lo aveva avvicinato al volto, dicendo agli altri di non aver paura, che lui era più forte, perché lo aveva addomesticato.

Donne morte in un campo, identificati i due amici che erano con loro. Giampiero Casoni l'08/07/2021 su Notizie.it. Donne morte in un campo, identificati i due amici che erano con loro, uno è stato già portato dai carabinieri in Procura per essere ascoltato. Un nuovo pezzo di verità nella vicenda delle donne morte in un campo di mais a San Giuliano Milanese, sono stati identificati i due amici che erano con loro ed uno di essi è stato già condotto in Procura per essere ascoltato sui tragici fatti che avevano portato alla morte di Sara El Jaafarii e Hanan Nekhla. I due identificati hanno 35 e 21 anni e sono di nazionalità marocchina. Ad identificarli i I carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, che dopo aver rintracciato il più anziano lo hanno condotto presso la Procura di Lodi per essere sentito in merito ai fatti dal Sostituto procuratore Aragno. I due sarebbero senza fissa dimora o domicilio e farebbero la spola fra centro e centro del Milanese. E quello che gli inquirenti sperano è che dalle parole due emergano elementi che possano far capire meglio cosa sia successo il 4 luglio scorso in quel campo di mais. Scartata da subito la tesi della trebbiatrice era emersa una priva verità: Sara ed Hanan, di 28 e 32 anni, erano state sorprese e travolte alle prime luci dell’alba da un Grim, un mezzo agricolo che sparge medicinali sulle coltivazioni. Ma cosa ci facevano le due in un campo? Probabilmente, ritengono gli inquirenti, erano lì dopo una notte di eccessi e passata proprio in compagnia dei due fermati. Il mezzo agricolo, alla cui guida c’era un uomo già indagato, aveva investito e travolto le due, probabilmente inconscienti a terra: una era stata uccisa sul colpo dallo schiacciamento, mentre l’altra era stata schiacciata fino al bacino ed avrebbe trovato la forza di chiamare il 112. Le risultanze delle autopsie effettuate all’Istituto di Medicina legale di Pavia avrebbero dato questo esito. E pare che lo stesso medico legale abbia sostenuto che Hanan, la donna morta ma non sul colpo, aveva lesioni tali che avevano reso vano ogni soccorso. In un primo momento si era pensato che a dare una sorta di “colpo di grazia” alla donna potesse essere stato anche l’inalamento del pesticida sparso dal mezzo, ma la morte per cause meccaniche sembra tesi accertata. Adesso a far maggiore luce su quel tremendo incidente dovranno essere i due fermati, sul cui capo non è escluso che gravino, in mera ipotesi per ora, responsabilità penali in ordine alle due morti. 

Milano, trovato uno degli amici delle giovani schiacciate dal mezzo agricolo: "Eravamo insieme quella notte. Ma quando abbiamo sentito quel forte rumore siamo andati via". Massimo Pisa su La Repubblica il 7 luglio 2021. Rintracciato dai carabinieri, l'uomo si difende dall'ombra di aver abbandonato le due donne investite dal mezzo agricolo. "Non era la prima volta che andavamo in quel campo. Eravamo in quattro". «Sì, eravamo tutti e quattro in quel campo. E non era la prima volta, era una zona che conoscevamo». Parla con calma, quasi soppesando ogni frase, mentre i carabinieri del Nucleo investigativo guidati dai colonnelli Michele Miulli e Antonio Coppola gli chiedono di non trascurare nessun dettaglio. Di quella nottata tossica e di quella mattinata tragica in cui Hanan Nekhla e Sara El Jaafari, le due amiche e connazionali di 31 e 28 anni, hanno trovato una morte atroce tra i fusti e le pannocchie di mais in fondo a un viottolo sterrato che comincia in via della Misericordia, a Sesto Ulteriano, e finisce a Locate Triulzi, a ridosso della Tangenziale Ovest.

Andrea Galli per il "Corriere della Sera" il 7 luglio 2021. Dalle 11.30 di venerdì (l'orario della disperata chiamata d'aiuto al 112 in lingua araba, interrotta dalla batteria del cellulare scarica) alle 20 di sabato (l'orario del rinvenimento dei cadaveri): per oltre trenta ore, i due o tre uomini testimoni del ferimento e della morte di Sara El Jafaari e Hanan Nekhla avrebbero potuto informare, anche in modo anonimo, fornendo indicazioni precise, utili alla localizzazione, della disgrazia avvenuta nel campo di mais a Locate Triulzi, hinterland sud di Milano. Ovvero il passaggio di un Grim, un mezzo agricolo che sparge medicinali sulle coltivazioni e manovrato da un agricoltore italiano di 28 anni indagato per omicidio colposo, che ha urtato di sicuro una delle donne, come evidenziato dalle ecchimosi sul corpo mentre la seconda donna potrebbe essere stata avvelenata dalle medesime sostanze sparse dal Grim. Se l'investitore ha giurato di non essersi accorto di quelle persone, nonostante la cabina di pilotaggio sia sopraelevata e garantisca una visuale dall'alto, i fuggiaschi erano accanto a Sara e Hanan, entrambe marocchine, la prima 28enne e con un'esistenza difficile tra droga e un figlio piccolo trasferito in comunità, la seconda 31enne e con lavori in nero nei bar e il continuo rimpianto di non guadagnare abbastanza per inviare denaro ai genitori in Nordafrica. Quegli uomini erano accanto, hanno visto, si sono scansati, sono scappati. Da allora, sono scomparsi. Ma pare ormai, in conseguenza dell'insistita caccia dei carabinieri del Nucleo investigativo, per ancora poche ore soltanto. Anche in coincidenza di errori fatti sulla scena del crimine e dell'immediata lettura investigativa. Lo spiazzo nel quale, giovedì sera, si erano accampati le due donne e gli uomini (sembra ugualmente di origini marocchine), è un tratto isolato che si raggiunge camminando a lungo. Specie se l'appuntamento, organizzato in chat tra uno degli uomini e Sara, che la scorsa settimana avevano avviato una corrispondenza attraverso i social network come racconta un'amica al Corriere, era stato fissato in località «Rogoredo». Estrema periferia di Milano e già area del notorio ex «boschetto della droga». In quella telefonata al 112, alla richiesta di fornire il luogo esatto da parte dell'operatore per innescare le ricerche, la donna al cellulare aveva detto di essere appunto dalle parti di Rogoredo. Forse perché il quartiere le era noto e c'era stata in passato; forse perché, avendo da lì vagato per chilometri, il gruppo era approdato in un tratto ignoto a Sara e Hahan, perso in effetti com'è nelle campagne della provincia. Eppure il luogo ha offerto elementi giudicati inequivocabili che comprovano il fatto che fosse abitato. Abitato dagli uomini e non a caso. Nell'ignobile allontanamento dinanzi alle donne che agonizzavano, quegli uomini hanno abbandonato dei telefonini. Gli apparecchi erano privi delle Sim ma la misura adottata non ha impedito l'analisi del contenuto da parte dei carabinieri, evidenziando una messaggistica tipica degli spacciatori. Le molteplici operazioni contro l'ex «boschetto della droga» hanno sì disarticolato il sistema criminale ma spesso spostandolo e frazionandolo. Dapprima in guerra per un perimetro vasto però circoscritto, adesso le bande, in misura esclusiva nordafricane, si sono sparse nei campi fuori città mantenendo l'abituale modus operandi: una mappa di punti dislocati anche lontano, in zone impervie, per le postazioni di sentinella e il nascondiglio delle dosi, eroina di infima fattura. Il campo di granturco potrebbe perciò essere una delle tane. Eppure, la composizione di uno scenario quasi definitivo sul tema, nell'inchiesta, della droga, non coincide con Hanan, a differenza di Sara la quale alternava periodi di disintossicazione ad altri di ricadute, come nell'ultimo mese: aveva compiuto una rapina per arraffare delle banconote, non le bastavano i soldi donati dalle amiche che la ospitavano e che lei ricambiava offrendosi come baby-sitter, anche per contenere il dolore di una madre allontanata dal figlio che forse non avrebbe mai più rivisto. La scena del crimine ospitava cinque bottiglie di birra, zampironi, scatole di cibo, coperte. Una coperta copriva una delle donne, rannicchiata come se stesse dormendo. Forse dormivano tutti e non si sarebbero accorti dell'avvicinamento del mezzo agricolo, sul quale elementi provano gli urti con il corpo oppure i corpi. Quando verranno presi, gli uomini potrebbero affermare la loro distanza rispetto a quello spiazzo, che andrebbe invece confermata oltre alla presenza dei cellulari (la Rilievi ha esplorato il terreno alla ricerca di tracce biologiche per l'associazione con il Dna). Allo stesso modo, se posti di fronte a dati oggettivi, potrebbero riferire d'essersene andati per il terrore di finire a loro volta investiti o avvelenati: ma certo le versioni mai potranno evitare l'accusa di omissione di soccorso o altro ancora poiché, tra i misteri, uno comanda gli altri: quali fossero le reali intenzioni del viaggio nel buio, tra i topi, con Sara e Hanan, la quale aveva rinunciato alla comodità di un letto nell'appartamento di un'amica per avventurarsi in lande di miseria e di violenza, trascinata da Sara forse desiderosa di droga e però priva dei soldi per pagare. A meno che qual viaggio non sia stato una scelta ma costrizione. «Una trappola», hanno sentenziato le amiche.   

CBas. per "il Giornale" l'8 luglio 2021. Sono stati identificati i due uomini che si trovavano insieme a Sara El Jaafari e Hanan Nekhla, le ragazze ritrovate morte sabato scorso in un campo di mais a San Giuliano Milanese, ai margini della tangenziale ovest. Gli amici delle vittime hanno 35 e 21 anni e sono anche loro marocchini. I carabinieri del Nucleo investigativo di Milano hanno dato loro un nome nelle scorse ore e sarebbero vicini a rintracciarli per interrogarli. I due uomini, entrambi con precedenti penali, non avrebbero un domicilio fisso, ma pare che si muovano tra Milano e altri centri della Lombardia. In questi ultimi giorni si sono poi allontanati per provare a fuggire agli investigatori. Secondo le indagini, le due amiche morte sarebbero state sorprese e travolte venerdì mattina, mentre dormivano, da un mezzo agricolo che stava spargendo sostanze chimiche sulle coltivazioni. Avrebbero trascorso una notte tra alcol e droga appunto con i due marocchini. L'autista del mezzo che le ha investite, un agricoltore 28enne indagato per omicidio colposo, ha detto di non averle viste e di non essersi accorto di nulla. La sua versione sarebbe compatibile con i primi risultati delle indagini. Mentre gli amici scappati, è l'ipotesi degli inquirenti, avrebbero sentito il rumore del veicolo e si sarebbero allontanati. Avrebbero quindi lasciato le amiche a terra agonizzanti, senza prestare loro soccorso e senza avvertire nessuno dell'incidente. Fondamentale per trovarli è stato il contenuto dei telefonini, intestati a prestanome, lasciati nel campo. Sono inoltre emersi anche i primi risultati dell'autopsia sulle vittime eseguita ieri. Le giovani di 28 e 32 anni sarebbero morte per le ferite derivate dall'investimento del mezzo agricolo. Secondo le prime analisi dell'Istituto di medicina legale di Pavia infatti, il cadavere di Sara riporta segni evidentissimi di lesioni compatibili con lo schiacciamento da mezzo pesante e risulta che sia morta praticamente sul colpo. Hanan, ferita anche lei, ha avuto il tempo di chiedere aiuto con una breve telefonata al 112 nella mattinata di venerdì. Poi il suo cellulare ha smesso di ricevere. Aveva le gambe schiacciate fino al bacino e sarebbe morta dopo ore di agonia per dissanguamento. Stando al medico legale tuttavia, le lesioni a gambe e bacino erano talmente gravi che difficilmente sarebbe stata salvata dai soccorsi, anche nel caso in cui gli amici presenti avessero chiamato qualcuno. I corpi delle donne sono stati trovati dai carabinieri la sera del giorno successivo alla loro morte. Ora la Procura di Lodi dovrà cercare di capire se siano ipotizzabili responsabilità del 35enne e del 21enne nel decesso di Sara e Hanan.

Milano, le ragazze schiacciate da un mezzo agricolo: erano in sette nel campo di mais per una notte di alcol e droga. La Repubblica l'8 luglio 2021. Il racconto di uno dei presenti ascoltato a lungo in procura e indagato per omissione di soccorso. La serata, iniziata a casa di una conoscente, era proseguita nel campo della tragedia dove le due giovani e i due connazionali erano stati raggiunti da altri due uomini e una donna romena. Si chiariscono sempre di più i contorni della tragica fine di Hanan e Sara, le due giovani di origine marocchine investite e uccise da un mezzo agricolo in un campo di mais nella zona tra San Giuliano e Locate Triulzi alla periferia Sud di Milano. I nuovi particolari vengono dal racconto di uno dei due amici che si trovavano hanno trascorso la serata insieme alle vittime. L'uomo, 35 anni, anche lui marocchino è stato ascoltato fino alla tarda serata di ieri dagli investigatori in procura a Lodi e al termine della deposizione è stato iscritto nel registro degli indagati per omissione di soccorso. L’uomo ha raccontato di aver conosciuto le due donne, tramite un amico connazionale, la sera di giovedì 1 luglio e di aver trascorso la serata e la successiva nottata a consumare alcolici e sostanze stupefacenti, dapprima presso l’abitazione di una conoscente e poi all’interno del campo di mais nei pressi di Locate di Triulzi. Una volta giunti nelle campagne, al gruppo si sarebbero uniti due uomini, anche loro connazionali, e una donna di nazionalità romena, con i quali avevano continuato a bere e consumare sostanze stupefacenti, finché, mentre i 7 si trovavano seduti a terra ad ascoltare musica, si erano improvvisamente accorti dell’arrivo del mezzo che aveva subito travolto le due giovani sdraiate nel punto più prossimo a quello di arrivo del mezzo. Anche il 35enne era poi rimasto ferito al collo del piede sinistro, riuscendo però a scappare ed allontanarsi dal campo, senza più farvi ritorno né accertarsi delle condizioni degli altri. Sono tuttora in corso le indagini volte ad identificare e rintracciare gli altri soggetti presenti al momento dei fatti.

Andrea Galli per il "Corriere della Sera" il 26 luglio 2021. «In quel campo di mais, cioè il campo della morte, io urlavo, urlavo contro il conducente del trattore che si avvicinava, ma quello non mi sentiva, urlavo con tutta la forza in corpo ma niente, c'era un boato da rompere le orecchie... Allora sono corsa via, nel panico, verso la casa abbandonata dove sto... Pensavo che Sara potesse scappare, che potesse farcela. E Hanan, ecco, Hanan non credevo fosse morta, nemmeno lei... Che erano morte tutte e due, l'ho letto sul giornale. Ho trovato il giornale in giro, non avevo niente da fare, mi sono messa a leggere. L'italiano ormai lo capisco bene... Ero ferita anche io, sì, ma non ho voluto andare in ospedale. Avevo botte un po' dappertutto... Forse c'era, oppure c'è qualcosa di rotto, non ne ho idea... Avevo paura, ad andare in ospedale, non sapevo cosa mi sarebbe potuto succedere. Io vivo per strada». Ha 21 anni e la sua strada è il quartiere periferico di Rogoredo, quello dell'«ex boschetto della droga» che non è ancora «ex». La figlia, di quattro anni, starebbe con l'ex fidanzato, altrove. Lei è una fattorina: riceve la commissione, va in bicicletta a ritirare le dosi, effettua la consegna. La mattina di venerdì 2 luglio si era anche fermata a consumare. Nel campo di mais a Locate Triulzi, hinterland milanese, fatale per Sara El Jaafari e Hanan Nekhla, di 28 e 31 anni, le amiche di origini marocchine uccise da un mezzo agricolo che spargeva medicinali sulle coltivazioni e guidato da un operaio italiano di 28 anni, sotto indagine per omicidio colposo. Il granturco era alto, molto alto; probabile che non abbia visto proprio niente, come ha ripetuto agli inquirenti. Quest'altra ragazza è di nazionalità romena. Era la terza donna del gruppo, insieme a quattro uomini nordafricani, due dei quali individuati dal Nucleo investigativo dei carabinieri, e i restanti ancora ricercati, in un'insistita attività di perlustrazione (gli identikit, le soffiate, le rotte metropolitane della droga, le esplorazioni dei cellulari recuperati). Chi sia, e cosa la ragazza faccia, emerge anche da un atto della meticolosa inchiesta coordinata dalla Procura di Lodi, nonché dai suoi racconti. È stata l'ultima persona rimasta con le vittime: «Non mi sono accorta di quel trattore gigantesco... Non ce ne siamo accorti... Nessuno... Il trattore ci ha colpito. Tutti, senza distinzione. Ricordo che ha schiacciato completamente Hanan e poi ha colpito anche Sara. A me mi ha preso sul braccio e sul fianco e sulla schiena... Soffro di asma, sono stata colta da un attacco devastante, mi ha preso ancora di più la paura. Dovevo sparire da quel posto». Il campo di mais è la geografia terminale della notte di misteri delle amiche. I carabinieri hanno certificato le ore trascorse nell'appartamento di una donna (affittuaria del bilocale, poi si era sfilata dal gruppo), tra cocaina, alcolici e sesso, ancora s'ignora se con costrizioni e violenze contro Sara e Hanan, la prima senza occupazione e con un passato di stupefacenti (un figlio piccolo trasferito in comunità), la seconda pronta alla convivenza con il compagno connazionale, cameriera in un bar e perseguitata dall'oppressiva preoccupazione di non guadagnare abbastanza per inviare soldi ai genitori in Marocco. Una donna a proposito della quale, con decisa insistenza, le conoscenti ascoltate dal Corriere hanno escluso ogni accostamento alla droga. Impossibile. Forse non avevano capito, forse era stata abile a nascondersi. Dopo il festino in quell'abitazione, dove erano presenti due dei quattro uomini, anziché rincasare le amiche hanno proseguito. Una sosta da un baracchino ambulante per comprare panini e birra, quindi la ricerca del punto segnalato per l'incontro dagli altri due uomini, che lì aspettavano. Uno spiazzo nel mais, che per caratteristiche rimanda a una base degli spacciatori (specie come nascondiglio delle dosi) in una zona isolata, così tanto che soltanto l'elicottero dei vigili del fuoco ha permesso il rinvenimento dei cadaveri, oltre trenta ore dopo; e così tanto che anche la fattorina, pur abituata a vagabondare da queste parti, si stava smarrendo. Erano quasi le 6 di quel venerdì (Sara e Hanan sono morte alle successive 11.30, anche se forse Sara al termine di una lunga agonia). La fattorina ha ricevuto un messaggio su WhatsApp. Giusto le coordinate: dove ritirare la cocaina, il compenso, la destinazione. Chi le aveva inviato l'sms aveva già organizzato l'acquisto. Serviva soltanto l'addetto alla consegna. La ragazza ha raggiunto in bicicletta via Orwell, il punto di smercio, e ha ripreso a pedalare. Ore, chilometri. Le campagne. Sentieri, topi. La destinazione coincideva con dei binari. Si è palesato uno degli uomini, che l'ha accompagnata nello spiazzo. Quello con Sara e Hanan. Musica ad alto volume. «Ci siamo messi a fumare la coca che avevo portato. Siamo andati avanti fino a quando Hanan si è addormentata, era molto stanca e aveva continuato a bere birra. Beveva, beveva... Siamo rimasti a fumare, fino a quando è venuto fuori il trattore... Nel casino ho perso il cellulare, ho provato a cercarlo... Mi sono girata e i maschi già non c'erano più. Scomparsi. C'eravamo io e le due amiche. Ho visto che una si è messa al telefonino, forse Sara, per chiamare i soccorsi, ho visto che parlava, e se parlava qualcuno sarebbe venuto ad aiutarle... Non ci fosse stato l'asma, forse avrei aspettato... Ma soffocavo, sarei morta, e pensavo alla mia bambina». 

Locate Triulzi, Sara e Hanan morte nel campo di mais: chiuso il cerchio sui fuggiaschi. Gli interrogatori a San Vittore di Amine. Nel gruppo anche una spacciatrice di cocaina. I carabinieri identificano il penultimo uomo sparito dopo l’uccisione. Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 13 settembre 2021. Parla, Amine. E aiuta gli investigatori. Anche nell’ultimo interrogatorio reso nel carcere di San Vittore, uno dei cinque sopravvissuti all’incidente mortale nel campo di mais ha collaborato. Nello specifico, ha riconosciuto dall’album fotografico un altro uomo, poi rintracciato dai carabinieri del Nucleo investigativo i quali, coordinati dalla Procura di Lodi, indagano sulla morte, alle 11.30 del 2 luglio, un venerdì, delle amiche di 28 e 31 anni Sara El Jafaari e Hanan Nekhla. Entrambe di origini marocchine (come Amine), erano state travolte a Locate Triulzi da un mezzo agricolo che spargeva medicinali sulle piante e guidato da un 28enne italiano, indagato per omicidio colposo: prima dell’arrivo del veicolo, Sara e Hanan erano a terra in mezzo al mais insieme per appunto a cinque persone. Di queste ne manca una soltanto, ma c’è fiducia in un nuovo contributo dello stesso Amine, arrestato dopo il rintraccio in quanto doveva scontare una pena: gli saranno mostrate ulteriori fotografie, assemblate dai carabinieri alla fine di una lunga operazione che ha poggiato sulle conoscenze della località dell’uccisione, una di quelle utilizzate dalle bande nordafricane per spacciare droga, in continuità con quanto succedeva nel bosco della periferica Rogoredo. Il completamento della lista dei presenti in quella mattinata, permetterà di terminare gli accertamenti e ricostruire nella sua esattezza sia la dinamica dell’investimento sia la notte precedente, nonché, nel caso, di stabilire eventuali responsabilità. A parte le due amiche, in quel gruppo c’era una terza donna, una 21enne di nazionalità romena, l’unica finora che ha saputo oppure voluto fornire elementi concreti relativi a quegli istanti. Forse in quanto l’ultima ad andarsene, a differenza dei quattro uomini, lesti a sparire lasciando Sara e Hanan ferite, anche se sembra che Hanan sia deceduta nell’immediatezza dell’impatto mentre Sara avrebbe agonizzato per ore, lunghe ore. I cadaveri furono scoperti soltanto il tardo pomeriggio del successivo sabato e in via esclusiva grazie alla visuale garantita da un elicottero dei vigili del fuoco, tanto era isolata e impervia la zona della scena del crimine. Questa 21enne, mamma, residente nelle aree dismesse e fattorina della cocaina su una bicicletta, come da sua ammissione era stata convocata da uno degli uomini (i quattro complessivi sono tutti marocchini) direttamente nel campo di mais, per portare delle dosi. Effettuata la consegna, non agevole in considerazione della distanza da colmare al buio e nelle campagne dell’hinterland, quella giovane si era a sua volta fermata a consumare. Di cocaina ce n’era stata anche in precedenza, da quando Sara e Hanan, in compagnia di due degli uomini avevano raggiunto l’appartamento di una loro amica. Un festino di droga e sesso, s’ignora ancora se con situazioni di abusi contro le amiche; un festino concluso con l’arrivo in quell’abitazione della coinquilina della donna che aveva ordinato agli estranei di andarsene. Da lì, con una tappa in un baracchino di Binasco per comprare birra e panini, la comitiva si era aggregata a due uomini che attendevano fra il mais, in un punto nel quale erano soliti sostare e che somigliava a una postazione di spacciatori. Sdraiati (e soprattutto per niente lucidi) com’erano, il guidatore del mezzo non poteva certo scorgere quegli estranei. La medesima 21enne, che aveva riportato delle ferite a causa dell’urto ma aveva evitato di andare in ospedale «per paura delle forze dell’ordine», ha raccontato che il veicolo procedeva come se loro nemmeno ci fossero. Avendo visto Sara al telefono con il 112, aveva pensato che i soccorritori avrebbero rimediato alla situazione ed era corsa via, ignorando che la comunicazione si era interrotta per lo spegnimento improvviso, ancor prima di fornire una pur approssimativa localizzazione, del cellulare, scarico.

S.G per "Il Messaggero" il 14 giugno 2021. Doveva essere una domenica di relax e invece la gita alle cascate dell'Acquafraggia, in Val Bregaglia, in provincia di Sondrio, si è trasformata in tragedia. Il tentativo di osservare più da vicino le cascate, spingendosi oltre i limiti, forse per fare un selfie, è stato fatale. Una donna di 42 anni, residente a Seregno ma di origini calabresi, è morta e il suo compagno di 36 è rimasto gravemente ferito nel tentativo di salvarla. La tragedia si è consumata ieri mattina intorno a mezzogiorno. Secondo le prime ricostruzioni, i due escursionisti si sarebbero spinti in una zona interdetta al pubblico, uscendo dai sentieri consentiti, per poter osservare più da vicino le cascate. La donna, però, avrebbe perso l'equilibrio scivolando per decine di metri e finendo nell'acqua ghiacciata del bacino sottostante. Al primo salto delle cascate. Il compagno nel tentativo di soccorrerla, ha fatto anche lui un volo di 50 metri. Per lei non c'è stato scampo, lui è ricoverato con codice rosso. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e gli uomini del soccorso alpino della guardia di finanza. I Vigili del Fuoco li hanno recuperati entrambi, ma per la donna non c'è stato nulla da fare; troppo serie le lesioni, dopo la caduta dal sentiero. L'altro escursionista, residente in Piemonte, è stato invece ricoverato in gravissime condizioni all'ospedale Moriggia Pelascini di Gravedona. L'incidente è avvenuto sotto gli occhi dei turisti atterriti che si trovavano nell'area verde. Da pochi giorni per l'ingresso nell'area si paga un biglietto, per evitare, come avvenuto lo scorso anno, l'assalto dei turisti nella riserva naturale che aveva incantato anche Leonardo da Vinci. Dove si biforca il torrente Acquafraggia, a monte delle cascate, che cominciano circa dieci metri più giù, c'è un sentiero da trekking. In quel punto un'insegna avverte gli escursionisti circa il pericolo, vietando di scavalcare la recinzione di acciaio, perché è un punto pericoloso. La donna, nonostante il cartello, invece, avrebbe oltrepassato la rete probabilmente per fare alcune foto. Secondo una prima ricostruzione avrebbe anche tentato di attraversare il torrente che, soprattutto in questa stagione dell'anno, è particolarmente impetuoso a causa dello scioglimento del ghiacciaio. A quel punto avrebbe perso l'equilibrio. L'escursionista sarebbe stata inghiottita dalle acque. L'uomo si sarebbe addirittura tuffato per salvarla. Per il recupero della salma è stato necessario anche l'intervento dei sommozzatori.

Dagotraduzione dal DailyMail il 9 giugno 2021. Un uomo è morto dopo essersi gettato in mare da una scogliera di 36 metri ed essere accidentalmente atterrato su una barca turistica. Fahd Ibrahim Jamil Al-Lakma è saltato dal lato delle rocce Raouche a Beirut, in Libano, domenica scorsa. Il siriano non ha sentito le grida di avvertimento degli spettatori che lo avvisavano di una barca proprio sotto di lui. La barca turistica era appena uscita da un tunnel sotto la scogliera che ha probabilmente oscurato la vista a chi guidava. Si sentono rantoli udibili quando l'uomo, che proveniva dalla città di Hajin nel governatorato di Deir ez-Zor orientale della Siria, si scontra con la barca con un tonfo udibile. L’uomo e caduto da un'altezza di 36 metri e ha sbattuto la testa sulla barca: è morto all'istante e ha ferito anche il capitano della barca. Agenti della Protezione civile libanese hanno tirato fuori dall'acqua il corpo del giovane e lo hanno portato in ospedale, dove è stato dichiarato morto. Il capitano è stato portato in un altro ospedale, dove è stato medicato per le ferite. Buttarsi dalle rocce di Raouche nel mare sottostante è un'attività popolare tra i giovani della capitale libanese. Non è chiaro da quanto tempo la vittima fosse in Libano, ma la sua città natale in Siria è stata occupata dal gruppo dello Stato Islamico nel 2014.

Giuseppe Scarpa per "il Messaggero" il 17 maggio 2021. Anche il termine è cambiato, adesso li chiamano killfie e non più semplicemente selfie. Si tratta dell'autoscatto con lo smartphone ad alto tasso di rischio. Talmente pericoloso che spesso la foto immortala l'ultimo istante di vita. E i numeri degli incidenti finiti in tragedia sono li a confermarlo. Il rapporto Eurispes 2019 svela i dati in relazione alle morti per selfie: 259 per l'esattezza, nel mondo, tra l'ottobre 2011 e il novembre 2017. Un' altra ricerca più aggiornata, che abbraccia un decennio, dal 2011 al 2021 ne conteggia 329. Inoltre, secondo lo studio dell'India Institute of Medical Sciences di Nuova Delhi, la fascia d' età con la più alta incidenza è quella compresa tra i 20 e i 29 anni con 106 vittime, seguita dai più giovani 10-19enni (76 vittime). Queste due fasce d' età rappresentano il 70,3% del totale dei morti a causa di un selfie. Altre 20 vittime si contano nella fascia tra i 30 e i 39 anni, 2 tra i 50 e i 59 anni e 3 persone tra i 60 e i 69 anni. Delle 259 vittime, 153 sono uomini, 106 sono donne. Dallo studio emerge che le 259 morti sono legate a 137 incidenti: l'84% di questi sono stati determinati da giovani tra i 10 e i 29 anni che non hanno calcolato bene i rischi. In particolare, 70 persone sono annegate, 51 sono rimaste vittime di incidenti legati a mezzi di trasporto, 48 sono state le cadute sfidando la legge di gravità; 48 persone sono rimaste bruciate, 16 fulminate da scariche elettriche, 11 colpite da arma da fuoco, 8 vittime di attacchi da parte di animali selvatici. Per quanto riguarda gli incidenti: 41 sono avvenuti per caduta da altezze estreme come palazzi, montagne e scogliere, 32 per annegamento, 13 per folgorazione, 7 causati da animali selvatici, 1 a causa del fuoco, 11 per armi, 28 sui mezzi di trasporto. In quest' ultimo caso, i treni detengono il primato.

ULTIMO SCATTO In Italia aveva destato scalpore la morte di due ragazzi in auto a maggio del 2019. Avevano postato un video mentre percorrevano l'autostrada, l' A1 tra Modena Nord e Modena Sud, a 220 km all' ora. Subito dopo si schiantarono. La morte dei due amici, Luigi Visconti e Fausto Dal Moro, è solo l'ultimo di una serie di incidenti, avvenuti negli ultimi tempi, come conseguenza di irresponsabili sfide via web. Un problema che nasce già nei primi anni Duemila negli Usa. Ecco cosa accadde il 15 ottobre del 2011 a tre adolescenti (due sorelle e un'amica) che morirono travolte da un treno mentre posavano per una foto. Istantanea trovata successivamente sul loro telefono. Poco prima, avevano postato il messaggio «Stare in piedi accanto a un treno ahaha è fantastico»! A Taranto, una studentessa di 16 anni, era precipitata (poi deceduta) da un ponte mentre si stava scattando un killfie. In Messico, il 2 agosto del 2014, un 21enne aveva deciso di farsi una foto con la pistola in mano da pubblicare su Facebook. Prima di mettersi in posa si sparò accidentalmente. Ma questi sono solo alcuni degli esempi. Il 12 gennaio del 2020 una 21enne inglese è morta, cadendo con il cellulare in mano da una scogliera alta 30 metri nella Diamond Bay Reserve a Sydney.

·        I Morti del 2021.

Chi ci ha lasciato nel 2021. I personaggi del mondo della cultura, dello spettacolo, dello sport e dell’imprenditoria che se ne sono andati negli ultimi dodici mesi. Silvia Morosi su il Corriere della Sera il 28 dicembre 2021.

Marco Formentini. Politico

(14 aprile 1930 – 2 gennaio 2021) Primo e unico sindaco della Lega di Milano, in carica dal 1993 al 1997, aveva 90 anni ed era malato da tempo. Nella giunta dell’epoca chiamò personalità della società civile e della cultura come Philippe Daverio, anche lui scomparso di recente (il 2 settembre 2020, ndr). Oltre che primo cittadino, fu anche parlamentare ed eurodeputato per dieci anni, non tutti - però - nelle file del Carroccio. «Seppe farsi apprezzare per quelle doti umane che un sindaco non deve mai dimenticare di esercitare nei confronti dei suoi cittadini. Non ti dimenticheremo», ha dichiarato l'attuale sindaco, Giuseppe Sala.

Emilia De Biasi. Politica

(6 febbraio 1958 –5 gennaio 2021) Volto storico del Partito democratico della Lombardia, l'ex senatrice aveva 63 anni. Era responsabile tematica "Salute e nuovo welfare" nella segreteria regionale dei dem e membro della direzione nazionale del Pd e della direzione milanese e lombarda. Animatrice della "Conferenza delle Donne Democratiche", dal dicembre 2020 era anche presidente del Consiglio di Indirizzo dell'Azienda Servizi alla Persona Golgi Redaelli. «Una vera combattente che ha messo la sua vita a servizio della comunità», ha scritto l'attuale sindaco Giuseppe Sala.

Tanya Roberts. Attrice

(15 ottobre 1955 – 4 gennaio 2021) Dopo una serie di fraintendimenti e smentite, alla fine è stata confermata la morte dell'attice, ex Bond Girl ed ex Charlie's Angel. All'anagrafe Victoria Leigh Blum, secondogenita di un venditore irlandese di penne stilografiche di Manhattan, l'attrice dal 2001 si era allontanata dalle scene.

Paolo Bucinelli ("Solange"). Personaggio televisivo

(25 aprile 1952 –7 gennaio 2021) Sensitivo e personaggio televisivo conosciuto con il nome d’arte Solange, si era rivelato al pubblico con una partecipazione al programma di Davide Mengacci Perdonami. Da quel momento aveva partecipato a diversi show televisivi. Risale al 2006 l'incisione del singolo Sole, Sole Solange. Ha scritto di lui il comico e amico Dario Ballantini: «Era una persona buona, di rara intelligenza, e aveva una sensibilità assoluta, che gli consentiva di guardare nell’animo della gente».

Phil Spector. Produttore discografico, compositore e musicista

(26 dicembre 1939 – 16 gennaio 2021) Un genio del suono. Leggendario produttore di artisti pop e rock, tra i suoi lavori anche Let It Be dei Beatles e alcuni album di John Lennon. Spector è morto per complicanze legate al Covid: stava scontando una condanna che prevedeva da un minimo di 19 anni fino all'ergastolo per l'assassinio nel 2003 dell'attrice Lara Clarkson.

Emanuele Macaluso. Politico e giornalista

(21 marzo 1924 – 19 gennaio 2021) Giornalista, politico, scrittore e sindacalista. Difficile trovare un'unica definizione per questa figura che ha avuto un ruolo di grande rilievo nella storia politica dell'Italia. Ricoverato per problemi cardiaci aggravati dai postumi di una caduta, Macaluso era stato esponente del Partito comunista sin dai tempi della clandestinità e venne chiamato da Palmiro Togliatti alla Segreteria. Il primo maggio del 1947 fu tra i testimoni della strage di Portella della Ginestra, nel comune di Piana degli Albanesi in provincia di Palermo, compiuta dalla banda di Salvatore Giuliano. Parlamentare nazionale per sette legislature (1963-1992), fu anche direttore de L'Unità dal 1982 al 1986 e ultimo direttore de Il Riformista dal 2011 al 2012. Quando il Pci si sciolse, aderì al Pds.

Larry King. Giornalista e conduttore televisivo

(19 novembre 1933 – 23 gennaio 2021) Giornalista, conduttore televisivo e radiofonico, volto storico della Cnn, era ricoverato da fine dicembre 2020 per Covid. Nel 2010, dopo settemila puntate e una collezione infinita di interviste (tutti i presidenti degli Stati Uniti dal 1974, leader mondiali come Yasser Arafat e Vladimir Putin, celebrità del calibro di Frank Sinatra, Marlon Brando, Liz Taylor, Barbra Streisand, Lady Gaga, solo per citarne alcuni), aveva chiuso il suo storico talk show Larry King Live. Era da poco tornato con una versione online del suo programma.

Walter Bernstein. Regista e sceneggiatore

(20 agosto 1919 – 23 gennaio 2021) Sì è spento a 101 anni il regista e sceneggiatore americano, autore di oltre novanta film. Qualche esempio? Il prestanome, con protagonista Woody Allen e diretto da Martin Ritt, che gli valse nel 1977 una candidatura agli Oscar; Il diavolo in calzoncini rosa, film del 1959 diretto da George Cukor con Sophia Loren; Quel tipo di donna di Sidney Lumet, sempre con l'attrice italiana.

Cloris Leachman. Attrice

(30 aprile 1926 – 27 gennaio 2021) È morta a 94 anni, nella sua casa a Encinitas, in California, l'attrice nota soprattutto per aver ricoperto il ruolo di Frau Blücher nella straordinaria commedia Frankenstein Junior di Mel Brooks (1974). Nel 1972 ottenne l’Oscar come miglior attrice non protagonista per la sua interpretazione di Ruth Popper nel film L’ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich. Per le sue interpretazioni in televisione ha ricevuto 22 nomination ai Primetime Emmy Awards , vincendone 8.

Cicely Tyson. Attrice

(19 dicembre 1924 - 28 gennaio 2021) L'attrice afroamericana, icona per generazioni di attrici, è morta all'età di 96 anni. Conosciuta per la sua nomination all'Oscar per "Sounder" nel 1973, era anche apparsa nei film Pomodori verdi fritti alla fermata del treno e The Color of Feelings , e più recentemente nella serie televisiva Murder . Tyson è passata alla storia per aver sempre rifiutato di interpretare cameriere nere o altri ruoli che riteneva lesivi della sua persona.

Tom Moore. Ufficiale e militare

(30 aprile 1920 – 2 febbraio 2021) Un uomo straordinario: veterano delll'esercito britannico nella Seconda Guerra Mondiale, è morto in ospedale per complicanze legate al Covid. Sir Tom era diventato famoso quando aveva deciso di festeggiare i 100 anni facendo 100 giri del suo giardino con il solo supporto di un deambulatore. Obiettivo? Raccogliere mille sterline per il servizio sanitario nazionale. Alla fine, era riuscito a raccogliere addirittura 30 milioni di sterline in donazioni («Continuerò dopo il mio compleanno. Finché le persone contribuiranno al servizio sanitario nazionale non smetterò di camminare», aveva detto). Il suo impegno - non a caso - è stato riconosciuto anche dalla regina Elisabetta con il cavalierato e il titolo di sir.

Christopher Plummer. Attore 

(13 dicembre 1929 – 5 febbraio 2021) Attore di formazione shakespeariana, dal lunghissimo curriculum tra cinema, televisione e teatro, aveva esordito al cinema nel 1958 in Fascino del palcoscenico, accanto a Henry Fonda e Susan Strasberg. A regalargli il successo fu il ruolo del capitano Von Trapp nel musical Tutti insieme appassionatamente (1965), con Julie Andrews. E proprio l'attrice ha dichiarato a Abc News : «Faccio tesoro dei nostri ricordi insieme e di tutto l'umorismo e il divertimento che abbiamo condiviso nel corso degli anni».

George Shultz. Ex Segretario di Stato degli Stati Uniti d'America

(13 dicembre 1920 – 6 febbraio 2021) Segretario di Stato sotto la presidenza di Ronald Reagan e pilastro della politica del Disgelo negli anni '80, aveva cento anni. Tra le sue sfide più rivelanti anche il tentativo di raggiungere una pace stabile nel Medio Oriente. Dopo la laurea alla Princeton University e quella al Mit di Boston, venne chiamato dal presidente Richard Nixon come ministro del Lavoro. Divenne, poi, direttore del nuovo ufficio del Bilancio e segretario del Tesoro.

Franco Marini. Sindacalista e politico

(9 aprile 1933 – 9 febbraio 2021) Sindacalista, ex ministro del Lavoro ed ex presidente del Senato, aveva 87 anni: era stato dimesso a fine gennaio dall’ospedale di Rieti dopo un ricovero per Covid-19. Era soprannominato Lupo marsicano per il suo carattere da vero abruzzese molto legato alla propria terra. Primogenito di una numerosa famiglia di modeste condizioni, a nove anni si trasferì a Rieti per esigenze di lavoro del padre, impiegato nella Supertessile, e si diplomò al liceo classico. Una curiosità? Conseguita la laurea in Giurisprudenza, svolse il servizio di leva come ufficiale negli Alpini.L'APPROFONDIMENTOdi Enrico Marro

Enrico Greppi ("Erriquez"). Cantautore e chitarrista

(1 settembre 1960 – 14 febbraio 2021) Un'anima libera e scatenata, un amio dei deboli e degli emarginati. Volto e anima della Bandabardò, Erriquez combatteva con un brutto male da tempo. Con il gruppo musicale aveva da poco festeggiato i 25 anni di carriera con un evento al Mandela Forum di Firenze. Il coro Se mi rilasso collasso ha fatto compagnia a tanti di noi e continua a essere cantato tra concerti e manifestazioni. E allora, lo ricordiamo così: «Odio il pigiama e vedo rosso. Se la terra mi chiama non posso restare chiusa tra quattro mura. Ho premura di vivere perciò.. Attenziò, concentraziò, ritmo e vitalità...».

Carlos Saúl Menem. Ex Presidente dell'Argentina

(2 luglio 1930 – 14 febbraio 2021) Presidente dell’Argentina dal 1989 al 1999 e senatore negli anni successivi, era stato ricoverato a metà dicembre per un’infezione urinaria e per problemi cardiaci. Eletto per la prima volta nel 1989, durante uno dei periodi di crisi economica che hanno interessato l’Argentina, fu responsabile di importanti tagli alla spesa militare e di grandi privatizzazioni. Venne - però - anche accusato di corruzione, appropriazione indebita di fondi pubblici ed evasione fiscale.

Mauro Bellugi. Calciatore e allenatore

(7 febbraio 1950 – 20 febbraio 2021) L’ex calciatore e difensore dell’Inter aveva subito l’amputazione delle gambe dopo essere stato colpito dal Covid. In carriera aveva vestito anche le maglie di Bologna, Napoli, Pistoiese, oltre che quella della Nazionale (32 presenze). Il suo unico gol in carriera con l’Inter fu in Coppa Campioni contro il Borussia Monchengladbach. «Abbiamo fatto i Mondiali del 1974 insieme. Era un ragazzo simpaticissimo e divertente. E c'è un aneddoto che me lo fa ricordare in particolare: siccome lui era bravo con i piedi, era un difensore anomalo. Faceva il pallonetto anche agli attaccanti e io gli dicevo: "Mauro se per caso scivoli e prendiamo gol, comincia a correre..." e lui mi diceva "sì, lo so ma tanto non mi avresti preso..."», le parole di Roberto Boninsegna per ricordarlo.

Luca Attanasio. Diplomatico 

(23 maggio 1977 - 22 febbraio 2021) Ambasciatore italiano in Congo, originario di Limbiate, è stato ucciso con il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo in un attacco presso il villaggio di Kibumba, vicino alla città di Goma. Si era sposato nel 2015 con Zakia Seddiki, originaria del Marocco, con la quale ha avuto tre figlie. Nel 2017 avevano fondato a Kinshasa l'ong Mama Sofia.

Fausto Gresini. Pilota motociclistico e dirigente sportivo italiano

(23 gennaio 1961 – 23 febbraio 2021) «La notizia che non avremmo mai voluto darvi e che siamo costretti a scrivere. Dopo due mesi di lotta al Covid, Fausto Gresini ci lascia con 60 anni appena compiuti. Ciao Fausto». Così il Team Gresini ha annunciato la morte dell'ex pilota e manager della scuderia che porta il suo nome. Due volte campione del mondo da pilota a metà degli anni Ottanta (con la 125), dopo essersi ritirato dalla pista ha proseguito la carriera come manager delle due ruote.

Lawrence Ferlinghetti. Poeta, editore e libraio

(24 marzo 1919 – 22 febbraio 2021) Poeta, scrittore ed editore americano tra i padri e i maggiori ideologi della Beat Generation, aveva 101 anni. «Sono un fanciullo cresciuto da romantico contestatore, che ha conservato la sua giovanile visione di una vita destinata a durare per sempre, immortale come lo è ogni giovane convinto che la sua identità speciale non morirà mai», scriveva nella propria autobiografia Little Boy pubblicata nel 20219 alla vigilia del suo centesimo compleanno.

Antonio Catricalà. Avvocato, magistrato, politico

(7 febbraio 1952 - 24 febbraio 2021) L'ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ed ex Garante dell'Antitrust, è stato trovato morto nella sua abitazione a Roma. Si sarebbe tolto la vita sparandosi un colpo di pistola. Magistrato del Consiglio di Stato dal 2014, era stato candidato dal centrodestra a giudice della Corte Costituzionale.

Claudio Coccoluto. Disc jockey

(17 agosto 1962 – 2 marzo 2021) Tanti, tantissimi, hanno ballato con la sua musica. L'artista - considerato uno dei più grandi dj sulla scena italiana e internazionale - lottava da un anno contro una grave malattia. Aveva cominciato a giocare con i dischi da ragazzo nel negozio di elettrodomestici del padre a Gaeta, città di cui era originario. Il collega e amico dj Ringo ha voluto ricordare “Cocco” così: «Ti voglio ricordare così, smico mio... Ci rivedremo in qualche club lassù, intanto testami i suoni e impianto come sai fare solo tu. Eri un signore della musica. Rip».

Carlo Tognoli. Politico e giornalista

(16 giugno 1938 – 5 marzo 2021) Ex sindaco socialista di Milano dal 1976 al 1986, era stato colpito dal coronavirus mentre si trovava in ospedale per una frattura al femore. Prima di intraprendere l'attività politica aveva lavorato per anni in una azienda farmaceutica. Ministro nei governi Goria e De Mita e nell'ultimo governo Andreotti, fu direttore del mensile Critica Sociale dal 1981 al 1992. Fu anche Presidente del Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano (2003-2005).

Raoul Casadei. Musicista

(15 agosto 1937 – 13 marzo 2021) Per tutti era il Re del Liscio. Dal 2 marzo 2021 era ricoverato all'ospedale Bufalini di Cesena dopo aver contratto il coronavirus. «Gli artisti come Raoul non moriranno mai rimarrà sempre vivo nella sua musica e nelle sue canzoni che ritrovano nell'aria e continuano a esistere», ha detto il figlio Mirko al Tgr Rai dell'Emilia-Romagna. «Oggi è un giorno triste per la Romagna, per tutta Italia, per la musica popolare».

Giovanni Gastel. Fotografo

(27 dicembre 1955 - 13 marzo 2021) Figlio di Giuseppe Gastel e Ida Visconti di Modrone, nipote di Luchino Visconti, si affermò come fotografo di moda, per poi occuparsi anche di progetti con fini artistici e di ritratti. Tra le personalità che ha immortalato in scatti memorabili anche Barack Obama e Maradona. Ricordiamo la sua personale, curata dal critico d`arte Germano Celant alla Triennale di Milano nel 1997 e l'autobiografia Un eterno istante. La mia vita(Mondadori), uscita in occasione dei suoi 60 anni.L'APPROFONDIMENTOdi Gian Luca Bauzano

Ombretta Fumagalli Carulli. Politica 

(5 marzo 1944 – 16 marzo 2021) È morta a 77 anni compiuti da pochi giorni la prima donna docente di Diritto canonico. Entrata per la prima volta in Parlamento nel 1987, venne eletta nelle file della Dc come deputato. Sottosegretaria di diversi governi, terminata l'attività parlamentare, nel 2001 tornò all'attività di docente all'Università Cattolica di Milano e nel 2003 fu nominata da Giovanni Paolo II Accademico Pontificio presso la Pontificia accademia delle Scienze sociali.

George Segal. Attore e musicista

(13 febbraio 1934 – 23 marzo 2021) Nominato all'Oscar come miglior attore non protagonista nel 1967 per la sua interpretazione in Chi ha paura di Virginia Woolf, è morto a Santa Rosa, in California, all'età di 87 anni. Aveva vinto un Golden Globe per il suo ruolo in Un tocco di classe (1973) con Glenda Jackson. Era noto anche per i suoi ruoli in televisione, principalmente nelle sitcom.

Larry McMurtry. Scrittore e sceneggiatore

(3 giugno 1936 – 25 marzo 2021) Prolifico scrittore e sceneggiatore statunitense vincitore di un Pulitzer per il romanzo Un volo di colombe (1986), aveva 84 anni. Vinse anche un Oscar con Diana Ossana per la sceneggiatura non originale di I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, tratto dal racconto Gente del Wyoming di Annie Proulx. Da alcuni suoi romanzi sono stati tratti film di successo. Una frase per ricordarlo? «Le librerie sono una forma di allevamento; invece di allevare il bestiame, io allevo libri. Anche la scrittura è una forma di pastorizia; raggruppo le parole in piccoli gruppi simili a paragrafi».

Hans Küng. Teologo, presbitero e saggista

(19 marzo 1928 – 6 aprile 2021) Teologo svizzero, ordinato sacerdote nel 1954, si dedicò allo studio della storia delle religioni, in particolare quelle abramitiche. Era noto per le sue posizioni in campo teologico e morale spesso critiche verso alcune tematiche della dottrina cattolica: si espresse, ad esempio, contro il dogma dell'infallibilità papale così come inteso dal Concilio Vaticano I. Nel 1979 gli venne revocata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede la facoltà di insegnare come teologo cattolico, ma continuò a lavorare come professore emerito all'Università di Tubinga. Come scrive Marco Rizzi sul Corriere delal Sera: «Dopo tante polemiche, il riavvicinamento di Küng alla Chiesa di Roma era stato segnato dall’incontro con l’antico collega Ratzinger, allora sul soglio pontificio, nel settembre 2005, e dalla lettera che papa Francesco gli aveva inviato il 20 marzo 2016 in occasione del suo ottantottesimo compleanno, che si apriva con le parole Lieber Mitbruder, "Caro confratello"».

Filippo di Edimburgo. Principe 

(10 giugno 1921 - 9 aprile 2021) Ha chiuso gli occhi a due mesi dal traguardo del secolo. Sotto lo stesso tetto della regina Elisabetta II, la donna a cui è stato al fianco per oltre sette decenni in veste di principe consorte. Nato a Corfù, in Grecia, si era ritirato dalla vita pubblica e dagli impegni ufficiali nel 2017. Il Duca di Edimburgo è passato alla storia anche per alcune gaffe che lo hanno vitso protagonista. Una per tutte? «Avremo bisogno di tappi per le orecchie?», disse dopo aver appreso che Madonna avrebbe cantato la colonna sonora del film di James Bond del 2002.

Bernard Madoff. Banchiere

(29 aprile 1938 – 14 aprile 2021) "Bernie" Madoff, il finanziere che costruì il più grande "schema Ponzi" della storia, è morto nel carcere federale di Butner, North Carolina, dove stava scontando la sua pena di 150 anni. Nel 2009 si era dichiarato colpevole di una frode che ha colpito circa 37mila persone in 136 Paesi. Tra le sue vittime anche personaggi famosi come Steven Spielberg, Kevin Bacon e il premio Nobel per la Pace Elie Weisel.

Maria Ilva Biolcati. Cantante e attrice teatrale

(17 luglio 1939 – 23 aprile 2021) «Con Milva scompare una protagonista della musica italiana», ha scritto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. rendendo omaggio alla cantante, malata da tempo. Soprannominata La Rossa per il colore della sua chioma - Enzo Jannacci le scrisse anche una canzone con questo titolo -, calcò i palcoscenici di tutto il mondo realizzando più di sessanta album. Nata a Goro, in Emilia Romagna, partecipò 15 volte al Festival di Sanremo, un record di presenze che detiene insieme a Peppino Di Capri, Toto Cutugno e Al Bano.

Michael Collins. Astronauta

(31 ottobre 1930 – 28 aprile 2021) Uno dei tre astronauti dell'Apollo 11, da tempo combatteva contro il cancro. Era soprannominato l'astronauta dimenticato perché al contrario di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, non camminò mai sulla Luna ma nella storica missione del 1969 rimase ai comandi dell'Apollo 11, dal quale si staccò il Lem. Una curiosità? Era nato a Roma il 31 ottobre 1930, figlio di un diplomatico Usa. La frase che mi piace citare per ricordarlo? «Siamo fortunati ad avere questo Pianeta. Io lo so, ne ho visto un altro».

Nick Kamen. Cantante

(15 aprile 1962 – 4 maggio 2021) Modello e cantante britannico, raggiunse la notorietà come protagonista di uno spot televisivo della Levi’s. Ve lo ricordate? Entrato in una lavanderia, si toglieva i jeans, li metteva a lavare e rimaneva in boxer ad aspettare leggendo il giornale. Anche grazie a quella pubblicità venne notato da Madonna, che nel 1986 gli produsse con Stephen Bray il brano Each Time You Break My Heart.

Alessandro Talotti. Atleta

(7 ottobre 1980 - 6 maggio 2021) Campione azzurro del salto in alto, è morto a 40 anni dopo una brutta malattia. In carriera stabilì un personale di 2 metri e 32 - suo primato indoor - e partecipò a due edizioni delle Olimpiadi: Atene nel 2004 (finalista) e Pechino nel 2008. Nel 2002 ottenne anche un quarto posto agli Europei. «Con i tuoi salti ci hai regalato tante emozioni...oggi, purtroppo, un grandissimo dolore», sono le parole di Giovanni Malagò, presidente del Coni. «Sei volato troppo in alto ma resterai per sempre con noi... uno di noi».

Franco Battiato. Cantautore, musicista, artista

(23 marzo 1945 – 18 maggio 2021) Un Maestro. Un artista visionario, ironico, eclettico, sperimentatore, che ha saputo rivoluzionare (non solo) la musica italiana. Per molti rimarrà un Centro di gravità permanente , come recita uno dei suoi brani più famosi, insieme a La cura , Voglio vederti danzare o Bandiera Bianca, solo per citarne alcune. Da tempo era assente dalle scene musicali ed artistiche. Nel 2015 una caduta dal palco era stato uno dei primi segnali dell'aggravarsi delle sue condizioni di salute. Si era rifugiato nella sua villa alle pendici dell'Etna, circondato dai suoi familiari. Ebbe una breve esperienza (non retribuita) come assessore alla Regione Sicilia con la giunta Crocetta, dal novembre 2013 al marzo 2014.

Tarcisio Burgnich. Calciatore e allenatore

(25 aprile 1939 – 26 maggio 2021) Ex difensore protagonista dell'epopea della Grande Inter di Helenio Herrera negli anni '60, è scomparso in Versilia dove viveva da anni. Vincitore con la maglia nerazzurra di quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, era stato anche campione d'Europa con l'Italia nel 1968 e vicecampione del mondo nel 1970. Originario di Ruda, in Friuli-Venezia Giulia, è considerato (non a caso) uno dei migliori difensori italiani di sempre.

Isabella De Bernardi. Attrice

(12 luglio 1963 – 26 maggio 2021) Attrice e pubblicitaria, divenne popolare - e ancora oggi lo era - per il ruolo di Fiorenza, la fidanzata hippy di Carlo Verdone in Un Sacco Bello (1980). Nata a Roma, era figlia del grande sceneggiatore Piero De Bernardi. Recitò anche in Borotalco (1982) e Il bambino e il poliziotto (1989), e poi con Alberto Sordi ne Il Marchese del Grillo (1981) e Io so che tu sai che io so (1982). Lasciò il cinema per seguire la sua passione per grafica e disegno.

Carla Fracci. Ballerina

(20 agosto 1936 - 27 maggio 2021) Una vita sulle punte, la sua. Nata a Milano, figlia di un tramviere, la Divina cominciò a danzare a 10 anni alla scuola della Scala. Si diplomò nel 1954 e divenne, seguiti alcuni stage internazionali, prima ballerina tre anni dopo. Fino agli anni '70 danzò con varie compagnie straniere, dal London Festival Ballet al Royal Ballet, dallo Stuttgart Ballet al Royal Swedish Ballet. Dagli anni '80 diresse il corpo di ballo del San Carlo, poi dell'Arena di Verona, infine dell'Opera di Roma, dove rimase sino al 2010, fedele all'attività didattica che tanto amava. Ha avuto al suo fianco ballerini del calibro di Rudolf Nureyev, Vladimir Vasiliev, Mikhail Baryshnikov, Amedeo Amodio. A lei - eterna e immensa Giselle - dedicò una poesia anche Eugenio Montale: La danzatrice stanca.

Amedeo di Savoia-Aosta. Imprenditore e membro di Casa Savoia

(27 settembre 1943 – 1 giugno 2021) Il Duca d'Aosta è morto per le complicazioni legate a un intervento chirurgico a un rene. Per decenni aveva vissuto nella tenuta del Borro, tra Laterina e San Giustino Valdarno (Arezzo), poi venduta nel 1999 ai Ferragamo. Legatissimo alla sua terra, nel 1999 fece stampare e affiggere manifesti di saluto per gli abitanti delle frazioni vicine per poterli ringraziare, uno a uno. Figlio di Aimone di Savoia e Irene di Grecia, dopo aver passato i primi anni di vita in un campo di prigionia tedesca, divenne capo della casa Savoia-Aosta dopo la morte del padre nel 1948. In seguito si dedicò prima alla Marina e poi a rappresentare le aziende italiane all'estero.

Guglielmo Epifani. Sindacalista e politico

(24 marzo 1950 – 7 giugno 2021) - Ex leader della Cgil ed ex segretario del Pd, attualmente deputato di Leu, è deceduto dopo una breve malattia. Da sempre molto attivo sui temi del lavoro, è stato fino all'ultimo a fianco dei lavoratori in crisi, come quelli della Whirpool di Napoli. Una delle sue ultime battaglie. Una delle frasi per cui lo ricordo? «Sappiamo per certo che ogni qualvolta si contrappone la piazza al Parlamento lì comincia la notte della democrazia. Guai a contrapporre una forma di democrazia all'altra».

Gianpiero Boniperti. Calciatore e dirigente sportivo 

(4 luglio 1928 – 18 giugno 2021) Presidente onorario della Juventus, di cui è stato una bandiera prima come calciatore e poi come dirigente, è deceduto per un'insufficienza cardiaca. Con i bianconeri disputò 469 partite totali segnando 178 gol dal 1946 al 1961; con la Nazionale 38 presenze e 8 reti. Fu anche europarlamentare dal 1994 al 1999 con Forza Italia. Una delle sue affermazioni più famose? «Alla Juve posso fare solo un augurio: continuare a vincere perché, come sapete, rimane sempre l'unica cosa che conta...».

John Mcafee. Programmatore

(18 settembre 1945 - 23 giugno 2021) Nato a Cinderford, in Inghilterra, in una base dell’esercito americano da padre statunitense e madre inglese, ideò uno degli antivirus più famosi e utilizzati al mondo. Accusato di evasione fiscale negli Stati Uniti, era in cella a Barcellona dove era stato arrestato su mandato internazionale.

Donald H. Rumsfeld. Politico e diplomatico

(9 luglio 1932 – 29 giugno 2021) Ex segretario della Difesa Usa, è morto all'età di 88 anni a Taos, nel Nuovo Messico. «É con profonda tristezza - riferisce la famiglia - che condividiamo la notizia della scomparsa di Donald Rumsfeld, statista americano e marito devoto, padre, nonno e bisnonno» . Era stato uno dei principali artefici dell'invasione americana dell'Iraq nel 2003, durante la presidenza di George W. Bush. La sua storia è stata raccontata anche nel documentario The Unknown Known dell'Oscar Errol Morris, incuriosito dalle migliaia di appunti manoscritti da Rumsfeld durante la sua attività politica.

Raffaella Carrà. Ballerina, conduttrice e autrice televisiva 

(18 giugno 1943 – 5 luglio 2021) Non basterebbe un libro per ricordare la regina indiscussa della televisione italiana, icona per generazioni di ragazzi e ragazze. Cantante, conduttrice, ballerina, il suo successo non ha avuto confini. Chi di noi non ha ballato sulle sue canzoni, almeno a Capodanno? A dare il senso di cosa ha rappresentato la Raffa nazionale sono le parole di Renzo Arbore: «Gli storici parleranno della fine della bella epoque del piccolo schermo. Io provo un grande dolore per aver perso un'amica». All'anagrafe Raffaella Maria Roberta Pelloni, la "Raffa" nazionale ha cambiato il volto della televisione con il suo talento, uno scandaloso - per l'epoca - ombelico di fuori, e brani come il Tuca tuca, A far l'amore comincia tu e Fiesta.

Angelo Del Boca. Storico e giornalista

(23 maggio 1925 - 6 luglio 2021) Tra i maggiori studiosi del colonialismo italiano, era direttore della rivista di storia contemporanea "I sentieri della ricerca". Fu inviato speciale della Gazzetta del Popolo e del Giorno , che lasciò nel 1981. Tra le sue tantissime pubblicazioni, i quattro volumi de Gli italiani in Africa Orientale , i due de Gli Italiani in Libia e le biografia di Hailé Selassi e Gheddafi. Nel 2000, in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, Del Boca (in un contributo raccolto da un altro grande storico italiano, Nicola La Banca) scrisse: «Per più di cinquant’anni, prima come giornalista, poi come storico e docente, ho lavorato per fornire informazioni agli altri... È stato soprattutto un grande bisogno di testimoniare, di denunciare menzogne e mistificazioni, che mi ha fatto scegliere quelle professioni».

Libero De Rienzo. Attore

(24 febbraio 1977 – 15 luglio 2021) Il suo volto, non solo per me, è quello del giornalista Giancarlo Siani nel film Fortapàsc di Marco Risi. Una passione, quella per il mondo del cinema, ereditata dal padre, Fiore De Rienzo, aiuto regista di Citto Maselli. Nel 2001 "Picchio" aveva vinto con Santa Maradona , pellicola di Marco Ponti, il David di Donatello come Miglior Attore non protagonista. «Dalla fine degli anni 90 tutti lo hanno riconosciuto come il Mozart degli attori, era il più grande di tutti, forse perché riusciva a mettere il dolore al servizio di quello che faceva», ha detto Elio Germano, ricordando l'amico.

Nicola Tranfaglia. Storico e politico 

(Napoli, 2 ottobre 1938 – Roma, 23 luglio 2021) Autore di studi sulla storia politica e istituzionale del Novecento italiano e specialista di storia del giornalismo, era stato ricoverato da tre mesi in seguito a un'emorragia cerebrale da cui non si era più ripreso. Dal 1976 al 2006 era stato titolare delle cattedre di storia contemporanea, di storia dell'Europa e del giornalismo all'Università di Torino. Ebbe anche un'esperienza politica come deputato del Partito dei Comunisti Italiani tra il 2006 e il 2008.

Gianni Nazzaro. Cantante e attore

(27 ottobre 1948 – 27 luglio 2021) Si è spento a 72 anni, in seguito a un tumore ai polmoni, l'artista napoletano autore di successi che sono rimasti nella storia della musica italiana: da Quanto è bella lei a Mi sono innamorato di mia moglie, da A modo mio a Senza luce/Estate senza te . Da tempo lottava contro una grave malattia. Sulla propria pagina Instagram, Pupo ha pubblicato una foto del collega scrivendo un pensiero che ha commosso i fan: «Conoscevo molto bene Gianni, era un’artista poliedrico e una brava persona. Aveva la fragilità degli uomini belli e affascinanti, che tanto piacciono alle donne», ha scritto Enzo Ghinazzi.

Roberto Calasso. Scrittore ed editore

(30 maggio 1941 – 28 luglio 2021) Scrittore ed editore, saggista e narratore, era il proprietario e direttore editoriale della casa editrice Adelphi. I suoi libri sono stati tradotti in 25 lingue e pubblicati in 28 Paesi.Tra le sue narrazioni più famose L’impuro Folle e Le nozze di Cadmo e Armonia. Il giorno della sua morte è anche quello dell’uscita di due suoi libri autobiografici, Memè Scianca, dove narra la sua infanzia a Firenze, e Bobi, in ricordo di Roberto Bazlen, ideatore con Luciano Foà di Adelphi, nata nel 1965 e diretta da Calasso a partire dal 1971.

Antonio Pennacchi. Scrittore

(26 gennaio 1950 – 3 agosto 2021) È morto nella sua casa di Latina, all'età di 71 anni, lo scrittore vincitore nel 2010 del premio Strega con lo straordinario Canale Mussolini («Il dramma della condizione umana è proprio questo: sei quasi perennemente condannato a vivere nel torto, pensando peraltro d’avere pure ragione», si legge in un famoso passaggio del libro). Era stato operaio all’Alcatel Cavi. Prima di dedicarsi alla scrittura, la sua grande passione era stata la politica: prima nelle file del Msi, poi in quelle del Partito marxista-leninista Italiano. Nel 1994, a 44 anni - sfruttando un periodo di cassa integrazione - si era laureato in Lettere con una tesi su Benedetto Croce all'Università "La Sapienza" di Roma.

Gino Strada. Medico e attivista

(21 aprile 1948 - 13 agosto 2021) «Quando si bombarda si chiama guerra. Poi si possono utilizzare tutti gli aggettivi che si vuole, ma rimane sempre guerra». Si è sempre schierato, fino all'ultimo, firmando dalla Normandia dove era per una breve vacanza un editoriale su La Stampa per commentare la situazione in Afghanistan, 24 ore prima di morire. Emergency, la sua creatura, fondata 25 anni fa insieme alla moglie Teresa Sarti, scomparsa nel 2009, è cresciuta fino ad arrivare in 18 Paesi del mondo. Unica speranza di una vita diversa, migliore, per milioni di persone. «Ha portato le ragioni della vita dove la guerra voleva imporre violenza e morte. Ha invocato le ragioni dell'umanità dove lo scontro cancellava ogni rispetto per le persone. La sua testimonianza, resa sino alla fine della sua vita, ha contribuito ad arricchire il patrimonio comune di valori quali la solidarietà e l'altruismo, espressi, in maniera talvolta ruvida ma sempre generosa, nel servizio alla salvaguardia delle persone più deboli esposte alle conseguenze dei conflitti che insanguinano il mondo», ha ricordato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Piera Degli Esposti. Attrice e regista

(12 marzo 1938 – 14 agosto 2021) Definita da Eduardo De Filippo 'o verbo nuovo, con la sua voce e il suo corpo, la sua vena anticonformista e spregiudicata, ha scritto un capitolo importante della storia del teatro e del cinema del nostro Paese, formandosi "con le donne", come amava ripetere, e mai con le accademie. Ha vinto il David di Donatello per L'ora di religione (2002) di Marco Bellocchio e Il divo (2009) di Paolo Sorrentino. Nel 1980 ha collaborato con la scrittrice Dacia Maraini al libro Storia di Piera, ispirato ai fatti della sua infanzia, da cui nel 1983 è stato tratto il film omonimo diretto da Marco Ferreri.

Gianfranco D'Angelo. Attore e comico

(19 agosto 1936 – 15 agosto 2021) Attore, comico, cabarettista, doppiatore, imitatore e cantante, debuttò in Rai all'inizio degli anni '70, a fianco dei personaggi di punta dell'epoca, da Raffaella Carrà a Sandra Milo. Ha fatto parte del gruppo del Bagaglino con Pippo Franco e ha recitato in molti film, a teatro e in televisione, dove ha partecipato a numerosi programmi. Il più famoso? Drive in di Antonio Ricci Dopo aver vinto quattro Telegatti, nel 2001 vince il Delfino d'oro alla carriera. Nel 2019 appare nel film W gli sposi di Valerio Zanoli, insieme tra gli altri a Paolo Villaggio, alla sua ultima interpretazione cinematografica..

Gerhard Muller. Calciatore e dirigente sportivo

(3 novembre 1945 – 15 agosto 2021) Soprannominato der Bomber der Nation («Il capocannoniere della Nazione»), è passato alla storia per i molti gol segnati in carriera. Qualche esempio? Fu atutore di 68 gol in 62 partite con la nazionale tedesca, con cui vinse gli Europei nel 1972 e i Mondiali nel 1974, segnando in entrambe le finali. E ancora, fu autore di una rete nella semifinale contro l'Italia a Messico '70. Con il Bayern realizzò 566 reti in 607 partite ufficiali. Era affetto da Alzheimer.

Nicoletta Orsomando. Annunciatrice televisiva

(11 gennaio 1929 – 21 agosto 2021) Morta a 92 anni, era la più famosa delle signorine buonasera. Attiva come annunciatrice Rai dal 1953 al 1993, esordì in televisione il 22 ottobre del 1953 per presentare, dagli studi di Roma, un documentario sull’Enciclopedia Britannica per i ragazzi. Nella sua carriera ha condotto anche diversi programmi. Nel 1994 è stata insignita del ruolo di Commendatore della Repubblica Italiana.

Charlie Watts. Batterista

(2 giugno 1941 – 24 agosto 2021) Semplicemente un mito. Il leggendario batterista e cofondatore dei Rolling Stones è morto a 80 anni dopo un'operazione di emergenza al cuore. «Per una volta sono andato fuori tempo», aveva spiegato lui ad agosto, dopo aver annunciato alle 13 date del tour negli Stati Uniti. Un ritiro consigliato dai medici che gli avevano imposto assoluto riposo. «Sto lavorando duramente per tornare completamente in forma, ma oggi su consiglio degli esperti ho accettato il fatto che questo richiederà un po' di tempo», aveva - però - aggiunto.

Ed Asner. Attore

(15 novembre 1929 - 29 agosto 2021) È morto a 91 l'attore statunitense conosciuto da tutti come Ed, vincitore di sette Emmy Awards e cinque Golden Globes. Doppiatore e attore, è stato anche presidente della Screen Actors Guild. Il suo ruolo più famoso fu quello del giornalista della Cbs Lou Grant all'interno del Mary Tyler Moore Show e successivamente nello spin-off Lou Grant.

Mikis Theodorakis. Politico e compositore

(29 luglio 1925 – 2 settembre 2021) Addio al compositore e politico greco, autore della colonna sonora di Zorba il greco, film del 1964 che rese popolare nel mondo il sirtaki. Negli anni Sessanta e poi dagli anni Ottanta, prima e dopo la "Dittatura dei Colonnelli", fu anche membro del Parlamento greco, eletto con il partito comunista greco. Negli ultimi anni era stato più volte ricoverato in ospedale per problemi di salute e, nel 2019, gli è stato impiantato un pacemaker.

Jean-Paul Belmondo. Attore 

(9 aprile 1933 – 6 settembre 2021) Nato a Neuilly sur Seine, alle porte di Parigi, nelle vene aveva sangue italiano: il padre Paolo Raimondo, infatti, era uno scultore. Icona del cinema francese, girò 80 film e fu protagonista di numerose storiche pellicole tra le quali Il Clan dei marsigliesi con Claudia Cardinale (1972). Recitò anche in Italia diretto, tra gli altri, da Alberto Lattuada, Vittorio De Sica e Renato Castellani accanto a Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale, Sophia Loren e Stefania Sandrelli.L'APPROFONDIMENTOdi Stefano Montefiori

Nino Castelnuovo. Attore

(28 ottobre 1936 - 6 settembre 2021) L'attore, che interpretò Renzo nella miniserie tv I Promessi Sposi, trasmessa a fine anni Sessanta, si è spento a Roma dopo un lunga malattia. Aveva 84 anni. Nino (all'anagrafe Francesco) era originario di Lecco: esordì al cinema in Un maledetto imbroglio (1959) di Pietro Germi, e proseguì con ruoli secondari in numerose pellicole come Il gobbo (1960) di Carlo Lizzani e Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti. Viene ricordato anche per il celebre salto della staccionata nella pubblicità dell'Olio Cuore, in onda negli anni '80.

Dean Berta Viñales. Motociclista 

( 20 aprile 2006 - 25 settembre 2021) Morto ad appena 15 anni, era cugino di Maverick. Il pilota spagnolo è deceduto a seguito di un grave incidente avvenuto sul tracciato di Jerez durante Gara 1 della SuperSport 300. La fidanzata Rebecca Ortolá ha scritto una lettera per ricordarlo: «Come è ingiusta la vita, perché ti porta via le persone che ami di più al mondo? Non ho la forza per esprimere il mio dolore. Dal primo giorno sapevo che eri tu la persona giusta, ero sicura che saremmo rimasti insieme per sempre. Ti prometto che ci vedremo presto, ti amo con tutta me stessa. Sarai sempre l'amore della mia vita».

Bernard Tapie. Imprenditore, politico e attore

(26 gennaio 1943 – 3 ottobre 2021) Dopo una lunga lotta contro il cancro, a 78 anni, è venuto a mancare l'ex ministro francese, uomo d’affari, presidente dell’Olympique Marsiglia e proprietario di Adidas. A causa della malattia, a maggio scorso aveva rinunciato a comparire alle udienze del suo processo d'appello per frode nel controverso caso arbitrale del Credit Lyonnais.

Salvatore Veca. Filosofo

(31 ottobre 1943 - 7 ottobre 2021) Ricordato come un maestro dal mondo della cultura e della politica per la sua riflessione sulla giustizia globale, è morto a Milano a 77 anni. Filosofo politico e accademico, si laureò in Filosofia a Milano con Enzo Paci e Ludovico Geymonat, e qui iniziò la sua carriera accademica. In parallelo, ha portato avanti un'intensa attività editoriale a partire dalla direzione scientifica della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. «I nostri rapporti con la verità hanno qualche cosa a che vedere con i nostri rapporti fra noi e il mondo», si legge nel suo Da Dell'incertezza: tre meditazioni filosofiche del 1997.

Angelo Licheri. L'eroe di Vermicino

(20 agosto 1944 - 18 ottobre 2021) Addio all'uomo che nel 1981, come volontario, si calò nel pozzo di Vermicino per tentare di salvare, invano, Alfredino Rampi. Un gesto coraggioso che commosse l’Italia. «Il bambino era a 64 metri di profondità. Gli ho tolto il fango dagli occhi e dalla bocca e ho cominciato a parlargli, dolcemente. So che capiva tutto. Non riusciva a rispondere ma l’ho sentito rantolare e per me era quella la sua risposta. Quando smettevo di parlare rantolava più forte, come per dirmi: continua che ti sto ascoltando. Dopo vari tentativi andati a vuoto, l’ultimo che ho fatto è stato prenderlo per la canottierina, ma appena hanno cominciato a tirare ho sentito che cedeva… E allora gli ho mandato un bacino e sono venuto via. “Ciao piccolino”», ha ricordato in questi anni parlando di quelle tragiche ore.

Colin Powell. Generale e politico 

(5 aprile 1937 - 18 ottobre 2021) L'ex segretario di Stato americano è scomparso per «complicazioni legate al Covid». Nato negli Stati Uniti da genitori di origine giamaicana, dopo la laurea iniziò la carriera militare prestando servizio in Vietnam, ma già nel 1972 ricoprì ruoli di rilievo alla Casa Bianca. Nel 1989, a 52 anni, diventò il più giovane capo di Stato Maggiore della Difesa e il primo uomo di colore a ricoprire l'incarico. Un ruolo nel quale gestì anche l’operazione Desert Storm durante la Prima Guerra del Golfo. Tra il 2001 e il 2005 venne scelto da Bush come segretario di Stato, trovandosi a gestire l’invasione americana dell’Iraq del 2003.

Franco Cerri. Chitarrista

(29 gennaio 1926 - 18 ottobre 2021) Chitarrista e docente, è considerato tra i più grandi e autorevoli chitarristi italiani nel campo del jazz, nonostante fosse autodidatta. A dare la notizia della scomparsa il figlio Nicholas, in un post su Facebook: «Le sette note e le tre chitarre salutano con tanto affetto Franco Cerri, grande musicista e grande uomo. Fai buon viaggio, babbo». Ma, come dimenticare, quando negli anni Settanta recitò nello spot del detersivo per il bucato Bio Presto?! Inquadrato a mezzo busto, immerso in una vasca, venne soprannominato e passò alla storia (anche) come «l'uomo in ammollo».

Luigi Amicone. Giornalista e saggista

(4 ottobre 1956 – 9 ottobre 2021) È scomparso improvvisamente, a 65 anni, a causa di un infarto, lo scrittore, giornalista e politico milanese. Aveva fondato il settimanale - poi diventato mensile - Tempi, di cui era stato direttore. Esponente di spicco di Comunione e Liberazione, nel 2016 era entrato in Consiglio comunale a Milano con Forza Italia. «Come si fa a soddisfare le minime esigenze di "bene comune" con istituzioni della giustizia di geometrica potenza distruttiva?», scrisse in un famoso articolo su Tempi, scuotendo le coscienze di tanti.

Rossano Rubicondi. Attore e modello italiano

(14 marzo 1972 - 29 ottobre 2021) Volto noto della tv e del jet set, quarto marito di Ivana Trump, era malato da tempo. 972. Trasferitosi a Londra a 22 anni, aveva iniziato a lavorare prima come modello e in seguito come attore. «Sono stata molto fortunata per aver vissuto accanto a lui quasi vent'anni della mia vita. Come nella maggior parte delle amicizie e dei matrimoni, abbiamo avuto anche noi la nostra parte di alti e bassi, ma siamo rimasti amici per tutto il tempo e ci siamo sempre protetti l'uno con l'altro: mi mancherà la sua amicizia, l'energia, le risate, la devozione nei miei confronti», si legge nel messaggio d'addio proprio di Ivana, affidato a Mara Venier e letto in una puntata di Domenica in.

Frederik de Klerk. Politico

(18 marzo 1936 - 11 novembre 2021) Ultimo presidente bianco del Sudafrica, scarcerò Nelson Mandela dopo 27 anni di prigionia, aprendo così la strada alle prime elezioni multi-partitiche del 1994. Con Madiba condivise il Premio Nobel per la Pace, ricevuto il 10 dicembre del 1993 «per aver svolto un ruolo decisivo nello smantellamento del sistema di segregazione razziale nel loro Paese». Fu vice di Mandela fino al 1996 e si ritirò dalla politica attiva l'anno successivo. Nel 2004 ha fondato la Global leadership foundation, organizzazione indipendente che si pone come obiettivo quello di orientare i leader politici nella promozione delle istituzioni democratiche e nella difesa dei diritti umani.

Gian Piero Daniele Galeazzi. Telecronista sportivo e conduttore televisivo

(18 maggio 1946 - 12 novembre 2021) Per il suo fisico venne soprannominato Bisteccone. Nel canottaggio vinse il titolo italiano nel 1967 e partecipò alle selezioni per le Olimpiadi del Messico dell’anno successivo. In Rai cominciò in radio e subito fu inviato alle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972. Il passaggio successivo alla tv gli regalò, oltre alle telecronache del canottaggio, anche quelle del tennis. Condusse per diversi anni 90° Minuto e come inviato sei edizioni dei Giochi. Da anni combatteva con una grave forma di diabete.

Wilbur Smith. Scrittore

(9 gennaio 1933 –13 novembre 2021) Uno degli autori più famosi al mondo, maestro indiscusso della scrittura d'avventura, con i suoi romanzi ha catturato i lettori vendendo oltre 140 milioni di copie in tutto il mondo in più di trenta lingue. «L'autore di bestseller globale Wilbur Smith è morto inaspettatamente questo pomeriggio nella sua casa di Città del Capo dopo una mattinata passata a leggere e scrivere con sua moglie Niso al suo fianco», l'annuncio pubblicato sul sito web personale dello scrittore. Courtney, la sua serie più famosa, «è stata anche la più lunga nella storia dell'editoria, segue le avventure della famiglia Courtney in tutto il mondo, attraversando generazioni e tre secoli, attraverso periodi critici dagli albori dell'Africa coloniale alla guerra civile americana e all'era dell'apartheid in Sud Africa», prosegue la nota.

Paolo Pietrangeli. Cantautore, regista e sceneggiatore

(29 aprile 1945 – 22 novembre 2021) È morto all'età di 76 anni il cantautore, regista e sceneggiatore che con le sue Valle Giulia e Contessa ha accompagnato l'impegno politico di tanti. Figlio del regista Antonio Pietrangeli e di Margherita Ferrone, iniziò a scrivere canzoni negli anni '60, diventando presto uno dei più importanti rappresentanti del filone della canzone di protesta sessantottina. Negli anni Settanta si dedicò anche al cinema e alla tv, firmando programmi come Maurizio Costanzo Show e Amici di Maria De Filippi per la Fininvest. Scelta professionale che non gli impedì, certo, di candidarsi nel 1996, per Rifondazione comunista, senza essere eletto, per aderire poi a Sinistra Ecologia Libertà e, infine, a "Potere al popolo". Il miglior modo per ricordarlo? Continuare a cantare un verso dei suoi "inni": «Voi gente perbene che pace cercate, la pace per fare quello che voi volete. Ma se questo è il prezzo l'abbiamo pagato, nessuno più al mondo dev'essere sfruttato!».

Ennio Doris. Imprenditore e banchiere 

(3 luglio 1940 – 24 novembre 2021) Fondatore e presidente onorario di Banca Mediolanum, per oltre quarant'anni è stato protagonista della grande finanza italiana. Sposato dal 1966 con Lina Tombolato, lascia due figli - Massimo e Sara - e sette nipoti. Nel 1992 gli fu conferita l'Onorificenza di Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana e nel 2002 quella di Cavaliere del Lavoro. «Abbiamo perso un grande uomo, un grande imprenditore, un grande patriota, un grande italiano. Un uomo generoso, altruista, sempre attento agli altri, sempre vicino a chi aveva bisogno. Ci mancherà molto, mi mancherà moltissimo», le parole dell'amico Silvio Berlusconi.

Almudena Grandes. Scrittrice

(7 maggio 1960 – 27 novembre 2021) Una delle voci più rilevanti della letteratura spagnola contemporanea, impegnata nel femminismo e nelle battaglie politiche di sinistra, è deceduta nella sua casa di Madrid a causa di un cancro diagnosticato a settembre 2020. Vincitrice del "Premio Nacional de Narrativa", autrice di romanzi come Las Edades de Lulú o Malena es un nombre de tango, era moglie del poeta Luis Garcia Montero, attuale direttore dell'Istituto Cervantes.

Frank Williams. Manager 

(16 aprile 1942 – 28 novembre 2021) Uno dei principali protagonisti della Formula 1 di tutti i tempi, vincitore dinove titoli costruttori, aveva iniziato la sua carriera nel 1972, come patron della Politoys, scuderia che tre anni dopo avrebbe portato il suo nome. Rimasto nel 1986 in sedia rotelle a causa di un incidente automobilistico, fino al 2012 aveva fatto parte del consiglio di amministrazione della Williams. Poi nel 2020 la svolta del team, con il cambio di proprietà e la cessione al fondo d'investimenti Usa Dorilton Capital.

Lina Wertmüller. Regista, sceneggiatrice e scrittrice

(14 agosto 1928 - 9 dicembre 2021) All'anagrafe Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich, la grande regista firmò film indimenticabili come Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare di agosto, Pasqualino settebellezze, Mimì metallurgico, ma anche alcuni musicarelli e il televisivo Gian Burrasca con Rita Pavone, girato tra il 1964 e il 1965. «Ho sempre avuto un carattere forte fin da piccola», raccontava di sé, sottolineando: «Sono stata addirittura cacciata da undici scuole e sul set ho sempre comandato io». Fu la prima regista donna a ottenere una candidatura per la "Miglior Regia" ai Premi Oscar. Nel 2020 l’Academy decise di premiarla con l’Oscar onorario alla Carriera con la seguente motivazione: «Per il suo provocatorio scardinare con coraggio le regole politiche e sociali attraverso la sua arma preferita: la cinepresa».

Anne Rice. Scrittrice

(4 ottobre 1941-11 dicembre 2021) Autrice del ciclo delle Cronache dei vampiri, è morta nella sua abitazione all'eta' di 80 anni in seguito alle complicazioni di un ictus, come annunciato su Facebook dal figlio Christopher. I volumi della serie, cominciata nel 1976, hanno avuto un enorme successo di pubblico, vendendo 80 milioni di copie in tutto il mondo. Da Intervista con il vampiro, il primo romanzo con protagonista Lestat de Lioncourt, un giovane nobile francese del XVIII secolo divenuto vampiro, fu tratto nel 1994 il famoso film con Tom Cruise e Brad Pitt. Nata a New Orleans nel 1941 da una famiglia cattolica di origini irlandesi, rimase orfana di madre a 15 anni, e fu spedita in un collegio dal padre insieme alle sorelle. Un'esperienza che segnò la sua vita per sempre.

bell hooks. Scrittrice e attivista femminista

(25 settembre 1952 – 15 dicembre 2021) Addio a una delle scrittrici icone del femminismo contemporaneo. All'anagrafe Gloria Jean Watkins, era conosciuta con lo pseudonimo di bell hooks (tutto minuscolo perché «enfatizza la sostanza dei libri, non chi sono», amava sottolineare): Bell come la madre, Rosa Bell Watkins, Hooks come la nonna materna, Bell Blair Hooks. Nell'arco della sua carriera, ha pubblicato più di 30 libri oltre a numerosi articoli accademici nei quali ha affrontati temi come razza, classe e genere nell'istruzione, sessualità e femminismo. Nella newsletter de La27Ora, poche settimane fa, ho recensito il suo Il femminismo è per tutti. Una politica appassionata, dal quale mi piace citare questo passaggio per ricordarla: «Il movimento femminista progredisce quando un maschio o una femmina di qualsiasi età lavorano a mettere fine al sessismo». In questo testo ben sintetizza come il femminismo debba riuscire ad arrivare alle persone che non ne hanno mai sentito parlare, o ne hanno sentito parlare in modo inesatto e fuorviante, per essere presentato (e vissuto) come teoria in grado di liberare la società dalla violenza delle sue gerarchie. Perché «femministe non si nasce, lo si diventa».

Richard Rogers. Architetto

(23 luglio 1933 - 18 dicembre 2021) Tra i pionieri del movimento "high-tech", che si distingue per le sue strutture in vetro e acciaio e le tubature a vista, aveva 88 anni. Nato a Firenze da genitori di origini britanniche poi tornati in Inghilterra con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, nel 2007 aveva vinto il premio Pritzker, uno dei principali premi per l'architettura nel mondo, spesso chiamato anche "Nobel per l'architettura". Decine i progetti con cui ha impreziosito le nostre città: dalla sede della assicurazioni Lloyd's, un ufo architettonico inaugurato nel 1986 nella City di Londra, alla sede della Corte europea dei diritti dell'uomo a Strasburgo. Passando per gli uffici a Berlino in Potsdamer Platz e per il centro Georges Pompidou di Parigi, progettato insieme a Renzo Piano. Divenuto lord Rogers di Riverside, l'architetto sedeva dal 1996 alla Camera dei Lord del parlamento britannico, tra i laburisti.

Desmond Tutu. Arcivescovo e attivista

(7 ottobre 1931 - 26 dicembre 2021) Si è spento a 90 anni l'arcivescovo sudafricano, premio Nobel per la pace nel 1984 e simbolo della lotta all'apartheid. "La scomparsa dell'arcivescovo emerito Desmond Tutu è un altro capitolo di lutto nell'addio della nostra Nazione a una generazione di eccezionali sudafricani che ci hanno lasciato in eredità un Sudafrica liberato", ha affermato il presidente Cyril Ramaphosa. Dopo la fine della politica di segregazione razziale, Tutu ideò e fu a capo della "Commissione per la Verità e la Riconciliazione" (Trc), creata nel 1995, che mise in luce la verità sulle atrocità commesse durante i decenni di repressione da parte dei bianchi. Una frase per ricordarlo? «Il perdono ti dà la possibilità di ricominciare... Se vuoi la pace non parli con gli amici, ma con i nemici».

Franco Ziliani. Enologo e creatore della cantina Berlucchi

(21 giugno 1931 - 26 dicembre 2021) Addio all'enologo e creatore nel 1961 insieme a Guido Berlucchi delle cantine Berlucchi di Erbusco, nel Bresciano. Viene considerato uno dei "padri" della moderna enologia italiana: è scomparso a 90 anni, ricorda l'Azienda Berlucchi, nell'anno che ha celebrato il 60esimo anniversario dalla prima bottiglia di Franciacorta da lui creata. Parlando degli inizi della sua carriera, nell'ultima intervista al Corriere della Sera, disse: «Ero un giovane enologo, che lavorava già in varie cantine, venni convocato da Berlucchi. Quando arrivai era al pianoforte e ricordo benissimo che suonava Georgia on my mind. Il conte richiuse il piano, e iniziò a chiedermi accorgimenti per migliorare il suo vino bianco, il Pinot del Castello, che era instabile e opaco. Risposi senza paura alle domande, e nel salutarlo osai ancora di più dicendogli “E se facessimo anche uno spumante alla maniera dei francesi?” Era perplesso, ho insistito e mi ha dato via libera. È andata così, mi creda».

·        È morto l’attore James Michael Tyler.

È morto James Michael Tyler, Gunther di Friends. Vanityfair.it il 25/10/2021. Dietro al bancone del Central Perk, tutti lo conoscevano come Gunther, il barista di Friends, il confidente che ha tenuto compagnia ai fan della serie per la bellezza di 150 episodi. Nel mondo reale, invece, si chiamava James Michael Tyler, un professionista che ieri, domenica 24 ottobre, si è spento a causa di un cancro alla prostata all'età di 59 anni. Il tumore, in uno stadio molto avanzato, gli era stato diagnosticato la prima volta nel 2018: «Il mondo lo conosceva come Gunther, dalla serie di successo Friends, ma i suoi cari lo conoscevano come attore, musicista e marito amorevole», ha scritto il suo manager Toni Benson in un tributo. «Michael amava la musica dal vivo, tifava per i suoi Clemson Tigers, e spesso si trovava in avventure divertenti e non pianificate». Prima di approdare nella grande famiglia di Friends, nel 1994, James Michale Tyler è apparso, in alcune serie cult degli anni Novanta come Just Shoot Me! e Sabrina - Vita da strega. Tyler è stato scritturato per la seconda stagione di Friends, della quale divenne una ricorrente guest star, mentre lavorava come barista presso la caffetteria Bourgeois Pig a Los Angeles. La Warner Bros. Television, che ha prodotto la serie, lo ha ricordato come «un attore amato e parte integrante della nostra famiglia di Friends». Insieme agli studios, anche Jennifer Aniston e Courtney Cox hanno reso omaggio alla memoria di Tyler sui social. «Friends non sarebbe stato lo stesso senza te. Grazie per le risate che hai portato sul set e nelle vite di tutti noi. Mi mancherai tantissimo», ha scritto Jennifer Aniston, ossia Rachel, la ragazza per la quale Gunther aveva una cotta. «La grandezza della gratitudine che hai portato con te e che hai mostrato ogni giorno sul set è la grandezza della gratitudine che ho per averti conosciuto. Riposa in pace James», ha, invece, scritto Cox. Dopo la chiusura di Friends, nel 2004, James Michael Tyler è apparso, tra gli altri, anche in Scrubs e Modern Music.

Morto James Michael Tyler di Friends: era Gunther. Laura Zangarini su Il Corriere della Sera il 25 ottobre 2021. L’attore si è arreso a un cancro alla prostata contro cui lottava da tempo. Aveva recitato anche in alcuni episodi delle serie «Scrubs» e «Modern Music». È morto James Michael Tyler, l’attore noto per il suo ruolo ricorrente di Gunther in «Friends». Aveva 59 anni. Tyler è morto ieri, domenica 24 ottobre, nella sua casa di Los Angeles per un cancro alla prostata. Lo ha riferito il suo manager, Toni Benson. Il tumore, già in uno stadio avanzato, gli era stato diagnosticato per la prima volta nel 2018. «Il mondo lo conosceva come Gunther, dalla serie di successo “Friends”, ma i suoi cari lo conoscevano come attore, musicista e marito amorevole», ha scritto Benson in un tributo. «Michael amava la musica dal vivo, tifava per i suoi Clemson Tigers, e spesso si trovava in avventure divertenti e non pianificate». Tyler è apparso in alcune serie degli anni ‘90 come «Just Shoot Me!» e «Sabrina the Teenage Witch» prima di essere scelto come personaggio di sfondo nella seconda stagione di «Friends» nel 1994. Per un anno, è stato la guest star più ricorrente nella serie interpretando Gunther, il barista di Central Park con un affetto non corrisposto per Rachel (Jennifer Aniston). Tyler è stato inizialmente scelto mentre lavorava come barista presso la caffetteria Bourgeois Pig a Los Angeles. Nel corso dei 236 episodi della serie, Tyler è apparso in 150 di essi. La Warner Bros. Television, che ha prodotto «Friends», lo ha commemorato come «un attore amato e parte integrante della nostra famiglia di “Friends”». Anche Jennifer Aniston e Courtney Cox hanno ricordato Tyler sui social. «”Friends” non sarebbe stato lo stesso senza te — ha scritto Rachel/Jennifer Aniston —. Grazie per le risate che hai portato sul set e nelle vite di tutti noi. Mi mancherai tantissimo». Mentre Cox ha postato: «La grandezza della gratitudine che hai portato con te e che hai mostrato ogni giorno sul set è la grandezza della gratitudine che ho per averti conosciuto. Riposa in pace James». Una volta concluso «Friends» nel 2004, Tyler è apparso in «Scrubs», «Modern Music» e si è esibito in un episodio di «Episodes» di Matt LeBlanc nel 2012. Dopo che gli è stato diagnosticato il cancro, Tyler ha recitato in due cortometraggi mentre era in cura e ha recitato a voce la poesia di Stephan Kalinich «If You Knew» per sostenere la Prostate Cancer Foundation. Tyler lascia la moglie, Jennifer Carno.

Friends, morto "Gunther". Il dramma di James Michael Tyler: come lo aveva ridotto il cancro. Libero Quotidiano il 25 ottobre 2021. I telespettatori di mezzo mondo in lutto per la morte di James Michael Tyler: era Gunther in Friends, personaggio secondario ma amatissimo della sit-com simbolo a cavallo tra anni 90 e Duemila. L'attore americano è scomparso nella sua casa di Los Angeles a 59 anni, stroncato da cancro alla prostata che gli era stato diagnosticato nel 2018. Sui social non ha mai smesso di pubblicare foto e pensieri anche nei momenti più duri, quelli della chemioterapia, delle terapie purtroppo inutili fino alle cure anti-dolore degli ultimi mesi. La sua ultima foto social risale allo scorso giugno, poco prima un commovente scatto in sedia a rotelle, in ospedale. Era diventato famoso per il ruolo del manager della caffetteria Central Perk, il punto di ritrovo della combriccola di Friends. "Il mondo lo ha conosciuto come Gunther - lo ha ricordato il suo agente Toni Benson - ma per chi gli voleva bene era un attore, un musicista e un marito". Prima personaggio di sfondo, poi vera e propria guest star di Friends fin dai primi episodi, aveva acquisito sempre maggior risalto tanto da farlo entrare nella trama principale come innamorato, non corrisposto, della bellissima (e ambitissima) Rachel, il personaggio interpretato da Jennifer Aniston. Alla celebre reunion del cast di qualche tempo fa, Gunther/James Michael, già gravemente malato, aveva partecipato solo in videocollegamento. 

·        E’ morto il rapper svedese Yasin.

Aveva subìto un tentativo di rapimento dal rivale Yasin. Chi è Einar, il 19enne rapper svedese ucciso a colpi di arma da fuoco. Redazione su Il Riformista il 22 Ottobre 2021. Giovanissima e pluripremiata star del rap svedese, il 19enne Einar è stato ucciso ieri sera a colpi di arma da fuoco in un quartiere a sud di Stoccolma. L’omicidio, secondo i media locali, potrebbe essere legato al mondo delle gang. Il rapper è stato “colpito da diversi proiettili nel sobborgo di Hammarby, che lo hanno ucciso sul colpo” ha detto il portavoce della polizia Ola Osterling all’agenzia di stampa svedese TT. La polizia sta cercando almeno due sospettati che avrebbero sparato al rapper. CHI È EINAR – Il vero nome è Nils Gronberg, è nato a Stoccolma ed è diventato famoso all’età di 16 anni quando la sua canzone ‘Katten i trakten’ dal suo album di debutto ‘Forsta klass’ ha scalato le classifiche svedesi nel 2019. È stato premiato con il premio Canzone dell’anno nel 2019 e il premio come esordiente dell’anno un anno dopo. In Svezia aumenta la criminalità La Svezia ha visto un aumento dell’attività della criminalità organizzata negli ultimi anni e diverse sparatorie tra bande si sono verificate a Stoccolma, Goteborg e Malmo. Il movente della sparatoria rimane poco chiaro ma il quotidiano svedese Aftonbladet ha riferito che il rapper recentemente aveva ricevuto diverse minacce. Secondo l’emittente pubblica svedese SVT, la sparatoria sarebbe legata alle gang. Einar era stato premiato con il premio canzone dell’anno nel 2019 e il premio come esordiente dell’anno un anno dopo. Il rapper ha avuto anche conflitti pubblici con il suo rivale Yasin. Quest’ultimo è stato condannato a luglio a dieci mesi di carcere per un progetto fallito di rapimento di Einar nel 2020. La Svezia ha visto un aumento dell’attività della criminalità organizzata negli ultimi anni e diverse sparatorie tra bande si sono verificate a Stoccolma, Goteborg e Malmo. 

Da "huffingtonpost.it" il 23 ottobre 2021. Il rapper svedese Einar, il cui vero nome è Nils Kurt Erik Einar Gronberg, è stato assassinato nella notte nel quartiere di Hammarby Sjostad a Stoccolma. Lo riferiscono diversi meda svedesi come l’emittente Svt. “Una giovane vita si è spenta. Capisco che la sua figura fosse importante per tanti ragazzi. È tragico”, ha commentato il Primo ministro svedese Stefan Lofven all’agenzia di stampa Tt. La polizia di Stoccolma in una nota ha dichiarato solamente che un uomo ha perso la vita a causa delle ferite riportate, non confermando l’identità della vittima. Un’inchiesta è stata aperta, ma finora nessuno è stato arrestato. In Svezia da tempo c’è un problema relativo alle gang criminali, che riemerge ripetutamente con casi di violenza come l’ultimo. Fino al 15 ottobre, solo nel 2021 sono state registrate 273 sparatorie con 40 morti. Nel luglio scorso, due bambini sono stati accidentalmente colpiti e feriti in una sparatoria appena fuori dalla capitale. Un mese dopo è toccato ad altre tre persone, stavolta nella città di Kristianstad. Nel Paese Einar era una delle star della musica, grazie al singolo ‘Katten i trakten’ (Il Gatto del quartiere) con cui nel 2019 era diventato l’artista più popolare su Spotify davanti a star come Ed Sheeran e Billie Eilish. Aveva all’attivo quattro album e decine di milioni di stream sulle piattaforme musicali.

·        Morto il grande direttore d'orchestra Bernard Haitink.

Morto il grande direttore d'orchestra Bernard Haitink. Angelo Foletto su La Repubblica il 22 ottobre 2021. Aveva 92 anni. Aveva rivoluzionato il modo di stare sul podio: piuttosto che dirigere, cercava di far parlare le partiture. Bernard Haitink, morto ieri a 92 anni a Londra, era un benedetto sopravvissuto. Era nato a Amsterdam nel 1929, cresciuto sotto l'occupazione nazista quando il mondo intellettuale europeo, brutalmente orfano di artisti ebrei o antinazisti, stava cercando se stesso anche nella musica. Nella direzione d'orchestra, la lezione dei maestri del secolo era ammansita dall'età e dal disincanto ma alcuni giovani seppero coglierne il significato e tenerlo in vita. Cioè l'idea che la letteratura musicale avesse una grandezza propria, uscita intatta anche dai crimini di guerra: bastava far parlare le partiture, ascoltarne e riceverne il significato. 'Dirigerle' il meno possibile. Lavorare sullo spirito più che sul dettaglio, sull'aura più che la scorza, sulle tensioni formali più che le strutture sintattiche, sulla capacità di comunicare tutto ma non a tutti. Haitink aveva iniziato come violinista nell'Orchestra della Radio Olandese, negli anni in cui la vita musicale olandese si incarna nella figura di Willem Mengelberg, il primo grande testimone "moderno", cioè entrato anche nell'era della registrazione discografica di Beethoven e Mahler, e creatore del mito-Concertgebouw Orchestra. Hatink divenne a sua volta il direttore-simbolo del complesso per vie inizialmente fortuite (la sostituzione all'ultimo momento di Carlo Maria Giulini) poi per meriti artistici tradotti di amore reciproco. Sarebbe diventata la sua compagna di vita musicale quasi esclusiva, direttore musicale dal 1961 al 1988, poi direttore emerito del 1999. Anche direttore principale della London Philharmonic, del Festival di Glyndebourne e del Covent Garden (quindi con importante attività in ambito del teatro musicale), della Staatskapelle di Dresda e della Chicago Symphony Orchestra, negli ultimi anni s'era dedicato con passione al lavoro con le orchestre giovanili: dalla European Union Youth Orchestra alla Gustav Mahler Jugendorchester. Costruendo, dal dicembre 2013, quando sostituì Abbado, gravemente malato, in un concerto con Maurizio Pollini, un rapporto profondo con l'Orchestra Mozart, che poi diresse per tre anni nelle stagioni di ripartenza, dal 2017: a Bologna e tournée europee. Divenne così un musicista meno ignoto al pubblico italiano che per varie ragioni non aveva avuto altrimenti poche occasioni di ascoltare dal vivo con le nostre orchestre. Alla Scala, debuttò nel 1996 con un Ein Deutsches Requiem di Brahms accorato ma non drammatico, toccante ma a ciglio asciutto, senza ammiccamenti confessionali o genericamente edificanti, scandito più che articolato, sospeso, quasi aleatorio, negli episodi praticamente a sole voci. Una meditazione, più che una preghiera. Così come il ritorno, nel 2017 era stato con una Missa Solemnis beethoveniana severa e avventurosa, tesa e inquieta, in cui Haitink si era svelato maestro di oratoria nelle pagine declamatorie del coro in cui la singola sillaba latina acquista importanza affrescando con laconica opulenza gli squarci haendeliani e i tortuosi episodi contrappuntistici. Negli ultimi decenni la sua attività si era rivolta esclusivamente ai suoi autori sinfonici preferiti (Mahler, Bruckner, Sostakovic, Brahms), ma la sua testimonianza discografica è significativamente aperta anche all'opera, con importanti titoli di Britten e Wagner, soprattutto. Se il Festival di Lucerna aveva chiamato Haitink a dirigere nell'anno successivo alla scomparsa di Abbado, prima della nomina di Riccardo Chailly (suo successore alla Concertgebouworkest, nel 1988), il 90enne direttore olandese scelse la grande sala del KKL in riva al lago di Lucerna, per il suo ultimo concerto, il 6 settembre 2019. Alla testa dei Wiener Philharmoniker, il maestro diresse senza rinunciare a nulla della sua storia e statura interpretativa, la Settima di Bruckner. Ma alla fine, più ancora dell'emozione per l'esecuzione, agli spettatori della prima file e di chi seguiva la serata in ripresa, è rimasto impresso il respiro profondo (di sollievo per la fine di una grande storia personale e artistica, di soddisfazione per aver ancora una volta svolta il suo compito di musicista-interprete senza divisimi né compromessi?) con cui ha accompagnato il faticoso appoggiarsi alla balaustra prima di voltarsi verso il pubblico ch'era già in piedi per l'ovazione. Poche uscite, poi: a passi lenti, con l'aiuto del bastone. L'ultima dando il braccio, quello della bacchetta, alla giovane moglie. L'ultimo saluto è stato agitando il bastone. Quasi un paradosso per un direttore che la musica e gli autori non li aveva mai "comandati" ma fatti suonare comunicando conoscenza, amore e pensiero profondo.

·        È morto il compositore Leslie Bricusse.

È morto Leslie Bricusse: aveva lavorato ad Harry Potter e 007. Redazione Notizie.it il 20/10/2021. Il compositore premio Oscar aveva lavorato a tante canzoni celebri del cinema. Da "007" ad "Harry Potter" e "Mamma ho perso l'aereo", tutto il mondo del cinema piange la sua scomparsa. Si è spento a 90 anni Leslie Bricusse. Nato a Londra il 29 gennaio del 1931, aveva alle sue spalle una brillante carriera da artista che l’ha portato ad essere uno dei compositori più riconoscibili e rispettati del panorama cinematografico. Autore di musiche e testi per più di quaranta film e spettacoli teatrali. Vincitore dei premi Oscar e Grammy, Leslie non sarà mai dimenticato.

La carriera

La carriera di Bricusse inizia come paroliere per le opere di famosi compositori come Henry Mancini, John Williams e Anthony Newley. Tra i suoi brani più importanti ci sono i famosissimi “What Kind of Fool Am I?” e “The Candy Man”, portati al successo da Sammy Davis jr. nel celeberrimo “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato”. Altre opere importantissime sono state “You Only Live Twice” di Frank Sinatra, “Le Jazz Hot” di Julie Andrews e “When I Look in Your Eyes” di Diana Krall. Leslie è stato il paroliere anche de “Goldfinger” il brano più celebre della famosa saga di James Bond.

I riconoscimenti

I riconoscimenti più importanti a Leslie Bricusse sono arrivati proprio dal mondo del cinema. La sua collaborazione ad un brano del film “Il favoloso dottor Dolittle” l’ha portato alla vittoria del premio Oscar per la miglior canzone dell’anno 1968. Questa non è stata l’unica nomination agli Oscar, ricordiamo infatti anche quelle avvenute dopo aver scritto la colonna sonora di film come “Goodbye”, “Mr. Chips”, “La più bella storia di Dickens”, “Victor Victoria”, “Così è la vita”, “Mamma, ho perso l’aereo” e “Hook-Capitan Uncino”. Una delle sue opere più recenti è stata anche una di quelle di maggior successo e che è più rimasta nelle menti di tanti appassionati di cinema. È stato infatti autore della colonna sonora di “Harry Potter e la pietra filosofale” un fil cult degli anni duemila, che ha segnato l’adolescenza di tantissimi di noi.

·        E’ morto il jazzista Franco Cerri.

È morto il jazzista Franco Cerri: era stato anche l’Uomo in ammollo. Claudio Sessa su Il Corriere della Sera il 18 ottobre 2021. Milanese, autodidatta era tra i più grandi chitarristi del genere e aveva collaborato con i più grandi, da Billie Holiday a Chet Baker. Ma la fama era arrivata anche con uno spot. Se ne è andato la notte scorsa Franco Cerri, uno dei più squisiti musicisti italiani. Ha avuto vita e carriera lunghissimi, essendo nato il 29 gennaio 1926, ma avrebbe avuto ancora tanto da dire con il suo esempio strumentale e la sua umanità. Era nato a Milano da una famiglia operaia, si era innamorato della chitarra da autodidatta e la sua rivelazione era stata simile alle storie che raccontano le fiabe: la notte del Venticinque Aprile nel cortile di una casa di ringhiera, la gente a far festa, lui ad accompagnare i balli e un tizio che passa e gli dice «sei bravo, domani vieni a trovarmi». Il tizio era Gorni Kramer, una delle figure più popolari della musica leggera (e del jazz) in Italia. Da quel momento Franco Cerri conosce una costante ascesa; suona con il Quartetto Cetra e altri popolari cantanti, ma soprattutto si dedica al jazz più attuale. Nel 1949 ha l’occasione di accompagnare il suo idolo, Django Reinhardt, di passaggio in Italia; in seguito affiancherà altri miti come Bille Holiday, Toots Thielemans, Chet Baker, Lee Konitz, Dizzy Gillespie. Il Gotha dei chitarristi internazionali, da Barney Kessel a Jim Hall, lo accoglie come collega e amico; George Benson dichiarerà pubblicamente di avere appreso molto da lui. Nel frattempo Cerri intraprende anche una carriera come leader e incide sempre più spesso (aveva iniziato nel 1947, l’ultimo disco è del 2015). Ma allora il jazz non permette certo di vivere. Cerri accompagna tutte le personalità di rilievo della sua lunga epoca, da Mina a Joao Gilberto. Nonostante la timidezza, o forse proprio per questo, diventa un personaggio pubblico della televisione in crescita degli anni Sessanta. Molti ricordano ancora la sua pubblicità di un detersivo in qualità di “uomo in ammollo”, ma è anche ospite di spettacoli popolari come “Senza Rete” e soprattutto, con la sua cortesia mai invasiva, conduce qualche rara trasmissione che la Rai dedica al jazz. La sua chitarra ha la stessa pacatezza dell’uomo che la maneggia, a lui piacciono i colori pastello del jazz californiano, la bossa nova, le melodie dei grandi standard. Al tempo stesso conosce bene la grande unità che lega ogni stagione di questa musica, ama i suoi protagonisti da Louis Armstrong a Charlie Parker e oltre, e per questo dagli anni Settanta la sua musica entra in una sorta di classicità che tutto contiene in un linguaggio estremamente personale e subito identificabile. Purtroppo conosce anche la tragedia familiare, suo figlio Stefano, talento del basso elettrico cresciuto anche musicalmente al suo fianco, muore ancor giovane di tumore. Suona sempre più spesso con il pianista Enrico Intra, altro monumento del jazz alla milanese; con lui fonda un’associazione culturale, organizza concerti, poi fonda una scuola di musica tuttora attiva, quei Civici Corsi di Jazz nei quali ha formato decine, centinaia di chitarristi. Umorista di grande finezza, come mostrano i giochi di parole nei titoli dei suoi brani, aveva inciso gli ultimi dischi con un trio ritmico di grande caratura (Dado Moroni, Riccardo Fioravanti e Stefano Bagnoli) in un gruppo chiamato Barber Shop, il negozio di barbiere: a simboleggiare con sottile understatement quel bisogno di colloquialità informale, e magari anche di pulizia interiore, che del vero jazz è parte inalienabile. Purtroppo conosce anche la tragedia familiare, suo figlio Stefano, talento del basso elettrico cresciuto anche musicalmente al suo fianco, muore ancor giovane di tumore. Suona sempre più spesso con il pianista Enrico Intra, altro monumento del jazz alla milanese; con lui fonda un’associazione culturale, organizza concerti, poi fonda una scuola di musica tuttora attiva, quei Civici Corsi di Jazz nei quali ha formato decine, centinaia di chitarristi. Umorista di grande finezza, come mostrano i giochi di parole nei titoli dei suoi brani, aveva inciso gli ultimi dischi con un trio ritmico di grande caratura (Dado Moroni, Riccardo Fioravanti e Stefano Bagnoli) in un gruppo chiamato Barber Shop, il negozio di barbiere: a simboleggiare con sottile understatement quel bisogno di colloquialità informale, e magari anche di pulizia interiore, che del vero jazz è parte inalienabile.

Marco Molendini per Dagospia il 18 ottobre 2021. Franco Cerri era un uomo discreto, come il suo jazz in punta di piedi, come la sua vita di uomo di pianura che ha affrontato una sola volta la vetta del successo popolare, quando è finito in ammollo in una vasca di vetro. Una storia paradossale per un jazzista in giacca e cravatta, elegante e ironico, capace di ridere anche di quella improvvisa, inattesa e smisurata popolarità. Non c'è giornale o notiziario che non lo ricorderà per quell'episodio, anche se è stato del tutto ininfluente per il corso della sua lunga vita musicale. Perché Franco Cerri è stato soprattutto innamorato della sua musica, un italiano nato nel ventennio, diventato adulto durante la guerra, uomo del Dopoguerra quando la sua chitarra si è messa a macinare swing con un pugno di amici. Ed è successo tutto per caso, come era accaduto per quello spot di Biopresto conquistato soffiando la parte a Peter Sellers (già famosissimo e che, naturalmente, sarebbe costato molto di più). Anche il jazz è arrivato per via naturale: «Era il 1943. Una sera papà venne a casa con una chitarra. L'aveva pagata 78 lire. Disse: so che la desideravi, ma ora arrangiati». E Franco si è arrangiato, da autodidatta di talento. Suonava nelle orchestrine che facevano ballare i cortili della Milano del Dopoguerra. Suonava e si arrangiava, muratore e poi ascensorista. Una sera in uno di quei cortili arrivò Gorni Kramer, chiese se qualcuno conosceva dei pezzi americani e Franco si è fatto avanti. Era ancora una schiappa, ma pieno di entusiasmo, adorava lo swing, l'America, la gioia che la nuova musica portava in quell'Italia devastata dal fascismo e dalla guerra. Ha continuato a suonare con Kramer per vent'anni, è diventato un grande specialista delle sei corde (discreto, elegante, attento), ha animato il jazz a Milano, città vivacissima, piena di ragazzi curiosi come lui (Oscar Valdambrini, Enrico Intra, Gil Cuppini, Renato Sellani e tanti altri), ha ondeggiato come tutti fra la purezza dei sogni e la musica commerciale, quella però che sapeva strizzare l'occhio all'amato jazz, come quella del Quartetto Cetra di Virgilio Savona e come lo swing di Natalino Otto che, durante la registrazione di uno dei suoi successi, La classe degli asini, sapendo dell'ironia del suo chitarrista, gli chiese: «Cominciamo con l'interrogare il più intelligente. Tu Franco Cerri, sai dirmi dove si trovano i Pirenei?». E , con la sua aria svagata, imitando la voce di Gilberto Govi: «I Pirenei... I Pirenei si trovano, se si cercano. Ma, se non si cercano, no!". E la battuta rimase in tutte le edizioni della canzone. E poi Nicola Arigliano, Van Wood, Johnny Dorelli, Mina, l'amico Jannacci. Non ha perso un'occasione, Franco. Ha incontrato maestri come Duke Ellington (aprì un suo concerto a Bologna), Gerry Mulligan, che lo chiamava ogni volta che era a Milano e voleva che suonasse il contrabbasso, Django Reinhardt, uno dei suoi eroi, Chet Baker. Una sera riuscì ad accompagnare Billie Holiday. Lady Day era finita in una serata infernale allo Smeraldo, allora specializzato in spettacoli di varietà destinati, fischiata da un pubblico assai lontano dal jazz. Così i jazzisti milanesi organizzarono per lei una serata di riparazione al Teatro Girolamo e ad accompagnarla c'erano il suo pianista di allora, Mal Waldron, Gene Victory alla batteria e Franco alla chitarra. Era un'epoca eroica del jazz, passione e quattro soldi e anche quattro gatti. Ingenuità e ammirazione sincera per quei grandi miti americani. Ma che musica. E così quei ragazzi sono diventati dei grandi musicisti, come Franco Cerri che si è fatto le ossa on the road, ha vissuto di musica (cosa non facile all'epoca), ha saputo utilizzare la popolarità guadagnata con Carosello, con il suo spirito sottile da showman, che gli ha permesso di fare anche televisione e radio, ma non ha mai trascurato la passione che ha guidato i suoi 95 anni di vita fino all'ultimo, dedicandosi all'impegno quotidiano con la sua scuola di musica (fondata con il vecchio amico, Enrico Intra).

 Marco Giusti per Dagospia il 18 ottobre 2021. “Nooo! Non esiste sporco impossibile!” Se ne va una delle più grandi e popolari chitarre jazz mai sentite in Italia, nonché attore protagonista di una delle più popolari serie di Caroselli mai viste in tv, Franco Cerri, 95 anni, elegante, sofisticato, simpatico, perfetto per interpretare L’Uomo in Ammollo del Bio Presto. Iniziò in pieno 1968, in un’Italia che iniziava a liberarsi proprio allora da giacche e camicie, lui, dentro una vasca d’acqua con camicia e cravatta dove il Bio Presto avrebbe sciolto perfino lo “sporco impossibile”, nei primi episodi ideati da Alberto De Maria per la SSC&B Lintas e diretti per la Recta Film di Vittorio Carpignano, il nonno del giovane regista Jonas Carpignano, da una serie di registi anche importanti, Piero Benedetti, Vittorio De Sisti, Moraldo Rossi, Lionello Massobrio, Ruggero Deodato. E andò avanti per anni, passando poi dalla Recta alla Film Makers negli anni ’70, ma sempre con la stessa situazione dell’uomo in ammollo. Che poi, come ricordò il copy Alberto De Maria, non era affatto semlice acqua, ma acqua distillata e per sopportare il freddo, sotto la camicia Cerri indossava una muta da sub, mentre dei pesi lo tiravano a fondo per renderlo così naturale. Cerri, che fu un chitarrista di grande valore, scoperto nel dopoguerra da Gorni Kramer e poi entrato nel gruppo jazz di Enrico Intra assieme a talenti del calibro di Enrico Rava, Enzo Jannacci, Gene Victory, era in realtà già attivissimo nel mondo della pubblicità, soprattutto milanese, fin dalla fine degli anni ’50. Fu Mario Fattori a usarlo sia come musicista che come attore per i caroselli della Palmolive con Johnny Dorelli e il gruppo di Intra nel 1959, solo musicista per la più celebre serie “Fierezza e nobiltà”, quella di “Ullallà è una cuccagna!” con Enrico Viarisio e Lia Zoppelli, o “Il Ballista” con Dario Fo per la pasta Barilla. Lo troviamo perfino attore nella serie “L’audace colpo del solito ignoto” con Nino Manfredi per i televisori Philco nel 1963. Ma il successo televisivo arrivò solo con l’Uomo in Ammollo. Fece anche dei film come attore, come “L’uomo che bruciò il suo cadavere” diretto e prodotto da Gianni Vernuccio nel 1963, molto attivo anche nel mondo pubblicitario milanese del tempo. Sempre sorridente, Cerri se ne va senza aver davvero mai perso il suo sorriso e la sua grazia di grande musicista. “No, non esiste sporco impossibile”.

·        E’ morto l'ex segretario di Stato Usa Colin Powell.

Da leggo.it il 18 ottobre 2021. L'ex segretario di Stato Usa Colin Powell, 84 anni, è morto per le conseguenze del Covid. Lo annuncia la famiglia. Ex generale, Colin Powell è stato il primo Segretario di Stato di origini africano-americane. Ha servito dal 2001 al 2005 sotto George W. Bush. E' deceduto per complicazioni legate al Covid-19. 

Colin Powell, chi era. Colin Powell ha lavorato per Ronald Reagan, poi per Bush senior, e infine Bush junior. Fu uno degli strateghi della prima guerra del Golfo, per liberare il Kuwait invaso dall'Iraq. È stato poi uno dei registi della seconda guerra, nel 2003. Era pienamente vaccinato. La sua dottrina militare era «entrare in guerra con forze eccezionali e largo dispiego, combattere e riportare le truppe a casa al più presto». La sua fama di uomo corretto fu oscurata quando abbracciò la teoria che Saddam Hussein aveva armi di distruzioni di massa e lo sostenne alle Nazioni Unite, riferendo quel che l'intelligence gli aveva dato. Le informazioni si rivelarono infondate. E' stata la famiglia stessa a dare notizia della sua morte su Facebook e a confermare che il generale era vaccinato in pieno, e che la sua è stata una infezione «breakthrough».

Addio al generale a 5 stelle. Chi era Colin Powell, soldato perfetto che stregò Reagan e Clinton. Piero Sansonetti su Il Riformista il 19 Ottobre 2021. Colin Powell è morto a 84 anni. Sembra che sia morto per le conseguenze del Covid, anche se era vaccinato. È stato un grande personaggio degli Stati Uniti a cavallo dei due secoli. È il primo nero ad entrare a far parte dell’establishment. Il primo nero a comandare l’esercito. Il primo nero ad assumere l’incarico di segretario di Stato, che è il ruolo, all’incirca, che coincide con il ruolo del nostro primo ministro. Aveva un’anima progressista e non era un guerrafondaio, io penso che fosse una persona anche molto onesta, ma è passato alla storia come l’imbroglione che mostrò al mondo false prove di una presunta arma chimica nelle mani di Saddam Hussein, nel 2002, la famosa provetta che poi scatenò una delle guerre più nefaste della storia recente americana. Powell era un nero di Harlem. Ed era nato in tempi di razzismo vero, duro. Probabilmente il grado del razzismo a New York era leggermente inferiore rispetto agli stati del Sud. Ma le regole della segregazione erano serie anche lì. Lui viveva nel quartiere degli afroamericani, il più vivace di tutti gli Stati Uniti. Quello che aveva visto crescere l’arte dei neri, la poesia dei vecchi bardi come Langston Hughes, James Weldon Johnson, Countee Cullen, l’allegria dell’Harlem Renaissance. Era nato più o meno alla fine di quel periodo di fantasia e creatività impetuosa, nell’aprile del 1937, ma ne aveva subìto l’influenza. I suoi genitori erano immigrati giamaicani, lui – diciamo così – era un immigrato di seconda generazione, quelli che nella pur rude America degli anni 30 avevano il diritto a godere del famigerato Ius Soli (e ancora hanno questo diritto). Era povera la famiglia di Colin e lui un giorno, quando aveva 16 anni, andò dalla madre e le disse che avrebbe voluto iscriversi alla New York University. Era molto studioso, aveva ottimi voti. La madre lo guardò con sguardo triste e severo, gli diede una banconota da 20 dollari, che aveva preso dal salvadanaio, e gli disse di andare a fare l’iscrizione al City College. La Nyu non è per noi, ragazzo, è per i signorini bianchi. Colin ha vissuto da bravo ragazzo, ma abituato alla selezione di ferro dei bad boys. Sapeva fare a sassate, difendersi. Se volevi sopravvivere a Harlem, negli anni della guerra, dovevi imparare anche a tirare i pugni. Colin si trovò benissimo al College e si laureò a pieni voti. Poi fece la scelta forse più semplice per un “negro” povero e studioso: si arruolò e tentò la carriera militare. Gli riuscì benissimo. Scalò in fretta le gerarchie. Nel ‘68, a trent’anni, era già colonnello e fu mandato in Vietnam. Nella sua autobiografia c’è un racconto esilarante della guerra. È un episodio del ‘69, mi pare, e Powell dice che quel giorno capì che la guerra era persa. Non perché mancassero armi, o potenza di fuoco, o uomini, o occasioni militari. Per la semplice ragione che la guerra era diventata burocrazia. Sì, certo, burocrazia molto sanguinosa, ma demenziale e ridicola come tutte le burocrazie. Racconta Powell di essere andato a ispezionare un avamposto americano nella giungla. Guidato da un capitano e presidiato da qualche centinaio di uomini. Powell fece notare al capitano che non gli sembrava collocato nel posto più ragionevole: era proprio ai piedi di una parete boscosa dalla quale poteva piombare in qualunque momento un attacco dei Vietcong. Il capitano gli disse che il rischio era stato valutato, ma era inevitabile. Perché?, chiese Powell? Perché questo avamposto ci serve a difendere quella pista degli elicotteri che sta laggiù a poche decine di metri… Powell chiese per quale motivo quella pista di atterraggio fosse così importante, e il capitano rispose che era importantissima perché solo con gli elicotteri era possibile rifornire l’avamposto di viveri e di armi… A cinquant’anni appena compiuti Powell diventò capo di Stato maggiore. Un nero al vertice dell’esercito non si era mai visto. Fu Reagan a mettercelo. È stata forse, da un punto di vista simbolico, la più clamorosa rivoluzione antirazzista della storia americana. Tenete conto che fino alla guerra di Corea, nel 1954, l’esercito americano era ancora “segregato”. Cioè esistevano i battaglioni neri e quelli bianchi. I neri poveri potevano anche servire in un battaglione bianco, ma solo come soldati semplici. Il principio era che mai nessun nero poteva avere il comando su un bianco. Poteva solo obbedire. E questo succedeva ai tempi quasi socialisti di Roosevelt. Un giorno – racconta sempre Powell nella sua autobiografia – negli anni ‘70, quando lui era già un generale dell’esercito americano, autorevolissimo e abbastanza famoso, si fermò, durante un viaggio, a prendere un hamburger in una friggitoria. Non era in divisa. Jeans e maglietta. Si avvicinò al banco e il padrone, gentilmente, lo pregò di uscire e di accomodarsi sul retro. I negri, spiegò senza arroganza, li servivano sul retro. Powell non fece una piega e mangiò il suo hamburger allo sportello dei negri. Non so se questo episodio testimonia la poca combattività, la rassegnazione che sicuramente erano caratteristiche di Powell, o invece la sua umiltà, la capacità di non farsi forte col potere o col distintivo. In fondo aveva reagito nello stesso modo, con un sorriso, e adattandosi, quel giorno che la mamma gli aveva dato 20 dollari e gli aveva detto di scordarsi l’Università dei ricchi. Nel 1991, quando Bush padre scatenò la prima guerra del Golfo contro Saddam Hussein, Powell era il capo di Stato maggiore. Il ministro della difesa era Dick Cheney. Powell e Cheney rappresentavano due visioni opposte, e il vecchio Bush mediava. Un giorno Powell entrò nell’ufficio di Cheney, convocato da lui, e si sentì proporre l’idea di chiudere in fretta la guerra con una azione di guerra rapidissima. Disse Cheney: «Usiamo delle piccole bombe atomiche tattiche e facciamo piazza pulita senza lasciare neppure un cadavere americano». Powell racconta di non avere neppure risposto. Di aver girato i tacchi ed essere uscito dalla stanza, indignato. Quella volta però non restò in silenzio, pare. Ebbe un ripensamento mentre stava uscendo, tornò indietro, si affacciò di nuovo alla porta del ministro e sibilò, furioso, solo due parole: “Fuck You”. Che vuol dire vaffanculo. Poi Powell entrò in politica a pieno titolo. Si schierò coi repubblicani anche se le sue idee erano idee democratiche. Parlò alla Convention repubblicana di San Diego, nel ‘96, per sostenere Bob Dole (che affrontava Clinton) ma dichiarandosi pro aborto e indignando parecchio i delegati. Fu un gran discorso. Powell aveva una visione. Quattro anni dopo accettò di diventare il primo segretario di Stato nero, con Bush figlio. E lì si trovò a dover gestire la follia della seconda guerra in Iraq, e commise la sciocchezza assoluta di mostrare la provetta falsa che accusava Saddam di un delitto che Saddam non aveva commesso. Powell, quando Barack Obama si candidò alla presidenza, disse che era con lui. Non poteva non sostenere un presidente nero. E otto anni dopo, nello scontro tra Hillary Clinton e Trump si schierò apertamente con Hillary. Anche George W. Bush si schierò con Hillary. Quant’è difficile capire i gesti e l’anima di Powell. Se li capisci davvero hai capito tutto dell’America.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

La morte di Colin Powell. Piccole Note il 19 ottobre 2021 su Il Giornale. Ieri è morto Colin Powell, deceduto di Covid-19 nonostante fosse vaccinato. Ma non interessa qui interpellarsi sull’efficacia dei vaccini, dato che la prova della loro efficacia, benché probabilmente meno di quanto ci hanno detto, è data dal calo dei contagi italiani, ma sull’uomo passato alla storia per aver trascinato il mondo nella guerra irachena con la bufala delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Il mondo, non solo gli Stati Uniti, perché quella guerra infame (ci si perdoni il termine, ma è il meno duro che ci viene in mente) non solo ha devastato un Paese prospero – pur se ristretto nella morsa del rais -, ma ha anche fatto dilagare il terrorismo internazionale, come acclarato in maniera inequivocabile dalla Commissione Chilcot, la commissione d’inchiesta istituita in seno al Parlamento britannico. Non è certo per caso che l’Isis è nato in Iraq in quel tormentato dopoguerra. Così quel conflitto ha prodotto la strage del Bataclan, quella di Manchester e tanto, tanto altro. Per questo si resta perplessi, ma anche no, dalle parole di Biden, che ha ricordato il primo generale nero della storia americana come “caro amico” e “patriota”. Ma d’altronde anche Biden votò a favore di quella guerra e amici lo erano davvero. Nel tracciarne un ricordo Scott Ritter, ex ufficiale dell’intelligence del corpo dei marines, ricorda che Powell ebbe un ruolo di primo piano nella distensione internazionale che fiorì al tempo in cui Reagan intraprese un dialogo fecondo con Gorbacev, e che, nonostante fosse un soldato tutto d’un pezzo, Powell era un guerriero riluttante.

La guerra umanitaria 

È noto che il suo show alle Nazioni Unite, dove mostrò le “prove” delle armi di distruzioni di massa di Saddam, non era farina del suo sacco, ma basato su falsi rapporti della Cia. Rapporti ai quali si sommavano le pressioni dei neocon, che avevano preso in mano tutte le leve del potere, e l’esplicita richiesta del suo presidente, che non ebbe il coraggio di contraddire, come scrive The Intercept, dimostrando di non avere la dote che più richiede l’esercito a un soldato, il coraggio (come quello dimostrato, ad esempio, dall’ufficiale israeliano Avner Wishnitzer, la cui storia è raccontata in nota alla quale rimandiamo). Powell, come Biden, ebbe poi modo di dire di aver sbagliato, come accade spesso ai politici americani in questi casi. Sempre per restare sull’Iraq, clamoroso fu anche il dietrofront dell’ex Segretario di Stato Madeleine Albright, alla quale fu chiesto conto del fatto che le sanzioni emanate dagli Usa contro l’Iraq dopo la prima guerra del Golfo avevano ucciso 500mila bambini:  “ne valeva la pena“,  aveva risposto al suo basito interlocutore, accorgendosi solo dopo il profluvio di critiche dell’atrocità della risposta. Così la morte di Powell, più che far tornare a galla l’orrore di quella guerra, fa emergere ancora una volta l’irresponsabilità di tanti politici dell’Impero, il quale è sempre pronto a perdonare gli errori dei suoi comandanti, politici e militari. Ciò gli permette di non dover fare ammenda delle iniziative, ricomprendole nel suo seno e, di fatto, legittimando anche quelle più palesemente sbagliate, derubricate a semplici incidenti di percorso di una storia che vede gli Stati Uniti sempre e comunque dalla parte dei buoni. Ciò permette all’Impero di evitare processi di riforma e di continuare a spandere nel mondo la sua immagine di faro di civiltà e libertà. Evitando anche che tali errori possano porre criticità a iniziative presenti, la cui dinamiche essenziali ricalcano quelle del passato.

L’occupazione umanitaria dell’Iraq

Il caso Iraq è eclatante in tal senso, dal momento che quell’errore non fu solo foriero di una guerra sanguinaria spacciata per umanitaria, ma ha legittimato la presenza dell’esercito americano in quel lontano Paese fino a oggi. E come quella guerra fu umanitaria, anche il protrarsi dell’occupazione militare americana si è basato su ragioni umanitarie, dovendo quella presenza militare, a detta dei suoi propugnatori, evitare che il Paese sprofondasse nel caos e garantire la nascita di una democrazia irachena. Il caos non è stato affatto evitato, anzi, per decenni ha infuriato una guerra tra sunniti e sciiti, con attentati terroristici quotidiani, terminata solo alcuni anni fa. Detto questo, proprio quella democrazia parlamentare che gli Usa dicono di aver fatto nascere, gli ha chiesto di andarsene con voto unanime del Parlamento, inutilmente. Così l’errore sulle armi di distruzione di massa di Saddam non ha portato gli Usa a essere quantomeno più prudenti nel valutare le identiche accuse mosse contro Assad, che avrebbe usato armi chimiche contro i cosiddetti ribelli moderati, con accuse del tutto infondate. Solo se e quando Assad sarà rimosso o il regime-change siriano archiviato (oggi è solo sospeso), si potrà, forse, vedere l’ammissione da parte degli Stati Uniti di incidenti di percorso analoghi a quelli iracheni. Così in questa esaltazione di Colin Powell, il grande patriota che commise un “errore”, sta tutta la supponenza della nazione che si crede “indispensabile” al mondo, come ribadiva alcuni giorni fa l’ex diplomatico Usa  David Robinson (The Hill). E sta la sua incapacità di riformarsi. Detto questo, almeno Powell e Biden, e altri con loro, hanno ammesso l’errore e quest’ultimo sta anche provando a porre un freno certe derive. I neocon e i liberal, che furono e sono il motore immobile di questa politica muscolare, continuano a rivendicare la legittimità di quelle iniziative, con la stolidità propria dei deliri di onnipotenza.

La nazione prima della fazione. Colin Powell, ritratto intellettuale dell’ultimo vero repubblicano. Matteo Muzio su L'Inkiesta il 18 Ottobre 2021. Generale a quattro stelle e politico cauto e refrattario alle improvvisazioni (nonostante la fialetta all’Onu). Dopo Bush, ha votato due volte Obama abbandonando il suo partito prima ancora della catastrofe Trump. Cosa resta oggi del partito repubblicano che fu, dopo l’opa ostile trumpiana? Di sicuro non può più contare su una figura come Colin Powell, scomparso all’età di 84 anni che incarnava il modello eisenhoweriano di servizio: prima militare poi politico al servizio della «nazione prima che della fazione». Powell, fa sapere la famiglia, è molto per complicazioni di salute legate al Covid e al mieloma multiplo di cui soffriva. Era da anni affetto dal Parkinson e aveva completato il ciclo di vaccinazione a inizio anno. Colin Powell però aveva da tempo abbandonato il partito repubblicano. Ben prima di Trump, nel 2008, quando annunciò che avrebbe votato per il senatore Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Scelta riconfermata quattro anni più tardi, con tanto di sottolineatura fatta registrando degli spot elettorali: «Colin Powell, generale a quattro stelle, repubblicano». Già in queste parole era contenuto parte del suo percorso politico e umano. Figlio di una coppia di immigrati giamaicani ad Harlem, New York, la sua storia personale sembra tratta da un libro di possibilità offerte dal sogno americano. Dopo aver iniziato a studiare presso il City College of New York, si arruola nel 1958. Qualche anno dopo, nel 1962, arriva in Vietnam, prima come consigliere militare dell’esercito sudvietnamita poi come ufficiale. Nel 1968 la sua unità è coinvolta nel massacro di My Lai, che riconobbe con grande onestà molti anni più tardi, nel 2004, in piena campagna elettorale. Fu lì che realizzò quando una leadership carente potesse danneggiare anche le sorti militari di una guerra come quella del Vietnam, che macchiò a lungo la reputazione degli Stati Uniti. Nel 1972 vinse una White House Fellowship, un programma ideato dall’amministrazione di Lyndon Johnson per avvicinare personale qualificato al governo federale. In un periodo difficile trasse parte del suo credo politico costituito da un conservatorismo moderato sia in politica interna che estera. Lo sviluppò poi quando entrò nell’entourage del segretario alla Difesa Caspar Weinberger nel 1983, quella che sarebbe poi diventata, anni dopo, la dottrina Powell. Nel 1987, dopo lo scandalo Iran-Contras, diventa consigliere nazionale per la sicurezza nazionale, il primo afroamericano, nel ruolo che fu di Henry Kissinger. Quando diventò capo di stato maggiore, nel 1989, sotto George Bush senior, avrebbe consigliato prima della Guerra del Golfo contro Saddam un approccio cauto, per sopportare eventualmente una guerra di attrito contro quella che era una potenza regionale. In politica estera, invece, un multilateralismo il più largo possibile. La guerra andò meglio del previsto e in certi circoli repubblicani le sue idee, che aveva abbozzato nel 1984 nel discorso scritto per il segretario Weinberger intitolato “L’uso del potere militare”, vennero accantonate. Ma cosa diceva quella che in seguito venne definita “la Dottrina Powell”. Eccolo riassunto per sommi capi: per dire di sì a un intervento militare servono una capacità di fuoco schiacciante e un consenso molto largo nell’opinione pubblica. Oltreché, naturalmente, un interesse nazionale chiaramente messo in pericolo. Cosa accadde quindi, quando Powell, nella sua veste di primo segretario di Stato afroamericano, sostenne con entusiasmo mediatico l’intervento in Iraq tanto da arrivare al famigerato discorso alle Nazioni Unite del febbraio 2003 a sostegno dell’intervento contro l’Iraq di Saddam Hussein, accusato di aver, agitando una fialetta di antrace finta, performance che anni dopo avrebbe definito come «una macchia nei suoi lunghi anni di servizio». Ciò non voleva dire che Powell non fosse d’accordo con una robusta difesa della democrazia a livello internazionale: ma che la base dei volenterosi scelta dal presidente Bush non fosse affatto sufficiente a sostenere quello che si annunciava come uno sforzo bellico ingente. La sua critica, contrariamente a quanto si disse, fu sul dopoguerra e sugli sforzi di ricostruzione visti come «improvvisati» e assolutamente non adeguati alla costituzione di una società civile irachena che portasse al progresso della nazione. Lo affermò anche in occasione del suo primo endorsement a Barack Obama durante un’intervista alla Cnn: «Ho fatto tutto il possibile per evitare la guerra, ma quando si è trattato di decidere, ho sostenuto il presidente Bush. E non ho mai avuto esitazioni su questo, nemmeno in seguito». Forse anche per questo suo essere cauto e refrattario alle improvvisazioni da uomo forte che decise sempre di non candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti, nemmeno nel 2000 quando sembrava che il suo profilo di generale politico fosse l’ideale per superare il clintonismo della Terza Via trionfante. Non stupisce, quindi, la sua totale ostilità alla presidenza di Trump, che rappresenta tutto il contrario della sua parabola politica: faziosità, improvvisazione e disprezzo delle procedure. Nella narrazione facilona di Fox News e di altri media trumpiani Powell negli ultimi anni ormai era diventato «un democratico». Se il partito repubblicano però vorrà tornare a essere un’entità politica che ha a cuore gli interessi americani più del presidente deposto di Mar-a-Lago, dovrà recuperare questi principi di integrità e di studio dei problemi, contro il dilettantismo trumpiano prevalente.

Massimo Gramellini per il "Corriere della Sera" il 19 ottobre 2021. «Hai visto che Colin Powell è morto di Covid nonostante avesse fatto due dosi di vaccino? Ecco la prova che vaccinarsi non serve a niente». In realtà è la prova che neanche il vaccino rende immortali. Colin Powell aveva 84 anni (7 in più della aspettativa media di vita di un maschio statunitense) e soffriva di una grave patologia pregressa, il mieloma. Eppure, in America e non solo, furoreggia il dibattito sulla morte di «Covid Powell». Ci si aggrappa a un'eccezione (fra l'altro capziosa, lo abbiamo appena visto) per delegittimare una regola suffragata da dati inequivocabili, come conferma l'inchiesta di Milena Gabanelli e Simona Ravizza sul Corriere : ormai, tra morti e ricoverati, si trovano quasi soltanto persone che non hanno fatto il vaccino, e aggrapparsi a quel «quasi» per delegittimarne l'efficacia è un'operazione disonesta intellettualmente. Il guaio è che nell'era delle fake news (a cui pure Powell diede il suo contributo con la pantomima sulla bomba di Saddam) non è solo la scienza a essere messa in dubbio, ma la stessa oggettività dei dati, il loro valore di prova inconfutabile. Anzi, più un dato proviene da fonte autorevole, più è sospettabile di essere stato manipolato. Negare la realtà non è più considerato sintomo di malafede o di follia, ma di libertà. Se non mi sta bene che oggi sia martedì, troverò sicuramente un sito che mi conforterà nell'idea che oggi è domenica e che il calendario che mi obbliga ad alzarmi dal letto conferma l'esistenza di un complotto contro di me.

Anna Guaita per "il Messaggero" il 19 ottobre 2021. Era un militare e aveva combattuto eroicamente in prima linea, ma proprio la sua esperienza al fronte lo aveva convinto che gli Stati Uniti tendono a entrare in guerra troppo precipitosamente e senza obiettivi chiari. Colin Powell lottò per decenni per creare una nuova mentalità e fare adottare alle Forze Armate e ai politici la sua dottrina bellica, ed ebbe interlocutori attenti in Ronald Reagan e George Bush senior, ma non fu così con Bush junior, che preferì ascoltare i falchi e portare gli Usa nella guerra in Iraq del 2003. Eppure ieri le parole dell'ex presidente sono state di grande stima. Quando si è diffusa la notizia che l'ex generale, a 84 anni, indebolito da un mieloma multiplo, era stato stroncato dal Covid nonostante fosse vaccinato, Bush ha salutato in lui «un grande servitore dello Stato». Ma proprio con Bush junior, Powell era stato un servitore recalcitrante, e nelle vesti di segretario di Stato si oppose fino all'ultimo all'invasione dell'Iraq, caldeggiata dal vice presidente Dick Cheney e dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld. Powell era convinto che mantenere Saddam Hussein, comunque indebolito dalle sanzioni Onu, a fare da contrafforte all'Iran, fosse nell'interesse di tutti. Ma alla fine cedette quando la Cia gli presentò le prove che Saddam stava preparando armi di distruzione di massa. A quel punto Powell stesso andò alle Nazioni Unite a chiedere la guerra, per poi pentirsene amaramente quando gli ispettori provarono che quelle armi non esistevano. Appena un anno dopo, Powell usciva dall'Amministrazione Bush e tornava alla vita privata. Da allora non si era più occupato di politica se non per dare il proprio sostegno a Barack Obama nel 2008 e poi per opporsi a Donald Trump nel 2016 e nel 2020, sostenendo Hillary Clinton e Joe Biden. Dunque, sul deserto iracheno si concluse quella che era stata una delle più brillanti carriere militari della storia, che avevano trasformato Colin Powell in un eroe nazionale. Era figlio di immigrati giamaicani, «venuti con i barconi» come lui stesso diceva. Cresciuto nel Bronx, nel 1958 entrò nell'esercito, dove trovò «chiarezza di obiettivi e di doveri». Salì velocemente la scala gerarchica, pur sperimentando sulla propria pelle il razzismo più rozzo ogniqualvolta si trovava nelle basi del sud, segregate fino alla fine degli anni Sessanta. In Vietnam, dove servì per due turni, agì eroicamente. Poi fu dislocato in Germania, nel pieno della Guerra Fredda, e nel 1979, a soli 42 anni fu promosso generale. Ronald Reagan in persona lo richiamò dalla Germania, per averlo come consigliere per la sicurezza nazionale, primo afro-americano a ricoprire quella carica. E Powell, che con i suoi anni in Germania aveva capito la Guerra Fredda, fu uno dei pochi alleati del presidente nell'apertura verso Michail Gorbaciov, in contrasto con i falchi dell'Amministrazione. Nel 1989 Powell divenne capo degli Stati Maggiori e in quanto tale riuscì a convincere il nuovo presidente, George Bush senior, ad adottare la sua dottrina di guerra sia per l'invasione di Panama che per la prima guerra del Golfo: sia per catturare Manuel Noriega, il dittatore panamense, che per liberare il Kuwait invaso da Saddam Hussein, Powell chiese e ottenne «obiettivi chiari, sostegno popolare, dispiego massiccio di forze e veloce ritiro una volta compiuta la missione». Ma quando Powell tornò al fianco di un altro presidente, nel 2000, con Bush junior, le cose andarono diversamente. Basti ricordare che ancora oggi ci sono truppe Usa in Iraq.

·        E’ morto il fumettista Robin Wood.

Lutto nel mondo del fumetto, è morto Robin Wood. Il Quotidiano del Sud il 18 ottobre 2021. Robin Wood, uno dei più prolifici ed entusiasmanti autori che abbia dedicato il proprio genio al fumetto e all’arte sequenziale, si è spento domenica 17 ottobre del 2021, all’età di 77 anni, al termine di una lunga malattia. Non è stato ancora calcolato il numero preciso di storie che Wood abbia scritto, ma una prima stima ipotizza che il computo esatto possa aggirarsi intorno alle oltre 7.000 storie. Tra i suoi personaggi più celebri Dago, Nippur, Savarese, Amanda, Gilgamesh, Martin Hel, in un elenco che può essere solo esemplificativo e non certamente esaustivo. Wood, che poteva vantare ben tre nazionalità diverse (paraguayana, argentina e danese) è, senza ombra di dubbio, uno degli scrittori più importanti della storia del fumetto argentino, ed internazionale. La sua capacità di caratterizzare dettagliatamente un’infinità di personaggi e comprimari, riuscendo sempre a creare nuove trame e soggetti tanto originali, quanto appassionanti, l’ha reso un autore amato e seguito da innumerevoli lettori. Le storie di Wood sono state pubblicate in Italia prima da Eura Editoriale e poi Aurea Editoriale, su Skorpio e Lanciostory, per essere successivamente raccolte in volumi, distribuiti principalmente in edicola. Premiato nel 1996 con lo Yellow Kid come migliore autore a Lucca Comics, ha scritto per la Sergio Bonelli Editore alcune storie di Dylan Dog, tra cui L’esercito del Male, pubblicato nella collana Albo Gigante. Robin Wood è stato un maestro della narrazione per immagini, un profondo conoscitore dei meccanismi del raccontare e del linguaggio fumetto. Lascia, con il suo immenso contribuito all’immaginario collettivo, un’eredità immaginifica e narrativa sconfinata.

·        Morto Angelo Licheri, “l’uomo ragno” che si calò nel pozzo del Vermicino per salvare Alfredino Rampi.

Debora Faravelli il 18/10/2021 su Notizie.it. Angelo Licheri, l'uomo che si calò nel pozzo del Vermicino nel tentativo di salvare Alfredino Rampi, è morto all'età di 77 anni. Addio a Angelo Licheri, ribattezzato come “l’uomo ragno” per essere stato colui che, quarant’anni fa, si è calato per 60 metri nel pozzo artesiano per cercare di salvare Alfredino Rampi. Scelto per la sua bassa statura, l’uomo era riuscito a raggiungere il bambino fino a toccarlo senza purtroppo riuscire a riportarlo in superficie. Ospite in una casa di riposo della provincia di Roma da otto anni a causa di una invalidità legata al diabete, se n’è andato all’età di 77 anni. Licheri si trovava costretto sulla sedia a rotelle e negli ultimi anni ha ricevuto diverse visite dei giornalisti interessati ad ascoltare la sua storia. In più occasioni ha raccontato quegli attimi in cui era riuscito a raggiungere Alfredino, salvo poi perderlo, che lo hanno segnato per sempre. “Il bambino era a 64 metri di profondità, gli ho tolto il fango dagli occhi e dalla bocca e ho cominciato a parlargli dolcemente”, aveva spiegato. Il piccolo non riusciva a rispondere ma Angelo l’ha sentito rantolare e per lui era quella la sua risposta. Quando smetteva di parlare rantolava più forte, come per dirgli di continuare a parlare che riusciva a sentirlo. Poi il tragico epilogo: “Dopo vari tentativi andati a vuoto, l’ultimo che ho fatto è stato prenderlo per la canottierina, ma appena hanno cominciato a tirare ho sentito che cedeva. E allora gli ho mandato un bacino e sono venuto via”.

Angelo Licheri morto: chi era. Sardo originario di Gavoi, all’epoca dei fatti di Vermicino Licheri aveva 37 anni, era padre di tre bimbi piccoli e faceva il fattorino per una tipografia a Roma. Dopo aver visto in tv la diretta sulle operazioni di salvataggio, la sera del 12 giugno si era recato sul luogo della tragedia per tentare di salvare il bambino offrendosi di calarsi nel pozzo data la sua magrezza: “Al capo dei Vigili del Fuoco ho detto: sono piccolo, fatemi scendere. Lui mi ha detto che ero troppo emotivo e avevo qualche malattia e qualche problema. Al che l’ho interrotto e gli ho detto: ‘Senta, io sto benissimo, voglio solo scendere‘“.

Laura Bogliolo per “il Messaggero” il 19 ottobre 2021. «Sentivo Alfredino gridare mamma basta, non ce la faccio più, adesso tiratemi fuori. Intanto io ero pronto a calarmi, insieme ad altri volontari eravamo in fila, la squadra responsabile dei soccorsi stava prendendo le misure dei nostri toraci, sono alto un metro e sessanta, piccolino insomma, ma ci voleva un corpo più esile del mio». È la notte degli Inferi, quando il fango in un campo che è terra di nessuno alle porte di Roma mangia il corpicino di Alfredino Rampi. La folla quasi soffoca il luogo dei soccorsi: sotto terra, al buio, c'è un bimbo terrorizzato.

Enrico Mariani, 61 anni, volontario dello Speleo Club di Orvieto, quella notte era insieme ad altri volontari a Vermicino.

«Con due colleghi speleologi ci siamo subito offerti di entrare in quel pozzo, la polizia stradale organizzò una staffetta che in pochissimo tempo ci portò da Orvieto a Vermicino. Eravamo pronti a calarci, eravamo in fila insieme a tanti altri per farci imbracare, ci misuravano il torace perché quel pozzo era strettissimo, poi ci hanno chiesto di aspettare perché avrebbero potuto avere bisogno di noi». 

Poi cosa è accaduto?

«All'improvviso è apparso quel piccolo uomo, sardo, passò davanti a tutti, era deciso e non sembrava neanche avere paura, si sbracciava, voleva arrivare davanti al pozzo a ogni costo». 

Era Angelo Licheri?

«Sì, si fece strada tra tutti con una determinazione impressionante e fu scelto dai soccorsi grazie alla sua piccola statura nonostante non avesse alcuna esperienza come speleologo, la situazione dopotutto era drammatica, il fango rendeva tutto difficilissimo e più passava tempo e minori erano le possibilità di salvare Alfredino».

Quindi ha visto Angelo calarsi?

«Lo hanno agganciato per le caviglie ed è sceso a testa in giù, i medici prendevano il tempo, non si può restare in quelle condizioni per più di 15 minuti, ma sentivo Licheri da quel pozzo gridare disperato sto bene! Lasciatemi qua sotto, non tiratemi su, sto ancora provando a prenderlo!». 

Intanto la voce di Alfredino era sempre più debole.

«Aveva smesso da un po' di chiedere aiuto alla mamma, Angelo diceva che sentiva solo dei rantoli, aveva provato a pulirgli il visino dal fango, ma il piccolino non reagiva più, la mamma disperata sull'orlo di quel maledetto pozzo ha continuato a chiamarlo, ma non c'erano più segnali». 

Angelo provò anche con una cinghia a salvare Alfredino.

«La agganciò al piccolino, ma si spezzò, provò anche ad afferrarlo per la canottiera e la maglietta si stracciò, quando lo prese per un polso disse che aveva sentito l'osso rompersi e si disperò, ma Alfredino ormai non era più cosciente». 

Chiese anche di essere lasciato in caduta libera per cercare di sfondare le rocce?

«Sì fu un vero eroe, c'era una occlusione e tentò in ogni modo di aprire un varco». 

Alla fine tornò su...

«Passò un tempo interminabile, quando lo tirarono fuori era una palla di fango, stravolto, piangeva disperato e ripeteva non c'è più niente da fare...». 

E intanto intorno c'era il caos.

«La folla stava vicinissima al pozzo, qualcuno si era portato anche i panini, fu veramente drammatico, non c'era affatto organizzazione». 

 Ieri Angelo se ne è andato.

«Sono addolorato, quell'uomo ha fatto di tutto per salvare Alfredino, non ce l'ha fatta, ma per tutti noi resta un grande eroe».

Laura Bogliolo per “il Messaggero” il 19 ottobre 2021. La cinghia si spezza, la canottierina si straccia, le dita intanto scavano nel fango, la presa sul polso scivola e il cuore batte forte quando Alfredino, a pochi centimetri di distanza, ormai rantola. Gli incubi segnano il volto di dolore, straziano il corpo e il resto della vita di Angelo Licheri, il piccolo grande uomo che tentò di salvare il bimbo di sei anni precipitato in un pozzo artesiano a Vermicino, poco distante da Roma. «Gli ho mandato un bacetto con le dita e sono risalito» raccontò in lacrime quell'anima pura che a testa in giù per oltre quaranta minuti provò a salvare Alfredino Rampi, il figlio dell'Italia intera in quell'estate del 1981. «Di fronte alle tenebre ha avuto un coraggio sovrumano» dice Tullio Bernabei, all'epoca responsabile del soccorso speleologico del Lazio. Fu Bernabei il primo a scendere negli inferi, a tentare di raggiungere Alfredino. Fu sempre lui ad agganciare le funi alle caviglie di Angelo e a calarlo per oltre 60 metri. «Ripeteva fatemi scendere, mentre altri si erano spaventati alla vista di quel cunicolo strettissimo, ma Angelo non aveva paura: mi convinsero il coraggio e la determinazione che aveva e allora decisi di calarlo» aggiunge Bernabei affranto ieri per la scomparsa di Licheri. L'angelo di Vermicino se ne è andato nella notte tra domenica e lunedì, a 77 anni, in silenzio e con umiltà, come piaceva a lui. Nessun riflettore, nessuna luce mediatica come invece accadde quella notte quando l'Italia si diede appuntamento a Vermicino. C'era anche Sandro Pertini e da quella esperienza nacque la Protezione Civile. «Angelo non voleva si sapesse che stava male» racconta in lacrime Donatella Cionco, 48 anni, operatrice sanitaria della casa di riposo Fondazione San Giuseppe di Nettuno dove alle 3 si è spento Licheri. Era ospite della struttura dal 2014, una gamba amputata poi la lotta contro una lunga malattia. «Per noi era un amico - ripete Donatella, portavoce di Alessandra Franco, la responsabile della struttura - e guai a chiamarlo eroe, proprio non voleva». Originario di Gavoi, in provincia di Nuoro, all'epoca era un fattorino di una tipografia a Roma. Lesse sui giornali di quel bambino incastrato nel pozzo e corse a Vermicino perché sentiva che poteva provare a salvarlo. «Per non far preoccupare mia moglie dissi che andavo a comprare le sigarette». E invece Angelo andò da Alfredino. «Passò davanti a tanti altri volontari che aspettavano di calarsi - racconta Giorgio Bellocchio, all'epoca speleologo del nucleo di Orvieto - era il più piccolo di statura e fu scelto per introdursi in quel pozzo a testa in giù». Provò per sette volte a portare su Alfredino. Negli anni è fuggito da ogni tipo di riconoscimento. «Ho rifiutato 27 medaglie d'oro e tanti premi, ho fallito: come potevo accettare?» diceva. Ma è sempre stato presente durante le manifestazioni organizzate dal Centro Alfredo Rampi Onlus fondato dalla famiglia di Alfredino. «Ha partecipato fino all'ultimo - spiega Rita Di Iorio, responsabile dell'associazione - era un volontario puro, un uomo buono e quella notte lo segnò per tutta la vita». «Avevo perso ogni vivacità» raccontò, ma fu sempre al fianco della famiglia Rampi. Portò la bara di Alfredino, ebbe un mancamento e chiese «scusa per il disturbo». A Roma nascerà un murales per il bimbo grazie a una raccolta fondi che sosteneva anche Licheri. Il centro Rampi ieri lo ha ricordato parlando di «valore, coraggio, tenacia e anche della simpatia del piccolo grande eroe, prototipo del volontario disposto ad andare più in là, cercando di superare ogni ostacolo per salvare una vita, con il solo vessillo del proprio cuore». «Si sentiva spesso con mamma Franca - aggiunge l'operatrice sanitaria Donatella - non amava parlare di quella notte, ma non ha mai rifiutato la visita di sconosciuti che negli anni sono passati in clinica per portargli un saluto affettuoso». Fece molti lavori nella sua vita, anche all'estero. «Conosceva tante lingue, ogni tanto ci parlava in spagnolo...» dicono dalla clinica. Oggi alle 15, a Nettuno, i funerali nella parrocchia San Paolo Apostolo. Ci saranno la famiglia, gli amici, ma anche quegli sconosciuti che fecero il tifo per lui quella maledetta notte di giugno di quaranta anni fa. «Fu straordinario - aggiunge Bernabei - mi chiese di mollarlo giù per fare da ariete con il proprio corpo contro le rocce per aprire un varco». E conclude: «Collaboro con la Protezione civile per creare il prototipo di un robot che possa salvare i bimbi dispersi nei pozzi e a quel robot vogliamo dare il nome di Angelo Licheri».

·        È morto il pittore Achille Perilli.

È morto il pittore Achille Perilli vero maestro dell'astrattismo italiano. Vittorio Sgarbi il 18 Ottobre 2021 su Il Giornale. L'artista aveva fondato con Accardi, Dorazio e Turcato, il gruppo "Forma 1". È morto a Orvieto il pittore Achille Perilli, maestro dell'astrattismo italiano. Era nato il 28 gennaio 1927 a Roma. La camera ardente - afferma la pagina Facebook relativa al pittore - Sarà aperta sino alle 20 presso l'ospedale di Orvieto. I funerali si terranno sabato, 23 ottobre, nella sua casa di Orvieto. Commosso, stupito e addolorato, penso ad Achille Perilli, come al primo artista contemporaneo su cui, iniziando la mia attività di critico, in parallelo con quella di storico dell'arte,scrissi, alla metà degli anni Settanta. Perilli aveva una intelligenza lucida e geometrica, ma ciò che lascia interdetti, e contemporaneamente indica una razionale provvidenza, è che, come presidente del Mart di Rovereto, ho fortemente voluto, in collaborazione con Lorenzo Zichichi, e con le cure di Daniela Ferrari e Marco Di Capua, sensibili esegeti, una mostra di Perilli, in dialogo con Piero Guccione (1935 - 2018), nel museo trentino. I due artisti hanno temperamenti opposti ma pari tensione creativa. Ciò che appare incredibile è che la mostra, già pronta, che tristemente e solennemente celebrerà il maestro, con un rinnovato impegno critico nella rilettura del secondo Novecento, inaugura il 20 ottobre. In questa coincidenza, mista di dolore e onore, c'è il mistero della vita e della morte, che soltanto l'arte risolve. Entrambi gli artisti sono davanti a noi, con le loro opere,in dialettica e umana tensione, vivi. Tanto diversi e tanto intensi, nell'indicare percorsi divergenti. Perilli ha aperto il mondo dell'astrattismo, condiviso con Piero Dorazio, Carla Accardi, Giulio Turcato, nel gruppo «Forma Uno», a una dimensione non legata all'istinto ma alla ragione, a un nuovo ordine del mondo, in cui la forma restituisce la realtà senza interrompere la grande tradizione figurativa italiana, risalendo al De divina proportione del grande matematico Luca Pacioli (1445 - 1517). La visione astratta di Perilli non è fuga dal mondo, ma idea di un mondo governato dalla ragione. Il confronto con Piero Guccione, abbandonato alla infinità dei sensi, rende ancora più chiara la ricerca coerente e rigorosa di Perilli. Vittorio Sgarbi

·        E’ morto il giornalista Gianluigi Gualtieri.

Grave lutto al Tg5: è morto il conduttore Gianluigi Gualtieri. Valentina Dardari il 14 Ottobre 2021 su Il Giornale. Il giornalista è stato tra primi a entrare nella squadra del Tg5 nel 1992, se n’è andato dopo una lunga malattia. È morto il noto giornalista Mediaset Gianluigi Gualtieri a 59 anni, scomparso nelle scorse ore dopo una lunga malattia. La terribile notizia è stata data dal direttore del Tg5 Clemente Mimum, che sul suo account Twitter ha scritto: “Se n’è andato il nostro Gianluigi Gualtieri, un bravo giornalista, un carissimo amico, era al Tg5 fin dagli esordi. Mi-ci-mancherà moltissimo”. In un secondo tempo Mimum ha voluto esprimere il proprio cordoglio anche attraverso alcune brevi dichiarazioni rilasciate all’agenzia LaPresse: “È stato un ottimo giornalista e un collega che faceva squadra come pochi. Le sue doti? Capacità professionale, stile e gentilezza”.

Gualtieri lascia due figli

Tra i primi a darne il triste annuncio anche il Tgcom24, sotto la firma del direttore Paolo Liguori, che ha voluto ricordare il collega e amico, uno tra i primi a entrare, nel lontano 1992, nella squadra del Tg5. Come si legge sul sito: “Caporedattore, conduttore, Gianluigi era soprattutto un uomo e un giornalista perbene vulcanico, ironico e generoso. Lascia due figli e per tutti noi un grande vuoto. Alla famiglia vanno le condoglianze del direttore di Tgcom24 Paolo Liguori e di tutta la redazione”. Il noto giornalista ha iniziato la sua carriera al Tg5 quasi trent’anni fa, quando è stata fondata la testata, e nel telegiornale dell'ammiraglia Mediaset ha occupato sia il ruolo di conduttore che di caporedattore. Sulla pagina Facebook del noto giornalista si stanno susseguendo molti messaggi di addio.

Tra i primi al Tg5

La notizia della scomparsa di Gianluigi Gualtieri, nato il 22 maggio del 1962, era arrivata pochi minuti prima dell'edizione della sera del Tg5, che con la conduttrice Cesara Buonamici ha ricordato il collega: "Il nostro collega Gianluigi Gualtieri ci ha lasciati oggi dopo una lunga malattia. Era un bravo giornalista, uomo per bene e carissimo amico. Alla sua famiglia va l'abbraccio di tutti noi". La prematura scomparsa di Gualtieri, a soli 59 anni, è giunta dopo una lunga malattia. Il giornalista lascia due figli.

Valentina Dardari. Sono nata a Milano il 6 marzo del 1979. Sono cresciuta nel capoluogo lombardo dove vivo tuttora. A maggio del 2018 ho realizzato il mio sogno e ho iniziato a scrivere per Il Giornale.it occupandomi di Cronaca. Amo tutti gli animali, tanto che sono vegetariana, e ho una gatta, Minou, di 19 anni. 

·        E’ morto lo scienziato Abdul Qadeer Khan.

Flavio Pompetti per "Il Messaggero" l'11 ottobre 2021. Il Covid 19 ha mietuto un'ennesima vittima eccellente. Si è spento in un ospedale di Islamabad all'età di 85 anni per complicazioni polmonari Abdul Qadeer Khan, celebrato in patria come il padre dell'atomica pachistana, e condannato all'estero come un mercenario devoto alla vendita di tecnologia per la proliferazione nucleare. È stato lui a rendere il Pakistan il primo paese musulmano con l'atomica. Spinto dalle pressioni del dipartimento di Stato Usa, il presidente Pervez Musharraf nel 2001 l'aveva rimosso dalla direzione dei laboratori nucleari nazionali del Pakistan, e tre anni dopo lo stesso scienziato nel corso di una deposizione aveva ammesso di aver ceduto segreti nucleari ad attori internazionali ad alto rischio come la Libia, la Corea del Nord e l'Iran. Nel 2010 Khan aveva ritrattato tutto, e accusava Musharraf di avere infangato la sua reputazione su richiesta dell'alleato statunitense. Il regime di prigionia domestica al quale era stato sottoposto dalla giustizia pakistana fu rimosso, ma la sua reputazione è rimasta ancorata a giudizi di segno opposto, in patria e all'estero. Abdul Qadeer Khan era nato a Bhopal in India, e cinque anni dopo la divisione del paese nel 1947 con la creazione di quello che al tempo si chiamava Pakistan orientale aveva raggiunto i fratelli maggiori a Karachi, dove si laureò in fisica e scienze metallurgiche. Una borsa di studio lo portò a proseguire gli studi in Germania e a terminarli in Olanda, dove iniziò a lavorare in una centrale dedicata all'arricchimento dell'uranio. Quando l'India annunciò di essere in possesso della bomba atomica nel 1974, la voce di Khan, il quale premeva per dotare il suo paese di una simile arma, fu ascoltata dal primo ministro pachistano Zulfikar Ali Bhutto, che lo convocò per un colloquio. Khan chiese di sostituire il materiale fissile oggetto degli studi di arricchimento già in corso in Pakistan dal plutonio all'uranio. La sua idea fu accettata, e il giovane studioso lasciò l'Olanda con la borsa piena di segreti nucleari che aveva appreso in quel paese, e che trasferì clandestinamente per lanciare la nuova ricerca nel suo paese adottivo. Allo stesso modo importò illegalmente dall'Olanda tra il 1977 e il 1981 l'uranio e altri materiali necessari al compimento del progetto. I servizi degli Stati Uniti scoprirono presto l'attività in corso, ma non riuscirono a fermarla. A partire dal 1985 il legislativo di Washington richiese che il presidente in carica alla Casa Bianca certificasse ogni anno lo stato del Pakistan come una potenza non nucleare. Solo cinque anni dopo George H. Bush fu costretto ad ammettere che non era più in grado di dare una simile garanzia, e l'esplosione di un ordigno atomico quattro anni dopo, in risposta ad un simile esperimento effettuato in India, diede al mondo la conferma definitiva del risultato raggiunto ad Islamabad. Nel frattempo un tribunale olandese aveva condannato Khan in contumacia per il furto della tecnologia e l'acquisto illegale dell'uranio. Denunce incrociate dalla Cina e da alcuni dei paesi arabi lo ponevano al centro di trame internazionali per vendere il know-how accumulato al migliore offerente. Alcune delle trattative erano condotte dallo scienziato per conto del governo, e contemplavano lo scambio con forniture belliche per l'esercito pakistano. Altre erano di puro interesse personale, e prevedevano la cessione in cambio di soldi. L'ultima immagine pubblica di Kahn è quella di un'intervista televisiva del 2010, nella quale indossava abiti poveri e discinti, e accusava l'ex benefattore Musharraf di averlo tradito e lasciato languire nella povertà. Il premier attuale del Pakistan Imran Khan nel dare la notizia del decesso si è invece detto rattristato, e lo ha proclamato icona nazionale. Il corpo del controverso scienziato sarà custodito nella moschea Faisal di Islamabad, la più grande dell'asia meridionale.

·        È morto l’attore Elio Pandolfi.

È morto Elio Pandolfi, una vita tra radio e palcoscenico. Attore, cantante e doppiatore, aveva 95 anni. La Repubblica l'11 ottobre 2021. È morto questa notte nella sua casa romana l'attore Elio Pandolfi. Aveva 95 anni. Attore e cantante, era nato a Roma il 17 giugno del 1926. Lascia il figlio adottivo Natale Orioles. Per sua stessa volontà non si terranno funerali. Tra i più grandi doppiatori italiani, con oltre 500 film all'attivo, voce anche di Stanlio della coppia Laurel & Hardy, Pandolfi era tra gli ultimi rappresentanti di quella generazione di attori che avevano attraversato con egual risultati la prosa, l'operetta (con Wanda Osiris), il teatro musicale, la commedia, il cinema, la radio e la tv. Diplomato all'Accademia nazionale d'arte drammatica di Roma, aveva debuttato a Venezia nel 1948 come mimo-ballerino in Les malheurs d'Orphée di Milhaud, per poi entrare con Orazio Costa al Piccolo Teatro di Roma. Il grande pubblico lo ricorda soprattutto per i tanti anni in coppia con Antonella Steni e per i grandi varietà come Studio 1 con Mina. L'ultima volta in palcoscenico, nel 2019 a Roma in Io mi ricordo con Riccardo Castagnari e la regia di Paolo Silvestrini.

Elio Pandolfi, morto l’attore voce di Stan Laurel in «Stanlio & Ollio». Redazione Spettacoli su Il Corriere della Sera l'11 ottobre 2021. Pandolfi aveva 95 anni. Diplomato all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma, debuttò a Venezia nel 1948 come mimo-ballerino in «Les malheurs d’Orphée» di Milhaud. Lavorò molto per la tv e come doppiatore. È morto nella notte tra domenica e lunedì nella sua casa romana l’attore Elio Pandolfi. Aveva 95 anni. Lo si apprende da fonti della famiglia. Terzo dei quattro figli di Saturno Pandolfi, custode dell’Istituto Tecnico Commerciale «Vincenzo Gioberti», e di Maria Queroli, Elio Pandolfi si era diplomato all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma. L’esordio sul palco a Venezia nel 1948 come mimo-ballerino in «Les malheurs d’Orphée di Milhaud»; nello stesso anno entrò con Orazio Costa al Piccolo Teatro di Roma. Alla radio approdò nel 1949, scritturato da Nino Meloni per la Compagnia del teatro comico musicale di Roma. Dalla fine degli Anni 40 partecipò a trasmissioni di rivista come «La Bisarca» di Garinei e Giovannini (1949-51), «Briscola» di Puntoni e Verde (1949-51), «Giringiro» (1951), «Caccia al tesoro» (1952-54) di Garinei e Giovannini, «La canasta» di Fiorentini, «Rosso e nero» con Corrado (1951-57) e «Campo de’ Fiori», diretto da Giovanni Gigliozzi (1955). Luchino Visconti lo scelse per interpretare il ruolo del cantante castrato nello spettacolo «L’impresario delle Smirne», insieme a Rina Morelli. Nel 1954 debuttò come cantante nell’operetta di Alfredo Cuscinà «La barca dei comici», per poi dedicarsi all’attività teatrale con Wanda Osiris, Carlo Dapporto, Lauretta Masiero, Febo Conti e Antonella Steni. Negli Anni 60 prese parte con Dino Verde a numerose trasmissioni radiofoniche di varietà, fra cui «Urgentissimo, Scanzonatissimo», con Antonella Steni e Alighiero Noschese, «I discoli per l’estate» (1974-75) e «20.30 Express», insieme alla Steni. Come doppiatore è stato la voce italiana dell’attore francese Jacques Dufilho in tutti i film della serie sul Colonnello Buttiglione. Pandolfi ha doppiato anche Stanlio della coppia Laurel & Hardy, assieme a Pino Locchi che dava la voce a Ollio, in alcuni ridoppiaggi tra i quali quelli di «Allegri eroi» (1957) e «La bomba comica» (1958). Ha doppiato anche due personaggi Disney: Paperino, nei cartoni degli anni sessanta e settanta come seconda voce alternato a Oreste Lionello, e Le tont ne «La bella e la bestia». Negli anni 1960 e 1970, Elio Pandolfi doppiò anche Daffy Duck, come la seconda voce nei cortometraggi dei Looney Tunes e Merrie Melodies. Attore fra i più affezionati alla radio, Pandolfi ha partecipato al programma di Rai Radio 3 «Hollywood Party» e ha condotto dal 2002 «Di tanti palpiti». Tra il 2004 e il 2005, prodotto da Teatro Il Primo di Arnolfo Petri, si è dedicato all’operetta, interpretando col Maestro Marco Scolastra due recital musicali, «Operetta mon amour» (2004) e «Le Vispe Terese» (2005). Nel 2012 è stato di scena al teatro Manhattan di Roma con lo spettacolo «Letterine per Silvia e altri sogni» scritto e diretto da Paolo Silvestrini. Nel 2016 è stato premiato alla casa del Cinema di Roma, con il Nastro d’argento alla carriera per il documentario a lui stesso dedicato dal titolo «A qualcuno piacerà», diretto da Caterina Taricano e Claudio De Pasqualis. 

Una voce troppo grande per avere limiti. Addio a Pandolfi, leggenda del doppiaggio. Massimo M. Veronese il 12 Ottobre 2021 su Il Giornale. Aveva 95 anni, era adorato da Visconti e fece teatro con Masiero e Osiris. Da anni il suo mondo lo aveva messo in un angolo, come fosse un pezzo di antiquariato prezioso, ma parcheggiato nel retrobottega. C'era, ma era come se non ci fosse più. E nella vecchiaia, a giugno aveva compiuto 95 anni, tutto diventa lontano, anche la stanza accanto. Viveva nella casa romana che fu di Lucia Bosè «quando era fidanzata con Walter Chiari», ci teneva a dire, nel suo salottino pieno di ricordi e ninnoli troneggiava una libreria enorme che conteneva solo dischi e videotape, le foto degli amori che non c'erano più, le sorelle morte giovanissime, l'amica del cuore Bice Valori, Antonella Steni, compagna nel lavoro e nella vita, Toto e Tata in un fortunato Carosello degli anni Sessanta. Fosse stato americano Elio Pandolfi, scomparso ieri a Roma, sarebbe stato adorato e venerato come Mel Blanc, l'uomo dalle mille voci che ha inventato i cartoon della Looney Tunes, o Don LaFontaine, padre di tutti i trailer, a cui ne bastò una, sempre uguale, per diventare leggenda. Il limite di Pandolfi invece era la sua grandezza, il suo essere tutto, attore, cantante, ballerino, mimo, imitatore e quindi niente; il suo essere uno, nessuno e centomila anche nel doppiaggio, aveva tolto a lui, capace di fare tutte le voci, un'identità che lo rendesse unico: era stato Spencer Tracy e Michel Serrault, Philippe Noiret e Groucho Marx, Mickey Rooney e David Niven. Ed era la voce del Colonnello Buttiglione, del Dracula di Bela Lugosi persino Stanlio in un ridoppiaggio. Così multiforme da dare voce anche alle donne. Una volta sostituì Tina Lattanzi, che pure era la voce di Greta Garbo, senza che nessuno si accorgesse, fece anche la sua amica Rina Morelli in una scena de Gli zitelloni. Imitava persino la Magnani. La sua scuola era stata la campagna «da piccolo passavo ore ad imitare una gallina con cui ho vissuto per tanto tempo» e la radio a onde medie che trasmetteva strane voci che arrivavano da angoli misteriosi del mondo: «Lì capii che la parola aveva un suono». Sentiva le voci e le riproduceva come un registratore, in qualunque lingua, cambiando tono, timbro e impostazione una, due, dieci volte. Era terzo di quattro figli «e la famiglia, escluso mio padre, mi ha sempre incoraggiato». Papà Saturnino che era bidello e lo sognava ragioniere, viveva nel palazzo patrizio dove lui era nato e andava a scuola: «Non potevo nemmeno bigiare perché ero lì». Diplomato all'Accademia d'arte drammatica di Roma, una vita dedicata alla radio, dal teatro comico alla rivista musicale, fino al varietà negli anni Settanta, Luchino Visconti, che lo adorava, lo scelse per interpretare il ruolo del cantante castrato in L'impresario delle Smirne, e gli cambiò la vita. Poi teatro, tanto, con Wanda Osiris, Carlo Dapporto, Lauretta Masiero, dall'operetta, al musical. E cinema, teatro, tv, radio: lavora con Bolognini, Patroni Griffi, Salce. Restando sempre se stesso: tutti e nessuno.

Massimo M. Veronese. Pioniere della radio privata in Italia ha lavorato per Gente, Retequattro e Raitre prima di essere assunto al Giornale da Indro Montanelli. Ha scritto libri per Mondadori, Feltrinelli e Mursia. Solo negli ultimi anni ha curato gli inserti sui 40 anni e sui 45 anni del Giornale, sul Muro di Berlino e sullo Sbarco sulla Luna, la collana Firme Fuori dal coro, da Gianni Brera a Jorge Luis Borges, e l’antologia «Te lo do io il ’68 ». Ha contribuito alla realizzazione del film «Indro, l’uomo che scriveva sull’acqua», il suo ultimo libro «Senti chi parla» (Anniversary book) è stato presentato al Festival del cinema di Venezia e all’IIC di Los Angeles.   

Aveva 95 anni. È morto l’attore Elio Pandolfi: “Ultimo protagonista di un mondo dello spettacolo che non c’è più”. Antonio Lamorte su Il Riformista l'11 Ottobre 2021. Se n’è andato stanotte, a 95 anni, nella sua casa di Roma Elio Pandolfi. Attore eclettico, per il cinema, la televisione, il teatro. Oltre che conduttore radiofonico, doppiatore e cantante. Aveva 95 anni. A dare la notizia l’agenzia di stampa Ansa, che ha appreso della scomparsa da fonti della famiglia. “Non ho rimpianti né debiti – aveva detto in un’intervista ad Avvenire – ma vanto un credito… nei confronti del cinema. Mi chiamavano sempre per fare le stesse parti e alla fine mi sono scocciato e ho detto basta. Un bel film da protagonista me lo sarei meritato”. A Roma si è spento, e a Roma era nato Pandolfi, una Roma tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, il 17 giugno 1926 e si era Diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica di Roma. Era entrato al Piccolo Teatro di Roma con Orazio Costa. E in quasi un secolo di carriera aveva attraversato l’operetta, la prosa, la commedia, il teatro musicale e le rese e le sperimentazioni delle stesse per i mezzi che cambiavano, la televisione e la radio. Oltre alle pubblicità di Carosello.

Per anni fu in coppia con Antonella Steni e per i grandi varietà come Studio 1 con Mina. Ha doppiato oltre 500 film. Era stato voce di Stanlio, della più famosa coppia di comici della storia del cinema, Laurel & Hardy, e di Paperino. Ha lavorato (tra i tanti) con Totò, Fred Buscaglione, Walter Chiari, Adriano Celentano, Lina Wertmuller e Marco Bellocchio. Le riviste invece: La Bisarca di Garinei e Giovannini, La Briscola di Puntoni e Verde, Giringiro, Rosso e Nero con Corrado. Gli anni ’60 furono quelli di numerose trasmissioni radiofoniche con Dino Verde. La sua ultima volta sulla scena, sul palcoscenico, nel 2019 a Roma per Io mi ricordo con Riccardo Castagnari e la regia di Paolo Silvestrini. Lascia il figlio adottivo Natale Orioles. Non si terranno funerali come da lui stesso richiesto. Pandolfi era personaggio di un mondo dello spettacolo che non esiste più. In questi termini Pino Strabioli, conduttore e regista, all’Ansa. “Era davvero uno degli ultimi di quella generazione di attori che avevano fatto di tutto, dalla prosa alla rivista. Ed era una vera memoria vivente: ricordava tutto, ogni incontro con Wanda Osiris e quel mondo che oggi non c’è più – ha detto Strabioli – Forse è stato poco riconosciuto e onorato. Mi rimproverava sempre: "In tv hai dedicato uno speciale a tutti tranne che a me". Colpa della pigrizia della Rai. Ed era un vero peccato perchè lui da sempre filmava anche tutto. Aveva un archivio pieno di immagini di Panelli, Mastroianni, Bice Valori”.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

·        E’ morto il filosofo ultra comunista Salvatore Veca.

 PIERLUIGI PANZA per corriere.it l'8 ottobre 2021. Salvatore Veca, scomparso a 77 anni, si era laureato nel 1966 con Enzo Paci e Ludovico Geymonat, due dei grandi maestri di Filosofia che vantava allora l’Università di Milano. Da giovane assistente Veca si occupò per un decennio di studi teoretici e riflessioni su Marx e divenne condirettore della rivista «Aut Aut» con Enzo Paci e Pier Aldo Rovatti. Dopo un breve passaggio a Bologna, diventando docente a Scienze Politiche a Milano scoprì e fece proprio il pensiero di John Rawls. In Una teoria della giustizia del 1971, che Veca fece tradurre da Feltrinelli nel 1982, il filosofo di Harvard aveva riattualizzato il contrattualismo di Locke, Hobbes e Rousseau. La politica non doveva aspirare a un astratto bene comune, ma ricercare procedure per rendere le istituzioni più giuste e i beni equamente distribuiti. Il giusto prendeva il sopravvento sul bene e ne conseguiva un liberalismo di stampo egalitario, in cui i vantaggi economici erano ammissibili solo se a beneficiarne erano i meno fortunati. È l’idea di giustizia come equità. Veca, che dal 1990 al 2006 fu docente di Filosofia politica a Pavia (dove rivestì la carica di preside), portò in Italia questa riflessione declinandola, oltreché negli studi e nella didattica, in un’incessante attività di partecipazione alla vita sociale, culturale ed editoriale, che lo rese uno dei più noti intellettuali progressisti. Anche se oggi, nella stagione della disintermediazione, profili come il suo non accendono più i giovani, Veca non si ritirò mai dalla vita attiva. A partire dalla direzione scientifica della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, assunta nel 1974, il filosofo promosse infaticabilmente lo sviluppo di un Centro di Scienza politica, gli Annali della Fondazione e un’ampia attività di ricerca, documentazione, dibattiti e pubblicazioni nell’ambito della teoria politica e sociale. Consulente di saggistica anche del Saggiatore, di cui aveva diretto (con Marco Mondadori) la collana «Theoria», Veca, persona disposta ad ascoltare, entrò a far parte di innumerevoli comitati scientifici e di riviste quali «Rassegna italiana di sociologia», «Teoria politica», «Biblioteca della libertà», «Politeia», «European Journal of Philosophy», «Reset», «Quaderni di Scienza politica», «Il Politico», «Rivista di filosofia», «Italianieuropei» e altre. Aveva fatto parte anche del Consiglio nazionale della Società filosofica italiana, era stato componente del Consiglio nazionale del ministero dei Beni culturali, collaboratore della Fondazione Corriere della Sera e, dal 2005, componente del Comitato generale Premi della Fondazione Balzan. Con generosità aveva promosso anche attività musicali, come la nascita dell’ensemble cameristico I solisti di Pavia, presentato mostre d’arte (anche contemporanea), era stato garante per il Fondo ambiente italiano, membro di istituti scientifici e accademie come quelli di Bologna e di Torino e vicino all’Anpi. Quest’ampia attività, che lo rese noto specialmente a Milano, dove fu presidente della Casa della cultura e portatore di un «riformismo ambrosiano» e intervenne anche in dibattiti sulle scelte dei sindaci, quasi distoglie da un accenno ai suoi libri. I volumi più legati a Rawls e a una teoria normativa sono La società giusta e Questioni di giustizia (declinati in forma divulgativa in L’altruismo e la morale con Francesco Alberoni). I successivi sviluppi del suo pensiero, incentrati sulla difesa del pluralismo come valore per la società democratica e sulla cittadinanza, si trovano in Libertà e eguaglianza o divulgati in Progetto Ottantanove scritto con Alberto Martinelli e Michele Salvati. Nel 1997, con Sebastiano Maffettone, pubblicò l’antologia L’idea di giustizia da Platone a Rawls un po’ in controcanto a La società aperta e i suoi nemici (1945; Armando 1973-74) di Karl R. Popper, il cui primo volume si intitola Platone totalitario. Veca è stato una figura che, negli anni Settanta, i giovani avrebbero definito maître à penser. Se chi oggi lo piange sono le istituzioni culturali e la politica è forse perché non si sono affermate quelle pari opportunità di accesso egalitario e meritocratico a tutti i ruoli del Paese sostenute proprio da Veca. La camera ardente di Salvatore Veca sarà allestita l’8 ottobre dalle 11 alle 19 presso la Casa della Cultura di Milano, in via Borgogna. I funerali si svolgeranno sabato 9 ottobre mattina alle 11 nella Chiesa degli Angeli Custodi, in via Pietro Colletta, a Milano. 

Scomparso a 77 anni. Chi era Salvatore Veca, il filosofo comunista che voleva superare Marx. Corrado Ocone su Il Riformista l'8 Ottobre 2021. Con Salvatore Veca se ne va un mondo, molto milanese e molto cosmopolita, di sinistra convinta ma anche sempre molto lontana da fanatismi e ideologismi. Non dovette essere facile per il giovane Veca, nato a Roma e di origini meridionali ma ben radicato nella città ove aveva prima studiato e poi sempre vissuto, formatosi alla scuola di Enzo Paci e Ludovico Geymonat, affrancarsi non dico dalle chiusure dall’anacronistico e illiberale materialismo dialettico di quest’ultimo, che non fu mai il proprio, ma dall’idea stessa che Marx rappresentasse in qualche modo l’autore centrale in ogni impegno culturale e politico a sinistra. Al filosofo di Treviri egli dedicò studi e libri teoreticamente notevoli nella prima parte della sua ricerca. E in ottica marxista lesse pure il tema della fondazione e della modalità in Kant (l’idea di giustificare filosoficamente gli ambiti della ricerca gli fu sempre propria). L’affrancamento avvenne senza dubbio con la scoperta di John Rawls, più o meno a metà degli anni Settanta del secolo scorso. Fu Veca, insieme a pochi altri (Marco Mondadori, Sebastiano Maffettone) ad introdurre in Italia quel filone di ricerca sulla giustizia allora dominante in area anglosassone e che sembrava dare alla sinistra una prospettiva più à la page rispetto a quella del classico “riformismo ambrosiano” con cui pure era facilmente integrabile e che, nello stesso periodo, rappresentò in qualche modo la cultura politica in cui si forgiò il craxismo. La grande illusione che Veca coltivò, soprattutto poi quando implose il comunismo e gli stessi comunisti italiani si trovarono allo sbando, fu quella di credere che il grande partito di massa potesse fare fino in fondo i conti con la sua tradizione e liberarsene sotto la guida degli intellettuali. A ben vedere, però, l’idea di una normatività morale della scienza politica, la ricerca di un’etica che la fondi, tutto ciò che è stato nel bene e nel male il rawlsismo, conservavano non pochi tratti di teologismo politico. Che Veca, con la sua acutezza e finezza intellettuale, con il suo tratto gentile e cortese, attenuava in mille modi: con l’innato buon senso; mettendo in tensione il lato normativo e prescrittivo con quello realistico e descrittivo (sempre attento a non ridurre la complessità del mondo); con l’interesse per autori in lato senso storicisti (da Collingwood a Oakeschott, fino a Bernard Williams). Che la sinistra potesse diventare tutta, anche quella di origine comunista, liberal fu appunto la sua illusione. Fu una pia illusione anche quella portata a sopravvalutare il ruolo dei filosofi, che nel nuovo contesto più non contavano come un tempo. Quando il tentativo naufragò, Veca ne prese atto e si ritirò sempre più e intensamente nell’ambito degli studi: pubblicò libri, promosse traduzioni e ricerche, fu presidente di enti e fondazioni (soprattutto quella dedicata a Giangiacomo Feltrinelli dal 1984 al 2001), continuò con costanza la sua carriera accademica (fino a stabilizzarsi in quell’Università di Pavia, di cui fu per un periodo anche preside nella facoltà di Scienze Politiche). Non c’è dubbio che il tema della giustizia, e quindi della sua teoria, sia stato al centro dei suoi interessi e che esso si sia intrecciato in maniera spesso contraddittoria con quelli della libertà e del pluralismo che pure gli stavano a cuore. Nelle sue opere ricorre perciò spesso anche il nome di Isaiah Berlin, di cui fa propria sia la distinzione fra libertà positiva e negativa sia l’idea di pluralismo. Con due distinguo non inessenziali, però: poiché Veca intende sempre unire l’aspetto normativo a quello descrittivo, come abbiamo detto, la libertà positiva, intesa come partecipazione alla cosa pubblica e impegno, è posta sempre un gradino più in alto rispetto all’altra; il pluralismo a cui egli tende perde molto della sua intrinseca conflittualità, ben evidenziata da Marx, e tende a sottovalutare la forza che nella “società globale” (altro suo ambito di ricerca nell’ultimo periodo) hanno visioni del mondo contrapposte e non facilmente risolvibili. Né integrabili in una nuova idea di laicità. La sua concezione resta perciò fortemente illuministica, come è dato osservare sia nella sua continua rivisitazione dei temi classici di quella stagione (Progresso, Laicità, Tolleranza) sia nella sua critica radicale del “romanticismo politico” che si legge nel volumetto Libertà pubblicato recentemente (2019) dalla Treccani. Non è che qui Veca abbia di colpo perso la sua capacità di cogliere le sfumature, o non tenga presenti le sue teorie sulla incompletezza e incertezza di ogni teoria. È che probabilmente in lui le ragioni del cuore, che batteva senza indugi a sinistra, erano altrettanto potenti di quelle della mente, che lo portava ad essere più scettico e disincantato. Non a caso, egli ha riflettuto molto anche su sentimenti e vita privata, arrivando a scrivere un volume divulgativo con Francesco Alberoni su L’altruismo e la morale (1988). E illuministicamente ritenne che compito dell’intellettuale restasse quello di emancipare, di portare a termine quel Progetto Ottantanove (per dirlo col titolo di un volume scritto con Alberto Martinelli e Michele Salvati nel 1989) che era partito con la grande Rivoluzione. Della sua vasta bibliografia si possono ricordare anche: La società giusta (1982); Questioni di giustizia (1985); Etica e politica (1989); Cittadinanza. Riflessioni filosofiche sull’idea di emancipazione (1990); Dell’incertezza (1997); La bellezza e gli oppressi (2002); L’idea di incompletezza (2011); Tolleranza. Le virtù civili; Un’idea di laicità (2013); La gran città del genere umano (2014); Il senso della possibilità (2018); Qualcosa di sinistra. Idee per una politica progressista (2019) Ultimamente aveva riflettuto in modo non banale anche sull’idea di sostenibilità (Laboratorio Expo, 2015). Con lui scompare una figura civile di intellettuale, impegnato ma nel contempo indisponibile ad ogni compromesso con la politica urlata e con le dinamiche della cultura spettacolo. Corrado Ocone

·        E’ morta l’attrice Luisa Mattioli.

Luisa Mattioli è morta, aveva 85 anni: fu la terza moglie di Roger Moore. Paolo Foschi su Il Corriere della Sera il 6 ottobre 2021. La notizia riportata dal Daily Mail e confermata dal figlio Geoffrey Moore. È morta in Svizzera all’età di 85 anni l’attrice Luisa Mattioli, terza moglie dell’ex James Bond, Roger Moore: lo riporta il Daily Mail senza indicare la data del decesso. Il tabloid britannico cita amici di famiglia, secondo i quali Mattioli «era malata da qualche tempo», e il figlio Geoffrey Moore, che ha confermato la notizia. Moore, scomparso nel maggio del 2017, fu legato a Doorn van Steyn dal 1946 al 1953. Successivamente sposò la vocalist Dorothy Squires, che lasciò per Mattioli. La coppia si sposò nel 1969, quando Squires concesse all’attore il divorzio. Il matrimonio durò 24 anni e dalla Mattioli Moore ha avuto tre figli: l’attrice Deborah Moore (nata il 27 ottobre 1963), l’attore Geoffrey Moore (nato il 28 luglio 1966) e il produttore Christian Moore. Moore e Mattioli divorziarono nel 1993.

Morta attrice Luisa Mattioli, ex moglie di Roger Moore. Redazione Rai News il 6 ottobre 2021.  E' morta in Svizzera all'età di 85 anni l'attrice veneziana Luisa Mattioli, terza moglie di Roger Moore da cui aveva avuto tre figli. La notizia è stata data dal "Daily Mail", spiegando che era malata da tempo. Aveva fatto tv e cinema tra gli anni '50 e '60.    Con l'attore di James Bond, deceduto nel maggio 2017, Luisa Mattioli si era sposata nel 1969 dopo il divorzio tra Moore e la vocalist Dorothy Squires. Il matrimonio durò 24 anni dall'unione nacquero l'attrice Deborah Moore (1963), l'attore Geoffrey Moore (1966) e il produttore Christian Moore (1973). Moore e Mattioli divorziarono nel 1993. L'attrice Luisa Mattioli, moglie dell'attore di James Bond Roger Moore,1973 Denham, in Inghilterra (Getty) E' morta in Svizzera all'età di 85 anni l'attrice veneziana Luisa Mattioli, terza moglie di Roger Moore da cui aveva avuto tre figli. La notizia è stata data dal "Daily Mail", spiegando che era malata da tempo. Aveva fatto tv e cinema tra gli anni '50 e '60.    Con l'attore di James Bond, deceduto nel maggio 2017, Luisa Mattioli si era sposata nel 1969 dopo il divorzio tra Moore e la vocalist Dorothy Squires. Il matrimonio durò 24 anni dall'unione nacquero l'attrice Deborah Moore (1963), l'attore Geoffrey Moore (1966) e il produttore Christian Moore (1973). Moore e Mattioli divorziarono nel 1993.

Aveva 85 anni. È morta Luisa Mattioli: addio all’attrice che aveva sposato Roger Moore, ex James Bond. Antonio Lamorte su Il Riformista il 6 Ottobre 2021. È morta in Svizzera Luisa Mattioli. L’attrice aveva 85 anni. Era stata la terza moglie di Roger Moore, l’ex 007 James Bond. A riportare la notizia il quotidiano britannico Daily Mail che ha citato fonti vicine alla famiglia dell’attrice. Secondo quanto trapela dal quotidiano Mattioli “era malata da qualche tempo”. La notizia è stata confermata dal figlio Geoffrey Moore. Mattioli aveva fatto tv tra gli anni ’50 e ’60. Aveva sposato l’attore di James Bond nel 1969 dopo che l’uomo aveva divorziato dalla vocalist Dorothy Squires. Il matrimonio era durato 24 anni. I due ebbero tre figli: l’attrice Deborah Moore, nata nel 1963, l’attore Geoffrey Moore, nel 1966 e il produttore Christian Moore, nel 1973. La coppia si era separata nel 1993. Moore è morto invece nel maggio del 2017. I due si erano conosciuti quando lei lo aveva intervistato per una trasmissione televisiva. Avevano lavorato insieme nel film del 1961 Il ratto delle Sabine. La coppia fu una delle più note e rappresentative della Dolce Vita romana. Il divorzio era arrivato infine nel 2002.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

·        Morto il rugbista Lucas Pierazzoli.

Tragedia nel rugby, l’asso Lucas Pierazzoli morto in campo. Giampiero Casoni il 04/10/2021 su Notizie.it.  Tragedia nel rugby, l’asso Lucas Pierazzoli morto in campo dopo un terrificante testa a testa durante una mischia: è stato soccorso ma era già in agonia. Tragedia nel rugby e Argentina in lutto, l’asso Lucas Pierazzoli è morto in campo vittima di un terribile scontro durante una mischia. Il campione 28enne dell’Hurling Club è morto in maniera terribile: è rimasto a terra dopo uno scontro testa a testa con un avversario nel corso di una mischia negli ultimi minuti del match tra Sitas e Hurling. La partita della tragedia si è disputata sabato 2 ottobre, nel pomeriggio. Si trattava di un match valido per la nona giornata della categoria Superior di Prima B in Argentina. Pierazzoli è stato subito soccorso da entrambi gli staff medici presenti a bordo campo in quei minuti terribili, medici a cui si sono aggiunti altri tre sanitari presenti sugli spalti perché genitori di altri giocatori presenti in campo. Purtroppo non c’è stato nulla da fare: il giocatore è rimasto esanime per 40 minuti, poi è stato rianimato e condotto a razzo con un’ambulanza all’ospedale Posadas. Pierazzoli aveva alcune vertebre fratturate ed il midollo spinale compromesso, tanto che lo si era dovuto ventilare. La società aveva chiesto a tutti di pregare per il ragazzo, con una nota sul proprio profilo Twitter: “Informiamo i nostri soci che l’Hurling Club sarà chiuso. Continuiamo a pregare per Lucas. Grazie”. Purtroppo le preghiere non sono servite e il campione di seconda linea è spirato dopo il ricovero. 

·        E’ morto il calciatore Daniel Leone.

Calcio, morto Daniel Leone: l’ex portiere aveva solo 28 anni. Marco Alborghetti il 03/10/2021 su Notizie.it. Lutto nel mondo del calcio: si è spento a soli 28 anni Daniel Leone, ex portiere di lega Pro morto a causa di un tumore al cervello. Lutto nel mondo del calcio: è morto a soli 28 anni Daniel Leone, ex portiere di Catanzaro e Reggina. Il giocatore si era ritirato da anni per combattere contro un tumore al cervello che questa volta non gli ha lasciato scampo. L’ultima foto sui social risale allo scorso agosto 2021, sempre sorridente. Il mondo della Serie C ma del calcio italiano è in lutto per la scomparsa di Daniel Leone, ex portiere di Catanzaro e Reggina, colpito da un tumore al cervello che lo ha portato via a soli 28 anni. Nel 2014 la prima diagnosi, dopo un lungo periodo in cui lamentava un forte mal di testa. Da quel momento è iniziato un lungo calvario di 7 anni, tra chemioterapie, interventi e speranze di poter tornare un giorno a giocare su un campo di calcio. Come abbiamo detto, nel 2014 la prima diagnosi di tumore al cervello, quando era tesserato per la Reggina in Lega Pro. Operato a ottobre, terminò le cure a Milano, e dopo un altro ciclo di chemio, a gennaio 2015 tornò ad allenarsi con la squadra. Purtroppo però il tumore si ripresentò nel 2017, quando era in forze al Catanzaro. Un altro lungo stop che gli fece meditare l’addio definitivo al calcio. Altri giri di chemioterapie per cercare di evitare il peggio, perché in fondo Daniel nutriva ancora una piccola speranza di poter guarire e seguire la sua passione per il pallone. Nel 2018, anno in cui Daniel tornò a lottare contro il tumore, l’ex portiere postò sui social una foto con lo scopo di tranquillizzare i suoi affetti e amici, con questa didascalia: “Apriamo la testolina e speriamo di aggiustarla” . Un racconto che lo accompagnò fino al 2021, perché non aveva nessuna intenzione di mollare e sapeva che l’affetto dei suoi amici e familiari gli avrebbero dato la forza necessaria ad andare avanti, a combattere. L’ultimo post su Instagram è datato 8 agosto 2021 e lo ritrae sorridente all’interno di un’auto, a Caserta. Un sorriso che lo ha caratterizzato lungo tutta la sua battaglia in questi anni, e proprio così lo ricorderanno amici, familiari e compagni. 

·        Morto lo scrittore Antonio Debenedetti.

Morto Antonio Debenedetti. Nei suoi racconti amori e destini. Cristina Taglietti su Il Corriere della Sera il 4 ottobre 2021.Figlio del grande critico Giacomo, la sua vita e la sua opera è radicata nel Novecento letterario italiano. La sua scrittura elegante e misurata al servizio della forma breve. Una vita e un’opera radicate nel Novecento letterario, quella di Antonio Debenedetti, morto domenica 3 ottobre a Roma a 84 anni. Nato a Torino il 12 giugno 1937 fin dall’infanzia aveva frequentato la grande letteratura, a cominciare dall’eccentrico padre, il grande critico Giacomo (Giacomino nella biografia che gli ha dedicato il figlio), dagli autori che aveva conosciuto personalmente nella casa romana dei genitori, poi letto e fatto suoi, da Moravia a Landolfi a Soldati. Per molti anni redattore culturale del «Corriere della Sera», facondo narratore di storie legate ai personaggi e agli ambienti, soprattutto romani, della cultura, Debenedetti è stato un grande scrittore di racconti, genere in cui la sua scrittura elegante e misurata ma inventiva ha toccato storie essenziali di amori infelici, occasioni perse, destini incrociati. L’esordio era stato poetico, nel 1958, con la prima e unica raccolta, Rifiuto di obbedienza, prefata da Giorgio Caproni, il maestro amico di famiglia che quando era bambino gli faceva lezione e gli correggeva i compiti. La sua opera narrativa vede l’affiancarsi di romanzi come Monsieur Kitsch (1972) , La fine di un addio (1985), Se la vita non è vita ; Un giovedì, dopo le cinque (2000, finalista Premio Strega) e raccolte di racconti come Ancora un bacio (1981); Spavaldi e strambi, Racconti naturali e straordinari ; Amarsi male (1998); E fu settembre ; Il tempo degli angeli e degli assassini (2011). Una selezione di questi è stata raccolta nel volume Racconti naturali e straordinari, come il titolo della raccolta pubblicata nel 1993, si intitola il volume edito ora da Bompiani nei Classici, curato da Cesare De Michelis .

·        È morto Bernard Tapie.

L'uomo dalle mille vite. È morto Bernard Tapie, ex ministro e presidente del Marsiglia campione d’Europa. Antonio Lamorte su Il Riformista il 3 Ottobre 2021. È morto Bernard Tapie. Ex ministro del governo in Francia, imprenditore, ex Presidente dell’Olympique Marsiglia, venditore di televisori, campione di audienze, perfino cantante, alla guida di Adidas. Una vita intensa, chiacchierata, una personalità che ha fatto discutere e appassionare, impegnata su mille progetti e settori. Aveva 78 anni “l’uomo dalle mille vite”. Chiacchierato e controverso. Ha segnato un’epoca. Quattro anni fa l’annuncio a France 2, in televisione: sono ammalato di cancro allo stomaco. “Quando si hanno 70 anni e più, bisogna accettare che a un certo punto si va verso l’ultima prova, che è la morte. Non ho alcuna voglia di andarmene, ma bisogna trovare la saggezza per dire che quando capita a una coppia giovane con la donna che ha 35 anni e tre bambini e si ammala di cancro al seno, è un’altra cosa“. La diagnosi della malattia l’aveva paragonata a un “colpo di mazza da baseball sulla testa”. Forse causata dal forte stress. Aveva scelto di farsi curare all’ospedale pubblico Sant-Louis di Parigi. Amava descriversi come “un figlio di nessuno, un ragazzo della banlieue” e quindi “a un certo punto bisogna tornare con i piedi per terra e sono felice di essere seguito dal servizio sanitario. I pazienti che mi incontrano devono potere dire ‘accidenti, anche lui viene a curarsi qua!'”. Tapie divenne ministro delle Città con Mitterand. Fu presidente del grande Marsiglia che vinse la Coppa dei Campioni nel maggio 1993, in finale contro il Milan di Fabio Capello a Monaco di Baviera. La società ha espresso “profonda tristezza” per la scomparsa di Tapie e colorato di nero i suoi account social in segno di lutto. Cordoglio espresso anche da parte del primo ministro Jean Castex e dal sindaco di Marsiglia Benoît Payan che ha garantito “un omaggio popolare alla sua altezza: Bernard Tapie, sarai per sempre marsigliese»”. “L’uomo dalle mille vite” fu eletto deputato a Marsiglia nel 1989 con l’etichetta “maggioranza presidenziale” a sostegno del presidente socialista François Mitterans. Passato alla storia dei talk televisivi il duello con Jean-Marie Le Pen, padre del Front National. Invitato sul palco di un comizio a Orange, proprio da Bruno Gollnisch dei rivali dell’Fn, cominciò a dire che i migranti bisognava mandarli via, affondarli se necessario, e dopo gli applausi disse: “Non mi ero sbagliato su di voi. Ho parlato di un massacro, di ammazzare uomini, donne e bambini, e voi avete applaudito. Domattina, mentre vi fate la barba o vi truccate, guardatevi allo specchio e vomitatevi addosso”. Tapie è stato venditore di televisori e poi campione di audience in tv, tifoso di ciclismo e di calcio e poi vincitore (come presidente) del Tour de France e della Champions League, cantante e attore con Claude Lelouch, ministro di Mitterrand e poi citato in giudizio dallo Stato francese nell’ambito della vicenda Adidas-Crédit Lyonnais. Partito dal nulla, al 2016 il suo patrimonio ammontava a 150 milioni di euro, e quindi tra i 400 imprenditori più ricchi del mondo.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Da ilsole24ore.com il 3 ottobre 2021. E’ morto dopo una lunga malattia, a 78 anni, Bernard Tapie, ex ministro francese, uomo d’affari, presidente dell’Olympique Marsiglia. Lo si apprende dai media francesi. Immediate le reazioni da parte del mondo politico e sportivo dopo la diffusione della notizia sui media francesi. L’annuncio della morte è stato diffuso domenica mattina direttamente dalla famiglia, che in un comunicato scrive: «Dominique Tapie e i suoi figli hanno l’infinito dolore di comunicare il decesso di suo marito e del loro padre, questa domenica 3 ottobre alle 8,40 a seguito di un cancro». Il suo coinvolgimento nello sport spaziò dal ciclismo al calcio e come presidente dell’Olympi que Marsiglia vinse quattro campionati consecutivi e una Champions League nel 1993 battendo il Milan in finale. «L’Olympique Marseille ha appreso con profonda tristezza della scomparsa di Bernard Tapie - si legge in una nota della società –. Lascerà un grande vuoto nel cuore dei marsigliesi e rimarrà per sempre nella leggenda del club». Il primo ministro Jean Castex ha reso omaggio a Tapie, ex ministro negli anni ’90, descrivendolo come un «combattente». «La prima immagine che mi viene in mente - ha detto Castex ai giornalisti a margine di una riunione del partito presidenziale La République en Marche ad Avignone, nel sud - è quella del combattente, per le sue idee, le sue convinzioni. E’ sempre stato molto impegnato contro l’estrema destra, ma soprattutto per alcune cause, per la sua squadra di calcio, la sua città, anche la sua impresa. Insomma un uomo molto impegnato, che ha dato tutto e credo che questo lo si sia visto anche contro la malattia. Ha lottato colpo su colpo, da combattente come è sempre stato. Mi inchino alla sua memoria». Tapie, i cui interessi commerciali includevano anche una partecipazione nella società di abbigliamento sportivo Adidas, soffriva di cancro allo stomaco da diversi anni. È stato al centro di un’inchiesta giudiziaria e in prigione per corruzione in uno scandalo di partite truccate nella prima divisione francese. Come ha dichiarato lui stesso in una vecchia intervista, «ho vissuto in un modo incredibile, meraviglioso, fortunato». Nato il 26 gennaio 1943 in un quartiere popolare di Parigi, ha svolto diversi mestieri prima di diventare ricco, famoso e controverso. Ha iniziato come cantante realizzando dischi e tour con il nome di Tapy. A 37 anni si fa strada nel mondo degli affari ottenendo la gestione del marchio Manufrance e si specializza in particolare nell’acquisto di aziende in crisi che rivende dopo averle rilanciate. Negli anni ’80 sbarca a modo suo nel mondo del ciclismo con la squadra La vie claire e vince due volte il Tour de France con il fuoriclasse Bernard Hinault. Diventa anche conduttore televisivo e, nel 1986, acquista la società calcistica Olympique Marsiglia che sarà il primo club francese a diventare campione d’Europa. A 46 anni viene eletto deputato e si distingue in particolare in un dibattito acceso contro il leader della destra Jean-Marie Le Pen

Da ilnapolista.it il 4 ottobre 2021. La morte di Bernard Tapie è ovviamente la prima notizia sui giornali francesi. Il quotidiano sportivo L’Equipe nell’edizione on line gli dedica la copertina col titolo: «Una vita in chiaroscuro». Ha vissuto una vita come nessun’altra. (…) Questa vita era la storia di un uomo che voleva diventare re. Nessuno ha dimenticato la data dell’incoronazione e la data della sua caduta è stata quasi la stessa: il maggio 1993. (…) Era la principale figura mediatica della Francia, all’altezza di una vita romanzesca attraversata al galoppo come un ussaro, così ha trovato tutto quel che cercava: la luce e la fortuna, il potere e i guai. L’Equipe, in un articolo straordinario a firma Vincent Duluc, scrive che non si sa fino a che punto quei tempi avessero modellato o lui avesse contribuito a rendere così affascinante la sua epoca. Aveva una corte, i modi di un monarca, ma era sempre lui che lusingava, lui che prometteva. L’Equipe ricorda il suo passato nel ciclismo, con La Vie Clair vinse il Tour nel 1985 con Hinault e nell’86 con LeMond. E come il calcio allora fosse un ambiente arcaico refrattario alla cultura aziendale. Ma Tapie era un’altra cosa, non era un imprenditore, la sua cifra era di natura diversa, a volte velenosa, la Francia mormorava sulla catena dei suoi acquisti aziendali, lo smantellamento e le vendite che gli attiravano l’accusa di essere un giocatore di domino. Non aveva costruito altro che la propria ricchezza. Nella costruzione del Marsiglia fu scortato da Hidalgo che però, ricorda il giornale, non ebbe mai un vero e proprio incarico, un ruolo ufficiale. L’Equipe ricorda le ombre. Le accuse di doping, i succhi d’arancia adulterati che fecero addormentare all’intervallo i giocatori del Rennes, l’allora allenatore del Monaco Arsène Wenger che confidò di aver avuto la sensazione di aver giocato alcune partite contro il Marsiglia come se fossero nove contro tredici. Il caso che portò al suo declino calcistico fu Valenciennes-Marsiglia del 20 maggio 93. Tre giorni prima della finale di Champions vinta contro il Milan. In quei quattro giorni c’è il punto più alto e il più basso della vita di Tapie. Le accuse di un giocatore del Valenciennes: Jacques Glassmann che nel 95 ricevette il premio Fair Play dalla Fifa per la sua onestà. Ancora oggi, ricorda il calciatore, incontra per strada qualcuno che lo insulta. Scrive L’Equipe: Alla fine sarebbe emerso tutto, anche i contanti dal terreno di un giardino. È stato questo caso che ha provocato la sua rovina. Il Marsiglia finì in Serie B e fu costretto a cedere i giocatori migliori. Lui fu allontanato dal club, finì in prigione per “corruzione e subornazione di testimoni”, poi condannato per “falso e violazione della fiducia e proprietà del club”. Fu condannato a due anni di carcere. Poi, ci fu l’interminabile battaglia giudiziaria con Crédit Lyonnais sulla rivendita di Adidas, i 404 milioni, le accuse di truffa e appropriazione indebita di fondi pubblici. Quando nel 2000, spinto dalla nostalgia e dall’immobilismo, voleva tornare al Marsiglia, era già troppo tardi. Era lui a essere diventato l’uomo di un altro tempo. Sii era inserito nell’intervallo esatto tra il paternalismo e l’avvento degli imprenditori, ma ora incarnava una terza via che lo avrebbe lasciato ai margini. Fondamentalmente – scrive L’Equipe – le sue vittorie furono belle e gloriose, ma brevi, come se avesse scelto una vita sulle montagne russe per essere sicuro di salire molto in alto e non annoiarsi mai anche durante la discesa. Era diventato attore, ufficialmente questa volta, Lelouch e TF1, teatro e commissario Valence, veniva chiamato per dibattiti sul calcio o sulla politica. (…) È rimasto l’uomo di un’epoca, fino alla fine circondato dal ricordo della sua leggenda, e, al crepuscolo, da un moto di affetto popolare che equivaleva a un perdono.

Da ilnapolista.it il 4 ottobre 2021. In Italia il nome di Jacques Glassmann non dice granché. Una modesta carriera di calciatore: in tutto 34 presenze in Ligue1, il grosso nella Serie B francese tra Mulhouse, Tours, Valenciennes. È qui, nell’unica stagione in Ligue1 del Valenciennes che diventa uno dei giocatori più famosi del calcio francese. Perché fu a lui – e a Burruchaga – che si rivolse il Marsiglia di Tapie per accomodare la partita contro il Marsiglia d’oro che era in lotta col Psg per la conquista del campionato. Mancavano tre giornate alla fine del campionato. La partita era in programma il 20 maggio. Il 23 si sarebbe disputata la finale di Champions contro il Milan. In quei quattro giorni, come ha scritto L’Equipe, Tapie visse il momento più alto e il momento più basso della propria storia calcistica e non solo. Finì condannato, il Marsiglia in Serie B e dovette vendere i calciatori migliori. Fu la fine del ciclo d’oro. In Francia è famoso come il caso VA-OM. Glassmann oggi ha 59 anni. Di interviste ne ha rifiutate tantissime. Nel 1995 la Fifa gli consegnò il Premio Fair Play per la sua onestà. Da quando ho denunciato il tentativo di corruzione di Bernard Tapie, c’è sempre un truffatore che mi insulta, per strada, al cinema. Qualche settimana fa, qui a Valenciennes, un ragazzo mi ha minacciato. Ma la situazione progressivamente migliora. Tuttavia, preferisco non giocare partite senior nel Sud. Glassmann fu il testimone decisivo. Raccontò la sua versione alla magistratura. Il 19 maggio 1993 il suo compagno di squadra Christophe Robert lo avvicinò: “Il Marsiglia deve assolutamente vincere. Hanno scelto noi tre, con Burruchaga, per un accordo”. Glassmann rifiutò. Venne contattato telefonicamente da Bernès il direttore del Marsiglia (l’Olympique Marseille) che gli disse: “Preferisci perdere con i soldi in tasca o perdere con zero franchi? Non avete nessuna chance”. Il difensore rivela tutto la sera stessa della partita. Burruchaga confermò le sue accuse. Una busta contenente 250.000 franchi francesi venne scoperta nel giardino della zia del giocatore Christophe Robert. Glassmann ha conosciuto anche sette mesi di galera. Ha scritto un libro su quella vicenda. Oggi, con l’Unione calciatori professionisti, si occupa dei giocatori che si ritirano, li aiuta a entrare nella vita “normale”. Un anno e mezzo fa, ha concesso un’intervista a “L’Alsace” dopo averne rifiutate tantissime ed essere rimasto in silenzio per tanto tempo. “Qualche tempo fa mi hanno contattato anche quelli di Netflix, non so cosa volevano. Sin dalla prima udienza ho detto tutta la verità. Non ho mai cambiato una parola. E l’indagine mi ha dato ragione. È da molto tempo che non c’è più nulla da dire dell’argomento e che tutte le persone coinvolte in questa vicenda hanno imparato a vivere con la loro coscienza”. Dice di rifiutare l’etichetta di persona onesta. «Non sono un eroe e non sono più “bravo ragazzo” di altri. Non ho cambiato il mondo, ho solo fatto qualcosa che in linea con i valori». È cresciuto nella fede cattolica di una modesta famiglia alsaziana che si stabilì a Bourtzwiller. «Ho sofferto più per l’infortunio al ginocchio quando ero al Racing Strasbourg: schiacciamento del nervo sciatico e paralisi della parte inferiore della gamba. Ero sicuro che la mia carriera fosse finita. L’allenatore non mi schierava più, nemmeno dopo il recupero, e chiesi di lasciare il Mulhouse senza compenso». Dell’ormai celebre caso di corruzione dice: «Avrei dovuto tradire i miei compagni di squadra che non sapevano nulla, i fan del Valenciennes che vivevano per noi, i miei principi. Seriamente, perché avrei dovuto farlo?» Agli insulti e agli striscioni contro, preferisce conservare le migliaia di lettere di sostegno che ha ricevuto e apprezzato.

 

·        E’ morto l’ex ministro Agostino Gambino.

Da adnkronos.com il 3 ottobre 2021. E' morto Agostino Gambino, 88 anni, giurista italiano, già ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni del governo Dini dal 17 gennaio 1995 al 17 maggio 1996. A lui si deve il decreto sulla Par Condicio con cui si è regolamentata per la prima volta in Italia la parità di accesso ai mezzi di comunicazione durante le campagne elettorali. Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Avvocato dal 1958, allievo e assistente di Alberto Asquini, divenne professore di ruolo all'università nel 1965. Gambino ha insegnato diritto commerciale e diritto fallimentare presso le università di Sassari, Venezia e alla Sapienza di Roma. È stato nominato professore emerito di diritto commerciale nel 2005 e membro del cda di diverse società, bancarie, tra le quali la Banca Nazionale dell'Agricoltura, e assicurative, Meie e Fata. Ha rivestito l'incarico collegiale di commissario governativo della Federazione Italiana dei Consorzi Agrari. A seguito del dissesto del Banco Ambrosiano e delle banche e società estere da esso possedute, è stato co-presidente della Commissione internazionale mista, nominata dalla Santa Sede e dal Governo italiano per l'accertamento dei rapporti tra il Gruppo Banco Ambrosiano e l'Istituto per le Opere di Religione. È stato componente di diverse Commissioni legislative: Ministero Grazia e Giustizia per la riforma delle società di capitali, per la formazione di uno Statuto dell'impresa a seguito della riforma della legge fallimentare.

Fu uno dei tre saggi che elaborò le norme sul conflitto di interessi. Al ministero delle Partecipazioni Statali per la riforma del sistema giuridico delle partecipazioni statali stesse, al ministero dell'Industria, per la redazione della legge sull'amministrazione straordinaria delle grandi imprese e, poi, per la riforma legislativa di essa; Commissione per l'intervento pubblico nelle imprese in crisi. Nel 1994 è stato membro della Commissione governativa dei cosiddetti "tre saggi" incaricati di elaborare una soluzione legislativa ai problemi dei conflitti di interessi tra l'attività di governo e le proprietà ed incarichi personali del presidente del Consiglio dei Ministri. È autore in vari settori del Diritto commerciale di volumi - per uno dei quali, L'assicurazione nella teoria dei contratti aleatori gli è stato attribuito il premio internazionale dell'Accademia dei Lincei.

Politica in lutto, è morto l’ex ministro Agostino Gambino, inventore della “par condicio”. Giampiero Casoni il 03/10/2021 su Notizie.it. Politica in lutto, è morto l’ex ministro Gambino, inventore della “par condicio” che mise fine alla "voce grossa dei partiti grandi" a discapito dei piccoli

Politica in lutto, è morto ad 88 anni l’ex ministro Agostino Gambino, inventore della controversa legga sulla “par condicio”. Gambino fu membro del governo Dini con la delega alle Poste e Telcomunicazioni ed è il padre del codice che regola le competizioni elettorali dal 1996 e che fino a poche ore fa ha regolato la campagna elettorale per le importanti amministrative in corso. Il professor Gambino era nato a Genova nel 1933, e 25 anni fa Lamberto Dini lo chiamò in esecutivo, dove restò in carica per poco più di un anno.  Quei pochi mesi furono però sufficienti a incasellare Gambino fra i politici che hanno lasciato un segno indelebile nella politica italiana. Perché? Perché in occasione delle elezioni anticipate del 21 aprile del ‘96 esordì una novità. Quelle delicate consultazioni infatti si tennero sotto l’egida normativa di un decreto che Gambino aveva varato solo pochi mesi prima, a gennaio: con esso per la prima volta in Italia si regolamentava la parità di accesso ai mezzi di comunicazione durante le campagne elettorali. Insomma, era finita l’era dei partiti “grossi che facevano la voce grossa” e di quelli piccoli a cui rimanevano scampoli di spazio e tempo per esporre le loro ragioni agli elettori sui media. All’Italia dell’appena nata Seconda Repubblica quel decreto piacque poco: il Corriere della Sera riporta che l’allora Garante dell’Editoria  Giuseppe Santaniello mise perfino in dubbio la sua legittimità ma Gambino non si scompose e rispose: “Lo miglioreremo”. Gambino era avvocato e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana. Docente universitario e giurista, fu anche co-presidente della Commissione internazionale mista, nominata da Vaticano e Governo italiano per l’accertamento dei rapporti del gruppo Banco Ambrosiano e lo Ior.  Il professor Gambino aveva insegnato Diritto commerciale e fallimentare presso le università di Sassari, Venezia e alla Sapienza di Roma. Fu anche del cda di diverse società bancarie ed assicurative, tra cui Banca Nazionale dell’Agricoltura, Meie e Fata. Inoltre fu commissario governativo della Federazione Italiana dei Consorzi Agrari.

·        Muore lo scrittore Takao Saito.

Muore Takao Saito, l'autore del manga più longevo al mondo.  La Repubblica il 29 settembre 2021.   Pubblicata per la prima volta nel 1968, la serie del sicario "Golgo 13" è il suo più grande successo. È morto a 84 anni il mangaka Takao Saito: tumore al pancreas. Si lascia alle spalle una carriera florida, con riconoscimenti di rilievo fino dagli anni Settanta per la sua serie, Golgo 13, dal 1968 la più longeva della storia e la seconda più venduta: con oltre 300 milioni di copie è superata solo dal mezzo miliardo di One Piece. In realtà dietro al successo di Golgo, negli anni, non c'era solo Saito, ma un intero dipartimento, come succede nelle opere più complesse e serializzate (in misura non diversa dai fumetti Bonelli che tutte le settimane escono in edicola). È anche per questo che la casa editrice, la Shogakukan - sulla cui rivista Big Comic uscì il primo numero di Golgo - potrà senza problemi accontentare l'ultimo desiderio di Saito: lasciar continuare la sua storia senza vederla bruscamente interrotta dalla sua morte. Vediamo di cosa parla Golgo, però, che in Italia esce per Edizioni BD. È la vicenda di Duke Togo, un sicario professionista che ha per nome in codice, appunto, quello di Golgo 13, dal Golgota, il luogo del calvario di Cristo, e dal numero ritenuto tra i più sfortunati al mondo. Il logo del killer è uno scheletro con una corona di spine. Nelle numerose storie della serie, Togo (o Golgo) gira per il mondo a compiere missioni di ogni tipo, non tutte necessariamente letali. Tutt'oggi pubblicato su Big Comic, Golgo 13 è stato raccolto in circa 200 volumi standard (o tankobon, il formato con cui si ripubblicano i manga dopo essere usciti sulle riviste, ad esempio) ad aprile 2021. Ne sono stati ricavati due live action negli anni Settanta, poi alcune serie anime e dei videogiochi, anche per Nintendo. Un'interruzione nell'infinita produzione di Golgo però c'è stata: durante la pandemia di Covid. A causa del lockdown giapponese, la storia si è bloccata da maggio a luglio 2020, prima di ripartire a pieno regime. E così dovrebbe continuare, o almeno questo sperano i fan del cult giapponese, anche dopo la dipartita del suo creatore.

·        E’ morta la giornalista Marida Lombardo Pijola.

Lutto nel giornalismo italiano. Morta la storica firma, addio dopo una lunga carriera. Caffeinamagazine.it il 27/9/2021. Lutto nel giornalismo italiano. La giornalista ha combattuto ma ha perso la sua battaglia contro la malattia. È morta dopo una vita passata al Messaggero come inviata, poi scrittrice di successo. Negli ultimi anni collaborava con il Corriere della Sera come editorialista per l’edizione romana. La giornalista aveva 65 anni e solo pochi mesi fa prima della presentazione del suo nuovo libro “L’imperfezione delle madri”, rinviata a causa della pandemia da Covid-19, spiegava agli amici: “Sarebbe bellissimo vedervi, anzi guardarvi negli occhi oltre la mascherina”, riporta Leggo. Nata a Bari nel 1956, era figlia di un penalista e di un’insegnante, e comincia a lavorare negli anni settanta a Telebari, la prima televisione via etere italiana tra quelle che romperanno il monopolio Rai, alla cui fondazione partecipa. Marida Lombardo Pijola inizia a scrivere per il Quotidiano di Puglia nel 1979 e dopo sette anni alla redazione di Bari della Gazzetta del Mezzogiorno viene trasferita presso la redazione romana del quotidiano. Arriva al Messaggero, per cui ha lavorato per circa 30 anni, 25 come inviato speciale, diventando una delle firme del quotidiano. Per il quotidiano romano Marida Lombardo Pijola ha raccontato moltissimi tra i principali eventi di politica, di lotta alla mafia e di cronaca che hanno segnato il passaggio tra un secolo e l’altro. Si è occupata di mafia, ha raccontato la morte di Falcone e Borsellino e violenze sui minori con la grande inchiesta che condusse sull’adolescenza violata tra discoteche e scuole della Capitale. Marida Lombardo Pijola è stata anche scrittrice. Ha pubblicato “Ho dodici anni, faccio la cubista, mi chiamano Principessa” (Bompiani), che raggiunse nel 2007 ben 17 edizioni. A quel libro seguirono poi un saggio sull’adolescenza e due romanzi toccanti: “L’età indecente” (2009) e “L’imperfezione delle madri” (La nave di Teseo). Ha fatto parte della commissione disciplinare dell’Ordine dei giornalisti del Lazio. Marida Lombardo Pijola era sposata con il chirurgo Carlo Eugenio Vitelli, padre dei suoi figli Alessandro, Andrea e Luca.

Germana Consalvi per leggo.it il 27 settembre 2021. Segni particolari: bellissima. Così tanto che il suo notevole talento giornalistico sembrava quasi una benevola quadratura del cerchio del Destino, che aveva concentrato il meglio che un essere umano possa esprimere – bellezza, bravura, intelligenza, coraggio e umanità in dosi molto generose – in lei: Marida Lombardo Pijola, una vita al Messaggero da inviata, poi scrittrice di successo. Una malattia spietata contro la quale la giornalista ha combattuto a testa alta, come tutto ciò che ha affrontato nella sua vita privata e professionale, se l’è portata via ieri. Aveva 65 anni e cuore ed energia da vendere. Solo pochi mesi fa invitava così i tanti amici alla presentazione rinviata causa Covid del suo ultimo libro, “L’imperfezione delle madri”: “Sarebbe bellissimo vedervi, anzi guardarvi negli occhi oltre la mascherina” . Barese, Lombardo Pijola ha iniziato a lavorare nel 1979 al Quotidiano di Puglia per poi approdare dopo sette anni al Messaggero: in circa 30 anni è stata una firma di punta in particolar modo dei retroscena della politica italiana, ma si è occupata anche della lotta alla mafia. Custodiva con affetto intenso una foto che la ritraeva insieme al giudice Giovanni Falcone, suggello di un collaudato e reciproco rapporto di stima e di rispetto. Occhi da cerbiatta, fisico da mannequin, gentilezza e dolcezza indimenticabili, Marida era una giornalista ammiratissima. Ha circumnavigato questo mestiere, tuffandosi a capofitto anche nel mondo tormentato dall’adolescenza con inchieste importanti sulle pagine del Messaggero. Un’esperienza culminata nel 2007 nel libro” Ho 12 anni, faccio la cubista, mi chiamano principessa”, in cui ha documentato la doppia vita di ragazzine-lolite tra 11 e 14 anni. Da questo libro ha poi preso ispirazione la serie Netflix Baby. Famiglia, condizione femminile, femminicidi sono stati altri temi molto cari a Lombardo Pijola. Era una grande firma, ma non era a caccia di riflettori. Uno degli ultimi impegni giornalistici che svolse con buona voglia fu un concorso letterario femminile lanciato proprio dal Messaggero. Sposata con il chirurgo oncologo Carlo Vitelli, tre figli, Marida aveva affrontato con dolore il pensionamento, o meglio, il distacco dall’amato quotidiano di via del Tritone: tanto che salutò i colleghi invitandoli ad entrare nella sua stanza il giorno dopo per prendere il suo “regalo”. Aveva riempito la sua ormai ex scrivania di copie del libro dedicato al Messaggero, scritto da uno storico ex direttore, Vittorio Emiliani. Purtroppo quella uscita fu accompagnata dalla comparsa di una malattia che lei ha affrontato con forza e coraggio ammirevoli, scegliendo di mostrarsi anche sui social. La malattia è dura prova, non una vergogna. Innamorata della scrittura, che per Marida era vita, sul suo profilo twitter aveva dato in tempi recenti un messaggio ironico, ridimensionando il messaggio-chiave originale, “Scrivo”, manifesto del suo grande amore, in “Scrivo, più di frequente la lista della spesa”. Mancherà a tutti Marida, e la grande bellezza della sua sensibilità.

Morta Marida Lombardo Pijola, giornalista e scrittrice. Denunciò e raccontò l’adolescenza violata. Giuseppe Di Piazza su Il Corriere della Sera il 26 settembre 2021. L’ ultimo suo editoriale per il Corriere della Sera di Roma è stato, pochi giorni fa, in difesa dei bambini di Castro Pretorio ai quali il cuore cattivo della città aveva rubato le giostre. Un episodio minimo, si potrà dire, ma erano questi per lei, e lo sono per noi, i fatti che meglio di mille editoriali raccontano le disparità del nostro mondo. E a Marida Lombardo Pijola, scomparsa ieri a 65 anni dopo un lungo combattimento con la malattia, le disparità e i soprusi non sono mai piaciuti: le veniva naturale proteggere i più deboli, animata com’era da un calore umano forte, assistito da un’enorme capacità professionale. Aveva cominciato a Bari, la sua città, per poi trasferirsi presto a Roma, prima alla Gazzetta del Mezzogiorno, poi, per quasi trent’anni, al Messaggero. Lì è stata una delle firme di punta, coprendo nel corso del tempo – da inviata speciale - la grande e piccola cronaca giudiziaria italiana: dallo scacco al pool antimafia di Palermo alla morte di Falcone e Borsellino, dalle violenze sui minori alla grande inchiesta che condusse sull’adolescenza violata tra discoteche e scuole della Capitale. Questo lavoro diede origine al suo bestseller editoriale, «Ho dodici anni, faccio la cubista, mi chiamano Principessa» (Bompiani), che raggiunse nel 2007 ben 17 edizioni. A quel libro seguirono poi un saggio sull’adolescenza e due romanzi toccanti: «L’età indecente» (2009) e «L’imperfezione delle madri» (La nave di Teseo). La sua scrittura era tumultuosa e generosa, esattamente come la sua vita. Il nostro primo incontro, davanti all’ingresso del Messaggero, in via del Tritone, avvenne nel maggio dell’86, e più che un incontro fu uno scontro: le caddero sul marciapiede dei fogli che aveva in mano, per raccoglierli si chinò senza guardare e, rialzandosi, mi venne addosso. Scoppiò in una risata. Era bella, alta e con grandissimi occhi colore del mare. Risi anch’io senza ancora capire che quell’urto mi stava donando una delle amicizie più lunghe e pure che abbia mai avuto. Erano i nostri primi giorni di lavoro in quel giornale, e furono anche l’inizio di una vita complice e divertente, per lei, purtroppo, adesso finita. Mi resta il dolore per la perdita e l’affetto che, insieme a centinaia di amici, conserveremo per sempre per suo marito, il chirurgo Carlo Vitelli, e per i sue tre meravigliosi figli, Alessandro, Andrea e Luca. Il giornalismo e la scrittura dovranno fare a meno di un talento grande; io di una sorella.

·        E’ morto l’attore Basil Hoffman.

Lutto nel mondo del cinema: a 83 anni ci ha lasciato Basil Hoffman. Veronica Ortolano il 25/09/2021 su Notizie.it. Addio ad uno degli attori più creativi e dei volti più riconoscibili del cinema contemporaneo. All’età di 83 anni si è spento l’attore americano Basil Hoffman, dopo una carriera cinematografica e televisiva durata cinque decenni. A comunicare la triste notizia l’amico e agente Brad Lemack. La popolarità di Hoffman arriva con la serie tv poliziesca anni Ottanta Hill Street giorno e notte. Tuttavia, la sua è stata una lunga carriera, ricca anche di ruoli non accreditati come in Oltre il giardino o La mortadella di Mario Monicelli. Hoffman ha lavorato con i più grandi registi tra cui Peter Bogdanovich, Richard Benjamin, Carl Reiner, Peter Medak, Alan J. Pakula, Ethan e Joel Coen, Michel Hazanavicius, Steven Spielberg, Delbert Mann, Blake Edwards, Stanley Donen, Sydney Pollack, Ron Howard e Robert Redford.

Una carriera unica e invidiabile. Da The Artist e Gente comune di Robert Redford ai classici tv come Hill Street giorno e notte, Santa Barbara, Kojak, Colombo, Zero in condotta e MASH. Senza dimenticare le partecipazioni in Incontri ravvicinati del terzo tipo, Il cavaliere elettrico, L’ospite d’onore, Adorabile nemica, Ave, Cesare!. Addirittura per Paolo Sorrentino ha girato il cortometraggio La fortuna nel film collettivo su Rio de Janeiro: in esso interpretava un anziano su una sedia a rotelle con una fidanzata molto più giovane di lui e dispotica. Prossimamente sarà protagonista nel film Lucky Louie, al momento in post-produzione, come conclusione della sua filmografia che lo ha portato a lavorare con ben 14 attori vincitori del premio Oscar. Originario di Houston, si era laureato in economia alla Tulane University e poi si è trasferito a New York, con l’obiettivo di diventare un grande attore. Infatti, qui iniziò i suoi studi di recitazione, formandosi all’American Academy of Dramatic Arts. Inizialmente fu scelto solo per spot pubblicitari e piccoli ruoli Successivamente si è trasferito a Los Angeles: lì la sua carriera è definitivamente decollata. Alla carriera di attore ha alternato pure quella di scrittore: è, difatti, autore dei libri Cold Reading and how to be Good at it e Acting and How to Be Good at It. Nel 2008 fu inviato a Beirut, in Libano, dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per insegnare recitazione e regia all’Academie Libanaise des Beaux-Arts.

·        Morto il pilota Nino Vaccarella.

Morto Nino Vaccarella, il grande pilota siciliano tre volte vincitore della Targa Florio. Ilaria Minucci il 23/09/2021 su Notizie.it.  Il pilota siciliano Nino Vaccarella, detto Ninni, è morto all’età di 88 anni: nel corso della sua carriera, vinse tre volte la Targa Florio. Nella giornata di giovedì 23 settembre, il pilota Nino Vaccarella, detto Ninni, si è spento all’età di 88 anni. L’uomo ha rappresentato una figura che ha scritto la storia dell’automobilismo siciliano ed è stato anche uno dei migliori piloti del suo tempo in contesto internazionale. Nino Vaccarella, nato a Palermo il 4 marzo del 1933, ha iniziato a coltivare la sua passione per l’automobilismo sin da adolescente, attraverso la visione di alcune edizioni del Giro Automobilistico di Sicilia, istituito da Raimondo Lanza di Trabia, Vincenzo Florio e Stefano La Motta. Nel 1956, l’ex pilota siciliano si laureò in Giurisprudenza e iniziò a collaborare con l’Istituto scolastico privato “Maria Montessori” e con l’Istituto Oriani, scuola gestita dalla sua famiglia. Presso l’Oriani, Nino Vaccarella svolse dapprima il ruolo di insegnante per poi diventare preside, dopo la scomparsa del padre. Per questo motivo, era noto come il “preside volante”. Per quanto riguarda la sua carriera nel settore dell’automobilismo, invece, il pilota siciliano ha vinto 3 edizioni della Targa Florio e ha preso parte a molti altri rinomati eventi automobilistici come, ad esempio, la 100 km del Nurburgring, la 1000 km di Monza, la 12 ore di Sebring o, ancora, la 24 Ore di Le Mans. La passione per la velocità di Nino Vaccarella lo spinse a cimentarsi con alcune corse locali, alle quali gareggiò con una Fiat 1100, per poi acquistare nel 1958 una Lancia Aurelia 2500. La prima gara alla quale partecipò fu la cronoscalata Passo di Rigano-Bellolampo. Nel 1959, il pilota comprò una Maserati e gareggio alla Trapani-Monte Erice: in questa circostanza, venne notato dal conte Giovanni Volpi, allora di titolare di una importante scuderia. Poco tempo dopo, Nino Vaccarella divenne pilota ufficiale della Ferrari. La morte del pilota siciliano è stata commentata dall’ex presidente della Ferrari, Luca di Montezemolo, che ha dichiarato: “Con Nino Vaccarella scompare un pilota che ha legato il suo nome a tante vittoriose imprese della Ferrari, un ambasciatore della Sicilia nel mondo e un tifoso e amico che è sempre stato vicino a me e alla Scuderia. In questo triste momento, sono accanto alla sua famiglia, alla quale esprimo il mio profondo cordoglio”.

·        E’ morto l’attore Robert Fyfe.

Robert Fyfe morto a 90 anni: addio all’attore di Last of the Summer Wine. Debora Faravelli il 24/09/2021 su Notizie.it. L'attore scozzese Robert Fyfe è morto a 90 anni: tra i suoi ruoli più noti quelli nel film Il giro del mondo in 80 giorni e in Last of the Summer Wine. Lutto nel mondo del cinema per la scomparsa di Robert Fyfe, attore scozzese morto all’età di 90 anni. Il suo ruolo più celebre è stato quello di Howard nella sitcom Last of the Summer Wine, in cui ha recitato dal 1985 fino al suo episodio finale nel 2010. La lunga carriera dell’attore ha avuto inizio nel 2962 con Dr Finlay’s Casebook ed è continuata in Coronation Street, Z Cars, Angels, The Onedin Line, Survivors, The Gentle Touch e Monarch of the Glen. Fyfe è anche apparso nei film Il 51° Stato, Il giro del mondo in 80 giorni e Cloud Atlas. Il presidente degli Elstree Studios, dove sono stati girati gli episodi di Last Of The Summer Wine, Morris Bright, ha così commentato la notizia della sua scomparsa: “Triste sentire che Robert Fyfe è morto all’età di 90 anni. Era la più adorabile delle persone, abbiamo condiviso alcuni momenti molto felici sul set di Last of the Summer Wine alla fine degli anni Novanta“. Degli altri attori, Juliette Kaplan (Pearl Sibshaw nella serie) è morta nell’ottobre 2019 di cancro mentre Jean Fergusson (Marina) a novembre dello stesso anno.

·        E’ morto il calciatore Romanino Fogli.

Dall’account Facebook di Roberto Beccantini il 21 settembre 2021. E così, da oggi, son tutti lassù, fra le nuvole e le stelle: Negri; Furlanis, Pavinato; Tumburus, Janich, Fogli; Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. Con l’allenatore, Fulvio Bernardini, e il presidente, Renato Dall’Ara. Sotto gli sguardi divertiti e i taccuini curiosi di Gianfranco Civolani, detto Civ. L’ultimo a staccarsi, Romanino Fogli. Il numero sei del Bologna che il 7 giugno 1964 soffiò lo scudetto all’Inter nello spareggio di Roma. Aveva 83 anni. Un mediano stiloso, di classe, senza ciccia superflua, toscano di poca cenere, cresciuto nel Toro, poi Bologna, Milan, nella rosa del Paron che si aggiudicò Coppa dei Campioni e Intercontinentale, Catania. Da allenatore, fu vice del Trap a Firenze, ai tempi delle sparatorie di Batistuta e del carnevale di Edmundo. Fervente tifoso di Fausto Coppi, fu proprio a Castellania, nel 2019, che lo incontrai per l’ultima volta. Erano i cent’anni dalla nascita del Campionissimo. Ci scambiammo le classiche parole dei reduci. Apparteneva alla tribù breriana degli «abatini», ma con tanto sale in zucca. Copriva, impostava, un ballerino prestato al centrocampo quando ancora non era un ring. In Nazionale giocò poco, ma quel poco lo coinvolse nella fatal Corea (del Nord) di Middlesbrough. Quel Bologna lì. Così si gioca(va) solo in paradiso. Carburo Negri fra i pali, poi Furlanis a destra in marcatura e capitan Mirko (Pavinato) a sinistra. Libero, «armeri» Janich. Stopper, Tumburus: quello che in busta, per la metà, scoprì di valere 175 lire. Perani era l’aletta tornante e invitante, Fogli il laterale che cuciva, lontano dalle Penelopi delle nostre tonnare. L’onorevole Giacomino il faro a prova di megafono, Helmut il dieci di fantasia, con frau Waltraud, la moglie, sempre a uomo; dondolo Nielsen, il prence danese e cortese; Ezio, la chierica più calda del west pallonaro (anche se poi, quel pomeriggio all’Olimpico, era infortunato e al suo posto giocò un terzino di profession bel giovine, Johnny Capra). Ero là, con papà. Fogli entrò dentro l’ordalia come se ne fosse stato il regista, mica solo il protagonista. Batté la punizione che, toccata in barriera da Facchetti, beffò Sarti. Allora, i fanatici degli alluci e i maniaci delle tibie diedero autogol, oggi chi solo avesse osato parlarne sarebbe stato appeso al muro. Ma è sul secondo gol che voglio richiamare la vostra attenzione. Lo trovate in rete, facilmente.  Fogli palleggia al limite dell’area, il taglio di Dondolo lo raggiunge nell’attimo che fa la differenza, Romano lo serve al bacio, ciao Guarnieri. Ecco: quel tipo di gol, e quel genere di passaggio, che a noi del Novecento parvero così brillanti, così normali, nel Duemila sarebbero diventati manifesti e simboli di calci paramoderni e pararidicoli, in cui se la propaganda è più bella della realtà, e lo è spesso, si pubblica la propaganda.  Altri tempi, si dice sempre così. Ma diversi lo erano davvero. Non so se più belli, non so se più brulli. Di sicuro, più giovani, pià pensanti-ben (in attesa, di diventare ben-pensanti, che tristezza). Tempi in cui si andava agli allenamenti e, narrano gli spifferi, poteva finire così, tra un cronista alle prime armi e un Negri presissimo dal sudore e dall’umore: «Negri, mi scusi. Cosa pensa di Inter-Bologna di domenica?». «Membri miei». «La ringrazio, ma dovrei scrivere ottanta righe». «Membri suoi».

·        È morto l’attore Willie Garson.

È morto Willie Garson, era Stanford Blatch, il migliore amico di Carrie in «Sex and the City». Chiara Maffioletti su Il Corriere della Sera 22 settembre 2021. Star della serie con Sarah Jessica Parker, aveva recitato anche in «White Collar» e «Hawaii Five-O». Avrebbe dovuto essere anche nell’imminente revival «È proprio così». Era l’amico ideale, quello capace di risollevare anche le serate più tristi. È morto Willie Garson, storico interprete di Stanford Blatch, l’amico di Carrie Bradshaw in «Sex and the City». Aveva 57 anni e, al momento, non sono state rese note le cause. A dare l’annuncio della scomparsa dell’attore, il figlio Nathen, sui social. «Ti amo così tanto papà. Riposa in pace e sono così felice che tu abbia condiviso tutte le tue avventure con me e che sia stato in grado di realizzare così tanto», ha scritto. Aggiungendo poi: «Sono così orgoglioso di te. Sei sempre stato la persona più divertente e intelligente che abbia mai conosciuto». Nella serie che ha fatto sognare più di una generazione di vivere la New York delle feste e degli appuntamenti alla moda, Garson interpretava un agente di talento. Un ruolo che aveva poi rivestito anche nelle trasposizioni al cinema del titolo che lo aveva reso tanto famoso, «Sex and the City» e «Sex and the City 2», e proprio in questo periodo stava girando un revival sulla serie per HBO Max chiamato «È proprio così». Tra i tanti commenti addolorati, quello di Cynthia Nixon, Miranda Hobbes nella serie. . «Lo amavamo tutti e adoravamo lavorare con lui — ha scritto su Twitter —. Era infinitamente divertente sullo schermo e nella vita reale. Era una fonte di luce, amicizia e tradizioni dello spettacolo. Era un professionista consumato, sempre». Garson aveva iniziato a studiare recitazione a 13 anni, all’Actors Institute di New York. Oltre al popolare personaggio di «Sex and the City», ha dato vita a decine di altri volti, tra cui quello di Mozzie, il truffatore dello show televisivo «White Collar». Tra le sue tante partecipazioni televisive, ci sono poi quelle in «NYPD Blue», «Hawaii Five-0» e «Supergirl».

·        E’ morto Carlo Vichi, il fondatore della Mivar.

Mivar, morto il fondatore Carlo Vichi: aveva 98 anni. La storica azienda italiana di televisori era entrata in crisi alla fine degli anni '90 con l'esplosione delle tv a schermo piatto. la Repubblica il 20 settembre 2021. È morto a 98 anni Carlo Vichi, fondatore della Mivar, storico marchio italiano di televisori. L'azienda, acronimo di Milano Vichi Apparecchi Radio, era stata fondata a Milano nel 1945 con il nome di Var, e aveva iniziato producendo piccoli apparecchi radio a valvole passando poi alla produzione dei componenti. Nel 1955 il cambio di denominazione in Mivar, seguita l'anno successivo dalla commercializzazione della prima radio con sistema di modulazione della frequenza. Quindi, negli anni '60 e '70, l'esplosione nel mercato italiano con la produzione di televisori nello stabilimento di Abbiategrasso, alle porte di Milano, con quasi 900 dipendenti. Una crescita che aveva portato l'azienda a diventare il primo produttore italiano di tv color. Poi su finale degli '90, l'inizio della crisi con la diffusione dei modelli a schermo piatto e la concorrenza sempre più agguerrita dei giganti asiatici, che nel 2014 avevano portato poi alla chiusura definitiva. Sempre nel 2014 l'imprenditore aveva lanciato a un appello, offrendo gratuitamente l'affitto dell'azienda, a patto che assumesse 1200 lavoratori italiani. Figura controversa, Vichi spesso non aveva nascosto le proprie simpatie per il ventennio fascista. All'interno dello stabilimento di Abbiatgrasso, tra le linee di produzione, erano presenti diversi manifesti che raffiguravano Benito Mussolini e in più di un’occasione l'imprenditore aveva difeso pubblicamente l'operato del duce.

Fausta Chiesa per corriere.it il 20 settembre 2021. Era il re dei televisori italiani, marca Mivar (Milano Vichi Apparecchi Radio), azienda che aveva creato nel 1955 come «prosecuzione» della Var (Vichi Apparecchi Radio), fondata nel 1945, appena finita la Seconda guerra mondiale, per costruire radio a valvole a livello artigianale. All’età di 98 anni è morto Carlo Vichi, nato a Montieri in provincia di Grosseto e cresciuto a Milano, dove si era trasferito da bambino. La sede della sua Mivar, l’ultima azienda a produrre televisori made in Italy, è ad Abbiategrasso, alle porte della città. Un’azienda che aveva percorso la parabola dell’industria italiana: dal boom degli Anni 60, quando era arrivata ad avere quasi mille dipendenti, alla crisi per la globalizzazione e la concorrenza di chi produce con costi molto più bassi.

Il primo produttore di tv in Italia. Nel periodo d’oro degli Anni 70 e 80 (fino al 1998 quando dallo stabilimento di Abbiategrasso uscirono 917 mila apparecchi a tubo catodico) Vichi era diventato il primo produttore di tv in Italia e sognava in grande. Nel 2001 era stata completata la sua «Fabbrica ideale», nuova sede della Mivar, progettata interamente da Vichi e grande 120 mila metri quadrati. Ma la produzione non va lì perché Vichi non vuole «che insieme ai lavoratori ci entrino anche i sindacati». Tra antipatia per i sindacati e simpatie per Hitler e Mussolini, non si è costruito la fama di democratico. Pensava: «In fabbrica si dice sissignore, come nell’Esercito, nessuno può venire a comandare in casa mia».

La chiusura della Mivar. Poi la concorrenza delle marche straniere e il tentativo di resistere assemblando le Smart Tv con sistema operativo Android, che però non riuscì a risollevare le sorti della Mivar, rimasta con 60 operai. Ma Carlo Vichi già lo sapeva. «Non posso più produrre televisori. Spendo 10 e posso vendere a 8». Le linee di produzione dei televisori si sono fermate nel 2013, con i dodici operai rimasti che si occupavano solo di assistenza e manutenzione. Imprenditore puro, lavoratore instancabile, quando l’azienda aveva dovuto chiudere i battenti aveva dichiarato che avrebbe smesso di lavorare solo «quando mi trasformerò in spirito».

Il matrimonio nel 1944. Carlo Vichi si era sposato giovane, a 21 anni, nel 1944 con Annamaria Fabbri, che di anni ne aveva solo 18, nella Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo, nel quartiere periferico milanese dell’Ortica. Il gioielliere dove comprarono le fedi ci disse: «Ostrega, nanca quarant’anni in du» (Cavolo, nemmeno 40 anni in due). Un amore che durerà per sempre e che culminerà con la festa per i 75 anni di matrimonio due anni fa. Un evento festeggiato in fabbrica, con un brindisi in compagnia dei figli Luisa, Maria, Valeria e Girolamo, amici e operai. 

Gli arredi razionali. Nel 2018 aveva messo a disposizione Mivar in affitto gratis alle imprese che avrebbero voluto tornare a produrre tv o altre tecnologie, ma senza successo. Ma Vichi, come aveva dichiarato al Corriere due anni fa, si sentiva ancora indomito. «Ho delle ambizioni anch’io. Sono sempre stato un designer. E poi senza lavoro c’è il nulla». Così si era inventato gli «arredi razionali»: tavoli con sedie estraibili, più alte del normale «per rimediare alla sgradevole sensazione di sottomissione che si prova stando seduti, fra persone che stanno in piedi» recita la descrizione del prodotto. L’acronimo non aveva dovuto cambiarlo: Mivar si scriveva allo stesso modo ma si leggeva «Milano Vichi Arredi Razionali». 

Funerali in fabbrica. Al proprio funerale Vichi aveva dichiarato più volte di non gradire la presenza delle «autorità». Il suo desiderio era quello di avere «una bella festa all’interno della nuova Mivar».

·        Morto il compositore Sylvano Bussotti.

Morto il compositore Sylvano Bussotti: il suo ultimo marameo all'amata- odiata Firenze. Gregorio Moppi su La Repubblica il 19 settembre 2021. Avrebbe compiuto 90 anni fra pochi giorni. La sua città lo celebra per una settimana. Sylvano Bussotti ha fatto di nuovo marameo alla sua amata-odiata Firenze. Mentre la città natale è pronta a inaugurare una celebrazione con i fiocchi (che nonostante tutto comincia domani, lunedì 20 settembre, e va avanti fino a sabato), lui se ne va alla chetichella, mancando per poche lunghezze il traguardo del compleanno importante. Il compositore-pianista-performer-pittore-scrittore-regista teatrale-scenografo-film maker-organizzatore musicale avrebbe spento le candeline il 1° ottobre nella Rsa milanese dove da qualche mese era ospitato, invece ieri mattina si è spento dopo una lunga malattia che l'aveva fatto sprofondare nell'oblio.

·        È morto l’inventore Clive Sinclair.

DA rainews.it il 18 settembre 2021. È morto a Londra a 81 anni Sir Clive Sinclair, pioniere dell'home computing, i pc destinati ad uso casalingo. Ce grande rivale del Commodore 64, che ha aperto la strada ai pc di massa. "Era una persona straordinaria, sempre interessato a tutto", spiega al Guardian la figlia Belinda che ha dato la notizia. Sinclair, nato nel 1940, a 21 anni fonda la Sinclair Radionics e nel 1972 lancia sul mercato la prima calcolatrice compatta, la Sinclair Executive con dimensioni comparabili a quelle di un attuale smartphone.  Nel 1981 lancia sul mercato lo ZX 81 (1 milione di esemplari venduti) anche se il vero successo arriva nel 1982 con lo ZX Spectrum, acerrimo rivale del Commodore 64. Rispetto a quest'ultimo aveva due vantaggi: dimensioni compatte e costo contenuto. Ebbe grandi successi in Europa e Gran Bretagna e questo gli valse il titolo di Sir (Knight Bachelor).  Clive Sinclair si è cimentato anche in altri settori dell'elettronica, commercializzando a metà anni '80 un veicolo ibrido a tre ruote, il Sinclair C5, antenato delle attuali biciclette con pedalata assistita. Il prodotto non fu capito, troppo pionieristico per l'epoca, e fu un fiasco. Successivamente Sinclair vendette la sua società all'Amstrad. 

Il rivale del Commodore aveva 81 anni. È morto Clive Sinclair, l’inventore del computer ZX Spectrum che democratizzò l’informatica. Antonio Lamorte su Il Riformista il 17 Settembre 2021. Aveva ideato lo ZX Spectrum, ed è stato uno dei pionieri dell’home computing, democratizzatore dell’informatica. Sir Clive Sinclair, 81 anni, è morto a Londra. È stato un’icona della generazione 8-bit. La sua creazione fu il principale rivale del Commodore 64, che aprì la strada ai pc di massa. A dare la notizia della morte, dopo una lunga malattia, di Sinclair la figlia, Belinda. “Era una persona straordinaria, sempre interessato a tutto”, ha detto Belinda Sinclair al Guardian. E questa curiosità l’aveva espressa cimentandosi anche in altri settori dell’elettronica. A metà anni ’80, per esempio, aveva commercializzato un veicolo ibrido a tre ruote, il Sinclair C5, antenato delle attuali biciclette a pedalata assistita. Una specie di go-kart, del quale aveva previsto di vendere circa 100mila esemplari non andò oltre le 17mila. Un fiasco totale: un prodotto decisamente avanti sui tempi, a batteria, ma anche troppo basso e pericoloso oltre che esposto alle intemperie. Del 1982 invece la sua creazione passata alla storia: lo ZX Spectrum, un milione di esemplari venduti, rivale del Commodore 64. Un anno prima aveva lanciato sul mercato lo ZX 81, un milione di esemplari venduti. Il precedente ZX 80 costava poco più di 100 euro mentre i pc della Apple erano molto più costosi. Quella di Sinclair è stata la prima società a vendere oltre un milione di esemplari. Due le principali differenze tra i modelli 81 e Spectrum: lo ZX Spectrum aveva dimensioni compatte e il suo costo era contenuto. Fu un successo enorme tra Regno Unito ed Europa. E accelerò la rivoluzione dei giochi e della programmazione. Sinclair era nato nel 1940. Aveva fondato a soli 21 anni la Sinclair Radionics. La prima calcolatrice compatta venne lanciata nel 1972, la Sinclair Executive, con dimensioni comparabili a quelle di un attuale smartphone. Successivamente vendette la sua società all’Amstrad. Sinclair venne insignito del titolo di Sir, ovvero di “Knight Bachelor”. È considerato tra gli uomini che hanno democratizzato l’informatica grazie alla calcolatrice tascabile e ai pc portatili e casalinghi.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

·        E’ morto l’ex presidente dell’Algeria Abdelaziz Bouteflika.

Algeria, muore l'ex presidente Bouteflika: rimase in carica per 20 anni. La Repubblica il 18 settembre 2021. Aveva 84 anni, era reduce da un grave ictus che lo aveva colpito nel 2013. Due anni fa tentò comunque di ricandidarsi per un quinto mandato, ma venne spinto alle dimissioni dall'esercito dopo sei settimane di proteste di piazza. L'ex presidente algerino Abdelaziz Bouteflika è morto a 84 anni. Lo ha fatto sapere l'ufficio della presidenza in una nota. Debilitato e stanco dopo un grave ictus subito nel 2013, Bouteflika ha rassegnato le dimissioni ad aprile 2019 a seguito delle proteste contro la sua candidatura al quinto mandato presidenziale. Veterano della guerra per l'indipendenza dell'Algeria, l'ex capo di Stato ha governato il paese nordafricano per due decenni, ma negli ultimi anni della sua vita - complici le precarie condizioni di salute - è stato visto raramente in pubblico. Bouteflika è stato presidente per 20 anni prima di essere cacciato da moti di piazza quando ha annunciato di volersi candidare per un quinto mandato. Era nato il 2 marzo 1937 a Oujda, in Marocco, in una famiglia originaria di Tlemcen, in Algeria occidentale. A 19 anni si era unito all'Esercito di liberazione nazionale (Aln), l'ala militare del Fln, che combatteva contro la presenza coloniale francese in Algeria. Nel 1962 era diventato ministro della Gioventù, dello Sport e del Turismo nel primo governo del presidente Ahmed Ben Bella. Poi è stato per 16 anni ministro degli Esteri (nei governi Ben Bella e Boumèdiène). Tra il 1981 e il 1987 venne rimosso dal potere e fini in esilio prima a Dubai e a Ginevra. Nel 1999 venne eletto presidente della Repubblica, dopo che tutti i suoi oppositori si erano ritirati, denunciando le condizioni in cui era stato organizzato il voto. Dopo pochi mesi fece approvare con un referendum l'amnistia degli islamisti dopo la guerra civile degli anni 90. Venne poi rieletto presidente nel 2004 e anche nel 2009 e nel 2014, grazie a una revisione della Costituzione che non limita più a due il numero massimo dei mandati presidenziali. Nel 2005 iniziarono i primi problemi di salute, con un'emorragia gastrica che costrinse Bouteflika a un ricoverò d'urgenza a Parigi. Otto anni più tardi venne colpito da un ictus, che gli lasciò gravi postumi. Il 2 aprile del 2019 si dimise da presidente, spinto dal capo dell'esercito, dopo sei settimane di mobilitazione massiccia degli "Hirak" contro il suo tentativo di correre per un quinto mandato. Mai un presidente algerino è stato al potere così a lungo. Bouteflika prese il timone dell'Algeria nel 1999, coronato da un'immagine di salvatore in un Paese lacerato dalla guerra civile. Vent'anni dopo fu spodestato spietatamente dall'esercito, il pilastro del regime, sotto la pressione di un movimento di protesta senza precedenti.

·        È morto l’editore Tullio Pironti.

Aveva 84 anni. È morto Tullio Pironti, l’editore pugile che sfidava i grandi editori: portò in Italia DeLillo e Breat Easton Ellis. Antonio Lamorte su Il Riformista il 16 Settembre 2021. Se ci fosse stato qualcuno come Clint Eastwood da queste parti la sua vita sarebbe diventata un film. E non è detto che questo non possa accadere in futuro. È morto a Napoli Tullio Pironti, editore tra i più coraggiosi e innovativi della sua generazione ed ex pugile. Aveva 84 anni. Una vita avventurosa, il suo negozio a Piazza Dante, nel centro storico della città, alle porte di quella via Port’Alba conosciuta come la “strada dei libri”. Libri e Cazzotti, la sua vita, come dal titolo dell’autobiografia a cura di Mimmo Carratelli, con prefazione di Fernanda Pivano. “Ci fosse un Clint Eastwood nei paraggi, ne farebbe subito un film, di quelli che piacciono a lui: con gli eroi controvoglia, con la guerra in mezzo, con la voglia di riscatto, con i perdenti che però sanno anche vincere”, scriveva a proposito Emanuela Audisio. Lo piangono in tanti in queste ore: napoletani e lettori. Era un personaggio di altri tempi, un uomo che aveva tanto e vissuto e che aveva incrociato e collaborato con grandi e notevoli personalità. Era cresciuto da pugile; aveva visto e vissuto la guerra; è salito sul ring per 50 incontri fino a essere convocato anche nella Nazionale italiana di pugilato, categoria pesi welter; ha sfidato e strappato titoli ai giganti dell’editoria. È stato stroncato da un infarto, ieri sera, dopo aver accusato un po’ di affaticamento in serata. Niente di grave secondo il medico chiamato. Era nato nel cuore di Napoli, a via Tribunali. Aveva cominciato nel 1972 la sua attività editoriale. Era figlio di una famiglia di librai che avevano cominciato la loro attività dopo la persecuzione subìta nel Regno Borbonico da Michele Pironti, magistrato, imprigionato con Luigi Settembrini, Carlo Poerio e altri patrioti. L’avo Pironti divenne così ministro della Giustizia dopo l’Unità d’Italia. Tullio continuò l’attività del padre e del nonno. Da editore ha fatto conoscere in Italia scrittori e personaggi chiave della letteratura: da Don DeLillo a Bret Easton Ellis, da Raymond Carver al Premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz. Particolare eco riscuotono tuttora i libri-reportage di David Yallop, John Cornwell, Philipp Willan, Leopold Ledl, Richard Hammer, sulle clamorose vicende finanziarie del Vaticano e sulla morte di Papa Luciani. Da Il Camorrista, scritto da Giuseppe Marazzo, venne tratto il famoso film omonimo sul boss di Camorra, il “Professore” Raffaele Cutolo, di Giuseppe Tornatore. Un successo enorme. Pironti ha pubblicato anche Dopo Hemingway, una serie di saggi sulla letteratura nordamericana accompagnata dalla biografia della famosa scrittrice e traduttrice che come nessuno raccontò gli scrittori americani. Sempre sua una delle prime pubblicazioni sul fenomeno dei cantanti neomelodici, a cura di Federico Vacalebre e con un’introduzione di Pino Daniele. Di quest’ultimo aveva pubblicato l’unico libro. Storie e poesie di un mascalzone latino con pensieri, confessioni e testi inediti. La sua collaborazione con Francesco Durante, professore universitario e giornalista, fece la fortuna della casa editrice. Solo qualche giorno fa aveva firmato con Bompiani per la ri-pubblicazione della sua autobiografia Libri e cazzotti: aveva ceduto dopo anni di resistenze a pubblicare per una grande casa. Per i suoi 80 anni organizzò una festa in Piazza Dante, proprio presso la sua libreria, regalando libri. Centinaia i lettori e i napoletani che lo festeggiarono. Pironti voleva pubblicare un catalogo storico con tutti i titoli pubblicati, una maniera per lasciare un’ulteriore traccia della sua attività impavida: la concorrenza che la sua piccola casa editrice era riuscita a opporre a giganti dell’editoria nazionale. I funerali si terranno oggi alle 16:00 nella chiesa di Santa Maria di Caravaggio, a Piazza Dante.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Giancarlo Dotto per il Corriere dello Sport il 17 settembre 2021. Aveva così tante rughe che ogni volta mi stancavo di contarle. E allora ho cominciato a fotografarle. Lo scugnizzo mitologico, metà pugile e metà editore, aveva messo su a sua insaputa 84 anni e se ne fregava di dover morire, anche se considerava l’eventualità della sua fine qualcosa a metà tra una stranezza stupefacente e una rottura di coglioni. Negli ultimi mesi si preparava a lasciarci. S’era fatto evanescente e smemorato, i suoi bellissimi occhi perdevano colore, e i suoi zigomi, quando lo baciavi, erano freddi come il marmo. Stava già morendo, con l’eleganza che gli era congenita. Il poco fiato che gli restava era per fumare, per tossire e per imprecare contro chi lo batteva e lo sfotteva a scacchi. Non più il suo grande amico, l’avvocato Sergio, un mucchietto d’ossa geniale, la barba che pesava più delle ossa, morto un anno prima; e non ancora me, la riserva dell’avvocato, al tavolino quadrato, come un ring, pieno di cicche della sua celebre libreria a piazza Dante, dov’è transitato almeno una volta tutto il mondo. Amici, intellettuali, guappi e postulanti.  Se Jean Gabin è il porto delle nebbie, Tullio Pironti è piazza Dante, partorito dalle viscere della città borbonica, i Tribunali, Forcella, Spaccanapoli. Quei vicoli. Gli stavano addosso come una seconda pelle. Era un uomo dolcissimo e gli volevo bene. Anche quando lo scugnizzo che era in lui imbrogliava le carte e le regine, più che mai gli voglio bene ora che sta dentro le sue spoglie mortali e il suo maglione dolce vita, e proprio non ce la fa ad accendersi l’ultima sigaretta. Spento per sempre. Le mani. Che uscivano dalla tasca della giacca o del cappotto col bavero alzato solo per l’essenziale, accendere una Pall Mall o mostrare come si proteggeva da pugile negli anni ’50. La destra sulla mascella destra, la sinistra sul mento e la spalla a guardia della mascella sinistra. “Come una testuggine”, mi spiegava. “La mia boxe? Una sintesi di fifa e di talento”. Scappava e colpiva. Nella vita, invece, amava l’azzardo. Quella volta a Venezia che quasi picchiò il croupier per aver anticipato il Rien ne va plus. Audace, quasi pazzo, da editore. “Un grande pugile mancato e un grande editore mancato”, si definisce lui nella sua autobiografia, Libri e cazzotti, due generi in via di estinzione. Libri tanti, cazzotti pochi. I suoi racconti. Di quando, da dilettante, insieme a Nino Benvenuti era una promessa della boxe italiana. Di quando stese Tongo Troianovic, una montagna di zingaro. Il ring a Capua nel loro campo profughi. Un inferno. “Avevo una tale paura che lo colpii con una violenza inaudita, indietreggiando. Poi lui morì in una rapina a New York”. O quando salivano volontari, lui e i suoi amici, sulle navi americane ormeggiate nel golfo di Napoli per svagare i marines su ring improvvisati. “Ci spruzzavano di ddt per disinfettarci. Ci facevamo menare ma scendevamo dalle navi con le tasche piene di whisky, sigarette e cioccolata”. E quella volta che chiuse con la boxe. “L’avevo promesso a me stesso, avrei smesso al primo kappaò serio. Si chiamava Zara, un torinese che menava come un boscaiolo. Il suo destro al mento mi fulminò”. La prima volta, quindici anni fa. Volevo conoscerlo. La scusa fu un’intervista per “La Stampa”. Finiva così: “Sì, mio padre ha vissuto 102 anni. Ma lui non beveva, non fumava e fotteva. Io sono l’opposto, bevo, fumo e non fotto”. Da allora, prendevo il treno per Napoli solo per andare a trovarlo. E incassare, come saluto, i suoi montanti destri. Amabile nella sua vanità. L’ultima volta. Antonio Franchini l’aveva reso felice. “Pubblicherà la mia biografia per la Bompiani”. Leggetela, quando sarà. Non perdete, stolti se lo fate, l’occasione di conoscere un grande uomo. Le sue storie di adolescente nei bordelli di Mezzocannone. I suoi kappaò vincenti da editore. Ha fatto conoscere in Italia Raymond Carver e Don DeLillo. Con il grande Joe Marrazzo ha pubblicato libri sulla camorra. I diritti di Bret Easton Ellis li vinse in un’asta telefonica, battendo il gigante Mondadori. “Mi spiegarono che l’unico modo per spuntarla era offrire più di 50 milioni, oltre i quali le grandi case editrici dovevano convocare il consiglio di amministrazione”. Vinse, offrendo 55 milioni che non aveva. Fernanda Pivano lo adorava. Federico Fellini voleva pubblicare con lui i suoi ritratti di donne nude. “Seppi poi che fu Giulietta Masina a mettersi di traverso. In quell’album c’erano tutte le donne che Fellini aveva desiderato e amato, tutte tranne che lei”. Avevamo deciso con Luciano Spalletti di andare a trovarlo nei prossimi giorni. La storia di Pironti lo aveva incuriosito. Sarebbe stata una grande sorpresa. Non andrò mai più a piazza Dante.

Il regista e quel progetto con l’editore napoletano. L’ultimo desiderio di Tullio Pironti, Francesco Patierno: “Quando stavamo facendo un film sulla sua vita”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 17 Settembre 2021. Francesco Patierno sta sfogliando una certa copia di Meno di Zero: editore Tullio Pironti e traduzione di Francesco Durante, la prima in italiano di Breat Easton Ellis. Del 1986. Patierno si è avvicinato più di chiunque altro a esaudire l’ultimo desiderio dell’editore napoletano, morto lo scorso mercoledì 15 settembre a 84 anni: un film sulla sua vita. “Sì, forse era il suo ultimo desiderio. Parliamo di una decina di anni fa; c’era stato un riavvicinamento di recente, se n’era riparlato e io avevo riletto il libro e riscoperto perché quel progetto mi aveva così entusiasmato”. Almeno una manciata di cose legano Patierno a Pironti: Napoli, la passione per la letteratura, il pugilato – ma senza i 50 incontri dell’editore boxeur -, un’amicizia. Che Pironti lo desiderasse quel film lo dicono tutti, e tutti ripetono che la sua storia lo avrebbe meritato eccome. “Ci fosse un Clint Eastwood nei paraggi, ne farebbe subito un film”, aveva riassunto Emanuela Audisio quando il pugile-libraio pubblicò la sua biografia, Libri e Cazzotti, a cura del giornalista Domenico Carratelli – e che con l’interessamento del professore universitario Marco Ottaiano sarà la ri-pubblicata da Bompiani. Pironti è stato scugnizzo, figlio della guerra, venditore ambulante di castagnaccio, pugile peso welter convocato anche in Nazionale, tombeur des femmes, libraio secondo tradizione di famiglia, editore incendiario e a tratti spericolato. Ha pubblicato in Italia autori e testi ormai di culto (Don DeLillo, Raymond Carver, Ellis, Nagib Mahfuz tra gli altri, Il Camorrista di Joe Marrazzo) e sfidato i grandi editori. Il suo catalogo raccontava Napoli e aveva una spontanea vocazione internazionale. Lui era magnetico, carismatico: Paul Newman di via Tribunali, quella faccia un po’ così e la sigaretta perennemente appesa, il “Principe di Piazza Dante” nel suo ambiente, sempre in libreria. Sognava anche una montagna di libri, al centro di una piazza, dalla quale ognuno avrebbe potuto strappare via un titolo. Ieri lo hanno salutato centinaia di persone, alla sua libreria, e dentro e fuori la Chiesa di Santa Maria di Caravaggio. Quel film però non si è mai fatto. “Ho avuto i diritti per due anni – dice Patierno – avevo scritto un trattamento ma poi l’opzione è scaduta. Considero la sua storia ancora meritevole, una di quelle dove la realtà supera la fantasia. Certo che lo riprenderei in mano”. Quando Pironti ha pubblicato Il paradiso al primo piano il suo secondo libro – dove raccontava dei bordelli napoletani del dopoguerra, della sua prima volta con un’“amante-puttana” a 18 anni, del poker, di un “complotto” sul suicidio del matematico Renato Caccioppoli – il regista scrisse la prefazione. Aveva pensato a un film vero e proprio, una fiction, non un documentario come Napoli ’44 – tratto dal racconto del militare britannico Norman Lewis. “Questo film potrebbero farlo gli americani”. E perché? “Diciamo che è una storia, che va dagli anni della guerra fino agli anni ’90 almeno, che mal si adatta a questo mercato. Oggi nel cinema di soldi ne girano pochi. E dopo il covid ancora meno”. Disattenzione, superficialità? “No, non è questo, credo non sia una storia facile, considerando anche gli incassi di oggi e che non si capisce bene cosa succederà nel prossimo futuro. Blockbuster che qualche anno fa avrebbero fatto dieci milioni oggi ne fanno due. Un film su Pironti costerebbe parecchio ma comunque sarebbe una storia da raccontare”. Una serie, quella sarebbe perfetta, per Patierno. “All’epoca pensammo a Giorgio Pasotti nel ruolo del protagonista – e infatti ha pubblicato una foto tipo Le Iene con l’attore, Pironti, Ottaiano – Di certo a Napoli c’è un parco attori fenomenale, una bravura al di sopra della media”. Certe scene, nientedimeno: un incontro di boxe in un campo profughi, amori di bordello e di maitresse, Napoli sotto e dopo le bombe, Licio Gelli e Fernanda Pivano, le aggiudicazioni di certi titoli a bruciare le grandi case editrici che varrebbero da sole un romanzo. Che film.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli. 

L'intervista al regista. “Tullio Pironti era un mito, Napoli raccolga la sua lezione”, il ricordo Giorgio Verdelli. Antonio Lamorte su Il Riformista il 16 Settembre 2021. Quando si dice: una faccia da film, una storia da film. Tullio Pironti, sigaretta appesa alle labbra e quella faccia un po’ così, Paul Newman di via Tribunali; si poteva trovarlo lì, in mezzo alla porta della sua libreria, o a giocare a scacchi dentro oppure dietro il banco. Era il “Principe di Piazza Dante”. “Lui era il Principe, Guida era il Re. Cose da librai, degli anni ’70, alla via dei libri, Port’Alba”, ricorda il regista napoletano Giorgio Verdelli. “Era un napoletano antico. Non posso dire di essere stato un amico stretto: non lo sentivo ogni settimana ma ogni volta che tornavo a Napoli cercavo di passare, di andarlo a trovare. E lui era sempre lì: il Principe di Piazza Dante”. Pironti è morto ieri, a 84 anni. È stato scugnizzo, figlio della guerra, venditore ambulante di castagnaccio, pugile peso welter convocato anche in Nazionale, tombeur des femmes, libraio secondo tradizione di famiglia, editore competitivo e a tratti spericolato. Ha pubblicato in Italia autori ormai di culto come Don DeLillo, Raymond Carver, Bret Easton Ellis, Nagib Mahfuz. Ha surclassato Grandi Case editrici soffiando loro numerosi best-sellers. È stato stroncato ieri sera da un infarto. Era amatissimo, popolare, forse più di quanto potesse pensare visto il cordoglio espresso in queste ore da napoletani ed editori e lettori di tutta Italia. Verdelli è stato “guaglione” di Pironti, per un periodo, quando era ragazzo. Quando Napoli non doveva sforzarsi di sembrare una città europea e le veniva naturale essere una metropoli internazionale: c’era Diego Armando Maradona e il suo Napoli, il neapolitan power e Massimo Troisi, il campione del mondo e oro olimpico – a proposito di pugilato – Patrizio Oliva e la galleria di Lucio Amelio. E l’editore, in sodalizio con il professore, giornalista e traduttore Francesco Durante, pubblicava titoli sui neomelodici senza guardarsi sempre l’ombelico e traduceva i fenomeni americani senza essere esterofilo a oltranza. “Ho una malinconia oggi, ma lo ricordo con felicità. Lo ricordo sempre con questo sorriso da ragazzo”, dice Verdelli, ex “guaglione” del libraio-boxeur, fresco fresco dal Festival del Cinema di Venezia dove ha portato Le cose che restano (Sudovest Produzioni, Indigo Film con Rai Cinema, distribuzione Nexo Digital), dedicato a Ezio Bosso. Che le cose restassero era forse l’ultimo pensiero di Pironti: voleva pubblicare un catalogo storico nel quale segnalare tutti i libri di successo che era riuscito a editare. E con l’interessamento dell’amico e professore universitario Marco Ottaiano aveva firmato per la ri-pubblicazione della sua autobiografia, Libri e cazzotti (curata con Domenico Carratelli), con un grande editore, Bompiani. Il regista, a proposito di memoria, ha pubblicato uno scatto spettacolare con Pironti che brinda tra Gigi Proietti e Ben Gazzara.

Ha pubblicato una foto bellissima.

Me la diede lui. Era stata scattata a Piazza Dante, credo in un ristorante, quando uscì il film Il Camorrista ispirata al libro di Joe Marrazzo. Un successo clamoroso, internazionale: Pironti gli diede un anticipo molto corposo, lo aveva conosciuto proprio in Piazza Dante. Aveva il fiuto dei librai che leggono i libri e che stanno a contatto con il pubblico. E mi diede questa foto perché voleva che da Libri e Cazzotti venisse tratto un film.

Voleva che lei facesse quel film?

Mi diceva: “Tu ea fa o’ film mio, perché questi non capiscono niente”. E anche se io mi occupavo di altro quando mi diede una sceneggiatura provai a cercare un contatto, anche con la Rai. Avrei avuto piacere a curargli la colonna sonora. Cercai ma senza successo. Era un mito, una persona piena di positività e di una simpatia eccezionali. Mi mancherà.

Lo conosceva bene?

È stato una presenza costante per 40 anni. Lo avevo conosciuto bene perché ho fatto da lui il “guaglione”. Gli avevo chiesto di pagarmi in libri, che tra l’altro ancora ho. Libri che non erano neanche così facili da trovare. Leggevo e davo un’occhiata a titoli che non avrei mai potuto conoscere altrimenti, uno per tutti: Il popolo del blues di LeRoi Jones.

Che Napoli era quella del Pironti editore?

Quella che giustamente Paolo Sorrentino ha ricordato nel suo film È stata la mano di dio. C’erano molte iniziative, non delle istituzioni – che sono arrivate dopo a mettere il cappello – e c’era la Galleria di Lucio Amelio, la libreria di Tullio Pironti, il Teatro Nuovo, la cineteca Altro di Mario Franco, del City Hall, del Mattino che aveva una pagina culturale effervescente e di Napoli City che richiamava Interview di Andy Warhol. C’erano nuova musica, nuovo teatro, nuova editoria. Era una città con grandi iniziative, faceva tendenza e cultura. E non a caso oggi i principali registi del cinema italiano sono napoletani.

E lei esordiva nel cinema a metà anni ’80 per le colonne sonore di Mi manda Picone e Blues Metropolitano.

Tanto di quello che è stato realizzato in quegli anni è rimasto, è stato riconosciuto. Non conosco tutto ciò che esce da Napoli oggi, ma mi sembra che quando si inaugura un filone viene sfruttato fino all’estremo. Se parte il filone Gomorra – contro il quale non ho nulla in particolare – escono decine di titoli su quella falsariga.

Pironti ha pubblicato la rivista filosofica Metaphoren e libri sui neomelodici, raccolte di poesie spinte in napoletano e grandi della letteratura.

Rappresentava una specie di “terza Napoli”, oltre quella tradizione della canzone classica e il mandolino e quella dei neomelodici e dell’hip hop. Una città all’avanguardia, europea e internazionale. Capace di raccontarsi ma anche di uno sguardo più largo. Io stesso feci da tramite perché pubblicasse Storie e poesie di un mascalzone latino, l’unico libro di Pino Daniele.

E Napoli ha imparato la lezione di Pironti?

Bella domanda, spero di sì, dovremmo chiederlo a chi vive e lavora a Napoli. Credo che qualcosa sia rimasto. A me è servito molto, e a tanti altri in quegli anni. Una volta, anni fa, mi disse: “Verdè, tu devi fare le cose difficili, non devi fare le cose facili”. E questo era, e aveva ragione. Lui certo, può sembrare una frase di circostanza, meritava più quanto ha raccolto. Penso a quel film che desiderava.

Ha dei rimpianti?

L’ultima volta che l’ho visto era al bar, mi invitò a sedermi e mi disse che passavo sempre di fretta. Stupidamente, forse per pigrizia, non ho mai deciso di prendere e intervistarlo e di farmi raccontare la sua storia. Forse anche perché a me sembrava indistruttibile, con quel fisico, sempre in forma, che faceva pensare ci fosse ancora tempo. Emanuela Audisio scrisse che “ci fosse un Clint Eastwood nei paraggi, ne farebbe subito un film”. E tutti lo pensavano e lo ripetevano.

Perché non si è mai riusciti?

Perché c’è disattenzione, i copioni non vengono letti. Quello che faccio io poi me lo produco io, com’è successo anche con il mio film su Pino Daniele. Come mi ha detto una volta Billy August: “Fare un film non è difficile, il difficile è trovare i soldi”. Io mi alzai e lo applaudii.

Un’occasione mancata?

Certo. Un film su Tullio Pironti comunque lo farei anche domani, se avessi i finanziamenti.

E l’attore?

Non saprei. Per gioco potrei dire Spencer Tracy, o ancora meglio Vittorio Mezzogiorno. 

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Libri, cazzotti e caffè: Napoli piange l'editore Pironti e il maestro della tazzina Fummo. Simone Savoia il 16 Settembre 2021 su Il Giornale. Morti a Napoli l'editore Tullio Pironti e il decano dei baristi Giovanni Fummo. “Penso che si veda che ho fatto il pugile”: così mi disse Tullio Pironti una quindicina di anni fa, quando ebbi occasione di parlargli prima di un’intervista per TeleVomero. La faccia che sembrava una pergamena dove era scritta una vita che era di per se stessa un’opera letteraria. Una storia che la biografia “Libri e cazzotti”, curata dal giornalista Mimmo Carratelli nel 2005, restituisce nelle sue fasi: tante vite in una sola esistenza. Pironti era nel suo regno, la libreria di piazza Dante, Port'Alba, pieno centro di Napoli, inizio del “miglio d’oro” dell’editoria italiana. Tanto per capirci, la storica libreria Guida era una manciata di metri più su. Ieri Pironti se n’è andato a 84 anni, tradito da un cuore che ha pompato sempre al massimo passioni autentiche e totalizzanti: il pugilato, la letteratura e Napoli. Perché uno più napoletano del pugile-editore Pironti è difficile da trovare: venuto al mondo nel 1937 nel cuore storico dei Tribunali, cresciuto tra quei vicoli come tanti scugnizzi della sua generazione, quella che ha attraversato gli anni del secondo dopoguerra, discendente di una famiglia di librai, di artigiani dell’editoria. Tra i suoi avi il patriota irpino anti-borbonico Michele Pironti, che fu prima compagno di cella di Luigi Settembrini e Carlo Poerio e poi ministro della giustizia nel 1869 con il governo del conte Menabrea. Non sembri assolutamente una deminutio l’espressione che usò Indro Montanelli per ricordare un altro grande editore italiano, Valentino Bompiani: artigiano delle lettere sta a indicare una passione civile e l’idea che i libri potessero far progredire le comunità attraverso la curiosità e l’educazione alla lettura. Pironti puntò in epoca insospettabile su alcuni scrittori americani come Breat Easton Ellis e Raymond Carver o sull’egiziano Nagib Mahfuz, premio Nobel per la letteratura nel 1988. Tullio Pironti era diventato una promessa del ring da giovanissimo. Poi le porte scorrevoli della vita lo avevano portato a fondare nel 1972 la casa editrice con il suo nome. La Tullio Pironti Editore avrebbe spaziato dalla saggistica alla narrativa, conquistando tra i suoi aficionados anche personalità come Fernanda Pivano e lanciando giornalisti come Joe Marrazzo (il suo Camorrista del 1983 sul boss Raffaele Cutolo ha segnato un’epoca). Oggi Napoli non piange solo un suo figlio prediletto, ma un cuore pulsante della filiera della cultura di cui la capitale del Mezzogiorno è giustamente orgogliosa e gelosa: case editrici, istituti di studi (filosofia e storia), fondazioni, università (si pensi all’Orientale). Ed è questo patrimonio inestimabile che Napoli dovrà custodire e rinnovare per proiettarsi in una dimensione futura. Altro lutto in un’altra istituzione napoletana: il Gran Caffè Gambrinus di piazza Trieste e Trento, salotto antico della città. Infatti se n’è andato a 76 anni lo storico barista Giovanni Fummo. Aveva iniziato a lavorare nel tempio della tazzina nel 1952, ancora bambino. Da “battente” addetto alla pulitura delle tazzine aveva scalato la piramide gerarchica del bancone fino al ruolo di capo macchine del caffè. Quando aveva tagliato il traguardo delle 12 milioni di tazzine servite al Gambrinus, avevano organizzato una festa in suo onore. Tra i suoi clienti 4 Presidenti della Repubblica (Scalfaro, Cossiga, Ciampi e Napolitano) e il presidente USA Bill Clinton durante il G7 del 1994. Ma Fummo era lì anche a ricevere il saluto di Papa Giovanni Paolo II che sostò sulla “papamobile” per alcuni minuti proprio davanti al Gambrinus durante la visita pastorale a Napoli nel 1990. Fummo ha tramandato la sua arte di maestro della tazzina a generazioni di baristi. Oggi è un giorno di lutto. Ma se c’è una cosa che Napoli possiede geneticamente è la capacità di elaborare la sua tradizione di continuo, senza perderla di vista. E, statene certi, ci saranno altri cazzotti, altri libri, altri caffè.

Simone Savoia. Napoletano, ma anche apollosano caudino, ma anche un pochettino piemontese. Annata 1976. Quotidiani e tv locali a Napoli, poi a Milano. Dal 2008 collaboratore di Videonews Mediaset, con Mattino Cinque e Dritto&Rovescio. Uditore enologico con i degustatori dell'Associazione Italiana Sommelier, munito di videocamera e microfono per vigneti e cantine d'Italia. Tifoso del Napoli e della Polisportiva Apollosa 1981. In emotiva partecipazione anche per il Benevento Calcio. Troppo ottimista per essere pessimista. Troppo pessimista per essere ottimista

Riccardo De Palo per "il Messaggero" il 16 settembre 2021. Tullio Pironti ebbe il fiuto di lanciare per primo, in Italia, scrittori del calibro di Bret Easton Ellis, Don DeLillo, Raymond Carver, il Premio Nobel egiziano Naghib Mahfuz. L'editore, che si è spento ieri all'età di 84 anni, era uno dei simboli di piazza Dante, a Napoli, dove sorgevano la libreria e la sede della casa editrice. Come non ricordare, nel 1986, la prima edizione di Meno di zero di un ancora giovanissimo Ellis, con la stessa copertina (molto punk) dell'edizione americana di Simon & Schuster, e l'anno seguente (su consiglio di Fernanda Pivano) la pubblicazione di Rumore bianco, di DeLillo, stampato in trentamila copie, e forse più? Erano anni in cui gli autori stranieri emergenti ancora facevano sensazione, e ogni nuova tendenza finiva subito in classifica. L'intuito fu geniale.

LA NAZIONALE Pironti era stato, in gioventù, un discreto pugile, convocato anche dalla nazionale italiana: sono almeno cinquanta gli incontri da lui disputati nella sua categoria, i pesi welter. Ma l'editoria ce l'aveva nel sangue. I suoi avi, come raccontò lui stesso, iniziarono l'attività, finché suo padre, Antonio, gli lasciò la libreria. Il resto è storia. Pironti decise di lanciare una raccolta di poesie erotiche napoletane, pubblicate sotto falso nome. Il grande balzo arrivò nel 1972, con il libro-reportage La lunga notte dei Fedayn scritto dal giornalista Domenico Carratelli all'indomani della strage di atleti israeliani durante i Giochi di Monaco. Da allora, Pironti non si è più fermato. Tra gli autori italiani, pubblicò anche Il camorrista, il libro sul bandito Raffaele Cutolo, di Giuseppe Marrazzo. Nella sua autobiografia Libri e cazzotti raccontò una vita affrontata con uno stile tra il corsaro e il paladino. Gli anni da scugnizzo, la boxe, l'editoria. L'uomo che pubblicava romanzi meravigliosi era, a sua volta, un romanzo straordinario. Aveva un carattere da guascone, ma allo stesso tempo un po' timido. Pironti raccontava in quel libro i tram con gli scugnizzi, i venditori ambulanti come l'avvenente Maria a longa, che vendeva sigarette di contrabbando, sciolte. «Nella scollatura generosa - ricordava Pironti - con miracoli di equilibrio poneva e tratteneva una decina di sigarette». Le chiamavano «le sigarette cu' o sfizio». 

GLI AMICI C'era, anche in quel libro, una prefazione di Fernanda Pivano, che l'amava di un amore totalmente ricambiato: «Un'amicizia più dolce e preziosa non l'ho mai avuta», confessava l'editore. Nanda fu uno dei suoi numi tutelari, uno dei suoi più preziosi consiglieri. La sua è stata una vita di successi, ma anche di cazzotti dolorosi, intesi come flop, grane giudiziarie. Pironti fu un protagonista dell'editoria meridionale, che ebbe sempre la sensazione di «avere mancato l'ultimo traguardo».

·        Morto l’attore Art Metrano.

Morto Art Metrano, il tenente Mauser di Scuola di Polizia. Roberta Damiata il 14 Settembre 2021 su Il Giornale. È morto l'8 settembre, ma la notizia è stata data solo oggi, l'attore Arthur Metrano. Apparso in più di 120 programmi televisivi e film, era noto per il suo ruolo del tenente Mauser, nelle pellicole cult di Scuola di Polizia. Se n’è andato per cause naturali nella sua casa ad Aventura in Florida, l’attore 84enne Art Metrano, Indimenticabile tenente Mauser dei film cult di Scuola di Polizia. A dare la notizia al The Hollywood Report, il figlio Harry Metrano. I fan dei film piangono quindi la scomparsa di un’altra delle star delle pellicole, dopo che a gennaio scorso era morta all’età di 73 anni Marion Ramsey, l’agente Laverne Hooks. Di origini turche ma nato a NewYork, Arthur (Art per tutti) aveva iniziato la carriera cinematografica come comparsa tv. Divenne famoso nel 1970 con il The Tonight Show di Johnny Carson. Nel corso degli anni recitò anche in Starsky & Hutch, L’incredibile Hulk, nello spin-off di Happy Days, Jenny e Chachi, e nel film Non si uccidono così anche i cavalli? Fece anche un’apparizione in Avvocati a Los Angeles. Nel 1989 subì un gravissimo incidente cadendo dalle scale, che lo lasciò sulla sedia a rotelle per molto tempo. Nonostante questo e con grande forza, continuò a lavorare. Diventò un vero successo lo spettacolo cui raccontò in maniera leggera il suo terribile incidente e la sua lunga riabilitazione. Fu però il suo ruolo del tenente Mauser a regalargli la fama in Scuola di polizia 2: Prima missione e Scuola di polizia 3: Tutto da rifare, dove era il bersaglio preferito degli scherzi dell’agente di polizia Carey Mahoney (Steve Guttenberg). Nel 2001 decise di lasciare per sempre le scene, e negli ultimi anni si era ritirato in Florida insieme alla sua seconda moglie, l’ex tennista Jamie Golder, aprendo una caffetteria sulla spiaggia a Hollywood. Commovente il ricordo del figlio: “È con il cuore pesante che scrivo questa didascalia. Ho perso il mio migliore amico, il mio mentore, mio padre. Era e sarà sempre l’uomo più duro che conosca. Non ho mai incontrato qualcuno che abbia superato più avversità di lui. Ha combattuto e vinto così tanto negli anni che l’ho sempre considerato indistruttibile, ma la verità è che non viviamo per sempre sulla terra, ma lo spirito di una persona può vivere per sempre dentro di te. Papà, farai sempre parte di me e io continueremo a vivere la tua eredità”

Roberta Damiata. Sono nata a Palermo ma Roma mi ha adottato da piccola. Ho iniziato a scrivere mentre andavo ancora al liceo perché adoravo la British Invasion. Mi sono poi trasferita a Londra e da lì ho scritto di musica per vari anni. Sono tornata in Italia per dirigere un teen magazine e un paio di testate gossip. Amo la cronaca nera, il gossip, raccontare i personaggi e guardare

·        È morto il terrorista Abimael Guzmán.

"Responsabile della morte di 70mila persone". È morto Abimael Guzmán, il fondatore e leader del gruppo terroristico peruviano “Sendero Luminoso”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 12 Settembre 2021. Aveva studiato filosofia ed era diventato professore ma una serie di viaggi in Cina gli cambiarono la vita. Abimael Guzmán tornò in Perù e fondò il Partito Comunista del Perù, Sendero Luminioso, del quale divenne leader incontrastato. La Commissione per la verità e la riconciliazione peruviana lo ha considerato responsabile morale e materiale della morte di circa 70mila persone tra il 1980 e il 2000. Il “Camarada Gonzalo” è morto stamattina, a 86 anni, a 29 dalla sua cattura. “Il leader terrorista Abimael Guzman, responsabile della perdita di innumerevoli vite dei nostri compatrioti, è morto – ha scritto il Presidente del Perù Pedro Castillo su Twitter – La nostra posizione di condanna del terrorismo è ferma e incrollabile. Solo in democrazia costruiremo un Perù di giustizia e sviluppo per il nostro popolo”. Il leader della guerriglia era stato arrestato il 12 settembre 1992. Fu condannato all’ergastolo per terrorismo ed era rinchiuso nella prigione di massima sicurezza nella base navale di El Callao, alla periferia di Lima. “Il dottor Abimael Guzmán è morto, la Marina ha informato sua moglie Elena Yparragurre”, ha riferito ai media peruviani il suo avvocato Alfredo Crespo. Era stata avanzata negli ultimi anni la proposta di perdonare e liberare il “Camarada” con altri leader di Sendero Luminoso; un’idea che non aveva mai trovato credito presso l’opinione pubblica.

Guzmán era nato a Mollendo, nel dipartimento di Arequipa, il 3 dicembre 1934. Aveva studiato filosofia in gioventù fino a diventare professore. Durante alcuni viaggi in Cina l’illuminazione e la fondazione di Sendero Luminoso, il Partito Comunista del Perù, nel 1970. A ispirarlo anche le idee dei Khmer Rossi della Cambogia. Era convinto di poter portare l’ideologia maoista nel Paese sudamericano attraverso una lotta di classe violenta e sanguinaria. A partire dal 1980 il Paese cadde in un vortice di violenza: sequestri, rapimenti, uccisioni, esecuzioni, attentati esplosivi. E Guzman era diventato l’uomo più ricercato del Perù. La condanna all’ergastolo arrivò nel 2006. Non meglio specificate “complicazioni di salute” hanno messo fine alla sua vita, proprio alla vigilia del giorno in cui, 29 anni fa, fu catturato. Il leader “senderista” aveva comunque sofferto ed era stato ricoverato in ospedale e dimesso lo scorso agosto. Le sue condizioni sarebbero peggiorate negli ultimi due giorni, secondo quanto spiegato alla radio Rpp da Susana Silva, capo del sistema carcerario peruviano. Per qualche tempo il “Camarada” aveva anche rifiutato il cibo.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Dal corriere.it il 12 settembre 2021. È morto a 86 anni Abimael Guzmán, storico leader della guerriglia di ispirazione maoista Sendero Luminoso, che negli anni Settanta e Ottanta condusse una sanguinaria campagna terroristica contro il governo peruviano: arrestato nel 1992, «Camarada Gonzalo», come era noto all’epoca, fu condannato all’ergastolo per terrorismo ed è morto in carcere l’11 settembre. «Il dottor Abimael Guzmán è morto, la Marina ha informato sua moglie Elena Yparragurre», ha detto il suo avvocato Alfredo Crespo ai media peruviani. Rinchiuso nella prigione della base navale di El Callao, alla periferia di Lima, il 13 luglio era stato ricoverato in ospedale e dimesso ad agosto: le condizioni di Guzmán - che aveva anche rifiutato il cibo per un breve periodo - erano peggiorate negli ultimi due giorni, ha spiegato alla radio Rpp Susana Silva, capo del sistema carcerario peruviano, specificando che proprio sabato erano previsti nuovi trattamenti medici. Nato a Mollendo, nel dipartimento di Arequipa, il 3 dicembre 1934, Guzmán studiò in gioventù filosofia fino a diventare professore, ma nel 1970 - dopo alcuni viaggi in Cina - fondò il Partito comunista del Perù, Sendero Luminoso, di cui divenne leader incontrastato. Deciso a portare l’ideologia maoista in Perù attraverso una violenta e sanguinaria lotta di classe che lanciò nel 1980, per molti anni è stato l’uomo più ricercato del Perù: secondo la Commissione per la verità e la riconciliazione peruviana, è considerato responsabile morale e materiale della morte di circa 70 mila persone fra il 1980 e il 2000, e questo ha motivato la condanna all’ergastolo per terrorismo, dopo la cattura avvenuta il 12 settembre 1992. Il decesso, secondo un comunicato ufficiale, è avvenuto oggi alle 6,40 del mattino, alla vigilia del 29esimo anniversario del suo arresto. Di recente, in vari settori di Sendero Luminoso era stata avanzata l’idea del perdono e della liberazione di Guzmán e degli altri leader «senderisti», ma la proposta non era mai stata raccolta con entusiasmo dall’opinione pubblica o dai settori politici. Nel giorno del decesso di Guzmán, il presidente del Perù Pedro Castillo colto l’occasione per esprimere una ferma condanna del terrorismo, dopo che nelle scorse settimane l’opposizione di destra aveva ripetutamente attaccato ministri e personalità del suo partito Peru Libre insinuando passate complicità con Sendero Luminoso. «Il leader terrorista Abimael Guzmán, responsabile della perdita di innumerevoli vite dei nostri compatrioti, è morto», ha scritto su Twitter Castillo. «La nostra posizione di condanna del terrorismo è ferma e incrollabile. Solo in democrazia - ha concluso - costruiremo un Perù di giustizia e sviluppo per il nostro popolo».

·        E’ morto l’attore Carlo Alighiero. 

“Addio, Carlo”. Lutto nel cinema, nella tv e nel teatro: l’attore italiano si è spento dopo una breve malattia. Caffeinamagazine.it il 13/9/2021. Lutto nel mondo del cinema, della televisione e del teatro. È morto all’età di 94 anni Carlo Alighiero. L’artista si è spento l’11 settembre dopo una breve malattia, ma la notizia viene a galla soltanto adesso. Alighiero lascia sua moglie Elena Cotta dopo un amore lungo 70 anni. L’artista debuttò in teatro con lo stabile di Padova nel ’52 con un classico, “L’Agamennone” di Eschilo regia di Gianfranco De Bosio e subito dopo nell’”Amleto” di Vittorio Gassman. La tv lo strappò al teatro per un breve periodo, ma l’amore per il palcoscenico e la vocazione per la regia lo riportarono presto dietro le quinte, frequentando il corso di regia di Orazio Costa all’Accademia d’Arte Drammatica. Tra gli insegnanti, oltre a Costa, anche Sergio Tofano, Wanda Capodaglio, Vittorio Gassman e Silvio D’Amico. I compagni di accademia di Carlo Alighiero erano Monica Vitti, Luca Ronconi, Glauco Mauri, Luigi Vannucchi, Ileana Ghione, Renato Mainardi del quale Alighiero produsse e interpretò con Elena la commedia “Per una giovinetta che nessuno piange” al Teatro Eliseo di Roma, regia di Arnoldo Foà. Carlo Alighiero, però, non lasciò totalmente andare la televisione. Il debutto è subito nel 1954 per la regia di Alessandro Brissoni con Albertazzi e De Carmine. Lavora poi in “Maigret” con Gino Cervi e con Andrea Camilleri, Daniele Danza, Silverio Blasi, Morandi, Anton Giulio Majano, Giuseppe Fina. La grande popolarità di Carlo Alighiero arriva quindi negli anni ’60 quando interpreta il ruolo di Ubaldo Lay, il Tenente Sheridan di “Giallo Club”. La lunga carriera non può non toccare il cinema, soprattutto negli anni Settanta. Alighiero lavora al fianco di Dario Argento, Sergio Martino, Damiano Damiani e tanti altri. Ma come dimenticare i radiodrammi di Carlo Alighiero che fecero epoca, e nel doppiaggio, dove, per scelta stessa dell’attore, dà voce ad Antony Quinn, senza dimenticare la voce narrante di Omero dell’Odissea di Franco Rossi. I funerali si terranno martedì 14 settembre alle 11.

È morto Carlo Alighiero, protagonista sul palco, al cinema e in tv. Rodolfo di Giammarco su La Repubblica il 12 settembre 2021. Attore, doppiatore e regista, aveva 94 anni. Una carriera lunga 70 anni condivisa sul palco con sua moglie Elena Cotta. Carlo Alighiero ha concluso 94 anni di vita laboriosissima, 70 anni di splendido sodalizio amoroso e quindi professionale con Elena Cotta, 67 anni di popolare carriera (interrotta dall'arrivo del Covid) in palcoscenico, in tv e in cinema, e lascia una rispettabile testimonianza di passione e fedeltà spese per la tradizione del repertorio italiano e straniero, affermando l'iniziativa d'una duratura compagnia privata, non senza la lunga direzione artistica d'una sede di spettacoli che è stato il Teatro Manzoni di Roma. È scomparso dopo una breve malattia, questo costruttore di storie, di modelli, di culture, di stretti rapporti con un pubblico desideroso di scoprire autori moderni, nuove commedie, aggiornati meccanismi del divertimento e della riflessione sociale.  Marchigiano, nato nel 1927 a Ostria, dopo aver frequentato l'Accademia di Belle Arti di Brera e l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica a Roma (dove insegnavano Orazio Costa e Sergio Tofano), Alighiero aveva debuttato in teatro nel 1952 allo Stabile di Padova con un classico, una tragedia, Agamennone di Eschilo, sotto la guida di Giancarlo De Bosio, e fu subito dopo scritturato da Vittorio Gassman in Amleto. Poi lavorò nelle file della Compagnia dei Giovani, allo Stabile di Trieste, e con Salvo Randone allo Stabile di Bari. Negli anni Settanta mise a segno il progetto di una formazione teatrale indipendente, in binomio con Elena Cotta conosciuta già a Milano nel 1949 (il matrimonio regalerà loro due figlie, Barbara e Olivia), e la loro ditta sperimenterà drammaturgie problematiche e cordiali o riproporrà testi già affermati ma rispondenti ai costumi che vanno cambiando. La Alighiero-Cotta realizzò tra l'altro al teatro Eliseo, con la regia di Arnoldo Foà, Per una giovinetta che nessuno piange (Premio Idi 1965) di Renato Mainardi, che era stato compagno d'Accademia di Alighiero.  I due attori uniti dalla scena e dalla vita, inclini a spettacoli di contenuto e di temperamento piacevole, non fecero a meno di un Edipo di Seneca e di un Amleto di Riccardo Bacchelli, dove il ruolo del protagonista toccò riuscitamente a Elena Cotta, con messinscena del marito Carlo. Entrambi dettero il meglio di loro, nel 1986, per festeggiare l'avvio delle programmazioni del Manzoni romano con Arlecchino servitore di due padroni di Goldoni, un'impresa che conobbe tournée in Cina, e in Russia fino alla Siberia. Noi ricordiamo poi le molte, tante, curiose puntate della compagnia nei filoni del teatro contemporaneo nostro o estero, una dimestichezza col sorriso serio o con la drammaticità ridicola che ha alimentato il gradimento e l'affiliazione di platee borghesi o intellettuali bisognose di un relax intelligente. Poi non va dimenticato che Carlo Alighiero era dotato di mezzi attoriali di sana e paziente comunicazione, ereditata dal teatro all'antica italiana rivisitato in tempi velocemente in evoluzione. Lui entrò nel cuore e nelle orecchie di un vasto pubblico televisivo già come voce narrante di Omero nello sceneggiato Odissea di Franco Rossi, era apparso in Maigret con Gino Cervi, e aveva collezionato una serie di affacci tv con Camilleri, Blasi, Majano. Alcuni ancora lo rammentano nel ruolo di assistente di Ubaldo Lay Tenente Sheridan in Giallo Club. E poi c'è il cinema, con le sue partecipazioni in film di Dario Argento, Damiano Damiani, Sergio Martino, Lucio Fulci. E anche i suoi doppiaggi sono stati di indimenticabile voce, come quando fu scelto dallo stesso Anthony Quinn per riprodurlo in italiano. Aggiungeremmo che Carlo Alighiero era anche un uomo di grande gentilezza umana, alla luce degli incontri che si avevano con lui, per festeggiamenti di exploit teatrali, o per omaggi alla dolce, sempre associata Elena Cotta. I funerali si terranno martedì 14 alle ore 11, nella Chiesa di San Francesco a Ripa, nella sua amata Trastevere.

Marco Giusti per Dagospia il 13 settembre 2021. I fan della vecchia tv e degli sceneggiati lo ricorderanno sempre a fianco del Tenente Sheridan come il fedelissimo sergente Steve Howard nelle prime serie di gialli di successo della Rai, come “Giallo Club” e “Il ritorno del Tenente Sheridan” col mitico Ubaldo Lay. Ma Carlo Alighiero, che si è spento a Roma a 95 anni, è stato attore di teatro, di tv e di cinema, attivissimo, e grazie alla sua voce profonda e all’eleganza in scena, assolutamente inconfondibile. Assieme alla moglie, Elena Cotta, non solo ha fatto anni e anni di teatro, ma hanno anche recitato assieme in un vecchio film diretto da Tanio Boccia, “Arriva la banda”, nel 1959, quando erano già marito e moglie da qualche anno. Carlo Alighiero, nato a Ostra, nelle Marche, nel 1927, studia a Brera, alla Bocconi, deciso a fare altro, quando entra alla Scuola d’Arte Drammatica a Roma e segue le lezioni di maestri del tempo come Sergio Tofano, Wanda Capofaglio e Silvio D’Amico. Ancor giovanissimo lo troviamo attore nel film “Le signorine delle 04” di Gianni Franciolini nel 1955. Ma sembra più attratto dalla tv dei primissimi anni, “Io sono Gionata Scrivener”, “Il romanzo di un maestro” e diventa presto una presenza costante degli sceneggiati televisivi. In qualche modo il successo immediato del Tenente Sheridan e di “Giallo Club” (1959-61) lo rende popolare ma un po’ troppo noto per il cinema. Lo troviamo saltuariamente al cinema, nel già ricordato “Arriva la banda” di Tanio Boccia, che lui e Elena Cotta ricordavano con grande affetto, ma anche in “Urlatori alla sbarra”, “Chiamate 22-22 Tenente Sheridan”, “Cronache del 22”. Molto più importanti le sue apparizioni nei grandi sceneggiati della Rai, “Una tragedia americana”, “Luisa Sanfelice”, “Resurrezione” con Alberto Lupo e Valeria Moriconi, fino a “Puccini”. Per non parlare dei gialli dove regolarmente faceva il commissario, l’ispettore. Sempre perfetto per il ruolo. Tocca marginalmente lo spaghetti western con “Un esercito di cinque uomini” di Italo Zingarelli, lo troviamo nel divertente cappa e spada con Jacques Brel “Mio zio Beniamino”, ma è nel thriller all’italiano che ottiene i maggiori successi. Lo troviamo nei nostri thriller più importanti con Sergio Martino in “Lo strano vizio della Signora Wardh”, con Dario Argento in “Il gatto a nove code”, ma anche nei poliziotteschi, “Milano trema”, “La città gioca d’azzardo”, La polizia accusa: il servizio segreto uccide”, “Roma a mano armata”, film dove la sua bella presenza e la sua bellissima voce avevano il giusto risalto lontano dagli stereotipi della tv degli anni ’60. Ha lavorato tanto, negli anni, lo troviamo perfino in serie tv come “Turbo”, ma non ha mai abbandonato il teatro, che ha sempre condiviso con la sua adorata moglie, Elena Cotta.

·        È morto l’attore Michael Constantine.

È morto Michael Constantine, il papà di "Il mio grosso grasso matrimonio greco". La Repubblica il 9 settembre 2021. L'attore ha anche vinto un Emmy per la sitcom degli anni Settanta "Room 222". È morto Michael Constantine, l'attore famoso soprattutto per il ruolo di Gus Portokalos, il padre della famiglia greca nel film Il mio grosso grasso matrimonio greco. Constantine Joanides, questo il vero nome dell'artista di origini greche, aveva 94 anni. La famiglia ha annunciato che, ammalato da tempo, si è spento il 31 agosto nella sua casa in Pennsylvania. Nel 1970 ha vinto un Emmy per la sitcom Room 222, nella quale interpretava Seymour Kaufman, il preside stanco della Walt Whitman High di Los Angeles. Per quel ruolo ha ricevuto una nomination anche l'anno successivo. Il primo episodio del film che ha reso Constantine celebre, uscito nel 2002 e diretto da Joel Zwick, ha incassato circa 330 milioni di euro in tutto il mondo. La sceneggiatrice Nia Vardalos ha scritto su Twitter: "Michael Constantine, il papà della nostra famiglia-cast, è stato un regalo per la parola scritta e sempre un amico. Recitare con lui è arrivato con un impeto di amore e divertimento. Farò tesoro di quest'uomo che ha dato vita a Gus. Ci ha regalato tante risate e ora si merita riposo. Ti amiamo Michael".

·        Morto l’attore Nino Castelnuovo.

Da ansa.it il 7 settembre 2021. Nino Castelnuovo si è spento ieri a Roma dopo una lunga malattia. L'attore aveva 84 anni. Ne danno la notizia la moglie M. Cristina, il figlio Lorenzo e la sorella Marinella. La famiglia - informa una nota - "si chiude nel dolore per la perdita del caro Nino e richiede comprensione e riservatezza in questo momento difficile". I funerali si terranno a Roma in forma strettamente privata. Nino Castelnuovo, morto ieri a Roma, all'anagrafe Francesco Castelnuovo era originario di Lecco, dove era nato il 28 ottobre 1936. Secondogenito di quattro fratelli (due maschi, Pierantonio e Clemente, e una femmina, Marinella), incomincia a lavorare ancora bambino. Esordisce poi al cinema in Un maledetto imbroglio (1959) di Pietro Germi, e prosegue interpretando ruoli secondari da attore giovane in numerose pellicole, alcune delle quali anche di rilievo come Il gobbo (1960) di Carlo Lizzani e Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti. Diviene uno degli attori più popolari in Italia grazie al ruolo di Renzo Tramaglino nella riproduzione televisiva de I promessi sposi, andata in onda sul primo canale della Rai nel 1967, per la regia di Sandro Bolchi. Recita in uno dei più premiati film di tutti i tempi: Il paziente inglese (1996). Il pubblico lo ricorda ancora per la sua lunga carriera di atletico testimonial nella pubblicità dell'Olio Cuore, in cui veniva ripreso nell'atto di saltare una staccionata.

Morto Nino Castelnuovo, indimenticabile Renzo dei Promessi sposi tv. Silvia Fumarola su La Repubblica il 7 settembre 2021. L'attore aveva 84 anni. La popolarità con lo sceneggiato di Sandro Bolchi, i ruoli al cinema in film premiati come 'Il paziente inglese'. E quello spot dell'olio rimasto nella memoria di tutti. E' morto Nino Castelnuovo, popolare attore di cinema, teatro e tv. Aveva 84 anni. Ne dà notizia la famiglia. Dopo il debutto al cinema alla fine degli anni 50, era diventato famoso col ruolo di Renzo Tramaglino nello sceneggiato I promessi sposi di Sandro Bolchi accanto a Paola Pitagora. L'Italia che sognava con gli sceneggiati televisivi si era affezionata a quell'attore che aveva dato vita al personaggio creato da Alessandro Manzoni, ma Castelnuovo aveva interpretato tanti altri successi, come Ritratto di donna velata, il giallo in cui aveva il ruolo di un giovane pilota collaudatore che si ritrova implicato in un mistero con l’enigmatica Elisa (Daria Nicolodi). Come spesso capita nella carriera di attori popolarissimi, aveva interpretato uno spot che era rimasto nella memoria di tutti, quello dell'olio Cuore in cui saltava una staccionata. Nato a Lecco il 28 ottobre 1936, dopo aver praticato la ginnastica artistica e il ballo nel 1955 si trasferisce a Milano dove diventa allievo della scuola del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. Incomincia quindi a lavorare per la televisione nel 1957, ed esordisce al cinema come protagonista in Un maledetto imbroglio del 1959 per la regia di Pietro Germi. Prosegue interpretando ruoli secondari da attore giovane in film come Il gobbo (1960) di Carlo Lizzani e Rocco e i suoi fratelli (1960) di Luchino Visconti. Ha recitato anche in uno dei film più premiati, Il paziente inglese (1996). L'occasione internazionale arriva con il musical francese Les parapluies de Cherbourg (1964) di Jacques Demy, un film interamente cantato, in cui interpreta la parte del protagonista accanto a una giovane Catherine Deneuve. Nel 2013 Castelnuovo era tornato in tv interpretando lo spregiudicato giudice Savio nella serie Le tre rose di Eva 2, ruolo che ha continuato a ricoprire anche nella terza stagione nel 2015. Nel 2018 la moglie dell'attore, Cristina Di Nicola, dai microfoni de Il sabato italiano, il programma di Rai1 condotto da Eleonora Daniele, lancia l'allarme sulla salute del marito. Spiega che è ricoverato in una clinica "perché ha da tanto tempo problemi agli occhi e ultimamente si è aggravato" e lancia un accorato appello ai politici perché "s'interessino di più ai problemi della vita vera". "Il suo desiderio - spiegava la moglie dell'attore - è sempre stato lavorare nonostante il suo problema, ma negli anni è diventata una battaglia contro i mulini a vento. Si è trovato molte porte sprangate, si è anche un po' depresso". L'attore aveva spiegato in un'intervista di soffrire di glaucoma, con conseguente gravi problemi alla vista, ma che amava ancora lavorare perché gli dava la forza di lottare. Raccontava con emozione di quando incontrò Paolo VI che lo volle conoscere dopo aver visto I promessi sposi con un augurio speciale, "di essere buono, saggio e perbene come il suo Renzo". 

Marco Giusti per Dagospia l'8 settembre 2021. Non c'erano solo Renzo Tramaglino della più celebre edizione de "I promessi sposi" e il salto della staccionata, diretto però da Giuliano Montaldo, per i caroselli dell'olio Cuore, nella carriera di Nino Castelnuovo, che se ne è andato oggi a 85 anni. C'è stata la Nouvelle Vague, Jacques Demy e il suo "Les parapluies de Cherbourg" in coppia con Catherine Deneuve, c'e' stato Jean Luc Godard con il bellissimo episodio "L'amour" in "Amore e rabbia", Agnes Varda con "Les creatures" ancora con la Deneuve. Castelnuovo è stato di fatto il volto italiano della Nouvelle Vague, molto amato in Francia, cosa che la popolarità televisiva de "I promessi sposi" ha un po' oscurato. Ma per il film francese di Vittorio De Sica, "Un mondo nuovo", censuratissimo in Italia, perche' non si poteva parlare d'aborto da noi, Castelnuovo era il protagonista accanto all'inedita Christian Delaroche. Un film che davvero è diventato rarissimo. Ancora prima ci sono stati gli incontri con i più grandi registi italiani.Luchino Visconti per "Rocco e i suoi fratelli", Luigi Comencini per "Tutti a casa", Carlo Lizzanello per "Il gobbo", Alfredo Giannetti per "Giorno per giorno disperatamente". In qualche modo la popolarità televisiva chiuse la carriera cinematografica di Castelnuovo, che era lanciatissima negli anni 60. Non riuscì, come Tomas Milian o Franco Nero a imporsi nello spaghetti western, anche se fu lanciato in "Tempo di massacro" di Lucio Fulci e in "Un esercito di cinque uomini" di Italo Zingarelli. E non funzionò nemmeno nel cinema americano, come dimostrò in "The Reward" di Serge Bourguignon con Max Von Sydow e Yvette Mimieux. Fu il protagonista del primo film di Fernando Di Leo, "Rose rosse per il Fuhrer", senza avere poi altri contatti con lui. Fece molta tv, tra sceneggiati e altro, ma nel cinema venne un po' dimenticato. Troppo gentile, troppo bel ragazzo per i generi italiani così violenti. A parte le commedie sexy con la minorenne Gloria Guida dove viene riciclato assieme a belli del tipo Philippe Leroy o Maurice Ronet. O qualche film stracultissimo come "Camille 2000" di Radley Metzger, erotico letterario di un regista passato poi all'hard ma con grandi ambizioni autoriale. Ma ricordiamoci di lui, vi prego, come protagonista del musical di Jacques Demy, giovane e affascinante. Elegante e tenerissimo.

Paola Pitagora ricorda Castelnuovo: "Noi, promessi sposi in bianco e nero ma io Nino me lo ricordo a colori". Silvia Fumarola su La Repubblica il 7 settembre 2021. Il successo del celebre sceneggiato Rai del 1967 in cui recitò accanto all'attore. "Nino lo ricordo come una persona allegra, empatica, aveva sempre qualcosa da raccontare, in questo era speciale" dice Paola Pitagora. Nel 1965 interpreta I pugni in tasca, capolavoro di Marco Bellocchio, nel 1967 col ruolo di Lucia Mondella nello sceneggiato di Sandro Bolchi I promessi sposi, al fianco di Nino Castelnuovo nel ruolo di Renzo Tramaglino, forma la coppia più popolare della tv.

·        Morto l’ex calciatore Jean-Pierre Adams.

Morto a 73 anni l’ex calciatore Jean-Pierre Adams, da 39 era in coma a causa di un errore medico. Asia Angaroni il 06/09/2021 su Notizie.it. Il mondo del calcio è in lutto per la morte di Jean-Pierre Adams: l'ex giocatore del PSG e della Nazionale francese era in coma da 39 anni. Talento spezzato troppo presto a causa di un destino crudele. L’errore umano lo ha allontanato per sempre dai campi di calcio. A 73 anni è morto Jean-Pierre Adams: l’ex giocatore del PSG e della Nazionale francese era in coma da 39 anni. Il calciatore di origini senegalesi, sottoposto a un intervento di routine a un ginocchio all’ospedale di Lione, non si è più risvegliato dopo un errore con l’anestesia. Era il 17 marzo 1982: dopo 39 anni Adams si è spento all’ospedale universitario di Nimes nella giornata di lunedì 6 settembre 2021. Da quasi quarant’anni era incapace di compiere quasi tutti i movimenti volontari, ma era in grado di ingerire il cibo e aprire e chiudere gli occhi, oltre a respirare da solo. La moglie di Jean-Pierre Adams, che nella Nazionale aveva giocato 22 partite, era con lui la mattina dell’operazione. A Bernadette l’ex difensore aveva detto: “Va tutto bene, sono in gran forma”. Quella mattina del 1982 Adams doveva sottoporsi a un’operazione per la rottura del tendine di un ginocchio. La moglie, in un’intervista rilasciata alla CNN nel 2016, aveva raccontato: “L’anestesista si prendeva cura di otto pazienti, uno dopo l’altro, come una catena di montaggio. Jean-Pierre era supervisionato da un tirocinante che in seguito ha ammesso in tribunale: “Non ero all’altezza del compito che mi era stato affidato”. Dato che non era un’operazione vitale e che l’ospedale era in sciopero, qualcuno avrebbe dovuto chiamarmi per dire che avrebbero ritardato l’operazione ma non è successo”. L’ex calciatore sarebbe “stato intubato male, con un tubo che gli ha bloccato il percorso verso i suoi polmoni invece di ventilarli e questo significa che era affamato di ossigeno e ha subito un arresto cardiaco”. Il mondo del calcio piange la scomparsa del giocatore francese. Il PSG, club dove Adams aveva giocato, su Twitter ha condiviso una sua foto, dedicandogli un ultimo saluto. “Il PSG ha perso, lunedì 6 settembre, uno dei suoi gloriosi anziani. Difensore dei rossoblu e della Nazionale francese, Jean-Pierre Adams ha vestito i colori parigini dal 1977 al 1979. Il Club porge le sue condoglianze alla sua famiglia e ai suoi cari”, si legge. Il Nîmes, invece, ha scritto: “Abbiamo appreso questa mattina della morte di Jean-Pierre Adams. Aveva indossato i colori del Nimes Olympique 84 volte e con Marius Trésor costituiva la “guardia nera” della squadra francese. Il Club porge le sue più sincere condoglianze ai suoi cari e alla sua famiglia”. Non è mancato neppure il ricordo da parte del Nizza. La società francese ha comunicato: “Abbiamo il cuore spezzato nell’apprendere la morte di Jean-Pierre Adams, caduto in coma il 17 marzo 1982. L’ex difensore ha vestito i nostri colori 145 volte dal 1973 al 1977. L’OGC Nice sta con il dolore dei suoi parenti che lo hanno accudito per 39 anni”.

·        E’ morto l’attore Michael K. Williams.

Michael K. Williams, trovato morto l’attore di «The Wire»: aveva 54 anni. su Il Corriere della Sera il 6 settembre 2021. Trovato morto nel suo appartamento a Brooklyn. Si sospetta sia deceduto a causa di un’overdose. Michael K. Williams, attore della serie «The Wire» (nel ruolo di Omar Little) e di «Boardwalk Empire», è stato trovato morto per sospetta overdose nel suo attico di Brooklyn, a New York. La star, cinque volte candidato all’Emmy, aveva 54 anni. Secondo quanto riporta il New York Post, nell’appartamento sarebbero stati trovati oggetti che fanno pensare all’assunzione di eroina o fentanyl. Williams non aveva mai fatto mistero della sua lunga battaglia con la droga, anche durante le riprese di «The Wire», dicendo che impersonando i panni di Little, che deruba i trafficanti di stupefacenti, aveva avuto conseguenze nella sua vita reale. Tra i tanti film che lo hanno visto protagonista anche Gone Baby Gone, The Snitch, RoboCop, Ghostbusters, Assassin’s Creed, passando per 12 anni schiavo (diretto da Steve McQueen, ha vinto l’Oscar nel 2014 come miglior film) . Diversi i ruoli ricoperti anche in televisione in serie come I Soprano, Law & Order e CSI – Scena del Crimine. 

Si sospetta sia deceduto per un’overdose. Morto Michael K. Williams: l’attore di "The Wire" trovato senza vita in casa. Redazione su Il Riformista il 7 Settembre 2021. L’attore statunitense Michael K. Williams, 54 anni, è stato trovato morto nella notte italiana nel suo appartamento di Brooklyn, a New York. Le circostanze del decesso non sono ancora chiare. Secondo il New York Post si sospetta un’overdose: nella casa di Williams sarebbero stati trovati oggetti che fanno pensare all’assunzione di eroina o fentanyl. L’attore, noto al grande pubblico soprattutto per il suo ruolo nella serie tv ‘The Wire’ e in ‘Boardwalk Empire’, aveva parlato apertamente della sua battaglia contro la droga. Il successo per Williams arriva nel 2002, dopo aver a lungo interpretato ruoli minori. Viene scelto infatti per interpretare il personaggio di Omar Little nella serie ‘The Wire‘, di David Simon, fino al 2008. Una serie che per giornalisti ed esperti è da considerare tra le migliori di tutti i tempi. Da lì il successo per l’attore continua : interpreta Albert “Chalky” White nella serie tv ‘Boardwalk Empire’, Jack Gee in ‘Bessie’ e fa la sua comparsa anche sul grande schermo, con ’12 anni schiavo’ di Steve McQueen che nel 2014 vinse l’Oscar come Miglior film.

Marco Giusti per Dagospia il 7 settembre 2021. Impossibile non averlo amato come Omar Little, quello che ruba ai narcotrafficanti, nelle 51 puntate di “The Wire”, una delle serie poliziesche più viste di sempre, o come Chalky White, venditore d’alcol clandestino di Atlantic City amico/nemico del Nucky Thompson di Steve Buscemi nelle 46 puntate di “Boardwalk Empire” ideate da Martin Scorsese e Terence Winter. Nero, con la sua ben riconoscibile cicatrice sulla fronte e uno sguardo impossibile da dimenticare, Michael K. Williams, morto a 54 anni per overdose, ha dominato la scena delle grandi serie tv della HBO ottenendo ben 5 nominations agli Emmy, portando dignità e grazia a tutti i personaggi che ha interpretato al cinema e in tv. Nato a Brooklyn nel 1966, scoperto da Tupac Shakur, ballerino di grande talento nei tour di Madonna e George Michael, Michael K. Williams passa al cinema una ventina d’anni fa con il bellissimo film di Martin Scorsese “Al di là della vita” , seguito da “Gone Baby Gone” di ben Affleck, L’incredibile Hull” di Luis Leterrier, “Miracolo a Sant’Anna” di Spike Lee. Col taglio sulla fronte frutto di una rissa da bar nel giorno dei suoi 25 anni, dei tipacci lo tagliarono con un rasoio, Williams non credeva di essere così appetibile per i primi piani al cinema. Era invece il suo tratto indistinguibile che ne fa qualcosa di assolutamente personale e che molti registi, come Todd Solondz in “Perdona e dimentica” hanno saputo usare con grandi risultati. In generale, la sua recitazione alle prese con personaggi violenti, sembrava calma e controllata, ma contraddetta dal suo volto segnato e dal suo sguardo. Grande attore, lo troviamo in due bellissimi film come “12 anni schiavo” di Steve McQueen e “Vizio di forma” di Paul Thomas Anderson. 

Con “Bessie” di Dee Rees arriva la sua prima nomination, ma lo troviamo anche in “Anestesia” di Tim Blake Nelson e nel recente “Motherless Brooklyn”. Stava per ottenere il ruolo da protagonista in “Django Unchained” di Quentin Tarantino, ma scelse invece la serialità di “Boardwalk Empire”. E’ nella serialità che arrivano i suoi maggiori successi, da “The Wire”, dove ebbe una grossa crisi di identità che lo portò all’abuso di cocaina, al recente “Lovecraft Country”.  Stava per iniziare un film sulla vita del pugile George Foreman diretto da George Tillman jr nel ruolo del manager del pugile, Doc Broadus. Lo ha scoperto il nipote, troppo tardi, nella sua casa di Brooklyn.

Usa: Michael K. Williams morto per overdose.  La Repubblica il 25 settembre 2021. La morte è stata un incidente, secondo gli inquirenti. L'attore statunitense Michael K. Williams, che ha interpretato Omar Little nell'acclamata serie televisiva "The Wire", è morto per "un'overdose accidentale". Il 54enne, che ha interpretato l'iconico rapinatore di Baltimora nel rivoluzionario show, è stato trovato morto all'inizio di questo mese nel suo appartamento a New York. Il New York City Office of Chief Medical Examiner ha dichiarato che la causa della morte di Williams è stata "intossicazione acuta dagli effetti combinati di fentanyl, p-fluorofentanyl, eroina e cocaina". La morte è stata un incidente, secondo i funzionari. L'attore nominato agli Emmy era stato ampiamente acclamato per il suo ruolo in "The Wire", in cui interpretava un rapinatore armato gay specializzato nel rapinare spacciatori di droga. Ha ricevuto molteplici nomination agli Emmy per il suo lavoro in vari spettacoli e film. La serie è diventata uno degli spettacoli più popolari della televisione ed è andata avanti per cinque stagioni dal 2002 al 2008. Williams era anche noto per il ruolo di Albert “Chalky” White nella serie HBO "Boardwalk Empire", tra gli altri.

·        È morto l’attore Jean-Paul Belmondo.

È morto Jean-Paul Belmondo, il brutto più affascinante del cinema francese. Il Quotidiano del Sud il 6 settembre 2021. È morto all’età di 88 anni l’attore francese Jean-Paul Belmondo. Lo si è appreso dai suoi più stretti collaboratori. Il brutto più affascinante del cinema francese, prima di essere catapultato al successo da Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle, 1960) di Godard, aveva già interpretato Charlotte et son Jules (1958), un cortometraggio sempre di Godard, e A doppia mandata (1959) di Chabrol. Per il resto, l’attore era apparso in film di scarso rilievo, tra i quali si può forse includere anche Asfalto che scotta (1960), di Claude Sautet. In Fino all’ultimo respiro nasce l’immagine divistica di Belmondo: personaggio scanzonato, malvivente dilettante, simpaticamente truffatore. Da operaio a studente, da contadino a sacerdote introverso, Belmondo si dimostrò un attore di straordinaria versatilità. In Cartouche (1962) di Phllippe de Broca interpretò una sorta di Robin Hood alla francese, e con lo stesso regista bissò, e anzi superò questo successo col magnifico film avventuroso-satirico L’uomo di Rio (1963). Pur essendo scettico nei confronti del cinema impegnato, Belmondo accettò ugualmente di lavorare con registi difficili che lo avevano visto nascere cinematograficamente: interpretò Il bandito delle 11 di Godard, Il ladro di Parigi (1967) di Malle, La mia droga si chiama Julie (1969) di Truffaut, Trappola per un lupo (1972) di Chabrol e Stavisky (1974) di Resnais. La ciociara (1960) – con Sophia Loren – La donna è donna (1961), Lo spione (1962), Caccia al maschio (1964), Borsalino (1970), Il clan dei marsigliesi (1972) e L’incorreggibile (1975) sono tutte pellicole che gli procurarono grande popolarità fra il pubblico e riconoscimenti importanti dalle autorità, come il Cèsar per Una vita non basta (1988) e la Legion d’Onore. Tra i suoi ultimi lavori Amazzonia (2000), la storia di un francese che invecchia e decide di ritirarsi dove è più fitta la foresta amazzonica.

Biografia di Jean Paul Belmondo. Da cinquantamila.it - la Storia raccontata da Giorgio Dell'Arti.

Neuilly-sur-Seine (Francia) 9 aprile 1933. Attore

«Figlio di un celebre scultore [...] era destinato a entrare alla Comédie Française [...] ”Per nove anni ho recitato in teatro [...] Godard... Ricordo che, quando recitavo Oscar, c’era sempre un tizio mal rasato, con gli occhiali scuri, che veniva a vedermi. Un giorno mi chiede: ”Vuole fare del cinema?’. Aveva uno strano accento, vagamente svizzero. ”Devo girare un cortometraggio’, dice, ”venga nella mia stanza in rue de Rennes, le do 500 franchi’. Penso che sia un pederasta e lo dico a mia moglie. Lei mi spinge: ”Vai. se ti dà fastidio, gli dai un pugno’. Vado all’appuntamento. così che interpreto Charlotte et son Jules, che è l’abbozzo di Fino all’ultimo respiro. Godard mi suggerisce tutto quello che devo dire, fai così, fai colà... Più tardi mi scrive chiedendomi se può doppiarmi con la sua voce. Gli do l’autorizzazione. Tempo dopo, Jacques Becker cerca attori per Il buco. Gli fanno vedere Charlotte et son Jules. Trova che c’è un giovane attore non male, ma non può sceglierlo per via della voce orribile e dell’accento svizzero! Poi Godard mi telefona... Per dirmi: ”Ho un’idea. Un tizio viene a Parigi da Marsiglia per vedere la fidanzata e lungo il cammino uccide un poliziotto... Dopo si vedrà". Mi fissa l’appuntamento al bar Royal Saint-Germain [...] Quando arrivo mi ordina: ”Vai a prendere una birra ed esci senza pagare’. La cinepresa riprende. Io eseguo, il cameriere urla. E Godard: ”Per oggi abbiamo finito, tutti a casa". Il produttore non ha l’aria contenta. L’indomani, Godard mi dice: ”Tu entri in quella cabina telefonica e parli, dì ciò che vuoi’. Eseguo. Poi aggiunge. ”Non ho idee’, e ci fermiamo. Torno a casa e racconto a mia moglie Elodie: ”Andiamo male. Mi ha dato 4.000 franchi, sono contento, ma temo che questo film non uscirà mai’. [...] Fino all’ultiomo respiro esce nelle sale. Pensavo a un flop. E invece... [...] Io ho fatto il Conservatorio e - adesso riderete - non mi hanno mai proposto di recitare un testo serio! Il mio professore, Pierre Dux, Dio abbia pietà della sua anima, mi diceva: ”Lei non può tenere una donna fra le braccia, non sarebbe credibile [...] All’inizio, ero come tutti gli altri, leggevo ”Cinémonde’ e sognavo Sophia loren. Improvvisamente Vittorio De Sica mi chiama per propormi di interpretare La Ciociara. Insieme a lei! Così, il primo giorno delle riprese, mi sono ritrovati fra le braccia di Sophia! A darle un lungo bacio! Un sogno!” [...]» (François Forestier, Josette Alia, ”Sette” n. 14/1998).

«Colui che anche nelle scene più pericolose non si faceva doppiare, l’attore-atleta che abbiamo visto aggrappato ad un aereo nel cielo di Rio o correre sul tetto di una metropolitana lanciata a tutta velocità, non ha mai scelto la facilità. ”Gli attori devono dare la sensazione d’essere come Zorro”, dice. ”Un giorno, su un aereo, un problema al motore creò un certo turbamento fra i passeggeri. Uno di loro si girò verso di me e mi disse: ”Ma insomma, faccia qualcosa’”. L’aneddoto lo diverte. E può ricamarci su all’infinito, mimando tutti i personaggi. Lo diverte perché gli dimostra che aveva ragione nel lasciar credere d’essere capace di tutto, di non aver mai paura di niente» (Charlotte Dufour, ”Corriere della Sera” 19/6/2002).

Nell’agosto 2003, ormai settantenne, diverrà padre per la quarta volta: «Proprio lui che nel ”98 un sondaggio aveva già decretato ”nonno ideale”. E invece Bebel, come chiamano da sempre il ragazzo di Neuilly-sur-Seine, ha voluto ricominciare daccapo. Ha avuto tre figli dal primo matrimonio con la ballerina Elodie Constant, negli anni ”60: Patricia, Florence e l’affascinante Paul, ex pilota di auto, che da un po’ gli dà una mano nell’attività artistica, specie quando papà affitta un teatro a Parigi come il centralissimo ”des Variétés”, e si prede il gusto di recitare una farsa rocambolesca, come qualche anno fa. E che dice soltanto: ” eccezionale”, alludendo al padre. E aggiunge: ”Un vero perfezionista. Sono stato io stesso testimone della sua vittoria sulla malattia, l’ictus di due anni fa: è stato grande”. […] La moglie Nathalie Tardivel, detta Natty, […] che Jean-Paul ha conosciuto nell’89 e ha sposata nel cuore del Quartiere latino, circondato da amici come Claude Lelouch e Bernard Henri-Levy, il 29 dicembre scorso 2002, dopo 13 anni di convivenza. Due matrimoni soltanto, dunque, per l’ariete Belmondo, ma tra uno e l’altro... avventure, sì, storie d’amore, anche; donne bellissime, come Laura Antonelli e Ursula Andress» (Claudia Provvedini, ”Corriere della Sera” 15/4/2003). 

«’Non ci separiamo mai, condividiamo tutto, gioie e problemi”, confidava l’ex Coco Girl Natty nel 1990. All’epoca, erano in pochi a credere in quella coppia. La loro, era considerata una storia d’amore simpatica, frizzante come un bicchiere di champagne. Invece, ecco che dura ancora. Natty è la più tenera alleata di Jean-Paul. Ha cominciato col fargli ripetere il Cirano di Bergerac, quando lui osò tornare al teatro, consapevole di quanto le tirate di Rostand possano essere vere e proprie torture per un attore. Il suo trionfo fu un po’ anche quello della sua dolce suggeritrice. Natty cercava di restare nell’ombra, ma lui non poteva più fare a meno di lei. Nel 1999, quando lui è vittima di un malessere durante una rappresentazione di Frédérick ou le boulevard du crime, Natty è al suo fianco. Se ha trascurato il cinema per tornare ai primi amori, il teatro, l’ha fatto da maratoneta. Senza risparmiarsi. E Natty è sempre con lui, per godere insieme dei suoi trionfi. […] Belmondo fa parte della vita dei francesi» (Charlotte Dufour, ”Corriere della Sera” 19/6/2002).

Il "brutto più bello" del '900 che faceva teatro al cinema. Paolo Giordano il 7 Settembre 2021 su Il Giornale. È stato l'inimitabile "magnifique" e non ha eredi: poteva passare con classe dal noir al film neorealista. Ora che se ne è andato, ora che Jean-Paul Belmondo ha messo in folle la sua ultima fuoriserie e «si è spento tranquillamente», si può capire perché è stato l'inimitabile «magnifique» del cinema: non ha eredi. Ci sono tanti piccoli Belmondo in giro ma nessun nuovo Belmondo, nessuno con la stessa potenza espressiva e l'identica capacità di essere inconfondibile in un film d'essai come in un poliziesco in bianco e nero o in un capolavoro neorealista. Un naso appiattito dalle botte a scuola, un sorriso guascone, l'innato talento di recitare vivendo oppure di vivere recitando, chi lo saprà mai. Aveva 88 anni, vent'anni fa aveva avuto un'ischemia alla quale aveva reagito alla propria maniera: sposando la seconda moglie Natty Tardivel, diventando padre della quarta figlia e poi separandosi cinque anni dopo. Una forza della natura, un uomo così positivo al punto da sembrare sbruffone e poi portare il suo «personnage» al cinema fino a farsi notare da Jean-Luc Godard (che lo ha consacrato nel 1960 con Fino all'ultimo respiro) e da Vittorio De Sica, che nello stesso anno lo ha voluto nella Ciociara con Sophia Loren: «Il primo giorno di riprese, mi sono ritrovato fra le braccia di Sophia a darle un lungo bacio. Un sogno!», ha detto qualche anno fa a François Forestier e Josette Alia. D'altronde lui, sangue italiano grazie al padre scultore e spavalderia francese per la mamma pittrice, ha lastricato di baci celebri una carriera stellare quando per essere davvero stelle bisognava avere una marcia in più e non soltanto milioni di followers. Per glorificare la diarchia di sex symbol in Francia, Edith Piaf diceva «io esco con Alain Delon ma torno a casa con Belmondo» e così pensava chiunque avesse visto Borsalino del 1970 nel quale recitavano insieme (Delon nella parte di Roch Siffredi...) ed erano le due facce della stessa medaglia sexy: uno bello e dannato, l'altro brutto e spavaldo al punto da essere definito «il brutto più bello del cinema». «Sono completamente distrutto. Cerco di reggere il colpo per non morire anch'io fra cinque ore, anche se non sarebbe male se ce ne andassimo insieme» ha detto Delon ieri pomeriggio con il più bel necrologio possibile. Belmondo d'altri tempi. Aveva già recitato ovunque e con chiunque, con Bolognini e Castellani e Corbucci in Italia, con Truffaut e Malle o Clément in Francia, si era persino intrufolato nello 007 «alternativo» di John Huston del 1967 con David Niven e quindi poteva godersi ciò che alla fine un grande attore cerca sine qua non, ossia la libertà. Negli anni Settanta crescono i conflitti sociali? E lui, che aveva debuttato in un cortometraggio su Moliere, diventa un eroe del poliziesco, senza manco bisogno della controfigura perché faceva tutto da solo, anche le scene più pericolose come negli Scassinatori di Verneuil (1972), Il Clan dei marsigliesi firmato da José Giovanni nello stesso anno e Trappola per un lupo di Chabrol nello stesso anno oppure, ancora, il film che gli ha dato il soprannome definitivo, più ancora dell'amichevole Bébel, quel «Le magnifique» del non memorabile Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo, arrivato nei cinema nel 1973. Allora il mondo era di Belmondo. E non soltanto perché si era appena separato da Ursula Andress ed era al fianco di Laura Antonelli bellissima e maledetta. Soprattutto perché il Jean-Paul Belmondo amante delle belle macchine, cascatore indistruttibile, sempre con la sigaretta che pendeva dal labbro come fosse un eterno James Dean, era libero perché non aveva ideologie, insomma faceva quel che voleva e la «belmondologia» era lo schiaffo più teatrale sulla faccia dei luoghi comuni. I suoi film non erano più così tanto seguiti? Allora «Le magnifique» torna a teatro. In pratica torna a casa propria visto che da ragazzo, dopo essersi fatto fracassare le ossa nella palestra di boxe, aveva iniziato a rifarsele con L'avaro di Molière o il Cyrano di Rostand. Tanto Belmondo è Belmondo, basta chiamarlo con un ruolo all'altezza. Infatti vince il Premio César come miglior attore in Una vita non basta di Lelouch (1989) e poi, dopo la malattia, si prende la Palma d'Oro a Cannes e Leone d'Oro a Venezia. Premi alla carriera. Premi a un'icona. Oggi che non c'è più, si capisce perché lascia una casella vuota. Tanti sono spacconi e spregiudicati come lui. Tanti hanno il naso rotto e il sorriso provocatorio. Qualcuno riesce persino a non umiliarsi quando sale sul palcoscenico di un teatro. Ma pochi, quasi nessuno, forse nessuno, riesce ad avere tutto insieme come se fosse vero e non una posa da selfie. Fino agli ultimi tempi, fino a quando è arrivato sul set con quel sorriso che non potevi farci nulla, Jean-Paul Belmondo conservava lo sguardo scanzonato di chi aveva fatto il militare in Algeria e poi si era diplomato al Conservatorio quando il cinema era ancora in bianco e nero. Era come se dicesse: voglio solo portare un po' di colori accesi. Lo ha fatto ed erano accesissimi come i colori dei bolidi che gli piaceva guidare finché non è stato il momento di metterli in folle e farsi trasportare per sempre nella storia del cinema. Paolo Giordano

L'attore aveva 88 anni. È morto Jean Paul Belmondo, addio al “Magnifico” del cinema francese. Antonio Lamorte su Il Riformista il 6 Settembre 2021. Addio a un’icona del cinema francese, e del cinema del Novecento, Jean Paul Belmondo. Aveva 88 anni, è morto a Parigi secondo quanto riportato dall’Agence France Press. “Si è spento serenamente”,  ha fatto sapere il suo avvocato. La notizia ha fatto in poco tempo il giro del mondo. Tutti i giornali francesi aprono i loro siti con la notizia della morte dell’attore. Aveva recitato anche in Italia: aveva lavorato con registi come Alberto Lattuada, Vittorio De Sica e Renato Castellani e con attrici come Gina Lollobrigida, Claudia Cardinale, Sophia Loren e Stefania Sandrelli. Dalla nuovelle vague al cinema popolare, Belmondo ha giocato in tutte le categorie del cinema. E sempre con successo, con il sorriso sempre ammiccante, quella faccia da pugile e seduttore. Era nato a Neuilly-sur-Seine il 9 aprile 1933. Era figlio di un pittore e scultore, Paul Belmondo, nato nell’Algeria francese da genitori italiani. Da piccolo Jean-Paul praticò soprattutto pugilato e calcio fino a diplomarsi al Conservatoire National Supérieur d’Art Dramatique. Molto teatro all’inizio, molti secondi ruoli sul grande schermo. A notare il suo talento è un giovane critico dei Cahiers du Cinéma, Jean-Luc Godard. E sarà proprio con uno dei capolavori di quest’ultimo, regista tra i più importanti di sempre del cinema francese, a raggiungere il successo. Fino all’ultimo respiro, del 1960. Poi arriveranno anche Asfalto che scotta con Claude Sautet e Mare Matto con Renato Castellani. Nel giro di pochi anni Belmondo diventa un divo. Con L’uomo di Rio di Philippe de Broca si inaugura una fase più commerciale della sua carriera. In Borsalino recita al fianco di Alain Delon. Non scompare però dalla sua filmografia la firma d’autore, come con Il grande truffatore di Alain Resnais. Gli anni ’70 saranno invece quelli dei polizieschi, spesso girati senza controfigura; gli ’80 quelli di tanto teatro. Belmondo nel 1989 vince il prestigioso Premio César per il migliore attore per Una vita non basta di Claude Lelouch. Nel 2001 un’ischemia cerebrale lo allontana dal grande schermo e dal teatro fino al 2008, quando recita nel remake francese di Umberto D. di Vittorio De Sica. Al Festival di Cannes del 2011 è stato insignito della Palma d’Oro alla Carriera e del Leone d’Oro alla Carriera alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2016. Belmondo aveva sposato la ballerina Elodie Constantin nel 1952, con la quale ebbe tre figli. Patricia, la prima, morta tragicamente in un incendio. Paul Alexandre, l’ultimo, proprietario di una squadra che gareggia alla 24 Ore di Le Mans. Dopo il divorzio ha avuto una relazione con Ursula Andress e con l’italiana Laura Antonelli. Le seconde nozze nel 2002 con Natty Tardivel, con la quale ebbe una figlia, Stella, e dalla quale divorzio nel 2008. Belmondo è stato un’icona, a partire dal suo stile, il suo volto da avventuriero, i suoi modi affascinanti e spericolati e scanzonati. Era anche “il brutto più affascinante del cinema francese”. L’ultimo omaggio del Festival di Cannes nel 2018, quando il poster dell’evento è stato ripreso dal bacio con Anna Karina da Pierrot Le Fou.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Barbara Visentin per corriere.it il 7 settembre 2021.

Conteso dalle donne

«Le donne sono al loro meglio passati i trent’anni, ma gli uomini che hanno passato i trent’anni sono troppo vecchi per capirlo». Questo sosteneva Jean-Paul Belmondo, detto Bebel, divo francese scomparso oggi a 88 anni, volto della Nouvelle Vague amato da registi come Truffaut e Godard. E ci sarà da credergli, visto che aveva una discreta esperienza in materia: oltre ad aver recitato con tante grandi attrici, era conteso dalle più belle donne del cinema ed è stato protagonista di tanti amori e di flirt, puntualmente finiti al centro dei rotocalchi.

La prima moglie

La prima moglie di Jean Paul Belmondo fu la ballerina Élodie Constantin, sposata il 4 dicembre 1953. I due ebbero tre figli: Patricia (1958 - 1994), morta in un incendio; Florence (nata nel 1960), Paul Alexandre (nato nel 1963), prima pilota automobilistico e poi proprietario di una squadra che gareggia nella 24 Ore di Le Mans. Nel 1966 il matrimonio finì. 

Ursula Andress

Nel 1965, infatti, Belmondo aveva conosciuto Ursula Andress, indimenticabile Bond girl, sul set del film «L’uomo di Hong Kong»: i due si conobbero a Roma e la leggenda vuole che furono protagonisti di una «notte brava» nella Città Eterna, in seguito alla quale l’attore lasciò la moglie. Belmondo e Andress rimasero fidanzati fino al 1972, quando avvenne un nuovo incontro. 

Laura Antonelli

Galeotto fu ancora una volta un set: nel 1972 Jean Paul Belmondo conobbe l’attrice italiana Laura Antonelli, mentre giravano «Trappola per un lupo» di Claude Chabrol. Bebel perse la testa per lei, lasciando Ursula Andress e imbarcandosi in un’amore durato fino al 1980, costantemente al centro delle cronache, fatto di passione e di litigate furiose. Dopo la sua morte, così la ricordò in un’intervista al Corriere: «Laura era un’attrice formidabile. Mi è dispiaciuto molto che sia morta nella miseria. Non stavamo più insieme da tanti anni ma questo non vuol dire niente».

Carlos Sotto Mayor e il ritorno di fiamma

Negli anni 80, fra il 1980 e il 1987, Belmondo frequentò l’attrice e cantante brasiliana Carlos Sotto Mayor. Tra i due sembra poi esserci stato un ritorno di fiamma molto recente: come testimoniano le foto postate su Instagram da lei, avevano ripreso a frequentarsi nel 2020, oltre 30 anni dopo il primo incontro. 

La seconda moglie, Natty Tardivel

Dopo una convivenza che durava da oltre 13 anni, il 29 dicembre 2002 Belmondo sposò a Parigi in seconde nozze la compagna Natty Tardivel, di oltre 30 anni più giovane: l’anno successivo nacque la figlia Stella quando lui aveva 70 anni. Sei anni dopo, però, arrivò il divorzio. 

Barbara Gandolfi

Dal 2008 al 2012 Belmondo fu fidanzato con la belga Barbara Gandolfi, ex modella di Playboy, 42 anni più giovane, conosciuta in un ristorante della Costa Azzurra. Tra le cause della rottura si vociferò anche di una truffa finanziaria orchestrata da lei insieme all’ex marito.

(ANSA il 6 settembre 2021) "Sono rimasta sola": fra le lacrime, Claudia Cardinale, nella sua casa di Parigi, ricorda l'amico, il collega, il complice di una vita, Jean-Paul Belmondo, scomparso oggi a 88 anni. "Sono addoloratissima - dice all'ANSA l'attrice - per me è stato e rimarrà, come per tanti altri, l'immagine della vitalità. Nel mio cuore e nella mia memoria non cesserà mai di essere in movimento. Lui era il sorriso, la gioia di vivere, l'audacia e la semplicità". "Io ringrazio la vita - conclude Claudia Cardinale - per aver unito i nostri percorsi. Il mio affetto più profondo va ai suoi familiari e in particolari ai suoi figli. Addio Jean-Paul"

Jean-Paul Belmondo, Stefania Sandrelli: "Bocca larga e gambe storte, ma era il più sexy". Arianna Finos su La Repubblica il 7 settembre 2021. Il ricordo di Stefania Sandrelli, che con l'attore francese ha girato due film negli anni Sessanta, "Lo sciacallo" e "Un avventuriero a Tahiti". Stefania Sandrelli con Belmondo lei ha girato due film. "Sì. Lo sciacallo nel 1963 e Un avventuriero a Tahiti, tre anni dopo. Lui e James Dean erano i veri miti cinematografici, quelle persone che nascono una volta e il loro posto al cinema non lo prende più nessuno. Trovavo una grande similitudine con James Dean, che era il mio grande amore, ma James Dean un po’ si metteva in moda, Jean-Paul era come era, naturale, spontaneo.

Michela Tamburrino per “La Stampa” il 7 settembre 2021. Stefania Sandrelli è molto triste per la scomparsa di Jean Paul Belmondo ma non può fare a meno di sorridere quando pensa al loro incontro sul set. «Era un mito. Di un livello talmente alto che è difficile trovarne uno uguale oggi. Forse bisogna tornare a James Dean per capire quello che significa veramente».

Eravate amici?

«Abbiamo girato due film insieme: per Un avventuriero a Tahiti partii con Gino Paoli. Ero giovanissima, il regista mi aveva voluta dopo avermi visto in Divorzio all'italiana. Con Gino e la sua fidanzata di allora, Ursula Andress, stavamo sempre insieme. Lui era sexy da morire e quando mi baciava per esigenze di copione non capivo più niente. Per questo Gino era voluto partire con me e non mi lasciava sola un attimo».

In che cosa era tanto sexy?

«Io gli dicevo: "Tu hai la bocca più grande di Francia, le gambe più storte di Francia, eppure sei bellissimo". Oltretutto era di una simpatia inarrivabile, era un saltimbanco che faceva acrobazie. Era pirotecnico, esilarante. Sembrava apparisse dal nulla per divertirti». 

Gli piaceva intrattenere i colleghi sul set?

«Lui ci teneva molto a farmi ridere, un po' come Gigi Proietti che godeva quando ridevo all'impazzata su una sua battuta. Lui e il regista, Jean Becker, mi chiamavano "Gnuf gnuf", il nome in francese di uno dei tre porcellini, per dire quanto poco lui si crogiolasse nel mito, a differenza di James Dean che invece se la credeva molto». 

Un uomo semplice?

«Era come lo vedevi. Io non mi aspettavo che un attore tanto famoso fosse così disponibile a stringere amicizie. Sempre considerando le grandi doti di interprete e la fisicità importante che si portava dietro». 

E l'altro film?

«Era Lo sciacallo di Jean Pierre Melville, anche qui, a ogni bacio mi sdilinquivo anche se eravamo solo amici. Avevamo molto rispetto l'uno per l'altra. Una cosa rarissima nel nostro ambiente. Io ero sola sul set, volendo ci poteva provare ma sapeva benissimo che non ci sarei stata. Era anche molto sensibile e intelligente. Bisogna essere fatti così per arrivare a quei livelli».

Vi incontravate di frequente?

 «A Parigi lo incontravo spesso, persino quando portava a spasso il cane e allora chiacchieravamo. Era una persona normale oltre il mito. Gli volevo davvero bene e la sua scomparsa mi addolora molto».

Da ilnapolista.it il 7 settembre 2021. Jean Paul Belmondo è morto. Aveva 88 anni. È stato un grande del cinema, non solo francese. Interpretò “A bout de souffles” (Fino all’ultimo respiro) di Godard, film considerato l’inizio della nouvelle vague che rivoluzionò il cinema. I registi francesi ne furono assoluti protagonisti. Belmondo è stato un grande appassionato di sport. Praticò la boxe (sostiene, tra il serio e il faceto, di aver disputato quindici incontri) il calcio (era portiere). L’Equipe lo ricorda con un’imperdibile intervista che lui concesse al quotidiano sportivo nel 2016. Vi consigliamo di leggerla integralmente, è spettacolare. Rivelò di essere da sempre un lettore de L’Equipe, a scuola lo leggeva all’ultimo banco. Ve ne riportiamo qualche stralcio. In questa intervista parla della passione per la boxe.

Ricorda quando Cerdan divenne campione del mondo dei pesi medi sconfiggendo il campione Tony Zale.

Era il 1948. Sì, me lo ricordo molto bene. Eravamo tutti insieme come una famiglia. All’epoca vivevamo a Denfert-Rochereau, 4 rue Victor-Recant (Parigi XIV). Eravamo davanti alla radio con mia madre, mio padre, mio fratello, e al momento della vittoria di Cerdan abbiamo sentito l’intero edificio, tutti i vicini, urlare allo stesso tempo (mima un grido di gioia mentre alza le mani), anche quelli che non conoscevano la boxe. Cerdan, era un Dio! Eh? (Ci guarda.) 

L’hai visto combattere?

Ah sì, con mio padre al Palais des Sports, contro Léon Fouquet (il 2 febbraio 1947, Cerdan vinse per ko e divenne campione europeo). Durò un round… Due minuti! Abbiamo avuto a malapena il tempo di sederci mentre Fouquet era già rigido sul pavimento. (Ride.) Non ho mai dimenticato questo nome: Fouquet. 

Cosa ti piaceva della boxe?

La tecnica della difesa, l’arte di schivare e il gioco di gambe. Vedere un picchiatore incapace di colpire l’avversario che padroneggia questa tecnica, è bello. Maurice Sandeyron (campione europeo dei mosca nel 1947), ad esempio, schivava meravigliosamente! Chérif Hamia anche (campione europeo dei piuma nel 1957. 

Il giornalista gli ricorda che aveva una carriera da promoter.

No, non credo di essere mai stato tagliato per questo. Alain Delon aveva fatto molto bene come organizzatore dell’incontro  tra Jean-Claude Bouttier e Carlos Monzon al Roland Garros (nel settembre 1973). Gli ho dato una mano ma tutto finì lì. 

Sei nostalgico degli anni 1970 e 1980 che sono spesso descritti come l’età d’oro della boxe?

Ho nostalgia, sì. C’erano un sacco di pugili eccellenti. Ora ce ne sono meno. I pesi massimi più così. Abbiamo visto combattimenti che ti facevano venire voglia di fare boxe. Sugar Ray Robinson o Joe Frazier, il loro gioco di gambe era fantastico. Robinson l’ho visto a Parigi. Ho anche assistito a combattimenti di Carlos Monzon, Sugar Ray Leonard, Roberto Duran e persino cinque combattimenti di Muhammad Ali a Las Vegas. Era il più grande. L’ho visto anche una delle poche volte che ha combattuto in Europa, a Francoforte, contro Karl Mildenberger (nel settembre 1966). Ero con Louis Malle, con il quale stavo girando il Ladro di Parigi. Avevo scommesso che Mildenberger sarebbe finito al tappeto prima del 15esimo round. Nel 12esimo, il tedesco si trovò con le braccia in croce sul ring… Vinsi 1.500 franchi! (Paul ci avrebbe poi detto: “Non ha quasi mai perso una scommessa sulla boxe. Forse una o due volte, difficilmente di più”) E, naturalmente, ricordo l’incontro tra Thomas Hearns e Marvin Hagler, nell’aprile del 1985 a Las Vegas. Hagler sfiorò di finire al tappeto, ma alla fine vinse per ko in tre round. Oggi ho meno passione, questo è sicuro. Oggi ci perdiamo un po’ con tutta la roba che c’è. Ci sono molti campioni del mondo, non è più possibile. Fa male alla boxe. Ho visto Vladimir Klitschko (allora campione dei pesi massimi WBA-IBF-WBO) battere Jean-Marc Mormeck (nel marzo 2012). Klitschko fa sequenze sinistra-destra, ma… 

L’Equipe ricorda che lui ebbe un ruolo chiave nella nascita del Psg nel 1973.

Ero molto amico di tutta la band, Just Fontaine, Francis Borelli, Daniel Hechter e Jacky Bloch (amico e collaboratore di Hechter). E come loro, ho davvero messo i soldi per iniziare l’avventura del Paris-Saint-Germain. Ma non sono rimasto a lungo. Non era più compatibile con le riprese, i film, la mia vita di attore. E poi non mi piacque il licenziamento di Fontaine. 

Segui ancora la squadra?

Sì! Ovviamente hanno grandi giocatori. Ha totalmente superato quello che stavamo facendo in quel momento. Mi piacciono David Luiz, Angel Di Maria, Blaise Matuidi, Marco Verratti… Non capisco perché abbiamo sostituito Salvatore Sirigu. Era bravo! Vedremo in Champions League se è stata una buona idea. Lo guardero ‘ in TV. 

Il tennis

Dal 1970, sì, sono venuto al Roland Garros tutti i giorni. 

Una partita ti ha segnato più delle altre?

(Senza esitazione.) La finale Ivan Lendl contro John McEnroe (nel 1984), quando McEnroe perse dopo aver condotto 2 set a 0 e crollando nel terzo… Era qualcosa di improbabile. Ho amato anche i tuffi di Jimmy Connors e Adriano Panatta la bestia nera di Björn Borg. Ilie Nastase mi ha fatto ridere. Una volta Boris Becker, a un cambio campo, passò davanti alla sua postazione e gli strinse la mano. 

Addio all'attore francese. Bèbel e la sua vita tutta in un soffio. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 7 Settembre 2021. Bébel, sembra una sorta di contrazione del nome intero, Jean Paul Belmondo, in realtà viene da Pepel, Gabin e i bassifondi di Renoir . Un’abbreviazione, come un segno del destino: di una vita che si annuncia breve. Intensa, avventurosa, di dilapidante energia. Tutto in un soffio, in un attimo. Una corsa all’ultimo respiro. E invece no. Lascia il mondo con una cifra rispettabile di anni, sulla soglia dei novanta. “E chi ci avrebbe scommesso?”, avrebbe detto il Noodle di Leone. Sì, uno che da giovane ha indossato la divisa francese in Algeria, e poi lasciato le insegne militari per l’accademia di recitazione, in un gioco continuo di contrasti: icona della nouvelle vague, che è appunto rapidità, carrellate di piano sequenza – il tutto e subito che il tempo fugge -. Un ossimoro col sorriso guascone, un bullo con un cuore battente bontà. Un brutto bellissimo, il più bello dei brutti. Un cattivo che non lo è, – e pure le casalinghe a tifare per il bandito -. La sua morte l’ha annunciata l’avvocato: un comunicato scarno che parla di affaticamento recente, di fine serena. Sempre quello che meno ti aspetti da uno che saliva sul ring per davvero, ma che poi ci scendeva dal quadrato del dolore, perché i pugni facevano male e si immolava al calcio, col ruolo più gentile di portiere. Muore mentre a Venezia si va sul tappeto rosso, una Venezia che con lui è stata caritatevole, nel senso del Leone alla carriera, in ritardo, molto in ritardo per uno che è diventato attore in modo rocambolesco, perché in un tempo lontanissimo, a Saint-Germain-des-Prés, un tipo strano, con in mano una telecamera, lo invitò a casa sua, proponendogli di girare un film, cinquemila franchi al giorno. Bèbel ci pensò su, l’istinto gli diceva di prenderlo a pugni. Sua moglie gli disse di provarci prima di colpirlo. Un’altra contraddizione per uno lesto di mano. Jean Paul non lo picchiò e, dopo, il tipo strano, Godard, lo fece diventare l’icona della nouvelle vague, il protagonista di A Bout De Souffle. L’inizio di una carriera all’ultimo respiro, che quando la vague passò, lo consegnò ai polizieschi, e lo mise al fianco, del suo mito, Jean Gabin, il padre del suo soprannome: la profezia di un attore con la pistola in mano, con quasi nessuno a tenergli testa, se non il bello, e dannato, per davvero, Delon. Non è morto nel modo avventuroso e tragico che la sua vita da cinema prometteva. Tutto è avvenuto secondo le regole dell’ossimoro. Una morte serena, annunciata da un avvocato, in un dispaccio che somiglia a una velina della questura.

Gioacchino Criaco. E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.

Lutto nel mondo del cinema. Chi era Jean Paul Belmondo, l’attore francese scomparso a 88 anni. Valter Vecellio su Il Riformista il 7 Settembre 2021. Si racconta che quando lo sceneggiatore Jean-Michel Charlier e il disegnatore Jean Giraud (o Moebius, se si preferisce), abbiano deciso di creare il personaggio del tenente Mike Donovan Blueberry del 7° reggimento di cavalleria, il loro occhio si sia posato sulla copertina di un settimanale con il volto di Jean-Paul Belmondo. «È lui», hanno detto insieme; e così, eccolo come è apparso tavola dopo tavola, conquistando legioni di ragazzini: fisico atletico, grinta dura, ironica e beffarda. Leggenda? Beh, come la celebre, finale battuta de L’uomo che uccise Liberty Valance: «Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda». Basta sostituire West a cinema, avventura; che spesso si sovrappongono. “Bébel”, o “le Magnifique”, del resto, lui stesso una leggenda: aria scanzonata, da incorreggibile scavezzacollo, naso schiacciato come quello di un consumato boxeur, battuta pronta e salace, di chi ride del mondo, a partire da se stesso… Una inconfondibile eleganza francese che si è un po’ persa anche a Parigi: è questo il suo segreto? È stato sempre amato e invidiato: amava le donne e loro amavano lui. Conteso dalle più belle donne del cinema, protagonista di tanti amori e di flirt: Élodie Constantin, Ursula Andress, Laura Antonelli, Natty Tardivel, Barbara Gandolfi. Un mostro sacro, non solo del cinema francese: indimenticabile in film come Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard; e fin da subito dimostra i suoi talenti in A doppia mandata del quasi esordiente Claude Chabrol. Con Alain Delon (altro mostro sacro del cinema francese) forma una coppia che fa pensare ai “duelli” ciclistici di Fausto Coppi e Gino Bartali. Ma rispetto a Delon, che certo ha canoni fisici apparentemente superiori, “Bébel” oppone simpatia canagliesca e talento innato. Lo sanno bene Vittorio De Sica che lo sceglie per il ruolo di Michele ne“La ciociara e Mauro Bolognini, che lo vuole nei panni di Amerigo ne La viaccia. Dietro quella maschera da guascone, un grande attore: come dimostra in Asfalto che scotta di Claude Sautet, accanto a un superbo Lino Ventura: la critica lo comincia ad apprezzare, sottolinea la sua interpretazione seria e malinconica, interpretando il ruolo di Eric Stark dimostra talento e intensità drammatica. Poi vengono altri “noir”: Quello che spara per primo, di Jean Becker; Quando torna l’inverno di Henri Verneuil; Lo spione, di Jean-Pierre Melville. Ma anche ruoli brillanti, da commedia, come L’uomo di Rio di Philippe de Broca; e, naturalmente, l’indimenticabile Borsalino di Jacques Deray. Delon ha buone ragioni per dolersi, e “andare storto”: i due attori sono bravissimi, ma Belmondo eccelle di netto. Infaticabile, si dedica negli ultimi anni al teatro, e anche lì eccelle: ripassa tutti i grandi classici, veste perfino i panni del mattatore Kean e aspira a un finale di carriera da “padre nobile”, guadagnandosi intanto il Premio Cesar come miglior attore nel 1989. Apprezzato da registi del calibro di Claude Lelouch, François Truffaut, Louis Malle, José Giovanni, incarna un certo cinema francese che va da Jean Gabin a Yves Montand, fino a Serge Reggiani e Lino Ventura. Un cinema che ormai lo si può ritrovare solo in cineteca o nelle retrospettive di qualche festival. Valter Vecellio

Marco Giusti per Dagospia Il 7 settembre 2021. Non si è fatto scoppiare con la dinamite come in Pierrot le fou di Jean-Luc Godard, il film di Jean-Paul Belmondo che mi piacerebbe rivedere di più oggi, in onore della sua uscita di scena a 88 anni. Certo. Vedere "Pierrot le fou" senza rivedere il primo capolavoro suo e di Godard, "Fino all'ultimo respiro" non sarebbe giusto. Anche lì muore in un finale meraviglioso, passandosi il dito sulle labbra, tradito da Jean Seberg. Ah, le donne! Ovvio rivedrei anche "Une femme est une femme", ancora Godard. Con Anna Karina. A colori. Quasi un musical. Lì Belmondo imita il sorriso coi denti in vista bianchissimi di Burt Lancaster in "Vera Cruz" di Robert Aldrich. Come facevamo a non amarlo allora? Chi aveva la stessa leggerezza per tradurre in spettacolo l'amore per il cinema? E i suoi noir, a cominciare da "Il buco" di Jacques Becker, il suo rapporto con Jean-Pierre Melilli, col quale fa tre film, "Lo sciacallo", "Lo spione" e "Leon Marino prete", con José Giovanni,"Il clan dei marsigliesi". Favoloso. Mi piaceva meno nei suoi film italiani, anche importanti come " La ciociara" di Vittorio De Sica con Soohia Loren, "Mare matto" di Renato Castellani, il pur bellissimo "La viaccia", dove incontra Claudia Cardinake. Ma era bravissimo nel cappa e spada a colori superfrancese, "Cartouche" di Philippe De Broca e nell'avventura anni 60, "L'uomo di Rio", "L'uomo di Hong Kong". Come ti sei fatta quel taglio? Chiedo a Ursula Andress. "Me l'ha fatto Jean-Paul con un coltello" mi risponde. Il loro è stato un grande amore pieno di passione e di zuffe. Perché te l'ha fatto? Beh, io gli avevo sparato. Gelosissimo, le aveva vietato una serie di film importanti per averla solo per lui. Una volta per recuperarla si arrampico' fino al secondo piano di un albergo. Era uno scontro continuo. Lei non sopportava che lui facesse colazione a letto leggendo "L'Equipe" e sporcano con le mani nere d'inchiostro il letto.Diffidava di tutti. Ma soprattutto di Mastroianni che con Ursula aveva girato La decima vittima". Mi ha detto che Fellini le aveva proposto un film in coppia con Marcello e Belmondo si è opposto. Innamorato e geloso, ma poi, ahimè, la tradì con Laura Antonelli, mentre giravano un film insieme. Ursula se ne accorse e senza dire una parola lo lasciò senza fare le valigie. Bebel cercò di recuperarla inutilmente. Per dir la verità diventando famoso non riesce a mantenere lo stato di grazia degli inizi. Lo ricordiamo ancora fantastico ne "Il ladro di Parigi" di Louis Malle, dove fa un voleur anarchico e romantico. O in "La mia droga si chiama Julie" di Francois Truffaut con Catherine Deneuve che lo fa impazzire. Ma non è il ruolo adatto a lui. Non brilla nemmeno nel thriller politicamente scorretto "Docteur Popaul" di Claude Chabrol, dove tradisce Mia Farrow con la cugina Laura Antonelli. È allora che scoppia la passione per la nuova star italiana. Lo capiamo anche vedendo il film. Belmondo era pazzo per le donne. Il giorno che non le desiderera' più sarà morto, mi disse Ursula che lo conosceva bene e ha seguitato a vederlo negli anni. Negli anni i suoi film peggiorano, anche se lo vuole Alain Resnajs per "Stavinsky", ma tra "Borsalino" di Jacqyes Deray in coppia con Alain Delon, l'amico rivale di sempre, e una serie di poliziotteschi di grande successo diventa uno degli attori più amati di Francia. Non abbiamo idea oggi del successo dei suoi film anni 70 in Francia, pensiamo solo a quelli Georges Lautner, che divenne il suo regista di fiducia  "Poliziotto o canaglia", "Il piccione di Piazza San Marco", "Joss il professionista, ma anche con Jacques Deray, Henri Verneuil. Il suo ruolo è sempre quello del simpatico spaccone, sigaro in bocca, cappelletto, dolce vita e pistola pronta a essere estratta o già in mano. Lontano dalla Nouvelle Vague ma così amato dal pubblico. Un Merli francese, ma sempre ironico e pieno di vita, a differenza di Delon, più bello ma più freddo. Bebel fu il mito del cinema di genere francese anni 70. Nel tempo non si è mai dato per vinto  ne' con le donne ne' con la vita, anche quando sembrava che il meglio fosse passato. 

Mauro Zanon per “Libero quotidiano” il 25 settembre 2021. «Tutta la famiglia Belmondo è scioccata dal comportamento di Madame Sotto Mayor, dalla pubblicazione di questo libro a pochi giorni dalla morte di Jean-Paul Belmondo. È indecente. Nessuna delle sue compagne di vita ha mai raccontato pubblicamente la propria intimità con lui». Sono le parole di Michel Godest, avvocato e amico del grande attore francese scomparso lo scorso 6 settembre a 88 anni. Parole di rabbia per l'uscita nelle librerie di Jean Paul. Mon homme de Rio (Flammarion), scritto dall'attrice e cantante brasiliana Carlos Sotto Mayor, con cui Bébel ebbe una storia d'amore negli anni Ottanta, dopo essersi lasciato con Laura Antonelli. Originaria di Fortaleza, Carlos Sotto Mayor conobbe Belmondo nel 1980, all'Elysée Matignon, la discoteca dove andava a ballare lo show-biz. Le Magnifique, allora quarantasettenne, non restò indifferente al corpo sinuoso di quella diciannovenne brasiliana che era apparsa all'improvviso nella notte parigina: fu un colpo di fulmine.

COLPO DI FULMINE Ma quando la ragazza di Fortaleza andò ad abitare nell'appartamento dell'attore, a rue des Saint-Pères, nel Sesto arrondissement, scoprì subito un altro Belmondo: «Ehi, Piccola (il suo soprannome, ndr), a partire da questo momento non vai più a letto con nessuno. E tutto ciò che accade qui dentro resta qui dentro», le avrebbe detto Bébel, mostrando il suo lato geloso e possessivo. Un giorno, come racconta nel libro, Carlos Sotto Mayor trovò all'interno di una valigetta in camera da letto un misterioso registratore. «Per intere settimane, mi aveva messo sotto intercettazione per sapere se lo tradivo», rivela la cantante brasiliana. La gelosia di Belmondo emerse anche in occasione di un viaggio alle Isole Baleari, nel corso del quale avevano incrociato i Bee Gees, che, secondo il punto di vista dell'attore, guardavano con troppa concupiscenza la sua compagna brasiliana. «Quel giorno, ho scoperto che il Magnifico non sopportava la presenza di persone più famose di lui. Anche se è rimasto semplice e modesto, ha sempre avuto bisogno di essere il capo del branco, il maschio alfa», racconta l'attrice, che ha condiviso lo schermo con Belmondo in tre film: Professione: poliziotto (1983), Irresistibile bugiardo (1984) e Tenero e violento (1987). Negli estratti del libro che mostrano il lato nascosto di Bébel, pubblicati in anteprima dal Journal du dimanche, Carlos Sotto Mayor parla anche della lunga depressione dell'attore, che non è stata rivelata a nessuno e che sarebbe iniziata nel 1982 con la morte del padre, lo scultore di origini italiane Paul Belmondo 

TEMPISMO L'ex top-model brasiliana riporta anche un episodio alla Fashion Week con Ursula Andress, la James Bond girl con cui Belmondo ebbe una parentesi d'amore tumultuosa alla fine degli anni Sessanta. «Salutami Jean-Paul e digli di restituirmi il mio comodino Luigi XVI», avrebbe detto la Andress alla Sotto Mayor, dando del "tirchio" all'attore francese. Non è insomma un ritratto piacevole quello dipinto dalla cantante brasiliana. E non solo per i contenuti, ma anche per il tempismo scelto. L'attrice era tornata a farsi viva dopo anni di silenzio nel 2019 e nell'estate del 2020. «Si è imposta, lo ha voluto tenere tutto per sé, allontanarlo dai suoi cari, dalla sua famiglia. Gli ha fatto fare tutta una serie di foto e di video durante l'estate del 2020», denuncia il legale della famiglia Belmondo, Michel Godest, secondo cui la cantante «ha approfittato di lui per fare il suo ritorno mediatico». Carlos Sotto Mayor, al Parisien, ha definito con queste parole la sua relazione con Belmondo: «Un'amicizia molto profonda con molto amore». Affermazione a cui l'avvocato e amico di Bébel ha reagito così: «E per quale motivo, se era follemente innamorata, è scomparsa improvvisamente senza più dare notizie la scorsa primavera?».

·        È morta la cantante Sarah Harding.

Aveva 39 anni. È morta Sarah Harding, la cantante ex componente delle Girls Aloud stroncata da un tumore al seno. Vito Califano su Il Riformista il 5 Settembre 2021. È morta a 39 anni Sarah Harding, cantante britannica ed ex componente delle Girls Aloud. È morta a causa di un cancro al seno, dopo una battaglia lunga poco più di un anno. La malattia le era stata diagnosticata a inizio 2020. “Molti di voi sono a conoscenza della battaglia di Sarah contro il cancro che ha combattuto duramente dalla diagnosi fino al suo ultimo giorno. Questa mattina se ne è andata pacificamente”, ha scritto sui social la madre di Sarah, Marie. La madre ha sottolineato come il supporto e l’affetto ricevuto dalla figlia in questo periodo “significava tutto per Sarah, le dava grande forza e conforto sapere di essere amata. So che non vorrà essere ricordata per la sua lotta contro questa terribile malattia: era una stella splendente e brillante e spero che sia così che potrà essere ricordata”. L’ultimo desiderio che aveva espresso dopo che il medico le aveva preannunciato ancora pochi mesi di vita era dare un’ultima festa con i suoi amici. Harding era nata il 17 novembre 1981 ad Ascot. Aveva partecipato al talent show Popstars: The Rivals nel 2002. Arrivò in finale e con le altre finaliste formò le future Girls Aloud. Il gruppo si era poi separato per tornare di nuovo insieme nel 2012. La formazione si è sciolta definitivamente nel 2013. Sarah Harding nel frattempo si era data alla televisione. Ha partecipato a diversi reality show tra cui il Grande Fratello Vip inglese, che ha vinto nel 2017. Dopo la diagnosi del tumore aveva scritto e pubblicato un’autobiografia, Here Me Out. Si è sottoposta a mastectomia e a chemio settimanali. La malattia però si era diffusa rapidamente ad altri organi. “Mentre scrivevo del mio cancro mi sono ritrovata a pensare: ‘Voglio che lo sappiano tutti?” — aveva scritto Harding nel suo libro – Poi mi sono detta che se c’era la possibilità che anche solo una persona decidesse di farsi controllare dopo aver letto la mia storia e venisse curata in tempo, allora ne era valsa la pena'”.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

·        E’ morta la giornalista Anna Cataldi.

Estratto dell’articolo di Gianfranco Ferroni per “il Tempo” il 3 settembre 2021. Oggi a Dogliani, in provincia di Cuneo, nell'ambito del Festival della Tv e dei nuovi media è atteso un dialogo con Urbano Cairo. Chissà se onorerà l’appuntamento, visto che ieri però è scomparsa Anna Cataldi, giornalista di lungo corso, scrittrice, produttrice cinematografica, già sposa di Cairo. Enrico Mentana nel telegiornale di La7 delle ore 20 ha annunciato la morte della Cataldi, ma non ha detto che era stata una delle mogli dell’editore Cairo. (…)

Elisabetta Rosaspina per il “Corriere della Sera” il 3 settembre 2021. Impossibile raccontare tutte le vite condensate nei suoi 81 anni. La più coinvolgente è stata senz' altro quella che ha dedicato ai diritti umani, cui si è consacrata con ogni risorsa a sua disposizione. Fino all'ultimo, fino a ieri, quando un malore se l'è portata via. Anna Cataldi, giornalista, scrittrice, produttrice cinematografica, scelta nel 1998 dall'allora segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, come Messaggera di pace assieme a Luciano Pavarotti (li aveva fatti incontrare proprio lei), già International media consultant dell'Unicef, Goodwill ambassador dell'Organizzazione mondiale della sanità, nel programma Stop Tbc, e del Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati) non sentiva di avere già fatto abbastanza. In questi giorni il suo obiettivo era di riuscire a «esfiltrare» dall'Afghanistan la famiglia di un bambino, meglio, un ex bambino, che nel 2001 aveva portato con altri piccoli profughi da Peshawar in Italia, al concerto di Pavarotti and Friends, quell'anno dedicato al paese ancora in mano ai talebani. Non aveva dimenticato il bambino saggio che in quel mese di ristoro italiano aveva capito l'importanza di studiare e ne aveva fatto tesoro in patria. Voleva a tutti i costi offrire a lui e ai suoi figli un'altra opportunità: «Mi telefonava anche di notte» ricorda commossa Nicoletta Mantovani. E non soltanto a lei: stava smuovendo tutte le sue conoscenze - e non erano poche - in Italia, a Ginevra, alla Croce Rossa, ai vertici delle Nazioni Unite, incapace di rassegnarsi. Incapace di accettare che l'Afghanistan, il Paese che aveva percorso in lungo e in largo, in compagnia di grandi fotoreporter, come James Nachtwey e Sebastiano Salgado, fosse di nuovo ostaggio del fanatismo più truce. Incollata ai notiziari della Bbc e della Cnn, era indignata dal voltafaccia degli Stati Uniti, dalle parole del Segretario di Stato Tony Blinken, quando ha detto «la nostra missione non è mai stata quella di aiutare gli Afghani. Noi volevamo solo vendicarci per le Torri Gemelle». Una delle sue risorse era proprio «la capacità di collegare le persone», come ricorda ancora Nicoletta Mantovani, al suo fianco con la Fondazione Pavarotti. La capacità di spendersi per tutti, come aggiunge Urbano Cairo, suo marito per otto anni: «Unica, speciale, generosa - cerca per lei aggettivi adeguati l'editore -. Ha avuto un'influenza molto importante su di me. Il nostro è stato un grande legame e Anna ha continuato a far parte della mia famiglia, in tutte le occasioni, affezionatissima a mia moglie e ai miei figli». Era toccato a lui, il 2 agosto del 1993, darle la più terribile delle notizie: Giovanni, figlio del suo primo matrimonio con Giorgio Falck, era morto a 27 anni all'ospedale di Piombino dopo un'immersione all'isola d'Elba. Le restavano due figlie, Guia e Jacaranda, e la forza ostinata con la quale cercava di porre rimedio alle sofferenze dell'umanità in guerra. Aveva ricevuto il testimone dall'attrice Audrey Hepburn, amica-sorella, che visitava le zone più disastrate del pianeta come Ambasciatrice dell'Unicef. A lei, e ad altre grandi donne altruiste, Anna Cataldi ha dedicato un libro, «Con il cuore» (Cairo): «Un giorno mi disse che stava partendo per la Somalia, dove la carestia uccideva migliaia di bambini. Le chiesi di andare con lei - raccontò al Corriere della Sera -. L'Africa la conoscevo bene. Ero stata io a comprare i diritti cinematografici di "La mia Africa" dagli eredi di Karen Blixen e a convincere Hollywood a farne un film». Il successo di un'altra delle sue vite, ottenuto senza farsi scoraggiare da chi, come Roman Polanski, le consigliava di dedicarsi ad altro. Lo raccontò nel suo ultimo libro, «La coda della sirena» (Rizzoli). Raccolse invece il suggerimento di Audrey Hepburn: «Io posso spendere la notorietà che mi resta per rendere il mondo consapevole di cosa sta succedendo. Tu sai scrivere: usa la parola per fare la stessa cosa». Obbedì, cercando di sensibilizzare l'opinione pubblica attraverso i suoi reportage per Panorama, Epoca e L'Espresso dai fronti di guerra: Bosnia, Cecenia, Angola, Ruanda. A volte travalicava i compiti di giornalista: nel marzo 1992, con l'inviato del Tg4, Toni Capuozzo, portò via da Sarajevo, nascosto in un giubbotto antiproiettile, Kemal Karic, 10 mesi, orfano di madre e mutilato di una gamba dai bombardamenti, per farlo curare in Italia.

·        Morto lo scrittore Daniele Del Giudice.

La malinconica allegria di Del Giudice. Alberto Asor Rosa su La Repubblica il 2 settembre 2021. L’autore de “Lo stadio di Wimbledon” e “Atlante occidentale” è morto a Venezia all’età di 72 anni. Era ammalato da tempo. Uno scrittore vicino agli “ultimi classici”: da Calvino a Pasolini. Ho conosciuto Daniele Del Giudice quando era giovane, molto giovane, quasi un ragazzo: fra gli anni '70 e gli anni '80 del secolo scorso. Collaborava a un quotidiano romano che si chiamava Paese Sera, che poi è scomparso: redigeva articoli culturali e faceva interviste. Era intelligente, curioso, acuto, spiritoso: qualche volta sardonico, anche con il suo interlocutore.

Morto Daniele Del Giudice, lo scrittore è scomparso a 72 anni: era malato da tempo. Riccardo Castrichini il 02/09/2021 su Notizie.it. Lo scrittore Daniele Del Giudice è morto all'età di 72 anni dopo una lunga e tormentata malattia. Per lui in vita riconoscimenti e libri importanti. È morto all’età di 72 anni lo scrittore Daniele Del Giudice. Da tempo il critico e giornalista di Paese Sera combatteva con una grave malattia. Una vita passata a scrivere e raccontare, attività di rifugio ideale per chi come Del Giudice non amava le apparizioni pubbliche. Un carattere schivo e riservato che però nella scrittura trovava una sua maggiore dolcezza e una libertà di movimento. Il suo primo romanzo, Lo stadio di Wimbledon, è datato 1983. Un primo assaggio del suo talento letterario che nel corso della sua vita lo ha portato a ricevere diversi riconoscimenti importanti quali il Premio Viareggio Opera Prima nel 1983, il Premio Letterario Giovanni Comisso nel 1985, il Premio Bergamo nel 1986, il Bagutta nel 1995, il Premio Feltrinelli dall’Accademia dei Lincei per l’opera narrativa nel 2002. Nella giornata di sabato 4 settembre sarebbe dovuto essere presente al Campiello – dove già era stato due volte – per ricevere un premio alla carriera. Singolare, nel corso della carriera di Del Giudice, è la questione legata al Premio Strega. All’uscita di Orizzonte mobile nel 2009 sembrava infatti che lo scrittore potesse essere tra i papabili vincitori di quell’anno, notizia che però lo stesso Del Giudice smentì in grande fretta dichiarando di non voler affatto partecipare a quel premio letterario. Tra le opere più importanti di Del Giudice ricordiamo Atlante occidentale, del 1985, che tratta del rapporto tra il fisico Pietro Brahe e lo scrittore Ira Epstein. E ancora, Nel museo di Reims, del 1988, ovvero la storia di Barnaba e del suo voler memorizzare tutte le immagini del museo prima di diventare completamente cieco. Nel 1994 particolare menzione merita Staccando l’ombra da terra, una raccolta di racconti dedicati al tema del volo, uno dei quali, Unreported inbound Palermo, ha ispirato la realizzazione dell’omonimo spettacolo teatrale di Marco Paolini. Sulla scia di questo successo nel 2001 Del Giudice ha scritto insieme allo stesso Paolini lo spettacolo I-TIGI, Canto per Ustica, un testo teatrale sulla tragedia del Dc9 Italia precipitato nel 1980.

Paolo di Stefano per corriere.it il 2 settembre 2021. Fu Daniele Del Giudice il primo a telefonare da Venezia in casa editrice Einaudi il pomeriggio in cui Calvino ebbe l’ictus: «Italo sta morendo». Lo racconta Ernesto Ferrero nel suo «album familiare» I migliori anni della nostra vita. Non è escluso che anche per Daniele i migliori anni siano stati quelli dei mercoledì in via Biancamano. Era lui, non ancora quarantenne nel 1986, il più giovane consulente. Fu una vera staffetta con Calvino, che gli aveva passato il testimone sin dal 1983 scrivendo la quarta del suo primo romanzo, Lo stadio di Wimbledon, con la triplice domanda in chiusura: «Cosa ci annuncia questo insolito libro? La ripresa del romanzo d’iniziazione d’un giovane scrittore? O un nuovo approccio alla rappresentazione, al racconto, secondo un nuovo sistema di coordinate?». Del Giudice nasce nel 1949 a Roma, da padre svizzero dei Grigioni morto quando Daniele è un bambino. Passa anni in collegio, non ha un’infanzia felice. In un’intervista del 2007 a Riccardo Giacconi ricorda che suo padre prima di morire gli regalò una macchina da scrivere, una enorme Underwood americana e una Bianchi 28, una bicicletta. Non andava a scuola, il piccolo, preferiva pedalare la mattina e battere a macchina con due dita il pomeriggio. Del Giudice non ha mai terminato gli studi universitari, forse perché ben presto ha cominciato a collaborare per i giornali, prima di spostarsi a Milano e poi definitivamente a Venezia. Ha lavorato a «Paese Sera», con l’allora amico Franco Cordelli. Nella prima intervista, del 1978, dava già del tu a Calvino. Lo stadio di Wimbledon fu una rivelazione: racconta il viaggio-inchiesta di un giovane sulle tracce della figura di Bobi Bazlen, della sua «non scrittura» e del silenzio che caratterizzò la vita dell’intellettuale triestino. Il vero fuoco è però l’interrogazione su quella «complicatezza leggera» che, secondo un ideale calviniano, è la creazione letteraria. Qualcuno vide in una certa freddezza troppo «intelligente» il limite di Del Giudice: ma in realtà la prosa piana, trasparente, i dialoghi rarefatti in un intreccio pressoché impercettibile (in cui compaiono due donne conosciute da Montale, Gerti e Liuba) intensificano la forza del mistero, dell’assenza, da cui si libera l’energia creativa del protagonista senza farlo precipitare nella stessa afasia bazleniana. Il secondo romanzo, Atlante occidentale, arriva presto, nell’85. Giulio Einaudi ricordava che il trenino scelto per la copertina fu imposto dall’autore, cosa che raramente accadeva. Mentre Lo stadio di Wimbledon è un romanzo che interroga la memoria degli amici di una persona assente, Atlante occidentale è la storia di una amicizia reale, quella nata dall’incontro, in un piccolo campo di aviazione nei dintorni di Ginevra, tra l’anziano scrittore Epstein e Brahe, un giovane fisico italiano: i due sono accomunati dalla passione del volo, la stessa del pilota dilettante Del Giudice. La scena di «Atlante occidentale» è un laboratorio ginevrino in cui si sta sperimentando un anello di accelerazione che permetterà di rendere visibili infinitesimali particelle di materia. La lettura più ovvia è il confronto tra le due culture, ma il libro è molto più ambizioso: si propone di «inseguire la metamorfosi dell’uomo europeo, la nuova percezione che egli ha di sé e del mondo che lo circonda», restituendo alla letteratura la sua «vera vocazione di scoperta». Precisione della scrittura, esattezza nel rendere i fenomeni fisici come nel restituire i sentimenti, le emozioni: sono questi i tratti che distinguono la prosa di Del Giudice anche quando affronta il motivo autobiografico del volo nei racconti di Staccando l’ombra da terra (1994), forse il suo libro migliore: qui l’esperienza aviatoria personale si estende ad altre storie, come la caduta di un aereo nuovissimo sulla Conca di Crezzo per via del gelo. Ma soprattutto la tragedia dell’Itavia a Ustica, resa attraverso i drammatici dialoghi del «voice recorder». È un libro sulla grammatica del volo e sulla grammatica della vita, sul rapporto tra allievo e maestro, sull’etica dell’aviatore e sull’etica esistenziale, sull’equilibrio delicato tra istinto e competenza. E c’è una metafora superiore, quella letteraria, se è vero che la rotta aerea va tenuta salda come la rotta dello stile per uno scrittore. I racconti di Mania (1997) sono un’altra prova dell’adozione della misura breve come abito stilistico (e filosofico) ideale di del Giudice: anche qui con testi bellissimi, giocati su un’ampia tastiera di stile e di visioni, che mostrano ormai una qualità musicale della scrittura. Nel 2000, Del Giudice scrive per e con Marco Paolini un testo teatrale su Ustica lavorando sugli atti e sui documenti. Del Giudice intanto si era offerto generosamente e con entusiasmo all’organizzazione degli eventi veneziani di «Fondamenta» e all’insegnamento allo Iuav. Orizzonte mobile è del 2009: Del Giudice narra la sua spedizione antartica, ma unisce in un unico filo narrativo anche altri viaggi lontani nel tempo, attraverso i taccuini di esploratori ottocenteschi. A Claudio Magris, che lo intervistò per il «Corriere», disse: «Nella percezione le cose non sono affiancate ma simultanee e così dovrebbe essere nella narrazione». La percezione della realtà cominciavano lentamente per lui a sfumare: lo scrittore che ha fatto del ragionamento e della lucidità calviniana l’ossessione del suo narrare e del suo leggere (Del Giudice è stato anche ottimo saggista) doveva arrendersi all’Alzheimer. A Calvino era esploso il cervello in un attimo, quello di Del Giudice è andato lentamente in macerie (lo ha narrato Michele Farina nel suo Quando andiamo a casa?). Strano destino di due scrittori che avevano fatto del pensiero esatto il loro stile creativo.

La scomparsa dello scrittore. Chi era Daniele del Giudice, l’ultimo scrittore italiano del Novecento. Eraldo Affinati su Il Riformista il 3 Settembre 2021. Scompare con Daniele Del Giudice, da tempo ricoverato in una clinica della Giudecca a Venezia, l’ultimo scrittore italiano del Novecento: non in senso anagrafico, ma spirituale. Erano molti anni che il suo cervello aveva ceduto logica e spazio al Doppelgänger, “il fratello muto che ciascuno porta nascosto dentro di sé”, come volle definire lui stesso, in una memorabile introduzione alle opere di Primo Levi (Einaudi, 1997), la dimensione interiore d’oblio permanente in cui finirono inghiottiti anche Paul Celan, Jean Améry e Bruno Bettelheim, reduci dai lager e tutti suicidi. Nel suo caso c’era stata sin dall’inizio un’inquietante fascinazione nei confronti dell’assenza, come risposta strategica alla mancanza di fiducia nella realtà, prisma cangiante e ingannevole, frantumata secondo le nostre interpretazioni e quindi non sempre affidabile. Potremmo considerare la sua infanzia difficile (nato a Roma nel 1949, padre svizzero morto giovane, prima formazione in collegio) quale nucleo originario di tale carattere espressivo. Sorta di cellula germinale di una caratteristica, singolare introversione, capace di garantire un timbro unico al dettato. Ma altri avrebbero reagito contrapponendosi allo scacco familiare. Del Giudice invece si rispecchiò nel vuoto da cui sentiva di provenire, fino al punto da assumerlo nella forma di una prospettiva ideale: sin dall’esordio, con Lo stadio di Wimbledon (1983), incensato da Italo Calvino alla maniera del maestro che sceglie il proprio pupillo, mettendo al centro della narrazione la mitica figura di Roberto Bazlen (senza mai nominarlo), letterato nascosto della cultura italiana, mostrò il suo talento di raffinato stilista. Non conta ciò che vedo o credo di vedere, bensì come riesco a rappresentarlo. Il che produce un’accelerazione vitalistica destinata alla sconfitta: è questa tuttavia la paradossale profonda ragione della letteratura. Nell’incipit del Museo di Reims (1988) lo aveva quasi proclamato: «È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura» Una volta in Antartide ne ebbe piena consapevolezza: «Non so se ho molto da raccontare a proposito di questo viaggio, perché è stata soprattutto una storia di paesaggio, e di paesaggio attraversato in macchina» (Orizzonte mobile, 2009). Siamo dentro l’oscurità cui sembra costringerci la caduta di ogni certezza. Perfino la scienza, ce lo spiegano al meglio gli epistemologi, è un’arma spuntata. Ne deriva il classico stallo della cultura moderna che Del Giudice giunse addirittura ad incarnare.

Chi, come il sottoscritto, ha avuto il privilegio di conoscere questo vero, autentico scrittore, custodisce dentro di sé il ricordo incancellabile di quegli istanti preziosi. Era la fine degli anni Novanta. Ci incrociammo in un premio letterario a Firenze, a cui decidemmo entrambi di sottrarci per fare in modo che lo dessero a Lalla Romano. Solo una battuta veloce su Franz Kafka. Il discorso si spostò immediatamente sugli aeroplani di cui Daniele, novello Saint-Exupéry, era appassionato. Avevo appena letto Staccando l’ombra da terra (1994), forse il suo libro più bello, anche nel finale dedicato alla tragedia di Ustica. Una frase mi era rimasta in testa: «Volare era tutt’altro che una manovra ben fatta». La vita, ne dedussi, significa dunque riuscire a governare i nostri errori? Daniele assentì con un sorriso indimenticabile. E, in piedi fra la gente che passava, mi raccontò l’emozione di levarsi in volo all’alba, da solo, ai comandi di un biposto a elica, dalla pista del Lido, il sole pronto a trafiggere il campanile di San Marco. Vai su con lentezza, buchi le nuvole, ti stabilizzi sulla scia del vento, oltre i vapori. Mentre parlava ebbi l’impressione che il fantasma dell’adolescenza, appena rievocato, girasse intorno a noi e ci picchiettasse sulle spalle. Come a dire: io sono ancora qui! Compresi perché lo scrittore avesse intitolato Mania, una sua parola chiave, la raccolta di racconti appena pubblicata, che gli consentì di entrare in finale al Campiello del 1997: poi si ritirò anche da quello. Ora glielo concederanno alla carriera, come è giusto. L’epigrafe foscoliana del resto lo spiegava perfettamente: “Notate che la ‘mania’ deriva dal troppo sentire”. «Una particolare forma di concentrazione, una forma estrema del conoscere e del coincidere con il proprio destino» leggeremo poi molti anni dopo (In questa luce, 2013). Aderire a ciò che si è, lo sappiamo, segna la strada verso la maturità. Per chi scrive si tratta di un percorso obbligato. Gli strappai la promessa che un giorno mi avrebbe portato lassù insieme a lui. Usava farlo con gli amici più cari. Avrebbe mantenuto l’impegno se l’Alzheimer non glielo avesse impedito. Una volta alloggiai in un albergo posto accanto alla stanza della residenza in cui stava, ormai definitivamente assente. Eppure ne percepivo la presenza fantasmatica. Prima di addormentarmi, mi venne in mente ciò che aveva scritto in Atlante occidentale (1985): «Non il sogno e la sua sotterranea continuità che lega il giorno e la notte, ma il sonno era il vero mistero: abbandono, fratellanza animale, e rigenerazione». Così, a modo mio, chiudendo gli occhi, ebbi l’illusione di rivederlo. Eraldo Affinati

Aveva 72 anni. È morto Daniele Del Giudice, il nostro piccolo Principe. Fulvio Abbate su Il Riformista il 3 Settembre 2021. Di Daniele Del Giudice, scrittore tra i nostri più rari e preziosi, che ci ha lasciati ieri, a 72 anni, narratore segreto, lui che prestava attenzione all’infinitesimale straordinario celato nelle pieghe del reale con sguardo acuminato, molti pensavano, appunto, che appartenesse alla famiglia culturale, meglio, a una linea segnata dal gelo narrativo dell’oggettività. Uno scrittore con sguardo da anatomopatologo, la formaldeide delle idee e dell’osservazione. Bugie, proprio a Del Giudice, era altrettanto caro e familiare il cielo, nel senso proprio degli aviatori, dei trasvolatori, dei capitani coraggiosi nella “terra degli uomini”, come chi provi a collaudare lo sguardo dalla cima della percezione. Occorre infatti immaginarlo concretamente, in carne, ossa e bomber rivestito di alpaca, nella carlinga del suo aereo, pilota “dilettante”, nel senso che però al diletto davano gli illuministi, dove, parola di Voltaire o forse di Rousseau, “la curiosità è filosofia”, e insieme cura. Autore di pochi e soppesati romanzi, racconti, resoconti, cronache narrativi, dove la scrittura assume il tratto della necessità, Lo stadio di Wimbledon (1983), Atlante occidentale (1985), Nel museo di Reims (1988), Staccando l’ombra da terra (1994), Mania (1997), tra l’altro, testi esemplari destinati a mostrare proprio il suo acume sul regno del visibile e le sue pieghe nascoste.

Un lavoro paziente, chino sulle parole, degno di un orologiaio, non certo del cappellaio matto, che si chini a osservare la meccanica del vivente. Ma anche altrettanto autore, in questo nuovo caso “civile”, di un testo destinato alla voce in scena di Marco Paolini, I-TIGI. Canto per Ustica (2009), un oratorio, per le vittime della strage mai dimenticata. Non è un caso che la sua pagina scritta fosse apprezzata da Italo Calvino, che ne è stato il primo e principale estimatore e compagno di viaggio, così da includerlo dall’esordio nel catalogo Einaudi. Appresa la sua scomparsa, molti, ravvisando un tratto di consonanza straordinaria fra loro, hanno detto che Daniele, sebbene giovanissimo, fosse tra i pochi a dare “del tu” all’autore più euclideo delle nostre lettere, sottolineando così una linea di discendenza: Calvino “chirurgico”, Pasolini “passionale”, Moravia “borghese”. Romano, classe 1949, Daniele Del Giudice, a dispetto che di chi lo assimilava a un’indole “professorale”, nasce al mondo del lavoro militante culturale nella redazione di Paese Sera, sono i primi anni 70: “giornalista”, salvo presto staccare l’ombra dalla sua città e dai menabò per raggiungere Milano, infine Venezia, dove ha vissuto gli ultimi decenni, ed è lì, in Laguna, che si è visto divorare dal male che ne ha ucciso lo sguardo e la parola, cancellandolo dalla pupilla pubblica del mondo. Eppure, anche a dispetto della realtà di assente, la parola scritta e il ricordo della sua scia lucente non si sono mai interrotti, forse perché Daniele aveva abituato ogni lettore, cioè tutti noi, alla rarefazione espressiva, puntuale, presente solo se ritenuta necessaria, implicita risposta alla prolificità insignificante di altri colleghi narratori. Gli dobbiamo, fra molti doni, un viaggio memoriale seguendo l’ultima rotta di Antoine de Saint-Exupéry, in ricognizione tra Sardegna e Corsica, Daniele, idealmente, è decollato con lo stesso F-5 P-38 Lightning di Antoine, tra Bastia e l’abisso. E forse, come l’autore del Piccolo principe, Del Giudice svanisce ora dal nostro sguardo suscitando un senso di perdita ingiusta. Nessuno però lo immagini come un “diportista” letterario, semmai come chi dalla scala del cielo abbia continuato ad avere contezza del mondo, delle cose e della storia. Anni fa, Del Giudice, volto da ragazzo incorreggibile, profilo da cavalluccio marino, definizione questa che lo faceva sorridere, ebbe per noi un gesto di attenzione complice: a lui devo una consulenza sui caccia-bombardieri Usa della seconda guerra mondiale, a sua volta lassù a solcare la linea puntinata dell’orizzonte. Piace immaginare il suo viso, oltre le pagine antologiche della letteratura del “secolo breve”, accanto ai profili di piloti e trasvolatori, Blériot, Lindbergh, De Pinedo, lui, accanto a loro; Daniele Del Giudice, ala della nostra storia romanesca. Addio.

Fulvio Abbate. Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “La peste bis” (1997), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Pasolini raccontato a tutti” (2014), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "I promessi sposini" (2019). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube.

Giampiero Mughini per Dagospia il 2 settembre 2021. Caro Dago, sarà stato il 1975 o il 1976 quando Daniele Del Giudice, che era mio amico e collega al quotidiano paracomunista romano “Paese Sera”, ruppe il rapporto con sua moglie, uscì di casa e per un paio di mesi rimase ospite a casa mia. Alla sera lui che cucinava benissimo si apprestava ai fornelli, io mettevo in tavola. Una volta che venne a cena un giornalista esperto di cinema, mi accorsi che guardava con sospetto alla “strana coppia” che io e Daniele costituivamo. Quello che più di tutto ci affratellava al giornale era che né io né lui facevamo parte della schiera di giornalisti comunisti o comunistizzabili che costituivano il 95 per cento del giornale. Daniele non era comunista né anticomunista né acomunista, era “altrove” con tutto sé stesso e innanzitutto con la sua maniera (già allora molto creativa) di intendere la scrittura su un giornale di carta. Quanto a me ero già notevolmente anticomunista, tanto che facevo parte di quella redazione di “Mondoperaio” (la rivista mensile del Psi ai tempi di Bettino Craxi) che stava lanciando un’offensiva culturale contro l’egemonia del Pci a sinistra. Quando alla direzione del “Paese Sera” arrivò Aniello Coppola, un giornalista intensamente comunista ma immensamente leale sul piano intellettuale, proprio noi due ebbe in simpatia. E ci affidò un lavoro che dividevano al modo di una mezzadria. Curavamo entrambi la terza pagina del giornale, nel senso che una settimana io e una settimana lui la impaginavamo, editavamo i pezzi, li titolavamo. Una settimana io e una settimana lui scrivevamo pezzi da terza pagina, pezzi ampi e dunque fra i più “liberi” del giornale. Io mettevo in pagina i suoi pezzi, lui metteva in pagina i miei. Una volta gli tagliai un capoverso di una decina di righe per impaginare meglio il tutto; Daniele se ne risentì. Non ce la facevo proprio a lavorare per un giornale così compattamente filocomunista. I dettagli non contano, a fine settembre del 1978 rassegnai le dimissioni. Non mi pare che Daniele nell’occasione mi mandasse un saluto o un augurio, probabilmente giocava negativamente tra noi due quell’avere io amputato un suo testo di una decina di righe, che lui aveva tutto il diritto di reputare sacre. Daniele rimase ancora un paio d’anni al “Paese Sera”, solo che lui era davvero “altrove”. Stava covando il mestiere che era irresistibilmente il suo - il mestiere di scrittore, che in lui era una seconda pelle o forse la prima pelle - e dov’era dieci anni avanti rispetto a tanti di noi. Lessi con ammirato sbalordimento quel suo esordio fulminante, ”Lo stadio di Wimbledon”, dove lui così magistralmente rievocava il destino del massimo non-scrittore italiano del Novecento, un Bobi Bazlen di cui io nel 1982 non sapevo quasi nulla. Eccome se c’era un mistero attorno a Bazlen. Eccome se c’era un mistero attorno a Daniele, di cui non so dire che cosa fosse divenuto negli anni Ottanta e Novanta e a parte essere il migliore scrittore italiano della sua generazione. Non l’ho mai più sentito dopo essermene andato dal “Paese Sera”. Naturalmente sapevo di lui, oltre che leggere quasi tutti i suoi libri. Seppi subito della malattia che precocissimamente lo rubò a se stesso e che adesso gli ha tolto la vita. Addio, Daniele 

·        Morto il musicista Theodorakis. 

Morto Theodorakis, con il suo sirtaki fece ballare (e pensare) la Grecia. Antonio Lodetti il 3 Settembre 2021 su Il Giornale. Il tema della danza di Zorba nel film del 1964 lo rese celebre in tutto il mondo. Lo scorso dicembre era stato nominato, per la sua opera e il suo impegno politico, membro onorario dell'Accademia di Atene durante una cerimonia alla presenza delle più alte personalità greche. È stato l'ultimo degli innumerevoli premi e riconoscimenti che Mikis Theodorakis, morto ieri in un ospedale di Atene, ha raccolto in 96 anni. Theodorakis ha scritto una valanga di canzoni, opere, balletti, composizioni di vario genere, ma da noi è conosciuto soprattutto per il tema del film Zorba il greco (1964) con quella danza in crescendo nota come Sirtaki, ispirato dalle danze tradizionali di Creta. La musica di Zorba il greco fa parte della riscoperta della musica popolare greca, recuperata dal compositore dopo il suo periodo di studi in Francia dove, al Conservatorio di Parigi, lavorò anche accanto a Olivier Messiaen. Tornato in patria, decise di rivoluzionare il suono del suo Paese fondendo musica sinfonica ed elementi folklorici, unendo gli strumenti dell'orchestra classica a quelli tipicamente popolari, partendo dalla raccolta di canzoni Epitaphios. «Tutti i paesi civili valorizzano il loro patrimonio culturale popolare, così voglio fare io per uscire dall'isolamento della nostra musica». Colto e raffinato artista, fondò così la Piccola Orchestra di Atene e la Società Musicale del Pireo e tenne decine di concerti in Grecia e in mezzo mondo. La sua attività artistica non va distinta dal suo impegno politico. Anche se negli anni '80 militò nel centrodestra (dopo i danni provocati da Papandreou), Theodorakis fu una bandiera della sinistra illuminata greca. Rientrato in Patria da Parigi nel '60, fu attivissimo fino al 21 aprile 1967, quando il regime dei Colonnelli si impadronì del Paese, lo internò in un campo di concentramento e mise al bando la sua musica. Solo nel '70, grazie all'intervento di personaggi come Shostakovich, Bernstein e Harry Belafonte, fu inviato in esilio a Parigi (partendo da un aeroporto privato di proprietà di Onassis) con una grave forma di tubercolosi. Ristabilitosi, con i suoi concerti internazionali, divenne un simbolo della resistenza al regime e continuò a comporre e ad esibirsi in giro per il mondo. Scrisse tra l'altro le colonne sonore di Zeta e Serpico. Tornò a casa nel '74 e da allora fu eletto numerose volte nel Parlamento greco, dove combatté sempre per la giustizia, senza mai dimenticare il suo lavoro di compositore. Impossibile citare tutte le sue opere (non a caso si dice che sia uno dei più prolifici compositori di sempre) che proseguono negli anni '80 con numerose sinfonie e alcune tragedie come Medea, Elektra, Antigone e la versione teatrale di Zorba che debuttò all'Arena di Verona. Nonostante si fosse virtualmente ritirato da tempo, negli ultimi anni aveva ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali in tutto il mondo, e nel 2009 scrisse una Rapsodia per archi, mezzosoprano e baritono. In Italia ha scritto per Iva Zanicchi e Milva e la versione italiana de Il ragazzo che sorride per Al Bano. Antonio Lodetti 

Totò Rizzo per leggo.it il 3 settembre 2021. «È stato il più grande autore di musica mediterranea del Novecento: dico mediterranea per intendere tutta la tradizione dei Paesi che si affacciano su quel mare, compreso il nostro. Le sue note erano e sono l’essenza di quello spirito, di quell’anima». Iva Zanicchi è stata la prima cantante italiana a interpretare nella nostra lingua i brani del compositore greco morto stamattina. Sono nove canzoni racchiuse in un album, «Caro Theodorakis», la più nota è «Fiume amaro» che, sottolinea la Zanicchi, «rimane il mio più grande successo di vendite, il singolo raggiunse un milione di copie nel 1970».

Come nacque l’idea di quel disco?

«Ero affascinata dalle sue canzoni, lui era stato in carcere per lungo tempo ad Atene, torturato, spedito in un campo di lavoro per prigionieri politici e poi in esilio durante il regime dei colonnelli di cui era un fiero oppositore. C’erano stati anche dei contatti epistolari, mai però avrei pensato di conoscerlo di persona e di fargli ascoltare in anteprima i suoi brani cantati in italiano». 

Chi procurò quell’incontro?

«Fu un’idea di Gigi Vesigna, allora direttore di “Tv Sorrisi e Canzoni”. Theodorakis era appena sbarcato a Roma, in esilio, sul corpo ancora le ferite delle violenze subite, doveva essere operato d’urgenza per un appendicite. Vesigna mi disse: “Andiamo a trovarlo, facciamogli ascoltare la “lacca” (allora le registrazioni dei provini si chiamavano così, ndr.) del tuo disco che sta per uscire con le sue canzoni”. Ricordo come fosse oggi, quella stanza d’ospedale. C’erano lui e due suoi compagni dell’opposizione al governo dei colonnelli. Abbiamo messo su il disco e piano piano lui cominciò a piangere, e con lui i suoi due amici, tenendosi per mano, come in una forma di preghiera. Piansi anch’io, naturalmente».

Che le disse alla fine dell’ascolto?

«Mi abbracciò, volle un foglio su cui scrivere e me lo diede. La più bella dedica che un musicista mi abbia fatto: “Sono felice che la tua voce abbia incontrato la mia musica”. Ovviamente volli che quel biglietto diventasse la copertina di “Caro Theodorakis”». 

Vi siete più incontrati?

«Il mio rimpianto più grande è quello di non aver potuto fare una tournée con lui, me lo aveva chiesto ma avevo già altri impegni. Però mi volle ad Atene, in un concerto a lui dedicato, a fine dittatura. Cantai tre suoi brani in un palasport gremito dove l’emozione per un dolore che ancora bruciava e per la libertà riconquistata era più che palpabile, fendeva l’aria, squarciava i cuori. Poi ci siamo sentiti più volte tranne che negli ultimi anni».

Al di là della fama conquistata col sirtaki di “Zorba” e con l’attività politica, chi era Mikis Theodorakis?

«Un uomo straordinario, di tenace senso della giustizia, un combattente vero. Ma soprattutto un musicista eccelso, un grande direttore d’orchestra qualità, questa, che, rispetto alla composizione, è rimasta magari in ombra. Ma basta leggere un suo spartito, ascoltare una sua esecuzione per capire quanto la sua musica fosse alta e le sue note ti sgorgassero con naturalezza dalla gola per farsi cantare».

Enrico Girardi per corriere.it il 2 settembre 2021. Con la scomparsa di Mikis Theodorakis, avvenuta all’età di 96 anni, tramonta un vessillo tra i più sbandierati della storia greca contemporanea. Attivo già da ragazzo nella lotta di resistenza contro il nazismo, il musicista non s’è mai tirato indietro, infatti, dal difendere orgogliosamente le sue ragioni politiche, culturali e musicali, in difesa della cultura nazionale e delle sue antichissime tradizioni. Il compositore e direttore d’orchestra che già a 17 anni si affermava in pubblico come erede della tradizione musicale greca, ha partecipato alla Guerra civile del 1946-49 e ha conosciuto il campo di concentramento; mutato il panorama politico, ha fatto parte del Parlamento nazionale; è stato attivo, dopo l’avvento della dittatura dei colonnelli, nel fronte patriottico, è stato fondatore del partito filocomunista dell’Eda, ha conosciuto il carcere e il confino subendo, insieme con i famigliari, vessazioni di ogni tipo e la messa all’indice della sua produzione. Ma è per quest’ultima che viene ricordato l’autore di «Zorba il greco» (la composizione della colonna sonora del film diretto da Michael Cacoyannis nel 1964, nota anche come Sirtaki prima in classifica per quattro settimane nel 1965 in Italia). Forte di un apprendistato solido – Theodorakis si era specializzato presso la formidabile bottega di Olivier Messiaen a Parigi –, il compositore ha sempre mirato al difficile connubio tra la tradizione classica centroeuropea e i bizantinismi del canto popolare locale, nella consapevolezza delle condizioni sempre più specialistiche della musica d’avanguardia. E c’è riuscito, conquistando al culto della sua musica masse impensabili, soprattutto nel genere della canzone, là dove cioè il sapere e l’invenzione si traducono nella forma più elementare e accessibile. Ne ha composte a centinaia. Di molte non sappiamo né il titolo né i contenuti, eppure basta accennarle per scoprire che le conosciamo da sempre. Ma non di sole canzoni vive il suo catalogo, che comprende opere liriche e balletti, musiche di scena e per il cinema, lavori sinfonici e cameristici: tutte pagine che documentano la facile vena melodica, la brillantezza ritmica e quei colori timbrici che derivano dalla particolare organologia greca.

Addio al musicista greco. Mikis Theodorakis, novantasei anni senza tentennare mai. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 3 Settembre 2021. Tutte le montagne del mondo hanno un posto speciale: un bosco di querce. Quando si mette in discussione l’onore di un uomo, si fa un resoconto della sua storia, i vecchi si cingono a una quercia. L’uomo, del cui onore si tratta, viene fatto sedere fra i rami dell’albero: si comincia a battere la quercia con un’ascia -al primo colpo l’albero si anima- degli strani esseri, tutti uguali fra loro, saltano fuori dal tronco e corrono in alto. Più si taglia e più gli esseri scappano dall’albero, per andarsi a rifugiare nelle querce vicine. Tentano di portarsi via l’uomo in giudizio. Quando l’albero cade al suolo si va a controllare. Se l’uomo è rimasto sull’albero, il suo onore è salvo, anche se è morto nella caduta. Se lo si vede scendere da una quercia vicina, sarà escluso dalla categoria degli uomini. Driadi si chiamano quelli che abbandonano l’albero, e Amadriadi quelli che precipitano a terra insieme alla quercia. È un accadimento magico, in un’atmosfera da ultima ora sommersa da un incrocio di musiche che si assestano fino a formare una sola composizione. Ogni uomo ha nella propria vita una colonna sonora. Gli uomini speciali sono Amadriadi e lo spartito della propria vita lo scrivono da sé: la musica. A volte, le parole le prendono dal migliore dei poeti. Mikis era il migliore dei musicisti e il poeta che scelse era Alekos Panagoulis. Theodorakis era lui stesso un albero, sopra la quercia del giudizio ci è rimasto per 96 anni, senza tentennare mai; fra i rami ha inventato le proprie note, indifferente alla violenza dei colpi di un potere arrogante che contro di lui aveva impugnato un’ascia gigantesca. Ha danzato fra foglie nascenti nelle primavere odorose di polvere da sparo, ed è stato a petto nudo, negli inverni infiniti in cui tutte le foglie erano soldati stesi a terra già dall’autunno. Ballava il Sirtaki meglio di Anthony Quinn, recitando L’Anelito: «È un fiume amaro dentro me, il sangue della mia ferita, ma ancor di più, è amaro il bacio che sulla bocca tua mi ferisce ancor». Intorno le Driadi andavano giù, era amaro il tradimento dei greci, l’abbraccio ai Colonnelli. Nikiforos Mandilaràs moriva a ogni nota per risorgere in quella successiva, risputando le pallottole dal petto, e Alekos anche da morto scriveva poesie immortali, senza tregua. Mikis musicava amarezza, tradimento, dolore. Incalzava l’orrore e alzava il pugno all’ennesima battaglia persa. L’ultimo comunista. L’ultima Amadriade che non è scesa dall’albero che si è scelto, perché nella lotta, in quella più dura, non è prevista la resa. Vive ancora, vivrà per sempre Mikis, tutte le volte che per le strade leggendarie del Peloponneso, qualcuno, dentro un negozio, alzerà il volume della radio per far sentire a tutti O Kaimos.

Gioacchino Criaco. E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.

Il ricordo del musicista. Theodorakis, le tre vite del genio del sirtaki: una storia di contraddizioni tra lotta, musica e poesia. Susanna Schimperna su Il Riformista il 15 Settembre 2021. Mikis Theodorakis se ne è andato giovedì 2, e subito il primo ministro greco Mitsotakis ha proclamato tre giorni di lutto nazionale mentre persino le radio commerciali hanno sospeso i programmi per trasmettere ininterrottamente le sue musiche alternate alle poesie, ai discorsi, a spezzoni di interviste. Perché fino all’ultimo, novantaseienne e uno stato fisico precario, “O Psilos”, l’Alto, come veniva chiamato dagli amici, aveva continuato a comporre, a presenziare a eventi e concerti, a dire la sua soprattutto su questioni sociali e politiche, dispiacendosi delle reazioni che le sue opinioni suscitavano, sì, dispiacendosene molto perché lui non era proprio il tipo del “me ne infischio”, ma nonostante questo insistendo a vedere la realtà come i suoi occhi stanchi la vedevano, e a raccontarla con onestà. Occhi stanchissimi, quelli del grande artista e combattente. Non bastavano dolori acuti e vertigini, effetto delle tante botte prese in passato nelle varie galere e sale da tortura. E il dover usare la sedia a rotelle, con cui orgogliosamente si mostrava quando rappresentavano una sua opera o c’era da incoraggiare qualche giovane dotato. Nel 2012, a una manifestazione contro le misure d’austerità imposte alla Grecia dall’Europa, qualche strambo contestatore, chissà se perché troppo esagitato per capire chi avesse di fronte o perché lucidamente convinto di dover combattere le idee con la violenza, gli aveva schizzato negli occhi uno spray al peperoncino. A lui. A Mikis. A uno che pur di non apporre una maledetta firma su un maledetto foglio dichiarando di abiurare alle convinzioni marxiste, si era serenamente preparato a morire. Musicista, poeta, compositore, attivista politico. Theodorakis è stato tutto questo, e tutto allo stesso tempo. Un tempo lunghissimo, perché, nato il 29 luglio 1925, quando a diciassette anni dà il primo concerto con la sua opera Cassiani, già è impegnato nella Resistenza contro l’occupazione nazi-fascista. Nessuna paura fisica. Nessun ostacolo da parte dei genitori. Il padre, Giorgios, devoto al leader antimonarchico Venizelos, era fuggito con la fidanzata allo scoppio della guerra greco-turca, su una barchetta di fortuna, riparando all’isola di Chio, dove era nato Mikis, e poi spostandosi in varie città greche. Un uomo coraggiosissimo, lo ricorderà sempre il figlio, che dal suo esempio imparerà che avere paura è naturale e sano, ma non farsene condizionare vuol dire diventare umani. Il 23 marzo 1943 Mikis finisce in carcere perché ha picchiato un ufficiale italiano, e qui, lui che fino a quel momento ha professato ideali cristiani e combattuto in nome della libertà, conosce detenuti che gli parlano dei principi marxisti. Seguono altri arresti, altra prigione. È quando viene internato, durante la guerra civile, nel campo di Makronissos, insieme al poeta Yannis Ritsos, che si trova di fronte al ricatto: tortura e morte per chi non firma la rinuncia al comunismo. Non cede, e solo per una casualità che si può solo definire colpo di fortuna ha salva la vita. L’incontro con Ritsos è fondamentale. Lui è il primo dei poeti i cui versi Theodorakis metterà in musica, poeti che via via avranno i nomi di Kambanellis, Lorca, Seferis, Behan, Elytis. Perché la musica Theodorakis non l’ha mai dimenticata. Stava studiando al conservatorio di Atene, quando l’hanno imprigionato. Torna a studiare nel 1950, una volta libero, e dopo essersi diplomato e va a Parigi, dove diventa allievo di Messiaen e Bigot, e scrive musica sinfonica, colonne sonore, balletti. È bravissimo anche come direttore d’orchestra, acclamato in tutta Europa. Il suo volgersi alla musica popolare, proseguendo sulla strada intravista dando un suono ai versi di Ritsos – notevole Epitafios, Epifania – fa storcere il naso. Ma come, uno come lui formatosi da Messiaen? Mentre i critici si rammaricano della svolta (che poi svolta non è, ma arricchimento, dato che Theodorakis non smette di comporre musica “seria”), arrivano pezzi sempre più belli e che fanno impazzire il pubblico, come Romancero gitano o I ghitona ton anghelón. Parallelo all’impegno artistico, quello politico: Theodorakis è deputato dell’Eda (Unione Democratica della Sinistra), e quando c’è il colpo di stato dei colonnelli, 21 aprile 1967, dopo qualche tempo passato in clandestinità viene catturato e di nuovo incarcerato. Non smette di scrivere.

Oltre il muro azzurro

Il cielo azzurro

Una madre sta aspettando.

Sono anni ormai, da quando l’ho vista.

Perché non mi sono conformato ai regolamenti.

Il tempo arriva, il tempo passa

Cammino dietro il filo spinato.

I giorni neri passeranno

Prima di rivederti.

Perché non mi sono conformato ai regolamenti.

(1970)

Lo sdegno è grande e mondiale. Ormai è famoso in tutto il mondo, grazie alla colonna sonora di Zorba il greco, e tutto il mondo chiede il suo rilascio, che avviene però solo nel 1970, dopo essere stato internato anche nel carcere di Oropòs e ricoverato varie volte in ospedale, in fin di vita per gli scioperi della fame. Anche Ritsos è in carcere, e anche lui non smette di creare. Nel ’73 esce un disco, interpretato da Yorgos Dalaras, con 18 canzonette per la patria amara, musiche di Theodorakis e alcuni testi di Rtsos. Paradossale che una delle più note, Popolo, venga intonata molti anni dopo durante le manifestazioni contro le misure di austerità, quando Theodorakis sarà invece su posizioni critiche. Contraddizioni di un grande, ripensamenti? Il simbolo della Resistenza greca, una produzione artistica indissolubile dagli ideali marxisti (anche dopo la sua liberazione, in Grecia le sue opere restarono a lungo proibite, e i suoi concerti venivano spesso interrotti dalla polizia), una vita funestata da torture e reclusione e all’insegna degli scontri con l’autorità: difficile far convivere tutto questo con l’invito alla polizia, tra il 2008 e il 2009, a «contenere i disordini». Subito viene tirato fuori il suo “tradimento” antico, quando si era avvicinato al Centro-Destra in seguito agli scandali in cui era stato implicato il socialista premier Papandreu. E dunque? Dunque, andrebbe sempre ricordato il filo conduttore del pensiero e dell’agire di Theodorakis: pace, libertà, solidarietà, uguaglianza. Non credeva nella dittatura, nemmeno in quella del proletariato, che non pensava fosse un passaggio obbligato, anzi. Perché una volta che si è instaurata la dittatura, non te ne liberi più. Il suo sogno di un marxismo cristiano andava di pari passo con l’idea di una legge universale dell’armonia che governa il mondo, l’universo. E che non include la violenza. Una cosa va detta assolutamente, sul modo in cui è stato ricordato dopo la morte. Non c’è titolo di giornale o sito, in Italia e fino in America, che non abbia associato il nome di Theodorakis al “sirtaki”, come se quella danza fosse la sua invenzione più importante. È il ballo con cui Anthony Quinn e Alan Bates reagiscono al disastro nel film di Michael Cocoyannis Zorba il greco. Più precisamente, è il ballo che Quinn insegna a Bates, straniero. Come ha detto il musicologo Franco Fabbri, non è espressione affatto del “più vero spirito greco”, ma si tratta di un falso d’autore. Non ha niente a che fare con il popolare sirtós, diffuso in varie parti della Grecia, ma è simile piuttosto, se proprio vogliamo trovare un antecedente, all’hasapikós, la danza della corporazione dei macellai di Costantinopoli, scritta per il bouzouki: non musica popolare, quindi, ma tradizione inventata. Un falso riuscitissimo, visto che è per quello che il mondo si mobilitò per Theodorakis in prigione, ed è quello che oggi tutti ricordano. D’altra parte, il bisogno di portare a tutti la musica e la poesia era un’altra delle idee fisse di Theodorakis. Lo racconta Iva Zanicchi, che incontrò il Maestro a Roma e, nel 1970, pubblicò l’album Caro Theodorakis, da cui fu tratto il singolo Fiume amaro che superò il milione di copie di vendita. «Quando Mikis era in prigione un suo amico venne a Milano e mi portò alcune sue canzoni. Io mi entusiasmai e decisi di farne un intero disco. Una volta libero, Mikis mi telefonò: “Appena sto meglio sono curioso di sentire come hai cantato le mie canzoni. Vengo a Roma, ti vengo a trovare”. L’occasione fu la sua operazione per togliere l’appendice. Era in una stanzetta da solo e aveva vicino due signori, anche loro dissidenti usciti dal carcere. Ero andata con Gigi Vesigna e un fotografo, avevo portato il giradischi per fargli ascoltare la “lacca”, ed ero più che timorosa, addirittura angosciata. Mi sono messa su una sedia in un angolo. Loro non hanno detto una parola, si sono presi per mano e ti giuro hanno pianto tutto il tempo dell’ascolto del disco. Poi lui mi ha abbracciato e mi ha scritto una dedica in francese, che è diventata la copertina dell’album: “Grazie Iva perché la tua voce ha incontrato la mia musica”. Quello che lui trasmetteva era una serenità incredibile, e questa gioia e consapevolezza che con la sua musica lui superava, vinceva ogni bandiera. Non c’era carcere che tenesse. La sua musica era per tutti e di tutti. Tutta la nostra area mediterranea, tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono nella sua musica». L’obiettivo di arrivare a tutti l’aveva centrato in pieno. Una delle storie che amava di più raccontare era dell’incontro, in un villaggio sperduto di montagna, con un vecchio che procedeva lentamente sul dorso di un asino. Non riconoscendolo ma capendo che era un “signore”, uno che poteva sapere le cose, gli aveva domandato dove potesse comprare l’ultimo disco di Mikis Theodorakis, Axion Esti. Un lavoro complicato, un poema di Odysseus Elytism che Theodorakis aveva musicato. «Che un vecchio contadino greco non solo ne avesse sentito parlare, ma addirittura volesse avere quel lavoro, è stata una delle gioie più grandi della mia vita».

Ho tre vite

Una con cui soffrire, una con cui desiderare

E la terza con cui vincere

(1969)

Susanna Schimperna

Cesare Martinetti per “La Stampa” il 3 settembre 2021. Eravamo tutti greci, ascoltando la musica di Mikis Theodorakis, si ballava il sirtaki nelle sere d'estate, sapeva d'aria di mare ma più di tutto sapeva di libertà. È stata la colonna sonora di un sentimento che esorcizzava la paura di una «soluzione greca», vagheggiata dai fascisti italiani. È stato come partecipare a un'epopea resistenziale vissuta come un transfer emotivo per quel paese meraviglioso che a tutti aveva insegnato qualcosa. In Italia, nessun colonnello al potere, ma un certo fremere di sciabole, un golpe abortito e il peso opprimente della strategia della tensione rendevano l'incubo se non possibile, realistico. Gli scontri nelle piazze si susseguivano, l'uccisione a Roma dello studente Mikis Mantakas (figlio di resistenti greci ma militante dell'Msi) nel febbraio 1975, ne fu la vicenda emblematica. Al nome e all'inconfondibile musica di Mikis Theodorakis, morto ieri ad Atene a 96 anni, è rimasta perennemente associata l'ebbrezza di quegli anni, come un ultimo mito, che riscattava il resto della sua parabola esistenziale e politica costellato di un caotico e contraddittorio inseguirsi di prese di posizione che hanno avuto però un baricentro, l'unità dei greci, anzi la «grecità», come l'ha chiamata il suo biografo Guy Wagner. Era nato il 29 luglio 1925 nell'isola greca di Chio, Egeo orientale, a uno sguardo dalla Turchia. Giovanissimo militante comunista nella resistenza, prima e dopo la fine della seconda guerra mondiale, durante la guerra civile, imprigionato e torturato, nel 1950 si diploma ad Atene, va a Creta e fonda la sua prima orchestra. Ma grazie a una borsa di studio arriva a Parigi, capitale di tutti i sogni. Al conservatorio segue i corsi Eugène Bigot e Olivier Messiaen e diventa rapidamente un compositore classico apprezzato. Ma è allora che scopre la musica popolare greca e la militanza politica comunista diventa la molla per una scelta artistica che sarà la sua vita. Scrive il biografo Wagner che non voleva comporre per un pubblico borghese: «non voglio fare musica per quelli là». E s' è messo a comporre canzoni sui cicli di poemi anche classici. Negli Anni 60 arriva la notorietà, mondiale. Prima firma la musica di Fedra con Melina Mercouri. Poi, nel 1964, la colona sonora di Zorba il greco, film di Michael Cacoyannis con Anthony Quinn come protagonista nel ruolo di un operaio macedone giramondo che negli Anni 30 incontra lo scrittore Nikos Kazantzakis (autore del romanzo da cui è tratto il film) e gli insegna la vita. È una di quelle circostanze in cui musica, immagini, le storie narrate, l'interpretazione degli attori, il soffio del mare sulla costa di Creta si incrociano magicamente. Theodorakis inventa il «Sirtaki» una danza popolare che non esisteva e sarà il timbro di quegli anni, un simbolo politico contro la feroce dittatura dei colonnelli che schiaccerà la Grecia tra il '67 e il '74. La danza di Zorba viene proibita, Theodorakis arrestato e deportato, nell'isola di Makronissos gli spartiti sequestrati al compositore vengono gettati al vento dai secondini e i deportati li usano come carta da toilette. Nel 1969, con le sue musiche e tratto da romanzo di Vassili Vassilikos, il film di Costa-Gavras Zeta l'orgia del potere vince l'Oscar per il migliore film straniero e il premio della Giuria di Cannes. I greci potranno vederlo solo a dittatura deposta, scoprendo così la storia del deputato Grigori Lambrakis, assassinato dai fascisti e a cui Theodorakis aveva dedicato il suo movimento politico clandestino. Nel 1970 viene liberato grazie a una mobilitazione internazionale. Firmano per lui Dmitri Shostakovich, Leonard Bernstein, Arthur Miller, Harry Belafonte. A Parigi dà vita a un Consiglio nazionale della Resistenza per la libertà della Grecia. Incontra il poeta cileno Pablo Neruda, mette in musica il suo Canto General, un poema epico pubblicato anni prima in Messico che diventa un inno contro le dittature e che porta in una tournée mondiale. E a dittatura caduta, nel 1974, verrà replicato ad Atene come un «oratorio» democratico. Feroci polemiche hanno suscitato altri momenti della sua vita. L'appoggio ai governi conservatori di Karamanlis dopo la dittatura, e Mitsotakis negli Anni 90; alla Serbia di Milosevic; la denuncia della finanza americana ed ebraica nella crisi mondiale post 2008 nella quale è sprofondata la Grecia. Nel 2015 il suo appello contro il «tradimento» del primo ministro Alexis Tsipras per l'accordo con la troika, Fmi-Ue. Nel 2018 era ancora in piazza ad Atene, in sedia a rotelle. La sua musica e la sua presenza fisica hanno coperto un angolo di storia e la curva di un secolo. «Era l'ultimo leone greco», ha detto ieri la cantante Angelica Ionatos. Comunque la si pensi, Zorba ha danzato anche per noi.  

·        E' morto l’artista Paolo Ramundo.

E' morto Paolo Ramundo, dal '68 alla campagna le incredibili imprese di un sognatore. Paolo Portoghesi su La Repubblica l'1 settembre 2021. Addio al fondatore degli "Uccelli" estesero alla città lo spirito delle occupazioni universitarie e insegnarono a una generazione il senso della libertà. Con la morte di Paolo Ramundo (detto Capinera), l'ispiratore del gruppo degli "Uccelli", Roma ha perduto un interprete del lato migliore della sua identità popolare, un uomo semplice, collezionista di 30 e lode, ma tanto discreto da sembrare ignorante e con un disarmante sorriso sulla bocca, dotato di scanzonata ironia, ma anche di una incrollabile fede nel fatto che il mondo, la vita, si possono e si devono cambiare in meglio. Il terzetto dei primi uccelli di cui facevano parte Martino Branca e Gianfranco Moltedo coinvolse poi molti altri studenti tra cui Paolo Liguori ( straccio), Roberto Federici (diavolo) Giovanni Feo e molti altri. Da tempo Ramundo si era ritirato in una fattoria dove praticava l'agricoltura e viveva in comunità. Ma la sua storia è una storia europea che ha a che fare con lo spirito di rivolta dei grandi creatori dell'arte moderna. Nel 1968, quando la notizia della scalata di Sant' Ivo venne pubblicata dal "Figaro", Max Ernst, l'inventore di Dada, scrisse una cartolina a Guttuso per esprimergli il suo entusiasmo. Cosa era successo ? Tre studenti della facoltà di architettura sottraendosi alla noia dei discorsi velleitari avevano riscoperto la forza del linguaggio simbolico e avevano passato due notti nella gabbia di ferro che corona la cappella della antica università romana disegnata da Francesco Borromini. Il giorno dopo molti studenti di architettura avevano inscenato una fiaccolata di solidarietà, dimostrando di aver capito il senso del messaggio degli Uccelli che era quello di non accontentarsi di occupare delle facoltà ma di uscire all'aperto e coinvolgere la città. Li chiamavano uccelli perché diffidavano delle parole e preferivano cinguettare e, liberi così di volare, almeno metaforicamente, ne combinarono di tutti i colori. Sacrificarono un agnello nell'Ara Pacis, Andarono a Berlino per solidarizzare con le comuni e poi al Politecnico di Milano interrompendo una assemblea con il getto degli idranti. Ispirati da Carlo Levi andarono a Matera e occuparono un vicinato dei Sassi, interpretando la delusione dei contadini relegati nei villaggi dell'UNRA Casas poi, sorpresi dal fatto che alle donne non era consentito di partecipare alla vita sociale organizzarono in piazza una scandalosa festa in costume da bagno, sottoponendosi così a una specie di linciaggio al quale si sottrassero rifugiandosi in una caserma. Andarono in guardina per qualche giorno ma ne uscirono trionfanti. A Gibellina inventarono un finto sbarco dei mille arrivando a Marsala con un barcone preso in affitto e guidarono i terremotati a occupare simbolicamente gli uffici della regione arrampicandosi su esili scale e dipingendo sulla facciata con la tecnica delle sagome di ferro della futura street art. Nel 1976 Paolo Ramundo, con Carlo Zaccagnini, Lorenzo Mammì e Isabella Rossellini dipinsero le pareti del quartiere di Tor di Nona con bellissimi affreschi. Di questi è rimasto in opera soltanto " l'asino che vola" nel quale Paolo Ramundo si sarebbe orgogliosamente riconosciuto. L'asino è considerato il più ignorante degli animali. Ma quanta saggezza nella sua ostinazione e quanta affettuosa solidarietà nei suoi grandi occhi. Robert Bresson dipingendolo come un testimone delle follie umane ne ha fatto l'eroe del suo capolavoro: " Au Hasard Balthasar", uno dei più bei film della storia del cinema. Ai romani che hanno amato Paolo Ramundo consiglio di recarsi a Tor di Nona a rendere omaggio all'asino che se n'è volato, chissà dove e di guardare il bellissimo film di Silvio Montanaro e Gianni Ramacciotti a cura dell'Archivio del Movimento Operaio, dedicato alle gesta degli "Uccelli".

È morto il compagno «uccello» Paolo Ramundo. Lutto a sinistra. Paolo aveva 79 anni e lo abbiamo incontrato molte volte dal 1968 alla fine degli anni Settanta, tutte le volte che l’attività politica del manifesto si è intrecciata alla sua e poi a quella di Lotta Continua di cui era dirigente, e infine nella sua nuova invenzione, quella di una straordinaria cooperativa agricola, la Cobragor. Tommaso Di Francesco il 31.08.2021 su Il Manifesto. Ci ha lasciato a 79 anni il compagno «uccello» Paolo Ramundo dopo una malattia inesorabile. È con dolore che apprendiamo la notizia. «Noto architetto» dicono le agenzie, ma su questo lui avrebbe qualcosa da ridire con il suo sorriso sornione. Lo abbiamo incontrato molte volte dal 1968 alla fine degli anni Settanta, tutte le volte che l’attività politica del Manifesto si è intrecciata alla sua e a quella di Lotta Continia di cui era dirigente, e infine per la sua nuova invenzione, quella di una straordinaria cooperativa agricola, la Cobragor. A inizi del ’68 fu tra i protagonisti dell’atto creativo fondante – «l’immaginazione al potere – del movimento di rivolta degli studenti. Fu infatti tra i fondatori a Roma de “Gli Uccelli”, con contestazioni e denunce assolutamente originali, sempre non-violente e nelle forme più teatralizzate. Fuori dalle fumose assemblee dell’Università preferivano “praticare obiettivi”, arrampicarsi sugli alberi. Il 19 febbraio del 1968, sostenuti dal professor Portoghesi, si arrampicò insieme a Martino Branca e Gianfranco Moltedo, sul campanile di Sant’Ivo alla Sapienza e restarono lì per un giorno e mezzo. Iniziava il corso creativo del movimento. Durò poco. A marzo ci fu subito un diverso bagno di realtà, gli scontri di Valle Giulia. Poi lo abbiamo incontrato di nuovo nella rivolta di San Basilio del 1974, nel movimento di occupazioni delle case con altri compagni allora di Lotta Continua come Agostino Bevilacqua, Paolo Liguori “Straccio” e lo straordinario fotografo Tano D’Amico. Dicono che Paolo Ramundo fosse l’anima di Lotta Continua a Roma. Era di più, era la testa pensante: si chiedeva sempre quali erano gli spazi del movimento, guardava al futuro. E dalla diaspora di Lotta Continua uscì nel 1977 con un approccio anche stavolta originale – ci sembrò vicino alle Leghe dei disoccupati che costruiva il Pdup – da vero architetto del territorio:lanciò una occupazione di terre appena dietro l’ospedale San Filippo Neri a Monte Mario, a ridosso del quartiere di Monte Mario, fondando con un gruppo di disoccupati la Cooperativa Agricola Co.Br.Ag.Or. che esiste ancora dopo 44 anni; diventando anche dirigente della Federbraccianti Cgil. In quella sede ieri si è svolta la camera ardente per salutarlo. E a settembre i suoi compagni promettono ancora un nuovo «bel ricordo». Alla sua compagna Francesca, a tutti quelli che lo hanno amato l’abbraccio del collettivo de il manifesto.

Paolo Portoghesi per roma.repubblica.it l'1 settembre 2021. Con la morte di Paolo Ramundo (detto Capinera), l'ispiratore del gruppo degli "Uccelli", Roma ha perduto un interprete del lato migliore della sua identità popolare, un uomo semplice, collezionista di 30 e lode, ma tanto discreto da sembrare ignorante e con un disarmante sorriso sulla bocca, dotato di scanzonata ironia, ma anche di una incrollabile fede nel fatto che il mondo, la vita, si possono e si devono cambiare in meglio. Il terzetto dei primi uccelli di cui facevano parte Martino Branca e Gianfranco Moltedo coinvolse poi molti altri studenti tra cui Paolo Liguori (straccio), Roberto Federici (diavolo) Giovanni Feo e molti altri. Da tempo Ramundo si era ritirato in una fattoria dove praticava l'agricoltura e viveva in comunità. Ma la sua storia è una storia europea che ha a che fare con lo spirito di rivolta dei grandi creatori dell'arte moderna. Nel 1968, quando la notizia della scalata di Sant' Ivo venne pubblicata dal "Figaro", Max Ernst, l'inventore di Dada, scrisse una cartolina a Guttuso per esprimergli il suo entusiasmo. Cosa era successo ? Tre studenti della facoltà di architettura sottraendosi alla noia dei discorsi velleitari avevano riscoperto la forza del linguaggio simbolico e avevano passato due notti nella gabbia di ferro che corona la cappella della antica università romana disegnata da Francesco Borromini. Il giorno dopo molti studenti di architettura avevano inscenato una fiaccolata di solidarietà, dimostrando di aver capito il senso del messaggio degli Uccelli che era quello di non accontentarsi di occupare delle facoltà ma di uscire all'aperto e coinvolgere la città. Li chiamavano uccelli perché diffidavano delle parole e preferivano cinguettare e, liberi così di volare, almeno metaforicamente, ne combinarono di tutti i colori. Sacrificarono un agnello nell'Ara Pacis, Andarono a Berlino per solidarizzare con le comuni e poi al Politecnico di Milano interrompendo una assemblea con il getto degli idranti. Ispirati da Carlo Levi andarono a Matera e occuparono un vicinato dei Sassi, interpretando la delusione dei contadini relegati nei villaggi dell'UNRA Casas poi, sorpresi dal fatto che alle donne non era consentito di partecipare alla vita sociale organizzarono in piazza una scandalosa festa in costume da bagno, sottoponendosi così a una specie di linciaggio al quale si sottrassero rifugiandosi in una caserma. Andarono in guardina per qualche giorno ma ne uscirono trionfanti. A Gibellina inventarono un finto sbarco dei mille arrivando a Marsala con un barcone preso in affitto e guidarono i terremotati a occupare simbolicamente gli uffici della regione arrampicandosi su esili scale e dipingendo sulla facciata con la tecnica delle sagome di ferro della futura street art. Nel 1976 Paolo Ramundo, con Carlo Zaccagnini, Lorenzo Mammì e Isabella Rossellini dipinsero le pareti del quartiere di Tor di Nona con bellissimi affreschi. Di questi è rimasto in opera soltanto " l'asino che vola" nel quale Paolo Ramundo si sarebbe orgogliosamente riconosciuto. L'asino è considerato il più ignorante degli animali. Ma quanta saggezza nella sua ostinazione e quanta affettuosa solidarietà nei suoi grandi occhi. Robert Bresson dipingendolo come un testimone delle follie umane ne ha fatto l'eroe del suo capolavoro: " Au Hasard Balthasar", uno dei più bei film della storia del cinema. Ai romani che hanno amato Paolo Ramundo consiglio di recarsi a Tor di Nona a rendere omaggio all'asino che se n'è volato, chissà dove e di guardare il bellissimo film di Silvio Montanaro e Gianni Ramacciotti a cura dell'Archivio del Movimento Operaio, dedicato alle gesta degli "Uccelli".

Il ricordo di Ramundo, il più anticonformista di tutti. Chi era Paolo Ramundo, artista e rivoluzionario: Il "Capinera" che diede il via con gli Uccelli al ’68 italiano. Piero Sansonetti su Il Riformista il 31 Agosto 2021. I ragazzi che lavorano nei campi alla Cobragor raccontano che quando c’era un’operazione pesante da fare – sollevare un tronco, un tufo, una trave di ferro – loro chiamavano Paolo. I ragazzi della Cobragor son tutti tra i venti e i trenta, Paolo invece si avvicinava agli ottanta. Era del novembre del ‘42. Però ancora fino a qualche mese fa era un’iradiddio. Non solo nel cervello che non stava fermo un minuto, ma anche nel fisico. Magro, secco, muscoloso. Ancora quasi uguale al ragazzetto, coi capelli lunghi lunghi e il pizzetto di barba appuntito, che nel febbraio del ‘68 si arrampicò sul campanile di Sant’Ivo e gridò alla città: signori, il Sessantotto è iniziato. Il Sessantotto iniziò proprio in quel freddo giorno d’inverno, qui a Roma: non a Parigi, non a Berlino, non a Milano, non a Torino. Paolo accese il fiammifero. Poi magari restò un po’ fuori dalla ribalta ad osservare, criticare, apprezzare, e soprattutto “fare”. La cosa che gli piaceva di più era “fare” dopo aver detto. Questo non vuol dire che lui abbia realizzato tutto quello che aveva pensato, perché Paolo pensava, pensava, pensava, e pensava talmente tanto e tanto originalmente e tanto in fretta che non è che potevi stargli dietro, e anche lui non poteva mica realizzare tutto. Recentemente aveva progettato un tunnel che doveva passare sotto il Tevere e unire Tor di Nona a Castel sant’Angelo. Mica per gioco: lo voleva fare davvero. Paolo non aveva più i capelli lunghi che gli scendevano sulle spalle a “triangolo”, come in quella notte di Sant’Ivo. E magari era anche un pochino pochino meno sovversivo di cinquant’anni fa. Ma nelle cose essenziali era lo stesso: ardimentoso, anticonformista, indomito, imprevedibile. Io penso di poter dire – se ho capito bene le cose della vita, e anche se ho capito bene che tipo fosse – che Paolo era un rivoluzionario. In senso stretto, dico. Sto parlando dell’architetto Paolo Ramundo, detto Capinera, che è morto domenica mattina per un tumore che lo aveva annientato in pochi mesi. Personalmente lo ho conosciuto solo da lontano, proprio nel ‘68. Alle assemblee, alla facoltà di architettura dove andavamo anche noi studenti del liceo. Lui era un personaggio un po’ mitico, anche se non era proprio un leader. I leader, qui a Roma, erano Franco Russo, Oreste Scalzone, Piperno, Cecchini, Fuxas, Mordenti. Lui era un personaggio un po’ a parte. Contestava tutto, da vero sessantottino, contestava anche il Sessantotto e soprattutto il leaderismo. Non ha mai costruito una teoria politica precisa, però nei fatti questa teoria c’era e secondo me era l’idea che l’anticonformismo, il rifiuto di ogni schema, l’obbligo di inventare fosse l’unica bussola da tenere sul cruscotto. Qualche anno fa collaborò a qualcuno dei vari giornali che ho diretto dopo essere stato scacciato da Liberazione accusato di anticomunismo. Mi ricordo un suo articolo epico, corredato con le fotografie, ritoccate da lui, nel quale proponeva una piccola modifica urbanistica della città di Roma: voleva levare l’Altare della patria dal luogo speciale dove si trova, sotto al Campidoglio e alla fine di via del Corso, e portarlo all’Eur, alla fine della Colombo, dove ora c’è il palazzo dello Sport di Pier Luigi Nervi. E poi voleva portare il Palasport a piazza Venezia. L’effetto dell’immagine con via del Corso e sullo sfondo il Palazzo dello sport era fantastico. E anche l’Altare della patria, messo alla fine dell’Eur, faceva finalmente la sua figura. Stavamo dicendo di quella notte a Sant’Ivo. Era il 19 febbraio del 1968. Paolo, 25 anni , insieme a due suoi amici un po’ scapocciati come lui (credo che fossero Gianfranco Moltedo e Martino Branca e credo che fossero anche loro studenti di architettura, Branca, se la memoria non mi fa scherzi, era anche il figlio del presidente della Corte Costituzionale) convinse Paolo Portoghesi, professore e architetto celeberrimo, allora piuttosto giovane (aveva meno di quarant’anni) a fargli aprire le porte del campanile di Sant’Ivo alla Sapienza, quello di Borromini. Portoghesi accettò, ma quando, giunti alla cima, propose loro di tornare giù, si sentì rispondere: “No, noi occupiamo”. E così, con questo gesto spettacolare, gli “Uccelli” si guadagnarono l’attenzione di tutta la stampa, persino della stampa straniera. I giornali andavano un po’ all’ingrosso, qualcuno scrisse che minacciavano di buttarsi di sotto. Loro non avevano mai minacciato niente e non avevano mai neppure detto niente. Passarono lì la notte gelida. Martino Branca provò a riscaldarsi bruciando una corda di canapa. La mattina dopo scoprì di essersi bruciato le scarpe, un po’ come Pinocchio. Il giorno successivo migliaia di studenti vennero a solidarizzare, e giravano, giravano attorno alla Sapienza con le torce accese. Fu un grande spettacolo, pieno di suggestioni e di simbologie architettoniche e borrominiane. Gli Uccelli già erano nati, come gruppo, e Paolo Ramundo era il capo riconosciuto. Era anche il più vecchio. Ma furono consacrati da quel gesto. Li chiamavano Uccelli perché si arrampicavano un po’ ovunque, sugli alberi, sui campanili, sulle mure della facoltà o anche delle case. Loro però accettarono il nome e gli diedero un altro significato. Si richiamavano alla imprevedibilità degli uccelli. Non li prendevi mai dove ti aspettavi che fossero. Erano sempre altrove. Anche intellettualmente. Il pomeriggio di valle Giulia loro erano in facoltà, ma non volevano gli scontri. Uscirono uno a uno passando attraverso i cordoni di polizia con delle pecore in spalla. Sì, pecore. Le avevano portate in facoltà nei giorni precedenti, per contestare le assemblee che già consideravano burocratizzate. I poliziotti, stupiti, gli chiedevano: “E voi chi siete?”. “Pastori”, rispondevano, “pastori di questa valle”. Il gruppo era costituito da un gruppetto piccolo di ragazzi. Oltre ai tre di Sant’Ivo, c’era Paolo Liguori, che non aveva ancora vent’anni, e lo chiamavano Straccio. C’era Roberto Federici, Diavolo, c’era Annachiara Zevi, che era la figlia del grande architetto, e – credo – un’altra decina di ragazzi. Tutti sui vent’anni. Ma attorno al gruppo si era consolidata la solidarietà di alcuni tra i maggiori intellettuali romani. Portoghesi, Guttuso, Schifano, Moravia e tantissimi altri. Dopo il Sessantotto, Paolo, insieme ad alcuni altri degli Uccelli, aderì a Lotta Continua. Poi, molto presto, si mise – diciamo così – in proprio e iniziò a combattere battaglie politiche e di rivolta in vari quartieri di Roma. Soprattutto fece quelle che si chiamano “Occupazioni”, e che oggi sono un po’ lo spettro, sia per i 5 Stelle che per la destra. Fu nel corso di queste battaglie che occupò un vasto territorio agricolo vicino all’ospedale San Filippo Neri e al vecchio manicomio di Roma, Santa Maria della Pietà. Lì insediò la sua cooperativa agricola, la Cobragor, della quale scrivevamo all’inizio di questo articolo, che ancora esiste ed è florida, e nella quale ha lavorato con il cervello e il corpo fino a pochissimi mesi fa. L’uccello era diventato contadino. Ma restava quello che era: prima di tutto artista, e poi rivoluzionario. Non ha mai smesso di pensare fuori dal suo modello estetico e razionale. Dicono che fosse un dadaista. Credo che la parola non lo descriva bene. Anticonformista. Era più complicato, mi pare di capire. Aveva dentro di sé, e fuori di sé, l’anima principale del Sessantotto. La voglia – e la capacità – di rovesciare tutto, di non dare mai niente per scontato. In politica, alla fine, si era avvicinato al Pd. Credo che avesse la tessera. Perché? Perché, appunto, lui coniugava sogni e realismo, visionarismo e concretezza, arte e terra. Sì, anche Andy Warhol e Zingaretti… Voi dite che il Sessantotto è stata una iattura? No, amici, voi non avete capito niente. Se oggi siete persone così libere, e anche così ricche, e anche così in pace, lo dovete proprio al Sessantotto. Non a quello delle molotov. No. Al Sessantotto di Paolo, che ha preso tante botte ma è ancora vivo.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

·        E' morto l’ex calciatore Francesco Morini.

DA gazzetta.it il 31 agosto 2021. E' morto Francesco Morini, 77 anni, ex giocatore di Samp e Juve ed ex dirigente sportivo. Soprannominato "Morgan" per la sua abilità "piratesca" di sottrarre il pallone agli avversari, giocava nel ruolo di stopper. Ha vestito la maglia della Samp fra il 1963 e il 1969, vincendo anche un campionato di serie B, prima di accasarsi alla Juventus, club per il quale ha giocato fino al 1980, vincendo 5 scudetti, 1 coppa Italia e 1 coppa Uefa, prima di chiudere la carriera in Canada, ai Toronto Blizzard. Fra il '73 e il '75 ha indossato 11 volte la maglia azzurra. Finita la carriera agonistica, rimase altri 13 anni in bianconero, in ruoli dirigenziali.

La Juventus piange Francesco Morini: addio allo storico stopper, era il "pirata Morgan" degli anni '70. Libero Quotidiano il 31 agosto 2021. Un grande della Juventus non è più in vita. Si tratta di Francesco Morini, venuto a mancare all’età di 77 anni: storico stopper degli anni Settanta, con il club bianconero aveva giocato la bellezza di 377 partite, vincendo cinque scudetti, una coppa Italia e una coppa Uefa. Era soprannominato Morgan, proprio come il pirata, perché aveva un’abilità straordinaria nel rubare il pallone agli avversari. Alcuni lo definivano una piovra che con i suoi tentacoli arrivava ovunque: a distanza di decenni questa descrizione è stata poi attribuita a un altro giocatore della Juventus, Paul Pogba, che però ha caratteristiche tecniche completamente diverse. Ma d’altronde quello di Morini era un altro tempo e soprattutto un altro calcio, in cui ancora esisteva il ruolo di stopper ed era pure molto importante. Secondo i cronisti dell’epoca, Morini si meritava il soprannome Morgan perché aveva il coraggio e l’impeto di un pirata in area di rigore. Nel corso degli anni Settanta la coppia che formava con Gaetano Scirea veniva descritta quasi come insuperabile. Uno era un difensore arcigno e spietato, l’altro aveva tempismo e capacità di far ripartire l’azione: insieme si completavano e facevano grande la Juventus. “Ho sempre saputo di avere piedi non raffinatissimi - aveva spiegato una volta Morini - quindi il mio compito era recuperare palla e poi appoggiarla al compagno più vicino”.

Morto il giornalista Gianfranco Giubilo.

Morto a 89 anni il giornalista Gianfranco Giubilo. La scomparsa nel giorno del suo compleanno, fu tra i fondatori della Hall of Fame dell’AS Roma. La Stampa il 30 agosto 2021. Il mondo del giornalismo piange Gianfranco Giubilo, scomparso oggi all'età di 89 anni nel giorno del suo compleanno. Tra i diversi ricordi, anche quello della Roma che sul suo sito esprime le condoglianze per la scomparsa della storica firma de "Il Tempo" e volto noto al Processo del lunedì di Aldo Biscardi. Giornalista gentiluomo, è stato tra i fondatori della Hall of Fame giallorossa nel corso di una lunga carriera - soprattutto a occuparsi della Roma - in cui è diventato una delle firme più autorevoli del panorama del giornalismo sportivo in Italia. «L'AS Roma - scrive il club giallorosso - piange la scomparsa del Maestro Gianfranco Giubilo. Storica firma del giornalismo italiano, è stato tra i fondatori della Hall of Fame». Gianfranco Giubilo apparteneva a una famiglia di giornalisti a cominciare dal padre Giuseppe ed era fratello di Alberto, il più noto per la lunghissima militanza nella Rai, voce storia di ippica ed equitazione, di Corrado, calciatore della Roma fra gli anni Trenta e Cinquanta, e di Sergio, ugualmente cronista sportivo alla Rai

Gianfranco Giubilo è morto, aveva 89 anni: addio al giornalista sportivo romano. Una famiglia di cronisti. Il Messaggero Lunedì 30 Agosto 2021. Gianfranco Giubilo è morto. Il giornalista sportivo se ne è andato proprio nel giorno del suo 89esimo compleanno. Una vera e propria icona del giornalismo sportivo romano, una vita trascorsa al quotidiano Il Tempo, raccontando tutto quello che accadeva intorno alla Roma. 

Volto caro ai tifosi. Volto caro a molti tifosi, Gianfranco Giubilo era stato spesso protagonista di tante trasmissioni sportive negli anni scorsi, dal Processo del Lunedì, a Goal Di Notte fino alla Signora in Giallorosso, trasmissione condotta su Teleroma 56 dal suo allievo Massimo Ruggeri, anche lui scomparso nel marzo del 2020.

Una famiglia di giornalisti. Apparteneva a una famiglia di giornalisti  a cominciare dal padre Giuseppe ed era fratello di Alberto, il più noto per la lunghissima militanza nella Rai, voce storia di ippica ed equitazione, di Corrado, calciatore della Roma fra gli anni Trenta e Cinquanta, e di Sergio, ugualmente cronista sportivo alla Rai.

È morto Gianfranco Giubilo: lo storico giornalista sportivo e cronista della Roma aveva 89 anni. Gianfranco Giubilo è morto oggi all’età di 89 anni.  Il famoso giornalista sportivo, cronista storico della Roma e icona del giornalismo della Capitale nonché protagonista in diverse trasmissioni TV (su tutte il Processo del Lunedì con Aldo Biscardi) se ne è andato proprio nel giorno del suo ottantanovesimo compleanno. Michele Mazzeo su fanpage.it il 30 agosto 2021. Il famoso giornalista sportivo Gianfranco Giubilo è morto oggi all'età di 89 anni.  Lo storico cronista della Roma per "Il Tempo", icona del giornalismo della Capitale e spesso protagonista in diverse trasmissioni TV (su tutte il Processo del Lunedì con il compianto Aldo Biscardi ma anche su numerose reti locali del Lazio) se ne è andato proprio nel giorno del suo ottantanovesimo compleanno. A comunicare la scomparsa della celebre firma del panorama calcistico italiano è stata la stessa A.S. Roma che ha annunciato la sua morte attraverso un tweet pubblicato sul proprio profilo ufficiale: "La Roma piange la scomparsa del Maestro Gianfranco Giubilo. Storica firma del giornalismo italiano, è stato tra i fondatori della Hall of Fame giallorossa". Professionista dal primo luglio 1957, Giubilo è stato una prima firma presso la redazione sportiva del quotidiano "Il Tempo". In pensione da tanti anni, è negli ultimi anni è stato un editorialista autorevole del quotidiano di Piazza Colonna nonché opinionista di punta dell'emittente radiofonica romana, Tele Radio Stereo e della trasmissione tv, "La Signora in giallorosso". Pur non nascondendo mai la sua grande simpatia per i colori giallorossi, Giubilo si è sempre distinto per la sua imparzialità che talvolta lo ha reso impopolare. Vera e propria enciclopedia vivente della A.S. Roma dotato di una enorme conoscenza della storia romanista (che risale ai tempi in cui la formazione capitolina giocava al Campo Testaccio), dal 2012 ha fatto parte della commissione dei cinque "saggi" della Hall of Fame della AS Roma di cui è stato uno dei fondatori.

·        Morto il cantante Lee “Scratch” Perry.

Daniel Kreps per rollingstone.it il 30 agosto 2021. Lee “Scratch” Perry, icona del reggae, cantante e produttore che ha esplorato i confini della musica giamaicana, è morto all’età di 85 anni. Il Jamaican Observer riporta che Perry è morto domenica al Noel Holmes Hospital, nella Giamaica occidentale. La causa della morte è ancora sconosciuta. Andrew Holness, il primo ministro della Giamaica, ha twittato: «Le mie profonde condoglianze alla famiglia, agli amici e ai fan del leggendario produttore discografico e cantante, Rainford Hugh Perry OD, affettuosamente conosciuto come ‘Lee Scratch’ Perry. Ha lavorato e prodotto per vari artisti, tra cui Bob Marley and the Wailers, i Congos, Adrian Sherwood, i Beastie Boys e molti altri. Indubbiamente, Lee Scratch Perry sarà sempre ricordato per il suo contributo al mondo musicale. Che la sua anima riposi in pace». Durante la sua carriera lunga sette decenni, Perry è stato uno degli artisti più prolifici della musica; Kiss Me Neck, libro che elenca l’intera produzione discografica di Perry fino ai primi anni 2000, supera le 300 pagine. «È il Salvador Dalì della musica», disse Keith Richards a Rolling Stone nel 2010. «È un mistero. Il mondo è il suo strumento. Devi solo ascoltare. Più che un produttore, sa come ispirare l’anima dell’artista. Come Phil Spector, ha il dono non solo di sentire suoni che non vengono da nessun’altra parte, ma anche di tradurre quei suoni ai musicisti. Scratch è uno sciamano». Nato nella Giamaica rurale nel 1936, Rainford Hugh “Lee” Perry si trasferì a Kingston nei primi anni Sessanta. «Mio padre lavorava sulla strada, mia madre nei campi. Eravamo molto poveri. Sono andato a scuola… Non ho imparato assolutamente nulla. Tutto quello che ho imparato è venuto dalla natura», disse a NME nel 1984. «Quando ho lasciato la scuola non c’era nulla da fare se non il lavoro nei campi. Duro, duro lavoro. Non mi piaceva. Così ho iniziato a giocare a domino. Attraverso il domino ho esercitato la mia mente e ho imparato a leggere la mente degli altri. Questo mi è stato eternamente utile». La carriera musicale di Perry iniziò alla fine degli anni Cinquanta, quando fu assunto per vendere dischi per il Downbeat Sound System di Clement “Coxsone” Dodd; all’inizio degli anni Sessanta, Dodd aprì il suo famoso Studio One, dove Perry – soprannominato “Little” all’epoca, a causa della sua statura – fece la sua prima esperienza in studio di registrazione, producendo alcune decine di canzoni per l’etichetta. «Coxsone non ha mai voluto dare una possibilità a un ragazzo di campagna. Niente da fare. Ha preso le mie canzoni e le ha date a gente come Delroy Wilson. Non ho avuto nessun credito, certamente nessun denaro. Mi stavano fregando». Dopo aver litigato con Dodd, Perry passò all’etichetta rivale di Joe Gibbs, la Amalgamated Records, dove continuò a produrre, oltre a portare avanti la sua carriera discografica come artista principale. I disaccordi tra l’irascibile Perry e Gibbs portarono “Scratch” a formare finalmente la propria etichetta, la Upsetter Records. Grazie alla sua popolarità in Giamaica e nel Regno Unito – dove il suo singolo del 1968 People Funny Boy, un attacco a Gibbs, divenne una Top Five hit – nel 1973, Perry fu in grado di costruire il suo studio in giardino a Kingston, che chiamò Black Ark. Qui spinse la sua creatività fino a creare le sue “versioni”, remixando, sovraincidendo ritmi e riddim con ganci vocali ripetitivi presi da altre canzoni – fornendo il modello per il campionamento in altri generi. «Il basso è il cervello e la batteria è il cuore», ha detto Perry a Rolling Stone nel 2010. «Ascolto il mio corpo per trovare il ritmo. Da lì, è solo sperimentare i suoni degli animali nell’arca». Con la sua band, gli Upsetters, Perry ha dato vita a capolavori dub come Blackboard Jungle del 1973, l’LP Super Ape del 1976 degli Upsetters e lo stesso Roast Fish Collie Weed & Corn Bread di Perry. Perry e la sua band sono stati produttori di numerosi acclamati dischi reggae della metà degli anni Settanta – War Ina Babylon di Max Romeo, Party Time degli Heptones, Heart of the Congos dei Congos e Police & Thieves di Junior Murvin. Dischi che hanno aiutato rendere la musica giamaicana forma d’arte e potenza internazionale. Police & Thieves di Murvin, co-scritta da Perry, fu coverizzata dai Clash nel loro album di debutto del 1977; il gruppo reclutò anche Perry – che era a Londra per registrare Punky Reggae Party di Bob Marley, per produrre il loro singolo Complete Control. (Perry una volta scherzò sul suo passaggio punk, «Se voglio sputare qui, sputo qui. Se voglio pisciare lì, piscio lì. Io sono punk»). «Perry usava un 4 piste allo studio Black Ark, ma poteva far rimbalzare un centinaio di altre tracce dentro e fuori di lì usando pietre, acqua, utensili da cucina e qualsiasi altra cosa fosse disponibile», ha detto Romeo a Rolling Stone. Tuttavia, dopo l’uscita di Return of the Super Ape degli Upsetters nel 1978 – e dopo che artisti come Paul e Linda McCartney cercarono Perry per collaborare – l’era dell’Arca Nera iniziò la sua lenta erosione quando Perry ebbe un crollo nervoso. La proprietà cadde in rovina mentre un Perry paranoico riduceva la sua produzione musicale e scarabocchiava tutte le superfici dello studio con un pennarello; Perry, secondo la leggenda, bruciò lo studio nel 1983. «Avevo bisogno di essere perdonato del mio peccato», disse Perry a Rolling Stone. «Ho creato il mio peccato, ho bruciato il mio peccato e sono nato di nuovo». Dopo l’era della Black Ark, Perry si trasferì in Inghilterra e negli Stati Uniti prima di risiedere definitivamente in Svizzera con la sua famiglia. Sarebbe rimasto prolifico per i successivi tre decenni, pubblicando nuovi album da solo con scedenza annuale, oltre a frequenti collaborazioni con Mad Professor, the Orb e Adrian Sherwood. Nel 2019, Perry ha pubblicato i suoi LP gemelli Rainford (il suo nome di nascita) e Heavy Rain, quest’ultimo con ospiti come Brian Eno, che una volta ha salutato Perry come “uno dei geni della musica registrata”. «È l’album più intimo che Lee abbia mai fatto», disse il produttore Sherwood di Rainford, all’epoca. «Ma allo stesso tempo le idee musicali sono molto fresche. Sono estremamente orgoglioso di quello che abbiamo tirato fuori».

·        È morto l’attore Ed Asner.

È morto Ed Asner: in tv fu «Lou Grant» e Papa Giovanni XXIII. Il Corriere della Sera il 29 agosto 2021. Il grande caratterista americano aveva 91 anni: era stato due. È morto Ed Asner, l’attore vincitore di diversi Golden Globes e Emmy per «Lou Grant» e «Up» (aveva doppiato il film animato). Aveva 91 anni. Asner era stato anche due volte presidente della Screen Actors Guild. Attore, doppiatore ma anche attivista politicamente schierato a sinistra, Edward Asner era un grande caratterista del cinema americano. Nel 2002 era stato protagonista della popolare miniserie italiana «Papa Giovanni», in cui aveva interpretato papa Giovanni XXIII da anziano.

Morto Ed Asner, il Lou Grant della tv. Grande caratterista e doppiatore, interpretò anche Papa Giovanni. Vincitore di 5 Golden Globes e sette Emmy Awards, aveva 91 anni. In carriera aveva pagato anche per il suo impegno politico: la Cbs aveva chiuso la sua serie malgrado il successo nell'audience. La Repubblica il 29 agosto 2021. L'attore americano Ed Asner, l'attore vincitore di Emmy per "Lou Grant" e "Up" e di numerosi Golden Globes, è morto a 91 anni. Cinque Golden Globe e sette Emmy, la gran parte dei quali per aver interpretato Lou Grant, il giornalista burbero e senza fronzoli della Cbs, prima in "The Mary Tyler Moore Show" e poi nel drammatico spin-off "Lou Grant". Era uno dei decani del cinema e della tv americana, non solo attore, ma anche doppiatore e grande caratteristica, un volto che anche gli italiani conoscono bene, oltre che per i film e le serie tv americane, per essere stato nel 2002 l'anziano Angelo Roncalli in una popolare miniserie diretta da Giorgio Capitani dedicata a Papa Giovanni. Gli spettatori di una certa età potrebbero ricordarlo anche per una miniserie che alla fine degli anni '70 davvero fece epoca: "Radici". Asner interpretava lo schiavista capitano Daviesper; era il 1977 e l'anno prima era stato il patriarca di una famiglia tedesco-americana nella miniserie "Rich Man, Poor Man". Nato a Kansas City il 15 novembre 1929, al cinema è stato anche l'agente dell'FBI Guy Banister nel film di Oliver Stone del 1991 "JFK", Babbo Natale nella commedia di Will Ferrell del 2003 "Elf" e poi nello stesso anno come doppiatore il protagonista del vincitore all'Oscar della Pixar 'Up' dando la voce all'anziano costruttore di palloncini Carl Fredricksen. Come star della tv ha anche la Walk of Fame a Los Angeles. All'inizio degli anni '80, Asner è stato presidente della Screen Actors Guild, il sindacato degli attori, grazie al suo carisma e al suo attivismo politico: guidò uno sciopero nel 1980 che riuscì a bloccare la produzione per tre mesi e a boicottare gli Emmy di quell'anno: lo scopo era ottenere stipendi più alti per gli attori in considerazione del passaggio delle serie sulle tv a pagamento (una battaglia simile a quella solitaria e apripista di Scarlett Johannson). La cosa non fu indolore: la Cbs cancellò nel 1982 la serie Lou Grant che lui interpretava nonostante fosse al top degli ascolti fino alla sua quinta e ultima stagione. E' stato attivista fino all'ultimo: ha partecipato lo scorso anno a una class action di attori per il piano sanitario del sindacato Sag durante la pandemia. Ha continuato a lavorare sempre: recentemente era nel cast di Cobra kai, lo spin off di Karate Kid, tuttora in onda. (Ansa).

·        E’ morto il giornalista sportivo  Mario Pennacchia.

Addio a Mario Pennacchia, firma storica del giornalismo sportivo.

Mario Pennacchia su La Repubblica il 24 agosto 2021. Aveva 93 anni. Il ricordo del presidente della Figc, Gravina: ''Un grande professionista che ha contribuito a far crescere la cultura sportiva in Italia''. Il mondo del giornalismo sportivo piange Mario Pennacchia, scrittore e penna storica morto all'età di 93 anni. Consulente dell'ex presidente federale Antonio Matarrese tra la fine degli anni 80 e l'inizio degli anni 90 nonché direttore per 18 anni della rivista "L'Arbitro", Pennacchia ha collaborato anche con alcune delle più importanti testate italiane tra cui 'Il Corriere dello Sport', “La Gazzetta dello Sport”, “Il Messaggero” e “Il Giorno”, intervenendo spesso come opinionista a trasmissioni di successo come “La Domenica Sportiva” e “Il Processo del Lunedì”. La Figc, attraverso una nota del presidente Gravina, lo ha voluto ricordare: "Il mondo del giornalismo perde una storica firma, un grande professionista che ha contribuito a far crescere la cultura sportiva in Italia e che ha saputo raccontare il calcio con passione e competenza. Lo ricordo con stima e affetto". Grande tifoso della Lazio e testimone della storia della squadra biancoceleste, è stato responsabile della comunicazione del club sotto la presidenza Cragnotti. E' stato inoltre autore di diversi libri dedicati al mondo del calcio tra i quali "Gli Agnelli e la Juventus", "Il Calcio in Italia", "Lazio Patria Nostra" e "Football Force One".