Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2021

 

LA MAFIOSITA’

 

QUINTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

      

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2021, consequenziale a quello del 2020. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

 

L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.

 

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

LA SOCIETA’

 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?

 

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

 

 

 

LA MAFIOSITA’

INDICE PRIMA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L'alfabeto delle mafie.

In cerca di “Iddu”: “U Siccu”.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il delitto Mattarella.

La Cupola.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Intimidazioni.

Non era Mafia, ma Tangentopoli Siciliana.

La Dia: Il Metodo Falcone.

 

INDICE TERZA PARTE

 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare: segui i soldi.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato - ‘Ndrangheta.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-Camorra.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il Depistaggio di via D’Amelio.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-Mafia.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il dossier mafia-appalti.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Inchiesta P2 ed i Massoni rinnegati.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Inchiesta P4.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il misterioso “caso Antoci”. (Segue dal 2020)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Cesare Terranova.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Antonino Scopelliti.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Nino Agostino.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Mauro De Mauro.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Mauro Rostagno.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Don Peppe Diana.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Il mistero della morte di Giancarlo Siani.

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La ‘Ndrangheta.

Cosa Nostra. 

Cosa nostra cambia nome: l’Altare Maggiore.

La Mafia romana.

La Camorra. La Mafia Napoletana.

La Mafia Milanese.

La "Quarta mafia" del foggiano.

La Mafia Molisana.

Mala del Brenta: la Mafia Veneta.

La Mafia Nigeriana.

La Macro Mafia.

La Mafia Statunitense. 

La Mafia Cinese.

La Mafia Colombiana.

La Mafia Messicana.

 

INDICE QUARTA PARTE

 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Trattativa Stato-AntiMafia.

Non era mafia: era politica.

Santi e Demoni.

La Moralità della Mafia.

I Mafiologi.

L'Antimafia delle Star.

Giovanni Brusca ed il collaborazionismo.

Il Pentitismo.

Hanno ucciso Raffaele Cutolo.

Cosa è il 41bis, il carcere duro in vigore da quasi 30 anni.

Il reato che non c’è. Il Concorso Esterno.

Non era Mafia.

Antimafia: A tutela dei denuncianti?

Sergio De Caprio: Capitano Ultimo.

È incandidabile?

Il Business delle le Misure di Prevenzione: Esproprio Proletario.

Il Business del Proibizionismo.

Il Contrabbando.

 

INDICE QUINTA PARTE

 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che …“Viva i Boss”.

La Gogna Parentale e Territoriale.

Il caso di Mesina spiegato bene.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Caporalato a danno delle Toghe Onorarie.

Il Caporalato Parlamentare.

Gli schiavi del volantinaggio.

La Vergogna del Precariato. 

Il caporalato sui rider.

Il Caporalato agricolo.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Colpa delle banche.

Fallimentare…

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quelli che…la Lobby.

Una storia di Casta. Csm, il sistema non cambia per nulla.

Lo Scanno del Giudizio: da padre in figlio.

I dipendenti della presidenza del Consiglio.

I Giornalisti Ordinati.

Gli Avvocati.

I Medici di base.

I Commercialisti.

Che fine ha fatto il sindacato?

Le Assicurazioni…

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa c’entra la massoneria?

Le inchieste di Cordova e i giudici massoni.

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’abbattimento delle case private. Abusivo: Condonato e distrutto.

L’occupazione delle case.

 

 

 

 

 

LA MAFIOSITA’

QUINTA PARTE

 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Quelli che …”Viva i Boss”.

“Chi canta la mafia commette reato”. L’ultima idea dei grillini. Al bando canzoni che strizzano l'occhio alla criminalità organizzata. Il De Andrè di "Don Raffaè" avrebbe rischiato l'ergastolo. Il Dubbio il 20 marzo 2021. «La mafia vive di messaggi e certi messaggi vanno fermati. Qualsiasi sia il canale di cui si servono». Stefania Ascari, deputata M5s e componente della commissione Antimafia, è prima firmataria di una proposta di legge che prevede di introdurre nel nostro ordinamento l’aggravante dell’istigazione o dell’apologia del delitto di associazione di tipo mafioso. «È intollerabile che certi boss o certi stili di vita vengano lodati o addirittura proposti a modello», spiega Ascari, ricordando casi eclatanti come le esequie di Vittorio Casamonica o le processioni religiose con soste davanti alla casa del padrino di turno: «Una deriva inaccettabile, che negli ultimi tempi ha trovato nuova linfa nei social network e in alcune canzoni». Chissà che fine farebbe il povero Fabrizio De Andrè che con la sua (splendida) don Raffaè, visto che osò addirittura cantare le “gesta” del boss della camorra Cutolo.  Probabilmente sarebbe finito all’ergastolo. L’ultimo caso in ordine di tempo, spiega la deputata pentastellata, è quello del video rap di solidarietà ai fratelli Travali di Latina, uno dei quali ritenuto numero due del clan Di Silvio: nella clip, rimasta per diverse ore su YouTube, si vedevano giovani con il volto coperto da passamontagna e si inneggiava con parole e gesti alla violenza e ai “soldi facili”. Dell’argomento si era già discusso qualche tempo fa, quando in Calabria era esploso il caso dell’artista Teresa Merante, messa alla gogna e bollata come “cantante della malavita” per le sue strofe dedicate ai detenuti. «Di esempi come questo – stigmatizza Ascari – cominciano ad essercene tanti, troppi, è ora di intervenire». L’istigazione a delinquere nel nostro codice è prevista dall’articolo 414 del codice penale: «C’è una aggravante se l’istigazione o l’apologia riguarda delitti di terrorismo ma noi (gli altri firmatari sono i deputati De Carlo, Mariani, Martinciglio, Romaniello, Spadoni, Termini e Villani) crediamo che sia il caso di prevedere un’aggravante specifica, proprio per chi istiga alla mafia: è il caso di tenere separati i due piani, soprattutto per il valore simbolico che tutto questo può assumere». L’articolo 1 (la proposta di legge si articola su due) stabilisce che la pena è aumentata fino a due terzi «se il fatto è commesso durante o mediante spettacoli, manifestazioni o trasmissioni pubbliche o aperte al pubblico ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici». E che «non possono essere invocate, a esimente, ragioni o finalità di carattere artistico, letterario, storico o di costume». «Non ha senso parlare di censura – obietta però Ascari – La libertà d’espressione è sacra e nessuno si sogna di metterla in discussione: ma dire, come ha fatto qualcuno, che era giusto far saltare in aria Falcone e Borsellino con la libertà d’espressione non c’entra davvero niente. È solo una forma di istigazione. E come tale va punita. Anche tenuto conto del fatto che messaggi come quelli veicolati, ad esempio, dal rap o dalla canzone neomelodica entrano non solo nelle periferie ma anche nelle carceri. Dove, non lo dimentichiamo, sono tanti i giovani al 41 bis». L’articolo 2 prevede invece che quando il reato viene commesso «mediante l’utilizzo di social network ovvero mediante emittenti radio o televisive o per mezzo della stampa, il soggetto responsabile della divulgazione del contenuto non conforme al divieto di apologia previsto dal medesimo comma è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 10.000 euro e con l’obbligo di rettifica». «L’obiettivo – conclude la parlamentare M5s – è quello di responsabilizzare tutti gli operatori della comunicazione, nessuno escluso. Perché ancora oggi il fenomeno mafioso non viene preso con la dovuta serietà nemmeno a livello di istituzioni e di enti locali. Almeno in certe aree, più che di infiltrazioni, parlerei di radicamento. E il contrasto parte anche dal linguaggio».

Marco Cusumano per “Il Messaggero” l'1 marzo 2021. La polizia indaga su un video, pubblicato su YouTube, per celebrare i leader del clan Di Silvio-Travali colpiti da una raffica di arresti nell'operazione Reset. La clip, comparsa sabato e rimossa ieri sera, ha raccolto quasi tremila visualizzazioni rimbalzando tra cellulari e chat private. Nelle immagini si vedono ragazzi giovanissimi, alcuni con il volto coperto da passamontagna, che scandiscono in chiave rap frasi di questo tenore: «Se sei in zona mia faccio bang bang bang», «c'ho in mano un fero pronto, siamo cresciuti nella fame, tra coltelli e lame» per poi culminare in «Latina è cosa nostra», in riferimento al potere del clan. Un clan in realtà pesantemente colpito da retate e arresti della polizia, come avvenuto nell'ultima operazione Reset, con 19 ordinanze di custodia cautelare nelle quali viene contestata anche l'aggravante del metodo mafioso. Una delle donne arrestate, ora ai domiciliari, compare addirittura nella clip mentre conta il denaro. Una sfida che non è passata inosservata. «Abbiamo iniziato l'identificazione di tutte le persone che compaiono - spiega Giuseppe Pontecorvo, capo della Squadra Mobile - chiedendo al gestore di rimuovere il video. È un fatto molto grave che non può essere sottovalutato come una bravata». La clip è scomparsa ieri sera, ma non si sa ancora se per iniziativa di YouTube o per volontà degli stessi autori che potrebbero averla rimossa. Le immagini sono state girate nella zona dei cosiddetti Palazzoni, alla periferia della città, il quartier generale della famiglia Travali che gestiva il traffico di droga insieme ai Di Silvio. «Rispetto la strada, faccio una rapina a mano armata no contatti, solo contanti c'ho un amico e di sicuro non è pentito», è il riferimento ai pentiti grazie ai quali la polizia ha messo a segno diversi arresti negli ultimi tre anni. Sembra di assistere a una sorta di "Mo ce ripigliamm' tutt' chell che è o nuost" di Gomorra, ma qui la fiction non c'entra, i riferimenti sono tutti reali.

Da affaritaliani.it il 25 gennaio 2021. Canta in calabrese e “inneggia ai latitanti” col suo brano “U latitanti” nel quale definisce gli agenti “brutta compagnia”. La denuncia di Domenico Pianese, segretario nazionale del sindacato di polizia, Coisp. "Stiamo preparando attraverso l’avvocato Carmen Di Meo del Foro di Roma, che si è messa a completa disposizione, un esposto alle Procure della Repubblica di Roma e di Reggio Calabria nei confronti della cantante calabrese Teresa Merante per istigazione a delinquere. I suoi brani, compreso 'U latitanti', non solo inneggiano alla peggiore forma di delinquenza, ma sono un vero e proprio pugno allo stomaco per chi, come gli appartenenti alle Forze dell'Ordine, lavora ogni giorno rischiando la vita per estirpare dal Paese il cancro della criminalità organizzata". Così in una nota Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di Polizia Coisp. "Questa signora, che si definisce cantautrice, è interprete di una canzone che inneggia ai latitanti della 'ndrangheta e alle loro attività mentre invita a "sparare a tutta forza" contro i poliziotti, definiti "brutta cumpagnia" e pezzenti. Nel suo "curriculum" musicale infatti non ci sono che brani di questo tenore. Ciò che allarma, dunque, è che sui social questa sedicente artista abbia un seguito di quasi 90mila persone e che influenzi con i suoi messaggi devianti una grossa fetta dell'opinione pubblica.  Proprio per questo, segnaleremo anche ai social network di intervenire per censurare questi contenuti che istigano alla violenza e all’odio sociale”. contenuti conclude. 

"Sparate alla polizia, viva i boss": quelle canzoni shock pro mafia. Le canzoni choc che inneggiano ai boss come Totò Riina e invitano a sparare ai poliziotti definiti “pezzenti”, saranno oggetto di attenzione in parlamento e in commissione antimafia. Elena Ricci, Sabato 23/01/2021 su Il Giornale. Sui social è bufera per i video della cantante folk calabrese Teresa Merante, presenti in rete già da diversi anni, ma balzati alle cronache solo ieri per via del suo ultimo singolo pubblicato in occasione del capodanno. Video che su YouTube contano oltre 3 milioni e mezzo di visualizzazioni. Nulla di strano, se non fosse che la sua musica popolare si basa sulla vita e la storia di latitanti e boss mafiosi, ne esalta le gesta, ponendoli al di sopra della legge e di chi la rappresenta. Infatti, in un passaggio di una delle sue canzoni “U latitanti”, ispirata alla storia del latitante Rocco Castiglione, dice chiaramente: “Una luce fioca inizia a lampeggiare, fuggite giovanotti questa è la polizia, sparate a tutta forza verso quella brutta compagnia. Si stanno avvicinando con il mitra in mano ma non abbiate paura, sono solo quattro pezzenti. Noi siamo i latitanti noi siamo i più potenti”. Non un caso isolato, se consideriamo che un anno dopo, nel 2018, ha pubblicato un singolo intitolato “Il Capo dei Capi”, dedicato al boss mafioso Totò Riina. Il testo della canzone descrive Totò Riina come “uomo di tanto rispetto e onore” e ancora “Due giudici gli erano contro ed arrivò per loro il giorno. Li fece uccidere senza pietà” con chiaro riferimento ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. O, ancora, la canzone intitolata "Totò u curtu", cantata - come si legge sul canale Youtube della Merante "per gli amici carcerati". Nel suo ultimo videoclip pubblicato alla fine dell’anno, la Merante, che conta su Facebook 88 mila followers, inneggia alla liberazione di tutti i detenuti. “Un fatto davvero allucinante. Questi video sono assolutamente da bandire, sarà mio impegno portare la questione all’attenzione del parlamento e in commissione antimafia”, lo dichiara interpellata da IlGiornale.it, Wanda Ferro, deputata di Fratelli d’Italia e segretario della commissione parlamentare antimafia, “Ci siamo battuti tantissimo quando si parlava di scarcerazioni, non è ammissibile che si inneggi alla liberazione di chi commette crimini. Ci sono dei cantastorie, anche lontani politicamente da quelle che sono le mie idee, che però attraverso la musica raccontano la storia di donne che hanno pagato a caro prezzo il loro opporsi alla mafia, come ad esempio Lea Garofalo. Per diffondere la legalità, non bastano le forze dell’ordine e la parte buona della Magistratura, occorre soprattutto la cultura e le arti come la musica possono fare tanto. Questa donna – conclude Wanda Ferro – dovrebbe solo fare ammenda e chiedere scusa alle famiglie delle vittime di mafia”. L’Italia, in particolar modo Calabria, Sicilia e Campania, hanno pagato il prezzo più alto nella lotta alle mafie. Terre difficili che, però, cercano di riscattarsi ripudiando la violenza e promuovendo azioni volte alla diffusione capillare della cultura della legalità. Di canzoni come quelle della Merante, con connotazione folkloristica e con chiaro riferimento a persone e storie lontane dal concetto di legalità, ne esistono diverse. Lia Staropoli, presidente dell’Associazione “ConDivisa” e co - fondatore del Movimento Antimafia “Ammazzateci Tutti”, nel suo libro “La Santa Setta”, improntato sul potere che la ‘ndrangheta ha sugli affiliati e sul consenso sociale che questa ottiene sul territorio, affronta ampiamente l’argomento, condannando fermamente questo tipo di musica. “Sicuramente non tutti i cantanti e gli autori di queste canzoni sono degli affiliati. Ma il messaggio è comunque sbagliato”, dice Staropoli a IlGiornale.it, “Dobbiamo comprendere che l’attività prevalente della criminalità organizzata è proprio quella di tentare di sembrare attraente e, indubbiamente, certe canzoni le conferiscono parecchia propaganda. La criminalità organizzata ha bisogno di sembrare affascinante perché il fattore determinante per ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra è proprio il “consenso sociale”. Senza il consenso sociale la mafia non potrebbe contare sull’omertà e sulla reticenza. E lo cerca ovunque, persino attraverso la musica, ma per esempio anche durante le funzioni religiose con i cosiddetti ‘inchini’ delle statue dei Santi, per ammantarsi di sacralità. La mafia tenta di conferirsi potere per mezzo di canzoni, e proverbi che ritraggono boss e affiliati come benefattori, e per farlo utilizzava anche delle trasmissioni radiofoniche. Adesso – continua - tenta di usare i social network”. Per Lia Staropoli il rischio di emulazione è concreto e immediato, in quanto i giovani sono sempre più affascinati dai criminali celebrati nelle canzoni e, talvolta, anche in alcune serie tv. “Ragazzi che celebrano e legittimano le condotte criminali dei boss, contestualmente insultano e tentano di delegittimare carabinieri, poliziotti e militari della guardia di finanza. Ma i pericoli maggiori li riscontriamo nelle roccaforti di ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra, nelle zone fortemente interessate e controllate dalla criminalità organizzata. Qui i ragazzi potrebbero veder legittimate alcune condotte criminali che percepiscono direttamente”. La linea dura arriva anche dai sindacati della Polizia di Stato. “Gravissimi e vergognosi i testi di queste canzoni. Davvero uno scempio, nonché enorme mancanza di rispetto nei confronti di chi ha sacrificato la propria vita per combattere le mafie”, fa sapere Fabio Conestà, segretario generale del Mosap (movimento sindacale autonomo di polizia), “Chiediamo a gran voce che politici e autorità, compresi i nostri vertici, sul fronte comune si adoperino affinché tali obbrobri siano immediatamente censurati. Non è ammissibile che siano permessi messaggi di questo tipo”. A Conestà fa eco Franco Maccari, vice presidente nazionale della federazione sindacale di polizia Fsp: “Non sentivamo la mancanza di un’altra cantastorie che inneggia ai mafiosi e a sparare ai poliziotti – dice a IlGiornale.it - ma se ha pure un “manager” e l’appoggio di pezzi di Istituzioni come un sindaco disattento, il ragionamento da fare è quasi scontato: fin quando si può lasciare licenza di esprimersi e di far conoscere ‘personaggetti’ come questi? Forse dovrebbero emigrare verso lo “stato dell’arte” richiamato anche dalla ormai sorpassata Nannini” conclude. L’ultimo video della Merante, pubblicato da una piccola etichetta di Reggio Calabria, è stato girato a Nicotera, in provincia di Vibo Valentia. L’amministrazione comunale che ha concesso i permessi per le riprese, si è successivamente dissociata. Il sindaco Giuseppe Marasco, avrebbe ammesso la disattenzione, dichiarando di non aver letto il testo della canzone.

·        La Gogna Parentale e Territoriale.

Da Giuda a Salvini, due millenni di pregiudizi contro i calabresi. Francesco Pellegrini il 20 Dicembre 2021 su icalabresi.it. L’ articolo dei nostri Dalena e Coscarella sugli zampognari che lasciavano la Calabria per spingersi nelle varie parti d’Italia arrivando, almeno i più ardimentosi, sino a Parigi racconta la storia risalente di poveri pastori che con «i loro costumi ancestrali e pittoreschi realizzati con le pelli degli animali, i loro larghi mantelli, le scarpe grosse e i cappelli a punta non facevano altro che vivificare la brigantesca (e stereotipata) Calabria di Alexandre Dumas».

Dallo stereotipo al pregiudizio

Lo stereotipo di cui si fa cenno ci avverte che gli autori non si sono limitati a narrare l’origine di una tradizione che resta vivissima soprattutto nel Mezzogiorno e ancor di più, come è ovvio, in Calabria. E lo stereotipo lo si può chiamare luogo comune, frase fatta. Ma più correttamente esso è l’elemento fondante del pregiudizio.

Lo stereotipo nasce dalla pigrizia intellettuale o dall’angustia della fantasia. Può non essere sempre segno di malevolenza o disprezzo, il pregiudizio invece nella sua apparente innocuità o banalità è una pozione tossica. Stravolge la realtà, deforma l’umanità che ne è colpita. Introduce – non sempre per fortuna- all’intolleranza e al razzismo, che si camuffa talora sotto spoglie quasi ironiche che sembrano non fare danni.

Nord vs Sud

Prima di fare un viaggio nel passato, diamo uno sguardo al presente. Il leader della Lega Salvini, che con una torsione a 180 gradi, è passato dall’improperio ad una sorta di liaison amoureuse con la Calabria facendosi eleggere addirittura a Rosarno, si è emancipato dal pregiudizio contro noi calabresi e meridionali? 

Lo credono probabilmente solo quelli che per collocare il proprio didietro su uno scanno comunale o regionale venderebbero anche l’anima al diavolo o, in sua mancanza, a portatori di voti a forte tossicità. Salvini – e con lui decine di migliaia di concittadini del nord – in cuor suo considera i terroni come un male inevitabile .

Se dal presente imbellettato facciamo un salto indietro di qualche decennio, muovendoci tra i palazzi cadenti della cintura torinese il pregiudizio (cioè il rifiuto dell’altro) lo troviamo fisicamente realizzato in topaie come luoghi dove vivere, interi quartieri “signorili” del centro città di fatto preclusi ai non nativi, la socialità possibile circoscritta ai poveri disgraziati che condividevano lo stesso destino. 

Una storia antica

Ma il pregiudizio, che è una mala pianta difficile da estirpare, ha origini remote. La lettura di un articolo di Gabriele Petrone ci informa che la storia del pregiudizio anticalabrese è antica. Nel Medioevo resisteva la convinzione che la legione comandata della crocifissione del Cristo fosse di Reggio. Un fatto storicamente falso, eppure diffuso in molti documenti.

Per secoli, poi, l’immagine del calabrese rozzo, selvaggio e violento, figlio di una natura altrettanto selvaggia anche se bellissima, ha continuato a farsi strada.

Il massimo fu raggiunto nel Settecento – cito sempre dall’articolo di Petrone – all’epoca degli scrittori-viaggiatori che si spingevano nella nostra regione con lo stesso spirito di coloro che visitavano l’Africa, l’Asia o le lontane Americhe. 

Creuze de Lesser scriveva che «l’Europe finit à Naples et méme elle y finit assez mal. La Calabre, la Sicile, tout le rest est de l’Afrique». Per i cicli della storia teorizzati dal Vico in un tempo remoto i calabresi erano assimilati agli africani, con scorno dei pochi nativi odierni che si permettono la tentazione diabolica del razzismo verso i neri.

Il trionfo dei luoghi comuni

Sempre per dare corpo a questo viaggio sul pregiudizio a danno di noi calabresi, citiamo un intellettuale nostro corregionale, lo storico Umberto Caldora, che ci ricorda che «l’idea di Calabria che si è diffusa lungo i secoli si è formata essenzialmente attraverso i giudizi e i pregiudizi della cultura europea. Essa ha elaborato un’immagine mitica della regione, coltivando luoghi comuni presenti sin dall’antichità. Se i Bruzi della Calabria antica, infatti, erano visti come ribelli e infidi dai Romani, essi verranno ritenuti addirittura fustigatori di Cristo nel Medioevo. Se in età controriformista e barocca la Calabria sarà per i missionari gesuiti una parte significativa delle Indie di quaggiù, la cultura spagnola del tempo giungerà a identificare Giuda come calabrese».

Un esempio recente

Dunque nel destino dei calabresi c’è un compagno di strada sgradevole, maligno e nocivo. Lo si chiami pregiudizio, ma tenendo presente che esso come il virus del covid è cangiante e assume modi diversi per manifestarsi. Si nutre di ignoranza, di narrazioni false o ripetitive, molte addebitabili a noi calabresi o almeno ai governanti che un destino maligno – o un voto infelice – talora di regala.

Un esempio? Tra i tarli che mi angustiano non posso non ricordare il mitico corto di Muccino, un concentrato di pregiudizio stucchevole e ben pagato dalle sue vittime attraverso la dabbenaggine dei loro governanti.

Quei magistrati calabresi trasferiti, sospesi e arrestati. La storia recente dei togati dei distretti giudiziari della nostra regione inciampati in problemi con la giustizia. E poi i provvedimenti disciplinari per "incompatibilità ambientale" e i casi più “caldi” all’ombra dei tribunali. Vincenzo Imperitura il 20 Dicembre 2021 su icalabresi.it.

Trasferiti, sospesi, ridimensionati, in qualche caso finiti addirittura in manette. Non ci sono solo i magistrati protagonisti dell’indagine interna del Csm per l’affaire Palamara nella storia recente dei togati dei distretti giudiziari calabresi inciampati in problemi con la giustizia. In alcuni casi, trasferimenti e punizioni derivano da “incompatibilità ambientali” sorte tra magistrati. In altri le indagini alla base dei provvedimenti disciplinari sono naufragate in richieste di archiviazione presentate dalla stessa accusa. E in diverse circostanze gli approfondimenti degli investigatori hanno smascherato un vero e proprio sistema di corruzione giudiziaria.

Il mercato delle sentenze

Come nel caso di Marco Petrini, il giudice della Corte d’Appello di Catanzaro arrestato dai magistrati di Salerno (competenti per territorio) nel gennaio del 2020, sospeso dalle funzioni dal Csm e condannato in primo grado a 4 anni e 4 mesi di reclusione per corruzione in atti giudiziari. Una classica storia di malaffare quella scovata dai finanzieri di Crotone che individuarono una serie di personaggi – tra cui Mario Santoro, un medico in pensione ex dipendente dell’Asp di Cosenza – che avrebbero stipendiato il giudice per aggiustare, in secondo grado, una serie di processi penali finiti, in prima battuta, con condanne pesanti. Un sistema che tornava buono anche per ritoccare le misure di prevenzione reale come sequestri e confische di beni.

Il filone che coinvolge anche il sindaco di Rende

Un vero e proprio suq di sentenze di cui si è tornato a discutere, stavolta davanti ai giudici d’Appello salernitani, lo scorso venerdì con l’inizio del processo in secondo grado. In attesa di definizione poi – i pm di Salerno hanno chiuso le indagini nell’ottobre scorso – il secondo filone dell’inchiesta. Coinvolge, oltre all’ex giudice Petrini, anche il sindaco di Rende Marcello Manna, che secondo l’ipotesi dell’accusa avrebbe corrotto Petrini per ottenere in appello l’assoluzione del boss Francesco Patitucci (di cui Manna era legale) che era invece stato condannato in primo grado a 30 anni per l’omicidio di Luca Bruni.

Sullo stesso piano anche la posizione dell’ex procuratore aggiunto nella distrettuale antimafia di Catanzaro, Vincenzo Luberto, sotto processo a Salerno con l’ipotesi di corruzione, falso, omissione e rivelazione di segreto d’ufficio assieme all’ex parlamentare Ferdinando Aiello. Trasferito dalla commissione disciplinare del Csm alle mansioni di giudice civile al tribunale di Potenza, Luberto, secondo l’accusa, avrebbe ricevuto dall’ex parlamentare una serie di pagamenti per viaggi di lusso tra il 2018 e il 2019, in cambio di un suo sostanziale asservimento alle richieste avanzate dall’ex deputato.

Secondo quanto ricostruito dai magistrati campani (competenti territorialmente sui colleghi del distretto della Corte d’Appello di Catanzaro), Luberto avrebbe informato l’ex parlamentare rispetto alle indagini ai suoi danni, omettendo poi di iscriverlo al registro degli indagati quando le notizie via via raccolte dagli investigatori lo avrebbero richiesto. Accuse sempre rispedite al mittente dall’ex aggiunto catanzarese il cui processo è attualmente in corso.

Il trasferimento di Lupacchini

Fece molto rumore anche un altro intervento del Consiglio superiore della Magistratura sui togati del distretto catanzarese: il trasferimento dell’ex procuratore generale Otello Lupacchini, spedito a Torino senza compiti direttivi e con perdita di tre mesi d’anzianità per avere criticato, durante un’intervista televisiva, il procuratore capo Nicola Gratteri all’indomani della maxi retata di Rinascita Scott. Apice di un rapporto fortemente conflittuale tra i due magistrati, l’intervento del Csm arrivò, su sollecitazione dei consiglieri in quota Magistratura Indipendente e Area, per verificare se esistessero i presupposti per un trasferimento per incompatibilità ambientale.

Quel post su Facciolla

Magistrato di lungo corso – fu protagonista delle indagini sulla banda della Magliana e sul fronte del contrasto alla lotta armata nera e rossa – Lupacchini è finito davanti alla disciplinare del Csm per un’intervista video in cui lamentava il mancato coordinamento dell’ufficio retto da Gratteri con il suo, e definendo le indagini dell’antimafia catanzarese come «evanescenti». Tra i capi di “incolpazione” all’ex Pg del capoluogo, anche un post Facebook con cui Lupacchini sosteneva una campagna on line in favore di Eugenio Facciolla, ex Procuratore capo a Castrovillari, trasferito dal Csm in seguito ad un’indagine aperta nei suoi confronti dalla Procura di Salerno. Incolpazione poi caduta davanti al Plenum del Csm che nelle settimane scorse, ha reso definitivo il trasferimento di Lupacchini a Torino.

L’arresto del Gip di Palmi

E se nel distretto giudiziario centrosettentrionale le acque restano ancora agitate per gli inevitabili strascichi delle vicende penali che hanno coinvolto magistrati importanti, nel reggino bisogna tornare un po’ indietro nel tempo per trovare precedenti così pesanti. Nel 2011 furono i magistrati della distrettuale antimafia di Milano ad arrestare Giancarlo Giusti – all’epoca Gip a Palmi e con alle spalle un procedimento della disciplinare del Csm (da cui uscì assolto) per alcuni incarichi commissionati sempre agli stessi professionisti – nell’ambito di una maxi inchiesta sugli interessi del clan Valle – Lampada in Lombardia.

Sui giornali finirono i soggiorni milanesi pagati dal boss al magistrato di origine catanzarese (con corredo di tutto il campionario voyeuristico su gusti sessuali e goderecci) e Giusti, condannato in via definitiva a 3 anni e 10 mesi di reclusione, non resse il colpo, togliendosi la vita pochi giorni dopo la lettura della sentenza.

Intercettato mentre passava notizie al boss

E fu sempre l’antimafia milanese, con l’inchiesta Infinito, a stringere le manette ai polsi di Vincenzo Giglio, all’epoca presidente della Sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria. Un arresto clamoroso per un magistrato considerato, all’epoca, tra i più intraprendenti del distretto reggino: protagonista di innumerevoli manifestazioni antimafia ed esponente di rilievo di Magistratura Democratica, l’ormai ex magistrato fu intercettato dagli investigatori mentre sul divano della sua casa reggina, passava notizie riservate al boss Giulio Lampada, che di quel salotto era un frequentatore abituale.

Una storiaccia che coinvolse anche l’ex consigliere regionale Francesco Morelli e che costò all’ex giudice una condanna a quattro anni e 5 mesi di reclusione ed a un risarcimento, stabilito dalla Corte dei conti pochi mesi fa, di oltre 50 mila euro nei confronti del ministero della Giustizia per il terrificante danno d’immagine provocato.

Moccia, da Afragola a Roma: un clan ad alta velocità. Dopo i ristoranti della capitale, la holding campana si butta sugli appalti ferroviari. Storia di una famiglia che si è riciclata grazie a protezioni eccellenti. E di un processo con un solo imputato che va avanti da dieci anni. Francesca Fagnani su L'Espresso il 2 dicembre 2021. Se di élite di camorra si può parlare, di certo i Moccia ne sono l’emblema. Una dinastia che ha le sue radici nella provincia nord di Napoli e che dagli anni ’80 esprime il livello più alto della criminalità mafiosa. Un numero imprecisato di omicidi, estorsioni, intimidazioni rappresentano un passato da cui oggi la famiglia di Afragola prende le distanze. Così dichiarano. Per la procura di Napoli, invece, quello dei Moccia resta un clan potentissimo che estende la sua influenza ben oltre il territorio di provenienza. Quella ferocia di allora del resto ai Moccia non serve più. Basta il nome e soprattutto l’enorme disponibilità di capitali liquidi che gli consente di fare affari in molteplici ambiti dell’economia. C’è un settore però particolarmente redditizio, nel quale i fratelli Moccia si mimetizzano meglio che altrove: gli appalti pubblici, che condizionano da anni a livello nazionale e sempre più alto. Il clan a base familiare è diretto dal nucleo ristretto dei fratelli Angelo, Luigi, Antonio, Teresa e suo marito Filippo Iazzetta, che si alternano alla guida ogni qual volta uno di loro sia impedito a farlo, perché latitante o in carcere. Luigi Moccia, Gigino, ’o colletto bianco che fino allo scorso luglio si trovava al 41 bis per mafia, ora è tornato libero per decorrenza dei termini della custodia cautelare. Anche la sorella Teresa è stata scarcerata ed è fuori con l’obbligo di firma. Gli altri due fratelli, Antonio e Angelo invece erano liberi fino allo scorso aprile, quando sono stati arrestati nell’ambito di due diverse inchieste. Desta particolare curiosità il caso di Antonio Moccia, sul quale pende un altro verdetto da oltre dieci anni in un processo dove compare come unico imputato e con un solo capo di imputazione: camorra. Cento udienze per un solo imputato.

GLI AFFARI

I Moccia sono una delle più potenti organizzazioni criminali del panorama nazionale; il loro non è un semplice clan ma una confederazione camorristica di vastissime dimensioni, per numero di affiliati ed estensione del territorio controllato: Afragola, Casoria, Arzano, Caivano, Cardito, Crispano, Frattamaggiore, Frattaminore e tutti i comuni della cinta nord di Napoli. E poi Roma. La passione dei Moccia per la Capitale, dove Angelo e Luigi hanno spesso vissuto, quest’ultimo tra l’altro in un appartamento di proprietà della famiglia Inzaghi, combacia con la necessità di riciclare immensi capitali, attraverso l’acquisizione di ristoranti, alberghi, appartamenti in zone prestigiose e Ferrari, mediante intestazioni fittizie a persone totalmente assoggettate al clan come Guido Gargiulo, che - intercettato nell’ambito dell’inchiesta condotta dai Carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo - riferendosi ai ristoranti già sequestrati a Francesco Varsi, prestanome di Angelo Moccia, dice: «I ristoranti sono di Angelo Moccia. Tu lo sai chi è? Vedi che c’hanno un’organizzazione che per spaventarmi io… ti dico spaventosa! Non sai quanto!». La forza d’intimidazione del clan è tale che i nuovi gestori dei ristoranti sequestrati erano costretti a versare ad Angelo 300 mila euro, a fronte del suo benestare. «Pensa di gioca’ ma questi ti ammazzano», dice ancora Gargiulo riferendosi a Vittorio Dominici a cui il tribunale aveva appena affidato quattro ristoranti. I Dominici che all’inizio avevano raccontato ai Carabinieri di essere vittime di estorsione, hanno poi ritrattato tutto.

L’abilità imprenditoriale dei Moccia emerge con chiarezza nell’ultima inchiesta che li riguarda, Petrol-mafie Spa, condotta dallo Scico della Guardia di finanza con il Ros dei carabinieri, coordinati dalle procure di Napoli, Roma, Catanzaro e Reggio Calabria; un maxi-bliz che ha portato a 71 misure cautelari e al sequestro di quasi un miliardo di euro. Spicca la centralità dell’organizzazione che ruota intorno al più giovane dei fratelli Moccia, Antonio, elemento di vertice della cosca, che con l’aiuto di commercialisti e faccendieri, aveva messo in piedi una macchina per reinvestire denaro sporco e per moltiplicare i guadagni attraverso le frodi fiscali nel commercio del gasolio, venduto poi a prezzi troppo bassi per qualsiasi operatore onesto. L’egemonia dei Moccia nel business dei carburanti era tale da allarmare gli altri clan operanti nel settore, in particolare i Mazzarella che per mandare un segnale preciso ai rivali tentarono due agguati con colpi di pistola esplosi verso Alberto Coppola, braccio destro di Antonio Moccia. Ne derivò una pax mafiosa imposta da quest’ultimo attraverso la cessione di una quota dell’impianto di carburanti ai Mazzarella. Proprio l’affare del petrolio potrebbe essere tra i possibili moventi ipotizzati per un omicidio eccellente e ancora da capire, avvenuto ad Afragola nel 2017, nel cuore del feudo dei Moccia: quello di Salvatore Caputo, detto Usain, facoltoso imprenditore, molto vicino alla famiglia Moccia, attivo in diversi settori, tra cui proprio i carburanti. Il killer sceso da un furgone gli ha scaricato addosso un intero caricatore, lasciandolo in una pozza di sangue. Un’esecuzione esemplare, avvenuta nel territorio epicentro dei Moccia, un’offesa gravissima rimasta però, inaspettatamente, senza vendetta. A complicare il quadro (o forse a chiarirlo), sono le dichiarazioni rese da un pentito, ex affiliato di peso del clan Moccia, Salvatore Scafuto, detto Tore a’ Carogna, che pochi mesi prima che Caputo fosse assassinato, dichiarò che fu proprio Anna Mazza, la potentissima vedova di Gennaro Moccia a chiedergli di ucciderlo: «Quando sono iniziate le pressioni dei Moccia …mi sono reso conto che l’unica via di uscita per me, non era quella di scappare, ma di collaborare con la giustizia. Dopo aver ucciso Caputo, avrei rischiato di morire anche io ovvero di imbrigliarmi ancora mani e piedi con i Moccia». Salvatore Caputo si sentiva autonomo? Non aveva restituito dei soldi transitati nelle sue mani? Oppure non aveva favorito l’ingresso dei Moccia nel business del gasolio? Solo ipotesi, tutte da accertare.

FIORI D’ARANCIO E TRENI

Fatto sta che Antonio, il fratello di Salvatore Caputo, quattro mesi dopo l’omicidio figura tra gli invitati al matrimonio di Lucia Moccia, la figlia che Angelo accompagna all’altare appena uscito dal carcere, nella Basilica di San Lorenzo in Lucina, accanto al Comando provinciale dei carabinieri. Molto interessante è scorrere la lista dei numerosi invitati, che hanno poi proseguito i festeggiamenti nella prestigiosa Villa Miani. Oltre ad alcuni affiliati, finiti poi in carcere per indagini che hanno riguardato la famiglia, come Maurizio Esposito e Pasquale Puzio, a festeggiare le nozze di Lucia Moccia con Giosafatte Laezza erano presenti molti imprenditori dell’area nord-est di Napoli, affidatari d’importanti appalti, come Bartolo Paone, un imprenditore di Casoria che con la sua Cogepa ha stipulato contratti con Tim, Enel, Open Fiber , Enav, Terna; o come Giovanni Esposito, padre di Manlio e Angelo, proprietari della Kam Costruzioni con sede ad Afragola, che risulta nella lista degli operatori a cui Rfi (Rete ferroviaria italiana) ha affidato appalti per una serie di attività, in un caso addirittura per 13 milioni. A ben vedere risultano altre ditte, vicino ai Moccia, che lavorano per Rfi, come ad esempio la Railway Enterprice srl, per una classe d’importo pari anche qui a 13 milioni, intestata a Concetta Credentino, moglie di Giuseppe De Luca (condannato in passato per mafia), cognato di Angelo Moccia e ai figli Antonio e Leonardo De Luca. Anni prima, Railway, in un complicato valzer di passaggi societari, aveva acquisito la Del Gap Costruzioni srl, già destinataria di un’interdittiva antimafia perché sussistevano tentativi d’infiltrazione mafiosa da parte della criminalità organizzata. La lista degli amici imprenditori dei Moccia che si sono aggiudicati un appalto pubblico da Rfi incredibilmente non finisce qui. Nell’elenco degli operatori che lavorano per l’azienda pubblica compare anche la Edil-Fer srl, di proprietà dei figli di Enrico Petrillo, Gennaro e Antonio e amministrata da sua sorella da Orsola Petrillo. Chi è Enrico Petrillo? Un imprenditore edile, che entra molti anni fa nell’orbita dei Moccia attraverso amicizie pericolose con cui era in affari: Giorgio Salierno e sua moglie Immacolata Capone, tramite di Michele Zagaria, al vertice del clan dei Casalesi. Salierno e la Capone verranno assassinati in due distinti agguati camorristici, Enrico Petriello invece resterà contiguo alla famiglia Moccia, tanto che, la Edil.Mer, la società di cui Petrillo era titolare, sarà poi colpita da due interdittive antimafia proprio perché ritenuta condizionata dal clan di Afragola. Anche la famiglia della moglie di Petrillo, Francesca Mormile appare molto vicina ai Moccia: suo fratello Luigi fu arrestato a Gaeta per favoreggiamento, sorpreso in barca con i latitanti Angelo e Antonio Moccia e sua sorella Giuseppa Mormile è la dama di compagnia di Teresa Moccia.

LA STORIA

Parte dagli anni ’70, il capostipite era Gennaro Moccia, benestante imprenditore agricolo e in possesso di un ingente patrimonio immobiliare. Considerato un “uomo di rispetto” secondo il linguaggio e la cultura di allora, ben altro probabilmente secondo le leggi in vigore oggi. Una sera Gennaro, trovato in possesso di un’arma detenuta illegalmente, fu arrestato dal maresciallo Gerardo d’Arminio. Il 5 gennaio del ’76, mentre il sottoufficiale era con suo figlio di quattro anni, Vincenzo Moccia, il figlio sedicenne di Gennaro, gli spara. Un tragico errore, dirà Vincenzo, arrestato. Il vero obiettivo riferisce sarebbe stato Luigi Giugliano, esponente del gruppo rivale dei Moccia ad Afragola, che dopo qualche mese risponderà, colpendo il bersaglio più grosso: il capo. Gennaro Moccia viene assassinato il 31 maggio del ’76. Da quel momento, sua moglie Anna Mazza (oggi deceduta) diventa la temutissima “vedova nera” e il sodalizio passa nelle sue mani e in quelle dei figli, che si vendicheranno uccidendo uno ad uno tutti quelli coinvolti nell’omicidio del padre. Una guerra che durerà trent’anni, una catena infinita di vendette e lutti. Nel ’78 il tredicenne Antonio Moccia uccide nel cortile del tribunale di Napoli un esponente dei Giugliano, dieci anni dopo Vincenzo Moccia, 28 anni, appena uscito di galera viene assassinato; dopo quattro giorni, Giuseppe Fusco, ritenuto il killer di Vincenzo, viene torturato e ucciso. Accanto al cadavere faranno trovare una croce di legno, un modo per far sapere che la faida non era finita. «Ammetto anche l’omicidio di Fusco Giuseppe», dirà in un interrogatorio Angelo Moccia. «Anche» quell’omicidio, dice, compiuto insieme a Michele Senese detto ’o Pazzo, che diventerà capo indiscusso della camorra romana. Un legame indissolubile, se ancora nel 2016 Senese, intercettato in un colloquio in carcere affida alla moglie un messaggio per Antonio Moccia: «Devi dire di non avere paura, quello sa morire»: nonostante la condanna definitiva, cioè, può contare sul silenzio di Michele ’o Pazzo. Ma rispetto a cos’altro ancora?

Il salto nella carriera criminale della famiglia di Afragola avviene con l’ingresso nella Nuova Famiglia, una confederazione di clan, fondata dai boss Carmine Alfieri e Pasquale Galasso per mettere fine all’espansione della Nco di Raffaele Cutolo. La potenza militare e le capacità strategiche dei Moccia emergeranno subito, così come la ferocia. «Quanti omicidi ha commesso come esecutore?», gli chiederà nel ’96 l’allora pm Giovanni Melillo. «Una ventina», dice Angelo Moccia. «E come mandante?», replica il pm. «Abbastanza», risponde Angelo.

I PROCESSI

Nel frattempo, l’altro fratello, Luigi si rende protagonista insieme al terrorista Cesare Battisti di una clamorosa evasione dal carcere di Frosinone dove entrambi erano reclusi. La conoscenza con il mondo delle organizzazioni terroristiche fa scattare la scintilla per quella che sarebbe stata la strategia difensiva adottata per primi dai Moccia: la “dissociazione”, lo strumento utilizzato durante gli anni di piombo dai terroristi per ottenere vantaggi processuali, senza svelare nulla. In quegli anni a Napoli, molti camorristi stavano terremotando il sistema criminale attraverso la scelta della collaborazione. Angelo Moccia, allora latitante, aveva accumulato troppi capi d’imputazione e soprattutto troppi omicidi. Il 3 febbraio del 1992, Angelo si consegna al carcere dell’Aquila e dopo un anno dichiarerà le sue intenzioni: ammettere le proprie responsabilità, senza però fornire alcuna collaborazione né sull’organizzazione di cui faceva parte né su altri, a meno che non fossero morti o collaboratori; «La mia non è omertà, mi creda, non me la sento di fare qualcosa che è fuori della mia coscienza», dirà. Una strategia unitaria quella della dissociazione scelta dal gruppo Moccia per evitare l’ergastolo e per arginare il fenomeno del pentitismo, depotenziando il peso dei collaboratori. Consegnare le armi allo Stato e riferire solo di fatti di sangue era un modo, inoltre, per conservare il potere criminale sul territorio e soprattutto per preservare gli affari. La battaglia dei Moccia verrà sostenuta da importanti esponenti ecclesiastici come il vescovo di Acerra don Antonio Riboldi che si fece ambasciatore presso le istituzioni per veder riconosciuta processualmente la dissociazione anche per i camorristi. Che quella di Angelo Moccia invece fosse una linea difensiva meramente strumentale è dimostrato dal comportamento del fratello Luigi che, mentre in pubblico sosteneva la politica della dissociazione, contemporaneamente cercava di convincere, in un modo o nell’altro, i collaboratori a retrocedere dalla decisione di pentirsi. Il progetto era quello di far fuori i pentiti Umberto Ammaturo, Mario Pepe e Pasquale Galasso, il più pericoloso di tutti, attraverso le informazioni che passava al clan l’ex maresciallo dei Carabinieri Giovanni Russo responsabile della sicurezza personale proprio di Galasso. Nel frattempo la “vedova nera” Anna Mazza, faceva minacciosamente arrivare al pentito Dario De Simone, tramite suo fratello Aldo, «i saluti» da parte del figlio Angelo Moccia. Dopo due mesi, Aldo muore, raggiunto da colpi sparati in faccia. Negli anni successivi alcuni pentiti faranno un passo indietro, altri invece come Rocco D’Angelo, Angelo Ferrara e Antonio Giustino saranno trovati morti in cella: suicidi, come si è detto. La procura di Napoli non ha mai creduto alla dissociazione dei Moccia, altri magistrati invece sì: nel 2015 Angelo ha pubblicato la sua autobiografia “Una mala vita”, scritta con Libero Mancuso, un magistrato che è stato anche presidente della corte di Assise di Bologna. La prefazione è firmata da Nicola Quatrano, altro magistrato poi diventato avvocato dei Moccia. La postfazione è scritta da Paolo Mancuso, un pm che si è occupato a lungo di camorra e anche dei Moccia. «Questi hanno soldi e potere politico inimmaginabile», diceva il sodale Gargiulo: «Non è camorra, questi stanno a livelli istituzionali, politici, con i tribunali».

AGGIORNAMENTO 2 DICEMBRE: La replica di Luigi Moccia al nostro articolo.  

Preciso cheprecisoche. La replica di Luigi Moccia all'inchiesta dell'Espresso il 2 dicembre 2021.

Mi chiamo Luigi Moccia, fratello di Angelo ed Antonio, ed intendo prospettarLe la mia verità, per la parte stragrande del tutto alternativa ed anzi di autentica smentita di quanto riferito su di me, sui miei fratelli e sull'intero mio nucleo famigliare nell’articolo a firma Francesca Fagnani pubblicato sul numero de L’Espresso attualmente in edicola.

- E' esatto che negli anni '80 mio fratello Angelo sia stato - insieme ad Alfieri e Galasso - ai vertici della Nuova Famiglia, il sodalizio criminale che nacque per contrastare e finì col prevalere sull'organizzazione avversa, quella della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

- E' invece errato che un tale passato criminale sia costituito da un numero imprecisato di omicidi, estorsioni etc. in quanto Angelo, da latitante, scelse di costituirsi ed arrendersi allo Stato confessando spontaneamente tutti gli illeciti anche gravissimi che aveva commesso, per molti dei quali non era mai stato neppure accusato.

- Quanto alla pretesa enorme disponibilità di capitali liquidi che consentirebbe alla mia famiglia di fare affari in molteplici ambiti dell'economia è vero invece che tutti noi siamo stati ripetutamente sottoposti a misure di prevenzione anche patrimoniali, procedure con cui le nostre effettive disponibilità economiche sono state ogni volta risvoltate come un calzino.

- Per quel che mi riguarda personalmente è vero anzi che il cospicuo patrimonio effettivamente nella disponibilità mia e della mia famiglia è stato ed è tuttora sottoposto a sequestro finalizzato alla confisca a dispetto del fatto che persino il perito nominato dal Tribunale ne ha ribadito la legittima provenienza dalle rendite degli immobili lecitamente ereditati dalla mia famiglia e la piena congruità rispetto ai redditi da me regolarmente dichiarati in sede fiscale.

- E' vero che, secondo alcuni PP.MM., la proposta dissociativa di Angelo sarebbe stata insincera ed anzi strumentale a godere di un qualche beneficio di pena.

- Ancor più vero è tuttavia che Angelo non ha mai goduto di alcun altro beneficio se non quello infine riconosciutogli per aver confessato l'interezza dei reati commessi; circostanza confermata da decine di sentenze passate in giudicato e soprattutto dal fatto che mio fratello ha scontato per intero gli oltre trenta anni di carcere cui è stato infine condannato.

- E' invece una panzana che i miei fratelli ed io si abbia a che fare con quegli appalti che tuttavia - secondo la giornalista - egualmente condizioneremmo da anni a livello nazionale e sempre più in alto; è infatti vero al contrario che il c.d.G. Scafuto (l'inventore di una tale panzana), controinterrogato sul punto, non ha saputo indicarne neppure uno; non meno eloquente la circostanza che nessun addebito di appalti truccati od altre irregolarità similari ci è mai stato rivolto neppure in astratta ipotesi di accusa.

- Anche la pretesa ultrattività a tutt'oggi di un clan Moccia riconducibile ai componenti del nostro ristretto nucleo famigliare è tale soltanto nel convincimento di alcuni PP.MM.; dunque costituisce nient'altro che una mera ipotesi accusatoria, quella per cui ormai già da anni pendono due distinti processi tutt'ora in corso, non ancora definiti neppure in primo grado; peraltro uno nei confronti miei, un altro nei confronti di mio fratello Antonio,

nessuno anche nei confronti di Angelo.

- Per non dire che Antonio è già stato assolto per l’appunto quanto all'ipotesi di perdurante condotta associativa sino al 2003.

- E' vero che sono stato scarcerato per decorrenza termini insieme a mia sorella Teresa dopo tre anni a mezzo dal mio arresto: un tempo lunghissimo e tuttavia impegnato pressoché per intero dal malgoverno dell'acquisizione della sola prova di addebito da parte del P.M.; a dispetto di udienze fissate con la frequenza parossistica di una ed addirittura due ogni settimana; nonostante il decisivo scorciamento dell'istruttoria dibattimentale consentito per l'appunto dalla mia difesa che ha prestato l’assenso all'acquisizione al dibattimento dei verbali resi al PM da innumerevoli cc.d.G. altrimenti tutti da escutere nella pienezza del contraddittorio.

- Altrettanto vero che il processo a carico di mio fratello Antonio pende effettivamente ancora in primo grado da poco meno di dieci anni ma anche tale paradosso dipende esclusivamente dall'accusa che continua imperterrita - da ultimo sino a poche settimane addietro - a mobilitare nei suoi confronti pentiti sempre nuovi quanto egualmente inconsistenti.

- Dunque niente e nessuno autorizza la tracotante sicumera con cui la Fagnani ha falsamente già accreditato non solo la permanenza di un nostro clan Moccia - infatti tuttora sottoposta al vaglio dei giudici di primo grado - ma addirittura la sua pretesa natura di confederazione camorristica di vastissime dimensioni.

- Niente e nessuno autorizza neppure le postulazioni della giornalista sulla pretesa attività di interposizione fittizia e riciclaggio addebitata a me ed ai miei famigliari in Roma; è infatti passata di recente in giudicato la sentenza con cui la III Sez. Pen. della Corte di Appello di Roma, ha integralmente ribaltato la condanna inflittami al riguardo in primo grado; ciò assolvendomi, insieme a tutti i miei più stretti congiunti, con la formula più ampia.

- Per un un addebito similare - per il quale risulta eloquente che sia stato anch'io arrestato, salvo archiviare la mia posizione subito poi - è effettivamente tutt'oggi in corso il processo nel quale Angelo sta ancora scalpitando in attesa che tocchi finalmente alla sua difesa poter articolare innanzi al Tribunale le prove della più totale inconsistenza dell'accusa anche nei suoi confronti.

- L'articolo continua spacciando per accertato ciò che - come si è visto - costituisce invece oggetto di processi tutti ancora da definire; accredita così in capo a mio fratello Antonio immaginifici protagonismi imprenditoriali illeciti nel settore delle petrolmafie, illeciti per cui l'O.C.C. correlativa, a suo tempo emessa nei confronti di oltre cento indagati, risulta non meno eloquentemente appena annullata dalla Suprema Corte solo quanto alla posizione di mio fratello.

- Indica appena dopo, con una agilità disinvolta francamente incresciosa, il predetto affare del petrolio come uno dei possibili moventi per l'omicidio di nostro cugino, Salvatore Caputo, un omicidio che per la verità mai è stato contestato né ad Antonio né ad alcun altro componente della mia famiglia nonostante le accuse rivolte in tal senso dal c.d.G. Scafuto; lo stesso che frattanto aveva altrimenti confessato al PM che odiava Caputo e che proprio lui voleva ammazzarlo; sicché pare davvero ovvio che si sia poi adoperato per sviare da sé la responsabilità dell'omicidio in parola; un c.d.G. che d'altra parte, certo non a caso, è già stato dichiarato del tutto inattendibile, se non contra se, dalla V Sez. Pen. del Tribunale di Napoli.

- Il che ben spiega perché permangono nei confronti del fratello di Salvatore gli stessi rapporti di genuino affetto a suo tempo esistenti tra la mia famiglia ed il defunto sicché Domenico (non Antonio) è stato anch'egli a buon titolo invitato al matrimonio della figlia di Angelo esattamente allo stesso modo che ad ogni altra similare ricorrenza famigliare.

- Né tocca a me difendere l'onorabilità personale e professionale dei molti imprenditori di livello citati subito poi dalla giornalista quali asseriti rappresentanti di ditte vicine ai Moccia: si tratta effettivamente di familiari e comunque di imprenditori di prim'ordine che - al netto della colpa di non aver anch’essi rinnegato gli annosi rapporti di parentela ed affetto con la mia famiglia - hanno già ampiamente dimostrato in tutte le competenti sedi la pulizia, solidità e serietà delle proprie aziende, peraltro - al di la delle chiacchere - presenti sul mercato da decenni e con un avviamento ed una storia imprenditoriale invidiabile.

- Ignobile prima ancora che arbitrario il successivo accostamento alla mia famiglia degli omicidi di Giorgio Salierno e della moglie Immacolata Capone, mai oggetto neppure di ipotesi di addebito a nostro carico.

- Non meno gratuita la successiva, fuorviante ricostruzione dell'omicidio del m.llo D'Arminio, che infatti letteralmente calpesta la sentenza correlativa passata in giudicato; una sentenza che spiega in modo ampio ed inequivoco che il sottufficiale venne ucciso da un colpo di arma da fuoco rivolto a tutt'altro soggetto, dunque non certo intenzionalmente né tantomeno per aver in precedenza arrestato mio padre, un uomo che a propria volta non ha mai avuto alcun atteggiamento o comportamento da uomo di rispetto nel senso mafioso del termine e che infatti è restato da ultimo vittima piuttosto che protagonista attivo della camorra.

- All'insegna di una qualche coerenza nell'indegnità, il pezzo propone poi al lettore un opinabile sunto di pretesa archeologia giudiziaria che culmina nel suggestivo richiamo a mia madre quale pretesa temutissima vedova nera nelle cui mani sarebbe passato il sodalizio recante il nostro cognome subito dopo la morte del marito: una donna che non ha fatto altro che la moglie, la madre e la nonna e che comunque non ha mai riportato alcuna condanna ex art 416 bis c.p.

- Un sunto di pretesa archeologia giudiziaria dominato dalla suggestione assai più che da riferimenti corretti agli effettivi atti processuali e comunque impotente a scalfire l'ormai definitivo riconoscimento giudiziario della genuinità delle confessioni e della proposta dissociativa di Angelo; quella che infatti viene tutt’oggi ancora negata solo da un paio di Procure, tra cui non a caso proprio quella di Napoli, la stessa a suo tempo costretta ad incassare la sconfitta bruciante di un tale riconoscimento.

- La successiva, generica insinuazione di nostre pretese, inusitate capacità corruttive non solo a livello politico-istituzionali ma sinanche giudiziari risulta infine piegata allo scopo di mascariare personaggi quali Libero e Paolo Mancuso nonchè Nicola Quatrano, uomini la cui storia personale prima ancora che professionale l'autrice del pezzo francamente non è certo all’altezza di mettere in discussione.

Resto ovviamente a Sua disposizione per documentare l'interezza delle circostanze che precedono. Resta tuttavia inspiegabile che esse siano state complessivamente ignorate a dispetto delle informazioni assai specifiche altrimenti utilizzate in senso contrario per la stesura dell'articolo in parola.

Il che autorizza a rilevare ed a fare presente che - in ragione di una tale disinformazione mirata - l'articolo in parola spende la inquietante valenza oggettiva di un intollerabile tentativo di condizionare e suggestionare proprio i giudici che devono pronunziarsi fors'anche a breve nei delicatissimi processi a nostro carico tutt'oggi in corso.

Persino un Moccia quale il sottoscritto ha pertanto il diritto di chiederLe di rispettare l'etica elementare della direttiva europea che ha ripristinato anche nel nostro ordinamento l'obbligo civile di rispettare la presunzione di innocenza che nessuno, tanto meno la testata da Lei diretta, ha il diritto di negarmi.

Riscoprendo le meritorie tradizioni di cultura dei diritti e del processo che almeno un tempo hanno certamente contraddistinto la testata che Lei dirige oggi, quelle stesse volgarmente tradite dalla suggestiva faziosità velinara del pezzo in parola. Ciò pubblicando con adeguato risalto tipografico questa mia sul prossimo numero della Sua rivista. In fede Sig. Luigi Moccia

Da "ANSA" il 30 novembre 2021. I familiari del capomafia di Sciacca Salvatore Di Gangi, 79 anni, trovato morto in circostanze misteriose sui binari della ferrovia di Genova, hanno nominato un perito di parte che assisterà all'autopsia disposta dalla procura della Repubblica. A chiarire i motivi della decisione il figlio Alessandro: "Mio padre - dice - non è stato investito da un treno come è stato detto, ma assai probabilmente è morto per un malore sopraggiunto per un deficit da insulina". Di Gangi aggiunge di avere appreso dalla polizia ferroviaria che il macchinista del treno si sarebbe accorto del corpo riverso sui binari, fermandosi in tempo e lanciando l'allarme. Il boss, che era detenuto nel carcere di Asti, era stato rimesso in libertà su disposizione della Corte d'Appello di Palermo, che aveva sostituito la pena detentiva a 17 anni (ridotti dai giudici a 13 anni e 4 mesi) con gli arresti domiciliari, che avrebbe dovuto scontare a Sciacca. "Ma della scarcerazione - dice il figlio - noi familiari non siamo stati avvisati, non è arrivata alcuna telefonata, non lo avremmo certamente abbandonato, anche perché mio padre era molto malato. È dal 2017 che presento istanze (tutte respinte) affinché gli venissero concessi gli arresti domiciliari per ragioni di salute, è chiaro che se fossimo stati informati ci saremmo precipitati per andare a prenderlo". Il figlio del boss ipotizza dunque che per la scarcerazione non sarebbero state osservate le procedure corrette, chiarendo poi che Totò Di Gangi era affetto da diabete, che la famiglia ritiene essere stata la vera causa della sua morte. "Ogni giorno - dice Alessandro Di Gangi - veniva sottoposto a 4 somministrazioni di insulina".

Fabio Albanese per "la Stampa" l'1 dicembre 2021. «Sono un fallimento, non sono il tuo mito». Le parole di un padre condannato per reati di mafia e in regime di 41 bis al figlio nemmeno quattordicenne, ma già nel suo quartiere temuto e rispettato «erede», nelle stanze del tribunale per i minorenni di Catania sono considerate un cambio di passo epocale. Un boss, che si è macchiato di gravi reati e che non si è mai pentito, ha capito che il figlio maggiore stava per seguire le sue orme: non andava più a scuola, veniva portato in giro in auto da persone adulte, omaggiato solo per il nome che porta. «Pronto a entrare nelle piazze di spaccio da boss», dice il presidente del tribunale per i minorenni Roberto Di Bella.  A lui, il boss che vuole salvare il figlio, ha detto: «Signor giudice, lo porti via da quel maledetto quartiere, via da Catania. Ho sbagliato e in carcere non posso nemmeno abbracciare i miei figli, lui non può fare la mia stessa fine». Quelle stesse cose le ha scritte al figlio: «Segui gli educatori, fai quello che ti dicono e sii rispettoso». Non se l’aspettava, il giudice Di Bella, quando mesi fa in videoconferenza ha sentito quell’uomo. Gli stava proponendo di aderire al progetto «Liberi di scegliere», che con l’associazione Libera e con le istituzioni ha varato qualche anno fa in Calabria, sua precedente sede di lavoro. Un progetto per togliere dagli ambienti criminali i «figli d’arte» e (ospiti in comunità) dar loro la possibilità di una vita lontana dall’illegalità. Ma quello che vedeva nel video era un «boss importante di un quartiere degradato della parte Sud di Catania, ad alta densità criminale»: «Mi aspettavo un’opposizione netta - racconta - invece ho trovato un uomo disperato, molto preoccupato per le sorti del figlio». Da giugno quel ragazzo vive lontano da Catania, seguito da educatori e psicologi. Un caso limite, certo, ma non il solo. «Stiamo intervenendo su una ventina di ragazzi e su due mamme. Pochi? Sono qui da un anno, a Reggio Calabria siamo riusciti a intervenire su 80 ragazzi e 25 donne, alcune diventate poi collaboratrici o testimoni di Giustizia». Il giudice Di Bella crede molto in questa battaglia, in una città che con il 22% vanta il triste primato della dispersione scolastica nella fascia 6-16 anni e il contemporaneo primato di criminalità minorile. È una sua idea quella di togliere il reddito di cittadinanza alle famiglie dei malavitosi che non mandano a scuola i figli: «Questo ragazzo aveva già un atteggiamento mafioso, tutti i familiari in carcere. Ma noi interveniamo per tutelare, non certo per togliere i figli alle famiglie. Cerchiamo di evitare loro le sofferenze del carcere».

Massimo Gramellini per il “Corriere della Sera” l'1 dicembre 2021. «Mio figlio ha fatto una cavolata, ma è un bravo ragazzo e noi siamo una famiglia perbene». Questa frase è ormai un piccolo classico e si indossa su quasi tutto: risse, truffe, minacce, molestie, atti di bullismo, scippi con destrezza, pirateria stradale. Solo che stavolta a pronunciarla è stato il padre di un adolescente torinese che ha rapinato una farmacia e accoltellato un carabiniere. Da oggi il concetto di «cavolata del bravo ragazzo di famiglia perbene» va dunque esteso alle rapine con accoltellamento, quantomeno. Per adesso rimangono ancora fuori l'aggressione a mano armata e la tentata strage con lancio di granate, ma c'è da scommettere che si troverà facilmente un padre disposto a coprire tale lacuna. «Figlio mio, rispetta tutte le indicazioni che ti danno in comunità e soprattutto non mi considerare un mito, ma un fallimento». Questa invece è una frase pressoché inedita e l'ha scritta un boss catanese dal carcere duro, in una lettera inviata al primogenito per esortarlo a non seguire le sue orme e a resistere al fascino delle scorciatoie criminali. Può darsi che sia una trovata del suo avvocato e in ogni caso non mi permetterei mai di paragonare il padre del bravo ragazzo di una famiglia perbene a un famigerato capoclan, né tantomeno di ergere il secondo a modello del primo. Però, quando leggo certe notizie e le metto a confronto, mi ritrovo a dare ragione a Ennio Flaiano: «A volte mi vengono in mente pensieri che non condivido».

Il boss prega il giudice. "Allontani mio figlio così lo salverà da me". Valentina Raffa l'1 Dicembre 2021 su Il Giornale. La richiesta al magistrato: "Lo porti via da qui. Io sono un fallimento, non un mito". Il suo destino sembrava segnato. A soli 14 anni si era candidato a prendere il posto del padre, un boss mafioso detenuto al 41 bis. Ma, per fortuna, le cose sono andate diversamente. In questa storia hanno vinto l'amore, quello di un padre per il proprio figlio, e la legge dello Stato, che, avvalendosi di un valido progetto ramificato sul territorio, ha strappato il ragazzino a un destino segnato. Il primogenito di un boss mafioso nel 2021 non deve seguire le orme del padre, anzi, va seguito e indirizzato alla legalità. Così il minorenne è stato allontanato dalla sua città, Catania, per essere affidato a una comunità protetta fuori dalla Sicilia con il progetto «Liberi di scegliere». Perché ciò avvenisse, il boss ha chiesto aiuto al presidente del Tribunale di Catania, Roberto Di Bella, durante un colloquio previsto dalla legge. «Dottore, la prego gli ha detto - tenga lontano mio figlio da quel maledetto quartiere». «Durante il colloquio, mi ha parlato della sua sofferenza - racconta Di Bella -. Mi ha raccontato del dolore che prova nel non potere abbracciare i suoi figli, può incontrarli esclusivamente dietro al vetro blindato del 41 bis». Il giudice, accogliendo la richiesta del boss, gli ha proposto un «patto educativo» per «evitare a suo figlio la sofferenza che sta provando lei». Il ragazzino adesso si trova al sicuro e potrà crescere nella legalità, quella stessa che il padre gli ha raccomandato di seguire, lontano dal suo esempio. «Rispetta tutte le indicazioni che ti danno in comunità gli ha scritto in una lettera - e, soprattutto, non mi considerare un mito, ma un fallimento». Il lieto fine in questa storia non riguarda solo il 14enne in questione, perché ci sono altri due casi che sotto stati presi sotto l'egida della legalità. Sempre a Catania, due madri che erano rimaste destinatarie di misure cautelari «hanno chiesto di essere aiutate a lasciare con i figli i contesti di origine». «E così è scattato il protocollo Liberi di scegliere - dice Di Bella - che prevede un percorso di accompagnamento e sostegno da parte dell'associazione Libera, per un nuovo inserimento, anche lavorativo». Il presidente del tribunale di Catania ha sottolineato l'importanza della cooperazione tra le istituzioni e la società civile, magari partendo «dalla scuola e dal tempo prolungato, anche alla luce del fatto che in città «la dispersione scolastica ha livelli preoccupanti, arrivando al 22 per cento dei minorenni fra i 6 e i 16 anni». E quando i ragazzi abbandonano precocemente la scuola, si sa, c'è un rischio abbastanza alto che possano finire in brutti giri, anche date le scarse possibilità di inserirsi, lavorativamente parlando, nella società. Da qui l'idea per un'altra iniziativa: chi non manda i figli a scuola perderà il reddito di cittadinanza e gli altri sussidi legali alla scolarizzazione. Il Tribunale ha già fatto le prime segnalazioni all'Inps. Valentina Raffa

“Figlio mio non sono un mito”, il patto tra boss al 41bis e giudice: 14enne crescerà lontano. Riccardo Annibali su Il Riformista il 30 Novembre 2021. Lui, il padre, è un capomafia detenuto al carcere duro, un boss. Suo figlio, è un ragazzo di 14 anni, cresciuto nello stesso quartiere dove suo papà dettava legge. Per il giovane il futuro era già segnato, non doveva far altro che seguirne le orme, in una scalata delle gerarchie del crimine già scritta nel suo dna. Tutto cambia quando il boss indossa i panni del padre e vede nel futuro del figlio quella che è stata la sua vita, allora si appella al presidente del Tribunale di Catania: “Dottore, la prego, tenga lontano mio figlio da quel maledetto quartiere”. In ballo c’è il futuro di un ragazzo di 14 anni. Adesso il ragazzo si trova lontano dalla Sicilia, ospite in una comunità. Il boss, sempre al 41 bis, collegato in video conferenza e il giudice hanno parlato durante l’udienza. Cosa si sono detti lo ha ricostruito Roberto Di Bella a Repubblica Palermo: “Mi ha parlato della sua sofferenza, del dolore che prova nel non potere abbracciare i suoi figli”. Ad impedirglielo, durante i colloqui, c’è un vetro blindato. Da regolamento serve ad evitare ogni contatto fra i capimafia e i propri cari. Il giudice e il boss hanno siglato “un patto educativo” per evitare che il figlio un giorno posa provare “la stessa sofferenza che sta provando lui”. I segnali sono confortanti a giudicare dal contenuto della lettera che il padre ha scritto al figlio: “Rispetta tutte le indicazioni che ti danno in comunità e, soprattutto, non mi considerare un mito, ma un fallimento”. Frasi chiare per tentare di scacciare dalla mente del figlio la seduzione del male per il suo cattivo esempio. Non c’è pentimento personale, nessuna notizia di una sua volontà di collaborare con la giustizia, solo un gesto verso il figlio. Lo stesso amore che ha spinto due madri catanesi, come ricostruito da Di Bella, a farsi avanti dopo essere state coinvolte in inchieste giudiziarie. Donne che hanno chiesto una seconda opportunità, per costruirsi un futuro con i figli lontano da tutto e tutti. Il protocollo si chiama ‘Liberi di scegliere’, e prevede un percorso di accompagnamento e sostegno da parte dell’associazione Libera, per un nuovo inserimento, anche lavorativo. Non accade sempre così. A volte è la magistratura a dovere intervenire, revocando la potestà genitoriale. Come accaduto alla Procura per i minorenni di Palermo che ha chiesto il trasferimento in comunità di sette minori, anche se i casi da valutare sono molti di più. Una cinquantina in tutto. Sotto gli occhi dei bambini i genitori preparavano le dosi di droga e contavano i soldi incassati con lo spaccio di stupefacenti nel rione Sperone, dove carabinieri e poliziotti di recente hanno arrestato più di sessanta persone. Riccardo Annibali

Fabrizio Miccoli andrà in carcere. Estorsione con metodi mafiosi, la durissima sentenza definitiva. Libero Quotidiano il 24 novembre 2021. L'ex bomber Fabrizio Miccoli dovrà andare in carcere. Definitiva la condanna a 3 anni e 6 mesi per estorsione aggravata dal metodo mafioso per l'ex attaccante di Juventus, Palermo e Nazionale, 42 anni, giudicato colpevole di aver commissionato una estorsione a Mauro Lauricella, figlio del boss della Kalsa Antonino "u scintilluni" (condannato a sua volta in via definitiva a 7 anni di carcere). Ora Miccoli, che nella sua lunga carriera in Serie A ha messo insieme anche 10 presenze in azzurro, dovrà decidere con i suoi legali dove costituirsi e iniziare a scontare la sua pena. Secondo indiscrezioni, l'ex calciatore chiederà appena possibile al Tribunale di Sorveglianza l'applicazione di misure alternative, ma una permanenza sia pur parziale in cella sarà inevitabile. La vicenda, molto chiacchierata nel mondo del calcio, risale a oltre 10 anni fa. Miccoli, nel tentativo di recuperare 12.000 euro dall'ex titolare della discoteca "Paparazzi" di Isola delle Femmine, Andrea Graffagnini, ricorse alla violenza e alle minacce di Lauricella. Intercettati al telefono, i due si scambiarono opinioni infamanti sul giudice Giovanni Falcone, che il calciatore definì "fango" salvo poi scusarsi pubblicamente una volta emerso il contenuto di quelle telefonate. La linea difensiva dell'ex capitano del Palermo, che ha sempre sostenuto di non conoscere l'appartenenza dell'amico alla potente famiglia mafiosa, non ha retto alla prova dell'aula. Per Miccoli la Procura aveva chiesto per due volte l'archiviazione, prima che si arrivasse all'imputazione coatta.

Da gazzetta.it il 24 novembre 2021. Diventa definitiva la condanna di Fabrizio Miccoli, l'ex capitano del Palermo che, come ha stabilito la seconda sezione della Cassazione, dovrà scontare la condanna a tre anni e sei mesi: secondo la giustizia, Miccoli commissionò un'estorsione aggravata dal metodo mafioso a Mauro Lauricella, figlio del boss della Kalsa Antonino "u scintilluni", già condannato a sua volta in via definitiva a 7 anni di carcere. Accolta dunque la richiesta del sostituto procuratore generale della Suprema Corte, Fulvio Baldi, di rigettare il ricorso di Miccoli. Sono ore drammatiche per il giocatore che vestì anche per 10 volte la maglia azzurra: insieme ai propri legali, dovrà decidere dove costituirsi per iniziare a scontare la pena. Quasi sicuramente, Miccoli, che oggi era a Roma per l'udienza in Cassazione, chiederà appena possibile al Tribunale di Sorveglianza l'applicazione di misure alternative, ma è inevitabile un passaggio in carcere, la cui durata è in questo momento impossibile ipotizzare. La vicenda giudiziaria nasce dal tentativo di Miccoli di recuperare 12.000 euro, con violenza e minacce, dall'ex titolare della discoteca "Paparazzi" di Isola delle Femmine, Andrea Graffagnini. L'episodio risale a più di 10 anni fa e fece scalpore perché Miccoli e "Scintilla" parlavano nelle intercettazioni del giudice Giovanni Falcone come di un "fango". Frasi per le quali l'ex capitano rosanero si scusò poi pubblicamente. Il calciatore era stato condannato sin dal primo grado, celebrato con il rito abbreviato. Una sentenza che ha retto in tutti i gradi di giudizio, anche se Miccoli ha sempre escluso di sapere che l'amico Lauricella fosse imparentato con dei mafiosi. Il verdetto definitivo è arrivato paradossalmente dopo quello emesso con il rito ordinario per l'altro imputato. Peraltro per Miccoli la Procura aveva chiesto per ben due volte l'archiviazione, prima che si arrivasse all'imputazione coatta, disposta dall'allora gip Ferdinando Sestito. 

Serena Gentile per gazzetta.it il 25 novembre 2021. Per la finale con la Cassazione, l’ultimo giudizio, ha schierato a sua difesa anche il professor Franco Coppi, noto penalista e già legale di Giulio Andreotti. È stata la partita più difficile della sua vita, è durata otto anni e l’ha persa. Fabrizio Miccoli è un uomo distrutto. Si è risvegliato nel carcere di Rovigo, ammesso che sia riuscito a dormire, dove si è costituito ieri pomeriggio alle 15.10, con addosso il peso enorme di una condanna definitiva a 3 anni e 6 mesi per estorsione aggravata dal metodo mafioso della seconda sezione penale della Cassazione. In questo video del 2013, Fabrizio Miccoli si presentò in conferenza stampa per scusarsi dopo le frasi dette su Giovanni Falcone nelle quali lo definì "fango" durante una conversazione con Mauro Lauricella, figlio del boss della Kalsa. Un dialogo che risale al 2011 quando gli investigatori della Dia di Palermo tenevano sotto controllo il figlio del capo mafia per tentare di arrivare al padre, Antonino detto “u Scintilluni” che allora era latitante. L’ex attaccante di Juve, Fiorentina e Palermo, quello che imitava Maradona e segnava dalla bandierina, si è presentato spontaneamente in carcere, accompagnato dal suo avvocato Antonio Savoia del Foro di Lecce. "Ha scelto lui il Veneto", a 900 chilometri da casa, scelta che ha il sapore dell’esilio. "Ne abbiamo parlato e ha preferito un posto dove nessuno lo conosce. Ha bisogno di stare lontano da tutto e da tutti, anche da Lecce, la sua città. Non dalla famiglia, che andrà a trovarlo tutte le volte che sarà possibile", ci racconta l’avvocato Savoia, poco dopo aver lasciato il carcere e il suo assistito. "Fabrizio è mortificato, disorientato, deluso — aggiunge —. Rispetta la sentenza, ma non la condivide, non si sente responsabile dei fatti per cui è stato condannato. Lui ha sempre fatto del bene, anche a Palermo. Me lo ha ripetuto mentre eravamo in Cassazione: ama quella città, l’ha aiutata anche pochi mesi fa con una donazione importante per affrontare l’emergenza Covid".

I FATTI —   Ma è un amore finito male, dopo sei anni di magie, 165 partite e 81 gol, tra amicizie sbagliate, sotto un albero di magnolia, quella che si trova davanti all’abitazione di Falcone. "Ci vediamo sotto l’albero di quel fango", aveva detto Miccoli del magistrato antimafia ucciso a Capaci, mentre parlava con (l’intercettato) Mauro Lauricella, il figlio del boss della Kalsa Antonino detto “u scintilluni” ricercato dalla Dia. Una dileggio di cui si è pentito, ma che brucia ancora. A Mauro (condannato nel 2015 a 7 anni), Miccoli aveva chiesto — dice la sentenza — di recuperare il credito di 12 mila euro dall’imprenditore Andrea Graffagnini, titolare della discoteca Paparazzi, per conto dell’ex fisioterapista del Palermo, Giorgio Gasparini. E, all’amico Gasparini, Miccoli aveva poi consegnato tre assegni da 8 mila euro. Fatti che risalgono al 2010-11, con avviso di garanzia arrivato nel 2013. La Procura, con i pm Maurizio Bonaccorso e Francesca Mazzocco, aveva chiesto l’archiviazione due volte, ma tutte e due le volte il gip Fernando Sestito ha detto di no. Condannato in primo e secondo grado, martedì pomeriggio, alle 19.30, la Cassazione ha rigettato il ricorso e confermato la sentenza del gennaio 2020 della Corte di Appello di Palermo. Colpevole. Il macigno Fabrizio era lì, al Palazzaccio di Roma, tramortito. "E mentre aspettavamo la sentenza mi ripeteva di aver chiesto scusa mille volte e in tutte le lingue per quella frase. Il 23 maggio 2012, al Barbera aveva anche organizzato una partita con i magistrati per ricordare Falcone, dove giocò anche Totti. Non è bastato — aggiunge Savoia —. Ma quella frase alla fine non c’entra niente. L’accusa è di istigazione a recuperare un credito, ma Fabrizio ha solo tentato di aiutare un amico. E, quando ha capito che la cosa prendeva una brutta piega, ha mandato tre sms a Lauricella dicendogli di lasciar perdere, che la questione non gli interessava. Messaggi che sono a sentenza, ma che non sono stati valutati. Per noi la sentenza è ingiusta". 

IL FUTURO—   Ma definitiva. Così ieri mattina Miccoli ha salutato i suoi, i figli Swami e Diego, la moglie Flaviana, e si è presentato in carcere, dove dovrà restare a lungo. L’aggravante mafiosa non ha permesso ai legali di ricorrere alla richiesta di sospensione dell’esecuzione della pena. Ora che la misura detentiva è eseguita, si potranno chiedere misure alternative al Magistrato di Sorveglianza. L’affidamento in prova ai servizi sociali, ad esempio. "Valuteremo, potremmo farlo già domani, ma non sono scelte che si fanno di pancia" conclude Savoia. C’è anche il rischio che Miccoli venga trasferito da Rovigo. "C’è, ma io mi auguro che Fabrizio venga scarcerato quanto prima".

DAGLI STADI DI CALCIO DELLA SERIE A AL CARCERE: LA PARABOLA DISCENDENTE DELL’EX CALCIATORE FABRIZIO MICCOLI. Daniela Guastamacchia su Il Corriere del Giorno il 25 Novembre 2021. L’aggravante del metodo mafioso ha escluso qualsiasi possibile beneficio in favore dell’ex calciatore. A pesare nella decisione della Cassazione, i rapporti dell’ex bomber dei rosanero “con soggetti gravitanti nel mondo criminale mafioso del capoluogo siciliano”, di cui secondo la Suprema Corte “aveva mutuato linguaggio e atteggiamenti”. L’ex calciatore Fabrizio Miccoli si è consegnato nel carcere di Rovigo dopo la condanna definitiva subita a 3 anni e mezzo per estorsione aggravata dal metodo mafioso nell’udienza in Cassazione davanti alla seconda sezione che ha respinto il ricorso. Si è bruciato con le amicizie pericolose come il nipote prediletto di Matteo Messina Denaro con cui aveva legato a Palermo, contatti inammissibili per un idolo delle folle. Ad accompagnare il 42enne ex attaccante nel carcere di Rovigo è stato il proprio legale Antonio Savoia del foro di Lecce, che si è lamentato della diffusione delle notizie riguardanti il suo assistito prima che gli venisse notificato l’ordine di esecuzione. “Fabrizio è un uomo distrutto”, il commento del suo avvocato. L’Ansa spiega anche il motivo per cui, Miccoli abbia deciso di costituirsi nel carcere veneto e non in quello di Lecce, città dove risiede con la propria famiglia, da quanto si è apprende, è riconducibile alla volontà dell’ex calciatore di “stare lontano il più possibile da tutto e da tutti“. Una carriera da campione ormai cancellata, a causa di una vicenda giudiziaria negativa sin dall’inizio, non solo per le parole in libertà e per i giudizi vergognosi nei confronti del giudice Giovanni Falcone, ascoltati con stupore nelle intercettazioni intercettate da parte degli investigatori: “Quel fango di Falcone, quel fango di Falcone”, aveva definito il magistrato ucciso a Capaci, mentre in un’altra occasione i due vennero intercettati mentre davano  appuntamento ad un amico con queste parole: “Ci vediamo davanti all’albero di quel fango di Falcone” in via Notarbartolo, nei pressi proprio della casa dove abitava il magistrato. Ma c’era ben altro, non solo questo. Quando la notizia venne fuori, l’imputato Miccoli era convinto che il commento su Falcone costituisse l’accusa più pesante nei suoi confronti mentre in realtà era solo un dettaglio di quanto scoperto dalla Direzione Investigativa Antimafia sul suo conto. Come le relazioni pericolose di Miccoli con Mauro Lauricella figlio del boss Antonino Lauricella, meglio noto come “lo Scintilluni”, latitante fino al 2011: gli uomini della Dia proprio mentre lo cercavano lui, nelle intercettazioni si erano imbattuti in Miccoli. I rapporti tra Mauro Lauricella e Fabrizio Miccoli si erano stretti e consolidati a seguito di una misteriosa rapina nella sua casa in via Archimede a Palermo. Mentre il giocatore idolo delle folle dei ragazzini palermitani era in campo allo stadio Barbera, dei banditi si introdussero a casa sua e rapinarono la moglie, in presenza dei figli piccoli. Secondo alcune ricostruzioni investigative, nacque in quell’occasione l’amicizia con Mauro Lauricella, abile nel presentarsi come una specie di “problem solver” per il fantasista della squadra rosanero, che in quel periodo militava in Serie A e faceva sognare con traguardi mai visti, come le vittorie a San Siro contro il Milan o contro la Juventus in casa, con la qualificazione europea e la Coppa Italia persa in finale contro l’Inter. Miccoli nella vicenda che lo ha portato in carcere, è ritenuto però l’ispiratore e il mandante di quanto organizzato da Lauricella, per recuperare un credito: l’ex fisioterapista del Palermo Giorgio Gasparini, che era amico del calciatore, si era rivolto a Miccoli per farsi aiutare nel recuperare 12 mila euro da un imprenditore palermitano con cui divideva  la gestione in società della discoteca “Paparazzi” di Isola delle Femmine (Palermo). Miccoli non aveva esitato a chiedere l’intervento del figlio del “capomafia” della Kalsa, che in quel periodo era latitante. Lauricella junior era già stato condannato definitivamente il mese scorso ed è già in carcere, dove sta scontando 7 anni. E’ stato in quell’occasione che si era concretizzato un rapporto già avviato da tempo e intercettato a lungo dagli agenti della Dia con i dialoghi spregiudicati in cui si parlava male di Falcone oppure in cui, avendo visto un movimento di agenti nei pressi del campo di allenamento del Palermo, Miccoli aveva chiamato il suo amico Francesco Guttadauro, figlio di una sorella del superlatitante Messina Denaro e oggi a sua volta in carcere, per avvisarlo di non farsi vedere da quelle parti. Relazioni e amicizie pericolose confermate dalle fotografie pubblicate sui social, che davano l’immagine di un Miccoli “double face”, donne, motori e personaggi poco raccomandabili. Ipotesi investigative confermate dai processi , e non smentite dalle lacrime di coccodrillo con cui aveva affrontato i giornalisti dopo essere stato interrogato in procura. L’aggravante del metodo mafioso ha escluso qualsiasi possibile beneficio in favore dell’ex calciatore. A pesare nella decisione della Cassazione, i rapporti dell’ex bomber dei rosanero “con soggetti gravitanti nel mondo criminale mafioso del capoluogo siciliano”, di cui secondo la Suprema Corte “aveva mutuato linguaggio e atteggiamenti”. Fabrizio Miccoli pensava di potersi presentare davanti ai pm per difendersi dalle parole volgari contro Giovanni Falcone mentre gli è stata contestato un’estorsione mafiosa in piena regola. I pm Maurizio Bonaccorso e Francesca Mazzocco della Procura di Palermo inizialmente avevano chiesto per due volte, l’archiviazione, ma il Gip Fernando Sestito aveva visto giusto in entrambi i casi ed aveva respinto le richieste dei pubblici ministeri che hanno cambiato idea. E ieri per Miccoli si sono aperte le porte del carcere di Rovigo, e non quelle di uno stadio di calcio dove rea abituato a segnare. L’ex-calciatore che era presente con suo avvocato a Roma per l’udienza in Cassazione, appena possibile chiederà al Tribunale di Sorveglianza l’applicazione di misure alternative, ma è inevitabile un passaggio in carcere, la cui durata è in questo momento impossibile ipotizzare.

Miccoli condannato per estorsione, parla il papà: «Fabrizio condannato per quella frase su Falcone».

Enrico difende il figlio, ora in carcere a Rovigo dopo la sentenza definitiva della Cassazione: «I giudici hanno voluto dargli una lezione». In una intercettazione si sente l’ex bomber chiamare il magistrato ucciso a Capaci «fango».  Claudio Tadicini su Il Corriere della Sera il 26 Novembre 2021. «È tutto assurdo, mio figlio sta pagando per qualcosa che non ha fatto. Gli hanno voluto dare una lezione». Ne è convinto Enrico Miccoli, padre di Fabrizio, ex capitano del Palermo e attaccante – tra le altre – di Juventus, Fiorentina, Benfica e Lecce, che mercoledì pomeriggio si è costituito in carcere a Rovigo, per iniziare a scontare la condanna definitiva a 3 anni e 6 mesi, confermata nei giorni scorsi anche dalla Cassazione. L’accusa: estorsione aggravata dal metodo mafioso, per avere recuperato un credito di 12.000 euro per conto dell’ex fisioterapista del club rosanero Giorgio Gasparini, rivolgendosi a Mauro Lauricella, figlio del boss della Kalsa Antonino, detto “U’ Scintilluni”, con cui era nata un’amicizia durante la sua lunga permanenza in Sicilia. L’inchiesta della procura di Palermo, inoltre, rivelò anche le offese che Miccoli rivolse durante una telefonata al giudice palermitano ucciso dalla mafia Giovanni Falcone, definendolo «quel fango». Frasi che, divenute di dominio pubblico, scatenarono una tempesta di polemiche.

Signor Enrico, come sono stati gli ultimi giorni vissuti da suo figlio Fabrizio da “uomo libero”?

«Era abbastanza sereno, ma non si aspettava di finire in carcere. Tutto il mondo del calcio è con lui, così come tutti coloro che lo conoscono veramente. Lui ha sempre fatto del bene: da 11 anni, con la scuola calcio che ha fondato a San Donato, organizza le “partite del cuore” per raccogliere fondi e donare strumentazione medica agli ospedali; durante la prima fase della pandemia, insieme al suo amico Checco Moriero, ha distribuito generi alimentari a chi era in difficoltà e tanto altro. Ha tolto tanti ragazzi dalla strada: stavolta, però, per fare del bene, si è trovato nei guai».

Cosa pensa di tutta questa vicenda?

«Non voglio pensare che sia così, ma credo che la magistratura gli abbia voluto dare una lezione, per quella parola (fango, ndr) che pronunciò durante quella telefonata, riferendosi al giudice Falcone. Per quella parola ha chiesto scusa davanti a tutte le televisioni, lo ha fatto in lacrime, a cuore aperto, ma c’è stato chi non lo ha perdonato. Lui è in carcere, mentre chi ha sciolto i bimbi nell’acido è libero».

Crede che i giudici abbiano agito in malafede?

«La procura aveva chiesto per due volte l’archiviazione del caso, ma il giudice ha poi disposto l’imputazione coatta per Fabrizio. È stato allora che ho capito che c’era qualcosa che non andava: ormai era segnato che mio figlio, che al massimo ha preso qualche multa con l’autovelox, avrebbe dovuto pagare. La condanna è stata confermata anche dalla Cassazione, ma credo che non abbiano neppure letto le carte».

In che senso?

«Agli atti c’è un’altra telefonata, in cui Fabrizio qualche giorno dopo chiese a Lauricella di “lasciarlo perdere”, ma non è stata presa in considerazione dai giudici. Sta pagando per avere aiutato gli altri: a Palermo era il capitano, capitava spesso che si rivolgessero a lui»

Cosa avete detto agli allievi della scuola calcio?

«I più piccolini non capiscono. I più grandi e i genitori ci sono vicini, ci stanno manifestando una solidarietà enorme. Ora dovremo avere solo pazienza. Fabrizio ci ha chiesto di andare avanti come se nulla fosse successo, anche più forti di prima: lo stiamo già facendo, anche per lui».

Fabrizio Miccoli e gli altri: senza benefici e murati vivi da una legge assurda. L'ex calciatore Fabrizio Miccoli da pochi giorni è entrato nel carcere di Rovigo per scontare una condanna definitiva aggravata dal metodo mafioso. Simona Giannetti su Il Dubbio l'1 dicembre 2021. La vicenda è quella del calciatore Fabrizio Miccoli, entrato in carcere pochi giorni fa dopo che la Cassazione ha confermato la sua condanna. Il tema è quello attuale dei reati ostativi dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, introdotto con d. l. 152 del 1991 e modificato dopo le stragi mafiose di Capaci e Via D’Amelio. Quella di Miccoli è la storia dell’esecuzione di una condanna a tre anni e sei mesi di reclusione, per cui l’aggravante dell’416- bis 1 c. p. impedisce ogni alternativa al carcere per tutta la durata della pena in assenza di collaborazione. Quindi non solo esclusione della sospensione dell’esecuzione, ma anche insormontabile divieto di misure alternative. E’ questo l’epilogo della vicenda, che rimanda a quel principio del diritto alla progressione trattamentale, di cui già aveva dedotto la Consulta in un insospettabile anno 2018 con la sentenza 149. Qui, la Corte aveva rilevato l’incompatibilità con l’assetto costituzionale delle previsioni, che escludevano in modo assoluto l’accesso ai benefici solo per certi condannati, pur in presenza di un percorso di rieducazione e solo in ragione della gravità del reato. Miccoli allo stato non può accedere all’affidamento in prova ai servizi sociali, neppure se dimostrasse nel corso della sua detenzione di aver portato a termine un percorso di rieducazione, salvo non scegliere la collaborazione. Forse apparentemente più una storiaccia di amicizie viziate prima ancora che una vicenda di malavita, la contestazione dell’aggravante “mafiosa” inserita nell’articolo 416 bis. 1 c. p. al calciatore è la ragione del vincolo ostativo assoluto. Si tratta dell’aggravante speciale, che presuppone che l’illecito sia stato realizzato con l’utilizzo della forza intimidatoria dell’associazione mafiosa. A parte la nota frase di innegabile gravità riferita a Giovanni Falcone, l’intercettazione che porta Miccoli alla condanna è infatti quella intercorsa con il figlio del boss Lauricella, a cui avrebbe chiesto di aiutarlo a far restituire del denaro. Il reato risalirebbe al 2011, ma l’avviso di garanzia al 2013: nell’occasione Miccoli chiese scusa in una conferenza stampa, per quanto detto nella conversazione intercettata rispetto alla memoria di Falcone. Sembra che ci fossero anche dei messaggi sulla sua inversione di marcia rispetto alla richiesta avanzata al Lauricella. Ebbene, è però da dire che numerose sono le vicende come quella di Fabrizio Miccoli. Col tempo l’assoluto vincolo della collaborazione ha infatti interessato sempre più reati inseriti nel catalogo “della prima fascia”, oltre a quelli di mafia e terrorismo dell’originaria previsione: l’ultima frontiera si è avuta con la cosiddetta legge “spazzacorrotti”, che ha gettato nel 4 bis numerosi delitti contro la pubblica amministrazione, secondo la ratio populista che li ha equiparati ai reati di mafia. Oggi il tema è sul tavolo della politica anche grazie alla Corte Costituzionale: con la sua ordinanza 97 del 2021, visto il carattere demolitorio della decisione e i suoi possibili “effetti disarmonici” sulla disciplina nel complesso, ha imposto a un legislatore, da anni impegnato ad evitare la discussione, di “ricercare il punto di equilibrio anche alla luce delle ragioni di incompatibilità con la Costituzione”. Per questo motivo alla Camera è in discussione la modifica legislativa del 4 bis, che dovrebbe recepire le sollecitazioni della Consulta: il condizionale è d’obbligo, visto che quando si parla di mafia l’assedio conservatore schiera i suoi più autorevoli generali. Il dato certo è che il Parlamento dovrebbe portare a termine il mandato della Consulta almeno prima del 10 maggio prossimo, quando all’udienza pubblica la Corte tratterà le questioni di legittimità costituzionale sul vincolo della collaborazione a proposito della liberazione condizionale di ergastolano ostativo. E ciò seppur con la sua sentenza 253 del 2019 avesse già detto della collaborazione, che non dovesse essere sintomo di credibile ravvedimento, ma neanche indice del contrario.

Ferma l’irragionevolezza del vincolo assoluto della collaborazione, l’auspicio è che il legislatore non tralasci le applicazioni del diritto alla progressione trattamentale, ma nemmeno dimentichi le sollecitazioni della Consulta sulla diversificazione di trattamento rispetto ai vari gradi di offensività dei reati del catalogo del 4 bis. Gli articoli da non tradire sono 3 e 27 della Carta; sul punto la Corte Costituzionale si è conservata il diritto di replica al 2022, se così vogliamo chiamarlo. 

Il corpo distrutto con 50 litri di acido. La storia di Lea Garofalo, la donna e madre che sfidò la ‘ndrangheta e venne uccisa e data alle fiamme. Vito Califano su Il Riformista il 23 Novembre 2021. Lea Garofalo venne uccisa 12 anni fa dalla ‘ndrangheta calabrese: alla quale apparteneva per nascita e dalla quale voleva fuggire. Voleva salvare anche sua figlia. Per lo Stato non è una vittima di mafia perché al processo non venne applicata l’aggravante di associazione a delinquere di stampo mafioso. Alla sua storia, alla storia di questa madre e donna, è stato dedicato il film Lea, diretto dal regista Marco Tullio Giordana, e interpretato dall’attrice Vanessa Scalera (diventata ormai nota al grande pubblico per la fiction Rai Imma Tataranni).

Garofalo era cresciuta all’interno di una famiglia di affiliati alla ‘ndrangheta. Era nata a Petilia Policastro, in provincia di Crotone, nel 1974. Orfana del padre. Con il compagno Carlo Cosco era andata giovanissima a Milano e a 17 anni aveva avuto una bambina. Lea aveva sviluppato una contrarietà spontanea e autentica alla criminalità, ai traffici e alle logiche che appartenevano anche alla sua famiglia. Per sottrarre, e in qualche maniera proteggerla, anche la figlia a quell’ambiente decise nel 2002 di denunciare la famiglia e il suo ex Cosco. Quando aveva comunicato al compagno di voler lasciare la casa, in carcere – dove l’uomo era stato arrestato nell’ambito dell’operazione “Storia Infinita” – Cosco la aggredì violentemente: fu necessario l’intervento degli agenti della polizia penitenziaria. Garofalo prima si trasferì a Bergamo, dove il fratello Floriano le lanciò un messaggio di avvertimento incendiandole l’automobile. A Petilia Policastro, dove aveva deciso di tornare, venne aggredita di nuovo dal fratello. E quindi decise di parlare. Fu ammessa subito al programma di protezione con la figlia e trasferita a Ascoli Piceno, Fabriano, Udine, Firenze e Boiano, vicino a Campobasso. Una vita stravolta. E che comunque non mollava: ci credeva in quella scelta Lea Garofalo. Floriano venne ucciso, Carlo uscì di prigione e cercò l’ex compagna che nel 2006 venne espulsa dal programma di protezione perché non ritenuta una collaboratrice attendibile. Un primo tentativo di rapimento a Campobasso: a sventarlo Denise, che era in casa. A Massimo Sabotino erano stati promessi 25mila euro. All’ex compagno Garofalo chiese allora di contribuire al mantenimento della figlia. La donna venne quindi sequestrata a Milano dove l’uomo l’aveva invitata per parlare e risolvere la questione. L’avrebbe strangolata in un appartamento in Corso Sempione dopo averla picchiata. Fu uccisa barbaramente, terribilmente. Il corpo – quello che ne rimaneva: 2.800 frammenti ossei e i resti di una collanina – distrutto e ritrovato il 24 novembre 2009 a San Fruttuoso, quartiere di Monza. Il cadavere venne dato alle fiamme insieme a 50 litri di acido e lasciato bruciare per quasi tre giorni, perché non ne rimanesse traccia. La figlia non credeva alla versione del padre: ovvero che la madre l’avesse abbandonata dopo aver preso i soldi. I carabinieri chiesero alla giovane di continuare a stare con il padre per raccogliere le prove. A tenerla sotto controllo, dietro ordine del padre, Carmine Venturino. La sentenza del processo d’appello arriva nel maggio del 2013, come ricostruisce Libera, e conferma quattro dei sei ergastoli. Giuseppe Cosco fu assolto mentre a Carmine Venturino venne ridotta la pena, in virtù della sua collaborazione. Le condanne sono state tutte confermate dalla Corte di Cassazione nel dicembre del 2014. Denise che al processo parlò contro suo padre e da allora vive sotto protezione e nell’anonimato. Ai funerali, il 19 ottobre 2013, a Milano parteciparono centinaia di persone con la partecipazione di Don Ciotti e del sindaco Giuliano Pisapia. Garofalo è stata seppellita al Cimitero Monumentale di Milano. Il film è uscito nel 2015. Gli altri attori, oltre alla protagonista, sono Linda Caridi nei panni della figlia Denise, Alessio Praticò, Mauro Conte, Matilde Piana e Bruno Torrisi.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Giacomo Galanti per huffingtonpost.it l'11 novembre 2021. È il battesimo più famoso del cinema. Al Pacino/don Michael, nuovo boss mafioso della famiglia Corleone al posto del padre Marlon Brando/don Vito, porta all’altare il figlio della sorella. Mentre dice di rinunciare a Satana e di credere in Dio, i suoi gangster fanno fuori tutti quelli che hanno cercato di uccidere il vecchio genitore. La scena, con le formule pronunciate in latino come usava allora, è molto forte. E si conclude con l’omicidio del padre del bimbo battezzato. Insomma, la figura del padrino (Godfather in inglese) che dà il titolo al film di Francis Ford Coppola non ne esce molto bene. Ma si tratta pur sempre di un’opera di fantasia. A quasi 50 anni dal film premio Oscar, però, la decisione di eliminare la figura spirituale del padrino (o della madrina) arrivata dalla Sicilia ha suscitato la curiosità del New York Times tanto da dedicarle un lungo reportage. Mentre in Italia è quasi passata inosservata. Fin dal titolo “Nella terra del padrino vengono banditi i padrini”, emerge come la saga di Coppola sia ormai salda nell’immaginario collettivo americano fino a identificarla con la Sicilia stessa. Il quotidiano newyorchese si concentra infatti sulla diocesi di Catania, dove, come in altre parti d’Italia, è stata decisa la sospensione di nominare un padrino durante la cerimonia del battesimo per almeno tre anni. Quale sarebbe il motivo della scelta? Su questo non c’è unità di opinione. Anzi, si è aperto un dibattito che potrebbe finire addirittura in tribunale. Da una parte infatti c’è l’articolo del celebre quotidiano che riporta il malcontento di tante famiglie. “È scioccante”, dice la 21enne Jalissa Testa, dopo aver celebrato il battesimo del figlio nella basilica di Catania. E aggiunge: “Nel nostro cuore sappiamo, e loro sapranno, che ha un padrino”. Una figura per tanti imprescindibile. Mentre il vicario generale di Catania, monsignor Salvatore Genchi spiega: “Si tratta di un esperimento” anche se non crede a un ritorno al passato. La Chiesa siciliana è infatti d’accordo che l’immagine del padrino abbia perso nella maggior parte dei casi il suo valore di accompagnamento alla fede. Fin qui tutto bene. Ma nel reportage si sottolinea in maniera insistita come la sospensione sia arrivata anche per eliminare l’occasione, tramite il padrino, di stringere rapporti con altre famiglie, o addirittura clan mafiosi, per avere regalie o altri favori. Viene poi citato anche il vescovo calabrese Giuseppe Fiorini Morosini che ricorda quando nel 2014, da vescovo di Reggio Calabria, chiese al Vaticano, per contrastare i legami della ’ndrangheta, di poter sospendere la presenza di padrini ai sacramenti. L’allora sostituto della Segreteria di Stato, il cardinale Angelo Becciu, rispose - secondo quanto Morosini dice al New York Times - che dovevano prima essere d’accordo tutti i vescovi della Calabria. E quindi in quel momento non fu possibile prendere una decisione in tal senso. Ecco, quest’ultima lettura non è andata giù alla diocesi di Catania. È lo stesso monsignor Genchi a far sapere che la sospensione della figura del padrino non c’entra nulla con la mafia o con la famosa saga della famiglia Corleone. Il vicario generale afferma al Quotidiano di Sicilia che chiederà una rettifica al New York Times “e siamo anche disposti a querelare”. Genchi aggiunge: “È capitato in diverse parrocchie di ricevere pressioni da parte di chi voleva fare il padrino pur non avendo avuto nessuna formazione religiosa, ma non abbiamo mai ricevuto pressioni di tipo mafioso”. A parziale scusante della presunta malizia che sottende l’articolo del New York Times c’è, come dicevamo, una certa narrazione sulle famiglie italoamericane portate con grande successo su grande schermo ed entrata ormai nell’immaginario collettivo. Il già ricordato Padrino nasce dalla penna di Mario Puzo, cresciuto a New York in una numerosa famiglia di immigrati. Il suo sogno era diventare un “pezzo da 90” della letteratura sulle orme di Hemingway e di Fitzgerald. Ma a un certo momento capisce che non è cosa: le recensioni sono mediocri e i soldi pochini. Così, pieno di debiti fin sopra ai capelli anche per il vizio del gioco che racconterà in un bel libro dal titolo I folli muoiono, decide di scrivere un bestseller con cui è convinto di diventare ricco: è Il Padrino. Puzo giura che per costruire il personaggio di don Vito Corleone, con tutti i suoi tic e le sue frasi memorabili, si è ispirato alla madre, riprendendo i loro dialoghi nel piccolo tinello della casa di Hell’s Kitchen. Il resto è storia che dopo l’incontro con Coppola diventerà, esageriamo, leggenda. Tanto che oggi negli Usa c’è grande attesa per la miniserie The Offer, racconto sul dietro le quinte dei film. Impossibile poi non ricordare Mean Streets e Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese. È lo stesso regista ad aver più volte detto di aver preso spunto per le scene più intime dei suoi gangster a episodi della sua giovinezza e ad alcuni racconti riportati dai suoi parenti. Centrale nelle sue opere saranno infatti la famiglia, le origini e il rapporto con la fede. Famiglia a cui dedicherà un approfondito documentario, Italoamericani, che comincia proprio con la madre che prepara le polpette mentre racconta la sua storia. Da ultimo, per sottolineare ancora una volta quanto il filone vada forte, è arrivato nelle sale il prequel della serie tv cult I Soprano, il film I molti santi del New Jersey. Insomma, il catalogo è questo. Forse difficile da ignorare.

Aveva onorato la toga, perciò la mafia uccise l’avvocato Famà. La Camera Penale di Catania, che porta il nome del legale ammazzato nel 1995, ha organizzato una serie di iniziative che si concluderanno domani alla presenza del presidente dell'Ucpi, Giandomenico Caiazza. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio l'11 novembre 2021. Martire in toga. Così può essere definito l’avvocato Serafino Famà. Il professionista venne ucciso a Catania in una uggiosa sera il 9 novembre del 1995. Aveva 57 anni e venne freddato all’uscita del suo studio. A sparare un killer della mafia. La sentenza di morte venne emessa dalla criminalità organizzata in quanto il legale catanese aveva fatto bene, fino all’ultimo, il suo lavoro, seguendo la deontologia e prima ancora la propria coscienza. Impegnato in un procedimento penale molto delicato, l’avvocato Famà volle dissuadere una sua assistita dal rendere una falsa testimonianza a favore di un criminale affiliato a Cosa nostra. Una falsa testimonianza che la criminalità pretendeva per esercitare ancora volta la propria forza prevaricatrice su tutti: comuni cittadini, avvocati, magistrati, uomini e donne delle Forze dell’ordine. Qualche anno dopo nelle motivazioni della sentenza di colpevolezza a carico degli imputati, pronunciata il 4 novembre 1999, la Corte di Assise di Catania si pronunciò con chiarezza usando queste parole: «Le risultanze processuali hanno dimostrato che il movente dell’omicidio in esame va individuato esclusivamente nel corretto esercizio dell’attività professionale espletata dall’avvocato Famà». Nel capoluogo etneo e in tutta la Sicilia è ancora vivo il ricordo di Famà non solo tra la classe forense. Parole piene di commozione sono state espresse da tutti gli esponenti dell’avvocatura siciliana. «Ricordiamo con grande emozione e trasporto Serafino Famà – dice Rosario Pizzino, presidente del Coa di Catania -, che, con la sua preparazione, correttezza e lealtà, ha impreziosito il Foro catanese. Ne siamo orgogliosi e, ancora una volta, in occasione del ventiseiesimo anniversario del brutale quanto insensato omicidio non possiamo non portare a conoscenza di tutti la sua figura». Il sacrificio di Famà deve fungere da esempio per i giovani togati. «Quella del nostro collega scomparso tragicamente – prosegue Pizzino – è un’eredità pesante, caratterizzata dalla massima attenzione ai doveri deontologici e dall’onestà. L’essere avvocato a tutti i costi, la volontà di non tradire l’etica forense, determinarono la fine dell’esistenza terrena del nostro collega Famà. La sua figura di uomo e professionista è un simbolo dell’autonomia e dell’indipendenza dell’azione professionale. Requisiti indispensabili per garantire al cittadino l’effettività della tutela dei diritti. Autonomia significa libertà, indipendenza nelle scelte difensive. Noi avvocati più anziani abbiamo l’onere di instillare ai giovani praticanti, con costanza e pervicacia, con l’esempio quotidiano, che la nostra attività è peculiare perché caratterizzata dalla doppia fedeltà: verso il cliente e nei confronti della legge». Per mantenere vivo il ricordo umano e professionale dell’avvocato ucciso nel 1995 la Camera Penale di Catania, che porta proprio il nome di Serafino Famà, ha organizzato una serie di iniziative che si concluderanno domani alla presenza del presidente dell’Ucpi, Giandomenico Caiazza. Si parlerà di riforma penale con gli avvocati Fabrizio Siracusano (Università di Catania), Aldo Casalinuovo del Foro di Catanzaro e Lorenzo Zilletti del Foro di Firenze e responsabile del “Centro studi Marongiu”.

Salvatore Divuono riabilitato, l’ex sindaco di Cutro mai indagato era stato dichiarato incandidabile. Edoardo Corasaniti su Il Riformista l'11 Novembre 2021. Dipinto come “un amministratore coinvolto” in affari illeciti con le cosche del Crotonese, dichiarato “incandidabile” dal Tribunale, messo in panchina non dai suoi elettori o dai partiti ma dalla magistratura: alla fine Salvatore Divuono, ex primo cittadino di Cutro (Crotone), 66 anni, esce dal tritacarne della giustizia con una vittoria. Per la Corte d’Appello di Catanzaro «non risulta alcuna condotta posta in essere dal sindaco idonea a rivelare, in maniera significativa, una collusione tra lo stesso e la criminalità organizzata». Le 12 pagine della sentenza si concludono con l’esito richiesto dai suoi legali, gli avvocati Tiziano Saporito e Fabio Rizzuti: la dichiarazione di non sussistenza dei motivi di incandidabilità che invece avevano convinto i giudici di primo grado. E il riconoscimento di una vita politica rivolta alla trasparenza, alla legalità e all’antimafia, quella vera, non di facciata o di parata ma di azioni concrete. Già da quando era assessore alle finanze e poi da sindaco. Un risultato processuale opposto rispetto a quanto stabilito il 25 marzo scorso, quando Tribunale di Crotone- sezione Civile- esce con un dispositivo che decreta l’impossibilità per l’ex primo cittadino di presentarsi alle prossime elezioni, comunali, regionali o provinciali o circoscrizionali in Calabria. A portarlo in giudizio pochi mesi prima era stato il ministero dell’Interno: secondo l’Avvocatura dello Stato, Divuono era un “amministratore coinvolto” del Comune di Cutro, commissariato per mafia nell’agosto del 2020, dopo l’operazione “Thomas” della Dda di Catanzaro. Con il blitz del 15 gennaio 2020, i magistrati portano alla luce un presunto dialogo costante tra la cosca Grande Aracri e i palazzi del potere del crotonese, tra cui proprio Cutro. Divuono non è indagato e non lo sarà mai. Il tempo passa e a giugno del 2020 lo stesso sindaco rassegna le dimissioni. Le fibrillazioni interne alla sua maggioranza (una lista civica) lo costringono a mollare. Arriva il commissario prefettizio ma dopo due mesi il Governo manda i commissari antimafia per valutare il livello di permeabilità della criminalità organizzata negli uffici comunali. Per i giudici crotonesi che esaminano il caso di Divuono in primo grado, l’arrivo degli sceriffi antimafia è già di per sé un indizio sufficiente per arrivare una conclusione: la presunta cattiva gestione del Comune, non improntata su criteri di legalità e buon andamento, ha trovato «una naturale prosecuzione nel corso dell’amministrazione condotta dal sindaco Divuono». Di conseguenza, l’invasione di campo: “È incandidabile”. La palla passa ai magistrati di secondo grado, che ribaltano la decisione andando a fondo tra le carte, i documenti e le istanze della difesa: «Non si evince un chiaro collegamento tra l’operato dello stesso sindaco sul piano amministrativo e l’azione delle consorterie criminose, né un asservimento del medesimo alle volontà e agli interessi delle cosche locali, né, nello specifico, è stata evidenziata una frequentazione del Divuono con esponenti di spicco delle consorterie locali». Un legame tra l’ex sindaco e le cosche che non si è manifestato in nessuna occasione, soprattutto nel campo minato degli affidamenti pubblici, terreno fertile per le agenzie criminali. Anche in questo caso, scrivono i giudici, non si evince una responsabilità del Divuono nelle attività amministrative ritenute irregolari. Perché c’è un principio che vale nel giudizio di incandidabilità: la stretta correlazione che deve esistere tra le azioni del soggetto e il favoreggiamento alle cosche. Non astratta, teorica o immaginaria ma reale e verificabile. Invece, per il caso Divuono, non c’è nessuna collusione ma solo un’ombra che ha coperto ingiustamente la sua carriera politica e la sua vita. Dopo la decisione che ha il profumo della riabilitazione politica, l’ex sindaco ha detto di essere «contento della sentenza che rafforza la fiducia che ho sempre avuto nelle Istituzioni dello Stato. Contento anche che i giudici hanno evitato l’errore di dichiararmi incandidabile perché sono una persona per bene». Edoardo Corasaniti

L'Antimafia a Cosenza: «Toghe sporche e cronisti pavidi». I verbali secretati. Marta Spiana su Il Quotidiano del Sud il 29 ottobre 2021. Le cosche calabresi tendono a dialogare tra loro, a spalleggiarsi in un sistema federativo in cui si sorreggono vicendevolmente invece che sottrarsi clienti. In prima battuta Nicola Morra sintetizza così ai giornalisti calabresi le ultime analisi della commissione parlamentare antimafia, in visita ieri mattina negli uffici della prefettura di Cosenza. Ma poi frena: «Non posso dire di più, la maggior parte delle audizioni sono secretate, tanti argomenti sono stati oggetto di nascondimento». Quel che è certo, dice Morra, è che «la situazione è complessa e necessita di nuovi approfondimenti, soprattutto in merito alla gestione degli uffici giudiziari, alla tipologia di reati e di dibattimenti che si stanno portando avanti». L’intenzione, dunque, è quella di continuare a lavorare sodo, cercando di mobilitare tutti gli attori della lotta alla ‘ndrangheta «per realizzare una sinergia e una intesa ancora più efficace». Poi il presidente dell’antimafia entra nel vivo della discussione, puntando il dito contro le amministrazioni locali, colpevoli spesso, a suo dire, di favorire le cosche. Fa anche un riferimento al parcheggio di piazza Bilotti, a Cosenza: «Io stesso ho parlato della vicenda singolare della costruzione del parcheggio sotterraneo di piazza Bilotti, vicenda singolare perché la gara è stata vinta in presenza di un unico concorrente». Una dinamica che – rimarca l’ex grillino – «è sconosciuta ad altre realtà italiane e per la quale tutti sono invitati a farsi delle domande». Il punto, insomma, non sarebbe solo quel reato di voto di scambio che sistematicamente ingombra le pagine della cronaca calabrese, ma anche il fitto corollario di illeciti di cui si macchia troppo spesso la mala politica locale: «Soprattutto in territori in cui l’attività è promossa da amministrazioni pubbliche, la ‘ndrangheta ha interesse a infiltrarsi nella gestione dei soldi che il pubblico immette sul mercato; quindi ci sono tante altre azioni criminali, che riguardano in particolare affidamenti e gare d’evidenza pubblica». Al solito, la parte del leone nella partita contro le cosche mafiose la fa lo Stato. Che si dimostra troppo spesso incapace di fornire risposte credibili ai cittadini: «Noi sappiamo che gli uffici giudiziari di questa parte della Calabria sono oggetto di attenzione da parte della procura di Salerno e questo spiega anche una sorta di difficoltà da parte delle persone a denunciare, perché si fa fatica ad affidarsi allo Stato quando lo Stato vien meno al suo dovere. Se non ritorniamo ad avere fiducia nelle istituzioni preposte a contrastare la criminalità organizzata, la stessa vince facilmente». Una scommessa su cui il senatore punta, auspicando, se non proprio incontri a cadenza mensile, certo una maggiore continuità da parte della commissione. In coda al suo intervento, Morra non dimentica di indirizzare qualche stoccata ai giornalisti. Non quelli, dice con una punta di ironia, che «raccontano i fatti a 360 gradi, ma quelli che lo fanno a 36 gradi sottraendo lo 0». A quanto pare il tema degli «informatori infedeli» si aggiunge ai punti all’ordine del giorno del fitto dibattito della commissione. Oggi sarà il turno di Crotone, dove un analogo incontro è previsto con forze dell’ordine, stampa e rappresentanti delle istituzioni. Ieri mattina il parlamentare genovese aveva rilasciato delle dichiarazioni al pubblico sulla necessità da parte della politica di essere concorrenziale in settori cruciali quali la sanità, i servizi, il credito. E sulle liste degli impresentabili aveva chiamato in causa il codice che porta il suo nome e rende più stringenti i criteri per l’eleggibilità dei candidati, criticando la mancata ratifica del regolamento da parte della Camera e del Senato.

Nel frattempo, davanti ai cancelli dell’Annunziata di Cosenza, l’ennesima fila di striscioni denuncia le mancate assunzioni dell’Asp e la conseguente carenza di personale medico in ospedale. 

Per tutti coloro che si limitano a diffondere e condividere articoli di cronaca attinenti la mafia, che provino a leggere, ed eventualmente diffondere, i capitoli dei miei libri: "Contro Tutte Le Mafie" o "La Mafia dell'Antimafia" o “Mafiopoli. L’Italia delle mafie” o di “Palermo e la Sicilia. Quello che non si osa dire”. Non mi arrischio a dire che costoro devono leggere tutto il trattato, ma almeno conoscere il contenuto di soli due capitoli: LA GUERRA TRA ASSOCIAZIONI ANTIRACKET; LA MAFIA DELL'ANTIMAFIA. LA "ROBBA" DEI BOSS? COSA NOSTRA. Per i malpensanti che credono che voglia pubblicizzare le mie opere, a loro dico che possono leggerli in parte gratis su Google libri.

Poi ai grillini dico: che il vostro guru sia di Genova e che badi solo ai soldi è un dato di fatto. Che voi veniate da Marte e non siete macchiati dall’italica vergogna e quindi siete di specchiata illibatezza ed onestà è una vostra presunzione. Però fareste cosa giusta se, anziché combattere contro i privilegi della sola casta dei politici, lottaste per togliere i privilegi di tutte le caste e le lobbies e cosa più importante togliere loro il potere, specialmente alla magistratura. Sempre che abbiate il coraggio e la capacità di farlo.

Sciolto il comune di Foggia, trionfa la cultura del sospetto. Michele Vaira su Il Riformista il 29 Ottobre 2021. La relazione di scioglimento del Comune di Foggia si dilunga, dettagliatamente, sulla storia giudiziaria della mafia foggiana. Un dato chiaro, inequivocabile, che nessuno può e deve discutere. Si tratta di una mafia violenta, con (almeno) due distinte “batterie” che in alcuni periodi hanno cercato di sterminarsi reciprocamente; che ha un profondo controllo del territorio, imponendo la legge del pizzo; che gestisce i traffici di stupefacenti e l’usura. Ma le sentenze e le indagini vanno apprezzate non solo per ciò che accertano, ma anche per ciò che negano. Non è mai stato accertato giudizialmente quel “salto di qualità” (tipico di altre realtà mafiose) che introduce i capitali mafiosi nell’economia legale. Manca qualsiasi prova di una vera commistione tra mafiosi e imprenditori. Tantomeno di un rapporto con la politica. Si può quindi affermare che la mafia foggiana di oggi è paragonabile alla mafia siciliana di quaranta anni fa o quella calabrese di venti anni fa. Ciò non significa che non debba essere affrontata e debellata, ma commissariare l’amministrazione comunale non è la risposta più efficace al problema. Per impedirne l’evoluzione in forme di “mafia imprenditoriale” è necessario intervenire sulle dotazioni delle forze di polizia e, soprattutto, sulla geografia giudiziaria. È inconcepibile che Foggia non sia sede (quantomeno distaccata) di Corte d’Appello. Il numero di comuni di Capitanata sciolti per mafia è elevatissimo, del tutto sproporzionato rispetto ad altre realtà italiane; l’unica altra città capoluogo di provincia sciolta per mafia è Reggio Calabria. L’infiltrazione nei gangli della pubblica amministrazione è sintomo di uno stadio già metastatico del cancro mafioso, tipico delle mafie più strutturate ed evolute. La Quarta Mafia, per come emerge da sentenze e indagini note, è una mafia ancora “primordiale”. La relazione prefettizia è in larga parte una giustapposizione di elementi, alcuni ipotetici, altri parziali, altri ancora addirittura errati. Il trionfo della cultura del sospetto, nella totale assenza di contraddittorio con i diretti interessati. Una lunga (quanto inutile) digressione sulla storia (del tutto assodata e incontestabile) della mafia foggiana, un enorme (quanto ingiustificato) spazio sulle due meritorie e meticolose quanto approfondite indagini sulla corruzione, che non hanno alcuna attinenza con il fenomeno mafioso. Poi una serie di elementi eterogenei quanto inconcludenti: la considerazione che il clima di (presunta) corruttela costituisca terreno fertile per l’infiltrazione mafiosa; la fuorviante statistica sui precedenti di polizia relativi ai dipendenti comunali; elementi tratti da indagini poi archiviate per infondatezza. Per finire, poi, con la valorizzazione delle interdittive antimafia a carico di aziende locali, che a loro volta sono provvedimenti basati sul sospetto. Uno strumento che paradossalmente non colpisce le aziende effettivamente criminali, ma i parenti onesti di soggetti che si dedicano (o si sono in passato dedicati) al crimine. Aziende sane di gente incensurata vengono messe in condizione di scomparire. Sospetto che legittima il sospetto. La morte dello stato di diritto. Lo scioglimento del consiglio comunale è una decisione politica, adottata dall’esecutivo. Non certo emessa da un magistrato, indipendente da ogni potere, che applica, interpretandola, la legge, motivando la sua decisione. La sospensione della democrazia è rimessa alla valutazione di semplici funzionari che rispondono al potere esecutivo, e quindi indirettamente alla politica. Non ci sono veri e propri termini di paragone, precedenti giurisdizionali, parametri chiari, rispetto a quella che si manifesta come una discrezionalità talmente ampia da sfociare nell’arbitrio. Pur se formalmente adottata dai più alti livelli istituzionali (Presidente della Repubblica, Consiglio dei Ministri), nei fatti dipende da un semplice collegio di prefetti e Forze dell’Ordine. Di fronte a conseguenze così devastanti per la democrazia, ossia il diritto di scegliere i propri rappresentanti e amministratori, e per la libertà d’impresa – nel caso delle interdittive – lo Stato dovrebbe apprestare garanzie paragonabili a quelle che il processo penale riserva per la libertà personale. Quindi, contraddittorio effettivo, intervento della magistratura e standard di prova elevati. Nella legge del sospetto, invece, vale tutto e il contrario di tutto. Il fatto che una legge del genere abbia domicilio nel nostro sistema giuridico e resista al vaglio di costituzionalità è misura della violenza dello Stato nei confronti del cittadino. E hanno anche il coraggio di definire tutto ciò quale “forma di tutela avanzata”. La beffa, oltre al danno. Michele Vaira

A Palermo va in scena Kafka. La follia del processo Bacchi verso sentenza, Ingroia: “Vittima due volte”. Giorgio Mannino su Il Riformista il 13 Ottobre 2021. Assoluzione con formula piena e dissequestro di tutti i beni. Sono le principali richieste rivolte dall’avvocato Antonio Ingroia al collegio giudicante del tribunale di Palermo presieduto da Riccardo Corleo durante la sua arringa in difesa di Benedetto Bacchi, l’imprenditore di Partinico accusato di associazione mafiosa. Una “doppia vittima, prima della mafia e poi dell’antimafia”, secondo l’ex pm, schiacciata da un lato da Cosa Nostra e dall’altro dagli ingranaggi di quella macchina infernale che è diventata negli ultimi anni parte dell’antimafia giudiziaria, strumento di potere per assicurare folgoranti carriere o per eliminare scomodi avversari. Per Ingroia «del castello accusatorio non resta nulla. La procura si è aggrappata alle dichiarazioni dei collaboranti come fossero zattere alle quali agganciarsi per salvarsi dal naufragio». Il repertorio è sempre lo stesso: dubbi, sospetti, pregiudizi. E le prove? «Neppure l’ombra», tuona Ingroia. «Occorrono una condotta materiale, un evento materiale del reato e il dolo. C’è tutto questo? No!», prosegue l’ex pm rivolgendosi ai giudici. Ma facciamo un passo indietro. È il 2018. Bacchi, imprenditore nel settore delle scommesse, viene arrestato nell’ambito dell’operazione Game Over. Secondo la procura di Palermo Bacchi, grazie a un patto con Cosa Nostra sarebbe riuscito a monopolizzare il settore e a realizzare una rete di agenzie di scommesse abusive capaci di generare profitti per un milione di euro al mese. L’imprenditore viene rinviato a giudizio e nelle scorse settimane, dopo tre anni e mezzo di carcere, la Procura chiede per Bacchi la pena più alta tra tutti gli altri imputati del processo ordinario e cioè 20 anni di reclusione. In realtà Bacchi sarebbe vittima della mafia palermitana del pizzo. «Bacchi – dice Ingroia – ha ammesso di avere avuto a che fare con la mafia. Da vittima. È stato minacciato e ha avuto paura. Non si è fidato dello Stato. È sceso a patti per salvare se stesso, i suoi familiari e la sua attività imprenditoriale e ha pagato per limitare i danni e continuare a lavorare». Ma la mafia non si ferma. Continuano le minacce. Intanto interviene lo Stato che, però, reputa Bacchi complice di Cosa Nostra. L’imprenditore viene arrestato e tenuto in carcere tre anni e mezzo. Durante il processo la sua difesa riesce a dimostrare quello che Ingroia definisce «un clamoroso errore giudiziario, una vicenda costellata da errori marchiani, dannose superficialità e pregiudizi ingenerosi” ma la Procura di Palermo continua nella sua accusa. Intanto l’imprenditore partinicese si ammala di una grave depressione psichica che lo porta a tentare il suicidio in carcere. Per questo lo scorso luglio Bacchi viene ammesso agli arresti domiciliari. In famiglia la sua condizione di salute migliora e con coraggio, grazie al conforto familiare, accusa durante il dibattimento i suoi estorsori. Per la Procura, però, le sue dichiarazioni sono tardive e inoltre averle rese in pubblico dibattimento costituisce un danno alle potenziali indagini e un favore ai mafiosi. Secondo l’accusa Bacchi con le sue pubbliche dichiarazioni avrebbe agevolato Cosa Nostra accusandone alcuni suoi componenti di spicco, solo perché così li avrebbe “avvisati” delle sue dichiarazioni: «Davvero singolare considerazione del pm che, nel suo furore inquisitorio, arriva ad ipotizzare un insostenibile condotta di favoreggiamento nel dichiarante che accusi pubblicamente un mafioso perché vuole agevolarlo», dice Ingroia. Che aggiunge amaro: «Benedetto Bacchi non è Libero Grassi. E allora? Bisogna farsi uccidere per essere creduti? È vero che non ha mai denunciato i suoi estorsori finché non si è ritrovato accusato di complicità della mafia ed arrestato. Ma può essere ritenuto colpevole per questo? È vero che per anni ha pagato i suoi undici aguzzini piegandosi alle loro richieste di estorsione, ma può essere punito solo per questo?». Sarà la corte a decidere nel merito. Intanto, però, il dibattimento è durato tre anni. Bacchi è rimasto in carcere quasi quattro anni. Due mesi agli arresti domiciliari. Il 25 ottobre sono previste le repliche e poi sarà emessa la sentenza. Giorgio Mannino

Mattia Feltri per “La Stampa” il 6 ottobre 2021. Cammino anzi saltello. E canticchio: che sensazione di leggera follia sta colorando l'anima mia. Ah, Lucio Battisti è sempre qui, a porgermi le chiavi del cuore. Canticchio all'aria corroborante d'ottobre, mentre cinque anni fa sotto un cielo plumbeo, cattivo, i militanti meloniani e salviniani salivano al Campidoglio in nome del popolo a gridare fuori la mafia dal Comune. Era il Comune in cui s' era rinserrato il sindaco Ignazio Marino, arreso alla follia collettiva, e dunque sì, diceva, la mafia è entrata in queste stanze ma per sloggiare me. Poi il suo partito lo portò in pellegrinaggio di borgata in borgata a chiedere scusa per non aver riconosciuto la mafia a prima vista, e in una tale melma chi ci sguazzava come un pescetto nella boccia erano i cinque stelle. Beppe Grillo chiedeva alla gente onesta la forza di disinfestare la città, Luigi Di Maio invitava i cittadini a consegnargli notizie di stampo mafioso in busta chiusa, e in cambio dell'anonimato, Alessandro Di Battista esortava le persone perbene di Pd e Forza Italia ("ce ne sono!") a mandargli delazioni via mail, ché ci avrebbe pensato lui a ripulire la "Repubblica filomafiosa". Arrivarono pure i giornalisti americani a cercare le coppole e le lupare sotto la statua di Marco Aurelio, ma per fortuna passano anche le sbronze e no, la mafia non si era impadronita dell'amministrazione comunale, era una colossale e scema calunnia. Ma intanto sotto quel cielo plumbeo e cattivo, a liberarci dai padrini era stata eletta Virginia Raggi. Questo, cinque anni fa. Va sempre peggio: che sciocca espressione. E che sensazione di leggera follia sta colorando l'anima mia.

La polemica. La cultura antimafia è razzista. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 22 Settembre 2021. Se fossimo capaci di vedere bene la sostanza delle cose, senza che la vista rimanga solo impressionata dal tegumento retorico che la ammanta, allora riconosceremmo il segno profondo della cosiddetta cultura antimafia: il razzismo. Non mi riferisco – inutile precisarlo – alle persone, perlopiù in buona fede, che ispirano la propria militanza alla missione antimafiosa. I politici, i magistrati, i giornalisti che pure lo fanno sono seriamente convinti di parteggiare in tal modo sul fronte delle cose giuste. Mi riferisco piuttosto, e appunto, alla cultura che quella convinzione determina, una cultura in profundo razzista e tanto più pericolosa perché intride atteggiamenti che nemmeno vagamente si sospettano discriminatori. E il razzismo della cosiddetta antimafia sta in ciò, che essa criminalizza non già un comportamento ma una condizione. E così la sanzione per una testata sul naso di un giornalista si misura sul grado di mafiosità del picchiatore. Così, ancora, l’identica corruzione, l’identica estorsione, l’identico omicidio eccitano più o meno i meccanismi reattivi dello Stato secondo che a commetterli sia il criminale comune o invece il mafioso. Così, infine, è quel criterio discriminatorio, esattamente riferito a quella “condizione”, a fare che le cure di giustizia vadano dal degrado della normalità detentiva ai tormenti del carcere duro. Ed è tanto più evidente il presupposto razzista di questo meccanismo, quando si vede come esso funziona nel coinvolgimento indiscriminato delle “famiglie”, dei “clan”, i cui membri scontano una colpa non diversa rispetto a quella attribuita a un colorato in regime di apartheid. Iuri Maria Prado

Una mafia più percepita che reale. Per la Dia la mafia è cambiata, ora cambiate il 416 bis. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 23 Settembre 2021. L’ennesima notizia su un pubblico amministratore arriva da Palermo, dove il gip ha prosciolto con la formula più ampia il sindaco di Castellamare del Golfo, Nicolò Rizzo, indagato da un anno e mezzo nell’ambito di un’operazione definita “Cutrara” per “favoreggiamento aggravato dal fatto di aver agevolato Cosa Nostra”. Un classico, che pare ricalcare quel che accade ogni giorno in Calabria, con l’uso a piene mani, anche per la contestazione di un abuso d’ufficio, dell’aggravante mafiosa. Il che serve alla polizia giudiziaria e al pm per poter arrestare e intercettare, ma anche a sancire sempre di più, giorno dopo giorno, che nelle regioni del sud tutto è mafia. E soprattutto per dimostrare che ormai la mafia è quella dei “colletti bianchi”. Nella stessa giornata in cui abbiamo appreso la notizia di Palermo, è stata resa nota la relazione della Direzione Investigativa Antimafia (Dia) al Parlamento relativa al secondo semestre del 2020. Lo schema riflette una certa miopia, troppo spesso voluta, nell’esaminare le evoluzioni e i cambiamenti delle mafie, a partire da quel 1982 in cui, dopo l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fu introdotta nella legge Rognoni-La Torre la fattispecie dell’articolo 416 bis del codice penale, l’associazione mafiosa. Ci si deve domandare, prima di tutto, se quella formulazione oggi sia ancora attuale. Probabilmente in gran parte non lo è, a partire dalla Sicilia, la regione che più di ogni altra ha sofferto fino agli anni novanta la guerra tra cosche e l’assalto allo Stato con le armi e il tritolo. «L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti…». Nelle parti successive al comma 3 dell’articolo 416 bis il legislatore si sofferma a lungo sul concetto di associazione mafiosa armata. Non per caso. Il possesso e l’uso delle armi sono sempre stati fondamentali ai boss per assoggettare e per controllare il territorio. Oggi la relazione della Dia, e non è una novità, ci dice che «la violenza delle mafie è ormai residuale, la strategia è infiltrare l’economia. Riciclano al nord, puntano i fondi pubblici nel meridione». I dati sono molto chiari, gli omicidi, i ferimenti, le faide di sangue sono quasi del tutto terminati. E questa è una buona notizia. Più preoccupante è il fatto che gli investigatori dell’antimafia non riescano a staccarsi dalla nostalgia di un proprio ruolo necessariamente diverso quando fischiavano le pallottole. Che senso ha infatti, invece di gioire, di farsi vanto anche, per questo radicale cambiamento della società meridionale, voler leggere la nuova situazione come «processo di trasformazione e sommersione, senza rinunciare alla pressione intimidatoria che garantisce il potere criminale»? Il fatto che nel mondo del narcotraffico o del mercato “sporco” dei traffici sui rifiuti o sul movimento terra ricorrano anche nomi di famiglie conosciute come appartenenti ad antiche storie di mafia, non qualifica necessariamente questi reati come “mafiosi”. E non tutti coloro che commettono questo tipo di reati devono per forza appartenere alle cosche. Questo non significa che non esiste più la mafia, ma semplicemente che non tutto è mafia. Che storicamente gli uomini della ‘ndrangheta siano impegnati nel traffico internazionale degli stupefacenti, e in particolare in collaborazione con i sudamericani, è cosa piuttosto nota. Ma la loro attività illegale è costruita ancora, come fu un tempo, sulla forza intimidatrice e la capacità di ottenere omertà tramite la forza di assoggettare, o non è semplicemente fabbrica di soldi? Non è una domanda da poco. Perché, se è vero, come dice la relazione della Dia, che questa attività si concretizza al Nord mediante il riciclaggio, al sud l’infiltrazione avviene nel settore pubblico e dei pubblici finanziamenti. E qui entrano in gioco le maxi-inchieste e i maxi-processi che paiono troppo spesso finalizzati a incastrare questo o quel politico, questo o quell’amministratore locale. Sempre tenendo in tasca la carta dell’aggravante mafiosa o del concorso esterno. Colpisce nella relazione della Dia che, nei dati, non si parli solo della diminuzione degli omicidi, ma anche dell’aumento delle «induzioni indebite a dare o promettere utilità», piuttosto che dei «traffici d’influenze» e delle turbative d’asta. I tipici reati dei “colletti bianchi”. Equiparati, persino nelle tabelle di dati statistici, ai reati di mafia. Se l’articolo 416 bis del codice penale racconta ormai più di una sorta di “mafia percepita” che reale, forse è ora di procedere a una revisione del tipo di reato. Anche se non piacerà a Nicola Gratteri, cui comunque va la nostra solidarietà per le minacce ricevute.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Era in corsa per il Municipio V della Capitale. “Casamonica non è mafia”, Pd sempre più giustizialista: scaricato il candidato Baldacelli. Redazione su Il Riformista il 23 Settembre 2021. “No, quella dei Casamonica non è mafia”. Il giudizio è di Fabrizio Baldacelli, candidato dem in corsa per il Municipio V della Capitale, che contraddice l’ultima sentenza sul clan Casamonica del Tribunale di Roma. E gli è costato caro. Il Pd ha deciso di scaricarlo. Sebbene il Partito democratico non possa intervenire direttamente sulle liste elettorali, ha diffidato ufficialmente il candidato consigliere dal fare campagna elettorale con il simbolo dei dem. Un intervento mirato ad per evitare imbarazzi e scossoni proprio durante la campagna elettorale per le amministrative, che vede Roberto Gualtieri candidato sindaco del centrosinistra. Ma soprattutto, la decisione è stata fulminea a seguito di uno scambio di messaggi su Facebook tra Federica Angeli, giornalista antimafia e ora delegata alle Periferie della sindaca Virginia Raggi, e l’aspirante consigliere. I post di Baldacelli, pubblici e accessibili a tutti, commentavano proprio l’ultima sentenza sul clan Casamonica. “Hai combattuto contro una banda di delinquenti e assassini, ma non credo sia mafia”, attacca il candidato consigliere. “Quindi i magistrati sono pazzi?”, replica la cronista. Chiude così l’ormai ex dem: “Assolutamente no, semplicemente credo che la mafia sia altro, è qualcosa di simile ma secondo me quella di Roma e di Ostia non è mafia”. Il botta e risposta non è sfuggito al Nazareno. I vertici del Pd hanno così deciso: “La sentenza è chiara, gli esponenti del clan dei Casamonica sono stati condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso. La mafia a Roma esiste e il Partito democratico è sempre stato in prima linea per estirpare l’erba velenosa insediata nella città e ha sempre sostenuto la lotta per legalità. Prendiamo nettamente le distanze dalle affermazioni del candidato Baldacelli che hanno scatenato la discussione e una serie di attacchi a tutto il Pd. Le sue affermazioni sono incompatibili con il pensiero del Pd e lo consideriamo fuori dalla lista municipale. Noi staremo sempre al fianco di chi le mafie le combatte. La mafia esiste a Roma, la sentenza è chiara”. Baldacelli ha accettato il colpo. L’ormai ex candidato dem ha rimosso dai social foto con i simboli del Nazareno.

Aboliamo i reati associativi? Condanne pesanti per i Casamonica, ma “se tutto è mafia niente è mafia”. Piero Sansonetti su Il Riformista il 21 Settembre 2021. A differenza del gigantesco processo Mafia-capitale, che si concluse con la certezza che la mafia non c’entrava niente con gli episodi di corruzione ai quali quel processo si riferiva, e non era padrona a Roma, il processo ai Casamonica si è concluso con la condanna per mafia. E il conseguente diluvio di anni di prigione e probabilmente di 41 bis. Fino a 30 anni per Domenico Casamonica, 20 anni per Giuseppe Casamonica, 25 anni per Salvatore, 23 anni per Pasquale, 20 anni per Massimiliano, 19 anni per Liliana detta Stefania. In tutto i condannati sono 44. È giusto così? Leonardo Sciascia, che è stato il più importante e il primo intellettuale italiano a denunciare la mafia già dall’inizio degli anni Sessanta – quando gran parte del giornalismo e dell’intellighenzia ne negava l’esistenza – qualche anno dopo avvertì che “se tutto è mafia niente è mafia”. Non è una affermazione che tende a ridurre l’importanza della mafia, al contrario: la amplifica. Lo stesso Falcone, del resto, in molte occasioni spiegò la peculiarità di Cosa Nostra, che lui considerava una organizzazione del tutto speciale e diversa dalle normali organizzazioni malavitose. La sentenza contro i Casamonica invece va esattamente nella direzione opposta. Cosa sono i Casamonica? Non sta a noi dirlo, saranno giudicati nei vari gradi di giudizio. A occhio sono un clan fuorilegge, probabilmente, accusato di reati molto gravi, come estorsione, spaccio, usura, violenza privata. E poi accusati di associazione mafiosa. Non di omicidio, che è di gran lunga il più terribile dei delitti esistenti.  Neanche di ferimenti o altri reati violenti. Sebbene non siano accusati di omicidio, sono stati condannati per associazione mafiosa e quindi è stato possibile decidere per loro pene pesantissime, fino a 30 anni di carcere. Cosa ha spinto i giudici a decidere che la banda dei Casamonica è mafiosa, sebbene operi in un territorio lontanissimo dai territori tradizionali dove la mafia è nata e vive, e sebbene a carico della banda non sia stata mossa nessuna accusa di omicidio? Perché una banda della malavita viene considerata efferata e mafiosa sebbene non abbia ucciso e non sia legata in nessun modo a Cosa Nostra, o alla camorra o alla ‘ndrangheta? Esiste una differenza tra mafia e malavita? Non è chiaro. È più chiaro invece il motivo per il quale, da diversi anni, una parte della magistratura tende a battere la via della mafia per perseguire ogni tipo di crimine. Il motivo è duplice. Da una parte perché contestare a un imputato l’aggravante mafiosa consente metodi di indagine più efficaci e sbrigativi, ma evidentemente meno garantisti, e questo aiuta il lavoro di perseguimento di un reato. Se per esempio ti accuso di furto – per capirci – non posso intercettare te, né tantomeno i tuoi parenti o amici. Se ti appioppo l’aggravante mafiosa posso, e tutto diventa più facile. Poi c’è il secondo motivo e riguarda le pene, il regime speciale di detenzione, l’abolizione dei benefici penitenziari. Ormai in Italia è così: c’è un regime giuridico e penitenziario per i reati ordinari e un regime del tutto diverso per i reati mafiosi. E di conseguenza c’è la tendenza a chiedere con grande facilità l’aggravante mafiosa, per ragioni tecniche o per ideologia. Il problema è molto complesso. Sia perché è assai discutibile la costituzionalità della doppia giustizia. Come si può conciliare il doppio regime con l’articolo tre della Costituzione che impone l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge? Se la legge è legge deve esserlo per tutti, e per tutti con gli stessi modi, gli stessi tempi, gli stessi benefici e la stessa severità. Ma anche per un’altra ragione. Che senso ha il reato associativo? Far parte di un’associazione è una colpa se questa associazione commette crimini; ma allora non sarebbe giusto che il colpevole fosse punito per i crimini che ha commesso e non per l’essere o no lui un associato? Se sono associato e non faccio niente di male, qual è la colpa? Il reato associativo fu introdotto in Italia (e non esisteva in nessuna altra parte del mondo) un po’ dopo la metà dell’800. Per colpire il fenomeno del brigantaggio, che era contemporaneamente un fenomeno di illegalità ma anche un fenomeno politico. Settori vasti del popolo del Sud resistevano a quella che consideravano una invasione piemontese. Allora scattarono le famose leggi Pica (nome di un feroce deputato abruzzese che le propose e trovò l’appoggio del governo Farini), le quali per stroncare l’appoggio da parte della popolazione di gruppi del brigantaggio, decise che il modo migliore era introdurre un nuovo reato che permettesse una repressione di massa durissima e crudele. Che portò perfino alla messa a ferro e fuoco di interi paesi. Le leggi Pica sospendevano lo Statuto Albertino, il quale, come la nostra Costituzione, prevedeva l’uguaglianza dei diritti giuridici. Possibile che più di 150 anni dopo quelle leggi liberticide, lo Stato italiano debba ancora tenere in vigore quei principi, chiaramente in contraddizione coi principi generali del diritto? Negli ultimi decenni l’idea del reato associativo è stata difesa dai settori conservatori (ampiamente maggioritari) dell’establishment e dell’intellettualità, con la necessità di combattere prima il terrorismo e poi la mafia, che seminavano morti. Discutibile che la lotta a fenomeni criminali possa essere condotta in contrasto col diritto. Comunque oggi la situazione è molto diversa. Non stiamo più combattendo contro bande di omicidi. I delitti mafiosi sono dieci volte meno dei femminicidi. Il femminicidio, almeno su basi statistiche, è un’emergenza molto più grande. E allora non sarebbe utile tornare ai principi costituzionali e abolire le legislazioni di emergenza, specie quelle varate contro i briganti dell’800?

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Paola Pellai per “Libero Quotidiano” il 19 settembre 2021. Troppo facile andare a Scampia a farsi parare due calci di rigore su un campo da calcio con le righe bianche verniciate a lucido. Ancora più facile fingersi tennista in completo gessato, come ha fatto Giuseppe Conte nel suo tour elettorale. Scampia, periferia nord di Napoli, non si identifica in tutto ciò e neppure nell'omonima fermata metropolitana con installazione sonora "firmata" e un design da Guggenheim Museum. Scampia è la vergogna di quelle Vele che ancora disegnano un paesaggio di lamiere, degrado, inciviltà. Sono le nostre favelas, qui ci si intossica di cemento, amianto, fumo, infiltrazioni. Qui tutto è rotto, sporco, pericolante. Il campo da calcio non ha l'erba, non ci sono reti alle porte arrugginite, mancano le linee regolamentari: è uno spazio di terra rinsecchita e sterpaglia. Qui cammini nella paura e nel ventre di ruggine, infiltrazioni e amianto. Molte persone si sono ammalate di tumore e in troppe sono morte. Vedi l'acqua scendere dai muri già impregnati di umidità, trovi gli scheletri di appartamenti arsi dalle fiamme, annusi l'insalubre presenza dell'amianto e ogni pertugio è pieno di spazzatura e rifiuti. Qui si vive nell'anonimato, addensati senza controlli in gironi infernali, con numeri simili a pallottolieri impazziti. Ma sai per certo che in quelle scatole di latta vivono tanti bambini, te ne accorgi dalla sfilata baby di magliette, calzini, bavaglini, tute sui balconi. Non esistono citofoni e neppure cassette delle lettere. C'è chi scrive il proprio nome (mai il cognome) sulla porta in lamiera, talvolta c'è pure un numero di cellulare. Ci sono fili e cavi elettrici che penzolano ovunque e che passano da un ballatoio all’altro. Altri, insieme a lunghi tubi, sono a terra ed è facile inciamparci. Gli allacciamenti sono fai da te, se qualcosa va storto o vuoi fare un dispetto al tuo nemico, saltarein aria o appiccare un incendio è un attimo. L'ultima volta è successo a giugno, con un rogo domato dai vigili del fuoco e una colonna di fumo avvistata a chilometri di distanza. Si vive alla giornata in una delle aeree a maggior tasso di disoccupazione in Italia. Se t'infili nei dedali bui e intricati dei piani sotterranei ti accorgi in fretta che l'arte dell'arrangiarsi diventa per molti la sopravvivenza. C'è chi lava auto, chi le aggiusta, chi ha aperto un bar e chi vende generi alimentari. Chi abita qui invecchia nell'umidità, nella precarietà, nel pericolo. Questo è il luogo delle aspettative tradite e della vergognosa processione dei candidati politici che in campagna elettorale arrivano barattando finte promesse con i voti, ingolositi dalle 41 mila presenze, ma è una cifra al ribasso. La verità è che qui lo Stato non esiste, ne sta al di fuori e vogliono tenerlo al di fuori. Le originarie sette Vele di Scampia sono state costruite su un'area di 115 ettari tra il 1962 e il 1975 su progetto dell'architetto Francesco De Salvo. Un intervento di edilizia economica popolare a forma triangolare che, ispirandosi alle Unités d'habitation di Le Corbusier, doveva favorire l'integrazione, grazie ad ampi spazi verdi con percorsi pedonali, aree giochi, centri scolastici, commerciali e religiosi. Il modello architettonico è quello di due blocchi a gradoni - ciascuno alto al massimo 14 piani - separati da un vuoto centrale e collegati da scale, ascensori e ballatoi volti proprio a favorire le relazioni tra gli abitanti. Quella favola progettuale si limitò ad immensi agglomerati di cemento finiti presto in mano alla camorra, che li trasformò nel più importante supermercato europeo della droga. Quello che doveva essere un modello si trasformò in un ghetto, complice il terremoto dell'Irpinia del 1980 che portò molte famiglie senza tetto ad occupare anche abusivamente gli alloggi. Ad aggravare la situazione la totale assenza dello Stato: il primo commissariato di Polizia fu insediato nel 1987. Troppo tardi, mafia e delinquenza lì avevano già trovato alloggio. La camorra "dava lavoro" e l'illusione della ricchezza, le auto di grossa cilindrata dei boss erano il traguardo da inseguire: i bambini facevano le vedette sui ballatoi, i ragazzi erano i pusher e famiglie intere custodivano droga, soldi e armi in casa o nei garage. In seguito la guerra alla camorra e gli arresti eccellenti hanno mobilitato cooperative e associazioni, difendendo «le tante persone oneste che abitano le Vele». Eppure per tutti questo resta il regno di Gomorra, raccontato da Roberto Saviano e trasformato in fiction televisiva. La fantasia napoletana ha fatto di una piaga un business inventando i "Gomorra Tour", organizzati da diverse agenzie per "esplorare il quartiere con i suoi caratteristici edifici degradati" che hanno "fatto da sfondo alle storie dei personaggi della serie televisiva”. Si passeggia, talvolta si raggiungono Forcella e Secondigliano, magari con una colazione o un brunch di specialità napoletane su una terrazza panoramica: il tour dura 4 ore, costa dai 60 ai 75 euro ed è fortemente "sconsigliato a donne in gravidanza e cardiopatici”. Chi abita nelle Vele non ne può più di tour e serie tv, così a lettere cubitali scrivono che non sono Gomorra e neppure uno zoo. «Siamo stufi di essere trattati come un safari fotografico - mi racconta Pina -. Vengono qui fanno selfie, fotografano tutto e tutti come se fossimo leoni e giraffe in gabbia. Abbiamo il diritto di vivere e di essere rispettati». Quattro Vele sono già state abbattute (nel 1997, 2000, 2003 e 2020), altre due (la Vela Rossa e quella Gialla) seguiranno la stessa sorte mentre l'ultima (quella Celeste) verrà riqualificata, ospitando gli uffici della Città Metropolitana. Tutto ciò ha un costo, 26 milioni di soldi pubblici che si spingeranno fino ad un piano di fattibilità complessiva da 120 milioni, comprensivo di abbattimenti, ricostruzioni, riqualificazioni, servizi e un polo universitario. Si fa e si disfa, si costruisce e si abbatte: è il gioco degli appalti. Ho girato a lungo all'interno delle Vele, tutti mi hanno salutato, qualcuno mi ha sorriso. Ho visto la dignità della miseria in buchi "truccati" da appartamenti, una camera da letto sotto una tettoia all'aperto, un bimbo che spingeva un monopattino tra l'immondizia, un'anziana con due sacchi di spesa che saliva arrancando i tremolanti e infiniti gradini tra un piano e l'altro. Una ricerca universitaria condotta tra i giovani ha sottolineato che l'80% ritiene che a Scampia la camorra sia più presente della Chiesa (8%) e persino dello Stato (5%). Il 51% di loro ha contatti con chi si droga e il 44% ammette che la criminalità è una scorciatoia per avere tutto e subito, soprattutto oggetti "firmati". «In questo quartiere non c'è nulla - spiega Tony, 14 anni -, o scappi o ti schieri con la camorra o lotti per cambiare le cose, ma perché farlo? Per noi lo Stato non trova neppure il tempo di toglierci l'immondizia. Io non porto rispetto a chi non me ne porta».

La replica dell'artista dopo le polemiche cavalcate anche da Maresca. Tina Sacco a Manfredi: “Nessun passo indietro, non sono una criminale: ho rifiutato Scianel in Gomorra”. Ciro Cuozzo e Rossella Grasso su Il Riformista il 16 Settembre 2021. E’ incensurata e fa l’artista (“non sono una neomelodica”) da 40 anni. Non conosce”. “Nel 2015 nel corso di una stesa alcuni proiettili finirono contro il basso dove viveva nella zona di corso Malta a Napoli, con i pistoleri che “pronunciarono il mio nome prima di sparare ma io con la malavita non ho mai avuto nulla a che fare e su quell’episodio non ci sono stati sviluppi investigativi”. Tina Sacco, nome d’arte di Immacolata Lamula, compirà 60 anni il prossimo 17 dicembre ed è candidata al consiglio comunale di Napoli nella lista “Centro Democratico” che sostiene la colazione di Gaetano Manfredi. Dopo la decisione di scendere in campo “per il popolo”, sono state sollevate polemiche sterili, relative al brano “L’omertà”, cantato con il neomelodico Anthony in cui la Sacco interpreta una madre preoccupata per la decisione del figlio di intraprendere la strada della malavita e che prova in tutti i modi a farlo tornare sui propri passi. Insomma “è una canzone che manda un messaggio completamente diverso” spiega Emilio Coppola, legale della Sacco. “E’ un messaggio per la legalità perché la madre spiega al figlio che facendo un determinato tipo di vita si rischia di perdere i propri affetti. Non vorrei che dietro questo polverone ci sia un attacco di tipo classista. Piaccia o meno Napoli è anche Tina Sacco” chiosa l’avvocato. Polemiche sterili prontamente cavalcate dal candidato giustizialista Catello Maresca che, senza conoscere la storia, ha subito puntato il dito (proprio come fa il suo principale sponsor elettorale, il leghista Matteo Salvini) contro la 60enne. Lo stesso Manfredi, intervistato da Fanpage.it, ha auspicato un passo indietro della candidata pur ammettendo che “non ha alcun precedente con la giustizia” anche se il brano in questione va “contro i nostri principi di legalità”. Passo indietro che la Sacco non ha intenzione di fare. “Vado avanti più forte di prima e mando un bacio a Manfredi. Perché non ero all’apertura della campagna elettorale di Centro Democratico? Semplice, non ne sapevo nulla ma non ritiro la mia candidatura. Di cosa dovrei pentirmi? Non ho fatto niente, mi pento solo quando litigo con mio marito”. Poi aggiunge: “Mi dicono che sono una criminale ma non so neanche la Questura come è fatta. Sono un’artista non una neomelodica, i miei riferimenti sono Mario Merola, Sergio Bruni. Mi hanno chiamato anche in Gomorra per interpretare la parte di Scianel ma ho rifiutato perché non mi piaceva interpretare quel ruolo”. Sulla canzone finita nel mirino di media e politici spiega: “L’omertà parla di una mamma che ha cresciuto un figlio con tanti sacrifici. Poi una volta cresciuto questo figlio ha deciso di prendere una strada diversa e la madre prova a spiegargli i rischi a cui va incontro”.

Ciro Cuozzo e Rossella Grasso

Brinda con l'ergastolano in pieno Covid. Il Csm grazia la pm: lavorerà altrove. Stefano Zurlo il 17 Settembre 2021 su Il Giornale. Sorpresa in macelleria durante il lockdown con il criminale. Ma lei si trasferisce in Toscana e il procedimento si conclude. La pm e l'ergastolano. Sembra il titolo di una fiction, è la realtà sconcertante e per niente edificante che arriva dalla pancia profonda della provincia italiana. I carabinieri di Scandiano, il paese natale di Romano Prodi, fanno un controllo antiCovid in una macelleria equina, ancora aperta anche se la clientela a quell'ora, le 18.30 del 19 febbraio 2021, non dovrebbe più esserci. All'Interno ci sono tre persone: il proprietario del locale, una signora e un tizio che si scoprirà sprovvisto di documenti. Sono seduti al tavolo con un calice di vino fra le mani, ma appena scorgono le divise si alzano di scatto. Lei è Claudia Ferretti, pm nella non lontana Modena, e per giustificare la permanenza fuori tempo massimo, spiega che «avendo incontrato» i due, «intendeva salutarli, in quanto i due dovevano partire per la Sicilia il giorno dopo. Successivamente si erano dilungati in chiacchiere perdendo di vista l'orario». Imbarazzante. Ancora di più quando i militari verificano finalmente le generalità dello sconosciuto: si scopre che Pietro Armando Bonanno è un ergastolano, condannato per omicidio, e detenuto in regime di semilibertà nel carcere di Reggio Emilia. Da arrossire: non tutte le bugie sono reato e questa, se davvero lo è, non pare un illecito penale, ma risulta assai arduo credere al racconto del magistrato: salvo ipotetici e improbabili permessi, ancora di più in epoca di Covid, è più facile pensare che quella sera Bonanno fosse atteso in cella, come è normale per i semiliberi. Certo, l'uomo ha il permesso di lavorare in quel locale e questo spiega la sua presenza, ma resta «l'anomala frequentazione», come la chiamano i carabinieri, della pm. E il suo chiarimento assai stiracchiato della vicenda. Per carità, il caso può giocare scherzi antipatici, ma non è il massimo sapere che un pm sta brindando, in orario di emergenza da pandemia, con un soggetto all'ergastolo per associazione mafiosa, omicidio pluriaggravato, detenzione e porto abusivo di armi. E quella giustificazione sul viaggio dei due verso la Sicilia avrebbe meritato almeno un approfondimento, ma qualcuno ha studiato la pratica? Il Csm discute di altro: apre la procedura per un possibile trasferimento ad altra sede e ad altra funzione; insomma un pm che ha steccato può sempre riscattarsi traslocando altrove, sempre in toga. Non chiederà più le condanne, ma scriverà sentenze, magari non più nel penale ma nel civile. In ogni caso, a quanto si capisce dalle carte, lei gioca d'anticipo e chiede di essere spostata in Toscana. Va al tribunale di Firenze e il procedimento per incompatibilità ambientale viene archiviato perché ormai il problema non si pone più. Resta il disagio e rimane il disorientamento dell'opinione pubblica davanti a quelle parole da pesare e soppesare: la pm era dove non doveva essere e in compagnia di chi avrebbe dovuto evitare. Stefano Zurlo

Bruno Bossio: «Le carceri sono lo specchio dei pregiudizi sui meridionali». TAPPA ZERO: TORINO. Roberto incontra la parlamentare dem Enza Bruno Bossio, che lo accompagnerà anche nella tappa finale a Motta Santa Lucia. A proposito delle teorie lombrosiane sulla predisposizione a delinquere, Bruno Bossio spiega come abbiano dato origine ai pregiudizi sui meridionali, maggiormente presenti nelle nostre carceri e spesso detenuti ingiustamente. Il Dubbio il 4 settembre 2021. Il tour “Sui pedali della libertà”, appena iniziato, unisce infatti due luoghi significativi: il museo di Cesare Lombroso a Torino e il paese di provenienza in Calabria di Giuseppe Villella. Il cui teschio, per il fondatore dell’antropologia criminale, dimostrava la correlazione tra le fattezze fisiche e la predisposizione a delinquere. «Devo dire – spiega Bruno Bossio – che purtroppo le teorie lombrosiane segnano l’inizio di un pregiudizio che è rimasto, se è vero come ci dicono le percentuali che la maggioranza della popolazione italiana in carcere – spesso detenuta ingiustamente – è meridionale. Soprattutto quando ci sono esigenze cautelari e non condanne».

«Vi racconto quel pregiudizio sulle mie origini calabresi che mi ha distrutto la vita». Il Dubbio il 5 settembre 2021. Roberto incontra l'ex consigliere regionale della Valle d'Aosta, Marco Sorbara, assolto a fine luglio dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa dopo 909 giorni in custodia cautelare. L’incubo giudiziario di Sorbara comincia il 23 gennaio 2019, quando i carabinieri bussano alla sua porta in piena notte per portarlo via assieme ad una decina di persone, tutte coinvolte nell’operazione “Geenna”. A fine luglio è stato assolto dalla Corte d’Appello di Torino perché il fatto non sussiste, dopo una precedente condanna a 10 anni con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. E, soprattutto, dopo mesi di calvario, aggravati dal voltafaccia dei suoi colleghi, che subito dopo l’arresto lo hanno massacrato. Momenti terribili, tra carcere e domiciliari, compresi 45 giorni in isolamento, racconta oggi Sorbara: «Nella mia cella erano cinque passi per quattro, li contavo. E mi chiedevo tutti i giorni perché. Ma non ho mai trovato risposta».

«Il pregiudizio verso il Sud c’è ancora: siamo tutti mafiosi…» Il Dubbio l'11 settembre 2021. Dopo 1400 chilometri, il tour di Roberto "Oltre i pregiudizi" si chiude nella città del presunto brigante Giuseppe Villella, il cui teschio è rimasto al museo di antropologia criminale "Cesare Lombroso" a Torino. L'ultimo pregiudizio che resta da abbattere è quello nei confronti del Sud. Se, come spiega il giornalista Mimmo Gangemi, la «questione meridionale è ridotta a questione criminale». L’ultima tappa del viaggio di Roberto Sensi “Oltre i pregiudizi” è a Motta Santa Lucia, la terra del presunto brigante Giuseppe Villella, il cui teschio è rimasto al museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso” a Torino. L’ultimo pregiudizio che resta insepolto è quello sul meridione, una malattia autoimmune non ancora debellata. «La questione meridionale la si è ridotta a una mera questione criminale», spiega lo scrittore e giornalista Mimmo Gangemi. Parla del presente. Un presente che non sembra essersi allontanato di un passo da Lombroso.

Il pregiudizio contro i meridionali, davvero esiste ancora?

Esiste ma ha assunto forme più nascoste, camuffate da una finzione di civiltà che lo rigetta. Sono episodi sporadici le discriminazioni di un tempo, quando non s’affittavano case ai nostri emigranti e l’essere del Sud diventava una tara, un marchio d’infamia. Il pregiudizio però continua a camminare sottotraccia. Il Sud è additato e percepito come la palla al piede dell’Italia. Gli abitanti saremmo parassiti che si perpetuano lagnosi e vittime, sfaticati, mafiosi o con mentalità mafiosa.

Com’è nato questo odio?

Non siamo mai diventati nazione. A noi è stata tramandata la memoria della forzatura sanguinaria, mai appianata e taciuta dalla storia, in un regno che ci ha conquistato e trattato da sottomessi, da Ascari, con tasse e imposizioni, la leva obbligatoria, le morti innocenti e paesi distrutti pur di eliminare il dissenso, e i briganti, peraltro spesso resistenti all’invasore. E siamo rimasti indietro, o siamo stati lasciati indietro, anche per l’insipienza della classe politica e dirigente che esprimiamo. Nel cammino assieme, c’è stata una disparità di attenzione e di risorse e si è impattato in diversità sociali, culturali, economiche, storiche, caratteriali che hanno pesato e inciso fino a realizzare un’Italia a due diverse velocità, fino a dilatare il distacco e ad alimentare l’odio. Certo è, tuttavia, che le nostre valigie di cartone degli anni ’ 50, legate con lo spago, non differivano da quelle che tutti assieme, gente del Nord e gente del Sud, allestimmo per un’emigrazione alle Americhe che soccorresse il futuro.

Al di là degli stereotipi, esiste un’identità comune che unisce i popoli del Sud?

Il regno dei Borboni è morto e sepolto. Mai è stato un elemento di coesione. Siamo Italia e ci piace essere Italia. L’identità comune c’è perché ci accumuna la storia di oltre un millennio, e ancor prima, la Magna Grecia. Dall’unità d’Italia in poi si è aggiunto l’uguale disagio di essere considerati colonia e un ostacolo alla crescita della nazione. E talvolta i disagi, le democrazie a scartamento ridotto e lo stesso pregiudizio distribuito largo sanno diventare punti di saldatura.

A volte però a trovarsi ad avere pregiudizi verso di sé è lo stesso Sud, che subisce la narrazione dominante.

Il Sud non ha molte voci autorevoli da opporre all’Italia che lo pesa e lo giudica con un metro falsato. La Calabria è quella combinata peggio. Oltrepassa il Pollino una narrazione menzognera ed esagerata nella condanna. I personaggi che hanno ascolto e microfono, e spesso una credibilità mal riposta, sono pochi. Tra loro, c’è pure chi la racconta molto peggio di quanto sia, fa trasparire l’idea che tutto sia mafia, ha creato l’equazione “calabrese uguale ’ ndranghetista”. E l’Italia ha abboccato, senza ragionare che a taluni, anche giornalisti, torna comodo irrobustire il mostro ‘ ndrangheta, che mostro è, perché così irrobustisce le carriere e i meriti, con buona pace dell’innocenza maltrattata e dello Stato di diritto scappato altrove.

Come è accaduto che un partito come la Lega, che ha fondato la propria storia sull’antimeridionalismo, finisse per essere così largamente votato anche qui?

Ingenui creduloni stendono un velo sul razzismo di decenni ed è come infilarsi da sé l’amo in bocca. Una fetta della classe politica, pur di sedere a cassetta, non bada alla parte con la quale si schiera, insegue solo il successo elettorale, bianco o nero non importa. E troppi cittadini dalla memoria corta votano, per utilità e clientelismo, il compare, l’amico, l’amico degli amici.

Cosa si potrebbe fare, nell’immediato, per il Sud?

Un’equità sociale, livellando le disparità che si sono create. Ci sono priorità che mancano e sulle quali ormai non si protesta, perché si è talmente assuefatti al degrado che ciò che altrove appare ordinario al Sud lo si vede straordinario, un di più, una concessione. La sanità è impoverita ad arte, per l’obiettivo di avvantaggiare quella del Nord, magari sovradimensionata, che accoglie anche per prestazioni sanitarie di basso peso. L’agricoltura è stata penalizzata da dover scegliere o di lasciare marcire il frutto o di ricorrere al lavoro nero, altrimenti si va in perdita. L’autostrada A2 è un inganno: mai è stata davvero ultimata, se tra Reggio a Cosenza 52 chilometri, i più pericolosi, sono rimasti quelli di prima, senza corsia di emergenza e con tracciati da brividi. L’alta velocità ferroviaria da Salerno in giù è altina, non alta. La statale 106 è la strada della morte, a doppio senso di circolazione. I treni sono lo scarto del Nord. E i finanziamenti pubblici dipendono dallo storico, da quelli ottenuti nel corso degli anni, e diventa una storpiatura della democrazia che, per esempio, Reggio Calabria non possa avere nulla o quasi per gli asili nido solo perché nulla ha mai avuto, mentre l’altra Reggio, pur con meno abitanti, ha 16 milioni annui. Perciò, lo si metta alla pari, il Sud. Solo dopo potrà essere additato colpevole.

“Si è sempre a Sud di qualcuno”, a volte però stupisce vedere comportamenti razzisti da parte di chi a sua volta ne ha subiti. Perché accade?

È un’anomalia che chi, come i veneti e i friulani, agli inizi del Novecento, popoli più nella fame e più numerosi dei meridionali nell’emigrazione e che hanno subito il razzismo, si siano trovati loro razzisti, disprezzando così il sacrificio lontano degli antenati che hanno consentito di giungere meglio ai giorni nostri. Ma tant’è. Ed è vero che c’è sempre qualcuno più a Sud oggetto di discriminazione. È di fresca memoria quella svizzera sui frontalieri lombardi. Però non ha insegnato nulla.

Dall’inizio dell’anno sciolti 11 consigli comunali. Quanti comuni sono stati sciolti per mafia in Italia. Pasquale Simari su Il Riformista il 17 Settembre 2021. Lo scorso 26 agosto il Consiglio dei Ministri ha deliberato il commissariamento per infiltrazioni mafiose di tre comuni calabresi – Rosarno, Nocera Terinese e Simeri Crichi – raggiungendo il ragguardevole risultato di 11 consigli comunali sciolti dall’inizio dell’anno. Da quando, nel 1991, questo strumento “eccezionale” di contrasto alla criminalità organizzata è stato introdotto nell’ordinamento giuridico italiano, sono stati ben 362 i decreti di scioglimento per mafia di un ente. In base a quanto emerge dalle accurate statistiche pubblicate sul sito dell’associazione antimafia Avviso Pubblico, sino a oggi solo 23 di questi decreti sono stati annullati dai giudici amministrativi. Si tratta di un dato impressionante, che molti utilizzano come riprova della validità e dell’efficienza dell’istituto disciplinato dall’art. 143 del Testo Unico degli Enti Locali. In realtà, l’analisi delle numerose decisioni adottate dai Tribunali Amministrativi Regionali e dal Consiglio di Stato consente di comprendere come l’esito dei giudizi risulti fortemente influenzato da due fattori: da un lato, l’ampio margine di discrezionalità di cui godono gli organi governativi nel valutare la sussistenza dei presupposti per lo scioglimento; dall’altro, la forte limitazione del diritto di difesa che subiscono le Amministrazioni “sciolte”, stante la sostanziale impossibilità di effettuare accertamenti circa la fondatezza, nel merito, degli elementi indiziari che sorreggono il decreto dissolutorio. Con riferimento ai presupposti, è acclarato che, per sottoporre un Comune a commissariamento, non occorre che si accertino effettive infiltrazioni o concreti tentativi di condizionamento dell’azione amministrativa da parte della criminalità organizzata. Tanto il Ministero dell’Interno quanto la unanime giurisprudenza amministrativa ritengono, difatti, che la misura dello scioglimento abbia “natura preventiva” e, quindi, possa essere utilizzata ogni qualvolta appaia “più probabile che non” che un ente locale sia stato “infiltrato” o corra il pericolo di essere “condizionato” dalle mafie. Diversamente da quanto si è portati a credere a causa di eccessive semplificazioni giornalistiche, è raro che un Comune venga sciolto perché sono state riscontrate vere e proprie infiltrazioni mafiose all’interno del Consiglio Comunale o della Giunta. Ciò in quanto, secondo il Consiglio di Stato, “l’accertata e notoria diffusione nel territorio della criminalità organizzata e le precarie condizioni di funzionalità dell’ente si configurano come condizioni necessarie e sufficienti per disporre lo scioglimento del Consiglio Comunale”. Ma non basta. Perché alla grande discrezionalità di cui gode il Ministero dell’Interno nella individuazione delle situazioni sintomatiche del pericolo di “infiltrazione” o di “condizionamento”, si affianca l’estrema angustia del sindacato del giudice amministrativo che, secondo la tesi ormai maggioritaria, non può estendersi oltre il profilo della logicità delle valutazioni che sorreggono il decreto di scioglimento. Peraltro, se ormai anche soltanto “un atteggiamento di debolezza, omissione di vigilanza e controllo, incapacità di gestione della macchina amministrativa da parte degli organi politici, che sia stato idoneo a beneficiare soggetti riconducibili ad ambienti controindicati”, viene considerato valido motivo di scioglimento di un Consiglio Comunale, non può sorprendere l’incredibile incremento dei commissariamenti registrato nel corso degli ultimi anni (ben 166 dal 2010 ad oggi), né l’esistenza di decine di enti già sciolti due o tre volte, come appunto il Comune di Rosarno, con il non invidiabile record detenuto dal Comune di Marano di Napoli, che nello scorso mese di luglio ha visto la terna commissariale insediarsi per la quarta volta. E il fatto che, secondo i giudici amministrativi, la “ragionevole conclusione di un più che probabile condizionamento mafioso” possa essere raggiunta dal Ministero dell’Interno “anche a discapito della volontà, e del contributo, dei singoli amministratori”, e vi sia la possibilità di dare peso anche “a situazioni non traducibili in addebiti personali, potendo rilevare, ai fini dello scioglimento, i semplici vincoli di parentela o di affinità, i rapporti di amicizia o di affari e le notorie frequentazioni”, consente di comprendere come, in molte occasioni, il commissariamento di un Comune sia vissuto come ingiusto non solo dai diretti destinatari del provvedimento ma anche dalla stessa cittadinanza. D’altro canto, a fronte della mancanza di un effettivo contraddittorio nella fase istruttoria e della segnalata compressione del diritto di difesa in quella processuale, non appare affatto rassicurante il principio recentemente enunciato dal Consiglio di Stato secondo cui, trattandosi di provvedimento disposto con “decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’interno, formulata con apposita relazione di cui forma parte integrante quella inizialmente elaborata dal prefetto, è lo stesso livello istituzionale degli organi competenti ad adottare il decreto di scioglimento a garantire l’apprezzamento del merito e la ponderazione degli interessi coinvolti.” Quanto tutto ciò sia conforme ai principi costituzionali e alle regole dello Stato di Diritto è davvero difficile da comprendere. Pasquale Simari

I condizionamenti inesistenti. Comune sciolto per infiltrazioni, ma di reati neanche l’ombra: il caso Monte Sant’Angelo. Antonio Di Iasio su Il Riformista il 27 Agosto 2021. Il consiglio comunale di Monte Sant’Angelo è stato sciolto nel luglio del 2015, sei anni fa. La prefettura di Foggia ha chiesto la misura dissolutoria, in applicazione dell’art. 143 del Testo Unico degli Enti Locali (Tuel), per «condizionamenti della criminalità organizzata tali da alterare il libero esercizio delle funzioni politiche ed amministrative». Convincimento, questo, che la prefettura dovrebbe aver maturato dopo l’accertamento di infiltrazioni criminali nelle faccende comunali conseguenti a quei condizionamenti di cui parla. La sua relazione, infatti, si incarica di descrivere alcune vicende amministrative (appalti, servizi) che sarebbero state interessate «dai fenomeni di compromissione o interferenza con la criminalità organizzata o comunque connotati da condizionamenti o da una condotta antigiuridica». A corredo, non mancano paroloni e roboanti frasi fatte per descrivere una cattiva gestione della cosa pubblica tipo “patologiche forme di disorganizzazione e di disordine amministrativo” e “grave degrado amministrativo”. Solo che, nel leggere quella relazione, e poi anche le memorie dell’avvocatura dello Stato e alcune sentenze dei giudici, non potevamo non farci alcune domande: ma di cosa e di chi stanno parlando? Avranno sbagliato comune visto che una memoria dell’avvocatura, scritta per Monte Sant’Angelo che è in provincia di Foggia, veniva presentata a firma della prefettura di Reggio Calabria? E ancora: stanno applicando l’art. 143 del Tuel, lo stesso di cui si è occupato la Corte Costituzionale definendo lo scioglimento uno strumento straordinario per fronteggiare una situazione straordinaria, o qualche altro meccanismo infernale? Domande assolutamente legittime perché il mondo descritto nelle carte non trovava alcun riscontro nella realtà che, con i fatti, ci raccontava tutta un’altra storia. Nei confronti degli amministratori non sono stati indicati comportamenti non consoni al loro ruolo, né per frequentare soggetti sbagliati, né per svolgere azioni mirate a perseguire voti di scambio, né per tentare di alterare procedimenti amministrativi, né per favorire qualsivoglia persona, né per perseguire interessi propri. Nessuna foto compromettente, nessuna telefonata imbarazzante. Nei loro confronti sono state segnalate solo due o tre parentele e un unico contatto con un pregiudicato: un saluto in luogo pubblico, all’esterno di un ristorante; nessuno di loro è stato neanche mai indagato per nulla. La macchina amministrativa è rimasta intatta e nessun provvedimento punitivo è stato preso nei confronti di tutti i dipendenti e funzionari citati nella relazione prefettizia: a oggi, fine agosto 2021, sono tutti ai loro posti. Non è stato appurato alcun episodio di corruzione, concussione o peculato. Non è stato indicato alcuna gara d’appalto oggetto di turbativa d’asta o appalti frazionati per assegnare singoli lotti in modo diretto. Nessuna gestione di un bene pubblico e nessun lavoro pubblico sono stati interrotti con l’arrivo della commissione straordinaria. La stessa commissione straordinaria non ha modificato o revocato alcun atto deliberativo della cessata amministrazione, non ha revocato alcun contratto vigente e, per l’intera durata del suo mandato, due anni, ha lavorato con tutte le persone e tutte le ditte che lavoravano in presenza dell’amministrazione comunale. La gestione finanziaria era quella di un comune virtuoso, con casse comunali piene di soldi, nessun debito, nessun credito inesigibile e tasse ai cittadini le più basse della provincia. Non è stato segnalato nessun caso di inopportuna e ingiustificata esenzione fiscale e neppure un solo euro fuori posto, alcuna anomalia in merito alla pianificazione urbanistica, nessun caso di abusivismo edilizio e men che meno riguardante persone malavitose. Nessuna anomalia nella gestione di beni confiscati alla mafia perché inesistenti. Alcuna anomalia in merito al servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani. Nessun caso di personale assunto in maniera clientelare. A cosa mai potessero servire i condizionamenti fantasticati dalla prefettura rimane un mistero. Per essere estremamente chiari, ripeto: nei due anni di amministrazione straordinaria, tutte le ditte “sospette” citate dalla prefettura hanno continuato i lavori che avevano in corso, anzi, si sono aggiudicate nuovi appalti pubblici e sottoscritto nuovi contratti. Tanto per dire, una di quelle ditte ha provveduto ad allestire i seggi elettorali in occasione delle elezioni comunali del 2017, quelle successive allo scioglimento. Dimostrazione lampante che la commissione straordinaria, composta da funzionari di lunga esperienza, in due anni non ha rilevato nessuna anomalia nelle gestioni appaltate, nessuna alterazione del “libero esercizio delle funzioni politiche ed amministrative” e nessun elemento utile per interrompere con loro ogni rapporto lavorativo. Però il consiglio comunale di Monte Sant’Angelo è stato sciolto. Rimane ancora da capire il perché. Antonio Di Iasio

Ma quale regia mafiosa: dietro i disordini solo la disperazione. La relazione della commissione Antimafia fa chiarezza sulle proteste degli operatori economici e le tensioni provocate dalle restrizioni anti-Covid. Simon eDi meo su Il Quotidiano del Sud il 26 agosto 2021. Cassonetti dati alle fiamme e altri rovesciati, lanci di pietre all’indirizzo di Palazzo Santa Lucia (sede della presidenza della Regione Campania), scontri con la polizia e lacrimogeni per disperdere la folla. Immagini andate in scena a Napoli il 23 ottobre scorso ma che, di lì a poco, si sarebbero replicate quasi in ogni parte d’Italia. Proteste, quelle partenopee, scatenate dalla solita retorica incendiaria del governatore Vincenzo De Luca che, dopo mesi di lockdown, annunciava l’intenzione di alzare di nuovo il ponte levatoio per l’emergenza Covid-19 isolando la Campania dal resto del Paese. «È necessario chiudere tutto, fatte salve le categorie che producono e movimentano beni essenziali. È indispensabile bloccare la mobilità. La Campania si muoverà in questa direzione a brevissimo», affermò il governatore del Pd. Parole che, come benzina sul fuoco, scatenarono la rabbia di ristoratori, imprenditori, liberi professionisti e semplici cittadini terrorizzati dalla prospettiva di una nuova clausura senza alcun tipo di garanzia economica. A distanza di poche ore dalla diretta Facebook del politico dem, le strade di Napoli si trasformarono infatti in uno scenario che alcuni quotidiani definirono di guerra. Ma chi è che manifestava? Chi c’era in piazza? Secondo il Viminale e secondo lo stesso De Luca dietro quelle proteste si mossero i clan della camorra interessati a creare conflitti in seno allo Stato per approfittare delle condizioni di caos. Una narrazione che fece presa anche presso la pubblica opinione e che attecchì, come una malapianta, nel dibattito politico riuscendo a convincere anche qualche alto magistrato antimafia. A distanza di mesi, però, la verità è venuta a galla. E a scriverla è quella stessa commissione Antimafia che pure aveva contribuito ad etichettare i manifestanti come fiancheggiatori dei criminali e simpatizzanti della lupara. «I fatti di cronaca che hanno riguardato Palermo, Napoli, Roma, Torino – per citare solo alcune delle città che hanno visto manifestazioni più o meno spontanee contro le chiusure e le restrizioni imposte dal Governo – al momento non possono essere trattati come fenomeni organizzati o coordinati dai locali clan mafiosi», c’è scritto nella relazione sull’emergenza Covid depositata qualche giorno fa in Parlamento. Insomma, abbiamo scherzato. «La Commissione – si legge nel dossier – ritiene di poter affermare che l’atteggiamento tenuto dalle varie componenti mafiose sui territori sia sostanzialmente incompatibile, di conseguenza, con la regia e la gestione dei disordini che si sono manifestati in varie città italiane a ridosso della proclamazione del lockdown e delle successive zone rosse». «Questa analisi – c’è scritto ancora – viene sostanzialmente confermata nell’ultima relazione semestrale della Dia relativa al primo semestre 2020, all’interno della quale, con riferimento all’analisi delle varie province ove le mafie operano, viene riscontrato un impegno specifico sempre più orientato a modelli imprenditoriali, declinati sulla base delle specificità territoriali all’interno delle quali sono operative». Ragion per cui «tramare e rafforzare la propria posizione, per cogliere al meglio le opportunità imprenditoriali che il territorio offre, non richiede, tanto meno in questa fase, il ricorso alla violenza e quindi verosimilmente esclude la componente mafiosa nell’organizzazione dei disordini sociali riscontrati a macchia di leopardo sul territorio nazionale». E pensare che, proprio riguardo al caso napoletano, il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra era stato tra i primi a fare riferimento ai «clan della Pignasecca, del Pallonetto e dei Quartieri Spagnoli» dietro le ribellioni. Invece la storia è tutt’altra. Non mafiosi, dunque, ma semplicemente uomini e donne disperati. Operatori economici e commerciali messi in ginocchio dai ritardi (o dalla mancanza) di indennizzi adeguati, ancorché promessi dal governatore De Luca e dal premier dell’epoca, Giuseppe Conte. Oltre al danno di essere finiti sul lastrico pure la beffa di sentirsi chiamare mafiosi.

Il paradosso degli eredi di Falcone: accusati di mafia da giovani Pm che di Cosa nostra non sanno nulla. Piero Sansonetti su Il Riformista il 23 Maggio 2020. Personalmente ricordo molto bene quel giorno di 28 anni fa. Arrivò la notizia in redazione poco prima del Tg3 e restammo sgomenti. Falcone in fin di vita, Falcone morto, e anche sua moglie, morta, e gli uomini della scorta, e la potenza e la scientificità mostruosa dell’attentato. La Fiat Croma demolita dalla bomba. E poi un’altra cosa: il pensiero di quel che avevamo scritto e fatto nei mesi precedenti. Dico noi dell’Unità. Allora ero vicedirettore dell’Unità. Da qualche giorno il direttore era cambiato ed era venuto a dirigerci un giovane e brillante leader politico: Walter Veltroni. Cosa avevamo fatto e detto noi dell’Unità? Semplicemente avevamo con una certa cocciutaggine dato sponda ad una campagna contro Falcone. Con l’idea che Falcone avesse ceduto alle pressioni di quel pezzo di politica che era compromesso con la mafia e che Falcone volesse nascondere il “terzo livello”. In gergo si chiamava così: terzo livello. Si diceva che la mafia fosse fatta a tre strati: la truppa, poi i capi (cioè la cupola, che allora era guidata da Totò Riina il quale aveva spodestato il vecchio Greco) e infine il terzo livello, e cioè la direzione vera, composta da un certo numero di esponenti altissimi della politica italiana. La suggestione era che nel seggio più alto ci fosse Andreotti. Falcone smentì quell’idea, disse chiaramente che per fare la lotta alla mafia si doveva fare la lotta alla mafia. Cercando i soldi, gli indizi, le prove, i colpevoli. Usando la tecnologia, i pentiti, le proprie capacità di indagine sul terreno. E non inseguendo teorie bislacche scritte a tavolino. E neppure affidandosi alle speranze che dalla lotta alla mafia potessero venire dei danni per i propri avversari e quindi dei vantaggi per se. Il terzo livello – disse – non esiste. Poco prima di lasciare la magistratura, costretto dalla guerra che gli facevano i colleghi – e la politica, e i giornali – Falcone aveva incriminato per calunnia un pentito – si chiamava Pellegritti – che voleva tirare in ballo Andreotti. Lo incriminò perché le sue accuse apparivano del tutto infondate e prive di riscontri. Falcone usò in modo molto spregiudicato i pentiti, però sapeva usarli: non andava dietro a chiunque e nemmeno pretendeva di imbeccarli. Li ascoltava, controllava, riscontrava, cercava prove. Dopo di lui nessuno più ha fatto così. I pentiti sono diventati i padroni delle Procure. Dicevo di quel pensiero: avevamo sbagliato tutto. Avevamo pensato che Falcone fosse un moderato, uno che voleva il compromesso. Che abbaglio. Falcone era semplicemente il più geniale investigatore mai apparso nel nostro paese, conosceva il suo mestiere, talvolta lo esercitava persino in modo spavaldo e forse eccessivamente aggressivo, e facendo così – in pochi anni – aveva inferto alla mafia i colpi più pesanti che mai la mafia avesse ricevuto in tutta la sua storia secolare. Falcone usò persino strumenti discutibili, come il maxiprocesso, e probabilmente lo fece sapendo che quegli strumenti erano discutibili, ma faceva queste cose dentro una visione politica e del diritto, e con la forza di una professionalità che nessun altro si è mai sognato di possedere. Falcone lavorava con un gruppo ristretto e molto fidato di collaboratori. Quando lasciò la procura di Palermo per andare a Roma con Claudio Martelli al ministero della Giustizia, lasciò in Sicilia alcuni dei suoi uomini più sicuri e combattivi. Volete un nome? Il più forte, il più illustre? Era un colonnello. Si chiamava Mario Mori. Aveva fatto esperienza col generale Dalla Chiesa, prima sulla frontiera del terrorismo e poi su quello di Cosa Nostra. Era abile, determinato, intelligente. Conosceva perfettamente Falcone, i suoi metodi, la struttura delle sue indagini. Stava lavorando su un dossier che aveva impostato con Falcone. Si chiamava Mafia e Appalti. Aveva messo insieme tutte le informazioni sui rapporti di Cosa Nostra con le imprese del Nord. Falcone fece pressioni perché il dossier fosse preso in mano da Borsellino. Anche Borsellino fece pressioni per averlo. Era un dossier che poteva travolgere la borghesia italiana. La mattina del 19 luglio (del 1992) il Procuratore di Palermo Giammanco telefonò a Borsellino e gli disse che gli avrebbe affidato il dossier. All’ora di pranzo però Borsellino fu ucciso. E in realtà cinque giorni prima della sua morte due sostituti di Giammanco avevano già firmato la richiesta di archiviazione di quel dossier. La storia del dossier finisce lì, muore con Borsellino tutto il lavoro di Falcone sui rapporti tra mafia e borghesia del Nord. Mori, dopo quel colpo, si ritirò in buon ordine, perché Mori è un carabiniere. E da carabiniere continuò la sua guerra strenua con la mafia. Era una guerra pericolosissima, perché aveva di fronte i corleonesi, quelli che i mafiosi siciliani chiamavano “I viddani”, che avevano travolto la mafia di Palermo e ora stavano conducendo una politica da esercito, non da cosca: da falange militare feroce, sparavano più che potevano, attentati, dinamite, morte morte morte. L’hanno persa quella battaglia i “viddani”, facendo e lasciando molte vittime sul campo. Mori l’ha vinta. Ma la compagnia dell’antimafia, quella che aveva perseguitato Falcone, gli si rivoltò contro, come aveva fatto con Falcone. Mori e i suoi uomini, cioè quel pugno di audaci militari combattenti che sconfisse l’esercito di Riina e salvò l’Italia da un bagno di sangue, oggi sono sotto processo. È il più spaventoso e triste paradosso della storia della repubblica. La mafia se la ride. Il processo “trattativa” quello voluto da Ingroia e Di Matteo è la più clamorosa ingiustizia della storia della Sicilia. Si fonda sulle accuse di un mafioso e del figlio di un mafioso: Brusca e Ciancimino. Gli eroi sono processati dai burocrati. I nemici della mafia messi sotto accusa da un apparato statale di dilettanti. Povero Falcone. Povero Falcone. P.S. Quel giorno, il 23 maggio, andai dal nuovo direttore e gli dissi che volevo scrivere un articolo per dire quanto e perché noi dell’Unità avevamo sbagliato a schierarci coi dilettanti dell’antimafia contro Falcone. Veltroni me lo fece scrivere e lo pubblicò, mi pare il giorno dopo. Io vado molto fiero di quell’articolo.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

(ANSA il 2 ottobre 2021) - Il Tribunale del Riesame di Napoli ha rigettato l'istanza di revoca degli arresti domiciliari emessa nei confronti del senatore di Forza Italia Luigi Cesaro. Lo rendono noto fonti di stampa. La misura cautelare è stata emessa ad inizio settembre nell'ambito di un'indagine della DDA di Napoli sul clan Puca di Sant'Antimo, comune del Napoletano in cui è il parlamentare (difeso dagli avvocati Alfonso Furgiuele e Michele Sanseverino) è nato 69 anni fa. Gli inquirenti contestano al senatore e alla sua famiglia rapporti con l'organizzazione malavitosa locale. L'esecuzione della misura cautelare emessa per l'accusa di concorso esterno in associazione camorristica rimane sospesa fino al pronunciamento della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato.

Due anni anche dietro le sbarre, poi...“Non era concorso esterno”, assolti i fratelli Cesaro dopo 4 anni di gogna. Viviana Lanza su Il Riformista il 25 Settembre 2021. Quattro anni di custodia cautelare, di cui due in carcere, e poi la gogna mediatica, le accuse e i sospetti, l’inchiesta e il processo. Una lunga attesa durata fino al pomeriggio di ieri, quando il giudice Francesco Chiaromonte, presidente del collegio del Tribunale di Napoli Nord, è uscito dalla camera di consiglio con un dispositivo di sentenza che vuol dire assoluzione per Aniello e Raffaele Cesaro, gli imprenditori fratelli di Luigi, il senatore di Forza Italia ed ex presidente della Provincia di Napoli. Assoluzione da un’accusa che è di quelle che possono marchiare a vita, che riescono a condizionare vite personali e professionali. Un reato su cui spesso la magistratura vira quando si tratta di implicare un politico in un’inchiesta antimafia. In due parole: concorso esterno. Sì, i fratelli Cesaro erano stati trascinati in giudizio con l’accusa di concorso esterno in associazione camorristica. La Dda napoletana sospettava che nel loro ruolo di imprenditori avessero in qualche modo favorito il clan Polverino, ritenuto egemone nel comune di Marano. Tutta la vicenda giudiziaria ha ruotato, infatti, attorno alla realizzazione del Pip di Marano, un insediamento industriale su cui, secondo pm e carabinieri, aveva messo le mani anche la camorra. Il teorema accusatorio era stato costruito sulla base, soprattutto, di dichiarazioni di collaboratori di giustizia e di esperti che avevano lavorato sui vari adempimenti tecnici del Pip, e l’accusa si concentrava sull’ipotesi che collaudi e servizi di urbanizzazione avessero risentito dell’influenza dei Cesaro e indirettamente del clan Polverino. Un’accusa che la difesa dei fratelli Cesaro ha demolito fino ad arrivare alla sentenza di ieri. I giudici hanno stabilito l’assoluzione con la formula «perché il fatto non sussiste». «Dopo quattro anni di custodia cautelare, di cui due in carcere, viene certificata l’innocenza di Aniello e Raffaele Cesaro rispetto alla infamante imputazione di essere venuti a patti con il clan Polverino», sottolinea il professor Vincenzo Maiello che con l’avvocato Michele Sanseverino ha difeso Aniello e Raffaele Cesaro nel processo davanti al Tribunale di Napoli Nord. «Dobbiamo dare atto al Tribunale – aggiunge il professor Maiello – di non essersi lasciato condizionare dal clima pesante e diffuso di pregiudizio che, anche grazie a una martellante campagna mediatica, si era venuto a determinare nei confronti dei miei assistiti. Resta l’amarezza di un processo caratterizzato da un regime cautelare di inusitata durata, che ha prodotto ai miei assistiti livelli indicibili di sofferenza fisica e psicologica e che ha arrecato danni enormi alle loro attività economico-imprenditoriali». Per Aniello Cesaro c’è stata, al termine del processo, una condanna a sei anni, pena dimezzata rispetto a quella chiesta dai pm, ma per reati che non risultano collegati ad attività di tipo camorristico. Condanna, inoltre, per il tecnico Oliviero Giannella (a dieci anni di reclusione) e per l’imprenditore maranese Antonio Di Guida (a sette anni). Assolti, infine, dall’ipotesi di fittizia intestazione dei beni Salvatore Polverino e Antonio Visconti. Si chiude così il processo sull’area Pip di Marano. Uno scandalo giudiziario scoppiato a dicembre 2016 con sequestri e accuse pesantissime soprattutto nei confronti dei fratelli Cesaro, con tutte le conseguenze che un’inchiesta di tale portata può avere sulla vita dei due fratelli imprenditori e delle loro aziende. Ieri l’assoluzione in primo grado.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Il caso. Caso Cesaro, parla il penalista Maiello: “È la rivincita della giustizia sul processo mediatico”.  Viviana Lanza su Il Riformista il 30 Settembre 2021. Il 24 settembre scorso il Tribunale di Napoli Nord ha assolto i fratelli Raffaele e Aniello Cesaro dal reato di concorso esterno in associazione camorristica con una formula – il fatto non sussiste – che smonta la tesi su un presunto patto tra criminalità organizzata, imprenditoria e politica nella gestione dei lavori del PIP di Marano. La sentenza è arrivata al termine di un iter processuale segnato da anomalie e molti fattori di tensione amplificati dalla risonanza mediatica collegata al rilievo pubblico della vicenda e alla condizione degli imputati (sono i fratelli del senatore di Forza Italia Luigi Cesaro). Sbagliato, quindi, parlare di sentenza choc senza soffermarsi sui dettagli e analizzare i fatti nella loro completezza, cedendo al solo fascino di ricostruzioni a prova di prima pagina di giornale. Vale ripercorrere l’iter del processo. Il 25 maggio 2017 scattano gli arresti cautelari per i quali gli imputati trascorreranno quasi due anni in carcere più altri due ai domiciliari. L’inchiesta della Dda ha un enorme impatto mediatico, gli inquirenti la battezzano pure “Meatball”, dal termine inglese che significa polpetta, ed è noto ai più che corrisponde al soprannome di Luigi Cesaro. «Un’indagine che reca nell’etichetta lessicale che la definisce il riferimento a una persona estranea al processo appare una significativa ‘voce dal sen fuggita’, che finisce per rivelare gli obiettivi autentici ma reconditi, poiché tradisce una non confessabile orientazione politica dell’indagine», osserva il professor Vincenzo Maiello, l’autorevole penalista che ha guidato la difesa dei fratelli Cesaro. Questo è uno dei primi punti di anomalia che poteva pesare anche in dibattimento. Quali sono gli altri? Il processo cambia collegio perché sui giornali spuntano foto del suo presidente a una convention di Forza Italia. Poi c’è una questione relativa a verbali a sommarie informazioni e intercettazioni non depositati: per la Procura sono irrilevanti, per la difesa smentiscono un passaggio centrale della tesi accusatoria. Infine, il tentativo di dare una corsia preferenziale al dibattimento: accade quando diventa ufficiale che il presidente del collegio passerà di lì a breve a un nuovo incarico e il presidente del Tribunale ridefinisce i ruoli di udienza, disponendo il congelamento della trattazione di ogni altro processo. Gli avvocati insorgono, abbandonano la difesa, vengono denunciati al Consiglio di disciplina forense, che archivia l’esposto rilevando la correttezza della condotta processuale dei difensori. Il presidente del Tribunale revoca l’ordine di servizio: nessuna corsia preferenziale. Gli avvocati riprendono la difesa e dopo un ulteriore anno e mezzo di intensa istruttoria si arriva alla sentenza. «Una decisione imparziale, rivelatrice di un’ammirevole autonomia e indipendenza di giudizio del Tribunale, che ha saputo immunizzare pesanti fattori di condizionamento, taluni riconducibili all’autorevolezza dell’Ufficio di Procura ed alla forza di prevenzione del giudicato cautelare, altri al pregiudizio di una verità ostile agli imputati che era stata alimentata da una martellante campagna mediatica e che era stata esportata finanche in contesti istituzionali», commenta Maiello. Come a dire che, quando nel processo ognuno fa in fondo la propria parte, la giustizia non è una chimera.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Il dietrofront dell’eurodeputato di Forza Italia. Martusciello sbaglia, il garantismo non può essere a targhe alterne. Amedeo Laboccetta su Il Riformista il 23 Settembre 2021. Ancora una volta, da cittadini che in qualche modo si sforzano di capire dove ci porterà la politica nostrana, siamo in debito di gratitudine con la stampa, forse oggi uno degli ultimi baluardi della libertà (quanto meno di pensiero) e della democrazia. È grazie al Corriere del Mezzogiorno, infatti, che ieri abbiamo avuto modo e possibilità di chiarirci un po’ tutti, una volta e per tutte, le idee su chi sia veramente Fulvio Martusciello. Dalle colonne del quotidiano cittadino, l’eurodeputato e coordinatore napoletano di Forza Italia ha chiarito come il partito debba «recuperare lo spirito delle origini» e presentarsi come la casa dei liberali e dei garantisti. Martusciello ha così tentato di sdoganare la pratica del garantismo del giorno dopo. Quello a scoppio ritardato. Beneficiario, nel caso di specie, è stato Armando Cesaro, lo stesso per il quale Martusciello tanto si adoperò perché fosse cacciato dalle liste regionali di Forza Italia per una vicenda giudiziaria dalla quale, alla fine, è uscito immacolato. Lo stesso, per intenderci, che mai e poi mai il candidato sindaco di Napoli sostenuto da Martusciello, cioè Catello Maresca, vorrebbe con sé su un palco. Ora, c’è qualcuno davvero disposto a credere ai salti di gioia di Martusciello alla notizia dell’assoluzione di Armando Cesaro e di suo padre Luigi? Non credo. Ma comunque, visto che parliamo di garantismo a giorni alterni, suggerirei alla “sua” Forza Italia di adottare la soluzione delle targhe alterne, di cui proprio Napoli fu capofila in Italia per contenere il traffico in città. In questo modo ci aiuterebbe a capire in quali giorni il partito di Martusciello è garantista e in quali non lo è. Così, giusto per regolarci. Ma di che predica questo signore che poi razzola male? Viste le durissime conseguenze del manettarismo di casa nostra – e lo scrive chi le ha sperimentate sulla propria pelle perché indagato – ci saremmo attesi ben altro contegno politico. Possibilmente non di facciata, sicuramente non del giorno dopo. Ma qual è il garantismo di Martusciello? Quello che si tributa esclusivamente al leader della propria forza politica? Mi chiedo davvero cosa se ne faccia Silvio Berlusconi, padre nobile del garantismo italiano e forse europeo, di un partito che non esita a lasciare nella solitudine più disperata quei compagni di viaggio che loro malgrado, il più delle volte innocenti, finiscono nel cruento e spietato tritacarne mediatico-giudiziario. Sarebbe questa, questa Forza Italia, la casa dei garantisti italiani?  Se davvero avessero voluto mostrarsi tali, se davvero avessero voluto dare una lezione di garantismo ai forcaioli di casa nostra, non avrebbero mai dovuto accettare il passo di lato di Armando Cesaro e avrebbero dovuto imporgli la candidatura alle scorse regionali. E invece giù a dar corda ai tintinnii di manette, ai veti di Matteo Salvini e al divieto di salire sul palco di Maresca. Quanta pochezza, quanta miseria politica! E allora la domanda è: qual è la vera Forza Italia? Quella del Cavaliere del garantismo o del Martusciello oggi giustizialista e domani garantista? Non credo che i posteri dovranno faticare granché per una così poco ardua sentenza. Amedeo Laboccetta

Fabrizio Boschi per “il Giornale” il 18 settembre 2021. Un filosofo disse: «La verità è figlia del tempo». E quel tempo, oggi, è arrivato. Dopo 6 anni di gogna il tribunale di Napoli Nord ha assolto «perché il fatto non sussiste» Luigi e Armando Cesaro dall'accusa di voto di scambio non aggravato contestata in occasione delle Regionali 2015. Luigi Cesaro è senatore di Forza Italia, mentre il figlio Armando è stato consigliere regionale in Campania dello stesso partito. Insieme con i Cesaro sono stati assolti, con la stessa formula, altre 27 persone. «Faccio politica da quando avevo 15 anni, è la passione della mia vita - si sfoga Armando su Facebook -. Ho fatto tutta la gavetta e mi sono fatto le ossa combattendo contro un pregiudizio che mi ha accompagnato, ma che non credo di meritare. E ho passato gli ultimi tre anni e mezzo a dover rinunciare a tutto questo, perché finito sotto inchiesta. Per senso di responsabilità e rispetto verso la mia gente, verso il mio partito, anzi, verso il capo del mio partito, mi sono fatto da parte. E oggi sono stato assolto perché il fatto non sussiste. Non festeggio, perché sono state tante, troppe le rinunce, le ingiurie, la tristezza». All'inizio del procedimento giudiziario, la difesa aveva sollevato un'eccezione sull'utilizzabilità delle intercettazioni. Il giudice si riservò la decisione ma sopraggiunse la cosiddetta «sentenza Cavallo» che, in sostanza, confermò gli argomenti posti a sostegno delle eccezioni sollevate dal legale. Tra le persone assolte anche Flora Beneduce, già consigliera regionale di Forza Italia in Campania, attualmente consigliera per la Sanità del governatore Vincenzo De Luca. «La fiducia che ho sempre nutrito nei confronti della magistratura è stata ripagata. La vicenda non mi ha solo provocato un enorme dolore legato alla consapevolezza della mia innocenza, ma è stata anche lesiva della mia immagine». Tanti i commenti del mondo della politica. I consiglieri regionali di Fi della Campania Annarita Patriarca, Stefano Caldoro e Massimo Grimaldi affermano che «la giustizia ha restituito al nostro partito e ai suoi dirigenti l'onore e la reputazione di cui mai abbiamo dubitato» e il coordinatore campano di Fi Domenico De Siano sostiene che questa è «una splendida, attesa, notizia: non abbiamo mai dubitato della correttezza del loro operato mantenendo sempre salda la fiducia nella magistratura». «Sono felicissimo dice Antonio Pentangelo, coordinatore di Forza Italia per la provincia di Napoli ma resta il forte dispiacere perché questa vicenda ha di fatto impedito a me e ad altri 30mila elettori di poter essere rappresentati nelle istituzioni regionali da un ragazzo davvero in gamba che ho visto crescere come uomo e come politico». Felice anche la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini che però polemizza sul fatto che si tratta «dell'ennesima dimostrazione di come fattispecie di reato troppo vaghe come il voto di scambio e il traffico di influenze aprano le porte a un eccesso di discrezionalità della magistratura. Troppe sono le inchieste aperte in base a elementi fragili e surrettizi».

Lo sfogo di Cesaro: «Assolto ma non festeggio, troppe ingiurie e tristezza». Con un lungo post pubblicato sulla sua pagina Facebook, Armando Cesaro, ex consigliere regionale campano di Forza Italia, commenta l’assoluzione nel processo che lo vedeva indagato per voto di scambio insieme al padre, il senatore di Forza Italia Luigi Cesaro. Il Dubbio il 19 settembre 2021. Il tribunale di Napoli Nord, in composizione monocratica, ha assolto con formula piena il senatore di Forza Italia, Luigi Cesaro, e il figlio Armando, con altre 27 persone dall’accusa di voto di scambio. Per la corte, «il fatto non sussiste». Insieme con i Cesaro, difesi da Michele Sanseverino e Alfonso Fiurgiuele, sono stati assolti, l’ex sindaco di Giugliano Angelo Liccardo, difeso dagli avvocati Roberto Guida e Roberto Saccomanno, e Flora Beneduce (Iv), consigliere per la Sanità del presidente della Campania Vincenzo De Luca, difesa da Alfredo Sorge. Il giudice Agostino Nigro ha accolto, tra l’altro, le richieste di assoluzione formulate dal pm Patrizia Dongiacomo. L’inchiesta che aveva portato al processo riguardava le elezioni regionali del 2015. «Sono Armando, faccio politica da quando avevo 15 anni, è la passione della mia vita e ho passato gli ultimi tre anni e mezzo a dover rinunciare a tutto questo perché sono finito sotto inchiesta. Oggi sono stato assolto perché il fatto non sussiste. Non festeggio perché sono state tante le rinunce, le ingiurie, la tristezza», ha scritto con un lungo post pubblicato sulla sua pagina Facebook, Armando Cesaro. Nel post ripercorre la sua carriera politica: «Ho fatto tutta la gavetta e mi sono fatto le ossa combattendo contro un pregiudizio che mi ha accompagnato, ma che non credo di meritare. Ho sempre avuto un solo obiettivo: rappresentare i miei concittadini nelle istituzioni, e difenderli. Essere il riferimento della mia gente, del popolo da cui provengo e con cui sono cresciuto. Di cui conosco ogni piccolo problema. Lavorando, senza mollare mai, ho raggiunto tutti i miei traguardi. Dal sogno di un bambino che guardava Silvio Berlusconi come il proprio mito, alla vice presidenza nazionale dei giovani di Forza Italia e all’elezione al consiglio regionale della Campania, con 30mila preferenze. Ho risolto problemi, presentato proposte di legge. Sempre presente, sempre attivo. Ho lavorato tanto, come mi piace e come so fare. Sono Armando. E ho passato gli ultimi tre anni e mezzo a dover rinunciare a tutto questo, perché finito sotto inchiesta». Cesaro ricorda che «per senso di responsabilità e rispetto verso la mia gente, verso il mio partito, anzi, verso il capo del mio partito, mi sono fatto da parte. E ho aspettato, silenziosamente. Sono stati mesi lunghi e difficili. Da titolare ho scelto di mettermi a bordo campo. Da dirigente ho scelto di tornare militante. Per non dare modo a nessuno di strumentalizzare la mia posizione. E mi è costato tanto. Sono Armando. E oggi sono stato assolto perché il fatto non sussiste. Gli amici veri, quelli che mi conoscono davvero, hanno sempre creduto nella bontà delle mie azioni e mi sono rimasti accanto. E li ringrazio. Non festeggio, perché sono state tante, troppe le rinunce, le ingiurie, la tristezza. Un filosofo disse: “la verità è figlia del tempo”. Quel tempo, oggi, è arrivato», conclude Armando Cesaro.

"Il fatto non sussiste". Voto di scambio, i Cesaro assolti dopo gogna e veto di Salvini: “C’è poco da festeggiare”. Giovanni Pisano su Il Riformista il 17 Settembre 2021. Anni di gogna e come sempre più spesso capita l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Il tribunale di Napoli nord, con queste motivazioni, ha assolto il senatore di Forza Italia Luigi Cesaro e il figlio Armando (ex consigliere regionale della Campania) dall’accusa di voto di scambio, in occasione delle elezioni regionali del 2015. Insieme con i Cesaro (difesi dall’avvocato Michele Sanseverino e dal professore Alfonso Fiurgiuele), sono stati assolti perché il fatto non sussiste altre 27 persone. “Ho fatto tutta la gavetta e mi sono fatto le ossa combattendo contro un pregiudizio che mi ha accompagnato, ma che non credo di meritare – scrive sui social Armando Cesaro che alle regionali 2020, da capogruppo uscente, fece un passo indietro non ricandidandosi dopo la richiesta di Matteo Salvini, segretario della Lega-. Ho sempre avuto un solo obiettivo: rappresentare i miei concittadini nelle istituzioni e difenderli. Essere il riferimento della mia gente, del popolo da cui provengo e con cui sono cresciuto. Di cui conosco ogni piccolo problema”. “Faccio politica da quando avevo 15 anni, è la passione della mia vita. Ho frequentato le sezioni – spiega Cesaro jr – affisso i manifesti di notte, distribuito volantini ai gazebo, allestito palchi, principalmente per farci salire altri – sottolinea – Ricordo il profumo dei primi fac-simile con il mio nome, l’emozione di vedere i primi manifesti con la mia foto. Il mio primo comizio, ho ancora i brividi. Lavorando, senza mollare mai, ho raggiunto tutti i miei traguardi. Dal sogno di un bambino che guardava Silvio Berlusconi come il proprio mito, alla vice presidenza nazionale dei giovani di Forza Italia e all’elezione al Consiglio regionale della Campania, con 30.000 preferenze. Ho risolto problemi, presentato proposte di legge. Sempre presente, sempre attivo – aggiunge – Sono Armando. E ho passato gli ultimi tre anni e mezzo a rinunciare a tutto questo, perché finito sotto inchiesta”. Poi l’attacco al partito, Forza Italia, che nel 2020 si piegò, in silenzio, alla richiesta del leader della Lega: “Per senso di responsabilità e rispetto verso la mia gente, verso il mio partito anzi, verso il capo del mio partito mi sono fatto da parte. E ho aspettato, silenziosamente. Sono stati mesi lunghi e difficili. Da titolare ho scelto di mettermi a bordo campo. Da dirigente ho scelto di tornare militante. Per non dare modo a nessuno di strumentalizzare la mia posizione. E mi è costato tanto. Sono Armando. E oggi sono stato assolto perché il fatto non sussiste – dice ancora – Gli amici veri, quelli che mi conoscono davvero, hanno sempre creduto nella bontà delle mie azioni e mi sono rimasti accanto. E li ringrazio. Non festeggio, perché sono state tante, troppe le rinunce, le ingiurie, la tristezza. Un filosofo disse: ‘La verità è figlia del tempo’. Quel tempo, oggi, è arrivato”.

Giovanni Pisano. Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute. 

Il gip firma l'ordinanza. “Arrestate Luigi Cesaro”, chiesti i domiciliari per concorso esterno: a decidere sarà il Senato. Carmine Di Niro su Il Riformista il 10 Settembre 2021. Luigi Cesaro deve andare agli arresti domiciliari. Il senatore di Forza Italia ed ex presidente della Provincia di Napoli è accusato di concorso esterno in associazione camorristica per presunti legami tra la sua famiglia e il clan Puca, attivo a sant’Antimo, città d’origine di Cesaro. Una presunta corruzione per agevolare, secondo l’impostazione accusatoria, la campagna elettorale di suo figlio Armando come candidato al Consiglio regionale della Campania nel 2015. Il gip di Napoli Maria Luisa Miranda ha infatti firmato l’ordinanza cautelare, accogliendo la richiesta della Procura antimafia partenopea che aveva delegato ai carabinieri del Ros l’inchiesta sui presunti accordi politico-mafiosi tra Cesaro e il clan Puca. Una misura cautelare che ovviamente non potrà essere eseguita senza l’autorizzazione del Senato, che sarà chiamato ad esprimersi sul “sì” all’arresto. Palazzo Madama aveva già autorizzato nel marzo scorso l’utilizzo di sei delle 28 intercettazioni riguardanti Cesaro, proposta avanzata dal relatore del provvedimento, il senatore di Italia Viva Giuseppe Cucca. Una decisione, quella del Senato, che potrebbe non avere conseguenze concrete sul processo: di fatto è stato autorizzato l’utilizzo di una fonte di prova che non è utilizzabile. Lo scorso ottobre 2020 il giudice Nigro del Tribunale di Napoli Nord aveva escluso il valore di prova di quelle conversazioni telefoniche e ambientali captate dagli inquirenti nell’ambito delle indagini su un presunto voto di scambio nel periodo tra maggio e giugno 2015 quando in Campania si tennero le elezioni regionali. Per questa indagine i fratelli del senatore di Forza Italia, Aniello, Antimo e Raffaele, sono già a giudizio. L’inchiesta coordinata dai pm Giuseppina Loreto e Antonella Serio, con la procuratrice aggiunta Rosa Volpe, aveva portato nel giugno 2020 a 59 misure cautelari: i magistrati antimafia avevano chiesto l’arresto in carcere per il senatore, richiesta poi rinviata dal gip per consentire l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni e poi modificata nei “semplici” domiciliari. Pronta e netta la reazione da parte dei legali del senatore forzista. Gli avvocati di Cesaro, Alfonso Furgiuele e Michele Sanseverino, hanno già annunciato ricorso al tribunale del Riesame sottolineando comunque che l’ufficio del pm “ha già rivisto l’originaria richiesta cautelare, invocando la sottoposizione agli arresti domiciliari invece della custodia cautelare in carcere”. Quanto alla richiesta di arresto, i due legali evidenziano che il provvedimento “sia meritevole di una ferma censura, sia in ordine al profilo della gravità indiziaria sia a quello dell’esistenza e permanenza attuale delle esigenze cautelari. Pertanto, indipendentemente dalla decisione che verrà adottata dal Senato in ordine alla richiesta di autorizzazione all’arresto, si proporrà immediatamente istanza di riesame al Tribunale della Libertà di Napoli”. Carmine Di Niro

Le toghe contro la politica. I giudici ci riprovano: “Cesaro va arrestato”. Viviana Lanza su Il Riformista l'11 Settembre 2021. L’accusa ci riprova, chiede gli arresti domiciliari. Il gip del Tribunale di Napoli accoglie la richiesta e firma la misura cautelare. Ma sarà il Senato a decedere se concedere o meno l’autorizzazione a procedere. Nel mirino c’è Luigi Cesaro, senatore di Forza Italia ed ex presidente della Provincia di Napoli. I pm vogliono vederlo in manette perché ritengono che tra la sua famiglia e il clan Puca di Sant’Antimo vi sia stato un presunto «patto di reciproca convenienza», una sorta di accordo politico-mafioso. Tutto si basa sul contenuto di alcune intercettazioni telefoniche, quasi tutte però inutilizzabili, tanto che a maggio scorso il Senato ne aveva autorizzato l’uso di sei su 28. E proprio all’esito di questa decisione sulle conversazioni captate nel corso delle indagini, la Procura aveva cambiato rotta decidendo di non chiedere più il carcere nei confronti del senatore, ma gli arresti domiciliari. La richiesta è rimasta poi sospesa fino a ieri, fino cioè alla decisione del giudice per le indagini preliminari di accogliere la richiesta dei pm della Dda: arresti domiciliari per Luigi Cesaro. L’ultima parola spetta, tuttavia, alla Giunta per le autorizzazioni a procedere di Palazzo Madama: sarà quell’organo, infatti, a decidere se autorizzare o meno l’esecuzione della misura cautelare nei confronti del senatore di Forza Italia. Il provvedimento del gip, quindi, resta congelato in attesa che della decisione del Senato. Intanto non si non può notare come la notizia piombi nel bel mezzo della campagna elettorale per le amministrative di Napoli, una campagna della quale sono protagoniste anche molte persone politicamente vicine a Cesaro. E piomba, sul piano giudiziario, con una motivazione che secondo i difensori di Cesaro fa acqua da più parti. Gli avvocati Alfonso Furgiuele e Michele Sanseverino, che assistono il politico finito sotto inchiesta per l’ipotesi di concorso esterno in associazione camorristica, sottolineano innanzitutto che già l’ufficio del pm ha rivisto l’originaria richiesta cautelare, invocando la sottoposizione di Cesaro agli arresti domiciliari invece della custodia cautelare in carcere. «All’esito di un primo rapido esame della motivazione del provvedimento – osservano i difensori – si ritiene che esso sia meritevole di una ferma censura, sia in ordine al profilo della gravità indiziaria sia a quello dell’esistenza e permanenza attuale delle esigenze cautelari». Di qui la scelta difensiva di ricorrere subito al Tribunale del Riesame. «Indipendentemente dalla decisione che verrà adottata dal Senato in ordine alla richiesta di autorizzazione all’arresto – spiegano in una nota gli avvocati Furgiuele e Sanseverino – sarà immediatamente proposta istanza di riesame al Tribunale della Libertà di Napoli». Al centro del confronto tra accusa e difesa c’è in particolare la questione legata all’utilizzabilità delle intercettazioni telefoniche, anche alla luce dalla cosiddetta sentenza Cavallo della Cassazione a Sezioni Unite: una pronuncia in base alla quale la Suprema Corte ha dettato la linea e posto chiari argini all’uso indiscriminato, da parte degli inquirenti, di conversazioni intercettate in più procedimenti diversi.

Viviana Lanza. Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).

Il caso di Luigi Cesaro. Sacrificare la libertà non può essere l’unica strategia delle toghe. Amedeo Laboccetta su Il Riformista il 13 Settembre 2021. La vicenda di Luigi Cesaro ripropone almeno due annose questioni: l’una attiene alla permanenza, ormai del tutto consolidata, con avallo della Corti europee, della fattispecie di creazione giurisprudenziale definita “concorso esterno in associazione mafiosa”; l’altra, attuale anche alla luce della campagna referendaria in atto, riguarda l’uso (o, forse, l’abuso) delle misure cautelari personali che spesso si consuma in Italia. Il concorso esterno in associazione mafiosa ha ormai assunto una sua stabilità nel nostro ordinamento e inascoltati sono rimasti i richiami al legislatore perché disciplinasse la materia. Non si nega l’opportunità che si disciplinino zone d’ombra che altrimenti resterebbero prive di sanzione, ma è il caso di ribadire come soltanto una legge possa e debba provvedervi e non un’interpretazione multiforme e mutevole rimessa al libero apprezzamento di chi giudica. E invece è accaduto che, in un Paese dove vige il criterio di stretta legalità, si è introdotto un reato di mera creazione giurisprudenziale. La circostanza che già di per sé appare allarmante, lo è ancora di più se si riguardano gli ultimi venti anni di storia italiana e si esamina il ruolo vicario che la magistratura ha assunto rispetto alla politica. Le sorti delle istituzioni sono condizionate da inchieste a orologeria, le norme sono create dalla giurisprudenza e i media sono invasi da “magistrati superstar” che impazzano e arringano folle che invocano vendette esemplari. Quanto alla richiesta di arresto di Cesaro, la norma di riferimento è l’articolo 275 del codice di procedura penale che disciplina i criteri di scelta delle misure cautelari. A una prima lettura, sembrerebbe non esserci spazio per la concessione degli arresti domiciliari in caso di contestazione di concorso nel reato di cui all’articolo 416 bis del codice penale; tuttavia, sin dal 2015, si sono succeduti interventi della Corte Costituzionale con cui si è chiarito come, nel caso del concorso esterno, a chi sia colpito da simile contestazione non possa applicarsi l’automatismo tra contestazione e custodia in carcere che, invece, riguarda i veri e propri concorrenti nel reato previsto dall’articolo 416 bis. E questo perché, nel caso del concorso esterno, mancano l’indispensabile intraneità e la costante condivisione del programma, del modus vivendi, degli scopi, degli obiettivi e della vita dell’associazione. Per questa strada si espande la discrezionalità, certo vincolata, del giudice nel valutare, in ragione del caso concreto, se le esigenze cautelari possano essere soddisfatte anche con l’adozione di altre misure. E cioè, nel caso di specie, degli arresti domiciliari. Mi chiedo: non era proprio possibile disporre altro rispetto agli arresti domiciliari? Possibile che la libertà valga così poco e che la tendenza sia sempre e comunque quella a sacrificare la libertà altrui? Pare quasi che in Italia si ragioni nei seguenti termini: è giunta notizia che un reato è stato commesso; arrestiamoli tutti; poi verifichiamo cosa è successo e, se è vero che è successo, chi è stato e, soprattutto, chi ha commesso cosa e perché. È in atto da tempo una disumanizzazione del processo e del processo penale in particolare. Il luogo del rito, dove lo Stato celebra la sua capacità di comporre i conflitti, anche lasciando che il tempo lenisca gli affanni, è diventato il ring dove, ad armi impari, si affrontano due contendenti: i magistrati e il cittadino spesso inerme, molte volte innocente, certamente presunto colpevole. Ma che razza di giustizia è questa? Amedeo Laboccetta

Cassazione: il figlio di Riina deve rimanere al 41bis anche se non era un boss. Respinto il ricorso alla proroga del carcere duro, decisa dal Tribunale di sorveglianza di Roma, che si è soffermato sul ruolo associativo ricoperto nell'ambiente mafioso, riconducibile alla figura egemonica del padre. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 24 agosto 2021. Pur non avendo ricoperto ruoli apicali, Giovanni Riina, il figlio dell’ex capo dei capi, resta al 41 bis. La Cassazione, con la sentenza numero 31835 di recente depositata, ha respinto il ricorso del figlio di Riina contro la proroga del regime del carcere duro. In sostanza, per la Corte suprema sono corrette le valutazioni del Tribunale di sorveglianza di Roma che ha rigettato il reclamo avverso al decreto di proroga del 41 bis. Quest’ultimo si è soffermato diffusamente sul ruolo associativo ricoperto da Giovanni Riina nell’ambiente mafioso corleonese, riconducibile alla figura egemonica di Totò Riina.

Per i giudici Giovanni Riina, pur non avendo ricoperto ruoli apicali, doveva ritenersi un esponente di spicco della criminalità organizzata. È stato evidenziato, infatti, che Giovanni Riina, pur non avendo ricoperto ruoli apicali, doveva ritenersi un esponente di spicco della criminalità organizzata isolana, radicata nell’area corleonese e collegata a Cosa Nostra, tanto è vero che il padre – che, per lungo tempo, era stato il capo indiscusso del raggruppamento consortile in questione e possedeva una caratura criminale addirittura notoria – risultava coinvolto in numerosi delitti riconducibili alla sfera di operatività del sodalizio in cui gravitava, avendo, tra l’altro, partecipato alla deliberazione di tutti gli omicidi “eccellenti” commessi in Sicilia tra la fine degli anni Settanta e il suo arresto, avvenuto nel 1993.

Il profilo criminale, la posizione rivestita nell’associazione: indicatori rilevanti. In questa, incontroversa, cornice, la mancata assunzione di ruoli apicali nel contesto associativo mafioso nel quale Giovanni Riina aveva militato nel corso degli anni, secondo la Cassazione non possiede una valenza decisiva, dovendosi valutare la posizione consortile del detenuto in un più in un più vasto ambito, collegato alla sfera di operatività di Cosa Nostra, rispetto al quale assumono rilievo indicatori differenti, come costantemente affermato dalla Cassazione stessa , secondo cui: «Ai fini della proroga del regie detentivo differenziato di c:ui all’art. 41-bis della legge n. 354 del 1975 è necessario accertare che la capacità del condannato di tenere contatti con l’associazione criminale non sia venuta meno, accertamento che deve essere condotto anche alla stregua di una serie predeterminata di parametri quali il profilo criminale, la posizione rivestita dal soggetto in seno all’associazione, la perdurante operatività del sodalizio e la sopravvenienza di nuove incriminazioni non precedentemente valutate, elementi tutti che devono essere considerati mediante l’indicazione di indici fattuali sintomatici di attualità del pericolo di collegamenti con l’esterno, non neutralizzata dalla presenza di indici dimostrativi di un sopravvenuto venir meno di tale pericolo». Sempre secondo la Cassazione, appaiono pienamente condivisibili le conclusioni alle quali è pervenuto il Tribunale di sorveglianza di Roma, che, nel passaggio argomentativo esplicitato nelle pagine 5 e 6 del provvedimento impugnato, ha evidenziato che «lo status in seno alla famiglia e, dunque, in seno all’associazione comporta la capacità di interlocuzione con una realtà criminale esterna, nonostante la “fluidità” della stessa (…)», con la conseguenza che «eventuali mutamenti dell’assetto del clan, verificatisi durante la detenzione dell’affiliato, non scalfiscono la collocazione da quest’ultimo assunta in ambito associativo ed il conseguente giudizio di perdurante pericolosità del medesimo (…)». I giudici di legittimità, nel dichiarare inammissibile il ricorso presentato da Giovanni Riina, ricordano che ai fini della proroga del 41-bis, non è necessario accertare la permanenza dell’attività della cosca di appartenenza e la mancanza di sintomi concreti di dissociazione del condannato dalla stessa, ma basta «una potenzialità attuale e concreta, di collegamenti con l’ambiente malavitoso che non potrebbe essere adeguatamente fronteggiata con il regime carcerario ordinario».

I partiti calabresi hanno inviato le liste dei candidati alla commissione antimafia, presieduta dal senatore Nicola Morra, per un controllo preventivo. Ilario Ammendolia su Il Dubbio il 13 agosto 2021. La decisione dei “partiti politici” calabresi (?) di mandare le liste dei candidati al consiglio regionale alla commissione parlamentare antimafia per un controllo preventivo, sembrerebbe una delle tante trovate demagogiche d’una classe politica mediocre. Invece, credo, nasconda ben altro e di molto più grave. Questi – e ribadisco questi- “partiti” (che non hanno nulla a che vedere con quelli previsti dalla Costituzione) sanno bene di essere strumenti nelle mani di pochi oligarchi che si sono assunti il compito di tenere lontani i cittadini comuni dalla vita pubblica. In Calabria (e non solo) sono “ladri” di sovranità popolare e, per come si raccolgono i consensi, “tangentisti” del voto. Quando le organizzazioni democratiche mancano, cresce il peso della ‘ndrangheta, dei poteri forti, dei demagoghi, che hanno una loro fitta rete di contatti su base regionale e, a volte, nazionale. Per dirla in parole semplici: meno conta la gente più contano le caste e nel frattempo, la Calabria muore. Nasce così- e detto senza offesa verso alcuno – un potere intrinsecamente “mafioso” ed oppressivo anche quando a gestirlo sono uomini estranei e, spesso, lontani e nemici delle cosche. “Mafioso” perché usurpato. Mafioso perché contro il proprio popolo. La naturale alternativa a tutto ciò sarebbe stata quella di restituire il potere decisionale ai legittimi “proprietari” cioè alla gente organizzata in partiti veri, sindacati, che non siano semplici patronati, organizzazioni intermedie. Invece gli oligarchi hanno scelto di tenere saldamente in mano le redini d’un potere che appare forte e inespugnabile solo perché la società civile calabrese è stata ridotta negli anni in una massa grigia in stato di programmata e veloce decomposizione. Così assistiamo ad uno dei tanti paradossi: il centrodestra ha annunciato di aver già mandato le liste dei propri candidati alla commissione antimafia. Si badi bene si tratta di liste, che a parte pochi addetti, di cui nessuno, ma proprio nessuno conosce i nomi (e tantomeno il programma.) Il comportamento del centro destra non è un’eccezione ed infatti poche “menti raffinatissime “per delega “altrui” stanno affinando le liste di tutti gli schieramenti, operando in modo tale da far eleggere solo “consiglieri” di stretta osservanza. La logica conseguenza sarà che gli “eletti” tuteleranno solo e soltanto gli interessi di coloro che li hanno fatti eleggere. Se ciò mafia non è (e non è perché, almeno per ora, manca la violenza fisica) molto gli somiglia. Ovviamente gli antimafiosi di professione possono condurre la loro bella e coraggiosa lotta firmando l’unitile registro dell’antimafia, o scaricare le proprie frustrazioni e la propria rabbia inneggiando a forche e galere. Ma senza mettere mai in discussione il brevetto mafioso che regola la vita dei partiti in Calabria e che costituisce una sicura garanzia per assicurare la sostanziale continuità del potere. I responsabili di tale stato di cose rivolgendosi alla commissione parlamentare antimafia chiedono di essere legittimati da “commissari politici” (a loro volta mai eletti) perché sanno di essere delegittimati dalla loro scelta di non coinvolgere per nulla la gente nella fase cruciale della formazione delle liste. A volte è ancora peggio, perché l’invio delle liste in commissione rappresenta solo un cinico espediente per saldare i conti tra “ras” di “partito” utilizzando a tal fine un organismo parlamentare nato con ben altri scopi e fini ben più nobili. Infine, sarei curioso di sapere come farà la commissione a stabilire chi sono gli impresentabili. Qualora si trattasse di valutare eventuali sentenze di condanna o i “carichi pendenti” dei singoli candidati, sarebbe bastata la richiesta d’un certificato rilasciato dal tribunale di competenza. In “commissione” probabilmente si utilizzeranno rapporti (veri o falsi) dei servizi segreti o della polizia giudiziaria (magari commissionati per la bisogna) e ciò costituirebbe una tale ferita alla democrazia da far rivoltare i Costituenti nella tomba. Sarebbe l’anticamera della dittatura dei peggiori ma con il lasciapassare dei caporali di giornata. In dialetto calabrese è diffuso un termine praticamente intraducibile in lingua italiana: “giobbijari”. Se provo a tradurlo mi viene in mente solo una frase volgare come “prendere per il c..” ma in questo caso il premio è la “giobba” e nel suo nome tutto diventa lecito. Almeno per la scellerata brigata che, ancora una volta, conduce i giochi sulla pelle del popolo calabrese.

In 500 sottoposti al "test Morra". Morra prepara le liste di proscrizione per le elezioni: il “tribunale etico” dell’Antimafia a caccia di presunti impresentabili. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 17 Agosto 2021. Gli imputati, pronti a essere giudicati dal Tribunale Etico della Commissione Bicamerale Antimafia, sono già 459. Tanti sono i nomi già presentati dai partiti per una sorta di controllo preventivo che dovrebbe far conquistare ad alcuni il bollino blu e ad altri la stella gialla da portare sul petto. Cioè “presentabilità” o “impresentabilità” alle prossime elezioni amministrative di ottobre. Si tratta di pre-liste, in gran parte segrete (pochissimi eletti ne conoscono i nominativi), che i vertici dei vari partiti hanno compilato con una certa riservatezza, in modo da non correre il rischio, come già capitato in passato e con notizie che avevano suscitato molte polemiche, di trovarsi al centro di qualche scandalo il giorno prima delle elezioni. Nicola Morra, Presidente della Commissione Antimafia, cioè il più Puro dei Puri, uno che se un amico come Davigo gli rivela un segreto, lui va subito a spifferarlo in Procura, ha pensato, bontà sua, di metter mano al regolamento e di venire incontro ai partiti. Così, consegnando le pre-liste ed eliminando subito il materiale infetto, cioè depennando il nome di qualche indagato, si eviterà di arrivare a ridosso delle elezioni, quando ormai gli elenchi sono depositati e immodificabili, con qualche stella gialla al petto di qualcuno, che possa far perdere voti al partito di appartenenza. Poiché queste pre-liste sono per ora segrete, non sappiamo quali e quanti partiti abbiano aderito alla proposta di Nicola Morra. Ovviamente nessuno è obbligato a collaborare, siamo ancora su un terreno di opzione volontaria, un po’ come quella, ben più seria, di vaccinarsi. Ma il Presidente conta molto sull’implicito ricatto morale che sta dietro all’operazione, con il solito discorso ipocrita che chi non ha niente da nascondere può lasciare sbudellare a piacere la propria reputazione e la propria vita. Non è un caso che la prima lista di “impresentabili” sia stata creata da una Presidente come Rosi Bindi, la cui storia politica racchiudeva in sé il moralismo di certo mondo cattolico e di quello comunista. Era il 2015 e a Palazzo Chigi c’era Matteo Renzi, uno che non le stava simpatico. E ancor meno poteva piacerle quel rappresentante di una sinistra creativa (ma molto efficiente) che portava il nome di Vincenzo De Luca. Quello che aveva fatto faville come sindaco di Salerno e che in quei giorni ambiva a diventare nientemeno che il governatore della Campania. Sicuramente non fu per antipatia, ma perché, come avrebbe detto un famoso Pm di Milano, “la carta canta”, che De Luca fu definito “impresentabile” in quanto indagato per la vicenda del Sea Park, il parco marino realizzato a Salerno quando lui era sindaco. Sarà poi assolto, “perché il fatto non sussiste”, come spesso accade in questi casi. Ma intanto nel 2015, a quarantotto ore dal voto, il suo nome era già sbattuto ovunque, sui giornali, sui social, nelle tv e quasi sui muri di città e paesi. L’uomo non è abituato a mandarle a dire, e non venne meno alla sua reputazione. Querelò Rosi Bindi (poi un gip di Roma archiviò) e definì l’iniziativa della Commissione Antimafia come “infame e eversiva” . E poi, dopo l’assoluzione, su Twitter parlò della «vicenda per cui una avventurosa parlamentare ci aveva presentato come impresentabili». Lui nel frattempo era diventato il governatore della Regione Campania. In cui, insieme alla Puglia, erano stati altri 16 i nomi, in gran parte del centrodestra, che avevano meritato la famosa stella gialla dell’infamia. L’esempio della vicenda di Vincenzo De Luca non insegnò nulla purtroppo al successore di Rosi Bindi alla Presidenza della Commissione Antimafia. Un po’ perché Nicola Morra è uno di quelli, come tanti grillini, che la toga del moralismo ce l’ha sottopelle, ma anche perché ormai l’Antimafia serve solo a dare un po’ di consulenze agli amici magistrati e a fare le liste degli “impresentabili”. Che regolarmente vede la luce anche nel 2020, a tre giorni dal voto del 20-21 settembre. I nomi sono 13, e questa volta la selezione avviene, oltre che sulla base del codice di autoregolamentazione della Commissione, anche sulla base della legge Severino. Ma il punto di partenza è sempre lo stesso: quel che si giudica non è il reato ma la persona, quella su cui si dà un giudizio moralistico. Che cosa cambierà nel prossimo mese di ottobre? Sostanzialmente niente, perché alla vigilia delle elezioni amministrative comunque la sentenza del Tribunale Etico verrà emessa. Ma la cosa peggiore è che già da adesso – e siamo a metà agosto – alcuni partiti abbiano accettato di sottoporsi all’esame del sangue preventivo, mandando allo sbaraglio (perché tanto in Italia di segreto non c’è mai niente e i nomi escono sempre) persone probabilmente per bene addirittura sulla base di un progetto di candidatura, magari anche a loro insaputa.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Saviano per battere la mafia vuole distruggere la famiglia. Felice Manti il 12 Agosto 2021 su Il Giornale. Ogni famiglia è sempre una luce, per quanto fioca, nel buio del mondo, dice Papa Francesco. E quando i panni sporchi non si lavano in famiglia è lì che cominciano i guai. Ogni famiglia è sempre una luce, per quanto fioca, nel buio del mondo, dice Papa Francesco. E quando i panni sporchi non si lavano in famiglia è lì che cominciano i guai. Prendete Roberto Saviano. L'autore di Gomorra l'altro giorno sul Corriere della Sera mentre raccontava la vera storia di Maria Licciardi - diventata Scianel nella trasposizione televisiva di Gomorra, giunta (finalmente) all'ultima stagione - si è addentrato in un'analisi sociologica da quattro soldi per dire che «le mafie finiranno quando finiranno le famiglie e l'umanità troverà nuove forme di organizzazione sociale, nuovi patti d'affetto, nuove dinamiche in cui crescere vite». Siamo a una fictio iuris che capovolge la realtà. Siccome la famiglia tradizionale non mi piace, dico che è il fondamento del male assoluto e così la abbatto tra gli applausi del pubblico. Un po' come usare Marcell Jacobs (che infatti si è incavolato) per beatificare lo ius soli. Ora, il delirietto di Saviano era passato semi inosservato, tranne qualche indignata reazione social (capirai che sorpresa), vista la capziosità del suo sconclusionato ragionamento. Ma ieri su Avvenire è comparsa una scomunica firmata da don Aldo Patriciello. Non uno qualsiasi dei fedeli della parrocchietta anticamorra che si nutre del verbo di Saviano, ma proprio il parroco in prima linea nella lotta ai boss. Uno che conosce la perfidia del fenomeno mafioso più di Saviano perché lo vede ogni giorno, non in tv dall'attico sopra Central Park, e che infatti ha scomunicato lo scrittore smontando pezzo per pezzo il fragile sillogismo mafia=famiglia: «Se non si riesce a estirpare il cancro maledetto delle mafie è perché l'asfissiante abbraccio mortale con i colletti bianchi e i danarosi moralmente miseri non è mai venuto meno», tuona il sacerdote. Che poi maledice la scelta di citare lo scrittore omosessuale André Gide: «Conoscendo purtroppo la simpatia di Saviano per l'utero in affitto, obbrobrio tra i più odiosi, mi domando se alludesse a questo lo scrittore quando parla di nuove dinamiche in cui crescere vite». «Anziché abolire la famiglia occorrerebbe abolire lo stupidario dei consumi ostentatori sui quale l'aristocrazia mafiosa sfoggia la propria onnipotenza», ha scritto l'altro giorno sul Sussidiario.net Salvatore Abbruzzese, ordinario di Sociologia della religione all'università di Trento e tristemente omonimo di uno degli attori del film Gomorra di Matteo Garrone del 2008, arrestato per spaccio a telecamere spente. Rappresentare la camorra come sfarzosa e spietata, invincibile e potente - come ha legittimamente fatto Saviano nella sua fiction, lucrandoci ma è affar della sua coscienza - non aiuta a disinnescare il fenomeno, anzi crea i presupposti perché in una terra in cerca di un perenne riscatto e abbandonata dallo Stato (non da Dio, grazie don Aldo) i ragazzini della paranza si identifichino negli spregiudicati boss della fiction, proprio adesso che la camorra, dopo aver avvelenato pezzi della Campania infarcendoli di scorie radioattive e rifiuti tossici ha esaurito la sua missione predatoria. Perdendo il rispetto di chi, in rassegnato e fatalista silenzio, ha accettato che la camorra risolvesse i problemi che lo Stato creava. Altro che la iurisfictio(n) che fa ricco Saviano. Felice Manti

Se lo Stato condanna il Sud: la questione meridionale ridotta a questione criminale. Dopo la riforma Cartabia i reati di mafia diventeranno imprescrivibili. I pm non perderanno l’occasione di contestare l’aggravante mafiosa. Ecco perché. Ilario Ammendolia su Il Dubbio il 3 agosto 2021. Dopo la riforma Cartabia i reati di mafia diventeranno praticamente imprescrivibili. Ed è proprio su questo punto che i pm di assalto avevano cercato e trovato un varco. La Riforma resta comunque un fatto di civiltà. “Comprendo” perfettamente che nella situazione attuale nessun “politico” se la sia sentita di “resistere” nella difesa del testo originario, approvato a unanimità nel Consiglio dei ministri.

I mafiosi e i delinquenti comuni. Se qualcuno avesse aperto bocca per dire che i tempi di prescrizione nei processi per mafia sono irrazionali e, probabilmente, indegni di un Paese civile si sarebbe trovato indifeso dinanzi ad un plotone di esecuzione che lo avrebbe fucilato facendolo passare per mafioso o amico dei mafiosi. Provo a formulare una domanda: cosa hanno di diverso i mafiosi rispetto ai delinquenti comuni? “Normalmente” sia gli uni che gli altri uccidono, minacciano, rubano, trafficano droga. Dal momento che i cittadini dovrebbero essere uguali dinanzi alla legge non si comprenderebbe perché ’ndranghetisti e mafiosi dovrebbero riceve un trattamento diverso. Ciò detto, riteniamo che il legislatore giustifichi il diverso trattamento per il fatto che, essendo la mafia una organizzazione ( a delinquere) presente da tempo e radicata in un determinato posto, i crimini commessi degli affiliati, oltre che essere odiosi come tutti gli altri, hanno come fine il controllo del territorio sottraendolo di fatto allo Stato. Quindi lo Stato è “naturalmente” in guerra con la mafia. A questo punto una domanda è d’obbligo: il processo può essere un momento di tale guerra? No! Per il semplice fatto che prima della sentenza tutti gli imputati dovrebbero essere considerati innocenti, e come la storia recente dimostra, in buona parte lo sono. Lo Stato ha tutto il diritto di giudicare ma non di muovere guerra a un solo innocente.

Il processo “Gotha”. Faccio un esempio. Ieri l’altro a Reggio Calabria s’è concluso il processo “Gotha” che contrariamente alla maggioranza dei processi allestiti in Calabria con operazioni spettacolari – ma miseramente falliti – ha retto al 50% (ripeto 50%) al primo grado di giudizio. Cioè su trenta imputati quindici sono stati assolti e quindici condannati. Molti degli assolti, prima della vicenda che li ha visti coinvolti, non erano mai stati in un’aula di giustizia. Per esempio, tra di loro è “capitato” uno stimato primario di cardiochirurgia, un ex presidente della Provincia; un senatore della Repubblica. Qualcuno tra questi ha trascorso qualche anno in carcere (complici) dei parlamentari pavidi. Tutti sono stati sotto processo da anni in quanto sospettati di essere mafiosi.

Sotto processo per 18 anni? A questo punto poniamoci una domanda: qualora la procura dovesse fare appello (cosa che probabilmente farà) verranno tenuti sotto processo per 18 anni e poi per altri 18 ancora? Non ci sono persone al disopra di ogni sospetto, né con diritto di essere tutelati più di altri ma in base a quale principio lo Stato potrebbe trattare queste persone molto peggio degli assassini seriali, degli stupratori, dai pedofili, tenendoli prima in carcere e poi sotto processo a vita? Non si tratta d’un “danno collaterale” accettabile pur di combattere la mafia ma di un abuso che ha come logica conseguenza la legittimazione e il rafforzamento delle mafie su un determinato territorio. Agli occhi di queste “vittime “lo Stato sarà una presenza tirannica di gran lunga peggiore della mafia. La verità è che le mafie devono e possono essere combattute prima e dopo del “processo” e con gli strumenti messi a disposizione dalla Costituzione. Viceversa, il processo dovrebbe assicurare un giudizio sereno ed in tempi umani attraverso regole e leggi uguali per tutti.

Se lo Stato condanna il Sud. Infine, la riforma Cartabia assicurerà nelle regioni del Centro- Nord una giustizia più efficiente ed umana mentre al Sud avremo in assoluta prevalenza il “processo infinito”. Infatti, nessun pm delle regioni meridionali perderà l’occasione, dinanzi ad una estorsione o ad un omicidio, di contestare l’aggravante mafiosa perché ciò gli consentirà tempi infiniti. E non sarà difficile in zone come la Calabria o in paesi come Africo o San Luca trovare rapporti di parentela, di frequentazione, di vicinato con qualche famiglia in odore di mafia. Il cerchio è chiuso. La questione meridionale diventa così, ed ancora di più, questione criminale da affrontare praticando la “giustizia dei sette capestri” aldilà del Pecos. Le mafie diventeranno l’alibi per spiegare il mancato sviluppo del Sud o per non ascoltare il grido del professor Gianfranco Viesti che ha dimostrato che dei fondi del Recovery solo 13 miliardi arriveranno nelle Regioni meridionali.

Ed in tutto ciò, la cosa che più fa salire il sangue alla testa è che non ci sia stata una sola voce in Parlamento, e neanche fuori, a difendere il Sud da questa follia giustizialista che avrà come unico risultato la mortificazione della Legge e della Costituzione da un lato e la legittimazione e l’invincibilità delle mafie dall’altro.

PAOLO ROMEO L'UOMO DEI MISTERI IN RIVA ALLO STRETTO. Conteso dai salotti della Reggio bene, ma di casa anche ad Archi, rappresenta una sorta di nodo gordiano dei mille misteri della città. Paride Leporace su Il Quotidiano del Sud il 30 luglio 2021. Un quarto di secolo di carcere al processo Gotha in primo grado. Una nuova puntata del romanzo criminale di Paolo Romeo. Tra patrie galere e Montecitorio, con il braccio teso dei fascisti e la grisaglia dei ministeriali socialdemocratici di Cariglia. Una sorta di nodo gordiano dei mille misteri di Reggio Calabria, città frequentata da mezzo secolo da barbe finte, affaristi, massoni a braccetto con caporioni della ‘ndrangheta. Paolo Romeo, intelligente, colto, raffinato, ha oggi 74 anni. Conteso dai salotti della Reggio bene, ma di casa anche ad Archi, regno dei suoi amici De Stefano. Aprì anche una libreria di libri di destra a Reggio ma non fu molto fortunata. Se sei forestiero e chiedi conto a Reggio Calabria a persone per bene, la loro voce si abbassa, cercano di spiegarti, ma la linea della Palma in quel posto è antica, parallela con Palermo e Catania. Un imprenditore mi dice sul ruolo svolto da Romeo: “Da Napoli in su certi affari economici vengono attribuiti alle lobby. Dal Volturno in giù diventa associazione mafiosa”. Romeo al Processo Gotha ha ammesso finalmente di aver svolto un ruolo nella latitanza di Franco Freda, il neofascista coinvolto in piazza Fontana. Ma poi dice che è sempre stato un socialista. Il vicesindaco Tonino Perna, suo compagno di scuola, ne ricorda bene il collocamento nei fascisti locali. Anche altri di sinistra ne ricordano il ruolo da capo mazziere in piazza. Un picchiatore duro e spietato. Non erano fascisti qualsiasi. Gli storici dell’eversione nera ne segnalano la presenza con quelli di Avanguardia Nazionale alla battaglia di Valle Giulia insieme ai sessantottini rossi che non sono scappati più davanti alla celere. Era nei fascisti con doppia tessera Msi e Avanguardia Nazionale. Sarà presente in tutti i processi di ‘ndrangheta da alto livello.  Il fratello ammazza a coltellate un Dominici ad una tarantella in piano centro. Fratelli Romeo e fratelli Dominici. Eversione nera e onorata società che s’incrociano tra pentiti e vicende oscure. Una carriera galoppante nel Psdi ministeriale. Eletto nel collegio di Catanzaro. Segretario della commissione di vigilanza della Rai, capello curato, faccia da dittatore sudamericano. Dicono sia stato candidato anche nel Pds alle comunali a Reggio. Ma non si trovano riscontri. Forse una leggenda urbana che ne ingigantisce il carisma. E’ stato anche nel Partito Radicale per difendersi. In consiglio comunale di Reggio Calabria ha seduto nei banchi del Msi e del Psdi. Preciso e chirurgico in ogni aspetto della sua altalenante carriera. Molti apprezzano di aver sanato a Villa San Giovanni l’area dismessa della Fiat diventata il Centro commerciale “La perla dello Stretto”. La magistratura non la vede nello stesso modo. A raccontare di lui ai magistrati reggini nei primi anni Novanta è il pentito di ’ndrangheta, Filippo Barreca, secondo cui l’anello di congiunzione tra Cosa nostra siciliana e la ’ndrangheta reggina era lui, l’avvocato Paolo Romeo, appartenente alla cosca De Stefano. Scrivono i magistrati palermitani: “È personalmente dall’avv. Romeo, indicato altresì dal Barreca come massone, appartenente alla struttura Gladio e collegato con i servizi segreti, che il collaborante ha riferito di avere appreso che nel 1990-91 egli era interessato a un progetto politico che puntava alla separazione delle regioni meridionali dal resto del Paese”. Il burattinaio secondo i giornali, l’uomo più potente a Reggio Calabria nella voce popolare. Secondo Barreca il delinearsi dell’ennesimo piano politico era avvenuto a Milano dove era avvenuto un incontro tra i clan calabresi facenti capo ai Papalia e i padrini esponenti di Cosa nostra. Esponente della destra eversiva fin dagli anni 70, vicino ai servizi, massone, Paolo Romeo viene arrestato nel 1980 per aver coperto e favorito la latitanza di Franco Freda. Romeo procurava nascondigli al neofascista, tra cui l’abitazione del pentito Filippo Barreca. È Romeo che nel 1970 avrebbe organizzato un incontro tra il golpista Junio Valerio Borghese ed il gruppo mafioso dei De Stefano quando il comandante era in combutta con i capi di destra della rivolta di Reggio Calabria. I pentiti che hanno svelato la struttura della massomafia, la Santa, sorta di Spectre che avrebbe avuto al vertice sempre lui, Paolo Romeo. Di certo ha sulle spalle una condanna per concorso in associazione mafiosa. Quindi non era un capo per la Giustizia. Ha scontato 3 anni e mezzo di carcere a Vibo Valentia. Nel 2004 lo avevano arrestato per pressioni illecite nei confronti dei magistrati collusi. Indaga la Procura di Catanzaro e tra i sostituti c’è anche Luigi De Magistris. Paolo Romeo viene assolto “per non aver commesso il fatto”.

Fuori dal Palazzo non più deputato scrive le interrogazioni parlamentari, prepara le liste, avrebbe fatto da spin doctor a Peppe Scopelliti da lui definito “un cane di mandria”. C’è sempre un consiglio da dare, una riunione da organizzare per Paolo Romeo. Longa manus di esponenti dipietristi e dei vecchi camerati passati ad Alleanza nazionale. Compare in inchieste con Licio Gelli, nella latitanza di Matacena Junior ma è vittima di un altro errore giudiziario. Paolo Romeo a Reggio Calabria è come la Banda della Magliana a Roma. Qualunque mistero o affare, vero o falso che sia, Paolo Romeo sta sempre nell’elenco dei sospettati. Ha visto il tempo delle coppole storte che andavano a chiedere alleanza alla politica, e quello recente dei politici andare a bussare alle case riservate dei massomafiosi. Ora in primo grado a Gotha Paolo Romeo è la testa pensante della ‘ndrangheta, lui l’ideatore del laboratorio criminale di Reggio Calabria. Ai prossimi gradi di giudizio il compito di verificare questo duro giudizio. La storia di Paolo Romeo resta aperta.

L’incredibile storia del comune di Trecastagni, sciolto per due dipendenti indagati…Antonio Coniglio su Il Riformista il 23 Luglio 2021. Raccontano i libelli di storia popolare che Trecastagni, borgo di poco più di diecimila abitanti alle pendici del vulcano Etna, si chiami così perché Alfio, Cirino e Filadelfo, i tre patroni del paese, abbiano soggiornato lì prima del martirio. Tres Casti Agni: quei santi erano “tre casti agnelli”. Può capitare pure che la “castità” di un ridente territorio, anche se consacrata finanche nelle storie dei santi, venga sacrificata sull’altare del sospetto di mafia e possa diventare talvolta il “martirio civile” di una intera comunità. Avviene sovente in Sicilia e la vittima sacrificale di una delle storie di straordinaria ingiustizia, che riguardano lo scioglimento discrezionale dei comuni del mezzogiorno per mafia, è stato proprio il paese dei “tre casti agnelli”: Trecastagni. Quel fazzoletto di terra è diventato esso stesso un agnello sacrificale. Sacrificata è stata la giunta di quel comune e il suo sindaco Giovanni Barbagallo, riconosciuto da tutti come politico onesto e rigoroso. Dalle parti del vulcano, la Prefettura catanese, notificò infatti l’8 maggio 2018, alle ore 14:30, un decreto di scioglimento. Proprio alla vigilia di una delle feste religiose più partecipate della Sicilia: il 10 maggio. La festa in onore di Alfio, Filadelfo, Cirino, aveva resistito pure alle bombe delle due guerre mondiale: si è arresa dinnanzi alla furia implacabile della nostra legislazione antimafia. Gli intendenti prefettizi dichiararono che gli amministratori dovessero andare a casa sulla base dello stigma peggiore: possibili rapporti con la mafia. Ciò, non perché vi fosse neanche la più lontana congettura che un pezzo del ceto politico avesse rapporti con la criminalità, ma per un’inchiesta che aveva colpito, a proposito di mafia, due dipendenti comunali. Cosa c’azzecchino due dipendenti con un sindaco, una giunta, un consiglio comunale, nel tempo della separazione tra indirizzo e gestione, è inspiegabile! Eppure quegli amministratori sono stati infangati, un intero territorio sporcato, ancorché il Tribunale (ordinanza n. 4011/2019) e la Corte d’Appello di Catania (n. 2722/2020) abbiano ex post chiaramente dichiarato che a carico del sindaco “non emergono collegamenti diretti o indiretti con la criminalità organizzata”. C’è di più: i dipendenti inquisiti sono stati condannati il 15 luglio 2021 dalla Prima Sezione Penale del Tribunale di Catania, escludendo però l’aggravante del metodo mafioso. È legittimo chiedersi: chi risarcirà mai gli abitanti di Trecastagni del danno di immagine patito; quel sindaco e quella giunta, ingiustamente espropriati dal ruolo che ricoprivano? Oggi occorre una riflessione vera intorno all’art. 143 del D.L. 267/2000 che non prevede il diritto alla prova, su una disciplina dello scioglimento dei comuni che non ammette contraddittorio, diritto alla difesa, parità di trattamento tra le parti. Siamo al di fuori dalle colonne d’Ercole del giusto processo. Si può davvero pensare che un funzionario prefettizio, chiunque esso sia, un prefetto, un ministro dell’interno possano inaudita altera parte annullare il corso democratico di una comunità? È ancora tollerabile la resistenza del Consiglio di Stato che continua a sostenere la natura preventiva e non sanzionatoria della disciplina, laddove la prevenzione è invero il viatico per evitare il confronto con le conquiste dello stato di diritto? Per quale ragione peraltro questi provvedimenti draconiani riguardano sempre e comunque solo comuni medio piccoli – ove nella maggior parte dei casi gli amministratori sono inermi e slegati da vere logiche di potere – mentre le grandi città appaiono protette da un’egida di intangibilità? Prevenire, scrive spesso Sergio D’Elia, a volte è peggio che punire. Prevenzione ed emergenza sono diventati pezzi dell’armamentario marziale del diritto dell’hostis, del nemico degli ultimi trent’anni di illegalesimo legale. Si legittima l’intervento di un prefetto sulla base di un’emergenza perenne, di un pericolo costante, del ripudio di fatto delle conquiste dell’illuminismo giuridico, della nostra civiltà. La verità è presto detta: lo scioglimento di Trecastagni è avvenuto in modo medioevale e ciò capiterà spesso sin quando il Parlamento non avrà il coraggio di interrompere una “continua corsa agli armamenti”, sminare il campo dalla discrezionalità e dall’arbitrio. Si potrebbe obiettare: a chi interessa di un piccolo comune di diecimila anime? Eppure la vicenda di Trecastagni non può essere condannata all’oblio come se nulla fosse accaduto. Sciascia forse redivivo gli avrebbe dedicato finanche un pamphlet. È vero: sono storie di provincia. Di quella provincia nella quale ci si alza la mattina per lavorare e ci si accontenta di poco. Di un caffè al bar la domenica mattina, della processione di un santo patrono. Sciascianamente “non v’è nulla di più provinciale dell’accusa di provincialismo”. Trecastagni come metafora nazionale? Proprio così. Se non si interviene presto su quei codici, su quelle pandette, il diritto morirà ogni giorno. Antonio Coniglio

Carlo Macrì per il “Corriere della Sera” il 19 settembre 2021. Tutto era stato progettato da alcuni esponenti della 'ndrangheta della Locride, nonostante fossero richiusi da tempo in carcere. L'idea era quella di uccidere uno dei figli di Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Catanzaro. In una maniera inusuale: doveva sembrare un casuale incidente stradale. La notizia è stata riferita da un nuovo collaboratore di giustizia, Antonio Cataldo,57 anni, esponente dell'omonimo clan di Locri. Antonio figlio di Michele e nipote di Pepè e Nicola Cataldo, due boss carismatici, ha deciso di saltare il fosso dopo una condanna a otto anni rimediata con rito abbreviato al processo «Mandamento Ionico». Da alcune settimane sta riempiendo pagine di verbali e già mercoledì prossimo potrebbe essere sentito dai magistrati nel corso dell'udienza del maxiprocesso «Riscatto - Mille e una notte», in corso davanti al tribunale di Locri. In realtà, però, già diversi anni fa la notizia del piano per uccidere uno dei figli del magistrato era stata intercettata nel corso di un'indagine sulle cosche della Locride. Più recentemente, nel 2016, un altro pentito, Maurizio Maviglia, esponente di un clan di Africo, aveva svelato un altro tentativo per uccidere uno dei figli di Gratteri. Alcuni individui, infatti, riuscirono ad intrufolarsi qualificandosi come poliziotti nello stabile, a Messina, occupato dal figlio dell'allora procuratore aggiunto di Reggio Calabria. I finti poliziotti riuscirono a farsi aprire dal ragazzo, ignaro di tutto. Una volta dentro i due presero l'ascensore per raggiungere il terzo piano dove si trovava l'appartamento del giovane universitario. Il figlio del magistrato attese il loro arrivo sull'uscio. Quando però, l'ascensore si fermò il ragazzo notò che dentro c'erano due persone mascherate con passamontagna. Con freddezza rientrò in casa, si barricò e chiamò il padre. Nei mesi scorsi Antonio Cataldo, nel corso delle sue deposizioni, ha rilanciato la possibilità di un agguato, sostenendo di averlo saputo in carcere, nel 2013 da Guido Brusaferri, altro esponente della 'ndrangheta locrese con il quale ha diviso la cella. In particolare al magistrato della distrettuale di Reggio Calabria Antonio Calamita che l'ha interrogato Antonio Cataldo ha riferito che si parlava di questo progetto nelle ore d'aria, e ha puntualizzato anche temporalmente il periodo. «I clan si sono allarmati quando il nome del procuratore Nicola Gratteri era stato indicato come possibile ministro della Giustizia» ha raccontato ai magistrati Cataldo. Precisando: «I clan, tutti, temevano delle ... dei processi... e leggi più ferree. C'era un allarme generale». La collaborazione di Antonio Cataldo, potrebbe aprire scenari inediti nel panorama della criminalità organizzata della Locride. Tanti sono i delitti rimasti impuniti negli ultimi 20 anni. E, soprattutto, il nuovo collaboratore di giustizia potrebbe rivelare particolari anche su omicidi eccellenti, come quello del vice presidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco Fortugno, ucciso nel 2005 a Locri. Per anni i Cataldo si sono fatti la guerra con i Cordì, altra cosca di Locri. Decine sono stati i morti. Poi la pace, siglata in nome degli affari e di una possibile spartizione di lucrosi progetti imprenditoriali e anche interessi nel settore pubblico. 

La ricostruzione: pentiti e attentati, chi ha minacciato Gratteri. Paolo Orofino su Il Quotidiano del Sud il 19 settembre 2021. GLI INQUIRENTI calabresi e siciliani, già nel 2014, erano al corrente delle dichiarazioni di Antonio Cataldo, esponete di spicco dell’omonimo clan di Locri, circa un attentato che si stava pianificando contro il figlio di Nicola Gratteri. Antonio Cataldo, infatti, in quell’anno scrisse una lettera dal carcere dove si trovava, rivelando dettagli che aveva appreso da un compagno di cella, circa un piano ordito dalle cosche reggine per eleminare il figlio di Nicola Gratteri, magistrato che in quel periodo stava per diventare ministro delle Giustizia. La lettera di Cataldo, giunse prima negli uffici della procura di Catanzaro, competente sui magistrati in servizio nel distretto reggino, sia per reati commessi, che per eventuali minacce subite (all’epoca Gratteri era procuratore aggiunto a Reggio Calabria) e poi fu inoltrata alla procura di Messina, dove era domiciliato il figlio di Gratteri oggetto delle gravi rivelazioni, per gli accertamenti da svolgere e le iniziative a tutele da intraprendere. Cataldo, nipote di due boss indiscussi della ndrina locrese, nell’occasione fu poi sentito dagli investigatori, ma non intese rilasciare dichiarazioni su altre circostanze a sua conoscenza, non si dimostrandosi quindi intenzionato a “pentirsi”. Rimase agli atti solo il racconto sull’attentato che si sarebbe voluto organizzare contro il figlio del noto pm antimafia, circostanza che Cataldo avrebbe appreso in carcere, da altro detenuto “uno dei Cordì” altra temibile ndrina di Locri. Passano gli anni e lo scorso mese di giugno, a seguito di una sentenza di condanna subita, Antonio Cataldo ha deciso di non essere più un semplice “informatore” occasionale delle forze dell’ordine, ma di diventare un collaboratore di giustizia a tutti gli effetti. Ha cominciato così il percorso di collaborazione con i magistrati riferendo tutta una serie di fatti relativi alle cosche della Locride ed ha contestualmente confermato ciò che aveva scritto, sette anni fa, nella summenzionata lettera. I verbali del neo-collaboratore di Giustizia sono stati, quindi, utilizzati e resi pubblici dalla Dda di Reggio Calabria, l’altro giorno, in un processo e saranno utilizzati pure in indagini ancora in fase preliminare e coperte da segreto.

“Non chiamateli eroi”, la mafia guardata negli occhi nel nuovo libro di Gratteri e Nicaso. Uno sguardo in anteprima al volume che sarà in libreria da martedì: le vite di chi ha pagato per la difesa della legalità o perché si è trovato nel posto sbagliato. Saverio Puccio su Il Quotidiano del Sud il 6 giugno 2021. Un libro che racconta le storie di chi ha guardato la mafia diritto negli occhi e ha deciso di difendere ad ogni costo le proprie idee di libertà e legalità, ma anche di chi ha pagato con la vita l’essere nel posto sbagliato senza avere nessun’altra colpa. Nicola Gratteri e Antonio Nicaso hanno sorpreso tutti con un volume completamente diverso dalla gran parte dei testi scritti in precedenza: “Non chiamateli eroi. Falcone, Borsellino e altre storie di lotta alle mafie”. Il volume, edito da Mondadori, sarà nelle librerie a partire da giovedì 8 giugno, ma noi abbiamo avuto il piacere di leggerlo in anteprima e di scoprire un testo rivolto principalmente a giovani e ragazzi, ma che dovrebbe diventare un punto fermo per tutti perché capace di descrivere in modo semplice e chiaro tante storie. Vite completamente diverse tra loro, ma unite da un forte senso del dovere, aggrappate ai valori ostinati della legalità e dell’onesta. Il procuratore capo di Catanzaro e uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta nel mondo hanno scelto di raccontare questa eredità partendo dalle figure chiavi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, inserendo però un percorso che inizia negli anni Settanta e finisce nei giorni nostri in un crescendo di emozioni che tolgono il fiato. Le storie sono quelle di Giuseppe Letizia ucciso a Corleone a soli 13 anni; Peppino Impastato e le sue parole “pericolose”; l’incorruttibile Giorgio Ambrosoli; la guerra in solitaria del generale Carlo Alberto dalla Chiesa; la missione del giudice Rosario Livatino; la caparbietà di Libero Grassi; la dolcezza coraggiosa di don Pino Puglisi; la libertà di Lea Garofalo; lo sguardo fiero del calabrese Rocco Gatto; il dramma di Giuseppe Di Matteo; la gioventù di Gelsomina Verde e Annalisa Durante; l’ingenuità di Cocò Campilongo. A queste si uniscono le storie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I testi ti avvolgono sin dalle prime righe. Scritti in maniera semplice per coinvolgere prima di tutto le nuove generazioni, magari nell’ambito di un percorso di legalità da fare a scuola o in famiglia. Tutto il libro, con 192 pagine arricchite dalle illustrazioni di Giulia Tomai, è legato da un unico filo conduttore, con alcune vicende che si intrecciano come accade ad esempio per la morte di Placido Rizzotto e le indagini seguite dal generale dalla Chiesa, oppure le inchieste di Falcone e Borsellino sulle vittime della mafia. Il legame che si crea pagina dopo pagina è molto intenso e ti risucchia in ogni storia portandoti a divorare il libro tutto in una volta. Ogni storia è la storia, e ogni esperienza ti spinge a voltare pagina e a scoprire quella successiva. È così che, in poco tempo, leggi i brani e rivivi le immagini di quei fatti: la strada squarciata di Capaci, il fumo denso e acre di via D’Amelio, l’auto divorata dal fuoco insieme al corpo di Cocò, l’ultima immagine di Lea ripresa dalla videosorveglianza. Sono i testi semplici voluti dagli autori a immergerti ancora di più in queste pagine che raccontano tante altre storie collegate anche indirettamente alle vite dei protagonisti. E nonostante il lettore venga trasportato in ognuna di queste storie, è il titolo stesso del libro a ricordare che nessuno di loro avrebbe voluto essere chiamato eroe, a conferma di una scelta di vita dettata dalla consapevolezza di percorrere l’unica strada possibile. Nicola Gratteri e Antonio Nicaso non hanno dubbi: «I loro sogni, la loro speranza, il loro coraggio sono un modo per non dimenticare e per ricordare che “Si può fare qualcosa, e se ognuno lo fa, allora si può fare molto”». I due autori, nelle conclusioni a cui segue un prezioso glossario con i termini da conoscere, non hanno dubbi: «Raccontare la storia di chi è morto per mano delle mafie, i loro sogni, le loro speranze, la loro normalità, ma anche il loro coraggio, è un modo per non dimenticare, per farli rivivere. La memoria del loro sacrificio deve spingere a impegnarsi per costruire un Paese che sia veramente libero dalla paura, dal bisogno, ma soprattutto dal condizionamento mafioso e dai maneggi elettorali». Tenendo, però, la barra ben salda sul fatto che «è opportuno passare dalla eroicizzazione all’umanizzazione delle vittime». E se il libro raccoglie molte di queste storie, la realtà è ancora più drammatica, perché, come affermano Gratteri e Nicaso, «è lungo l’elenco delle vittime innocenti di una mafia silenziosamente legittimata da una società malsana che se n’è lungamente servita. Una società che ha bisogno di martiri per scrollarsi di dosso quell’indifferenza che ciclicamente la caratterizza, una società svelta a dimenticare, abile nel far finta di nulla, come se niente fosse. Se veramente si volesse onorarlo, si dovrebbe partire dalle azioni: di parole ne sono ormai state dette tante». Così, quando in piena notte giri l’ultima pagina, ti accorgi di avere divorato in poco tempo tutte queste vite, incamerando un forte messaggio che non ha confini temporali e fisici. E persino quei passaggi che conosci a menadito, dopo averli letti e riletti negli anni, appaiono rinnovarsi e catturarti nuovamente perché fanno parte di un percorso preparato ad arte da Gratteri e Nicaso.

Il ricordo. Chi era Renata Fonte, storia di una vittima di mafia. Suor Anna Monia Alfieri su Il Riformista il 27 Maggio 2021. Ogni anno, il 23 maggio, in concomitanza con l’anniversario della strage di Capaci, ritornano le iniziative legate alla Giornata della Legalità per ricordare le vittime della mafia, in particolare il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, e l’amico e collega Paolo Borsellino, ucciso due mesi dopo, assieme alla scorta. Ricordare è certamente importante ma solo se il ricordo determina un cambiamento di rotta nelle nostre vite e nel nostro modo di pensare. Altrimenti è retorica. La mafia è una realtà che si deve e si può vincere; oggi, però, occorre che ci poniamo una domanda: con l’alto tasso di dispersione scolastica nel sud, con una povertà educativa che rende i nostri ragazzi facile preda della mafia e della camorra, quale alternativa siamo in grado di dare loro? L’unica difesa possibile contro il dilagare della criminalità è la scuola, perché la guerra contro la mafia inizia con la garanzia del diritto all’istruzione: il libro strappa i picciotti alla mafia. La scuola, infatti, favorisce quella conoscenza che consente a tanti ragazzi, una volta divenuti adulti, di dedicare la propria vita alla legalità, di vivere una vita buona, per sé e per gli altri. Ma, se la scuola abdica al proprio dovere, vani saranno gli sforzi per contrastare il fenomeno delle mafie. Vane saranno le morti dei giudici Falcone e Borsellino e degli altri servitori dello Stato barbaramente uccisi. Ancora una volta, allora, accanto ai giudici, vanno ricordati i docenti, il cui ruolo, davvero unico, va custodito, valorizzato, incentivato. Ammiro quei docenti coraggiosi e tenaci che ritengono che la cultura sia l’unica chance per far diventare bambini, adolescenti, giovani adulti di spessore, capaci di restare in piedi sul ring della vita e recuperare ogni giorno il senso di essere vivi. Quando i ragazzi si domanderanno “Che senso ha vivere?”, la risposta dipenderà molto dai maestri che hanno avuto. La cultura salva l’uomo. Da sempre. Io per prima lo posso testimoniare. La mia vita, grazie alla maestra Renata Fonte, ha preso una nuova direzione e ancora oggi, nei momenti di sconforto, ripenso al suo esempio, al suo sacrificio. Era il 31 Marzo 1984, un tardo pomeriggio; avevo nove anni ed era terminato il doposcuola, in una buona scuola pubblica statale che i miei genitori avevano scelto per gli ottimi docenti e per le attività pomeridiane di qualità. Anni spensierati con bravi maestri, che sapevano condire lo studio e l’applicazione con attività divertenti. A me piaceva andare a scuola e ricordo l’intesa (nessuna sbavatura, nessun contrasto, certamente perché cautamente evitato nel rispetto delle parti) fra i miei genitori, i primi responsabili della mia educazione, e il maestro. Allora c’era il rispetto dei ruoli, considerati come responsabilità vissuta in prima persona piuttosto che come rivendicazione da ring per giustificare il proprio fallimento. Ritorno a quel pomeriggio, avevamo terminato i compiti e le maestre visibilmente stanche (i docenti lavorano non solo in classe, molto del lavoro è nei consigli di classe, collegi docenti, incontri con le famiglie e preparazione personale) erano sulla porta della classe ad attendere i nostri genitori. La maestra di turno in quei giorni era Renata Fonte, quel pomeriggio era stanca e molto raffreddata. Io, bimba sensibile ma anche curiosa, ascoltavo il dialogo fra le maestre. Come è vero che i bambini ci guardano e i ragazzi assorbono da noi più con l’esempio che con mille regole! La collega le dice: «Sei davvero raffreddata, avrai anche la febbre! Quando arrivano i genitori, vai a casa!» – ho ripescato nella mia memoria il luogo, le parole esatte. Renata Fonte rispose: «Sì, avrò forse la febbre, ma oggi ho il Consiglio comunale: non posso mancare». Quelle parole chiare, semplici, forse anche un po’ ruvide risuonarono in me bambina come quel senso del dovere che porta a fare le cose bene, sino in fondo, senza sconti. Il giorno dopo risuonava in città e nella mia scuola, in modo lapidario, la notizia: «Hanno sparato a Renata Fonte». Alcune classi andarono al funerale, la mia no. La mia maestra decise così e a me bimba, in fondo, andava bene la scelta. Ho così conservato il ricordo di una maestra che mi aveva insegnato che è bello vivere impegnandosi per un ideale, spendendo la vita a favore di qualcosa di grande. Renata Fonte, vittima di mafia: così fu decretato negli anni a seguire. Assessore alla cultura e alla pubblica istruzione del comune di Nardò, eletta nel 1982 nelle liste del Pri, prima donna nel 1982 ad assumere quel ruolo, Renata Fonte venne uccisa da due sicari con tre colpi di pistola, mentre ritornava a casa dopo una seduta del consiglio comunale. Durante il suo mandato, al fine di difendere l’area di Porto Selvaggio dalla speculazione edilizia, promosse una modifica al piano regolatore; l’omicidio venne commesso pochi giorni prima dalla seduta nella quale si sarebbe decisa la modifica da lei proposta. È con figure come questa che si onora il ricordo del giudice Falcone e delle altre vittime della mafia: ricordare significa attualizzare e far rivivere le azioni compiute per il bene degli altri. A pensarci bene, nulla è cambiato, dall’antichità ad oggi: Ettore, consapevole che sarà ucciso, abbandona la moglie, il figlio, il vecchio padre, per andare incontro al suo destino eroico. Il suo ricordo è caro a tutti, forse ancor più di quello del forte Achille, anche lui vittima del proprio destino. «E tu, onore di pianti, Ettore, avrai, / ove fia santo e lagrimato il sangue/ per la patria versato, e finché il Sole/ risplenderà su le sciagure umane». Il ricordo di chi si batte per un ideale di bene è eterno, perché l’uomo arricchisce la propria umanità e si fa promotore di un messaggio che valica i secoli. Suor Anna Monia Alfieri

Giustizia, Gratteri attacca la commissione per il Sud: «Offensiva». Il Quotidiano del Sud il 9 giugno 2021. «La Commissione di studio per la giustizia nel Sud è offensiva nella sua impostazione». Nicola Gratteri non usa mezzi termini e boccia la proposta avanzata dai ministri Mara Carfagna e Marta Cartabia. Intervistato a “Otto e Mezzo”, su La7, da Lilli Gruber, Gratteri ha spiegato: «Non ho visto nulla di concreto con questa commissione, ci sono grandissimi amministrativi anche al Sud e Catanzaro ha smaltito tutte le pratiche arretrate durante il Covid». Una difesa dell’operato del Sud e di Catanzaro in particolare, con Gratteri che ha ribadito: «Abbiamo realtà efficienti e l’idea della commissione ci offende». Il procuratore capo di Catanzaro ha anche commentato il maxi processo in corso contro la ‘ndrangheta: «Rinascita Scott sta andando bene», ha concluso.

Giustizia al Sud, Gratteri: “Altro che Commissione, le buone prassi potremmo insegnarle noi”. Al procuratore capo di Catanzaro non piace affatto la commissione interministeriale per la giustizia nel Mezzogiorno istituita dalle ministre Cartabia e Carfagna. Il Dubbio il 27 maggio 2021. Non piace al procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, come agli altri magistrati del Sud, l’istituzione di una commissione per l’insegnamento delle «buone prassi» giudiziarie ai magistrati impegnati nelle regioni del Mezzogiorno. «A noi è dispiaciuta già l’idea di quella commissione, di chi ha ideato una commissione di due ministeri, Giustizia e Sud, di spiegare agli uffici del Sud le buone prassi. Ma vi sembra normale?», ha detto Gratteri a margine dell’inaugurazione dell’aula bunker di Lamezia Terme (Cz), commentando con i giornalisti l’istituzione, da parte del ministro della Giustizia, Marta Cartabia e del ministro del Sud, Mara Carfagna, della commissione interministeriale per la giustizia nel Sud. «Se lo stesso ministero della Giustizia – ha aggiunto Gratteri – dice che il distretto di Catanzaro è l’unico distretto in Italia che durante il periodo Covid ha smaltito il 110% dei fascicoli! Siamo l’unico distretto con segno positivo e ora si sente l’esigenza di creare una struttura per spiegare le buone prassi? Ma quali sarebbero le buone prassi? Voi pensate di poter sovrapporre un qualsiasi tribunale del nord con i carichi e col tipo di mafie che ci sono in Sicilia, in Calabria, in Basilicata o in Puglia? E chi dovrebbe insegnare a noi come si organizza un ufficio, nel momento in cui – ha ricordato il procuratore di Catanzaro – in quattro mesi e mezzo siamo riusciti a fare quest’opera, nel momento in cui siamo partiti da un convento del’400, abbandonato e chiuso da 10 anni, i cui lavori sono stati eseguiti dalla Sovrintendenza alle Belle Arti per riportarlo alla bellezza del ’400 e in quattro anni, tra pochi mesi, a fine anno, avremo una nuova Procura di 6000 metri quadri». Secondo Gratteri tutto questo «è una dimostrazione di capacità organizzativa da parte dei vertici degli uffici giudiziari del distretto di Catanzaro. Non dico io, io sono l’ultimo bullone del carro, però se nel distretto di Catanzaro si è in grado di fare queste cose, forse le buone prassi le dovremmo insegnare noi, con un po’ di modestia, e non altri che non so cosa hanno fatto nella vita possono venire a spiegarci come si organizza un ufficio. Il giorno in cui mi sono insediato c’erano 16 anni di fascicoli arretrati di fascicoli e adesso marciamo con ciò che arriva, con l’attualità. Forse – ha concluso il procuratore della Repubblica di Catanzaro – siamo in grado di organizzare un ufficio, siamo in grado di spiegare come si organizza un ufficio».

Felice Cavallaro per il “Corriere della Sera” il 5 maggio 2021. A leggerlo adesso che li hanno arrestati, quel biglietto lasciato con una bottiglia di benzina davanti all'ingresso della fabbrica può anche far sorridere. Perché sembra tirato fuori da uno dei film di Pif o di Ficarra e Picone. Con il classico estorsore di mafia pronto a sbandierare la sua ignoranza: «Mettiti a posto ho ti faccimo saltare in aria, cercati un amico». Minacce di morte rivolte a Giuseppe Condorelli, 54 anni, moglie e due figli, titolare della famosissima azienda dolciaria che non produce solo torroncini nel grande stabilimento all'ombra dell'Etna, ma che quei gustosi torroncini pubblicizza da trent' anni con la faccia accattivante di Leo Gullotta.

È storia di due anni fa. Non ebbe paura? Non ci fu un attimo d'esitazione?

«Mi chiamò di notte una domenica di marzo il guardiano spaventato davanti a quel "pizzino". Una volata fra le stradine di Belpasso. Ne parlai con mia moglie Serena e andai subito dai carabinieri».

Nel blitz che ha fatto scattare 40 arresti ci sono anche un paio di imprenditori che hanno usato la mafia per battere la concorrenza.

«Mai un dubbio per me e mia moglie. Noi vogliamo solo fare vivere i nostri due figli di 14 e 15 anni in una terra senza mafia, senza soprusi».

Eccolo il giovane cavaliere del lavoro, erede di un piccolo impero costruito nel 1933 dal padre Francesco, il vecchio saggio pasticciere che in quest' angolo della provincia catanese riuscì a conquistare l'appoggio di Leo Gullotta per una scalata pubblicitaria ed economica oggi specchiata in un impianto da 8 mila metri quadri dove 52 addetti e 40 stagionali producono 200 milioni di pezzi l'anno venduti in 25 Paesi del mondo. Un bocconcino prelibato, avranno pensato i mafiosi che forse si sono pentiti di questa tentazione costata cara, visto che ieri mattina dopo due anni di indagini i carabinieri del colonnello Rino Coppola hanno bloccato i 40 boss di vecchi clan locali e un paio di imprenditori che, al contrario di Condorelli, si sono piegati, spadroneggiando però contro i loro concorrenti.

Non era la prima minaccia?

«Il primo assalto risale al 1998, quando ancora c'era la lira e, rispondendo al telefono, mi sentii chiedere 100 milioni in contanti. Abbiamo subito tanti altri tentativi di estorsione, anche quando mio padre era vivo. Tutto sempre immediatamente denunciato alle forze dell'ordine».

E quei 100 milioni?

«Pensavo allo scherzo di un cretino. Misi giù la cornetta. Richiamarono 10 minuti dopo: "L'hai capito che ti facciamo saltare?". Lo dissi a mio padre: "Io vado dai carabinieri". E lui: "Ti accompagno". Per un mese restammo in casa aspettando le altre chiamate, fingendo di trattare, finché li arrestarono in una cabina telefonica appena fuori paese».

Sta dicendo che resistendo si vince?

«Dico che denunciare un'aggressione, una minaccia, un'estorsione è un obbligo per l'imprenditore che in questa Sicilia devastata non ha solo una funzione economica, perché noi svolgiamo un ruolo sociale, direi etico. Ecco perché occorre trovare il coraggio. Altrimenti il male non sarà mai sradicato e noi costringeremo i nostri figli a muoversi in una realtà sempre peggiore».

Perché tanti invece continuano a subire?

«Ormai ci sono le condizioni per stare dalla parte della legalità, come mi ha insegnato a fare mio padre. Allora forse c'era qualche incertezza. Oggi non ci sono più alibi. Ogni volta che ci siamo rivolti ai carabinieri della vicina Paternò o al comando provinciale dell'Arma l'impegno attorno a noi è apparso subito concreto e visibile. E scatta la mano dello Stato».

Proprio come è avvenuto ieri per Daniele Licciardello, 48 anni, l'estorsore bloccato con il gotha degli Alleruzzo, degli Assinnata, dei Puglisi e di altre famiglie collegate con i più noti boss di Catania che gravitano nell'area di Aldo Ercolano, il cognato di Nitto Santapaola. Vecchi nomi. Vecchie croste di cui liberarsi, assaporando il metodo Condorelli.

Il Sud «condannato» a non cambiare dai suoi stessi scrittori. Esce un importante saggio dello studioso lucano Giuseppe Lupo: da Verga a Saviano una linea immobilista Vittorini e Nigro fra le eccezioni. Oscar Iarussi il  21 Aprile 2021 su La Gazzetta del Mezzogiorno. Che cosa c’entra Boccaccio con la questione meridionale? C’entra, eccome, sostiene il nuovo libro dell’italianista Giuseppe Lupo, lucano di nascita, romanziere di successo e docente alla Università Cattolica di Milano e Brescia. La Storia senza redenzione. Il racconto del Mezzogiorno lungo due secoli esce domani per i tipi di Rubbettino (pp. 279, euro 18,00). La letteratura meridionale e la nostra stessa visione del Sud, esordisce Lupo, sarebbero diversi se avesse prevalso «l’aria napoletana più che toscana, con giardini di arance e odore di mare» delle novelle del Decameron (Pasolini ambientò il suo film da Boccaccio sotto il Vesuvio), un’aria lieve che ritorna nel tono fiabesco del secentesco Lo cunto de li cunti del campano Giambattista Basile. Quel «narrare angioino» della Napoli di mercanti e artigiani, cioè estroso miracoloso fantastico, nel corso dei secoli è stato invece surclassato dalla «mentalità conservativa dei dominatori spagnoli (meglio sarebbe dire la presunzione aragonese di gestire un potere politico in termini suppletivi)». Tale primato avrebbe sottratto il Sud alle traiettorie della Ragione, tanto più dopo la traumatica sconfitta della Repubblica Napoletana del 1799, bloccandolo nella dimensione della «anti-storia» o della «non storia» di cui è ancora prigioniero. Del resto, la rivolta contro il tempo storico e «il mito dell’eterno ritorno», secondo lo storico delle religioni Mircea Eliade, sono le caratteristiche delle società arcaiche. Il Mezzogiorno entra nel canone della modernità a fine ‘800 - scrive Lupo - sotto il segno di Giovanni Verga con I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo: «Se da Manzoni la Storia veniva osservata come luogo del riscatto per gli individui, per Verga non c’è speranza di redenzione, non esiste prova che essa, la Storia, produca migliorie e modifichi le sorti degli uomini». Ecco la matrice o la quintessenza siciliana che presto si impone sul Meridione peninsulare e da cui deriva una tradizione pessimista fino alla paralisi, se non apocalittica. È la cornice nella quale Lupo iscrive - certo, con le varianti stilistiche e politiche dei singoli autori - Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Il Gattopardo), Federico De Roberto (I Vicerè), Luigi Pirandello (I vecchi e i giovani), ma anche il Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli, Ernesto De Martino, Rocco Scotellaro, Corrado Alvaro, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, e via via fino a noi, L’inferno di Giorgio Bocca, I traditori di Giancarlo De Cataldo e Gomorra di Roberto Saviano. «Se fosse prevalsa la linea tracciata da Boccaccio e Basile, avremmo avuto una letteratura meridionale modulata sulla leggerezza dei sogni e sulle oscillazioni dell’immaginazione. Ma ha prevalso l’atteggiamento aragonese che negli esiti letterari ha provocato uno sguardo da archivista, ha ratificato l’assenza della borghesia e dunque il fallimento di qualsiasi spinta al progresso». Eccezioni o alternative? Lupo ne individua ben poche: l’anelito alla modernità politecnica di Elio Vittorini, siciliano a Milano, e del suo allievo Raffaele Crovi; l’approccio interdisciplinare di Leonardo Sinisgalli, lucano al Nord che si sottrae alle «viscere di una fascinazione leviana»; la vocazione riformista e federativa di Adriano Olivetti, piemontese impegnato nel dopoguerra tra Pozzuoli e Matera, che echeggia in un pamphlet di Riccardo Musatti (La via del Sud, 1955, riedito nel 2020 da Donzelli con un’introduzione di Carlo Borgomeo). Fra tutte, nell’analisi dell’autore, spicca l’anomalia virtuosa di Raffaele Nigro, fin da I fuochi del Basento (1987): «A più di quarant’anni di distanza dal Cristo leviano, Nigro capovolge i termini del narrare meridionale con un romanzo di pronunciate ascendenze manzoniane, dove coniuga documentazione d’archivio e creatività... Per aver riscritto il patto tra epica e questione meridionale, I fuochi del Basento restituisce dignità letteraria a un argomento piuttosto marginale come il brigantaggio, contribuendo alla sua rivitalizzazione». E proprio con Nigro e con altri studiosi come l’antropologo Vito Teti, da tempo Lupo è impegnato in una prospettiva «appenninica» della questione meridionale (le aree interne, la dorsale dall’Emilia alla Calabria), che rivendica più attenzione all’«osso» montuoso rispetto alla «polpa» delle pianure e delle coste, di fatto ribaltando il celebre paradigma postbellico dell’economista Manlio Rossi-Doria. Un’Italia solo apparentemente «minore», quella degli Appennini, tornata «di moda» in era Covid, che, scrive Lupo, andrebbe valorizzata dotandola di servizi (logistica, istruzione, sanità, banda larga) e non retrocessa a «nuova arcadia» per le fughe dalle città dei ricchi settentrionali in cerca di borghi abbandonati. L’Appennino assunto quale cardine ideale, equidistante tra Est e Ovest, tra Europa e Mediterraneo - leggiamo - anche rispetto al «pianeta meridiano» di Franco Cassano, il sociologo che ha rilanciato la necessità di un pensiero radicale del Sud. L’esegesi dei testi letterari da parte di Lupo è rigorosa e la sua ipotesi è suggestiva, feconda: questo libro farà discutere. A noi pare - come dire? - forse troppo «severo» verso Levi, che, verissimo, ricalca le allegorie dantesche nella esplorazione dell’inferno contadino dove fu esiliato dal fascismo, ma la cui modernità letteraria (e politica) è testimoniata per esempio da L’orologio e dalla stessa mistura fra reportage, saggio e romanzo del Cristo. Simile osservazione avanzeremmo rispetto a Scotellaro e ad altri autori meridionali che l’editore Vito Laterza negli anni ’50 fece confluire nei «Libri del Tempo»: Danilo Dolci, Tommaso Fiore, Leonardo Sciascia, Giovannino Russo. Le loro sono indagini vivide lungo il confine di stagioni e sfide nuove. Nondimeno, La Storia senza redenzione di Giuseppe Lupo è un saggio originale e importante sulla «vera grande frontiera che deve valicare la letteratura d’impianto meridionalista: quella dei rapporti tra realtà e rappresentazione, cioè tra documento e mimesi». Oltre la descrizione o la denuncia del «mondo così com’è», narrare sognare concepire un altro Sud è possibile.

SputtaNapoli sport nazionale, Milano invasa da tifosi ma giornale scrive “Coprifuoco violato a Napoli”. Da Andrea Favicchio il 3 maggio 2021 su vesuviolive.it. Non chiamatelo vittimismo, questa è una vera e propria avversione nei confronti di Napoli, il solito SputtaNapoli. Sì perché ieri e sui giornali di questa mattina per l’ennesima volta si è vista la disparità di giudizio dei media italiani. Come se la festa per la Coppa Italia vinta dal Napoli fosse più contagiosa di quella scudetto (i numeri smentiscono chiaramente). Ieri l’Inter ha vinto lo scudetto e migliaia e migliaia di persone si sono riversate in città in festa. Direte voi, lo avrebbero fatto tutti è inutile giudicare. Infatti qui non si giudica il comportamento dei tifosi neroazzurri, perché qualunque tifoseria avrebbe fatto lo stesso, quanto più quello dei media nazionali.

Milano, festa scudetto dell’Inter: ma solo a Napoli siamo sciagurati. Spicca su tutti infatti il titolo de “Il Fatto Quotidiano” sull’argomento: “Folla di tifosi invade Milano. A Napoli coprifuoco violato”. Vi chiederete voi, cosa c’entrano le due cose insieme? La risposta è assolutamente nulla. L’Italia è il Paese dove si nasconde la polvere sotto al tappeto credendo di aver risolto tutti i problemi. L’Italia è il Paese dove per discolparsi di qualcosa si butta il fumo negli occhi della gente o la si fa guardare da un’altra parte. Un tentativo davvero goffo e ridicolo quello del quotidiano diretto da Marco Travaglio di distogliere l’attenzione su qualcosa che l’attenzione l’ha capitalizzata al 100%. Solo tra la gente comune però. Loro infatti sono gli unici ad essere sdegnati non solo dal comportamento dei tifosi ma anche dalla classe politica che avrebbe dovuto prevedere la situazione. Una festa che rischia di essere amara per tutti i milanesi e per la Lombardia intera. Staremo a vedere tra un paio di settimane come sarà la curva dei contagi – sperando ovviamente di essere smentiti in pieno.

L’ATAVICA AVVERSIONE A NAPOLI E L'OCCHIO BENEVOLO PER MILANO. DUE PAESI E DUE MISURE? E' RAZZISMO. Facebook. Movimento 24 Agosto - Equità Territoriale il 3 maggio 2021. Pietro Fucile. Quando nel giugno scorso 5.000 tifosi festeggiarono per le strade di una città a zero contagi la vittoria della Coppa Italia, vennero definiti su tutti i giornali “Sciagurati!” con tanto di punto esclamativo per colmo d’indignazione. La situazione era per tutti “disgustosa”, gli amministratori, tanto De Luca quanto De Magistris “colpevoli” e per i napoletani si rispolverarono le analisi sociologiche (sempre le stesse da 160 anni in qua) che ancora parlano di “atavica avversione alle regole”. Oggi l’Inter vince lo scudetto, i tifosi festeggiano (sei volte più che a Napoli) assembrandosi in 30.000 nelle piazze di una città ancora in piena pandemia. Ma a fare il titolo è ancora Napoli per le violazioni delle norme anti-contagio, le stesse violazioni che si sono registrate nel weekend in tutte le città italiane. Occorrerebbe forse un’analisi sociologica relativa “all’atavica avversione a Napoli” del giornalismo italiano.

L’APARTHEID DELL’INFORMAZIONE GHETTIZZA IL SUD: SERVE UN’INDAGINE. Dai media una visione distorta del Mezzogiorno: almeno il servizio pubblico costituisca una commissione interna che controlli il tempo dedicato alle singole parti del Paese. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 5 maggio 2021. Al di là dei giudizi ovvi e contrapposti sull’intervento di Fedez al concertone del primo maggio esce fuori in modo dirompente come l’informazione della Rai sia sottoposta a un indirizzamento utilizzato, e che rispetta in ogni caso la lottizzazione esistente tra i partiti, che non si è mai riusciti a eliminare. Per cui diventa inopportuno e politically uncorrect un attacco a esponenti della Lega che si sono lasciati andare a frasi irripetibili, che magari risalgono ai tempi in cui il motto della Lega era anche “forza Vesuvio” o “forza Etna”.   Ma la domanda che ci si deve porre e che viene spontanea a chi si occupa, come il nostro Quotidiano del Sud, di un’informazione vista dal Mediterraneo e non dalle Alpi, è se l’informazione in generale, in particolare quella Rai, sia corretta. La Rai, infatti, è un servizio pubblico, pagato da tutti gli italiani, indipendentemente dal loro reddito, per cui viene anche finanziata dal 34% della popolazione meridionale, e quindi è opportuno sapere se l’informazione è neutrale ed equa rispetto ai territori.  Perché la sensazione netta è che ci sia una forma di apartheid. E che da Napoli in giù (ma un trattamento simile lo hanno il milione e cinquecentomila marchigiani e i 900mila umbri), vi sia una discriminazione inaccettabile.

I MANTRA DEI LUOGHI COMUNI. E tale atteggiamento non riguarda solo l’informazione pubblica. Infatti anche quella privata, in particolare La 7 e Mediaset, come l’informazione cartacea dei grandi giornali, cosiddetti nazionali, danno la sensazione che tutto quello che riguarda il Sud sia trattato con sufficienza, arroganza e grande protervia. Il tema è che qualunque giornalista che ne parla si sente autorizzato a trattare tale area per luoghi comuni, per mantra accreditati quanto falsi, per accuse non suffragate dai fatti. Intanto il Sud viene rappresentato prevalentemente come mafia, camorra e ’ndrangheta, sia dall’informazione che nelle fiction. E spesso ci si dimentica che la maggior parte delle vittime, che si sono immolate per combattere tali fenomeni, sono meridionali. Da Piersanti Mattarella a Falcone, da Chinnici a Levatino, il giudice ragazzino, a Don Pino Puglisi, ma l’elenco potrebbe continuare con i tanti campani o calabresi o pugliesi che hanno sacrificato la vita per la lotta alla criminalità. Anche quando lo Stato centrale, in un rapporto colluso con la periferia politica, spesso contigua alla criminalità, evitava interventi troppo radicali, lasciando i civil servant pubblici, ma anche i tanti eroi per caso, soli a combattere il mostro. E intanto ci si stupisce di trovare al Sud delle eccellenze universitarie e viene proposto da ricercatori titolati, come Tito Boeri per esempio, di concentrare tutte le risorse, come in parte già avvenuto, sui centri di ricerca migliori, per definizione settentrionali, spessissimo lombardi. Se poi si tratta di chiedere in televisione una opinione non si va mai al di sotto di Roma. Virologi, economisti, politologi devono avere un pedigree di nascita nordica, al massimo devono ormai essersi trasferiti da anni nel cuore pulsante del Paese, nella sedicente locomotiva, che alla fine ha trascinato il Paese in un binario morto. Si poteva capire che ciò avvenisse nei periodi in cui i talk show si facevano in presenza, ma oggi che è tutto via web non si giustifica assolutamente tale discriminazione, considerato peraltro che, per esempio, le università meridionali hanno delle tradizioni e dei ricercatori, in alcuni campi, che sono eccellenze riconosciute universalmente.

COMMISSIONE DI CONTROLLO. Anche quando si parla di economia l’approccio viene impostato sul ridicolo, per cui Stefano   Feltri o Giuseppe Sala si consentono di parlare del ponte sullo stretto definendolo un’infrastruttura ridicola. E se si parla di sviluppo del Mezzogiorno e di soldi a esso destinati si dice che è stato un pozzo senza fondo pur, invece, se la realtà è che il pro capite destinato al Sud è stato, nei settori della scuola, della mobilità e della sanità di gran lunga inferiore che nel Nord del Paese. Ragion per cui per un bambino nascere a Reggio Calabria piuttosto che a Reggio Emilia diventa una disgrazia che si porterà dietro per tutta la vita, come nascere in madre patria o in colonia. L’informazione è fondamentale, come è noto, non solo nell’agone politico ma anche in quello economico, rispetto ai territori. Quindi se il mantra è che il Sud spreca risorse, argomento che a forza di essere sostenuto convince anche i rappresentanti meridionali, in genere poco informati o solo dai cosiddetti giornali nazionali, è più facile che, quando si legifererà per distribuirne, il Sud farà la parte del parente povero, cornuto e mazziato. Per questo motivo è assolutamente necessario che la problematica dell’informazione venga affrontata adeguatamente e, perlomeno per quanto riguarda quella del servizio pubblico, si costituisca una commissione interna che controlli il tempo dedicato alle singole parti del Paese, come avviene per la Commissione di vigilanza in relazione alla presenza delle forze di maggioranza e di opposizione. La Rai è un patrimonio nazionale e tutti sappiamo benissimo quale ruolo svolga, tanto per fare un esempio, per il festival di Sanremo o per la Scala di Milano o per il festival del Cinema di Venezia e come influenzi anche i comportamenti di consumo e i movimenti turistici. Riuscire a capire che tutti i territori hanno diritti analoghi nel nostro Paese è sicuramente  rivoluzionario e il fatto che eventi come  le rappresentazioni classiche di Siracusa o il Festival della Taranta,  che  si svolge  nel mese di agosto in forma itinerante in varie piazze del Salento, iniziando da Corigliano d’Otranto e culminando nel concertone di Melpignano, che vede la partecipazione di musicisti di fama nazionale e internazionale, devono essere ugualmente promossi, non deve costituire una battaglia. Così si scoprirà che i concerti di Ravello non hanno nulla da invidiare agli spettacoli dell’arena di Verona.

GLI INTERESSI PREVALENTI. Ovviamente tutto ciò non avviene per caso, perché l’informazione in Italia non è pura attività editoriale, ma espressione di forze imprenditoriali che hanno centri d’interesse prevalentemente in una parte del Paese.  E su quella essa si concentra, pesando le parole quando si tratta di tutelare gli interessi di una parte e invece si va a ruota libera quando si parla della parte meno forte e spesso meno attenta a non far passare una informazione negativa e dannosa anche per i flussi turistici. Questo obiettivo, di una informazione corretta che in un Paese normale non sarebbe nemmeno tale, ma che dovrebbe essere il normale approccio dell’informazione a tutti i territori, da noi diventa una conquista, perché purtroppo in tutti i campi il Mezzogiorno, per partire dalla quota zero, deve fare un grande sforzo. D’altra parte i numeri dell’organizzazione con sede a Parigi sulla libertà di stampa non ci danno scampo. Secondo la tabella di Rsf, nel Vecchio continente siamo quelli messi peggio. Ci scalza anche Cipro e peggio di noi c’è solo la Grecia. È tutto dire.

Quell’equazione distorta “Sud uguale mafia e camorra” che nello Stato patrigno non muore mai. Anche nel programma di Augias su Rai3 un'immagine di Napoli distorta dai pregiudizi. Il tema dell’abbandono dello Stato non viene mai fuori e le colpe del degrado sono sempre addossate al Sud. Pietro Massimo Busetta su Il Quotidiano del Sud il 20 aprile 2021. Un popolo dove ci si sbrana, dove la convivenza non è civile. Un paradiso abitato da diavoli. Città di lazzaroni e pulcinelli, semibarbara e africana. Così scrive Leopardi al padre parlando di Napoli. E così il programma “Città segrete” di Rai Tre riporta, ammiccando allo spettatore che forse questo vuol sentirsi dire. Corrado Augias ripercorre gli speciali sulle città meridionali con un pregiudizio imperante, che prevede che bisogna far prevalere le immagini di città degradate, in mano alla camorra, in cui il riferimento a Raffaele Cutolo e al sequestro Cirillo è d’obbligo.

IL MANTRA DEMAGOGICO. Un Paese che purtroppo non riesce a valorizzare il suo territorio, per cui se parli di Napoli o Palermo il riferimento alla camorra o alla mafia deve essere obbligatorio. Ma tant’è, l’approccio di una certa cultura demagogica e sinistrorsa che semplifica tutto in un approccio distorcente di una realtà complessa. Dove le cause dell’abbandono di uno Stato patrigno non vengono mai fuori e le responsabilità del degrado sono sempre ed esclusivamente dell’incapacità di una realtà lombrosionamente inferiore. «Non c’è nessuno, qui, che non sia un vinto, umano e storico, un messo a terra per sempre. Tutti quanti, andalusi, cretesi, turchi, arabi, occitani, armeni, siciliani, greci vixerunt, anche se di fuori sgambettano, la loro anima giace strangolata nel sottosuolo della storia, lo spettacolo, la scena, le parole sono sfoghi di vento, non c’è nulla dietro, popoli finiti… Sono i Mediterranei, morti come il loro mare, una specie mentalmente estinta, anche se in spermatozoi vivace ancora, ma non riproducono che sfinimento». Così il torinese Guido Ceronetti nel suo viaggio in Italia, ed è questo il mantra della parte “colta” del Paese.  Una maggior capacità di approfondimento, forse, avrebbe fatto capire meglio le ragioni per cui Maradona diventa un simbolo di riscatto. Ogni napoletano si riconosce in questo ragazzo nato a Buenos Aires. Voglio diventare l’idolo dei ragazzi di Napoli. Per cui finisce la storia d’amore tra Maradona e l’Italia ma non tra Maradona e Napoli. Perché la città lo sente come suo difensore rispetto a tutti i torti subiti da una colonizzazione che continua. E così la Rai che si permette di parlare in libertà, dando una immagine che certo non incoraggia i visitatori potenziali a confermare un viaggio, in una delle città più belle d’Italia che però nella classifica dei visitatori viene al 16° posto tra le città italiane con 3.200 presenze contro i 10 milioni di Firenze, così come Palermo viene al 38° posto, precedute entrambe da Riccione e Lazise.

GLI STEREOTIPI FASULLI. Per cui la gente oggi pensa di evitare un viaggio in una realtà descritta come un far west incontrollato. “Addà passá a nuttata” direbbe Edoardo De Filippo pensando a quel popolo stretto e accalcato in questi vicoli vocianti protagonista di una quotidiana messinscena con il viso segnato dalla malinconia! Perché la Napoli che non ha diritto di cittadinanza è quella dei ragazzi costretti a emigrare perché è morta anche la speranza di trovare un posto di lavoro nella Regione. Sono illuminanti le battute tratte dal film di Massimo Troisi “Ricomincio da tre”: «Ah lei è napoletano! Emigrante?». Eh sì, perché il meridionale scansafatiche, pizzaiolo, mandolinaro, poltronaro e con il reddito di cittadinanza oggi deve essere solo emigrante. Purtroppo anche la Rai, come tutti i media nazionali, non riesce a discostarsi da un approccio coloniale rispetto al Mezzogiorno e a una visione stereotipata che, piuttosto che valorizzare le bellezze di quella che è stata una delle capitali europee, insieme a Parigi e Londra, quando la Milano da bere era una piccola realtà di una zona nebbiosa, ne amplifica i tanti vizi che certamente esistono. Ma è un approccio che riguarda tutto il Sud, per cui se la sanità in Calabria non è all’altezza è colpa della ’ndrangheta e quindi dei calabresi, anche se la sanità in quella Regione è commissariata dallo Stato da oltre 10 anni. E il mantra che bisogna far correre Milano anche se Napoli affonda viene ripetuto da una classe dirigente settentrionale che non riesce a capire che la mediterraneità dello stivale è una virtù che va valorizzata più che un vizio che va represso.

LA MISTIFICAZIONE. E anche il miracolo di San Gennaro diventa in questa logica per Corrado Augias un evento da popoli sottosviluppati che credono a miracoli fasulli e viene affiancato ad un esperimento dell’ateo principe di Sansevero. Per cui ancora dai visitatori che, malgrado la vulgata di un Mezzogiorno da evitare, riportata ovviamente sui media internazionali, riescono ad arrivare a visitarlo, si sentono esclamazioni di meraviglia, perché le attese erano di dover uscire dall’albergo con il giubbotto antiproiettile. Anche l’accostamento con la cultura della morte delle anime pezzentelle dà una immagine lugubre di una città nella quale la luce e il colore sono invece i tratti predominanti. Nulla della grande tradizione della canzone napoletana, conosciuta in tutto il mondo, nulla di quel «’o sole mio» più noto dell’inno di Mameli. Nulla della grande tradizione giuridica, nulla degli ultimi 160 anni di unità che l’hanno degradata a periferia di un Paese proprio per questo ormai in declino. Purtroppo Augias di fronte a un impegno importante come raccontare Napoli o anche Palermo, si è fermato a tanti luoghi comuni. Il cambio di passo che serve ai nostri media per interpretare realtà in profondo cambiamento, come quelle del Sud, con una gioventù vivace che rappresenta il vivaio artistico nella musica come nel teatro nel cinema e nelle arti non si riesce ad avere. Più facile rifugiarsi nella storia da raccontare della camorra che, certamente, è ancora un dramma ma che è frutto di accordo scellerato tra classi dominanti locali e potere centrale che non ha impiegato tutta la sua forza per combatterla e annientarla, rimane il logo caratterizzante.

La foglia di fico di politici incapaci. Gratteri è intoccabile e riverito dalla stampa perché arresta calabresi, a Milano invece…Ilario Ammendolia su Il Riformista il 7 Aprile 2021. Mai come in questo momento avverto un senso di frustrazione e di impotenza per il fatto che della Calabria non gliene fotte proprio niente a nessuno. Da quaranta anni sosteniamo che un vasto arco di forze ha trovato comodo ridurre la drammatica questione calabrese a mera questione criminale e, in tale ottica, Gratteri è stato letteralmente costruito, soprattutto dai media, come strumento dietro cui nascondere la scelta politica e istituzionale di non dare risposte credibili a una regione che si è andata disgregando giorno dopo giorno. E mai come oggi la Calabria è stata uno “sfasciume” umano, sociale e politico “pendulo sul mare”. La ‘ndrangheta fa da padrona e se non si sente è perché ha deciso di non farsi sentire. Questa è la vera grande colpa di quanti si sono prestati (Gratteri in primis) a un gioco che ha aiutato a cancellare la Calabria da ogni agenda di governo. Senza sconfiggere né la criminalità organizzata né tanto meno quella comune. Quindi, sono rimasto sorpreso e perplesso quando ho letto l’editoriale di Sallusti “Gratteri, don Chisciotte e Sancho Pancia” con il direttore de Il Giornale nella parte di cavaliere dell’Ideale per il presunto coraggio di criticare Gratteri ritenuto un “intoccabile”. Di vero c’è solo l’imbarazzato silenzio dei giornali che hanno dedicato intere paginate a Gratteri e tutte grodanti “ inni e canti “ al magnifico procuratore che il Cielo avrebbe destinato alla Calabria. Per il resto Sallusti si sbaglia e lo sa bene. Il procuratore di Catanzaro è realmente un intoccabile ma solo se arresta calabresi, meglio se “sciancati”, interpretando gli umori delle caste che comandano in Italia. Ma se pensa a Milano troveranno mille modi per sbarrargli il passo. Sto leggendo il libro Strage di Stato e, da quanto ho finora letto, mi sembra indubbio il fatto che Gratteri abbia sbagliato a fare la prefazione al libro. Ma una prefazione rispetto a quanto è successo in Calabria negli ultimi trenta anni, è nulla. Eppure tutto è stato colpevolmente ignorato da quanti avevano l’obbligo di sapere. Era il 2009 quando con un editoriale su Calabria ora diretto da Piero Sansonetti abbiamo denunciato quanto era avvenuto a Plati (Rc). E poi abbiamo parlato di “Metropolis” , di “Circolo Formato”, delle varie inchieste (sommarie) sulla sanità calabrese e sul delitto del vicepresidente del Consiglio regionale, on. Fortugno. Sino ad arrivare a “Rinascita Scott”, al confinamento (illegale) del presidente della Regione e all’arresto (illegittimo) del presidente del Consiglio regionale. E ancora (e soprattutto) , di vite spezzate, di democrazia sospesa, di economia al lastrico ad opera della mafia e dell’antimafia, di oltraggi costanti alla Costituzione. Abbiamo combattuto in solitudine e non senza rischi, mai contro le persone ma solo per rompere il muro di sopraffazione e di indifferenza verso la Calabria. I fatti ci hanno dato ragione su tutto…. ma – ed in questi giorni è più evidente che mai- la Calabria non è Milano.

Dagospia l'1 aprile 2021. ANCHE LA CHIESA SI È ACCORTA CHE LA MAFIA NON C'È SOLO IN SICILIA.

Giacomo Galeazzi per lastampa.it l'1 aprile 2021. Il dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale ha riunito nei giorni scorsi la commissione che lavora alla scomunica dei mafiosi. Tra i presenti all’incontro il sacerdote anti-mafia don Luigi Ciotti, l’ex procuratore Capo di Roma, Giuseppe Pignatone, attuale presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano e l’arcivescovo di Monreale, monsignor Michele Pennisi, nella cui diocesi è stato dato alle fiamme il portone della chiesa di Corleone. «La scomunica dei mafiosi va uniformata a livello nazionale perché questo vuoto normativo a livello generale è dovuto alla difficoltà nel conoscere i meccanismi con cui il malaffare legato a questa tipologia di associazioni criminali ha potuto insinuarsi e radicarsi in tutti i gangli della società a livello nazionale», puntualizza il presule siciliano.

In tutta Italia. Il gruppo di studio ha l’incarico in Vaticano di approfondire la minaccia delle mafie alla Chiesa e alla società civile. Per indicare alle Conferenze episcopali regionali come estendere a tutta Italia quella scomunica per i mafiosi che è già in vigore nelle diocesi siciliane. «La criminalità organizzata non è più un’emergenza solo del Mezzogiorno ma anche al Nord e al centro», sottolinea l’arcivescovo di Monreale, che he nel suo territorio ha i comuni di San Giuseppe Jato e di Corleone. E aggiunge: «I clan vanno dove ci sono i soldi e con la crisi è più conveniente per loro fare affari lontano dalle loro terre sempre più impoverite e intrecciare rapporti con potentati economici e politici in ogni regione».

Mentalità. La task force, in funzione al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, ha l’obiettivo di approfondire il fenomeno mafioso anche attraverso esperti, laici e religiosi, magistrati, italiani e stranieri. Alla ricerca di «nuove strade per combattere la mafia sensibilizzando la società civile e le istituzioni contro il crimine organizzato. La mafia danneggia la Chiesa e la mentalità ecclesiale perché propone modelli opposti alla Chiesa», precisa monsignor Pennisi. «Abbiamo definito le condizioni per la conversione dei mafiosi che non può essere ridotta a un fatto intimistico ma deve avere una dimensione pubblica, essere seguita da una riparazione del male fatto, da una richiesta di perdono alla vittime e dall’abbandono della criminalità organizzata. Chi non si converte è fuori dalla comunione ecclesiale, è scomunicato. E la scomunica comminata è una pena medicinale, un monito in vista di un possibile ravvedimento e della conversione».

Delitto canonico. Perciò, evidenzia il presule siciliano, «la legge penale universale deve contenere una configurazione del delitto canonico di mafia la più ampia possibile perché il fenomeno assume oggi contorni globali. Ci siamo chiesti perché la scomunica non valga in quei luoghi in cui vi sia la presenza di associazioni mafiose, i cui aderenti non risultano invece colpiti da scomunica in assenza di un decreto formale da parte dei singoli vescovi o delle conferenze regionali o nazionali. Il modello è la scomunica già in vigore per i mafiosi nelle diocesi siciliane. «L’obiettivo è estendere all’episcopato italiano e mondiale ciò che nelle diocesi siciliane è stato stabilito per chi si rende colpevole di peccato di omicidio collegato alla mafia-  spiega monisgnor Pennisi-. A tal fine, nell’anniversario monito di San Giovanni Paolo II ai mafiosi, la Conferenza episcopale siciliana ha pubblicato un documento intitolato ‘Convertitevi’ sull’incompatibilità tra l’appartenenza alla Chiesa e ai clan mafiosi». A sollevare la necessità di estendere al nord la scomunica ai mafiosi, evidenzia monsignor Pennisi, «sono stati i vescovi meridionali: nel Mezzogiorno la sensibilità verso la minaccia mafiosa è maggiormente avvertita. Ma oggi il connubio mafia-affari è nazionale ed è un problema pastorale che non può essere confinato nelle regioni del sud. L’impegno civile a favore della legalità riguarda ogni cittadino».

Pena canonica necessaria. «Per il cristiano la lotta alla mafia richiede un incremento di responsabilità, per questo sono state chiamate in causa categorie morali e teologiche come la conversione e il peccato - afferma monisgnor Pennisi -. I modelli a cui ispirarsi sono l’appello di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi e le prese di posizione forti di Papa Francesco, incluso lo storico incontro con i familiari delle vittime innocenti della mafia nella primavera del 2014. Francesco ci chiede di coinvolgere nello stesso atto di condanna sia la ’ndrangheta che la mafia, la camorra, la sacra corona unita e altre forme di criminalità organizzata di stampo mafioso, come a voler dire che si tratta di piaghe che non conoscono cittadinanza». Oltre al fatto di commettere specifici delitti è «l’esser di per se stesso un mafioso che costituisce un delitto e necessita di una pena canonica e cioè la privazione dei funerali religiosi, la scomunica», conclude l’arcivescovo di Monreale.

I precedenti. La Conferenza episcopale siciliana in una lettera collettiva già nel 1944, pur senza espliciti riferimenti alla mafia, dichiarava: «Per parte nostra dichiariamo colpiti di scomunica tutti quelli che si fanno rei di rapina o di omicidio ingiusto o volontario». Nel 1952 nel Concilio plenario della Sicilia questa scomunica fu estesa ai mandanti e ai collaboratori dei reati di mafia. Nel febbraio del 1973 i vescovi siciliani condannano con fermezza «il fenomeno perdurante della mafia che infetta alcune zone della nostra isola». Nel 1982 si scomunicava chi si fosse macchiato di crimini violenti che hanno «come matrice la mafia e la nefasta mentalità che la muove e la facilita». La scomunica è stata ribadita il 13 aprile 1994. La Chiesa siciliana, per bocca dei suoi pastori, ha ribadito un mese fa che la mafia è peccato e i mafiosi sono peccatori perché oppongono un «rifiuto gravemente reiterato nei confronti di Dio e degli esseri umani, che sono a sua immagine e somiglianza». A questo peccato «si rendono solidali anche i fiancheggiatori dell’organizzazione mafiosa e coloro che ne coprono i misfatti con la connivenza e con il silenzio omertoso».

Peccato gravissimo. «Far parte della mafia si configura come un peccato gravissimo, che di fatto pone al di fuori della comunione ecclesiale chi lo compie - chiarisce monisgnor Pennisi -. Per questo motivo noi vescovi abbiamo rimarcato l’incompatibilità tra la mafia e il Vangelo, consapevoli che il fenomeno mafioso interessa da vicino la Chiesa, il suo impegno catechetico, la sua prassi pastorale, la sua azione sociale. Non sarebbe comprensibile che un delitto di stampo mafioso nelle diocesi della Sicilia venga punito con la scomunica, mentre se commesso in un’altra regione possa restare indifferente alla pena non essendoci una stessa sanzione canonica».

L’input di papa Francesco. Nel discorso di papa Francesco a Sibari del 21 giugno 2014 c’è l’esplicita condanna del comportamento mafioso di chi commette atti criminali tipici della mafia, ma anche della stessa appartenenza all’organizzazione mafiosa: «Coloro che nella loro vita seguono questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati». Francesco non mette solo in evidenza il peccato grave in cui si trovano i mafiosi. Dice che questa condizione di peccato dei mafiosi è anche un delitto penale che comporta la scomunica perché c’è l’idolatria, l’adorazione del male, del denaro che «prende il posto dell’adorazione per il Signore».

SILVIA DI PAOLA per la Verità il 4 aprile 2021. Il canale Nove ha trasmesso un documentario su 'ndrangheta e malaffare in Lombardia che era completamente falso: è stato girato da finti reporter che hanno intervistato attori che interpretavano i ruoli di boss, spacciatori e pentiti. Il reportage era stato acquistato per 425.000 euro. A smascherare la messinscena è stato un carabiniere davanti alla tv, il quale si è accorto che un edificio spacciato come una raffineria di coca per la Milano bene era in realtà una palazzina anonima in zona Barona. La Procura ha indagato 4 persone, tra cui il giornalista spagnolo David Berian Amaitrain, 43 anni, volto della serie tv incentrata sulle realtà criminali più pericolose del pianeta. Il canale Nove della società Discovery è parte lesa. (Federico Berni) [Corriere della Sera]

Affari d’oro coi falsi ‘ndranghesti in Tv. La procura di Milano che indagato un giornalista spagnolo accusato di aver confezionato e venduto un falso reportage sulla ndrangheta per quasi mezzo milione di euro. Il Dubbio il 26 marzo 2021. Che con la 'ndrangheta si fanno affari, era noto da tempo. Quello che era meno noto, ma in fondo neanche troppo, è la capacità di vendere il “prodotto” ndrangheta. La notizia arriva dalla procura di Milano che indagato un giornalista spagnolo accusato di aver confezionato e venduto  un reportage falso. Era stato presentato come una inchiesta esclusiva nel cuore della criminalità organizzata italiana, con interviste a esponenti della ‘Ndrangheta e rivelazioni dei diretti interessati. I carabinieri e la Procura di Milano ritengono invece che fosse tutta una finzione il programma “Clandestino”, realizzato dal giornalista spagnolo David Beriain e trasmesso da canale Nove nel novembre 2019. Un progetto costato 425mila euro. Ieri mattina la Procura ha emesso un avviso di conclusione delle indagini preliminari e ha indagato quattro persone per truffa in concorso. Il canale, che risulta parte offesa, è stato indotto a credere che il reportage – come scrivono i carabinieri – “contenesse fatti realmente accaduti, filmati da reporter infiltratisi sotto copertura, rivelatisi invece frutto di una recita ad opera di attori appositamente scritturati”. Le indagini sono partite grazie a un militare della compagnia Porta Magenta che durante la visione del programma si è accorto che un palazzo indicato come raffineria di cocaina a Milano, in realtà era un semplice condominio dove non c’era alcuna irregolarità. Tra gli indagati c’è un italiano di 53 anni, pregiudicato per reati di corruzione, favoreggiamento, accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di segreto d’ufficio. Nel suo caso il provvedimento è stato notificato dalla compagnia carabinieri di Marcianise (Caserta). Destinatari anche il giornalista 43enne Beriain e i due responsabili di una società di produzione di documentari che vivono in Spagna, una 43enne e un 33enne.

IL COMMENTO. “C’È DA AVERE PIÙ PAURA DI TRE GIORNALI OSTILI CHE DI MILLE BAIONETTE”. Massimo Cogliandro, Partito del Sud, su SudOnline.it il 12 aprile 2021. Così diceva Napoleone Bonaparte stratega di indubbio spessore non solo sui campi di battaglia. Purtroppo il meridione ha un cattivo rapporto con buona parte della stampa ed io aggiungerei anche del cinema, della poesia della prosa e del teatro, sia per colpa dell’ignominia cucitaci ad arte sulle nostre spalle, sia per l’indole dimessa forgiata dagli anni di applicazione della famigerata Legge Pica. Ogni volta che assurgiamo agli onori giornalistici è solo per andare in cronaca nera ovvero ci troviamo da sempre di fronte al plotone d’esecuzione. Dopo la nascita di giornali meridionalisti come “Il Sud On Line”, ed altri, ed il fiorire di movimenti e gruppi meridionalisti, il modo di rappresentare il Sud ed il modo di approcciarsi ai meridionali è parzialmente cambiato. Ma non basta! Capita ancora oggi di ascoltare, da organi di informazioni anche nazionali, casi di più arresti nel nord Italia, ma farciti di sottolineatura/e dell’appartenenza geografica meridionale di qualcuno di questi individui; affermazione atta, per stereotipi, a giustificazione della situazione. Ovvero la sola presenza di un meridionale tra gli arrestati rende logico che abbia coinvolto, nella vicenda genti del nord come se lì si non abbia facoltà autonoma nel crimine ovvero che in quelle zone il fenomeno criminale non esista perché più evolute. Di contro se qualche meridionale assurge alle cronache per meriti scientifici, culturali o diversi ancora difficilmente sarà indicato come tale, si procederà ad un oltraggioso silenzio. Ad ulteriore riprova del modus operandi esistente vi chiedo se avete mai avuto per le mani una “Relazione del Primo Presidente della Corte di Cassazione sull’andamento della giustizia” che viene redatta annualmente in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Se si, vi sareste accorti che, specialmente negli anni passati, ad esempio in concomitanza delle cosiddette “guerre di mafia” numericamente i morti registrati in quell’anno erano di quantità inferiore ai morti ammazzati in altre città del nord. Con la differenza che un morto ammazzato a Reggio Calabria, a Bari o a Napoli otteneva un’eco mediatica assolutamente superiore di uno ammazzato a Milano o a Udine, ammesso che venisse pubblicato. Va anche detto che questo tipo di giornalismo scandalistico ha così fatto la fortuna di qualche giornalista e di qualche giornale in danno dell’immagine del Meridione e forse sull’altare della lotta alla criminalità organizzata. Papa Francesco ha detto “Stranamente, non abbiamo mai avuto più informazioni di adesso, ma continuiamo a non sapere che cosa succede.” Ed ha perfettamente ragione anche nel nostro caso specifico! Infatti nel nostro meridione possiamo trovare: personaggi illustri, esempi di vita, imprese da additare, istituzioni pubbliche efficienti ed altro ma non sono oggetto di articoli stampa! Va detto che il “bene” comunque non fa notizia, non da scandalo e quindi non fa vendere giornali! È però arrivata l’ora, per noi meridionalisti, – e assurgo tali presupposti senza averne titolo, arbitrariamente, anche per i giornali meridionalisti, – di cambiare passo, dobbiamo iniziare a dare spazio alle biografie di personaggi noti meridionali, alle imprese dei nostri territori che meritano e così via dicendo. Abbiamo il dovere di remare verso una corretta idea di Meridione dobbiamo parlare di Noi esaltando ciò che c’è di buono nella nostra terra e tra i nostri paesani. Questo nuovo modo di fare oltre che moralmente servirà a ridurre i luoghi comuni che certe volte soffocano persino il turismo o il progredire delle attività commerciali. Per fare un esempio prendiamo in esame la nomea del paese di Corleone, premetto di non conoscere quella realtà a causa del fatto che abito lontano da lì, ma posso dire che l’immagine di quel comune è legata, purtroppo in maniera indissolubile in quanto nativi, a Totò Riina e Bernardo Provenzano. ma il cinema con il libro ed film “Il Padrino” ha dato il colpo finale all’immagine di quel paese e dei suoi abitanti. Sono sicuro che attualmente, ed anche negli anni passati, in quel paese saranno presenti esempi di buona vita o buona amministrazione. Corleone deve essere additato per altro, e mi piacerebbe vederlo scritto su qualche giornale, pur abitando lontano e pur solamente a mezzo di ricerche tramite internet ho appreso che Corleone è il paese natio di Filippo Latino, oggi San Bernardo da Corleone religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, ex prima spada di Sicilia. Fu proclamato beato il 15.05.1768 da Papa Clemente XIII ed il 10.06.2001 proclamato Santo da Papa Giovanni Paolo II, da taumaturgo operò miracoli ed ebbe il dono della scrutazione e della profezia. Inoltre Corleone è poco nota per la fierezza di carattere dei suoi abitanti motivo per il quale fu chiamata “animosa civitas”, perché nel 1282, all’epoca dei famosi Vespri Siciliani, fu la seconda città, dopo Palermo, ad insorgere contro la dominazione di Carlo d’Angiò Re di Napoli. Ma Corleone non è nota per i suoi abitanti che hanno lottato contro la mafia e che per tale motivo sono stati ammazzati come: Bernardino Verro (sindaco di Corleone e sindacalista voleva l’equa ripartizione del latifondo), Placido Rizzotto, (anch’egli sindacalista e politico), Luciano Nicoletti (militante del Partito Socialista Italiano – corleonese d’adozione), Giovanni Zangara (assessore della giunta Verro), Calogero Comajanni (guardia campestre il quale arrestò Luciano Liggio per furto che poi si vendicò facendolo uccidere), Liborio Ansalone (comandante dei Vigili Urbani fu ucciso per avere collaborato con il Prefetto Antimafia Mori), Ugo Triolo (avvocato e Viceprocuratore onorario ucciso per queste sua attività di servizio), e perfino Giovanni Falcone, discendeva da parte di madre da Corleone ove addirittura visse una parte della sua infanzia. Come si vede il bene ed il male sono ovunque. Personalmente sono convinto che il bene è sempre superiore a ciò che c’è di male per cui mi appello ai compagni del Partito del Sud a tutti i meridionalisti ai componenti di questa testata ed a chiunque voglia e possa: innalziamo ciò che c’è di bene di prestigioso e di buono nel nostro meridione, scriviamolo, pubblichiamolo diamogli forza e diffusione anche parlandone vantiamolo contestando così i luoghi comuni su di noi! Massimo Cogliandro, Partito del Sud

Al Meridione è negato anche questo diritto. Il falso Sud delle serie tv: o sbirri o mafiosi. Gioacchino Criaco su Il Riformista il 31 Marzo 2021. Raccontarsi per come si è, né cartolina né necrologio, un po’ e po’, una miscela di tragedia, commedia, condita dalla farsa. La vita di ognuno è un misto di tutto, così la vita di una terra: un insieme di tutte le cose che accadono al mondo, in tutti gli angoli del mondo, con prevalenze e mancanze. A tutti dovrebbe essere permesso il racconto sincero, anche solo per lo sfizio di raccontare bugie. Il Sud questo diritto non lo ha, è quello che un narratore onnipotente e onnisciente vuole. Non è un pensiero a se stante, stratificato, complesso; è brandelli di pensate superficiali, in bilico fra quelle da cronaca nera e quelle da fiction. Perciò il Sud non è, resta un pianeta distante, confinato in una galassia lontanissima, di cui arrivano solo le leggende. Il Sud famigerato dei processi di mafia o quello colorato delle serie televisive. Falso uno e falso un altro: due bugie non hanno mai dato corpo a una verità. Una deriva a cui sembra impossibile sottrarsi: quasi nessuno prova a raccontarlo un Sud per come è, lo si racconta per come serve agli altri, a se stessi. Lo si racconta per come poi se ne possa fare pietanza. E non è che non ci siano stati grandi narratori a raccontarlo, passano gli sforzi di Pirandello, di Sciascia, di Alvaro, di Strati, e di una lunga e sacra schiera, come le puntate di un film neorealista non in tono con le tendenze attuali. Il Sud è commissari e procuratori, sbirri e banditi: tutti ora truci ora leggeri; una terra colorata, intrisa di zagare e sole che si sveglia tardi perché c’è sempre poco da fare, e poi finisce al tavolo di un ristorantino vista mare a godersi frittelle di fi ori e pescato freschissimo. Tutto si assonna nella certezza di un andrà tutto bene alla fine. E invece da secoli niente va a finire bene, perché il Sud non è un filmetto americano in cui i marine rimetteranno l’ordine dei giusti, o arriveranno i borghesi illuminati a distribuire carezze. Il Sud è il documentario su una zolfatara, i minatori si dicono l’un l’altro non ti schiantari, non aver paura, senza aspettarsi risoluzioni se non quelle che passeranno attraverso lotte e resistenze durissime. Dopo averlo vestito per decenni dei panni dell’imputato, si pensa di risarcire il Sud per mezzo di un inesauribile gomitolo di soap-fiction che tessono trame unendole a orditi fatti per tranquillizzare chi guarda, invitarlo in location da urlo. Nessuno ci pensa a raccontare il Sud di quelli che il Sud lo vivono, lo abbandonano, lo invocano e lo bestemmiano. Un Sud che sia un Sud vero, non la major di una cospicua stirpe di writer o storyteller, ma con un’aria che a volte sa di gelsomino e altre di cumuli di spazzatura bruciata. Un Sud che non è né arretrato né antimoderno, che semplicemente si sia scontrato con una modernità portata da lontano. Un incidente da cui una cultura ne sia uscita a pezzi, senza che nessuno si sia poi preso la briga di curarla, di sanarne le ferite. C’è un Sud che dovrebbe e vorrebbe raccontarsi da Sud, ma è un fi lm che quelli bravi, di fuori, dicono non potrebbe aver successo. E allora proseguiamo a narrare di camicie a fiori, di ozio creativo e di estati perenni. Proseguiamo a inventare finzioni patinate che lasceranno intonsa la sostanza di un mondo che continuerà a essere altro per chi davvero lo viva o lo abbandoni.

Il pizzo alle cosche, le interdittive, i sequestri…Il Sud in agonia sotto l’attacco di mafia, giornali e PM. Piero Sansonetti su Il Riformista il 20 Novembre 2019. Le inchieste aperte da alcune Procure sulle attività della Mittal, e poi i sequestri e le nuove imputazioni – lo abbiamo scritto nei giorni scorsi – sono un tentativo, da parte dei settori più reazionari della magistratura, di assumere il comando della politica economica. Cioè di allargare le proprie competenze, dopo avere invaso largamente il campo della politica: in particolare quello del governo delle Regioni e degli enti locali, e poi quello delle competizioni elettorali e persino della definizione delle candidature. Esiste un aspetto di questo problema che riguarda la democrazia e la qualità della politica. È un aspetto del quale abbiamo parlato molte volte. Poi c’è un secondo aspetto, che è nuovo, e riguarda l’economia italiana e le prospettive della produzione di ricchezza e dell’orientamento dello sviluppo. In teoria queste materie sono di competenza in parte del mercato e in parte della politica. La discussione che da sempre si svolge, con risultati alterni, riguarda il rapporto di forza e di potere tra il mercato e la politica. Di solito la sinistra ritiene che il potere della politica debba essere prevalente sul potere del mercato, e la destra pensa il contrario. Entrambe però restano in questo ambito e ammettono che debba esserci un equilibrio tra politica e mercato (tranne le frange più estremiste della destra ultraliberista che vorrebbero tutto il potere al mercato, e le frange staliniste e stataliste che invece vorrebbero azzerare le competenze del mercato). La novità sta nell’invasione della magistratura che decide di delegittimare sia la politica che il mercato e di prenderne il posto. Il problema interessa tutto il Paese. Perché evidentemente si pone un’ipoteca molto seria sul funzionamento del sistema. Alle vecchie idee liberali e a quelle socialdemocratiche si sostituisce una idea piuttosto definita di repubblica delle Procure, governata dal potere giudiziario. Una questione, però, del tutto speciale è quella che investe il Mezzogiorno. Le scelte delle Procure, non contrastate dalla politica e sostenute attivamente anche dalla stampa, provocano, ovviamente, la fuga degli investitori. Non solo degli investitori stranieri ma anche degli italiani. Chi accetterebbe di rischiare una parte del suo patrimonio per avventurarsi in imprese imprenditoriali che possono essere spazzate via in un minuto dalla decisione di un giovane sostituto Procuratore? Una volta la dinamica era diversa. Il conflitto c’era, ed era una delle componenti del rischio di impresa del quale gli imprenditori tenevano conto. Ma il conflitto era tra i lavoratori e l’impresa. Tra i sindacati e il padrone. Se ne conoscevano le regole, le possibili ricadute, i probabili compromessi. A seconda dei rapporti di forza, anche politici, l’accordo poteva alla fine essere un po’ più favorevole ai lavoratori, e ai salari, o più favorevole al profitto. Ma il recinto della battaglia era chiaro e nessuno aveva il potere assoluto sugli altri. In questa nuova fase di Repubblica delle Procure non è più così. E oggi, chiunque decida di investire al Sud sa di rischiare di finire in una morsa: da una parte la mafia, che impone il pizzo e rende più costosa l’impresa e dunque meno remunerativo l’investimento, dall’altra le Procure, che possono azzerare l’impresa e produrre danni economici esorbitanti per l’imprenditore. Oltretutto non sono solo le Procure, perché al fianco delle Procure, e con il loro avallo, agisce il sistema dei prefetti, che adopera il sistema delle interdittive in modo assai spavaldo, ed è molto più agile delle Procure. In che consiste una interdittiva? Il prefetto, con il placet della Procura, stabilisce che una certa azienda ha un qualche legame con le cosche. Per esempio, un operaio, o un geometra dipendente di quell’impresa che ha sposato la sorella di una persona imputata per mafia. Basta questo, scatta l’interdittiva, si perde l’appalto. Talvolta poi interviene direttamente la magistratura e sequestra l’azienda, nomina un commissario, il commissario gestisce l’azienda per alcuni anni poi, spesso, la restituisce al proprietario ma dopo averla fatta fallire e coperta di debiti. Qualcuno dei proprietari si dispera e diventa povero. Qualcun altro si suicida. I casi di suicidio sono molti. Le interdittive peraltro sono in continuo aumento. Nel 2016 furono 510, nel ‘17 sono quasi raddoppiate arrivando a 972. L’anno dopo 1279. Quest’anno sono 1500. La situazione di una persona che decide di investire al Sud è questa. Mafia e Pm lo attaccano dai due lati. La mafia probabilmente gli chiederà un pizzo che semplicemente ridurrà i profitti. I Pm e i prefetti, se decidono di attaccarlo, lo annientano. E tutto questo, di solito, con l’appoggio fondamentale dei giornali e dei mezzi di informazione. Che spalleggiano le Procure e i prefetti e contribuiscono alla distruzione anche morale delle vittime. Voi pensate che in queste condizioni il Sud abbia qualche possibilità di riprendersi, di tornare a vivere? Evidentemente no: zero possibilità. Qualcuno reagirà a questo massacro? Capirà chi lo conduce? Proverà a fermarlo? Al momento le speranze sono poche poche. Cosa resta al Sud? L’unica via di salvezza è la fuga, l’emigrazione, come negli anni Cinquanta.

«Vittime anche i figli dei boss». Intervista al giudice Roberto Di Bella. Il magistrato racconta il progetto “Liberi di scegliere”, la speranza di un’altra vita. Luciana De Luca su Il Quotidiano del Sud il 21 marzo 2021. La sua esperienza di giudice prima, e presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria poi, lo ha portato a conoscere molti ragazzi nati nelle più potenti famiglie di ‘ndrangheta. Per Roberto Di Bella non è stato difficile comprendere che dietro tanti occhi apparentemente freddi, spavaldi, si celasse una profonda sofferenza e un disperato bisogno di aiuto. Grazie a lui ha preso forma il progetto “Liberi di scegliere”, la possibilità per tanti ragazzi e per le loro madri, di avere una seconda occasione. Ha raccontato la sua esperienza umana e professionale in un libro edito da Rizzoli, e scritto con la scrittrice e sceneggiatrice Monica Zapelli. La sua attività ha ispirato anche il film “Liberi di scegliere” prodotto da Rai Fiction e Bibi Film Tv. Dottor Di Bella, è grazie al suo impegno se il progetto “Liberi di scegliere” è diventato un protocollo governativo. Offrire una possibilità di salvezza a molti ragazzi nati nelle famiglie di ‘ndrangheta, ha di fatto impedito e impedirà in futuro, che tante giovani vite possano andare ad allungare il triste elenco delle vittime di mafia.

Che significato ha, alla luce della sua personale esperienza, questa giornata dedicata alla memoria e all’impegno.

«Ha un significato molto importante per vari ordini di ragioni. Ho lavorato in Calabria per tanti anni al Tribunale per i minorenni in un territorio, purtroppo, funestato dalla presenza della ‘ndrangheta, e vittime di reati nel corso dell’attività processuale, ne ho incontrate moltissime. Ho ben chiara la sofferenza che provoca questo tipo di attività criminale. Ma io vorrei ampliare la platea delle vittime della criminalità organizzata ed estenderla anche ai minorenni nati nelle famiglie di ‘ndrangheta. In venticinque anni di attività al Tribunale per i minori di Reggio Calabria, ho giudicato, purtroppo, prima i padri e poi i figli, tutti con lo stesso cognome, tutti appartenenti ai clan presenti sul territorio, tutti con la stessa tipologia di reati. Molti di loro, ancora ragazzi, avevano una luce nello sguardo, sentimenti e potenzialità per aspirare a una vita diversa da quella della carcerazione, della morte o comunque della sofferenza imposta dalle loro famiglie. Questi giovani sono delle vittime perché respirano fin da piccoli la cultura della violenza e della sopraffazione, sono abituati a controllare le loro emozioni per non tradirsi e per non tradire la famiglia. Ma soprattutto sono ragazzi ai quali viene negata la fase dell’adolescenza, non hanno un padre con cui condividere la quotidianità perché sono in carcere, o sono latitanti o sono stati uccisi, e per questo le prime vittime delle famiglie di ‘ndrangheta sono proprio i loro figli. Questi giovani sono cresciuti odiando lo Stato perché i carabinieri arrivavano nelle loro case in piena notte per fare delle perquisizioni o per arrestare i loro genitori e molti di loro, a dodici, tredici anni, sputavano per terra al passaggio di una Volante della Polizia. Altri, addirittura, si facevano tatuare la figura del carabiniere sotto la pianta del piede in maniera da calpestarla continuamente. Però, al di là di queste forme di ostentazione e di orgoglio di appartenenza alla famiglia mafiosa, in realtà questi ragazzi sono portatori di un vissuto di profonda sofferenza perché gli viene compressa la libertà di scelta, di espressione individuale, sono costretti ad uniformarsi ai diktat della loro famiglia. I report psicologici dei casi trattati sono veramente devastanti, spesso ricordano la sindrome dei reduci della guerra del Vietnam. Molti di loro, ragazzi e ragazze, hanno incubi notturni, provano un profondo senso di angoscia che scaturisce da sogni popolati da incubi in cui devono difendersi da un killer o devono salvare un loro congiunto da un pericolo imminente e quindi la loro condizione interiore è molto complessa. In tanti, per sostenere il peso e la reputazione del cognome che portano, sono costretti a prendere degli psicofarmaci».

E le donne, le mamme, davanti a questo scenario come si rapportano con i loro figli?

«Molte di loro sono donne provate da lutti, dalle loro carcerazioni e da quelle dei loro familiari. Noi occupandoci dei minori ci siamo imbattuti casualmente in queste madri e abbiamo intercettato la loro sofferenza, la loro richiesta di aiuto. Ci siamo trovati davanti a un vero e proprio bisogno sociale, e per questo il progetto “Liberi di scegliere” ha rappresentato e rappresenta un punto di svolta. Tante donne si sono presentate spontaneamente chiedendoci di allontanarle insieme ai loro figli. Alcune sono diventate collaboratrici di giustizia, altre, pur non avendo rapporti collaborativi da dare, hanno chiesto ugualmente di andare via. Per questo sono profondamente convinto che anche loro siano vittime della criminalità organizzata. E paradossalmente sono vittime e carnefici anche molti boss detenuti. Io intrattengo rapporti epistolari con molti di loro, alcuni sono anche al 41 bis, e oltre agli incoraggiamenti per la nuova strada intrapresa dai loro figli, spesso mi esprimono il personale rammarico per non aver avuto la possibilità di intraprendere un’altra strada, e mi raccontano di essere stati ritirati da scuola dalle loro famiglie, quando erano ancora molto piccoli, perché c’era una faida in atto e rischiavano la vita. In tanti rimpiangono quell’adolescenza che non hanno mai avuto la possibilità di vivere».

Se dovesse indicare il momento preciso in cui realizzò che allontanare questi ragazzi dai contesti mafiosi in cui erano nati e cresciuti, poteva significare per loro la salvezza, quale sarebbe?

«Il progetto “Liberi di scegliere” nasce anche da un mio percorso di maturazione personale e professionale. Quando arrivai in Calabria ero ancora un ragazzo e la mia preoccupazione era quella di assicurare un giusto processo agli imputati ma soprattutto quello di garantire adeguate tutele alle vittime dei reati che in questi territori restano spesso senza adeguate retribuzioni. Inoltre, mi resi subito conto che i ragazzi che giudicavo non erano dei criminali irriducibili ma erano soltanto dei ragazzi cresciuti odiando lo Stato e bisognava provare a prendere loro la mano. Dietro la loro apparente freddezza c’era sempre una grande sofferenza. Ma c’è stato un episodio, più degli altri, che mi ha in qualche modo segnato ed è la vicenda di un ragazzo, figlio di un boss calabrese, che io avevo processato e condannato per porto d’arma con matricola abrasa e colpo in canna. Durante l’udienza era molto sprezzante, io lo condannai e andò in una comunità che era annessa al Tribunale per i minorenni. Ci fu un giorno in cui la direttrice della struttura mi chiamò per chiedermi se volevo riceverlo perché quel ragazzo aveva bisogno di un riferimento paterno. Io le risposi che ero un giudice e lui il figlio di un boss, non potevo vederlo se non in presenza del suo avvocato. Lei insistette tanto perché il ragazzo stava molto male. Quando me lo trovai davanti era completamente smarrito, aveva perso la sicurezza che avevo visto qualche mese prima in udienza, e questo mi portò ad avere con lui un confronto franco, diretto. Gli chiesi subito cosa voleva fare, se finire all’ergastolo come i suoi fratelli o morto ammazzato come suo padre. Lui annuì e mi chiese se dopo aver espiato la pena, potevo aiutarlo. Poi, però, fui trasferito a Messina e non ebbi più l’occasione di vederlo, ma seppi in seguito che lui, una volta espiata la pena, cercò di me. Quando nel 2011 tornai a Reggio Calabria, seppi che non ce l’aveva fatta, che quel ragazzo era stato condannato per reati di mafia e che era finito in una struttura psichiatrica. Continuò, però, a mandarmi i suoi saluti perché diceva, ero stato l’unico giudice a trattarlo da essere umano. Provai in quel momento un profondo fallimento perché era il terzo ragazzo della stessa famiglia che avevo giudicato. Un paio di mesi dopo il mio ritorno a Reggio Calabria come presidente, arrestarono anche l’ultimo dei fratelli, il più piccolo, e allora in quella occasione mi resi conto che dovevamo fare qualcosa di più, mandarlo subito in un altro contesto sociale e così è partito tutto. Da allora abbiamo allontanato ottanta minorenni, venticinque donne con i loro figli e venticinque nuclei familiari. Dal 2012 a oggi il progetto ha fatto dei progressi enormi. Ciò che mi ha mosso è stato l’istinto di sopravvivenza personale e professionale, non potevo insieme ai colleghi assistere oltre, in modo inerme, alla distruzione che alcune famiglie facevano dei loro figli. Il contributo dato al progetto dall’associazione “Libera” è stato determinante. Con don Luigi Ciotti e l’avvocato Enza Rando abbiamo creato le condizioni necessarie per offrire un’opportunità vera, concreta, sia a questi ragazzi che alle loro madri. Ora hanno realmente l’opportunità di costruire una nuova vita».

Le storie di sei donne, sei madri che volevano salvare i loro figli dalla mafia: uccise per il “reato” di libertà. Cetta Cacciola, Tita Buccafusca, Rossella Casini, Lea Garofalo, Angela Costantino e Maria Chindamo morte per aver detto no alla 'ndrangheta. Luciana De Luca su Il Quotidiano del Sud il 21 marzo 2021.

Maria Concetta Cacciola, morta il 20 agosto 2011

Santa (Tita) Buccafusca, morta il 18 aprile 2011

Rossella Casini, scomparsa il 22 febbraio 1981

Lea Garofalo, uccisa il 24 novembre 2009

Angela Costantino, scomparsa il 16 marzo 1994

Maria Chindamo, scomparsa il 5 maggio 2016

Hanno tentato di riprendere in mano le loro vite facendo delle scelte di libertà. Ma in una terra segnata profondamente dalla cultura mafiosa, hanno pagato un prezzo altissimo. Sono tante le donne uccise dalla ‘ndrangheta, colpevoli di aver infranto le regole del silenzio o di aver scelto di essere altro da ciò che veniva imposto loro. Cetta Cacciola, Tita Buccafusca, Rossella Casini, Lea Garofalo, Angela Costantino, Maria Chindamo, tante storie diverse accomunate dallo stesso desiderio di cambiamento. I loro volti continuano a raccontare e i loro sogni sono diventati una bandiera per altre giovani donne che hanno trovato nel loro esempio, la forza e il coraggio di ribellarsi e mettere in salvo i loro figli.

Maria Concetta Cacciola, morta il 20 agosto 2011. “O stai cu nnui o cu iddi”, le diceva sua madre, riferendosi ai carabinieri ai quali la figlia si era rivolta. Aveva 31 anni e tre figli di 16, 12 e 7 anni, Maria Concetta Cacciola, “Cetta”, la giovane donna di Rosarno, che il 20 agosto del 2011 avrebbe ingerito dell’acido muriatico o sarebbe stata costretta a farlo, per sottrarsi alle pressioni della sua famiglia che voleva ritrattasse le dichiarazioni rese spontaneamente ai magistrati della Dda, sui legami di ‘ndrangheta di cui era a conoscenza, prima di essere allontanata e portata in una località protetta. Il padre, Michele Cacciola, con dei trascorsi criminali di tutto rispetto, era cognato del boss Gregorio Bellocco. E Cetta era cresciuta in quella famiglia di ‘ndrangheta con regole rigide e soffocanti. Per questo a tredici anni decise di accettare il corteggiamento di un ragazzo del suo paese, Salvatore Figliuzzi, che le appariva in quel momento come un’ancora di salvezza. Ma Salvatore, scegliendola, aveva soltanto pianificato il suo futuro criminale sancendo un’appartenenza mafiosa che ora gli spettava di diritto. Cetta capì di essere in trappola, di aver involontariamente rinsaldato quel sistema dal quale aveva voluto fuggire. Ma quando suo marito finì in carcere perché fu condannato insieme al boss Gregorio Bellocco e quasi una ventina di affiliati al suo clan, Cetta cercò altre strade per poter esistere e Facebook, seppur virtualmente, le offrì l’opportunità della parola e la libertà di scegliere con chi comunicare. E tra i tanti contatti, uno in particolare, le riaccese la speranza del cambiamento. Un uomo attirò la sua attenzione, la coinvolse, le parlò e nel contempo si dimostrò disponibile ad ascoltare la sua sofferenza. S’innamorò Cetta e accolse quella storia a distanza e solo immaginata, come quel segno del cielo che aspettava da troppo tempo. Ed è con questa consapevolezza e con la voce tremante che quando si recò in caserma perché a suo figlio sedicenne avevano rubato il motorino, vide nel maresciallo dei carabinieri che aveva davanti, una possibilità di salvezza. Ma sua madre, dalla località protetta dove era stata portata, la convinse a ritornare usando i suoi figli come esca. Qualche giorno dopo Cetta fu trovata morta. Si sarebbe tolta la vita.

Santa (Tita) Buccafusca, morta il 18 aprile 2011. Una sposa di ‘ndrangheta, questa è stata Santa Buccafusca, per tutti Tita, moglie di Pantaleone Mancuso, boss di Limbadi, soprannominato “Luni Scarpuni”, morta suicida il 18 aprile del 2011, dopo aver ingerito come Cetta Cacciola, un grosso quantitativo di acido muriatico. Una morte sospetta la sua, sulla quale gli inquirenti hanno lungamente indagato nella speranza di trovare un nesso causale tra il tentativo disperato di Tita di uscire dalla famiglia Mancuso che la portò appena due mesi prima, era il 14 febbraio, ad entrare nella caserma dei carabinieri di Nicotera Marina con in braccio il figlioletto Salvatore per chiedere protezione, e quanto avvenne appena un mese dopo essere ritornata a casa da suo marito. Fu l’omicidio di Vincenzo Barbieri, detto “u ragioniere”, noto narcotrafficante capace di trattare con i cartelli sudamericani per conto dei clan del vibonese, ucciso da un commando armato nel centro di San Calogero, a spaventare Tita. Comprese che lei e la sua famiglia erano in pericolo e che soprattutto dopo quell’omicidio altro sangue sarebbe stato versato. Aveva paura ma voleva soprattutto cambiare vita. Le era fin troppo chiaro ormai, cosa significasse essere la moglie di Mancuso e quali erano le regole alle quali doveva rigorosamente attenersi. A poche ore dal delitto, con il suo bimbo in braccio si presentò dai carabinieri di Nicotera Marina per chiedere di intervenire: “Si ammazzano come i cani – disse loro – mettete posti di blocco dappertutto”. Tita parlò con i magistrati e raccontò quanto sapeva ma prima di firmare i verbali, chiese di telefonare a suo marito. Pregò Pantaleone Mancuso di seguire la sua stessa strada, di cambiare vita e di farlo soprattutto per suo figlio. Lui la chiamò pazza e gli chiese di ritornare a casa. Ma fu la sorella di lei, chiamata subito dopo, a convincerla a ritornare da suo marito. Tita non firmò mai quei verbali, e qualche giorno dopo si sarebbe suicidata. Così dissero i suoi familiari.

Rossella Casini, scomparsa il 22 febbraio 1981. Rossella Casini, 25 anni, studentessa fiorentina, scomparve a Palmi il 22 febbraio del 1981. La ragazza era fidanzata con Francesco Frisina, un giovane studente universitario di Palmi, coinvolto nella faida in atto tra i Gallico e i Parrello-Condello. Rossella, figlia unica, conobbe Francesco nel 1977, quando il ragazzo di Palmi, studente di Economia, andò ad abitare nella palazzina ottocentesca dove viveva la famiglia Casini, nel quartiere di Santa Croce. I due ragazzi si fidanzarono e i genitori di lei più volte si recarono in Calabria ospiti della famiglia del giovane. Nessuno di loro inizialmente percepì il pericolo di quel sentimento, fino all’uccisione del padre di Francesco nelle campagne di Palmi il 4 luglio del ’79, e il ferimento del ragazzo alla testa, cinque mesi dopo, in un agguato. Da quel momento iniziò un’altra storia. Rossella fece trasferire il suo fidanzato alla clinica neurochirurgia di Firenze e oltre alle amorevoli cure gli offrì la possibilità di diventare altro, di tagliare definitivamente con le sue origini e con la storia della sua famiglia coinvolta nella terribile faida tra i Gallico e i Parrello-Condello che stava insanguinando le strade di Palmi. Francesco e la stessa Rossella affidarono le loro verità ai magistrati fiorentini che trasmisero gli atti alla procura di Palmi. Da quel momento la ragazza, considerata da tutti la forestiera, divenne anche una traditrice. Ma lei continuò ad inseguire il sentimento che la animava e che era più forte dei ragionevoli dubbi che ogni tanto l’assalivano. Dopo tredici anni dalla scomparsa della ragazza, il pentito palermitano Vincenzo Lo Vecchio, rivelò che Rossella era stata violentata, assassinata e il suo corpo tagliato a pezzi e buttato in mare al largo della tonnara di Palmi, per aver convinto il suo fidanzato a diventare testimone di giustizia. Quattro le persone rinviate a giudizio per la sua morte. Il processo per il sequestro e l’omicidio della studentessa fiorentina iniziò il 25 marzo del 1997 e si concluse nove anni dopo con una sentenza di assoluzione.

Lea Garofalo, uccisa il 24 novembre 2009. A Lea Garofalo uccisero il padre quando lei aveva appena otto mesi e suo fratello Floriano, boss di Petilia Policastro, nel 2005. Ad appena sedici anni Lea si innamorò di Carlo Cosco e l’anno dopo ebbe una figlia da lui, Denise. Si trasferirono subito dopo nel capoluogo lombardo dove insieme agli altri fratelli si occupava del traffico di droga e di affari poco puliti. Lea si rese ben presto conto della vita che l’attendeva e soprattutto per la sua bambina, nel 2002, decise di dare una svolta lasciando il suo compagno e reagendo alle sue minacce e alle intimidazioni, denunciandolo alle forze dell’ordine e rivelando anche le faide interne esistenti tra la sua famiglia e quella dei Cosco. Lea in seguito alla sua testimonianza venne ammessa al programma di protezione insieme a sua figlia ma nel 2006 venne estromessa perché le sue rivelazioni non furono più considerate particolarmente significative. Solo grazie a un ricorso al Consiglio di Stato nel 2007, le fu riconosciuto lo status di collaboratrice di giustizia ma non di testimone. Lea aveva problemi economici e soprattutto si sentiva abbandonata da quello Stato a cui lei si era rivolta per uscire da quell’inferno. Due anni dopo decise di rinunciare alla tutela e qualche mese dopo, era il 24 novembre del 2009, fu uccisa dal suo ex compagno Carlo Cosco a Milano.

Angela Costantino, scomparsa il 16 marzo 1994. Angela Costantino, 25 anni, sposata con il boss Pietro Lo Giudice e madre di quattro figli in tenera età, scomparve da casa il 16 marzo del 1994 e di lei non si ebbero più notizie. Il fratello della giovane ne denunciò la scomparsa e iniziarono le sue ricerche. Anche la famiglia del marito, che molti anni dopo risultò essere coinvolta nella sua morte, partecipò attivamente facendo fare anche degli appelli via radio nella speranza che Angela potesse ritornare a casa dai suoi figli. Una vera e propria messinscena per allontanare i sospetti. L’auto della donna, una “Fiat Panda”, venne ritrovata qualche giorno dopo a Villa San Giovanni con all’interno delle ricette mediche comprovanti il fatto che Angela in quel momento soffrisse di crisi depressive e il sedile posizionato in modo tale che a guidare l’auto non avrebbe mai potuto essere stata la ragazza bensì una persona molto più alta. Qualche giorno dopo inoltre, arrivò una telefonata anonima alle forze dell’ordine nella quale veniva affermato con certezza che la giovane donna era stata sequestrata ed uccisa. Nonostante le evidenti anomalie, non c’erano, però, elementi tali da dare corpo, sul piano investigativo, a quelle rivelazioni e il fascicolo inerente la scomparsa della donna rimase per molti anni fermo senza produrre verità sostanziali. La svolta arrivò 18 anni dopo, quando nel corso di un’operazione vennero arrestati, tra gli altri, Vincenzo Lo Giudice, considerato uno dei capi della cosca, il cognato Bruno Stilo e il nipote Fortunato Pennestrì, accusati di essere mandanti ed esecutori dell’omicidio di Angela Costantino, colpevole di aver avuto delle relazioni amorose mentre suo marito era detenuto in carcere. Pare addirittura che la giovane fosse rimasta incinta e che avrebbe abortito in una clinica privata. La sua condanna a morte fu decisa dalla famiglia per salvare l’onore di Pietro e perché Angela era ormai considerata ingestibile e pericolosa. Della sua esecuzione aveva già parlato anni prima Maurizio Lo Giudice, fratello di Pietro, che aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Le sue rivelazioni furono poi consolidate da quelle di altri due pentiti, Paolo Iannò e Domenico Cera. Il giudice Carlo Alberto Indellicati condannò a trent’anni di reclusione ciascuno, Bruno Stilo e Fortunato Pennestrì, ritenuti rispettivamente mandante ed esecutore materiale dell’omicidio di Angela Costantino. Il giovane con il quale Angela aveva avuto una relazione, scomparve qualche giorno dopo il suo sequestro e di lui non si ebbero più notizie.

Maria Chindamo, scomparsa il 5 maggio 2016. “Il sacrificio di Maria voglio che si trasformi in una possibilità di riscatto per la nostra martoriata terra”. Vincenzo Chindamo, nonostante il carico di dolore che si porta dentro da quel 5 maggio del 2016, giorno in cui sua sorella Maria scomparve davanti al cancello della sua azienda agricola, a Limbadi, cerca di dare forma e sostanza al suo bisogno di verità e giustizia, per lui e per tutta la sua famiglia ma soprattutto per i nipoti Vincenzino, Federica e Letizia, i figli che Maria avrebbe voluto veder crescere e che sono la testimonianza diretta di una vita vissuta nel rispetto dei valori e dei sentimenti. Ma di lei non c’è più traccia e tocca a suo fratello tentare di togliere quella coltre pesante che avvolge la storia di una donna bella e combattiva, colpevole soltanto di aver scelto come vivere la propria vita. Maria incontrò Ferdinando Puntoriero, il suo futuro marito, quando aveva appena 14 anni. Dopo gli studi universitari in Economia e Commercio portati avanti con tenacia anche dopo il matrimonio e la nascita di Vincenzino, prese l’abilitazione alla professione di commercialista e aprì uno studio a Rosarno. La crisi coniugale che investì in seguito la coppia, portò al suicidio di Ferdinando, incapace di reggere la richiesta di libertà avanzata da sua moglie. Qualche pentito ha raccontato particolari agghiaccianti sulla morte di Maria ma la verità sembra ancora lontana e la giustizia tarda ad arrivare.

Le scioccanti rivelazioni del pentito sull'atroce morte di Maria Chindamo. Il pentito Cossidente racconta alla Dda quanto riferitogli da Emanuele Mancuso, ex rampollo del clan di Limbadi, sulla sorte dell'imprenditrice. Gianluca Prestia su Il Quotidiano del Sud il 6 gennaio 2021. Nuove rivelazioni sul caso della scomparsa di Maria Chindamo, avvenuto a maggio del 2016. A parlarne (come riferiamo sull’edizione cartacea odierna) è il pentito Antonio Cossidente, ex componente del clan dei Basilischi, in Basilicata, in uno dei due verbali acquisiti al processo per le presunte pressioni al collaboratore Emanuele Mancuso da parte dei suoi familiari per farlo ritrattare dopo aver iniziato a collaborare con la Dda di Catanzaro. E a raccontare a Cossidente sarebbe stato, secondo quanto egli afferma, proprio l’ex rampollo di casa Mancuso, figlio del boss Pantaleone detto “L’ingegnere”.Il pentito lucano riferisce al sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci nel verbale del 7 febbraio del 2020 quanto appreso da Mancuso sulla sparizione dell’imprenditrice 44enne di Laureana di Borrello avvenuta nel territorio di Limbadi e di come sarebbe stata uccisa.

Una morte orribile secondo quanto emerge dal verbale.   «C’era un altro particolare che mi disse Emanuele, che era scomparsa una donna a Limbadi, una imprenditrice che non si è trovata più… se non sbaglio, Chindamo, una imprenditrice di Laureana di Borrello questa donna. E mi disse – che dato che lui era amico intimo di “Pinnolaro” (Salvatore Ascone, arrestato nel luglio del 2019 per concorso in omicidio, ma rimesso in libertà dal Tdl nell’agosto successivo, ndr), che sarebbe un grosso trafficante di cocaina legato alla famiglia Mancuso da vincoli proprio storici – e mi disse che… disse: “Antonio, quella… quella donna che è scomparsa qualche anno fa…”, dice, “…quello cioè è stato ‘stu “Pinnolaro” in accordo con… “Lui mi disse c’era lo zampino… allora, prima disse che era un fatto… perché questo “Pinnolaro” in sostanza si voleva… voleva acquistare il terreno di questa donna in sostanza perché, se non ricordo male, mi sembra che mi disse che erano confinanti con questo terreno questa donna, confinanti con le terre di questa persona che era… aveva anche degli animali, le pecore, insomma credo che facesse pure il pastore». La Chindamo, in pratica, si sarebbe «rifiutata in sostanza di cedere il terreno, diciamo le proprietà a questa persona e disse che, se non ricordo male, che in virtù di questo l’abbia fatta scomparire lui questa persona, ben sapendo che già… che se succedeva qualcosa sarebbe… la colpa sarebbe andata alla famiglia del marito di questa donna, perché questa donna… cioè il marito mi sembra… o l’ex, si era lasciata con un marito e questo marito mi sembra che si era suicidato, era morto comunque e quindi questo “Pinnolaro” sapendo un po’ diciamo la storia familiare di questa donna, sarebbe stato lui l’artefice di questo… questa scomparsa in modo tale che magari poi avrebbe… sarebbe entrato in possesso dei terreni di questa donna, ecco ora… e la colpa sarebbe andata alla famiglia di lei, cioè del marito di lei, insomma perché c’era questa storia di questa separazione di questa donna. Mi disse che avevano manomesso le telecamere, e che questa donna sarebbe stata scomparsa secondo lui o – racconta, riferendo particolari raccapriccianti sulla sorte della donna – sarebbe stata macinata con un trattore o data in pasto ai maiali. E comunque disse che era sto “Pinnolaro” che… che… che era un amico suo perché mi sembra che trattavano cocaina, droga, questo… ‘sto “Pinnolaro” di Limbadi». 

Storie di resistenza: imprenditori assassinati per aver detto di no. Antonio Musolino, Antonio Polifroni e Mario Dodaro hanno creato dal nulla le loro aziende e le hanno difese a costo della vita. Luciana De Luca su Il Quotidiano del Sud il 18 marzo 2021.

Antonio Musolino, ucciso il 31 ottobre 1999

Antonino Polifroni, ucciso il 30 settembre 1996

Mario Dodaro, ucciso il 18 dicembre 1982

Essere imprenditori in Calabria significa dover mettere in conto che la ‘ndrangheta un giorno si presenti per chiedere una parte dei tuoi guadagni in cambio di protezione. Ma protezione da cosa? Protezione da sé stessa, perché se vuoi continuare a lavorare paghi, altrimenti chiudi o muori. In tanti, purtroppo, hanno scelto di sopravvivere, convivendo con un sistema criminale che diventa sempre più oppressivo e che spesso, alla fine, finisce con l’appropriarsi di realtà produttive realizzate in tanti anni di lavoro e grandi sacrifici. Accanto a queste storie di violenza subita, c’è chi, invece, ha opposto una ferma resistenza alla ‘ndrangheta, pagando con la vita la propria scelta di libertà. Tanti i caduti sul campo, tante le storie esemplari che ancora oggi devono far riflettere sul valore del dissenso, su quel no urlato spesso in solitudine e che non è neanche servito a far ottenere a molti imprenditori, il giusto riconoscimento del loro valore.

Antonio Musolino, ucciso il 31 ottobre 1999. Antonio Musolino, impresario edile di Benestare, fu ucciso il 31 ottobre del 1999, per non essersi piegato alle richieste estorsive della ‘ndrangheta. Aveva 54 anni e tre figli. Era un uomo silenzioso, concreto, naturalmente autorevole, imbevuto di una profonda cultura del lavoro e del sacrificio che lo portavano a impegnarsi fino in fondo per realizzare i suoi progetti di vita.“Iniziò a lavorare già a tredici anni – racconta la figlia Rosaria -. Proveniva da una famiglia umile, modesta. Suo padre faceva il muratore e ancora ragazzino se lo portò a Milano per imparare il mestiere. Papà aveva un sogno: realizzare un giorno un’impresa tutta sua. Frequentò solo le scuole elementari, la licenza media e il diploma di geometra li conseguì da adulto, alle scuole serali”. Antonio riuscì a realizzare ben presto il suo sogno e diventare impresario. Il frantoio fu un’altra passione che arrivò dopo. Quando lo misero in vendita lo acquistò rendendolo in breve moderno ed efficiente. “Papà – spiega Rosaria – utilizzava il frantoio prevalentemente per lui perché aveva delle piante di ulivo e per pochi, piccoli produttori della zona. Diciamo che non ha mai rappresentato una fonte di reddito ma un’attività di tradizione che gli piaceva mantenere in vita. Mio padre lavorava moltissimo ed era molto legato alla sua famiglia. Le sue origini modeste lo avevano fortemente condizionato e sapeva, fin dalla più tenera età, che tutto era sulle sue spalle e che doveva guadagnarsi da vivere con il sudore della propria fronte. Il genitore non avrebbe potuto aiutarlo e questo, probabilmente, gli diede fin dalla più giovane età, maggiore consapevolezza sulle sue capacità personali. Mio padre non fece mai un giorno di vacanza e questo, a posteriori, rappresentò per mia madre sempre un grande rimpianto. Insieme avevano fatto grandi sacrifici senza mai poter godere di un giorno rubato al lavoro. Lo uccisero di sabato, durante il primo giorno di lavoro al frantoio che si trovava nel paese. La sera insieme a mio fratello e a mia madre, si fermò per pulire tutti gli attrezzi utilizzati per la spremitura delle olive. Io mi trovavo a casa della mia futura suocera. Mi raccontarono dopo che che da una Fiat uno due persone con il volto travisato, si fermarono davanti alla porta del frantoio e iniziarono a sparare. Mio padre era di spalle e fu colpito da una raffica di proiettili. Intervenne subito la guardia medica e poi i miei fratelli decisero di portarlo subito in ospedale a Locri. Ma quando arrivarono era già morto”. Antonio Musolino qualche anno prima aveva ricevuto delle richieste estorsive e lui era corso a denunciare collaborando attivamente con le forze dell’ordine. Inoltre, non aveva mai accettato le imposizioni fatte per assumere nella sua impresa operai che gli venivano raccomandati. Lui rivendicava il diritto di decidere pienamente chi doveva affiancarlo nel lavoro. Non era una persona abituata a piegare la testa e non lo fece neanche davanti agli uomini della ‘ndrangheta. La sua famiglia non ha mai ottenuto giustizia.

Antonino Polifroni, ucciso il 30 settembre 1996. “Mò cu to figghju nda pigghjamu”. Minacce a lui e alla sua famiglia, telefonate, lettere, attentati sui cantieri e colpi di fucile sparati prima solo per ferire, poi quel 30 settembre del 1996, per togliergli la vita. La ‘ndrangheta voleva farlo cedere a tutti i costi per annoverarlo, a pieno titolo, in quell’esercito di vinti che assicuravano entrate certe e potere sui territori. Ma Antonino Polifroni, classe 1947, orfano di padre carabiniere e cresciuto tra le intemperie del dopoguerra, da una madre rimasta sola troppo presto, aveva la scorza dura e soprattutto la consapevolezza che con la fatica e l’impegno avrebbe potuto costruire la sua fortuna. E così è stato. Da adolescente conseguì un brevetto di tornitore meccanico all’Istituto per orfani di guerra a Lecce. A 16 anni lavorava già come muratore e lentamente, mattone su mattone, cresceva, si organizzava con altri artigiani dell’edilizia per fare impresa. A 19 anni si sposò e l’anno dopo ebbe il suo primo figlio, Bruno. Poi arrivarono Enzo, Gianpiero, Leandro, Nicoletta e Danilo. “Mastru Ninu”, sempre con i piedi ben saldati a terra, spostò presto la sua attenzione verso i lavori pubblici, ponti, strade. I suoi cantieri erano sicuri, affidabili. La sua capacità imprenditoriale pubblicamente riconosciuta. Nel 1976 raggiunse l’ambito traguardo di iscrizione all’Albo nazionale dei costruttori, il primo a Varapodio, e con i successi e i guadagni arrivarono anche le richieste estorsive. La ricchezza andava condivisa. Così pensavano gli uomini di ‘ndrangheta che curavano gli interessi dei padrini della piana. Lo si evince dalle telefonate registrate dal figlio Bruno, nelle quali si chiedeva ripetutamente a Nino il pagamento di 100 milioni di vecchie lire, poi diventati 150, perché lui non voleva ascoltare “i consigli degli amici”. “Papà lavorava come un pazzo dalla mattina alla sera e questo lo rendeva consapevole e forte davanti alle richieste che gli venivano fatte – spiega Bruno -.Sarebbe stato pronto a offrire occupazione nella sua impresa, ma a dare i soldi che lui guadagnava onestamente a gente che riteneva fosse un suo diritto averli con la prepotenza, questo proprio no. Lui rifiutava questa logica e sapeva bene il rischio che correva. Ma nonostante tutto non si è mai piegato”. Il figlio ricorda la tensione del padre, i giubbotti antiproiettile da indossare per andare al lavoro e le serrande di casa abbassate appena iniziava a fare buio. Ai ragazzi veniva persino proibito di uscire la sera. Ma Nino non poteva e non voleva accogliere quelle richieste. Glielo impediva la sua coscienza di uomo libero che si era fatto da solo trasportando, ancora adolescente, le pietre dal fiume per costruire le case. Glielo vietava la consapevolezza che sarebbe diventato una marionetta nelle mani di uomini violenti e ignoranti e soprattutto la certezza che avrebbe lasciato ai suoi figli un’eredità sulla quale sarebbe gravata una ipoteca difficilmente estinguibile. Vent’anni di resistenza, ferite nel corpo e nell’anima. Due attentati a colpi di fucile che lo raggiunsero in parti non vitali, sotto gli occhi dei figli. Minacce continue e richieste sempre più invasive nella sua attività di imprenditore come la rinuncia a gare pubbliche o l’imposizione di subappaltatori e di fornitori. E Nino rispondeva: “Io i lavori me li faccio da solo con i miei operai e con le mie attrezzature”. Sempre fermo nelle sue convinzioni fino alla fine.

Mario Dodaro, ucciso il 18 dicembre 1982. Aveva 43 anni l’imprenditore cosentino Mario Dodaro quando fu ucciso. Pioveva a dirotto quel 18 dicembre del 1982 e lui stava ritornando a casa da sua moglie Lisa e dai suoi figli Francesco e Antonella. Era felice, stava per diventare padre per la terza volta e alcuni giorni prima, assalito dall’euforia della lieta notizia, aveva voluto addobbare personalmente l’albero di Natale. Quella mattina aveva anche festeggiato all’interno del suo salumificio con i suoi dipendenti, l’imminente arrivo delle feste e solo dopo averli aiutati a sgomberare i tavoli, si era congedato da loro. Ma chi era Mario Dodaro? Sono le stesse parole della moglie Lisa, nel raccontarlo qualche tempo fa, a far intravedere quanto fossero forti i valori morali che lo animavano: “Un giorno mio marito mi chiese se i soldi che mi dava per la spesa erano sufficienti per acquistare tutto ciò che serviva in famiglia. Rimasi interdetta davanti a quella richiesta e addirittura pensai a un controllo da parte sua. Ma quando capì cosa aveva suscitato in me quella domanda, mi tranquillizzò spiegandomi che voleva solo capire se pagava abbastanza i suoi collaboratori”. Mario iniziò a lavorare molto presto nella macelleria di suo zio. In poco tempo apprese i segreti del mestiere e già a 17 anni volle provare a camminare sulle proprie gambe. Riuscì ad ottenere un prestito ed aprire la sua prima macelleria. Appena sentì la sua attività più solida, scrisse ai suoi fratelli che nel frattempo erano emigrati all’estero, e gli chiese di ritornare per dargli una mano, perché “L’America era qua” e non dove erano andati a cercarla. Le macellerie Dodaro cominciarono a essere presenti in più zone della città Mario rivelò presto tutto il suo talento. Era capace di creare business e di coinvolgere emotivamente le persone nei suoi progetti imprenditoriali. Lui non aveva dipendenti ma collaboratori, persone con le quali condividere un’idea di futuro, di benessere, non solo per la sua famiglia, ma per tutti coloro che partecipavano alla creazione e al consolidamento delle sue iniziative. Una famiglia parallela la sua azienda, con la quale gioire per i successi e stringersi per affrontare le difficoltà. A contrada Andreotta di Castrolibero, dove aveva dato vita insieme ai suoi fratelli, nel 1968, al suo salumificio e aveva installato il suo quartier generale, si mise al servizio della giovane comunità aiutando la nascita delle agenzie di socializzazione sul territorio come la Chiesa, la scuola, le associazioni sportive. Con il parroco don Gino Luberto, al quale lo legava un’amicizia profonda, diedero vita alla parrocchia “Sacra Famiglia” e alla costruzione della prima chiesa sul territorio. Dodaro fece anche l’esperienza della politica e fu dirigente della squadra di calcio del Cosenza. La sua grande capacità relazionale, frutto di esperienza di strada e di rispetto e comprensione intima dell’altro, gli fecero guadagnare sul campo un ruolo di primo piano. E non solo perché era pronto ad aiutare economicamente tutte le più significative iniziative. Godeva della stima e della fiducia dei suoi fornitori e di tutte le aziende italiane ed estere con le quali collaborava e che avrebbero fatto di tutto per mantenere gli impegni presi con quell’imprenditore del Sud partito da zero, che aveva solo la quinta elementare e la profonda voglia di costruire un mondo migliore. Una settimana prima della sua morte, Mario raccontò ai suoi familiari di aver allontanato, con grande fermezza, cinque persone che erano andate al salumificio – e non era la prima volta che avveniva – a chiedergli di pagare una tangente di 200 milioni di lire. Lui gli aveva risposto che era pronto a dargli un lavoro se volevano, ma soldi no. Di questi episodi aveva parlato anche con alcuni carabinieri e altre persone ma in forma soltanto confidenziale. Non aveva presentato ancora una denuncia. Sperava in cuor suo che il suo rifiuto li facesse desistere dal continuare con le richieste estorsive. Ma così non è stato. I suoi assassini lo hanno atteso sotto casa e gli hanno sparato davanti ai suoi figli. Lisa Dodaro, nonostante il dolore per la perdita del marito, sei mesi dopo diede alla luce Maria Gabriella, la bambina a cui Mario fece appena in tempo a scegliere il nome.

«È parente di mafiosi!»: il Cosenza calcio caccia il giovane campione. Pietro Santapaola jr, pronipote di Nitto Santapaola, escluso dalla rosa per reato di parentela. E lui denuncia il presidente. Vincenzo Imperitura su Il Dubbio il 19 marzo 2021. Si è infranto alle soglie del paradiso il sogno calcistico di Pietro Santapaola Jr, promessa del calcio giovanile, sacrificato sull’altare di una perversa concezione della giustizia che lo vedrebbe “colpevole” di portare un cognome legato al crimine organizzato. Lontano parente del boss catanese Nitto Santapaola, il giovane calciatore originario di Messina era sbarcato a Cosenza carico di aspettative e di sogni di professionismo: tutto naufragato per una sorta di reato “parentale” che non avrebbe passato il severissimo vaglio dei dirigenti del Cosenza, squadra che milita nel campionato di serie B e a cui Santapaola era approdato nel gennaio scorso. Suo padre, storia di qualche mese fa, è stato condannato, in primo grado, a 12 anni di reclusione per associazione mafiosa per una serie di reati commessi prima ancora che il ragazzo venisse al mondo: tanto però sarebbe bastato al massimo dirigente della squadra silana per decretarne l’esclusione dalle giovanili del Cosenza. Una vicenda dai contorni kafkiani esplosa all’inizio di marzo con l’esclusione dalla rosa della primavera del giovane calciatore e sfociata poi nel volgere di pochi giorni, con l’allontanamento di Santapaola dalla foresteria usata dai ragazzi delle giovanili che non sono originari della città. Una deriva drammatica e velocissima, finita inevitabilmente sulla scrivania del procuratore della città bruzia, a cui si è rivolto l’avvocato Salvatore Silvestro che ha denunciato il massimo dirigente rossoblu, Eugenio Guarascio, per violenza privata e mobbing.

NEL NOME DEL PADRE. Il diciassettenne Pietro Santapaola Jr nella città di Telesio ci è finito grazie alle sue qualità pallonare: dotato di ottima tecnica nonostante la giovane età (il ragazzo era stato più volte convocato nelle nazionali giovanili di categoria), Santapaola è stato scoperto dagli osservatori del team silano a Licata, in Sicilia, e immediatamente messo sotto contratto nelle file della massima compagine giovanile. Metabolizzato il passaggio dalla romantica realtà dei dilettanti a quella ben più sfavillante delle soglie del professionismo, il giovane calciatore si integra con il nuovo gruppo di coetanei e riesce a trovare immediatamente un posto fisso negli 11 iniziali. Sembra il coronamento di un sogno, dopo gli anni passati a girovagare per i campi polverosi di mezza Sicilia, ma improvvisamente le cose cambiano e, siamo agli inizi di marzo, il ragazzo – racconta l’avvocato Silvestro nella sua denuncia – viene raggiunto dal responsabile del settore giovanile che gli comunica la decisione societaria di escluderlo dagli allenamenti. «“Questo era il volere” del Presidente, Eugenio Guarascio – scrive l’avvocato Silvestro nella denuncia contro il presidente silano, pezzo da ’90 nel settore dei rifiuti in Calabria che prese la squadra all’indomani del fallimento del titolo sportivo – perché lo stesso era venuto a conoscenza delle vicende giudiziarie che hanno interessato il padre». Una sorta di reato “etnico”, con buona pace di tutta la retorica patinata legata ai valori dello sport che riabilita e non emargina e che, nella querela presentata dal legale, si “arricchisce” di particolari ancora più paradossali. Una della paure del presidente sarebbe infatti che «”il figlio di…” potesse rendersi autore di efferati delitti quali rapine o lesioni gravi nei confronti dei propri compagni di squadra».

IL VUOTO ATTORNO. Nella ricostruzione fatta dal legale, un ruolo importante in questa vicenda avrebbe provato a svolgerlo l’allenatore della squadra primavera, Emanuele Ferraro. Il coach infatti, saputa della cervellotica decisione di allontanare il ragazzo da quel convitto che era diventata la sua nuova casa, ha provato ad opporsi, ricevendo in compenso il benservito. A due giorni dagli avvenimenti raccolti nella denuncia infatti il tecnico si è visto recapitare a casa la lettera in cui la società calcistica, forse non contenta del comportamento tenuto dal proprio tesserato, poneva fine al loro rapporto di lavoro augurandogli, ironia della sorte «le migliori fortune professionali».

LA MOSSA DELLO STRUZZO. E mentre, racconta ancora il legale, il ragazzo «non fa altro che piangere da quando è tornato a Messina dopo il suo allontanamento», la società protagonista di questa presunta epurazione su base parentale non ha preso nessuna determinazione ufficiale, rimandando le spiegazioni su quanto accaduto ai prossimi giorni e trincerandosi in un silenzio imbarazzante interrotto solo dai mugugni che emergono dal sottobosco della tifoseria organizzata. Storicamente schierati a sinistra e più volte protagonisti di episodi di inclusione tra lo stadio e il carcere, gli ultras cosentini non sembrano avere preso bene la cervellotica decisione del club. Gli fanno eco anche gli ultras di Messina, città d’origine del ragazzo, che nei giorni scorsi hanno manifestato la propria solidarietà affiggendo un manifesto eloquente all’ingresso dello stadio peloritano: «Diffamato per il tuo cognome, Pietro Santapaola vero campione». E se al Cosenza fanno orecchie da mercante, aspettando che il caso si sgonfi, sul pero sembrano essersi rifugiati anche la lega di serie B (la Confindustria del secondo campionato di calcio italiano) e l’Associazione italiana calciatori che, ufficialmente non investiti della questione, hanno preferito tirarsi fuori dalla contesa, non intervenendo. Non potranno far finta di niente invece alla Figc, visto che copia della denuncia presentata dall’avvocato Silvestro in Procura, è stata recapitata anche agli uffici di via Allegri. Da qui, il fascicolo potrebbe finire nelle mani della giustizia sportiva.

Pietro Santapaola verrà reintegrato nel Cosenza Calcio: “Esclusione fraintesa”. Le Iene News il 22 marzo 2021. Il giovane campioncino Pietro Santapaola tornerà a giocare per il Cosenza Calcio. Sarebbe stato allontanato per via del suo cognome “pesante” e per le stragi mafiose addebitabili al suo prozio. Dopo il servizio di Ismaele La Vardera, il 17enne ha ricevuto una comunicazione dalla sua squadra: potrà tornare ad allenarsi. Pietro Santapaola verrà reintegrato nel Cosenza Calcio. Abbiamo conosciuto il campioncino 17enne nel servizio di Ismaele La Vardera che potete vedere qui sopra. Il giovane attaccante ci ha raccontato che sarebbe stato allontanato dalla Primavera del Cosenza Calcio per via del suo cognome. Lui è il nipote di Nitto Santapaola, uno dei boss più sanguinari della Sicilia, coinvolto anche nella strage di Capaci. Dopo il servizio de Le Iene, il Cosenza Calcio, che milita in serie B, ha scritto a Pietro parlando di “circostanze del tutto fraintese che l’hanno portato ad allontanarsi dal nostro club presso cui potrà tornare appena le attività giovanili saranno riprese”. Al momento uno dei giovanissimi campioncini è risultato positivo al Covid 19 facendo scattare l’isolamento per tutti e l’interruzione degli allenamenti. Resta cauto il legale di Pietro: "È solo una comunicazione ufficiosa, perché in calce alla mail non vi è nessuna firma", sottolinea Silvestro Salvatore che qualche giorno fa ha presentato un esposto in Procura per mobbing contro il Cosenza Calcio. “Mi hanno stravolto la vita”, ci aveva detto Pietro nel servizio di Ismaele La Vardera. Con lui abbiamo provato a ricostruire tutta la vicenda. Dopo un paio di mesi dal suo acquisto riceve una notizia del tutto inaspettata: “Il direttore mi ha sospeso dicendo che avevo un cognome molto pesante… Mi sono messo a piangere perché temevo di non poter più tornare a giocare a pallone”. I Santapaola sono associati a omicidi e stragi di mafia. “Io non ho mai conosciuto Nitto Santapaola”, dice Pietro. Ma ci confida di non sapere della storia della sua famiglia. La Iena gli tira le orecchie per non aver studiato ma lo aiuta a tornare a giocare.

Mezzojuso, il sindaco Salvatore Giardina non è mafioso ma è incandidabile. Giorgio Mannino su Il Riformista il 17 Marzo 2021. Prima l’indimostrata partecipazione al funerale del boss, poi le inconsistenti parentele dei congiunti con soggetti mafiosi e quindi la permeabilità dell’amministrazione comunale alle associazioni criminali del territorio seppur nessun rapporto con Cosa Nostra sia stato mai acclarato. Nonostante tutto ciò, la prima sezione civile della corte d’appello del tribunale di Palermo – presidente Daniela Pellingra – si è espressa sull’incandidabilità dell’ex sindaco di Mezzojuso, Salvatore Giardina: ricorso respinto e incandidabilità confermata. Nelle undici pagine della motivazione, però, sono tanti gli elementi che non tornano. Un passo indietro. Il comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose nel dicembre 2019. Il paese, già da prima, è sotto i riflettori dei media con la trasmissione Non è l’arena di Massimo Giletti che ha raccontato in più puntate la storia delle sorelle Napoli. Le tre donne vittime di danneggiamenti alla recinzione dei loro campi con conseguenti invasioni da parte di bovini che ne hanno danneggiato le colture. Dietro queste azioni ci sarebbe la mano della mafia. Hanno denunciato i fatti e la loro storia ha avuto grande eco. La giunta comunale, allora guidata dal sindaco Giardina, ha espresso più volte solidarietà. Ma l’amministrazione è stata accusata di un comportamento troppo passivo. Lo scioglimento per mafia venne invocato in diretta tv a Non è l’arena. E il provvedimento arriva firmato da Antonella De Miro, ex prefetto di Palermo. Nelle pagine del documento prefettizio si parla di varie irregolarità amministrative e delle amicizie pericolose di singoli amministratori. Ma l’elemento centrale è la presunta partecipazione di Giardina alle esequie del boss Nicola “don Cola” La Barbera. Antonio Di Lorenzo e Filippo Liberto, legali di Giardina, presentano diverse cartelle cliniche del centro di fisioterapia di Villafrati in cui lavora l’ex sindaco. Documenti firmati dall’ex primo cittadino in un orario compreso tra le 15 e le 19 del 29 ottobre 2004, mentre si stavano svolgendo le esequie del boss. Il tribunale di Termini Imerese, lo scorso agosto, chiamato a pronunciarsi sull’interdittiva elettorale di Giardina, ridimensiona quanto scritto dalla commissione prefettizia: «L’effettiva partecipazione al funerale – scrivono i giudici – non è determinante alla luce della documentazione prodotta in corso di giudizio». L’impalcatura principale sulla quale si è determinato lo scioglimento per mafia scricchiola. E se i giudici termitani citano il dato relativo alle esequie del boss, questo scompare completamente nel pronunciamento della corte d’appello di Palermo. Che conferma la misura interdittiva elettorale di Giardina sulla base dell’azione amministrativa dell’ente condotta, secondo i giudici, in difformità della legge. Secondo la corte “non è calzante ai fini del reclamo” il fatto che nessuno degli amministratori sia inquisito per mafia. Inoltre “la misura interdittiva elettorale non richiede né l’accertamento di fatti di reato, né che la condotta dell’amministratore integri gli estremi di reati per mafia, essendo sufficiente che sia in colpa nella cattiva gestione della cosa pubblica, aperta alle ingerenze delle associazioni criminali”. Se Giardina avesse amministrato un territorio non aperto alle associazioni criminali, forse sarebbe andata diversamente? «È sufficiente – continuano i giudici – la presenza di elementi tali da rendere plausibile, in base all’esperienza, l’ipotesi di una possibile soggezione del pubblico amministratore alla criminalità organizzata». In base all’esperienza? Infine a motivare la decisione è «l’inadempimento delle cautele antimafia sulle relative concessioni edilizie», le solite amicizie o parentele con soggetti pregiudicati e l’erogazione di contributi alla pro loco del paese di cui faceva parte Leonardo La Barbera, “legato ad esponenti mafiosi e al pregiudicato Giuseppe La Barbera”. Giardina si difende. «Sulla concessione edilizia data ad un soggetto vicino al boss Provenzano, i miei avvocati hanno dimostrato che questa persona non è mai stata condannata o inquisita. In ogni caso la concessione viene data dal responsabile dell’ufficio tecnico non dal sindaco. Sono documenti che non vanno né in consiglio comunale e neppure in giunta. Questi errori amministrativi li paga, solitamente, il segretario comunale. Comunque non si è mai sciolto un comune per errori amministrativi». Sul mancato rispetto delle cautele antimafia Giardina spiega: «Ci si riferisce al protocollo al quale degli 81 comuni della provincia palermitana hanno aderito solo in 13. Perché gli altri non vengono sciolti? La prima cosa che si domanda è il certificato antimafia. Se poi la ditta è iscritta alla white-list della prefettura, cosa bisogna fare di più?». La sentenza in sede d’appello per Giardina è un colpo duro da incassare: “Sto perdendo la fiducia nelle istituzioni”. I suoi legali annunciano il ricorso in Cassazione.

Riemerse le prove. Mezzojuso, il padre delle sorelle Napoli fu calunniato dalla polizia: ecco le prove. Giorgio Mannino su Il Riformista il 13 Dicembre 2020. «Trovo strano, se non addirittura inquietante, la circolazione di “veline” di polizia, mentre non sono stati diffusi gli atti giudiziari che attestano l’insussistenza di pericolosità sociale di Salvatore Napoli, padre delle mie assistite Irene, Marianna e Gioacchina Napoli. E che lo stesso sia stato scagionato dalle accuse infamanti solo dopo un processo che vide condannato per calunnia l’autore delle lettere anonime che lo infangavano». Così l’avvocato Giorgio Bisagna difende la memoria del padre delle tre sorelle Napoli vittime, a Mezzojuso, di danneggiamenti – dietro i quali ci sarebbe la mano della mafia – alla recinzione dei loro campi con conseguenti invasioni da parte di bovini che ne hanno danneggiato le colture. Una storia finita sotto i riflettori dei media con la trasmissione su La 7 di Massimo Giletti Non è l’arena che in diretta televisiva, sollecitò l’allora ministro degli Interni Matteo Salvini a sciogliere il comune per mafia. Cosa che avvenne esattamente un anno fa nonostante né l’ex sindaco, Salvatore Giardina, né i membri della sua giunta siano mai stati inquisiti per fatti di mafia. E siano incensurati. Secondo la prefettura di Palermo, uno degli elementi centrali che avrebbero portato al provvedimento, sarebbe stato la partecipazione di Giardina alle esequie del boss don Cola La Barbera il 29 ottobre 2004. Ma i legali dell’ex sindaco, Antonio Di Lorenzo e Filippo Liberto, hanno presentato diverse cartelle cliniche del centro di fisioterapia gestito da Giardina a Villafrati. Documenti firmati proprio dall’ex primo cittadino in un orario compreso tra le 15 e le 19 del 29 ottobre 2004, mentre si svolgevano le esequie. A cui avrebbero partecipato, secondo molte fonti del paese, circa mille persone. Due settimane fa, invece, durante la trasmissione di Giletti, un testimone anonimo ha raccontato di aver visto “con i suoi occhi, nel primo pomeriggio” Giardina al funerale di La Barbera. E di non potersi sbagliare perché “c’erano circa 20 persone”. La presenza di Giardina sarebbe confermata da una relazione “corposa e dettagliata” dei carabinieri della compagnia di Misilmeri, trasmessa poi alla procura di Termini Imerese. Ma di questo documento, al momento, non c’è traccia. Abbiamo fatto richiesta al comando dei carabinieri ma l’esito è stato negativo. Richiesta inoltrata, circa dieci giorni fa, anche alla prefettura. Siamo ancora in attesa di risposta. Gli avvocati di Giardina aspettavano di leggerla negli atti processuali, ma non è mai stata presentata. Sul caso delle tre sorelle l’amministrazione, inoltre, è stata accusata di un comportamento passivo e dunque di aver favorito un clima d’isolamento. Intanto la macchina mediatica, messa in moto da Giletti, aveva sbattuto il mostro su La 7 in un processo in diretta tv. Ad esacerbare un clima già avvelenato sono state le notizie riguardanti il padre delle sorelle Napoli, Salvatore “Totò” Napoli ex sindaco del paese. In particolare la sua presunta mafiosità, affibbiatagli a suon di calunnie, come accertato dalla magistratura, dai suoi avversari politici. Incartamenti che abbiamo potuto leggere solo pochi giorni fa. Il 30 maggio 1968, Napoli – già oggetto di diffida nel 1963 – venne proposto, sulla base di una serie di lettere anonime, dal questore di Palermo Zamparelli per l’emissione di un provvedimento di sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno in un comune fuori dalla Sicilia in quanto «ha finito con l’aggiudicarsi il ruolo di capo della malavita organizzata del luogo e che è riuscito ad eludere ogni investigazione perché protetto». La polizia gli attribuisce un omicidio e un tentato omicidio, danneggiamenti e atti incendiari. Ma «su tali fatti non è stato possibile raccogliere quelle prove necessarie per denunciarlo, pur nella consapevolezza della sua responsabilità», scrive la questura. Il tribunale due mesi dopo rigetta la proposta di Zamparelli «in quanto le proposizioni del rapporto erano apparse generiche e che le accuse anonime mosse contro di lui, provenissero dai suoi avversari politici per frustrarne il suo operato». Giudizio confermato anche dalla Corte d’appello di Palermo nel 1969: «È molto verosimile che lo scopo sia stato quello di eliminarlo politicamente e che contro di lui sia stata ordita un’ignobile macchinazione». Nel 1971 Napoli viene iscritto nello schedario delle persone indiziate di appartenere alla mafia. L’autore dell’esposto anonimo contro Napoli inviato alla questura è stato poi identificato in Francesco Paolo Bonanno condannato per calunnia nel 1974. «La cultura del sospetto va combattuta. Sono i fatti e gli atti giudiziari che devono avere rilevanza», dice Bisagna. Al netto di tutto ciò – che era doveroso ricordare – restano in piedi i tanti dubbi sullo scioglimento di Mezzojuso durante l’amministrazione Giardina quando di mafia, in realtà, in quel palazzo non sembra esserci stata traccia.

Ignorato il primo cittadino infangato. Giletti Re dei processi mediatici: sindaco messo alla gogna da testimone incappucciato e ignoto senza alcuna prova. Giorgio Mannino su Il Riformista il 5 Dicembre 2020. «Questa sera faremo vedere un documento fortissimo che riguarda l’ex sindaco di Mezzojuso, Salvatore Giardina. Che ha sempre detto di non essere mai andato al funerale di don Cola La Barbera, il capomafia del paese. L’uomo che proteggeva la latitanza di Bernardo Provenzano. Un documento che chiarirà la vicenda in modo definitivo». Domenica scorsa, con un ingresso a effetto Massimo Giletti, durante la trasmissione Non è l’arena su La 7, ha aperto così l’ennesimo capitolo, il quattordicesimo, dedicato alla storia delle sorelle Napoli – vittime di danneggiamenti, dietro ai quali ci sarebbe la mano della mafia, alla recinzione dei loro campi con conseguenti invasioni da parte di bovini che ne hanno distrutto le colture – legato a doppio filo con lo scioglimento per mafia di Mezzojuso. L’attesa è trepidante. Il set montato è sempre lo stesso. Da un lato Rita Dalla Chiesa, dall’altro l’ex deputata Nunzia De Girolamo, in collegamento – alle spalle di Giletti – Irene, Marianna e Gioacchina Napoli. Le tre donne figlie di Salvatore “Totò” Napoli ritenuto, secondo fonti investigative, “capo indiscusso della famiglia mafiosa di Mezzojuso” già dalla fine degli anni Cinquanta e protettore, negli ultimi anni della sua latitanza, di Bernardo Provenzano nascosto proprio da Napoli in un monastero ortodosso del paese, e iscritto nel 1971 nello schedario degli indiziati per mafia, al numero 859, dall’allora capitano della stazione dei carabinieri di Corleone Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il grande assente è proprio l’ex sindaco Giardina, accusato nel tribunale mediatico allestito da Giletti, ma non invitato alla trasmissione, in barba al contraddittorio. Il programma va avanti. Monta la suspence. Giletti, più volte, ricorda di essere in possesso, mimando con la mano la presenza di una documentazione cartacea, di un «documento fondamentale per dimostrare la presenza di Giardina al funerale di don Cola La Barbera». Gli addetti ai lavori si aspettano la famigerata relazione, redatta dai carabinieri e citata nel provvedimento prefettizio di scioglimento per mafia, secondo la quale Giardina era presente, il 29 ottobre 2004, al funerale del boss La Barbera: «Tra i presenti – è scritto nella relazione prefettizia – anche il sindaco Giardina, all’epoca assessore, come annotato in una relazione di servizio dei CC». La presenza dell’ex sindaco a quelle esequie è stato uno degli elementi principali che hanno portato allo scioglimento per mafia del Comune. E che invece, la sezione civile del tribunale di Termini Imerese, pronunciandosi lo scorso agosto sull’incandidabilità di Giardina e di altri assessori della sua giunta, aveva definito «in questa sede non determinante, anche in considerazione dell’incertezza stessa della partecipazione». Un cortocircuito che desta più di qualche dubbio sulle reali motivazioni che hanno portato allo scioglimento per mafia di Mezzojuso. Antonio Di Lorenzo e Filippo Liberto, legali di Giardina, hanno presentato diverse cartelle cliniche del centro di fisioterapia gestito dall’ex sindaco a Villafrati. Documenti firmati proprio dall’ex primo cittadino in un orario compreso tra le 15 e le 19 del 29 ottobre 2004, mentre si stavano svolgendo le esequie del boss. Giardina non poteva trovarsi a Mezzojuso. L’altro documento che potrebbe mettere un punto sulla vicenda sarebbe proprio la relazione dei carabinieri. La lunga attesa, però, viene delusa. Quello che doveva essere un “documento fortissimo” si riduce a una testimonianza anonima. Che Giletti presenta in pompa magna: «Forse quella carta (la relazione dei carabinieri, ndr) non servirà più dopo questa dichiarazione». In realtà si tratta di una bolla di sapone che esplode poco dopo. Un soggetto incappucciato, di spalle, con la voce modificata, afferma di aver visto “con i suoi occhi, nel primo pomeriggio” Giardina al funerale di La Barbera. E di non potersi sbagliare perché “c’erano circa 20 persone”. L’uomo si dice, inoltre, «disposto a testimoniare davanti all’autorità giudiziaria». Ma perché la magistratura dovrebbe avvalersi di questa testimonianza se la procura di Termini Imerese, come confermato dal comando dei carabinieri di Misilmeri che l’ha trasmessa, possiede già la relazione “corposa e dettagliata che accerta la presenza di Giardina” su quel funerale vietato dalla questura? Di quali ulteriori elementi avrebbe bisogno e per quali obiettivi? Nel racconto del testimone, però, incappucciato qualcosa non torna. Come confermato da più fonti a Il Riformista, alle esequie di La Barbera sarebbero state presenti più di 1.000 persone. Un dato che trova un’ulteriore sponda con le affermazioni del collaboratore dell’ex generale dei carabinieri Nicolò Sergio Gebbia, ex assessore della giunta Giardina: «Mi disse – ricorda Gebbia – che aveva rivisto le registrazioni dell’evento, cui avevano partecipato più di mille persone. E che gli amministratori comunali coinvolti erano 5, quattro presenti all’interno del cimitero e il quinto, al vertice dell’amministrazione, che aveva reso una visita di condoglianze alla famiglia del morto. Escluse che fra i presenti ci fosse Salvatore Giardina». Dalla compagnia dei carabinieri di Misilmeri fanno sapere che “il testimone è attendibile”. Della relazione, intanto, non pare esserci traccia. Abbiamo fatto richiesta al comando dei carabinieri ma l’esito è stato negativo. Richiesta inoltrata anche alla prefettura, siamo in attesa di risposta. Gli avvocati di Giardina aspettavano di leggerla negli atti processuali, ma non è mai stata presentata: perché? A non averla è lo stesso Giletti, tra i maggiori sponsor dello scioglimento per mafia di Mezzojuso. La relazione, a detta di molti, conterrebbe il nome di Giardina tra i presenti al funerale. Perché finora non è saltata fuori? «Sono incensurato, non si è mai fatta un’indagine su di me. E sono stato crocifisso. Giletti ha buttato fango su un’intera comunità. La trasmissione è stata creata ad hoc per fare pressioni sull’udienza d’appello nella quale, a gennaio, si deciderà sulla mia riabilitazione. Quella testimonianza è un falso e temo che, a seguito delle grandi manovre che in queste ore si stanno profilando in paese, possano essere costruite altre falsità. Tuttavia sono fiducioso perché continuo a credere nella magistratura», dice l’ex sindaco. Intanto i suoi legali ventilano «l’ipotesi di un’attività querelatoria».

I 19 sono tutti quelli che il procuratore ama chiamare “colletti bianchi”. Inchiesta Basso profilo, blitz da film di Gratteri contro cosca: ma non erano mafiosi…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 5 Marzo 2021. Almeno la metà degli indagati nell’inchiesta “Basso profilo” del crotonese, condotta dal procuratore Nicola Gratteri, non è fatta di mafiosi. Si tratta dei primi 19 indagati che hanno fatto ricorso al Tribunale del riesame, che ha annullato l’aggravante prevista dall’articolo 416 bis del codice penale. Per chi ama la spettacolarizzazione delle inchieste di mafia, può sembrare normale il fatto che vengano impiegati trecento poliziotti e dieci elicotteri per sgominare una cosca. Ma se, nel giro di un mese, a un gran numero di indagati che fanno ricorso al tribunale del riesame, come prima cosa viene annullata l’aggravante mafiosa, forse viene quanto meno il dubbio che il procuratore Gratteri abbia in mano un pugno di mosche, cioè abbia fatto arrestare degli innocenti, oppure che abbia sbagliato e ingigantito le imputazioni. E che abbia visto mafia anche dove non c’è. Ormai in Calabria è un refrain quotidiano con schema fisso: prima il blitz con grande impiego di mezzi e uomini, poi la conferenza stampa in cui si annuncia la maxi-operazione contro la ‘ndrangheta “dei colletti bianchi”. Così è accaduto anche lo scorso 21 gennaio, con l’operazione “Basso profilo”, quella che aveva conquistato titoli sui giornali solo perché nelle carte c’era anche il nome di Lorenzo Cesa, il segretario dell’Udc costretto alle dimissioni da un’informazione di garanzia per una colazione di quattro anni fa. Quel giorno il procuratore di Catanzaro aveva ricordato ai giornalisti la natura del suo schema fisso, quello tramite il quale pensa di smontare la Calabria e poi ricostruirla come si fa con un Lego. «L’indagine di questa mattina –aveva detto- è la sintesi di quello che diciamo ormai da decenni: la ‘ndrangheta spara meno però corrompe e ha sempre più rapporti nel mondo dell’imprenditoria e nel mondo della politica». Nicola Gratteri sembra non avere dubbi. Se le cosche smettono di sparare non è perché il fenomeno criminale si sta attenuando, come è già successo in Sicilia dopo la sconfitta dei Corleonesi. E neanche perché per esempio quello del narcotraffico rimane il mercato più appetibile e che non sempre necessita la conquista dei territori con il mitra. Dalle indagini della Dda di Catanzaro pare quasi invece che la deposizione delle armi da parte delle famiglie di ‘ndrangheta debba per forza coincidere da parte dei boss con l’abbandono di lauti guadagni, per accontentarsi di operazioni di piccolo cabotaggio insieme a consiglieri comunali e assessori di piccoli centri urbani. L’operazione che viene chiamata “Basso profilo”, ma che è stata presentata in grande spolvero, è un po’ così. Vediamo come sta andando. Parte con 49 indiziati, di cui 13 in carcere e 35 ai domiciliari. Viene coinvolto l’ex parlamentare europeo Lorenzo Cesa, proprio nei giorni in cui ancora il mondo politico è in fermento per l’ipotesi di arrivare al terzo governo di Giuseppe Conte anche con il coinvolgimento dell’Udc di cui Cesa è segretario. Il suo scalpo viene gettato nella conferenza stampa come un boccone prelibato: sarebbe stato coinvolto in una colazione in un ristorante romano dal responsabile regionale dell’Udc in Calabria, che lo avrebbe raggiunto con due persone che lo stavano aiutando in una campagna elettorale. L’accusa lascia intendere che si intendesse proporre a Cesa una sorta di voto di scambio (io offro voti al tuo compagno di partito e tu mi aiuti), ma di questo non c’è prova, anche perché non c’è stata nessuna captazione della conversazione, essendo il segretario dell’Udc all’epoca parlamentare europeo. Ma la cosa significativa, anche per lo stesso Cesa, cui questa “sciocchezzuola” è costata la segreteria del suo partito, è il fatto che già diciannove indagati di quell’inchiesta abbiano visto cadere nei loro confronti l’aggravante mafiosa. Ma soprattutto il fatto che tra questi ci sia proprio Mimmo Talarico, cioè il responsabile calabrese dell’Udc che aveva organizzato il famoso incontro a Roma. Tra l’altro i 19 sono tutti quelli che il procuratore Gratteri ama chiamare “colletti bianchi”: ex assessori, consiglieri comunali, commercialisti, dipendenti regionali, notai, avvocati. E anche imprenditori. E’ il crollo del teorema che fondava l’inchiesta “Basso profilo” sui collegamenti tra la mafia crotonese e reggina, il mondo dell’impresa e la politica. E se a questo aggiungiamo anche un certo numero di scarcerazioni disposte dal tribunale della libertà oltre a quella cui aveva provveduto il gip, nei confronti di un poveretto la cui voce era stata scambiata con quella di un altro solo perché ambedue si chiamavano Giuseppe, il quadro è completo.

Così si rafforza la 'ndrangheta. Blitz, 204 arresti e appena 8 condanne: presunto boss assolto ma per lui niente funerale. Ilario Ammendolia su Il Riformista il 4 Marzo 2021. Ricordate Platì? Un piccolo centro dell’Aspromonte di circa 4000 abitanti contro cui nel novembre del 2003 si scatenò l’operazione “Marine” che vide oltre mille carabinieri muoversi alle prime luci dell’alba all’assalto del Paese. Ne parlarono le televisioni a rete unificate, i giornali nazionali ed il caso finì anche sul New York Time e la Bbc. In effetti fu una autentica operazione di guerra con rastrellamenti ed arresti di massa. In carcere finì il sindaco che era anche il medico del paese, il segretario comunale, il tecnico e finanche lo ”scemo” del villaggio. Il poveretto non voleva salire sul cellulare dei carabinieri sino a quando i suoi compaesani, mossi da compassione, non riuscirono a convincerlo che l’avrebbero portato in pellegrinaggio da Padre Pio. Su 4000 cittadini ben 204 furono coinvolti. Almeno uno a famiglia. Ci pensarono i giudici a ristabilire la verità: quasi tutti assolti. Solo 8 su 204 furono condannati. In uno Stato serio, “Marine” avrebbe fatto scuola. I giovani “uditori giudiziari” avrebbero studiato il “caso” per capire come non dovrebbe comportarsi un magistrato, perché una cosa è chiara: l’operazione finì col rafforzare la ‘ndrangheta spingendo gli innocenti sulla stesa sponda dei mafiosi. Ed invece pur a distanza di tanti anni, quella sciagurata operazione continua a produrre danni contro gli inermi cittadini del Paese. A Platì, dopo aver sospeso la democrazia per decenni sciogliendo a ripetizione i consigli comunali, adesso si proibiscono i funerali in Chiesa. Platì è di fatto paese “scristianizzato”. Facciamo qualche esempio: il 14 febbraio scorso muore a soli 53 anni Domenico Perre, padre di 4 figli. La questura vieta il funerale a causa dei “trascorsi giudiziari” del defunto e per i “legami di parentela” dello stesso. In questo caso non vogliamo neanche invocare il principio costituzionale secondo cui “la responsabilità penale è personale” ma piuttosto capire quali sono i trascorsi giudiziari di cui parla la questura e quali sono i rapporti di parentela alla base del divieto. Ma prima occorre sgombrare il campo da un equivoco creato ad arte della questura nel momento in cui vieta funerali a raffica scrivendo con burocratica puntualità che «il divieto è necessario perché il funerale potrebbe essere l’occasione propizia per la commissione di azioni di rappresaglia». Ebbene, a Platì storicamente non è in corso alcuna faida e l’ultimo omicidio di mafia risale a qualche decennio fa. Di quale “operazione di rappresaglia” si parla? E contro chi? Ritorniamo ai fatti. Perre non ha mai riportato una condanna penale ma, si badi bene, è stato arrestato nell’operazione “Marine”. Assolto ed indennizzato per “ingiusta detenzione” rimane un “pregiudicato” perché, a queste latitudini, neanche le sentenze dei giudici possono cancellare il marchio a fuoco impresso da qualche Pubblico Ministero. La stessa cosa per il padre del defunto e per il suocero. Tutte e due arrestati nell’ambito dell’operazione “Marine” ed assolti già nel primo grado di giudizio. Tutte e due indennizzati per ingiusta detenzione. In conclusione né Perre Domenico, né il padre, né il suocero hanno avuto condanne penali passate in giudicato ma tutte e tre sono stati coinvolti nell’operazione “Marine” che è stata un’ecatombe di innocenti e che continua a produrre i suoi effetti scellerati e perversi sulla vita dei cittadini di Platì. In qualche occasione si va ancora oltre, è il caso del divieto di svolgere i funerali di Barbaro Giuseppe di cento anni e sei mesi. Poco tempo prima aveva festeggiato il secolo di vita in Chiesa. La festa sì, ma… non il funerale. Sarebbe bene che la ministra dell’Interno chiarisse in Parlamento con quale diritto si vieta di portare in Chiesa, per la funzione religiosa, la salma di un vecchio di religione cattolica, incensurato all’età di cento anni. Se il fatto si fosse svolto nella Cina “comunista” o nell’Afghanistan dei talebani sicuramente le autorità cattoliche avrebbero protestato. Ma… la Calabria è molto più lontana. Il parroco del Paese, un lombardo che ha vissuto quasi mezzo secolo in missione, in passato ha espresso la sua ferma indignazione puntando il dito contro gli arbitrari divieti del Ministero dell’Interno. È stato tutto inutile. Concludiamo: a Platì la ‘ndrangheta c’è ed è una cosa terribilmente seria. Sradicarla (e non solo attraverso la repressione) sarebbe un dovere dello Stato; far finta di combatterla arrestando gli innocenti, sciogliendo i consigli comunali, vietando i funerali, umiliando i parroci, intimorendo i sindaci ed ignorando le stesse sentenze della magistratura, significa percorrere la rovinosa strada imboccata nel novembre del 2003 con l’operazione “Marine”. Una operazione che ha ottenuto come unico risultato uno scatto in avanti della ‘ndrangheta a cui corrisponde il silenzio rassegnato dei cittadini onesti, anche se non possono dirsi più tali essendo stato impresso sulle loro carni il marchio indelebile di ex galeotti. Percorrendo tale via la credibilità dello Stato è scesa sotto zero. Mentre s’è creato l’humus che consente alla ndrangheta di crescere e svilupparsi. Toccherebbe alla politica, se ancora ve ne fosse uno straccio in Calabria, bloccare la spirale impazzita ma, anche in vista delle prossime elezioni regionali, i “politici” parlano d’altro. Cioè del nulla. E comunque il caso Oliverio (ma anche Tallini) sconsiglia fortemente (quantomeno ai pavidi) di opporsi a coloro che detengono il “Potere”. Quello vero!

Caro Pignatone, il tribunale del popolo che processò Sciascia è ancora in piedi…Davide Varì su Il Dubbio il 16 febbraio 2021. Sono passati anni dagli attacchi contro Sciascia ed è un bene che un ex magistrato del livello di Giuseppe Pignatone riesca a parlarne con serenità e intelligenza. «Rimane sempre valido, al di là dell’evoluzione del fenomeno criminale e dei progressi delle tecniche investigative, il nucleo essenziale del pensiero di Sciascia sulla mafia e sui temi della giustizia: “La repressione violenta e indiscriminata, l’abolizione dei diritti dei singoli non sono gli strumenti migliori per combattere certi tipi di delitti e associazioni criminali come mafia, ‘ndrangheta e camorra”. E ancora: “La soluzione passerà attraverso il diritto o non ci sarà; opporre alla mafia un’altra mafia non porterebbe a niente, porterebbe a un fallimento completo”. Non credo che si possa dire altro, e meglio». Si chiude così l’editoriale dell’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, pubblicato su La Stampa di ieri; si chiude con questa lunga e bellissima citazione di Leonardo Sciascia. Diciamolo subito: l’omaggio allo scrittore siciliano da parte del magistrato di “Mafia Capitale” era tutt’altro che scontato. L’idea secondo cui le mafie “ non si combattono con la terribilità della giustizia ma col diritto” – per dirla sempre con Sciascia – è stata osteggiata per anni dall’ala dura dell’antimafia e da un certo numero di procure che spesso, in nome della guerra alla criminalità organizzata, hanno chiesto ( a volte preteso) di chiudere un occhio sul mancato rispetto dei diritti, quasi che la Costituzione fosse un ostacolo, un inutile intralcio. E non parliamo di Pignatone, naturalmente. Il quale sa bene che lo scrittore siciliano pagò cara la propria libertà di pensiero. Le truppe dell’antimafia militante lo misero all’indice e gli diedero del “quaquaraquà”. Sciascia subì attacchi violentissimi e volgarissimi, finì “sotto processo” e rispose in modo dolente a quegli insulti inaspettati: “Non molti anni fa – raccontò in quel periodo – si diceva che facevano il gioco di qualcuno o di qualcosa che bisognava invece combattere”. E poi, sempre più esplicito e sofferente, nella famosa e penosa polemica con Nando Dalla Chiesa, scrisse: “Il figlio del generale ( Dalla Chiesa ndr) arriva ad affermare, in una intervista, che con le mie dichiarazioni avevo fatto il gioco della mafia. Ora io non riesco a capire perché dicendo queste cose si faccia il gioco della mafia. Ma dire che si fa il gioco della mafia è gratuita e sciocca diffamazione”. E quando il Corriere della Sera pubblicò il suo famoso articolo sui “professionisti dell’antimafia”, gli attacchi furono ancora più brutali. L’autonominato Coordinamento antimafia, lo stesso che gli diede del quaquaraquà, scrisse parole rabbiose e durissime: “Siamo certi che Sciascia, un po’ per una certa affinità di cultura, oltre che per spirito di anticonformismo, preferisca ad Orlando i sindaci che lo hanno preceduto: magari quelli degli anni ‘ 60, come Ciancimino” E infine la “sentenza”: “Marchiarlo come mafioso sarebbe possibile solo facendo un torto alla nostra intelligenza ed alla sua memoria storica… Non ce ne voglia, allora, l’illuminato uomo di cultura Leonardo Sciascia, se per questa volta, con tutta la nostra forza, lo collochiamo ai margini della società civile”. Replica dello scrittore: “ Non so chi faccia parte di questo coordinamento, immagino però che ci sia una prevalenza comunista. Invece di darmi il confino di polizia mi hanno dato il confino ai margini della società civile. Ma il guaio è che dove finisce la loro società civile comincia il diritto”. E poi: “La lotta alla mafia si fa attraverso il diritto. Ad un coordinamento simile farei credito se avesse emesso un comunicato quando un cittadino è entrato vivo in questura e se ne è uscito morto”. Sono passati più di trent’anni da quelle polemiche, da quegli attacchi così sguaiati ed è un bene che oggi un ex magistrato del livello di Giuseppe Pignatone riesca a parlarne con serenità e intelligenza. Anche perché la macchina infernale che ha processato Sciascia in pubblica piazza, viaggia ancora a pieno regime. E quel meccanismo perverso che lo ha stritolato viene oliato quotidianamente dai nuovi professionisti dell’antimafia e dai “custodi della legalità”. Oggi come ieri chiunque alzi la bandiera dei diritti e delle garanzie è inserito d’ufficio nella black-list dei cattivi, quasi ci fosse una sorta di connivenza mafiosa da parte di chi invece sta solo riaffermando i principi costituzionali. Lo sanno bene le migliaia di avvocati che vengono descritti come complici dei presunti colpevoli (e ribadiamo presunti) mentre invece stanno esercitando il diritto inviolabile alla difesa. Insomma, Sciascia non c’è più ma il “tribunale del popolo” è ancora al suo posto.

La storia del campione del mondo. L’incubo di Vincenzo Iaquinta, dal Mondiale vinto alla gogna: “Fatti a pezzi perché calabresi”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 21 Maggio 2021. Da campione del mondo a cliente indesiderato dalle banche per la vicenda giudiziaria che ha travolto la sua famiglia. È il calvario che sta vivendo Vincenzo Iaquinta, ex attaccante di Juve e Udinese e della nazionale di Marcello Lippi che nel 2006 vinse il Mondiale in Germania. Suo padre, Giuseppe, 64 anni, è in carcere dal 2018 e sta scontando una condanna in Appello a 13 anni (in primo grado erano 19) per associazione di stampo mafioso. «Il cognome Iaquinta deve tornare pulito come era prima. Tutto questo è umiliante ma ho fiducia nella giustizia e nella Cassazione», spiega Iaquinta che prende le distanze dal mondo della ‘ndrangheta. «Ho guadagnato soldi puliti grazie al calcio, io e la mia famiglia non ci andiamo a sporcare con queste merde, perché così vanno chiamate». L’ex attaccante vuole andare fino in fondo per provare l’innocenza del genitore. E lo annuncia nello studio di Pasquale Muto, uno degli avvocati che sta seguendo l’inchiesta che ha coinvolto il padre, rientrato negli oltre 100 arresti dell’operazione Aemilia (gennaio 2015) contro la cosca Grande Aracri, originaria di Cutro (Crotone) ma radicata nel Centro Italia con base Reggio Emilia. Indagine condotta dall’allora sostituto procuratore Marco Mescolini, poi nominato capo della procura emiliana prima di essere trasferito per “incompatibilità ambientale” a Firenze perché coinvolto nelle chat con l’allora consigliere del Csm, Luca Palamara. Una inchiesta show in cui sono finiti nel tritacarne, oltre alla famiglia Iaquinta, politici e imprenditori edili (quelli originari di Cutro esclusi quasi a prescindere dalla White List, l’elenco delle imprese non compromesse con ambienti criminali e ammesse a partecipare agli appalti per la ricostruzione post terremoto). Nel tritacarne è finito anche l’avvocato Giuseppe Pagliani, consigliere locale di Forza Italia, assolto a fine 2020 in Appello dall’accusa di concorso esterno. Giuseppe Iaquinta è in carcere da tre anni «per le dichiarazioni dei pentiti e alcune intercettazioni dove ci sono persone (Romolo Villirillo, Nicolino Sarcone e Alfonso Paolini, ndr) che parlano di lui», spiega Vincenzo. «Non c’è nessuna prova che fa parte della ‘ndrangheta, solo indizi, supposizioni, tutto materiale non riscontrato. Eppure è lì dentro (carcere di massima sicurezza di Voghera, ndr)». Vincenzo, invece, è stato condannato a due anni (con il beneficio della sospensione condizionale) per la mancata custodia di due pistole, regolarmente denunciate, ma trovate a casa del padre, a cui in quel periodo non era stato rinnovato il porto d’armi dopo l’interdittiva. Secondo l’accusa papà Iaquinta era a disposizione della cosca per dar vita a un’associazione di imprese vicine alla ‘ndrina e chiamate a contrastare quelle con il bollino antimafia. Inoltre si avvaleva della cosca per recuperare ben due ombrelloni rubati in spiaggia in Calabria e veniva coinvolto in una operazione di riciclaggio (“affare Blindo”) mai concretizzatasi, in cui il suo nome viene pronunciato dai referenti del boss Nicolino Grande Aracri, pentitosi di recente (le sue prime rivelazioni sono al vaglio della procura di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri) e da una commercialista di Bologna (Roberta Tattini) che ha poi ritrattato tutto dopo aver inizialmente fornito particolari non riscontrati. «Il 19 giugno 2011 – racconta l’ex centravanti – ero di ritorno dal matrimonio di Bonucci. Ero in macchina con Marchisio e sono arrivato a casa mia, a Reggiolo, alle 16. La Tattini sostiene di avermi incontrato, insieme a mio padre, in un bar a Gualtieri, a 20 chilometri da Reggiolo, intorno allo stesso orario. Poi ha ritrattato tutto sostenendo che non era a Gualtieri ma a Reggiolo alle 19.30. Ci ritroviamo a doverci difendere da questa roba qua», commenta.

Oltre alle intercettazioni e alle parole dei pentiti, ci sono foto e partecipazioni a cene o pranzi. Non è mai stato tenuto in considerazione il contesto socio-culturale.

Lui conosce tutti. Con Paolini ha giocato a calcio tanti anni. Con Grande Aracri ha un legame di parentela perché la figlia ha sposato il figlio di una sorella di mio padre. Ma che ci può fare? Ha 10 fratelli e da quasi 50 anni vive al Nord. A Cutro ci tornava per matrimoni, funerali o d’estate. E poi veniva tartassato da tutti.

Per la tua notorietà?

Quando sono diventato famoso nel calcio anche lui era considerato un riferimento sia a Reggiolo che al sud. Tutti lo chiamavano per chiedergli una maglietta, una foto con me, i biglietti per le partite.

Come è nata la foto con il boss Grande Aracri?

Estate 2011, ero a Porto Kaleo con la mia famiglia. Il fratello mi dice che Nicolino Grande Aracri voleva incontrarmi per una foto, una maglietta. Io dissi che non c’erano problemi e all’incontro andai con tutta la mia famiglia: mio padre, mia moglie, i miei figli, mia suocera, mio cognato, i miei zii. Una persona presente scatta una foto, la pubblica sui social e per gli inquirenti quello è diventato un summit, a mezzogiorno e sotto il sole, per parlare dell’affare dell’eolico. Ma per piacere.

Da allora sono iniziati i problemi?

Di lì a poco. Mio padre è incensurato. Non ha dieci aziende ma una sola da decenni. Ha lo stesso commercialista da 40 anni. Con le banche aveva dei mutui. Non hanno mai trovato una fattura falsa né movimenti bancari sospetti. Nulla. Su consiglio dell’avvocato Taormina, che ci ha seguiti in primo grado, si era anche autodenunciato in Procura dopo aver subito l’interdittiva.

E i controlli?

Zero. Si sono solo presentati il giorno dell’arresto, nel 2015. Nei mesi successivi viene accolto il nostro ricorso ed esce dopo 58 giorni di carcere. Poi nel febbraio 2016 anche la Cassazione ha ritenuto il carcere non necessario per mancanza di gravi indizi di colpevolezza.

La sentenza di primo grado nel 2018 è stata pesante. In Appello, a dicembre 2020, alcuni racconti dei pentiti non hanno retto.

19 anni sono un macigno, soprattutto quando ti sbattono dentro senza prove concrete. Poi la condanna è scesa a 13 anni perché per i giudici mio padre faceva parte dell’associazione mafiosa dal 2012 al 2015 e non fino al 2018, come avevano raccontato dei collaboratori di giustizia. Aggiunge l’avvocato Muto: «Non sono mai emersi riscontri eterogenei su Iaquinta. La prova non è diretta su Giuseppe ma sempre tramite altri. L’accusa costruisce un puzzle secondo cui Iaquinta è colpevole perché non poteva non sapere che tutti gli altri si interessavano di lui in quel modo. Adesso attendiamo le motivazioni dell’Appello che dovrebbero arrivare entro metà giugno: capiremo perché è considerato un mafioso».

Tuo padre avrebbe chiesto l’aiuto della ‘ndrangheta per recuperare due ombrelloni.

Estate 2011. I miei sono alla casa al mare in Calabria e a mio padre rubano due ombrelloni dalla spiaggia. In una delle chiamate quotidiane con Paolini, si mostra amareggiato per l’episodio. Paolini chiama Romolo Villirillo, che non aveva neanche il numero di mio padre, che si vanta poi di aver risolto il problema.

L’affare Blindo?

Una banda del Nord ruba un milione e 400mila euro da un blindato ed entra in trattativa con Villirillo. Chiedono in cambio 800mila dollari puliti. Villirillo menziona mio padre a mo’ di garanzia perché tutti sapevano che aveva quella disponibilità economica grazie al mio lavoro. L’affare inoltre non si è mai concretizzato.

La cena organizzata da Pagliani?

(Risponde l’avvocato Muto) «Alcuni imprenditori edili organizzano la cena con Pagliani dopo essere stati esclusi dalla “White List”. Giuseppe Iaquinta, che nelle intercettazioni viene fatto passare come uno degli organizzatori, arriva verso la fase finale della cena e vi resta per poco più di mezz’ora. È tutto documentato».

Come sta tuo padre?

Non lo vedo da prima della pandemia, febbraio scorso. È forte, sta resistendo ma psicologicamente è dura. Nelle videochiamate ci dice di fare qualcosa per farlo uscire.

Che idea ti sei fatto della giustizia italiana?

Sono rimasto deluso. Mai avrei immaginato una cosa del genere. Siamo sempre stati una famiglia umile, partendo da mio nonno che ha cresciuto 10 figli. Poi a 16 anni mio padre è salito con una valigia di cartone insieme a mia mamma. Ha lavorato prima a Milano poi a Reggiolo dove viveva in un buco.

Nei tuoi confronti è cambiato qualcosa dopo l’arresto di tuo padre?

Sì. Per molte persone siamo colpevoli a prescindere, ci considerano mafiosi. Fortunatamente ho tanti amici che mi vogliono bene e nel mondo del calcio mi sento ancora con i compagni di squadra del Mondiale. Ma qui, a Reggio Emilia, la mia famiglia è stata martellata sui giornali. È successo di tutto…

Un esempio?

Avevo un conto corrente alla Credem e mi arriva una lettera in cui c’è scritto che non sono cliente accettato. Passo a Generali e dopo un po’ mi arriva la stessa lettera. Alla fine ho dovuto aprire il conto alle Poste. Ti rendi conto che umiliazioni? Con i soldi puliti guadagnati durante la mia carriera da calciatore. Sto vivendo una situazione difficile insieme a mia moglie e ai miei quattro figli.

I tuoi figli hanno realizzato quello che è accaduto al nonno?

Purtroppo sì. Soprattutto sui social dove leggi di tutto. Spesso quando pubblicano qualcosa arrivano commenti poco edificanti. Insulti gratuiti. Tutto questo non è bello.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

«Io, Iaquinta, ho vinto il mondiale ma ora mi chiamano mafioso…» Simona Musco su Il Dubbio il 12 febbraio 2021. Iaquinta, uno degli eroi di Berlino del 2006, racconta di come il suo mondo, fatto di gol e corse sui campi verdi, sia stato stravolto da un’operazione della Dda, che ha fatto finire in carcere centinaia di persone, compreso suo padre. «Perché me lo tengono in carcere? Così me lo ammazzano. È un accanimento». Vincenzo Iaquinta, uno degli eroi di Berlino del 2006, non si dà pace. Ci racconta la storia di suo padre dallo studio di uno dei suoi avvocati, Pasquale Muto. E racconta di come il suo mondo, fatto di gol e corse sui campi verdi, sia stato stravolto da un’operazione della Dda, che ha fatto finire in carcere centinaia di persone, compreso suo padre. Una tela che ha imbrigliato anche lui, il campione del mondo, che nella comunità calabrese dell’Emilia Romagna «è come Gesù bambino», spiega Muto per rendere l’idea di quanto sia amato. Iaquinta è stato condannato nel processo “Aemilia” ad un anno (in primo grado a due), pena sospesa, per la mancata custodia di due pistole e 126 proiettili, ceduti, secondo il pm, al padre al quale, fin dal 2012, un provvedimento del prefetto di Reggio Emilia ne aveva proibito la detenzione. Ed è per lui, accusato di essere una figura strategica delle cosche emiliane legate al clan di Cutro, che Vincenzo decide di parlare. Per i giudici del primo grado, che lo avevano condannato a 19 anni (ridotti a 13 anni in appello), «grazie alla sua brillante carriera di imprenditore edile, alla sua incensuratezza, alla disponibilità di denaro e alla positiva immagine pubblica del figlio Vincenzo, noto giocatore della serie A di calcio e campione del mondo, rappresenta una delle figure maggiormente importanti, strategiche, all’interno del sodalizio criminoso». Insomma, un nome buono – e famoso – da spendere per ottenere potere. Ma il figlio, che a quelle accuse non ha mai creduto, non ci sta. «Il mio nome serviva per dare lustro a questo processo – racconta al Dubbio -. Ma noi con la ‘ ndrangheta non c’entriamo nulla. A noi la ‘ ndrangheta fa schifo».

Come si passa da Berlino ad un’aula di tribunale?

«È stato un percorso durissimo, iniziato, in realtà, prima dell’arresto, ovvero nel 2012, quando mio padre è stato escluso dalla white list e si è visto negare il porto d’armi che deteneva da 30 anni. Tutto per le frequentazioni con gente che aveva avuto problemi con la giustizia e per una cena, diventata famosissima a Reggio Emilia, alla quale mio padre partecipò. Per dimostrare la sua innocenza, su consiglio dell’avvocato Carlo Taormina, che allora ci seguiva, si è autodenunciato alla Dda di Bologna. Quell’anno c’era stato il terremoto, mio padre, che è imprenditore edile e ha sempre lavorato da solo con la sua società, dopo questo episodio non ha più potuto lavorare».

In che senso si è autodenunciato?

«Ha chiesto una verifica sulla sua attività, affinché accertassero che era tutto apposto. Questo è successo prima dell’arresto, quindi non poteva minimamente sospettare che ci fosse questa indagine a suo carico. Ha chiesto agli organi inquirenti che controllassero tutta la sua vita. Ma ha mai visto un mafioso autodenunciarsi?»

Cos’è successo nel 2015?

«Il 28 gennaio, giorno in cui lo arrestarono con l’accusa di 416 bis, è stato un fulmine a ciel sereno sulla mia famiglia. Dal 2012, quando si è autodenunciato, fino al 2015, nessuno è venuto a controllare, a fare un sopralluogo dal commercialista, nella società, nelle banche. Tutto è successo dopo il suo arresto e non è mai stato trovato niente di illecito. Mio padre non aveva 80 società, ne aveva una sola. Vive al Nord da 50 anni ed è venuto su con una valigia di cartone. Se vedesse dove viveva da bambino rimarrebbe scioccata».

Qual è la storia di suo padre?

«Come tanti altri calabresi, è andato via per cercare lavoro. All’età di 16 anni era partito con il fratello più grande per Milano e lì dormiva in una fabbrica. Poi si è trasferito a Reggiolo, dove ha iniziato a lavorare sotto padrone. Piano piano, si è reso conto di avere le capacità per farlo e ha costruito la sua impresa da solo. Così come la casa in cui viveva con mia madre: dopo una settimana di lavoro, passavano il sabato e la domenica a tirarla su. Poi ho avuto la fortuna di giocare a calcio e diventare famoso e conosciuto, campione del mondo. Ma secondo lei avevamo bisogno dei soldi della ‘ ndrangheta, con quello che ho guadagnato nel calcio? Avevo bisogno di mescolarmi con gente così? Nessuno mai nella mia famiglia ha avuto problemi con la giustizia».

La sua famiglia era comunque molto ricercata.

«Ci avvicinavano per chiederci una foto, una maglietta, un autografo. Quando sono diventato famoso io, per così dire, è diventato famoso anche il papà di Iaquinta. È sempre stato martellato. A Cutro ci conosciamo tutti, ma io in Calabria ci vado in vacanza. Mio padre ci andava una volta l’anno, perché ha la casa al mare, o ai funerali, ai matrimoni: è tradizione, è un contesto socioculturale diverso da quello emiliano. Perché devo dire di no a chi mi chiede una maglietta o una foto? Mio padre, anche durante il processo, ha sempre detto queste testuali parole: se conoscere qualcuno è reato, io sono colpevole».

Cosa gli viene contestato?

«Di essere partecipe all’associazione di ‘ ndrangheta dei Grande Aracri».

Ci sono reati fine?

«No, niente».

E come partecipe avrebbe preso delle decisioni?

«Nessuna. Io posso dire che mio padre è innocente. Non avrei fatto nemmeno questa intervista se avessi sospettato che anche una minima cosa potesse essere vera. Siamo entrati in un vortice più grosso di noi e a dire la verità non ce la faccio più. Ho fiducia nella giustizia, anche se tra primo e secondo grado è stato tutto davvero allucinante. Sono senza parole».

Lei ha vissuto il processo assieme a suo padre da imputato. Com’è stato?

«Il mio coinvolgimento ha una motivazione vergognosa: io devo pagare per quello che ho fatto, non per altre cose. Se devo pagare perché mio padre ha spostato le armi ok, lo faccio, ma non mi si può accusare di avere agevolato la ‘ ndrangheta. Da questa accusa sono stato assolto, ma prima mi è stato contestato l’articolo 7: avrei agevolato i clan con armi legalmente detenute. Sono stato io a dire, durante la seconda perquisizione, dove fossero. Mi dissero: non si preoccupi, sarà una cosa amministrativa. Dopo quindici giorni fui convocato in caserma e quando ho letto cosa mi contestavano stavo per svenire. Sono cose gravi per la mia famiglia, per i miei figli».

Parliamo della cena del 21 marzo 2012 con Giuseppe Pagliani, consigliere forzista di Reggio Emilia, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, quella cena fu convocata dai clan per organizzare la controffensiva alle interdittive antimafia.

( Risponde l’avvocato Muto) «È tutto documentato: Giuseppe Iaquinta rimase lì non più di 40 minuti. Ma al di là di questo, l’avvocato Giuseppe Pagliani per questo fatto è stato assolto. Era una cena pubblica, con giornalisti, poliziotti, avvocati, insomma quanto di più lontano da ragionamenti criminali. A Iaquinta viene contestato di essere in contatto con affiliati, ma i contatti con Gianluigi Sarcone ( che recentemente si è dichiarato colpevole dell’accusa di aver fatto parte dell’associazione mafiosa, ndr) in questi anni sono pochi. Il contatto più frequente è con Alfonso Paolini: lui e Iaquinta sono amici di infanzia e qui a Reggio Emilia hanno giocato per tanti anni insieme nella squadra di calcio degli emigrati calabresi, della quale Paolini era l’allenatore. E fino al 2015, per quanto ne sapesse Iaquinta, era una persona normale. Insomma, Iaquinta non era nemmeno consapevole di far parte dell’associazione. Frequentava queste persone perché venivano dal suo stesso paese. È vittima di un contesto socioculturale che nessuno può cambiare, tanto meno la magistratura».

Durante le sue frequentazioni non aveva notato nulla di strano?

«È stato intercettato per mesi, ma non è emerso nulla».

Viene contestato anche il cosiddetto “affare Blindo”, ovvero di aver ripulito dei soldi rubati all’estero.

«Secondo l’accusa mio padre avrebbe messo a disposizione 800mila dollari puliti prendendo in cambio un milione e 400mila euro sporchi, da dividere in due. Ma non è stato trovato alcun movimento in banca: non c’è stato. La verità è che chi ha davvero fatto questa operazione ha sfruttato il cognome di mio padre per accreditarsi».

Chi?

( Risponde l’avvocato Muto) «Romolo Villirillo, che conosce Iaquinta, per fregare la controparte disse: guarda che noi i soldi ce li abbiamo, perché abbiamo dalla nostra parte Iaquinta. È ovvio che Iaquinta è una parte economica accreditata, con un figlio che prende 3 milioni e mezzo di euro l’anno dalla Juventus! Ma non c’è nulla che provi il suo coinvolgimento. Niente».

C’è un altro fatto, che per l’accusa prova l’atteggiamento mafioso: in occasione del furto di due ombrelloni alla casa al mare in Calabria, Iaquinta avrebbe contattato un mafioso locale per lamentarsene e gli ombrelloni sono riapparsi in poche ore Come andarono i fatti?

( Risponde l’avvocato Muto) «Gli ombrelloni sono stati pagati. Iaquinta sentiva quotidianamente questo Paolini, perché erano amici fraterni. In una conversazione Paolini chiede: come andiamo questa mattina? E Iaquinta dice: niente, stamattina mi hanno rubato gli ombrelloni. Punto. Paolini chiama Villirillo ( che non ha nemmeno il numero di telefono di Iaquinta) per far sì che vengano restituiti gli ombrelloni. E Villirillo fa credere che questi ombrelloni vengono restituiti tramite il suo intervento, ovvero se ne vanta. Ma gli ombrelloni sono stati pagati, acquistati dalla famiglia Iaquinta dall’amministratore del villaggio dove si trova la casa al mare. Che a sua volta si vanta con Villirillo di averli fatti arrivare da Pisa, mentre invece, probabilmente, li aveva già in magazzino».

Quindi in tutto ciò per voi c’è un leitmotiv: chi parla di Iaquinta lo fa perché vuole sfruttare questo cognome altisonante.

«Assolutamente sì. E anche al processo lo hanno usato per fare pubblicità, perché ogni volta che si parlava di mio padre ci sbattevano in prima pagina. I giornalisti fanno il loro mestiere, ma a volte per un titolo shock non si preoccupano delle conseguenze».

Le era capitato, prima di quest’evento, di vivere il pregiudizio nei confronti dei calabresi?

«Mai. Adesso ci additano come mafiosi. La gente che ci conosce non ci crede assolutamente. Ma chi legge un giornale e non sa niente di noi si fa prendere dai dubbi».

Cosa ha significato tutto questo per lei?

«Hanno ferito la mia dignità, quella della mia famiglia, che è sempre stata umile. Anche dopo aver vinto un mondiale. Mia madre è morta nel 2019, era malata da cinque anni. Gli ultimi due anni si è dovuta curare senza il marito, che era in carcere. È stato una roba massacrante. Forse sarebbe morta lo stesso, perché aveva un male incurabile. Ma si è lasciata andare. Sto vivendo male, ma bisogna andare avanti, devo avere giustizia. Adesso attendiamo queste motivazioni».

C’è stato uno sconto di sei anni, rispetto al primo grado. Cos’è cambiato?

( Risponde l’avvocato Muto) «In primo grado, a febbraio 2018, era stata fatta una contestazione suppletiva all’associazione. Dal carcere, alcuni esponenti del clan continuavano a dare ordini, secondo l’accusa. I pentiti tirarono in mezzo anche Iaquinta, a cui venne così contestata la partecipazione all’associazione fino a febbraio 2018. In appello, però, è stato dichiarato parte dell’associazione fino a gennaio 2015. Quindi le accuse suppletive, che sono quelle per le quali è stato tradotto in carcere dopo il primo grado, sono cadute in appello. Subito dopo la sentenza, partendo da questo fatto, avevamo presentato istanza di scarcerazione, ma è stata comunque rigettata. Ma faremo ulteriormente ricorso».

( Risponde Iaquinta) «La Cassazione ci ha dato ragione sul cautelare, per mancanza di gravi indizi di colpevolezza. Stiamo parlando del nulla, perché a mio padre non hanno beccato né un giro strano di soldi né un appalto strano né una chiamata strana. Si basa tutto su supposizioni. Non c’è alcuna prova di un qualsiasi reato. Ma essere ‘ndranghetista porta qualcosa in cambio o è un gioco? È impossibile che mio padre sia in carcere da tre anni, lo stanno facendo morire. Una roba incredibile. E io non posso fermarmi».

Quando lo ha visto l’ultima volta?

«Dal vivo a febbraio dell’anno scorso. Ora solo in videochiamata. Mi ha detto che dopo il carcere c’è la morte. E per un innocente è ancora peggio, perché se uno ha fatto qualcosa è giusto pagare, ma da innocenti è terribile stare tra quelle quattro mura. Gli contesti due cene e lo metti tre anni dentro con i delinquenti veri? Perché lì ci sono delinquenti veri. Lui è forte, però ha paura. Si sta consumando».

Cos’è per lei la ‘ ndrangheta?

«Mi fa schifo. Non sapevamo cosa fosse, prima d’ora».

Cosa farà per dimostrare la sua innocenza?

«Siamo in mano alla giustizia. Per il resto, posso solo raccontare la verità, come sto facendo ora. Non so cos’altro fare. Ho ancora fiducia, ma allo stesso tempo paura. Non pensavo che la giustizia italiana fosse così. Sulle nostre vite hanno costruito un castello».

Processo Lombardo, in Tribunale c’è un grande assente: la prova. Sergio D'Elia, Antonio Coniglio su Il Riformista il 4 Maggio 2021. C’erano una volta le categorie oggettive, newtoniane di “spazio” e “tempo”: se l’orologio batte le tre, non è possibile dire che siano le ore sei. Poi è arrivata la relatività di Einstein e la meccanica quantistica ci ha insegnato che il “campo di osservazione” risente inevitabilmente del punto di vista dell’osservatore. È stata la fine di ogni sicurezza anche in campo processuale: come si fa, con una scoperta simile, ad avere un giudice terzo e imparziale se chi giudica è parte del teatro, se gli arbitri non esistono, se la realtà è una proiezione della nostra mente, se noi stessi creiamo un campo di osservazione? Che fare se la terra ruota pure intorno al sole, se il giudice non può tolemaicamente imporre più un modello, una verità rivelata, una inquisizione? Come fa un giudice a non restare schiacciato dalla meccanica dei quanti? La soluzione è stata lo Stato di Diritto. Ci si è inventati il principio di legalità, le fattispecie tassative e determinate, la colpevolezza solo oltre ogni ragionevole dubbio, la prova, il fatto di reato. Solo, entro queste colonne d’Ercole oggettive, entro il diritto e non oltre il diritto, il potere giurisdizionale ha una legittimazione. Se si spinge oltre il fatto, se nega la prova, se è sciolto da questi vincoli, diventa illegittimo, non è più potere. Raffaele Lombardo per esempio ha i baffi. Per l’accusa, che ha chiesto per lui 7 anni di carcere, non saranno probabilmente quelli saggi di Hemingway de Il vecchio e il mare, ma al massimo quelli da “corvo”, gotici, di Edgar Allan Poe, o peggio ancora quelli del padrino catanese: Nitto Santapaola. È così perché ogni pubblico ministero crea, in perfetta buona fede, “un campo di osservazione”. L’ex presidente della Regione Sicilia dicono che ami la caccia, abbia una collezione di fucili, baci poco forse perché sa che Giuda non era proprio un sentimentale. Dicono alcuni che sia algido, finanche anaffettivo, altri che sia generoso e appassionato. Per alcuni, ha fatto politica per cambiare le cose, per altri è stato solo un potente satrapo. Chi ci dice che l’accusa, parte di un processo, non sia condizionata dal punto di vista sull’uomo? Ciascuno di noi è condizionato dal proprio “campo di osservazione”. Quid est veritas? L’unico argine a questa relatività dilaniante è che l’accertamento penale, dopo le scoperte della fisica quantistica, non si occupi dell’uomo ma del fatto. Le scoperte di Heisenberg sono pure la fine della dottrina unicista delle dichiarazioni dei pentiti come prova. Perché la mente crea, ha una forza performatrice del reale. Il summit di Barrafranca, del quale parla il pentito Caruana, privo di uno straccio di riscontro, non potrebbe forse essere una creazione della mente di quest’ultimo? Non potrebbe essere una proiezione celebrale il racconto di Squillaci che, sottoposto a isolamento diurno, affacciandosi dal carcere di Opera ove era recluso, dialoga amabilmente con il boss La Rocca preoccupato per Lombardo? Non potrebbe essere un costrutto mentale la rivelazione del boss Di Dio che si sarebbe raccomandato senza fortuna a Lombardo per un debito? Essere una “inventio” la vana preghiera di Mirabile per la licenza di una pizzeria, un “campo di osservazione” personale l’affidamento di D’Aquino per una promozione in una cooperativa sociale? E Maurizio Avola fresco di intervista su La7 al cospetto di Enrico Mentana che si proclama l’ultimo che ha guardato negli occhi Paolo Borsellino prima della strage, smentito dai pm di Caltanissetta che giurano che quel giorno trovavasi a Catania con un braccio ingessato? Quid est veritas? Se la nostra vita fosse un grande fratello di Orwell, la verità sarebbe presto detta: basterebbe rivedere le registrazioni delle telecamere nascoste. Giacché questo non è percorribile, conta il fatto, contano i fatti di reato. Il calvario giudiziario di Raffaele Lombardo ha inizio nel 2006 proprio con Avola. Mai in oltre dieci anni si è rintracciato un favore concreto alla mafia in un appalto, una concessione suffragata da prova, mai un voto di mafiosi a Lombardo. E che significa? È in fondo un processo nel segno della fisica quantistica, di un campo di osservazione forgiato, plasmato, dalla mente dei pubblici ministeri e dei pentiti. Oltre dieci anni di archiviazioni, imputazioni coatte, assoluzioni, una condanna. Sino a un precedente su cui riflettere drammaticamente: la Procura di Catania impugnò in Cassazione, oltre i termini perentori, l’assoluzione dell’imputato avvenuta in appello, ma quell’impugnativa venne ritenuta ammissibile. Immaginate se, a parti inverse, fosse capitato a un povero avvocato di provincia: nel processo italiano, come nella fattoria degli animali di Orwell, ci sono “animali più uguali di altri”: i pubblici ministeri, i detentori del “campo di osservazione” che può diventare ius vitae ac necis: diritto di vita e di morte sulle persone. Eppure il rispetto di un termine perentorio è oggettivo, newtoniano. Se fosse stato rispettato quel termine, Lombardo sarebbe fuori dal processo già da qualche anno, ma Lombardo evidentemente, come tipo d’autore non come autore di reato, è un cattivo: va inquisito fino a condanna definitiva. Non tiene neanche conto quel “campo di osservazione” della lezione del Pinocchio di Collodi contro il manicheismo che si impara sui banchi di scuola. Ma di questo laicamente non si può far colpa a un pubblico ministero. Parla mangiafuoco, l’omone cattivo: «Bada Pinocchio, non fidarti mai troppo di chi sembra buono, e ricordati che c’è sempre qualcosa di buono in chi ti sembra cattivo…». Alla fine di questa storia, all’imbrunire dell’appello bis, in sede di dichiarazioni spontanee, il cattivo Lombardo (reso così dal “campo di osservazione”) ha preso la parola per due ore. Ha raccontato la sua vita, le sue amicizie, ha autoprocessato la sua intimità: «Ho candidato in quel calatino, considerato la terra del boss La Rocca, come sindaco l’ex procuratore generale Giacomo Scalzo, ho bloccato l’affare dei termovalorizzatori, ho fermato l’eolico ho fatto solo danni alla mafia». Ha chiesto alla corte di essere giudicato come uomo, non come caso politico. È la richiesta di un giudizio umano, troppo umano, in cui c’è tutto il dramma degenerante del processo italiano che diventa “il processo dei quanti”. In un processo classico, non da stato etico ma da Stato di Diritto, nel tribunale entra il reato, l’uomo resta fuori. Mentre, nell’esecuzione della pena secondo Costituzione, nel carcere entra l’uomo, il reato resta fuori. In Italia vige ormai un capovolgimento del Diritto e della Costituzione: la fattispecie di reato resta fuori, nel tribunale entra l’uomo, il tipo d’autore; mentre in carcere non entra l’uomo ma il reato a cui rimani crocifisso per sempre. L’imputato, avvolto in un’atmosfera in cui il diritto del fatto è stato dato in pasto ai capponi di Renzo, ha assunto forse consapevolezza che non si giudicheranno i fatti, perché i fatti non esistono: se giustizia ci sarà, si farà giustizia sulla storia dell’uomo. Lo sanno tutti ormai che il fatto penale è stato sostituito dal personale campo di osservazione dei pubblici ministeri, tanto da far dire al presidente Giovanni Maria Flick: «Da tangentopoli, la magistratura ha ritenuto di dovere perseguire anche i costumi. Non si giudica il fatto ma si guarda all’uomo: il corruttore, l’associato a delinquere, ossia il tipo di persona espressa da quel fatto.» E allora che ci sta a fare in quel processo d’appello la difesa, che ci stanno a fare Maria Licata e Vincenzo Maiello, avvocati di Raffaele Lombardo? Cui prodest aver dimostrato che non c’è alcuna intercettazione telefonica, ambientale, alcun favore alla mafia? Manca il fatto di reato, non esiste la prova? Conta il “campo di osservazione” costruito dall’accusa e il nuovo processo nostrano diventa un processo all’intimità. È finanche una seduta di psicoanalisi: un accertamento dei processi mentali, del temperamento, di “io”, “super-io”, “es”. Lombardo ridotto a Zeno Cosini, un paziente che si è sottratto alla cura antimafia che viene rigorosamente prescritta in Sicilia. Non avrebbe dovuto frequentare il popolo, gli umili, la fiera di Catania, ove può capitare magari di esser ripresi per caso con tizio parente di un mafioso. La mafiosità si contagia, ammorba chiunque, ha un indice RT che ricorda solo la peste nera di Atene. La mafia non è più un’organizzazione: è una cifra incorporea, una categoria dello spirito. Lombardo sarà condannato perché ha preso il morbo secondo i PM e va accompagnato dai monatti nel lazzaretto? Nel 600, i monatti, che trasportavano i malati dietro compenso, in tempo pestilenziale, erano persone condannate a morte o carcerate. In questa storia siciliana, i monatti sono tutti pentiti che hanno accettato l’appalto: è la “vendetta dei quanti”. D’altronde con l’energia nucleare, creata dalla quantistica, puoi far evolvere la civiltà o lasciare macerie: nel processo penale, il suo utilizzo può creare desertificazione. Quid est veritas? Pilato interrompe il dialogo: solo il potere decide che cosa si debba o non si debba essere (non fare). In Italia, il potere è quello giudiziario che, in nome dei “quanti”, crea il campo della condanna. Eppure, proprio a Catania, quando un magistrato ritenuto pazzo, Giambattista Scidà, denunciò, con il “caso Catania”, le impurità della magistratura catanese, i magistrati, divenuti improvvisamente imputati, chiesero di esser giudicati e archiviati in modo newtoniano, secondo i fatti, in nome dello Stato di Diritto. È la doppia morale: anche in questo, “ci sono animali più uguali degli altri”. Quello di Lombardo sembra in fondo un film di Dino Risi: “In nome del popolo italiano”. Il giudice Bonifazi inquisisce Santenocito, un imprenditore, per l’omicidio di una donna. Per il “campo di osservazione” di Bonifazi, Santenocito è un assassino, ma il togato viene casualmente in possesso di un diario redatto dalla giovane defunta che scagiona l’accusato. Che fare per il giudice: ignorarne il contenuto o dire giustizia in ossequio alla sua funzione? In quegli istanti la nazionale italiana vince un’importante partita contro l’Inghilterra e masse di tifosi si riversano nelle strade urlando. Bonifazi rimane vittima del “campo di osservazione” e vede idealmente i peggiori vizi dell’italiano cialtrone in Santenocito. È disgustato e decide di distruggere tra le fiamme il diario della ragazza, facendo condannare un innocente. La fisica quantistica è la scoperta più bella di sempre: basta un pensiero per creare le cose, per modificare il reale. Senza ciò, senza una mente creatrice, saremmo ancora al sistema schiavista, alla pena di morte. Se entra, però, nel processo penale nostrano, diventa una mascariata. Perché la mente può mascherare la realtà e, in nome del popolo italiano, distruggere un diario che scagiona, far strage di innocenti, mettere a morte l’innocenza dei Raffaele Lombardo gridata dai fatti. Oggi è ancora il tempo di Newton? Allora, che lo sia anche nel diritto penale. Almeno fino a quando, con Gustav Radbruch e Aldo Moro, non verrà il tempo “non di un diritto penale migliore, ma di qualcosa di meglio del diritto penale”. Sergio D'Elia, Antonio Coniglio

Per Raffaele Lombardo chiesti 7 anni: contro di lui solo parole, nessun reato. Antonio Coniglio, Sergio D'Elia su Il Riformista il 5 Febbraio 2021. Della compresenza di vita e di morte, della luce e del suo passaggio in ombra, del lutto che spesso segue al lusso, hanno scritto grandi pensatori, romanzieri e storici meridionali. Uno dei più sensibili e raffinati tra loro, Gesualdo Bufalino, conterraneo e amico di Leonardo Sciascia, una volta parlò proprio del “luttuoso lusso d’esser siciliani”. La concomitanza di vita e morte, di amore e odio, di chiaro e scuro, di ascesa e caduta, è l’essenza del luogo e dei suoi abitanti. La Sicilia è un caso più unico che raro. Meno che nazione ma più che regione, la Sicilia è un lusso e il suo non è un presidente qualsiasi, è un Governatore. Raffaele Lombardo è uno di questi. O meglio è stato. Fino a quando ai piedi del “vulcano buono”, mentre danzava la lava purpurea e si moltiplicavano i travisamenti, è comparso l’uomo cattivo, un killer di mafia che aveva ammazzato molto. Guardando in televisione i lineamenti saraceni e gli occhi normanni dell’ex governatore, Maurizio Avola si ricordò di lui. Affermò che quell’uomo politico aveva incontrato finanche il boss dei boss: Nitto Santapaola. Correva l’anno 2006 e il racconto, per stessa ammissione di Avola, era riferibile all’inizio degli anni 90. Si può pensare di fare riferimento a fatti di vent’anni prima in uno stato di diritto? Lo si può fare in Italia, dove non c’è più differenza tra il giudice e lo storico o meglio il giudice può anche pensare di scrivere la storia. I pentiti a volte si adeguano a questa ambizione storicistica ed è così che la memoria di Avola, sospesa per vent’anni, incontrò improvvisamente il guizzo dell’illuminazione. Si ricordò del volto del presidente della regione che, nei vent’anni precedenti, era stato appena assessore regionale agli enti locali, europarlamentare, vice sindaco, presidente della provincia di Catania, assiduo frequentatore quotidiano degli studi televisivi. Per Lombardo, da quell’anno duemilasei, il lusso di fare il presidente divenne un “lusso luttuoso” come spesso accade in Sicilia. E accade non per il gioco di un destino cinico e baro, ma per volontà di giocatori cinici e bari, procuratori e collaboratori di giustizia volti non a contrastare il male ma a maledire i cattivi, a ricercare non fattispecie di reato ma tipi d’autore, a perseguire non il fatto successo ma il successo o… l’insuccesso, quello che doveva succedere e non è successo: fare della Sicilia la terra promessa dei mulini a vento e dei treni a vapore. Di Lombardo, subito dopo Avola, si sono ricordati in tanti: uomini di mafia e pentiti della mafia. Poco importa se non esista una sola intercettazione telefonica e ambientale che lo veda protagonista. Conta il “dicunt”, quello di tacitiana memoria, per fare i processi nel nostro paese. Eppure i saggi siciliani ammonivano che la narrazione degli uomini, alla stregua del mare, è “tradimintusa”: può essere ambigua, insincera, a volte tradire. Ancor più se si parla di mafia e pentimenti. Non ci vuole Alessandro Manzoni per dire che il “torto e la ragione non si dividono mai con un taglio netto”, ma bisogna certamente appellarsi al nipote di Cesare Beccaria e alla sua “storia della colonna infame” per capire che la collaborazione con la giustizia è fondamentale ma non può essere risorsa assoluta ed esclusiva in un processo penale. Esiste una collaborazione che serve alle indagini perché ricostruisce da dentro la mafia, quella di Buscetta e dei primi pentiti per intenderci, i quali – per dirla con Leonardo Sciascia – sono uomini di mentalità intimamente mafiosa impauriti e amareggiati che, vedendo cadere intorno a loro amici e parenti, restituiscono i colpi ricevuti, si vendicano. Di loro, dei “pesci grossi”, che ricostruivano la mafia, lo scrittore di Racalmuto si fidava, li considerava attendibili. C’è un racconto dei fatti accaduti che si accompagna al ravvedimento e ce n’è un altro che è invece calunnia, impostura, alla stregua dei sicofanti che, in Attica, ammazzavano il nemico denunciandolo come ladro di fichi. Un unico argine ha inventato lo stato di diritto per non edificare nuove colonne infami: mai la parola dei pentiti può costituire l’unico elemento probatorio, mai è possibile condannare se manchi un fatto di reato che prescinda dal loro dire, dal loro verbo che da solo diventa una corsa senza fari nel cuore della notte. Accade invece che, nella città del “Liotro”, si svolga un processo d’appello in cui manca un fatto di reato e questo Raffaele Lombardo, divenuto suo malgrado un tipo d’autore, rischi di essere condannato solo sulla base di un giogo di favella, di semplici racconti e suggestioni, sulla cui base il procuratore generale, pochi giorni fa, ha chiesto la condanna a sette anni e quattro mesi. Capita per esempio che un soggetto di mafia, D’Aquino, riferisca di aver incontrato un uomo (allora) vicino a Lombardo e di avergli chiesto la promozione in una cooperativa sociale. Quell’uomo vicino a Lombardo è stato assolto, la promozione non è mai avvenuta, ma quelle dichiarazioni hanno assunto rilevanza nel processo a carico dell’ex presidente. I fratelli Mirabile accusano Lombardo di aver avuto rapporti con il boss di Caltagirone Ciccio La Rocca: nelle migliaia di intercettazioni che li vedono protagonisti non viene mai pronunciato il nome Lombardo. C’è poi Paolo Mirabile che racconta di aver incontrato il principe Scammacca, a suo dire proprietario di un maneggio, vestito da cavallerizzo, per chiedergli di intercedere presso Lombardo nientedimeno che per la licenza di una pizzeria. Non solo non c’è traccia dell’incontro ma soprattutto Scammacca (che non è principe) non ha mai avuto a che fare con un cavallo e un maneggio in vita sua. La trama surreale prosegue. Che dire delle dichiarazioni di un certo Nizza che afferma di aver votato per un giovane vicino a Lombardo? Quel giovane sarebbe il fratello di Lombardo che ai tempi aveva solo 48 anni. In Sicilia si consumano a volte miracoli: si consegna l’elisir di eterna giovinezza. Un altro di nome Digati, mafioso agrigentino, racconta ancora di aver votato il partito di Lombardo sin dal 2000 (quando era in mente dei) onde poi, per il principio aristotelico di non contraddizione, dire di aver sempre votato per forze politiche lontane dal politico di Grammichele. Lombardo avrebbe incontrato a palazzo d’Orleans il pentito Tuzzolino (condannato per diffamazione aggravata nei confronti di un magistrato e ritenuto di personalità istrionica e inattendibile) ma le telecamere di sorveglianza h 24 dell’edificio non lo hanno mai ripreso. Non c’è traccia ancora del presunto summit di Barrafranca a cui fa riferimento il pentito Caruana. Il figlio del boss Di Dio, ipotetico raccomandato di Lombardo per regolare una situazione debitoria in un consorzio di bonifica, non viene neanche ricevuto dai dipendenti del consorzio. Un certo Squillaci avrebbe sentito dire da La Rocca, nel carcere di Opera ove erano reclusi in sezioni diverse, che questi era preoccupato per Lombardo. Se ciò può assumere rilevanza in un processo penale siamo oltre il teatro dell’assurdo di Beckett. Altri pentiti, come La Causa, dicono che la mafia avrebbe votato per Lombardo ma non si capisce il quando, il come e il perché. Se la licenza per la pizzeria di Mirabile non è mai arrivata, se la promozione nella cooperativa sociale non è avvenuta, se il figlio di Di Dio non ha mai parlato con il direttore del consorzio di bonifica, se Bevilacqua – altro mafioso chiamato in causa – non è mai riuscito a far assumere una signora all’aeroporto di Catania, se l’appalto della “Tenutella” – altro cavallo di battaglia dell’accusa – non è mai finito nella mani della mafia, è lecito chiedere di cosa viene accusato Lombardo? Per quale motivo quattro “pesci grossi”, capi mafia di blasone, come Ferone (che ammazzò finanche la moglie di Nitto Santapaola), Malvagna, Pellegriti, Di Fazio (rappresentante provinciale della mafia a Catania), appena sentiti dopo l’elezione a presidente della regione, hanno riferito che Lombardo non aveva a che fare con la mafia? Può uno del calibro mafioso di Umberto Di Fazio non aver sentito parlare di Lombardo? L’interrogativo è inquietante: esiste un solo riscontro fattuale delle dichiarazioni che veda la presenza dell’imputato intento a delinquere? In un sistema liberale può bastare che un uomo accusi un altro e che quest’ultimo venga condannato? Se manca il fatto, il processo è medioevale. È il processo alle streghe in cui Caterina, la presunta strega, viene fatta morire, a colpi di tenaglie ardenti, sol sulla base di un’accusa di stregoneria che diventa, vera o no, delazione mortifera. È un sillogismo scriteriato in una Sicilia nella quale spesso – sosteneva Sciascia nel ricordo di Giovanni Falcone – “si nascondono i cartesiani peggiori”. La logica direbbe: se per noi Lombardo è un cattivo, come è stato possibile che non abbia commesso il reato? Il reato è “in re ipsa”: il reato è nell’autore anche se non è autore di reato. Ragionando così, il terreno giudiziario diventa però sicotico o addirittura sifilitico. L’unico rimedio costituzionale hahnemanniano resta il fatto, il fatto di reato. L’unico anticorpo rispetto a una degenerazione terribile e luciferina. Senza ciò, si dà vita a una razionalità, per dirla con gli amici di Leonardo Sciascia, formale e immorale che è piegata a uno scopo abominevole: “mangiare carne, cavalcare carne, comandare carne”. Il rischio è quello che non si accerti la verità processuale. Che non si “dica” giustizia ma si “faccia” giustizia. Dietro l’angolo non c’è l’Areopago, il tribunale di Atena, ma una carnezzeria, la corte delle Erinni.

Processo senza prove, per il Pm Raffaele Lombardo “Aveva la mafia dentro…” Antonio Coniglio, Sergio D'Elia su Il Riformista il 29 Novembre 2020. È il 29 marzo 2010 e sull’Esa, la sede catanese della presidenza della regione, come in un romanzo gotico, cala improvvisamente un velo di inquietudine. La vicenda giudiziaria, che condurrà alle dimissioni da presidente della regione Raffaele Lombardo, si abbatte improvvisa sulla terra di Sciascia. È la stampa a notificarla, per pubblici proclami, ai siciliani. L’indagato, che allora è l’inquilino di palazzo d’Orleans, apprende dalla carta stampata di rischiare l’arresto. Non basterà la smentita della procura intenta a negare ipotesi di misure cautelari. L’informazione plasma, orienta, crea, divide. I titoli sensazionalistici vanno in scena per mesi, per anni. Serpeggiano come un crocchio di manzoniana memoria. Ben 16 titoli di apertura del Tg1 delle ore 20 vengono dedicati al processo Lombardo e il direttore Minzolini viene censurato dal comitato di redazione per accanimento. I magistrati catanesi appaiono in disaccordo: un procuratore capo e un aggiunto (attuale procuratore capo di Catania) derubricano il reato a voto di scambio ma i sostituti non ci stanno. La questione finisce dinnanzi al Consiglio superiore della magistratura. Sull’imputazione decide un Gup che dispone l’imputazione coatta per concorso esterno in associazione mafiosa. Lombardo si ritrova coinvolto in un doppio binario, sotto processo per concorso esterno e per voto di scambio, con buona pace del ne bis in idem. Oggi, dopo una condanna di primo grado, una assoluzione in appello, un annullamento con rinvio della suprema corte di cassazione, l’appello bis di quel processo è alle battute finali. In quel sacco dalle pareti elastiche, manca sempre il tassello principale: qual è il fatto di reato commesso dall’ex presidente della regione siciliana? In cosa Lombardo avrebbe favorito la mafia e in cosa la mafia sarebbe stata favorita da Lombardo? È un processo indiziario che si fonda sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che irrompono nel bel mezzo del bailamme mediatico. I collaboratori raccontano di vecchi incontri, di summit, di collegamenti con il presidente della regione. Non c’è però una sola intercettazione telefonica o ambientale, nonostante il politico siciliano sia finito nel grande fratello di Gioacchino Genchi, nella quale si trovi un riscontro fattuale, che configuri il fatto di reato. I pentiti parlano, accusano ed entrano nel romanzo. Marco Pannella avvisava che, quando i giornali anticipano le notizie, c’è sempre il rischio che scatti la presunzione utilitaristica in chi collabora. Il collaboratore arriva dopo la notizia, sa di servire al processo e diventa egli stesso l’unica ancora del fatto di reato. I Pm argomentano che Lombardo sarebbe nato in un contesto mafioso e avrebbe studiato dai salesiani. Come il boss dei boss: Nitto Santapaola. Una sorta di destino cinico e baro, di predestinazione alle relazioni pericolose. Lombardo mafioso perché nato nel territorio di Ciccio La Rocca (che poi è pure il territorio di don Luigi Sturzo), Lombardo mafioso perché conosce il boss Rosario Di Dio che però è stato pure sindaco e avrà incontrato pure prefetti, vescovi e procuratori. Il boss si sarebbe presentato a un consorzio di bonifica, raccomandato da Lombardo, per regolare una sua situazione debitoria. Particolare non di poco conto: non sarebbe neanche stato ricevuto dai dipendenti della struttura. Lombardo mafioso perché i pentiti dicono che è amico loro ma forse ha pure tradito la mafia. E il fatto, il re del diritto penale? Pare per esempio, secondo l’accusa, che Lombardo avrebbe agevolato l’organizzazione criminale nell’assegnazione di un appalto per la realizzazione di alloggi per i militari di Sigonella. Il tentativo ipotetico, mai provato, non sarebbe andato a buon fine ma basta ciò per aprire le porte al sospetto. Il geologo Barbagallo, in odore di mafia, si lamenta telefonicamente di essere stato penalizzato da Lombardo e, per le elezioni regionali, giura di non esser passato neanche dalla sua porta ma è un altro elemento chiave del processo. Lombardo avrebbe avuto rapporti con il boss Bevilacqua talmente stretti da redarguire un tale Bonfirraro perché quest’ultimo sostiene alle elezioni il candidato vicino a Bevilacqua e non il suo. Il pentito Caruana parla del misterioso summit di Barrafranca che non lascia traccia come i beati paoli, il mafioso Palio dice che il clan cercava voti per il politico di Grammichele da prima del ‘98, tesi confermata dal super pentito Santo La Causa. C’è da interrogarsi su come sia possibile che le accuse del pentito D’Aquino agli uomini di Lombardo, per le quali questi hanno raggiunto l’assoluzione, possano ricadere misteriosamente sull’ex presidente della regione. E ancora se possano, in uno stato di diritto, assumere rilevanza i racconti del collaboratore Francesco Schillaci che avrebbe appreso, affacciatosi come Romeo dalle finestre del carcere di massima sicurezza di Opera, dal boss La Rocca che Lombardo era un fidato amico di quest’ultimo. Sembra di trovarsi dinnanzi alla preoccupazione paventata da Luigi Ferrajoli in La mutazione sostanzialistica del modello di legalità penale. Sembra di assistere a un reato di status e non a un reato di azione o di evento. Per cosa si dovrebbe punire Lombardo, quale fatto ha commesso? Per un summit nel quale non c’è traccia della sua presenza, un favore alla mafia mai provato? È come se, nella terra nella quale si è passati dalla “mafia non esiste” al “tutto è mafia”, il consenso debba essere sempre e comunque inficiato dalla mano mafiosa. E Lombardo di voti ha fatto man bassa in ogni competizione elettorale. Raffaele Lombardo è diventato un tipo d’autore. È il taterschuld, la colpa d’autore, la colpa per il modo d’essere. Ciò che conta è il modo di essere dell’agente, ciò che si ritiene l’agente sia. L’essenza della colpa d’autore sta nel rivolgersi alla psiche dell’uomo, alla sua mentalità. Lo stato non si interessa soltanto dell’azione esterna ma si arroga finanche il diritto di assurgere a stato etico. La potestà punitiva incide sulla sfera spirituale dell’individuo. È la fine della separazione tra diritto e morale: il tramonto dello stato di diritto. Come ha scritto Tullio Padovani: «L’oggetto del rimprovero di colpevolezza consiste nell’aver plasmato la propria vita in modo da acquisire una presunta personalità delinquenziale». Quando il caso giudiziario è esploso Raffaele Lombardo compiva 60 anni. Qualche giorno fa ha festeggiato il suo 70° compleanno. L’esperienza di un governo regionale venne interrotta ex abrupto e, per dieci anni, un uomo è stato sottoposto alla potestà punitiva dello Stato accompagnato dallo stigma della mafiosità. Il punto non è se l’ex presidente della regione siciliana abbia governato bene o male, se sia simpatico o antipatico, se sia gelido o affabile, se sia un riformatore o una macchina di consensi clientelari. La questione è il fatto: indicateci il fatto di reato! Sarebbe possibile condannare un uomo, chiunque esso sia, solo sulla base delle dichiarazioni dei pentiti? No, non è possibile. I posteri ci diranno quanto nell’affaire Lombardo, nel suo crucifige, abbia inciso la sua scelta di bloccare i termovalorizzatori in Sicilia, di scontrarsi con poteri più forti di lui. Questo è il giudizio storico ma la potestà punitiva deve attenersi rigorosamente al fatto e non può trattare i fatti come pesci sul banco del pescivendolo. A colpi di mannaia, di giudizi moralistici un tanto al chilo. Il giudice deve stare lontano dal verminaio delle passioni. Solo così non si scriveranno romanzi gotici ma si recupererà il senso più profondo dello “ius dicere”, dell’affermare il diritto. Oggi, sul processo Lombardo, a un passo dalla sentenza, occorre finalmente esercitare la virtù del dubbio. Senza la virtù del dubbio, il finale è già scritto. La chiusa non sarà una manifestazione di forza della prova giuridica, ma una prova di forza del “diritto del nemico”. È la terribilità – come ammoniva Sciascia – nemica del diritto e della giustizia, che condanna non per quel che si è fatto ma per quel che si è, che non ci libera dal male, ma ci libera dai “cattivi”.

Da "corriere.it" il 28 maggio 2021. È stato scarcerato il figlio del boss di mafia Tano Badalamenti, arrestato lo scorso anno per una condanna per stupefacenti maturata alcuni anni fa all’estero. I giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo, condividendo la posizione dei legali di Leonardo Badalamenti (61 anni), hanno anche respinto la richiesta di estradizione del Brasile. Il timore dei giudici è che nelle carceri brasiliani badalamenti possa essere sottoposto a trattamenti disumani e degradanti. Il detenuto ha già lasciato il carcere di Pagliarelli, in cui era recluso dal 4 agosto 2020. L’uomo - figlio di don Tano Badalamenti (mandante del delitto di Peppino Impastato) - era stato arrestato in Italia in seguito al tentativo di prendere nuovamente possesso di un casolare, prima sequestrato e poi restituito dalla Corte d’Assise di Palermo. In Italia non ha maturato alcuna condanna, mentre la richiesta di estradizione riguarda una pena di 5 anni e dieci mesi per «traffico di sostanza stupefacente» emessa dal Tribunale di San Paolo. «Non è qui richiesto, ne ritenuto opportuno riportare le prove e le scansioni procedurali che hanno giustificato la condanna definitiva del Badalamenti», hanno scritto i giudici della Corte d’appello. «Nell’impossibilità di accertare che Badalamenti non sarà sottoposto a `maltrattamenti, torture e trattamenti crudeli, disumani e degradanti´ - scrivono i magistrati - e, anzi, nella ragionevole convinzione che tali condizioni in concreto si verificheranno, la richiesta di estradizione a parere di questa Corte deve essere rigettata». Il figlio di «don Tano» il 4 agosto 2020 fu arrestato dagli agenti della Dia (Direzione investigativa Antimafia). Nel corso del procedimento il sostituto procuratore generale Carlo Marzella ha espresso parere favorevole all’estradizione, mentre legali gli avvocati Baldassare Lauria e Nino Ganci, avevano chiesto degli accertamenti istituzionali sulle condizioni carcerarie in Brasile e nello stato di San Paolo. La Corte, oltre ai report di organizzazioni non governative come Amnesty International o l’Unhcr, ha acquisito anche dei documenti inviati dall’Ambasciata del Brasile. Secondo i giudici, tuttavia, le informazioni ricevute per via diplomatica erano «assolutamente generiche», tanto che «non vengono indicate le misure `dell’alloggio´, ne `il numero degli occupanti´ evidenziando l’assenza di «informazioni `individualizzate´ sul regime di detenzione che sarà riservato in concreto all’estradando».

Lo Stato scongiuri la beffa dei Badalamenti. Gian Carlo Caselli su Il Corriere della Sera il 16/1/2021. Il Corriere di venerdì 15 gennaio racconta un paradosso che nella prosa di Pirandello o Sciascia avrebbe potuto essere divertente, mentre Felice Cavallaro — da buon cronista — ne fa un resoconto da brividi. La storia è quella di un caseggiato di don Tano Badalamenti , condannato all’ergastolo per l’omicidio di Peppino Impastato, «colpevole» di aver osato dileggiarlo chiamandolo «Tano seduto» e accusandolo pubblicamente di essere un pericoloso criminale mafioso. Il caseggiato viene confiscato in forza della normativa antimafia e l’Agenzia dei beni confiscati lo affida al sindaco di Cinisi, non più feudo dei Badalamenti. Il sindaco (avvocato di parte civile in processi di mafia) ottiene un finanziamento europeo di 400.000 euro impiegati per ristrutturare l’immobile da affidare in parte a «Casa memoria», che con iniziative destinate soprattutto ai giovani si propone di tener vivo il ricordo di Peppino Impastato. Quando i lavori sono in pratica ultimati, ecco che il figlio del boss, Leonardo (inquisito dalla magistratura brasiliana per traffico di stupefacenti: buon sangue non mente...) pretende dal sindaco le chiavi dell’immobile. Il rampollo sessantenne di don Tano sostiene di aver dalla sua una sentenza eseguibile, secondo il sindaco invece mai notificata al Comune. Leonardo involontariamente rivela che le cose non sono le stesse dei tempi del padre: questi avrebbe risolto il problema con i soliti metodi «spicci»; a differenza del figlio mai sarebbe ricorso agli odiati «sbirri». Che fa la Procura di Palermo? Apre un fascicolo contro il sindaco e lo fa interrogare dai carabinieri di Cinisi. Tutti sanno che la mafia vive anche di segnali. E per i cittadini di Cinisi «nostalgici» del passato, di certo è un forte segnale lo spettacolo di un sindaco che entra ed esce da una caserma per difendersi da una denunzia del figlio di don Tano, dopo aver ristrutturato con fondi europei un immobile consegnatogli dall’agenzia nazionale dei beni confiscati alla mafia. In Procura, nota Cavallaro, «sussurrano atti dovuti». Ma — dovuti o non dovuti — sono atti che in ogni caso pongono alcuni interrogativi. Primo: si è verificata preliminarmente l’effettiva eseguibilità della sentenza sbandierata dal figlio del boss, investendo — magari per il tramite del procuratore generale — la magistratura competente? Non conosco la sentenza (il tempo di farlo è per ora mancato), ma voglio sperare che in ballo non vi sia l’antica e arcisuperata questione della validità della confisca post mortem del mafioso «proposto». Sarebbe ben strano, posto che dall’entrata in vigore del Codice antimafia (2011), la legge lo consente espressamente, come del resto la giurisprudenza (Sezioni unite della Cassazione) aveva già affermato dal 1996 e ribadito più volte in seguito, in ciò confortata dalla Corte Costituzionale (2012). Secondo: sempre preliminarmente, si è chiesto a Leonardo Badalamenti se abbia depositato, o intenda farlo, una somma pari ai fondi europei usati per ristrutturare l’immobile, come indennizzo per l’ingiusto arricchimento che vi sarebbe nella denegata e malaugurata ipotesi di accoglimento della sua pretesa? Non può non essere di tutta evidenza, infatti, che registrare la sua denunzia senza nulla eccepire, sviluppandola anzi immediatamente, equivale ad innescare un meccanismo perverso: com’è anche solo l’eventualità del ritorno alla famiglia Badalamenti di un bene confiscato per mafia, ristrutturato con soldi europei e destinato a fini socialmente utili, senza alcun indennizzo. Un corto circuito che va assolutamente evitato, anche coinvolgendo tutte le Autorità pubbliche — nazionali e regionali — interessate, in quanto incompatibile con una giustizia giusta che rifugga da atteggiamenti astrattamente burocratici e si faccia carico del risultato migliore per il bene comune. Altrimenti, oltre al danno le beffe. Per i Badalamenti un trionfo! Uno smacco per l’antimafia dei fatti e gran letizia di coloro che predicano come nulla in realtà cambi... Cui prodest?

Di vaccini, Recovery e rischio infiltrazioni criminali. L’antimafia non diventi antiSud. Aldo Varano Il Dubbio il 10 gennaio 2021. Il Recovery dovrebbe modificare in modo drastico questo quadro. Impossibile credere che tutto ciò non solleciti gli appetiti mafiosi. Ma sarebbe un disastro, perfino maggiore, se questa preoccupazione dovesse bloccare o anche solamente rallentare investimenti e imprenditoria. Il Recovery dovrebbe modificare i le sorti del Sud. Impossibile credere che non solleciti gli appetiti mafiosi. Ma sarebbe un disastro, se questa preoccupazione dovesse bloccare gli investimenti. La paura delle mafie non deve fermare gli investimenti al Sud. «Nell’attuale fase pandemica la criminalità sembra aver orientato i propri interessi sull’indebita percezione delle rilevanti e diversificate misure economiche di sostegno disposte dal governo e, prevedibilmente, sulle future risorse che saranno garantite nell’ambito del Recovery Fund». È un passo del Report 4 dell’organismo permanente di monitoraggio ed analisi sul rischio d’infiltrazione nell’economia da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso, elaborato sotto la direzione del prefetto Vittorio Rizzi responsabile del settore al Viminale. Che autorità e tecnici preposti lancino l’allarme e mettano in guardia su quel che potrebbe accadere nella fase drammatica che il paese attraversa è il minimo che si possa e si deve fare. Se poi dall’avviso si procede per deduzione logica o si tira a indovinare e a spaventare si arriva alle mani mafiose sulle siringhe e al controllo delle mafie sui vaccini. Ma si fa, in questo caso, solo disinformazione e confusione che alla fine, possono confondere tutti quando arriva il pericolo vero. Ed è questo che sta accadendo. Intanto, le dichiarazioni del Ministero dell’Interno vanno prese nell’insieme. E l’insieme dice che «A livello generale, negli undici mesi del 2020 ( 1° gennaio/ 30 novembre) è stata registrata una flessione del 20,9% dei reati, passati da 2.116.136 del 2019 a 1.673.208». Insomma, anche durante i mesi tragici del 2020 e nel pieno della pandemia s’è realizzata una diminuzione dei reati, un incivilimento del paese che da questo punto di vista continua a migliorare. E’ un dato, quello dei primi 11 mesi del 2020, coerente con quanto avviene da un periodo lungo che vede nel nostro paese, ma anche a livello internazionale, un abbassamento complessivo dei reati con la sola eccezione del cybercrime in netta contrapposizione ( in Italia i reati informatici, nello stesso periodo di cui stiamo discutendo, sono cresciuti del 32,7%). Nello stesso periodo sono stati commessi 244 omicidi ( 55 persone in meno rispetto al 2019), anche se, punto che merita particolare attenzione e allarme, cresce l’incidenza percentuale delle donne sul dato complessivo ( 102 nel 2020 e 103 nel 2019). Diminuiscono gli omicidi in ambito familiare e affettivo ( da 143 del 2019 a 132 del 2020), ma aumentano quelli di donne ( erano 88 nel 2019 mentre sono state 91 nel 2020). Il Ministero dell’Interno, diversamente dai social, è molto cauto. Ipotizza che le mafie possano intrufolarsi nel disagio. Lancia l’allarme anche se si cautela con un esplicito “sembra” piazzato fin dal primo rigo dell’argomentazione. Evidente il complicato obiettivo di mettere in guardia e, insieme, evitare allarmismi che potrebbero creare problemi allo sviluppo del nostro paese. Si mette in allarme perché le mafie nel nostro paese ci sono, esistono, operano. Si frenano gli allarmismi che potrebbero frenare la spesa e la gigantesca occasione del Recovery, soprattutto nel Mezzogiorno. Il Recovery dovrebbe rivoluzionare la situazione proprio nel Sud per promuovere uno sviluppo capace di avvicinare il suo Pil a quello del Centro-Nord. E’ questo, secondo i maggiori esperti di economia, uno dei punti chiave per rilanciare l’Italia che viene distanziata nella produzione della ricchezza dagli altri grandi paesi europei. Un fenomeno evidente da ben prima dell’esplodere della pandemia. Il cuore della difficoltà evidenzia che il Nord ha rallentato lo sviluppo mentre a Sud s’è registrata una netta regressione dovuta prima di tutto alla sua mancata infrastrutturazione. I due fenomeni insieme stanno bloccando l’Italia. Il Recovery dovrebbe modificare in modo drastico questo quadro. Impossibile credere che tutto ciò non solleciti gli appetiti mafiosi. Ma sarebbe un disastro, perfino maggiore, se questa preoccupazione dovesse bloccare o anche solamente rallentare investimenti e imprenditoria. Ma notizie rassicuranti arrivano dal Ministero per il Sud: la quota della parte investimenti per il Sud, trasversale a tutte le missioni e i progetti previsto dal Piano Recovery del governo italiano, ammonta al 50 per cento. È questo – secondo quanto si apprende – il calcolo fatto dalle valutazioni realizzate insieme al Ministero dell’Economi. Il paese deve attrezzarsi per spendere tutti i finanziamenti disponibili e recuperabili sapendo che mentre spende un flusso speriamo inedito di quattrini nel Mezzogiorno bisognerà tenere gli occhi parti perché non un solo euro finisca nelle mani delle mafie. E’ difficile, ma non impossibile.

Antonio Polito per corriere.it il 10 novembre 2021. Ci sono vicende della politica italiana che nascono nel segno del mistero, della trama, e lì restano per sempre. Speriamo che non faccia questa fine anche la vicenda della mancata nascita del Conte ter. Ricordiamo tutti che, quando Renzi fece cadere il governo giallorosso, o giallorosa se si preferisce, si creò un fronte molto attivo per ottenere la riconferma per la terza volta, con una terza diversa maggioranza, dell’avvocato pugliese. Per riuscirci, si cercarono freneticamente voti sparsi in Parlamento, una riedizione della saga dei «Responsabili» lanciata ai suoi tempi da Berlusconi. Poi non se ne fece niente, e Mattarella chiamò Draghi. C’è ora una pagina del nuovo libro di Vespa, Perché Mussolini rovinò l’Italia (e come Draghi la sta risanando), che apre nuovi inquietanti squarci su quei giorni convulsi. Vespa infatti racconta, sulla base di informazioni evidentemente di prima mano, che Lorenzo Cesa decise di dire no alle offerte di Conte perché questi si rifiutò di passare prima per una crisi di governo, considerata da lui invece indispensabile per giustificare il sostegno del suo gruppo. «Cinque giorni dopo, all’alba di mercoledì 21 gennaio — racconta Vespa — uomini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l’abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso». E se questa coincidenza può essere certamente casuale e giustificata solo dalle esigenze dell’inchiesta giudiziaria, più inspiegabile è la successiva: «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell’Udc ricevette la visita di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». Non sarebbe la prima volta che pezzi dei Servizi tentano di influire sulla dialettica politica e parlamentare. Ma sarebbe interessante sapere, almeno, chi. 

Il passo indietro di Gratteri: Cesa non ha favorito le cosche. Il gip di Catanzaro archivia la posizione dell'ex segretario dell'Udc, dimessosi a seguito dell'avviso di garanzia nell'operazione "Basso profilo". A chiedere la sua archiviazione la stessa procura. Il Dubbio il 20 novembre 2021. Il giudice per le indagini preliminari di Catanzaro ha archiviato la posizione di Lorenzo Cesa, ex segretario nazionale dell’Udc, nell’ambito del procedimento scaturito dall’operazione “Basso Profilo”. Un’archiviazione chiesta dalla stessa procura guidata da Nicola Gratteri, che a inizio anno aveva evidenziato i rapporti tra le cosche della ’ndrangheta del Crotonese, imprenditori ed esponenti politici, ricostruendo alcuni incontri che lo stesso segretario avrebbe avuto nel 2017 con un imprenditore ritenuto legato alla cosca, nel periodo in cui era europarlamentare. Cesa, che in seguito all’avviso di garanzia rassegnò le dimissioni da segretario del partito, era accusato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso. Secondo il giudice delle indagini preliminari Valeria Isabella Valenzia, invece, non vi sono agli atti «elementi sufficienti in merito alla riconducibilità agli indagati dei reati ipotizzati e più in generale in ordine a un loro fattivo coinvolgimento nei fatti oggetto di indagine». L’inchiesta si era abbattuta sulle trattative allora in corso per salvare Giuseppe Conte. Il segretario nazionale dell’Udc era indagato per una frequentazione con l’imprenditore Antonio Gallo e con Tommaso e Saverio Brutto, tre degli indagati. Il M5S, all’epoca, erano a caccia dei “responsabili”, tentando di fare entrare in maggioranza anche i colleghi dell’Udc. L’inchiesta, però, scombinò i piani. Durante il blitz, che fece finire agli arresti 48 persone, gli uomini della Dia eseguirono, alle prime luci dell’alba, una perquisizione a casa di Cesa. Al centro dell’indagine una vicenda di appalti in cambio di voti. All’ex segretario Udc veniva contestato anche di essere stato a pranzo con alcuni degli indagati, legati alla ’ndrangheta, al fine di discutere dell’assegnazione di appalti. Al segretario nazionale venivano contestati, assieme a quello regionale calabrese e allora assessore regionale al Bilancio Francesco Talarico (ad ottobre condannato a cinque anni in abbreviato), i reati di turbativa d’asta, corruzione e abuso d’ufficio (agendo in questo caso nella veste di istigatori). «Gli elementi indiziari, unitamente ai gravi indizi di colpevolezza dei reati (fine) – scriveva allora il Gip – integrano la gravità indiziaria del delitto associativo, intesa quale associazione per delinquere capeggiata dal Gallo (Antonio, ndr) e costituita al fine di commettere una serie indeterminata di delitti». Per il Gip, dunque, «nell’ambito della societas sceleris sono individuabili» i ruoli di Cesa e Talarico quali «partecipi», con la centralità della figura di Gallo, principale indagato. Si tratta di colui che la Dda identifica come «il jolly», in grado di rapportarsi «con i membri apicali di ciascun gruppo mafioso non in senso occasionale e intermittente ma organico e continuo». L’incontro fra Cesa, Talarico, Tommaso Brutto, consigliere comunale di Catanzaro, e suo figlio Saverio, assessore in un Comune del catanzarese, con l’imprenditore Antonio Gallo, figura considerata centrale per i suoi rapporti con «famiglie» di ’ndrangheta non solo del crotonese, sarebbe avvenuto in un ristorante di Roma il 7 luglio 2017. Il gruppo calabrese, secondo quanto emerso dalle intercettazioni, sperava di ricavare da Cesa, grazie al suo ruolo di europarlamentare, appalti da parte di enti pubblici, ma anche possibilità di investire in Albania e nell’est Europa. Talarico, in quanto segretario dell’Udc, avrebbe fatto da tramite con Cesa nella speranza di ottenere da Gallo l’appoggio elettorale per le politiche del 2018. Secondo l’accusa, Cesa, all’epoca dei fatti eurodeputato del Udc, d’intesa con Talarico, si sarebbe impegnato ad appoggiare il gruppo per soddisfare le mire dei sodali nel campo degli appalti, condotte che avrebbero contribuito a salvaguardare gli interessi delle cosche dell’alto jonio catanzarese e del basso jonio crotonese, alle quali Gallo sarebbe stato legato. Ma oggi il ruolo di Cesa è stato riconsiderato, al punto che la stessa procura ha ammesso, con la sua richiesta, di aver sbagliato. «L’archiviazione è un epilogo scontato per chi conosce l’uomo e il politico Lorenzo Cesa. Restano amarezza e dubbi su una vicenda che ha influito pesantemente sulla vita personale del segretario dell’Udc e in qualche maniera sulle vicende politiche nazionali», ha commentato Mimmo Turano, assessore alle Attività produttive della Regione Siciliana ed esponente dell’Udc.

L'inchiesta e il giallo. Lorenzo Cesa, massacrato e assolto: finiscono nel nulla le accuse di Gratteri. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 23 Novembre 2021. Lorenzo Cesa? «Siamo sicuri al cento per cento che ne uscirà completamente scagionato». È accaduto nei giorni scorsi, con l’archiviazione del gip, e sono passati dieci mesi. E noi lo scrivevamo il 27 gennaio scorso, mentre raccontavamo il blitz del procuratore Gratteri, impegnato in un’operazione di nome “Basso profilo” . Basso lo era sicuramente il profilo. Ma: «Trecento poliziotti, dieci elicotteri per catturare… titoli sui giornali», era stata la sintesi del Riformista. Perché il nome del segretario dell’Udc, indagato per associazione mafiosa, era lo specchietto per le allodole per trasformare una modesta inchiesta locale calabrese in eclatante fatto di politica nazionale. È spesso così, con il procuratore Gratteri. Già in quel periodo si lamentava perché le sue inchieste, sempre gridate nelle conferenze stampa, non riuscivano a conquistare le prime pagine dei quotidiani nazionali. La stampa locale non gli bastava, perché tutta la sua attività giudiziaria era contornata da toni roboanti e gloriosi destini. Così quel giorno ci era riuscito. Se mettiamo a confronto il trafiletto di tredici righe a pagina 19 del Corriere di domenica scorsa con la notizia dell’archiviazione di Lorenzo Cesa dall’accusa di essere un mafioso con lo stesso quotidiano del 22 gennaio, c’è da arrossire. L’apertura della prima pagina era rafforzata da servizi di cronaca, commenti e una bella intervista al dottor Gratteri. Il quale nello stesso giorno si era concesso anche a Repubblica. Per dire (a reti unificate, si sarebbe detto una volta, perché a lui piace parlare al mondo intero) che «È quello che avevamo visto arrivare vent’anni fa: la ‘ndrangheta che si traveste da imprenditore. E bussa alla politica. E la politica, per lo meno una parte importante di essa, risponde. Aprendo la porta». Parole molto chiare, da cui si deve dedurre che il principale titolare dell’inchiesta credeva veramente (sarebbe gravissimo il contrario) nella responsabilità penale di Lorenzo Cesa. Della sua partecipazione a una cosca mafiosa. Se no, chi sarebbe stato il politico che aveva “aperto la porta” alla ‘ndrangheta? Certo che, persino per uno come il procuratore Gratteri, che si vanta in continuazione di essere diverso dai suoi colleghi, perché lui non si occupa di politica e non appartiene a nessuna corrente del sindacato delle toghe, il momento sembrava proprio scelto con cura. Che cosa succedeva infatti nello scorso gennaio? Il governo Conte-due era caduto per mano di Italia Viva e l’ex presidente del Consiglio con tutti i suoi amici giallorossi era alla ricerca disperata di voti parlamentari “responsabili” per restare in sella con un Conte-tre. I quattro senatori dell’Udc facevano gola. I telefoni di Cesa squillavano in continuazione. Finché lo squillo non trillò con l’informazione di garanzia che bollava il possibile capo dei “responsabili” come mafioso. Come se ciò non bastasse, erano partiti in quarta Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista a dire che loro con la ‘ndrangheta non volevano aver nulla a che fare. Lo stesso segretario dell’Udc del resto si era affrettato a dimettersi dal suo ruolo.

E Nicola Gratteri? Le sue parole erano state sconcertanti. Prima aveva detto che nella notte aveva saputo che Cesa non poteva aiutare Conte perché era all’opposizione. Poi che lui aveva solo calcolato di non fare il blitz durante le elezioni regionali della Calabria, la cui data però veniva continuamente spostata in avanti. Insomma, era apparso come un gran pasticcione. Uno fuori dal mondo della politica. Però la storia recente ci dice qualcosa di stuzzicante, di particolare. E pone qualche domanda. Come mai un politico accorto ed esperto come Lorenzo Cesa nei giorni scorsi, proprio alla vigilia dell’archiviazione della sua posizione processuale, ha confidato a Bruno Vespa, il quale l’ha riportato nel suo libro (Come Mussolini rovinò l’Italia e come Draghi la sta risanando), di un incontro con uno 007 nei giorni dell’incriminazione? E del fatto che questo agente segreto gli avesse detto che l’indagine sarebbe finita in niente ma che lui avrebbe dovuto comportarsi “con saggezza”? È chiaro che questa storia non può finire così, né sul piano politico né su quello della politica giudiziaria. Perché qui stiamo parlando dell’innocenza di Cesa, ma non dell’innocenza degli inquirenti o dei servizi segreti. Perché molte cose non quadrano fin dall’inizio.

Che dentro la bolla di sapone dei trecento poliziotti e dieci elicotteri impegnati nel blitz di quel 21 gennaio non ci fosse che aria lo si era capito subito anche dal modesto uso della custodia cautelare (13 indagati in carcere, 35 ai domiciliari, poi ancora ridimensionati in obbligo di dimora dal tribunale del riesame), giustificata sostanzialmente dal reato di associazione mafiosa. Su cui la vera notizia è che, nella sentenza della prima branca del processo con rito abbreviato di un mese fa, l’articolo 416 bis del codice penale è sparito nei confronti di 19 imputati su 21. Quindi chi sono i boss che hanno bussato alla porta della politica e chi l’ha aperta? Il segretario dell’Udc era stato coinvolto nell’inchiesta “Basso profilo” per via di un pranzo cui aveva partecipato a Roma al ristorante “Tullio” negli ultimi mesi del 2017, quando lui era parlamentare europeo. Era stato coinvolto dal referente del suo partito, l’Udc, in Calabria, Francesco Talarico, assessore regionale, che voleva candidarsi alle elezioni politiche del 2018, e che era appoggiato da un consigliere comunale di Reggio, Tommaso Brutto, dal figlio Saverio e da un imprenditore di nome Antonio Gallo.

Il punto debole dell’inchiesta era ed è che, se pure nelle carte si trovano intercettazioni tra queste persone nei giorni precedenti, non c’è quella che riporti la conversazione tra i cinque al famoso pranzo. Per un motivo molto semplice, che viene spiegato dallo stesso dottor Gratteri. Cesa era parlamentare europeo, quindi il trojan inserito nel cellulare di Brutto, venne spento. Quindi non si sa di che cosa i commensali abbiano parlato. Dalle conversazioni precedenti si intuisce che l’assessore Talarico intendesse rafforzare la propria posizione di candidato (resterò fuori dal Parlamento per soli 1.500 voti) agli occhi dei propri sostenitori con la presentazione di un personaggio importante come l’onorevole Cesa. Del resto, le richieste dei tre erano molto modeste, e riguardavano posticini di lavoro nell’ambito istituzionale. Nelle carte dell’inchiesta si parla della speranza di partecipazione a gare d’appalto per l’imprenditore, ma in modo molto generico e non confermato.

Che il nome di Lorenzo Cesa fosse utile solo ai titoli di giornale e che la sua posizione sarebbe stata archiviata lo abbiamo detto subito e lo ripetiamo. Resta da capire –oltre al fatto che una persona perbene è stata ingiustamente indagata per mesi come appartenente a cosche mafiose- se il tutto sia da ricondurre solo alla vanità di qualche inquirente. O se invece, come avrebbe lasciato capire il signor “barbafinta” che andò a trovare il segretario dell’Udc proprio mentre lui era sospettato di essere un mafioso, ci fosse dell’altro. Di molto politico, ma anche di molto inquietante. Anche perché il dottor Gratteri è candidato a diventare nei prossimi mesi il capo nazionale dell’antimafia.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

L’Arma gli ha tolto gradi e stipendio. Degradato e licenziato senza condanna, il colonnello Naselli “vittima” di Gratteri e Rinascita Scott. Paolo Comi su Il Riformista il 18 Novembre 2021. Vi ricordate del colonnello dei carabinieri Giorgio Naselli, l’ex comandante provinciale di Teramo arrestato a dicembre del 2019 nell’ambito dell’inchiesta “Rinascita Scott” condotta dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri? È stato prima degradato e poi licenziato. E tutto ciò senza che ci sia stata una sentenza di condanna, neppure in primo grado, e con la Cassazione che aveva addirittura annullato l’ordinanza di custodia cautelare nei suoi confronti. Breve riassunto per chi si fosse perso qualche passaggio di questa storia. Naselli viene arrestato all’alba del 19 dicembre del 2019 con l’accusa di associazione mafiosa e rivelazione di segreti d’ufficio in concorso con Giancarlo Pittelli, avvocato calabrese e parlamentare di Forza Italia. Insieme a loro altre 332 persone in quella che Gratteri definisce «la più grande operazione antimafia dopo il maxi processo di Palermo». Naselli e Pittelli si conoscono da tempo, in quanto il colonnello dal 2006 al 2017 aveva lavorato in Calabria ricoprendo l’incarico di comandante del Reparto operativo di Catanzaro. Secondo Gratteri, Pittelli, dopo aver avuto da Naselli la notizia “segreta” di una interdittiva antimafia in arrivo ai danni di un certo Rocco Delfino, l’avrebbe comunicata all’interessato. Piccolo particolare: la notizia era pubblica. Pittelli, nel frattempo diventato avvocato di Delfino, avrebbe quindi chiesto un favore a Naselli. La pistola fumante sarebbe l’intercettazione dove il colonnello risponde a una domanda di Pittelli sulla situazione di Delfino. Spiega che è complicata e poi dice: «Eventualmente lasciamo decantare la pratica». Da questa frase gli investigatori deducono che Naselli abbia promesso a Pittelli un rinvio sine die del provvedimento. Peccato che il provvedimento era stato eseguito esattamente sei giorni dopo la telefonata. Ma di questo nell’ordinanza di arresto non c’è traccia. Capita. Naselli, classe 1967, accademista e fino a quel momento destinato ad una prestigiosa carriera, viene allora tradotto da Teramo al carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Assistito dagli avvocati Gennaro Lettieri e Giuseppe Fonte presenta ricorso per la scarcerazione al Tribunale del riesame, ottenendo però la sostanziale conferma del quadro accusatorio. Lettieri e Fonte si rivolgono alla Cassazione che a luglio del 2020 smonta in radice tutte le accuse, scarcerando Naselli, in quanto «l’aggravante agevolativa dell’attività mafiosa ha natura soggettiva e si applica al concorrente solo se da lui conosciuta». «La pronuncia non lascia scampo alla ipotesi accusatoria, definitivamente demolita», commentò soddisfatto Lettieri. «Il colonnello Naselli – aggiunse l’avvocato – viene restituito alla libertà, con piena dignità ed immutato onore, che nessuno della nostra comunità, in realtà, aveva mai messo in dubbio. Naselli è stato “punito” senza alcuna colpa e senza alcuna verità, sacrificando i valori di civiltà e di certezza del diritto» . «La giustizia in questo paese trionfa, ormai, soltanto dopo i suoi grandi fallimenti», aveva quindi concluso Lettieri. L’avvocato, presidente della Camera penale di Teramo, non aveva però fatto i conti con Gratteri e con l’Amministrazione militare. Invece dell’archiviazione a Naselli arriva dopo poco dalla Procura una bella richiesta di rinvio a giudizio e dal Comando generale la comunicazione del procedimento di stato per la sua degradazione sul campo. La scala gerarchica, pur senza alcuna sentenza di condanna, aveva deciso di aprire nei suoi confronti un procedimento disciplinare di “stato”, quindi per accertare se potesse rimanere nei carabinieri, continuando ad indossare sulle spalline i gradi di colonnello. Forti della pronuncia della Cassazione, gli avvocati erano fiduciosi del risultato finale. La Commissione disciplinare, composta da cinque generali nominati dal comandante dell’Arma, purtroppo per Naselli, lo scorso dicembre non ha seguito la Cassazione rimanendo ferma alle iniziali accuse di Gratteri. Risultato: licenziamento in tronco e perdita del grado. Da colonnello a soldato semplice per aver leso il prestigio ed il decoro dell’Arma. Ovviamente senza stipendio. L’ormai ex colonnello, con quattro figli, ha impugnato quindi il provvedimento davanti al Tar del Lazio. L’udienza era stata rinviata più volte perché l’Avvocatura dello Stato non depositava le memorie. Alla fine il Tar confermerà la decisione. L’ultima parola spetterà ora al Consiglio di Stato. A Naselli non resta che accendere un cero. Paolo Comi

Mafia e politica: quelle banalità dell’archimandrita riverito dalla tv. Otello Lupacchini su Il Riformista il 23 Novembre 2021. È mia convinzione che «Exigua his tribuenda fides, qui multa loquuntur»: tante, troppe, sono le persone che parlano a vanvera su argomenti che dovrebbero essere di loro competenza, ma anche di argomenti sui quali non hanno alcuna competenza, e alle quali, pertanto, si deve prestare poca fede, proprio perché parlano molto. Questo, ahimè, m’ha sempre impedito d’associarmi al gregge di coloro che pendono adoranti dalle labbra di supponenti «vanaloquidori», magari perché benevolmente considerati abitanti del «royaume de Quinte Essance, nommée Entelechie» di rabelaisiana memoria, da irritanti, spocchiose e, talvolta, anche attempate «maestrine dalla penna rossa» o da gentleman dai volti precocemente sgualciti o su cui sono perennemente stampati sorrisi enigmatici. Alcune sere orsono, per fare un esempio, è stato ammannito uno dei tanti esilaranti, se non fossero tragici, spettacolini a uso e consumo di lobotomizzati dagli schermi, che vedeva protagonista un notissimo archimandrita forcaiolo, dalle smodate ambizioni di carriera, inversamente proporzionali alle sue reali capacità professionali e ai suoi veri meriti. Costui esponendo, in una lingua tanto approssimativa e sgraziata da far sanguinare le orecchie, le tesi sostenute nel suo ultimo libro, scritto more solito a quattro mani con un emerito Carneade, accreditato tuttavia come «massimo esperto mondiale» di criminalità organizzata, dava chiara mostra d’ignorare come esse altro non siano che la banalizzazione, in chiave aneddotica, dei punti d’approdo di studi, condotti, quelli sì, con piglio genuinamente scientifico, risalenti alla seconda metà degli anni Ottanta e agli anni Novanta dello scorso secolo. Fu allora, infatti, che la migliore dottrina criminologica, nazionale e internazionale, evidenziò come le specificità della mafia rispetto ad altre organizzazioni criminali fossero in genere da rinvenire, per un verso, nei legami con la politica e nel condizionamento delle istituzioni, e, per l’altro, nelle funzioni di protezione e di controllo delle attività economiche che si svolgono su un determinato territorio; come quello mafioso sia, dunque, un fenomeno che, esprimendo continuamente fatti criminali, non si identifica pienamente e semplicemente con la criminalità, né può essere assimilato tout court alla criminalità organizzata, trattandosi di una forma di questa particolare, unica nel suo genere, in quanto tendente a svolgere su un determinato territorio funzioni di regolamentazione tipiche dello Stato; come, dunque, la mafia sia una struttura criminale dotata di una particolare valenza politica, vale a dire capace di azione politica, intesa non solo come «potere, esercizio e/o detenzione di potere, bensì come ricerca del potere, azione finalizzata al potere», che si contraddistingue altresì per la capacità di radicarsi in un territorio, di disporre di notevoli risorse economiche, di controllare le attività comunitarie e di influenzare la vita politica e istituzionale a livello locale e nazionale, ricorrendo all’uso di un apparato militare, ma ricercando anche un certo grado di consenso sociale; come, finalmente, la persistenza delle mafie possa essere interpretata con la capacità di selezionare risorse specifiche per adattarsi sia nei contesti originari, sia in contesti di nuova espansione: in altri termini, come le mafie si riproducano nel tempo e nello spazio grazie alla loro capacità di accumulare e impiegare capitale sociale; come i mafiosi siano in grado di costruire e gestire reti di relazioni che si muovono e articolano in modo informale in ambiti e contesti istituzionali diversi, riuscendo a mobilitare risorse materiali e finanziarie che utilizzano per il conseguimento dei propri fini: il capitale sociale dei mafiosi, connesso alla loro capacità di networking, permette di comprendere perché essi riescono a stabilire rapporti di cooperazione e di scambio con soggetti esterni all’organizzazione. Ed è sempre degli anni Novanta del secolo scorso, per quanto concerne specificamente le differenze organizzative delle mafie, la tesi per la quale i gruppi di ’Ndrangheta risultano più coesi e compatti rispetto a quelli di Cosa Nostra: quest’ultima è nel suo complesso più potente e ha a disposizione risorse più ampie, ma è frazionata al proprio interno, sicché, paradossalmente, in Cosa Nostra il potere è più diffuso, mentre invece la ’Ndrangheta, pur mancando di una vera e propria struttura unitaria, presenta un potere più centralizzato a livello di singola cosca e lascia minore spazio alla divisione interna. Nihil sub sole novum, dunque, ma nessuno degli interlocutori dell’archimandrita, prestato purtroppo alla letteratura, ha osato farglielo notare. Ma ben altro e di peggio è accaduto nel corso del talk show, stando alle cronache grondanti «servo encomio». Scontato, innanzi tutto, l’attacco dell’archimandrita alla riforma Cartabia: «Tutte le riforme della Giustizia che si sono succedute finora andavano bene, meno che questa. La Cartabia è di sinistra». Meno scontato, tuttavia, l’attacco sarcastico e denigratorio, nel solito italiano sgangherato, alla persona della professoressa Marta Cartabia: «forse potrebbe essere un buon capo dello Stato, meglio del ministro della Giustizia». Imbarazzanti, poi, le dichiarazioni relative all’emergenza Covid e al trattamento da riservare ai cosiddetti no vax e no green pass: «ognuno è libero di fare ciò che vuole fino a quando non mette a rischio la libertà della collettività (…) Il governo è in ritardo, doveva essere presa una decisione più dura già in estate, impedendo a chi non è vaccinato di andare al lavoro o di accedere ad un ufficio pubblico. E io sarei anche dell’idea di fargli pagare le spese mediche in caso si ammalassero perché non puoi mettere in pericolo la vita della collettività. Bisogna essere seri e prendere provvedimenti a monte, prima dell’estate, quando si sapeva che in autunno sarebbero aumentati i contagi. Così ci troveremo chiusi a Natale». Qualcuno, forse, avrebbe dovuto ricordare all’archimandrita la Prefazione da lui stesso firmata al libro di Angelo Giorgianni e Pasquale Bacco, Strage di Stato, nel quale i due Autori (v. quarta pagina di copertina) esplicitamente enunciano: «In questo libro tratteremo di omicidi, di sequestri di persone, di violenze private. Nella consapevolezza di usare le parole come macigni» ed è già un macigno l’endiadi «Strage di Stato», riferita alla gestione sanitaria della pandemia causata dal Coronavirus. Nessuno ha avuto, però, l’ardire di ricordare all’archimandrita la sua linea difensiva per sottrarsi alla responsabilità d’aver stilato quella prefazione, una vera e propria operazione di memoria selettiva: egli avrebbe parlato «solo» di come le mafie possono avvantaggiarsi dell’epidemia, senza affrontare né appoggiare il contenuto del libro; ma questo è solo parzialmente vero, dunque, parzialmente falso: nella seconda parte della Prefazione si appoggiano totalmente e acriticamente le tesi sostenute nel libro, secondo cui il virus sarebbe quasi innocuo, i numeri dei morti a causa di esso sarebbero gonfiati e i decessi sarebbero stati causati dai lockdown e dalle terapie dei medici in ospedale. Nessuno, insomma, ha ricordato all’archimandrita prefatore, oggi convinto fustigatore duro e puro dei no vax e no green pass, di aver definito Strage di Stato «un libro-inchiesta che ricostruisce la successione degli eventi, la fonte dei provvedimenti, le correlazioni talvolta insospettabili tra fatti e antefatti, sollevando angosciosi interrogativi (…) sulla gestione dell’emergenza pandemica»; e di essersi spinto ad aggiungere: «Nell’attenta esegesi del libro, affiora un mosaico in cui ogni tassello trova la propria collocazione. (…) Le criticità che emergono nella gestione pandemica sono state inserite in un quadro di plausibilità. Capitolo dopo capitolo, come mettono in evidenza i due autori: “Si viene così a delineare un possibile disegno in grado di riallineare ciò che solo apparentemente si profila come un’inspiegabile serie di errori ripetuti, che sono costati la vita a innumerevoli persone non solo in Italia ma nel mondo intero”». Ma ciò che è stato più sgradevole è l’intemerata dell’archimandrita sulla manifestazione romana no vax, culminata nell’assalto alla Cgil, e sulla gestione, nell’occasione, dell’ordine pubblico: «Penso che la linea soft adottata dalla Lamorgese sulle manifestazioni no vax porterà a strumentalizzazioni e infiltrazioni. Io, ad esempio, avrei impedito di toccare un simbolo come la Cgil, anche mettendo in conto duecento feriti. Ma costi quel che costi, tu lì non arrivi perché sennò poi i gesti di violenza vengono mitizzati». Nessuno gli ha ricordato che alla manifestazione stessa aveva partecipato attivamente il magistrato Angelo Giorgianni, coautore di Strage di Stato, pesantemente sanzionato, per questo, sia pure in via cautelare, in sede disciplinare. Caritatevolmente, mi fermo qui. Chiudo, però, ricordando il topos, oscillante dall’arroganza al piagnisteo e ritorno, a cui ricorre sempre l’archimandrita de quo agitur, quando, e non certamente dagli intervistatori di fiducia, si sente messo alle strette: «Mi vogliono demolire? C’è gente che si alza la mattina e pensa a me, per diffamarmi. Ma io ho spalle larghe e i nervi d’acciaio e ricevo l’affetto di migliaia di persone». Indirizzerei volentieri all’archimandrita forcaiolo l’avvertimento di Mercurio a Sosia: «(…) si me irritassis, hodie lumbifragium hinc auferes» (Amph., 454). Ma me l’impedisce la buona educazione.

Otello Lupacchini. Giusfilosofo e magistrato in pensione

Il retroscena sulla (mancata) nascita del Conte Ter. “Comportati con saggezza, l’indagine si risolve”, la visita dello 007 a Cesa: la spy story dietro la trattativa per il Conte Ter. Carmine Di Niro su Il Riformista il 10 Novembre 2021. Le “barbe finte”, agenti dei servizi segreti, hanno avuto un ruolo nel tentativo di far nascere il governo Conte Ter? La bomba la sgancia Bruno Vespa nel suo libro “Perché Mussolini rovinò l’Italia (e come Draghi la sta risanando)” in riferimento alle trattative, in quei giorni concitati, per portare un gruppo di ‘Responsabili’ nelle file della maggioranza e sostituire così i renziani di Italia Viva, decisi a far sloggiare da Palazzo Chigi Giuseppe Conte. Al centro di questa sorta di spy story all’italiana c’è Lorenzo Cesa, il segretario dell’Udc che alla fine si sfilò dicendo no all’offerta di Conte e del PD-M5S all’ingresso nella maggioranza come stampella del governo. Una scelta, ricostruire Vespa, arrivata per il rifiuto dell’ex presidente del Consiglio di passare prima per una formale crisi di governo, considerata invece dal leader dei centristi indispensabile per giustificare il sostegno del suo gruppo parlamentare. È nel mezzo di queste trattative politiche, scrive Vespa, che arriva l’intervento della magistratura. “Cinque giorni dopo, all’alba di mercoledì 21 gennaio — racconta Vespa, riportato dal Corriere della Sera — uomini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l’abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso”. Ed è qui che Vespa racconta del presunto intervento dei servizi. Il giornalista scrive infatti che subito dopo la perquisizione nella casa romana del segretario dell’UDC, Cesa ricevette la visita “di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza”. La domanda è ovvia: ammesso che quanto scritto da Vespa corrisponda al vero, chi si è mosso per far recapitare a Cesa l’avvertimento sulle future mosse politiche da fare? Già lo scorso mese dall’entourage di Cesa veniva raccontato a questo giornale, in un articolo di Aldo Torchiaro, una “insostenibile pressione”, in quei giorni di fine gennaio. “Apparati dello Stato e perfino del Vaticano” avrebbero sollecitato con insistenza una conclusione della crisi che portasse alla riconferma di Giuseppe Conte e impedito alla crisi di aprire la prospettiva che portò poi invece alla formazione del governo Draghi.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Le minacce degli 007 per convincere i riottosi ad appoggiare Giuseppi. Paolo Bracalini l'11 Novembre 2021 su Il Giornale. L'avvertimento a Cesa: "Comportati bene". La "passione" dell'ex premier per i Servizi. Un pezzetto alla volta iniziano ad emergere particolari interessanti su quel periodo oscuro tra la fine del Conte Bis e l'investitura di Draghi. Tre settimane scarse in cui l'ex premier Conte avviò una campagna con pochi scrupoli e con molti mezzi (alcuni alla luce del sole, altri meno) per arruolare truppe di parlamentari e cercare di dare vita ad un terzo governo con la vecchia maggioranza più la «quarta gamba». Un'operazione sostenuta politicamente dal Pd, grande sponsor del Conte ter prima di scoprirsi fedele a Draghi, da gruppi di peones interessati a incassare poltrone, ma a quanto pare anche da apparati più nascosti. L'episodio che rivela Bruno Vespa nel suo libro Perché Mussolini rovinò l'Italia (e come Draghi la sta risanando) è inquietante e ha al centro un protagonista di quei giorni, il corteggiatissimo (da Conte) leader dell'Udc Lorenzo Cesa, che poteva offrire all'avvocato di Volturara Appula una dote di tre senatori, numeri succulenti in quei giorni di spasmodica caccia ai voti in Parlamento. Cesa non accettò le offerte di Conte, e pochi giorni dopo ricevette la visita degli uomini della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che «per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l'abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso». Una coincidenza temporale, certo. Tuttavia un secondo episodio getta una luce molto ambigua sulla vicenda. Subito dopo la perquisizione dell'abitazione, Cesa riceve infatti la visita «di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». Una frase che, in quel frangente politico molto delicato, suona come un avvertimento. Di chi si trattava? E per conto di chi recapitava quel messaggio? Misteri. Certo è che del dossier servizi segreti Conte si era sempre molto interessato, al punto da tenere a lungo per sè la delega sugli 007. Ma già molto prima, nel 2018, Conte aveva nominato un suo uomo di fiducia come Gennaro Vecchione a capo del Dis (Dipartimento delle informazioni per la Sicurezza) mentre come Sottosegretario di Stato con delega ai servizi di intelligence Pietro Benassi, cioè il suo ex consigliere diplomatico a Palazzo Chigi. È significativa non solo la consuetudine con i due uomini indicati da Conte ai vertici dei Servizi, ma anche la tempistica della nomina di Benassi: il 21 gennaio 2021. Il giorno successivo Conte completa i nuovi vertici dei Servizi segreti nominando tre vicedirettori all'Aise (servizi segreti estero) e Aisi. Il tutto, quindi, solo una settimana dopo che Renzi aveva ritirato i suoi ministri aprendo la crisi di governo, e dando quindi il via alle manovre di Conte per arrivare ad un ter. Utilizzando anche gli apparati segreti dello Stato? È un'ipotesi che è circolata spesso, e che ora si rafforza con l'episodio riguardante Cesa (che, interpellato dal Giornale, preferisce non commentare). Gli uomini dell'Udc, sentiti da Riformista, hanno raccontato di una «insostenibile pressione» in quei giorni per entrare nel Conte ter, un'operazione condotta non solo da Palazzo Chigi ma addirittura da «apparati dello Stato e perfino del Vaticano». Il direttore della Stampa, Massimo Giannini, scrisse che nella ricerca dei responsabili erano coinvolti «noti legali vicini al premier, presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, generali della Guardia di Finanza, amici del capo dei servizi segreti Vecchione» e alte gerarchie ecclesiastiche. Una ricostruzione allora smentita da Palazzo Chigi, ovviamente. Non tutti però nel M5s remavano in quella direzione. Nel sui libro l'ex sottosegretario Spadafora, molto vicino a Di Maio, racconta che fu Fico a mettere in contatto Grillo e Draghi. Un passaggio decisivo per portare alla nascita dell'attuale maggioranza e seppellire le ambizioni di Conte per un terzo mandato. Anche le guerre intestine dentro il M5s, pro e contro Conte, sono un mistero da servizi segreti. Paolo Bracalini

Claudio Antonelli per "la Verità" l'11 novembre 2021. Il libro di Bruno Vespa (Perché Mussolini rovinò l'Italia e come Draghi la sta risanando) fa emergere un altro fantasma del Conte ter e del probabile uso dei servizi e delle agenzie di intelligence per stringere nuove alleanze dentro e fuori il Parlamento. A sottolineare la paginetta è un articolo di Antonio Polito pubblicato, o meglio imboscato, dal Corriere della Sera. Nelle poche righe si racconta la vicenda giudiziaria di Lorenzo Cesa, già deputato ed europarlamentare dell'Udc. Il centrista decise di dire no alle offerte di Conte, motivando il diniego in un modo molto semplice. Niente supporto, senza prima aprire una crisi di governo. «Cinque giorni dopo», si legge nel testo, «uomini della Dda di Catanzaro coordinati dal procuratore Nicola Gratteri perquisiscono l'abitazione romana di Cesa contestando l'accusa di associazione per delinquere». Fatto fin qui pubblico e avvenuto il 21 gennaio. Fatto di cui lo stesso Gratteri parla in almeno due interviste, spiegando che le tempistiche sono state dettate da esigenze investigative e che comunque lo stesso Cesa aveva già pubblicamente fatto sapere di non voler sostenere un eventuale Conte ter. Come dire, nessuna interferenza politica. Il fatto nuovo è però riportato poche righe sotto. «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell'Udc riceve la visita di un agente dei servizi che conosceva da tempo che gli avrebbe detto più o meno: non preoccuparti, questa cosa si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». L'articoletto esplosivo ieri non ha suscitato reazioni. Cesa non ha replicato. Silenzio anche da parte di Conte. Eppure il direttore della Stampa, Massimo Giannini, aveva dedicato a metà gennaio un dettagliato articolo di accusa contro l'allora premier. Si descriveva un probabile utilizzo di alcuni generali della Gdf e di rappresentanti delle agenzie di intelligence per perorare la causa del terzo mandato. Palazzo Chigi smentì seccamente. Negando qualunque tipo di fondatezza. Giannini incassò facendo capire che sapeva altre cose e poi il mese successivo, il 13 per la precisione, a ricevere la campanella di Palazzo Chigi è ufficialmente Mario Draghi. Segue la nomina di Franco Gabrielli a sottosegretario con delega all'intelligence e a metà maggio il cambio di passo drastico al vertice del Dis, dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Gennaro Vecchione, uomo di fiducia di Conte, viene sostituito da Elisabetta Belloni. Con il trascorrere dei mesi da diverse inchieste giudiziarie o giornalistiche emergono pezzetti di notizie che ogni volta riportano a quell'editoriale di Giannini. Uomini vicini a Conte e Vecchione spuntano con costanza. Nell'inchiesta sulle presunte influenze di Luca Di Donna, ex partner di studio di Conte, è emerso il nome dell'allora capo di gabinetto dell'Aise, il generale Enrico Tedeschi. Presente insieme a un suo sottoposto a un incontro con un broker di mascherine cinesi. In un'altra inchiesta che riguarda Mario Benotti , mascherine cinesi e i rapporti con l'ex commissario Domenico Arcuri, è lo stesso Benotti a evocare i servizi quando afferma di avere avuto alert su possibili inchieste. La pax draghiana che ha sistemato con molta moral suasion anche la tensione che si era creata tra Lega e Fratelli d'Italia all'interno del Copasir ha avuto un effetto diretto anche su un'altra figura storica del Dis. Marco Mancini, celebre ai tempi di Pollari, è stato accompagnato alla porta dal neo direttore Belloni all'indomani di una inchiesta di Report che ha svelato un incontro tra lo 007 e il senatore Matteo Renzi. Un elemento che porta a unire i puntini e spiega quanto sia stata importante la delega ai servizi per l'intera durata del governo Conte e quanto impegno abbia messo Renzi nel far cadere l'esponente grillino. La notizia di Cesa non smentita è l'ultimo tassello. Almeno per ora. Per dire come il comparto sia con le orecchie alzate. Le fibrillazioni ieri sono derivate da un articolo pubblicato da Dagospia. Il sito ha riportato un comma finito in Gazzetta lo scorso 5 novembre lasciando intendere l'intenzione di Gabrielli di anticipare i pensionamenti per introdurre nuove leve. La notizia non appare fondata. Ma serve a misurare il polso. Comprensibile, quindi, che il governo Draghi voglia intervenire in modo selettivo con il bisturi, così come il nuovo presidente del Copasir abbia spiegato alla Verità in una intervista che il comitato si occupa di governo e di agenzie, non dei parlamentari. Sarebbe però interessante fare luce su quanto fatto da Conte per prorogare e nominare dirigenti. Lo stesso Mancini è stato in predicato di diventare vice di Vecchione. Bisognerebbe anche fare chiarezza su tutte le scelte attuate in contrasto con la legge statutaria del comparto. A chi tocca? Forse al Parlamento. Più che al Copasir. Per i motivi scritti sopra scritti. L'altroieri è stato audito dal Comitato il direttore dell'Aise, Giovanni Caravelli, su temi come Etiopia, sicurezza energetica e difesa europea. Sul tavolo sono finite anche domande sulle trasferte retribuite di Renzi all'estero. Tema non certo di competenza dell'Aise. Risultato? I giornali ci hanno titolato. Ma così il tema finisce nel nulla. Per questo e pure per i fantasmi del Conte ter sarebbe opportuno che il Parlamento dicesse la sua e chiedesse a chi di dovere.

Jacopo Iacoboni per "La Stampa" il 12 novembre 2021. Tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio di sabato 16 gennaio il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa ebbe alcuni contatti politici del livello più alto in cui gli fu chiesto, senza girarci intorno, l’appoggio dei senatori Udc a Giuseppe Conte in una chiave di «responsabilità nazionale» nel voto di fiducia che si sarebbe dovuto tenere a Palazzo Madama il martedì mattina successivo, 19 gennaio. La risposta di Cesa fu aperta, ma non su un punto: per aprire un dialogo con i centristi occorreva passare da una crisi formale di governo. Proprio in quella giornata stava nascendo in Senato il gruppo Maie-Italia23, concepito per accogliere i sostenitori di Conte. La risposta di Cesa non piacque a chi in quei giorni faceva pressioni per un Conte ter. E furono tanti. Cinque giorni dopo, all’alba di mercoledì 21 gennaio, agenti della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, per ordine del procuratore Nicola Gratteri, perquisivano l’abitazione romana di Cesa contestandogli il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso. Una coincidenza, naturalmente, ma adesso Bruno Vespa ne racconta un’altra nel suo nuovo libro: «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell’Udc ricevette la visita di un importante agente segreto che conosceva da tempo e gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza». Vespa non ne rivela il nome, e Cesa si è chiuso nel silenzio. A La Stampa risulta che abbia parlato di nuovo ieri l’altro con il giornalista, e non abbia fatto nessuna smentita. Una fonte importante tra i centristi riferisce non di un incontro, ma di un altro tipo di contatti, con qualcuno dei servizi, fatto sta che il racconto è confermato. È solo l’ultimo tassello di una connessione di interessi e poteri trasversali che si mossero in quelle ore, soprattutto attorno ai democristiani, che però si riveleranno più ostici del previsto. Una fonte centrista che ha la massima conoscenza della storia ci racconta: «Cesa riceveva una telefonata al minuto, in quelle ore. Politiche, istituzionali, e anche da uomini del Vaticano». Chiarisce: «Molte erano pressioni vere e proprie. Dal Vaticano non pressioni, ma alcuni uomini del Vaticano ci esponevano la forte preoccupazione di una crisi al buio, in un momento così drammatico per l’Italia». Su La Stampa il direttore Massimo Giannini, in un editoriale del 17 gennaio che ora riceve nuove conferme, aveva scritto «di senatori contattati da noti legali vicini al premier, da presidenti di ordini forensi a nome dello Studio Alpa, da generali della Guardia di Finanza, da amici del capo dei servizi segreti Vecchione, da arcivescovi e monsignori vicini al cardinal Bassetti e alti prelati vicini alla Comunità di Sant’Egidio». Palazzo Chigi fece una smentita rituale. Alcuni testimoni diretti riferiscono anche di un attivismo di avvocati provenienti dallo studio Alpa. Sicuramente Andrea Benvenuti, diventato poi segretario di Conte. Un’altra fonte dice anche di telefonate da parte dell’avvocato senior dello studio, Luca Di Donna, circostanza che però altri negano. Come che sia su questo ultimo punto, proprio un’inchiesta su Di Donna (per un presunto traffico d’influenze in un’altra vicenda, riguardante gli appalti delle mascherine cinesi nella prima fase della pandemia) ha fatto emergere – scrisse La Stampa – che ricevendo un imprenditore, Di Donna si fece trovare «presso lo studio Alpa» con il capo di gabinetto dell'Aise (i servizi segreti esteri) Enrico Tedeschi. Una nostra fonte racconta come a quell’incontro fosse presente anche un altro alto ufficiale, che l’imprenditore fa però fatica a inquadrare. Sui servizi Conte è sempre stato assai criticato. Aveva tenuto il controllo per sé, accentrando tutto nella relazione personale con il generale della Guardia di Finanza Gennaro Vecchione, capo del Dis. Solo alla fine il leader M5S cedette all’ambasciatore Piero Benassi la delega di controllo. Il quale fu convocato con insistenza dal Copasir, nell’ultima settimana di Conte a Palazzo Chigi, ma la fine del governo fece cadere quella richiesta di capire alcuni passaggi cruciali. Mario Draghi tra i primi suoi atti ha nominato Franco Gabrielli autorità delegata all’intelligence, e Elisabetta Belloni al Dis, chiari segnali anche simbolici di fine di quella stagione. Ora il Copasir ha intenzione di sentire Cesa, per capire bene cosa sia accaduto in quei giorni.

La spy story dietro l'operazione (fallita) dei responsabili. Conte ter, così i servizi segreti provarono a salvare il governo dell’avvocato del popolo. Aldo Torchiaro su Il Riformista l'11 Novembre 2021. Il Conte Ter doveva nascere per forza. E la maggioranza che non c’era, si doveva trovare a tutti i costi. Tanto che sembra averci lavorato un pezzo del vertice di quei servizi segreti che con Conte erano diventati un’appendice di Palazzo Chigi. Dal libro di Bruno Vespa appena presentato (Perché Mussolini rovinò l’Italia e come Draghi la sta risanando) si assume una confidenza che l’autore non può che aver ricevuto dal protagonista di questa storia: Lorenzo Cesa. Il segretario Udc sarebbe stato al centro di pressioni fortissime, nei giorni in cui si cercava la maggioranza raccogliticcia (I “Responsabili”) per il Conte Ter. Cesa nicchiò e infine negò di dare l’appoggio della formazione centrista a Conte. Per pura coincidenza, tre giorni dopo il voto al Senato – era il 21 gennaio – ricevette in casa una perquisizione della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, per ordine del procuratore Nicola Gratteri. Gli contestarono il reato di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso. Anche nell’intervista recentemente fatta con il Riformista, Cesa fa riferimento alla singolare combinazione, nelle stesse giornate, di decisioni politiche e inchieste roboanti. Che nulla avevano di fondato: il leader Udc è stato prosciolto da tutte le accuse, anzi ha visto la sua posizione stralciata dall’inchiesta ancora nella fase preliminare. Come gli era stato pronosticato da uno 007 che lo ha raggiunto a casa, in quelle ore concitate. Con Conte appeso a un filo, Mattarella aveva evidentemente già iniziato a comporre il numero di telefono di Mario Draghi per sondarlo. Ma c’è ancora un margine per ripescare Conte, che fino all’ultimo si illude. Briga. Fa chiamare. È a quel punto che accade l’incredibile: «Subito dopo la perquisizione, il segretario dell’Udc ricevette la visita di un importante agente segreto che conosceva da tempo e che gli avrebbe detto, più o meno: non preoccuparti, questa storia si risolve, ma cerca di comportarti con saggezza», scrive Vespa nel libro. Chi decide di parlare oggi lo fa anche perché le partite aperte allora, sono oggi chiuse. Il generale Vecchione non dimora più a capo dei servizi, allontanato il 14 maggio da Mario Draghi. Legato a Conte da una solida amicizia, è stato al suo fianco dall’inizio del Conte I alla fine del Conte II. E l’ombra dei servizi la ritroviamo in più punti della cronistoria del Conte II. Si parlò insistentemente di uomini dell’intelligence che facevano pressioni per Conte, qualcuno anche transitando per le segrete stanze dello studio Di Donna-Alpa-Conte. Ed era in quello studio che – ancora indietro, nella primavera 2020 – l’avvocato Luca Di Donna, sotto le insegne del collega di studio più anziano, Giuseppe Conte, riceveva i clienti insieme con il capo di gabinetto dell’Aise, i servizi di controspionaggio, Enrico Tedeschi. E con un secondo generale, verosimilmente membro dell’intelligence, che il teste Giovanni Buini fatica a identificare. E d’altronde solo Cesa può fare il nome dell’importante dirigente dei servizi che lo andò a trovare, e tutto ieri Cesa è rimasto blindato: “non conferma e non smentisce”, ci fa sapere il suo portavoce Salvo Ingargiula che però si lascia sfuggire: «Di queste cose parla nelle sedi istituzionali, al Copasir». Parlerà al Copasir? La voce dal sen fuggita può trovare riscontro solo nell’agenda del Comitato parlamentare per la sicurezza. Le cordate degli 007 sono note, le poltrone che contano pure. Draghi ha imposto un cambio della guardia che però ha inciso fino a metà. «Chi comanda sempre è il giro di quelli che chiamiamo istituzionali, da Franco Gabrielli a Luciano Carta», ci dice una gola profonda dei servizi. Se solo Cesa può dire chi lo era andato a trovare e da chi era stato spinto, quel che si può escludere a una prima analisi è che fosse un uomo dell’Aise. E il campo si restringe all’Aisi, al cui vertice siede Mario Parente, generale dei Carabinieri la cui ascesa si lega a indicazioni di matrice dem. «Marco Mancini stava dall’altra parte», suggerisce la nostra fonte. A una attenta lettura l’evoluzione dei fatti – per come la concatena Vespa – tende a far pensare a una manovra ordita da chi è più vicino a Gratteri. E chi è più vicino a Gratteri si chiama Marco Mancini. «E non dovete farvi trarre in inganno: Mancini non era affatto tra gli uomini ai quali Giuseppe Conte avrebbe potuto rivolgersi», ci ricorda la nostra fonte. Il contestato scoop di Report, realizzato in circostanze mai del tutto chiarite, ha reso noto l’incontro di Mancini con Matteo Renzi. La cordata opposta, dunque. Di pressioni fortissime in quei giorni di fine gennaio se ne vedevano ovunque, e i discorsi di Conte a Camera e Senato erano infarciti di blandimenti sperticati. “Amici democratici cristiani”, si era lanciato Conte: ed ecco che Cesa viene messo sui carboni ardenti. Poi si era appellato ad “un uomo di cultura come il socialista Nencini”. Anch’egli protagonista di un giallo; Renzi gli raccomanda di votare contro la fiducia (Italia Viva e Psi integrano lo stesso gruppo) ma lui, appartatosi a palazzo Madama con Giuseppe Conte fino alle 22 della sera del 19 gennaio, ne uscirà con una carica insperata, correndo in aula per votarlo. Secondo una indiscrezione, un accordo su una posizione istituzionale di primo piano nel nascituro governo. Poi però i piani andarono diversamente. Arrivò Mario Draghi e con lui l’Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica venne affidata nelle mani di Franco Gabrielli, ed Elisabetta Belloni venne incaricata di guidare il Dis dopo l’uscita di Vecchione. Da allora non si hanno più notizie di agenti segreti che girano di casa in casa a suggerire ai parlamentari come devono votare.

Aldo Torchiaro. Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.

Da "il Giornale" il 18 giugno 2021. Nell'ambito dell'inchiesta «Basso profilo», coordinata dai Sostituti procuratori Paolo Sirleo e Veronica Calcagno, la Dda di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri ha chiesto il rinvio a giudizio di 78 persone fra cui l'assessore della regione Calabria Franco Talarico, dell'Udc. Stralciata, invece, la posizione di sette persone fra cui quella dell'ex segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, dimessosi poche ore dopo il suo coinvolgimento nell' inchiesta - arrivata nel pieno della crisi del governo Conte bis - e il cui nome figurava nel provvedimento di chiusura delle indagini dell'11 maggio scorso. E adesso l'ex segretario dell'Udc Lorenzo Cesa esulta: «Da credente ringrazio Dio. Questa vicenda mi ha creato un grande dolore. A mio figlio, quando il Covid mi ha costretto al ricovero, ho detto che se mi fosse capitato qualcosa di grave avrebbe dovuto difendermi fino in fondo, perché con questa storia non avevo nulla a che vedere. E oggi sono soddisfatto dall' esclusione del mio nome dalla richiesta di rinvio a giudizio. E un motivo di grande soddisfazione». A Cesa, nell' ordinanza emessa nel gennaio scorso, il Gip di Catanzaro Alfredo Ferraro contestava i reati di associazione per delinquere aggravata, al fine di commettere una serie indeterminata di delitti contro la pubblica amministrazione, in particolare (fra gli altri) turbative d' asta, corruzione e abuso d' ufficio. 

Il segretario dell'Udc si era dimesso per l'inchiesta "Basso profilo". La giravolta di Gratteri su Lorenzo Cesa: da indagato (e perquisito) allo stralcio dall’inchiesta sulla ‘ndrangheta. Carmine Di Niro su Il Riformista il 18 Giugno 2021. Lo sottolinea bene Enrico Costa, deputato e responsabile giustizia di Azione: “A gennaio il segretario Udc Lorenzo Cesa fu indagato e perquisito per associazione per delinquere aggravata dalla mafia. Giornali con notizia in prima pagina. Interventi sulla stampa dei Pm. Dimissioni. Ora la sua posizione è stralciata: sui principali quotidiani neanche una riga”. A fare da contraltare infatti ai titoloni dei giornali sull’indagine che aveva visto coinvolto Cesa, sbattuto in prima pagina come se fosse già colpevole e con ampio risalto all’accusa, rappresentata dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, c’è il silenzio sullo stralcio della sua posizione. L’indagine “Basso Profilo” aveva avuto non poche ripercussioni politiche: Cesa si era dimesso da segretario dell’Udc nel pieno della crisi del governo Conte bis, quando l’allora premier e la sua maggioranza erano in "trattativa" proprio con i centristi per allargare il perimetro della maggioranza per sostituire i renziani di Italia Viva. A Cesa il gip di Catanzaro Alfredo Ferraro contestava i reati di associazione per delinquere aggravata al fine di commettere altri reati come corruzione, abuso d’ufficio e turbativa d’asta. Ma Cesa non c’è tra i nomi dei 78 indagati per i quali è stata avanzata dalla Procura di Gratteri la richiesta di rinvio a giudizio: rispetto alle 85 persone coinvolte nell’avviso di conclusione delle indagini sono infatti 78 quelle per le quali è stato chiesto il processo. E l’ex segretario dell’Udc può giustamente ritenersi soddisfatto: “Da credente ringrazio Dio. Questa vicenda – ha detto – mi ha creato un grande dolore. A mio figlio, quando il Covid mi ha costretto al ricovero, ho detto che se mi fosse capitato qualcosa di grave avrebbe dovuto difendermi fino in fondo, perché con questa storia non avevo nulla a che vedere. E oggi sono soddisfatto dall’esclusione del mio nome dalla richiesta di rinvio a giudizio. E un motivo di grande soddisfazione”. Parlando con l’AdnKronos ha aggiunto: “Finire la mia vita politica infangato come persone legata alla ‘ndrangheta sarebbe stato triste, sono molto contento. Evidentemente i magistrati hanno letto meglio le carte, assumendo questa decisione per me vitale dal punto di vista morale, per la mia famiglia, innanzitutto, e anche per quello che rappresento per questa piccola comunità che è l’Udc. Fin dall’inizio – ha concluso Cesa – mi sono dichiarato estraneo a questa vicenda, ero coinvolto in qualcosa che non mi apparteneva. Io ho sempre avuto la massima attenzione ogni volta che sono venuto in Calabria, così come in altri luoghi. Il mondo della ‘ndrangheta l’ho sempre contrastato”. A cinque mesi dall’inchiesta della DDA di Catanzaro, che aveva ipotizzato favori di Cesa all’imprenditore Gallo e ai suoi presunti amici ‘ndranghetisti, salta quindi la richiesta di rinvio a giudizio della stessa Procura di Gratteri. Una mossa che dimostra come le accuse nei confronti dell’ex segretario Udc fossero inconsistenti già al momento delle indagini preliminari.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Il procuratore aveva sentito con le sue orecchie...Cesa non è mafioso, ennesimo flop di Gratteri: 5 mesi di gogna per nulla. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 19 Giugno 2021. Vien voglia di mollare due ceffoni, a chi aveva detto che Lorenzo Cesa era un mafioso. E chissà se il ministro Di Maio prima o poi chiederà scusa anche a lui. Il nome del segretario dell’Udc nelle richieste di rinvio a giudizio dell’inchiesta “Basso profilo” non c’è. È stato stralciato, il che pare preludere a una richiesta di archiviazione da parte della stessa Procura di Nicola Gratteri che lo aveva accusato di trattare con la mafia e lo aveva tenuto in graticola per cinque mesi. Così vanno le vicende politico-giudiziarie in Italia, e in particolare in Calabria. Il 21 gennaio si muovono trecento poliziotti e dieci elicotteri nonostante l’operazione si chiami “Basso profilo”, a indicare in modo esplicito che non si stanno catturando importanti boss mafiosi, ma personaggi marginali, quando non addirittura del tutto estranei a qualunque associazione riferibile alla ‘ndrangheta. Il procuratore Gratteri, nella consueta conferenza stampa, lo aveva detto chiaro. «L’indagine di questa mattina è la sintesi di quello che diciamo ormai da decenni: la ‘ndrangheta spara meno però corrompe e ha sempre più rapporti nel mondo dell’imprenditoria e nel mondo della politica». Il carniere però era semivuoto. E nessun quotidiano di tiratura nazionale avrebbe dedicato neppure uno sguardo distratto a un blitz definito dagli stessi autori come operazione di basso rango mafioso, se una manina astuta non avesse inserito nell’elenco degli indagati un personaggio politico importante. Che cosa c’entra Lorenzo Cesa con la mafia calabrese e con l’inchiesta “Basso profilo”? Assolutamente niente. Così, mentre lui stesso (ma lo si può capire) recitava la giaculatoria della “fiducia nella magistratura”, e i suoi amici e colleghi (meno giustificabili e con la sola eccezione di Gianfranco Rotondi) suggerivano che lui avrebbe dimostrato la propria innocenza come fosse suo compito, ecco che cosa scriveva Il Riformista: «Ma è sicuro al cento per cento che ne uscirà completamente scagionato». Non perché noi siamo più bravi, ma perché era evidente che tutta quanta la sceneggiata di elicotteri e uomini in armi (mancavano solo i cani lupo) sarebbe servita a poco se non ci fosse stato anche lo specchietto per le allodole acchiappa titoli di giornali e aperture tv. Il nome famoso. Più che famoso in realtà, forse addirittura fondamentale, in quel momento storico e politico. Perché Cesa, con la sua piccola pattuglia dei tre senatori Paola Binetti, Antonio Saccone e Antonio De Poli, si era ritrovato in quei giorni di crisi all’improvviso al centro della scena politica come possibile sostegno al progetto del governo Conte-ter dopo l’abbandono di Renzi e di Italia Viva. L’inchiesta del procuratore Gratteri era piombata come una valanga proprio in quel momento. I tempi si erano da subito fatti convulsi: Cesa indignato si era immediatamente dimesso dalla segreteria del suo partito, i due simpatici grillini Di Maio e Di Battista si erano affrettati a dire che con gli indagati non si trattava. Intanto Gratteri rilasciava a tamburo battente due interviste in cui si mostrava attentissimo ai tempi della politica. Spiegava al Corriere e a Repubblica che lui si era preoccupato di non far cadere gli arresti in mezzo alle elezioni calabresi, che però erano state spostate da gennaio ad aprile, e che comunque lui aveva sentito “con le sue orecchie” Cesa dire in televisione che non avrebbe appoggiato il governo. Neppure un mezzo tentativo di tenersi fuori, di dire che l’obbligatorietà dell’azione penale, eccetera. Lui aveva sentito con le proprie orecchie, quindi poteva tranquillamente sguinzagliare gli elicotteri e anche dare la patente di mafioso al segretario di un partito senza timore di interferire con il quadro politico. Povero Cesa! Solo coloro cui è capitato qualcosa di analogo sanno che cosa vuol dire alzarsi al mattino sapendo che c’è qualcuno che ritiene tu abbia a che fare con i boss. E sappiamo anche che poi nessuno ti chiederà scusa. Ma non sarebbe giusto che anche noi dedicassimo la nostra attenzione solo a una persona di quel blitz di gennaio. Il numero due della parte politica dell’inchiesta si chiama Francesco Talarico, è (speriamo ancora, non si sa mai l’avessero rimosso, in questi tempi di grillismo acuto) il responsabile regionale calabrese dell’Udc. Sicuramente svolgeva quel ruolo politico alla fine del 2017, quando sta coltivando la speranza di andare in Parlamento alle successive elezioni politiche del 2018 come candidato nel collegio di Reggio Calabria (resterà fuori per 1.500 voti). Si dà da fare nella campagna elettorale con il maggior numero possibile di contatti con persone che possano aiutarlo nella raccolta dei voti, come fanno tutti. C’è a dargli una mano Tommaso Brutto, consigliere comunale da vent’anni a Catanzaro, con suo figlio Saverio, cui Talarico promette un ruolo di assistente parlamentare in caso di elezione. Inutile fare commenti sulla procedura, si tratta della normalità di qualunque campagna elettorale di qualunque partito. Naturalmente c’è anche l’imprenditore, Antonio Gallo, detto il “principino”, descritto dagli stessi magistrati come uno che non è un boss e neanche inserito in qualche ‘ndrina. Ma come uno che conosce tutti, che traffica un po’ con tutti, che ha amicizie un po’ di tutti i tipi, anche quelle “così-così”, fino a quelle più compromettenti. E qui entra in scena Lorenzo Cesa, perché i quattro –Talarico, i due Brutto e Gallo- un bel giorno partono dalla Calabria per Roma e vanno a incontrarlo in un ristorante. Delle conversazioni a tavola non c’è nessuna registrazione perché il segretario dell’Udc all’epoca era parlamentare europeo. Lo dirà lo stesso procuratore Gratteri con rammarico, in un’intervista del giorno dopo. Il resto sono solo deduzioni, certamente secondo l’accusa avranno parlato di gare e appalti, anche se non risulta. Anzi, si scoprirà poi che le ambizioni di Gallo si sarebbero fermate alla speranza di un incarico in qualche organismo di vigilanza che gli potesse garantire qualche migliaia di euro al mese. Una bella cricca di mafiosi, non c’è che dire. Uno che vuole andare in Parlamento, l’altro che promuove il figlio come assistente del deputato e l’altro ancora che pietisce qualche euro in un organismo di controllo. Del resto non è che lo stesso gip si fosse affannato a riempire le carceri di mafiosi. Si era limitato a 13 provvedimenti di custodia in carcere e per tutti gli altri, a partire da Talarico, si era fermato ai domiciliari, poi trasformati in obbligo di dimora. E in seguito lo stesso tribunale del riesame aveva fatto piazza pulita in un bel po’ di aggravanti mafiose, pur mantenendo le imputazioni di corruzione elettorale. Intanto Lorenzo Cesa uscirà dalla scena politico-giudiziaria, immaginiamo. Ai giornali, salvo qualche piccolissima eccezione, non pare importare niente. Il Conte-ter infine non si è fatto e magari il progetto sarebbe affondato lo stesso. Ma i cinque mesi forse peggiori della sua vita sicuramente nessuno li restituirà a Cesa. In fondo, che cosa vuoi che sia? Il procuratore aveva sentito con le sue orecchie.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

La candidatura Ventura nata sventurata e deragliata per l'antimafia. Paride Leporace su Il Quotidiano del Sud il 2 luglio 2021. Nata male e finita peggio la storia di Maria Antonietta Ventura, candidata presidente del centrosinistra alle prossime regionali. A fronte delle evidenze, stasera c’è stato il passo di lato dell’amministratrice del gruppo operante nel settore ferroviario (LEGGI) che a fronte dell’interdittiva antimafia emanata dalla prefettura di Lecce (ce ne sarebbe una seconda anche da Napoli), ha capito che non era il caso di continuare a sostenere difese con questioni di omonimie e altre pezze a colori. Un disastro da parte di chi ha gestito la partita a Roma. Ad iniziare dal segretario Enrico Letta, e poi Giuseppe Conte e Francesco Boccia, pronube del partito in Calabria come responsabile dei rapporti con i territori e da pochi giorni commissario della Federazione del Pd di Cosenza. Un dilettantismo da ragazzini ha caratterizzato i responsabili nazionali che nell’incontro romano che ha deciso di puntare sulla donna di Confindustria nonché presidente regionale dell’Unicef erano stati messi a conoscenza del problema in corso in evoluzione in Puglia per un subappalto finito ad un’azienda in odore di mafia per vicinanza ad una cosca di Isola Capo Rizzuto. La candidata sarebbe stata rassicurata che la vicenda non presentava grandi problemi e i vertici nazionali avrebbero anche avviati riscontri presso la prefettura di Roma che avrebbero dato esiti negativi rincuorando l’entourage dei Ventura. Una grande superficialità ha creato una situazione precipitata ieri. Le interdittive esistono. Accertata a Lecce ed emessa dalla prefettura il 9 aprile del 2021 e rimbalzate a quanto pare anche a Napoli. A quel punto, mentre si preparava la prima uscita pubblica per domenica a San Lucido, paese dove il marito della Ventura è sindaco, non è rimasto che chiamare la ritirata. Per il centrosinistra tutto da rifare. Il casting del candidato riprende. Per la Ventura un’avventura sventurata. Un deragliamento che si poteva evitare.

Il documento - L’interdittiva Ventura che ha provocato il ritiro. Il Quotidiano del Sud il 3 luglio 2021. Perché un candidato benedetto a Roma da Enrico Letta, Boccia, Giuseppe Conte, Spadafora a 48 ore dal suo primo comizio e con i manifesti stampati per la sua campagna elettorale decide di fare un passo a lato schiantando nel silenzio il centrosinistra nazionale e locale? Tutto ruota attorno ad una interdittiva della Prefettura di Lecce che abbiamo deciso di rendere pubblica per permettere ai nostri lettori di conoscere i motivi della clamorosa ritirata. È una materia ostica quella in questione. “L’interdittiva antimafia non va confusa con la comunicazione antimafia, infatti la comunicazione antimafia presenta una natura ricognitiva sull’esistenza di cause di revoca, decadenza o divieto tipizzate. L’informazione antimafia, invece, è il frutto di una valutazione dell’autorità prefettizia, che si basa su una serie di elementi sintomatici ed esprime un motivato giudizio, in via preventiva, sul pericolo di infiltrazione mafiosa all’interno dell’impresa; in virtù di tale rischio, viene interdetto l’inizio o la prosecuzione di attività con l’amministrazione pubblica o l’ottenimento di sussidi, benefici o sovvenzioni, determinando la revoca di quelli già erogati. L’interdittiva antimafia è una misura preordinata alla tutela dell’ordine pubblico economico, della libera concorrenza tra le imprese e del buon andamento della Pubblica amministrazione. A differenza della comunicazione antimafia, l’informazione interdittiva si basa su una valutazione discrezionale, da parte dell’autorità prefettizia, in merito alla sussistenza (o meno) di tentativi di infiltrazione della criminalità. La suddetta valutazione è fondata su «fatti ed episodi i quali, seppure non assurgano al rango di prove o indizi di valenza processuale, nel loro insieme configurino un quadro indiziario univoco e concordante avente valore sintomatico del pericolo di infiltrazioni mafiose nella gestione dell’impresa esaminata» (Tar Toscana 910/2018).” I contenuti dell’interdittiva avrebbero allarmato i vertici romani nelle ultime ore, quando si è preso contezza dell’inchiesta “Passpartout” condotta da Nicola Gratteri. Pur se di fatti tutti ancora da provare, mediaticamente avere la famiglia della candidata indagata dal pm più famoso d’Italia non era sostenibile. Per questi motivi pubblichiamo integralmente questo documento (per la visualizzazione a schermo intero clicca sul quadrato in basso a destra).

Ormai in Calabria si candidano solo ex magistrati. Ilario Ammendolia su Il Dubbio il 22 gennaio 2021. Così le inchieste finiscono per condizionare la già disastrata “politica” locale senza avere alcun effetto concreto sulla corruzione dilagante e tantomeno sulla penetrazione della ‘ndrangheta. A Catanzaro è appena iniziato il processo Rinascita Scott ma ieri la procura del capoluogo calabrese ha aperto un nuovo fronte con l’inchiesta “basso profilo” con ben 81 indagati tra cui il segretario nazionale dell’UDC Lorenzo Cesa che si è subito dimesso dall’incarico. Contemporaneamente l’assessore regionale al bilancio, Talarico, esponente di primo piano dello stesso partito di Cesa, è finito agli arresti domiciliari. A quasi tutti gli indagati è stato contestato l’aggravante di aver operato, soprattutto nel campo dei lavori pubblici, a stretto contatto con la ndrangheta. Vedremo nei prossimi giorni se le misure richieste dalla procura, e convalidate dal GIP, reggeranno al filtro del Tribunale della Libertà. Tuttavia la prudenza è d’obbligo ed i dubbi, soprattutto in Calabria, sono molti. Ci sembra giusto ricordare che l’ex presidente della Regione Mario Oliverio (PD), a ridosso delle precedenti elezioni regionali, è stato relegato, su richiesta della procura di Catanzaro, a tre mesi di confino forzato tra le montagne dalla Sila, per essere poi completamente scagionato da ogni accusa perché “il fatto non sussiste”. Nel novembre scorso, sempre su iniziativa della procura guidata dal dottor Gratteri, il presidente del Consiglio regionale della Calabria, Domenico Tallini di Forza Italia, veniva arrestato per fatti gravissimi che avrebbe commesso per favorire le cosche del Crotonese, ricevendo in cambio l’appoggio elettorale. Nel giro di due settimane il Tdl annullava l’arresto è faceva a pezzi l’ordinanza. Mentre in Rinascita Scott sono finiti nelle maglie degli inquirenti, politici calabresi di primissimo piano tra cui il segretario regionale del Partito Socialista, Luigi Incarnato, costretto agli arresti domiciliari, ma subito rimesso in libertà dal TDL. Mentre all’on. Nicola Adamo già parlamentare del PD è stato proibito di risiedere in Calabria. Anche in questo caso, l’accusa non ha retto al vaglio della Cassazione. Lungi da noi la pretesa di voler giudicare la strategia della Procura di Catanzaro, ma anche un cieco potrebbe constatare quanto le inchieste finiscono per condizionare la già disastrata “politica” calabrese senza però aver alcun effetto concreto sulla corruzione dilagante e tantomeno sulla penetrazione della ‘ndrangheta in tutti i gangli della vita regionale. Abbiamo finora esaminato solo la posizione dei politici coinvolti, ma se esaminassimo le posizioni degli altri indagati, il quadro diventa ancora più preoccupante. Non bisogna dimenticare che la Calabria, come aveva già autorevolmente denunciato il procuratore generale di Catanzaro, dott. Otello Lupacchini, in rapporto agli abitanti, è la prima regione d’Italia per il riconoscimento degli indennizzi per ‘ ingiusta detenzione’ o ‘ per irragionevole durata del processo. Il dramma è che nel clima attuale le “persone perbene” si tengono lontani dalla politica aprendo la strada ad avventurieri, oppure a persone che ritengono di avere le giuste tutele. Sarà un caso ma, sino a questo momento, l’unico candidato certo alla presidenza della Regione, è l’ex magistrato Luigi De Magistris, che ha lungamente lavorato nella procura di Catanzaro. Tra poco si dovranno svolgere le elezioni regionali, il rischio è che queste siano pesantemente condizionate dalla martellante attività delle procure. Ovviamente nessuno, e noi meno che mai, oserebbe chiedere che l’azione giudiziaria tenga conto dell’agenda politica. Basterebbe solo rispettare lo Stato di diritto e le garanzie costituzionali. Altrimenti il rischio è che l’azione di alcuni procuratori, soprattutto quando i loro provvedimenti vengono sistematicamente “neutralizzati” perché decisamente viziati oltre che ingiusti, contribuisca a legittimare la ‘ndrangheta spingendo gli innocenti stritolati nella morsa d’una giustizia ingiusta a far fronte comune i mafiosi. Determinando una spinta sempre più in giù dei calabresi avvitati in una spirale perversa di rassegnazione, incredulità, e legittimo sospetto.

Processo Rinascita Scott, il pentito racconta i rapporti tra 'ndrangheta e massoneria. Il Quotidiano del Sud il 9 marzo 2021. «Quando c’era interesse a eleggere un nostro rappresentate era la massoneria che si rivolgeva alla ‘ndrangheta attraverso quei soggetti, definiti “in giacca e cravatta”, come medici e avvocati che grazie al proprio lavoro erano i personaggi privilegiati per fare da collegamento con la criminalità organizzata». A dirlo è stato il collaboratore di giustizia Cosimo Virgiglio, massone e legato ad ambienti dei servizi segreti, deponendo al processo Rinascita Scott. Nel 2006, ha detto interrogato dal pm della Dda di Catanzaro Antonio De Bernardo, su intercessione dell’avvocato Cassadonte, decano di una loggia massonica catanzarese, fu deciso di appoggiare la candidatura a senatore dell’avvocato Giancarlo Pittelli – uno degli imputati – appartenente alla stessa loggia di Cassadonte. «Cassadonte ci aveva informato – ha detto Virgiglio – del fatto che Pittelli aveva capacità di relazionarsi e interfacciarsi con i magistrati». Anche per Pittelli, ha aggiunto rispondendo alle domande dell’avvocato Salvatore Staiano, venne coinvolta la criminalità organizzata. In quell’occasione Virgiglio andò a Rocca di Neto e si rivolse a Sabatino Marrazzo, maestro venerabile, che guidava sia la loggia Pitagora deviata che quella pulita. Sabatino Marrazzo «ha innescato subito i meccanismi per la campagna elettorale del 2006. Marrazzo si rivolse a un avvocato di Catanzaro appartenente alla propria loggia». Massoneria, ha detto Virgiglio, che nel primo decennio del 2000, era molto potente. «Non è un caso – ha aggiunto – che le più grandi inchieste sulla massoneria siano state fatte in Calabria. Ci sarà un perché se nel 2004 ci si riunisce in Calabria per parlare degli investimento sul porto di Gioia Tauro e sulla sanità. All’epoca c’era un’inflazione di iscritti. In ogni paese si voleva aprire una loggia. E per quanto riguarda la massoneria deviata la provincia di Vibo era la più potente e impregnata. Reggio non è neanche un satellite rispetto a Vibo». «C’era un tenente colonnello – ha poi detto il collaboratore – che ci riferiva di tutte le indagini grosse che c’erano sul Tirreno». Virgiglio ha poi riferito che c’era un locale a Settingiano dove si svolgevano le riunioni della massoneria. «Era uno dei posti preferiti – ha detto – perché sapevamo dai “fratelli” nelle forze dell’ordine che non c’era il pericolo di essere ascoltati». Secondo quanto ha riferito il collaboratore l’ex presidente della Giunta regionale della Calabria Giuseppe Chiaravalloti «gestiva la loggia coperta nella zona del catanzarese anche se il tempio era a Praialonga. Chiaravalloti è entrato nella massoneria nel ’93 insieme a Franco Tricoli. Facevano parte del gruppo dei magistrati».

Gianluigi Nuzzi per “la Stampa” il 15 febbraio 2021. Dietro gli scuri sbarrati e scrostati si aprivano sale e salotti per le tornate della loggia coperta Petrolo, i venerabili, i grembiuli, i riti dei compagni di spada. Il decadimento del palazzo - edificio imponente che si affaccia sulla Vibo Valentia borghese in questa Calabria profonda -, non deve ingannare. Anzi, esprime l' apparente contraddizione della 'ndrangheta, della sua espansione coloniale nella cosiddetta società civile quando povertà e abbandono mimetizzano ricchezza e potere. Così le case dei boss, facciate prive d' intonaco e dentro regge dai rubinetti d' oro, così i tesori, arsenali e denaro, protetti sottoterra, mitragliette e soprattutto banconote sigillate in sacchetti di cellophane, infilati in fusti interrati. Mica come invece quei rotoli viola di 500 euro sbattuti in faccia al mercato del pesce dalle donne dei casalesi. Qui la povertà è tutta simulata per celare potere assoluto, dominio e terrore. E lo dimostra anche il silenzio pneumatico o quasi che contorna il maxi processo «Rinascita Scott» che si sta celebrando nella nuova aula bunker dell' ex area industriale di Lamezia Terme dove 325 imputati del clan Mancuso devono rispondere a 400 capi d' accusa. E' il più grande processo mai celebrato in Italia alla criminalità organizzata, secondo solo a quello storico di Palermo, ma le udienze scivolano via nella distrazione pandemica. Lì conoscevamo i giudici come Pietro Grasso, Giovanni Falcone, qui, aldilà dello sforzo ciclopico del procuratore Nicola Gratteri - capace di far realizzare in cinque mesi quest' aula di 3.300 metri quadrati, lunga 103 metri -, si parla poco. Per niente lumeggiati i suoi impavidi pubblici ministeri, impegnati in dibattimento. Eppure raccontano di un' Italia che ci crede e vuole, giovani toghe trentenni che arrivano da Genova, Firenze, Nola e hanno scelto Catanzaro, la trincea sporca, per misurarsi senza indugi. Quando mi infilo nell' aula bunker - gioiello cablato con postazioni telefoniche per 600 avvocati -, un pentito mastica come un chewingum il declino dei suoi capibastone, che lo ascoltano silenti dai 25 carceri videocollegati. Racconta, ironizza ma dei 947 posti a sedere, nessuno è occupato dal pubblico. Deserto. Palermo e la Sicilia vissero la loro primavera, mentre qui in Calabria è ancora inverno profondo. Certo, la gente non ne può più. Applaude la polizia, le jeep in corteo che tagliano Crotone consegnando i boss catturati di notte, con i ragazzi della squadra mobile in piedi da trenta ore ma sempre entusiasti. Applaude Gratteri forse perché rappresenta l' ultima speranza rimasta, eppure ancora si affonda, si fatica. Dal capoluogo, dalla Catanzaro delle professioni, della borghesia, aldilà dell' ardire di pochi, echeggia soprattutto silenzio. E c' è anche chi ringhia per questa magistratura che sfonda gli equilibri, mina convivenze e convenienze. Anche quando Gratteri fece sentire il battito cardiaco dello Stato con la ristrutturazione dell' abbandonato convento del '400 da trasformare nella nuova procura. Insomma, cose mai viste, ma permane il silenzio. Di questo pentito che parla pochi sanno il nome. A Palermo, si conoscevano i Buscetta, qui quasi nulla. Eppure i collaboratori all' epoca furono in tutto una trentina qui 58, quasi il doppio, una svolta dopo decenni di indagini costruite con pochissimi pentiti. Adesso quasi a ogni operazione qualcuno si fa avanti, rompendo quel doppio legame, di affiliazione e di sangue, quella saldatura dei matrimoni tra primi cugini o combinati che rendeva impenetrabili i locali di 'ndrangheta. Ma chi li conosce? Chi conosce il collaboratore Cosimo Virgiglio, imprenditore di Rosarno, criminale di livello ma soprattutto nono grado della piramide iniziatica, cavaliere eletto, «sacrato all' interno della chiesa - ama ricordare - di sant' Anna del Vaticano». Da tempo lui accompagna il servizio centrale del Ros, le procure di Reggio e Catanzaro nei cunicoli del mondo di compassi e grembiulini: «Vibo Valentia è l' epicentro della massoneria sia legale che di quella cosiddetta deviata. Questa era formata da due filoni: i "sussurrati all' orecchio", persone che rivestivano delle cariche istituzionali e per questo non potevano essere inserite nelle liste segnalate alla prefettura; e i "sacrati sulla spada", soggetti con precedenti penali di vario genere compresi 'ndranghetisti ovvero i "rispettosi del vangelo di Giovanni", loro si reputano infatti angeli di Dio». Quindi dall'iniziazione ai grandi affari con grembiule e compasso consegnati al rito che si celebrava a Crotone, sotto l' ultima colonna dorica in piedi del tempio a Hera Lacinia, di fronte al mare. Qui insisteva la «loggia Pitagora con il maglietto affidato a Sabatino Marrazzo», secondo Virgiglio, ovvero a un «esponente di vertice, contabile, della 'ndrangheta di Belvedere Spinello», per il Ros. Proprio in quelle terre, intercettato, il boss Nicolino Grande Aracri, ovvero il capo della mafia a Crotone aveva focalizzato l'essenzialità del contesto massonico: «Lì ci sono proprio sia ad alti livelli istituzionali e sia ad alti livelli di 'ndrangheta pure». Marrazzo era custode del tempio coperto a Rocca di Neto, ricavato nientemeno che in un ristorante. Una scelta logistica che non deve stupire. Le logge coperte scelgono palazzi abbandonati, villaggi turistici come a Praialonga, o i retro di bar come quello nel corso Mediterraneo di Scalea appena scoperto. O, ancora, le riunioni più importanti tra venerabili si tenevano all'Orso Cattivo, ristorante con piazzola tipo eliporto alle porte di Catanzaro. Eppure l'epicentro rimane ancora Vibo Valentia da dove eravamo partiti e dove tutto si mischia con percentuali mai viste: ogni 18 residenti maschi maggiorenni, almeno uno è massone. Qui sono attive quattro officine riconosciute (Carducci, Monteleone, Murat e Benedetto Musolino) per poi scendere nello scantinato della fratellanza sommersa con la loggia Erbert, la san Mango d'Aquino, la Petrolo e chissà quante altre ancora. Due mondi distanti ma che a volte si interconnettono a sentire intercettazioni e pentiti. A iniziare da Virgiglio quando si indicava venerabile nella gran loggia dei Garibaldini d' Italia, massoneria riconosciuta. Trame che svelerà proprio al processo Rinascita Scott, dibattimento che tratteggia la proiezione muratoria della 'ndrangheta e traccia nuovi orizzonti investigativi in violazione della legge Anselmi. Chissà se anche in quelle udienze non ci sarà pubblico e la Corte rinnoverà il diniego all' ingresso delle telecamere.

Dalla parte dei Pm. De Benedetti si allinea a Gratteri: "sguinzaglia" Nuzzi e Fierro a sostegno del procuratore capo di Catanzaro. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 23 Febbraio 2021. Finalmente Nicola Gratteri ha trovato il suo difensore di fiducia. E che difensore. L’ingegner Carlo De Benedetti si è mosso con l’artiglieria del suo piccolo sofisticato quotidiano-settimanale Domani e ha mobilitato due giornalisti-scrittori, Gianluigi Nuzzi e Enrico Fierro a gridare “giù le mani” dal procuratore capo di Catanzaro. Lenzuolate di tre pagine piene di virgolettati gratteriani, ma anche di inesattezze e falsità in cui mai sarebbero incorsi i vecchi cronisti giudiziari dei bei tempi, quando Repubblica indossava un’unica toga, quella del Pm, contro Craxi o Berlusconi. Carlo De Benedetti è un miracolato di Tangentopoli e sa bene come fare la “trattativa” con i magistrati. Quanto meno lo ha saputo fare con la procura di Milano all’inizio degli anni Novanta, quando era in vigore la regola citata da Luca Palamara, quella del tre, per cui un procuratore con un amico giornalista e un partito poteva fare la fortuna o la rovina di chiunque. Ma trionfò a Milano in quegli stessi anni anche un’altra regola, quella della guerra chirurgica della procura rispetto agli imprenditori coinvolti nelle inchieste giudiziarie: accordo con Romiti e De Benedetti, muro contro Gardini e (in seguito) Berlusconi. Naturalmente per Gratteri avere al proprio fianco, oltre al partito-Movimento cinque stelle, anche la stampa di un editore come De Benedetti ha un peso diverso dal piccolo Travaglio. Se conosce la storia politica e giudiziaria del nostro Paese, il procuratore di Catanzaro ricorderà come è andata in quel 1993 in cui essere imprenditore era pericoloso quasi quanto essere politico. Il presidente dell’Olivetti sente il fiato sul collo delle toghe. Ma tenta ancora di fare lo spavaldo e il 30 aprile si fa intervistare da Repubblica, giornale con cui aveva qualche confidenza, e dice spavaldo di «non aver mai corrisposto finanziamenti ai partiti politici o a entità a essi collegati». Crede di aver fatto una furbata, ma sottovaluta la capacità di comunicazione dei procuratori Borrelli e D’Ambrosio e gli altri del pool con il quotidiano suo avversario, il Corriere della sera. Il quale il 17 maggio spara la notizia: «L’ingegnere ha incontrato i giudici consegnando loro un memoriale sulle tangenti pagate dalla Olivetti». L’incontro era stato molto, molto segreto. Proprio come quello di Cesare Romiti in questura. Di domenica, nella caserma dei carabinieri di via Moscova, alla presenza dei sostituti Colombo, Jelo e Di Pietro, l’unico a non essere d’accordo sulla “trattativa”. Che però venne stipulata, secondo lo stile della procura della repubblica di Milano, regno di Magistratura democratica, l’ufficio che ha sempre usato l’obbligatorietà dell’azione penale come un elastico. Riuscendo anche a schiacciare come formiche sotto il tallone i colleghi romani cui scipparono la competenza territoriale in diverse inchieste, compresa quella nei confronti dell’ingegner De Benedetti. Il quale, dopo esser scampato all’arresto proprio a Roma e dopo aver concluso la “trattativa” a Milano, forse ignorando che qualcuno legge anche i giornali stranieri, rilasciava la seguente dichiarazione al Wall street journal: «Se dovessi rifare tutto di nuovo lo rifarei: pagherei le tangenti ai politici per ottenere le commesse pubbliche». Incoerente, certo, ma anche sicuro che con certe procure la “trattativa” è sempre possibile. Non per tutti, naturalmente. Ma la regola del tre, avere un procuratore un giornale un partito, è sempre interessante. L’approccio di questi giorni di De Benedetti a Gratteri segue lo schema classico dei “professionisti dell’antimafia”. Cui, nella necessità della propaganda, importa poco quel che un procuratore fa nella ricerca dei responsabili di stragi, uccisioni, incendi e ferimenti, ma sempre e solo il “contesto”. Cioè quel terzo livello in cui per esempio non credeva il giudice Giovanni Falcone, che fu per questo emarginato e sbeffeggiato dagli ambienti che allora facevano capo al sindaco di Palermo Leoluca Orlando e dal Movimento La Rete, cioè i progenitori dei Cinque stelle. Quello che dovrebbe essere l’interesse di tutti, proprio perché lo è per i parenti delle vittime, è sapere chi è l’assassino. Invece no, per i laudatores di procuratori come Nicola Gratteri, quel che conta è la contiguità, da cercare o costruire, proprio come fa il loro idolo. Che poi diventa ogni giorno di più il collezionista di buchi nell’acqua. C’è bisogno di risalire al fallimento clamoroso della retata di Platì del 2003, quando la cittadina della Locride fu svegliata da centinaia di carabinieri che misero le manette a 150 persone, tra cui due sindaci, dodici ex assessori, e consiglieri comunali e il comandante della polizia municipale? È bene sempre ricordare che di quei 150 nel processo solo otto furono condannati, cinque dei quali per reati lievissimi. Ma va ricordato che a ogni inchiesta, da “Nemea” a “Farmabusiness”, fino a “Lande desolate” e “Bassoprofilo”, fino alla stessa “Rinascita Scott”, il famoso Maxi in corso a Lamezia Terme, giorno dopo giorno i gip, i giudici del tribunale del riesame e la cassazione, demoliscono un pezzetto dopo l’altro l’ipotesi dell’accusa. Di “Rinascita Scott” parla anche, nel suo articolo di tre pagine su Domani di due giorni fa, il giornalista Enrico Fierro. Correttamente riporta che delle 334 ordinanze di custodia cautelare, “ben” (mia aggiunta) 203 sono state annullate, per poi concludere che «il processo… dirà se l’impianto accusatorio è valido». Già, il processo dirà. Ma il giornale dell’ingegner De Benedetti, quello che diceva di non aver mai versato tangenti, poi consegnava un dossier in cui le ammetteva e poi affermava che lo avrebbe rifatto, non ha nessun commento da fare su una così scarsa professionalità? Almeno su quella, secondo una logica di risultato, qualcuno potrebbe pronunciarsi. Ma è logico che si tiri via, perché non è quello che interessa lo schema dei “professionisti dell’antimafia”. Infatti, anche nel ricordare i risultati delle sentenze, quel che conta sono le condanne, non la proporzione con le assoluzioni. Come per esempio nella sentenza di Reggio Calabria dell’inchiesta “Olimpia”, in cui 176 furono i condannati. Si, ma gli imputati erano 282, il che significa che 106 sono stati assolti. Cioè persone arrestate e accusate ingiustamente di reati gravissimi. A qualcuno importa di costoro? Evidentemente no, l’interesse è un altro. Infatti Fierro lo dice con chiarezza: «Quello che per il momento ci interessa e colpisce è il “contesto” che viene fuori dalle migliaia di pagine dell’inchiesta. Quell’intreccio di rapporti tra boss e società civile…». Ci siamo, le migliaia di pagine. Quelle dell’accusa, supponiamo. Che sono lì come pietre miliari, immobili, pesanti, enormi. Ma tutto quel che è successo nel processo “Rinascita Scott” dal 19 dicembre 2019, giorno del blitz, fino a oggi, non è di poco rilievo. Così come il passato, visto che lo si vuole chiamare in causa. Per esempio, visto che metà dell’articolo di Fierro è dedicato all’avvocato Giancarlo Pittelli, oggi agli arresti domiciliari, perché non chiamare le cose con il loro nome e dire che l’ex pm Luigi de Magistris avviò nei suoi confronti una vera persecuzione con un’inchiesta finita con il proscioglimento, e si scrive invece che, visto che da quell’archiviazione sono passati quattordici anni, questi sono serviti a Pittelli «per rafforzare il suo ruolo»? Rafforzare il suo ruolo in quale contesto? Quello mafioso? Per essere precisi bisognerebbe ricordare che i suoi rapporti con Luigi Mancuso, che vengono descritti come relazioni tra complici, sono prima di tutto quelli che si hanno con il proprio cliente, cosa che non viene mai detta. E anche che l’accusa di violazione dell’articolo 416 bis del codice, cioè di appartenenza a una cosca mafiosa, inizialmente contestata nei confronti dell’avvocato Pittelli nell’ordinanza di rinvio a giudizio, è stata poi ridimensionata con l’applicazione del reato che non c’è, cioè il concorso esterno. Quello che si applica quando si ha in mano un pugno di mosche. Pare invece più interessante sottolineare che l’avvocato è «uomo di relazioni eccellenti», quasi fosse anche quello un reato. Se così fosse, l’editore del quotidiano Domani, e tanti come lui, non sarebbero a piede libero. O forse si sarebbero ancora una volta salvati con la “trattativa”.

Il sistema mafioso settentrionale si ferma con il metodo Falcone. Antonio Anastasi su Il Quotidiano del Sud il 19 febbraio 2021. Una mafia sempre più sofisticata, che si avvale di facilitatori scovati nel mondo politico-istituzionale, e sempre più delocalizzata, capace cioè di proiettarsi dai territori del Sud messi sotto scacco con metodi violenti verso le aree più produttive del Paese. Perché là c’è più polpa da succhiare. Ne abbiamo parlato col dirigente superiore della polizia di Stato Lorena Di Galante, prima donna a divenire capo reparto della Dia nazionale (ne dirige la seconda Sezione).

Partiamo dall’inchiesta condotta dalla Dia di Catanzaro che ha portato nelle settimane scorse all’operazione “Basso profilo”, condotta contro una presunta cricca affaristico-mafiosa che aveva importanti referenti istituzionali. Emerge uno spaccato inquietante. Molti degli indagati sono funzionari pubblici o pubblici amministratori. Sono spesso i politici i facilitatori per ottenere appalti pubblici o importanti commesse in cambio di voti dei clan. È un po’ un emblema di come si sono evolute le mafie negli ultimi anni?

«Ciò che è emerso dall’indagine di Catanzaro è la conferma che la criminalità organizzata ha ormai assunto una forma liquida, andando ad occupare gli spazi che si creano quando vi è un vuoto dovuto sia alla presenza di soggetti infedeli sia quando è possibile il condizionamento degli assetti sociali che permettono di infiltrare un sistema che prima consente di produrre profitto, poi crea reinvestimento, come a volte accade nella complessa struttura dei procedimenti degli appalti. Ciò che è stato accertato con l’indagine coordinata dalla Procura distrettuale di Catanzaro è la conferma del realizzarsi di un livello sempre più sofisticato delle associazioni criminali che si avvalgono indistintamente di professionisti e pubblici ufficiali. Nel nostro caso, è stata fotografata la capacità del principale indagato di tessere relazioni in ambienti criminali, creando un equilibrio tra le cosche interessate agli affari, riuscendo ad accontentare tutti, ognuno con la sua parte di guadagno».

La cronaca degli ultimi anni dimostra che le infiltrazioni della ‘ndrangheta sono in tutte le regioni d’Italia e in particolare al Nord, la zona più produttiva del Paese. Il fatturato delle mafie al Nord è molto più consistente rispetto agli affari al Sud. E’ un dato che chiama in causa la società civile del Nord, che con boss e loro gregari fanno spesso affari?

«La criminalità organizzata cerca di attecchire là dove vi è la possibilità di produrre profitto, la forza è creare una rete di affari che vada oltre il territorio di provenienza. Il desiderio di ricchezza facile non ha esclusivamente identità geografica, è legato principalmente alla mancanza di scrupoli di chi si vuole arricchire illegalmente».

Le infiltrazioni delle mafie nei finanziamenti europei riaccendono l’attenzione su una delle possibili opportunità di espansione dell’economia criminale durante la pandemia. Da alcune inchieste sono già emerse forme di assistenzialismo da parte dei boss alla ricerca di consenso sociale. In Italia la rilevazione delle movimentazioni economiche sospette è iniziata, come annunciato dal procuratore nazionale antimafia. Ci sono già dati sul numero di aziende coinvolte in tal senso?

«La crisi pandemica iniziata lo scorso anno è stata oggetto di attenzione già dal mese di aprile del 2020, quando il capo della polizia, direttore generale della pubblica sicurezza, prefetto Franco Gabrielli, ha istituito l’Osservatorio permanente di monitoraggio e analisi sul rischio di infiltrazione nell’economia da parte della criminalità organizzata. L’Organismo è istituito presso la Direzione centrale della Polizia criminale ed è costituito dai rappresentanti della Polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza e della Direzione investigativa antimafia che si riuniscono periodicamente per realizzare una circolarità informativa sulle evidenze del fenomeno pandemico, anche per pianificare iniziative di prevenzione e contrasto all’infiltrazione della criminalità organizzata nei settori di maggiore interesse, che in questo momento potrebbe permettere l’acquisizione illecita di patrimoni e, conseguentemente, il loro reinvestimento. Inoltre, la Commissione Europea ha adottato un Piano di azione sulla prevenzione del riciclaggio dei capitali di illecita provenienza sotteso all’attuazione di regole comuni e alla trasparenza del mercato unico. La direttiva del Consiglio d’Europa del giugno 2019 promuove, infatti, la circolarità informativa in materia finanziaria, soprattutto con il fine di attuare una sempre più significativa azione di contrasto soprattutto nei confronti dei cosiddetti reati gravi, tra i quali figurano l’associazione di tipo mafioso, il riciclaggio e il terrorismo. Al riguardo, merita una particolare menzione l’attenzione che il nostro sistema pone alle movimentazioni sospette di denaro, che sono uno dei punti di forza delle strategie di contrasto del nostro Paese: le segnalazioni di operazioni sospette. L’Ufficio per l’informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia riceve dai soggetti obbligati una comunicazione qualora vi sia il sospetto che un’operazione finanziaria celi una operazione di riciclaggio ovvero qualora si sospetti che il capitale possa essere provento di attività criminali. In questo contesto istituzionale di prevenzione, dunque, più che di “aziende” parlerei di soggetti coinvolti e di settori economici aggrediti dalla criminalità, soprattutto in questo momento che vede protagonisti soggetti senza scrupoli propensi alla realizzazione di profitti illeciti sfruttando la difficoltà sociale in atto».

In Europa si sta prendendo finalmente coscienza dell’attacco globale sferrato dalle mafie e la Conferenza delle Parti sulla Convenzione Onu sulla criminalità transnazionale ha approvato all’unanimità la risoluzione italiana, il metodo Falcone, “Follow the money”, sia pure tardivamente. Ritiene che qualcosa nel resto del mondo cambierà e gli altri Stati terranno conto della legislazione italiana antimafia?

«Ritengo che vi sia già la presa di coscienza che la legislazione antimafia italiana sia un modello. Ad esempio, nel dicembre 2019, l’Albania ha istituito la Procura speciale anticorruzione (Spak) che ha competenza in materia di corruzione e criminalità organizzata. L’Albania ha condiviso il modello italiano nel contrasto all’espansione delle consorterie criminali anche con il rafforzamento dell’aggressione ai patrimoni illecitamente acquisiti e con l’individuazione dei reinvestimenti. Il recepimento di un modello europeo di legislazione antimafia da parte dei Paesi dell’Unione sarebbe un segnale forte, che permetterebbe di contrastare la transnazionalità delle organizzazioni criminali mafiose. Si realizzerebbe, così, la visione globale del metodo Falcone».

"E' stata dura, indagine senza pentiti". Gratteri scopre il segreto di Pulcinella della ‘ndrangheta…Giovanni Pisano su Il Riformista il 16 Febbraio 2021. “La ‘ndrangheta che si evolve ha bisogno del mondo delle professioni, che a loro volta hanno abbassato di molto l’etica e la morale in nome del Dio denaro”. Nell’ennesimo blitz contro la criminalità organizzata calabrese Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, scopre il segreto di pulcinella. Da decenni infatti le indagini condotte dalle Procure di tutta Italia hanno evidenziato legami stretti, o presunti tali, tra cosche, colletti bianchi e il mondo dell’imprenditoria e delle professioni. Nell’ultimo blitz contro la ‘ndrina dei Forastefano, operante a Cassano all’Ionio e in tutta la Sibaritide, nel Cosentino, culminato con la polizia che ha arrestato 17 persone ritenute, dalla Dda di Catanzaro, appartenenti e vicini alla cosca, Gratteri per guadagnare l’attenzione dei media denuncia un modus operandi in realtà già cristallizzato da tempo dai suoi colleghi. In attesa del Riesame, in programma tra una ventina di giorni, i destinatari dell’ordinanza di oggi (10 sono finiti in carcere e sette ai domiciliari) dovranno difendersi dalle accuse, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, illecita concorrenza, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, violenza privata, trasferimento fraudolento di valori, e truffa, delitti anche aggravati dal metodo e dall’agevolazione mafiosa. L’operazione, denominata “Kossa” (dall’antica denominazione di Cassano allo Ionio), è giunta al termine di “un’attività investigativa difficile, strutturata, che non ha il supporto di alcun collaboratore di giustizia” spiega Gratteri alla stampa. “Abbiamo deciso di investire più uomini e mezzi perché si tratta di una famiglia di ‘ndrangheta che aveva l’ossessione del controllo del territorio, non solo sul piano fisico , ma anche economico. Si tratta di famiglie che hanno un pedigree di ferocia, perché queste famiglie hanno insanguinato per anni interi ambiti e territori della provincia di Cosenza”. L’INDAGINE – In azione dalle prime ore del 16 febbraio le squadre mobili di Cosenza, Catanzaro, Salerno e Forlì-Cesena, appoggiate dal Servizio centrale operativo e da volanti del Reparto prevenzione crimine. Stando alla ricostruzione degli inquirenti la cosca dei Forastefano sarebbe ripartita dopo gli interventi giudiziari del 2008 infiltrando il tessuto economico del territorio, in particolare il settore agroalimentare, principale risorsa della zona. Nel mirino dell’organizzazione un’azienda di livello europeo, con sede in provincia di Ferrara, che commercializza prodotti ortofrutticoli. Altro settore dove la cosca si sarebbe inserita è quello legato al mondo degli autotrasporti, monopolizzato – secondo l’impianto accusatorio – con la complicità di un ‘cartello’ di ditte riconducibili, direttamente o indirettamente, al clan e votato all’acquisizione, spesso forzosa, delle commesse di altri operatori del settore. Una penetrazione quasi totalizzante nel tessuto sociale ed economico della zona, resa possibile anche dalla pax mafiosa stipulata con gli storici rivali degli ‘zingari’ con i quali si sono in passato contrapposti per il controllo criminale. Assieme alle ordinanze eseguite stamani è stato disposto anche il sequestro preventivo di terreni, fabbricati, quote societarie, imprese individuali e autovetture riconducibili a membri della famiglia Forastefano o ai loro prestanome, per un valore complessivo di oltre 10 milioni di euro.

Ennesimo show di Gratteri, fiumi di droga e armi ma il blitz è fumoso. Tiziana Maiolo su Il Riformista l'11 Febbraio 2021. Sembra quasi la risposta a un’operazione gemella condotta un mese fa nella zona di Reggio Calabria dal procuratore Giovanni Bombardieri, quella presentata ieri mattina a Crotone dal dottore Gratteri e da Francesco Messina, capo della direzione centrale anticrimine. Siamo sempre in terra di ‘ndrangheta e finalmente anche dalla procura di Catanzaro si va a caccia non di antennisti e geometri, ma di narcotrafficanti. Infatti è la prima volta in cui, se titoloni di giornali ci saranno (e speriamo di sì, altrimenti il procuratore di Catanzaro ci infliggerà un’altra conferenza stampa per lamentarsene), non sarà perché sono state messe ai polsi di qualche esponente politico quelle manette che verranno poi tolte dai giudici del tribunale del Riesame o della Cassazione. Con strascico di figuracce e polemiche. I sequestri di materiale stupefacente erano stati oggetto della relazione annuale che il procuratore capo di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri aveva svolto alla fine del gennaio scorso per fare il punto sulla propria attività investigativa. I numeri sono impressionanti. Tra il primo luglio del 2019 e il 30 giugno del 2020 erano stati sequestrati 3.943,945 chili di sostanze stupefacenti, e nel solo giorno del 25 marzo di un anno fa in un terreno agricolo della zona di Gioia Tauro erano stati sottratti alle famiglie della ‘ndrangheta 537,256 chili di cocaina, probabilmente provenienti dal Sudamerica e destinati evidentemente al fiorente mercato del nord Italia. Nello stesso periodo anche sequestri e confische nel reggino avevano restituito allo Stato un patrimonio corrispondente a 1.200 milioni di euro. L’operazione di ieri nel crotonese si chiama “Golgota”, e viene presentata con i consueti squilli di tromba. “Questa è ‘ndrangheta di serie A”, annuncia il procuratore Gratteri. Salvo poi lamentarsi, al termine della conferenza stampa, perché si sente isolato e non capito. «Non è sufficiente da sola l’azione giudiziaria –ha confidato ai giornalisti- perché mi rendo conto che dovremmo dare di più e che altri pezzi dello Stato dovrebbero fare di più». Sembra abbastanza evidente l’allusione al governo (o a diversi governi), visto che le forze di polizia collaborano già con lui e sono state, anche in questa circostanza, da lui elogiate, insieme ai suoi sostituti procuratori che hanno partecipato all’operazione e che vengono da lui definiti “i migliori” dell’apparato investigativo antimafia. Può essere che in questi giorni in cui si sta per formare il nuovo governo, la memoria del procuratore di Catanzaro sia tornata ai giorni in cui l’incarico di formare il nuovo esecutivo era stato affidato dal presidente Napolitano a Matteo Renzi e lui si era presentato al Quirinale con in mano un solo nome per il ruolo di Guardasigilli, quello di Gratteri, appunto. Dell’episodio è riferito nel libro di Sallusti e Palamara Il Sistema, ed emerge chiaramente che i nemici del magistrato erano semplicemente altri magistrati. Il solito toga-contro-toga che abbiamo imparato a conoscere. In quelle pagine si dice anche che il dottor Gratteri aveva accettato l’incarico, che poi salterà, ponendo una sola condizione, quella di avere “carta bianca”. Forse anche in quel ruolo aveva sognato di ricostruire il sistema di giustizia “come un Lego”, cioè quello che vuol fare, nella veste di investigatore, della Calabria? Se la parte construens del suo Lego in Calabria ancora non si è vista, certo è che nella parte destruens il procuratore è molto attivo. Se qualcuno facesse una ricerca in internet alla voce “retata Gratteri”, scoprirebbe una sfilza di notizie, e vedrebbe che almeno una volta al mese in Calabria si muovono centinaia di uomini, spesso con l’aiuto di elicotteri, e fioccano perquisizioni e arresti. È il Gratteri style. Quello che lui avrebbe portato al ministero di via Arenula. Quello che ancora potrebbe portare se il professor Draghi, chissà, non si sa mai, dovesse chiamarlo a costruire il suo Lego. L’operazione di ieri è la somma di due diversi filoni di indagine, una che riguarda le famiglie Areba-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto e l’altra quella della famiglia Mannolo, i “pecorari” attivi soprattutto nel territorio di San Leonardo di Cutro. Sessantasette sono gli indagati, di cui trentasei in custodia cautelare in carcere. I reati sono sempre legati da quello che li contiene tutti, cioè l’associazione di stampo mafioso, quella prevista dall’articolo 416 bis del codice penale. Questa volta però, a differenza delle ultime inchieste cui ci avevano abituato le conferenze stampa del dottor Gratteri a partire da “Rinascita Scott”, il cui maxiprocesso è in corso nell’aula bunker di Lametia, c’è qualcosa di molto concreto e molto importante. Stiamo parlando di droga e di armi. Anche armi da guerra, sequestrate in zone come il Crotonese in cui, anni fa, ci erano state vere stragi di mafia, guerre sanguinose di cui ora si porta solo memoria. Il fatto che in certe case siano ancora state trovate armi è preoccupante. Ma bisognerà sapere anche quali e quante. Le investigazioni sulla zona di Isola di Capo Rizzuto sono la prosecuzione dell’operazione “Tisifone” del 2018 che, dice il magistrato, avrebbero all’epoca impedito la ripresa di una nuova guerra di mafia. Ma si parla più che altro di “azioni di disturbo” da parte delle forze dell’ordine, quasi che una perquisizione ogni tanto servisse da monito e da impedimento di azioni sanguinose. Il procuratore ci crede davvero. «Non avete idea –dice convinto- di quanti omicidi abbiamo evitato in questi anni conducendo questa indagine». Frase assai misteriosa, perché non viene spiegato quali motivi potrebbero stare dietro, oggi e dopo anni dagli ultimi delitti di sangue, alla necessità di possedere armi. Perché si parla di decine e decine di pistole e fucili, anche di armi da guerra. Conflitti per il controllo del territorio o altro? Egemonia nel settore del narcotraffico? Le imputazioni e gli arresti per la droga ci sono, nella retata di ieri. Ma, mentre conosciamo fino all’ultimo grammo quanti chili di cocaina o di altre sostanze psicotrope sono state sequestrate a Reggio Calabria, di Catanzaro o Crotone abbiamo solo notizie un po’ fumose, anche se altisonanti. Secondo il capo della direzione nazionale anticrimine Francesco Messina sarebbe addirittura stata «disarticolata la componente militare delle cosche di Isola Capo Rizzuto». Dove i termini “disarticolata” e “militare” lasciano proprio intendere un’operazione di guerra. Cui fanno eco le parole di Gratteri sul fatto di aver “importato una rivoluzione”. E di poter constatare che le cose stanno migliorando, e che questo «vuol dire che noi magistrati e forze dell’ordine cominciamo a essere credibili e questo ci conforta». Crediamo che anche i cittadini calabresi sarebbero confortati se le conferenze stampa mensili del dottor Gratteri fossero sempre fondate su fatti concreti (ieri ci siamo andati vicini), con cifre numeri e spiegazioni, non solo sulla quantità di droga sequestrata, ma anche sulle armi. E sul perché e come sono state salvate le vite umane. Il che è sempre comunque una buona notizia.

Gratteri, il “procuratore delle Calabrie” che rischia di veder finire il suo mito. Se Gratteri puntasse alla procura di Milano lo stesso arco di forze che hanno creato e diffuso il suo “mito” non avrebbero scrupoli a distruggerlo. Ilario Ammendolia su Il Dubbio il 4 aprile 2021. Giuliano Ferrara ha sparato sulla prima pagina de Il Foglio un deciso "j’accuse" contro il dottor Nicola Gratteri "colpevole", a suo dire, di avere scritto la prefazione al libro "Strage di Stato" dal contenuto delirante sino al punto da negare l’epidemia in corso, definire i vaccini "acqua di fogna" e immaginare un complotto dei "perfidi giudei" che userebbero il virus per dominare sull’umanità. Il confronto in atto è importante. Perché da sempre il dottor Gratteri ha goduto di uno straordinario favore e di una eccellente “generosità” da parte della “grande stampa” che, aldilà dei possibili meriti del procuratore di Catanzaro, ha letteralmente creato il “fenomeno”, a volte, spacciando dei semplici rapporti redatti dagli ufficiali di polizia giudiziaria per sentenze definitive. Soprattutto alcuni canali televisivi hanno diffuso dei semplici teoremi come fossero delle battaglie campali conto la ’ndrangheta. Ogni volta data come sbaragliata e vinta. Tutto ciò per poter creare il “personaggio” a prescindere dai risultati realmente ottenuti sul campo. Chi difende il procuratore di Catanzaro tende a dire che in verità la prefazione è costituita solo da “due paginette” scritte di getto e sorvolando sul contenuto. Un atto di generosità per fare un favore ad un collega e amico magistrato, il giudice Giorgianni, che è uno dei due autori del libro. Noi ci crediamo. Anzi ne siamo più che convinti dal momento che, in Calabria, con la stessa superficiale leggerezza migliaia di vite umane sono state spezzate da mandati di cattura successivamente annullati dai giudici. Però non fanno notizia. Senza alcuna rivendicazione di primogenitura, prendiamo atto, dopo aver denunciato per oltre trent’anni la “mattanza legale” che avviene in Calabria, che pochissimi se ne sono accorti. Perché? Certamente per i nostri seri limiti. Ma soprattutto perché della Calabria e, soprattutto dei calabresi, non gliene fotte niente a nessuno. La Regione è una terra “appaltata “a generali e super poliziotti, prefetti e commissari straordinari oltre che alla ’ ndrangheta e al peggiore surrogato della “politica” selezionato rigorosamente da “Roma” in base a criteri di subalternità, inconsistenza e fedeltà. Ora Gratteri, definito da Ferrara “procuratore delle Calabrie”, quasi a voler sottolineare i suoi metodi che riportano la regione al peggiore regime borbonico, punta alla procura di Milano. Dice un vecchio adagio “non ultra crepidam" . “Non oltre la toma”. Da vecchio lettore di Ferrara, sono convinto che la sua sia una battaglia di civiltà destinata a infrangersi contro il muro di silenzio alzato dalla grande stampa, dalla tv e dai poteri dello Stato. La musica potrebbe cambiare se Gratteri si mettesse veramente strane idee in testa su Milano. ( Forse spinto dalla volontà di non essere più in Calabria nel momento in cui “Rinascita Scott” arriverà in Cassazione.) Comprenda, il procuratore di Catanzaro che ciò che si ritiene giusto, legittimo e accettabile nei confronti dei calabresi, non potrebbe essere oggi tollerato nel cuore economico ( e non solo) del Paese. Sono convinto che qualora dovesse insistere, lo stesso arco di forze che hanno creato e diffuso il “mito” e la leggenda e solo perché hanno trovato comodo affidare “le Calabrie” a un viceré, non avrebbero scrupoli a distruggerlo con la stessa determinazione con cui l’hanno costruito.

Da "il Giornale" l'1 aprile 2021. «Non voglio che l'Italia sia teatro di deliri e che i deliranti giudichino. Il libro con prefazione di Gratteri è uno scandalo nazionale e deve essere discusso davanti a un giudice. Attendesi una querela, grazie» scrive sul Foglio Giuliano Ferrara, che definisce il libro «Strage di stato» di Pasquale Bacco e Angelo Giorgianni, con prefazione del procuratore Nicola Gratteri, «di scandalosa impudicizia e di sovrana insulsaggine». Tra le frasi incriminate « che i vaccini sono acqua di fogna, che è in corso una deliberata cospirazione giudaicoplutocratica per asservire il mondo, che le pratiche imposte da autorità e governi sono degne di Norimberga, un processo contro chi ha avallato l'esistenza di una patologia non superiore a un’influenza»

Covid, magistrato denuncia l’operato del governo al Tribunale dell’Aja: “Crimini contro l’umanità”. Rec News il 31 Marzo 2021. I governi stanno finendo a ruota sotto la lente del Tribunale dell’Aja per le misure improprie propugnate con la scusa di un virus a bassissima letalità. Questa volta a essere sottoposta all’attenzione della Corte Penale Internazionale è l’Italia di Conte e Draghi, quella delle chiusure immotivate – come ammetteva lo stesso Cts in uno dei verbali resi noti ad agosto del 2020 – e delle limitazioni incostituzionali alla libertà personale. Tutto parte dalla denuncia del magistrato Angelo Giorgianni, che in un esposto di oltre 30 pagine si è soffermato tra le altre cose sull’obbligo di indossare la mascherina, sull’allontanamento sociale e sulle chiusure indicandoli come “crimini contro l’umanità”, “in quanto – scrive il magistrato – costituiscono reati di reclusione e tortura e sono atti che provocano grandi sofferenze alla salute mentale e fisica”. “I costi economici, umani, psicologici e sociali di queste politiche – chiosa ancora il magistrato – sono notevolmente superiori alla loro efficacia nel salvare vite umane e ridurre la diffusione del virus”. Una presa di posizione chiara, netta e motivata che sta già scuotendo il mainstream che da oltre un anno si è adagiato supinamente sulle posizioni del governo e sui dati istituzionali che già lo scorso anno si rivelavano fallaci  e gonfiati. Tanto che magistrato, co-autore del libro “Strage di Stato – Le verità nascoste della Covid-19”, al pari di chiunque si permetta di esprimere pareri critici sull’affare coronavirus è vittima da giorni di una campagna di fango mediatico. Giorgianni tuttavia non demorde: annuncia la volontà di tutelarsi nelle opportune sedi e tira dritto.

L'audizione al Csm dopo l'"inchiesta" complottista. Dal libro scandalo sul covid a capo della Procura di Caltanissetta: Giorgianni fa sul serio. Antonio Lamorte su Il Riformista il 17 Aprile 2021. È tutto un complotto, questa storia. Questo attacco mediatico ai danni di Angelo Giorgianni, magistrato presso la Corte di appello di Messina. È stato falcidiato dalla stampa, per questo libro inchiesta: Strage di Stato – Le verità nascoste della covid 19, introdotto da una prefazione del Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, e non per le tesi che circolano nei peggiori blog di “contro-informazione” sulla pandemia come un complotto orchestrato; ma per la sua candidatura a diventare Procuratore Capo a Caltanissetta. Proprio così: e se non ci fosse da piangere verrebbe da ridere insomma. Ricapitolando. Giorgianni ha scritto con Pasquale Bacco un libro, Strage di Stato. Bacco è un medico con un passato nell’estrema destra, da Casa Pound a Fiamma Tricolore, amministratore delegato della società Meleam, che si occupa d medicina legale e sicurezza nei luoghi di lavoro. Lo scorso luglio, a una conferenza alla Camera promossa da Sara Cunial, deputata no-vax eletta con il Movimento 5 Stelle e poi espulsa perfino dai grillini per le sue tesi, diceva di “un virus ridicolo. Il Covid, dobbiamo dirlo sempre con più forza, non ha ucciso nessuno”. E che all’interno del vaccino c’è “acqua di fogna”, “tutte le schifezze possibili e immaginabili”, come ribadiva lo scorso ottobre durante una manifestazione a Taranto contro il lockdown. Giorgianni, collega di Gratteri, un passato politico, anche sottosegretario all’Interno nel primo governo Prodi, poi costretto alle dimissioni dallo stesso premier. Ha definito la pandemia “uno strumento di ingegneria sociale che serve per realizzare un colpo di stato globale” e, citando monsignor Viganò, l’ha descritta come una “glia biblica tra i Figli della Luce e i Figli delle Tenebre”. I vaccini poi possono trasformare “l’uomo in Ogm” e potrebbero “determinare la sterilità nell’uomo e nella donna”. Fonte di grande imbarazzo per Gratteri l’aver firmato quella prefazione. Il Procuratore di Catanzaro prima si è difeso dicendo di aver scritto per mettere in guardia sugli affari delle mafie nella crisi; poi ha detto che gli era stato inviato un abstract “non del tutto corrispondente”. Giorgianni ha smentito, comunque non si è mai scusato. A TgCom24 ha concesso un’intervista. “Io non sono complottista, sono complottologo. Personaggi più illustri di me ne hanno parlato come Donald Trump e monsignor Viganò – ha detto – Quel libro, è un libro inchiesta. Abbiamo raccolto oltre un migliaio di documenti. Ponevamo delle domande”. L’offesa più dolorosa, ha aggiunto, quella sull’antisemitismo: ha detto che un rabbino capo degli ebrei ortodossi d’Israele lo ha difeso promuovendolo tra i Giusti tra le Nazioni. Nientedimeno. Perché questo accerchiamento insomma, perché? La spiegazione pronta di Giorgianni: “Un attacco mediatico a decorrere dal 25 marzo, stranamente il 24 marzo avevo depositato una denunzia alla Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità in riferimento alla gestione della pandemia. Potrei dirle che non era a me diretto (l’attacco, ndr): per esempio diretto alle aspirazioni di Gratteri ad andare alla Procura di Milano. E potrei aggiungere un altro fatto inedito: in coincidenza con la mia audizione al Csm che avverrà nei prossimi giorni, essendo il candidato più anziano per ricoprire il ruolo di Procuratore della Repubblica di Caltanissetta”. Il Foglio, che ha fatto esplodere il caso con gli articoli di Luciano Capone, riporta come non si tratti di una boutade. La candidatura di Giorgianni potrebbe trovare un seguito. La procura è stata liberata dallo scorso settembre da Amedeo Bertone. In corsa ci sono il reggente Gaetano Paci e il magistrato di Palermo Salvatore De Luca. Quella di Caltanissetta è una Procura pesante.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Il potere del procuratore. Gratteri è il magistrato più temuto d’Italia: politici, giornalisti ed editori tutti in silenzio. Tiziana Maiolo su Il Riformista l'8 Aprile 2021. Chi ha paura del dottor Nicola Gratteri? Tanti, garantito. Ci sono i magistrati, i politici, ma soprattutto gli intellettuali e i giornalisti con i loro impavidi editori. Ci sono quelli che, in modo un po’ snobistico, lo scansano perché il procuratore di Catanzaro, pur osannato e incensato con parole alate su giornali e tv per le sue gesta eroiche contro la ‘ndrangheta, è alla fine considerato solo come una specie di Maradona dei poveri. Un parvenu che viene dalle favelas e puzza ancora di sudore e di miseria. Applausi dagli spalti certo, ma andarci insieme a cena, no. «Se poi, driin, si aggiungesse inaspettato a tavola il dottor Gratteri, allora via, mollare lì la carbonara e correre alla minestra della Caritas», ironizza (ma mica tanto) Andrea Marcenaro nella sua imperdibile Version sul Foglio, dopo aver magistralmente illustrato la ricetta del suo piatto preferito. Nella carovana degli snob, ma in questo caso lo snobismo ha una decisa caratura politica, ci sono tutti quelli che non vogliono Nicola Gratteri a Milano. Già nel 2016 quando lui aveva presentato domanda, fu spedito velocemente a presiedere la procura di Catanzaro. Non lo vogliono per due buoni motivi. Il primo è molto ben spiegato sul Riformista di ieri da Ilario Ammendolia, che lancia un grido disperato in favore della sua terra di Calabria e in sintesi dice che a nessuno importa niente di quella regione, tanto che lasciano che i rappresentanti dell’antimafia possano aggiungere disastri a quelli già gravissimi della ‘ndrangheta. Come a dire che arresti arbitrari e poi smentiti dai giudici, blitz scenografici ma spesso fondati sul nulla o su pochissimi indizi (gli esempi sono ormai tantissimi e li raccontiamo ogni giorno) vanno bene per i calabresi, ma non per quelli con la puzza sotto il naso del nord Italia. Tutto vero, ma c’è anche un secondo motivo per cui Nicola Gratteri non può venire a Milano. E perché e a chi fa paura. Lo temono i suoi colleghi, prima di tutto. Ma anche i politici che governano la città. Perché il capoluogo lombardo è da qualche tempo un po’ quel che era l’Emilia rossa fino a che l’elezione del sindaco di Bologna Guazzaloca non ruppe gli schemi di una società chiusa in cui tutti andavano a braccetto con tutti, il padroncino con l’operaio e il sindaco con il procuratore. La storia che abbiamo raccontato del siluramento del capo dei vigili di Milano, le vicende di Eataly, di Sea, dell’Expo, dei ripetuti ringraziamenti di Matteo Renzi alle toghe, raccontano una sorta di unità di intenti, qualcosa che è più di pura sintonia di pensiero politico. E la storia, ormai antica ma difficile da dimenticare, di Mani Pulite racconta dei semini che sono stati piantati dalla corrente sindacale di Magistratura Democratica non solo in Procura ma anche in città. E che sono germogliati, negli ultimi anni, di procuratore in procuratore, di sindaco in sindaco. Quando nel 2016 il Csm doveva nominare il nuovo procuratore di Milano, se ne occupò Luca Palamara, che, come racconta nel suo libro, incontrò Francesco Greco, con cui ebbe subito grande intesa, e ne sostenne la candidatura. Nessuno degnò di attenzione Nicola Gratteri, allora. Ma se lui arrivasse oggi sarebbe una bomba. E tra i sostituti milanesi c’è qualcuno, anche quelli di sinistra, che quasi se lo augura, pur di spezzare il clima da “Emilia rossa”. Sarebbe concepibile, in Lombardia, la presenza di uno che improvvisamente usasse quei metodi da sceriffo che in Calabria gli sono consentiti, a costo di decapitare nuovamente le istituzioni come già successo ai tempi di tangentopoli? Sì, in un certo senso sarebbe concepibile. Il terreno “culturale” è già arato. In fondo non gli è stato consentito di scrivere la prefazione a un libro i cui autori, il magistrato Angelo Giorgianni e il medico Pasquale Maria Bacco sostengono tesi complottistiche sugli ebrei che governano il mondo e che in piena pandemia negano l’esistenza del virus e persino delle bare di Bergamo? Si, gli è stato consentito, nonostante, dopo la scoperta di Luciano Capone, il Foglio se ne occupi tutti i giorni e noi stessi e pochi altri ne abbiamo scritto. Ma la cosa preoccupante, anche se molto comprensibile, è che quella prefazione non abbia destato scandalo. E perché la mentalità paranoica che sta dietro certe affermazioni non induca il sospetto che anche alcune gesta siano frutto della stessa ispirazione. Sabato scorso Giuliano Ferrara ha barrito. E ha chiamato per nome e cognome direttori di grandi quotidiani e conduttori di famosi talk, intimando loro di occuparsi di «una maleodorante e putrida chiassata negazionista e antisemita». Gli ha risposto uno che non era stato chiamato in causa, il direttore del Giornale, Sandro Sallusti, e ha detto semplicemente che il re è nudo. Non hai capito, caro Ferrara –scrive- che tutti hanno paura del magistrato “più temuto e coccolato” d’Italia? Hanno paura i giornalisti, tremano gli intellettuali, si fanno la pipì addosso gli editori. Così, se neghi la gravità del covid non puoi fare l’insegnante o l’infermiere, ma il procuratore sì. Ed è proprio così. Non si può scalfire la reputazione di Gratteri, perché lui ha nelle mani uno strumento formidabile per polverizzare la reputazione di tutti noi, il suo potere di manette. E non è un caso che, uno di quelli chiamati alla lavagna da Ferrara, Gian Antonio Stella, abbia ieri risposto con un breve articolo in cui, un po’ come si fa con i bambini, ha dato un buffetto a Nicola Gratteri, dicendogli che “l’ha combinata grossa”. Il tono è quello del papà che ha già perdonato. Anche perché, dice nelle due righe finali, in fondo le frasi peggiori i due autori Bacco e Giorgianni non le hanno scritte nel libro, ma le hanno dette alla Zanzara. Che, come sappiamo, è un programma satirico. 

Nordio: “Il caso Gratteri? Serve un esame psichiatrico per chi vuol fare il magistrato”. Il Dubbio l'1 aprile 2021. Carlo Nordio interviene, a modo suo, sulla polemica nata alla prefazione di Nicola Gratteri al libro negazionista. “Non ho letto il libro recensito da Gratteri e non so se un magistrato in servizio si sia pronunciato nel senso che i vaccini sono funesti e l’epidemia non esiste. Se questo fosse vero, e spero non lo sia, confermerebbe quanto ho scritto 20 anni fa nel mio primo libro sulla giustizia. E cioè che per l’accesso in magistratura manca l’esame fondamentale: quello psichiatrico”. Parole e musica dell’ex magistrato Carlo Nordio il quale interviene a modo suo sulla polemica nata intorno a Gratteri. Intervistato da Huffingtonpost Nordio ha poi insisitito: “Il Consiglio superiore della magistratura non ha competenza sulle idee “sanitarie” delle toghe, né sulla loro istruzione, relativamente a vicende extragiudiziarie. Tuttavia espressioni così bizzarre, se realmente sono state espresse da un magistrato, minano ancor di più il nostro prestigio e la nostra credibilità, già ampiamente compromessa dalla vicenda Palamara e dall’ultima infelice sortita dell’Anm”.

Che Stato è quello che tollera l’antisemitismo? Iuri Maria Prado su Il Riformista l'1 Aprile 2021. A questo punto il problema non è più soltanto Gratteri, né è più soltanto un problema di Gratteri. A questo punto il problema è chi, e di chi, lo lascia pendente. Qui si tratta di capire se è anche solo vagamente tollerabile che un funzionario pubblico non solo di altissimo rango formale, ma anche parecchio celebrato nella sostanza della vicenda italiana, e dotato del potere temibilissimo di infierire sui più delicati beni delle persone, possa abbandonarsi, senza ripudiarle e senza patirne conseguenza alcuna, a iniziative di pubblico consorzio con i responsabili di propaganda di stampo neonazista. Si tratta di capire se è anche solo remotamente ammissibile che la comunità civile, coloro che hanno voce e peso presso l’opinione pubblica, le rappresentanze delle formazioni istituzionali e di potere, a cominciare dalla magistratura, possano ancora assistere allo scempio della propria inerzia nel reclamare l’immediato e incondizionato allontanamento di questo personaggio dalle funzioni la cui credibilità egli ha in tal modo pregiudicato. La Repubblica non può ammettere, non può consentire, non può tollerare che nemmeno un cittadino, nemmeno uno e per nessuna ragione, possa essere sottoposto alle cure di giustizia di un magistrato che senza allegare una qualsiasi giustificazione, semmai ne esistesse una, offre la propria prefazione a un libro non solo ripieno di rivoltanti contraffazioni, ma scritto da chi ripropone e diffonde i motivi della più oscena cultura genocidiaria: quella contro cui (così si dice) si è impiantato e ha ragione di essere difeso il nostro ordinamento civile e costituzionale. Se chi ha potere nei giornali e nelle televisioni, nei luoghi della produzione culturale, presso le cosiddette forze sociali e tra gli eminenti dell’intelligenza militante, e tra coloro che chiedono il voto per scrivere le leggi che comandano la vita dei cittadini, e tra quelli che stendono sentenze in nome del popolo italiano, se insomma chi “può” non si incarica, come non sta incaricandosi, di fare ciò che deve essere fatto, cioè di liberarsi dalla propria noncuranza, allora significa che questo nostro Paese ha appunto un problema molto più grave rispetto a quel che fa un suo magistrato. Al tempo delle leggi razziali il problema non stava solo in quella legislazione: stava negli italiani che giravano la testa dall’altra parte. E questa volta non dico: peggio per chi non lo capisce. Dico: sia maledetto chi non lo capisce.

Luca Fazzo per “il Giornale” il 28 marzo 2021. Da settimane, il suo nome agitava i sonni delle correnti delle toghe (soprattutto quelle di sinistra, ma non solo): da quando il Giornale, il 17 febbraio, aveva indicato Nicola Gratteri come il candidato più forte alla Procura di Milano, l'idea della sua irruzione nel santuario di Mani Pulite aveva sollevato paure di ogni tipo. Anche perché trovare un candidato alternativo in grado di sbarrare a Gratteri la strada verso il nord era reso arduo dalla sentenza del Tar del Lazio che, annullando la nomina del procuratore di Roma Michele Prestipino, aveva dettato regole rigide per la scelta dei capi delle Procure. Ma ora Gratteri rischia non solo di dover rinunciare al suo sogno milanese - ribadito ieri in una intervista - ma anche al suo posto attuale. Tutta colpa della prefazione elogiativa firmata per il libello no-vax e antisemita del suo collega Angelo Giorgianni. Su Gratteri piomba ieri un colpo di bazooka: quella prefazione è la dimostrazione che non è in grado di guidare alcun ufficio giudiziario. A dirlo è uno dei numi tutelari della sinistra giudiziaria, Guido Neppi Modona, con un intervento sul Riformista. Giudice, professore, cavaliere di Gran Croce, giudice della Corte Costituzionale, Neppi è uno che quando parla viene ascoltato. E ieri scrive testualmente che «il dr. Gratteri ha perso il prestigio di cui un magistrato - specie se posto a capo di un importante ufficio quale è la Procura della Repubblica - deve godere nei confronti della popolazione e dei suoi colleghi, e pertanto a norma dell'ordinamento giudiziario deve quantomeno essere trasferito in un'altra sede e con funzioni che non comportino alcun incarico direttivo». Un messaggio esplicito inviato alla Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura, quella che si occupa di sloggiare i giudici incompatibili, e che in questi giorni è alle prese con i veleni del caso Palamara. Con la prefazione al libro di Giorgianni, Gratteri si è autoaffondato. Per raccontare la gravità della situazione basta l'annuncio della casa editrice del libro, che ieri di fronte al putiferio annulla la presentazione prevista per le 19. Forse la Prima commissione del Csm non raccoglierà fino in fondo l'appello di Neppi Modona, e permetterà a Gratteri di continuare a fare il procuratore laggiù a Catanzaro, dove peraltro ha arrestato tutto l'arrestabile. Ma che possa ambire alla poltrona che fu di Francesco Saverio Borrelli è, allo stato attuale, del tutto inverosimile. E qua il Gratterigate si rincrocia con il caso Palamara, il gorgo che ormai sembra inghiottire tutto ciò che si muove in magistratura. Perché le chat e il libro di Palamara investono in pieno anche la Procura milanese, i suoi meccanismi di potere. L'arrivo di Gratteri era, nel bene e nel male, l'occasione per girare pagina. Ma adesso che si fa?

Pietro Senaldi tombale sul caso Nicola Gratteri: "Tutti contro il pm non Vax, ma nessuno si indigna se vengono incarcerati degli innocenti. Libero Quotidiano il 07 aprile 2021. Il direttore di Libero Pietro Senaldi oggi parla di giustizia e del curioso caso che riguarda il procuratore Gratteri: "Continuano a montare le polemiche sul caso del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri che nella prefazione al libro di un collega ha espresso delle tesi "No Vax" o comunque scettiche rispetto alla vaccinazione di massa. A  me non indigna tanto questo, perché io non andrei mai da Gratteri per curarmi dal Covid, ma neanche da un mal di pancia, quindi che un giudice non sappia nulla di profilassi o di medicina non mi stupisce. A me però fa specie che il giudice venga processato perché ha delle tesi No Vax e non perché negli anni ha arrestato centinaia di persone con delle accuse pesantissime che poi sono state scarcerate...". "...E'curioso come ai pm non si perdonino posizioni fuori dal coro su argomenti non loro e invece non si vada mai a indagare quanto fanno bene, quanto fanno male e se sbagliano gli si chieda conto. La conseguenza di tutto questo è che ormai siamo un Paese di pm, processiamo gli altri senza torto o ragione, ma semplicemente per il fatto che ci stanno antipatici o che non condividiamo le loro tesi...".  

Da huffingtonpost.it il 7 aprile 2021. “Se Nicola Gratteri ha scritto la prefazione senza leggere il libro, siamo di fronte a qualcosa di imperdonabile. Se l’ha scritta dopo averlo letto, è un’aggravante”. Il caso commentato da Giuseppe Ayala sulle pagine del Foglio è quello della prefazione di Nicola Gratteri al libro “Strage di Stato. Le verità nascoste della Covid-19 ” scritto da Angelo Giorgianni e Pasquale Bacco, che rilancia teorie complottiste e negazioniste. “Sono tesi ai confini della psichiatria” afferma il magistrato siciliano. “Apprendo che uno degli autori è un magistrato”, dice riferendosi ad Angelo Giorgianni, “non è un problema di sanzioni, non bastano provvedimenti anche se il Csm delle valutazioni dovrà pur farle”. Al posto di Gratteri, prosegue Ayala, avrebbe ammesso che ”è stata una gravissima leggerezza. Che ha sbagliato. Serve una presa di distanza inequivocabile. Una frase come questa: Non mi riconosco assolutamente nelle tesi degli autori”. Ayala rilancia poi una considerazione di Carlo Nordio a Huffpost sulla necessità di un esame psichiatrico per l’accesso alla magistratura: “Non solo è una buona idea. Io credo che servano esami psichiatrici periodici per i magistrati. Non solo all’entrata in magistratura. Negli anni, la capacità di giudizio si può appannare, deteriorare. Servono esami costanti”.

La foglia di fico di politici incapaci. Gratteri è intoccabile e riverito dalla stampa perché arresta calabresi, a Milano invece…Ilario Ammendolia su Il Riformista il 7 Aprile 2021. Mai come in questo momento avverto un senso di frustrazione e di impotenza per il fatto che della Calabria non gliene fotte proprio niente a nessuno. Da quaranta anni sosteniamo che un vasto arco di forze ha trovato comodo ridurre la drammatica questione calabrese a mera questione criminale e, in tale ottica, Gratteri è stato letteralmente costruito, soprattutto dai media, come strumento dietro cui nascondere la scelta politica e istituzionale di non dare risposte credibili a una regione che si è andata disgregando giorno dopo giorno. E mai come oggi la Calabria è stata uno “sfasciume” umano, sociale e politico “pendulo sul mare”. La ‘ndrangheta fa da padrona e se non si sente è perché ha deciso di non farsi sentire. Questa è la vera grande colpa di quanti si sono prestati (Gratteri in primis) a un gioco che ha aiutato a cancellare la Calabria da ogni agenda di governo. Senza sconfiggere né la criminalità organizzata né tanto meno quella comune. Quindi, sono rimasto sorpreso e perplesso quando ho letto l’editoriale di Sallusti “Gratteri, don Chisciotte e Sancho Pancia” con il direttore de Il Giornale nella parte di cavaliere dell’Ideale per il presunto coraggio di criticare Gratteri ritenuto un “intoccabile”. Di vero c’è solo l’imbarazzato silenzio dei giornali che hanno dedicato intere paginate a Gratteri e tutte grodanti “ inni e canti “ al magnifico procuratore che il Cielo avrebbe destinato alla Calabria. Per il resto Sallusti si sbaglia e lo sa bene. Il procuratore di Catanzaro è realmente un intoccabile ma solo se arresta calabresi, meglio se “sciancati”, interpretando gli umori delle caste che comandano in Italia. Ma se pensa a Milano troveranno mille modi per sbarrargli il passo. Sto leggendo il libro Strage di Stato e, da quanto ho finora letto, mi sembra indubbio il fatto che Gratteri abbia sbagliato a fare la prefazione al libro. Ma una prefazione rispetto a quanto è successo in Calabria negli ultimi trenta anni, è nulla. Eppure tutto è stato colpevolmente ignorato da quanti avevano l’obbligo di sapere. Era il 2009 quando con un editoriale su Calabria ora diretto da Piero Sansonetti abbiamo denunciato quanto era avvenuto a Plati (Rc). E poi abbiamo parlato di “Metropolis” , di “Circolo Formato”, delle varie inchieste (sommarie) sulla sanità calabrese e sul delitto del vicepresidente del Consiglio regionale, on. Fortugno. Sino ad arrivare a “Rinascita Scott”, al confinamento (illegale) del presidente della Regione e all’arresto (illegittimo) del presidente del Consiglio regionale. E ancora (e soprattutto) , di vite spezzate, di democrazia sospesa, di economia al lastrico ad opera della mafia e dell’antimafia, di oltraggi costanti alla Costituzione. Abbiamo combattuto in solitudine e non senza rischi, mai contro le persone ma solo per rompere il muro di sopraffazione e di indifferenza verso la Calabria. I fatti ci hanno dato ragione su tutto…. ma – ed in questi giorni è più evidente che mai- la Calabria non è Milano.

Il procuratore sposa le tesi no-vax. “Vaccini sono acqua di fogna”, Gratteri firma la prefazione del libro dei negazionisti. Carmine Di Niro su Il Riformista il 25 Marzo 2021. Nicola Gratteri come il peggiore dei cospirazionisti no-vax. Il procuratore di Catanzaro firma la prefazione di un libro, “Strage di Stato – Le verità nascoste della Covid-19”, che mette insieme alcune delle peggiori bufale e teorie del complotto su Coronavirus, vaccini e ruolo di fantomatiche lobby dietro la pandemia che ad oggi ha provocato nel mondo 125 milioni di casi e quasi 3 milioni di decessi, di cui 100mila solo in Italia. Autori del libro in questione sono Pasquale Bacco e Angelo Giorgianni: il primo è un medico con un passato nell’estrema destra, da CasaPound a Fiamma Tricolore, amministratore delegato della società Meleam, che si occupa d medicina legale e sicurezza nei luoghi di lavoro; il secondo è invece un collega di Gratteri, magistrato presso la Corte di appello di Messina e con un passato anche lui di politico ma sul fronte opposto, arrivando anche al ruolo di sottosegretario all’Interno nel primo governo Prodi. A "scovare" il passo falso di Gratteri e il suo sposare tesi negazioniste è Luciano Capone su Il Foglio, che riporta passi del libro di Bacco e Giorgianni. All’interno infatti si possono trovare affermazioni da mani nei capelli, tesi che circolano nei peggiori blog di “contro-informazione” che rimandano la pandemia ad un complotto orchestrato da ebrei, Big Pharma, Bill Gates and company. L’antisemitismo di fondo nelle tesi di Bacco e Giorgianni, da cui Gratteri non prende le distanze, è evidente in passaggi come questo. “Vogliamo dire chi comanda nel mondo? Comandano gli ebrei! Sta tutto in mano a loro! Tutte le lobby economiche e le lobby farmaceutiche, hanno tutto in mano loro… la grande finanza…”. Pare evidente che Gratteri non si sia informato sul curriculum dei due autori o, peggio, che ne condivida le tesi. Bacco infatti lo scorso luglio, intervenendo ad una conferenza alla Camera promossa da Sara Cunial, deputata no-vax eletta con il M5S e poi espulsa dai grillini per le sue tesi ormai indifendibili, diceva questo palando dal virus: “E’ un virus ridicolo. Il Covid, dobbiamo dirlo sempre con più forza, non ha ucciso nessuno”. Quanto al vaccino, per Bacco al suo interno c’è “acqua di fogna”, “tutte le schifezze possibili e immaginabili”, urlava lo scorso ottobre durante una manifestazione a Taranto contro il lockdown. Non meno pesanti sono le teorie di Giorgianni, che in qualità di magistrato avrebbe un ruolo pubblico che dovrebbe spingerlo a mordersi la lingua. Niente da fare invece, perché per il magistrato della Corte di appello di Messina la pandemia “è uno strumento di ingegneria sociale che serve per realizzare un colpo di stato globale” e, riprendendo le parole di monsignor Viganò, si tratta di una “glia biblica tra i Figli della Luce e i Figli delle Tenebre”. Come Bacco, anche Giorgianni si oppone con tutte le sue forze ai vaccini anti-Covid, che vogliono trasformare “l’uomo in Ogm” e che “potrebbe determinare la sterilità nell’uomo e nella donna”. Con questi curricula è possibile che Gratteri non abbia pensato di evitare di mettere la firma sul libro di Bacco e Giorgianni? Ebbene il procuratore di Catanzaro sembra sposare e supportare il complottismo dei due autori: per Gratteri infatti ci troviamo di fronte a “un libro-inchiesta che ricostruisce la successione degli eventi, la fonte dei provvedimenti, le correlazioni talvolta insospettabili tra fatti e antefatti, sollevando angosciosi interrogativi – degni di approfondimento nelle sedi competenti – sulla gestione dell’emergenza pandemica”. Un supporto tale alle strampalate teorie degli autori da spingere Gratteri ad essere ospite d’onore del dibattito che terranno i due autori sulla loro pagina Facebook “L’Eretico” sabato prossimo.

Coronavirus, Nicola Gratteri accusato dal Foglio: "Fa il no vax e intanto si vaccina". Calabria, l'accusa al super pm. Libero Quotidiano il 26 marzo 2021. Di questi tempi basta poco per distruggere la propria reputazione, è il caso del temerario pm anti 'ngrangheta Nicola Gratteri. Nella giornata di ieri, il Foglio ha rivelato che Gratteri ha partecipato alla pubblicazione del saggio definito "no-vax" Strage di Stato (edito da Lemma Press), scritto dal magistrato Angelo Giorgianni e dal medico Pasquale Bacco. Gratteri ha curato la prefazione del volume. Gli autori del saggio vengono descritti da il Foglio come autori di "tesi cospirazioniste e completamente deliranti su un presunto colpo di stato globale orchestrato da Big Pharma, Oms, Bill Gates, Soros e Rockefeller". Accusato di negare l'esistenza del virus, Gratteri risponde senza fronzoli: "Io negazionista? In Procura siamo tutti vaccinati". Come fa notare il Giornale, è interessante come in Calabria migliaia di over 80 siano ancora in attesa del vaccino, mentre ci sono "gruppi che vantano priorità probabilmente in base a qualche loro forza contrattuale, per dirla con le parole del premier Mario Draghi". Gratteri risponde spavaldo alle critiche: "Mi sono limitato a cogliere l'occasione per lanciare l'allarme contro le mafie". Il libro non mira soltanto a sbriciolare la comunità scientifica e l'operato del Cts, ma rivolge pesanti accuse alla gestione pandemica del Conte II, in particolare a Bergamo. Probabilmente le uniche accuse sensate dell'intero volume. Nel saggio, gli autori sostengono che il vaccino sia prodotto esclusivamente per alterare il genoma dell'essere umano, con un conseguente impatto sulla fertilità. Nel capitolo "Armiamoci, e vaccinatevi!", secondo gli autori il vaccino porterebbe ad "un'alterazione genetica tale da scompaginare l'intero sistema immunitario, trasformando in pericolosi killer dei normalissimi virus con cui conviviamo tranquillamente". Tra gli scienziati citati a supporto delle loro tesi, il premio Nobel Luc Montagnier che dall'inizio della pandemia ha esternato alcune dichiarazioni, insolite per una personalità della sua caratura. In precedenza aveva per esempio definito gli ideatori dei vaccini "apprendisti stregoni". Intanto, Angelo Giorgianni, uno dei due autori, non ha digerito la reazione dei media e dell'opinione pubblica, affermando in un'intervista esclusiva ad Adnkronos che "in quell'articolo (quello del Foglio) e in altri che poi sono stati pubblicati, ci sono affermazioni che hanno un contenuto diffamatorio". Il giudice presso la Corte d'Appello di Messina ha difeso fermamente la propria posizione: "Siamo in uno stato di diritto in cui uno può esprimere la propria idea, a maggior ragione quando io la mia idea la esprimo sulla base di una documentazione scientifica. Dunque, mi sembra quantomeno fuori le righe questo attacco. Non si può ingiuriare una persona ingiustamente" afferma, ribadendo la querela per diffamazione.

La difesa del procuratore di Catanzaro. Gratteri firma la prefazione dei no-vax ma tira in ballo la mafia: “L’ho fatto per lanciare l’allarme sui loro guadagni”. Carmine Di Niro su Il Riformista il 25 Marzo 2021. Quando la toppa è peggiore del buco. Nicola Gratteri tenta di respingere la pioggia di accuse arrivate in queste ore dopo la notizia della sua firma, come autore di una prefazione, sul libro dei negazionisti Angelo Giorgianni e Pasquale Bacco "Strage di Stato – Le verità nascoste della Covid-19". Il procuratore di Catanzaro usa le colonne (web) di Repubblica per tentare di riposizionarsi su una vicenda scomoda che lo ha messo in grande difficoltà, col suo nome in risalto nella copertina di un libro che contiene alcune delle peggiori teorie cospirazioniste sul Covid-19, sui vaccini e sui complotti della onnipresente lobby ebraica. Gratteri nega di essere un negazionista, rivendicando che per il suo ufficio giudiziario “sono state acquistate migliaia di mascherine e siamo tutti vaccinati”. Anzi, la sua procura si “blindata” contro il Covid: “Plexiglass in tutti gli uffici, dispenser di disinfettanti ogni cinque metri, sanificazioni regolari, accesso al pubblico limitato e tre nuove pec per il deposito degli atti” elenca il magistrato “questo non mi sembra certo l’ufficio di qualcuno che non crede nella pericolosità del Covid“. Quanto ai magistrati, nessuno ha rifiutato il vaccino che in Calabria è stato già somministrato a tutte le toghe, spiega ancora Gratteri al quotidiano. Ma allora perché Gratteri ha firmato la prefazione di quel libro? “Mi sono limitato a cogliere l’occasione che mi è stata offerta per lanciare per l’ennesima volta l’allarme sulla pandemia come nuova occasione di crescita e guadagno per le mafie. Un tema che da troppo tempo viene ignorato”, spiega il procuratore di Catanzaro. Argomentazione che però non regge perché Gratteri non può non sapere cosa scrivono nel libro i due autori, molto lontano da qualsiasi tipo di allarme su mafie e criminalità organizzata. Bacco e Giorgianni descrivono il Coronavirus come un “virus assolutamente banale”, mettono in dubbio le scene con la "sfilata" dell’esercito a Bergamo con i camion carichi di salme definendolo un “macabro scoop dei camion dell’Esercito che portavano le salme a Bergamo” per “convincere la città dell’esistenza della peste”. Gratteri nella sua difesa dimentica altre parti del libro, come quando nel capitolo “La matematica non è un’opinione. Forse” i due autori mettono in dubbio le cifre ufficiali sui morti per Covid-19 diffuse da Istat e Istituto Superiore di Sanità, oltre 100mila, e fanno poi riferimento nel capitolo conclusivo ad un “processo di Norimberga” nei confronti di chi ha cercato di contrastare il Coronavirus citando un fantomatico tribunale peruviano, ricorda Il Foglio, che accuserebbe “i creatori dell’ordine mondiale come Bill Gates, Soros e Rockefeller, che l’hanno gestita e continuano a dirigere con estrema segretezza all’interno dei loro ambienti e delle multinazionali”. Le argomentazioni di Gratteri nella sua autodifesa, insomma, non tornano: le idee dei due autori del libro erano arcinote e riscontrabili con una semplice ricerca online. Dal procuratore di Catanzaro serve ben altra chiarezza sulla questione…

Il pm ammette "il doppio errore". Gratteri e la prefazione al libro negazionista e antisemita: “Testo discutibile, non l’ho letto”. Redazione su Il Riformista il 10 Aprile 2021. “Ho fatto un doppio errore, di eccesso di affidamento e di generosità mal riposta”. Ci sono volute oltre due settimane per spingere Nicola Gratteri, capo della procura di Catanzaro, a prendere ufficialmente le distanze dal libro “Strage di Stato: le verità nascoste della Covid-19” scritto dal magistrato Angelo Giorgianni e dal medico Pasquale Bacco e di cui lo stesso Gratteri è stato autore della prefazione. Saranno forse state le festività pasquali recentemente trascorse a spingere uno dei magistrati più mediatici di sempre a fare un passo indietro e a pronunciare giusto qualche parola sul libro negazionista e antisemita che lo ha visto protagonista. In una intervista rilasciata a Repubblica, Gratteri si dichiara estraneo a queste tesi perché “la prefazione è assolutamente neutra, sarebbe bastato leggerla per escludere ogni collegamento. Nella mia vita di magistrato mi sono tenuto sempre lontano da teorie complottiste, ho cercato sempre prove, non trame”. Gratteri si giustifica ammettendo una cosa gravissima: ovvero di aver scritto la prefazione senza conoscere i contenuti del libro, nonostante le idee di Giorgianni e Bacco fossero tutt’altro che ignote. “La mia prefazione nasce da un abstract non del tutto corrispondente, inviatomi dal collega Giorgianni: in quel testo si faceva esclusivo riferimento alla situazione pandemica e ai riflessi economici e criminali. Nessun riferimento ai vaccini, né a un complotto internazionale a matrice ebraica, secondo categorie culturali utilizzate da negazionisti e no vax, di cui tra l’altro nel libro non c’è traccia”. Il procuratore di Catanzaro arriva finalmente alla conclusione che il libro è “certamente discutibile” anche se subito dopo il polverone dello scorso 25 marzo si era limitato a ripetere il solito ritornello: “Mi sono limitato a cogliere l’occasione che mi è stata offerta per lanciare per l’ennesima volta l’allarme sulla pandemia come nuova occasione di crescita e guadagno per le mafie“. Così come scriveva Tiziana Maiolo qualche settimana fa sul Riformista, nel libro emergono concetti come “vogliamo dire chi comanda nel mondo? Comandano gli ebrei! Sta tutto in mano a loro! Tutte le lobby economiche e le lobby farmaceutiche…”. Il che, inserito in un contesto in cui prima si nega l’esistenza stessa del virus che “non ha ucciso nessuno”, poi si strilla contro l’uso delle mascherine che andrebbero “buttate nel cesso” e si definisce il vaccino “acqua di fogna”, per poi emettere la sentenza su una “strage di Stato”, significa anche chiamare per nome e cognome i colpevoli da condannare. Gli ebrei, prima di tutto, perché governano il mondo e possiedono le banche (già sentita). E sono componente fondamentale della “strategia globale del terrore”, fanno parte di quel “governo mondiale da parte del Deep state guidato dalle alte vette del Vaticano, dalla famiglia Windsor, Rockefeller e Rotschild”.

Prefazione al libro no vax, Gratteri alla fine s'arrende. Il pm si scusa ma scarica sull'autore: "Mi sono basato su un abstract poco corrispondente". Massimo Malpica - Dom, 11/04/2021 - su Il Giornale. Mea culpa, ma non troppo. Il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri alza le mani e ammette, in un'intervista a Repubblica, di aver sbagliato a firmare la prefazione al libro «negazionista» sul Coronavirus Strage di Stato: le verità nascoste della Covid-19, opera del suo collega magistrato Angelo Giorgianni e di Pasquale Mario Bacco. Così, dopo le polemiche degli ultimi giorni, deflagrate dopo che il Foglio aveva rivelato il «suggello» dello stimato magistrato su quel libro quantomeno controverso, ecco che ora Gratteri da quella fatica letteraria prende le distanze. «Non sono l'autore del libro e non rispondo del contenuto, certamente discutibile», sospira. Sostenendo di aver scritto la prefazione incriminata basandosi su «un abstract non del tutto corrispondente, inviatomi dal collega Giorgianni», nel quale non si parlava di vaccini ma «si faceva esclusivo riferimento alla situazione pandemica e ai riflessi economici e criminali». Quanto al resto dei contenuti del libro, che disegna scenari che ipotizzano un possibile colpo di stato, la riprogrammazione sociale e genetica (tramite i vaccini), il «nuovo ordine mondiale» al lavoro dietro le quinte della pandemia, Gratteri finalmente si dissocia. Rimarcando la «neutralità» della sua prefazione rispetto a queste tematiche, e non nascondendo una vena polemica per le critiche che gli sono piovute addosso. «Sarebbe bastato leggerla per escludere ogni collegamento. Nella mia vita di magistrato mi sono tenuto sempre lontano da teorie complottiste, ho cercato sempre prove, non trame», ringhia Gratteri, che poi mette un paletto anche quanto alle accuse di strizzare l'occhio ai teoremi cari ai no vax. «Mi sono vaccinato continua - ho sollecitato tutti i colleghi e gli amministrativi del mio ufficio a farlo. Tutti i miei familiari sono vaccinati e quelli che ancora non lo sono, per ragioni di età, sono in attesa. Un dato oggettivo, resto distante anni luce da quelle posizioni». Gratteri però difende anche il libro, che non avrebbe i contenuti di cui si è parlato, come la definizione di «acqua di fogna» per il vaccino anti-Covid, che non è nell'opera, ma è stata detta proprio dal dottor Bacco in una intervista di ottobre scorso. E ammette sì di aver fatto un «doppio errore», di «eccesso di affidamento e di generosità mal riposta», ma quando gli si chiede se lo rifarebbe, il procuratore capo di Catanzaro dice di no, ma non per la mal riposta generosità, bensì per quella che definisce una «incredibile strumentalizzazione» che, tra l'altro, «ha solo inasprito di più gli animi». Le accuse per quella prefazione proprio non gli vanno giù, insomma, tanto da insinuare che dietro i venti polemici per la sua scivolata si potesse nascondere altro: «È oggi evidente il rischio di infiltrazione delle mafie in tutti i settori dell'economia», ribadisce Gratteri, spiegando che «sembra quasi che intenzionalmente si voglia spostare l'attenzione su altri temi, soprattutto da parte di amministratori del bene pubblico o aspiranti tali», e questo, conclude, «per me è inaccettabile». Errore sì, insomma, ma «mai in malafede».

Alessio Candito e Giuseppe Smorto per “la Repubblica” il 10 aprile 2021. Procuratore Nicola Gratteri, lei ha scritto la prefazione di un libro controverso, "Strage di Stato: le verità nascoste della Covid-19", firmato dal suo collega magistrato Angelo Giorgianni e dal dottor Pasquale Bacco, negazionista, in passato candidato per liste di estrema destra. Lo ha letto?

«Non sono l'autore del libro e non rispondo del contenuto, certamente discutibile. La mia prefazione nasce da un abstract non del tutto corrispondente, inviatomi dal collega Giorgianni: in quel testo si faceva esclusivo riferimento alla situazione pandemica e ai riflessi economici e criminali. Nessun riferimento ai vaccini, né a un complotto internazionale a matrice ebraica, secondo categorie culturali utilizzate da negazionisti e no vax, di cui tra l'altro nel libro non c'è traccia».

Si parla di un colpo di Stato globale, di riprogrammazione sociale possibile grazie al Covid. Di nuovo ordine mondiale gestito da Gates, Soros, Rockefeller. Lei si dichiara estraneo a queste tesi?

«Certamente: la prefazione è assolutamente neutra, sarebbe bastato leggerla per escludere ogni collegamento. Nella mia vita di magistrato mi sono tenuto sempre lontano da teorie complottiste, ho cercato sempre prove, non trame. Mi sono vaccinato, ho sollecitato tutti i colleghi e gli amministrativi del mio ufficio a farlo. Tutti i miei familiari sono vaccinati e quelli che ancora non lo sono, per ragioni di età, sono in attesa. Un dato oggettivo, resto distante anni luce da quelle posizioni».

Lei cosa si rimprovera in questa vicenda?

«Ho fatto un doppio errore, di eccesso di affidamento e di generosità mal riposta».

Lo rifarebbe? Riscriverebbe quella prefazione?

«No, non la rifarei, per due ragioni. Primo perché, per motivi che non mi spiego, c'è stata una incredibile strumentalizzazione che mai mi sarei aspettato, ma della quale, anche a futura memoria, devo prendere atto e farne tesoro; secondo perché questo battage mediatico ha solo inasprito di più gli animi».

Non crede sia stato solo giornalismo? Esattamente cosa non si spiega?

«Molte cose. Prima di tutto non comprendo quali ulteriori chiarimenti dovrei fornire. Non comprendo come abbiano potuto attribuirmi impostazioni e convincimenti distanti anni luce dalla mia cultura e dalla mia formazione, vista la mia storia, personale e professionale. Non comprendo le dichiarazioni rese da autorevoli studiosi del diritto che hanno evidentemente espresso opinioni senza aver letto il libro e, soprattutto, senza aver letto la mia prefazione. Non comprendo perché si concentri su altro anche chi dovrebbe conoscere certe dinamiche: è oggi evidente il rischio di infiltrazione delle mafie in tutti i settori dell'economia. Spero di sbagliarmi, ma sembra quasi che intenzionalmente si voglia spostare l'attenzione su altri temi, soprattutto da parte di amministratori del bene pubblico o aspiranti tali: per me è inaccettabile».

Francesco Merlo ha parlato di "concorso esterno in pataccheria". Lei si sente messo in discussione?

«No. Sbaglio, come tutti, ma mai in malafede. Quanto è accaduto mi servirà senza dubbio da lezione. Vi dico una cosa scontata, ma necessaria. La libertà di pensiero, l' eguaglianza tra tutti i cittadini senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione o opinioni politiche sono diritti riconosciuti dalla nostra Costituzione, inviolabili e non negoziabili».

Anche in seguito a questa vicenda, viene contestata la sua candidatura per Milano.

«Escludo che la polemica nasca dal timore che io possa concorrere alla Procura della Repubblica di Milano. Un magistrato, come tutti sanno, non può suscitare allarme, agisce solo secondo legalità. Preferisco, comunque, non fare dietrologia».

Facendo domanda per Milano, non pensa di lasciare a metà il lavoro sull' inchiesta "Rinascita-Scott" e il maxiprocesso di Lamezia Terme?

«Sto benissimo a Catanzaro, voglio portare a compimento le attività di lotta alla criminalità organizzata, senza lasciare forze dell' ordine e Sostituti a metà del percorso, non ho nessuna fretta. Valuterò se chiedere Milano, subordinando il mio trasferimento al compimento dei percorsi intrapresi. In ogni caso, mi affiderò in maniera piena ed esclusiva alle sagge valutazioni del Csm, come ho sempre fatto».

Che intende per percorsi?

«Sicuramente il completamento di molte indagini e di processi in corso, ma anche, dopo la realizzazione dell' aula-bunker di Lamezia, l ultimazione dei lavori dell' ex ospedale militare, che dovrà accogliere la nuova Procura».

Lei da tempo ha lanciato l'allarme: l' economia indebolita dalla pandemia è sotto attacco della mafia.

«Il rischio che con la crisi le mafie si sostituiscano allo Stato è altissimo. Proveranno ad accedere a tutte le misure di sostegno, compreso il Recovery Fund. Sfruttano il disagio sociale e da sempre sono pronte a rilevare imprese e attività in sofferenza. Purtroppo è un film già visto, l' assalto delle mafie ai contributi erogati per fronteggiare pandemie e terremoti continua, ormai si è consolidata una sorta di economia e di politica della catastrofe. Ho più volte messo in guardia sui pericoli di infiltrazione, soprattutto in un momento caratterizzato da una crisi che molti paragonano alla Grande Depressione. Mai abbassare la guardia».

E per lei che futuro vede?

«Ma perché siete concentrati sul mio futuro professionale e non su quello di tanti altri colleghi procuratori in scadenza, anche prima di me e a capo, come me, di Procure medie o grandi? Ad ogni modo, dico sinceramente che non lo so: l' unica cosa che posso dire è che se potessi non lascerei mai la Calabria».

Intervenga Mattarella o la magistratura muore. Un giorno di ordinaria (in)giustizia: dall’antisemitismo di Gratteri alla lottizzazione di Palamara. Piero Sansonetti su Il Riformista il 26 Marzo 2021. Dio mio, stavolta interverrà qualcuno? E quando dico qualcuno penso all’unica persona che ha ancora la credibilità e l’autorevolezza per intervenire. Mattarella. Vi faccio il riassunto della giornata di ieri sul fronte giustizia. Di prima mattina un articolo del Foglio ci informa che è uscito un libro firmato da un importante magistrato in attività (Angelo Giorgianni, che in passato è stato persino sottosegretario nel governo Prodi) oltre che da un medico ex Casapound, nel quale si sostengono tutte le tesi negazioniste possibili sul Covid e sui vaccini, e poi si mettono sul banco degli accusati Big Pharma, Bill Gates, Soros, Rockefeller e soprattutto gli ebrei. Sì: gli ebrei. Si legge nel libro: «Vogliamo dire chi comanda nel mondo? Comandano gli ebrei! Sta tutto in mano a loro! Tutte le lobby economiche e le lobby farmaceutiche, hanno tutto in mano loro… la grande finanza». Ancora sbigottiti dalla notizia che esistono in giro per le Procure italiane magistrati così ferocemente antisemiti, e per di più così suggestionabili dalle ipotesi più strampalate e infondate (è con questo rigore scientifico che eseguono le indagini e chiedono i mandati di cattura?) cerchiamo di scoprire cosa ha chiesto il Csm a Palamara e cosa Palamara ha risposto. E veniamo a sapere che il Csm ha chiesto a Palamara di parlare della procura di Milano e della procura di Roma, e Palamara ha spiegato per filo e per segno come gli stati maggiori di quelle procure siano stati perfettamente lottizzati dalle correnti. Non con criteri meritocratici o di cultura giuridica, o di esperienza, ma con puri criteri di camarilla. Palamara ha parlato di Milano e Roma, cioè delle casematte del nostro sistema giustizia, ma perché solo di quelle due procure gli hanno chiesto. Probabilmente se gli avessero chiesto di parlare di qualunque altra procura avrebbe detto le stesse cose. Cioè, Palamara ci ha informato che quando finiamo nella mani di una Procura, noi magari pensiamo di finire nelle mani di un credibile e oggettivo sistema giudiziario, invece andiamo alla mercé di una macchina di partito, che però – a differenza della vera macchina di partito – non ha neppure nessuna investitura popolare. e le inchieste, e le sentenze, saranno largamente influenzate non dalla legge ma da questi orientamenti e rapporti di potere. Ecco, vi abbiamo fatto un riassunto breve breve della mattinata. Se dobbiamo mettere un titolo al riassunto non possiamo che tornare a ripetere: al vertice della magistratura c’è una loggia segreta molto più potente, più arrogante, più pericolosa, più sovversiva della famosa Loggia P2 di Licio Gelli. Nel libro di Palamara abbiamo scoperto che però esistono, anche ai vertici della magistratura, frange che sono fuori dal sistema. Per esempio? Per esempio, appunto, c’è Gratteri che è fuori dai giochi. ma Gratteri è il Procuratore che avalla le follie di un libro antisemita e terrapiattista. Siamo proprio messi bene. Alla fin fine dobbiamo arrenderci a Di Matteo. Capite? Sì, a Di Matteo (col quale siamo in polemica furiosa, e anche in causa, da anni): lui è l’unico che ieri ha bersagliato di domande Palamara, come giorni fa era stato l’unico a incazzarsi per il modo nel quale la procura e il Csm avevano rinviato per anni l’esame della chat di Palamara. E Di Matteo, grazie a Dio, non va nemmeno appresso alle vecchie teorie naziste…Capite che non siamo messi bene se a cercare una lucina piccola piccola nel buio di un sistema giudiziario ormai andato a male, dobbiamo rivolgerci all’uomo del fantasiosissimo processo Stato-Mafia, dove il principale imputato è l’uomo che ha catturato Riina e mezza cupola. Vabbé. Però torniamo un momento a Gratteri, che nel pomeriggio ha rilasciato a Repubblica un’intervista da fare rizzare i capelli in testa a chiunque. Cosa ha detto, per giustificarsi della colpa di aver avallato il libro dei suoi due amici antisemiti e no vax? Ha detto che in Procura, a Catanzaro, lui ha fatto vaccinare tutti. Cioè, capiamoci bene: ha rilasciato una intervista senza dire una parola di pentimento per le tesi negazioniste e antisemite, non ha emesso neppure un fiato di condanna per quel libro vergogna, e per di più ha detto che lui fa il no vax in libreria e poi vaccina tutti i giovani virgulti della Procura. E perché li vaccina? E chi gli ha dato i vaccini? E come ha potuto passare davanti a migliaia e migliaia di ottantenni e di settantenni, e forse persino a qualche novantenne che ancora aspettano il vaccino? E con che diritto? E in nome di quale principio e di quale legge? E con quale carica di sfida al discorso tenuto appena il giorno prima dal presidente Draghi, furioso per l’assalto della corporazioni che danneggiano i deboli e gli anziani? Adesso io faccio un ragionamento semplice semplice. Ci sono consiglieri comunali della Lega o di FdI costretti a dimettersi per avere messo un cuoricino, su Twitter, a un messaggio un pochino antisemita, o nostalgico del duce o cose così. Non posso nemmeno immaginare cosa succederebbe se qualcosa del genere la facesse un deputato nazionale. È possibile che un Procuratore della Repubblica non senta la responsabilità, di fronte a uno scandalo morale così grande, di lasciare l’incarico? Ma se non succede questo, dico, cosa parlate a fare di questione morale? C’è una questione morale più grande di quella aperta dall’ammiccamento a vecchie tesi naziste? Poi c’è un altro problema. Più tecnico. Qualche Gip, se onesto, può dar retta a un Pm che gli porta una richiesta di arresto sulla base di congetture che – a occhio – possono essere basate sullo stesso rigore con il quale questo Pm avalla tesi folli sul Covid e sugli ebrei? Il Csm non è in grado di intervenire? E il ministro? Presidente Mattarella, metta da parte ogni ragionamento sull’opportunità politica. L’Italia ha bisogno di qualche gesto che almeno in minima parte riabiliti una magistratura la cui credibilità, ormai, è allo stremo. Intervenga in qualche modo, Mattarella. Intervenga. Almeno dica a voce alta di non dar retta ai Pm. Dica che il mondo non è in mano ai congiurati di Sion.

L'incredibile avallo del Procuratore. La follia di Gratteri: approva negazionisti e antisemiti, può ancora fare il Pm? Tiziana Maiolo su Il Riformista il 26 Marzo 2021. È possibile indossare la toga di magistrato e contemporaneamente avallare tesi antisemitiche e razziste? Guidare l’operazione “Rinascita Scott” e privare della libertà centinaia di persone mentre si va a braccetto con chi grida contro gli ebrei “che comandano il mondo” e chi accusa governi, medici e scienziati di aver attuato, tramite l’imbroglio del Covid (“che non uccide”), una “strage di Stato”? «Gratteri lo ha letto, e ha deciso di firmarne la prefazione, per noi questo presenta un avallo eccezionale». L’avallo è a un libro che si chiama La strage di Stato, un vademecum non solo negazionista sul Covid e i vaccini, ma complottistico, paranoico e decisamente razzistico. Non è solo questione di opinioni discutibili, qui siamo su un crinale molto serio che sfiora il codice penale. Anche se la legge Mancino è criticabile da chi non crede nei reati d’opinione, la sua violazione da parte di un magistrato qualche problema lo crea. Per la credibilità delle sue inchieste e delle sue azioni, prima di tutto. Ecco alcuni dei concetti che il procuratore Gratteri avrebbe “avallato”, secondo quanto dicono gli stessi autori del testo. «Vogliamo dire chi comanda nel mondo? Comandano gli ebrei! Sta tutto in mano a loro! Tutte le lobby economiche e le lobby farmaceutiche…». Il che, inserito in un contesto in cui prima si nega l’esistenza stessa del virus che «non ha ucciso nessuno», poi si strilla contro l’uso delle mascherine che andrebbero «buttate nel cesso» e si definisce il vaccino «acqua di fogna», per poi emettere la sentenza su una “strage di Stato”, significa anche chiamare per nome e cognome i colpevoli da condannare. Gli ebrei, prima di tutto, perché governano il mondo e possiedono le banche (già sentita). E sono componente fondamentale della «strategia globale del terrore», fanno parte di quel «governo mondiale da parte del Deep state guidato dalle alte vette del Vaticano, dalla famiglia Windsor, Rockefeller e Rotschild». Follia antisemitica, o semplicemente follia? Sembrerà strano (e ringraziamo il giornalista del Foglio Luciano Capone per avercelo segnalato), ma i nomi degli autori di questo libro, che si fa fatica anche a tenere in mano, non sono neppure rilevanti. Uno si chiama Pasquale Maria Bacco, è un medico il cui titolo fasullo di professore è già stato smascherato dai segugi di Striscia. È amministratore delegato della società Meleam, che si occupa di medicina legale, e sostiene di aver svolto 23 autopsie e di aver verificato che nessuna della persone ufficialmente dichiarate morte di Covid in realtà lo era. Erano anziani o malati di altro, dice. «Abbiamo smascherato tutto», scrive nel suo libro. Salvo poi ammettere, in un’intervista ad Affari italiani: «Da quando ho fatto le autopsie, ogni settimana ho un procedimento in corso. Per fortuna la società per cui lavoro mette a disposizione un avvocato». L’altro autore del libro è un magistrato della corte d’appello di Messina, Angelo Giorgianni, vecchia conoscenza della politica, eletto al Parlamento nel 1996 con Rinnovamento italiano di Lamberto Dini, per un breve periodo sottosegretario all’Interno del primo governo Prodi, poi silurato per quel “verminaio Messina”, un’accusa infondata su rapporti sospetti tra imprenditori, professori e magistrati, poi finita in niente. La sua esperienza politica finirà poi con l’adesione all’Udeur di Clemente Mastella e infine il ritorno alla toga. I due autori del libro sono accomunati dall’adesione al gruppo “L’Eretico”, molto attivo su Facebook, che da più di un anno, mescolando tesi antiscientifiche e propaganda su arbitrii travestiti da libertà, svolgono attività da imbonitori. Sono pericolosi, inutile nascondere la realtà. Perché se qualcuno si dovesse convincere che il virus non ha mai ucciso nessuno e che i centomila morti in realtà non esistono, perché sarebbero morti comunque, o perché erano troppo vecchi o troppo malati per poter continuare a vivere, tutto diventerebbe inutile, la prevenzione come le cure. Tanto erano tutte sbagliate, dicono gli autori con l’avallo di Gratteri, e quei medici colpevoli hanno solo accelerato le morti. E i medici sono quindi assassini? Lei dottor Gratteri “avalla” questa accusa? Dobbiamo farli arrestare? E quegli imbroglioni che hanno messo in scena le finte bare di Bergamo? Arrestiamo anche loro per il concorso esterno così diffuso in Lombardia? Se questo è il quadro, vediamo quale è il ruolo del procuratore Gratteri. Nella sua prefazione, il magistrato mostra di apprezzare moltissimo questa “inchiesta”. Quasi quasi gli ricorda il metodo di quelle che svolge lui. Se è così, è preoccupante. Perché il libro «ricostruisce la successione degli eventi, la fonte dei provvedimenti, le correlazioni talvolta insospettabili tra fatti e antefatti, sollevando angosciosi interrogativi –degni di approfondimento nelle sedi competenti- sulla gestione dell’emergenza pandemica». L’inchiesta sul Covid come “Rinascita Scott”. Con la stessa credibilità, lo stesso metodo investigativo. Manca solo il nome dell’avvocato Pittelli, al posto di quello di Rotschild. Questo ci sta dicendo tra le righe il magistrato inquirente. Che in fondo qualche reato lo sta già annusando. La cosa ci preoccupa, e ci induce a qualche riflessione. Ci sono tanti mestieri che si possono fare con la laurea in giurisprudenza che, come si diceva una volta, apre tutte le porte. O anche con la maturità scientifica. Magari in qualche ufficio in cui non si possano fare danni. Non è obbligatorio che il dottor Nicola Gratteri faccia il procuratore della Repubblica, cioè colui che dirige la polizia giudiziaria e ha il potere assoluto (salvo smentite successive, cosa che a lui succede piuttosto spesso), sulla libertà e sulla vita dei cittadini. Non è obbligatorio, ma lui lo fa, in quel di Catanzaro, Calabria, terra di povertà e anche di mafia. Nei suoi blitz le manette scattano a centinaia, colpevoli e innocenti insieme in un mosaico in cui tutto si incastra secondo una logica spesso non costruita sui fatti ma su connessioni che ricordano i finti sillogismi che studiavamo al liceo, del tipo “acqua salata fa bere e ribere, bere e ribere estingue la sete, quindi acqua salata estingue la sete”. Vorremmo sapere se è un po’ lo stesso mosaico che mette insieme le grandi famiglie ebraiche che governano il mondo insieme al Vaticano e ai poteri finanziari e che imbrogliano le persone “per trasformarle in Ogm”, mettendo in campo torme di medici e scienziati assassini che inoculano vaccini velenosi. E se il procuratore Gratteri “avalla”. E intanto, dalle colonne di Famiglia Cristiana con uno scritto di suo pugno che denota scarsa dimestichezza con la letteratura, lui di persona augura una sorta di Buona Pasqua in chiave anti-‘ndrangheta a «chi usa la parola garantismo per attaccare chi combatte le mafie». Anche i garantisti complottano insieme agli ebrei, a quanto pare.

Gratteri e il libro negazionista diventano un caso. Calenda: «Va rimosso». Il commento del premier Draghi: «Lo avesse detto uno scienziato o uno stimato virologo...» Il Dubbio il 28 marzo 2021. «Lo avesse detto uno scienziato o uno stimato virologo…». Il premier Mario Draghi preferisce buttarla sull’ironia e non alimentare la feroce polemica nata attorno al libro “Strage di Stato-Le verità nascoste della Covid-19”. Un libro scritto da Angelo Giorgianni, 66 anni, giudice presso la Corte d’Appello di Messina, a quattro mani assieme al medico Pasquale Bacco, secondo i quali la pandemia altro non sarebbe se non un grande complotto finalizzato al controllo del mondo. Nessuno, dunque, sarebbe morto per Covid, al punto da arrivare a parlare di “strage di Stato”. «In questo libro tratteremo di omicidi, di sequestri di persona, di violenze private. Nella consapevolezza di usare le parole come macigni. Lo facciamo per rendere onore alla verità, perché solo la verità può renderci liberi», si legge nella sua presentazione. Parole, appunto, pesanti come macigni. Ma ciò che più ha fatto discutere, al di là delle (discutibili) tesi del libro, è la prefazione a firma di Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro. Prefazione che non smonta la teoria dei due autori, di fatto – questa la contestazione mossa al procuratore – avallandole. La polemica, ad oggi, ha prodotto un sicuro effetto: il libro è il primo nella classifica vendite di Amazon. E tutti ne parlano, anche il premier, che interpellato in conferenza stampa si è visto costretto a smontare la questione con ironia, forse consapevole dell’effetto pubblicità del tam tam mediatico. Ma la polemica infuria. Al punto che oggi l’ex ministro e leader di Azione Carlo Calenda ha chiesto la rimozione di Gratteri. «Deve semplicemente essere rimosso. Abbiamo già visto cose inaudite, discussioni sui media su inchieste in corso, interventi politici, ma l’avallo da parte di un magistrato di tesi antisemite non si può accettare. A casa. Subito». Il procuratore di Catanzaro, però, non ci sta ad essere definito negazionista. «Plexiglass in tutti gli uffici, dispenser di disinfettanti ogni cinque metri, sanificazioni regolari, accesso al pubblico limitato e tre nuove pec per il deposito degli atti. Questo non mi sembra certo l’ufficio di qualcuno che non crede nella pericolosità del Covid», ha dichiarato a Repubblica. «Io negazionista? Ma se per l’Ufficio sono state acquistate migliaia di mascherine e siamo tutti vaccinati», ha sottolineato, spiegando che il suo contributo al libro è stato quello di «lanciare per l’ennesima volta l’allarme sulla pandemia come nuova occasione di crescita e guadagno per le mafie. Un tema che da troppo tempo viene ignorato». La prefazione è, dunque, una conferma di quanto scritto nel libro “Ossigeno illegale”, scritto a quattro mani con il professore Antonio Nicaso, nel quale si affronta il tema della pandemia vista come ennesima emergenza sfruttata dalla criminalità organizzata per accrescere potere e consensi. «Ho più volte sottolineato – scrive Gratteri nella prefazione al volume di Giorgianni e Bacco – l’urgenza del fare. Ne sono ancora più convinto, alla luce dei tanti contrattempi che rischiano di favorire le mafie, come è sempre successo con le pandemie e le calamità del passato che hanno finito per creare una sorta di economia e di politica della catastrofe. La ricostruzione è sempre stata molto più appetibile della prevenzione: garantisce infatti molti più margini di lucro. Il rischio dell’impasse e dei ritardi è quello di dover arrancare nel singhiozzo delle indagini, cercando di contrastare un’attività criminale alla quale non si deve fornire l’occasione di manifestarsi».

Giorgianni contro i dpcm di Conte. L’intervento di Giorgianni alla Camera. «Siamo stati bollati come due dei peggiori negazionisti del Covid, antivaccinisti, e diffusori di pericolose fake news. E il mio collega Gratteri è stato attaccato, solo per avere accettato di firmare la prefazione del libro gli è stato appioppato l’epiteto di negazionista. Basta. Farò la querela», ha commentato Giorgianni. Nel libro lui e Bacco spiegano quali sarebbero stati, a suo modo di vedere, «gli errori commessi» dall’inizio della pandemia. «È un libro-inchiesta in cui ogni affermazione è circostanziata ed è legata a un riferimento preciso», spiega il giudice che ha già fatto sapere che non si vaccinerà ma che non vuole essere definito un «no vax». Nei mesi scorsi, insieme con Bacco, Giorgianni ha più volte ribadito i suoi «dubbi» sulla pandemia. E nel luglio 2020 aveva anche partecipato, alla Camera dei deputati, a una conferenza stampa in cui aveva detto: «Questa pandemia è uno strumento di ingegneria sociale, che serviva per realizzare un colpo di Stato globale. Quello che vediamo è la punta di un iceberg di un progetto di governo mondiale». Secondo Giorgianni abbiamo avuto «una strage di Stato, omicidi di Stato», convinto che in questo Paese ci sia stata «una dittatura sanitaria». Ma la notizia, apparsa l’altro ieri su Il Foglio, della prefazione firmata da Gratteri, ha sollevato un polverone. Adesso Giorgianni, che è anche Presidente dell’Associazione L’Eretico, Associazione che raggruppa scienziati eretici, giuristi e persone della società civile e portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Vita, va al contrattacco e spiega perché, a suo dire, ha subito «attacchi ingiusti» sul libro e perché anche il magistrato Gratteri, firmando la prefazione, «è stato diffamato». «Siamo in uno stato di diritto in cui uno può esprimere la propria idea, a maggior ragione quando io la mia idea la esprimo sulla base di una documentazione scientifica. Dunque, mi sembra quantomeno fuori le righe questo attacco. Non si può ingiuriare una persona ingiustamente», dice, ribadendo la querela per diffamazione.

Bacco: «Il Covid non ha ucciso nessuno». L’intervento di Bacco alla Camera. Ma perché la scelta di Nicola Gratteri per la prefazione? «Perché Nicola è un collega che stimo e con cui ho lavorato, è una persona apprezzata», dice sempre Giorgianni all’Adnkronos. Entrambi sono calabresi, reggini. «L’ho scelto io e gli ho chiesto io di fare la prefazione al libro e lui ha accettato di buon grado – dice – ma mi è sembrato davvero eccessivo chiamarlo in causa e appioppare anche a lui l’epiteto di negazionista». E aggiunge: «Si addebita a Nicola Gratteri la prefazione di un libro e nella prefazione si da per scontato che Gratteri approvi alcune tesi che non sono assolutamente nel libro. Questa è la verità. Si addebitano espressioni che sono delle vere e proprie fake news e nello stesso tempo si dice che sono nel libro».

 Il caso. Prefazione a libro antisemita, Gratteri ha perso prestigio: deve lasciare. Guido Neppi Modona su il Riformista il 27 Marzo 2021. Ho l’impressione che l’infortunio – se così possiamo chiamarlo – in cui è inciampato il Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri firmando la prefazione di un libello di impianto palesemente antisemita, sia stato sottovalutato. Questo quotidiano ha riservato ieri ampio spazio alla vicenda, e il caso vuole che lo stesso giorno La Stampa di Torino abbia dedicato una pagina intera alle aspirazioni di carriera del Procuratore di Catanzaro, che punterebbe a dirigere la Procura della Repubblica di Milano e in un momento successivo la Direzione Nazionale Antimafia. La Stampa non riserva alcun cenno alla prefazione del libello antisemita intitolato La strage di Stato. Eppure quel libello sembra riportarci alle più odiose e abbiette invenzioni della campagna razzista contro gli ebrei del 1938, allora si parlava di congiura “demo-pluto-giudaica-massonica” che si proponeva di dominare il mondo e più tardi, con l’avvento nel 1943 della Repubblica sociale italiana, di complotto dell’internazionale ebraica, responsabile del crollo del regime fascista e della sconfitta dell’Italia in guerra. Ne La strage di Stato si leggono frasi di questo tenore: «Vogliamo dire chi comanda nel mondo? Comandano gli ebrei! Sta tutto in mano a loro! Tutte le lobby economiche e le lobby farmaceutiche…»; gli ebrei sarebbero inoltre responsabili di una non meglio precisata «strategia globale del terrore», e via dicendo. Il tutto basato su una sorta di inchiesta che mira a negare la gravità e la diffusione della pandemia da coronavirus e il numero delle vittime. Vi sarebbero cioè governi, medici, scienziati che, sfruttando “l’imbroglio” del Covid, si propongono di attuare una “strage di stato”. A fronte di questi demenziali stereotipi antisemiti e dell’irreale impianto negazionista, il dottor Gratteri scrive nella sua prefazione che il libro «ricostruisce la successione degli eventi, la fonte dei provvedimenti, le correlazioni talvolta insospettabili tra fatti e antefatti, sollevando angosciosi interrogativi – degni di approfondimento nelle sedi competenti – sulla gestione dell’emergenza pandemica». Si tratta di una adesione senza riserve all’ipotesi complottistica della strage di stato, per di più proveniente da un soggetto che, per la carica istituzionale ricoperta, ha il potere di esercitare l’azione penale, potere espressamente adombrato in quell’inquietante inciso in cui il dr. Gratteri parla di angosciosi interrogativi «degni di approfondimento nelle sedi competenti». Vi è quanto basta per concludere che il dr. Gratteri ha perso il prestigio di cui un magistrato – specie se posto a capo di un importante ufficio quale è la Procura della Repubblica – deve godere nei confronti della popolazione e dei suoi colleghi, e pertanto a norma dell’ordinamento giudiziario deve quantomeno essere trasferito in un’altra sede e con funzioni che non comportino alcun incarico direttivo. In diversi contesti si sono purtroppo verificati nelle ultime settimane altri episodi di antisemitismo di cui sono stati protagonisti soggetti che ricoprono cariche pubbliche. Il 27 gennaio di quest’anno, Giorno della Memoria, sul sito istituzionale di San Francesco al Campo, piccolo comune della provincia di Torino, il sindaco ha scritto che la persecuzione e la morte di sei milioni di ebrei sono fatti riportati dalle «tesi storiche tradizionaliste dominanti», dando spazio alle posizioni revisioniste secondo cui le morti sono state «sovrastimate» e causate dalle «condizioni igieniche» dei campi. Pochi giorni dopo una consigliera comunale di Torino del Movimento 5 Stelle ha inserito nella sua bacheca Facebook un post polemico nei confronti del gruppo editoriale Gedi (cui appartengono tra altri i quotidiani La Stampa e La Repubblica) in cui figurano atroci vignette antisemite (l’ebreo rappresentato con naso pronunciato, sorriso malvagio, coltello impugnato dietro la schiena), commentate dalla medesima consigliera come «interessante». Attualmente la consigliera, unanimemente censurata da tutte le forze politiche, è indagata per il reato di istigazione all’odio razziale. Vi è da chiedersi – ma purtroppo la domanda rimane senza risposta – cosa mai abbia indotto il sindaco e la consigliera comunale a occuparsi così maldestramente di questi temi e se si sono resi conto della portata delle loro esternazioni. In sé e per sé si tratta di episodi di non grande rilievo, che sollecitano però alcune riflessioni. Nel 1938 l’antisemitismo era razzismo di stato, sapientemente preparato passo per passo dall’inizio dell’anno sino alla promulgazione il 17 novembre del regio decreto legge sulla tutela della razza ariana (o italiana). Il regime fascista aveva evidentemente bisogno di un potenziale capro espiatorio, che era appunto stato individuato con quel decreto nei circa 40.000 ebrei presenti in Italia. Ora, nella nostra repubblica democratica, vi sono leggi che puniscono severamente la propaganda e l’istigazione all’odio razziale. Ma il problema non si risolve solo con il ricorso alla repressione penale. Gli episodi sopra menzionati si riferiscono a giovani che presumibilmente nel loro curriculum scolastico non hanno acquisito conoscenze sul passato razziale del regime fascista. È dalla scuola quindi che bisogna ripartire per estirpare questa lebbra dell’antisemitismo, che purtroppo continua a serpeggiare in pieghe profonde e non facilmente individuabili e raggiungibili della società italiana.

Fabrizio Caccia e Virginia Piccolillo per corriere.it il 27 marzo 2021. Perfino Mario Draghi ieri si è sentito d’intervenire: «Lo avesse detto uno scienziato o uno stimato virologo...». Battuta al vetriolo. A chi e a cosa si riferiva? A una recensione su Il Foglio e a un titolo che ha scatenato un putiferio: «I deliri del libro sul Covid che Gratteri ha scelto di elogiare». Deliri del tipo: «I vaccini? Acqua di fogna» o «Il virus non uccide». Cose così.

L’icona della lotta alla ‘ndrangheta. Il libro s'intitola Strage di Stato: le verità nascoste della Covid-19, lo hanno scritto il medico No Mask Pasquale Bacco e il giudice presso la Corte d’Appello di Messina Angelo Giorgianni, noti per le loro posizioni negazioniste. E la prefazione, ecco il punto, è proprio di Nicola Gratteri, non un nome qualsiasi, il procuratore capo di Catanzaro. L’icona della lotta alla ‘ndrangheta. Draghi, dunque, si riferiva a lui?

«A Catanzaro ho convinto anche gli impiegati a farsi vaccinare». Vaccini, acqua di fogna: davvero Gratteri pensa questo? «Ora ho un nervosismo addosso - dice - Se io considerassi in questo modo i vaccini, non mi sarei mai vaccinato come invece ho già fatto. Dico di più: non mi sarei messo al telefono con il medico dell’Asp di Catanzaro per farmi spiegare i possibili effetti collaterali per un archivista del mio ufficio che aveva timore di farlo. Non avrei convinto a vaccinarsi gli impiegati che tengono ogni giorno rapporti con il pubblico. La mia prefazione? Si tratta di due paginette in cui parlo solo di come le mafie possono approfittare della pandemia...».

Un milione di euro a chi trova la frase. Anche il giudice Angelo Giorgianni, coautore del libro, non ci sta: «Sfido chiunque a trovare la frase sui vaccini acqua di fogna, anzi a chi la trova darò un milione di euro! Io non sono un negazionista e non sono un no vax, vorrei solo che su questi vaccini anti Covid si approfondisse di più. Perciò attenzione: aspetterei qualche giorno per capire qual è l’obiettivo vero di questa polemica, quali saranno i suoi effetti. L’obiettivo, secondo me, è Nicola Gratteri».

Dalla Calabria alla Procura di Milano. Il quotidiano La Stampa ieri ha scritto che Gratteri presenterà la sua candidatura per succedere al procuratore capo di Milano, Francesco Greco (che lascerà a fine anno) ma anche per la superprocura antimafia. É tutto vero? «Sì», conferma lui. Vuole lasciare Catanzaro? «No, ma qualunque incarico direttivo dura 8 anni. Io qui ne ho trascorsi quasi 5 e quindi devo cominciare a presentare domanda altrove. Presenterò domanda come procuratore di Milano quando sarà bandito il posto, credo a luglio. E poi quello di capo della procura nazionale antimafia. Naturalmente, deciderà il Csm di assegnarlo a chi ne ha più titolo».

Felice Manti per “il Giornale” il 27 marzo 2021. «Se lo avesse scritto uno scienziato magari lo avrei letto...». Con una frase lapidaria Mario Draghi risponde a una domanda in merito al libro negazionista Strage di Stato (Lemme edizioni) scritto da Angelo Giorgianni, 66 anni, giudice presso la Corte d'Appello di Messina e dal medico Pasquale Bacco, con la prefazione del pm antimafia Nicola Gratteri. La frase incriminata nella domanda a Draghi, («leggerebbe un libro in cui si dice che i vaccini sono acqua di fogna?») ha fatto infuriare uno dei due autori, il giudice Giorgianni, che in una lunga intervista alle agenzie ha annunciato una raffica di querele contro i giornalisti che a suo dire hanno scritto il falso sul libro: «Siamo stati bollati come due dei peggiori negazionisti del Covid, antivaccinisti, e diffusori di pericolose fake news. E il mio collega Gratteri è stato attaccato, solo per avere accettato di firmare la prefazione del libro gli è stato appioppato l'epiteto di negazionista», dice Giorgianni, portavoce dell'Organizzazione Mondiale della Vita e presidente dell'Associazione L'Eretico che raggruppa scienziati, giuristi e persone della società civile. È lui a puntare il dito contro l'articolo del Foglio di qualche giorno che per primo ha definito «negazionista» il libro: «In quell'articolo, e in altri che poi sono stati pubblicati, ci sono affermazioni che hanno un contenuto diffamatorio. Il nostro invece è un libro-inchiesta in cui ogni affermazione è circostanziata, si documentano una serie di errori diagnostici, errori terapeutici, emergono delle carenze che poi oggi sono sotto gli occhi di tutti», ha spiegato il giudice Giorgianni. Che non vuole essere definito no-vax ma che ha già detto e fatto sapere che non ha alcuna intenzione di vaccinarsi, dice di non essere un negazionista eppure solo nel luglio scorso durante una conferenza stampa Giorgianni disse: «Questa pandemia è uno strumento di ingegneria sociale, che serviva per realizzare un colpo di Stato globale. Quello che vediamo è la punta di un iceberg di un progetto di governo mondiale». «Ma in uno Stato di diritto io ho il diritto di esprimere, a maggior ragione se le esprimo sulla base di una documentazione scientifica», ha aggiunto. Il giudice ha provato anche a giustificare il collega Gratteri, finito nella graticola per una prefazione nella quale si parla certamente più degli affari della 'ndrangheta che di vaccini. «Nicola è un collega che stimo e con cui ho lavorato, è una persona apprezzata», dice sempre Giorgianni, «mi è sembrato davvero eccessivo chiamarlo in causa e appioppare anche a lui l'epiteto di negazionista». Anzi, le fake news non sarebbero quelle contenute nel libro ma negli articoli che ne hanno parlato. «Si addebitano espressioni che sono delle vere e proprie fake news e nello stesso tempo si dice che sono nel libro. Ma non si parla di Bill Gates (che controllerebbe l'Oms assieme a Big Pharma, ndr) né della bufala sul vaccino contro il tetano usato in Kenya che ha portato alla sterilizzazione di oltre 1,5 milioni donne inconsapevoli». In realtà, alcune frasi rimbalzate ieri tipo «Il macabro scoop dei camion dell'Esercito che portavano le salme a Bergamo è stata una messa in scena per convincere la città dell'esistenza della peste», sono riconducibili solo a uno degli autori (Pasquale Bacco) ma di Kenya e di ormone abortista si parla a pagina 321, quando dopo i dubbi dell'ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli si riporta la «storia agghiacciante delle donne keniote che, se non fosse stato per l'intervento dei medici cattolici, sarebbero state sottoposte a una vaccinazione di massa contro il tetano, che nascondeva però la somministrazione di un ormone, il beta hcg, che produce anticorpi abortivi. Operazione malthusiana patrocinata dall'Oms e dall'Unicef», come correttamente riportato ieri dal Giornale. I libri, oltre a scriverli, bisognerebbe ricordarseli...

'Ndrangheta stragista, le motivazioni della sentenza: "Così i clan trovarono i loro referenti in Forza Italia". Alessia Candito su La Repubblica il 22 gennaio 2021. Dalla Corte d'Assise di Reggio Calabria parte la caccia ai mandanti politici delle stragi degli anni Novanta. La 'Ndrangheta ha partecipato da protagonista alla stagione delle stragi continentali degli anni Novanta. E quegli anni di bombe e attentati non sono state semplicemente una violenta ritorsione dei clan siciliani contro arresti e processi di boss, ma un progetto politico-eversivo teso ad identificare "nuovi e più affidabili referenti politici disposti a scendere a patti con la mafia, che furono individuati nel neopartito Forza Italia di Silvio Berlusconi" e che "lascia intravedere il coinvolgimento nelle vicende esaminate di ulteriori soggetti". Sono "mandanti politici" specificano i giudici. E adesso devono essere identificati. Con una formale trasmissione di atti alla procura, la caccia a chi fuori dal mondo dei clan ha ordinato le stragi è ufficialmente partita anche a Reggio Calabria. Lo ordinano i giudici della Corte d'Assise che nel luglio scorso, su richiesta del procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri e dell'aggiunto Giuseppe Lombardo, hanno condannato all'ergastolo il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, e il mammasantissima di Melicucco, Rocco Santo Filippone. Una pronuncia che è "un primo approdo" specificano, ma già riscrive un capitolo fondamentale della storia d'Italia.  Sono loro - ha dimostrato l'inchiesta guidata da Lombardo e ha confermato il processo -  i mandanti degli attentati che fra il '93 e il '94 sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo e gravi ferite ad altri quattro militari. Ma quella scia di sangue - è stato accertato - non è stata né un caso, né una disordinata azione, ma il tassello di una "comune strategia eversivo-terrorista" che tiene insieme tutta la stagione delle stragi degli anni Novanta. Quei tre attentati scrivono i giudici "hanno costituito uno dei momenti più significativi di un cinico piano di controllo del potere politico (fortunatamente fallito) nel quale sono confluite tendenze eversive anche di segno diverso (servizi segreti deviati) per effetto anche della "contaminazione" o "evoluzione" originata dall'inserimento della mafia siciliana e calabrese all'interno della massoneria". E tutto è successo in un momento storico molto preciso, quando equilibri apparentemente inalterabili sono improvvisamente venuti meno.  Era l'alba degli anni Novanta. Mentre in Europa crollava il muro di Berlino, in Italia il sistema della democrazia bloccata si scioglieva insieme ai grandi partiti che lo hanno sostenuto, Dc e Psi. Un terremoto nazionale e internazionale, che ha interessato anche quel blocco di potere occulto fatto di "forze massoniche di ispirazione gelliana e pezzi di apparati di sicurezza della rete di Gladio" che con il crollo del muro avrebbero perso il proprio potere contrattuale di "creditore di ultima istanza" in caso di "avanzata rossa". A cui non avevano alcuna intenzione di rinunciare. "Ciò che si ricava è che dietro tutto ciò non vi sono state soltanto le organizzazioni criminali, ma anche tutta una serie di soggetti provenienti da differenti contesti (politici, massonici, servizi segreti), che hanno agito al fine di destabilizzare lo Stato per ottenere anch'essi vantaggi di vario genere, approfittando anche di un momento di crisi dei partiti tradizionali". Non si tratta di deduzioni. Quella stagione convulsa, ancora non del tutto raccontata è stata ricostruita prima con un'indagine monumentale, poi in aula, testimone dopo testimone. Su richiesta di Lombardo, di fronte ai giudici hanno l'ambasciatore italiano all'Onu Francesco Paolo Fulci, che da segretario del Cesis - l'antenato del Dis, l'organismo di coordinamento dei servizi - fra i primi ha intuito l'esistenza di Gladio, Giuliano Di Bernardo, il Gran Maestro del Goi che per primo ha svelato la colonizzazione mafiosa delle logge, persino l'ex pentito "nero", Paolo Bellini, oggi imputato come "quinto uomo" della strage di Bologna. Un'istruttoria gigantesca. Ma "i fatti, in questo procedimento, sono parte della storia italiana e quindi - ricorda la Corte, citando i colleghi che hanno scritto la sentenza Italicus 2 - è impossibile valutarli correttamente senza tenere conto del contesto in cui si inseriscono". Poi, quella montagna di carte, faldoni, testimonianze, informative e note investigative chieste alla Mobile e allo Sco anche a processo in corso, sono servite ad inquadrare un'epoca. A ricostruire il percorso che ha portato le mafie e non solo a teorizzare le stragi come necessità e messaggio diretto in primo luogo a chi potesse capirlo. Questo era il significato di "Falange armata", la sigla che il clan dei Papalia prima e Totò Riina dopo, dice un esercito di pentiti, hanno ricevuto in dote da settori dei servizi segreti per firmare omicidi e stragi. Ed è la stessa che spesso hanno usato gli ambienti vicini a Gladio. Ecco perché, sottolineano i giudici, "appare piuttosto assai probabile" che dietro le stragi "vi fossero dei mandanti politici che attraverso la 'strategia della tensionè volevano evitare l'avvento al potere delle sinistre, temuto anche dalle organizzazioni criminali, che erano riuscite con i precedenti referenti politici a godere di benefici e agevolazioni". All'inizio degli anni Novanta, dice la Corte, "si era venuta a creare una sorta di convergenza di interessi tra vari settori che hanno sostenuto ideologicamente la strategia stragista di Cosa Nostra". Settori su cui la procura di Reggio Calabria adesso ha l'ordine di indagare. A partire da tracce molto concrete, incluse le dichiarazioni in aula di Giuseppe Graviano e la memoria che il boss di Brancaccio ha voluto consegnare ai giudici poco prima che iniziasse la camera di consiglio. Trincerato dietro un silenzio pressoché totale durato decenni, Graviano al processo 'Ndrangheta stragista ha iniziato a parlare. Ha puntato il dito contro Silvio Berlusconi, raccontandolo socio occulto del nonno e di altri "imprenditori siciliani" a cui mai aveva restituito l'investimento o girato i benefici promessi. Ha rivelato di averlo più e più volte incontrato anche da latitante per questioni di affari.  Ha promesso rivelazioni importanti sull'agenda rossa di Paolo Borsellino, sull'omicidio di Nino Agostino e su altri fatti di sangue. Tra dire e non dire, nel corso di quattro udienze fiume, mentre si raccontava vittima di un complotto, ha evocato politici, ministri e grandi imprenditori, ha suggerito piste, ha accennato a scenari. Ha mandato messaggi. Poi si è trincerato nel silenzio. Gli avvocati di Berlusconi si sono affrettati a bollare le sue affermazioni come millanterie, ma indagini sviluppate anche mentre il processo andava avanti, le ha dimostrate ancora riscontrabili e riscontrate. E traccia si è trovata anche dei flussi finanziari che dalla Calabria arrivavano all'impero di Berlusconi. Perché tramite il loro imprenditore Angelo Sorrenti, i Piromalli sono entrati nell'affare Fininvest. Perché fin troppi pentiti parlano di quei capitali mafiosi che il clan De Stefano - di diritto uno dei sette del direttorio di clan che governa la 'Ndrangheta - girava ai Papalia, i boss di Platì trapiantati in Lombardia, perché lo investissero nei cantieri di Milano 2 e 3. Lì dove anche Graviano sostiene di avere investito. È una casualità che le stesse grandi famiglie ritornino nella storia di sangue delle stragi che proprio poco prima della nascita di Forza Italia si sono fermate? Per i giudici no.  Anche perché,  si legge in sentenza "può ragionevolmente ritenersi che il Graviano il 21 gennaio 1994, prima di incontrare lo Spatuzza per discutere degli ultimi dettagli riguardanti l'attentato allo stadio Olimpico, avesse avuto modo di colloquiare con il Dell'Utri che nello stesso giorno si trovava a Roma poco distante dal bar Doney". Ma questo - ha ordinato la Corte d'assise - deve essere solo il punto di partenza.  

Luigi de Magistris condannato per diffamazione ai danni del giudice Salvatore Murone. Libero Quotidiano il 16 aprile 2021. Luigi de Magistris condannato per aver diffamato il giudice Salvatore Murone. L'annuncio, dopo la puntata di PiazzaPulita, è arrivato proprio dal sindaco di Napoli. "Sono stato condannato dal tribunale di Lamezia Terme per diffamazione ai danni di Salvatore Murone" per un episodio relativo a "quando ero sostituto procuratore a Catanzaro lui era procuratore aggiunto", ha commentato sui social a corredo di un video. Nel filmato De Magistris ribadisce come questa sia "una condanna che per me è una medaglia per non essermi piegato al sistema". Ma la reputa anche una sentenza di primo grado "ingiusta, che non posso accettare e che sono certa verrà riformata da magistrati autonomi e indipendenti". Tutto ha avuto inizio nel 2017 dopo la trasmissione di Corrado Formigli. "In un'intervista dissi che l'indagine 'Why not' mi fu sottratta illecitamente e che fui vittima di un sistema criminale che operò ai miei danni - ha proseguito -. Dove sta la diffamazione se la storia, e in ultimo Palamara, dimostra che mi fu sottratta illecitamente. E come fa ad essere parte offesa se nella trasmissione non cito mai Murone e non fu lui a togliermi l'indagine". Una decisione che ha stupito lo stesso De Magistris: "Ho fatto il magistrato e non ho mai visto nulla di simile. Questo è il ben tornato in Calabria evidentemente ma io non mi faccio mettere il bavaglio da nessuno. Il tempo è stato galantuomo e lo sarà anche in questo caso". Secondo l’accusa, "tali affermazioni offendevano la reputazione del magistrato Salvatore Murone, destinatario individuabile delle riportate espressioni lesive, pur in assenza di indicazioni nominative, in quanto, all’epoca dei fatti, procuratore aggiunto della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, coordinatore del settore reati contro la Pubblica amministrazione, autore della relazione, datata 19 ottobre 2007, trasmessa con nota riservata alla Procura generale di Catanzaro in risposta alla richiesta di informazioni sul procedimento Why Not".

L'ex pm e gli strascichi dell'inchiesta Why Not. Ha “diffamato” Procuratore, de Magistris condannato: “Sentenza ingiusta, c’è anche la confessione di Palamara”. Redazione su Il Riformista il 16 Aprile 2021. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris è stato condannato in primo grado per aver diffamato l’ex procuratore aggiunto di Catanzaro Salvatore Murone. Questa la decisione del giudice monocratico di Lamezia Terme, Luana Loscanna,  a carico dell’ex pm, oggi in corsa per la presidenza della regione Calabria, cui è stata inflitta una condanna a 4 mesi di reclusione (pena sospesa) e al risarcimento dei danni in favore della parte civile. “Una sentenza di primo grado ingiusta, che non posso accettare e sono certo che verrà riformata da magistrati autonomi e indipendenti” commenta de Magistris accusato di aver diffamato Murone (all’epoca dei fatti suoi capo alla procura di Catanzaro dove ricopriva il ruolo di sostituto procuratore) nel corso della trasmissione “Piazzapulita” del 9 marzo 2017 condotta da Corrado Formigli: “Non avrei mai ipotizzato di fare il sindaco. Avrei voluto fare il magistrato… Poi lei ha citato una mia inchiesta che si chiama Why Not, quella inchiesta non fu portata a termine proprio perché fummo fermati da un sistema criminale fatto di pezzi di politica, pezzi di magistratura e pezzi di istituzioni, a danno dei presunti innocenti, perché se tu fermi un’indagine … e venuto fuori chiaramente che mi sono state scippate inchieste e che le inchieste non dovevano essere scippate”. Secondo l’accusa le parole di de Magistris “offendevano la reputazione del magistrato Salvatore Murone, destinatario individuabile delle riportate espressioni lesive, pur in assenza di indicazioni nominative, in quanto, all’epoca dei fatti, procuratore aggiunto della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro, coordinatore del settore reati contro la Pubblica amministrazione, autore della relazione, datata 19 ottobre 2007, trasmessa con nota riservata alla Procura generale di Catanzaro in risposta alla richiesta di informazioni sul procedimento Why Not“. Le parole del sindaco di Napoli: “Dov’è la diffamazione?” “Qual è la cosa che ha portato la condanna in primo grado? Nell’ambito di un’intervista a un certo punto affermo ciò che ho affermato tante volte, dimostrato nelle sedi giudiziarie, che l’indagine ‘Why Not’ mi fu sottratta illecitamente e che fui vittima di un sistema criminale che operò ai miei danni. Dov’è la diffamazione? E provato dalla storia, da ultimo la confessione di Palamara, nei provvedimenti giudiziari, che quell’indagine mi fu sottratta illegittimamente. E come fa Murone a essere parte offesa di questo processo se in quella trasmissione non cito mai Murone? E non fu Murone che mi tolse l’indagine Why Not”. Poi aggiunge: “Ho fatto il magistrato, non ho mai visto nulla di simile. Un processo per diffamazione dove il fatto non esiste e dove la parte lesa non è mai citata. E il bentornato in Calabria, evidentemente. Ma io non mi faccio mettere il bavaglio da nessuno, né mi faccio intimidire da nessuno. Ho denunciato un sistema criminale, è stato dimostrato in tutte le sedi giudiziarie la correttezza del mio operato, è stata dimostrata l’interferenza illecita che ho subito insieme ai miei collaboratori in indagini particolarmente delicate, il tempo è stato galantuomo e mi ha dato ragione, sarà galantuomo anche in questo caso e si capirà come si è potuti arrivare a una condanna come questa in primo grado. Ho fiducia, come sempre, che all’interno delle istituzioni il bene prevalga sul male e che all’interno della magistratura ci siano donne e uomini autonomi e indipendenti in grado di rimettere a posto la storia e la verità”.

Calabria 2021. Tutta la paranza massomafiosa contro la candidatura di De Magistris. Da Iacchite il 19 Gennaio 2021. Finalmente è arrivato l’annuncio ufficiale: Luigi De Magistris sarà il candidato alla presidenza della Regione Calabria alle prossime elezioni regionali di una larga coalizione civica. Rompe gli indugi De Magistris dopo aver sondato in lungo e in largo la Calabria, e dice: “Mi candido perché è dal basso che arriva la richiesta. Ed è per questo motivo che accetto la sfida”. E sulla sfida non c’è dubbio: De Magistris sfida a viso aperto tutta la vecchia e stantia nomenklatura politica calabrese responsabile di oltre 40 anni di furti e saccheggi a danno dei calabresi. Ed infatti la risposta dei capibastone politici calabrese non si è fatta attendere. E via con le dichiarazioni contro l’ex pm: non è calabrese, la Calabria non ha bisogno di estranei, la sua candidatura è una offesa ai calabresi, non ha le capacità per governare una regione come la Calabria, ma l’accusa principale che i mammasantissima della politica calabrese rivolgono oggi a De Magistris è quella di aver “fallito” nelle sue imprese da pm, su tutte le inchieste Why Not e Poseidone, entrambe finite con un nulla di fatto. E questa per i boss dei partiti locali è una colpa che nessuno può cancellare: De Magistris è un nemico giurato della paranza politica calabrese, ha osato mettere alla sbarra gli amici degli amici. E a queste latitudine, pretendere legalità dalla classe politica, è un torto difficile da dimenticare. È chiaro che non hanno argomenti politici per contrastare quella che si annuncia come un candidatura forte che potrebbe risvegliare le coscienze addormentate della tanta brava gente che vive in Calabria, e questo fa paura alla casta dei magnaccioni. De Magistris potrebbe riaccendere le speranze di tanti che da tempo non si recano più alle urne. Una corposa fetta di popolazione che in Calabria è pari al 50% degli aventi diritto al voto: l’astensionismo, il più grande partito calabrese.  Ed è principalmente ai delusi, ai disillusi, a chi si sente tradito dalla politica che De Magistris si rivolge. Una mossa che ha creato il panico nei tanti maneggioni massomafiosi che per conto delle ‘ndrine organizzano i “pacchetti di voti” per i politici corrotti. Le accuse mosse a De Magistris da parassiti sociali, politici corrotti e collusi, e tutta la fetenzia che gli ruota attorno, sono l’ultima linea di difesa a loro disposizione: sperano ancora di poter “intortare” la gente con il finto garantismo che come sappiamo, in Calabria e in Italia, vale solo per gli amici degli amici. Accusano De Magistris di essere un manettaro, senza tener conto (o meglio fanno finta di non saperlo) che il lavoro di De Magistris da pm è stato boicottato da tutti: giudici corrotti, politici collusi, e partiti asserviti alle ‘ndrine. Quando tocchi i veri fili dei poteri forti è questo che succede a chi prova a denunciare il vero malaffare: isolamento, ostacoli di ogni tipo, accuse di infamità, e tutto il repertorio possibile e immaginabile utile a distruggere una persona. Gli argomenti usati dai massomafiosi per denigrare De Magistris, fanno ridere: come se in Calabria esistesse una magistratura seria e onesta. Lo sanno tutti, anche i bambini, come funziona la Giustizia in Calabria. E lo abbiamo visto con tutto quello che è successo nel distretto giudiziario a Catanzaro con l’allontanamento di pm corrotti dagli uffici della Dda, e con le inchieste di Salerno che parlano di 15 magistrati indagati per corruzione e collusione con la ‘ndrangheta. Su tutti il caso del giudice Petrini (ex presidente della corte d’Appello di Catanzaro arrestato dalla procura di Salerno per corruzione) che ben restituisce, a chi vuole realmente capire come stanno le cose, il funzionamento della Giustizia in Calabria: le sentenze si comprano tanto al chilo. Il che garantisce l’impunità a tutti gli amici degli amici. Ed è chiaro come la luce del sole che le inchieste dell’allora pm De Magistris sono state fatte a pezzi, con motivazioni che lasciano il tempo che trovano, dall’intero apparato della malagiustizia che da sempre opera indisturbato in terra di Calabria. Più che parlare degli insuccessi dell’allora pm De Magistris, la classe politica che lo accusa di questo, dovrebbe chiedersi a chi è affidata la giustizia in Calabria. Cosa che non fanno perché appartengono tutti alla stessa paranza malavitosa. E la prova di come funziona la Giustizia a cui fanno riferimento gli imbroglioni e gli impuniti, sta tutta nell’inchiesta di Salerno sul sindaco di Rende Manna, beccato dalle telecamere della GdF nell’atto di corrompere il giudice Petrini, con tanto di consegna di una bella bustarella farcita, e nonostante la prova schiacciante, Manna è ancora il sindaco di una delle città più importanti della Calabria: Rende. In questa situazione chiunque ha indagato pezzotti politici e massomafiosi, è finito con l’essere trasferito e le inchieste insabbiate. Che non è certo una novità in Calabria. Perciò di quale magistratura parlano i picciotti dei partiti incaricati di denigrare De Magistris, quando fanno riferimento al flop delle inchieste dell’allora pm? Di sicuro a quella che li protegge e gli garantisce l’immunità. Del resto se a muovere accuse contro il sindaco di Napoli sono personaggi del calibro di  Nicola Adamo, Madame Fifì, Roberto Occhiuto, Meloni, Salvini, Orsomarso, Bevacqua, Irto, Minniti, Cannizzaro, Tallini, Incarnato, e tutta la munnizza che gli sta attorno, ovvero i distruttori della Calabria, per chi conosce realmente tali personaggi, è un motivo in più per votare De Magistris. Per quel che riguarda invece l’accusa di non essere calabrese, il significato recondito di questa affermazione è presto detto: in Calabria a rubare devono essere solo politici calabresi, perché ai calabresi piace essere derubati solo da “paesani”. A dire questo anche quelli che fino a qualche tempo fa difendevano Gino Strada dalle accuse di colonialismo di Spirlì, una manica di poveracci che vede nella candidatura di De Magistris un impedimento alla prosecuzione dei loro intrallazzi. Intorno alla candidatura di De Magistris adesso si può costruire un progetto che parli di democrazia, diritti sociali e lavoro. Per tutti quelli che non credono più nelle parole dei soliti parassiti politici, quella che si presenta è l’occasione giusta per porre fine allo strapotere mafioso dei partiti in Calabria. E il sol fatto che tutto questo ha creato ansia, panico e sgomento in tutti i ladri di stato, i parassiti della sanità privata e i loro lacchè, è già di per se, vittoria o sconfitta elettorale a parte, un motivo di forte goduria. Ora spetta ai calabresi fare la scelta: confermare il vecchio sistema truffaldino, oppure aprire le porte alla legalità e alla democrazia: De Magistris presidente della Regione Calabria? Perché no! Why Not…

Calabria e massomafia. De Magistris: “Il tempo è galantuomo”.  Luigi De Magistris su Iacchite il 21 Gennaio 2021. Il tempo si sta mostrando galantuomo. Negli anni tra il 2005 e il 2007, da PM nell’ambito dell’indagine Poseidone sulla depurazione delle acque, rifiuti e gestione del denaro pubblico in altri settori vitali della Regione Calabria, indagai, tra gli altri, per fatti gravi, l’allora segretario nazionale dell’UDC, Lorenzo Cesa, unitamente all’allora parlamentare e sottosegretario di Governo Giuseppe Galati. Mentre ero in procinto di procedere anche alla richiesta di misure cautelari il Procuratore della Repubblica, invece di sostenermi, mi revocò l’indagine perché iscrissi nel registro degli indagati anche il parlamentare Giancarlo Pittelli, all’epoca coordinatore regionale di Forza Italia. Senza voler entrare nel merito delle indagini degli ultimi tempi, a cui va il mio sostegno, Cesa, ancora come allora segretario nazionale dell’UDC, viene oggi indagato per fatti altrettanto gravi; Galati è stato in tempi recenti anche coinvolto in indagini per fatti gravissimi; Pittelli è stato arrestato nel dicembre del 2019 per associazione mafiosa. Abbiamo perso dieci anni, quante ne hanno fatte loro ed altri in questi anni ai danni della Calabria e dei calabresi.

 Il superclan dei calabresi: la sanità, il sistema Calabria e la questione morale della magistratura. Da Iacchite il 22 Gennaio 2021. Il superclan dei calabresi. La Calabria e il malaffare. Soltanto da noi i venti di Tangentopoli e la successiva ondata di inchieste della magistratura non hanno mai attecchito per com’è successo praticamente dappertutto. Con la sola, lodevole eccezione della cupola politico-massonica-mafiosa di Reggio Calabria scoperchiata da Cafiero De Raho. Cui finalmente hanno fatto seguito gli ultimi blitz di Gratteri. E ancora, tuttavia, c’è tanta melma da far uscire fuori. E così tutti questi signori e la signora Madame Fifì, credendosi definitivamente intoccabili (Scopelliti, Caridi e Sarra, in qualche modo, erano ormai “segnati” così come Pittelli e Cesa), hanno continuato a delinquere credendosi protetti dai magistrati corrotti… Fincalabra, Calabria Lavoro, Calabria Etica, Calabria Verde… Qualcosa si è mosso  sperando che sia partita quell’inchiesta dall’effetto domino (che tutti auspicano) per mettere fine a questa dittatura ammorbante che non ha più colore politico da decenni. Giocano tutti con la stessa squadra: quella del magna magna. Noi, dal canto nostro, facciamo opera di retrospettiva e vi spieghiamo i meccanismi che aveva delineato Luigi De Magistris. Il magistrato aveva scoperto tutto, anche il flusso dei soldi. Ma i poteri forti lo hanno fermato. Ed era chiarissimo già allora che ci avesse visto giusto. E un giornalista della “squadra” di Marco Travaglio, Gianni Barbacetto, aveva scritto una bella inchiesta, dal titolo “Il superclan dei calabresi”, nella quale ci faceva capire tutto.

Il superclan dei calabresi – Quarta parte di Gianni Barbacetto. La sanità e il sistema Calabria. Eccoci alla sanità. E i soldi da dirottare verso imprenditori amici e uomini di partito diventano un fiume. Che bagna il centrodestra come il centrosinistra. In questo settore le indagini di De Magistris finiscono per incrociare le denunce di Francesco Fortugno, il politico della Margherita ucciso il 16 ottobre 2005 a Locri, davanti al seggio in cui si tenevano le primarie del centrosinistra. “Le mie interrogazioni urgenti”, scriveva Fortugno, “hanno come unico obiettivo quello di far rientrare l’Asl 9 di Locri nell’alveo della legalità”. A Locri esisteva un vero sistema di sprechi e favori: “Sono state buttate un mare di risorse per attribuire a persone scelte in modo scriteriato consulenze e contratti d’ogni tipo, quando il lavoro più appropriatamente avrebbe potuto essere svolto con maggiore profitto dai numerosi dipendenti ugualmente retribuiti dall’Asl”. De Magistris è convinto di trovare nelle segnalazioni di Fortugno anche i motivi della sua morte. Tangenti, favori, appalti, forniture. Ma anche quote e partecipazioni societarie. Il “sistema Calabria” è un intreccio complesso. C’è la ’Ndrangheta, la più potente, ricca e violenta delle mafie italiane. E poi c’è un sistema pervasivo di potere fatto da un coacervo di nomi, organigrammi, società, consorzi, investimenti, appalti, professionisti, delibere. C’è un piccolo documento che lo spiega, lo sintetizza, lo rende comprensibile più di mille discorsi: è il libro soci della Tesi spa, azienda costituita per informatizzare la pubblica amministrazione. Vi si trova il nome di Giovanbattista Papello, An, insieme a quello di Fabio Schettini, intimo dell’ex ministro di Forza Italia Franco Frattini, e i prestanome di Nicola Adamo ed Enza Bruno Bossio. Eccolo, il “sistema Calabria”. Le larghe intese? Qui sono già cosa fatta. Fin qui Gianni Barbacetto. Sappiamo tutti com’è andata a finire. C’è mancato poco che i poteri forti della Calabria alla fine facessero arrestare De Magistris…

L’AMARO EPILOGO. Negli atti di «Why Not», i cui faldoni sono stati oggetto di varie peripezie, prima sequestrati dalla procura di Salerno e in seguito risequestrati dalla procura di Catanzaro, si ipotizza ci siano le prove della riorganizzazione di una “nuova loggia P2” partendo proprio dalle logge calabresi. De Magistris, nel dicembre 2007, dichiarò alla Procura di Salerno  “le indagini Why Not stavano ricostruendo l’influenza di poteri occulti (…) in meccanismi vitali delle istituzioni repubblicane: in particolare stavo ricostruendo i contatti intrattenuti da Giancarlo Elia Valori, Luigi Bisignani (n.d.r. che dalle carte di Gelli risulterebbe l’affiliato alla loggia P2 tessera 203), Franco Bonferroni e ancora altri, e la loro influenza sul mondo bancario ed economico finanziario. Giancarlo Elia Valori pareva risultare ai vertici attuali della “massoneria contemporanea” e Valori s’è occupato spesso di lavori pubblici”. Nell’inchiesta Why Not compaiono i nomi di politici, consulenti che operano ad alti livelli nelle istituzioni, finanzieri, un generale della Guardia di Finanza, magistrati, affaristi e alcuni uomini appartenenti ai servizi segreti, tutti massoni. I reati ipotizzati erano di associazione a delinquere, truffa aggravata ai danni della Ue e violazione della legge sulle società segrete. Il destino di questa inchiesta è stato identico a quella iniziata dal procuratore Cordova. Cos’è cambiato da Cordova a De Magistris? Semplicemente che molti dipendenti pubblici tra il 2001 e il 2007, con il sostegno di politici, affaristi e ‘ndranghetisti amici, hanno fatto carriera e il loro potere è aumentato. Politica, affari e massoneria, dunque, ieri come oggi. Non c’è da stupirsi se sono gli stessi membri delle logge calabresi appartenenti alla Gran Loggia Regolare d’Italia che affermano che spesse volte all’interno di alcune logge si sono manifestati comportamenti che non si è esitato definire illegali o illegittimi. E’ il presidente della commissione parlamentare antimafia nella XV legislatura, Francesco Forgione, che parlando di ‘ndrangheta ebbe a dire: “La sua forza sta nell’alto livello di infiltrazione nella politica e nella presenza di un potere occulto come la massoneria che in Calabria ha una pervasività che non esiste in nessuna altra parte di Italia”. Qualcuno ha ricordato le parole con cui De Magistris aveva chiuso un suo intervento nel 2005: “È chiaro che chi ha la schiena dritta non se la farà mai spezzare, né si farà mai intimidire da nessuno. Ma questo clima, per certi versi infernale, che va ad aggiungersi a una questione morale che mi pare non si voglia far emergere al nostro interno, condiziona il sereno operare della giustizia, mina la credibilità della magistratura, isola ancora di più tutti coloro che sono impegnati a dare un senso vero a questo lavoro, senza risparmiarsi, in questa terra, in questa bellissima e amata Calabria”.

 ‘Ndrangheta e politica, quando Tursi Prato spiegava la “rete” della Calabria a De Magistris. Da Iacchite il 20 Gennaio 2021. Qualche tempo fa, raccontando la storia della massomafia calabrese, ricordavano i tempi in cui Paolo Romeo, il “Salvo Lima reggino” e Pino Tursi Prato, il faccendiere cosentino eterno capro espiatorio dei politici corrotti, al bar “Cordon Bleu” di Reggio Calabria, insieme a Marilina Intrieri (che ha sempre avuto un grande feeling con Tursi Prato), pianificavano l’elezione di Scopelliti a Governatore della Calabria. Tutto ciò accadeva nel 2009. Due anni prima, mentre Tursi Prato si trovava ancora in carcere a scontare una condanna definitiva per voto di scambio, gli era venuto lo schiribizzo di collaborare con la giustizia. Incontra De Magistris (erano i tempi di “Why not”) e parla con il pm Eugenio Facciolla che indagava sull’affaire “Eolico”, ma rinuncia al suo proposito quando l’attuale sindaco di Napoli viene sollevato dall’incarico. Pino Tursi Prato all’epoca spiega a De Magistris (anche e soprattutto per uscire prima dal carcere…) che cos’era “la Rete”.  Nel verbale di 43 pagine redatto l’11 ottobre 2007 nell’ambito dell’inchiesta Why Not, il faccendiere cosentino non aveva esitato a gettare fango e diffidenza sul meccanismo dell’assegnazione degli appalti pubblici e sulla trasparenza delle istituzioni. Un verbale esplosivo in cui il testimone, sentito come persona informata sui fatti, descrive minuziosamente il sistema di collusione e spartizione dei finanziamenti pubblici alla cui testa ci sarebbe stata una cupola e che ha coinvolto trasversalmente i più importanti esponenti della politica calabrese a livello locale, nazionale ed europeo. Compaiono i nomi di Abramo, Gentile, Morelli, Loiero, Minniti, Mastella, Prodi. Un sistema che, non a caso, Tursi Prato chiama “rete” per spiegare il grado di penetrazione, la vastità, la pervasività di un’organizzazione alla cui base ci sarebbero forti legami di solidarietà e mutuo soccorso. Un sistema che sfruttava la società Why not per il drenaggio di fondi pubblici, il piazzamento di uomini ad hoc e lo scambio di voti tra imprenditoria e politica. Con contatti assolutamente influenti anche a Bruxelles dove pare che Antonio Saladino si occupasse direttamente di seguire la questione del P.O.R. Calabria. Ed in merito al meccanismo di voto di scambio dà la sua lineare spiegazione: “Io ti finanzio un progetto, te lo finanzio a condizione che tu mi assumi le persone che dico io, le persone che ti dico io mi fanno i voti…”. Cioè, voglio dire poi, siccome poi lui deve accontentare tutti e lui è il centro, il perno del sistema poi, nel momento in cui si tratta di fare una campagna elettorale di tipo Loiero-Abramo, lui mette in moto una struttura a servizio del Presidente – in quel caso è stato LOIERO – ha messo tutta la struttura…”. Ma il 22 ottobre 2007, giorno in cui avrebbe dovuto essere risentito, l’incontro risulta annullato a seguito del provvedimento di avocazione sull’inchiesta. Insomma, De Magistris fermato esattamente come Cordova negli anni Novanta. Troppi “pezzi grossi” nel calderone. E proprio nell’ambito di questa inchiesta viene tirata in ballo anche la vicenda della TelCal, un consorzio a partecipazione pubblica deputato alla costruzione delle infrastrutture informatiche in Calabria. Il Consorzio TelCal era costituito da Regione Calabria con una partecipazione del 40%, Telecom Italia con il 20%, Intersiel con il 24% e Italeco con il 12% (queste ultime controllate da Telecom) e competente per l’attuazione del nuovo Piano Telematico Calabria. Il progetto fu finanziato con una pioggia di miliardi dal Ministero per la Ricerca Scientifica e tecnologica (oggi MIUR) con lo scopo di realizzare un’efficiente rete infotelematica regionale su cui fare viaggiare una vasta gamma di servizi di Information and Communication Technology. Dice ancora Tursi Prato: “Il progetto TelCal era un’operazione di centinaia e centinaia di miliardi. Produsse, secondo me, effetti minori rispetto a quelle che erano…”. Precisamente 409 miliardi. Che non si sa né dove siano finiti né tantomeno che benefici abbiano portato alla comunità. Dal 2003, infatti, “con la chiusura di tutti i servizi del Piano Telematico Calabria operata dalla Regione e la mancata certificazione da parte di questa delle competenze acquisite dal personale ex TelCal (la costosissima quanto inutile “formazione Consiel” effettuata con il placet regionale), la società diretta da Enza Bruno Bossio, moglie del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Nicola Adamo, “alcuni dipendenti della TelCal vengono assorbiti da Why Not in qualche centinaio e questi dipendenti per un passaggio, diciamo, di qualche mese… poi non gli rinnovarono il contratto e alcuni di questi rimasero a lavorare nel giro della Regione in diversi dipartimenti. Li facevano girare con contratti a tre mesi, a due mesi, però gli davano, diciamo, la certezza, la garanzia: “Vediamo di sistemare la cosa…” E questo discorso parte proprio dal… Chiaravalloti…. Franco Morelli, il quale era il tramite di questo gruppo, dove anche la Bruno Bossio seguiva questo…”. Un consorzio che viene sciolto, con il primo abbandono di Telecom e delle controllate. perché non ci sono più fondi disponibili da sfruttare secondo quanto dichiarato da Tursi Prato. Quando compare una nuova società di gestione del personale concorrente alla Why Not, che “praticamente comincia a far firmare dei precontratti a questi ragazzi, lì succede la fine del mondo”. Tursi Prato (lo immaginiamo col suo inseparabile sigaro in bocca) non va per niente leggero nella sua ricostruzione e afferma testualmente: “Figuratevi che Saladino li minacciò, dicendo: “Guardate che questa società non avrà nessun finanziamento, il finanziamento ritornerà a noi e noi poi non vi garantiremo nessun tipo di lavoro… nessun tipo di posto di lavoro”. E poi affonda “Quindi questa vicenda della TelCal è passata anche tramite Why Not, una parte dei dipendenti TelCal sono passati anche nel progetto Why Not, poi sparita la Why Not, sono andati a finire nelle nubi, alcuni hanno operato con contratti senza capire chi erano le società, anche questo, una cosa stranissima, pagati dalla Regione, sarebbe opportuno sapere chi sono”. Già, chi sono. Immaginiamo clienti fedeli di Madame Fifì e di Nicola Adamo, non serve avere molta fantasia. E scorrendo ancora il verbale viene messa in mezzo la società TESI, fondata da Adamo ed in cui lavorano la stessa Bruno Bossio, assieme ad altri personaggi, ed il gruppo CLIC con il presunto intento di arrivare a gestire tutte le commesse dei poli informatici calabresi. Una storia che abbiamo raccontato tante volte e che non è mai stata approfondita dalla magistratura onesta perché ci si è messa di mezzo la massoneria.

Why Not, Rinascita-Scott e Basso profilo: da De Magistris a Gratteri, Lorenzo Cesa sempre presente negli affari della massomafia. Da Iacchite il 21 Gennaio 2021. Il blitz di stamattina del procuratore Gratteri riporta alla ribalta delle cronache giudiziarie ancora una volta il nome di Lorenzo Cesa, eterno “padre padrone” dell’Udc, un ricettacolo di corrotti e massoni deviati sempre a caccia di poltrone e prebende, come stanno facendo anche adesso nell’attuale crisi di governo proponendosi sfacciatamente a Conte. Da Why Not a Rinascita-Scott per finire a Basso profilo di oggi, il nome di Lorenzo Cesa è sempre presente nelle ordinanze delle operazioni della Dda di Catanzaro. La prima ad opera di Luigi De Magistris e le altre due ad opera di Gratteri. Le carte e gli atti delle ordinanze degli ultimi blitz di Gratteri, a più di 10 anni di distanza dalle indagini di De Magistris, riprendono le attività delinquenziali degli stessi “colletti bianchi” e ne descrivono compiutamente le condotte anche attraverso le dichiarazioni di diversi pentiti-chiave. Tra i protagonisti non poteva certo mancare il numero uno dell’Udc, partito politico ricettacolo di corrotti, riciclati e voltagabbana ovvero Lorenzo Cesa. Che puntualmente ha avuto anche un assessorato alla Regione per il suo prestanome, tale Francesco Talarico, oggi arrestato da Gratteri mentre per Cesa c’è stata una perquisizione nella sua casa romana e un avviso di garanzia.

BASSO PROFILO. Partiamo proprio dall’ultima operazione. Secondo la Dda di Catanzaro e il procuratore Gratteri “… la consorteria ‘ndranghetista, nelle persone di GALLO Antonio, BRUTTO Tommaso (consigliere comunale di Catanzaro legato a Mimmo Tallini, Sergio Abramo e Claudio Parente), BRUTTO Saverio, PIRRELLO Antonino e ERRIGO Natale ha manifestato la propria ingerenza anche in occasione delle Elezioni Politiche del marzo 2018, per il rinnovo della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, nel corso delle quali ha stipulato un “patto di scambio” con il candidato TALARICO Francesco (nel collegio 8 di Reggio Calabria), consistente nella promessa di “entrature” per l’ottenimento di appalti per la fornitura di prodotti antinfortunistici erogati dalla sua impresa e banditi da enti pubblici economici e società in house, attraverso la mediazione dell’europarlamentare CESA Lorenzo in cambio della promessa di un “pacchetto” di voti…”. “… TALARICO incontrava ERRIGO Natale – imparentato con esponenti della cosca De Stefano/Tegano di Archi, segnatamente con SARACENO Francesco Antonio, condannato in via definitiva per il delitto di cui all’art 416bis c.p., UTANO Antonio (imparentato, a sua volta, con Paolo Rosario DE STEFANO CAPONERA, SCHIMIZZI Paolo e TEGANO Giuseppe) e imputato per il delitto di cui all’art 416bis c.p. nell’ambito del procedimento penale Gambling, VOTANO Francesco Paolo – e – PIRRELLO Antonino cl. 1979 – cugino di PIRRELLO Pietro cl ‘76, sottoposto a indagini nell’ambito del Proc. Pen. n. 5953.11 RGNR DDA RC (“OPERAZIONE ALCHEMIA”) – i quali gli confermavano il sostegno elettorale, peraltro l’ERRIGO facendosi chiarire esplicitamente – tramite il GALLO – la necessità che i patti venissero onorati, il tutto in cambio di utilità consistite, oltre a quelle già pattuite con GALLO e BRUTTO, in altrettante entrature nel settore degli appalti per ERRIGO Natale – consulente aziendale e referente di imprese che intendeva favorire – e PIRRELLO Antonino, titolare di impresa di pulizie con commesse in enti pubblici…”. La Dda poi fa rilevare che “… le elezioni si sono concluse con un ottimo risultato (il secondo ma non eletto) per il capolista nel collegio uninominale di Reggio Calabria che, sebbene non eletto, è poi diventato assessore esterno al bilancio e politiche del Personale della Regione Calabria, giunta Santelli…”. E questa è storia, visto che Talarico fino a stamattina è assessore regionale al Bilancio a tutti gli effetti.

WHY NOT. Ma, come accennavamo, Lorenzo Cesa entra negli affari della massomafia calabrese fin dal 2007 con Why Not. Secondo Luigi De Magistris, in Calabria era all’opera già da anni un comitato d’affari, una “cupola” degli appalti e dei finanziamenti europei. Quello dei depuratori è uno dei business, che ha già bruciato oltre 800 milioni di euro. In questo settore è centrale la Pianimpianti, con numero uno Roberto Mercuri e numero due Franco Bonferroni, vecchio democristiano passato all’Udc. Bonferroni è il gemello politico di Lorenzo Cesa, padrone più che segretario del partito. E Cesa, secondo altre indagini di De Magistris, ha succhiato consistenti finanziamenti europei. Con il sistema del sostegno pubblico alle imprese calabresi. La sua Sbp optical disk, che avrebbe dovuto produrre dvd, ha incassato dall’Europa almeno 5 miliardi di lire, ma non ha mai prodotto neppure un bottone. Ma Cesa ha attirato fondi anche attraverso una società romana, la Global Media, che ha fatturato quasi 7 milioni di euro l’anno organizzando eventi per società pubbliche e molto disponibili come Anas, Enel, Finmeccanica, Lottomatica, Alitalia (anche la Pianimpianti degli amici Mercuri e Bonferroni ha versato alla società di Cesa ben 360 mila euro). La Global Media ha ricevuto anche finanziamenti europei (s’ipotizza una cifra attorno ai 400 mila euro) per organizzare convegni e iniziative per gli italiani all’estero. I fondi passavano attraverso un’agenzia Onu (la Cif Oil), erano giustificati con fatture gonfiate e la differenza tra quanto ricevuto e quanto effettivamente speso veniva poi incamerata da Cesa, che la usava per sostenere l’Udc. A spiegare questo meccanismo ai magistrati romani (che ora lo stanno indagando per finanziamento illecito) è nientemeno che Francesco Campanella, uomo vicino a Bernardo Provenzano, grande riciclatore dei soldi di Cosa nostra e tra il 2003 e il 2005 associato al sistema truffaldino messo in piedi da Cesa. Anche Campanella, in politica, era schierato con l’Udc e quando si sposò ebbe, come testimoni di nozze, Totò Cuffaro e Clemente Mastella. Poi i magistrati palermitani scoprirono il suo spessore mafioso. Ora, diventato collaboratore di giustizia, Campanella racconta tante vicende siciliane, ma anche la sua esperienza politica e manageriale a Roma, accanto a Lorenzo Cesa, numero uno dell’Udc. L’Olaf, l’agenzia antifrode dell’Unione europea, ha contestato un reato di frode comunitaria a Papello, Cesa e Fabio Schettini, già segretario dell’ex ministro di Forza Italia Franco Frattini.

RINASCITA-SCOTT. Il nome di Lorenzo Cesa è apparso anche nell’ordinanza del blitz di Gratteri del 19 dicembre 2019 denominato “Rinascita-Scott” ed era legato al suo vecchio compagno di merende Giancarlo Pittelli. “Le dichiarazioni del pentito Virgiglio – si legge nelll’ordinanza – assumono rilievo pregnante perché consentono di dare conferma ad un quadro, per vero già granitico, abbondantemente emerso a carico del Pittelli, quale soggetto “sussurrato all’orecchio”, appieno inserito nella ‘ndrangheta che, riprendendo le parole di Peppe Mancuso, riportate nella prima parte, non è più semplicisticamente ‘ndrangheta, ma è massoneria. Non a caso si intersecano perfettamente le parole utilizzate dal Virgiglio, con la ricostruzione finora operata della ‘ ndrangheta unitaria e della individuazione della “mammasantissima” a Limbadi, nel descrivere Vibo come l’ “epicentro” della ‘ ndrangheta sia legale che deviata, ad entrambe le quali risulta legato l’avvocato Pittelli. Le parole del Virgiglio – oltre che a riscontrare le dichiarazioni del Mantella quanto ai collegamenti tra massoneria e ‘ndrangheta e alla messa a disposizione del Pittelli nei confronti della ‘ ndrangheta – trovano perfetto riscontro, altresì, negli approfondimenti investigativi che hanno consentito di accertare e documentare anzitutto i rapporti tra l’ avvocato Pittelli e il giudice Giuseppe Chiaravalloti, divenuto in passato Presidente della Regione Calabria, indicato quale massone, appartenenti alla stessa cerchia. Nella richiesta cautelare sono riportate le conversazioni intercorse tra i due che oltre ad organizzarsi per un incontro massonico all’Orso Cattivo di Settingiano – a riscontro di quanto detto dal collaboratore – si interessano di trovare una potente entratura per la nipote di Pittelli, Paola Pittelli, affinché potesse “sistemarsi” nell’Antitrust. Confermata anche l’appartenenza di Enzo Speziali e di Sabatino Marrazzo ai contesti massonici. E anche l’appartenenza di Giancarlo Pittelli alla massoneria ufficiale nonché a quella “coperta” (alla quale apparteneva anche il giudice Chiaravalloti). Con riguardo a quest’ultimo profilo, nell’ambito del presente procedimento sono state intercettate conversazioni dal contenuto esplicito (tra cui emerge la richiesta di Pittelli di passare dalla loggia catanzarese a quella romana e le modalità di organizzazione di questo passaggio), con Carlo Ricotti, appartenente al Grande Oriente d’Italia (personalità con cui il Pittelli si accreditava, tramite Giuseppe Messina per “l’investitura” romana); con Ugo Grimaldi; con Lorenzo Cesa (europarlamentare e segretario nazionale dell’UDC-NOI CON L’ITALIA) tramite il quale sperava di poter ottenere una sponsorizzazione per l’elezione a membro laico del CSM. Peraltro, emerge che il Pittelli abbia a sua volta sponsorizzato l’ingresso nella loggia massonica del “Colonnello” (da individuarsi in Francesco Merone, colonnello dei Carabinieri con cui sono stati censiti numerosissimi contatti con il Pittelli). Sono molte le conversazioni in cui Pittelli informa il Messina di altri amici, professionisti di Reggio Calabria (tra cui l’avv. Contestabile), che vorrebbe fare inserire nella loggia, comunicando anche che avrebbe incontrato Ricotti e Leo Taroni (una delle personalità più importanti della massoneria, anche nell’ambito del “rito scozzese”). L’importanza di figurare nella loggia romana, si spiega anche alla luce delle parole del collaboratore Virgiglio, che ne evidenziava i collegamenti con i maggiori esponenti, tanto che il capo bastone Marrazzo (condannato con sentenza non ancora definitivo nel processo “Six Towns”), proprio perché inserito nei contesti massonici romani, potè contare sull’aiuto di logge potenti per “aggiustare un processo” a suo carico…”.

 ‘Ndrangheta e massoneria: ecco come Minniti salvò Pittelli e Adamo da “Why Not”. Da  Iacchite il 20 Gennaio 2021.

OMBRE SULLE TOGHE DI WHY NOT DOPO DE MAGISTRIS. La corruzione della magistratura è uno dei problemi più gravi del nostro Paese, specie in regioni come la Calabria dove la cosiddetta trattativa stato-mafia va avanti da decenni senza che si perseguano i protagonisti. E se qualche magistrato come Cordova, Boemi o De Magistris per finire agli stessi Cafiero De Raho e Gratteri ha provato a fare luce è finito nel tritacarne dei colleghi collusi e della macchina del fango dei media asserviti al potere politico. Questa è la e-mail scritta da Gioacchino Genchi, stretto collaboratore di Luigi De Magistris all’epoca di Why Not, al pm di Salerno, Gabriella Nuzzi, subito dopo la perquisizione, disposta dalla Procura di Salerno, ai colleghi di Catanzaro, che avevano ereditato l’inchiesta Why Not avocata a De Magistris. Di lì a poco, anche la Nuzzi sarebbe stata punita dal Csm, proprio per quella perquisizione, insieme con il suo capo Luigi Apicella e il pm Dionigio Verasani quando ancora era titolare dell’inchiesta sul “caso de Magistris”. Genchi scrive di quanto ha scoperto sul nuovo titolare di Why Not, il sostituto procuratore Alfredo Garbati. “Come dicevo (…) mi sono accorto dell’esistenza e del riferimento, nei dati da me già elaborati, del cellulare del dr. Alfredo Garbati quando ho letto alcuni stralci del decreto di sequestro del Suo Ufficio. Mai avrei rilevato quello che mi accingo a riferirle, se non fossi stato direttamente chiamato in causa, proprio in relazione all’operato posto in essere contro di me e contro il dr. Luigi De Magistris. Ritengo doveroso portare a conoscenza del Suo Ufficio la significatività dei contatti telefonici del cellulare del dr. Alfredo Garbati con il cellulare di Nicola Adamo (tra i principali indagati in Why Not, ndr) dei giorni (…) contestuali e prossimi alla spedizione dell’avviso di garanzia e alle perquisizioni del febbraio-marzo 2007 ad Antonio Saladino e alle audizioni di Caterina Merante. (…)”. “E allora – scrive il giornalista Edoardo Montolli – l’uomo che coordina le indagini Why Not a Catanzaro è il più vicino di tutti agli indagati. Nell’inchiesta ‘eversiva’. Perché quelli di Genchi sono numeri. E non importa se gli indagati abbiano commesso o meno reato. Importa che quei contatti telefonici tra pm e il suo stesso indagato non possono esistere. Ma c’è ancora di più. Il dottor Garbati era risultato in strettissimi rapporti con l’onorevole Marco Minniti, nell’ordine di diverse centinaia di telefonate. Un dato fondamentale, se si considera l’arrivo delle scottanti intercettazioni su Marilina Intrieri, giunte da Crotone per essere inglobate in Why Not e in cui molto si parlava di Minniti. Ma tutto questo ancora non basta. Perché il 17 febbraio del 2009 si presenta da Gioacchino Genchi un giornalista calabrese, collaboratore de L’Espresso, Paolo Orofino. Gli porta un cartaceo, un doppio cartaceo (…). Si tratta della prima relazione di Alfredo Garbati a Jannelli su cosa farà di Why Not. Documento straordinario. Per prima cosa, spiega Garbati che su Mastella sono già tutti d’accordo e che bisogna muoversi a stabilire cosa fare anche con Pittelli, perché Pittelli, con cui Garbati risulta addirittura in contatto, si deve presentare alle elezioni e non può portarsi dietro una ‘macchia’. Bisogna muoversi a dargli una risposta: in un’Italia dove la gente crepa in prigione mentre i magistrati di sorveglianza sono in vacanza, c’è anche qualcuno che si preoccupa prima di ogni altra cosa di non far cosa sgradita ai suoi indagati. Si vede che la giustizia, finalmente, sta cambiando”. Avete capito come funziona(va)?

Giuseppe Alberto Falci per il “Corriere della Sera” il 21 gennaio 2021. Nelle ultime settimane, nel pieno delle trattative per la sorte dell' esecutivo Conte 2, Lorenzo Cesa era ritornato centrale come non succedeva da anni agli eredi della diaspora democristiana. Corteggiato da destra e da sinistra, che gli hanno messo sul tavolo posti di governo e di sottogoverno, seggi elettorali. Il che dà la misura del peso che i suoi tre senatori potrebbero avere per le sorti della legislatura. Eppure, la ritrovata centralità del segretario dell' Udc si è dovuta scontrare con un avviso di garanzia per associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso. È dunque indagato all' interno di un' indagine della Procura distrettuale di Catanzaro ribattezzata «Basso profilo», che ha portato all' arresto di 49 persone, 13 in carcere e 36 ai domiciliari. La sua abitazione dell' Eur, dove vive con la moglie, viene passata al setaccio. Non solo. L' assessore regionale al Bilancio Franco Talarico, in quota Udc, finisce agli arresti domiciliari. L'accusa rivolta a Cesa ruota tutta attorno a un pranzo romano, avvenuto nel luglio del 2017, nel corso del quale l' imprenditore Gallo avrebbe chiesto appoggi a Talarico per appalti e entrature a livello relazionale. E a quell' incontro ci sarebbe stato anche Cesa, il quale «non è stato intercettato perché all' epoca l' onorevole Cesa era parlamentare». La linea difensiva dell' eterno democristiano è concordata con l' avvocato Francesco Scacchi. «Io mi ritengo totalmente estraneo e ho piena fiducia nella magistratura». Non vuole pensare che sia un' inchiesta ad orologeria per fermare il suo ritorno da protagonista e per sgombrare il campo da qualsiasi polemica, o forse per aiutare potenziali trattative, rassegna le dimissioni da segretario del partito. Cesa è frastornato, ma allo stesso tempo si dice «sereno» nelle continue telefonate con amici e dirigenti che lo hanno accompagnato nella sua carriera politica. «Certo che sono stato a pranzo con Talarico. Ora però farò tutte le verifiche necessarie. Se le persone parlano di incontri con me e io quel giorno non ero lì, ci vedremo in tribunale. Sia chiaro». Non a caso nella tarda mattina si rifugia nella sede del partito a via San Lorenzo in Lucina. Lì raccoglie tutte le carte, invita i collaboratori a ricostruire gli appuntamenti degli ultimi cinque anni. «Sono molto amareggiato per la mia famiglia. Non se lo merita», dice. Forse paga, ammettono, «la eccessiva generosità che spesso si trasforma in superficialità. Perché Lorenzo incontra tutti, saluta tutti. Ma in assoluta buonafede». E a sera, quando esce dalla sede dell' Udc, confida: «Credo nella fede». E tira fuori la coroncina del rosario.

L'operazione della DDA di Catanzaro "Basso profilo". Nuovo blitz show di Gratteri, 400 agenti in azione per 48 arresti: indagato il segretario Udc Cesa. Carmine Di Niro su Il Riformista il 21 Gennaio 2021. Nuova inchiesta e nuovo show di Nicola Gratteri. Il procuratore antimafia di Catanzaro ha coordinato infatti una nuova operazione contro la ‘ndrangheta su tutto il territorio nazionale che da stamattina vede impegnati 200 donne e uomini della Direzione investigativa antimafia e 170 unità tra polizia di Stato, Arma dei carabinieri e guardia di finanza con il supporto di quattro unità cinofili e un elicottero. L’operazione, denominata “Bassa profilo”, ha visto finire in carcere 13 persone e 35 ai domiciliari. La procura della Repubblica di Catanzaro ha disposto l’esecuzione di numerosi sequestri di beni costituiti da compendi aziendali, immobili, autoveicoli, conti correnti bancari e postali. Nel corso delle indagini sarebbe stata accertata la movimentazione illecita di denaro per un valore di oltre trecento milioni di euro. Tra gli arrestati vi sarebbero anche diversi colletti bianchi di Catanzaro e provincia. Custodie cautelari sono state eseguite nei confronti di presunti esponenti della ndrine tra le più importanti di Crotone, Isola Capo Rizzuto e Cutro come "Bonaventura", "Aracri", "Arena" e "Grande Aracri", nonché di imprenditori di spessore ed esponenti della Pubblica amministrazione ritenuti colluso con le organizzazioni criminali. Tra gli indagati, c’è anche il segretario nazionale dell’Udc, Lorenzo Cesa, la cui casa romana è stata perquisita e passata al setaccio questa mattina dagli uomini della Dia di Maurizio Vallone.  Cesa è indagato per associazione a delinquere aggravata dal metodo mafioso. Sempre tra le file del partito centrista va registrato l’arresto, ai domiciliari, dell’assessore regionale al bilancio della Calabria, Francesco Talarico. Il segretario centrista ha confermato di aver ricevuto un avviso di garanzia su fatti risalenti al 2017″ e spiega: “Mi ritengo totalmente estraneo, chiederò attraverso i miei legali di essere ascoltato quanto prima dalla Procura competente”. “Come sempre – assicura – ho piena e totale fiducia nell’operato della magistratura. E data la particolare fase in cui vive il nostro Paese – annuncia – rassegno le mie dimissioni da segretario nazionale, con effetto immediato”. L’inchiesta che coinvolge Cesa potrebbe avere ripercussioni anche sul governo Conte. L’Udc era infatti indicato come partito di ‘Costruttori’ da portare nell’alveo della maggioranza per garantire al premier una maggioranza più stabile e larga in particolare al Senato. Ad oggi Cesa, così come i suoi senatori, si erano sempre espressi contro un cambio di casacca. Lorenzo Cesa era stato già indagato in Calabria, dall’allora sostituto procuratore di Catanzaro Luigi de Magistris, che proprio in Calabria si è candidato come candidato alla presidenza della Regione. Il segretario del partito centrista, all’epoca dei fatti europarlamentare e già segretario dell’Udc, venne coinvolto nell’inchiesta Poseidone con l’accusa di truffa, ma nel 2011 il gip di Roma Rosalba Liso archiviò definitivamente la sua posizione. Come sempre quando si tratta dell’amico Gratteri, immediata è arrivata la reazione del presidente grillino della commissione Antimafia, Nicola Morra. Dopo aver già decretato la colpevolezza degli imputati del processo nato dall’inchiesta Rinascita Scott, firmata sempre Gratteri, Morra stamattina parla di “azione concreta contro le mafie” che  “riporta la ricchezza nelle mani dei cittadini”. Non contento Morra aggiunge anche che l’operazione di Gratteri “è un reale Recovery Fund che deve essere sempre attivo. Questi arresti dimostrano che lo Stato non solo è presente ma è anche più forte e tenace”.

Nicola Gratteri, pm delle "rivoluzioni" in favore di telecamera. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 30 Gennaio 2020. Mettiamo in fila i fatti e poi ciascuno si fa l’idea che vuole. Qualche settimana fa il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, organizza una conferenza stampa. Davanti a una foresta di microfoni e telecamere, illustra i tratti dell’operazione di rastrellamento che ha condotto all’arresto di trecentotrenta persone. Spiega che si tratta del compimento di una “rivoluzione” alla quale pensa dal momento in cui ha preso posto in quel suo ufficio, una rivoluzione intesa a «smontare la Calabria come un trenino Lego, e poi rimontarla pian piano». Qualche giorno dopo, su Twitter, scrive: «‘Ndrangheta, la maxi-operazione scompare dalle prime pagine dei grandi giornali: niente su Stampa e Repubblica, un box sul Corriere». Gli dispiaceva dunque che i giornali, quelli “grandi”, non avessero nella dovuta maniera divulgato la notizia della “rivoluzione”. Non gli dispiaceva invece che i giornali riferissero che lui «sta ripulendo la Calabria», e allegava l’articolo in cui si spiegava che la politica in quella regione è «una montagna di merda». Ora ci pare che questi messaggi non appaiano più nel profilo Twitter del dottor Gratteri, ma siamo certi del fatto che non negherà di averli pubblicati. I fatti proseguono con il dottor Otello Lupacchini, sino a qualche giorno fa procuratore generale di Catanzaro, che, in merito alla “rivoluzione” e ai modi con cui il dottor Gratteri ne fa promozione, dice in buona sostanza due cose. La prima: che non gli piace troppo la spettacolarità di certe operazioni, le quali, a suo giudizio, si rivelano spesso evanescenti e improduttive di risultati. E la seconda: che le informazioni su queste faccende, sempre a suo giudizio, dovrebbero essere condivise tra gli uffici piuttosto che affidate a giornali e televisioni. E i fatti finiscono (siamo a questi giorni) con il dottor Lupacchini degradato e trasferito a Torino. Se abbiamo ben capito (non siamo del ramo…) a eccitare il procedimento che ha portato a questa misura disciplinare è stato il concerto delle istanze del ministro della Giustizia, l’avvocato Bonafede, e del procuratore generale della Cassazione, dottor Salvi, istanze poi accolte dal Csm il quale appunto ha rimosso dal vertice del distretto di Catanzaro Lupacchini e lo ha spedito, in rango subordinato, all’ufficio piemontese. Che dirne? Il difensore di Lupacchini ne dice peste e corna. Su alcune si sarebbe spinti a dargli credito alla cieca, per esempio quando denuncia che la richiesta del ministro Bonafede era “disseminata di errori perfino grammaticali”. Per il resto, com’è suo diritto, lamenta che il suo assistito è vittima di un provvedimento ingiusto, politicamente orientato e che ha fatto sacrificio del diritto del dottor Lupacchini a una compiuta difesa. Non abbiamo elementi né la competenza sufficiente per esprimere un giudizio in proposito. Ma quel che da profani si può osservare è che si tratta di una giustizia molto mal bilanciata: sbilenca proprio, diremmo. Perché da un lato c’è quello che arresta centinaia di persone e fa (e pretende dai giornali) l’elogio del suo lavoro, quando poi fioccano i provvedimenti che liberano una quantità di quei detenuti perché la misura cautelare si rivela ingiustificata. E dall’altro lato c’è quello che esprime, magari anche in modo appuntito, perplessità sulle maniere di quel modo di procedere: e perciò viene punito pur davanti alla riprova che forse non andavano arrestati tutti e che, in ogni caso, la concione dell’”uomo immagine” che spiega ai giornalisti i suoi sogni di una Calabria ribaltata non costituisce il profilo inevitabile di un ufficio giudiziario. È bene intendersi, dunque. Il magistrato avvezzo alla ribalta meglio farebbe a dismettere l’abitudine. Ma non è che lo censuriamo anziché celebrarlo se si azzarda a criticare l’amministrazione della giustizia piuttosto che cantarne le gesta eroiche. Dopo di che potrà anche essere che la presenza in Catanzaro del dottor Lupacchini, per aver egli usato parole inopportune, sia da giudicarsi incompatibile. Qualcuno tuttavia avrà pure il diritto di pensare che certe rivoluzioni in favore di telecamera si segnalano per incompatibilità anche più gravi, che mettono in sofferenza beni più importanti: la civiltà del Paese, lo Stato di diritto.

Quei pm che condannano a mezzo stampa e la politica ferma al ’92. Davide Varì su Il Dubbio il 23 gennaio 2021. Il problema non è (solo) Nicola Gratteri, ma una politica ferma al ’92 che cavalca le indagini o ne è terrorizzata…E’ ora di uscirne. Quella del procuratore Nicola Gratteri non è un’indagine a orologeria – non in questo caso – e non c’è alcun disegno delle procure per “prendere il potere”. Oltretutto dovremmo trovarci di fronte a “menti raffinatissime” e servirebbe una sottigliezza politica fuori dal comune per immaginare e portare avanti un piano del genere. Senza contare che mai come oggi la magistratura italiana è dilaniata, divisa in fazioni e in uno stato di guerra civile permanente: un ritratto ben rappresentato dalla drammatica istantanea del caso Palamara. Ma il fatto che non ci sia il “dolo” non vuol dire che non ci sia un’anomalia e uno slittamento delle regole di ingaggio da parte di alcune procure. E del resto la storia del nostro Paese è costellata di episodi del genere. È sufficiente fare un nome, Tangentopoli, per capire di cosa parliamo. Le indagini, gli arresti, le retate in diretta tv ordinate dal pool milanese non hanno semplicemente condizionato la politica ma l’hanno rasa al suolo; hanno smantellato la prima Repubblica permettendo la nascita di un nuovo sistema, di nuovi partiti, di nuovi leader e di un movimento che da allora in poi ha individuato nelle procure il centro da cui far partire il cambiamento politico del paese. Un filo rosso che lega le monetine del Raphael al Movimento 5Stelle arrivato in Parlamento con una narrazione panpenalista e populista. Insomma, l’indagine di Gratteri ci ha portato di nuovo dentro il conflitto tra politica e magistratura, un luogo molto familiare e domestico qui in Italia. Ma la via d’uscita di questo conflitto non è dentro le procure. O non solo. Una parte della responsabilità è dentro le segreterie dei partiti – o di quello che ne è rimasto – e non perché i politici non siano in grado di vigilare sull’onestà dei propri candidati e del proprio personale – il grado di corruzione di un politico rispecchia quello del paese, né più né meno – ma perché la politica e i partiti sono diventati talmente fragili da non essere più in grado di assorbire un semplice avviso di garanzia senza farsi travolgere e terremotare. Insomma, il potere delle procure non è altro che il frutto di un passaggio di consegne, una delega che nei primi anni ‘ 90 la politica ha firmato in bianco ai magistrati. Sarebbe ora che quella stessa politica ritrovi il coraggio e la forza di imporre il suo ruolo democratico e il rispetto della Costituzione per cui si è colpevoli solo dopo tre gradi di giudizio e non dopo una conferenza stampa di un procuratore.

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 21 gennaio 2021. «Partiamo da qui verso le 4, le 5». «Hai capito? Partiamo con la macchina e... verso le 10 potrei combinare l' appuntamento con quello, ci sbrighiamo poi con quella là, e poi a pranzo siamo con Cesa. Come la vedi?». I progetti del quarantenne imprenditore in odore di 'ndrangheta Antonio Gallo e del suo interlocutore Tommaso Brutto, all' epoca consigliere comunale di Catanzaro, si realizzano dieci giorni dopo questo dialogo intercettato il 26 giugno 2017. Il 7 luglio gli agenti della Direzione investigativa antimafia li vedono pranzare assieme all' ex onorevole Lorenzo Cesa, leader nazionale dell' Unione di centro, e Francesco Talarico, segretario dell' Udc in Calabria, futuro candidato alle elezioni politiche del 2018 (risulterà primo dei non eletti) e assessore al Bilancio nella sua regione fino all' arresto di ieri. Si ritrovano al ristorante romano «da Tullio», frequentato da politici e vip. Per quel pranzo Cesa è indagato per associazione a delinquere con l' aggravante di aver agevolato la 'ndrangheta: secondo l' accusa della Procura di Catanzaro era il terminale politico più alto in grado nella rete di relazioni messa in piedi da Gallo. Il riscontro starebbe in altre intercettazioni, dove Cesa non c' è, ma si parla di lui. Per esempio il 28 giugno 2017, quando Talarico dice che «lui (Cesa ndr ) gli fa conoscere pure ad uno che è inserito in tutti questi Enti...». E Brutto risponde: «Sì, sì, bravo... Una volta che noi gli facciamo il contatto, Antonio (Gallo, ndr ) sa come addentrarsi». Poco dopo Talarico spiega che «lui» (sempre Cesa, ndr ) presenterà a Gallo un amico consulente di vari enti Enac, Eni, Telecom, Anas e tutto «quel gruppo se lo segue». Ma Brutto non si ferma agli affari in Italia: «Dice che ha saputo che Lorenzo (sempre Cesa, ndr ) potrebbe avere contatti anche con politici in Albania dove è conosciuto», e Talarico conferma: «È sicuro, lui da parlamentare europeo può creare buoni contatti direttamente con parlamentari europei».

Brutto: «Questo è pure importante... Una cosa è che ti crea un contatto Cesa in Albania...che là non è come qua, un ministro in Albania gli molli...».

Talarico: «Uuuuhhh... corruzione totale».

In un altro pranzo il 31 gennaio 2018, Gallo è con Talarico e Antonino Pirrello, altro imprenditore inquisito. «Sono stato vicino a Cesa... quindi... sai...», dice Talarico. Poco dopo Gallo chiarisce la sua strategia: «Soldi non ce ne servono, che ne abbiamo... Grazie a Dio lavoriamo, stiamo bene...Però ci serve un referente, se abbiamo bisogno di qualcosa... Non vogliamo imbrogli, sia chiaro... un punto di riferimento...». Per questa ricerca di contatti Gallo, Talarico, Brutto e Pirrello sono indagati anche per voto di scambio politico mafioso: appoggio nella campagna elettorale in cambio di «entrature» nel mondo politico e delle imprese di Stato.

In un' altra riunione romana vicino al Pantheon, il 16 gennaio 2018, Gallo dice a Talarico: «Noi abbiamo bisogno di dare una mano a uno e poi di avere un riferimento...». Con loro c' è pure Natale Errigo, che i magistrati definiscono «imparentato» con la famiglia De Stefano, al vertice della 'ndrangheta reggina, nonché dipendente di Invitalia (ieri sospeso da funzioni e stipendio), il quale chiarisce: «È un do ut des». Subito dopo Gallo chiede a Talarico un contatto con Lazio Innova che, chiarisce Errigo, «è una società in house della Regione Lazio che gestisce i finanziamenti». Dopodiché il dipendente di Invitalia aggiunge: «Siamo completamente... Noi siamo il gruppo... diciamo, che seguiva Antonio (l' ex senatore di Forza Italia Antonio Caridi, arrestato nel 2016 per associazione mafiosa, scarcerato dalla Cassazione e ancora sotto processo, ndr) dappertutto, andavamo... Cioè, per dirne una...andammo anche al compleanno di Berlusconi». Talarico commenta: «Una bella squadra...». E Pirrello chiosa: «Guarda Francesco... io non chiedo né posti di lavoro né niente, però un minimo di attenzione quando... Per essere ricevuto... Questo...». Tutto chiaro. Compreso il fatto - secondo gli inquirenti - che gli interlocutori fossero a conoscenza che Gallo era un referente delle cosche del crotonese e avesse collegamenti pure con esponenti delle forze dell' ordine, come il maresciallo della Guardia di finanza (ora in pensione) Ercole d'Alessandro. Nelle perquisizioni gli hanno trovato migliaia di euro in contanti e orologi di lusso, ma la sua ossessione erano le relazioni e le «entrature». Al punto che un giorno Saverio Brutto, fratello di Tommaso, sbotta: «Dobbiamo vedere come cazzo possiamo fare che Cesa gli fa chiudere qualche cazzo di cosa... hai capito?... Pure che gli prende un appuntamento con Lotito (presumibilmente il presidente della Ss Lazio, ndr ), capito? Cioè, se hai un aggancio importante...».

“Basso profilo”. L’intercettazione del consulente di Invitalia: “Andammo anche al compleanno di Berlusconi”. Da Iacchite il 21 Gennaio 2021. Di Lucio Musolino. Fonte: Il Fatto Quotidiano. Un parente di alcuni esponenti della cosca De Stefano sostiene di aver partecipato in passato a un compleanno di Silvio Berlusconi. Emerge anche questo sullo sfondo dell’inchiesta “Basso profilo” che ha portato all’arresto dell’assessore al Bilancio della Regione Calabria Francesco Talarico e che vede indagato il segretario nazionale dell’Udc, Lorenzo Cesa. “Siamo completamente… noi siamo, noi siamo il gruppo… diciamo, che seguiva Antonio dappertutto, andavamo… cioè per dirne una… andammo anche al compleanno di Berlusconi eh…”. L’Antonio nominato nell’intercettazione è l’ex senatore Antonio Caridi, imputato nel processo “Gotha”, in corso a Reggio Calabria, che gli è costato l’uscita definitiva dall’agone politico. A parlare, invece, è Natale Errigo, consulente di Invitalia ma soprattutto imparentato con esponenti della cosca De Stefano di Archi, a Reggio Calabria. Suo zio acquisito è Totò Saraceno, condannato per ‘ndrangheta nel maxi-processo “Olimpia” perché affiliato alla famiglia mafiosa dei De Stefano-Tegano. Per la Procura di Catanzaro, Natale Errigo è il soggetto al quale l’imprenditore Antonio Gallo si è rivolto per raccogliere i voti, a Reggio Calabria, in favore di Francesco Talarico, candidato alle politiche del marzo 2018. Finito in carcere perché destinatario dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Alfredo Ferraro su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, Errigo è accusato di scambio elettorale politico-mafioso. I pm lo descrivono come un “professionista e consulente di Invitalia, società pubblica di enorme interesse nazionale, il cui vertice, assolutamente estraneo alla indagine, è stato nominato commissario straordinario per l’Emergenza Covid 19, a dimostrazione della importanza dell’incarico ricoperto dall’Errigo”. È lui, per i magistrati, il colletto bianco che “ha mostrato una non comune capacità relazionale interagendo con politici e faccendieri”. Nel comunicato della procura si legge anche che Errigo “risulta essere stato nominato nella struttura del commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza Covid e fa parte del team per la gestione della distribuzione cui è affidata, per l’appunto, la distribuzione dei prodotti (mascherine, dispositivi per la sicurezza individuale, il vaccino anti covid) nonché il contatto con i fornitori e con le strutture destinatarie”. In Calabria c’è chi lo chiama “Nataluccio” e chi “Natalino”. Secondo i pm era qualcosa di più per un candidato di Lamezia Terme come Franco Talarico, che voleva essere eletto deputato e che, per farlo, avrebbe chiesto i voti della cosca De Stefano. I patti, stando alle carte, erano stati chiariti a Roma il 16 gennaio 2018. Nei pressi del Pantheon Talarico incontra il consulente di Invitalia Natale Errigo e l’imprenditore Antonio Gallo, il quale mette le carte in tavola: “Franco a noi ci serve… noi abbiamo bisogno di dare una mano a uno e poi di avere un riferimento… non possiamo fare le cose… nella massima trasparenza”. “È un do ut des” dice Errigo che, il 7 febbraio 2018, un mese prima delle politiche, spiega all’imprenditore Gallo le sue condizioni: “Allora io ti dico subito quelle che sono le mie necessità… io non ho nessuno (inteso verosimilmente come candidato di riferimento)… non ho nessuno… ma io dico… tu fai questo passaggio, vedi un attimo come… perché voglio dire a noi una persona qua ci fa comodo Antonio… ci fa comodo in tutto… a te ma anche a me… a tutti fa comodo avere una.. bravo… uno un problema va e parla… perchè… io ho necessità di avere un punto di riferimento”. Errigo non vuole essere frainteso e mette subito le cose in chiaro con l’imprenditore, che caldeggia la candidatura a deputato dell’ex presidente del Consiglio regionale: “Ti dico subito che cosa ho… che cosa che cosa mi deve dare qui dovrebbe dare Franco Talarico qua… o… un incarico in un organismo di vigilanza… di una società, che è compatibile… ho tutti i requisiti… ho tutti i requisiti… ho tutti i requisiti… 7-8000… 9000 euro all’anno… che voti ho? tutta la mia famiglia Antonio… gli amici stretti… ad Archi (storica roccaforte delle famiglie ndranghetiste De Stefano e Tegano, ndr)… capito che ti voglio dire?… io scendo due giorni prima pure… per andare a raccogliere un po’ di voti… la gente mi sta chiamando ‘Natale a chi dobbiamo votare?’. Sabato mattina prima di andare a votare andiamo da Franco Talarico… io posso garantirti… e ti dico pure i nomi delle sezioni… ad Archi… dove io non parlo ne di 100 ne di 500… la mia famiglia, ci muoviamo sempre in trenta quaranta… onestamente… poi possiamo stare qui a dirci tutto quello che vogliamo… io quando mi viene nella testa, mi gira nella testa chiamo a questo e mi presento mi ha dato il numero Franco Talarico… quando mi gira, quando mi pare a me… nel frattempo prendo l’impegno personale di appoggiare tutto quello che gira su Franco Talarico… come non ci fa quello che ci deve fare… io vengo da te… io vengo da te…”. Gallo comprende al volo la minaccia implicita di Errigo e lo rassicura di avere avvertito Talarico circa il terreno minato su cui si sta muovendo: “Io gli ho detto… (a Franco Talarico) vedi che io mi sto esponendo a Reggio… non vedere che vinci e ti dimentichi… che prendono e ammazzano me… chiaro… c’era pure Tonino (Pirrello l’altro imprenditore indagato, ndr) al discorso… non voglio che poi…”. Questa la presunta risposta del candidato, come riferisce l’imprenditore all’“arcoto” Nataluccio Errigo: “Datemi una mano che io sarò riconoscente perché i voti voi ce li avete non ce li ho io mi ha detto… non è che vado là e me ne scappo”.

Catanzaro, “Basso profilo”. E Floriano Noto disse a Brutto: “Quel finanziere è una testa di cazzo”. Da  Iacchite il 22 Gennaio 2021. Il gruppo delinquenziale composto dal Gallo, dagli esponenti politici e dalle forze dell’ordine deviate è teso alla commissione di un programma delittuoso ben delineato. Le indagini hanno tratto spunto dai contatti captati tra il Gallo, Brutto Tommaso (notoriamente molto vicino a Mimmo Tallini e ai ras della malapolitica catanzarese) e Brutto Saverio e riferiti, tra l’altro, ad un progetto imprenditoriale avviato in Albania per il quale veniva coinvolto anche Ercole D’Alessandro (all’epoca in servizio presso il Goa della Guardia di Finanza di Catanzaro) al fine di trovare contatti ed entrature presso le pubbliche amministrazioni e le strutture politiche albanesi. Il problema da superare sono le indagini in corso contro Antonio Gallo, nelle quali è impegnato un finanziere onesto, il maresciallo Mari. Ciò che emerge da questo incontro è l’interessamento mostrato da Tommaso Brutto per le vicende di Antonio Gallo, interessamento da intendersi ragionevolmente motivato dalla sua importanza ai fini del progetto imprenditoriale in Albania. E così Tommaso e Saverio Brutto si adoperano per recuperare informazioni sulle eventuali indagini in corso nei confronti del Gallo, dispiegando tutti i loro canali di conoscenze. I due si rivolgevano dunque sia al finanziere Ercole D’Alessandro, il quale suggeriva di avere pazienza e attendere l’esito delle attività investigative condotte dal maresciallo della Finanza Mari sia all’imprenditore Floriano Noto, il quale metteva in guardia Tommaso Brutto dal maresciallo Mari, definito “pericoloso e diffidente anche con i suoi colleghi”. Ma chi è Floriano Noto? Il suo ramo è la grande distribuzione, supermercati. La storia del Gruppo AZ, come recita il sito dell’azienda, guidato dalla famiglia Noto, è iniziata circa 40 anni fa. Nel 1979 nacque il primo supermercato AZ a Catanzaro, grazie all’intuito imprenditoriale del commendatore Leonetto Noto e dei suoi figli, Desiderio, Luigi e Floriano. La società catanzarese ha espanso i propri punti vendita, costruendo anche centri di distribuzione, e il proprio marchio nel corso degli anni, fino ad arrivare a legarsi a tutti i grandi gruppi del settore, dall’Auchan, alla Sidis, fino ad arrivare, nel 2017, a costituire la Coop Alleanza insieme al gruppo Coop. Il gruppo AZ spa che fa capo al presidente del Catanzaro ha oggi un fatturato di quasi 265 milioni di euro”. Floriano Noto, inoltre, è anche l’attuale presidente della squadra di calcio del capoluogo, l’Us Catanzaro. Quanto al suo impegno politico, tutti sanno che l’Udc catanzarese è cosa sua e Tommaso Brutto è stato eletto consigliere proprio nella lista dell’Udc formata nome per nome da Noto. Che, come vedremo, ha un rapporto diretto e stretto anche con Francesco Talarico.

Ma ecco la trascrizione della conversazione tra Tommaso Brutto e Floriano Noto.

BRUTTO: “Flo… Allora… per quanto riguarda la Guardia di Finanza…”.

NOTO: “Ah, quello lì dice che è una testa di cazzo quel Mari…”.

BRUTTO: “Aia la Madonna…”.

NOTO: “Ha detto… perché è una testa di cazzo, dice che… è uno stronzo che ad un collega, figurati, l’ha pure registrato…”.

BRUTTO: “Perciò Ercolino (D’Alessandro) se la spagna… pure Ercolino sa questo”.

NOTO: “No, no, ma figurati ti sto raccontando…”.

BRUTTO: “Questo è un po’ particolare…”.

Squilla un telefono e Noto chiede chi sia e Brutto risponde: “Ercole”

BRUTTO: “Ercole vuole parlare con Costanzo (Sergio Costanzo, consigliere comunale della lista “FareperCatanzaro”, che aveva sostenuto nel 2017 lo stesso candidato sindaco dell’Udc, Enzo Ciconte, ndr)… mo glielo porto… Flo… vuole parlare con Costanzo… pomeriggio glielo porto… anche perché (ride) dopo quello che Costanzo ha detto nell’aula… (si riferisce a un intervento in Consiglio nel quale Costanzo aveva rilevato fatti gravi contro l’amministrazione di Catanzaro, ndr)”.

NOTO: “Ehm….”.

BRUTTO: “Io chiamo Gratteri mo’… Io che cosa gli ho detto però ad Ercolino quella sera… “fuite” (scappate) al mattino, se no questi “ammucciano” carte…”.

NOTO: “Nooo, ma assolutamente, no, fanno protocolli pure…”.

BRUTTO: “Alle 8,30 si trova… sono andati 4 finanzieri e si sono prelevati pure la polvere”.

“Basso profilo”. Il braccio destro di Tallini, il finanziere corrotto e l’affare albanese. Da Iacchite il 22 Gennaio 2021. Il gruppo delinquenziale composto dal Gallo, dagli esponenti politici e dalle forze dell’ordine deviate è teso alla commissione di un programma delittuoso ben delineato. Le indagini hanno tratto spunto dai contatti captati tra il Gallo, Brutto Tommaso (notoriamente molto vicino a Mimmo Tallini e ai ras della malapolitica catanzarese) e Brutto Saverio e riferiti, tra l’altro, ad un progetto imprenditoriale avviato in Albania per il quale veniva coinvolto anche Ercole D’Alessandro (all’epoca in servizio presso il Goa della Guardia di Finanza di Catanzaro) al fine di trovare contatti ed entrature presso le pubbliche amministrazioni e le strutture politiche albanesi.

INCONTRO DEL 14 APRILE 2017 TRA TOMMASO BRUTTO ED ERCOLE D’ALESSANDRO

Gli interlocutori discutevano in merito ad una operazione della Dda di Catanzaro denominata “Eumenidi” e il Brutto manifestava il suo sentirsi rassicurato dalla presenza nell’affare del luogotenente.

D’ALESSANDRO: “Sono belle realtà: Romania, Albania, Montenegro, questi paesi qua li conosco tutti”.

BRUTTO: “Dopo che riusciamo qua, vorrebbe mettere piede anche in Polonia…”.

D’Alessandro dice che se uno apre un Brico in Albania fa molti affari basta che “ti metti la manipola, la caldarella… con quattro soldi tu là ti metti a vendere cose che lì non hanno…”.

BRUTTO: “Se ci sei tu, io mi sento più tranquillo, ti dico la verità”.

INCONTRO DEL 24 APRILE 2017

Nel corso della conversazione veniva fatto riferimento al Gallo e a come “fare affari” in Albania. “Tommaso Brutto ed Ercole D’Alessandro parlano di un’attività che terza persona vorrebbe intraprendere a Tirana, una rivendita subito, un magazzino. Ercole dice di caricare i container e basta che sono italiani… D’Alessandro chiede se ha detto (ad Antonio Gallo) dell’apertura del Brico e Brutto risponde che è d’accordo. Tommaso Brutto gli dice che gli deve dedicare lì almeno un giorno a loro…

INCONTRO DEL 26 APRILE 2017

Le conversazioni tra il luogotenente e il politico diventano sempre più confidenziali, arrivando il primo a discutere anche delle indagini in corso nei confronti del Gallo, e delineando le fondamenta del progetto imprenditoriale.

BRUTTO: “Allora, ho parlato di nuovo con Antonio Gallo, praticamente mi ha detto che ha fatto tutto ieri… Doveva vedere un po’ di cose, come rientra il sabato o la domenica ci incrociamo, ma pure alla casa mia per evitare di farci vedere a destra e a manca… Senza contatti non vai da nessuna parte, i contatti ci vogliono Ercolì… che tu apri senza contatti non fai niente… Mi ha dato un nominativo di un collega (tuo) che gli rompe il cazzo… Sai chi è? Si chiama Mari, Mari…”.

D’ALESSANDRO: “Riciclaggio? Cosa gli hanno dato? Mari è quello che sta a Sellia… (alludono al maresciallo Mari, ex comandante della Finanza a Sellia Marina che nel marzo 2015 ha denunciato Gallo e altre persone per reati fiscali legati alle fatture per operazioni inesistenti e altro)”.

BRUTTO: “Lui è un ragazzo pulito… che vuoi comunque qualche contatto ce l’ha (denunciato come imprenditore di riferimento della cosca Trapasso nell’operazione Borderland e controllato su strada in compagnia di Tommaso e Leonardo Trapasso)”.

D’ALESSANDRO: “Questo qua era in contatto con… i Trapasso”

In primis vi sono riferimenti diretti al coinvolgimento di Gallo nell’affare albanese anche alla luce dei suoi preziosi contatti. I due poi discutevano della figura del Gallo, facendo riferimento a “voci” sul suo coinvolgimento in affari illeciti giustificando il medesimo alla luce del fatto che sarebbe normale per un imprenditore avere contatti con gli ambienti della criminalità organizzata. Eclatante è poi il riferimento del militare alla cosca a cui il Gallo sarebbe risultato collegato a seguito delle indagini della Dda e cioè i Trapasso. Tale circostanza, invero, avrebbe dovuto ingenerare in un appartenente alle forze dell’ordine la ferma decisione di prendere le dovute distanze dal soggetto in questione, invece di entrarci in “affari”. Parimenti eclatante poi è quanto riferito dal Brutto allorquando suggeriva di incontrarsi presso la sua abitazione allo scopo di non essere visti in giro. Ebbene, tale accorgimento non può che essere inteso quale stratagemma che si decide di adottare proprio in considerazione della consapevolezza dell’illiceità degli affari in corso.

“Basso profilo”. Il “principino” e Glenda Giglio: una storia d’amore e di mafia. Da Iacchite il 22 Gennaio 2021. Nelle 422 pagine dell’ordinanza dell’operazione “Basso profilo” (o “Profilo basso”) messa a segno dalla Dda di Catanzaro c’è la fotografia della deriva morale della Calabria. E non a caso la figura-chiave di questa inchiesta è un imprenditore rampante chiaramente intraneo al sistema delle cosche ma anche a quello dello stato deviato, visto che può contare sul sostegno di un luogotenente della Finanza e di un maresciallo dei carabinieri. E naturalmente sui soliti politici corrotti sempre a caccia di voti e di visibilità. Ma procediamo con ordine e partiamo dal primo dato: l’imprenditore rampante ovvero il “principino” Antonio Gallo ha un punto debole che lo mette kappaò nonostante predichi il “profilo basso” ed è ‘u pilu… come direbbe Cetto Laqualunque ovvero un’amante… … In primis va rilevata la condotta del Gallo a seguito dell’operazione Borderland. Nell’ambito dell’inchiesta il “principino” veniva coinvolto quale riciclatore dei proventi della cosca Trapasso… e in tale contesto, caratterizzato dal crescere della paura che potesse disvelarsi tutto il retroscena, ben più ricco di quanto emerso all’alba di Borderland, il Gallo iniziava a dispiegare le sue risorse. L’indagato, infatti, prendeva contatti con esponenti delle forze dell’ordine, quali il maresciallo dei carabinieri Antonello Formica e il luogotenente della Guardia di Finanza Ercole D’Alessandro, altra figura cardine di questa operazione. Il motivo del contatto risiedeva nel cercare di reperire informazioni sullo stato delle indagini a suo carico in anticipo, così da poter contenere i rischi. Nel corso di una conversazione con il Formica il Gallo ammetteva di avere rapporti con Carmine Falcone (appartenente alla cosca Mannolo-Trapasso-Falcone-Zoffreo) e tale dato trova riscontro nell’esame del numero dei contatti del “principino” con Falcone o familiari o soggetti gravitanti intorno a lui, e con i Trapasso, che risultano infatti numerosi. La sussistenza e l’importanza dei rapporti con questi soggetti vengono non solo ammesse ma addirittura decantate dal Gallo nel corso di una conversazione con Glenda Giglio (attuale presidente di Confindustria Giovani Crotone), allorquando parlava espressamente del suo rapporto con Nicolino Grande Aracri e Carmine Arena.

GALLO: Gli facevi un baffo sia a Nicolino e sia alla buonanima di Carminuzzo…

GLENDA: Però li conosci tutti eh… in malandrineria…

GALLO: Guarda, tu non hai capito una cosa… allora c’erano due persone che stravedevano per me… uno era (si sente il suono di una mano che batte sull’altra, a significare Mani di Gomma, alias di Nicolino Grande Aracri, ndr)… quello là… e l’altro era la buonanima di Carminuzzu Arena.

Sulla veridicità della conversazione non si ritiene di dubitare, sia per la terminologia usata, sia per il tipo di rapporto sussistente tra il Gallo e la Giglio. I due infatti sono amanti, e tale relazione risulta chiaramente dalle intercettazioni, essendo stati captati anche dialoghi di natura sentimentale e sessuale. Non solo il rapporto sentimentale tra i due, ma anche quello di “affari” e i riferimenti al padre della Giglio, Gennaro Giglio, detto Rino, rendono il tipo di confidenza fatta dall’uomo alla sua amante del tutto attendibile e scevra di qualsivoglia millanteria…Nella conversazione del 15 settembre 2017 tra il “principino” e la Giglio, i due nominavano il Gigliotta, Mister centomila, e i suoi affari con i Trapasso (trasferimenti di somme di 100mila euro da cui deriva il suo pseudonimo), per poi il Gallo decantare la sua capacità di agire senza farsi scoprire. In particolare, il Gallo si vantava di come fosse riuscito a dare il suo contributo alle attivitò della consorteria (ad esempio gestendo qualche azienda per conto della cosca Trapasso) riuscendo al contempo a restare illeso da azioni giudiziarie mantenendo appunto un profilo basso e limitando, anzi annullando, la vita mondana per non attirare l’attenzione a differenza di altri.

GALLO: “No, perché tutti mi dicono che tiro (cocaina, ndr) perché faccio dei ritmi… ma io non tiro, ma la sai qual è la mia rabbia? Questi cornuti qua hanno saputo pure a Verona, perché c’hanno un’azienda, io lavoravo, gli curavo gli acquisti, hanno visto che io andavo a lavorare, sti bastardi venivano e andavano nei night la sera, io non andavo mai nei night… io mi sono salvato per questo, perché io non ho frequentato mai i night, facevo capannone-casa, casa-capannone… e questi bastardi venivano al capannone… tra cui un amico di Natale (Figorilli, marito di Glenda Giglio, ndr), pure un certo Turi Cappa, non so se lo conosci…”.

GIGLIO: “Sì, lo conosco!”

GALLO: “Lo conosci Turi Cappa! Era sotto controllo… oh… quindi veniva Tommaso, veniva Pasquale, andavano al night e io non uscivo apposta”.

Merita attenzione un ulteriore passaggio in cui il Gallo riconosceva di aver corso pesanti rischi in occasioni precedenti: “io l’unica parte che mi potevano incastrare e non mi hanno incastrato in vita mia è stato con Nicolino, con Mani di Gomma… con lui avevo un rapporto stretto ma non facevo niente, non è che io facevo lo ‘ndranghetista, rompevo i coglioni alla gente”… Tale frammento racchiude una forte carica indiziaria poiché manifesta da un lato un riscontro a quanto finora emerso con riferimento alla sua intraneità rispetto alla cosca del Grande Aracri, dall’altro mette in luce la sua personalità, caratterizzata da un’apparente freddezza nell’autogiudicarsi. In altri termini, emerge come il Gallo sia al contempo consapevole di essere uno ‘ndranghetista e negazionista di tale sua appartenenza, quasi illudendosi che gli accorgimenti da lui adoperati siano in grado di escludere, da parte delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria, tale sua appartenenza… Il monitoraggio delle conversazioni tra i due amanti ha messo in risalto altre circostanze… che vedono il coinvolgimento anche di politici quali Francesco Talarico (segretario regionale dell’Ydc, attuale assessore al Bilancio della Regione Calabria e candidato alle Politiche del 2018), per la cui candidatura il Gallo chiedeva appoggio alla Giglio, al pari della richiesta di “entrature” per la partecipazione al bando di gara per le pulizie straordinarie allo scalo aeroportuale di Crotone.

La Giglio, inoltre, a riprova del suo coinvolgimento, metteva a disposizione dell’amante la sua strumentazione per “bonificare” gli uffici e l’auto del Gallo in cui erano state installate microspie…

“Basso profilo”. La lettera-denuncia della segretaria collusa (e delusa): “Associazione mafiosa ad altissimi livelli”. Da Iacchite il 22 Gennaio 2021. 14 gennaio 2018 ore 20. Io Sinopoli Maria Teresa… scrivo tremando dalla paura queste due righe, in virtù di tutto quello che è successo e di cui mi sono resa conto già un anno fa, lavorando per alcune persone, quali Rosa Tommaso, Rolando Russo, Ketty Di Noia, Gallo Antonio e per ultimo Leone Andrea. Ho iniziato circa quattro anni fa a lavorare facendo la segretaria per il Rosa, che era stretto amico del Russo. Dopo aver dimostrato tutta la mia voglia di lavorare, e non meno la forte necessità di guadagnare onestamente il mio seppur piccolo e dignitoso stipendio, mi aspettavo di essere assunta regolarmente ma nonostante la mia incalzante richiesta di ciò, la cosa non è mai avvenuta, al contrario mi ritrovo a rendermi conto che avevo a che fare con persone false, disoneste, imbroglione e soprattutto pericolose, allorquando mi vedo arrivare a casa la Dda di Roma, venendo solo e soltanto in quel momento a scoprire che i miei sospetti erano ampiamente fondati. A quel punto comunico a Rosa Tommaso di non volere avere a che fare con cose illegali, avendo già avuto in passato i miei personali problemi con la Giustizia, ma lui, con tutta la sua prevaricazione, mi comunica che io non avrei potuto fare più nulla, perché per lui e per i suoi compari era stato un gioco da ragazzi falsificare a mia insaputa firme per cose di cui io non immaginavo nemmeno lontanamente l’importanza… accompagnato dalla classica minaccia, velata non più di tanto, che se solo mi fossi azzardata a dire o denunciare qualcosa, avrei messo in serio pericolo la mia vita e quella dei miei genitori. Vivo ormai da quel momento questa situazione… non riesco più a vivere e neanche a respirare… Vengo controllata, seguita, minacciata psicologicamente e fisicamente. Ho seriamente terrore che queste persone attentino alla mia vita, poiché si tratta di individui senza scrupoli, dediti evidentemente in modo seriale alla illegalità e alla criminalità evidenziata dal metodo mafioso… Purtroppo queste sono persone che non hanno paura di niente e di nessuno e che saprebbero sempre come cavarsela, corrompendo ed avendo a che fare con gli esseri peggiori di questa terra a livello di criminali…. In fede, Sinopoli Maria Teresa

Questa lettera veniva rinvenuta nel corso di una perquisizione effettuata l’11 maggio 2018 dalla Guardia di Finanza di Crotone e va considerata anche alla luce delle captazioni delle conversazioni della donna. Tali dialoghi, infatti, conferiscono genuinità alla lettera scritta dalla Sinopoli, eliminando dubbi in merito a eventuali intenti calunniatori della stessa. Va precisato che tale lettera veniva scritta dalla Sinopoli e indirizzata a se stessa, allo scopo (ragionevolmente deducibile) di autotutelarsi. Dunque, da un lato la circostanza della coincidenza tra mittente e destinatario e dall’altro le conversazioni captate conferiscono una valida e piena portata indiziante alla lettera. Ma soprattutto ciò che elimina ogni ragionevole dubbio in merito alla genuinità di quanto scritto dalla Sinopoli nella lettera, è un frammento di una conversazione col fidanzato Faldella Santo, allorquando la donna, a seguito del rinvenimento della missiva, cercava di inventare delle giustificazioni che ne screditassero l’attendibilità. Primo elemento che emerge dalla lettura è l’individuazione esatta dei soggetti di cui la donna ha paura e con cui la stessa ha intrattenuto diversi rapporti per lo più “lavorativi” e cioé Rosa Tommaso, Rolando Russo, Ketty Di Noia, Gallo Antonio e Leone Andrea. In secondo luogo, il fatto che la Sinopoli li definisca “pericolosi” avendo da questi ricevuto minacce ed essendo stata oggetto di pedinamenti e controlli. Infine la falsificazione della sua firma in diverse occasioni. Tale ultimo elemento, peraltro, evoca il tipo di attivitò celata dietro gli schermi societari costituiti dalle cosiddette “cartiere” ad hoc costituite. Trattasi invero di un sistema acutamente creato dagli indagati e che funzionava con le seguenti modalità sinteticamente elencate: 1) emissione di fatture per operazioni inesistenti da parte di società fittizie ad hoc costituite; 2) accumulo di credito Iva in diversi passaggi; 3) prelevamento dei contanti; 4) consegna del contante ai soggetti promotori/organizzatori. Orbene, in seno al sistema così delineato, la Sinopoli rivestiva sia il ruolo di “testa di legno” che di “prelevatrice”. Tra le conversazioni vi è quella avvenuta tra la Sinopoli e sua madre nell’aprile 2018, allorquando la prima diceva: “E’ un’associazione a delinquere di stampo mafioso… ad altissimi livelli, è tutta una rete, capito, sono tutti tra di loro… Valerio Drosi è praticamente il fratello di una che lavora nella Posta dove c’è il Direttore colluso con la sorella collusa… la Posta che gli dà più soldi in assoluto a loro… questo è intoccabile perché ovviamente è il fratello di una che lavora alla Posta… ha una sorella collusa… i rubinetti si sono chiusi… che la locale di Cirò ha chiuso che sono tutti dentro (operazione Stige)… alla fine risulta tutto e poi io sono stata minacciata fisicamente e verbalmente e nessuno può dimostrare il contrario… io non ho nulla da perdere… adesso abbiamo messo insieme i pezzi…”. Tuttavia, la Sinopoli non va considerata alla stregua di una vittima ignara del circuito in cui era inserita, ma tutt’altro. La donna infatti non solo era consapevole della caratura criminale dei soggetti per cui lavorava, ma era al corrente anche della presenza, dietro le quinte, di personaggi ‘ndranghetisti di spicco quali Bagnato Antonio Santo… La Sinopoli non solo è consapevole della caratura criminale dei soggetti ma altresì dell’apporto dalla stessa offerto all’attività del sodalizio rimasto, a parere suo, privo della giusta ricompensa. Pertanto si ritiene che la Sinopoli abbia consapevolmente deciso di delinquere sotto la direzione del Gallo e del Rosa, auspicandosi ed aspettandosi, però, un diverso e più favorevole trattamento remuneratorio e, allorquando tale aspettativa veniva disattesa, la stessa in un primo tempo assumeva un atteggiamento quasi di sfida, per poi spaventarsi delle possibili reazioni dei suoi “capi”…

Calabria, arrestato l’assessore Udc Talarico. Uomo forte di Cesa, fu indagato anche per Arpacal. Da Iacchite il 21 Gennaio 2021. Franco Antonio Talarico, arrestato oggi nell’operazione “Basso profilo” della Dda di Catanzaro, è assessore regionale nella giunta Santelli (ora Spirlì) in quota Udc ed è l’uomo forte in Calabria di Cesa, voluto a tutti i costi dal segretario dell’Udc. E’ stato eletto in Consiglio regionale per tre volte consecutive nella lista dell’Udc (2000, 2005 e 2010), nella circoscrizione di Catanzaro, ed è stato presidente del Consiglio Regionale sotto la guida di Scopelliti dal 2010 al 2014. Alle successive Regionali non fu eletto: una bocciatura che fece molto clamore soprattutto a Lamezia Terme, la sua città. Ma poi è stato “ripescato” nel 2020 nella qualità di assessore. Nel 2018 è stato candidato alle Politiche nel collegio 8 di Reggio Calabria senza essere eletto e secondo l’accusa proprio in quella circostanza aveva stretto accordi di scambio elettorale politico-mafioso con esponenti di spicco della ‘ndrangheta. E sempre in quella circostanza si costruì il “tesoretto” che poi è stato alla base della sua nomina nella giunta Santelli. Nato a Nicastro, ora Lamezia Terme, l’11 gennaio 1967, Francesco Talarico è laureato in Economia e Commercio ed esercita la professione di Dottore Commercialista. È stato anche consigliere comunale a Lamezia Terme dal 1997 al 2000 ed eletto, nel 2008, nel Consiglio Provinciale di Catanzaro. Dal ’97 ha guidato il suo partito a livello provinciale catanzarese: prima da segretario del Ccd e in seguito dell’Udc, di cui è stato tra i fondatori. Al congresso del 2005, Talarico è stato eletto Segretario regionale dell’Udc-Calabria, carica che continua a ricoprire attualmente. Aveva cominciato il suo impegno politico nel movimento Giovanile della Democrazia Cristiana. Per non farsi mancare niente è finito anche nell’inchiesta sull’Arpacal, insieme all’allora presidente Marisa Fagà, ai componenti del Cda Mario Russo e Ida Cozza, e al funzionario di valutazione delle schede relative alle nomine dell’Ente, Rocco. Per la Fagà, Russo e Cozza il sostituto procuratore della Repubblica, Gerardo Dominijanni, titolare delle indagini, ipotizzava il reato di falso in atto pubblico e abuso d’ufficio, quest’ultimo contestato in concorso con Talarico e Sirio. Si trattava di nomine irregolari. Talarico, essendo presidente del Consiglio Regionale, aveva potere di nomina e quindi faceva quel che gli aggradava di più. attestando falsamente per chi doveva entrare nel carrozzone dell’Arpacal il possesso dei requisiti di cinque anni di attività professionale riconducibile all’incarico di comprovata esperienza tecnico scientifica in materia ambientale. Per non parlare delle sue avventure lametine, nelle quali qualcuno ha individuato anche qualche “vruscio di classe” nelle sue estenuanti campagne elettorali.

Operazione contro la 'ndrangheta, arrestata una nostra vecchia conoscenza: l'assessore Talarico. Le Iene News il 22 gennaio 2021. Francesco Talarico, assessore al bilancio della Calabria e segretario regionale dell’Udc, è stato arrestato nell’ambito di una maxi operazione contro l’ndrangheta. Noi de Le Iene lo avevamo conosciuto anni fa, quando era stato accusato da un ristoratore di non aver pagato le cene elettorali organizzate. Francesco Talarico, l’assessore al bilancio della Calabria e segretario regionale dell’Udc, è stato posto agli arresti domiciliari nell’ambito di una maxi operazione contro l’ndrangheta. Secondo notizie di stampa nella stessa operazione risulta indagato anche Lorenzo Cesa, segretario nazionale ora dimissionario dell’Udc, con l’accusa di associazione a delinquere agevolatrice dell'attività mafiosa, la sua casa è stata perquisita. In totale sono 48 le persone arrestate, tra carcere e detenzione domiciliare, su richiesta della procura antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri. Secondo gli inquirenti, “si è venuto a creare un connubio diabolico tra soggetti appartenenti a diverse estrazioni: uomini politici, imprenditori ed esponenti delle forze di polizia”. Al centro dell’inchiesta ci sarebbero gli imprenditori Antonio Gallo - detto “il principino” .- e Antonino Pirrello, ritenuti legati alla ‘ndrangheta. I politici e funzionari pubblici avrebbero, sempre secondo l’accusa, aiutato i due a espandere la loro influenza in cambio di pacchetti di voti. In occasione delle elezioni politiche del 2018 l’assessore Talarico, che all’epoca era candidato alla Camera dei deputati, “offriva il suo appoggio, in cambio di un consistente pacchetto di voti, per introdurre Gallo e Pirrello in ambienti politico istituzionali nazionali”, scrivono i magistrati. Noi de Le Iene avevamo conosciuto Francesco Talarico nel 2014, nel servizio che potete vedere qui sopra. All’epoca Talarico era il presidente del consiglio regionale della Calabria. Noi abbiamo incontrato Salvatore, il gestore di un grande locale a Lamezia Terme: l’uomo sosteneva di aver organizzato un banchetto elettorale su richiesta dello stesso Talarico. “Doveva cominciare la campagna elettorale, e mi ha detto anche come lo voleva organizzata”, ci aveva raccontato Salvatore. A quella cena ne sarebbero poi seguite altre, che secondo l’uomo gli sarebbero costate “130mila euro circa. Non mi ha dato i soldi. Mi ha dato 2.800 euro”. Una versione però contestata dallo stesso Talarico.

Catanzaro. “Basso profilo”. La sintesi di Gratteri: “Gallo aggancia Talarico e Cesa tramite Tommaso Brutto”. Da Iacchite il 21 Gennaio 2021. Il procuratore capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha illustrato nel corso di una conferenza stampa i dettagli dell’operazione contro la ‘ndrangheta “Basso Profilo”, che ha fatto scattare gli arresti domiciliari per l’assessore al Bilancio della Regione Calabria e segretario regionale dell’Udc, Francesco Talarico, e che coinvolge anche Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc, che si è dichiarato estraneo ai fatti ma ha deciso comunque di dimettersi dopo aver ricevuto un avviso di garanzia. «Negli ultimi anni le nostre indagini sono sempre meno contrassegnate da reati come l’omicidio e sempre più da reati che coinvolgono il potere politico ed economico», ha detto Gratteri. «Quella di oggi – ha continuato – è un’indagine che dimostra il rapporto diretto tra ‘ndrangheta, imprenditoria e politica. Epicentro di tutto è l’imprenditore Antonio Gallo, una persona eclettica che lavorava su più piani, che si muoveva con grande disinvoltura quando aveva di fronte lo ’ndranghetista doc, l’imprenditore o il politico. Gallo aveva bisogno di più piani per creare un monopolio sul territorio, per avere la possibilità di vincere gare truccate per la fornitura di prodotti per la sicurezza sul lavoro o per le pulizie anche a livello nazionale. Ed ecco qui che avviene l’aggancio con la politica». L’aggancio sarebbe avvenuto, secondo il procuratore, tramite «l’ex consigliere comunale di Catanzaro Tommaso Brutto e il figlio Saverio, assessore comunale a Simeri Crichi. Attraverso i Brutto, Gallo riesce ad agganciare l’onorevole Francesco Talarico che aveva la necessità di candidarsi alle politiche del 2018. Per non destare sospetto, si candida nel circondario di Reggio Calabria. Ma lì aveva bisogno di voti e il pacchetto di voti a Reggio Calabria chi glielo trova se non Gallo? Compare d’anello di un altro parlamentare reggino, Gallo si rivolge a Bruno Porcino ma anche questo non basta. Si rivolge quindi ad altri due soggetti, Pirrello e Natale Errigo, inquadrati sul piano investigativo e giudiziario come soggetti vicini al clan De Stefano-Tegano. I voti arrivano, ma Talarico comunque non viene eletto per soli 1.500 voti. L’indagine non riguarda solo questo. Ci sarà infatti un successivo incontro a Roma tra Gallo e Lorenzo Cesa, un pranzo nell’estate del 2017 per avere aiuto su appalti di respiro nazionale. In questa indagine troverete inoltre decine e decine di imprese che servono solo per riciclare, false fatturazioni e molto altro». Talarico “era a conoscenza”. Ma Francesco Talarico, assessore al Bilancio della Regione Calabria era a conoscenza di questa attività che l’imprenditore Gallo avrebbe condotto in suo favore? “I risultati dalle nostre intercettazioni e dei nostri riscontri ci fanno dire – risponde Nicola Gratteri – che Talarico sapeva perfettamente che Gallo andava a rivolgersi alla ‘ndrangheta di Reggio Calabria, visto che Talarico ha pensato di candidarsi nel circondario di Reggio Calabria”. Mentre per quanto riguarda il segretario nazionale dell’Udc Lorenzo Cesa “con Talarico erano nello stesso partito e per questo Talarico, per ricambiare per l’interesse nelle elezioni politiche, gli ha organizzato un pranzo per avere la possibilità di ottenere benefici, appalti”.

Gratteri e la bomba Cesa: “I tempi della politica non c’entrano”. Ma le interpretazioni fioccano lo stesso. Da Iacchite il 22 Gennaio 2021. Diciamocelo con tutta franchezza: sui lavori in corso per la costruzione di una nuova maggioranza, è piombata pesantemente l’inchiesta di Gratteri che ha coinvolto il leader Udc, Lorenzo Cesa. Questa è una certezza. Poi è chiaro che alla Camera come al Senato fioccano le interpretazioni sulle possibili conseguenze nell’operazione anti ‘ndrangheta del procuratore di Catanzaro. E’ vero che, riferisce chi conosce il mondo centrista, è soprattutto De Poli a voler restare ancorato al centrodestra, ma – osserva la stessa fonte – è evidente come il ‘blitz’ che ha provocato il primo scossone con le dimissioni di Cesa dalla segreteria del partito, “rischia di ‘liberare’ gli altri due senatori, Binetti e Saccone”, di far sì che siano questi ultimi il ‘volto spendibile’ dell’Udc. C’è chi, sempre nel centrodestra, azzarda sotto voce che l’iniziativa del procuratore capo della Dda, Gratteri, potrebbe giocare a favore dell’esecutivo, altri però danno una lettura contraria, ovvero che le manovre sulla ‘quarta gamba’ rischiano di essere frenate. Insomma, tutto e il contrario di tutto. E Gratteri? Il procuratore di Catanzaro sulle pagine del Corriere della Sera, spiega: “I tempi della politica non c’entrano. Noi abbiamo saputo che dovevamo arrestare l’assessore Talarico, assieme agli altri, quando è arrivata l’ordinanza del gip, all’inizio di gennaio, a un anno di distanza dalla nostra richiesta e a sei mesi dall’ultima integrazione. Le elezioni in Calabria erano fissate per il 14 febbraio, avremmo aspettato il 15 per non interferire sulla campagna elettorale, ma poi sono state rinviate ad aprile: non potevo lasciare arresti in sospeso per decine di persone altri tre mesi”. Gratteri parla così dell’inchiesta in cui è coinvolto anche Cesa dell’Udc, considerato nel limbo dei ‘responsabili’ per la sopravvivenza di questo governo: “Io fino all’altra sera gli ho sentito dire in tv che lui e l’Udc non sarebbero entrati nella maggioranza…”. E anche qui le interpretazioni su questa “sortita” potrebbero essere infinite, ma ci fermiamo. Per ora.

Alessandro Sallusti contro la magistratura: "Cesa indagato? Puntuali come la morte. Certo è solo una coincidenza". Libero Quotidiano il 22 gennaio 2021. Lorenzo Cesa indagato per concorso esterno in associazione mafiosa il giorno dopo che i suoi tre senatori hanno votato contro la fiducia al governo. Un dettaglio che fa riflettere Alessandro Sallusti. Il direttore del Giornale si lascia andare a un amarissimo sfogo: "Puntuale come la morte nei momenti di svolta la magistratura entra a piedi pari sugli stinchi della politica. L'ex segretario dell'Udc è stato indagato per aver frequentato un imprenditore finito nei guai - scrive ripercorrendo la storia -. I fatti risalgono al 2017 ma il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, ha scelto proprio queste delicate ore per recapitargli un avviso di garanzia". Una caso? Sallusti preferisce mettere le mani avanti: "A tutela personale aggiungiamo che la contemporaneità dell'avviso di garanzia a Cesa e la crisi politica che vede lo stesso Cesa ago della bilancia è soltanto e ovviamente una banale coincidenza". Il direttore del Giornale non può però fare a meno di ricordare che "la giustizia ha guardato con grande interesse non solo agli affari e agli intrallazzi della politica ma anche alle sue dinamiche e agli snodi che nulla hanno a che fare con ipotesi di reato". Non si tratta di una leggenda né una malizia, "è purtroppo - conclude - la storia recente di questo Paese".

Lorenzo Cesa, Gratteri: «Macché giustizia a orologeria. L’ho sentito io dire in tv: non entro in maggioranza». Le elezioni sono ad aprile, non potevamo aspettare ancora per gli arresti. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 22/1/2021.

Procuratore Gratteri, la sua inchiesta su ‘ndrangheta e politica esplode nel mezzo di una crisi di governo, e alla vigilia di nuove elezioni in Calabria. Come si fa a non parlare di “giustizia a orologeria”?

«Le giuro che i tempi della politica non c’entrano. Noi abbiamo saputo che dovevano arrestare l’assessore Talarico, insieme agli altri, quando è arrivata l’ordinanza del gip, all’inizio di gennaio, a un anno di distanza dalla nostra richiesta e a sei mesi dall’ultima integrazione. Le elezioni in Calabria erano fissate per il 14 febbraio, avremmo aspettato il 15 per non interferire sulla campagna elettorale, ma poi sono state rinviate ad aprile: non potevo lasciare arresti in sospeso per decine di persone altri tre mesi».

Non poteva attendere almeno la soluzione della quasi-crisi di governo? Cesa e l’Udc sono entrati nel gioco dei “responsabili” in soccorso del premier Conte...

«Io fino all’altra sera gli ho sentito dire in tv che lui e l’Udc non sarebbero entrati nella maggioranza, quindi questo problema non si è posto. Se ora qualcuno vuole sostenere il contrario lo faccia, ma io l’ho sentito con le me orecchie».

Su quali basi accusate Cesa di associazione per delinquere con l’aggravante di aver agevolato la ‘ndrangheta?

«Per i contatti con l’imprenditore Antonio Gallo, noto per essere il collettore della ‘ndrangheta nella provincia di Crotone, che mira ad allargare i suoi affari e le sue attività. E’ arrivato a Reggio Calabria e s’è rivolto al clan De Stefano-Tegano per organizzare la campagna elettorale di Talarico, e poi a Roma per cercare di ottenere appalti di livello nazionale. Per questo organizza, tramite Talarico, un incontro con Cesa. Talarico sapeva perfettamente che Gallo si rivolgeva alle cosche reggine; Cesa e Talarico erano nello stesso partito e quindi, per ricambiare l’interesse per le elezioni, ha organizzato il pranzo».

Però non sapete quello che si sono detti , in quel pranzo.

«In quel momento Cesa era deputato europeo e non lo potevamo intercettare. Però sappiamo da altre conversazioni che in quell’occasione hanno discusso di appalti con Anas, Enel e altri enti statali per far lavorare Gallo. C’è un’intercettazione in cui Talarico parla di Cesa, delle fornire di Gallo e del 5 per cento... In altre Gallo dice chiaramente che c’è un accordo, e che è salito a Roma appositamente per incontrare Cesa».

Ma restano sempre dialoghi tra terze persone che parlano di lui. La sua voce non c’è mai.

«E allora che facciamo, stiamo fermi e non chiediamo niente a nessuno? Non si tratta di amici al bar che parlano di calcio, bensì di imprenditori legati alle cosche che parlano di politica e rapporti con i politici. L’incontro con Cesa c’è stato, come posso non chiederne conto?».

Agli atti avete messo pure l’intercettazione di un arrestato che dice di aver incontrato il senatore Pierferdinando Casini, il quale gli avrebbe detto “qualunque cosa avete bisogno in Albania...”

«Su quello però non c’è alcun riscontro, sono parole che non sappiamo se corrispondono alla realtà e che da sole non significano niente, tant’è che il senatore Casini non è nemmeno indagato. Noi ci basiamo sui fatti riscontrati e dobbiamo procedere con le verifiche, perché quest’inchiesta rappresenta un ulteriore passo avanti nell’evoluzione della ‘ndrangheta nelle sue relazioni con il potere».

In quale direzione?

«Quella che porta un’organizzazione criminale a entrare nei salotti buoni della società grazie a imprenditori, avvocati, notai come quello coinvolto in questa indagine, il più noto di Catanzaro, ed esponenti politici di livello regionale e nazionale. Ci sono rapporti diretti con la pubblica amministrazione, coltivati da professionisti che hanno piena consapevolezza di avere interlocutori espressione della criminalità».

Ma perché le indagini della sua Procura con decine o centinaia di arresti, vengono spesso ridimensionate dal tribunale del riesame o nei diversi gradi di giudizio?

«Noi facciamo richieste, sono i giudici delle indagini preliminari, sempre diversi, che ordinano gli arresti. Così è avvenuto anche in questo caso. Poi se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni».

Che significa? Ci sono indagini in corso? Pentiti di ‘ndranghetisti che parlano anche di giudici?

«Su questo ovviamente non posso rispondere».

Alessia Candito per repubblica.it il 21 gennaio 2021. Politici, imprenditori, boss di primo livello. E fra gli indagati anche il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, la cui casa romana è stata perquisita e passata al setaccio questa mattina dagli uomini della Dia di Maurizio Vallone. È una maxi-operazione da decine di arresti quella eseguita oggi su tutto il territorio nazionale su richiesta della procura antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri e per ordine del giudice. In manette sono finiti maggiori esponenti delle ‘ndrine tra le più importanti di Crotone, Isola Capo Rizzuto e Cutro come “Bonaventura” “Aracri”, “Arena” e “Grande Aracri”, nonchè di imprenditori di spessore ed esponenti della pubblica amministrazione collusi con le organizzazioni criminali. L'indagine "basso profilo" ha accertato movimenti illegali di denaro per oltre trecento milioni di euro. Oltre alle misure cautelari, la Procura della Repubblica di Catanzaro ha disposto l'esecuzione di numerosi sequestri di beni aziendali, immobili, autoveicoli, conti correnti bancari e postali per un valore che è stato definito "ingente". Secondo le prime indiscrezioni, 13 persone sono finite in carcere e 35 ai domiciliari, tutte accusate a vario titolo di riciclaggio, turbativa d’asta, intestazione fittizia di beni ed associazione mafiosa. Fra loro, nomi noti della politica, dell’imprenditoria e delle professioni di Catanzaro, ma anche funzionari, dipendenti pubblici e politici. Quarantanove gli indagati. Il patrimonio sequestrato “torna nelle casse dello Stato ed è un reale recovery fund che deve essere sempre attivo” dice il presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra. “Un plauso sincero a questo immane sforzo investigativo che, la Commissione Antimafia ha potuto seguire grazie al lavoro del suo ufficiale di collegamento DIA colonello Luigi Grasso” spiega in una nota. “Questi arresti dimostrano che lo Stato non solo è presente ma è anche più forte e tenace".

Cesa molla Conte, autogol Gratteri: “Avevo l’ordinanza da inizio gennaio, Udc non è entrato in maggioranza…” Fabio Calcagni su Il Riformista il 22 Gennaio 2021. Nega che la sua sia una inchiesta ad orologeria, ma allo stesso tempo svela che su Lorenzo Cesa “fino all’altra sera gli ho sentito dire in tv che lui e l’Udc non sarebbero entrati nella maggioranza, quindi questo problema non si è posto. Se ora qualcuno vuole sostenere il contrario lo faccia, ma io l’ho sentito con le mie orecchie”. Il procuratore antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri prosegue il suo show mediatico dalle colonne di Corriere della Sera e Repubblica, i due quotidiani che stamane danno ampio risolto all’inchiesta “Basso profilo” che ieri, dopo il maxi spiegamento di quasi 300 poliziotti, ha portato all’arresto di 48 persone (13 in carcere, 35 ai domiciliari) per presunte collusioni con la ‘ndrangheta. Il nome noto, notissimo, è quello dell’ormai ex segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, perquisito e indagato per associazione a delinquere con aggravante mafiosa: Cesa da giorni è in ballo, come il suo partito, come possibile “quarta gamba” del governo Conte per rimpiazzare l’uscita dei renziani di Italia Viva. Nell’intervista a Repubblica, in alcuni passaggi, c’è da rimanere di sasso. “I processi si fanno nelle aule di giustizia. A me le chiacchiere non interessano”, dice il procuratore Gratteri proprio su uno dei più importanti quotidiani italiani, mentre sul diretto concorrente, il Corsera, esce una seconda intervista (non dimenticando la sua costante presenza in tv). Sul Corriere destano stupore quindi le parole sulla tempistica dell’ultima indagine che riguarda anche Cesa, corteggiatissimo dalla maggioranza per fare da "stampella" dell’esecutivo in Senato. Il Gratteri-pensiero, come da intervista a Giovanni Bianconi, è inquietante: il procuratore antimafia di Catanzaro indaga Cesa perché non è entrato in maggioranza? Ma sulle tempistiche dell’inchiesta altro scenario inquietante arriva ancora dalle parole di Gratteri, che sempre al Corriere dice di aver saputo che “dovevano arrestare l’assessore Talarico, insieme agli altri, quando è arrivata l’ordinanza del gip, all’inizio di gennaio, a un anno di distanza dalla nostra richiesta e a sei mesi dall’ultima integrazione”. Infine un passaggio sui flop registrati fino ad oggi dalle inchieste portate avanti dal magistrato idolo di Travaglio e Movimento 5 Stelle. Come noto, l’ampiamente pubblicizzata ‘Rinascita Scott’, partita con una richiesta di 334 ordini di cattura, è stata poi decimata dal gip, dal Riesame e dalla Cassazione, quindi “rabboccata” col blitz dal nome “Imponimento” che portò a casa altri 158 indagati, di cui 75 subito in manette. Per Gratteri non ci sono problemi se le sue inchieste vengono ridimensionate dopo gli arresti show: “Noi facciamo richieste – si giustifica dalla colonne del Corriere – sono i giudici delle indagini preliminari, sempre diversi, che ordinano gli arresti. Così è avvenuto anche in questo caso. Poi se altri giudici scarcerano nelle fasi successive non ci posso fare niente, ma credo che la storia spiegherà anche queste situazioni”.

Cesa e Talarico indagati senza uno straccio di indizio. L’ultimo blitz di Gratteri? Per dare ossigeno a Rinascita Scott e catturare titoli sui giornali. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 22 Gennaio 2021. “Dobbiamo vedere come cazzo possiamo fare che Cesa gli fa chiudere qualche cazzo di cosa”. Dovrebbe bastare questa dichiarazione di Tommaso Brutto, consigliere comunale a Catanzaro, intercettato a casa sua mentre parla con Francesco Talarico, responsabile regionale dell’Udc, per capire che Lorenzo Cesa non solo non ha avuto niente a che fare con le cosche mafiose, ma neanche con accordi pre-elettorali in Calabria. Siamo negli ultimi mesi del 2017, Francesco Talarico spera di andare in Parlamento con le elezioni politiche del 2018 (non ci riuscirà per 1.500 voti), si candida nel collegio di Reggio Calabria. Si dà da fare con Tommaso Brutto, che è consigliere comunale da vent’anni, e con suo figlio Saverio, cui promette il ruolo di suo assistente parlamentare, in caso di elezione. Entra in contatto anche con un imprenditore particolarmente eclettico, Antonio Gallo, detto “il principino”, uno di quelli che conoscono un po’ tutti, che si danno da fare per tutti, tanto che nelle intercettazioni si dice di lui che è “generoso”. Si combina un incontro con l’europarlamentare Lorenzo Cesa, allora come oggi segretario dell’Udc, e il 7 luglio 2017 i quattro (Talarico, i Brutto padre e figlio e l’imprenditore) partono per Roma. Del pranzo, delle conversazioni, di eventuali impegni, ci sono solo deduzioni, nessuna captazione. Ma dovrebbe essere abbastanza chiara l’inutilità di quell’incontro, se tre mesi dopo (l’intercettazione ambientale è del 25 ottobre dello stesso anno) Tommaso Brutto dirà quella frase e se, in un’altra captazione, quando siamo ormai al gennaio del 2018 a Reggio Calabria, lo stesso Gallo si mostrerà solo interessato a un incarico in qualche organismo di vigilanza da 7-8-9000 euro all’anno. Che non gli arriverà. Che cosa c’entra dunque Lorenzo Cesa, perquisito e indagato per associazione per delinquere con l’aggravante mafiosa, in un’inchiesta (modestissima) dal nome “Basso profilo”, che ha portato in carcere 13 persone, ne ha messo ai domiciliari altri 35, ma ha impegnato nel rastrellamento oltre trecento uomini delle forze dell’ordine con l’impiego di elicotteri? La presenza del suo nome nelle 422 pagine dell’ordinanza del gip Alfredo Ferraro, pare destinata soprattutto a catturare i titoli di giornale. Ma è sicuro al cento per cento che ne uscirà completamente scagionato. Quando? Intanto si è già dimesso dalla segreteria dell’Udc recitando la consueta giaculatoria del “ho piena fiducia nella magistratura”, cosa che gli è stata rimproverata (ci associamo) dal solo Gianfranco Rotondi, uno di quelli che ne hanno visto tante e si sono irrobustiti la spina dorsale. E poi, soprattutto in un momento così delicato per la vita politica, supponiamo che Cesa d’ora in avanti dovrà passare le giornate più in compagnia dei suoi legali che degli amici di partito. La vita ti cambia, quando hai sul collo il fiato di un magistrato. E ha poca importanza il fatto che tu sappia di essere estraneo alle accuse che ti vengono contestate. Anche perché la gran parte degli amici, credendo di aiutarti, comincia a dirti che saprai dimostrare la tua innocenza. Come se non spettasse al titolare dell’accusa, si chiami Gratteri o Rossi o Bianchi, dimostrare con qualche supporto la validità della sua ipotesi. Ma non è abitudine indagare, e spesso anche arrestare, portando prove a supporto dell’ipotesi accusatoria. Spesso neanche da parte del giudice per le indagini preliminari. Ormai in tanti, e anche il dottor Alfredo Ferraro che ha scritto l’ordinanza di ieri, invocano una sentenza della cassazione che li autorizza a copiare pedissequamente le richieste del Pm, per giustificare la propria mancanza di “creatività”, cioè di presa di distanza dall’accusa, in questo caso dalle richieste del procuratore Gratteri. Il quale, come suo solito, contrabbanda il Mini per Maxi. Sguinzaglia centinaia di uomini dall’Aspromonte alla Sila fino alle terre di mezzo a caccia di pastori, poi dice: ”L’indagine di questa mattina è la sintesi di quello che diciamo ormai da decenni: la ‘ndrangheta spara meno però corrompe e ha sempre più rapporti nel mondo dell’imprenditoria e nel mondo della politica”. Che è un po’ come rimpiangere il fatto che non ci sia più la mafia di una volta. O che la mafia in realtà non è più mafia. Ci sono affari o corruzioni che vengono, spesso arbitrariamente, definiti “mafia” ma che sono altro. Come è capitato a Roma, con l’abbaglio di “Mafia Capitale”. La retata di ieri infatti si chiama “Basso profilo”, a indicare che ci troviamo di fronte a capi-mafia che agiscono come registi occulti, che dirigono i lavori (illegali) senza mostrarsi ma poi raccolgono i frutti. Il leader indiscusso di questo comportamento sarebbe Antonio Gallo, il “principino”, uno che non è inserito nell’organizzazione di alcuna ‘ndrina, ma ha rapporti un po’ con i capi di tutte quelle conosciute in Calabria. Il che, sostiene il procuratore Gratteri e il gip (autorizzato dalla cassazione) concorda, lo qualifica non come un mero aderente alle cosche, ma come un vero promotore. Infatti Gallo conosce tutti i capi, interloquisce, “alimenta le bacinelle delle cosche”, è un imprenditore intoccabile, recluta prestanome, appiana contrasti, fa regali, invita al proprio matrimonio, si preoccupa per la indagini della Dda. Facile lavoro per il suo legale contestare questa interpretazione del suo ruolo, se non fossimo nella Calabria del dottor Gratteri. Ammesso che l’avvocato di Gallo riesca a parlare con il suo assistito in carcere. Visto che è stato proibito a tutti gli indagati di conferire con i legali per cinque giorni. Tutti si stanno domandando il perché. La speranza di metterli l’uno contro l’altro? Di costruire un “pentito”, che magari ricordi a modo suo il tenore di quella conversazione al ristorante di Roma cui partecipò anche Lorenzo Cesa? Certo che l’operazione di ieri ha dato anche una piccola boccata d’ossigeno al processo “Rinascita Scott” in corso nell’aula bunker di Lametia, dove sono stati riunificati tre diversi tronconi d’inchiesta e dove il procuratore Gratteri ha riversato tra le carte dell’accusa la deposizione del “pentito” Cannatà, che ha svelato come strategia difensiva di diversi imputati il fatto di scegliere il rito ordinario (in molti hanno optato per l’abbreviato) contando sulla scadenza dei termini della carcerazione preventiva. Il procuratore Gratteri ha quindi voluto mettere a verbale la necessità di correre, correre, correre per evitarlo. Ora, poiché il reato non si celebra in corte d’assise e non ci sono imputati accusati di fatti di sangue (del resto ormai la ‘ndrangheta non spara più, giusto?), il suo timore parrebbe fondato. Ma non è vero, dicono gli avvocati, stiamo parlando di scadenze a tre anni. E allora, qual è il problema? Tenere sempre alta la tensione? E ogni tanto, quando l’attenzione di ammoscia, risollevarla con una nuova operazione? Però Mini, non Maxi. Il Maxi era solo quello di Falcone. Grrr

Cesa, dalla Dc a Berlusconi. La parabola di un mercante di potere. Filippo Ceccarelli su La Repubblica il 21 gennaio 2021. Gli esordi nello scudocrociato, i guai giudiziari, la trasmigrazione nel centrodestra. Per qualche giorno ha anche avuto tra le mani il destino del governo Conte. Storia di un personaggio mai troppo sotto i riflettori ma sempre ottimo imprenditore di se stesso. Fa ancora più impressione, oggi, pensare che per qualche giorno i destini d'Italia sono stati in mano a Lorenzo Cesa, che conosce tutti, parla con tutti, a tutti promette qualcosa, ma poi si fa i fatti suoi. Anche questa volta deve aver lasciato intravedere se stesso e il simbolo ormai stilizzatissimo dello scudo crociato al presidente Conte, per poi negarsi, però magari in futuro, da cosa nasce cosa, mai dire mai, eccetera. La politica in genere è noiosa, ma ha sempre i suoi lati curiosi, per cui è probabile che gli abbiano offerto il ministero della Famiglia, amministrazione invero piuttosto misteriosa, ma che nel caso di Cesa avrebbe permesso di rievocare non solo l'importanza che nella sua vita ha assunto la sua, di famiglia - il papà roccioso e longevo sindaco di periferia, la moglie e il figlio coinvolti nei cospicui e sempre più vasti interessi di casa - ma anche l'unica e indimenticabile uscita che gli attirò l'attenzione del vasto pubblico. E dunque: quando nella primavera del 2007 un deputato dell'Udc, il pugliese Cosimo Mele, fu pizzicato all'hotel Flora con due escort, la cocaina e una di loro, soprannominata “Porcahontas”, si sentì male, ecco che per cavarsi d'impaccio, Cesa non trovò di meglio che proporre, contro simili incidenti, la soluzione del ricongiungimento famigliare, appunto, con il che si sarebbero potute utilmente ospitare a Roma, a spese dello Stato, le mogli dei parlamentari in trasferta in modo da non farli sentiti soli e cadere in tentazione. Ora, le accuse di giornata assumono un rilievo meno divertente. E tuttavia, a conoscerlo e rivederlo di persona, l'aria sardonica accentuata dall'occhio un po' da pesce, è difficile immaginare Cesa stringere patti con gente sanguinaria. O almeno: trenta e più anni fa, era il classico ragazzo democristiano del paese profondo, l'elevata Arcinazzo, là dove la campagna romana s'inerpica verso la Ciociaria, per vocazione e tratto genetico affiliato alla corrente dorotea, a denominazione lazial-petrucciana, poi una volta nella capitale apprendistato presso la prestigiosa bottega di Toni Bisaglia e in seguito alla morte di questi esperienza di portaborse di Prandini, che era un tipetto molto svelto e intraprendente, anzi troppo. Per cui nel crudo frangente di Mani Pulite il giovane Lorenzo dovette pagare il suo tributo alla fedeltà e venne arrestato per bustarelle Anas - ma poi prescritto. Altre volte ha avuto a che fare con la giustizia, sempre prosciolto. E' un uomo dal buon carattere, resistenza tipo caucciù. Alieno dall'apparire, diffidente rispetto a lustrini, coriandoli, fumogeni, poche letture, niente discorsi, zero tv. Grande organizzatore, piuttosto, ottimo gregario e uomo-ombra, misuratore e stratega del fatturato elettorale, scienza e intuito del rendimento voto per voto, seggio per seggio, la politica come arte di mescolare le promesse e gli interessi senza andare troppo per il sottile, tutto fa brodo nell'eterno underground del consenso senza aggettivi. E tuttavia quando si sente dire “Ah, ci fossero i democristiani!”, basta pensare a Cesa e l'entusiasmo si spegne, la nostalgia si ridimensiona. Perché quella sua grigia capacità elettorale rischia di farsi fantasmagorica nel campo degli affari. Fra i due ambiti, tanto più nel tempo del grande disincanto, il confine è mobile, incerto, rarefatto; ma se i voti fanno i soldi, i soldi fanno i voti. Così viene da pensare che sarebbe stato, anzi in qualche modo è stato un buon imprenditore o impresario di se stesso, là dove il doppio ruolo di eurodeputato e segretario di un partitello di maggioranza ormai autonomo perfino da Pierfurby Casini ma senza averci litigato, facilita senz'altro le cose. Compreso che la comunicazione rende, fonda una società, Global Media, che “fa eventi”: convegni, pubbliche relazioni, service, lobby; poi la vende e ne perfeziona un'altra, dal nome più pretenzioso, “I Borghi”, che arriva a gestire l'Auditorium. Sia nell'uno che nell'altro caso, i clienti sono quasi sempre enti che con la politica hanno parecchio a che fare: Sip, Anas, Enel, Alitalia, Finmeccanica, poi comuni, province, regioni con i loro sterminati circuiti meta-clientelari. Poi cede anche i “Borghi” e sempre più si accosta a Berlusconi, benigno imperatore di tutti i mercanti del potere. Ma senza sfarzo, in mesta penombra post-clientelare. Nel profilo Instagram, alimentato senza fantasia, perennemente in cravatta fra modeste torte, banchetti all'antica e le immancabili Frecce tricolori, Cesa celebra il ricordo dell'ultima campagna elettorale in Calabria. Insieme e con il suo amico e uddiccino Franco Talarico, oggi agli arresti, si fa un selfie su sfondo marino; e dispiega il faccione in una specie di sorriso che si direbbe innocente, si direbbe imprudente, si direbbe l'enigma sfuggente del potere che un giorno va e l'altro no.

Voti e affari: la rete di Lorenzo Cesa in Calabria. Nelle carte dell'inchiesta di Gratteri tornano i rapporti fra crimine organizzato e politica, mediati dai gradi di separazione. Fra clan di 'ndrangheta, Libano e Internazionale Dc ci sono gruppi imprenditoriali di livello nazionale. E persino un consulente Invitalia. Gianfrancesco Turano su L'Espresso il 21 gennaio 2021. Come minimo la Calabria non porta bene a Lorenzo Cesa. Ai tempi di Luigi De Magistris pm Catanzaro, il segretario dell'Udc uscì indenne dalle indagini dell'attuale collega che si è candidato alla regione Calabria dopo avere fatto il sindaco nella sua Napoli. Poi ci fu l'intricata vicenda di Claudio Scajola, ex ministro forzista arrestato per avere contribuito alla fuga di Amedeo Matacena junior, e di Marcello Dell'Utri, scappato da una condanna per mafia nel Libano dove troneggiava la figura di Amin Gemayyel, ex presidente della repubblica, ras della Falange cristiano-maronita ed elemento di spicco dell'Internazionale Democristiana con lo stesso Cesa. Del resto, Cesa è un puro prodotto del vivaio Dc con regolare arresto ai tempi della prima Tangentopoli quando era pupillo di Giovanni Prandini, vorace ministro dei lavori pubblici, e suo monomandatario all'Anas. La Calabria, portatrice di voti, è sempre stata un male necessario per l'ex europarlamentare nativo di Arcinazzo, paese di un migliaio di anime fra la provincia di Roma e la Ciociaria. Lo è stata almeno fino a maggio del 2019, quando Cesa non è stato confermato a Strasburgo e si è dovuto accontentare di piazzare il suo collaboratore nella giunta Santelli eletta un anno fa. Si tratta del commercialista Francesco Talarico, messo agli arresti giovedì 20 gennaio nell'operazione “basso profilo” della Dda di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri. I maligni romani osservano che adesso i tre senatori Udc sono più aggredibili dalle sirene del rimpasto contiano a palazzo Chigi. I maligni calabresi notano che la voce di Cesa su Wikipedia è stata aggiornata con pochi minuti dopo il lancio della notizia sui siti. Si presume, non da lui che si è dimesso dalla guida dell'Udc ma si proclama innocente ed esprime fiducia nella magistratura. A guardare con occhio spassionato la richiesta di misure cautelari, l'ex europarlamentare non dovrebbe correre troppi rischi. Il suo interessamento benevolo verso l'associazione criminale vera e propria sembra limitato a qualche incontro con la frangia imprenditoriale e alle dichiarazioni di Ercole D'Alessandro, maresciallo della Guardia di finanza ed ex braccio destro di polizia giudiziaria di Gratteri, quando il magistrato che lo ha spedito in galera era procuratore aggiunto a Reggio Calabria. D'Alessandro non dice sempre la verità, anzi a volte millanta. Lo fa, per esempio, quando indirizza il suo nuovo datore di lavoro dopo il pensionamento dalla Gdf, il palermitano Luciano Basile proprietario della Sicurtransport, al manager della Sacal e gestore dell'aeroporto di Lamezia per ottenere un appalto. Il manager, che è l'ex numero della Dia Arturo De Felice, cade dalle nubi di fronte alle strizzate d'occhio di Basile. Altre volte però l'inchiesta si avvicina alla sostanza dei veri rapporti d'affari, quelli che qualificano il crimine organizzato calabrese molto al di là del narcotraffico e delle estorsioni. È un terreno dove, da sempre, gli investigatori cercano soddisfazione trovandola raramente. Più si sale, più ci si confronta con figure capaci di applicare i gradi di separazione. Così, una volta ancora, emerge il rapporto molto stretto fra Cesa e Antonio Speziali, figlio dello scomparso parlamentare forzista Vincenzo, fondatore della Calme (cementificio) e componente del consiglio di reggenza di Bankitalia in quanto presidente della Popolare di Crotone. Antonio Speziali, 59 anni, è primo cugino di Vincenzo junior, residente a Beirut e sposato con una parente di Gemayyel, pedina fondamentale della rete dei fuggiaschi Matacena e Dell'Utri, secondo Giuseppe Lombardo, aggiunto della Dda reggina. Speziali è un nome che conta nell'imprenditoria nazionale. Ha soci locali come il gruppo Archinà ma lavora, o lavorava perché i fatti sono soprattutto riferiti al 2017, con Impregilo, Astaldi, Vianini, Pavimental (gruppo Autostrade) e Komatsu, che nel documento giudiziario viene storpiata in Comasso o Comazzo. Ha rapporti con Finmeccanica e un accesso all'Anas grazie a Rocco Girlanda, forzista ma vicino a Cesa. Eppure un collaboratore di giustizia del clan lametino Iannazzo-Cannizzaro-Da Ponte dichiara al pm catanzarese Domenico Guarascio: «Giovanni Trapasso mi diceva: non fategli truffe ad Archinà, è un amico. I lametini mi dicevano: non vi prendete il cemento da Speziali e non glielo pagate, che Speziali è una persona vicina a noi. Cioè queste forme di rispetto noi le abbiamo, tra virgolette». Il quadro non si ferma al catanzarese ma arriva fino allo Stretto. Sono finiti in carcere per l'appoggio elettorale a Talarico e per il comitato d'affari, Antonino Pirrello e Natale Errigo, 34 anni, imparentato con la cosca apicale De Stefano di Archi e consulente di Invitalia di Domenico Arcuri. È una delle piste più promettenti dell'inchiesta.

Blitz in Calabria, indagato Cesa. Gratteri: «Rapporto diretto tra 'ndrangheta e politica». Nella maxi operazione in tutto il territorio nazionale coinvolto anche il segretario nazionale dell'Udc, che si è dimesso. Il procuratore: «Quella di oggi è un'indagine dove appieno si dimostra il legame tra mafia e potere senza infingimenti». Lirio Abbate su L'Espresso il 21 gennaio 2021. I politici continuano ad andare a braccetto con la ‘ndrangheta. Lo raccontano le registrazioni di conversazioni intercettate di recente a cui si aggiungono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che hanno affidato i loro segreti alla procura di Catanzaro, i quali hanno sviluppato inchieste e riscontrato le accuse. Ed è così che Lorenzo Cesa, segretario nazionale dell’Udc - incarico da cui oggi si è dimesso - classe 1951, europarlamentare e capo delegazione del gruppo del partito popolare europeo dei deputati Ucd- Ncd- Svp, si trova indagato di associazione per delinquere nell’inchiesta che riguarda le cosche del crotonese. L’indagine, come spiega Nicola Gratteri, «dimostra appieno il rapporto diretto, questa volta, tra 'ndrangheta, imprenditoria e politica». «Ci sono oltre 150 pagine di capi di imputazione per tantissimi reati, tra cui associazione per delinquere, voto di scambio, intestazione fittizia di beni, appalti, turbative, rivelazioni del segreto istruttorio, quindi tutta la gamma dei reati tipici che negli ultimi anni stiamo vedendo emergere sempre più nel corso delle nostre indagini, indagini di mafia in cui ci sono sempre meno omicidi, ci sono sempre meno reati violenti ma sempre più reati che riguardano il potere politico e sempre più reati che riguardano il potere economico» dice il procuratore, il quale aggiunge: «Questa indagine è la concretizzazione di cose che abbiamo anticipato anche 15-20 anni fa rispetto alle nostre sensibilità, conoscenze o percezioni. Quella di oggi è un'indagine dove appieno si dimostra il rapporto diretto, questa volta, tra 'ndrangheta, imprenditoria e politica, senza infingimenti ma con la piena consapevolezza che chi era di fronte aveva già avuto precedenti penali o era già espressione delle famiglie di elite della 'ndrangheta della provincia di Crotone». I fatti fanno riferimento al 2017, quando Cesa era eurodeputato dell'Udc, e d'intesa con Francesco Talarico (oggi assessore regionale in Calabria, arrestato nella stessa operazione e all'epoca segretario regionale dell'Udc) per gli inquirenti avrebbe aiutato due imprenditori, indagati nella stessa inchiesta e ritenuti legati a cosche del crotonese e del reggino a ottenere appalti nel settore della fornitura di materiali per l'antiinfortunistica. Cesa, secondo i pm guidati dal procuratore Nicola Gratteri, «si impegnava ad appoggiare il gruppo per soddisfare le mire dei sodali nel campo degli appalti. Con le condotte in parola contribuivano a salvaguardare gli interessi delle compagini associativa di tipo 'ndranghetistico di riferimento, in particolare le cosche dell'alto jonio catanzarese e del basso jonio crotonese». L’inchiesta fa emergere non solo il coinvolgimento – secondo gli inquirenti - dei politici locali e nazionali ma anche le trepidazioni dei clan: «Sono stati registrati timori dai componenti dell'organizzazione sia verso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, dalla cui scelta di collaborare venivano prese le distanze, sia nei confronti della Dda di Catanzaro e della persona del Procuratore Gratteri definito dagli stessi componenti dell'organizzazione persona seria che stava scoperchiando 'il pentolone' anche se in modo, a loro dire, esagerato». «Il timore verso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia si è rivelato più che mai giustificato perché proprio quelle dichiarazioni hanno consentito non tanto di scoprire, quanto di 'verificare' risultanze di indagine già supportate da prove e riscontri», scrivono i pm. E così appena gli investigatori si sono presentati all’alba nell’abitazione di Cesa per perquisirla, il politico ha diffuso una nota: «Ho ricevuto un avviso di garanzia su fatti risalenti al 2017. Mi ritengo totalmente estraneo, chiederò attraverso i miei legali di essere ascoltato quanto prima dalla procura competente. Come sempre ho piena e totale fiducia nell'operato della magistratura. E data la particolare fase in cui vive il nostro Paese rassegno le mie dimissioni da segretario nazionale come effetto immediato». Nei giorni scorsi Lorenzo Cesa era entrato nella discussione politica sulla crisi del governo, e aveva dichiarato: «Non ci interessa fare da stampella a maggioranze raccogliticce». E spiegava in una intervista che: «Nella nostra identità democratico-cristiana dialoghiamo e diciamo la nostra. Abbiamo sempre sostenuto che un progetto fatto così, con maggioranze raccogliticce, con la caccia all'ultimo voto, non è utile al Paese. Non ci interessa fare la stampella. Questo lo abbiamo detto alle personalità estranee dalla politica, autorevoli e appartenenti a vari mondi, che ci hanno chiamato, confrontandoci sul quadro politico drammatico che si è venuto a creare». Cesa è diventato segretario dell'Udc nel 2005, eletto all'unanimità, per alzata di mano. Nel momento dell'insediamento, Pier Ferdinando Casini, anche lui Udc, è presidente della Camera dei deputati. L'Udc è in alleanza con la Casa delle Libertà, a cui chiede di scommettere di più sulle ragioni del partito. Due grandi questioni politiche, all'epoca, in mezzo alle altre, sul tavolo: la legge elettorale proporzionale e la modifica della legge sulla par condicio. Nel 2014 lascia il parlamento italiano optando per la carica di parlamentare europeo. Si candida alle politiche ma non viene eletto e resta in Europa. Ma i collegamenti con il territorio calabrese restano ancora forti.

Lorenzo Cesa indagato per 'ndrangheta? Poco prima, lo sfogo raccolto da Minzolini: "Ho bloccato Whatsapp, non lo capiscono". Libero Quotidiano il 21 gennaio 2021. La campagna acquisti dell'esecutivo non si ferma: l'obiettivo è tirare dalla propria parte un numero di responsabili che permetta di governare in tranquillità, senza dover necessariamente dipendere dalle bizze di Matteo Renzi. Molti in Parlamento, però, hanno già risposto picche a Giuseppe Conte. Tra questi, Lorenzo Cesa dell'Udc, che - stando a quanto riportato da Augusto Minzolini - avrebbe confidato: "Io ho bloccato pure WhatsApp. Non capiscono che noi non ci muoviamo". Un corteggiamento asfissiante sui centristi, che però si è rivelato inutile. Intanto oggi, dopo la pubblicazione di queste pesanti indiscrezioni, Lorenzo Cesa è risultato indagato per associazione a delinquere nell’ambito dell’operazione antimafia “Basso profilo” della Dda di Catanzaro. Questa mattina, infatti, l’abitazione del parlamentare è stata perquisita dalle forze dell’ordine su disposizione della procura. Che i due episodi siano collegati? Di certo il tempismo è alquanto sospetto.

Dice no a Conte? Indagato per 'ndrangheta, bomba giudiziaria su Cesa: si dimette dall'Udc. "Innocente, ma ha votato no a Conte...". Antonio Tajani, bomba su Cesa indagato. Libero Quotidiano il 21 gennaio 2021. “Indagine su Cesa? Io sono garantista, sono sempre convinto dell’innocenza. Ho letto le carte, sono assolutamente convinto dell’estraneità di Lorenzo Cesa da questa vicenda e mi pare un po’ ad orologeria, guarda caso ha votato no al Governo e dopo due giorni è arrivato avviso di garanzia”. Così il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani sull'accusa piovuta dai magistrati per il segretario dell'Udc di concorso esterno in associazione mafiosa. Cesa infatti è indagato nell'inchiesta della Dda di Catanzaro sulle cosche della 'ndrangheta. Tredici persone sono state arrestate e portate in carcere e 35 poste ai domiciliari nel corso dell'operazione "Basso profilo" 

Gratteri inguaia l’Udc. Lorenzo Cesa indagato per concorso esterno. Il Dubbio il 21 gennaio 2021. Una maxioperazione della procura di Catanzaro, con perquisizioni e arresti in tutta Italia, scuote l’Udc. E Cesa si dimette da segretario. Una maxioperazione della procura di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, con perquisizioni e arresti in tutta Italia scuote l’Udc. Ai domiciliari è finito il segretario regionale calabrese del partito, nonché assessore al Bilancio della Giunta Spirlì, Francesco Talarico, ma risulta indagato anche il segretario nazionale Lorenzo Casa, la cui abitazione romana è stata perquisita stamattina nell’ambito dell’operazione “Basso profilo”. L’accusa sarebbe pesantissimo: concorso esterno in associazione mafiosa. È lo stesso Cesa a confermare di avere «ricevuto un avviso di garanzia su fatti risalenti al 2017» e a precisare: «Mi ritengo totalmente estraneo, chiederò attraverso i miei legali di essere ascoltato quanto prima dalla Procura competente». Il leader politico conferma «piena e totale fiducia nell’operato della magistratura», ma annuncia le dimissioni dalla guida del partito con effetto immediato, «data la particolare fase in cui vive il nostro Paese». Secondo la Procura, ci sarebbe un patto consistente in una promessa di appoggio elettorale fra gli uomini dell’Udc ed esponenti della ’ndrangheta all’origine del coinvolgimento di Lorenzo Cesa. In particolare, la consorteria ’ndranghetista, nelle persone di Antonio Gallo, del consigliere comunale di Catanzaro Tommaso Brutto e del figlio Saverio, Antonino Pirrello e Natale Errigo, sarebbe entrata in scena in occasione delle elezioni politiche del marzo 2018, per il rinnovo della Camera dei deputati e del Senato. In quella circostanza, secondo gli inquirenti, sarebbe stato stipulato un «patto di scambio» con Francesco Talarico, assessore regionale al Bilancio finito agli arresti domiciliari, consistente nella promessa di «entrature» per l’ottenimento di appalti per la fornitura di prodotti antinfortunistici erogati dalla sua impresa e banditi da enti pubblici economici e società in house, «attraverso – scrivono gli inquirenti -la mediazione dell’europarlamentare Lorenzo Cesa in cambio della promessa di un “pacchetto” di voti». Una grana in più per il governo e per Giuseppe Conte, che proprio su Cesa e sui senatori dell’Udc contava per allargare il perimetro della maggioranza. «Lorenzo Cesa è un galantuomo, lo conosco da decenni e sulla sua onestà metto la mano sul fuoco», commenta a caldo Gianfranco Rotondi, deputato di FI e presidente della fondazione Dc. «Suppongo che la sua iscrizione nel registro degli indagati sia un atto dovuto in quanto segretario che ha presentato le liste Udc in Calabria, al cui interno erano gli arrestati. Per fortuna Gratteri è un magistrato autorevolissimo e stimato per la sua autonomia, sono dunque sicuro che la vicenda si chiarirà in tempi rapidissimi. Capisco le ragioni di stile ma penso che Lorenzo abbia fatto male a dimettersi da segretario del suo partito, essere indagati – per giunta per circostanze oggettive – non significa perdere credibilità»

Così l’effetto Gratteri si abbatte sulla conta dei “volenterosi”. Rocco Vazzana su Il Dubbio il 21 gennaio 2021. L’inchiesta sul leader dell’Udc ricade sulle “trattative” di conte: dopo gli arresti e le perquisizioni allargare il perimetro della maggioranza diventa impresa ardua. «Meno male che quei tre non hanno votato la fiducia». Ai primi lanci d’agenzia che annunciano l’arresto del segretario regionale calabrese dell’Udc, Franco Talarico, e la perquisizione dell’abitazione romana di Lorenzo Cesa – indagati per associazione a delinquere con aggravante mafiosa – la prima reazione in casa 5 stelle è di sollievo. Essersi fermati a 156 voti di fiducia a Palazzo Madama, senza l’apporto dei corteggiatissimi senatori centristi, è stato un colpo di fortuna, col senno del poi. «Pensa cosa avrebbe detto oggi Renzi di noi se avessimo imbarcato quelli dell’Udc». Ma l’allegria per lo “scampato pericolo” lascia rapidamente il posto a una nuova angoscia: «E adesso come facciamo?», si chiedono preoccupati i grillini, consapevoli di dover ricominciare daccapo il conteggio dei “responsabili”. Sì, perché gli abboccamenti per fare entrare in maggioranza i colleghi dell’Udc non si erano mica interrotti col voto in Aula di martedì scorso, proseguivano indefessi, almeno fino a ieri mattina, con segnali incoraggianti. Anzi, l’arruolamento almeno di Paola Binetti veniva considerato praticamente «cosa fatta». Tutto da rifare. L’effetto Gratteri si abbatte sulle trattative in corso per salvare Giuseppe Conte. Il segretario nazionale dell’ Udc «è indagato per una frequentazione con l’imprenditore Antonio Gallo e con Tommaso e Saverio Brutto», tre degli indagati nell’inchiesta “Basso profilo” della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, spiega in conferenza stampa il procuratore del capoluogo calabrese. Gallo, spiega Nicola Gratteri,«è un imprenditore molto eclettico, che lavorava su più piani e riusciva a muoversi con grande disinvoltura quando aveva di fronte lo ’ndranghetista doc, o il politico o l’imprenditore». E per vincere gare d’appalto truccate per la fornitura di prodotti e servizi, Gallo aveva bisogno della politica. Ed è per questo che, tramite gli esponenti locali dell’Udc, l’imprenditore sarebbe entrato in contatto con Cesa, incontrato per un pranzo datato estate 2017. «Quel pranzo non potevamo documentarlo perché all’epoca Cesa era parlamentare. È grazie ad un’intercettazione ambientale che abbiamo capito che Gallo avrebbe dovuto pagare il 5 per cento di provvigione», spiega Gratteri. Toccherà a un tribunale accertare i fatti, ma intanto Cesa, a tre anni e mezzo dai fatti, si è dimesso da segretario del partito e rischia di pagare slatissimo il conto di quel pasto estivo.E a “pagare”, anche se di riflesso, potrebbe essere anche la maggioranza di governo, fino a 24 ore fa fiduciosa di convincere l’Udc a entrare in squadra.

Nessuno, nei prossimi giorni, oserà più avvicinarsi a un decmocratico centrista, nel frattempo diventato “appestato”, per non dare nell’occhio. Alessandro Di Battista ha subito chiarito i patti con i suoi: «Con chi è sotto indagine per associazione a delinquere nell’ambito di un’inchiesta di ’ndrangheta non si parla. Punto», dice il leader ortodosso del Movimento. «Tutti sono innocenti fino a sentenza definitiva ma non tutti possono essere interlocutori in questa fase. Si cerchino legittimamente i numeri in Parlamento tra chi non ha gravi indagini o condanne sulle spalle», aggiunge Dibba. Seguendo alla lettera il ragionamento dell’ex deputato non ci sarebbero in realtà problemi a parlare con Binetti e colleghi, visto che non sono coinvolti neanche lontanamente in quest vicenda. Ma è molto probabile che il purismo movimentista estenda le indagini di Cesa a tutto il partito. Così, i numeri vanno cercati altrove, è il mantra che per tutto il giorno si ripete tra i grillini. Certo, ma dove? Già prima dell’esclusione dei centristi dalla lista dei papabili nuovi compagni di strada l’obiettivo sembrava tutt’altro che semplice, adesso somiglia a un’impresa impossibile. Soprattutto se lo scopo reale dell’operazione responsabili fosse quello di arrivare a quota 170 al Senato, come indicato da Dario Franceschini, per non tirare a campare. Con l’uscita di scena dei centristi Conte diventa più debole mentre aumenta il potere contrattuale di forzisti indecisi e renziani, pronti a rientrare in gioco se a Palazzo Chigi sedesse un altro premier. Ma i grillini, almeno pubblicamente, non si muovono di un passo: «In queste ore siamo al lavoro per un consolidamento della maggioranza, un processo complicato e ambizioso allo stesso tempo, perché il Paese ha bisogno di ricominciare a correre: le imprese devono lavorare, le famiglie hanno il diritto di poter pianificare il loro futuro», scrive su Facebook il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Che aggiunge: «Con la stessa forza con cui abbiamo preso decisioni forti in passato, ora mi sento di dire che mai il M5S potrà aprire un dialogo con soggetti condannati o indagati per mafia o reati gravi». Qualcuno prova a rifare i conti: «Forse arriviamo a dodici. Dovrebbero passare con noi cinque di Italia viva, cinque di Forza Italia e due del Misto. Magari ce la facciamo». Sempre che una nuova inchiesta non rimandi in tilt il pallottoliere.

Giustizia giusta o ancora giustizia spettacolo? Alessandro Butticé, Giornalista, su Il Riformista il 21 Gennaio 2021. Anche se il giornale che ospita i miei scritti non è mai stato molto tenero con il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, io, pur non conoscendolo personalmente, ho ammirazione per il coraggio di Nicola Gratteri. Quel coraggio che solo alcuni veri uomini del Sud, da qualunque parte essi stiano, spesso sanno dimostrare. Consci che, come ricordava Paolo Borsellino parafrasando il Giulio Cesare di Shakespeare, “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una sola volta”. È certo che Gratteri rischi ogni giorno la sua vita, assieme alla sua famiglia. E la vita blindata che ha scelto di vivere, peraltro da calabrese in Calabria, sarebbe per tanti una non vita. E merita solo perciò grande rispetto. Non conosco però le carte dei suoi processi. E alcuni suoi critici, a cominciare da Pietro Sansonetti, che stimo per altra forma di coraggio, che molti giornalisti non hanno, di cantare da sempre fuori dal coro, soprattutto in materia di giustizia, gli addebitano una percentuale non a prova di critica di successi processuali alle sue attività investigative. Per deformazione professionale, di quasi quattro decenni dedicati alla lotta alla criminalità, anche quella organizzata, soprattutto di tipo finanziario, e sul piano anche internazionale, è indubbio che nella battaglia tra chi rappresenta lo stato e la criminalità, sto sempre, in principio, dalla parte dello Stato.

Ma così come, crescendo in età, ho imparato che i buoni non erano sempre i visi pallidi ed i cattivi i pellerossa, come rappresentato nei film western della mia gioventù, avendo messo per anni le mani in molte carte investigative e processuali, ho imparato a non fermarmi mai alle apparenze. Soprattutto a quelle dei clamorosi annunci mediatici delle operazioni di polizia giudiziaria delle procure della Repubblica. Abituandomi ad esercitarmi alla pazienza della lunga attesa dei risultati processuali. Pazienza rafforzata nel tempo, per esperienza sul campo, assieme al rispetto della presunzione di innocenza. Che deve valere per tutti. Nella consapevolezza che il confondere i delinquenti, a cominciare dai mafiosi, con una serie infinita di presunti delinquenti poi giudicati completamente innocenti va solo a vantaggio dei tantissimi, e veri, delinquenti, mafiosi e ‘ndranghetisti che vivono impuniti nel nostro paese. Perché ho sempre pensato che urlare ”tutti sono corrotti, delinquenti, mafiosi” equivale a dire che “nessuno è corrotto, delinquente, mafioso”. Come penso che per la lotta alle mafie ci voglia la mano ferma e sapiente del chirurgo, capace di tagliare la parte malata, senza danneggiare quella sana. E non la foga dell’accetta del boscaiolo, incapace di provocare danni collaterali. Questa premessa l’ho fatta per spiegare la ragione per la quale un paio di giorni fa, prima quindi di leggere sulla stampa di oggi della clamorosa operazione anti mafia della Procura di Catanzaro, un sesto senso mi ha fatto desistere dal diffondere tra i miei amici e lettori un messaggio ricevuto via Whatsapp da alcuni amici che, conoscendo il mio impegno di una vita per la legalità, mi hanno inviato con invito a ridiffonderlo. Questo il messaggio, ricevuto tale e quale, da amici che rispetto per la loro buona fede: “** MAXI PROCESSO ** Mentre tutta Italia parla da giorni di un autentico citrullo, inutile e dannoso per il paese, in Calabria, tra misure di sicurezza eccezionali e giornalisti da ogni parte del globo, è in corso il processo più imponente degli ultimi 30 anni.

**Quattrocento capi d’imputazione**

** più di 300 imputati **

** un esercito di avvocati **

** un plotone di giornalisti sbarcati a Lamezia da mezzo mondo**

Il maxi processo  con numeri da capogiro, che vedrà alternarsi davanti alla Corte una sessantina tra pentiti e testimoni di giustizia, oltre a centinaia di testimoni tra accusa e difese in una corsa sfrenata che dovrebbe andare avanti ad un ritmo di cinque udienze settimanali.

«Quest’aula – ha detto Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro e coordinatore della maxi inchiesta che ha portato alla sbarra le più influenti cosche di ndrangheta del vibonese – è un simbolo di tecnologia e legalità: rispettosa delle norme anticovid con mille persone sedute a distanza di sicurezza ed ha la possibilità di fare 150 collegamenti video in diretta».

A dimostrare che in Calabria, se si vuole, tutto si può fare.

La cosa sconcertante che nessun Telegiornale, nessun giornale, nessun politico di ogni colore,  abbia speso una sola parola di sostegno su questo straordinario uomo che da solo sta sfidando la ndrangheta.

Diamogli noi la visibilità che merita:

COPIAMO E INCOLLIAMO sui nostri profili