Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2021

 

LA SOCIETA’

 

PRIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

       

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

 

 

LA SOCIETA’

INDICE PRIMA PARTE

 

AUSPICI, RICORDI E GLI ANNIVERSARI.

Gli Auspici per il 2021.

Le profezie per il 2021.

2020. Un anno di Pandemia.

Cosa resta dell’anno passato. I Fatti.

Cosa resta dell’anno passato. Le Cazzate.

Cosa resta dell’anno passato. I Morti Illustri.

Perché febbraio ha 28 giorni ed è il mese più corto dell’anno?

109 anni dall’affondamento del Titanic.

84 anni dal Disastro dell’Hindenburg.

21 anni dalla fine del Concorde.

75 anni dalla nascita del Bikini.

75 anni dalla nascita della Vespa.

70 anni dalla nascita del Totocalcio.

60 anni dalla nascita di Diabolik.

200 anni dalla morte di Napoleone Bonaparte.

100 anni dalla morte di Enrico Caruso.

72 anni dalla morte del grande Torino.

66 anni dalla morte di James Dean.

61 anni dalla morte di Fred Buscaglione.

52 anni dalla morte di Rocky Marciano.

51 anni dalla morte di Jimi Hendrix.

50 anni dalla morte di Jim Morrison.

50 anni dalla morte di Fernadel.

50 anni dalla morte di Coco Chanel.

46 anni dalla morte di Joséphine Baker.

44 anni dalla morte di Charlie Chaplin.

44 anni dalla morte di Maria Callas.

44 anni dalla morte di Elvis Presley.

41 anni dall’uscita di “The Blues Brothers”.

40 anni dalla morte di Natalie Wood.

40 anni dalla morte di Rino Gaetano.

40 anni dalla morte di Alfredino Rampi.

39 anni dalla morte di Romy Schneider.

37 anni dalla morte di Truman Capote.

33 anni dalla morte di Christa Paffgen, in arte: Nico.

31 anni dalla morte di Sergio Corbucci.

31 anni dalla morte di Ugo Tognazzi. 

30 anni dalla morte di Pier Vittorio Tondelli.

30 anni dalla morte di Yves Montand.

30 anni dalla morte di Dino Viola.

30 anni dalla morte di Walter Chiari.

29 anni dalla morte di Astor Piazzolla.

28 anni dalla morte di Sun Ra.

28 anni dalla morte di Albert Sabin.

27 anni dalla morte di Ayrton Senna.

27 anni dalla morte di Moana Pozzi.

27 anni dalla morte di Giulietta Masina.

27 anni dalla morte di Massimo Troisi.

27 anni dalla morte di Domenico Modugno.

25 anni dalla morte di Marcello Mastroianni.

25 anni dalla morte di Dario Bellezza.

24 anni dalla morte di Ivan Graziani.

24 anni dalla morte di Gianni Versace.

24 anni dalla morte di Renzo Montagnani.

23 anni dalla morte di Frank Sinatra.

21 anni dalla morte di Nicola Arigliano.

20 anni dalla morte di Ferruccio Amendola.

17 anni dalla morte e 100 anni dalla nascita di Nino Manfredi. 

17 anni dalla morte di Michele Profeta.

15 anni dalla morte di Mario Merola.

15 anni dalla morte di James Brown.

15 anni dalla morte di Oriana Fallaci.

14 anni dalla morte di Ingmar Bergman.

14 anni dalla morte di Guido Nicheli.

13 anni dalla morte di Paul Newman.

13 anni dalla morte di Heath Ledger.

10 anni dalla morte di Giorgio Bocca.

10 anni dalla morte di Amy Winehouse.

9 anni dalla morte di Marie Colvin.

9 anni dalla morte di Lucio Dalla.

9 anni dalla morte di Donna Summer.

8 anni dalla morte di Little Tony.

8 anni dalla morte di Ottavio Missoni.

6 anni dalla morte e 100 anni dalla nascita d Mario Cervi.

6 anni dalla morte di Anita Ekberg.

6 anni dalla morte di Laura Antonelli.

5 anni dalla morte di Prince.

5 anni dalla morte di Silvana Pampanini.

4 anni dalla morte di Hugh Hefner.

4 anni dalla morte di Jake La Motta.

4 anni dalla morte di Pasquale Squitieri.

4 anni dalla morte di Paolo Villaggio.

3 anni dalla morte di Bernardo Bertolucci.

3 anni dalla morte di Fabrizio Frizzi.

3 anni dalla morte di Marina Ripa di Meana. 

3 anni dalla morte di Davide Astori.

2 anni dalla morte di Luciano De Crescenzo.

2 anni dalla morte di Jeffrey Epstein.

2 anni dalla morte di Mattia Torre.

1 anno dalla morte di Gigi Proietti.

1 anno dalla morte di Paolo Rossi.

1 anno dalla morte di Diego Maradona. 

1 anno dalla morte di Stefano D'Orazio.

1 anno dalla morte di Ezio Bosso.

1 anno dalla morte di Roberto Gervaso.

1 anno dalla morte di Ennio Morricone.   

1 anno dalla morte di Kobe Bryant.

Le Frecce Tricolori.

Chi erano Stanlio e Ollio.

I Queen.

I Beatles.

Gli ABBA.

Dire Straits.

Spice Girls.

La Notte di San Lorenzo.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Avvocato.

L’Operazione Stellantis.

John Elkann.

Lapo Elkann.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Famiglie Reali.

Lo stile dei reali inglesi.

Presagi nefasti.

La Regina Vittoria.

Elisabetta.

Filippo.

Carlo.

Diana.

William e Kate.

Harry e Meghan.

Andrea.

Sarah Ferguson.

 

INDICE TERZA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

L'Apocalisse.

La linea piatta del fine vita.

Sesto Senso: sentire i morti.

Coscioni ed il diritto a morire.

La razzia delle tombe.

La morte sociale: gli Eremiti.

La Successione.

Le morti “del cazzo”.

I Morti del 2021.

È morto l’attore James Michael Tyler.

E’ morto il rapper svedese Yasin.

Morto il grande direttore d'orchestra Bernard Haitink.

È morto il compositore Leslie Bricusse.

E’ morto il jazzista Franco Cerri.

E’ morto l'ex segretario di Stato Usa Colin Powell.

E’ morto il fumettista Robin Wood.

Morto Angelo Licheri, “l’uomo ragno” che si calò nel pozzo del Vermicino per salvare Alfredino Rampi.

È morto il pittore Achille Perilli.

E’ morto il giornalista Gianluigi Gualtieri.

E’ morto lo scienziato Abdul Qadeer Khan.

È morto l’attore Elio Pandolfi.

E’ morto il filosofo ultra comunista Salvatore Veca.

E’ morta l’attrice Luisa Mattioli.

Morto il rugbista Lucas Pierazzoli.

E’ morto il calciatore Daniel Leone.

Morto lo scrittore Antonio Debenedetti.

È morto Bernard Tapie.

E’ morto l’ex ministro Agostino Gambino.

Muore lo scrittore Takao Saito.

E’ morta la giornalista Marida Lombardo Pijola.

E’ morto l’attore Basil Hoffman.

Morto il pilota Nino Vaccarella.

E’ morto l’attore Robert Fyfe.

E’ morto il calciatore Romanino Fogli.

È morto l’attore Willie Garson.

E’ morto Carlo Vichi, il fondatore della Mivar.

Morto il compositore Sylvano Bussotti.

È morto l’inventore Clive Sinclair.

E’ morto l’ex presidente dell’Algeria Abdelaziz Bouteflika.

È morto l’editore Tullio Pironti.

Morto l’attore Art Metrano.

È morto il terrorista Abimael Guzmán.

E’ morto l’attore Carlo Alighiero. 

È morto l’attore Michael Constantine.

Morto l’attore Nino Castelnuovo.

Morto l’ex calciatore Jean-Pierre Adams.

E’ morto l’attore Michael K. Williams.

È morto l’attore Jean-Paul Belmondo.

È morta la cantante Sarah Harding.

E’ morta la giornalista Anna Cataldi.

Morto lo scrittore Daniele Del Giudice.

Morto il musicista Theodorakis. 

E' morto l’artista Paolo Ramundo.

E' morto l’ex calciatore Francesco Morini.

Morto il giornalista Gianfranco Giubilo.

Morto il cantante Lee “Scratch” Perry.

È morto l’attore Ed Asner.

E’ morto il giornalista sportivo  Mario Pennacchia.

E’ Morto Fritz McIntyre, tastierista dei Simply Red.

E’ Morto Charlie Watts, il batterista dei Rolling Stones.

E' morto il poeta rivoluzionario Jack Hirschman.

Morto Luca Silvestrin, storico pivot della Reyer Venezia.

È morta Nicoletta Orsomando, storica signorina buonasera.

È morto l'attore Nino D'Agata.

È morto l’atleta Albert Rienzo.

È morto l’atleta Giovanni Di Lauro.

È morto il senatore Paolo Saviane.

E’ morta la giornalista e scrittrice Gaia Servadio.

E’ morto l’avvocato Luca Petrucci.

E’ morto l’attore Sonny Chiba.

E’ morto il youtuber Omar Palermo.

E’ morto il calciatore Gerd Muller.

Morto il comico Gianfranco D'Angelo.

E’ morto il giornalista Ranieri Polese.

E’ morta l’attrice Piera Degli Esposti.

E’ morto Enzo Facciolo, il disegnatore di Diabolik.

E’ morto Gino Strada.

E’ morta Patricia Alma Hitchcock, figlia di Alfred.

E’ morto il doppiatore Giorgio Lopez.

È morto Nadir Tedeschi, ex esponente delle DC.

È morto il musicista Dennis "Dee Tee" Thomas, il leader di Kool & The Gang.

E’ morta l’editrice Laura Lepetit.

È morta «Mamma Ebe» Gigliola Giorgini.

È morto lo scrittore Antonio Pennacchi.

Morto il batterista Charles Connor.

È morta l’atleta cubana Alegna Osorio.

E’ morto Roberto Calasso, scrittore ed editore di Adelphi.

E’ morto il bassista degli ZZ top Dusty Hill.

E’ morto l’attore Jean-Francois Stevenin.

E’ Morto il cantante Gianni Nazzaro.

Morto Giuseppe De Donno, curò Covid con plasma iperimmune.

Morto l’attore Dieter Brummer.

Addio a Nicola Tranfaglia.  Storico, giornalista e politico.

E’ morta l’artista Sabrina Querci.

È morto il fisico Miguel Virasoro.

E’ morto lo scrittore Christian La Fauci.

E’ morta l’attrice Joyce MacKenzie: fu Jane in Tarzan.

È morto Kurt Westergaard, il fumettista danese della famosa vignetta su Charlie Hebdo.

E’ morto il sarto Mario Caraceni.

E’ morto il giornalista antimafia Peter de Vries.

E’ morto il fotoreporter Danish Siddiqui.

E’ morta l’ambientalista Joannah Stutchbury.

E’ morto l’attore Libero De Rienzo.

E’ morto l’ex presidente della Corte Costituzionale e dell’Antitrust Giuseppe Tesauro.

E' morto il pilota automobilistico Carlos Reutemann.

È morto il regista Richard Donner.  

Addio a Raffaella Carrà: la signora della tv.

E’ morto il regista Paolo Beldì.

È morto Donald Rumsfeld, ex segretario della Difesa USA.

E’ morto lo stilista Pino Cordella.

E’ morto il giornalista Giangavino Sulas.

E’ morto l’attore Antonio Salines.

E’ morto John McAfee, pioniere degli antivirus.

Morta la giornalista Diana De Feo, moglie di Emilio Fede.  

E’ morto l’editore Egidio Gavazzi.

E’ morto il pilota acrobatico Alex Harvill.

E' morto Paolo Armando, ex concorrente di MasterChef Italia.

E' morto Giampiero Boniperti.

Morta l’attrice Lisa Banes.

E’ morta la pornostar Dakota Skye.

E’ morto il fumettista Andrea Paggiaro in arte Tuono Pettinato.

Addio al giornalista Livio Caputo.

E’ morto l’attore Ned Beatty.

E’ morta l’atleta Paola Pigni.

E’ morto il politico e sindacalista Guglielmo Epifani.

E’ morto il cantante Michele Merlo.

E’ morto Angelo Piovano: l’uomo più tatuato d’Italia.

È morto Daniele Durante, della pizzica salentina.

E’ morto l’allenatore Loris Dominissini.

E’ morto il calciatore Seid Visin.

Morto il calciatore Silvio Francesconi.

Morto l’attore Robert Hogan.

E’ morto Amedeo Savoia d’Aosta.

È morto il regista Peter Del Monte.

E’ morto l’attore Joe Lara.

Morto l’attore Gavin MacLeod.

E’ morto l’attore Kevin Clark.

E’ morta Luciana Novaro, la più giovane étoile della Scala.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

I MORTI FAMOSI.

E’ morto l'attore Paolo Calissano.  

E’ morto l’attore Renato Scarpa.

E’ morto Franco Ziliani.

E’ morta Assunta Maresca, detta Pupetta.

È morto Desmond Tutu.

E’ morto il regista e produttore Jean-Marc Vallée.

E’ morta la scrittrice Joan Didion.

È morta l’avvocato abortista Sarah Weddington

Morto il meccanico della tv Emanuele Sabatino. 

E' morta Lina Wertmuller.

Addio al giornalista Rai Demetrio Volcic.

È morto il cantante Toni Santagata.

E’ morto l’attore aborigeno David Gulpilil.

E’ morto il manager di F1 Frank Williams.

E’ morta la scrittrice Almudena Grandes

E’ morto il direttore creativo di moda Virgil Abloh.

E’ morta l’attrice Arlene Dahl.

Addio alla contessa Olghina di Robilant. 

È morto il compositore Stephen Sondheim. 

E’ morto il banchiere Ennio Doris.

Addio al cantautore Paolo Pietrangeli.

È morto lo scrittore Wilbur Smith.

E’ morto il giornalista Giampiero Galeazzi.

E’ morto il fotografo ritrattista Dino Pedriali.

È morto l’imprenditore Glen de Vries.

E’ morto l’ex presidente e premio Nobel Frederik de Klerk.

Morto il tronista Riccardo Ravalli.

E’ morto l’attore Dean Stockwell.

E’ morto il giornalista Enrico Fierro. 

E’ morto l’industriale Gianfranco Castiglioni.

E’ morto lo 007 Paolo Samoggia. 

Morto l’architetto Carlo Melograni.

È morta l’attrice Joanna Cameron.

È morto il cantante Terence Wilson.

E’ morta la stilista Federica Cavenati.

E' morta la cofondatrice di Italia Nostra Desideria Pasolini.

Morto il pasticciere Ado Campeol.

E’ morto Rossano Rubicondi.

E’ morto lo chef Alessio Madeddu.

E’ morta la modella Ivy Nicholson.

E’ morta l’attrice e doppiatrice Ludovica Modugno.

E’ morto l’industriale Renzo Salvarani.

E’ morto il sarto Ciro Paone.

E’ morta Carla Fracci.

E’ morta l’attrice Isabella De Bernardi.

E’ morto il calciatore Tarcisio Burgnich.

Morto Max Mosley, ex "Re" della Formula 1.

E’ morto l’attore René Cardona III rip.

E’ morto il calciatore Filippo Viscido.

E’ morto il fantino del Palio Andrea Mari.

E’ morto il cantautore Franco Battiato.

E’ Morto Alessandro Talotti, campione del salto in alto.

E’ morto Neil Connery rip.

E’ morto il serial killer Michel Fourniret.

E’ morta Beryl Cunningham, l’attrice, modella e cantante giamaicana.

E' morto il modello e cantante britannico Nick Kamen.

E’ morta la giornalista Rita di Giovacchino.

È morta Olympia Dukakis, premio Oscar per "Stregata dalla luna".

E’ morto il compositore Shunsuke Kikuchi.

È morto Filippo Mondelli, campione del mondo di canottaggio.

E’ morto Giulio Biasin, l'ultimo corazziere del Re.

Addio a Michael Collins, fu uno dei tre astronauti dell’Apollo 11.

E’ morta Milva.

E’ morta la star di burlesque Annie Blanche Banks.

E’ morto il regista Monte Hellman.

E’ morto il ballerino Liam Scarlett.

E’ morto lo l’inventore del pdf Charles Geschke.

E’ morta l’attrice Helen McCrory.

E’ morto l’attore Lee Aaker di Rin-Tin-Tin.

E’ morto il finanziere Bernie Madoff.

E' morto il truccatore Giannetto De Rossi.

E' morto il cartellonista cinematografico Enzo Sciotti.

E’ morto l’attore-cantante Harold Bradley.

E’ morto il regista Richard Rush.

E’ morto il filosofo Ernesto Paolozzi.

E’ morto il rugbista Marco Bollesan.

E’ morto il rugbista Massimo Cuttitta.

E’ morto il rapper Earl Simmons.

E’ morta la stilista Fiorella Mancini.

È morto il campione di pallavolo Michele Pasinato.

È morto il teologo Hans Küng.

E’ morto il Nobel economista Robert Mundell.

È morto Roland Thoeni, ex campione di sci.

E’ morto Gabriele Nobile, giornalista sportivo.

E’ morto Luca Villoresi, giornalista.

È morto il giornalista Rocco Di Blasi.

E’ morto il cantante Patrick Juvet.

E’ morto l’autore tv Enrico Vaime.

E’ morto lo sceneggiatore Larry McMurtry, rip.

E’ morto il regista Bertrand Tavernier.

E' morto l'attore George Segal.

E’ morto Moraldo Rossi, amico di Fellini.

E’ morto il musicista Pasquale Terracciano.

E’ morta la pilota Sabine Schmitz.

E’ morta Elsa Peretti, designer.

E’ morto il giornalista Mario Sarzanini.

E’ morto James Levine, direttore d'orchestra.

Addio a Ombretta Fumagalli Carulli.

E’ morto Bruno Tinti.

E’ morto Marco Bogarelli.

E’ morto l’attore Yaphet Kotto.

E’ morto Marvin Hagler.

È morto Raul Casadei.

E’ morto il fotografo Giovanni Gastel.

E’ morto il regista Marco Sciaccaluga.

E’ morta va l’attrice Isela Vega.

E’ morto Lodewijk Frederik Ottens, delle musicassette.

E’ morto Carlo Tognoli, l’ ex sindaco di Milano e ministro.

E' morto Bunny Wailer, leggenda del reggae.

È morto il dj Claudio Coccoluto.

Si è ucciso Antonio Catricalà.

E’ morto Lawrence Ferlinghetti, poeta della Beat Generation.

E’ morto il sociologo Franco Cassano.

E’ morta la giornalista Fiammetta La Guidara.

E’ morto il regista Giancarlo Santi.

E’ morto Fausto Gresini.

E’ morto l’attore Sandro Dori.

E’ morto il paroliere Luigi Albertelli.

E’ morto Mauro Bellugi.

E' morto lo scultore Arturo Di Modica.

E’ morto Gianni Corsolini, uno dei padri fondatori del basket in Italia.

E’ morto l'attore e doppiatore Claudio Sorrentino.

E’ morto l’attore Reginald Bernie Lewis.

E’ morto Johnny Pacheco, il musicista.

Morto l'ex presidente dell'Argentina Carlos Menem.

E’ morto Erriquez, il frontman della Bandabardò.

E’ morto Marco Dimitri dei “Bambini di Satana”.

E’ morto Maurizio Liverani.

E’ morto il critico musicale Paolo Isotta.

È morto Chick Corea, leggenda del jazz.

E’ morto il re del porno Larry Flynt.

E’ morto il politico George Shultz.

E’ morto lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière.

E’ morta la cantante Mary Wilson.

E’ morto l’ex presidente del Senato Franco Marini.

E’ morto Giuseppe Rotunno.

E’ morto Leon Spinks.

E’ morta l’attrice Haya Harareet.

Addio all’artista Felice Botta.

E’ morto l’attore Christopher Plummer.

È morta Tiana Tola, campionessa italiana di Judo.

E’ morta Nori Corbucci, moglie del grande regista Sergio.

E’ morto l’investigatore privato Jack Palladino.

E' morto l’attore Dustin Diamond.

E’ morta l’attrice Cicely Tyson.

E’ morta l’attrice Cloris Leachman.

Morto Francesco Cavallari.

E’ morto Michele Fusco.

E’ morto il produttore Alberto Grimaldi.

E’ morto Rémy Julienne. il più grande cascatore del mondo.

E’ morto Walter Bernstein, leggendario sceneggiatore americano.

È scomparso il re dei cristalli, Gernot Langes-Swarovski.

E' morto Larry King.

Morto l’attore Roberto Brivio dei “Gufi”.

E’ morta Francine Canovas, ossia: Nathalie Delon.

E’ morto l’alpinista Cesare Maestri.

Morto Emanuele Macaluso.

E’ morto lo storico produttore musicale Phil Spector.

E’ morto il ballerino di tango Juan Carlos Copes.

E’ morto il pianista/raider Adriano Urso.

È morto il senatore Romano Misserville.

E’ morto l’attore Antonio Sabato.

E’ morto il giornalista Giuseppe Turani.

E’ morto il sensitivo Paolo Bucinelli, in arte Solange.

E' morta l’attrice Tanya Roberts?

E’ morto Ernesto Gismondi.

 

 

 

 

 

 

LA SOCIETA’

PRIMA PARTE

 

AUSPICI, RICORDI E GLI ANNIVERSARI.

·        Gli Auspici per il 2021.

Valeria Arnaldi per "leggo.it" il 12 febbraio 2021. Nuovo anno al via. Oggi, secondo l’astrologia cinese, si apre l’anno del bufalo - o bue -  di metallo. Abbiamo chiesto a Valentina Cesari, docente presso la ScuolaTao - che da domani terrà il web-corso “Ba Zi e la carta dei quattro pilastri” - di guidarci nell’interpretazione astrale dei mesi che verranno.

Quali sono le caratteristiche del bue di metallo?

«Le parole chiave sono lavoro e disciplina. Il bue, come animale, è l’archetipo del lavoratore. Avanza piano, con attenzione, pianificando».

Come si tradurrà questo nel nuovo anno?

«L’anno scorso, quello del topo di metallo, ha dato inizio a un nuovo ciclo, all’interno di quello intero che dura sessant’anni. Ciò, come abbiamo visto, ha comportato un taglio netto con quanto c’era prima. Il bue di metallo continua quel movimento, che è ancora agli inizi. Sarà un periodo, diciamo, in cui seminare».

E i risultati?

«Il successo si potrà ottenere ma con lavoro e impegno. Sono sconsigliate speculazioni, meglio puntare su cose sicure, magari comprare una casa. Si possono aprire nuove attività, ma occorrerà pazienza per vedere gli esiti. Il bue però è determinato, raggiunge il suo obiettivo».

Come influirà il metallo?

«Ogni elemento caratterizza il modo in cui le caratteristiche dell’animale si manifestano. Il metallo, tagliente, crea uno spartiacque tra ciò che è da mantenere e ciò che è da buttare. Rende il bue più rigido e austero. Dovremo capire cosa è davvero importante per noi. Si guarderà all’essenziale, senza fronzoli».

Per la salute, che anno sarà?

«Salute e cura del corpo, a partire da ciò che mangiamo, rimarranno temi cardine anche quest’anno».

E l’amore?

«Il bue è legato ai valori tradizionali. Sarà un buon anno per matrimoni, nascite e tutto ciò che riguarda la famiglia».

Rimane la questione denaro.

«Questo animale è associato a una gestione oculata delle risorse. Non ci sarà sfarzo. Se ci si concederà un lusso sarà per ciò che per noi conta davvero».

L’anno del bue come inciderà sui vari segni?

«Ognuno, nell’astrologia cinese, ha quattro segni da indagare tra di loro e in relazione con l’animale dell’anno. In generale, segni come gallo, serpente e topo se la vedranno meglio di altri perché danno il massimo nelle difficoltà. Anche il cane andrà benissimo. La capra si troverà peggio di tutti. Drago, cavallo e tigre dovranno tenersi a freno. L’influenza del bue si farà sentire poco per coniglio e scimmia. Il maiale dovrà rinunciare al suo aspetto più festaiolo e socievole. Il bue non sarà spiazzato ma rischia di essere sarà ancora più “piantato”».

Questi mesi di lavoro potrebbero dare frutti già l’anno prossimo?

«Sì, sarà l’anno della tigre, che segna la primavera, la ripresa, la vita che si rinnova».

Bufali, draghi o cavalli: tutto scritto nelle stelle. In Oriente si pensa che gli animali dello zodiaco condizionino fortuna, carriera e relazioni. Laura Tuan, Domenica 14/02/2021 su Il Giornale. Piacerà agli animalisti sapere che tra le costellazioni abitano parecchi animali, per l'esattezza sette nel cielo occidentale, addirittura dodici in quello orientale del celeste impero. A dare alle stelle un'immagine e un nome furono, secondo leggenda, i primi dodici accorsi a salutare il Buddha morente che li ricompensò regalando a ciascuno il potere sul mondo per la durata di un anno, durante il quale avrebbero impresso le loro caratteristiche a qualsiasi cosa - creatura, istituzione, evento - fosse nato nel periodo del loro regno. In realtà l'interpretazione del cielo e dei suoi segni all'orientale è molto più antica, pare già risalente al terzo millennio a.C. Allora, però, a identificare i dodici segni dello zodiaco erano i riti celebrati giornalmente in onore dell'imperatore, sostituiti molto più tardi dai dodici animali giunti da lontano, sembra addirittura dalla Turchia o dalla Mongolia. Va però considerato che i calendari orientali non sono basati come il nostro sul ciclo annuale del Sole, ma su quelli mensili della Luna, dunque 13 lunazioni in un anno. A stabilire la data del capodanno tocca sempre alla Luna nuova e precisamente la seconda dopo il solstizio d'inverno, il 21 dicembre (per esempio il primo novilunio del 2021 è stato il 13 gennaio, il secondo cadrà l'11 (già 12 in Cina). Scoprire a quale anno cinese si appartiene è semplice, ricorrendo alle tabelle ormai diffuse in rete, ma per calcolarlo come spiegato sopra, basta un semplice calendario, tenendo però presente che chi è nato prima della data del capodanno cinese del proprio anno, non appartiene al segno indicato, bensì a quello dell'anno precedente (per esempio un bambino nato il 15 febbraio 2021 sarà Bufalo, ma se la sua nascita è avvenuta il 10 febbraio, prima del nuovo capodanno, il suo segno cinese sarà quello dell'anno scorso, il Topo). Naturalmente non finisce qui, l'astrologia cinese è molto più complessa, non si limita ad analizzare gli anni, ma scende in dettaglio anche nei mesi, nei giorni, nelle ore, tutti quanti legati a uno dei dodici animali e in più abbinati a uno dei cinque elementi dell'universo, Fuoco, Terra, Metallo, Acqua e Legno, ciascuno dei quali legati dalla magia e, dalla medicina orientale, anche agli organi del corpo, ai meridiani di agopuntura, alle stagioni, ai colori, ai sapori, agli alimenti e alle direzioni della bussola ma questa è un'altra storia. Il primo animale ad aprire la serie dello zodiaco cinese è il Topo. Sì, anche il simpatico topolino domestico, furbo, veloce e intelligente. Ma c'è posto anche per il Cavallo disinvolto, per la scimmietta opportunista e per vari animali della fattoria, come il Maiale, il Gallo, la Capra e il Bufalo, che con la sua laboriosità, la pazienza, la frugalità e la lentezza, grifferà questo 2021 (tra il 12 febbraio e il 31 gennaio 2022), ormai universalmente accettato come anno lento e faticoso, improntato al duro lavoro e al risparmio. Tutto al contrario della grinta e del fascino, garanti di successo, che rivestono invece animali esotici o fantastici come il Drago, il Serpente e la Tigre, protagonista il prossimo anno, che si spera più baldanzoso e brillante. In particolare ai quattro zampe di casa sono dedicati, nell'ordine, il quarto segno dello zodiaco, che corrisponde al Gatto, nome cinese Tu, descritto come un tipo dolce e carezzevole, ottimo osservatore ama il contatto e le coccole, ma solo finché gli va. Al decimo posto troviamo invece il Cane, nome cinese Gou, fedele e affettuosissimo, ma molto possessivo, attaccatissimo alle sue proprietà. Molto intelligente, ma spesso insoddisfatto e brontolone, guai a frugare nelle sue cose e «sottrargli l'osso», si arrabbia al punto da diventare aggressivo.

Mattarella, mai cosi tanti alla tv, oltre 15 milioni per il suo messaggio di fine anno: share del 60%. Concetto Vecchio su La Repubblica l'1 gennaio 2021. Le ragioni di un ascolto così elevato sono legate probabilmente alla particolarità del momento storico, all'attesa per il discorso sull'anno del Covid, e naturalmente al fatto che la zona rossa ha costretto gli italiani a starsene in casa. Un messaggio record. Quello di ieri sera dovrebbe essere, con tutta probabilità, il discorso di fine anno più visto da quando c'è l'auditel, ovvero dal 1986. Sergio Mattarella ha tenuto incollati davanti alla tv 15 milioni e 272 mila italiani, secondo i dati diffusi da Rai Quirinale, con uno share del 64 per cento. Nei quattordici minuti a reti unificate si sono ritrovati davanti alle quattro reti Rai (Rai Uno, Rai Due, Rai Tre, Rai News 24) 9 milioni 675mila, di cui sette milioni e mezzo solo su Rai Uno. A questi telespettatori vanno aggiunti i 3,5 milioni di Canale 5, i 499 mila di Rete 4, poco più di un milione de La 7, i 232mila di Sky. L'anno scorso, il 31 dicembre 2019, si erano ritrovati in 10 milioni davanti alla tv: insomma stavolta va segnalato un incremento di 5 milioni in più. Le ragioni di un ascolto così elevato sono legate probabilmente alla particolarità del momento storico, all'attesa per il discorso sull'anno del Covid, e naturalmente al fatto che la zona rossa ha costretto gli italiani a starsene in casa. A scorrere i dati storici questo quindi dovrebbe essere stato il discorso più seguito degli ultimi 35 anni, anche se bisogna tenere conto che fino al 2003 l'auditel non registrava le televisioni tematiche senza pubblicità. Secondo una classifica, che non tiene conto delle tv generaliste, che tuttavia incidono per non più di 300mila telespettatori, solo una volta nel 1993, con Oscar Luigi Scalfaro presidente, venne superata la soglia dei 15 milioni (15.015.000). Era l'anno di Tangentopoli. Segue l'ultimo discorso di Francesco Cossiga, nel 1991, un intervento da picconatore: 14 milioni 825mila. Mattarella aveva avuto finora sempre un audience intorno ai 10 milioni nei cinque discorsi di fine anno che ha tenuto durante il suo mandato. Quello di ieri rappresenta quindi il record assoluto del suo settennato.

 Il discorso integrale di fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella:

Care concittadine e cari concittadini, avvicinandosi questo tradizionale appuntamento di fine anno, ho avvertito la difficoltà di trovare le parole adatte per esprimere a ciascuno di voi un pensiero augurale. Sono giorni, questi, in cui convivono angoscia e speranza. La pandemia che stiamo affrontando mette a rischio le nostre esistenze, ferisce il nostro modo di vivere. Vorremmo tornare a essere immersi in realtà e in esperienze che ci sono consuete. Ad avere ospedali non investiti dall'emergenza. Scuole e Università aperte, per i nostri bambini e i nostri giovani. Anziani non più isolati per necessità e precauzione. Fabbriche, teatri, ristoranti, negozi pienamente funzionanti. Trasporti regolari. Normali contatti con i Paesi a noi vicini e con i più lontani, con i quali abbiamo costruito relazioni in tutti questi anni. Aspiriamo a riappropriarci della nostra vita. Il virus, sconosciuto e imprevedibile, ci ha colpito prima di ogni altro Paese europeo. L'inizio del tunnel. Con la drammatica contabilità dei contagi, delle morti. Le immagini delle strade e delle piazze deserte. Le tante solitudini. Il pensiero straziante di chi moriva senza avere accanto i propri cari. L'arrivo dell'estate ha portato con sé l'illusione dello scampato pericolo, un diffuso rilassamento. Con il desiderio, comprensibile, di ricominciare a vivere come prima, di porre tra parentesi questo incubo. Poi, a settembre, la seconda offensiva del virus. Prima nei Paesi vicini a noi, e poi qui, in Italia. Ancora contagi - siamo oltre due milioni - ancora vittime, ancora dolore che si rinnova. Mentre continua l'impegno generoso di medici e operatori sanitari.

Il mondo è stato colpito duramente. Ovunque. Anche l'Italia ha pagato un prezzo molto alto. Rivolgendomi a voi parto proprio da qui: dalla necessità di dare insieme memoria di quello che abbiamo vissuto in questo anno. Senza chiudere gli occhi di fronte alla realtà. La pandemia ha scavato solchi profondi nelle nostre vite, nella nostra società. Ha acuito fragilità del passato. Ha aggravato vecchie diseguaglianze e ne ha generate di nuove. Tutto ciò ha prodotto pesanti conseguenze sociali ed economiche. Abbiamo perso posti di lavoro. Donne e giovani sono stati particolarmente penalizzati. Lo sono le persone con disabilità. Tante imprese temono per il loro futuro. Una larga fascia di lavoratori autonomi e di precari ha visto azzerare o bruscamente calare il proprio reddito. Nella comune difficoltà alcuni settori hanno sofferto più di altri. La pandemia ha seminato un senso di smarrimento: pone in discussione prospettive di vita. Basti pensare alla previsione di un calo ulteriore delle nascite, spia dell'incertezza che il virus ha insinuato nella nostra comunità. È questa la realtà, che bisogna riconoscere e affrontare. Nello stesso tempo sono emersi segnali importanti, che incoraggiano una speranza concreta. Perché non prevalga la paura e perché le preoccupazioni possano trasformarsi nell'energia necessaria per ricostruire, per ripartire. Nella prima fase, quando ancora erano pochi gli strumenti a disposizione per contrastare il virus, la reazione alla pandemia si è fondata anzitutto sul senso di comunità. Adesso stiamo mettendo in atto strategie più complesse, a partire dal piano di vaccinazione, iniziato nel medesimo giorno in tutta Europa. Inoltre, per fronteggiare le gravi conseguenze economiche sono in campo interventi europei innovativi e di straordinaria importanza. Mai un vaccino è stato realizzato in così poco tempo. Mai l'Unione europea si è assunta un compito così rilevante per i propri cittadini. Per il vaccino si è formata, anche con il contributo dei ricercatori italiani, un'alleanza mondiale della scienza e della ricerca, sorretta da un imponente sostegno politico e finanziario che ne ha moltiplicato la velocità di individuazione.  La scienza ci offre l'arma più forte, prevalendo su ignoranza e pregiudizi. Ora a tutti e ovunque, senza distinzioni, dovrà essere consentito di vaccinarsi gratuitamente: perché è giusto e perché necessario per la sicurezza comune. Vaccinarsi è una scelta di responsabilità, un dovere. Tanto più per chi opera a contatto con i malati e le persone più fragili. Di fronte a una malattia così fortemente contagiosa, che provoca tante morti, è necessario tutelare la propria salute ed è doveroso proteggere quella degli altri, familiari, amici, colleghi. Io mi vaccinerò appena possibile, dopo le categorie che, essendo a rischio maggiore, debbono avere la precedenza. Il vaccino e le iniziative dell'Unione Europea sono due vettori decisivi della nostra rinascita. L'Unione europea è stata capace di compiere un balzo in avanti. Ha prevalso l'Europa dei valori comuni e dei cittadini. Non era scontato. Alla crisi finanziaria di un decennio or sono l'Europa rispose senza solidarietà e senza una visione chiara del proprio futuro.  Gli interessi egoistici prevalsero. Vecchi canoni politici ed economici mostrarono tutta la loro inadeguatezza. Ora le scelte dell'Unione Europea poggiano su basi nuove. L'Italia è stata protagonista in questo cambiamento. Ci accingiamo - sul versante della salute e su quello economico - a un grande compito. Tutto questo richiama e sollecita ancor di più la responsabilità delle istituzioni anzitutto, delle forze economiche, dei corpi sociali, di ciascuno di noi. Serietà, collaborazione, e anche senso del dovere, sono necessari per proteggerci e per ripartire. Il piano europeo per la ripresa, e la sua declinazione nazionale - che deve essere concreta, efficace, rigorosa, senza disperdere risorse - possono permetterci di superare fragilità strutturali che hanno impedito all'Italia di crescere come avrebbe potuto. Cambiamo ciò che va cambiato, rimettendoci coraggiosamente in gioco. Lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo alle giovani generazioni. Ognuno faccia la propria parte. La pandemia ci ha fatto riscoprire e comprendere quanto siamo legati agli altri; quanto ciascuno di noi dipenda dagli altri. Come abbiamo veduto, la solidarietà è tornata a mostrarsi base necessaria della convivenza e della società. Solidarietà internazionale. Solidarietà in Europa. Solidarietà all'interno delle nostre comunità. Il 2021 deve essere l'anno della sconfitta del virus e il primo della ripresa. Un anno in cui ciascuno di noi è chiamato anche all'impegno di ricambiare quanto ricevuto con gesti gratuiti, spesso da sconosciuti. Da persone che hanno posto la stessa loro vita in gioco per la nostra, come è accaduto con tanti medici e operatori sanitari. Ci siamo ritrovati nei gesti concreti di molti. Hanno manifestato una fraternità che si nutre non di parole bensì di umanità, che prescinde dall'origine di ognuno di noi, dalla cultura di ognuno e dalla sua condizione sociale. È lo spirito autentico della Repubblica. La fiducia di cui abbiamo bisogno si costruisce così: tenendo connesse le responsabilità delle istituzioni con i sentimenti delle persone. La pandemia ha accentuato limiti e ritardi del nostro Paese. Ci sono stati certamente anche errori nel fronteggiare una realtà improvvisa e sconosciuta. Si poteva fare di più e meglio? Probabilmente sì, come sempre. Ma non va ignorato neppure quanto di positivo è stato realizzato e ha consentito la tenuta del Paese grazie all'impegno dispiegato da tante parti. Tra queste le Forze Armate e le Forze dell'Ordine che ringrazio. Abbiamo avuto la capacità di reagire. La società ha dovuto rallentare ma non si è fermata. Non siamo in balìa degli eventi. Ora dobbiamo preparare il futuro. Non viviamo in una parentesi della storia. Questo è tempo di costruttori. I prossimi mesi rappresentano un passaggio decisivo per uscire dall'emergenza e per porre le basi di una stagione nuova. Non sono ammesse distrazioni. Non si deve perdere tempo. Non vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte. È questo quel che i cittadini si attendono. La sfida che è dinanzi a quanti rivestono ruoli dirigenziali nei vari ambiti, e davanti a tutti noi, richiama l'unità morale e civile degli italiani. Non si tratta di annullare le diversità di idee, di ruoli, di interessi ma di realizzare quella convergenza di fondo che ha permesso al nostro Paese di superare momenti storici di grande, talvolta drammatica, difficoltà. L'Italia ha le carte in regola per riuscire in questa impresa. Ho ricevuto in questi mesi attestazioni di apprezzamento e di fiducia nei confronti del nostro Paese da parte di tanti Capi di Stato di Paesi amici. Nel momento in cui, a livello mondiale, si sta riscrivendo l'agenda delle priorità, si modificano le strategie di sviluppo ed emergono nuove leadership, dobbiamo agire da protagonisti nella comunità internazionale. In questa prospettiva sarà molto importante, nel prossimo anno, il G20, che l'Italia presiede per la prima volta: un'occasione preziosa per affrontare le grandi sfide globali e un'opportunità per rafforzare il prestigio del nostro Paese. L'anno che si apre propone diverse ricorrenze importanti. Tappe della nostra storia, anniversari che raccontano il cammino che ci ha condotto ad una unità che non è soltanto di territorio. Ricorderemo il settimo centenario della morte di Dante. Celebreremo poi il centosessantesimo dell'Unità d'Italia, il centenario della collocazione del Milite Ignoto all'Altare della Patria. E ancora i settantacinque anni della Repubblica. Dal Risorgimento alla Liberazione: le radici della nostra Costituzione. Memoria e consapevolezza della nostra identità nazionale ci aiutano per costruire il futuro. Esprimo un ringraziamento a Papa Francesco per il suo magistero e per l'affetto che trasmette al popolo italiano, facendosi testimone di speranza e di giustizia. A lui rivolgo l'augurio più sincero per l'anno che inizia. Complimenti e auguri ai goriziani per la designazione di Gorizia e Nova Gorica, congiuntamente, a capitale europea della cultura per il 2025. Si tratta di un segnale che rende onore a Italia e Slovenia per avere sviluppato relazioni che vanno oltre la convivenza e il rispetto reciproco ed esprimono collaborazione e prospettive di futuro comune. Mi auguro che questo messaggio sia raccolto nelle zone di confine di tante parti del mondo, anche d' Europa, in cui vi sono scontri spesso aspri e talvolta guerre anziché la ricerca di incontro tra culture e tradizioni diverse. Vorrei infine dare atto a tutti voi - con un ringraziamento particolarmente intenso - dei sacrifici fatti in questi mesi con senso di responsabilità. E vorrei sottolineare l'importanza di mantenere le precauzioni raccomandate fintanto che la campagna vaccinale non avrà definitivamente sconfitto la pandemia. Care concittadine e cari concittadini, quello che inizia sarà il mio ultimo anno come Presidente della Repubblica. Coinciderà con il primo anno da dedicare alla ripresa della vita economica e sociale del nostro Paese. La ripartenza sarà al centro di quest'ultimo tratto del mio mandato. Sarà un anno di lavoro intenso. Abbiamo le risorse per farcela. Auguri di buon anno a tutti voi!

Le reazioni al discorso di Mattarella, Conte: "Restiamo coesi". Zingaretti: "Richiamo al senso di responsabilità". Consensi anche dal centrodestra. La Repubblica il 31 dicembre 2020.

Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, sceglie di telefonare direttamente al presidente Mattarella per ringraziarlo. E sui social scrive: "Dal Presidente un grande messaggio che chiama tutti alla responsabilità, al senso di comunità e all'impegno per la rinascita italiana insieme a un'Europa che sta cambiando. È tempo di ricostruire".

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte - che nel pomeriggio ha rivolto un messaggio agli italiani sui social -  loda così le parole del capo dello Stato: "È stata la solidarietà, nazionale e internazionale a portarci fin qui, alle porte della rinascita. Ora arriva il compito più difficile, quello di continuare a restare coesi e di utilizzare rapidamente e al meglio le risorse utili a sostenere le persone più colpite da questa crisi, nella consapevolezza - come ha detto Mattarella - che 'ora è il tempo dei costruttori'. Sono certo che ce la faremo".

Ma consensi arrivano anche dal fronte di centrodestra. Giorgia Meloni, che ha da poco annunciato una mozione di sfiducia nei confronti del governo, dice: "Ha ragione il Presidente Mattarella, quello che ci aspetta è tempo di costruttori. Per questo facciamo nostro il suo appello ad affrontare il piano europeo per la ripresa in modo concreto ed efficace, senza disperdere risorse come invece purtroppo è stato fatto negli ultimi mesi. Noi siamo pronti a fare la nostra parte e ci auguriamo che anche il governo faccia la sua: definisca subito il piano e lo sottoponga al Parlamento, alle Regioni e alle forze sociali. Se non è in grado tolga il disturbo e lasci che il 2021 sia anche l'anno in cui gli italiani possano tornare a scegliersi un governo all'altezza delle sfide che ci attendono".

Il leader leghista Matteo Salvini definisce "parole sante" quelle di Mattarella sul tempo dei costruttori: "Parole sante, l'anno non può cominciare con una politica che perde tempo a parlare di rimpasti, litigi, poltrone. Come fondamentale e non scontata è la richiesta di più attenzione e più aiuti concreti per i disabili, un popolo di 6 milioni di italiani che più di altri ha sofferto per il Covid".

E il numero di Forza Italia, Silvio Berlusconi, dice: "Mattarella ha saputo esprimere nel modo più alto il comune sentire degli italiani al termine di un anno difficile. Siamo in perfetta sintonia con ogni parola del Capo dello Stato, che ha saputo cogliere la sofferenza di tanti italiani, le difficoltà delle imprese, le angosce delle categorie meno tutelate. Credo in particolare sia molto importante che il Presidente della Repubblica abbia ribadito, in questa occasione solenne, l'appello ad un'unità sostanziale della nazione e della sua classe dirigente, unità che non cancella le distinzioni di parte ma che le supera in nome della comune responsabilità verso il futuro del Paese e verso le nuove generazioni. È lo spirito con il quale abbiamo lavorato in questi mesi difficili e nel quale continueremo ad operare nel 2021, che dovrà essere per l'Italia l'anno della ripartenza".

Messaggi anche dai presidenti delle due Camera. La presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, dice che quello di Mattarella "è un monito sul piano sanitario, anche con la scelta di vaccinarsi. E dal punto di vista economico un impegno forte a superare interventi a pioggia di una finanza di emergenza con riforme strutturali, per non perdere il treno dell'Europa e garantire un futuro all'Italia". Per il presidente della Camera, Roberto Fico, le parole di Mattarella " indicano la rotta, un senso di comunità che deve ispirare il nostro agire come cittadini e istituzioni".

Per il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, "le parole del Presidente Mattarella, come sempre, indicano la via da percorrere. La scienza ci offre l'arma più forte in questo momento: il vaccino. Restiamo uniti". E il ministro della Salute, Roberto Speranza, loda le parole del capo dello Stato perché indicano "la solidarietà e la coesione come chiave per uscire definitivamente da questa stagione così difficile".

Stasera Italia della redazione di Video News su Rete 4 Mediaset puntata preserale del 31 dicembre 2020, ore 20.30 circa. Maria Giovanna Maglie, minuto 9: «Il Sono una persona irragionevole. Per questo tu mi inviti a serate come questa. Io da persone irragionevole, nel dovuto rispetto per il presidente della Repubblica, ti dico che io ho trovato questo discorso profondamente inadeguato; volutamente inadeguato. Ovvero, il Presidente della Repubblica Italiana si è rifugiato sapientemente dietro i limiti costituzionali de suo mandato per non dirci niente. Un pezzo di discorso richiamava quello di un primario di un buon ospedale; un altro pezzo di un vescovo pieno di coscienza; l’ultima parte un elenco di calendario. In mezzo c’era un richiamo all’Europa, naturalmente dovuto. Ma allora avrebbe dovuto anche dirci, che qui vengo all’antitesi rispetto alla tesi, e chiudo subito. Allora avrebbe dovuto anche dirci: come mai che questa Europa ha fatto firmare un accordo capestro sulla distribuzione dei vaccini e poi ci ha lasciato con una mano davanti e una dietro, perché la Germania ha fatto come gli pareva ecc.? Come mai questa mattina è stato firmato un accordo d’intesa tra l’Unione Europea e la Cina, in cui l’Italia non è stata nemmeno invitata?»

Ore Daniele Capezzone l’1 gennaio 2021 su La Verità. Sergio Mattarella prima della diretta di fine anno (Ansa) Quattordici lunghissimi minuti di tradizionale predica, resa ancora più retorica dal Coronavirus. Così, Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno non ha risparmiato nulla di ciò che si poteva agevolmente immaginare. Intanto, il consueto repertorio eurolirico, omettendo di menzionare la fuga in avanti tedesca sui vaccini. Elogi sperticati a Bruxelles, capace di compiere un balzo in avanti, con l'Italia definita "protagonista in questo cambiamento" rispetto alle risposte inadeguate che l'Europa diede anni fa alla crisi finanziaria. Sul fronte interno invece un astuto tentativo di muoversi su due binari: Conte potrà ricavarne la sensazione di essere stato implicitamente puntellato dalla richiesta presidenziale di unità, ma Matteo Renzi e gli avversari del premier potranno obiettare che da parte del Capo dello Stato non sia giunta alcuna difesa esplicita del governo, anzi nemmeno una marginale menzione.

·        Le profezie per il 2021.

Mario Draghi e Nostradamus: le centurie avevano previsto tutto? Notizie.it il 13/02/2021. Nostradamus aveva davvero previsto l’arrivo di Mario Draghi, il Coronavirus e la guerra? Le centurie ci svelano dettagli sorprendenti. A distanza di secoli Nostradamus continua a far parlare di sé grazie alle innumerevoli profezie che ci raccontano gli eventi salienti che hanno sconvolto il mondo di oggi. Non solo il Coronavirus che ha lasciato nella nostra società un segno indelebile, ma anche la guerra e soprattutto l’avvento di Mario Draghi grazie ad una profezia relativa alla Madonna di Garabandal conosciuta come la Fatima spagnola. A riportare le centurie Matteo Ciuffreda che in un’esclusiva a MeteoWeb ha analizzato punto per punto le profezie relative a Draghi in questo senso. Nostradamus aveva davvero previsto il Coronavirus, la guerra e Mario Draghi? Cosa ci dice il noto profeta sull’avvento dell’ex presidente della BCE e nuovo premier italiano? Alcune centurie interpretate da Matteo Ciuffreda a MeteoWeb ci svelano diversi retroscena relativi ad alcuni dei più importanti eventi che hanno scosso il mondo negli ultimi anni. Non solo guerra e Coronavirus, ma persino alcune centurie farebbero “riferimenti all’attuale nomina del professor Draghi a Presidente del Consiglio dei Ministri“. In particolare Ciuffreda ha analizzato delle quartine relative alle apparizioni della Madonna di Garabandal avvenute tra il 1961 e il 1965. Tali profezie parlano di un evento che sarebbe durato per circa 600 giorni: “Garabandal è detta anche la Fatima spagnola, e collegata secondo mie ricerche a Medjugorjie. La mia attenzione durante questo mese è partita dall’analisi del termine “Dragon” in francese, e Draco in latino, lingua usata anche dal veggente provenzale Michel de Notredame”. L’esperto ha poi aggiunto: “Il Drago è presente in tantissimi racconti mitologici medievali, da Ladone in Grecia, il Dio serpente Maya Quetzalcoatl, Niohogge nella mitologia norrena, Drag-ayami nell’indiano antico. Lo troviamo anche come il Serpente Uroboro, dalla lingua copta “Ouro” uguale Re, e “Ob” uguale “Serpente/Drago”.

Valentina Mericio. Classe 1989, laureata in Lingue per il turismo e il commercio internazionale, gestisce il blog musicale "432 hertz" e collabora con diversi magazine.

Aldo Grasso per il "Corriere della Sera" il 12 gennaio 2021. I Simpson hanno già previsto tutto: durante i suoi 32 anni di vita, la famiglia ideata da Matt Groening ha più volte azzeccato il futuro, tanto da costruirsi una certa reputazione in merito. Correva l'anno 1999: Mel Gibson, aiutato da Homer, parte all'assalto del Congresso riunito. Armato di un fucile semiautomatico, distrugge tutto e semina il panico a Capitol Hill. Durante l'attacco, presidente e speaker rimangono uccisi mentre un senatore viene assassinato dallo stesso Gibson (che lo infilza con una bandiera a stelle e strisce). L'intero Campidoglio viene infine distrutto dalle fiamme. Per fortuna, nella realtà, le cose sono andate un po' meglio. Dalla performance di Lady Gaga al Super Bowl (preannunciata ben otto anni prima) alla diffusione della pandemia d'Ebola (il virus non si sarebbe diffuso fino al 2014, 17 anni dopo la messa in onda della puntata Il sassofono di Lisa), le anticipazioni continuano a destare stupore. In una puntata del 2000, Bart legge il futuro. Lisa, sua sorella, diventerà presidente degli Stati Uniti. Prenderà il posto di, guarda caso, Donald Trump. Circa 16 anni dopo, Trump viene eletto. I Simpson sono come la Bibbia, che aveva previsto tutto? Nella Bibbia c'è il futuro: dal primo uomo sulla luna alla depressione economica del 1929, dalla rivoluzione americana a quella russa, dalle due guerre mondiali allo sterminio per mano di Hitler e ancora dall'omicidio di John Kennedy all'elezione di George Bush. Così la pensano i non pochi predicatori americani che nei loro sermoni televisivi sostengono che il Pentateuco svelava il futuro già migliaia di anni fa. Circolano video in cui ci sono i nomi e le date di personaggi famosi, già prefigurati nel testo sacro. La Bibbia avrebbe previsto anche gli Ufo. Una cosa è certa: i Simpson sono la nostra bibbia-pop. Dietro il paravento del cartone animato (prodotto rivolto in prevalenza ai più piccoli), i Simpson mettono in scena un ritratto intelligente e spietato della nostra società. La famiglia (Homer, Marge, Bart, Lisa e Maggie) è investita dalla politica, dal lavoro, dai rapporti di coppia, dal potere delle grandi industrie, dai media, dalla quotidianità. Ma anche tutti gli altri abitanti di Springfield sono tratteggiati con acume e profondità, tanto da costituire, nella loro complessità, uno specchio ustorio della nostra società, puntellato da osservazioni e battute memorabili. Qualcuno sostiene che, dopo le prime otto stagioni, è cominciata a farsi strada una certa stanchezza e che Homer, il profeta dell'inadeguatezza, si trascina ormai pigramente. Può darsi, tuttavia i Simpson restano fra le cose più intelligenti mai trasmesse dalla televisione (e l'inadeguatezza, intanto, ha preso il potere, almeno da noi). Come fanno a predire il futuro? Come possono scoprire il bosone di Higgs? Nella decima stagione, Lisa invita il padre a inventare qualcosa seguendo le orme di Thomas Edison. Mentre Homer scarabocchia sulla lavagna, riesce a scrivere una complicata equazione che nel 2013 il Cern scoprirà essere quasi identica a quella del bosone di Higgs. O come hanno potuto prevedere che un giorno qualcuno avrebbe chiesto di coprire le nudità del David di Michelangelo? Preveggenza, fortuna, gioco combinatorio? Come tutti gli appassionati dei Simpson sanno, il primo episodio della serie animata Roasting on an Open Fire (Un Natale da cani) è stato trasmesso il 17 dicembre 1989. Con un crescendo di successo nel corso degli anni, i Simpson sono diventati la più importante sitcom della tv americana, riflesso e parodia della società occidentale. Creata da Groening, con i produttori James L. Brooks e Sam Simon, la famiglia più famosa di Springfield si è trasformata in un vero e proprio fenomeno mediatico globale, inconfondibile per la sua irriverenza. Ma i Simpson sono stati e continuano a essere uno dei più grandi esempi di cultura pop. Più che proporsi come specchio deformante della realtà - dove mettere alla berlina la contraffazione sociale, lo sfascio ambientale, la menzogna politica - rappresentano un geniale gioco linguistico che usa, svela, distrugge tutti gli stereotipi attraverso cui i media raccontano il mondo. I Simpson creano un loro universo coerente e complesso, e allo stesso tempo citano la tv, il cinema, la letteratura e perfino se stessi. I frammenti s'incastrano gli uni negli gli altri e si rimandano all'infinito, illuminando di altri significati la vicenda raccontata. Ogni puntata è una riflessione non solo sulla tv ma sul proprio modo di fare tv. Difficile trovare una serie che abbia un grado così elevato di autocoscienza. Se cultura pop significa anche dare dignità estetica alla rappresentazione del banale e del quotidiano o servirsi di immagini e di oggetti già esistenti che, manipolati e presentati in vario modo, si caricano di una nuova espressività, ebbene i Simpson hanno svolto un lavoro linguistico di rara complessità. Hanno trasformato l'ibridazione tecnologica (la famosa convergenza dei media) in fiction; hanno convertito la citazione in appropriazione indebita sviando i significati (come suggerivano i situazionisti); hanno infine usato il metalinguaggio in funzione autoironica, togliendo alla parola cultura ogni boria, ogni pretesa, ogni bardatura elitaria o ideologica. È come se la cittadina di Springfield (ne esistono migliaia nel mondo) fosse davvero il centro dell'universo, l'ombelico del mondo mediale, il luogo dove tutto viene contaminato, dove l'universo è ridotto alle articolazioni di un cartoon, dove nulla è più ciò che dichiara di essere. Le profezie dei Simpson non sono altro che il frutto di questa grandiosa, intelligente ars combinatoria. Come aveva previsto Jorge Luis Borges: «La Biblioteca è totale, e i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch'è dato di esprimere, in tutte le lingue».

Nostradamus, "il peggio deve venire dopo il Covid". Cosa succederà nel 2021: sciagura impensabile. Libero Quotidiano il 07 gennaio 2021. Previsioni e profezie lasciano sempre il tempo che trovano, eppure piacciono sempre a tanta gente anche solo per avere un argomento assurdo di cui discutere. Ebbene, per il 2021 non potevano mancare le profezie di Nostradamus, l’astrologo francese che circa cinque secoli fa scrisse una serie di quartine in rima che, secondo i più affascinati da queste teorie, avrebbero predetto eventi catastrofici quali l’ascesa di Hitler, l’attacco alle Torri gemelle, lo sbarco sulla Luna. Ovviamente anche per il 2021 secondo Nostradamus l’umanità non potrà dormire sonni tranquilli: il peggio infatti secondo l’astrologo non sarebbe finito, con l’anno nuovo che si preannuncerebbe drammatico a partire da una carestia che si abbatterà sul mondo intero. Chissà che non possa essere una conseguenza della pandemia di coronavirus, che secondo l’Onu lascerà strascichi socio-economici devastanti, ma una carestia nel 2021 sembra un po’ azzardata anche per gli standard di Nostradamus. Non che le altre profezie siano meno improbabili quanto assurde: secondo l’astrologo dovremmo temere una tempesta solare, un terremoto in California, un asteroide che potrebbe colpire la terra. L’unica previsione positiva riguarda lo sbarco sulla Luna, con il 2021 che dovrebbe essere l’anno buono per colonializzarla e gettare le basi per un futuro turismo spaziale alla portata dell’uomo. 

Nostradamus: le otto previsioni apocalittiche per questo 2021. Notizie.it il 31/12/2020. Sono ben otto le previsioni che Nostradamus ha scritto per il 2021 appena iniziato: tra queste carestie, terremoti e persino un'invasione di zombie. Il 2020 è stato un anno molto pesante per tutto il mondo a causa della pandemia di coronavirus, ma a quanto parà secondo le previsioni di Nostradamus non dovremo aspettarci molto di meglio dal 2021 appena iniziato. L’astrologo francese aveva predetto una crisi economica che avrebbe colpito l’occidente, che sarebbe stata la conseguenza dell’insorgenza di alcune epidemie. Il farmacista dell’epoca medioevale è stato il più grande indovino di sempre e oltre cinque secoli fa è riuscito a predire eventi che nel corso degli anni sono realmente accaduti. Nostradamus ha fatto moltissime previsioni, come il bombardamento delle città giapponesi di Nagasaki e Hiroshima, l’attentato alle Torri Gemelle e l’elezione di Donald Trump. Ha fatto oltre 6000 profezie e i pareri su di lui sono molto contrastanti: c’è chi lo considera un perfetto indovino e chi pensa sia stato solo un cialtrone. La verità, però, è che su molte profezie non si era sbagliato. “A volte accade che il profeta porti la luce perfetta della profezia e che possa rendere manifeste cose sia umane che divine” aveva scritto in una lettera per il figlio Cesare. Anche per l’anno 2021, che arriverà tra poche ore, Nostradamus aveva predetto cose molto inquietanti. Il 2021 iniziato da pochissimo ma Nostradamus aveva fatto 8 previsioni spaventose per quest’anno. Ecco cosa dovranno aspettarsi le persone secondo l’indovino:

L’arrivo degli zombie: fino ad oggi li abbiamo visti solo nei film di fantascienza, ma Nostradamus ne parlava secoli fa. L’indovino ha predetto che si arriverà alla creazione di un’arma biologica ad opera di uno scienziato russo capace di trasformare gli esseri umani in zombie, per segnare l’estinzione del genere umano;

Carestie e malattie: secondo le previsioni la fame nel mondo è destinata a crescere in modo molto significativo. Per questi anni aveva previsto catastrofi naturali ed epidemie e, pensando al Coronavirus, pare non essersi sbagliato. Questa carestia sarà fatale per moltissimi abitanti del pianeta;

I musulmani saranno padroni del mondo: secondo il profeta i musulmani saranno sempre più numerosi in Europa e in questo decennio la conquisteranno con una guerra;

Tempeste solari: “Vedremo le acque salire e la terra crollare su di esse” ha scritto Nostradamus, parlando delle tempeste solari causate dal cambiamento climatico. A causa di queste catastrofi naturali ci saranno molte guerre per stabilire a chi spetteranno le ultime risorse umane rimaste;

Cometa in collisione con la Terra: l’indovino ha predetto una serie di terremoti causati dalla collisione tra una cometa e la Terra. Gli scienziati della Nasa hanno spiegato che uno dei grandi minerali citati da Nostradamus è passato vicino alla Terra il 16 agosto scorso e questo evento rende la profezia un po’ più reale;

Terremoto che distruggerà la California: secondo Nostradamus la California sarà colpita da un violentissimo terremoto. Ha addirittura svelato la data esatta in cui avverrà questa catastrofe, ovvero il 25 novembre 2021;

I soldati americani avranno un cervello impiantato: Nostradamus era convinto che molti uomini verranno sostituiti con dei robot, tramite l’impianto di cervelli dotati di intelligenza superiore;

Papa Francesco inviterà il mondo ad unirsi alla chiesa: secondo l’indovino, gli uomini saranno talmente provati da questi eventi che penseranno che la loro unica salvezza sarà la fede. Il Papa chiederà ai suoi fedeli di consolidare la loro fede cristiana.

·        2020. Un anno di Pandemia.

2020: un anno in ostaggio di Covid-19. Simone Valesini su La Repubblica il 30 dicembre 2020. Da Wuhan a Codogno. I mesi del lockdown. E oggi, i vaccini con la uce in fondo al tunnel. 12 mesi terribili, ma da non dimenticare. E chi se lo dimenticherà, questo 2020. Un anno strano, scandito da preoccupazioni, sacrifici, paure, distanze e nuove abitudini. Un anno di vita sospesa, che in molti vorremmo solamente lasciarci alle spalle e dimenticare al più presto. E che invece sarà importante ricordare, non solo per rispetto verso le tante vittime di questa pandemia, ma anche per assicurarci di aver imparato qualcosa dai successi e dagli errori fatti negli scorsi mesi. Così da farci trovare pronti quando il prossimo, maledetto, virus epidemico tornerà a colpire le nostre società. Per aiutare la memoria, ecco una timeline degli eventi più significativi in questo anno dominato da Covid-19.

31 dicembre 2019, prime avvisaglie. In questa data l’Oms comunica ufficialmente la comparsa dei primi casi di polmoniti anomale nella città di Wuhan, dopo che per giorni il governo cinese ha cercato di silenziare le voci di una possibile nuova malattia diffuse dall’oculista Li Wenliang (che a febbraio morirà proprio a causa di Covid). Si tratta di 41 infezioni riconducibili ad un mercato cittadino, uno dei cosiddetti wet market dove si vendono pesci e animali vivi, che diviene così l’epicentro del primo focolaio della nuova epidemia (anche se le ricerche successive hanno iniziato a mettere in dubbio la questione), e sarà chiuso dalle autorità il primo gennaio del 2020.

9 gennaio, il mondo riscopre i coronavirus. L’Oms annuncia che le autorità sanitarie cinesi hanno identificato il patogeno responsabile delle misteriose polmoniti di Wuhan: si tratta di un nuovo coronavirus ancora sconosciuto, battezzato inizialmente 2019 nCov (nuovo coronavirus del 2019). Il virus inizia subito a fare paura, perché appartiene alla stessa famiglia di Sars e Mers, due delle più pericolose malattie infettive diffusesi negli ultimi decenni. Ma in questa fase i timori sono contenuti, non ci sono ancora conferme che il virus possa trasmettersi da uomo a uomo e anzi, il 14 gennaio il governo cinese (con l’appoggio dell’Oms) annuncia che le indagini svolte sembrano negare il rischio. Il 10 gennaio viene pubblicata la sequenza genetica del virus, e nei giorni successivi in tutto il mondo iniziano gli sforzi per produrre kit diagnostici basati sulla Pcr (i famosi “tamponi”).

21 gennaio, si inizia a parlare di epidemia. Dopo aver smentito per settimane i rischi, il 21 gennaio il governo cinese ammette che il virus è trasmissibile tra esseri umani, e risulta anzi anche particolarmente infettivo. A questo punto ha già ucciso 4 persone e i casi confermati sono saliti a circa 200. Diversi casi sono ormai stati identificati anche fuori dal paese (in Thailandia, Giappone, Corea, Stati Uniti e Francia). Il 23 gennaio il governo cinese decide di agire, e sceglie la linea dura: arriva il primo lockdown, che chiude a casa oltre 18 milioni di cinesi a Wuhan e nelle città limitrofe.

30 gennaio, primi pazienti in Italia. Il presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza annunciano che sono stati identificati i primi pazienti anche in Italia. Si tratta di una coppia di coniugi cinesi in viaggio nel nostro paese, ricoverati il 29 gennaio in isolamento allo Spallanzani di Roma. Il ministro Speranza annuncia la chiusura del traffico aereo da e per la Cina. Il giorno seguente, 31 gennaio, l’Oms dichiara che la nuova malattia, ancora senza nome, è ora classificata come emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale. Il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato di emergenza sanitaria in Italia. 

10 febbraio, la malattia ha un nome. I decessi in Cina superano ufficialmente quelli provocati dalla Sars nel 2003, raggiungendo quota 908 (contro le 774 morti registrate durante la precedente epidemia). L’11 febbraio l’Oms annuncia che il nuovo virus, e la malattia che provoca, hanno finalmente un nome: sentiamo parlare per la prima volta di Covid 19 (Coronavirus disease 2019) e del suo agente eziologico, il virus Sars-Cov-2. Il 12 febbraio viene confermata l’infezione di 175 persone a bordo della nave da crociera Diamond Princess, attraccata nel porto di Yokohama, in Giappone. Nelle settimane seguenti 700 passeggeri isolati a bordo della nave verranno contagiati da Sars-Cov-2, e 14 moriranno a causa della malattia.

20 febbraio, inizia l’epidemia italiana. Il paziente italiano numero uno si presenta all’ospedale di Codogno il 17 febbraio con i sintomi di una leggera polmonite. Viene rimandato a casa con una prescrizione di antibiotici, perché in quel momento i criteri per sottoporre i pazienti ad un tampone richiedevano un contatto sospetto con qualcuno proveniente dalla Cina. Nei giorni seguenti le sue condizioni peggiorano, viene sottoposto a tampone molecolare nonostante le prescrizioni contrarie del Ministero e viene trovato positivo. Si iniziano a sottoporre a tampone altri casi sospetti, e il 20 vengono confermati 16 casi autoctoni di Covid 19, 14 in Lombardia e 2 in Veneto. Il 23 marzo arriva il primo decreto legge che impone l’isolamento nei comuni colpiti dall’epidemia: sono 10 nella provincia di Lodi e uno in provincia di Padova. Inizia ufficialmente la stagione dei dpcm: il 5 marzo viene sospesa la didattica nelle scuole e nelle università di tutta la penisola, l’8 marzo si estende la zona ad altre 26 province del Nord Italia, e il 9 marzo viene annunciato il primo lockdown nazionale, che andrà avanti fino al 3 maggio.

11 marzo, Covid è ufficialmente una pandemia. Dopo settimane di attesa e di critiche, l’11 marzo il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, annuncia che Covid 19 è stata dichiarata ufficialmente una pandemia. Dall’inizio dell’epidemia nel mondo sono già morte più di 4mila persone, e i casi registrati sono quasi 120mila.

18 marzo, il giorno peggiore. L’Italia finisce sulle prime pagine di tutto il mondo. A fare scalpore è la foto dei camion militari che sfilano per il centro di Bergamo, carichi di bare dirette verso i forni crematori di altre regioni perché la camera mortuaria cittadina non è più in grado da giorni di accogliere nuovi feretri. I morti nel nostro paese hanno quasi raggiunto quota 3mila. Per la fine del mese i morti italiani raggiungeranno la cifra record di 12mila, i casi totali saliranno a 105mila. Non a caso, il 23 luglio il governo decide di istituire la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia, da celebrare il 18 marzo di ogni anno.

2 aprile, il mondo è in ginocchio. In questa data viene superata ufficialmente la soglia del milione di contagi in tutto il mondo. I morti sono oltre 53mila, e il virus ha raggiunto ormai i quattro angoli del globo. Dal 27 marzo gli Usa hanno superato i 100mila casi, diventando il nuovo epicentro dell’epidemia: l’11 aprile i morti americani raggiungono quota 20mila, strappando al nostro paese il triste primato dei decessi legati a Covid 19, che detenevamo da metà marzo quando i morti italiani hanno superato quelli cinesi. Entro la fine del mese nel mondo si superano i 200mila morti per Covid 19.

29 aprile, il primo farmaco. Un trial dell’Nih suggerisce l’efficacia del remdesivir, farmaco che dai dati dell’agenzia americana velocizzerebbe del 31% i tempi di dimissione dei pazienti Covid. Il primo maggio il farmaco è il primo (e attualmente ancora l’unico) a ricevere l’approvazione di emergenza dell’Fda per il trattamento dell’infezione da Sars-Cov-2. L’Europa segue a stretto giro, e il farmaco viene approvato dall’Ema a luglio. Nonostante l’alto prezzo deciso dall’azienda produttrice (che in America supera i 3mila dollari per paziente) il medicinale non ha mostrato però benefici sulla sopravvivenza dei pazienti all’interno dello studio solidarity dell’Oms, e l’agenzia mondiale della sanità al momento non ne raccomanda l’utilizzo nei pazienti ospedalizzati.

4 maggio, finisce il lockdown. Con l’ennesimo dpcm il 4 maggio l’Italia esce dal lockdown. Il calo dei contagi permette finalmente di allentare le regole, anche se il ritorno alla normalità è lento, e progressivo. Inizialmente riaprono solamente le attività essenziali, e si torna a poter uscire di casa per incontrare parenti e amici, previo il rigido rispetto delle regole di distanziamento sociale. Il 18 riaprono negozi, musei, bar e ristoranti, e si tornano a celebrare le funzioni religiose. Il 25 è la volta dei centri sportivi, dal 3 giugno si torna a circolare tra regioni.

4 giugno, la ricerca traballa. Due delle principali riviste mediche del pianeta, Lancet e New England Journal of Medicine, annunciano il ritiro di due studi sull’efficacia dell’idrossiclorochina, il farmaco delle meraviglie sponsorizzato dallo stesso presidente Trump. Il problema riguarda i dati, forniti da un’azienda privata, la Surgisphere, che non è in grado di offrire garanzie sufficienti sulla loro accuratezza. È la prima avvisaglia dei problemi che funesteranno la ricerca scientifica su Covid19: conciliare rigore e velocità non è facile, e non è un caso se per la fine dell’anno le ricerche di peso ritirate sul tema dell’epidemia siano arrivati quasi a 40.

15 giugno, arriva Immuni. Voluta dal governo, e presentata come asset strategico per gestire la fase 2 dell’epidemia, il 15 giugno viene finalmente lanciata su tutto il territorio nazionale Immuni, la app per il contact tracing realizzata gratuitamente dalla società Bending Spoons. Nonostante la pubblicità la app stenta però a decollare: ad agosto sono appena 5 milioni gli utenti che l’hanno installata sul proprio smartphone.  A ottobre siamo a circa 7 milioni. Si scopre inoltre che le Asl non avevano l’obbligo di inserire i codici dei pazienti positivi nel database, rendendo di fatto inutile l’applicazione. Conte pone rimedio al problema il 18 ottobre, ma ormai la app si era rivelata un fallimento, almeno per prevenire l’arrivo della seconda ondata epidemica nel nostro Paese.

17 luglio, l’epidemia indiana. Dopo aver superato la prima ondata, iniziata a marzo, senza troppi danni, l’India ha visto risalire l’indice dei contagi durante il periodo estivo. Il 17 luglio i casi nel paese hanno superato quota un milione, con oltre 25mila decessi. Molte aree della nazione tornano in lockdown, e il mondo assiste impotente mentre l’epidemia fa il suo corso chiedendo un costo altissimo in vite umane: ad oggi l’India è il secondo paese più colpito al mondo, con oltre 10 milioni di casi confermati e più di 140mila decessi.

21 luglio, arriva il recovery fund. Dopo giorni di trattative tesissime, il 21 luglio i leader Ue hanno trovato l’accordo sul piano straordinario di aiuti per i paesi maggiormente colpiti dall’epidemia. Una vittoria per l’Italia, che si vede destinare oltre 200 miliardi sui 750 messi a disposizione dal piano.

22 agosto, nuovo record di morti. L’estate ha visto l’epidemia procedere a singhiozzo, con nazioni in cui la situazione è migliorata fino a spingere i più ottimisti a ritenerla storia passata (come in Italia) e altre in cui il virus non ha mai lasciato la presa. Il 22 agosto nel mondo si è superata la soglia degli 800mila morti, soprattutto sulla spinta dell’alto numero di decessi registrati in Usa, India, Sud Africa, Brasile e altre nazioni del Sud America.

28 settembre, un milione di morti. A 10 mesi dall’inizio della pandemia il mondo ha raggiunto il milione di morti per Covid 19. Una soglia psicologica importante: il nuovo coronavirus ha ucciso più persone di quante ne abbiano uccise influenza, Hiv, dissenteria, malaria e morbillo sommate assieme.

2 ottobre, si ammala anche Trump. Dopo aver annunciato che la first lady è risultata positiva a Sars-Cov-2, anche il presidente degli Stati Uniti si ammala e viene ricoverato. Viene dimesso dopo appena tre giorni, dopo aver ricevuto un cocktail di farmaci sperimentali tra cui spiccano gli anticorpi monoclonali della Regeneron (che in Usa hanno ricevuto l’approvazione emergenziale a metà novembre). Non è il primo né l’ultimo uomo politico colpito dalla malattia: prima di lui era capitato a Boris Johnson nel Regno Unito (finito anche in terapia intensiva) e al presidente brasiliano Bolsonaro, e nei mesi seguenti succederà anche a Emmanuel Macron in Francia.

8 ottobre, seconda ondata. Dopo un’estate tranquilla, molti paesi europei hanno visto tornare alla carica il virus con l’inizio dell’autunno. L’Italia inizialmente ha sembrato reggere meglio dei vicini, ma la curva epidemica ha iniziato a impennarsi verso i primi di ottobre. Dall’8 ottobre si corre ai ripari, imponendo l’utilizzo delle mascherine anche all’aperto sull’intero territorio nazionale. Non è sufficiente: la corsa del virus continua inarrestabile, e verso  primi di dicembre si arriva al nuovo record di decessi, con quasi mille morti al giorno.

3 novembre, l’Italia a zone. Per cercare di arginare la seconda ondata epidemica, il nuovo dpcm del 3 novembre stabilisce un sistema di semafori regionali che divide il paese in zone rosse, arancioni e gialle, in ordine decrescente di gravità dell’epidemia. In tutta la nazione viene instaurato un coprifuoco notturno tra le 22:00 e le 5:00 di mattina.

9 novembre, arrivano i dati sui vaccini. Finalmente, novembre riserva anche le prime buone notizie dell’anno. Pfizer annuncia infatti i risultati del trial di fase 3 per il suo vaccino anti covid. L’efficacia sembra aggirarsi attorno al 90%. Pochi giorni e arriva anche l’annuncio della rivale Moderna: vaccino efficace oltre il 95%. È quindi la volta di Astrazeneca, produttrice del vaccino realizzato in collaborazione con l’Università di Oxford su cui l’Europa (e l’Italia) puntano maggiormente per uscire dall’epidemia. In questo caso l’efficacia sembra minore, vicino al 70%, ma durante lo studio è emerso, grazie ad un errore, che un dosaggio minore del preparato potrebbe risultare ben più efficace di quella prevista, raggiungendo una protezione vicina al 90%. Un risultato promettente, che obbliga però a nuovi trial, e ritarda l’approvazione del vaccino.

8 dicembre, il Regno Unito si smarca. Bandendo gli indugi e le precauzioni seguite dal resto dei paesi europei, il Regno Unito decide di approvare il vaccino anticovid della Pfizer senza attendere il parere dell’Ema. Il 9 dicembre è la prima nazione occidentale a iniziare la campagna di vaccinazioni di massa contro Covid 19. Seguono gli Usa, che l’11 dicembre concedono l’approvazione emergenziale al vaccino di Pfizer, e danno inizio alle somministrazioni il 15 dicembre.

21 dicembre, arriva l’ok dell’Europa. A pochi giorni da Natale arriva finalmente l’annuncio della Commissione Europea: a seguito del parere positivo espresso dall’Ema il vaccino di Pfizer riceve l’autorizzazione (condizionale) per l’immissione in commercio nei paesi Ue. Le danze si aprono il 27 dicembre, con una grande giornata di vaccinazioni in tutta Europa. In Italia vengono effettuate le prime 9.700 iniezioni. Dal 29 dovrebbero iniziare ad arrivare le altre 459mila dosi previste per il nostro Paese dal contratto sottoscritto dall’Unione Europea con Pfizer. Il 4 gennaio 2021 si attende quindi l’approvazione del vaccino Moderna, e l’arrivo di nuove dosi e nuove vaccinazioni. La strada è ancora lunga, e se tutto andrà come sperato i vaccini dovrebbero arrivare a garantire l’immunità di gregge (e quindi la fine dell’epidemia) per il prossimo autunno. Ma se non altro, sembra che finalmente il vento stia cambiando.

2020, l’anno da dimenticare che non cancelleremo mai dalle nostre vite. Francesco Leone su Notizie.it il 26/12/2020. Dalla terza guerra mondiale alla pandemia: il 2020 è stato un anno difficile, da dimenticare ma il cui segno rimarrà indelebile sulla nostra pelle. Lo schiaffo del Papa nella notte di San Silvestro, l’uccisione nel raid statunitense a Bagdad del generale Qassem Soleimani e l’alba di una fantomatica terza guerra mondiale. Il 2020 iniziava così, non con il migliore dei presupposti, e avanzava nelle vite di tutto il mondo insinuando lentamente la minaccia di un’emergenza di cui ancora oggi stentiamo a definirne la natura, gli effetti e la capacità di intimorire intere popolazioni, governi ed economie. Era il tempo dell’elezioni regionali, quelle in cui la sfida era tra centrodestra e centrosinistra: una partita a scacchi nel nome delle nuove amministrazioni locali, quelle che ancora in un immaginario dal retaggio democristiano erano considerate come territori da conquistare in vista di instillare il declino del governo centrale. E chi se lo dimentica Salvini che citofona a Yaya nella periferia di Bologna. O ancora il cavaliere Berlusconi che rassicura gli elettori ai banchetti della Santelli a suon di “Lei in 26 anni che la conosco non me l’ha mai data”. Eppure quella corsa elettorale ci aveva fatto provare un non modesto interesse. Le sardine sono solo un esempio. Piccoli pesci in un mare di giovani vecchi che per la prima volta, o di nuovo, carpivano l’importanza del voto, quella che avrebbero successivamente perso più tardi: più precisamente nel referendum costituzionale di settembre quando a fare da padrona del seggio è stata la rabbia, sapientemente mixata nei pregiudizi populisti verso la casta parlamentare promossa da chi voleva aprire il parlamento come una scatoletta di tonno, ma che alla fine un po’ la figura del tonno l’ha fatta. Viaggiava come sempre tutto rapidamente. Il processo Gregoretti prendeva forma, l’Australia soccombeva al maltempo dopo i grandi incendi che ne avevano devastato gran parte del territorio, Kobe Bryant si spegneva insieme alla piccola Gianna Maria in un incidente in elicottero prima di una celebrazione sportiva provocando l’estremo cordoglio di tutto il mondo dello sport. Scorreva tutto così, rapidamente. Una sequela di vicende, cronaca, politica, lotta per i diritti e battaglie contro il cambiamento climatico. A fare da sottofondo moderato c’era ciò che stava accadendo in Cina: troppo lontano per impensierirci, troppo tardi per poterne comprendere il fenomeno in modo tale da non soccombervi. Così mentre da Wuhan, Nancino e Hong Kong ci arrivavano le immagini di una delle epidemie più bestiali di sempre, noi dichiaravamo lo stato d’emergenza, discriminavamo prima e poi difendevamo la comunità, la ristorazione e la cultura cinese. La verità è che eravamo troppo intenti a non perderci la faida sanremese di Morgan e Bugo e pensavamo (come Zingaretti) che in fondo fare un aperitivo a Milano non era poi un’idea così malvagia, nonostante nella gara alla sicurezza sanitaria, i primi casi e l’allerta del contagio fossero già in pole. L’Italia non si ferma, Milano non si ferma. Poi è stata la volta di Vo’ Euganeo e di Codogno, prima la zona rossa localizzata poi il lockdown generalizzato. Italia zona protetta. Mentre si consumava una strage silenziosa all’interno delle Rsa di tutto il paese, a Bergamo, Alzano Lombardo e Nembro i morti non si contavano più. L’esodo dei fuorisede viaggiava sulle rotaie delle ferrovie di stato, in barba ai commenti dei governatori del sud che mai come allora hanno desiderato la fuga dei cervelli indigeni. Dalle carceri di tutta Italia giungeva il primo presentimento della tolleranza zero nei confronti delle norme anti-covid. Col tempo abbiamo imparato (chi più, chi meno) a conoscere la schiettezza dei termini "assembramento", "quarantena", "restrizioni". Abbiamo assistito alla politica dei decreti del presidente del Consiglio dei Ministri mentre cercavamo in mascherine il lievito sugli scaffali dei supermercati a entrata contingentata. Abbiamo cantato sui balconi, scoperto lo smart working e le atrocità della pandemia di coronavirus. Ci eravamo fermati, e fermandoci abbiamo scoperto che la nostra non è una società che sopravvive in stasi. La quarantena passa così, tra un fuorionda di Mattarella, una gaffe di Fontana e Gallera e il dolce augurio di Vincenzo De Luca di una vampata di lanciafiamme durante qualche festa di laurea. Quello che è venuto dopo è stata la caccia in elicottero al rider occasionale, al passeggiatore di cani domenicale, al nostalgico dell’aperitivo. L’era dei “governatori sceriffo”. Di seguito la corsa alle terapie intensive, gli eroi in corsia, le storie dalla prima linea e la gara delle regioni al “chi contiene meglio vince e non può essere contestato”. I casi raggiungevano il picco della curva epidemiologica, le vite spezzate erano diventate numeri nel continuo aggiornamento del bollettino della Protezione Civile. La cassa integrazione, i posti di lavoro a rischio e intere categorie abbandonate prima e soccorse poi da provvedimenti in continuo emendamento. Il plateau, il tempo per ragionare sulla riapertura, sull’accesso al Mes per sostentare la crisi economica che veniva alimentata, erta sulle colonne rette dall’emergenza sanitaria vestita da Atlante. Quel 4 maggio sembrava che tutto fosse passato. Silvia Romano era stata liberata e riportata in Italia e con lei era tornata anche la polemica sterile all’italiana. Trascorsi i mesi più bui, la falsa partenza italiana si muoveva in un’estate di sana perdizione (a confronto col tenore di vita osservato in lockdown) giustificata dalle scelte del governo e alternata al caldo delle piazze italiane infervorate dalle proteste di innumerevoli categorie e rappresentanze dei lavoratori. Tra questi balenava in sordina anche il pensiero negazionista: un complottismo che altro non poteva che far scivolare la disperazione dei tanti nel calderone del fanatismo scellerato dei molti. Dall’altra parte del mondo intanto cresceva il movimento Black Lives Matter. Oltreatlantico dopo la morte dell’afroamericano George Floyd, avvenuta per mano di un agente di polizia, si mobilitavano attivisti per i diritti civili, folle che facevano scricchiolare la poltrona di Donald Trump prossimo alle nuove elezioni presidenziali. Un tema complesso quello dell’uguaglianza negli Stati Uniti, che vedeva dibattere le parti attorno a scogli generazionali che affondano ancora oggi le radici in differenze culturali appartenenti a epoche ormai abbandonate. Qualcosa di stupidamente difficile. In Italia invece, nella grande complessità situazionale della pandemia, la fase 2 era riuscita a rendere tutto più stupidamente semplice. Distanziamento a scuola? Bando del ministero per i banchi a rotelle. Distanziamento nei locali? Plexiglass, massimo 6 persone al tavolo ma nessuna mascherina indossata una volta seduti. Sostentamento alle partite iva? Assegno da 600 euro da corrispondere con qualche mese di ritardo. Nota bene: nessuna di queste è stata una soluzione, ma col senno di poi, in effetti, è troppo facile asserirlo (o forse no?). C’è chi aveva detto che il virus era morto, clinicamente s’intende. C’era anche chi aveva detto che ci sarebbe stata una seconda ondata nel periodo autunnale. Al tempo erano solo opinioni, voci stampate sulle pagine cartacee e digitali che si sfogliavano di tanto in tanto in vacanza. Settembre ha sancito il crocevia di quella che doveva essere la vera rinascita. Di fatto, mentre inorriditi ascoltavamo la storia di Willy, giovane ragazzo capoverdiano ucciso in una rissa a Colleferro, assistevamo alla volontà dell’elettorato sul taglio dei parlamentari, alla poco preparazione di alcune regioni nella campagna vaccinale e ai mancati controlli sui trasporti, lì dove brulicava il contagio. Distratti, magari dall’incredibile vittoria di Joe Biden e Kamala Harris alle presidenziali in Usa, passavamo i nostri giorni attorniati dall’ombra di un nuovo lockdown mentre i contagi continuavano a crescere a dismisura. Scontavamo le colpe di un’estate passata all’insegna di quella libertà che ci era stata limitata in primavera. Le regioni prendevano colore, le nuove restrizioni richiamavano gli appuntamenti dei dpcm alle luci della ribalta e le piazze delle città pativano il nuovo coprifuoco. L’incubo della Dad è tornato, così come la chiusura dei ristoranti e il timore di doversi ritrovare a contare ancora nuovi morti per covid in Italia. Così è stato. Di nuovo in prima linea, ancora una volta a rincorrere una curva epidemica che ormai c’era sfuggita dalle mani. Ci siamo fermati di nuovo. Abbiamo salutato due eterni campioni come Diego Armando Maradona e Paolo Rossi, ricordandoci che questo poco poetico 2020 ci ha portato via anche Ezio Bosso, Ennio Morricone, Franca Valeri e Gigi Proietti. Adesso tiriamo le somme e attendiamo di capire se almeno a Natale non dovremmo sentirci dei criminali mentre sediamo al tavolo del cenone con le nostre famiglie, nonostante vestiremo una mascherina e stringeremo in mano il referto di un tampone covid negativo.

C’è rimasta una speranza, quella del vaccino, che di certo non redimerà niente di quanto terribilmente inaccettabile sia accaduto in questo 2020. Però magari, stigmatizzando il passaggio di quest’anno nefasto, sorrideremo. E alla domanda che chiede se il 2021 potrà mai essere peggiore dell’anno che lasciamo alle nostre spalle, amaramente risponderemo “Dobbiamo dircelo chiaramente, questo rischio c’è“.

Nel 2020 i morti sono diventati solo un numero. Natale Cassano su Notizie.it il 28/12/2020. Le vite diventano cifre, senza indicazioni di storie, di nomi e cognomi, di situazioni; si trasformano in pura statistica per definire un incremento o decremento in quelle tabelle. Un numero. Fredde cifre che a volte fatichiamo a ricollegare a vite reali, affetti, sentimenti, problemi e gioie della vita quotidiana. Com’è cambiata l’idea della morte in questo difficile 2020, da quando la pandemia è entrata nella nostra vita? Finché la parola “Covid” era ancora estranea al nostro vocabolario, finché questa infezione misteriosa sembrava circoscritta a qualche lontana città d’oriente, la perdita di una vita è sempre stata vissuta in maniera empatica, anche quando la persona coinvolta non era strettamente legata a noi. Leggendo i giornali o navigando sui social network, era facile immedesimarsi nel dolore dei parenti e provare noi stessi quella sofferenza, sempre consapevoli del classico “poteva accadere a noi”. Eppure da quando a marzo la parola “pandemia” ha cominciato a entrare, silenziosa, nella nostra quotidianità, quel meccanismo si è lentamente spezzato. Con un risultato tragicamente noto: oggi, a quasi un anno di distanza, si nota una maggiore difficoltà nel provare empatia davanti a un decesso che non ci tocca direttamente. E questo è legato direttamente a come la gestione del Covid-19 ha trasformato la nostra percezione della morte. Sembrano infatti lontane anni luce quelle immagini strazianti della fila delle camionette dell’Esercito che attraversano Bergamo con all’interno le salme dei deceduti della prima ondata. Un’immagine che è stata riproposta ciclicamente da TG e giornali, anche per mantenere l’attenzione alta sulla pericolosità del virus, quando al termine della quarantena è scattato il “liberi tutti”. Improvvisamente il Covid non sembrava più un pericolo, bensì un dramma del passato da esorcizzare. Ma dopo i bagordi dell’estate la seconda ondata del virus ci ha investito come un tifone, obbligandoci a tornare a quelle restrizioni a cui così difficilmente ci eravamo abituati. Al contempo, però, diversamente da quello che si diceva (tutti ricordiamo il “ne usciremo migliori”, motto della prima fase, vero?), si è assistito a una deumanizzazione della morte, perché questa si è trasformata in un freddo numero. Lo vediamo ogni giorno nel bollettino, regionale e nazionale, che leggiamo sulla stampa. Le vite diventano cifre, senza indicazioni di storie, di nomi e cognomi, di situazioni; si trasformano in pura statistica per definire un incremento o decremento in quelle tabelle. E in questo marasma, l’unico elemento che ci preoccupa è il capire se la curva è in discesa o in risalita. Torniamo così a pensare a noi stessi e a non provare empatia. Un ragionamento che si ritrova anche nelle dichiarazioni pubbliche. Pensiamo alle parole di Domenico Guzzini, presidente di Confindustria Macerata, che davanti alle telecamere ha ricordato la necessità di aprire, perché “le persone sono un po’ stanche e vorrebbero venirne fuori, anche se qualcuno morirà, pazienza”. Ecco, in quel “pazienza” si rivede perfettamente il quadro della situazione: il bene della popolazione che supera quello del singolo; la morte giustificata come danno collaterale alla vita di altri.Una situazione che da molti viene accettata, anche a causa dell’effettiva sciatteria che si ritrova nei famosi bollettini della Protezione civile: i decessi direttamente legati al virus non vengono distinti da quelli legati anche ad altre patologie e finiscono nel calderone della statistica, facendo inevitabilmente crescere le fila dei negazionisti, che cercano continui appigli per confermare la confortante ipotesi del “virus che non esiste, è tutto un complotto“. E neppure il Natale ci ha reso, se non più buoni, almeno più empatici. Il gigantesco dibattito sulle aperture che ha preceduto le festività si lega a doppio filo a questo triste risultato: del rischio della morte (soprattutto degli altri) ci interessa poco, l’importante era (ed è) poter respirare un istante di normalità, almeno in un periodo che da sempre è sinonimo di felicità. Doveva essere un Merry Christmas, a tutti costi, in attesa di brindare a un (si spera) felice anno nuovo. E se questo comporta conseguenze per la salute degli altri? Il pensiero comune si riassume in quell’unica parola: “Pazienza”. E allora come si inverte la tendenza, in vista del 2021 ormai alle porte? Difficile dirlo, ma un buon punto di partenza sarebbe tornare a legare quei numeri dei morti a un viso, a una storia, a un particolare che possa nuovamente renderli umani. Qualcuno ci sta provando, ripercorrendo questo 2020 da dimenticare ma che mai cancelleremo dalla nostra memoria, raccontando quelle vite spezzate dalla malattia, nonostante i commenti poco empatici di chi continua imperterrito a sottolineare che “la persona era anziana” oppure che “soffriva di patologie pregresse”. Dimenticandosi che la perdita di un affetto fa male comunque, qualunque sia la causa che l’ha allontanato da noi per sempre.

Il contagio, la quarantena, la morte. E la speranza. Il racconto di un anno di pandemia. Tutto cominciò con una nave a Civitavecchia. E poi Codogno, Nembro, Bergamo, Jesolo, Milano. Nel diario di una cronista l’Italia in zona rossa. Ognuno con la sua linea di confine. Elena Testi su L'Espresso il 26 dicembre 2020.  Una madre guarda la nave da crociera. È ferma. In lontananza si vedono solo alcune persone che si muovono. «Sto cercando di contattare mio figlio», dice. Le telecamere puntano la flotta galleggiante, tutti riprendono il ponte in un’inquadratura a caccia di sensazioni. Dentro c’è un sospetto caso di Coronavirus. Arriva la chiamata del figlio. Raccontano di gente ammassata all’interno del grande ristorante, dell’altoparlante che chiede a tutti di isolarsi nelle proprie cabine. Arrivano informazioni sconnesse di tamponi, di reagenti, di 72 ore. Di risultato negativo e di altri virus che devono essere esclusi per poter dire che il Covid-19 non fluttua in una nave attraccata a Civitavecchia. È il...

Una madre guarda la nave da crociera. È ferma. In lontananza si vedono solo alcune persone che si muovono. «Sto cercando di contattare mio figlio», dice. Le telecamere puntano la flotta galleggiante, tutti riprendono il ponte in un’inquadratura a caccia di sensazioni. Dentro c’è un sospetto caso di Coronavirus. Arriva la chiamata del figlio. Raccontano di gente ammassata all’interno del grande ristorante, dell’altoparlante che chiede a tutti di isolarsi nelle proprie cabine. Arrivano informazioni sconnesse di tamponi, di reagenti, di 72 ore. Di risultato negativo e di altri virus che devono essere esclusi per poter dire che il Covid-19 non fluttua in una nave attraccata a Civitavecchia. È il 30 gennaio. Sono le 22.00 dello stesso giorno, di fronte all’hotel Palatino di Roma, due turisti cinesi vengono messi dentro a un’ambulanza e portati all’ospedale Spallanzani. Entriamo nella grande hall dell’albergo. Il direttore fa cenno con una mano che non può parlare. Un gruppo di inglesi entra e nascosti tra loro ci infiliamo nell’hotel. Tutto è normale, tutto è placido. La notizia del Covid -19 arrivato in Italia è un timido accenno che si disperde in una manciata di ore. C’è vita, c’è normalità, ci sono le persone ammassate per strada. C’è la crisi di Governo con un Matteo Renzi intento a scarnificare il ministero della Giustizia Alfonso Bonafede. C’è Matteo Salvini con i selfie. C’è la prescrizione. Ci sono i bambini che vanno a scuola. C’è una Wuhan lontana che mormora con gente affacciata ai balconi. C’è un mese. Nulla accade. I treni sono bloccati, la stazione di Bologna è persa in un vociare di persone che tentano di raggiungere Milano. A Casalpusterlengo un macchinista è risultato positivo al Covid-19, hanno deciso di bloccare quella tratta per precauzione. È il 24 febbraio, tre giorni fa un ragazzo di Codogno, paesino di 15mila abitanti è il primo positivo accertato. «La prego mi faccia salire», urla una ragazza a un controllore di Trenitalia, l’uomo fa cenno con la testa. Ci infiliamo tutti dentro l’unico treno pronto a partire per il nord. Non c’è spazio, non c’è aria. Alcuni sono seduti dove si impilano le valigie. È un’Italia schizofrenica. Quando il treno parte ci sentiamo vittoriosi. Passiamo per il Veneto, Casalpusterlengo è ancora chiusa, qualcuno si chiede se il virus non sia nell’aria, ma il pensiero da guerra batteriologica viene schizzato via dalla mente. Le forze dell’ordine in quei tre giorni si sono già piazzate. Nessuno deve uscire. C’è un fuori e un dentro. Un noi e un loro. Sono 47mila quelli in area rossa, l’area del lodigiano. Gli “infetti”, c’è chi li chiama così. Per raggiungere i check-point basta prendere Google maps. I segni rossi nella mappa sono il confine invalicabile. I militari non parlano, rimangono con il mitra a metà. I “quarantenati” si affacciano alla frontiera, una donna ferma l’auto, attende le provviste. Un altro gruppo di persone ha una ruspa, sulla pala viene caricato cibo per animali portato da un paesino vicino, libero dalle restrizioni. Ai check-point arriva di tutto: detersivi, sigarette, cibo. Viene lasciato a pochi metri e poi preso da chi è bloccato dentro. Un ragazzo si nasconde, esce fuori quando vede arrivare un’auto, è la fidanzata. Si scambiano un abbraccio. Lei piange, lui la bacia. Le ambulanze corrono dentro. Sono tante. Non sono ambulanze normali, dentro hanno tutti una tuta bianca che li copre. La gente muore mentre fuori si parla di banale influenza. Una bambina di 14 anni di Codogno rimane sola con la sorella di 12, i genitori sono in terapia intensiva. Ha paura degli assistenti sociali. C’è caos, rimangono sole per dieci giorni. Senza cibo. La protezione civile è sopraffatta, deve consegnare le mascherine che non ci sono, deve organizzare, trovare ossigeno per salvare chi ha crisi respiratorie. Dopo dieci giorni c’è chi si accorge di loro, mentre la vita scivola via. Sono denutrite ma si salvano. Un miracolo nella tragedia. Sembra un paese spezzato da verità diverse. Milano si sente intoccabile, il sindaco Beppe Sala invoca normalità. Arriva il segretario del Pd Nicola Zingaretti da Roma, lo accogliamo circondandolo, tutte le domande sono su Matteo Renzi e la tenuta del Governo. Il simbolo della normalità è uno Spritz, mentre la morte silenziosamente miete centinaia di lodigiani. Ci rendiamo conto che il virus è diffuso più di quanto non si voglia credere quando iniziamo a schivare quarantene. Parte la conta degli incontri. Le distanze e la diffidenza. Ad Alzano Lombardo e Nembro, comuni a pochi chilometri da Bergamo, un’ondata si porta via anime inconsapevoli. Si discute se fare una cinta di protezione per evitare che Bergamo diventi un focolaio. I giorni passano e nulla viene fatto, ancora è da capire il perché, visto che le forze dell’ordine sono già schierate per chiudere l’intera area. Camillo Bertocchi, sindaco di Alzano, ha uno schema nel suo ufficio. Su un cartellone di carta bianca ci sono le frecce che indicano cosa fare ogni volta che mancano le bombole d’ossigeno. Nell’unica agenzie di pompe funebri di Alzano, le urne sono una accanto all’altra. «Questi fogli – dice la proprietaria – dove c’è data di nascita, luogo e riferimenti, sono persone che noi conosciamo personalmente. Hanno avuto una vita e una storia». Le ceneri sono in barattoli ovali neri con sopra il nome di chi non c’è più. Sono stati messi nei forni crematori dentro un sacco nero. Nudi e con i segni della malattia cicatrizzati sui propri corpi, a cancellare quei segni sono le fiamme. Donne e uomini, giovani e anziani. Sono passati attraverso la malattia. Sono caduti, si sono rialzati, ma anime e corpi sono ancora prigionieri del virus. Le loro storie, gli incubi e le speranze. È il 7 marzo, un sabato, sono le 18. Trapelano notizie di una Lombardia quarantenata. Milano scopre di essere in mezzo a un focolaio. La gente corre verso la Stazione Centrale. È l’inizio del domani e la fine improvvisa dell’oggi. Dopo un giorno l’Italia intera viene dichiarata zona rossa. Alcuni giorni dopo la serrata generale sul Pirellone le luce accese delle finestre scrivono “Restate a casa”, mentre davanti al cimitero di Bergamo c’è la fila di carri funebri. Non ci sono parenti. Il cancello si apre, entrano dentro, lasciano la bara e ripartono. Quel giorno in un’ora ne arrivano dodici. Dodici corpi. In una chiesa non distante uomini con le tute di bio-contenimento disinfettano i feretri. Il sole si è già eclissato, i carri dell’esercito si fermano, i militari escono composti e silenziosi, prendono le bare. Non c’è più spazio nella piccola cappella, sono oltre sessanta. Nessuno in quel momento sa chi ci sia dentro, neanche le famiglie. Non hanno un nome i morti che lasciano la città. Si percorrono chilometri di autostrada senza incontrare nessuno. Le uniche vite che incroci guidano ambulanze o carri funebri. Sono così tanti da farti venire la nausea. Il covid in Lombardia si è infilato ovunque, anche a Milano. La gente alza il volume dei televisori, dello stereo. Ogni casa ha una colonna sonora per coprire il suono della paura. Tutto è avvenuto all’improvviso, senza preavviso. Un frangente che segna il prima e il dopo, ma ognuno ha il suo frangente. Per alcuni è la morte di un parente, per altri è la quarantena, per altri ancora la fine della libertà avvolta dal terrore del contagio. E quei contagi arrivano in corsia. Fuori dall’ospedale di Cremona ci sono dei tendoni bianchi. I malati scendono dalle ambulanze sopra una barella. Fissiamo i loro visi che spariscono nella zona sporca allestita all’aperto, prima di entrare nella tensostruttura riscaldata. Se rimani in silenzio senti la loro tosse e credi di morire con loro. Per istinto ti allontani. Una signora sui sessanta anni arriva, attende e fa cenno a un medico. Poco dopo un uomo con un sacchetto dell’immondizia in mano le si avvicina. «Finalmente», dice la donna all’uomo. Il marito è lì da un tempo infinito: quaranta giorni. «Lo riporto a casa», fa cenno con la mano e vanno via abbracciati. Non capiamo, difficile farlo. Sappiamo che l’ossigeno è finito. Conosciamo le procedure perché le vediamo. Le ambulanze arrivano impacchettano i malati dentro delle coperte termiche dorate. Un colore strano per il dolore, ti viene da pensare ogni volta che i soccorritori li portano via. Poi ci sono i vigili del fuoco che vanno a sfondare le porte delle persone morte da sole in casa. Sono tante e noi lo sappiamo perché vicino casa c’è una caserma dei vigili del fuoco. Stanno proprio davanti. Sulla finestra c’è scritto “FORZA GIACOMO” a lettere grandi e colorate. Dicono che è in terapia intensiva, ma che ce la farà. Dicono tante cose, ma sono terrorizzati negli occhi, nelle smorfie della bocca. Entrano nelle case vuote, avvertiti da qualche vicino. Entrano nei ricordi. La maggior parte sono sui loro letti. Intorno il vuoto. Le immagini delle vittime del Covid rimangono con noi. E compongono un’elegia, una preghiera.  Che chiede giustizia, memoria, vicinanza. I contagi sono iniziati a calare mentre il numero dei medici morti è salito. Giacomo Grisetti vive a Como, lui il Covid lo ha preso per visitare un paziente, parla dalla taverna dove è stato confinato. La moglie gli lascia un vassoio con il cibo. Ricorda l’amico, medico anche lui, prima di essere intubato ha spedito un messaggio nella chat whatsapp «Si mette male, saturo poco». Quando parla di lui la voce si strozza. A volte ti capita di tornare negli ospedali, di cercare alcuni medici per salutarli e di scoprire che non ci sono più. Hanno perso la loro battaglia con il Covid, ma prima ne hanno vinte tante altre salvando la vita dei loro pazienti. Abbiamo capito che la prima ondata se ne stava andando quando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è apparso a Lodi. Dopo, l’estate è passata senza che nessuno si fermasse. Non c’è stato un momento di silenzio per le perdite. Eppure ricordiamo quei medici mentre percorrono i corridoi bianchi. Il momento in cui riuscivano a staccarsi la mascherina dal viso, non avevano segni ma solchi. I vestiti zuppi di sudore per le tute. I turni infiniti. Tutto cancellato, coperto dal suono delle discoteche. Ma il covid è un virus subdolo. Cammina con noi. E lo abbiamo tenuto per mano fino a ottobre. Vicino al Michelangelo, il covid hotel della prima ondata, sulla ringhiera di una terrazza c’è un cartello, c’è scritto “andrà tutto bene”. È sbiadito, la luce dell’appartamento è sempre spenta. Abbassi lo sguardo e vedi le auto circolare. Le persone camminano per strada, ammassate in metro arrivano al lavoro. Per un attimo ricordi i corpi degli anziani portati fuori da una Rsa con un telo bianco sopra. La gente sui balconi. La protezione civile che con il megafono intima a stare in case, a indossare la mascherina. Tempi dimenticati. È metà ottobre quando fuori dall’ospedale Niguarda di Milano i pazienti covid-19 iniziano ad essere troppi. Il responsabile del Pronto Soccorso, Andrea Bellone, ha la faccia preoccupata: «Dobbiamo limitare gli spostamenti o non ce la faremo». Il responsabile della terapia intensiva Roberto Fumagalli si commuove pensando a quando avevano chiuso ai covid il suo reparto, perché non ce ne erano più. All’ospedale Sacco, sempre di Milano, Pietro Olivieri, direttore medico, ha già riconvertito metà struttura «e il peggio se continuiamo così, deve ancora arrivare». Il peggio alla fine è arrivato. All’ospedale di Magenta il reparto di terapia sub-intensiva, gestito dal primario Nicola Mumoli, è stracolmo, dentro ci sono 240 pazienti. Se la terapia intensiva è impressionante quello che accade dentro una sub-intensiva è agghiacciante. Il casco che li aiuta a respirare fa un rumore assordante, sono sempre coscienti. Stanno a pancia in giù nella speranza di far entrare più aria possibile nei polmoni. La sensazione è tentare di respirare con il getto della doccia sparato in bocca. Quando chiedi a un medico cosa provano i pazienti che dalla sub-intensiva passano all’intensiva, in molti ti rispondono: «Sollievo, così possono avere una tregua». I reparti si riempiono, i medici per alcuni diventano degli aguzzini, accusati di esagerare. «Tutta una montatura, il Covid non esiste». E così capita che qualche negazionista entri in una farmacia e dica a Cristina Longhini: «I carri dell’esercito non esistono», proprio a lei che ha visto il padre dentro un sacco e che ha saputo qualche mese dopo che quei carri avevano portato via il suo papà a Ferrara. È successo anche a Diego Federici che ha perso entrambi i genitori: «Coppia inseparabile». Soccorritori, volontari che sacrificano la propria vita, inseguiti e insultati perché accusati di creare allarmismo. Presidenti di Regione impegnati a farsi colorare la regione con una tinta che non metta a repentaglio la propria reputazione, il tutto mentre noi contiamo i morti della seconda ondata che superano quelli della prima. È successo in Lombardia, è successo in Veneto, nel Lazio. Nell’Italia intera che parla di vite “non indispensabili” per poi scusarsi. Non c’è solo il Covid, c’è la mancata prevenzioni, le persone morte d’infarto perché non vogliono andare in ospedale. È successo anche a Tonina, portiera a Milano. Sempre sull’attenti appena arrivava un estraneo nel palazzo. Il cuore le si è fermato, ma lei di andare in ospedale con questo covid non voleva proprio saperne. Di Tonina rimane il ricordo della pasta al forno appena sfornata e un cartello con su scritto compianta. L’emergenza covid travolge il Nordest: in provincia di Verona gli obitori sono pieni e le salme vengono spostate in celle frigorifere per merci nel cortile dell’ospedale pubblico. Dopo i camion militari di Bergamo, ecco le terribili immagini della seconda ondata: nella regione di Zaia record di contagi e vittime, medici e infermieri allo stremo. Non abbiamo atteso la fine della seconda ondata, siamo a dicembre, e in provincia di Verona montano i container per stipare le salme. Dentro la terapia intensiva dell’ospedale di Jesolo si sente una voce: «Urgente, terapia intensiva». Un medico entra con una barella. Con poche mosse la paziente viene intubata, mentre un’altra, la “numero 1”, forse non ce la farà, perché come spiega il direttore Fabio Tuffoletto: «Con il covid il 50% vive, l’altro muore. La verità è che ancora non si è capito bene il motivo». È come tirare una monetina per aria. Per quasi 70mila italiani quella monetina è caduta dalla parte sbagliata. Alle loro famiglie dimenticate dalle Istituzioni un felice anno nuovo. Seppur difficile.

I nostri morti non se ne sono mai andati. Le immagini delle vittime del Covid rimangono con noi. E compongono un’elegia, una preghiera.  Che chiede giustizia, memoria, vicinanza. Giuseppe Genna su L'Espresso il 22 dicembre 2020. L'immagine più grande è la morte spiegata a noi bambini. Sono i camion militari. Noi bambini (perché ora siamo bambini anche se siamo adulti) li vediamo dall’alto, sappiamo tutto di tutti e ancora non abbiamo disimparato a sorprenderci, ad angosciarci e piangere. Più in là col tempo, mesi e mesi di virus alle spalle, matureremo un’anestesia impensabile, non sentiremo più nulla perché saremo stanchi di tutto: dei conteggi, degli annunci vaccinali, dei dpcm, dei volti elucubranti dei virologi, della fine delle economie, dell’insistenza dei preti per le messe, perfino di chi sta accanto a noi gomito a gomito in casa. Nella notte tra il 18 e il 19 marzo, nell’anno di disgrazia 2020, siamo invece...

L’immagine più grande è la morte spiegata a noi bambini. Sono i camion militari. Noi bambini (perché ora siamo bambini anche se siamo adulti) li vediamo dall’alto, sappiamo tutto di tutti e ancora non abbiamo disimparato a sorprenderci, ad angosciarci e piangere. Più in là col tempo, mesi e mesi di virus alle spalle, matureremo un’anestesia impensabile, non sentiremo più nulla perché saremo stanchi di tutto: dei conteggi, degli annunci vaccinali, dei dpcm, dei volti elucubranti dei virologi, della fine delle economie, dell’insistenza dei preti per le messe, perfino di chi sta accanto a noi gomito a gomito in casa. Nella notte tra il 18 e il 19 marzo, nell’anno di disgrazia 2020, siamo invece resi inermi nei nostri appartamenti italiani. Noi non sappiamo come ma dobbiamo fare la penitenza, perché la storia che ci punisce si fa vivida e ci spaventa, mediante un’immagine più grande del tempo che abbiamo finora vissuto. Nelle strade esuberanti di buio e luce artificiale, nella città muta Bergamo, nel cuore della Lombardia, la regione con l’indice di mortalità per virus più alto al mondo, una fila di convogli militari trasporta le bare respinte dal forno crematorio, che non può più ricevere cadaveri e ci espone, finalmente, all’orrore della morte che non vediamo. Le immagini della morte per virus le abbiamo intercettate per qualche secondo nella televisione, si intuivano i corpi nudi dei pazienti pronati, l’azzurro elettrico dei tubi per la respirazione assistita. Quella maniera della luce di far tremare le cose, gli andirivieni, il pavimento stordito dallo stare male dentro il reparto Covid. Ma questo dolore no, questi camion con la tela mimetica e le oscure sagome alla guida, un collassare della materia tutta, accecarci mentre vediamo la scena – questo no, non ce lo aspettavamo. Non dimenticheremo il 2020: dodici mesi segnati dal contagio, dalla paura e dalla solitudine. Ma anche dalla consapevolezza che se cambiamo ripartiremo. «L’immagine dei mezzi militari che escono dal nostro cimitero è stata e continua ad essere più grande di me», dice il sindaco di Bergamo. È stata e continua a essere più grande di tutti noi e non soltanto di Giorgio Gori, un uomo che nelle prime settimane del virus è andato piagandosi e rovesciandosi per il dolore e ha trasformato nell’incrinatura umana l’astratta reazione che ebbe a inizio della pandemia. Quel sindaco, in qualche modo, ha fatto la storia, perché l’ha davvero subita in nome di tutti noi: noi che abbiamo continuato a vivere, noi i morti, noi che non eravamo fisicamente lì, ma c’eravamo, perché Bergamo era comunque dappertutto, era il rischio ubiquitario nel pianeta. I camion atterriscono il pianeta. Questa immagine ci annichilisce. Come è diversa dalle grandi immagini che l’hanno preceduta! Con le immagini istantanee abbiamo appreso a rapportarci con la storia. Quando è accaduto sul pianeta che tutti avvertissimo nello stesso istante lo stesso pericolo di morte? Noi annaspiamo nella storia. Fatichiamo a prendere respiro tra un’immagine e l’altra. Ogni cronaca infittisce il trionfo del dolore a cui abbiamo assistito da spettatori privilegiati. L’uomo che cade, geometrico e minuscolo, newyorkese, lanciatosi da una delle Torri Gemelle – ci ha riguardato e infatti lo abbiamo guardato e riguardato, più volte. Ma non era l’immagine che implicava il rischio per tutti. Era forse la fine di un’idea di occidente o di un capitalismo, il tabù infranto della guerra su suolo americano, una scena in qualche film. Ricaricavamo il video, l’uomo tornava a cadere. Potevamo godere oscenamente di questo spettacolo di morte, perché anzitutto era tale: c’era una dose di spettacolarità. Chi aveva ideato ed eseguito quell’attentato aveva pensato alla risonanza spettacolare. Il che non accade qui, a Bergamo, seconda metà di marzo, nella notte che sa di neve schiacciata nella mota dai pneumatici. Qui non c’è spettacolo. I camion militari non desiderano farsi vedere, agiscono in silenzio. Sono mimetici, perché non si deve essere notati. Le bare in legno chiaro vengono stipate senza pubblico preavviso. Questo sconvolgente corteo funebre impartisce un monito definitivo, perché conferma la nostra impotenza e dimostra le ragioni della nostra disperazione. Esiste qualcuno che abbia visto continui replay queste immagini? Le immagini più prossime ai camion militari a Bergamo sono piuttosto le foto delle ombre umane stampigliate su marciapiedi e muri di Hiroshima. Donne uomini bambini evaporati, una morte istantanea mai prima sperimentata, il potere sovrannaturale della radiazione, la letalità di una nuova era imposta da un dispositivo tecnologico. Morti non visti, cadaveri inesistenti ma eternati, identità sconosciute, anonimato e perentorità del tempo, rattrappitosi in un istante. Quel flash atomico faceva sentire chiunque a rischio nel pianeta. Inaugurava un’epoca diversa dalle precedenti, un’economia planetaria hi-tech, una storia di accelerazioni e di vita progressiva delle macchine, la biologia confusa con il metallo. La paura globale cominciava qui a manifestarsi con i caratteri della modernità. L’Espresso ha scelto come protagonisti del 2020 la vita e la morte. Quest’ultima è stata rimossa dalla cultura, ma l’anno della pandemia l’ha riportata al centro. Ma avere paura del morire significa sapere che c’è qualcosa che trascende la nostra esistenza individuale. Un Fine. E gli Eredi. La bomba ieri, come il virus oggi, diviene il soggetto della storia. I camion militari a Bergamo sono l’istantanea di questo passaggio d’epoca. Tutti gli istanti culminati in uno. È un’immagine di involucri che nascondono dentro di sé altri involucri. I corpi dei respinti al forno crematorio sono ora occultati nelle bare zincate male, sarcofaghi spogli dentro cui si nasconde ciò che non vogliamo vedere. E non vediamo nemmeno questi feretri: essi giacciono nei camion dell’esercito, i quali paiono grossi sarcofaghi. I mezzi militari fendono la città, diventata essa stessa un abnorme sarcofago, Bergamo in forma di sepolcro, la lombardità nella sua cifra più lugubre e gelida. E infine l’ultimo sarcofago: è tutta l’immagine in sé, che mostra nascondendo ogni cosa, il male silente, le salme radioattive per il virus, le anime dei monatti. Qui non c’è più spettacolo, la realtà, pur rivestita a strati per nascondere i corpi affilitti dal male, è nuda. E un’ultima idea: forse è un sarcofago anche chi guarda il sarcofago dell’immagine, dentro cui si muovono i sarcofaghi di camion che nascondono i sarcofaghi dei deceduti…Tutto ciò che è nascosto, sarà in evidenza. Tutto ciò che è in evidenza, viene occultato. I morti li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Ovunque nel mondo è questa immagine e regna lo sconforto, la paura. Prima che cada la tunica della dimenticanza. E poi si rovescia tutto: l’anno, la disperazione, la morte. I camion militari si arrestano, i nosocomi si svuotano, sono scordati tutti i crematori e l’aria nuova entra nei pertugi e loro, che sono morti, ritornano a noi restaurati. Sono viventi, sono ritornati viventi. Non se ne erano mai andati. Con parole di poesia possiamo abbracciare chi non c’è più perché ci sarà sempre.

Esclusivo - Troppi morti in Veneto. Si riempiono i container.

L'emergenza covid travolge il Nordest: in provincia di Verona gli obitori sono pieni e le salme vengono spostate in celle frigorifere per merci nel cortile dell'ospedale pubblico. Dopo i camion militari di Bergamo, ecco le terribili immagini della seconda ondata: nella regione di Zaia record di contagi e vittime, medici e infermieri allo stremo. Paolo Biondani e Andrea Tornago su L'Espresso il 17 dicembre 2020. Dopo il triste corteo dei camion militari in marzo a Bergamo, le foto choc della seconda ondata arrivano dalla provincia di Verona: un container frigorifero sistemato nel cortile di un ospedale, per accogliere le salme delle troppe vittime del covid. Succede a Legnago, la cittadina di 25 mila abitanti dove ha sede il secondo polo sanitario pubblico della provincia. L'ospedale non riesce più a gestire il record dei contagi, ricoveri e decessi: l’obitorio è pieno, per cui le bare vengono spostate nel contenitore d'acciaio collocato all'esterno. Verona è la provincia più colpita dal coronavirus, con più di 1.300 morti e quasi 20 mila persone attualmente positive. E gli ospedali scoppiano, come testimonia il il chirurgo Ivano Dal Dosso, segretario veronese del sindacato dei medici Anaao: «Siamo in una situazione di estremo stress, a Legnago l’altro giorno in pronto soccorso c’erano 49 pazienti, di cui 20 in attesa di un letto. Ormai si gestiscono i malati direttamente lì, con il casco Cpap, come se fosse una terapia semi-intensiva. E questi pazienti non risultano nemmeno censiti nei bollettini della Regione, perché tecnicamente non sono ricoverati». Non va meglio nelle altre province venete, come raccontano gli altri rappresentati degli operatori sanitari ormai stremati. Stefano Polato, medico dell’ospedale dell’Angelo di Mestre, registra una «situazione decisamente preoccupante: sia le terapie intensive che i reparti attualmente disponibili sono pieni, basta un soffio di vento perché tutto precipiti». Anche a Vicenza, conferma l’ematologo Enrico Di Bona, «il quadro è grave e se continua così si arriverà al collasso, perché tutti gli ospedali dovranno essere riconvertiti esclusivamente al covid». A Treviso il chirurgo ortopedico Pasquale Santoriello, dell’ospedale cittadino Ca’ Foncello, parla di «personale distrutto, sfinito dai turni di 12 ore nelle tute di plastica, e sempre più soggetto al contagio. Poco fa ho incrociato un amico infermiere che mi ha riferito di essere appena risultato positivo al test: stava scappando dall’ospedale passando per gli scantinati, per cercare di non contagiare nessuno». In Veneto si era registrata, il 21 febbraio, la prima vittima italiana della pandemia. Nei mesi successivi della prima ondata questa regione, grazie alla massiccia campagna di controlli con tamponi molecolari avviata dall'ospedale universitario di Padova, ha limitato i contagi e i decessi rispetto al resto del nord Italia. Le riaperture incontrollate di questi mesi in zona gialla, però, hanno fatto esplodere i contagi e i decessi nella seconda ondata. E anche oggi, come ormai da settimane, il Veneto registra il record nazionale di nuovi contagiati (oltre 4.400) e delle vittime: altri 92 morti in 24 ore. Il primo a lanciare l’allarme era stato il segretario regionale dell’Anaao, il dottor Adriano Benazzato, che aveva contestato i criteri utilizzati dalla Regione Veneto per conteggiare i posti disponibili nelle terapie intensive: «In realtà sono soltanto 639, per attivarne 500 in più bisognerebbe assumere almeno 400 anestesisti rianimatori e oltre 1200 infermieri dedicati e preparati, che in Veneto non ci sono». Gli fa eco il suo vice, Andrea Rossi, geriatra dell’ospedale Borgo Trento di Verona: «In Veneto iniziamo a raschiare il fondo del barile. Qui o la regione cambia colore, oppure rischiamo di trovarci in un'emergenza ancora peggiore. Tra poco il covid potrebbe sommarsi al picco dell’influenza. E se non si corre subito ai ripari, la nave andrà a picco come era successo a Brescia e a Bergamo nella prima ondata».

·        Cosa resta dell’anno passato. I Fatti.

2020, l’anno da dimenticare che non cancelleremo mai dalle nostre vite. Francesco Leone su Notizie.it il 17/12/2020. Dalla terza guerra mondiale alla pandemia: il 2020 è stato un anno difficile, da dimenticare ma il cui segno rimarrà indelebile sulla nostra pelle. Lo schiaffo del Papa nella notte di San Silvestro, l’uccisione nel raid statunitense a Bagdad del generale Qassem Soleimani e l’alba di una fantomatica terza guerra mondiale. Il 2020 iniziava così, non con il migliore dei presupposti, e avanzava nelle vite di tutto il mondo insinuando lentamente la minaccia di un’emergenza di cui ancora oggi stentiamo a definirne la natura, gli effetti e la capacità di intimorire intere popolazioni, governi ed economie. Era il tempo dell’elezioni regionali, quelle in cui la sfida era tra centrodestra e centrosinistra: una partita a scacchi nel nome delle nuove amministrazioni locali, quelle che ancora in un immaginario dal retaggio democristiano erano considerate come territori da conquistare in vista di instillare il declino del governo centrale. E chi se lo dimentica Salvini che citofona a Yaya nella periferia di Bologna. O ancora il cavaliere Berlusconi che rassicura gli elettori ai banchetti della Santelli a suon di “Lei in 26 anni che la conosco non me l’ha mai data”. Eppure quella corsa elettorale ci aveva fatto provare un non modesto interesse. Le sardine sono solo un esempio. Piccoli pesci in un mare di giovani vecchi che per la prima volta, o di nuovo, carpivano l’importanza del voto, quella che avrebbero successivamente perso più tardi: più precisamente nel referendum costituzionale di settembre quando a fare da padrona del seggio è stata la rabbia, sapientemente mixata nei pregiudizi populisti verso la casta parlamentare promossa da chi voleva aprire il parlamento come una scatoletta di tonno, ma che alla fine un po’ la figura del tonno l’ha fatta. Viaggiava come sempre tutto rapidamente. Il processo Gregoretti prendeva forma, l’Australia soccombeva al maltempo dopo i grandi incendi che ne avevano devastato gran parte del territorio, Kobe Bryant si spegneva insieme alla piccola Gianna Maria in un incidente in elicottero prima di una celebrazione sportiva provocando l’estremo cordoglio di tutto il mondo dello sport. Scorreva tutto così, rapidamente. Una sequela di vicende, cronaca, politica, lotta per i diritti e battaglie contro il cambiamento climatico. A fare da sottofondo moderato c’era ciò che stava accadendo in Cina: troppo lontano per impensierirci, troppo tardi per poterne comprendere il fenomeno in modo tale da non soccombervi. Così mentre da Wuhan, Nancino e Hong Kong ci arrivavano le immagini di una delle epidemie più bestiali di sempre, noi dichiaravamo lo stato d’emergenza, discriminavamo prima e poi difendevamo la comunità, la ristorazione e la cultura cinese. La verità è che eravamo troppo intenti a non perderci la faida sanremese di Morgan e Bugo e pensavamo (come Zingaretti) che in fondo fare un aperitivo a Milano non era poi un’idea così malvagia, nonostante nella gara alla sicurezza sanitaria, i primi casi e l’allerta del contagio fossero già in pole. L’Italia non si ferma, Milano non si ferma. Poi è stata la volta di Vo’ Euganeo e di Codogno, prima la zona rossa localizzata poi il lockdown generalizzato. Italia zona protetta. Mentre si consumava una strage silenziosa all’interno delle Rsa di tutto il paese, a Bergamo, Alzano Lombardo e Nembro i morti non si contavano più. L’esodo dei fuorisede viaggiava sulle rotaie delle ferrovie di stato, in barba ai commenti dei governatori del sud che mai come allora hanno desiderato la fuga dei cervelli indigeni. Dalle carceri di tutta Italia giungeva il primo presentimento della tolleranza zero nei confronti delle norme anti-covid. Col tempo abbiamo imparato (chi più, chi meno) a conoscere la schiettezza dei termini "assembramento", "quarantena", "restrizioni". Abbiamo assistito alla politica dei decreti del presidente del Consiglio dei Ministri mentre cercavamo in mascherine il lievito sugli scaffali dei supermercati a entrata contingentata. Abbiamo cantato sui balconi, scoperto lo smart working e le atrocità della pandemia di coronavirus. Ci eravamo fermati, e fermandoci abbiamo scoperto che la nostra non è una società che sopravvive in stasi. La quarantena passa così, tra un fuorionda di Mattarella, una gaffe di Fontana e Gallera e il dolce augurio di Vincenzo De Luca di una vampata di lanciafiamme durante qualche festa di laurea. Quello che è venuto dopo è stata la caccia in elicottero al rider occasionale, al passeggiatore di cani domenicale, al nostalgico dell’aperitivo. L’era dei “governatori sceriffo”. Di seguito la corsa alle terapie intensive, gli eroi in corsia, le storie dalla prima linea e la gara delle regioni al “chi contiene meglio vince e non può essere contestato”. I casi raggiungevano il picco della curva epidemiologica, le vite spezzate erano diventate numeri nel continuo aggiornamento del bollettino della Protezione Civile. La cassa integrazione, i posti di lavoro a rischio e intere categorie abbandonate prima e soccorse poi da provvedimenti in continuo emendamento. Il plateau, il tempo per ragionare sulla riapertura, sull’accesso al Mes per sostentare la crisi economica che veniva alimentata, erta sulle colonne rette dall’emergenza sanitaria vestita da Atlante. Quel 4 maggio sembrava che tutto fosse passato. Silvia Romano era stata liberata e riportata in Italia e con lei era tornata anche la polemica sterile all’italiana. Trascorsi i mesi più bui, la falsa partenza italiana si muoveva in un’estate di sana perdizione (a confronto col tenore di vita osservato in lockdown) giustificata dalle scelte del governo e alternata al caldo delle piazze italiane infervorate dalle proteste di innumerevoli categorie e rappresentanze dei lavoratori. Tra questi balenava in sordina anche il pensiero negazionista: un complottismo che altro non poteva che far scivolare la disperazione dei tanti nel calderone del fanatismo scellerato dei molti. Dall’altra parte del mondo intanto cresceva il movimento Black Lives Matter. Oltreatlantico dopo la morte dell’afroamericano George Floyd, avvenuta per mano di un agente di polizia, si mobilitavano attivisti per i diritti civili, folle che facevano scricchiolare la poltrona di Donald Trump prossimo alle nuove elezioni presidenziali. Un tema complesso quello dell’uguaglianza negli Stati Uniti, che vedeva dibattere le parti attorno a scogli generazionali che affondano ancora oggi le radici in differenze culturali appartenenti a epoche ormai abbandonate. Qualcosa di stupidamente difficile. In Italia invece, nella grande complessità situazionale della pandemia, la fase 2 era riuscita a rendere tutto più stupidamente semplice. Distanziamento a scuola? Bando del ministero per i banchi a rotelle. Distanziamento nei locali? Plexiglass, massimo 6 persone al tavolo ma nessuna mascherina indossata una volta seduti. Sostentamento alle partite iva? Assegno da 600 euro da corrispondere con qualche mese di ritardo. Nota bene: nessuna di queste è stata una soluzione, ma col senno di poi, in effetti, è troppo facile asserirlo (o forse no?). C’è chi aveva detto che il virus era morto, clinicamente s’intende. C’era anche chi aveva detto che ci sarebbe stata una seconda ondata nel periodo autunnale. Al tempo erano solo opinioni, voci stampate sulle pagine cartacee e digitali che si sfogliavano di tanto in tanto in vacanza. Settembre ha sancito il crocevia di quella che doveva essere la vera rinascita. Di fatto, mentre inorriditi ascoltavamo la storia di Willy, giovane ragazzo capoverdiano ucciso in una rissa a Colleferro, assistevamo alla volontà dell’elettorato sul taglio dei parlamentari, alla poco preparazione di alcune regioni nella campagna vaccinale e ai mancati controlli sui trasporti, lì dove brulicava il contagio. Distratti, magari dall’incredibile vittoria di Joe Biden e Kamala Harris alle presidenziali in Usa, passavamo i nostri giorni attorniati dall’ombra di un nuovo lockdown mentre i contagi continuavano a crescere a dismisura. Scontavamo le colpe di un’estate passata all’insegna di quella libertà che ci era stata limitata in primavera. Le regioni prendevano colore, le nuove restrizioni richiamavano gli appuntamenti dei dpcm alle luci della ribalta e le piazze delle città pativano il nuovo coprifuoco. L’incubo della Dad è tornato, così come la chiusura dei ristoranti e il timore di doversi ritrovare a contare ancora nuovi morti per covid in Italia. Così è stato. Di nuovo in prima linea, ancora una volta a rincorrere una curva epidemica che ormai c’era sfuggita dalle mani. Ci siamo fermati di nuovo. Abbiamo salutato due eterni campioni come Diego Armando Maradona e Paolo Rossi, ricordandoci che questo poco poetico 2020 ci ha portato via anche Ezio Bosso, Ennio Morricone, Franca Valeri e Gigi Proietti. Adesso tiriamo le somme e attendiamo di capire se almeno a Natale non dovremmo sentirci dei criminali mentre sediamo al tavolo del cenone con le nostre famiglie, nonostante vestiremo una mascherina e stringeremo in mano il referto di un tampone covid negativo. C’è rimasta una speranza, quella del vaccino, che di certo non redimerà niente di quanto terribilmente inaccettabile sia accaduto in questo 2020. Però magari, stigmatizzando il passaggio di quest’anno nefasto, sorrideremo. E alla domanda che chiede se il 2021 potrà mai essere peggiore dell’anno che lasciamo alle nostre spalle, amaramente risponderemo “Dobbiamo dircelo chiaramente, questo rischio c’è“.

·        Cosa resta dell’anno passato. Le Cazzate.

Alessandra Menzani per "Libero quotidiano" l'1 gennaio 2021. I dieci momenti peggiori della tv nell' anno peggiore che la contemporaneità ricordi. Una catastrofe.

10 - Bugo e Morgan. «Dov' è Bugo?». È stato il migliore dei momenti peggiori, ma anche - se vogliamo - un istante meraviglioso. Primo: perché non si era mai visto un duo, a Sanremo, che si mandava a quel paese in diretta dopo che uno dei due (Morgan) aveva cambiato le parole del testo a tradimento. Secondo: perché era febbraio, eravamo ancora sereni e inconsapevoli della pandemia che stava arrivando, era ancora un periodo felice in cui il problema dell' Italia era, appunto, Bugo e Morgan.

9 - Conte-show. Le conferenze stampa televisive di Giuseppe Conte. Brutte, tutte. Per i tempi: sempre in ritardo, sempre il sabato o la domenica, sempre con pochissimo preavviso rispetto alle misure di contenimento, sempre all' ora della cena. Per i modi: i Dpcm fatti quasi tutti alla carlona. Per la quantità: al limite dello stalking.

8 - Tutorial osè. Il tutorial della spesa sexy a Detto Fatto. Una ballerina di pole dance, con tacchi e minigonna, mostra nel pomeriggio su Raidue come dovrebbe fare una donna a cuccare al supermercato: mossette, look e piegamenti strategici. Davvero un siparietto svenevole ma ancora peggiori sono state le reazioni e le purghe che si sono scatenate in Rai su autori e responsabili. Si è salvata, giustamente, la conduttrice Bianca Guaccero.

7 - Corona e Berlinguer. Il divorzio di Mauro Corona e Bianca Berliguer. I due hanno sempre battibeccato, ma il 24 settembre scorso è finita malissimo: lo scrittore, interrotto dalla conduttrice di Cartabianca, la chiama "gallina" e le dice di stare zitta. Bianca lo perdona, il direttore di rete Franco di Mare no e continua a non volerlo in tv. «Ha dei gravi problemi di alcolismo»; «ha offeso tutte le donne», dice. Peccato, si rompe una strepitosa coppia mediatica, i Sandra e Raimondo di Raitre.

6 - La preghiera in tv. Barbara d' Urso e Matteo Salvini. Siamo a marzo, su Canale 5. Le ambulanze con le sirene sfrecciano a ogni ora, le bare con i morti di Covid sfilano a Bergamo, le terapie intensive sono al collasso. Barbara e Matteo, in diretta, recitano l'Eterno Riposo in omaggio alle vittime del virus. Entrambi sono molto religiosi, crediamo nella buona fede, ma nemmeno David Lynch avrebbe partorito un momento così surreale.

5 - Balotelli al gf. Mario Balotelli al Grande Fratello Vip di Canale 5 condotto da Alfonso Signorini. Interviene poiché fratello di Enock, uno dei concorrenti. Fa una battuta su una sua ex presente nella casa, Dayane Mello: «Mi vuole lì dentro poi dice "basta fa male"». Rozzo come sempre.

4 - Il poeta Razzi. Antonio Razzi nell' ultimo Ballando con le Stelle. Una presenza incomprensibile nell' altrettanto incomprensibile anti-giuria. Già eravamo depressi, poi ci si è messo lui con le sue poesie. Una per tutte, quella a Elisa Isordi. «Bella Elisa, al mio cuor tu dai le risa. Sei come la torre di Pisa che pende, che pende e mai crollerà. Tu sei bona, complimenti a mamma e papà». Preghiamo Forza Italia di riprenderselo.

 3 - Angela da Mondello. Angela Chianello dalla spiaggia di Mondello.  È la signora sobria dell' estate, quella della frase «Qui non ce n' è Coviddi» a Live non è la d' Urso. Una tragedia nella tragedia se pensiamo che costei è diventata un' influencer a sfregio di tanti morti e che la tv non ce la faccia proprio, nemmeno quest' anno, a non trasformare un caso umano in un fenomeno.

2 - Il conte trash. Il conte Filippo Nardi al Grande Fratello Vip. Il record del cattivo gusto lo raggiunge con una serie imbarazzante di battute trash. «Se Maria Teresa fosse l' ultima donna sulla terra, farei solo una sveltina. Solo la punta»; «facciamo un nuovo format, Chi vuole essere fecondata, dove mettiamo i nostri geni in un barattolo e fecondiamo le ragazze che dovranno partorire in diretta»; «Quanto mi date se le strofino alla Ruta? Dai facciamolo in due o tre, gliele appoggiamo in fronte»; «è tutta bagnata perché ha visto me (a Dayane Mello)». Il prossimo anno merita un cinepanettone.

1 - Finto pestaggio. L'omofobia è una brutta bestia. Inventarsi un pestaggio omofobo peggio ancora. Tale Iconize, professione influencer, ha simulato un' aggressione per far parlare di sè. La vicenda è "scoppiata" dentro la casa del Grande Fratello Vip quando Dayane Mello ha detto a Tommaso Zorzi che l' ex fidanzato si era inventato tutto. Pare che lui abbia usato un surgelato per ferirsi la faccia (la fantasia non gli manca). Il "genio" ammette tutto, promette di curarsi, e noi non possiamo non registrarlo come il fatto più triste di questo 2020.

STUPIDARIO DELL'ANNO. Le dichiarazioni peggiori del 2020: il re è Matteo Salvini ma è in buona compagnia. "Aprite tutto", Chiudete tutto", '"Scusi lei spaccia", "Ah non si può?"... E poi cinghialoni, lanciafiamme, monopattini assassini, congiuntivi perduti e altre meraviglie. Per ricordare e soprattutto non dimenticare il peggior anno di sempre. Wil Nonleggerlo il 21 dicembre 2020 su L'Espresso. Il settimanale americano Time lo ha certificato come “Peggior anno di sempre”, il 2020, l'anno del Covid: con una pandemia globale di simili proporzioni, cosa potevamo attenderci da gran parte della nostra classe dirigente?  Le abbiamo viste tutte: dagli “aperitivi zingarettiani” al “chiudete tutto!”, e viceversa, passando per teorie complottiste e sottovalutazioni, contraddizioni e inefficienze, informazioni distorte e persino pericolose. I nostri vertici istituzionali non si sono però limitati alla tematica virale, in questi 12 mesi il range è ampissimo: i veleni sulla liberazione di Silvia Romano, che qualcuno è arrivato a definire “neo-terrorista”; il disastro dei commissari in Calabria; lo scandalo “furbetti del bonus 600 euro”, con giustificazioni che meritano un'ultima rilettura. Mai come stavolta dobbiamo avvertirvi: mettetevi comodi e fate un bel respiro. Ecco il Peggio della politica italiana, con qualche ospite d'eccezione, anno di grazia 2020.

L'ANNO INIZIAVA COSÌ. “Ieri a Trento mi ha fermato una ragazza di 28 anni e mi ha detto: 'L’Italia dovete salvarla in tre: lei, Vittorio Feltri e Morgan'...” (Vittorio Sgarbi intervistato da Libero - 5 gennaio)

“SCUSI, LEI SPACCIA?”. (Matteo Salvini nella periferia bolognese: la sceneggiata in diretta Facebook, a favore di telecamere, citofonando ad una famiglia tunisina di “presunti pusher” che non lo erano. Ne seguirà un caso diplomatico con la Tunisia – 21 gennaio)

IMPRESSIONANTE. “Nei discorsi di Salvini c'è quella pulizia, spontaneità, quel convinto amore per le terre che visita che penso sia impossibile credere che riesca a fare del male...”; “È impressionante: dove passa Matteo, il paese cambia segno. Le appartenenze sono saltate. Tutti vanno a farsi la foto con lui, e si affrettano a postarla: ‘Matteo è amico mio, e io lo voto’” (Claudio Borghi, deputato della Lega – 18 e 25 gennaio)

PRONTISSIMI. “Contro il Coronavirus siamo prontissimi. L'Italia ha adottato misure cautelative all'avanguardia più innovative di quelle degli altri Paesi. Abbiamo adottato tutti i protocolli possibili e immaginabili” (Giuseppe Conte, premier – Otto e Mezzo, La7, 27 gennaio)

GOTHAM. “L'Italia sembrava Gotham City, cupa, buia. C'era un clima di cattiveria con episodi di omofobia, di violenza. C'era un clima negativo, di razzismo che è già profondamente cambiato nel Paese” (Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali, sul Conte bis – Di Martedì, La7, 7 gennaio)

SEMBRO PAZZA. “Il mio tragitto è limpido. Sembro schizofrenica, pazza. Invece sono savia. Il mio è un percorso di coerenza. Leghista al cento per cento. Mi ha fatto riflettere la lettura di un libro di Diego Fusaro, il filosofo di riferimento della Lega. È un pensatore di grande profondità” (Eleonora Cimbro, ex deputata Pd passata prima a Liberi e Uguali, poi alla Lega – Fatto Quotidiano, 16 gennaio)

CHE SUCCEDE? “Siamo nati per duettare insieme”, “prove fantastiche: grande intesa” (Bugo e Morgan, una settimana prima della clamorosa rottura sul palco di Sanremo – Tv Sorrisi e Canzoni e sui social, 1 febbraio)

ABBRACCIA UN CINESE "Lancio l'hashtag #ABBRACCIAUNCINESE" (Dario Nardella, sindaco dem di Firenze – 2 febbraio)

L’APERITIVO DI ZINGARETTI. Su La7, il 3 febbraio: “In questo momento nella nostra regione ci sono circa 85mila pazienti con l’influenza stagionale, quella sì che causa decessi, e due con il coronavirus: questo dà la dimensione di quanto l’allarmismo sia infondato”. Il 27 febbraio, su Instagram: “Un aperitivo a Milano: ho raccolto l’appello lanciato dal sindaco @beppesala dal Pd Milano. Non perdiamo le nostre abitudini, non possiamo fermare Milano e l’Italia”. 7 marzo, su Facebook: “I medici mi hanno detto che sono positivo al Covid-19. Sto bene ma dovrò rimanere a casa per i prossimi giorni” (Nicola Zingaretti, segretario Pd)

LA GRANDE BELLEZZA. “Noi di Italia Viva siamo chiamati a qualcosa di straordinariamente difficile, di straordinariamente complicato: restituire bellezza alla politica” (Matteo Renzi alla prima Assemblea nazionale del suo nuovo partito, Cinecittà – 3 febbraio)

CICCIOLINA. “Di Maio vendeva le bibite e ora è ministro, da 3.100 lordi che prendevo, mister 'genio' mi ha messo mille euro al mese... nel frattempo potevo anche morire di fame se non mi davo da fare. Prendo quanto danno a quelli che vengono dall'estero, i NERI neri neri, e io sono BIANCA bianca bianca...” (Ilona Staller, l'ex pornodiva, già parlamentare radicale, “incazzata nera” in Transatlantico – 11 febbraio)

LO DICEVA DA AMICO. “Maledetto coronavirus, per la prima volta in tanti anni non potrò andare in Corea del Nord alla festa di celebrazione dell'anniversario di Kim Il-sung. Al presidente cinese invece dico: caro Xi Jinping, protegga i cinesi non facendoli uscire e mandandoli a inquinare altre nazioni con il virus che dopo ci ritroveremmo come la peste nel XIV secolo. Soprattutto quelli di Wuhan, che sono decine di milioni. Che se vanno a spasso quelli, beh, inquinano tutto il mondo” (Antonio Razzi, ex senatore forzista – Il Tempo, 15 febbraio)

SALVINI A NAPOLI. “Ho fatto un giro al centro di Napoli, sembrava un bivacco: un campo rom, materassi, sporcizia, immondizia, gente che pisciava per strada alle tre del pomeriggio...” (Il leader della Lega dal teatro Augusteo – 17 febbraio)

ME LO SEGNO. “Dai microfoni di Radio Maria Padre Livio. L'Apocalisse è incominciata” (Radio Maria – 21 febbraio)

LI FULMINI. “Di Battista contro la "discriminazione virale": 'Influenza, fame, diarrea, cancro e fulmini hanno ucciso più del coronavirus'” (Il post dell'esponente M5S – HuffPost, 25 febbraio)

APRI TUTTO. "Riaprire, rilanciare fabbriche, negozi, musei, gallerie, palestre, discoteche, bar, ristoranti, centri commerciali: aprire, aprire, aprire!", "l'Italia è il Paese più bello del mondo, veniteci!" (Matteo Salvini tra la fase del "blindiamo tutto" iniziale ed il "chiudere tutto, vogliamo misure ancora più drastiche" di fine mese – 27 febbraio)

I TOPI CINESI. “L'igiene che ha il nostro popolo, veneti e italiani, ci porta a farci la doccia, lavarci spesso le mani e stare attenti alla pulizia e all'alimentazione. È un fatto culturale. La Cina ha pagato a caro prezzo quest'aspetto: in fondo li abbiamo visti tutti mangiare TOPI VIVI e altre robe del genere...” (Luca Zaia, governatore del Veneto, scatenando un caso diplomatico – Antenna Tre, 28 febbraio)

CONTE E IL MORBO. “La lotta è tra il Morbo e Io, e a vincere sarà il sottoscritto” (Parole del premier riportate da Mario Ajello – Il Messaggero, 28 febbraio)

“L'UNICO ANTIDOTO SONO IO”. “Non esiste alcuna epidemia! È una situazione grottesca! Il governo finge un'emergenza che non c'è! È tutta una grande finzione, una presa per il culo mondiale! Sembra che sia tornata la peste manzoniana: non è tornato un cazzo!” (Vittorio Sgarbi, parlamentare – Libero, 2 marzo)

I VERI PROBLEMI. “M5s, il deputato Iovino vuole il reddito da alopecia: "Aiuti per chi è pelato". Sì, va bene, il coronavirus. Ma la vera emergenza, secondo i Cinquestelle, è l'alopecia” (Luigi Iovino, parlamentare 5 Stelle, in una interrogazione a risposta scritta – Libero, 5 marzo)

QUESTIONE DI BIDET. “I francesi non fanno entrare gli italiani perché forse hanno il Coronavirus? Noi non faremo entrare i francesi perché sicuramente non si fanno il #BIDET” (Piernicola Pedicini, europarlamentare 5 Stelle – Twitter, 5 marzo)

PARLAMENTARI DELLA REPUBBLICA. “Il coronavirus è così potente che per morire attende solo che si alzino un po’ le temperature. Tu bevi un tè caldo, ed il virus muore. Ma quale peste! Questo è il virus del buco del culo! Ci deve essere qualche cosa dietro. E io dovrei ascoltare cosa dicono Conte e Casalino del virus? Capre! Capre! Capre! Questo è il capravirus, che ha preso i loro cervelli. Non ascoltateli in tv: siccome dovete stare a casa, guardatevi solo dei video porno, lesbo, trans, e fatevi delle gran seghe” (Vittorio Sgarbi in un video su Facebook – 9 marzo)

IL CORONAROVIRUS. “Voglio chiarire bene la situazione riguardante il CORONAROvirus", "non seguite le FUCKnews, che sono veramente ignobili", "non ci sono casi di SIEROpositivi nella nostra cittadina", "dobbiamo stare a casa: ecco l'unico modo per sconfiggere questo CORONAROvirus” (Il mitologico videomessaggio di Antonio Diplomatico, sindaco (e medico) di Boscoreale, Napoli – 12 marzo)

GAIA. “Nel 2008 mio padre realizzò un filmato sul futuro della politica, lo volle intitolare Gaia. In quel video prevedeva per il 2020 grandi sconvolgimenti”  (Davide Casaleggio su Facebook – 19 marzo)

IL LANCIAFIAMME. “Mi arrivano notizie secondo cui qualcuno vorrebbe organizzare la festa di laurea... vi mandiamo i carabinieri con il LANCIAFIAMME!” (Vincenzo De Luca, presidente dem della Campania, 20 marzo)

OMONIMA? Lucia Borgonzoni a Carta Bianca, su Rai3, il 14 gennaio, dodici giorni prima del voto: “Se dovessi perdere le elezioni in Emilia-Romagna rimarrei a capo dell’opposizione e mi dimetterei da senatrice”. Due mesi e mezzo dopo, @TgLa7, 27 marzo: “Lega, Lucia Borgonzoni rinuncia al seggio nel consiglio dell’Emilia-Romagna e sceglie di restare in Senato” (22 marzo)

IL CIUFFO PRESIDENZIALE. “Il ciuffo fuori posto? Eh, Giovanni, non vado dal barbiere neanche io, quindi...”; “Giovanni, per piacere però, scegli una posizione, perché se ti muovi io ti seguo e mi... mi... mi distraggo” (Il fuorionda del Presidente Sergio Mattarella: per un errore tecnico senza precedenti nella storia della Repubblica, il Quirinale pubblica un video non editato del discorso agli italiani – 27 marzo)

ETERNO RIPOSO. “Tv del dolore, Matteo Salvini e Barbara D'Urso sommersi di critiche sui social per l'Eterno riposo recitato in diretta”; “La preghiera di Salvini dalla D’Urso fa infuriare i credenti. Il suo entourage parla di "conversione mariana"” (La Repubblica, 31 marzo)

NON È UN PESCE D’APRILE: L’INPS, GLI HACKER, PORNHUB. Il premier Conte: “I problemi sul sito dell’Inps? Colpa degli hacker”. Anonymous Italia: “Vorremmo prenderci il merito di aver buttato giù il sito, ma la verità è che siete talmente incapaci che avete fatto tutto da soli, togliendoci il divertimento!”. Pornhub: “Inps, vorremmo offrirvi aiuto per potenziare il vostro sito grazie ai nostri server, contattateci” (1 aprile)

VUOI METTE ORBAN. “Quella su Orban è una grande fake news, segnalo sommessamente che in Ungheria c’è un parlamento eletto, c’è un primo ministro eletto e riconfermato con un consenso molto importante, che la costituzione ungherese prevede di dichiarare lo stato d’emergenza. Qui invece Conte sta gestendo l’emergenza a colpi di decreti, limitando le libertà fondamentali degli italiani, e a differenza di Orban non è nemmeno stato scelto dai cittadini!” (Giorgia Meloni, leader Fdi – Fuori dal Coro, Rete 4, 1 aprile)

I CAPIFAMIGLIA. “Si aprano le Chiese a Pasqua e si permetta di partecipare ai capifamiglia, in rappresentanza della propria società domestica. Il resto è cianciare di politici impauriti, di destra o di sinistra, senza virilità, senza speranza” (Lorenzo Gasperini, capogruppo della Lega a Cecina, su Facebook: post poi cancellato – 9 aprile)

BEEP-BEEP. “Eurogruppo, il flash mob della leghista Francesco Donato contro il Mes: 'Suoniamo tutti il clacson per protesta'. Bloccata dalla polizia in diretta social” (Fatto Quotidiano, 10 aprile)

SALVINI SU INSTAGRAM. “Leggiamo il messaggio di Alex: 'Matteo, quando si esce? Io devo accoppiarmi'. Alex, non lo so, un abbraccio affettuoso alla tua ragazza, visto che sei così delicatuccio, visto che sei un raffinato Alex, dici e non dici...” (Il senatore della Lega nella sua prima, indimenticabile live su Instagram, a notte inoltrata – 20 aprile)

AAAH... COME GOVERNA CONTE. “Se Matteo Salvini è 'Capitano', il presidente Giuseppe Conte è Totti, Del Piero, Baggio, Zoff, Antonioni, Rivera, e tutti i più grandi capitani nella storia del calcio” (Andrea Scanzi, giornalista del Fatto Quotidiano – Otto e Mezzo, La7, 13 aprile)

BELLA, CIAO “Polemica sul 25 aprile, Fratelli d'Italia: 'Ricordiamo i caduti di tutte le guerre e del Covid, la canzone del Piave al posto di Bella ciao'. La proposta lanciata da La Russa con Sylos Labini, Frassinetti, Rauti e Santanché” (Repubblica.it, 18 aprile)

COMPLOTTO “Qualcuno fa apposta a tenerci tutti in casa, per controllarci meglio” (Matteo Salvini live su Instagram – 24 aprile)

COLPI DI SOLE Lei non è il deputato che l’altro giorno è entrato nonostante la febbre a Montecitorio? “Sì, sono io. Però non avevo la febbre. Guardi che io sto benissimo. Ero solo accaldato, avevo fatto giardinaggio” (Giuseppe Basini, onorevole della Lega – Corriere della Sera, 30 aprile)

SCATENATE L'INFERNO Salvini ai suoi: “Al mio via, scatenate l’inferno!... Noi qui giorno e notte, non usciremo dalle Camere finché Conte non si arrende. Ce lo chiedono gli italiani!” (L'occupazione leghista è durata poco più di 24 ore – Il Messaggero, 1 maggio)

CINGHIALONI “Non pensate che vadano a correre solo belle ragazze toniche, come nelle pubblicità, con i fusò aderenti, quelle sono cose che ti riconciliano con la natura... ma io ho trovato vecchi cinghialoni della mia età che correvano senza mascherine, con la tuta alla caviglia, una seconda tuta alla zuava al ginocchio, i pantaloncini sopra... ecco, questi andrebbero arrestati a vista!, per oltraggio al pudore!" (Vincenzo De Luca live su Facebook– 1 maggio)

SFOGLIANDO “CHI” “C’è un qualcosa durante questa quarantena alla quale Matteo Salvini non riesce a rinunciare mai: andare a letto con un bicchierino di mirto sardo e un mini cornetto di gelato al cioccolato che Francesca Verdini gli fa trovare sul tavolo, ogni sera” (3 maggio)

CRETINI “Anche essere cretini è un diritto. Bene: io difendo il diritto di essere cretini!” (Matteo Salvini live su Instagram – 3 maggio)

CHIUDETE TUTTO. Andrea Scanzi su Facebook, 7 maggio: “Chiudete tutto. Terzo influencer in Italia (di tutta Italia). E di gran lunga primo su Facebook”. 16 maggio: “Pazzesco: questa analisi rivela che ad aprile sono stato il giornalista con più interazioni sui social. Aiuto!!! Ovviamente il merito è tutto vostro (!). Ad aprile sono stato con larghissimo distacco la figura più potente' sui social tra giornalismo e politica. E quinto assoluto in tutta Italia...”. 6 luglio: “Ho anche saputo che Giuseppe Conte, prima di andare a letto, per rilassarsi si guardava le mie dirette su Facebook”. 14 ottobre: “Da aprile sono il giornalista più 'potente' sui social. Lo certificano le classifiche di Sensemakers e Prima. C’è però un altro dato: in Italia sono al quinto (!) posto assoluto tra gli italiani più potenti e influenti sui social. Più di Conte, più di Salvini. Più di Vasco...”. 15 dicembre: “Anche a novembre, come accade ininterrottamente da aprile, sono risultato con ampio margine il giornalista più seguito in Italia sui social”

LEI È SCIENZIATO? “Se il virus perde forza probabilmente potrebbe essere un virus artificiale, è la mia personale opinione, ma non di scienziato. Se va via tanto velocemente, qualcosa di artificiale c'è di mezzo” (Luca Zaia, governatore veneto – 9 maggio)

ZECCHE ROSSE. “Il 25 aprile e il Primo maggio abbiamo visto cortei delle zecche rosse rimasti impuniti. Invece i quattro ragazzi che hanno portato i fiori a Sergio Ramelli sono stati multati” (Luca Toccalini, giovanissimo deputato della Lega, alla Camera – 7 maggio)

#ALDOMORO. “In un’epoca dove l’assenza di memoria è uno dei nemici peggiori di questo Paese, vale sempre la pena ricordare #AldoMoro e #PeppinoImpastato ammazzati dalla Mafia” (Le Sardine, fail storiografico twittato (e cancellato) nel Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo – 9 maggio)

SILVIA ROMANO, ACCOGLIENZA. “Se sono contento per la liberazione di Silvia Romano? Per niente. Ora avremo una musulmana in più e 4 milioni di euro in meno. Un affare proprio...” (Massimo Giorgetti, vicepresidente del Consiglio regionale del Veneto, su Facebook. Post poi modificato “per evitare la cancellazione”, e sostituito con una “vignetta” persino peggiore – 11 maggio)

SILVIA ROMANO, ACCOGLIENZA. “Ma con tutto il rispetto la avete guardata bene? Lei in realtà non voleva tornare, dove li trova altri uomini?” (Emilio Gianmaria Moretti, assessore di Sorrento con "delega ai rapporti internazionali", su Facebook – 12 maggio)

SILVIA ROMANO, ACCOGLIENZA. “Alessandro Pagano, il leghista siciliano ultracattolico che ha definito "NEO-TERRORISTA" Silvia Romano” (Sole 24 Ore, 13 maggio)

COME MICHELANGELO. “Come sarebbe possibile a Roma non far continuare il lavoro a Virginia Raggi, un sindaco che ha fatto bene? È un po' come se Giulio II, il Papa delle arti, avesse impedito improvvisamente a Michelangelo di terminare la decorazione della volta della Cappella Sistina” (Paolo Ferrara, consigliere capitolino M5S, su Facebook – 17 maggio)

“A PUTTANE GUANTATI”. “La mascherina è come il preservativo per l’AIDS, dove l’unica vera prevenzione è la fedeltà tra coniugi, non andare a puttane guantati” (Mario Adinolfi, leader del Popolo della Famiglia, su Twitter – 18 maggio)

Il PAPEETE. “Riaprirò, va là, riaprirò, perché Milano Marittima senza il Papeete proprio non me la posso immaginare. Certo che Salvini ci tornerà, quando riaprirò Matteo sarà l'uomo più felice al mondo” (Massimo Casanova, patron del Papeete ed eurodeputato padano – Corriere della Sera, 18 maggio)

‘MBUTO! “Lo studente non è un imbuto da riempire di conoscenze, è ben altro” (Lucia Azzolina, ministra dell’Istruzione, in videoconferenza – 19 maggio)

IL VERO VIRUS. “C’è un argomento che mi inquieta molto: con i ragazzi chiusi in casa per colpa del virus, sta dilagando la pornografia!” (Mario Adinolfi – La Zanzara, Radio 24, 19 maggio)

TIPO IL PIERCING. “Spero che la mascherina diventi la moda dell'estate, sarebbe un bel segnale: come una cravatta, un foulard, una collanina, un braccialetto, un piercing" (Nicola Zingaretti, presidente della regione Lazio e segretario Pd, in conferenza stampa – 20 maggio)

PER LA MASSAIA. L'indice di contagio “è allo 0,51, cosa vuole dire? Vuol dire che per infettare me bisogna trovare due persone nello stesso momento infette, e non è così semplice trovare due persone infette allo stesso momento per infettare me. Quando è a 1 vuol dire che basta che incontro una persona infetta che mi infetto anch'io”. “Ho voluto spiegarlo in maniera semplice, per la massaia...” (Giulio Gallera, assessore al Welfare di Regione Lombardia, in conferenza stampa e poi su Rete 4 – 23 maggio)

I DINOSAURI. “L'uomo è stato capace di distruggere i dinosauri, pensa un po’ se non è capace di sconfiggere questo piccolo verme, microbo, che si chiama coronavirus...” (Al Bano – Domenica In, Rai 1, 24 maggio)

NON RESPIRO. “'I can’t breathe'. Le parole di George Floyd siano anche il grido contro la mascherina obbligatoria sempre e comunque” (Diego Fusaro, turbo-filosofo, tweet poi cancellato – 29 maggio)

CLINICAMENTE MORTO...Il Covid-19 “dal punto di vista clinico non esiste più”. (Alberto Zangrillo, primario del San Raffaele di Milano – Mezz'ora in più, Rai 3, 30 maggio)

CERTO CHE PUÒ. “Il Covid-19 non esiste. È un’invenzione. Un bluff organizzato. Vogliono terrorizzarci, chiuderci in casa e instaurare un nuovo ordine mondiale”; “Dobbiamo cominciare a stamparci una nuova moneta. Pensi che pure Draghi mi ha detto che è d’accordo. Giuro. L’ho incontrato la scorsa estate a Città della Pieve. Lo vedo in un vicolo, gli vado incontro e gli chiedo: posso cominciare a far stampare una nuova moneta? Allora lui mi guarda serio, e mi risponde: 'Sì sì, certo che può'. Draghi ha capito che io non sono un politicante, ma un artista delle idee e della musica. Del resto: lei lo sa, vero?... No, dico: io sono uno dei più grandi musicisti del mondo. Le mie opere sono state eseguite in luoghi dove avevano accettato solo Mozart e Beethoven. In Vaticano sono considerato un genio illuminato da Dio. Anzi: le anticipo che la segreteria del Presidente Trump mi ha chiesto di comporre qualcosa in suo onore...” (Il generale Antonio Pappalardo, leader dei Gilet Arancioni – Corriere della Sera, 1 giugno)

FLAVIO BRIATORE. “Prendevo la TACHIPIRINHA, ma la febbre risaliva” (Cartabianca, Rai 3, 8 giugno)

AH NON POSSO?! Floris: “Lei è un leader, aspirante premier, ha un ruolo d'esempio. Guardi questa foto, durante la vostra manifestazione di Roma: lei si fa un selfie con il viso attaccato ad un'altra persona, ed è senza mascherina”. E Salvini: “Beh, mentre parlo con una signora posso o non posso abbassarmi la mascherina?”. Floris: “Eh, se non sta a un metro e mezzo, no!”. “Ah nooo?!...” (Matteo Salvini, 9 giugno)

LA TV DEI VESCOVI. “Tv2000, durante un film su Gesù appaiono in onda frasi fasciste: "Mussolini ha sempre ragione". La rete: ci dissociamo. Il canale religioso è stato hackerato?” (Fatto Quotidiano, 11 giugno)

OK. “Sono del Movimento 5 Stelle, non sono un cretino...” (Alessandro Di Battista – Mezz'ora in più, Rai 3, 14 giugno)

IL MIGLIORE. “Se uno fa il premier deve scegliere i collaboratori migliori, i più talentosi, i più bravi. Io allora ho scelto Rocco Casalino” (Giuseppe Conte intervistato da Peter Gomez per i 10 anni del Fattoquotidiano.it – 14 giugno)

LE CILIEGIE. Dopo aver dichiarato, in merito agli Stati Generali contiani, di essere contrario a “passerelle, picnic e stuzzichini”, conferenza stampa di Matteo Salvini in un'osteria. Titola Corriere.it: “Zaia parla dell’inchiesta sui neonati morti e Salvini divora le ciliegie: polemica a Verona” (16 giugno)

NEW DEAL. “Sto sviluppando un piano che si chiama Servizio Ambientale, l'ho copiato da Roosevelt” (Alessandro Di Battista – Dritto e Rovescio, Rete 4, 18 giugno)

QUEL FICO DI OBAMA. “Che tipo è Obama? Fichissimo... lui e Michelle sono pazzeschi, di più. Lei è meravigliosa. Eh, le discussioni con loro due e mia moglie alla Casa Bianca sulla Playstation...” (Matteo Renzi intervistato da Marco Montemagno – YouTube, 23 giugno)

FUORI DI PESO. Secondo l’Ansa Sgarbi avrebbe pronunciato parole come “vaffanculo, stronza, troia” ed altre espressioni incomprensibili nei confronti della deputata Giusi Bartolozzi (magistrato) e della vice presidente della Camera Mara Carfagna, entrambe di Forza Italia (L'onorevole Sgarbi è stato poi espulso e trascinato di peso fuori da Montecitorio – 25 giugno)

BASTA ALLARMISMI. “Ma perché dovrebbe esserci una seconda ondata di contagi? 'Sta roba che stanno dicendo, "attenzione!, attenzione!, e a ottobre, e a novembre": è inutile continuare a terrorizzare le persone!” (Matteo Salvini – Aria Pulita, 7 Gold, 25 giugno)

INVIDIOSI. Corriere: “Bertinotti, Dini, Cicciolina e gli altri: il fronte degli irriducibili che non vogliono rinunciare ai vitalizi”. Ed il leghista Francesco Speroni: “Non siamo noi ad essere privilegiati. Siete voi ad essere invidiosi” (27 giugno)

PERCENTUALI. “Se avesse chiamato il medico anche solo per un 37,5 PER CENTO di febbre...” (Giulio Gallera , 4 luglio)

IMMAGINA. “Imagine? Lo stesso Lennon disse che era una canzone di ispirazione marxista, e infatti le parole lo sono "Immagina un mondo senza religioni, senza confini e senza proprietà privata": qualcuno quel mondo l'ha realizzato: l’Unione Sovietica” (Susanna Ceccardi, candidata leghista in Toscana – In Onda, La7, 5 luglio)

APPARIZIONI. “In cella mi è apparso padre Pio. Sono molto affezionato al santo di Pietrelcina. Ero anche devoto alla Beata Vergine del Pilastrello. L’altra mia religione è Benito Mussolini” (Lele Mora – L'Arena, 19 luglio)

ALLEANZE. “Allearmi con la Lega? Pur di uscire dall'Unione Europa mi alleo pure con Marylin Manson” (Gianluigi Paragone, senatore e fondatore di “No Europa per l'Italia - Italexit con Paragone” – Radio Cusano Campus, 27 luglio)

MODE. Domanda: “Restiamo su questi 5,3 milioni di euro. Sono fondi gestiti fino al 2015 da due trust alle Bahamas e poi 'scudati'. Dove nascono questi soldi? Perché stavano all'estero?”. Risposta: “Anzitutto quello all'estero era un conto che avevano i miei genitori, una cosa purtroppo di moda a quei tempi...” (Attilio Fontana, presidente leghista di Regione Lombardia, dopo l'apertura dell'inchiesta per frode in pubbliche forniture – La Repubblica, 28 luglio)

YACHT. Era proprio opportuno postare quella foto della gita in barca a Ischia in un periodo in cui gli italiani se la passano così male? “Quanto alla mia visita a Ischia, sono arrivata in aliscafo e sono rimasta due giorni, trascorrendo qualche ora ospite di un amico parlamentare del Pd sulla sua barca. Non ho postato io la foto che ha suscitato tanti attacchi peraltro” (Maria Elena Boschi, senatrice di Italia Viva, intervistata dal Corriere – 29 luglio)

COME FALCONE E BORSELLINO. Open Arms, il Senato dice Sì al processo per Salvini. Roberto Calderoli: “Salvini pugnalato come Falcone e Borsellino” (Adnkronos, 30 luglio)

IL LIBANESE. “Manlio Di Stefano su Twitter: "Amici libici vi abbraccio". Ma l’esplosione è in Libano Tragedia Beirut, gaffe del sottosegretario M5S agli Affari esteri” (Corriere.it, 5 agosto)

QUANDO C’ERA LUI. “Berlusconi rimpiange Alfano: "Mi mancano le sue riflessioni. Angelino era uno dei più bravi che avevamo"...” (Il Foglio, 7 agosto)

GANDHIANI VERI. “Gandhi era sovranista come Salvini”, e “sì, io sono gandhiana. Mahatma Gandhi era un sovranista d'altri tempi, rivendicava la sovranità dell'India contro il colonialismo" (Susanna Ceccardi, eurodeputata della Lega, intervistata da Annalisa Chirico – Il Foglio, 7 agosto)

LA VITA. “Ho difeso l'Orgoglio, la Dignità, la Sicurezza e i Confini dell'Italia. Per quello mi pagavate, per quello ho dato la Vita” (Matteo Salvini sui propri canali social – 9 agosto)

I CONGIUNTIVI DEL PREMIER. “Non possiamo tollerare che ARRIVANO dei migranti addirittura positivi e VADINO in giro liberamente” (Giuseppe Conte ospite di un evento organizzato da Affaritaliani.it in provincia di Brindisi – 9 agosto)

INSAPUTE PADANE. “Bonus Inps a tre consiglieri leghisti veneti: 'Chiesto a nostra insaputa'”... “Gianluca Forcolin, vicepresidente del Veneto: "Sono stati i miei soci". Il trevigiano Riccardo Barbisan, vice capogruppo del Carroccio: "È stato il commercialista". Il veronese Alessandro Montagnoli, presidente della Prima commissione Affari istituzionali: "È stata mia moglie"..." (Il Messaggero, 11 agosto)

ESERCIZI. “La domanda è partita per errore. Io ho un'attività, la mia fidanzata è una consulente fiscale. Da sempre si occupa lei della mia contabilità e in quei giorni ha utilizzato sia la mia partita Iva sia la sua per ESERCITARSI nella richiesta di rimborsi...” (Diego Sarno, consigliere regionale del Pd in Piemonte intervistato da Repubblica sullo scandalo bonus – 12 agosto)

TOP. “Il mio tampone ha una carica virale da record, la conferma che resto il numero uno!” (Silvio Berlusconi, nei giorni del ricovero causa Covid, in collegamento telefonico con esponenti di Forza Italia – 8 settembre)

JOY. “Semplicemente adorabile! L'ho scoperta da poco, vi consiglio questa pagina Facebook: Le avventure di Joy barboncino toy. Buonanotte Amici, a voi e ai vostri pelosetti” (Matteo Salvini sui social, all'una di notte – 9 settembre)

MATTEO RENZI. “Io oggi sono talmente felice del risultato che non riesco a capacitarmi di come, col risultato impressionante di Italia Viva, non ci diciate bravi” (Il leader Iv e le Amministrative – L’Aria che tira, La7, 22 settembre)

GALLINA! “Senta Bianchina, se lei mi vuole qui tutta la stagione allora mi fa dire le cose, altrimenti la mando in malora e me ne vado! Io volev... ma stia zitta una buona volta, gallina! Mi faccia fin... da stasera la trasmissione se la conduce da sola, gallina!” (Mauro Corona rivolgendosi alla conduttrice Bianca Berlinguer – Cartabianca, Rai 3, 23 settembre)

NESSUNO COME LUI. “Ponte di Genova, lo sblocca-cantieri, il 40% in più di gare e opere pubbliche. Io credo di essere stato il ministro che ha fatto di più nella storia” (Il senatore 5 Stelle Danilo Toninelli intervistato dal Mattino di Napoli – 24 settembre) Danilo Toninelli

I 49 MILIONI. “I 49 milioni? Confesso direttore Giordano, li ho nascosti nel caminetto qui alle mie spalle. Ho finito un’oretta fa, prima di andare in diretta da voi... mi hanno dato una mano anche i vostri operatori, è stata lunga, abbiamo riempito il caminetto di milioni, di rubli, di taniche di benzina, di petrolio...” (Matteo Salvini a Fuori dal Coro, Rete 4 – 6 ottobre)

CHE FACCIO DURANTE IL LOCKDOWN? “Durante il lockdown mi sono chiesta quale fosse una cosa che avrei sempre voluto ma avevo paura di fare. E mi sono risposta che era un piccolo ritocco al seno. Sì, sono passata da una deliziosa prima ad una deliziosa seconda e mezza. Perché non una terza? La seconda e mezza è un seno che non è fatto per arrazzare gli uomini. Quando sono vestita non si percepisce nulla, ma in costume si vede” (Laura Ravetto, deputata di Forza Italia poi passata alla Lega – Un giorno da Pecora, Rai Radio 1, 7 ottobre)

IL DIBBA PASOLINIANO. “L’umiltà di Di Battista, prof. di giornalismo per un giorno: "Non sono Hemingway, ma un po’ pasoliniano"...” (L'ex parlamentare M5S alla sua prima lezione per la testata Tpi: costo, 185 euro – Il Riformista, 8 ottobre)

LA FALANGE DI SGARBI. “Io sono un rapace. Il mio metodo è identico a quello dei vecchi omosessuali che scopavano nei cinema e facevano pompini nei cessi. Non è amore. È sesso senza amore, rapinoso. Quello che importa nel rapporto con una donna è il punto di cedimento. Se vai a una festa e trovi quattro-cinque persone disponibili non puoi portarle tutte a letto, vai dietro un angolo, inserisci la falange del dito medio nell’organo sessuale di lei, e quella è registrata. La punta del dito che entra è già una conquista” (Il candidato sindaco di Roma a La Zanzara, Radio 24 – 14 ottobre)

IL PRIMATE DELLA CHIESA ORTODOSSA ITALIANA AUTOCEFALA ANTICO-ORIENTE. “Secondo me i monopattini hanno ucciso più persone del Covid” (Alessandro Meluzzi – 18 ottobre)

L'ETICA DEL VIANDANTE. “Io sono un uomo di centro e resto al centro. Una chiappa a destra e una a sinistra? Eh no! Se ti vogliono fottere a destra, tu vai a sinistra, se ti vogliono fottere a sinistra, tu vai a destra: è l’etica del viandante...” (Clemente Mastella, sindaco di Benevento, intervistato da Enrico Lucci sul taglio dei parlamentari – Cartabianca, Rai 3, 22 ottobre)

UN NATALE SERENO. “Con questo quadro di misure confidiamo di poter affrontare più distesamente il mese di dicembre. Vorremo arrivare al Natale con predisposizione d'animo serena” (Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in conferenza stampa da Palazzo Chigi – 25 ottobre)

NON INDISPENSABILI. “Per quanto ci addolori ogni singola vittima del #Covid19, dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi della #Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate” (Giovanni Toti, presidente di Regione Liguria, su Twitter – 1 novembre)

IL FIDANZATO DELLA BOSCHI. “Maria Elena è una persona molto dolce, e mi ha colpito tantissimo la sua umanità. La prima sera in cui si è fermata a dormire da me mi ha chiesto di fare una preghiera per tutte le persone che in quel momento stavano soffrendo: me lo ha chiesto col cuore” (L’attore Giulio Berruti a Verissimo, su Canale 5 – 31 ottobre)

LA FICTIO. “Covid, Bertolaso su La7: 'Chiudiamo tutto per un mese e facciamo una bella soap opera quotidiana per sensibilizzare la gente sul virus'” (Fatto Quotidiano, 31 ottobre)

AGENTI PATOGENI. “Ma che vuol dire positivo? Positivo vuol dire contagioso, no? Anche nella vagina delle donne ci sono i batteri. Ma mica tutti sono patogeni...” (Claudio Lotito, presidente della Lazio – La Repubblica, 7 novembre)

TOCCAVA A ME? Dal Fatto Quotidiano: “Calabria, il commissario alla Sanità Saverio Cotticelli in tv: "Devo fare io il piano operativo Covid? Non lo sapevo". Conte lo sostituisce "con effetto immediato”. Un paio di giorni dopo, a Non è l’Arena, La7: “Non so in quel momento cosa mi sia successo. Sembrava la mia controfigura. Non mi riconosco, non connettevo. Il piano anti-Covid l’ho fatto io! Sto cercando di capire con un medico se ho avuto un malore o qualche altra cosa. Ero in uno stato confusionale, su cui sto indagando. Poi ho vomitato e passato una notte terribile. Voglio sapere che cosa mi è accaduto. Non lo so se mi hanno drogato...” (7 novembre)

LINGUA IN BOCCA. Cotticelli viene sostituito da Giuseppe Zuccatelli. Ma ecco cosa dichiarava a maggio il nuovo commissario per la Sanità in Calabria: “Ve lo dico in inglese stretto: le mascherine non servono a un cazzo! Sai cos'è che serve? La distanza. Perché per beccarti il virus se io fossi positivo tu sai cosa devi fare? Devi baciarmi per 15 minuti con la lingua in bocca” (27 maggio)

MIA MOGLIE. Rettore, ci spiega perché non vuole prendere in mano un comparto così importante e disastrato della Regione Calabria? “Motivi personali e familiari me lo impediscono. Mia moglie non ha intenzione di trasferirsi a Catanzaro. Non ho intenzione di aprire una crisi familiare” (Eugenio Gaudio, ex rettore della Sapienza, terzo tentativo – La Repubblica, 17 novembre)

CI PENSA LUI. “Adesso studio in che modo riformare davvero la giustizia” (Luca Palamara, ex presidente dell'Anm, da poco radiato dalla magistratura – Libero, 4 novembre)

LE FAMIGLIE SANE. “Sono contento, è nato il mio quinto figlio, Riccardo Maria. Ultracattolico anche lui. Se in futuro può diventare gay e di sinistra? Impossibile, nelle famiglie sane non diventi né comunista né frocio” (Fabio Tuiach, consigliere comunale triestino di estrema destra, ex Lega e Forza Nuova – La Zanzara, Radio 24, 6 novembre)

CHEERLEADER. “Elezioni Usa, Salvini finisce sull’Independent: "Cheerleader di Trump diffonde infondate teorie del complotto sul voto"” (Fatto Quotidiano, 6 novembre)

COS'HO FATTO NELLA MIA VITA?! “Cresciuto una figlia dai 16 anni, laureato, lavorato dai 18 anni in Sky, Ferrari, Confindustria, Interporto. Viceministro, Ministro e Amb. in UE. Presieduto consiglio commercio, G7 Innovazione e Energia. Eletto con 280k preferenze in UE, fondato un partito e scritto due saggi. E tu?” (Carlo Calenda, leader di Azione, rispondendo alla domanda provocatoria di un utente, su Twitter – 6 novembre)

SÌ. “Ho vinto io queste elezioni, e di molto!” (Il presidente Usa Donald Trump, a scrutinio in corso, su Twitter – 7 novembre)

NON CE N’È COVIDDI. “Angela da Mondello, diventata famosa per le sue frasi sul Covid dopo un'intervista in spiaggia realizzata da una delle inviate di Barbara d'Urso, si improvvisa pop star sulla spiaggia della borgata marinara di Palermo per girare un videoclip del suo prossimo singolo "Non ce n’è Coviddi". Stretta in un abito di pailettes dorate la casalinga palermitana, 172mila follower su Instagram, canta e balla al ritmo delle frasi tormentone che l'hanno resa 'celebre' sui social. "Non ce n'è, non ce n'è, non c'è niente" intona, mentre un gruppetto di ragazzi, tutti rigorosamente senza mascherine e stretti gli uni agli altri, le balla intorno” (Adnkronos, 9 novembre)

...“Corriere della Sera: "Ho perso il mio piccolo", l’urlo della madre". Hai perso il tuo piccolo, 6 mesi, perché lo hai buttato su un gommone con un centinaio e più di persone ammassate una sull’altra, in autunno inoltrato, con il freddo e il mare grosso” (Azzurra Noemi Barbuto, “giornalista di Libero, scrittrice e autrice tv”, su Twitter – 13 novembre)

LVI. “Mussolini in un mese avrebbe risolto questa cosa del Covid. Lui già nel 1932 lo aveva scritto nei suoi diari, che saremmo stati presi alla sprovvista da un virus stranissimo che avrebbe cambiato il mondo. Il Duce un veggente. Ci vorrebbe un altro Mussolini...” (Lele Mora – La Zanzara, Radio 24, 13 novembre)

GIUSTIFICAZIONI. “M5S, contributi da lobbisti, ora Giarrusso rischia l'espulsione: "Donazioni sopra i tremila euro vietate dal vademecum 5S? Mi era sfuggito"...” (Dino Giarrusso, eurodeputato 5 Stelle, ex Iena – Repubblica.it, 17 novembre)

COSE BUONE. “Mussolini ha avuto un consenso enorme, all’estero e anche in Italia, per le sue opere sociali. Parliamoci chiaro. Mussolini ha fatto la settimana di 40 ore, chi lo sa tra gli italiani? Nessuno. L’Inps l’ha inventata Mussolini. I contratti nazionali, anche quello giornalistico che pagava benissimo, inventati da Mussolini” (Bruno Vespa presentando la sua ultima fatica letteraria, “Perché l’Italia amò Mussolini” – Agorà, Rai 3, 17 novembre)

DOVE SI TROVA LA CASA BIANCA? “Eh... cazzo ne so... siete arrivati a questi livelli, vaffanculo!” (Danilo Toninelli interrogato dalle Iene sulle elezioni Usa – Italia 1, 18 novembre)

IN ORDINE ALFABETICO. “Emergency in Calabria? Siamo una delle regioni italiane e non vogliamo essere trattati come un Paese del terzo mondo. Siamo la terza regione in ordine alfabetico” (Antonino Spirlì, presidente facente funzioni della Regione Calabria (Lega) – Rai Radio 1, 18 novembre)

SU JOLE SANTELLI. “Tallini è stato il più votato nel collegio di Catanzaro. È la dimostrazione che ogni popolo ha la classe politica che si merita. Sarò politicamente scorretto: era noto a tutti che la presidente della Calabria, Santelli, fosse una GRAVE MALATA oncologica. Umanamente ho sempre rispettato la defunta Jole Santelli, ma politicamente c'era un abisso. Se però ai calabresi questo è piaciuto..." (Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia ( M5S) – Radio Capital, 19 novembre)

ORGOGLIO ETERO. “Il consigliere della Lega contro i gay: 'Ora la giornata del cattolico eterosessuale'. FIRENZE –  Discriminato perché 'i gay hanno più gusto'. Addirittura molestato 'con avance che spesso si sono tradotte in palpate, commenti ed altri tipi di aggressioni'. Lo mette tutto nero su bianco il consigliere comunale di Bagno a Ripoli Gregorio Martinelli Da Silva, della Lega, in un’interrogazione rivolta al sindaco Francesco Casini per chiedere una giornata in difesa del "cattolico eterosessuale"” (Agenzia Dire, 23 novembre)

VIVA DARWIN. “La frase choc di Niccolò Fraschini su Facebook, consigliere comunale a Pavia: "Per salvare pochi vecchietti si rovina vita ai giovani. Viva Darwin"...” (Open, 24 novembre)

MI BATTE IL CORAZON. Matteo Salvini, 25 novembre 2020, su Twitter: “Un genio unico, assoluto e irripetibile del calcio mondiale. Una preghiera. #Maradona”. E qualche anno prima, 21 ottobre 2013, su Facebook: “MARADONA che prende in giro gli italiani. FAZIO che lo abbraccia. Sulla Televisione Pubblica. Italia paese DI M...A. Basta Rai, Indipendenza”

“TUO, RENATO”. “Io, Brunetta Renato, ho una grande simpatia umana, e non solo, per Di Maio Luigi. Di Maio è giovane, intelligente, rispettoso, veloce, sa ascoltare. Non si discute, è un leader vero” (L’esponente di Forza Italia al Foglio e al Corriere – 28 novembre)

“SONO LA KAMALA BIANCA”. Il Foglio: “Nelle riunioni riservate la ministra dei Trasporti Paola De Micheli si paragona alla vice di Biden” (1 dicembre)

SCUSATE. “Proprio come Ulisse, Vittorio Sgarbi deve correre da Penelope, far fuori tutti i FROCI... ehm, scusate, i Proci" (Oscar Farinetti – Stasera Italia, Rete 4, 2 dicembre)

RINUNZIE. “Da quando ho scelto di fare politica ho rinunciato A TANTO e sono orgoglioso di averlo fatto” (Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, su Facebook – 3 dicembre)

BAMBOLE GONFIABILI. “Se un uomo può sposare un altro uomo, perché non dovrebbe sposarsi con una #bambola gonfiabile? Se tutto è famiglia, nulla più è famiglia” (Il tweet di Simone Pillon, senatore leghista, commentando la notizia di TgCom24 “Bodybuilder kazako sposa la sua bambola gonfiabile: 'È la donna perfetta per me'” – 5 dicembre)

“C’È ALMENO UNA STRADA CHE SI FA-SOVRAPPENSIERO” (Bluvertigo). “L'assessore Giulio Gallera fa jogging ed esce da Milano violando il Dpcm: "Ero sovrappensiero, non ho visto il cartello del confine comunale"” (Fatto Quotidiano, 8 dicembre)

ROMAGNA MIA. “"Romagna mia" dalle balere alle aule scolastiche? Ecco la proposta di legge della Lega per inserirla nei programmi di studio. Perplessa la famiglia Casadei” (TgCom24, 10 dicembre)

DISCESE IN CAMPO. “Votavo per il Partito Comunista quando c’era il comunismo, ero di sinistra. Ancora oggi continuo a essere dalla parte del popolo... Mi hanno chiesto mille volte di scendere in politica: prima o poi lo farò” (Barbara D'Urso al settimanale Oggi – 11 dicembre)

NON RICORDO. “Il ministro Toninelli e le due ore di smemoratezza. I decreti sicurezza? 'Ricordo il principio'. L'imbarazzante testimonianza dell'ex ministro dei Trasporti al processo Salvini. L'avvocato Bongiorno gli mostra decine di suoi post sui social e un decreto a sua firma. E lui: "Se ho firmato... ma non ricordo il contesto"” (Repubblica.it, 12 dicembre)

MEGLIO IL COVID. Un utente, su Twitter: “Non seguo il calcio, ma per il vaccino farei il tifo per qualsiasi squadra”. Ed il virologo Roberto Burioni, noto tifoso laziale: “No, meglio il Covid-19 della As Roma” (Cinguettio poi cancellato – 14 dicembre)

CREDEVO FOSSE SCIENTIFICO. “Gismondo e il raduno di estrema destra: "Sono stata ingenua, ho creduto fosse un convegno scientifico. Non conoscevo neanche il logo perché non capisco il tedesco". La virologa Maria Rita Gismondo a Non è l’Arena su La7, smentendo le accuse di negazionismo” (Corriere.it, 14 dicembre)

BACIONI DA BENGASI. “A chi lo cerca in queste ore, a chi gli chiede informazioni sulla missione di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio in Libia per 'liberare i pescatori di Mazara', Rocco Casalino risponde con un'immagine. O meglio con lo screenshot della sua geolocalizzazione a Bengasi, zona aeroporto. Casalino precisa di non aver inviato alcuna geolocalizzazione da Bengasi. Da quanto filtra la foto sarebbe frutto di un errore nel cellulare del portavoce del premier Conte” (Il Foglio, 17 dicembre)

UN LOMBARDO UN LOMBARDO VALE DI PIÙ. “La Lombardia, è un dato di fatto, è il motore di tutto il Paese. Quindi se si ammala un lombardo vale di più che se si ammala una persona di un'altra parte d'Italia” (Angelo Ciocca, europarlamentare pavese della Lega, ad Antenna 3 – 18 dicembre)

IL CUORE GRANDE DI SALVINI. “Se nei giorni di festa sarà vietato portare un pasto caldo ai meno fortunati, io lo farò lo stesso. Lo preannuncio. Lo farò lo stesso come sono abituato a farlo da anni. Porterò doni alla vigilia ai bambini meno fortunati, pranzerò a Natale coi clochard. Non potete chiudere in casa il cuore degli italiani” (Il leader della Lega durante una diretta Facebook – 18 dicembre)

·        Cosa resta dell’anno passato. I Morti Illustri.

Da Morricone a Maradona: i volti celebri che ci hanno lasciato nel 2020. Anche nel 2020 sono scomparse molte celebrità del mondo della cultura, dello spettacolo e dello sport: una carrellata di nomi impossibili da dimenticare. Elisabetta Esposito, Mercoledì 30/12/2020 su Il Giornale. Il 2020 è stato un anno orribile per moltissime ragioni. La prima è la pandemia di Covid-19 che ha colpito l’intero pianeta sotto diversi aspetti, da quello sanitario a quello economico. Ci sono stati incendi, che in Australia hanno devastato grandissime porzioni di verde, e ancora incidenti, fenomeni catastrofici naturali e si è temuto perfino per una meteora. Non sono mancate le perdite celebri, perché sono venuti a mancare tanti vip: il mondo della cultura, dello spettacolo e dello sport piangono molti esponenti illustri.

Giampaolo Pansa. Classe 1935, Pansa è scomparso il 12 gennaio. È stato giornalista e scrittore: un suo merito è stato quello di inserirsi all’interno della narrazione politicamente corretta sulla Seconda Guerra Mondiale e mostrare un diverso punto di vista narrativo-storiografico. Ha scritto numerosi saggi e romanzi: tra i più interessanti va ricordato “Il sangue dei vinti”, che fa parte di un ciclo storico-letterario.

Terry Jones. Era nato nel 1942 ed è morto il 21 gennaio. Attore e regista, Jones era noto per essere parte del gruppo di comici e creativi britannici Monty Python. Ha infatti scritto, diretto e interpretato film come “Monty Python e il Sacro Graal”, “Brian di Nazareth” e “Monty Python - Il senso della vita”.

Kobe Bryant. La morte di Bryant ha scosso il mondo dello sport e non solo. Nato nel 1978, è morto lo scorso 26 gennaio, a causa di un incidente aereo su un velivolo di sua proprietà sul quale si trovava con la figlia adolescente Gianna e altre persone. Bryant era un cestista e una personalità di spicco per la cultura afroamericana. Il suo profilo è incluso nel volume per l’infanzia “100 racconti per bambini coraggiosi”.

Kirk Douglas. Alla veneranda età di 103 anni, se n’è andato il 5 febbraio l’attore Kirk Douglas. L’artista annovera nella sua carriera decine e decine di pellicole, più alcune partecipazioni e serie e film tv. Tra i suoi film più importanti ci sono “Lo zoo di vetro”, “Orizzonti di gloria” e “Spartacus”.

Flavio Bucci. Classe 1947, l’attore italiano è venuto a mancare il 18 febbraio. Attivo al cinema e in teatro, dove si è cimentato con i grandi classici, è stato al tempo stesso un incredibile caratterista e protagonista. Le giovani generazioni conoscono Bucci soprattutto per la sua interpretazione del politico Dc Franco Evangelisti nel film “Il Divo” di Paolo Sorrentino.

Suor Germana. È scomparsa il 7 marzo all’età di 81 anni, la religiosa nota per aver scritto moltissimi libri di cucina. Il primo volume di ricette firmato da Suor Germana è del 1983 e si intitola “Quando cucinano gli angeli”.

Max von Sydow. Nato nel 1929, è venuto a mancare l’8 marzo. I ruoli che von Sydow interpretò restano iconici e hanno fatto la storia del cinema, da “Il settimo sigillo” e “Il posto delle fragole”, passando per “L’esorcista”, “Gran bollito”, “Dune”, “Hannah e le sue sorelle”, “Minority Report” e “Shutter Island”.

Lucia Bosè. Il 23 marzo è scomparsa l’attrice e modella nata nel 1931. Era la madre del cantante e attore Miguel Bosè e nel 1947 fu eletta Miss Italia.

Detto Mariano. Musicista e produttore, classe 1937, è morto lo scorso 25 marzo uno dei più grandi compositori italiani di colonne sonore. Mariano ha lavorato con Adriano Celentano, Mina, Al Bano e Lucio Battisti. Tra i film per cui ha scritto le colonne sonore originali ci sono “Il bisbetico domato”, “Mia moglie è una strega”, “Asso”, “Acapulco prima spiaggia a sinistra”, “Eccezziunale veramente” e lo stracult di Claudio Caligari “Amore tossico”.

Luis Sepulveda. Nato nel 1949, dopo aver contratto il Covid-19, Sepulveda è morto lo scorso 16 aprile. Lo scrittore cileno è noto per la sua opposizione al regime di Pinochet e naturalmente per le sue pubblicazioni, tra cui “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, “Il mondo alla fine del mondo”, “Storia di una gabbanella e del gatto che le insegnò a volare”, “Diario di un killer sentimentale”.

Ezio Bosso. Il 15 maggio, a causa della malattia degenerativa che lo aveva colpito nel 2011, è scomparso il compositore e pianista italiano. La sua figura ha rappresentato un esempio di resilienza e la sua stessa esistenza era un inno alla vita pieno di musica.

Morto il pianista Ezio Bosso. Così ha commosso l'Italia.

Christo. Il 31 maggio è venuto a mancare l’artista, classe 1935, tra i principali esponenti della land art. Molte delle sue realizzazioni videro come scenario l’Italia, soprattutto Roma e Milano, oltre The Floating Pier, la passerella sul Lago d’Iseo.

Roberto Gervaso. Classe 1937, è scomparso il 2 giugno. Gervaso è stato scrittore, critico e giornalista: le sue opere sono state tradotte in tantissime lingue in giro per il mondo.

Ennio Morricone. Il 6 luglio è scomparso il Premio Oscar, nato nel 1928. Autore di moltissime colonne sonore, è considerato da sempre una delle eccellenze italiane nel mondo. Tra le colonne sonore composte, ci sono quelle utilizzate nei film “Per qualche dollaro in più”, “Uccellacci e uccellini”, “Il buono, il brutto, il cattivo”, “L’uccello dalle piume di cristallo”, “C’era una volta in America”, “La cosa” “Legami!” e “The Hateful Eight”.

Naya Rivera. Attrice in “Glee”, classe 1987, la morte dell’attrice lo scorso 8 luglio ha gettato nello sconforto i fan. Esistono solo delle ipotesi su come si sia svolto l’incidente che ha ucciso Rivera, che era andata a fare una gita al lago con il figlioletto fortunatamente incolume.

Kelly Preston. Se n’è andata a causa di un tumore il 12 luglio, l’attrice nata nel 1962 e moglie di John Travolta. Preston ha interpretato numerosi film: è infatti nel cast di “Christine - La macchina infernale”, “I gemelli” e “Jerry Maguire”.

Olivia de Havilland. All’età di 104 anni, è scomparsa il 26 luglio l’attrice ultima superstite del cast di “Via col vento”. Vincitrice di due Oscar, de Havilland è stata da sempre considerata una figura fondamentale di Hollywood agli esordi del cinema sonoro e a colori.

Franca Valeri. Pochi giorni dopo essere diventata centenaria, è scomparsa l’attrice italiana: era il 9 agosto. Valeri è stata attrice al cinema, in tv e in teatro, ma anche sceneggiatrice. Tra i suoi lavori più celebri “Il segno di Venere”, “Il bigamo”, “Il vedovo”, “Parigi o cara” e “Ultimo tango a Zagarol”.

Chadwick Boseman. Forse sarà ricordato ai Premi Oscar 2021, ma intanto Boseman, classe 1976, è mancato lo scorso 28 agosto. Ha preso parte a diversi film Marvel, nella serie degli “Avengers” e in “Black Panther”. I suoi due ultimi film sono stati “Da 5 Bloods” di Spike Lee e “Ma Rainey’s Black Bottom”, uscito postumo.

Philippe Daverio. Cultura ed eleganza erano il binomio indissolubile che lo caratterizzava: il critico d’arte, nato nel 1949, è scomparso il 2 settembre. La sua opera di divulgazione artistica è riuscita a giungere a ogni fascia di popolazione e ha vinto numerosi premi.

Quino. Il “papà” di Mafalda, il personaggio delle strisce a fumetti, è morto il 30 settembre: era nato nel 1932. Figlio di emigranti spagnoli, Quino è diventato uno degli artisti simbolo in Argentina e anche nel resto del mondo.

Eddie Van Halen. Il suo assolo di chitarra traumatizzava George McFly in “Ritorno al futuro”. Il frontman dei Van Halen si è spento lo scorso 6 ottobre a 65 anni, la maggior parte dei quali trascorsi a creare e suonare ottima musica.

Sean Connery. Sul grande schermo è stato James Bond, Guglielmo de Baskerville ma anche il padre di Indiana Jones. L’attore scozzese è morto a 90 anni lo scorso 31 ottobre, destando il cordoglio di tutto il mondo. Ha preso parte a 67 film con registi come Sidney Lumet, John Houston, Terry Gilliam, Jean-Jacques Annaud, Brian De Palma, Steven Spielberg e Gus Van Sant.

Gigi Proietti. Attore teatrale, televisivo e cinematografico, è scomparso a 80 anni, il giorno del suo compleanno, il 2 novembre. Ha lasciato ai fan un’eredità di “sorrisi magici” e sketch. Colto e affascinante, l’artista era in grado di interpretare personaggi drammatici e comici. Oltre all’indimenticabile e televisivo Maresciallo Rocca, vale la pena ricordare pellicole da lui interpretate come “Brancaleone alle crociate”, “La mortadella”, “Febbre da cavallo”, “Casotto”, “FF.SS. - Cioè: che mi hai portato a fare sopra Posillipo se non mi vuoi più bene” e l’ultima uscita quando era ancora in vita, “Pinocchio” di Matteo Garrone.

Stefano D’Orazio. Classe 1948, è morto il 6 novembre dopo aver contratto il coronavirus. È stato per oltre cinquanta anni il batterista e una delle quattro anime dei Pooh, senza disdegnare negli ultimi dieci anni un proprio progetto solista per cui ha inciso quattro album relativi ad altrettanti musical.

Diego Armando Maradona. Campione del mondo 1986 e soprannominato “el pibe de oro”, Maradona è scomparso il 25 novembre poco dopo aver compiuto 60 anni. Argentino, ha vissuto e giocato in Italia molto a lungo nelle file del Napoli: la città lo ricorda con molto affetto ed è stato dato il suo nome allo stadio partenopeo pochi giorni dopo la sua morte.

Daria Nicolodi. Settanta anni compiuti quest’anno, il 26 novembre è venuta a mancare Daria Nicolodi, attrice ed ex compagna di Dario Argento. Con lui ha girato molti horror e thriller, ma Nicolodi ha lavorato anche con altri registi di spicco del panorama italiano, da Carmelo Bene a Mario e Lamberto Bava, passando per Ettore Scola e Cristina Comencini, nonché la figlia Asia Argento.

Pamela Tiffin. Classe 1942, è venuta a mancare il 2 dicembre la modella e attrice statunitense che lavorò tantissimo in Italia, ultimo tassello ancora in vita del “triangolo folk” creato da Dino Risi in “Straziami ma di baci saziami” con Nino Manfredi e Ugo Tognazzi.

Paolo Rossi. Campione del mondo 1982, nato nel 1956, è scomparso il 9 dicembre. Ha giocato con varie squadre, dalla Juventus al Milan, concludendo la sua carriera nelle file del Verona.

John le Carré. Scrittore britannico autore di pregevoli romanzi a tema spionaggio, era nato nel 1931 ed è deceduto il 12 dicembre. Ha scritto 28 romanzi, da alcuni quali sono stati tratti film di successo.

Pierre Cardin. Classe 1922, è scomparso il 29 dicembre. Stilista italiano ma naturalizzato francese, ha rappresentato il trait d'union tra la moda delle due culture.

Tutti i morti del 2020, la lista dei personaggi famosi che ci hanno lasciato nell’anno del coronavirus. Redazione su Il Riformista il 31 Dicembre 2020. Nella foto Diego Armando Maradona, lo scrittore Luis Sepúlveda, il compositore Ennio Morricone e il generale iraniano Qasem Soleimani. La storia italiana ed internazionale nel corso dei secoli è stata segnata da anni bui e funesti, ma senza dubbio il 2020 sarà ricordato come uno degli anni più catastrofici per le perdite subite. Cominciato subito con una serie di morti illustri, dalla politica al mondo dello spettacolo, della cultura e dello sport, l’avvento del coronavirus non ha fatto altro che aumentare di mese in mese il conteggio del numero delle vittime. Di seguito, la lista dei personaggi famosi che ci hanno lasciato in questo 2020.

ITALIANI

Vito Molaro (1993 – 2 gennaio 2020) – Attore originario di Tufino, in provincia di Napoli, è venuto a mancare all’età di 26 anni, stroncato da una grave forma di fibrosi cistica.

Paolo Guerra (26 dicembre 1949 – 5 febbraio 2020) – Produttore teatrale e cinematografico, è scomparso all’età di 71 anni. Fondatore della casa di produzione Agidi, è celebre per essere stato l’ideatore dei film di Aldo, Giovanni e Giacomo.

Lucia Bosè (28 gennaio 1931 – 23 marzo 2020) – La celebre attrice è scomparsa all’età di 89 anni a seguito di complicanze derivate dal contagio da coronavirus. Divenne famosa nel 1947 quando, a soli 16 anni, vinse Miss Italia. Da lì partì la sua carriera di attrice. Nel 1955 sposò il torero Luis Miguel Dominguín da cui ebbe i suoi tre figli.

Lorenza Mazzetti ( 26 luglio 1927 – 4 gennaio 2020) – Scrittrice, pittrice e regista è scomparsa all’età di 93 anni. Negli anni ’50 ha fondato il movimento cinematografico inglese Free Cinema.

Italo Moretti (29 ottobre 1933 – 9 gennaio 2020) – Storico giornalista della Rai, è morto all’età di 86 anni. Nel 1968 inizia la sua esperienza professionale in America Latina: nel settembre del 1973 fu tra i primi giornalisti ad arrivare a Santiago dopo il golpe di Pinochet. Nel 1987 il passaggio, come vice direttore, al Tg3, testata di cui assunse la direzione nel 1995, per poi diventare dal 1996 al 1998 condirettore della Tgr.

Giampaolo Pansa (1 ottobre 1935 – 12 gennaio 2020) – Storica penna del giornalismo italiano, è morto all’età di 84 anni. Storico, autore di romanzi e saggi in gran parte incentrati sugli anni della guerra partigiana, è stato vicedirettore del quotidiano ‘La Repubblica’ e condirettore de "L’Espresso".

Emanuele Severino (26 febbraio 1929 – 17 gennaio 2020) – Celebre pensatore, è stato maestro di una generazione di filosofi italiani. Malato da tempo, è scomparso all’età di 90 anni.

Luciano Gaucci (28 dicembre 1938 – 23 gennaio 2020) – L’ex storico presidente del Perugia Calcio è morto all’età di 81 anni, dopo un lunga malattia, a Santo Domingo dove si era trasferito nel 2005. Fu proprietario anche di Viterbese, Catania e Sambenedettese e nel 2004 tentò di acquistare il Calcio Napoli, appena fallito, ma il Tribunale gli preferì l’attuale presidente Aurelio De Laurentiis.

Mirella Freni (27 febbraio 1935 – 9 febbraio 2020) – Soprano di fama internazionale, è scomparsa all’età di 85 anni dopo una lunga malattia. Coetanea e concittadina di Luciano Pavarotti, è considerata tra le cantanti d’opera per antonomasia del XX secolo.

Flavio Bucci (25 maggio 1947 – 18 febbraio 2020) – Il famoso attore è venuto a mancare all’età di 72 anni. Noto per il personaggio di Antonio Ligabue, è comparso in decine di film, come “Il Marchese del Grillo” con Alberto Sordi o “Il divo” di Paolo Sorrentino. Bucci ha recitato da protagonista anche in numerose pièce teatrali, da “Uno, nessuno e centomila” a  “Il fu Mattia Pascal” fino a “Chi ha paura di Virginia Woolf?”.

Suor Germana (3 luglio 1938  – 7 marzo 2020) – Nota soprattutto per i numerosi e popolari libri di cucina presenti nelle case di quasi tutti gli italiani, è morta a 81 anni. Il successo clamoroso dei libri la rese una figura pubblica e popolare anche in televisione, dove partecipò a “I Fatti Vostri”, “Uno Mattina”, “Domenica In” e persino il “Festival di Sanremo” nel 1999.

Elisabetta Imelio (22 novembre 1975 – 29 febbraio 2020) -Bassista e cantante dei Prozac+, che da anni lottava contro un brutto male, è scomparsa all’età di 44 anni. Negli ultimi anni Elisabetta Imelio lavorava anche come insegnante di nuoto alla Gymnasium di Pordenone e lascia anche un bambino di pochi anni.

Vittorio Gregotti (10 agosto 1927 – 15 marzo 2020) -Noto architetto, fra i migliori del Novecento, è scomparso all’età di 92 anni. Era ricoverato in ospedale per una polmonite da coronavirus, ma non ce l’ha fatta.

Gianni Mura (9 ottobre 1945 – 21 marzo 2020) – Giornalista e scrittore, firma storica di Repubblica, si è spento per un improvviso attacco cardiaco all’età di 74 anni. I suoi racconti, dal calcio al ciclismo al tennis, e le sue interviste, hanno segnato pagine memorabili dello sport italiano e non solo.

Alberto Arbasino (22 gennaio 1930 – 22 marzo 2020) – Scrittore e tra i protagonisti del cosiddetto “Gruppo 63” si è spento dopo una lunga malattia all’età di 90 anni. Per lui anche una breve esperienza politica: venne eletto infatti in Parlamento come indipendente per il Partito Repubblicano Italiano fra il 1983 e il 1987.

Franco Lauro (25 ottobre 1961 – 14 aprile 2020)- Volto noto della Rai e del giornalismo sportivo, il giornalista si è spento all’età di 59 anni a causa di un infarto.

Aldo Masullo (12 aprile 1923 – 24 aprile 2020) – Filosofo e politico è scomparso all’età di 97 anni. È stato insignito della medaglia d’oro del Ministero per la Pubblica Istruzione. Dal 1976 al 1979 e dal 1994 al 2001 è stato Senatore della Repubblica. L’8 giugno del 2018 Napoli gli ha conferito la cittadinanza onoraria.

Giulietto Chiesa (4 settembre 1940 – 26 aprile 2020) – Giornalista con alla spalle una lunga carriera all’Unità, La Stampa e Manifesto, è morto all’età di 79 anni. Per anni è stato uno dei più importanti osservatori del mondo sovietico e nel 2014 ha fondato la televisione online Pandora Tv.

Germano Celant (11 settembre 1940 – 29 aprile 2020) – Critico d’arte e direttore artistico italiano di numerose opere celebri è scomparso all’età di 80 anni.

Franco Cordero (6 agosto 1928 – 8 maggio 2020) – Giurista e scrittore italiano, è scomparso all’età di 92 anni. E’ stato autore di testi giuridici e saggi, ma anche di romanzi e pamphlet.

Ezio Bosso (13 settembre 1971 – 14 maggio 2020) -Il pianista e direttore d’orchestra,  è scomparso all’età di 48 anni. Dal 2011 conviveva con una malattia neurodegenerativa che gli fu diagnosticata dopo aver subito un intervento per un tumore al cervello.

Sandro Petrone (2 febbraio 1954 – 15 maggio 2020) –  Volto storico del Tg2, inviato di guerra e cantante, il giornalista napoletano è morto all’età di 66 anni  dopo aver lottato contro un tumore ai polmoni.

Gigi Simoni (22 gennaio 1939 – 22 maggio 2002) –  Ex allenatore di Inter e Napoli nonché dirigente sportivo ed ex centrocampista, tra le altre, di Juve, Torino e Brescia, è scomparso all’età di 81 anni.

Alberto Alesina (29 aprile 1957 – 23 maggio 2020) – Economista e accademico italiano, professore all’Università Harvard e visiting professor all’Università Bocconi, è scomparso all’età di 63 anni.

Tinin Mantegazza (20 febbraio 1931 – 1 giugno 2020) – Artista, autore televisivo e scenografo italiano, è scomparto all’età di a 89 anni. Era diventato famoso soprattutto per Dodò, il pupazzo protagonista per la trasmissione per bambini L’albero azzurro della Rai.

Roberto Gervaso (9 luglio 1937 – 2 giugno 2020) – Giornalista, scrittore, storico, autore di autobiografie è scomparso all’età di 82 anni. Ha scritto nella sua carriera oltre 60 titoli.

Giulio Giorello (14 maggio 1945 – 15 giugno 2020) – Il filosofo, studioso di filosofia della scienza e tra i maggiori epistemologi degli ultimi decenni è morto all’età di 75 anni. Il professore, positivo al coronavirus, era riuscito a superare l’infezione, ma la sua situazione è peggiorata fino alla morte.

Mario Corso (25 agosto 1941 – 20 giugno 2020) – Calciatore storico attaccante dell’Inter di Herrera è scomparso all’età di 78 anni in ospedale dopo alcuni giorni di ricovero. Aveva indossato la maglia nerazzurra dal 1957 al 1973 prima di passare al Genoa, dove aveva concluso la carriera nel 1975.

Pierino Prati (13 dicembre 1946 – 22 giugno 2020) – Calciatore ex attaccante, tra gli anni ’60 e ’70, di Milan, Roma e della nazionale italiana si è spento all’età di 73 anni.  Con la maglia rossonera vince 1 Scudetto, 2 coppe Italia, 2 Coppe dei Campioni, 1 Coppa delle Coppe e 1 Coppa Intercontinentale.

Ennio Morricone (10 novembre 1928 – 6 luglio 2020) – Musicista e compositore, il maestro è stato l’autore delle colonne sonore più belle e intense del cinema. Scomparso all’età di 92 anni in seguito alle conseguenze di una caduta che gli aveva provocato la rottura del femore, nel 2007 Morricone ha ricevuto il premio Oscar alla carriera dopo essere stato nominato per 5 volte.

Giulia Maria Crespi (6 giugno 1923 – 19 luglio 2020) – Imprenditrice e fondatrice del Fai, Fondo Ambiente Italiano, è venuta a mancare all’età di 97 anni. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in tutta Italia, tra cui dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana.

Gianrico Tedeschi (20 aprile 1920 – 27 luglio 2020) – Noto attore e doppiatore è scomparso all’età di 100 anni. Nel corso della sua carriera, fra le altre esperienze, ha lavorato ai grandi sceneggiati della Rai e per registi del calibro di Roberto Rossellini, Mario Monicelli e molti altri.

Sergio Zavoli (21 settembre 1923 – 4 agosto 2020)-  Il giornalista si è spento a Roma a 96 anni. Per oltre 50 anni è stato la voce della Rai, in Tv e in Radio, diventando un vero maestro che ha fatto la storia del giornalismo italiano.

Franca Valeri (31 luglio 2020 – 9 agosto 2020) – La storica attrice è scomparsa all’età di 100 anni. Tantissimi i ruoli indimenticabili della grande artista: dalla sofisticata ‘Signorina Snob‘ alla ‘Sora Cecioni‘. Vasto il repertorio di personaggi teatrali, radiofonici, cinematrografici e poi televisivi.

Cesare Romiti (24 giugno 1923 – 18 agosto 2020) – Amministratore delegato e presidente per 25 anni in Fiat, è scomparso all’età di 97 anni dopo aver fatto la storia dell’economia italiana. Dal 2006 al 2013 è stato presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma.

Arrigo Levi (17 luglio 1926 – 24 agosto 2020) – Giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano è scomparso all’età di 94 anni. Fu il primo giornalista a condurre un telegiornale in Italia.

Philippe Daverio (17 ottobre 1949 – 2 settembre 2020) – Docente e saggista, ex assessore alla Cultura del Comune di Milano, lo storico dell’arte è venuto a mancare all’età di 71 anni dopo aver lottato contro un tumore. Direttore del periodico Art e Dossier, negli anni 2000 ha condotto la celebre serie Passepartout, programma d’arte e cultura.

Rossana Rossanda (23 aprile 1924 – 20 settembre 2020) – giornalista, scrittrice, traduttrice italiana, dirigente del PCI negli anni cinquanta e sessanta, la cofondatrice de il Manifesto è scomparsa all’età di 96 anni. Comunista mai pentita ma sempre critica, “la ragazza del secolo scorso” è tra le intellettuali più autorevoli del Paese.

Don Roberto Malgesini (14 agosto 1969 – 15 settembre 2020) – Considerato il prete degli ultimi, è stato ucciso all’età di 51 anni. Era noto per il suo impegno verso i più deboli ed emarginati e per la sua attività di volontariato.

Giovanni D’Alise (14 gennaio 1948 – 4 ottobre 2020) – Il vescovo di Caserta è morto all’età di 72 anni. Ricoverato dopo aver contratto il coronavirus, è stato il primo presule deceduto per il covid-19 in Italia.

Carla Nespolo (4 marzo 1943 – 4 ottobre 2020) – Presidente dell’Anpi e prima donna a capo dell’associazione nazionale partigiani d’Italia, è morta all’età di 77 anni. Per decenni esponente della sinistra, senatrice del Partito comunista e poi dei Ds, guidava l’Associazione dei partigiani dal 3 novembre 2017.

Gianfranco De Laurentiis (13 gennaio 1939 – 14 ottobre 2020) – Volto storico del giornalismo sportivo della Rai, è morto all’età di 81 anni. Per anni volto di trasmissioni popolari come Domenica Sprint e Dribbling.

Jole Santelli (28 dicembre 1968 – 15 ottobre 2020) – La presidente della Regione Calabria ed ex deputata esponente di Forza Italia è scomparsa all’età di 51 anni. Da tempo lottava contro il cancro. Nella sua lunga carriera politica è stata sottosegretaria al ministero della Giustizia dal 2001 al 2006 nei governi Berlusconi, oltre a sottosegretaria al ministero del Lavoro e delle politiche sociali da maggio a dicembre 2013 nel governo Letta.

Enzo Mari (27 aprile 1932 – 19 ottobre 2020) – Il grande designer e accademico italiano è morto all’età di 88 anni. Ha collaborato con diverse aziende per le quali ha progettato vari oggetti d’uso e di arredo, quali Danese, Zanotta, Alessi e Magis.

Giusi La Ganga (5 maggio 1948 – 23 ottobre 2020) –  Politico, per anni deputato e dirigente del Partito Socialista Italiano e successivamente passato al Partito Democratico, è scomparso all’età di 72 anni.

Germano Nicolini (26 novembre 1919 – 24 ottobre 2020)- Partigiano, conosciuto con il nome di Diavolo, è scomparso all’età di 101 anni. Fu tra i protagonisti della Resistenza in Emilia Romagna e divenne sindaco di Correggio dopo la seconda guerra mondiale.

Pino Scaccia (17 maggio 1946 – 28 ottobre 2020)- Giornalista, scrittore e blogger italiano è morto all’età di 74 anni a seguito di complicanze da covid-19. E’ stato storico inviato della Rai ed ex capo redattore dei servizi speciali del Tg1.

Gigi Proietti (2 novembre 1940 – 2 novembre 2020)- Uno dei più grandi attori e mattatore del teatro italiano è scomparso nel giorno in cui avrebbe compiuto 80 anni, a causa di problemi cardiaci. È stato comico, cabarettista, doppiatore, conduttore televisivo, regista, ma anche cantante e direttore artistico.

Stefano D’Orazio (12 dicembre 1948 – 6 novembre 2020)- Strumentista, autore, scrittore e batterista del celebre gruppo Pooh è scomparso all’età di 72. Ricoverato per una settimana dopo aver contratto il Covid-19, aveva una malattia del sistema immunitario aumentando la sua probabilità di non farcela.

Fernando Atzori (1 giugno 1942 – 9 novembre 2020)- Pugile italiano e medaglia d’oro nel 1964 alle Olimpiadi di Tokyo, è scomparso all’età di 78 anni. E’ stato campione europeo dei mosca dal 1967 al 1973.

Marco Santagata (28 aprile 1947 – 9 novembre 2020) – Scrittore, critico letterario e accademico italiano, si è spento all’età di 73 anni. Professore all’Università di Pisa, è stato vincitore del Premio Campiello nel 2003 e del Premio Stresa nel 2006.

Valentina Pedicini (6 aprile 1978 – 20 novembre 2020)- Regista e sceneggiatrice italiana, è scomparsa all’età di 42 anni a causa di un brutto male che combatteva da tempo.

Daria Nicolodi (19 giugno 1950 – 26 novembre 2020)- Attrice e sceneggiatrice italiana, si è spenta all’età di 70 anni. Era famosa per i ruoli nei film di genere thriller e horror girati negli anni del sodalizio sentimentale e artistico con il regista Dario Argento.

Giordano Zucchi (7 maggio 1928 – 30 novembre 2020)- Imprenditore del settore tessile e per 60 anni alla guida del famoso gruppo Zucchi/Bassetti, si è spento all’età di 93 anni.

Arturo Diaconale (8 settembre 1945 – 1 dicembre 2020)- Giornalista, politico e appassionato sportivo, è scomparso all’età di 75 anni.  Dal 2016 fino alla morte è stato responsabile della comunicazione della Società Sportiva Lazio e portavoce del presidente Claudio Lotito.

Lidia Menapace (3 aprile 1924 – 7 dicembre 2020) – L’ex staffetta partigiana e senatrice è morta all’età di 96 anni, dopo esser stata ricoverata risultando positiva al Coronavirus. È stata nel 1964 la prima donna eletta in consiglio provinciale a Bolzano e la prima donna in giunta provinciale.

Paolo Rossi (23 settembre 1956 – 9 dicembre 2020)-  L’ex calciatore ed opinionista tv è scomparso all’età di 64 anni dopo aver lottato contro una brutta malattia. ‘Pablito’ lo si ricorda soprattutto per i suoi gol ai mondiali disputati in Spagna nel 1982 che videro l’Italia laurearsi Campione del Mondo per la terza volta nella sua storia.

Enrico Ferri (17 febbraio 1942 – 17 dicembre 2020) – Ex ministro dei Lavori pubblici ed esponente del Partito socialdemocratico, si è spento all’età di 78 anni dopo una lunga malattia.

INTERNAZIONALI

Qassem Soleimani (11 marzo 1957 – 3 gennaio 2020)- Il generale iraniano, uno degli uomini più importanti del regime, è morto dopo un raid americano all’età di 63 anni. Soltanto nel 2019 era stato eletto secondo il Times come una delle personalità più potenti che avrebbero cambiato il 2020.

Kobe Bryant (23 agosto 1978 – 26 gennaio 2020)- Stella della pallacanestro Usa e simbolo dei Los Angeles Lakers, è morto in un incidente in elicottero all’età di 42 anni assieme alla figlia Gianna, di 13 anni.

Kirk Douglas (9 dicembre 1926 – 5 febbraio 2020)- L’attore premio Oscar ed una delle più grandi star di Hollywood è scomparso all’età di 103 anni. Decano degli attori hollywoodiani, il più anziano di tutti, rappresentava il capostipite di una dinastia.

Stanley Cohen (17 novembre 1922 – 5 febbraio 2020) – Biochimico statunitense Premio Nobel per la Medicina nel 1986 insieme a Rita Levi Montalcini e suo storico collaboratore, si è spento all’età di 97 anni.

Jens Nygaard Knudsen (25 gennaio 1942 – 25 febbraio 2020)- Il designer ed inventore degli omini dell’azienda danese Lego è scomparso all’età di 78 anni.

Hosni Mubarak (4 maggio 1928 – 25 febbraio 2020)- L’ex presidente egiziano, per 30 anni al guida del Paese (dal 1981 al 2011), è morto all’età di 91 anni. Era stato spodestato dal suo lungo potere trentennale nel gennaio 2011, con la rivoluzione che ha seguito i moti in Tunisia e altri paesi arabi.

Clive Cussler (15 luglio 1931 – 24 febbraio 2020)- Noto scrittore statunitense di romanzi d’avventura, è scomparso all’età di 89 anni.

Frank Uwe Laysiepen “Ulay” (30 novembre 1943 – 2 marzo 2020)- Artista, performer e fotografo è scomparso all’età di 76 anni a causa di un cancro. Famoso per la sua performance art e per il sodalizio artistico e sentimentale con l’artista Marina Abramovic.

Eduard Limonov (22 febbraio 1943 – 22 marzo 2020)- Scrittore e politico russo, è scomparso all’età di 77 anni. Fondatore e leader del partito L’altra Russia, era uno scrittore oltre che guerrigliero in Jugoslavia, agitatore culturale e sociale e poeta disadattato.

Joaquin Peirò (26 gennaio 1936 – 18 marzo 2020) – Calciatore e allenatore di calcio spagnolo, è scomparso all’età di 84 anni. Ha fatto parte della ‘Grande Inter’ di Herrera con cui conquistò 2 campionati, 1 Coppa dei Campioni e 2 coppe intercontinentali.

Michel Piccoli (27 dicembre 1925 – 12 maggio 2020) – Il celebre attore francese è scomparso all’età di 94 anni. Protagonista del cinema transalpino degli anni ’60 e ’70, in Italia ha raggiunto la notorietà grazie al film del 2011 “Habemus papam” del regista Nanni Moretti.

Albert Uderzo (25 aprile 1927 – 24 marzo 2020)- Il noto fumettista francese è scomparso all’età di 92 anni. Nella sua brillante carriera ha disegnato fumetti avventurosi ed umoristici, ma è soprattutto celebre per essere il disegnatore del personaggio di Asterix.

Radomir Antic (22 novembre 1948 – 6 aprile 2020) – Allenatore di calcio e calciatore serbo, è scomparso all’età di 71 anni a seguito  di una malattia. È noto per essere l’unico ad aver allenato Barcellona, Real Madrid e Atletico Madrid.

Stirling Moss (17 settembre 1929 – 12 aprile 2020) – Il famoso pilota automobilistico di Formula 1 è scomparso all’età di 90 anni dopo una lunga malattia. Nella storia della Formula 1 è il pilota che ha vinto il maggior numero di gran premi senza aver mai vinto il titolo mondiale.

Luis Sepulveda (4 ottobre 1949 – 16 aprile 2020)- Scrittore, sceneggiatore e regista cileno è scomparso all’età di 70 anni a causa di complicanze da coronavirus. Aveva lasciato il Cile a causa della repressione del regime del generale Augusto Pinochet, che lo aveva portato al carcere.

Jerry Stiller (8 giugno 1927 – 11 maggio 2020) – Attore, comico e produttore televisivo statunitense e papà dell’altrettanto noto attore Ben Stiller, è morto all’età di 92 anni.

Christo (13 giugno 1935 – 31 maggio 2002) – Il celebre artista è scomparso all’età di 84 anni per cause naturali. Nel 2016 aveva realizzato l’opera The Floating Piers nelle acque del Lago d’Iseo.

Pau Dones (11 ottobre 1966 – giugno 2020) – Il musicista e voce degli Jarabe de Palo, è morto all’età di 53 anni.  Dal 2015 lottava contro un tumore al colon. Pau Donés e gli Jarabe de Palo hanno trovato il successo nel nostro Paese grazie a hit come “Depende” e “La Flaca” e aveva collaborato con artisti italiani come Jovanotti, Modà e Niccolò Fabi.

Kelly Preston (13 ottobre 1962 – 12 luglio 2020) – L’attrice e moglie di John Travolta, è morta all’età di 57 anni dopo una battaglia contro un tumore al seno durata due anni.

Galyn Gorg (15 luglio 1964 – 14 luglio 2002)- Attrice, showgirl e cantante statunitense è scomparsa all’età di 56 anni. Molto nota anche in Italia aveva fatto parte del corpo di ballo della sesta edizione di Fantastico e del programma SandraRaimondo Show.

John Lewis (21 febbraio 1940 – 17 luglio 2020) – Deputato statunitense e uno dei principali esponenti del movimento dei diritti civili nella metà del Novecento, è morto all’età di 80 anni dopo aver lottato contro un tumore al pancreas.

Nick Cordero (17 settembre 1978 – 5 luglio 2020) – Attore attivo in campo televisivo, teatrale e cinematografico e noto come interprete di musical a Broadway, è morto all’età di 41 anni dopo aver contratto il coronavirus.

Zinzi Mandela –  Figlia dei leader anti-apartheid sudafricani Nelson e Winnie Mandela, è morta a 59 anni. E’ diventata famosa in tutto il mondo quando ha letto in mondovisione la lettera di rifiuto nei confronti del governo della minoranza bianca che si offrì di liberare il padre dalla prigione se lei avesse denunciato la violenza compiuta dal suo movimento.

Olivia de Havilland (1 luglio 1916 – 26 luglio 2020) – Tra le ultime star dell’età d’oro di Hollywood, è morta all’età di 104 anni. Era anche l’ultima sopravvissuta del cast di "Via col Vento", in cui interpretò Melania Hamilton.

Chadwick Boseman (29 novembre 1976 – 28 agosto 2020) – Attore statunitense e volto legato al personaggio Marvel Black Panther, è morto all’età di 42 anni. Da quattro, lottava contro un cancro al colon.

Juliette Greco (7 febbraio 1927 – 23 settembre 2020) – L’icona della canzone francese è morta all’età di 93 anni. Era chiamata “la toutoune”, il cagnolino buono, e divenne la musa degli esistenzialisti.

Quino (17 luglio 1932  -30 settembre 2020) – All’anagrafe Joaquín Salvador Lavado Tejón, è morto all’età di 88 anni. Il fumettista argentino era famoso soprattutto per aver disegnato il personaggio di Mafalda.

Ruth Bader Ginsburg (15 marzo 1933 – 18 settembre 2020) – Giurista, magistrata e accademica, è morta all’età di 87 anni a causa di un cancro di cui soffriva da sempre. E’ stata giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1993.

Kenzo Takada (27 febbraio 1939 – 4 ottobre 2020) – Il noto stilista giapponese è morto al’età di 81 anni dopo aver contratto il coronavirus. E’ stato il primo stilista giapponese a stabilirsi a Parigi, dove ha sviluppato tutta la sua carriera raggiungendo la fama internazionale.

Eddie Van Halen (26 gennaio 1955 – 6 ottobre 2020) – Chitarrista e musicista tra i più famosi del mondo, è scomparso all’età di 65 anni, stroncato da un cancro alla gola di cui era malato da tempo. Il punto più alto della carriera nel 1984 e il singolo Jump, indubbiamente la traccia più famosa della band.

Sean Connery (25 agosto 1930 – 31 ottobre 2020) – L’attore scozzese, indimenticabile James Bond, è morto all’età di 90 anni. Nella sua lunga carriera ha vinto un Oscar come miglior attore protagonista per Gli intoccabili, due premi Bafta e tre Golden Globe.

Saeb Erekat – Storico capo negoziatore palestinese e segretario generale dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), è morto all’età di 65 anni dopo un lungo ricovero per complicanze da coronavirus.

Henri Chenot (25 marzo 1943 – 1 dicembre 2020) – Il re delle diete delle celebrità è scomparso all’età di 77 anni. Era malato da tempo e si era trasferito in Svizzera da circa un anno. Fondatore della biontologia, i suoi metodi di cura e le sue diete hanno attirato tantissimi nomi illustri dello sport e del jet-set.

Diego Armando Maradona (30 ottobre 1960 – 25 novembre 2020) – Il ‘pibe de oro’ è deceduto in seguito ad un arresto cardiorespiratorio mentre si trovava nella sua casa di Tigres (provincia di Buenos Aires) all’età di 60 anni.

Valéry Giscard D’Estaing (2 febbraio 1926 – 2 dicembre 2020) – L’ex presidente della Repubblica è venuto a mancare all’età di 94 anni. Era risultato positivo al coronavirus. E’ stato presidente dal 1974 al 1981 ed è stato anche grande sostenitore del progetto europeo.

Kim Ki-Duk (20 dicembre 1960 – 11 dicembre 2020) – Il regista sudcoreano è morto  all’età di 60 anni in seguito a complicazioni legate al Covid-19.

John Le Carrè (19 ottobre 1931 – 12 dicembre 2020) –  Scrittore famoso in tutto il mondo per i suoi romanzi di spionaggio, è scomparso all’età di 89 anni a causa di una polmonite. Il successo planetario arriva con “La spia che venne dal freddo”, bestseller che negli Stati Uniti rimane in testa alla classifica di diffusione per 43 settimane consecutive.

Claude Brasseur (15 giugno 1936 – 22 dicembre 2020) – Il celebre attore francese è scomparso all’età di 84 anni. In  oltre 60 anni di carriera ha recitato in oltre 110 film, tra cui Il tempo delle mele come padre di una giovanissima Sophie Marceau.

Robert Hossein. Marco Giusti per Dagospia il 31 dicembre 2020. “La sola cosa che lascerò”, diceva Robert Hossein, leggenda del cinema e del teatro francese, scomparso oggi a 93 anni appena compiuti per complicazioni polmonari da Covid, “è la cicatrice di Joffrey de Peyrac di Angelica, marchesa degli angeli. Qualche volta, forse, una giovane ragazza verrà a posare una rosa sulla mia tomba, per ricordo.” Anche se il personaggio di Joffrey de Peyrac, l’amore dell’avventurosa Angelica di Michéle Mercier, è rimasto nei cuori del grande pubblico, ricordare Robert Hossein solo per quello, con 110 film all’attivo come attore, 24 regie, una serie di spettacoli teatrali monumentali e, soprattutto, una carriera che dalla fine degli anni ’40 a oggi non gli ha fatto mai perdere il successo del pubblico, è davvero un po’ riduttivo. Hossein, bello, duro, virile, è stato negli anni ’50 e ’60 protagonista del grande cinema popolare francese, dividendosi tra avventurosi e noir, mélo e perfino western, potendo vantare delle partner bellissime come la sua prima moglie Marina Vlady, Brigitte Bardot, Sophia Loren, Lea Massari, Annie Girardot, Catherine Deneuve, Marie France Pisier e, ovviamente, Michéle Mercier. Con quel fisico, con quella faccia, non può che incarnare personaggi forti e molto maschili, buoni o cattivi che siano, non lasciando tanto spazio a altri partner dello stesso sesso. Nato a Parigi nel 1927 come Abrahan Hosseinhoff, figlio del compositore e direttore d’orchestra André Hossein, di Samarcanda, e di madre ucraina di Kiev, entra molto presto nel Theatre Grand Guignol di Montmartre e alla fine degli anni ’40 inizia a lavorare nel cinema. Prima con piccoli ruoli, poi nel fondamentale noir “Rififi”, girato in Francia dall’esule americano Jules Dassin, dove lo troviamo a fianco di Jean Servais e Carl Mohner. Nello stesso anno dirige il suo primo film, “Gli assassini vanno all’inferno”, tratto da Fréderic Dard con Marina Vlady sua coprotagonista assieme a Serge Reggiani e Henri Vidal. Con Marina Vlady, bellissima, che sposerà nel 1955 e dalla quale divorzierà nel 1959 dopo la nascita di due figli,  darà vita a una lunga serie di successi in gran parte anche diretti da lui, come “I peccatori guardano il cielo” di Georges Lampin, “La liberté surveilée”, Nella notte cadde il velo”, “I vampiri del sesso”, “La sentenza”, “La notte delle spie”, “le canaglie”, “La notte delle spie”. Importante, negli anni ’50, è anche l’incontro con Roger Vadim, che lo vorrà protagonista di “Un colpo da due miliardi” con Françoise Arnoul, de “Il riposo del guerriero”, grande successo con Brigitte Bardot, “Il vizio e la virtù” con Annie Girardot e Catherine Deneuve. Legherà molto non solo con Vadim, ma anche con Christian Marquand, in versione regista, col quale girerà “Il baro” nei primi anni ’60. Molto attivo nelle coproduzioni è il protagonista maschile in Italia del polpettone prodotto da Carlo Ponti per Sophia Loren “Madame Sans Gene”, girato da Christian Jacque nei vecchi stabilimenti della Pisorno, appunto tra Pisa e Livorno, appena rilevati da Ponti. Girerà anche, da regista e protagonista, un primissimo proto-western sudamericano, “Febbre di rivolta” con Giovanna Ralli e Mario Adorf. Nel western tornerà anni dopo, in piena leonemania, con l’ottimo “Cimitero senza croci” con Michéle Mercier e l’amico fidato Serge Marquand, musicato dal padre André Hossein, dove lo stesso leone avrebbe dovuto interpretare un ruolo, il barista. Sembra che Leone abbia girato la scena, ma poi convinse Hossein a toglierla perché non si era piaciuto. In cambio del favore, Hossein avrebbe dovuto girare un ruolo in “C’era una volta il West”. Negli anni ’60 è molto attivo nel cinema popolare europeo. Lo troviamo negli spy della serie OS117 diretto da André Hunebelle, nel ricco “Marco Polo” di Denys de la Patéllier, che lo vorrà a fianco di Jean Gabin e Michéle Mercier in un grande successo come “Matrimonio alla francese”/”Le tonnere de Dieu”. Ma è la serie “Angélique marquise des anges”, diretta da Bernard Borderie, tratta dai romanzi di Anne e Serge Golon, che gli darà il successo internazionale. Popolarissimo, lo troviamo così in altri film in costume del tempo, come il divertente “Madamagelle de Maupin” di Mauro Bolognini con Catherine Spaak e Tomas Milian, mentre girerà con la sua partner Michéle Mercier film come “L’amante infedele” di Christian Jacque. Non mancano i noir e i film da duri, come “Pattuglia anti-gang” di Bernard Borderie con Raymond Pellegrin e Pierre Clementi, “Calibro 38” di Charles Gerard. Diventato un’icona popolare, riceve però le critiche migliori per il film più intellettuale che gira in quel periodo, “La musica”, scritto e diretto da Marguerite Duras con la divina Delphine Seyrig. La Duras lo strapazza, chiamandolo Don Juan da bazar, ma alla fine funziona benissimo. Gira di tutto alla fine degli anni ’60, dalla sua personale e curiosa versione di Rasputin, ribattezzato in Italia “Addio Lara” con Gert Frobe come monaco pazzo, Peter McEnery e Geraldine Chaplin, all’erotico “Lamiel” di Jean Aurel con Anna Karina e Pierre Clementi, da “Il ladro di crimini” di Nadine Trintignant a “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni, grande successo del tempo in Italia, dove è uno dei due patrioti che verranno giustiziati dal potere papale, dal western comico-fumettistico di “All’ovest di Sacramento” di Jean Girault al ricco “Gli scassinatori” di Henri Verneuil con Jean-Paul Belmondo e Omar Sharif. Nel 1971 viene chiamato a dirigere il teatro pubblico di Reims. E’ una sfida, che però vince, portando a Reims grandi spettacoli e grandi star come Isabelle Adjani in “La casa di Bernarda Alba”, Isabelle Huppert, Anémone. La sua idea è quella di “un teatro come non lo vedete che al cinema”. Ammalato di gigantismo produttivo, anche quando lascia Reims nel 1976, non demorde con i grandi spettacoli teatrali. Nel 1980 va al Théâtre Mogador, dove mette in scena Sartre e Dostojevski. Ma porta a teatro perfino Jean-Paul Belmondo prima nel “Kean” da Dumas nel 1987 e poi in una grande versione di “Cyrano de Bergerac” di Rostand nel 1990. Si vanta di “essere nato povero col cervello da ricco” per giustificare le sue spese eccessive. mette in scena un “Je m’appelais Marie-Antoinette” al Palais des sports nel 1993. Ormai ottantenne, dopo una svolta cattolica, mette addirittura in scena grandi spettacoli di fede come “N’ayez pas peur ! Jean Paul II”, nel 2007 e “Une femme nommée Marie”, una sola rappresentazione messa in scena davanti a 25 mila spettatori e 1500 malati a Lourdes. Anche se si muove meglio nel teatro dai grandi numeri, non ha mai lasciato il cinema. Nel 1982 ha girato una riuscita e premiata versione di “Les miserables” con Lino Ventura. Con l’amico Vadim lo troviamo in “Un corpo da possedere” con la bellissima Gwen Welles. Da noi gira l’horror di Sergio Stivaletti messo in piedi da Dario Argento per Lucio Fulci “La maschera di cera”, con Alberto Bevilacqua lo vediamo nel tardo giallo-erotico “Giallo Parma”, alquanto risibile, purtroppo. Dopo il matrimonio con Marina Vlady, che gli aveva dato due figli, si è risposato altre due volte, con Caroline Eliacheff nel 1962, un figlio, e con Candice Patou, sposata nel 1976, un altro figlio, che lo accompagnerà fino alla fine.

Samuel Little: morto il peggior serial killer della storia USA. Notizie.it il 31/12/2020. Samuel Little è passato alla storia per essere il peggior serial killer degli USA: confessò 93 omicidi. L'autopsia chiarirà le cause della morte. È morto in carcere Samuel Little, aveva 80 anni. L’uomo è stato descritto dalla polizia federale come il peggior serial killer della storia degli Stati Uniti d’America. Confessò 93 omicidi. Il decesso è avvenuto lo scorso 30 dicembre. Ad annunciarlo l’amministrazione penitenziaria della California. Le cause della morte saranno accertate dall’autopsia che sarà svolta nella contea di Los Angeles, dove Little era stato incarcerato nel 2014. La maggior parte delle vittime dell’ex pugile erano donne. Samuel Little è passato alla storia come il peggior serial killer degli USA. La polizia ha confermato la responsabilità dell’80enne di almeno cinquanta delitti. Spesso le vittime di Little erano donne, perlopiù appartenenti a minoranze etniche. Little era solito uccidere le vittime prima colpendole in maniera violenta per poi strangolarle. Dal 2014 Samuel Little stava scontando l’ergastolo per l’omicidio di tre donne. Mentre scontava la sua pena, Samuel Little rivendicò una serie di omicidi da lui compiuti tra il 1970 e il 2005. I delitti sarebbero avvenuti in almeno 15 stati USA. Molti di questi passarono inosservati. Conosciuto anche come Samuel McDowell, il killer venne arrestato per la prima volta all’interno di un centro anziani nello stato del Kentucky, venendo poi trasferito in California in quanto implicato in un caso di droga.

Da tgcom24.mediaset.it il 31 dicembre 2020. L'uomo descritto dalla polizia federale degli Stati Uniti come il peggior serial killer nella storia degli Stati Uniti, Samuel Little, reo confesso di 93 omicidi, è morto in carcere all'età di 80 anni. Lo ha annunciato l'amministrazione penitenziaria della California. La causa del decesso deve ancora essere ufficialmente determinata con un'autopsia da eseguire nella contea di Los Angeles, dove era stato incarcerato a fine 2014. Ex pugile, Little avrebbe messo fuori combattimento le sue vittime prendendole a pugni prima di strangolarle, pertanto non c'erano sempre segni evidenti, come ferite da arma da fuoco, che si trattasse di un omicidio. Per questo, molti decessi sono stati erroneamente classificati come dovuti a una overdose o accidentali e non sono mai stati indagati. Alcuni corpi non sono mai stati trovati, ha detto l’FBI. Le confessioni di Little sono state ritenute "credibili" dagli analisti che hanno anche diffuso immagini delle vittime disegnate dallo stesso Little mentre era in prigione. Gli omicidi rivendicati vanno dal 1970 al 2005 e sono stati compiuti in circa 15 stati degli Stati Uniti, la maggior parte dei quali passati inosservati. Little, noto anche come Samuel McDowell, era stato arrestato per la prima volta nel 2012 in un centro per senzatetto del Kentucky. Era stato poi trasferito in California in relazione a un caso di droga. Una volta lì, tracce di DNA avevano permesso alle autorità di stabilire un collegamento con tre casi irrisolti e hanno portato alla sua condanna nel 2014 per l'omicidio di tre donne a Los Angeles tra il 1987 e il 1989. Tutte e tre le vittime furono picchiate e strangolate.

·        Perché febbraio ha 28 giorni ed è il mese più corto dell’anno?

«Di ventotto ce n’è uno»: perché febbraio è il mese più corto dell’anno? Eleonora Fraschini su Il Corriere della Sera l'1/2/2021. «Trenta giorni ha novembre con april, giugno e settembre, di ventotto ce n’è uno, tutti gli altri ne han trentuno». Grazie alla filastrocca che abbiamo imparato da bambini, è facile ricordare che il mese di febbraio è più breve degli altri, essendo l’unico a contare 28 giorni (che diventano 29 solo negli anni bisestili). Ma qual è il motivo di questa «anomalia»? La suddivisione dei mesi dell’anno risale all’antica Roma, e la durata di febbraio potrebbe dipendere da una disputa tra Giulio Cesare e Ottaviano Augusto.

I calendari romani delle origini. Una prima suddivisione dell’anno è attribuita a Romolo, il leggendario fondatore di Roma. I mesi erano solo dieci (si contava da marzo a dicembre) e i giorni 304: il periodo invernale — infatti — non veniva regolato, perché considerato poco rilevante sia dal punto di vista bellico che agricolo. I primi quattro mesi dell’anno erano dedicati alle divinità Marte, Afrodite, Maia e Giunone, mentre per gli altri valeva l’ordine che seguivano nel calendario. Nel 713 a.C. Numa Pompilio, uno dei sette re di Roma, aggiunse i mesi di Ianuarius (gennaio) e Februarius (febbraio) alla fine del calendario. Si decise quindi di dedicare l’ultimo mese dell’anno alla purificazione, in latino februare, e al dio etrusco Februus. Questa suddivisione era — però — imprecisa: per mantenere il calendario allineato con le stagioni, venne aggiunto ogni due anni un mese intercalare, il mercedonio.

Il calendario di Giulio Cesare. Nel 46 a.C. Giulio Cesare, in qualità di pontefice massino, emanò un nuovo calendario solare elaborato dall’astronomo egizio Sosigene di Alessandria. Si iniziò a contare gli anni dal primo gennaio (anziché dal primo marzo) e venne introdotto l’anno bisestile al posto nel mese intercalare. Una prima teoria sostiene che, nel calendario giuliano, febbraio contasse di norma 29 giorni (30 negli anni bisestili). Quando il senato decise di dedicare l’ottavo mese dell’anno a Ottaviano Augusto, qualcuno fece notare che quel mese contava solo 30 giorni, mentre luglio, dedicato a Giulio Cesare, ne contava 31. Per non fare torto al nuovo imperatore, si decise di togliere un giorno a febbraio per aggiungerlo ad agosto. Altri storici sostengono — invece — che fin dall’inizio febbraio avesse 28 giorni e che per questo fosse considerato sfortunato (secondo i romani, i numeri pari erano di cattivo auspicio).

Il calendario gregoriano (con qualche eccezione). Il calendario di Giulio Cesare è stato mantenuto fino al 1.582, quando papa Gregorio XIII introdusse quello che in suo onore fu chiamato Calendario gregoriano. Vennero apportate alcune modifiche, ma febbraio restò l’unico mese di 28 giorni. Ancora oggi nella maggior parte del mondo viene utilizzato questo calendario, anche se nel corso della storia si sono verificate alcune eccezioni. In Svezia, per esempio, il calendario del 1.712 segnò la data 30 febbraio: nel 1.699, re Carlo XII, aveva deciso di uniformarsi al calendario gregoriano, ma non era riuscito a mettere in atto il progetto. In Russia invece, con la rivoluzione di ottobre del 1917, si decise di cambiare anche il corso dei mesi. Venne, però, commesso qualche errore e così, negli anni 1930 e 1931, il mese di febbraio durò 30 giorni.

·        109 anni dall’affondamento del Titanic.

Quando Marconi salvò 700 passeggeri del Titanic. Riccardo Luna su La Repubblica il 14 aprile 2021. La notte del 14 aprile del 1912, 109 anni fa, il transatlantico britannico Titanic colpisce un iceberg e rapidamente affonda: muoiono subito circa 1500 dei 2224 passeggeri. Quattro giorni dopo il naufragio un altro transatlantico, il Carpathia, arriva nel porto di New York con oltre 700 sopravvissuti. Qualcuno dirà che che si erano salvati “solo grazie al genio di un uomo”: Guglielmo Marconi. Non era a bordo del Titanic, ma c’era una sua invenzione: il telegrafo senza fili. Qualche anno prima infatti Marconi aveva fondato a Londra una società per mettere sul mercato un'applicazione della sua intuizione, l’utilizzo delle onde radio per trasmettere messaggi. La "Wireless Telegraph and Signal Company" era stata costituita il 20 luglio 1897, dopo che l'ufficio brevetti inglese aveva riconosciuto l’invenzione della trasmissione senza fili. Fu un successo. Nel 1912 la maggior parte delle navi passeggeri avevano l’apparecchiatura venduta dalla società di Marconi e gli operatori iniziarono a chiamarsi “marconisti”. Marconi aveva anche stabilito un messaggio breve che nel linguaggio del codice Morse, sarebbe dovuto servire per dare l’allarme in caso di pericolo: il CQD. Ma all’epoca mandare messaggi era una pratica ancora non regolamentata: non c’era un canale dedicato e nemmeno un turno di orario continuo. Inoltre era offerto come servizio ai passeggeri di prima classe per comunicare con la terraferma. Il giorno prima del naufragio un guasto momentaneo aveva messo fuori uso l’apparecchiatura, si erano accumulati molti messaggi dei passeggeri e per questa ragione diverse segnalazioni di ghiaccio sulla rotta del Titanic non furono ricevute. Alle 23 e 40 l’impatto con l’iceberg. La fortuna nella tragedia fu che il marconista del Carpathia, che era a 60 miglia dal punto del naufragio, era ancora sveglio e ricevette la richiesta di soccorso. Era un messaggio con il codice stabilito da Marconi, il CQD, anche se da quattro anni il mondo aveva scelto un nuovo sistema di allarme universale, l’SOS. L’ultimo messaggio dal Titanic fu però un SOS. Il Carpathia arrivò che era quasi l’alba. A New York il direttore generale delle Poste accolse i sopravvissuti dicendo loro di ringraziare solo un uomo e la sua meravigliosa invenzione: Guglielmo Marconi. 

Gaia Cesare per "il Giornale" il 18 maggio 2021. La parola definitiva sulla sua autenticità si avrà probabilmente prima dell'estate. Nel frattempo la Francia si commuove comunque per la lettera nella bottiglia datata 13 aprile 1912 e firmata Mathilde Lefebvre. La data è quella della vigilia del più celebre naufragio della storia, l'inabissamento del Titanic partito da Belfast, Irlanda del Nord, destinazione New York, e affondato il 14 aprile nell'Oceano Atlantico, a circa 780 chilometri dall'isola di Terranova, quando mancavano poche migliaia di chilometri all' arrivo. E il messaggio è conciso e lapidario: «Lancio questa bottiglia in mare, dobbiamo arrivare fra qualche giorno a New York. Se qualcuno la trova, avvertite la famiglia Lefebvre a Liévin», si legge nella missiva scritta a mano e ritrovata in una spiaggia del Canada nel 2017, chissà se davvero lanciata dal ponte del Titanic. Mathilde è una ragazzina francese di 12 o 13 anni che si trovava a bordo del transatlantico e rimase vittima del naufragio come tanti altri passeggeri di terza classe. Ma davvero quella lettera è sua? Su questo si interrogano da quattro anni gli esperti. Ma i risultati parziali degli studi dell'Università del Québec (Uqar) non offrono ancora certezze sull'autenticità del documento. I dubbi sono ancora molti. E la lettera in bottiglia potrebbe essere frutto dell'iniziativa di qualcuno che ha voluto di proposito beffare i posteri. Secondo gli ultimi rilievi scientifici, la fabbricazione è compatibile con quella di inizio Novecento, come lo è la qualità e l'analisi chimica del vetro. Anche l'inchiostro sembra databile 1912. Eppure nulla esclude che un falsario possa essersi procurato vetro, tappo e carta dell'epoca e aver utilizzato un inchiostro contraffatto. Insomma c'è sempre il sospetto che si tratti di una bufala. Tanto più che la grafia della giovane sembra troppo evoluta per una ragazzina della sua età, con qualche tratto diverso (per esempio la lettera «b») rispetto a quelli dell'epoca. Anche in questo caso, tuttavia, non è da escludere che la giovane possa aver chiesto a qualche adulto di tradurre per lei in parole il suo messaggio, circostanza che ipotizzano alcuni grafologi e che spiegherebbe le differenze rispetto ai tratti tipici di una dodicenne di quel tempo. Ad attendere con impazienza, in Francia, i risultati definitivi degli studi, sono gli eredi della famiglia Lefebvre. Mathilde era infatti in viaggio con quattro dei suoi nove fratelli e con la madre. Il padre Franck viveva già Oltreoceano con i cinque figli maggiori e a fatica era riuscito a mettere da parte il denaro per pagare il biglietto al resto della famiglia, nella speranza che presto si sarebbero riuniti. Speranza letteralmente naufragata. Durante le ricerche per il ritrovamento dei suoi figli l'uomo fu persino catturato dal servizio immigrazione degli Stati Uniti ed espulso visto che era entrato sotto falso nome. È morto nel 1948, all'età di 77 anni, con il cruccio di recuperare tracce della sua famiglia.

Dagotraduzione per il Mailonline il 23 aprile 2021. Poco prima della mezzanotte del 14 aprile 1912, il Titanic, da poco salpato per il suo viaggio inaugurale da Southampton a News York, colpì un iceberg. Nel giro di tre ore la nave, definita «inaffondabile», scivolò nelle acque gelide dell'Oceano Atlantico, uccidendo più di 1.500 persone. Un nuovo documentario, in uscita su Netfix History Hit, sfata alcune convinzioni sui motivi dell'affondamento della nave. Tra queste: l'assenza di un binocolo, che secondo molti avrebbe impedito alle vedette di accorgersi dell'iceber; la velocità della nave, giudicata troppo elevata; la tenuta della nave, dai più etichetta come «mal costruita»; la morte atroce dei passeggeri di terza classe, i più poveri, secondo la rappresentazione comune rimasti bloccati sottocoperta. Vediamoli uno a uno insieme all'esperto mondiale Tim Maltin, protagonista del film e autore di tre libri sulla tragedia. La velocità della nave era elevata e il capitano Smith ubriaco. John Charles Bigham, il giudice che allora si occupò del processo sul disastro del Titanic, scrisse nel suo diario che la nave viaggiava a «velocità eccessiva» e che, nonostante le acque ghiacciate, non aveva rallentato. Eppure «tutti i capitani» ascoltati durante l'inchiesta hanno sostenuto che al posto del capitano Smith «avrebbero fatto la stessa cosa» perché la «notte in cui il Titanic affondò - spiega Maltin - il cielo era limpido e l'equipaggio concentrato ad osservare il mare. Sapevano di entrare in un tratto di acque ghiacchiate, ma credevano di riuscire ad avvistare gli iceberg per tempo». False anche le voci sul capitano Smith, sospettato di aver bevuto troppo ma soprattutto di risultare assente sul ponte al momento dell'impatto e subito dopo. Tim Maltin spiega: «tra le 19 e le 20, Smith era a cena con i passeggeri. Ma alle 23.40, momento dello scontro, era sul ponte: qui infatti si trovavano la sua suite, la sua stanza navigazione, la sua zona chaise e la camera da letto. Il capitano viveva sul ponte. E aveva lasciato istruzioni chiare: convocarlo immediatamente al primo problema». E così fu. Smith era un Commodoro della White Star Line e aveva comandato tutte le loro navi ammiraglie. Era molto amato dall'equipaggio, e quando si rese conto che non c'era niente da fare, scelse di aiutare donne e bambini a mettersi in salvo piuttosto che cercarsi una scialuppa e salvarsi. La nave era mal costruita. Secondo alcuni lo scafo del Titanic si squarciò in quel modo perché era tenuto insieme da rivetti di second'ordine. È la teoria, per esempio, di Richard Corfield, che fa risalire l'origine della tragedia ai difetti di fabbricazione. Non è d'accordo Tim Maltin: «era una delle migliori mai costruite nella storia. Era ben fatta. Ho avuto la fortuna di andare a vedere un enorme pezzo di 40 tonnellate del Titanic e solo la scala, le dimensioni e il peso sono assolutamente incredibili». La White Star Line, forte della sua esperienza, aveva definito la nave «inaffondabile». In effetti il natante avrebbe potuto essere «tagliato in tre pezzi e ognuno di questi pezzi era stato costruito per rimanere a galla». Non solo. «Era stata progettata per restare in superficie con i primi quattro compartimenti stagni allagati, o nel caso di collisione tra due compartimenti stagni». Ma, nel tentativo di evitare l'iceberg, la nave fu fatta virare e colpì il ghiaccio lateralmente, in un punto che toccava cinque compartimenti stagni, troppi per la sua tenuta. Che comunque fu buona: il Titanic impiegò due ore e mezza per inabissarsi, e lo fece a «chiglia piatta». «Il Titanic era più sicuro delle navi moderne. Pensate alla Costa Concordia, che è affondata in Italia molto più velocemente». L'equipaggio non aveva il binocolo. In effetti l'equipaggio non aveva il binocolo perché il secondo ufficiale David Blair, prima della partenza, era stato sostituito da Henry Wilde, che arrivò sul Titanic insieme al capitano Smith. Blair, nel lasciare la nave, si portò dietro le chiavi della cabina che custodiva il binocolo, lasciando l'equipaggio privo di lenti. Ma, a detta di Maltin, questo dettaglio è irrilevante: «il modo migliore per avvistare un iceberg di notte è a occhio nudo, perché a differenza del binocolo ha un ampio campo visivo che ci aiuta a rilevare gli oggetti. Il binocolo serve ad osservare qualcosa che si è già visto a occhio nudo». Anzi, la presenza di un binocolo li avrebbe indotti ad approfondire prima di lanciare l'allarme, invece le vedette non ci pensarono due volte e suonarono il campanello, a dire "iceberg in vista"». Il Titanic si ribaltò e affondò orizzontalmente. Nel film del 1997 di James Cameron, il Titanic si divide in due prima che la prua si inclini orizzontalmente. Secondo Maltin la nave non è affondata in questo modo: l'iceberg ha colpito la nave vicino alla parte anteriore sul lato di tribordo (a destra) e l'acqua è entrata fluire nella nave. La poppa si è quindi sollevata dall'acqua e poi si è staccata. I passeggeri che erano a poppa pensavano che «se la sarebbero cavata bene». Ma mentre affondava, la prua s'è tirata dietro anche la poppa. «Ha fatto così tanti danni tirando la chiglia che il danno alla poppa causato dalla prua è stato maggiore del danno causato dall'iceberg». Secondo Maltin la poppa in realtà «è affondata molto silenziosamente», consentendo ai passeggeri rimasti di nuotare al di sotto. I passeggeri di terza classe furono rinchiusi sottocoperta mentre gli altri fuggirono. Nel film di James Cameron del 1997, i passeggeri di terza classe sono rinchiusi sottocoperta dietro ad enormi cancelli metallici. I cancelli era obbligatori per legge e separavano le tre classi. Erano frutto di una norma igienica stabilita dalle autorità statunitensi per evitare la diffusione di malattie infettive. «Nessuna nave passeggeri poteva sbarcare in America con i cancelli aperti. Era consentito solo durante un'emergenza». Non appena è stato dichiarato lo stato di emergenza, 47 minuti dopo l'impatto con l'iceberg, «gli stewart si sono precipitati sottocoperta ad aprire i cancelli e a dare indicazioni su come muoversi per arrivare alle scialuppe di salvataggio». Nel 1912, i ragazzi di 13 anni erano già classificati come adulti. In terza classe viaggiavano numerose famiglie che in America cercavano un riscatto, e che sui figli puntavano tutto. Pochi erano disposti a separasi dai loro ragazzi, e rinunciarono a salire sulle scialuppe. Il Titanic non aveva abbastanza scialuppe di salvataggio.  Si è parlato molto del fatto che il Titanic avesse solo 20 scialuppe di salvataggio, sufficienti a trasportare poco più di 1.000 dei 2.208 passeggeri. Spiega Maltin: «Per avere abbastanza scialuppe di salvataggio, bisogna imbarcarne il doppio rispetto alla necessità». Durante un affondamento, infatti, metà delle scialuppe di salvataggio si inabissa con la nave. «Se il Titanic aveva bisogno di 30 scialuppe di salvataggio, doveva effettivamente trasportarne 60», ha detto. Poiché non era pratico, il Board of Trade optò per «navi costruite correttamente e adeguatamente suddivise». Il timone era troppo piccolo. È stato anche affermato che il timone del Titanic era troppo piccolo per manovrare efficacemente l'enorme nave. Ma il capitano dell'Olympic, nave gemella del Titanic che montava lo stesso timone e che rimase in servizio fino al 1935, raccontò che aveva la migliore manovrabilità di qualsiasi nave avesse mai comandato.

L'asta sull'ultima cartolina del marconista del Titanic riaccende la polemica: fu un eroe o il vero responsabile? Massimo Basile su La Repubblica il 14 aprile 2021. Jack Phillips, il capo telegrafista 25enne del transatlantico affondato il 15 aprile del 1912 con 1.500 vittime, la scrisse alla sorella: "Arriveremo a Southampton mercoledì". Non riportò al comandante l'allarme iceberg lanciato da altre navi che avrebbe potuto evitare la tragedia, ma salvò 705 persone restando fino all'ultimo a telegrafare l'Sos. “Con amore, Jack”. Una cartolina postale spedita prima della partenza dall’ufficiale radiotelegrafista del Titanic verrà battuta all’asta negli Stati Uniti, a Boston, Massachusetts. L’obiettivo è raccogliere almeno 15 mila dollari, ma intanto l’annuncio, a 109 anni da una delle più grandi tragedie del mare, serve a far uscire di nuovo dal dimenticatoio uno dei suoi controversi personaggi, su cui circolano due versioni opposte: alcuni lo considerano l’eroe che salvò centinaia di persone, altri una delle cause del disastro. La firma sulla cartolina è di Jack Phillips, 25 anni, capo telegrafista del transatlantico affondato il 15 aprile del 1912. La cartolina venne spedita il 7 marzo alla sorella Elsie, in Irlanda, cinque settimane prima della storica traversata inaugurale dell’Oceano, destinazione New York City, di quella che era stata definita come la “nave inaffondabile”. Phillips scriveva di “essere molto impegnato sul lavoro”. “Spero - aveva aggiunto - di partire lunedì e arrivare a Southampton mercoledì pomeriggio. Spero tu stia bene”. Probabilmente è stata l’ultima comunicazione alla famiglia da parte del giovane telegrafista inglese, prima che il Titanic finisse contro un iceberg. Quello è stato il momento in cui Phillips si trasformò in eroe, versione reale del Jack Dawson interpretato da Leonardo DiCaprio nel film “Titanic” del ’97. Mentre tutti i passeggeri e gran parte dell’equipaggio cercavano una via di fuga, il marconista decise di restare al suo posto. Dalla sala telegrafo Phillips inviò decine di messaggi di aiuto, con la speranza di raggiungere una delle navi che passavano nella zona. L’Sos venne raccolto dalla britannica Carpathia, in navigazione sulla rotta Liverpool-Boston. L’intervento si rivelò decisivo: delle oltre duemila persone a bordo del Titanic, si salvarono in 705. Le vittime furono tra le 1490 e le 1635. Un conto preciso non è stato mai possibile farlo. Secondo alcuni, il disastro poteva essere evitato e tra le cause venne indicato proprio Phillips. Alle prese con un super lavoro, durante la navigazione, aggravato da un’interruzione dei collegamenti, il marconista non avrebbe risposto a segnalazioni da parte di altre navi, che avevano indicato la pericolosa presenza di iceberg. L’avvertimento lanciato dal piroscafo Mesaba non venne riportato alla cabina di comando. Nell’autobiografia di uno degli ufficiali sopravvissuti, si racconta che il capo telegrafista aveva poggiato il foglio sotto il gomito, deciso a risolvere prima un problema tecnico. Poi si era dimenticato di portare l'avviso al comandante. Un altro messaggio, inviato dalla nave Californian, sarebbe stato ignorato. Philllips non si è potuto difendere dalle accuse. Dopo l’impatto, mentre il Titanic stava affondando, il telegrafista continuò a fare il suo lavoro, nonostante l’acqua gelida dell’oceano avesse invaso la sala. Poi, una volta raggiunti i soccorsi, Phillips aveva provato a salvarsi, salendo su una piccola scialuppa, ma morì congelato.

"Macchine indietro tutta". E l'inaffondabile Titanic si spezza in due. Davide Bartoccini il 18 Aprile 2021 su Il Giornale. Il naufragio più famoso del mondo ha cambiato le regole della sicurezza navale sulla vita di mille e cinquecento anime: e pensare che una sola ora avrebbe cambiato le sorti di questo tragico evento. Su una delle punte estreme del ghiacciaio di Jakobshavn, in Groenlandia, scricchiolii, discreti e malaugurati, si lasciano udire puntuali, giorno dopo giorno, nel lungo e mite inverno artico del 1912. L’intensità del sole, con l’appropinquarsi della stagione calda, ne moltiplica la frequenza, che poi d’un tratto, così all’improvviso, muta, e colma il silenzio assoluto in uno stridere di crepe. Allora il tonfo, sordo e pieno nell’acqua gelata. Una montagna di neve ghiacciata, accumulatasi nei millenni, si è staccata dalla calotta, e dopo aver trovato il suo equilibrio nel mare, è diventata a tutti gli effetti un iceberg: “Gelidi mostri tanto belli da guardare, quanto pericolosi da toccare”, li definiva un capitano in servizio sulle prestigiose compagnia di navigazione britanniche che facevano sponda a sponda nel Nord Atlantico nell’epoca dorata dei transatlantici. Quell’anno ce ne sarebbero stati più del solito, e si sarebbero spinti più a sud del solito, fino a lambire le rotte dei grandi bastimenti che collegavano il Vecchio e il Nuovo Mondo, l’Europa e l’America. Il risultato della presenza di quei mostri di ghiaccio, che svettano oltre la superficie dell’acqua solo di un ottavo del loro volume - mentre gli altri sette ottavi restano sommersi - era già evidente: le coste del Labrador e i grandi Banchi di Terranova erano disseminate di "pennoni, tavole di legno e barili e casse di carico" perdute da navi scomparse nel nulla, dopo essere entrate in collisione, probabilmente, con gli enormi blocchi di ghiaccio che avrebbero proseguito la loro rotta naturale, a una velocità di 25 miglia percorse ogni giorno, verso le rotte navali del Nord Atlantico. Dall’altra parte dell’oceano, a Southampton, il 10 aprile 1912, dall’ormeggio numero 44 si stacca alle 12 in punto, l’Rms Titanic (il prefisso Rms stava per Royal Mail Ship, quando essa esercitava tale funzione). Un transatlantico di proprietà della White Star Line, lungo 269 metri con oltre 60mila tonnellate di dislocamento. È il bastimento più imponente e lussuoso che abbia mai solcato il mare. Dicono sia inaffondabile, e incomparabile per prestazioni e sfarzo anche alle sue due navi “gemelle”, l'Rms Olympic e Hmhs Britannic. La sua destinazione è New York. Arrivo previsto di lì a una settimana, la mattina del 17 aprile. A bordo sono già 892, tra membri dell’equipaggio agli ordini del capitano Edward Smith e personale addetto alle più disparate mansioni: cuochi, istruttori di palestra e squash, addirittura un tipografo che pubblica ogni giorno un “quotidiano” pensato appositamente per chi viaggia sul transatlantico. Si aggiungeranno nelle due tappe, una lungo la costa francese e un’altra, l’ultima su quella irlandese, 1.308 passeggeri, la cui maggioranza alloggerà negli alloggi di terza classe, quella cantata da De Gregori, dove "non si viaggia male".

Nulla è davvero “perfetto”. Tutto è trionfale, gli annunci, la stampa, le foto; tutto sembra essere stato pianificato per rasentare la perfezione, che appartiene solo a Dio. Gli arredamenti più ricercati, le pietanze servite, tra le più raffinate, e poi i passeggeri della prima classe, con i loro titoli e cognomi altisonanti, sempre inguainati nell’abito migliore. Si è verificato solo un piccolo incidente alla partenza, roba da poco. Ha causando un’ora di ritardo sulla tabella di marcia: la potenza delle enormi eliche, propulse dal vapore sprigionato da ventinove caldaie che possono garantire un velocità fino a 29 nodi (48 km/h), rischiava di risucchiare una nave di piccolo cabotaggio, chiamata, scherzo della sorte, New York, proprio come la meta dell’immenso Titanic. Nessun danno. Una dimenticanza poi, anch'essa da poco: non è stata imbarcata la scatola con i binocoli di bordo. Né vi sono razzi di segnalazione del colore adeguato a segnalare un’emergenza in mare: i razzi rossi. Ma a cosa servono i razzi d'emergenza su un bastimento inaffondabile? La traversata procede come da programma. Il tempo è buono, le nuvole rade, il mare calmo. Forse anche troppo. Nessuno affacciandosi dai ponti arriverebbe mai a pensare di dover ricorrere alle poche scialuppe di salvataggio, solo 16 come il regolamento consentiva (più quattro lance "pieghevoli"), che a fare un rapido conto per capienza sarebbero state sufficienti a mettere in salvo solo 990 anime. Nessuno avrebbe creduto che allo scoccare della mezzanotte del quinto giorno di viaggio, quel potente bastimento di solido acciaio avrebbe incontrato nel bel mezzo dell'Atlantico la più spaventosa minaccia che poteva opporglisi: un poderoso iceberg abbandonato a se stesso, senza rotta e senza meta. Trascinato solo dalla corrente.

Il "rendez-vous" letale. Nonostante le numerose segnalazioni della presenza di iceberg, il Titanic procede spedito lungo al sua rotta nel buio della notte. La chiamano Outward Southern Track, ed è un “corridoio” seguito dai bastimenti proprio per evitare tratti di oceano che erano interessati dalla presenza di iceberg e fitti banchi di nebbia che li rendono impossibili da avvistare. L’oceano, manto maestoso e infinito colore del petrolio, è calmo. Il punto tracciato sulla rotta verso Terranova noto come “l’angolo", quello dove i piroscafi diretti a ovest erano soliti effettuare la loro virata, è stato oltrepassato. Appena un paio d’ore più tardi però, si ode distinto il suono della campana d’allarme, tre volte, poi in plancia gracchia il telefono. È la vedetta: “Iceberg dritto di prua”.

L’errore fatale. Il capitano Smith dorme. Al comando c’è l’ufficiale in seconda, l’esperto William Murdoch, che impartisce però ordini contrastanti, prima una virata a sinistra, con motori a tutta forza per evitare l’iceberg. Poi un ripensamento, e viene ordinata la virata a dritta, per salvare dall'urto la poppa. L’iceberg intanto si avvicina nell’oscurità. Viene impartito l’ultimo ordine per ridurre la forza dell’impatto che oramai appare inevitabile: “macchine indietro tutta”. Sarà errore fatale. È appena passata la mezzanotte del 15 aprile 1912, e il mastodontico blocco di ghiaccio si scontra sulla sotto la linea di galleggiamento dello scafo. Benché lo scafo del transatlantico sia suddiviso in 16 compartimenti stagni, ognuno dotato di speciali porte a ghigliottina, tali compartimenti “non attraversavano la completa altezza dello scafo, ma si fermavano al ponte E”, lasciando via libera all’acqua che si era fatta strada nel cuore della nave, entrando copiosa: 12 milioni di litri d’acqua l’ora, nonostante l’impiego delle pompe idrauliche. Il Titanic avrebbe potuto galleggiare con diverse combinazioni di compartimenti completamente allagati, è vero, ma non con 5 compartimenti di prua allagati. In plancia non c’è spazio per dubbi o speranze: la collisione è stata fatale, la nave affonderà nel nord dell’Atlantico dove l’acqua raggiunge a stento gli zero gradi centigradi di temperatura.

L’inabissamento. “D'improvviso un fiotto di luce dal castello di prua e un razzo s'innalzò sibilando verso il cielo […]. Salì sempre più in alto, mentre un mare di volti lo seguiva con lo sguardo […]. E con un sospiro affannoso una parola sfuggì dalle labbra della folla: 'Razzi!'. Tutti sanno cosa significa un razzo in mare. […] È inutile negare l'intensità drammatica della scena; separatela da tutti i terribili eventi che seguirono e immaginatevi la calma della notte […]. Ognuno seppe senza il bisogno di parole che chiedevamo aiuto a chiunque fosse abbastanza vicino da vederci”, testimonierà il passeggero Lawrence Beesley. Poco dopo l’ordine di indossare i salvagenti che verranno distribuiti lungo i ponti e nelle sale interne, dove si affollano i passeggeri preoccupati ma non ancora terrorizzati. Intanto nella sala telegrafo, i due operatori della Marconi Company, Phillips e Bride, lanciano messaggi di soccorso sperando che una nave in transito possa raggiungerli e soccorrerli in tempo. Phillips scherzando dirà al suo secondo: “Utilizza il nuovo segnale d’emergenza, Sos. Può darsi che non avrai altra possibilità di farlo”. Bride sopravvivrà, Phillips no. Morirà congelato nel tentativo di raggiugnere una scialuppa a nuoto. L’orchestra scelta dal violinista Wallace Hartley, rimasta iscritta nella leggenda, suona il suo repertorio per quietare gli animi, fino all’ultimo. L’ultimo brano pare sia stato "Lettres de noblesse" o "Nearer, My God, to Thee" prima che la nave sprofondasse per la sua intera metà nell’acqua silenziosa e gelida e la pressione la spezzasse in due tronconi, portando nelle profondità abissali prima la prua e poi la poppa (come ben racconta il colossal di James Cameron). Le scialuppe, insufficienti nel numero e messe in mare con un carico di “donne e bambini” sotto capienza, lasceranno più della metà dell’equipaggio e dei passeggeri al loro tragico destino: la morte per annegamento e ipotermia, che sopraggiungerà in pochi minuti. Quando sono trascorse da poco le 2 del mattino. La nave più vicina alle coordinate rilanciate dal Titanic che ha risposto all’Sos è la Rms Carpathia, è distante 58 miglia nautiche. Ci vorranno ore. Dal Californian invece, avvistato sulla sua rotta a sole 17 miglia nautiche di distanza, nessuna risposta. Alle prime luci dell'alba verranno tratti in salvo solo 706 superstiti. L'eco di quella tragedia, forse tra le più note della storia, si propagherà in tutto il mondo, portando rilevanti modifiche nei regolamenti riguardanti la sicurezza navale: dal numero regolamentare di scialuppe all'adesione del nuovo segnale universale di richiesta di soccorso, l'ormai noto l'Sos. Il relitto del Titanic, sulla cui vicenda aleggeranno per oltre un secolo le più disparate leggende e teorie del complotto - dall'incendio nascosto avvenuto a bordo prima della partenza, al libro profetico scritto nel 1898 dal titolo "Il naufragio del Titan", alla teoria della truffa assicurativa ideata dai proprietari della White Star Line (acquisita negli anni '30 dalla rivale e ancora attiva Cunard Line) - sarà individuato nel 1985 dal ricercatore Robert Ballard con i fondi del governo e della Cia, che lo aveva incaricato di trovare due sottomarini nucleari scomparsi nel bel mezzo della Guerra fredda, l'Uss Scorpion e l'Uss Thresher. Ma questa è un'altra storia. Se solo quel gigante di ghiaccio si fosse staccato un'ora prima, o il gigante d'acciaio si fosse staccato dalla banchina un’ora dopo, se soltanto una virata diversa forse stata ordinata una manciata di manciata si secondo prima, oppure dopo, se una qualsiasi fatalità differente - come l’incidente nel porto con la piccola New York - non avesse portato sulla stessa rotta l'iceberg, che vagabonderà negli oceani fino ai nostri giorni, e il più grande e raffinato bastimento che avesse mai solcato il mare, questa tragedia non si sarebbe mai consumata. Invece la tragica fatalità, lo scherzo del destino, volle portare sul fondo dell’oceano mille e cinquecento anime e una nave che tutti credevano veramente inaffondabile.

·        84 anni dal Disastro dell’Hindenburg.

Disastro dell’Hindenburg, la tragedia del più grande oggetto volante mai costruito. Roberta Caiano su Il Riformista il 4 Maggio 2021. Un dirigibile esploso in fiamme, 35 vittime, numerosi feriti e una tragedia rimasta nella storia. Il disastro di Hindenburg è considerato tra gli incidenti più simbolici in quanto ha portato alla fine dei progetti di dirigibili. A seguito del suo primo volo il 4 marzo del 1936, dopo appena 14 mesi il più grande oggetto volante mai costruito è stato distrutto da un incendio in fase di attracco. Il 6 maggio 1937 al termine della sua traversata dell’Oceano Atlantico mentre cercava di attraccare all’ormeggio della stazione aeronavale di Lakehurst, in New Jersey, l’Hindenburg esplose prendendo fuoco nel giro di mezzo minuto con conseguenze catastrofiche per le 97 persone, tra passeggeri ed equipaggio a bordo. Sebbene 22 membri dell’equipaggio e 13 passeggeri morirono sul colpo, l’enorme palla da fuoco causata dalla deflagrazione fu così violenta che anche i membri dell’equipaggio a terra riportano delle ustioni così gravi su tutto il resto del corpo da non riuscire a sopravvivere. L’impatto mediatico dell’evento fu così grande e tragico da portare una totale sfiducia nelle aeronavi, ricordando così l’Hindenburg come l’ultimo dirigibile. LA STORIA –Hindenburg deve l’origine del suo nome dal presidente della Repubblica di Weimar dal 1925 al 1934 Paul von Hindenburg, e fu realizzato dalla fondazione della Luftschiffbau Zeppelin GmbH, il cui ideatore era il conte Ferdinand von Zeppelin. I suoi, infatti, progetti prendevano in considerazione un sistema di trasporto che prevedesse il superamento dei livelli di autonomia dei primi aeroplani sulle lunghe distanze. Fu così che dai primi anni del Novecento in Germania iniziò a svilupparsi la costruzione dei dirigibili Zeppelin, in onore de suo inventore. Dal 1908, la Luftschiffbau Zeppelin GmbH si occupava di realizzare aeronavi soprattutto a scopo bellico per i bombardamenti durante la Prima Guerra Mondiale, tra cui l’Hindenburg, ma è stato proprio l’incidente in cui quest’ultimo è stato coinvolto ad accelerare la corsa verso la sua chiusura nel 1938 dopo ben 119 dirigibili creati. La struttura degli Zeppelin era pressoché uguale e innovativa, completamente in alluminio. I passeggeri, per motivi aerodinamici, venivano sopitati nella parte interna del dirigibile e la cabina di comando, definita gondola, era collocata all’esterno. Dopo cinque anni di duro lavoro, l’Hindenburg vide la luce nel 1935 e un anno dopo inaugurò il suo primo volo durato il tempo record di cinque giorni. Pensato per essere riempito con gas più leggeri dell’aria come l’elio, per permettere di alzarsi dal suolo e volare, quest’ultimo venne sostituito dall’idrogeno a seguito dell’embargo militare degli Stati Uniti che impediva di importare in Germania questo gas. In quanto elemento altamente infiammabile, l’utilizzo dell’idrogeno come sostituto destò preoccupazioni e scetticismi. Per questo, non mancarono tutte le misure di sicurezza del caso da parte degli ingeneri per contrastare la sua pericolosità, anche perché il suo uso portava il vantaggio di occupare meno spazio, in quanto dotato di una spinta maggiore, permettendo di far salire a bordo più passeggeri. Nonostante ciò, i primi voli furono condotti perfettamente e la gestione dei viaggi fu assunta dalla Deutsche Zeppelin Reederei GmbH, fondata dal gerarca nazista Hermann Göring nel 1935 allo scopo di permettere al regime di ottenere il controllo diretto delle attività legate ai trasporti con dirigibili. Infatti, le prime mete furono tedesche, soltanto dopo qualche mesi cominciarono le destinazioni transoceaniche come Stati Uniti e il Sudamerica contando in tutto 17 viaggi. Considerato il grande lavoro che la costruzione degli zeppelin richiedeva, il costo del volo era molto caro e per questo veniva spesso usato da personaggi illustri e ricchi che potevano permettere il lusso di acquistare il biglietto. IL DISASTRO – La base di partenza dei dirigibili era Francoforte, e lo fu anche nella giornata del 3 maggio 1937, quando l’Hindenburg partì e dopo tre giorni cambiò le sorti dei dirigibili dopo trent’anni. Il volo in realtà durò più di 48 ore a causa di un ritardo provocato da una tempesta nel New Jersey e quando ottenne l’autorizzazione per l’atterraggio, in pochi istanti la coda dello zeppelin andò a fuoco provocando un’esplosione fortissima. Le vittime, tuttavia, non erano solo da contare nelle persone a bordo dell’aeronave ma anche a chi in quel momento si trovava a terra e non riuscì a scansare la coda dell’Hindenburg. La perdita umana riportata fu solo una, ma le ustioni riportate dagli operatori feriti furono numerose e gravi. Com’è di consueto pensare in eventi così tragici, furono molte le illazioni sulle case dell’incidente. Solitamente, i viaggi finora fatti dai dirigibili, avevano tutti registrato un elevato record di sicurezza. Per questo, attorno al disastro dell’Hindenburg furono avanzate diverse teorie: la scintilla statica, un fulmine, un guasto al motore e il sabotaggio.  Quest’ultima ipotesi in particolare fu sostenuta dal presidente dell’azienda Zeppelin, Hugo Eckner, in quanto questi dirigibili erano considerati un simbolo della potenza nazista. In seguito, però, appoggiò una delle cause più sostenute, ovvero quella della scintilla statica. Secondo questa teoria, mentre il dirigibile viaggiava, passava attraverso un’elevata carica elettrica e umidità, scaturito da un accumulo di elettricità appunto statica tale da accendere l’idrogeno sulla parte esterna del dirigibile. Infatti, gli stessi ingegneri studiarono il caso e trassero come una delle papabili conclusioni che la copertura di tessuto infiammabile costituita da ossido di ferro, acetato butirrato di cellulosa e alluminio avesse preso fuoco a causa della statica atmosferica. L’ipotesi che vedeva anche il fulmine come probabile causa fu instillata soltanto in seguito, quando il ritardo dell’arrivo del dirigibile fu effettivamente collegato alle scarse condizioni metereologiche adatte per permettere di attraccare. Per ultima, dopo quasi 70 anni dall’accaduto, anche sulla base delle testimonianze dei passeggeri sopravvissuti prese piede l’idea di un guasto al motore. In ogni caso, dopo appena tre anni dalla tragedia le aviorimesse zeppelin furono abbattute decretando la fine dei dirigibili. Roberta Caiano

·        21 anni dalla fine del Concorde.

Le fiamme poi lo schianto: il pezzo di metallo buttò a terra il Concorde. Davide Bartoccini il 16 Maggio 2021 su Il Giornale. Nel luglio del 2000 un velivolo Concorde della Air France cadde avvolto nelle fiamme su un albergo nei pressi di Parigi. Morirono 113 persone per colpa di una sottile striscia di metallo smarrita sulla pista. Sarà l'inizio della fine per i voli di linea supersonici. Francia, aeroporto Parigi-Charles de Gaulle, 25 luglio del 2000. Un velivolo di linea supersonico Concorde, operato dalla compagnia di bandiera Air France, volo 4590, attende il suo slot di partenza sulla pista "26 destra". Mancano approssimativamente venti minuti alle 17 (ora locale) quando i controllori di volo concedono l'autorizzazione al decollo. Dalla cabina di pilotaggio che domina il muso puntuto e orientabile, il copilota conferma. Quando il comandante si rivolge all'equipaggio per domandare se tutto è pronto per il decollo: "Est-ce que tout le monde est prêt?", domanda in francese - riceve l'assenso del primo ufficiale e dell'ingegnere di volo. Afferra la manetta e procede al raggiungimento della spinta "V1". I motori sono tutti verdi, la spinta c'è. Una voce non identificata sprona il comandante a prendere il cielo. Lo chiama per nome, dice: "Vai Christian!". Potrebbe trattarsi di Jean Marcot, il primo ufficiale, o dell'ingegnere di volo Gilles Jardinaud. Il comandante è Christian Marty, veterano della compagnia Air France per cui vola dal 1969: lo stesso anno in cui quel velivolo futuristico, nato dalla collaborazione anglofrancese di British Aerospace e Aérospatiale, effettua il primo test in aria. Ma facciamo un passo indietro. Il Concorde, o più precisamente Aérospatiale - Bac Concorde, era un velivolo da trasporto supersonico sviluppato durante gli anni '60, per consentire alle compagnie di bandiera britannica e francese di portare a termine le principali rotte intercontinentali in tempi record. Questo velivolo, lungo e affusolato, dotato di ali a delta ogivale, muso ad assetto variabile e spinto da quattro motori Olympus 593 sviluppati in collaborazione da Rolls-Royce e Snecma (ispirati a quelli montati sul bombardiere strategico con capacità nucleari Avro Vulcan), misurava 62 metri e venne a lungo osteggiato dagli americani - che per la prima volta nella storia erano rimasti indietro nella tecnologia aeronautica. Il progetto era tanto "scomodo" da dare vita a quello che potremmo chiamare l'affaire Concorde: una curiosa diatriba che negli anni '60-'70 coinvolse la Cia in un'opera di scoraggiamento dei governi di Londra e Parigi che intendevano conseguire a tutti i costi l'avveniristico risultato, che li avrebbe portati per primi a far viaggiare passeggeri civili a due volte la velocità del suono. Secondo gli americani, quel progetto era "troppo pericoloso". Ma l'avvertimento non fermò il piano anglofrancese che invece andò a buon fine - almeno fino al tragico giorno. Quando il comandante Marty dà la massima spinta in cabina, lo attendono poco meno di quattro ore di volo per raggiungere la sua destinazione a velocità Mach 2 (oltre 2.000 chilometri orari). La destinazione è l'aeroporto internazionale Jfk di New York. A bordo del velivolo, che rappresentava il "massimo" dei voli commerciali nelle ultime battute di quell'epoca in cui viaggiare in aereo e attraversare l'oceano era ancora considerato un lusso - tanto più a velocità supersonica - ci sono 100 passeggeri. Praticamente tutti tedeschi, a eccezione di un austriaco, due danesi e un americano. Il Concorde inizia la sua corsa a 300 chilometri all'ora per staccarsi dalla pista, quando incontra sull'asfalto una striscia di metallo, titanio precisamente, lunga 50 centimetri, staccatasi dall'inversore di spinta del motore numero 3 di un Dc-10 della statunitense Continental Airlines, decollato pochi minuti prima sulla stessa pista. Il detrito perfora un ruotino del carrello. I rottami danneggiano il compartimento che alloggia i serbatoi, nella sezione posteriore sinistra, che prendono fuoco dal momento che il bocchettone che fornisce il carburante ai motori - circa 75 litri al secondo - viene danneggiato insieme ad alcuni cavi elettrici che produrranno la scintilla fatale. È passato appena un minuto dall'ok per il decollo, nel momento in cui la torre comunica via radio al velivolo che sta riscontrando una perdita di potenza ai motori 1 e 2, che c'è qualcosa che non va. "Concorde zero ... 4590, avete fiamme (incomprensibile), avete fiamme dietro di voi", gridano dalla torre. A bordo Marty e Marcot percepiscono la perdita di potenza che si concretizza in una perdita dell'assetto, che lì porta verso destra. Solo allora l'ingegnere di volo vede accendersi la spia che segnala un'avaria al motore numero 2. Viene avviata la procedura per la perdita di potenza al decollo, e attivata la procedura antincendio. Il carrello non rientra e non possono conoscere l'entità del danno. La torre comunica nuovamente la presenza di "fiamme" dietro al velivolo che ha riacquista una spinta del 75% dal motore numero 1. Il carrello non vuole saperne di rientrare, e il motore numero 2 viene spento dall'ingegnere di volo, che ritiene di poter isolare così un problema da valutare poi. La strumentazione di bordo riscontra problemi di velocità e altitudine che possono portare allo stallo, e il Ground Proximity Warning System inizia a ripetere con voce registrata e meccanica: "Whoop whoop pull up" - "Whoop whoop pull up". Ci sono dei problemi, e pochi istanti per decidere cosa fare. Oramai è "troppo tardi" per rientrare sulla pista come domanda la torre di controllo, che ha mobilitato la squadra antincendio. "Le Bourget, Le Bourget", dicono a bordo. Vogliono tentare di atterrare all'aeroporto Parigi-Le Bourget. Vogliono tentare ma non riusciranno. La scatola nera ferma qui il suo racconto. Non riporta più parole. Solo un ultimo istante di rumori di fondo, spie d'allarme e sforzo umano a tenere orizzontale il velivolo supersonico senza la spinta dei motori. Il Concorde F-Btsc si schianta contro un piccolo albergo nei pressi di Le Bourget, l'Hotel Hotelissimo, a 9,5 chilometri in linea d'aria dalla pista di decollo a Charles de Gaulle. Perderanno la vita i 100 passeggeri, 9 membri dell'equipaggio, e quattro clienti dell'albergo che viene completamente spazzato via. Altre sei persone, a terra, rimangono ferite. Secondo le indagini ufficiali, condotte dal Bureau d'Enquêtes et d'Analyses pour la sécurité de l'aviation civile (Bea), l'incidente fu provocato dalla succitata striscia metallica in titanio, persa da un Dc-10 decollato dalla stessa pista appena quattro minuti prima. Una seconda analisi, condotta indipendentemente, includerà altri fattori che avrebbero contribuito al verificarsi dell'incidente: il Concorde sarebbe risultato "leggermente sovraccaricato, con una distribuzione non bilanciata del combustibile nei serbatoi". L'incidente catastrofico segnerà l’inizio della fine per i Concorde, considerati al tempo "gli aerei più sicuri del mondo". L'intera flotta di velivoli supersonici verrà tenuta a terra fino al luglio del 2001, quando la British Airways farà riprendere il servizio per interromperlo definitivamente nel 2003. La causa è nei costi eccessivi che i velivoli supersonici avevano sempre dovuto sostenere, mentre le compagnie aeree iniziavano a confrontarsi con il crollo dei passeggeri nel post attentati dell'11 settembre, l'avvento delle compagnie low-cost, e la produzione di vettori con prestazione più sostenibili. L'era del Concorde era davvero finita.

·        75 anni dalla nascita del Bikini.

Il bikini compie 75 anni ed è sempre sulla cresta dell’onda. Un capo intramontabile che non teme la pensione. Un simbolo di liberazione femminile e femminista nato quasi per caso. Con la guerra le stoffe servivano per le uniformi miliari e nel 1943 il governo Usa decise di ridurre del 10% dei materiali usati per confezionare costumi femminili. Da qui l'idea di risparmiare "stoffa" e nello stesso tempo regalare bellezza al mondo. Antonella Amapanesu La Repubblica il 28 aprile 2021. Fra i bikini più gettonati sui social spicca quello super sexy di Gigi Hadid postato nel 2017: 1,4 milioni di like in 24 ore, lievitati dopo una settimana a 4 milioni. E dire che questo capo sta per compiere settantacinque anni il 5 luglio. Dovrebbe essere in pensione da un bel pezzo. Eppure regna ancora sovrano sulle spiagge e sulle barche, nelle piscine del mondo.

·        75 anni dalla nascita della Vespa.

Carlo Nordio per “Il Messaggero” il 21 aprile 2021. Nel momento in cui il Paese, grazie ai vaccini, sembra riaprirsi alla normalità e avviarsi a superare la pandemia, ci piace ricordare l'anniversario di un evento di 75 anni fa che ispirò altrettanto ottimismo: il 23 aprile del 1946 fu infatti brevettata la Vespa, che costituì il primo simbolo della ripresa dalle rovine del dopoguerra, come la 500 lo sarebbe stata, più tardi, del cosiddetto miracolo economico. Sei anni dopo tutto il mondo conobbe e invidiò questo piccolo gioiello meccanico, quando Gregory Peck lo cavalcò per le strade romane, agganciato da una impaurita - e innamorata - Audrey Hepburn. Non fu un successo effimero. La Vespa - sempre diversa ma sempre uguale, come la vita - continuò e continua ad esser prodotta e amata. L'ultimo modello, quello elettrico, è già sul mercato.

LA STORIA Le sue origini risalgono a un'idea di Corradino D'Ascanio, ingegnere aeronautico della Piaggio, che peraltro aveva una buona esperienza soltanto nella costruzione di aerei. Fu questa fabbrica a produrre l'unico bombardiere strategico da noi impiegato durante la seconda guerra mondiale, il P108. Era un bel quadrimotore, quasi all'altezza degli Halifax e Lancaster inglesi, e dei B17 e Liberator americani. Durante il collaudo di un prototipo perse la vita Bruno Mussolini, figlio del duce, che lo pilotava. Gli esemplari furono pochi, per carenza di materie prime, ma la nostra consueta fantasia sopperiva alle deficienze di un'industria paralizzata e obsoleta.

L'OLIO DELLA CATENA Fu proprio questa versatilità inventiva a ispirare a D'Ascanio, nel momento della riconversione produttiva postbellica, il progetto di una due ruote a costo contenuto diversa da tutte le altre. Pare che l'ingegnere detestasse due cose delle motociclette: doverci salire scavalcandole, come faticosamente si fa con la sella, e imbrattarsi i pantaloni con l'olio della catena di trasmissione. Così immaginò una scocca portante, priva di tunnel centrale, un telaio che coprisse il motore e il cambio collocato sul manubrio: con l'aiuto del disegnatore Mario D'Este creò quel modello che facilitava la guida, la rendeva possibile anche alle signorine in gonna, ed evitava ai maschietti il ridicolo risvolto sopra i calzini corti e il polpaccio nerboruto. La semplicità della soluzione fu inversamente proporzionale a quella della formula del brevetto, che suona come Motocicletta a complesso razionale di organi ed elementi con telaio combinato con parafanghi e cofano ricoprenti tutta la parte meccanica. Munito di questo viatico di tortuoso burocratese il mezzo entrò in commercio. Mancava il nome, che pare derivi da un'esclamazione di Enrico Piaggio che, osservando il prodotto dall'alto, lo paragonò alla silhouette del ronzante imenottero. Mai battuta fu più indovinata. Oggi la Vespa - nome e veicolo - è conosciuta in tutto il mondo, ed esposta in mostre e musei. Anche il MoMa di New York ne esibisce un modello. Quanto alla produzione, crebbe in modo quasi esponenziale: duemilacinquecento nell'anno del lancio, quasi undicimila l'anno seguente, ventimila nel 1948 e così via. Ad oggi ne sono stati fabbricati, negli stabilimenti sparsi in decine di Paesi, più o meno venti milioni di esemplari. Lo scooter è stato (ed è) protagonista di migliaia di raduni, di viaggi avventurosi e persino di giri del mondo. È apparso in numerosissimi film, guidato da attori e attrici internazionali. Nessuno ha più emulato l'allegra e sentimentale galoppata per le strade romane della coppia Peck - Hepburn; tuttavia l'immagine della Vespa è stata arricchita dalle caratteristiche delle differenti personalità che l'hanno guidata. Come quella della seducente Angie Dickinson, che colma il vuoto del telaio dell'ing. D'Ascanio con le gambe più belle di Hollywood.

L'UNIVERSALITÀ Da un punto di vista sociale, la Vespa fu una rivoluzione, paragonabile a quella della Volkswagen, la vettura del popolo, che per diffusione e durata può essere paragonata alla sua più economica sorellina italiana. Entrambe consentirono una maggiore libertà di movimento nel lavoro e nel tempo libero alle categorie meno abbienti, soprattutto operaie e impiegatizie, ma nello stesso tempo catturarono l'interesse, e successivamente la passione, dei giovani di tutte le classi sociali. Benché destinata, nelle intenzioni degli ideatori, ai percettori di redditi modesti, la sua eleganza, l'originalità e la praticità le conferirono un connotato universale, e talvolta persino snobistico. Come più tardi sarebbe avvenuto per la 500, la Vespa fu (ed è) usata dall'operaio per arrivare in fabbrica, dallo studente per accedere all'Università e dalla raffinata borghese nello shopping cittadino. Fu insomma uno dei primi tentativi di conciliazione interclassista.

SPIONAGGIO INDUSTRIALE Qualche mugugno arrivò, come al solito, dal Partito Comunista. Da un lato, la motorizzazione di una larghissima fascia di lavoratori smentiva quel progressivo impoverimento del proletariato che, secondo l'apocalittica marxista avrebbe condotto alla rivoluzione, e dall'altro dimostrava che, nei Paesi capitalisti, la classe operaia viveva meglio dei compagni protetti dalla cortina di ferro. Dopo la morte di Stalin, e con l'avvio del disgelo, Kruscev cercò di raggiungere e di superare l'Occidente nell'economia e nella tecnologia. Ci riuscì, provvisoriamente, nell'industria aerospaziale, ma per il resto si limitò a rubare progetti e produrre imitazioni. Così, nel settembre del 56, la stampa di regime pubblicò la trionfale notizia che una fabbrica a Kirov aveva lanciato lo scooter leggero Vjatka 150: una scandalosa copia del nostro gioiellino, frutto probabilmente dello spionaggio industriale, quello stesso che anni dopo avrebbe portato alla costruzione del Concordsky, brutta copia del Concorde, che però non ebbe seguito.

L'ANEDDOTO Al contrario, l'imitazione sovietica della Vespa fu un successo, tanto che qualche inguaribile apologeta insinuò che fosse meglio dell'originale, e che fosse disponibile a bassissimo prezzo per un larghissimo consumo. La smentita più beffarda arrivò dai Samizdat, la stampa clandestina del dissenso russo, che fece circolare una storiella che val la pena di raccontare. Un fedele militante scrive alla Pravda: Cari compagni, mi si dice che sulla Piazza Rossa ogni settimana regalano una Vjatka 150 agli operai più benemeriti. Mi rallegro e mi propongo. E il direttore risponde: Caro compagno, la notizia è sostanzialmente esatta, con alcune precisazioni marginali: non si tratta solo della Piazza Rossa, ma di tutto il Paese, e la frequenza non è settimanale, ma giornaliera; inoltre non si tratta di Vjatka, ma di biciclette; infine non è che le regalino, le rubano.

Vespa, i 75 anni della ragazza degli italiani. Simone Savoia il 23 Aprile 2021 su Il Giornale. Il presidente dei vespisti: "L'Italia s'è Vespa!". 23 aprile 1946, 75 anni fa. L’Italia è ancora ferita dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale. Non è più una Monarchia nella pienezza dei suoi poteri perché il 5 giugno 1944 Re Vittorio Emanuele III ha nominato il figlio Umberto II luogotenente generale del Regno. Non è ancora una Repubblica perché diventerà tale solo dopo il referendum del 2 giugno 1946. Solo da pochi mesi l’amministrazione dello Stato era rientrata in mani italiane, perché solo il 31 dicembre 1945 gli Alleati anglo-americani avrebbero ceduto i poteri esercitati in questo senso dal settembre 1943. Un Paese distrutto dai bombardamenti, povero, affamato, con pochi collegamenti ferroviari e stradali. Ma un’Italia vitale, geniale, laboriosa, piena d’idee e vogliosa di ripartire. Quel 23 aprile 1946 la Piaggio & C. di Enrico Piaggio da Pontedera deposita a Firenze il brevetto di un nuovo motociclo, la Vespa 98, numero riferito ai centimetri cubici. Il primo esemplare lo aveva visto lo stesso Piaggio. A mostrarglielo era stato il cervello tecnico dell’azienda: Corradino D’Ascanio. Ingegnere, aveva progettato il primo prototipo di elicottero moderno e si era formato in parte negli Stati Uniti. Odiava le motociclette, non gli piacevano nemmeno come oggetto ingegneristico. Fu proprio questa ripulsa che gli fece ideare un motociclo anzitutto comodo. Seduti come a casa, con il serbatoio per il carburante spostato sul retro, senza costringere il guidatore a tenerlo fra le gambe. Quando Enrico Piaggio lo vide esclamò “Sembra una vespa!”. Nasceva così uno dei miti dello stile italiano nel mondo. Da allora è stata un’esplosione fino a quasi 19 milioni di esemplari prodotti sino a oggi (di diversi modelli naturalmente). Lo scooter volante entrò trionfale nell’immaginario degli italiani soprattutto dopo che la Vespa diventò nel 1953 protagonista del film “Vacanze romane” con Audrey Hepburn e Gregory Peck: una vera diva di Hollywood. “Peccato solo che le restrizioni causate dal coronavirus non ci consentano di festeggiare il compleanno della nostra amata come avremmo voluto” dice Roberto Leardi, presidente dei Vespa Club d’Italia. Una rete italiana di 70mila appassionati distribuiti in 583 club disseminati lungo la Penisola. Quante Vespa possiede, Leardi? “Circa una ventina, ma ci sono collezionisti che mi superano e di parecchio. Attualmente ho la Vespa 300, Euro 3. Ma ho un 150-GS degli anni Sessanta, 4 marce e 100 chilometri orari. E sono particolarmente affezionato a una PX del 1977, prodotta in 3 milioni di esemplari”. Da dove nasce quest’amore per la Vespa? “Le rispondo con la prima pubblicità dell’amata, quella del 1946. C’è una donna in tailleur che guida la Vespa con una mano mentre saluta con l’altra mano. In quell’immagine ci sono molte chiavi di lettura del successo della Vespa. La facilità di guida col cambio direttamente sul manubrio, la comodità di non essere costretti a cavalcare il serbatoio, la possibilità di guidare per una donna vestita elegantemente, non da Amazzone, un motociclo pensato per un pubblico vasto e non solo per piloti esperti. Eravamo nel 1946, direi davvero in anticipo sui tempi!”. Il vespista da cosa si riconosce? “Intanto dalla carenatura! Ce l’ha solo la Vespa! E poi la Vespa consente un modo di viaggiare semplice, immediato, a contatto con i luoghi che attraversa. Pensi che nel 1953 nacque il primo Vespa Club d’Europa, diventato EuroVespa nel 1955. Negli anni i vespisti di tutto il Vecchio Continente si sarebbero ritrovati nei raduni salutandosi e stringendo amicizie, magari anche senza capirsi come lingua. La Vespa ha unito l’Europa prima della politica”. Ha fatto molti viaggi in Vespa? “Assolutamente sì. Ricordo, tra l’altro Salonicco, Lisbona, Belgio, Londra, Belfast. La mia fedele PX non mi ha mai tradito”. La Vespa è stata ed è uno dei miti dello stile italiano nel mondo. Viene citata in molte canzoni, da Vasco Rossi a Cesare Cremonini (“Vespa 50 Special” del 1999 è diventato un inno vespista). Compare in numerosi film, oltre “Vacanze romane”, “La dolce vita” di Federico Fellini (1960), “American Graffiti” (1973) di George Lucas, “Caro diario” di Nanni Moretti (quest’ultimo del 1993 un vero inno al vespista). Lo scrittore cremasco Giorgio Bettinelli (1955-2008) in Vespa ci ha girato il mondo, arrivando ad esempio in Terra del Fuoco dall’Alaska o da Roma a Saigon, nel Vietnam: i suoi diari di viaggio costituiscono un magnifico ritratto del vespismo come filosofia di vita. E poi le campagne pubblicitarie della Vespa hanno segnato un’epoca. Da quella del 1946 sull’emancipazione femminile (per la prima volta in Italia le donne esercitavano il diritto di voto) citata da Leardi, al motto dell’industrializzazione e dei consumi di massa “Vespizzatevi!” fino alla contestazione sessantottina con la mela, frutto del peccato e della Vespa, per arrivare al boom dello stile italiano nel mondo durante gli anni Ottanta con il mare, la giungla e gli spazi aperti naturali. Ma quale biglietto di auguri per questo intramontabile mito italiano? Non può che scriverlo il presidente dei vespisti italiani Leardi: “Queste due ruote, quella scocca inconfondibile, quel senso di libertà ci accompagneranno per molti anni ancora. E sarà sempre una nostra bandiera: l’Italia s’è Vespa, del resto!”. Buon compleanno, ragazza di 75 anni. Lanciata a tutta velocità verso la pietra miliare del secolo di vita.

Vespa, i 75 anni di un mito che ha conquistato il mondo. Giuseppe Calabrese su La Repubblica il 23 aprile 2021. 19 milioni di esemplari prodotti e la commercializzazione in 83 paesi: per festeggiare è stata realizzata una limited edition. Un’icona, un brand che è diventato un cult. Un mito su due ruote. La Vespa festeggia 75 anni e lo fa raggiungendo un grande traguardo: 19 milioni di esemplari prodotti in tutto il mondo, di cui quasi due milioni negli ultimi dieci anni. Un boom che non ha eguali e che, dalla primavera del 1946, ha segnato la vita di tantissimi ragazzi, entrando nella cultura del nostro paese. La Vespa che celebra i 19 milioni è una GTS 300, ma la special edition comprende anche – limitatamente al 2021 - una Vespa Primavera (nelle cilindrate 50, 125 e 150) e, oltre alla 300, anche una GTS 125. La scocca di Vespa 75th è giallo metallizzato, mentre sulle fiancate e sul parafango anteriore compare il numero 75 in una tonalità più accentuata. Vespa festeggia 75 anni e raggiunge lo straordinario traguardo dei 19 milioni di esemplari prodotti a partire dalla primavera del 1946. La Vespa che celebra i 19 milioni è una GTS 300 nella serie speciale 75th ed è stata assemblata nello stabilimento di Pontedera, dove Vespa è prodotta ininterrottamente dal 1946. 19 milioni di Vespa sono altrettante storie di ragazze e ragazzi che, in tutto il mondo, hanno conquistato la libertà in sella alla due ruote più amata. Vespa ne ha accompagnato le vite, incarnato i sentimenti e il desiderio di libertà. La Vespa è oggi uno di quei rari prodotti che fanno stabilmente parte del paesaggio della nostra vita quotidiana. Questo momento straordinario arriva mentre Vespa vive uno dei momenti più luminosi della sua storia, commercializzata in 83 paesi in tutti i continenti è oggi il veicolo a due ruote più famoso e amato al mondo. Da tempo Vespa ha largamente superato la sua funzione di mezzo per il commuting facile ed elegante per diventare un brand globale, un simbolo della tecnologia e dello stile italiani, capace di accomunare nel suo nome, milioni di appassionati. Una gamma in continua evoluzione e tecnologicamente sempre di avanguardia, uno stile unico, al di sopra di mode e tendenze che ha saputo rinnovarsi sempre rimanendo fedele ai suoi valori originali, sono tra i motivi di un successo che si misura in oltre un milione e 800mila veicoli prodotti negli ultimi dieci anni  Allo scoccare dei suoi 75 anni Vespa è più che mai un marchio globale, tra i più noti del made in Italy, una vera cittadina del mondo che è prodotta in tre siti produttivi: Pontedera, la cui produzione è destinata all’Europa, all’America e a tutti i mercati occidentali; Vinh Phuc, in Vietnam, che serve il mercato locale e i paesi del Far East e in India, nel modernissimo impianto di Baramati, aperto nel 2012, dal quale escono le Vespa per il mercato indiano e del Nepal. Per il suo 75° compleanno Vespa si presenta in una serie speciale Vespa 75th, disponibile per Vespa Primavera (nelle cilindrate 50, 125 e 150 cc) e per Vespa GTS (nelle cilindrate 125 e 300 cc), limitatamente al 2021.La scocca di Vespa 75th si colora dell’inedito metallizzato Giallo 75th che, studiato espressamente per questa serie, reinterpreta in chiave contemporanea cromie in auge negli anni Quaranta. Sulle fiancate e sul parafango anteriore compare il numero 75 in una tonalità più accentuata, a creare un elegante tono su tono, come anche nella vista frontale dove la tradizionale “cravatta” è rifinita in tinta opaca giallo pirite. Non più solo un mezzo di trasporto, dunque, ma un brand globale presente in 83 paesi del mondo e in tutti i continenti, la Vespa è stata capace di innovarsi e adattarsi ai tempi e alle diverse esigenze, senza mai snaturare i propri valori e la sua immagine giovane e contemporanea. Fin dal 23 aprile di quel lontano 1946, quando la Piaggio deposita il brevetto per “motocicletta a complesso razionale di organi ed elementi con telaio combinato con parafanghi e cofano ricoprenti tutta la parte meccanica. Lì nacque la Vespa, scooter motorizzato con un monocilindro due tempi da 98 cc, costruito nello stabilimento di Pontedera. Lì è nato un mito destinato a diventare simbolo del made in Italy e a conquistare intere generazioni. E che negli anni ha saputo coniugare praticità e tecnologia, design ed eleganza. Oggi la Vespa ha una carrozzeria portante interamente costruita in acciaio, è dotata di motorizzazioni ecologiche e soluzioni tecniche di supporto alla guida all’avanguardia. E la sua storia è fissata nelle date che hanno accompagnato la sua crescita. Nel 1948 viene introdotta la Vespa 125, due anni dopo inizia a produrre anche in Germania e poi anche in Inghilterra (1951). Nel 1953 viene immortalata nel film "Vacanze romane" con Gregory Peck e Audrey Hepburn. Nel 1964 nasce il Vespino, ossia la cilindrata 50 e nel 1968 la campagna "Chi Vespa mangia le mele" rivoluziona il mondo della pubblicità. Ricerca e avanguardia, la Vespa ET3 è il primo scooter ad accensione elettronica (1976), mentre nel 1984 la PK 125 è la prima con cambio automatico. La motorizzazione 4 tempi arriva nel 1996 con la ET4, nel 2000 si riapre il mercato Usa. Anche i 60 anni (2006) furono festeggiati con un'edizione speciale, mentre nel 2018 è nata la Vespa elettrica. Per finire con il 2021 e i 19 milioni di esemplari prodotti.

·        70 anni dalla nascita del Totocalcio.

Totocalcio, 70 anni fa nasceva il 13 alla schedina: la storia dietro al numero che ha fatto sognare gli italiani. Settant’anni fa nasceva il 13 al Totocalcio: la vera storia di un numero che ha fatto sognare. Fiorenzo Radogna su Il Corriere della Sera il 21/1/2021. Quando lo sport e i suoi derivati segnano la nostra cultura nazionalpopolare. Ne fissano (piccoli) punti di riferimento. Magari a partire dai modi dire; da un'espressione gergale. Per un cinquantennio e oltre, «fare 13 al Totocalcio» è stata molto più che una frase a indicare una vincita (più o meno cospicua): è diventata una metafora. Legata al nostro modo di esprimerci di italiani sempre in cerca di una scorciatoia, di un sogno. Per farci più ricchi, vincenti, protagonisti. E poco importa se, dopo settant'anni esatti, questa stessa frase diventa veramente comprensibile solo per ultracinquantenni a corto di «upgrade gergale». Il 21 gennaio 1951, una piccola modifica al concorso di pronostici calcistici non cambia solo il «gioco» — nato come «Sisal» nel 1946; ideato da Massimo Della Pergola, Fabio Jegher e Geo Molo; diventato «Totocalcio» solo nel 1948 col passaggio ai Monopoli di Stato — ma anche il nostro modo di parlare. Fino a quel giorno infatti erano dodici i risultati delle partite da indovinare sulla schedina. Ma da quella domenica calcistica il Totocalcio ne avrebbe aggiunta una in più: la tredicesima. Facendo del «13» il numero fortunato (solo nel calcio). La svolta nel concorso del Totocalcio numero 20 della stagione calcistica 1950-51. Fino alla giornata precedente per portarsi a casa il bottino intero sarebbe bastato un semplice «12», «en plein» di tutte le gare elencate su quel piccolo pezzo di carta (con matrice): una possibilità su 531.441. Poche? Non abbastanza, se è vero che quasi ogni domenica sera erano in tanti – questa volta decisamente troppi — a tenere in mano il mitico foglietto con tutti i risultati giusti.

Notte insonni (quasi) per nulla. Visto che per tanti vincitori, c'era una quota popolare da doversi calcolare e spartire. Così, a cinque anni dal varo della schedina, ecco che i funzionari dei Monopoli di Stato optarono per il colpo gobbo: si continuarono a pagare i «12», ma il bottino pieno si sarebbe ottenuto solo indovinando il 13esimo pronostico. Prima giornata di ritorno della serie A 50-51 – in classifica comanda l'Inter campione d'inverno con 32 punti, davanti al Milan 31, alla Juve 30; quarto il sorprendente Como a 24 — ed ecco la griglia dei tredici pronostici da imbroccare (con altre regole immutate): Roma-Bologna, Triestina-Como, Lucchese-Genoa, Inter-Lazio, Udinese-Milan, Fiorentina-Napoli, Samp-Novara... e via via tutte le altre. Le probabilità di ottenere la vincita massima «degradano» a 1 su 1.594.323, ma le quote destinate ai vincitori lievitano. Di più: s'impennano al punto che rischiano (e spesso ci riescono) a cambiare la vita dei fortunati (bravi, meno bravi e sistemisti vari). Un cambiamento che alla gente piace e che sarà seguito, a distanza di un anno, da un' altra importante novità sulla schedina: sarà introdotta la seconda colonna. Quella che darà al foglietto con matrice il suo aspetto storico. Costo minimo: 100 lire a colonna. Il numero dei giocatori crescerà vertiginosamente, sull'onda delle prime (celebratissime) vincite multimilionarie.

I primi a superare i 100 milioni di lire? Tali Renzo Rinferi di Prato e Luigi Piacenza di Savona: per ognuno, un «13» da 104 milioni. Il montepremi più alto registrato sarà di quasi 34 miliardi e mezzo di lire (34.470.967.370 lire) in occasione del concorso n. 17 del 5 dicembre 1993. Con modeste vincite distribuite ai 1.472 «tredici»: poco meno di 12 milioni di lire (circa 10mila euro di oggi). Un mese prima però sarebbe stata registrata la vincita più alta in assoluto della storia del Totocalcio: il 7 novembre di quell'anno, infatti, ai soli tre «13» sarebbero stati pagati circa cinque miliardi di lire ciascuno. In particolare: in una ricevitoria di Crema – la tabaccheria Bonelli - fu giocato un sistema che pagò 5.549.756.245 lire (circa 4milioni 600mila euro attuali). Sconosciuto il vincitore. Poi intorno alla fine degli anni 90, il declino. Inevitabile per le mode, i costumi e le esigenze di un mondo che si evolveva (o involveva?). Le leadership del Totocalcio cominciò a vacillare inizialmente per la comparsa di altri concorsi calcistici (Totogol, Totosei e Totobingol); poi per il colpo definitivo: la legalizzazione (dal 1998) delle scommesse sportive. E il mito del 13? Proverà a resistere, ogni giorno sempre più periferico nel convulso panorama delle puntate sportive, fino all'agosto del 2003 quando, su quella schedina che per decenni aveva titillato le nostre ambizioni di potenziali ricconi, comparve il «Tredicissimo» (il 14esimo risultato da indovinare). Una sorta di titolo di coda per un teatro dei sogni sul quale calava il sipario, lasciando in eredità solo un modo di dire: «Fare 13 al Totocalcio». Forse mai una stessa speranza, è stata così tanto condivisa dall'italiano-medio.

·        60 anni dalla nascita di Diabolik.

Diabolik compie 60 anni: storia della Jaguar che fa sognare da generazioni. Giacomo Casadio su Il Corriere della Sera il 10 novembre 2021. L’antieroe creato da Angela e Luciana Giussani, re del terrore e genio della meccanica, era capace di installare ogni sorta di marchingegno sulla sua auto. Eppure, all’inizio, la casa britannica non concesse l’uso del logo del giaguaro negli albi a fumetti

Diabolik compie 60 anni: storia della Jaguar che fa sognare da generazioni

Enzo Ferrari la definì «l’auto più bella mai realizzata». Non si riferiva a una Ferrari, ma a una Jaguar. E non a una Jaguar qualsiasi, ma alla E-Type, la Jaguar di Diabolik. Probabilmente il Drake esagerava. Era nel suo stile, specie se si trattava di vetture della concorrenza. Ma è altrettanto probabile che ne fosse davvero entusiasta: vuoi per l’eleganza, vuoi per il colore «nero come la notte», vuoi per la linea affusolata, ma decisamente sportiva. La Jaguar E-Type, del resto, ha stregato decine di migliaia di appassionati in tutto il mondo. 

Anti-eroe

Geniale, perfezionista, quasi epico e, al tempo stesso, spietato e crudele, per certi versi sadico, Diabolik è un antieroe - oggi lo chiameremmo villain - elevato al rango di eroe. Un personaggio, quello creato da Angela e Luciana Giussani nel 1962, decisamente fuori dagli schemi. Ladro di professione, Diabolik non esita a uccidere chi intralcia i suoi piani. Eppure è dotato di radicati principi etici, come l’onore, la tutela dei più deboli, il senso dell’amicizia e della riconoscenza. L’incontro fatale con Eva Kant, raccontato nel terzo numero della serie (L’arresto di Diabolik, uscito nel marzo del 1963), lo cambierà (cambierà entrambi) per sempre.

Anche Eva Kant ha una E-Type

Come Diabolik, anche Eva Kant ha una sua personale E-Type (ovviamente bianca). Ma le Jaguar nere del re del terrore non hanno eguali.Diabolik le elabora personalmente dotandole dei trucchi più ingegnosi, indispensabili nelle fughe spesso rocambolesche. Tutte (o quasi) le auto sono blindate e gli pneumatici sono di gomma piena. I proiettili sparati dalla polizia e dagli investigatori rimbalzano sulla carrozzeria. Ginko - il detective la cui missione di vita è arrestare Diabolik (un po’ come l’ispettore Zenigata con Lupin III) - l’ha imparato a proprie spese, il vecchio sistema dei chiodi sulla strada non ha alcun effetto.

Jaguar non voleva

Come può un’auto vecchia, datata 1961, competere e vincere (sempre) contro modelli più nuovi, veloci e recenti? Risposta scontata: Diabolik è un genio, capace di installare ogni sorta di marchingegno sulla sua Jaguar, modificandone il motore e le sospensioni così da avere sempre la meglio sulle vetture più moderne. E pensare che, negli anni ’60, vista la natura criminale del personaggio e temendo una pubblicità negativa, Jaguar aveva diffidato Astorina dall’utilizzo del logo del giaguaro nei fumetti. Salvo poi chiedere alla stessa casa editrice milanese di inserire alcune immagini tratte dal fumetto nel libro celebrativo dei 50 anni del modello.

Una vettura all’avanguardia

La Jaguar E-Type è entrata talmente nell’immaginario collettivo che, negli anni, molte aziende hanno cercato di costruire repliche (più o meno fedeli) dell’esemplare disegnato da Malcom Sayer nel 1961 e presentato al Salone di Ginevra. Quella inglese, prodotta in 72mila esemplari fino al 1975, è stata la prima vettura stradale sportiva a impiegare freni a disco su tutte le ruote e sospensioni posteriori indipendenti.Già all’epoca, la E-Type era un’auto all’avanguardia, bellissima e aerodinamica, capace di raggiungere i 240 kmh. Il motore, un 6 cilindri con cilindrata da 3.800 cc, era in grado di sprigionare 265 cv. Per celebrarla degnamente, nel marzo scorso - in occasione del 60esimo anniversario - Jaguar ha lanciato le E-type 60 Collection. I 12 modelli realizzati, venduti rigorosamente in coppia (una E-type 60 Edition coupé e una E-type 60 Edition roadster), sono rifiniti con le esclusive colorazioni Flat Out Grey e Drop Everything Green, ispirate ai colori originali del 1961. 

La mostra

Diabolik, invece, spegnerà 60 candeline nel 2022, ma i festeggiamenti sono già iniziati. Fino al 14 novembre, alla Cartoomics-Milan Games Week, resterà allestita la mostra Diabolik - 900 albi 1962-2022, in cui, oltre a tutti gli albi usciti dal 1962 a oggi, sarà esposta l’anteprima della copertina del numero 900, in edicola a febbraio. Una graphic novel a colori e una novelization (entrambe edite da Mondadori) affiancheranno l’uscita nelle sale, il 16 dicembre, del film dei Manetti Bros, con Luca Marinelli nella parte di Diabolik e Miriam Leone in quella di Eva Kant. Contemporaneamente, a Torino, si alzerà il sipario su due mostre (al Museo del cinema e al Mauto) imperniate sul rapporto tra il re del terrore, il cinema e la sua auto.

I 60 anni di Diabolik tra mostre, film e fumetti. La Repubblica l'11 novembre 2021. Sono sessant'anni che Diabolik fa la storia del fumetto seriale, accompagnando con le sue avventure generazioni di italiani (e non solo). Per festeggiare questo compleanno del Re del Terrore creato dalle sorelle Giussani, che arriverà nel 2022 e perciò tra pochi mesi, la casa editrice Astorina ha pensato a un lungo programma di uscite ed eventi, anche in contemporanea con l'arrivo del film dei Manetti bros.

Le mostre

Si parte subito da domani 12 novembre con una mostra a Cartoomics/Milan Games Week (fino al 14 alla Fiera Milano Rho). Sono stati radunati per l'occasione tutti gli albi usciti dal 1962 a oggi e verrà mostrata in anteprima la copertina del numero 900, che uscirà in edicola solo da febbraio 2022.

L'albo d'esordio, uscito il primo novembre del 1962, scritto dalle sorelle Angela e Luciana Giussani. La prima edizione fu disegnata dal misterioso Zarcone  

Sono poi previste altre due monografiche a Torino, al Museo dell’Automobile, dove sarà protagonista l'iconica Jaguar E-Type con un modello esposto dal vivo e numerose gigantografie che la vedono nella storia del fumetto. E al Museo del Cinema, dove tutto verterà sul rapporto tra Diabolik e il grande schermo, a partire dal film di Mario Bava del '68. Entrambe verranno inaugurate il 16 dicembre, in occasione dell'uscita dell'adattamento cinematografico dei Manetti bros, ma saranno visitabili dal giorno seguente.

I numeri speciali e le raccolte

Ginko e Diabolik tornano in edicola a dicembre nel sesto volume Magnum dedicato alla loro eterna lotta: si intitola Nemici, sempre. Il settimo Magnum sarà invece rivolto ai primi cento albi della saga e sarà pronto per giugno del prossimo anno, in tempo per il centenario della nascita di angela Giussani.

A gennaio 2022, invece, per la serie regolare, Il marchio dell'assassino vedrà l'ultimo lavoro del maestro Enzo Facciolo, colonna della serie dal '63 e scomparso lo scorso agosto. A febbraio, ormai in pieno anno del sessantenario, sarà la volta del numero 900: Novecento minuti di furore (con testi di Mario Gomboli, Andrea Pasini e Rosalia Finocchiaro, disegni di Sandro Giordano, Jacopo Brandi e Giuseppe Palumbo). Da ricordare, poi, l'appena uscito Diabolik sottosopra, la reinterpretazione in chiave comica di Silvia Ziche, con Tito Faraci e Mario Gomboli, per Feltrinelli Comics.

Le uscite in occasione del film

Il 16 dicembre arriva nelle sale l'adattamento dei Manetti bros, accolto bene alla Festa del cinema di Roma, con la commozione in primis dei due fratelli. Il film è liberamente tratto dall'incontro tra Eva e Diabolik raccontato nel terzo episodio della saga uscito nel '63. Proprio perché in effetti quella che andrà sul grande schermo è una storia tutta nuova, avrà il suo graphic novel, Diabolik il Film, dal 7 dicembre per Astroina/Mondadori (testi Michelangelo La Neve, Mario Gomboli e Rosalia Finocchiaro, disegni di  Salvatore Cuffari e Giulio Giordano, colori di Bianca Burzotta e copertina del maestro Claudio Villa). Sempre nella collana Oscar ci sarà anche la versione libro, curata dal giallista Andrea Carlo Cappi, con copertina e illustrazioni d'autore. Questo in libreria, mentre in edicola con l'albo Come per magia i lettori troveranno in omaggio un fascicolo sul film.

Sempre dal 7 dicembre Mondadori ha in serbo altri due romanzi, ripresi però dai fumetti regolari: Ciak si ruba e Scacco a Diabolik. Ciascuno raccoglie tre storie e qualche sorpresa.

Diabolik in altre salse

Nella varia, la casa editrice ha previsto il lancio di un gioco da tavolo con Pendragon, Diabolik Storie - La Lama della Vendetta, in cui bisognerà portare a termine un colpo. Ma Astorina ha anche in serbo una collaborazione con alcuni marchi di vestiti - Liu Jo, Intimissimi, Piazza Italia, Alcott, Zuiki - per realizzare a tema Re del Terrore o Eva. E infine c'è il Kalendario: quello 2022 avrà tredici illustrazioni inedite e una versione variant. Verrà distribuito con il numero di Diabolik questo mese in edicola. Sarà presentato proprio a Cartoomics in edizione limitata. Dulcis in fundo, nel 2023 il Kalendario sarà invece dedicato a Eva Kant (pure lei va verso i sessanta).

·        200 anni dalla morte di Napoleone Bonaparte.

L'anniversario. Napoleone Bonaparte, il grande condottiero e statista francese moriva 200 anni fa. Alessandra Necci su Il Riformista il 5 Maggio 2021. …. La procellosa e trepida/ Gioia d’un gran disegno, / L’ansia d’un cor che indocile/ Serve pensando al regno;/ E il giunge, e tiene un premio/ Ch’era follia sperar;/ Tutto ei provò: la gloria/ Maggior dopo il periglio, La fuga e la vittoria, / La reggia e il tristo esiglio;/ Due volte nella polvere/ Due volte sull’altar…Quando si parla di Napoleone e del 5 maggio 1821, giorno della sua morte a Sant’Elena, esattamente 200 anni fa, a molti vengono in mente le parole della poesia di Alessandro Manzoni. E non solo quel lapidario “Ei fu”, bensì i versi successivi, capaci di tratteggiare mirabilmente “il gran disegno”, l’ascesa folgorante, la caduta, il colpo d’ala e il crollo definitivo. Nonché l’annuncio della morte, che lascia la terra “attonita”. La sua avventura umana, militare, politica non conosce eguali. Si possono fare, certo, i nomi di grandi condottieri come Annibale e Cesare (prediletti dal Corso); di un conquistatore come Alessandro Magno, ma nessuno è riuscito a esprimere i propri talenti in così tanti campi. Ancora oggi, rileggendo le tappe della sua vicenda, si prova un senso di incredulità. Luis Borges ha commentato: «Il destino degli eroi di Victor Hugo abusa dell’inverosimile, ma il destino del luogotenente d’artiglieria Bonaparte è altrettanto inverosimile». Di Napoleone è stato detto e scritto tutto e di tutto. Lo storico Jean Tulard ha affermato che sono più i libri usciti su di lui che i giorni trascorsi dalla sua dipartita. Moltissimi sono i collezionisti che nel mondo si disputano a cifre stellari i suoi cimeli: un esemplare del celebre bicorno (non l’unico da lui utilizzato) è stato venduto all’asta a Fontainebleau per un milione e mezzo di euro. Nessuno ha avuto prima di lui una simile capacità di usare la propaganda, di fare di sé stesso un oggetto di culto, interprete perfetto (insieme alla famiglia Bonaparte, ai marescialli e ai soldati) dell’epopea. Il merchandising, il marketing dell’età moderna sono nati con l’imperatore. Figlio, continuatore e censore della Rivoluzione; espressione dell’Armata aperta al merito; interprete dell’idea alta che la Francia ha sempre avuto di sé e del proprio ruolo in Europa, Napoleone ha affascinato generazioni intere. Friedrich Hegel lo ha chiamato «lo spirito del mondo a cavallo»; René de Chateaubriand (che pure non lo amava) lo ha definito «il più potente soffio di vita che abbia mai animato l’argilla umana». Lo stesso uomo, tuttavia, può suscitare odi e antipatie. C’è chi lo considera un tiranno, un guerrafondaio e chi lo paragona ai peggiori dittatori. Negli ultimi mesi, in nome di quel memory cancel, quel “tribunale del presente” allineato al “politicamente corretto” che va tanto di moda e sembra incapace di collocare i grandi personaggi nel loro contesto storico, è stato bollato come misogino e schiavista. Nulla è più pericoloso, tuttavia, che arrogarsi la facoltà di giudicare in nome di parametri attuali e teorici. La vicenda di colui che veniva chiamato dai suoi soldati le petit caporal deve essere studiata innanzitutto alla luce dell’epoca in cui è vissuto. Anche se poi egli saprà innalzarsi ben al di sopra di essa. Nato in Corsica il 15 agosto 1769 – quella Corsica che sino all’anno prima apparteneva a Genova – da una famiglia modesta di piccola nobiltà; legatissimo al proprio clan, alla madre, ai fratelli e alle sorelle (il padre morì presto); molto vicino all’Italia per vincoli familiari, culturali e linguistici, Napoleone era stato mandato ancora bambino a studiare in Francia, all’accademia militare. Aveva quindi assistito alla Rivoluzione e, pur condannando gli eccessi giacobini, aveva aderito agli ideali di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza.

Solo la fine dell’Ancien Régime, dell’antico ordine di origine feudale, poteva del resto aprire la strada al merito, spazzando via privilegi obsoleti. Si era quindi messo in luce alla fine del 1793 con la riconquista di Tolone, divenendo generale di brigata. Da lì, era stato un crescendo. Sposatosi con la fascinosa Giuseppina de Beauharnais, aveva comandato l’esercito nella Campagna d’Italia iniziata nel marzo 1796, dove aveva conosciuto trionfi sino allora inimmaginabili e gettato nella penisola i semi di una parte dei futuri ideali risorgimentali. Lo stesso Ludwig Beethoven, folgorato, gli dedicò L’Eroica, anche se straccerà la dedica quando Bonaparte si farà nominare imperatore. Impadronitosi del potere con il colpo di Stato del 18 Brumaio, ovvero il 9 novembre 1799, Napoleone diviene quindi Primo console e padrone della Francia. Ė “un uomo nuovo”, erede ideale del Principe di Machiavelli. Gli anni del Consolato sono i più straordinari, quelli in cui il genio di Bonaparte si esprime in modo più proficuo. Gli anni delle battaglie vinte, certo, ma anche quelli della pacificazione. Alessandra Necci

Ma chi sei, Napoleone? Ha cambiato la storia e oggi, a duecento anni dalla morte, la sua figura non smette di alimentare polemiche. Con Corrado Augias, Daria Galateria, Anais Ginori, Francesco Merlo e un'intervista ad Alessandro Barbero di Simonetta Fiori, il nostro supplemento (in edicola da sabato 1° maggio con Repubblica) indaga sul generale che volle farsi imperatore. La Repubblica il 29 aprile 2021. Due secoli fa moriva in solitudine a Sant’Elena Napoleone Bonaparte. In meno di vent’anni, tra il 1796 e il 1815, aveva cambiato il volto dell’Europa. Cosa resta della sua figura? Perché la Francia si interroga, tra le polemiche, su come celebrare il suo bicentenario? E perché ancora oggi “credersi Napoleone” è sinonimo di follia, megalomania, sopravvalutazione dei propri mezzi? Sulla copertina di Robinson di questa settimana, in edicola da sabato 1 maggio con Repubblica (e tutta la settimana a 50 centesimi) e intitolata Ma chi sei Napoleone? è Corrado Augias a tracciare il profilo – storico ma anche caratteriale – del generale che volle farsi imperatore, disegnandone i tratti di grandezza e gli errori fatali. Da Parigi, invece, la nostra corrispondente Anais Ginori racconta come la mostra-biopic sull’imperatore dei francesi, costata 5 milioni di euro e in stand-by per via della pandemia, accenda le polemiche ancor prima dell’apertura: bisogna celebrare Bonaparte o esecrarlo per via della sua legge che avallava la schiavitù? Oltre al profilo pubblico, vi raccontiamo - con Daria Galateria - il Napoleone privato, quello delle celebri lettere d’amore (e sesso) all’amata e poi ripudiata Joséphine de Beauharnais, mentre Francesco Merlo indaga sul perché Napoleone, simbolo di chi perde la testa immaginando di essere lui e protagonista di infinite barzellette, è però allo stesso tempo al centro delle pagine dei grandi artisti, da Hugo a Stendhal fino a Lacan. Infine, a colloquio con Simonetta Fiori, Alessandro Barbero riflette sull’eredità napoleonica nella modernità. Con un’avvertenza per chi vorrebbe semplicemente cancellare il passato: “uno storico non deve giudicare l’animuccia personale di Napoleone, piuttosto deve capire perché la gente fosse disposta a farsi scannare per lui. E non in nome dello sterminio, come sarebbe accaduto nella Germania hitleriana. Ma in nome della libertà, dell’eguaglianza e del progresso”. Nelle pagine seguenti, come sempre, ampio spazio alle critiche: a recensire per i lettori di Robinson alcune tra le più interessanti novità in libreria sono, tra gli altri, Giancarlo De Cataldo – che ci guida alla riscoperta dell’inglese Jane Gardam – e Michele Smargiassi, che in occasione della pubblicazione italiana di L’immagine fantasma ripercorre la traiettoria del francese Hervé Guibert, critico, fotografo e romanziere francese scomparso nel 1991. Altro autore da riscoprire è Dante Arfelli, protagonista questa settimana del nostro spazio “A grande richiesta”: Maurizio Di Fazio ripercorre la traiettoria dello scrittore de I superflui, che dopo il successo di quel solo romanzo finì per vivere grazie alla legge Bacchelli. Nelle pagine dell’Arte questa settimana vi raccontiamo la riscoperta di Regina Cassolo Bracchi, futurista e maestra dell’avanguardia novecentesca. È Christine Macel, direttrice della Biennale d’arte di Venezia del 2017, e “conservatrice en cheffe” al Centre Pompidou di Parigi, a raccontarci la mostra dedicata a Regina dalla Gamec di Bergamo. E ancora: un’intervista di Ilaria Zaffino a Elizabeth Acevedo, autrice young adult e campionessa di slam poetry, nelle pagine dedicate ai libri per giovani lettori; un colloquio di Luca Valtorta, nello spazio Fumetti, con lo scozzese Mark Millar, vulcanico creatore di personaggi complessi che dalla carta trovano altre vite (ad esempio, nella serie Netflix Jupiter’s Legacy); lo Straparlando di Antonio Gnoli con critico e scrittore Mario Fortunato. E per concludere il nostro torneo letterario: si fa sempre più serrata la sfida tra i classici americani. Per scoprire chi si avvicina alla finale, basta sfogliare Robinson…

Da “Anteprima. La spremuta di giornali di Giorgio Dell’Arti” il 5 maggio 2021. L'abate Vignali gli segò il pene che nel 1999 fu messo all'asta e aggiudicato per quattromila dollari al dottor John E Lattimer, della Columbia University. La figlia di costui lo avrebbe a sua volta messo all'incanto per centomila dollari.

Francesco Merlo per "Robinson - la Repubblica" il 5 maggio 2021. Unità di misura della pazzia, voglia d' onnipotenza dell' impotente, Napoleone ha fatto ammattire Goethe, che lo paragonava alla "Apocalisse di San Giovanni", Hegel, che a Jena lo vide per fortuna una sola volta a cavallo ma gli bastò per immaginare l' Assoluto, e ovviamente quelli che lunatici lo erano già di natura, come Nietzsche che, ricoverato in manicomio a Jena (rieccola), diceva di essere l' imperatore, e come Dostoevskij, che spaccò in due l' umanità: i "Napoleone", ai quali tutto è permesso, e "i pidocchi" che tutto devono subire. Ed è naturale che Napoleone sia l' imperatore pure delle barzellette: «è a lei che devo la mia guarigione» scrive al suo medico il rinsavito firmandosi però "Napoleone", e il medico, allibito per quella pazza firma di un rinsavito, volendosi grattare la sapiente testa si toglie il petit chapeau di feltro nero e infila la mano nel gilet sotto la giubba grigia. Le barzellette che, come la filosofia, stanano le verità nascoste e spesso scomode, raccontano che c' è un Napoleone che sonnecchia in ciascuno di noi, insomma un' identità in crisi, direbbero gli studiosi che sono ammattiti studiando i matti. Tutti gli psichiatri e gli psicanalisti si sono esercitati sull' uomo qualunque che si sente Napoleone, ed è famoso l' aforisma di Lacan: «Un pazzo che pensa di essere Napoleone è evidentemente un pazzo, ma è ancora più pazzo un re che crede di essere un re». E sembra, lo so, un pirandellismo o un pirandelleggiare, un perdere se stesso nel territorio del vuoto. Perciò è bello e istruttivo rileggere L' Imperatore inesistente (Sellerio), tre saggi ottocenteschi, matte "stanzette letterarie" del negazionismo, messe insieme da Salvatore Silvano Nigro, che "provano" che il generale Bonaparte è un essere immaginario, un' allegoria, un quiproquo, una mitologia, un errore collettivo: non è mai esistito. Ecco, appunto: roba da matti. All' opposto dei negazionisti, matti sono pure gli iperrealisti, vale a dire i feticisti storici che collezionano cimeli napoleonici sempre e solo "autentici" sino alla polvere da sparo e alla giberna da granata: «credesi Napoleone I, - classificava Cesare Lombroso pensando d' essere "un Cicerone al serraglio" - crede cioè di essere un gran talento, di essere un eroe, e vuol sempre aver ragione, ha il brutto vizio di menar le mani». Con più poesia, «Napoleone era fatto così: se diceva di no, non diceva di sì» spiegava Sergio Endrigo. Ma non esistono Napoleoni illegittimi, tutti hanno diritto di diventare Napoleone, anche Wellington, the Duke, l' elegante gradasso asserragliato nella fattoria di Hougoumont, vincitore perché raccontato come un altro Napoleone, e pure il prussiano in fuga era Napoleone, e si può andare avanti così, sino a comprendere il mito ottocentesco dell' eroe romantico e il superman moderno, che vince anche quando perde, come lo immaginava il malinconico Renato Rascel: «Guarda che bel generalon / Bonaparte Napoleon / Se Bonaparte è questa qua / l' altra parte quale sarà?/ Napoleon, Napoleon, Napoleon / nel caffellatte io ci metto tre cannon». E c'è pure l'idea, ovviamente pazza, che tutte le pazzie della storia siano napoleoniche. E difatti gli archivi dei manicomi, specie francesi, raccontano le mille metamorfosi del mito di Napoleone nella testa di incendiari, erotomani, omicidi, ossessi, deliranti, schizoidi, come l' insigne studioso di Napoleone, il prof Sokolov, che nel novembre del 2019, vestito da Napoleone, ha squartato con una sega la sua studentessa, vestita da Joséphine tutti esiliati da se stessi come Napoleone che a Sant' Elena diceva: «vedo l' infinito in me». E pochissimi storici resistono alla tentazione di usare Napoleone per misurare le follie di Hitler e di Stalin, come se i due sanguinari dittatori non bastassero a se stessi. Andreotti, umilmente, lo usò così: «Ci sono pazzi che credono di essere Napoleone e pazzi che credono di poter risanare le ferrovie dello Stato». Anche l' aggettivo napoleonico è impazzito diventando, via via, napoleonesco, napoleoniano, napoleonotto, napoleonista aggettivi psicologici che comprendono tutte, ma proprio tutte le varianti della grandiosità. Del resto Napoleone è stato pure moneta, gioco d' azzardo, una speciale intensità del colore rosso E forse siamo un po' pazzi anche noi che cerchiamo logiche napoleoniche negli svenimenti e nei deliqui di Alessandro Manzoni e, Napoleoni del citazionismo, classifichiamo, tra i sani che Napoleone fece un po' ammattire, Stefan Zweig con il suo momento fatale, e Victor Hugo con il suo enigma di Dio e soprattutto con l' idea pazzamente francese che a Waterloo non vinse Napoleone, ma Cambronne. Si sa come andò. Quando il nemico inglese gli chiese di arrendersi, Cambronne rispose "merda" e condannò i suoi uomini alla morte per massacro. E però Victor Hugo scrisse: «Dire quella parola e poi morire, cosa c' è di più grande?». E ancora: «Chi ha vinto a Waterloo è Cambronne!». Di nuovo: roba da matti. Al contrario, per gli inglesi l' epica di Waterloo è ancora quella di Walter Scott, per i tedeschi il testo sacro è von Klausewitz, e poi ci sono ovviamente Stendhal e Joseph Roth. Secondo un sondaggio già vecchio il 54 per cento dei giovani inglesi da 18 a 24 anni non sa che Waterloo è la battaglia dove fu sconfitto Napoleone. Per loro non è neppure una metafora: «è nient' altro che una stazione di Londra». Nel 2015 andai a Waterloo e nel campo che fu di battaglia, nella periferia ricca di Bruxelles, 40 ettari di terra grassa, vidi la ricostruzione della più gloriosa delle disfatte insieme a 200mila spettatori che avevano comprato il biglietto. E ogni sera e per tre sere la carnevalata storica diventava industria, nel fumo e nelle fiamme dei più assordanti fuochi d' artificio, bum bum bum alla napoletana ma con la pompa magna di Napoleone. E dunque incontrai il più vero dei finti Napoleone che da vent' anni recita il suo ruolo di Imperatore in tutti i campi di battaglia ricostruiti: a Jena, a Austerliz e appunto a Waterloo. È un avvocato di Orleans con studio a Parigi, piccolo calvo e con gli occhi blu e rotondi. Sincero sino all' identificazione, mi disse: «Ahimè, misuro un metro e settantadue, tre lunghissimi centimetri in più». Ma raggiunse la perfezione quando diede l' ordine di attacco piegandosi leggermente su se stesso per simulare le imperiali emorroidi che in quel 18 giugno, secondo la storiografia del dettaglio, tormentarono Napoleone e forse gli impedirono di vincere.

Napoleone, rivelazione più che imbarazzante: "Poco dotato, gli hanno segato via il pene dopo la morte". Quanto misurava. Libero Quotidiano il 05 maggio 2021. Duecento anni fa, il 5 maggio 1821, moriva all'isola di Sant'Elena Napoleone Bonaparte. Il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, celebrerà il 200esimo anniversario della sua morte con un discorso in cui affronterà l'eredità lasciata dall'imperatore, personaggio al tempo stesso ammirato e controverso della storia di Francia. Le celebrazioni napoleoniche in Francia hanno suscitato polemiche ma il presidente Macron ha assicurato la sua presenza nel giorno della ricorrenza del 5 maggio e dall'Eliseo si fa notare che il capo dello Stato non mancherà di mettere in luce anche le ombre della carriera dell'imperatore. Su Napoleone circolano numerose leggende. Una di queste vuole che il povero Napoleone fosse poco dotato. Il suo pene misurava 4,5 centimetri a riposo e 6,1 in erezione, riporta blitzquotidiano. A misurarlo cu ha pensato John K. Lattimer urologo della Columbia University, che nel 1972 disse di aver acquistato il pene dell’imperatore per 4 mila dollari. Sempre secondo il mito il primo a possedere la reliquia sarebbe stato l’abate Vignali, suo cappellano a Sant’Elena. Ma ad oggi non si hanno notizie certe sulla presunta evirazione post mortem dell’imperatore. Anche riguardo alla sua altezza pare che Napoleone non fosse così bassetto. Gli storici concordano sul fatto che fosse alto circa 168 centimetri, ben tre in più della media dei francesi della sua epoca e tre in più dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy. Pare che fossero stati gli inglesi, per sminuirne la sua fama, a mettere in giro questa maldicenza. Infine, la questione della Gioconda. Nonostante gli italiani lo ricordino soprattutto per i numerosi capolavori sottratti durante la Campagna d’Italia, in nome di un grande sogno, quello napoleonico del Museo Universale del Louvre, non fu lui a rubare la Monna Lisa. Fonti storiche infatti rivelano che il dipinto sia stato portato in in Francia nel 1517, dallo stesso autore, Leonardo Da Vinci.

Daria Galateria per "Robinson - la Repubblica" il 3 magio 2021. «Un bacio più in basso, più in basso del seno. Sai che non dimentico le piccole visite». Quando gli capitò, inopinatamente, di innamorarsi, Bonaparte condusse la conquista della vedova Beauharnais con l'abituale energia. «Mi sveglio pieno di te. Il tuo ritratto e il ricordo dell'inebriante serata di ieri non hanno lasciato riposo ai miei sensi», le scrive, alle 7 del mattino; è l'incontro a rue Chantereine, la casa che a Bonaparte sembra l'epitome della squisitezza. E del lusso; ride Barras, l'uomo forte del Direttorio: è lui, l'amante storico, a sovvenzionare quell' eleganza che fa della Beauharnais una delle dame alla moda nella stagione delle garze neoclassiche, trasparenti, da cui tralucono giarrettiere di diamanti («i diamanti della corona», si commenta; la rivoluzione ha sei anni e il re è stato ghigliottinato da tre). Joséphine è incerta, «è curioso, questo Bonaparte», dice, mostrando le lettere ardenti che lui le scrive: vuole dominare tutto; «sono innamorata? ma no»; però, se lo sposa, Barras lo metterà a capo dell'esercito d' Italia. Bonaparte ricusa sdegnato questa "protezione", quasi un dono di nozze. - Il 9 marzo 1796 sono sposati, due giorni dopo Bonaparte parte per l'Italia. «Non ho passato un giorno senza amarti, non una notte senza stringerti tra le braccia e tu! Dal 23 al 26, sono quattro giorni, che hai fatto, invece di scrivere a tuo marito? L' Inferno non ha supplizi. Se avessi un cuore così vile da amare senza esser ricambiato, me lo strapperei con i denti». Le vittorie del nuovo Alessandro compaiono sullo sfondo: «Junot porta a Parigi 24 bandiere; tu devi tornare con lui, mi hai sentito?» (sarà il bel Murat a consegnare a Joséphine le arance d' Italia, e forse anche qualche altro, personale, omaggio). A Sant' Elena Napoleone ricorderà il languore creolo e la grazia che Joséphine metteva in ogni gesto, sempre - si racconta che la sua voce era così carezzevole e spossata che i servitori, al palazzo Imperiale delle Tuileries, si fermavano a ascoltarla dalle pareti. Joséphine si rifiuta di seguire Napoleone in Egitto, e mentre arreda, a costi stravaganti, la loro Malmaison, Bonaparte nel deserto si lega a una Pauline, modista, che i soldati chiamano Cleopatra. Le lettere d' amore di Bonaparte a Joséphine rimangono un modello del genere. Ad averne il tempo, Napoleone sarebbe stato - osservarono, a fine secolo, critici e politici - scrittore tra i più grandi. A Sant' Elena ebbe l'agio di dettare due opere magnifiche, Il Memoriale e Le guerre di Cesare, confronto, in una splendida ripresa dello stile cesariano, tra la conquista delle Gallie e la Campagna d' Italia (nasce solo allora il termine "cesarismo", dittatura rivoluzionaria). Ma già nel 1795 col breve racconto Clisson et Eugénie Bonaparte aveva sottoposto le grazie preromantiche a una violenta economia di mezzi. «Clisson era nato con un una decisa passione per la guerra»; due sorelle, con «la levità e lo slancio dei sedici anni», lo distraggono. Bonaparte traspone un primo, vero amoretto. Tutto, per lui, deve ancora succedere; Letizia, la venerabile futura Madame Mère, è ancora la bellissima donna di Corsica ammirata (consistentemente) dal maturo governatore francese conte di Marbeuf. Ma quando clan filo- inglesi le mettono fuoco alla casa, Letizia fugge per le montagne con Elisa e Paolina (Carolina e Geronimo sono dallo zio il cardinale Fesch), e è Napoleone che torna in barca per metterli al riparo a Marsiglia. Sono mesi di grande povertà; ma li aiutano i vicini Clary, agiati commercianti con due giovani figlie: le ragazze di Clisson e Eugénie. Giuseppe Bonaparte, il primogenito, sposa la maggiore; Napoleone esita sulla seconda, Désirée - sono nozze convenienti per lui? - e sperimenta per lettera, a freddo, la scala delle temperature sentimentali («fammi leggere nel tuo cuore»: l'ho sverginata, dirà poi crudamente a Sant' Elena). Poi, col nuovo secolo, sarà l'epoca imperiale, e gli incontri distratti che il valletto Constant gli procura con tutte le dame giovani della corte; un fedele mamelucco spesso sorvegliava da una tenda. Ci sarà però Maria Walewska, la dolce amante polacca; gliel' ha " procurata" nel 1807 Talleyrand, raccontava, ancora grato; e scriveva a un fratello: «credo di essere un ottimo amante, ora come ora». La Walewska era incinta di tre mesi (Corvisart, il medico, era venuto da Parigi a confermarlo) che, felice di non essere sterile, l'Imperatore avviò il divorzio da Joséphine. Il matrimonio con Maria Luisa, figlia d' imperatore dallo «sguardo calmucco», in realtà «lo ha perduto». Da sempre, mescolando familismo còrso con sogni dinastici, tentava di organizzare per le sorelle matrimoni vantaggiosi, ma loro perseguivano, di nascosto, connubi «frutto di amoretti» - si leggano i capitoli Famiglia e Donne nel preziosissimo Napoleone in venti parole di Ernesto Ferrero: la misoginia che diventa per la donna, nel Codice Civile, dipendenza. Diceva Bonaparte al generale Rey: «La donna è un bastone sporco, non la si può toccare senza impiastricciarsi». Eppure la prima esperienza con una piccola prostituta al Palais Royal, nel 1787, la aveva raccontata in una pagina sensibile: «Passeggiavo a gran passi, agitato dai sentimenti vigorosi che mi caratterizzano», quando la " timidezza" di una ragazzina pallida, sottile, debole, lo " incoraggia" a parlare - «io che mi sento infangato da un solo sguardo delle donne del mestiere».

Napoleone (ri)esiliato dopo due secoli. Dalla "cancel culture". Giuseppe Conte l'1 Maggio 2021 su Il Giornale. In una società che ha dimenticato il concetto di gloria, Bonaparte subisce attacchi antistorici. Il 5 maggio di due secoli fa si spegneva a Sant'Elena, uno scoglio sperduto nell'Atlantico dell'emisfero australe, Napoleone Bonaparte, l'ufficiale di artiglieria uscito dalla piccola nobiltà corsa che aveva sposato la Rivoluzione, il generale che aveva sbaragliato gli eserciti delle maggiori potenze europee, che aveva portato gli ideali e il sapere dei Lumi per tutto il continente sino all'Egitto, l'imperatore che aveva fatto della Francia la più grande potenza continentale. Caduto una prima volta a Lipsia, risorto dopo l'esilio all'Elba e sconfitto definitivamente a Waterloo, si era consegnato agli Inglesi, i suoi maggiori nemici, quelli che non aveva mai potuto sconfiggere. Nell'isola sperduta, l'ordine era quello di guardarlo a vista, e così fece il governatore sir Hudson Lowe, che di suo aggiunse severità e odiose angherie per rendergli ancora più duro l'esilio. Morì per un probabile cancro allo stomaco. Le sue ultime parole furono: «Testa esercito». Fino alla fine, ricordò di essere stato uno stratega supremo e un militare che aveva un senso poetico della gloria. L'ultimo sgarbo di Hudson Lowe fu quello di impedire che sulla pietra tombale fosse inciso il termine «Imperatore». Così sulla tomba si lesse soltanto: «Qui giace». Non so se Alessandro Manzoni fosse al corrente di questo particolare: ma il celeberrimo attacco della sua poesia intitolata Il 5 maggio potrebbe farlo pensare: «Ei fu». Non c'è bisogno del soggetto, tanto il soggetto è immenso e noto al mondo intero. Per noi italiani, la morte di Napoleone ha il ritmo sdrucciolo e tambureggiante dell'inno del Manzoni. Era la poesia che tutti studiavamo a memoria a scuola, e così famosa che non mancarono di fiorirne parodie dissacranti. In realtà, l'autore dei Promessi sposi qui vola alto: scrive ispirato, si dice in tre giorni, mentre la moglie Enrichetta alimenta suonando al pianoforte la sua vena. Manzoni è davvero colpito dalla notizia, che arriva a Milano il 19 luglio. E vede colpita, attonita, la terra intera. Non aveva mai dedicato una riga di lode al Napoleone vittorioso, né una riga di insulti a quello sconfitto: «vergin di servo encomio/ e di codardo oltraggio», soltanto ora potrà sciogliere un canto alla tomba di questo «uomo fatale». L'epopea napoleonica trova in Manzoni un cantore appassionato: in mirabile, lampeggiante sintesi ce ne mostra la geografia («Dall'Alpi alle Piramidi»), la psicologia («la procellosa e trepida/ gioia di un gran disegno/ l'ansia di un cuor che indocile/ serve, pensando al regno»), la storia («la fuga e la vittoria/ la reggia e il tristo esilio»). E di Napoleone in esilio «in sì breve sponda», oggetto di inestinguibile odio e di indomato amore, riesce a immaginare in maniera magistrale il cumulo di memorie che lo assale («il lampo dei manipoli/ e l'onda dei cavalli»). Sinché una mano dal cielo non gli porta il conforto della Fede. La conclusione dell'inno del Manzoni ha per protagonista la Provvidenza divina, e un tono biblico: «il Dio che atterra e suscita/ che affanna e che consola». Il Dio la cui gloria è l'unica che non tramonta. Ma quella di Napoleone, «fu vera gloria?». La domanda manzoniana è destinata a rimanere senza risposta. Ugo Foscolo salutò Bonaparte come liberatore, ma poi dovette ricredersi dopo il trattato di Campoformio, che vendeva Venezia all'Austria. Questo doppio aspetto dell'azione di Napoleone, per un verso rivoluzionaria, per l'altro soggetta a una logica slegata dalla morale e alla volontà di potenza, fu dunque chiara anche ai contemporanei. Dopo due secoli, in una società che ha dimenticato completamente il concetto di gloria, e anzi tende a colpevolizzare qualunque azione alta e ideale, Napoleone subisce attacchi ben più feroci. Ha fatto scalpore quello della studiosa di origine haitiana Marlene L. Daut che sul New York Times ha definito Napoleone «il più grande tiranno, una icona della supremazia bianca». Finirà dunque anche lui sotto la scure della cancel culture? In effetti, la cultura della cancellazione può diventare la cancellazione della cultura, se non è fermata in tempo. Definire Napoleone «tiranno» è una semplificazione ignorante. Definirlo «icona della supremazia bianca» una giravolta antistorica e suo malgrado razzista. Con questo criterio, tutto ciò che è bianco, tutto l'Occidente, da Dante a Goethe, da Colombo a Garibaldi, andrebbe spazzato via. A qualcuno forse farebbe comodo? Napoleone aveva un sogno imperiale, non imperialista: voleva una Europa unita dallo spirito dei Lumi e, pur essendo versato nella matematica, che mise a servizio di un utilizzo innovativo della artiglieria, aveva una passione letteraria fortissima, e si sentiva un Prometeo che aveva rubato il fuoco al cielo e lo aveva dato alla Francia: questa grande nazione in cui non finì mai, lui corso di origini genovesi e toscane, di sentirsi straniero, ma a cui tributò il massimo dell'amore sino a dire, come stabilendone un destino: «La parola impossibile in francese non esiste». Dominique de Villepin, in uno dei suoi libri dedicati a Napoleone, lo definisce «figlio di Ossian e discepolo di Machiavelli». Dunque il più grande condottiero dei tempi moderni ha radici tutte nella cultura italiana: perché i Canti di Ossian, la saga celtica e preromantica di James Macpherson, li lesse e li tenne sempre con sé nella traduzione di Melchiorre Cesarotti. E dal segretario fiorentino imparò la autonomia della politica dalla morale. Ma non fu machiavellico per condurre in porto qualche contorto traffico di potere, lo fu per inseguire un incredibile sogno di grandezza. Finito sugli scogli di Sant'Elena. Chissà se davvero avvertì il Dio di cui parla Manzoni sul suo letto di morte. Ma è certo che volle morire nella fede in cui era nato. Il piccolo nobile corso che avrebbe potuto passare la vita tra gli orti e gli uliveti della sua terra, e invece cambiò la storia del mondo.

Antonio Carioti per il "Corriere della Sera" il 28 gennaio 2021. Ad Austerlitz, nell' attuale Repubblica Ceca, l' imperatore Napoleone Bonaparte colse la sua vittoria più nota e luminosa il 2 dicembre 1805, sul territorio dell' Impero asburgico, annientando con la Grande Armée le più numerose forze austro-russe. Non stupisce quindi che il documento nel quale il condottiero corso, ormai sconfitto ed esiliato, descrisse l' andamento della battaglia sia andato all' asta per un milione di euro ieri a Parigi. Il manoscritto di 74 pagine venne dettato da Napoleone al fedelissimo Henri-Gatien Bertrand, un generale francese che lo aveva seguito in esilio sull' isola di Sant' Elena, possedimento britannico nell' Oceano Atlantico meridionale, dopo la definitiva sconfitta dell' imperatore a Waterloo nel giugno 1815. Si può pensare che Bonaparte abbia voluto rievocare nella mestizia il momento più alto della sua parabola. Nel documento, reperito dal gallerista e collezionista di cimeli imperiali Jean-Emmanuel Raux tra le carte conservate dagli eredi di Bertrand, vi sono anche undici annotazioni vergate da Napoleone di suo pugno in una grafia minuscola. Inoltre il testo è accompagnato da una mappa del piano di battaglia su carta da lucido, disegnata dal generale che assisteva l' ex sovrano. Si tratta di un manoscritto prezioso per gli storici e gli appassionati, che rimarrà esposto fino alla fine del mese presso la galleria parigina Arts et Autographes in questo anno che segna il bicentenario della morte di Bonaparte, scomparso a Sant' Elena il 5 maggio 1821. La battaglia di Austerlitz, raccontata anche dal grande scrittore russo Lev Tolstoj nel romanzo Guerra e pace , è tuttora studiata nelle accademie militari per la manovra tattica brillante messa in atto dal comandante francese, che disorientò i nemici e li colse di sorpresa. Passata alla storia come «battaglia dei tre imperatori», perché oltre a Napoleone erano presenti l' austriaco Francesco II d' Asburgo e lo zar russo Alessandro I, Austerlitz decise la guerra della Terza coalizione. Il conflitto vedeva la Francia contrapporsi all' alleanza che si era costituita nei primi mesi del 1805 tra Gran Bretagna, Austria, Russia, Regno di Napoli e Svezia, dopo che Bonaparte, già in guerra con gli inglesi dal 1803, si era incoronato imperatore a Notre-Dame il 2 dicembre 1804, esattamente un anno prima della giornata trionfale di Austerlitz. Napoleone passò il Reno nel settembre 1805 e si diresse a marce forzate verso l' Europa centrale, sconfiggendo gli austriaci a Ulma in ottobre. Il 13 novembre i suoi soldati entrarono a Vienna, ma la campagna non era affatto terminata, perché l' esercito francese si andava logorando, mentre una possente armata russa, al comando del generale Michail Kutuzov, si era unita alle truppe asburgiche. Bonaparte aveva quindi bisogno di attaccare battaglia in tempi brevi e per farlo simulò di essere più debole di quanto non fosse, traendo in inganno i suoi nemici. Lo scontro si svolse in Moravia, non lontano da Brno. Nel manoscritto Napoleone racconta che ad Austerlitz, località che oggi in ceco si chiama Slavkov u Brna, tutti i militari ai suoi ordini, dai generali ai semplici fanti, erano «decisi a vincere o morire». Forse esagerava con la retorica, ma sta di fatto che dopo nove ore di combattimenti circa 73 mila francesi ebbero la meglio su oltre 85 mila austro-russi, le cui perdite furono, tra morti, feriti e prigionieri, di circa 27 mila uomini, molti annegati in un lago tra le lastre di ghiaccio. Bonaparte perse meno di 8 mila soldati e ufficiali. La Terza coalizione andò a pezzi e Napoleone assunse il controllo di gran parte della Germania (allora divisa in molti Stati). Ma altre coalizioni sarebbero sorte contro di lui (in tutto furono sette) e infine l' audace corso si sarebbe ritrovato senza corona, in un' isola sperduta, a rievocare la gloria di Austerlitz.

Se Napoleone combatte le battaglie di Giulio Cesare. L'Imperatore in esilio a Sant'Elena studiava il dittatore romano. Nei motivi della sconfitta del suo predecessore cercava uno specchio per capire la sua. Matteo Sacchi, Mercoledì 13/01/2021 su Il Giornale. Un grande generale che parla di un altro grande generale. Due uomini che hanno sfidato il destino e, pur vincendo infinite volte, hanno scoperto che il destino è invincibile e, a un certo punto, prende il sopravvento. Perché c'è sempre un tiro di dadi che gira storto. Ma solo il secondo può riflettere sulla sconfitta finale di tutti e due. Due potenti della terra vissuti a secoli di distanza ma a tratti simili, anche perché il secondo ha voluto emulare il primo e spera, mentre è rinchiuso in un oceanico esilio, di riuscire a lasciare la stessa traccia nella Storia. Questa a grandissime linee - davvero è un testo pieno di infinite suggestioni - è il succo de Le guerre di Cesare scritte da Napoleone Bonaparte (1769 - 1821) durante il suo esilio a Sant'Elena e ora ripubblicate dall'editore Salerno (pagg.192, euro 15, con introduzione e postfazione di Luciano Canfora). A pubblicare per la prima volta il testo, nel 1835, fu Louis-Joseph Narcise Marchand, il valletto dell'Imperatore che lo seguì in esilio e lo assistette sino alla morte e a cui il testo era stato dettato da un Napoleone sempre più in cattivo stato di salute. Perché un Bonaparte ormai alla fine si concentrava tanto sul condottiero romano? La risposta esauriente che fornisce l'antichista Canfora nell'introduzione è questa: «Dopo la sconfitta definitiva... Napoleone ripensa alla vicenda cesariana per ripensare se stesso e la propria traiettoria». Bonaparte, privo di un Plutarco, si costruisce da solo la sua vita parallela. Proprio per questo fa partire, dopo uno sbrigativo cappello sulla giovinezza di Cesare, le vicende del condottiero romano dalle campagne in Gallia. La Gallia è stata per Cesare quella che per Napoleone è stata l'Italia. Il prima è imparagonabile, Cesare era l'illustre rampollo di una antica familia, sebbene non in floridissime condizioni economiche, Napoleone un provinciale con poco di illustre nei natali. Ma una volta gettato il dado della campagna militare... Ecco i percorsi diventano simili. La lotta continua per emergere, una lotta che avviene sui campi di battaglia ma anche a livello politico. Napoleone sa che quel processo politico che è stato chiamato cesarismo sarà chiamato dopo di lui bonapartismo? Lo intuisce, e intuisce come le rivoluzioni che abbattono le élite generino altre élite alternative. In questo lui e Cesare, capaci di innovare ma anche di restaurare, raggiungono il punto di massima vicinanza: «Nei popoli e nelle rivoluzioni l'aristocrazia esiste sempre: eliminatela nella nobiltà, ed eccola rispuntare nelle casate ricche e potenti del Terzo Stato; eliminatela anche qui, ed essa sussiste nell'aristocrazia operaia e nel popolo». La potente intuizione sull'aristocrazia operaia di Napoleone è anticipatrice di quella ferrea legge delle oligarchie su cui rifletteranno anche autori marxisti come Gramsci. E coglie uno degli aspetti più importanti che Cesare dovette gestire. L'equilibrio tra vecchio e nuovo, tra gli ottimati ostili e i populares incontrollabili. L'equilibrio per il romano fu impossibile. Bonaparte lo ottenne e in questo, forse, si sentiva superiore al maestro. Un compiuto rivoluzionario conservatore: «Un principe non ci guadagna niente in questo dislocarsi altrove dell'aristocrazia. Al contrario egli rimette tutto a posto se lascia sopravvivere l'aristocrazia nel suo stato naturale, ricostruendo le vecchie casate sotto nuovi principii». Non bastò a Napoleone per salvarsi dalla stretta mortale contro il suo impero, portata avanti da una Europa delle monarchie, che non voleva tollerare la Rivoluzione e, nemmeno, l'uomo nuovo che ne era diventato l'alfiere sotto diverse spoglie (spoglie cesariane appunto). Ciò nonostante il modello di modernità da lui imposto avrebbe proseguito il suo corso, rivelando ogni restaurazione come inutile. E quindi l'inevitabile giudizio/speranza: «Nella sua testa Bruto assimilò Cesare a quegli oscuri tiranni delle città del Peloponneso, che godevano del favore di alcuni intriganti... Non volle vedere che l'autorità di Cesare era legittima: legittima perché necessaria e protettrice... perché era il risultato dell'orientamento e della volontà del popolo». E così Bonaparte, congedandosi dal mondo e guardandolo sub specie eternitatis, poteva davvero sentirsi vicino al suo antico maestro che mai volle sedersi al posto sbagliato, «sostituire la sedia curule dei vincitori del mondo con il volgare e spregevole trono dei vinti».

·        100 anni dalla morte di Enrico Caruso.

Enrico Caruso, 100 anni senza il tenore dei tenori: la sua incredibile esecuzione dai "Pagliacci". In un vinile della prima decade del ‘900. Andrea Cionci su Libero Quotidiano il 03 agosto 2021 

Andrea Cionci. Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

Cento anni fa, dopo mesi di malattia, moriva tra l’affetto dei suoi cari, Enrico Caruso, ad appena 48 anni. La carriera del tenore napoletano era stata sfolgorante: incominciò ad esibirsi da bambino come contralto nelle chiese partenopee, fino al suo esordio lirico nel 1895. Sottoponendosi ad uno studio assiduo e rigoroso riuscì a superare alcune criticità legate alla sua voce, rendendone il tono morbido e quasi baritonale una preziosa peculiarità. Divenne così uno dei tenori dal timbro più espressivo e carismatico. Fu il raffinatissimo protagonista di molte opere di compositori come Puccini, Verdi e Mascagni; la sua fama lo condusse negli Stati Uniti dove dominò il Metropolitan di New York dal 1903 sino al 1920, quando fu colpito da un malore. Raggiunse una fama mondiale anche grazie alle numerose incisioni discografiche contribuendo a rendere il suo personaggio un mito; ancora oggi è considerato uno tra i tenori più grandi della storia, se non il più grande. Oggi vogliamo farvi ascoltare proprio una di queste gemme preziose, probabilmente registrata intorno al 1908.

E’ la celeberrima aria “Vesti la giubba”, dai "Pagliacci" di Ruggero Leoncavallo, un compositore gigantesco – il quale scriveva da solo i propri libretti – e che ancora deve essere riscoperto nelle altre opere della sua produzione: una fantastica “Bohème”, in antagonismo con quella pucciniana, “Zazà”, “I Medici” e altre ancora che restano ben chiuse nei bauli in soffitta. Invece di gettarci avidamente sulla riscoperta di questi capolavori dimenticati, offrendoli al mondo intero, continuiamo a lasciarne ammuffire le partiture nelle biblioteche dei conservatori. Un po’ come disporre di splendidi palazzi antichi, parchi naturali e lasciarli chiusi, invece di aprirli al pubblico (pagante). Va bene, tanto si sa: l’importante è continuare a sconciare quelle quattro opere di grande repertorio con regìe offensive e pazzoidi, perché il mercato vuole questo. Ma torniamo a bomba: in quest’aria da pelle d’oca, il capocomico Canio, che in un teatrino itinerante interpreta la maschera di Pagliaccio, scopre – grazie alla spiata del pagliaccio cattivo Tonio - che la sua giovane moglie Nedda, da lui a suo tempo raccolta “orfanella in su la via, quasi morta di fame”, lo tradisce col giovane contadino Silvio. Lo strazio è tale che condurrà Canio a uccidere entrambi proprio sulla scena, in una sovrapposizione – da pelle d’oca - fra la commediola di maschere che si recita e la tragedia greca che si consuma. Anzi, che ancora non ne hanno ancora cambiato il finale per “istigazione al femminicidio”, come già qualcuno ha fatto con la “Carmen” di Bizet. Quello di Canio, uomo dal temperamento focoso, è  più di un dolore da marito tradito, è lo strazio del benefattore pugnalato alle spalle, la disperazione di un uomo non più giovane, carico di responsabilità, che si vede surclassato dalle forze della natura e dell’attrazione. E’ anche l’archetipo del pagliaccio cui è vietato il piangere, un po’ lo stesso dramma del Rigoletto verdiano quando canta: “O rabbia!... esser difforme!... esser buffone!...Non dover, non poter altro che ridere!...Il retaggio d'ogni uom m'è tolto... il pianto!...”. 

Al di là dell’aspetto vocale di Enrico Caruso, che lascia senza fiato, ciò che colpisce è l’interpretazione, ancora freschissima e di una raffinatezza senza pari, in un perfetto equilibro fra accenti drammatici, “portamenti” leggermente lamentosi, singulti di dolore e rispetto rigoroso dello spartito. Direttori d’orchestra di una volta, che lasciavano la giusta briglia ai cantanti.  Ogni parola che sboccia sulle labbra di Caruso possiede la sua perfetta “intenzione”, in un caleidoscopio di emozioni oscure che si agitano in un uomo il cui destino lo costringe ad andare comunque in scena per fare il buffone, nonostante il cuore spezzato. “The show must go on”, potremmo dire, non l’ha scritta Freddie Mercury nel 1990, ma Ruggero Leoncavallo oltre un secolo prima. E a proposito, In occasione del centenario della scomparsa di Caruso, ieri, 2 agosto, dopo una lunga attesa, è stata inaugurata a Napoli la sua casa-museo. Qui sarà possibile immergersi negli ambienti dove Caruso nacque ed abitò da bambino, ammirando molti dei suoi ricordi, come dischi e fotografie, cartoline e caricature. La casa rappresenterà, insieme al Museo Enrico Caruso di Lastra a Signa- sinora l’unico in territorio italiano - un riferimento per i melomani di tutto il mondo, dove saranno esposti anche i cimeli provenienti dall’Enrico Caruso Museum of America di Brooklyn. Ed ora, ascoltiamo l’esecuzione, leggendo il libretto. Per chi volesse vedere tutta la breve opera “Pagliacci”, QUI una splendida versione cinematografica con un cast spaziale: Vickers, Kabajwanska, Glossop, diretti da Herbert von Karajan:

Vesti la giubba e la faccia infarina.

La gente paga e rider vuole qua.

E se Arlecchin t'invola Colombina, ridi, Pagliaccio... e ognun applaudirà!

Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto; in una smorfia il singhiozzo e 'l dolor...

Ridi, Pagliaccio, sul tuo amore infranto! Ridi del duol che t'avvelena il cor!

·        72 anni dalla morte del grande Torino.

Quel volo nella nebbia, poi lo schianto. E la squadra dei record fu cancellata. Paolo Mauri il 2 Maggio 2021 su Il Giornale. Ripercorriamo gli ultimi momenti del tragico incidente di Superga che costò a vita ai giocatori del Torino. Il Fiat G-212CP con la livrea delle Avio Linee Italiane (una compagnia aerea della società automobilistica e aeronautica di Torino) rulla lentamente sulla pista di Lisbona. I tre motori Pratt & Whitney R-1830 rombano, pronti a spingere il velivolo nella corsa di decollo che lo porterà a Barcellona. Ai comandi il tenente colonnello Pierluigi Meroni, 34 anni, decorato con due medaglie d'argento e tre di bronzo. Il secondo è il maggiore Cesare Biancardi, coetaneo di Meroni, e insieme a loro ci sono il capo marconista Antonio Pangrazzi (42 anni) e il motorista Celeste d'Incà (45 anni). Sono tutti veterani del volo e di guerra.

Il Torino dei record. A bordo del trimotore c'è una squadra di calcio, una squadra leggendaria: il Grande Torino. La sua storia fenomenale comincia durante la Seconda Guerra Mondiale, nel 1942, quando vince uno scudetto dopo una dura lotta contro il Livorno, ma solo dopo il conflitto diventa il Torino dei record: nella stagione 1947-48 grazie a una vittoria per 10 a 0 sull'Alessandria il Torino realizza il maggior numero di reti in una partita dall'istituzione del girone unico, nello stesso anno con 125 gol stabilisce il record per maggior numero di marcature in un campionato. Nelle stagioni tra il 1943 e 1949 entra anche nel record per maggior numero di partite casalinghe consecutive senza sconfitta: ben 88. La squadra granata era talmente forte che nella primavera del 1947 il commissario tecnico della nazionale Vittorio Pozzo convoca ben 10 giocatori del Torino su 11 per la partita contro l'Ungheria, una partita che resterà quella con il maggior numero di giocatori provenienti dalla stessa squadra in campo.

Il volo fatale. A bordo, insieme alla squadra, ci sono anche i dirigenti e tre dei migliori giornalisti sportivi italiani che siano mai esistiti: Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, Renato Tosatti che scrive per la Gazzetta del Popolo e Luigi Cavallero de La Stampa. La squadra è di ritorno da un incontro amichevole con il Benfica, organizzato in occasione dell'addio al calcio del suo capitano, Francisco "Xico" Ferreira, e per aiutare finanziariamente la società lusitana. Un'amichevole che fu veramente tale, in uno stadio gremito di folla, perché “il Toro” perse 4 a 3, ma questa è un'altra storia.

Alle 9.40 del mattino del 4 maggio 1949, un mercoledì, il G-212 decolla dall'aeroporto di Lisbona. Il piano di volo è semplice: il velivolo deve effettuare uno scalo tecnico a Barcellona per effettuare rifornimento e poi compiere l'ultimo balzo verso Torino, dove atterrerà all'aeroporto “Aeritalia” sito nel comune di Collegno. Il trimotore arriva all’aeroporto di Barcellona alle 13, come previsto, e durante la sosta la squadra del Torino, a pranzo, si incrocia con quella del Milan, in viaggio verso Madrid per disputare a sua volta un incontro amichevole contro il Real. Il velivolo con a bordo il club granata riparte alle 14.50. La rotta prestabilita prevede di passare sulla verticale di Cap de Creus, poi Tolone, Nizza e, oltrepassati i confini nazionali, Albenga e Savona. Quindi l’aereo deve virare in direzione nord, verso il capoluogo piemontese, dove è previsto il suo arrivo intorno alle 17. Il meteo durante le prime fasi del volo è buono, la visibilità ottima, ma più l'aereo si avvicina alla sua destinazione più questa peggiora. La torre di Torino comunica che nella zona le condizioni sono pessime: venti da sudovest, pioggia insistente e visibilità molto scarsa (circa 40 metri). Ci sono continui rovesci di pioggia, le nubi sono quasi a contatto con il suolo, e oltre alla visibilità orizzontale decisamente ridotta, il libeccio si fa sentire con raffiche di una certa potenza. Il pilota mantiene la rotta verso il radiofaro di Pino Torinese e una volta giunto sulla sua verticale conta di virare con prua 290 per allinearsi alla pista.

Alle 16.55 la torre chiede di riferire la posizione. Meroni risponde quattro minuti più tardi. Forse un segnale che l'equipaggio è in difficoltà per via delle pessime condizioni ambientali. Alle 16.59, dopo un silenzio stranamente lungo, il pilota riferisce “quota 2000 metri”. Alle 17.03 il velivolo compie una virata verso sinistra in corrispondenza del colle di Superga. L'ultima virata che avrebbe dovuto portarlo sulla pista. Possiamo provare a immaginare quanto avviene in cabina. Pilota e secondo predispongono il velivolo per l'atterraggio: giù il carrello, giù i flap, le mani sul volantino e sulla manetta per contrastare le potenti raffiche di vento. Il velivolo ha appena compiuto la sua virata in corto finale, come si dice in gergo aeronautico, ed è in volo livellato.

Alle 17.05 il Fiat G-212CP, siglato I-Elce, impatta contro il terrapieno della basilica di Superga, sita in cima all'omonimo colle alto circa 600 metri. Tutti e 31 gli occupanti periscono nel tremendo impatto. L'impennaggio di coda è la sola parte del trimotore che resta intatta. Il cappellano della basilica, don Tancredi Ricca, e un contadino sono i primi ad accorgersi della tragedia e a dare l'allarme. Lo schianto si porta via tutta la squadra del Grande Torino, tre dirigenti, gli allenatori e il massaggiatore, oltre ai già citati cronisti sportivi: si salva solo chi non era partito perché infortunato (Sauro Tomà), non convocato (Renato Gandolfi) o ammalato come il presidente Ferruccio Novo e Luigi Giuliano, oppure come Tommaso Maestrelli, invitato pur giocando nella Roma, che non riesce a rinnovare in tempo il passaporto e non parte insieme alla squadra torinese. Una tragedia nazionale.

Simbolo di rinascita. Ai funerali, tenutisi il 6 maggio successivo, partecipa un'intera città: mezzo milione di persone sono in strada per dare l'ultimo saluto non solo a una squadra, ma a un simbolo. Quella squadra, che mieteva successi in Italia e in Europa, era infatti la depositaria delle aspettative di rinascita di un intero popolo, che esorcizzava, nelle vittorie del Grande Torino, le tragedie di una guerra perduta conclusasi da pochi anni. Come ha ricordato anche Sandro Mazzola, campione dell'Inter e della nazionale, anni dopo la tragedia in cui perse la vita suo padre Valentino, quel Torino era quindi un simbolo per una nazione intera, indipendentemente dalla propria fede calcistica. Il Torino fu proclamato vincitore del campionato a tavolino, e tutte le squadre in gara, compresa quella granata, schierarono le formazioni giovanili nelle restanti quattro partite. Lo sgomento per quella tragedia, in cui persero la vita i dieci undicesimi della nazionale italiana, fu così grande che la massima selezione si recò ai mondiali in Brasile del 1950 in nave.

Le cause della tragedia. Cosa accadde all'I-Elce? L'ipotesi più accreditata, stante il fatto che gli esiti della commissione di inchiesta risentono delle tecniche investigative di quegli anni, è che una serie di eventi abbia portato l'equipaggio a un'erronea interpretazione delle condizioni di volo. La visibilità, molto scarsa, e il forte vento, hanno portato il G-212 al di fuori della rotta prevista, spostandolo verso nordest di qualche miglio senza che il pilota potesse accorgersi. Anche i limiti stessi degli strumenti di bordo sono stati una concausa fondamentale per lo schianto: il Fiat G-212CP non era dotato di radioaltimetro e di radar di bordo, ausili che avrebbero permesso all'equipaggio di accorgersi dell'errore di rotta e della quota ridotta rispetto a quella dei rilievi circostanti. Sebbene inizialmente si fosse pensato a un guasto all'altimetro, risulta difficile pensare che possa essere stata la causa dello schianto: il velivolo ne aveva tre, e un guasto simultaneo è da considerarsi improbabile. Lo stesso rateo di discesa, di circa 230 metri/minuto, che si registra tra la comunicazione delle 16.59 (“quota 2000 metri”) e lo schianto, è relativamente compatibile con una manovra effettuata seguendo gli strumenti di bordo correttamente funzionanti. Del resto, una volta recuperati gli stessi dopo lo schianto, fu chiaro che gli altimetri erano correttamente tarati rispondendo ai parametri della pressione atmosferica indicati da terra. Un errore umano quindi, ma certamente non dovuto a inesperienza o imperizia: in quelle condizioni, con quel velivolo, sarebbe stato molto difficile per chiunque evitare la collina di Superga. Così, in uno schianto nella nebbia, se n'è andata una squadra che ha rappresentato, più che il calcio italiano vincente, la voglia di rinascita di un'intera nazione. L'ultimo sopravvissuto di quella formazione, Sauro Tomà, ci ha lasciati raggiungendo i suoi compagni il 10 aprile del 2018 all’età di 92 anni. Chiudiamo questa narrazione con le parole, scritte a poche ore dalla tragedia, da un gigante del giornalismo italiano: Dino Buzzati. “Ecco che cosa sono i grandi calciatori, lo si è letto oggi sul volto di troppa gente perché ci si possa ostinare a non intendere. Nella mediocre vita delle grandi città essi portano ogni domenica un soffio di fantasia e di nuova vita”. Così chiudeva il suo pezzo, dalle colonne del Corriere della Sera, il 5 maggio del 1949. Una nuova vita, appunto, quella che milioni di italiani sognavano – anzi speravano – di avere guardando alle gesta del Grande Torino.

·        66 anni dalla morte di James Dean.

90 anni fa nasceva James Dean. E oggi vestiamo ancora come lui. La Repubblica 08 Febbraio 2021. Non importa quanti anni hai, se ami il cinema o segui solo serie in streaming: il nome James Dean supera ogni barriera culturale, di età o di stile. Nonostante siano passati 90 anni da quando nacque l'8 febbraio del 1931 a Marion, nell'Indiana, e quasi 66 dalla sua morte precocissima, avvenuta il 30 settembre 1955 a soli 24 anni in un incidente d'auto (una morte degna del suo film più celebre "Gioventù bruciata"), James Dean rimane il simbolo della giovinezza scapestrata, della filosofia di vita del "carpe diem" e di uno stile rilassato molto, molto cool. Il chiodo e i giubbini, i jeans, la t-shirt bianca, la camicia con le maniche arrotolate fino al bicipite. E poi i gilet e le giacche, i pantaloni écru e gli occhiali da sole sempre e comunque, persino i mocassini, li dobbiamo a lui. E li continuiamo a indossare anno dopo anno indipendentemente dalle tendenze del momento. Dean ha girato 8 film, ma solo 3 sono bastati a creare il mito: "La Valle dell'Eden", "Gioventù bruciata" e "Il Gigante". Noi lo facciamo rivivere in una gallery storica, dall'infanzia al successo, ricordando i suoi look e la sua bellezza senza eguali.

JAMES DEAN IL RIBELLE. La morte ne ha cristallizzato la leggenda. Accade (anche) quando le lancette dell’orologio sbagliano clamorosamente l’ora degli addii. Edvige Vitaliano su Il Quotidiano del Sud il 7 febbraio 2021. Il broncio del bello e dannato, lo sguardo corrucciato, inquieto e sfuggente, quasi mai dritto verso l’obiettivo della macchina fotografica; come se d’altra parte ci fosse sempre una via di fuga. La sigaretta accesa tra le labbra anche quando gli capitava di accennare un sorriso sfrontato e malandrino quel tanto che bastava per dire fra sé e sé: “Mi chiamo James Dean e di mestiere faccio il ribelle”. Deve essere stato così che si sentiva James anche quel giorno alla guida della sua “little bastard” (piccola bastarda, ndr) come aveva battezzato la sua amatissima Porsche 550 Spyder. E fu proprio a bordo di quella “piccola bastarda” che il ragazzo con i jeans e la maglietta bianca portata a pelle, perse la vita in un incidente stradale vicino a Cholame.

Era il 30 settembre 1955. James era col suo fidato meccanico Rolf Wütherich. Quel maledetto giorno d’inizio autunno “alle 15:30 l’attore viene  multato per eccesso di velocità nei pressi di Mettler, poiché la 550 viaggia a 105 km/h in una zona il cui massimo consentito è 89. […] Dopo aver lasciato le Lost Hills alle spalle, Dean è alla guida verso ovest sulla Route 466, a est di Cholame, quando, in direzione opposta, una Ford Custom Tudor coupé bianca e nera guidata dallo studente 23enne Donald Gene Turnupseed imbocca la Route 41 e s’immette nella corsia di Dean – scrive Federico Fabbri su Veloce.it – Le sue ultime parole, pronunciate poco prima dell’impatto, quando Wütherich dice a Dean di rallentare, sono: “Quel ragazzo dovrà pur fermarsi…ci vedrà![…]”.

E invece… Aveva solo 24 anni, James. Era nato a Marion l’8 febbraio 1931. Quest’anno avrebbe compiuto novant’anni e sarebbe stato un signore ormai molto avanti con l’età e una vita che chissà come sarebbe andata se non si fosse inceppata sull’acceleratore! A lui non è stato concesso di vivere oltre e di invecchiare. Non è stata concessa un’altra alba. La morte ne ha cristallizzato la leggenda e lo ha proiettato in un olimpo di stelle cadute. Precipitate a terra troppo presto. Del resto, a Dean sono bastati tre soli film girati in diciotto mesi per conquistare un posto al sole: “La valle dell’Eden” del 1955 diretto da Elia Kazan, “Gioventù bruciata” del 1955 di Nicholas Ray e “Il gigante” del 1956 di George Stevens. Tre soli film per farlo entrare nella Storia del Cinema – non un caso i riconoscimenti postumi, come le nominations agli Oscar (nel ’56 e ’57 per La Valle dell’Eden e Il gigante) – e il suo carisma per diventare un simbolo intergenerazionale. Di lui si parla ancora e si resta abbagliati a sfogliare l’album delle foto in bianco e nero come quelle con la fidanzata italiana:  Anna Maria Pierangeli.

“Pier” e “Jimmie”: un amore furente e romantico il loro. Riaffiorano le parole precise di quel ragazzo che aveva la capacità di fare rumore proprio come il motore della sua porche: “Se un uomo è in grado di colmare la distanza  tra la  vita  e la  morte, se è in grado di  vivere  anche dopo la sua  morte, allora forse è stato un grande  uomo.”

Brividi. Parole profetiche pronunciate in vita che giocano d’anticipo con la morte e un destino beffardo. Come se fosse possibile prevedere di vivere anche dopo. Una vita oltre la morte. Può accadere quando l’alba non spunta più e le lancette dell’orologio sbagliano clamorosamente l’ora degli addii. È accaduto a James ed è accaduto a Marilyn morta a soli 36 anni in circostanze mai del tutto chiarite. Era la notte del 4-5 agosto 1962. Una domenica d’estate e lei, Norma Jeane Mortenson Baker non c’era più. Evaporata nel peggiore degli incubi insieme alla diva che era diventata col nome di Marilyn Monroe. Evaporata ma mai dimenticata, anzi. Come per James, la morte così prematura ne ha – se possibile – consacrato ancor di più la leggenda. Bellezza e fragilità. Amori, matrimoni e divorzi. Celluloide e compleanni. “Happy Birthday, Mr. President” sussurrava il 19 maggio 1962 al Madison Square Garden, per festeggiare il presidente degli Stati Uniti d’America John Fitzgerald Kennedy.

Col cuore di Norma Jeane e la bellezza sfolgorante di Marilyn. E vien da pensare che c’è qualcosa di dolorosamente simile nelle albe che si arrendono alla notte. Roma, 3 febbraio 1960, alle ore 6,30 del mattino, muore in un incidente stradale Fred Buscaglione. Le cronache giornalistiche raccontano che quella mattina l’aspettavano sul set di un carosello con Anita Ekberg. Buscaglione a Cinecittà non arriverà mai. Il torinese, classe 1921 che aveva conquistato tutti con le sue canzoni e non solo, andrà via così. Aveva 38 anni. Te lo immagini col sigaro in bocca, i baffetti impertinenti e il borsalino in testa e ti vien da cantare sottovoce: “Guarda che luna, guarda che mare,/ Da questa notte senza te dovrò restare/ Folle d’amore vorrei morire/ Mentre la luna di lassù mi sta a guardare…” Sottovoce come quando riaffiora la faccia di Rino Gaetano e tu bisbigli “di aforismi perduti nel nulla…” e ripensi alla sua ultima alba. Anche lui sapeva giocare d’anticipo e ti prendeva in contropiede con i suoi testi, l’ironia, il dissenso e la poesia, la rabbia e l’irriverenza e lo sguardo. Quel suo sguardo così simile a un punto interrogativo come di chi sa quanto difficile sia guardare oltre, per restare anche dopo. Aveva 31 anni quando, nella notte del 2 giugno del 1981, perse la vita in un incidente stradale a Roma, sulla Nomentana. Una notte da schianto. E aveva solo 24 anni Luigi Meroni, detto Gigi quando morì poco dopo la fine di una partita tra il Torino, squadra in cui giocava, e la Sampdoria. Investito da un’auto, mentre attraversava corso Re Umberto, a Torino. E poi Jim Morrison, Kurt Cobain, Amy Winehouse, Jean Baptiste Basquiat…Sono davvero tante le storie delle albe che si arrendono troppo presto alla notte. Ma non all’oblio degli uomini.

·        61 anni dalla morte di Fred Buscaglione.

Da gazzettadelsud.it il 21 novembre 2021. "Guarda che luna, guarda che mare, da questa notte senza te dovrò restare...": sono passati cento anni dalla nascita (23 novembre) di Fred Buscaglione. Cantautore, polistrumentista e attore che ha fatto storia, nacque a Torino da una famiglia originaria di Graglia, un paesino ora in provincia di Biella. Era ancora adolescente quando iniziò ad esibirsi nei locali notturni della città come cantante jazz e musicista: contrabbasso, violino, pianoforte e tromba prendevano vita tra le sue giovani talentuose mani. Un giorno, durante una sua esibizione al Gran Caffè Ligure, venne notato da uno studente di giurisprudenza appassionato lettore di libri gialli, Leo Chiosso: nacque tra loro un sodalizio artistico che durò fino alla scomparsa di Fred. 

Lo "spettacolo" di Fred durante la Seconda Guerra

Durante la seconda guerra mondiale Fred venne richiamato sotto le armi e distaccato in Sardegna, dove si mise in luce organizzando spettacoli per le truppe. Venne fatto prigioniero dagli statunitensi e fu contattato dai fratelli Franco e Berto Pisano, con cui aveva formato a Cagliari il Quintetto Aster, che lavorava per la radio alleata e per Radio Sardegna, allora diretta da Jader Jacobelli. Del gruppo facevano parte anche Gianni Saiu e Carletto Bistrussu a cui in seguito si aggiunsero Giulio Libano e Sergio Valenti. Finita la guerra, Buscaglione rientrò a Torino e ricominciò a suonare prima come elemento in varie orchestre, poi fondando gli Asternovas, il suo complesso, iniziando una vita nomade fatta di spettacoli in locali notturni di varie città d’Europa. Dal 1946 con l’amico Leo Chiosso iniziò a comporre canzoni in un rapporto simbiotico. Leo annotava frasi e battute, Fred accennava sulla tastiera del pianoforte: nacquero così le canzoni che lo resero famoso: "Che bambola!", "Teresa non sparare", "Eri piccola così, "Love in Portofino", "Porfirio Villarosa", "Whisky facile" e tante altre. Il look di Fred fece il resto del successo: baffetti, doppiopetto gessato, cappello a larghe falde; un gangster americano prestato alla musica. 

Girava due o tre film contemporaneamente

Registrava spettacoli televisivi, incideva dischi e la notte cantava nei night, spostandosi a bordo di una vistosa auto americana, una Ford Thunderbird che lui chiamava "Criminalmente bella". Dopo la separazione dalla moglie inizia il periodo malinconico di Buscaglione: canzoni melodiche, talvolta scritte anche da altri autori come "Guarda che luna", "Non partir" di Giovanni D’Anzi e Alfredo Bracchi, e "Al chiar di luna porto fortuna" scritta da Carlo Alberto Rossi. Buscaglione morì improvvisamente all’alba del 3 febbraio 1960, a soli 38 anni, in un incidente d’auto mentre rientrava in hotel dopo aver trascorso la notte esibendosi in un night di via Margutta: si scontrò con un camion. Il suo ultimo film uscì postumo con il titolo "Noi duri" ed ottenne immediatamente un enorme successo, restando in programmazione per mesi. Le sue canzoni continuarono a essere ascoltate alla radio e nei juke-box, i suoi dischi continuarono ad essere acquistati: era nato un mito. Nel 2008 Fred Buscaglione è stato iscritto nel "Pantheon dello Swing Italiano" come uno degli immortali, proprio come la sua musica. 

Una discografia folta, in una breve vita

La sua discografia, nonostante la brevità della sua vita e quindi carriera, è folta. Nel 1956 incise numerosissime canzoni e in quello stesso anno uscirono i suoi primi 33 giri con l’aiuto decisivo dell’amico Gino Latilla: insistette con il direttore della Cetra, la sua casa discografica, affinché facesse incidere a Buscaglione le sue canzoni al punto di anticipare di tasca propria le spese; così nel 1955 vide la luce il primo singolo, un 78 giri che conteneva due canzoni: "Che bambola!" e "Giacomino": vendette 980.000 copie, inaspettato successo che lo portò in tante trasmissioni radiofoniche che contribuirono notevolmente alla sua crescente popolarità. Alla fine degli anni cinquanta Buscaglione era uno degli uomini di spettacolo più richiesti: in pubblicità, alla tv e persino al cinema, dapprima con brevi apparizioni canore, poi in ruoli autonomi incarnando quasi sempre la figura del simpatico spaccone. 

·        52 anni dalla morte di Rocky Marciano.

Il vero Rocky non si chiama Balboa ma Marciano. Piero Mei su Il Quotidiano del Sud il 15 febbraio 2021. Pierino Marchegiano, di Ripa Teatina, provincia di Chieti, e Pasqualina Pintuccio, di San Bartolomeo in Gallo, provincia di Benevento, si conobbero a Brockton, a sud di Boston, nel Massachussets, dove erano stati portati dai genitori, emigranti in cerca di fortuna tra quel milione di italiani che andarono “all’America”, come dicevano, agli inizi del Novecento, specie intorno al 1910. C’erano un sacco di “stranieri” a Brockton: irlandesi, italiani, lituani, polacchi, svedesi in primis. C’erano anche molte fabbriche di scarpe: Pierino, che era un uomo minuto, lavorava in una di quelle; Pasqualina, Lena per brevità, che era una donna formosa, stava a casa; il papà di lei, Luigi, che in Italia aveva fatto il maniscalco, s’industriava in mille modi. Nel retro della casa che aveva trovato, al numero 80 di Brook Street, nel cuore di quella Little Italy, ancora più piccola di Brooklyn, quella di New York che chiamavano “Broccolino”, aveva messo su una piccola distilleria clandestina. Pierino si arruolò tra i militari americani che furono mandati a combattere in Francia durante la Grande Guerra. Partecipò alla battaglia delle Argonne, il gas gli entrò nei polmoni ammalandolo per sempre. Pierino tornò, conobbe Lena, s’innamorarono: lui le regalò un anello di fidanzamento con un brillante che brillava come gli occhi neri di lei, si sposarono. Nacque un bambino che morì subito: “Paradiso Santo” pregavano le vicine di casa, vestite di nero. “Non ne avrete più” disse il dottore. La diagnosi era sbagliata: nel 1923 nacque Francesco Rocco e dopo di lui altri cinque bambini, tre femmine e due maschi fra cui Sonny. Rocco s’ammalò presto: pareva dovesse morire. Lena andò in chiesa: offrì a Sant’Antonio l’anello di fidanzamento purché gli guarisse quel bambino. Che guarì e il santo ebbe l’anello. Crescevano i piccoli Marchegiano; erano andati tutti a vivere al secondo piano di quella casa di Brook Street, dove al primo viveva nonno Luigi. Non c’erano né il bagno né l’acqua corrente né il riscaldamento: d’inverno spalancavano le porte perché entrasse un po’ del calore che facevano le due stufe di nonno Luigi. C’erano due camere da letto: in una dormivano le tre femmine, nell’altra i due genitori con il più piccolo dei figli; Rocco e l’altro fratello s’arrangiavano in una specie di salotto ma più spesso scendevano a dormire al piano di sotto da nonno Luigi. I dollari erano pochi. A Rocco sarebbe rimasto sempre questo pensiero. Quando divenne ricco e famoso come pugile si faceva sempre pagare le borse in contanti. Li contava, li nascondeva nello sciacquone del bagno in albergo, poi andava a combattere. Quella di nascondere i soldi divenne un’abitudine. Ne guadagnò a milioni (tre, dicono) ma quando morì li aveva nascosti talmente bene che nessuno riuscì ad ereditare trecentomila di quei dollari messi in uno dei tanti conti in banca che aveva aperto però non c’era chi conoscesse l’intestazione di uno. Con una parte di quei dollari Rocco aveva acquistato un anello con un diamante e lo aveva regalato a Pasqualina per sostituire quello offerto a Sant’Antonio. Ora Rocco si chiamava Rocky, Rocky Marciano, perché Marchegiano era troppo difficile per gli americani. Era un grande pugile, qualcuno dice il più grande di sempre. E infatti concluse la sua carriera imbattuto in 49 incontri, 43 volte mandando kappaò l’avversario, 20 volte prima della terza ripresa. Aveva affrontato campioni come Joe Walcott o Joe Louis difendendo sei volte il titolo mondiale dei massimi. Non era un ballerino del ring, ma aveva un destro micidiale, un colpo che lui aveva ribattezzato teneramente “Suzie-Q”. Quando “Suzie-Q” colpiva l’avversario, questi era spacciato. Una volta, combattendo sotto il nome di Tony Zullo in una di quelle esibizioni fatte per racimolare qualche spicciolo e non essere tacciato di professionismo stava per colpire senza pietà l’avversario, che si faceva chiamare Pete Puller. “Ehi, non farlo, sono io, Sonny, sono tuo fratello” fece il finto Pete e i ragazzi furono scoperti. Rocky non avrebbe voluto fare il pugile: non aveva il fisico canonico, era alto “appena” un metro e 78 e tarchiato da pesare novanta chili. Gli avversari dei massimi erano un palmo più alti. Sì, ammirava Primo Carnera, l’italiano campione del mondo che una volta era passato da Brockton: “Papà, ho visto Carnera, l’ho toccato!”. “Com’è?”: “Alto che toccherebbe il soffitto ed ha due mani grandi così” fece disegnandone nell’aria due enormi. Da soldato fu mandato in Galles con le truppe americane: mise kappaò un polacco che aveva provocato una rissa in un pub. Tornato a Brockton, insisteva con il baseball, che era la sua passione: ma lanciava così così e la corsa era lenta. Fu scartato più volte. Si “rassegnò” alla boxe che gli avrebbe dato fama e soldi. Il primo match da professionista lo vide opposto a Carmine Vingo. Altezza 1,93. Lo mise kappaò e Carmine finì in ospedale dove restò due mesi. Rocco lo assisteva tutti i giorni. Pagò tutto lui e quando Carmine si sposò gli regalò la camera da letto. Lo volle in platea a tutti i suoi incontri. Era attento al contante ma generoso. Fu lui a sostenere Joe Louis, il campione finito in miseria. Annunciò il ritiro nel 1955, quando sconfisse Archie Moore. Sotto i suoi pugni era caduto anche Roland La Starza, finito oltre le corde. Lo tentarono per un clamoroso ritorno: tre milioni di dollari per combattere contro Sonny Liston: quasi quasi… Ma aveva promesso a Barbara, sua moglie, che non avrebbe combattuto più. Adesso girava per l’America volando sul suo Cessna 172, alla cloche Glenn Bells, che faceva anche l’autista ed aveva preso 14 multe per eccesso di velocità. Il 31 agosto del 1969 Bells, nella nebbia, tentò un atterraggio di fortuna vicino all’aeroporto di Newrton, nello Iowa. Ma non ci fu fortuna: morirono Rocky, il pilota e un amico del pugile che molti ritengono il più grande di sempre. Mohammed Alì permettendo. Il suo record di 49 vittorie ha resistito 61 anni, poi Floyd Mayweather ha fatto 50.

·        51 anni dalla morte di Jimi Hendrix.

Jimi Hendrix dal vivo. La mappa degli show che ne esaltano il mito. Il chitarrista pubblicò solo tre album in studio. Ma continuano a uscire registrazioni "live". Antonio Lodetti - Mar, 30/03/2021 - su Il Giornale. Se n'è andato il 18 settembre 1970 a soli 27 anni. Troppi stravizi, troppe disillusioni anche se con la chitarra in mano era ed è sempre il numero uno. Jimi Hendrix, fonte inesauribile di energia e di ricerca per tutti i chitarristi dell'universo, è scomparso ormai da mezzo secolo ma la sua musica - e non è retorica - non invecchia. Basta ascoltare l'attacco con il wah wah scatenato di Voodoo Chile (Slight Return) per capirlo. Jimi nella sua breve vita ha inciso solo tre dischi, due pietre angolari della storia del rock come Are You Experienced? e Electric Ladyland e l'ottimo Axis: Bold As Love ma la sua produzione postuma dal vivo è ricchissima e di altissima qualità, Ora ci pensano il padre e la sorella a dispensare piccoli capolavori live, ma subito dopo la sua orte hanno cominciato a circolare dischi dal vivo. Il primo lavoro dal vivo è Band of Gipsys con la nuova formazione (Billy Cox al basso e il tonante batterista Buddy Miles) e la svolta funk soul in brani come Changes e Machine Gun, che diventerà uno dei suoi cavalli di battaglia in concerto. Band of Gypsys cattura le esibizioni del 31 dicembre e 1 gennaio 1969-'70 (allora si festeggiava il capodanno con concerti di lusso) ma comprende soltanto una manciata di canzoni di quello storico show. Il resto lo ritroviamo nel cofanetto quintuplo Songs From Groovy Children. The Fillmore East Concert una scatenata esibizione con 43 brani (nonostante questo non i concerti completi, perché all'appello mancano ancora 5 pezzi che presumibilmente la famiglia prima o poi pubblicherà). Per ascoltare un Hendrix più rock-blues e meno funky non si può mancare il nuovo Live In Maui inciso con la Experience alle Hawaii il 30 luglio 1970, energia allo stato puro un mese e mezzo prima della morte. Per comprendere il vero mito di Hendrix al di là dei suoi meriti musicali l'album più adatto è Live at Monterey. The definitive Edition. Una performance che ha segnato un'epoca. Jimi, americano di Seattle, era diventato una superstar in Inghilterra, e ora, al Festival di Monterey, doveva convincere il pubblico e l'intellighentia hippie americana. Per questo quello show fu così importante e la sua immagine inginocchiato e indemoniato mentre brucia la sua Fender sul palco fu solo la ciliegina sulla torta di una performance tirata come mai era accaduto prima. Fu Paul McCartney (di cui Hendrix eseguiva dal vivo Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band) dopo averlo ascoltato al Saville Theatre di Londra, a spingere gli organizzatori a portarlo sul palco lìultima delle tre serate, quella delle superstar, a contendersi il pubblico con gli osannati Who, anche loro campioni nello sfasciare la loro strumentazione alla fine dei concerti. Anche quello spettacolo al Saville Theatre ebbe il suo coupe de theatre. Jimi alla fine lanciò la sua chitarra in mezzo al pubblico, sul retro della quale aveva scritto questa poesia: «Possa questo essere amore o solo/confusione nata da sentimenti nutriti di frustrazione/Non essere in grado di dare/autentico e fisico amore/alla Regina zingara dell'universo/musica vera e libera di esprimersi/mia dolce chitarra ti prego riposa/Amen». Durante la preparazione dello show di Monterey, tutti i musicisti erano fatti di Lsd e soprattutto di una nuova droga allucinogena lanciata da Augustus Owsley (il chimico preferito dai Grateful Dead) chiamata STP o Purple Haze (non a caso Jimi le intitolò una sua canzone) ma Jimi, pur facendone largo uso, sapeva dominarne bene l'effetto e i suoi «viaggi». Il pomeriggio del concerto fu indaffarato tutto il giorno cercando una Fender da sacrificare al suo rito pagano. Aveva posto a terra quattro Fender e stava dipingendo degli svolazzi neri su una chitarra bianca e gialli su un'altra. «Pareva un sogno Navajo - disse Eric Burdon - il guerriero prima della caccia». Sappiamo tutti l'incredibile effetto visivo di quello spettacolo e chi lo volesse vedere può farlo attraverso il film Monterey Pop di Pennebaker. Nella versione più completa di 2Live at Monterey sono inclusi anche tre documentari tra cui una esibizione a Chelsform (in Gran Bretagna) del 25 febbraio 1967, la più antica esibizione di Jimi mai documentata. Si apre con una torrida versione della Johnny B. Goode di Chuck Berry l'infuocato Hendrix In the West uscito nel 1972 ma sempre attualissimo, così come la raccolta - presa da vari concerti e prodotta da Alan Douglas - The Jimi Hendrix Concerts. Sui dischi di Woodstock (il triplo e il doppio) c'è poca roba, anche se la versione dell'inno americano distorto e urlato dalla chitarra vale l'acquisto. Bisogna comprare l'intero cofanetto di 38 cd di Woodstock per avere la performance intera dell'artista. Fondamentali invece i 5 cd Live at Winterland incisi tra il 10 e il 17 ottobre 1968 con chicche come Dear Mr Fantasy dei Traffic con Buddy Miles alla batteria e ospiti come il bassista dei Jefferson Airplane Jack Casady. Sono ancora molti gli album di Hendrix dal vivo che meritano un ascolto, tra questi Miami Pop Festival uscito nel 2013 o il dvd Electric Church, tratto dal Festival di Atlanta del 4 luglio 1970 e ancora il recente West Coast Seattle boy. Fate voi la scelta. È tutta musica senza tempo e chissà che altre sorprese avrebbe potuto portarci.

·        50 anni dalla morte di Jim Morrison.

Barbara Costa per Dagospia il 9 novembre 2021. Da che pulpito, Robby Krieger!? Tu, chitarrista dei Doors, tu che hai scritto "Light My Fire", canzone culto, canzone stemma, canzone che “da sola è la più redditizia di tutte le altre canzoni scritte dai Doors messe insieme”, tu, con che coraggio ti metti a fare la paternale a Jim Morrison, e alle sue personali scelte di vita? Con che vena riempi la tua appena uscita autobiografia "Set the Night on Fire", di acidità su Jim, esternando un rancore che ti porti dentro da 50 anni?!? Gran brutta bestia, l’invidia tra uomini, se ne parla poco, se ne parla mai, ma tu fai un’eccezione: 440 pagine di ruggine repressa, riversata su questa tua versione della storia dei Doors, l’unica che ancora mancava all’appello. Hai aspettato il 50esimo della morte di Jim Morrison, 8 anni da quella di Ray Manzarek, e che John Densmore fosse messo non KO ma in ambasce dall’acufene che lo dilania, per prenderti nero su bianco la tua rivincita. Sai, Robby, è difficile da digerire il gusto con cui ricami ciò che sostieni di sapere dei fatti privati di Morrison: tu ci racconti che Jim era “un ragazzino cresciuto, e dispettoso, e capriccioso”, “che si pisciava addosso”, che “orinava regolarmente in pubblico”, e che “si è fatto crescere la barba per nascondere il doppio mento”. E che Jim a un certo punto si becca la sifilide, non se la vuole curare a imitazione di Baudelaire, e che tu, ne sei sicuro, che “Jim fosse sterile”, altrimenti come spiegarlo, che in tutti questi anni, calcolando le innumerevoli copule no condom di Jim, solo una persona abbia reclamato il test del DNA (risultato negativo) recriminando soldi e paternità? Tu, Robby, davvero pensi di persuadermi che Jim, nel famigerato concerto di Miami, quello per cui in primo grado fu condannato per il suo pisello mai mostrato, che lì Jim, prendendo in braccio quell’agnello, abbia detto “me lo sc*perei ma è troppo giovane”??? Ma c’è di peggio: c’è che tu moralizzi l’alcolismo di Jim e la sua passione per l’acido (che era anche la tua) per poi farci sapere, ma solo a p.252, che tu, per quasi 20 anni consecutivi della tua vita, e precisamente dai 30 ai 45, più successive ricadute, sei stato a farti di eroina, cocaina, e speedball. Testuale: “Con la sola eroina, di solito ti fai un paio di buchi al giorno. Con gli speedball te ne fai uno dopo l’altro, e poi un altro ancora, finché non ne hai più e esci a procurartene e te ne fai ancora, a ripetizione, per giorni interi”. E di chi sarebbe la "colpa" di una tale caduta agli inferi? Della tua depressione innescata da Jim, dalla sua morte improvvisa, che ha portato alla fine dei Doors, mutuati in un rimpianto, e nei vani “tentativi di sfuggire all’ombra del passato” (ma tu e John, con una band post Doors chiamata "Butts Band", e Butts ovvio sta per c*li, dove credevate di andare??). Dì la verità, Robby: quanto hai avuto soggezione, di Jim, in vita, e quanta Robby, ne hai tuttora? La tensione che c’era tra voi, la tensione che ti procurava l’ego di Jim, la sua cultura smisurata, la sua personalità già ben radicata, questa sì la chiave, la causa scatenante di questo tuo memoir, la molla che credo ti abbia portato a scriverlo. Non prendiamoci in giro. Non è che il tuo livore verso Jim ha, come intima radice, pure quella inserita nel capitolo "Lynn"? Tua moglie, Robby, con la quale hai condiviso decenni di droghe pesanti, con la quale hai fatto un figlio che da piccolo se l’è cavata da sé, “cibi precotti e microonde”, perché gli è toccato crescere con due genitori persi nella tossicodipendenza (“mio figlio che mi guarda con terrore mentre mi scarnifico un braccio con le pinzette per difendermi da insetti invisibili, frutto di allucinazioni”). Secondo te, Robby, la tossicodipendenza può essere ereditaria, perché così è stato nella tua famiglia: tu scrivi che tua nonna e tua madre erano schiave di pillole rosse e verdi di codeina, e che pure tuo figlio da adulto nella droga c’è cascato, poi per fortuna salvato, e non morto consumato, annegato, come tuo fratello gemello Ronny, su cui l’LSD ha scavato contraccolpi psichici, bui ricoveri in cliniche, fino a che non lo avete rinvenuto morto (“gli ho ripetuto per anni che figata fosse farsi di acido”). Ma vorrei ritornare, Ronny, su te e Lynn: si intuisce, tra le tue righe, il tuo astio verso Jim, quando sveli che Lynn, prima di mettersi con te, è stata la ragazza di Jim, non un’avventura da una botta e via e neanche un fidanzamento, e però… una storia. Alla fine Lynn ha scelto te. La tua “dolcezza, sicurezza”. OK. Ma non credi di avere esagerato a scrivere che, saputo della morte di Jim, “la mia reazione fu di sollievo, Jim aveva raggiunto il suo obiettivo…”?!? E perché a p.249 e a p.255 smentisci che Jim sia morto di eroina, ma poi a p.404 affermi che non gli hanno fatto l’autopsia “per non rivelare la presenza di eroina nel suo corpo”? È proprio vero quanto si dice: quando eravate i Doors, spesso voi tre avete fatto la guerra a Jim, alla sua anarchia, al suo 'fanc*lo gloria e successo. Poi, morto Jim, la guerra ve la siete fatta voi tre. Il tuo libro, Robby, è maniacale nel descriverla in ogni fase. E solo nel penultimo capitolo tu rendi a Ray ciò che è di Ray, e cioè che senza Manzarek (e Jim) non ci sarebbero stati i Doors, né la celebrità strameritata e imperitura, né i milioni che ci hai guadagnato e in cui meritoriamente vivi, e né il motivo per cui tu, Robby, sei Robby Krieger, e hai trovato in quella band, “parti diverse unite in un misterioso, musicale, sballato accidente”, la tua ragione di vita e spinta a scrivere questa autobiografia. E quanto male fanno, Robby, le tue ultime pagine su Ray. Non è giusto svigorire le scosse che, con il rock dei Doors, ci avete dato e tramandato. Ray ha detto le sue caz*ate, lo sappiamo, e però, era una brava persona. È grazie a lui, al suo zelante doorsiano evangelismo, che i Doors sono arrivati alle nuove generazioni, fino alla mia, e fino agli odierni Måneskin (che pure negli USA state conoscendo benissimo). È grazie a Ray che siete arrivati nei paesi dell’ex Unione Sovietica, quand’erano sotto il marcio del comunismo, e assaporavano una ipotesi di libertà, un “break on through”, coi dischi piratati dei Doors (ma questo, nel tuo libro, non ha trovato spazio). Certo non grazie a te, Robby, che, prima di questo libro, e finché Ray è stato in vita, te ne sei sempre stato in disparte, e zitto! E non certo grazie al film di Oliver Stone, su cui tu ti soffermi, e per un capitolo intero, e per lamentarti che lì “io vengo descritto come un lagnoso”. Oh, scusa tanto, Robby, se nessuno, e nemmeno la sottoscritta, nel film si accorge del tuo “fugace cameo, io passo a fianco alla band nel backstage del London Fog”, al contrario di John, che si vede e parla, all’inizio, è l’assistente di Jim/Val Kilmer che incide "An American Prayer". Ah. Leggo sul tuo profilo FB che l’8 dicembre suoni al "Whisky a Go Go". Proprio quel posto lì. E proprio il giorno del compleanno di Jim. Guarda un po’ che dannata coincidenza…

Chi era quindi davvero Jim Morrison? Alex Pietrogiacomi per “il Giornale”  il 21 luglio 2019. Ogni volta che si tenta di fare luce sulla vita delle star del rock si resta invischiati in tantissime problematiche legate alle fonti cui attingere, alle voci di corridoio o di quelle persone che non riuscivano proprio a non vedere l' oggetto delle loro testimonianze senza acrimonia o soggettività. Peggio ancora, spesso ci si trova a dover fare i conti con una stampa snob, impreparata o troppo politicizzata. Chi era quindi davvero Jim Morrison? Chi è stato nella sua vita? Chi è diventato quando è assunto a star? E in chi è stato trasformato dopo la sua morte a Parigi? Sono domande cui risponde Frank Lisciandro (che è stato regista insieme a Morrison del film HWY e ha effettuato le riprese di Feasts of Friends) con il suo libro Una conversazione tra amici, testo di cui da qualche anno si parlava nell' ambiente editoriale e musicale e che finalmente arriva in Italia per i tipi di Giulio Perrone Editore. Che cosa si trova tra queste pagine? Molto schiettamente lo dichiara nell' incipit lo stesso Lisciandro: «Questo libro affronta e spazza via i miti per fare luce su un uomo straordinario e su un artista creativo di talento. In queste pagine, Jim viene rivelato candidamente da persone che lo hanno conosciuto, che ne sono state compagni, colleghi, mentori e amanti. Troverete storie buffe, segreti rivelati e verità più sorprendenti di qualsiasi distorsione fatta circolare durante e dopo la vita di Jim. Il risultato è una interpretazione più dettagliata, un ritratto più umano e accurato». Ma oltre a essere un' interpretazione più dettagliata, un ritratto più umano, ciò che si legge di Morrison appare come un mosaico aperto, dove il lettore può aggiungere le proprie considerazioni. Il lavoro dell' autore è stato certosino e appassionato, avulso da qualsiasi sistema di protezione dell' amico scomparso (pur dichiarando di volerlo «rivalutare») e si è appoggiato sui suoi amici - che non lesinano comunque momenti abrasivi nelle loro memorie - e sulle persone della sua cerchia: «Una a una, iniziai a contattarle e a incontrarle, nella speranza di poter ricavare dalle nostre conversazioni nuove informazioni e notizie inedite. Molte di quelle persone non erano mai state intervistate e alcune erano piuttosto riluttanti. Potevo però contare sul fatto che tutti sapevano che io e Jim avevamo collaborato e che mi considerava un amico intimo. L' unica condizione a cui dovevano attenersi era che raccontassero soltanto ciò che avevano visto con i propri occhi. Così, sarebbe stata chiara e inconfutabile la fonte. Non volevo diffondere storie poco credibili, dalle origini discutibili o inaffidabili. Con pazienza e generosità, gli amici di Jim mi resero partecipe dei loro ricordi...». Da questi incontri ne esce un libro che mette in gioco il «Re Lucertola», lo allontana da qualsiasi speculazione postuma o proiezione critica/personale, ne mette in luce aspetti impensabili per molti ascoltatori, lati come la sua profonda ironia, che da ragazzo esplodeva in scherzi telefonici o finte morti tra i corridoi scolastici. Soprattutto risalta, durante questa conversazione, la grafomania di Morrison, che lo portava a scrivere di continuo, che lo possedeva nella poesia e nell' idea - forse inconsapevole, forse no - di poter diventare un poeta, sulle tracce di Whitman e dei poeti beatnik, soprattutto (pur ridendone a mo' di scherno dei poeti), ma con una personale linea di fuga simbolica che gli apparteneva per Dna, con la creazione di una nuova mitologia, di una spiritualità, se così vogliamo definirla, che prendeva spunto anche dalle sue letture fondamentali, come Hermann Hesse (Il pellegrinaggio in Oriente) oppure Sándor Ferenczi (il saggio Schermo del sogno). Si esce da questo libro con un senso di leggerezza e spaesamento, con il retrogusto di un' inconsolabile mancanza tipica dell' occasione perduta, quella di non aver compreso o conosciuto un uomo che aveva deciso di intraprendere la fenomenica del rock' n'roll, pur non rinunciando a una sua laica spiritualità capace di affascinare e magnetizzare chi lo incontrava, anche da sotto un palco. Un uomo mosso da una straordinaria passione per la vita e l' arte che viene sintetizzata in una sua frase: «Abbiamo tutta questa roba da fare».

Sciamano e istrione. Jim Morrison parola per parola. Alessandro Gnocchi il 15 Agosto 2021 su Il Giornale. Raccolti in un unico volume tutti gli scritti del cantante dei Doors: una sorpresa dopo l'altra. Sciamano e ubriacone, istrione e pagliaccio, genio e scrittore-regista-sceneggiatore dilettante, grande cantante per caso, maledetto di prima o seconda mano, leggenda un po' dimenticata... Chi era Jim Morrison? Convinto di essere posseduto dallo spirito di un indiano morente incrociato sul ciglio della strada, da bambino, durante un viaggio in macchina con i genitori, James Morrison, figlio di un pezzo grosso della marina americana, è tutto nelle pagine The Collected Works of Jim Morrison: Poetry, Journals, Transcripts, and Lyrics (Harper, pagg. 432, euro 42,27), il più grande, nel senso di mastodontico, omaggio a cinquant'anni dalla morte (1943-1971). Per la prima volta, sono riunite tutte le carte superstiti di Morrison, un vero grafomane. Poesie, canzoni, poemetti, sceneggiature, racconti e raccontini. Al gigantesco libro, ricco di fotografie e riproduzioni di autografi, si aggiunge un mini-box di sei cd in cui star della musica e della letteratura leggono gli scritti di Morrison. L'immagine da perenne sballato, divulgata dal pur bel film di Oliver Stone, The Doors, con Val Kilmer nei panni di Jim, crolla subito. Forse le parole di Morrison non rendono molto sulla carta, ma interpretate da lui, o da gente come Patti Smith, assumono subito fascino. Semplicemente sono fatte per essere ascoltate e possiamo immaginare Morrison che le compone ad alta voce. Le perle sono la perturbante prosa lirica di The Eye, l'occhio, una per niente scontata riflessione su cosa significa «vedere», il soggetto cinematografico di The Hitcher, l'autostoppista, un noir violentissimo dal retrogusto metafisico, e alcuni versi sparsi. Questi ultimi, prima autopubblicati e solo in seguito al successo venduti a una casa editrice, hanno avuto una influenza tutta da esplorare su emuli e ammiratori di Morrison. Ian Curtis dei Joy Division ne ha fatto tesoro in più di un brano. Iggy Pop ne ha tratto l'ispirazione per il suo maggior successo, The Passenger. Difficile pensare che Jim, benché famoso per i suoi eccessi, abbia potuto mettere assieme una tale mole di scritti in perpetua sbornia o con la testa smarrita nelle fantasie da acido lisergico. Jim Morrison non pensava di cambiare la storia della musica rock. Leggeva Arthur Rimbaud e William Blake: a proposito, il nome della band, The Doors, Le Porte, non viene, come molti pensano, dal saggio di Aldous Huxley, Le porte della percezione, ma da un passo appunto di William Blake, da cui lo stesso Huxley aveva tratto spunto: «Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all'uomo com'è: infinita». Una carriera da scrittore sembrava poco plausibile. Morrison allora prova con il cinema, ama Godard e la Nouvelle Vague: respinto con perdite. Le cose all'università della California di Los Angeles non promettono bene. Però durante una lezione conosce Ray Manzarek, brillante pianista, giovane ma già veterano della scena musicale cittadina. Manzarek prova con il batterista John Desmore e il chitarrista (e paroliere, Light My Fire non è di Jim Morrison) Robbie Krieger. Il nuovo amico, Jim, è invitato a cantare. Funziona subito. Dopo pochi concerti, il boss della Elektra Records compare nei camerini con una immediata proposta di contratto. Le prime prove dei Doors risalgono alla fine del 1965. Il 15 agosto 1966 sono accasati all'Elektra. Il 21 agosto sono licenziati dal mitico locale Whisky a Go Go per colpa del testo edipico di The End. Il 26 agosto entrano in sala d'incisione. Ne escono sei giorni dopo con i nastri dell'omonimo debutto, un capolavoro che esce il 4 gennaio 1967 e vola al secondo posto (al primo ci sono i Beatles di Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band). Qualche giorno dopo, il singolo Light My Fire va in cima alla classifica e ci resta a lungo. I Doors sono stelle a tutti gli effetti, in pochissimo tempo. La partecipazione all'Ed Sullivan Show, celebre programma televisivo, è uno scandalo per gli accenni allo sballo da acido. I concerti registrano incidenti a New Haven, Jim Morrison è arrestato sul palco (indecenza e oscenità) e pestato a sangue nel retro. I Doors si esibiscono con la polizia accanto. Due anni dopo, a Miami, nuove accuse, ancora oscenità, processo e libertà su cauzione. Nelle 430 foto scattate quella sera, nessuna mostra Morrison in atteggiamenti volgari. Il cantante comunque beve troppo, ingrassa visibilmente, il secondo album Strange Days va benissimo, il terzo e il quarto iniziano a mostrare qualche crepa. Poi il ritorno di forma con Morrison Hotel e soprattutto L.A. Woman. Quest'ultimo rimarrà imprevedibilmente il canto del cigno, Morrison muore a Parigi (3 luglio 1971) nella vasca da bagno. Arresto cardiaco, ma non viene effettuata alcuna autopsia. Il cadavere l'hanno visto in due, fidanzata e dottore: nasce la delirante ipotesi che Jim sia vivo e abbia inscenato la sua fine per uscire dallo show business. In fondo, Jim Morrison è riuscito a diventare ciò che le sue opere volevano creare: nuovi miti. Sulle spoglie dei miti del passato senza ignorare gli orrori del presente. Così troviamo lo sciamano, il tramite con gli dei che guarisce l'intera tribù, ma anche le divinità azteche e il serpente biblico; l'esortazione a recuperare la spiritualità, in qualunque forma; l'attesa di un messaggero divino; il deragliamento dei sensi di Rimbaud; la bomba atomica; la guerra in Vietnam. È l'America degli hippies e del movimento studentesco, delle droghe lisergiche e di Wooodstock. Ma anche l'America dove vengono assassinati uno dopo l'altro JF Kennedy (1963), suo fratello Bob (1968) e Martin Luther King (1968). Per sé, Morrison ritaglia il ruolo di profeta, con un filo di ironia ma neanche troppa: «Io sono una guida al labirinto». Consapevole del suo ascendente sul pubblico, Morrison si interroga sul Potere, in particolare quello della Parola. Proprio Parola, Potere e Trance sono le chiavi per aprire la porta su Jim Morrison. Morrison è considerato un poeta dilettante. Può darsi ma il suo mondo è affascinante e ricorda da vicino, in piccolo, quello dello scrittore William Burroughs, l'autore del Pasto nudo e La macchina morbida. Alla fine potrebbe aver ragione Jim Morrison quando, in una poesia, spiega il motivo per cui gradisce l'alcol in dosi abbondanti: «Essere ubriachi è un buon travestimento. / Io bevo così / posso parlare con le teste di cazzo. / Me incluso». Alessandro Gnocchi

Jim Morrison, la forza del desiderio impossibile da dimenticare. Ernesto Assante su La Repubblica il 3 luglio 2021. A cinquant'anni dalla morte, l'artista resta un'icona viva anche tra le nuove generazioni. Un tempo nelle camerette dei giovani rocker degli anni Settanta erano molti i poster che erano appesi alle pareti, tante band, tanti solisti, tante star. Ora magari ci sono ancora molti poster, ma i volti sono cambiati. Solo alcune delle icone di cinquanta anni fa riescono a resistere nel tempo, di certo John Lennon con la sua maglietta con scritto New York, Che Guevara con il suo basco. E anche Jim Morrison, perennemente fermo nella sua foto più celebre, a torso nudo, con una collanina al collo, i capelli arruffati e scomposti, che guarda dritto in camera come se avesse appena pronunciato la celebre frase di When the music’s over, quella in cui esprime il desiderio definitivo: “vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso”. Sì, Morrison è sopravvissuto alla polvere che irrimediabilmente si è posata sull’immagine di Jimi Hendrix, che ha reso opaca quella di Janis Joplin, lontanissime nell’immaginario giovanile di oggi. Morrison, invece, un piccolo spazio lo conserva, costante e solido, magari secondario, non in prima linea con i miti di oggi, ma sufficiente per arrivare fino a noi. C’è un motivo specifico per questa ‘sopravvivenza’, per la presenza di Morrison nel pantheon dei miti correnti: il cantante dei Doors incarna il desiderio, ne è la rappresentazione fisica e spirituale, perché le sue canzoni, la sua voce, la sua immagine nelle fotografie e nei video, sono ancora la potente esternazione della forza del desiderio. Era così negli anni Sessanta, quando i Doors arrivarono sulle scene, e Morrison cambiò le regole del gioco del rock: il desiderio era carnale, fisico, sensuale, quello cantato in Light my fire, ma era anche poetico, visionario, quello di Celebration of the lizard o di The end, il desiderio era tra le righe delle sue poesie, tra le note delle sue canzoni, tra le pieghe dei suoi vestiti, nei suoi gesti, nei suoi sguardi. Era in Love me two times e in Back door man, era gioioso in Hello I love you e cupo in Riders on the storm. E tutto è ancora li, nelle fotografie e nei video, nelle canzoni che ancora si ascoltano nelle radio e nelle piattaforme di streaming, è impossibile non ascoltarlo, non sentirlo, non vederlo, è impossibile non riconoscerlo. I Doors erano il desiderio trasformato in musica, ogni nota, ogni tocco della tastiera di Ray Manzarek, ogni accordo della chitarra di Robbie Krieger, ogni colpo della batteria di John Densmore, si fondevano perfettamente con la voce e i gesti di Morrison, in una rappresentazione unica del desiderio. Desiderio di amore, di libertà, desiderio di andare oltre i limiti dell’emozione, della percezione, desiderio di cambiamento e di rivoluzione, desiderio di sesso, respiro, passione, desiderio di vita, sempre e comunque. E quelle canzoni, non a caso, sono nelle colonne sonore dei film, girano nei video di YouTube, sono nelle piattaforme di streaming ancora oggi, costantemente, sfuggendo ad ogni possibile rischio di essere dimenticate. Morrison esiste, il suo mito resiste, perché la cometa del desiderio vola ancora alta nei nostri cieli, perché vivere senza desiderio è impossibile, e perché desiderare l’impossibile è ancora bello.

Leonardo Martinelli per "la Stampa" il 2 luglio 2021. «Jim Morrison did not die here». Su un foglio bianco, affisso alla facciata di un antico edificio del Marais, al 17 di rue Beautreillis, ecco quelle parole: «Jim Morrison non è morto qui». Il corpo inerme del cantante dei Doors fu ritrovato al terzo piano, nella vasca da bagno di un appartamento, dove viveva. Era arrivato a Parigi appena tre mesi prima. Ma secondo una leggenda metropolitana, il poeta maledetto del rock spirò per una overdose di eroina nei bagni del Rock' n'Roll Circus, un club dove si ascoltava musica e si ballava, al di là della Senna, sulla Rive Gauche. Approdo di intellettuali, hippies, piccoli e grandi delinquenti, star come Mick Jagger, borghesi parigini. Quale sarà la verità? Davvero poterono trasportarlo nella notte, già morto, all' appartamento del Marais da quel locale? Per evitare lo scandalo? Chissà, forse la verità non si conoscerà mai. Era il 3 luglio 1971, esattamente 50 anni fa. Invece si sa dove venne tumulato quattro giorni dopo. Sulla sua tomba al cimitero del Père-Lachaise, meta di pellegrinaggio, si lasciano bottiglie di alcolici vuote o altri generi di offerte Piccola, anonima, non facile da trovare, neppure con la geolocalizzazione. Ma domani si riempirà di fans, giovani e vecchi, a ricordare quell'uomo instabile e geniale, fragile e irrequieto. Cosa ci faceva Jim a Parigi? Voleva mettersi l'America alle spalle e dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, la sua vera passione. Nella città era già arrivata la fidanzata Pamela Courson, eroinomane (mentre lui era soprattutto dipendente dall' alcool: d' un fiato poteva bere una cinquantina di bicchierini di whiskyl). Lei si era piazzata all' hotel George V, dove all' epoca alloggiavano anche i Beatles o i Rolling Stones. Ma a Morrison quel posto non piaceva per nulla, «lo definiva un "bordello dai tappeti rossi". E odiava gli Champs-Elysées», ha ricordato al Figaro Patrick Coutin, ex giornalista, musicista e paroliere, che gli ha appena consacrato un libro. Pamela aveva conosciuto Elizabeth Larivière, una mannequin molto in voga allora, nota come Zozo. Fu lei a subaffittare a Jim l'appartamento al Marais. Da lì andava alla vicina Place des Vosges. Sedeva sulla panchina al centro. Scrutava, malinconico, i bambini giocare. Poi camminava per Parigi, figura anonima e sfuggente. Approdava alla Rive Gauche. Si fermava alla Shakespeare & Co., la libreria di testi in inglese, dove finalmente trovava qualcuno con cui discutere di letteratura, spesso Rimbaud, Baudelaire e Mallarmé, i suoi poeti preferiti. Che davano un senso alle notti senza pace. «Non parlava neanche una parola di francese - sottolinea Coutin -. Di sicuro quei tre mesi furono caratterizzati da una grande solitudine». Con Pamela i rapporti erano burrascosi. Lei, certe volte, si prostituiva, per tirare su i soldi necessari per comprare la droga. Non li chiedeva a Jim, non voleva sapesse fino a che punto dipendesse dall' eroina. Morrison la sera andava al Rock' n'Roll Circus, per cambiare aria. Si spense lì, chiuso in quelle squallide toilettes? «Poco importa dove sia morto - osserva Coutin -. Aveva trascorso tanto tempo con l'idea della morte, era presente fin dalle sue prime canzoni. Considerava il passaggio in un altro mondo come una liberazione». Se ne andò a 27 anni. Ma non era più il dio di un tempo, dalla bellezza sfacciata. Prese vari chili a Parigi, stava male fisicamente. Camminava anche attraverso il Père-Lachaise, alla scoperta delle tombe dei suoi beniamini. Gli piaceva quella di Oscar Wilde. Il 7 giugno, quando lo tumularono, c'era un pugno di persone, tra cui la regista Agnès Varda, sua amica. La notte del 3 luglio era corsa all' appartamento del Marais. Aveva chiamato i pompieri, perché lo salvassero. Ma non c' era stato niente da fare. Jim veniva da una famiglia cattolica (il padre, un ufficiale dell'Us Navy, non lo aveva mai capito), ma lui era piuttosto anticlericale. Nel suo ultimo diario, però, si sono ritrovate le parole: «God help me». Sembra che in quel girovagare solitario a piedi per Parigi, entrasse nelle chiese. E ogni volta accendesse una candela.

50 anni fa la scomparsa del leader dei The Doors. Jim Morrison, il moderno Dioniso nell’Olimpo degli dei. Cesare Catà su Il Riformista il 4 Luglio 2021. Forse non basta tornare con la mente al 1967 – anno d’oro della scena rock che vede l’uscita dell’album d’esordio dei The Doors – per capire i connotati culturali e l’impatto psicosociale della figura di Jim Morrison. Bisogna andare molto più lontano: all’origine della nostra civiltà, in mezzo ai miti della cultura ellenica classica. Sì, perché quello che è accaduto con Jim D. Morrison e le sue performance, tra la metà degli anni Sessanta e la sua sparizione nel nel 1971, credo rappresenti fondamentalmente il ritorno di un archetipo ben preciso, essenziale nella cultura occidentale. Mi riferisco all’archetipo del dio Dioniso e al correlato fenomeno che studiosi come Kereny e Dodds hanno definito “Menadismo”, ossia una sorta di pazzia di massa che portava soggetti apparentemente normali a lasciare le proprie dimore per seguire in un corteo danzante e delirante, detto tiaso, la voce del dio tra le montagne. Con le sue composizioni, con le sue esibizioni live e con i suoi versi poetici, Morrison ha suscitato una sorta di follia purificatrice collettiva, violenta e sublime, stupenda e tremenda, non molto diversa dal Menadismo dionisiaco. Più che concerti, le esibizioni pubbliche dei The Doors furono degli spettacoli rituali in cui i partecipanti potevano sperimentare quella “uscita da sé stessi” che gli antichi chiamavano ek-stasi. Espandendosi dagli eventi dal vivo nelle sue composizioni poetico-musicali, questa potenza numinosa, meravigliosa e terribile, resta nella voce di Morrison come essenza e scaturigine del suo successo, anche commerciale, a quarant’anni di distanza dalla sua scomparsa. La musica dei The Doors possiede in ultima analisi la capacità di nutrire la sete rivoltosa di follia che (ancora) percepiamo come esseri umani; risponde al bisogno di evadere dalle norme sociali precostituite, dai limiti dell’esistenza ordinaria e finanche dai confini della nostra identità soggettiva e del nostro corpo materiale. Si tratta esattamente di ciò che, nel momento aurorale della nostra società, si era incarnato nel mito di Dioniso. Per questo credo che sia utile pensare Morrison, anzitutto, come una versione post-moderna, rock-blues e psichedelica dell’archetipo del dio che i Greci invocavano come Zagreo o come Bromio, quel figlio di Zeus e Semele che venne al mondo incubato nella coscia di suo padre, sua madre essendo stata incenerita mentre lo portava ancora nel grembo per aver preteso di vedere la folgorante luce del proprio amante divino. Prima di diventare Dioniso, nel 1964 James Douglas Morrison era un ventenne inquieto, taciturno e timido. Originario della Florida, l’infanzia l’aveva passata girovagando in molte zone degli States seguendo il destino professionale di suo padre George, Comandante di Marina. Il Signor Morrison guardava quel figlio e scuoteva la testa, preoccupato per il suo futuro. In effetti James, fino a quel momento, non ha combinato granché, se non guai: studente mediocre, nel 1961 aveva disertato la cerimonia di consegna dei diplomi (momento sacro per la società statunitense), si era fatto licenziare nei lavori stagionali che il padre gli aveva procurato e addirittura, nella primavera del ‘63, si era fatto arrestare per ubriachezza molesta dalla polizia locale di Tallahallasee. Forse le sue ore più prolifiche e belle questo ragazzo scapestrato le aveva vissute quando la famiglia s’era trasferita ad Alameda, poche miglia lontano dal centro di San Francisco; qui il giovane aveva preso a frequentare alcuni locali, tra cui la mitica libreria City Light Books, in cui, tra una sbronza e l’altra, era possibile incontrare i più interessanti rappresentanti della scena beatnik, nel pieno del fermento della controcultura americana di quegli anni. Probabilmente è in questo momento che comincia a formarsi, in una sorta di iniziazione autodidattica, la ricca personalità intellettuale del futuro front-man dei The Doors. Il padre doveva aver perso già da un pezzo le speranze di vedere suo figlio seguire le proprie orme in Marina quando James, che ormai si fa chiamare Jim, si iscrive alla Facoltà di Cinematografia della Ucla. Anche in questo caso sarà un fiasco, e l’Università non la finirà mai; però in compenso, sulla spiaggia di Venice Beach – che in quel periodo doveva essere un crogiolo di artisti, poeti, musicisti e girovaghi in cerca dell’armonia cosmica –, fa un incontro che cambierà il suo destino e il destino della musica e della cultura del Novecento: Ray Manzarek. È un tastierista geniale, un musicista come ne esistono pochi: coltissimo, nonché capace di suonare il basso con la mano sinistra e con la destra la parte melodica, mescolando la classica al gusto psichedelico; con lui e con il batterista John Densmore e il chitarrista Robbie Krieger fondano un gruppo di rock-blues alternativo che decidono, ispirati da una riflessione di Huxley su William Blake, di chiamare The Doors. La loro idea è musicare le poesie che Jim ha scritto fino a quel momento, e che nessuno prima di Manzarek aveva mai letto, per farne dei pezzi musicali originali. Sono esaltatissimi. È la tarda primavera del 1965 e Jim, Ray, John, e Robbie si sentono ispirati dalla magia che sembra vibrare nel cielo di Los Angeles in quei giorni, forse i migliori della storia per avere vent’anni e alimentare i propri sogni. C’è solo un’incognita che osta: Jim, fino a quel giorno, non ha mai cantato in vita sua. Ma è proprio qui che avviene il miracolo. La metamorfosi del ragazzo della Florida senz’arte né parte nel Dio greco dell’estasi e dell’ebbrezza. Non appena comincia a modulare la sua voce calda e profonda nel microfono, corretto all’inizio musicalmente da Manzarek per le intonazioni, Jim rivela qualcosa che evidentemente covava da sempre dentro lui: è un cantante – per meglio dire: un cantore – magnifico. È il suo destino. È la reincarnazione americana di un antico aedo ellenico, di un trobadore medievale: canta con una potenza comunicativa impressionante i propri versi creando una magia che non si spiega. Jim Morrison non è una rock-star che intona canzoni: è un poeta che fa dei propri versi storie teatrali musicali. L’alchimia dei tre musicisti eccezionali attorno a lui completa la meraviglia e nasce, così, la band le cui performance segneranno un’epoca creando sempre maggiori problemi di ordine pubblico, la cui musica passerà alla storia. Per capire come e perché le capacità performative, poetiche e canore di Jim Morrison poterono attivare nella nostra epoca le stesse pulsioni originarie che in Grecia erano destate da Dioniso, occorrerebbe guardare attentamente alle sue radici culturali di scrittore. Radici complesse, nelle quali si mescolano una rilettura di Nietzsche in chiave di liberazione dei costumi sessuali e sociali, la lezione simbolista e ribelle di Rimbaud e Baudelaire del poeta come profeta-vagabondo, la visionarietà e l’ansia autodistruttrice di Dylan Thomas, l’erranza be-bop della Beat Generation, nonché una visione del teatro come contagio e come scandalo, conformemente alle teorie di Antonin Artaud e alle esperienze del Living Theater di Julian Beck e Judith Malina. Queste influenze eterodosse confluiscono in Morrison, che vive nella propria carne, fino alle estreme conseguenze, un impeto di delirio catartico divenendone paradigma vivente (e morente). Certo era il tempo giusto. Non perché Morrison sia un frutto della cultura hippie, perché appunto credo non lo sia e che la questione, come sopra ho accennato, sia più complessa; ma in quanto in tale cultura il personaggio di Morrison ebbe modo di fiorire e sbocciare. Solo in quell’epoca di rivolta e libertà Dioniso poteva rinascere. Ovviamente, il fatto che sia scomparso in un’età così giovane, come se fosse il figlio più caro agli Dei, vinto dall’alcool, dalla pazzia e dalla vita, ha definitivamente consacrato la sua leggenda. Ho detto “scomparso”, non “morto”: giacché, com’è noto, le circostanze della fine di Jim Morrison non furono mai chiarite del tutto. La versione ufficiale asserisce che gli eccessi etilici gli bloccarono il cuore in piena notte mentre era nella vasca da bagno dell’albergo al centro di Parigi in cui s’era rifugiato con la sua “compagna cosmica”, Pam Carson, per sfuggire al mondo e ai tribunali; ma in molti sostengono di averlo visto morire per overdose in un bagno del Rock-and-Roll Circus, locale di tendenza della Parigi anni Sessanta; altri affermano che svenne, sfinito, dopo una corsa folle tra i tetti della capitale francese, battendo la tempia contro una grondaia; altri ancora dicono che abbia volontariamente messo fine ai suoi giorni. C’è anche chi pensa, e non sono pochi, che quel 3 di luglio di quarant’anni fa Jim Morrison non sia morto affatto: avrebbe solo inscenato la sua dipartita terrena, per lasciarsi tutto alle spalle e andare a vivere sotto mentite spoglie nell’isola hawaiiana di Maui, dove starebbe ancora. Non so quale tra queste teorie sia meno assurda. A me piace pensare che in realtà quella notte Jim si addormentò ubriaco per un vicolo di Parigi e Zeus, vendendolo, riconobbe suo figlio e se lo legò nuovamente nella coscia, in attesa di farlo rinascere ancora. Cesare Catà

Il ricordo di un mito. Chi era Jim Morrison, il più maledetto protagonista della scena rock mondiale. David Romoli su Il Riformista il 3 Luglio 2021. James Douglas Morrison, “Our Leather Lamb”, il nostro agnello di cuoio, come lo definì Patti Smith, il musicista convinto che nella sua anima si fosse trasferita quella dello Sciamano pellerossa che aveva visto morire da bambino sull’autostrada. Jim Morrison nudo sul palco, nel mirino da quel momento di tutta la polizia d’America. In equilibrio sul cornicione, ubriaco, sospeso nel vuoto: un gioco suicida che faceva spesso e che terrorizzò l’amante Nico, una che pure quanto a follia non scherzava. Nel luglio 1971 la morte di Morrison a Parigi segnò l’avvio del semestre più tragico nella storia del rock’n’roll. Meno di due mesi dopo sarebbe toccata a Jimi Hendrix, anche lui per droga, poi in ottobre a Duane Allman, incidente in motocicletta: i due migliori chitarristi d’America falciati in poco più di un mese. C’era già stata la scomparsa di Janis Joplin, nell’ottobre del ‘70, e negli anni seguenti sarebbero stati uccisi dall’alcol o dalla droga PigPen dei Grateful Dead, Gram Parsons, Mama Cass e in motocicletta, nello stesso punto dove si era schiantato un anno prima Duane, sarebbe morto nel ‘72 Berry Oakley, bassista della Allman Bros Band. Una strage. La sanguinosa vendetta di quel lato oscuro e della controcultura a cui nessuno aveva dato voce più di Jim Morrison e dei Doors. La band era nata sulla spiaggia di Venice, con due studenti appena usciti dall’Ucla e innamorati di cinema che s’incontrano per caso all’alba di fronte all’oceano: Jim Morrison e il futuro organista dei Doors Ray Manzarek. Volevano fare i registi, parlarono di cinema ma anche di musica. Manzarek aveva già una sua band. Morrison, scriveva poesie e testi di canzoni. Da quell’incontro invece di un film nacque una rock band che era una sfida sin dalla formazione: quattro elementi ma niente basso e quando mai si è ascoltata una rock’n’roll band priva di basso? Il primo disco dei Doors, inciso nel 1966, uscì nel gennaio successivo: dunque nel 1967, l’anno chiave di quell’epoca, quello dell’“Estate dell’amore”. Frotte di adolescenti si riversavano nella Haight-Ashbury di San Francisco, il cuore della controcultura hippie, immaginando di poter costruire in poche settimane un mondo nuovo. “If You’re Going to San Francisco Be Sure to Wear Some Flowers in Your Hair”: lo cantavano in tutta la California, in tutti gli States, in tutto l’Occidente. Al festival di Monterey e qualche giorno prima al Fantasy Fair and Magic Mountain Music Festival di Marin County, battesimo della Summer of Love, emergeva quella che due anni dopo si sarebbe identificata addirittura come una nuova nazione, senza radici e senza confini, la Woodstock Nation. I Doors erano parte di quel movimento. Suonavano nei locali di LA già da un anno e mezzo ma l’esordio di massa fu proprio al Festival di Marin County. In primavera avevano tenuto una serie concerti al Matrix, cuore della musica hippie di San Francisco. Ma i Doors non furono mai davvero e del tutto omogenei alla controcultura. Non ne condividevano l’ingenuità, la solarità posticcia, la superficialità facilona. La loro musica e gli spettacoli che il cantante-sciamano metteva in scena scivolando quasi in un orgiastico stato di trance erano più inquietanti, più ombrosi. Nessuno più esplicitamente di Morrison esprimeva la sessualità sfacciata e oltraggiosa del rock’n’roll, ma senza mai ridurla ai miti dell’epoca sulla naturalezza spontanea del sesso libero e liberato. Il verso di The end, censurato nel disco ma cantato senza omissioni “Father, I Want to Kill You, Mother, I Want to Fuck You”, Papà voglio ammazzarti, mamma voglio scoparti, sarebbe stato impensabile anche per le più complesse e meno infantili tra le band floreali della California hippie. In quel 1967 i Rolling Stones, alla cui musica i Doors si erano ispirati, cantavano Let’s Spend the Night Together ed era già quasi inaudito: passiamo insieme la notte. Nell’interpretazione di Morrison l’hit che lanciò i Doors negli stessi mesi, Light My Fire, faceva sembrare gli Stones liceali pruriginosi. Nel rock di quell’epoca l’oltraggiosità era un requisito d’ordinanza. Non significa che non fosse sincera ma era pur sempre mediata e adeguata alle esigenze del mercato. Era accettabile. Non quella dei Doors, non quella di Jim Morrison. La sua era una provocazione portata agli estremi, una sfida che metteva nel conto l’eventualità dell’autodistruzione anche prima dell’overdose di Parigi ma la trasformava in erotismo e rivolta. «Elvis ha liberato i nostri corpi. Dylan le nostre menti»: la citazione di Bruce Springsteen è nota. Jim Morrison è stato forse l’unico a coniugare i due messaggi. L’uso del corpo sul palco portava a compimento la rivoluzione iniziata dal bacino rotante di Elvis, rendeva tanto esplicito il contenuto sessuale della sua musica da rendere quasi necessaria quella provocazione che gli costò moltissimo, lo spogliarsi sul palco. Ma allo stesso tempo i testi complessi, ermetici, spesso torbidi stravolgevano il senso di quella sensualità ostentata, la spogliavano di ogni innocenza. Aprivano la strada alla musica e alla cultura dei decenni successivi. Forse il segreto della longevità di Morrison, della sua popolarità che sfida il tempo e le tendenze dipende proprio da questo: dall’essere stato insieme l’icona del suo tempo ma anche del superamento di quell’epoca dorata. David Romoli

Robby Krieger "Caro Jim, il tuo fuoco resta acceso". Luca Valtorta per “Robinson - la Repubblica” il 3 luglio 2021.  "Sai cosa dobbiamo fare?" disse Jim al suo amico Sam, che era venuto a trovarlo a Los Angeles dove frequentava la Ucla, la facoltà di cinema da cui sarebbero venuti fuori attori come James Dean, Jayne Mansfield, James Franco, Jack Black e registi come Paul Schrader e Francis Ford Coppola. "No, cosa?" rispose Sam. "Dobbiamo creare un gruppo rock". "Merda, sono anni che non suono la batteria! E tu cosa faresti?". "Io farei il cantante". "Sai cantare?". "Cazzo, non so cantare?". "E come chiameremo il gruppo?". "The Doors. C' è quello che si conosce e quello che non si conosce. E c' è una porta che separa le due cose. E io voglio essere quella porta. Ahhh wanna be th' doooorrrr". Le porte della percezione di Aldous Huxley rivedute e corrette da Jim Morrison. Qualche tempo dopo Sam è tornato a casa ma sulla spiaggia di Venice, Jim, che vive sul tetto di un condominio, prende Lsd quasi tutti i giorni e scrive poesie, incontra per caso il compagno di scuola Ray Manzarek. È seduto sulla sabbia. "Ho scritto qualche canzone". "Fammela sentire", risponde Ray. "Non ho una gran voce" dice Jim, e intona quella che sarebbe diventata Moonlight Drive. "Non ho mai sentito testi più belli. Facciamo una band e tiriamo su un milione di dollari". "Precisamente. Ma il milione di dollari non è così importante". Qualche tempo dopo Ray chiese a John Densmore, che aveva conosciuto a un corso di meditazione trascendentale, se voleva suonare la batteria con loro. John portò con sé al primo appuntamento il suo amico Robby Krieger, che suonava la chitarra. Erano i Doors. Con i provini delle prime canzoni fecero il giro delle case discografiche: nessuno li voleva. Cinquant' anni fa, il 3 luglio 1971, Jim Morrison moriva di overdose in una vasca da bagno. Ma l'eco della musica dei Doors non si è mai spento. Tanto che quest' anno cade anche il 50esimo anniversario di L.A. Woman, l'ultimo album in studio con Jim Morrison uscito il 19 aprile del 1971 e che verrà ripubblicato in autunno con varie versioni delle canzoni mai ascoltate prima e altro materiale. Robby Krieger, chitarrista dei Doors, è un elemento di particolare rilievo della band perché è autore anche di alcuni tra i testi più importanti, tra cui il più grande successo realizzato dalla band, Light My Fire.

Come è nato "L.A. Woman?". So che era un periodo molto difficile per voi.

«Beh sì, lo era perché c' era appena stata la storia di Miami (il famoso concerto del primo marzo 1969 dove Jim venne accusato di aver mostrato i genitali per cui fu arrestato e subì un processo, ndr) e a causa di quello era impossibile suonare perché eravamo stati banditi da tutti i club. Così l'unica cosa che potevamo fare era registrare un disco». 

Uno dei pezzi scritti da lei in "L.A. Woman", "Love Her Madly", è diventato uno dei maggiori successi dei Doors. Come è nata?

«Stavo suonando la chitarra a dodici corde e, non so come, mi sono arrivati questi accordi. E poi è arrivata l'immagine di me e di mia moglie che litigavamo, io che vado fuori di testa e lei che se ne va sbattendo la porta così forte che l'intera casa sembrava tremare!».

Quando la canzone dice: "Don' t ya love her as she' s walkin' out the door/ Like she did one thousand times before" immagino.

«Esatto, quella è l'idea di come lei esce dalla porta: sbamm! Succede in tutte le case, no (ride)?». 

La canzone più famosa dei Doors invece è "Light My Fire", presente già nel primo album.

«Sì, il primo singolo a uscire fu Break on Through ma non "ruppe" ("break", ndr) granché: non entrò neanche nella Top 100 mentre Light My Fire rimase al primo posto per alcune settimane. Sapevamo che era una buona canzone perché quando la suonavamo dal vivo la gente andava fuori di testa. Ma non potevamo pubblicarla come singolo perché durava più di tre minuti e noi volevamo che dentro ci fossero i nostri assoli, come nell' album, solo che in quel modo il brano arrivava a quasi sette minuti. Dopo l'insuccesso di Break on Through decidemmo di cedere.  La tagliammo a tre minuti e "accese il fuoco"!». 

Lei ha scritto una parte della canzone.

«Io ho scritto la maggior parte del brano (ride). Ma fu merito di Jim. Ci mancava un pezzo e lui, che aveva composto tutti gli altri brani, spinse la band a inventare qualcosa dicendo: "Perché devo fare io tutto il lavoro? Provate a inventarvi qualcosa di universale che possa funzionare anche tra qualche anno". Così ho pensato a qualcosa legato ai quattro elementi e ho scelto il fuoco».

Come mai?

«Avevo in mente la canzone Play with Fire dei Rolling Stones e mi sembrava che il fuoco esprimesse bene il senso della nostra musica: nessuno aveva mai usato quelle parole! Ray ci mise la intro, che all'inizio era a metà canzone, e io avevo gli accordi giusti per andare avanti. Ne rifece una versione che andò al numero uno anche José Feliciano. Col tempo ne sono venute fuori moltissime altre: un giorno farò un disco che le raccoglie tutte, da Stevie Wonder a Nancy Sinatra». 

Quale fu la parte di Jim?

«È quella che inizia con "funeral pyre". Io gli dissi: "Ma Jim, devi proprio sempre parlare di morte?". Lui però voleva che fosse così. Mi disse: "C' è la parte dell'amore e c'è la parte della morte". Aveva ragione: in realtà ci stava benissimo. Il testo infatti giocava su diversi significati: vita, morte, amore, droghe. A ciascuno cogliere il suo».

Sono sorpreso dal fatto che Jim spingesse il gruppo a scrivere. Non succede quasi mai.

«Sì, lui voleva che fossimo una vera band». 

Quindi dividevate anche tutti i guadagni?

«Beh, sì, e un po' sono stato fregato da questa cosa (ride)». 

Quante canzoni ha scritto?

«Light My Fire, Love me Two Times, Spanish Caravan, Touch Me, Love Her Madly e altre: il fatto è che messe insieme finiscono per valere quasi più di tutte le altre». 

Il primo libro sulla musica che ho letto è stato "Nessuno uscirà vivo di qui": so che non era tutto vero.

«...Ma era una buona lettura! Non era tutto vero ma catturava lo spirito dei Doors: lo scrissero Danny Sugerman e Jerry Hopkins. Ma anche Ray ha contribuito alla scrittura di quel libro». 

Davvero?

 «Sì. Cambiarono un po' di cose apposta. Quel libro venne pubblicato una decina di anni dopo la morte di Jim ed era basato su una lunghissima intervista che Hopkins aveva fatto per Rolling Stone ma nessuno lo voleva pubblicare; allora Danny (che faceva parte dell'entourage dei Doors e che sarebbe diventato loro manager dopo la morte di Jim, ndr) aggiunse un po' di roba, con l'apporto di Ray, per renderlo più eccitante e la cosa funzionò. Funzionò molto bene, devo dire. Tra l'altro il film di Oliver Stone è in buona parte basato su quel volume».

Cosa ne pensa di quel film?

«Penso che sia un modo divertente per prendere in giro me stesso! Ero lì per tutte le riprese delle parti musicali e credo che Oliver Stone abbia fatto un grande lavoro. E Val Kilmer ha ricantato benissimo le canzoni: la parte dei concerti è molto, molto buona. Purtroppo c' è troppa enfasi sul rapporto tra Jim e Pam, in cui sembrava che Jim fosse sempre ubriaco, il che non era vero. Ray litigò con Stone per questo e perché non tenne conto di varie indicazioni storiche ma anche perché il lato più spirituale e poetico di Jim veniva messo completamente in ombra».

E quando invece Coppola vi chiese il permesso di usare "The End", quale è stata la vostra reazione?

«Adoro Apocalypse Now: il primo suono che senti quando inizia è quello della mia chitarra che suona The End (ride)! Coppola ha comprato i diritti di tutte le nostre canzoni per il film e quindi poteva fare quello che voleva. Esiste una parte in cui c' è Light My Fire ma non è mai stata usata: c' erano dei soldati che insegnavano a dei ragazzini come cantare Light My Fire! Era veramente cool!». 

Molti pensano sia un sitar, non una chitarra, quello che viene usato per l'inizio di "The End": non è così?

«È una chitarra ma accordata secondo una scala indiana, così sembra suonare come un sitar: ho studiato musica indiana e sono stato molto influenzato da Ravi Shankar».

Con Antonioni invece non andò bene.

«Stavamo finendo di registrare un brano, L' America, che pensavamo potesse andare bene per il film a cui stava lavorando, Zabriskie Point, e l'avevamo invitato in studio. Una sera qualcuno del suo entourage lo portò lì e per presentarci disse: "Mr Antonioni, questi sono i Doors e hanno scritto una canzone che sarà il tema per il suo film". E lui, stizzito: "Solo Antonioni può dire quale canzone sarà in un suo film!". Capimmo che poteva essere la migliore canzone del mondo ma non l'avrebbe mai usata. Credo non l'abbia neanche ascoltata alla fine...».

Anche i Pink Floyd hanno avuto problemi: la maggior parte delle loro canzoni è stata scartata.

«Avevo anche un paio di amici che lavoravano nel film e che avrebbero voluto che il pezzo fosse nella colonna sonora, ma non sono mai riusciti a parlare con il regista». 

È vero che Jim amava molto Frank Sinatra?

«Sì, è vero. Non credo che cercasse di cantare come lui o cose simili ma solo che apprezzasse la sua abilità vocale e penso anche che avessero un range vocale molto simile. Quando ha esordito Jim non era un cantante così straordinario ma dopo che abbiamo iniziato a suonare ogni sera, è andato migliorando continuamente. E siccome è successo gradualmente non mi sono reso conto subito di come fosse aumentato il suo range: poteva cantare note davvero alte come in The End o Light My Fire ma anche cose come Roadhouse Blues. Nel corso degli anni mi è capitato di suonare canzoni dei Doors con molti altri artisti e sono davvero pochi quelli che sono riusciti a raggiungere le note correttamente. Mi sono reso conto solo molto tempo dopo di quale grande cantante fosse». 

Secondo lei Jim odiava essere considerato un sex symbol? A volte insultava il suo pubblico.

«Credo che all'inizio gli piacesse, però penso che presto abbia capito che quella cosa stava distogliendo la gente dalla poesia. Al pubblico piaceva la sua poesia, certo, ma gli piaceva ancora di più vederlo fare cose pazze. E così dopo un po' ha cercato di ribellarsi a tutto questo». 

Dal momento che gli è stato molto vicino, che tipo di persona era, secondo lei, Jim Morrison? Immagino ci abbia pensato parecchie volte in tutto questo tempo.

«Che tipo di persona era? Era un genio. Hai presente quando hai troppe cose nella testa? Credo credo che per lui fosse così ogni istante. Penso che sia stato per questo che incominciò a bere: per spegnere quelle voci. Era un tipo incredibile, specialmente all' inizio, prima che iniziasse a bere. Ed era straordinario al lavoro. Fu una sua idea quella di dividere tutti i compensi per quattro, anche se fino a quel momento era lui a scrivere tutti i testi. Così lui era un tipo veramente in gamba. Ma a volte quando beveva diventava come schizofrenico, selvaggio. Era come se gli venisse fuori un'altra personalità e andava completamente fuori di testa. Ma vi posso assicurare che è valsa la pena lavorare con lui».

·        50 anni dalla morte di Fernadel.

Egidio Bandini per “Libero quotidiano” il 14 marzo 2021. «A Fernand son ami Peppone». Questa fu la frase scritta da Gino Cervi sulla corona di fiori inviata alle esequie di Fernandel: per tutti l' attore francese era don Camillo e, di conseguenza, Cervi era Peppone. Questa, vedremo, è la motivazione che impedì alla troupe di portare a termine le riprese del film Don Camillo, Peppone e i giovani d' oggi con una controfigura per Fernandel. Procediamo con ordine: il regista Christian Jacque e la produzione Rizzoli decisero di concludere la sesta "avventura" del pretone e del grosso sindaco inventati da Guareschi, dopo la spietata diagnosi che i medici francesi comunicarono per Fernandel: tumore ai polmoni. Tutto liquidato e il risarcimento affidato ai Lloyd' s di Londra. All' inizio delle riprese, Fernandel in un' intervista aveva dichiarato che, se avesse dovuto interpretare un don Camillo "convenzionale", come negli altri film, non l' avrebbe mai fatto: «La grande idea è di portare i tre personaggi - disse Fernandel - don Camillo, Peppone e Gesù, fra i giovani d' oggi: don Camillo non è d' accordo sulla nuova Messa, sulla Messa in francese, ma nemmeno con i maoisti. Sarà un film speciale e, purtroppo l' ultimo, perché è morto Guareschi: il figlio di Peppone è un capellone, ma anche Gesù, nel film, si definisce un capellone». Fernandel paragonava Giovannino Guareschi a Molière e dichiarava che don Camillo era il «ruolo della sua vita» e che, se tutto fosse andato bene, le riprese sarebbero terminate il 15 settembre: «Se tutto va bene...» aveva ripetuto al giornalista francese. Gino Cervi, intanto, era arrivato puntualmente sul set senza baffi (li aveva usati finti nel primo film e lo fece anche nei restanti cinque per scaramanzia) e tutto sembra procedere per il meglio. Ma, in quella caldissima estate del 1970, le cose vanno diversamente, come scrive Maurizio Schiaretti: «Le riprese si susseguono in un clima insopportabile, ci sono momenti in cui, al sole, la temperatura raggiunge i 60°. I due interpreti ne soffrono pesantemente: Fernandel si sente sempre più stanco e a ridargli energia non bastano le pietanze preparate apposta per lui dalla fedelissima Tina, arrivata da Marsiglia. È costretto ad interrompere le riprese di una scena in cui deve portare in braccio l' attrice Graziella Granata che non arriva a cinquanta chili (nella foto drammatica due della troupe sostengono l' attrice con un lungo asse). Christian Jacque fa di tutto per farlo sentire a suo agio ma il 31 luglio l' attore si fa visitare a Parma da uno specialista dei polmoni e la sera chiama il regista: «Devo interrompere immediatamente la lavorazione - gli dice quasi in lacrime - ho un polmone fuori uso e l' altro è pieno d' acqua, capisci! Non mi era mai successo di lasciare un film a metà e proprio con te, poi!». Christian Jaques cerca di rassicurarlo: «Non ti preoccupare, torna a Marsiglia e riposati. Quando starai meglio riprenderemo». Il 2 agosto Fernandel e sua nipote Martine ripartono in automobile per la Francia, la troupe si scioglie lasciando a Brescello proiettori, cavi, praticabili». Tutto finito? In realtà esiste un' intervista televisiva, rilasciata dall' attore il 15 ottobre 1970 a Jean-Paul Seligmann, nella quale Fernandel dichiara che gli restano solo 35 minuti (di riprese) per finire il film e prosegue: «Senza dubbio sarei in grado di riprendere il mio ruolo molto prima, ma questo non sarà possibile perché abbiamo iniziato il film all' aperto nel mese di luglio. In quel momento gli alberi sono carichi di foglie che ora stanno iniziando a cadere. Siamo così costretti ad aspettare il ritorno della primavera». Nelle immagini l' attore si mostra in forma e ben deciso a finire quanto cominciato, ma ormai la produzione aveva liquidato il film e consegnato le copie: alla cineteca per i contributi statali; forse ai Lloyd' s per l' assicurazione e, qualcuno dice, una copia anche a Fernandel della quale si ignora il destino. Scomparso Fernandel, neppure si poté utilizzare la storica controfigura Fortunato Arena, come disse Gino Cervi a "La Stampa" il 27 febbraio 1971: «Lui (Fernandel) se n' è andato prima e ha portato con sé nella tomba anche don Camillo. Quale attore accetterebbe di mettersi al confronto con Fernandel per riprendere la parte di don Camillo? È sparita definitivamente una maschera e con lui, anche quella di Peppone». Insomma, per rivederli non resta che ritrovare questa benedetta pellicola, che ha un' altra curiosità: nel ruolo dello zazzeruto figlio di Peppone c' era un giovanissimo Giancarlo Giannini...

·        50 anni dalla morte di Coco Chanel.

Mezzo secolo senza Coco e uno con Chanel N°5. Edvige Chanel su Il Quotidiano del Sud il 27 dicembre 2020. Coco Chanel, scomparsa a Parigi il 10 gennaio 1971. “Non mi pento di nulla nella mia vita, eccetto di quello che non ho fatto”, et voilà mademoiselle Coco Chanel. Leggendaria e unica, ribelle e geniale Coco sarà una delle prime donne ad essere ricordate nel primo mese dell’anno che verrà. Il 10 gennaio, infatti, ricorrono i cinquant’anni dalla scomparsa della celeberrima stilista francese le cui regole creative e di stile ancora oggi fanno la differenza. Mezzo secolo senza Coco e uno col “suo” iconico profumo: Chanel N°5. Per intenderci, la fragranza con cui andava a letto Marylin Monroe. Coco, dunque: i fili di collane di perle, il taglio dei capelli alla garçonne, la sigaretta tra le labbra, i cappellini immancabili ma misurati, il tailleur bon ton con la giacca senza collo e le taschine profilate. “Mi domando perché mi sono lanciata in questo mestiere; perché vi figuro come rivoluzionaria? Non fu per creare quello che mi piaceva, ma proprio, dapprima e anzitutto, per far passare di moda quello che non mi piaceva”, diceva mademoiselle Coco il cui vero nome era Gabrielle Bonheur Chanel. Gabrielle, dunque, per ritrovarla appena nata il 19 agosto 1883 in un ospizio dei poveri a Saumur. Figlia di un venditore ambulante, infanzia in un orfanotrofio, scuola di apprendimento delle arti domestiche a Notre Dame. Appena diciottenne inizia a lavorare come commessa a Moulins, presso il negozio di biancheria e maglieria Maison Grampayr. La scelta di chiamarsi Coco legata a una canzone “Qui qu’a vu Coco?” che lei cantava in un caffè-concerto. Nel 1926 inventa il tubino “le petite robe noire” (vestitino nero). Classe senza tempo. Il resto è la storia di una donna anticonformista e geniale che oltre a rivoluzione la moda e i costumi, ha dimostrato che si può nascere in un ospizio per poveri e diventare Coco Chanel. E non è una favola!

Coco Chanel, le sue 7 lezioni di vita che non passano mai di moda. Ilaria Perrotta su Vanityfair.it il 5/5/2021. Ha inventato, tra le altre cose, il tubino nero e il profumo più iconico del mondo, ovvero N°5 che il 5 maggio 2021 spegne 100 candeline ed è ancora oggi il più venduto al mondo. Mai fuori moda, come l'approccio al lavoro e lo stile di vita di Coco Chanel che fornisce insegnamenti immortali e contemporanei. Proprio come lei. Pioniera e riferimento per migliaia di donne, Coco Chanel è colei che ha saputo creare un impero pur provenendo da origini molto umili. Al di là delle controversie su alcuni episodi della sua vita (come quella che durante la Guerra avrebbe avuto una relazione con un ufficiale nazista) nessuno può gettare ombre sull’azienda di successo, oggi sinonimo di opulenza, eleganza, lusso e classe, che ha creato dal nulla, contando solo sulla sua immane personalità. Dal tailleur alle perle (che lei, per prima, ha reso democratiche e che indossava a cascate, naturalmente false) dalla borsa matelassé (la mitica 11.12) alla giacca in tweed, fino al leggendario N°5, la fragranza che irrompeva sul mercato esattamente un secolo fa, il 5 maggio 1921, e che da allora è ancora tra i profumi più venduti al mondo, unico ad aver attraversato il secolo conservandosi moderno e attuale. «Qualcosa di elaborato, che resti addosso. Un profumo da donna che sappia di donna, nessun olezzo di rosa o mughetto», così Gabrielle nel 1920 descriveva al naso Ernest Beaux come immaginava la sua essenza che, pare, lei volesse le ricordasse l’odore delle mani di sua madre, lavandaia in Provenza. A celebrarlo, tra le altre cose, proprio il 5 maggio l’uscita del libro Chanel N° 5. Il profumo del secolo, con fotografie e illustrazioni, in quattro edizioni internazionali (italiano, inglese, francese e tedesco) firmato da Chiara Pasqualetti Johnson (ed. White Star). Sin dalla boccetta rigorosa (inclusa dal 1954 nelle collezioni permanenti del MOMA di New York), minimalista, senza fronzoli e con il tappo che ricorda la forma di Place Vendôme a Parigi, si fa emblema del nuovo ordine dello stile firmato Mademoiselle Chanel: elegantemente basico, essenziale, confortevole, comodo perché le donne dovevano, per prima cosa, sentirsi libere. L‘eau de toilette indipendente, che tiene alla larga le note dolciastre di tendenza ai tempi di Coco, parla di una lei volitiva, forte, sicura di sé, che sa che, se vuole, può arrivare dappertutto. Coco Chanel, insomma, ha comunicato con le sue creazioni, messaggi per il tempo avanguardistici e oggi assolutamente contemporanei. E così guardiamo ancora a lei dopo cento anni perché ha ridefinito la femminilità attraverso il suo impero della moda, fornendo allo stesso tempo lezioni di vita su stile e savoir-faire. Coco Chanel è stata, infatti, all’unisono un’ artista, una ribelle e, soprattutto, un’acuta donna d’affari. Non si è mai lasciata definire dal suo passato e dalle sue umili origini, ma ha vissuto la sua meravigliosa vita sempre secondo i suoi desideri, mostrando caparbietà e determinazione. E questa è una lezione evergreen destinata a non andare mai, mai, mai fuori moda. Nella gallery le lezioni di vita e professionali che Coco Chanel continua a darci. Da leggere e fissare nella mente, perché no, con addosso due gocce di N°5.

Daniela Giammusso per “Ansa” il 4 maggio 2021. "Un profumo da donna che sappia di donna". "Nessun olezzo di rosa o mughetto". Ma qualcosa di "elaborato, che resti addosso". Era il 1920 e in vacanza in Costa Azzurra Coco Chanel descriveva così quella che voleva diventasse la "sua" essenza. Davanti a lei, Ernest Beaux, ometto dal "grande naso", di professione chimico, cresciuto a San Pietroburgo, dove il padre lavorava per gli zar. Due perfezionisti assoluti, che di lì a qualche mese avrebbero creato il profumo icona per eccellenza. Chanel N° 5, la fragranza 'astratta' lanciata da mademoiselle Coco il 5 maggio 1921, compie 100 anni ed è ancora oggi tra i profumi più venduti al mondo, l'unico ad aver attraversato il secolo senza mai perdere un afflato della sua allure e anzi restando sempre moderno, attuale. Per l'occasione, due volumi ne ricostruiscono nascita e successo: "Coco Chanel. Unica e insostituibile", biografia ricca di approfondimenti della giornalista Roberta Damiata (ed. Diarkos, pp. 104 - 18,00 euro) e "Chanel N° 5. Il profumo del secolo", con fotografie e illustrazioni, in uscita il 5 maggio in quattro edizioni internazionali (italiano, inglese, francese e tedesco) firmato da Chiara Pasqualetti Johnson (ed. White Star, pp.64 - 14,90). Una boccetta consegnata al mito dalle parole di Marilyn Monroe, quando in un'intervista del 1952 candidamente rispose: "Cosa indosso a letto? Che domande, Chanel N° 5, ovviamente". Ma che in realtà è stata sin da subito molto di più, emblema di quella nuova femminilità che Coco Chanel ha saputo costruire a colpi di eleganza, tubini essenziali e uso di tessuti comodi come il jersey, che rendessero la donna libera. Anche la sua essenza doveva essere così: senza fronzoli, ne inclinazioni dolciastre (come era invece in voga nelle fragranze e nell'idea di donna di quegli anni), ma volitiva, indipendente, per nulla fragile. La prima a suggerirle l'idea di un profumo, ricostruisce la Damiata, potrebbe essere stata Misia Sert, regina dei salotti parigini, alla quale Gabrielle doveva molto e alla quale fu molto legata. Ma è nell'estate del 1920, quando il granduca Dimitri Pavlovich le presenta Beaux, uno dei primi chimici a utilizzare aldeidi e profumi di sintesi, che il progetto può realizzarsi. Coco vuole qualcosa di assolutamente diverso, folgorante. L'ispirazione di partenza pare fosse "l'odore della pelle delle mani di sua madre, lavandaia della Provenza". Il chimico lavorò per lei realizzando due serie di campioni numerati da uno a cinque e da venti e ventiquattro. Nel profumo c'è un bouquet floreale che lascia intravedere le note di rosa di maggio e di gelsomino di Grasse, amplificate dalle aldeidi. Un flacone di Chanel N.5 da 30 ml contiene: 1000 fiori di Gelsomino di Grasse e 12 Rose di Maggio di Grasse. Anche questa una piccola rivoluzione, perché fino a quel momento si erano lanciati solo profumi a un'unica essenza. E fu anche tra i primi profumi ad usare le aldeidi (additivi privi di odore, ma capaci di esaltare gli altri, chiave dell’unicità del suo aroma inconfondibile). La scelta di Mademoiselle cadde sulla boccetta numero cinque, casualmente il suo numero fortunato. E a cavalcare sorte e scaramanzia, decise di lanciarlo proprio il 5 del quinto mese dell'anno nel corso della sua nuova collezione, chiamandolo semplicemente Chanel N° 5: il primo profumo nella storia a portare il nome della sua creatrice.

La piramide olfattiva di Chanel N°5:

Famiglia Fiorita-Aldeidata

Note olfattive

Testa Aldeidi, Bergamotto, Limone, Neroli

Cuore Gelsomino, Rosa, Mughetto, Iris

Fondo Vetiver, Sandalo, Vaniglia, Ambra

Genio del marketing prima ancora che il marketing esistesse, riuscì poi a farne subito un oggetto del desiderio. Studiò una boccetta in vetro o cristallo quasi minimalista (come la sua idea di eleganza fatta molto più del togliere che aggiungere), geometrica e razionale (come le correnti artistiche del tempo).  Il tappo ricorda la forma di Place Vendôme a Parigi. E non la mise in vendita. Era un omaggio per le clienti più facoltose. "Quasi un dono personale che elevava a una posizione privilegiata", scrive la Damiata.  Risultato, prima ancora di debuttate nella boutique al 31 di rue Cambon, le signore più chic dell'alta società parigina facevano a gara per averlo. E con quella boccetta, arrivò anche l'esigenza di un marchio: la celebre doppia C che da quel momento rese iconico tutta ciò che Cocò firmava. Il resto è storia, dalla nascita nel 1924 della nuova Societé des parfums Chanel alle foto dei soldati americani in fila per ore a Parigi pur di riportare a casa almeno un flaconcino dell'eleganza e del lusso europeo. E poi le serigrafie di Andy Warhol, Ads: Chanel, ispirate alle pubblicità del profumo. Ma soprattutto le molte bellissime dive che, fotografate o dirette da grandi maestri da Ridley Scott a Baz Luhrmann, in un secolo hanno prestato il loro volto a quella fragranza unica e senza tempo. Dalla stessa Coco ritratta su Harper's Bazaar a Nicole Kidman e Catherine Deneuve e poi negli anni Marion Cotillard, Carole Bouquet, Audrey Tautou, Lily-Rose Depp. E, primato nei primati, c'è anche un uomo, Brad Pitt. 

"Il Profumo", romanzo di Patrick Süskind. “Poiché gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all'orrore, davanti alla bellezza, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo era fratello del respiro”.

Laura Bosetti Tonatto per Dagospia il 5 maggio 2021. Oggi ci sono ottimi profumi che non hanno il successo che meriterebbero, pessimi profumi che ne hanno grazie ai soldi spesi in influencer e pubblicità, altri ancora che vivacchiano per qualche mese e poi scompaiono, subito sostituiti da un’altra novità: ogni anno ne escono sul mercato circa 6000, più di 16 al giorno. I profumi non si fanno più come ai tempi di Coco Chanel e non è detto che sia un male. Ma non è sicuramente un bene il fatto che il committente (colui che vuole un nuovo profumo) non incontri più nella maggior parte dei casi il “naso” (il creatore di profumi) che deve realizzarlo. Gabrielle Chanel incontrò invece per fortuna Ernest Beaux, parlarono a lungo, si spiegarono e si capirono. Lei voleva un profumo che sapesse di donna, non solo di mughetti e viole. Scartò molte proposte, Beaux ne preparò altre. Lei scelse alla fine il numero 5, com’è noto e stranoto, e non gli cambiò neppure il nome. Un nome in fondo non serviva, perché quel profumo Coco non voleva al momento venderlo: lo avrebbe regalato alle signore che acquistavano uno dei suoi già allora molto costosi vestiti. Una trovata geniale, che rendeva l’esperienza nel suo atelier un viaggio totalmente esclusivo, che si poteva rimarcare nei colloqui con le amiche invidiosette: “Che buon profumo, cara, dove l’hai preso?” “Oh sai, questo non si può comprare: lo regala Coco alle sue migliori clienti. Perché non ci vai anche tu?” Più tardi Coco ha però capito che non tutte le donne potevano permettersi di indossare un suo abito, ma tutte avrebbero potuto indossare il suo profumo. Nel N° 5 Beaux aveva messo rosa di maggio, gelsomino, ylang ylang e sandalo mescolati, per la prima volta nella storia, con le aldeidi, che non sanno di niente ma sublimano ogni altra fragranza con la quale vengono in contatto. E’ stato lui a proiettare la profumeria nell’era moderna e Coco è stata coraggiosa a rompere con il passato anche nei profumi, dopo averlo fatto con gli abiti. Erano i tempi di Picasso, di Modigliani, di Stravinsky (con cui ebbe una storiella) e di Shostakovich, del Futurismo e del jazz: tutto cambiava e guai a chi restava fermo, perché sarebbe stato dimenticato. Chanel N° 5 è ancora il profumo più venduto al mondo, ma questo non significa che sia quello che alle donne piace di più. Nei test alla cieca, quelli fatti senza che la confezione riveli il nome del profumo che si sta annusando, non si è sempre classificato al primo posto. Succede anche ai migliori vini, non bisogna stupirsene. Le nostre preferenze sono condizionate da molti fattori, spesso estranei alla qualità del prodotto. Coco capì per prima l’importanza di una bottiglia elegante e immediatamente identificabile, priva di ogni leziosità: quasi un contenitore da laboratorio, estraneo a ogni ammiccamento. Un profumo senza nome, il più regalato dagli uomini alle donne, il più citato dalle dive e dalle celebrità.  E’ difficile dire quanto il N° 5 sia cambiato in un secolo di vita, solo chi lo produce lo sa con certezza. Ma è certo che le tonalità cipriate di 100 anni fa oggi non sono più così popolari. Anche i profumi hanno una connotazione temporale, i gusti cambiano, le composizioni vanno corrette, ma senza snaturarle. Negli Anni 60 andava molto il patchouli, negli Anni 80 la vaniglia. Oggi le donne cercano invece nei profumi più leggerezza, e badano molto alla qualità delle materie prime: vogliono sapere che cosa c’è nel flacone e da dove viene. Non amano le materie prime di sintesi, ma su questo c’è poco da fare: oggi è impossibile creare un profumo totalmente naturale per un mercato globale. La Natura è generosa, ma neppure lei può fornire tutto ciò che serve a realizzare una fragranza. E poi le materie prime naturali sono costosissime, porterebbero il prezzo di un flacone a livelli insostenibili. Coco Chanel è stata brava. Ha intercettato un forte periodo di cambiamento, lo ha cavalcato e ha contribuito a plasmarlo, ha capito per prima non solo che cosa volevano le donne della sua epoca, ma le donne di tutte le epoche che continuano a indossare i suoi abiti e a usare i suoi profumi. Sì, al plurale, perché il N° 5 non è tutto. Provate anche il 19, realizzato da Henri Robert per gli 87 anni di Coco: secondo il mio amico Chandler Burr, già critico di profumi per il ‘’New York Times’’, gli sta alla pari, e non posso che dargli ragione.  

LAURA BOSETTI TONATTO, IL “NASO” ITALIANO DI PRINCIPESSE E SCEICCHI. Alice Rosati su forbes.it il 17 ottobre 2019. Laura Bosetti Tonatto una vita senza i profumi non riesce proprio a immaginarla e, se non fosse un “naso”, coltiverebbe comunque piante profumate. Da trent’anni crea fragranze fatte su misura e nella sua olfattoteca si possono contare più di 3mila note provenienti da tutto il mondo che lei sa riconoscere una per una. Il suo cuore, però, appartiene alla rosa: “Condivido quello che diceva il maestro Guy Robert, per fare un profumo bastano due ingredienti e uno di questi deve essere la rosa. È importante distinguere le tonalità di questo fiore per saperlo adattare ai diversi bouquet”. Per Laura, realizzare essenze più che una professione è una passione e per noi italiani è motivo di orgoglio. Non solo perché è un settore tipicamente maschile, ma soprattutto perché lei è uno dei nasi più conosciuti al mondo. Nel 2015 ha firmato la collezione “Essenzialmente Laura”: 39 fragranze per il corpo e la casa che ripercorrono la sua storia. Il suo amore per la rosa l’ha portata a Taif, in Arabia Saudita, dove nei giardini della famiglia reale viene coltivata una rara rosa damascena trigintipetala, dalla profumazione molto intensa per effetto dell’elevata escursione termica. Se ne producono solo 16 chili all’anno e di questi uno le viene riservato  per le sue formulazioni. Un regalo del valore di 50mila euro, ma che in realtà nessuno può acquistare: “Una volta finita la distillazione, il re dona le essenze ai suoi dignitari più meritevoli sotto forma di confezioni che contengono una tolah, ovvero11,7 grammi di prodotto, usanza che fa della rosa una fragranza tipicamente maschile e che connota le persone di potere”, racconta Laura. Tra le clienti di Laura non ci sono solo principesse: “Quando ho ricevuto una telefonata da Buckingham Palace pensavo fosse lo scherzo di un amico londinese e invece poco tempo dopo mi arrivò l’invito formale per creare il profumo personale della Regina Elisabetta II. L’unica cosa che sapevo è che doveva rispettare la sua gaiezza e gioia di vivere. Ci è voluto un anno di lavoro, inizialmente ho creato 12 fragranze di cui Sua Maestà ne ha selezionate e provate quattro prima di arrivare a quella definitiva che oltre all’eau de parfum comprende anche il diffusore per ambiente e le candele”. Il profumo della Regina non ha un nome, ma reca solo il logo dorato con le iniziali stampate a caldo, è un bouquet fiorito con note fissative di ambra, che fin dai tempi di Cleopatra e Lucrezia Borgia rappresentano una donna di elevato carisma. Laura non ha solo creato una profumazione per la Regina ma ne ha scoperto un lato della personalità molto privato: il suo buonumore. “Quando sono stata invitata al Garden Party ho incontrato personalmente la Regina prima dell’inizio dell’evento, fuori pioveva e la cosa che sembrava averla stupita di più era il fatto che non mi fossi bagnata. È una persona normale e l’ho percepito da come cercava in tutti i modi di farmi sentire a mio agio”. I profumi per Laura Tonatto sono ispirazione, ricordi, ma anche studio. Per esempio, la profumazione ideata per il quadro Il suonatore di liuto di Caravaggio all’Hermitage di San Pietroburgo è frutto di un lungo lavoro filologico, alla ricerca della connotazione olfattiva dell’opera e di quei profumi percepiti dal pittore mentre dipingeva, una decifrazione che va al di là del puro estro creativo. Come scegliere, quindi, l’alchimia perfetta per ognuno di noi? “Consiglio di non avere fretta nella selezione di un profumo, l’emozione giusta arriva quando meno ce lo aspettiamo, ma soprattutto, non bisogna lasciarsi attrarre solo perché lo si è sentito su un’amica, una fragranza è estremamente personale”.

Coco Chanel ed Elsa Schiaparelli, le rivali della moda dal destino comune. Alessandra D'Acunto su La Repubblica il 23 aprile 2021. Il libro "Le Rivali" di Paola Calvetti racconta le storie di cinque celebri coppie di antagoniste del Novecento attraverso rivalità realmente esistite, ma mai ammesse. Da Helena Rubinstein ed Elizabeth Arden a Mademoiselle Chanel ed Elsa Schiaparelli, l'autrice svela torti ed invidie di dieci donne dall'incredibile talento, capaci di rivoluzioni e piccoli grandi sgambetti reciproci. Ma, in fondo, non così lontane. Attrici di teatro, rivoluzionarie della moda, imprenditrici della bellezza, giornaliste e sorelle in corsa per l’Oscar. Cinque coppie di celebri antagoniste si riuniscono in Le Rivali, il saggio che sa di romanzo, di ultima uscita Mondadori, firmato Paola Calvetti. “Vorace lettrice di biografie”, l’autrice milanese, 66 anni, di romanzi all’attivo ne ha dieci, tra cui Elisabetta II. Ritratto di regina, pubblicato dalla stessa casa editrice nel 2019, tanto impegnativo quanto avvincente da scrivere. Una scrittrice che ama apprendere e raccontare le vite degli altri ma sempre da una prospettiva insolita. Da questo stesso spirito prende forma la sua opera più recente, che esplora il Novecento ed alcuni suoi grandi personaggi al femminile - da Sarah Bernhardt ed Eleonora Duse a Coco Chanel ed Elsa Schiaparelli, da Helena Rubinstein ed Elizabeth Arden a Hedda Hopper e Louella Parsons fino a Joan Fontaine e Olivia de Havilland - attraverso la loro rivalità, certificata, realmente esistita, al massimo mai ammessa. Tra biblioteche parigine e archivi newyorkesi, cronache ed articoli di giornale d’epoca, Calvetti ha scavato per tratteggiare la dimensione professionale ed intima delle sue protagoniste. Ciascun capitolo è dedicato ad una coppia e si apre con una citazione, un pensiero - che in alcuni casi è più lecito definire insulto- dell’una verso l’altra. Poi una data, un luogo di narrazione ed un insospettabile legame con la storia precedente.

Paola Calvetti ci toglie alcune curiosità sulle rivali più affascinanti del secolo scorso. Come nascono l’idea di questo libro e l’individuazione delle “dieci donne di talento che hanno cambiato la Storia”? Perché queste coppie di rivali rispetto ad altre?

“La rivalità tra donne è nei fatti. Ho cominciato ad esplorare il tema e l’ho voluto ambientare nel Novecento. Nell’individuare le coppie, ho scartato le sportive, antagoniste per definizione: la rivalità è nei punteggi che segnano la vittoria. Ho eliminato la rivalità amorosa, secondo me più complessa. Avevo voglia di parlare di rivalità professionale, perché tutti noi l’abbiamo vissuta, fin dai tempi della scuola. Così ho iniziato a selezionare le protagoniste, in cinque ambiti dove le rivalità erano effettive. L’unico duo che si differenzia è Joan Fontaine e Olivia de Havilland, che erano sorelle. La loro gelosia ed inimicizia, mai apertamente dichiarata, era nel dna, c’era già nella culla. Ma ciò che mi interessava di più era raccontare in positivo la rivalità, cosa possibile quando è sommata al talento. Ho scelto delle donne che hanno inventato un mondo: prima di Helena Rubinstein ed Elizabeth Arden non esisteva la sfera del beauty. La bellezza era relegata alle farmacie, i prodotti erano pochi. Sono state le prime a diversificare le linee per il viso e a commercializzare creme che usiamo ancora oggi. Hanno inventato il packaging e il sogno del vestire il barattolo, come un abito; hanno introdotto i corner nei grandi magazzini (facendosi guerra tra una avenue e l’altra). La parola genio deriva da generare e loro lo hanno fatto, hanno veramente inventato. Sono tutte donne che nel loro campo sono state pioniere. Questo aspetto femminile di creatività mi ha estremamente affascinato".

Nel capitolo dedicato a Schiaparelli e Chanel si legge: “Elsa e Gabrielle, sette anni di differenza e due vite parallele”. Cosa avevano in comune le due grandi stiliste e cosa, invece, le rendeva antagoniste? Puoi raccontarci qualche aneddoto?

“Le rivalità che racconto sono documentate, reali. Ma sulle stiliste mi sono presa una licenza. Perché Chanel che era una multinazionale, un marchio di fama internazionale rispetto a Schiaparelli ed alla sua boutique in Place Vendôme a Parigi, provava invidia nei confronti di Elsa? E la mia tesi è la seguente, come scrivo nel libro. Schiaparelli era un’artista, nata in un ambiente ricco, con un substrato di formazione culturale. Chanel non lo era, a Hollywood ha fallito, è fuggita da quel mondo: sapeva adattare i suoi capi di volta in volta a ballerini ed attori ma non creava costumi. Sosteneva il settore della cultura e questo le ha consentito di farne parte. Schiaparelli è rimasta in auge vent’anni, non è sopravvissuta all’ondata del New Look di Dior, ha dichiarato fallimento nei primi anni Cinquanta, è durata molto meno di Chanel, che nello stesso periodo sfornava ancora grandi invenzioni come il tailleur. Però Schiaparelli era un genio: gli artisti, da Salvador Dalí a Jean Cocteau, la riconoscevano una di loro. La rivalità era iniziata vent’anni prima ‘quando Mademoiselle rischiava di incrociare ogni mattina la donna pronta a minacciare il suo predominio’. L’aneddoto principe? Nel 1939 Chanel ha dato fuoco alla nemica italiana ad un ricevimento in costume, cui partecipavano entrambe. Sotto gli occhi di tutti, ha invitato Elsa a ballare ma era un trappola: l'ha spinta verso un candelabro mandando in fiamme il suo costume ”.

Vite parallele quindi come due rette, che non si incontrano mai? O in fondo Coco ed Elsa non erano poi così lontane?

“Da un punto di vista intellettuale, formale e anche stilistico, Coco e Schiap non si incontreranno mai. Il parallelismo è nella sofferenza e nella vita amorosa: sentimentalmente, sono state entrambe infelici. Un destino che le ha volute sfortunate, Elsa aveva sposato un ciarlatano, padre di sua figlia, che l’aveva lasciata al momento di metterla al mondo. Gabrielle non è mai stata madre e l’uomo che amava era morto in un incidente d’auto. Gli ultimi anni di Schiap sono stati meno tragici di quelli di Chanel, che era miliardaria ma completamente sola. Ha sempre voluto travestire la sua infanzia, l’abbandono del padre, l’orfanotrofio. Negava a se stessa questa ferita: nessuno è riuscito a scrivere una sua biografia finché era viva”.

Nonostante i percorsi costellati di sofferenze, in Le Rivali si apprende nel frattempo come le due couturières fossero capaci di produrre miti indelebili: dalla fragranza N°5, che Chanel fa conoscere alle sue clienti distribuendo campioncini tra un abito ed un accessorio, al maglione trompe-l’œil con fiocco sul davanti (il Bow-Knot) disegnato da Elsa ormai ad una distanza minacciosa dall’atelier di rue Cambon di Coco. La battaglia tra rivali si gioca nel primo arrondissement di Parigi.

Perché Schiaparelli parla di Chanel come di una “noiosa piccolo-borghese specializzata in cimiteri”?

“Perché realizzava abiti neri mentre Schiaparelli simboleggiava il trionfo del colore, non dimentichiamoci che è l’inventrice del rosa shocking. Chanel aveva una palette limitata di colori agli occhi di Schiaparelli. Anche nell’arredamento, Chanel riproduceva la sua filosofia sobria, con déco Coromandel in nero, oro, blu, beige. Schiaparelli era più pop, i suoi vestiti erano musei d’arte contemporanea. Chanel guardava, anche, alla praticità dell’abito, aspetto cui Schiap ha dato attenzione poche volte, come ad esempio durante la guerra, quando ha pensato ad una collezione con abiti muniti di tasche per inserire gli oggetti in caso di bombardamenti ed improvvise ricerche di rifugi”.

Chi sono la Coco e la Elsa di oggi?

“È una domanda che mi sono posta anche io ma senza trovare una vera risposta al femminile, forse perché sono state dei giganti. Si potrebbero certamente trovare dei paragoni ma limitandosi ad un punto di vista estetico”.

Perché mancano rivali contemporanee? È ancora presto per capire se potenziali coppie di oggi faranno la storia o non siamo più capaci di rivoluzioni?

“La grande rivoluzione degli ultimi trent’anni è stata Internet, paragonabile a grandi scoperte del passato. Mi viene da fare un confronto con Sarah Bernhardt ed Eleonora Duse, che non erano solo attrici a confronto, ma due modi di fare teatro. Bernhardt ha creato il divismo, era una Lady Gaga dell’epoca ma capì di essere ancora l’Ottocento. La Duse, invece, era il futuro, perché ha creato il ‘teatro verità’, ponendo le basi per il cinema. Sono diventate impresarie di se stesse, una rivoluzione per l’epoca, oggi è quasi normale crearsi dei ruoli autonomamente. Ai giorni nostri abbiamo tante possibilità in più, evolvere è facile ma rivoluzionare come hanno fatto queste dieci donne sembra impossibile. Il gossip, il giornalismo di spettacoli ed intrattenimento per le donne e fatto da donne lo hanno inventato Hedda Hopper e Louella Parsons. Forse c’è meno da scoprire”. “Non mi viene da trovare due grandi rivali contemporanee" riflette Paola Calvetti, "ma credo che smetteremo le nostre battaglie femministe quando non farà più notizia che una donna ricopre per la prima volta un incarico. Quando non ci sarà più da dire “è la prima” avremo raggiunto finalmente la parità. Le coppie di nemiche di Le Rivali la parità se la sono conquistata. Era anche il secolo, il Novecento, con i suoi dopoguerra e le esplosioni di creatività. Possiamo sperare di rivivere qualcosa di simile dopo la pandemia”.

Qual è la tua coppia di rivali preferita e perché?

“La coppia che mi ha più divertito sono le giornaliste, Hedda Hopper e Louella Parsons, perché mi hanno permesso di addentrarmi nel mestiere, così com’era all’inizio del secolo scorso. Le due che ho preferito sono Eleonora Duse e Sarah Bernardt, era naturale sceglierle. Mi sono occupata di teatro, di balletto, ho lavorato tanti anni alla Scala, è il mio humus. Sono le professioni che mi hanno fatto sentire a casa, immergendomi negli ambienti che più amo”.

·        46 anni dalla morte di Joséphine Baker.

Giuseppe Scaraffia per “il Venerdì di Repubblica” il 5 dicembre 2021. «È innegabilmente il sedere più famoso del mondo e anche il più desiderato. Un sedere talmente celebre e agognato da poter essere venerato […]. È un sedere fotogenico. Lo schermo riproduce le sue linee ferme e dolci, i sussulti lascivi e gli scatti più selvaggi […]. Una sintesi di voluttà animale, giovane e vivace come il jazz, trepidante, ridente, brutale e candida, soprattutto gioiosa di una gioia infantile sana ed esuberante». A scriverlo era uno dei tanti spettatori in smoking al Théâtre des Champs-Elysées nell'ottobre 1925. Lei non aveva ancora vent'anni, lui, Georges Simenon, pochi di più, ma era già noto per la sua inesauribile capacità di scrivere. Quanto a lei, la prima nera a entrare, il prossimo 30 novembre, nel Pantheon tra Victor Hugo e Marie Curie, stava per iniziare una lunga e gloriosa carriera. Nessuno sapeva che il ritmo frenetico dei suoi balli nasceva dal bisogno di riscaldarsi nei gelidi inferni di un'infanzia poverissima negli Stati Uniti. La platea che l'applaudiva entusiasticamente era stata preparata a quell'evento dalle avanguardie affascinate dall'arte primitiva africana. Inoltre c'era il fascino dell'esotismo: i musicisti della Revue nègre erano i primi ad apparire a Parigi dopo i soldati di colore della Prima guerra mondiale. Con l'evidente gioia infantile, la frenesia della danza e le sue inverosimili smorfie, la ballerina disarmava la gelosia delle spettatrici. La sua nudità era innocente senza smettere di essere sensuale. Tutti cadevano sotto il fascino di quella ragazza, da Picasso - «la nuova Nefertiti» - a Pirandello fino a Marinetti che aveva definito le sue lunghe gambe «afrodisiaci pennelli di color cioccolato al latte ». Cocteau aveva inventato per lei la celebre cintura di banane. Morand si era ispirato a lei per Magie noire. Con una rapidità fulminante era diventata una stella, imitata da tutte le parigine che correvano a laccarsi le unghie d'oro e i corti capelli come lei. Non a caso Anna de Noailles l'aveva soprannominata «la pantera dagli artigli dorati» e Colette salutava in lei «la più bella delle pantere e la più seducente delle donne». A lei Gaia de Beaumont ha dedicato una smagliante biografia, Scandalosamente felice (Marsilio), meravigliosamente contagiata dal ritmo travolgente della musica di quegli anni: «Come folgorata, Joséphine muove gambe e fianchi in uno sfrenato charleston per poi spiccare un salto al limite dell'esagerazione e atterrare in una spaccata». La sua esuberanza rendeva la sua vita intima sorprendentemente affollata. Serenamente bisessuale, non faceva nulla per nasconderlo. Il suo accompagnatore, il sedicente conte Pepito Abatino, in realtà un ex-scalpellino, doveva tenere a bada la gelosia e fingere di non vedere. Quella con Simenon era stata un'intensa passione. Lui, per salvare le apparenze, si era autonominato segretario della diva. Il primo numero di una sua trovata, il Joséphine Baker's Magazine, interamente dedicato a lei, era pronto ma non sarebbe mai uscito. Sim, come allora si firmava, non sopportava di non essere celebre quanto l'amata e presto si sarebbe allontanato. «Essere il marito o l'amante di una donna famosa e non essere nessuno non sarebbe la peggiore tortura per l'orgoglio di un uomo?». Non era stato l'unico grande a restarne affascinato. Appena arrivato a Parigi, un grande architetto, Adolf Loos era stato sedotto da Joséphine, che ammirava le sue straordinarie capacità di ballare il charleston. Purtroppo la splendida villa a righe orizzontali bianche e nere progettata da Loos, con al centro la grande piscina perfetta per incastonare la padrona di casa nuda, non sarebbe mai stata costruita. Nel 1929, durante una traversata oceanica, aveva sedotto Le Corbusier. A un ballo in maschera si erano travestiti lei da bianca e lui da nero e Joséphine aveva esultato: «Che peccato che lei sia un architetto! Sarebbe stato un ottimo partner». Lui la trovava «straordinariamente modesta e naturaleha un cuore tenero come quello di un bambino. Nemmeno un pizzico di vanità. Nulla. La naturalezza più miracolosa che si possa immaginare». La disegnava nuda o seminuda nelle sue tipiche pose di ballo. «Joséphine non posa per i ritratti, o la fa molto poco». Intanto lo sommergeva di domande e si confidava: «Non voglio che si prendano in giro i neri. Sono dei grandi artisti. Voglio far vedere ai bianchi che i neri sono uomini come gli altri, che la loro musica è bella». «La Perla Nera mi ha fatto venire i capelli bianchi», si lamentava l'impresario. A tratti Joséphine avrebbe voluto cambiare stile: «La danza selvaggia è finita. Avevo sedici anni quando ballavo il charleston quasi nuda. Adesso sono una donna. Si cresce e si cambia continuamente. Se non si ha niente di nuovo da dire o da fare, si scompare». Nel 1930 aveva intonato per la prima volta in pubblico J' ai deux amours ed era stato subito un trionfo. Ma la Venere Nera non era mai stanca di ballare, nemmeno quando, dopo avere eseguito il suo numero, andava nel suo club Chez Joséphine Baker, frequentato da artisti come Cocteau e Desnos. Tra un numero e l'altro dava il biberon alla sua capretta. Con i primi guadagni si era comprata un porcellino, un pappagallo, un serpente, due conigli, due scimmie, ma il preferito restava l'inseparabile Chiquita, un ghepardo dotato di un magnifico collare di diamanti. Aveva recitato in alcuni film - dalla Sirena dei tropici a Principessa Tam Tam - ma la nudità per lei restava un costume. Colette, forse sua amante come anche Frida Kalho, l'aveva ammirata, nel 1936, alle Folies Bergère: «Nuda tranne tre fiori d'oro, incalzata da quattro assalitori, assume un'aria seria sonnambulesca e un'assenza di sorriso che nobilitano un audace numero di music-hall. Grandi occhi fissi, armati di dure ciglia blu, zigomi porpora, zucchero abbagliante e bagnato della dentatura tra le labbra di un viola cupo - la testa si rifiuta a ogni tipo di linguaggio, non risponde nulla alla quadruplice stretta sotto cui il corpo docile sembra sciogliersi Parigi andrà a vedere, sul palcoscenico delle Folies, Joséphine Baker nuda insegnare il pudore alle ballerine nude». Durante la guerra si era impegnata nella resistenza ai nazisti, trasportando messaggi segreti mimetizzati tra gli spartiti. Da sempre schierata contro il razzismo, aveva partecipato nel 1963 alla marcia della pace di Martin Luther King, dove era stata l'unica donna a parlare. Coperta di decorazioni, era entrata nella massoneria femminile. Intanto era arrivata al quinto matrimonio con Jo Bouillon. Con lui aveva creato, nel suo castello in Dordogna, la sua "tribù arcobaleno", adottando dodici bambini di tante nazioni diverse. Proprio lei, malgrado tutta la sua spregiudicatezza, ne aveva allontanato uno dai fratelli, temendo che la sua omosessualità li contagiasse. Quando si era trovata senza soldi si era rifugiata nel principato di Monaco, sotto la protezione della principessa Grace, dove aveva passato i suoi ultimi anni. Non era possibile dimenticarla; persino un instancabile donnaiolo come Simenon doveva ammetterlo. Si sarebbero «rivisti solo trent'anni dopo, a New York, sempre altrettanto innamorati l'uno dell'altra». Neanche Le Corbusier avrebbe mai scordato il loro incontro: «Joséphine, che magnifica artista. Come erano belle le sue canzoni nere Quanta drammatica sensibilità nel suo modo di cantare e di ballare. Non l'hanno mai utilizzata come meritava Malgrado le trappole della vita, non ha mai smesso di essere buona e generosa».

·        44 anni dalla morte di Charlie Chaplin.

CHE TRIVELLONE CHARLIE CHAPLIN! Cesare Lanza per “la Verità” il 12 maggio 2019. Era ossessionato dalle donne e dal sesso. Celebre la sua imitazione di Adolf Hitler, ammirava invece Benito Mussolini, ma si schierò sempre a favore della pace. Tante le guerre giudiziarie con le numerose mogli. Di Charlie Chaplin è famoso soprattutto il suo inimitabile personaggio, Charlot. E di Charlot Chaplin ha detto: «All' inizio Charlot simboleggiava un gagà londinese finito sul lastrico... Lo consideravo soltanto una figura satirica. Nella mia mente, i suoi indescrivibili pantaloni rappresentavano una rivolta contro le convenzioni, i suoi baffi la vanità dell' uomo, il cappello e il bastone erano tentativi di dignità, e i suoi scarponi gli impedimenti che lo intralciavano sempre». E anche: «Volevo che tutto fosse una contraddizione: i pantaloni larghi, la giacchetta stretta, il piccolo cappello e le grandi scarpe. Ho aggiunto i baffetti che, pensai, avrebbero aggiunto qualche anno in più. Non avevo ancora bene in mente il personaggio. Ma nel momento in cui mi sono vestito, gli abiti e il trucco mi hanno fatto sentire chi ero. È bastato il tempo di entrare sul set per far nascere Charlot». Altre riflessioni: «Non è patetico, non è terribile che tutta questa gente mi circondi gridando "Dio ti benedica, Charlie!" e che voglia toccarmi il cappotto, e ridere o persino piangere? Li ho visti farlo, quando riescono a toccarmi la mano. E perché? Semplicemente perché li ho rallegrati. Dio, che lurido mondo è questo, che permette alla gente di passare una vita tanto abietta che se qualcuno li fa ridere vogliono inginocchiarsi e toccargli il cappotto come fosse Gesù Cristo che li risuscita». «Il mio ideale di donna? Potrei non essere davvero innamorato di lei, ma lei dovrebbe essere totalmente innamorata di me». «Ritengo che se non possiamo ridere di Hitler di tanto in tanto, allora vuol dire che la nostra condizione è peggiore di quella che crediamo. Ridere fa bene, ridere degli aspetti più sinistri della vita, persino della morte. La risata è come un tonico, un sollievo, un rimedio per attenuare il dolore». «Quando studio qualche gag che mi piace in modo particolare, e poi vado al cinema per vedere l' effetto che fa, quello che ride per primo è invariabilmente un bambino. Afferrano al volo, sempre». E di Chaplin, e Charlot, gli altri che cosa hanno detto? Alla sua morte, Federico Fellini ha scritto: «È scomparso nella stessa atmosfera natalizia in cui lo vidi per la prima volta. A Rimini i suoi film erano i più importanti, arrivavano nel periodo natalizio. Da bambini lo vedevamo come un omino cui dovere gratitudine, lo si accettava come un fatto naturale, come la neve d' inverno, il mare d' estate, Gesù Bambino. Una specie di Adamo, il progenitore da cui tutti si discende». «Chaplin ha speso tutto il suo genio per comprare sesso [...]. Seppe addirittura fingersi ebreo, cosa difficilissima, per accattivarsi il potere finanziario a Hollywood... Un amabile cinico, creatore di un personaggio umanitario» (Guido Ceronetti). «Tutto il mio amore è per Charlie Chaplin: il divino vagabondo, il divino fanciullo, il comico, il clown» (Roberto Benigni). «Chaplin è probabilmente l' uomo più sadico che io abbia mai incontrato» (Marlon Brando). Curiosità. Oltre al teatro, Chaplin si dedicava al podismo: era iscritto al club podistico di Kennington e si allenava sulle distanze lunghe; nel 1908 prese anche in considerazione l' idea di iscriversi alla maratona delle Olimpiadi di Londra, ma proprio in quel periodo si ammalò. Albert Einstein andò alla prima del film Luci della città negli Stati Uniti in compagnia dello stesso Chaplin: quando gli spettatori li videro, si alzarono in piedi applaudendoli calorosamente. E Chaplin mormorò a Einstein: «Vedi, applaudono me perché mi capiscono tutti; applaudono te perché non ti capisce nessuno». Pare che Charlie Chaplin e Paulette Goddard si siano sposati nel 1936 (per divorziare nel 1942). Tuttavia, ancora oggi, esistono dubbi se fra i due ci sia stato un effettivo matrimonio: entrambi rifiutavano di concedere dichiarazioni al riguardo e la Goddard, in lizza per ottenere il ruolo di Rossella O' Hara in Via col vento, perse per un soffio contro Vivien Leigh proprio perché non fu in grado di dimostrare di essere realmente la moglie di Charlot. Chaplin raccontava pubblicamente che si erano sposati in Cina e che avevano divorziato in Messico, ma con gli amici e la famiglia sosteneva che non erano sposati. Un cinema di New York fece l' esaurito per ben 10 anni proiettando solo film di Chaplin: dal Charlot muto ai titoli più impegnati del sonoro (che il regista non amava). Entrò così nel Guinness dei primati. Un giorno passeggiava per le strade di San Francisco e incontrò un barbone, lo portò in un ristorante e gli offrì il pranzo, dopodiché cominciò a fargli delle domande finché ottenne un racconto dettagliato e divertente della vita del senzatetto. Da quel racconto gli venne l'ispirazione per Il Vagabondo. Chaplin partecipò a un concorso per il suo miglior sosia. Arrivò terzo. La famosissima bombetta e il bastone di Charlot sono stati venduti a un' asta da Christie' s a Londra, nel 1995, come i due pezzi più importanti. Sono stati comprati al costo di 44.750 sterline, cioè circa 110 milioni di lire. Un capitolo a parte riguarda i rapporti con le donne. Peter Ackroyd ha pubblicato una biografia su Charlie Chaplin e ha messo in luce alcune (presunte?) ossessioni sessuali dell' attore e la sua sregolata vita sentimentale. Non c'era festa ad Hollywood nella quale non si rendesse subito gran protagonista: determinato a guadagnarsi sempre il centro dell' attenzione, sapeva mimare la parte di un bullo o quella di un assassino. Chaplin viene descritto come un uomo «ossessionato» dalle donne, soprattutto minorenni. Sembra che si vantasse spesso delle sue conquiste e ha confessato di aver avuto rapporti sessuali con più di 2.000 donne. Basso, con la testa leggermente troppo grande per il suo corpo esile e delicato, Chaplin era considerato da molti come di bell' aspetto, con i suoi profondi occhi azzurri, capelli neri e pelle chiara come l' avorio. Un uomo che non si è mai veramente fidato delle donne: ossessionato dalla paura della perdita e dell' abbandono e incline a furiosi scatti di gelosia. Una delle sue prime «scoperte» è stata la collega Edna Purviance, conosciuta quando lui aveva 25 anni: lei era una diciannovenne bionda, senza esperienza cinematografica e i due divennero più che colleghi. La relazione naufragò a causa dell' attaccamento al lavoro di Charlie, capace di girare la stessa scena anche 50 volte, prima di giudicarla perfetta. Poi, la sedicenne Mildred Harris, conosciuta a una festa nel 1918: per conquistarla inviò al suo albergo mazzi di rose rosse e la attendeva dopo le riprese, in auto. Diventarono ben presto amanti: lei gli raccontò di essere incinta e un matrimonio riparatorio fu organizzato in breve tempo. Divorziarono nel 1920 e in tribunale lei lo accusò di «crudeltà»: «Era irascibile, impaziente e mi trattava da cretina». Charlie era una vera «macchina del sesso». Dopo il flirt con la cacciatrice di dote Peggy Hopkins Joyce, la quindicenne Lita Grey, scelta per il film La febbre dell' oro. Anche lei rimase incinta e per Chaplin fu come rivivere l' incubo di Mildred: le suggerì di abortire, ma lei rifiutò. Consapevole dei 30 anni di carcere destinati a chi si fosse macchiato del reato di sesso con minori, l' attore confessò in un' intervista qualche anno dopo: «Ero scioccato e pronto a togliermi la vita quando Lita mi disse che non mi amava, ma che dovevamo sposarci». L'attrice dichiarò ai giornalisti dell'epoca che Charlie era una vera «macchina del sesso», capace di fare l' amore anche sei volte in una notte senza troppa fatica. I due divorziarono e in tribunale Lita l' accusò di aver tentato di minacciarla con una pistola, ad abortire. Ma è sulla questione «sessuale» che le sue dichiarazioni fecero scalpore: pare che Chaplin avesse «preteso e chiesto a Lita di gratificare i suoi innaturali, perversi e degenerati desideri sessuali». Le accuse furono subito negate dall' attore, che però concesse alimenti per un valore di 625.000 dollari, di cui 200.000 in fondi per i loro figli. Dopo Lita, Paulette Goddard, che gli disse di avere 17 anni quando invece ne aveva 22. Con lei recitò in Tempi moderni, la Goddard raccontò successivamente di aver subito dei veri e propri atti di «bullismo» da parte di Chaplin. Qualche giorno prima della prima de Il Grande Dittatore nel 1940 lei lo lasciò. Charles Spencer «Charlie» Chaplin (Londra, 16 aprile 1889 - Corsier-sur-Vevey, 25 dicembre 1977) nacque a East Street, nel sobborgo londinese di Walworth, in condizioni di indigenza, da un padre fannullone e una madre psicotica. Una vita «dalle stalle alle stelle». Ha raggiunto lo status di «uomo più famoso del mondo» a soli 26 anni. Nel 1943, sommerso dalle critiche dal governo americano per essere (così dicevano) guerrafondaio e comunista, Chaplin sposò un' altra donna molto più giovane, la figlia della sceneggiatrice irlandese Eugene O' Neill, Oona. Oona aveva 18 anni, Chaplin 54. Eugene, stessa età, era così furiosa che aveva diseredato Oona. Nonostante le critiche, il matrimonio durò fino alla morte di Chaplin, e ne nacquero otto figli. Il grande dittatore (1940) fu il primo film completamente sonoro di Chaplin, girato e distribuito negli Stati Uniti poco prima della Seconda guerra mondiale. Nel film, interpreta due personaggi: Adenoid Hynkel, il dittatore di Tomania, esplicitamente ispirato ad Adolf Hitler, e un barbiere ebreo perseguitato dai nazisti. Il film ebbe due candidature agli Oscar, come miglior attore protagonista e miglior sceneggiatura, ma non vinse alcuna statuetta. Memorabile la scena nella quale il dittatore danza con il mappamondo sulla musica del preludio del Lohengrin di Richard Wagner. Nel pomeriggio della vigilia di Natale del 1977, Chaplin chiese alla moglie Oona di spalancare le porte della camera affinché dalla hall sottostante potessero salire le note delle Christmas carol, secondo un rituale che si ripeteva da vent' anni. Quella stessa notte, alle 4, se ne andò per sempre, nel sonno, uno dei più grandi attori di sempre. Morì a Corsier-sur-Vevey (Vaud), in Svizzera. Fu sepolto nel piccolo cimitero della cittadina svizzera. Al suo fianco lo raggiunse Oona, nel 1991.

Charlot veniva da l'Aquila ma Chaplin lo abbandonò. E vinse l'Oscar delle luci. Massimo M. Veronese il 15 Agosto 2021 su Il Giornale. Era partito per l'America in cerca di fortuna, scoprì di somigliare a un genio. E diventò lui. Tutto avrebbe potuto finire prima ancora di iniziare, a bordo dello yacht più splendente della famiglia Hearst, signora e padrona di tutti i media. C'è il meglio di Hollywood quella notte di novembre del Ventiquattro, per far festa a Marlon Davies, vistosa ma mediocre stellina del cinema, compagna del padrone di casa, l'inarrivabile William Randolph Hearst: festa grande e champagne a fiumi anche se lui beve solo acqua minerale. C'è però una voce velenosa che sussurrata di bocca in bocca arriva alle orecchie del re Mida della stampa. Dice che la sua Marion se la intende in segreto con un giovane attore, Charlie Chaplin, e la cosa lo rende furioso. Hearst passeggia sul ponte, Marion è sparita, ma improvvisamente la vede vicino a una scialuppa di salvataggio, abbracciata a un uomo, o almeno così pare a Randolph che punta la pistola e spara. «É Chaplin, quel bastardo», pensa, ma appena si avvicina al cadavere si accorge con orrore che quel corpo non è del suo rivale, ma di un altro ospite della nave, un certo Thomas Ince. Nessuno ha visto niente tranne Marion, che non ne parlerà mai, e Louelle Parsons, una generica in cerca di fortuna. In cambio del silenzio sarà nominata a vita e corrispondente da Hollywood per tutta la catena dei suoi giornali. Thomas Ince sarà dichiarato morto «per una grave crisi dopo un pranzo troppo abbondante», Hearst la farà franca, Chaplin la scampò. Così cambiò la storia del cinema. E quella di un ragazzo che veniva dall'Abruzzo.

Una poetica bombetta. Il genio per Chaplin è semplicità: «Tutto quello di cui ho bisogno per girare è un parco, un poliziotto e una ragazza». La sua infanzia sembra uscita da un libro di Dickens: il papà, guitto del musical, che muore alcolizzato, la mamma, cantante di terz'ordine, che va fuori di testa, Charlie che con il fratellino Sydney finisce in orfanotrofio: fanno la coda per un piatto di minestra ma escono dall'istituto uno alla volta perché c'è solo un paio di scarpe. Nella compagnia di Fred Karno impara i trucchi della comicità e quando parte per l'America, scritturato da Mack Sennett a 150 dollari alla settimana, trova sullo stesso piroscafo Stan Laurel. Arriva a New York, alle dieci di una domenica mattina e ci resta male: «Le strade erano coperte da giornali portati dal vento e Broadway aveva un'aria sciatta come quella di una donna negligente appena uscita dal letto». Il debutto è un fiasco: se ne vanno tutti prima che il suo numero sia finito. Per sei settimane è così. Poi succede qualcosa di imprevedibile, qualcosa che cambia per sempre la Storia. «Inventami un altro personaggio - gli dice l'impresario - Ma qualcosa che funzioni». Racconta Chaplin: «Non avevo nessuna idea sul personaggio che volevo creare, ma mano a mano che mi truccavo cominciavo a conoscerlo». Vuole un personaggio che sia che tutto un contrasto: i pantaloni larghi e la giacchetta attillata, il cappello troppo piccolo e le scarpe troppo grandi. Aggiunge un paio di baffetti. Spiega: «Sarà un vagabondo, un gentiluomo, un solitario sempre in cerca di avventure». Imrovvisa una prima scena: inciampa sul piede di una signora, voltandosi si toglie la bombetta e si scusa. Poi inciampa su una sputacchiera, si volta, si toglie la bombetta e si scusa. Dietro la macchina da presa cominciano a ridere. Quando la sera torna a casa sul tram una comparsa gli dice: «Accidenti, che novità ti sei inventato, nessuno ha mai fatto tanto ridere sul set». Era nato Charlot.

Incontro a sorpresa. Un giorno al ristorante incontra se stesso. Sembra la gag di uno dei suoi film ma non lo è: quell'uomo non solo gli somiglia, è lui allo specchio. L'uomo si chiama Vincenzo Pelliccione, in arte Eugene De Verdi, è partito per l'America a vent'anni dalla piccola frazione di Rosciolo, a Magliano dei Marsi, provincia dell'Aquila. L'Italia era entrata in guerra, lui no. Ha cinque fratelli e i suoi genitori lavorano i campi. Sale su una nave destinazione Pennsylvania e sbarca il lunario a Hollywood «vendendo quadri e collaborando in teatro con Mae West e al cinema con Buster Keaton». In realtà fa un po' di tutto: barista, facchino, lavapiatti. La vita è durissima, ricca solo di sogni: «Guadagnavo due dollari al giorno: uno lo spendevo per mangiare, l'altro per le lezioni di inglese». Arrotonda facendo l'imitatore nei ristoranti di Hollywood. Chaplin lo vede e lo assume: lo vuole per essere lui. Vincenzo ha visto tutti i suoi film e per anni si era allenato a imitarlo. Poserà perfino per la sua statua di cera: «Mentre lui provava - racconta alla Domenica del Corriere -, io dovevo star fermo, immobile, come l'omino Charlot. Servivo da termine di paragone». E così Pelliccione-De Verdi sostituisce Chaplin in tutte le promozioni dei suoi film, nelle prove de Il Circo, Il Grande dittatore, Luci della città, Tempi moderni e, dal vivo, durante i tour in Florida e California. «Io, povero abruzzese emigrato in cerca di fortuna, diventavo Charlie Chaplin. La gente mi fermava per strada, mi applaudiva quando facevo il numero con la bombetta e i pantaloni a fisarmonica». E anche a teatro «riuscivo a imitarlo in modo ineccepibile, nessuno sarebbe stato in grado di distinguere la copia dall'originale», spiega a Gente. A Los Angeles, gli chiedono una comparsata alla fermata del tram vestito da Charlot. Funziona talmente che si scatena il caos: «Macchine ferme e persone che applaudivano il grande attore che credevano io fossi, crearono un ingorgo spaventoso. Ebbi un colpo di genio e incominciai a dirigere il traffico. Il pubblico mi acclamava, finché ebbi paura di tanto fanatismo e mi rifugiai nel teatro. Qui l'impresario mi guardò stupito: Che hai fatto? Credevi di essere Charlot?». Per dieci anni Chaplin e Pelliccione sono una cosa sola. Poi, di colpo com'era iniziata, finì. «Charlie non mi volle più sul set, ma Sid Grauman, l'impresario del Chinese Theatre, che mi scoprì, continuò a scritturarmi. Ma soffrii il distacco che sfiorava il disprezzo di Charlot».

Pelliccione torna in patria nel 1968, da tempo si è reinventato tecnico delle luci e mago degli effetti speciali per Hollywood e Cinecittà. Così bene da vincere, di sponda, l'Oscar per Ventimila leghe sotto i mari. Gira anche kolossal come Ben Hur e Cleopatra, collabora con Marilyn Monroe, Liz Taylor, Anna Magnani, spesso torna a Magliano dei Marsi da dove era partito tanti anni prima. Lo scultore Enzo Carnebianca, suo nipote, lo racconta al Corriere della sera: «Girava con un cocker nero ammaestrato che gli portava il giornale quando faceva colazione al bar: del suo passato come controfigura di Chaplin non amava parlare».

L'ultima scena. Anche Chaplin ha lasciato l'America inseguito dal maccartismo e si è rifugiato in Svizzera. Morirà il giorno di Natale del 1977, finale perfetto per il vagabondo poeta, ormai seduto sulla sedia a rotelle, che non parlava più. Dall'abete di casa vengono tolte tutte le decorazioni, viene sepolto in un piccolo cimitero ombreggiato di cipressi che si affaccia sul lago e sulle Alpi. Un bambino si presenta davanti al cancello con una rosa rossa. Sei mesi dopo, il 20 giugno del 78, se ne va anche Vincenzo a 84 anni, in una casa di cura a Roma. Ha un unico dispiacere: «Che non gli sia stata riconosciuta l'invenzione delle colonnine salvavita che ancora oggi vengono utilizzate nella nostra rete autostradale» spiega il nipote. Ma la vita non ti regala sempre le soddisfazioni che meriti. Diceva Chaplin: «Saggi o pazzi dobbiamo tutti lottare per l'esistenza: la fortuna e la sfortuna si abbattono su di noi con lo stesso capriccio delle nubi». Nell'ultima scena se ne andava sempre di spalle, con il bastoncino, verso l'infinito.

·        44 anni dalla morte di Maria Callas.

Anna Guaita per “il Messaggero” il 5 dicembre 2021. Il 16 settembre 1977 i telegiornali della sera aprirono con una notizia che scioccò il mondo: la grande Maria Callas era morta. La soprano che aveva dominato i palcoscenici e le cronache mondane si era spenta da sola, nella sua casa di Parigi, a soli 53 anni. Il cordoglio fu universale. Tutti sapevano che la sua non era stata una vita gioiosa. Oggi però una storica britannica ci racconta fatti che non conoscevamo, crudeltà che hanno accompagnato Maria sin dall'infanzia, tradimenti, ricatti, malattie e abuso di sonniferi e stupefacenti. Dalla madre che voleva che si prostituisse per pagarsi le lezioni di canto, al marito Giovanni Battista Meneghini che la stessa cantante in una lettera accusa di averle rubato metà del patrimonio, all'amante Aristotele Onassis che la drogava per farle fare atti sessuali che lei «non avrebbe mai fatto se fosse stata in controllo delle proprie facoltà», per giungere a un famoso direttore della Juilliard School che non le confermò l'insegnamento perché lei si era rifiutata di diventarne l'amante, Maria Callas ha attraversato i suoi brevi 53 anni di vita passando da «un inferno all'altro».  In un libro che sta facendo discutere prima ancora della data di pubblicazione del prossimo primo giugno, l'autrice Lyndsy Spence porta prove finalmente definitive della verità, almeno la verità che la stessa Callas raccontava. Spence infatti rivela il contenuto di centinaia di lettere che la soprano aveva inviato ad amici carissimi e alla sorella, e che erano state conservate in tre diversi archivi: «Non mento quando dico che erano state nascoste» rivela Spence nel suo indirizzo Instagram, nel quale offre varie anticipazioni del libro. Il titolo, «Cast A Diva», gioca sulle parole casta e cast: da un canto «Casta Diva» è la famosa aria di Bellini che Maria interpretava superbamente, dall'altro «to cast» significa «scritturare», quindi anche «Scritturate una Diva». La biografia ci rivela anche fatti dolci e innocenti dell'artista, sempre ricostruiti dalle lettere. La sua passione per la vita semplice, ad esempio: «La gente era intimidita da lei, credeva che lei si aspettasse sempre feste grandiose, quando in realtà avrebbe preferito guardare film western e cartoni animati mangiando gelato». O anche il grande dolore di avere avuto genitori che non l'amavano, perché speravano in un figlio maschio: «La cosa più terribile è far sentire a un figlio che è indesiderato» scrive la cantante, che si interroga anche: «Se solo mia madre capisse quel che ha fatto contro di noi, se per un solo minuto vedesse chiaramente, credo potrebbe suicidarsi». Ma le parole più aspre, Maria le riserva contro il marito, l'imprenditore veneto Meneghini, che fingeva di esserle devoto ma «confidava segreti alla stampa» e «abusava di lei psicologicamente» spesso «lasciandola in lacrime a pochi minuti dall'alzarsi dei sipari», e per di più la sfruttava economicamente, «è un pidocchio scriveva Maria mi ha derubato della metà dei miei averi, sono stata una sciocca ad aver fiducia in lui». Peggio ancora la vita con Onassis: «Ho cominciato a morire quando ho incontrato quest' uomo» confida Callas all'amica mezzosoprano Giulietta Simionato e in un'altra lettera aggiunge: «Le nostre vite erano un inferno». Il Nembutal e il Mandrax, che Onassis le faceva prendere per fare sesso, resero Maria dipendente, e forse peggiorarono quel disturbo neurologico che le cominciò a far perdere la voce, obbligandola ad abbandonare i palcoscenici. Onassis la lasciò per Jackie Kennedy, e lei dopo la famosa tournee con il collega e amico Giuseppe Di Stefano, si ritirò a vivere a Parigi, con la pianista greca Vasso Devetzi, una dama di compagnia che si fingeva fedele amica, ma Spence definisce «una truffatrice». 

Tormentata vita di Maria Callas rivelata in lettere inedite. Droga, abusi sessuali, violenza raccontate in nuovo libro. La Gazzetta del Mezzogiorno il 12 Aprile 2021. Maria Callas era adorata dal pubblico di tutto il mondo, ma la sua vita è stata tutt'altro che un sogno, anzi è stata ancora più tragica di quanto si pensasse in precedenza. A rivelarlo sono alcune lettere inedite pubblicate nel libro 'Casta Diva: The Hidden Life o Maria Callas', scritto da Lyndsy Spence, in uscita il 1 giugno. Dalla corrispondenza inedita a cui ha avuto accesso l'autrice sono emersi - secondo le anticipazioni riportate dai media - abusi e violenze fisiche, un matrimonio complicato con Giovanni Battista Meneghini e le ombre del rapporto con il suo grande amore, Aristotele Onassis, che la abbandonò per Jackie Kennedy. Spence ha scoperto il difficile rapporto della Callas con la madre, che durante la guerra aveva cercato di farla prostituire con i soldati tedeschi. In una lettera alla sua segretaria, la soprano ha poi confessato che Meneghini l'ha derubata di più della metà dei suoi soldi. "Sono stata una sciocca a fidarmi di lui - ha scritto - E mi sta ancora tormentando". Mentre Onassis in più di una occasione l'avrebbe drogata, per lo più per motivi sessuali. La Callas morì a soli 53 anni nel 1977 e dal materiale inedito raccolto da Spence emergono anche nuove informazioni sui suoi problemi di salute, che ne influenzarono le prestazioni negli anni Sessanta. Pare che soffrisse di un disturbo neuromuscolare che era stato liquidato dai suoi medici come pazzia, e che invece spiegava la sua perdita della voce. (ANSA).

Anna Guaita per “il Messaggero” il 12 aprile 2021. Il 16 settembre 1977 i telegiornali della sera aprirono con una notizia che scioccò il mondo: la grande Maria Callas era morta. La soprano che aveva dominato i palcoscenici e le cronache mondane si era spenta da sola, nella sua casa di Parigi, a soli 53 anni. Il cordoglio fu universale. Tutti sapevano che la sua non era stata una vita gioiosa. Oggi però una storica britannica ci racconta fatti che non conoscevamo, crudeltà che hanno accompagnato Maria sin dall'infanzia, tradimenti, ricatti, malattie e abuso di sonniferi e stupefacenti. Dalla madre che voleva che si prostituisse per pagarsi le lezioni di canto, al marito Giovanni Battista Meneghini che la stessa cantante in una lettera accusa di averle rubato metà del patrimonio, all'amante Aristotele Onassis che la drogava per farle fare atti sessuali che lei «non avrebbe mai fatto se fosse stata in controllo delle proprie facoltà», per giungere a un famoso direttore della Juilliard School che non le confermò l'insegnamento perché lei si era rifiutata di diventarne l'amante, Maria Callas ha attraversato i suoi brevi 53 anni di vita passando da «un inferno all'altro».  In un libro che sta facendo discutere prima ancora della data di pubblicazione del prossimo primo giugno, l'autrice Lyndsy Spence porta prove finalmente definitive della verità, almeno la verità che la stessa Callas raccontava. Spence infatti rivela il contenuto di centinaia di lettere che la soprano aveva inviato ad amici carissimi e alla sorella, e che erano state conservate in tre diversi archivi: «Non mento quando dico che erano state nascoste» rivela Spence nel suo indirizzo Instagram, instagram.com/lyndsyspence, nel quale offre varie anticipazioni del libro. Il titolo, «Cast A Diva», gioca sulle parole casta e cast: da un canto «Casta Diva» è la famosa aria di Bellini che Maria interpretava superbamente, dall'altro «to cast» significa «scritturare», quindi anche «Scritturate una Diva». La biografia ci rivela anche fatti dolci e innocenti dell'artista, sempre ricostruiti dalle lettere. La sua passione per la vita semplice, ad esempio: «La gente era intimidita da lei, credeva che lei si aspettasse sempre feste grandiose, quando in realtà avrebbe preferito guardare film western e cartoni animati mangiando gelato». O anche il grande dolore di avere avuto genitori che non l'amavano, perché speravano in un figlio maschio: «La cosa più terribile è far sentire a un figlio che è indesiderato» scrive la cantante, che si interroga anche: «Se solo mia madre capisse quel che ha fatto contro di noi, se per un solo minuto vedesse chiaramente, credo potrebbe suicidarsi». Ma le parole più aspre, Maria le riserva contro il marito, l'imprenditore veneto Meneghini, che fingeva di esserle devoto ma «confidava segreti alla stampa» e «abusava di lei psicologicamente» spesso «lasciandola in lacrime a pochi minuti dall'alzarsi dei sipari», e per di più la sfruttava economicamente, «è un pidocchio scriveva Maria mi ha derubato della metà dei miei averi, sono stata una sciocca ad aver fiducia in lui». Peggio ancora la vita con Onassis: «Ho cominciato a morire quando ho incontrato quest' uomo» confida Callas all'amica mezzosoprano Giulietta Simionato e in un'altra lettera aggiunge: «Le nostre vite erano un inferno». Il Nembutal e il Mandrax, che Onassis le faceva prendere per fare sesso, resero Maria dipendente, e forse peggiorarono quel disturbo neurologico che le cominciò a far perdere la voce, obbligandola ad abbandonare i palcoscenici. Onassis la lasciò per Jackie Kennedy, e lei dopo la famosa tournee con il collega e amico Giuseppe Di Stefano, si ritirò a vivere a Parigi, con la pianista greca Vasso Devetzi, una dama di compagnia che si fingeva fedele amica, ma Spence definisce «una truffatrice».

·        44 anni dalla morte di Elvis Presley.

Arianna Ascione per "corriere.it" il 9 gennaio 2021.

Era Biondo. «Prima di Elvis c’era il nulla» diceva John Lennon: grazie al suo stile musicale innovativo, nell’arco della sua vita purtroppo interrotta prematuramente, Elvis Presley (che nasceva 86 anni fa, l’8 gennaio 1935) ha rivoluzionato la storia della musica. In tutti questi anni è stato scandagliato ogni dettaglio della sua esistenza, ma forse non tutti sanno che nella realtà era biondo. Per ottenere il suo look si tingeva i capelli di nero (prima con del semplice lucido da scarpe, poi adottò la tinta Miss Clairol 51 D, Black Velvet).

Come si chiamano le celebri mosse. Furono tre le mosse che resero popolare Elvis fin dalle prime esibizioni: la celeberrima «pelvis» sfoggiata in diretta sulla CBS (quello scandaloso movimento delle anche che scandalizzò i benpensanti dell’epoca), il «windmill» (l’imitazione del mulino a vento, realizzato facendo roteare le braccia) e le «rubber legs» (la mossa con le gambe).

Fu testimonial pro-vaccini. Nel 1956, prima della sua memorabile partecipazione all’Ed Sullivan Show, Elvis accettò di farsi vaccinare contro la poliomielite davanti alle telecamere. Successivamente, anche grazie al suo esempio, ci fu una vera e propria corsa alla vaccinazione e nel giro di un decennio i casi di polio si ridussero notevolmente (nel 1962 furono soltanto 910, dieci anni prima erano stati 58mila).

Quando sparò alla tv. Tra le mura di Graceland è ancora custodito il televisore a cui Elvis sparò un colpo di pistola. Come ha spiegato in un’intervista recente suo cugino Billy Smith lo ha fatto probabilmente «per qualcosa che ha visto o qualcosa che lo ha disturbato». Insomma «non ci pensava su due volte».

L’errore sulla lapide. Come per molte altre star scomparse prematuramente le teorie cospirazioniste sulla morte di Elvis si sprecano. Una, molto curiosa, è legata al nome inciso sulla lapide: Elvis Aaron Presley. Il secondo nome, all’anagrafe, era Aron e l’errore - secondo i cospirazionisti voluto - indicherebbe che il Re non è stato sepolto in quel luogo (perché seppellito altrove o, appunto, ancora vivo). In realtà Elvis ha iniziato ad utilizzare Aaron, al posto di Aron, a partire da 1966.

I panini preferiti dal Re. L’ipercalorico panino Fool’s Gold (o Fool’s Gold Loaf), che deve la sua fama al Re, è stato inventato a Denver, in Colorado, nel ristorante Colorado Mine Company. Si prepara con una baguette (che viene ricoperta con margarina e fatta dorare in forno), un intero barattolo di burro di arachidi, uno di confettura d’uva e pancetta fritta nell’olio. Ma Elvis adorava anche una sua variante, che porta il suo nome e che contiene al posto della confettura d’uva una banana tagliata a rondelle (o schiacciata).

Chitarre all’asta. Da quando gli fu regalato il primo strumento a 11 anni di chitarre Elvis ne ha possedute moltissime. Alcune sono state battute all’asta a cifre record, come quella che ha suonato tra il 1954 e il 1956 (una Martin D-18 del 1942). La comprò nel negozio di strumenti musicali O.K. Houck’s Piano Store, a Memphis, e lo scorso 22 luglio è stata venduta per 1,32 milioni di dollari.

I primi lavori. Prima di darsi alla musica Elvis ha guadagnato qualche soldo con alcuni lavoretti saltuari: ha iniziato falciando i prati insieme ad alcuni compagni di scuola. In seguito lavorò come maschera in un cinema, come assemblatore in un mobilificio e come addetto alle consegne per un’azienda di materiale elettrico.

Era balbuziente. Ha iniziato a cantare come terapia per la balbuzie. Lo si sente balbettare - ad esempio - in una registrazione dello show The Louisiana Hayride.

Il karate e Brian Wilson. Nel 1975 Brian Wilson dei Beach Boys ed Elvis si incrociarono agli studi RCA di Hollywood, dove si trovavano entrambi per registrare. Per attirare l’attenzione del Re del Rock Brian iniziò a colpirlo sul braccio con alcune mosse di karate - convinto che lo conoscesse, voleva soltanto scherzare - ma lui non la prese bene e reagì andandosene subito.

·        41 anni dall’uscita di “The Blues Brothers”.

Francesco Alò per "il Messaggero" 21 dicembre 2020. La botta arriva già a pagina 24: «Perché non eri lì con lui?» le chiede a bruciapelo Billy, subito dopo che ha saputo della morte del fratello John Belushi, a 33 anni, la notte del 28 febbraio 1982, per overdose di cocaina ed eroina. Judith Belushi Pisano non sa che rispondere. Era a New York e il suo analista le aveva suggerito di non seguire a Los Angeles, dopo l' ennesimo litigio, il marito star del cinema con Animal House (1978) e The Blues Brothers (1980), musicista da due dischi di platino (sempre con i Fratelli Blues in coppia con Dan Aykroyd) e comico simbolo dei casinari anni 70 fin dai primi sketch comici nello show tv di culto Saturday Night Live (1975). «Lo so», singhiozza Judith al telefono: «Avrei dovuto essere con lui, Billy!». È il passaggio più drammatico di John Belushi La biografia definitiva, saggio pieno pure di risate, edito per la prima volta in Italia grazie a Sagoma Editore, frutto della fusione tra le memorie inedite nel nostro paese della consorte Samurai Widow del 1990 e Belushi, raccolta datata 2005 di interviste e foto sempre ad opera di Judith con l' aiuto di Tanner Colby, edito in Italia nel 2006 dalla Rizzoli. Le 480 pagine sono dunque in parte la ricostruzione del rapporto con il marito della vedova ironicamente ribattezzatasi Samurai (era il personaggio dall' eloquio incomprensibile più folle di Belushi, ispirato al cinema di Kurosawa) e per metà parole e chiacchiere di chi lavorò con lui, dall' amico fraterno Bill Murray al regista John Landis. Si passa dunque da una ragazza wasp spaventata da un certo Balucci (era convinta fosse italiano perché ignorava «l' esistenza degli albanesi») che provava a rimorchiarla con insistenza nella periferica Chicago di fine anni 60, al resoconto dettagliato dell' arte comica di colui che viene definito dal collega e futuro Ghostbuster Harold Ramis: «Strepitoso, matto e masochista». Non è mai stata data alle stampe, in traduzione italiana, un' opera così ricca di informazioni sulla formazione culturale e politica sull' enfant terrible dello show business americano dopo il best-seller Chi tocca muore (1984) del giornalista due volte premio Pulitzer Bob Woodward, che lo descriveva come uno sgradevole tossicodipendente. Qui c' è maggiore attenzione ai natali da figlio di immigrati piccolo-borghesi, gli anni della disillusione ideologica dopo l' omicidio di Bobby Kennedy nel 1968, gli esordi presso gli improvvisatori della satira del teatro Second City e soprattutto quelle qualità artistiche di chi imitava Marlon Brando alla perfezione e otteneva la stima incondizionata di Jack Nicholson («Tu non sei un comico ma un grande attore», gli ripeteva spesso). E allora cosa andò storto? Tutta colpa di quel dannato 1978 in cui Belushi recitò nella commedia più redditizia di Hollywood ovvero Animal House di Landis (141 milioni di dollari di incasso per un budget di miseri 3), sbancò con l' album dei Blues Brothers ed era il più popolare guitto in tv grazie al Saturday Night Live. Probabilmente troppo successo anche per uno abituato all' eccesso come lui. Ecco il regalo perfetto per le feste di questo 2020 in cui il film The Blues Brothers (1980) compie 40 anni: vita, morte e miracoli di un figlio di classi umili dell' Illinois nato nel 1949, con nonna analfabeta alla quale comunicare tutto a gesti, radicale di sinistra, milionario appena trentenne, tre volte sulla copertina di Rolling Stone, inseguito per strada come i Beatles e fissato con Napoleone Bonaparte. Struggente la chiusa della prefazione del soul brother Dan Aykroyd: «Attore, comico, rockstar. Per me ha interpretato l' eroe americano».

Laura Zangarini per il ''Corriere della Sera'' il 6 settembre 2020. «Ho ucciso John Belushi». Trentotto anni, 5 mesi, 23 giorni dopo la morte dell' attore americano, avvenuta il 5 marzo 1982 allo Chateau Marmont Hotel, a Los Angeles, California, Cathy Smith si è spenta a Maple Ridge, Canada. Aveva 73 anni. A cambiare per sempre la sua vita di corista e cantante nata il 25 aprile 1947 a Burlington, Ontario, era stata la copertina di The National Enquirer del giugno 1982 in cui rivelò di avere iniettato a Belushi la dose fatale di droga. «Non volevo ucciderlo, ma sono responsabile» si leggeva nel titolo, accanto a una foto dell' attore. Sotto l' immagine, un altro titolo aggiungeva: «Esclusiva mondiale - La donna misteriosa confessa». Prima dello scoop dell'«Enquirer», la morte della star di Animal House (1978) e The Blues Brothers (1980), film culto diretti da John Landis, era stata archiviata come «overdose accidentale di droga». Non era un mistero per nessuno che Belushi facesse uso pesante di stupefacenti. La sera di giovedì 4 marzo, dal bungalow dove si era sistemato per lavorare alla sceneggiatura del suo nuovo film, Noble Rot , chiamò Cathy Smith, ex groupie passata dal folk al più «pericoloso» mondo del rock' n'roll, attraverso cui era arrivata nella dorata Hollywood. Erano completamente ubriachi quando, come lei ammise nell' intervista, che le fruttò 15mila dollari, iniettò a Belushi una combinazione di eroina e cocaina - la micidiale «speedball» - che ne causò la morte. L' articolo portò a una nuova indagine e, nel 1983, Smith venne incriminata per omicidio di secondo grado. Accettò di patteggiare: ammise l' omicidio colposo. Condannata a 15 mesi, scontò la pena presso la prigione di Chino, in California. Dopo il rilascio si trasferì a Toronto, dove lavorò come segretaria legale e si dedicò a parlare con gli adolescenti dei pericoli della droga. Fece di tutto per sfuggire a quel titolo dell' Enquirer . Compreso discolparsi in un memoir ( Chasing The Dragon , inseguendo il drago) pubblicato nel 1984, mentre il suo caso era ancora aperto. «Non ho ucciso John Belushi - scrisse -. Mi sento in colpa, ma è il senso di colpa che deriva dal non essere consapevole di ciò che stava realmente accadendo». Nel suo libro Chi tocca muore - La breve delirante vita di John Belushi , 1984, il giornalista del «Watergate» due volte premio Pulitzer Bob Woodward, raccontò che, ben prima della morte del divo, Smith era nota nella scena rock come la pusher a tempo pieno di Ron Wood, Keith Richards e altri del mondo dello spettacolo. L' articolo riportava che Smith era conosciuta come «Cathy Silverbag» perché portava una borsa argentata piena di droga - o «veleno», come lo definì il giudice che la condannò nel 1986, David A. Horowitz, della Corte Superiore di Los Angeles: «Lei - disse rivolto a Smith - era il collegamento, la fonte di quel veleno. Sapeva come usare l' ago». Il cantautore canadese Gordon Lightfoot, di cui Cathy Smith era stata amante e musa nei primi anni Settanta, aveva raccontato la loro relazione tumultuosa nella canzone «Sundown» (1974). È stato l' unico a ricordarla dopo la morte. «Era una gran signora - ha detto al quotidiano The Globe and Mail -. Attraeva gli uomini, mi rendeva geloso. Ma non ho niente di negativo da dire su di lei».

Arianna Ascione per corriere.it il 6 settembre 2020.

Aveva rifiutato il rehab. Un’overdose di cocaina ed eroina il 5 marzo 1982 metteva fine alla vita di uno dei comici più promettenti di Hollywood, John Belushi. «Scervellato, sferico attore comico, noto per le sue imitazioni al Saturday Night Live, trovato senza vita in un bungalow a Hollywood»: così sintetizzò in un trafiletto il giorno successivo il New York Times nel dare la notizia della scomparsa improvvisa — a soli 33 anni — dell’attore di «The Blues Brothers» e «Animal House», che gettò nello sconforto i tanti amici e colleghi. Che, a dire il vero, da tempo erano preoccupati per la sua salute e per il suo smodato consumo di sostanza stupefacenti (che consumasse droga fin dai tempi del SNL non era un mistero per nessuno). Più volte gli avevano consigliato di andare in rehab, ma lui si era sempre rifiutato.

L’ultima notte. Il 4 marzo 1982 John era riuscito ad ottenere dal suo manager Bernie Brillstein 1500 dollari, ufficialmente per acquistare una chitarra. Temendo che potesse spenderli in droga inizialmente quest’ultimo glieli rifiutò. Poi, quando Belushi si ripresentò nel suo ufficio, Brillstein — che era nel bel mezzo di un incontro di lavoro — glieli concesse. L’attore decise di investire parte della cifra in un pedale per la sua batteria e il resto in cocaina ed eroina. Decise di passare la serata insieme all’ex autore del Saturday Night Live Nelson Lyon e alla groupie e cantante Cathy Evelyn Smith (morta il 18 agosto scorso a 73 anni). I tre, tra feste e locali, bevvero molto e assunsero una grande quantità di droga.

La visita di Robin Williams e Robert De Niro. Nel bel mezzo dei festeggiamenti Belushi accusò un po’ di nausea, e chiese a Smith di riaccompagnarlo al suo bungalow allo Chateau Marmont. Come avrebbe poi raccontato lei a distanza di qualche mese l’attore — che aveva il terrore degli aghi — le chiese di iniettagli più volte dosi di speedball (così è chiamato in gergo il mix di eroina e cocaina). Durante la notte fecero un salto al bungalow anche due amici, il comico Robin Williams — che prima di andarsene sniffò alcune righe di cocaina — e Robert De Niro che, sconcertato dallo stato in cui versava la stanza, decise di non trattenersi. Più tardi John andò a dormire.

Trovato morto dal personal trainer. John Belushi fu ritrovato privo di vita nella tarda mattinata del 5 marzo dal suo personal trainer di allora, Bill Wallace, che tentò di rianimarlo praticandogli il massaggio cardiaco, prima di chiamare l’ambulanza e il manager. Fu tutto inutile: dopo mezz’ora il medico legale Thomas T. Noguchi, intervenuto sulla scena, ufficializzò il decesso.

Il patto (funebre) con Dan Aykroyd. Ai funerali di Belushi, che si tennero con rito ortodosso, parteciparono i familiari e molte persone che avevano lavorato con lui a partire dal suo grande amico Dan Aykroyd che suonò la canzone «The 2000 Pound Bee» per rispettare un patto scherzoso fatto anni prima. L’attore fu poi sepolto all’Abel’s Hill Cemetery a Martha’s Vineyard, nel Massachusetts.

I progetti interrotti. In seguito alla morte di Belushi Dan Aykroyd affrontò una pesante crisi depressiva, che fece ritardare tutti i progetti cinematografici che i due avevano in cantiere. Tra questi «Una poltrona per due» (John avrebbe dovuto interpretare Valentine, parte poi andata ad Eddie Murphy) e «Ghostbusters», che fu realizzato soltanto nel 1984 con Bill Murray nei panni di Peter Venkman al posto dell’attore scomparso.

BLUES BROTHERS. IL CAPOLAVORO DI JOHN LANDIS COMPIE QUARANT’ANNI. Filippo Mazzarella per corriere.it il 21 giugno 2020.

Deludente in patria. Nel 1978, l’anno di Animal House, John Belushi e Dan Aykroyd creano per la popolarissima trasmissione tv Saturday Night Live i personaggi di Jake “Joliet” ed Elwood Blues, ribattezzati dal compositore Howard Shore “The Blues Brothers”: due fratelli cresciuti in un orfanotrofio dell’Illinois e iniziati al blues nelle sue molteplici declinazioni grazie a un inserviente dell’istituto, caratterizzati dai loro abiti neri e dagli onnipresenti occhiali da sole Ray-Ban Wayfarer, anch’essi con montatura nera. Col primo in vetta anche alle classifiche degli incassi cinematografici, i due finiscono primi nella classifica di Billboard grazie all’abum di cover Briefcase Full of Blues; e subito iniziano a mettere sul piatto l’idea che i loro personaggi possano diventare protagonisti di un film. Dopo una lotta acerrima di Paramount e Universal per aggiudicarsene produzione e distribuzione, a prevalere è quest’ultima, che ingaggia John Landis alla regia e lo incarica anche di trasformare in qualcosa di realmente filmabile il copione di 400 pagine che lo sceneggiatore esordiente Aykroyd aveva scritto di getto sull’onda dell’entusiasmo. Due anni dopo, il 20 giugno 1980, per la modica cifra di quasi trenta milioni di dollari di budget contro i dodici preventivati (nonché al prezzo di una lunga serie di traversie di lavorazione, inclusa la discesa sempre più verticale di Belushi nella dipendenza dalle droghe), il film (una commistione geniale, irripetibile e catastrofica di musical, commedia e satira) debutta nelle sale americane senza clamori e sbeffeggiato da gran parte della critica (il Los Angeles Times parlò senza mezzi termini di “disastro”, paragonandolo al flop di Spielberg 1941 – Allarme a Hollywood; la Bibbia dell’entertainment Variety lo associò per humour e forza espressiva ai film di Gianni e Pinotto) finendo a un onorevole ma deludente decimo posto negli incassi complessivi della stagione Usa. Assai meglio accolto dalla critica europea, che già vedeva in Landis l’alfiere di un cinema sì demenziale ma anche profondamente politico, diviene però a sorpresa il primo film americano a incassare più all’estero che in patria. E oggi, in occasione del suo quarantennale (ma la stessa cosa si sarebbe già potuta scrivere dieci, venti o perfino trenta anni fa...) è universalmente considerato un capolavoro.

La storia. A Chicago, a bordo della sua nuova “Bluesmobile”, Elwood Blues preleva il fratello Jake dalla prigione in cui ha trascorso tre anni per rapina e insieme a lui fa visita all’orfanotrofio cattolico dove hanno trascorso la loro infanzia solo per scoprire che l’istituto necessita di cinquemila dollari per pagare tasse arretrate che potrebbero portarlo alla chiusura. I due si offrono di procacciare la somma in tempi brevi, ma vengono avvertiti che dovranno guadagnare quei soldi onestamente. Dopo aver assisitito alla travolgente esibizione del reverendo Cleophus James nella chiesa battista di Triple Rock, Jake viene folgorato da una rivelazione: l’unico modo per far fronte all’impegno preso con l’orfanotrofio è entrare “in missione per conto di Dio” e rimettere insieme la vecchia Blues Brothers Band. Dapprima rintracciando e riunendo i vecchi compagni del gruppo (oggi tutti onesti e disillusi lavoratori, ben lontani dal sogno primigenio di sfondare con la musica) e poi organizzando concerti i cui incassi vengano devoluti alla bisogna. L’impresa non si rivelerà semplice: non tanto per la relativa difficoltà della reunion, quanto perché i due si cacceranno in una serie di catastrofici impicci a catena: tallonati da una donna misteriosa e vendicativa che li vuole morti (che si scoprirà essere la ex di Jake abbandonata sull’altare), dai membri di una band alla quale si sono sostituiti ingannando il proprietario di un club, dai “nazisti dell’Illinois” con cui hanno avuto uno spiacevole incontro e dalle forze dell’ordine congiunte dell’intero stato, riusciranno nel loro intento dopo una memorabile esibizione dal vivo ma anche dopo una fuga disperata e una lotta contro il tempo per raggiungere pagare il debito all’ufficio delle tasse di Chicago prima di finire definitivamente in prigione.

Un film «politico». Al suo quarto lungometraggio dopo Slok, Ridere per ridere e Animal House, Landis si mette al servizio del “progetto Blues Brothers” senza dimenticare la sua verve caustica e la sua capacità di restituire una lettura “politica” della società americana pur nascondendo il suo estremismo tra le pieghe di un cinema apparentemente innocuo e “demenziale”. Non a caso, dei suoi tre film precedenti i primi due erano parodie di genere (il secondo addirittura scritto da quei portabandiera della comicità paradossale e dissacratoria che furono i fratelli Abrahams e David Zucker, poi autori di una lunga serie di “classici” a partire da L’aereo più pazzo del mondo) e il terzo una sporazione della rivista satirica National Lampoon, nata nel 1970 sulla falsariga della celeberrima Mad. Da un regista che forse senza volerlo davvero ha impresso un cambiamento radicale non solo alla commedia ma anche al cinema di genere (la portata di innovazione interna di Un lupo mannaro americano a Londra attende ancora un quarto di giustizia), The Blues Brothers è un film “perfettamente in linea con lo spirito ribellistico e irriverente dei tempi” (P. Mereghetti), ma anche un attacco frontale e preveggente a un’America già sull’orlo del baratro della follia reazionaria degli anni Ottanta a venire: la descrizione sulfurea delle istituzioni tutte (e dei loro rappresentanti) fa il paio con quella di una società civile rappresentata come quintessenzialmente ignorante, razzista e alimentata dal pregiudizio. Questa tensione è palpabile, e percorre a livello carsico tutto il film, costituendone una seconda spina dorsale laddove la prima, logicamente, è quella più scatenata e (solo in apparenza) superficiale di un divertissement in grado di rielaborare le istanze del musical (pensate a come partono e si integrano nella narrazione i segmenti cantati e coreografati, posizionati nella scansione narrativa all’altezza delle svolte più cruciali del racconto, inclusa l’apoteosi finale in carcere sulle note -ovviamente- di Jailhouse Rock) e di costruire per accumulo un meccanismo comico che tiene conto con leggerezza anche della lezione dei maestri del cinema muto (le gag migliori sono tutte non verbali: vedi la storica sequenza in cui Belushi/Jake si toglie per l’unica volta gli occhiali). Una progressione dinamica nello sconquasso e nel finimondo che certamente origina da quella messa in atto sessant’anni prima da Chaplin, Keaton e Stanlio e Ollio (di cui Belushi e Aykroyd sono una sorta di doppio aggiornato e figlio delle sotto/controculture della seconda metà del Novecento): perché l’unicità di The Blues Brothers sta anche nel suo essere stato un esempio rielaborato e “galleggiante” di un cinema che già all’epoca in cui uscì non esisteva più. E, oggi, di rappresentare un cinema che rimpiangiamo ma che forse non è davvero mai esistito. Nonché, come ricorda la giornalista Sara Sagrati, di essere un film “su due bianchi che suonano musica nera, comandano dei musicisti neri, sfruttano il prossimo e tutto per aiutare delle suore bianche”. Che a voler contestualizzare come usa in questi giorni, magari i veri nazisti dell’Illinois potrebbero pure essere loro.

Una mitragliata di scene cult. Abbiamo sin qui accuratamente evitato di utilizzare il termine “cult”: ma ora non se ne può più fare a meno. Non solo un’infinità di sequenze “narrative” del film ricadono infatti sotto la categoria (proviamo a elencarne quattro a caso: la riconsegna degli effetti personali di Jake da parte della guardia carceraria, la sequenza al ristorante, il monologo-confessione nel tunnel, l’arrivo della SWAT nel finale; se non sapete a cosa ci stiamo riferendo proviamo per i vostri occhi vergini un profondo sentimento di invidia), ma che dire della parte strettamente musicale e delle sue guest star?  In un film che brilla comunque per le sue scelte di casting “puro” (oltre a Belushi e Aykroyd fanno parte del gioco anche Carrie Fisher, nel ruolo della ex fidanzata -senza nome- di Jake; il veterano Charles Napier in quello dell’improbabile leader della band country Good Ole Boys; John Candy, Kathleen Freeman e tanti cameo tra i quali Frank Oz, Steven Spielberg, Paul Reubens aka Pee-Wee Herman e la modella Twiggy), il parco di glorie della musica, blues/soul/jazz/funk/r’n’b in campo fa tremare i polsi. Già basterebbe la composizione della Blues Brothers Band, in cui figurano Donald Dunn e Steve Cropper (fondatori dei Booker T. & the M.G.’s), Alan Rubin, Lou Marini e Tom Malone (membri dei Blood Sweat & Tears), Willie Hall, batterista dei Bar-Kays e il chitarrista Matt Murphy che esordì con una leggenda come Howlin’ Wolf: ma quando mai si era vista una commedia in grado di riunire sullo schermo, facendoli anche esibire al meglio delle loro capacità, leggende come James Brown, John Lee Hooker, Aretha Franklin, Ray Charles e Cab Calloway (e, per i più “specialisti” Pinetop Perkins e Big Walter Horton)? Le sequenze monstre non si contano: dal gospel scatenato di James Brown (con Chaka Khan mescolata tra le coriste) di The Old Landmark, che risveglia la necessità di ricreare “la banda”, alla scatenata Think con cui Aretha cerca (invano) di convincere il marito a non tornare coi vecchi compari; dalla Shake a Tail Feather nel negozio di strumenti di Ray Charles al rovinoso tema di Rawhide intonato nel localaccio fino all’apoteosi di Minnie the Moocher di Cab Calloway durante lo show finale. Ma tutto, compresi i piccoli transiti tra una sequenza e l’altra, abitati da una miriade di altri commenti musicali, dice di una passione per il genere (principalmente di Belushi e Aykroyd) sconfinata: sono quasi trenta i pezzi classici originali o coverizzati udibili in colonna sonora, tra i quali la celeberrima She Caught the Katy and Left Me a Mule to Ride di Taj Mahal (di fatto la “sigla” del film), Shake Your Moneymaker di Elmore James, Hold On I’m Comin’ di Sam & Dave, il Peter Gunn’s Theme di Henry Mancini, I’m Walkin’ di Fats Domino e le trascinanti Gimme Some Lovin’ (originariamente dello Spencer Davis Group e usata da Jake e Elwood come “opener” del loro cruciale concerto) e Stand By Your Man (lo standard di Tammy Wynette con cui il duo riesce a commuovere il pubblico inizialmente ostile). Non a caso, in un poll indetto nel 2004 dalla BBC per decretare la miglior colonna sonora di sempre, quella di The Blues Brothers stracciò la concorrenza con un plebiscito. La velocissima dinamica con cui The Blues Brothers passò da opera sottostimata a capolavoro di culto indusse la produzione a considerare l’idea di un sequel: poi successe quel che successe e che tutti sappiamo e fu solo nel 1998 che vide la luce lo struggente e incompreso Blues Brothers – Il mito continua, sempre diretto da Landis (in cui Aykroyd riprendeva il suo ruolo) e realizzato con l’intenzione nascosta proprio di riflettere sull’impossibilità di dare un seguito a qualcosa di così irripetibile. Il film fu la pietra tombale sia sul fenomeno sia sulla carriera di Landis, già vacillante. Ma nello stesso anno, per fortuna, uscì anche la versione extended dell’originale (con circa un quarto d’ora di scene in più) che fece dinenticare in parte questa débacle.

La leggendaria Bluesmobile. Malgrado i loro emuli all’epoca non si contassero, il look semplicissimo ma impattante di Belushi e Aykroyd non è riuscito davvero a stabilire un canone estetico di eleganza (come successe pochi anni prima a livello planetario con il punk, per intenderci); ma The Blues Brothers (col precedente del Saturday Night Live) ha scolpito comunque nell’immaginario la raffigurazione dei suoi protagonisti; e consegnato alla storia del cinema un ennesimo e leggendario mezzo di locomozione in grado di competere a livello iconico con le auto iperaccessooriate di 007 o quelle non meno high tech di Batman: la sgangherata “Bluesmobile” (una Dodge Monaco 440 del 1974), per una beffa del destino allestita a mo’ di auto della polizia, è infatti una sorta di “terzo fratello blues” , protagonista di celebri sequenze (come quella nel centro commerciale o quella del parcheggio nella metropolitana sopraelevata di Chicago) ma soprattutto del lungo inseguimento finale con la polizia. “Motore truccato, sospensioni rinforzate, paraurti antistrappo, gomme antiscoppio e cristalli antiproiettile. E non c’è neanche bisogno dell’antifurto perché ho collegato tutti i contatti con la sirena. Allora, che ne dici? È la nuova Bluesmobile, o no?», dice Elwood a Jake. Ma quello che molti non sanno è che per “interpretarla” furono utilizzate ben dodici automobili originali, tutte distrutte durante la lavorazione. D’altronde, il film ha detenuto a lungo il record per il maggior numero di automobili “sacrificate” durante la lavorazione (ben 103) e viene ricordato dai cultori del genere wreckage al pari di capisaldi come Rollercar, sessanta secondi e vai (1974) o del da noi inedito The Junkman (1982), entrambi dello stuntman H.B. Halicki. Una cifra poi surclassata solo da Matrix Reloaded (2003) che polverizzò ben 300 autoveicoli.

"L'attore annegava nella cocaina": torna in tv The Blues Brothers. Erika Pomella l'11 Agosto 2021 su Il Giornale. The Blues Brothers è diventato con gli anni un classico del cinema anni '80, ma la lavorazione del film fu un vero e proprio incubo, soprattutto a casa degli eccessi del suo protagonista John Belushi. The Blues Brothers è il film cult che andrà in onda questa sera alle 21.09 su Iris. La pellicola, diventata una pietra miliare del cinema degli anni '80 è diretta da John Landis, regista che al suo attivo ha altri film intramontabili come Una poltrona per due e Il principe cerca moglie.

The Blues Brothers, la trama. Sono gli anni Ottanta e a Chicago Jake Joliet Blues (John Belushi) esce di prigione, pronto a riabbracciare il fratello Elwood (Dan Aykroyd). La libertà e la felicità ad essa collegata, però, non sono destinate a durare a lungo. I fratelli Blues, infatti, scoprono che l'orfanotrofio cattolico in cui sono cresciuti è sull'orlo del baratro e rischia il fallimento, visto che l'ufficio delle tasse ha chiesto cinquemila dollari di arretrati. Jake ed Elwood, allora, decidono di chiedere aiuto al reverendo Cleophus James (James Brown). Quest'ultimo li aiuta a comprendere quale sia la migliore strategia da seguire per poter trovare il denaro necessario a salvare la chiesa e l'orfanotrofio: dovranno rimettere insieme la vecchia band musicale. Da questo momento in poi per i Blues Brothers del titolo inizierà una vera e propria avventura, che li porterà a incrociare la strada dei personaggi più strani ed eccentrici di Chicago, mentre sulle loro tracce si mette una schiera di vittime di truffe da parte dei fratelli Blues, che riescono a rubare e imbrogliare usando il loro motto: "Siamo in missione per conto di Dio."

La difficile lavorazione del film. Nonostante The Blues Brothers sia diventato un vero e proprio cult nell'industria cinematografica e nel genere musicale, la lavorazione della pellicola non fu affatto semplice. Se da una parte i problemi venivano dal ritardo di produzione e dagli enormi costi - nel film ci sono artisti del calibro di Aretha Franklyn e Ray Charles -, dall'altra ebbe un forte peso anche la presenza di John Belushi e della sua dipendenza. Come viene raccontato da Virgin Radio, John Belushi consumava talmente tanta cocaina sul set e durante le riprese che la Universal Pictures ritenne opportuno assumere una persona, Smokey Wendell, che aveva il compito di badare alla sobrietà dell'attore ed evitare che annegasse nella droga. Il compito dell'uomo, però, non raggiunse lo scopo: Belushi continua a consumare dosi sempre più massicce di cocaina, al punto da cadere addormentato in camerino accanto a quella che lo stesso John Landis ha definito"una montagna di cocaina". Il sito dell'Internet Movie Data Base, invece, racconta che durante una notte di riprese John Belushi sparì nel nulla. Di punto in bianco era impossibile trovare l'attore, al punto che il suo co-protagonista - il Dan Aykroyd diventato famoso per Ghostbusters - andò a cercarlo in tutte le case di Chicago. L'attore bussava ad ogni porta del centro abitato vicino al set, disturbando le case in cui trovava la luce accesa. Giunto all'ennesima casa e pronto a presentarsi, Dan Aykroyd si sentì rispondere dai padroni di casa: "Sei qui per John Belushi, non è vero?". A quel punto gli sconosciuti raccontarono che John Belushi si era introdotto in casa loro e aveva chiesto se fosse possibile avere un bicchiere di latte e un sandwich, prima di cadere addormentato sul loro divano. Una situazione che si ripresentò varie volte: John Belushi si introduceva nelle case degli abitanti di Chicago e gli svuotava il frigo, al punto che Dan Aykroyd finì per chiamarlo "l'ospite americano". In un'altra occasione, poco prima di girare la scena finale di The Blues Brothers, John Belushi decise di provare a fare alcune "acrobazie" sullo skateboard di qualche bambino lì presente. Come riporta IMDB, finì con il cadere rovinosamente a terra, ferendosi gravemente al ginocchio. Il capo della Universal Pictures chiamò l'ortopedico più bravo e più famoso di Los Angeles per poterlo medicare in modo da avere l'occasione di completare il film. Si trattava di incidenti e situazioni che non facevano altro che ritardare il lavoro, facendo anche gonfiare i costi, al punto che The Blues Brothers rimane un incubo per la Universal, a prescindere dal successo ottenuto dopo essere uscito in sala.

Il tragico destino di John Belushi. Il protagonista di The Blues Brothers era un attore pieno di talento, ma che ormai era scivolato così profondamente nel mondo della droga e della dipendenza che ogni sua singola decisione dipendeva dalla quantità di cocaina assunta. E fu proprio la droga a spingerlo verso una morte tragica e prematura. John Belushi, infatti, morì il 5 marzo 1982, a soli 33 anni. Il corpo venne trovato allo Chateau Mormont, un famoso hotel a Hollywood. Come riporta Cinematographe, le condizioni dell'attore erano già preoccupanti. Non aveva una sana igiene personale e sembrava incapace di seguire un ragionamento così come di esprimersi senza inciampare sulle parole. La sua stanza d'albergo era sporca, così come lo erano i suoi vestiti coi quali si presentava - in ritardo - agli appuntamenti di lavoro. La cocaina, di cui aveva sempre fatto largo uso, aveva intanto lasciato il posto all'eroina, intervallata da droghe più leggere che Belushi assumeva fumando. Il 4 marzo John Belushi venne contattato da Robert De Niro, suo vecchio amico e leggenda del cinema: l'attore voleva invitare Belushi a cena fuori e a fare un giro nei locali più famosi di Los Angeles. Tuttavia, non ricevendo alcura risposta, De Niro decise di raggiungere direttamente l'amico nella sua stanza in hotel. Qui il protagonista di C'era una volta in America si trovò davanti uno spettacolo raccapricciante: non solo la stanza era sporca e semi-distrutta, ma c'era anche una donna, la cantante Cathy Evelyn Smith, che dormiva tra avanzi di cibo, bottiglie di vino ormai vuote e vestiti sporchi. Robert De Niro se ne andò in discoteca, con la promessa di tornare più tardi: promessa che non mantenne, perché scelse di tornare nella sua suite. Da John Belushi, invece, andò Robin Williams, che all'epoca stava fronteggiando la sua dipendenza da alcol e droga. L'attore fu sconvolto, proprio come De Niro, dalle condizioni della stanza: si limitò dunque a prendere un po' di cocaina e ad andarsene. Infine, stando a quanto ha raccontato Dave Itzkoff nella biografia dedicata a Robin Williams, Cathy Evelyn Smith preparò due speedball, termine con il quale si indica un mix molto forte di eroina e cocaina. L'attore di The Blues Brothers si lamentò di avere freddo, spingendo così la donna ad alzare il termostato, prima di mettersi a dormire. In quel che restava della notte, John Belushi andò in overdose e, verso mezzogiorno, il suo corpo venne trovato dal suo personal trainer. Successivamente fu proprio la Smith, dietro un compenso di circa quindicimila dollari, a parlare con la stampa e a fornire i dettagli degli ultimi istanti della vita di John Belushi. 

Erika Pomella. Nata a Roma, mi sono laureata in Saperi e Tecniche dello Spettacolo Cinematografico a La Sapienza. Dopo la laurea ho seguito un corso di specializzazione di montaggio e da allora scrivo di Cinema e Spettacolo per numerose testate. Ho collaborato con l’Ambasciata Francese in Italia per l’organizzazione della prima edizione del festival del cinema francese a Roma. Parlo fluentemente francese e, quando non lavoro, passo il mio tempo a leggere montagne di romanzi e ad organizzare via

·        40 anni dalla morte di Natalie Wood.

Dal corriere.it il 6 novembre 2021. Lui trentenne, già famoso interprete di «Spartacus», lei appena sedicenne, in cerca di fortuna nel mondo del cinema: nell’estate del 1955 Kirk Douglas avrebbe aggredito sessualmente Natalie Wood quando era adolescente. A rivelarlo è la sorella minore Lana nel suo libro di memorie «Little Sister». L’aggressione, secondo quanto riportato dai media americani, sarebbe avvenuta all’hotel Chateau Marmont di Hollywood, durante un incontro fra i due. «Mi sembrò essere passato molto tempo, prima che Natalie tornasse in macchina – racconta Lana Wood, che all’epoca aveva 8 anni e assieme alla madre era rimasta in attesa della sorella fuori dall’hotel -. Mi svegliò sbattendo la portiera. Sembrava sconvolta. Era spettinata e molto turbata, e lei e la mamma iniziarono a sussurrarsi delle parole, senza che io capissi cosa si stessero dicendo. Apparentemente era successo qualcosa di brutto a mia sorella, ma qualunque cosa fosse, a quanto pare ero troppo giovane perché mi venisse raccontata». Lana Wood scrive che Natalie non le disse per anni cosa successe nella suite di Douglas da cui, le raccontò di «essere stata ferita». Afferma inoltre che sua sorella e la loro madre fossero d’accordo sul fatto che accusare pubblicamente la star di Hollywood di averla aggredita avrebbe rovinato la carriera di Natalie. Natalie Wood morì in circostanze misteriose nel novembre 1981 annegando durante una gita in barca all’isola di Santa Catalina in California. Inizialmente giudicato come un incidente, la causa di morte dell’attrice è stata rivista nel 2012 in «annegamento e altri fattori indeterminati». Il marito di Wood all’epoca, Robert Wagner, è stato indicato come sospetto dalla polizia nel 2018 e Lana Wood è tra coloro che lo ritengono responsabile della morte di Natalie. Kirk Douglas, invece, (padre dell’attore Michael Douglas) è morto a febbraio 2020.

Dagotraduzione dal New York Post il 5 novembre 2021. La morte per annegamento di Natalie Wood nel 1981 è rimasta, per quattro decenni, uno dei grandi misteri di Hollywood. Ma sua sorella Lana Wood ha le idee chiare sul colpevole: il marito, Robert Wagner. «Non credo che sia stato premeditato» ha detto Lana, 75 anni, al Post. «Ma questo non significa che non penso che l’abbia fatto: certo che lo ha fatto!». Lana ha scritto un libro, “Little Sister. My investigation into the Mysterious Death of Natalie Wood”, in uscita martedì negli Stati Uniti. In parte memoriale e in parte indagine su un vero crimine utilizzando nuove prove raccolte dai detective della omicidi, il libro mira a dissipare il mito e a illuminare i fatti che circondano la morte di Natalie. Nel libro, Lana racconta anche che la sorella fu aggredita sessualmente quando era ancora adolescente da Kirk Douglas, confermando una delle più vecchie dicerie di Hollywood. Secondo Lana, la madre Maria avrebbe lasciato la sedicenne Natalie allo Chateau Marmont per incontrare Douglas, allora un attore molto importante. Quando Natalie finalmente tornò, Lana stava dormendo in macchina: era scapigliata e sconvolta, e in seguito le raccontò quello che era successo. «Ho bussato alla porta a cui la mamma mi ha detto di andare, e la cosa successica che ho saputo è stata che Kirk Douglas mi stava introducendo nella sua suite» le ha detto. Poi Natalie aveva iniziato a piangere e a mormorare sommessamente: «Mi ha ferita, Lana… È stata un’esperienza fuori dal corpo. Ero terrorizzata. Era confusa». «Questo ha davvero influenzato tutta la sua vita, come ha guardato le cose, come le ha percepite» ha ricordato Lana. Ma Natalie non ha fatto nulla al riguardo «perché mia madre le ha detto che avrebbe rovinato la sua carriera, non avrebbe mai più lavorato». Poi il racconto della morte della sorella. La mattina del 29 novembre 1981 Lana è stata svegliata da una telefonata, e poi da un urlo straziante. La madre, che aveva risposto, era per terra, in lacrime, con il telefono ancora in mano. Natalie, in quel momento, doveva essere su uno yacht con il marito attore, Robert Wagner, e il suo amico Christopher Walken.  «Hanno trovato il suo corpo questa mattina», le ha spiegato l'amica che aveva telefonato. «A riva su Catalina [isola]». All'inizio Lana non ci credeva. Poi ha acceso la TV. Secondo le ultime notizie, Natalie era scomparsa dallo yacht durante la notte, presumibilmente prendendo un gommone - avrebbe detto in seguito suo marito - per "festeggiare". Il suo cadavere è stato trovato a galleggiare nell'acqua la mattina dopo, in camicia da notte, calzini e piumino. Secondo “Natalie Wood: What Remains Behind ", un documentario del 2020 realizzato dalla figlia di Wood, Natasha Gregson Wagner, i tre erano parecchio ubriachi quando sono tornati sullo yatch dopo aver cenato in un ristorante sulla terraferma (Il rapporto tossicologico di Wood ha rivelato un contenuto di alcol nel sangue dello 0,14 percento). Nel documentario, Wagner dice che lui e Walken hanno litigato, ma entrambi pensavano che Natalie fosse al sicuro sulla barca. Sono andati a cercarla poco dopo le 23 e, a quanto pare, hanno scoperto che il gommone era scomparso. «Nessuna delle cose che [Wagner, Walken o lo skipper dello yacht] ha detto o che la polizia ha detto in quel momento mi suonava vera», ha detto Wood al The Post. «Le cose che sostenevano Natalie avesse fatto» - cioè che l'attrice, in camicia da notte, avesse portato il gommone a "festeggiare" tra le barche parcheggiate nel porto - «per me avrebbero anche potuto dire che stava cercando di volare su un altro pianeta. Erano totalmente fuori dal personaggio». Un rappresentante di Wagner non ha commentato. Nei mesi successivi, Lana ha cercato di ottenere più risposte da Wagner, ma lui ha rapidamente tagliato fuori Lana dalla sua vita, dicendole di contattarlo solo tramite il suo avvocato. Ma 10 anni dopo la morte di Natalie, Lana ha ricevuto una telefonata all'improvviso da Dennis Davern, lo skipper dello yacht. «Non ho detto tutto ai poliziotti», ha detto tra le lacrime. Nel 2011 il dipartimento dello sceriffo della contea di Los Angeles ha riaperto il caso dopo che nel suo libro del 2009, "Arrivederci Natalie, addio splendore", Davern ha rivelato di aver sentito la coppia sposata litigare prima della scomparsa di Natalie. Quell'anno, il medico legale cambiò la causa della morte in "annegamento e altri fattori indeterminati" dopo aver rivalutato i dettagli del caso, incluso il fatto che il corpo di Natalie sembrava avere lividi freschi quando fu inizialmente trovato. La polizia ha riclassificato il caso come "sospetto" e, nel 2018, ha nominato Wagner, ora 91enne, una "persona di interesse". Il caso resta aperto.

·        40 anni dalla morte di Rino Gaetano.

Quarant'anni senza Rino Gaetano, il cantautore che mascherava la serietà dietro la leggerezza. Gino Castaldo su La Repubblica il 2 giugno 2021. Il 2 giugno 1981 moriva l'artista di Crotone arrivato a Roma da piccolo. Ecco il racconto di come dopo tanti successi la sua partecipazione al Festival di Sanremo con 'Gianna' iniziò a togliergli dal volto quel grande sorriso. Era come se ci fosse venuto lui a Roma da Crotone con la valigia di cartone, lo spago e una sporta piena di belle speranze, tanto era bravo a cantare i migranti, i derelitti, i ferrovieri, talmente masticava bene quelle parole salate e scolpite dal sole di Ad esempio a me piace il sud, quando diceva: "Ad esempio a me piace la strada, col verde bruciato, magari sul tardi...

Rino Gaetano, 40 anni senza il cantautore: il racconto delle sue ultime ore. Il 2 giugno 1981 l’artista di «Gianna» e «Nuntereggae più» moriva in un incidente stradale sulla via Nomentana, a Roma, ma oggi la sua eredità artistica è viva più che mai. Arianna Ascione su Il Corriere della Sera il 2/6/2021.

Eredità musicale. «C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo. Non ci riusciranno. Sento che in futuro le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie alla comunicazione di massa capiranno che cosa voglio dire questa sera»: così parlò Rino Gaetano, poco prima di un concerto sulla spiaggia di Capocotta nel 1979. Anche se un incidente stradale ce lo ha strappato via troppo presto 40 anni fa - quel maledetto 2 giugno 1981 lungo la via Nomentana, a Roma - l’eredità artistica del cantautore re dello sberleffo oggi è più viva che mai, tra pensieri anticonformisti e quelle canzoni che, dietro testi apparentemente leggeri e disimpegnati (come «Nuntereggae più» e «Aida»), denunciavano le storture della società.

La carriera artistica. Nato a Crotone il 29 ottobre 1950 Salvatore Antonio Gaetano (questo il nome all’anagrafe) a dieci anni si trasferisce a Roma con la famiglia e proprio nella Capitale, alla fine degli anni Sessanta, inizia a muovere i suoi primi passi nel mondo della musica tra le prime band (i Krounks, con cui eseguiva soprattutto cover) e il Folkstudio, noto locale romano in cui si esibivano molti giovani artisti all’epoca emergenti come Antonello Venditti e Francesco De Gregori. Nel 1974 arriva il primo album firmato Rino Gaetano, «Ingresso libero», ma è soltanto con la partecipazione al Festival di Sanremo 1978 con «Gianna» - in frac, cilindro, ukulele e scarpe da ginnastica - che il cantautore riesce a farsi conoscere dal grande pubblico. Anche se non tutti capiscono (e apprezzano) la sua arte pungente e venata di ironia a tratti surreale.

Gli ultimi giorni. Nel maggio 1981 Gaetano prende parte ad una tournée organizzata dalla RCA, presentata da Shel Shapiro, esibendosi insieme a Riccardo Cocciante e ai New Perigeo (durante i concerti viene registrato l’ep «Q Concert», caricato per la prima volta sulle piattaforme digitali lo scorso 29 ottobre, giorno in cui Rino avrebbe compiuto 70 anni). A fine mese, il 31 maggio, Rino fa la sua ultima apparizione in tv cantando «E io ci sto» e «Scusa Mary» nel programma Crazy Bus, e in quei giorni incide anche alcune canzoni insieme ad Anna Oxa.

L’incidente. Era quasi arrivato a casa, dopo aver passato la serata in giro per locali con alcuni amici, quel 2 giugno del 1981. A bordo della sua Volvo 343 grigio metallizzato (l’auto nuova che aveva acquistato nel 1979 per sostituire quella che aveva distrutto in un altro incidente stradale da cui era uscito illeso) Gaetano sta percorrendo via Nomentana quando - erano le 3.55 - all'altezza dell'incrocio con via Carlo Fea invade con la sua vettura la corsia opposta (forse per un malore o un colpo di sonno). Un camionista che sopraggiunge nell'altro senso di marcia prova a suonare il clacson, ma lo schianto è inevitabile. Gaetano batte violentemente la testa contro il parabrezza, sfondandolo.

La ballata di Renzo. È il conducente del camion a prestare i primi soccorsi al cantante, già in coma all’arrivo dei mezzi di soccorso. Portato al Policlinico Umberto I gli vengono riscontrate diverse fratture a cranio e torace, ma la struttura non ha un reparto attrezzato di traumatologia cranica. Così il medico di turno, il dottor Novelli, si mette alla ricerca di un'altra struttura: contatta il San Giovanni, il San Camillo, il CTO della Garbatella, il Policlinico Gemelli e il San Filippo Neri, inutilmente. Dopo qualche ora Gaetano viene finalmente ricoverato al Gemelli, ma alle sei del mattino muore (in seguito alle polemiche per il mancato ricovero è stata aperta un'inchiesta giudiziaria e presentata un'interrogazione parlamentare). Ad ottobre avrebbe compiuto 31 anni. Per una tragica coincidenza il cantautore nel 1971 aveva raccontato in una canzone, «La ballata di Renzo», proprio una circostanza simile, l’affannosa ricerca di un posto in ospedale per un ragazzo vittima di un incidente stradale («La strada molto lunga / s’andò al San Camillo / e lì non lo vollero per l’orario./ La strada tutta scura / s’andò al San Giovanni / e lì non lo accettarono per lo sciopero»). Il 4 giugno, nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù, si tengono i funerali: parenti, amici, colleghi musicisti, dirigenti della RCA e fan si stringono per dare l’ultimo saluto al loro amato Rino che soltanto un mese dopo - nella stessa chiesa - si sarebbe dovuto sposare con il grande amore della sua vita, Amelia Conte.

40 anni fa moriva a Roma. Rino Gaetano, l’ultimo poeta del Sud è morto nel 1981. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 2 Giugno 2021. L’agave se ne sbatte della vita lunga, s’immola al cielo dello Stretto per un unico, insuperabile orgasmo. Il catrame penetra calanchi grigio azzurri che assediano il Capo Spartivento, spasmi di sabbia rovente e macchie amare di eucalipto che profumano il Cocinto e alimentano tartarughe in agguato sotto la rena. L’aria tremola intorno a corriere partorite di botto da un 70 senza nostalgia che si portano la vita giovane altrove. Il pozzetto ha ancora i gelati della Gelca, sogno di panna calabrese annegato in dolcezze foreste, richiamo irresistibile in un pannello colorato nato sotto la dittatura del Moretto. Il cinghiale bianco ha ere infinite, sopravvive nel juke box grazie a un porcellino carico di cinquanta e cento lire. La Peroni riposa esausta nelle cassette di plastica gialla assistendo all’ultimo spettacolo dell’illusionista che ipnotizza i clienti dondolandogli davanti agli occhi la chiave inglese con cui si guadagna da vivere cambiando bombole di gas che non cedono al metano in rete. E Rino Gaetano tira giù il finestrino della Littorina: Ahi Maria s’incanala lungo i letti secchi delle fiumare, sale in montagna a rinfrescarsi con “l’allegria” dei pastori. Il deserto da Cutro a Crotone ha perso irrimediabilmente i suoi banditi pasoliniani, muore di gigantesche pale eoliche, madri di un refrigerio castrato, che non potranno mai imitare le creature di un palmeto, l’oasi resta miraggio. Sopravvivono i predoni che fra le altre cose, la più importante, hanno razziato la lingua, portando via insieme a lei il futuro nei verbi, lasciando un dialetto romanzo che biascica frasi incomprensibili, declinando la vita fra presente e passato: i calabresi e i siciliani non possono dire farò, sognerò, mangerò. Ma nessuno se n’è accorto a parte Sciascia. L’avvenire si mette tutto fra le incompiute, il non finito calabrese contiene tutta la speranza di un Sud che non ha più poeti, l’ultimo è morto il 2 giugno di quarant’anni fa. Rino Gaetano bazzicava la 60 notturna, continuava a saperlo che quello Meridionale è popolo d’Avvento, avvinto nel nero del nero di madri addolorate. È morto a Roma, il 2 giugno: il suo corpo cercava un posto in ospedale, come accade a Sud; lontano dal Sud come continua ad accadere a quelli del Sud; riconosciuto da un estraneo perché i sudici i propri cari ce li hanno sempre da qualche altra parte. Tutto s’incarna nell’unica colonna tesa a Crotone che ancora rimanda la nenia d’amore, in un etere attonito, in viaggio da Bahia a Salvador.

Gioacchino Criaco. E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.

40 anni senza Rino Gaetano. Francesco Ridolfi su Il Quotidiano del Sud l'1 giugno 2021. Il 2 giugno 1981 moriva, a seguito delle ferite riportate in un tragico incidente sulla via Nomentana a Roma, Rino Gaetano. Li finiva la sua vita e iniziava il suo mito. Rino Gaetano ha scalato i cuori dei propri fan riuscendo ad essere sempre presente nella memoria collettiva artistica italiana grazie alla sua musica, sicuramente fuori dall’ortodossia nazionale, ma anche grazie ai suoi testi unici e sicuramente dirompenti. Componimenti in apparenza “non-sense” ma capaci di trasmettere un senso profondo della realtà contemporanea mettendo in luce, in modo del tutto originale, aspetti spesso sottaciuti della società e del mondo socio-culturale e politico italiano. Ciò che indubbiamente colpisce della produzione musicale di Rino Gaetano è senza dubbio la sua attualità: a distanza di 40 anni dalla sua morte i suoi testi, le sue canzoni sono tutt’altro che roba passata e ciò lo dimostra l’affetto e il seguito sempre manifestato dai suoi fan. Basti pensare che appena pochi anni fa una delle sue innumerevoli raccolte di brani (e già se ne profila una nuova all’orizzonte) è schizzata ad occupare la parte alta delle classifiche di vendita e di ascolto. Quello che segue è solo un piccolo contributo per ricordare un artista che ha fatto della musica il proprio strumento per raccontare, non senza ironia e sarcasmo, l’Italia della gente comune, quella stessa gente che continua a cantare a squarciagola le sue canzoni.

40 anni senza Rino Gaetano, la storia del primo e unico concerto a Crotone. Giacinto Carvelli su Il Quotidiano del Sud l'1 giugno 2021.Il 1978 è stato un anno importante per Rino Gaetano, tanto che dopo la partecipazione al Festival di Sanremo, che lo vide trionfare (anche se in realtà arrivò solo terzo) volle organizzare quello che fu il suo unico concerto nella sua città, Crotone. Un concerto strano, di cui non si conserva alcuna testimonianza audio, video o immagini e che iniziò con una forte contestazione al cantautore. A raccontare questa pagina della musica crotonese, scritta il 23 agosto 1978 nello stadio Ezio Scida. il promotore del concerto, l’allora 22enne Antonio Bevilacqua. Innanzitutto, il promoter sottolinea che lo stesso Rino aveva voluto il concerto. «Dopo la partecipazione al Festival di Sanremo – dice in merito –  Rino Gaetano obbligò il suo manager ad organizzargli un concerto nello stadio della sua Città, perché desiderava ritornare nella sua Crotone. Il suo manager propose di organizzare il concerto prima al Comune ed all’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo di Crotone, poi alla Provincia di Catanzaro ed alla Regione Calabria, ma tutti questi Enti pubblici rifiutarono. Alla fine si rivolse all’Arci-Uisp nazionale e questi contattarono il presidente provinciale di allora, il rimpianto Peppino Guido. Purtroppo – continua nell’esposizione dei suoi ricordi Bevilacqua – in quel periodo lui era ricoverato in ospedale e così lui coinvolse me, in quanto allora io ero il vice presidente dell’associazione».   Sottolinea, lo stesso promoter di allora che era uno studente universitario di 22 anni, che da Cosenza ogni fine settimana tornava a Crotone «con nessuna esperienza di organizzazione di concerti o di grandi eventi. Inoltre dovevo firmare un contratto di parecchi milioni di vecchie lire, con la penale che in caso di qualsiasi impedimento (pioggia, contestazioni) avrei, comunque, dovuto pagare un terzo del budget previsto».

Fino alla fine, evidenzia Bevilacqua i dubbi lo assalirono, ma a rimuoverli fu una telefonata.

«Ricevetti una telefonata dal manager, che mi passò Rino Gaetano. Una telefonata di mezz’ora con cui mi spiegò l’immenso desiderio che aveva nel ritornare nella sua città nativa, che lo vide partire da bambino migrare verso Roma. Così mi convinse di accettare la sfida, firmare il contratto milionario e di organizzargli il concerto a Crotone. Ricordo – continua Bevilacqua – che allora Rino Gaetano non era molto conosciuto, nonostante il successo che ebbe qualche mese prima al festival di Sanremo, quando conquistò il terzo posto con la canzone Gianna. Anzi aveva molto più popolarità Mino Reitano e molti lo confondevano con lui».

Tra le altre difficoltà, poi, il fatto che «fino al 1978 non era mai stato organizzato un concerto nello stadio di Crotone, pertanto non fu facile organizzarlo perché non c’erano precedenti e soprattutto ottenere i permessi necessari. Ricordo che ho dovuto regalare un migliaio di biglietti omaggi a tutti gli Enti interessati. Inoltre alcune TV locali pretendevano di effettuare la video registrazione del concerto gratis, cosa che io non permisi. Così alcune di loro per vendicarsi hanno cercato di boicottare il concerto inventandosi la storiella che Rino Gaetano in una nota trasmissione televisiva nazionale avesse rinnegato di essere nato a Crotone. Col senno di poi a posteriori, dopo quello che è successo, ne sono amaramente pentito per quella presa di posizione così netta, perché dopo 40 anni non esiste alcun filmato o foto del concerto di Crotone».

Il boicottaggio di alcune TV locali, indusse i promotori a fare «una grande pubblicità in tutti i campeggi ed alberghi della provincia di Crotone, allora c’è ne erano circa 100. Così la maggior parte del pubblico, che riempì lo stadio, era composto da turisti del nord Italia e non da crotonesi».

Ma anche dopo la vendita dei biglietti e la buona presenza di spettatori, i problemi non finirono.

«Ricordo – racconta infatti Bevilacqua – che prima di iniziare il concerto verso le ore 20 un gruppo di persone, dalla gradinata, si mise a fischiare e buttare pietre sul palco, io ero nella biglietteria e fui chiamato ad intervenire. Fu così che andai sul palco, presi il microfono, feci una severa rimproverata a quelle persone ed invitai il pubblico a zittirli con un forte applauso. Poi chiesi al pubblico di chiamare Rino Gaetano a gran voce e quando salì gli chiesi, davanti a tutti, di chiarire le falsità che avevano diffuso sul suo conto. Così lui disse che si è sempre vantato di essere crotonese e che musicalmente si era cresciuto a Roma, lasciai il palco e ritornai nella biglietteria».

Dopo le incomprensioni iniziali, nel racconto di Bevilacqua, il concerto continuò in maniera trionfale con tutto il pubblico a cantare le sue canzoni, per poi terminare dopo mezzanotte. «Alla fine del concerto – ha chiosato l’organizzatore del concerto – Rino venne in biglietteria per invitarmi a cena, ma io ero troppo indaffarato a contare i soldi per pagare il suo manager e così gli risposi a malincuore che non potevo. Così lui mi ringraziò per tutto quello che avevo fatto e mi disse che lo avevo reso felice perché il suo sogno diventò realtà. Partito da emigrante da Crotone è ritornato trionfatore a Crotone. Purtroppo da quella notte non l’ho più rivisto. Ciao Rino».

40 anni senza Rino Gaetano, Crotone lo ricorda con il Rino Day in villa comunale. Giuseppe Laratta su Il Quotidiano del Sud l'1 giugno 2021. Da “Ma il cielo è sempre più blu” a “Gianna”, passando per “Mio fratello è figlio unico”: sono alcuni dei brani più famosi di Rino Gaetano che oggi pomeriggio alle 18:30, alla Villa Comunale di Crotone, saranno suonati dagli artisti pitagorici riuniti nell’evento “Sotto i cieli di Rino”, la manifestazione musicale promossa dal Comune in occasione del quarantesimo anniversario dalla morte del cantautore crotonese. Ritorna, dunque, nella sua città natale, un evento musicale per ricordare il “cappellaio matto”, anche se Crotone non ha mai dimenticato Rino Gaetano: nonostante varie dicerie, il rapporto è sempre stato caloroso con i suoi concittadini.

Un concerto, dunque, per ricordare Rino Gaetano, un’occasione di ripartenza per la musica, in un luogo altrettanto caro ai crotonesi da poco riaperto alla comunità in una nuova veste.

“Sotto i cieli di Rino” è collegata con altri due eventi: il primo è il “Rino Gaetano day”, manifestazione che da sempre si tiene a Roma, ma che quest’anno – per via del Covid – si tiene in versione online, organizzata da Anna ed Alessandro Gaetano – sorella e nipote di Rino; la seconda è l’incontro organizzato alla Lega Navale di Crotone dalla Provincia insieme alla fondazione “Una casa per Rino”, dove sarà illustrato alla stampa il progetto in cantiere per esporre finalmente l’ukulele alla comunità e ad i fans.

Al concerto si esibiranno: Marco Angotti, Maria Vittoria Mungari, Maria Teresa Manica, Anna Rizzo, Alessandro Manica, Pino Talarico, gli Skapizza, Gli Anni Veloci, i Come quando fuori piove; l’evento è stato presentato sabato scorso dall’assessore comunale allo Spettacolo Luca Bossi, e dalla consigliera comunale – nonché componente della Commissione Cultura – Floriana Mungari, ideatrice dell’evento.

«Ci ritroviamo nel nome di un artista che ci rappresenta tutti – ha dichiarato la Mungari – daremo spazio ai brani più famosi ma anche quelli meno conosciuti di Rino Gaetano. Ci sarà inoltre uno spazio social dove si potranno postare le foto e le emozioni della serata. Per l’occasione lanciamo l’hashtag #sottoilcielodirino”».

«E’ un omaggio dovuto a chi ha cantato l’identità di tutti noi – ha dichiarato Bossi – Rino Gaetano è stato un precursore. Il suo messaggio è universale ed in ogni suo testo si trova un riferimento al Sud. Testi sempre attuali che abbracciano tante generazioni».

L’evento – che si terrà nella parte alta della Villa Comunale, in ottemperanza delle normative anti-Covid, con tanto di ingressi contingentati – ha avuto anche il benestare della famiglia Gaetano: infatti – a quanto appreso – interverrà telefonicamente la sorella Anna. “Sotto i cieli di Rino” sarà inoltre trasmesso in diretta radiofonica su Radio Studio 97.

40 anni senza Rino Gaetano, l'omaggio della Fondazione "Una casa per Rino" passa dall'ukulele. Giacinto Carvelli su Il Quotidiano del Sud l'1 giugno 2021. Punterà soprattutto sull’ukulele, lo strumento utilizzato da Rino Gaetano nel 1978 per la sua esibizione sul palco di Sanremo, con Gianna, il ricordo tributo che il 2 giugno la fondazione a lui intitolata, “Una Casa per Rino” intende porgergli in occasione del 40° anniversario della sua morte. In una riunione, svoltasi lo scorso 20 maggio, nella Sala giunta della Provincia di Crotone, e convocata dalla Fondazione “Una Casa per Rino”, con la partecipazione della reggente della Fondazione Giusy Regalino accompagnata da Maria Teresa Sussurellu moglie di Giancarlo Sitra, il presidente della Lega Navale di Crotone Gianni Liotti, il maestro orafo Michele Affidato accompagnato da Antonio Affidato, e il dirigente Nicola Artese è stato definito un itinerario condiviso e per rendere fruibile l’ukulele di Rino Gaetano. Ci sarà la presentazione alla città, il 2 giugno, del progetto che prevede, tra l’altro, la collocazione dell’ukulele presso la sede della Lega Navale di Crotone. Lo spazio espositivo, la bacheca di alloggiamento dell’ukulele, sarà curato e realizzato a titolo gratuito dal maestro orafo Michele Affidato. Al termine della riunione è stato materialmente consegnato l’ukulele alla Provincia di Crotone che a sua volta lo girerà all’orafo Affidato per la custodia espositiva. L’ukulele, che è tra gli strumenti più iconici della musica italiana, era stato acquistato dalla Provincia di Crotone nel 2003 per una raccolta fondi di Emergency, per la costruzione di un ospedale pediatrico in Sierra Leone. A donarlo per il nobile scopo, Anna Gaetano, sorella di Rino. Nel corso degli anni, con recenti strascichi in seno anche al nuovo consiglio comunale, ci sono state contestazioni nell’assegnazione dell’ukulele di Rino, ma, soprattutto, sul fatto che in questi anni lo strumento non sia mai stato fruibile al pubblico. La Fondazione “Una casa per Rino”, come scrive lo stesso organismo si è costituita «nell’alveo dell’omonimo progetto che la Provincia di Crotone ha promosso e fatto nascere sulla necessità di far emergere l’arte, i profondi messaggi e la particolare capacità di comunicazione del cantautore Rino Gaetano, nato a Crotone nel 1950 e prematuramente morto a Roma nel 1981, riuscendo a coinvolgere, in questa azione di riscoperta, autori, produttori, kermesse ed addetti ai lavori nonché media nazionali ed internazionali». Tutte le manifestazioni ideate e realizzate prima nella Provincia e dopo dalla Fondazione «hanno sempre “prodotto” nuove e più ampie iniziative nazionali che hanno contribuito a collocare Rino Gaetano, come meritava, nell’olimpo dei più grandi e significativi autori della canzone italiana». La Fondazione Una Casa per Rino che si è vista riconoscere questa azione dal Presidente della Repubblica Italiana e nel suo Cda contava Giancarlo Sitra, l’ideatore dello stesso progetto, Procolo Guida ed i rappresentanti della società civile, Giusy Regalino e Giovanna Alma Ripolo nonché il Carmine Talarico già presidente della Provincia di Crotone. Alla stessa Fondazione con apposite deliberazioni e determine dirigenziali è stato destinataria dell’Ukulele. Oltre alla mera esposizione, la fondazione ha in programma «un percorso di individuazione e realizzazione Casa Museo all’aperto in memoria del cantautore crotonese Rino Gaetano con conseguente individuazione posa in mostra permanente dell’Ukulele  utilizzato dall’artista a Sanremo 1978, da noi già avviato». 

40 anni senza Rino Gaetano. Lo sberleffo del “Nuntereggae più”: Il titolo irriverente per l’eternità. Edvige Vitaliano su Il Quotidiano del Sud l'1 giugno 2021. Roma, 2 giugno 1981 è una di quelle notte in cui le lancette di un orologio sbagliano l’ora degli addii e spezzano le vite. In quella notte beffarda e crudele, un incidente stradale sulla via Nomentana a Roma si porta via Rino Gaetano: aveva solo trent’anni. Era nato a Crotone, in Calabria il 29 ottobre 1950. Oggi a quarant’anni dalla scomparsa il cantautore con il cappello a cilindro, la chitarra o l’ukulele, il sorriso malandrino e lo sguardo inquieto e scanzonato di tracce nel cuore ne ha lasciate diverse. Quel ragazzo di talento con la faccia da cinema – che ora sorride sornione anche su un francobollo emesso qualche giorno fa da Poste italiane – non è stato dimenticato.

Come le sue canzoni. Come i suoi testi che se fossero quadri, potrebbero somigliare alle forme iconoclaste e ai colori graffianti di Jean-Michel Basquiat. Sono ancora tra noi le parole di Rino, a stargli dietro sembrano capriole su un prato. Parole veloci, simili a frecce tirate con precisione. Parole che fanno centro mentre lui, Rino si volta verso il pubblico, saluta e se ne va senza prendersi mai sul serio. Ironia, sberleffo, satira, amore e amori, cromatismi e rabbia mediterranei. Fratelli sfruttati e malpagati, Gianna, Berta e Aida. Le spiagge di silicio e una sottile vena di malinconia. Tra parole e accordi Rino si racconta e racconta anche il Bel Paese della sua gioventù spezzata. Inanella uno dietro l’altro versi puntellati di apparenti nonsense. Del resto, a lui bastava anche giocare con un dittongo per sparigliare le carte e fare rumore.

Un dittongo come per Nuntereggae più, 1978. “Il titolo – che scioglie la lingua col dittongo “ae” – incrocia la locuzione regionale laziale “nun te reggo più” e la parola “reggae” (il ritmo e il genere di cui Rino riveste la canzone): un reggae rivisitato in chiave ska”, scrive Annibale Gagliani su Treccani. Impossibile rimanere indifferenti a quel “turbine di nomi, acronimi, fatti storici, notizie e titoli di classe che raccontano la società italiana, processata in un’arena tra cori ‘che sembrano appartenere ai passanti, intervistati al mercato, in fila per la pensione o per pagare le tasse’ (D’Ortenzi)”, continua Gagliani. Le parole di Rino paiono prese a prestito dagli strilli delle prime pagine dei giornali, complice un ritmo accattivante e il gioco è fatto. Tra un abbasso, un alè e un Eia alalà scatta una fotografia in forma di canzone dell’Italia in salsa agro-dolce di quegli anni. Senza sconti. A cominciare dai partiti: “Pci psi (nun te reggae più)/ Dc dc (nun te reggae più)/Pci psi pli pri / Dc dc dc dc[…]”. E via con “Cazzaniga (nun te reggae più), Avvocato Agnelli, Umberto Agnelli, Susanna Agnelli, Monti Pirelli/ Dribbla Causio che passa a Tardelli Musiello, Antognoni, […] Gianni Brera (nun te reggae più) Bearzot […] Onorevole eccellenza, cavaliere senatore/ Nobildonna, eminenza, monsignore/ Vossia, cherie, mon amour/ Nun te reggae più… […] Ue paisà (nun te reggae più) /Il bricolage (nun te reggae più)/ Il quindicidiciotto/ Il prosciutto cotto/ Il quarantotto/ Il sessantotto/ Le pitrentotto / Sulla spiaggia di capocotta/ (Cartier Cardin Gucci)/ Portobello e illusioni/ Lotteria a trecento milioni/ Mentre il popolo si gratta/ A dama c’è chi fa la patta/ A settemezzo c’ho la matta/ […]” . Si va a memoria e in ordine sparso. La genesi del pezzo Rino la racconta ad Enzo Siciliano in una intervista radiofonica per Quadernetto romano, Radio Rai. È il 15 luglio del 1978.

La conversazione è davvero imperdibile compresi i passaggi su Petrolini, Totò, Moretti e Germi. Lo scrittore e critico letterario dopo l’ascolto di Nuntereggae più si dice catturato da “questa specie di catalogo” che è la canzone in questione. Si tratta di un testo “nato da un pacco di giornali – spiega Rino a Siciliano – Cioè nel senso, dunque si fa così: si prende un pacco di giornali e si dividono le notizie politiche, le notizie sportive, le notizie d’attualità e le notizie di cronaca. Dunque, si dividono… Poi si prendono a caso, ecco si prendono a caso e si scrive una canzone”. Risata mista a un certo stupore divertito dell’intervistatore che chiede all’intervistato: “Tu hai fatto una canzone con i titoli, insomma?” “Sì sì con i titoli…”, risponde Rino. Per lui che si definisce semplicemente “uno che sta nel bar e sente le voci che girano attorno” Nuntereggae più in fondo è una canzone “evasiva”, “una canzone d’amore per la nostra società”. Un pezzo “da ore liete”. Un “divertissement” senza predicozzo che schiva il rischio del qualunquismo e della banalità.

Un articolo di fondo, piuttosto che un sermone. Di certo, ha un meccanismo perfetto per non essere mai fuori moda. A voler cambiare gli ordini degli addendi e i nomi dei protagonisti, infatti, il risultato ad effetto non cambia. Sulla via che conduce a Rino, però, c’è un’altra canzone-manifesto ed è Ma il cielo è sempre più blu. Una sorta di inno che in molti hanno cantato anche nei giorni sghembi dell’Italia colpita alle spalle dal virus. Un “corale” sui balconi italiani urlato dai cuori feriti in cerca di una speranza davanti alla strada franata. E sulla giostra delle canzoni di Rino ci salgono anche Ti ti ti ti, Ad esempio a me piace il Sud, Escluso il cane Sfiorivano le viole, Mio fratello è figlio unico.

E non son tutte. Basta accendere il giradischi e ci si casca dentro anche quando canta Ahi Maria e irresistibilmente “confessa”:“[…] L’acqua mi fa un po’ male la birra mi gonfia un po’/ Vado avanti tristemente a champagne e bon-bon/ Ahi Maria mi manca il tuo amor/ Il mio caimano nero piangendo mi confidò / Che non approvava il progetto del metrò/ Ahi Maria da te tornerò/ […]”. In fondo il ragazzo con la faccia da cinema e le medagliette appuntate sul bavero di un frac poco ortodosso, non è mai andato via!

Claudio Fabbretti per “leggo.it” l'1 giugno 2021. La sua Volvo 342 che sbanda contromano su via Nomentana, lo schianto violentissimo con un camion, la disperata e vana corsa in ospedale al Policlinico Umberto I. Finisce con quest’ultima agghiacciante sequenza il film della vita di Rino Gaetano. Era la notte del 2 giugno del 1981. Eppure oggi, quarant’anni dopo, le sue canzoni ci appaiono pienamente attuali e contemporanee. Basta sostituire i politici dell’epoca (da Fanfani a Berlinguer) con quelli attuali. E scavare un po’ oltre la patina rassicurante accumulata in questi anni, a coprire malefatte e vizi sociali di un’Italia che solo apparentemente può sembrare distante da quella grottesca dipinta dal cantautore calabrese. Era l’Italia in bianco e nero degli anni di piombo e delle P38, delle stragi e degli scandali. Ma la sua ipocrisia, il suo finto perbenismo, la sua corruzione strisciante non si sono dissolti, neanche con il progresso verso l’evo digitale. E oggi c’è da scommettere che sarebbero ancora quegli inveterati vizi i bersagli preferiti dell’ex-figlio calabro del Folkstudio. Autore di canzoni graffianti e appassionate, paladino del Sud e degli sfruttati, nemico giurato di tutti i politici, Rino Gaetano è ormai un vanto nazionale. Dopo la sua morte, le sue canzoni sono state riscoperte e saccheggiate senza ritegno. Ma nessuno, neanche tra i suoi più espliciti emuli (vedere alla voce Brunori Sas) ha saputo riprodurre quella capacità unica di rivestire la denuncia sociale di abiti grotteschi. Alternando un verso surreale - «Mio fratello è figlio unico perché è convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone» - a un gancio dritto nello stomaco: «È convinto che esistono ancora gli sfruttati, malpagati e frustrati». Con la ruvidezza delle sue corde vocali e la dolcezza del suo personaggio, così naif e sincero, il menestrello di Crotone ha fatto innamorare generazioni di italiani. E oggi, più delle cover e delle non meno improbabili fiction, resta vivida la forza delle sue canzoni, tra ritratti femminili fulminanti (Aida, Berta, Lucia, Maria, Gianna), cantilene satiriche (Nuntereggae più, Sfiorivano le viole, Il cielo è sempre più blu, E cantava le canzoni) e delicate poesie sentimentali (Sei ottavi, I tuoi occhi sono pieni di sale). Ma sarà sempre inutile tentare di imitarlo: Rino Gaetano era unico all’epoca e lo resterà per sempre.

40 anni senza Rino Gaetano, il cantautore in 40 notizie. Il Quotidiano del Sud l'1 giugno 2021. Dalla sua nascita ad oggi, 40 pillole su Rino Gaetano per conoscere qualcosa in più del cantautore calabrese, definito il principe dell’Allegoria del Novecento, a 40 anni dalla tragica morte avvenuta in un incidente stradale a tarda notte a Roma.

1950. Il 29 ottobre nasce a Crotone Salvatore Antonio Gaetano: fin dalla nascita la sorella Anna abbrevierà il suo primo nome in “Rino” e da allora tutti lo chiameranno così.

1960. Per motivi di lavoro il padre Domenico e la madre Maria decidono di trasferirsi a Roma con i due figli. Inizialmente trovano sistemazione e lavoro in viale Tirreno.

1961. La vita della famiglia Gaetano è difficile e così i genitori mandano Rino al seminario della Piccola Opera del Sacro Cuore di Narni in provincia di Terni, scelta dettata più da esigenze pratiche che da convinzioni religiose. Rino si ritrova così solo e distante dalla famiglia, in un ambiente molto rigido e diverso da quello familiare.

1968. Rino compie diciotto anni. Stringe le sue prime amicizie «romane». Insieme ad alcuni ragazzi forma un gruppo musicale, i Krounks, dove suona il basso: il gruppo esegue cover, ma Rino scrive anche moltissime canzoni. È affascinato dalle grandi star internazionali come Bob Dylan e i Beatles e da una nuova generazione di cantanti italiani che si esprimono in modo originale come Celentano, Jannacci, I Gufi, Gianco, Pieretti, De André…

1969. A Rino arriva il congedo illimitato dal servizio militare per via dell’invalidità civile del padre. Si arrangia con dei piccoli lavoretti, avvicinandosi nel contempo al teatro dove fa di tutto, dal cabaret al teatro di strada, persino il fonico. Comincia anche a frequentare il Folkstudio, noto locale romano all’epoca diretto da Giancarlo Cesaroni, dove si esibiscono moltissimi giovani. Qui conosce Ernesto Bassignano, Antonello Venditti e Francesco Dé Gregori, praticamente coetanei e anche loro in cerca di fortuna.

1970. La famiglia Gaetano si trasferisce in via Nomentana Nuova 53, dove i genitori, diventando portieri, hanno a disposizione il seminterrato dello stabile. La casa è piccola e le finestre si affacciano sul marciapiede: l’unico panorama che si può ammirare attraverso le grosse sbarre dei vetri sono le gambe delle persone che passano. Per Rino, che vive con i suoi in quell’abitazione, il cielo blu è solo un miraggio.

1971. Dati i problemi economici della famiglia, Rino deve cercarsi delle entrate certe. Attraverso conoscenti, il padre gli procura un posto in banca, un lavoro ben retribuito e sicuro. Rino, diplomato in ragioneria ma con sogni ben diversi, riesce a trovare un piccolo compromesso con i genitori: avrà a disposizione un ultimo anno per provare a sfondare, altrimenti dovrà rassegnarsi a lavorare in banca.

1972. Rino riesce a iscriversi alla SIAE e, introdotto dal suo amico Antonello Venditti, si presenta a Vincenzo Micocci, della casa discografica IT, con lo pseudonimo di “Bacom”. In un primo momento Rino è intenzionato a impegnarsi solamente come autore. Contemporaneamente ottiene un provino dalla etichetta discografica Beli Disc di Milano e incide un primo 45 giri contenente La Ballata di Renzo e I Love You Maryanna che però non sarà mai stampato.

1973. Finalmente esce il suo primo 45 giri prodotto dalla IT, che si deve considerare una specie di prova vocale, dove, con lo pseudonimo “Kammamuri’s” troviamo le canzoni I Love You Maryanna e Jaqueline.

1974. La casa discografica RCA, che ha come affiliata la IT, propone Rino come autore a Nicola Di Bari, che nel 1971 aveva cantato brani di Tenco. Rino scrive per il cantante Prova a chiamarmi amore, Questo amore così grande e una versione modificata nel testo e nel significato di Ad esempio a me piace… il Sud presentata per la prima volta a “Canzonissima”.

1975/1. Rino Gaetano insieme a molti altri cantanti partecipa alla manifestazione “Trianon ’75”, a Roma, che diventerà un doppio album molto suggestivo, dove Rino canta dal vivo, accompagnandosi solo con la chitarra, Ad esempio a me piace… il Sud. 

1975/2. Nel 1975 ottiene il primo grande successo pubblicando Ma il cielo è sempre più blu, un 45 giri atipico: praticamente contiene una sola canzone divisa in due parti, una su ognuno dei due lati. Fin da subito viene molto trasmessa alla radio e soprattutto all’interno di «Alto Gradimento», viene il molto programma trasmessa RAI di alla Renzo radio e Arbore e soprattutto Gianni all’interno Boncompagni. Non tardano ad arrivare le prime censure: nell’incisione originale della canzone troviamo una frase che forse per l’epoca è ritenuta «politicamente poco corretta»: «chi tira la bomba/ chi nasconde la mano». Questa frase sarà poi ripristinata, e quindi si potrà ascoltare, nel remix della canzone che dj Molella pubblicherà il 15 luglio 2003.

1975/3. Ma il cielo è sempre più blu scala la classifica delle vendite e per Rino arrivano i primi guadagni. Finalmente con i primi soldi può prendere la patente e si acquista una Simca 1000 usata di colore verde bottiglia. 

1976. In maggio esce l’album «Mio fratello è figlio unico». I dischi della IT vengono registrati e preparati negli studi della RCA con musicisti e tecnici messi a disposizione dall’etichetta discografica. Dopo l’uscita del disco, Rino Gaetano parte subito in tournée affiancato dai Perigeo.

1977/1. Rino è impegnato a ultimare l’album «Aida», che uscirà in primavera. Va sottolineato che nel clima socio-politico di quel momento, molti cantanti vengono conte­stati, ma a Rino Gaetano viene riconosciuta una purezza che lo tiene al di fuori delle contestazioni. Inedita dal titolo Marziani noi.

1977/2. Cresce sempre di più la popolarità del cantautore che però è ancora co­stretto a scontrarsi con la censura: per esempio in una apparizione televisiva a «Domenica in», in quell’anno condotta da Corrado, è costretto a tagliare la parola «coglione» dalla canzone Spendi spandi effendi.

1978/1. Il 26 gennaio entra nelle case degli italiani Gianna. Rino Gaetano partecipa al 28° Festival di Sanremo ottenendo un enorme successo: arriva al terzo posto nella classifica finale, ma scala la classifica delle vendite, dove rimane al primo posto per diverse settimane. 

1978/2. Alcuni fan non approvano la sua scelta di partecipare a Sanremo, lo stesso Rino in un primo momento non ne è convinto, soprattutto di farlo con una canzone commerciale come Gianna: preferirebbe presentarsi con Nuntereggae più, ma i discografici spingono per Gianna fino a convincerlo. Rino Gaetano comunque cerca di distinguersi dal contesto presentandosi in maniera atipica con un cilindro in testa, ukulele, frac e scarpe da tennis, accompagnato da strani coristi che poi non sono altri che i Pandemonium.

1978/3. Con Gianna per la prima volta a Sanremo viene pronunciata la parola «sesso».

1978/4. Nel corso dell’anno ritroviamo Rino impegnato in una tournée per l’Italia, partecipa anche a varie serate e manifestazioni fra cui va ricordato «Discomare ’78» anche per la polemica che scoppia nella serata finale: la RAI infatti, o chi per essa, cerca di impedire al cantante di esibirsi con Nuntereggae più; Rino per protesta lascia la manifestazione.

1979/1. A questo punto della carriera Rino Gaetano viene ceduto dalla IT alla RCA (come avviene per tutti quelli che arrivano a un certo successo) e proprio per la nuova etichetta esce l’album «Resta vile maschio dove vai», dove anche l’immagine di Rino subisce una trasformazione (basta guardare la scelta della foto di copertina): ora è più professionale e commerciale.

1979/2. In ottobre al «Discoestate», a Rieti, obbligato a cantare in playback, Rino invece di muovere la bocca per far finta di cantare, si fuma una sigaretta.

1980/1. In maggio in RAI, partecipa alla serata per i vent’anni dalla morte di Fred Buscaglione dove interpreta, rivisitandola e aggiornandola, Il dritto di Chicago.

1980/2. A fine anno, presentata da Shel Shapiro, prende il via una nuova tournée, dove Rino si esibisce a fianco di Cocciante e dei Perigeo. Da questa sinergia esce «Qconcert», contenente quattro canzoni fra cui Insieme e la splendida interpretazione di A mano a mano di Cocciante eseguita da Rino Gaetano.

1981/1. Il 31 maggio Rino Gaetano fa la sua ultima apparizione in TV cantando E io ci sto, mentre sta preparando un nuovo tour con Anna Oxa e i Perigeo, incidendo al contempo delle canzoni con la Oxa fra cui La gallina coccodè di Battisti.

1981/2. Il 2 giugno, da solo, alle prime luci del mattino, Rino muore. Come al solito aveva cercato degli amici per passare la serata e poi era rimasto solo. Stava tornando a casa, alle 3,55 a bordo della sua Volvo 343 grigio metallizzato, targata Roma 240932, all’incrocio di via Nomentana con via Carlo Fea, vicino a via XXI Aprile, finisce sulla corsia opposta e si schianta contro un camion, un Fiat 650 D che è diretto ai Mercati Generali.

Rino sbatte violentemente la testa sul vetro ed entra in coma, arrivano i soccorsi e viene portato al Policlinico che però è privo di un reparto per craniolesi. Si cercano disperatamente altri ospedali, ma non si trova un posto e così dopo due ore Rino ci lascia per sempre.

1981/3. Colpiscono le tremende somiglianze con la sua prima canzone incisa La Ballata di Renzo.

1981/4. Forse un colpo di sonno o un malore: l’autopsia rivela un possibile collasso prima dell’incidente, l’autista del camion racconta di aver visto Rino accasciarsi di lato e iniziare a sbandare per poi riaprire gli occhi un attimo prima dell’impatto.

1981/5. Il 4 giugno, alle 11,30 del mattino, nella chiesa del Sacro Cuore di Gesù e sul lungotevere Prati, proprio nella chiesa di padre Simeone e dove Rino si sarebbe sposato, si svolge il suo funerale. Rino inizialmente viene sepolto nel piccolo cimitero di Mentana fino al 17 ottobre quando è trasferito al cimitero di Verano, nel riquadro 119, piano terra, cappella V, loculo 10.

Curiosità/1. Ma il cielo è sempre più blu è anche l’inno ufficiale della squadra di calcio del Crotone.

Curiosità/2. Un avvocato ed ex sindaco di Agropoli, Bruno Mautone, ha scritto un libro in cui sostiene che Rino Gaetano era massone ed è stato ucciso dai poteri forti. La tesi molto bizzarra ha alimentato molte leggende in Rete.

Curiosità/3. Due canzoni di Rino Gaetano hanno dato il titolo ai film “Il cielo è sempre più blu” di Antonello Grimaldi e a “Mio fratello è figlio unico” di Daniele Lucchetti. Da segnalare anche il commento di A mano a mano nel film “Allacciate le cinture” di Ferzan Optezek.

Curiosità/4. Un giovane chiamava ogni giorno una radio romana per chiedere che venisse trasmesso un successo di Gaetano. Stanco dell’andazzo, lo speaker gli avrebbe detto: “Ma ti sei proprio innamorato di questo Rino Gaetano?”. Dall’altro capo del telefono la risposta: “Sono io”.

2004. In ottobre Giorgio Panariello condusse su Rai Uno il varietà Ma il cielo è sempre più blu. Il titolo della trasmissione era un chiaro omaggio a Gaetano e la sorella del cantautore, Anna, fu una degli ospiti della prima serata.

2006. Il Pds adotta Ma il cielo è sempre più blu come inno del partito.

2009. Marco Bellocchio ha realizzato uno spot per la Banca Monte dei Paschi utilizzando Il cielo è sempre più blu.

2017. Il 4 aprile, il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, insignisce della medaglia d’oro alla cultura non il menestrello del nonsense, ma il principe dell’allegoria del Novecento: Rino Gaetano.

2020. Un pannello alto 9 metri e largo quasi 8 con la scritta “Benvenuti a Crotone dove il cielo è sempre più blu” con l’effige del cantautore è collocato sulla fiancata di uno degli edifici delle case Aterp che si incontrano percorrendo viale Gandhi all’ingresso della città. In città lo ricorda anche una statua.

Notizie tratte da “Rino Gaetano, Ma il cielo è sempre più blu” curato da Massimo Cotto per Mondadori, Donna Moderna, Enciclopedia Treccani, Ansa, Corriere.it 

40 anni senza Rino. Il ritorno di Rino Gaetano in Calabria, un viaggio attraverso i suoi testi. Paride Leporace Il Quotidiano del Sud l'1 giugno 2021. A quarant’anni della sua scomparsa riascoltare le canzoni di Rino Gaetano significa sentire quel brivido di coinvolgimento da un calabrese che conosceva bene la sua terra. Abbiamo voluto immaginare un ritorno estivo a Crotone di Rino adoperando parole e versi delle sue intramontabili canzoni. Perché quel terribile incidente stradale sulla Nomentana non ha spento il suo vivo ricordo. Una R4 rossa macina chilometri sulla strada che congiunge Catanzaro con Crotone. Rino torna a casa, la sera prima a Roma con i Pandemonium ha parlato di nuove canzoni.

Parlano di donne, i discografici sono interessati, si potrebbe anche andare a Sanremo. Figurarsi!

La macchina scorre lenta e Rino guarda la sua terra. Calabria. Sud. E il cantautore memorizza le sue sensazioni. Le visioni della sua terra d’origine ispirano pensieri e parole:

“mi piace questa strada con il verde bruciato, proprio a quest’ora sul tardi con le macchie scure senza rugiada, coi fichi … d’India e le spine dei cardi”.

Ecco za’ Maria. Anche lei mi piace vedere…

…avvolta nel nero del lutto di sempre, sulla sua soglia tutte le sere che aspetta il marito che torna dai campi”.

Dire queste cose a Roma, chi ti può capire, solo uno come te. Guarda che albero.

Ad esempio a me piace il Sud

“Ad esempio a me piace rubare le pere mature sui rami se ho fame, e quando bevo sono pronto a pagare l’acqua, che qui in Calabria è più del pane”.

Sulla strada passa, intanto, Michele Vittimberga, contadino, figlio di contadini dai tempi del feudo Barracco, e che ricorda ancora i morti di Melissa. Michele abbraccia Rino. Camminano insieme e parlano dell’uva, del vino; che è ancora un lusso “per lui che lo fa”.

Michele torna a casa. E Rino resta solo, tornando a meditare …

“A me piace per gioco tirare dei calci ad una zolla di terra, passarla a dei bimbi che intorno al fuoco, cantano giocano e fanno la guerra”.

Capo Colonna staglia la sua monumentalità classica. Rino ferma l’automobile, scende e trattiene il respiro:

“Poi mi piace scoprire lontano il mare, se il cielo è all’imbrunire, seguire la luce di alcune lampare e raggiunta la spiaggia mi piace dormire”.

E si ricordò di Aida.

Lei sfogliava i suoi ricordi, le sue istantanee, i suoi tabù le sue madonne i suoi rosari e mille mari e alalà i suoi vestiti di lino e seta, le calze a rete Marlene e Charlot e dopo giugno il gran conflitto e poi l’Egitto un’altra età marce svastiche e federali sotto i fanali l’oscurità e poi il ritorno in un paese diviso nero nel viso più rosso d’amore Aida come sei bella, Aida le tue battaglie i compromessi la povertà i salari bassi la fame bussa il terrore russo Cristo e Stalin Aida la costituente la democrazia e chi ce l’ha e poi trent’anni di safari fra antilopi e giaguari sciacalli e lapin Aida come sei bella

“L’estate che veniva con le nuvole rigonfie di speranza, nuovi amori da piazzare sotto il sole, quel sole che bruciava lunghe spiagge di silicio”.

Sempre Calabria, l’amore di un giovane che voleva “cantare Prevert e non copiare Baglioni”.

E “lei che cresceva sempre più bella, il sole che batteva su di me, e prendeva la mia mano mentre io aspettavo, li sole che bruciava, bruciava mentre sfiorivano le viole”.

E poi quella notte:

Sfiorivano le viole

“i passi delle onde che danzavano sul mare a piedi nudi, come un sogno di follie venduto all’asta, quella notte cominciava un po’ perversa e mi offriva tre occasioni per amarti”.

E Rino rimettendosi in auto si ricordò del suo amico Santo Guarino, di Isola Capo Rizzuto. Operaio in Lombardia che si intristiva a vedere…

… “vacche stanche di muggire, che proponevano sbadigli, con tanta nebbia da smaltire”.

Rino ogni fine agosto accompagna Santo alla stazione che…

“portava le provviste e due o tre pacchi di riviste. Poi aveva sempre la fotografia di Bice, bella come un’attrice”.

Anche questo è sud

E mentre aspettavano il fischio del capostazione, Santo….

… “cantava le canzoni che sentiva sempre a lu mare”.

Rino tornò a guardare verso il mare.

“Vecchi gozzi alla deriva si preparano alla pesca con le reti rattoppate nella stiva, l’onda avanza a passi nani, agonistica col molo mentre il vento già scommette coi gabbiani”.

E cantava le canzoni

Anche questo è Sud. Pensò Rino. Che vedeva il cielo sempre più blu per …

“chi suda chi lotta, chi mangia una volta, chi gli manca la casa, chi vive da solo, chi prende assai poco, chi gioca col fuoco, chi vive in Calabria, chi vive d’amore”.

Marco Castoro per “leggo.it” l'1 giugno 2021. Alessandro Gaetano è il nipote di Rino, è il figlio della sorella Anna. Ha seguito le orme dello zio, è un cantautore con il nome d’arte di “greyVision”.  

Sono passati 40 anni, che ricordi affiorano quando pensa a quella tragica notte?

«Un momento che ha spezzato la giovane vita di mio zio e che ha cambiato per sempre le sorti della nostra famiglia. Un dolore simile non lo superi mai, ci convivi».

Quel mancato ricovero dopo l’incidente e i ritardi ospedalieri sono stati decisivi per la vita di Rino? Si poteva salvare?

«Non indossava la cintura di sicurezza, a quei tempi non c’era la sensibilizzazione che c’è oggi. Non sapremo mai se con un intervento tempestivo si sarebbe potuto salvare. I medici fecero di tutto per trovare le attrezzature adeguate per operarlo ma credo che il malore che ha avuto prima dello schianto, gli sia stato fatale».

Che ricordi ha di suo zio? 

«Molti e bellissimi. Era alto, profumato e spiritoso ma anche riservato, premuroso e presente».

Ogni anno con la Rino Gaetano band lo avete ricordato con dei concerti in piazza Sempione strapiena di fans nel quartiere romano di Montesacro, il quartiere di Rino, alimentando il mito. Quest’anno com’è strutturato l’evento?

«Celebreremo i quarant’anni dalla sua scomparsa a suon di musica con il Rino Gaetano Day, un concerto alla sua XI edizione. Si terrà il 2 giugno alle 18:30, trasmesso in diretta streaming sulla pagina Rino Gaetano Band Facebook, Youtube e on air su Radio Italia Anni 60 Roma. Ci saranno ospiti e bei contenuti speciali. Anche il Mei ha sposato l’iniziativa. Dopo la grande partecipazione degli anni passati, quest’anno abbiamo preferito rendere l’evento fruibile a tutti anziché destinarlo a pochi fortunati in presenza».

Perché Rino e le sue canzoni piacciono ancora così tanto? Non solo ai 50enni ma anche ai ventenni: come mai questo successo tra i giovani?

«Ha saputo creare un linguaggio universale. Ironia, per lui, non significava ridere o far ridere ma togliere alle cose quel tanto di drammatico che hanno».

La voce ruvida di Rino è unica e inimitabile. Quando interpreta le sue canzoni si immedesima in lui o va per la tua strada vocale?

«Mi emoziono spesso mentre canto. Non mi sono mai sforzato, non ho mai avuto l’intenzione di imitarlo. Nessuno dovrebbe, Rino era unico. La mia è una missione, io e mia madre gli dedichiamo tutta la vita che possiamo».

Qual è il brano che sente più suo? E quello che ricorda più Rino?

«Adoro “E la vecchia che salta con l’asta” perché ha un testo un po’ mistico, composto quando era appena adolescente. Il mio preferito però è “Mio fratello è figlio unico”: il tema della mancanza di reciproca solidarietà è, sempre più, pura urgenza per l’umanità».

Ha mai sognato Rino?

«Raramente, è capitato qualche volta che lo vedessi a fianco a me. Un paio di volte, mi aveva messo in guardia su alcune cose. E ci aveva preso. Mi capita più spesso, invece, di sentirlo al mio fianco».

Se avesse un’occasione di parlare qualche minuto con lui, che cosa gli direbbe?

«Zio, prendiamo le Nikon e andiamo a scattare due foto, lontani dalla città e dal mormorìo».

Nostro fratello Gaetano è figlio unico. Come il suo talento. Alessandro Gnocchi il 6 Giugno 2021 su Il Giornale. Le filastrocche "nonsense" del cantautore compongono un canzoniere spericolato. Per depistare, Rino Gaetano sosteneva che i suoi brani non significassero niente, che fossero giochi di parole adatti a melodie semplici. Lo diceva con un filo di amaro sarcasmo. In fondo stava assecondando un luogo comune nato per mancanza di attenzione. Infatti Gaetano, quando componeva, non scherzava. Il suo canzoniere, ascoltato oggi a quarant'anni dalla morte, è cresciuto assieme ai suoi estimatori e si è rivelato profondo anche e soprattutto dove sembra più giocoso e spensierato. In realtà, Rino ha creato un repertorio spericolato, il più spericolato assieme a quello (diversissimo) di Franco Battiato. Il cantante calabrese, romano d'adozione, si inerpica per sentieri quasi sconosciuti in Italia. Il teatro dell'assurdo è la sua prima passione, da autodidatta si studia Eugene Ionesco e Samuel Beckett. Non è un amore passeggero. Reciterà in Aspettando Godot e interpreterà la volpe in una riedizione del mitico Pinocchio di Carmelo Bene. I cantautori seri vanno regolarmente a sbattere contro la retorica dell'impegno e la involontaria parodia della poesia. Gaetano non corre neppure il rischio, le sue «filastrocche» a rima baciata sanno sempre essere spiazzanti o trasgressive. Senza contare che Gaetano ha un vocabolario dieci volte più ampio dei suoi colleghi. Prendiamo Gianna, grande successo sanremese del 1978. L'ispirazione potrà anche essere casuale (in origine era Anna, la sorella di Rino) ma è un dato di fatto: per la prima volta, il pubblico del Festival sente pronunciare la parola sesso. Ecco qua, la ribellione è servita, e non c'è stato neppure bisogno di tirare in ballo la politica. Non che Gaetano la trascurasse. L'esegesi di Berta filava (1976) conduce in luoghi davvero imprevedibili: siamo dalle parti dello scandalo Lockheed (secondo alcuni) e del compromesso storico targato Aldo Moro (secondo Rino). Nuntereggae più prende a pugni in faccia l'establishment vecchio e noioso: «Avvocato Agnelli, Umberto Agnelli / Susanna Agnelli, Monti Pirelli / Dribbla Causio che passa a Tardelli / Musiello, Antognoni, Zaccarelli (nun te reggae più)». Qualcuno se la prese, Susanna Agnelli invece dichiarò in televisione di essere una fan. Gaetano sapeva anche andare dritto al cuore del problema, che fossero faccende pubbliche o tormenti privati. Ma il cielo è sempre più blu, un'altra «filastrocca», distrugge ogni ipotesi di «volemose bene» e «ci rialzeremo dalla nostra polvere». Escluso il cane è una delle più atroci dichiarazioni di solitudine e incomprensione. Il meglio del meglio arriva con gli apparenti non sense. Che razza di titolo sarà mai Mio fratello è figlio unico? Dietro all'ironia, Gaetano mostra qual è il prezzo da pagare per essere una persona che non prova vergogna a guardarsi nello specchio: «Mio fratello è figlio unico / perché non ha mai trovato il coraggio d'operarsi al fegato ... Mio fratello è figlio unico / sfruttato represso calpestato odiato». Dopo sei dischi e un successo crescente, Rino, nato a Crotone nel 1950, muore in un incidente stradale il 2 giugno 1981. Sono le tre e mezza di notte, Gaetano sbanda e va a sbattere contro un camion di frutta che procede nell'altra corsia. Lo estraggono vivo dall'automobile. Alle quattro e un quarto, in condizioni disperate, Gaetano entra al Policlinico Umberto I. Il reparto di neurochirurgia d'emergenza non è funzionante, bloccato da una causa al Tar. Vengono chiamati cinque ospedali. Nessuno ha un posto libero o una sala operatoria disponibile. Alle sei del mattino, Gaetano, trent'anni, è dichiarato morto. Una biografia succinta ma ricca di aneddoti interessanti è appena uscita per Hoepli: Rino Gaetano. Sotto un cielo sempre più blu di Michelangelo Iossa. Il libro è arricchito da una prefazione di Sergio Cammariere (cugino di Rino) e da una testimonianza di Renzo Arbore, all'epoca cerimoniere di Alto gradimento assieme a Gianni Boncompagni. Lasciamo al grande Arbore il compito di fare giustizia: «Le sue canzoni erano importanti, da grande cantautore - certamente - ma anche con qualche significato in più, decisamente inconsuete e con elementi ai limiti del proibito, per l'epoca». Perfetto. Alto gradimento si trova a sponsorizzare Rino, e non è cosa normale. Sul 45 giri di Tu, forse non essenzialmente tu, splendido brano su come si possano confondere amore e amicizia, si legge: «Una scelta di Alto gradimento!». Belle le pagine dedicate da Iossa al clima del Folkstudio di Roma. Rino era perfettamente inserito nell'ambiente dei cantautori della sua generazione, era amico, in particolare, di Antonello Venditti e Francesco De Gregori. Ma la storia più bella è legata a Lucio Dalla. Il bolognese si è messo da poco in proprio e ha già piazzato qualche colpo da maestro, come 4 marzo 1943. Un giorno, mentre guida verso Roma, Dalla nota un autostoppista con chitarra. Si ferma e lo fa salire. Il vagabondo suona qualche brano dei suoi. Dalla è colpito. Decide di segnalare il viandante a Vincenzo Micocci, leggendario talent scout e discografico. «A proposito, come ti chiami?» chiede Dalla. «Rino Gaetano». Sarà poi Venditti ad aiutare ulteriormente Rino, che sarà sempre riconoscente, perché era fratello di tutti i figli unici.

·        40 anni dalla morte di Alfredino Rampi.

Vermicino e la tv dell’empatia. Beatrice Dondi su La Repubblica il 14 giugno 2021. La tragedia di Alfredino fu uno strazio collettivo, in cui lo spettatore che guardava lo schermo avrebbe voluto essere lì, vicino a quel pozzo maledetto. Poi tutto degenerò. E la televisione perse il senso del pudore. Quando l’inviato del Tg1 chiese la linea a Piero Badaloni per non interrompere il collegamento da Vermicino, si pensava, tutti lo pensavano, dalla troupe ai curiosi accorsi intorno al pozzo artesiano in cui era precipitato il piccolo Alfredino, che di lì a breve sarebbe arrivato il lieto fine. Quella diretta durò 60 ore. E il lieto fine non arrivò mai. In compenso 21 milioni di telespettatori non abbandonarono il piccolo schermo, per seguire, attimo per attimo, uno dei momenti di lutto collettivo più simbolici del nostro tempo. Che segnò, per molti, una linea del confine televisivo. Venne coniato il termine “tv del dolore”, e da quel momento in poi, quando il 13 giugno del 1981 si spensero le telecamere, ogni qualvolta si entrava di forza nel reale la tragica vicenda di Vermicino tornava alla memoria con il bruciore di una ferita. Ma quello di quarant’anni fa, al contrario, fu un evento unico, irripetibile, televisivamente parlando. Impossibile da eguagliare. Perché tra gli spettatori dell’epoca, raccolti umanamente vicino alla famiglia Rampi, quegli spettatori che ascoltavano con le lacrime agli occhi le parole di Sandro Pertini, che con delle cuffie troppo grandi per il suo capo chino, tentava di parlare col bambino, tenerlo sveglio, fargli sentire che un mondo intero era lì con lui, nel suo buio, ecco quegli spettatori un momento in cui il sentimento andava ben al di là del gusto raccapricciante dell’indagine sulla morte non lo avrebbero vissuto mai più. Non fu tv del dolore quella della diretta a reti unificate, fu la tv dell’empatia, a cui ci si abbandonò per vivere insieme un dolore collettivo. La quarta parete era stata letteralmente abbattuta perché tutti avrebbero voluto essere lì, non spettatori distanti alla ricerca brutale del dettaglio guignolesco, ma parenti, amici, vicini di Alfredino, ognuno avrebbe voluto essere quella voce che lo accompagnava mentre il piccolo precipitava sempre più giù, ognuno avrebbe voluto provare a calarsi nel tunnel maledetto, ognuno era, fisicamente, tra i pompieri, gli speleologi, i circensi, i volontari, i genitori affranti. Ognuno era il dolore, che guardava la tv. Non era la vita in diretta che spreme la cronaca fino all’osso per guadagnare quel punto di share, non era il plastico di Cogne, per intrufolarsi col dovuto distacco alla ricerca bramosa di una goccia di sangue nascosta, non erano le Poste, le Buste, i microfoni, quanti microfoni, sbattuti sulle facce dei parenti per la domanda «soffre, ma quanto soffre?». Quella vergognosa mancanza di pudore è nata dopo, con le speculazioni successive, le derive malsane, le riconversioni minuto per minuto dei grandi fratelli. Ma a Vermicino non c’era. Perché a Vermicino c’eravamo noi.

Antonello Piroso per “La Verità” l'8 giugno 2021. Con il senno di poi - per dirla con il Luigi Di Maio di oggi, ex giustizialista pentito - a Vermicino sbagliammo tutti. Sì, anche noi, che rimanemmo ipnotizzati davanti al piccolo schermo per la prima non-stop della storia, in un gioco di specchi: la tv fissava un buco nel terreno, noi, complici, fissavamo la tv in attesa di un impossibile happy end. Vermicino. Frazione tra Roma e Frascati. Molto più che un'espressione geografica. Non uno spazio fisico, ma un non-luogo dell'anima, schiantata da un atroce evento di cronaca, avvenuto 40 anni fa, il 10 giugno 1981, protagonista involontario Alfredo Rampi, per tutti -sempre e per sempre - Alfredino, precipitato in un pozzo e incastrato a 40 metri (oppure entrato per gioco? O magari spinto? La dinamica non è mai stata appurata, eppure quel posto era una specie di cantiere, possibile che nessuno abbia visto niente? Alla fine l'unico processato per omicidio colposo fu Elio Ubertini, autore dei lavori di sbancamento, assolto con formula piena). Errammo tutti, ma soprattutto lo Stato, e in primis colui che, a norma di Costituzione, ne è il capo, il Presidente della Repubblica che rappresenta l'unità nazionale. Ovvero colui che - ci assicurano - è ancora il più amato dagli italiani: Sandro Pertini, il «partigiano presidente» secondo la stucchevole etichetta appioppatagli dopo l'elezione del 9 luglio 1978 al posto di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse giusto due mesi prima, il 9 maggio. La riprova? Sulla prima pagina del Corriere della Sera del 13 giugno 1981, titolo «Per Alfredo ha battuto angosciato il cuore di 50 milioni di italiani», a firma di Cesare De Simone e Gian Antonio Stella, la foto a corredo non è quella iconica del bambino di 6 anni, sorridente nella sua canottierina in riva al mare. Ma quella di Pertini, in piedi sull' orlo dell'abisso in cui è sprofondato Alfredo, con in testa le cuffie per sentire e farsi sentire, intorno un irrazionale assembramento: gli uomini della scorta, vigili del fuoco, poliziotti, carabinieri, soccorritori, curiosi e, naturalmente, giornalisti. Un mucchio selvaggio, un caos tutt' altro che calmo in cui Pertini portò ulteriore scompiglio. Nessuno fu evidentemente in grado di fargli intendere che il suo protagonismo egotico non avrebbe giovato alla causa, ma tant' è: abile nel cavalcare l'umore dell'opinione pubblica, un autentico «populista» ante litteram, una volta realizzato che l'evento stava calamitando l'attenzione spasmodica degli italiani, raggiunse Vermicino centrando l'obiettivo di diventare lui, con ciò stesso, la notizia. Riavvolgiamo brevemente il nastro. Alfredo, ricostruiranno i magistrati, viene inghiottito dalla terra non oltre le ore 20 di mercoledì 10 giugno. Ma sarà individuato solo a mezzanotte. Alle 2 di giovedì, l'Ansa diffonde una nota: «Un bambino di 6 anni, Alfredo Rampi, è precipitato in un pozzo artesiano, rimanendo ferito dopo un volo di 20 metri». Commenterà con il Tg2 la madre Franca Rampi, finita nel tritacarne mediatico perché sorpresa - dopo tre notti e due giorni sotto il sole cocente - a mangiare un ghiacciolo (!), segno evidente della sua pretesa insensibilità e, forse, complicità nella morte del figlio: «Non ha funzionato niente. Quelli del 113 sono venuti a cercare Alfredo di sera e non avevano le lampade. Le unità cinofile arrivate da Roma non erano adatte. I cani giusti stavano a Nettuno, che è vicino Roma. Ho detto: andiamo a prenderli. È venuto fuori che ci voleva l'autorizzazione di un tale che non si riusciva a rintracciare perchè era notte» (uno dei tanti disservizi, spiegherà Elveno Pastorelli, comandante dei vigili del fuoco di Roma che diventerà il primo comandante operativo della costituenda Protezione Civile: «Nella notte tra mercoledì e giovedì ho fatto 100 telefonate per trovare una sonda, ma nessuno mi rispondeva»). Ma chi lancerà il primo appello, «si cerca una gru per tirare fuori un bambino caduto in un pozzo»? La Rai? Macché: una tv locale, «forse Teleroma56», ricorderà l'inviato del Tg2 Pierluigi Pini, che rientrato a casa all' una di notte accende la tv, vede scorrere quella scritta e con il fiuto del grande cronista chiama il suo operatore: «Prendi la cinepresa (le telecamere a spalla erano ancora un oggetto semimisterioso) e raggiungimi a Vermicino». Il resto è storia. Un blackout giovedì 11 colpirà dalle 10.30 alle 17.30 le reti radiofoniche (le onde radio dell' antenna di Santa Palomba interferivano con il microfono calato nel pozzo, così la Rai, le radio locali e perfino i radioamatori decisero di interrompere ogni comunicazione: ma siccome il 20 maggio era emerso il bubbone della P2 di Licio Gelli, e il 13 maggio papa Giovanni Paolo II era stato ferito a pistolettate in piazza San Pietro da Alì Agca, correvano voci incontrollate su «forze eversive» pronte ad agire, con i cittadini che chiamavano le redazioni di tv e giornali: «Ma è in corso un golpe?»). Le trivelle rimediate e le geosonde per cui furono allertate Iri e Eni. Le decisioni controproducenti (innaffiarono le pareti del pozzo rendendole così sdrucciolevoli che il povero bimbo slittò ancora più giù, a 60 metri). La buca scavata parallelamente per salvare Alfredino non da sopra ma da sotto. Gli «angeli» pronti a calarsi in quel buco nero (l'ultimo, disperato tentativo fu quello di uno gnomo sardo Angelo Licheri, 48 minuti a testa in giù nel cunicolo, sette tentativi di strappare il bimbo al suo destino, ma non c' è nulla da fare: gli scivola letteralmente via dalle dita). Il mitico pompiere Nando Broglio, l'unico con cui a un certo punto vorrà parlare Alfredino, e che rimarrà in contatto radio con lui ininterrottamente per oltre 24 ore, fino alla fine. Ma soprattutto la mostruosa diretta Rai - 18 ore con un'unica telecamera fissa, una specie di videocitofono, e il resoconto minuto per minuto di quello che lo stesso Alfredo, sempre più stremato, riusciva a dire, compreso uno straziante: «Mamma, ma quando arrivi? Non mi dire bugie, non ti credo più!» - che partirà con il Tg2 delle 13 di venerdì per terminare alle ore 7 del mattino dopo, quando dagli inferi in cui era finito Alfredo non giungerà più alcun segno di vita. Un rito collettivo, un voyeurismo di massa per il primo atto della tv del dolore, con i vertici del servizio pubblico incapaci di staccare la spina. Soprattutto perché alle 16.30 piomba Pertini provocando l’ambaradan di cui sopra, non senza tappare la bocca all' inviato Rai Maurizio Beretta, futuro direttore generale di Confindustria (in giacca di lino bianca, «un piccolo Grande Gatsby capitato per sbaglio in una scena del film Accattone di Pier Paolo Pasolini», annota Massimo Gamba nel suo documentato libro Alfredino-L' Italia nel pozzo), che gli ha messo il microfono sotto il naso: «Presidente, siamo in diretta per il Tg1». Risposta che più «paraventa» non si può: «A me non interessa la televisione, la televisione è esibizionismo». Una «visita a sorpresa», come la definirà dallo studio del Tg1 Piero Badaloni? Manco per niente, confesserà Emilio Fede, direttore pro tempore del Tg1 in quanto il suo predecessore Franco Colombo era stato travolto dallo scandalo P2: «Io avevo deciso di interrompere la diretta. Ma mi chiamò Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale, dicendomi che il capo dello Stato stava seguendo il fatto in tv e aveva deciso di andare sul posto, perché lo avevano avvertito che da un momento all' altro il bambino sarebbe stato tirato fuori. Quindi la non-stop non si poteva stoppare». Morale: Pertini va a Vermicino perché la tv ha dato all' evento una dimensione epocale e addirittura sovranazionale. E la tv rimane a Vermicino perché lì è arrivato Pertini, trattenendosi peraltro anche lui fino alle 7 di sabato. Insomma: dietro il gesto di Pertini non c'era solo il desiderio di esprimere la vicinanza di «tutto il popolo italiano» al piccolo Alfredo, in lotta con la morte, ma soprattutto un calcolo opportunistico, personale e istituzionale, dal momento che - dopo il disastro dei soccorsi per il terremoto in Irpinia con i suoi circa 3.000 morti nel novembre 1980, contro cui Pertini si era scagliato in diretta tv (alla faccia del «la tv è esibizionismo») - Vermicino può rappresentare la catarsi. Se i vigili del fuoco riusciranno a tirare fuori Alfredino vivo e in diretta, quale migliore spot per la credibilità della macchina dello Stato? Purtroppo non ci fu alcun lieto fine. Alfredo non riemerse vivo da quella fossa, il suo corpo fu recuperato un mese dopo. La comparsata di Pertini si rivelò inutile a tutti gli effetti. Come ha rilevato perfino Walter Veltroni, che sulla vicenda ha scritto il libro L' inizio del buio: «Nessuno voleva mancare la scena che salderà il dolore con la felicità, giunse anche Pertini. Ma forse stavolta non fece la cosa giusta». Non ci riuscì nessuno, in verità. Come concluse amaramente Leonardo Sciascia, suggellando il senso di angosciosa e fallace impotenza globale: «Siamo stati capaci di andare sulla luna, ma non di salvare un bambino in fondo a un pozzo».

Stefania Cigarini per leggo.it l'8 giugno 2021. Piero Badaloni condusse quasi per intero - 36 ore - la diretta Rai sulla tragedia di Vermicino del 10 giugno 1981. Oggi la morte di Alfredino verrà raccontata da una fiction.

«C'è sempre il rischio di una spettacolarizzazione del dolore. Staremo a vedere. Il fatto che il centro Alfredo Rampi abbia collaborato alla realizzazione della miniserie potrebbe essere un elemento di garanzia. Quel fatto di cronaca divenne evento anche in funzione della diretta tivù e con essa entrò a far parte della storia del Paese. Può essere legittimo che una emittente televisiva voglia ricostruire quella che chiama “Una storia italiana”. All'epoca si superò la misura, speriamo non accada anche in questo caso».

Lei come la visse?

«Dopo quarant'anni ricordo ancora ogni dettaglio e soprattutto la sensazione di angoscia. Avevo trentacinque anni e uno dei miei figli sei, come Alfredino. Dovetti combinare la mia stessa partecipazione emotiva con il distacco del cronista». 

Perché la diretta?

«Fu casuale. Vermicino era un collegamento in coda alla scaletta del Tg2 delle 13,30 dell’11 giugno 1981. Il capo dei Vigili del fuoco disse al nostro inviato (sul posto si alternarono Maurizio Beretta e Pierluigi Camilli, ndr) che sarebbe mancato poco al recupero. Il direttore Emilio Fede decise di mantenere la linea. Tutto iniziò così». 

Gli errori di allora

«Vi furono discrepanze tra le strategie di intervento degli speleologi e quelle del capo dei Vigili del fuoco. E l'arrivo del Presidente della Repubblica». 

Pertini? Perché?

«Con tutto il rispetto e l’ammirazione per l’uomo e il Capo di Stato, forse sarebbe stato meglio che fosse rimasto a seguire da palazzo. Con il suo arrivo divenne necessità istituzionale mantenere la diretta su tutti e tre i canali Rai dalle 14 dell’11 giugno, ed Alfredino era nel pozzo da 18 ore, alle 7 del 13 giugno, quando si ebbe la netta sensazione che fosse morto. Sarebbe stato meglio seguire quell'evento con una sola rete. La speranza scivolò via ora dopo ora, insieme quel povero bambino che da trenta metri scivolò a sessanta». 

Si dice che da quella diretta nacque la “tivù del dolore”

«Provocò certamente un coinvolgimento emotivo intenso da cui scaturirono partecipazione sincera al dolore, ma anche curiosità morbosa. Fu un fatto unico, da allora cambiò il mio modo di vivere e di fare la televisione. E non solo il mio. Dal successo di quella diretta, in termini di audience, nacque una televisione che puntava proprio alla speculazione del dolore. Scelta che disapprovavo e che disapprovo tutt'ora». 

Cosa la colpì, già allora, in maniera negativa?

«Ci sono cose che continuo a portarmi dentro e che dimostrano quali sono i rischi quando si è costretti, come fummo allora, a seguire una tragedia. Non avrei mandato in onda il dialogo tra Franca Rampi e suo figlio avvenuto attraverso un microfono calato nel pozzo. Lei cercava di rassicurarlo, era un momento intimo, struggente e privato. Quella è stata una spettacolarizzazione del dolore. Ricordo la signora Rampi presa per una spalla e fatta voltare bruscamente “a favore di telecamera” mentre stava chiedendo informazioni ad un vigile del fuoco in un momento cruciale delle operazioni d salvataggio, la perforazione del tunnel parallelo al pozzo». 

Da quella tragedia nacque anche il sistema di Protezione civile

«Una conseguenza positiva. La sensibilizzazione delle istituzioni e lo sforzo della mamma di Alfredino che creò il Centro intitolato a suo figlio. Nell'arco di un anno nacque il coordinamento interministeriale. E quello che fino ad allora era una organizzazione disarticolata e molto sulla carta divenne il sistema di Protezione civile». 

Lei ha incontrato successivamente Franca Rampi?

«No, preferisco rispettare la sua privacy. La signora Rampi non accetta interviste, ha scelto la strada della discrezione, si è espressa creando il Centro intitolato al figlio, non ha mai cercato pubblicità. E io sono tra quei giornalisti che preferiscono avere un limite e non superarlo. Per me è un dato insormontabile. Il resto lo considero sciacallaggio». 

Vermicino rispetto ad altri eventi epocali tragici

«In quel periodo mi capitò di seguire varie dirette, il sequestro Moro, la strage di Ustica, il terremoto in Irpinia, l'attentato al Papa; ma Vermicino assunse una dimensione completamente diversa, incise profondamente sulla storia della televisione e del Paese. Dovrebbe ricordarci che, come giornalisti, abbiamo un codice etico e delle responsabilità». 

Una tragedia di oggi, il Mottarone

«C'è sempre il tentativo di mantenere alto il livello di attenzione mediatica attraverso la curiosità di conoscere dettagli che non sono così rilevanti. E' più importante l'inchiesta, non sapere quali sono state le prime parole del bimbo, unico sopravvissuto, al suo risveglio in ospedale. C'è ancora la voglia, da parte di qualcuno, di inseguire il sensazionalismo. Penso che gli italiani siano abbastanza maturi da capire qual è il limite che non va superato, spesso sono i giornalisti a farlo».

Capita anche in politica

«Il gossip sulla politica, perché l'informazione politica è altra cosa. Fa tutto parte dello stesso disegno, la scelta di una linea editoriale che si crede sia quella che fa vendere di più o che crei più ascolto televisivo. In realtà spesso l'effetto è quello di allontanare il lettore o il telespettatore. Accade anche per i fatti di cronaca, che nei tg europei non superano la media del 4, 5 per cento; in Italia siamo sul 12 per cento». 

Un suggerimento?

«Fare più attenzione alle problematiche che ci circondano, il mondo africano, la situazione in Medio Oriente. Non siamo un piccolo villaggio, facciamo parte del mondo». 

In tivù cosa guarda?

«Canali tematici come Rai Storia o National Geographic, oppure qualche bel film. Non trovo per il resto molte trasmissioni originali sulle reti generaliste, si copiano le une con le altre». 

Progetti e interessi

«Ho una passione per la storia e dall'ultimo periodo di inviato Rai a Madrid ho tratto una trilogia sul periodo franchista. Il libro più recente, "Quando il passato non passa", esplora i crimini della dittatura di Franco, la più longeva in Europa. In particolare lo scippo dei bimbi dei dissidenti consegnati a coppie sterili fedeli al regime. In quasi cinquant'anni furono oltre trecentomila bambini. La memoria storica è importante, va ribadita sempre contro ogni frequente tentativo di manipolazione».

Giornalista e scrittore, oltre all'impegno su TV 2000?

«Sto preparando un documentario sull'acqua, sulla realtà e le problematiche legate a questo vitale elemento (ha realizzato anche “Dolomiti. Montagne, uomini, storie, ndr). Credo ancora in una tivù che abbia una valenza formativa e continuo imperterrito così».

La tragedia di Vermicino diventa fiction - Alfredino, una storia italiana - di Lotus production/Marco Berardi, in onda su Sky il 21 e il 28 giugno 2021. Nel cast Anna Foglietta (Franca Rampi, foto); Kim Cherubini (Alfredino); Vinicio Marchioni (Nando Broglio); Massimo Dapporto (Sandro Pertini). Ed ancora, Luca Angeletti è Ferdinando Rampi, il padre,  Francesco Acquaroli è Elveno Pastorelli, comandante dei Carabinieri,  Beniamino Marcone è il pompiere Marco Faggioli, Valentina Romani è Laura Bortolani, geologa, Daniele La Leggia è Tullio Bernabei, caposquadra degli speleologi, Riccardo De Filippis è Angelo Licheri, ultimo a tentare il salvataggio.

"Come un sasso nel cuore". Quando Alfredino morì nel pozzo. Rosa Scognamiglio il 15 Maggio 2021 su Il Giornale. Alfredino Rampi, un bimbo di soli 6 anni, morì dopo essere rimasto intrappolato in un pozzo nelle campagne di Frascati. Quarant'anni dopo, l'incidente di Vermicino diventa una serie tv. La storia di Alfredino Rampi, il bambino di 6 anni che morì a seguito della caduta accidentale in un pozzo artesiano di Frascati, è una ferita aperta nella storia del nostro Paese. Quarant'anni dopo, "L'incidente di Vermicino" diventa una miniserie tv targata Sky. "Un sasso duro rimasto nel cuore di un intero Paese", si legge nella nota alla stampa dell'emittente satellitare a corredo del trailer "Alfredino - Una storia italiana".

La caduta accidentale nel pozzo. Era il 10 giugno 1981 quando Alfredino Rampi, un bimbo di soli 6 anni, precipitò in un pozzo artesiano di via Sant'Ireneo, in località Selvotta, una piccola frazione di campagna nella zona di Frascati, lungo la strada di Vermicino che collega Roma Sud a Frascati Nord. Pressappoco alle ore 19.30 il piccolo stava rincasando insieme al papà, quando chiese di poter fare una deviazione per i prati da solo. Ottenuto il consenso del genitore, Alfredino imboccò una strada sterrata da cui non fece più ritorno. Allarmati dall'assenza prolungata del figlio, verso sera i coniugi Rampi allertarono le forze dell'ordine. A ipotizzare che il bimbo potesse essere caduto accidentalmente in un pozzo poco distante dall'abitazione, fu la nonna del ragazzino. Un agente di polizia, il brigadiere Giorgio Serranti, decise di ispezionare la cavità a cui aveva fatto menzione l'anziana nonostante gli fosse stato detto che era coperta da una lamiera. Giunto sul luogo della segnalazione, il poliziotto potè udire la voce flebile di Alfredino infilando la testa nell'imboccatura dello scavo: fu l'inizio di un calvario durato ben 60 ore.

I tentativi di soccorso. In una manciata di minuti attorno al pozzo si radunarono vigili del fuoco, vigili urbani e vigili del fuoco. Dalle prime stime risultò che il bambino fosse intrappolato a una profondità di circa 38 metri, ma le misurazioni successive accertano che si trovasse invece a ben 60 metri dall'imboccatura del cunicolo. Esclusa sin da subito la possibilità di calarvi dentro un soccorritore (il pozzo risultò più stretto e angusto del previsto), si decise di procedere al salvataggio con una tavoletta legata a corde, di modo che il bambino potesse aggrapparvisi per risalire verso la superficie: fu un errore madornale. La tavoletta si incastrò a 24 metri di profondità e le funi si spezzarono. Attorno alle prime luci dell'alba, giunsero sul luogo dell'incidente alcuni speleologi che si offrirono come volontari per calarsi nel sottosuolo. Ma nonostante gli sforzi risultò pressoché impossibile recuperare l'assicella. A quel punto il comandante dei vigili del fuoco di Roma, Elveno Pastorelli, ordinò che fosse scavato un tunnel parallelo al pozzo. Dopo un primo tentativo andato a vuoto, si cominciò a trivellare il terreno con una perforatrice di grosse dimensioni. Nel mentre, i telegiornali della Rai rilanciarono la notizia favorendo l'interesse degli spettatori per la vicenda con una lunga diretta a reti unificate. In centinaia si riversarono nelle campagne di Selvotta, circostanza che rese ancor più difficili le operazioni di salvataggio. Sul posto il giorno successivo giunse anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che comunicò col bambino dall'imboccatura del pozzo. Per circa 2 giorni si scavò nel sottosuolo senza risultati. Lo scavo parallelo fu completato pressapoco alle ore 19 del 12 giugno ma servì a ben poco. Alfredino, forse a causa delle vibrazioni della scavatrice a pressione, era scivolato ancora più a fondo. Lo speleologo Tullio Bernabei accertò che si trovasse oltre i 60 metri di profondità dalla superficie. A quel punto, non restava altra possibilità che la discesa di qualche volontario nel pozzo. Speleologi, uomini di piccola corporatura e persino un contorsionista circense tentarono l'impresa ma senza successo.

La morte del bambino. L'ultima persona a discendere il cunicolo fu lo speleologo Donato Caruso. A lui spettò l'ingrato compito di comunicare ai genitori del bimbo, Franca e Ferdinando, la possibile morte del loro primogenito. Dunque fu calato uno stetoscopio nel pozzo per verificare che il cuore di Alfredino battesse ancora. Poco dopo fu introdotta nella buca una piccola telecamera fornita da alcuni tecnici della Rai che, a circa 55 metri di profondità, individuò il corpo immobile del ragazzino. Una volta accertato il presunto decesso, il magistrato competente del caso ordinò che il pozzo fosse irradiato con gas refrigerante per evitare che il cadavere si decomponesse. Il corpo senza vita di Alfredino fu estratto da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l'11 luglio seguente, 28 giorni dopo il decesso. I funerali si svolsero il 17 luglio 1981 nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura: la salma venne trasportata da quegli stessi volontari che tentarono di salvarlo, fra cui Angelo Licheri e Donato Caruso. Fu sepolto al Cimitero del Verano di Roma.

La serie Tv su Alfredino. Il trailer di "Alfredino - Una storia italiana", prodotta da Sky e da Marco Belardi per Lotus Production, ci riporta direttamente a quei momenti di ben quattro decenni fa. "Un trauma collettivo che questa serie vuole raccontare - si legge nel comunicato dell'emittente satellitare - animata dalla speranza di aiutare ad elaborarlo e superarlo. Un evento doloroso che appartiene alla memoria storica dell'Italia e da cui, però, è scaturito qualcosa di prezioso: la vicenda di Alfredino diede infatti un impulso decisivo alla costituzione della Protezione civile come la conosciamo oggi e grazie alla determinazione di Franca Rampi è sorto il Centro Alfredo Rampi, con l'obiettivo di evitare che altri potessero soffrire quanto da loro sofferto". Nel cast c'è l'attrice Anna Foglietta nel ruolo di Franca Buzzati, la madre di Alfredino. Accanto alla famosa interprete romana ci sono Francesco Acquaroli (Smetto quando voglio, Dogman, Suburra - La serie, Fargo) nel ruolo del comandante dei vigili del fuoco Elveno Pastorelli; Vinicio Marchioni (I predatori, Tutta colpa di Freud, Romanzo criminale - La serie) interpreta Nando Broglio, il vigile del fuoco che provò a tenere compagnia e a motivare Alfredo durante quelle terribili ore; Luca Angeletti (Come un gatto in tangenziale, Nessuno mi può giudicare, Nero a metà) è il padre di Alfredo Ferdinando Rampi; Beniamino Marcone (Il giovane Montalbano, 20 sigarette, Prima che la notte), nei panni di Marco Faggioli, è uno dei pompieri accorsi sul luogo della tragedia.

Rosa Scognamiglio. Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici, città di mare e papaveri rossi alle pendici del Vesuvio. Ho conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2009 e dal 2010 sono giornalista pubblicista. Otto anni fa, mi sono trasferita in Lombardia dove vivo tutt'oggi. Ho pubblicato due romanzi e un racconto illustrato per bambini. Nell'estate del 2019, sono approdata alla redazione de IlGiornale.it, quasi per caso. Ho due grandi amori: i Nirvana e il caffè. E un chiodo fisso...La pizza! Di "rosa" ho solo il nome, il resto è storia di cronaca nera.

Da "oggi.it" il 10 giugno 2021. A quarant’anni dalla tragedia di Vermicino, Walter Veltroni, In un’intervista al settimanale Oggi, in edicola da domani, rievoca la drammatica sorte del piccolo Alfredino Rampi, inghiottito da un pozzo il 10 giugno del 1981. L’ex sindaco di Roma, che sulla dolorosa vicenda ha scritto uno dei suoi libri più intensi, L’inizio del buio, spiega perché quell’agonia lunga 60 ore, narrata dalla Rai con una diretta no stop, abbia cambiato il nostro Paese: «Lo sciacallaggio televisivo creò e pilotò un’opinione pubblica sparviera, che si nutre del dolore e va a cercarne dell’altro, quando finisce la razione… Sembrava che il futuro di ciascuno di noi dipendesse dalla salvezza di Alfredino. Eppure, il 13 giugno, non appena il bambino ha smesso di respirare, con la stessa rapidità, abbiamo voltato pagina». Veltroni, con garbo, rimprovera anche il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che accorse a Vermicino: «Commise un errore. La sua presenza a Vermicino non giovò alla causa e accentuò la confusione». A una domanda sul suo possibile futuro al Quirinale, il primo segretario del Pd dà una risposta secca: «Abbiamo avuto l’immensa fortuna di infilare quattro grandi presidenti di fila: Scalfaro, Ciampi, Napolitano e Mattarella. Se fossi alla loro altezza, potrei anche pensarci. Sfortunatamente, non lo sono».

Cos’è un pozzo artesiano: 40 anni fa la tragedia di Alfredino Rampi a Vermicino. Vito Califano su Il Riformista l'11 Giugno 2021. L’incidente del Vermicino, nel quale perse la vita Alfredo Rampi, è stato uno degli eventi più rilevanti e sconvolgenti della storia della Repubblica italiana. La caduta del bambino di sei anni in un pozzo artesiano in via Sant’Irineo, località Selvotta, piccola frazione di campagna vicino a Frascati, fu un fatto storico per la copertura mediatica, l’attenzione morbosa sulla tragedia vissuta in diretta, con la Rai sempre collegata durante le ultime 18 ore del caso. Furono tre notti di un’esperienza psicologica e sociale collettiva sconvolgenti, terribili, per molti l’inizio della televisione del dolore. Se n’è tornato a parlare e a dibattere in Italia e per via di una serie tv Sky Original – Alfredino – Una storia italiana – diretta da Marco Pontecorvo, e in prima Tv il 21 e il 28 giugno su Sky Cinema e in streaming su NOW TV. Un mese prima l’attentato a Giovanni Paolo II. Lo stesso anno il ritrovamento degli elenchi della Loggia massonica P2. Dal 28 giugno il primo governo non a guida della Democrazia Cristiana con il repubblicano Giovanni Spadolini Presidente. Alfredino era magro, aveva sei anni, soffriva della Tetralogia di Fallot che causa una difficoltà di ossigenazione del sangue. Detta anche la “Sindrome del bambino blu”. Era il 10 giugno 1981.

La famiglia – il padre Ferdinando, la madre Francesca Bizzarri, la nonna paterna Veja e i figli Alfredo e Riccardo, di sei e due anni – era in vacanza nella loro seconda casa a Vermicino. Alfredo chiese al padre di poter tornare a casa da solo, attraverso i prati ma quando Ferdinando tornò a casa il bambino ancora non era arrivato. La prima a ipotizzare la caduta in un pozzo fu la nonna del bambino. Quel pozzo era stato recentemente scavato. Un pozzo artesiano viene perforato per captare una falda acquifera sotterranea che scorre in pressione e per effetto della pressione idrostatica tende a salire fino a uscire. Sfrutta i naturali bacini artesiani, acquiferi in pressione, e permette di fare a meno dei sistemi di pompaggio. Il nome deriva dalla Regione nel Nord della Francia di Artois, dove le argille consentono la formazione di acquiferi multistrato confinati. Il primo sarebbe stato praticato nel 1126 da un gruppo di monaci. Il pozzo della vicenda – secondo la ricostruzione – era stato coperto, con una lamiera, perché il proprietario del terreno non si era accorto fosse caduto dentro il bambino. Il brigadiere Giorgio Serranti volle controllare. Il proprietario del terreno, Amedeo Pisegna, 44 anni, insegnante di applicazioni tecniche a Fascati, fu arrestato con l’accusa di omicidio colposo e con l’aggravante della violazione delle norme di prevenzione degli infortuni. Su quello spiazzo si accalcano telecamere, giornali e giornalisti, televisioni. Le operazioni incontrano numerosi ostacoli. Una tavoletta alla quale Alfredo avrebbe dovuto aggrapparsi si incastra. Gli speleologi si calano a testa in giù. Con una trivella si scava un tunnel parallelo. Le dirette televisive proseguono senza sosta. Arriva anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Angelo Licheri riesco solo a sfiorare Alfredino a circa sessanta metri. Il cadavere fu recuperato 28 giorni dopo da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l’11 luglio seguente, 28 giorni dopo la morte del bambino. “Si può andare sulla Luna, ma non si può salvare un bambino caduto in un pozzo. Si possono annientare milioni di vite umane in un attimo; non si riesce a salvarne una sola in trentasei ore … Lo spavento che provava Pascal di fronte al silenzio degli spazi infiniti noi lo sentivamo ora davanti a un pozzo da cui la voce di un bambino invocava la salvezza. Il pozzo era il nostro infinito”, scrisse lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

LA TRAGEDIA DI VERMICINO 1981-2021. ALFREDINO RAMPI: QUANDO MORÌ, NEL 1981, AVEVA 6 ANNI. Alfredino Rampi, l’agonia di un bambino: gli eroi e gli errori di Vermicino. Walter Veltroni il 4 giugno 2021 su Il Corriere della Sera. Aveva sei anni, tornava a casa dopo una passeggiata e cadde in un pozzo: per 36 ore la tv raccontò la paura, la speranza e poi la fine. L’Italia intera seguì il dramma in diretta tivù. «Si può andare sulla Luna, ma non si può salvare un bambino caduto in un pozzo. Si possono annientare milioni di vite umane in un attimo; non si riesce a salvarne una sola in trentasei ore…Lo spavento che provava Pascal di fronte al silenzio degli spazi infiniti noi lo sentivamo ora davanti a un pozzo da cui la voce di un bambino invocava la salvezza. Il pozzo era il nostro infinito». Con queste parole Leonardo Sciascia descrisse l’incredibile choc collettivo di un paese intero di fronte al destino di un bambino. Alfredo Rampi, età sei anni, un mercoledì di quaranta anni orsono, stava giocando nel verde di uno spiazzo di Vermicino, vicino a Frascati. Era un bambino magro, una malattia che gli rendeva faticosa la vita gli pesava come uno zaino sulle spalle. La sindrome di cui soffriva aveva un nome letterario o sinfonico, si chiamava e si chiama la Tetralogia di Fallot e comporta una difficoltà nell’ossigenazione del sangue. E’ una malattia rara, odiosa come sono oggi quelle sindromi autoimmunitarie che sembrano sempre una sfida alla statistica. Anche per Alfredo aver scoperto la «Sindrome del bambino blu» era stato il primo incontro con una vita messa per storto. Ne vengono diagnosticati tre casi ogni diecimila persone nate. Una di queste era lui, il cucciolo Alfredo.

L’INCUBO. In L’ inizio del buio, uno dei libri per me più belli che abbia scritto, per il quale ho lavorato più di un anno sentendo i testimoni e rivivendo quei giorni, ho messo a confronto le due notti televisive che gli italiani più ricordano, quella dello sbarco sulla luna e quella dell’incubo di Alfredo. Quella del luglio 1969 era l’emozionante testimonianza delle magnifiche e progressive sorti di una scienza che sembrava tanto veloce e onnipotente da essere riuscita, nell’arco di un solo decennio, a portare l’uomo prima nello spazio e poi sulla Luna. Lo sguardo, in quel momento, era rivolto in alto, verso un cielo carico di promesse.

«In quella notte del 1981 le finestre degli italiani, nel buio estivo, si illuminano della luce azzurrognola dei teleschermi, per seguire il destino di un bambino solo in un buco della terra»

Ora, in un’altra notte d’estate, gli occhi di tutto il paese cambiano invece direzione, scendono verso il basso, esplorano non più lo spazio infinito sopra di noi ma un buco nella terra, nero e umido, infido e imprigionante. Scrissi allora: «In cielo c’è Dio, in fondo alla terra il diavolo». E questa è la sensazione psicologica del passaggio di testimone tra quelle due notti in bianco vissute dagli italiani. In una ci si sentiva fratelli del mondo intero che, ovunque e nello stesso momento, guardava con illimitata speranza al fatto che un uomo avesse lasciato la sua impronta sul luogo descritto da Ariosto per il viaggio di Astolfo. Su quel deserto di pietre grigie non esisteva, però, quello che il poeta aveva immaginato: «Altri fiumi, altri laghi, altre campagne sono là su, che non son qui tra noi; altri piani, altre valli, altre montagne, c’han le cittadi, hanno i castelli suoi, con case de le quai mai le più magne non vide il paladin prima né poi». La Luna era terra, alfine. Ma il viaggio, quello sì, accendeva sogni non minori di quelli di Astolfo. Eravamo sicuri, a ventiquattro anni da Hiroshima, quasi la stessa distanza di tempo che ci separa dall’attentato alle Torri Gemelle — un attimo della storia e della vita —, che quel cielo scalato, assaltato fosse, in definitiva, la dimensione del nostro futuro realizzato. Era la fine, forse meglio dire il culmine, degli Anni Sessanta: ricchezza e contestazione della ricchezza, fiducia nel futuro e voglia di libertà, rabbia e speranza. La combinazione di opposti che ha sempre fatto muovere il mondo nel modo più veloce e più giusto. Ma ora, nel 1981, siamo ad altri ventidue anni di distanza da quella notte stellata. E le finestre degli italiani, nel buio estivo, si illuminano della luce azzurrognola dei teleschermi, per seguire il destino di un bambino solo in un buco della terra.

Angelo Licheri rimase a testa in giù 45 minuti, contro i 25 considerati la soglia massima. Riuscì a raggiungere Alfredino, ma l’imbragatura si aprì per tre volte

La scienza che era riuscita a portare tre uomini sul suolo della Luna non riesce a tirare fuori il corpicino di un bambino sospeso nel vuoto di una terra scavata male, per fare un pozzo abusivo, da mani furtive e non autorizzate. Terra scempiata che inghiotte gli innocenti, come il sangue sul terreno dei soldati in trincea. E’ difficile da descrivere a chi non l’ha vissuto: quelle notti di giugno del 1981 sono state un’esperienza psicologica collettiva concentrata nel tempo ma di terribile, sconvolgente, intensità.

GLI ATTENTATI. Solo un mese prima una tonaca bianca, quella di Papa Giovanni Paolo II, era stata insanguinata dai colpi di un incredibile, e non creduto, sparatore turco. Non ci si è chiesti abbastanza cosa sarebbe successo se quella pistola, e chi l’aveva armata, avesse ottenuto l’effetto che si proponeva. Se il Papa che sosteneva Solidarnosc fosse stato ucciso, il regime sovietico sarebbe caduto nei tempi in cui è accaduto? Ci sarebbe stato il 1989. Sarebbe stato prima, dopo, mai? La crisi polacca fu infatti l’innesco del disfacimento del blocco comunista. Un paio di mesi prima un solitario attentatore aveva cercato di uccidere Ronald Reagan.

12 GIUGNO, 8.30 - UNO SPELEOLOGO VIENE CALATO NEL POZZO PER TENTARE DI RAGGIUNGERE IL PUNTO DOVE SI TROVA IL BAMBINO

Fatti separati, distinti, non assimilabili ad un’unica strategia, ma sicuramente temporalmente coincidenti. Nel 1981 sono stati ritrovati gli elenchi della Loggia massonica P2 e l’elenco di quei nominativi ha sconvolto il Paese. E la Dc smette di guidare il Paese, dopo decine di anni. Che anno, il 1981! Nel giorno stesso in cui Alfredino cade nel pozzo, più o meno alla stessa ora, un ragazzo di San Benedetto Del Tronto viene rapito dalle Brigate Rosse. Si chiama Roberto Peci, è il fratello di Patrizio, uno dei primi pentiti del terrorismo italiano. Sua moglie è incinta. Lui paga, con il sequestro, per colpe non sue. Le due vicende si intrecceranno, sui media. Quella di Alfredino dominerà schermi e colonne dei quotidiani per un tempo breve e intensissimo, sarà un flash di inaudito dolore. Quella di Roberto durerà mesi, fino al 3 agosto, uno stillicidio di notizie sempre meno evidenti. Come se la generale assuefazione di quel tempo a morti ammazzati, ferimenti, gambizzazioni, sequestri avesse mitridatizzato la coscienza del paese, ormai abituato a considerare un rumore di fondo, una spiacevole normalità, il fiume di sangue che scorreva ogni giorno.

GIOVEDÌ 12 GIUGNO - FRANCA RAMPI SI CHINA E PARLA CON IL FIGLIO ALFREDINO CADUTO NEL POZZO LA SERA DEL GIORNO PRECEDENTE

L’Italia è fragile, in quei giorni di giugno del 1981. E per questo ha il cuore ancora più strizzato dall’odissea di questo bambino precipitato nel buio di un pozzo, il luogo di ogni orrore immaginabile. Alfredino è lì sotto, che soffre, ha paura, dorme, ha fame, fa la pipì, chiama la mamma. In superficie – uno spiazzo che a vederlo in televisione sembrava grande e dal vero è invece minuscolo – succede di tutto. Sia chiaro, era meno facile di quanto possa sembrare, l’operazione di salvataggio. Ma la somma di improvvisazioni e di errori consumati in quelle ore è pari solo alla generosità e al coraggio di chi ha provato a salvare il bambino. O ha provato a tenerlo sveglio, ad accendere in lui la speranza, che qualcosa sarebbe successo. Come Nando Broglio, vigile del fuoco con quattro figli, che per giorni, piegato all’imboccatura del buco nero, si sforzerà di parlare al bambino e, soprattutto di ascoltarlo. Un giorno un microfono sguaiato viene calato nell’antro non per ascoltare Alfredino, ma per catturarne la sofferenza. Quella voce straziante, quell’urlo che sale dal ventre della terra, mi è rimasto da allora nelle orecchie Sarà il momento più inaccettabile di quella saga del dolore. Quello più cinico, più immorale. Tanto che chi lo trasmette, forse colpito dalle reazioni degli spettatori, lo rimuove in fretta. Quell’urlo resterà, come una cicatrice, solo in chi l’ha sentito durante un notiziario delle tredici. Alfredino dice una frase che avrà sentito dai grandi, che magari lo rimproveravano. Dice, rivolto all’affanno confuso che percepisce lassù: «La vogliamo piantare?». E’ una frase di rimprovero, da un bambino verso gli adulti. Poi grida disperato «Basta, Basta». Non sa che invece il Circo Barnum sta montando le sue tende e disponendo le attrazioni e le musiche del caso. Dopo la trasmissione di quella voce, a un telegiornale dell’ora di pranzo, si forma una coda interminabile di auto dirette verso Vermicino, scambiato per Ostia o Fregene. I soccorritori, pressati dai curiosi, invocano le forze dell’ordine, affinché garantiscano almeno «uno spazio vitale » per il loro lavoro. A questo siamo. Lassù, sulla testa di Alfredino, si accalcano telecamere e sperimentatori. A un certo punto viene la brillante idea di calare una tavoletta di legno nella presunzione che il bambino possa afferrarla e risalire attaccato all’oggetto. Nel rapporto delle autorità verrà scritto che, essendo Alfredo, «di natura vivace e di intelligenza spiccata, era da ritenere senz’altro in grado di servirsi con facilità dell’attrezzatura predisposta collaborando alle operazioni di soccorso». (nella foto, la folla di persone, soccorritori e curiosi, accalcatasi intorno al pozzo di Vermicino)«Alfredino grida disperato: «Basta, Basta». Non sa che invece il Circo Barnum sta montando le sue tende e disponendo le attrazioni e le musiche del caso.

Dopo la trasmissione di quella voce al telegiornale, si forma una coda interminabile di auto dirette verso Vermicino»

Allora: Alfredo è da ore al buio, imprigionato in uno spazio di ventotto centimetri, grande come un sottopiatto; ha freddo, paura, fame. Ma i «dotti, medici e sapienti» che sono all’aria aperta pensano che lui, con facilità, si aggrapperà alla tavoletta così «collaborando alle operazioni di soccorso»!. Che dubbio c’era, Alfredo è «vivace e di spiccata intelligenza». Lui sì, quelli sopra no. Infatti la tavoletta si incastra, come era forse prevedibile, e costituisce un altro tappo tra il bambino e la luce, tra il bambino e la voce, tra il dentro e il fuori, tra la prigione e la libertà. Arrivano gli speleologi, quelli che il ventre della terra lo conoscono bene. Si calano in diversi, a testa in giù. Come era il mondo a Vermicino, in quei momenti. Mi dirà uno di loro, Tullio Bernabei: «Scesi bene per i primi dieci metri, ma il pozzo non era rettilineo e faticai molto nella seconda parte dove la pietra era più dura. Vedevo bene la tavoletta, che era a pochi metri da me e ostruiva la vista del bambino. Ricordo il respiro affannoso di Alfredo, ricordo che piangeva sommessamente e chiamava la sua mamma. Ho cercato di rassicurarlo. Gli ho detto, con tutta la dolcezza che potevo: “Stiamo venendo”. Il bimbo mi ha risposto: ”Fate presto”. Ma non riuscivo a scendere più giù e allora ho chiesto di essere tirato in superficie».

Una illustrazione pubblicata all’epoca su «Il Tempo» ricostruisce il progetto di raggiungere Alfredino scavando un pozzo parallelo; le operazioni di scavo con tutta probabilità provocarono quelle vibrazioni che fecero precipitare il bambino a 60 metri di profondità

Lui e tanti altri cercheranno di salvare Alfredo. Si tenterà poi di scavare con una grossa trivella per fare un tunnel parallelo capace di arrivare sotto il bambino che, con un pertugio orizzontale sarà poi prelevato e portato in superficie.

Tutti ora sono allegri, persino sorridenti. Al telegiornale dicono che è stata persino predisposta una stanza di ospedale e il pigiamino per il ricovero. Da ore la televisione trasmette senza sosta. Hanno provato ad interrompere la interminabile diretta per trasmettere una Tribuna politica con il segretario socialdemocratico Pietro Longo ed è successo un putiferio. Alfredo, solo Alfredo. Siamo, in fondo, a un passo dall’happy end, nessuno vuole mancare la scena che salderà il dolore con la felicità, l’ansia con la soddisfazione. E’ arrivato anche Pertini, che ora staziona vicino al pozzo e indossa le cuffie. Vuole essere vicino al dolore popolare ma forse stavolta non fa la cosa giusta, il presidente partigiano che tutti abbiamo amato. C’è già abbastanza confusione, improvvisazione, tifo da stadio in quella macchia d’erba. Presto, in quel venerdì, tutto cambia. I sorrisi diventano terrore e comincia il ballo italiano dello scaricabarile.

12 GIUGNO, 16,30 - SANDRO PERTINI PARLA CON ALFREDINO. RIMARRÀ A VERMICINO FINO ALLE 7 DEL GIORNO SUCCESSIVO.

Alfredino è precipitato a sessanta metri, molto probabilmente scivolando per effetto del movimento della terra provocato dalle operazioni di scavo per il pozzo parallelo. La terra si è scossa e quel corpicino, certamente disidratato, è sceso ancora. I vigili del fuoco sentono la sua voce sotto di loro, non sopra, come avevano sperato. Ora è una corsa disperata. Arriva un sardo piccolo e determinato, Angelo Licheri, che arriverà a sfiorare Alfredino, dopo aver viaggiato per sessanta metri tra rocce e spunzoni che gli lacerano le carni. Si presentano nani e medium. Il circo con movenze grottesche, sta per chiudere. Alfredino non si sente più. Il suo cuore affaticato non ha retto. Ci vorranno giorni, prima che la terra lo restituisca. Quando il suo corpo rivedrà la luce, il circo ha già smontato le sue tende. Le televisioni hanno ripreso a trasmettere la musica del tempo e il pubblico si indirizza verso altre manifestazioni da assaporare. In fondo tra solo un anno vinceremo i mondiali di calcio…

«La televisione, in quel giugno del 1981, ha infranto ogni barriera. La vita e la morte sono divenute un evento spettacolare, un modo per distrarsi... La loggia massonica P2, la scelta di Spadolini come primo presidente del Consiglio laico dal dopoguerra passano, in fondo, in secondo piano»

QUEL CHE RESTA. Roberto Peci viene ucciso, la sua esecuzione documentata e il suo corpo fotografato. Il processo farsa che era stato intentato dalle Brigate Rosse, barbarie pura, concluso da una condanna a morte, viene diffuso dalle televisioni private. La televisione, in quel giugno del 1981, ha infranto ogni barriera. La vita e la morte sono divenute un evento spettacolare, un modo per distrarsi, una specie di roulette russa. La loggia massonica P2, la scelta di Spadolini come primo presidente del Consiglio laico dal dopoguerra passano, in fondo, in secondo piano. In questa grande, tragica farsa ci sono solo alcuni eroi. I vigli del fuoco, gli speleologi, i medici, i giornalisti rigorosi. E due genitori fantastici. Certe volte penso cosa accadrebbe oggi, nel tempo dei social, con il tribunale istantaneo è riunito in permanenza.

12 GIUGNO, ORE 19,00 - LA PERFORATRICE, IN UN BUCO PARALLELO AL POZZO, HA RAGGIUNTO 34 METRI DI PROFONDITÀ

Quando dopo tre giorni sotto un sole cocente Franca Rampi, mamma eccezionale, cambiò un vestito, ci fu chi ebbe da ridire. Figurarsi cosa sarebbe oggi. Sono passati quarant’anni ma forse, con il dolore per Alfredino, c’è qualcosa da preservare, nel ricordo. Portiamo con noi la misura del coraggio di persone che volevano salvare, a rischio della propria vita, un bambino che non era il loro e due genitori riservati e sinceri. Una madre e un padre carichi di amore e dignità.

·        39 anni dalla morte di Romy Schneider.

Stefano Montefiori per il “Corriere della Sera” il 6 gennaio 2021. La mattina del primo maggio 2017 l'attrice di teatro Sarah Biasini riceve una telefonata. «Buongiorno, è la gendarmeria di Mantes-la-Jolie. Stanotte la tomba di sua madre è stata profanata». La madre è Romy Schneider, mito del cinema francese, morta 35 anni prima a Parigi. Sarah aveva appena quattro anni e mezzo quando rimase orfana, venne allevata dai nonni e dal padre, il giornalista franco-italiano Daniel Biasini. La telefonata dei gendarmi e la visita obbligata al cimitero di Boissy-sans-Avoir, dopo così tanto tempo, sono l'occasione per riscoprire la madre perduta da bambina, presente nei film e nei racconti di amici e famigliari, e solo per pochi anni nella vita reale. Da quel ritorno alle origini nasce La beauté du ciel (La bellezza del cielo), il libro di Sarah Biasini che esce oggi in Francia edito da Stock. Quando la 43enne Romy Schneider venne ritrovata morta, la mattina del 29 maggio 1982, dal compagno Laurent Pétin nel suo appartamento parigino, la polizia trovò sulla scrivania una lettera incompleta, con una riga in fondo, come se l'attrice fosse crollata per un malore mentre la scriveva, nella quale Romy Schneider chiedeva scusa e annullava un'intervista e una sessione di fotografie perché la figlia Sarah aveva il morbillo. Un anno prima Schneider aveva dovuto sopportare la disgrazia della morte del figlio 14enne David (avuto dal precedente matrimonio con Harry Meyen), rimasto infilzato mentre scavalcava il cancello della villa di famiglia a Saint-Germain-en-Laye. A quattro anni e mezzo, Sarah Biasini rimaneva senza fratello e senza madre. La beauté du ciel è una sorta di lettera che la donna ha deciso di scrivere alla figlia Anna di appena due anni e mezzo: dopo una lunga attesa e quando ormai era pronta a ricorrere alla fecondazione artificiale, l'attrice è rimasta incinta pochi giorni dopo la visita alla tomba della madre Romy Schneider e del fratello, che riposano insieme.  «Tutti possono pronunciare il nome di mia madre - scrive nelle prima pagine del libro -. Tutti la conoscono o hanno sentito parlare di lei, soprattutto chi oggi ha tra i 40 e gli 80 anni. Ai ventenni non dice niente, tranne se sono cresciuti guardando Sissi in tv, durante le vacanze di Natale, se hanno genitori cinefili appassionati dei film di Claude Sautet. Mia madre è indimenticabile. Per il suo lavoro di attrice, per gli uomini che ha amato, per la morte tragica del suo primo figlio, David, mio fratello, appena un anno prima della sua scomparsa. Nessuno vuole dimenticare mia madre, tranne me. Tutti vogliono pensare a lei, tranne me. Nessuno piangerà quanto lo farò io, se penso a lei». Sarah Biasini racconta delle tante volte in cui è stata fermata per strada da persone che le chiedevano se fosse la figlia di Romy Schneider, e lei rispondeva di no, infastidita. «Che cosa rispondere a quelli che mi dicono "quanto mi piaceva!"? Non riesco a condividere il loro amore per lei, il loro sentimento di mancanza. Il mio amore e il mio vuoto mi sembrano mille volte superiori». Il libro è anche una risposta alla domanda su come si possa essere madri, avendo perduto la propria. La riappropriazione privata di un personaggio pubblico, a lungo celebrato da tutti tranne che dalla figlia, paralizzata dalla paura di soffrire. Per riavvicinarsi alla madre l'autrice incontra finalmente gli attori che sono stati importanti nella sua vita: Michel Piccoli per esempio, poco prima della sua scomparsa e poi, certo, Alain Delon, grande amore di Romy Schneider e suo partner nella «Piscina». «A lungo non ho osato contattarli, avevo paura di infastidirli e non mi piaceva la posizione della bambina che cerca di sapere chi era sua madre e fa un sacco di domande. Nei confronti di Alain Delon, così fedele, ho lo stesso pudore mal riposto. Ci siamo incontrati tardi, ognuno aggrappato alla propria sensibilità, al proprio disagio, forse anche all'attesa. Ma oggi ho meno paura delle mie emozioni. Anzi, stasera lo chiamo».

·        37 anni dalla morte di Truman Capote.

Segreti e bugie, il mezzo che Truman Capote usò per scrivere il suo capolavoro. L'epistolario inedito dello scrittore rivela che non era uno stinco di santo: aveva ingannato i due assassini del Kansas per poter portare a compimento il suo romanzo. Francesco Specchia Libero Quotidiano il 29 giugno 2021.

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

Il senso del sangue, l’anima della cronaca, il ritmo della sinfonia di morte. “Resterò qui fino a ottobre, poi mi sposterò, forse in Svizzera. Perché non vo-glio andare a casa finché non ho finito il mio libro sugli omicidi in Kansas e, poiché è molto lungo (presumo 150-200 mila parole), potrebbe volerci un altro anno o più. Non m’importa – dev’essere perfetto, perché mi coinvolge così tanto, mi prende tutto il tempo e credo che, se avrò molta pazienza, potrebbe essere una specie di capolavoro”. Quando il vibratile Truman Capote scrisse, dalla Costa Brava, all’amico pigmalione Newton Arvin, la sua prima lettera sul massacro di un’intera famiglia del Kansas del 1959, A sangue freddo era soltanto l’ombra del reportage immortale che lo rese leggenda sette anni dopo. “Dio sa che materiale straordinario ho, e parecchio: più di 4000 pagine dattiloscritte di appunti. Certe volte, quando penso a quanto potrebbe essere bello, quasi mi manca il respiro. Be’, l’intera faccenda è l’esperienza più interessante della mia vita e, a dire il vero, mi ha cambiato la vita, ha cambiato il mio punto di vista su quasi tutto – è un Gran Lavoro, credimi, e se fallisco avrò vinto comunque”, continuava Capote preso dall’ossessione romanzesca. E nella foga di un inedito epistolario contenuto nel volume E’ durata poco la bellezza (Garzanti), abbondantemente citato da Rai Cultura oggi lo scrittore di fatto conferma i segreti e i sospetti che circondavano la storia sanguinaria di Perry Smith e Dick Hickcock. Ossia dei due assassini patentati di quattro persone (di cui il capofamiglia sgozzato e fatto annegare nel suo sangue) che, salendo i gradini del patibolo prima dell’impiccagione, abbracciarono proprio Capote ritenuto una sorta di arcangelo penitente. Invece Capote non si fece scrupoli nel mentire ai due; continuava a ripeter loro di volergli salvare la pelle e pagargli i migliori avvocati, ma arrivava ad accendere ceri in chiesa per favorirne un’esecuzione veloce. “Ovviamente ti prego di tener conto che non potò propriamente finire il libro finché il caso non sarà giunto alla sua conclusione legale, o con l’esecuzione di Perry e Dick (la più probabile), o con la commutazione della pena (assai improbabile). Con i ricorsi alle Corti Federali ancora disponibili tutta la faccenda si trascinerà di sicuro almeno fino all’estate prossima”, comunicava infatti Truman a Bennet Cerf, suo editore nonché tra i fondatori di Random House. È il 10 settembre del 1962, e Capote che aveva quasi ultimato le bozze si preoccupava che la vita dei killer si ancorasse troppo ai cavilli dei tribunali e alle lungaggini della burocrazia. Lo si scopre da un’altra confessione, indirizzata al costumista Cecil Beaton, suo confidente da anni: “Sto malissimo per la tensione e l’ansia. Perry e Dick attendono l’esito del ricorso alla Corte Federale per avere un nuovo processo: se dovessero ottenerlo (un nuovo processo) avrò un esaurimento nervoso o qualcosa del genere”. Qualcosa del genere. Più che in un esaurimento Capote si stava consumando in una personale ossessione. Al punto da raccontare fatti e dettagli intimi dei due assassini a qualunque amico col quale intrecciasse confidenze di penna. Per esempio al fotografo Richard Avedon, Truman raccontava: “Perry e Dick stanno ancora aspettando l’esito del ricorso – ma Perry si sta lasciando morire di fame, è calato da 76 a 51 chili, e potrebbe morire prima dell’impiccagione – in ogni caso, ha perso la ragione: crede di essere in co stante comunicazione con Dio, e che Dio sia un grande uccello che si libra sopra di lui in attesa di avvolgerlo nelle Sue ali. Il povero vecchio signor Hickock è morto –cancro. Che storia spaventosa e terribile! Questa è l’ultima volta che scrivo un «reportage». Quest’anno non verrò a New York perché voglio rimanere all’estero finché non avrò terminato il libro. Resteremo qui, sulla Costa Brava fino alla fine di ottobre…”. Capote era talmente intriso dal racconto dell’orrore che sconvolse il villaggio di Holcomb immerso nelle distese di campi di grano e nell’indifferenza degli uomini, che l’evocazione (soprattutto da parte di Perry che come lui aveva subito abusi in famiglia e di cui si dice fosse realmente infatuato) dei delitti assunse la narrazione della tragedia greca inseguita da inquadrature cinematografiche. Quella notte del ’59 Smith e Hickock a scopo di rapina picchiarono e seviziarono la famiglia Clutter, sfondando loro il cranio sia a colpi d’arma da fuoco che col calcio del fucile. Furono presi su un’auto rubata; in sette giorni di dibattimento e 45 minuti di Camera di Consiglio vennero condannati a morte di lì a poco. Negli anni successivi Capote, che arrivò sul luogo del delitto con l’amica Harper Lee decise di penetrare l’anima dei colpevoli. Ma lo fece con stile chirurgico e rigore da entomologo. A Donald Cullivan, un ingegnere di Boston compagno d’armi di Perry Smith spiegò per esempio le sue esigenze di storyteller che si era riproposto di non far intervenire mai nel racconto che doveva apparire al lettore come se stesse osservando la realtà. C’erano, tuttavia, informazioni che Capote aveva preso di prima mano, e soltanto lui poteva sapere: “Ora, il problema è questo, è una questione tecnica”, scrive a Cullivan, “nel libro non c’è la prima persona – vale a dire che io non figuro e, tecnicamente, non posso farlo. Ora, verso la fine del libro voglio inserire una scena tra te e Perry in cui userò del materiale tratto dalle mie conversazioni con Perry – in due parole, ci sarai tu al mio posto”. Ne uscì, appunto, l’invenzione di un nuovo genere che innervava il giornalismo con descrizioni e tecniche letterarie. Il fatto che dietro la pietas ci fosse una mente priva di scrupoli nulla toglie al capolavoro…

Antonio D’Orrico per Sette – Corriere della Sera il 4 aprile 2021. Truman Capote scrive: “Un ragazzo che vive all’estremità opposta del villaggio sostiene di essere stato attaccato da un licantropo. Graziella dice che in passato ci sono già stati dei lupi mannari a Taormina…In ogni caso l’opinione generale è che non abbiamo nulla da temere, almeno fino alla prossima luna piena”. È una lettera del 7 luglio 1950 dalla Sicilia contenuta nel bellissimo “E’ durata poco, la bellezza” (Garzanti, mio attuale libro del cuore), Graziella era la ragazzina non ancora ventenne che faceva le pulizie e cucinava per Capote. Siccome indossava sempre lo stesso vestito (“tenuto insieme con le spille da balia”), lo scrittore gliene comprò uno nuovo. Ma lei non lo metteva, Capote le chiese perché. Rispose: “Ma è il vestito buono e devo tenerlo da parte per le occasioni importanti”. Due settimane dopo Capote scrive: “Graziella si è presentata al lavoro con un occhio nero, un braccio bendato nel punto in cui si è beccata una coltellata e lividi blu e nero sparsi per tutto il corpo. Suo fratello l’ha picchiata – secondo lui, Graziella va troppo spesso alla spiaggia”. Capote sbrocca: “Sotto sotto, gli italiani non sono altro che negri”. Fine della storia di Graziella. Pensatela, se passate da Taormina.

Le lettere al vetriolo di Capote tra scrittori, attori e magnati. Gian Paolo Serino su Il Giornale il 24/3/2021. Diversi quotidiani italiani a oggi hanno stroncato, quasi senza pietà, quasi senza leggerlo, È durata poco la bellezza che come recita il sottotitolo raccoglie «Tutte le lettere» di Truman Capote, l'autore, tra gli altri di A sangue freddo e Colazione da Tiffany. Da pochi giorni nelle librerie italiane per Garzanti (traduzione di Filippo Balducci, Francesca Cristoffanini e Giuseppe Maugeri, pagg. 600, euro 28) a una prima lettura superficiale può sembrare, in effetti, una raccolta di pettegolezzi, di amarezze, di quelle operazione postume sugli scrittori morti che gli editori pescano dal cestino per sfruttare la celebrità dell'autore. E invece tra le pagine è un vero Truman Show: lo scrittore americano, nato a New Orleans nel 1924 e morto a Los Angeles nel 1984 è pirotecnico, irrefrenabile, divertente e schietto come da decenni mancava negli epistolari di altri suoi compagni di penna. È un Capote (si pronuncia Capoti) sorprende su tutto perché incontriamo più disciplina che dissipazione. La fiammeggiante corrispondenza lo riporta in vita in molteplici ruoli: da adolescente gadabout (in italiano: perdigiorno) a stella letteraria a uomo distrutto dai continui ricoveri per disintossicarsi dall'alcool e ormai lontano dallo spirito di un tempo. Un percorso che troviamo anche nella cronologia di queste lettere: dalle prime, anche ridondanti e soprattutto divertenti, alle ultime quasi telegrafiche e scritte sempre più raramente perché, come sottolinea il biografo e curatore Gerard Clarke «negli ultimi anni preferiva telefonare». Il Capote inedito e spontaneo che troviamo qui è una creatura diversa dal meticoloso artigiano che scrisse, tra le altre opere accuratamente affinate, A sangue freddo, il capolavoro del 1967 che fondeva il giornalismo con l'impatto emotivo di un romanzo che lui chiamava «la precisione della poesia». Nelle sue lettere offre il cuore e l'anima con un'arguzia rara a un gruppo di amici e colleghi artisti, così come a conoscenti influenti; i suoi affetti sgorgano tra errori di ortografia e una sintassi stridente. Disdegna di velare la sua omosessualità e rivela presto una predilezione per i pettegolezzi conditi di aforismi. Scrive da una varietà infinita di luoghi diversi: Portofino, una villa siciliana a Taormina, lo yacht di Katherine Graham, Sankt Moritz, Verbier. Capote era un leone sociale ma rivela di «condurre una vita da monastero» e non può tornare negli Stati Uniti, dichiara, finché non avrà completato la stesura del suo romanzo L'arpa d'erba. Anche questo suggerisce che oltre i giudizi schietti che leggiamo tra le lettere, si può comprendere anche il suo metodo artistico, il suo rigore, che magari cela dietro a battute al vetriolo. Per nascondersi, come ha fatto nella sua vita, trincerandosi dietro a una sciarpa, occhiali neri e cappello nero tipo Borsalino. Ricordando gli eventi mondani di New York che lo portarono a calcare le scene più glamour della metropoli (compreso il celebre night Studio54 di Andy Warhol) in una lettera ricorda che per molti anni la sua «professione di scrittore è stata più che altro una lunga camminata tra un drink e l'altro». Ma veniamo al Truman Show: Capote confessa di avere avuto un flirt romano con Montgomery Clift («Niente di troppo serio», commenta ironicamente), per anni, lui e Leo Lerman, l'editore di Vogue e impresario culturale, corrispondono come "Marge" e "Myrt", come le concorrenti coriste madre-figlia di un serial radiofonico degli anni Trenta con esiti esilaranti ma con una profondità di pensiero che ci fa capire quel mondo di engagé perché, come scrive in una lettera del 1962, considera New York una «città malvagia». Mentre cerca di completare il suo romanzo in una sorta di esilio dall'America -anche dovuta alla sua omosessualità sempre esibita in una nazione ancora puritana- riceve dai suoi editori di Random House - più precisamente Robert Linscott, Bennett Cerf e Robert Haar- una lettera di disappunto per gli argomenti trattati. Capote risponde per le rime: «Non posso sopportare che tutti voi pensiate che il mio libro sia un fallimento; sono colpito da una trinità di opinioni così schiacciante. La vaghezza della critica mi fa sentire ancora più impotente». Quanti scrittori oggi avrebbero questo coraggio nel rispondere a una delle più importanti case editrici americane? Esistono scrittori scrittori, come Capote e scrittori-impiegati come quelli che concorrono per il Premio Strega. Non mancano lettere, a giovani autori, su cosa sia «la vera scrittura», come la chiama: «Vai fuori strada per trovare una parola strana o lunga, dove ne basterebbe una più semplice. La maggior parte degli scrittori principianti lo fa - apparentemente sotto l'impressione che una buona scrittura sia una scrittura di fantasia. Non è così. Sforzatevi di essere semplici - la parola semplice e quotidiana è di solito la migliore. È come le disponi che conta». E i suoi colleghi scrittori? Di James Baldwin scrive «Detesto la narrativa di Jimmy: è scritta in modo grossolano e di una noia che arriva alle palle»; del Nobel andato a Faulkner scrive che: «i suoi racconti mi sembrano mal scritti, illeggibili: frodi assolute»; di James Purdy «scrittore interessante, ma non riuscito»; di Tennessee Williams «È quando scrive articoli per i giornali che tocca l'assoluto zenit della volgarità. È pseudogionalismo». Perché, sottolinea Capote, «nessuna lettera degna di questo nome fu mai scritta per trasmettere informazioni o per compiacere il ricevente. Una lettera può fare l'una e l'altra cosa incidentalmente ; ma il suo scopo resta quella di esprimere la personalità di chi la scrive». E così Capote non mente neanche davanti all'alta società e anche sui luoghi non lesina giudizi drastici ma illuminanti: «A St. Moritz ospite di Marella e Gianni Agnelli si sarebbe detto che ogni potentato del mondo si trovasse lì: i comunisti non avevano che da bombardare il Corviglia Club. È stato divertente. Però che gente assurda». E in queste righe c'è tutto Truman Capote.

Truman Capote, lo scrittore che voleva sedurre. Tutti coloro che hanno incontrato Capote, brillante, caustico, maligno, ne sono stati catturati, non importa se nel bene o nel male. Giovanna Stanzione su Il Quotidiano del Sud il 21 marzo 2021. Quando Perry Smith e Dick Hickock salgono i gradini del patibolo, poco prima della loro impiccagione, è lui che abbracciano, uno dopo l’altro: Truman Capote, lo scrittore che ha passato gli ultimi sei anni della sua vita a scavare nelle loro. Alla fine di tutto: il libro capolavoro di Capote, A sangue freddo. A margine, i corpi di quattro persone, la famiglia Clutter, ammazzati da Smith e Hickock, uno dopo l’altro.  Truman da bambino parla moltissimo, ha una voce acuta, il corpo minuscolo, la testa grande e tonda. Metà delle cose che dice sono bugie, enormi, esagerate e quindi con un certo stile. È solo. Cambia spesso casa. La madre lo affida all’uno o all’altro dei suoi parenti, ogni tanto torna, lo ascolta distrattamente, lo porta agli incontri con i suoi uomini, ma lo lascia chiuso a chiave in una stanza. Una professoressa di scuola, quando ha dodici anni, propone di iscriverlo in un istituto per “sub-normali”, la sua famiglia lo manda allora da uno psichiatra per stabilire la sua salute mentale una volta per tutte. Viene fuori che è un genio, un bambino prodigio. Nessuno ci crede. Lui sì. Finalmente ha trovato una parte di sé che possa spiegare ogni cosa, decide di impersonarla fino alla fine. “Sembra che lei finisca sui giornali più per quello che è che per quello che scrive.” Gli chiede un giornalista che lo intervista, già famoso, dopo il successo avuto con Altre voci, altre stanze, L’arpa d’erba, Colazione da Tiffany. “Ma non vale per tutti? – risponde Capote – Voglio dire, io sono un personaggio.” Nel corso della stesura di A sangue freddo, Dick e Perry vennero condannati a morte. “Capote continuava a ripetere che stava facendo di tutto per salvargli la pelle, che stava cercando i migliori avvocati. – scrive Emmanuel Carrère – In realtà, nonostante l’autentico affetto che lo legava almeno a uno dei due, Perry, sapeva che l’epilogo ideale per il suo libro sarebbe stata proprio la loro esecuzione, sapeva che quel libro sarebbe stato il suo capolavoro, e nella speranza di portarlo a termine era arrivato al punto di accendere ceri in chiesa perché si decidessero a impiccarli.” Tutti avevano davanti agli occhi l’intenso rapporto che lo legava a Perry Smith. È innamorato di lui, dicevano da più parti. Capote ci rifletté sopra, concluse che non era così. L’infatuazione amorosa era un sentimento troppo semplice, quello che provava, lo provava a un “livello più tragico.” Perry aveva avuto un’infanzia di solitudine e dolore, una madre alcolizzata, un padre assente, continui spostamenti da una famiglia all’altra. Si guardavano, ai due lati del vetro di separazione, e l’uno poteva essere l’altro. Perry era stato in qualche modo lui. Ci sono molti modi di suicidarsi: alcuni disperati, come quello di Ann Woodward che si è uccisa alla vigilia dell’uscita del racconto di Capote che anticipava il suo futuro libro, Preghiere esaudite, in cui trascriveva senza pietà tutti i segreti e le storie torbide che le persone del Jet-set gli avevano raccontato; altri squallidi e controversi, come fu la morte di Marylin Monroe, una delle persone più amate da Capote, riversa e con la faccia gonfia di barbiturici come se ci fosse annegata; e ci sono, infine, dei modi molto elaborati e teatrali, come una complicata e contorta bugia di bambino, che iniziano con una distruzione di sé più radicale e profonda di quella fisica. Iniziano sventolando le proprie parole incandescenti davanti alla muta di cani dell’odio giustificato, del biasimo pubblico, che si scatena. Finiscono con la morte per cirrosi epatica, alcuni anni dopo, nella solitudine quasi completa. “Che si aspettavano? Sono uno scrittore, ho usato gli strumenti che avevo a disposizione. Pensavano che fossi qui solo per divertirli?” Quando Capote era bambino, racconta Jennings Faulk Carter “A volte passeggiando nei boschi vedevamo una scena particolarmente bella di un albero che allungava i rami sopra un ruscello, e lui si fermava proprio per scrivere la descrizione.” La scrittura di Capote è come se a tratti si immobilizzasse davanti alla percezione della bellezza, che coglie nella natura, in un oggetto o in una persona, e si ha la sensazione che finalmente qualcosa che la attanaglia dentro si sciogliesse. Ogni suo libro racchiude quell’istante di silenzio e di apnea, che si ha quando molte persone che avessero parlato tutte insieme fino a quel momento, improvvisamente si zittiscono. Tutti coloro che hanno incontrato Capote, brillante, caustico, maligno, ne sono stati catturati, non importa se nel bene o nel male. “Le persone all’inizio rifiutano ciò che è diverso, ma io riuscivo a conquistarle senza difficoltà. Sedurre: ecco quello che faccio. La cosa andava in questo modo: pensi che io sia diverso, bè, allora ti faccio vedere davvero quanto sono diverso.” Riusciamo sempre a capire quando i bambini stanno mentendo, non perché ci sia una discrasia smaccata tra la realtà e le loro invenzioni, ma perché si comprende sempre il motivo che hanno per mentire, e di solito l’origine è dolorosa. In Preghiere esaudite, c’è un passo in cui i due personaggi parlano del libro che sta scrivendo lo scrittore alter-ego di Capote. L’uno chiede all’altro se il libro tratti di tutta la banda delle persone che frequentano, ma lo scrittore risponde di no, che è sulla verità come illusione, “poiché la verità non esiste, non può essere altro che illusione – ma l’illusione, questo sottoprodotto dell’artificio rivelatore, può raggiungere le sommità più vicine alla vetta inaccessibile della Verità Perfetta.” Mentre guardava Perry Smith salire il patibolo, Capote si sarà trovato come tutti davanti al dilemma se in fondo non fosse giusto che un mostro come Perry morisse, rifiutato dalla società. Guardandolo pendere, avrà pensato che è un po’ come se avesse risposto a questa domanda, che non ci fosse posto per persone come loro, che hanno vissuto la vita prigionieri di un’infanzia sofferente e del desiderio di riscatto, senza riuscire più a liberarsene. Eppure doveva esserci stato un momento nella loro vita in cui erano stati bambini felici come gli altri. In una sua intervista a Marylin, Capote racconta di osservarla nella luce del crepuscolo. “Lei pareva dissolversi con essa, fondendosi col cielo e le nubi, svanendo ancora oltre. Io volevo alzare la voce superando le strida dei gabbiani e richiamarla: Marilyn! Marilyn, perché tutto doveva andare com’è andato? Perché la vita deve essere un tale schifo?” Allora Marylin si volta verso di lui e gli chiede cosa risponderebbe agli altri se gli domandassero com’è lei veramente. “Direi… – risponde lui – Direi che sei una bellissima bambina.”

DAGONEWS il 4 febbraio 2021. Le donne, la sua ispirazione. Truman Capote amava circondarsi di donne eleganti dell'alta società che soprannominava i suoi "Cigni". Donne dall’aspetto regale dalle quali succhiava via le loro storie per prendere ispirazione per i suoi libri. Donne che lo hanno amato come amico e che lo hanno rinnegato con l’uscita di "Preghiere esaudite", il libro nei quali erano raccolti i loro segreti. Capote è stato circondato sempre da queste socialite di New York, ma ci sono alcune donne che hanno lasciato il segno e dalle quali ha preso ispirazione. Ecco le “it” girls dell’autore di “Colazione da Tiffany”.

Lee Radziwill. Principessa e icona della moda che ha contribuito a creare lo stile della sorella Jackie Kennedy: nata Caroline Lee Bouvier a New York nel 1933 da Janet Norton Lee e dall'agente di cambio e socialite di New York John Vernou Bouvier III, Lee, nonostante arrivasse da una famiglia famosa, si affermò come una figura degna di nota a pieno titolo. Vantava un elenco esclusivo di amici intimi, da Andy Warhol a Truman Capote, e ha lavorato brevemente come attrice prima di dedicarsi al design degli interni e alle pubbliche relazioni. Per un certo periodo, è stata anche una "principessa" americana. Dopo il suo primo matrimonio con Michael Canfield, sposò il principe Stanislaw Albrecht Radziwill, un aristocratico polacco, nel 1959. Lee, allora 26enne, viveva a Londra con il principe Radziwill e insisteva che la chiamassero principessa nonostante il marito avesse rinunciato al titolo  dopo aver preso la cittadinanza britannica nel 1951. La coppia ha avuto due figli, prima di divorziare nel 1974. Si è sposata per la terza volta con il regista Herbert Ross nel 1988. La loro unione è durata 13 anni e si prima di separarsi nel 2001. Lee è morta nel 2019, all'età di 85 anni, a New York City.

Babe Paley. Trendsetter e fashion editor di Vogue, era la terza delle sorelle Cushing, insieme a Minnie e Betsey. Le sue storie d'amore, il suo stile e le sue feste hanno catturato il pubblico americano durante la Grande Depressione duramente colpito dalla povertà. La prima a sposarsi fu la ventunenne Betsey, la sorella di mezzo che ha irretito l'affetto di James Roosevelt II. James, noto anche come "Jimmy" per i compagni di classe di Harvard, era il figlio maggiore del presidente Franklin Delano Roosevelt. Babe (nata Barbara) era stata a lungo considerata la più bella delle tre ragazze; era alta, snella, elegante e aveva un fascino aristocratico. Ma con grande disappunto di sua madre, Babe decise di entrare nel mondo del lavoro dopo due stagioni da debuttante. Babe divenne redattrice di Vogue Magazine, assunta da Conde Nast, e rapidamente si trasformò in  un'icona di stile. Lanciò anche due tendenze del 20° secolo: mixare roba di alto valore con pezzi di a buon mercato e legare una sciarpa alla borsa. È stata sposata per sei anni con il petroliere Stanley Grafton Mortimer, prima di risposarsi con il fondatore della CBS, William S. Paley. La sua amicizia con Capote venne distrutta dopo che l'autore pubblicò il suo capitolo di "Preghiere esaudite", "La Cote Basque 1965" su Esquire Magazine, che descriveva in dettaglio il tradimento di William Paley alla moglie.

Gloria Guinness. La moglie dell'ex parlamentare Thomas "Loel" Guinness, è stata una figura centrale del dopoguerra. Gloria è stata una redattrice di Harper's Bazaar negli anni '60 ed entrava regolarmente nelle classifiche delle donne meglio vestire. Gloria era cresciuta in povertà in Messico, secondo Tatler, prima di sposarsi all’erede della rinomata dinastia della birra Guinness in seguito a due matrimoni falliti.

C. Z. Guest. La musa di Andy Warhol era nata in America, era una bionda ed elegante. Era un'attrice teatrale diventata famosa per il suo senso dello stile, ed è stata inserita nella International Best Dressed List Hall of Fame nel 1959.

Marella Agnelli. Dopo aver sposato Giovanni Agnelli nel 1953 , divenne una delle figure centrali del jet set internazionale. Truman Capote amava far parte della cerchia di Marella, partecipando spesso alle sue crociere estive nel Mediterraneo. Si erano conosciuti a New York all'inizio degli anni '60 e presto diventarono amici. Durante gli anni '60, Marella rivelò di considerare lo scrittore uno dei suoi amici più cari: lo trovava simpatico e divertente e con lui condivideva i suoi segreti. «Ma stava aspettando come un falco – disse Marella a Vanity Fair nel 2014 - Ci chiamava i suoi "cigni", ma c’erano troppi cigni. Ho sempre pensato che il mio rapporto con Truman fosse esclusivo. L'intimità, le risate… ho pensato che ci fosse un'amicizia speciale tra me e Truman, ma ero ignara del fatto che lui stesse ridacchiando anche con Babe o Gloria o Slim». La loro rottura avvenne prima della pubblicazione del capitolo del libro “Preghiere esaudite” su Esquire.

Slim Keith. Da modella a signora: la socialite statunitense Nancy 'Slim' Keith era un'amica di Babe Paley. Slim era la classica ragazza californiana originale quando finì in copertina di Harper's Bazaar a 22 anni. È stata anche fotografata su Vogue, e regolarmente è entrata nelle liste dei vestiti migliori. Dopo essere stata corteggiata da Clark Gable ed Ernest Hemingway, ha sposato il suo primo marito, il regista Howard Hawks. Si pensa che la sua influenza su suo marito sia stata così grande, da essere stata lei ad accreditare Lauren Bacall. Slim divorziò da Hawks nel 1949 dopo otto anni di matrimonio e andò a vivere con l'agente di Hollywood Leland Hayward. Il suo ultimo e terzo matrimonio fu con il banchiere britannico Baron Keith di Castleacre e lei prese il titolo di Lady Keith. La coppia si separò dopo 10 anni di matrimonio, nel 1972. Tuttavia, Slim interruppe i contatti con lo scrittore quando scoprì che aveva basato su di lei un personaggio poco lusinghiero, Lady Coolbirth, nel suo libro “Preghiere esaudite”. Smith è morta all'età di 72 anni di cancro ai polmoni.

·        33 anni dalla morte di Christa Paffgen, in arte: Nico.

Tom Leonard per il Daily Mail il 15 agosto 2021. Nico faceva girare la testa ovunque andasse, così bella che un amico invidioso sosteneva che anche i mobili gemessero quando entrava in una stanza. Gli uomini impazzivano per la flessuosa ex modella tedesca, archetipico della "fanciulla di ghiaccio". Anche la sua sonora voce baritonale era indimenticabile, anche se non sempre ricordata dalla scena rock con tanto affetto. Andy Warhol, che ha lanciato la sua carriera musicale, ha detto che era come "un computer IBM con un accento alla Garbo". Eppure l'enigmatica cantautrice ha trascorso la maggior parte dei suoi ultimi anni vivendo nell'oscurità nei grigi sobborghi di Manchester, irrimediabilmente dipendente dall'eroina e impantanata nelle accuse di razzismo. Aveva solo 49 anni quando morì in un bizzarro incidente per un'emorragia cerebrale dopo essere caduta da una bicicletta e aver battuto la testa mentre era in vacanza a Ibiza nel 1988. Oggi è in gran parte ricordata come una femme fatale teutonica comicamente troppo seria che ha realizzato dischi inascoltabilmente cupi, oppure come una super-groupie troppo sessuata che ha mostrato fino a che punto si può arrivare nel mondo dello spettacolo con un bel fisico. Ora, una nuova biografia - You Are Beautiful And You Are Alone - si propone di salvare la sua eredità e ritrarla come tragicamente incompresa. Traumatizzata dai suoi primi anni in una Germania distrutta dalla guerra, era vulnerabile, isolata e persino ingenua. Per quanto riguarda il suo famigerato distacco, che poteva ridurre la rock star più arrogante a un relitto tremante, in realtà era dovuto a una timidezza paralizzante. In un'interpretazione lusinghiera e femminista dell'eccentrica cantante, la biografa Jennifer Otter Bickerdike afferma anche che la sua bellezza eterea era diventata il più grande nemico di Nico, oscurando il suo talento. Nico, dice, è stata vittima di misogini e ipocriti che tollerano le pop star maschili che si drogano, ma non le donne. Tuttavia, non si può negare che Nico sia stato all'altezza della sua desolata reputazione. Un caro amico ha descritto la condivisione della sua casa con Nico come "vivere in un'impresa di pompe funebri". Ma non c'è da meravigliarsi, dice il suo biografo, data la sua infanzia. Nata Christa Paffgen a Colonia nel 1938, aveva quattro anni quando suo padre fu ucciso in battaglia. Lei e sua madre hanno lottato con pochi soldi. Nico - che ha detto di aver cercato di passare cibo e acqua agli ebrei mentre passavano in treno verso i campi di concentramento - ha ricordato di essersi nascosta nella vasca da bagno di famiglia mentre le bombe piovevano intorno al loro minuscolo appartamento a Berlino. Il posto preferito della bambina solitaria e senza amici per giocare era un vicino cimitero. Aveva 12 anni quando ha iniziato a parlare in quel suo modo strano, tirando fuori ogni parola e ignorando gli appelli a parlare normalmente. "Christa era una ragazza molto strana", ricorda sua zia Helma. «Camminava molto eretta. Ed era timida o presuntuosa. O entrambi." Nico ha affermato di essere stata violentata da un soldato nero degli Stati Uniti quando aveva 13 anni. Ha lasciato la Berlino devastata dalla guerra non appena ha potuto, dirigendosi a Parigi per diventare una modella a 16 anni e cambiando il suo nome in Nico. Ha lottato per rimanere magra e ha avuto la sua prima esperienza di tossicodipendenza quando è diventata troppo dipendente dalle pillole dimagranti. Si diceva che Coco Chanel flirtasse con le sue modelle e Nico disse che la stilista "l'aveva corrotta" a Parigi. Ma dato che Chanel avrebbe avuto 73 anni, una relazione sembra improbabile, dice il nuovo libro. A Nico non è mai piaciuto fare la modella e passò alla recitazione quando incontrò Federico Fellini nel 1959. "Ti ho sognata", ha detto con entusiasmo e le ha dato un ruolo cameo ne La Dolce Vita. Ciò ha portato ad altri ruoli durante i quali Nico rivelò di aver avuto una relazione con l'attrice francese Jeanne Moreau. "Aveva l'idea che fosse chic essere lesbica", disse un'amica. Nico ha anche incontrato il rubacuori francese e incallito donnaiolo Alain Delon. Hanno avuto una "avventura turbolenta" sull'isola italiana dove stava girando, che ha lasciato senza fiato Nico, ma non Delon che era coinvolto con la sua co-protagonista Romy Schneider. Un amico ha ricordato Nico come "molto felice ed emozionata: "Ho appena dormito con Alain Delon!" Era come se Biancaneve avesse incontrato il suo principe. Era ossessionata da quell'uomo orribile». Dopo una successiva avventura di una notte a New York, rimase incinta e decise di avere il bambino. Gli amici erano sbalorditi dal fatto che lei credesse sinceramente che Delon l'avrebbe sposata. Delon ha sempre negato di essere il padre del ragazzo. Nico ha lasciato suo figlio Ari a Ibiza con sua madre, che soffriva del morbo di Parkinson, in modo che potesse andare a guadagnare soldi per tutti loro recitando, facendo la modella e - così sperava - cantando. È stata una mossa disastrosa. Il bambino è stato in gran parte lasciato a badare a se stesso e la madre di Delon, Edith, ha finito per salvare e infine adottare Ari dopo averlo trovato "accovacciato come un animale" in una stanza buia che puzzava di feci e vomito. Nelle occasioni in cui "prendeva in prestito" Ari, Nico era una madre caotica. Il bambino a volte andava in giro dopo i concerti bevendo tutto l'alcol avanzato che riusciva a trovare. Otter Bickerdike scrive: "È stato scritto, ma non confermato, che Nico avrebbe spalmato di eroina le gengive del bambino per calmarlo". Ma Nico era molto più preoccupata per la sua carriera. Le sue ambizioni musicali ebbero una spinta quando incontrò Bob Dylan a Parigi nel 1964. La leggenda narra che Nico abbia invitato Dylan nel suo appartamento, dove sono rimasti per "una sera e una settimana". Nico ha parlato con un intervistatore degli "occhi azzurri celesti" di Dylan. Dice che Dylan ha ricambiato, scrivendo la canzone ‘’I'll Keep It With Mine’’ su di lei. La sua successiva conquista fu il co-fondatore dei Rolling Stones Brian Jones, che incontrò dopo un concerto a Parigi. "Era affascinante, finché non ha chiuso a chiave la porta", ha detto del suo comportamento violento in camera da letto, una conseguenza presumibilmente della sua frustrazione per la sua prestazione sessuale ostacolata dalla droga. Nico ha descritto come l'ha presa a pugni, e anche peggio. Disse che spesso cercava di parlargli di poesia e musica "ma era davvero troppo fatto per parlare di qualsiasi cosa, e spesso lo ero anch'io". La collega modella "Zouzou" ha insistito che Nico aveva il sopravvento su Jones. "Aveva paura di lei e aveva paura degli scontri con lei. Era una donna grossa e minacciosa». Nico ha registrato un disco nel Regno Unito con il manager dei Rolling Stones, Andrew Loog Oldham, che l’ha descritta come "orribile". Anche così, Nico gli piaceva. « Era una di una nuova razza di donne, come Anita Pallenberg e Yoko Ono, che avrebbe potuto essere un uomo", ha detto Oldham. "Molto meglio che le sciocche gallinelle inglesi in giro a quel tempo." Ciò che alcuni potrebbero vedere come il suo sfacciato opportunismo con famose rockstar era in realtà una "vulnerabilità ingenua", insiste il suo biografo. Si è diretta a New York con il piccola Ari per fare soldi facili facendo la modella, ma invece incontrò Andy Warhol in un ristorante messicano. "Era seduta a un tavolo con una brocca davanti a sé, immergendo le sue belle dita lunghe nella sangria, sollevando fette di arance imbevute di vino", ha registrato il re della Pop Art. Vedendolo, Nico 'inclinò la testa di lato e si ravviò i capelli con l'altra mano e disse molto lentamente: "Mi piace solo il cibo che galleggia nel vino"." Warhol ne fu colpito e la reclutò nella sua enclave artistica, The Factory. Tutti gli altri avevano la diarrea verbale, ma Nico parlava a malapena. Alcuni accoliti di Warhol presumevano che fosse perché non aveva nulla da dire, mentre altri conclusero che era semplicemente perché aveva profondità nascoste ed era felice di osservare. Tutti, specialmente le donne, erano intimiditi da lei. I Velvet Underground - la rock band d'avanguardia capitanata da Lou Reed - la consideravano una "mosca", disse John Cale. Lou Reed, notoriamente capriccioso e geloso, era furioso che fosse stata loro imposta, ma Warhol, che era la mente della band ancora sconosciuta, insistette che avevano bisogno di glamour. Il loro primo album seminale del 1967 fu debitamente intitolato The Velvet Underground & Nico. Nico avrebbe voluto cantare in ogni canzone, ma la band l'ha ostacolata, dicendo che il suo inglese stentato non era abbastanza buono. Ma Reed si affezionò alla presenza di Nico nella band abbastanza da avere una relazione con lei, un'avventura che Cale ha descritto come "sia consumata che stitica". Nico si sarebbe poi lamentata del fatto che Reed fosse manipolatore, ma la batterista della band Sterling Morrison vedeva Nico come il vero Machiavelli, sempre manovrando se stessa vicino a chiunque fosse dominante. Nico concluse la relazione infuocata, dicendo a Reed: "Non posso più fare l'amore con gli ebrei", durante una prova della band.  Mentre John Cale (che in seguito ebbe anche una relazione con lei) insistette sul fatto che stava semplicemente indulgendo nel contorto senso dell'umorismo della band, i critici di Nico lo bollarono come prova del suo razzismo - come nel 1971 quando Nico ruppe una bottiglia di vetro in faccia a una ragazza di colore che si lamentava della disuguaglianza razziale. Secondo quanto riferito, Nico gridò: "Sofferenza? Non sai cos'è la sofferenza!' Nico lo definì un "attacco di follia" mentre era fatta di droghe, ma di fronte alle minacce delle Pantere Nere, fu costretta a lasciare gli Stati Uniti per un po'. Il suo tentativo di una carriera musicale da solista ha incontrato il disprezzo della critica e i locali vuoti, anche se le grandi star maschili hanno continuato a svenire su di lei. Leonard Cohen era infatuato ma ha ammesso: "Dopo cinque minuti mi ha detto di dimenticarlo perché era interessata solo ai giovani". Aveva 33 anni. A un certo punto, l'adulazione maschile rovesciò la testa di Nico. Volò a Londra alla fine degli anni '60 e si presentò di punto in bianco a casa del fotografo David Bailey, aspettandosi di stare con lui. La rifilò a Paul McCartney, che le ha permesso di rimanere per diverse settimane, ma è stato salvato dall'imbarazzo dell'imminente ritorno della sua ragazza Jane Asher quando Warhol è volato a Londra e prelevò Nico dalle sue mani. Incontrò Jim Morrison nel 1967 e l’affascinante coppia ha scioccato gli altri membri dei Doors con il rumore delle loro notti di passione, alcol e assunzione di droghe. Era l'unico dei suoi tanti amanti della musica che l'aveva incoraggiata a scrivere il proprio materiale e a suonare uno strumento. Prese a suonare l'harmonium. "Era molto seria, terribilmente seria, come un’organista nazista", ha detto un coinquilino. "Tirava le tende e cantava questo canto funebre tutto il giorno." Ciò che ha davvero segnato il destino della sua carriera è stata l'assunzione di droghe. Nessuno può essere d'accordo su quale dei suoi amici rock abbia introdotto Nico all'eroina negli anni '60, ma nel 1970 si faceva, era diventata dipendente, trascurando il suo aspetto. Ha continuato a esibirsi per finanziare la sua dipendenza, trasferendosi nel Regno Unito dove è stata sostenuta da gruppi New Wave che veneravano i Velvet Underground. Era così lontana che quando, nel 1979, fu finalmente unita a suo figlio Ari, ora 17enne, Nico finì per iniettargli eroina. "Sebbene sembri orribile, può anche essere comprensibile", dice il suo biografo. Perché? Perché Nico "non aveva molta esperienza come genitore" e la droga forniva un "legame reciproco". Nico ha trascorso i suoi ultimi sette anni a Londra e Manchester, soprattutto quest'ultima che aveva un pusher affidabile di eroina. Viveva in squat e monolocali rancidi, uscendo con un lungo mantello nero e stivali da motociclista. "Le sue giornate trascorrevano spesso a letto o cercando di drogarsi", dice il libro. Ironia della sorte, Nico si era liberata dall'eroina poco prima della sua morte. In quegli ultimi anni, si è impegnata a non cercare di abbellire se stessa - aveva perso i denti e messo su molto peso - confidando che il suo peggior rimpianto era di non essere nata uomo. 

You Are Beautiful And You Are Alone: The Biography Of Nico di Jennifer Otter Bickerdike pubblicato da Faber

·        31 anni dalla morte di Sergio Corbucci.

Marco Giusti per Dagospia il 12 novembre 2021. E’ un piccolo evento l’arrivo sugli schermi italiani per tre giorni, 15, 16, 17 novembre, del documentario “Django&Django” di Luca Rea e Steve Della Casa dedicato al cinema western di Sergio Corbucci e raccontato con grande passione e sincero amore per il regista e per i suoi film da un Quentin Tarantino e commentato, oltre che da due vecchi amici e compagni di scorribande come Ruggero Deodato e Franco Nero, da una serie di immagini in superotto davvero mai viste girate sui set dallo stesso Corbucci. Proprio rivedendo il documentario mi sono fatto due domande. La prima riguarda come Corbucci ha perso l’occhio destro. Cosa che capitò a altri grandi registi, come John Ford, André De Toth, Nicholas Ray. L’ho chiesto a Ruggero Deodato. “Stava facendo un film come assistente regista volontario fuori Roma. Il direttore di produzione aveva l’abitudine di svegliare tutti la mattina sparando dei colpi di pistola. A salve. Insomma, mentre lui usciva dalla camera dove dormiva, un colpo gli ha beccato l’occhio”. Il film, leggo nell’autobiografia di Sergio Corbucci, è “Turi il bandito” di Enzo Trapani. “La capsula era caricata troppo forte”, scrive Corbucci, “e persi l’uso dell’occhio destro. Allora non c’era ancora il laser e non ci fu niente da fare. Stetti fermo per quasi sei mesi. Non mi scoraggiai. Questa benda nera un po’ misteriosa mi aveva reso più interessante agli occhi delle ragazze e non mi danneggiò sul lavoro perché l’incidente mi aveva dato una certa notorietà, ero uno di cui si parlava”. Per Deodato fu l’inizio della sua fortuna da regista e in qualche modo è vero, perché grazie a quell’incidente il protagonista del film, Ermanno Randi, racconta proprio Corbucci, riuscì a imporlo alla produzione di “Salvate mia figlia!” al posto del vecchio Aldo Vergano come regista. L’altra domanda riguarda l’antifascismo di Corbucci che proprio nel documentario raccontano sia Tarantino che lo stesso regista in un raro filmato della tv tedesca. Cosa che allora, almeno per “Django” non percepivamo, devo dire, anche se “Il mercenario” e “Vamos a matar, companeros” era western adorati da Lotta Continua e considerati molto più rivoluzionari dei film impegnati del tempo, da Petri a Damiani. Ma non ci sembrava di ritrovare nei suoi western lo stesso antifascismo e le ombre della guerra partigiana che avevamo trovato in “Se sei vivo spara” di Giulio Questi e Kim Arcalli. Secondo Dante Matelli era davvero antifascista, aveva lavorato anche per i giornali americani del primissimo dopoguerra, come “Star and Stripes”. Secondo Deodato definirlo antifascista non era proprio del tutto vero. Ma nella sua autobiografia Corbucci riporta l’aneddoto raccontato anche da Tarantino nel documentario, di quando, bambino, vestito da balilla trombettiere mollò un terribile peto all’arrivo del Duce e di Hitler a Roma nel maggio del 1938. “Quando Hitler scese dal treno e ci passò in rassegna salutandoci a braccio teso, incrociando i suoi occhi con i suoi, dopo un perfetto squillo fatto ad arte, un altro squillo di natura per così dire intestinale, certamente provocato non dall’emozione ma dalla troppa cioccolata ingerita, echeggiò sinistro e mefitico nella stazione. Mi parve che il Duce che era accanto a lui se ne accorse e trasalì assieme al Fuhrer. Fu un attimo. Naturalmente continuarono a camminare come se non fosse successo niente”. Scoperto, a causa di “un sottile rivolo di cacca che dal calzoncino grigioverde scendeva lentamente verso il calzettone”, il piccolo balilla trombettiere viene messo sotto processo e vengono fuori un nonno anarchico e uno zio confinato in un’isola. La storiella, devo dire, raccontata da Corbucci, è più da maestro della commedia all’italiana che da maestro dello spaghetti western violento e antifascista. Ma in bocca a Tarantino, grande affabulatore, funziona anche così. E’ un film. Perché nessuno, e qui mi ricollego al documentario di Luca Rea e Steve Della Casa, racconta come Quentin Tarantino il mondo del western all’italiana e dei suoi eroi come Sergio Corbucci, sul quale da sempre aveva progettato di scrivere un libro. Questo non vuol dire che i suoi racconti siano sempre storicamente attendibili, soprattutto perché, come tanti critici e registi americani, non sempre ha un preciso quadro storico della storia del nostro cinema e ancor meno dell’Italia del tempo. Né sa vederne il lato costantemente ironico, da commedia, che era tipico di Corbucci. Ma tale è l’energia, la passione, la generosità, il divertimento che mette nel raccontare il nostro cinema dal suo punto di vista, come fosse parte di un suo film, che staremmo ore e ore a sentirlo. Dopo averlo avuto a Venezia nel 2008 nella rassegna “Italian Kings of B’s”, che curai assieme a Luca Rea, poi come padrino della mia rassegna sul western all’italiana, dove non venne, ma lanciò la profezia che Corbucci avrebbe avuto presto il suo posto nella storia del cinema accanto a Anthony Mann, e pochi anni dopo quando si esibì in una scatenata lezione su “Minnesota Clay” di Sergio Corbucci, Tarantino torna in “Django&Django” a spiegarci non solo il suo punto di vista sul “Django” di Corbucci, ma tutta la sua lettura dell’opera violenta dei film western di Corbucci. Inquadrato nella sala di proiezione della sua villa a Los Angeles, Tarantino racconta un Corbucci legato a Leone, ma anche profondamente diverso, rivolto non all’epopea (fordiana), come farà il primo Sergio, ma al revenge western, ai film di cowboy che più gli piacciono, perché puro cinema. Definisce “Navajo Joe” il più violento western mai fatto, prima dell’arrivo di “The Wild Bunch” di Sam Peckinpah. Trova in ognuno dei suoi cattivi matrici di fascismo o nazismo o di antichità romana. E spiega che quello di Corbucci è un cinema di cattivi e di anti-eroi che possono prendere indifferentemente la buona e la cattiva strada, ma possono anche trovare una pallottola che ne chiuderà improvvisamente e per sempre il percorso. E scopriamo che i suoi stessi film devono moltissimo più che alle opere di Corbucci, al suo studio sulle opere di Corbucci o, meglio, alla sua idea di quel cinema. Che forse, ai nostri occhi, non è esattamente così, come non è così antifascista militante, ma va bene lo stesso. Perché parlare di western con Tarantino e sentirlo parlare di cinema credo sia uno dei grandi piaceri che ci abbia regalato Hollywood in questi ultimi vent’anni. Perché non è mai un professore, ma uno studioso, uno scolaro, spesso candidamente improvvisato, che nello studio reinventa il suo stesso cinema. Lo dimostra il suo lavoro più completo e complesso, “The Hateful Eight”. Nessuno era riuscito a rivitalizzare così profondamente il western italiano, a leggerlo nella sua eleganza visiva, nella sua violenza da rielaborazione della storia recente, nei suoi rapporti con la musica, come Tarantino. “Django&Django” ci permette di condividere parte degli studi di questo fan ossessionato dei nostri western e di quelli di Corbucci in particolare. E il recupero, a casa di Nori Corbucci, scomparsa un anno fa per Covid, dei superotto girati nei backstages dei suoi film diventa il corredo necessario e mai visto di questo racconto. Viva Django e Viva la revolucion!  

·        31 anni dalla morte di Ugo Tognazzi.

Stefano Cortelletti per "il Messaggero" il 20 luglio 2021. Per tutti gli amanti del cinema è la Tognazza. Non la semplice dimora nelle campagne di Velletri che fu di Ugo Tognazzi ma un vero e proprio territorio libero. Dai pregiudizi e dal conformismo. Casa vecchia, così viene chiamata quella che fino al 1990 è stato il rifugio del grande attore, oggi è un museo inserito nell'elenco delle case memoria d'Italia e aperto alle visite guidate grazie all'associazione culturale Ugo Tognazzi. La Tognazza è un luogo di emozioni, accoglienza e ricordi, dove sembra che da un momento all'altro possano spuntare Ugo e la sua famiglia. Rimasta chiusa per dieci anni dopo la sua morte, ha ripreso a vivere grazie alla tenacia del figlio Gianmarco Tognazzi, che abita nella casa accanto Casa nuova appunto e che ha avviato l'azienda agricola Tognazza, producendo un vino d'eccellenza.

IL BILIARDO E LE LOCANDINE. C'è ancora il suo tavolo da biliardo, i premi vinti in 40 anni di carriera, le locandine dei film. La veranda, trasformata in sala proiezioni, era dove il piccolo Gianmarco dormiva, in una culla che nessuno ha voluto spostare. C'è il locale dove i venerdì si svolgevano le leggendarie cene dei dodici apostoli, un tavolo volutamente piccolo per fare in modo che tutti i commensali 12, non uno di meno o uno di più stessero stretti per fare socialità. Il menu? Rigorosamente deciso e preparato da Tognazzi nella grande cucina in pietra. Un tempio del gusto che lo ha reso celebre: qui sperimentava ricette con i prodotti della sua terra. Un precursore del chilometro zero. Serate enogastronomiche ancora oggi storia. Ugo invita i suoi amici, attori (come Vittorio Gassman, che aveva una villa sul monte Artemisio), registi, sceneggiatori, con cui scriveva e realizzava la maggior parte delle sceneggiature: capolavori come Romanzo Popolare, Amici Miei, In nome del popolo italiano, Il vizietto o La tragedia di un uomo ridicolo sono nati a Velletri. Il regista Marco Ferreri una sera mangiò così tanto che non si fece più vedere per 2 mesi. Stava scrivendo La grande abbuffata. A colpire è anche il grande divano nella sala del camino. Si racconta che una sera Franca Bettoia, moglie di Ugo il matrimonio fu celebrato lì nel 71 passando per la stanza notò il marito e i suoi ospiti stesi che dicevano parole incomprensibili. Stavano nascendo antani e tapioco, i nonsense della supercazzola oggi diventati i nomi di alcuni dei vini prodotti dalla Tognazza insieme a Conte Mascetti, il nome del personaggio di Amici Miei. Durante la visita vengono raccontate storie e aneddoti sul padrone di casa. Nessuno spazio delimitato, nessun divieto di sedersi o toccare.

RICETTE E BURLE. Per un'ora e mezza si è ospiti di Ugo, anche se Ugo non c'è più, e l'ospite è sacro. Chi vuole può suonare il pianoforte di casa, magari eseguire La vita è fatta di piccole cose, la canzone portata da Tognazzi a Sanremo, il cui spartito introvabile è ancora appeso alla parete. Come introvabile è il Rigettario, libro di aneddoti e ricette scritto da Tognazzi nel 1977: una copia è in bella mostra nella cucina. Tognazzi è anche celebre per i suoi scherzi. Uno di questi non riuscì come avrebbe voluto: fece pubblicare un'edizione straordinaria di Paese Sera che titolava Tognazzi capo delle Brigate rosse, con tanto di foto e finti carabinieri. Quel giornale è appeso nella sala del biliardo ma Tognazzi impiegò mesi per far capire che era solo una burla. Erano gli anni del terrorismo e della tensione. L'attore, che ebbe qualche grana lavorativa, rivendicò il diritto alla cazzata, inteso non solo come ammissione dello scherzo mal riuscito, ma anche di prendere la vita alla leggera. Per il centenario della sua nascita, nel 2022, sono in programma varie iniziative. Altre visite sono in programma il 31 luglio e il 28 agosto.

E l’anno del Covid lasciò nell’ingiusto oblio il trentennale della morte di Ugo Tognazzi. Francesco Specchia su Il Quotidiano del Sud l'11 gennaio 2021. Me ne sono accorto, perché l’altra sera in tv davano l’ultimo atto di Amici miei, col Conte Mascetti finito mestamente a rotolarsi in un ospizio. E’ passato il 2020 e – quasi tutti – ci siamo dimenticati dei trent’anni dalla morte del gran padano: l’Ugo Tognazzi da Cremona. Per Gassman avevamo elevato altari verso il cielo, per Sordi avevano pianto le prefiche, i bambini e i presidenti della Repubblica; per Tognazzi solo qualche replica di film a tarda notte. Eppure, Tognazzi meritava.

I MILLE FLASH DI UGO. Dei giganti della commedia all’italiana era l’unico che, provenendo da una piccola provincia del nord – come la mia, io sono di Verona – era riuscito a conquistare il palcoscenico internazionale specie nella sua seconda vita di attore drammatico e regista. Dal punto di vista umano, di Tognazzi mi aveva appassionato la determinazione: il nipote di un lattaio che s’era trasformato in venditore di carbone; il figlio di un assicuratore che la madre voleva prete e suonatore di violino; l’impiegato cazzaro del salumificio Negroni che in ufficio imitava il sottofondo dei maiali che venivano sgozzati all’ora di pranzo. Ecco. Tognazzi era l’italiano medio, in grado di recitare sempre parti di «borghesi tentati da imprese più grandi di loro», come diceva Salce, il suo grande scopritore. I miei flash su di lui sono infiniti: il gerarca Primo Arcovazzi in sidecar col professore antifascista interpretato da Georges Wilson («Buca, buca, buca con acqua»); la chiusura dello show Un, due, tre alla Rai, con Tognazzi che simulò a sua volta una caduta come quella del presidente della Repubblica Gronchi, con Vianello che gli disse «ma chi ti credi di essere?»; il discorso esilarante del ministro, sempre in coppia con Vianello, nel film con Totò, Sua eccellenza si fermò a mangiare, metafora del fascismo; e, ovviamente tutta la poesia del Conte Mascetti in Amici miei. Quando Gastone Moschin, il Melandri nel film, diceva «Che cos’è il genio? Fantasia, intuizione, colpo d’occhio velocità d’esecuzione» si riferiva di certo a Tognazzi.

FACEVA TANTO, ANCHE TROPPO. E poi molte altre scene mi tornano alla mente. Il Tognazzi versione pelosa che fa l’amore con Jane Fonda avvolto dalla plastica in Barbarella di Vadim, per dire. Poi c’era il Tognazzi privato, casinista con le centinaia di donne che aveva amato, padre affettuoso, goliarda inarrivabile, ottimo tennista ed eccellente chef organizzatore di gare culinarie con gli amici, di cui mi parlavano benissimo due grandi amici miei. Erano Sergio Bonelli, l’editore di fumetti da Tex a Dylan Dog, fraterno sodale di Ugo; e Sandro Parenzo, sceneggiatore, produttore cinematografico e patròn di Telelombardia. Parenzo era quello, per dire, che aveva convinto Ugo, alla fine degli anni 70 a prestarsi alla finta copertina di Paese sera del Male, il cui titolone era «Arrestato Tognazzi, grande vecchio delle Brigate Rosse». E la foto era proprio di Ugo, in manette, scortato da finti carabinieri. C’era anche, in appoggio, un finto articolo di un finto Raimondo Vianello: «Io l’avevo sempre sospettato». Fu una beffa che scosse l’Italia, rimasta nella storia della satira. Tognazzi fece davvero tanto, di tutto. Ben 150 film come attore e 5 come regista, senza contare i programmi radiofonici e il teatro (me lo ricordo, ne L’Avaro). Direi che quasi faceva troppo. Operelle come Il petomane (1983) di Pasquale Festa Campanile potevano essere evitate. Ma vabbè. Sospetto che, in questo tripudio oggi di politically correct, molti l’abbiano obliato per l’interpretazione macchiettistica del gay nel Vizietto. Se fosse vivo, Ugo ci farebbe su un film…

·        30 anni dalla morte di Pier Vittorio Tondelli.

Trent’anni senza Pier Vittorio Tondelli, lo scrittore per sempre giovane. Curioso, generoso, non invidioso. E’ capace di cogliere in modo vertiginoso lo spirito del suo tempo. Il viaggio dell’autore di “Altri libertini” per terre inesplorate resta attualissimo. Paolo Di Paolo su L'Espresso il 13 dicembre 2021. Nell’inverno di trentacinque anni fa, L’Espresso radunò attorno allo stesso tavolo un drappello di scrittori di diverse generazioni. Il punto di partenza del dibattito? Una categoria editoriale diventata centrale in quella stagione (e rimasta rilevante nel tempo): la categoria del “giovane scrittore”. Edoardo Sanguineti prende la parola per dire che secondo lui non ha alcun senso. Antonio Tabucchi ricorda di avere già compiuto quarant’anni: «Siamo seri…», e perciò cerca di scrollarsela di dosso. Anche se essere definito scrittore di mezza età – confessa – «mi metterebbe a disagio». Daniele Del Giudice riconduce l’etichetta a un dato puramente anagrafico («Oggi, paradossalmente, il vero fascino potrebbe essere nel saper invecchiare»). E poi c’è Pier Vittorio Tondelli, appena trentenne, che propone la sua diversa chiave di lettura: «È giovane scrittore chi ha a che fare con l’universo dei comportamenti giovanili. Universo fatto di determinate riviste, di musica rock, di originali esperienze culturali e di vita. A me questa definizione sta bene, anche se alle orecchie di qualcuno suonerà come subculturale. Insomma, giovane è chi si oppone al vecchio. In questo senso, se scrivi di giovani e li rappresenti, sei un giovane scrittore». Tondelli tale è rimasto. Al momento della morte, il 16 dicembre 1991, aveva da poco compiuto trentasei anni. E - tratto che fa la differenza - già diventato per certi versi un maestro. Un giovane allenatore di giovanissimi. Le tre antologie “Under 25”, da lui curate, nascevano per sollecitare autori nuovi a raccontare «quello che fate, che sentite: i vostri tormenti, i vostri rapporti a scuola, con le ragazze, con la famiglia. E perché di queste cose, poi - visto che ne avete così voglia - non provate a formulare un giudizio? Perché non scrivete pagine contro chi odiate? O per chi amate? C’è bisogno di sapere tutte queste cose. Siete gli unici a poterlo fare. Nessun giornalista, per quanto abile, potrà raccontarle al vostro posto». Risposero, tra gli altri, gli allora sconosciuti Andrea Canobbio, Romolo Bugaro, Silvia Ballestra, Giuseppe Culicchia, Gabriele Romagnoli. Gli ultimi due partecipano oggi a un confronto organizzato a Reggio Emilia, nel contesto di una serie di iniziative curate da Piergiorgio Paterlini tra Reggio e Correggio, città natale dello scrittore, sotto un titolo geniale: “Tondelli non era invidioso”. Il segno di una curiosità - e generosità - intellettuale tutto fuorché canonica, tanto più che da sempre, diciamo pure dai fratelli Goncourt, l’invidia è un inchiostro speciale e malevolo in cui s’intinge la penna, un carburante che controbilancia la frustrazione, e qualche volta spinge anche al capolavoro. Di invidie si nutrono le conversazioni tra colleghi: se i salotti non esistono più, esiste WhatsApp. Ma dire che Tondelli non era invidioso significa soprattutto che - a un’età in cui di solito si pensa solo al proprio presente e futuro - scavava in terre inesplorate, alla ricerca di voci nuove. Intervistato da Gianni Riotta a proposito del progetto antologico, si esprimeva così: «Vogliamo semplicemente offrire a questi ragazzi la possibilità di essere pubblicati, di confrontarsi, di leggere le proprie cose in un libro». Fa effetto sentir parlare così un trentenne! Nei colloqui raccolti da Fulvio Panzeri, da poco scomparso, in “Viaggiatore solitario. Interviste e conversazioni 1980-1991” (Bompiani), colpisce di Tondelli una curiosità famelica, un desiderio energico, impaziente, di mischiarsi, contaminarsi, scoprire. Stare nel presente con tutti i sensi all’erta, senza pregiudizi. È la lezione più smagliante di un volume come “Un weekend postmoderno”, la debordante raccolta di scritti apparsi nel corso degli anni Ottanta, di cui diventano un’eccentrica e potentissima radiografia, su giornali e riviste. Si può dare conto della varietà di temi e figure e luoghi solo facendone una vorticosa enumerazione. Ma mi verrebbe da indicare la «vertigine della lista» come un tratto distintivo della scrittura di Tondelli, nei romanzi e fuori, uno spasmodico tentativo di esaurire la realtà attraverso «tanti piccoli e sparsi flash», la calca delle sensazioni, il caos, il bordello, avrebbe scritto lui, dell’esistere, gli incontri cercati e quelli casuali, lo stupore costante di fronte alla gente - «gente ordinaria e gente comune, gente che batte le strade provinciali e quelle comunali, gente che fa, gente che produce, gente sottoccupata, gente incantata, gente improduttiva, gente selvatica, gente morbida, gente ubriacona, vecchia gente senza passato, giovane gente senza avvenire». La massa è anonima solo per difetto di attenzione: basta indagarla con scrupolo per trovare sorprese, per riaccendere l’incanto dell’ordinario, del quotidiano. Di «aria bulimica e contagiosa» si dice nel documentario prodotto da Sky Arte (in onda il 16) e diretto da Stefano Pistolini, “Ciao, Libertini!”. E un grande amico di Tondelli, lo scrittore Mario Fortunato, connette questa fame di vita alla sua brevità: «Forse è vero che ognuno di noi dentro di sé ha il sentore del tempo che ha a disposizione. Come se Pier sapesse che doveva sbrigarsi». Insegue il tempo che lo insegue, e ne fissa lo spirito: pochi hanno colto con tanta esattezza e intensità quello che solennemente si direbbe lo Zeitgeist degli anni Ottanta. Un decennio «incerto ma esaltante», di cui coglie il fermento, i segni di rinascita culturale. Effervescenza, festosità, ebbrezza… «Poi tutto è stato un po’ azzerato dal rampantismo, dalla spietatezza della concorrenza, dalle leggi del profitto, dall’invadenza della televisione». All’intervistatore che lo incalza, stavolta, Tondelli offre la sua opinione, recalcitrando un po’, e dimostrando - come ha notato Panzeri - la sua indisponibilità a vestire i panni dell’opinionista. Preferisce, così come chiede ai suoi under 25, astenersi «dai giudizi sul mondo in generale (ci sono già i filosofi, i politologi, gli scienziati ecc.)». Chiede loro di raccontare le angosce «senza reticenze piccolo-borghesi, anzi “spandendo il sale sulla ferita”», di investire su una «letteratura interiore» i cui campi di battaglia siano gli «strati profondi della personalità». Rifiuta l’etichetta di scrittore generazionale, nonostante il fitto dialogo con i coetanei e l’interesse per la controcultura, per le voci anagraficamente più prossime. Rifiuta l’etichetta di scrittore gay: «Ho sempre ripetuto, fino alla nausea, che non credevo nell’esistenza di una scrittura omosessuale». Rifiuta l’etichetta di scrittore cattolico, e anche quella di giornalista, nonostante le numerosissime collaborazioni con i giornali. La parola “scrittore” gli basta: perché riesce a coglierne e sfruttarne l’intera estensione, l’ampia raggiera di possibilità. I suoi strumenti sono duttili, adattabili: è meno schematico della maggioranza degli autori oggi attivi in Italia, concentrati in una sclerotica fiducia nel loro prossimo romanzo. Tondelli cerca, guarda, interroga, dialoga, confronta. Si lascia costringere dall’occasione giornalistica al sopralluogo, al prendere appunti. Il rock. La politica. Il fumetto. Fellini, Lucio Dalla. Kerouac e Patti Smith. Pasolini bambino. Vasco Rossi, «con la sua faccia da contadino, la sua andatura da montanaro». L’osteria di Spilamberto. Le tigelle, la grappa che ti stende al primo sorso. È l’eterno apprendista, consapevolissimo però - perché consapevolezza è la sua parola-talismano; e anche da questo, in un tempo di fede nell’istinto, si può imparare qualcosa. Il campo largo di Tondelli è un campo impuro, variegato come la musica che amava ascoltare («I Tuxedomoon, mi piace quel loro blues galattico; poi della roba di Berlino che mi hanno portato alcuni amici ma che non ricordo perché hanno nomi impronunciabili. Un po’ di Mahler»); è il primo a esplicitare una playlist in coda a un romanzo. Un campo articolato e nervoso come la sua prosa, «emotiva, parlata, piena di suoni, a fumetti, gestuale». Ne arriva, a trent’anni dalla morte, il calore solo toccando le copertine dei suoi libri. La copertina di “Rimini” emana come un vapore - pioggia, umori dell’epidermide. Diffonde una musica di sax suonata di notte. Nelle note preparate per la quarta di copertina del romanzo, evocava un intreccio, un groviglio di generi e di toni: racconto esistenziale, indagine sociologica, tono mistico, erotico, perfino apocalittico. Dalla copertina del suo libro d’esordio, “Altri libertini”, arriva il chiacchiericcio, il «cicalare» tra amici, la nuvola di fumo delle sigarette, e soprattutto il palpito dei corpi giovani in un pomeriggio freddo, il desiderio e l’ebbrezza, un tempo corto e intensissimo come un urlo, o un orgasmo. E tutto dentro la bolla di una lacrima potenziale, futura, una specie di nostalgia preventiva, una saudade adriatica che strugge e lascia inquieti: «Avercele delle braccia grandi tutta la città per poterti coprire e stringere ovunque tu sia amore mio, avercela una lingua di mille leghe per leccarti e un uccello in volo sopra ai mari e ai monti e ai fiumi per raggiungerti affezionato mio caro, e per venirti dentro e per strusciarti e spezzare così questa atroce lontananza e invece rimango solo e la notte tutt’intorno tace e la mia stanza invece urla e grida per te che non ci sei». 

Il 30esimo anniversario della morte. Chi era Pier Vittorio Tondelli, lo scrittore capace di rompere gli schemi sempre sull’orlo della censura. Biagio Castaldo su Il Riformista il 16 Dicembre 2021. «E io devo lavorare per mantenerti a scrivere quelle porcate? Finirai come Pasolini». Quella collerica reazione di Marta Bartoli, la “contadina altissima”, fervente cattolica e madre di Pier Vittorio Tondelli, che in lacrime leggeva le prime pagine di Altri libertini, sarebbe poi culminata in uno svenimento in teatro nel momento in cui si svolgeva la scena di massima tensione di Postoristoro, nell’adattamento teatrale dell’esordio tondelliano: l’iniezione di eroina sul pene di uno dei protagonisti. La lapidaria sentenza materna era ai tempi del tutto inconsapevole di aver di fatto preconizzato gli analoghi destini dei due scrittori, non nella tragica e ancora misteriosa morte prematura di Pasolini, bensì nel comune imporsi sulla scena letteraria mediante lo scandalo e contro la legge.

Tondelli non era ancora nato quando i processi per atti osceni e corruzione di minore valsero a Pasolini l’espulsione dal Pci, ma avrebbe ben presto ravvisato quella scissione tra l’adesione razionale all’ideologia comunista e la rispettiva presa di distanza emotiva da questa, nella poetica dello scandalo sintetizzata dalla celebre terzina de Le ceneri di Gramsci: «Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere». La pietra di inciampo tondelliana aveva radici più personali, generazionali, che politico-ideologiche. Altri libertini era un libro aggressivo, sperimentale ma non neoavanguardista, avverso al canone delle belle lettere, osceno rispetto alla morale cattolica, e i suoi personaggi accusati di essere campioni di abulia, di disimpegno e troppo interessati al proprio ombelico. Tuttavia, l’autore stesso interpretava quell’aggressività come il feroce desiderio personale dei timidi che, per comunicare con il mondo, ha bisogno di passare attraverso un gran clamore. Appartenente al «popolo alto dei camminatori» come il Boccalone dell’amico Enrico Palandri e il Gio(f)anni del Lunario del paradiso di Gianni Celati, suo professore al Dams, Tondelli passeggiava tra i portici di Bologna nel ’77, quando sui muri nei pressi di via Zamboni comparivano le sagaci e ingiuriose scritte nei confronti di Umberto Eco: «Ecò, coiffer pur dames», mentre l’11 marzo Francesco Lorusso veniva assassinato da un carabiniere di leva in via Mascarella 37. Un ragazzo altissimo ma timido, così ridondantemente definito dalla critica giornalistica di quegli anni, «un paradosso», come se per loro quella statura implicasse anche una certa spavalderia di stare al mondo.

Al contrario, l’apprendistato bolognese di Tondelli, tra gli esperimenti didattici di Scabia e Celati, la lezione sullo Strutturalismo, le assemblee e le prime frequentazioni di locali gay, spingeva sull’ostinata inadeguatezza derivatagli dalle radici contadine, quel sentimento altalenante tra la repulsione e l’orgoglio della sua cultura provinciale e piccolo-borghese, impastata di televisione, cinema e tanta radio. «Ci stavo di merda, mi sentivo il più imbecille di tutti. Ero sempre in paranoia, due maroni…», eppure alla «morte civile ed erotica e intellettuale e desiderante» nella natia cittadina di Correggio a Reggio Emilia, che affratellava Tondelli al personaggio dell’episodio Viaggio in Altri libertini, le grandi città di Bologna, Firenze e poi Milano garantivano l’anonimato alle sue alterità e maggiori vie di fuga alla tristezza. Quando «veniva su la scoglionatura», Tondelli si metteva in viaggio sul suo «ronzino scappottato» su e giù Fra la via Emilia e il West – la folgorazione per Guccini avvenne sui banchi del liceo, «la colonna sonora di quel mio passato irrequieto e provinciale», arrivando a intercettare un «Guccini allo stato puro» addirittura nei versi di Alceo e di Orazio – e poi i soggiorni in Tunisia, Marocco, Amsterdam e Austria. Il Viaggiatore solitario che pativa la scomodità della sua solitudine, quella debolezza pasoliniana implicata dalla forza della sua indipendenza, e difesa da Leo, il protagonista di Camere separate, nell’immagine tutta tondelliana di una persona monca, appendice di sé stessa. Nell’ultimo romanzo, pubblicato nel 1990, Leo è infatti obbligato a rivolgersi costantemente agli altri passeggeri per chiedere loro di tenere d’occhio i suoi bagagli prima di recarsi al ristorante, dove la sua solitudine apparirà ancora più ridicola e fastidiosa a un tavolo per due ridotto alla sua singola compagnia. Tondelli viaggiatore per cimiteri, vacanze mortuarie riservate solo agli spiriti eletti, per recarsi sulle tombe dei propri miti, Ingeborg Bachmann e W.H. Auden, dove «adageremo un fiore o verseremo champagne in segno di perenne devozione e massimo onore». Parlando di miti, l’illuminazione sulle pagine del primo Arbasino, quello delle Piccole vacanze e soprattutto dell’Anonimo lombardo, gli procurò non poco imbarazzo. Tondelli lo citò nei Titoli di coda della prima edizione di Altri libertini come riconoscimento del proprio debito formativo, specie per la poetica del “sale sulla ferita”, dell’andare dentro le storie senza alcuna reticenza per raccontare tutto il raccontabile, per quella capacità squisitamente arbasiniana di inventare sulla pagina il sound del linguaggio parlato e che Paolo Milano aveva definito sull’Espresso con la puntuale espressione del «magnetofono ben temperato».

Pare che Arbasino non gradì questo accostamento e il giovane Tondelli rimediò con una lettera di eleganti scuse che ha tutta l’aria, i toni e i termini di un amante respinto: «Questo libro non nasce ovviamente dal nulla ma è stato maturato su alcuni testi di cui non ho mai nascosto il mio profondo innamoramento». Diversi anni passarono dalla morte di Tondelli quando lo stesso Arbasino rimpianse quel contatto, arrivando a dedicargli uno dei suoi Ritratti italiani: «Ogni mancato incontro con Tondelli – fonte di lunghi e tardivi rimpianti – è il frutto di un eccesso di delicatezza, reciproca e simmetrica». “Perché facciamo ancora i conti con Tondelli” recitava il felice titolo di un articolo di Giorgio Fontana, uscito su Internazionale qualche anno fa. Ci facciamo ancora i conti perché quel baby-boomer di Tondelli – termine che detestava, in luogo del quale aveva coniato la locuzione «essere nato nel clima delle vacche grasse e della speranza» – continua ad essere ristampato e letto con voracità ed entusiasmo dalle nuove generazioni e insegnato nella sua Alma Mater Studiorum; i convegni dedicatigli continuano ad accogliere orde di appassionati lettori e studiosi; le tesi di laurea e di dottorato in Italia e all’estero vengono pubblicate ogni anno e rinnovano continuamente le categorie interpretative della sua opera, come nel caso del meritevole studio condotto da Olga Campofreda alla University College di Londra e confluito in Dalla generazione all’individuo. Giovinezza, identità, impegno nell’opera di Pier Vittorio Tondelli (Mimesis, 2020), dove figurano ben due inediti tondelliani ritrovati negli archivi dell’omonimo Centro di documentazione a Correggio.

L’ultimo uscito in casa Bompiani è intitolato eloquentemente Viaggiatore solitario. Interviste e conversazioni 1980-1991, un’encomiabile operazione di recupero e collezione di interviste e conversazioni, alcune già edite ne Il mestiere di scrittore, per restituire il dialogo che Tondelli ha intrattenuto con i critici e giornalisti del suo tempo, a cura di Fulvio Panzeri, già suo curatore testamentario e deceduto poco dopo l’uscita del volume. Recentemente, proprio il fu-ciellino-Panzeri è stato accusato dallo studioso Sciltian Gastaldi in Tondelli: scrittore totale, di essere stato il mandante di quell’operazione di borghesizzazione eteronormativa volta alla redenzione del figliol prodigo queer che, insieme al fratello Giulio Tondelli e all’accademico gesuita Antonio Spadaro, aveva lo scopo di rendere più digeribile il corpus tondelliano, conformandolo a quel moralismo cattolico che imperversa ancora a Correggio, dove la morte di Aids di Tondelli continua a essere celata sotto le più rassicuranti spoglie di un collasso cardio-circolatorio. Il profilo del Tondelli con cui facciamo i conti oggi è dunque quello di un autore strattonato, con un’eredità manipolata nella coatta operazione di revisionismo di chi ne vorrebbe reprimere le istanze sessuali più sovversive.

Se ogni taglio è politica, è sorprendente che si sia tentato di epurare la sua scrittura mediante bieche censure e cassature, i nascondimenti dalla sua biblioteca, e coprire l’ultimo Tondelli, quello terminale, di un’aura di cristianità piccolo-borghese per redimere con una certa malcelata sufficienza il Manifesto di una generazione di omosessuali. È appunto sorprendente che si sia tentato di fare tutto ciò, poiché è stato lo stesso Tondelli a tradirli: «Scrivere è un modo di fingere che le censure non esistano. È un’attività molto legata alla sessualità, nel senso proprio del desiderio. Scrivo una storia, parlo di sentimenti per cui esiste un appagamento mentale, quasi una sublimazione dell’eros». Era ben consapevole di quanto fosse pericoloso parlare della propria sessualità, pur sublimandola nelle maschere di Leo, Thomas, Aelred, le Splash di Reggio, perché ciò avrebbe significato «esibire le proprie ferite o il proprio dolore», esporsi, gettare il proprio corpo nella lotta. E godere di farsi vedere nudo.

In quelle pagine sporche, materiche, che lasciano intravedere il gesto stesso della sua scrittura erotica ed emotiva, Tondelli aveva fatto convergere tutta la sua solitudine, la duplice diversità di scrittore e di omosessuale. Oggi, a trent’anni dalla sua morte, la tanto odiata e tanto amata Correggio, tra targhe, centri di studio e giornate commemorative, ha dedicato al suo Viaggiatore solitario un piazzale, che è a tutti gli effetti, tristemente, un parcheggio: una stasi. Biagio Castaldo

Il saggio di Sciltian Gastaldi. Pier Vittorio cristiano? È ora di finirla con queste fesserie! Emiliano Reali su Il Riformista il 16 Dicembre 2021. Quando a soli 24 anni venne denunciato e il suo Altri libertini sequestrato per indecenza e blasfemia non si scompose più di tanto. Pier Vittorio Tondelli è stato e continua a essere uno scrittore che divide, uno scrittore la cui immagine si è cercato di trasfigurare per mezzo della censura e di interpretazioni viziate dal pregiudizio, pilotate dal desiderio di epurarne la figura e renderla maggiormente tollerabile per la ristretta Correggio.

Tale veemenza santificatrice con la quale il fratello Giulio e alcuni critici cattolici, tra cui Spadaro e Panzeri, hanno proposto/imposto un’impropria lettura del correggese, ha colpito anche Sciltian Gastaldi e il suo Tondelli: scrittore totale. Il racconto degli anni Ottanta fra impegno, camp e controcultura gay (Pendragon, 2021). Lo scrittore romano rivela infatti che l’opera sarebbe dovuta uscire con Bompiani, ma un inatteso cambio ai vertici portò come conseguenza un nuovo esame per valutarne l’idoneità alla pubblicazione. La persona alla quale venne affidata la decisione fu proprio Fulvio Panzeri che non ci mise molto a bocciare un testo dove la sua persona e il suo operato venivano smascherati. Giulio Tondelli, ci dice Gastaldi, mutilò la biblioteca privata del defunto fratello prima di donarla alla città di Correggio, facendo sparire opere fondamentali come Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli o Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, probabilmente perché voleva impedire che si leggessero gli appunti di Pier Vittorio su quei testi. In catalogo non figura anche la prima stesura di Biglietti agli amici, mentre fanno bella mostra di sé tutte le pubblicazioni di tipo religioso o spirituale.

Tondelli presenta tematiche e personaggi gay che sono spavaldi, divertiti, divertenti, allegri, non più chini a rimuginare sui propri drammi, personaggi sovversivi che non si rendono nemmeno conto di esserlo. Racconta il mondo omosessuale come nessuno in Italia prima di lui aveva fatto. Malgrado ciò c’è chi come Canalini afferma che sarebbe stato eterosessuale e mette in dubbio che sia morto di Aids. Non mancano i detrattori omosessuali, i cosiddetti militanti, come Giovanni Dall’Orto, che lo accusano di omofobia interiorizzata per l’eccessività dei suoi personaggi e per non aver voluto – assenza di coraggio o semplicemente pudore? – trasformare la propria malattia in uno strumento mediatico. Gastaldi attraverso i Queer studies, il camp e voci eminenti del panorama letterario internazionale smentisce tali teorie ricordando le parole di Christopher Atwood: «La mancanza di un’esplicita denuncia della sua malattia non significa assenza d’impegno».

Fu proprio Tondelli infatti, in Camere separate, il primo a parlare di Aids, anche se non la nomina apertamente. Ancora l’americano Gary Cestaro, partendo da un approccio psicanalitico della Queer Theory, ha sottolineato come le sensibilità post strutturaliste di Tondelli incidano sul desiderio gay e la mortalità gay e agiscano come una finestra sull’individualità umana in generale e che alcuni momenti dei suoi libri sono chiaramente ideologici e a sostegno dei diritti civili e gay. Questi pareri rappresentano solo un accenno agli studi e alle teorie che Gastaldi raccoglie nel libro destrutturando l’immagine cattolica di Tondelli, sottolineando il suo impegno sociale per una comunità, quella Lgbtqi+, che finalmente veniva rappresentata senza timori e freni. Ci sono scrittori che anticipano le battaglie prima che la gente comune comprenda che è il momento di lottare. Tondelli con i suoi Altri libertini nel 1980 ha iniziato in Italia un’azione molto simile a quella che Gore Vidal compì negli Stati Uniti nel 1968 con Myra Breckinridge.

Gastaldi per mezzo di un libro particolareggiato e meticoloso ci restituisce il Tondelli vero, lontano da epurazioni post mortem, non una pecora smarrita alla fine redenta, piuttosto un uomo che ha fatto della scrittura un impegno sociale del quale gran parte della comunità Lgbtqi+ e non solo gli è riconoscente, uno scrittore imponente, totale, che ha rivoluzionato il modo di scrivere e l’approccio alla letteratura. Un’operazione lodevole che riconsegna alla figura del correggese molti dei colori che si è tentato arbitrariamente di nascondere: non si potrà mai esser sazi di scrittori come lui, pronti a contrastare chi tenta di relegare la verità all’ombra di un apparente perbenismo.

Emiliano Reali. E' autore di romanzi sulla discriminazione e i diritti civili. Ha scritto la trilogia di Bambi, prima trilogia italiana incentrata sull'identità di genere e l'orientamento sessuale. Il primo volume della saga è stato tradotto in spagnolo per la Spagna, il Messico e l'Argentina. La sua raccolta di racconti Sul ciglio del dirupo, dove sono protagoniste le minoranze (etniche, religiose, persone diversamente abili), invece, è stata pubblicata anche in America. La sua produzione letteraria comprende inoltre testi per ragazzi utilizzati nelle scuole come Il seme della speranza. Reali scrive sulla pagina cultura de Il Mattino e cura una rubrica di libri sull'HuffPost Italia.

·        30 anni dalla morte di Yves Montand.

Leonardo Martinelli per "La Stampa" l'8 febbraio 2021. Il quarto figlio (ha pochi mesi), avuto a cinquant’anni, frigna accanto a Benjamin Castaldi, nella sua casa, a Neuilly-sur-Seine, sobborgo chic di Parigi. Il soggiorno è un porto di mare. Lui è un conduttore televisivo conosciuto in Francia, sempre pronto a fare il mattacchione, pure simbolo di una certa tv trash. Ma ora è solo il nipote di due mostri sacri che non ci sono più, ma che si occuparono di lui da bambino e da (irrequieto) adolescente. Erano Simone Signoret (1921-85) e Yves Montand (1921-91), attori mitici del cinema francese, lui pure cantante: una vita insieme, con alti e bassi, intensa, mai scontata. Il loro Benjamin ha scritto (di getto) un libro, pubblicato dalle Editions du Rocher.

Il titolo è quello che non aveva mai detto loro in faccia: Vi ho amati così tanto. Quale il ricordo della nonna, che riaffiora di frequente nella sua memoria?

«Era il mese di agosto 1985: un’estate così calda. Lei aveva un cuscino sulla pancia: soffriva terribilmente per il tumore. E io le leggevo ad alta voce l’ultimo libro che aveva scritto, Adieu Volodia. Abbiamo chiuso le persiane, c’era troppa luce. Ma un raggio di sole illuminò il suo sguardo, che era incredibile, sebbene fosse quasi cieca. Uno sguardo trasparente, con quegli occhi grigi-azzurri-verdi. Uno sguardo carico di sensazioni e vuoto al tempo stesso».

Alla morte della Signoret, lei aveva 15 anni. Dopo continuò a vedere spesso Montand, fino ai suoi vent’anni, quando scomparve pure lui…

«Aveva avuto un bambino, Valentin, dalla sua nuova donna. Io per lui ero una sorta di confidente. In realtà mi parlava molto di nonna, anche della storia di Marilyn Monroe».

Era il 1960. Montand, accompagnato da Simone, andò negli Usa a girare un film con la Monroe, «Facciamo l’amore». Durante le riprese con Marilyn nacque una tresca…

«C’è un prima e un dopo rispetto a quella vicenda, è ovvio: lui la tradì con la donna più bella del mondo e lei diventò la cornuta più celebre del mondo. Anche fisicamente mia nonna non fu più la stessa. Prima era una donna innamorata. Dopo accelerò il tempo, fisicamente sembrava più vecchia della sua età. Accettò il tempo che passava».

Il fatto che si lasciasse andare era un segno di libertà?

«Mia nonna era una donna libera. E la libertà suprema è poter controllare tutto, anche il proprio fisico e scegliere di lasciarsi andare. Comunque, se negli Anni 70 non avesse avuto quella faccia lì, non sarebbe riuscita a ottenere ruoli memorabili, come Madame Rosa in L’evaso, con Alain Delon».

Si può dire che non si amarono più dopo la storia con Marilyn?

«Non è vero. Si sono amati fino alla fine. Hanno avuto la forza di non cedere agli incidenti della vita. Mi viene in mente un’altra immagine».

Quale?

«Gli ultimi mesi di vita di mia nonna lui fu molto presente. Mi ricordo di loro due che si tengono la mano e guardano la tv come due vecchi qualsiasi, stesi sul letto. Era bello e magico. Montand, poi, volle quella coperta sopra il suo corpo nella bara, quando a sua volta se ne andò».

Politicamente, la coppia passò dal comunismo all’anticomunismo…

«In realtà, non presero mai la tessera del Partito comunista ma lo sostennero. Montand era nato a Monsummano Terme, in Toscana, e da piccolo era fuggito in Francia con la famiglia: erano comunisti e c’era il fascismo. I miei nonni, poi, fecero un viaggio in Unione Sovietica tra la fine del 1956 e l’inizio del ’57. Furono molto criticati, ma solo così videro la verità in faccia e dopo presero le distanze dal comunismo. Mia nonna rimase un’intellettuale di sinistra. Montand negli Anni 80 approdò addirittura a un liberalismo quasi reaganiano, ma sempre sociale».

Se fossero in vita oggi per chi voterebbero?

«Macron, senza dubbi. Loro nella testa avevano il macronismo quarant’anni prima. Volevano prendere il meglio della sinistra e della destra».

Montand poteva essere duro…

«Mia nonna era già morta. E lui un giorno mi urlò: “Tu non sei il mio nipote”. Mi buttò addosso un rotolo di banconote, che io ebbi il torto di prendere. È vero che mia madre (ndr, Catherine Allégret) era figlia del primo marito di mia nonna, anche se poi era stata adottata da Montand. Comunque, ci rimasi male. Poco dopo, scrisse un libro e me ne inviò una copia, con una dedica: “Al mio nipote che amo”. In cambio di un momento di una durezza assoluta ne ebbi uno di una tenerezza incredibile».

·        30 anni dalla morte di Dino Viola.

Tonino Cagnucci per ilromanista.eu il 21 gennaio 2021. Giocavamo col Pisa quel giorno... Dino Viola ha amato la Roma più di qualsiasi altra cosa, da quando ragazzino la scoprì su un tram che portava a Testaccio fino a quando se l'è stretta per l'ultima volta, il 19 gennaio 1991. Trent'anni fa oggi.

Persino in guerra. Nel 1942 era a Pontedera, nelle campagne di Curigliana, come ufficiale della regia aeronautica militare, addetto ai collaudi dei P. 1088B Piaggio, l'unico bombardiere strategico quadrimotore italiano della seconda guerra mondiale. C'era la guerra. Ma c'era la Roma che giocava a Livorno e Pontedera dista 37 chilometri. Ci andò in bicicletta con la Signora Flora. Era il 7 giugno. Si erano sposati il 30 aprile di quell'anno, quattro giorni prima era andato a Venezia che quel giorno era romantica soprattutto perché ci giocava la Roma. Trentasette chilometri in bicicletta per vederla, trentasette anni per sposarla: nel maggio del 1979 diventa presidente. Diventa tutto. Se è vero che c'è stata una Roma prima e dopo Falcao, cos'è stata la Roma prima e dopo Viola che Falcao lo ha portato qui? L'Ingegnere è stato l'architetto del nostro sogno, e insieme il suo custode più feroce e dolce: faceva tutto, da comprare Falcao fino a spegnere le luci di quella che considerava casa sua per darle la buonanotte. Sognavamo tutti e quando dopo 41 anni ci risvegliammo da quella che lui stesso definì "una prigionia", era tutto vero. Era la Roma campione. Era la Roma più bella e grande. Era una continua emozione. Più che i campioni e i trofei, ve lo ricordate lo stadio? Le luci? Le bandiere? La Roma? Ci sono uomini che votano l'intera vita a una causa, Viola l'ha dedicata alla Roma. Pure troppo. Pure tutto. Puro amore. La Roma la sentiva sua. La Roma in quegli anni era sua. Questione di sangue, tigna, piglio. Ci ha litigato anche, ci ha sofferto. L'acquisto di Manfredonia fu una ferita. Così come le cessioni di Di Bartolomei, Cerezo, Ancelotti e la querelle legale con Falcao. Quando e se ha sbagliato lo ha fatto per eccesso di amore, proprio per quel senso di appartenenza totale e feroce alla causa, alla squadra, alla sposa. Quando è stato contestato è stato fatto solo per eccesso di amore, perché Dino Dino Viola alè, è andato oltre a certi canti degli ultimi anni, è andato oltre perché lui era lui anche per noi: il più grande. Forse è stato troppo grande anche per quei tempi: ha visto prima degli altri la Roma che avrebbe costruito e prima degli altri anche quella che avrebbe potuto ancora costruire. Tante immagini che restano lo ritraggono di profilo, come a guardare chissà quale punto, ma sempre fisso, sempre lontano. La più bella, forse, è quella in tribuna il giorno di Roma-Juventus del 16 marzo 1986, con uno stadio intero che si stava colorando e lui – unico in quel parterre in piedi – assiso a fissare uno spettacolo mai visto primo. Mai come in quel momento era il Presidente di tutta quella gente. Si stagliava dal contesto ma era proprio così che quella diventava la sua gente. Dopo il terzo gol nella prima di Coppa Campioni col Goteborg disse: «Mi sono alzato e mi sono messo a guardare il pubblico». Mentre tutti guardavano la più forte e bella Roma di sempre in campo, lui guardava Roma guardare la sua Roma. Altro che Las Meninas di Velasquez (il quadro in cui pittore si dipinge dipingere mentre è dipinto). È stato un quadro l'epoca di Dino Viola che ogni romanista ha appeso in casa. Credo che Dino Viola si ricaricasse facendo questo: guardando la Sud spesso, perché nel frattempo per la Roma lui aveva sfidato tutto. E contro la smisurata arroganza e i centimetri del potere, ha vinto lo Scudetto più bello, cinque Coppa Italia, è arrivato tre volte secondo, due volte terzo, in finale di Coppa Uefa e nella finale della Coppa dei Campioni. Ha insegnato a scriverci in corsivo, a capire che eravamo grandi, che la nostra storia "non so du' coppette". Che dobbiamo sentirci destinati a esserlo grandi. Comunque. Non sopportava che la Roma la chiamassero Rometta e aveva ragione: la Roma è la Roma. Sempre. Dopo di lui l'autostima del tifoso romanista non è stata più la stessa. Ci ha condotto lì dove nessuno ci aveva nemmeno sperato di portare eppure la sensazione che ha lasciato – e si è lasciato- è persino quella di un qualcosa di incompiuto: quella Coppa, lo Stadio, comunque un qualcosa che racconta una misura incolmabile. Forse bastano quei 37 chilometri tra Pontedera e Livorno o lo striscione della Sud il giorno dopo la sua morte per provare almeno a suggerirla: "In 12 anni hai dato molto, ieri tutto". Per lui non sarebbe stato ancora abbastanza da dare alla Roma. Giocavamo col Pisa quel giorno. Col Pisa, che si trova tra Pontedera e Livorno.

·        30 anni dalla morte di Walter Chiari.

Walter Chiari moriva 30 anni fa: campione di pugilato, gli amori da copertina, l’arresto nel 1970, 9 segreti su di lui. Arianna Ascione su Il Corriere della Sera il 20 Dicembre 2021.  Il 20 dicembre 1991 se ne andava - a 67 anni - il grande mattatore del piccolo schermo, re degli storici varietà Rai del sabato sera (da Canzonissima a Studio Uno)

Ex pugile

«Mio padre era un trascinatore. Non si riusciva a non amarlo. Lui rapiva l’attenzione e gli affetti. Tutti sentivano che aveva un cuore grande e una testa libera da qualsiasi tipo di vincolo»: così Simone Annichiarico descriveva suo padre Walter. Annichiarico, in arte Chiari. Oggi ricorre il trentennale dalla sua morte, avvenuta il 20 dicembre del 1991 a 67 anni in un residence milanese. Se ne andò in completa solitudine, povero, dimenticato da almeno vent’anni nonostante fosse uno degli attori più prolifici della sua generazione, un irresistibile talento comico, re dell’improvvisazione e amato mattatore del piccolo schermo. La vita lo ha messo più volte alla prova, ma nei suoi anni più bui si è sempre rialzato, come un pugile sul ring. Paragone non casuale perché - forse non tutti sanno che - pugile Walter Chiari lo è stato davvero: nato a Verona l’8 marzo 1924 in una famiglia di origini pugliesi quando aveva nove anni si trasferì a Milano. Il suo primo impiego fu come magazziniere all'Is