Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2021

 

LA SOCIETA’

 

SECONDA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

 

 

LA SOCIETA’

INDICE PRIMA PARTE

 

AUSPICI, RICORDI E GLI ANNIVERSARI.

Gli Auspici per il 2021.

Le profezie per il 2021.

2020. Un anno di Pandemia.

Cosa resta dell’anno passato. I Fatti.

Cosa resta dell’anno passato. Le Cazzate.

Cosa resta dell’anno passato. I Morti Illustri.

Perché febbraio ha 28 giorni ed è il mese più corto dell’anno?

109 anni dall’affondamento del Titanic.

84 anni dal Disastro dell’Hindenburg.

21 anni dalla fine del Concorde.

75 anni dalla nascita del Bikini.

75 anni dalla nascita della Vespa.

70 anni dalla nascita del Totocalcio.

60 anni dalla nascita di Diabolik.

200 anni dalla morte di Napoleone Bonaparte.

100 anni dalla morte di Enrico Caruso.

72 anni dalla morte del grande Torino.

66 anni dalla morte di James Dean.

61 anni dalla morte di Fred Buscaglione.

52 anni dalla morte di Rocky Marciano.

51 anni dalla morte di Jimi Hendrix.

50 anni dalla morte di Jim Morrison.

50 anni dalla morte di Fernadel.

50 anni dalla morte di Coco Chanel.

46 anni dalla morte di Joséphine Baker.

44 anni dalla morte di Charlie Chaplin.

44 anni dalla morte di Maria Callas.

44 anni dalla morte di Elvis Presley.

41 anni dall’uscita di “The Blues Brothers”.

40 anni dalla morte di Natalie Wood.

40 anni dalla morte di Rino Gaetano.

40 anni dalla morte di Alfredino Rampi.

39 anni dalla morte di Romy Schneider.

37 anni dalla morte di Truman Capote.

33 anni dalla morte di Christa Paffgen, in arte: Nico.

31 anni dalla morte di Sergio Corbucci.

31 anni dalla morte di Ugo Tognazzi. 

30 anni dalla morte di Pier Vittorio Tondelli.

30 anni dalla morte di Yves Montand.

30 anni dalla morte di Dino Viola.

30 anni dalla morte di Walter Chiari.

29 anni dalla morte di Astor Piazzolla.

28 anni dalla morte di Sun Ra.

28 anni dalla morte di Albert Sabin.

27 anni dalla morte di Ayrton Senna.

27 anni dalla morte di Moana Pozzi.

27 anni dalla morte di Giulietta Masina.

27 anni dalla morte di Massimo Troisi.

27 anni dalla morte di Domenico Modugno.

25 anni dalla morte di Marcello Mastroianni.

25 anni dalla morte di Dario Bellezza.

24 anni dalla morte di Ivan Graziani.

24 anni dalla morte di Gianni Versace.

24 anni dalla morte di Renzo Montagnani.

23 anni dalla morte di Frank Sinatra.

21 anni dalla morte di Nicola Arigliano.

20 anni dalla morte di Ferruccio Amendola.

17 anni dalla morte e 100 anni dalla nascita di Nino Manfredi. 

17 anni dalla morte di Michele Profeta.

15 anni dalla morte di Mario Merola.

15 anni dalla morte di James Brown.

15 anni dalla morte di Oriana Fallaci.

14 anni dalla morte di Ingmar Bergman.

14 anni dalla morte di Guido Nicheli.

13 anni dalla morte di Paul Newman.

13 anni dalla morte di Heath Ledger.

10 anni dalla morte di Giorgio Bocca.

10 anni dalla morte di Amy Winehouse.

9 anni dalla morte di Marie Colvin.

9 anni dalla morte di Lucio Dalla.

9 anni dalla morte di Donna Summer.

8 anni dalla morte di Little Tony.

8 anni dalla morte di Ottavio Missoni.

6 anni dalla morte e 100 anni dalla nascita d Mario Cervi.

6 anni dalla morte di Anita Ekberg.

6 anni dalla morte di Laura Antonelli.

5 anni dalla morte di Prince.

5 anni dalla morte di Silvana Pampanini.

4 anni dalla morte di Hugh Hefner.

4 anni dalla morte di Jake La Motta.

4 anni dalla morte di Pasquale Squitieri.

4 anni dalla morte di Paolo Villaggio.

3 anni dalla morte di Bernardo Bertolucci.

3 anni dalla morte di Fabrizio Frizzi.

3 anni dalla morte di Marina Ripa di Meana. 

3 anni dalla morte di Davide Astori.

2 anni dalla morte di Luciano De Crescenzo.

2 anni dalla morte di Jeffrey Epstein.

2 anni dalla morte di Mattia Torre.

1 anno dalla morte di Gigi Proietti.

1 anno dalla morte di Paolo Rossi.

1 anno dalla morte di Diego Maradona. 

1 anno dalla morte di Stefano D'Orazio.

1 anno dalla morte di Ezio Bosso.

1 anno dalla morte di Roberto Gervaso.

1 anno dalla morte di Ennio Morricone.   

1 anno dalla morte di Kobe Bryant.

Le Frecce Tricolori.

Chi erano Stanlio e Ollio.

I Queen.

I Beatles.

Gli ABBA.

Dire Straits.

Spice Girls.

La Notte di San Lorenzo.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Avvocato.

L’Operazione Stellantis.

John Elkann.

Lapo Elkann.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Famiglie Reali.

Lo stile dei reali inglesi.

Presagi nefasti.

La Regina Vittoria.

Elisabetta.

Filippo.

Carlo.

Diana.

William e Kate.

Harry e Meghan.

Andrea.

Sarah Ferguson.

 

INDICE TERZA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

L'Apocalisse.

La linea piatta del fine vita.

Sesto Senso: sentire i morti.

Coscioni ed il diritto a morire.

La razzia delle tombe.

La morte sociale: gli Eremiti.

La Successione.

Le morti “del cazzo”.

I Morti del 2021.

È morto l’attore James Michael Tyler.

E’ morto il rapper svedese Yasin.

Morto il grande direttore d'orchestra Bernard Haitink.

È morto il compositore Leslie Bricusse.

E’ morto il jazzista Franco Cerri.

E’ morto l'ex segretario di Stato Usa Colin Powell.

E’ morto il fumettista Robin Wood.

Morto Angelo Licheri, “l’uomo ragno” che si calò nel pozzo del Vermicino per salvare Alfredino Rampi.

È morto il pittore Achille Perilli.

E’ morto il giornalista Gianluigi Gualtieri.

E’ morto lo scienziato Abdul Qadeer Khan.

È morto l’attore Elio Pandolfi.

E’ morto il filosofo ultra comunista Salvatore Veca.

E’ morta l’attrice Luisa Mattioli.

Morto il rugbista Lucas Pierazzoli.

E’ morto il calciatore Daniel Leone.

Morto lo scrittore Antonio Debenedetti.

È morto Bernard Tapie.

E’ morto l’ex ministro Agostino Gambino.

Muore lo scrittore Takao Saito.

E’ morta la giornalista Marida Lombardo Pijola.

E’ morto l’attore Basil Hoffman.

Morto il pilota Nino Vaccarella.

E’ morto l’attore Robert Fyfe.

E’ morto il calciatore Romanino Fogli.

È morto l’attore Willie Garson.

E’ morto Carlo Vichi, il fondatore della Mivar.

Morto il compositore Sylvano Bussotti.

È morto l’inventore Clive Sinclair.

E’ morto l’ex presidente dell’Algeria Abdelaziz Bouteflika.

È morto l’editore Tullio Pironti.

Morto l’attore Art Metrano.

È morto il terrorista Abimael Guzmán.

E’ morto l’attore Carlo Alighiero. 

È morto l’attore Michael Constantine.

Morto l’attore Nino Castelnuovo.

Morto l’ex calciatore Jean-Pierre Adams.

E’ morto l’attore Michael K. Williams.

È morto l’attore Jean-Paul Belmondo.

È morta la cantante Sarah Harding.

E’ morta la giornalista Anna Cataldi.

Morto lo scrittore Daniele Del Giudice.

Morto il musicista Theodorakis. 

E' morto l’artista Paolo Ramundo.

E' morto l’ex calciatore Francesco Morini.

Morto il giornalista Gianfranco Giubilo.

Morto il cantante Lee “Scratch” Perry.

È morto l’attore Ed Asner.

E’ morto il giornalista sportivo  Mario Pennacchia.

E’ Morto Fritz McIntyre, tastierista dei Simply Red.

E’ Morto Charlie Watts, il batterista dei Rolling Stones.

E' morto il poeta rivoluzionario Jack Hirschman.

Morto Luca Silvestrin, storico pivot della Reyer Venezia.

È morta Nicoletta Orsomando, storica signorina buonasera.

È morto l'attore Nino D'Agata.

È morto l’atleta Albert Rienzo.

È morto l’atleta Giovanni Di Lauro.

È morto il senatore Paolo Saviane.

E’ morta la giornalista e scrittrice Gaia Servadio.

E’ morto l’avvocato Luca Petrucci.

E’ morto l’attore Sonny Chiba.

E’ morto il youtuber Omar Palermo.

E’ morto il calciatore Gerd Muller.

Morto il comico Gianfranco D'Angelo.

E’ morto il giornalista Ranieri Polese.

E’ morta l’attrice Piera Degli Esposti.

E’ morto Enzo Facciolo, il disegnatore di Diabolik.

E’ morto Gino Strada.

E’ morta Patricia Alma Hitchcock, figlia di Alfred.

E’ morto il doppiatore Giorgio Lopez.

È morto Nadir Tedeschi, ex esponente delle DC.

È morto il musicista Dennis "Dee Tee" Thomas, il leader di Kool & The Gang.

E’ morta l’editrice Laura Lepetit.

È morta «Mamma Ebe» Gigliola Giorgini.

È morto lo scrittore Antonio Pennacchi.

Morto il batterista Charles Connor.

È morta l’atleta cubana Alegna Osorio.

E’ morto Roberto Calasso, scrittore ed editore di Adelphi.

E’ morto il bassista degli ZZ top Dusty Hill.

E’ morto l’attore Jean-Francois Stevenin.

E’ Morto il cantante Gianni Nazzaro.

Morto Giuseppe De Donno, curò Covid con plasma iperimmune.

Morto l’attore Dieter Brummer.

Addio a Nicola Tranfaglia.  Storico, giornalista e politico.

E’ morta l’artista Sabrina Querci.

È morto il fisico Miguel Virasoro.

E’ morto lo scrittore Christian La Fauci.

E’ morta l’attrice Joyce MacKenzie: fu Jane in Tarzan.

È morto Kurt Westergaard, il fumettista danese della famosa vignetta su Charlie Hebdo.

E’ morto il sarto Mario Caraceni.

E’ morto il giornalista antimafia Peter de Vries.

E’ morto il fotoreporter Danish Siddiqui.

E’ morta l’ambientalista Joannah Stutchbury.

E’ morto l’attore Libero De Rienzo.

E’ morto l’ex presidente della Corte Costituzionale e dell’Antitrust Giuseppe Tesauro.

E' morto il pilota automobilistico Carlos Reutemann.

È morto il regista Richard Donner.  

Addio a Raffaella Carrà: la signora della tv.

E’ morto il regista Paolo Beldì.

È morto Donald Rumsfeld, ex segretario della Difesa USA.

E’ morto lo stilista Pino Cordella.

E’ morto il giornalista Giangavino Sulas.

E’ morto l’attore Antonio Salines.

E’ morto John McAfee, pioniere degli antivirus.

Morta la giornalista Diana De Feo, moglie di Emilio Fede.  

E’ morto l’editore Egidio Gavazzi.

E’ morto il pilota acrobatico Alex Harvill.

E' morto Paolo Armando, ex concorrente di MasterChef Italia.

E' morto Giampiero Boniperti.

Morta l’attrice Lisa Banes.

E’ morta la pornostar Dakota Skye.

E’ morto il fumettista Andrea Paggiaro in arte Tuono Pettinato.

Addio al giornalista Livio Caputo.

E’ morto l’attore Ned Beatty.

E’ morta l’atleta Paola Pigni.

E’ morto il politico e sindacalista Guglielmo Epifani.

E’ morto il cantante Michele Merlo.

E’ morto Angelo Piovano: l’uomo più tatuato d’Italia.

È morto Daniele Durante, della pizzica salentina.

E’ morto l’allenatore Loris Dominissini.

E’ morto il calciatore Seid Visin.

Morto il calciatore Silvio Francesconi.

Morto l’attore Robert Hogan.

E’ morto Amedeo Savoia d’Aosta.

È morto il regista Peter Del Monte.

E’ morto l’attore Joe Lara.

Morto l’attore Gavin MacLeod.

E’ morto l’attore Kevin Clark.

E’ morta Luciana Novaro, la più giovane étoile della Scala.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

E’ morto l'attore Paolo Calissano.  

E’ morto l’attore Renato Scarpa.

E’ morto Franco Ziliani.

E’ morta Assunta Maresca, detta Pupetta.

È morto Desmond Tutu.

E’ morto il regista e produttore Jean-Marc Vallée.

E’ morta la scrittrice Joan Didion.

È morta l’avvocato abortista Sarah Weddington

Morto il meccanico della tv Emanuele Sabatino. 

E' morta Lina Wertmuller.

Addio al giornalista Rai Demetrio Volcic.

È morto il cantante Toni Santagata.

E’ morto l’attore aborigeno David Gulpilil.

E’ morto il manager di F1 Frank Williams.

E’ morta la scrittrice Almudena Grandes

E’ morto il direttore creativo di moda Virgil Abloh.

E’ morta l’attrice Arlene Dahl.

Addio alla contessa Olghina di Robilant. 

È morto il compositore Stephen Sondheim. 

E’ morto il banchiere Ennio Doris.

Addio al cantautore Paolo Pietrangeli.

È morto lo scrittore Wilbur Smith.

E’ morto il giornalista Giampiero Galeazzi.

E’ morto il fotografo ritrattista Dino Pedriali.

È morto l’imprenditore Glen de Vries.

E’ morto l’ex presidente e premio Nobel Frederik de Klerk.

Morto il tronista Riccardo Ravalli.

E’ morto l’attore Dean Stockwell.

E’ morto il giornalista Enrico Fierro. 

E’ morto l’industriale Gianfranco Castiglioni.

E’ morto lo 007 Paolo Samoggia. 

Morto l’architetto Carlo Melograni.

È morta l’attrice Joanna Cameron.

È morto il cantante Terence Wilson.

E’ morta la stilista Federica Cavenati.

E' morta la cofondatrice di Italia Nostra Desideria Pasolini.

Morto il pasticciere Ado Campeol.

E’ morto Rossano Rubicondi.

E’ morto lo chef Alessio Madeddu.

E’ morta la modella Ivy Nicholson.

E’ morta l’attrice e doppiatrice Ludovica Modugno.

E’ morto l’industriale Renzo Salvarani.

E’ morto il sarto Ciro Paone.

E’ morta Carla Fracci.

E’ morta l’attrice Isabella De Bernardi.

E’ morto il calciatore Tarcisio Burgnich.

Morto Max Mosley, ex "Re" della Formula 1.

E’ morto l’attore René Cardona III rip.

E’ morto il calciatore Filippo Viscido.

E’ morto il fantino del Palio Andrea Mari.

E’ morto il cantautore Franco Battiato.

E’ Morto Alessandro Talotti, campione del salto in alto.

E’ morto Neil Connery rip.

E’ morto il serial killer Michel Fourniret.

E’ morta Beryl Cunningham, l’attrice, modella e cantante giamaicana.

E' morto il modello e cantante britannico Nick Kamen.

E’ morta la giornalista Rita di Giovacchino.

È morta Olympia Dukakis, premio Oscar per "Stregata dalla luna".

E’ morto il compositore Shunsuke Kikuchi.

È morto Filippo Mondelli, campione del mondo di canottaggio.

E’ morto Giulio Biasin, l'ultimo corazziere del Re.

Addio a Michael Collins, fu uno dei tre astronauti dell’Apollo 11.

E’ morta Milva.

E’ morta la star di burlesque Annie Blanche Banks.

E’ morto il regista Monte Hellman.

E’ morto il ballerino Liam Scarlett.

E’ morto lo l’inventore del pdf Charles Geschke.

E’ morta l’attrice Helen McCrory.

E’ morto l’attore Lee Aaker di Rin-Tin-Tin.

E’ morto il finanziere Bernie Madoff.

E' morto il truccatore Giannetto De Rossi.

E' morto il cartellonista cinematografico Enzo Sciotti.

E’ morto l’attore-cantante Harold Bradley.

E’ morto il regista Richard Rush.

E’ morto il filosofo Ernesto Paolozzi.

E’ morto il rugbista Marco Bollesan.

E’ morto il rugbista Massimo Cuttitta.

E’ morto il rapper Earl Simmons.

E’ morta la stilista Fiorella Mancini.

È morto il campione di pallavolo Michele Pasinato.

È morto il teologo Hans Küng.

E’ morto il Nobel economista Robert Mundell.

È morto Roland Thoeni, ex campione di sci.

E’ morto Gabriele Nobile, giornalista sportivo.

E’ morto Luca Villoresi, giornalista.

È morto il giornalista Rocco Di Blasi.

E’ morto il cantante Patrick Juvet.

E’ morto l’autore tv Enrico Vaime.

E’ morto lo sceneggiatore Larry McMurtry, rip.

E’ morto il regista Bertrand Tavernier.

E' morto l'attore George Segal.

E’ morto Moraldo Rossi, amico di Fellini.

E’ morto il musicista Pasquale Terracciano.

E’ morta la pilota Sabine Schmitz.

E’ morta Elsa Peretti, designer.

E’ morto il giornalista Mario Sarzanini.

E’ morto James Levine, direttore d'orchestra.

Addio a Ombretta Fumagalli Carulli.

E’ morto Bruno Tinti.

E’ morto Marco Bogarelli.

E’ morto l’attore Yaphet Kotto.

E’ morto Marvin Hagler.

È morto Raul Casadei.

E’ morto il fotografo Giovanni Gastel.

E’ morto il regista Marco Sciaccaluga.

E’ morta va l’attrice Isela Vega.

E’ morto Lodewijk Frederik Ottens, delle musicassette.

E’ morto Carlo Tognoli, l’ ex sindaco di Milano e ministro.

E' morto Bunny Wailer, leggenda del reggae.

È morto il dj Claudio Coccoluto.

Si è ucciso Antonio Catricalà.

E’ morto Lawrence Ferlinghetti, poeta della Beat Generation.

E’ morto il sociologo Franco Cassano.

E’ morta la giornalista Fiammetta La Guidara.

E’ morto il regista Giancarlo Santi.

E’ morto Fausto Gresini.

E’ morto l’attore Sandro Dori.

E’ morto il paroliere Luigi Albertelli.

E’ morto Mauro Bellugi.

E' morto lo scultore Arturo Di Modica.

E’ morto Gianni Corsolini, uno dei padri fondatori del basket in Italia.

E’ morto l'attore e doppiatore Claudio Sorrentino.

E’ morto l’attore Reginald Bernie Lewis.

E’ morto Johnny Pacheco, il musicista.

Morto l'ex presidente dell'Argentina Carlos Menem.

E’ morto Erriquez, il frontman della Bandabardò.

E’ morto Marco Dimitri dei “Bambini di Satana”.

E’ morto Maurizio Liverani.

E’ morto il critico musicale Paolo Isotta.

È morto Chick Corea, leggenda del jazz.

E’ morto il re del porno Larry Flynt.

E’ morto il politico George Shultz.

E’ morto lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière.

E’ morta la cantante Mary Wilson.

E’ morto l’ex presidente del Senato Franco Marini.

E’ morto Giuseppe Rotunno.

E’ morto Leon Spinks.

E’ morta l’attrice Haya Harareet.

Addio all’artista Felice Botta.

E’ morto l’attore Christopher Plummer.

È morta Tiana Tola, campionessa italiana di Judo.

E’ morta Nori Corbucci, moglie del grande regista Sergio.

E’ morto l’investigatore privato Jack Palladino.

E' morto l’attore Dustin Diamond.

E’ morta l’attrice Cicely Tyson.

E’ morta l’attrice Cloris Leachman.

Morto Francesco Cavallari.

E’ morto Michele Fusco.

E’ morto il produttore Alberto Grimaldi.

E’ morto Rémy Julienne. il più grande cascatore del mondo.

E’ morto Walter Bernstein, leggendario sceneggiatore americano.

È scomparso il re dei cristalli, Gernot Langes-Swarovski.

E' morto Larry King.

Morto l’attore Roberto Brivio dei “Gufi”.

E’ morta Francine Canovas, ossia: Nathalie Delon.

E’ morto l’alpinista Cesare Maestri.

Morto Emanuele Macaluso.

E’ morto lo storico produttore musicale Phil Spector.

E’ morto il ballerino di tango Juan Carlos Copes.

E’ morto il pianista/raider Adriano Urso.

È morto il senatore Romano Misserville.

E’ morto l’attore Antonio Sabato.

E’ morto il giornalista Giuseppe Turani.

E’ morto il sensitivo Paolo Bucinelli, in arte Solange.

E' morta l’attrice Tanya Roberts?

E’ morto Ernesto Gismondi.

 

 

 

LA SOCIETA’

SECONDA PARTE

 

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)

·        L’Avvocato.

Vittorio Feltri per “Libero quotidiano” il 22 settembre 2021. Gianni Agnelli benché sia morto quasi venti anni orsono é ancora vivo nella memoria degli italiani, che l'hanno considerato una sorta di principe, perché era elegante, diceva battute sferzanti, era proprietario di una enorme fabbrica di automobili, e presidente della squadra di calcio, la Juventus, la più amata dal popolo. Ieri a Torino si é tenuto un convegno importante per commemorarlo e glorificarlo. Ovvio, dei defunti bisogna sempre parlare bene poiché non sono più qui a rompere le scatole. Con questo non affermo che Agnelli fosse un personaggio fastidioso, anzi, confermo che era stimato da quasi tutti, perfino dai suoi potenziali avversari. Ma la sua biografia non é esaltante se esaminata senza pregiudizi tesi a dimenticare le debolezze del cosiddetto Avvocato. Il quale, se vogliamo essere sinceri, cominciò a lavorare a 46 anni, età in cui i suoi operai andavano in prepensionamento. Egli ricevette in eredità l'azienda torinese da Valletta, grande manager, e si trattava di una industria modello. In breve tempo, nelle mani di Gianni essa perse smalto e prese a zoppicare. Negli anni Sessanta iniziarono gravi difficoltà e dopo un po' si rese necessaria la vendita di importanti quote di capitale addirittura a Gheddafi, che aveva molti soldi ma non certo una matura mentalità imprenditoriale. Davanti a questa operazione stravagante nessuno, tantomeno il governo, fiatò. Ciò che faceva il principe piemontese non era criticabile, era accettato come fosse opera del destino. Frattanto l'avvocato, che non ha mai esercitato l'attività forense, fu eletto presidente di Confindustria. E si rese responsabile di una puttanata storica: il famoso punto di contingenza concordato con Luciano Lama, sindacalista comunista ingentilito dalla pipa perennemente nella sua bocca. Ci volle Craxi che indisse un referendum per annullare l'assurda legge. Gianni non mosse un dito e decise di acquistare Palazzo Grassi a Venezia, nei cui vani erano accatastate varie opere d'arte. La gestione di questo museo fu disastrosa cosicché esso fu ceduto. In ambito famigliare ad Agnelli le cose non andarono meglio, infatti il figlio Edoardo un giorno si tolse la vita gettandosi da un ponte dell'autostrada.  Intanto la Fiat ebbe una crisi mostruosa. I tempi di Valletta erano ormai troppo lontani. La salute del signor padrone peggiorò fin quando un dì egli spirò lasciando le briglie della società al fratello Umberto, persona capace e di talento. Sorvolo sui dettagli. Dal punto di vista tecnico-finanziario l'impresa finì sotto il controllo di Gabetti, un genio, il quale per rimettere in piedi la baracca assunse come capo assoluto Marchionne che compì il miracolo di aggiustare sia i conti sia la produzione delle auto. Oggi la Fiat é un colosso mondiale, senza l'Avvocato nostro. Ci sarà un motivo. Questo non significa disprezzare il mitico Agnelli, che tutti abbiamo ammirato, semplicemente é il racconto della verità.

Gianni Agnelli e l'amante vip a letto con l'altro uomo. Clamorosa storia di tradimenti, "come ha reagito l'Avvocato". Libero Quotidiano il 23 luglio 2021. L'Avvocato, Anita Ekberg e l'amante. Sul Fatto quotidiano Umberto Pizzi, il "paparazzo" per eccellenza della Dolce vita romana degli Anni 60, regala una chicca su Gianni Agnelli. La diva svedese lanciata da Federico Fellini "era esagerata - ricorda il fotografo -, quando passava era come ricevere uno schiaffo in faccia, della serie 'sveglia, sono qui!'. E lo sapeva, ci rideva, ci giocava, dominava la scena, qualunque fosse". All'epoca Roma era tornata caput mundi, soprattutto del gossip e dei party vip di cui Anita era la regina incontrastata. "Gli uomini impazzivano. Il potere la pretendeva - prosegue Pizzi -. Tra questi Gianni Agnelli per lungo tempo suo compagno, più volte pizzicati dentro i migliori hotel di Roma, fino a quando, stanco dei sotterfugi, decise di prenderle una villa in via Cortina d'Ampezzo, zona residenziale di Roma". Tutto sembrava andare per il meglio ma forse l'Avvocato pretendeva troppo da quel rapporto. "Fino all'errore degli errori - anticipa Pizzi -. Una sera l'Avvocato non avvertì del suo arrivo e trovò Anita a letto con Rik Van Nutter, attore statunitense, tempo dopo diventato il marito". L'amante "era un ragazzo possente e dai modi irruenti" e un po' per la mole del rivale e un po' per il suo "leggendario aplomb" Agnelli, il "Kennedy italiano" padrone della Fiat ma soprattutto del jet set internazionale non mostrò particolare delusione per la scena a cui si era suo malgrado trovato di fronte: "Ah, mi fa piacere". Roba da altra Italia, altri tempi e soprattutto altri gentiluomini.

Agnelli e Einaudi, lezioni ancora attuali. Nicola Porro - Dom, 28/03/2021 - su Il Giornale. In un prezioso libricino di Aragno (Negli anni della crisi, Giovanni Agnelli Luigi Einaudi) c'è una bella chicca su disoccupazione e innovazione tecnologica che conviene rispolverare. Intanto il contesto. Ci troviamo nel 1933. E il senatore Agnelli è preoccupato, consapevolmente, della gigantesca crisi economica che segue la Grande depressione e favorirà, sostengono alcuni, la guerra. Come sintetizza bene Nino Aragno nell'introduzione: le discussioni tra il presidente della Fiat ed Einaudi «partono dalle riflessioni del primo su riduzione dell'orario di lavoro e aumento dei salari»: ridurre ore di lavoro e aumentare proporzionalmente i salari. Agnelli giudica quella crisi diversa da quelle precedenti cicliche, «è una crisi che tocca tutta la struttura dell'economia mondiale e se la sua soluzione dovesse essere lasciata al naturale gioco delle forze economiche, dovremmo aspettare molto tempo e chissà attraverso quali cataclismi». Pane per i denti di un liberale. Einaudi non è d'accordo. E in particolare contesta l'idea, molto di moda allora come oggi, che il progresso tecnico possa creare disoccupazione. Lo fa per di più in un mondo in crisi nera. Insomma una prospettiva in cui ci potremo trovare tra poco. Economie fiaccate dalla pandemia e dalle misure chiusuriste ed esplosione e accelerazione della rivoluzione digitale. Sentite cosa scrive Einaudi: «Dio volesse che al mondo ci fosse solo quella varietà di disoccupazione la quale dicesi tecnica! Penso che darebbe pochi fastidi ad industriali e ad uomini di governo. La disoccupazione tecnica non è una malattia; è una febbre di crescenza, un frutto di vigoria e di sanità. È una malattia, della quale non occorre che i medici si preoccupino gran fatto, perché essa si cura da sé. Gravi sono invece le altre specie di disoccupazione; gravi poiché nate dalla follia umana. Contro di esse non giova il rimedio della riduzione delle ore di lavoro; perché il rimedio tecnico non è adatto a guarire le malattie mentali. Noi altri industriali ed economisti dobbiamo farci da un lato e lasciare il passo ai veri competenti, ai sacerdoti di Dio, ai banditori di idee ed ai reggitori dei popoli. Se costoro non sanno o non vogliono salvare gli uomini, che cosa possiamo fare noi produttori di beni materiali o commentatori delle azioni economiche degli uomini?». Insomma le cause di disoccupazione tecnologica ci sono, per carità, ma non sono durature. Quelle gravi sono quelle prodotte dalle folli norme interventiste dell'uomo, che pretendono di accomodare ciò che sfasciano.

GIANNI L'AMERIKANO.  Dagospia il 23 marzo 2021. La Voce di New York ha pensato di colmare un vuoto nelle molteplici ricorrenze per il centenario della nascita di Gianni Agnelli dedicando un articolo al suo rapporto molto speciale con questa città, di cui finora si è parlato molto poco. Lo ha scritto per VNY Mario Platero, opinionista de La Repubblica e da molti anni uno dei più attenti osservatori italiani a New York e in America.

Mario Platero per lavocedinewyork.com il 23 marzo 2021. Del centenario dell’Avvocato Agnelli si è detto di tutto, ma si è detto molto poco della sua storia d’amore con New York. Dopo Torino, era la sua città prediletta, centrale per dare un contorno globale alle passioni della sua vita. A New York c’era una casa, c’erano amici e famiglia, c’erano relazioni di affari e istituzionali, c’erano i musei, le gallerie d’arte e i galleristi, c’era il Racquet and Tennis Club vecchio club sportivo di cui era socio. Il club era proprio davanti al Seagram Building, l’iconico grattacielo di Mies Van der Rohe, al 375 di Park Avenue, dove per molti anni, al ventunesimo piano, sia la Fiat che l’Ifint avevano i loro uffici. Soprattutto agli inizi, ai primi anni Settanta, per l’Avvocato a New York c’era quell’aria leggera di normalità impossibile da trovare in Italia durante il periodo buio degli anni di piombo, del terrorismo, degli assassinii che a volte colpivano molto vicino. Come nel caso dell’uccisione a sangue freddo del vice direttore de La Stampa Carlo Casalegno il 29 novembre del 1977: quattro membri delle Brigate Rosse gli spararono nel portone di casa. Gianni Agnelli era considerato un obiettivo numero uno delle Brigate Rosse. Ricordo che una volta a Torino, la città dove continuò a vivere anche negli anni più pericolosi, lo incrociai per caso per strada, su Corso Stati Uniti all’angolo con Corso Galileo Ferraris, ero in moto, una Guzzi Stornello 160, e avevo una ragazza con me. Fermi al semaforo, dalla macchina accanto si abbassa il finestrino e alla guida c’era l’Avvocato, dentro altre tre persone di scorta. Con quella sua voce inconfondibile mi salutò con un sorriso e mi chiese: ”Come va quella?” Si riferiva alla moto, ma l’ambiguità era evidente. Dissi soltanto “benissimo avvocato” grazie. Il semaforo passò al verde, salutò e se andò. Poco più avanti girò a destra per fermarsi alla villa in Crocetta dei cugini Nasi. Era il 1973, un anno prima era stato ucciso il Commissario Calabresi. Con la sua presenza costante e visibile in città, come quel giorno su Corso Stati Uniti, l’avvocato trasmetteva il coraggio per resistere alle intimidazioni, alle paure, all’attacco violento contro la democrazia. Ma quando riusciva a venire a New York tutto cambiava. Poteva camminare per strada da solo, in libertà, senza scorta, senza il timore di essere attaccato o riconosciuto. Usciva dal palazzo dove abitava allora, al 720 di Park Avenue, girava a destra sulla 70, passava davanti alla Frick Collection per poi passeggiare a Central Park. Mi è capitato qualche settimana fa di essere a una cena proprio in quello stesso appartamento al quindicesimo piano di 720 Park. Molto spazioso, con un piccolo delizioso studiolo che si estende dal salotto, dove Agnelli passava gran parte del tempo, c’è una sala da pranzo quadrata che può sedere comodamente 20 persone, una biblioteca, un bar, due grandi camere da letto e un paio di terrazze non grandi, ma con una splendida vista su Central Park, appena due isolati più in là. Un appartamento che guarda sopra gli altri palazzi, pieno di luce e di atmosfera, in sala da pranzo c’erano tre grandi quadri che rappresentavano Torino. Chiaramente un gemellaggio ideale. In quello stesso palazzo, al piano terra, c’era l’appartamento/galleria di uno dei più importanti collezionisti e mercanti d’arte antica di allora, Eugene Thaw. Thaw aveva origini piccolo borghesi, ma con la passione e lo studio aveva messo insieme una collezione unica al mondo fatta di capolavori di Rembrandt, Goya, Andrea Mantegna, Samuel Palmer, di impressionisti come Van Gogh e di contemporanei come Jackson Pollock di cui scrisse una monumentale analisi critica. L’Avvocato si fermava spesso a casa di Thaw a chiacchierare, a vedere gli acquisti più recenti a magari a farne qualcuno. Lo ammirava perché Thaw era anche un filantropo illuminato, spesso donava ai musei alcune delle sue opere e alla morte lasciò la sua intera collezione alla Morgan Library. Erano i tempi in cui le gallerie d’arte erano ancora piccole, a misura d’uomo, non le grandi multinazionali di oggi. Era il mondo che Agnelli – con la moglie Marella – amava più d’ogni altra cosa. Nel quartiere, nel grande quadrilatero dell’Upper East Side c’erano le gallerie di Bill Acquavella, di Knoedler e Wildenstein o Wittgenstein. Solo molto dopo sarebbe venuto Larry Gagosian che Agnelli ammirò subito per il suo nuovo modo di interpretare il mercato dell’arte. C’erano la Frick, il Withney, il Metropolitan e poco più sopra il Guggenheim. Il MoMA era un po’ più a sud, forse venti minuti a piedi. Se non restava vicino a casa Agnelli andava a Soho a visitare le nuove gallerie contemporanee, da Leo Castelli per esempio, che lo presentò a Andy Warhol. Erano gli anni in cui Warhol faceva ritratti per 25.000 dollari e offriva delle prove, se non piacevano se le teneva. Andò a casa di Gianni e Marella, fece delle polaroid, degli schizzi e riportò tempo dopo il risultato del suo lavoro. A Gianni piacque molto il suo ritratto, che lo mostrava con una sigaretta in bocca, ma non prese quello di Marella. Insieme decisero di declinare l’offerta: Marella in quel periodo aveva subito un piccolo intervento e il quadro glielo avrebbe ricordato. “Gianni era un uomo incredibile di grandissima intelligenza ma anche un po’ superstizioso – mi dice Peter Marino, uno dei più grandi architetti contemporanei –  Lì vicino a casa – continua Peter – c’era spesso un barbone che pretendeva di essere un indovino. E Gianni si fermava ad ascoltarlo. E quello diceva: oggi non andare da questa parte o da quell’altra. E se i programmi cozzavano con le raccomandazioni del barbone, cambiava strada. ‘Non si sa mai’ mi diceva”. Peter ricorda che si andava in giro per ore, chiamava anche alle sette del mattino di sabato per programmare il giro di gallerie, era un appassionato nel vero senso della parola, acquistava le opere per il piacere di averle, per la bellezza, per il messaggio che gli davano, non per speculare come molti fanno oggi. Da Acquavella comprò Matisse, de Chirico, Picasso. “Era diverso dai collezionisti di oggi – mi dice ancora Peter Marino – era coinvolto in prima persona, conosceva l’arte, aveva un istinto, gli piaceva andare in negozi di antichità riconosceva un mobile pregiato, lo immaginava a casa, dove metterlo”. La riflessione di Marino è che oggi nell’era dei miliardari hedge, è raro trovare persone così, come lui o come Stavros Niarchos, suo amico, anche lui coinvolto in prima persona nei suoi acquisti, nella decisione. “Ho paura che uomini o donne rinascimentali di tale spessore non ci siano più” mi dice. A un certo punto, all’inizio degli anni Ottanta, Gianni e Marella Agnelli decisero di spostarsi appena tre isolati più a Nord di Park Avenue, al 770, all’angolo con la 73. Volevano un appartamento più grande con soffitti più alti a spazi più ampi per poter ricevere meglio. Il loro giro di amicizie si era allargato e Gianni era sempre più a casa, anche per fare riunioni di lavoro. Al 770 comprarono un altro appartamento al piano di sopra, da Connie Mellon (i Mellon sono una delle famiglie più antiche e benestanti d’America, origini irlandesi, una fortuna creata a Pittsburgh in Pennsylvania alla fine del XIX secolo). Gli Agnelli decisero di tenere due stanze di quell’appartamento e di vendere il resto. Per fare i lavori di ristrutturazione ingaggiarono proprio il giovane Peter Marino che aveva già fatto le case di Yves St Laurent e del suo amico Andy Warhol (Warhol nel 1978 lo pagò con uno dei suoi quadri della serie floreale a acquarello a inchiostro che iniziò la grande collezione dell’architetto). L’architetto responsabile delle sale di ricevimento e rappresentanza era Renzo Mongiardino, che però veniva pochissimo a New York. Peter era responsabile della zona privata, le camere da letto e le anticamere che Gianni e Marella di nuovo seguivano direttamente in grande dettaglio. Marino mi racconta che conobbe Gianni e Marella attraverso Alain e Margherita Elkann, la figlia dell’Avvocato. Quando i due giovani vennero in America, Peter li aiutò a sistemare prima un appartamento in città, al 29 East 64 dove nacque il primogenito John, poi con l’arrivo di Lapo si spostarono al di là del fiume Hudson ad Alpine, in New Jersey, una casa con giardino di nuovo riorganizzata da Marino: “Era proprio agli inizi – ricorda Alain Elkann – si presentava con una giacca blu lucida e una cravatta lunga. Il suo ufficio era nella sua borsa”. Marino, che faceva parte della Factory e del gruppo di Warhol, ricorda di aver anche messo a posto un appartamentino di Edoardo Agnelli a Princeton, dove studiava. Oggi è una star, nota nel mondo per le sue tute di pelle nera attillate, borchie di metallo, anelli a uncino e berretto militare rigorosamente di pelle nera, di certo è uno dei più grandi architetti del nostro tempo, vera archistar globale. Fra i suoi progetti aperti, la ricostruzione dell’isola di Skorpios in Grecia (che fu di Onassis e Jackie Kennedy) la completa ristrutturazione del palazzo Tiffany dopo il recente acquisto di LVMH, la costruzione delle case di almeno 12 degli uomini più ricchi del mondo. Progetti con budget illimitati. Ma ha nostalgia della raffinatezza semplice, istintiva, dell’eleganza spontanea dell’Avvocato “Irripetibile – mi dice Marino, che più recentemente ha lavorato con la terza generazione della famiglia, con John Elkann e la moglie Lavinia a un paio di loro progetti – Gianni – continua – aveva conquistato ogni angolo sociale della città”. In effetti per Gianni Agnelli New York era divisa in grandi quadranti, ognuno riferito sempre al meglio, ai vari aspetti e momenti della sua vita del giorno per giorno. Il suo amico americano di più vecchia data a New York era David Rockefeller. I due si erano incontrati a Fiuggi nel 1957 a un evento del Bilderberg Group e sono rimasti legati per la vita. Erano molto simili per origini, passione per l’arte, dedizione diretta agli affari di famiglia, ma erano anche molto diversi. Metodico, paziente, sempre serissimo David Rockefeller, improvvisatore, irrequieto pronto alla freddura l’avvocato. Rockefeller era l’amico istituzionale. Il fratello di David, Nelson divenne Vicepresidente degli Stati Uniti con Ford (Nelson era più simile a Gianni di quanto non fosse David). Fu con i Rockefeller che conobbe Henry Kissinger, il Presidente Ford e molti dei più importanti protagonisti della vita politica americana. Fu con David che Gianni entrò a far parte del prestigioso Council on Foreign Relations, il più importante think tank di politica estera al mondo; e del consiglio del MoMA, che Rockefeller amava più di ogni altra cosa. Gli dava serenità, mi disse una volta, sapere che il giardino del MoMA, fondato da sua madre, cresceva nel terreno della casa dove era nato. Due uomini, lui e Gianni, certamente simili nella passione per l’arte. Insieme – e con altri amici – lanciarono la trilaterale per avanzare il dialogo fra Stati Uniti Europa e Giappone. Entrambi erano presidenti onorari del Council for United States and Italy. A New York Gianni approfondiva l’America della politica, anticipava scenari futuri, imparava lezioni importanti da riportare a casa sia per il suo lavoro che per il suo paese. Continuo a stupirmi ogni volta che leggo analisi dietrologiche del più intelligente di turno che sa davvero che cosa succede dietro le porte di queste associazioni, che denuncia presunti complotti o azioni coordinate di vario genere. A qualunque livello, incontrarsi, confrontarsi, dialogare, capirsi aiuta a superare diffidenze e sospetti. Questi gruppi, da un piccolo Rotary di provincia al Bilderberg, fino al Bohemian Grove – un eccentrico gruppo che si riunisce una volta all’anno in California di cui l’Avvocato non era socio – arricchiscono per il piacere di stare insieme, di ascoltare di conoscersi meglio. E in questo Agnelli, con i suoi rapporti newyorchesi che gli facevano da volano globale, era un terminale per l’Italia oltre che per se stesso. C’era il quadrante della finanza e imprenditoria americana, con Felix Rohatyn, il banchiere che salvò New York dal fallimento, André Meyer di Lazard, John Gutfreund, il capo di Salomon Brothers, quando Salomon era una potenza o, sul fronte industriale, con Lee Iacocca, Henry Ford o Jack Welch di General Motors. L’azienda che aveva come modello era la United Technology. Il suo livello di appartenenza al tessuto socio economico americano era unico, non per l’Italia, ma per un europeo: una volta fu l’unico straniero invitato ai 70 anni del Presidente della Fed Alan Greenspan, organizzato dai suoi amici newyorchesi di alto lignaggio. Era un gruppo ristretto che si trovò a cena nella saletta privata della Grenouille sulla 52 tra Madison e Quinta. In quegli anni, parliamo forse del ’96, Greenspan era uno degli uomini più potenti del mondo sul piano economico e il fatto che un italiano fosse parte della sua cerchia ristretta mi spiegò di un tratto quanto importante fosse per il nostro paese avere un’antenna così ben radicata in America. C’era il quadrante dei suoi affari, delle sue responsabilità. La Fiat, con i capi americani, Vittorio Vellano e Gualberto Ranieri, il suo quotidiano, La Stampa, con i corrispondenti Furio Colombo e Ennio Caretto. L’altro giornalista che consultava regolarmente allora era Ugo Stille del Corriere della Sera, l’amico fra i giornalisti era Jas Gawronski. Li invitava tutti a casa separatamente o in gruppo per chiacchierare. Aveva una preferenza particolare per Caretto, come lui di origine piemontese. Mi capitava di vedere l’Avvocato in giro per la città o a Washington nelle occasioni più imprevedibili, una cena in residenza, una conferenza stampa in cui con regolarità faceva il punto sulla costellazione Fiat. Ricordo che una volta, a un incontro stampa organizzato dalla banca d’affari First Boston, qualcuno gli chiese se la Ferrari non avesse un problema di inefficienza produttiva per far fronte adeguatamente alla domanda: ”Guardi – rispose – di Ferrari qui possiamo venderne quante ne vogliamo. C’è la coda. Ma preferiamo per scelta non inflazionare la produzione…e creare un po’ di suspense”. C’erano situazioni allegre e serie. C’era l’Ifi (poi Infint) con personaggi come Alberto Cribiore nato con gli Agnelli, ma poi passato alla Warner e poi alla Clayton Dubilier Rice fino a diventare amministratore delegato di Merril Lynch e infine Vice Chairman di Citi; c’erano Mario Garraffo, Gian Andrea Botta, Galeazzo Scarampi che gestivano le operazioni finanziarie della famiglia in America sotto la guida di Gianluigi Gabetti. Occhi azzurri chiarissimi, bellissimo uomo anche in età avanzata, Gabetti, anche lui molto inserito in America, era una vera e proprio colonna di riferimento per l’Avvocato, forse l’uomo più leale con cui avrebbe mai lavorato. Ricordo che molti anni fa mi trovavo nella bellissima casa di Gabetti su Lily Pond Lane a Easthampton. Era una domenica qualunque d’estate e si prendeva un caffé in veranda. Fummo interrotti da una chiamata. Era David Rockefeller: si era entrati nella fase finale per l’operazione di riacquisto del Rockefeller Center dai giapponesi che l’avevano rilevato anni prima. Le due famiglie avrebbero operato insieme e Gabetti stava definendo in quel momento gli ultimi dettagli: amicizia, affari, arte erano parte di una stessa equazione. E da Gianni aveva carta bianca. Il migliore amico italiano a New York dell’Avvocato era Mario d’Urso, l’altro, per il fatto di essere un vecchio piemontese, era Alessandro Montezemolo, detto il Marchese. Con Mario d’Urso c’era un solido ponte verso il quadrante degli “amici” americani, amici “social” come Bill Paley, il potente fondatore della CBS e sua moglie Babe o come Oscar e Annette de la Renta, come Al Taubman grande immobiliarista e proprietario di Sotheby’s e sua moglie Judy e molti altri. Molto diversi da Rockefeller, più compagni di gioco. Era un jet set molto stanziale, si concedeva al massimo puntate per Thanksgiving a Lyford Cay, alle Bahamas, dai Paley o a Santo Domingo dai de la Renta. Oppure con Mario si andava a Palm Beach. Erano amici simpatici e “perfidi” come lui, ma nel senso buono della parola. Amavano gli scherzi. Ma se prendevano in giro qualcuno sapevano farlo coinvolgendo nel sorriso il malcapitato. Anche quella era un’arte. C’era il quadrante dei medici e degli ospedali. Il quadrante più triste. Perché fu qui che i medici comunicarono alla famiglia che non c’era più nulla da fare per Giovannino Agnelli, il figlio di Umberto Agnelli. Fu a New York che il suo leggendario cardiologo, Isadore Rosenfeld, gli disse di fare un bypass. Più avanti gli diagnosticò il cancro alla prostata che risultò fatale. Fu qui, a New York, che Marella apprese che il figlio Edoardo si era tolto la vita saltando nel vuoto dal viadotto autostradale dell’autostrada Torino Savona. Prima di dirglielo l’Avvocato chiamò la carissima amica di Marella, Annette de la Renta e le chiese di andare a casa in modo da essere con lei e con un paio di altre amiche quando avrebbe telefonato. Alla notizia, lo shock. Poi, insieme, quella tragica mattina, lei e Annette da sole, andarono in Chiesa. C’era ovviamente il quadrante della famiglia. A New York c’era spesso la sorella, Susanna Agnelli, anche lei con un bel “pied-a-terre” su Park Avenue angolo 65esima al vecchio Mayfair Regent Hotel ristrutturato in appartamenti. C’erano i nipoti Nuno Brandoli e Lupo e Priscilla Rattazzi che avevano scelto da giovani di restare qui: “Gianni chiamava all’improvviso – ricorda Nuno – Il suo senso della famiglia era fortissimo: ‘andiamo al parco’ e si passeggiava. ‘Andiamo a fare colazione’ e si andava al ristorante dietro l’angolo o a casa. ‘Andiamo al cinema’. C’era sempre qualcosa che voleva fare in questa città irrequieta un po’ come lui: al cinema raramente si stava fino alla fine: ‘andiamo, andiamo’ diceva, spesso dopo appena venti minuti”. Priscilla a New York lavora come fotografa: “Feci un libro sul rapporto fra uomini e cani, si chiamava Best Friends. Feci anche una sua foto a Torino con il suo Huskie. Quando lo vidi a New York chiesi a Gianni di fare una prefazione, accettò, e già di questo gli ero molto grata, ma poi scrisse una cosa bellissima e commovente che rivelava da una parte il suo humor, dall’altra la sua grande umanità”. Sono andato a cercare il libro, del 1988 e quella prefazione, in effetti bellissima, ecco un passaggio: “Una cosa segna il mio rapporto coi cani, la brevità della loro vita. A me appare troppo breve, mi fa soffrire l’idea non espressa, morirà prima. Così per compensare quest’arco imperfetto, queste vite che scorrono accanto, a un ciclo così diverso, ho deciso un giorno di avere un pappagallo. Avrebbe rappresentato dal suo trespolo la continuità attraverso le generazioni successive di cani. Lui sarebbe restato. Dopo di loro e anche dopo di me. Ma la vita non si programma, i ritmi si smentiscono con i loro colpi di scena e le loro sorprese. A modo suo il mio cane lo aveva capito: mi ha fatto trovare sulla ghiaia due penne e un becco, quel che rimaneva del pappagallo, che doveva essere il garante della continuità della vita. Sono tornato al rapporto elementare col cane, con i miei huskies”. Il nipote Lupo mi racconta del suo amore indiscusso per l’America e di uno scontro duro che ebbe proprio sull’America con sua madre, Susanna (Suni) Agnelli, in quegli anni prima donna ministro degli Esteri italiano. Suni era la sorella più vicina a Gianni, ma secondo lui commise un grave errore quando in ritorsione contro uno sgarbo politico (esclusione dell’Italia dal gruppo di contatto per la Bosnia), bloccò le autorizzazioni per i decolli e gli atterraggi degli F177 Stealth americani dalla base di Aviano. Un affronto senza precedenti in 50 anni di rapporti bilaterali. L’ambasciatore Bartholomew, convocato a Palazzo Chigi e informato della decisione rimase senza parole. E dire che il governo di allora, il governo Dini era forse il più pro americano che ci fosse mai stato in Italia. Poi gli americani ( anzi gli europei) fecero marcia indietro. Ma restò l’amarezza di Gianni. Aveva un forte legame personale con l’America. Non solo perché era di quella generazione che ricordava la liberazione dal fascismo. Ma anche perché sua nonna materna, Jane Campbell Bourbon del Monte era un’americana con sangue russo, dinamica, intelligente social e brillante come lui. Le sue feste romane con attori di Hollywood come Gary Cooper erano leggendarie. Lupo racconta: ”Tua madre ha sbagliato” mi diceva Gianni, “sono in totale disaccordo. Io sono pro americano fino alla cintura”. C’era infine il quadrante della filantropia: fece una donazione di 300.000  dollari al Metropolitan Museum per il restauro di 17 affreschi pompeiani di proprietà del museo, con l’accordo di metterli in mostra permanente, un regalo al Met ma anche alla cultura italiana. Il New York Times registrò l’evento inaugurale con queste parole: “Il Sig. Agnelli con i suoi capelli argentati, conosciuto in Europa per il suo acume negli affari e per la sua passione di guida ad altissima velocità, è rimasto fermo per buona parte della serata di fianco a un busto dell’imperatore romano Marco Aurelio. Da lì dava il benvenuto a tutti: fra gli ospiti, Lee Iacocca, Felix Rohatyn, John Gutfreund, Alfred Taubman”. Aiutò moltissimo, con l’appoggio deciso di Marella, il lancio della American Italian Cancer Foundation, organizzato da Alessandro Montezemolo e da Umberto Veronesi. La fondazione oggi è guidata da Daniele Bodini buon amico sia di Montezemolo che dell’Avvocato. E’ una delle più importanti a New York per la prevenzione del cancro al seno. Manda nei quartieri più poveri camion per fare mammografie, finanzia la ricerca e sponsorizza la specializzazione in America di giovani medici italiani. Agnelli aiutò il lancio del Friends of FAI in America. Ci fu una cena seduta per 60 persone in residenza dell’Ambasciatore italiano alle Nazioni Unite Sergio Vento. “Fu Giulia Crespi a martellarci entrambi per fare qualcosa, ma il motore fu l’Avvocato, io diedi solo un pranzo” ricorda Vento. Fu Gianni a fare il discorso di presentazione e a trovare la Presidente americana, l’affascinante Lynn de Rotschild, moglie del suo vecchio amico Evelyn. Era l’autunno del 2001. Era brillante e in forma come sempre. Alla serata c’erano anche i giovanissimi nipoti, John e Lapo. Si capiva quanto forte fosse il loro rapporto e si capiva che l’Avvocato era provato. Quando decise di andare un po’ prima del tempo, li guardò e capirono al volo. Si lanciarono a prenderlo. Aveva un bastone. E appoggiandosi fra loro lasciò la residenza per tornare a casa al 770 di Park a quattro isolati di distanza. Coi due ragazzi al suo fianco mi passò accanto e mi salutò, aveva un’aria serena e orgogliosa allo stesso tempo. Non l’ho più rivisto in città. Poco più di un anno e mezzo dopo ci avrebbe lasciato per sempre.

Gianni Agnelli, il conformista che ha fatto dell'anticonformismo uno stile. L'orologio sul polsino e il piumino scamiciato sopra la giacca. Daniela Mastromattei su Libero Quotidiano il 15 marzo 2021.

Daniela Mastromattei è caposervizio di Libero, dove si occupa di attualità, costume, moda e animali. Ha cominciato a fare la giornalista al quotidiano Il Messaggero, dopo un periodo a Mediaset ha preferito tornare alla carta stampata.

Gianni Agnelli. Non possiamo chiamarlo maestro, ma è stato più carismatico di Siddharta. Un mito, celebrato persino da un quadro di Andy Warhol. Nell’abbigliamento come nel comportamento volava altissimo, in molti hanno provato a imitarlo cadendo rovinosamente. Conformista e anticonformista: un gusto enigmistico e un modo di vestire che ha ispirato i giovani degli anni Ottanta e Novanta, per di più di opposto orientamento. I paninari ne scimmiottarono lo smanicato in piumino, gli yuppies il doppiopetto e il gessato. 

L’Avvocato, che avvocato non fu mai, non amava l’eleganza troppo accurata come dimostrava con le cravatte sventolate sopra il pullover o i maglioni a collo sciallato o a coste inglesi indossati allo stadio, gli scarponcini di camoscio anche per le occasioni formali; il piumino sul blazer, l’orologio sopra il polsino della camicia (un’usanza diffusa tra i contadini di Cuneo che lui riprese  e rese un vezzo snob) spesso con il colletto “button down”, originariamente utilizzato dai giocatori di polo per non far svolazzare le punte. Agnelli era chic sempre, anche quando si presentava in pubblico con un vecchio cappotto grigio con la martingala, o in giacca e pantaloni scompaginati, di due abiti diversi ma simili. Nonchalance e understatement, più usciva dai canoni e più veniva considerato elegante.

Il viso sempre abbronzato, pure quando il tempo iniziò a scolpirlo con profonde rughe, la sua disinvoltura seguiva comunque regole precise: mai calzini corti e mai scarpe a punta. Portava i capelli leggermente lunghi anche se tutti li avevano corti. Particolari che gli attribuivano un’aria al di sopra del tempo e delle mode, tanto che una settimana prima di morire - nonostante non si vedesse in giro ormai da parecchio - la rivista Vogue lo inserì nella classifica dei 50 uomini più eleganti del mondo, a cui tutto era permesso, anche apparire nudo sulla copertina di un settimanale, mentre si tuffa dalla sua barca.

Francesco Merlo per il Venerdì-la Repubblica il 12 marzo 2021. È stato l' italiano più famoso e al tempo stesso più rispettato, il re repubblicano, quello che i Savoia non ci hanno concesso, «ma è inutile chiedersi come sarebbe il nonno a cento anni. Semmai chiediamoci perché cento anni sembrano passati da quando è morto e non da quando è nato». E Lapo Elkann vuole dire che l' Italia, da quel 24 gennaio 2003, ha cominciato a contare sempre meno «anche perché nessuno l' ha protetta come la proteggeva lui. E guarda che anche quella era un' Italia fragile. C' erano però alcuni giganti, alcun grandi italiani». Lapo dice che «l' italiano che oggi più somiglia a mio nonno è Mario Draghi. Non parlo del carattere e neppure delle abitudini, ovviamente. Ma del fatto che, di nuovo, c' è un italiano che tutti conoscono e tutti ci invidiano, mai coinvolto nelle tignose controversie nazionali, con il cuore in Italia e la testa nel mondo». Lapo è il nipote che indossa ancora gli abiti del nonno «senza bisogno di correzioni sartoriali: ho le sue stesse misure, e in famiglia sono il solo. Né mio fratello né mia sorella e neppure tra i nipoti c' è qualcuno che gli somiglia fisicamente così tanto. E questo ha contato molto, perché il corpo impone sempre le sue leggi. Io poi volevo pure somigliargli, nel senso che lo imitavo, che è invece il modo peggiore di somigliare a qualcuno».

Per la verità, gli dico, lo imitavano tutti.

«In questo ero anche io come tutti i giovanotti italiani, di destra e di sinistra. Era un modello, era l' eroe. E però io lo imitavo in privato e, voglio dire una cosa: me lo sono goduto così, soltanto perché ero suo nipote». Sembra un manuale di psicanalisi: il nonno severo che diventa indulgente solo col nipotino: «Con me non sentiva l' obbligo di educare che i padri sentono per i figli. E dunque il suo affetto era liberato. E infatti per tanti anni siamo stati complici, felicemente complici, al mare, al ristorante, negli incontri che aveva non solo con i grandi del mondo».

Al mare? È molto italiano l' amore per il mare, è il romanticismo italiano.

«È vero, ma c' è l' accidia estiva sulla spiaggia, il mare delle patelle e delle sdraio, e c' è il mare di Moby Dick, il luogo della libertà e della civiltà occidentali, del rischio, il mareggio come metafora della vita». Tra i tanti aforismi di Gianni Agnelli è famoso quello sul vento: "Mi piace" disse "perché è la sola cosa che non si può comprare". «Appunto. Gli devo anche questo. Uno dei momenti più belli fu quando nel 2001 partecipammo e vincemmo la regata di Cowes. Chi ama il mare dovrebbe, fosse pure una volta sola, almeno assistere se non partecipare alla Fastnet Race che dal porto sull' isola di Wight raggiunge il faro di Fastnet, aggira quel leggendario sperone roccioso al sud dell' Irlanda, e si dirige verso Plymouth. La forza del vento e delle onde sono tali che è come andare sulle tracce del diluvio. Anche se non so se ci vuole più forza spirituale di quanta ne avrà bisogno, per restare nella nostra metafora iniziale, Mario Draghi nella politica italiana, così legata ai piccoli spazi».

L' avvocato, che sarebbe morto solo due anni dopo, usava la barca - quella si chiamava Stealth, che vuol dire furtivo e invisibile al radar - anche per gli incontri di lavoro, e non solo per ricevere Kissinger o Schumacher: «Credeva nella creatività, un valore - diceva - che li comprende tutti e sapeva come stimolarla: la passeggiata al posto della scrivania, la conversazione al posto della conferenza, e se capitava anche la barca al posto dell' ufficio».

E come festeggiavate? «Ci scambiavamo regali: io gli davo un paio di bretelle e lui mi donava un vestito».

La psicanalisi lo prevede persino come disturbo: Grandparent Syndrome. Ma forse, verso il nonno d' Italia, era una sindrome nazionale.

«Diciamo che oggi io non ne soffro più. Oggi sono Lapo. La somiglianza con l' Avvocato non è più cercata, non è più voluta».

Gli piaceva essere chiamato "avvocato", una professione che non aveva mai esercitato?

«Lo preferiva a senatore perche diceva che era un nome d' arte».

Nel giornalismo italiano l' intervista è un genere che comprende diverse specie e sottospecie, c' è l' intervista dialettica e quella registrata, e poi ancora la confessione, il dialogo conflittuale. Ecco, genere nel genere, c' è pure "l' intervista a Lapo", che non è il racconto del privato ma è il feticismo del privato, più in là del voyeurismo, i dettagli morbosi come sostanza, l' autenticità a buon mercato, insomma un codice che una volta era solo dei giornali specializzati in gossip... : tu giochi con questi giornalisti?

«No. Non sono uno che gioca con nulla, ovviamente mi accorgo della morbosità, ma a volte tirarmi fuori mi fa bene, anche se poi mi rendo conto che non serve. Pensa al principe Harry. Non faccio un paragone perché lui con me non c' entra nulla, ma sicuramente fa vendere giornali. Per il resto sono di più gli italiani che sento vicini dei soliti, inevitabili odiatori. E dei superborghesi che si scandalizzano e poi in segreto: vizi privati e pubbliche virtù. Io non mi arrabbio quando mi dicono che in Italia incarno La vita spericolata». Vasco Rossi potrebbe cambiare la strofa: non più "come Steve McQueen" ma "come Lapo Elkann"».

Il nonno lo sapeva?

«Certo. Quando è morto io avevo già 26 anni. Ma non giudicava. E non soltanto perché mi amava: il nonno non giudicava mai nessuno».

La religione vi divideva: «Io sono ebreo e amo il buddismo, lui era cattolico».

Nella malattia, la fede lo aiutava?

«Certo. Ma non aveva con la sofferenza il rapporto che hanno i cattolici. Penso che lo aiutasse soprattutto la sua disciplina militare, il suo carattere combattivo».

Tu dov' eri?

«Quando si ammalò ero in America a lavorare con Kissinger. Ho seguito tutta la parte americana della malattia, le cure che aveva tentato lì. Poi, quando a Torino si aggravò, gli feci sapere che volevo tornare. Si arrabbiò: secondo lui dovevo restare in America. Ma volevo stargli vicino e lasciai il lavoro più bello della mia vita. Gli ultimi giorni furono duri, ma il nonno è morto, dico davvero, con un sorriso sulle labbra. Era un combattente. Ne ha viste tante pure lui. La filosofia militare è fatta di resistenza e di camaraderie: sempre dritto come un fuso, anche col bastone, ma sempre generoso. Non mancava mai alle riunioni con i suoi ex commilitoni. E quelle erano le sue amicizie più forti. Ecco, io sono più sensibile e fragile del nonno, ma anche io so sorridere. Per il resto, scusa se lo ripeto: non sono come lui».

E invece un po' lo sei. E cominciamo da tutte quelle famose agnellerie: non c' era già quel marketing di cui tu hai fatto impresa e arte? Era un influencer?

«Senza volerlo. Lo amavano e lo spiavano».

C' era una schiera di intellettuali organici che aggiornavano il catalogo dell' agnellismo, vale a dire quella capacità di stare al mondo e di affrontare il disagio del mondo riempiendolo di distrazioni colte e di talento, di valorizzare tutto quello che non è scontato, sino ai dettagli estetici che esprimevano la voglia anarchica di difendere le ragioni dell' individuo fuori dagli schemi. Nascevano così le futili leggende sul cioccolataio di avenue Montaigne a Parigi, il cravattaio di Genova, il camiciaio di New York, e poi sarti e profumieri, e ancora lo smoking del 1948 e le cravatte corte, l' orologio sul polsino «Era lo stile di un uomo che tutti potevano avvicinare perché sempre faceva sentire a proprio agio tutti quelli che incontrava. Ma che forse quanto più si avvicinava, tanto meno lo si conosceva».

Ne era infastidito?

«No, non ne era infastidito, ma era il contrario dell' esibizione».

Tu invece ne hai fatto un brand, ricordo il doppietto democratico, che sembra un ossimoro. E non hai solo lanciato la Cinquecento, il Garage Italia con Michele De Lucchi, e tutte le altre tue diavolerie. Hai inventato pure le felpe che hanno fatto la fortuna di Salvini. Chissà se te n' è grato: «Non mi piace Salvini, ma devo ammettere che con la comunicazione ci ha saputo fare più degli altri».

Sei stato accusato di praticare la solidarietà e la carità in modo spettacolare, molto italiano: la distribuzione dei soldi, i pacchi.

«La Fondazione Laps in Italia fatica a far partire i progetti di solidarietà che altrove stanno andando benissimo, e allora ho fatto un po' di marketing, ben sapendo che sarebbero arrivate le critiche dei soliti falsi moralisti».

La comunicazione come costruzione di un' immagine tuo nonno non la praticava: «Era alla mano in modo naturale. Dovevi vederlo con gli operai».

Lo ricordo a chiacchierare con i tipografi del Corriere della Sera in crocicchio attorno a lui sullo scalone di via Solferino. Ce ne fu uno che gli passò un braccio sulla spalla, come si fa con gli amici.

«È nato così il mito moderno dell' aristocratico della democrazia: era lo stile Italia».

Un' altra somiglianza devi ammetterla: l' amore per la velocità, nel passo e nel pensiero, la guida dell' auto come un quadro di Balla, una pericolosa avventura aeropittorica:

«È vero, e infatti in Italia per un anno mi hanno ritirato la patente».

A lui, no.

«No. Sapeva anche essere prudente. Io, come ci siamo detti prima, sono spericolato sempre». 

Gli dico che, tra gli uomini che ho conosciuto, quello che più gli somigliava in questa capacità di mettere tutti a proprio agio era Carlo Caracciolo, che qui a Repubblica è stato come un fratello per Eugenio Scalfari.

«Ho amato moltissimo mio zio Carlo, ma devo contraddirti. Era un uomo che si dava meno del nonno. Mi verrebbe da dire, ma con amore, che sapeva anche essere furbacchione. Per esempio, a tutti dispiace perdere, ma ricordo che lui si arrabbiava davvero quando giocavamo a carte io, lui e il nonno. Forse perché ci coalizzavamo contro di lui. Una volta, eravamo in Corsica, ci piantò lì dicendo che avevamo la fortuna dei principianti».

 «Neppure l' ideologia della fabbrica come universo di oppressione, che in quegli anni produsse le Br, venne mai associata al nonno. E ti ricordo che in quegli anni pericolosi, negli anni di piombo, quando i terroristi uccidevano e, come si dice, gambizzavano ogni giorno, il nonno non pensò nemmeno per un momento di lasciare l' Italia o di nascondersi». Eppure era il capitalista d' Italia: «Ti correggo: gli altri erano i capitalisti, lui è stato il capitale dell' Italia».

Andrea Rinaldi per il “Corriere della Sera - Edizione Torino” il 13 marzo 2021. «Un uomo profondamente buono anche se non lo dice mai nessuno. Lo rimembrano ancora oggi tutti perché ha segnato il '900 italiano. Speriamo a Torino vogliano intitolargli una strada». Ecco forse il ricordo più degno di Gianni Agnelli nell' anno del centenario della nascita. Un ricordo che non è una preghiera, ma l' auspicio illuminato di Maria Sole Agnelli, sorella dell' Avvocato «più piccola di tre anni». Figlia di Edoardo Agnelli e di Virginia Bourbon del Monte, 95 anni, con Cristiana che oggi vive a Venezia è la memoria che resiste della famiglia di Villar Perosa. Parla dalla sua azienda agricola di Torrimpietra, Fiumicino, dopo aver letto i giornali ricolmi di articoli sul fratello Gianni.

Contessa, che cosa porta impresso di suo fratello?

«Era molto dispettoso come tutti i maschi, mi tirava i capelli ogni volta che mi passava vicino. Ma era molto buono e con un gran senso dell' umorismo. L' ho amato molto. Ricordo ancora quando partì per il servizio militare in cavalleria a Pinerolo e volontario per la Tunisia e la Russia».

Come mai il centenario di Gianni Agnelli è passato quasi in sordina?

«Hanno emesso un francobollo. È molto divertente questa cosa, sa? Mio fratello Gianni non ha mai scritto una lettera, gliele scriveva il suo ufficio. Comunque mi fa molto piacere: ne ho ordinato una scheda con 100 esemplari, voglio mandarli ai miei amici che ancora spediscono cartoline. Oggi abbiamo un nuovo capofamiglia e di questo siamo tutti molto contenti».

Perché non ricordarlo con un evento?

«Ma questo è già moltissimo e oggi (ieri, ndr) i giornali erano pieni di articoli. Speriamo vogliano intitolargli una strada a Torino. E poi c' è la Fondazione Agnelli, di cui sono stata presidente per un certo periodo, che si occupa di scuola e istruzione, fondamentale in un momento come questo».

Come mai la famiglia non ha organizzato qualcosa?

«Vergognosi eh.( ride )? Con il Covid non ci sembrava il caso di festeggiare. In ogni casa ci sono le sue foto. Ne ricordiamo sempre lo spirito e le boutade. Faremo una coppa di sci e una di regate, ne parlerò con la famiglia. Montagna e barche erano le sue grandi passioni, sciava molto bene nonostante una gamba "gifora", come diciamo a Torino, che si era fratturato durante l' occupazione tedesca».

Gianni Agnelli fu internazionale, ma profondamente torinese.

«Legato a Torino in maniera viscerale, era andato a scuola in città e aveva stretto amicizie importanti, così come nel Pinerolese, dove aveva fatto la leva, un periodo in cui ha cementato altre importanti conoscenze. E poi amava le valli, come quella del Chisone, Villar Perosa, dove trascorrevamo l' estate; ci bombardarono la casa durante la guerra, per fortuna Gianni e nessun altro della famiglia era presente, eravamo metà a Roma e metà in Svizzera. Gianni voleva sempre fare qualcosa per questi posti, come poi accadde con le Olimpiadi invernali del 2006 a Torino. Dispiace che questo sindaco non sia riuscito a organizzarle».

Hanno preferito Milano.

«I milanesi son tremendi a scippare cose, soprattutto a Torino».

Suo fratello era anche il volto della Juventus e della Fiat, in Italia e nel mondo.

«Perché la Juve rappresenta Torino anche se è odiata da mezza Italia».

Perché dice odiata?

«Perché vince sempre (ride). Quest' anno infatti cominceranno a odiare l' Inter. La Juve è sempre stata una gran passione per tutta la nostra famiglia, ricordo mia madre che girava con un barboncino nero e un samoiedo bianco. Simboleggiavano la Juve».

Dicevamo anche immagine della Fiat.

«Era stato nominato dal nonno nel cda, durante la guerra. Quando è sceso dal Nord per andare a combattere con gli americani ha cominciato a tessere rapporti anche per il Piano Marshall, che ha aiutato molto il Paese. Dopo hanno detto che la Fiat ha aiutato i tedeschi, ma non era vero, non abbiamo avuto alcun vantaggio, anzi eravamo la quinta colonna, se si può così dire. E i partigiani dalla Fiat sono sempre stati aiutati. Mio fratello è stato presidente della Fiat dopo Valletta e anche sotto di lui c' è stato un boom di modelli come ci fu per la 500. Andò in America da giovane, ma non per divertirsi a Manhattan, visitava le fabbriche, studiava da industriale».

Oggi cosa direbbe che la sua Fiat non c'è più?

«Io non credo sia diventata francese, è fifty-fifty. E poi Stellantis è un nome latino, ricordiamolo. Fiat esiste ancora, metà delle auto hanno il marchio Fiat. Io ho una 500 elettrica ed è una Fiat. È cambiato poco, speriamo vada avanti sempre così bene. È un'azienda che ha sulle spalle il destino di molti lavoratori e molti sono del Sud Italia: la cosa mi fa piacere perché si vede che anche lì abbiamo bravissimi operai».

Gianni Agnelli è stato segnato anche dalla perdita di due Edoardo, il padre e il figlio.

«La scomparsa del padre fu drammatica. Aveva 14 anni ed era stato bocciato in condotta quell' anno, doveva dare tutti gli esami a settembre per proseguire. Mio padre gli disse che fino al 15 agosto sarebbe rimasto a Forte dei Marmi poi sarebbero andati assieme a studiare a Villar Perosa. Gianni arrivò a Genova per ricongiungersi con mio padre e gli fu detto che era morto. Tornò a Villar Perosa e si chiuse a studiare per passare quegli esami. Una bella forza d' animo e un grande senso di responsabilità oltre che un profondo sacrificio».

E il figlio Edoardo?

«Drammatica anche quella. Perché dovette andare a riconoscerlo. Un dramma per tutta la famiglia oltre che per lui. Edoardo aveva tanti vantaggi e purtroppo non sopportava la vita di oggi. Era molto spirituale. E poi non andava d' accordo con suo padre, questo aggiunse dramma al dramma».

Oggi cosa rimane di Gianni Agnelli?

«Mario Draghi. Una persona internazionale di grande valore e cresciuto all' estero. Un banchiere anche se non un industriale. Grazie a Dio non è un politico».

Tony Damascelli per “il Giornale” il 13 marzo 2021. Se ne parla, ancora. Se ne scrive, ancora. Non soltanto per i cento anni che avrebbe compiuto. Se ne parla ancora perché Giovanni Agnelli, detto Gianni, avrebbe alcune cose da dire sulla ditta che a lui, con il solito tono snob, garbava pronunciare, non con l' acronimo, ma per intero, Fabbrica Italiana Automobili Torino, quasi una sottile cantilena per spiegare mille cose, dunque l' azienda, dunque il Paese, dunque il prodotto, dunque la città. Quattro situazioni che sono il riassunto di un' epoca non soltanto di costa Azzurra e di belle donne. D' accordo, è stata anche quella per l' ultimo monarca repubblicano che, per lunghissimo tempo, ha rappresentato, non ufficialmente, il nostro Paese nel mondo, non certamente nelle funzioni previste dalla diplomazia e dalla politica ma per la capacità, l' astuzia, la vanità, l' eleganza e la facilità di presentarsi, dovunque, come simbolo di impresa, di fascino, di lingua e linguaggio universale, non riverito ma rispettato. Posso prevedere l' arringa dei vari piemme del giornalismo, e non, sui vizi privati e pubblici dell' Avvocato, sulla sua imperizia o latitanza imprenditoriale, sulle protezioni mediatiche, governative, statali di cui lui e la sua azienda hanno usufruito a spese dei cittadini. È un classico di questa nostra terra che sa iniettarsi veleno anche quando prende il sole e si concede una passeggiata in campagna. I cento anni di Gianni Agnelli sono una storia a prescindere ed è interessante farla conoscere per davvero, non soltanto in senso agiografico e celebrativo. Basta ritrovare quella pagina nella quale suo padre gli affibbiò non uno (quello era stato riservato alla sorella Susanna per un sei in pagella) ma due manrovesci, davanti all' austera figura del Duca d' Aosta, perché il ragazzino, aveva dieci anni, fermo lungo la pensilina della stazione ferroviaria di Torino, si era fatto prendere dall' eccitazione e dunque s' era distratto, come incantato, per l' apparizione di Federico Munerati, detto «Mune» ma soprattutto «Ricciolo» per l' ondame dei capelli, nerissimi e unti di brillantina. Munerati era l'ala destra della Juventus, per il gagnu di casa Agnelli, rappresentava la prima di cento, mille figurine e capricci della sua passione per il football. Le gote imporporate per le sberle vennero smaltite dai soliti riti di famiglia, il ragazzino era di testa fresca e allegra, non diligente al massimo a scuola, venne anche rimandato a settembre per cattiva condotta, anche maramaldo quando c' era da tirare scherzi ai compagni di studi, magari lanciando da un balcone la cartella con i libri, i quaderni e i portapenne, sparsi sul tetto di una filovia. Venne pure rimandato a settembre per il voto in condotta. Un amarcord torinese, mentre il tifo per il football prendeva sempre più il giovane Gianni al quale piaceva un tipo come Renato Cesarini, titolare di un tabarin nel quale si esibiva, suonando il violino, un altro bianconero, Mumo Orsi, docente di tango e di dribbling. Quello era il tempo dei cinque scudetti consecutivi vinti da suo padre presidente del club, gli italiani abbisognavano di qualcosa che li tenesse non sempre con la testa al regime e alle noie quotidiane. La Juventus, e non la fabbrica, era il giocattolo di Gianni la cui vita, e non soltanto la sua, subì una svolta quando, aveva quattordici anni, suo padre Edoardo, morì tragicamente in un incidente sull' idrovolante che lo riportava a casa. La famiglia fu fortemente scossa dall'accaduto ma a inquietarla ulteriormente contribuì la storia dell' amore prima clandestino, poi ambiguo con l' apparizione dell' imprevedibile e bizzarro Curzio Malaparte, la cui relazione con donna Virginia, vedova, provocò le ire del nonno Giovanni, la tresca non era dignitosa, a Virginia venne tolta la patria potestà, i figli si ritrovarono smarriti, Gianni non condivideva le decisioni forti del nonno e non gradiva Malaparte, la famiglia venne spedita a Roma, poi in Costa Azzurra e una strana e mai chiarita corsa in auto portò via la madre a Gianni e, dopo, anche il nonno. Fotogrammi che inquadrano storie non sempre allegre e spavalde. Nel periodo della guerra il panorama non cambiò per gli Agnelli, villa a Beaulieu, vita dolce e dolce vita per lui avanguardista a cavallo, le lezioni di Franco Antonicelli, il precettore scelto dal nonno per educarlo a una esistenza meno frivola e più seria sugli argomenti sociali. Antonicelli era uso frequentare la dimora del giovin signore come se andasse a un matrimonio, il tight e il fiore all' occhiello fino al giorno in cui ritardò la lezione, essendo finito al gabbio, ovviamente per le idee antiregime. A Gianni fecero capire che meglio sarebbe stato partire per le Americhe, così fece a diciotto anni, dopo la maturità scolastica. Il viaggio fu una specie di luna park, il ritorno a casa significò, dopo le luci e i grattacieli di New York, come vivere in un borgo, c' era però la guerra e un altro tipo di partenza, nonostante il nonno avesse impedito, nei modi che si possono immaginare, che il ventenne dovesse andar soldato. E invece Gianni parti, in Russia, in seconda linea, in verità se la spassò pure nelle isbe, narravano che ballasse ignudo di fronte a ad altri militi attoniti, poi fu trasferito sul fronte in Tunisia mentre il nonno provava ad alzare la voce con ministri e autorità militari. Gianni resistette, gli piaceva l' azzardo, gli piaceva stare dovunque ma Torino e la Fiat lo chiamavano su un' altra trincea: entrò a far parte del consiglio di amministrazione dell' azienda. Altri asterichi di cronaca: la vita è bella e Gianni, accompagnato da Susanna, se ne va a Roma, a bordo di una Topolino. L' incidente, a Laterina, dalle parti di Arezzo, è scomparso dagli archivi come altri avvenimenti drammatici della famiglia (il suicidio del fratello Giorgio, su tutti, l'altro suicidio misterioso del figlio Edoardo). Gianni esce dalla piccola vettura e ha una caviglia distrutta. Ma è un altro incidente automobilistico, a cambiare il futuro: il ventidue agosto del Cinquantadue, mentre e a bordo di una Fiat spider con a fianco una diciassettenne francese, Anne-Marie d' Eistainville, all' uscita del tunnel di Cap Roux, va a sbattere contro un furgone Lancia, «irrobustito» da quattro macellai che andavano al lavoro mattutino. Erano le 4 e 10, terribile l' impatto tra le due vetture, due morti nel furgone, i giornali riportarono la notizia senza citare il nome degli occupanti la Fiat, gravi le conseguenze dello scontro, rischio di amputazione di una gamba, lunga convalescenza, Gianni Agnelli si sposò appoggiato a due nobili bastoni, volle evitare le proletarie stampelle, diventerà anche questo un simbolo, quasi un segno distintivo, nella postura e nell' andatura, della sua eleganza. Il matrimonio con Marella non lo distolse dai piaceri, inutile sfogliare l' album di conquiste, perduti i genitori e il nonno, Agnelli lasciò a Valletta la guida della Fiat, l' alibi gli servì per dedicarsi a quello che venne definito il jet set. Anche in questo caso fotografie e filmati lo ritraggono tra personaggi illustri del mondo internazionale della politica, della finanza, dell' arte, dello spettacolo. Donne, soprattutto donne. L' età matura non cambiò affatto le sue abitudini, potevi immaginare ma poi venivi a sapere che, all' alba in elicottero, avesse raggiunto Capri per un bagno nella Grotta azzurra, quindi trasferirsi al Sestriere per una discesa sugli sci, per passare dallo stadio Comunale di Torino, assistere a una partita della Juventus, quindi volare a Parigi per una serata vivace di cibo e champagne. Mai avrebbe immaginato, ma di sicuro avrebbe goduto, dei nove scudetti consecutivi e dell' arrivo di Cristiano Ronaldo, non altrettanto delle malinconie di coppa e del bilancio contabile pesante. Per Gianni Agnelli la Juventus era passione, piacere e «qualcosa per la domenica». Aveva voglia di fare tutto e di farlo dovunque e comunque, una bulimia esistenziale che gli era consentita dal patrimonio illimitato e dai privilegi quasi esclusivi rispetto ai suoi parenti, molti dei quali invece oggetto di scandali e derisione, di indagini e denunce. Vasto è il repertorio di frasi e aforismi, parole con le quali si divertiva assai, già sapendo di essere citato per queste, la vanità era il suo abito su misura, s' atteggiava serioso nelle fotografie, anche quelle bellissime scattate da Priscilla Rattazzi. La morte di Edoardo, il suicidio dal ponte di Fossano, fu l' ultimo passo drammatico della sua esistenza divertita. Bianchissimo nel volto come nei capelli, appoggiato al bastone e al questore di Torino, volle scendere sul greto del torrente per riconoscere un corpo e una vita finita. La storia della Fiat era intanto cambiata, lentamente, inesorabilmente. Quella che era «la feroce» il nome dato dai lavoratori alla fabbrica, quello che era risula come veniva dagli stessi chiamato l' Avvocato e così il suo giornale ribattezzato la bisiarda (la bugiarda), erano ormai memorie datate. Venuto meno Valletta, gli altri dirigenti, da Gaudenzio Bono a Umberto Agnelli, da Tufarelli a Romiti, da De Benedetti a Cantarella, a Galateri, a Barberis, a Morchio, a Fresco, tutti hanno dovuto fare comunque i conti con l' ombra del patriarca che mai ha imposto la cultura del padrone e del possessore proprietario, semmai quello di conservare la tradizione, nonostante i tempi fossero cambiati drammaticamente per il mondo dell' automobile e la Fabbrica Italiana Automobili Torino non avesse più un impero alle proprie dipendenze e offrisse un prodotto nemmeno di altissimo censo. Sergio Marchionne, indicato dal fratello Umberto, è stato il primo a diventare il capo senza aver conosciuto e frequentato l' Avvocato che la malattia aveva reso quasi cieco del tutto ma comunque lucido e desideroso di dare consigli, idee. Eppure sarebbe stato questo incontro, tra uomini non soltanto di impresa, ad incuriosire Gianni Agnelli: la presidenza di John Elkann, da lui stesso indicato, dopo la scomparsa tragica di Giovanni Alberto, la nascita di Fca, quella di Stellantis, insegne nuovissime e diverse, dietro le quali si nascondono realtà finanziarie lontanissime dall' altra epoca. Paradossalmente si portano appresso quello stesso nome, la stessa storia, il vuoto storico lasciato da un uomo che ha segnato un' epoca irripetibile, per la sua famiglia, per la sua azienda, per il nostro Paese, un secolo che, al di là delle celebrazioni, non è stato raccontato e svelato davvero. Mai.

I 100 anni di Gianni Agnelli, l'intervista di Will a John Elkann per raccontare l'Avvocato ai millennials. La Repubblica il 13 marzo 2021. Come spiegare a Millennials e GenZ il fascino di una personalità come Gianni Agnelli? E' l'interrogativo a cui prova a rispondere Will, una media startup nata sui social per parlare del cambiamento. Con una community di oltre 1 milione di utenti e 800mila download al mese dei podcast, Will racconta l'attualità a giovani e giovanissimi partendo anche dalla storia recente, quella troppo vicina per esser studiata sui libri, ma lontana a sufficienza per non essere nota alle ultime generazioni. Storie, appunto, come quella dell'Avvocato, simbolo di un'Italia che è cambiata con il mondo intorno a sé, simbolo anche per i più giovani, ma a volte sconosciuto oltre il suo mito. Mito da ripercorrere nei 20 minuti di un Podcast, diffuso via Spotify, in cui è John Elkann, presidente e amministratore delegato di Exor, a delineare in un'intervista il profilo del nonno.

Vittorio Feltri, l'inconfessabile verità su Gianni Agnelli: "Perché divenne Re d'Italia. Anche da morto...". Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 13 marzo 2021. Gianni Agnelli, se fosse ancora in vita, compirebbe 100 anni, e invece è morto a 82, non pochi, non molti. Nonostante dal decesso sia trascorso tanto tempo, egli ingombra ancora i ricordi degli italiani, soprattutto dei giornalisti che in questi giorni gli hanno dedicato dei peana. Il Signor Fiat, in effetti, non è stato soltanto l'erede di una grande industria, bensì un essere mitologico, male imitato da una folla di ricchi che invidiavano non tanto il suo patrimonio quanto la sua classe. Egli era elegante, aveva un eloquio pungente e altresì pacato, le sue battute sono storiche. Gli bastavano dieci parole per emettere sentenze indimenticabili. I compatrioti più che il primo imprenditore del Paese lo consideravano un sovrano, il numero uno, ammirato, lodato e soprattutto perdonato poiché si interessava di tutto tranne che della sua azienda la cui conduzione affidò sempre ad altri allo scopo di evitare rotture di scatole. Quando la sua figura, spesso, compariva in tv, nelle nostre case scendeva il silenzio: ascoltarlo era obbligatorio. Era l'uomo più chic in circolazione, arrotava la erre e le sue frasi cadevano come perle sulle nostre teste proletarie. Il fatto che fosse padrone anche della Juventus contribuiva a renderlo popolare. Del resto, il calcio è più potente della religione. L'intera sua famiglia riempiva le pagine di qualsiasi rotocalco e suscitava adorazione. Mi dicono fu lui a scegliermi quale direttore dell'Europeo, dato che l'impero Rizzoli all'epoca era di sua proprietà. Eppure non ci credo. Infatti non mi ha mai nemmeno telefonato, eccetto una volta quando ormai dirigevo il Giornale orfano di Montanelli. Avevo scritto un articolo sostenendo scherzosamente che peggio dei giornalisti ci siano solamente gli editori. La mia battuta lo divertì al punto che, ridendo, mi confessò di averla apprezzata. Ne fui lusingato. Poi non ebbi più modo di sentirlo personalmente. La sua esistenza sarebbe tutta da raccontare. Laureatosi in giurisprudenza, egli fu definito da chiunque l'Avvocato, pur non avendo mai praticato l'attività forense. Venerato e beatificato anche dai suoi congiunti, ebbe tuttavia una vita disseminata di dispiaceri. Il più doloroso la dipartita del figlio, Edoardo, suicida: spirò dopo essersi gettato da un ponte. Era un ragazzo intelligente eppure fragile, forse oscurato dalla personalità del padre. Un individuo come Gianni ritengo fosse ingombrante per chi gli stava accanto e avvertiva l'obbligo di dargli sempre retta. Però qualche pesante difetto ce l'aveva persino lui. Cominciò a lavorare a 40 anni quando i suoi operai a quell'età già cominciavano a pensare al prepensionamento. In precedenza la fabbrica era stata guidata con perizia da Valletta, il quale consegnò all'erede degli Agnelli un opificio perfetto, di successo, tra i migliori d'Europa, che nei decenni successivi fu ridotto a un rottame, rimesso in piedi da Marchionne e da John Elkann, nipote del defunto Avvocato. Il quale si era costantemente rifiutato di ficcare il naso nelle officine e di affrontarne i problemi. Aveva altri interessi. Per esempio l'arte. Tanto è vero che acquistò a Venezia Palazzo Grassi, qualche tempo dopo miseramente fallito, nel senso che chiuse i battenti. A un dato momento, in omaggio alla sua inossidabile autorevolezza, Agnelli divenne presidente di Confindustria, ruolo nel quale non brillò avendo introdotto il famigerato punto fisso di contingenza, un autentico guaio per l'economia nazionale. Inoltre il Signor Presidente cedette una cospicua quota della Fiat a Gheddafi, suscitando scalpore e addirittura indignazione, ovvio. Insomma, il bilancio complessivo delle attività imprenditoriali del nostro eroe non è meraviglioso, al contrario fa un po' pena. Nonostante questo, l'uomo aveva, e mantiene pure da defunto, un carisma senza precedenti. Non può essere un caso. La storia di Gianni andrebbe narrata sulla base della realtà, però nessuno osa farlo. L'Avvocato incute soggezione benché non se ne possano temere le sue reazioni verbali che mettevano a sedere qualunque suo interlocutore. Gianni si è così conquistato l'immortalità. Parce sepulto.

Il ricordo. Chi era Gianni Agnelli: libertino e aristocratico con la Fiat ha costituito il Dna italiano. Paolo Guzzanti su Il Riformista l'11 Marzo 2021. «L’Avvocato avrebbe piacere di vederla. Andrebbe bene per lei oggi alle sedici?». Quando arrivavo alla redazione di Torino della Stampa dalla fine del 1990 si ripeteva questo rito. Gianni Agnelli mi chiedeva di andare a trovarlo nel suo studio, dove sedeva dietro una grande scrivania su cui appoggiava le grucce che lo tenevano in piedi dopo le numerose catastrofi che gli avevano devastato gambe e piedi. C’era stato un incidente con un tedesco che aveva accettato di farlo fuggire, e poi una tremenda frenata quando guidava la sorella Susanna. Parlavamo per ore e partivamo sempre da Cuba, dall’America Latina, Gabriel Garcia Marquez ed Hemingway. Aveva speso la sua gioventù libertina fra Miami e L’Avana e gli piaceva tornare sulle tracce della memoria di Marilyn Monroe e di Tom Giancana. Giancana era il sindacalista mafioso che condivideva Marilyn con John e Bob Kennedy. Lei si uccise con i barbiturici, ma forse fu Giancana che fece un piacere ai Kennedy perché dopo il famoso “Happy Birthday mister President”, le cose a White House non andavano molto bene. Mi chiedeva spesso se avessi conosciuto i dettagli del patto con cui il vecchio gangster accettò di appoggiare John per la Casa Bianca in cambio dell’insabbiamento del suo dossier da parte del fratello Bob, che poi sarà assassinato nel 1968. L’avvocato era un ascoltatore attentissimo e non interrompeva mai. Appena arrivato alla Stampa, chiamato da Paolo Mieli che ne era appena diventato direttore, ero capitato sul caso Cossiga, il presidente della Repubblica che tutti davano per matto perché fui mandato a seguirlo in una delle sue intemerate il 4 gennaio del 1991, per l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Gela. Cossiga per caso mi aveva visto la sera prima in televisione nel programma di Catherine Spaak Harem dove avevo raccontato di mia figlia Sabina diplomata all’Accademia d’arte drammatica. Cossiga quando mi vide a Gela mi prese per un braccio e mi portò con sé in mezzo alla folla mentre il sindaco, che si era visto usurpato, mi lacerava verticalmente la giacca. Così nacque il mio rapporto speciale con Cossiga che difesi strenuamente dal tentativo di costringerlo alle dimissioni, perché accusato di essere pazzo come un cavallo o come una “lepre marzolina” per usare l’espressione di Tana de Zulueta allora influentissima editorialista dell’Economist. I miei diari quotidiani delle cronache dal Quirinale furono un successo per il giornale e prima di terminare il suo mandato Cossiga nominò l’Avvocato Gianni Agnelli senatore a vita, cosa che gli rendeva la vita difficile per via dei gradini a Palazzo Madama. Ma eravamo ormai diventati amici. Fu lui a propormi di andare a vivere a New York come inviato e le nostre conversazioni proseguirono anche lì, quando veniva a Manhattan nella sua piccola elegantissima casa, e mi invitava a cena con la moglie Marella, sorella di Carlo Caracciolo, che fu il primo editore di Repubblica insieme a Mondadori. A Roma aveva una casa ineguagliabile sulla piazza del Quirinale con un panorama onirico: non si vedeva semplicemente tutta Roma, ma la si vedeva nella sua zona rosa mattone, ad un’altezza umana e non da aereo. Nel grande salone c’era un gigantesco quadro del futurista Balla, dipinto su entrambe le facce: da una parte la “Marcia su Roma” con Mussolini, i quadrumviri, le uniformi di fantasia di fascisti allampanati e smunti ma con la faccia feroce, dall’altra una automobile lanciata nella corsa, ma suddivisa in frame divisionisti che suggerivano alla maniera futurista il movimento, l’accelerazione, il ruggito della vittoria. Un giorno nel suo studio nel palazzo della Fiat a Torino mi sporsi per dargli la mano e inciampai nelle grucce che caddero con me in una rovina di ferraglia e contusioni. Lui rimase impassibile, non batté ciglio e non disse una sillaba. Poi gli raccontai dei piccoli libri di Gabriel Garcia Marquez che avevo trovato a Santiago del Cile, fra cui le sue corrispondenze da Roma sul caso Montesi dei primi anni Cinquanta e la dolce vita italiana. Mi lasciò raccontare tutto e poi aggiunse soltanto: «Sì, mercoledì scorso ho cenato con lui a Città del Messico». Quando furono nominati due vicedirettori, seppe che non ero stato contento e mi invitò a cena e mi spiegò che la Stampa era lo strumento fondamentale per i suoi rapporti con il Partito comunista (che aveva cambiato nome) e con i sindacati. La pagina della cultura sulla Stampa era la palestra in cui si allenavano tutte le migliori firme della sinistra italiana che si sentivano a casa loro. Non erano graditi intrusi. Ero io un intruso. Quando avevo imitato il presidente della Repubblica Pertini nella trasmissione di Arbore Quelli della Notte, Lietta Tornabuoni, editorialista ed ideologa della Stampa mi dedicò un velenoso commento il cui tema era “Non si scherza con la Resistenza”. In fondo, che ci facevo io in quel parco culturale e politico dominato da regole strettissime, consuetudini sabaude ma anche togliattiane? La consuetudine, mi spiegò, era quella di scegliere fra le migliori firme gradite al partito comunista uno o due vicedirettori. Non mi disse «e per questo motivo lei non è diventato né mai diventerà vicedirettore», ma il senso era quello. Era l’epoca in cui Walter Veltroni dirigeva l’Unità: mi capitava spesso quando ero a Torino di partecipare all’amicale riunione telefonica tra lui, Paolo Mieli ed Ezio Mauro. Si faceva a gara nel consigliare a Veltroni i titoli di prima pagina, suggerendogli di avere sempre, in basso a destra, un titolo di fogliettone tutto suo, qualcosa che desse all’Unità un tocco personalizzato e possibilmente sociale, ma di tono leggero. Si discuteva dell’arte – era la tesi di Mieli – di render la lettura del giornale simile ad una escursione che preveda anche momenti di ristoro e sosta, viste del panorama e poi nuove imprese faticose di lettura impegnativa. La Stampa tradizionale, a cominciare dall’edizione curata da “Ciuffettino”, come era chiamato il geniale Giulio De Benedetti – uomo formidabile e terribile – che guidò il giornale dalla fine della guerra fino al 1968, era una fortezza. Come la Fiat. La Fiat di Torino era la vera città di Torino. Almeno venti volte ero stato catapultato durante la mia vita di cronista al cancello numero Otto per intervistare gli operai sindacalizzati e poi contaminati dal terrorismo. Proprio uno di qui operai diventerà il “Cipputi” di Altan. Conobbi bene anche Cesare Romiti che aveva con Agnelli un rapporto cordiale ma sempre a una certa distanza, mai oltre il “lei”. Romiti aveva retto l’azienda quando Agnelli se l’era ripresa dalle mani espertissime di Vittorio Valletta, che fu il presidente della Fiat dal 1946 al 1966 ma che l’aveva retta anche durante il fascismo, quando l’azienda era ancora un bene strategico, al vertice dei “Fornitori della Real Casa” molto vicina all’Arma dei carabinieri. La guerra fredda era anche guerra sindacale e politica e industriale. Gianni Agnelli aveva speso la sua gioventù in giro per il mondo, ma poi decise di tornare a prendere le redini della più grande fabbrica italiana. Giorgio Amendola, che era stato uno dei comandanti della resistenza romana, l’aveva condannato a morte per collaborazionismo ma quando i suoi uomini erano andati ad arrestare Valletta trovarono agenti inglesi con la pistola in pugno. Gli inglesi spiegarono che Valletta aveva diligentemente sabotato la produzione industriale bellica durante la guerra e che andava trattato come un patriota. Dopo la guerra Valletta chiamò il giovane Gianni Agnelli e gli disse: «Decida lei chi vuole al comando. Se devo essere io, voglio carta bianca». Gianni Agnelli non ebbe dubbi: «La prego, professore, prosegua lei». E corse in America a rifugiarsi fra i suoi amici bostoniani fra cui il giovane senatore John Fitzgerald Kennedy e i banchieri David Rockefeller e André Meyer. Leggo su internet della sua vita amorosa di quei tempi che è molto complicata ma che vede in testa l’ex nuora di Winston Churchill, ex moglie di Randolph Churchill. Di qui, penso, il suo distintissimo tocco di accento british anche quando parlava con gli americani. Poi si ruppe di nuovo la gamba già riotta durante la guerra e che si romperà di nuovo sciando. Si disintegrò più volte in auto e sugli sci. Rischiando di perderla. Ecco perché portava sempre con sé queste grucce sulle quali vergognosamente inciampai rovinando. Gianni era nato a Torino il 12 marzo 1921, dunque domani sono cento anni. Finito il liceo, volò subito in America dove resta affascinato, oltre che da New York, troppo facile, anche da Detroit, la capitale dell’automobile, del Cipputi americano e della catena di montaggio. In una delle nostre stravaganti conversazioni ricordai quanto era pesante sorvolare la Germania dell’Est provenendo da Ovest, quando improvvisamente la notte diventa nera, non c’è più un bagliore, solo tracce malate e giallognole. «Anche a Detroit, mi rispose. Anche Detroit quando la sorvolai durante la grande recessione era buia. Detroit sembrava morta». Si fece la sua guerra come tenente in Africa, poi diventò ufficiale di collegamento con le forze di liberazione. Non parlava mai di quegli anni e di quelle durezze. Ne parlava più volentieri sua sorella Susanna che diventò per un breve periodo ministro degli Esteri: «Gianni mi chiama tre volte al giorno, mi disse, perché è curiosissimo e vorrebbe sapere tutto anche i segreti più segreti e devo dirgli: guarda caro che non posso raccontarti proprio tutto, sai? Primo, perché non ho tempo e poi perché sono cose riservate. – E rideva felice perché fra i due era rimasta questa antica complicità che abbiamo letto su Vestivamo alla marinara – Ma lui insiste, insiste…». Fratello e sorella avevano la stessa passione per fare il sindaco: lui a Villar Perosa e lei all’Argentario. La storia industriale della Fiat sotto la guida di Gianni Agnelli chiunque se la può leggere su internet e dunque la tralascio, ricordando solo di essere io stesso stato un bambino-Fiat. La prima macchina che entrò in casa fu una Cinquecento “C”, poi una Topolino giardinetta – una miniatura delle station wagon americane – con carrozzeria in finto legno, poi sempre le Fiat casalinghe fino alla prima Cinquecento che i miei genitori mi regalarono quando compii vent’anni e potei prendere la patente. Tralascio i ricordi retorici sul miracolo italiano e l’autostrada del Sole, anche perché quella era ancora la Fiat di Vittorio Valletta, ma la Fiat era qualcosa che teneva in piedi il Dna italiano. Non avendo mai avuto alcuna passione per il calcio, e comunque considerandomi un Romanista distratto, non potei iscrivermi – ma forse era dovuto, non so – ai convertiti alla Juventus che era l’altra istituzione fondamentale insieme alla Fiat, la Ferrari (presa dalla Fiat di Agnelli). Adesso che la Juve è – momentaneamente – al disastro, penso che l’Avvocato abbia fatto bene a morire in tempo prima di avere un dispiacere istituzionale, che non ha di per sé nulla di sportivo. Quando lasciai la Stampa per passare al Giornale, lo andai a trovare nella sua casa romana dove mi ascoltò impassibile, mentre gli spiegavo le molte ragioni di una difficoltà genetica. Quando terminai mi guardò ancora per un tempo talmente lungo da farmi provare un certo imbarazzo e che mi imponeva di chiedermi che cosa stesse pensando, che cosa volesse dirmi se avesse potuto dirmi qualcosa, ciò che l’etichetta invece gli vietava. Poi finalmente ruppe quella sospensione e disse con la rapidità di chi inghiotte una pillola: «Dunque lei ci lascia. Peccato. E auguri per il suo futuro». Essendo io un plebeo, non ebbi ritegno nel mostrare la mia commozione e il dispiacere personale per la fine di una relazione amicale rarefatta e straordinaria. Quando andavo a trovarlo nel suo ufficio mi riceveva sempre con un grande sorriso piegato in mille rughe e aveva gli occhi fessurati in quel viso che aveva avuto troppo sole e mi chiedeva: «E allora? Si diverte? Mi racconti: sii diverte?». All’inizio non capivo bene il senso di quella domanda. A quale genere di divertimento si riferiva? Poi capii il senso calvinista della questione: il lavoro che io facevo, doveva secondo lui provocare piacere. Era certamente convinto che il so giornale fosse quindi il luogo più piacevole per un giornalista, così come la Juventus doveva essere la squadra più piacevole per chiunque si occupi di football. L’Avvocato è morto ormai da diciassette anni. Ma nel frattempo è morta la Fiat, quella Fiat. Quell’orgoglio, quel marchio, quello stile e quella commistione impossibile fra l’austerità torinese e il libertinaggio intellettuale. È svanito un mondo di cui l’Avvocato è stato uno straordinario prim’attore, un uomo che quanto a vita privata ha avuto molte pene e ne ha probabilmente inflitte. Ma allo stesso tempo era un arci italiano come non penso ce ne siano più perché è finito il mondo delle grandi famiglie con idee futuriste e settecentesche allo stesso tempo, libertine e severissime. Nell’Italia dell’Avvocato, uno non valeva mai uno, ma valeva quel che valeva e la crescita era certamente felice.

Gianni Agnelli: il secolo dell’Avvocato. Il potere, le donne, la Fiat (e lo sport). Aldo Cazzullo su Il Corriere della Sera il 12 marzo 2021. Invidiava i commilitoni più grandi, che avevano l’età per andare alla guerra di Spagna; e a chi era tanto ingenuo da chiedergli su quale fronte l’avrebbe fatta, rispondeva che un ufficiale piemontese di cavalleria va alla guerra dalla parte del suo Paese, quindi con Franco e non con gli anarchici e i comunisti. Sulla scrivania aveva una foto della polizia a cavallo che carica i dimostranti. Eppure con i capi del sindacato e i segretari del Pci coltivò un rapporto anche personale. Il motivo era questo: mentre considerava il fascismo estraneo a Torino, «città francese» come l’aveva definita il Duce di fronte alla fredda accoglienza nella nuova grande fabbrica di Mirafiori, l’Avvocato pensava il comunismo italiano come una cosa essenzialmente torinese; suo nonno aveva dovuto vedersela con Gramsci e Togliatti, lui con Lama e Berlinguer.

Torino e Mirafiori città-fabbrica. Torino era il centro dell’universo di Giovanni Agnelli, e non solo perché vi era nato, questo stesso giorno di cent’anni fa. Da Torino, dalla città-fabbrica traeva la propria forza, da quella Mirafiori che Giorgio Bocca paragonava alla città dell’Apocalisse, con le mura e i sotterranei, dalle vie squadrate e dalle ventitré porte spesso affollate di sovversivi venuti a incontrare o sobillare gli operai, che negli Anni ’70 a migliaia percorrevano i reparti brandendo una spranga di ferro e scandendo: «Agnelli, l’Indocina/ ce l’hai nell’officina!». Era insomma quella Gerusalemme terrena una fonte di guai, e anche di violenze e di lotte, chiuse solo dalla marcia dei 40 mila (14 ottobre 1980); ma era anche una fonte di potere e di legittimazione, che consentiva all’Avvocato di andare a Roma a parlare con il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio da pari a pari, anche perché i politici cambiavano, ma il capo della Fiat restava sempre lui.

I manager Fiat e la dinastia (che prevale). Certo, Agnelli non amava e forse non sapeva esercitare la forza in prima persona. Quando nel 1946 Vittorio Valletta gli aveva detto «ci sono soltanto due possibilità, o fa lei il presidente o lo faccio io», aveva risposto «professore lo faccia lei»; e per vent’anni il professore «cit e gram», piccolo e cattivo, aveva comandato in fabbrica; ma poi aveva dovuto cedergli il posto, annunciando che «da oggi Gianni Agnelli non è più solo il nipote di suo nonno» (al che gli chiesero: «Lei Valletta cosa pensa di fare adesso?». «Morire il più presto possibile» fu la risposta. Venne accontentato l’anno dopo, Gianni e Umberto Agnelli erano in vacanza nel Pacifico, dovettero muoversi i marines per avvertirli che il professore era morto sul serio. Rientrarono subito a Torino). Dopo Valletta, e dopo i cento giorni di Carlo De Benedetti, l’uso della forza era toccato a Cesare Romiti; ma anche lui, che pure aveva Cuccia alle spalle, alla fine era stato costretto a lasciare. E’ il destino dei manager Fiat: avere un grande potere, ma poi cedere il passo alla famiglia, alla dinastia.

La guerra in Russia, in Africa e l’8 settembre. La vicenda di Giovanni Agnelli però non riguarda solo l’economia. Non era soltanto il padrone del più grande gruppo industriale italiano. Nella propria biografia, nei suoi chiaroscuri riassumeva un secolo di storia del Paese, che lui aveva attraversato quasi per intero. Nato nell’ultimo anno dell’era liberale, il 1921, di cui aveva ricevuto l’impronta attraverso il nonno senatore e il precettore Franco Antonicelli - che un giorno non era potuto venire a casa perché era stato arrestato dalla polizia fascista -, cresciuto nel ventennio del regime, conobbe la Seconda guerra mondiale sul fronte russo prima e su quello africano poi (dove il carro armato davanti al suo, su cui stava il comandante, il colonnello Lequio, fu falciato da uno Spitfire inglese). Dopo l’8 settembre passò le linee per unirsi alla divisione Legnano, i soldati italiani che combattevano con gli americani, ed ebbe un grave incidente stradale con la sorella Suni da cui uscì con una gamba a pezzi.

Da Parigi a New York, da Kissinger a Rockefeller. Attraversò da protagonista la dolce vita degli anni Cinquanta, il miracolo economico dei Sessanta, la rivolta e la mimesi di guerra civile dei Settanta, la modernizzazione degli Ottanta, la mondializzazione dei Novanta. Le sue città di elezione erano Parigi e New York, i suoi interlocutori erano Jacques Delors, il banchiere André Meyer, Henry Kissinger, David Rockefeller, cui telefonò per annunciare che aveva ricomprato con l’aiuto di Goldman Sachs il Rockefeller Center che era finito ai giapponesi. Però il centro del suo universo era, e rimase sempre, Torino. Con la nonna, Princess Jane, parlava inglese; ma dal nonno senatore aveva imparato il piemontese, e ogni tanto con Gianluigi Gabetti si scambiavano giudizi in dialetto, «chiel lì l’è ‘na masnà», quest’uomo è un immaturo, un bambino. Solo che la Torino di Agnelli non era quella di oggi, con la movida e i funghi per riscaldare i dehors; era la Torino della scuola di cavalleria di Pinerolo, dei contadini di Villar Perosa divenuti operai, dello spirito geometrico di organizzazione e di quello gerarchico di disciplina che salda cultura industriale e tradizione militare. Una Torino novecentesca con le radici affondate nell’Ottocento, in cui corso Matteotti dov’era la casa di famiglia si chiamava ancora corso Oporto, dov’era andato a morire in esilio Carlo Alberto. Era insomma, la sua, una Torino ideale, un po’ immaginaria, attraversata in corse spericolate per andare a vedere la Juve allo stadio, diversa da quella dei conflitti tra operai e capisquadra e tra meridionali e piemontesi, dove la piccola borghesia tifava Toro e non amava la grande fabbrica che aveva stravolto la città; e anche i tifosi della Juve non capirono quando il Napoli vinse il primo scudetto e l’Avvocato disse che era giusto così, che quel trofeo finisse finalmente al Sud.

L’Italia e Torino. Oggi Torino è una città italiana, nel bene e nel male, ma tra Torino e l’Italia Agnelli amava distinguere: «L’Italia digerisce tutto, la sua forza sta nella mollezza degli apparati, nella pieghevolezza degli uomini politici, nella capacità di adattamento degli italiani – disse a Eugenio Scalfari -. Un materasso, il sistema italiano. Pasolini avrebbe detto una ricotta. E noi torinesi ci siamo sempre sentiti un po’ stranieri proprio per questo: siamo una gente montanara. Torino ricorda le antiche città di guarnigione, i doveri stanno prima dei diritti, l’aria è fredda e la gente si sveglia presto e va a letto presto, l’antifascismo è una cosa seria, il lavoro anche e anche il profitto». Poi certo lui della «città di guarnigione» che va a letto presto si stancava, e allora faceva l’alba in Costa Azzurra, oppure scendeva a Roma al Grand Hotel dove il mercoledì riceveva Valletta sceso in vagone-letto, lo invitava a restare a cena ma quello tirava fuori un temperino e una mela, la sbucciava e poi andava a piedi alla stazione Termini, per essere in fabbrica a timbrare il giovedì mattina.

Lo sport e le donne come scuola di formazione. Di Agnelli ha detto Oddone Camerana, - il cugino scrittore, già responsabile della pubblicità Fiat - che dopo la guerra le sue scuole di formazione erano state lo sport e le donne. Lo sport da praticare anche con qualche rischio, lo sci sul versante più difficile, lo skeleton – una specie di slittino su cui si va a testa in giù –, le mattine di inizio primavera sulla neve, quindi in elicottero sul Mar Ligure, un bagno nelle acque ancora fredde per poi rientrare a Torino nel pomeriggio. E le donne da prendere, lasciare, riprendere, senza sentimentalismi, perché come testimoniava Gabetti «Agnelli non ha mai detto né pensato che si innamorano solo le cameriere, però sentimentale non era». Non era neppure moralista, però quando un direttore della Stampa gli propose di appendere al muro dei predecessori anche le foto di coloro che avevano guidato il giornale al tempo del regime, rispose che non era il caso (anche perché tra loro c’era Curzio Malaparte, che non amava).

I lutti e il commiato. Due morti premature avevano aperto e chiuso la sua vita. Suo padre rimase ucciso in un incidente aereo quando lui aveva undici anni: l’idrovolante pilotato dall’asso Ferrarin urtò un tronco nel mare di Genova, l’elica lo colpì alla nuca. Suo figlio si gettò da un viadotto della Torino-Savona. Entrambi si chiamavano Edoardo. Ancora in tarda età, l’Avvocato ricordava il contrasto tra il funerale del padre, affollatissimo, e quello del nonno, deserto, nel Piemonte del primo inverno del dopoguerra, in cui tirava aria di epurazione e Amendola aveva annunciato in sala mensa a Mirafiori la condanna a morte di Valletta. Quando morì, nel gennaio 2003, all’Avvocato toccò un funerale più simile a quello del padre. Romiti rimase in piedi tutto il tempo, per la disperazione della moglie di Paolo Fresco che dietro di lui non vedeva niente. I torinesi si erano messi in coda al Lingotto per rendere omaggio al feretro, benché non ci fosse nulla da vedere, se non un legno, e la fila era durata sino all’alba, come accade a una città che di notte è (era) abituata a lavorare, che organizza i propri orari e ritmi su quelli della fabbrica. Ma prima non era stato risparmiato ad Agnelli il dolore di seppellire l’unico figlio maschio. E quel giorno, fuori dal cimitero di Villar Perosa, il saluto ai fotografi da dentro la macchina – la mano portata di taglio sulla fronte – non era il gesto del collezionista d’arte, del padrone della Juve, del playboy, di tutto quello che lui era anche stato; era un saluto militare. Quasi un congedo.

Roberto D’Agostino per VanityFair.it il 10 marzo 2021. Con il danaro si fa tutto, tranne gli uomini. Quando va bene, si diventa Gianni Agnelli. Troppo ricco. Troppo bello. Troppo sesso. Troppo popolare. Troppo padrone. Troppo annoiato. Troppo stroppia. Adulato come Apollo Etrusco, Principe del Rinascimento, Gianni il Magnifico, Divino Mondano, Aristocratico della Sacra Ruota, è l’incarnazione stessa del capitalismo italiano del Novecento”. Un mesto francobollo celebrerà il prossimo 12 marzo il centenario di un blasé senza blasone, di un Savoia immaginario, di un vampiro assetato di sangue blu che impalma solo quarti di Caracciolo (Marella). Se per gli italiani Gianni Agnelli è un monumento, per Gianni Agnelli ogni italiano è un numero di targa. Il suo Fiat-appeal rimbalza fra i salotti come un dildo caricato a molla. "Lo sapete cosa fa alle donne?". Donne impenitenti, modelle tentacolari, docili attricette, Monica Guerritore e Jackie Kennedy, Anita Ekberg e Sonia Braga, Lory Del Santo e Dalila Di Lazzaro. E’ di alcuni anni fa questo ritratto spietato di Dalila: “Gianni Agnelli l’ho conosciuto e bene. Ci siamo frequentati per molto tempo. Era un uomo affascinante, ma sul piano umano non mi ha mai entusiasmato. Nelle grandi famiglie spesso è così, i sentimenti vengono tenuti a freno, non c’è tempo per gli altri, nemmeno per i figli, uno pensa a godersi la sua vita e del resto se ne fotte”. L’Avvocato libertino se la cavava così: “Ho conosciuto mariti fedeli che erano pessimi mariti. E ho conosciuti mariti infedeli che erano ottimi mariti. Le due cose non vanno necessariamente insieme". Aggiungeva: "Si può far tutto, ma la famiglia non si può lasciare". Incensato dai giornali, invidiato dai lettori, leccato da tutti gli altri, l’Avvocato ha sofferto un solo vero problema esistenziale: la noia. E usa una frase geniale per togliersi di torno chi lo ha stufato: ''Caro, non voglio approfittare ulteriormente del suo tempo''. Il suo Agnellismo è nutrito di cinismo snob: "Chi si lamenta è un provinciale". Culto del gesto elegante: "Ci sono due tipi di uomini: gli uomini che parlano di donne, e gli uomini che parlano con le donne; io di donne preferisco non parlare". In lui c'è il padrone delle ferriere con uso di mass-media ("Se va bene alla Fiat, va bene all'Italia"); c'è il decadente scostumato (quando si tuffa dallo yacht col pisello all’aria); c'è il politico che arrota la soave erre moscia in salata arringa ("L'Italia deve scalare le Alpi, mentre invece una specie di forza di gravità ci trascina verso il Mediterraneo"); c’è l’uomo che subisce il più grande dolore: sopravvivere al figlio. Marina Cicogna, che lo conosceva bene, disse: “Gianni ha cominciato a morire dopo il suicidio del figlio Edoardo”.

Cento anni fa nasceva l’Avvocato Agnelli. Giorgio Riva su Firstonline.info l'11/3/2021. Il 12 marzo di cento anni fa nasceva a Torino Giovanni Agnelli, detto Gianni per distinguerlo da subito dal capostipite della famiglia, il senatore del Regno e fondatore, unitamente ad altri otto soci, della Fiat Giovanni Agnelli. Nella migliore tradizione sabauda della società torinese frequentò la scuola pubblica al liceo D’Azeglio e poi l’ Università dove si laureò in Giurisprudenza, diventando per tutti nel corso degli anni “l’Avvocato”. Fu di educazione liberale, in un periodo in cui diversa era la ideologia imperante tra i giovani, grazie al nonno (autore, con Attilio Cabiati, nel 1918 del manifesto europeista “Federazione Europea o Lega delle Nazioni?”) che gli affiancò come “precettore privato” Franco Antonicelli, un intellettuale antifascista già condannato dal regime al carcere e al confino per tre anni e futuro senatore, negli anni sessanta, della Repubblica Italiana eletto come indipendente nelle fila del PCI. Dal 1946 e per i successivi vent’anni sarà Vice-Presidente della Fiat sotto la Presidenza di Vittorio Valletta. Un aneddoto vuole che a quel tempo Valletta chiese al giovane rappresentante della famiglia Agnelli, l’allora venticinquenne Gianni: “I casi sono due: il Presidente o lo fa Lei o lo faccio io”, ed Agnelli rispose: “Professore, lo faccia Lei”. Prese in mano la direzione dell’Azienda a metà degli anni sessanta quando era ormai finito il “miracolo economico” del dopo guerra e si avviava un periodo di crisi economica che eufemisticamente veniva definito “la congiuntura” e che sarebbe sfociato successivamente negli anni nelle lotte sindacali, nella crisi petrolifera, nella marcia dei quarantamila, ma anche nella ristrutturazione, consolidamento e rilancio della Fiat negli anni ottanta e novanta. Ebbe stretti legami con l’America, in particolari con i Kennedy, con Nelson Rockefeller, Governatore prima dello Stato di New York e poi Vice-Presidente degli Stati Uniti, e con il Segretario di Stato americano Henry Kissinger, conquistando la ribalta internazionale in piena guerra fredda per il rapporto instaurato con Aleksej Kossighin, primo ministro dell’Unione Sovietica, alla fine degli anni sessanta, a seguito dell’avvio della fabbrica Fiat in Russia o, come nel 1976, con l’entrata nel capitale Fiat della Lafico (Lybian Arab Foreign Investement Company), vale a dire la Banca di Gheddafi, e la conseguente nomina di due rappresentanti libici nel consiglio di amministrazione Fiat. L’operazione con la Libia consacrò definitivamente le qualità, già ampiamente dimostrate, di fine diplomatico dell’Avvocato, tanto è vero che più di una volta, durante le frequenti crisi dei governi italiani, nei palazzi romani venne fatto il suo nome per la Farnesina (fu poi la sorella Susanna a essere nominata Ministro degli Esteri nel Governo Dini del 1995). A metà anni settanta l’ Avvocato era dunque già un mito non solo in Italia ma anche a livello internazionale. Time gli dedicò la copertina e Newsweek lo elesse “primo industriale d’Europa”. Per i francesi è “le roi Gianni” e anche da noi spesso veniva definito come “l’ultimo re d’Italia”. Nel 1991 venne nominato senatore a vita da Francesco Cossiga. Incontrai di persona per la prima volta il Presidente della Fiat, avv. Gianni Agnelli, a Foggia in una sua visita nel 1978 allo stabilimento della Sofim, di cui all’ epoca ero Direttore del Personale. La Sofim (Società franco-italiana motori) era nata da una partecipazione paritetica tra Iveco-Fiat, Saviem-Renault e Alfa Romeo-Finmeccanica per la costruzione nello stabilimento di Foggia di motori diesel leggeri per veicoli commerciali e autovetture. Lo stabilimento, il primo in Europa ad alta automazione per le lavorazioni meccaniche, era entrato in funzione da circa un anno per la produzione giornaliera di mille motori ed un organico di duemila operai. La delegazione Fiat in visita era rappresentata ai massimi livelli con l’Avvocato accompagnato da suo fratello Umberto, dall’ amministratore delegato Cesare Romiti e dal direttore finanziario Francesco Paolo Mattioli. Dopo l’incontro di prammatica con la Direzione aziendale, agli ospiti fu proposta la visita dei reparti di lavorazione su un pulmino ovviamente Fiat. Mentre il pulmino si muoveva lentamente tra le linee di montaggio l’Avvocato incominciò ad incalzarmi di domande sugli operai: età media, uomini e donne, titolo di studio, formazione professionale, pendolarità, modalità di selezione del personale, eventuali pressioni di boss politici locali, e così via. Ad un certo punto, giocando d’azzardo, proposi di scendere dal pulmino ed incamminarci a piedi per conoscere qualche operaio. Fu un successo: appena venne riconosciuto, fu avvicinato dagli operai che lo salutarono e lo ringraziarono per il lavoro portato al Sud. Improvvisamente, diffusasi in fabbrica la voce che c’era Agnelli, scoppiò un fragoroso applauso. L’ Avvocato mi guardò e con un sorriso triste mormorò: “oggi se fossimo alla  Mirafiori volerebbero le biglie di acciaio”. Nel 1978 a Torino le BR sparavano in fabbrica.  Da sempre l’incontro di fine anno della Presidenza con i dirigenti era stato tenuto prima al Centro Storico Fiat di via Chiabrera e poi al Lingotto, ma nel dicembre 2001 fu tenuto per la prima ed unica volta alla Mirafiori, e solo dopo tutti noi lo capimmo. Terminata l’illustrazione della situazione aziendale e delle sue prospettive da parte dell’allora Presidente in carica, l’ avv. Paolo Fresco (il tema centrale erano le eventuali alleanze a partire dalla joint-venture in atto con la GM), prese la parola l’ Avvocato. Ormai visibilmente provato, fece un discorso breve riconfermando la piena fiducia nella dirigenza che aveva di fronte, sicuro che i dirigenti Fiat avrebbero superato, come tante volte avevano fatto in passato, le difficoltà delle nuove sfide internazionali. Nell’ augurare buone feste a noi e alle nostre famiglie ci salutò con “ora lascio la Mirafiori e torno in città”. Quasi fosse un presagio di addio, scattammo tutti in piedi con un interminabile applauso che cessò solo quando prevalse la commozione.  Fu l’ultima volta che lo vidi: mancò un anno dopo, il 24 gennaio 2003.

Gianni Agnelli, una vita di passioni sportive dalla Juventus alla Ferrari. Paolo Garimberti su La Repubblica il 6 marzo 2021. A cent'anni dalla nascita dell'Avvocato, il racconto del suo rapporto con lo sport. Avrebbe acquistato volentieri Maradona e di Platini disse: "Lo comprammo per un tozzo di pane, poi lui ci ha messo il foie gras". Era il 18 giugno 1970. Il giorno prima si era giocata la semifinale del Mondiale di calcio, Italia-Germania 4 a 3. Ero arrivato a Mosca, per assumere l'incarico di corrispondente della Stampa, da meno di ventiquattro ore, giusto in tempo per ascoltare sulle disturbatissime onde corte la radiocronaca di Enrico Ameri. Quando mi svegliò lo squillo insistito del telefono, alle 9 del mattino, e la voce si annunciò come quella di Gianni Agnelli, credetti a uno scherzo prima di ricordarmi che l'avvocato era in Unione Sovietica per visitare lo stabilimento di Togliattigrad, dove era da poco cominciata la produzione della Zhigulì. Quando arrivai negli uffici della Fiat, Agnelli era in riunione con il suo stato maggiore. Fece uscire tutti e mi chiese se avessi visto Italia-Germania. Spiegai che avevo ascoltato la radiocronaca perché la tv di Stato sovietica non trasmetteva il Mondiale. "Allora mi racconti bene come è andata. Abbiamo una ventina di minuti. A mezzogiorno devo vedere Kosygin (allora primo ministro) al Cremlino". A mano a mano che andavo avanti nella mia cronaca l'avvocato mi incalzava di domande, come se stesse rivivendo la partita. Al racconto del gol decisivo di Rivera, nei supplementari, si alzò con un "ah!" soddisfatto e mi congedò con un sorriso compiaciuto: "Ora vado a parlare di economia con Kosygin". Quel giorno capii quanto Gianni Agnelli amasse il calcio. Non era molto interessato alle tattiche. Gli piacevano i gesti tecnici dei singoli, il talento individuale accoppiato alla fantasia. Uno dei suoi preferiti era stato quello scavezzacollo di Sivori, peraltro il primo Pallone d'oro vinto da un giocatore juventino, che con Charles formava un coppia per lui perfetta, lo scugnizzo dai calzettoni abbassati, dribblomane irridente, e il gigante buono, che gli forniva gli assist. Un altro per il quale stravedeva era Maradona, che avrebbe voluto comprarsi se non fosse stato per l'opposizione di Boniperti. Ma il rapporto più intenso fu quello con Platini, che, diceva, "abbiamo comprato per un tozzo di pane, poi lui ci ha messo il foie gras". Di Platini ammirava il senso geometrico della visione di gioco accoppiato al sommo talento tecnico. Ma gli piaceva anche quell'ironia un po' guascona, che ha dato vita a duetti famosi. Come quando lo sorprese a fumare nello spogliatoio dopo una partita e al suo stupore il francese rispose: "L'importante è che non fumi lui", indicando il tenace cursore Furino. Gianni Agnelli "è un uomo di vere passioni, non di passioni tiepide", disse Luca Cordero di Montezemolo. Sportivamente la passione più grande era di gran lunga la Juventus. Al punto da ammettere di emozionarsi alla vista della lettera "J" perché gli faceva pensare subito alla squadra del cuore. O da spiegare: "Mi chiedono spesso che cosa vuol dire essere innamorato della Juve. Ci ho pensato. Significa svegliarsi contento il lunedì mattina perché il giorno prima la Juve ha vinto". Non perdeva quasi mai una partita. Quelle che non vedeva allo stadio le seguiva a casa in televisione possibilmente sempre con le stesse persone con l'eccezione di qualche visitatore di passaggio (Henry Kissinger era uno dei privilegiati). Perché, come tutti i veri tifosi, era scaramantico. Non volle guardare i rigori della finale del 1996 vinta contro l'Ajax (di quella dell'Heysel apprese solo all'arrivo all'aeroporto di Torino, dopo l'evacuazione dallo stadio, che era stata giocata e chi era con lui ricorda che non ne fu felice). L'altra grande passione fu la Ferrari. Nel 1969, di fronte al rischio di una potenziale vendita alla Ford, decise di acquistare la maggioranza della casa di Maranello lasciando la gestione sportiva a Enzo Ferrari. Il coronamento (postumo per Ferrari) di quel sodalizio fu il titolo mondiale piloti nel 2000 dopo un digiuno che a Maranello durava dal 1979. Schumacher divenne per lui un po' quello che era Platini nel calcio. Lo aveva definito "il caro Schumacher" quando aveva saputo quanto costava. Ma poi quel "caro" significò qualcosa di diverso: l'ammirazione per il talento del pilota e l'intelligenza dell'uomo. Nelle due altre "vere passioni" sportive il piacere del praticante si univa a quello dello spettatore. Amava moltissimo andare a vela: era uno skipper provetto e un grande intenditore di barche. Qualche volta si concedeva di primissima mattina una scappata a Beaulieu, dove teneva il famoso "Stealth", chiamato come i cacciabombardieri invisibili, tutto nero nello scafo e nelle vele, ma con il vezzo della coperta in teak. Faceva qualche bordo e tornava a Torino per il pranzo. Nel 2001, nonostante la salute già precaria, volle a tutti i costi andare all'isola di Wight per i 150 anni della Coppa America. La passione per la vela lo portò a convincere, con la complicità di Cino Ricci, il principe Karim Aga Khan, presidente dello Yacht Club Costa Smeralda, a costruire Azzurra, che arrivò in semifinale nell'edizione del 1983 dell'America's Cup. L'avvocato era uno sciatore provetto e spericolato, si divertiva a mettere alla prova i suoi ospiti lasciandoli soli davanti a discese estremamente ardue. Dopo il successo dei Mondiali del Sestriere del 1997, di cui era stato presidente Giovannino Agnelli, ci fu l'idea di candidare Torino per le Olimpiadi, per le quali, ricorda Evelina Christillin presidente del Comitato per la candidatura, "anche Umberto Agnelli si spese moltissimo". L'avvocato fece leva sui rapporti personali: con Jean Claude Killy e soprattutto con Juan Antonio Samaranch, eterno presidente del Cio, che, dopo il voto favorevole a Seul, disse: "Le Olimpiadi di Torino sono il regalo che ho fatto all'avvocato". Per Gianni Agnelli fu il suggello del suo amore per Torino e per il suo territorio, quello che lo aveva unito così tanto a Enzo Ferrari. "Quando lo chiamai da Seul per annunciargli che avevamo vinto - ricorda ancora Christillin - lo sentii felice, come se avessimo conquistato la Champions. Quella volta ho capito che cosa volevano dire per lui Torino e le sue valli".

Tina A. Commotrix per Dagospia il 4 marzo 2021. Cosa nasconde il silenzio fin qui sceso attorno al centenario di Gianni Agnelli che cadrà il prossimo dodici marzo? Già. La ricorrenza “metafora inutile", per dirla con le parole alte del poeta Borges, "che convoca un attimo che muore e un altro che sorge”. L’Avvocato era nato a Torino nel 1921, lo stesso anno del partito comunista a Livorno. “Una magnifica coincidenza per due esistenze, quella del Pci e di Gianni Agnelli”, ha fatto rilevare “il Foglio” nel tentativo di assottigliare la nebbia fatta calare dai suoi eredi su uno dei grandi protagonisti del Novecento italiano. Chi altri se no? Dunque, si celebra il comunismo seppellito sotto il muro di Berlino, e nelle librerie, annota il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara, è tutto un germogliare di opere (s)consacrate al secolo “rosso”, ma non trovi nemmeno una biografia aggiornata dell’Avvocato, genere che lui del resto detestava. “A quanto mi risulta sono almeno sei le biografie prima autorizzate e poi misteriosamente respinte al mittente dagli eredi dell’Avvocato; tra le ultime una ad opera dello storico Giordano Bruno Guerri”, fa rilevare un agente letterario milanese. Così, soltanto un francobollo emesso dalle nostre Poste alla fine rievocherà il Signore della Fiat. E non soltanto. “Gianni possedeva l’allure e la verve di un sovrano settecentesco vivacissimo, e di un banchiere cosmopolita e seducente - benché non producesse macchine chic”, è il ritratto che ne fa il sublime Alberto Arbasino. E lo scrittore di “Fratelli d’Italia” si chiedeva pure come mai l’Avvocato, “acuto amante dell’arte non applicava mai lo stesso occhio anche nelle macchine Fiat in qualche fase d’insofferenza per il look impiegatizio nei prodotti di serie e di massa”. E se Gianni era un signore del Rinascimento a quali pittori (biografi) affidare allora, si saranno chiesti gli eredi dell’Avvocato, la trasfigurazione del Lingotto (ex fabbrica Fiat) in una superba cappella Sistina sconsacrata? Lì dove si può ammirare la splendida pinacoteca di Gianni e Marella Agnelli “sfregiata” ai piani bassi dai salumi appesi nelle vetrine di Eataly. E quante censure avrebbero subito gli autori dell’opera visiva una volta disseminata dai volti delle amanti e delle prodezze sessuali di Gianni: le Cristine, le Heidi, le Pamele, le Anite, le Jacqueline, le Dalile … che rappresentano la faccia irriferibile di una saga familiare mondana e tragica. “Quanti flashback. All’alba della Dolce vita, Gianulasch era ammiratissimo al Club 84 perché l’unico a tenere una bottiglia di whisky al tavolino” (Arbasino). “Ognuno è playboy. Tutti ci provano, alcuni ci riescono”, confessò il nostro. Certo, aggiunse, a mo’ di riparazione “Si può fare tutto, ma la famiglia non si può lasciare. La lunga e spensierata giovinezza dell’Avvocato avra termine alla vigilia dei cinquant’anni quando a uno sbigottito Valletta annuncia: “Penso che in Fiat ci sia bisogno di aria nuova…”. E il vecchio professor Vittorio che sta ai vertici dell’azienda dal 1928 chiede: “E secondo lei chi potrebbe realizzare questo progetto?”. La replica di Gianni è una fucilata al suo cuore e al suoi orgoglio sabaudo ferito: ”Penso spetti me”. Henry Kissinger, ex sottosegretario alla Casa Bianca, che di Agnelli è stato amico e consigliere prezioso ne rievoca “il suo fascino, entrato nella leggenda (…) era un uomo divertente con una intensa devozione per l’arte, all’appassionato tifo calcistico per la Juventus…Politica e diplomazia lo affascinavano (…) e poi si godeva la vita”. Nel suo volume “Dinastie” (Garzanti) su fortune e sfortune delle grandi aziende famigliari, lo storico David S. Landes coglie una specificità nel casato Agnelli: “La Fiat non è una ditta a conduzione famigliare uguale a tutte le altre, è l’incarnazione stessa del capitalismo italiano del Novecento”. Un capitalismo, sostiene James Arnold autore della Bbc “molto politico e bizantino”. Con Gianni nel ruolo del mediatore nella Fiat degli anni Ottanta stretto nella morsa tra le pretese dinastiche della famiglia (Umberto Agnelli), il potere politico di (Romiti) e il potere finanziario (Cuccia). “Di fronte allo gnomo di Mediobanca - annota Car Reich biografo del potente banchiere di Lazard, Andrè Meyer per anni cooptato nel board Fiat (1956-1966) -, Gianni è sempre rimasto uno scolaretto”. E nel suo libro “Agnelli l’irresistibile”, l’autrice Marie-France Pochna torna sulla sudditanza psicologica di Gianni nei confronti di Cuccia: “Davanti al patron di Mediobanca persino Agnelli perdeva il suo consueto senso dell’umorismo”. Ma dopo il “golpe bianco” del 1993 con il presidente di Mediobanca che spezza la linea di successione tra Gianni e Umberto sfruttando le solite difficoltà della Fiat, l’Avvocato paragonò Cuccia al boss mafioso Totò Riina (Ezio Mauro), e nel giorno dell’addio di Romiti si prese cura di andare a controllare di persona se la stanza di Cesare, l’usurpatore romano, fosse vuota. Torino, allora, orfana dell’Avvocato che sembra aver dissipato la sua storia insieme al suo “piacere di vivere temperato d’ironia, d’intelligenza chiarificatrice e razionale” del primo dopoguerra (Italo Calvino). La città che l’aveva visto nascere ma che in realtà non amava più di tanto. Agnelli non si considerava il suo Re: “La mia appartenenza è nella Val Chiusone, che si estende tra Pinerolo e Sestriere (…) quelle sono le terre dove mi trovo a casa. Torino è la città dove siamo andati a lavorare”. E la regola del silenzio (complice) sul centenario dimenticato viene religiosamente osservata sia ai piani alti dell’ex Fiat, (oggi Fca-Peugeot-Stellanis con sede ad Amsterdam) sia nelle istituzioni locali. Da palazzo Madama, non filtrano indiscrezioni sul come onorare Agnelli, nominato senatore a vita nel 1991 dall’allora capo dello Stato, Francesco Cossiga, anche per tenerlo lontano dai possibili guai giudiziari della Tangentopoli che verrà. “Ij fieuj a son come ij dij dla man: a nasso da l’istess pare e da l’istessa mare ma a i na j’è nen un midem”, fa osservare a Dagospia, con un detto piemontese, una delle ultime madamin della Torino d’antan dopo la morte a 103 anni della regina dei salotti sabaudi Marida Recchi. Con chiaro riferimento agli eredi litigiosi di Gianni e Mariella, dilaniatisi sulla multimiliardaria eredità e, forse, anche sul come (e se) rievocare l’Avvocato. I figli sono come le dita della mano: nascono dallo stesso padre e dalla stessa madre, ma non ve n’è uno uguale all’altro… “A l’è mei n’amis che des parent”, insiste la   nostra confidente. “Dopo la morte di Marella nel 2003 i ragazzi tanto amati dalla nonna sono ancora in lotta per le spoglie di famiglia. Soldi, case, quadri, mobili nonostante Gianni avesse redatto di suo pugno il testamento”, prosegue non senza velare la sua indignazione. “Lo sa che nessuna delle volontà di Gianni è stata onorata? Si sussurra che la casa di famiglia a Villar Perosa sia disabitata. Yaki Elkan se ne starebbe costruendo una nuova sopra Villa Frescot con il contributo dell’architetto-darkmetal Peter Marino. Il guardaroba firmato Caraceni dell’Avvocato è finito strapazzato nel guardaroba di Lapo…E sembra ci sia una guerra di carte bollate anche per il rifugio di Marrakesh che Marella voleva lasciare alla nipote Ginevra…”. A diciotto anni dalla morte dell’Avvocato, la madamin, che dà voce alla “sua” Torino industriale, operaia, letteraria e degli intellettuali antifascisti, ahimè scomparsa insieme alle spoglie dell’Avvocato, conclude soave: “Ma forse è un bene che non si celebri Gianni. Lui odiava le feste comandate in famiglia e i compleanni. Se non ricordo male l’ultimo genetliaco mondano è stato per i suoi settant’anni da Chex Maxim a Parigi”. Ma i ricordi, ammoniva il poeta Apollinaire, assomigliano ai “corni di caccia il cui brusio muore nel vento”. Forse qui a Torino il peso dell’oblio sceso sul secolo breve dell’Avvocato appare in modo più forte e sentito. “Elegante, perbene. Dietro quella facciata austera c’è una prorompente vitalità, un cuore pulsante creativo e frizzante che ne fa una città unica e diversa dal resto d’Italia”, scriveva il “Wall Street Journal” nell’era d’oro di Gianni. “Il declino della città è iniziato ben prima della scomparsa di Agnelli e celebrarlo oggi sarebbe il pretesto per l’ennesima apologia del Signore della Fiat”, osserva un ex redattore della “Stampa”. Per far subito rilevare ironico: “Perciò dobbiamo dire grazie all’iniziativa filatelica delle Poste che gli dedicherà un francobollo. Ma anche questa notiziola è stata pubblicata dalla Repubblica degli Elkann soltanto sulle pagine locali e non nell’edizione nazionale. Curioso no?”. Del resto e a proposito del centenario “sospeso” dell’Avvocato, il sommo Epicuro asseriva: “Quando viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi”.

Estratti del libro “Ritratti Italiani” di Alberto Arbasino, edito da Adelphi. Agnelli possedeva l’allure e la verve di un sovrano settecentesco vivacissimo, e di un banchiere cosmopolita carismatico e seducente – benché producesse automobili non molto chic. Tutti i parvenus, generalmente, osservavano affascinati i suoi polsini e cinturini e bottoni, e non già i dettagli della 124 o della 850. Ma i «vecchi dei circoli» notavano compiaciuti che quella fatuità apparente discendeva dagli insegnamenti tradizionali della severissima Scuola Militare di Cavalleria (Scuola di Guerra, addirittura), a Pinerolo. Mai mostrarsi ansiosi o preoccupati, davanti ai sottufficiali e alla truppa. Anzi, ostentare disinvoltura e nonchalance soprattutto davanti ai dolori e ai pericoli, alla testa dei reggimenti.

Estratto dell’articolo di Roberto Alessi per “Libero Quotidiano” il 28 febbraio 2021. È nato 100 anni fa, il 12 marzo 1921. Aveva fascino, tanto, donne, tante, grane familiari, tante, soldi tanti, riuscendo a spenderne il meno possibile, abilissimo a far pagare gli altri («Non ho mai avuto un portafogli», ammetteva). E se volevi perdere un chilo bastava accettare un suo invito: «Serviva un'ostia di carne e due foglie d'insalata. Poi si tornava a casa a mangiare veramente», mi diceva ridendo Carlo Ripa di Meana. Ma dopo l'Avvocato il deserto. Era unico, perfino nel suo cinismo classista: «Innamorarsi è da cameriere», ripeteva alla sorella Susanna che gli confidava i suoi primi dolori d'amore. «Già, rispondeva così, con una frase che l'avrebbe marchiato per sempre», mi spiega il suo biografo e in fondo ammiratore Carlo Faricciotti. L'Avvocato non era mai stato innamorato? Di sicuro l'amore l'ha coltivato tutta la vita, prima e durante la sua unione con Marella Caracciolo. Rapporti extraconiugali vissuti senza sensi di colpa e alla luce del sole, con un gusto libertino possibile a lui solo, re d'Italia senza corona. «Quando era pizzicato dai paparazzi, non si nascondeva, non li faceva inseguire dai tirapiedi, non faceva comprare gli scatti per farli sparire. Tutto il contrario: si metteva in posa, consapevole che a quelli come lui tutto era concesso», dice Faricciotti, ma forse qui sono più informato io: le foto le comprava, eccome se le faceva sparire. Con sublime sprezzatura, non si vantò mai delle sue conquiste («Io non parlo di donne, parlo con le donne»): da Pamela Harriman, nuora di Winston Churchill a Marina Ripa di Meana («Un giorno, passò da casa mia. Mi trovò a letto con lo scultore Eliseo Mattiacci e l'artista Gino De Dominicis. Disse: «Siamo già in troppi», e se ne andò») ad Anita Ekberg. Con la diva della Dolce Vita forse non fu amore, ma nemmeno una liaison da romanzo d'appendice, tipo "il grande industriale e l'attrice". "Ghiaccio bollente", come l'avevano ribattezzata a Hollywood, ha taciuto a lungo sulla liaison con l'Avvocato. «La moglie di Agnelli pensava fosse un'avventura, invece fu vero amore», ha raccontato Anitona al Corriere della Sera nel settembre 2011 quando ha compiuto 80 anni. «Era un uomo meraviglioso. Un italiano di quelli che non ci sono più, l'italiano che una ragazza come me voleva incontrare: intelligente, ironico, attivo. Scherzava sempre, ma ha sofferto molto». Marina Cicogna Mozzoni Volpi, nobildonna e produttrice che il bel mondo (e anche quello brutto) lo conosceva, diceva qualche anno fa al Corriere: «Io abitavo al Grand Hotel con mia madre, era anche lui lì con Anita Ekberg. Mi fulminò con gli occhi. Gianni faceva parte della nostra vita familiare come uomo sposato, non come playboy». L'ultima volta tra l'Avvocato e Anita fu la più straziante: «L'ultimo ricordo è quando mi disse per telefono che suo figlio si era ucciso». La maschera del grande cinico era caduta.

·        L’Operazione Stellantis.

Fabio Pavesi per ilfattoquotidiano.it il 5 agosto 2021. Stellantis vola verso l’obiettivo di almeno 15 miliardi di euro di utile operativo, stimato dalla società e dagli analisti, per l’intero 2021. Se così fosse, si tratterebbe un anno da incorniciare per l’amministratore delegato Carlos Tavares e gli azionisti, primo fra tutti l’Exor della famiglia Agnelli con il 14,4% del capitale. I conti boom del primo semestre, comunicati l’altro ieri, con ricavi a 75 miliardi e un utile operativo di 8,6 miliardi sembrano avallare in pieno l’obiettivo. Basterà replicare nella seconda parte dell’anno questa dinamica e il gioco sarà fatto. E così il nuovo colosso dell’auto, nato dalla fusione tra Fca e Peugeot, si lascia alle spalle il Covid e soprattutto va a collocarsi, quanto a redditività, ai primi posti della classifica dei grandi produttori come Toyota e Volkswagen. Non era facile prevedere un risultato così rotondo, dopo che, nel 2020, Fca aveva visto scendere i ricavi da 108 miliardi a 86 con un calo del 20% e Psa perdere fatturato per 14 miliardi. A tirare la volata, come sempre, il mercato nordamericano che di fatto Fca ha portato in dote alla nuova entità. Peugeot dal canto suo recava in dono a Stellantis una redditività operativa quasi doppia rispetto a Fca con un Ebit (Earnings before interest and taxes, i guadagni prima del pagamento di interessi e tasse, ndr) al 7% dei ricavi, mentre Fca era ferma al 4,3%. Il matrimonio sul piano economico finanziario pare davvero funzionare, dato che ora il target punta a un margine operativo sopra il 10%. Un balzo enorme dato che solo a inizio anno Stellantis prefigurava utili operativi tra il 5,5 e il 7,5%. Ma di fronte a tanta ricchezza prodotta, Carlos Tavares pare non accontentarsi. Ha rimarcato l’altro ieri come l’Italia sia nel suo mirino. “In Italia abbiamo avviato un dialogo costruttivo con i sindacati e quasi tutti hanno capito la portata della transizione energetica che Stellantis attraversa. Abbiamo spiegato che se manteniamo lo status quo ci mettiamo nei guai. Dobbiamo raggiungere gli obiettivi sulle emissioni di Co2, è un must. Accelerare sull’elettrificazione aumenta i costi del 40% che vanno ammortizzati. Siamo nella giusta direzione” ha dichiarato. Quella frase sui costi in forte aumento per l’elettrificazione che andranno ammortizzati, significa fare tagli altrove, dopo che Stellantis si è impegnata a produrre batterie nell’impianto di Termoli. Del resto non è la prima volta che l’a.d. di Stellantis pone il tema della situazione degli impianti italiani del gruppo considerati poco efficienti e troppo costosi. E guarda caso nel nostro Paese, da Cassino in giù, sono molti gli impianti in cui anche nel 2021 si utilizzano gli ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione a rotazione. Un documento della Fim Cisl spiega come a Cassino l’occupazione si è già ridotta di mille unità nell’ultimo anno e mezzo e giornalmente sono 500 i lavoratori in cassa integrazione. Anche a Pomigliano il 35% degli oltre 4mila dipendenti è in cassa a rotazione. E a Mirafiori si è appena conclusa l’ennesima tornata di cassa. Il documento della Fim Cisl ricorda anche che se nel primo semestre del 2021 le produzioni in Italia siano cresciute in media del 64% rispetto al primo semestre del 2020, siano però ancora in calo rispetto alla stagione pre-Covid. Il calo delle vetture prodotte negli impianti italiani è del 20% rispetto al primo semestre del 2019. Impianti ancora quindi sottoutilizzati, con prima Fca e ora Stellantis che ripropongono pedissequamente, come unica soluzione, il ricorso agli ammortizzatori sociali e quindi all’aiuto pubblico. Vecchia abitudine di casa Agnelli che persiste anche con il nuovo padrone franco-italiano. E questo anche nell’anno boom con quei 15 miliardi di utili operativi che Stellantis promette di fare. Profitti a pioggia, accompagnati da robusta cassa integrazione. Senza dimenticare il prestito garantito via Sace dallo Stato italiano per 6,5 miliardi di euro. Anche la nuova macchina di profitti che è Stellantis, non si fa mancare l’aiutino pubblico.

Christian Benna per corriere.it il 7 maggio 2021. Stellantis schiera in campo la nuova squadra acquisti & supply chain del gruppo automotive: 120 manager di prima linea e con portafoglio pesante, una dozzina circa quelli italiani, il doppio, i francesi. I nomi e i ruoli degli executive freschi di nuovi incarichi, comunicati tra il 30 aprile e il primo maggio, sono in questi giorni studiati con attenzione, quasi compulsivamente, dalla filiera dei fornitori italiani dell’indotto auto. Perché si tratta dei manager che faranno la «spesa» di componenti per i 14 marchi della multinazionale, le nuove interfacce di chi vorrà lavorare con Stellantis. Nomine che non interessano solo gli addetti ai lavori, le imprese dell’indotto auto, ma che sono decisive anche per il riassetto della supply chain Stellantis, nei giorni in cui la carenza di semiconduttori ha ridotto dell’11% le consegne: circa 190 mila vetture in meno, come evidenziato dalla trimestrale 2021 di Stellantis. Su un centinaio di executive freschi di nomina, che riportano tutti al capo Purchasing e logistica Michelle Wen, la presenza di manager italiani arriva a una dozzina circa. Ma si tratta di una squadra internazionale, con manager provenienti dai quattro angoli del pianeta, che dovrà gestire, nel campo degli acquisti, la transizione del mondo auto: verso l’elettrificazione del 98% dei modelli previsto entro il 2025 e l’arrivo di quattro nuove piattaforme produttive. Nella plancia di comando acquisti & supply chain del nuovo gruppo rimane uno dei volti più noti alle imprese piemontesi che gestiscono ordini e commesse per Stellantis. L’ex capo acquisti Emea di Fiat Chrysler Monica Genovese si occuperà del purchasing della componentistica per chassis & adaptation dei veicoli. Poi ci sono Zaira Tarussio che assume il ruolo di responsabile dei programmi globali Pwt, e riporterà direttamente a Veronique Morel; Marco Della Vedova, alla guida di Global Exterior Parts; Paolo Sasso a capo di Adas (Advance driver assistence) e connettivity; Piera Giusti all’Aftermarket, Federica Re, sinergy leader della supply chain; Sara Lovera, Sales e marketing, e Davide Esposito al volante degli acquisti di Maserati. Tra i ruoli apicali della nuova organizzazione che interessano i fornitori del territorio, ci sono quelli di David Mcqueen a capo degli acquisti motori Powertrain; Laurent Sellier per la qualità dei fornitori in Europa, e Marco Volrath per i progetti regionali Enlarged Europe di Stellantis.

Camilla Conti per "La Verità" il 5 gennaio 2021. Semaforo verde dei soci all' operazione Stellantis che darà vita al quarto costruttore automobilistico al mondo (dietro Volkswagen, Toyota e l' alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi) con 8,1 milioni di auto vendute, 400.000 dipendenti e oltre 180 miliardi di fatturato. Ieri le assemblee straordinarie degli azionisti di Psa e Fca hanno infatti approvato a larghissima maggioranza la fusione che ha già incassato il via libera dell' Antitrust europeo. Il processo di integrazione è iniziato il 31 ottobre 2019 con l' annuncio del progetto «per creare un leader mondiale nella nuova era della mobilità sostenibile» e l' 8 giugno del 2020 l' Antitrust Ue ha acceso un faro sulla eventuale riduzione della concorrenza nel settore dei minivan per poi dare la sua benedizione lo scorso 21 dicembre. Con tempi, dunque, assai diversi rispetto a un altro matrimonio italofrancese come quello tra Fincantieri e i cantieri Stx (poi ribattezzati Chantiers de l' Atlantique) che è ancora in attesa del bollino di Bruxelles a quasi tre anni dalle intese e dopo ben cinque proroghe. Fincantieri aveva infatti firmato a febbraio 2018, con lo Stato francese, l' accordo di compravendita per l' acquisizione del 50% del capitale di Stx France. A maggio l' aveva notificato alla Commissione europea, la quale aveva però concluso che la soglia di fatturato dell' operazione non aveva una «dimensione europea» tale da giustificare l' esame di Bruxelles. Il commissario Margrethe Vestager, insomma, aveva rinviato alle autorità nazionali l' esame del delicato dossier. Ma Francia e Germania hanno invece deciso di richiamare in causa l' Antitrust Ue, rifacendosi all' articolo 22 del regolamento europeo sulle concentrazioni: uno o più Stati membri possono chiedere alla Commissione di esaminare una concentrazione che, pur non rivestendo una dimensione europea, incide sugli scambi all' interno del mercato unico e in modo significativo sulla concorrenza negli Stati che presentano la richiesta. La Germania si è poi associata alla richiesta trasmessa dalla Francia. E l' 8 gennaio 2019 Bruxelles ha accolto la domanda sottolineando che l'operazione rischia di nuocere «in misura significativa alla concorrenza nel settore della costruzione navale» a livello europeo e mondiale. Nel caso di Fincantieri-Stx, è stato però il colosso cantieristico guidato da Giuseppe Bono a muovere le pedine in territorio francese. Per Stellantis si tratta invece di una fusione «alla pari» almeno sulla carta anche se ai fini contabili dal prospetto depositato dalle due società è la casa automobilistica francese ad acquistare la casa italo-americana (gli International financial reporting standards richiedono infatti l' identificazione dell' acquirente e della società acquisita). Psa, che comprende i brand Peugeot, Citroën e Ds, avrà la maggioranza del cda di Stellantis composto da 11 amministratori, sei dei quali saranno nominati da Psa (tra azionisti, dirigenti e personale). Non solo. A guidare Stellantis sarà Carlos Tavares, l' attuale presidente del cda di Psa (e Ceo di Psa Group), e spetterà a lui preparare in pochi mesi - probabilmente prima dell' estate - il nuovo piano industriale con le mission produttive degli stabilimenti, le piattaforme e i modelli. Il presidente di Fca, John Elkann, avrà il ruolo di presidente esecutivo mentre a Mike Manley, attuale ad, saranno affidate le attività delle Americhe. Sul fronte azionario, la cassaforte degli Agnelli, Exor, avrà circa il 14,4% diventando così il primo socio ma gli altri grandi azionisti saranno i maggiori soci di Psa: la famiglia Peugeot avrà il 7,2% con un' opzione a salire sino all' 8,5%, lo Stato francese il 6,2% attraverso la controllata Bpi e i cinesi di Dongfeng il 5,6 per cento. Un assetto che potrebbe modificarsi alla luce degli accordi tra gli azionisti in particolare per le quote detenute da Dongfeng e dal governo Macron. Ai soci di Fca sarà comunque riconosciuto un premio, proprio come avviene nelle normali acquisizioni. Gli azionisti incasseranno 2,9 miliardi di euro di dividendi straordinari (1,84 euro per azione) che sarà distribuito il 15 gennaio. Ovvero il giorno prima del perfezionamento dell' operazione atteso per il 16 gennaio. Il pagamento - spiega una nota - è condizionato a un ulteriore annuncio previsto entro mercoledì 13 che confermi che tutti i necessari adempimenti societari propedeutici al completamento della fusione sono stati espletati. La negoziazione delle azioni ordinarie di Stellantis avrà quindi inizio lunedì 18 gennaio a Milano e Parigi, martedì 19 a New York. Nel frattempo, ieri in Piazza Affari il titolo Fca ha guadagnato l' 1,5% a 14,8 euro.

Il gruppo ha inoltre registrato a dicembre 2020 un rialzo delle immatricolazioni dell' 1,11% a 31.369 veicoli. Come emerge dai dati diffusi dal ministero dei Trasporti, nell' intero anno le registrazioni di Fca sono state pari a 331.120 unità (-26,76% rispetto al 2019 ma meglio del -27,93% del mercato). 

Bianca Carretto per il "Corriere della Sera" il 26 gennaio 2021. L'amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares, ha intrapreso un primo tour nelle fabbriche italiane che ora fanno parte del nuovo gruppo, un' operazione per tranquillizzare i sindacati che si interrogano sul domani dell' occupazione. Mercoledì scorso il manager ha visitato Mirafiori, l' hub dell' elettrificazione dei modelli. Giovedì si è recato a Melfi , dove si assemblano le Jeep Compass e Renegade , anche in versione ibrida plug-in e la Fiat 500X. Venerdì ha fatto tappa a Cassino, il sito forse meno sfruttato del sistema produttivo di Fca, a cui il nuovo capo dell' Alfa Romeo, Jean-Philippe Imparato, dovrà conferire una forte spinta. In Polonia, nel sito di Tychy, dalla seconda metà del 2022 sarà avviata la produzione di tre modelli elettrificati del segmento B, una Jeep, una Fiat e un' Alfa Romeo, ingegnerizzati su una piattaforma Psa. Tavares ha assicurato, a Cassino, che non prevede tagli di posti di lavoro e chiusure di stabilimenti italiani, da troppi mesi interessati alla cassa integrazione. I responsabili sindacali sono stati ricevuti con grande cortesia, hanno affermato di non aver mai visto, in tempi recenti, nessun amministratore delegato del gruppo sedersi con loro, per rispondere alle domande. Precisando che Mike Manley, l' ultimo ad di Fca, ora passato a dirigere le operazioni delle regioni Nord e Sud America, non ha mai fatto visita a questo impianto, sottolineando che lo stile di Tavares sembra molto vicino a quello di Sergio Marchionne che ha sempre dimostrato grande attenzione nei confronti degli operai, tanto che ogni incontro terminava con un' ovazione. Sin dall' accordo siglato nel dicembre 2019, era chiaro che Tavares sarebbe stato l' indiscusso numero uno di Stellantis, a conferma che la nuova società - come riportato dai documenti della Sec (Securities and exchange commission) - nasce dall' acquisizione di Fca da parte dei francesi di Psa. È sufficiente scorrere l' organigramma annunciato per notare che, su 43 manager solo 18 sono nelle mani di ex Fca (5 gestiscono le operazioni e i marchi Usa, dove Psa non opera) e i rimanenti 25, compreso Tavares, provengono dall' azienda di Parigi. Il regolamento del consiglio di amministrazione stabilisce che il presidente John Elkann dovrà essere consultato sulle questioni strategiche legate al futuro della società. Lui stesso, in un colloquio con il quotidiano Le Figaro , ha confermato che «come per il passato sarò un presidente che ha la fortuna di poter lavorare a fianco di un dirigente molto competente». Per Tavares le funzioni importanti sono legate allo sviluppo e alla commercializzazione del prodotto. Una donna, Silvia Vernetti, guiderà il Global corporate office, per occupare, in pratica, la postazione di Amsterdam, in Olanda, dove Stellantis ha la sua sede. In primo piano Maxime Picat, responsabile dell' Europa ( comprende anche la Russia), dovrà gestire gli equilibri e l' annessione dei vari marchi presenti da sempre in questa regione, considerata, per ora, fondamentale. Olivier Bourges, uno dei consiglieri più fidati di Tavares, ha il compito di pianificare le strategie, indispensabili per completare l' internazionalizzazione del gruppo. A Linda Jackson è stato affidato il marchio Peugeot, simbolo dell' industria d' Oltralpe: in questi due anni pareva scomparsa dalla scena, invece affiancava Tavares, per disegnare l' integrazione che ha portato alla creazione di Stellantis. Una posizione determinante è stata data a Yves Bonnefont, chief software officer, l' uomo in grado di progettare sistemi informatici, ad alto livello, in cui far convivere standard di codifiche, di ambienti e meccanismi di automazione.

Andrea Boeris per “Milano Finanza” il 25 gennaio 2021. Ora che Stellantis è realtà, il matrimonio tra gli Agnelli-Elkann e i Peugeot è compiuto. Ma chi sono i nuovi partner francesi cui Fiat Chrysler si è legata? Come i papi o i membri delle famiglie reali, i Peugeot hanno i numeri ad accompagnare i loro nomi. Sono una dinastia con tre secoli di storia alle spalle che trascende l'industria delle auto. Fanno sì parte di quella manciata di casati europei (come gli Agnelli-Elkann) che hanno creato il settore automobilistico del Vecchio Continente, ma la loro storia inizia prima. I Peugeot sono «i peciai», perché nella Franca Contea, tra le città di Sochaux e Montbéliard, i componenti della famiglia dell'epoca cominciarono così, con il commercio della pece. Jean-Pierre I Peugeot, a cavallo tra '700 e '800, da semplice mugnaio ebbe l'idea di avviare una serie di mulini in quella porzione di terra ricca di acque. I suoi due figli Jean-Pierre II e Jean-Frédéric capirono di poter sfruttare quei mulini per lavorazioni più redditizie della farina e si orientarono alla metallurgia. Con l'acciaio nasce così l'impero industriale dei Peugeot e compare per la prima volta il simbolo del leone in piedi, che contraddistingue il marchio. Per vederlo sulle prime auto bisogna aspettare l'ultimo decennio del 19° secolo, quando i discendenti Robert I Peugeot e Armand Peugeot uniscono le forze per iniziare a occuparsi di mezzi di locomozione e a cimentarsi nel campo della propulsione a motore. Sono loro due i capostipiti di quello che diventa in breve uno dei colossi dell'auto. Da allora, di figlio in figlio, i Peugeot sono sempre rimasti alla guida del gruppo. Oggi a capo della famiglia c'è Robert II Peugeot, che dirige una delle due holding di famiglia, la quotata Ffp, braccio operativo che assolve la medesima funzione della Exor in casa Agnelli. L'altra holding, Epf, è presieduta da Jean-Philippe Peugeot (cugino di Robert II) ed è preposta a custodire il patrimonio dell'intero casato. Dentro Epf sono rappresentati i tre rami della famiglia, tutti discendenti da Robert I, a ciascuno dei quali fa capo il 30%. Il nucleo del potere economico della famiglia è comunque la Ffp di Robert II Peugeot. La holding nel 2019 ha chiuso con un utile di 131 milioni e ha distribuito cedole per 53,5 milioni. Gran parte ovviamente è andata alla holding di controllo Epf, che ha in mano l'80% di Ffp. Questo significa che 42,8 milioni sono stati distribuiti tra i membri della famiglia Peugeot. Scorrendo i bilanci, la holding Ffp al 31 dicembre 2019 vantava un nav (valore netto degli asset) di 4,4 miliardi (sceso a 3,54 miliardi nel primo semestre 2020), con partecipazioni diversificate rispetto all'auto. Tramite Ffp i Peugeot controllano ad esempio oltre il 30% della quotata Lisi, azienda globale che produce componenti per il settore aerospaziale. Sempre nel ramo industriale c'è un 5% in Groupe Seb, multinazionale francese quotata a Parigi e attiva nella produzione di piccoli elettrodomestici. Ma gli investimenti dei Peugeot spaziano anche dalle energie alternative ai servizi per la terza età, dall'immobiliare al vino. Spicca ad esempio una quota combinata del 7% di Total Eren, società di energia rinnovabile controllata dal colosso petrolifero. I Peugeot sono anche entrati nel business delle case di riposo. Tra le partecipazioni spicca infatti il 5% di Orpèa, gruppo internazionale che controlla la catena di Rsa creata da Jean Claude Marian nel 1989 e oggi quotato su Euronext. Figurano poi numerosi co-investimenti in aziende da sviluppare con varie società finanziarie e fondi di private equity e c'è il 75% di Chateau Guiraud, una tenuta nei pressi di Bordeaux dove viene prodotto uno dei più prestigiosi vini Sauternes. Infine non mancano investimenti immobiliari in grandi gruppi internazionali di real estate: il 20% in Immobilière Dassault, real estate company che punta soprattutto su asset d'alta gamma a Parigi, e il 5% in Signa, realtà specializzata nella gestione di uffici ed edifici commerciali e attiva in Germania e Austria oltre che nell'Italia settentrionale. Nella storia dei Peugeot ci sono anche «les art de la table», i macinini per il pepe e altri oggetti da tavola del marchio Peugeot Saveurs, per un giro d'affari annuo che sfiora i 30 milioni. E fino a 5 anni fa la famiglia era anche nel calcio. Come gli Agnelli-Elkann con la Juventus, i Peugeot volevano fare del Sochaux (squadra nata nel 1928 per iniziativa di Jean-Pierre II Peugeot) una squadra di altissimo livello, ma le cose non sono andate come speravano: negli anni il club ha vinto due campionati, due coppe nazionali e una Coppa di lega, ma al termine della stagione 2013-2014 è retrocesso in serie B. Nel 2015 i Peugeot hanno ceduto la società.

·        John Elkann.

Fabrizio Massaro e Mario Gerevini per il “Corriere della Sera” il 24 ottobre 2021. Nello scontro sull'eredità Agnelli entrano in campo quattro fratelli de Pahlen contro i tre fratelli Elkann, tutti figli di Margherita Agnelli. Peter, Anna, Tatiana e Sofia al fianco della madre contro John, Lapo e Ginevra. È la svolta che emerge dalle carte di un'inedita causa civile avviata nel 2020 a Torino, dove per la prima volta i fratelli Elkann reagiscono chiedendo la condanna della madre «al risarcimento del danno patrimoniale, reputazionale e non patrimoniale» da loro «patito». Al centro c'è sempre la successione miliardaria di Gianni Agnelli (morto nel 2003) e adesso anche della vedova Marella Caracciolo (2019), che in tre testamenti, visionati dal Corriere, indica come unici eredi i soli Elkann. Finora era venuta alla luce solo l'esistenza di una causa in Svizzera. Ora si scopre che anche a Torino Margherita, 65 anni, intende dichiarare invalide la successione della madre, «l'accordo» sull'eredità dell'Avvocato e il «patto successorio» con la madre, del 2004. Insomma tutta l'eredità Agnelli. La difesa degli Elkann è su tutta la linea: «I due macigni di cui vorrebbe disfarsi sono, piuttosto, due fondamentali accordi negoziati e liberamente sottoscritti proprio da colei che ora come nel 2007 vuole cancellarli dal mondo del diritto» e grazie ai quali ha ottenuto 1,2 miliardi. Nell'atto di citazione dell'avvocato Dario Trevisan, Margherita delinea lo scenario di un complotto. La madre sarebbe «stata indotta a rilasciare i testamenti, nonostante non ne potesse comprendere la portata» e per motivi di salute fosse «minata nella sua effettiva capacità naturale a testare». Inoltre i tre testamenti svizzeri del 2011, 2012 e 2014 sarebbero invalidi per vizi di forma: notaio e testimoni non parlerebbero l'italiano e Marella non parlava il tedesco, è sbagliata la data di nascita, le firme sono tremule, l'ultima «irriconoscibile». Marella ha lasciato ai soli Elkann le ville di Sankt Moritz. Nel testamento del 22 agosto 2014 di fatto disereda l'unica figlia: «Mi sono giunte indicazioni che Margherita avrebbe l'intenzione di contestare la validità di questo patto (la rinuncia del 2004 alla futura eredità della madre, ndr): nel caso che dovesse contestarlo e nel caso che questa contestazione abbia successo, io dispongo che non riceva alcun bene aggiuntivo dalla mia successione. Dato che ha già ricevuto la sua porzione legittima come compenso per il Patto Successorio, non avrà diritto a nessuna parte aggiuntiva della mia successione». Se Margherita ottenesse ragione, di che cifre si tratterebbe? Donna Marella aveva donato al nipote primogenito John (45 anni), e in parte anche a Lapo e Ginevra, quote rilevanti della cassaforte di famiglia Dicembre per governare l'impero Exor-Fiat. Per legge le donazioni rientrano nell'asse ereditario e vanno valutate al momento della morte. Nel 2004, con Fiat in stato comatoso, le quote valevano relativamente poco. A febbraio 2019 la stima è invece di 3 miliardi. Sommando le ville e i 900 milioni offshore alle British Virgin Islands si arriverebbe a oltre 4 miliardi. Alla figlia spetterebbero quindi non meno di 2 miliardi, sempre secondo i suoi legali. Ma se pure fossero validi gli accordi del 2004, l'esclusione dall'eredità materna farebbe diventare eredi al suo posto tutti i suoi otto figli. È per questo che quattro dei cinque de Pahlen rivendicano diritti su 1,1 miliardi. La quinta, Maria, non ha voluto schierarsi. Perché Margherita ha avviato la causa in Italia, avendone già una pendente a Ginevra? Perché Marella avrebbe avuto la residenza abituale in Italia, dove è morta, e quindi la successione andrebbe regolata dal diritto italiano e non svizzero. Per provarlo Margherita ha ricostruito gli ultimi 15 anni della madre, interrogando le tante persone di servizio anche ingaggiando investigatori privati. Nessuna mediazione appare possibile per la difesa Elkann, che chiede a Torino di dichiarare la carenza di giurisdizione o in subordine di attendere la decisione elvetica: se il «competente giudice svizzero accerterà come siamo certi [] e come Margherita fortemente ha ragione di temere (donde la presente, abusiva, iniziativa giudiziaria italiana) la piena validità del Patto» per cui «Margherita non è erede di Marella» lei e i figli de Pahlen «non hanno alcun titolo» sulla successione. Anche l'esistenza del patrimonio estero di Agnelli non solo era «il segreto di Pulcinella» ma era stato «il presupposto fondamentale» degli accordi del 2004. Margherita, per i legali Elkann, preferì incassare subito, sfilandosi dall'aumento di capitale che la Fiat stava per chiamare. Parole ancora più dure sulla scelta - a loro dire - di ricorrere alla «leva della pressione mediatica»: «Perseguendo il vano obiettivo di screditare nell'ordine madre, consulenti del padre e ora persino i propri figli primogeniti, Margherita in realtà scredita - tristemente - solo se stessa».

Eredità Agnelli: i fratelli de Pahlen contro gli Elkann. Ecco i tre testamenti di Marella Caracciolo. Mario Gerevini e Fabrizio Massaro su Il Corriere della Sera il 24 ottobre 2021. Nello scontro sull’eredità Agnelli entrano in campo quattro fratelli de Pahlen contro i tre fratelli Elkann, tutti figli di Margherita Agnelli. Peter, Anna, Tatiana e Sofia al fianco della madre contro John, Lapo e Ginevra. È la svolta che emerge dalle carte di un’inedita causa civile avviata nel 2020 a Torino, dove per la prima volta i fratelli Elkann reagiscono chiedendo la condanna della madre «al risarcimento del danno patrimoniale, reputazionale e non patrimoniale» da loro «patito». Al centro c’è sempre la successione miliardaria di Gianni Agnelli (morto nel 2003) e adesso anche della vedova Marella Caracciolo (2019), che in tre testamenti, visionati dal Corriere, indica come unici eredi i soli Elkann.

«I due macigni»

Finora era venuta alla luce solo l’esistenza di una causa in Svizzera, rivelata dal Corriere il 21 settembre. Ora si scopre che anche a Torino Margherita, 65 anni, intende far dichiarare invalide la successione della madre, «l’accordo transattivo» sull’eredità dell’Avvocato e il «patto successorio» con la madre del 2004. Insomma tutta l’eredità Agnelli. La difesa degli Elkann, di cui non si conoscevano ancora argomenti e tono, è su tutta la linea: «I due macigni di cui (Margherita, ndr) vorrebbe disfarsi sono, piuttosto, due fondamentali accordi negoziati e liberamente sottoscritti proprio da colei che ora come nel 2007 vuole cancellarli dal mondo del diritto» e grazie ai quali ha ottenuto beni, denaro e opere d’arte valutati allora non meno di 1,2 miliardi.

Fratelli contro

La «signora de Pahlen» — come l’ha chiamata la madre Marella in un carteggio privato, quasi a marcarne la distanza dalla famiglia — ha messo alla luce, giovanissima, i tre figli con Alain Elkann, poi nel 1981 in seconde nozze altri cinque con il nobile francese di origine russa Serge de Pahlen. Rapporti difficili, da anni. C’è un dettaglio rivelatore della estrema complessità della relazione con i figli: a schierarsi con la madre contro i tre Elkann sono solo quattro dei cinque de Pahlen. A tenersi fuori per il momento è stata la quinta figlia, Maria, a sua volta a lungo in lite con la madre per la custodia dei figli di lei, Anastasja e Serghiey.

Un complotto?

Nelle oltre duecento pagine dell’atto di citazione di Margherita, assistita in questa complessa partita dall’avvocato milanese Dario Trevisan, si delinea lo scenario di un complotto. I consulenti di Margherita avrebbero «adottato una serie di escamotage preordinati alla totale esclusione della figlia e dei suoi discendenti, ramo de Pahlen, dalla successione Caracciolo». Il motivo? Occultare a Margherita il vero patrimonio del padre. Sostiene dunque Margherita che la madre sarebbe «stata indotta a rilasciare i testamenti, nonostante non ne potesse comprendere la portata» e che per motivi di salute fosse «minata nella sua effettiva capacità naturale a testare». Inoltre i tre testamenti svizzeri del 2011, 2012 e 2014 sarebbero invalidi per vizi di forma: notaio e testimoni non parlerebbero l’italiano e Marella non parlava il tedesco, è sbagliata la data di nascita, le firme sono tremule, l’ultima «irriconoscibile».

«Niente a mia figlia»

In essi Marella nomina eredi i tre Elkann e dispone delle ville a Sankt Moritz: Chesa Alkyone per John (4.299 mq di abitazione e 4.272 mq di parco), Chesa Medzi per Lapo (1.245 mq e 1.876mq) e la casa di Lauenen per Ginevra (1.107 mq). Nell’ultimo testamento, del 22 agosto 2014, di fatto disereda l’unica figlia: «Mi sono giunte indicazioni che Margherita avrebbe l’intenzione di contestare la validità di questo patto (la rinuncia del 2004 alla futura eredità della madre, ndr): nel caso che dovesse contestarlo e nel caso che questa contestazione abbia successo, io dispongo che non riceva alcun bene aggiuntivo dalla mia successione. Dato che ha già ricevuto la sua porzione legittima come compenso per il Patto Successorio, non avrà diritto a nessuna parte aggiuntiva della mia successione».

L’assetto della cassaforte Dicembre

Se Margherita ottenesse ragione, di che cifre si tratterebbe? Donna Marella aveva donato al nipote primogenito John (45 anni), e in parte anche a Lapo e Ginevra, quote rilevanti della cassaforte di famiglia Dicembre per governare l’impero Exor-Fiat. Per legge le donazioni rientrano nell’asse ereditario e vanno valutate al momento della morte. Nel 2004, con la Fiat in stato comatoso, le quote valevano relativamente poco. A febbraio 2019 la stima è invece di circa 3 miliardi. Sommando le ville e i 900 milioni di dollari nei conti delle società offshore alle British Virgin Islands presso la Morgan Stanley di Zurigo – che Margherita afferma di aver scoperto molti anni dopo la morte del padre – si arriverebbe a oltre 4 miliardi. Alla figlia spetterebbero quindi non meno di 2 miliardi, sempre secondo i suoi legali. Ma se pure fossero validi gli accordi del 2004, l’esclusione dall’eredità materna farebbe diventare eredi al suo posto tutti i suoi otto figli, che si dividerebbero in parti uguali quello che le sarebbe spettato. È per questo che i quattro de Pahlen rivendicano diritti su 1,1 miliardi.

Il giallo dei quadri

Poi ci sarebbero anche beni inventariati che non si trovano più, dei quali Margherita chiede conto. Dalla casa di Roma, da Villar Perosa e da Villa Frescot — tornati in proprietà piena a Margherita decaduto l’usufrutto di cui godeva la madre — mancherebbero quadri di enorme valore di Giacomo Balla (“La scala degli addii”), Giorgio de Chirico (“Mistero e malinconia di una strada”), Claude Monet (“Glaçons, Effet blanc”), Jean-Léon Gérôme (“Pho Xai”), due Francis Bacon (“Study for a Pope” III e IV) e vari altri oggetti d’arte considerati molto preziosi. Secondo gli avvocati di John, però, alcuni dipinti sarebbero stati venduti tanti anni fa dal nonno mentre gli altri non sarebbero stati di Gianni ma direttamente di Marella e comunque ci sarebbero tutti gli elementi che «smentiscono l’appartenenza dei beni alla Successione Agnelli».

I riflessi sull’impero Exor-Stellantis

Se le richieste fossero accolte, ci potrebbe essere anche un potenziale impatto sugli assetti della cassaforte di famiglia, la Dicembre società semplice, e a cascata sul gruppo Exor (Stellantis, Ferrari ecc), anche se i legali dei fratelli Elkann hanno ripetutamente sostenuto che il controllo di John sulla holding torinese al vertice del gruppo non può essere in alcun modo messo in discussione.

Margherita ingaggia investigatori privati

Perché Margherita ha avviato la causa in Italia, avendone già una pendente a Ginevra? Perché Marella avrebbe avuto la residenza abituale in Italia, dove è morta, e quindi la successione andrebbe regolata dal diritto italiano e non da quello svizzero, sebbene richiamato negli accordi del 2004 e nei testamenti. I legami famigliari e gli interessi di Marella — sostiene Margherita — sono sempre stati in Italia, dove ha passato più giorni all’anno che in Svizzera o in Marocco. Per provarlo Margherita ha ricostruito giorno per giorno gli spostamenti della madre negli ultimi 15 anni, interrogando le tante persone di servizio e di assistenza anche con l’aiuto di investigatori privati. Questo perché la legge stabilisce che si è residenti in Italia se si trascorrono entro i confini più di 180 giorni l’anno. A regolare la complessa materia è un trattato consolare tra Italia e Svizzera del 22 luglio 1868: una norma vecchia di 153 anni ma tuttora in vigore.

«Nessun titolo sulla successione»

Nessuna mediazione appare possibile per la difesa Elkann, che chiede a Torino di dichiarare la carenza di giurisdizione o in subordine di attendere la decisione elvetica.«Tutta la presente controversia in fin dei conti rappresenta un (assai) malcelato tentativo di Margherita di non dare esecuzione» ai contratti del 2004, attaccano i legali dei tre fratelli Elkann. La questione è già stata affrontata più volte, davanti a più tribunali, in sede civile e penale, e Margherita ha sempre perso. Anche questa volta — sostengono nelle carte giudiziarie — Torino non deve né può decidere nulla. Se il «competente giudice svizzero accerterà come siamo certi […] e come Margherita fortemente ha ragione di temere (donde la presente, abusiva, iniziativa giudiziaria italiana)]…] la piena validità del Patto» per cui «Margherita non è erede di Marella», lei e i figli de Pahlen «non hanno alcun titolo» sulla successione. A riprova citano il parere del 2007 del professor Guido Alpa, che statuiva la competenza del giudice svizzero. A chiedere il consulto era stata la stessa Margherita.

Il patrimonio off-shore dell’Avvocato? «Un segreto di Pulcinella»

Anche l’esistenza del patrimonio estero di Agnelli non solo era «il segreto di Pulcinella» — secondo i legali degli Elkann — ma era stato «il presupposto fondamentale» degli accordi del 2004. E comunque la situazione è stata poi «regolata e sanata da Marella con fisco italiano». Margherita preferì incassare subito la sua quota del patrimonio del padre, sfilandosi dall’aumento di capitale che la Fiat stava per chiamare. Parole ancora più dure i legali degli Elkann riservano alla scelta di Margherita — a loro dire — di ricorrere alla «leva della pressione mediatica»: «Perseguendo il vano obiettivo di screditare nell’ordine: madre, consulenti del padre e ora persino i propri figli primogeniti, Margherita in realtà scredita — tristemente — solo se stessa».

Gabriele Buscaglia per calcioefinanza.it il 2 ottobre 2021. In casa Elkann-Agnelli è scontro aperto sul fronte eredità. A sfidarsi sono da un lato John Elkann e i fratelli Lapo e Ginevra, dall’altro la madre Margherita Agnelli, figlia dell’avvocato Giovanni Agnelli. La posizione dei tre è ferma: Margherita non è l’erede della defunta Marella. Quindici anni fa, Margherita rinunciò con un «patto successorio» alla futura eredità della madre, Marella Caracciolo. Tuttavia, la figlia di Marella chiese di considerare nulle le intese, dal momento che mancava la forma notarile, dando il via alla battaglia legale ancora in corso.

Quanto vale il patrimonio Agnelli: le stime. A gettare ulteriore benzina sul fuoco vi sono i sospetti di un possibile patrimonio nascosto offshore, presentati in tribunale sin dal 2007 da Marella e che ora sembrano confermati dagli atti del procedimento del tribunale di Ginevra. In ballo ci sono le quote di Dicembre, la principale azionista della Giovanni Agnelli Bv, ovverosia la cassaforte della famiglia, all’interno di un patrimonio da miliardi di euro. Ma quanti, per l’esattezza? Secondo la rivista Oggi, nel 2003, al momento della morte dell’Avvocato, il patrimonio della famiglia non era inferiore ai 100 miliardi. Dopo 18 anni, con una rivalutazione di circa il 2 per cento annuo, tale fortuna potrebbe valere fino a 150 miliardi di euro. Di questi 150 miliardi, Margherita ne ha ricevuto soltanto 1,3 miliardi, poco meno dell’1 per cento, motivo per il quale contesta di fronte alla corte svizzera quello che era stato indicato come il reale valore della Dicembre. In ogni caso, fonti legali vicine alla famiglia Elkann avevano riportato che la vendita delle azioni della società non sarebbe stata reversibile, e che le pretese di Margherita non potevano mettere in discussione la maggioranza assoluta detenuta da John. Oggi risultano soci della Dicembre John (58,8%), Lapo (20,6%) e Ginevra (20,6%). “I tentativi di Margherita di rimettere in discussione le successioni dei genitori – precisano i legali della famiglia – sono manifestamente infondati e del tutto contrari sia alle volontà paterna e materna, sia agli accordi dalla stessa sottoscritti”. Una vicenda familiare destinata a proseguire. 

Fabrizio Massaro e Mario Gerevini per il "Corriere della Sera" il 21 settembre 2021. «Confermate gli atti dell'eredità di Gianni Agnelli». «No, azzerate tutto, fin dal 2004». Ecco le carte della causa civile svizzera tra John Elkann e la madre Margherita Agnelli, che va avanti da anni nel riserbo più totale. Il 13 settembre il tribunale di Ginevra ha fissato definitivamente la propria competenza dopo un'infinita sequenza di diatribe, rimpalli ed errori processuali. In gioco miliardi e potere, compresa la cassaforte Dicembre, oggi al 60% di John Elkann e al 20% ciascuno dei fratelli Lapo e Ginevra, vertice di un impero da 30 miliardi che attraverso Exor ha quote tra l'altro in Stellantis (14,4%), Ferrari (23%), Juventus (64%), Repubblica e Stampa . Il Corriere ha consultato vari atti del procedimento da cui si scopre anche che Marella Caracciolo, la vedova dell'Avvocato morta nel 2019, ha lasciato un testamento datato 12 agosto 2011 e aggiornato il 14 agosto 2012 e poi il 22 agosto 2014. Unici eredi, i tre nipoti Elkann. C'è un passaggio nella ricostruzione dei giudici che lascia intuire quanto i rapporti famigliari siano dominati da sospetti, diffidenze e condizionati da codici e strategie legali. È il giorno doloroso in cui i tre Elkann, la madre e gli altri nipoti (Margherita ha avuto altri cinque figli con il secondo marito Serge de Pahlen), accorrono a Villa Frescot: la nonna Marella è morta all'alba. «Lo stesso giorno - è scritto negli atti -, cioè il 23 febbraio 2019 John, Lapo e Ginevra Elkann, tramite l'avvocato Harold Frey di Zurigo, hanno presentato un'istanza contro la madre nel cantone di Berna: hanno concluso che il patto era valido e che Margherita Agnelli non era l'erede della defunta». Il nodo è proprio questo. Negli uffici giudiziari di Place du Bourg de Four, nel cuore di Ginevra, ora si giocano i supplementari di una lunga saga familiare. Tutto ha origine nel 2004 dal patto madre-figlia sulla successione dell'Avvocato. A Margherita vanno beni per un totale di 1,3 miliardi in cambio della rinuncia all'eredità del padre. Con un «patto successorio» la figlia rinuncia poi alla futura eredità della madre. Ma nel 2007 Margherita va in tribunale sospettando l'esistenza di miliardi nascosti all'estero. Le sue pretese vengono definitivamente respinte dalla Cassazione nel 2015. La guerra legale cambia solo campo di battaglia. Nel 2009 è Marella ad aprire il fronte ginevrino chiedendo una pronuncia di validità dei patti con la figlia. La domanda viene per due volte ritenuta «inammissibile» dai giudici. Marella ci riprova nel 2016, con il nipote John al suo fianco in giudizio. Margherita contrattacca chiedendo ai giudici di considerare nulle le intese del 2004. Il motivo? Occorreva la forma notarile. Dopo 17 anni e nonostante le sconfitte in Italia, Margherita tiene aperta la partita. Altre carte svizzere - di cui il Corriere è in possesso - farebbero presumere l'esistenza di un patrimonio finora sconosciuto. Sono documenti depositati in un procedimento penale intentato da Margherita contro Morgan Stanley e archiviato dai giudici di Zurigo, relativi a una ventina di società off-shore in paradisi fiscali come le British Virgin Islands. Di quattro - Bundeena Consulting, Silver Tioga, Layton e dell'unica nota, Sikestone - Marella Caracciolo è indicata come beneficiario economico. Morgan Stanley le attribuisce un patrimonio di 900 milioni di dollari. Altre 15 società sono ricondotte genericamente a «Members of the Agnelli family». Le date sui beneficial owners sono successive sia alla morte di Gianni Agnelli (2003) sia ai patti madre-figlia (2004). Anche questi documenti sarebbero confluiti nella causa di Ginevra. Perché Marella si intesta società off-shore? Dove è finito quel tesoro? E chi sono i «Members of the Agnelli family»? I legali dei fratelli Elkann avevano già fatto sapere che gli assetti della Dicembre non possono essere messi in alcun modo in discussione. Ora, interpellati dal Corriere , affermano che la tesi di un «presunto tesoro nascosto è una storia assai vecchia e da tempo conclusa: tutte le autorità svizzere cui Margherita si era rivolta accusando la madre le hanno dato sempre torto. Margherita de Pahlen ha stipulato gli accordi successori quando la Fiat era in difficoltà ed ha così deciso di preferire, alla Fiat, ingentissime attività liquide e straordinarie opere d'arte. Non ha mai sostenuto di essere stata in alcun modo ingannata o indotta in errore. Ha avuto quello che ha voluto».

Fabio Pavesi per ilfattoquotidiano.it il 30 agosto 2021. Nella telenovela grottesca e quasi pietosa sul piano umano dello scontro in famiglia su eredità, donazioni e linee di successione di casa Agnelli tra la madre Margherita e il figlio John Elkann (che dura da anni e che è riesplosa con fragore quest’estate) un punto fermo è finalmente emerso. Nell’offensiva, l’ennesima, scoccata dalla figlia di Gianni Agnelli si è alzato, almeno in parte, il velo sulla Dicembre società semplice, la cassaforte di famiglia in cima alla lunga catena societaria della dinastia torinese. Una piccola scatola, fantasma per la Camera di Commercio di Torino fino all’altro ieri e considerata “inattiva” e che dal 1984 non aveva aggiornato la situazione dei possessi azionari. Neppure dopo la scomparsa di tutti i soci storici dall’Avvocato, alla moglie Marella, a Gabetti a Franzo Stevens. Un’anomalia profonda, concessa non si sa perché proprio alla cabina ultima di controllo dell’impero degli Agnelli. Ora però si è finalmente acclarato che John Elkann, in virtù di successive donazioni, è titolare nella Dicembre del 60% delle quote. L’altro 40% è suddiviso tra i fratelli Lapo e Ginevra. E così la designazione da delfino a monarca assoluto predestinato alla guida della dinastia, prefigurata in anni lontani da Gianni Agnelli è compiuta nei fatti. È l’ex giovane rampollo, l’unico dominus incontrastato di quello che era l’impero Fiat e connessi e oggi è rappresentato dalla Exor, la holding olandese di partecipazioni che raggruppa le quote di Stellantis; Ferrari; Cnh; di PartnerRe e degli asset minori: dalla Juve, a Gedi (editore di Repubblica, La Stampa e Secolo XIX), all’Economist. Quella saga sulla successione ereditaria sa tanto di ancien regime quanto a lotte e faide familiare. Ma ha sapore stantio anche la struttura societaria che, scatola su scatola, consente a Yaki, come prima al nonno Gianni, di comandare con il minor esborso possibile di denaro. È il miracolo delle scatole cinesi, delle lunghe filiere societarie che hanno consentito alla famiglia di governare per decenni l’impero con capitali ridotti all’osso. Uno schema caro al vecchio capitalismo familiare e che John Elkann nell’era della turbo finanza e delle public company, non si sogna di abbandonare. In questo fedele seguace del nonno. Quando si pensa all’ex Fiat, poi Fca oggi Stellantis, si pensa a John Elkann come il grande proprietario. Grave errore di prospettiva, dato che in virtù della diluizione dei vari passaggi societari, il condottiero unico degli affari degli Agnelli, governa con piccolissime quote di capitale diretto. Stellantis quota di Yaki sotto il 2% – Partiamo dal caso di Stellantis. Exor ne possiede solo il 14,4%. A sua volta però Exor è controllata al 53% da un’altra scatola olandese, la Giovanni Agnelli BV la holding che raggruppa tutti i rami del casato torinese. Sopra la Giovanni Agnelli Bv ecco comparire come primo socio la Dicembre che ha il 38% delle quote. Infine si arriva direttamente a John Elkann che di Dicembre possiede il 60%. Ecco così che, salendo lungo i rami della catena societaria, si scopre che John Elkann di suo possiede appena l’1,74% di Stellantis. Di fatto, con Carlos Tavares come amministratore delegato, governa sulla fusione tra Fca e Peugeot con una quota di possesso diretto di capitale che è meno di un qualsiasi fondo d’investimento. Il copione si può replicare con tutti gli asset della finanziaria di partecipazioni. La quota di Ferrari diretta di Elkann è del 2,78%. Di Ferrari, il vero gioiello dell’impero, Exor possiede il 22,9%. E anche qui la quota diretta in mano a John Yaki Elkann risalendo la filiera delle scatole fino al 60% di Dicembre, è solo del 2,78%. Per Cnh che costruisce macchine agricole e veicoli industriali, di cui Exor controlla il 26,8%, la quota diretta del nipote dell’Avvocato è appena del 3,2%. Il peso di Elkann sale solo con PartnerRe, la compagnia di riassicurazioni dato che Exor la possiede al 100%. In ogni caso ecco che Yaki ne è socio con solo il 12%. Poi ci sono gli asset minori: dalla Juventus (Exor ha il 63,8%) a Gedi (Exor ha una quota dell’89%) fino all’Economist. Qui il peso societario del capostipite della dinastia torinese si fa più consistente, ma non certo con quote maggioritarie. È il miracolo consentito dalle “medioevali” scatole cinesi, messe una sopra l’altra, con quote che consentono di diluire la necessità di capitale idonea a governare. Comandare di fatto con i soldi degli azionisti di minoranza che in realtà mettono la gran parte del capitale. Uno schema che da sempre usano le grandi famiglie imprenditoriali del Belpaese per minimizzare il loro rischio di capitale. Basti pensare che con soli 61 milioni di euro, la quota di capitale di proprietà di John Elkann in Dicembre, l’ex delfino di casa Agnelli governa su asset che valgono oggi oltre 28 miliardi di valore di Borsa. Non male come moltiplicazione esponenziale della ricchezza. Un “vizietto” antico, tanto caro da sempre agli Agnelli come ad altre grandi famiglie e che il moderno e innovatore Yaki, ben si è guardato dall’abbandonare.

Quando Margherita Agnelli disse: «Mia madre mi ha sottratto un figlio». Il Corriere della Sera il 24 agosto 2021. Sul settimanale «F» le ragioni dietro la guerra per l’eredità, raccontate dalla scrittrice Camilla Baresani. «Mia madre mi ha sottratto un figlio come se fosse suo». La frase di Margherita Agnelli fu pronunciata davanti alla scrittrice Camilla Baresani nel 2004, quando la secondogenita di Giovanni Agnelli la convocò per annunciare in un’intervista l’intenzione di contestare l’interpretazione delle disposizioni testamentarie del padre scomparso l’anno prima, decise in sua assenza e, a suo dire, in contrasto con le volontà a lei manifestate dall’Avvocato, a proposito del quale si esprimeva con toni pieni di stima e di nostalgia, così come verso il fratello Edoardo, morto suicida nel 2000. «Della nostra conversazione ricordo l’astio verso l’ex marito Alain Elkann e verso la madre, Donna Marella, a cui rinfacciava di averla allontanata dal primogenito John», ricorda Baresani sul numero in edicola del settimanale «F» di Cairo Editore in un articolo dove ricostruisce le radici della guerra legale che nelle ultime settimane è tornata a riempire i giornali. «Queste considerazioni evitai di scriverle, benché le avessi registrate, perché speravo che una ricomposizione fosse possibile. Ma anni e anni di disfide legali hanno ormai definitivamente intossicato i legami famigliari». Margherita riteneva che i tre figli (John, Lapo e Ginevra) avuti da Elkann fossero stati ingiustamente favoriti rispetto ai cinque (Maria, Pietro, Anna, Sofia, Tatiana) avuti dal secondo marito, Serge de Pahlen. Non solo: «Parte di questa storia burrascosa fu un licenziamento», scrive Baresani su «F». «Pare che de Pahlen, cooptato sin dall’inizio della loro storia con ruoli dirigenziali in Fiat (Brasile, Francia, Russia), dopo la morte di Gianni ambisse alla presidenza della società, nel posto che sarebbe diventato di John. Ma, nel 2005, venne licenziato, e lì fu chiaro che nessuna ricucitura tra Margherita, Marella e i figli Elkann sarebbe stata possibile».

Margherita Agnelli e John Elkann: come è nata la guerra di successione. Fabrizio Massaro su Il Corriere della Sera il 25 agosto 2021. Dopo quasi vent’anni Margherita Agnelli, 65 anni, riprende la disfida per l’eredità del padre contro i suoi primi tre figli, John Elkann e i fratelli Lapo e Ginevra, di fatto unici eredi del patrimonio dell’Avvocato — con la quota maggiore andata al figlio più grande oggi 45enne — di fronte a quello che l’unica figlia superstite dello storico presidente della Fiat considera un esautoramento di fatto dei suoi cinque figli avuti dal secondo marito, Serge de Pahlen. È una vicenda nella quale si intrecciano rancori decennali, incomprensioni radicate, visioni opposte del mondo, una posizione ben precisa su ricchezza e patrimonio fondata sul principio che «gli Agnelli comandano uno per volta», la sofferenza di Margherita per la morte prematura del fratello maggiore Edoardo, suicida nel novembre 2000 a 46 anni, il giallo sull’ammontare del tesoro effettivo dell’Avvocato scomparso il 24 gennaio 2003. Un rapporto teso, quello tra la vedova dell’Avvocato e la figlia, burrascoso, distante. Lo testimonia ulteriormente una frase riportata sul settimanale F (Cairo editore) di Margherita: «Mia madre mi ha sottratto un figlio come se fosse suo», disse nel 2004, fuori dai virgolettati, a Camilla Baresani quando rilasciò la famosa intervista in cui annunciava l’avvio della lite giudiziaria contro donna Marella e John Elkann. Margherita considerava estromessi dalle vere ricchezze Agnelli dei figli avuti con de Pahlen (Maria, Pietro, Anna, Sofia, Tatiana) e avrebbe inoltre lamentato l’allontanamento di quest’ultimo nel 2005 dai ranghi dirigenziali della Fiat — di cui era stato tra l’altro presidente in Brasile — ad opera proprio di John Elkann. Pare che de Pahlen puntasse allora a diventare presidente della Fiat, incarico che poi fu di John (e lo è tuttora, come numero uno di Stellantis).

Tutto ricomincia con la morte di Marella. A scatenare la seconda guerra di successione in casa Agnelli è un altro evento tragico: la morte di Marella Caracciolo, moglie di Gianni Agnelli e madre di Margherita.Con il decesso del 23 febbraio 2019 avvengono una serie di passaggi ereditari automatici che portano John Elkann al comando della holding dell’impero Agnelli: il controllo della Dicembre, una «società semplice» basata a Torino al vertice della galassia. Dalle carte appena pubblicate al registro delle imprese di Torino emerge — con un ritardo di anni — che il 60% è intestato a John e il 20% a testa a Lapo e Ginevra. La Dicembre controlla a catena il 38% della holding olandese Giovanni Agnelli Bv (l’ex Accomandita Agnelli) che, attraverso Exor, gestisce partecipazioni in Stellantis (14,4%), Ferrari (23%), Cnh (27%) e ha il controllo di Partner Re (assicurazioni), Juventus (64%), del gruppo editoriale Gedi (La Repubblica, La Stampa ecc).

Il potere a John Elkann. John Elkann entra nella Dicembre con quote a lui direttamente intestate nel 1996, con Gianni Agnelli ancora vivo. In quella fase entra nella società anche la madre Margherita. Nel 1999 l’Avvocato detta il futuro: in caso di impedimento, e al momento della morte, tutti i poteri passeranno al nipote John. Quando Gianni Agnelli muore, nel 2003, si apre una battaglia per l’eredità. Erano gli anni difficili della Fiat sull’orlo del fallimento.

L’accordo e la prima causa. Margherita, dopo una contesa con la madre Marella e il figlio John proprio sulle quote della Dicembre, firma nel 2004 un accordo: con un contratto di diritto svizzero accetta di rinunciare all’eredità del padre — e, in futuro, a quella della madre — in cambio di ville, immobili, titoli e opere d’arte per un valore stimato in 1,16 miliardi. E vende alla madre il suo 33% di Dicembre per 105 milioni. Subito dopo la nonna cede tutte le quote Dicembre ai tre nipoti, mantenendo l’usufrutto: John si consolida al 60% (aveva già le quote donate dal nonno), Lapo e Ginevra prendono il resto. Nel 2007, però, Margherita, ritenendo di essere stata tenuta all’oscuro dell’esatto patrimonio dell’Avvocato, chiede in tribunale un rendiconto completo di beni e attività che erano in mano ai consulenti storici di Gianni Agnelli. Pretese respinte in vari gradi di giudizio, in via definitiva. 

La seconda causa. «Pretese temerarie». Adesso, dopo oltre 15 anni dal maxi-accordo sull’eredità, Margherita ha impugnato in Svizzera il contratto con la madre Marella con il quale rinunciava alle quote che le spettavano nella Dicembre. Fonti legali vicini a John Elkann hanno ribattuto che «queste pretese temerarie, cui si resisterà con fermezza in ogni sede, non sono comunque idonee a mettere in discussione la partecipazione di maggioranza assoluta che John Elkann detiene nella società Dicembre». Secondo Margherita, assistita dall’avvocato Dario Trevisan, potrebbero inoltre esserci irregolarità nelle carte depositate alla Camera di Commercio che provano il passaggio delle quote. È in corso una vertenza a Torno contro l’ente per la verifica della documentazione depositata dal fronte Elkann appena lo scorso luglio.

La legge applicabile. Se Margherita riuscisse a far valere che la legge applicabile alla successione della madre Marella — morta in Svizzera ma cittadina italiana — è quella italiana e non quella svizzera, rivendicherebbe il diritto alla quota legittima dell’eredità: non solo il patrimonio al momento della morte ma anche le donazioni, dirette o indirette effettuate in vita, pur se risalenti a molti anni prima, comprese quelle della nuda proprietà a John, Lapo e Ginevra. E, in questa prospettiva, il patrimonio della Dicembre andrebbe ricalcolato ai valori del 2019. Quando la Fiat era già diventata Fca e si approssimava a diventare Stellantis con la fusione con la francese Psa.

Agnelli, il giallo delle quote e la successione di Marella. Mario Gerevini e Fabrizio Massaro su Il Corriere della Sera il 13 agosto 2021. Atti, contratti, bolli, timbri del passato analizzati al microscopio, compreso ogni passaggio della successione di Marella Caracciolo. È una minuziosa manovra legale che parte da lontano per provare a rimettere in gioco l’eredità dei genitori: Gianni Agnelli, scomparso nel gennaio 2003, e Marella, deceduta sedici anni dopo. Qualunque sia l’obiettivo finale di Margherita Agnelli, 65 anni, la faida familiare si è riaccesa sulla società Dicembre, la cassaforte del gruppo, e scuote (di nuovo) le fondamenta del regno governato dal primo dei suoi otto figli, John Philip Elkann, 45 anni. Un regno da 30 miliardi di euro che ha numerose aziende quotate in Borsa, a cominciare da Stellantis. E questo sposta la vicenda su un piano ben più ampio considerando le decine di migliaia di azionisti. Fonti legali vicine alla famiglia, tuttavia, delimitano il perimetro: «Queste pretese temerarie, cui si resisterà con fermezza in ogni sede, non sono comunque idonee a mettere in discussione la partecipazione di maggioranza assoluta che John Elkann detiene nella società Dicembre». Messaggio chiaro di John, Lapo e Ginevra Elkann alla madre (che ha avuto altri cinque figli con Serge de Pahlen): hai firmato un accordo definitivo a Ginevra con nonna Marella nel 2004 rinunciando alla quota nella Dicembre e incassando oltre un miliardo, hai voluto rimetterlo in discussione anni dopo perdendo fino in Cassazione, ora basta, non ci provare ancora. Gli avvocati di Margherita esprimono dubbi sulla correttezza formale degli atti (compravendite e donazioni di quote) alla base dell’attuale assetto della Dicembre, cioè la cassaforte di John (60%), Lapo e Ginevra (20% ciascuno) che è il maggiore azionista (38%) dell’olandese Giovanni Agnelli bv che attraverso Exor gestisce tra l’altro partecipazioni in Stellantis (14,4%), Ferrari (23%), Cnh (27%) e ha il controllo di Partner Re (assicurazioni), Juventus (64%), del gruppo editoriale Gedi (La Repubblica, La Stampa ecc). Quando i legali di John Elkann affermano che la maggioranza della Dicembre non può essere messa in discussione, mostrano in controluce uno dei motivi del contendere tra madre e figlio: il passaggio, avvenuto dopo la morte di Gianni, delle quote della Dicembre da Marella al nipote John, ovvero al capofamiglia designato dall’Avvocato. Semplificando una vicenda complessa, John è arrivato al 60% nella Dicembre in tre fasi: una donazione diretta dal nonno del 25%, inattaccabile; una donazione diretta nel 2003 dalla nonna della quota che lo porta in maggioranza; la vendita un anno dopo da parte di Marella della nuda proprietà delle sue quote residue a John, Lapo e Ginevra, tenendo per sé l’usufrutto, ovvero i diritti patrimoniali. Ma se Margherita impugnasse ora la successione della madre, e se sostenesse che la legge applicabile è quella italiana e non quella svizzera, rivendicherebbe il diritto alla legittima, cioè il 50% dell’asse ereditario della madre. Attenzione: questo vuol dire non solo il patrimonio al momento della morte ma anche le donazioni, dirette o indirette effettuate in vita, pur se risalenti a molti anni prima. Insomma, in questa prospettiva, il patrimonio andrebbe ricalcolato ai valori del 2019. Margherita Agnelli è in campo con un nuovo legale, l’avvocato Dario Trevisan, e seguirebbe così una strada diversa da quella della causa di rendiconto tentata 15 anni fa per sapere quale fosse l’effettivo ammontare del patrimonio del padre. La salita è ripida in quanto la successione di Marella si è aperta in Svizzera, dove sono validi i “patti successori” come quello che Margherita firmò nel 2004 rinunciando a ereditare in futuro le quote della madre. Ma quel patto potrebbe non reggere se Marella venisse considerata italiana ai fini successori, secondo le tesi dei legali di Margherita. Per quanto “temeraria”, l’offensiva proviene non da un azionista qualsiasi ma dalla madre del presidente di uno dei più grandi gruppi industriali e finanziari del mondo e la “Dicembre società semplice” è tutto meno che semplice, è lo scrigno del potere per antonomasia, riservata al punto di aver calpestato indisturbata per decenni, nell’accondiscendente Torino, le regole della trasparenza. È una sorta di Sacro Graal che custodisce passato e presente di una buona fetta del potere economico in Italia. Ma sembra essere anche il nervo scoperto, il tallone d’Achille della famiglia mentre Margherita si è travestita da Indiana Jones nella presunzione di difendere la purezza della successione che sarebbe stata “sporcata” da manovre oscure e patrimoni nascosti a sua insaputa. La partita potrebbe delinearsi meglio a settembre quando presumibilmente Margherita scoprirà le carte o lascerà il tavolo.

Agnelli, Margherita riapre la contesa sull'eredità: nuova guerra con Elkann. Affaritaliani.it Venerdì, 6 agosto 2021. I legali della famiglia Agnelli: "Non in discussione il controllo di John sulla Dicembre". Continua la querelle sull'eredità degli Agnelli, anzi si riapre. Dopo una sentenza definitiva della Cassazione e sei anni di tregua, Margherita de Pahlen, figlia di Gianni Agnelli e di Marella Caracciolo ha deciso di impugnare nuovamente gli accordi che aveva sottoscritto con la madre nel 2004, rinunciando alle quote della Dicembre, la società semplice a cui fa capo il controllo di Exor, holding che custodisce le partecipazioni del gruppo in Stellantis, nella Ferrari, nella Juventus e in altre società. In virtù di quegli accordi e della suddivisione ereditaria di Marella, il capitale della Dicembre è oggi posseduto dai figli di Margherita e del primo marito, John, Lapo e Ginevra Elkann. “E' da circa un quindicennio che Margherita de Pahlen cerca di mettere in discussione gli accordi sulla successione del padre e della madre da lei voluti e sottoscritti nel 2004 e che le hanno procurato beni che, soltanto all'epoca, valevano circa un miliardo e trecento milioni”. Così fonti legali della famiglia Agnelli-Elkann hanno commentato i nuovi sviluppi. “E' proprio nel quadro di tali accordi che Margherita ha deciso di vendere le sue partecipazioni nella Dicembre società semplice, con atto non più reversibile.? I tentativi di Margherita di rimettere in discussione le successioni dei genitori sono manifestamente infondati e del tutto contrari sia alle volontà paterna e materna, sia agli accordi dalla stessa sottoscritti. Nessuno di essi ha, infatti, mai avuto successo”, continuano le stesse fonti legali. Da ricordare che la società Dicembre è oggi di proprietà dei primi tre figli di Margherita, John, Lapo e Ginevra Elkann (con John che ha la maggioranza assoluta) ed è la società che detiene la quota più consistente delle azioni della Giovanni Agnelli e C BV che a sua volta a cascata controlla le società del Gruppo. “Queste pretese temerarie, cui si resisterà con fermezza in ogni sede, non sono comunque in alcun modo idonee a mettere in discussione la partecipazione di maggioranza assoluta che John Elkann detiene nella Dicembre s.s.”, concludono le stesse fonti. 

Le radici della contesa di Margherita Agnelli. "Le radici della contesa di Margherita, che ha avuto altri cinque figli dal secondo matrimonio con Serge de Pahlen, risalgono a un periodo in cui il gruppo versava in condizioni molto diverse da quelle attuali. Era stato Gianni Agnelli nel 1997 a individuare in John il suo successore e, due anni più tardi, la scelta era stata confermata all’unanimità dai soci della Dicembre, Margherita compresa", spiega Repubblica. "Alla scomparsa del padre, nel 2003, Margherita contestò tuttavia le disposizioni e avviò una lite, che si concluse nel 2004 con un accordo firmato a Ginevra, che comprendeva un patto per la successione di Marella stessa. Uscì così dalla Dicembre e ottenne in cambio un patrimonio stimato in 1,3 miliardi di euro".

Eredità Agnelli, guerra tra Margherita e Marella/ Atti segreti, "pensione" negata e…Emanuela Longo l'11.08.2021 su ilsussidiario.net. Eredità Agnelli, la lunga guerra tra Margherita e la madre Marella Caracciolo, tra documenti tenuti segreti, "pensione" negata e strane firme. Con la morte di Marella Agnelli si è inevitabilmente aperta la grande guerra per l’eredità tra Margherita Agnelli e suo figlio John, interessati all’enorme patrimonio della scomparsa in gran parte all’estero, trattandosi di quello che le era stato lasciato in eredità a sua volta dal marito Gianni. Proprio attorno al grande patrimonio accumulato da Marella sono stati numerosi gli interrogativi riportati anche da La Verità, fino alla scoperta da parte degli investigatori della figlia Margherita che dopo aver raccolto una serie di elementi sarebbero giunti ad una “conclusione sconcertante”. “Per trasferire l’intero patrimonio di Gianni Agnelli, o di gran parte di esso, ci sarebbe stato bisogno solo di una paginetta di poche righe in fondo alla quale c’era una ormai irriconoscibile firma dell’Avvocato”, scrive il quotidiano. Lo stesso era accaduto nel settembre 2002 per la donazione dei quadri di Gianni alla Pinacoteca. Secondo gli investigatori, pochi giorni prima della morte di Gianni, a Villa Frescot sarebbero giunte cinque auto con i notai “per l’operazione chiave per la destinazione definitiva del patrimonio Agnelli al di fuori del testamento”. Nella villa oltre a donna Marella ci sarebbero stati Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens. Il notaio giunto nell’abitazione avrebbe predisposto una “procura generale” che conferiva a Marella un potere assoluto sui beni di Gianni, almeno quelli in Italia.

EREDITÀ AGNELLI, MARGHERITA ED IL LAVORO DEGLI INVESTIGATORI. Gli investigatori di Margherita Agnelli, tuttavia, avrebbero raccolto una testimonianza molto importante secondo la quale i testimoni che avrebbero dovuto presenziale all’atto e alla firma, così come le infermiere erano stati fatti uscire. I testimoni, dunque, non avrebbero potuto, come previsto dalla legge, assistere al momento più importante della firma da parte di Gianni Agnelli del quale non si conosceva lo stato di salute. E si sarebbero limitati a “ubbidire” apponendo la loro firma. Si tratta di una versione veritiera? Sicuramente, come aggiunge La Verità, confrontando la firma di Gianni Agnelli in calce alla donazione dei suoi quadri alla Pinacoteca, questa sarebbe molto diversa dall’originale. In merito al vasto patrimonio di cui disponeva Marella, secondo la figlia questo rappresentava la “cassa nera” entrata nella disponibilità della madre dopo la morte di Gianni Agnelli. Oltre a poter contare su altri proventi, Marella nei suoi ultimi 16 anni avrebbe però anche dovuto far fronte ad ingenti spese per il mantenimento delle proprietà in Italia oltre che per il personale di servizio e l’assistenza sanitaria. Secondo la figlia, la donna avrebbe goduto di “una enorme quantità di beni racchiusi in conti esteri e beneficiare di colossali rendite derivanti da un patrimonio mai emerso”. Secondo Margherita, dunque, la donna si sarebbe appropriata, senza renderla partecipe, di parte del denaro spettante anche a lei in quanto erede. Dunque le avrebbe sempre impedito di venire a conoscenza delle informazioni sul patrimonio del padre e sui suoi maggiori segreti finanziari.

L’ACCORDO FIRMATO DOPO LA MORTE DI MARELLA. Nel 2004 Margherita firma l’accordo tombale di Ginevra. Con la morte di Marella Caracciolo il patrimonio della figlia ebbe un importante cambiamento: molti beni passarono infatti nella disponibilità di Margherita che si vide diventare proprietaria di tutto ciò di cui fino a quel momento aveva solo la nuda proprietà. Con la morte della madre, la donna è diventata più ricca di almeno 2,3 miliardi, come scrive La Verità, ai quali si aggiungono 1,4 miliardi di euro destinati a lei nell’accordo del 2004. Margherita divenne anche proprietaria di una preziosa collezione di 115 quadri, lasciati da Gianni in usufrutto alla vedova e che contemplavano, tra le altre, anche tre opere di Picasso. Tra gli altri vantaggi per Margherita dopo la morte della madre, anche quello di non doverle più pagare un assegno annuale di 7 milioni di euro, in ratei mensili, che era stato ottenuto da Marella come parziale “sacrificio” subito a suo dire con l’accordo di Ginevra. Poco prima della morte della madre, Margherita decise di fare uno “sgarbo” a Marella, interrompendo il pagamento di quella “pensione” che tanto l’aveva fatta penare. Dopo aver atteso qualche mese fu informato John e tirato in ballo gli avvocati con una guerra che si è prolungata a lungo. Esattamente fino alla morte di Marella, in seguito alla quale Margherita non poté prendere possesso della villa per alcuni anni in quanto “occupata” da un regolare inquilino, il figlio John.

Estratto dell'articolo di Gigi Moncalvo per "Panorama", pubblicato da "la Verità" il 4 agosto 2021. Questa volta John Elkann, l'uomo che fa diventare oro ciò che tocca, sembra aver combinato un bel pasticcio forse dovuto alla fretta. A rivelarlo, paradossalmente, è stato egli stesso. Ha «dimenticato» e tenute «nascoste» alle autorità italiane per ben 18 anni, nonostante ciò che impone la legge, le informazioni e i documenti riguardanti la sua cassaforte personale, che prima era del nonno, la «Dicembre società semplice». Dal 2003 John è il socio di maggioranza e amministratore di questa società (dopo esservi stato ammesso da Gianni Agnelli nel 1996, a 19 anni) ma solo un mese fa ha finalmente deciso di mostrare le carte []. Perché tanta segretezza e per tanto tempo? [] La causa è principalmente il pressing che Margherita Agnelli sta intensificando contro il figlio. Il nuovo motivo del contendere è il gigantesco patrimonio che donna Marella, la vedova dell'Avvocato, ha lasciato dopo la morte, il 23 febbraio 2019. Margherita, diventata piena proprietaria degli immobili e delle opere d'arte di cui la madre era usufruttuaria, non si è accontentata e ha aperto un alto fronte. Un anno prima che Marella morisse aveva intentato una causa al Tribunale di Ginevra chiedendo la nullità dell'accorso stipulato con la madre nel febbraio 2004 per dividere con lei (alla figlia erano toccati 1,163 miliardi di euro) il patrimonio all'estero dell'Avvocato. In quell'accordo Margherita aveva anche rinunciato «in via tombale» ai suoi diritti ereditari [...] ma ha atteso ben 15 anni prima di impugnare quell'accordo. Quando la madre è scomparsa, Margherita ha chiamato in causa John [...]. L'avvocato di quest' ultimo, Carlo Lombardini, autore di quell'accordo del 2004 studiato nei minimi termini, aveva avuto buon gioco nel sostenere che se Margherita aveva firmato e poi ci aveva ripensato la ragione era semplice: nel 2004 credeva che il gruppo Fiat non avesse futuro, mentre negli anni successivi - grazie a Sergio Marchionne e a John - era diventato altamente redditizio. Facile, quindi, chiedere oggi di rivedere tutto. In questa causa senza speranze, Margherita era pentita soprattutto di aver «svenduto» per 105 milioni di euro alla madre, che l'aveva girata al nipote, la quota della Dicembre, che ora vale molto di più e continua a essere il perno del comando e la vera fonte di grandissimi profitti. [] La Dicembre non è un'entità qualsiasi. Nonostante esistesse dal 1984, non era nemmeno stata iscritta al Registro imprese dalla Camera di commercio di Torino, come prevede la legge. [] Da quell'atto costitutivo mai portato alla luce emergeva che, dopo la morte di Gianni, la società risultava avere tre soci molto anziani: Marella Agnelli, classe 1927, Gianluigi Gabetti del 1924, e Cesare Romiti del 1923. Inoltre c'era scritto che controllavano la società con 6,20 euro: Marella con dieci quote da mille lire ciascuna (5,16 euro) e gli altri due con l'equivalente di 0,52 centesimi. [] La storia della Dicembre è significativa. La società era stata costituita il 15 dicembre 1984 (capitale 99 milioni e 980 mila lire) con cinque soci: Gianni Agnelli (99,9 per cento), Marella Agnelli (10 quote da mille lire ciascuna), e con altre tre quote da mille lire Umberto Agnelli, Cesare Romiti, Gianluigi Gabetti. [] Poi avviene [] un trasferimento in Liechtenstein, il 30 luglio 1991, poco prima che scoppi Tangentopoli []. Ad aprile 1996, mentre l'inchiesta Mani pulite comincia a spegnersi, la Dicembre torna in Italia. Il 10 aprile 1996 arriva il momento-chiave: John, che ha solo 19 anni, entra tra i soci di Dicembre. [] Per la Camera di commercio di Torino la Dicembre continua a non esistere, nessuno comunica nulla. [] Ed eccoci alla morte di Gianni, il 24 gennaio 2003. L'11 aprile 2003 John diventa amministratore di Dicembre. Un mese dopo la morte del nonno ne diventa anche il padrone assoluto: sua nonna (che conserva il 7,9 per cento) gli ha donato gran parte delle sue quote (che portano Jaki al 58,7 per cento) relegando Margherita in minoranza. [] Lei cede alla madre il suo 35 per cento in cambio di 105 milioni di euro. La Camera di commercio era l'unica a Torino a non sapere nulla, anche se avrebbe dovuto intervenire d'imperio segnalando al giudice una serie di incredibili anomalie. Fino a che, il 25 giugno 2012, finalmente Dicembre viene iscritta nei Registri [].Sulla «folgorazione» improvvisa di John è emerso un secondo elemento, [] ad accendere i fari sulla vicenda [] [è stata] Katherine M. Shiu, branch chief di Oiea (Office of investor education and advocacy), il settore anti-frodi della Sec, Security exchange commission, l'organismo che sovrintende e controlla tutte le attività legate alle società quotate alla Borsa di New York e alle loro partecipate.Secondo alcune fonti il 5 aprile scorso i vertici della Sec (il presidente Gary Gensler e i due commissioner Elad L. Roisman ed Hester M. Peirce) hanno ricevuto dall'Italia un dettagliato dossier cui erano allegate le visure della Dicembre. Da esse emergeva che la controllante di due società quotate dall'ottobre 2014 alla Borsa di New York (Fca fino al gennaio scorso e Ferrari NV) era interamente composta da tre persone da tempo defunte con quote per un controvalore di euro 6,20. Nel documento non figurava mai il nome di John Elkann. [] Jaki ha svelato circostanze che aprono nuovi fronti, soprattutto fiscali nei confronti suoi e di Lapo e Ginevra Elkann. E in pratica si è autoaccusato di non aver rispettato la legge italiana in numerose circostanze. [] John è entrato in un campo minato che apre fronti fiscali di vaste dimensioni. Ah, quando c'era Sergio Marchionne (nemmeno ricordato a tre anni dalla morte) certe cose non sarebbero mai capitate.

Gigi Moncalvo per "la Verità" l'11 agosto 2021. Com'era prevedibile, la morte di Marella Agnelli ha aperto una nuova grande «guerra di successione» tra Margherita Agnelli e suo figlio John per mettere le mani sull'enorme patrimonio della scomparsa, in gran parte all'estero dato che si trattava di quello lasciatole in eredità dal marito Gianni e di cui la defunta era entrata in possesso nel 2004 dopo aver «sistemato» le cose con sua figlia. Alla morte della madre, il ragionamento della figlia era stato molto semplice. Partendo dal fatto che Marella nel corso della propria vita non aveva mai avuto beni e redditi propri, men che meno derivanti dallo scarso patrimonio della famiglia Caracciolo, e nemmeno rendite personali se non quelle «elargite» dal marito e «controllate» dai «custodi» Gabetti e Grande Stevens, come era possibile che la defunta avesse lasciato un patrimonio immenso in gran parte custodito in paradisi fiscali? Era stata lei (e come aveva fatto?) ad accumulare nel corso del tempo una simile fortuna e a vederla moltiplicare dopo la morte del marito, oppure si trattava di una serie di donazioni fatte dal defunto prima della propria morte e avute dalla moglie fuori dal testamento e quindi in grandissima parte «sottratte» all'altra erede, cioè la propria figlia? Per caso queste eventuali «donazioni» erano state perfezionate nel periodo prossimo alla morte dell'Avvocato, e quindi al di fuori dei limiti temporali previsti dalla legge (sei mesi prima della scomparsa) e anche in misura superiore al consentito (cioè ben oltre la quota «disponibile») e revocabili su richiesta degli eredi? Margherita sapeva o credeva di conoscere i tempi e le circostanze in cui sua madre era entrata in possesso di quella ingente quantità di beni. Non si trattava di donazioni o trasferimenti di denaro né di cambi di intestazioni di titoli o quote azionari. No, sarebbe stato tutto molto più semplice. Gli investigatori di Margherita avevano raccolto una serie di elementi che li avevano portati a una conclusione sconcertante. Per trasferire l'intero patrimonio di Gianni Agnelli, o di gran parte di esso, ci sarebbe stato bisogno solo di una paginetta di poche righe in fondo alla quale c'era una ormai irriconoscibile firma dell'Avvocato. Anzi di uno spezzone del suo nome e cognome. Com' era già avvenuto pochi mesi prima, settembre 2002, per la donazione dei quadri di Gianni alla Pinacoteca, alla viglia dell'inaugurazione della stessa. Gli investigatori avevano avanzato, non si sa con quale grado di attendibilità, l'ipotesi che pochi giorni prima della morte di Gianni, nel tardo pomeriggio di una domenica di gennaio del 2003 (e quindi presumibilmente il 13 o il 20 gennaio, dato che Agnelli è morto venerdì 24), cinque auto fossero salite a Villa Frescot a breve distanza temporale l'una dall'altra per l'operazione chiave per la destinazione definitiva del patrimonio Agnelli al di fuori del testamento. Sulle rispettive vetture sarebbero arrivati due dipendenti di uno studio notarile, che dovevano fungere da testimoni, e lo stesso notaio. Dentro la villa ad attenderli ci sarebbero stati donna Marella, affiancata da Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens. Il notaio aveva già predisposto una «procura generale» di poche righe che conferiva a Marella un potere assoluto sui beni del moribondo, almeno quelli in Italia. Al di là delle forme e delle condizioni fisiche di Gianni Agnelli (era in grado di intendere e di volere?), gli investigatori di Margherita sostenevano di aver raccolto una testimonianza che racchiudeva un particolare molto rilevante: uno dei due testimoni che avrebbero dovuto presenziare all'atto e alla firma affermava che essi non erano stati nemmeno fatti entrare nella camera di Gianni Agnelli. Erano stati fatti attendere in una sala adiacente dato che là erano entrate solo quattro persone. Anche le due infermiere erano state fatte uscire. I due testimoni, in sostanza, non avrebbero potuto, come previsto dalla legge, presenziare alla lettura dell'atto né assistere al momento più importante, e cioè la firma da parte di Gianni Agnelli. All'uscita dalla camera - secondo la testimonianza -si sarebbero limitati a «ubbidire» apponendo la loro firma. Chissà se questa versione è vera o meno. Questo è quanto Hurner ha raccontato a Margherita non si sa allegando quali prove e soprattutto quale testimonianza. Un dato appare certo: basta andare alla prefettura di Torino e consultare il fascicolo della Fondazione Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli. Si potrà notare come la firma di Gianni Agnelli in calce alla donazione dei suoi quadri nel settembre 2002 sia molto diversa dall'originale. L'ingente patrimonio di cui disponeva la madre negli ultimi anni, secondo la figlia, rappresentava la «cassa nera» entrata nella disponibilità della madre alla morte di Gianni Agnelli nel gennaio 2003 o nei mesi di poco precedenti la morte. Nel corso del tempo Marella, oltre ai proventi dell'accordo di Ginevra, aveva potuto contare su alcuni asset «liberati» dalla morte del marito e di cui poteva disporre personalmente: ad esempio, il ricavato della vendita all'asta dell'appartamento di New York e di alcuni arredi di quel prezioso duplex al 770 di Park Avenue, altre rendite immobiliari legate all'alienazione di alcune proprietà a Parigi, ma ufficialmente niente di più. D'altro canto, invece, Marella nei suoi ultimi 16 anni aveva dovuto sostenere ingenti spese di mantenimento per le proprietà in Italia, in particolare per Villar Perosa, per la villa di Saint Moritz, per il riad di Marrakesh in Marocco, per l'ex convento di Alzipratu in Corsica. Senza parlare dei costi per il personale di servizio e per l'assistenza sanitaria. E infine per l'acquisto della sua nuova residenza svizzera a Samaden. Ne deriva che - secondo la figlia - fino alla propria morte, Marella aveva potuto contare su una enorme quantità di beni racchiusi in conti esteri e beneficiare di colossali rendite derivanti da un patrimonio mai emerso. Ciò significa, secondo Margherita, che, senza informarla, sua madre si era appropriata di ciò che apparteneva al defunto e quindi per metà anche a lei, dato che tali somme avrebbero dovuto essere divise a metà tra le due legittime eredi. Sempre secondo la figlia, Marella Caracciolo si sarebbe dunque prestata - consapevolmente o meno - alle manovre di coloro che l'hanno guidata nella lunga vertenza per l'eredità. E, alla fine, avrebbe volutamente danneggiato l'altra legittima erede impedendole di avere conoscenza di tutte le informazioni che contribuivano a determinare l'entità globale della massa successoria. Tutto ciò sarebbe dimostrato dalle pressioni, dagli ostacoli, dalle resistenze, dalle condizioni, dalle clausole che sono state imposte a Margherita per impedirle di conoscere tutte le informazioni riguardanti il patrimonio del padre, la distribuzione degli asset nei vari conti bancari, le rendite annue, le società estere, i nomi degli amministratori delle fondazioni, delle stiftung, delle anstalt, delle finanziarie, le generalità dei beneficiari e degli intestatari. Per arrivare a questo le sarebbero stati nascosti documenti conservati nel «family office» di Zurigo, la cassaforte personale dei segreti finanziari di Gianni Agnelli. Su ordine di chi Siegfried Maron e Ursula Schulte, i due «responsabili» della struttura finanziaria svizzera, avrebbero agito contro una delle due eredi? Tale condotta avrebbe avuto un altro fine, secondo la figlia: costringerla a privarsi delle quote della Dicembre e delle azioni dell'Accomandita, trasformando tali asset in denaro e inglobandoli nella somma finale dell'accordo transattivo, al fine di estrometterla dalla Fiat facendole credere che era conveniente liberarsi di quei pacchetti. Margherita aveva sempre nutrito il sospetto di essere stata tenuta all'oscuro di gran parte dei segreti di suo padre. Temeva che Gabetti e Grande travalicassero il loro ruolo di «consiglieri» o di «amministratori» o di «protectors» («protettori») come era scritto in alcune delle poche carte che Margherita era riuscita a scoprire, gran parte delle quali era stata proprio la «controparte» a farle avere facendole credere che non aveva nulla da nascondere e che gliele avesse consegnate generosamente, per dimostrare buona fede, o facendo in modo che credesse di essere stata lei a scovarle. Margherita, nel corso della trattativa, densa di aspetti a tratti paradossali, durata quasi un anno per venire a capo del patrimonio estero di suo padre, aveva messo a fuoco alcuni «sospetti» che, con il passare degli anni, a suo avviso erano stati confermati dai fatti anche vedendo su quale immenso patrimonio sua madre potesse contare. La figlia era arrivata a sospettare anche di un doppio gioco dei propri avvocati e pensava di non essere stata difesa né tutelata, cadendo ingenuamente in una serie di tranelli orditi dalla controparte, nel silenzio e nella mancanza di reazione dei propri legali, attraverso l'abile condotta di Carlo Lombardini, che, scelto da Grande Stevens e ispirato da Gabetti (che controllava anche i due «dioscuri» del family office), guidava le danze in nome e per conto di Marella. Margherita, nel momento stesso in cui firmò quell'accordo così faticosamente raggiunto, aveva manifestato i propri sospetti. Al punto che scrisse di suo pugno in francese le sue perplessità sull'ultima pagina di quell'accordo transattivo: «J' accepte, par gain de paix, de regler definitivement la succession de mon pére conformément a cette proposition tout en précisant qu' a mes yeux certains chiffres ne sont pas confirmés a la realité». Vale a dire: «Accetto, per motivi di pace, di risolvere definitivamente la successione di mio padre in conformità a questa proposta, chiarendo che ai miei occhi alcune cifre non sono conformi alla realtà». È una frase che servirà a Margherita per sostenere che la sua volontà era stata in qualche modo «coartata», nonostante fin da allora pensasse che le cifre indicate su quell'accordo non fossero reali. Da quel momento questo aspetto marchierà indelebilmente gli avvenimenti successivi e farà sorgere nuovi dissapori. Margherita credeva di essere stata «fregata». Aveva firmato solo «per motivi di pace», illudendosi che quel gesto rendesse possibile la fine delle ostilità. Invece ne era l'inizio.

John Elkann forse pensava che sua madre si sarebbe accontentata ancora una volta dopo l'accordo tombale di Ginevra del 2004. La morte di Marella Caracciolo, infatti, avrebbe e ha determinato una serie di conseguenze notevoli e molto remunerative per la figlia dal punto di vista patrimoniale, nonostante sua madre - proprio in virtù dell'accordo «tombale» del 2004 - l'abbia esclusa dal proprio testamento. La conseguenza più immediata riguardava il passaggio, automatico e istantaneo nella disponibilità completa di Margherita Agnelli di molti beni, quelli su cui la scomparsa aveva l'usufrutto, così come indicato nel testamento di Gianni Agnelli. Margherita, dunque, aveva visto diventare di sua piena proprietà tutto ciò su cui fino a quel momento aveva solo la nuda proprietà. Si trattava di beni immobili di grande valore, anche se di difficile valutazione commerciale. Nel maggio 2003, nel suo memorandum sui beni in Italia di Gianni Agnelli, il commercialista di famiglia Gianluca Ferrero (detto «Il Contabile») aveva stimato «in via di larga approssimazione» il valore di questi immobili in 45 milioni di euro. Si tratta, prima di tutto, della proprietà di Villar Perosa, il simbolo della dinastia, con tutti gli arredi. Poi Villa Frescot in collina a Torino, che ha rappresentato per anni la residenza di Gianni Agnelli e in cui fino a qualche tempo fa hanno abitato John Elkann e la sua famiglia (con l'autorizzazione dell'usufruttuaria, cioè la nonna). E poi Villa Sole e Villa Bona, le due residenze poco lontane da Frescot, la prima delle quali era la casa in cui il padre aveva concesso di vivere, senza mai intestargliela, al figlio Edoardo. Nello stesso perimetro c'è anche Villa Bona, una sorta di seconda residenza. Il quinto immobile in Italia è il grande appartamento che si trova a Roma, all'ultimo piano di Palazzo Carandini (erroneamente definito Palazzo Agnelli) proprio di fronte al Quirinale. Da mesi Margherita sta cercando un compratore poiché il prezzo richiesto è ritenuto «esagerato»: 20 milioni. Il commercialista Ferrero nel 2003 aveva precisato che due degli immobili in questione (Villar Perosa e Villa Frescot) «sono di particolare pregio, anche storico, ma probabilmente di difficile commerciabilità». E aveva aggiunto che «il valore indicato non è da intendersi come stima di mercato [] ma come una valutazione indicativa al solo fine di determinare un ordine di grandezza del valore dell'intero patrimonio caduto in successione». Anche se due anni prima l'imposta sulle eredità era stata abolita dal governo Berlusconi, il commercialista aveva tenuto più basso possibile il valore complessivo. Al momento della morte di sua madre, il 23 febbraio 2019, Margherita aveva incamerato immobili il cui valore può essere certamente stimato in più di 300 milioni di euro. Non è tutto. Margherita era divenuta piena proprietaria anche della preziosa collezione di 115 quadri, lasciati da Gianni in usufrutto alla vedova, il cui elenco dettagliato rappresenta la «parte segreta» dell'accordo transattivo del febbraio 2004. Tra queste opere d'arte ci sono tre Picasso, sei Paul Klee, un Francisco Goya, quattro Gustav Klimt, cinque Egon Schiele. A Margherita erano già stati consegnati, in virtù dell'accordo di Ginevra, altri 114 quadri (più 41 rimasti in deposito a Villa Frescot). Di questa collezione facevano parte altre 37 tele di cui Marella era piena proprietaria e che ha voluto destinare a John. Il valore totale della collezione nel 2004 venne stimato, molto al ribasso, in 213 milioni di dollari da David Somerset, l'esperto d'arte di cui Gianni si fidava di più. Ma tale stima era molto al di sotto del valore reale. Basti pensare che, ad esempio, il famoso Harlequin, un'opera del 1909 di Pablo Picasso, venne valutato 6 milioni di dollari in sede di accordo tra madre e figlia, ma il suo valore cinque anni dopo era già salito a 30 milioni, secondo un catalogo d'asta di Sotheby' s dell'ottobre 2008. In una perizia che Marella fece fare nel 2018 la stima era salita a 90 milioni. Non è fuori luogo, quindi, affermare che in proporzione l'intera collezione possa oggi valere non 213 milioni ma oltre 2 miliardi di dollari. In sostanza, al momento della morte di sua madre, Margherita è diventata più ricca di almeno 2,3 miliardi. La somma va aggiunta a quanto già destinato a lei nell'accordo del 2004, cioè 1,4 miliardi di euro. Un totale di almeno 3,7 miliardi. Oltre a questo, un altro immediato vantaggio per Margherita in virtù della morte della madre è stato quello di non doverle più pagare un assegno annuale di 7 milioni di euro, in ratei mensili, che era stato ottenuto da Marella quale parziale compensazione del «sacrificio» - a suo dire - che aveva dovuto subire con l'accordo di Ginevra. In quei 15 anni (dal febbraio 2004 al febbraio 2019), la figlia aveva versato alla madre 105 milioni di euro. Era, curiosamente, la stessa cifra che Marella aveva versato alla figlia per comprare la quota di quest' ultima nella Dicembre per tagliarla fuori dalla cassaforte di famiglia. Margherita, che riteneva una trappola l'accordo del 2004, era furibonda di dover continuare a pagare quella cifra mensile che l'avvocato di Marella, Carlo Lombardini di Ginevra, con il suo accento francese, chiamava la «pansione», cioè la «pensione». Margherita parlava di una vera e propria sofferenza allorché ogni mese autorizzava il bonifico di quasi 600.000 euro alla propria madre. Da lungo tempo meditava di sospendere i pagamenti, a titolo di «ritorsione. Ma gli avvocati di sua madre nel 2004 avevano posto una condizione per impedire che la «pansione» non venisse più pagata il primo giorno di ogni mese. Avevano ottenuto in pegno 26 quadri. Nel gennaio del 2018, poco più di un anno prima della morte di sua madre, all'improvviso Margherita fece un gesto che avrebbe potuto evitare: smise di firmare quell'accredito mensile a favore di Marella. Fu il momento sbagliato poiché la madre stava molto male, e inoltre non era possibile violare unilateralmente un impegno firmato. La contessa de Pahlen era arrivata a questa decisione dopo che, rosa dall'ansia di voler aprire nuovi fronti legali, aveva consultato due giureconsulti svizzeri per sapere se esistesse la possibilità di intraprendere un'altra guerra giudiziaria: chiedere l'annullamento del famoso e mai digerito accordo di Ginevra, nonostante fossero passati 13 anni (si era negli ultimi mesi del 2017). Margherita, dunque, aveva incaricato due importanti studi legali a Zurigo e Basilea di studiare il famoso accordo del 2004 e l'annesso patto successorio (contenente l'accordo tombale sulla rinuncia all'eredità futura di Marella) per vedere se esistessero aspetti che avrebbero potuto rimettere tutto in discussione. La formulazione di questo parere pro veritate fu affidata senza che nessuno dei due studi legali, per non essere in qualche modo influenzato, sapesse che anche l'altro stava lavorando in contemporanea sulla stessa questione. I due studi dovevano esprimersi su questo aspetto: esistevano margini per poter chiedere a una Corte svizzera la nullità o l'annullabilità del contratto? Un accordo è nullo quando è contrario a norme imperative, quando mancano o non si sono realizzati uno dei quattro requisiti (accordo, causa, oggetto, forma), quando la causa è illecita o manca l'oggetto del contratto. Il contratto nullo è come se non fosse mai stato stipulato. Un accordo invece è annullabile nel caso di vizi del consenso e nei casi di errore, violenza minacciata o dolo. L'errore è riconoscibile quando una persona di normale diligenza avrebbe potuto rilevarlo. Margherita riteneva di essere stata vittima proprio di questo. I due giuristi erano pervenuti a conclusioni analoghe: a loro parere l'accordo e il patto presentavano aspetti di annullabilità. Non restava che rivolgersi a un Tribunale svizzero. E Margherita lo fece immediatamente nella speranza che il giudice dichiarasse quell'accordo «non valido», come se non fosse mai esistito, con tutto quanto ne conseguiva. Si sarebbe quindi venuta a creare una situazione per cui i contraenti avrebbero dovuto restituire reciprocamente ciò che avevano ricevuto, in particolare riguardo all'asset più pregiato: il controllo del gruppo automobilistico. Marella avrebbe dovuto ridare alla figlia le azioni di controllo del gruppo Fiat (in primis le quote della Dicembre, quelle dell'Accomandita Giovanni Agnelli & C. e di Exor e le partecipazioni da essa detenute, insieme ad altri numerosi asset), mentre Margherita avrebbe dovuto ridare alla madre, con gli interessi, il denaro e i beni ricevuti in quel lontano 2004. C'era una sola ma importantissima differenza tra i due pareri legali. Secondo Zurigo, l'accordo era annullabile al 100%, non c'era alcun dubbio. Era proprio ciò che Margherita voleva sentirsi dire. Invece, il parere di Basilea, pur arrivando alle stesse conclusioni, delineava uno scenario che invitava alla prudenza e introduceva un importante elemento di cui tener conto: anche se l'accordo fosse stato nullo o annullabile, bisognava tener conto di un orientamento giurisprudenziale che da tempo caratterizza molti sistemi giuridici europei. E cioè: il divieto di abuso del diritto. Significa che non è possibile pretendere che, pur di fronte a una nullità o annullabilità conclamata, un accordo dopo un certo tempo e di fronte al mutare delle condizioni venga cancellato se la situazione è radicalmente mutata. In altre parole, se Margherita aveva deciso di «disfarsi» delle azioni del gruppo automobilistico quando il loro valore era minimo e si prefiguravano tempi bui, a distanza di anni non era possibile chiedere la restituzione di quegli asset che nel frattempo avevano moltiplicato il loro valore di almeno 20 volte. Utilizzare il ricorso per una simile «operazione» configurerebbe un «abuso del diritto». L'esercizio del diritto, quindi, è «inammissibile se può avere il solo scopo di provocare danno ad altri». Il parere di Basilea, dunque, anticipava saggiamente i pericoli e i rischi legati a un'azione giudiziaria volta a chiedere la cancellazione degli effetti dell'accordo del 2004. Non solo, ma oltre al rischio fondato di vedersi respingere la richiesta, c'era anche quello di essere sanzionati dalla Corte. Margherita Agnelli non ha tenuto in alcun conto del parere dello studio di Basilea e ha optato per la immediata causa contro l'anziana madre. Ha fatto preparare un'azione giudiziaria e l'ha presentata al Tribunale di Ginevra nei primi mesi del 2018. Ovviamente non sapeva che Marella sarebbe morta nel giro di un anno, ma era facile prevedere che le restasse poco da vivere. Nonostante questo non ha esitato a chiamarla in causa indicando, in subordine - nel caso la madre nel frattempo fosse venuta a mancare - anche un secondo convenuto: il figlio John Ekann. Egli, furibondo, ha scelto come difensore l'avvocato Carlo Lombardini di Ginevra. Il legale conosce benissimo la materia poiché, tra il 2003 e il 2004, era stato lui a guidare sul campo le operazioni, con Gabetti e Grande Stevens. Lombardini aveva condotto le trattative con gli avvocati di Margherita ed era stato il principale artefice della formulazione di quell'accordo. Di conseguenza, l'avocato svizzero vedeva messa in dubbio anche la sua capacità professionale. Il legale ginevrino era completamente d'accordo con le considerazioni espresse da John: «Mia madre 15 anni fa si è "disfatta" molto volentieri delle azioni del gruppo poiché valevano poco. Riteneva impossibile che Fiat uscisse dalla crisi in cui si trovava e non pensava che il valore del gruppo, dopo aver corso il rischio del fallimento, crescesse enormemente com' è avvenuto con un duro lavoro. È troppo comodo, adesso, pentirsi di non aver creduto nell'azienda e quindi in me e nel mio lavoro e chiedere la restituzione di azioni che ora valgono almeno 20 volte tanto!». Margherita, in quel gennaio 2018, contemporaneamente all'azione giudiziaria, fece un altro sgarbo alla madre, un gesto che avrebbe potuto evitare. Sulla base di quei due pareri legali, decise di interrompere immediatamente il pagamento della «pensione» mensile alla società che agiva per conto di sua madre. La signora che si occupava degli affari amministrativi e contabili della vedova Agnelli pensò si trattasse di un errore o di un problema bancario e informò Marella senza crearle inutili allarmismi. Ma, alla fine del febbraio successivo, quando non arrivò nemmeno l'altra rata, informò John. Venne attivato l'avvocato Lombardini che, con grande accortezza, telefonò a casa di Margherita ad Allaman (non riuscendo a sapere qual era il nuovo legale della contessa de Pahlen) per avere notizie. Solo qualche giorno dopo, il nuovo e inesperto segretario di Margherita diede una sorprendente risposta: «La contessa mi incarica di informarla che il pagamento mensile è sospeso». Quando finalmente riuscì ad avere una laconica motivazione («Si tratta di motivi di ordine legale»), Lombardini chiese qual era l'avvocato di Margherita cui rivolgersi. Nessuna risposta. Il neo segretario evidentemente ancora non sapeva a quale tipo di figuracce sarebbe stato esposto nel corso del tempo. Margherita, all'improvviso, aveva affidato a questo giovanotto i pieni poteri, soprattutto quello di tenere i rapporti con il folto gruppo di persone con cui non voleva comunicare direttamente. Al nuovo collaboratore era stato addirittura affidata la delicatissima responsabilità di capo del «family office». Si trattava di Achille Deodato, 35 anni, laurea alla Luiss di Roma, figlio di Giuseppe Mario Benedetto Deodato, siciliano di Villarosa (Enna), dal 2006 e per qualche anno ambasciatore a Berna (nominato dal governo Prodi e quindi dal ministro degli Esteri Massimo D'Alema), dal 2003 direttore generale della Farnesina per la cooperazione allo sviluppo. Margherita aveva affidato a Deodato jr una delega generale e un potere assoluto, arrivando addirittura a licenziare il suo procuratore speciale in Italia, l'avvocato Roberto Cattro, un professionista che aveva svolto incarichi molto delicati nei suoi tre anni di lavoro, specie nell'ultimo periodo di vita di Marella, compresi i contatti con la magistratura e gli avvocati, soprattutto controllando lo stato degli immobili, i rapporti con il personale, l'inventario fotografico e la valutazione aggiornata di tutti i beni di cui Marella aveva l'usufrutto e Margherita la nuda proprietà. Sembra che Cattro abbia in corso un tentativo di definizione amichevole, una causa assistito dallo Studio Bin di Torino. Margherita non aveva voluto sentire ragioni ed era ostinatamente andata avanti per quella strada. La sospensione del pagamento alla madre, senza che venisse data alcuna comunicazione, aveva ovviamente determinato periodiche telefonate di civile protesta e di stupore da parte dell'avvocato Lombardini. Dopo il primo tentativo andato a vuoto, aveva fatto interpellare in Italia proprio l'avvocato Cattro il quale, essendo ancora nel pieno delle sue funzioni, aveva riferito il messaggio a Margherita e saputo casualmente e a grandi linee la ragione per cui era stato sospeso il pagamento mensile a Marella. In una riunione ad Allaman (presenti Margherita, il marito, il suo avvocato italiano Trevisan, quello svizzero Janneret e Cattro), qualcuno definì «suicida» la decisione, aggiungendo: «Signora, non dimentichi che qui siamo in Svizzera. A quanto pare sono l'unico a ricordarglielo». Gli avvocati infatti non avevano osato mettere in guardia la cliente dalla sua sconsiderata decisione. Margherita e i suoi legali avevano fatto finta di ignorare un particolare di grande rilevanza, ricordato invece da uno dei presenti: «Non dimenticate che questo comportamento può consentire a donna Marella di far uscire dal suo caveau svizzero i 26 quadri, che lei tiene in pegno, e metterli all'asta. Si tratta di un controvalore che nel 2004 era stato fissato in 70 milioni. Tuttavia è bene ricordare che una sola di queste opere, il Picasso, oggi ne vale 90 anche se era stato valutato 6. Vale la pena correre il rischio che donna Marella proceda alla vendita?». Nel frattempo, si era arrivati a marzo, le rate mancanti erano salite a tre, per un totale di quasi 2 milioni di euro. Visto il muro di gomma eretto da Margherita, dopo l'ennesima inutile telefonata ad Allaman, e passata inutilmente la scadenza di un'ulteriore rata, Lombardini decise di mettere a punto con John una nuova strategia. Chiamò ancora una volta casa de Pahlen: «Visto che siamo arrivati alla quarta rata non pagata, vogliate informare la contessa che la vedova Agnelli si riterrà libera di mettere in vendita alcuni quadri di cui è usufruttuaria. Visto che l'accordo di Ginevra non viene ottemperato ed è stato violato da una delle due contraenti, e dato che "non ci si può fare giustizia da sé" né disattendere gli impegni sottoscritti, la mia assistita ha deciso di mettere in atto alcune iniziative per rientrare dei suoi crediti». Margherita non volle sentire ragioni, «Vediamo che cosa osano fare!», disse in segno di sfida. Si era arrivati al mese di giugno, Marella da sei mesi aveva smesso di ricevere la sua «pansione», come la chiamava Lombardini, per un totale di circa 2,5 milioni di euro. A sbloccare il tutto e a far tornare Margherita alla «ragione» erano stati due avvenimenti. Un quotidiano svizzero aveva pubblicato una breve notizia: «Sotheby's ha reso noto che tra qualche settimana si terrà una importante asta con sei dipinti appartenenti alla collezione di Gianni e Marella Agnelli. Tra le opere ci sarà anche l'Harlequin di Pablo Picasso». Seguivano i dettagli tecnici: «Data di attribuzione 1909, oil on canvas (olio su tela), dimensioni 93x72». L'allarme ad Allaman era scattato immediatamente ed era stata subito convocata una nuova riunione. Il procuratore italiano, dopo aver ascoltato un improbabile «piano di guerra», destinato a una sicura sconfitta, aveva sfoderato un argomento molto convincente: «L'altra volta vi avevo invitato a fare bene i conti e a valutare ciò che sarebbe potuto accadere. Non mi avete voluto ascoltare. Sembrate dimenticare che c'è un pegno che non è stato onorato e ora, invece, vi spaventate perché donna Marella, com' è sua facoltà, si è rivolta a Sotheby's. Vi invito a riflettere: con qualche cavillo potreste anche riuscire a sospendere l'asta che, comunque, prima o poi, si terrà poiché donna Marella può legalmente mettere in vendita quei quadri. Quando ciò avverrà, non riuscirete a impedire che un compratore "ignoto" possa portare a casa per 70 milioni opere che valgono più di un miliardo. Vi esorto a considerare che c'è la fondata possibilità che questo sconosciuto compratore sia stato mandato proprio da suo figlio e agisca su suo mandato riservato». E, subito dopo: «Attenzione, perché in tal caso l'affare lo fanno gli Elkann. Potranno portarsi a casa per un tozzo di pane un miliardo di tele appartenute a Gianni Agnelli». La reazione di Margherita era stata veemente: «Preferirei distruggere quei quadri e bruciarli piuttosto che vederli finire nelle mani di mio figlio e dargliela vinta». L'avvocato Cattro osò replicare: «Contessa, non può farlo, poiché quei quadri non sono nella sua disponibilità ma si trovano in pegno». Margherita non appena ascoltò questo tipo di considerazioni cambiò subito idea. Il procuratore, dopo averla finalmente convinta, aggiunse: «Contessa, mi permetto di darle un consiglio: già domani accrediti a sua madre la somma degli arretrati e, con un gesto che sono certo verrà apprezzato, anticipi anche il pagamento dei prossimi mesi, fino a dicembre. In tal modo l'avvocato Lombardini eviterà di chiederle gli interessi sulle somme non versate». È probabilmente nel periodo in cui si registrarono tali tensioni che donna Marella, o qualcuno a lei molto vicino, escogitò una «rappresaglia»: far stipulare a John un contratto di affitto di Villa Frescot per sei anni con Marella. Il contratto venne stipulato, Marella era la locataria, il nipote il locatore. Il tutto, ovviamente, all'insaputa di Margherita. Che, il giorno della morte di sua madre, non avrebbe potuto prendere possesso della villa per alcuni anni poiché «occupata» da un regolare inquilino, suo figlio John.

Gigi Moncalvo per "la Verità" il 12 agosto 2021. Nel momento stesso in cui donna Marella Caracciolo (vedova di Gianni Agnelli), nel suo ultimo anno di vita, ha ricevuto dal tribunale di Ginevra la notifica della nuova causa intentata da sua figlia, Margherita Agnelli, John Elkann ha immediatamente arruolato l'avvocato Carlo Lombardini. Qualche giorno dopo, Lombardini ha richiamato John: «Posso affermare in tutta tranquillità che per sua madre (Margherita, ndr) non c'è alcuna chance che il tribunale accetti il ricorso». L'avvocato, basandosi sul «divieto di abuso del diritto», sostiene che è troppo comodo, dopo aver rinunciato a una serie di asset in cambio di una cospicua contropartita, chiederne dopo tanti anni la restituzione, senza tener conto che il valore si è accresciuto di 20 volte. In tal modo, Lombardini va a precludere la prima ipotesi riguardante le ragioni per cui Margherita sta minacciando la seconda «guerra di successione»: costringere John a sganciare una grossa somma di denaro pur di non vedere le sue società sottoposte alle reazioni del mercato di fronte a eventuali rumors riguardanti la solidità degli azionisti di Fca ed Exor. E Margherita potrebbe considerare tale somma una sorta di parziale «indennizzo» per ciò che le è stato nascosto nel precedente accordo. La strada che Margherita avrebbe in alternativa è legata ad alcuni interrogativi non da poco. La successione di Marella Caracciolo, va aperta in Italia o in Svizzera? Va applicato il diritto successorio del nostro Paese, più favorevole ai diritti della figlia e tale da determinare la nullità dell'«accordo tombale» firmato a Ginevra, oppure quello svizzero? L'accordo tombale del 2004 ha riguardato anche la successione di donna Marella e prevedeva che, dopo la morte della madre, Margherita non avrebbe avuto più nulla da pretendere. Questo però secondo un accordo firmato in Svizzera. Tutto cambia se viene applicata la legge italiana, secondo cui l'unica legittima erede di Marella deve essere proprio la figlia, non essendoci altri discendenti diretti. La legge italiana vieta espressamente che due persone possano decidere di alienare o danneggiare i propri eredi. Non può farlo donna Marella, a svantaggio della figlia e dei nipoti, e non può farlo Margherita poiché, avendo rinunciato in Svizzera nel 2004 ai suoi diritti ereditari, ha danneggiato i suoi otto figli. Quindi, la successione di Marella Agnelli va o andava aperta in Italia o in Svizzera? Le ragioni che fanno propendere per la prima ipotesi sono numerose: Marella è morta in Italia, era cittadina italiana (anche se residente in Svizzera), aveva il passaporto italiano essendo nata in Italia, non aveva mai rinunciato alla propria cittadinanza, presentava la dichiarazione dei redditi in Italia. Marella molto probabilmente aveva chiesto e ottenuto anche il passaporto svizzero. Tutto questo dovrebbe determinare l'apertura della successione in Italia. Ma quali beni aveva nella Penisola donna Marella? Era proprietaria di immobili? Sì, ma ne aveva solo l'usufrutto e non la proprietà. E questi immobili sono già passati alla figlia. In Italia aveva altri beni? Sì, ad esempio, i quadri di sua esclusiva proprietà a Villar Perosa e Villa Frescot, e in via XXIV Maggio a Roma. Donna Marella aveva conti correnti, titoli, azioni, obbligazioni a lei intestati e depositati in banche italiane o amministrati da società fiduciarie (come la Simon, di Franzo Grande Stevens)? Molto probabilmente sì, a cominciare dalle sue quote della Dicembre e dalle sue partecipazioni tra cui quella nell'Accomandita Giovanni Agnelli & C. il campo di battaglia. Ebbene, secondo la legge italiana, tutti questi beni, anche in presenza di un testamento che stabilisca diversamente, devono passare a sua figlia Margherita, a parte alcuni beni, per un massimo del 30%, quale quota disponibile. Se invece non esiste un testamento l'intero patrimonio in Italia viene ereditato interamente e unicamente dall'unica figlia, Margherita. Se ciò avvenisse o fosse avvenuto, ci si troverebbe di fronte a una notizia clamorosa: la figlia di Gianni Agnelli è rientrata nell'azionariato di un importante asset di famiglia, l'Accomandita. Altro discorso, invece, per la Dicembre poiché, in caso di morte di uno dei soci, le sue quote vengono consolidate e Margherita (o altri eredi), avrebbe diritto a essere liquidati per il valore di esse. Non ci sono dubbi che la vedova Agnelli avesse la residenza svizzera, anche se non era in possesso dei requisiti. La legge italiana, infatti, considera un proprio cittadino come residente all'estero ai fini fiscali, a condizione che trascorra in un Paese straniero più di sei mesi all'anno. Marella, invece, risiedeva in Italia per un periodo superiore ai sei mesi all'anno. Lo conferma anche un documento del commercialista Gianluca Ferrero, il famoso memorandum datato 16 maggio 2003 in cui venivano elencati i beni, in Italia, di Gianni Agnelli. Alla fine della meticolosa descrizione, Ferrero scrive di essere di fronte a un problema: l'intestazione dei domestici e dei cani. giochi di prestigio Un'altra ragione per cui Marella aveva assunto la residenza svizzera il 25 dicembre del 1970 era legata a un aspetto davvero singolare. Suo marito, infatti, aveva intestato fiduciariamente a lei la villa di St. Moritz, Chesa Alcyon, che in realtà era di proprietà dell'Avvocato, allo scopo di aver diritto a un mutuo a un tasso bassissimo, che solo i residenti potevano ottenere. I documenti anagrafici e catastali del Comune di St. Moritz confermano che per la ex villa dello scià di Persia, migliaia di metri quadrati con numerose abitazioni per il personale e un «diritto di passaggio sciistico», la signora Agnelli pagava un mutuo quarantennale e sulla casa gravava un'ipoteca iscritta nel 1987 dal Credit Suisse per 3 milioni di franchi. In ogni caso, qualora il braccio di ferro con John sull'eredità di Marella dovesse inasprirsi, Margherita dovrebbe portare la prova che la residenza di sua madre in Svizzera era fittizia. Come fare? Lasciamo immaginare con quanto zelo l'Agenzia delle entrate in questa circostanza, dopo aver omesso di farlo per decine d'anni, andrebbe a cercare i documenti. Lo schema riguardante l'eredità della vedova Agnelli sembra ricalcare in meglio l'esempio tracciato dal marito. Evidentemente si è cercato di evitare le grane di carattere patrimoniale sorte dopo la morte di Gianni e si è tenuto conto di quanto era accaduto. Marella tra l'altro aveva il grande vantaggio rispetto al marito di avere la residenza in Svizzera. Ciò le ha permesso, ad esempio, di non fare un testamento in Italia, dato che nel nostro Paese formalmente non percepiva alcun reddito e non era titolare di alcun bene, ma aveva «solo» il diritto di usufrutto su alcuni immobili e su centinaia di opere d'arte, la cui nuda proprietà apparteneva alla figlia. In sostanza non aveva, si fa per dire, poco o niente di suo, nonostante bastasse prendere le carte con la «spartizione dei pani e dei pesci» fatta a Ginevra nel 2004, e concludere che Marella poteva contare su parecchi beni e moltissimo denaro (nell'accordo del 2004 aveva ottenuto 456,08 milioni di euro), senza contare quei 109 milioni e 685.000 euro (valore al marzo del 2004) che rappresentavano il corrispettivo della quota a lei spettante dell'eredità italiana del defunto marito. Tale somma risultava depositata presso Morgan Stanley di Zurigo. È chiaro che, dopo la firma dell'accordo, madre e figlia non si sono intestate direttamente i beni oggetto della divisione, ma hanno creato delle nuove società. Ad esempio quella di Marella, su cui farsi accreditare il vitalizio mensile versato dalla figlia. Oppure la Universal art foundation o la International art foundation, due veicoli costituiti ad hoc per i quadri e le altre opere d'arte, con i differenti status di ognuna. Tuttavia, c'è stato un momento in cui l'Agenzia delle entrate ha rizzato le antenne: le prime due denunce dei redditi presentate dalla vedova a nome del marito defunto nel 2003 e nel 2004. Gianni Agnelli è morto il 24 gennaio 2003, ma nel maggio successivo è stato necessario presentare la sua denuncia dei redditi relativa al 2002. Allo stesso modo nel 2004 è stata presentata la denuncia del 2003. Queste due dichiarazioni sono state presentate e firmate dalla vedova e chi le ha predisposte ha barrato il quadro Rw, come a indicare la non esistenza di redditi derivanti da attività estere. Ma l'Agenzia ha dato vita a un accertamento che ha provocato una sanzione di 90 milioni di euro nei confronti della vedova. La quale ha chiesto la possibilità di pagare in 12 rate annuali e al tempo stesso ha fatto chiedere a Margherita il pagamento della metà, nelle sue vesti di coerede, della sanzione. La figlia si è ben guardata dal rispondere alle lettere degli avvocati di Marella e ha fatto loro sapere che, nel caso fosse stata informata, avrebbe sconsigliato un simile comportamento omissivo. Comunque, essendo chiaro che sua madre non aveva compilato personalmente quelle carte, era invitata a rivalersi sul professionista che l'aveva assistita. Il fisco era intervenuto anche a livello societario, accettando una transazione di 100 milioni da parte dell'Accomandita Giovanni Agnelli & C., di Marella (per la cifra più cospicua) e di Margherita.

Gigi Moncalvo per “la Verità” il 13 agosto 2021. C'è un episodio che si può definire «crudele» che riguarda uno degli ultimi rapporti diretti tra donna Marella e Margherita. Risale al 26 ottobre 2017. È il giorno del sessantaduesimo compleanno di Margherita. Sua madre, che ha più di 90 anni, decide di farle un regalo, cosa che non avveniva da anni. Probabilmente pensa possa essere l'ultima volta che può fare gli auguri alla sua unica figlia rimasta in vita. Il regalo è una borsetta a mano color cuoio con cuciture a vista e il logo LP (Loro Piana) su un bottone di metallo e smalto che fa da chiusura. La borsetta è racchiusa nella scatola originale, che ha lo stesso colore del regalo e degli interni blu. Sotto la carta velina bianca viene appoggiata all'interno del pacchetto una piccola busta bianca con una elegante scritta a penna in basso a destra: «Margherita». E sotto: «s.p.m.», sue proprie mani. La busta contiene un foglio. È un disegno di colore rosso vergato con un pennarello a punta fine. Si tratta di un grande cuore i cui contorni sono stati probabilmente ricalcati dalla persona che in quel momento era vicina a Marella, la stessa che ha scritto il nome sulla busta in bella calligrafia. Lo si deduce dal fatto che il cuore è disegnato con un tratto sicuro e nitido mentre il resto del biglietto è scritto con una calligrafia incerta che rivela il tremore causato dal morbo di Parkinson di cui soffriva Marella. In alto a destra c'è una piccola scritta: «Ottobre 26». Deve essere costata molta fatica a Marella poiché è divisa in tre parti con una piccola spaziatura: «otto», «bre2», «6». Ciò che crea emozione sono i segni racchiusi all'interno del cuore. In basso c'è un altro piccolo cuore, ma è spezzato a metà, con i contorni tremolanti e con una freccia che lo trafigge obliquamente. C'è una scritta sopra il cuore spezzato: «Hai Hai», come un grido di dolore. Accanto ci sono dei punti rossi, così come sotto il cuore più piccolo, quasi che si trattasse di stille di sangue. Una invocazione di aiuto? Un cuore che sanguina da anni? Un dolore infinito espresso con un disegno che non lascia dubbi? Un'ultima speranza di pace? Non è dato conoscere le intenzioni di Marella Caracciolo, ma il suo gesto rimane. Il fatto è che le possibilità di contatto per madre e figlia sono state rese quasi impossibili dallo strettissimo controllo da cui è circondata Marella. Sono stati cambiati il personale di servizio, il medico che può entrare in casa, le infermiere. C'è il divieto assoluto di passarle alcuna telefonata, la cameriera personale deve informare subito «l'Ingegnere» in caso di telefonate di Margherita Agnelli, la posta è sottoposta a un rigido controllo. Margherita si era accorta di questo «isolamento» nel periodo delle vacanze estive trascorse a Samaden, in Svizzera. La figlia si trovava a pochi chilometri dalla località dove soggiornava Marella, aveva più volte telefonato senza che gliela passassero, ma si era trovata di fronte a rifiuti molto netti. Margherita aveva anche tentato di avvicinarsi alla residenza di Marella, ma il perimetro della villa era controllato dalle auto di un servizio di sicurezza privato. Margherita fu portata a pensare anche all'ipotesi più probabile: che fosse la madre a non volerla incontrare. Venne giocata anche l'«arma» dei nipoti de Pahlen che volevano andare a trovare la nonna e la cercavano al telefono, ma anche per loro non ci fu modo di avvicinarsi. Un'atmosfera di dubbio, dunque: è Marella che non vuole avere contatti con noi, o qualcuno glielo impedisce? Una cosa è certa e l'episodio della borsetta lo dimostra: Marella aveva cercato di forzare il blocco. L'invio di quel pacchetto, attraverso una persona fidata che l'aveva portato a Torino, ne era la prova. La scatola viene consegnata a un signore che cura gli affari di Margherita in Italia e periodicamente parte per Allaman a bordo di un'Alfa Romeo Giulia Q4 con autista. È lui a consegnare la scatola alla contessa de Pahlen. Lo fa nella villa sul lago Lemano. Mentre si avvia alla macchina per ripartire, l'avvocato dice all'autista di portargli quel pacco: «C'è questo regalo da parte di sua madre». Margherita lo apre, sposta la carta velina, vede la borsa, non la solleva neanche, chiude immediatamente il coperchio di cartone: «Lo restituisca», dice. Poi si rivolge all'autista: «Lo rimetta nel baule». L'avvocato rimane stupefatto, saluta e si mette in viaggio per Torino. Quando arriva a casa porta con sé quella scatola, solleva il coperchio, guarda la borsa e, sollevandola, si accorge del biglietto celato sul fondo. La busta è aperta, legge e guarda quel messaggio, ne resta colpito e ripensa a quel rifiuto sdegnoso di Margherita. Torna ad Allaman un altro paio di volte e, dopo due mesi, la padrona di casa gli chiede a bruciapelo: «L'ha poi consegnato quel pacco?». «No», risponde l'avvocato. «Forse ha fatto bene». E l'argomento è chiuso per sempre. In quegli ultimi mesi del 2017 non bisogna dimenticare qualcosa di ben più grave che Margherita stava per mettere in atto contro sua madre nonostante l'avvicinarsi della morte. La ferita lasciata aperta 13 anni prima dall'accordo di Ginevra stipulato da madre e figlia, avevano lasciato segni indelebili. La figlia si era convinta di essere stata pesantemente «raggirata» - questo il termine che usava abitualmente - e che sua madre non si fosse fatta scrupolo di impedirlo. Margherita era furibonda soprattutto poiché il suo desiderio di «avere la pace», come aveva scritto in calce all'accordo spiegando qual era la ragione principale per cui firmava, nonostante «ai miei occhi certe cifre non sono conformi alla realtà» - non era stato rispettato, anzi era stato palesemente calpestato. Si trattava di una serie di episodi che potrebbero sembrare di poco conto, ma il giudizio cambia se si pensa che ad aspetti di tipo economico se ne aggiungevano altri, di tipo famigliare. Uno dei primi motivi che la portarono a dubitare del comportamento di sua madre e a cancellare l'attenuante che anche lei fosse stata «turlupinata» non tardò ad arrivare. Dopo la firma degli accordi di Ginevra si sbloccò anche la parte italiana del testamento. Gianni Agnelli, infatti, oltre ai beni immobili lasciati in nuda proprietà alla figlia con l'usufrutto alla vedova, aveva lasciato una serie di beni in Italia il cui dettaglio era contenuto nel «memorandum» stilato dal commercialista Gianluca Ferrero che illustrava la situazione «alla data del decesso». L'elenco riguardava: liquidità e titoli (250,434 milioni di euro), natanti (lo Stealth con relativo tender, valutati 3,4 milioni, e l'F100 con la barca di servizio Vulture, 5 milioni), mezzi mobili (15 auto e furgoni, sette ciclomotori, tre trattori agricoli e un rimorchio: totale 20.000 euro). E infine la voce «crediti vari»: 5,342 euro di arretrati dal Senato, la polizza vita con Ina Assitalia stipulata da Palazzo Madama, il Progetto Tulip, cioè 848.000 euro relativi al denaro restituito dal cantiere tedesco che aveva ricevuto un acconto per la costruzione della nuova barca dell'Avvocato. Tra le passività due sole voci: 612.336 euro per le fatture ancora da pagare alla data del decesso e 1,4 milioni per la fine dei lavori che il defunto si era impegnato a realizzare per donare al Comune di Villar Perosa una nuova scuola materna. Calcolando l'evoluzione del capitale della Dicembre società semplice, la valutazione delle quote del defunto, sottratto l'aumento di capitale dell'Accomandita Giovanni Agnelli sapaz riferito alle due eredi, risultava che Gianni Agnelli aveva lasciato alle due eredi, limitatamente ai beni in Italia, un totale di 216.875.792,52 euro (escluso il valore dei quattro immobili). In sostanza a ciascuna delle due eredi toccavano poco più di 108,437 milioni di euro. Una cifra ridicola se si pensa all'ammontare delle successioni, con relative liti giudiziarie, di altri personaggi che hanno riempito le cronache. Ad esempio, il finanziere Danilo Fossati (inventore del Doppio brodo Star), Luciano Pavarotti (circa 300 milioni più un trust nel Delaware, numerosi immobili a New York e Montecarlo, l'incalcolabile diritto di sfruttamento delle sue esecuzioni); Gianni Baget Bozzo (una ventina di milioni); Renato Guttuso, Alberto Burri, Carmelo Bene, Giorgio Bassani, Oriana Fallaci e Lucio Dalla, per finire con Alberto Sordi, il cui patrimonio era di 50 milioni. Possibile che Gianni Agnelli avesse lasciato una somma pari solo a quattro volte quella dell'attore romano? Anche per queste ragioni, Margherita, dopo aver ricevuto i conteggi sul valore dei beni del padre in Italia, rifiutò di firmare l'accettazione del testamento e pose una condizione: «Prima di tutto andiamo a vedere che cosa c'è "fuori'"». Ciò significava due cose: «fuori» dal testamento italiano, e «fuori» dall'Italia, cioè nascosto al di là del confine con la Svizzera.

Gigi Moncalvo per “La Verità” il 14 agosto 2021. Dopo l'accordo di Ginevra, cioè dopo aver visto che cosa c'era «fuori», Margherita decise di firmare anche l'accettazione della sua parte derivante dal testamento italiano, aperto nel febbraio di un anno prima. Il bonifico veniva eseguito il 26 marzo 2004 dalla sede di Zurigo di Morgan Stanley. Il che fa sorgere molti interrogativi. Il fatto che il bonifico avvenisse da parte di una banca svizzera infatti dimostrava l'esistenza di un conto estero. La banca non aveva avuto alcuna difficoltà ad accreditare una forte somma di denaro a due cittadine italiane, anche se con residenza temporanea all'estero. Il tutto aggravato dal fatto che tale somma si riferiva al lascito di un cittadino italiano (Giovanni Agnelli) e riguardava un testamento aperto in Italia (a Torino) per beni che si trovano in Italia. Il fatto che fosse stata Morgan Stanley a bonificare quella somma a Margherita faceva emergere alcuni interrogativi. Chi aveva la disponibilità del conto? A chi era intestato? Da quanto tempo era stato aperto? Quali erano stati gli eventuali movimenti? A quanto ammontava il saldo dopo i due bonifici alle eredi? Chi era la persona fisica che aveva dato disposizioni alla banca di pagare quelle due tranche? I legali che avevano assistito Margherita per tutta la trattativa non fecero notare queste anomalie. Ci vollero alcuni mesi e l'entrata in scena della nuova squadra legale di Margherita prima che tale lettera venisse finalmente scritta. La risposta di Morgan Stanley fu, a prima vista, incredibile. La lettera della banca era indirizzata all'avvocato Yvan Jeanneret dello Studio Fontanet & Associés di Ginevra, ed era firmata da due dirigenti della Bank Morgan Stanley ag: Thomas Rees, executive director, e Kathrin Frei, legal & compliance executive director. Oggetto della missiva: «Il defunto signor Giovanni (Gianni) Agnelli». Ecco il testo: «Caro maître Jeanneret, con riferimento alla vostra lettera del 13 febbraio 2007 abbiamo il piacere di informarvi che siamo stati consigliati dall'intestatario del conto, che diede istruzioni per il pagamento di euro 109.685.000, che fu effettuato il 26 marzo 2004, di non divulgare nessun ulteriore dettaglio riguardante questo pagamento. Cordiali saluti». I legali di Margherita erano stupefatti. Ma bastò una «investigazione» per accertare che l'intestatario del conto era donna Marella in persona. La misura era colma. A questo punto Margherita decise di varcare il limite che si era data e che ora veniva meno: una causa in tribunale. Determinanti furono i suoi nuovi avvocati, a cominciare da Charles Poncet di Ginevra. Il quale, come prima cosa, ingaggiò un esperto di intelligence economica e di investigazione finanziaria: Marc Hürner, titolare della Fip finance intelligence & processing con sede a Bruxelles. Poncet capiva che i tre anni passati dall'accordo di Ginevra rendevano impossibile impugnarlo e chiederne l'annullamento. La legislazione svizzera in questi casi prevede un solo anno per far scattare la prescrizione. Le indagini di Hürner si concentrarono su Morgan Stanley: la lettera del 2017 dimostrava che quella era una delle banche svizzere in cui Gianni Agnelli aveva i suoi conti. La conferma arrivò grazie a una clamorosa testimonianza di un ex dirigente di quell'istituto di credito, Paolo Revelli, fratello dei due figli biologici di Carlo Caracciolo, fratello di Marella, riconosciuti dopo la morte del padre grazie all'esame del Dna fatto con l'aiuto di Margherita. Paolo Revelli si presenta spontaneamente dai magistrati di Milano per farsi interrogare. È il 21 dicembre 2009. Paolo, che allora aveva 50 anni, è appena arrivato da Londra, dove abita e dove lavora. I pm gli chiedono qual è il suo curriculum: «Ho lavorato per 21 anni presso Morgan Stanley a Londra con vari incarichi», racconta. «Dal 2000 in poi mi sono occupato principalmente di gestione del reddito fisso e delle allocazioni delle attività dei nostri clienti europei e del Medio Oriente». Eccoci al punto: «Nel corso dei vari anni in Morgan Stanley sono venuto a conoscenza di vari conti di rilievo tra i quali quello presso la nostra filiale di Zurigo dell'avvocato Giovanni Agnelli. Il funzionario che se ne occupava era Adolf Brundler []. Gianni Agnelli era il «beneficial owner» del conto. Chi si occupava della gestione della posizione per conto di Agnelli era Siegfried Maron (il capo del suo «family office» di Zurigo, ndr). Alla fine degli anni Novanta la consistenza di questo conto era tra gli 800 milioni e il miliardo di dollari. Io non ho visto le contabili ma nelle nostre riunioni questo conto era all'ordine del giorno perché era tra i più importanti». I magistrati chiedono: ma si trattava di Gianni Agnelli o di qualche altro esponente della famiglia? «Ricordo proprio che il "beneficial owner" era Giovanni Agnelli e non anche altri membri della famiglia Agnelli. Il mio ricordo è di Giovanni Agnelli. Giovanni Agnelli e la sua famiglia ristretta. Per "famiglia ristretta" io intendo lui, sua moglie e i figli», risponde Paolo Revelli.Ed ecco ricomparire in scena Adolf Brundler: «Lo conosco personalmente», ricorda Revelli. «Era il Ceo, chief executive officer di Morgan Stanley a Zurigo. Era il gestore anche del conto di Giovanni Agnelli. Egli era un managing director della divisione delle gestioni patrimoniali e faceva capo a Ernest Boles, mio collega a Londra. Con entrambi sono tuttora in rapporti. Tutti e tre attualmente siamo fuori da Morgan, io oggi lavoro in proprio, sempre a Londra». Revelli continua: «La premessa è questa: si sapeva che Brundler era stato licenziato da Morgan nel 2004. Cinque anni dopo, cioè a giugno di quest' anno, quando già si parlava da un po' di tempo dell'affaire riguardante l'eredità Agnelli, mi trovai a parlare al telefono con Ernest Boles. Mi venne spontaneo chiedergli pensando a un interrogativo che dopo tanto tempo non aveva ancora trovato risposta e che riguardava il passato: "Per quale ragione precisa, Brundler era stato licenziato?". Mi rispose: "Te lo racconto off the record". Mi spiegò che Brundler aveva inviato un fax a Maron nel quale gli confermava che egli avrebbe negato l'esistenza del conto di Giovanni Agnelli, anche nel caso in cui fosse arrivata la richiesta dei suoi eredi. In effetti quel fax era stato inviato a Maron, ma non era evidentemente passato dall'ufficio legale della banca. Infatti, anche il Ceo in Morgan Stanley, doveva e deve farsi approvare dall'ufficio legale iniziative di questo genere. È ovvio che qualsiasi consulente legale, ma io parlo per quelli di Morgan Stanley, non avrebbe mai dato il benestare a una comunicazione ufficiale in cui la banca si impegnava a tacere agli eredi, anche su loro richiesta, un importante asset patrimoniale del defunto. Il guaio di Brundler fu che venne scoperto poiché dimenticò il documento nella macchina del fax. E quel foglio venne recuperato poco dopo da Sven Spiess che, manco a farlo apposta, era a capo della compliance, cioè l'organismo che deve vigilare sull'applicazione e sul rispetto delle norme interne. Boles mi raccontò che Spiess, che dipendeva gerarchicamente proprio da Brundler, si era trovato in grande imbarazzo leggendo quel documento. Ma aveva subito informato Boles per riferirgli che cosa aveva commesso il suo capo. Boles provvide a licenziare immediatamente Brundler. Dal dossier interno all'ufficio del personale della banca e dalla lettera di licenziamento, ovviamente non emerge nulla di tutta questa storia». La vicenda risale al febbraio del 2004, quando era in dirittura d'arrivo la firma dell'accordo transattivo tra Marella e Margherita Agnelli. Se si fosse scoperto un conto con il saldo di cui parlava Revelli, l'accordo tombale firmato da Margherita e Marella avrebbe portato nelle casse di ciascuna delle due beneficiarie almeno 500 milioni di dollari in più.  

Gigi Moncalvo per “La Verità” il 15 agosto 2021. Il lavoro di indagine svolto da Marc Hürner portò a un altro risultato: la scoperta di uno statement bancario risalente al 2002, cioè pochi mesi prima della morte dell'Avvocato, che dimostrava l'esistenza di tre ulteriori conti custoditi in quella banca, che sarebbero stati nella disponibilità di Gianni Agnelli. Si trattava dei conti numero 52701, 53260, 60004 tutti preceduti dal codice 051, che riguardava l'Italia, al punto che il beneficiario dei conti viene indicato dalla banca come «Italy». Era emerso che questi tre conti risultavano gestiti da Adolf Brundler. È anche probabile che, dopo il licenziamento di Brundler, i conti fossero passati sotto la gestione di un altro dirigente, Pavlos Bailas. L'ammontare complessivo delle tre posizioni, che risultavano ancora aperte e attive nel gennaio del 2010 quando furono «scoperte», toccava la cifra di 411 milioni di euro. Una somma che - secondo i nuovi avvocati di Margherita (Andrea e Michele Galasso di Torino) che segnalarono immediatamente i fatti ai magistrati di Milano - era «evidentemente da ascriversi al patto illecito intercorso tra lo stesso Adolf Brundler e Sigfried Maron (e loro eventuali complici), secondo il racconto» fatto da Paolo Revelli sia a Margherita Agnelli che ai pm di Milano. Gli avvocati Galasso, allegando le copie degli statement bancari, chiedono ai magistrati di voler indagare sulla provenienza e la destinazione del patrimonio così individuato. Nonché di cercare di identificare i fiduciari intestatari di tali conti e scoprire ogni altra notizia». I magistrati milanesi chiedono immediatamente la collaborazione delle autorità svizzere e inoltrano in via ufficiale due richieste di assistenza giudiziaria sia al procuratore cantonale di Zurigo che alle autorità del Liechtenstein. Ma Berna respinge nel giro di pochi giorni la domanda di rogatoria per interrogare Adolf Brundler, Siegfried Maron e i dirigenti di Morgan Stanley, con una motivazione incredibile: «Sulla base dell'assunto che le richieste avevano esclusiva finalità fiscale». Una analoga risposta negativa era, ovviamente, arrivata dalle autorità giudiziarie del Liechtenstein e le scoperte da parte dei magistrati italiani che portavano a Vaduz («ove avevano sede fondazioni e trust riconducibili a Giovanni Agnelli») erano andate a infrangersi contro le norme che assicurano la massima riservatezza a chi si affida alla impenetrabile Lgt Bank, il più grande gruppo di private banking e asset management del mondo di proprietà della Casa regnante del Lichtestein, la famiglia von und zu Liechtenstein. Nel quadro delle investigazioni di Hürner erano emersi anche fatti di non eccessiva rilevanza finanziaria ma sintomatici, per i tempi e le modalità, e soprattutto emblematici per provare come era stata tessuta e da chi la ragnatela che aveva come obiettivo di intrappolare una delle due eredi. In questo modo Margherita aveva scoperto che sua madre le aveva tenuti nascosti una serie di beni riconducibili al patrimonio del defunto e quindi oggetto della divisione ereditaria. Ad esempio tre posti barca a Beaulieu in Costa Azzurra, venduti proprio nei giorni in cui erano ancora in corso le trattative per l'accordo di Ginevra ma mancavano ancora alcuni mesi prima che tale atto venisse firmato. I tre posti barca, (contrassegnati dai numeri 25, 26, 27) erano stati venduti ai fratelli Marco Emilio, Giovanni e Andrea Boroli, tre dei sei figli di Achille Boroli, leggendario presidente dell'Istituto geografico De Agostini di Novara e poi della holding Fidea. Secondo quanto dichiarato alla Procura di Milano dal primo dei tre fratelli, «dopo una trattativa diretta» con il loro padre Achille, «alla fine del 2003 si giunse all'accordo di vendita» e i tre contratti vennero firmati «all'inizio del 2004». I relativi documenti erano arrivati dallo studio Batliner & Gasser di Vaduz, lo studio fiduciario più importante del Liechtenstein, che lavora per i più grandi gruppi internazionali. La società venditrice dei posti barca era la Almeria Shipping Inc., con sede a Road Town a Tortola, una delle Bvi (British virgin island), il cui procuratore era l'avvocato Ivan J. Ackermann della società First advisory group con sede a Vaduz, la stessa che si era occupata dal 1993 di tutte le società off shore riconducibili alla Alkyone foundation, che aveva come «riferimento» e primo beneficiario proprio Giovanni Agnelli. Il quale aveva fatto intestare ciascuno dei posti barca a tre diverse società off shore: Delphburn Ltd (posto n. 25) domiciliata a Douglas, la principale città dell'Isola di Man nel Mar d'Irlanda, Triaria Investments Limited (n. 26) e Celestrina Ltd (n. 27), entrambe domiciliate a Saint Hélier, nell'isola di Jersey, uno dei paradisi fiscali delle isole del Canale della Manica. E difatti le tre società erano rappresentante dalla Ansbacher trust company its, con sede a St. Peter Port, la principale città dell'isola di Guernsey, una dipendenza della Corona britannica di fronte alle coste francesi. Le tre società - controllate dalle fiduciarie Topaz Inv. e Anka Ltd di Guernsey - risultavano possedute da Almeria ed erano proprietarie di numerosi asset tra cui 40 preziose azioni della Société du Port de Plaisance, titolare del porto di Beaulieu sur Mer. I Boroli avevano pagato 1,4 milioni di euro per i posti barca. Secondo un rapporto della Guardia di Finanza di Milano, invece, il valore effettivo dei tre ormeggi ammonta a 3 milioni di euro. Che i tre posti barca fossero nella disponibilità di Gianni Agnelli era dimostrato non solo dal fatto che fin dagli anni Settanta li utilizzasse per le sue barche ma, soprattutto, che a condurre le trattative per la vendita fosse stata Ursula Schulte. Secondo le testimonianze dei Boroli, la signora svizzera si era presentata come «collaboratrice dello studio legale Staiger, Schwald & Roesle» di Zurigo, ma in realtà era sempre stata persona di estrema fiducia di Gianni Agnelli, aveva lavorato come dipendente a tempo pieno per la Sadco di Zurigo (cioè il family office dell'Avvocato) alle dirette dipendenze dell'avvocato Hans Rudolph Staiger, che ne è stato amministratore e liquidatore. Nonché per la Sacofint (l'altro family office svizzero), costituita a Zurigo e nel tempo trasferita a Ginevra. Non per nulla Margherita Agnelli aveva presentato al tribunale civile di Ginevra una causa di rendiconto, analoga a quella italiana, nei confronti proprio di Ursula Schulte e di Siegfried Maron, volta a dimostrare che tale società era riconducibile a Gianni Agnelli. Un altro bene al centro dell'attenzione era un appartamento a Parigi su cui Margherita, nella postilla all'accordo di Ginevra, aveva espressamente chiesto di avere una prelazione nel caso la madre avesse deciso di venderlo. Donna Marella accettò ma si guardò bene dal rivelare alla figlia che aveva già venduto quell'immobile pochi mesi prima a John e Lapo per una cifra irrisoria. A rendere tesissimi i rapporti tra madre e figlia era stato in particolare l'atteggiamento di Marella nei confronti degli otto figli di Margherita: per lei era come se i cinque de Pahlen non fossero mai esistiti. Tutti i privilegi e molti asset oggetto dell'accordo - in primis le azioni dell'Accomandita Giovanni Agnelli - non solo erano stati in pratica «girati» al primo nipote Elkann, oggetto anche di una cospicua donazione di quote della Dicembre da parte della nonna, ma c'erano altri due punti in cui Marella danneggiava pesantemente i cinque nipoti de Pahlen. Nella transazione avvenuta a Ginevra, la nonna attraverso l'«accordo tombale» andava a ledere irrimediabilmente anche i diritti successori futuri di cinque degli otto figli di Margherita.

Gigi Moncalvo per “la Verità” il 17 agosto 2021. John Elkann era stato il primo a dimostrare che sua madre era stata un'illusa ad accettare l'accordo del 2004. Il primo effetto dopo la firma di Margherita fu il tanto agognato sblocco dei pacchetti azionari del gruppo Fiat rimasti congelati. Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens diedero ordine di cambiare i nuovi intestatari. In tal modo John si ritrovò al vertice del gruppo. Dopo la nomina a vicepresidente, a soli 28 anni, con Montezemolo al vertice (ad era Giuseppe Morchio fino all'avvento di Sergio Marchionne), John finalmente può sedere sul trono del nonno, mentre Montezemolo resta presidente fino al 2010. Il primo atto di John fu quello di firmare la lettera di licenziamento di Serge de Pahlen dagli incarichi che aveva al vertice di alcune delle società del gruppo nell'Europa dell'Est. Quel gesto faceva capire alla figlia dell'Avvocato che il suo ambizioso «piano», cioè sommare le sue azioni a quelle di sua madre e John per prendere il controllo completo della «ditta», era fallito. Per questo il primo a essere colpito, dopo di lei, era l'uomo che Margherita avrebbe voluto mettere alla presidenza della Fiat. Uno dei gravi errori di Margherita era stato quello di aver messo a punto il suo piano solo con il marito. Non aveva coinvolto nessun altro, non ne aveva discusso con sua madre, non si era consultata con qualche legale. Se avesse preparato meglio la strategia con un giro di consultazioni, specie per sondare l'opinione di Marella, avrebbe potuto avere in anticipo la prova dell'orientamento di sua madre, schierata contro di lei, e prendere atto dell'impossibilità di stabilire una linea comune. Il nome di Serge de Pahlen alla presidenza del gruppo Fiat non sarebbe mai stato preso in considerazione. Margherita, con la consueta alterigia, invece si illudeva di poter arrivare dalla Svizzera all'ultimo minuto, annunciare le sue intenzioni nello studio del notaio e veder prevalere le sue tesi. Senza sapere che l'altra parte aveva già eretto da tempo un muro invalicabile. Figurarsi se Gabetti e Franzo Grande Stevens si sarebbero fatte mettere nel sacco da una «casalinga» che, francamente, non ci capiva molto e non era nemmeno in grado di dialogare con sua madre e prevedere le mosse degli «avversari». Non immaginava che si verificasse la rottura di una unità famigliare, che di fatto non era mai esistita. Si illudeva che John avesse un minimo di rispetto verso la propria madre e le sue decisioni, mentre il giovane già si vedeva assiso sul «trono» del nonno. Qualche settimana più tardi, John avrebbe messo in atto un nuovo sgarbo verso suo madre: Margherita venne a sapere casualmente, grazie a una telefonata di sua zia Susanna, che il primogenito aveva fissato la data del suo matrimonio con Lavinia Borromeo Arese Taverna e aveva già spedito i cartoncini con le partecipazioni. «Margherita», disse zia Suni telefonando alla nipote, «la posta stamattina mi ha portato la bella notizia. Desideravo complimentarmi con te». «Grazie», rispose Margherita, ignara. «Ho ricevuto poco fa la partecipazione per le nozze di John. Ma non riesco a spiegarmi come mai non ci sia il tuo nome insieme a quello di suo padre Alain nell'annuncio del matrimonio». «Ah, questi giovani!», rispose Margherita, mordendosi le labbra. Margherita non volle dare a Suni la soddisfazione di chiedere la data del matrimonio, altrimenti avrebbe ammesso di non sapere nulla. Nonostante questi retroscena, John ebbe l'ardire di telefonare alla madre: «Avrei piacere di presentarti la mia futura sposa». «Bene, vi aspetto ad Allaman», rispose Margherita. Quel giorno rimase sorpresa dal gelo della futura nuora. Quando le chiese: «Dove avete intenzione di andare ad abitare?». Lavinia fu laconica: «Non abbiamo ancora preso una decisione». Mentre Margherita aveva saputo da un domestico che a Villa Frescot da tempo erano in corso lavori di sistemazione per il nido d'amore della coppia. Ovviamente si aspettava che figlio e nuora le chiedessero almeno il permesso di andare ad abitare là, in fondo era la «nuda proprietaria», ma ciò non avvenne. Il giorno delle nozze nella chiesetta dell'Isola Madre sul lago Maggiore, una delle isole borromee, Margherita si presentò solo per l'insistenza dei suoi cinque figli de Pahlen. Notò un «grande freddo». Non le venne messa a disposizione nemmeno un'auto della flotta aziendale, da Ginevra a Stresa la comitiva viaggiò in treno, per il cambio d'abito era stata prenotata una piccola stanza lontana dal quartier generale degli invitati, il Grand Hotel des Iles Borromées. L'isolamento non fu possibile in mezzo ai numerosi invitati in attesa sul molo dove i motoscafi facevano la spola con l'isola. Margherita rimase a lungo in attesa prima di imbarcarsi e all'attracco non c'era nessuno a fare gli onori di casa. La donna, che aveva pensato all'imbarazzo di doversi trovare vicina all'ex marito Alain Elkann, immaginava che il cerimoniale avesse previsto la necessità che la madre dello sposo rimanesse accanto al proprio marito Serge. Non era così: per lei c'era un posto in prima fila accanto ad Alain mentre Serge era stato relegato in fondo alla chiesetta vicino all'uscita. Margherita aveva rifiutato queste collocazioni, ma era stata preceduta dall'ex marito che aveva fatto occupare dalla propria compagna Rosi Greco il posto che toccava alla madre dello sposo. La quale aveva risolto il problema sistemandosi con Serge. Margherita e la sua comitiva se ne andarono senza partecipare al ricevimento per 700 invitati all'Isola Bella a Palazzo Borromeo. I suoi figli non vennero nemmeno invitati una decina di giorni dopo al grande cocktail offerto da John a 300 amici. Qualche mese dopo sarebbe arrivato un altro affronto per Margherita. Nel frattempo il 30 giugno 2006 era diventata nonna per la prima volta: Maria, la primogenita dei figli de Pahlen, aveva dato alla luce una bimba. Qualche tempo prima, nei primi mesi del 2006, la cugina Cintia Campello aveva telefonato a Margherita: «Lavinia è incinta». No, non lo sapeva. La notizia della nascita le arrivò solo grazie ai giornali: il 27 agosto 2006 era nato un maschietto, Leone Mosè Elkann. Stesse modalità di mancata «informazione» l'anno dopo: a marzo arriva la notizia che Lavinia è di nuovo incinta. L'11 novembre 2007 nasce il secondogenito, Oceano Noah. Identica procedura di silenzio assoluto nei confronti della nonna paterna, quattro anni dopo, per l'arrivo, il 23 gennaio 2012, di Vita Talita. In tutto quel periodo Margherita non aveva smesso di combattere le sue battaglie. Il solo canale di comunicazione rimasto aperto con l'altro «fronte» era quello legato alla terzogenita Ginevra Elkann. Alla fine del 2008 aveva informato la mamma, andando a trovarla ad Allaman, di essere incinta. Il bambino sarebbe nato a metà agosto. In quell'occasione le presentò il fidanzato, il nobile romano Giovanni Gaetani dell'Aquila d'Aragona. L'incontro fu molto affettuoso. Ginevra e Giovanni invitarono Margherita e Serge al matrimonio, che si sarebbe celebrato il 25 aprile 2009 nel riad messo a disposizione da nonna Marella a Marrakesh, in Marocco. Il giorno del matrimonio di Ginevra, Margherita e Serge ebbero modo di sentire di nuovo il gelo da parte di Lapo e John. Quando monsignor Guido Paglia pronunciò la frase «Scambiatevi un segno della pace», Margherita Agnelli si voltò verso Jaky e Lavinia seduti nella fila dietro di lei. La sua mano rimase sospesa nel vuoto. Quella giornata di festa non era stata rovinata nemmeno dal fatto che pochi giorni prima al tribunale civile di Torino c'era stata la prima udienza della causa intentata da Margherita si è trovata di fronte ad alcune sorprese dopo la morte di colei che l'aveva messa al mondo nella fase di passaggio alla piena proprietà delle residenze che erano in usufrutto a sua madre. Marella aveva stipulato un contratto di affitto con il nipote riguardante Villa Frescot, per sei anni. Si trattava di un evidente sgarbo: la villa sarebbe rientrata quanto prima nella proprietà di Margherita. Per quanto riguarda Villar Perosa (anche questa di proprietà di Margherita ma concessa in usufrutto a Marella fino alla sua morte), John nel 2004 aveva preso di fatto possesso della villa del nonno senza nemmeno chiedere il «permesso» a sua madre. Margherita era molto irritata anche perché i custodi l'avevano informata che spesso Lapo Elkann organizzava feste private. Le tensioni avevano raggiunto il culmine nel 2009. Margherita aveva deciso di andare a controllare di persona. Il personale di servizio l'aveva fatta entrare e la reazione di John era stata immediata: il licenziamento in tronco dei due custodi, Umberto e Grazia.

Gigi Moncalvo per “la Verità” il 18 agosto 2021. Naturalmente, alla morte di sua madre, Margherita Agnelli non ha ritirato la causa per l'annullabilità degli accordi del 2004, e come controparte è subentrato John Elkann «in qualità di erede della defunta». Il che implica che donna Marella Caracciolo ha lasciato un solo erede universale: suo nipote. Margherita non poteva, sulla base dell'«accordo tombale», impugnare il testamento e far valere i propri diritti di figlia e quindi di unica erede, come prevede il diritto italiano. La morte della madre, in pratica, ha dato la possibilità a Margherita di aprire una seconda guerra. La stessa qualificazione giuridica con cui John è stato indicato nella causa al Tribunale di Ginevra («erede») dà un'indicazione importante sul destinatario dei beni indicato e scelto da Marella, con o senza un testamento. Con queste premesse è chiaro che parlare di un'altra «guerra di successione» appare persino riduttivo. Sia che Marella abbia lasciato o meno un testamento, sia che la defunta negli ultimi anni abbia trasferito a John i suoi beni, questo non cancella il fatto che la sua unica erede in linea diretta sia la figlia. Con tutti i diritti successori che conseguono a favore di quest' ultima. Tuttavia, si è di nuovo in presenza dell'ostacolo maggiore: anche questa volta gran parte dei beni di Marella, e di cui quest' ultima molto probabilmente è entrata in possesso dopo la morte del marito, non solo appartenevano a Giovanni Agnelli, ma soprattutto si potrebbero trovare all'estero. Quindi è difficile stabilirne l'ammontare, l'ubicazione e gli intestatari. E, in particolare, dimostrare che tali beni costituivano la parte più cospicua del patrimonio di Gianni Agnelli ovviamente prima della sua morte e quindi andavano suddivisi tra le due eredi. Marella è morta in Italia ed era cittadina italiana (anche se iscritta all'Aire). Per queste due ragioni, in materia successoria avrebbe dovuto valere la giurisdizione del nostro Paese. Anche in presenza di quel famoso «accordo tombale» del 2004 che andava a ledere anche i futuri diritti successori di tutti i suoi otto nipoti, compresi i tre Elkann, che sarebbero maturati alla sua morte. Intanto è andato a compimento anche il disegno che aveva donna Marella: considerare solo tre degli otto nipoti e quindi lasciare una parte dei suoi beni escludendo i cinque de Pahlen. Oltre alle immense ricchezze lasciate a John, Marella si è ricordata di Lapo e Ginevra con due ricchi legati: a ciascuno è toccata un equivalente in titoli per 100 milioni di euro, più due importanti immobili. Lapo ha avuto un lussuoso chalet a St. Moritz, Ginevra invece ha avuto il riad di Marrakech. A fronte della situazione ereditaria legata alla morte di Marella Caracciolo è necessario un passo indietro per andare a rileggere quanto sia stato autolesionistico per sua figlia firmare quell'accordo. Due sono stati i documenti che avrebbero dovuto porre fine alle ostilità successive alla morte di Gianni Agnelli: l'Accord transactionnel, datato 18 febbraio 2004, e il Patto successorio. Il primo documento è composto da un preambolo, 14 articoli e otto allegati. Marella Caracciolo è indicata come «Signora X», Margherita Agnelli come «Signora Y», Gianni Agnelli come «Signor X» (per comodità di lettura verranno indicati rispettivamente come MC. MA, GA). Il preambolo dice: «È sorto un litigio a proposito della successione di GA, reputando la Sig. MA di non essere stata ragguagliata in modo preciso in merito alla consistenza del patrimonio del Sig. GA e in merito alle donazioni che quest' ultimo avrebbe potuto fare, tanto per ciò che concerne i beneficiari di dette donazioni quanto per ciò che concerne i loro importi». Detto questo, «le parti hanno deciso di concludere una transazione per mettere definitivamente un termine a questo litigio». Questo testo è sibillino poiché si limita a registrare la situazione che si è venuta a creare. Quando viene scritto che la figlia non era stata «ragguagliata», non si accusa nessuno ma ci si limita a scrivere che si tratta di quanto crede Margherita Agnelli. Ciò vale anche per un altro punto di cui la signora si è lamentata: e cioè, di non aver avuto le necessarie informazioni nemmeno «in merito alle donazioni che il Sig. GA avrebbe potuto fare». Margherita aveva chiesto, a lungo e invano, l'ammontare delle donazioni fatte in vita da suo padre, e anche l'elenco dei beneficiari, per controllare se la somma di tali beni avesse o meno superato la «quota disponibile». Su questo punto Margherita accetta di non sapere nulla. Secondo Margherita, la scopo di innalzare questa cortina appare semplice: evitare che si arrivi a sospettare che la «grande beneficiaria», con somme notevoli, sia stata Marella. Dopo il preambolo l'Accord transactionnel stabilisce alcuni punti fermi in cinque rilevanti articoli e, soprattutto, comincia a porre restrizioni legate al Patto successorio, cioè la rinuncia definitiva di Margherita all'eredità di sua madre. L'articolo I prevede che «la Sig. MC accetta e farà in modo che la Sig, MA, o qualsiasi entità che ella designerà, riceva nel termine indicato qui sotto: in piena proprietà gli attivi menzionati nell'Allegato 1; in nuda proprietà gli attivi menzionati negli Allegati 2 e 3, riservandosi la Signora Marella l'usufrutto vitalizio, senza restrizioni, su tali attivi». In proposito, tuttavia, «la Sig. MC non garantisce alla Sig. MA il valore di alcuno dei detti attivi». Oltre a questi allegati (che descrivono, i beni oggetto della divisione e dunque le ville, le società, i quadri e molte altre proprietà) ce n'è un altro che «richiama la sorte di taluni altri attivi della successione del Sig. Giovanni Agnelli». Ed ecco, nell'articolo IV, la precisa esplicitazione della rinuncia sconsiderata che Margherita sottoscrive sull'eredità dei beni che sua madre lascerà dopo la sua morte: «La Sig. MA riconosce che, quando gli attivi menzionati all'articolo 1 di cui sopra le saranno integralmente trasferiti, ella avrà già per ciò solo ricevuto sin d'ora l'integralità di quanto le potrebbe spettare nella successione della Sig, MC e sarà integralmente soddisfatta dei propri diritti». Anche l'articolo V rafforza la rinuncia futura della figlia sui beni della madre: «La Sig. MC e la Sig. MA concluderanno prima del 6 marzo 2004 un patto successorio secondo il progetto qui accluso nell'Allegato 5, a tenore del quale la Sig. MA rinunzia a tutti i suoi diritti nella successione della Sig. MC». Anche l'articolo VIII riveste grande importanza poiché sancisce la chiusura definitiva della «lite» (da qui l'aggettivo «tombale») e la rinuncia di vederci chiaro nelle «donazioni» fatte dal defunto: «Tramite la buona e fedele esecuzione della presente convenzione, la Sig. MA e la Sig. MC riconoscono di non avere più alcun diritto, direttamente o indirettamente, nella successione del Sig. GA, e di non avere da elevare alcuna pretesa per qualsiasi motivo l'una verso l'altra né nei confronti di chiunque, direttamente o in qualsiasi altra maniera. La Sig. MC e la Sig. MA riconoscono in tal modo che eventuali donazioni fatte, direttamente o indirettamente, dal Sig. GA, quali che ne siano il tempo, il luogo o i beneficiari, soggette o meno a contestazione per quanto ne concerna la forma, e pur se abbiano ecceduto la quota disponibile, non debbono formare oggetto di alcuna azione o pretesa segnatamente per nullità, per indennizzo, per restituzione, per riduzione o per rapporto. La Sig. MC e la Sig. MA rinunciano irrevocabilmente ad elevare qualsiasi pretesa a riguardo dei beneficiari di tali donazioni, chiunque essi siano». Infine, l'articolo XIV stabilisce che «la presente convenzione è esclusivamente sottoposta al diritto svizzero. Ogni litigio, ogni contestazione o divergenza derivante dalla presente o avente per origine la presente convenzione, e segnatamente la sua conclusione, la sua validità, la sua esecuzione o la sua interpretazione, saranno sottoposti alla competenza esclusiva del Tribunale di prima istanza della Repubblica e Cantone di Ginevra. Resta impregiudicato il diritto di ricorso al Tribunale federale. Così fatto il 18.2.04». In tal modo Margherita accetta che, come prevede la legge svizzera, sia possibile impugnare questo accordo solo entro un anno dalla firma. Nonostante silenzi e opacità, sospetti e misteri, Margherita accetta. Perché? Fin dall'apertura del testamento aveva protestato, invocato di essere «ragguagliata in modo preciso». Era accaduto il contrario. Perché ha poi accettato di non essere informata rinunciando ai propri diritti? Inoltre, appare incredibile la rinuncia assoluta e definitiva ai propri diritti, specie per quanto riguarda le donazioni e i nomi dei beneficiari. Margherita si è legata per sempre le mani allorché ha accettato di «non avere più alcun diritto, direttamente o indirettamente, nella successione di Gianni Agnelli, e di non avere da elevare alcuna pretesa per qualsiasi motivo l'una verso l'altra né nei confronti di chiunque, direttamente o in qualsiasi altra maniera». Per di più riconoscendo «che eventuali donazioni fatte, direttamente o indirettamente» da Gianni Agnelli, anche se hanno ecceduto la quota disponibile, «non debbono formare oggetto di alcuna azione o pretesa segnatamente per nullità, per indennizzo, per restituzione, per riduzione o per rapporto». Come ha fatto Margherita a non rendersi conto che, vista la confusione e la reticenza che circondava il patrimonio di suo padre, non bisognava accontentarsi di quel poco che era stato fatto emergere? Non c'era la possibilità che altri beni e altri asset venissero successivamente portati alla luce o da lei scoperti? Perché rinunciare per sempre ai propri diritti e cancellare questa futura eventualità? E le donazioni, poi? Possibile che in questa fase Margherita nutrisse ancora la patetica convinzione che sua madre e suo figlio non potessero essere tra i beneficiari di donazioni formalizzate «in extremis»? Margherita in una certa misura era consapevole che, per quanto riguardava il patrimonio, c'era dell'altro. Lo dimostra il fatto che, nello spazio bianco in fondo all'accordo, ha voluto aggiungere di suo pugno di aver firmato solo «per mettere definitivamente un termine a questo litigio» e «par gain de paix», per ottenere la pace. Povera illusa!

Gigi Moncalvo per “la Verità” il 19 agosto 2021. Nell'accordo di Ginevra donna Marella Caracciolo cede alla figlia una serie di «attivi», alcuni in piena proprietà altri in nuda proprietà, riservando per sé l'usufrutto vitalizio. Il trasferimento di questi beni deve avvenire entro due mesi. Secondo Margherita Agnelli è la prova di una prima scorrettezza della madre verso la figlia: Marella, alla morte del marito, secondo la figlia sarebbe entrata in possesso di una serie di beni che, essendo parte della successione, fin dai primi mesi del 2003, avrebbero dovuto essere condivisi con Margherita. Perché non lo sono stati? Il sospetto più atroce che continua a crescere ruota intorno a un interrogativo: davvero sua madre ha fatto emergere tutto il patrimonio? Con l'accettazione di quell'accordo, evidentemente Margherita ritiene di sì. Anche se una attenta lettura avrebbe dovuto metterla in allarme: oltre a liquidarla cash, era evidente anche l'obiettivo di tagliarla fuori dalla futura eredità della madre e quindi da tutti gli altri beni che fossero emersi nel frattempo. Possibile che Margherita non si sia insospettita per l'insistenza con cui la sua «rinuncia tombale» alla successione della madre era stata inserita in ben quattro diversi articoli e sarebbe poi diventata oggetto di un ulteriore «patto» firmato a parte? Eppure le espressioni usate non si prestano ad alcun equivoco: Margherita accetta di riconoscere i beni oggetto dell'accordo come l'«integralità di quanto le potrebbe spettare nella successione della signora Marella Caracciolo» e quindi «sarà integralmente soddisfatta dei propri diritti». È probabile che Margherita, ma questo la giustifica solo in parte, avesse la mente offuscata dalla grande quantità di denaro che le veniva offerto. Ma allora perché ha cominciato ad agitarsi pochi mesi dopo quella firma e non si è placata nemmeno 16 anni dopo? L'«harakiri» di Margherita tocca l'apice nel secondo documento, che si rivelerà molto più importante del primo. Si tratta del Pacte successoral, l'accordo tombale. Così come l'Accord transactionnel, viene firmato a Ginevra il 2 marzo 2004 nell'ufficio del notaio Etienne Jeandin dello Studio Poncet-Turrettini-Amaudruz-Neyroud & Associati. Con questo documento, Margherita «rinuncia a qualsivoglia diritto e, in particolare, alla quota di legittima alla quale avrebbe titolo nella successione di sua madre». Da parte sua, donna Marella, dopo aver dichiarato di affidare la propria successione al diritto elvetico, afferma di «conservare, piena e integra, la libertà di disporre della sua eredità». Il testo integrale prevede: «Art. I - La Signora Marella Caracciolo Agnelli dichiara che il suo testamento sarà esclusivamente e interamente regolato dalla legge svizzera. Art. II - La Signora Margaret De Pahlen dichiara per il presente di rinunciare a tutti i diritti e segnatamente alla riserva di legge che potrebbe avere nella successione di sua madre. Art. III - La signora Marella Caracciolo conserva la sua piena e completa libertà di prendere tutte le disposizioni testamentarie riguardanti il suo patrimonio. Art. IV - Le parti dichiarano espressamente di accettare reciprocamente le disposizioni che precedono». Dunque, Margherita accetta non solo di regolare il passato e il presente ma, soprattutto, il futuro. È incredibile che non sia stata avvertita dai propri avvocati, o se lo è stata non abbia compreso le conseguenze che ne sarebbero derivate, non solo per lei ma anche per i suoi figli di secondo letto. Infatti con quella rinuncia Margherita è andata a ledere gravemente anche i diritti dei suoi figli e futuri eredi, soprattutto i de Pahlen. In secondo luogo le «volpi» che assistevano donna Marella avevano fatto mettere nero su bianco che la vedova Agnelli affidava la propria successione al diritto elvetico, molto meno generoso di quello italiano nei confronti della quota legittima per i figli. In pratica, Margherita accetta di lasciare libera la propria madre di dare i propri beni a chi vorrà. Quell'atto determinava una conseguenza immediata di cui Marella un anno prima aveva approfittato prima ancora che l'accordo venisse firmato: nello studio del notaio Morone aveva fatto una importante donazione a favore di John Elkann, regalandogli la quota che gli consentiva di controllare la Dicembre, cioè l'intero gruppo. John si avvicinava al «trono» e sua madre veniva messa in condizione di non nuocere perché veniva estromessa dal pacchetto azionario, facendo venir meno la sua velleitaria intenzione di «comandare», insieme a figlio e madre, nominando presidente Serge de Pahlen. Quell'accordo tombale era ed è il documento chiave con cui Margherita metteva fine a ogni sua pretesa e richiesta. Credeva di ottenere la pace, di mandare definitivamente in soffitta dubbi e sospetti. Invece, proprio da quel momento si sono moltiplicati i suoi timori, il suo convincimento di essere stata «raggirata» o tenuta all'oscuro della reale entità del patrimonio di suo padre e quindi privata di una parte che le toccava. Per di più non aveva nemmeno pienamente valutato che cosa significasse accettare, con la sua firma, di essere esclusa definitivamente dall'eredità futura di sua madre. La domanda è sempre la stessa: perché Margherita ha accettato? Perché non ci ha ripensato? Perché, pur avendo firmato, non ha fatto valere le sue contrarietà e le violazioni di legge impugnando quegli accordi nei 12 mesi che le erano consentiti dal diritto svizzero per fare ricorso? Probabilmente perché era ancora rappresentata dai due legali che non le avevano aperto gli occhi di fronte al testo dell'accordo. Una risposta può essere questa: era talmente logorata che, alla fine, la quantità di denaro che le era caduto dal cielo l'aveva «stordita». A questo ha contribuito anche il fatto che suo marito l'abbia lasciata fare. Era anch' egli obnubilato dalla quantità di denaro? Eppure non aveva smesso di mettere in guardia la moglie. L'ingenuità di Margherita da questo punto di vista è innegabile. Nel momento in cui pone quella firma nel 2004, si fida dei suoi avvocati e soprattutto di sua madre e di suo figlio. In fondo, pensa che anche donna Marella sia «una povera vittima». Margherita non sospetta che sua madre sia parte attiva, fin da prima della morte del marito, di quel disegno che mira a estrometterla. Nemmeno dopo la firma Margherita dubita del comportamento della madre: «Se ha preso quegli impegni, vuol dire che in buona fede era convinta che non ci fosse più nulla da dividere del patrimonio di papà». I rapporti tra Margherita e sua madre, quando firmano gli accordi di Ginevra, nonostante tutto appaiono improntati a una certa cordialità. Alla fine Margherita, anche se non ha avuto né la trasparenza né la chiarezza a lungo invocate, firma illudendosi che quando verrà il momento tutto si sistemerà, sia nei suoi confronti sia in quelli di tutti i nipoti de Pahlen. Non crede che sua madre sia talmente cinica da manifestare una idiosincrasia così spiccata verso i cinque nipoti de Pahlen e al tempo stesso una preferenza così plateale e sfacciata verso i tre nipoti Elkann. Solo dopo, Margherita ha aperto gli occhi, si è pentita. Ma ormai era troppo tardi. E certo ha ripensato alle parole che pronunciò al momento di rinunciare al vero tesoro custodito nella cassaforte di suo padre: «La mia decisione di uscire dalla Dicembre», aveva detto, «è la prova più evidente che non avevo e non ho nessuna intenzione di creare ostacoli a John, mettendo in dubbio il suo ruolo al vertice della catena di comando di tutto il gruppo». Ma, aveva aggiunto subito dopo: «Ed è anche la conferma che facendomi firmare quell'accordo qualcuno a Torino aveva finalmente raggiunto i suoi scopi». A questo punto il tentativo odierno di Margherita di dar vita, dopo la scomparsa della madre, alla «seconda guerra di successione» appare del tutto vano. La lettura dei due accordi, sia gli articoli IV e VIII dell'Accord transactionnel sia l'intero Pacte successoral, non si prestano ad alcun equivoco. Non è dato sapere su quali basi i due giureconsulti di Zurigo e Basilea abbiano basato la loro conclusione secondo cui esistono «ampi margini di annullabilità dei due accordi». È molto probabile che abbiano riscontrato errori formali, ad esempio nelle procedure seguite o nei tempi di registrazione degli atti, ma anche se fondati e convincenti, quegli eventuali cavilli non cambiano la sostanza del problema: Margherita ha impiegato ben 14 anni prima di «accorgersi» che qualcosa non andava. E, guarda caso, se n'è accorta quando, o soltanto quando, gli asset a cui aveva rinunciato in cambio di una notevole somma di denaro valgono ben 20 volte di più.

Gigi Moncalvo per “la Verità” il 20 agosto 2021. Margherita Agnelli dunque ha ottenuto qualcosa e ha rinunciato a qualcos' altro. Ha ottenuto di far emergere il patrimonio all'estero che per metà era suo e di cui non era stata informata, nemmeno dalla madre. In cambio ha dovuto uscire dalla Dicembre, accettare le donazioni fatte dalla madre a John Elkann e soprattutto rinunciare al patrimonio che in futuro avrebbe potuto ereditare dalla mamma Marella Caracciolo. Con quell'accordo e con il patto successivo ha cercato la pace e sperava, ovviamente, di averla raggiunta. Gli immobili, il patrimonio, il denaro al centro di questo documento sono ignoti. Sull'elenco di questi beni e sull'entità patrimoniale dell'accordo si possono fare solo ipotesi, essendo questi documenti segreti. Solo le autorità fiscali italiane, infatti, potrebbero accendere i riflettori su beni all'estero. C'è da pensare che si tratti di beni immobili come la villa in Corsica, l'appartamento di Parigi, la casa di St. Moritz. E, per quanto riguarda il corrispettivo in denaro, dei conguagli di quanto era stato «movimentato» da Marella subito dopo l'apertura del testamento. Ad esempio quando aveva incaricato Sotheby' s di mettere all'asta l'appartamento di Park Avenue a New York, quadri e sculture comprese. Margherita lo seppe solo dai giornali, anche se si trattava di beni per metà suoi. «Protestai con mia madre», ricorda, «E mi accorsi che era stato tutto programmato. Qualcuno l'aveva spinta a vendere senza avvertirmi, commettendo una illegalità. È chiaro che, dopo aver avuto notizie della vendita, io avrei protestato. Fin da allora volevano far passare la mia immagine di donna litigiosa, di figlia ingrata e avida di denaro. Mentre invece cercavo solo di far "rinsavire" mia madre chiedendole come mai non mi avesse informata e consultata, chi l'avesse consigliata a fare in quel modo assurdo». L'accordo, infine, fissa un vitalizio a favore di Marella per l'usufrutto sia delle case in Italia sia all'estero: ogni anno Margherita verserà 7 milioni di euro a partire dal marzo 2004. Questo aspetto dell'accordo va approfondito. Gli avvocati di Marella erano riusciti ad avere questo cospicuo vitalizio per la loro assistita accampando il fatto che Marella usciva fortemente penalizzata da quella trattativa, aveva incassato una cifra di gran lunga inferiore rispetto alla figlia e quindi, poverina, andava in qualche modo indennizzata. Era stato fissato un forfait: 7 milioni l'anno, vale a dire quasi 600.000 euro di «pensione» al mese (per l'esattezza 583.333,50 euro). Quindi, nei restanti anni 15 anni di vita e fino alla sua morte, donna Marella ha incassato dalla figlia 105 milioni di euro. L'accordo venne firmato a Ginevra e quindi per la legge italiana è nullo poiché in contrasto con il nostro diritto successorio. Ma, nel frattempo, Marella potrebbe aver fatto sparire tutto con donazioni, specie ai primi tre nipoti. A parte questo, poiché i beni di Marella si trovano all'estero, magari nascosti o «schermati» dietro fantomatici «fiduciari», come potrebbe Margherita far valere la sua «legittima»? Se non vi fosse il famoso patto successorio, Marella sarebbe «libera» di dare a terzi solamente un quarto del proprio patrimonio, dato che la «legittima» svizzera per i discendenti, in assenza di coniuge, è del 75%. Ciò che avrà rilievo sarà la «residenza abituale» di Marella (secondo il regolamento Ue 650/2012 oggi direttamente applicabile in Italia); oppure - il che è molto simile - «l'ultimo domicilio» (come prevede l'articolo 90 della legge federale svizzera sul diritto internazionale privato del 1987). Infine, è tuttora valida giuridicamente tra Italia e Svizzera la Convenzione di stabilimento e consolare italosvizzera del 1868, che prevede la «competenza giurisdizionale» esclusiva del giudice del «luogo di ultimo domicilio» - o «residenza» - nel proprio Stato di origine, dunque l'Italia nel caso di Marella. In breve, conta solo dove Marella abbia vissuto abitualmente ovvero dove si trovasse al momento della morte. Dunque, muovere la nonna nel luogo e nel tempo più opportuno potrebbe essere stata la strategia qualora un suo nipote avesse voluto neutralizzare e «spuntare» qualsiasi arma nelle mani di Margherita. Tenendo presente tale unica arma, è la legge italiana che potrebbe annullare il patto successorio del 2004.La questione è molto complessa e affonda nel tema di diverse norme applicabili della giurisdizione sul caso (il tribunale competente a decidere una eventuale controversia), e del cosiddetto «rinvio» di una legge a un'altra. Vanno incrociati il Regolamento Ue, il vecchio trattato consolare del 1868, e la legge svizzera. Ecco i vari scenari.1 Marella è morta in Italia ed è residente in Svizzera. In questo caso si applica la legge italiana - perché la successione si apre in Italia - legge che altro non è che il Regolamento dell'Ue: esso rinvia immediatamente alla legge svizzera come luogo di «residenza abituale». Dunque, come legge applicabile alla successione di Marella, si avrà quella Svizzera. In tal caso, Margherita «perde» (e il patto successorio resta valido). 2 Se invece Margherita dimostra che Marella non aveva come residenza abituale la Svizzera ma l'Italia, oppure dimostra in tribunale che (citando il Regolamento Ue) «in via eccezionale dal complesso delle circostanze del caso concreto risulta chiaramente che, al momento della morte, il defunto aveva collegamenti manifestamente più stretti con uno Stato diverso da quello la cui legge sarebbe applicabile ai sensi del paragrafo 1 (ossia l'Italia, ndr), la legge applicabile alla successione è la legge (italiana, ndr)». In tal caso, Margherita «vince», e sarebbe nullo il patto successorio tra lei e sua madre. C'è un altro aspetto da non dimenticare: quello fiscale. Prima di tutto si applica la legge fiscale sulla base della residenza fiscale del defunto al momento della morte. Essendo Marella venuta a mancare come residente in Italia, si applica su tutti i beni l'imposta di successione italiana (aliquota al 4% con una franchigia di 1 milione di euro). In più, ma solo in teoria, c'è l'imposta di successione svizzera sui beni presenti in territorio elvetico. Oltre a eventuali imposte estere su beni situati in altri Paesi, ad esempio Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna. Secondo alcune fonti, il patrimonio di cui disponeva Marella era immenso: 5,8 miliardi di euro (secondo i Panama Papers) più 9,2 miliardi di euro in oro. Si tratta dell'«oro del Senatore», quello che Gianni Agnelli avrebbe ricevuto nel 1945 alla morte di suo nonno e che riguardava i profitti derivanti dalle forniture Fiat per la prima e la seconda guerra mondiale. Questo presunto deposito in lingotti d'oro ammonterebbe 138 tonnellate d'oro con un volume di 71.254 litri, pari al carico di due autocisterne medio grandi. Tale oro, dopo essere spostato da Basilea, dove lo custodiva il nonno, ora sarebbe nel Free Port dell'aeroporto di Cointrin a Ginevra, che certamente riesce a contenere senza difficoltà un simile quantitativo. In quel magazzino sono presenti oro e opere d'arte per un valore di almeno 100 miliardi di dollari. Certo l'ipotesi è molto romanzesca. Il punto è: come potrebbero gli eredi a entrare in possesso di questa montagna d'oro? Sarebbe necessario presentarsi con il documento di legittimazione. Se fosse vero che c'è l'oro, Free Port avrà certo identificato, al momento in cui è avvenuto il deposito, un legittimario. Tale «legittimario» può essere venuto a mancare, e allora in tal caso sarebbero i suoi «aventi causa» ad avere la possibilità entrare e «avere le chiavi», ad esempio un erede, un procuratore, insomma un avente titolo. Se questa storia fosse vera, tuttavia, gli esperti immaginano che l'oro sarebbe stato conferito in qualche trust (magari con i soliti protectors) oppure donato a qualcuno con passaggi vari in modo che il controllo effettivo sia oggi nelle mani di colui o coloro che l'Avvocato voleva lo avesse. È chiaro che se Margherita diventasse unica erede di Marella e, per caso, quell'oro fosse intestato a Marella o ad altri enti che alla fine riconoscevano in Marella il beneficiario finale, ragionevolmente Margherita potrebbe entrarne in possesso. Bisogna dire, però, che tutta la vicenda dei trust, dei protector, di Alkyone (la fondazione di Agnelli a Vaduz), delle stiftung e delle anstalt, nonché l'apparente leggerezza con cui Gianni Agnelli avrebbe conferito enormi poteri ad alcune persone, fa pensare che la famiglia potrebbe aver perso il controllo su questi asset. «Come dico sempre ai miei clienti», mette in guardia un esperto, «prima di fidarsi di chicchessia, fiduciario, trustee, protector o altri, bisogna veramente pensarci mille volte. E spesso accade che per privare qualcuno di un bene, si finisce per fare del male a sé stessi, perdendone il controllo a favore di eventuali malintenzionati».

Estratto dal libro "Casa Agnelli" di Marco Ferrante (Mondadori 2007) pubblicato da Dagospia il 24 febbraio 2019. Dal matrimonio con Marella Caracciolo di Castagneto, Gianni ebbe due figli, Margherita e Edoardo. Quando si sposarono lei era una ragazza che veniva da una famiglia principesca con pochi quattrini – suo nonno aveva dilapidato l’immensa fortuna di origine feudale che aveva ereditato –, era elegantissima e aveva una vocazione spiccata per la rappresentazione sociale del sé. Da ragazza aveva lavorato a New York come assistente del fotografo Erwin Blumenfeld. È sempre stata molto amata dai fotografi. Clifford Coffin la ritrasse nel 1949 e Richard Avedon negli anni Cinquanta. Il suo ruolo nel jet set internazionale ha il punto di massima celebrazione nel rapporto con Truman Capote. A Katharine Graham – amica degli Agnelli, proprietaria del «Washington Post» – Capote un giorno disse che, in un’ideale classifica della bellezza, Marella Agnelli sarebbe stata la più cara nella vetrina di Tiffany. In Infamous, il film sulla vita di Capote nel periodo in cui sta scrivendo A sangue freddo, Marella è presente nel ristretto numero delle amiche dello scrittore, insieme a Babe Paley (moglie del fondatore della Cbs) e Diana Vreeland. È interpretata da Isabella Rossellini. Nonostante il tratto icastico, Marella non ha lasciato nell’immaginario collettivo una traccia paragonabile a quella del marito. Molti pensano che ciò potrebbe essere dipeso dal rapporto sbilanciato a favore di lui. Ci sono fotografie bellissime che la ritraggono, ma tutte sostanzialmente fredde (comprese quelle di Richard Avedon, il quale l’adorava – dice la leggenda – per via del suo lungo collo). In un filmato di una recita di beneficenza alla fine degli anni Quaranta a Roma, Marella esegue un numero di danza con Gea Pallavicini (meno brava di lei). In una delle sue foto più belle – che non è in posa, né mondana, ma ritrae una scena di vita quotidiana – attraversa la pista di un aeroporto con suo marito. Marella ha figurato stabilmente nelle classifiche delle donne più eleganti del mondo, ed è una celebrità nel ramo giardini. Ha scritto tre libri sul tema, uno con la nipote Marella Caracciolo e con Giuppi Pietromarchi, un altro con il fratello Nicola. Ha collaborato con «Vogue» e ha disegnato stoffe d’arredamento. È molto riservata, poco propensa a parlare di sé o in pubblico. Chi non fa parte della cerchia ristretta delle sue amicizie la giudica una persona vaga, distante, sospesa sulla realtà. Chi la conosce, invece, invita a non sottovalutarne la discrezione e l’effetto che essa ebbe sulla coesione matrimoniale. Gianni Agnelli si considerava un buon marito, ancorché infedele, e non fece mai nulla per nascondere le sue infedeltà. Lei, invece, avrebbe preferito una storia diversa e pativa l’infedeltà. Era una donna all’inseguimento di suo marito. Tentava di controllare la situazione. Secondo alcuni testimoni e amici intimi questo atteggiamento pesò sull’educazione dei figli: per lei la coppia veniva prima della famiglia. Per lui, lei era sua moglie. Fu visto piangere quando fu sottoposta a un intervento chirurgico. Stava bene con lei ed era – e soprattutto sembrava – protettivo. Per esempio, quando lei esprimeva giudizi che avrebbero potuto essere rettificati, lui lasciava correre. E tutto questo era percepibile dagli altri. Ciò non significa che i loro rapporti fossero idilliaci. Avevano le loro turbolenze. Dopo la morte del figlio Edoardo e del marito, Marella trascorre molto tempo nella casa a Marrakech e in quella di Calvi. Il contributo Caracciolo alla formazione di Gianni fu superiore a quello che si pensa. Gianni acquisì dai Caracciolo una parte del suo personale birignao – modificò un poco il rotacismo, per esempio – e fu il suocero a trasmettergli alcune relazioni e la curiosità per la politica. Filippo Caracciolo fu sottosegretario agli Interni nel secondo governo Badoglio e segretario del Partito d’Azione. In generale, c’era nei Caracciolo un elemento di modernità e di anticonformismo rispetto alla società del dopoguerra. Gianni subì un misto di influenza e contaminazione molto visibile nel rapporto con il fratello maggiore di Marella, Carlo, fondatore del gruppo editoriale L’Espresso; secondo alcuni Agnelli, l’unica persona che gli tenne davvero testa. Come ricorda l’altro fratello, Nicola Caracciolo, i rapporti tra Carlo e Gianni attraversarono due fasi. Fino alla metà degli anni Settanta furono molto vicini. Gianni non entrò mai nel capitale dell’Espresso, ma la sua presenza protesse Carlo. Le cose si raffreddarono quando la Dc, soprattutto Amintore Fanfani, fece pressione su Agnelli perché esercitasse un ruolo di persuasione su Caracciolo e sulla linea editoriale del suo gruppo. All’inizio degli anni Settanta Caracciolo e l’Ifil avevano costituito una società editoriale – cui il gruppo L’Espresso non partecipava – che proprio in seguito a queste pressioni venne sciolta. Agnelli offrì al cognato, tramite Gianluigi Gabetti, la guida di una società editoriale americana, la Bantam Books. Carlo disse di no. Gianni si meravigliò del rifiuto e da quel momento – osserva Nicola Caracciolo – scese un’ombra tra i due. Inoltre Carlo si trovò diviso tra Agnelli ed Eugenio Scalfari, che attaccava il capo della Fiat considerandolo succube della Dc. La questione psicologica fra i due rimase intatta. Erano divisi, ma anche inestricabilmente legati, si influenzarono l’uno con l’altro. Erano amici, ma anche in competizione. Agli occhi di Agnelli, Caracciolo aveva una caratteristica di vitalità che lo affascinava. In un’intervista a Gianni Minoli, Agnelli confessò che se non fosse nato così ricco non lo sarebbe mai diventato. Caracciolo aveva l’energia, invece, di chi vuole riprendersi il suo posto nel mondo.

Quelle ultime ore nella sua Torino, la famiglia e i rischi di una nuova faida. Moncalvo: "La figlia vorrà la rivincita". Domani i funerali a Villar Perosa, scrive Andrea Cuomo, Domenica 24/02/2019, su Il Giornale. Nata principessa, vissuta da regina e morta da icona, Marella Agnelli, donna Marella come era chiamata da tutti si è spenta ieri mattina nella sua casa di Torino. I suoi ultimi giorni sono stati di silenzio e agonia, fine ineluttabile di una vita passata senza clamori, ancor più negli ultimi anni, dopo che l'Avvocato era morto e lei era rimasta sola ad amministrare l'impolverarsi gentile della sua inarrivabile eleganza. I pochi che potevano dire di conoscerla saranno ai funerali celebrati domani in forma privata a Villar Perosa dal vescovo di Pinerolo Derio Olivero. Gli altri sembrano accorgersi solo ora di quanto sia stata importante questa donna sottile, di una bellezza così poco italiana. La ricorda così suor Giuliana Galli, che di Marella fu grande pur se tardiva amica: «Ho conosciuto Marella Agnelli una ventina di anni fa in occasione di due mostre che facemmo insieme, un po' contrastate per l'epoca, una che ritraeva gli ospiti del Cottolengo, un’altra con volti di persone che venivano da lontano». Due esposizioni che dimostravano il coraggio di una donna «che sapeva prendere posizione anche su temi che non andavano di moda». La conosceva bene anche il conte Gelasio Gaetani Lovatelli dell'Aquila d'Aragona, amico del figlio Edoardo: «Marella faceva parte della mia famiglia. Era un'amica d'infanzia di mia madre, Lorian Franchetti. Donna colta, bellissima, di grande eleganza ed educazione. Oggi non esistono più donne come lei». Piange Marella la squadra della Juventus, che agli Agnelli ha legato un pezzo importante della sua storia e che oggi a Bologna giocherà con il lutto al braccio. Il tecnico Massimiliano Allegri, nel corso della conferenza stampa prepartita, dedica un pensiero per Donna Marella. Alessandro Del Piero, che della Juve è stato un simbolo, se la immagina «già a passeggio con l'Avvocato, in uno di quei magnifici giardini in cui amava rifugiarsi e di cui si prendeva cura». E Luciano Moggi, ex direttore generale della società bianconera, si dice addolorato perché «nutro un grande rispetto nei confronti dell'Avvocato e della sua famiglia». Tante le voci. «Era una donna molto riservata, vivevamo in mondi separati», il rispettoso ricordo del novantacinquenne Cesare Romiti, dal 1976 al 1998 prima amministratore delegato e poi presidente del gruppo Fiat. E il successore di Romiti Paolo Fresco: «Ho molto ammirato Marella Agnelli. Non posso dire di averla conosciuta bene perché era una persona riservata. Eppure la sua presenza si sentiva, si imponeva, perché aveva un carisma, una personalità forte». «Bellissima, eterea, sembrava una farfalla multicolore», dice aulica l'amica Giulia Maria Crespi, presidente onoraria del Fai, che Marella contribuì a creare. «La ricordo come una donna di rara gentilezza e di grande discrezione. Non una condizione imposta ma una scelta voluta e custodita», dichiara Piero Fassino, ex sindaco di Torino e parlamentare del Pd. E l'attuale sindaco Chiara Appendino: «È stata una figura che negli anni, per il nostro Paese e non solo, ha rivestito un ruolo importante nel mondo dell'arte e della cultura». Ci offre un altro sguardo Gigi Moncalvo, giornalista e «biografo» non ufficiale degli Agnelli-Caracciolo, a cui ha dedicato tre libri: «La fase che si apre da oggi potrebbe essere quella della rivincita di Margherita Agnelli. Lei che finora è stata esclusa da ogni ruolo, è probabile che andrà ad una sorta di regolamento dei conti famigliare». Secondo Moncalvo la seconda filia di Marella potrebbe rivendicare tutto quello su cui la madre aveva l'usufrutto su disposizione di Gianni Agnelli. Non certo bazzecole.

Gigi Moncalvo per la Verità il 24 febbraio 2019. La royal family, o il poco che ne resta, perde la sua regina. Marella dei principi Caracciolo di Castagneto e di Melito, vedova di Gianni Agnelli, è morta per una crisi respiratoria la notte scorsa a Torino, a villa Frescot, la residenza dove ha vissuto accanto al marito fino alla morte di lui, nel gennaio 2003. A maggio avrebbe compiuto 92 anni. I funerali si svolgeranno domani, a Torino. Non si sa se donna Marella verrà sepolta a Villar Perosa, nella cappella privata degli Agnelli, oppure a Garavicchio, in Toscana. Ma questa ipotesi è da escludere: la salma verrebbe cremata, dopo quel che accadde a suo fratello Carlo, editore di Espresso e Repubblica, incenerito dalla figlia Giacaranda senza informare figli e parenti. Alle tre di notte, quando è spirata, Marella aveva accanto un paio di infermiere: nessun parente, neanche suo nipote Jaky, che abita nella stessa casa. Stavano dormendo: chi poco lontano da lei, chi in albergo. Quando si erano diffuse le voci sull' aggravarsi della sue condizioni, erano arrivati dalla Svizzera la figlia Margherita e i cinque nipoti de Pahlen (Pietro partito dalla Russia, Maria - informata in ritardo - è in viaggio da Tbilisi, in Georgia), Lapo e Ginevra. E poi Nicola, il fratello di Marella e attuale principe Caracciolo, con la moglie, principessa Rossella Sleiter, Marellina Chia (figlia di Nicola), insieme a Carlo jr. e Margherita, figli ed eredi di Carlo Caracciolo. Clamoroso l'ingresso di Margherita, dopo 15 anni che il figlio non le aveva più consentito di varcare la soglia di quella casa, che era ed è sua. La donna è rimasta 20 minuti con sua madre. Marella in estate era stata colpita da una broncopolmonite a Samaden, località svizzera scelta dopo aver lasciato St. Moritz per l'eccessiva altitudine. In quella circostanza, suo nipote John aveva creato un muro invalicabile intorno al capezzale della nonna, per impedirle contatti esterni. Compresi quelli con Margherita, che aveva lasciato il suo castello di Rougemont per correre dalla madre. Tutto aveva fatto pensare che fossero già in corso le «grandi manovre» dei due schieramenti (John da una parte, sua madre dall' altra) per preparare il terreno per l'eredità. C' è da prevedere che questa morte aprirà una nuova grande «guerra di successione» per l'enorme patrimonio della scomparsa, in gran parte all' estero.

Ci sono già alcune conseguenze immediate: prima fra tutte il passaggio automatico nella disponibilità completa di Margherita di molti beni: quelli su cui Marella aveva l'usufrutto, come indicato nel testamento di Gianni. Margherita avrà piena proprietà di ciò di cui ora aveva la nuda proprietà. Prima di tutto Villar Perosa, il simbolo della ex dinastia. Poi Villa Frescot, in collina a Torino - la residenza di Gianni Agnelli e in cui abita John Elkann con la sua famiglia (senza avere mai chiesto il permesso a sua madre). Quindi Villa Sole, poco lontano da Frescot, dove il padre aveva concesso di vivere al figlio Edoardo, pur senza intestargliela. Nello stesso perimetro c'è la lussuosa Villa Bona, una seconda residenza a poco a poco divenuta un elegantissimo pied-à-terre dell'Avvocato, progettato dall' architetto Amedeo Albertini e realizzato con immense pareti di vetro. Il quinto immobile è a Roma, all' ultimo piano di Palazzo Carandini in via XXIV maggio, di fronte al Quirinale. Margherita da ieri notte è divenuta proprietaria anche della preziosa collezione di 115 quadri, il cui elenco dettagliato fa parte dell'Accordo transattivo stipulato tra madre e figlia a Ginevra nel febbraio 2004 e che comprende tre Picasso, sei Paul Klee, un Goya, quattro Klimt, cinque Schiele. A Margherita erano già stati consegnati altri 114 quadri (più 41 in deposito a Villa Frescot). Bisognerà vedere a chi andranno altri 37 quadri di cui era piena proprietaria Marella. Il valore totale della collezione nel 2004 venne stimato, al ribasso, quasi 213 milioni da David Somerset, undicesimo Duca di Beaufort, allora titolare della Marlborough Gallery di Londra.

Un altro vantaggio immediato di Margherita è quello di non dover più pagare alla madre un assegno mensile di circa 700.000 euro, chiesto 15 anni fa da Marella quale parziale compensazione del «minore introito» che riteneva di aver subìto. In questi anni la figlia ha versato alla madre 126 milioni. Quanto a John, Margherita potrebbe sfrattarlo da Villa Frescot (lui si è preparato, facendosi costruire una villa poco lontano con tre piani sotterranei, vicino a quella di Cristiano Ronaldo). Margherita è ancora irritata perché John, dopo le nozze con Lavinia Borromeo nel settembre 2004, prese possesso della villa del nonno senza chiedere il permesso a sua madre, nuda proprietaria.

Sia che Marella abbia lasciato o meno un testamento, la sua unica erede in linea diretta è la figlia. Ma gran parte dei beni si trova sicuramente all' estero, e quindi è difficile stabilirne l'ubicazione e risalire ai beneficiari. Marella è morta in Italia, è cittadina italiana (iscritta all' Aire come residente all' estero), e quindi vale la giurisdizione italiana in materia successoria. Soprattutto per quanto riguarda l'accordo tombale firmato nel 2004 tra madre e figlia, in cui quest' ultima si riteneva «soddisfatta» e rinunciava ai diritti ereditari. L' accordo però fu firmato a Ginevra, e quindi per la legge italiana è nullo poiché in contrasto col nostro diritto successorio. Nel frattempo, Marella potrebbe aver mutato la situazione con donazioni, specie ai primi tre nipoti. Potrà Margherita far valere la sua «legittima»? Se non vi fosse questo patto, Marella sarebbe libera di dare a terzi solamente il 25% del proprio patrimonio, dato che la «legittima» svizzera per i discendenti, in assenza di coniuge, è del 75%. Ciò che avrà rilievo sarà la «residenza abituale» di Marella, oppure l'ultimo domicilio. Muovere la «cara nonnina» nel luogo e nel tempo più opportuno potrebbe essere stata la strategia da adottare, qualora un suo nipote avesse voluto neutralizzare e spuntare qualsiasi arma nelle mani di Margherita. La questione è molto complessa e affonda nel tema di diverse norme applicabili, della giurisdizione sul caso e del cosiddetto «rinvio» di una legge a un'altra. Vanno incrociati il Regolamento Ue, il vecchio trattato consolare del 1868, e la legge svizzera. Ecco i vari scenari. Marella è morta in Italia ed è residente in Svizzera. In questo caso si applica la legge italiana, legge che altro non è che il Regolamento Ue: ma siccome esso rinvia alla legge svizzera come luogo di residenza abituale, nei fatti la legge applicabile alla successione di Marella sarà quella svizzera. In tal caso, Margherita «perde» e il patto successorio resta valido. Se invece Margherita dimostra che Marella non aveva come residenza abituale la Svizzera ma l'Italia, la legge applicabile alla successione è quella italiana. In tal caso, Margherita «vince»: sarebbe nullo il patto successorio tra lei e sua madre.

C' è un altro aspetto da non dimenticare: quello fiscale. Prima di tutto si applica la legge sulla base della residenza fiscale del defunto al momento della morte. Essendo Marella venuta a mancare come residente in Italia, si applica su tutti i beni l'imposta di successione italiana (4% con franchigia di un milione di euro). In più, ma solo in teoria, c' è l'imposta di successione svizzera sui beni presenti in territorio elvetico. Oltre ad eventuali altre imposte estere su beni situati in altri Paesi. Secondo alcune fonti, il patrimonio di cui disponeva Marella era immenso: 5,8 miliardi di euro (secondo i «Panama Papers») più 9,2 miliardi di euro in oro. Si tratterebbe dell'«oro del Senatore», quello che Gianni Agnelli avrebbe ricevuto nel 1945 alla morte di suo nonno, e che riguardava i profitti derivanti dalle forniture Fiat per la prima e la seconda guerra mondiale. Questo presunto deposito in lingotti ammonterebbe 138 tonnellate con un volume di 71.254 litri. Tale oro, dopo essere spostato da Basilea, sarebbe nel Free Port dell'aeroporto di Cointrin a Ginevra.

Il punto è: come faranno gli eredi a entrarne in possesso? Sarà necessario presentarsi con il documento di legittimazione. Se fosse vero che c'è l'oro, FreePort avrà certo identificato un «legittimario» dell'oro che probabilmente nel frattempo sarà a mancare. In tal caso, sono i suoi «aventi causa» ad avere la possibilità di entrare. A meno che l'oro non sia stato conferito in qualche trust o donato a qualcuno con passaggi vari in modo, che il controllo effettivo sia oggi nelle mani di colui o coloro che l'Avvocato voleva. È chiaro che se Margherita diventasse unica erede di Marella e quell' oro fosse intestato a lei, ragionevolmente Margherita potrebbe entrarne in possesso. Bisogna dire, però, che tutta la vicenda dei trust, nonché l'apparente leggerezza con cui Gianni Agnelli ha conferito enormi poteri ad alcuni «furbacchioni», lascerebbero pensare all' eventualità di possibili appropriazioni o altre clausole che forse hanno del tutto privato la famiglia del controllo su questi asset.

AGNELLI, UNA FAMIGLIA IN TRIBUNALE. Gigi Moncalvo per “la Verità” il 21 marzo 2019. Un infarto e altri due mesi di sofferenza e lontananza per la madre e per i suoi due bambini. Rinvio e prossima udienza fissata al 29 maggio. Il giudice di pace del distretto svizzero di Morges, Vèronique Loichat Mira, ha accettato la richiesta dell' avvocato Matthieu Genillod di Losanna, che rappresenta Maria de Pahlen, la prima dei cinque figli di Margherita Agnelli e del suo secondo marito, Serge de Pahlen nella causa in cui i genitori chiedono che venga ritirata la patria potestà alla figlia sui suoi due bambini, Anastasja e Serghiey, che i nonni hanno in custodia da sette anni. Il legale ha parlato di gravi difficoltà di salute della sua cliente a causa di un infarto sopravvenuto nei giorni scorsi. Un dettagliato rapporto medico stilato a Tbilisi, e tradotto in inglese, attesta «l'impossibilità di viaggiare a causa del grave stato di salute». L'avvocato aggiunge che, data la situazione, i medici gli hanno perfino impedito di comunicare con Maria per non aggravare le sue condizioni. Infine, Genillod sottolinea che la sua cliente attribuisce un' importanza fondamentale alla procedura in corso e all'autorità del Tribunale, e non intende assolutamente accettare che le venga revocata l'autorità materna sui suoi due figli. Pertanto desidera far valere appieno i suoi diritti di madre davanti all' autorità dei giudici, che ringrazia per la comprensione. Durante l'udienza è emerso che Maria qualche giorno fa ha inviato una lettera personale al giudice di pace, presidente della corte. Si tratta di un documento riservato che non è stato letto in aula. Un aspetto positivo è emerso: per la prima volta Maria ha difeso le sue ragioni, non si è fatta schiacciare e mettere nell' angolo, ha cominciato a reagire smettendo di subire. A questo certo ha contribuito l'articolo della Verità che ha portato alla luce la segretissima vicenda e anche un ignoto finanziatore che le ha consentito di trovare, e pagare, un buon avvocato svizzero che per la prima volta la difendesse con decisione e saggezza. Sul fronte di Margherita Agnelli, i suoi due rappresentanti in Italia, il procuratore speciale Roberto Cattro di Torino e l'avvocato Dario Trevisan di Milano, non hanno voluto rilasciare alcuna dichiarazione sulla delicata vicenda. Il legale - che tra l'altro batté l'Ifi, la cassaforte del gruppo Fiat, in una vicenda legata alla vendita della Toro assicurazioni - è colui che si occupa sul fronte italiano dell'azione attivata in Svizzera da Margherita Agnelli nei primi mesi del 2018 per chiedere che vengano dichiarati nulli gli accordi stipulati con sua madre Marella nel febbraio 2004. Sulla base di due pareri dei più importanti giuristi di Zurigo e Basilea, sembra siano stati trovati alcuni «errori sostanziali» contenuti negli accordi che farebbero propendere per le tesi di Margherita. Il che significherebbe che John Elkann, in caso il Tribunale di Ginevra decidesse in tale direzione, dovrebbe restituire alla madre le azioni di controllo di «Dicembre», «Accomandita Giovanni Agnelli», e di converso anche quelle di società che allora si chiamavano Ifi e Ifil (cioè l'attuale Exor) e Fiat (e quindi Fca). Un autentico terremoto, dunque, anche perché John dovrebbe restituire le azioni al valore elevato di oggi e non a quello irrisorio (si fa per dire) di 15 anni fa. Si tratta di una causa destinata ad avere grosse ripercussioni, basti pensare a quel che accadrebbe in borsa, specie dopo la morte di Marella Agnelli che ha nominato i tre nipoti Elkann eredi universali dei suoi beni (all'estero, poiché in Italia la defunta aveva solo usufrutti che sono venuti meno con la sua morte e sono andati a favore della figlia, come indicato nel testamento di Gianni). A John è andata la villa di St. Moritz appartenuta all'ex Shah di Persia (John aveva già provveduto ad ampliare la proprietà nel corso degli anni acquistando terreni e chalet), a Lapo è toccato un piccolo ed elegante chalet all'inizio della salita che porta al villone del fratello, a Ginevra la nonna ha lasciato la villa di Lauenen nell'Oberland bernese. Per il riad di Marrakesh - che appartiene alla società Yuki, in omaggio al nome dell'adorato cane giapponese di Marella di razza akita, simile al famoso Hachiko - la questione è nelle mani del re del Marocco, Muhammad VI, che è proprietario di ogni bene nazionale, specie se si tratta di una grande riserva d'acqua come quella di Ain Kassimou. Sembra che Ginevra Elkann, presidente di Yuki con sede in Lussemburgo, sia riuscita a ottenere dal sovrano la proroga della concessione sul riad per altri cinque anni. Per quanto riguarda il punto più scabroso, e cioè la causa pendente in Svizzera sulla nullità degli accordi, Margherita avrebbe attivato l'avvocato Trevisan per vedere se esiste una possibilità di mediazione con suo figlio John, il quale avrebbe tutto l'interesse a far ritirare la causa. Ma da Torino sarebbe arrivato un secco rifiuto. John, che è assistito dall'avvocato «storico» di sua nonna, Carlo Lombardini di Ginevra, facendo questa mossa ha chiuso ogni spazio alle trattative: infatti sa bene che Lombardini, che fu uno dei fautori ed estensori di quegli accordi del 2004, non accetterebbe mai di ammettere che quei documenti presentavano, secondo gli odierni legali di Margherita, presunti errori formali. Tutto in alto mare, dunque.

Gigi Moncalvo per “la Verità” il 19 marzo 2019. Quanti problemi. E che problemi, in casa Agnelli-De Pahlen-Elkann. No, non si tratta dell'eredità e del testamento di donna Marella, scomparsa il 23 febbraio scorso a 92 anni, ma di una vicenda ben più grave e dai contorni molto sgradevoli. Domani, mercoledì, appena tre giorni prima della messa di trigesima della defunta che vedrà i resti della ex royal family riunirsi (verosimilmente commossi) a Torino al Santuario della Consolata, accadrà qualcosa di grave che va in direzione contraria, a dimostrazione che la famiglia è sgretolata e che all' apparenza non corrisponde la sostanza. In Svizzera, nel Tribunale di Morges, cantone di Vaud, poco lontano da Allaman, sul lago Lemano, si terrà l'udienza finale dell'incredibile processo rimasto segreto che sette anni fa Margherita Agnelli e suo marito Serge De Pahlen hanno intentato contro la primogenita Maria per portarle via i due figli. Al termine di una lunga vicenda giudiziaria attivata da Margherita e Serge nel 2012 contro la loro figlia, il giudice di pace del distretto di Morges, Véronique Loichat Mira, dovrà decidere se Anastasja Marella e Sergey (che portano il cognome del loro padre, Maevskiy) vanno tolti definitivamente alla loro madre (come chiedono i nonni) e possono continuare a vivere in Svizzera a casa di Margherita e Serge oppure deve essere nominato un tutore fino a che diventeranno maggiorenni (pur continuando ovviamente a restare di fatto sotto il «controllo» dei nonni nella loro casa). La bambina ha poco meno di tredici anni e il bambino non ne ha ancora compiuti dieci. Da sette anni vivono in Svizzera con i nonni, lontani dalla loro madre che può contattarli a giorni e ore stabilite ma solo attraverso lo schermo di Skype e con telefonate sempre più brevi, poiché spesso la nurse rumena, Rodica Gurau, non glieli passa al telefono accampando scuse diverse. Maria De Pahlen, la madre dei due bambini (ne ha un terzo, Roman, di tre anni che vive con lei a Tbilisi in Georgia), ha 36 anni ed è la quarta nipote di Gianni e Marella Agnelli, essendo la prima dei cinque figli di Margherita e Serge De Pahlen: Pietro (33 anni), le gemelle Anna e Sofia (31 anni) e Tatiana (29 anni). Maria, dunque, è anche la sorellastra dei figli di primo letto di sua madre, gli Elkann: John (43 anni, sposato con Lavinia Borromeo, tre figli), Lapo (42) e Ginevra (40 anni, sposata con Giovanni dell' Aquila Gaetani d' Aragona, tre figli). Maria, che è nata a Rio de Janeiro, ha vissuto per lunghi anni ed è cresciuta insieme a John, Lapo e Ginevra, abitando con loro nelle diverse «peregrinazioni» familiari tra Brasile, Londra, Neuilly sur Seine vicino a Parigi e infine Allaman, vicino a Ginevra. In questa vicenda i tre fratellastri, anziché stare vicini a Maria ed aiutarla, le hanno in pratica voltato le spalle. John non le rivolge la parola da dieci anni, poiché la considera responsabile di aver complottato alle sue spalle con la madre. Come si è arrivati a questo processo? Come hanno potuto i genitori di Maria portarle via i suoi due figli? Tutto comincia nel 2006, quando Maria (a 23 anni) sposa a Mosca Georgy Maevskiy, un ragazzo georgiano conosciuto all'università Lomonosov della capitale russa, dove studia legge e scienze politiche. Le frizioni con i suoi genitori cominciano in quel momento: Margherita e Serge sono contrari a quel matrimonio e cambiano la serratura della casa di Mosca di Maria (che viveva in un appartamento di suo padre). Maria viene convinta dai genitori a stipulare una sorta di contratto prematrimoniale con Georgy. Lo fa perché non vuole rinunciare alla sua bambina e, prima che nasca, torna in Svizzera con il giovane marito. Il quale però viene trattato malissimo dai suoceri, non parla altra lingua che il russo e nel lavoro che gli viene affidato a Ginevra nella casa editrice di Serge De Pahlen si trova a subire molte umiliazioni. Il 30 giugno Maria mette al mondo la sua prima bambina, Anastasja Marella, e la fa nascere in Svizzera, a Samaden, la località dove vive donna Marella. I genitori e la bambina tornano in Russia, questa volta in Siberia dove Georgy ha trovato lavoro come vicepresidente della Camera di commercio. Intanto Maria va in Altaj, nella città di Gorno Altaisk, a quasi quattromila km da Mosca: qui, il 15 settembre 2009, nasce Sergey Maevskiy. I problemi familiari diventano assillanti, il matrimonio finisce nel 2010. La separazione è molto burrascosa, il padre dei bambini dà battaglia e, li usa come «ostaggi» minacciando di tenerli con sé. Maria si spaventa. Dalla Svizzera partono i suoi genitori. Convincono la figlia a lasciar partire con loro i nipotini e portarli in Svizzera per le feste di Natale. «Dopo due settimane li riprenderai con te», dicono i nonni alla figlia. Lei li raggiungerà appena possibile. Ma il genero non firma il permesso sui passaporti dei suoi figli, e presenta in Tribunale una dettagliata memoria in cui accusa la sua ex-moglie. Serge De Pahlen riesce a ottenere in poche ore attraverso l' amico Guran Mokia che ha agganci al Mid (il ministero degli Esteri) due nuovi passaporti per i nipotini. Ma il genero riesce a impedire lo stesso la loro partenza con un blitz all' aeroporto di Sheremetjevo.

In sole 24 ore viene però ridotto a più miti consigli con una montagna di denaro, e finge di togliersi dai piedi. L' ultima pugnalata a Maria la dà consegnando a Margherita e Serge il documento contenente le inverosimili accuse («des horreurs», degli «orrori») contro Maria. Anastasja e Sergey lasciano così la Russia e non vi faranno mai più ritorno, entrano ad Allaman e cominciano la loro vita con i nonni. Maria li raggiunge per le feste di fine anno, poi deve ripartire per la Russia per completare le procedure del divorzio. Da quel momento, in pratica, i suoi figli non saranno più suoi. La promessa di tenerli solo due settimane non viene mantenuta. Per vicissitudini inenarrabili, Maria - tormentata e vessata dall' ex marito, lasciata senza denaro dai genitori, senza casa e in precarie condizioni di salute - riesce a rientrare in Svizzera solo nel 2013 quando finalmente ottiene il divorzio. Quando vedono la mamma dopo due anni i bambini reagiscono così: Anastasja le dice di trovarla cambiata, Sergey la saluta con un «Buongiorno madame», come fosse un' estranea. Ricostruire il rapporto è molto problematico. Margherita e Serge nel frattempo, il 15 maggio 2013, hanno mandato a processo la figlia attivando giudiziariamente contro di lei una procedura di «limitazione dell' autorità genitoriale» e di «ritiro del diritto di custodia». Il 7 giugno si tiene la prima udienza e nei verbali ci sono dichiarazioni incredibili e di rara crudeltà. Il 13 giugno i tre giudici (Véronique Loichat Mira, Loika Lorenzini, Jacques Gisclon) ammettono le richieste dei genitori di Maria, affidano la custodia dei bambini e ordinano un rapporto periodico sulla situazione al Servizio di protezione dei minori (Spj) che ovviamente individua villa Agnelli ad Allaman come «luogo adatto ai loro interessi», decidono di proseguire l' inchiesta contro la madre, ritirano i passaporti dei due bambini e li consegnano a un' assistente sociale. La botta per Maria è terribile: in sostanza le hanno portato via i figli. È disperata. Accetta di vivere in Svizzera accanto alla villa dei genitori, che però non le lasciano i bambini. Li può vedere solo con sporadici permessi. I servizi sociali non intervengono. Maria si sente sempre più sola, i genitori l' hanno trascinata senza alcun riguardo in questa situazione, fratelli e sorelle le hanno girato le spalle: preferiscono parteggiare per Margherita, che passa loro 15.000 euro al mese, piuttosto che per Maria che viene ulteriormente «punita» e messa in disparte con un' elemosina: 1.200 euro al mese, 13 volte meno che agli altri (primi fra tutti Pietro che si occupa di edilizia e supermercati in Russia e in Cina, e Tatiana, che a 29 anni è fidanzata con uno degli uomini più ricchi del mondo, il settantenne magnate svizzero Maurice Amon, il quale con la sua azienda Sicpa produce carta e inchiostri per le migliori e più sicure banconote del mondo). Maria scrive a fratelli e sorelle, denuncia i presunti soprusi della madre, non ottiene solidarietà: nessuno osa mettersi contro Margherita. John non si fa trovare, Lapo cazzeggia, Ginevra ascolta e basta. Maria parte, va in Georgia, sopraffatta dalla solitudine e dalla disperazione desidera un altro figlio. Il 5 ottobre 2016 a Mosca nasce Roman. Ma il padre, spaventato dal potere e dagli «avvertimenti» che gli arrivano dalla Svizzera, parte per il nord della Russia e sparisce. Il bimbo quindi porta il cognome della madre. Maria ora abita a Tbilisi, recentemente ha dovuto lasciare il piccolo appartamento in affitto perché la caldaia si era rotta, lei non aveva i soldi per ripararla e la padrona di casa non voleva. In Georgia questo inverno molte persone sono state intossicate di notte dall' ossido di carbonio perché gli uccelli cercano riparo nei camini e li intasano. Maria non ha i soldi per andare all' udienza decisiva di mercoledì in Svizzera. Ha letto le ultime carte e ha capito che la sentenza è già scritta: nuove accuse false di sua madre e suo padre, una inveritiera perizia di tale dr. M. Chanez, esperto di psicoterapia infantile, il quale stila giudizi medici su di lei senza averla mai incontrata né visitata, addirittura l' entrata in scena di un altro medico, il dr. Mayor, psichiatra personale di Margherita Agnelli (il che dunque implica che lei sia da tempo in cura) che sostiene che la danneggiata sia lei e non Maria. Quest' ultima non sa ancora come uscirà, psicologicamente, da questa «sconfitta» che lei ritiene prevedibile, ingiusta, già scritta. Qualcuno le ha messo a disposizione un avvocato di Ginevra, ma lei è pronta a combattere: vuole chiedere il disconoscimento di paternità verso i suoi genitori, e che sia la giurisdizione italiana a occuparsi del caso, dato che i suoi figli hanno passaporto italiano e russo. E dunque come può la magistratura svizzera occuparsi dei minori cittadini di un altro Paese?

Angelo Allegri per ''il Giornale'' il 15 giugno 2020. Tre figli dal primo matrimonio con lo scrittore Alain Elkann (John Philip Jacob ,detto Jaki. Lapo e Ginevra) e cinque dall'unione con Serge de Pahlen (Maria, Pietro, Sofia, Anna et Tatiana). Il ménage familiare di Margherita Agnelli, 64 anni, è ricco e complicato. Con lei e il marito, tra l'altro, vivono nella tenuta di Allaman, tra Ginevra e Losanna, anche alcuni dei numerosi nipoti. Due tra di essi, Anastasia e Sergey (nella foto sopra, che risale a qualche anno fa, la piccola Anastasia, che oggi ha 14 anni, è con la madre Maria e i nonni) sono stati al centro di una complicata vicenda giudiziaria. Serge de Pahlen e Margherita Agnelli hanno chiesto e ottenuto che venissero tolti alla mamma e affidati a loro. La storia inizia con le nozze tra Maria e un giovane russo di modeste condizioni economiche. Il matrimonio dura poco e la conclusione è amara: accanto alle questioni finanziarie si litiga anche per la custodia dei figli.  Il nonno de Pahlen, riesce a portarli dalla Russia dove vivono, fino in Svizzera. Ma a complicare le cose è anche un nuovo legame sentimentale di Maria che la porta a vivere per qualche tempo nella capitale della Georgia Tbilisi. De Pahlen e Margherita decidono di assumere in proprio l'educazione dei bimbi e alla fine riescono a fare togliere alla figlia la potestà genitoriale. A lungo burrascosi sono anche i rapporti con Yaki e Lapo. A suo tempo fece rumore il mancato invito di Margherita al battesimo di Leone Mosè, primogenito di Jaki e di Lavinia Borromeo. Al funerale di Marella Agnelli (foto in alto), moglie dell'Avvocato, nel febbraio scorso, l'unità della famiglia, si è, almeno apparentemente ricomposta. Margherita ha accolto i partecipanti alla cerimonia all'ingresso della chiesa e letto un passo delle Sacre scritture. All'eredità della madre Margherita aveva rinunciato al momento della sistemazione delle quote ereditarie. Da quella vicenda e al termine di una controversia che l'ha vista opporsi al resto della famiglia, la figlia di Gianni Agnelli ottenne una quota di eredità dal valore di circa 1,2 miliardi. Molti erano frutto dei beni posseduti all'estero dall'Avvocato. Margherita è però convinta che molti altri le siano stati tenuti nascosti.

Stefano Lorenzetto per il Corriere della Sera il 19 aprile 2020. Certo non assomiglia allo zio Gianni Agnelli, il quale diceva di sé: «Non sono un grande pedagogo. So come si fa. Ma non sono un bravo educatore». Samaritana Rattazzi, seconda dei sei figli di Susanna, la sorella prediletta dell' Avvocato, sa come si fa e lo fa con le parole, essendo giornalista professionista. Gliene sono bastate appena 1.122, circa il 10 per cento di quelle della presente intervista, per spiegare alle nipotine Elena, 8 anni a maggio, e Vicky, 3 a giugno, che servono gli affetti di famiglia, il rispetto per la natura, la pietà per gli animali e lo stupore per la vita, se vuoi essere davvero felice. Il risultato è Mignon e il drago , fiaba illustrata da Andrea Rivola, che l' editore Marietti junior manderà in libreria appena possibile e che sarà seguita da altri due volumi.

Ha il dono della sintesi.

«Mi viene dal Lycée Chateaubriand di Roma: tesi, antitesi, sintesi. Se servono tre parole per dire una cosa, ne uso due».

Ha ambientato la storia in Siberia.

«E nel XII secolo. Quanto di più lontano da noi. Volevo raccontare alle mie nipotine un mondo incontaminato».

Da che cosa nasce questa esigenza?

«Mignon sono io. Fino ai 10 anni ho vissuto in una estancia a Balcarce, in Argentina, dove papà era stato nominato presidente della Ferrania. Non c' era la neve, ma la vastità sì. Nel 1958, quando l' azienda fu rilevata dalla Kodak, tornammo in Italia. Il mio unico amico era il cane Pluto. Andammo ad abitare a Roma. Restai sbigottita perché dalla parte opposta di via Dandolo c' erano le case. Fino ad allora all' orizzonte avevo visto soltanto montagne altissime, distanti decine di chilometri. Un infinito fatto di natura, cieli blu e tempeste elettriche. Ho ancora il terrore dei temporali».

Per Elena e Vicky è la Mamie del libro?

«No, mi chiamano nonna Sama. Prima dell' emergenza coronavirus, le vedevo per 15 giorni ogni due mesi. Vivono a Parigi. Il padre lavora per una società farmaceutica. Invece mia figlia Anna, dopo il bachelor in Arte alla Brown University di Providence e il master in management dei Servizi museali alla Luiss, ha messo la sua laurea in Fisioterapia a disposizione dei pazienti neurologici in una clinica per bimbi svantaggiati».

Hanno confidenza con i temi sanitari.

«Elena è turbata dalla quarantena della sua maestra, che ha un figlio residente a Hong Kong. Nella scuola c' è una sezione cinese, quindi la paura del Covid-19 la tocca da vicino. È importante che le famiglie proteggano psicologicamente i bambini. Dobbiamo tranquillizzarli».

E lei lo ha fatto con le fiabe.

«Me le scrivevo per non dimenticare i nomi dei protagonisti: guai se ne sbagli uno, i nipoti ricordano tutto. Mia sorella Ilaria le ha lette: "Perché non le pubblichi?". Ero perplessa, avrei voluto che restassero in famiglia. Cercando sul Web, mi sono imbattuta nell' editore Pietro Marietti, faccia da gentiluomo piemontese. Gliele ho spedite. Dopo una settimana mi ha risposto. Mi ha fatto cercare dalla editor Alessandra Berello, che mi ha detto: "C' è dell' incanto in Mignon". Era l' aprile dell' anno scorso. Credo che non sapesse di essere incinta. A gennaio ha partorito un bimbo dal nome fantastico: Ulisse. Ci siamo scelte a vicenda».

Parla più da mamma che da nonna.

«Figli e nipoti rendono la vita migliore. La mia primogenita, Maria, la ebbi a 23 anni. Fu un battesimo di fuoco. Nacque con una cerebropatia congenita a causa del cordone ombelicale attorcigliato attorno al collo. Visse solo per quattro anni e mezzo, stesa nel letto, senza pronunciare una parola. Girammo il mondo nella speranza di farla guarire. Ricordo che mia madre Suni chiese al professor Andrea Prader, lo scopritore della sindrome di Prader-Willi, direttore della Pediatria al Policlinico di Zurigo: "È il caso che Samaritana abbia altri bambini?". La guardò severo: "Signora, sua figlia ha le stesse probabilità che le ricapiti di qualunque altra donna seduta nella mia sala d' aspetto". Non ho mai creduto che non potesse succedere a me, né che dovesse accadermi di nuovo. Ho pensato solo: è una grazia che Maria sia nata in questa famiglia. Morì due mesi prima che mettessi al mondo la mia ultimogenita. Anna è cresciuta nel lutto».

Sogna Maria qualche volta?

«Mi è capitato non tanto tempo fa. L' ho vista seduta in mezzo a un prato fiorito. Il posto che le spetta in paradiso. Glielo dico da credente e da cristiana».

Avrà trovato consolazione anche nel suo secondogenito, Pietro, il dottor Guido Zanin di «Un medico in famiglia».

«Se lei mi chiedesse di definirlo con tre aggettivi, userei questi: simpatico, intelligente, gentile. Ma per un mese dei suoi 48 anni non ci siamo parlati. Fu quando, a due esami dalla laurea in Scienze politiche, mollò tutto per fare l' attore. Mi arrivò un plico giallo con dentro la locandina della commedia Piccole anime e una lettera: "Se vuoi venire a vedermi in teatro al Testaccio, siediti in ultima fila, altrimenti m' impappino". Mi misi nella prima. Del resto, come Pietro, sono sempre stata una ribelle, da piccola anche ombrosa. Ora sono migliorata».

Lei in che modo si ribellava?

«Tenevo testa ai miei genitori. Ero l' unica dei sei figli a venire castigata perché osavo ribattere alla mamma. Appena sedicenne, persi un anno di scuola: mi ero innamorata di un ragazzo ventenne. La notte scappavo di casa per vederlo».

Davvero birichina.

«L' unico maschio di cui ero solo amica, e lo sono tuttora, si chiama Enrico Vanzina, lo scrittore, mio compagno di banco. Così fui esiliata per nove mesi in Argentina, a casa di un' italiana, Giuliana Lebuis. L' anno prima ero stata rinchiusa in un collegio in Germania. In compenso ho avuto la fortuna di non subire come istitutrice Constance Parker, l' inglese che diceva a mia madre e ai suoi sei fratelli: "Don' t forget you are an Agnelli", non dimenticare che tu sei una Agnelli. Ricordo con affetto la tata Gina Cristoforetti, un' amabile signora di Trento, detta Ghina. Ci ha tenuto in braccio tutti».

Era impulsiva anche sua madre. Nel 1945 sposò il conte Urbano Rattazzi appena 18 giorni dopo averlo conosciuto.

«Era passionale. Le assomiglio. Ho in circolo il sangue della mia bisnonna americana, Jane Allen Campbell, la cui figlia, Virginia Bourbon del Monte, donna estremamente libera e affascinante rimasta vedova a 35 anni, si oppose al senatore Giovanni Agnelli che voleva toglierle la patria potestà sui sette figli. Tengo la bandiera degli Stati Uniti appesa sopra la testiera del letto. Sono un grande Paese.

Si meritano un presidente migliore di Donald Trump».

Il suo primo marito, il dantista Vittorio Sermonti, era giornalista all'«Unità». Chissà che scandalo in famiglia.

«Non erano contenti, inutile dirlo. Lo conobbi grazie al critico letterario Cesare Garboli, per lunghissimo tempo un grande amore di mia madre. Prima d' incontrare Vittorio, non capivo nulla di Dante. È stato un ottimo padre».

Essere figlia di Susanna Agnelli l' ha agevolata nella vita?

«Certo. Però è un privilegio che bisogna meritare. L' ultima cosa che puoi fare è rivelarti peggiore degli altri. Morta Maria, dovetti cercarmi un lavoro per non impazzire. Giuseppe Ciranna, direttore della Voce Repubblicana , nell' assumermi come praticante fu molto schietto: "Ti prendo nonostante tu sia la figlia di una deputata del Pri. Non vedo perché non dovrei farlo, visto che sei brava"».

Chi fu il suo maestro di giornalismo?

«Guido Vigna, caporedattore del Corriere Medico . Mi ha insegnato l' umiltà.

Tornata da Vermicino, dove in un pozzo si era consumata la tragedia di Alfredino Rampi, avrei voluto commentare quell' oscena sfilata di autorità in tv. Lui mi ordinò: "Scrivi solo ciò che hai visto"».

Lasciati i giornali, aprì Public Affairs, società che interfaccia affari e politica.

«La mia creatura migliore».

Ma riuscirebbe a fare lobbying anche con il governo attuale?

«Non credo proprio».

Lo zio Gianni seguiva il suo lavoro?

«L' avvocato Agnelli aveva ben altro a cui pensare».

Strano modo per definire un parente.

«Per tutti in famiglia è stato sempre l' Avvocato. Solo mia madre lo chiamava Gianni. Così come lo zio Umberto era il Dottore, persino per Allegra Caracciolo, la sua adorata seconda moglie».

Perché è uscita dall' accomandita Fiat?

«Mia madre suddivise le azioni tra i figli. La quota più grande andò a Cristiano. Io ho dovuto vendere tutto per far fronte al fallimento di una società calabrese della quale ero presidente. Ho imparato a mie spese che non bisogna mai fidarsi di come si descrivono certe persone. Credo d' aver salvato solo cinque azioni».

Si direbbe che gli Agnelli siano sempre in bilico fra rigore e sregolatezza.

«Dipenderà dall' infanzia gelida. Mia madre raccontava che da bambina, nella casa di corso Oporto a Torino, faceva di proposito la pipì a letto per avere una sensazione di calore e di vita».

Da bambina a lei leggevano le fiabe?

«Non me lo ricordo. Mamma e papà erano assorbiti dalle loro occupazioni. I nonni materni erano morti prima che io nascessi e quelli paterni vivevano a Sestri Levante, mentre noi abitavamo in Sudamerica. So solo che il mio libro preferito è stato Il piccolo principe, quello che recita: "Non si vede bene che col cuore. L' essenziale è invisibile agli occhi"».

Nella sua favola cita due volte il «cuore puro». Valore desueto, la purezza.

«Proprio per questo mi piace tanto. Una bimba sa esattamente di che parlo. Una delle mie sorelle mi ha chiesto: ma come fai a essere così brava a rivolgerti ai più piccoli? Le ho risposto: m' inginocchio per stare alla loro altezza».

 CHI ERA GIOVANNI AGNELLI: CURIOSITÀ SULL’IMPRENDITORE. Donnemagazine.it il 16 dicembre 2019. Chi era Giovanni Agnelli, imprenditore che fondò la FIAT e senatore del Regno d'Italia: i dettagli sulla carriera e la famiglia.

Giovanni Agnelli, nonno del più famoso Gianni, fu il fondatore della storica casa automobilistica italiana FIAT e capostipite della famiglia Agnelli. Fu anche un politico e senatore del Regno d’Italia ai tempi della monarchia e vicino al Partito fascista durante il regime di Mussolini.

Giovanni Agnelli. Giovanni Agnelli nasce nel comune piemontese di Villar Perosa il 13 agosto 1866 da una famiglia già molto facoltosa di proprietari terrieri. Finisce gli studi a Torino per poi arruolarsi nell’Accademia militare di Modena. In quel periodo però si facevano strada in Europa le nuove invenzioni tecnologiche che rendevano la vita più comoda e le idee positiviste. Agnelli iniziò quindi ad interessarsi a questo campo e alla meccanica: fa alcuni tentativi che però non vanno a buon fine. Decide così di tornare a Villar Perosa dove cura le proprietà terriere e ricopre la carica di sindaco. Nel 1899 tenta di nuovo la carriera imprenditoriale: fonda poi la Fabbrica Italiana Automobili Torino cioè la FIAT. L’azienda ottiene subito un grande sviluppo anche grazie all’amicizia con il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti. Anche la produzione della “Tipo 1 Fiacre”, prima automobile pensata come taxi, ottiene un grande successo internazionale. Il boom della FIAT avviene però durante la Prima Guerra Mondiale, durante la quale fornisce armi e materiale all’Esercito. L’azienda si diversifica, iniziando a produrre costruzioni navali e motori d’aviazione. Negli anni ’20 del Novecento, Agnelli fonda lo stabilimento del Lingotto a Torino dove impianta la prima catena di montaggio italiana. Sempre in quegli anni Giovanni Agnelli diventa senatore del Regno d’Italia. Durante la Seconda Guerra Mondiale viene prodotta la prima Cinquecento che ottiene un enorme successo mondiale. Viene poi accusato dal CLN di compromissione con il regime fascista. Alla fine dei suoi giorni, il senatore scelse suo nipote Gianni come successore a capo della FIAT.

Vita privata. Nel 1889 Giovanni Agnelli sposa Clara Boselli. Da lei avrà due figli: Aniceta Caterina, nata nel 1889 ed Edoardo nel 1892. Quest’ultimo sposerà poi la nobildonna Virginia Bourbon del Monte e dalla loro unione nasceranno 7 figli tra cui Gianni, Susanna e Umberto Agnelli. Edoardo morirà giovane a causa di un incidente aereo: la tragica scomparsa del figlio scatenerà degli aspri scontri tra Giovanni Agnelli e la vedova del Monte per la tutela dei loro figli.

Gli eredi Agnelli come nessuno ve li ha mai raccontati. Con l'operazione Fca-Renault avrebbero incassato un assegno miliardario (sfumato). Perché in famiglia c'è chi vorrebbe uscire dal ramo auto. Panorama 12 giugno 2019. Alla fine di ogni riunione annuale della Giovanni Agnelli Sapaz, l’accomandita che riuniva tutti i rami della famiglia (oggi si chiama Giovanni Agnelli BV ed è una società di diritto olandese), l’Avvocato, più annoiato e infastidito del solito per quel rituale così scontato e ripetitivo, chiudeva la sua breve relazione al microfono con questa frase: «È tutto. Non ci sono domande, vero?». Nessuno osava alzare la mano, nemmeno Lupo Rattazzi che solo dopo la morte dello zio Giovanni sembra aver ritrovato una certa baldanza specie contro il ricordo e il nome della buonanima. Agnelli, da autentico Manitou (il Grande spirito, come lo chiamavano) si guardava in giro e aggiungeva beffardo: «E allora dichiaro chiusa l’assemblea. Potete passare alla cassa a ritirare il vostro assegno. È la vera e unica ragione per cui oggi siete qui. Arrivederci al prossimo anno». L’esercizio dello stacco della cedola è sempre stato la specialità in cui tutti i rami della ex royal family (tra cui persone perbene intelligenti e geniali, vedove e figlie, sorelle e fratelli, zie e nipoti, nati di primi e secondi letti, cugini e parenti acquisiti, casalinghe pseudo esperte di finanza, ma, per la gran parte emeriti fancazzisti soprattutto nell’ultima generazione) hanno dato il meglio, dimostrando nel corso degli anni profondo interesse e indiscussa passione per la materia. Per fortuna ci sono anche alcune lodevoli eccezioni, ma la gran parte non ha dimenticato la volta in cui - la prima in tanti anni, subito dopo la morte dell’Avvocato e poi di Umberto - furono costretti a mettere mano al portafoglio, non per incassare ma per ricapitalizzare. Poi, grazie a Sergio Marchionne, quel «prelievo» è terminato anche se, da anni, non c’erano più cedole. Il «numero 1» fin dall’inizio aveva capito che c’era un solo modo per tenere lontano quel numeroso parentado assetato di denaro: garantirgli il pagamento delle cedole. Marchionne giustamente riteneva che non dovessero interessarsi di altro, tantomeno disturbare il suo lavoro o chiedergli inutili appuntamenti. A questo era delegato John, e forse questa era la vera e unica delega che Marchionne gli aveva magnanimamente conferito... Il giovanotto aveva fatto tanti sforzi per essere considerato e comportarsi da «capo-famiglia», come si era auto-nominato con la complicità di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande? Ebbene, lo facesse. Tenesse a bada quell’orda famelica, talvolta firmasse pure quegli assegni per la ex royal family, ma non si allagasse troppo e non li lasciasse avvicinare agli «affari di famiglia», a quel «tutto in famiglia» cui si è tornati dopo la morte di Marchionne. A meno di un anno dalla morte del vero cervello di Fca Group-Exor-Ferrari, John si è sentito come liberato dalle «catene» in cui era stato avvolto. Poteva inebriarsi del potere assoluto, finalmente poteva fare di testa sua senza rendere conto a nessuno. John da allora sembra pervaso da una incontenibile frenesia: diventare sempre più ricco, monetizzare quanto più è possibile, liquidare le «vecchie» attività, fottersene delle raccomandazioni del nonno. John si sente ancora più libero dopo che anche Gabetti se n’è andato. Lo aveva già privato di deleghe, incarichi, persino ufficio, autista e carte di credito aziendali (facendogli pagare di persona i 120 euro giornalieri della piccola stanza 108 dell’NH Lingotto in cui viveva da tempo). Cercava di fare il vuoto intorno al novantaquattrenne Richelieu, lo osteggiava in silenzio ma implacabilmente anche se non riusciva a «combatterlo» specie sul terreno dei media.

Lo scrittore Giordano Bruno Guerri non è riuscito a veder pubblicata la monumentale biografia del nonno che John gli aveva commissionato solo perché si era scoperto che Gabetti aveva rivisto, emendato, tagliato, rivoltato quel manoscritto togliendo tutto ciò che in qualche modo era positivo per John e per nonno Giovanni. L’ultima beffa, Gabetti l’ha giocata a John proprio sulla Stampa, l’ex giornale di famiglia: il giorno dopo la morte, il direttore Maurizio Molinari ha perfino scritto che le due pagine del suo coccodrillo Gabetti le aveva vergate di persona prima di morire con la benevola assistenza di due poveri giornalisti. John nel giro di pochi mesi è diventato tre volte più ricco di quanto già fosse e ha provato molto gusto a questo invidiabile status. Dal 23 febbraio, con la morte di sua nonna Marella ha avuto la conferma dall’avvocato Carlo Lombardini di Ginevra di essere stato nominato erede universale dell’immensa fortuna intestata alla defunta (15 miliardi di euro, tra depositi nei paradisi fiscali, Panama in primis, e il famoso «oro del nonno di Gianni», cioè il senatore che fondò la Fiat, custodito nei caveau del Freeport vicino all’aeroporto di Cointrin a Ginevra: se anche sua madre dovesse pretendere una parte di questo tesoro, John, male che vada, terrebbe per sé la metà, di ciò che venisse portato alla luce…). John si era già portato avanti in tal senso assumendo come sua assistente Paola Montaldi, moglie del suo autista, ma soprattutto negli ultimi anni vera factotum di Donna Marella (con tanto di deleghe, procura generale e potere di firma). Quindi John era sempre informato con grande anticipo di ogni movimento della nonna…

Ai primi di maggio ecco arrivare la seconda grandinata di denaro: la vendita della Magneti Marelli ai giapponesi della Calsonic ha fruttato 5,8 miliardi di euro in contanti, ma soprattutto – buona notizia per l’orda famelica del parentado – una cedola straordinaria di 1,30 euro per azione con 2 miliardi distribuiti agli azionisti. Ora c’era in vista l’affare con Renault. Perché di affare si trattava, nel senso che Fca si sarebbe tolta finalmente il cruccio di dover produrre, e vendere, automobili lasciando ad altri tale incombenza. E, soprattutto, per tutti i famelici Lupo Rattazzi della situazione, il matrimonio coi francesi avrebbe garantito agli azionisti un’altra scorpacciata di dividendi dopo l’affare-Magneti Marelli. Ma, soprattutto, una volta distribuiti i dividendi ventilati nella lettera al Groupe Renault, si sarebbe potuto finalmente prendere le distanze dall’auto. Con il plauso dei clan che si raccolgono sotto Exor che da decenni tifa per l’abbandono delle quattro ruote. Non importa ciò che avevano detto il bisnonno e il nonno, e cioè «Mai lasciare il mercato dell’auto». In fondo John è molto abile quando si tratta di vendere, e incassare, anche se si tratta di beni che racchiudevano un rilevante valore affettivo e simbolico per il nonno. A cominciare da La Stampa. John non è più l’azionista di riferimento, ma ha passato il controllo addirittura a colui che il nonno considerava il peggior nemico, l’ingegner Carlo De Benedetti.

Per non parlare della Juventus: piuttosto che lasciarne la guida ad Andrea Agnelli, ha accettato di mandarla in serie B (privandola di una difesa legale adeguata e subendo tutte le decisioni del presidente della Juve di allora, Franzo Grande) nel timore che il cugino diventasse troppo popolare e facesse ombra alla sua leadership. Andrea è riuscito ad avere quell’incarico solo con quattro anni di ritardo dopo che milioni di tifosi juventini hanno assistito impotenti allo scempio sportivo e finanziario compiuto dalla coppia Jean-Claude Blanc (scelto personalmente da John) e Giovanni Cobolli-Gigli (imposto da Gabetti e ignaro perfino di quanti scudetti avesse vinto il club bianconero).

Insomma John sa benissimo che «tiene famiglia» e che i super prolifici discendenti del fondatore della Fiat sono, in massima parte, cedole-Exor-dipendenti. Mentre gli azionisti di molte case automobilistiche avvertono diete se non digiuni perché vengono privilegiati investimenti in nuovi prodotti e tecnologie, John continua a elargire euro generati da un «costruttore» che vanta un lungo elenco di marchi con la gamma di prodotti più vetusta. Ed è costretto a pagare centinaia di milioni di euro alla casa automobilistica americana Tesla per evitare di ricevere multe a sei zeri per la violazione delle nuove norme sulle emissioni nell’Unione europea. Per spegnere i malumori, non a caso, dal quartier generale bonsai di Londra, Fca aveva diffuso un comunicato che recitava: «Prima che l’operazione sia completata, per attenuare la disparità dei valori sul mercato azionario, gli azionisti di Fca riceverebbero anche un dividendo di 2,5 miliardi di euro. Inoltre, prima del completamento dell’operazione, sarebbero distribuite agli azionisti di Fca le azioni Comau oppure un dividendo aggiuntivo di 250 milioni di euro se lo spin-off di Comau non dovesse avere corso». E, sempre non a caso, la sorte degli stabilimenti italiani e del posto di lavoro degli addetti, era indicata solo al punto cinque su otto. Chissà come avrebbe fatto John, che non ha mai gestito da solo un’azienda, a occuparsi di Fca-Renault visto che uno dei due incarichi di vertice sarebbe stato a suo appannaggio nella nuova creatura post fusione. Non bisogna dimenticare il più importante e costoso investimento nel quale John ha trascinato Exor, cioè l’acquisto del riassicuratore PartnerRe, è avaro di soddisfazioni. Dunque, poteva funzionare una fusione 50-50? Solo se uno dei due partner avesse riconosciuto la guida all’altro non accettando deroghe. Fca e Renault hanno avuto amministratori delegati accentratori e con poteri sconfinati, ma che si sono circondati di collaboratori in gran parte mediocri. Lo prova il fatto che difficilmente le aziende concorrenti o leader in altri campi hanno assunto alti dirigenti di Fca e Renault. Marchionne è morto, Carlos Ghosn è da mesi in carcere in Giappone, e questo fatto, con Renault che si è «dimenticata» di lui e di quel che ha combinato a danno dei soci dell’Impero del Sol Levante, ha ovviamente un peso enorme per i partner nipponici di Nissan e Mitsubishi.

Gigi Moncalvo per La Verità il 15 giugno 2019. Per John Elkann la trattativa con Renault e Nissan sta risultando meno ostica e complicata di quella con sua madre per la spartizione della gigantesca eredità di Donna Marella Agnelli. Notevoli turbolenze - per disaccordi finanziari, specie sul testamento miliardario di Marella, cause in sospeso (quella di Margherita contro la madre e ora destinata contro suo figlio John), contrasti famigliari e accuse incrociate di vario tipo - tornano ad addensarsi sugli Agnelli-Elkann-De Pahlen. L'epicentro del sisma si trova ad Allaman, sulle rive del lago Lemano, nella Pecherie, la residenza di Margherita Agnelli, di suo marito Serge de Pahlen, di quattro dei suoi cinque figli, dei due nipoti (Anastasja Marella Maevskiy, 13 anni, e Sergey Maevskiy, 10) che la madre ha «portato via» sette anni fa alla primogenita Maria, che vive a Tbilisi in Georgia insieme al suo bambino più piccolo, Roman, che ha poco più di 3 anni. Alla tribù (o al kinderheim?) di Allaman si è aggiunta da poche settimane una nuova creatura, Theodora, figlia di Pietro de Pahlen, titolare di alcune imprese di costruzioni in Russia, l' unico maschio tra i cinque figli delle seconde nozze di Margherita. La bimba è nata dalla relazione di Pietro con una ragazza che vive a Mosca, Cristina Sukachvili, la cui madre - di origine georgiana e di religione ebrea - vive a Goa in India. Si tratta della decima nipote di Margherita. Gli altri sono i tre figli di John Elkann e Lavinia Borromeo (Leone Mosè, Oceano Noah e Vita Talita), i tre di Ginevra Elkann e del patrizio romano Giovanni Gaetani dell' Aquila d' Aragona (Giacomo, Pietro e Marella) e i tre di Maria de Pahlen (Anastasja Marella, Serghiej e Roman). Mentre è in arrivo l' undicesimo nipote, poiché Maria è incinta al quarto mese. La notizia più importante, e grave, riguarda proprio Maria e i suoi due primi figli. Il Tribunale dei minori di Morges, nel cantone svizzero di Vaud, il 3 giugno, ha privato della patria potestà su Anastasja e Sergey la loro madre, Maria de Pahlen, e il loro padre, Georgi Maevskiy, ex marito di Maria da cui lei ha divorziato nel 2010, dopo quattro anni di unione e dopo che lui era stato liquidato sontuosamente, nonostante il contratto pre matrimoniale che aveva sottoscritto dicesse il contrario. Il giudice, che sta per nominare un tutore, ha stabilito che i due bambini continueranno a vivere, come avviene dal 2013, a casa della nonna Margherita. La quale, ovviamente, avrà un peso decisivo nella scelta di un tutore a lei gradito. La decisione della giudice Véronique Loichat Mira (assistita dai colleghi Ansermet Gaudry ed Egger), è sorprendente: è avvenuta nel giro di mezzora in assenza sia dei genitori che dei loro avvocati, non ha tenuto conto della documentazione medica inviata da Maria (che non può viaggiare poiché è alla quattordicesima settimana di gravidanza) e si è basata solo su una precaria testimonianza: quella di una nuova assistente sociale, Sarah Faini, la quale è informata sommariamente dei fatti, poiché solo da pochi giorni ha ricevuto il voluminoso dossier dalla collega Maria Poujol, che a lungo aveva istruito la complessa vicenda. La giovane assistente sociale ha messo a verbale una sorprendente dichiarazione in cui, evitando di specificare se ha mai avuto qualche contatto diretto coi due bambini e se è riuscita a leggere il dossier, si limita a usare la laconica formula «secondo le informazioni trasmesse dalla mia collega Maria Poujol». Addirittura, secondo la Faini, Marella Anastasia Maevskiy «è consapevole dei limiti di sua madre». Un' affermazione così grave, e su cui si regge la sentenza finale, non viene suffragata da nessuna prova sul fatto se la bambina abbia pronunciato effettivamente (dove, quando, a chi, In quale forma?) una valutazione del genere contro la propria madre. E la giudice si è ben guardata dal chiedere: quali sono da considerarsi tali «limiti» secondo una bambina di 13 anni? Avete approfondito con lei la questione? Margherita Agnelli, contrariamente a tutte le altre udienze, era assente e non ha mandato nemmeno il suo avvocato. Non c' era nemmeno Serge de Pahlen, che in altre occasioni aveva invece testimoniato contro sua figlia. Evidentemente avevano «previsto» ciò che sarebbe accaduto e, in vista del loro obiettivo finale di tenere con sé i bambini, non potevano sperare di meglio. Il copione sembrava già scritto. Non a caso, l' assistente sociale ha detto che Anastasja capisce «quanto sia grande il privilegio di vivere con i suoi nonni». «I bambini», prosegue il verbale, «evolvono bene con i nonni. Hanno un punto di riferimento con loro. Non vogliono cambiare questa situazione. L'Spj (Servizio di protezione della gioventù) ritiene che i bambini abbiano diritto a un tutore che li possa rappresentare». E poi ecco un' altra accusa a Maria: «La madre non chiede notizie dei suoi figli all' Spj o lo fa molto raramente. La madre ha contatti telefonici con i suoi bambini e non li ha più visti dopo il suo ultimo soggiorno in Svizzera. Sarah Faini, conclude il verbale dell' udienza, «indica che l' Spj desidera vivamente la fine della presente procedura». Ma tutti sembrano dimenticare due aspetti: Maria ha contatti continui coi suoi figli e deve sottostare alla limitazione di poterli vedere, in ore stabilite, solo attraverso Skype, sapendo che, di fronte ai suoi figli, c' è un' arcigna badante moldava che riferisce tutto alla padrona di casa. Il secondo aspetto, ben più grave, è che la situazione che si è creata dall' ultimo soggiorno di Maria in Svizzera, è tale per cui a ottobre ha dovuto lasciare Rougemont, dove la madre non la ospitava nemmeno nel suo castello, ma la teneva a distanza in un piccolo appartamento con il bimbo più piccolo, Roman. Maria lasciò la Svizzera soprattutto perché la madre la minacciò di portarle via anche il terzo figlio. La sentenza di questi giorni apre proprio le porte a una simile eventualità, qualora Maria dovesse andare in Svizzera a trovare i suoi figli. La situazione è paradossale: se Maria entra in Svizzera (e deve portare con sé il bambino poiché è piccolo e non vuole mai stare lontano da lei) per vedere come stanno Anastasja e Sergei, rischia di vedersi portar via anche Roman poiché, se i giudici le hanno revocato la patria potestà sugli altri due, per la legge ciò significa che non può essere una buona madre nemmeno per il terzo. Ma se Maria, per timore di questo, non va in Svizzera a trovare i figli ecco la conferma, per i giudici, che non è una buona madre ed evita perfino di andarli a trovare. Intorno a Maria è stato fatto ancora di più il vuoto dalla famiglia. Perfino da John, nonostante nonna Marella si fosse raccomandata con lei - nell' agosto scorso in Svizzera a Samaden, quando si ammalò di broncopolmonite - di rivolgersi al suo adorato Jaki in caso di bisogno. Maria lo aveva fatto per chiedergli se il fratellastro la poteva aiutare a trovare un avvocato in Svizzera, dato che, ai primi di aprile, si era misteriosamente ritirato lo «sponsor» del legale precedente, Matthieu Genillod di Losanna. Sembra che tale sponsor avesse fornito il suo aiuto soprattutto allo scopo di ottenere di «infiltrarsi» nei più recenti e cospicui affari di famiglia che, per quanto riguarda la successione di sua madre Marella, Margherita Agnelli aveva affidato a suo tempo all' avvocato Guy Mustaki, professore all' università di Losanna e socio dello studio legale Cbwm. Ma Margherita, all' improvviso, ha cambiato idea e affidato i pieni poteri ad Achille Deodato, 32 anni, laurea alla Luiss di Roma, figlio di Giuseppe Mario Benedetto Deodato, siciliano di Villarosa (Enna), dal 2006 e per qualche anno ambasciatore a Berna (nominato dal governo Prodi e quindi dal ministro Massimo D' Alema), dal 2003 direttore generale della Farnesina per la cooperazione allo sviluppo, nel 2012 sfiorato dalle voci (secondo il quotidiano La Notizia) sulla discutibile gestione di fondi destinati agli ospedali in Africa. Margherita ha, per inesplicabili ragioni, affidato a Deodato jr. una delega generale e un potere assoluto, arrivando a licenziare il suo procuratore speciale in Italia, l' avvocato Roberto Cattro, un professionista che ha svolto incarichi molto delicati nei suoi tre anni di lavoro, compresi i contatti con la magistratura e gli avvocati, e soprattutto nel controllo degli immobili, dei rapporti col personale e nella valutazione aggiornata dei beni. Pare che Cattro stia intentando una causa assistito dallo Studio Bin di Torino. In un primo tempo Maria aveva anche l' intenzione di trasferirsi in Italia per essere più vicina ai due figli «trattenuti» dai nonni. Aveva trovato una piccola casa in affitto a Villar Perosa. Ma, a suo dire, la madre le ha impedito questo progetto. Forse temeva uno scandalo per il fatto che, pur avendo gli Agnelli una villa enorme e completamente vuota, la primogenita di Margherita fosse costretta ad andare a vivere in affitto in una modesta casetta. Villar Perosa è chiusa e i preziosi quadri sono accatastati nelle decine di stanze (compreso l'Arlequin di Picasso. valutato 60 milioni di euro), così come avviene per Villa Frescot e per l' appartamento di Roma. Nei giorni successivi alla morte di Donna Marella c' era stato un tentativo di Margherita e John di indire una riunione di famiglia, dopo 15 anni che i nove non si incontravano insieme e madre e figlio primogenito non si parlavano, se non tramite avvocati. Si era sparsa la voce che domenica 17 giugno fosse stata convocata una «assemblea» plenaria ad Allaman. Ma alla fine tutto è saltato. Pare che ad annullare il meeting sia stata proprio colei che più lo desiderava: Margherita. Che cosa è accaduto? La guerra è ricominciata? Margherita voleva che, dopo l' incontro con i figli, ci fosse un colloquio tra lei, il proprio avvocato e John. Lui avrebbe detto: «Allora io porto i miei legali». Tutto è nato dal fatto che recentemente l' avvocato italiano di Margherita ha chiesto all' avvocato Carlo Lombardini di Ginevra, che rappresentava donna Marella e ora John, notizie sul testamento della defunta, informandolo che la figlia non intende rinunciare alla quota cui ha diritto. Lombardini avrebbe risposto: «L' erede universale della nonna è il nipote John Elkann. La contessa De Pahlen nel 2004 ha firmato un accordo "tombale" con sua madre, mai impugnato nei termini di legge, in cui la figlia rinunciava a ogni pretesa futura sul patrimonio della madre al momento della morte di quest' ultima».

Giorgio Gandola per "la Verità" il 10 agosto 2021. La partita a scacchi di famiglia continua. Con due nuove mosse che confermano una radicale differenza di posizioni fra Margherita Agnelli e i figli John, Lapo e Ginevra Elkann riguardo ai presunti misteri della società semplice Dicembre, creata da Gianni Agnelli appunto nel dicembre 1984 e vera cassaforte del potere nella Royal family italiana. Dopo la sollecitazione del giudice di Torino, Gabriella Ratti, ad aggiornare i dati della società che da anni sembrava inattiva e conteneva nomi di persone defunte, a metà luglio il presidente di Exor, Stellantis, Ferrari e del gruppo editoriale Gedi ha provveduto a farlo. John Elkann ha ritenuto di chiudere la pratica con una declaratoria presso il Registro delle imprese di Torino, relativa alla composizione e alla struttura della Dicembre, con atto a rogito del notaio Remo Maria Morone. Con i documenti in mano la Camera di Commercio, che per anni aveva faticato a prendere atto delle anomalie e a risalire anche solo al domicilio degli Elkann - per smuovere le acque c'è voluto un ricorso giudiziario di Margherita nell'aprile scorso - ha sollecitamente iscritto (prima mossa) gli aggiornamenti societari che confermano quanto già da noi pubblicato: il forziere di famiglia ha un capitale di 103 milioni di euro con ripartizioni note, 60% a John, 20% ciascuno a Lapo e Ginevra. In una comunicazione protocollata il 22 luglio, il Registro delle imprese osserva che «alla declaratoria sono stati allegati gli atti pubblici e le scritture private autenticate contenenti le modifiche» intervenute successivamente alla costituzione della società. Trentun pagine per ricapitolare 36 anni di vita di una sas tutt' altro che inattiva. Trentun pagine per chiudere gli interrogativi; la Camera di commercio le ritiene complete al fine di definire una volta per tutte la pratica scottante e archiviarla con sommo gaudio. Ma l'evoluzione della vicenda non soddisfa la figlia dell'Avvocato, Margherita Agnelli. Dopo aver visionato il dossier, giovedì scorso 5 agosto i suoi legali scrivono alla giudice Ratti una nota ufficiale (seconda mossa) nella quale ribadiscono ciò che avevano denunciato in una memoria del 15 luglio: «Alcuni dei documenti sulla scorta dei quali sono state effettuate le iscrizioni non risulterebbero conformi a quanto prescritto dalla normativa di settore». Margherita Agnelli assicura che il suo obiettivo principale rimane quello di far luce sulla storia della Dicembre nel segno della trasparenza, tuttavia la faccenda si fa pesante. Secondo l'avvocato Dario Trevisan «risulta che nessuna delle scritture private sia stata depositata in originale o che si trovi in deposito notarile». Nella nota al giudice, che La Verità ha potuto visionare, l'obiezione è esplicita: i documenti sarebbero incompleti, irregolari, «non conformi». I legali di Margherita ribadiscono che «quelle depositate dalla Dicembre presso la Camera di commercio e allegate alla declaratoria non sono scritture private con autentica notarile. In ogni caso avrebbero dovuto essere depositate in originale, posto che non sembrerebbero custodite presso un notaio, né risulta che le stesse possano qualificarsi come effettive copie autentiche, anche per estratto, degli atti che si intendono iscrivere». Un siluro di portata non indifferente. Viene messa sotto i riflettori anche la formula cautelativa nella certificazione di conformità del notaio Morone. In calce a ciascun atto c'è infatti la dicitura: «Certifico che il presente documento è copia conforme al documento a me esibito». Secondo i legali una simile certificazione «non sembrerebbe attribuire a tali atti un'attestazione di conformità all'originale dei documenti stessi». E non si tratterebbe neppure di una copia autentica di atti esibiti in originale. Fra i documenti contestati ce n'è uno che Margherita Agnelli conosce molto bene: la copia della scrittura del 5 aprile 2004, l'atto di vendita alla madre Marella Caracciolo delle sue quote nella Dicembre, poi redistribuite dalla nonna ai tre nipoti. È il momento chiave del cambio degli equilibri interni alla famiglia, il vero trampolino di lancio societario per John Elkann alla guida dell'impero. Ebbene, la copia della vendita contenuta nella declaratoria «evidentemente diverge dalla scrittura esibita dalla Camera di commercio, in estratto e senza forma autentica». A fronte di tutto ciò Margherita Agnelli chiede al tribunale che vengano avviate verifiche sulla regolarità della documentazione depositata alla Camera di commercio; che la Dicembre integri le scritture private in originale o con copia autentica. E fa una proposta da colpo di scena: la convocazione delle parti «per acquisire una compiuta rendicontazione in relazione ai motivi sottesi» riguardo all'aggiornamento delle informazioni societarie. Un incontro chiarificatore, tutti nella stessa stanza davanti al giudice. In milioni vorremmo essere mosche, quel giorno.

Estratto di un articolo di Luca Piana per repubblica.it il 6 agosto 2021. Ricomincia dopo alcuni anni di tregua e una sentenza definitiva della Cassazione la contesa per questioni ereditarie promossa da Margherita de Pahlen, figlia di Gianni Agnelli e di Marella Caracciolo, scomparsi rispettivamente nel 2003 e nel 2019. Il “Corriere della Sera” ha scritto questa mattina che Margherita ha deciso di impugnare il contratto che aveva sottoscritto nel 2004 con la mamma, rinunciando alle quote della Dicembre, la società semplice a cui fa capo il controllo del gruppo Exor, che oggi possiede fra le altre partecipazioni il 14,4% di Stellantis, il 35,8% dei diritti di voto della Ferrari e la quota di maggioranza nella casa editrice de La Repubblica. "È da circa un quindicennio che Margherita de Pahlen cerca di mettere in discussione gli accordi sulla successione del padre e della madre da lei voluti e sottoscritti nel 2004 e che le hanno procurato beni che, soltanto all'epoca, valevano circa un miliardo e trecento milioni di euro. È proprio nel quadro di tali accordi che Margherita ha deciso di vendere le sue partecipazioni nella Dicembre società semplice, con atto non più reversibile", affermano fonti legali della famiglia Agnelli in merito a quanto riportato dal “Corriere”. "I tentativi di Margherita di rimettere in discussione le successioni dei genitori - precisano i legali della famiglia - sono manifestamente infondati e del tutto contrari sia alle volontà paterna e materna, sia agli accordi dalla stessa sottoscritti. Nessuno di essi ha, infatti, mai avuto successo. Queste pretese temerarie, cui si resisterà con fermezza in ogni sede, non sono comunque in alcun modo idonee a mettere in discussione la partecipazione di maggioranza assoluta che John Elkann detiene nella società Dicembre". Le radici della contesa ereditaria di Margherita, che ha avuto tre figli dal primo matrimonio (John, Lapo e Ginevra Elkann) e cinque dal secondo, risalgono a un momento molto diverso da quello attuale e hanno un antefatto nel 1997, alla morte di Giovanni Alberto Agnelli, il figlio di Umberto e nipote di Gianni che l’Avvocato stesso aveva designato come suo successore alla guida del gruppo. Dopo il tragico evento, Gianni aveva subito espresso una chiara e nuova indicazione per la sua successione, facendo entrare il nipote John Elkann nel consiglio di amministrazione della Fiat e dando disposizioni perché spettasse a lui il controllo della Dicembre, che deteneva e tuttora detiene la quota più rilevante della società che controlla il gruppo Agnelli. L’indicazione fu confermata e resa esplicita due anni dopo, nel marzo 1999, quando arrivò l’investitura ufficiale di John per il ruolo di successore: tutti i soci della Dicembre, inclusa la mamma Margherita, stabilirono infatti all’unanimità che “qualora il socio Giovanni Agnelli mancasse o per qualunque ragione fosse impedito, l’amministrazione nella sua identica posizione con gli stessi poteri e prerogative sarà assunta da John Elkann”. Quando quattro anni dopo morì Gianni, la figlia Margherita all’apertura del testamento contestò tuttavia le disposizioni espresse dal padre e confermate dalla madre Marella, e diede avvio a una lite, conclusasi nella primavera del 2004 con quelli che vengono chiamati “accordi di Ginevra”. Margherita decise di vendere le sue quote della Dicembre e si accordò con la madre Marella per ricevere un cospicuo patrimonio, fatto di case, quadri, e somme di denaro (per un valore stimato di oltre un miliardo di euro). Per evitare liti future e assicurare al gruppo la stabilità necessaria, gli accordi di Ginevra prevedevano anche la definizione anticipata della successione di Marella (chiamata “patto successorio”) e la rinuncia di Margherita a rivendicare ulteriori beni ereditari. Non è un caso che gli accordi vennero firmati in Svizzera, dove erano residenti sia Marella che Margherita: a differenza della legge italiana, le norme elvetiche consentono infatti di definire un patto sull’eredità anche quando l’intestatario dei beni è ancora in vita.

Fiamma Tinelli per oggi.it il 2 agosto 2021. John Elkann si gode il mare a bordo del solito yacht super lusso con la moglie Lavinia Borromeo e i figli Vita, Oceano e Leone. Con loro c’è anche parte del resto del clan, come la sorella Ginevra, il cognato, i nipoti… E, come mostrano le immagini esclusive di Oggi, quando John vuole farsi il bagno in mare, ecco che svela lo stile che fu di suo nonno Gianni Agnelli. Se non fosse per quel particolare (non) indifferente…

UNO YACHT DA 42 MILA EURO A SETTIMANA – Metti che vuoi fare un giro al mare, in famiglia. Metti che però in spiaggia fa caldo e c’è la coda alla cassa del bar. Metti pure che ti chiami Elkann, che poi vuol dire Agnelli. Che fai? Semplice, affitti uno yacht blasé (niente di appariscente, un vecchio rimorchiatore, rivisitato con interni di lusso da 42 mila euro a settimana, basterà), acchiappi due borse coi costumi e via, nell’acqua azzurra di Ponza, lontano da tutto. A bordo, il clan quasi al completo: John Elkann con la moglie Lavinia e i figli Vita Talita, Oceano Noah e Leone Mosè, sua sorella Ginevra col marito Giovanni Gaetani D’Aragona e i loro Giacomo, Pietro e Marella.

L’UNICA CHE SORRIDE È GINEVRA – John è il più monastico: fisico asciutto, si tuffa a candela come suo nonno Gianni, che però del costume smunto faceva allegramente a meno. È palliduccio, John detto Jaki, ma per il presidente di Exor, Stellantis, Ferrari e Gedi è stata un’annataccia, la Juve è pure smottata al quarto posto della classifica di serie A, pensa te. Quanto alla moglie, l’austera donna Lavinia – immancabilmente magra, fatalmente bionda – a bordo del tender tenta pure un sorriso, prima di ungere di crema il figliolo. Seduto a poppa con lo sguardo mesto, Giovanni Gaetani D’Aragona, discendente di Papa Gelasio II, un albero genealogico che si arrampica fino a Teodorico re dei Goti, pare imbronciato (troppo sole? Troppi bambini? Pasta scotta?). L’unica sinceramente felice, diciamolo, sembra Ginevra, che carezza il marito e controlla i pupi in acqua. Coi ricci matti e le mani sui fianchi, come Sophia Loren con Marcello Mastroianni.

John Elkann, "cancellati Gianni Agnelli e Sergio Marchionne". Fiat, sconcertanti conferme da Torino. Libero Quotidiano il 20 luglio 2021. Gli uffici di Gianni Agnelli e Sergio Marchionne non ci sono più: Stellantis, la società nata dalla fusione tra i gruppi PSA e Fiat Chrysler Automobiles, ha deciso di dare un taglio al passato. In particolare, come riporta il Corriere della Sera, ha dato mandato ad alcune società di intermediazione immobiliare di vendere la storica palazzina Fiat di via Nizza 250, al Lingotto a Torino, che ospitò proprio Agnelli e Marchionne e dove fino al 2014 aveva sede legale il gruppo prima di diventare Fca. Inoltre, la palazzina Fiat - 20mila metri quadrati - è vincolata dalla Soprintendenza dei beni architettonici perché fa parte dell’intero complesso del Lingotto, che è diventato oggetto di un restyling voluto dalla famiglia Elkann-Agnelli. L'obiettivo è quello di trasformare la pista sul tetto in un giardino aperto al pubblico sulla falsa riga della High-line di New York. Nel 2019 il presidente di Fca, John Elkann, aveva già trasferito il suo ufficio alla Fondazione Agnelli di via Giacosa, nella ex abitazione del trisavolo Giovanni Agnelli. Lo scorso agosto, invece, era cominciato il trasloco dei servizi finanziari, ufficio stampa e relazioni industriali a Mirafiori. Con la vendita della palazzina al Lingotto, la Fiat del passato cancella ogni traccia di sé dal centro di Torino: oggi Stellantis è un gruppo che si identifica solo con gli stabilimenti in periferia, Mirafiori e Grugliasco.

Marco Palombi per “il Fatto quotidiano” il 24 luglio 2021. Ormai va detto: Margherita Agnelli - figlia di Gianni e Marella, madre di John, Lapo e Ginevra Elkann, oggi sposata De Pahlen - va annoverata tra le eroine del socialismo italiano tipo Anna Kuliscioff o Maria Goia. A differenza delle madrine del movimento, Margherita lavora però - per così dire - dietro le linee nemiche, dove, con incisive azioni di sabotaggio, prova a mostrare al proletariato di che lacrime grondi e di che sangue il potere che lo opprime e quali siano i sentimenti e la moralità di cui si nutrono le belle famiglie del capitalismo italiano.

Riassunto: alla morte del padre e seguendo le sue indicazioni, Margherita rinunciò all'asse ereditario in cambio di 110 milioni e spicci e proprietà varie stimate in un miliardo abbondante. Tre anni dopo, però, nel 2007, chiese in tribunale l'annullamento di quell'accordo: sostenne d'essere stata turlupinata perché l'Avvocato aveva all'estero dei bei soldarelli (tra 1 e 2,5 miliardi, si disse) sconosciuti a lei e al Fisco. "Vi sono molteplici indizi che portano a ritenere come verosimile l'esistenza di un patrimonio immenso in capo al defunto Gianni Agnelli, le cui dimensioni e la cui dislocazione territoriale non sono mai stati definiti", scrissero i pm di Milano. Alla fine si scoprì pure che l'impero degli Agnelli fa capo a una sigla sconosciuta, la "Dicembre Società Semplice", oggi al 60% di John Elkann, che controlla la holding olan dese Giovanni Agnelli Bv, che controlla la Exor, eccetera. "Pur essendo nata nel 1984 e al vertice di un gruppo quotato, né la famiglia né la Camera di Commercio si sono preoccupate di segnalarne l'esistenza in un registro pubblico, obbligatorio dal '96 per questo tipo di società, fino al 2012. Cioè quando lo ordinò un giudice...", ha scritto ieri il CorSera raccontando che Margherita è tornata in tribunale, il 15 luglio, per sostenere che gli atti finalmente depositati dalla Dicembre sono in vari modi irregolari... Come scrisse Brecht, "ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi; altri che lottano un anno e sono più bravi; ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi; però ci sono quelli che lottano tutta la vita: sono gli indispensabili". E tra loro metteremo la compagna contessa Margherita Agnelli de Pahlen: hasta la victoria.

Agnelli, Margherita contro il figlio John Elkann? "Atti di chiarire", l'indiscrezione: "Guerra in famiglia per l'eredità". Libero Quotidiano il 23 luglio 2021. Nuovo capitolo nella saga della famiglia Agnelli. Margherita Agnelli, madre di John, Lapo e Ginevra Elkann che, fin dalla morte dell'Avvocato sta cercando di fare chiarezza sulla sua eredità dopo che lei ne fu estromessa per le note vicende giudiziarie e per cui arrivò a siglare una compravendita di uscita dalle quote societari, ha fatto un passo in avanti. Secondo i suoi avvocati i documenti della società Dicembre "non risulterebbero conformi alla normativa di settore". La società Dicembre fondata nel 1984 e che aveva tra i propri soci Gianni e Umberto Agnelli, Franzo Grande Stevens, Gianluigi Gabetti, è importantissima perché rappresenta la cassaforte di famiglia in cui sono stabilite le quote con cui gli eredi controllano le società della galassia. E chi la controlla, di fatto, controlla tutto il patrimonio perché la Dicembre è la prima azionista col 38 per cento circa della Giovanni Agnelli Bv, società di diritto olandese che al suo interno vede la la presenza di tutti gli altri rami famigliari e non (i discendenti Umberto e Maria Sole Agnelli, di Giovanni Nasi, dei Brandolini D’Adda).La Giovanni Agnelli Bv a suo volta detiene il 53% di Exor che a sua volta controlla il 14,4% di Stellantis, il 22,91% di Ferrari, il 26,89% di Cnh Industrial, il 63,77% della Juventus e il 100% di Partner Re. Il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo in cui gli stessi legali, in una memoria consegnata il 15 luglio al Tribunale di Torino, sollevano dubbi su una serie di atti depositati al Registro delle imprese. Ma perché Margherita Agnelli ha intrapreso questa iniziativa? Secondo il Corriere l'obiettivo è verificare correttezza e trasparenza degli atti dopo la morte di Gianni e Umberto, ma secondo ambienti finanziari dietro l'intenzione di rimettere in discussione gli assetti azionari. E una prima battaglia Margherita Agnelli l'ha già vinta visto che in tribunale è riuscita ad accedere agli atti in cui si certifica che le azioni della Dicembre sono in questo momento suddivise così: il 60% è di John Elkann con il restante 40% suddiviso alla pari fra Lapo e Ginevra. In sostanza, da quando nel 1996 diventò obbligatorio per legge segnalare l'esistenza di queste società alla Camera di Commercio gli Agnelli-Elkann fino al 2012 non se ne sono preoccupati. Furono poi obbligati a farlo da un giudice ma solo di recente sono stati depositati una serie di atti, compresi quelli del 2004 che hanno definito l’assetto attuale in cui c'è tutta la storia della società. La nuova battaglia di Margherita, insomma, è partita da qui perché nell’accordo di rinuncia all’asse ereditario ottenne circa 1,17 miliardi in asset, ville e opere d'arte, ma nel 2007, ritenendo di essere stata tenuta all’oscuro dell’esatto patrimonio dell’Avvocato, chiese in tribunale l’annullamento dell’intesa svizzerae un rendiconto completo di beni e attività. La guerra per l'eredità della famiglia Agnelli, insomma è appena cominciata. 

Fabrizio Massaro e Mario Gerevini per il "Corriere della Sera" il 23 luglio 2021. I documenti della società Dicembre di John Elkann «non risulterebbero conformi alla normativa di settore». I legali della madre, Margherita Agnelli, in una memoria consegnata il 15 luglio al Tribunale di Torino, di cui il Corriere ha copia, sollevano dubbi su una serie di atti depositati al Registro delle imprese (con un ritardo di 20 anni) che hanno segnato la storia di una delle più importanti e blindate casseforti familiari al mondo. Nel suo portafoglio c'è l'impero Exor e dunque Stellantis, Ferrari, Juventus ecc. Solo questione di forma e esigenza di chiarezza? La figlia di Gianni Agnelli (morto il 24 gennaio 2003) e di Marella Caracciolo (23 febbraio 2019), madre di John, Lapo e Ginevra Elkann (e di altri 5 figli dal secondo matrimonio con Serge de Pahlen), è di nuovo in campo dopo la battaglia (persa) oltre dieci anni fa per l'eredità del padre. Qual è oggi il motivo della sua iniziativa? Solo verificare la correttezza e la trasparenza degli atti della Dicembre, secondo la versione soft che filtra dall'entourage di Margherita. Trovare appigli per rimettere in discussione gli assetti della cassaforte, secondo la versione hard che circola in ambienti finanziari torinesi. Piccola come struttura giuridica, potentissima per il suo portafoglio, riservatissima fin oltre le regole. Ecco la «Dicembre società semplice», al centro delle nuove scintille legali. Si scopre solo ora che il 60% è di John e il 20% a testa di Lapo e Ginevra. Chi la controlla governa l'impero: una volta era l'Avvocato, oggi è l'Ingegnere John. La regola sacra degli Agnelli è sempre stata «in famiglia comanda uno solo per volta». Lì dentro è racchiusa la quota principale (38%) della holding olandese Giovanni Agnelli Bv (l'ex Accomandita) che attraverso Exor gestisce partecipazioni in Stellantis (14,4%), Ferrari (23%), Cnh (27%), PartnerRe, Juventus (64%). Pur essendo nata nel 1984 e al vertice di un grande gruppo quotato, né la famiglia né la Camera di Commercio si sono preoccupate di segnalarne l'esistenza in un registro pubblico, obbligatorio dal '96 per questo tipo di società, fino al 2012. Cioè quando lo ordinò per la prima volta un giudice, ottenendo il deposito dell'atto costitutivo e poco più. Lo riordinò un altro giudice nel 2013 ma poi per la «disattenzione» della famiglia e l'inerzia della Camera di Commercio non ci furono altri aggiornamenti, malgrado tutti i rappresentanti indicati negli «antichi» atti fossero morti: Gianni Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti, la vedova dell'Avvocato. Solo di recente sono stati depositati una serie di atti, compresi quelli del 2004 che hanno definito l'assetto attuale, come ha scritto Il Sole 24 Ore. Anche questa volta (è la terza) con l'intervento del giudice a cui si era rivolta Margherita Agnelli (lo ha evidenziato La Verità ). Ma i documenti depositati, di cui il Corriere ha copia, sono in gran parte inediti e raccontano passaggi fondamentali della storia della dinastia. Con Gianni Agnelli al comando nel 1996 entrano come soci nella Dicembre John Elkann e la madre Margherita. Nel '99 l'Avvocato detta il futuro: tutti i poteri passeranno al nipote, che alla morte del nonno (2003) sale al 58% della cassaforte. L'anno dopo (2004) Margherita vende per 105 milioni il 33% alla madre ed esce dalla Dicembre sulla base del patto successorio. Subito dopo la nonna cede tutto ai nipoti, mantenendo l'usufrutto: John si consolida al 60%, Lapo e Ginevra prendono il resto. È l'assetto attuale di cui s' è avuta notizia ufficiale dopo 17 anni. Nell'accordo di rinuncia all'asse ereditario, Margherita aveva ottenuto ville, immobili, titoli e opere d'arte per un valore stimato in 1,16 miliardi. Nel 2007, però, ritenendo di essere stata tenuta all'oscuro dell'esatto patrimonio dell'Avvocato, chiese in tribunale l'annullamento dell'intesa svizzera e un rendiconto completo di beni e attività. Pretese respinte in vari gradi di giudizio. Ora è di nuovo in pressing sulla società dei figli: dopo averli «costretti» al deposito degli atti storici, chiede verifiche sulla loro regolarità. «Risulta che nessuna delle scritture private - lamenta il suo legale Dario Trevisan - sia stata depositata in originale o che si trovi in deposito notarile. Quanto, poi, alle attestazioni del notaio, non risulta che queste si possano qualificare quali effettive "copie autentiche", anche per estratto, degli atti che si intendono iscrivere». Di un atto che Margherita conosce molto bene - la cessione della sua quota alla madre - nella memoria si dice che «il documento esibito alla Camera di Commercio non è conforme all'originale». «Irregolarità» riguarderebbero anche altri documenti per i quali «non è stato depositato l'originale». E quindi la madre del numero uno del gruppo chiede al giudice di Torino che disponga un'integrazione o una regolarizzazione degli atti da parte della Dicembre. Probabile che i tempi di deposito, rispetto al passato, ora siano più brevi.

Giorgio Gandola per "la Verità" il 20 luglio 2021. La cassaforte della famiglia Agnelli era una società fantasma, definita «inattiva» dalla stessa Camera di commercio di Torino. Per nove anni, dal 2012 agli inizi di luglio di quest' anno, era un forziere camuffato da catapecchia diroccata con il tetto sfondato e le erbacce sulla soglia. A scoprirlo e a costringere i titolari della società semplice Dicembre al restauro e all'adeguamento dei parametri sociali è stata una lunga e impervia azione legale promossa da Margherita Agnelli de Pahlen, la mamma di John, Lapo e Ginevra Elkann. Qualche settimana fa il Sole 24 Ore ha dato conto di una ghiotta notizia: «Si è alzato il velo sulla storia della Dicembre», come se fosse avvenuto per un colpo di vento. Si è scoperto che John Elkann, presidente di Stellantis, Ferrari, Gedi gruppo editoriale e Giovanni Agnelli B.V., è titolare del 60% del capitale sociale, con il fratello Lapo e la sorella Ginevra a dividersi equamente il restante 40%. Una conferma importante anche perché Dicembre - costituita da Gianni Agnelli appunto nel dicembre 1984 - è il forziere della holding Exor che custodisce le partecipazioni chiave dell'impero di famiglia. Oggi il capitale sociale è di 103 milioni di euro: 61,8 di John, 20,6 ciascuno di Lapo e Ginevra. L'assetto societario attuale deriva da una compravendita compiuta dalla nonna Marella Caracciolo, completata prima della sua scomparsa nel 2019. Tutto questo non è stato rivelato alla pubblicazione spontanea di comunicazioni obbligatorie. Quel velo si è alzato dopo un provvedimento giudiziario emesso nel maggio scorso dal giudice del Registro delle imprese di Torino, Gabriella Ratti, decisivo per fare luce su un mistero buffo: fino a due mesi fa la cassaforte societaria del quarto gruppo automobilistico mondiale riportava i nominativi di soci defunti come Marella Caracciolo, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti. Più che un forziere, una cappella gentilizia. Con un'aggravante per lo Stato italiano. Mentre un normale cittadino titolare d'impresa è costretto a presentare anche le radiografie per accedere a fondi pubblici, nel 2020 il governo di Giuseppe Conte ha autorizzato con garanzia Sace un prestito da 6,3 miliardi a Fca senza sapere ufficialmente chi fossero i detentori di una quota rilevante del capitale sociale. A far luce sulla vicenda è stato il ricorso di Margherita Agnelli, da tempo in contrasto con i figli per la famosa «opacità» sull'eredità dell'Avvocato e della madre Marella Caracciolo, che aveva lo scopo di conoscere la reale situazione societaria in un ottica di maggiore chiarezza. Scrive l'avvocato Dario Trevisan dello studio Trevisan&associati, suo legale, nel ricorso del 14 maggio 2021: «Sebbene la Dicembre sia posta ai vertici e rappresenti una quota significativa di partecipazione pari ad almeno il 36,38% del capitale sociale della Giovanni Agnelli B.V. - la holding di uno dei più importanti gruppi industriali su scala internazionale quale è quello di Exor Fca - a oggi non è dato di conoscere alcuna informazione in ordine alla compagine sociale, all'amministrazione, alle norme secondo le quali gli utili devono essere ripartiti, alle rendicontazioni finanziarie e a quelle previste per le holding di partecipazione, nonché alla sede legale». Insomma, il buio assoluto. Nel gennaio 2020 le anomalie e le omissioni sono state fatte presenti all'ufficio del registro. Fin da quattro anni prima John Elkann (non indicato nelle visure) aveva votato all'assemblea straordinaria della Giovanni Agnelli & C. in rappresentanza della Dicembre. In modo del tutto legittimo, essendone l'amministratore con pieni poteri dal febbraio 2003. Eppure la società veniva indicata come «inattiva». I legali di Margherita Agnelli hanno più volte sollecitato la Camera di commercio a richiedere l'iscrizione delle registrazioni omesse, ma con esiti mortificanti. Risposte evasive («Non troviamo gli aventi diritto», «Non si è avuto ancora riscontro»), formule contorte («Non risultano elementi documentati idonei ad avviare alcun procedimento d'ufficio»), missive inviate a indirizzi sbagliati, tempistiche bibliche anche per colpa della pandemia. Due dettagli surreali. Per aiutare i funzionari ad azzeccare l'indirizzo, gli avvocati di Margherita Agnelli hanno trasmesso loro il certificato di residenza di John Elkann e hanno inviato articoli di giornale e comunicati stampa sugli argomenti oggetto di segnalazione «nell'auspicio che la Camera di commercio, a fronte di fatti per così dire notori, non potesse continuare a negare l'avvio del procedimento richiesto e si determinasse a richiedere a coloro che non risultavano da visura le delucidazioni del caso». Preso atto del muro di gomma i legali si sono rivolti al tribunale per sbloccare la situazione paradossale. Il 24 maggio scorso il giudice ha ordinato al Registro delle imprese di Torino e alla società Dicembre «di far pervenire le loro osservazioni entro 30 giorni» e di risolvere la faccenda nel segno della trasparenza. Ora l'interrogativo della casalinga di Voghera che è in noi è il solito: perché la società chiave di una delle famiglie più potenti d'Europa aveva le ragnatele e i documenti sono stati aggiornati solo dopo l'intervento del giudice? Risalendo per li rami si nota che John Elkann entrò nella Dicembre nel 1996 per 5 miliardi di lire quando aveva 20 anni; fondi cospicui da pagare per uno studente. I fratelli Lapo e Ginevra entrarono nel 2004 per un controvalore di 39,2 milioni di euro ciascuno, all'età di 27 e 25 anni. Ma contenere più domande che risposte è il destino di molte casseforti di famiglia.

Giuliano Zulin per “Libero quotidiano” il 4 luglio 2021. John Elkann controlla una galassia che, ai valori di Borsa di venerdì, capitalizzava circa 37 miliardi con un malloppo di azioni che valgono 61,8 milioni. Sono le quote di maggioranza, 60%, della Dicembre, una società semplice nata nel 1984 - che vedeva tra i fondatori Gianni e Umberto Agnelli, Franzo Grande Stevens, Gianluigi Gabetti - la quale sta in testa alla piramide rovesciata dell' impero Agnelli-Elkann: da questa piccola impresa si dipana la ragnatela di partecipazioni che portano Yaki, nipote dell' Avvocato e figlio di Margherita Agnelli e Alain Elkann, a essere il "re sole" di un regno diventato un eldorado anche dopo la sapiente gestione di Sergio Marchionne. La Dicembre è sempre stata avvolta nel mistero. Gli ultimi bilanci e patti parasociali risalivano appunto a 37 anni fa, mail Sole 24 Ore ieri ha pubblicato le nuove regole, i nuovi assetti, i nuovi poteri di una delle società più importanti d' Italia e del mondo. Attualmente John Elkann detiene appunto il 60% delle azioni, il capitale rimanente è suddiviso in parti uguali: 20% a Lapo Elkann, fratello di Yaki, e 20% a Ginevra Elkann, sorella del "re sole". Come si è arrivati a questo punto? Semplice: l' Avvocato aveva deciso che l' erede sarebbe stato John e la famiglia allargata ha sempre approvato tale decisione, per cui nel 1996 il marito di Lavinia Borromeo aveva il 24,87%, quota che dopo la morte di Gianni salì al 33,3%, fino a crescere al 58,7% con l' uscita di scena dalla compagine azionaria di mamma Margherita, per le note vicende giudiziarie. La nonna Marella invece, morta nel 2019, decise comunque già quattro anni prima di trasferire la sua quota (era l'unica erede) ai nipoti, incrementando la quota di John (che ha raggiunto il 60) e dividendo in parti uguali il rimanente 40 per cento fra Lapo e Ginevra. Le novità non finiscono qui. Nel nuovo statuto spariscono i garanti, che un tempo erano Gianluigi Gabetti, Franzo e Cristina Grande Stevens, e Cesare Ferrero. Ora "i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione spettano, senza eccezione alcuna, singolarmente al socio John Philip Elkann". Se non è "re sole" lui, chi lo è? Già perché anche il capitolo successione è proprio in stile monarchico: il trasferimento di quote, in caso di morte di uno dei soci, seguirà la strada dei "discendenti consanguinei". E nel caso uno non li avesse, scatterà comunque la prelazione degli azionisti rimanenti: al massimo le quote potranno finire ad altri rami della famiglia allargata, ma sempre se i soci restanti lo vorranno. D' altronde avere il controllo della Dicembre significa essere padroni di un ben di Dio. La Dicembre infatti è prima azionista col 38% circa della Giovanni Agnelli Bv., società di diritto olandese dove per legge i voti in assemblea valgono doppio, per cui a cascata Elkann è il dominus indiscusso - che vede la presenza degli altri rami del clan torinese. Parliamo delle famiglie discendenti di Umberto e Maria Sole Agnelli (più o meno presenti con l' 11,7%), di Giovanni Nasi, Laura Nasi Camerana, Rattazzi, Brandolini D' Adda... Ebbene la Giovanni Agnelli Bv detiene il 53% di Exor, altra società di diritto olandese e quotata in Borsa. Exor è la holding del clan, che controlla il 14,4% di Stellantis (nata dalla fusione tra Fiat, Chrysler e Peugeot), il 22,91% di Ferrari, il 26,89% di Cnh Industrial (camion e trattori), il 63,77% della Juventus e il 100% di Partner Re, gruppo riassicurativo con sede alle Bermuda. Venerdì sera il valore delle quote delle controllate in Borsa era di circa 28,5 miliardi, al quale vanno aggiunti gli 8,8 miliardi che rappresentano il 53% di Exor. Non contiamo poi le avventure editoriali di John: il 43% dell' Economist e il 100% di Gedi (Repubblica, la Stampa, il Secolo XIX e numerosi quotidiani locali) che valgono quasi un miliardo. Ecco, John Philip Elkann è seduto su quasi 40 miliardi, possedendo il 60% della Dicembre che vale 61 milioni. Mica male...

Marigia Mangano per il “Sole 24 Ore” il 3 luglio 2021. Si alza il velo sulla storia della Dicembre, il maggiore azionista dell'impero costruito dalla famiglia Agnelli. A distanza di oltre vent' anni dalla investitura ufficiale di John Elkann come successore dell'Avvocato Gianni Agnelli, passaggio formalizzato nel 1999, un documento di cui Il Sole24 Ore è entrato in possesso e depositato in queste ore presso la Camera di Commercio di Torino, ricostruisce patti sociali, donazioni ed equilibri azionari della società chiave della Giovanni Agnelli Bv, capofila del sistema Exor, la holding che custodisce le partecipazioni chiave in gruppi come Stellantis, Ferrari, Partner Re e Cnh, solo per citarne alcune. Per anni inaccessibile, complice la scelta della forma giuridica di società semplice che garantisce la totale riservatezza, questo documento, 25 pagine che ripercorrono le operazioni chiave della storia della società e dei suoi fondatori, permette di osservare dall'interno la Dicembre. Si scopre così che l'intero capitale sociale oggi vede John Elkann al 60% e vicino a lui, con quote del 20% ciascuno, i due fratelli Lapo e Ginevra. Un assetto possibile grazie a un atto di compravendita, finora inedito, e compiuto dalla nonna Marella Caracciolo molto prima della sua scomparsa avvenuta nel 2019. Un equilibrio mantenuto fino ad oggi e rafforzato da una nuova versione dei patti sociali. Sono quattro le clausole chiave: la scomparsa del ruolo di garanti dell'avvocato Franzo Grande Stevens, di Cristina Grande Stevens, di Gianluigi Gabetti e di Cesare Ferrero, per decenni azionisti con una quota simbolica della società; la conferma della clausola di consanguineità, evoluzione della vecchia norma di "consolidamento"; la successione, curata nei minimi dettagli; infine, i poteri di John Philip Elkann.

L'ingresso di Lapo e Ginevra. Il documento della Dicembre che fotografa la situazione attuale della società è stato redatto per un semplice motivo: la scomparsa di tutti i soci che avevano sottoscritto il capitale della Dicembre all' atto della fondazione nel dicembre del 1984, ovvero Giovanni Agnelli, Marella Caracciolo, Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti. La famiglia ha così proceduto in questi giorni con il deposito presso il notaio Remo Maria Morone a una "declaratoria" che illustra composizione dei soci e struttura del veicolo societario. Sulla base di questo atto emerge che il capitale sociale della Dicembre è pari a 103 milioni ed è ripartito così: 61,8 milioni, pari al 60%, è in capo a John Elkann, 20,6 milioni, equivalenti al 20%, è di proprietà di Lapo Elkann e il restante 20% per un controvalore di 20,6 milioni è di Ginevra Elkann. Questa composizione del libro soci è il punto di arrivo di una lunga storia di donazioni e compravendite che si sono susseguite in silenzio nell' arco di un ventennio. La prima versione dello statuto risale al 3 aprile del 1996. E già allora, tutto era stato predisposto per la successione di Yaki, all' epoca appena ventenne. Il 10 aprile l'Avvocato trasferì con scrittura privata la nuda proprietà del 24,87% della Dicembre, donandola al nipote. Il libro soci della società semplice vedeva così Gianni Agnelli con la piena proprietà del 25,374%, mentre Elkann, la figlia Margherita Agnelli e la moglie Marella detenevano la nuda proprietà del 24,87% a testa. L'usufrutto restava nelle mani dell'Avvocato. Nel 2003 è poi subentrata la successione vera e propria, con la scomparsa dell'Avvocato. All' articolo 7 era disciplinata la così detta "clausola di consolidamento", per effetto della quale gli eredi potevano essere liquidati dai soci superstiti. Dopo la morte di Giovanni Agnelli, si è proceduto infatti al consolidamento così come previsto dallo statuto: il pacchetto del 25,37% è stato diviso perfettamente tra i tre soci della Dicembre, con il risultato finale che la torta vedeva John, Margherita e Marella con il 33,3% ciascuno. A questo punto, decisiva per mettere al sicuro il controllo di Yaki nella Dicembre, è stata la determinazione con cui Marella Caracciolo, interpretando la volontà del marito, ha «perfezionato» la donazione del 25,4% che avrebbe garantito al nipote di salire al 58,7% e prendere così il posto di Giovanni Agnelli nella proprietà della società semplice. Il passaggio successivo, datato 5 aprile del 2004 e che segue la ricapitalizzazione della Dicembre a cui partecipò anche Margherita, vede poi nell'ambito del patto successorio, l'uscita di scena della figlia dell'Avvocato che vendette alla madre la quota detenuta nella Dicembre. Marella, però, anche in questa occasione decise di fare l'ultimo passo e predisporre tutto per la "sua" successione. Con un atto datato 19 maggio del 2004, la nonna di Yaki, risulta, vendette la nuda proprietà dell' 1,3% a John Elkann, permettendogli di salire al 60%, e contestualmente fece entrare nel libro soci i nipoti Lapo e Ginevra, a cui vendette il 20% ciascuno, sempre in nuda proprietà e mantenendo l'usufrutto. La piena proprietà delle quote è stata acquistata dai soci dopo la scomparsa della nonna, con atto del 22 marzo del 2019.

I PATTI E L' USCITA DEI GARANTI. La nuova versione dei patti sociali della Dicembre riserva altre novità. Scompare dal libro soci e dalla governance il ruolo dei garanti. Per anni Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens, Cristina Grande Stevens e Cesare Ferrero erano detentori di una azione della Dicembre e ricoprivano il ruolo di garanti. Una scelta che si conciliava anche con il meccanismo dei patti, il cui cuore era rappresentato dall' articolo 9. Nella prima versione era previsto che «i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione e disposizione senza eccezione alcuna spettano singolarmente al socio signor Giovanni Agnelli. Qualora il signor Giovanni Agnelli mancasse, l'amministrazione ordinaria spetterà al socio Franzo Grande Stevens, mentre l'amministrazione straordinaria ai soci Marella, Margherita e John Elkann, Gabetti, Grande Stevens, Cristina Grande Stevens e Cesare Ferrero con firma congiunta». Tale disposizione, contemporaneamente alla donazione dell'Avvocato a John Elkann, fu modificata, disponendo che tutti i poteri di amministrazione della società «dovevano» passare a John Elkann alla morte dell'Avvocato. Una volontà rispettata da tutti i soci (inclusa Margherita che sottoscrisse la nuova norma) che, dopo la sua morte, hanno modificato l'articolo 9 dello statuto della Dicembre così, versione tutt' ora in vita: «I poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione spettano, senza eccezione alcuna, singolarmente al socio John Philip Elkann». Tecnicamente, però, i garanti hanno mantenuto la titolarità delle azioni anche dopo la successione. Questo fino al 2015, quando hanno venduto l'azione a John Elkann, cessando di far parte degli azionisti della Dicembre, dove oggi compaiono solo i tre fratelli. Un' altra previsione chiave dello statuto è rappresentata dall' articolo 7 che governa la successione. Nella nuova versione, l'articolo 7 della Dicembre prevede che «nel caso di morte di uno dei soci, gli eredi, se discendenti consanguinei del socio defunto o se già soci, ascendenti o fratelli del socio defunto, subentreranno di diritto nella proprietà della quota a condizione, se non già soci, che acconsentano». Dunque, nella titolarità delle azioni di Dicembre. Per tutti gli altri casi tale norma non vale: saranno liquidati. Quanto alla cessione delle quote, disciplinata all' articolo 8, è stabilito che potranno essere cedute, anche a titolo gratuito, solamente ad altri soci o discendenti consanguinei del socio cedente. Negli altri casi potranno essere cedute solo a possessori di azioni ordinarie della Giovanni Agnelli Bv, previa prelazione.

·        Lapo Elkann.

Le nozze segrete. Chi è la moglie di Lapo Elkann, Joana Lemos: ex pilota e campionessa di automobilismo. Vito Califano su Il Riformista l'8 Ottobre 2021. È stata una cerimonia segreta, come la loro relazione: il matrimonio a sorpresa tra Lapo Elkann e Joana Lemos è stato celebrato ieri in Portogallo, Paese di lei. La notizia è stata svelata dal portale Whoopsee.it. Le nozze nel giorno del compleanno di lui, 44 anni. Il fidanzamento era stato annunciato a inizio 2021 sul settimanale Chi da Lapo stesso. Galeotta una una cena di beneficenza organizzata dagli zii di Elkann e dalla fondazione Laps alla quale i due si sono conosciuti. Era il gennaio del 2020. La coppia ha in comune la passione per motori perché se lui è il rampollo della famiglia della Fiat e della Ferrari, lei è una campionessa del Motorsport. Lapo oggi è membro del consiglio di amministrazione della Ferrari e responsabile del marchio Fiat Group. È tra i maggiori azionisti di Italia Independent Group e di Garage Italia Customs, Independent Ideas che ha fondato e ceduto a luglio scorso. I due durante la prima fase della pandemia da coronavirus hanno trascorso quattro mesi chiusi in casa e lanciato una campagna per combattere fame e povertà che ha raccolto quattro milioni di euro e oltre 400 tonnellate di cibo per la Croce Rossa e il Banco Alimentare. Lei è nata a Lisbona, ha 47 anni, ed è una ex pilota di rally, prima portoghese a partecipare a gare nel deserto. Ha corso in moto tra il 1990 e il 1995 e quindi in automobile. Si è laureata campione della Parigi-Dakar Ladies’ Cup in auto nel 1997 dopo essere stata la più giovane al mondo a completare la gara. Ha avuto due figli dal precedente matrimonio con Manuel Reymão Nogueira. “Joana ha due figli incredibili, siamo già una famiglia. Uno gioca a calcio, ha giocato nella Fiorentina con Paulo Sousa e l’altro, bravissimo ragazzo, vuole fare l’attore, sembra Alain Delon. Sono incredibili, davvero”, aveva detto lo sposo. La cerimonia è stata riservatissima, come tra l’altro tutta la relazione. “È l’unica donna al mondo in grado di farmi diventare la versione migliore di me stesso”, aveva raccontato in un’intervista a Mara Venier nella trasmissione Domenica In su Rai1. Elkann aveva mostrato un anello in stile art déco in diamanti e titanio. Della fondazione Laps Lapo è ora presidente e Joana vicepresidente.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Anticipazione da "Chi" il 19 ottobre 2021. Sul numero di “Chi” in edicola domani una grande esclusiva: 18 pagine dedicate al matrimonio di Lapo Elkann e Joana Lemos con tutte le foto ufficiali della cerimonia e le dichiarazioni degli sposi. «Abbiamo scelto un matrimonio molto discreto», hanno spiegato gli sposi a “Chi”, «perché volevamo condividere questo giorno speciale solo con le nostre famiglie e gli amici più cari, in linea con la discrezione che abbiamo avuto da quando siamo stati insieme. Il vero amore è riservato, privato e intimo». La coppia ha concesso l'esclusiva al settimanale diretto da Alfonso Signorini per un fine benefico, una donazione alla Fondazione Laps di cui Lapo è presidente e Joana vicepresidente. La cerimonia si è svolta nella tenuta degli sposi a Tavira, in Portogallo, lo scorso 7 ottobre, giorno del compleanno di Lapo. L'abito della sposa era disegnato da Frida Giannini, quello dello sposo era un frac disegnato da Rubinacci, il suo sarto napoletano. Testimoni di Lapo i fratelli John e Ginevra e Armando Barzola, suo maggiordomo per anni. Anche Joana ha scelto i suoi fratelli, Gonçalo e Bruno Mascarenhas de Lemos come testimoni. Un funzionario portoghese dell’Algarve ha letto i documenti e condotto la cerimonia in portoghese e in italiano. Anche il rabbino Sholom Rosenfeld ha dato la sua benedizione agli sposi. Il padre, il fratello, il cognato e la cognata di Lapo hanno fatto discorsi molto commoventi. Un altro momento emozionante è stato quando, durante la cena, Joana ha cantato guardando negli occhi Lapo. Lo sposo è arrivato a bordo di una Fiat 500 old school, in omaggio al nonno Gianni Agnelli. Al termina della cerimonia gli sposi  si sono allontanati su una 500 Spiaggina elettrica. Il tema scelto dalla coppia per la festa  seguita alla cerimonia nuziale era Tropical, che ha ispirato l’arredamento e l’atmosfera. C’era musica portoghese e italiana. Lapo ha fatto una sorpresa a Joana e ha invitato il cantante portoghese Tony Carreira e lei ha fatto lo stesso invitando i Gipsy Kings, la band preferita del nonno di Lapo, Gianni Agnelli, e una delle band preferite di Lapo. Al termine la coppia ha rilasciato una dichiarazione a “Chi” riguardo i prossimi obiettivi della Fondazione Laps. «Purtroppo c'è ancora molto da fare. La pandemia ha lasciato profonde cicatrici su milioni di vite ed è importante che chi ha i mezzi per aiutare gli altri lo faccia, sostenendo chi è in maggiore difficoltà, in tutte le aree geografiche, perché, in un modo o nell'altro, tutti sono stati toccati dal flagello della pandemia. Come cittadini del mondo, è un dovere farlo. E, ancora una volta, vorremmo ringraziarvi a tutti coloro che ci sostengono e ci aiutano a promuovere questi progetti di beneficenza, tra cui il settimanale “Chi”».

Candida Morvillo per corriere.it l'8 ottobre 2021. Lapo Elkann l’aveva detto a Sette, un anno fa: «Con Joana è un amore diverso da tutti quelli avuti finora, con lei voglio costruire». Joana è Joana Lemos , la donna con la quale si è sposato ieri, in Portogallo , dove lei è nata. Ieri, 7 ottobre, il terzogenito di Margherita Agnelli e Alain Elkann, il nipote prediletto dell’avvocato Gianni Agnelli, festeggiava anche il compleanno, 44 anni, vissuti finora assai pericolosamente. Ma questo matrimonio è un turning point che delinea un Lapo nuovo, determinato a essere più forte e votato soprattutto ad aiutare i più deboli, con la sua fondazione Laps, di cui lui è presidente e lei è diventata vicepresidente. L’amore con Joana, iniziato in pandemia , si era subito consolidato durante il lockdown. Lui aveva raccontato: «Abbiamo fatto la campagna Never Give Up per la Croce Rossa, abbiamo portato gli igienizzanti a Locri, due ambulanze per i disabili in Sicilia, abbiamo distribuito le pizze a Napoli, i pasti a Milano, le mascherine negli ospedali, siamo andati ad aiutare in Spagna e in Portogallo. Ero già una macchina che andava forte, ma in pandemia ho avuto la fortuna di avere accanto una donna che mi ha messo le ruote motrici e che, come me, sente il bisogno di restituire». A lungo, Lapo ha fatto rumore in cronaca per bravate, capitomboli, cadute rovinose e risalite miracolose, a partire dall’overdose e il coma nella Torino della sua Fiat a casa del trans Patrizia, nel 2005, fino alla simulazione di un rapimento a New York nel 2016 e al misterioso incidente a Tel Aviv nel 2019: sei giorni di coma, 15 operazioni ai polmoni. A lungo, ha fatto parlare di sé anche per la sua genialità, a partire da quando, giovanissimo, lavorò nell’azienda di famiglia riuscendo nell’impresa di far diventare simpatica e giovane la Fiat con le sue felpe colorate col brand a vista e l’intuizione di reinventare la 500. Poi, si è inventato tante aziende: Garage Italia, Independent Ideas, tutti esempi di successo della creatività Made in Italy. In più, c’era la cronaca rosa, c’erano state le donne: Martina Stella, l’ereditiera kazaka Goga Ashkenazi, la cugina Bianca Brandolini D’Adda, la modella israeliana Moran Atias, o Marie de Villepin attrice e figlia dell’ex premier francese Dominique de Villepin. Tutte bellissime, tutte famose, vuoi per motivi di spettacolo, vuoi di blasone, ma tutte da passerella. Joana è invece un genere e una bellezza diversa: ex pilota di auto e di moto , prima donna a fare una gara in moto nel deserto, quattro anni più di Lapo, predilige i look maschili, i tailleur rigorosi nelle linee e accesi nei colori, ha un matrimonio alle spalle durato 18 anni, finito nel 2014, e due figli, oggi adolescenti. «Prima, ero insicuro e la mia donna doveva piacere agli altri e, quasi quasi, non piaceva a me. Joana, invece, piace a me», aveva spiegato lui a Sette. Aggiungendo: «Ha vinto la Parigi-Dakar, sa che vuole dire cavalcare le dune e quindi avere a che fare con una persona non facile: io non sono molle, non sono inattivo». Semmai, il suo problema è l’opposto: fare troppo, sentire troppo. Un disagio che nasce dall’Adhd, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività che, con la dislessia, gli fu diagnosticato da bambino: «Se ti senti di meno, vuoi dimostrare di essere di più», aveva spiegato. È da lì che discendono tutti i mali di Lapo, che li raccontava così: «Il mio problema non è una “sostanza” in sé, ma il fatto che non so limitarmi. Posso lasciare la cocaina, ma diventare ossessivo-compulsivo o work alcoholic e lavorare 14 ore al giorno. L’intensità è una forma di sostanza, una dipendenza. Il demone è lì, non dorme, devi sempre domarlo. Da vent’anni, faccio un’ora al giorno con i narcotici anonimi, ho completato “i 12 passi” quattro volte. La sobrietà è il mio orgoglio più grande, perché, senza, non ho niente, rischio di perdere le mie aziende, le persone che amo, me stesso». Joana era arrivata nella sua vita un anno e mezzo fa, si erano conosciuti a una cena quando Lapo era andato in Portogallo per una campagna di per aiutare le famiglie in difficoltà per il Covid. Era stato, almeno per lui, un colpo di fulmine. A Sette, l’aveva raccontato così: «Ero in un ristorante e ho visto uno sguardo che era una forza della natura. Poi, ho visto anche il resto e mi è piaciuta in tutto. Ci ho provato subito in modo lapesco e mi è andata male». Il «modo lapesco» sarebbe questo: «Le ho scritto un messaggio: ti voglio. La volevo molto prima che lei volesse me. Non ha risposto. Ho dovuto ricominciare in modo lapesco-romantico: costruire un rapporto dove ci si conosce, si vedono nello sguardo passioni, valori, la voglia di presente e di futuro. Lei ha molte cose mie: determinazione, costanza, caparbietà, bontà, generosità. Come me, dà così tanto agli altri che a fine giornata può essere sfinita. È una donna che mi porta su ed è la prima che non sta con me per la visibilità o i soldi. Non ci nascondiamo niente. Abbiamo i codici del telefono l’uno dell’altro. È probabilmente la prima volta che non sono birichino, non guardo altrove e non ho più il complesso del seduttore». Le premesse per dirsi sì, c’erano tutte.

Il matrimonio segreto di Lapo e Joana. Lei è divorziata, spericolata e più grande. Tony Damascelli l’8 Ottobre 2021 su Il Giornale. Ex pilota di rally, è mamma di due bimbi. Elkann: "Mi ha messo le ruote". Elkann si è sposato. Nel senso di Lapo e viene giù mezza Italia stupita per una notizia che spiazza. Lapo Elkann ha perso la testa per Joana Mascarenhs Lemos, una portoghese di Lisbona, di anni quarantasette, una vita nei rally, come pilota e campionessa, dunque pronta al rischio, prima donna di Portogallo a completare la Parigi Dakar addirittura vincendola nel Novantasette, già sposa per diciotto anni di Manuel Reymao Nogueir dal quale si è separata sette anni fa, essendo madre di figli due, Tomas e Martim, acchiappata improvvisamente dal fascino dell'italiano che si trovava nella terra del fado, dunque del destino, per seguire l'attività di una delle sue onlus per aiutare le famiglie bisognose. Joana, donna matura, affascinante e fascinosa, ha fatto cambiare abitudini e stili di vita al figlio di Alain e nipote di Gianni Agnelli. La lusitana ha un master in European school of economics e, dopo aver abbandonato le corse, da tempo è impegnata nell'organizzazione di eventi sportivi. Nelle scorse settimane, la coppia ha trascorso alcune giornate a Capri, la relazione non aveva alcun segno effimero anche se è stato ed è facile il gossip legato a Lapo che si porta appresso avventure improbabili, disgrazie, errori gravi con conseguenze non soltanto per l'immagine sua. Joana e Lapo hanno garantito, durante la pandemia, donazioni generose alla Croce Rossa e al banco alimentare. Il tam tam improvviso riferisce che il rito civile sia stato svolto a Torino, mentre quello religioso verrà ribadito a Gerusalemme, per la fede di Lapo ma il ricevimento è andato in scena con la partecipazione di parenti strettissimi e amici e affini, in Portogallo. Altri asterischi gossip: l'unione è stata sigillata da un anello di diamanti e titanio, disegnato da Damiani, che dovrebbe significare la tenacia del loro amore. Siamo in pieno romanticismo ma è chiaro che Lapo fa notizia a prescindere e si sussurra che Joana sia in attesa, dunque la fantasia corre veloce, un altro erede nella dinastia degli Agnelli. Incomincia un'altra storia, di certo un'altra vita per Lapo che a quarantaquattro anni deve decidere cosa fare da grande, lasciandosi alle spalle un vissuto acido con il quale non potrà e non dovrà più avere a che fare. L'ultimo Lapo ha scelto una zona di margine, la nuova relazione sembra avergli consigliato un equilibrio che da single non riusciva a trovare: «Joana è la prima donna che mi sta a fianco non cercando la visibilità o per soldi, andavo già di nuovo forte ma durante questo periodo di pandemia ho avuto la fortuna di avere una donna che mi ha messo le ruote motrici e che come me sente il bisogno di restituire quello che ha avuto dalla vita». Parola di Lapo Elkann. Tony Damascelli

Da liberoquotidiano.it il 16 luglio 2021. Esattamente come il suo amatissimo nonno Giovanni Agnelli, anche Lapo Elkann ha una passione viscerale per le barche. Tanto che, come riporta il Tempo, il rampollo ha deciso di "imbarcarsi" in una nuova avventura imprenditoriale nel settore della nautica. Il nipote dell'Avvocato l'ha chiamata "Love". Questo, infatti, è il nome scelto da Lapo Elkann per battezzare nelle scorse settimane a Torino, davanti al notaio Monica Tardivo, la nuova società di cui è amministratore e socio unico. La newco, con un capitale di 20mila euro che Elkann ha versato mediante assegno emesso dalla Banca del Piemonte, si legge ancora sul quotidiano diretto da Franco Bechis, si occuperà di "ideazione, progettazione, acquisto, vendita, rimessaggio, manutenzione, riparazione, trasporto, trasferimento, locazione e noleggio con o senza equipaggio, gestione conto terzi di natanti, imbarcazioni e navi" e anche di "acquisto, vendita, manutenzione, riparazione, noleggio di impianti, componenti, attrezzature, dotazioni e accessori di ogni genere nel campo della nautica" oltre alla "gestione di eventi in ambito sportivo e culturale". Oltre alle barche la grande passione di Lapo è il calcio. "Grazie a tutta la squadra. Ma da tifoso juventino non posso non ringraziare i nostri Bonucci, Bernardeschi, Chiesa e Chiellini. Orgoglioso di voi", ha scritto su Twitter dopo la vittoria dell'Italia a Euro 2020, arrivata ai rigori contro l'Inghilterra con le parate decisive di Donnarumma su Sancho e Saka. Lapo ha poi ripreso l'hashtag "ItsComingRome" e commentato ironico: "Menzione al nostro capitano, grande trascinatore", con l'immagine della trattenuta di Chiellini su Saka.

Roberto Alessi per "Novella 2000" il 21 maggio 2021. Sono amico di Lapo Elkann da 15 anni. «Ci siamo conosciuti al bar del Bulgari, c’era anche Marta Marzotto», mi dice, «Ti ho visto e ti sono venuto a salutare». Un incontro fortuito, ma mi aveva colpito subito il suo carisma, che non nasce dalla fortuna di essere nipote di Gianni Agnelli (un uomo e un nome abbaglianti) e di Marella Caracciolo (una vera principessa di nascita e di stile), quello ce l’hai o non ce l’hai, è come nascere biondi o bruni. Poi di lui se ne è parlato, e tanto, e certe notizie hanno anche fatto soffrire chi gli voleva bene, ma una cosa è sicura: Lapo di bene ne ha fatto tanto, ma davvero tanto. Soprattutto in questo ultimo anno di pandemia. Ed è per questo che ho voluto incontrarlo. Ma c’era da mettersi in coda: in questi giorni tutti gli chiedono un’intervista e lui non ha sempre tempo, ha accettato unicamente per il supporto che abbiamo dato da sempre ai progetti benefici di Fondazione Laps, la fondazione fondata e presieduta da Lapo e che opera a livello internazionale. In questo ultimo anno Laps ha raccolto 3,2 milioni di euro (tra contanti e beni di prima necessità, e sono tanti, credetemi) messi a disposizione delle famiglie fragili d’Italia, Portogallo, Israele e Spagna. Ora sta creando una casa famiglia a Madeira, l’isola portoghese, dove troveranno casa persone senza fissa dimora.

Lapo, perché sei partito dal Portogallo?

«Perché in Portogallo c’è stata una grande risposta, di infinita generosità, verso i nostri progetti, con donatori eccezionali, donatori che hanno visto tra loro anche Cristiano Ronaldo, un uomo grande non solo come atleta».

Una superstar della Juve, la tua squadra.

«Cristiano ha avuto una vita difficile, e non dimentica chi, come la sua famiglia, ha passato magari situazioni difficili, molto difficili. Oggi lo vedono nelle foto di Instagram e qualcuno lo critica con superficialità, ma un libro non lo si giudica dalla copertina, va letto, capito, sfogliato: Cristiano è un uomo profondo, che sa accarezzare il cuore, a lui va il mio grazie per averci aiutato a realizzare qualcosa che va al di là della nostra quotidianità come la prima casa Laps per famiglie».

Nella tua quotidianità c’è anche un amore importante come quello per Joana Lemos, anche lei portoghese.

«Se in Portogallo abbiamo avuto risultati importanti in termini di numeri - è la campagna di beneficenza record nella storia del Paese - è merito suo. Ha un cuore enorme e ha creato un team di persone davvero eccezionali.  Così, oltre alle due campagne, grazie a lei, alla sua dedizione e al suo cuore, siamo riusciti a creare in tempi rapidi anche il progetto della casa per famiglie in difficoltà a Madeira. E non ci fermiamo».

Lapo, noi siamo italiani.

«E vuoi che me ne dimentichi? Ho la bandiera dell’Italia anche tatuata nel braccio. Anche qui abbiamo fatto tanto fin dalle prime ore dell’emergenza facendo arrivare da Nord a Sud mascherine e dispositivi di protezione. Poi le raccolte fondi di “Never Give Up” e “È il nostro dovere”. In Campania, la terra di origine di mia nonna, dove ci sono situazioni particolari, anche se in tutta Italia ci sono situazioni analoghe, abbiamo fatto ulteriori iniziative, come la donazione di pizze, riso e le magliette con ricavato in beneficenza.  Continuiamo: sarà in Calabria che verrà creata la prima casa famiglia, e sarà a Crotone». 

Per famiglie senza casa?

«No, apriremo una casa per donne che hanno vissuto la violenza sulla loro pelle. Molto spesso assistiamo a racconti di donne che vorrebbero fuggire da uomini violenti, cattivi, senza pietà, ma dove potrebbero andare? Non sanno a chi appoggiarsi, a casa vivono l’inferno con mariti, compagni violenti, che rovinano loro la vita, a loro e ai loro figli, e per quelle donne e per quei bambini ci vogliamo impegnare e in tempi piuttosto brevi per non lasciarle sole».

Certo, si fa presto dire: «denuncia, mandalo in galera». Ma molte di loro non sanno poi come sfamare i loro bambini, vivono il ricatto economico e ingoiano per amore dei loro figli e fingono di non vedere i loro lividi, quelli sulla pelle e nell’anima.

«E poi immaginare come può vivere un bambino in quelle situazioni, cosa soffre e proprio per quei bambini noi vogliamo poter dare un’alternativa alle loro madri, aiutando loro, aiuteremo le loro creature».

Nel Vangelo secondo Matteo si legge: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Tu hai fatto tuo questo insegnamento.

«Io sono di religione ebrea, ma ogni religione mette al primo posto il prossimo, un prossimo da amare, rispettare, nel segno della solidarietà che è alla base della mia fondazione Laps».

Da dove deriva la tua volontà di intensificare l’impegno a favore delle persone meno fortunate. C’è stato un episodio, uno spartiacque?

«Sì, ed è stato fortemente traumatico, ancora oggi mi faccio domande, l’angoscia rimane, perché di fronte all’ingiustizia del destino non possiamo dire che è andata così e girare pagina».

Racconta.

«Era il 2016, e sono andato al carcere di Nisida. Nisida è una piccola isola, all’estrema propaggine della collina di Posillipo, a Napoli. E l’isola ospita l’Istituto Penale Minorile di Napoli. Ed è lì che ho incontrato un bambino di 11 anni ed è stato come un pugno nello stomaco. “Sono qui perché sono un killer, ho già ucciso sette persone”, mi ha raccontato, “La mia vita è finita, se esco di qui sono morto”. Finito? Morto? A soli 11 anni quel bambino aveva già conosciuto il male assoluto sulla sua pelle, la camorra lo aveva obbligato ad entrare nei gironi più terribili dell’inferno. “Lapo, io morirò, io lo so già”. In un’età in cui altri vivono sogni, giochi, lui era senza prospettive, senza speranza».

Senza speranza. È una storia che fa star male.

«Ero atterrito, sgomento. Vedere una vita, di soli 11 anni, già bruciata mi ha lasciato senza fiato. Sono uscito in strada, stavo malissimo, come se mi fossi affacciato su un oceano infinito di solitudine. Ricordo che appena uscito ho vomitato l’anima. Come è possibile che ci siano bambini che vivono così? Che non riescano a uscire dall’inferno in cui uomini senza scrupoli li avevano fatti precipitare?».

Hai cercato di aiutare quel bambino?

«Non era facile, sono situazioni molto complicate. Così proprio quell’anno, e non ero solo, ho fondato la mia fondazione Laps».

Leggo sul sito di Laps che è nata “sull’idea che solo una Società e rapporti umani fondati sulla creatività, sul reciproco rispetto, e sulla solidarietà, possono generare un continuo miglioramento del benessere globale e delle singole persone. Occorre pertanto contrastare tutte le situazioni di “povertà educativa”. Povertà educativa: sono due parole che riscontriamo in molte realtà, soprattutto tra i giovani.

«E quella povertà ostacola il formarsi di una personalità responsabile verso se stessi e verso gli altri e ti allontana da quel senso di solidarietà che ci rende migliori. Però ti dico anche che ci sono molti, moltissimi giovani che si adoperano per il prossimo, che vanno oltre, che dimostrano un senso d’empatia verso gli altri impressionante. E con loro riusciamo a fare tanto e faremo ancora di più, giovani che vogliono curare il mondo che con loro guarirà».

 Il cuore va oltre.

«Il cuore è tutto. Le competenze sono basilari, certo, sapere come organizzare una campagna di Laps, contattare le persone giuste, collaborative, interessate è importante, certo. Ma senza cuore e senza anima non si va da nessuna parte. . E donare è altrettanto importante, d’altra parte l’amore è dare. Per questo ogni singolo euro che viene donato a Laps va direttamente a chi ne ha bisogno, ogni spesa, viene coperta interamente da me, non voglio che nulla di ciò che è donato venga disperso».

Poco prima di natale hai donato 450 mila euro.

«L’ho reso pubblico, e sono stato criticato».

Le nonne dicevano: la generosità vuole il silenzio.

«Ma io l’ho reso pubblico e non certo per narcisismo, ma solo perché ho sperato (e non sono stato deluso) che altri seguissero il mio cammino. Il sentiero va mostrato e non c’è nulla che ti renda più felice di donare».

Molti ti invidiano il rapporto che hai con i tuoi fratelli Jaki e Ginevra, li hai coinvolti in queste tue iniziative?

«I miei fratelli e io condividiamo tutto e lo facciamo in maniera disinvolta. Ci aiutiamo l’un l’altro. Ci sosteniamo, siamo unitissimi. Uniti dall’amore, che, ripeto, è l’unico modo per curare il mondo».

Maria Teresa Veneziani per "corriere.it" il 28 gennaio 2021. «Ero già una macchina che andava forte, ma in questa pandemia ho avuto la fortuna di avere accanto una donna che mi ha messo le ruote motrici e che, come me, sente il bisogno di restituire». La donna che ha cambiato la prospettiva di vita a Lapo Elkann si chiama Joana Lemos, la fidanzata portoghese con la quale l’imprenditore 42enne vuole creare una famiglia (le nozze dovrebbero avvenire entro il 2021). L’incontro è avvenuto al ristorante come racconta l’imprenditore nipote di Gianni Agnelli a Candida Morvillo nell’intervista «Tutto su mia madre (ma il passato è alle spalle)» uscita su 7, il magazine del Corriere della Sera. «Ero in un ristorante e ho visto uno sguardo che era una forza della natura. Poi, ho visto anche il resto e mi è piaciuta in tutto. Ci ho provato subito in modo lapesco e mi è andata male. Un tempo ero insicuro e la mia donna doveva piacere prima agli altri. Quasi, quasi non piaceva a me. Joana, invece, piace a me. Con lei, voglio costruire. Se arrivassero dei figli sarei felice», afferma senza tentennamenti.

«Joana sa cosa vuol dire cavalcare le dune». Ripete che il Lapo di prima aveva bisogno di riconoscimenti esterni. Oggi non gli interessa nessun riconoscimento, gli interessa ricostruire con l’esterno e per l’esterno. «Ogni cosa è proiettata verso il bene che vuole fare con la sua Onlus Laps, in soccorso dei bambini che, come è successo a lui, soffrono di dislessia e disturbi dell’apprendimento, e di quelli abusati e di chi soffre di dipendenze e discriminazioni o di quei «buchi emotivi» che, confessa, sono ancora la sua battaglia quotidiana. Con Joana ha creato anche un’associazione di beneficenza, fondata in Portogallo. Descrive così la sua compagna: «Ha vinto la Parigi-Dakar. Sa che vuole dire cavalcare le dune e quindi avere a che fare con una persona non facile: io non sono molle, non sono inattivo. Durante il lockdown, abbiamo fatto la campagna Never Give Up per la Croce Rossa, abbiamo portato gli igienizzanti a Locri, due ambulanze per i disabili in Sicilia, abbiamo distribuito le pizze a Napoli, i pasti a Milano, le mascherine negli ospedali, siamo andati ad aiutare in Spagna e in Portogallo».

Joana molto diversa dalle ex. La vita di Lapo è fatta di tanti prima e un dopo anche dal punto di vista delle fidanzate. Joana sembra molto diversa dalle ex che hanno costellato le paparazzate. Dal 2005 quando fu lasciato da Martina Stella l’imprenditore di Italia Independent ha avuto molte liaison, poche durante un anno, diverse naufragate dopo pochi mesi. Da Bianca Brandolini D’Adda, nipote di Cristiana Agnelli, sorella di Gianni, a Marie De Villepin, modella, figlia dell’ex premier francese Dominique de Villepin, dall’attrice cinese Zhu Zhu a Moran Atias, dal presunto flirt con Sonam Kapoor alla bollente estate con la blogger Marsica Fossati. Altre vite, appunto. Come confessa a Candida Morvillo, Joana gli fa capire subito che deve cambiare modalità di approccio se vuole conquistarla. Che il suo modo Lapesco con lei non funziona.

Abbiamo i codici del telefono l’uno dell’altra. «Ero in un ristorante e ho visto uno sguardo che era una forza della natura. Poi, ho visto anche il resto e mi è piaciuta in tutto. Ci ho provato subito in modo “lapesco” e mi è andata male. Le ho scritto un messaggio: ti voglio. La volevo molto prima che lei volesse me. Non ha risposto. Ho dovuto ricominciare in modo “lapesco-romantico”: costruire un rapporto dove ci si conosce, si vedono nello sguardo passioni, valori, la voglia di presente e di futuro. Lei ha molte cose mie: determinazione, costanza, caparbietà, bontà, generosità. Come me, dà così tanto agli altri che a fine giornata può essere sfinita. È una donna che mi porta su ed è la prima che non sta con me per la visibilità o i soldi. Non ci nascondiamo niente. Abbiamo i codici del telefono l’uno dell’altra. È probabilmente la prima volta che non sono birichino, non guardo altrove e non ho più il complesso del seduttore. Prima, ero insicuro e la mia donna doveva piacere agli altri. Con lei voglio costruire una vita, vedo una prospettiva lunga». Joana — insiste — ha fatto uscire la versione migliore di Lapo, «gran parte del mio successo e della mia vitalità sono merito suo».

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Le Famiglie Reali.

Amalia d'Olanda e gli altri giovani reali di cui sentiremo (tanto) parlare. Da Moulay Hassan del Marocco a lady Louise Windsor, da Carolina di Borbone a Gabriel del Belgio. La lista di neodiciottenni che si stanno facendo largo in un mondo di tradizioni ed etichette è lunga e variegata. Roberta Mercuri su vanityfair.it il 12 dicembre 2021. In questi giorni si è tanto parlato della futura regina d'Olanda Catharina-Amalia, che martedì scorso ha compiuto 18 anni. La figlia maggiore dei re Guglielmo e Máxima, però, non è l’unica giovane royal ad avere raggiunto la maggiore età in questo 2021. Da Moulay Hassan del Marocco a lady Louise Windsor, passando per Carolina di Borbone e Gabriel del Belgio, è lunga e variegata la lista di neodiciottenni che si stanno facendo largo in un mondo di tradizioni ed etichette.

Moulay Hassan del Marocco

Una delle personalità più interessanti tra i reali fuori dall’Europa è quella di Moulay Hassan del Marocco, che ha compiuto 18 anni lo scorso 3 maggio. Alto, snello, bellissimi occhi scuri e portamento elegante, nonostante la giovane età già da tempo ha iniziato a svolgere i compiti da erede al trono del Marocco. Nel 2017 era al Climate Summit di Parigi e nel 2019 era in prima fila ad accogliere al palazzo reale di Rabat il principe Harry e Meghan Markle in visita ufficiale. E si è fatto notare dalla stampa internazionale anche grazie al profilo Instagram, che vanta 264mila follower.

Il padre è Mohammed VI, 56 anni, 5,7 miliardi di patrimonio, salito al trono nel 1999 e considerato uno dei primi regnanti modernizzatori del Marocco. La madre, Lalla Salma, era salita all’onore delle cronache nel 2019 per essere sparita da tutti i radar, scatenando gossip e incontrollate voci complottiste. Semplicemente, s’è scoperto poi, Lalla e il re avevano deciso di separarsi, dopo 17 anni di matrimonio. Il loro primogenito Hassan (Moulay è l’appellativo) ha ereditato il nome dal nonno e quando salirà al trono lo farà come Hassan III. Nel frattempo, ha deciso dedicarsi all’aviazione: da due anni frequenta Royal Preparatory High School for Technical Aeronautics di Marrakech.

Lady Louise Windsor 

Tornando in Europa, per la precisione in Gran Bretagna, l’8 novembre scorso ha spento 18 candeline Lady Louise Windsor, la figlia maggiore del principe Edoardo e di Sophie Wessex. Un traguardo importante non solo simbolicamente. Con il raggiungimento della maggiore età, infatti, la nipote di Elisabetta II deve decidere se diventare principessa oppure no. Come il fratellino tredicenne James, visconte di Severn, finora Louise non ha potuto godere del titolo di Altezza reale che le spetta fin dalla nascita per scelta dei genitori che ai loro figli hanno voluto offrire una vita il più possibile normale. «Cerchiamo di far crescere i nostri ragazzi con la consapevolezza che dovranno lavorare per vivere», ha spiegato Sophie di Wessex. «Quindi abbiamo deciso di non utilizzare i titoli reali. Li hanno e a partire dai 18 anni potranno decidere se usarli». Che scelgano di usarli, a mamma Sophie pare «altamente improbabile».

Aveva 8 anni Lady Louise quando ha partecipato al suo primo impegno reale, come damigella alle nozze di William e Kate Middleton. Da allora però è rimasta per lo più lontana dai riflettori. È cresciuta a Windsor col fratello minore James, ha studiato alla St George’s School e poi alla St Mary’s School e molto di rado ha partecipato a impegni ufficiali con i genitori. E ha coltivato le sue passioni: il disegno e l’equitazione. In particolare, Louise adora le corse a cavallo con calesse. Un interesse, quello per il carriage driving, ereditato da nonno Filippo. Nel 2019, Lady Louise si era piazzata terza nella competizione di questa antica disciplina al Royal Windsor Horse Show. 

Gabriel del Belgio

Gabriel del Belgio, secondogenito del re Filippo e della regina Matilde, ha raggiunto i 18 anni d’età lo scorso 20 agosto. Fratello minore della principessa Elisabeth, destinata al trono, Gabriel ha iniziato quest’anno un percorso di studi internazionali all’estero. Dopo aver frequentato per due anni una scuola prestigiosa a Bruxelles per conseguire il baccalaureato, ha poi scelto il prestigioso National Mathematics & Science College nel Warwickshire, lo stesso dove studia Leonor, la figlia maggiore della regina Letizia e del re Felipe di Spagna. Gabriel ha deciso di concentrarsi sulle materie tecnico-scientifiche (Stem), convinto che siano il fulcro dell’economia futura. Ma negli ultimi anni il principe del Belgio ha anche mostrato di avere la stoffa, e la classe, da principe, perfettamente a suo agio durante gli impegni ufficiali. Alto, fisico aitante, è un super sportivo: pratica dal calcio al ciclismo passando per tennis, nuoto e sci, fino all’hockey.

Maud Angelica Behn

Era il 29 aprile scorso quando la principessa di Norvegia Martha Louise - figlia maggiore del re Harald V – celebrava i 18 anni della primogenita Maud Angelica con una serie di bellissime foto su Instagram che ripercorrono tanti momenti della neomaggiorenne. Maud Angelica non ha avuto una vita facile, avendo dovuto affrontare il trauma della morte del padre Ari Behn, lo scrittore morto suicida a 47 anni nel gennaio 2020. Sono rimaste impresse le immagini della ragazza che con coraggio ed emozione, al funerale, legge la straziante lettera d’addio del padre. E anche per questo la madre, in un momento simbolicamente così importante, ha scelto di mostrare al mondo il suo orgoglio per la figlia, per tutto ciò che ha realizzato finora «e per tutto ciò che farai in futuro».

Maria Carolina di Borbone delle Due Sicilie

È forse la più irriverente, la più ribelle tra i nuovi royal europei. Stiamo parlando di Maria Carolina di Borbone delle Due Sicilie. Basta ricordare che, in occasione dei suoi 18 anni, lo scorso 19 giugno, la ragazza figlia del principe Carlo, a sua volta bis-bis-bis nipote di re Francesco II, ultimo sovrano delle Due Sicilie, ha scelto di pubblicare su Instagram una foto spiazzante. Lei, in abito corto di pelle, a cavallo di una moto di grande cilindrata, mentre fissa decisa l’obiettivo. Come didascalia: «Chi ha detto che i diamanti siano i migliori amici delle donne?». Bionda come la madre Camilla Cruciani, la principessa Maria Carolina sembra volere aggredire la vita, anche nella scelta degli studi. È iscritta infatti a due università contemporaneamente: ad Harvard segue un corso in Scienze Sociali, Marketing e Management, e all’Università di Montecarlo si dedica ai Fashion and Luxury Studies. Al Corriere della Sera ha mostrato di avere le idee molto chiare: «Ho sempre saputo, sin da piccola, che il nome avrebbe portato responsabilità. Poi, da quando mio padre, Carlo di Borbone delle Due Sicilie, in qualità di Capo della Casa Reale ha cambiato la legge di successione al trono abolendo la legge Salica che lo precludeva alle donne, tutto mi è diventato ancora più nitido. E, lo so, papà è stato anche criticato per questo, ma perché no? In una società sempre più ispirata all’eguaglianza sarebbe ingiusto precludere la guida del casato alle donne».

Valeria Arnaldi per "il Messaggero" il 13 settembre 2021. Conti, marchesi, duchesse. Gli italiani sognano il titolo nobiliare e cercano modi e stratagemmi per assicurarsene uno. Basta navigare in Rete per misurare l'interesse. Sono oltre nove i milioni di risultati per la ricerca «come diventare nobile». Il titolo più apprezzato pare quello di conte. Il sogno del sangue blu non è solo italiano. Sono 504 milioni i risultati in inglese. Quasi 11 milioni su come divenire nobile in Francia, poco più di nove milioni per il Belgio. Non sono granché diverse le cifre sull'argomento in lingua spagnola. Le ricerche portate avanti, ovviamente, si attestano su cifre inferiori ma comunque a più zeri. Le stime sono di circa ventimila l'anno. Il titolo nobiliare pare mettere d'accordo tutti: non sarà più riconosciuto ma, a voce, sui biglietti da visita, o comunque per l'ego, fa bene, specie a chi non lo ha e pensa di poterselo procurare. «In Italia non si sa più cos' era realmente la nobiltà che non ha nulla a che vedere con il sogno romantico ottocentesco inseguito da molti - dice Pier Felice degli Uberti, presidente dell'International Commission for Orders of Chivalry e della Confédération Internationale de Généalogie et d'Héraldique - prima di Napoleone era un modo per aumentare il patrimonio, dopo riconosceva un merito. La nobiltà era un privilegio, anche se solo simbolico, ed esiste solo se quel privilegio c'è. Dalla costituzione della Repubblica, i titoli nobiliari non sono più riconosciuti. Oggi nel nostro Paese è molto più importante appartenere a una famiglia storica che a una nobile». Le ricerche però corrono online. Ci sono siti che aiutano a farle, piattaforme che offrono servizi ad hoc e consulenze. «Quella del titolo nobiliare è una vera moda nel nostro Paese e ha radici storiche - afferma Michele D'Andrea, storico e araldista -. Dopo la caduta della monarchia, gli italiani per cinque anni non hanno avuto un'onorificenza cavalleresca data dallo Stato e, in quel periodo, c'è stata una sorta di palude di ordini cosiddetti indipendenti, spesso di origine incerta, che vendevano onorificenze cavalleresche. Sono stati circa trecentomila, dal 1946 al 1951, ad essere decorati da questi ordini, non tutti legittimi, e molti nobilitavano. Oggi, peraltro, il mercato prosegue, con truffe spesso scoperte dai carabinieri e cifre importanti. Il fenomeno non riguarda soltanto i titoli nobiliari ma pure le onorificenze cavalleresche. L'appetito italiano per i titoli è insaziabile». Gli ordini più desiderati? «Quello di Malta, che ha più imitazioni della Settimana Enigmistica, e quello dei Templari, per la sua storia affascinante», aggiunge D'Andrea. Di clic in clic, le ricerche si rincorrono. E sì che i numeri della nobiltà sono esigui. «Le famiglie titolate riconosciute nel Libro d'Oro della nobiltà italiana - prosegue degli Uberti - sono 1.200. Intorno a queste, ce ne possono essere altre settemila: approssimativamente cinquemila sono nell'elenco ufficiale, duemila non hanno provveduto a comunicare la loro esistenza, magari perché residenti all'estero». Il forte desiderio di nobiltà si traduce pure in piccoli trucchi. C'è chi adotta il doppio cognome, aggiungendo quello materno, perché fa effetto. E chi sfrutta il cognome che inizia con De, staccandolo e adottando la minuscola. «Queste cose colpiscono chi non sa - continua degli Uberti - de, di, degli, davanti al cognome, sono impropriamente definiti particella nobiliare ma specificano solo una discendenza. Purtroppo ci sono tanti poco seri che garantiscono di saper fare ricerche. Meglio fare da soli. Tutti sappiamo leggere e scrivere, dunque tutti siamo in grado di condurre una ricerca genealogica, peraltro è bellissimo». Tra sogno e servizi, c'è chi nella fantasia del sangue blu ha visto un modo per fare bene al pianeta. Sono oltre 250mila le persone divenute Lairds, Lords e Ladies di Glencoe. Bastano trentasei euro per acquisire il pacchetto base, con certificato di proprietà di un piccolo lotto di terreno in Scozia, benvenuto e diritto d'uso del titolo. I contributi sono destinati a recupero e conservazione di flora e fauna selvatica. Un modo per fare bene all'ambiente e attestare la propria nobiltà, sicuramente d'animo.  

DAGONOTA il 27 dicembre 2021. Come sta Charlene di Monaco? La principessa triste è ricoverata in svizzera, nella clinica di lusso Kusnacht Practice, affacciata sul lago di Zurigo, specializzata nella riabilitazione e nella cura delle dipendenze di ogni tipo. Il marito Alberto ha parlato di “profondo esaurimento fisico ed emotivo”. Ma è davvero solo questo o c’è dell’altro? Forse la dipendenza dall’alcol? Un disturbo alimentare? Gli amici di Charlene hanno lanciato l’allarme più volte sulle sue condizioni di salute: “Per sei mesi non ha assunto cibo solido, si alimentava con una cannuccia e ha perso metà del suo peso”- Intanto sembra che l’ex fidanzato di Naomi Campbell, l’uomo d’affari russo Vlad Doronin, sia andato a trovarla in questi giorni. E nel Principato corrono le indiscrezioni e si parla già di un piano per sostituirla in caso di divorzio o assenza prolungata

Da liberoquotidiano.it il 27 dicembre 2021. Un anno tragico, quello che si sta per concludere per Charlene di Monaco. Il ritorno al Principato dopo lunghi mesi in Sudafrica, dunque il nuovo e immediato ricovero con tutti i segreti e i misteri che si sta portando dietro. Dov'è la principessa? Come sta Charlene Wittstock? Che cosa le sta succedendo? Domande che hanno ben poche risposte. Per certo, è trapelato che Charlene ha ricevuto in questi giorni di feste natalizie la visita, fugace, dei suoi figli, i gemellini Jacques e Gabriella, che da tempo manifestano il loro dolore per la lontananza da mamma e che, però, si trovano a loro agio, almeno così sembra, al fianco delle zie, Carolina e Stefania. Insomma, si sono mostrati forti anche in assenza della loro mamma. Ed è in questo contesto che la stampa vicina a Palazzo Grimaldi, ora, fa filtrare le ultime drammatiche indiscrezioni. Il punto è che le voci sul divorzio tra Alberto e Charlene, nonostante le smentite del primo e l'ultima delle quali in una recente intervista a People, si fanno sempre più insistenti. Ed in questo contesto, ecco che si inizia a parlare di "un piano per sostituire Charlene", in caso di divorzio o nel caso in cui i suoi guai di salute la tenessero lontano dal principato ancora a lungo. E le "sostitute", appunto, sarebbero Carolina e Stefania, le zie, alle quali nel caso in cui l'assenza della Wittstock continuasse ancora a lungo sarebbe affidato, de facto, il ruolo di madre dei gemellini.

Da liberoquotidiano.it il 28 dicembre 2021. Un comunicato diffuso dal palazzo reale ha confermato che la condizione di salute di Charlene di Monaco è difficile, ma allo stesso tempo ha assicurato che la principessa è sulla via del recupero. Continua però a rimanere segreto il vero motivo per cui la moglie di Alberto sia ricoverata lontana da Monaco, probabilmente in una clinica specializzata che si trova in Svizzera. “Il palazzo desidera condividere le seguenti informazioni - si legge nel comunicato - riguardanti la salute di Sua Altezza la Principessa Charlene: si sta riprendendo in modo soddisfacente e rassicurante, sebbene siano necessari ancora alcuni mesi prima che la sua salute raggiunga la guarigione completa”. Quindi non tornerà a breve a palazzo, ma allo stesso tempo la nota ufficiale mette un punto importante: Charlene si sta effettivamente curando, le cose starebbero procedendo positivamente e in futuro tornerà a casa da suo marito e i suoi due figli, costretti a passare le feste senza di lei. Già lo scorso novembre il principe Alberto aveva fatto sapere che la moglie si trova in cura per un esaurimento fisico ed emotivo, non per altri motivi riconducibili a presunte crisi coniugali: “Il problema di Charlene non ha niente a che vedere con la nostra relazione. La sua situazione attuale è il risultato di diversi fattori che restano privati. Non riusciva ad affrontare gli impegni ufficiali e la vita in generale, anche quella familiare”.

Da leggo.it il 10 dicembre 2021. Charlene di Monaco continua a preoccupare il Principato. La principessa, rimasta per molti mesi in Sudafrica a causa delle sue gravi e precarie condizioni di salute è finalmente tornata a Monaco ma purtroppo è stata nuovamente ricoverata in Svizzera perché l'auspicata ripresa non ci sarebbe stata. Non è chiaro cosa abbia colpito la principessa, costretta per molto tempo a curarsi e stare lontano dalla sua famiglia, ma per la prima volta il papà dell'ex nuotatrice si è sbilanciato sulle sue condizioni e ha ammesso che ha rischiato di morire. Il padre di Charlene, Michael Wittstock, ha deciso di rompere il silenzio sulle condizioni di salute della principessa. In un’intervista rilasciata a “Page Six”, Michael ha rivelato: «Charlène in Sudafrica è quasi morta. Non capisco perché Palazzo Grimaldi sminuisca la gravità della situazione». Il papà è comunque ottimista e sicuro che la figlia si riprenderà completamente. Da sempre una combattente e una donna abituata a lottare ha dovuto affrontare la malattia con la famiglia lontana visto che sia Alberto con i figli che i genitori non sono riusciti a starle molto vicino in Sudafrica a causa del Covid. 

Dagotraduzione dal Daily Mail il 10 dicembre 2021. La principessa Charlene di Monaco ha rotto il silenzio dopo essere stata ricoverata in una struttura di cura per un «esaurimento emotivo e fisico». Charlene, 43 anni, ha condiviso oggi su Instagram le foto dei suoi gemelli Gabriella e Jacques che festeggiano il loro settimo compleanno. La didascalia dice: «Buon compleanno bambini miei. Grazie a Dio per avermi benedetto con bambini così meravigliosi. Sono davvero benedetta. Vi amo, mamma».

Gli scatti mostrano i gemelli, vestiti con un pigiama coordinato, che spengono le candeline su una torta a forma di numero "7", in una stanza decorata con palloncini e striscioni di compleanno. Sembra sia stata scattata in una residenza reale. Il principe Alberto ha rivelato il mese scorso che sua moglie era stata ricoverata in una struttura di cura europea pochi giorni dopo il suo ritorno a Monaco dopo un'assenza durata 10 mesi trascorsa nel suo Sud Africa. Il principe ha detto che Charlene soffre di «esaurimento, sia emotivo che fisico», mentre alcuni amici hanno recentemente detto a Page Six che la madre di due figli «è quasi morta» mentre era in Sud Africa.

Un'amica di Charlène avrebbe detto: «Non è giusto che venga ritratta come se avesse qualche tipo di problema mentale o emotivo. Non sappiamo perché il palazzo stia minimizzando il fatto che sia quasi morta in Sud Africa». 

La fonte ha spiegato che la principessa aveva una grave infezione all'orecchio, al naso e alla gola, che ha provocato «gravi problemi ai seni e alla deglutizione derivanti da un precedente intervento chirurgico». 

L'amica ha aggiunto: «Non riesce a mangiare cibi solidi da oltre sei mesi a causa di tutti gli interventi chirurgici che ha subito da allora. È stata in grado di assumere liquidi solo attraverso una cannuccia, quindi ha perso quasi la metà del suo peso corporeo». 

Su altre pubblicazioni gli amici della principessa Charlene hanno dato una rara visione di come sia veramente la principessa, insistendo sul fatto che l'ex nuotatrice è una forza da non sottovalutare. 

Una fonte ha smentito che Charlene sia «ingenua» e intrappolata in un matrimonio infelice con Albert, dicendo: «Non credo nemmeno per un secondo che non sapesse cosa stava facendo quando lo ha sposato». «Charlene non è la principessa Di» ha detto un amico. «Può sembrare estremamente ingenua, ma nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. È molto brava a tenere nascosta la sua intelligenza».

Charlene di Monaco, "quanto spende al mese Alberto per le cure": cifra da capogiro, il segnale più drammatico. Libero Quotidiano il 26 novembre 2021. Charlene di Monaco è ricoverata in un luogo segreto ai media. La principessa starebbe seguendo un percorso di riabilitazione, dopo che un'infezione a naso, gola e orecchie l'ha costretta a tre interventi. Nonostante le numerose voci su una crisi coniugale, il principe Alberto di Monaco sarebbe disposto a tutto per lei: anche pagare 300 mila euro. Lo rivela la rivista Ici Paris,che parla di un ricovero, quello di Charlene, in uno dei centri più esclusivi al mondo. Un dettaglio che fa pensare che il malessere della principessa non sia da sottovalutare. Pare infatti che per le cure necessarie Alberto sborserà 300mila euro al mese. "La Principessa è seguita da più medici di diverse specialità e resterà in clinica per almeno 30 giorni", si legge. Un'indiscrezione confermata dalla nota ufficiale di Palazzo, in cui i reali fanno sapere che almeno fino a Natale, Charlene di Monaco non parteciperà a eventi pubblici. Una decisione quasi obbligata per permetterle di recuperare totalmente le forze. La principessa ha bisogno di tranquillità e assoluto riposo ed è quello che Alberto vuole garantire a sua moglie. Costi quel che costi. Quella di Charlene a Palazzo Grimaldi è stata una toccata e fuga. La principessa dopo otto mesi in Sudafrica è tornata a casa dai figli e dal marito l'8 novembre 2021, per poi il 15 novembre ripartire per una destinazione sconosciuta. "Al fine di proteggere il comfort e la privacy necessari per la sua guarigione, il luogo in cui si trova la principessa rimarrà strettamente confidenziale", rivelano in via ufficiale alimentando ogni genere di sospetto, ma confermando che "Charlene sta meglio, ma ha ancora bisogno di riposo e pace. Non è nel Principato, ma potremo visitarla molto presto. Non posso dirvi di più per discrezione".

Dalla morte scampata ai problemi mentali: cosa succede a Charlene? Francesca Rossi il 26 Novembre 2021 su Il Giornale. Il mistero sulla malattia e l'assenza di Charlene si complica ancora con nuove rivelazioni. Un giallo degno di un romanzo. Questo sembra la storia della principessa Charlene da 8 mesi a questa parte. Un rompicapo, un cubo di Rubik le cui parti non combaciano quasi mai. Crisi, intrighi di corte, dipendenze, voci di divorzio. E se, invece, la soluzione fosse sempre stata davanti ai nostri occhi? Se valesse anche stavolta la tesi del rasoio di Occam e la verità fosse la più semplice tra le ipotesi, perfettamente aderente alla versione ufficiale della vicenda, che vede Charlene provata fisicamente e mentalmente dopo mesi di operazioni e cure, bisognosa di riposo lontano dal Principato?

La toccata e fuga di Charlene nel Principato

L’8 novembre 2021 la principessa Charlene è rientrata a Palazzo Grimaldi. Un ritorno che tutti aspettavano con ansia dopo circa 8 mesi trascorsi in Sudafrica, un collasso lo scorso 1° settembre e 4 operazioni alla testa: la prima avvenuta nel maggio scorso (ma in alcuni giornali manca questo riferimento, del resto non c’è neanche una data precisa e le operazioni si riducono a 3, un altro mistero), la seconda il 23 giugno 2021, la terza il 13 agosto e la quarta lo scorso 8 ottobre. Gli interventi sarebbero la conseguenza di una infezione otorinolaringoiatrica contratta dalla principessa in Sudafrica. Charlene, infatti, era tornata nel Paese natale, a marzo 2021, per assistere al funerale del re degli Zulu Goodwill Zwelithini e per portare avanti la sua campagna contro il bracconaggio. Sua Altezza Serenissima, però, non ha fatto in tempo a rimettere piede nel Principato che già pochi giorni dopo, il 15 novembre 2021, è partita di nuovo per una destinazione sconosciuta.

Che fine ha fatto la principessa Charlene?

Poche ore dopo il rientro della principessa a Monaco, è stata la cognata e pr della sua fondazione in Sudafrica, Chantell Wittstock, a riaccendere il mistero, svelando che la principessa non vivrebbe a Palazzo, bensì in un appartamento a 300 metri circa dalla residenza reale, sopra una cioccolateria. A quanto sembra Charlene abitava già lì prima della partenza per il Sudafrica. Chantell Wittstock ha spiegato: “Non sappiamo ancora cosa farà. Probabilmente farà la pendolare tra l’appartamento e il Palazzo. È appena tornata ed è molto entusiasta di rivedere i figli e loro di stare di nuovo con la loro mamma. Quindi vedremo dove si sistemerà...Si sta ancora riprendendo e questo non accade in una notte. Sicuramente se la prenderà con calma…Tutto quello che possiamo dire è che gli interventi in Sudafrica sono andati bene e i medici l’hanno autorizzata a tornare a Monaco”. La domanda dei tabloid è stata una sola: Charlene non vive a Palazzo perché sta per separarsi dal principe Alberto?

Un mistero nel mistero: il luogo segreto

Poco prima del ritorno di Charlene il principe Alberto aveva annunciato sul People: “Potremo valutare il rientro di [Charlene] molto presto. E posso dire che sarà a Monaco prima della Festa Nazionale…”. Una promessa mantenuta, ma che ha creato grandi aspettative nei monegaschi, certi che la loro principessa avrebbe preso parte alla Festa nazionale in onore di San Ranieri, lo scorso 19 novembre. Una nota ufficiale, però, ha stroncato qualunque possibilità di rivederla in pubblico: “Le Loro Altezze Serenissime hanno deciso di comune accordo che un periodo di calma e di riposo è necessario per assicurare il miglior recupero per la salute della principessa Charlene. Dopo aver affrontato i problemi di salute degli ultimi mesi, ora la principessa è in convalescenza e continuerà per le prossime settimane, per darle il tempo di riprendersi da uno stato di profonda stanchezza generale”. Il comunicato ha anche confermato: “Al fine di proteggere il comfort e la privacy necessari per la sua guarigione, il luogo in cui si trova la principessa rimarrà strettamente confidenziale”. Possibile che Palazzo Grimaldi non sia in grado di garantire la privacy di Charlene?

La clinica in Svizzera

Il principe Alberto ha cercato di porre fine alle illazioni sull’assenza di Charlene con una intervista a Monaco-Matin: “Charlene sta meglio, ma ha ancora bisogno di riposo e pace. Non è nel Principato, ma potremo visitarla molto presto. Non posso dirvi di più per discrezione. C’è molta stanchezza, non solo fisica, che può essere curata solo con un periodo di riposo e follow-up”. In un'altra intervista al People il principe ha ammesso che la moglie sarebbe di nuovo ricoverata. Da alcune indiscrezioni trapelate dal magazine francese Voici, dallo scorso 15 novembre Charlene si troverebbe in una clinica svizzera specializzata nella cura di dipendenze. La principessa, infatti, sarebbe dipendente da sonniferi. Inoltre avrebbe gravi problemi psicologici e sarebbe vittima di deliri. Non è chiara la natura di questo presunto crollo emotivo. Tra le possibilità c’è l’insofferenza al clima rigido della corte. Viene da chiedersi se l’abuso di farmaci di cui si parla sia una causa o una conseguenza dei problemi mentali, oppure ancora non vi sia nessun nesso tra i due. Abbiamo solo una certezza: per ora non ci sono certezze.

Un ambiente “tossico”

A proposito del luogo top secret in cui si troverebbe la principessa Charlene un insider ha detto, sempre a Voici, che si tratta di “un luogo calmo e tranquillo, lontano dalla negatività del Palazzo”, perché “Charlene ha retto una settimana a Monaco, ma ogni volta che mette piede nella Rocca subisce pressioni…”. A complicare la situazione ci sarebbe il rapporto tutt’altro che amichevole tra Charlene e la principessa Caroline: “[Charlene] non era pronta a rientrare, è stato Alberto a insistere perché voleva che lei lo accompagnasse a Dubai il 13 novembre e che fosse presente alla Festa Nazionale. Charlene ha accettato di tornare solo a condizione che all’evento non ci fosse Caroline, con la quale i rapporti sono da sempre tesi e complicati…ma Caroline è stata irremovibile”. A quel punto Charlene, ha rivelato la fonte, se ne sarebbe andata di nuovo: “Questi mesi in Sudafrica le sono serviti per comprendere che non ha più voglia di sottostare a pressioni. Ha deciso di separarsi da tutte le persone tossiche…”.

Charlene “quasi morta” in Sudafrica?

L’enigma Charlene si arricchisce di un nuovo, inquietante capitolo che smonterebbe l’ipotesi dei danni psicologici. Un insider ha raccontato a Page Six: “Non è giusto che Charlene venga ritratta come se avesse qualche tipo di problema mentale o emotivo, non sappiamo perché il Palazzo stia minimizzando il fatto che in Sudafrica sia quasi morta…Un’infezione all’orecchio, al naso e alla gola…ha provocato gravi problemi ai seni nasali e alla deglutizione, derivanti da un precedente intervento chirurgico”. Per questo Charlene “non è stata in grado di mangiare cibo solido per oltre sei mesi a causa di tutti gli interventi chirurgici che ha subìto, ha assunto liquido solo attraverso una cannuccia, quindi ha perso quasi la metà del suo peso”. Le foto parlano chiaro: sia gli scatti della scorsa estate che quelli del rientro nel Principato mostrano una Charlene emaciata, troppo magra, dal volto scavato e gli occhi cerchiati. Che sia questa la verità sulla principessa? Sarebbe bello se tra poco fosse Charlene, completamente ristabilita, a dipanare il suo mistero.

Francesca Rossi. Sono nata a Roma, ma vivo a Latina. Sono laureata e specializzata in Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma (curriculum di lingua e letteratura araba). Ho vissuto in Egitto per approfondire lo studio della lingua araba. Per la casa editrice Genesis Publishing ho pubblicato due romanzi, "Livia e Laura", sull'assassinio della Baronessa di Carini e "Toussaint. Inganno a Mosca", la storia di una principessa araba detective. Ho un blog che affronta temi politici e culturali del mondo arabo su HuffingtonPost. Sono appassionata di archeologia, astronomia e dinastie reali nel mondo.

Enrica Roddolo per "corriere.it" il 19 novembre 2021. «Ci manchi, mamma», «We miss you Mommy». E ancora «We love you Mommy». A sorpresa, al balcone del palazzo del Principato di Monaco, è apparso oggi questo messaggio, firmato dai gemelli Jacques e Gabriella, figli di Charlène e di Alberto di Monaco. Un foglio bianco con cuori rossi, e poche parole, molto intense. Un messaggio che ha commosso il Principato, in apprensione per le condizioni della principessa. Come preannunciato dalla comunicazione del palazzo, nei giorni scorsi, Charlène non è presente alla festa nazionale di Monaco, nel giorno di San Ranieri. Ad affiancare il principe Alberto II, nella cattedrale, ci sono Stéphanie e Caroline, le due principesse figlie della coppia Grace-Ranieri. Con loro, il piccolo Jacques, erede di Alberto II, che vestito nella sua uniforme ufficiale, nella Corte d’onore del Palazzo principesco si è messo sull’attenti. Conquistando l’attenzione. Accanto, in rosa confetto, la sorella gemella Gabriella. Nell’aria, l’interrogativo sulle condizioni di salute di Charlène. Che ora continua la sua convalescenza, in un luogo tenuto «confidenziale». La principessa è rientrata il 7 novembre scorso dal Sud Africa dopo una lunga estate di malattia. «La principessa è ancora molto debilitata, uno stato di affaticamento fisico profondo non le permetterà ancora di prendere parte alle celebrazioni della Festa Nazionale», avevano detto le fonti di Palazzo al Corriere, due giorni fa. «Il percorso medico è stato molto complesso in questi mesi, e adesso il periodo di soggiorno di diverse settimane per ristabilirsi che l’attende le permetterà di riprendersi «d’un état de fatigue général profond». Aggiungendo: «Pour préserver la tranquillité indispensable à l’amélioration de Sa santé, le lieu de convalescence de la Princesse resterà strictement confidentiel». Nel tradizionale punto stampa prima della Festa nazionale, Alberto II è tornato sulla stanchezza della principessa: una stanchezza «non solo fisica». Già in passato Alberto aveva confidato al Corriere la difficoltà di vivere l’intimità, la privacy di una coppia dentro a un palazzo reale. E spiegato che la principessa, più che la mondanità, ama i momenti semplici di vita in famiglia. Adesso Charlène deve affrontare anche la convalescenza dopo diversi interventi in anestesia generale ai quali è stata sottoposta nel corso dell’estate. Tornata con un volo dal Sud Africa, era stata accolta con un mazzo di fiori dai figli gemelli all’eliporto monegasco. Una scena che ha riportato alla mente quando il principe Ranieri accolse Grace nel 1956 — che allora arrivò via mare a bordo del US Constitution — per le nozze.

I festeggiamenti e il «tour de force»

I festeggiamenti della Festa Nazionale sono iniziati con la consegna nella Corte d’onore del Rocher (per la pandemia, in genere si svolgono nelle sale del palazzo, ndr.) dei riconoscimenti al merito. Intanto il principe ha incontrato nei giorni scorsi anche gli anziani residenti del Principato, alla Croce Rossa. Quindi i festeggiamenti sono stati scanditi dall’incontro con il Corpo diplomatico e prevedono anche un concerto di gala al Grimaldi Forum con Placido Domingo, dopo che uno spettacolare volo di 196 droni ha solcato i cieli del Principato. Da alcuni anni Monaco è molto attiva con industrie avanzate proprio in ambito spaziale: i primi nanosatelliti monegaschi (utilizzati per raccogliere informazioni meteo, ma anche sul problema dell’inquinamento) sono stati lanciati in orbita con successo negli ultimi due anni. Insomma, per una principessa ancora debilitata, un vero tour de force: comprensibile che la principessa Charlène uscita da un’estate scandita da diversi interventi chirurgici non sia ancora in grado di prendere parte all’intenso programma protocollare. Ma la «stanchezza profonda», della principessa, continua a preoccupare la popolazione del Principato. Pur rassicurata dalle parole del palazzo che fa sapere «Dès que Sa santé le Lui permettra, ce serà avec joie que la Princesse partagera à nouveau des moments de convivialité avec les monégasques». Non appena le condizioni di salute lo consentiranno Charlène potrà insomma unirsi ai momenti di convivialità con i monegaschi. «Dev’essere stato tremendo per Charlène, come madre, restare tanto a lungo lontana dai bambini in questi mesi in Sud Africa — ha detto al Corriere dopo il ritorno a Monaco di Charlène, Beatrice Borromeo, moglie di Pierre Casiraghi nipote del principe Alberto —. E da mamma di due bimbi anch’io, quando sono via per lavoro, so bene quanto possa essere terribile la lontananza dai miei figli». Beatrice con Pierre, Charlotte, Andrea, Alexandra e insomma la tribù delle nuove generazioni Grimaldi, con i rispettivi figli, era al gran completo oggi al Rocher per l’appuntamento della Festa Nazionale. Ma il sorriso più bello è stato quello di Alberto nel momento in cui l’erede Jacques e la principessina Gabriella hanno alzato le piccole mani per mostrare al mondo il loro messaggio d’amore per «mamma Charlène».

Francesca Pierantozzi per “il Messaggero” il 20 novembre 2021. La principessa è di nuovo scappata dal Principato. Troppo triste, troppo malata, insofferente alla pressione del protocollo e degli obblighi ufficiali di Monaco e dei Grimaldi: dopo sei mesi passati in Sudafrica, Charlène ha resistito undici giorni sulla Rocca e poi è di nuovo partita, lasciando a Palazzo il consorte principe con i figli Jacques e Gabriella. «Soffre di un profondo esaurimento, emotivo e fisico», ha detto Alberto in un'inedita confessione al magazine americano People.

IL RICOVERO La principessa si trova in una «struttura specializzata», fuori dal principato ha detto Alberto. Charlène, 43 anni, sarebbe ricoverata in una clinica privata in Svizzera, dove si trova già da qualche giorno. Ieri non era presente alla festa nazionale monegasca, come era stata già assente, perché in Sudafrica, all'anniversario dei dieci anni di matrimonio con Alberto e anche per il primo giorno di scuola dei gemellini. I piccoli si sono affacciati ieri dalla finestra di palazzo con messaggi scritti a pennarello: «Ci manchi mamma». Secondo Marion Alombert, direttrice del settimanale Voici intervistata dalla radio francese Rtl, Charlène «è ricoverata per curare una dipendenza da farmaci». Il malessere della principessa ex nuotatrice arriverebbe da lontano, dal fatto che «non è mai riuscita a integrarsi» nella vita ufficiale della Rocca, «perché non è stata cresciuta in quel mondo, com' è invece il caso per tutti i membri della famiglia Grimaldi». Ufficialmente, Charlène è rimasta sei mesi in Sudafrica, fino allo scorso 8 novembre, per una serie di infezioni a orecchie, naso e gola che l'hanno costretta a diversi interventi chirurgici. Le foto del ritorno a Monaco l'avevano mostrata dimagrita, anche se il viso era rimasto nascosto dietro la mascherina nera. «Ha bisogno di un periodo di riposo e di cure», ha spiegato Alberto, assicurando che Charlène ha scelto di persona il ricovero di comune accordo con lui e anche con i suoi fratelli, nel corso di una riunione di famiglia che si è svolta a Palazzo. «Non dormiva bene da giorni e non si nutriva adeguatamente; ha perso molto peso e questo la rende vulnerabile a qualsiasi altra malattia, che sia un raffreddore, un'influenza e anche il Covid».

LA RELAZIONE Alberto ha tenuto a spazzare via almeno parte della montagna di supposizioni che accompagnano da mesi le condizioni di Charlène: «Lo dico e lo ripeto, tutto questo non c'entra con la nostra relazione. Non sono problemi di coppia ma di altra natura, che devono rimanere nella sfera privata». Alberto ha comunque sottolineato che «non si tratta di Covid» e che «no, non è un tumore» e «non c'entrano nemmeno presunte operazioni di chirurgia estetica». Appena arrivata sembrava stesse abbastanza bene, ha fatto sapere il principe, «ma sono bastate poche ore per capire che non era per niente così: era sopraffatta dalle cose da fare e non in grado di far fronte né alle funzioni ufficiali, né a quelle della vita normale né tanto meno alla vita di famiglia». Il principe assicura che tutto si è svolto non solo col consenso di Charlène, ma per sua richiesta: «Lei è calma e molto consapevole. Sa di avere bisogno di aiuto. Sapevamo che questa era la sua intenzione, abbiamo voluto che ce lo confermasse». I bambini potranno sentirla «presto», anche se «questo tipo di cure richiede periodi di riposo che durano in genere diverse settimane», ha anticipato Alberto chiedendo di dar loro «tempo e privacy: vogliamo dirle che solo la sua salute conta, non deve preoccuparsi di nient' altro, tutti la am

Charlene di Monaco di nuovo ricoverata. L'ammissione di Alberto: "Esausta e vulnerabile". "Si ritira dalla vita pubblica". È ufficiale, l'aut aut di Charlene: tornata e sparita. Il Tempo il 21 novembre 2021. Charlene di Monaco è tornata a Monte Carlo ma le sue condizioni di salute l'hanno costretta a entrare in una struttura sanitaria svizzera per la convalescenza. Ma i dubbi sulle reali motivazioni della sua permanenza in Sudafrica prima, del suo distacco dal marito, il principe Alberto II, continuano ad alimentarsi.  Il settimanale francese Voici citando fonti anonime vicine ai protagonisti della vicenda ha tratteggiato uno scenario fosco e claustrofobico intorno alla Rocca. Secondo la rivista Charlene avrebbe accettato di tornare a casa prima che fosse davvero pronta, in cambio avrebbe posto delle condizioni su Carolina di Monaco, primogenita del principe Ranieri  e sorella di Alberto. Insomma, vivere coi Grimaldi non sarebbe facile per l'ex campionessa di nuoto sudafricana. "Charlene ha retto una settimana a Monaco - dice una fonte anonima a Voici - ma ogni volta che mette piede alla Rocca subisce pressioni. Si è ripresa, in questi mesi in Sudafrica, ma le sue condizioni restano preoccupanti ed è ancora troppo fragile per affrontare gli obblighi imposti dal suo ruolo" e per questo non ha partecipato alla festa nazionale la scorsa settimana. La principessa vuole salvarsi con tutte le sue forze, a costo di decisioni drastiche. "Sua moglie non era pronta a rientrare, è stato Alberto a insistere perché voleva che lei lo accompagnasse a Dubai il 13 novembre e che fosse presente alle celebrazioni per la Festa Nazionale - è la ricostruzione della gola profonda - Charlene ha accettato di tornare solo a condizione che all’evento non ci fosse Carolina, con la quale i rapporti sono da sempre tesi e complicati". O lei o io, anche se la rivista non esclude che, dopo il soggiorno in clinica, la principessa possa firmare le carte del divorzio. L'ultimo motivo di tensione, rivela Oggi, è la gestione di figli, i gemelli Jacques e Gabriella. La Wittstock non vuole più che Alberto si faccia accompagnare così spesso nelle occasioni istituzionali. La principessa lo accusa di impedire loro di vivere una vita “normale”.

Charlene di Monaco a un soffio dalla morte: la terrificante rivelazione sulla principessa. Linda il 23/11/2021 su Notizie.it. Le condizioni di Charlene di Monaco dopo il suo ritorno a Monaco restano ancora misteriose: gli ultimi rumors sulla principessa triste. Il mistero relativo alle condizioni di salute di Charlene di Monaco permane ancora oggi. Dopo il ritiro dalla vita pubblica al suo rientro a Montecarlo dal Sudafrica, pare infatti che da principessa sia stata ricoverata in una clinica svizzera. Nel mentre il principe consorte Alberto si è limitato a spiegare che la moglie deve recuperare le forze sia dal punto di vista fisico che psicologico, ma nulla di più. I media hanno tuttavia fornito una versione differente, ovverosia che Charlene dovrebbe disintossicarsi dalla dipendenza dei farmaci. Secondo quanto sganciato da Page Six, un insider di Palazzo Grimaldi avrebbe peraltro attaccato i reali per aver offerto un’immagine distorta sulle reali condizioni di Charlene Wittstock. “Il Palazzo sta minimizzando il fatto che in Sudafrica sia quasi morta“, ha rivelato tale fonte, sottolineando dunque come la principessa avrebbe rischiato la vita perdendo addirittura metà del suo peso. A causa delle molte operazioni, la donna avrebbe infatti dovuto seguire una dieta a base di soli liquidi per ben sei mesi, alimentandosi solo con una cannuccia. Per questo motivo, al suo nel Principato monegasco, è apparsa decisamente dimagrita nella prima foto pubblica. La stampa “reale” ha tuttavia continuato ad attaccare Charlene, rivelando che i suoi figli non stanno bene. L’intento è forse quello di instillare nella principessa un senso di colpa per la sua lontananza, che resta, come detto, ancora permeata da un fosco alone di ambiguità.

Simona Marchetti per corriere.it il 23 novembre 2021. S’infittisce il mistero sulla principessa Charlene di Monaco che, rientrata dal Sudafrica lo scorso 8 novembre dopo dieci mesi di assenza per problemi di salute (ha sofferto di una grave infezione a orecchio, naso e gola), è già sparita un’altra volta. Secondo quanto ha ammesso il marito, il principe Alberto, alla rivista People, la moglie sarebbe ricoverata in una clinica in una località segreta (ma il settimanale Voici parla di un centro svizzero specializzato nella cura delle dipendenze), perché talmente esaurita fisicamente ed emotivamente da non poter affrontare i doveri ufficiali imposti dal suo status o la stessa vita familiare.

La versione degli amici

Una versione che ha però fatto infuriare gli amici della principessa che a Page Six hanno invece raccontato una storia diversa: in Sudafrica Charlene avrebbe infatti rischiato di morire. «Non è giusto che venga ritratta come se avesse qualche tipo di problema mentale o emotivo — ha rivelato un’anonima fonte —- e non sappiamo perché il palazzo stia minimizzando il fatto che sia quasi morta in Sudafrica». L’insider prosegue poi spiegando che la 43enne principessa «non è stata in grado di mangiare cibo solido per oltre sei mesi, a causa di tutti gli interventi chirurgici che ha subìto. Poteva assumere solo cibi liquidi tramite una cannuccia ed è per questo che ha perso quasi la metà del suo peso. Ma non soffre affatto di gravi problemi mentali, è semplicemente esausta per i sei mesi di operazioni e di dieta e mentre era bloccata in Sudafrica, perché non poteva tornare a casa, le mancavano disperatamente i suoi figli e suo marito». Ammissione quest’ultima che sembra smentire ulteriormente le voci di una crisi matrimoniale fra la principessa e il marito (peraltro negate in precedenza anche dallo stesso Alberto). «Non ci sono problemi matrimoniali - ha concluso un’altra fonte - . La verità è che Charlene era troppo malata per tornare a casa, se avesse potuto fare rientro in famiglia, lo avrebbe fatto all’istante, perché ha sofferto dispersamente per la mancanza dei figli e del marito». Nessun commento ufficiale per ora da Palazzo Grimaldi.

Alberto di Monaco perde l'aplomb reale e si scatena sulla ex: scioccato per la scorrettezza. Giada Oricchio su Il Tempo il 05 novembre 2021. Charlène tace, Alberto di Monaco parla e bacchetta l’ex fidanzata Nicole Coste: “Scorretta”. Si fa sempre più intricata le verità sul matrimonio tra i reali di Monte Carlo: la Principessa, dopo 4 interventi chirurgici e una complicata convalescenza in Sud Africa (dove si era recata per una campagna a tutela dei rinoceronti prima di contrarre una grave infezione otorinolaringoiatrica), è attesa alla Rocca entro il 16 novembre, giorno della Festa nazionale. L’ex nuotatrice si è trincerata dietro il silenzio e non posta niente su Instagram dal 26 ottobre: forse sta facendo le valigie. Vedremo. Sua Altezza Serenissima, invece, porta i gemelli in giro per l’Europa e rilascia dichiarazioni cariche d’amore per la moglie: nessuna crisi del decimo anno, solo indiscrezioni e pettegolezzi che addolorano lui e Charlène. Adesso però Alberto si è spinto oltre, è arrivato a fare uno strappo al protocollo per difendere l’augusta sposa. In un’intervista esclusiva alla rivista francese “Point de vue”, il sovrano è tornato sulle affermazioni rilasciate a settembre dall’ex fidanzata Nicole Coste. La madre del figlio, Alexandre Grimaldi-Coste, descrisse il rapporto con Alberto “amichevole”, mentre buttò fango sull’ex campionessa di nuoto accusandola di dispettucci e gesti meschini verso il bambino (avrebbe spostato la sua camera a Palazzo nell’ala del personale in assenza del padre). Ebbene, oggi si scopre, che quelle bordate non solo non sono passate inosservate, ma hanno suscitato la rabbia del monarca che, a distanza di un mese, si leva un macigno dalle scarpe: “Nel caso particolare della signora Coste, ovviamente non sapevo cosa vedeva cosa avrebbe fatto, ma sono rimasto colpito dalle sue parole”. Un inedito Alberto sostiene che la donna lo ha informato dell’intervista in modo non trasparente: “Mi ha avvisato che stava uscendo qualcosa, pensavo fossero foto della festa di 18 anni di Alexandre e invece era altro. Ero furioso quando l’ho scoperto. Le sue parole mi hanno scioccato. Non mi aspettavo che invadesse la nostra privacy. Quello che ha dichiarato Nicole è stato decisamente inappropriato. Sinceramente non mi aspettavo questa scorrettezza”. Per Alberto è stata una pugnalata alle spalle, un fulmine a ciel sereno, evidentemente non ha compreso quanto l’ex assistente di volo togolose abbia sofferto la rottura, imposta da Grimaldi senior, e l’impossibilità per il figlio di essere erede al trono. E forse non ricorda neppure che fu proprio Nicole, 18 anni fa, a rompere l’intimità e a consegnare al settimanale “Paris Match” le fotografie in cui il Principe allattava il neonato rivelando al mondo di vivere nella sua casa di Parigi e di ricevere il mantenimento mensile. Si capisce perché in tutta questa soap opera, Charlène ha la bocca cucita. Charlene riappare in video, la relazione con il re degli Zulu. E Alberto che dice?

Da tgcom24.mediaset.it il 9 novembre 2021. Dopo 10 mesi in Sudafrica, finalmente Charlene di Monaco è tornata a casa. Alle 8:30 del mattino la principessa è atterrata con un jet privato all'aeroporto di Nizza, dove ha preso un elicottero che l'ha condotta nel principato per riabbracciare finalmente il marito Alberto e i gemelli Jacques e Gabriella. Una brutta infezione l'ha costretta a rimanere in Sudafrica per 10 lunghissimi mesi, lontana dalla famiglia. Dopo ben tre interventi alla testa, le condizioni di Charlene Wittstock sono parse sufficientemente buone da permetterle di rientrare nel Principato. "La principessa è di buon umore e non vede l’ora di tornare a casa. Anche il padre della donna, Mike Wittstock, era felicissimo che sua figlia stesse tornando a Monaco" ha detto un membro dello staff della famiglia Grimaldi quando la principessa è scesa dall'aereo in Francia. Il principe Alberto aveva annunciato che Charlene sarebbe tornata a casa entro la Festa Nazionale di Monaco, che si celebra il 19 novembre, senza però dare una data esatta. Il gran giorno è arrivato a sorpresa e la famiglia si è finalmente riunita. Sulle pagine social di Palazzo Grimaldi sono state pubblicate le foto, con Jacques e Gabriella felicissimi di riabbracciare la mamma: "Una riunione piena di gioia ed emozione", si legge a commento delle foto.

Charlene di Monaco, indiscrezioni-choc: lite rovinosa per i figli con Alberto, trema il principato. Libero Quotidiano l'11 novembre 2021. Dopo poco meno di un anno, Charlene di Monaco è tornata a casa: addio Sudafrica, eccola di nuovo a Montecarlo, dal marito, il principe Alberto, e soprattutto dai suoi figli. I gemelli infatti hanno passato tanto, troppo tempo lontano dalla madre, passando lunghi periodi in viaggio proprio col padre, Alberto. E appena atterrata a Monaco, ecco che si è subito scatenato un nuovo diluvio di illazioni su Charlene, la principessa triste, che appunto non sarebbe contenta, affatto, di essere di nuovo al fianco del consorte. Illazioni e voci scatenate anche dalla faccia con cui è scesa dalla scaletta dell'aereo che la ha riportata a casa: già, sembrava tutto tranne che felice. E ora, altre indiscrezioni. Pesantissime. Secondo quanto riporta il sito LC News avrebbe avanzato al principe Alberto una richiesta pesantissima, relativa al controllo dei figli e alla loro educazione. Il punto è che Charlene Wittenstock non gradirebbe affatto che Jacques e Gabriella perdano molti giorni di scuola seguendo il padre in tutto il mondo per i suoi impegni. Alberto, però, è di tutt'altro avviso: avendo fatto lo stesso nella sua infanzia al fianco del padre, Ranieri III, è convinto che quelle esperienze siano importanti per i figli. Ma Charlene, ora, avrebbe avanzato la richiesta di avere pieno controllo sulla prole. Una richiesta che, stando sempre alle indiscrezioni, sarebbe stata accolta nel peggiore dei modi da Alberto. E insomma, i due sarebbero di nuovo ai ferri corti. E a tempo record.

DAGONEWS l'11 novembre 2021. La principessa Charlene di Monaco potrebbe non vivere con suo marito nel Palazzo reale dopo il suo ritorno nel Principato dopo 10 mesi. Non solo: non ha intenzione di riprendere immediatamente gli impegni pubblici. A rivelarlo è Chantell Wittstock, cognata di Charlene e PR per la sua Fondazione di beneficenza in Sudafrica: secondo lei la principessa potrebbe tornare a vivere nell’appartamento con due stanze da letto sopra una cioccolateria dove già trascorreva la maggior parte del tempo prima del fugone. «Non sappiamo ancora cosa farà – ha aggiunto Wittstock - Probabilmente farà la pendolare tra l’appartamento e il palazzo. È appena tornata ed e' molto entusiasta di rivedere i figli e loro di stare di nuovo con la loro mamma. Quindi vedremo dove si sistemerà. Ma sarà con suo marito e i suoi figli». E sugli impegni pubblici ha aggiunto: «Si sta ancora riprendendo e questo non accade in una notte. Sicuramente se la prenderà con calma. Il suo obiettivo principale in questo momento sarà passare il tempo con i suoi figli e la sua famiglia. Tutto quello che possiamo dire è che gli interventi in Sudafrica sono andati bene e i medici l’hanno autorizzata a tornare a Monaco». Sulla crisi matrimoniale Wittstock è stata criptica: «Non posso commentare. Ma è tornata a Monaco con suo marito e i suoi figli, il che dovrebbe dire tutto». Ma il siparietto da famiglia felice messo in scena appena Charlene ha messo piede nel Principato ha lasciato scettici i media francesi. “Voici”, in particolare, ha girato il coltello nella piaga, titolando: «Charlene di Monaco è tornata: la principessa rompe il silenzio, ma dimentica di menzionare suo marito». Il riferimento è a un video che gira sui social in cui la principessa ha ringraziato coloro che l’avevano aiutata nei mesi della malattia, senza mai citare il nome di Alberto.

L'ultima "bomba" su Charlene: "Non vive con Alberto". Francesca Rossi l'11 Novembre 2021 su Il Giornale. Il ritorno a casa di Charlene non ha spento i pettegolezzi su una presunta crisi coniugale e ora ci si mette perfino sua cognata, rivelando che la principessa non vivrebbe a Palazzo. La principessa Charlene non ha fatto in tempo a mettere piede sul suolo del principato di Monaco, che già i rumors su una possibile separazione dal principe Alberto riprendono vigore. Per la verità non si erano mai affievoliti in questi 8 mesi di lontananza della principessa. A nulla era valso l’intervento dell’erede di casa Grimaldi in difesa della moglie. Ora arrivano anche le rivelazioni bomba della cognata di Charlene, Chantell Wittstock, a cambiare quello che fino a poche ore fa credevamo fosse un lieto fine.

Charlene non abita a Palazzo

La cognata della principessa ha rilasciato delle dichiarazioni incredibili, sostenendo che Charlene potrebbe tornare a vivere non a Palazzo Grimaldi, ma in un appartamento di due stanze da letto, sopra a una cioccolateria dove, a quanto pare, abitava già prima del viaggio in Sudafrica. Chantell Wittstock, Pr della fondazione di Sua Altezza Serenissima in Sudafrica, ha commentato: “Non sappiamo ancora cosa farà. Probabilmente farà la pendolare tra l’appartamento e il Palazzo. È appena tornata ed è molto entusiasta di rivedere i figli e loro di stare di nuovo con la loro mamma. Quindi vedremo dove si sistemerà. Ma sarà con suo marito e i suoi figli. Si sta ancora riprendendo e questo non accade in una notte. Sicuramente se la prenderà con calma. Il suo obiettivo principale in questo momento sarà passare il tempo con i suoi figli e la sua famiglia. Tutto quello che possiamo dire è che gli interventi in Sudafrica sono andati bene e i medici l’hanno autorizzata a tornare a Monaco”.

Quindi dobbiamo pensare che ci sia davvero aria di crisi tra Charlene e Alberto? Su questo punto Chantell Wittstock mantiene un velo di mistero: “Non posso commentare. Ma è tornata a Monaco con suo marito e i suoi figli, il che dovrebbe dire tutto”. In realtà questo ritorno lascerebbe in sospeso molte domande. I media francesi hanno accolto con una certa perplessità le prime foto di Charlene appena rientrata a casa, lo scorso 8 novembre. Gli scatti sarebbero troppo perfetti, le pose impeccabili, come se si trattasse di una recita a uso e consumo del pubblico.

Certo, Charlene aveva un’aria emaciata, non proprio entusiasta, ma è comprensibile dopo una malattia così lunga. Non abbiamo certezze che il matrimonio dei principi sia in crisi, ma il giornale Voici dà un indizio interessante, titolando: “Charlene di Monaco è tornata: la principessa rompe il silenzio, ma dimentica di menzionare suo marito”. Il riferimento è a un filmato di ringraziamento fatto dalla principessa, in cui vengono citati tutti quelli che le sono stati accanto in un periodo durissimo della sua vita. Quasi tutti, visto che manca proprio il nome di Alberto.

Un’ipotesi agghiacciante (ma tutta da verificare)

La versione cartacea del magazine Voici, le cui indiscrezioni sono state citate da giornali come Il Tempo e Marie Claire, ha riportato anche un’altra tesi sconvolgente. Chiariamo subito che, anche in questo caso, non abbiamo certezze e dobbiamo prendere ogni notizia con le classiche “pinze”. Il settimanale sostiene che Charlene non sarebbe rimasta 8 mesi in Sudafrica a causa di un’infezione otorinolaringoiatrica, ma per un problema psicologico. La principessa sarebbe crollata emotivamente e da tempo sarebbe dipendente da farmaci, in particolare sonniferi. A quanto pare la precaria situazione psichica di Sua Altezza Serenissima avrebbe a che vedere con l’insofferenza alle regole di corte.

La maga, il rosario e il volto scavato: tutti i misteri su Charlene

Non è finita qui. Lo scorso settembre Charlene non sarebbe stata ricoverata per un collasso, ma perché vittima di deliri. Si sarebbe tagliata i capelli durante uno di questi episodi di distacco dalla realtà e avrebbe persino aggredito una sua collaboratrice, poi salvata dalle guardie del corpo. La speranza è che ora Charlene possa ritrovare la sua routine e la tranquillità.

Charlene di Monaco, "cosa ho dovuto subire": ecco la sua voce, un racconto straziante. Libero Quotidiano il 19 ottobre 2021. Quasi un anno. Già, Charlene di Monaco si trova in Sudafrica da un lunghissimo lasso di tempo. Come è noto, tutta colpa dell'infezione che la ha colpita nel marzo del 2021. E le sue condizioni di salute continuano a preoccupare l'intero principato di Monaco. Dopo il collasso, tre operazioni, tutte in anestesia totale, e un lungo periodo di silenzio della diretta interessata. Ma ora, Charlene Wittstock, fa sentire la sua voce in un'intervista postata sui suoi profili social. Un colloquio toccante, commuovente, soprattutto quando parla dei figli Jacques e Gabriella, che non vede l'ora di riabbracciare. Già, ha passato tanto, troppo tempo lontana da loro. "Mi mancano moltissimo", spiega Charlene di Monaco riferendosi ai figli. "Sono impaziente di rientrare a casa per poterli rivedere", aggiunge. L'ultimo abbraccio, infatti, risale a fine agosto, quando la famiglia, compreso il principe Alberto, suo marito, andò a trovarla. Dunque, nell'intervista, Charlene rivolge un pensiero a tutte le madri che, per diversi motivi, sono costrette a stare lontane dai loro figli: "Hanno sicuramente dovuto provare la stessa cosa che ho provato io". Dunque, rinnova e conferma il suo impegno per l'ambiente: "Tornerò e continuerò il lavoro che ho iniziato qui, come ho già fatto in molti Paesi del continente e in Sudafrica. Conservare, preservare, restaurare ed educare, questo è ciò su cui si basa la mia Fondazione", assicura. Insomma, ora sembra davvero tutto pronto per il ritorno della principessa.

Cosa c'è dietro la malattia di Charlene? Francesca Rossi l'8 Ottobre 2021 su Il Giornale. La lunga assenza della principessa Charlene da Monaco è diventata un vero e proprio giallo ricco di colpi di scena e, almeno per ora, lontano da una soluzione. La malattia della principessa Charlene riempie ancora le pagine dei tabloid a distanza di mesi. La rassicurante intervista concessa al People da Alberto di Monaco non è servita a spegnere l’incendio di sospetti, anzi, paradossalmente li ha alimentati. Sui social gli utenti non smettono di chiedersi quando la principessa tornerà nel Principato e quali siano le sue reali condizioni di salute. È plausibile l’ipotesi secondo cui la grave infezione otorinolaringoiatrica sia stato un pretesto usato dalla moglie del principe Alberto per allontanarsi da una vita a cui non si è mai adattata completamente?

Viaggio in Sudafrica, solo andata

A marzo 2021 la principessa torna in Sudafrica con un’agenda fitta di impegni. Il 18 del mese è attesa al funerale del re degli Zulu. Inoltre deve organizzare il lavoro legato alle iniziative in difesa dei rinoceronti. Una “toccata e fuga” per rivedere il suo amato Paese. Le cose, però, prendono una piega inaspettata. Passano i giorni, ma Charlene non rientra nel Principato. Si rincorrono le voci di un possibile divorzio tra i principi, alternate alle notizie di una non meglio definita infezione che Charlene avrebbe contratto in Sudafrica. Alla fine di giugno 2021 è la principessa rompe il silenzio, rivelando al People: “Quest’anno sarà la prima volta che non sono con mio marito per il nostro anniversario... Albert e io non avevamo altra scelta che seguire le istruzioni dell’equipe medica”. Charlene si sottopone due operazioni, una a maggio 2021, l’altra il 23 giugno. Un portavoce di Palazzo spiega: “Ha subìto procedure multiple e complicate per aver contratto un’infezione che ha preso gola, naso e orecchio a maggio”. Mistero risolto? Assolutamente no.

La terza operazione

I tabloid sono scettici. Charlene ha rilasciato dichiarazioni troppo vaghe sul suo reale stato di salute, ma a sorpresa la principessa torna sull’argomento a News24: “Ho subìto un intervento per il rialzo del seno mascellare, un innesto osseo che viene effettuato per poter fare degli impianti nella zona dei molari. Dopo l’operazione è subentrata un’infezione che ha coinvolto le orecchie, di qui l’impossibilità di spostarsi. L’apparato uditivo, al momento, non potrebbe sopportare una pressione superiore ai 20mila piedi”. Charlene non può tornare in nave? Nessuno ha mai dato una risposta. Nemmeno la principessa che, in un'intervista rilasciata all’emittente radiofonica South Africa Radio 702, citata dal Corriere.it, puntualizza: “Avrei dovuto rimanere in Sudafrica meno di 15 giorni, poi ho contratto un’infezione giudicata dai medici piuttosto grave. E devo ristabilirmi perfettamente per poter rientrare. Non è possibile abbreviare i tempi. E così dovrò restare qui fino a ottobre”. La sua odissea non è ancora finita. In agosto Charlene entra di nuovo in sala operatoria. Un comunicato di Palazzo avverte: “Sua Altezza Reale la principessa Charlene deve subire oggi, 13 agosto, un’operazione di quattro ore sotto anestesia totale”.

Una casa a Johannesburg?

Neppure la terza operazione smorza i rumors di una presunta separazione tra Alberto e Charlene. Madame Figaro titola: “Charlene e Alberto II di Monaco sono sull’orlo del divorzio?”. Il giornale tedesco Bunte è certo che la moglie di Alberto di Monaco stia cercando casa a Johannesburg, mentre il Paris Match puntualizza “La grande amica di Charlene, la ricca imprenditrice Colleen Glaeser, la sta aiutando a creare un’impresa per gestire le sue fondazioni direttamente dal Sudafrica”. A queste voci, mai confermate, si aggiunge il commento di Christa Mayrhofer-Dukor, cugina di Grace Kelly, che stronca ogni speranza di rivedere Charlene nel Principato: “Il matrimonio è in una fase molto, molto difficile…secondo me, si potrebbe arrivare presto al divorzio. Se ci penso bene, Alberto me lo ha accennato, diciamo così, tra le righe…”. Mancherebbe solo l’annuncio ufficiale.

Una foto per salvare le apparenze?

Il 25 agosto 2021 ecco il colpo di scena che ribalta la situazione. Sul suo profilo Instagram la principessa pubblica cinque foto che la ritraggono con il marito e i figli, volati in Sudafrica apposta per rivederla. Eppure negli scatti qualcosa non torna. L’abbraccio riservato al principe Alberto sembra una posa studiata ad arte. Il viso della principessa, stanco ed emaciato e su cui sono ben visibili i segni della malattia, manca totalmente di spontaneità. Colpa della presunta separazione o della salute ancora fragile? Un nuovo comunicato da Palazzo Grimaldi arriva come un fulmine a ciel (quasi) sereno: “La principessa Charlene è stata trasportata d’urgenza in ospedale nella notte del primo settembre dopo un collasso per le complicazioni della grave infezione otorinolaringoiatrica…” . Pensare che il principe Alberto aveva appena tranquillizzato gli animi dichiarando: “Le sue condizioni sono molto migliorate dall’ultima operazione, sta bene ed è di buon umore, tanto che scherzando mi ha detto che è pronta a imbarcarsi clandestinamente su una nave per tornare in Europa”. Niente da fare. Charlene resta in Sudafrica.

Mistero Charlene: ultimo atto?

Siamo arrivati a ottobre 2021, ma di Charlene a Palazzo neanche l’ombra. Il principe Alberto, stanco di pettegolezzi, concede un’inusuale intervista-sfogo al People, smentendo con forza le voci di divorzio: “Charlene non è andata in esilio in Sudafrica. Non ha lasciato Monaco per caso. Non se ne è andata perché era arrabbiata con me o con chiunque altro…Siamo un bersaglio facile, siamo stati colpiti facilmente”. Tuttavia l’ultimo capitolo (per ora) della vicenda ha scatenato illazioni tutt’altro che rassicuranti. Lo scorso 3 ottobre la principessa pubblica sui social una sua nuova foto, molto diversa per stile dalle precedenti, che la ritrae vestita di nero, con al collo un rosario e il volto scavato. I giornali parlano di una svolta "mistica” dietro alla quale vi sarebbe una maga esperta in numerologia, Dawn Mary Earl. La "santona”, come la chiamano i media, avrebbe un ascendente pericoloso su Charlene, che non muoverebbe un passo senza la sua approvazione. Finora, però, nessuna notizia è stata suffragata da prove. Il giallo è tutt’altro che concluso. Probabilmente lo sarà solo quando rivedremo la principessa a casa. Ma quanto dovremo aspettare ancora?

Francesca Rossi. Sono nata a Roma, ma vivo a Latina. Sono laureata e specializzata in Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma (curriculum di lingua e letteratura araba). Ho vissuto in Egitto per approfondire lo studio della lingua araba. Per la casa editrice Genesis Publishing ho pubblicato due romanzi, "Livia e

La Dinastia di Monaco. "Condizionata da una maga", altre ombre su Charlene di Monaco. Rosa Scognamiglio l'8 Settembre 2021 su Il Giornale. Secondo una indiscrezione raccolta dal settimanale Oggi, la principessa Charlene di Monaco sarebbe condizionata dalla santona Dawn Mary Earl. Charlene di Monaco "è condizionata da una maga". A lanciare l'indiscrezione sulla moglie del principe Alberto è il settimanale Oggi, in edicola giovedì 9 settembre. Secondo quanto appreso dalla redazione del periodico diretto da Umberto Brindani, si tratterebbe della santona sudafricana Dawn Mary Earl, consulente e confidente della principessa dal 2016. Continuano a rincorrersi i rumors su Charlene di Monaco. Secondo quanto si apprende da un'anticipazione del nuovo numero della rivista Oggi, la moglie del principe Alberto sarebbe vicina ad "una maga" che condizionerebbe le sue scelte. A quanto pare, si tratta della santona sudafricana Daen Mary Earl, consulente della principessa monegasca dal 2016. Le due, in rapporto di stretta collaborazione già da qualche anno, condividono la passione per la numerologia e hanno partecipato sovente insieme a eventi benefici e campagne di sensibilizzazione promosse dai Grimaldi. Ora, i loro rapporto sembrerebbe esser diventato "particolarmente confidenziale": Charlene non muoverebbe un solo passo senza l'approvazione della sua collaboratrice. Proprio in questi giorni, Daen Mary Earl ha provveduto a ripulire i profili social della principessa della sua presenza. Per questo motivo, le voci di una vicinanza sospetta tra le due stanno diventando sempre più insistenti. L'unica certezza, al momento, è che Charlene di Monaco sia molto sofferente. Le tre operazioni al volto, e l'ultimo collasso, hanno fortemente compromesso il suo stato di salute costringendola lontana dal principato più del previsto. Ma c'è chi è pronto a scommettere che l'assenza prolungata della principessa da casa Grimaldi sottenda ben altre motivazioni. Stando a quanto si apprende da fonti a vario titolo tirerebbe "aria di crisi" tra la principessa monegasca e il marito Alberto. Qualcuno sostiene che loro relazione sia giunta al capolinea nonostante gli scatti pubblicati social dalla coppia a fine agosto fugherebbero il sospetto di una crisi matrimoniale. Sarà davvero così? Nell'attesa di sapere come evolverà la vicenda, la cognata di Charlene, Chantell Wittestock, ha rilasciato un'intervista al quotidiano tedesco Bild in cui ha spiegato cosa sta accadendo alla principessa. "La principessa - ha ricordato Chantell Wittestock - è affetta da maggio da una brutta infezione che ha coinvolto naso, orecchi e gola e che la costretta a un intervento chirurgico con delle complicazioni". Basteranno le sue parole a sedare i rumor di questi giorni? Certo è che tra i due coniugi reali corre ancora molta distanza, forse troppa. 

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza!  

Il collasso e la corsa in ospedale: ancora paura per Charlene di Monaco. Francesca Galici il 3 Settembre 2021 su Il Giornale. La principessa Charlene sarebbe stata colta da un malore che ha richiesto un ricovero d'urgenza in ospedale poche ore dopo la partenza del marito. Non sembra esserci pace per la principessa Charlene di Monaco, moglie del principe Alberto. Quando tutto sembrava stesse andando per il meglio, l'ex nuotatrice è stata colta da un collasso e trasportata d'urgenza in ospedale con un'ambulanza. A riferirlo è stato il giornale tedesco Bild, il quale rivela che il malore si è verificato nella notte tra mercoledì e giovedì, costringendo la principessa a una corsa in una clinica del Sudafrica, dove ormai Charlene si è trasferita diversi mesi fa, alimentando le voci di una crisi coniugale. Solo pochi giorni fa il principe Alberto è volato in Sudafrica con le sue figlie per raggiungere la moglie che, stando a quanto dichiarato solo poco tempo fa dal nobile regnante monegasco al settimanale People, sarebbe stata "pronta per tornare a casa". I due si sono anche fatti immortalare in uno scatto social che ha rapidamente fatto il giro del mondo, anche per alcune polemiche che hanno investito il principe, rimasto in Sudafrica con sua moglie appena poche ore. Nelle ore successive alla partenza di Alberto di Monaco, la situazione di Charlene sarebbe peggiorata all'improvviso, costringendola al ricovero. Al momento non ci sono informazioni più dettagliate sullo stato di salute della principessa di Monaco, che pare essere ancora ricoverata. Questo nuovo malore potrebbe ritardare notevolmente il ritorno a casa di Charlene, che stando alle dichiarazioni di suo marito sarebbe potuto avvenire "prima del previsto". Alberto di Monaco nella recente intervista ha scherzato su questo aspetto, rivelando che lei sarebbe stata "anche pronta a imbarcarsi clandestinamente su una nave pur di tornare in Europa". Ovviamente ora i piani dovranno essere rivisti e quel ritorno così agognato non essere così vicino. Stando alle fonti ufficiali, Charlene è tornata da qualche mese in Sudafrica (suo Paese d'origine) per curare un'infezione che ha coinvolto naso, orecchie e gola e che l'ha costretta a subire un intervento chirurgico, che ha portato ad alcune complicazioni. "Ho subito un intervento per il rialzo del seno mascellare, un innesto osseo che viene effettuato per poter fare degli impianti nella zona dei molari. Dopo l'operazione è subentrata un'infezione che ha coinvolto le orecchie, di qui l'impossibilità di spostarmi; l'apparato uditivo, al momento, non potrebbe sopportare una pressione superiore ai 20 mila piedi", ha spiegato qualche settimana fa Charlene, fornendo spiegazioni sulla sua lunga lontananza dal principato di Monaco.

Francesca Galici. Giornalista per lavoro e per passione. Sono una sarda trapiantata in Lombardia. Amo il silenzio. 

Giallo sul ricovero d'urgenza di Charlene. Francesca Rossi il 4 Settembre 2021 su Il Giornale. Il malore della principessa Charlene di Monaco ha già destato i primi sospetti, facendo addirittura pensare che sia stata una mossa strategica per posticipare il ritorno nel principato. Il ricovero della principessa Charlene non ha convinto proprio tutti. Neppure i gravi motivi di salute che costringerebbero la moglie del principe Alberto a rimanere in Sudafrica hanno placato le voci di un imminente divorzio. C’è, infatti, chi nutre il sospetto che il malore causato dall’infezione otorinolaringoiatrica contro cui Charlene sta combattendo da mesi sia stato niente altro che un’abile mossa per non tornare a corte. Il giornale tedesco Bild è stato il primo ad annunciare il ricovero della principessa, lo scorso mercoledì notte. A dare la notizia al tabloid è stata la cognata di Charlene, Chantell Wittstock. Stando alla ricostruzione Charlene ha avuto un collasso che ha reso necessario il trasporto al Netcare Alberlito Hospital di Ballito (Durban), dove è avvenuto il ricovero sotto falso nome. Il team medico non ha voluto rivelare quali siano state le cure a e le procedure a cui è stata sottoposta la regale paziente, mantenendo il riserbo più totale sulle sue condizioni di salute. È stato il Palazzo a rompere il silenzio dichiarando in un comunicato: “La principessa Charlene è stata trasportata d’urgenza in ospedale nella notte del primo settembre dopo un collasso per le complicazioni della grave infezione otorinolaringoiatrica. Sua Altezza Serenissima è seguita dalla sua equipe medica e le sue condizioni sono rassicuranti”. Negli ultimi giorni la situazione sembrava in netto miglioramento. A quanto pare il principe Alberto avrebbe accompagnato sua moglie a una visita medica e, visto che il responso lasciava ben sperare, ha poi rivelato in esclusiva al People: “So che Charlene aveva detto che sarebbe forse tornata alla fine di ottobre, ma questo è stato prima dell’ultimo giro di consulti medici e sono piuttosto sicuro che possiamo ridurre un po’ quel lasso di tempo. Le sue condizioni sono molto migliorate dall’ultima operazione, sta bene ed è di buon umore, tanto che scherzando mi ha detto che è pronta a imbarcarsi clandestinamente su una nave per tornare in Europa”. Il principe aveva poi rincarato la dose: “Charlene è ansiosa di tornare a casa e il suo ritorno dipende da quello che dicono i medici, ma se i progressi continueranno, è possibile che il rientro possa essere pianificato già durante il mese di settembre”. Il principe Alberto non ha fatto in tempo a sbilanciarsi un po’ che le cose sono precipitate. È proprio questo strano tempismo a non convincere troppo Dagospia, che titola: “Pur di non tornare a Montecarlo la principessa Charlene si è fatta ricoverare”. Naturalmente, considerando che non abbiamo conferme di questa possibilità, né prove a cui aggrapparci, dobbiamo andarci con i proverbiali “piedi di piombo”. Soprattutto perché in gioco c’è la salute di una persona. In realtà i rumors di un possibile divorzio non si sono placati neanche dopo la notizia del ricovero, ma il condizionale, come si dice in questi casi, è d’obbligo. Del resto il principe Alberto ha rilasciato dichiarazioni che non dovrebbero dare adito a dubbi e interpretazioni e tantomeno a successive smentite che comprometterebbero la sua immagine. Certo, le foto pubblicate da Charlene lo scorso 25 agosto sul suo profilo Instagram, che la ritraevano con i figli e il marito, sembravano troppo perfette e “studiate”. D’altro canto, però, il viso della principessa era talmente stravolto, provato da tre interventi e da una lontananza da casa di circa sette mesi, da rendere difficile ogni valutazione. Le voci di un presunto divorzio tra Charlene e Alberto sono state, forse involontariamente, alimentate anche dall’intervista rilasciata al Paris Match da Nicole Coste, ex hostess e madre di uno dei figli illegittimi del principe Alberto, Alexander. Riferendosi a Charlene, infatti, la Coste ha raccontato che i loro rapporti sono “cordiali”, ma poi ha proseguito: “Una volta ha cambiato la stanza di mio figlio, approfittando dell’assenza di suo padre e lo ha piazzato nell’ala dei dipendenti. Come madre non ho parole per descrivere un comportamento del genere”. Charlene è davvero stanca dei doveri di corte e della situazione in precario equilibrio con i figli del marito? Le sue condizioni di salute, però, potrebbero non avere nulla a che fare con queste presunte scaramucce. Anzi, forse una cosa non esclude l’altra.

"La verità su Charlene...". Ora Alberto di Monaco rompe il silenzio. Francesca Rossi il 9 Settembre 2021 su Il Giornale. Il principe Alberto di Monaco mette un punto sulle voci del suo presunto divorzio da Charlene, spiegando per la prima volta cosa sta accadendo a Palazzo Grimaldi. Adesso parla lui, Alberto di Monaco. Dopo settimane di notizie, conferme e smentite su un possibile divorzio dalla principessa Charlene, l’erede del casato Grimaldi racconta come stanno davvero le cose, sperando di zittire, una volta per tutte, i pettegolezzi. Charlene di Monaco si trova in Sudafrica da sette mesi e ha subìto tre operazioni alla testa a causa di una grave infezione otorinolaringoiatrica. È stata lei stessa, in un’intervista a News24, a narrare le sue vicissitudini: “Ho subìto un intervento per il rialzo del seno mascellare, un innesto osseo che viene effettuato per poter fare degli impianti nella zona dei molari. Dopo l’operazione è subentrata un’infezione che ha coinvolto le orecchie, di qui l’impossibilità di spostarsi. L’apparato uditivo, al momento, non potrebbe sopportare una pressione superiore ai 20mila piedi”. Un portavoce di casa Grimaldi ha puntualizzato: “Ha subìto procedure multiple e complicate per aver contratto un’infezione che ha preso gola, naso e orecchio a maggio”. La principessa si era recata in Sudafrica per sostenere la sua campagna contro il bracconaggio dei rinoceronti e partecipare ai funerali del sovrano Zulu, Goodwill Zwelithini. Un viaggio che doveva essere breve, invece si è trasformato in un’odissea. Dopo aver contratto l’infezione Charlene è entrata in sala operatoria lo scorso maggio, poi il 23 giugno e, infine, il 13 agosto. La lontananza, il silenzio, i festeggiamenti per il decimo anniversario di matrimonio saltati hanno iniziato ben presto ad alimentare le voci di un possibile divorzio e di un trasferimento di Charlene a Johannesburg. Le foto pubblicate dalla principessa sul suo profilo Instagram e che la ritraggono con i figli e Alberto di Monaco in vacanza in Sudafrica, lo scorso 25 agosto, non sono servite a placare le polemiche. Neppure il ricovero di Charlene a seguito di un collasso, lo scorso 1° settembre, ha scalfito le convinzioni di quanti vedono la coppia principesca ormai alla deriva. Con il passare delle settimane il gossip è diventato sempre più insistente, tanto da convincere Alberto di Monaco a rompere il silenzio sulla questione e rilasciare un’intervista al People. Il principe non usa mezzi termini e dichiara: “Charlene non è andata in esilio in Sudafrica. Non ha lasciato Monaco per caso. Non se ne è andata perché era arrabbiata con me o con chiunque altro”. Sua Altezza Serenissima chiarisce che la moglie è tornata nel Paese natio non solo per seguire da vicino le sue iniziative in difesa dei rinoceronti, ma anche per “prendersi un po’ di tempo libero con suo fratello e alcuni amici”. Non ci sarebbe alcun mistero, quindi. Alberto di Monaco prosegue: “Doveva essere solo una settimana, un soggiorno di dieci giorni al massimo, ma lei è ancora lì perché dopo l’infezione sono sorte molte complicazioni mediche”. Il principe parla anche della sua reticenza nell’affrontare i pettegolezzi: “Mi stavo concentrando sulla cura dei bambini e pensavo che tutte queste chiacchiere sarebbero svanite da sole. Sprechi il tuo tempo se provi a rispondere a tutto ciò che viene fuori su di te. Certo, tutto questo colpisce lei e ovviamente colpisce me. Siamo un bersaglio facile, siamo stati colpiti facilmente”. Il principe Alberto di Monaco non si era mai lasciato andare a simili sfoghi. Le sue dichiarazioni appaiono schiette, senza ombra di esitazioni. Un tentativo inusuale ma coraggioso di difendere la principessa Charlene, la sua privacy, ma anche l’immagine del casato e il matrimonio già dato per spacciato da molti. La questione è davvero chiusa?

Francesca Rossi. Sono nata a Roma, ma vivo a Latina. Sono laureata e specializzata in Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma (curriculum di lingua e letteratura araba). Ho vissuto in Egitto per approfondire lo studio della lingua araba. Per la casa editrice Genesis Publishing ho pubblicato due romanzi, "Livia e Laura", sull'assassinio della Baronessa di Carini e "Toussaint. Inganno a Mosca", la storia di una principessa araba detective. Ho un blog che affronta temi politici e culturali del mondo arabo su HuffingtonPost. Sono appassionata di archeologia, astronomia e dinastie reali nel mondo. 

Charlene di Monaco, il principe Alberto sbrocca: "Non ci ha lasciato per caso". Libero Quotidiano il 09 settembre 2021. Alberto  di Monaco parla del mistero della moglie Charlène Wittstock. La principessa sarebbe in esilio volontario, vittima di Dawn Mary Earl, una santona sudafricana con la quale condivide la passione per la numerologia e senza la quale “non farebbe un passo se i numeri non sono propizi” e pronta al divorzio a causa del comportamento del Principe, coinvolto in una terza richiesta di riconoscimento di paternità.. Lo scrive il Tempo. In un’intervista alla rivista “People”, Alberto spiega che. “siamo un bersaglio facile, siamo stati colpiti facilmente. Ma queste chiacchiere fanno male a me e fanno male a lei. Charlène non è andata in esilio in Sudafrica. Non ha lasciato Monaco per caso! Non se n’è andata perché era arrabbiata con me o con chiunque altro”, spiega smentendo le parole di Christa Mayrhofer-Dukor, cugina della madre Grace Kelly, che aveva parlato di un furioso litigio come casus belli dell’allontanamento della principessa. Alberto ha ribadito che la consorte si era recata nel Paese d’origine  per portare avanti la campagna della sua Fondazione contro il bracconaggio dei rinoceronti in via di estinzione oltre che per stare con la famiglia e gli amici e ha spiegato perché ha taciuto finora: “Mi stavo concentrando sulla cura dei bambini e pensavo che tutte queste chiacchiere sarebbero svanite da sole. Sai, sprechi il tuo tempo se provi a rispondere a tutto ciò che viene fuori su di te. Certo che tutto questo colpisce lei, e ovviamente colpisce me": Ma nessun commento sulla presunta vicinanza di Charlène con la maga Dawn Mary Earl.

·        Lo stile dei reali inglesi.

Casa reale di Windsor. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Famiglia reale. Casato di Windsor (House of Windsor) dal 1917 è il nome della casa reale del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, e degli altri reami del Commonwealth. Il nome del casato è in realtà Sassonia-Coburgo-Gotha ma per ordine in Consiglio del re Giorgio V, venne sostituito con Windsor. Il casato Sassonia-Coburgo-Gotha nasce con re Edoardo VII, padre di Giorgio V e figlio della regina Vittoria del Casato di Hannover e del principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha. Giorgio V decide di cambiare il nome in Windsor senza cambio di casato. In precedenza la Casa reale di Windsor era conosciuta come casato di Sassonia-Coburgo-Gotha (anglicizzato in Saxe-Coburg and Gotha), che subentrò al casato di Hannover con la morte della regina Vittoria. Durante la prima guerra mondiale, i sentimenti anti-tedeschi presenti nella popolazione britannica spinsero il re Giorgio V a mutare nel 1917 il nome della famiglia reale, sostituendo le denominazioni di chiara provenienza tedesca con altre identificabili con la lingua inglese.

Regina Vittoria e principe Alberto. Il nome tedesco proveniva dal matrimonio, avvenuto nel febbraio 1840, fra la regina Vittoria e il principe Alberto, figlio di Ernesto I, duca di Sassonia-Coburgo-Gotha. Comunque, Sassonia-Coburgo-Gotha, non era il cognome personale del principe consorte, ma il territorio governato dalla sua famiglia; la casata invece si chiamava Wettin. Il nome "Sassonia-Coburgo-Gotha" venne cambiato in "Windsor", che divenne anche il nome della famiglia reale, tramite un ordine in Consiglio di Giorgio V, il quale aveva scelto il nuovo nome ispirandosi alla cittadina di Windsor ed alla torre circolare del castello di Windsor fatta costruire da Enrico II Plantageneto, da secoli centro della monarchia britannica. L'ultimo imperatore tedesco, nonché cugino di Giorgio V Guglielmo II, si offese e rese nota la sua irritazione con una battuta: disse di avere intenzione di vedere l'opera di Shakespeare "Le allegre comari di Sassonia-Coburgo-Gotha" invece di Le allegre comari di Windsor. L'ordine di cambiare il nome della casata riguardava solo i discendenti di re Edoardo VII (padre di Giorgio V e unico Sovrano britannico a portare il nome "Sassonia-Coburgo-Gotha") nella linea maschile, ma non necessariamente alle discendenti femminili. Nell'aprile 1952, due mesi dopo la sua ascesa al trono, la regina Elisabetta II pose fine alla confusione sul nome dinastico quando dichiarò al Consiglio della Corona la "volontà e gradimento che io e i miei figli dobbiamo essere designati e conosciuti come casa e famiglia Windsor, e che i miei discendenti che si sposano, e i loro discendenti, debbano portare il nome Windsor".

Mountbatten-Windsor. Successivamente, l'8 febbraio 1960, per rendere onore al proprio marito, duca di Edimburgo, la regina emanò un altro ordine in consiglio, confermando che lei e i suoi quattro figli sarebbero stati noti come casa e famiglia di Windsor, e che i suoi altri discendenti di linea maschile (eccetto quelli che sono altezze reali, principi o principesse) avrebbero preso il nome Mountbatten-Windsor. Qualsiasi futuro sovrano britannico può cambiare il nome della dinastia se lo desidera. Un altro ordine in consiglio può annullare quelli di Giorgio V e di Elisabetta II. Ad esempio, se il Principe di Galles dovesse accedere al trono, potrebbe cambiare il nome della casa reale in "Mountbatten" in onore del padre e dello zio Louis Mountbatten.

Windsor e Regno Unito. Il regno di re Giorgio V ebbe inizio nel 1910 sotto la casa di Sassonia Coburgo Gotha e si concluse nel 1936 sotto quella di Windsor. Lo Stato Libero d'Irlanda lasciò il Regno Unito nel 1922, ma il nome effettivo del regno non fu cambiato fino al 1927, quando re Giorgio V assunse il titolo di "Re di Gran Bretagna, d'Irlanda e degli altri Domini britannici d'oltremare". Nei decenni che seguirono il 1927 il Sovrano del Regno Unito assunse anche il titolo di re di alcuni reami del Commonwealth, ovvero di quei paesi che man mano acquisivano indipendenza (Australia, Canada, Stato Libero d'Irlanda, Nuova Zelanda, Unione Sudafricana e così via). Fino al 1901 il Sovrano britannico regnava su tutto l'Impero britannico semplicemente con il titolo di "Re/Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda", quando le varie colonie diventarono paesi indipendenti, invece, assunse il titolo reale di ogni Stato specifico. Inoltre, è da specificare che dal 1876 al 1948 il Sovrano britannico deteneva anche il titolo di "Imperatore/Imperatrice d'India".

Elenco dei Sovrani della casata Windsor

Giorgio V 6 maggio 1910 20 gennaio 1936 Figlio di re Edoardo VII (dinastia di Sassonia-Coburgo-Gotha). Cambia il nome della casata in "Windsor" nel 1917.

Edoardo VIII 20 gennaio 1936 11 dicembre 1936 Primo figlio di re Giorgio V; abdicò.

Giorgio VI 11 dicembre 1936 6 febbraio 1952 Secondo figlio di re Giorgio V e fratello di re Edoardo VIII.

Elisabetta II 6 febbraio 1952 Regnante Figlia di re Giorgio VI.

Luigi Ippolito per il "Corriere della Sera" il 17 Novembre 2021. I segreti di Lord Louis Mountbatten devono restare tali. Sono ormai dieci anni che il governo britannico blocca la pubblicazione dei diari di colui che è stato una delle figure-chiave della monarchia britannica nel secolo scorso: e il motivo è che quelle pagine potrebbero compromettere la «dignità» della regina Elisabetta, oltre che scatenare una crisi diplomatica con India e Pakistan. Louis Mountbatten era lo zio materno del principe Filippo, oltre che lontano cugino della regina: e fu lui a orchestrare il matrimonio fra suo nipote e la giovane erede al trono, in modo da piazzarsi al cuore della casa reale. Per Filippo, Mountbatten fu quasi un padre putativo e soprattutto fu il mentore del giovane principe Carlo. Ma il ruolo pubblico di Mountbatten è stato altrettanto importante: comandante delle forze alleate nel Sudest asiatico durante la Seconda guerra mondiale, divenne poi l'ultimo viceré d'India, chiamato a gestirne il passaggio all'indipendenza e la partizione col Pakistan. La sua morte fu altrettanto spettacolare: Mountbatten venne ucciso in un attentato dell'Ira, che fece saltare in aria la sua barca nel 1979. Ma cosa si cela di così esplosivo nei suoi diari, che risalgono fino agli anni Trenta? Si sa che anche gli esperti della famiglia reale sono stati chiamati a «valutare» quelle pagine: e che si sono schierati col governo nel chiedere che rimangano sotto segreto di Stato. Oltre al coinvolgimento diretto della monarchia, si teme che possano venire alla luce passaggi imbarazzanti riguardo l'indipendenza dell'India, soprattutto se si considera che la moglie di Mountbatten, la spregiudicata Edwina, era ritenuta essere l'amante (col consenso e forse la partecipazione diretta del marito) di Jawaharlal Nehru, il carismatico primo capo del governo di New Delhi. Il suo archivio, che riempiva 4.500 scatole, venne acquisito nel 2010 dall'Università di Southampton, che pagò oltre 3 milioni di euro. Ma già l'anno dopo il governo venne allertato sui «molti riferimenti alla famiglia reale» contenuti nei diari: cosa che fece scattare il bando alla loro pubblicazione. Quattro anni fa uno storico che stava scrivendo una biografia di Mountbatten, Andrew Lownie, chiese di avere accesso alla documentazione: ma gli fu opposto un netto rifiuto. Lo studioso decise dunque di rivolgersi alla Commissione per la libertà di informazione, che gli diede ragione: ma il governo fece appello, sostenendo che è nell'interesse nazionale che quei diari restino segreti. Nella battaglia legale lo Stato britannico ha già speso 300 mila sterline di denaro pubblico: ma è chiaro che il valore delle memorie di Mountbatten è considerato inestimabile.

Paola De Carolis per il "Corriere della Sera" il 22 novembre 2021. Un documentario in due puntate sul rapporto tra William e Harry e tra i principi e la stampa ha inasprito le relazioni tra i Windsor e la Bbc, tanto che la famiglia reale, stando ai giornali, minaccia di non collaborare in futuro con il gigante mediatico britannico. A sentire il Mail on Sunday, i reali hanno chiesto di vedere e approvare i filmati prima che vengano trasmessi. La Bbc ha rifiutato e da Buckingham Palace sono arrivate tre lettere di reclamo: una dall'ufficio della regina, una firmata dall'erede al trono Carlo e la terza dal principe William. La sovrana sarebbe rattristata e delusa dalla decisione di esplorare quella che rimane una ferita aperta a palazzo, ovvero la decisione di Harry di allontanarsi dal casato e di crearsi una nuova vita negli Usa. Il documentario promette inoltre di evidenziare la guerra di parole se non proprio tra i due figli di Diana almeno tra i rispettivi entourage che, con insinuazioni e battute, avrebbero cercato di screditarsi a vicenda. Di Harry è stata messa in dubbio la salute mentale. Di Kate? È gelosa di Meghan. E Meghan...Di Meghan è stato detto di tutto, anche che negli Stati Uniti punti alla presidenza e che il matrimonio con il principe non è stato che una manovra per guadagnare un nuovo ruolo e anche maggiore visibilità. Per capire se il programma della Bbc contenga effettivamente rivelazioni che potrebbero dimostrarsi dannose per i Windsor bisognerà attendere la proiezione stasera della prima parte e a dicembre della seconda. Sicuramente la presa di posizione dei tre reali più importanti lascia intendere la severità con la quale Buckingham Palace ha giudicato il progetto. È fresco, tra l'altro, il ricordo del duro attacco di William, appena sei mesi fa, sul caso di Martin Bashir e il modo in cui il giornalista convinse la principessa Diana, nel 1995, a rilasciare un'intervista fiume a «Panorama». «Provoca una tristezza indescrivibile sapere che le mancanze della Bbc contribuirono in modo significativo ad accrescere la paura, la paranoia e l'isolamento di mia madre». Il principe sottolineò che se la Bbc avesse preso sul serio ed esaminato a fondo le rimostranze presentate già ai tempi della trasmissione, Diana avrebbe saputo, prima di morire, di essere stata vittima di un imbroglio, «da parte dei vertici della Bbc. In quanto tv pubblica, la Bbc ha con i reali qualcosa di più di un rapporto istituzionale, come dimostrato recentemente dai cinque programmi dedicati all'iniziativa ecologica di William, il premio Earthshot. Allo stesso tempo il documentario conteso è stato affidato a Amol Rajan, un giornalista repubblicano che, nonostante le sue vedute personali, si atterrà sicuramente alla regola sull'imparzialità che è tra i precetti fondamentali del gigante mediatico. È questa regola - che vieta anche ai commentatori di esprimere opinioni che potrebbero essere considerate di parte e nel rispetto della quale sono stati predisposti corsi obbligatori per i giornalisti - che ha portato alcuni mostri sacri della Bbc a infilare la porta: l'ultimo, il presentatore Andrew Marr lascia dopo 30 anni per - ha detto - ritrovare la propria voce. 

Principe Carlo in imbarazzo, con chi hanno pizzicato Camilla Parker Bowles a Royal Ascot: tradimenti a Corte, roba che scotta. Libero Quotidiano il 18 giugno 2021. Grande imbarazzo per il principe Carlo al Royal Ascot, il concorso ippico più famoso e mondano dell'Inghilterra. Si tratta di un evento a cui partecipano sempre anche i reali di Buckingham Palace per via della loro grande passione per i cavalli. Una passione che in realtà accomuna tutti gli inglesi. A mettere in difficoltà il primogenito della Regina Elisabetta è stata la moglie Camilla Parker-Bowles. Alla rinomata corsa di cavalli la duchessa di Coronovaglia è stata avvistata con i due mariti. Accompagnata al Royal Ascot 2021 dal Principe di Galles, infatti, Camilla è stata pizzicata anche con l'ex, Andrew Parker-Bowles, direttore dei Royal Army Veterinary Corps dal 1973 al 1995. Prima delle nozze, Andrew tradì Camilla con la sorella di Carlo, Anna.. E così poi per vendetta Camilla ebbe una relazione clandestina con Carlo che andò avanti per diversi anni., fino al matrimonio nel 2005. L'ironia della sorte, però, è che oggi Camilla e Anna sono cognate. Quest'anno si è parlato molto di questo evento anche per via dell'assenza della Regina Elisabetta, che non ha aperto le danze come da tradizione. Pare infatti, stando a voci di Palazzo, che abbia dovuto riprendersi dalle fatiche del G7, il vertice in Cornovaglia coi leader mondiali.

Filippo, Lady D., Meghan e la Regina: amori (reali) fatti di tradimenti e illusioni. Marina Lanzone il 17 Giugno 2021 su Il Giornale. Quando si pensa alla famiglia reale inglese, si immagina una favola. Ma dai tempi della regina Elisabetta e Filippo a oggi, le cose sono decisamente cambiate. "La prima volta che ci siamo incontrati perché venisse da me, eravamo in un supermercato a Londra e fingevamo di non conoscerci". Un primo appuntamento non convenzionale, degno dei protagonisti di questo racconto. A parlare è il principe Harry, ospite nel podcast dell’attore Dax Shepard, poche settimane fa. In quella occasione ha parlato dell’inizio della sua relazione con Meghan Markle. Era luglio 2016, quando un’amica in comune di Harry e Meghan, Misha Nonoo, ha organizzato un vero e proprio appuntamento al buio per farli conoscere presso la Soho House di Londra. Harry non sapeva che proprio quella sera avrebbe incontrato la donna della sua vita. "Lui dice di essersi innamorato subito, perché aveva capito che Meghan era diversa", ha raccontato a ilGiornale.it Lavinia Orefici, esperta della royal family inglese. L’attrice di Suits, al contrario, era piuttosto dubbiosa: "Durante quell’estate, lei era stata tra la costiera Amalfitana e le Baleari. Chi era con lei in vacanza racconta che continuasse a guardarsi intorno. Dopo aver raggiunto il successo, era alla ricerca di un marito. Non poteva immaginare come sarebbe andato a finire il flirt con il principe". Harry, dal canto suo, aveva già intenzioni serie: "Ha voluto che lei partecipasse ad agosto al viaggio in Botswana, un posto a lui molto caro". Dopo Harry si recò spesso in Canada, dove lei lavorava. La relazione rimase top secret fino a novembre: Eugenie di York, parlando con la sicurezza, si lasciò sfuggire qualche informazione di troppo. Esattamente un anno dopo, annunciarono il loro fidanzamento e il 19 maggio 2018 sono convolati a nozze. "Quando si sono conosciuti avevano passato i 30 anni – ha specificato Lavinia Orefici-. Harry aveva già da tempo il desiderio di costruirsi una famiglia. Meghan è stata fortunata, perché è capitata nella vita del principe proprio in quel momento". Il loro è un amore figlio degli anni 2000, in cui non esiste più una divisione netta tra classi sociali, il romanticismo ha ceduto il posto alla passione, ci si conosce sui social, like dopo like, ci si sposa solo se innamorati, ma non prima dei 30 anni. Ai tempi della Regina Elisabetta II e Filippo d’Edimburgo era tutto diverso: gli incontri avvenivano solo all’interno della ristretta cerchia familiare. Royal sposava royal.

Un amore di altri tempi. Elisabetta e Filippo sono cugini alla lontana. Si sono visti la prima volta nel 1934 al matrimonio tra lo zio di Elisabetta, il duca di Kent, e Marina di Grecia, parente di Filippo. Erano molto piccoli: il duca d’Edimburgo aveva 13 anni ed Elisabetta appena otto. "Non ci sono foto che li ritraggono insieme", ha specificato la Orefici. Probabilmente non fecero caso l’uno all’altra. L’incontro del 1939 andò diversamente: "Filippo studiava alla Britannia Royal Naval College di Dartmouth. In quell’anno ci fu una visita del re, Giorgio VI, a cui partecipò anche sua figlia Elisabetta. Lord Mountbatten fece in modo che anche il nipote Filippo venisse invitato a una cena sullo yatch reale. Quella visita lasciò un segno indelebile nel cuore della Regina". Poi è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale: Elisabetta fu trasferita nel Castello di Windsor, mentre Filippo era al fronte a combattere. Da quel momento è iniziata una lunga corrispondenza. Nel 1945, Filippo tornò in patria come un eroe, ma questo non bastò per convincere il suocero, Giorgio VI, molto scettico riguardo questa unione. "Filippo veniva da una famiglia distrutta: sua mamma era stata ricoverata in un manicomio per schizofrenia, le sorelle avevano sposato degli ufficiali nazisti, il padre si era trasferito in Francia con la sua amante –ha spiegato Lavinia Orefici -. Come se non bastasse, Filippo aveva un passato da play boy ed era straniero. A corte era soprannominato “lo spiantato greco”. Quando Filippo chiese la mano di Elisabetta nel 1946 a Balmoral, il re volle tenere la notizia nascosta per un anno. L’annuncio arrivò nel luglio del 1947. Nonostante questo, il duca d’Edimburgo ha sempre saputo quale fosse la donna della sua vita. Diceva: 'Io sposerò la principessa Elisabetta'. E così è stato". La determinazione e la fedeltà dimostrate da Filippo non si sono più viste in nessun altro membro della royal family.

Una lunga schiera di indecisi. È risaputo che quello tra la principessa Margaret e il fotografo Antony Armstrong-Jones fu un matrimonio di ripiego. Lei avrebbe voluto sposare Peter Townsend, scudiero del Re Giorgio VI. "Townsend era separato. Ma all’epoca non erano ammessi matrimoni con persone divorziate se i coniugi fossero stati ancora in vita – ha raccontato l’esperta -. Quindi, Margaret rinunciò a questo amore per senso del dovere nei confronti della Corona, e non perché la scelta le fu imposta. Suo zio Edoardo, circa vent’anni prima, aveva abdicato per stare con Wallis Simpson. Se Margaret avesse fatto una scelta diversa, avrebbe rischiato di compromettere la stabilità della monarchia". Nel 1958 conobbe Antony Armstrong-Jones a casa di amici in comune. Iniziarono a frequentarsi perché lui doveva scattarle delle foto per il suo 29esimo compleanno. Grazie a questa "scusa", Margaret poteva sgattaiolare nel suo studio, senza destare sospetti. La relazione è stata tenuta segreta per tanto tempo: "Si sono fidanzati nel 1960, cogliendo tutti di sorpresa. L’opinione pubblica aveva sempre immaginato un marito diverso per la principessa Margaret. Ma Antony Armstrong-Jones era molto affascinante e simpatico, stimava tantissimo la Regina. La famiglia, quindi, ha accettato la relazione". Anche il principe Carlo è stato a lungo indeciso tra due donne: Camilla Shand, attuale duchessa di Cornovaglia, e Lady Diana, sua ex moglie. Carlo e Camilla si sono conosciuti durante una partita di polo nel 1970 e si sono frequentati per circa un anno. "Nessuno dava peso alla loro relazione: tutti pensavano che fosse una delle tante frequentazioni di Carlo, in attesa che trovasse la moglie giusta", ci ha raccontato l’esperta. Una volta che Carlo fu mandato in missione con la Marina Militare, Camilla sposò il suo ex fidanzato, Andrew Parker Bowles, appartenente all’entourage della famiglia reale. E allora che Carlo posò gli occhi su Lady Diana. "Anche loro, come Elisabetta e Filippo, si conoscevano da sempre – ha dichiarato l’esperta -. Diana è nata nella tenuta di Sandringham, dove la famiglia reale è solita passare le vacanze natalizie. Per la regina Elisabetta II, Diana era “one of us” (una di noi, ndr). Si è sempre pensato a lei come fidanzata di Andrea, per questioni di età”. Ma nel 1977, durante una battuta di caccia nella tenuta di Althorp, Carlo e Diana si incrociarono e qualcosa cambiò. Tre anni più tardi Diana riapparve al fianco di Carlo. Secondo Lavinia Orefici "la stampa non aveva ben chiaro il ruolo di questa ragazza. Solo quando lei fu invitata a Balmoral, realizzarono che si trattava di una cosa seria. Lady D sulla carta era perfetta per ricoprire il ruolo di regina consorte e madre del futuro erede al trono. Cosa poteva andare storto?". Quando le fu fatta la proposta di matrimonio, in realtà, non si conoscevano affatto: si erano visti solo 13 volte. Carlo aveva 32 anni: data l’età e la sua posizione, gli veniva chiesto di sposarsi. "Si è trattato di un errore di valutazione, ma d’altronde Elisabetta e Filippo erano cresciuti con una mentalità diversa, secondo cui era giusto mettere se stessi al servizio della Corona", ha commentato la Orefici. Carlo e Diana erano in un matrimonio infelice e cercavano di trovare la serenità altrove. "Il principe Carlo e Camilla si sono sempre frequentati anche dopo le nozze – ha aggiunto la Orefici -. La famiglia reale credeva che non ci fosse più un sentimento tra i due. Dopo tutti questi anni, ha dovuto ricredersi". Il loro amore, infatti, era scritto nel destino: "La bisnonna di Camilla, Alice Keppel, è stata l’amante del bisnonno di Carlo. Camilla parlava dell’episodio con grande vanto".

Le favole contemporanee. Secondo Lavinia Orefici, il principe William e Kate Middleton hanno "un’unione di ferro basata sull’amore, sulla stima e sull’intelligenza". Eppure nemmeno tra loro è scattata immediatamente la scintilla. Almeno da parte del principe. Si sono conosciuti ufficialmente nel 2001 all’Università di St Andrews. "Sfatiamo un mito: per accedervi, è necessario sostenere dei test d’ingresso mesi prima – ci ha riferito l’esperta dei royal-. Lei non si è iscritta lì per lui, ma per ricevere la migliore formazione possibile". Kate Middleton è figlia di due ex impiegati della British Airways, diventati poi imprenditori grazie al commercio online. Per riscattarsi, hanno sempre spinto la figlia a frequentare un certo tipo di ambiente. William e Kate si sono ritrovati a qualche banco di distanza durante le lezioni d’arte. "Ma si dice che la scintilla per il principe sia scattata nel 2002, durante una sfilata di beneficenza. Lui pagò 200 dollari per avere il posto in prima fila", ha riferito l’esperta. Sono andati a vivere insieme, in un appartamento al 13 Hope Street, condiviso con altri due studenti. Fino a quando sono rimasti a St Andrews, la loro è stata una relazione normale. "Diana credeva che la vita dei suoi figli dovesse essere bilanciata, senza che l'aspetto pubblico prendesse il sopravvento: fu firmato un accordo con la stampa, secondo cui la famiglia reale era tenuta a fornire delle foto ufficiali all’inizio di un evento, dopo di che i media avrebbero dovuto lasciare in pace i principi". Nel 2004 uscirono le prime foto insieme, sulle piste da sci a Klosters, in Svizzera: "Un fotografo freelance notò l’intimità dei due ragazzi, scattò delle foto e le vendette al The Sun, poi condannato per non aver rispettato l’accordo di riservatezza. Il tabloid si difese dicendo che 'qualsiasi fidanzata di William era argomento di importanza nazionale, perché sarebbe potuta essere la moglie del futuro erede al trono'. Per Kate è stato l’inizio dell’inferno. Lei non aveva il background per ricoprire il ruolo di 'principessa'. I giornali non mancavano di sottolineare le differenze tra loro e proporre candidate con un curriculum più adatto". Condizionato dal pressing mediatico, dalla giovane età e dalla voglia di divertirsi, il principe William ruppe la relazione. "Kate Middleton fu soprannominata “Waity Katie”, la Kate che aspetta. La stampa le offrì un milione di dollari per rilasciare un’intervista, ma non ha mai ceduto alla tentazione. Ha seguito i consigli di sua madre e in poco tempo lui è tornato da lei", ha chiarito la Orefici. "I 73 anni di matrimonio della Regina Elisabetta e Filippo rimangono un traguardo difficilmente superabile per chiunque", ha ricordato l’esperta dei royal. Ma se c’è qualcuno che può raggiungerli, sono proprio William e Kate. I duchi di Cambridge hanno celebrato da poco i primi dieci anni di matrimonio, hanno tre splendidi bambini (George, Charlotte e Louis), conoscono il rispetto, il senso del dovere e soprattutto il valore della famiglia. Nonostante un inizio burrascoso e non molto romantico, tutto fa pensare a un altro lieto fine.

(AGI il 9 maggio 2021) - Un nuovo scandalo mette in imbarazzo la regina Elisabetta II. Il cugino, il principe Michael of Kent, è stato registrato di nascosto mentre dava la sua disponibilità a utilizzare il suo status di membro della Famiglia reale per fornire accesso a Vladimir Putin. Lo scoop è di The Sunday Times, che ha lavorato in tandem con Channel 4. Il principe è stato filmato segretamente durante un incontro on line, avuto con falsi imprenditori (in realtà giornalisti sotto mentite spoglie) dal suo appartamento a Kensington Palace. Accanto a lui, sul divano, un suo amico, il marchese di Reading, che non esita a definirlo "ambasciatore ufficioso di Sua Maestà presso la Russia"; un accesso di prim'ordine, definito dal marchese "confidenziale". L'imbarazzo a Londra è palpabile considerato i rapporti infuocati tra Londra e Mosca: i temi di scontro con il Cremlino dopo il tentato avvelenamento con il gas nervino, dell'ex spia russa, Skripal e della figlia Yulia, a Salisbury, non si contano. Il principe si è affrettato a negare tutto e a 'scaricare' l'amico e socio in affari: il suo portavoce ha assicurato che "ha fatto illazioni che il principe Michael non vorrebbe nè potrebbe soddisfare". "Come è prassi, il segretario privato del principe Michael ha chiarito ai rappresentanti dell'azienda durante i loro contatti che nulla si può fare senza il consenso dell'ambasciata britannica e l'aiuto della Camera di commercio russo-britannica, di cui il principe Michael ha il padronaggio". I giornalisti hanno finto di essere manager di una società sudcoreana, House of Haedong, che cercava contatti con il principe per aumentare la rete di affari nel settore dell'oro; e a loro il principe assicura di essere "davvero entusiasta" di poter lavorare con la società e promuoverla in Russia: "Non ho mai lavorato prima con l'oro e l'idea mi rende molto felice". La remunerazione concordata per il servizio, circa 40mila sterline per un viaggio dei quattro o cinque giorni in Russia. Anche il suo segretario privato aveva assicurato in precedenza ai giornalisti che il principe poteva aprire canali ad altissimo livello nel governo russo: "Possiamo certamente essere d'aiuto in questo senso. Anche se non ha un contatto diretto con la persona vi interessa, una strada si trova sempre".

Roberto Fabbri per "il Giornale" il 10 maggio 2021. A volte vien da pensare che i membri della famiglia reale britannica inclini allo scandalo e alle più varie forme di inopportunità siano davvero un po' troppi. E che la regina Elisabetta, con il suo carico straordinario di primavere sull' augusta schiena, debba davvero esser fatta di ferro per reggere la continua sfida di gestirli. Non le bastavano oltre al recente dolore per la perdita del marito Filippo i disastri provocati dal figlio e principe Andrea con i suoi bassi affari sessuali in combutta con Epstein, le amarezze incassate in nome e per conto dell' amato nipote Harry e da sua moglie Meghan Markle, il cruccio perenne di avere come primogenito ed erede al trono quel Carlo che ha impegnato gli ultimi cinquant' anni a fornire argomenti per persuaderla a resistere in carica fino ai cent' anni. Non bastavano, insomma, i figli e i nipoti: ora ci si mettono pure i cugini. Ci si è messo, in particolare, uno di quelli con cui va più d' accordo: quel Michael di Kent che le fece da paggetto quando si sposò con Filippo e che è diventato un distinto signore barbuto di 78 anni la cui somiglianza con una serie di antenati illustri è impressionante. Il principe Michael l' ha combinata grossa. Sempre alla ricerca di fonti d' introito per alimentare l' altissimo tenore di vita suo e di sua moglie, si è dedicato a traffici assai opachi con la Russia di Vladimir Putin, sfruttando l' appartenenza alla famiglia reale. Il tutto sorvolando sul fatto che nel frattempo il Paese di cui parla fluentemente la lingua e dove ha fior di agganci, sia diventato la minaccia numero uno alla sicurezza nazionale del suo, e che sia oggetto di sanzioni del governo di Londra. Il principe Michael l' ha fatto e rifatto per anni nella massima segretezza possibile, arrivando ad accumulare tramite una sua società un paio di milioni di sterline. Ma l' ultima volta è stato «beccato» mentre si proponeva come ambasciatore non ufficiale di Sua Maestà per 50mila sterline a due signori che gli si erano presentati come emissari di una società sudcoreana interessata ad approdare ai più alti livelli del mercato russo per commerciare in oro, e che invece erano due reporter investigativi del Sunday Times e di Channel 4. E ora Michael ha un bell' affannarsi a negare, ma c' è la registrazione di una conversazione su Zoom a documentare che insieme con il suo amico e partner d' affari il marchese di Reading stava garantendo ai rappresentanti di una fantomatica House of Haedong che i suoi contatti di lunga data con la Russia potevano «portare dei vantaggi» e sottolineando che la presidenza russa gli aveva conferito l' Ordine dell' Amicizia, tra le più prestigiose onorificenze del Cremlino.  Non è tutto: la segretaria privata del principe aveva preparato il terreno assicurando ai coreani che «certamente» egli avrebbe potuto aiutarli a incontrare figure chiave del governo russo, perché «anche se non ha contatti diretti con la persona che lei cerca, c' è un modo di arrivarci: un modo c' è sempre». L' aspetto che più scandalizza in Inghilterra - dove negli ultimi quindici anni Putin ne ha fatte di tutti i colori arrivando tra l' altro a far assassinare a Londra con agenti radioattivi l' ex agente (e cittadino britannico) Alexander Litvinenko e fallendo nella stessa impresa ai danni dell' altro «traditore» Sergei Skripal a Salisbury - è che il principe Michael dimostra nella registrazione di avere chiarissimo di star danneggiando l' interesse nazionale, vantandosi attraverso il suo socio di aver mantenuto il suo «accesso confidenziale» al Cremlino nonostante tutto. Una vera miseria, e meno male che Sua Maestà è abituata a questo e altro.

Dagospia l'1 maggio 2021. Da cinematographe.it. Vincent Lindon, attore francese proveniente da una famiglia dell’alta borghesia e che ha sempre cercato, invano, di tenere la sua vita privata lontano dai riflettori, è diventato famoso apparendo sulle maggiori riviste di gossip. Oggi riconosciuto come uno dei migliori attori francesi degli ultimi anni, vincitore di prestigiosi riconoscimenti e interprete di celebri film, è salito alla ribalta nel 2005 con L’amore sospetto, distinguendosi successivamente in Welcome, La legge del mercato, In guerra e in molti altri. Nel 1992 era già noto e apprezzato in patria per Il tempo delle mele 3 e La crisi!, ma i media erano più interessati alla sua vita privata e sentimentale. Per quanto Lindon fosse già allora conosciuto per essere una persona schiva e riservata, a nulla sono serviti i tentativi di mantenere segrete alcune delle sue relazioni. La più famosa e d’interesse pubblico è stata sicuramente quella con Carolina di Monaco. Primogenita del Principe Ranieri III di Monaco, Principessa di Hannover, Carolina di Monaco è stata uno dei grandi amori di Vincent Lindon. Una storia durata 5 anni e la più chiacchierata dei primi anni ’90. Definiti da tutti “l‘attore e la principessa“, senza che nessuno potesse avere dubbi che non si trattasse di Lindon e Carolina di Monaco, i due vivevano una vita appartata in Provenza, si parlava di matrimonio e arrivò così la richiesta di permesso da parte di Lindon a Ranieri di Monaco. Passò poco tempo prima che le condizioni di Ranieri per permettere alla figlia di sposarsi diventassero di dominio pubblico. Divise in 8 punti prevedevano che Lindon rinunciasse a qualsiasi pretesa di salire sul trono monegasco, che i due coniugi restassero divisi fino al matrimonio, che risiedessero a Montecarlo e che Lindon si impegnasse a mantenere la famiglia al massimo delle sue possibilità economiche. Ma non è tutto, perché fin qui si poteva anche soprassedere a delle regole già in parte folli. Le condizioni imponevano inoltre che in caso di divorzio, i figli sarebbero stati affidati o a Carolina o al nonno materno, che Lindon, ebreo, dovesse convertirsi alla religione cattolica, che allo sposo non venisse conferito nessuno titolo nobiliare, nonostante il nome della moglie sarebbe stato Carolina Lindon di Monaco, e, in caso di divorzio, il marito non pretendesse compensi, mantenendo l’assoluta riservatezza sul matrimonio e impegnandosi a non divulgare dettagli inerenti alla sua vita privata. Un permesso accordato facilmente, si potrebbe dire. La storia d’amore tra i due finì comunque senza nessun matrimonio e, al termine, le foto che ritraevano Carolina la mostravano calva, tanto da suggerire ai media che li perse per il dolore della fine della sua relazione con Vincent Lindon.

La regina Elisabetta e Carlo si incontravano solo 15 minuti di sera. Il rapporto atipico, poco amorevole tra il principe Carlo e sua madre, potrebbe aver plasmato la personalità dell'erede al trono e guidato le sue scelte da adulto. Francesca Rossi - Ven, 09/04/2021 - su Il Giornale. Le scarse attenzioni che il principe Carlo avrebbe ricevuto dalla regina Elisabetta, durante l’infanzia, potrebbero aver influito sulle sue decisioni da adulto e sulla sua psicologia? Questa è una delle premesse di una nuova biografia dedicata all’erede al trono. Forse Sua Maestà ha anteposto il dovere verso il Paese alla maternità, ne potremmo discutere per ore, ma rimane un’evidenza la caparbietà di una sovrana che ha sempre attraversato a testa alta, da 7 decenni, tempeste mediatiche e uragani famigliari, trovando soluzioni perfino originali ai problemi, come quella studiata per rimpinguare le casse del Royal Collection Trust, dissestate dalla pandemia.

Quel difficile rapporto tra il principe Carlo e la Regina. La (presunta) incapacità della regina Elisabetta di provare amore materno ha riempito le pagine di libri e riviste. Ora nella sua nuova biografia, “Charles, le roi d’Angleterre”, il biografo Michel Faure racconta nuovi dettagli sul gelo che avrebbe caratterizzato il rapporto tra Sua Maestà e il principe Carlo e forgiato la psicologia di quest’ultimo. Carlo poteva vedere sua madre solo per 15 minuti la sera (se non era in viaggio). La sovrana non si occupava quasi mai di lui. Il fiero principe Filippo, invece, era un ideale irraggiungibile per il timido, introverso principe. Il duca di Edimburgo non avrebbe mai stimato il figlio tanto da dire chiaro e tondo, durante una cena nel 2017, di sperare che sua moglie possa vivere altri 10 anni cosicché "Carlo non abbia molto tempo per distruggere la monarchia”. Poca stima, scarso affetto per un’infanzia “infelice”, come la definì lo stesso Carlo. Con questi presupposti che tipo di re sarà?

Le scarpe con cui Lady Diana cambiò una parte di mondo. Vi ricordate con quali scarpe Lady Diana scese dall’aereo in Angola, all’aeroporto di Luanda, il 13 gennaio 1997 alle 7:30, poco prima della storica camminata sul campo minato? Con delle sneakers Superga. Indossava anche un paio di jeans e un blazer. Vestita in modo così casual incontrò l’ambasciatore britannico in Angola. Nuova vita, nuovo stile. Le sneakers, infatti, divennero il simbolo di una personalità che si era scrollata di dosso la polvere della corte. La “passeggiata” tra le mine, pur senza Superga, cambiò la Storia, visto che sensibilizzò l’opinione pubblica sulla questione delle mine antiuomo e portò alla firma del trattato internazionale di Ottawa (1997) che vieta questo strumento di morte e dolore. L’unico rimpianto è che Lady Diana non visse abbastanza da vedere ciò che aveva ottenuto.

I 95 anni di Elisabetta II in un servizio da tè. Per i sudditi che amano Sua Maestà e per i collezionisti più viziati è in vendita, nei negozi online delle residenze reali, un nuovo servizio da tè in porcellana studiato per celebrare i 95 anni della regina Elisabetta e anche, diciamolo senza vergogna, per riempire i forzieri del Royal Collection Trust, depauperati dal Covid. Le tazzine e i piattini possono essere acquistati separatamente (ma, sedetevi prima di leggere, solo una tazza con piatto costano 65 sterline, cioè 76 euro). Ogni pezzo è stato rifinito con decorazioni in oro 22 carati, lo stemma reale, le ghirlande di rose Tudor, i cardi e i trifogli, tutti simboli del Regno. A proposito delle rose, il loro disegno si ispira a quelle dell’East Terrace Garden, il giardino realizzato da Giorgio IV a Windsor, nel 1820. Sua Maestà cura personalmente i fiori di questo piccolo paradiso, di cui è innamorata. Se poi non bevete tè, c’è sempre il calendario della sovrana a 10 sterline. Meno poetico, ma molto pratico.

Il primo (vero?) incontro tra William e Kate. Le teorie sul primo incontro tra William e Kate si sprecano. Sembra che i due non si conobbero alla St. Andrews. Forse furono degli amici comuni a presentarli, un paio di anni prima dell’iscrizione all’università (per la cronaca: nell’anno in cui vi arrivò il principe, le iscrizioni aumentarono del 50%. Chissà perché). Secondo un’altra ipotesi, invece, i futuri sposi si sarebbero incontrati durante un party universitario e Kate avrebbe rovesciato un drink addosso a William (ottimo modo per rimanere impressi). Secondo Katie Nicholl addirittura i Cambridge si sarebbero visti per la prima volta durante una partita di hockey, quando Kate Middleton aveva solo 9 anni e il principe, bimbetto come lei, giocava come terzino sinistro della squadra di Ludgrove’s Colts. Il resto è storia. Anzi, una storia a lieto fine, visto che il prossimo 29 aprile, William e Kate festeggeranno 10 anni di matrimonio.

Harry e Meghan, un piano malvagio per oscurare la principessa Eugenia? Lo pensano molti esperti. Come se ci fosse uno schema. A ogni nuova notizia data da Eugenia, ne corrisponde una di Harry e Meghan. Ci avete fatto caso? Durante il matrimonio della principessa i Sussex annunciarono di aspettare un bimbo (che tempismo grossolano). Il giorno del 31esimo compleanno di Eugenia, lo scorso 23 marzo, Harry fece sapere di aver trovato un lavoro. Coincidenze? Cosa dire, allora, dell’intervista con Oprah mandata in onda in concomitanza con le celebrazioni del Commonwealth Day? Possibile che il duca di Sussex stia cercando scampoli di luce a scapito della famiglia, in particolare di Eugenia? Non ci sono prove di tensioni fra loro, ma il mistero rimane.

Londra, il conflitto tra i reali continua anche nelle foto di Pasqua. Enrico Franceschini su La Repubblica il 3 aprile 2021. I tabloid inglesi, per sottolineare le distanze ormai incolmabili, affiancano l'immagine impeccabile della regina Elisabetta ritratta nel parco di Windsor accanto al principe Carlo, a quella di Harry su una spiaggia della California con cappellino da baseball e calzoni corti. La foto della regina in occasione della Pasqua è una delle tradizioni che scandiscono il calendario inglese. Quest’anno si è tramutata, perlomeno sui giornali di Londra, nell’ennesimo motivo di conflitto all’interno della famiglia reale. Non per volontà dei Windsor. Ma ormai i media hanno deciso che è in corso una guerra degna di una intera stagione di “The Crown”. E qualcosa di vero del resto probabilmente c’è, per cui non ci si può meravigliare se i tabloid ci vanno a nozze. L’immagina scelta da Buckingham Palace per la festività pasquale della regina è accattivante: Elisabetta II, loden verde con mantella, fazzoletto d’ordinanza in testa, un bel sorriso e non certo l’aria di chi sta per compiere (il 21 di questo mese) 95 anni, insieme al figlio primogenito, il principe Carlo, suo erede al trono, in classico cappotto di cammello, a passeggio nel parco del castello di Windsor. Da come sono vestiti si capisce che, dopo uno sprazzo di caldo, in Inghilterra sono tornate temperature rigide. Tuttavia splende il sole e, sullo sfondo, c’è un magnifico albero in fiore: siamo decisamente a primavera. Con il suo implicito messaggio di speranza, di cui il Regno Unito, e non solo esso, ha bisogno dopo un anno di pandemia, di cui qui si intravede la luce alla fine del tunnel (grazie a 36 milioni di persone vaccinate con almeno una dose). Fin lì, tutto bene, anzi tutto normale. Ma nelle stesse pagine la stampa nazionale pubblica anche una foto, diciamo così pasquale, del principe Harry, in abbigliamento e posa un po’ diversi: cappellino da baseball portato con la visiera all’indietro, calzoni corti, piedi nell’acqua e pallina da tirare al cane, su una spiaggia della California. Da un lato, Sua Maestà e il primo in linea per il trono, ripresi in tutta la dignità del loro ruolo, mentre rivolgono un rassicurante sorriso al popolo; dall’altro, il nipote ribelle che dal volontario esilio ha recentemente accusato la monarchia di razzismo e dà l’idea di spassarsela sulla riva del Pacifico. A dire la verità, Harry non ha fatto niente di male. Dovrebbe forse astenersi dal portare a spasso il cane, per non urtate la suscettibilità dei fans della royal family? Ma qualsiasi cosa faccia, ormai, ha i giornali contro. Come dice il proverbio, un’immagine vale più di mille parole: e le due foto messe a confronto esprimono un chiaro verdetto contro di lui e Meghan. Per tacer del cane, che poverino non c’entra proprio niente. Buona Pasqua!

Ecco il veleno sulla Royal Family. Che cosa c'è dietro queste lettere. I protagonisti della Royal Family non usano giri di parole. Tra interviste, note di palazzo e accuse, la Royal Family è tornata in scena. Cosa c'è davvero dietro le quinte...Evi Crotti - Sab, 20/03/2021 - su Il Giornale. 

CARLO d’Inghilterra, l’eterno principe. La firma sottolineata, espressione di emulazione del padre, e gli angoli appuntiti indicano il desiderio di essere libero di manifestare sé stesso, mentre appare ancora vincolato da schemi stereotipati che le norme impongono.

KATE MIDDLETON. La firma di Kate, così essenziale nelle forme, indica adattamento e consapevolezza del proprio ruolo. Forse è proprio ciò che piace alla Regina Madre poiché non le fa ombra. Lo stile grafico di Kate assomiglia a quello del principe Carlo e rientra negli schemi accettati dalla casa reale. 

MEGHAN. Al di là della cultura, che lascia sempre un imprinting in ogni persona, dalla scrittura di Meghan emerge un carattere egocentrico con un notevole senso estetico e un’accuratezza che la porta a porre tutto sotto controllo affinché nulla abbia a scalfire la sua immagine. Per lei la fisicità conta molto e dà luogo a una sorta di narcisismo che non le permette di essere succube delle regole del Palazzo, per cui l’adattamento sarà sempre arduo. 

HARRY. La diversità a livello mentale e l’essenzialità di pensiero e di comportamento lo portano molto lontano dalla figura del Padre: due mondi opposti. Se il Principe Carlo ha uno stile di vita e di comportamento legati a modalità rigide e al savoir-faire inglese, che lo hanno reso conformista e adeguato allo stile dettato da sua Maestà la madre, Harry rifugge da tutto questo compromesso cercando una propria identità lontano dalle regole imposte dal palazzo, senza malanimo, ma con determinazione. La diversità dello stile grafico fra il Principe Carlo, Harry, Meghan e Kate, è alla base di possibili continui disaccordi in linea con quanto scrissi già due anni fa, cioè che "avrebbero potuto nascere profondi malintesi all’interno della casa reale”. Ora a tutto ciò si aggiungono argomenti e pregiudizi disgustosi. Difficile quindi individuare tra questi quattro personaggi chi è effettivamente “il serpe” della famiglia. Certo che dallo stile grafico l’analogia che c’è tra Carlo e Kate potrebbe far supporre una complicità in accordo con le regole della regina madre che non accetta chi non è in linea col suo pensiero, come del resto era già accaduto nei confronti di Lady Diana. (Qui la firma)

Ricordate l'intervista di Meghan e Harry? Ecco, tutti vogliono quelle poltrone. La royal family è un fenomeno di culto in tutti i sensi, dalle poltroncine dell'intervista di Harry e Meghan che tutti bramano alla venerazione religiosa riservata al principe Filippo da un'antica tribù. Francesca Rossi - Ven, 19/03/2021 - su Il Giornale. Il ricordo o, se preferite, il fantasma di Lady Diana è, forse, destinato ad accompagnare per sempre la royal family. In questi giorni più che mai. Diana è sempre stata il termine di paragone per Kate e Meghan. A lei sono dedicati alcuni riferimenti contenuti nell’intervista di Harry e Meghan. Sembra di scorgerla perfino negli occhi cerchiati dall’eyeliner della duchessa di Sussex, che tanto ricordano il look di Diana in un’altra "scandalosa" intervista, quella del 1995. È ancora la principessa del Galles il motivo per cui, il prossimo 1° luglio, si incontreranno di nuovo William e Harry, sempre lei la protagonista dei teneri bigliettini per la Festa della Mamma dei Baby Cambridge. Diana ha trovato ciò che gli alchimisti hanno cercato per secoli: l’immortalità. Dopo l’uragano Sussex, che si è abbattuto sulla royal family lo scorso 7 marzo, gli esperti reali guardano a una data che potrebbe essere cruciale nel rapporto tra i principi William e Harry: il 1° luglio 2021, giorno del 60esimo compleanno di Lady Diana. In quella data, infatti, è prevista l’inaugurazione della statua dedicata alla principessa del Galles. Per la verità l’opera doveva essere visibile al pubblico già nel 2019 ma a causa di alcuni ritardi William e Harry hanno posticipato l’omaggio al giorno del compleanno di Diana. Un giorno scelto molto prima che l’intervista di Harry e Meghan piombasse non come una tegola, ma come un tetto intero sulla testa della royal family (destino? Coincidenza? Chi lo sa). Un evento a cui i fratelli prenderanno parte, come hanno annunciato, nonostante le diatribe e le incomprensioni. E gli occhi del mondo saranno di nuovo puntati su di loro. Questa è una pillole dolce, perché parla dell’omaggio dei piccoli Cambridge alla nonna Diana, in occasione della Festa della Mamma in Inghilterra. I bimbi, pur non avendo conosciuto la principessa, le hanno dedicato delle cartoline speciali per la ricorrenza. Baby George ha scritto: “Cara nonna Diana…ti voglio bene e ti penso sempre”. È di Charlotte, forse, il messaggio più toccante: “Cara nonna Diana…a papà manchi tanto”. Louis non sa ancora scrivere, ma ha disegnato un cuore. Prendete i fazzoletti. Si piange forte. Un gesto commovente che i bambini “fanno per William”, hanno specificato i Cambridge. Ma dietro al ricordo c’è l’immagine di una famiglia unita, che teme le divisioni interne (qualunque riferimento ai Sussex è puramente casuale) e i cui figli sono i veri portavoce di coesione, dell’abbraccio che tutto il mondo spera di potersi scambiare presto. L’esatto contrario del messaggio veicolato dall’intervista di Harry e Meghan, in cui il piccolo Archie, suo malgrado, diviene protagonista di uno scontro maturato nel mondo degli adulti. Da meditare. E fu così che l’umanità toccò il fondo e cominciò a scavare. Le poltroncine marca Christopher Knight Brands, su cui erano seduti Harry e Meghan durante l’intervista con Oprah, stanno andando a ruba. Gli inconsapevoli (almeno in questo caso) Sussex sono stati più bravi di Giorgio Mastrota nel piazzare il set da 554 dollari in cima alla lista dei desideri dei potenziali compratori. Il brand avrà parecchio da lavorare, dato che davanti alla tv, il 7 marzo scorso, c’erano più di 17 milioni di americani e il giorno successivo 11 milioni di inglesi. Sarebbe interessante sapere quanto valgono all’asta, proprio le poltrone su cui si sono seduti Harry e Meghan. Forse i duchi dovrebbero farsi dare una percentuale sui guadagni come involontari testimonial. Quanto a noi, non staremo un tantino esagerando con il consumismo? Non è uno scherzo e non siamo impazziti. Il principe Filippo è appena uscito dall’ospedale, lo abbiamo visto in tutta la sua fragilità. Ma per qualcuno lui non è un essere umano come tutti gli altri. Secondo la tribù Kastom di Yaohnanen, che vive nell’isola di Tanna (Vanuatu, Oceano Pacifico del Sud) il principe Filippo è una vera e propria divinità con tanto di culto dedicato. Una delle leggende di questo popolo racconta che esisterebbe una sorta di “protettore divino” della tribù, un uomo figlio degli spiriti delle montagne, sposato una donna potente. Questo dio sarebbe Filippo. Da dove viene tale bizzarro accostamento? Non è chiaro, ma questa sorta di movimento religioso sarebbe nato tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento e avrebbe pure un nome: “Prince Philip Movement”. Nel 2007 Channel4 dedicò alla tribù persino un reality show, “Meet The Natives” in cui cinque nativi facevano un viaggio in Gran Bretagna per incontrare il divino Filippo. Se non ci credete, sappiate che la tribù ha anche un sito internet. Un culto 2.0.

Meghan Markle e Kate Middleton superate dalle bellissime nipoti reali. Le avete mai viste? Da far girare la testa. Libero Quotidiano il 23 marzo 2021. La bellezza caratterizza la Casa Reale. Sono tre le giovani modelle arruolate per la moda made in Italy e provenienti da niente di meno della famiglia reale inglese. Si tratta di Lady Amelia ed Eliza Spencer e Lady Amelia Windsor. Nello specifico le prime due sono gemelle e figlie del fratello di Lady Diana, Charles Spencer e della modella Victoria Aitken. Entrambe cresciute tra la Gran Bretagna e il Sud Africa. Eliza - spiega Il Giorno - studia per diventare interior designer mentre Amelia lavora come organizzatrice di eventi. Sono state loro ad aver indossato gli abiti Philosophy di Lorenzo Serafini per una campagna comunicazione del marchio. Lady Amelia Windsor, invece, è la nipote del cugino di Elisabetta II, George Windsor. La ragazza si trova addirittura al trentanovesimo posto nella linea di successione al trono d'Inghilterra. Lady Amelia Windsor si dice appassionata di moda e sensibile a temi di grande attualità, come l'ecologia e la sostenibilità. Una cosa è certa tutte le ragazze sono legatissime. Lady Amelia ed Eliza Spencer, nate nel luglio 1992, sono cresciute in Sudafrica prima di tornare a Londra, nella tenuta di famiglia ad Althorp. Quando Lady D perse la vita a Parigi avevano 5 anni. "Non ci rendevamo conto allora di quanto fosse importante per il mondo", hanno ammesso durante un'intervista alla rivista Tatler.

Da “il Giornale” il 9 aprile 2021. Mentre il resto d' Europa è ancora alle prese con l' emergenza Covid, la regina Elisabetta apre i giardini di Buckingham Palace ai picnic per questa estate. A partire da luglio e fino a settembre, i visitatori potranno godere ed esplorare per la prima volta per conto loro i 39 acri (circa 15 ettari) di giardini del palazzo - residenza ufficiale della regina a Londra. Teatro di innumerevoli feste in giardino e rari concerti, l' oasi ricca di fauna selvatica nel cuore della capitale britannica vanta più di mille alberi, tra cui un gelso risalente a Giacomo I d' Inghilterra e un lago del XIX secolo, un tempo abbellito da un piccolo stormo di fenicotteri caduto vittima di una volpe. La Royal Collection Trust (Rct), che gestisce le dimore della famiglia reale, ha riferito di essere «sopraffatta» dalle richieste. La domanda di biglietti per le visite ai giardini - al prezzo di 16,50 pound (circa 18 euro) per gli adulti e 9 pound (circa 10 euro) per i bambini - è così alta che i clienti devono accedere a un sistema online per fare la coda. Qualche giorno fa il primo ministro Boris Johnson ha annunciato le tappe delle prossime riaperture. Dopo il 12 aprile, il 17 maggio e il 21 giugno. Il premier ha spiegato che «sulla visione del futuro della Gran Bretagna dopo il 21 giugno, molte cose dipenderanno dal lancio del vaccino e da noi che soddisfiamo i quattro test»: vaccinazioni, caduta dei ricoveri per gli anziani vaccinati, calo dei ricoveri in generale e varianti del coronavirus. «Se le cose continuano ad andare bene, per molte persone la vita comincerà a tornare ad almeno una parvenza di normalità. Ma dobbiamo assicurarci di superare bene la seconda fase e le aperture. Finalmente apriamo un sacco di cose che non abbiamo potuto aprire l' anno scorso. Le cose saranno molto diverse per la prima volta dopo molto tempo».

Ora la regina Elisabetta vende orsetti e calzini. La regina Elisabetta viene criticata per i prezzi esorbitanti dei souvenir nei negozi delle sue residenze, il principe William per presunta insensibilità verso Meghan. Cosa sta succedendo? Francesca Rossi, Venerdì 12/02/2021 su Il Giornale. Rispettare o non rispettare il protocollo? Questo è il dilemma. Il principe Carlo lo ha, forse, seguito troppo spesso in modo acritico. Un esempio è la proposta di nozze a Lady Diana. Il risultato di quello che doveva essere uno dei momenti più romantici nella vita dei principi fu un penoso disastro in nome della ragion di Stato. Invece meriterebbe il beneficio del dubbio il principe William, accusato di un eccessivo rigore che sfiora l’insensibilità e l’incoerenza nei confronti di Meghan Markle. Di solito sono le persone ad adattarsi alle regole di corte. In certi casi, però, è più giusto fare proprio il contrario, ma con saggezza, anche in privato se necessario. Il giudizio degli altri non conta. La polemica è iniziata su Twitter. Galeotta (in negativo) è l’iniziativa contro il razzismo nel mondo del calcio per cui si batte il principe William. Alcuni utenti hanno chiesto dove sia la coerenza del perfettissimo duca, che lotta contro gli stereotipi razziali, ma non avrebbe mai difeso la cognata Meghan Markle da attacchi discriminatori. Chi lo ha detto? In pubblico non ci sono quasi mai stati interventi eclatanti, ma solo perché William non può esporsi. La linea di condotta della royal family è il silenzio (che sia giusto o sbagliato è un’altra questione). I reali tendono a rimanere il più possibile nella loro aura di semi-irraggiungibilità. Di fatto, però, noi non sappiamo se il principe William abbia mai aiutato e consigliato Meghan in privato. Magari lo ha fatto. E se non fosse stato ascoltato? Secondo David ed Elizabeth Emanuel, che disegnarono il primo, sì. Lo avrebbero creato come “legittima difesa” contro i paparazzi, i quali frugavano persino nei rifiuti alla ricerca di indizi. Se fosse stata trovata la bozza del vestito principale, ci sarebbe stato comunque quello di riserva a salvare la situazione. Lady Diana e la regina Elisabetta, però, non ne seppero mai nulla. La principessa non avrebbe neanche avuto il tempo di provarlo. Gli stilisti, però, non ricordano dove sia andato a finire! Venduto o perso tra gli scaffali dell’atelier? Mistero. A cui si aggiunge il “giallo” di una vendita all’asta, nel 2005, di una replica dell’abito da sposa di Lady D., pare da lei indossato. Ma…abbiamo detto che Diana non sapeva dell’esistenza di un secondo vestito il quale, comunque, non poteva essere una copia del primo, altrimenti che razza di strategia contro i paparazzi sarebbe? Questa storia è un rompicapo. San Valentino si avvicina, l’amore è nell’aria. Quale momento migliore per rompere l’incantesimo? Scherzi a parte la proposta di nozze del principe Carlo a Lady Diana, avvenuta 40 anni fa, il 3 febbraio 1981, potrebbe essere ricordata come la più scialba della storia. Fu proprio la principessa a raccontare quel momento. Carlo le chiese se volesse sposarlo, ma non si mise in ginocchio, come invece vuole la tradizione. Diana rispose: “Ok”. Lui proseguì: “Lo sai che un giorno diventerai regina?”, poi chiosò: “Ti amo, ti amo così, tanto, qualunque cosa significhi la parola amore” (frase che, purtroppo, Carlo ripeté anche in pubblico). Secondo le ricostruzioni il principe se ne andò via senza neanche abbracciare la futura sposa. Chiamò la Regina e le disse: “Fatto. Mi hai detto di trovare qualcuna da sposare, eccola”. Alla faccia della fiaba. Persino Charlie Brown avrebbe saputo fare di meglio con la Ragazzina dai Capelli Rossi. Sua Maestà ha bisogno di recuperare i 70 milioni di euro andati in fumo a causa della pandemia ma, per farlo, ha scelto un’iniziativa del Royal Collection Trust piuttosto discutibile. I negozi delle residenze reali (anche quelli online) hanno iniziato a vendere oggetti ispirati alla quotidianità della sovrana, ma a prezzi imbarazzanti: calzini da notte di lana a 69 sterline al paio (80 euro), borsa dell’acqua calda a 115 sterline (130 euro), orsetti in abito da cavaliere a 295 sterline (335 euro). Il progetto è stato subito bocciato dai media. È vero che le calze vengono da un calzificio extralusso, ma il deficit lo rischia chi fa acquisti dalla Regina.

Ora la regina Elisabetta vende pure le copie dei suoi gioielli. La regina Elisabetta promuove una nuova iniziativa per risanare il suo bilancio, mentre la personal trainer di Lady Diana concede un'intervista esclusiva. Francesca Rossi - Venerdì 19/02/2021 - su Il Giornale. Chissà perché le vicende dei reali appassionano una fetta così ampia di persone in tutto il mondo. Ci avranno “rovinato” le innocenti principesse dei cartoni Disney? Ma no. Si tratta di curiosità. Talvolta eccessiva, ma più spesso identificabile con una normale attrazione verso uno stile di vita distante dal nostro e un modo per evadere dalla realtà. Così ci ritroviamo a desiderare di indossare i gioielli della Corona (desiderio che potremo esaudire), oppure a chiederci quale segreto nasconda la fede della regina Elisabetta, come si allenasse Lady Diana, o ancora per quale motivo la tata dei figli di William e Kate debba aderire a regole bizzarre che ci lasciano perplessi. La curiosità alimenta il culto per le royal family. Finché saremo curiosi, finché i royal stimoleranno la nostra fantasia, i grandi casati continueranno a vivere. La pandemia fa tremare le finanze della regina Elisabetta. Dopo l’autorizzazione alla vendita nei suoi negozi di souvenir di calzini e orsetti a prezzi discutibili, ora Sua Maestà dà un altro consenso sconcertante. Alcuni tra i più iconici gioielli della Corona potranno essere riprodotti e venduti sul Royal Collection Shop a un costo che, naturalmente, non ha nulla a che fare con quello degli originali. Tra i preziosi replicati non ci sono le tiare e nemmeno le corone. Il veto ha lo scopo di preservare il più possibile l’essenza della regalità. Tuttavia viene da chiedersi se questa, per paradosso, non sia messa in discussione, forse perfino ridicolizzata, proprio dalla vendita delle repliche, fatte bene quanto vogliamo, ma pur sempre copie di oggetti troppo riconoscibili e, per questo, non facilmente indossabili. L’unicità dei gioielli della Corona frammentata, ridotta a oggetti fatti in serie. Tutto ciò non lascia presagire nulla di buono per il futuro. C’è una parola che la tata di George, Charlotte e Louis non può dire neanche sotto tortura ai suoi protetti. Penserete a chissà quale termine scandaloso. Macché. La tata Maria Teresa Turrion Borrallo non può pronunciare la parola “bambini” (“kids” in inglese), ma deve riferirsi ai principini chiamandoli sempre per nome. Il trionfo della formalità. Non sarà troppo? In effetti la Borrallo somiglia più a un generale di Otto von Bismarck che a Mary Poppins. All’occorrenza, per difendere i pargoli reali, la super tata può trasformarsi in un mix tra Jackie Chan e Steven Seagal, con un pizzico di Jean Claude Van Damme, usando le arti marziali che ha appreso durante l’addestramento, o guidando in situazioni di pericolo. Messaggio per i malintenzionati: vi conviene stare alla larga. Nella royal family c’è un mistero irrisolto dal 20 novembre 1947, giorno del matrimonio della regina Elisabetta. Il principe Filippo fece incidere nella fede nuziale un messaggio per sua moglie. No, non si tratta del nome dello sposo con la data di nozze. Troppo facile. Sarebbe, invece, una frase segreta su cui non è mai trapelata alcuna indiscrezione e che nessuno conosce a eccezione, naturalmente, di Lilibet, Filippo e dell’orafo a cui venne commissionato il lavoro. Sua Maestà, poi, non toglie mai la fede dal dito, dunque non è possibile nemmeno buttare l’occhio mezzo secondo per tentare di intuire qualcosa. Tutto ciò che noi comuni mortali conosciamo di quell’anello è il materiale, cioè l’oro gallese. Di più, forse, non sapremo mai. Jenni Rivett è stata la personal trainer di Lady Diana per 7 anni. In questi giorni, per la prima volta, ha rilasciato un’intervista in cui racconta il rapporto di Diana con il suo corpo. Secondo l’istruttrice la principessa amava praticare la ginnastica per alleviare l’ansia e i suoi disturbi alimentari. Il fitness divenne una valvola di sfogo, un modo per prepararsi ad affrontare i problemi, liberando la mente. La principessa preferiva l’aerobica e l’allenamento cardio. Jenni le insegnò anche a pattinare. Inoltre il fatto che l’istruttrice non conoscesse il protocollo non fu mai un problema per Diana, al contrario. Non fece neppure notare a Jenni che avrebbe dovuto inchinarsi quando si salutavano. La principessa trovava negli allenamenti la spontaneità che cercava dalla vita e la chiave con cui chiudere fuori il mondo, almeno per un po’.

Da "leggo.it" il 29 gennaio 2021. Un documentario sulla famiglia reale è riemerso in Rete, 50 anni dopo che - secondo quanto riferito - era stato bandito dalla regina. Lo riporta il Telegraph. Il film di Richard Cawston del 1969, Royal Family, seguì i reali a casa, ma dopo diverse proiezioni in tv, nel 1972 sua maestà ordinò di fatto che non fosse mai più mostrato in pubblico senza il suo permesso. In un passaggio che riprendeva la Regina che parlava con Carlo, la sovrana si rivolgeva all’ambasciatore americano chiamandolo il “gorilla” e, dopo qualche anno, la Regina volle che il documentario fosse bandito perché “svalutava l’immagine della sua famiglia”. Tuttavia, il documentario di 90 minuti - che ha offerto al pubblico uno sguardo senza precedenti nel mondo privato dei reali - è trapelato su YouTube all'inizio di questo mese e da allora è stato visto migliaia di volte. Una fonte reale ha detto al The Telegraph: «Questo è un problema per la BBC. Di tanto in tanto, su Internet, cose che non dovrebbero esserci, saltano fuori. Daremo per scontato che verranno rimosse». Giovedì pomeriggio, il documentario era stato effettivamente rimosso dal sito «a causa di una rivendicazione di copyright da parte della British Broadcasting Corporation (BBC)». Alla sua prima uscita, il documentario è stato visto da circa 23 milioni di persone nel Regno Unito e 350 milioni in tutto il mondo. Fu un tale evento che la regina scelse di non tenere un discorso di Natale televisivo quell'anno, inviando invece un messaggio scritto.

Erica Orsini per “il Giornale” il 2 febbraio 2021. Dimenticate la serie Netflix The Crown, la storia più avvincente dei Reali d'Inghilterra è un documentario vecchio di cinquant' anni. Girato dalla Bbc, andato in onda una sola volta nel lontano 1969, era poi finito negli archivi fino a quando qualcuno l'ha rilanciato su YouTube dov' è rimasto per una settimana prima che la Regina e la stessa Bbc ne chiedessero il ritiro. L'emittente televisiva ha motivato la richiesta per motivi di copyright, la Sovrana invece sembra ritenga quelle quasi due ore di filmato ormai antiquate, ancora troppo «rivelatrici» della sua vita e di quella della sua famiglia. Girato nell'arco di un intero anno, in un periodo in cui la distanza tra i Reali e i suoi sudditi pareva divenuta incolmabile, il documentario offre agli spettatori spaccati di vita familiare dei Windsor che nessuno prima d'ora aveva visto. Vi si vede la Regina al lavoro e in alcuni momenti di relax, insieme ai figli e al marito. Per la prima volta li si sente conversare tra di loro, ridere e scherzare, come una famiglia qualunque, anche se gli argomenti sono differenti da quelli della gente comune. Come la scena della colazione durante la quale Elisabetta paragona l'ambasciatore americano a un gorilla «con il corpo corto e le braccia lunghissime» suscitando l'ilarità generale. O il barbecue familiare sui prati della dimora di Balmoral in cui il principe Filippo è costretto a mangiare salsicce scotte perché «l'insalata era già finita». La sovrana, per una volta, viene presentata anche nel suo ruolo di madre, mentre compra al figlio minore Edward, che allora aveva soltanto sei anni, un sacchetto di dolcetti pagando di persona e il principe Carlo viene immortalato a torso nudo mentre è impegnato a fare sci d'acqua. Scene di vita ordinaria di una famiglia straordinaria il cui obiettivo era mostrare la vita dei Reali dietro le quinte dell'ufficialità. Quando fu trasmesso, per la prima volta nel 1969, il documentario ottenne un successo enorme. Fu guardato da circa 30 milioni di persone e rimane uno dei programmi più visti nella storia della Bbc. Il film, girato da Richard Cawston, è stato mostrato più volte anche nel 1977 nell'ambito di una mostra celebrativa tenuta alla National Portrait Gallery, ma dopo quest' evento era stato relegato negli archivi dell'emittente per volontà della stessa Regina. Quando è stato tolto anche da YouTube, la famiglia reale non ha voluto rilasciare nessun commento. Si sa però che i Windsor e i loro consulenti alla fine abbiano ritenuto il programma «un errore» poiché rivelava troppo dell'istituzione monarchica, che in genere non ama intrusioni nella propria vita familiare. Anche il principe Filippo aveva dimostrato talvolta la propria insofferenza nei confronti della presenza delle telecamere, ma aveva lasciato fare, mentre la Regina Madre era totalmente ostile al progetto così come la Principessa Anna. «Non mi è mai piaciuta l'idea di questo documentario - rivelerà molto più tardi a un suo biografo la figlia di Elisabetta - l'ho sempre trovata una pessima iniziativa». Del resto, The Royal Family non piacque neppure a Sir David Attenborough, direttore della programmazione della Bbc dal 1969 fino al 1972. «La monarchia è fatta di magia e di mistero - disse Attenborough al regista Cawston - questo documentario la ucciderà». Una previsione nefasta che non si è avverata, almeno a vedere le innumerevoli visite che il filmato ha ricevuto una volta resuscitato sulla piattaforma di YouTube. Segno che la monarchia britannica fa ancora più audience di qualsiasi Grande Fratello Vip.

Il giallo di "The Royal": il documentario proibito ora rispunta su internet. On line la pellicola del '69 che la Regina chiese di bandire. Imbarazzo Bbc: era noi suoi archivi. Erica Orsini, Domenica 31/01/2021 su Il Giornale. Londra Dimenticate la serie Netflix The Crown, la storia più avvincente dei Reali d'Inghilterra è un documentario vecchio di cinquant'anni. Girato dalla Bbc, andato in onda una sola volta nel lontano 1969, era poi finito negli archivi fino a quando qualcuno l'ha rilanciato su YouTube dov'è rimasto per una settimana prima che la Regina e la stessa Bbc ne chiedessero il ritiro. L'emittente televisiva ha motivato la richiesta per motivi di copyright, la Sovrana invece sembra ritenga quelle quasi due ore di filmato ormai antiquate, ancora troppo «rivelatrici» della sua vita e di quella della sua famiglia. Girato nell'arco di un intero anno, in un periodo in cui la distanza tra i Reali e i suoi sudditi pareva divenuta incolmabile, il documentario offre agli spettatori spaccati di vita familiare dei Windsor che nessuno prima d'ora aveva visto. Vi si vede la Regina al lavoro e in alcuni momenti di relax, insieme ai figli e al marito. Per la prima volta li si sente conversare tra di loro, ridere e scherzare, come una famiglia qualunque, anche se gli argomenti sono differenti da quelli della gente comune. Come la scena della colazione durante la quale Elisabetta paragona l'ambasciatore americano a un gorilla «con il corpo corto e le braccia lunghissime» suscitando l'ilarità generale. O il barbecue familiare sui prati della dimora di Balmoral in cui il principe Filippo è costretto a mangiare salsicce scotte perché «l'insalata era già finita». La sovrana, per una volta, viene presentata anche nel suo ruolo di madre, mentre compra al figlio minore Edward, che allora aveva soltanto sei anni, un sacchetto di dolcetti pagando di persona e il principe Carlo viene immortalato a torso nudo mentre è impegnato a fare sci d'acqua. Scene di vita ordinaria di una famiglia straordinaria il cui obiettivo era mostrare la vita dei Reali dietro le quinte dell'ufficialità. Quando fu trasmesso, per la prima volta nel 1969, il documentario ottenne un successo enorme. Fu guardato da circa 30 milioni di persone e rimane uno dei programmi più visti nella storia della Bbc. Il film, girato da Richard Cawston, è stato mostrato più volte anche nel 1977 nell'ambito di una mostra celebrativa tenuta alla National Portrait Gallery, ma dopo quest'evento era stato relegato negli archivi dell'emittente per volontà della stessa Regina. Quando è stato tolto anche da YouTube, la famiglia reale non ha voluto rilasciare nessun commento. Si sa però che i Windsor e i loro consulenti alla fine abbiano ritenuto il programma «un errore» poiché rivelava troppo dell'istituzione monarchica, che in genere non ama intrusioni nella propria vita familiare. Anche il principe Filippo aveva dimostrato talvolta la propria insofferenza nei confronti della presenza delle telecamere, ma aveva lasciato fare, mentre la Regina Madre era totalmente ostile al progetto così come la Principessa Anna. «Non mi è mai piaciuta l'idea di questo documentario - rivelerà molto più tardi a un suo biografo la figlia di Elisabetta - l'ho sempre trovata una pessima iniziativa». Del resto, The Royal Family non piacque neppure a Sir David Attenborough, direttore della programmazione della Bbc dal 1969 fino al 1972. «La monarchia è fatta di magia e di mistero - disse Attenborough al regista Cawston - questo documentario la ucciderà». Una previsione nefasta che non si è avverata, almeno a vedere le innumerevoli visite che il filmato ha ricevuto una volta resuscitato sulla piattaforma di YouTube. Segno che la monarchia britannica fa ancora più audience di qualsiasi Grande Fratello Vip. 

Elisabetta e il mistero del documentario sulla famiglia reale inglese ricomparso per pochi giorni su Youtube. Antonello Guerrera il 29 gennaio 2021 su La Repubblica. La regina Elisabetta a tavola con il principe Filippo e i figli Carlo e Anna, davanti alle telecamere della BBC durante le riprese del documentario "'Royal Family", 1969. “Royal Family”  girato nel 1969 all’interno di Buckingham Palace, Windsor e Balmoral, mostra in 105 straordinari minuti di filmati la vera vita della Regina Elisabetta e della sua famiglia. Rimosso dalla Bbc per volontà della sovrana è ricomparso per pochi giorni per merito di un anonimo utente. È il vero “The Crown”, e anzi la serie tv se ne è vagamente ispirata. Ma nessuno può vederlo. O meglio, qualche migliaia di persone ce l’hanno fatta qualche giorno fa a guardarlo perché un misterioso utente "Philip Strangeways", l’ha caricato su YouTube, prima che venisse rimosso per reclamo di copyright. Stiamo parlando del documentario “Royal Family” del 1969, 105 straordinari minuti di filmati (su 4 ore totali e un anno di riprese a cura di Richard Cawston) all’interno di Buckingham Palace, Windsor e Balmoral sulla vera vita della Regina Elisabetta, di suo marito Filippo, di un giovanissimo Carlo e la principessa Anna e di tutti i reali che nel film si raccontano come mai prima: facendosi filmare mentre mangiano, mentre fanno sport, mentre si divertono, mentre guardano tutti insieme la televisione. Scene che anche oggi segnerebbero record di ascolti mondiali. La royal family ritratta in un momento privato: la regina siede accanto alla figlia Anna, il principe Filippo parla con il piccolo Edoardo, sulla destra il principe Carlo e il principe Andrea. La sovrana e la sua famiglia decisero questa svolta “pop” nel 1969, per scrollarsi di dosso quell’alone di formalità e distacco, ed entrare nelle case dei britannici. Teoricamente, fu un grande successo: più di trenta milioni, quasi tre quarti dei sudditi, furono incollati alla tv, per il “The Crown” dell’epoca, sia in prima visione alla Bbc che subito dopo in replica su Itv. Per la prima volta i britannici entrarono a Buckingham Palace, non si parlava d’altro nelle loro case, e conobbero nel dettaglio, e con particolari inediti, la vita dei reali: Elisabetta che compra un gelato al figlio Edoardo in un negozio a Londra e poi gli chiede: “Adesso non sporcherai tutta la macchina, vero?”. Il giovanissimo figlio Carlo che va in bici in città e che va in moto d’acqua a torso nudo. Il Principe Filippo che dipinge quadri e va in barca con Edoardo. Ma subito dopo la messa in onda la Regina e il suo staff cambiarono idea. Quello straordinario documentario doveva essere rimosso, nascosto per sempre. Perché poteva essere controproducente: non solo dare una visione troppo triviale, sfarzosa e elitaria della famiglia reale, ma anche perché in quel periodo il Regno Unito era in grave crisi economica, e quindi poteva essere offensivo mostrare quanto fosse bella e tranquilla la vita dei Windsor, mentre fuori sempre più sudditi vivevano in povertà. Inoltre, nel documentario c'erano diverse scene imbarazzanti: come Elisabetta che paragona l’ambasciatore americano a un gorilla, o il marito Filippo che dice a un ospite: “Ma questa è una cravatta degli alcolisti anonimi?”. Persino il leggendario naturalista inglese e allora direttore di Bbc2, Sir David Attenborough, disse che quel film così vero e unico “doveva sparire perché così si sarebbe distrutta la monarchia”. La stessa principessa Anna, figlia di Elisabetta, lo avrebbe definito anni dopo “un’idea pessima”. Per questo si decise di far sparire questo eccezionale documento e la Bbc fu istruita dalla Casa Reale a nasconderlo per sempre. Solo tre minuti del documentario vennero mostrati durante il giubileo di diamante (60 anni) della sovrana nel 2012, il resto rimosso. Fino al caso dell’altro giorno, quando l’intero documentario di 105 minuti è rispuntato su YouTube per merito di un anonimo utente. Chi sarà mai? Come avrà fatto ad avere la copia originale del film? E ora quante altre persone sono riuscite a registrarlo in qualche modo dal computer? Altro che “The Crown”.

"Kate e William ignorano norme anti-Covid". E intanto Harry si fa il "codino"...Non sempre lo stile dei reali inglesi è impeccabile, anzi, capita con una certa frequenza che il tipico aplomb britannico scivoli su scelte davvero discutibili. Francesca Rossi, Venerdì 22/01/2021 su Il Giornale. Le scelte di stile, che si tratti di outfit, gesti o parole, restano impresse nella memoria collettiva. Lo sanno fin troppo bene i reali inglesi, continuamente sotto la lente d’ingrandimento di una specie di “tribunale popolare” che li giudica sui giornali o sui social. Per loro le “sentenze di stile” non prevedono appello. È fondamentale, quindi, evitare gli errori. Proprio non ci riesce il principe Harry, che dal suo arrivo negli Usa non ne combina una buona. Ora ci sarebbe anche uno scivolone di stile che riguarda un discutibile codino. Non va meglio a William e Kate, sommersi dalle critiche per il loro mini tour del dicembre 2020, in piena pandemia. Rimane intoccabile e irraggiungibile, invece, lo stile di Lady Diana, che riuscì a forgiarsi da sola una nuova immagine, tratteggiandola con un semplice eyeliner nero.

La coda di cavallo del principe Harry. Come sarebbe a dire che il principe Harry si è fatto crescere i capelli e ora li porta legati con una coda (codino) di cavallo? A riferire la sconcertante notizia è stato l’attore Rob Lowe, ospite al “The Late Show With James Corden”. Lowe sostiene di aver visto Harry al volante della sua macchina, fermo al semaforo. Una “visione” di qualche secondo che, però, avrebbe concesso all’attore di ammirare il codino inaspettato. Va bene, il 2020 ci ha insegnato che davvero tutto è possibile, però qui si esagera. Magari Rob Lowe ha sbagliato persona, come suggerisce anche James Corden. E come speriamo anche noi.

William e Kate? Due irresponsabili. Sembra incredibile, ma anche William e Kate si sono presi un sonoro rimbrotto. La pietra dello scandalo sarebbe il mini tour che i Cambridge intrapresero a inizio dicembre 2020, coprendo in treno circa 2mila chilometri. A un mese di distanza le critiche sono piovute come grandine su Kensington Palace. Il Mirror svela che i duchi sarebbero andati a Edimburgo nonostante l’impennata di contagi nella regione, ignorando il fermo diniego del governo scozzese e il divieto di spostamento tra le regioni. Deidre Brock, parlamentare del Regno Unito e membro del Partito Nazionale Scozzese, ha definito il loro comportamento “irresponsabile”. La Scozia avrebbe perfino chiesto ai duchi di “evitare viaggi non essenziali”, ma tutti gli appelli sarebbero rimasti inascoltati. Di certo in questa faccenda il tempismo lascia a desiderare. Perché sollevare un polverone su questa presunta violazione solo ora? Un risveglio tardivo? Ormai quel che è fatto, è fatto.

La leggenda della Torre di Londra e dei corvi neri che la proteggono. Avrete sentito parlare, proprio in questi giorni, della scomparsa del corvo Merlina dalla Torre di Londra. Ci mancava solo questa. Secondo le superstizioni, infatti, i corvi sono i protettori della Corona. Le leggende che legano il destino di questi splendidi animali a quello della Torre e della monarchia risalgono addirittura ai celti. Fu, però, Carlo II (1630-1685) a rendere indissolubile questo legame. Sembra che il suo astronomo di corte, John Flamsteed, si lamentasse spesso della presenza dei corvi, che gli impedivano di osservare il cielo. Il re, però, preferì spostare l’osservatorio a Greenwich, convinto che, se i corvi fossero morti o avessero lasciato la Torre, questa sarebbe crollata e il regno caduto. Oggi non crediamo più (non dovremmo, almeno) a queste storie di folklore, ma il 2020 ci ha messo a dura prova. Speriamo, quindi, che Merlina torni a casa e si sbrighi.

Quando l’eyeliner divenne l’ago della bilancia della vita di Lady Diana. L’eyeliner come spartiacque nella vita di Lady Diana? Perché no. Prima del 1991 Diana era fedele all’accostamento mascara/eyeliner blu come i suoi occhi, in perfetto stile anni Ottanta. Sembrava (ed era) una ragazzina con immensi occhioni spalancati sul mondo. Fu la make up artist Mary Greenwell a farle notare che la maturità sofisticata da lei tanto ricercata si nascondeva, in realtà, nel contrasto tra l’eyeliner nero e i suoi profondi occhi blu. Già, l’eyeliner. Un piccolo dettaglio che sarebbe diventato il “marchio di fabbrica” di Lady Diana, come abbiamo visto durante l’intervista alla BBC del 1995. Perfino capace di attirarle una marea di critiche, come accadde quando la principessa volle assistere, nel 1996, all’intervento a cuore aperto su Arnaud Wambo, un bambino di sette anni. Diana aveva capito che il nuovo, sofisticato look nascondeva alla perfezione le sue fragilità. Purtroppo non ebbe il tempo di trasformare in realtà quella sicurezza solo apparente.

·        Presagi nefasti.

Scomparsa Merlina uno dei corvi della torre di Londra. Presagio nefasto per gli inglesi. Merlina uno degli otto corvi presenti nella Torre di Londra è scomparsa. Per gli inglesi questo è un presagio nefasto perché se i corvi dovessero scendere sotto i sei la Gran Bretagna, andrebbe in pezzi. Solo una superstizione? Gli inglesi non la pensano così. Roberta Damiata, Sabato 16/01/2021 su Il Giornale. "Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male" così diceva il grande Eduardo De Filippo e in questo momento questa frase si sposa perfettamente con quello che sta succedendo in Inghilterra dove, ormai da settimane è sparita Merlina, uno dei corvi della torre di Londra. Di lei non si sa più niente e si teme che sia morta. Fin qui niente di strano se non fosse per il fatto che per gli inglesi questo rappresenta un lugubre presagio. Una leggenda che risale a re Carlo II racconta infatti che se il numero dei corvi che abitano nella Torre scende sotto i sei, la Gran Bretagna andrà in pezzi. La cosa farà sorridere ai più, ma stando ai fatti l’Inghilterra in questo momento non sta vivendo un periodo particolarmente roseo (e per la prima volta non si parla di Harry e Meghan che il volo lo hanno già preso). Il covid sta colpendo molto duro, soprattutto proprio con la variante inglese. Inoltre la Scozia è sempre più vicina a chiedere la secessione e in tutto questo la morte di Merlina sembra essere l’ennesimo campanello d’allarme. Sono setti i corvi che risiedono attualmente nella Torre dopo la scomparsa di Merlina, ne mancherebbero quindi solo due prima dell’”apocalisse”. Gli inglesi sperano nell’arrivo di un pulcino che possa in qualche modo mettere al riparo dai cattivi presagi e per questo è stato lanciato già dal 2018 un programma di ripopolazione. Un anno è mezzo fa erano nati quattro uccellini, ma tre furono donati proprio in virtù di questo programma. Tornando indietro nel tempo, già durante la seconda guerra mondiale gli inglesi temettero il peggio quando di corvi, nella Torre, ne rimase solo uno. In quell’occasione scese in campo addirittura Wiston Churchill che ordinò l’immediato ripopolamento e si assicurò sul fatto che non dovessero mai scendere sotto i sei. Gli inglesi tengono così tanto a questi uccelli che per prendersi cura di loro c’è addirittura il “Maestro dei corvi”, che vive in un appartamento privato nella Torre e dedica tutto il suo tempo soltanto a loro. Quello che c’è attualmente si chiama Chris Skaife e ricopre questo ruolo dal 2011. Legatissimo ai pennuti, Chris non fa mancare nulla agli uccelli che nutre personalmente ogni giorno con carne cruda e biscotti inzuppati nel sangue.

Luigi Ippolito per il “Corriere della Sera” il 15 gennaio 2021. Merlina ha preso il volo. La «regina» dei corvi della Torre di Londra è scomparsa ormai da settimane: e i guardiani temono che possa essere morta, finita chissà dove. Ed è un lugubre presagio: perché la leggenda, che risale a re Carlo II, vuole che la Gran Bretagna vada in pezzi se il numero dei corvi che abitano nella Torre scende sotto il sei. Con la dipartita di Merlina, sono ridotti a sette: bastano altre due defezioni e incombe l' Apocalisse. Non c' è molto da scherzare. Il Covid sta facendo strage e la Scozia rumoreggia verso la secessione: la morte di Merlina sembra davvero la campana che suona per la Gran Bretagna. Anche perché dalla Torre hanno fatto sapere che non hanno in programma di rimpiazzarla immediatamente. La speranza è che arrivi un pulcino grazie al programma di ripopolamento lanciato già nel 2018. Trovare corvi dagli allevamenti è diventato sempre più difficile: e allora la Torre deve contare sulle proprie risorse. Un anno e mezzo fa erano nati quattro uccellini, con grande sollievo dei sudditi del Regno, ma tre sono stati poi donati. Già durante la Seconda guerra mondiale i britannici si erano presi un grosso spavento: e non solo a causa del Blitz. Di corvi nella Torre ne era rimasto solo uno: cosicché lo stesso Winston Churchill ordinò che si dovesse fare in modo che restassero sempre almeno in sei. Gli eventi più tragici della storia britannica hanno sempre finito per ruotare attorno alla Torre di Londra. Qui nel 1536 venne decapitata Anna Bolena, la seconda moglie di Enrico VIII; e sei anni dopo la stessa sorte toccò alla quinta consorte, Catherine Howard. Nella Torre venne tenuto prigioniero Guy Fawkes, l' ideatore della Congiura delle Polveri per far saltare il Parlamento. E un altro detenuto illustre fu Rudolph Hess, il delfino di Hitler. I neri volatili della Torre di Londra sono sicuramente i più osservati del mondo. A prendersi cura degli uccelli del destino è il Maestro dei Corvi, che vive in un appartamento privato e dedica tutto il suo tempo ai pennuti. Quello attuale si chiama Chris Skaife e ricopre il suo ruolo dal 2011: al pari degli altri Yeomen, i Guardiani della Torre, ha servito un minimo di 22 anni nell' Esercito. Skaife non fa mancare nulla ai suoi protetti, che vengono nutriti con una dieta quotidiana a base di carne cruda e biscotti inzuppati nel sangue.

·        La Regina Vittoria.

The Young Victoria, la vera storia della Regina. The Young Victoria è il film che racconta i primi anni del regno della regina Victoria e della sua grande storia d'amore con il Principe Albert: ma non è tutto oro quel che luccica. Erika Pomella, Venerdì 05/02/2021 su Il Giornale.  The Young Victoria è il film diretto da Jean-Marc Vallée che verrà trasmesso questa sera su Rai Movie alle 22.55. Il film punta a ripercorrere il regno della Regina Vittoria, che prima di Elisabetta II aveva mantenuto il record di sovrano più longevo nella storia. A interpretare la regina in grado di dare un nome a un'intera epoca storica - quella vittoriana - c'è la giovane attrice Emily Blunt. Tra i produttori che hanno reso possibile la realizzazione della pellicola c'è anche Sarah Ferguson, ex moglie di Andrea, il duca di York.

The Young Victoria, la trama. Victoria è una giovane ragazza che sente sulle proprie spalle il peso di essere l'erede al trono d'Inghilterra. Per questo è spesso circondata da persone che non hanno nessun interesse nei suoi confronti, se non vincere il potere di influenzarne le decisioni. Da una parte c'è il favorito di sua madre, Sir John Conroy (Mark Strong) che spera di ottenere una reggenza; dall'altra c'è lo zio Leopold I del Belgio, che spera di portare la nipote dalla propria parte attraverso legami familiare. È Leopold, infatti, che spedisce suo nipote, il Principe Albert (Rupert Friend) da Victoria. Tra i due nasce una bella amicizia epistolare, ma l'unico consiglio che la giovane ascolta è quella del primo ministro Lord Melbourne (Paul Bettany). Intanto Victoria, a soli diciotto anni, è chiamata a salire al trono. Tra lei e Albert è nel frattempo nato un grande amore, sfociato in un matrimonio reale. Ma la vita a corte, tra intrighi e responsabilità, rischia di minare la felicità di entrambi.

La vera storia della regina Vittoria. Come spiega il sito Royal.uk, Victoria nacque a Kensington Palace il 24 maggio 1819. Era la figlia di Edward, duca di Kent, quarto figlio del "folle" re Giorgio III, che viene citato anche nella serie Bridgerton. Il padre di Victoria morì poco dopo la nascita della bambina: questo fece sì che la futura regina divenne erede al trono in età giovanissima, dal momento che i suoi tre zii - Giorgio IV, Frederick duca di York e William IV - non avevano figli in vita per poter reclamare il trono. Il nome di Victoria è associato, dagli storici, al periodo dell'espansione industrale dell'Inghilterra, ma anche al progresso economico. Salita al trono all'età di diciotto anni, Victoria riuscì dunque a costruire un regno tale che, alla sua morte, si diceva che il Regno Unito aveva un impero mondiale su cui non calava mai il sole. Il ritratto della sovrana che viene fatto in The Young Victoria è piuttosto accurato. Come è storicamente provato il legame che la regina Victoria aveva con il primo ministro Lord Melbourne. Lo si può intuire anche da una pagina del diario che la sovrana era solita tenere. Nella pagina scritta nel giorno della salita al trono si può leggere: "Alle 9 è venuto Lord Melbourne, che ho incontrato nella mia stanza e naturalmente quasi in completa solitudine, come dovrò fare con tutti i miei ministri. Lui mi ha baciato la mano e io l'ho messo a conoscenza che è sempre stata mia intenzione trattenere lui e il resto dell'attuale ministero a capo degli affari e che non potrei essere in mani migliori delle sue. Mi piace molto e mi fido completamente di lui." Ma l'altro uomo che ha avuto un forte peso nella vita della regina Vittoria è il Principe Albert, il cugino diventato poi suo marito.

The Young Victoria, la storia d'amore tra la regina e il principe Albert. Nell'immaginario collettivo, la Regina Victoria è vista come una donna dalla posa altera e rigida, stretta nei suoi abiti neri. Quando, il 14 dicembre 1861, suo marito Albert morì, la regina indossò gli abiti a lutto e non li abbandonò mai più. La storia tra i due sovrani fu una vera e propria storia d'amore, un incontro tra due anime che si sono amate per tutta la loro vita e che vengono spesso associati l'uno all'altra, come se fosse impossibile parlare della Regina Victoria senza nominare anche il Principe Albert. Tuttavia, come racconta la BBC, il matrimonio tra i due non fu sempre idilliaco o privo di problemi. Se da una parte il Principe Albert si sentiva in qualche modo messo da parte dai poteri della moglie, le gravidanze incontro cui andò Victoria la spinsero ai margini della vita politica, dandole la sensazione che suo marito le avesse "rubato" il potere. Da una parte Victoria era orgogliosa del marito, orgogliosa di come Albert fosse stato in grado di prendere in mano la situazione quando le gravidanze la costringevano a fare un passo indietro. Ma allo stesso tempo non poteva evitare di sentirsi come se fosse stata privata del suo diritto alla sovranità di un paese sempre più in via di espansione. La storica Jane Ridley, riportata sempre dal sito della BBC, scrisse che tra i due ci furono sempre litigi molto furiosi, al punto che il Principe Albert cominciò a temere il temperamento della moglie, spaventato all'idea che Victoria potesse aver ereditato la follia del nonno Giorgio III.

La morte del Principe Albert. Nonostante sia stata una madre prolifica, Victoria non amava i "doveri" della maternità. In particolare, odiava allattare al seno e spesso si sentiva "come un coniglio o un maiale e questo non è affatto carino". In particolar modo, Victoria ebbe dei rapporti davvero difficili con il figlio Bertie, diventato poi Edoardo VII. Secondo la storica, Bertie fu per sua madre una delusione dall'inizio alla fine e, cosa assai più grave, Victoria ritenne Bertie responsabile della morte di Albert. Quando Bertie aveva circa 19 anni passò del tempo con l'esercito in Irlanda. Una notte nel suo letto venne introdotta illegalmente una prostituta di nome Nellie Clifden. Quando la storia arrivò ai suoi genitori, Albert scrisse una lunga lettera al figlio, lamentandosi del suo fallimento. A quel punto i due si incontrarono a Cambridge. Bertie convinse suo padre a fare una passeggiata a cavallo, nonostante la pioggia incessante. Quando il Principe Albert fece ritorno a Windsor era ammalato: tempo tre settimane e il marito della Regina Victoria morì. Sempre il sito della BBC spiega che il reale morì probabilmente di tifo, ma per sua moglie l'unico responsabile fu Bertie, al punto da non poter sopportare di averlo nelle vicinanze. Scrisse: "Non potrò né mai riuscirò a guardarlo senza provare un brivido".

·        Elisabetta.

Lutto per la Regina Elisabetta: è morta, a 101 anni, la duchessa di Grafton, sua dama di compagnia.  Giulia Mattioli su La Repubblica il 7 dicembre 2021. Un nuovo, pesante lutto per la Regina: è scomparsa Ann Fortune FitzRoy, duchessa di Grafton. La nobildonna era molto cara a Sua Maestà, con la quale aveva uno stretto legame da oltre cinquant’anni. Dopo la scomparsa del marito, il Principe Filippo, la Regina Elisabetta piange la morte di un’altra persona a lei molto cara, la duchessa di Grafton Ann Fortune FitzRoy. Morta a 101 anni per cause naturali, era stata al servizio di Sua Maestà sin dal 1967, ricoprendo l’ambitissimo ruolo di dama di compagnia della sovrana. Nello specifico, Ann Fortune FitzRoy era la Mistress of The Robes, ovvero una dama di altissimo rango che ha accesso agli abiti e ai gioielli della Regina, ruolo di corte che solo le nobildonne possono rivestire. La Regina e la Duchessa di Grafton nel 1998 La duchessa di Grafton era la dama più fidata della regina da oltre cinquant’anni: non a caso, la si poteva vedere in moltissime occasioni ufficiali proprio accanto a Sua Maestà, talvolta anche durante i viaggi. Entrata a far parte dell’entourage reale da giovane come Lady of the Bedchamber, ovvero camerista della regina, era divenuta Mistress of the Robes succedendo a Mary Alice Gascoyne-Cecil, duchessa di Devonshire. In lei la Regina aveva talmente riposto fiducia che nel 1980 la nominò Dama della Gran Croce dell'ordine reale vittoriano, riconoscimento insignito per dare pubblica riconoscenza a coloro che si sono distinti nel servire Sua Maestà. Al momento non si sa chi prenderà il suo posto.

Dagotraduzione da Bloomberg il 23 novembre 2021. Per la prima volta in tre decenni, la regina Elisabetta II sta perdendo uno dei suoi tanti regni. Il 30 novembre, Barbados, nei Caraibi orientali, rimuoverà il monarca britannico dalla carica di capo di stato e insedierà il governatore generale Sandra Mason come presidente. «Questo è monumentale dal nostro punto di vista», ha detto in un'intervista telefonica Suleiman Bulbulia, un membro del comitato incaricato di analizzare il cambiamento. «Questo è il prossimo passo nel nostro viaggio: tagliare il cordone ombelicale che ci collega al Regno Unito». La mossa è in gran parte simbolica, perché Barbados è una nazione sovrana dal 1966. Ma la transizione sottolinea la crescente serie di indipendenza nei Caraibi, sede di nove dei 16 regni del Commonwealth, paesi sovrani che hanno la regina Elisabetta come capo di stato. «È giunto il momento di lasciarci completamente alle spalle il nostro passato coloniale» ha detto il governatore generale Mason l’anno scorso, quando è stata annunciata la transizione. «I barbadiani vogliono un capo di stato delle Barbados». Lasciare il Commonwealth non influenzerà le condizioni economiche sull’isola di 287.000 persone, ma sarà un importante impulso psicologico, ha detto Bulbulia. Mentre i nomi di alcune agenzie governative, la Royal Barbados Police Force, per esempio – dovranno essere cambiati, i costi della transizione saranno minimi, ha aggiunto. L’ultima nazione ad aver lasciato il regno del Commonwealth è stata Mauritius nel 1992. Ma sia la Giamaica che le Bahamas, St. Vincent e Grenadine hanno pensato di abbandonare la monarchia. Domenica, il Telegraph di Londra ha riferito che le Isole Vergini britanniche, un territorio britannico d'oltremare, potrebbero tenere un referendum per rimuovere la regina e diventare una repubblica. Una società di pubbliche relazioni che rappresenta la giurisdizione, tuttavia, ha affermato in una e-mail che non è stato proposto un referendum. Guy Hewitt, ex Alto Commissario delle Barbados a Londra, ha affermato che il primo ministro Mia Mottley ha perso l'opportunità di consolidare la democrazia dell'isola non chiedendo un referendum sulla questione. «La regina è tenuta in grande considerazione ed è stata un'icona del 20 ° secolo», ha detto Hewitt. «Non vorrei che questo fosse percepito come un affronto contro di lei».

Da “Ansa” il 30 novembre 2021. Barbados si è autoproclamato ufficialmente una repubblica, rimuovendo la regina Elisabetta II dal suo titolo di capo di stato, in una cerimonia alla presenza del figlio, il principe Carlo. Durante questa cerimonia, lo Stendardo reale britannico è stato ritirato e il governatore generale Dame Sandra Mason ha prestato giuramento come primo presidente dell'isola caraibica. L'isola di 287.000 abitanti nota per le sue spiagge paradisiache, il suo rum e per aver dato i natali alla superstar mondiale Rihanna mette così fine a secoli di sottomissione alla corona britannica. Il nuovo presidente era stato eletto in ottobre a suffragio universale diretto. Il principe Carlo ha riconosciuto la "terribile atrocità della schiavitù", descrivendola come qualcosa "che macchia per sempre la nostra storia" durante la cerimonia che ha segnato per Barbados l'addio alla Corona britannica e la storica transizione alla repubblica. L'erede la trono ha quindi ricordato i tempi (in particolare il XVIII secolo) in cui il Regno Unito era uno dei principali attori nel commercio transatlantico degli schiavi come i "giorni più bui del nostro passato". Barbados infatti venne popolata di schiavi in arrivo dall'Africa impiegati nelle locali piantagioni di zucchero. Ma guardando al futuro Carlo ha affermato che "la creazione di questa repubblica offre un nuovo inizio". Il suo buon augurio è stato accompagnato da un messaggio della regina Elisabetta, che non è più il capo di Stato di Barbados ma è stata sostituita dalla prima presidente della Repubblica, Sandra Mason. La sovrana britannica ha inviato i suoi "più calorosi auguri per la vostra felicità, pace e prosperità in futuro" e ha elogiato la nazione che ha un "posto speciale" nel suo cuore per " la sua vibrante cultura, la sua abilità sportiva e le sue bellezze naturali". E anche il primo ministro Boris Johnson ha affermato che Regno Unito e Barbados rimarranno "amici e alleati" con "una partnership costruita per durare". Uno dei primi atti della repubblica di Barbados, nata dopo l'addio alla Corona britannica, è stato quello di nominare una delle sue cittadine più famose, la popstar Rihanna, "eroina nazionale". La cantante è stata una sorta di madrina della cerimonia chiamata 'Pride of Nationhood' in cui dignitari e alti funzionari, fra cui il principe Carlo, hanno salutato la storica transizione dalla regina Elisabetta come capo di Stato di Barbados alla prima presidente, Sandra Mason. E' stata la premier del Paese caraibico, Mia Mottley, a insignire la celebrità internazionale del prestigioso riconoscimento. "Possa tu continuare a brillare come un diamante e portare onore alla tua nazione", ha detto alludendo così a uno dei più grandi successi della cantante, 'Diamonds' del 2012.

Gaia Cesare per "il Giornale" il 28 ottobre 2021. Un bastone da passeggio è comparso fra le sue mani il 12 ottobre all'Abbazia di Westminster e l'ha accompagnata nelle ultime uscite pubbliche. «Per comodità», dicono. Gli amati cani, due corgi e un dorgi, non fanno la passeggiata con lei da una settimana, da quando mercoledì scorso è stata costretta ad annullare la visita in Irlanda del Nord e ha passato una notte in ospedale per un «ricovero precauzionale», confermato da Buckingham Palace solo quando la notizia è diventata di dominio pubblico, 36 ore dopo, a causa della soffiata pubblicata dal tabloid «The Sun». Il medico - indiscrezione non confermata - le avrebbe anche vietato di bere alcolici, incluso il Martini Dry, il suo drink serale preferito. E adesso è arrivato anche l'ultimo annuncio imprevisto: la Regina non parteciperà alla Cop26, la conferenza sul clima che si apre domenica a Glasgow, in Scozia, un appuntamento sul quale saranno puntati gli occhi del mondo e che l'avrebbe vista, come sempre, perfetta padrona di casa tra i potenti del mondo, nonostante le defezioni del russo Vladimir Putin e del cinese Xi Jinping. Una decisione presa «a malincuore» - hanno fatto sapere da Buckingham Palace - ma tanto basta per sollevare qualche sospetto sulla salute di Sua Maestà Elisabetta II, 95 anni, di cui 69 passati sul trono del Regno Unito, e che nel 2022 festeggerà il Giubileo di Platino: 70 anni da sovrana. La Regina fino a ieri è stata al telefono con il ministro delle Finanze Rishi Sunak, come consuetudine prima della presentazione della Finanziaria da parte del governo. Nel solo mese di ottobre, Sua Maestà ha già partecipato a 19 eventi - un carico non da poco per un'ultranovantenne - e fonti di palazzo fanno sapere che è «di buon umore» e sta seguendo i consigli: riposo e doveri leggeri. Eppure l'impressione è che per la prima volta dopo molti anni, la regina più amata del mondo, la più longeva del Regno Unito, ora faccia fatica a nascondere l'inesorabile passare degli anni, specie dopo aver perso ad aprile il marito, il principe Filippo, la sua «roccia». La distanza tra Londra e la Scozia, il coronavirus che ancora imperversa in Gran Bretagna, il suo recente ricovero hanno certamente contribuito alla decisione di non approdare a Glasgow. Ma la mossa sembra essere solamente l'inizio di una nuova fase. Ne è convinto l'esperto di questioni regali Roya Nikkhah, del Sunday Times, che affrontando l'argomento ai microfoni di Bbc Radio 4, ha spiegato: «Penso ci sarà una rivalutazione e forse un leggero cambio di marcia nel tipo di lavoro che fa la regina, nelle distanze che percorre. La vedremo ancora in giro ma credo ci sarà un cambio di marcia, una valutazione sugli impegni ai quali è necessario che partecipi e che sente di poter fare davvero. Credo ci sarà una revisione costante in futuro d'ora in poi». A confermare il probabile cambio di rotta è anche Joe Little, direttore esecutivo di Majesty magazine, mensile sulla Casa reale: «Dovremo abituarci alle cancellazioni dell'ultimo minuto». A Glasgow, Elisabetta II sarà comunque presente con un video girato per l'occasione al castello di Windsor, mentre a rappresentare la Famiglia reale saranno Carlo, principe di Galles, e il figlio William, Duca di Cambridge. Sua Maestà farà il tifo perché la Conferenza sul clima sia «un successo» - dicono fonti di Palazzo - dopo che in un fuori-onda la Regina aveva rievocato il «bla bla bla» di Greta Thunberg contro i politici: «È davvero irritante quando parlano e non fanno».

Così la Regina ha violato le regole. Francesca Rossi il 29 Ottobre 2021 su Il Giornale. Non sempre la regina Elisabetta ha rispettato la regola della neutralità, creando una breccia nel muro di impassibilità regale attraverso cui possiamo scoprire la sua vera personalità. “Il silenzio è d’oro”, recita un celebre detto. Nessuna come la regina Elisabetta ha saputo interpretare queste parole alla lettera, riuscendo per 70 anni a indossare la maschera della neutralità politica. Alcune volte, però, è accaduto che la vera Lilibet facesse capolino dai diamanti della sua corona, gettando alle ortiche le regole del governo. Dalla spilla funebre “usata” contro Trump al “cappello europeista” tutti i rarissimi momenti in cui la sovrana ha spezzato le catene dell’imparzialità, rivelando sotto al mantello d’ermellino lo spirito combattivo che la contraddistingue ancora oggi, a 95 anni.

Perché la regina Elisabetta deve essere politicamente neutrale?

Così vuole la legge inglese, formatasi sul delicato equilibrio tra potere monarchico e potere parlamentare. Sua Maestà è ormai un simbolo e, come tale, deve rappresentare tutto il popolo senza alcuna distinzione. Il sito ufficiale dei Windsor scrive: “Come Capo di Stato la Regina deve rimanere strettamente neutrale rispetto alle questioni politiche. Per convenzione la Regina non vota, né può candidarsi alle elezioni, comunque Sua Maestà ha importanti ruoli formali e cerimoniali in relazione al governo del Regno Unito”. Il riferimento è alle varie prerogative regali come, per esempio i consigli politici, benché privati, elargiti ogni settimana dalla sovrana al suo primo ministro. L’imparzialità è anche una conseguenza della Guerra Civile Inglese (1642-1651), durante la quale il re Carlo I si schierò contro il parlamento, rimettendoci letteralmente la testa. Nel 1649, infatti, venne decapitato e da quel momento la monarchia inglese comprese che, se voleva sopravvivere, doveva rimanere al di sopra del grande “gioco” della politica.

La Regina contro l’estremismo islamico

Una delle rare volte in cui la regina Elisabetta espresse senza mezzi termini la sua opinione fu nel 2012. Il corrispondente della BBC Frank Gardner rivelò che Sua Maestà gli avrebbe detto di essere contrariata perché gli ufficiali britannici non erano riusciti ad arrestare prontamente l’imam radicale della moschea di Londra, Abu Hamza al-Masri, poi condannato nel 2015 all’ergastolo per terrorismo. Gardner riferì: "In realtà posso dirvi che la Regina è davvero sconvolta dal fatto che non vi fosse modo di arrestare quell’uomo. Non riusciva a capire per quale motivo, di sicuro doveva essere stata trasgredita qualche legge”, poi aggiunse: “[La Regina] parlò al segretario personale a quell’epoca e disse: ‘Di sicuro quell’uomo deve aver infranto delle leggi, perché è ancora in libertà?”. La conversazione, però, era privata e per nessun motivo sarebbe dovuta arrivare alle “orecchie” dei media. La BBC considerò “inappropriato” il comportamento di Frank Gardner e questi dovette scusarsi pubblicamente.

La regina Elisabetta è favorevole alla Brexit?

Questione controversa. Una fonte anonima rivelò al Sun che, nel 2011, durante un pranzo privato al Castello di Windsor a cui partecipava l’allora premier Nick Clegg, sostenitore dell’Ue, la Regina avrebbe detto: “L’UE sta andando nella direzione sbagliata”. Buckingham Palace e lo stesso primo ministro, però, smentirono l’accaduto. Il 21 giugno 2017, dopo il referendum sulla Brexit, la sovrana pronunciò il suo “Queen’s Speech” davanti al parlamento indossando un completo blu e un cappello abbinato con fiori gialli che molti giornali ribattezzarono “il cappello europeista”, perché ricordava i colori simbolo dell’Europa. Angela Kelly, stylist della Regina, minimizzò, sostenendo che Sua Maestà avesse semplicemente scelto una tonalità che amava molto. Nel 2018 durante il banchetto in onore dei reali d’Olanda. Elisabetta II, rivolta al sovrano ospite, disse: “Ricordo la visita a Londra di sua nonna, la regina Beatrice d’Olanda...quando dissi di come…gli stretti rapporti fra le nostre due nazioni sarebbero diventati sempre più importanti nel momento in cui emergeva una nuova configurazione europea…Oggi guardiamo a una nuova partnership con l’Europa…”. Parole che vennero interpretate come una volontà della regina Elisabetta di rimanere nell’Ue, oppure optare per una “soft Brexit”“. Nello stesso anno Sua Maestà avrebbe anche rivelato di essere “preoccupata” a causa delle modalità di concretizzazione della Brexit.

L’indipendenza scozzese

Uno degli aneddoti più famosi legati all’infrazione della regale imparzialità riguarda il referendum con cui la Scozia, nel 2014, chiedeva l’indipendenza dal Regno Unito. Secondo il Times e il Telegraph Sua Maestà, di fronte alle persone che erano accorse per vederla dopo la messa nella chiesa di Crathie Kirk, vicino a Balmoral, avrebbe pronunciato una sola frase: “Spero che la gente penserà con molta attenzione al futuro”. I giornali lessero queste parole come un invito a scegliere la Corona al referendum, ma Buckingham Palace si affrettò a precisare che si trattava di “conversazioni private” e che spettava al popolo scozzese decidere. Il 18 settembre 2014 fu il no alla secessione a vincere con il 55,3% dei voti.

Il gioiello della discordia

La regina Elisabetta ha l’abitudine di lanciare messaggi, non solo politici, anche attraverso i suoi gioielli. In un’occasione della visita di Stato dell’ex presidente Donald Trump, nel luglio del 2018. Sua Maestà, infatti, indossò tre spille particolari: quella donatale dai coniugi Obama nel 2016 a forma di fiore verde con diamanti, agata e oro, la “Queen Mother Palm Leaf Brooch”, spilla a foglia di palma con diamanti che la Regina Madre sfoggiò al funerale del marito, Giorgio VI e, infine, la “Sapphire Jubilee Snowflake Brooch”, un gioiello che sembra un fiocco di neve tempestato di zaffiri e diamanti, regalo del Canada, Paese con cui Trump non ha buoni rapporti. Tre spille per esprimere l’antipatia di Elisabetta II nei confronti di “The Donald”? Non ne abbiamo la sicurezza. Però la tradizione con cui Sua Maestà lascia “parlare” i gioielli al suo posto è diventata famosa a Palazzo con un nome “eloquente”: “Brooch Warfare”, cioè “la guerra a forza di spille”.

La Regina paladina dell’ambiente

L’ultima infrazione alla neutralità in ordine di tempo risale allo scorso 14 ottobre, durante la cerimonia d’apertura del parlamento gallese avvenuta a Cardiff. La sovrana, parlando in confidenza con Camilla e con il capo dell’assemblea, Elin Jones, si sarebbe lasciata andare a delle esternazioni sull’imminente conferenza Cop26 di Glasgow che tratterà il tema della salvaguardia del pianeta e avrà luogo dal 31 ottobre al 12 novembre 2021 sotto la presidenza del Regno Unito. Sua Maestà avrebbe dichiarato: “Ho sentito parlare di Cop26 ma non so ancora chi arriverà. Sappiamo solo di persone che non vengono. È davvero irritante quando parlano ma non agiscono”. Indomabile regina Elisabetta, che bacchetta i leader di tutto il mondo come fossero suoi primi ministri.

Francesca Rossi. Sono nata a Roma, ma vivo a Latina. Sono laureata e specializzata in Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma (curriculum di lingua e letteratura araba). Ho vissuto in Egitto per approfondire lo studio della lingua araba. Per la casa editrice Genesis Publishing ho pubblicato due romanzi, "Livia e Laura", sull'assassinio della Baronessa di Carini e "Toussaint. Inganno a Mosca", la storia di una principessa araba detective. Ho un blog che affronta temi politici e culturali del mondo arab

Dagotraduzione dal Daily Mail il 19 ottobre 2021. La regina Elisabetta, 95 anni, ha gentilmente rifiutato il premio di “The Oldie of the Year Awards” perché «non crede di soddisfare i criteri». Sua Maestà ha detto che l’età è quella che si sente: «sei tanto vecchio quanto ti senti» e ha aggiunto che spera che trovino un «destinatario più degno». La presidentessa del premio, Gules Brandreth, aveva scritto al segretario privato della monarca Sir Edward Young per chiedere se sarebbe stata disposta ad accettare il premio “Oldie of the Year”. Ma, in una lettera pubblicata nel numero di novembre della rivista, il suo assistente segretario privato Tom Laing-Baker ha spiegato: «Sua Maestà crede che la vecchiaia è quello che uno si sente, e per questo La Regina non crede di soddisfare i criteri pertinenti per essere in grado di accettare e spera che troverete un destinatario più degno». Gli Oldie Awards di quest'anno si sono svolti martedì pomeriggio al Savoy Hotel di Londra e hanno visto la partecipazione della nuora di Sua Maestà, Camilla. Per quasi trent'anni, The Oldie Magazine ha tenuto la cerimonia di The Oldie of the Year Awards per celebrare il successo di coloro che hanno dato un contributo speciale alla vita pubblica. I precedenti vincitori sono premi Oscar e premi Nobel, infermieri, Sir John Major, Dame Olivia de Havilland, David Hockney.  Il premio dell'anno scorso è andato alla cantante di Downtown Petula Clark, che da otto decenni ha una carriera di successo nel mondo dello spettacolo. Tra i vincitori di quest'anno degli Oldie Awards 2021 ci sono Delia Smith, Bob Harris, Barry Humphries, Margaret Seaman, Roger McGough, il dottor Saroj Datta, il dottor Mridul Kumar Datta e Sir Geoff Hurst.

Dall'aborto al razzismo, le accuse che imbarazzano la Regina. Francesca Rossi il 15 Ottobre 2021 su Il Giornale. Nuovi libri che promettono clamorose verità sugli scandali della royal family e potrebbero così offuscare il Giubileo di Platino della regina Elisabetta. Stiamo davvero per conoscere il nome del presunto “razzista” presente nella royal family? È possibile che una foto della Regina sia all’origine della Megxit? Harry è davvero convinto delle sue scelte? C’è chi giura di averlo quasi visto piangere durante il suo ultimo impegno ufficiale come membro senior dei Windsor. I Sussex sono vittime dei Windsor, o una coppia volubile capace di licenziare in tronco la tata di Archie alla sua seconda notte di lavoro? Secondo una delle teorie a favore dei duchi, la royal family li avrebbe allontanati perché gelosa della loro popolarità. I due avrebbero perfino trascorso il secondo anniversario di nozze nella più completa solitudine. Questi e molti altri aneddoti sconcertanti sono narrati nei cinque libri che giurano di dire tutta la verità sulla morte di Lady Diana, sulla Megxit e sullo scandalo Epstein.

Harry, il principe a intermittenza

Il libro più pericoloso e temuto dalla royal family: l’autobiografia di Harry, la cui uscita è prevista nel 2022. A fare clamore è soprattutto l’incertezza per ciò che il duca scriverà, aiutato dal suo ghostwriter, J.R Moheringer. Il comunicato con cui il principe ha rivelato il mondo il suo progetto con la Penguin Random House chiarisce: “Ho scritto questo libro non da principe, quale sono nato, ma da uomo quale sono diventato”. Parole che nasconderebbero un’implicita chiave di lettura: Harry non si ritiene più vincolato alle regole del suo casato. Ma non rinuncia al titolo che gli garantisce la fama. Avrebbe già ricevuto 15 milioni di sterline d’anticipo per il suo libro. Sembra addirittura che questo denaro sia uno strumento con cui gli editori cercano di blandire il principe per fargli rivelare il nome del presunto membro razzista dei Windsor. Spiega Penny Junor: “Gli editori vorranno molto indietro, visti i soldi che hanno investito come, ad esempio, nominare questo cosiddetto razzista”. Harry ha venduto la sua famiglia per soldi?

La Megxit in una foto

In questi giorni sui giornali sta rimbalzando un’indiscrezione che arriva dritta dal libro del 2018 “Meghan. A Hollywood Princess” di Andrew Morton. Nei capitoli inseriti nella nuova versione in uscita il 14 ottobre 2021, l’autore torna al 3 gennaio 2020, quando sui profili social della royal family comparve un ritratto ufficiale della sovrana insieme agli eredi al trono Carlo, William e George, nella sala del trono a Buckingham Palace. Questo scatto avrebbe mandato su tutte le furie i Sussex, all’epoca in Canada, spingendoli, l’8 gennaio 2020, ad annunciare la Megxit. Scrive Morton: “Agli occhi dei duchi le prove erano evidenti. E quello scatto non faceva che confermare la loro tesi: c’era un accordo tacito, la monarchia sarebbe andata avanti anche senza di loro. Avevano la sensazione che a Palazzo, nonostante la popolarità internazionale, fossero considerate figure marginali…Il principe Harry e Meghan Markle sospettavano che l’intera istituzione tramasse contro di loro”. Siamo sicuri che l’ira dei Sussex non sia spiegabile con un’eccessiva permalosità mista a una sindrome da “eterni secondi”?

Le lacrime del principe Harry

Nella versione aggiornata del libro del 2019, “Battle of Brothers” (Harper Collins), nelle librerie dal 15 ottobre 2020, Robert Lacey narra un aneddoto avvenuto il 9 marzo 2020, al Commonwealth Day Service nell’Abbazia di Westminster. L’ultimo appuntamento ufficiale a cui parteciparono i duchi di Sussex. Il protocollo dell’evento prevedeva che solo William e Kate camminassero accanto alla sovrana. Lacey racconta: “Il problema era che duemila ordini di servizio erano già stati distribuiti intorno all’Abbazia e dentro c’era scritto che William e Kate sarebbero entrati e sarebbero stati trattati come il principale partito reale, senza fare alcun riferimento a Harry e Meghan. Un affronto nero su bianco, sotto gli occhi di tutti”. Il duca di Sussex non avrebbe retto il colpo perché, come scrisse il Daily Mail, in quel frangente “era piuttosto sensibile ed emotivo” . La sua reazione, spiega un esperto citato da Lacey, rasentava la disperazione: “Il battito di ciglia accelerato suggeriva che Harry stesse trattenendo le lacrime”. Un pianto di rabbia o di pentimento?

Dalla morte di Lady Diana alla Megxit

Il prossimo 12 aprile 2022 l’esperta di questioni reali Tina Brown pubblicherà con la Penguin Random House “The Palace Papers: Inside The House of Windsor-The Truth and The Turmoil”. Il comunicato di lancio del libro promette scintille: “Mai più’ divenne il mantra della regina Elisabetta II subito dopo la morte di Diana. Più specificatamente non avrebbe mai più dovuto esserci ‘un’altra Diana’, un membro della famiglia la cui popolarità mettesse in ombra, offuscasse e diventasse una minaccia per la monarchia britannica”. Il comunicato prosegue: “L’avvincente storia segreta della royal family britannica dalla morte della principessa Diana, dalle tensioni con la Regina fino alla defezione di Harry e Meghan. The Palace Papers rivela come la royal family si è reinventata dopo gli anni drammatici in cui la sfolgorante celebrità di Diana squarciò come fosse una cometa il casato dei Windsor…cambierà una volta per tutte la percezione che il mondo ha della royal family”. Tina Brown è famosa per le sue indagini meticolose. Sarà lei la voce imparziale che stiamo aspettando?

“Finding Freedom”, nuovi capitoli in difesa di Harry e Meghan

Lo scorso 31 agosto è uscita, per Harper Collins, la versione aggiornata del libro “Finding Freedom”, di Scobie e Durand. In realtà sarebbe meglio definirlo la difesa aggiornata di Harry e Meghan. Oltre alla tragedia dell’aborto della duchessa di Sussex, vengono svelati altri retroscena: la royal family sarebbe stata tenuta all’oscuro dell’intervista dei Sussex a Oprah. Al funerale del principe Filippo, poi, i Windsor sarebbero stati sollevati alla prospettiva di non vedere Meghan, poiché temevano che la sua presenza scatenasse “scenate da circo e spettacoli poco piacevoli”. In generale i Sussex vengono dipinti come vittime dei Windsor. Due episodi emblematici: il primo risale al Remembrance Day 2020, quando la regina Elisabetta si sarebbe rifiutata di depositare la corona di papaveri inviata da Harry, lasciandola appassire in una scatola. L’altro aneddoto ci riporta al secondo anniversario di nozze di Harry e Meghan, festeggiato con cibo d’asporto messicano di un take away. Due poveri ragazzi indifesi o persone che hanno fatto una scelta e devono prendersene la responsabilità? 

Francesca Rossi. Sono nata a Roma, ma vivo a Latina. Sono laureata e specializzata in Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma (curriculum di lingua e letteratura araba). Ho vissuto in Egitto per approfondire lo studio della lingua araba. Per la casa editrice Genesis Publishing ho pubblicato due romanzi, "Livia e Laura", sull'assassinio della Baronessa di Carini e "Toussaint. Inganno a Mosca", la storia di una principessa araba detective. Ho un blog che affronta temi politici e culturali del mondo arabo su HuffingtonPost. Sono appassionata di archeologia, astronomia e dinastie reali nel m

Dagotraduzione dal Daily Mail il 3 settembre 2021. A Buckingham Palace sono furiosi. Sono infatti stati svelati i piani “top secret” ideati per il giorno della morte della regina Elisabetta. L’”Operazione London Bridge” era stata condivisa solo con un piccolo gruppo di persone e stabiliva cosa fare nei minuti e nelle ore successive alla morte della sovrana. Secondo il piano entro i primi dieci minuti tutte le bandiere di Whitehall saranno abbassate a mezz’asta, il principe Carlo darà la notizia in tv e poi inizierà un tour per il Regno Unito. Alla Cattedrale di St. Paul sarà allestito un servizio commemorativo all’apparenza organizzato spontaneamente dai ministri del governo. Il sito web della famiglia reale pubblicherà una sola pagina completamente nera con una breve dichiarazione a confermare la morte di Sua Maestà. Tutti i siti web gov.uk avranno un banner nero. La prima persona al di fuori di Buckingham Palace ad essere informata dell’evento sarà il Primo Ministro. A telefonargli sarà il segretario della Regina. Poi le telefonate si diffonderanno a tutti gli altri, compresi i capi delle forze militari, che ore dopo faranno sparare i cannoni. Il messaggio sarà lo stesso per tutti: «Siamo appena stati informati della morte di Sua Maestà la Regina. Serve discrezione». La famiglia reale convocherà televisione e stampa per annunciare la notizia e confermare che il funerale avrà luogo dieci giorni dopo nell’Abbazia di Westminster. Alle 18 il principe Carlo darà l'annuncio in diretta tv. La bara dove saranno esposte le spoglie della regina resterà aperto ventitrè ore al giorno, per tre giorni consecutivi, con visite in fasce orarie e biglietti per i vip. Prima di essere sepolta accanto al consorte, il suo corpo sarà esposto per tre giorni al Palazzo di Westminster. Il piano, che è stato redatto dal governo per la prima volta negli anni Sessanta ed è stato aggiornato durante la pandemia, è stato diffuso da Politico. Nel documento il giorno della morte della sovrana viene chiamato il D-Day. L’Operazione è stata pianificata anche per i social media. Ad aggiungere ulteriore imbarazzo alla fuga di notizie, insieme ai dettagli sulla morte della regina è trapelato anche il piano per l’ascesa al trono del principe Carlo, dal titolo “Spring Tide”. L'ufficio di gabinetto potrebbe ora avviare un'indagine formale entro pochi giorni su chi ha fatto trapelare i documenti, con il segretario di gabinetto Simon Case, che in precedenza ha lavorato per il principe William, che dovrebbe prendere la decisione la prossima settimana, secondo The Mirror .

Il protocollo "London Bridge" sulla morte della regina Elisabetta II. Samuele Finetti il 3 Settembre 2021 su Il Giornale. Rivelati i documenti per affrontare la morte della regina e l'incoronazione del principe Carlo. Previste misure senza precedenti per gestire l'arrivo a Londra di milioni di persone e di capi di Stato di tutto il mondo. Tra meno di due anni, il 2 giugno 2023, festeggerà il 70esimo anniversario dall'incoronazione. E a 95 anni Elisabetta II del Regno Unito gode ancora di ottima salute. Ma, vista l'età, i piani per gestire le ore e i giorni successivi alla morte della regina sono stati predisposti da tempo e aggiornati in continuazione, anche a causa della pandemia. Negli anni si sono rincorse indiscrezioni più o meno attendibili, tra le tante quella secondo cui il primo ministro verrebbe informato con una telefonata di poche parole: "Il London Bridge è caduto". Cosa fosse vero o meno si scopre oggi: il sito Politico.eu, infatti, è riuscito a visionare i documenti ufficiali con ogni dettaglio. Carte che rivelano una preparazione maniacale in vista di un evento che scuoterà il Regno unito e non solo e per il quale le autorità prevedono un afflusso senza precedenti nelle strade della capitale. Le autorità britanniche hanno preparato due piani distinti: l'operazione "London bridge", per gestire la scomparsa di Elisabetta, e l'operazione "Spring Tide", per avviare la successione al trono del principe Carlo. Il giorno della morte è definito nei documenti "D-day". La prima preoccupazione sarà quella di avvertire le più alte cariche del Regno. Il primo ministro sarà informato dal segretario personale della regina. A dare l'annuncio alla nazione sarà l'Associazione nazionale della stampa. Nel frattempo, tutte le bandiere che sventolano su Whitehall, la strada che collega Trafalgar Square a Parliament Square dovranno essere ammainate entro 10 minuti per evitare "rischi di rabbia popolare". Sulla questione le carte si soffermano a lungo, anche perché anni fa un'esercitazione al rilento sollevò preoccupazioni. I lavori del parlamento inglese e di quello scozzese verranno sospesi. Come immaginabile la questione social sarà centrale. La home page del sito della famiglia reale verrà aggiornata ad una schermata nera, con un breve messaggio di conferma della morte. Il sito del governo inglese e quelli dei ministeri mostreranno un banner nero, tutte le pagine social interromperanno la normale attività. Poco più tardi, la famiglia reale annuncerà la data dei funerali, prevista dieci giorni più tardi. La prima autorità a parlare al pubblico sarà il primo ministro, mentre in serata il nuovo re Carlo parlerà in diretta alla nazione. Il giorno dopo, indicato nei documenti con la sigla "D+1", il Consiglio di successione verrà convocato per proclamare formalmente il passaggio della corona sulla testa del nuovo monarca. Dopo tre giorni, re Carlo partirà per un tour del Regno Unito la cui prima tappa sarà Edimburgo. Il quarto giorno, la salma di Elisabetta verrà trasferita al palazzo di Westminster, dove il pubblico potrà renderle omaggio per 23 ore al giorno. Intanto il governo sarà assorbito dall' "immenso carico di lavoro" per la preparazione del funerale, che comprenderanno l'organizzazione degli arrivi di capi di Stato e Vip e l'attivazione delle misure di sicurezza. I funerali verranno celebrati dopo dieci giorni. Per l'occasione verrà decretata una "giornata di lutto nazionale", anche se, precisa il piano, se non dovesse cadere nel weekend ai lavoratori non sarà garantito alcun giorno di ferie.

Samuele Finetti. Nato in Brianza nel 1995. Due grandi passioni: la Storia, specie quella dell’Italia contemporanea, che ho coltivato all’Università Statale di Milano, dove mi sono laureato con una tesi sulla strage di piazza Fontana. E poi il giornalismo, con una frase sempre in mente: «Voglio poter fare, soltanto, una cronaca di fatti e di parole veri». Ostinatamente prezzoliniano

Da "Ansa" il 9 giugno 2021. Monta la polemica nel Regno Unito per la decisione di un gruppo di studenti della celebre università inglese di Oxford, fra cui diversi figli di minoranze etniche, di rimuovere da un'ambiente comune autogestito all'interno dell'ateneo il quadro con l'immagine di rito della regina Elisabetta: considerata, in quanto rappresentante della monarchia, un simbolo del passato coloniale britannico. L'episodio ha scatenato oggi la reazione furiosa della stampa di destra, prime pagine di alcuni tabloid in testa. Ed è stato definito "semplicemente assurdo" da Gavin Williamson, ministro dell'Educazione nel governo Tory di Boris Johnson, che in un tweet ha rivendicato alla sovrana attuale di aver "illustrato al meglio" il Paese nei suoi quasi 70 anni di regno e di aver "lavorato senza risparmio per promuovere i valori britannici di tolleranza, apertura e rispetto nel mondo". Stando ai media, gli studenti del comitato che gestisce la Middle Common Room nello storico Magdalen College di Oxford hanno votato per la rimozione del ritratto sulla base del fatto che, "secondo alcuni" iscritti, "le immagini della monarca e della monarchia britannica rappresentano la storia coloniale recente". Accuse e iniziative del genere si sono susseguite negli ultimi mesi, alimentate anche dalla protesta dei movimenti anti-razzisti di Black Lives Matter riprodotti in Europa e nel Regno sulla scia degli Usa. Dinah Rose, avvocata e presidente del Magdalen College, ha precisato che l'ateneo non è coinvolto nella decisione, ma ha aggiunto di voler rispettare "il diritto alla libertà di espressione e di dibattito" degli studenti. Mentre il giornale filo-conservatore Daily Telegraph ha condannato l'episodio presentando in un commento la regina come "ultima vittima della cancel culture". "Vergogna a Oxford", è insorto da parte sua il populista Daily Mail; a cui ha fatto eco non meno indignato un altro tabloid, il Daily Express, titolando a tutta pagina: "Come osano! Gli studenti di Oxford cancellano la nostra Regina".

Chiara Bruschi per "il Messaggero" il 10 giugno 2021. Un ritratto che raffigura la regina Elisabetta è stato rimosso dalla sala riunioni del Magdalen College, uno dei più prestigiosi di Oxford. La decisione è stata presa dagli studenti del comitato Mcr (Middle common room) che ha approvato una mozione proposta dal loro presidente, l'americano 25enne Matthew Katzman, laureato a Stanford e dottorando in Informatica nella cittadina inglese. Secondo il giovane quell' immagine rappresenta «un'istituzione responsabile del colonialismo» e pertanto la sua presenza metteva «a disagio alcuni studenti». Katzman ha anche proposto di vendere il quadro all' asta si tratta di una riproduzione di un ritratto del 1952 per raccogliere fondi da destinare a chi sta soffrendo ancora oggi le conseguenze del colonialismo. LA DECISIONE «La decisione è stata presa dopo un dibattito relativo a una sala di uso comune - ha spiegato il giovane luogo che dovrebbe essere uno spazio neutro, dove tutti devono sentirsi bene, indipendentemente dalla provenienza o dalle opinioni. La famiglia reale è già ampiamente rappresentata in molte altre aree del college pertanto ci siamo trovati d'accordo nel ritenere che questa stanza potesse farne a meno». Lo studente ha poi descritto la ristampa come una «riproduzione della regina di scarso valore, che era stata appesa al muro della sala alcuni anni fa». Il Magdalen College, fondato nel 1458, era stato visitato dalla sovrana nel 2008, in occasione del 550esimo anniversario ed è uno dei più prestigiosi della cittadina inglese. Tra i suoi ex studenti annovera, oltre a personalità di spicco della politica, anche lo scrittore Oscar Wilde. E proprio per la rilevanza dell'istituzione, la notizia ha scatenato il dibattito in tutto il Regno Unito. Se la preside del College Dinah Rose QC ha difeso la decisione del comitato, che deve avere «libertà di parola e di dibattito politico», non sono della stessa opinione il pro-rettore di Oxford, Lord Patten, che ha definito gli studenti «offensivi e ignoranti», e il ministro dell' Istruzione britannico, Gavin Williamson, che ha descritto come «assurda» la rimozione del quadro: «La regina è ciò che di meglio c' è nel Regno Unito ha spiegato nel suo lungo regno è stata portatrice di messaggi di tolleranza, coesione e inclusione». Ospite al programma televisivo Good morning Britain, invece, il professor Kehinde Andrews dell'università di Birmingham ha sottolineato come la regina non rappresenti solo il colonialismo ma sia anche il «simbolo numero uno della supremazia bianca». Soffermandosi sul dipinto in questione, poi, ha messo in evidenza i gioielli indossati dalla sovrana, «rubati a popolazioni di colore di diverse parti del mondo». Anche la regina, dunque, è finita nel vortice della cancel culture, quella cultura della cancellazione che sta portando sempre più spesso alla rimozione di statue dai luoghi pubblici e di nomi storici da prestigiosi istituti: il bronzo a figura intera di Edward Colston, lodato per le sue attività di filantropo fino allo scorso anno, era stato gettato in acqua a Bristol perché mercante di schiavi, durante le proteste del movimento Black Lives Matter scatenate dalla morte di George Floyd. E sempre a Oxford ha rischiato lo stesso trattamento la statua del colonizzatore d' Africa Cecil Rhodes davanti all' Oriel College, oggetto di numerose proteste da parte degli studenti.

L'ULTIMO CASO L' ultimo caso riguarda invece la Business School della City University di Londra, che dal prossimo settembre non sarà più intitolata a Sir John Cass, anche lui accusato di essersi arricchito con la tratta degli schiavi, ma a Thomas Bayes, teologo e matematico. Personalità fino a oggi acclamate dunque stanno finendo una a una sul muro della vergogna. Una caccia alle streghe che nel Regno Unito non sta risparmiando nessuno, nemmeno sua maestà.

Chiara Bruschi per "il Messaggero" il 3 giugno 2021. Razzismo alla corte dei Windsor. Ovvero, un'altra gatta da pelare per Sua Maestà la regina Elisabetta. Proprio nel giorno in cui sono stati annunciati i grandi festeggiamenti per il suo giubileo di platino del 2022, quando la sovrana celebrerà per la prima volta nella storia della monarchia britannica 70 anni di regno, con tanto di parata e concerti dopo due anni di cerimonie in sordina a causa della pandemia, una nuova pesante accusa si è abbattuta su Buckingham Palace. I primi a puntare il dito erano stati il nipote di Elisabetta II, Harry, e la moglie Meghan Markle, che intervistati da Oprah Winfrey lo scorso marzo avevano fornito una testimonianza dell'accaduto: «Il colore della pelle di nostro figlio Archie è stato oggetto di numerosi dibattiti in famiglia ancor prima che nascesse avevano detto indignati poiché c' era preoccupazione sull' impatto che questo avrebbe avuto sulla monarchia». IL DOSSIER A tali dichiarazioni aveva risposto piccato il principe William, il quale aveva ribadito alle telecamere un fugace ma eloquente: «Non siamo assolutamente una famiglia razzista». Come dicevano i latini, però, verba volant e scripta manent. E se delle discussioni interne alla royal family non vi è alcuna traccia, alcuni importanti documenti ufficiali emersi nelle ultime ore e risalenti agli anni Sessanta sembrano dare torto al primogenito di Lady Diana. Almeno per quanto riguarda il personale di Buckingham Palace. Tali dossier, infatti, ritrovati negli Archivi Nazionali e pubblicati dal quotidiano The Guardian, mettono in luce due importanti verità. La prima riguarda le «persone di colore o straniere», alle quali, si legge nel documento, è fatto impedimento di «ricoprire ruoli d' ufficio», mentre tali candidature sono «ben accette» nelle «mansioni domestiche». E la seconda, che arriva fino ai giorni nostri, rende la regina e il suo staff esente da qualsiasi denuncia per discriminazioni di sesso e razza: in altre parole, un dipendente di Buckingham Palace che ritiene di essere vittima di tale trattamento, non poteva e non può tuttora rivolgersi a un tribunale per avere giustizia. Per ricostruire la faccenda occorre tornare indietro nel tempo, al finire degli anni Sessanta. Nel 1968 il Segretario di Stato per gli affari interni James Callaghan vuole estendere la legge già approvata per garantire l'uguaglianza negli spazi pubblici anche ai luoghi di lavoro, così da vietare a chi seleziona il personale di assumere sulla base della provenienza o del colore della pelle. Un cambiamento che il Palazzo non accoglie con favore, stando alla corrispondenza tra TG Weiler, funzionario dell'Home Office (il corrispettivo del nostro Ministero degli Interni), e Lord Tyron, responsabile delle finanze della regina. Secondo quest' ultimo, scrive Weiler nel febbraio di quell' anno, lo staff della sovrana poteva essere diviso in tre categorie e non tutte potevano essere ricoperte da persone di colore. C' erano: «(a) ruolo senior, esente da tale legge; (b) ruolo impiegatizio, che è consuetudine non assegnare a persone di colore immigrate o straniere; (c) personale domestico, dove invece le persone di colore vengono ampiamente prese in considerazione». Lord Tyron, infine, cede, ma a una condizione: che a Buckingham Palace venga garantita la stessa esenzione di cui godono gli uffici diplomatici, ovvero quella di assumere soltanto chi è stato residente nel Regno Unito per almeno cinque anni.

L' ITER DEI RECLAMI Nella legge, inoltre, era prevista l'istituzione di un organismo, il Race relations board, incaricato di esaminare le denunce di razzismo (alle quali si aggiungono quelle di discriminazione sessuale con una nuova legge negli anni '70) avanzate da eventuali vittime. Anche questo però non convince il Palazzo e le due parti arrivano a un accordo. Se un membro dello staff della sovrana avesse inviato un reclamo a tale organismo, quest' ultimo avrebbe dovuto dirottarlo non a un tribunale come avveniva per tutti gli altri - ma direttamente al Segretario di Stato. Un' esenzione che è stata rinnovata nel 2010 e che quindi risulta in vigore anche oggi. Buckingham Palace ancora una volta ha scelto il silenzio e ha deciso di non commentare, limitandosi a precisare di aver assunto diverse persone appartenenti a minoranze e di averne dimostrazione nei registri degli anni Novanta, mentre per quanto riguarda gli anni precedenti tale dato non veniva registrato. Parole che, molto probabilmente, non basteranno ad archiviare la polemica.

Regina Elisabetta, "non deve rispettare le leggi contro le discriminazioni": spuntano documenti esplosivi, la vergogna della famiglia reale. Libero Quotidiano il 02 giugno 2021. La Famiglia Reale in passato ha negoziato delle clausole che le hanno consentito di non sottostare alle leggi contro le discriminazioni. Norme che vietano distinzioni in base alla razza e al sesso nel Regno Unito. La ha rivelato il Guardian, che ha pubblicato documenti esclusivi secondo cui le clausole negoziate in precedenza sarebbero valide ancora oggi. Le carte inedite rivelano anche che almeno fino alla fine degli anni 60 "immigrati o stranieri di colore" erano esclusi da ruoli ufficiali a Buckingham Palace. Buckingham Palace non ha mai voluto rispondere alle domande sul divieto ma ha ricordato che personale proveniente da minoranze etniche è stato impiegato negli anni '90. I documenti - come riporta l'Ansa - sono stati scoperti all'interno degli Archivi Nazionali nell'ambito di un'indagine del Guardian sull'uso da parte della famiglia reale di una oscura procedura parlamentare, detta "Queen's consent", che consente di influenzare segretamente il contenuto delle leggi britanniche. L'esenzione della Royal Family dal divieto di discriminazione è entrata in vigore negli anni '70, quindi poco dopo l'emanazione delle relative leggi in materia. In pratica, scrive il Guardian, per quasi 50 anni è stato impossibile per persone appartenenti a minoranze etniche che lavoravano a Palazzo presentare denuncia in caso di eventuale discriminazione. Dopo queste rivelazioni, Buckingham Palace ha pubblicato un comunicato in cui non si nega che la regina sia stata, o sia ancora, esentata dalle leggi. Tuttavia viene precisato che la regina Elisabetta aveva, o ha, una procedura speciale per accogliere i reclami relativi alle discriminazioni.

"Dalla regina niente lavoratori neri". Gaia Cesare il 3 Giugno 2021 su Il Giornale. Il regolamento di Buckingham Palace vieta fin dagli anni '60 personale di colore. Domestici sì, impiegati no. I neri potevano fare lavori di fatica a Buckingham Palace, ma non potevano accedere ai lavori d'ufficio. Come se non fossero bastati Harry e Meghan ad aver puntato il dito contro la Casa reale, accusando un suo membro di razzismo - senza mai farne il nome - per aver espresso preoccupazione per il colore della pelle del piccolo Archie, il figlio della coppia, da mamma birazziale. Ora ci si mettono anche gli archivi nazionali del Regno Unito, con il loro carico di mille anni di storia e chissà quanti altri segreti ancora nascosti, a raccontare di una Corona che impediva l'assunzione di «immigrati di colore e stranieri» a Corte per l'impiego nei propri uffici. Una pratica andata avanti certamente fino alla fine degli anni Sessanta. I documenti desecretati - che il quotidiano Guardian si è messo a spulciare e ha svelato al mondo - non lasciano dubbi. C'è una circostanza, precisa, in cui il segretario delle Finanze della Regina lo scrive nero su bianco in un carteggio datato 1968, informando i funzionari pubblici dei ministeri che «non era, in effetti, la pratica di nominare immigrati di colore o stranieri» nel ruolo di impiegati nella famiglia reale mentre, allo stesso tempo, non c'era alcun ostacolo al loro arruolamento come domestici. Non è la sola rivelazione a inchiodare i Windsor. Buckingham Palace ha negoziato clausole controverse in vigore fino ai nostri giorni che esentano la regina e la sua famiglia dall'osservare le leggi che impediscono la discriminazione razziale e sessuale, tanto da rendere impossibile, per chi ne fosse stato vittima, poter adire le vie legali. Da casa Windsor è già scattata la controffensiva su un tema diventato ormai super-sensibile per Sua Maestà Elisabetta II, ancora scossa dall'intervista del nipote Harry e della moglie Meghan a Oprah Winfrey, uno sfogo in cui i due, ormai di stanza in California, hanno raccontato al mondo il loro disagio durante la vita a Corte e il sospetto che ci sia ancora qualche figura infarcita di pregiudizi sul colore della pelle. Buckingham Palace si difende: «Negli anni Novanta erano assunti come impiegati anche neri ed esponenti di minoranze etniche a corte». Ma sugli anni precedenti nessuna risposta. Mentre rischia, invece, di crescere nel Paese il risentimento per quel fil rouge razzista che potrebbe unire «il prima» dei documenti d'archivio con «il dopo» delle denunce di Meghan.

Così la Regina viene salvata dall'avvelenamento. Francesca Rossi il 28 Maggio 2021 su Il Giornale. Harry e Meghan continuano a sbagliare, sovraesponendosi, ma bisogna ammettere che la vita di corte che hanno abbandonato si basa ancora su alcune regole anacronistiche, come quella che nega la custodia dei figli ai Cambridge e ai Sussex, mettendola nelle mani della Regina. Harry e Meghan continuano a far parlare del loro passato a corte in tono vittimistico, ma gli inglesi sono arcistufi delle loro dichiarazioni e, stando a un recente sondaggio, vorrebbero tanto dimenticarsi le loro facce. I loro desideri non verranno esauditi. È in lavorazione, infatti, il terzo film sulla coppia non più royal, che racconterà proprio la fuga da palazzo e la nuova vita negli Stati Uniti. Non aspettatevi una narrazione dei fatti imparziale, sarebbe fatica sprecata. Abbiamo la prima foto del terzo film realizzato su Harry e Meghan. Una pellicola che promette scintille, visto che parlerà della fuga da Palazzo dei Sussex e della loro nuova vita americana. Vi aspettate un film imparziale? Abbandonate tutte le speranze, voi che accendete la televisione. Già il comunicato stampa dà una sonora legnata alle aspettative: “Il film descriverà il crescente isolamento e la tristezza di Meghan, la loro delusione per il fatto che la Corona non li abbia difesi…”. Questo è solo l’incipit. Le riprese sono appena iniziate e il film dovrebbe arrivare su Lifetime nell’autunno 2021. Insomma, non c’è scampo alla “beatificazione” cinematografica di Harry e Meghan. O forse sì. Basta scegliere un altro film. Come fa la regina Elisabetta, che partecipa spesso a numerosi banchetti di Stato sia a Buckingham Palace che all’estero (fino a non molti anni fa) a essere sicura che nessuno abbia avvelenato il suo cibo o le bevande? Facciamo gli scongiuri, per carità, ma un’eventualità simile non è fantascienza. Il rischio c’è, eccome. Per salvare Sua Maestà lo staff metterebbe in atto uno stratagemma molto semplice, svelato nel documentario “Secrets of the Royal Kitchen”: fino all’ultimo nessuno sa quale piatto verrà destinato alla sovrana. Quando tutto è pronto, infatti, un paggio sceglie a caso il piatto da servire a Elisabetta. Certo, non è un metodo infallibile, ma se qualcuno volesse attentare alla vita della Regina dovrebbe avvelenare tutte le pietanze servite. Dopo le ultime dichiarazioni di Harry, diversi esperti hanno evidenziato che il suo livore contro la royal family sarebbe emblematico di una situazione psicologica irrisolta, di una personalità non ancora equilibrata. In effetti il duca di Sussex è ancora in terapia e, per il programma da lui ideato con Oprah Winfrey, “The me you can’t see”, ha persino voluto filmare una delle sue sedute con la psicoterapeuta, in modo da aiutare chi ha i suoi stessi problemi. Harry, rivelano i tabloid, segue da 5 anni la terapia EMDR, ovvero “desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari”. Sembra che la tecnica sia utile contro gli attacchi di panico, ma non contro la sovraesposizione mediatica. Harry non ha capito che troverà la sua pace non scagliando siluri contro la famiglia (lasciamo da parte, per il momento, la questione dell’attribuzione delle colpe), ma nella quiete della mente, solo con se stesso e lontano dalle telecamere. È un silenzio che fa paura, ma va affrontato perché è l’unico, vero rimedio. I cittadini britannici vorrebbero solo cancellare i nomi di Harry e Meghan dalla loro memoria. Secondo un sondaggio di Newsweek il 54% degli intervistati gradirebbe sapere molto, ma molto meno delle loro vite e delle baruffe famigliari. Solo uno sparuto 18% chiede di avere più notizie. Gli inglesi sarebbero stanchi di polemiche, accuse e recriminazioni. Per dirla tutta, nessuno ha capito come mai i Sussex si ostinino a comparire davanti alle telecamere, inveendo contro la royal family e raccontando dettagli privati (da dimostrare), dopo aver chiesto per mesi la privacy. Sono stati loro a scegliere di fare un passo indietro, di non voler avere più nulla a che fare con la Firm. Perché si ostinano a mantenere questo legame fatto solo di rancore? Non sarebbe giunto il momento di essere coerenti, rinunciando ai titoli ed eclissandosi, per dedicarsi solo ai progetti umanitari? È la regina Elisabetta a detenerne la tutela. Per legge. Sua Maestà ha l’ultima parola su tutte le questioni che riguardano i figli di Kate e William e di Harry e Meghan. Dall’educazione al diritto di residenza, fino ai viaggi all’estero. Se le coppie dovessero divorziare, sarebbe la sovrana a decidere ciò che è meglio per i bambini. Proprio ciò che accadde quando Carlo e Diana divorziarono. La principessa del Galles manifestò l’idea di andare a vivere in Australia con i figli, ma la regina Elisabetta glielo impedì. Aveva la legge dalla sua parte. La "Grand Opinion for the Prerogative Concerning the Royal Family"è una regola nata nel 1717 e tuttora valida. Risale ai tempi di re Giorgio I e ai suoi burrascosi rapporti con il figlio, il futuro re Giorgio II. Anacronistica? In parte sì, ma è l’unico modo per tutelare la discendenza reale e mantenere intatta la linea di successione.

Regina Elisabetta, rivelazione choc sulla Royal Family: "Lei non doveva sposare Filippo". Libero Quotidiano il 28 maggio 2021. “Elisabetta non doveva sposare il principe Filippo”: la Regina Madre avrebbe voluto che la sua primogenita, destinata a regnare sul Paese, sposasse un granatiere o un aristocratico. La rivelazione choc sulla Royal Family arriva dal documentario “The Queen Mother: War & Widowhood”, che debutta nel weekend su Channel 5, così come riportato da Affariitaliani.it. Stando alle ricostruzioni documentali, la Regina Madre - Elizabeth Bowes-Lyon -pensava che i Mountbatten, la famiglia del duca di Edimburgo, non potessero e non dovessero imparentarsi con la Royal Family. Il motivo? Due sorelle di Filippo avevano sposato membri del partito Nazista, mentre suo zio Lord Mountbatten era considerato un “arrampicatore sociale”. “La Regina Madre era in parte dubbiosa su Filippo stesso e in parte sul bagaglio familiare che si portava dietro”, ha spiegato la storica Chandrika Kaul. Filippo, scomparso lo scorso aprile a 99 anni, aveva origini greche, danesi e anche tedesche. Inoltre, il fatto che fosse di sangue blu rappresentava un ulteriore motivo di diffidenza, dal momento che la Regina Madre, che invece non era nata come membro della Royal Family, non voleva un genero che potesse guardarla dall'alto in basso. Nel documentario, infine, si rivela: “Quando Elisabetta si innamorò di Filippo era molto giovane, ma anche molto determinata a sposarlo… e sua madre lo era altrettanto nel voler impedire il matrimonio!”.

Dagospia il 10 aprile 2021. Da dailymail.co.uk. La regina Elisabetta II, da quasi 70 anni sul tronon della Gran Bretagna, è sicuramente una delle figure più riconosciute al mondo. Ma oltre all'immagine pubblica, c'è ancora tanto da scoprire di uno dei monarchi più solidi ed enigmatici. Il documentario “The Queen Unseen” di ITV getta una nuova luce sulla sovrana con una serie di filmati rari, alcuni dei quali mai visti. Si passa dalle immagini riprese dalla telecamera di Patricia Norrie, la moglie dell'allora governatore generale della Nuova Zelanda, Sir Willoughby Norrie, durante un tour del Commonwealth, fino alle immagini  del cineoperatore personale del generale Tito durante la visita della monarca a Belgrado nel 1972.

Le 10 donne che hanno amato, odiato e sfidato la regina Elisabetta. Francesca Rossi il 13 Aprile 2021 su Il Giornale. Un libro per raccontare la donna dietro la sovrana, la vera Elisabetta oscurata dalla luce accecante dei diamanti della Corona, attraverso le figure femminili che hanno attraversato la sua vita e il suo regno. Crediamo di conoscere bene la regina Elisabetta. Non è così. Noi sappiamo molto della Regina, ma molto poco della donna che indossa la Corona. Sì, perché si tratta di due “entità” diverse, che ci appaiono (quasi) perfettamente aderenti perché Elisabetta II si “allena” da più di 70 anni a farle combaciare. Quindi dobbiamo rassegnarci a non decifrare l’enigma Elisabetta? Niente affatto. Nel suo saggio “Elisabetta e le Altre” (DeAgostini) Eva Grippa, giornalista ed esperta reale, ci è riuscita benissimo, dando voce alle donne che vivono (o hanno vissuto) l’Elisabetta privata, quella senza corona, nonna, madre, moglie. Oltre il protocollo. Dieci figure femminili che hanno cresciuto, amato, odiato, sfidato Lilibet. Da Lady Diana a Meghan Markle, dalla tata Mario Crawford alla Regina Madre fino a Wallis Simpson. Un caleidoscopio di dieci frammenti di vita della sovrana che si scindono e si ricompongono per restituirci una sola immagine, quella di Sua Maestà. Scopriamo, per esempio, che la monarca non è mai stata la madre fredda e distante descritta dai tabloid. Al contrario ha cercato, un po’ come le mamme moderne, di destreggiarsi tra i doveri di Stato e la cura dei figli. Nessuno si aspetta un’Elisabetta che, pur di mettere a letto i bambini, ogni sera, sposta l’orario dell’incontro settimanale con il primo ministro. La sovrana è anche una donna molto tollerante, che cerca di guidare Lady Diana nel difficile cammino verso il trono. Purtroppo le incomprensioni caratteriali tra le due donne rendono il dialogo impossibile. Leggendo il capitolo dedicato alla principessa del Galles viene da chiedersi: “Perché queste due donne non hanno parlato di più, non si sono spiegate meglio?”. Certo, il ritratto che Eva Grippa restituisce di Diana fa emergere un personaggio molto meno lineare rispetto Elisabetta, insicuro, esitante. Uno dei capitoli più importanti del libro è quello dedicato alla Regina Madre, la “meravigliosa canaglia”, come la definisce giustamente l’autrice. Eccentrica, viziata la mamma della sovrana si è resa protagonista di aneddoti esilaranti. Per esempio, è nota la sua passione per i drink. Durante una visita a un giardino londinese le viene offerto il tè e il cameriere le chiede: “Lo correggo con del gin?”. La frase infelice (a cui un altro, magari, avrebbe risposto: "Mi stai dando dell'alcolizzata?") non scalfisce la Regina Madre, che risponde con nonchalance: “Non mi ero resa conto di godere di tale reputazione. Ma mentre ci faccio i conti, forse sì, potresti correggerlo per renderlo grandioso”. L’influenza della Regina Madre è molto forte, perfino asfissiante per la giovane Elisabetta II che, però, dà ordine al suo staff di esaudire tutti i desideri della regale mamma, non importa quanto stravaganti. Un altro capitolo che racconta l’ascesa al trono di Lilibet è quello dedicato a Wallis Simpson. La donna senza la quale Sua Maestà non avrebbe indossato la corona. Il bello è che la monarca non ha mai davvero odiato la scandalosa americana (del resto era una bambina all’epoca dell’abdicazione di Edoardo VIII). Più che altro ha ereditato un certo astio nei suoi confronti dalla madre e dal padre, Giorgio VI. Eva Grippa guarda da una nuova prospettiva anche l’ingresso di Meghan Markle a corte. La regina Elisabetta non vede la ragazza come una nuova Wallis. Quel tempo è ormai passato. Tuttavia fa molta attenzione a non ripetere gli errori compiuti con Diana. L’impresa si rivela più difficile del previsto. L’autrice racconta che il momento di rottura tra l’ex attrice e la nonna di Harry sarebbe avvenuto per un motivo futile, durante i preparativi per il banchetto nuziale. Meghan Markle si sarebbe infuriata con i camerieri, convinta che in uno dei piatti macrobiotici da lei ordinati vi fossero uova tra gli ingredienti. Sua Maestà la prese da parte e le disse: “Meghan, in questa famiglia non parliamo così alle persone”. Alla fine del libro rimangono due domande: Perché amiamo tanto Elisabetta? Qual è l’essenza del suo fascino? È il mistero della regalità che ci appassiona. Per questo, scrive Eva Grippa nell’introduzione, Elisabetta è “l’unica regina che tutti sentiamo anche un po’ nostra, benché la sua sia una monarchia che non ci appartiene”. La giornalista, infatti, tratta un tema complesso come quello della straordinaria esistenza della regina Elisabetta, una monarca straniera per noi, in modo originale, preciso, ma con uno stile leggero, che rende la lettura davvero piacevole. I paragrafi all'inizio di ogi capitolo, con cui l'autrice narra in maniera romanzata dei fatti realmente accaduti, sono un'idea geniale, che rende ancora più intrigante il saggio. Se siete appassionati alle vicende della royal family e divorate gli articoli dei giornali che ne parlano, questo libro fa per voi. Se, invece, vi avvicinate al mondo royal per la prima volta, tra le pagine di "Elisabetta e le Altre troverete una miniera di informazioni che vi introdurrano, almeno con la fantasia, a corte.

Dal McDonald’s ai quadri trafugati: gli scheletri nell'armadio della Regina. Il principe William, per ordine della regina Elisabetta, dovrà compiere un passo decisivo e perdonare Harry, benché non ne sia convinto. Francesca Rossi - Ven, 02/04/2021 - su Il Giornale. Quanto conosciamo la regina Elisabetta? Le montagne di biografie scritte su di lei non completano mai il puzzle della sua personalità. C’è sempre un pezzo mancante. Proprio il tassello che ci fa scoprire una sovrana proprietaria di un McDonald’s, sempre pronta a scherzare, a prendere e a prendersi in giro, forse non troppo dispiaciuta all’idea di dimenticarsi, almeno per qualche secondo, di essere Sua Maestà britannica. Gelosa delle sue amate scatole di cioccolatini, pronta a redarguire persino una spendacciona Regina Madre, la regina Elisabetta è entrata nell’immortalità da viva, privilegio di pochissimi. Ma lui non ne sarebbe affatto contento. Secondo l’esperto Charlie Rae, però, non potrebbe tirarsi indietro. Ordini della regina Elisabetta. Un insider ha rivelato al People che Sua Maestà “deve sentirsi veramente sola”, poiché il peso dello scandalo conseguente all’intervista dei Sussex è ricaduto sulle sue spalle. Non può confidarsi nemmeno con Filippo, troppo debole per essere informato della reale portata dell’intervista dei Sussex. Dunque William, giovane e forte, è l’unica consolazione di Sua Maestà, che conterebbe su di lui per condividere il suo fardello. Neppure Carlo, chiuso in se stesso e amareggiato per il comportamento del figlio, riuscirebbe ad aiutarla. C’è solo un piccolo problema: il principe William non si fiderebbe più del fratello, temendo che, qualunque cosa gli dica in privato, possa finire sui giornali. La premessa è sconfortante ma una cosa è certa: il duca di Cambridge, ancora una volta, rispetterà il suo dovere verso la Corona.

La regina Elisabetta proprietaria di un McDonald’s? Ebbene sì. Strano ma vero. A soli 130 chilometri da Londra, nell’Oxfordshire, Sua Maestà possiede un terreno su cui si trova un centro commerciale, il Banbury Gateway Shopping Park, che ospita un McDonad’s di livello superiore a tutti gli altri che vediamo in giro. La qualità e la varietà del cibo, il gusto negli arredi, il servizio al tavolo, gli “optional” come la possibilità di ricaricare il cellulare a prese wireless, ne fanno un gioiellino della ristorazione. Pare che la Regina non abbia mai messo piede in nessun McDonald’s del globo terracqueo però, tanto per rimanere in tema, va matta per le patatine fritte. Nota per i più pragmatici: non conosciamo esattamente il valore del ristorante, però sappiamo che fa parte di un vero e proprio impero di proprietà regali dal valore totale di 13 miliardi di sterline (15miliardi di euro).

La Regina proprietaria di quadri trafugati? La royal family lo ha smentito categoricamente, ma lo scandalo è già scoppiato. Lo scorso 25 marzo il Guardian ha riportato una storia curiosa: la polizia avrebbe dovuto perquisire delle proprietà private di Elisabetta, alla ricerca di presunti manufatti rubati. Alle forze dell’ordine, però, sarebbe stato sbarrato l’ingresso. Nessuno può perquisire un’abitazione di Sua Maestà. La legge sulla tutela dei beni culturali del mondo presenta, infatti, un’esenzione studiata appositamente per la sovrana dal Dipartimento per il digitale, la cultura, i media e lo sport. Perché un tale favoritismo? Nessuno lo sa, però non è tanto assurdo che le residenze reali siano così impermeabili al mondo esterno. Che ciò sia giusto o sbagliato è un altro discorso.

Quel che ancora non sapevamo sulla regina Elisabetta. Ce lo racconta Pamela Hicks, cugina del principe Filippo, nel programma di ITV “My Years With The Queen”. Lady Pamela ha vissuto molti dei momenti cruciali della vita di Lilbet e dalle sue rivelazioni vengono fuori aneddoti simpatici. Una volta, durante un tour in Australia, un gruppo di turisti si avvicinò a Elisabetta e le chiese se avesse visto…la Regina! Sua Maestà rispose: “Sì, l’ho vista. È andata da quella parte” e indicò un punto imprecisato all’orizzonte, da attrice consumata. Lilibet, di carattere parsimonioso, si permise perfino di rimproverare la Regina Madre per aver acquistato troppi vestiti. Però qualche piccolo vizio ce l’ha anche lei. Un esempio? Ama da morire i cioccolatini, conservati gelosamente nelle stanze private del Palazzo. Pensiamo di conoscere la regina Elisabetta, ma è un’illusione. C’è sempre qualcosa che sfugge. Lilibet va oltre le definizioni.

La regina Elisabetta, bisnonna in doppia cifra: ecco i dieci pronipoti. Su Vanityfair.it il 29/3/2021. Il nuovo royal baby, terzogenito di Zara Phillips (figlia della principessa Anna) e Mike Tindall, regala il sorriso alla sovrana e al marito Filippo: «Non vedono l’ora di incontrare il bambino, appena le circostanze lo permetteranno». Una gioia in un momento complicato.

La sovrana dei record. La regina Elisabetta, al quarto posto nella graduatoria all-time dei regnanti più longevi con oltre 69 anni sul trono, va fortissimo anche in un’altra classifica, ben più dolce e meno istituzionale: con l’arrivo del nuovo royal baby, terzogenito di Zara Phillips (figlia della principessa Anna) e Mike Tindall, Sua Maestà e il marito Filippo toccano l’invidiabile quota di dieci pronipoti. Ricostruendo rapidamente l’albero genealogico di casa Windsor, che rappresenta anche la linea di successione alla Corona, emerge come la royal family negli ultimi anni si sia rapidamente moltiplicata: la regina e il principe consorte hanno quattro figli (Carlo, Anna, Andrea ed Edoardo), dai quali hanno avuto otto nipoti, due da ogni figlio (William e Harry, Peter e Zara, Eugenia e Beatrice, James e Louise).

Passando ai pronipoti, ci sono i tre figli di William e Kate Middleton (George, Charlotte e Louis), il primogenito di Harry e Meghan Markle (Archie, più la nascitura in arrivo), il bebè appena arrivato di Eugenie e Jack Brooksbank, (August), le due bambine di Peter e Autumn Phillips (Savannah e Isla), oltre appunto ai tre figli di Zara e Mike (che dopo Mia e Lena hanno accolto un maschietto, Lucas Philip).

«La regina Elisabetta e il principe Filippo sono felicissimi della notizia», afferma una nota da Palazzo. «Non vedono l’ora di incontrare il loro decimo bisnipote, appena le circostanze lo permetteranno». Una vera gioia per la coppia in un momento tutt’altro che semplice, con l’intervista bomba dei Sussex che ha creato il caos a Buckingham Palace e le condizioni di salute non ottimali del duca di Edimburgo.

Il tutto mentre è in corso una pandemia globale che ha creato l’emergenza in gran parte del mondo, compresa la Gran Bretagna. La sovrana e il marito sono stati isolati precauzionalmente al castello di Windsor circa un anno fa e aspettano – come tutti – di tornare alla vita normale. E magari, in vista del 95esimo compleanno di Elisabetta e del 100esimo di Filippo, scattare una nuova foto con tutti i bisnipoti. Quella realizzata nel 2016 per i novant’anni di Sua Maestà è diventata iconica: attorno a lei c’erano i due nipoti più piccoli (James e Louise) e cinque pronipoti (Mia, Savannah, Isla, George e Charlotte). All’appello oggi ne mancano cinque, che fanno di Sua Maestà una bisnonna in doppia cifra.

Antonello Guerrera per "la Repubblica" il 9 febbraio 2021. Dio salvi la regina, e magari anche le leggi a suo favore. Perché il Guardian sta pubblicando articoli esplosivi sulle presunte interferenze di Elisabetta II nella politica britannica. Buckingham Palace nega tutto e definisce «scorrette» tali ricostruzioni. Ma il quotidiano britannico ha diversi documenti a sostegno della sua tesi, desecretati dal National Archive. Missive e files che minerebbero un principio capitale della flessibile e disorganica "costituzione" del Regno Unito: la netta e secolare distinzione tra Stato e Monarchia. La quale però, in queste carte inedite, sembra politicamente più ingombrante di quanto si pensi. Secondo il Guardian , la 94enne Elisabetta avrebbe interferito almeno quattro volte nella legislazione approvata da Westminster sin dall' incoronazione del 1953. Ma come? La chiave starebbe nel cosiddetto Queen' s Consent, una convenzione come tante nel sistema costituzionale britannico, che non ha un testo unico ma si basa sulla Magna Carta del 1215 e una marea di codicilli e tradizioni. Il Queen's Consent si applica prima che una legge arrivi in Parlamento: per tradizione, prima di presentarli a Westminster, il governo fa visionare i suoi disegni di legge alla sovrana, soprattutto se la toccano direttamente. In teoria, una pura formalità. In pratica, negli anni alla sovrana sono arrivati oltre mille disegni di legge prima della loro pubblicazione, un numero spropositato. Ma soprattutto, in diverse occasioni Elisabetta II avrebbe espresso il suo disappunto. E, tramite le pressioni dei suoi segretari privati su Downing Street, avrebbe fatto modificare leggi "sgradite". Per esempio nel 1972, quando una nuova legislazione del governo conservatore Heath sulla trasparenza di asset e investimenti privati alla fine venne applicata solo ai sudditi, e non alla regina, da sempre restia a rivelare l' entità del suo patrimonio stimato in almeno 440 milioni di euro. Buckingham Palace insiste: «Non ci sono mai state pressioni, è la normale procedura costituzionale e convenzionale ». Il Guardian ribatte: la sovrana avrebbe messo becco almeno altre tre volte. Nel 1982, quando Thatcher voleva riformare le istituzioni del patrimonio artistico, inglobando anche la "Royal Commission". Elisabetta disse no, e difatti l' istituzione sopravvisse fino al 1999. Oppure nel 1975, quando la sovrana pare si irritò per la riforma del leasing di terreni privati, che guardacaso poi non si applicò ai Windsor. Ma soprattutto: ricordate quando il marito di Elisabetta, Filippo, nel 2019 rischiò di uccidere al volante (e senza cintura) una mamma e un bambino? Ebbene, il principe la scampò a livello penale perché l' incidente avvenne a Sandringham, di proprietà di Elisabetta, dove non si applica il codice della strada del 1968: le tenute della sovrana vennero escluse dal testo finale dopo sue presunte ingerenze, stando al Guardian . Che annuncia nuove rivelazioni. God save the Queen.

"In questa casa ci sono i fantasmi". E la Regina viola il protocollo reale. Fra fantasmi e nuove assunzioni, con la famiglia reale non ci si annoia mai. La regina Elisabetta promuove il vaccino. Francesca Rossi, Venerdì 29/01/2021 su Il Giornale. Per i reali essere popolare vuol dire anche dettare delle mode o, in maniera ancora più incisiva, riuscire a influenzare il comportamento di milioni di persone. Per fare questo, però, servono due caratteristiche: autorevolezza e discrezione intesa come la capacità di “dosare” la propria presenza sotto i riflettori. Abilità in cui la regina Elisabetta eccelle. Tanto da diventare, più di 60 anni fa, una “testimonial” del vaccino antipolio, riuscendo a convincere, con il suo esempio, milioni di inglesi a vaccinarsi. Strategia riproposta con successo anche oggi, in piena pandemia.

Case regali…stregate. Un castello, soprattutto se si trova in Gran Bretagna, non è tale se non ci abita almeno un fantasma (a momenti viene citato perfino sugli atti di proprietà). Le leggende narrano di spettri che si aggirano perfino tra le stanze di Sandringham, Kensington Palace e Buckingham Palace. Di certo starete pensando al fantasma di Lady Diana e ai presunti “riti” per placarne la furia. No, parliamo di presenze antiche quanto queste dimore. Per esempio a Sandringham il principe Carlo sentirebbe dei soffi d’aria (saranno spifferi? Chiudete bene le finestre). A Buckingham Palace, invece, si aggirerebbe lo spettro di un monaco coperto da un cappuccio con catene (rumorosissime) alle mani. Infatti sul terreno dove ora sorge il palazzo reale, prima c’era un monastero. Tra le celle di cui era composto ve ne era una per le punizioni. Proprio lì, secondo le leggende, sarebbe morto il monaco. L’appartamento 1A di Kensington Palace, dove vivono William e Kate, ospiterebbe le inquietanti presenze di alcuni fantasmi, tra cui quello di Giorgio II. In particolare sarebbe infestata la nursery di George, Charlotte e Louise. I Cambridge, però, vivono tranquilli e non avrebbero mai avvertito nulla di strano.

Il principe Harry “presente” alla cerimonia d’inaugurazione di Joe Biden. Proprio non ci aspettavamo di vedere il principe Harry al giuramento del nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden. In effetti il duca di Sussex non era lì nel senso “fisico” del termine ma, durante il saluto tra i Biden e i Clinton, alcuni attenti osservatori hanno notato qualcosa di strano sullo sfondo. Guardando meglio si sono resi conto che non si trattava di un abbaglio: la foto del principe in uniforme è davvero appesa su una parete alla Casa Bianca. Risale al 10 maggio 2013, quando Harry, con indosso l’uniforme dei Blues and Royals, posò una corona di fiori all’Arlington National Cemetery per omaggiare i caduti in Iraq e in Afghanistan. Fu proprio durante quel viaggio negli USA che il principe Harry incontrò per la prima volta l’allora vice di Obama, Joe Biden e sua moglie Jill.

Lavorare per Kate Middleton? È possibile ma solo a due condizioni. In questo periodo William e Kate stanno svolgendo i loro compiti istituzionali in smartworking da Sandringham. La regina Elisabetta ha “prestato” loro la sua tenuta affinché potessero lavorare in tutta tranquillità con il loro staff. A proposito, vi piacerebbe lavorare per i Cambridge? Non è impossibile, soprattutto ora che si è liberato un posto da segretario privato. Christian Jones, il fidato collaboratore che occupava questo carica di responsabilità, si è appena dimesso, destinazione una società di private equity. Per lavorare con William e Kate ci sono solo due semplici (?) regole da rispettare, stabilite per contratto: discrezione e riservatezza. Su questo i duchi non transigono. Pena il licenziamento in tronco.

La prima royal testimonial dei vaccini? La regina Elisabetta, naturalmente. La regina Elisabetta pioniera e sostenitrice della vaccinazione già 64 anni fa? Ebbene sì. A dire il vero Sua Maestà ha due precedenti illustri, cioè la regina Vittoria e l’imperatrice Caterina di Russia. Tuttavia è la prima sovrana del Novecento a essersi schierata pubblicamente a favore dei vaccini. Nel 1957, per sedare le polemiche sugli effetti collaterali del vaccino antipolio e sensibilizzare il popolo su questo tema, Elisabetta II fece sapere che ai suoi due figli, il principe Carlo e la principessa Anna, erano state somministrate due dosi a distanza di un mese. La Regina aveva agito (giustamente) nonostante il parere contrario della corte, infrangendo perfino il protocollo. Infatti diramò un comunicato ufficiale per annunciare la notizia, nonostante le regole di Palazzo stabiliscano che le questioni mediche dei royal debbano rimanere private. Stessa linea di condotta tenuta anche oggi, con il vaccino anti Covid 19. Ancora una volta Elisabetta ha dato prova di essere una Regina moderna e piena di buon senso.

"La regina Elisabetta stava per divorziare 63 volte". Anche a Corte non va tutto bene. Che cos’è il Cambridge Carry? Perché la regina Elisabetta detesta la parola “pregnant”? Dove è finita una delle più belle parure di Lady Diana? Cercheremo di rispondere a queste e ad altre curiosità nelle Pillole Reali di questa settimana. Francesca Rossi, Venerdì 08/01/2021 su Il Giornale. Per i reali l'immagine è un modo per presentarsi al mondo ed essere ricordati. Addirittura gli accessori possono essere uno scudo contro le ansie. Pensate al modo in cui Kate Middleton stringe le sue handbag. Un atteggiamento diventato una vera e propria moda, il "Cambridge Carry". Se parliamo di immagine, poi, non possiamo certo trascurare il make up. È stato appena scoperto quello che sembrerebbe l'elisir di lunga vita della regina Elisabetta. Una notizia, questa, molto interessante per i fan di Sua Maestà, poiché il capitolo "royal beauty" è stato scritto solo parzialmente. La regina, infatti, non amerebbe svelare i suoi segreti di bellezza. L'immagine, però, non coincide solo con l'apparenza, ma anche con una serie di comportamenti che determinano lo stile di vita (ameno la sua parte più visibile). Per esempio, se dovessimo definire il matrimonio della sovrana, uno dei primi termini che ci verrebbero in mente sarebbe "inossidabile". Questo, almeno, è ciò che percepiamo. Ma siamo sicuri che sia davvero così? Secondo un nuovo documentario Sua Maestà avrebbe pensato al divorzio per ben 63 volte. Infine, per restare in tema di immagine, cogliamo l’occasione per fare anche un salto nel passato, alla ricerca della parure “perduta” di Lady Diana.

La regina Elisabetta ha il portafoglio vuoto. Può sembrare paradossale che una donna così ricca come la regina Elisabetta vada in giro senza denaro (banconote su cui, peraltro, c’è stampato proprio il suo viso). Eppure è così. Il suo portafoglio è completamente vuoto sei giorni su sette. Già, c’è un’eccezione. Ogni domenica mattina, infatti, Sua Maestà infila nella borsetta cinque o dieci pound che donerà ai poveri durante la messa. Pare che Elisabetta, in quanto capo della Chiesa anglicana, tenga molto a dare il buon esempio in tal senso. Forse l’offerta in denaro viene dal bancomat privato che è presente a Buckingham Palace, benché, secondo alcune indiscrezioni, il servizio ATM venga usato solo dai dipendenti della sovrana.

Quel che la Regina detesta cordialmente. Vediamo la regina Elisabetta sempre calma e rassicurante durante gli eventi ufficiali, ma anche lei è un essere umano e ci sono cose che la fanno uscire fuori dai gangheri. Sappiamo che odia l’aglio e la cipolla, le zeppe tanto amate da Meghan Markle, ma c’è anche un’altra cosa che detesta cordialmente: la parola “pregnant”, cioè “incinta”. Sembra che la sovrana la trovi volgare e non voglia proprio usarla. Preferisce dire “in the family way”, l’equivalente della nostra espressione “in dolce attesa”. Persino quando Harry e Meghan aspettavano il piccolo Archie, Sua Maestà evitò accuratamente la parola incriminata nell’annuncio ufficiale.

Parentele inaspettate. Sapevate che Lady Diana e il principe Carlo erano cugini? E che anche William e Kate sono imparentati? Sembra proprio che i principi del Galles fossero cugini di 16esimo grado, poiché avevano un antenato in comune, cioè il re Enrico VII Tudor. Le famiglie nobili d’Europa sono quasi sempre vincolate attraverso legami di sangue anche piuttosto stretti. Persino la regina Elisabetta e suo marito, come ben si sa, sono cugini alla lontana. È la normalità (benché, a volte, abbia provocato dei danni). Anche William e Kate sono cugini di 12esimo grado. A unirli, oltre al matrimonio, ci sarebbe la figura di Sir Thomas Leighton (1530-1610), soldato, diplomatico e bis, bis (e molti altri bis) nonno di William. Il duca di Cambridge discenderebbe dalla figlia minore di Sir Thomas, Anne, mentre Kate dalla maggiore, Elizabeth. Sembra, però, che Sir Thomas fosse un despota, un vero e proprio dittatore da cui era meglio stare alla larga.

La Regina è stata sul punto di divorziare per 63 volte. Avete letto bene. Il programma della Rai, la Grande Storia, sostiene che Sua Maestà, a causa delle continue (ma mai provate) infedeltà del principe Filippo, avrebbe pensato per ben 63 volte di rompere una delle unioni più durature della royal family. Eppure non lo ha mai fatto. Perché? Elisabetta avrebbe soppesato le infedeltà (presunte) del marito con la sua lealtà alla Corona, stabilendo che quest’ultima fosse di gran lunga più importante e apprezzabile. In effetti, Filippo non ha mai tradito il suo ruolo a Corte. Così Sua Maestà “gli lascia i suoi spazi” come dicono gli insider. Lo stesso duca di Edimburgo ha ammesso di avere vicino una moglie dalla “grande tolleranza”. Forse, proprio con questa tolleranza, la coppia regale è sopravvissuta a 73 anni di matrimonio e la Regina è la prima sovrana inglese ad aver festeggiato i 70 anni di nozze nel 2017.

Il segreto di bellezza della regina Elisabetta. “La bellezza viene da dentro”, ci raccontano. Bando all’ipocrisia. La bellezza viene pure da fuori e la la regina Elisabetta lo sa bene. Il biografo Bryan Kozlowski è riuscito a “infilarsi” nel beauty case di Sua Maestà svelandoci, nel libro “Long Live the Queen: 23 Rules for Living from Britain's Longest-Reigning Monarch”, il suo segreto di bellezza: la crema “Milk of Roses” del brand inglese Cyclax. Un prodotto di nicchia, raro ma, sembra, non costoso. Brutte notizie per chi vuole acquistarlo. "Milk of Roses" non è più in commercio e, ormai, verrebbe preparata solo per la Regina, insoddisfatta dalle creme più moderne del brand. A proposito della Cyclax, c’è un’altra curiosità. Nata nel 1896, questa marca di cosmetici ottenne il Royal Warrant (onorificenza dedicata ai fornitori ufficiali della royal family) nel 1961. Pare che la Regina Madre sia stata la prima fan del brand e abbia trasmesso questa sua “passione” alla figlia.

Cos’è il Cambridge Carry? Kate Middleton ha lanciato una moda che porta il suo nome ed è destinata a durare nel tempo. Si chiama “Cambridge Carry”, che vuol dire “il modo di portare della Cambridge” e si riferisce al vezzo di Kate Middleton di tenere la borsa sempre davanti a sé e con tutte e due le mani. Secondo l’esperta di bon ton Myka Meier, la duchessa usa questo sistema per calmare l’ansia durante gli impegni ufficiali e, soprattutto, quando parla con chi non conosce. Un escamotage elegante per mascherare il nervosismo.

La parure “perduta” di Lady Diana. Dov’è finito la parure di diamanti e zaffiri appartenuta a Lady Diana? Nel 1986, durante un tour negli Stati del Golfo Persico, il sultano dell’Oman Qabus bin Said al-Said regalò alla principessa del Galles una parure, la “Oman Sapphire Suite”, composta da collana, orecchini e bracciale. Si tratta di una delle parure più famose e iconiche di Lady D. Una meraviglia che la madre di William e Harry indossò diverse volte: nel 1987 durante un banchetto a Bonn, al Royal Opera House e al Sidney Opera House. L’ultima volta che abbiamo potuto ammirare la parure è stato nell’ottobre del 1995, durante la premiere del film “Haunted” a Londra. Lady Diana amava indossare quei gioielli abbinandoli alla Tiara Spencer e le foto che possediamo di questo fantastico accostamento rappresentano una delle immagini più celebri della principessa. Non sappiamo se i gioielli siano stati ereditati da William o da Harry. Né Meghan né Kate hanno ancora sfoggiato la parure. Quando la rivedremo (se la rivedremo)?

La verità dietro i discorsi di Natale della regina Elisabetta. Cosa vuole dirci realmente. Tutte le curiosità e gli aneddoti legati ai discorsi di Natale della regina Elisabetta, dal primo trasmesso in televisione, passando per più di mezzo secolo di Storia, fino alle incertezze sulla registrazione dell’ultimo. Francesca Rossi, Venerdì 01/01/2021 su Il Giornale. La regina Elisabetta non concede interviste. L’unico modo che abbiamo per ascoltarla, per cercare di intuire le sue opinioni sui temi d’attualità e per carpire qualcosa in più sulla sua vita privata, sono i discorsi. In particolar modo quelli natalizi. La sovrana ci tiene a scriverli da sé. Non esprime pareri personali sulla politica e difficilmente ci lascia entrare nelle questioni familiari, come da protocollo. È vero, qualche piccolo strappo alla regola c’è stato nel corso degli anni, ma la regina sa misurare le parole con grazia inimitabile. In 68 anni di regno molti discorsi natalizi sono diventati un frammento di Storia inglese a cui sono legate curiosità, aneddoti e tradizioni che andiamo a scoprire.

La tradizione del discorso di Natale alla nazione. L’abitudine di rivolgere un discorso natalizio ai sudditi inglesi risale al 1932 quando, da Sandringham, il messaggio di re Giorgio V venne trasmesso in diretta alla radio, alle tre del pomeriggio del giorno di Natale. 251 parole in tre minuti. A scrivere questo primo discorso fu una “penna straordinaria”, cioè lo scrittore Rudyard Kipling. Negli anni rimasero tre tradizioni legate a questo evento: il giorno, l’orario di trasmissione e la caratteristica della brevità. Curiosità: l’idea del discorso di Natale non fu del re (nervosissimo al solo pensiero), ma del direttore della BBC John Reith. Il risultato? Un successo da 20 milioni di ascoltatori. Altro dettaglio storico: l’unico discorso del figlio di Giorgio V, Edoardo VIII, fu quello in cui annunciava la sua abdicazione nel 1936.

Il primo discorso natalizio della regina Elisabetta. La tradizione del discorso natalizio venne raccolta da una giovanissima regina Elisabetta nel 1952. Quello fu il primo Natale da sovrana, ma anche il primo senza il padre. A Sandringham Lilibet si sedette alla scrivania del suo predecessore e lanciò il suo primo messaggio di Natale alla nazione,via radio, ricordando tutte le volte in cui lo avevano fatto suo padre e suo nonno. Chiuse il discorso promettendo di servire l’Inghilterra e chiedendo ai sudditi un favore speciale: pregare per lei nel giorno dell’incoronazione, che sarebbe avvenuta nel giugno del 1953.

Una regina in televisione. Nel 1957 la regina Elisabetta fu la protagonista di una svolta epocale e con lei la Corona entrò in una nuova era. Per la prima volta il discorso di Natale andò in onda in televisione. Richard Webber, che all’epoca si occupava della realizzazione di questi messaggi, raccontò al Guardian che alla fine del filmato Sua Maestà doveva leggere un passo tratto dal libro di John Bunyan, “The Pilgrim’s Progress” (come poi accadde). Le frasi da ricordare erano state scritte su un foglio di carta inserito nel volume. Durante le prove generali Elisabetta prese un libro dalla sua scrivania, pronta a leggere, ma si accorse che era quello sbagliato. Come se niente fosse chiese se vi fosse il libro di Bunyan nella sua libreria e venne subito accontentata.

Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta. Dal 1960 il messaggio di Natale di Sua Maestà venne registrato a Buckingham Palace (vi saranno comunque delle eccezioni alla regola). Nel 1967 i sudditi poterono vedere la loro regina “a colori” sullo schermo. Il 1969, invece, rappresentò un’eccezione. Elisabetta, infatti, si limitò a scrivere il discorso di Natale, evitando di comparire in televisione. Era l’anno dell’investitura a principe di Galles dell’erede al trono, per questo la regina pensò che la monarchia si fosse esposta troppo al pubblico. Il 1980 segnò un successo enorme del discorso natalizio: 28 milioni di telespettatori. Il motivo è ovvio. Il matrimonio di Carlo e Diana era entrato nel vivo della preparazione. Inoltre la sovrana festeggiò gli 80 anni dell’amata Regina Madre.

Il 1992, l’annus horribilis. I divorzi di tre dei suoi figli, la pubblicazione delle foto di Sarah in topless, del libro “Diana, Her True Story”, delle conversazioni intime tra la principessa del Galles e James Gilbey, l’incendio del Castello di Windsor e le onerose spese di restauro rimasero sullo sfondo del discorso di Natale del 1992, registrato a Sandringham. La regina Elisabetta aveva già riassunto i suoi drammi in due parole, “annus horribilis”, durante il discorso a Guildhall per i suoi 40 anni sul trono. Sul messaggio natalizio di quell’anno, però, aleggia un piccolo mistero: il Sun lo pubblicò due giorni prima della messa in onda ufficiale, scatenando un polverone e l’ira della royal family. La sovrana accusò il tabloid di aver infranto il copyright e, alla fine, ricevette scuse pubbliche. La vicenda, tuttavia, ha ancora dei punti oscuri.

Gli anni Duemila tra sfide e incertezze. Nel 2006 la regina Elisabetta vinse un’altra sfida del nostro tempo, permettendo che il suo discorso natalizio venisse diffuso in forma di podcast e scaricato dagli utenti. Nel 2012 Sky News arrivò perfino a produrlo in 3D e ormai tutti noi possiamo vederlo anche tramite i social network e Youtube. Dal 2020, inoltre, il messaggio è riproducibile anche tramite il sistema Amazon Alexa. Eppure gli ultimi anni non sono stati semplici per la sovrana. Il 2019 portò con sé lo scandalo Epstein e pare che Sua Maestà abbia avuto non pochi problemi nella redazione del discorso natalizio registrato alla Green Drawing Room del Castello di Windsor. Quasi un “blocco dello scrittore”. Non mancarono nemmeno le polemiche legate all’assenza delle foto di Harry e Meghan dalla scrivania di Elisabetta. Gli scatti ritraevano solo i Cambridge, Carlo e Camilla, il principe Filippo e il padre di Elisabetta. I tabloid si scatenarono, insinuando che Sua Maestà e Harry fossero ai ferri corti. I Sussex non avevano ancora annunciato ufficialmente il loro ritiro (sarebbe avvenuto l’8 gennaio 2020), ma la loro incompatibilità con vita di corte non era più un mistero per nessuno. Anzi, era stata ben evidenziata nell’ormai celebre intervista che coronava il viaggio in Africa dei duchi, durante la quale Meghan ammise: “Esisto, ma non vivo”. In realtà, stando al parere degli esperti, la monarca non avrebbe pensato alla vendetta contro i Sussex nella scelta delle foto da tenere sulla scrivania durante il discorso. Avrebbe deciso di mettere in bella mostra solo gli scatti del padre e dei futuri eredi al trono. Non vi sarebbe alcun “messaggio subliminale” per i Sussex. Si tratterebbe, invece, di una semplice scelta politica e dinastica.

Curiosità di stile. Gli outfit che la regina Elisabetta sceglie per il discorso natalizio non sono una questione secondaria. Sembra che questa sia l’unica occasione in cui la sovrana si affida a un make up artist. La sua stylist, Angela Kelly, ci assicura che non vedremo mai Elisabetta pronunciare il suo messaggio vestita di verde o di rosso. Gli spettatori potrebbero confonderla con le decorazioni. Inoltre queste tonalità non funzionano davanti alle telecamere. L’obiettivo non le “cattura” al meglio. Per questo Sua Maestà opta per colori chiari (ma non sempre: nel 2015 e nel 2019 ha scelto il blu). Per non sbagliare Angela Kelly chiede allo staff, con settimane di anticipo, come verrà decorato il luogo in cui si terrà il discorso. In base a una descrizione dettagliata inizia a selezionare gli abiti “papabili”. Naturalmente l’ultima parola spetta a Lilibet.

Il 2020 nuovo annus horribilis? Neppure il discorso del 2020, anno funestato dalla Megxit e dalla pandemia, è stato una passeggiata. Sembra che la regina lo abbia scritto a Windsor, sola con Filippo e lo abbia registrato solo pochi giorni prima di Natale (di solito è tutto pronto ai primi di dicembre), in attesa degli esiti delle trattative per la Brexit. Prima della sua diffusione sapevamo solo che si sarebbe trattato di un messaggio “emotivo”. Così è stato. Sua Maestà ha scritto il discorso più intimo di tutta la sua lunga “carriera” di regina. Accanto a lei solo la foto del marito, con cui ha trascorso la quarantena e il Natale lontano da figli e nipoti. Nessuna menzione per la Brexit, contrariamente alle attese e alle indiscrezioni. Le parole “virus” e “pandemia” non vengono menzionate direttamente, ma la loro essenza occupa ogni sillaba pronunciata dalla regina. Neppure un breve accenno alla Megxit. Il coronavirus è un argomento troppo grave, troppo doloroso per molti, perché venga accostato a una questione che ha la sua importanza politica e dinastica, ha creato un vuoto e fatto tremare la Corona, ma non incide sulla vita di miliardi di persone. La parola chiave del discorso di Natale della regina Elisabetta, in questo strano 2020, è stata “luce”. La luce della conoscenza, naturalmente della nascita di Cristo che dona speranza e, legato a questo concetto, la luce della rinascita dopo la pandemia. Il messaggio di Natale della monarca è stato seguito da 8,2 milioni di inglesi e risulta il programma televisivo più visto in Gran Bretagna nel giorno di Natale. La sovrana guarda al futuro con coraggio, esprime la sua vicinanza a chi si sente solo e proprio questo gesto metaforico di “togliersi” la corona e sedersi non sul trono, ma accanto a chi sta soffrendo, ha già fatto entrare questo discorso nella Storia.

Giorgio Coluccia per "il Giornale" l'11 gennaio 2021. La musica è di casa a Buckingham Palace. Che sia a tutto volume, o meno, dipende dalle situazioni. Lo scorso 5 aprile, in un toccante discorso al Regno in piena pandemia, la Regina Elisabetta concluse con un non casuale We' ll meet again, ci incontreremo di nuovo. Un augurio, una speranza, ma anche un rimando all'omonimo brano di Dame Vera Lynn, salito alla ribalta durante la Seconda (...) (...) Guerra Mondiale come simbolo di un futuro nuovo per molti soldati al fronte. Citazione o rimando, fatto sta che la canzone in quella settimana risalì centinaia di posizioni Oltremanica, insediandosi tra le prime venti. C'è di più, alla luce degli ultimi sviluppi converrà che la sovrana tenga d'occhio gli ascolti e tutte le graduatorie visto che il fondo CCLA Investment Management ha appena acquisito i diritti d'autore di alcuni dei più grandi successi discografici degli ultimi anni. Il fondo appartiene alla Chiesa Anglicana, quindi è in mano alla Regina Elisabetta e all'arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, possessori così di ben 24mila brani di assoluto livello. A corte andranno di moda soprattutto pop e rock dal momento che nella lista delle compere ci sono anche Umbrella di Rihanna, Single Ladies di Beyoncé, All I Want for Christmas Is You di Mariah Carey e Livin'on a Prayer di Bon Jovi. Ce n'è per tutti i gusti, compresi Bruce Springsteen ed Elton John, anche se i moralisti più intransigenti hanno già puntato il dito verso il rap di Fifty Cent, il cui passato gangsta e certe frasi spinte messe in musica mal si conciliano con la famiglia reale e i dettami del reverendo Welby. Ma tant' è, gli affari sono affari e il fiuto è quello di un volpone dell'industria musicale come Merck Mercuriadis, fondatore di Hipgnosis Songs Fund, marchingegno creato per gestire le royalties e finanziato anche attraverso gli investimenti sovrani del CCLA Investment Management. Un articolo apparso sul Financial Times addirittura ha «elevato» le acquisizioni remunerative di Mercuriadis, tra l'altro ex manager di Elton John, a terza certezza della vita, oltre alla morte e alle tasse. E non senza una punta di sarcasmo. In appena due anni il fondo è riuscito a raccogliere 1,2 miliardi di sterline rispetto a quando era stato fondato, ma il portafoglio è destinato a ingrossarsi sempre di più visto il boom delle piattaforme streaming che registra un flusso di cassa continuo e beneficia a piene mani di un lockdown diffuso, con gli amanti della musica incollati alle cuffiette, in assenza di concerti live, per sfuggire alla routine. Ogni click è moneta sonante, non a caso i fondi in questione parlano di «oro, in quanto bene rifugio a tutti gli effetti, paragonabile a un quadro di valore. Ma anziché esporlo, puoi ascoltarlo quanto volte vuoi». A fine anni Ottanta, This Note' s for You di Neil Young, disco che vide il ritorno del cantante alla storica casa discografica Reprise Records, tirava le orecchie a chi commercializzava la musica rock, vendendo l'anima al diavolo, con un riferimento nemmeno troppo velato al contrattone strappato da Michael Jackson alla Pepsi. Ebbene, mercoledì scorso lo stesso Young ha ceduto la metà dei diritti di tutte le sue canzoni proprio alla Hipgnosis Songs Fund, intascando quasi 50 milioni di dollari. L'arcivescovo potrebbe rabbrividire, ma la Regina Elisabetta ci aveva visto giusto. Giorgio Coluccia.

·        Filippo.

Addio al principe Filippo, l'annuncio della morte a Buckingham Palace. La Repubblica il 9 aprile 2021. L'annuncio, incorniciato, della morte del principe Filippo è stato appeso sul cancello di Buckingham Palace, a Londra. Nel testo si legge che "Sua altezza reale è morto in pace questa mattina al castello di Windsor". Il principe Filippo di Edimburgo è morto a 99 anni e a Buckingham Palace le bandiere sono a mezz'asta.

Addio al principe Filippo, Johnson: "La nazione piange insieme alla regina e alla Royal Family". La Repubblica il 9 aprile 2021.

"Ricorderemo il duca di Edimburgo per il suo contributo alla nazione e per il suo solido supporto alla regina". Lo ha detto il premier britannico Boris Johnson parlando fuori da Downing Street, dopo la morte del principe Filippo. "Come nazione e come regno ringraziamo la straordinaria e figura e il lavoro" del principe Filippo, ha detto ancora il premier definendolo "un amorevole marito, un padre e un nonno affettuoso".

Addio al principe Filippo, i sudditi davanti a Buckingham Palace: "Era il nonno della nazione". La Repubblica il 9 aprile 2021. Ci sono anziani e persone di mezza età ma anche tanti ragazzi davanti alla  residenza ufficiale di Elisabetta e consorte nel giorno di lutto della Regina. C'è chi osserva con affetto "anche una famiglia reale è una famiglia" e chi non si toglie di testa il dolore della sua Queen dopo tanti anni di felice matrimonio.

Addio al principe Filippo, Union Jack a mezz'asta a Buckingham Palace. La Repubblica il 9 aprile 2021. La bandiera britannica a Buckingham Palace e in tutti gli edifici istituzionali è stata fatta calare pochi minuti dopo l'annuncio della morte del 99enne principe Filippo. Il protocollo prevede otto giorni di lutto nazionale.

(ANSA il 9 aprile 2021) E' morto il principe Filippo, 99enne consorte della regina Elisabetta, dimesso di recente dopo alcune settimane in ospedale a Londra a causa di una non meglio precisata infezione - non legata al Covid - cui si erano aggiunti problemi al cuore. Lo ha annunciato la regina in una nota diffusa da Buckingham in cui la sovrana esprime "profonda tristezza" per la perdita "dell'amato marito". Inossidabile punto di riferimento della corte britannica per decenni, il duca di Edimburgo aveva celebrato a novembre i 73 anni di matrimonio con la quasi 95enne Elisabetta II. Avrebbe compiuto 100 anni a giugno. (ANSA).

Da "lastampa.it" il 9 aprile 2021. Le esequie del principe Filippo, secondo le regole previste per i funerali della Casa Reale, si svolgeranno nei prossimi 10 giorni nella St George's Chapel, del Castello di Windsor in “forma ristretta”, come ha chiesto lo stesso consorte della Regina Elisabetta. Le regole del distanziamento e i divieti di assembramenti vigenti per il Covid imporranno dei cambiamenti al programma già elaborato dal Palazzo dei funerali, che ha come nome in codice Operation Forth Bridge. Attualmente in Inghilterra ai funerali può partecipare un massimo di 30 persone, osservando le regole del distanziamento. Questo significherà quindi che la Regina dovrà decidere quali saranno i membri più stretti della famiglia reale a cui verrà permesso di partecipare alle esequie nel castello. Ovviamente le regole anti Covid rendono impossibile la partecipazione di leader mondiali e reali di altri Paesi, come previsto dal programma. Secondo il programma, prima dei funerali è previsto che venga allestita una camera ardente nella Chapel Royal al St James's Palace a Londra. Il programma dei funerali prevedeva, prima della pandemia, che oltre 800 invitati avrebbero potuto rendere l'ultimo saluto al principe, ma non sarebbe stata aperta al pubblico che avrebbe potuto però lasciare un messaggio sul libro delle condoglianze.

Da "liberoquotidiano.it" il 5 maggio 2021. Sono state svelate le cause del decesso del principe Filippo di Edimburgo, il consorte della Regina Elisabetta venuto a mancare lo scorso 9 aprile a 99 anni. A divulgare il referto del principe è stato il tabloid inglese Daily Telegraph, che ha fatto sapere di aver visionato il certificato di morte ufficiale del duca di Edimburgo. Sul referto, firmato dal medico di Buckingham Palce, c'è scritto solo "vecchiaia". La causa del decesso potrebbe sembrare ovvia, ma si tratta comunque di una notizia importante, soprattutto per la stampa inglese che nelle ultime settimane si è sbizzarrita, avanzando diverse ipotesi sulle reali cause della dipartita. Tra l'altro, poco prima di morire, il principe Filippo aveva trascorso un lungo periodo di tempo in ospedale dopo una delicata operazione al cuore per una condizione cardiaca preesistente. Tuttavia, pare che l'intervento chirurgico non abbia influito minimamente. Il decesso è avvenuto per cause naturali. La morte di Filippo, inoltre, è arrivata in un momento difficile per la Corona. Poco prima della sua scomparsa, infatti, ha fatto tanto discutere l'intervista che Meghan e Harry hanno rilasciato a Oprah Winfrey. Un'intervista forte, in cui i duchi di Sussex arrivano perfino ad accusare di razzismo la monarchia britannica. E in molti credono che la situazione non abbia certo fatto bene al duca 99enne. Le rivelazioni della coppia, infatti, potrebbero avergli causato non poco stress.

Addio al principe Filippo, la Bbc interrompe i programmi per l’annuncio in diretta: il logo diventa bianco e nero. Da "lastampa.it" il 9 aprile 2021. Una notizia che non poteva aspettare, quella della morte del principe Filippo, deceduto a 99 anni. La Bbc ha interrotto il palinsesto per dare la comunicazione in diretta, abbandonando il logo rosso della testata per uno bianco e nero. "Interrompiamo le nostre trasmissioni per darvi un annuncio importante. State guardando Bbc News, da Londra. Buckingham Palace ha comunicato che è morto il principe Filippo, duca di Edimburgo", ha spiegato una conduttrice visibilmente emozionata.

Enrica Roddolo per il "Corriere della Sera" il 31 dicembre 2020. «Non riesco a immaginare nulla di peggio che campare fino a cent' anni», disse Filippo quando la regina Madre arrivò nel 2000 al secolo di vita. Aggiungendo: «Sto già cadendo a pezzi adesso». All' epoca il duca di Edimburgo di anni ne aveva ottanta e in realtà, come ancora oggi, sfoggiava sempre il fisico asciutto degli anni in Marina, la schiena dritta e lo sguardo di chi ama affrontare la vita a testa alta. Basta forse questa battuta per capire la riluttanza alla prospettiva dei festeggiamenti in suo onore il prossimo giugno, quando raggiungerà il secolo tondo di vita: primo esponente maschile della famiglia reale a tagliare la boa dei cent' anni, e il primo principe consorte. Il 10 giugno scorso, arrivato a 99 anni, preferì sedersi a tavola come ogni giorno. Così a Buckingham Palace mentre procedono spediti i preparativi con il numero 10 di Downing Street per il Giubileo di Platino (70 anni sul trono) di Elisabetta II nel 2022, si fatica a mettere a punto un piano per il secolo di Filippo. Il precedente è quello dei 100 anni della Queen Mum , con sfilata lungo il Mall e saluto dal balcone. Tra i piani per Filippo una mostra fotografica a cura del Royal Collection Trust. Ma con il covid cosa si potrà fare? Intanto nel lockdown Filippo e la regina hanno vissuto nella «bolla» di Windsor, un ritorno a quando giovane ufficiale di Marina di stanza a Malta assaporò con Elisabetta ancora libera dalle responsabilità, la vita di una coppia come tante. Con Elisabetta, Filippo trovò in fondo la sua nuova famiglia: i genitori, il principe Andrea di Grecia e Danimarca e la principessa Alice, erano andati presto ciascuno per la propria strada. Il risultato fu un' infanzia vagabonda, aiutato dalle relazioni di famiglia. D' estate a Londra, ospite a Kensington Palace, Aunt hill , la collina degli zii disse Edoardo VIII. O a casa di zio Louis Mountbatten. Col suo humour pare firmasse nel libro degli ospiti con frasi come «Dove la tempesta mi conduce, lì io vado». E proprio dalle stanze di Kensington uscì a novembre 1947 per il sì con Elisabetta. L' amore di una vita, con poche frizioni: per la voglia di Filippo di trovare un ruolo alla figura di principe consorte (stessa sfida di Alberto, marito di Vittoria). E per la contesa sul cognome. Per Elisabetta è stato forza modernizzatrice: lui le fece prendere l' aereo, lui il primo reale britannico in un' intervista tv nel 1961, lui a consigliare la ripresa tv dell' incoronazione, lui a portare i telefoni a palazzo dove come ha detto al Corriere lo storico Hugo Vickers la regina gli ha concesso le stanze di Giorgio VI. Uomo pratico, «una dinamo», per la cugina Patricia Mountbatten, «ha poi allestito a studio una delle Drawing room, arredata con mobili pratici e piuttosto comuni». Nei '60, suggerì (senza successo) che - non essendoci più un impero - forse era il caso di cambiare il nome alle onorificenze dell' Order of the British Empire. Battaglia oggi attuale sull' onda della sensibilità anti-colonialista.

Francesca Paci per “la Stampa” l'11 aprile 2021. Uno dice «british», e non a caso. Succede infatti che tutto il mondo si fermi per la scomparsa del quasi centenario principe consorte e l'invito a non esagerare arrivi, giacobini a parte, da Londra, dove sua maestà la BBC è stata letteralmente sommersa dalle proteste per il troppo spazio dedicato al duca di Edimburgo. God Save the Queen. Ma senza esagerare.

Morte Filippo, Bbc inondata di reclami: “Avete cancellato altri programmi”. Marco Alborghetti su Notizie.it il 10/04/2021. La Bbc è stata inondata da molti reclami di ascoltatori che lamentano la cancellazione di molti programmi dopo la morte del principe Filippo. Da quando la Bbc ha annunciato la morte del principe Filippo, l’emittente è stata inondata di reclami da parte di ascoltatori arrabbiati per l’interruzione di alcuni programmi preferiti. La Bbc, principale emittente televisiva britannica è stata la prima ad annunciare la morte del Principe Filippo, ma da quel momento è stata inondata di reclami da parte degli ascoltatori e fruitori televisivi. L’emittente infatti da oltre 24 ore ha interrotto la normale programmazione sui suoi due canali, trasmettendo solo news o approfondimenti sulla vita del consorte della Regina Elisabetta. La maggior parte degli ascoltatori però reputa che sia stato dato troppo spazio alla dipartita del principe Filippo, e c’è chi recrimina addirittura la cancellazione dell’attesa finale di Masterchef “Cara Bbc, mi devi due giorni di canone“. La Bbc ha deciso di creare un avviso ad hoc per questi cosiddetti “complaints “(lamenti) “Prego inserite il vostro indirizzo email per registrare il vostro reclamo, vi invieremo la risposta della Bbc al più presto possibile“. Gli ascoltatori più arrabbiati non si sono di certo tirati indietro. C’è chi scrive che “una copertura così esagerata sulla famiglia reale ce la si aspetta da una dittatura come quella della Corea del Nord, non in Bran Bretagna“. Le critiche si sono espanse anche sui social dove un utente ricorda le vere tragedie a cui l’emittente avrebbe dovuto dare più spazio: “Cara Bbc, la morte del principe Filippo non è la grande notizia che tu pensi che sia, non è l’11/9, non è la Brexit, non è l’Irlanda del Nord. E’ morta una persona anziana, datti una calmata e prendi un po’ di prospettiva“. Infine, non mancano di certo i riferimenti al covid e all’importanza relativa ai dati pandemici: “La Bbc ha parlato di più della morte di una persona che della morte di 150mila persone, un Paese completamente sotto sopra“.

Marco Alborghetti. Di Bergamo, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione e con l'ambizione di diventare giornalista. Lo sport è la mia passione, perché l'Atalanta è un mio pezzo di cuore. Divoro libri, onnivoro musicale, ma ffino ad un certo limite. Ascoltare gli altri è un piacere, scrivere lo è ancor di più.

"Troppo spazio alla morte di Filippo": bufera sulla Bbc. Francesca Rossi il 16 Aprile 2021 su Il Giornale. Gli spettatori della BBC si lamentano dell’eccessiva copertura mediatica sulla morte del duca di Edimburgo, ma l’emittente risponde. Si avvicina il giorno del funerale del principe Filippo, il prossimo 17 aprile alle 15 (in Italia le 16) e già infuriano le polemiche. Una, in particolare, getta un’ombra su questo momento già molto triste. Protagonista la BBC. Da quando, lo scorso venerdì 9 aprile, è stata data la notizia della dipartita del marito della regina Elisabetta, la storica emittente ha deciso di stravolgere i palinsesti, per adattarli alle esigenze del momento e dedicare una programmazione ad hoc alla vita eccezionale del principe consorte.

La risposta della BBC. Un omaggio, ma anche un gesto di rispetto nei confronti una personalità eccellente, che ha attraversato un secolo di Storia (non tentiamo di fare un "santino", Filippo aveva i suoi pregi e i suoi difetti, come è normale che sia). Non tutti i cittadini britannici, però, hanno gradito i cambiamenti. Proprio l'emittente ha fatto sapere di aver ricevuto ben 110mila reclami di spettatori arrabbiati per la cancellazione dei loro programmi preferiti. Tra questi, la finale di MasterChef. La BBC ha subito replicato: “La morte di Sua Altezza Reale il principe Filippo, duca di Edimburgo, è stato un evento significativo che ha generato un grande interesse sia nazionale che internazionale. Comprendiamo che alcuni spettatori non siano contenti del livello di copertura mediatica dato e l’impatto che ha avuto sulla televisione a pagamento e sulla programmazione radio. Non facciamo questi cambiamenti senza un’attenta considerazione e la decisione presa riflette il ruolo della BBC come emittente nazionale durante i momenti significativi per il Paese. Siamo grati per tutti i feedback e ascoltiamo sempre la reazione del nostro pubblico”.

MasterChef può attendere. Una risposta diplomatica, ma corretta, da parte di una rete pubblica. Gli inglesi, infatti, pagano un canone, un po’ come facciamo in Italia con la Rai. Tuttavia non è possibile e non sarebbe giusto far finta che non sia accaduto nulla, o dare notizie di questa portata in maniera frettolosa. Si tratta di un evento che rimarrà nella Storia inglese, piaccia o meno. Pur comprendendo il diritto di opinione e anche di lagna, bisogna comunque ricordare che molti inglesi amano il principe Filippo e, per dirla tutta, sono molti di più dei 110mila critici. In fondo la finale di MasterChef si può recuperare tra qualche giorno, mentre la morte è qualcosa di più…definitivo.

Enrica Roddolo per il “Corriere della Sera” il 10 aprile 2021. «Voleva tornare a Windsor, voleva tornare al castello dove la madre Alice era nata nel 1885, alla presenza della regina Vittoria», dice da Londra al Corriere lo storico, amico di famiglia del principe, Hugo Vickers. E nell' amata Windsor, Filippo se n' è andato: «Sarà sepolto lì, a Windsor: per la regina queste ore sono terribilmente dolorose...». Quanto ai Sussex, se Harry tornerà da Oltreoceano a rendere omaggio al nonno, «dico solo che hanno reso l' ultimo anno così difficile, che importa ora ciò che faranno». E nelle situazioni difficili, Filippo è sempre stato il baricentro. A lui la regina aveva delegato la gestione della famiglia, come delle proprietà della Ditta reale. Mentre lei si dedicava a regnare. E così fu lui a parlare con Diana quando il Royal wedding del secolo stava per naufragare. Le scrisse diverse lettere per mettere a disposizione la sua esperienza di principe che per Elisabetta aveva rinunciato a molto, e cercato un compromesso tra la corte e il suo cuore. Così quando uscì il libro di Andrew Morton, ed esplose il caso Diana, fu il duca a consigliare un incontro a Windsor. Non si trattava solo del loro amore, ma del futuro dei figli e della Corona. Carlo ed Elisabetta preferirono ascoltare e riflettere, e poiché Diana rifiutò di riprendere la discussione il giorno successivo, Filippo impugnò carta e penna, come aveva già fatto anni prima quando Carlo non si decideva a chiedere la mano di Diana. In fondo con lei aveva molte affinità: un'aristocratica dallo spirito libero. Anche Filippo ha sempre sopportato a fatica le imposizioni di palazzo. Per Lord Brabourne, marito della cugina Patricia Mountbatten, «fu messo alla prova dalla vita di corte, con Sir Alan Lascelles (private secretary di Elisabetta II, ndr ) che era impossibile. Erano dannati, lo trattavano come un outsider». E lui non si rassegnò mai al ruolo di pura coreografia. Ma c'era altro ad accomunarli: un' infanzia solitaria, senza i gesti di una famiglia piena di attenzioni. E avevano un carattere forte, a dispetto dello sguardo mite e dolce di Shy D. «Gli Spencer sono difficili», disse la Queen Mum. Il piglio di Filippo è noto. E come Diana, prima di lei, il duca capì i media. Chiese aiuto a professionisti della tv, a David Attenborough (nominato poi Sir per i meriti come storico della natura), all' epoca manager della Bbc , e ad Antony Craxton. Il piccolo team di esperti iniziò a lavorare con Elisabetta nei '50 per migliorarne le capacità di espressione in pubblico. Suggerì di abbassare il tono di voce e una naturalezza empatica. Così nel 1957, Her Majesty guardò la telecamera per il discorso di fine anno in tv. Il set era stato approntato da Filippo nella Long Library di Sandringham. «Non mi riuscirà mai di essere naturale come Filippo davanti alla telecamera», dirà la regina. Filippo pioniere dell' apertura dei Windsor al mondo? «Ha visto prima, quel che stava accadendo - mi ha detto Daniel Franklin dell' Economist -. Ed è stato sia un modernizzatore che l' uomo facile alle gaffe, ma forse ben più ragionevole di come l' abbiamo percepito».

Alessandra Rizzo per “la Stampa” l'11 aprile 2021. Il Principe Filippo è morto come era vissuto, con l'amata Regina al suo fianco, e facendo di testa sua. Quando le sue condizioni, già assai precarie dopo un intervento al cuore e un mese di ospedale, si sono aggravate giovedì sera, il principe e la Regina non hanno sentito ragioni: hanno respinto l'idea di un nuovo ricovero, e il Duca di Edimburgo si è spento poche ore dopo, con Elisabetta al suo capezzale. Le ultime ore del principe sono state ricostruite dal «Daily Telegraph», giornale da sempre vicino alla Casa Reale, mentre Buckingham Palace ha annunciato che il funerale si terrà sabato prossimo, 17 aprile, dopo otto giorni di lutto nazionale. Non un funerale di stato (previsto solo per i sovrani), ma una cerimonia a Windsor senza partecipazione pubblica e con una breve processione all'interno del complesso del castello. Saranno presenti i familiari più stretti, compreso Harry, che dopo il freddo comunicato diffuso sul suo sito («Grazie per la dedizione, mancherai moltissimo»), arriverà dall'America senza Meghan, incinta del secondo figlio, cui i medici hanno sconsigliato il viaggio. Non ci sarà nemmeno Boris Johnson, che ha deciso di lasciare il suo posto ad un membro della famiglia reale. I dettagli della cerimonia, alle 3 del pomeriggio (le 4 in Italia), sono in parte dettati dalle restrizioni da Covid, che prevedono massimo 30 persone. Ma seguono le indicazioni lasciate da Filippo, fedele fino all'ultimo al motto di una vita: «No fuss», niente clamore. Il Paese ha vissuto un'altra giornata di lutto nel ricordo del principe gaffeur, burbero e indomito, che per oltre settant' anni ha fatto parte della vita dei sudditi di Sua Maestà: salve di cannone sparate in ogni angolo del Regno Unito e dalle navi della marina; bandiere a mezz' asta; migliaia di persone che in fila ordinata hanno lasciato fiori e biglietti di fronte ai cancelli di Buckingham Palace e a Windsor; e il ricordo commosso ma composto del principe Carlo, erede al trono che con Filippo ha avuto un rapporto non sempre idilliaco: «Il mio caro papà è stata una persona davvero speciale, ci manca enormemente». Nulla forse illustra la vita di Filippo meglio delle immagini e parole condivise ieri dalla Regina sui social della famiglia reale. Prima il ricordo toccante di una vita insieme, con le parole da lei pronunciate in occasione delle nozze d'oro nel 1997: «È stato, molto semplicemente, la mia forza e pilastro per tutti questi anni». Per una sovrana certo non incline alle dimostrazioni pubbliche di affetto, e che anzi incarna come nessun altro lo «stiff upper lip» britannico, è già moltissimo. E poi il momento dell'incoronazione, la Regina sul trono e Filippo che con formula feudale le giura la sua devozione. Elisabetta resta a Windsor, dove il duca era tornato il 16 marzo dopo il ricovero e dove la coppia aveva trascorso l'anno di pandemia: il lockdown aveva consentito loro di passare più tempo insieme, come nei primi anni di matrimonio. Filippo avrebbe compiuto 100 anni tra due mesi. «Ha passato la maggior parte delle quattro settimane in ospedale chiedendo di tornare a casa. Voleva solo tornare nel suo letto, non avrebbe mai voluto morire in ospedale», ha raccontato una fonte al «Telegraph». La famiglia reale osserverà il lutto fino al 22 Aprile. La Regina, che tra 10 giorni compie 95 anni, potrebbe tenere un discorso alla nazione, evento rarissimo (se non si considera il tradizionale messaggio di Natale) capitato una manciata di volte, come per la morte di Lady Diana o quella della Regina Madre. E che potrebbe ora ripetere in memoria del suo adorato principe.

Filippo di Edimburgo, il retroscena straziante sulle sue ultime ore: "Operato, ma voleva morire. L'ha deciso la Regina Elisabetta". Libero Quotidiano il 10 aprile 2021. Voleva morire nel suo letto, Filippo di Edimburgo. E alla fine ha deciso la moglie, la Regina Elisabetta: "Riportatelo a casa". È straziante il retroscena sulla morte del 99enne principe consorte, avvenuta venerdì mattina nel castello di Windsor. Al suo capezzale la Queen Lillibet, come affettuosamente la chiamava ancora lui dopo 73 anni di matrimonio. Le sue condizioni si erano aggravate improvvisamente giovedì sera, ma la fine era già scritta da mesi. A inizio 2021, il ricovero per problemi cardiaci e altre complicazioni, non legate al Covid, poi l'operazione d'urgenza al cuore. Secondo il tabloid britannico Mirror, Filippo era "gravemente ammalato": "Ha trascorso la maggior parte delle quattro settimane in ospedale cercando di tornare a casa. Gli hanno operato il cuore nel tentativo di farlo vivere un po' più a lungo, magari pensando al centesimo compleanno. Ma a lui non importava davvero. Voleva solo essere di nuovo nel suo letto. In nessun modo avrebbe voluto morire in ospedale". Filippo, insomma, voleva solo poter morire nel Berkshire. È stato di fronte a questo ultimo desiderio che la Regina Elisabetta gli ha regalato la sua ultima, grande prova d'amore, acconsentendo al ritorno a casa per garantirgli una dipartita la più serena possibile, accudendolo fino alla fine. "È stato, molto semplicemente, la mia forza, è stato accanto in tutti questi anni e io, e tutta la sua famiglia e questo e molti altri Paesi, abbiamo con lui un debito più grande di quanto abbia mai rivendicato o di quanto mai sapremo": con queste parole la Regina lo aveva ringraziato nel novembre 1997, in occasione delle loro Nozze d'oro. E con queste parole l'account ufficiale della Royal Family ha salutato il Duca di Edimburgo. Un cerchio che si chiude.

Filippo di Edimburgo, il retroscena straziante sulle sue ultime ore: "Operato, ma voleva morire. L'ha deciso la Regina Elisabetta". Libero Quotidiano il 10 aprile 2021. Voleva morire nel suo letto, Filippo di Edimburgo. E alla fine ha deciso la moglie, la Regina Elisabetta: "Riportatelo a casa". È straziante il retroscena sulla morte del 99enne principe consorte, avvenuta venerdì mattina nel castello di Windsor. Al suo capezzale la Queen Lillibet, come affettuosamente la chiamava ancora lui dopo 73 anni di matrimonio. Le sue condizioni si erano aggravate improvvisamente giovedì sera, ma la fine era già scritta da mesi. A inizio 2021, il ricovero per problemi cardiaci e altre complicazioni, non legate al Covid, poi l'operazione d'urgenza al cuore. Secondo il tabloid britannico Mirror, Filippo era "gravemente ammalato": "Ha trascorso la maggior parte delle quattro settimane in ospedale cercando di tornare a casa. Gli hanno operato il cuore nel tentativo di farlo vivere un po' più a lungo, magari pensando al centesimo compleanno. Ma a lui non importava davvero. Voleva solo essere di nuovo nel suo letto. In nessun modo avrebbe voluto morire in ospedale". Filippo, insomma, voleva solo poter morire nel Berkshire. È stato di fronte a questo ultimo desiderio che la Regina Elisabetta gli ha regalato la sua ultima, grande prova d'amore, acconsentendo al ritorno a casa per garantirgli una dipartita la più serena possibile, accudendolo fino alla fine. "È stato, molto semplicemente, la mia forza, è stato accanto in tutti questi anni e io, e tutta la sua famiglia e questo e molti altri Paesi, abbiamo con lui un debito più grande di quanto abbia mai rivendicato o di quanto mai sapremo": con queste parole la Regina lo aveva ringraziato nel novembre 1997, in occasione delle loro Nozze d'oro. E con queste parole l'account ufficiale della Royal Family ha salutato il Duca di Edimburgo. Un cerchio che si chiude.

Ecco le ultime ore di Filippo: che cosa ha chiesto il Principe. Quali sono stati gli ultimi desideri del principe Filippo? Chi era accanto a lui nel momento più triste? I tabloid svelano le ultime ore di vita del marito della regina Elisabetta. Francesca Rossi - Sab, 10/04/2021 - su Il Giornale. “Voglio morire in casa, non nel letto di una clinica”, questo sarebbe stato l’ultimo desiderio del principe Filippo, ormai vicino alla fine. Stando alle indiscrezioni riportate dal Daily Telegraph, le condizioni del marito di Sua Maestà si sarebbero aggravate giovedì notte. Lo staff della royal family avrebbero consigliato alla sovrana di far ricoverare di nuovo il duca di Edimburgo, ma questa si sarebbe opposta con fermezza. Dopo il ritorno al Castello di Windsor, dopo circa un mese di ricovero e un’operazione al cuore, il principe Filippo aveva messo le cose in chiaro con la monarca, stabilendo che non avrebbe più accettato di allontanarsi dalla sua casa. Così la regina Elisabetta gli è rimasta accanto fino all’ultimo, consapevole che presto l’amore della sua vita l’avrebbe lasciata solo per sempre. Sapeva da tempo che, forse, il duca non avrebbe festeggiato il secolo di vita. Una fonte ha svelato al Telegraph: “Con l’intervento al cuore volevano farlo vivere un altro po’, affinché arrivasse a compiere 100 anni. Ma questo traguardo a lui davvero non interessava. Voleva restare nel suo letto, a casa. Non voleva assolutamente morire in ospedale”. Più che comprensibile che negli ultimi momenti, prima di varcare una soglia per noi tutti ignota, il principe Filippo abbia voluto intorno le persone e l’ambiente a lui più cari. Tutti i figli del duca di Edimburgo e della Regina sono riusciti a dare un ultimo saluto al loro padre, come racconta il Mirror. Carlo, Anna, Andrea ed Edoardo, infatti, hanno ricevuto il vaccino e, comunque, gli incontri si sono svolti secondo le regole di distanziamento imposte dalla pandemia. Purtroppo non hanno avuto la stessa occasione i nipoti e i pronipoti del principe, non ancora immunizzati. Sembra, però, che il principe William sia riuscito a parlare al telefono con il nonno il quale, a quanto risulta, odiava Zoom, quindi preferiva affidarsi a delle semplici chiamate. Ora comprendiamo meglio anche le lacrime del principe Carlo dopo la visita in ospedale a suo padre, quando era ancora ricoverato. Con ogni probabilità l’erede al trono conosceva già il destino del duca di Edimburgo, benché tutti sperassimo che quegli occhi rossi fossero solo il risultato di un momento di sconforto. Gli ultimi giorni del marito di Sua Maestà, spiega il Daily Mail, sono stati “tranquilli”. Purtroppo Filippo ha iniziato a mangiare meno di giorno in giorno, fino a rifiutare anche il tè che abitualmente prendeva alle sette e mezzo del mattino. Sul comodino, accanto al letto, teneva una foto della moglie e una della madre, Alice di Battenberg. Quando il tempo le permetteva, il duca di Edimburgo si riposava o leggeva all’aperto, una coperta sulle ginocchia per tenerlo al caldo. A questo proposito ci sono due aneddoti, tra gli ultimi della sua vita. Un giorno, mentre era immerso nella lettura, al principe sarebbero caduti gli occhiali. Un valletto si sarebbe avvicinato per raccoglierli, ma Filippo lo avrebbe bloccato, dicendo: “Fermo, faccio io!”. Il suo staff, poi, gli avrebbe suggerito di usare la sedia a rotelle ma lui, che preferiva il bastone e non voleva mostrare segni di debolezza, avrebbe risposto piccato: “Fate sparire quella maledetta sedia!”. La tempra di quest’uomo riservato, fedele alla Corona per decenni, politicamente scorretto (virtù sempre più rara), non è venuta mai meno, nemmeno di fronte alla morte.

L'incontro con i figli (vaccinati), William sentito a telefono. “Fatemi morire a casa”, gli ultimi giorni di vita di Filippo e il saluto della regina: “E’ stato la mia forza”. Redazione su Il Riformista il 10 Aprile 2021. “È stato, molto semplicemente, la mia forza ed è rimasto per tutti questi anni, e io, e tutta la sua famiglia, e questo Paese e molti altri Paesi, abbiamo con lui un debito più grande di quanto lui abbia mai rivendicato o di quanto mai sapremo”. E’ il messaggio della regina Elisabetta pubblicato sugli account social della famiglia reale britannica. Parole riprese da un passaggio del discorso pronunciato dalla regina in occasione delle sue nozze d’oro con il principe Filippo nel 1997, morto venerdì 9 aprile all’età di 99 anni. In queste ore sono numerosi i fiori lasciati dai cittadini britannici davanti a Buckingham Palace e al Castello di Windsor, nonostante i funzionari della corte abbiano invitato la popolazione a non recarsi davanti ai palazzi reali per evitare assembramenti a causa dell’emergenza coronavirus. Piccoli gruppi di persone si sono radunati questa mattina vicino ai cancelli di Buckingham Palace, dove l’Union Jack sventola a mezz’asta. I fiori lasciati venerdì sono stati rimossi e collocati nel retro di un furgone.

Il saluto con salve di cannone. Salve di cannone in tutto il Regno Unito, a Gibilterra e dalle navi da guerra per la morte del principe Filippo. Il ministero della Difesa del Regno Unito ha affermato che verranno sparati 41 colpi alla volta ogni minuto da mezzogiorno in città tra cui Londra, Edimburgo, Cardiff e Belfast, nonché Gibilterra e dalle navi da guerra della Royal Navy. Il saluto con salve di cannone segnò la morte anche della regina Vittoria nel 1901 e di Winston Churchill nel 1965. Le autorità hanno incoraggiato la popolazione a vedere l’evento online o in televisione da casa per evitare assembramenti. Stando a quanto riportano i giornali inglesi, “Filippo non voleva morire in ospedale. E anche la regina si è opposta a un suo nuovo ricovero”. Il duca di Edimburgo ha trascorso i suoi ultimi giorni nel castello di Windosr. Nella notte di giovedì, secondo il Daily Telegraph, le condizioni di salute del principe Filippo si sono aggravate. Alla regina è stato consigliato un nuovo ricovero in ospedale ma la sovrana si è opposta e ha preferito far trascorrere in casa le ultime ore di vita all’amato marito, sottoposto nelle scorse settimane a una delicata operazione al cuore. Una decisione che anche lo stesso Filippo aveva fatto presente subito dopo la sua ultima permanenza in ospedale: “Voglio morire in casa, non nel letto di una clinica”. Il duca di Edimburgo avrebbe compiuto 100 anni il prossimo 10 giugno. Così come spiega il Daily Mirror, nei suoi ultimi giorni, sarebbe riuscito a salutare di persona tutti i suoi figli, Carlo, Anna, Andrea ed Edoardo, tutti già vaccinati, durante alcuni incontri “super-distanziati”. Nipoti e pronipoti, tra cui William (che lo ha sentito al telefono), non sono riusciti a vedere per l’ultima volta il nonno perché non hanno ricevuto la prima dose del vaccino anti-covid. La regina Elisabetta, 94 anni, rispetterà otto giorni di lutto per “l’amato marito”, come lei stessa l’ha descritto e con il quale ha vissuto una storia d’amore lunga 73 anni. Per dirgli addio non ci saranno funerali di stato né camera ardente secondo un suo desiderio. Il principe Andrea e il principe Edoardo hanno fatto visita alla madre, la regina Elisabetta II al Castello di Windsor sabato 10 aprile, dopo la morte del principe Filippo. Edoardo e Sofia, la contessa del Wessex, hanno trascorso circa un’ora al castello. “La regina è stata fantastica”, ha detto Sofia mentre la coppia lasciava Windsor a bordo di una Land Rover. Andrea ha salutato la folla mentre se ne andava. Il principe Carlo, figlio maggiore della regina ed erede al trono, le ha fatto visita venerdì. Il segretario di Stato vaticano cardinale Piero Parolin ha inviato a nome del Santo Padre Francesco, un messaggio di cordoglio a Sua Maestà la Regina Elisabetta II per la perdita del marito il principe Filippo Duca di Edimburgo. Il Papa ha messo in luce “la devozione del Principe Filippo al matrimonio e alla famiglia e il suo impegno per l’educazione e lo sviluppo delle generazioni future”.

Otto giorni di lutto, poi il messaggio alla nazione e i funerali in forma ristretta: il dolore di Elisabetta. Antonello Guerrera su La Repubblica il 9 aprile 2021. Nessun funerale di Stato, come chiesto da lui stesso e la salma esposta solo in privato per l'addio all'uomo con cui ha condiviso 74 anni di vita: per la sovrana, a 95 anni, una sfida difficile. E ora che succederà a Londra e soprattutto alla regina Elisabetta dopo la morte del principe Filippo, del suo amato Filippo, consorte di quasi 74 anni della leggendaria sovrana britannica? Di certo, la notizia della morte del Duca di Edimburgo arriva a pochi giorni da due traguardi importanti per la coppia reale più amata del mondo e immortalata dalla serie tv di "The Crown": i 95 anni della sovrana del 21 aprile e i 100 di Filippo del 10 giugno prossimo, quel secolo lungo e straordinario che non è riuscito a concludere. Elisabetta rimarrà in lutto per otto giorni, questo è sicuro. Poi dovrebbe dare un messaggio tv alla nazione, forse nei prossimi giorni, ma non si sa quando. Dipenderà molto anche dal suo stato emotivo. Non ci saranno funerali di Stato, non tanto per le restrizioni Covid che certo avranno un impatto, ma perché lo sbrigativo e spesso un po' burbero Filippo non voleva "una scocciatura" simile, chiedendo qualcosa di più semplice e spartano, lui che al di là degli impegni ufficiali è sempre stato un uomo molto riservato, a volte anche con la stessa famiglia e soprattutto i nipoti. Il pubblico non potrà dargli un ultimo saluto e non il suo corpo non sarà esposto a Westminster Abbey bensì privatamente a St James Palace, la stessa cosa che accadde per la principessa Diana nel 1997. I suoi funerali, in forma ristretta, si terranno a Windsor, alla cappella di San Giorgio, e sarà sepolto proprio lì, nei vicini Frogmore Gardens, dove riposano anche le spoglie della regina Vittoria e del principe Alberto, e non nella stessa cappella o a Westminster Abbey. Partirà dunque la cosiddetta operazione Forth Bridge. Il Lord Chamberlain e il primo ministro Boris Johnson consulteranno la Regina per conoscere sue richieste sui funerali del marito. Tutte le bandiere saranno a mezz'asta durante il periodo di lutto, il Cerimonial Mace della Camera dei Comuni a Londra sarà listato a lutto e tutti i parlamentari avranno il lutto al braccio, così come i membri della famiglia reale, che dovrebbero indossare anche loro abiti scuri o comunque molto sobri. Ed Elisabetta? Di certo starà attraversando un periodo di grave dolore e ora avrà tutta la Casa Reale sulle sue spalle insieme all'erede al trono, il figlio principe Carlo, che già aveva mostrato una lacrima qualche settimana fa all'uscita dell'ospedale dove il padre  era ricoverato. Certo la regina negli ultimi anni si era già parzialmente abituata a questa nuova situazione: Filippo è stato molto male negli ultimi tempi, operato anche al cuore di recente e da un po', anche per motivi di salute, i due vivevano praticamente separati, seppur nello stesso luogo. Ma certo questa sarà una nuova enorme sfida, per Elisabetta II, a 95 anni quasi compiuti. E che compirà da sola, senza il suo amato Filippo.

Operazione Forth Bridge, cosa prevede il protocollo per la morte del principe Filippo. Giorgia Silvestri su Notizie.it il 10/04/2021. L'“Operazione Forth Bridge” è il "protocollo" che guida tutto ciò che accade dopo la morte del duca d'Edimburgo. Ecco in che cosa consiste. Venerdì 9 aprile 2021 è venuto a mancare il principe Filippo, duca d’Edimburgo e consorte della sovrana Elisabetta II d’Inghilterra. La casa reale inglese prevede per ciascun suo membro un specifico “protocollo” che si deve seguire in caso di morte.  A tutti questi “protocolli” si fa riferimento attraverso un “nome in codice”. Quello riservato al duca d’Edimburgo è l’“Operazione Forth Bridge”. Per ora, si conoscono solo alcuni aspetti di quello che succederà nei giorni successivi alla morte del principe. La BBC riporta che da Buckingham Palace è stato confermato che i funerali saranno privati. Niente cerimonie di Stato dunque, ma comunque verrà preso in dovuta considerazione lo status del defunto. Ciò è dovuto anche ad un desiderio dello stesso duca d’Edimburgo. Inoltre, il principe Filippo sarà seppellito a Frogmore Gardens del Castello di Windsor. Il momento della sepoltura non avrà copertura da parte delle tv pubbliche. I funerali si terranno entro 10 giorni. Il luogo scelto per la funzione è la St. George’s Chapel nel Castello di Windsor. Il limite massimo di persone che potranno assistere alle esequie sarà 30. Questo per le misure anti-Covid in vigore nel Regno Unito. Sua Maestà personalmente deciderà chi vi sarà. Tale limitazione porterà ad un leggero cambiamento nell’”Operazione Forth Bridge”. Infatti, originalmente era prevista la presenza alle funzioni funebri del duca d’Edimburgo pure di diversi capi politici e i membri di altre famiglie reali. La cerimonia sarebbe arrivata a contare anche più di 800 partecipanti. Dopo i funerali è previsto che comincino per Elisabetta II 8 giorni di lutto. Ciò prevede che non ci sia nessuna sua “apparizione pubblica”. Inoltre, non sarà redatta alcuna legge. Dopo tutto ciò, la regina continuerà ad essere in lutto per altri 30 giorni. Tuttavia, riprenderà gradualmente i suoi compiti pubblici legati al ruolo di sovrana. Per prima cosa, non sono state ancora rese pubbliche le disposizioni lasciate dal principe Filippo nel caso della sua morte. Comunque, quello che è certo è che non vi saranno stravolgimenti nella “linea di successione” al trono. Infatti, il duca d’Edimburgo non vi era dentro. L’erede al trono rimane il principe Carlo. Poi vi è il principe William. I figli di quest’ultimo – George, Charlotte e Louis – occupano, nel suddetto ordine, le posizioni successive. Giorgia Silvestri

Principe Filippo, dove terranno il corpo (e in che bara) fino a che non morirà la Regina Elisabetta: roba da non credere. Libero Quotidiano il 13 aprile 2021. In attesa dei funerali del principe Filippo, che si terranno sabato 17 aprile, continuano a inseguirsi febbrilmente gossip e indiscrezioni sulla famiglia reale inglese, scossa ovviamente dal ritorno per la triste occasione del principe Harry, per la prima volta in patria e al fianco di Carlo e William dopo l'intervista-bomba di lui e Meghan Markle, quest'ultima però assente. E le indiscrezioni, però, riguardano anche il consorte della Regina Elisabetta scomparso. E l'ultima è davvero sorprendente. Si parla della bara che accoglierà il principe, una bara di quercia inglese rivestita di piombo, si apprende. Una scelta di routine per i reali britannici, sempre seppelliti in bare ricoperte di piombo per preservare il corpo il più a lungo possibile. Si pensi che quella di Lady Diana era così pesantemente foderata da pesare la bellezza di un quarto di tonnellata. Ma di davvero sorprendente c'è il fatto ce la bara di Filippo sarebbe stata realizzata più di trent'anni fa. Insomma, si sono preparati al trapasso con larghissimo anticipo. Filippo, per inciso, un giorno sarà sepolto con la moglie nella cappella commemorativa a Frogmore Gardens, ma fino ad allora, insomma fino a che Elisabetta sarà in vita, Filippo resterà calato nella Volta Reale. Le esequie di sabato si svolgeranno presso la cappella di San Giorgio a Windsor, seguendo il cerimoniale che lo stesso Filippo aveva pianificato fino all'ultimo dettaglio: dalla Land Rover modificata che trasporterà il suo feretro, alla singola corona di fiori sulla bara, poi la bandiera personale, il cappello della divisa e infine anche la spada.

Elisa Messina per "corriere.it" il 14 aprile 2021. Sono attese per domani le comunicazioni ufficiali sul funerale del principe Filippo che si terrà sabato alle 15 nella St George Chapel del castello di Windsor, ma molte anticipazioni sulle esequie stanno circolando nel Regno a partire dalla certezza che sarà una cerimonia rispettosa delle norme anti-Covid. Quindi con restrizioni che stanno complicando non poco l’organizzazione dell’evento, a partire dalla stesura della lista dei partecipanti “in presenza”: non devono essere più di 3o quindi, inevitabilmente, alcuni membri della famiglia reale saranno esclusi. Poi, mascherine obbligatorie, distanziamento di due metri tra le persone, regole di comportamento, regole di sicurezza e infine dettagli a cui attenersi per rispettare le volontà del principe.

Elisabetta nella «bolla» di Windsor. Probabilmente la regina Elisabetta siederà da sola in chiesa, distanziata dagli altri membri della famiglia perché, come spiega oggi The Times, la sovrana sta vivendo da oltre un anno in quella che viene chiamata “la Bolla del castello di Windsor” che comprendeva lei, il marito e una cerchia molto ristretta di collaboratori e di domestici, una quindicina di persone in tutto. Insomma, l’unica persona autorizzata a sederle accanto potrebbe essere il segretario particolare di Filippo, Archie Miller-Bakewell, la cui presenza è data per certa, ma non uno dei suoi quattro figli.

Saranno esclusi i coniugi separati. Chi parteciperà della famiglia? Inevitabili le esclusioni nella lista complessiva dei parenti (che conterebbe da sola 36 persone). Carlo e Camilla saranno vicini, ma distanti da Elisabetta separati dagli altri tre figli della regina (Anna, Andrea, Edoardo) e dagli otto nipoti: ciascuno siederà con il suo nucleo familiare. Per questioni numeriche saranno probabilmente esclusi mogli e mariti divorziati dei membri famiglia, anche se resta un punto interrogativo su Sarah Ferguson, che ha divorziato nel 1992 dal principe Andrea, quindi non fa più parte della royal family, ma lei e il duca di York sono tornati a vivere insieme ormai da diversi anni. L’unica consorte “in carica” assente tra i parenti stretti sarà dunque Meghan Markle che, incinta del secondogenito, è rimasta negli Stati Uniti.

Solo il principino George per i 10 bisnipoti? Non ci saranno, probabilmente, neppure i 10 bisnipoti di Elisabetta e Filippo. Alcuni sono decisamente troppo piccoli, come il piccolo August di Eugenie di York nato nel febbraio 2021. Potrebbe però essere presente George, primogenito di William e Kate: ha sette anni ma soprattutto è il terzo nella linea di successione al trono, dopo il padre e il nonno. Quasi scontata la presenza dei nipoti di Elisabetta e Filippo, ovvero il figlio e la figlia della sorella della sovrana Margaret con i rispettivi coniugi, e dei conti di Mountbatten, Norton Knatchbull con la moglie Penelope: quest’ultima era molto amica di Filippo e ne condivideva la passione per il calesse e per la pittura.

Niente parenti tedeschi, come nel 1947. Quanto ai membri della famiglia reale che non parteciperanno, è data quasi per certa l’assenza dei coniugi duchi di Kent, cugini e intimi della coppia reale (gli stessi Filippo ed Elisabetta erano cugini di terzo grado), e così i fratelli minori del duca. Agli “esclusi” di rango come loro sarebbe stata tuttavia concessa una visione privata della cerimonia in streaming, stando a quanto riporta il Telegraph. C’è poi il tema dei parenti gre